Essere ricchi per dominare il mondo.
Essere
ricchi per dominare il mondo.
Se i
super ricchi minacciano la democrazia.
Naspread.eu
– Centro Einaudi.it – Elena Icardi – Redazione – (5 – 6-2026) – ci dice:
(Link
articolo scientifico: centroeinaudi.it/images/abook_file/BDL_2022_01_Icardi.pdf).
Un
tetto alla ricchezza individuale:
la
proposta del limitarianesimo.
Diventare
ricchi per dominare il mondo è un obiettivo tanto ambizioso quanto complesso…
Fissare
un tetto alla ricchezza individuale.
Una
proposta provocatoria, per alcuni, per altri l’unica via da intraprendere in
società davvero democratiche.
È
quanto suggerisce la corrente filosofica del “limitarianesimo”, con non poche
problematiche e altrettante ragioni.
Eccone
alcune.
L’aumento
esponenziale della ricchezza di alcune persone, negli ultimi anni non è certo
passato inosservato.
Si
pensi alla rapida ascesa di Elon Musk che, secondo le stime della celebre
rivista Forbes, nel 2022 avrebbe accumulato un patrimonio di 219 miliardi di
dollari, 68 miliardi in più di quello già molto cospicuo del 2021.
Alla
crescita spropositata dei patrimoni di pochi corrisponde un malcontento
condiviso dai più nei confronti delle democrazie.
Coloro
che non appartengono all’élite economica, infatti, hanno spesso l’impressione
che la loro opinione valga ben poco in confronto a quella dei loro concittadini
plurimiliardari.
D’altro canto, l’ipotesi di fissare un tetto
alla ricchezza dei singoli incontra una certa resistenza, radicata nell’idea
che i più ricchi si siano guadagnati la loro ricchezza partecipando a un gioco
di mercato aperto a tutti e tutte, che si limita a premiare i più meritevoli.
Non
solo:
a rafforzare l’ostilità verso la possibilità
di limitare la ricchezza individuale si aggiunge l’idea che controllare
quest’ultima produrrebbe effetti indesiderati sulla ricchezza complessiva.
I ricchi sarebbero disincentivati dal produrre
ulteriore ricchezza – chi sarebbe disposto a lavorare ore extra per un guadagno
pari a zero o a restituire tutto il compenso ottenuto in tasse?
Quindi
anche la quantità di risorse disponibile diminuirebbe.
Non più di ciò che serve per una piena
fioritura umana.
Contro
questo sentire comune, si fa strada il limitarianesimo (dall’inglese
limitarianism).
Una teoria recente, introdotta da “Ingrid Rubens,”
a favore della possibilità di fissare un tetto alla ricchezza individuale, per
esempio, implementando un’aliquota marginale massima del 100% al di sopra di
una data soglia.
In una
società democratica, in cui tutti e tutte dovrebbero avere pari opportunità di
influenzare la politica, non è accettabile che alcune persone godano al
contrario di opportunità di gran lunga maggiori di tutti gli altri grazie alle
proprie disponibilità economiche.
Se si
vuole preservare l’ideale democratico di eguaglianza, nessun cittadino o
cittadina dovrebbe posizionarsi al di sopra di una certa soglia di ricchezza.
Questa
soglia, secondo “Rubens”, dovrebbe essere fissata laddove gli individui
raggiungono la loro piena fioritura.
Ovvero, laddove la collettività ritiene che i
singoli possiedano abbastanza risorse per realizzarsi appieno e tutto ciò che
potrebbero desiderare in più sia qualcosa a cui potrebbero rinunciare senza
sacrificare parte della propria realizzazione personale.
Non
potersi permettere un jet privato, per esempio, non comprometterebbe la
possibilità del singolo di fiorire come persona.
Le risorse necessarie a comprarsi tale jet,
perciò, sarebbero da considerarsi in eccesso: un surplus di cui si può fare a
meno e che potrebbe quindi essere tassato in modo cospicuo.
Questo surplus sarebbe da tassare non tanto
perché la ricchezza individuale al di sopra di una certa soglia sia sbagliata
in sé, quanto perché essa minaccia altri valori, quale quello democratico di
eguaglianza.
Superare
una certa soglia di ricchezza non andrebbe impedito perché la ricchezza è
immorale, ma perché essa conferisce vantaggi che compromettono il processo
democratico, creando insostenibili asimmetrie di potere tra cittadini e
cittadine, dietro il velo illusorio dell’eguaglianza formale.
Una soglia sì, ma quale.
A
questo punto, però, sorgono due possibili obiezioni.
In
primo luogo, in una società pluralistica come quella a cui siamo abituati –
cioè una società in cui le persone perseguono diversi (spesso inconciliabili)
ideali di realizzazione personale – è difficile determinare cosa s’intenda per
piena fioritura umana e, di conseguenza, distinguere tra risorse necessarie per
realizzarla e risorse in eccesso.
Alcune persone potrebbero accontentarsi di
un’auto qualunque, mentre altre non si sentirebbero realizzate senza potersi
permettere un’auto di lusso.
Una
prima risposta a questa obiezione è che si sta parlando di limitare la
ricchezza dei super-ricchi, ovvero di quelle persone che di auto di lusso
potrebbero comprarsene a dozzine.
Di
chi, come il patron di Amazon Jeff Bezos o l'amministratore delegato di Meta
Mark Zuckerberg, può permettersi non solo di comprare un jet privato, ma anche
di usarlo regolarmente per volare nella tenuta di proprietà alle Hawaii.
Così il confine tra risorse necessarie a una
completa realizzazione umana e risorse in eccesso appare più facile da
delineare.
Inoltre
non si sta parlando di un confine oggettivo e invariabile, ma di un confine
stabilito dalla collettività.
Come
collettivamente ci si può accordare sul fatto che possedere meno di una certa
quantità di risorse significhi non avere abbastanza, così ci si potrebbe
accordare sul fatto che avere più di una certa quantità di ricchezza
corrisponde ad avere troppo.
Questa soluzione, tuttavia, apre la porta a una
seconda obiezione.
Anche se si trovasse un accordo su quando la
ricchezza sia da considerarsi in eccesso, fissare la soglia laddove le persone
raggiungono la loro piena fioritura potrebbe rivelarsi inefficace ai fini di
preservare l’ideale democratico di eguaglianza.
Per alcune persone, infatti, potrebbe essere
più importante influenzare l’andamento della politica che realizzarsi
pienamente.
Altri
potrebbero addirittura considerare il potere politico come parte di questa
realizzazione e decidere di investire il proprio denaro (anche al di sotto
della soglia) per acquisirne.
In altre parole, nulla al di sotto della
soglia impedirebbe ai più ricchi di “finanziare” il processo politico.
Si giunge così a un’impasse:
un tetto alla ricchezza individuale dovrebbe
essere fissato per preservare la democrazia, ma formulato in questo modo il
tetto rischia di mancare il suo scopo, giacché al di sotto della soglia le
persone più abbienti godrebbero comunque di maggiori opportunità di influenzare
le decisioni politiche grazie alla propria disponibilità economica.
Una
soluzione possibile: non più di “n” volte la ricchezza mediana.
Per
rispondere a questa seconda obiezione non resta che modificare la soglia della
ricchezza.
Al
posto di fissare il tetto laddove le persone raggiungerebbero la loro piena
fioritura, andrebbe fissato laddove la ricchezza individuale minaccia
effettivamente l’ideale democratico di eguaglianza.
Si potrebbe calcolare la soglia in relazione
alla ricchezza mediana, cioè la linea di ricchezza al di sotto della quale
ricade il 50 per cento degli individui all’interno di una società.
Ciò
che minaccia l’ideale democratico di eguaglianza, infatti, non è tanto che
alcune persone possiedano più risorse di quelle necessarie per realizzarsi
appieno, quanto che poche persone possiedono molta più ricchezza dei propri
concittadini e concittadine, e questo permette loro di condizionare la politica
in modo sostanziale.
Si
potrebbe quindi decidere che in una democrazia che funzioni nessuno dovrebbe
avere, per esempio, più di 100 volte la ricchezza mediana.
In Italia – dove nel 2016 la ricchezza mediana
era 132.266 € – significherebbe fissare la soglia intorno a 13 milioni di euro.
Se si
considera che le persone milionarie nel 2020 si aggiravano intorno al 3 per
cento della popolazione italiana, l’aliquota marginale massima del 100% sul patrimonio
si applicherebbe a una piccola percentuale di individui.
Tuttavia,
ciò non rappresenta un limite per questa versione del limitarianesimo poiché
quello che si vuole evitare è che un’élite possieda così tante risorse da poter
giocare un ruolo determinante nel processo democratico.
(Icardi
Elena).
Inclusione,
lavoro e intelligenza artificiale.
Naspread.eu - Alessandra Lazzara –
(5-6-2026) – Redazione – ci dice:
(Link
all’articolo scientifico: Lazzara A., Za S., Georgiadou A., A taxonomy
framework and process model to explore AI-enabled workplace inclusion, Journal
of Business Research, Volume 201 (2025). doi.org/10.1016/j.jbusres.2025.115697.)
Cosa succede quando un’azienda introduce l’AI.
L’intelligenza
artificiale (AI) sta trasformando il mondo del lavoro, a partire da come questo
viene organizzato.
Reclutamento,
valutazione della performance, gestione del potenziale, formazione.
Perfino
la definizione delle carriere.
Sempre più decisioni – che un tempo erano
prerogativa esclusiva dei manager – oggi vengono supportate (o talvolta
automatizzate) attraverso sistemi algoritmici.
Una
promessa seducente quella di chi fornisce questa tecnologia:
essere più equi, più oggettivi e meno
influenzati da pregiudizi e stereotipi, il tutto grazie all’AI.
Eppure,
mentre cresce l’adozione di sistemi data-driver – dall’inglese, letteralmente,
guidati dai dati – emergono anche casi di discriminazione generati proprio
dagli stessi algoritmi progettati per eliminarla.
I
sistemi di AI, infatti, non nascono nel vuoto.
Sono
addestrati su dati del passato, che riflettono le scelte, le gerarchie e i
pregiudizi delle organizzazioni reali.
Se un’azienda, nel tempo, ha promosso in ruoli
di responsabilità più uomini che donne, l’algoritmo tenderà a riconoscere in
quel modello la “normalità”, replicando gli stessi schemi.
Uno
studio recente – che ha visto collaborare la Statale di Milano con l’Università
“Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara e con la Business School
dell’Università di Nottingham – propone un cambio di prospettiva sulla
questione:
chiedersi
se i dati contengano pregiudizi non basta.
Bisogna
interrogarsi su come l’interazione tra esseri umani e algoritmi modifichi le
dinamiche di inclusione ed esclusione.
Affronta
poi una questione cruciale:
non solo se l’AI possa favorire o ostacolare
l’inclusione, ma anche in che modo essa ridefinisca il concetto stesso di
inclusione nelle organizzazioni contemporanee.
La premessa da cui parte lo studio è semplice:
l’AI
non è soltanto una tecnologia, ma è un attore organizzativo: interagisce con le
persone, orienta decisioni, costruisce standard e, in alcuni casi, impone nuovi
criteri di valutazione.
Di
conseguenza, parlare di “inclusione algoritmica” non significa soltanto
assicurarsi che un sistema non discrimini.
L’algorithmic inclusion è, infatti, la forma di inclusione
che emerge dall’uso dell’AI nei processi di gestione delle risorse umane.
Riguarda come le decisioni algoritmiche
influenzano equità, partecipazione e senso di appartenenza nel lavoro, e
dipende dal modo in cui l’AI è addestrata, progettata e usata.
Un
processo, non un evento: quando l’AI assiste, aumenta o automatizza.
Per
capire se e come l’intelligenza artificiale possa favorire o ostacolare
l’inclusione nei luoghi di lavoro, i ricercatori propongono di visualizzare il
tutto come un processo:
una
sequenza di eventi che tende a ripresentarsi nelle organizzazioni ogni volta
che l’AI viene adottata con finalità di inclusione.
A
partire dall’analisi di 25 studi empirici, gli autori hanno costruito ciò che
definiscono un meta-causa network:
una
rete di cause, effetti e condizioni che descrive come si sviluppa l’adozione
dell’AI e quali dinamiche attiva rispetto all’inclusione.
Nel
modello, il percorso parte dalle tecnologie “non-magnetiche” – quelle che non
prendono decisioni autonome – per poi spingersi verso sistemi via via più
complessi e capaci di esercitare una maggiore “agency”.
A ogni
passaggio corrisponde un diverso livello di rischio, quindi anche un differente
bisogno di strategie di mitigazione.
A dare il via al processo è la motivazione per
cui le aziende decidono di introdurre l’AI nella gestione del personale.
Le ragioni principali possono essere tre:
migliorare il reclutamento, sostenere l’inclusione interna o aumentare la
performance complessiva.
Quando
l’obiettivo riguarda le persone già presenti in azienda, i lavoratori
dispongono di più elementi per interpretare il senso dell’adozione dell’AI.
Al contrario, nei processi di selezione i
candidati esterni, non conoscendo il contesto, ci si affida ai segnali
trasmessi dalla tecnologia stessa per valutare quanto l’organizzazione sia
realmente inclusiva.
L’effetto
dell’AI sull’inclusione dipende però, in modo decisivo, dal tipo di tecnologia
adottata e dal suo grado di autonomia.
Nei
casi in cui le aziende impiegano “Assisting AI”, cioè strumenti che supportano
le attività ma non prendono decisioni indipendenti (robot tele-operati, sistemi
di ranking dei CV, algoritmi semplici di pre-screening), il rischio di
discriminazione aggiuntiva è basso.
Molti
studi mostrano, anzi, che queste tecnologie possono produrre effetti positivi:
più
candidate donne selezionate nelle fasi iniziali, maggior senso di equità fra i
candidati disoccupati, più attenzione verso gruppi spesso trascurati (ad
esempio i lavoratori part-time).
Solo in rari casi l’uso di tecnologie
assistive ha generato conseguenze negative.
In queste situazioni l’AI non richiede
interventi particolarmente sofisticati:
il controllo umano resta predominante e il
rischio di discriminazione è limitato.
La
situazione cambia quando l’organizzazione passa a forme di Aumentino AI.
Qui la
tecnologia non si limita a ordinare informazioni, ma elabora raccomandazioni,
individua pattern e influenza in modo sostanziale i criteri con cui le
decisioni vengono prese.
È in
questa fase intermedia che emergono le prime ambivalenze: alcuni sistemi di
machine learning migliorano la rappresentanza femminile nei percorsi di
selezione o riducono stereotipi nelle pubblicazioni di annunci di lavoro.
Altri,
al contrario, tendono a penalizzare donne, lavoratori più anziani o persone con
carnagione scura, replicando inconsapevolmente le distorsioni già presenti nei
dati storici.
Proprio
perché l’Aumentino AI “impara” dai dati del passato, la sua affidabilità
dipende dalla qualità di quei dati.
Per
questo la ricerca sottolinea l’importanza di interventi di data mitigazioni:
ribilanciamento
delle classi, rimozione delle variabili sensibili, correzione degli squilibri
nei dataset.
Senza
questi accorgimenti, l’AI rischia di amplificare le disparità anziché
correggerle.
C’è
però un ulteriore effetto, meno evidente ma cruciale:
quando
un algoritmo inizia a partecipare, anche solo indirettamente, alla definizione
di ciò che è “meritevole” o “adatto” all’organizzazione, cambia anche il
significato stesso di inclusione.
Nei contesti che prevedono Aumentino AI, le
persone iniziano a interrogarsi su che cosa significhi davvero essere trattati
equamente, su quali criteri guidino le raccomandazioni della tecnologia, su chi
abbia l’autorità – umana o artificiale – di stabilire i parametri di
valutazione. In altre parole, l’inclusione diventa un concetto negoziato, non
più dato per scontato.
Il
passaggio finale del processo è l’adozione di Automantengo AI, dove il sistema
non solo contribuisce alla definizione dei protocolli, ma prende decisioni in
autonomia:
promozioni,
valutazioni della performance, screening dei candidati, identificazione di
comportamenti da premiare o correggere.
È a
questo livello che il tema dell’inclusione si fa più delicato.
Da un lato, alcuni studi mostrano che gli
algoritmi automatizzati – se progettati correttamente – possono ridurre in modo
significativo alcune forme di pregiudizio nelle assunzioni, grazie a decisioni
più coerenti e meno soggettive.
Dall’altro,
l’impatto su come tutto ciò venga percepito dai lavoratori è complesso:
le persone tendono a giudicare meno equo un
feedback proveniente da una macchina rispetto allo stesso giudizio espresso da
un essere umano, e – paradossalmente – tollerano più facilmente una
discriminazione se viene attribuita a un algoritmo piuttosto che a un manager.
In questa fase, l’inclusione non dipende più
solo dai dati o dall’algoritmo, ma dalla governance e dalla comunicazione
dell’azienda per quanto concerne l’intelligenza artificiale.
Gli
autori mostrano che, quando la tecnologia è molto magnetica, servono strategie
specifiche di mitigazione:
trasparenza sui criteri di funzionamento,
possibilità di contestare decisioni automatizzate, formazione dei responsabili
delle risorse umane, creazione di un senso condiviso del perché e del come l’AI
venga utilizzata.
L’inclusione, dunque, può essere rafforzata o
indebolita in seguito a scelte tecniche, organizzative e culturali perseguite
dall’azienda che utilizza l’AI.
La
vera sfida – come suggerisce lo studio – non è decidere se usare l’AI, ma
governare il modo in cui viene adottata, riconoscendo che ogni forma di
tecnologia porta con sé nuove opportunità e nuovi rischi per l’inclusione nei
luoghi di lavoro.
“Aggiustare
i dati” non basta: una visione multilivello.
Una
delle conclusioni più rilevanti dello studio è che l’inclusione algoritmica non
può essere delegata ai soli tecnici o sviluppatori.
Anche quando i dati sono “puliti”, infatti, un
algoritmo può generare esclusione se viene introdotto in un contesto
organizzativo segnato da sfiducia, scarsa trasparenza o stili di leadership
autoritari.
Al
contrario, anche sistemi non perfetti possono produrre esiti inclusivi quando
vengono implementati in ambienti in cui le persone si sentono ascoltate,
possono sperimentare senza timore e hanno la possibilità di mettere in
discussione le decisioni automatizzate.
Cambia,
di conseguenza, anche il modo stesso di concepire l’inclusione. Gli autori
della ricerca propongono una prospettiva multilivello secondo cui l’inclusione
abilitata dall’AI si articola in tre dimensioni interconnesse.
A
livello organizzativo (inclusioni a work), il focus riguarda il modo in cui
l’AI contribuisce a plasmare la cultura organizzativa e le esperienze
collettive di appartenenza.
Un algoritmo usato per assegnare dei premi, ad
esempio, può essere percepito come equo solo se l’azienda spiega chiaramente
come funziona, quali dati usa e come possono essere corretti eventuali errori.
Allo stesso modo, un sistema di monitoraggio automatico può trasformarsi in una
“gabbia algoritmica” se controlla ogni attività senza lasciare margini di
autonomia.
A
livello individuale (inclusione in work), l’attenzione si concentra sulle
esperienze personali dei lavoratori e sul loro rapporto con mansioni supportate
dall’AI.
L’inclusione dipende dalla possibilità di
accedere e interagire con strumenti digitali senza sentirsi esclusi (per
carenze di alfabetizzazione tecnologica o per caratteristiche identitarie meno
riconosciute negli ambienti digitali).
A
livello dell’interazione uomo-macchina (inclusione of work), il focus è sul
modo in cui persone e sistemi intelligenti collaborano quotidianamente.
Un
assistente AI che suggerisce come rispondere ai clienti – ad esempio – può
ampliare autonomia e apprendimento, mentre un sistema che impone
automaticamente le decisioni può far sentire il lavoratore “sostituito”.
Quando
l’AI offre supporto, feedback utili e occasioni per sviluppare nuove
competenze, i lavoratori tendono a percepirla come un alleato, non come una
minaccia.
Progettare
inclusione lungo questi tre livelli significa, dunque, costruire un contesto
socio-tecnico che non solo riduce il rischio di marginalizzazione e pregiudizio
algoritmico, ma che allo stesso tempo aumenta la disponibilità dei lavoratori a
integrare l’AI nelle proprie mansioni quotidiane, rafforzando la collaborazione
uomo–macchina e supportando l’adozione dell’AI in maniera sostenibile.
La
sola intelligenza artificiale, dunque, non crea né diminuisce l’inclusione.
La rende però possibile se l’organizzazione in
cui viene adottata la persegue con intenzionalità, trasparenza e responsabilità.
(Lazzara
Alessandra).
"Mai
le mani nelle tasche degli italiani": Tajani e Forza Italia escludono
qualsiasi ipotesi di patrimoniale rilanciata da Schlein.
Lespresso.it
– (1° giugno 2026) – Redazione – ci dice:
La
segretaria dem ha aperto il confronto nel campo progressista, mentre Più Europa
propone di colpire "i capitali improduttivi" e le grandi eredità.
La
patrimoniale torna al centro dello scontro politico.
La tassa che colpisce il patrimonio posseduto
- immobili, attività finanziarie, partecipazioni e altre forme di ricchezza -
anziché il reddito prodotto ogni anno ha riacceso il dibattito a partire dalle
parole della segretaria del Pd Elly Schlein, che nei giorni scorsi si è detta
favorevole a una tassazione dei miliardari a livello europeo e non ha escluso
che una discussione possa aprirsi anche in Italia.
Una posizione che ha provocato la reazione
immediata del centrodestra.
Forza
Italia e Tajani.
"La
sinistra è unita solo quando vuole infilare le mani nelle tasche degli
italiani.
Finché
Forza Italia sarà al governo e in Parlamento non ci sarà mai la patrimoniale.
La nostra ricetta è: meno tasse per tutti.
La
sinistra vuole più tasse per tutti", ha scritto su “X” il vicepremier e
segretario di Forza Italia Antonio Tajani.
Sulla
stessa linea la vicesegretaria azzurra Deborah Bergamini.
"Forza Italia ha in mente un Paese che
attragga investimenti e opportunità.
Per
questo diciamo un sonoro no alla patrimoniale voluta dalla sinistra.
Noi
intendiamo continuare ad abbassare tasse e spesa pubblica, loro invece vogliono
solo aumentarle".
“Simone
Leoni” ha attaccato direttamente la segretaria del Pd: "Pensare di imporre agli
italiani una patrimoniale come vorrebbe Elly Schlein è una follia, significa
far scappare dal nostro Paese chi genera ricchezza e posti di lavoro con il
risultato ultimo di avere anche meno gettito per finanziare misure di welfare
per chi è in difficoltà. Il centrodestra reagisca al vampirismo del Pd”.
Le
opposizioni.
Nel
campo della minoranza, invece, il confronto è ancora aperto.
"Da
tempo chiediamo che ci sia un tavolo di confronto tra le opposizioni dove ogni
forza politica possa mettere sul tappeto le proprie proposte e discuterne con
gli alleati per gettare le basi di un programma di governo", ha dichiarato
il segretario di “Più Europa” Riccardo Magi.
Secondo
il deputato centrista, la priorità resta quella di ridurre il peso fiscale sul
lavoro, soprattutto per le nuove generazioni.
"Per farlo si possono tassare di più i
capitali improduttivi e i grandissimi patrimoni ereditati".
Dichiarazioni che arrivano dopo l'intervento
di Schlein, che ha riportato il tema al centro dell'agenda politica.
La leader democratica ha ribadito di essere
"sempre stata favorevole" a una tassazione dei grandi patrimoni a
livello europeo e ha sostenuto che "non possa essere un tabù capire come
fare a livello europeo ad introdurre una tassazione sui miliardari".
Quanto all'Italia, la segretaria del Pd ha
spiegato che "non è detto che non si possa intervenire anche a livello
nazionale", precisando però che il tema dovrà essere affrontato con le
altre forze dell'opposizione, consapevole che "su questo ci sono posizioni
diverse".
In
realtà, dietro la parola "patrimoniale" si nascondono proposte molto
differenti.
Una
tassa patrimoniale può essere permanente o straordinaria, riguardare l'intera
ricchezza di una persona oppure soltanto i patrimoni che superano una certa
soglia.
Può
inoltre assumere la forma di un prelievo sulle grandi eredità o di una maggiore
tassazione delle attività finanziarie.
Per i
sostenitori, questi strumenti consentirebbero di ridurre le disuguaglianze e
reperire risorse per finanziare servizi pubblici o alleggerire il carico
fiscale sul lavoro.
Per i contrari, rischierebbero invece di
colpire il risparmio privato, scoraggiare gli investimenti e ridurre la
competitività del Paese.
DFP,
la sinistra non cambia
mai:
più tasse per tutti.
Ilgiornale.it
– (29 aprile 2026) – Redazione – Gian Maria De Francesco – ci dice:
Schlein,
Conte, Bonelli-Fratoianni e Renzi firmano una risoluzione che promette più
welfare, più spesa pubblica e nuove imposte sugli extraprofitti:
un
libro dei sogni economicamente insostenibile che rischia di colpire ancora una
volta il ceto medio.
Mentre
il Parlamento si prepara al passaggio cruciale sul Documento di finanza
pubblica 2026, con la maggioranza impegnata a definire la propria linea in
vista del voto di Camera e Senato e con il ministro dell’Economia Giancarlo
Giorgetti pronto a replicare alle opposizioni, il centrosinistra si presenta
compatto con una risoluzione unitaria che più che un contributo realistico alla
politica economica nazionale appare come un programma elettorale costruito
sulla vecchia ricetta della sinistra: aumentare la spesa pubblica, espandere
l’intervento statale e scaricare i costi sulla fiscalità generale.
Un
vero e proprio ritorno al tradizionale schema ideologico della sinistra
italiana: tassa, spendi e rinvia ogni vero nodo strutturale.
Il
documento sottoscritto da Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra,
Italia Viva e +Europa si configura infatti come un vero e proprio manifesto
politico che punta a smontare l’impostazione di rigore sui conti pubblici per
sostituirla con una massiccia espansione della spesa statale.
La
richiesta di “promuovere una revisione del patto di stabilità che abbia come
obiettivo quello di sostenere una crescita inclusiva e sostenibile, senza
ricorrere a politiche di austerità” è il primo tassello di una visione che
punta ad allargare i margini di bilancio senza però chiarire chi pagherà il
conto finale.
E in un Paese dove la pressione fiscale resta
già attorno al 43% del Pil, la risposta appare piuttosto evidente:
famiglie,
professionisti, imprese e soprattutto quel ceto medio che continua a
rappresentare il principale bancomat fiscale dello Stato.
L’intera
architettura della risoluzione ruota attorno a un’espansione simultanea della
spesa su sanità, scuola, edilizia pubblica, salari, sostegno ai redditi,
transizione ecologica, trasporti, Mezzogiorno e pubblica amministrazione.
Le opposizioni chiedono di “incrementare il
livello della spesa sanitaria”, di aumentare strutturalmente le risorse per
istruzione e ricerca, di rifinanziare casa, trasporto pubblico e welfare
locale, di introdurre nuove politiche salariali e addirittura una riforma
previdenziale che “contempli nuove forme di flessibilità in uscita”.
In altre parole, più pensionamenti anticipati,
più spesa corrente, più apparato pubblico.
Tutto
questo mentre l’Italia continua a confrontarsi con vincoli di debito enormi e
con una necessità opposta: rendere il sistema più competitivo, non più gravato.
Particolarmente
significativa è poi la parte fiscale, dove emerge con chiarezza l’impostazione
redistributiva della coalizione progressista.
La proposta di “ridurre drasticamente i regimi
sostitutivi” e di introdurre una “riforma della tassazione dei profitti
straordinari” rappresenta il classico approccio punitivo verso imprese,
investimenti e produzione.
Gli
extraprofitti diventano ancora una volta il bersaglio simbolico di una visione
che considera il fisco non come leva di sviluppo ma come strumento di
redistribuzione politica.
Un’impostazione
che rischia di deprimere investimenti, scoraggiare crescita e rendere ancora
più fragile il tessuto produttivo nazionale.
Sul
fronte energetico e ambientale, la linea di Schlein, Conte, Bonelli-Fratoianni
e Renzi conferma inoltre una spinta fortemente orientata verso la transizione
ecologica accelerata, con ulteriori vincoli, nuovi obiettivi climatici e un
rafforzamento delle politiche green.
Anche
qui il principio è chiaro:
più regolazione, più investimenti pubblici,
più costi.
Ma senza una reale strategia industriale, il rischio
concreto è quello di scaricare ulteriori oneri su famiglie e imprese, già
provate dal caro energia e dall’inflazione.
A
emergere è quindi una visione economica che non sembra aver tratto alcun
insegnamento dagli anni recenti.
Dopo stagioni segnate da crisi energetica,
stagnazione salariale, rallentamento produttivo e pressione fiscale
elevatissima, il campo largo progressista torna a proporre la solita medicina:
più Stato, più spesa, più tasse.
Una formula che sulla carta promette
protezione universale, ma che nella realtà rischia di comprimere ulteriormente
la crescita e impoverire proprio quella classe media che oggi più di tutte
sostiene il peso del sistema.
La
prudenza di Giorgetti e della maggioranza si scontra così con un’opposizione
che continua a inseguire un programma economicamente costoso, politicamente
ideologico e finanziariamente fragile.
Dietro
gli slogan su equità e inclusione, la risoluzione unitaria delle opposizioni
conferma una linea che appare distante dalle esigenze concrete di produttività,
competitività e alleggerimento fiscale di cui il Paese avrebbe bisogno.
Ucraina,
la mossa comune di Stormer,
Macron
e Merz: “Domani summit
con
Zelensky a Londra.”
msn.com
– Corriere della Sera – (07 – 06 – 2026) – Redazione – ci dice:
Ucraina,
la mossa comune di Stormer, Macron e Merz: «Domani summit con Zelensky a
Londra».
BERLINO-PARIGI
- Il presidente francese Emmanuel Macron, il premier britannico Keri Stormer e
il cancelliere tedesco Friedrich Merz si riuniranno domani a Londra nel formato
E3 e incontreranno poi il leader ucraino Volodymyr Zelensky per discutere del
sostegno all’Ucraina.
«L’incontro
consentirà di fare il punto sui lavori avviati a favore di una pace giusta e
duratura in Ucraina e nel continente europeo, in particolare nell’ambito della
coalizione dei Volenterosi», ha aggiunto la presidenza francese, che ha
sottolineato come «la Russia, in una situazione di scacco militare, economico e
strategico, si ostina invano in una guerra sanguinosa».
Ucraina,
la guerra in diretta.
A
margine del vertice Ue-Balcani Occidentali in Montenegro, Macron ieri ha poi
confermato l’invito rivolto a tutti i leader della coalizione a venire a Parigi
il 13 e il 14 luglio, per una nuova riunione dei Volenterosi e per assistere
insieme alla tradizionale parata militare della festa nazionale francese.
Queste iniziative arrivano all’indomani della
lettera aperta inviata da Zelensky al presidente russo Vladimir Putin, nella
quale gli proponeva un incontro faccia a faccia e si diceva disposto a un
«cessate il fuoco totale».
Macron,
Merz e l’Ue hanno accolto con favore la lettera, ma ieri al forum economico di
San Pietroburgo Putin ha rifiutato, dicendo di non vedere «alcuna ragione per
incontrare Zelensky», e ha aggiunto che un cessate il fuoco servirebbe solo
all’Ucraina per rallentare l’avanzata russa.
La
realtà sul terreno dice il contrario, e cioè che semmai sono le truppe russe a
trovarsi oggi in difficoltà, ma il no di Putin non ha sorpreso Zelensky che ha
risposto: «La Russia sceglie la guerra, ancora una volta».
L’incontro
di domani a Londra vuole rilanciare la coesione dei tre principali partner
europei nella coalizione dei Volenterosi, ma Macron non abbandona gli sforzi
per tenere agganciati gli Stati Uniti, e in vista del G7 a Evian in programma
dal 15 al 17 giugno sta organizzando una grande cena di gala conclusiva nella
reggia di Versailles in onore di Donald Trump, un modo per aumentare le chance
della sua presenza (per ora confermata, ma non si sa mai).
Quanto
alla Germania, il governo Merz ha senza dubbio alzato il proprio coinvolgimento
al fianco degli ucraini.
L’idea
di parlare direttamente con Putin — che infine alti funzionari tedeschi hanno
annunciato tre giorni fa — da due mesi veniva discussa e fatta trapelare
informalmente.
Già un
mese fa, il cancelliere tedesco era uscito allo scoperto con una sua proposta
per l’adesione dell’Ucraina alla Ue senza diritto di voto: Zelensky l’ha respinta come
«ingiusta» (e anche a molti alleati europei, Italia inclusa, non è piaciuta).
Ma era un tentativo di trovare un compromesso tra le
altissime aspettative ucraine e il poco che tanti Paesi Ue sono disposti a
concedere.
Con
già un occhio, chiaramente, ai futuri negoziati.
In
parallelo all’E3, Merz prepara un incontro in formato E5 (con Meloni e Tusk) a
Berlino, che si annunciava come imminente. Ma la riunione continua a slittare,
almeno verso metà giugno, e l’iniziativa franco-tedesca sui Balcani, alzando
incomprensioni e gelosie, potrebbe averla sepolta.
Cresce
invece la collaborazione militare tra Berlino e Kiev: la Germania ormai
sostiene un terzo delle spese militari ucraine.
Zelensky
ha scritto al governo tedesco chiedendo decine di missili intercettori Patriot
(che lascerebbero Berlino piuttosto sguarnita).
In cambio, ha promesso di pagarli e
sostituirli con i nuovi missili che si costruiranno in una joint venture
ucraino-tedesca vicino a Kiev.
Nessuna
risposta, per ora, da Merz e Pistorius.
“Bisogna
tassare i ricchi, basta essere subalterni alla destra”: da Milano l’appello di
Sinistra italiana con Podemos e la France Insuline.
Ilfattoquotidiano.it
- Fabrizio Arena - (6 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:
Fratoianni
sul palco della Santeria Toscana:
"Sul
tema del fisco la sinistra ha subito una pesante subalternità culturale nei
confronti della destra".
Presenti
anche le europarlamentari Irene Montero e Manon Aubrey.
Mentre
nel campo progressista si torna a litigare sulla necessità o meno di una
patrimoniale, Sinistra Italiana a Milano ha riunito una ventina di
europarlamentari della “European Left Alliance” (Ela) per rilanciare la
necessità di una tassa per i più ricchi.
Sul
palco della Santeria Toscana, zona Sud della città, sono intervenuti il
segretario Nicola Fratoianni e l’eurodeputata AVS Ilaria Salis, ma anche
l’europarlamentare spagnola di Podemos Irene Montero e la collega de la France
Insoumise Manon Aubry.
Sul
palco del locale milanese campeggiava la scritta “Tax the rich”, proprio di
fronte alla sede de “il Pane quotidiano”, l’associazione laica che ogni giorno
distribuisce cibo a chi ne ha bisogno.
In
Italia, ha esordito Fratoianni, “il 10% della popolazione detiene il 60% della
ricchezza.
Bisogna
intervenire perché è inaccettabile che mentre la ricchezza complessiva cresce,
aumenta anno dopo anno la povertà assoluta”.
L’obiettivo, sostenuto dai partecipanti
europei all’evento di Milano, è quello di recuperare risorse dalla fascia di
popolazione più ricca.
Mikhail
Maslennikov, membro di Oxfam, ha spiegato la loro proposta di introdurre una
tassa sui grandi patrimoni che coinvolgerebbe lo 0,5% dei cittadini con un
gettito stimato tra i 13 e i 16 miliardi di euro.
Il
leader di AVS ha affermato dal palco che con gli alleati di ELA verranno
studiati gli strumenti migliori per portare avanti la proposta, avendo in mente
diverse soluzioni.
“Dalla tassa sui grandi patrimoni fino alla
riforma, nel caso italiano, del sistema del prelievo sull’Irpef che è ormai
anti-progressivo e in violazione della Costituzione – ha detto -.
Si
tratta di una proposta ragionevole, di buon senso e riformista”.
Tra le
idee però c’è anche quella di una tassa di successione che, ha continuato
Fratoianni, “non esiste in Italia, con percentuali ridicole del 3-4% e con
esenzioni di 1 milione di euro per ogni figlio: storture che vanno corrette”.
Proprio
nell’ottica di un’alleanza internazionale, all’evento milanese hanno
partecipato anche i membri dei principali partiti della sinistra europea.
Sono i
loro gli interventi più duri, in particolare quelli della europarlamentare
spagnola di Podemos, Irene Montero, e dell’europarlamentare di La France Insoumise,
Manon Aubrey.
“La ricchezza non è onesta. La ricchezza è un
grande furto – ha detto Montero -.
Ci
obbligano a guardare coloro che ci derubano.
Non c’è proposta più giusta che possiamo fare
per la nostra società che dire chiaramente ai ricchi di restituire ciò che è
stato rubato”.
Della
stessa opinione anche la francese che dal palco ha parlato della necessità
storica di “bandire i miliardari” per “salvare la democrazia”.
Dal
palco non sono mancati i riferimenti alle divisioni con il campo largo. “Ogni
volta che osiamo avanzare questa proposta – ha commentato Fratoianni –
ricomincia la solita litania e ci accusano di essere radicali.
Ai
colleghi dell’ala progressista dico: la sinistra in questi anni ha subito una
pesante subalternità culturale nei confronti della destra, soprattutto sul tema
del fisco. È ora di dire basta”.
Al leader di Sinistra Italiana ha fatto eco la
deputata Elisabetta Piccolotti:
“Siamo convinti che il tempo ci darà ragione e
anche che i nostri alleati, che ora sono perplessi, nel tempo si
convinceranno”.
Poi un riferimento al governo:
“La destra fa campagna brutale contro di noi
dicendo che vogliamo tassare il ceto medio.
Al
contrario vogliamo dare sollievo ai lavoratori che pagano molte più tasse dei
milionari.
A
Giorgia Meloni diciamo: scegliete voi la soglia da cui tassare, perché non ne
esiste una incapace di ridistribuire ricchezze”.
Mentre
dal palco di Milano si parlava di patrimoniale, quasi in parallelo, è arrivato
un parziale stop da parte della segretaria del Pd, Elly Schlein: “Non è tra le
cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista”, ha spiegato
parlando al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo,
sottolineando però che “ne discuteremo” anche se “non è tra le cose condivise”.
Proprio
Schlein, intervistata sul Nove da Accordi & Disaccordi, solo il primo
giugno aveva detto: “Tassare i super-ricchi non dev’essere un tabù”. Una frase
che ha provocato le polemiche dentro lo stesso campo progressista.
Secondo
Fratoianni, “i cittadini in larga maggioranza sono già favorevoli”.
Dopo
le parole di Schlein, a Piazza Pulita su La7 era intervenuto leader di Italia
Viva, Matteo Renzi, a paventare il rischio della fuga dei capitali:
“La
patrimoniale funziona come slogan ma nella realtà dei fatti spinge i ricchi ad
andare via: bisogna piuttosto diminuire le tasse ai poveri”.
Sulla
questione è intervenuta anche l’eurodeputata Ilaria Salis, presente a Milano:
“Occorre
impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare
una legge europea e muoversi con gli altri Paesi”.
“Schlein”
frena la tassa sui ricchi, sinistra divisa.
Italia-informa.com
– Redazione – (06 -06- 2026) – ci dice:
Schlein
frena la tassa sui ricchi, sinistra divisa.
La
segretaria del Pd tiene fuori la patrimoniale dal programma comune.
AVS
rilancia, Appendino apre alla “Milionarie Tax”, Renzi avverte sul rischio fuga
dei capitali.
La
parola che nessuno riesce a pronunciare senza accendere un incendio è tornata
al centro del centrosinistra: patrimoniale.
Non come una proposta tecnica chiusa, non
ancora come un punto di programma, ma come una prova politica.
E, soprattutto, come una domanda brutale:
chi deve pagare il conto di un Paese in cui la
ricchezza cresce, ma resta concentrata nelle mani di pochi?
Tra
Rapallo e Milano, la frattura si è vista tutta.
Da una
parte Elly Schlein, segretaria del Pd (Partito Democratico), ha messo un freno
netto davanti alla platea dei giovani imprenditori di Confindustria.
La
patrimoniale, ha spiegato, “non è tra le cose già condivise” nel programma
dell’alleanza progressista.
Tradotto:
se ne
può discutere, ma non è una bandiera comune.
E non
lo sarà finché il campo largo non avrà deciso se vuole presentarsi agli
elettori con un’agenda fiscale radicale o con un profilo più prudente.
Dall’altra
parte, nello stesso pomeriggio, Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra
Italiana e co-leader di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra), riuniva a Milano
esponenti della ELA (European Left Alliance, Alleanza della Sinistra europea)
in un appuntamento dal titolo esplicito:
Tax
the Rich.
Nessuna
prudenza lessicale, nessun giro di parole. Per Fratoianni tassare i grandi
patrimoni non è una bestemmia ideologica, ma una proposta “ragionevole, di buon
senso e riformista”.
Il punto, sostiene AVS, non è colpire il ceto
medio né i piccoli risparmiatori, ma chiedere un contributo a quella fascia
ristrettissima che ha visto gonfiarsi patrimoni e rendite mentre salari, sanità
e servizi pubblici arrancano.
La
materia è scivolosa perché in Italia la patrimoniale non è una tassa: è un
riflesso pavloviano.
Appena
compare, la destra la usa come spauracchio, il centro la considera un autogol,
la sinistra si divide tra chi la vede come giustizia sociale e chi teme di
regalare alla maggioranza una campagna perfetta contro “le tasse della
sinistra”.
Schlein lo sa.
Per
questo ha scelto una formula chirurgica:
non ha chiuso il dibattito, ma lo ha tenuto
fuori dal perimetro delle cose già decise.
È una
mossa difensiva e insieme una dichiarazione di metodo:
prima
il programma, poi gli slogan.
Il
problema è che gli alleati non aspettano.
Fratoianni
vuole aprire il dossier su più piani:
una tassa sui grandi patrimoni, una revisione
dell’imposta di successione, una riforma dell’Irpef (Imposta sul reddito delle
persone fisiche), che secondo AVS ha perso progressività reale.
Angelo
Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde, ha spinto su un
contributo di scopo destinato alla sanità pubblica, indicando i super ricchi
come platea da chiamare in causa per ridurre le liste d’attesa.
Nel
suo ragionamento la patrimoniale non dovrebbe essere permanente, ma mirata:
pochi
anni, risorse vincolate, obiettivo riconoscibile.
Nel
M5S (Movimento 5 Stelle), “Chiara Appendino”, deputata ed ex sindaca di Torino,
si è schierata con nettezza per una “Milionarie Tax”, cioè un contributo sui
patrimoni molto elevati.
La sua linea è chiara: non mettere le mani
nelle tasche delle famiglie, ma spostare il prelievo dove la ricchezza si
accumula più rapidamente.
È un tema che il M5S coltiva da tempo,
soprattutto nella versione legata a servizi, sanità, asili nido e salari bassi.
Ma
anche qui la questione è politica:
trasformare
una proposta redistributiva in un punto condiviso dell’opposizione significa
costringere tutti a scegliere, non solo a commentare.
Il
fronte contrario, dentro e attorno al centrosinistra, non è meno determinato.
Matteo
Renzi, leader di Italia Viva ed ex presidente del Consiglio, avverte che la
patrimoniale funziona bene come parola d’ordine, molto meno come legge.
Il suo
argomento è classico, ma potente:
se si
alza troppo il prelievo su chi ha grandi patrimoni mobili, una parte di quei
capitali può spostarsi verso Svizzera, Lussemburgo o altri ordinamenti più
favorevoli.
Per
Renzi l’obiettivo non deve essere tassare di più i ricchi, ma ridurre il carico
fiscale sui redditi bassi, tenendo in Italia contribuenti ad alta capacità
fiscale.
La
verità è che entrambi i fronti maneggiano un pezzo di realtà.
L’Italia
ha un problema evidente di concentrazione patrimoniale.
Secondo
la Banca d’Italia, il dieci per cento più ricco delle famiglie deteneva il 60,6
per cento della ricchezza netta complessiva, mentre la metà meno abbiente si
fermava al 7,2 per cento.
La ricchezza media per famiglia era stimata in
453 mila euro, ma quel valore dice poco se letto da solo:
è la classica media che mette nella stessa
fotografia chi possiede immobili, strumenti finanziari e partecipazioni
societarie e chi ha quasi tutto in una casa, in un conto corrente o in nulla.
Qui
sta il nodo politico che il centrosinistra non può aggirare.
Parlare
di patrimoniale come se fosse una formula magica è debole. Rimuovere il tema
della ricchezza, però, è ancora più debole.
Perché
l’Italia tassa molto il lavoro e molto meno alcuni passaggi cruciali della
ricchezza.
L’Ocse
(Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha indicato un
cuneo fiscale sul lavoro in Italia pari al 45,8 per cento per un lavoratore
single con salario medio, il quinto livello più alto tra i 38 Paesi membri.
Significa
che prima ancora di discutere di nuove imposte bisogna chiedersi perché il
lavoro resti così gravato, mentre patrimonio, eredità e rendite continuano a
godere di corsie più comode.
Il
caso delle successioni è il più sensibile.
In
Italia, per coniuge e figli l’aliquota ordinaria è bassa e si applica oltre una
franchigia molto alta.
È il
punto su cui la sinistra insiste:
se una società lascia passare enormi ricchezze
da una generazione all’altra con un prelievo molto contenuto, la promessa
meritocratica diventa fragile.
Non sparisce il merito, ma parte già molto
distanziato.
Chi
nasce in una famiglia con asset immobiliari e finanziari riceve una spinta che
nessun bonus temporaneo può compensare davvero.
Ma il
terreno europeo consiglia prudenza tecnica.
La
Commissione europea, in uno studio sulla tassazione della ricchezza, ha
ricordato che l’efficacia di queste imposte dipende dal disegno concreto:
soglie,
esenzioni, controlli, registri patrimoniali, cooperazione tra Stati, capacità
di evitare elusione e spostamenti opportunistici.
Non
basta scrivere “tassa sui ricchi” in un programma.
Serve decidere chi paga, quanto paga, su quale
base imponibile, con quali garanzie per la liquidità di famiglie e imprese, e
soprattutto per finanziare cosa.
È qui
che la proposta può diventare adulta o restare propaganda.
Se
l’obiettivo è colpire genericamente “i ricchi”, la battaglia si perde prima di
cominciare.
Se
invece il punto è alleggerire il lavoro, finanziare sanità e istruzione,
ricostruire progressività e impedire che la ricchezza estrema diventi potere
politico ereditario, allora la discussione cambia piano.
Non è
più un rito identitario, ma una questione di architettura fiscale.
Per
Schlein, la difficoltà è doppia.
Deve
tenere insieme un partito che vuole apparire sociale ma non massimalista,
un’alleanza che va da AVS a pezzi centristi, e un elettorato che chiede più
giustizia senza voler essere spaventato da nuove tasse.
Il
rischio è di finire nel mezzo: troppo cauta per chi vuole redistribuzione,
troppo esposta per chi teme la patrimoniale come marchio tossico.
La segretaria dem ha scelto di congelare la
formula, non il tema.
È una
differenza sottile, ma decisiva.
Per
Fratoianni, al contrario, la forza sta proprio nella chiarezza.
AVS
vuole fare della tassazione dei grandi patrimoni il simbolo di una sinistra che
non si limita a difendere il welfare, ma indica dove prendere le risorse.
La
parola d’ordine è semplice:
se la
ricchezza è concentrata, il prelievo deve arrivare anche lì.
Funziona
sul piano politico, soprattutto in una fase in cui salari reali, affitti, cure
mediche e spese familiari alimentano un senso diffuso di ingiustizia.
Ma la
semplicità dello slogan dovrà reggere alla complessità della legge.
Il
governo, intanto, può osservare e attaccare.
Per la destra, ogni discussione sulla
patrimoniale è un assist:
consente
di spostare il confronto dalle difficoltà su salari, sanità e pressione fiscale
alla paura di una tassa sulla casa o sui risparmi.
È una rappresentazione spesso caricaturale,
perché molte proposte riguardano soglie altissime e non il patrimonio medio
delle famiglie.
Ma in
politica la percezione pesa quanto il testo normativo.
E la
parola patrimoniale, in Italia, arriva già carica di sospetto.
La
giornata ha dunque consegnato al campo progressista una scelta non più
rinviabile.
Dire
no alla patrimoniale può rassicurare una parte dell’elettorato, ma non risolve
il problema delle disuguaglianze.
Dire
sì senza un progetto scritto bene può trasformare una richiesta di giustizia
fiscale in un boomerang.
La
linea più solida passa da una domanda precisa:
come
ridurre le tasse sul lavoro e finanziare servizi pubblici senza continuare a
chiedere sacrifici soprattutto a chi vive di stipendio?
Se il
centrosinistra riuscirà a rispondere, la tassa sui ricchi potrà diventare un
capitolo di una riforma fiscale credibile.
Se non
ci riuscirà, resterà una parola contesa tra piazza, talk show e comunicati.
Con Schlein costretta a frenare, Fratoianni
deciso ad accelerare, Appendino pronta a spingere sul contributo dei grandi
patrimoni e Renzi impegnato a denunciare il rischio fuga, il campo largo scopre
che il vero programma non si scrive sulle formule di coalizione.
Si
scrive sul punto più scomodo:
chi
paga, chi riceve, chi continua a stare nel mezzo.
Idee
da Soviet: tasse e patrimoniale,
le
proposte della sinistra per l’Europa.
Lavocedelpatriota.it
- Politica – (18 Maggio 2024) - Giovanni Curzio – Redazione – ci dice:
Tasse,
tasse, tasse, quante tasse.
Le idee della sinistra sono tutte qui:
proporre
più tasse e vessare i più ricchi, in balia di quella visione tutta comunista
(qua finiamo nel campo della filosofia politica) che racconta l’imprenditore
come un cattivone egoista che pensa soltanto ai suoi interessi.
E invece l’imprenditore, molto spesso, è
soprattutto altro:
è investimenti, è posti di lavoro, è tasse
pagate.
Non un
evasore egoista da tassare, ma una figura da valorizzare.
L’amore
per l’austerity.
Tasse
e austerity, d’altronde, non hanno mai dato gli effetti sperati: dopo anni di
politiche di rigidità fiscale, di spesa rallentata e di alta tassazione, il
risultato è stato del tutto diverso da quello previsto.
La
sanità ne è risultata compromessa, a causa degli ingenti tagli subiti (circa 40
miliardi di euro in dieci anni), i salari sono rimasti bassi e il potere
d’acquisto delle famiglie è risultato indebolito, di fronte all’inaspettato ma
prevedibile (in quanto in ogni momento possibile) balzo in avanti
dell’inflazione a causa della pandemia, dello scoppio della guerra in Ucraina e
della crescente crisi internazionale, che ha abbassato la fiducia degli
investitori e che ha portato la BCE ad alzare i tassi d’interesse.
Una
reazione a catena, insomma, che ha indebolito la già delicata situazione
economica della nostra Nazione, alla quale il Governo Meloni ha cercato, con
successo, di mettere una pezza:
il taglio al cuneo fiscale e l’accorpamento
degli scaglioni Irpef per i redditi più bassi, che occupano la stragrande
maggioranza delle risorse dell’ultima legge di Bilancio, sono state due misure
che hanno consentito di mitigare gli effetti dell’inflazione.
E così, il potere d’acquisto ne è risultato
protetto e il livello di povertà e di rischio di povertà è rimasto stabile.
Misure
a cui poi vanno aggiunte le politiche espansive in materia di lavoro (quale la
detassazione per l’assunzione di persone appartenenti a categorie fragili), che
hanno portato a un aumento considerevole dei posti di lavoro e a un brusco calo
della precarietà.
Le
tasse green di AVS.
Il
succo della questione è tutta qui:
da un lato politiche espansive, dall’altro
restrittive.
Tipicamente,
le prime sono proprie dei governi di destra, le seconde di quelli di sinistra.
E i fatti danno ragione agli stereotipi,
perché di fronte a un governo di centrodestra che abbassa le tasse e aiuta i
più deboli, dall’altro ci sono le opposizioni di sinistra che continuano a
sostenere la bontà di politiche di austerity e l’efficacia di alte tassazioni.
Talvolta,
con l’aggravante del fine ambientalista.
Il
programma elettorale di Alleanza Verdi e Sinistra, quel mix infernale di
neo-comunisti ed ecologisti più radicali, è zeppo di nuove tasse per l’Europa.
Oltre
la solita imposta “sui grandi patrimoni”, la patrimoniale insomma, il grande
sogno di ogni partito di sinistra, sono state aggiunte altre proposte, alcune
al limite del comico:
da una
armonizzazione della “tassazione sulle rendite finanziarie e i redditi da
capitale”, a una “tassa sulla plastica”, da “un’imposta sulle pratiche degli
ultra-ricchi che favoriscono il cambiamento climatico e sui beni di lusso
compresi yacht e jet privati” a una proposta per “limitare la pubblicità
luminosa”.
Quando
si parla di transizione ideologica, anziché ecologica?
Ecco,
l’esempio ce lo fornisce chiaro AVS.
Campagna
elettorale dem priva di contenuti.
A
Verdi e neo-comunisti si è poi unita Cecilia Strada, capolista PD nel
Nord-Ovest per le elezioni europee, che ha proposto di abolire le
disuguaglianze salariali mediante la tassazione dei patrimoni più elevati. Idee
da Soviet:
“Non
ho per nulla paura di sostenere che quando le disuguaglianze sono così marcate,
e quando sulle teste delle famiglie grava un debito pubblico elevato, servono
interventi straordinari come una patrimoniale”.
Poi,
Strada ci tiene a mettere le mani avanti:
“Questo
non è comunismo rapace, è equità e buon senso”.
Parole
a cui ha risposto Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia e
copresidente del gruppo ECR al Parlamento europeo: “L’immancabile proposta di
una patrimoniale è la ciliegina sulla torta di una campagna elettorale priva di
contenuti da parte del PD.
In
Italia come in Europa – ha detto – la sinistra non ha proposte credibili e al
cospetto di una tornata elettorale così importante per il futuro della nostra
Nazione non trova di meglio che rifugiarsi nei soliti fantasmi degli attacchi
alla democrazia e, naturalmente, la ricetta di vessare gli italiani con una
tassa su abitazioni, negozi e stabilimenti produttivi.
È
evidente – ha aggiunto Procaccini – che al Pd sfugge quanto possa essere
importante e decisivo per l’Italia il rinnovo del Parlamento europeo,
continuando a ripresentare le stesse proposte fallimentari che – ha concluso
l’eurodeputato – hanno portato la nostra Nazione sull’orlo del declino”.
Programma
Alleanza Verdi e Sinistra.
Verdisinistra.it
– Elezioni Europee del( 8- 9 giugno 2024 ) - Redazione – ci dice:
1.
L’ITALIA RINNOVABILE
Il
Sole è il più grande “reattore a fusione nucleare” già disponibile per la
produzione di energia rinnovabile e fornisce ogni anno 15mila volte l’energia
di cui l’umanità ha bisogno. La ricerca scientifica e tecnologica ha sviluppato
le tecnologie necessarie a catturare l’energia solare come il fotovoltaico, il
solare termico e l’eolico, così come quelle per conservare l’energia in maniera
molto efficiente, ad esempio le batterie al litio e i pompaggi idroelettrici.
Non meno importante, sono ormai disponibili efficienti tecniche per il
risparmio di energia nei processi industriali, in agricoltura e nel settore
abitativo, capaci di ridurre notevolmente la domanda energetica e i relativi
costi. Se a questo si aggiungono i
risparmi energetici connessi all´aumentata capacità di riciclare i materiali
(ad esempio, in edilizia, nell´industria, nella gestione dei rifiuti
elettronici, urbani), non c´è dubbio che la transizione energetica verso minori
consumi, utilizzo di energie rinnovabili, minori impatti ambientali con
particolare attenzione ai gas serra, sia possibile riducendo l´utilizzo del
metano e senza fare ricorso all´energia nucleare, quest´ultima già rifiutata
dagli Italiani in due referendum nazionali. È necessario che ognuno di noi sia
messo nelle condizioni di produrre energia pulita e soprattutto di condividere
e scambiare l’energia prodotta attraverso la rete elettrica e il relativo
mercato, che devono essere riorganizzati per gestire il 100% di energia
elettrica rinnovabile. L’energia deve diventare un bene comune, staccandosi
dalla logica dei sistemi centralizzati in cui pochi producono/distribuiscono e
tutti consumano la risorsa, se hanno la possibilità di acquistarla. La
democrazia energetica si può realizzare attraverso un’economia di condivisione
del vettore energetico che alimenta le nostre società e una rete che supporta
l’autoconsumo collettivo, attraverso l’indispensabile evoluzione delle comunità
energetiche. Il mondo si trova su una strada che va verso un aumento della
temperatura globale di 2,7 gradi entro la fine del secolo: ciò porterebbe a
cambiamenti catastrofici nel clima della Terra. La scienza ci dice che a
livello globale possiamo e dobbiamo dimezzare le emissioni annuali di gas serra
nei prossimi otto anni per rimanere entro 1,5 gradi. La scienza va ascoltata:
senza una forte accelerazione nelle politiche per il clima, “nella critica
decade degli anni 20” (Patto per il Clima di Glasgow, COP26, novembre 2021) non
saremo in grado di limitare il surriscaldamento globale entro la soglia di
sicurezza di 1,5 gradi.
L’Italia
deve dotarsi di un obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni serra come
hanno fatto tutti i grandi paesi Europei. Per questo l’Italia deve triplicare i
propri sforzi di riduzione delle emissioni come sua quota equa globale in linea
con l’obiettivo di 1,5 gradi, riducendo le emissioni del 70% al 2030 rispetto
al 1990 e procedendo verso la neutralità climatica da raggiungere nel 2045,
come ad esempio previsto dalla Germania nella propria strategia
energetica/climatica.
Tutti
questi obiettivi possono essere raggiunti con un programma di azioni coordinate.
Affrontare
l’emergenza energetica senza rinunciare alla transizione
o Realizzare un piano che definisca tempi e
quantità per il definitivo abbandono del gas metano dal sistema energetico
nazionale e garantisca l’uscita dalla generazione a gas nel sistema elettrico
entro il 2035. La recente crisi del prezzo del gas e delle forniture ci
rinforza nella convinzione di accelerare l’uscita dall’economia delle energie
fossili per costruire un modello resiliente in grado di fornire energia ai
cittadini per i loro bisogni a un prezzo equo e stabile nel tempo, senza
speculazioni e senza impatti climatici.
o Un
piano per l’eliminazione dei combustibili fossili dalle abitazioni mediante
energie rinnovabili, efficienza energetica, pompe di calore e ogni altro
processo che porti all’elettrificazione completa delle abitazioni, incluso il
superamento delle deroghe per l’impiego di gasolio nel riscaldamento domestico.
o
Mettere l’efficienza energetica e l’attivazione del risparmio energetico da
parte dei cittadini in cima alle priorità di azione, come suggerito dall’ENEA,
anche e non solo per rispondere all’ingiustificata invasione russa
dell’Ucraina. Perché l’efficienza energetica assuma un ruolo di primo piano, è
necessario anche rivedere tutti gli incentivi per renderli duraturi almeno fino
al 2030, darne accesso a tutte le fasce sociali e garantirne l’accesso
prioritario alle fasce sociali più deboli, escludere il supporto alle caldaie a
gas, e raggiungere un efficientamento almeno fino alla classe energetica C.
o
Accelerare la produzione di energia elettrica rinnovabile fino a raggiungere
l’installazione di 15 GW all’anno, dando priorità anche attraverso adeguati
incentivi economici allo sviluppo sui tetti e sul tessuto industriale e sulle
aree idonee nel rispetto della normativa VIA.
o
Sviluppare una strategia di implementazione degli obiettivi del RepowerEU per
emancipare la nostra economia in fretta dalla volatilità del prezzo del gas
aggiornando il Piano nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC)
o
Sfruttare tutte le infrastrutture gas esistenti – stoccaggi, gasdotti e
rigassificatori – per compensare possibili contrazioni o stop del gas russo
prima di considerare nuove infrastrutture gas.
o Nel
primo semestre del 2022 l’Italia ha esportato all’estero 1,836 miliardi di
metri cubi di gas. Nell’ambito di una politica di massimo utilizzo delle
risorse energetiche il gas esportato andrà utilizzato prioritariamente nel
mercato interno.
o
Nuovi contratti gas devono essere limitati al minor tempo possibile, solo fino
a quando strettamente necessari e legati alla cattura del “gas di scarto” e non
di nuova produzione.
o
Fornire interventi di sostegno selettivi solo per i più bisognosi, come il
bonus per famiglie, e sostenere il reddito delle famiglie senza incentivare i
consumi energetici. Allo stesso modo sostenere le imprese più in difficoltà ma
introducendo premialità aggiuntive di credito fiscale a chi investe in
rinnovabili ed efficienza energetica e rivedendo i fondi del PNRR per dare
priorità a efficienza e rinnovabili per l’impresa.
o Al
fine di dare una risposta all’aumento dei prezzi energetici che stanno causando
una gravissima crisi sociale ed economica si rende urgente fissare in via
temporanea un tetto al prezzo del gas.
Riforma
ambientale del fisco.
Come
da impegno G7, vanno aboliti i sussidi fossili, dal valore di oltre 20 miliardi
l’anno, entro il 2025. Ciò attraverso un piano di ridistribuzione dei sussidi
fossili per la transizione come incentivo e supporto ai settori industriali e
alle fasce sociali più esposte. Oltre alla rimodulazione dei sussidi, va
riformata la fiscalità energetica in modo strutturale per disegnare tariffe di
fornitura che mettano i consumatori al riparo della volatilità del prezzo delle
fonti fossili e per ridurre a zero la povertà energetica entro il 2025 e
garantire l’accesso equo all’energia verde per tutti. A livello europeo, serve
una fiscalità energetica comunitaria che eviti la concorrenza sleale tra le
imprese europee ma diventi veicolo delle politiche per il clima. Oggi l’Italia
paga all’Europa oltre 800 milioni di euro anno di plastic tax che non recupera
dai consumi di plastica perché la plastic tax nazionale è stata rimandata. A
pagare sono i contribuenti indipendentemente dai loro consumi di plastica.
Siamo per il principio ‘chi inquina paga’.
Sì a
rinnovabili, no a nucleare e trivelle.
o
Raggiungere per il fabbisogno elettrico 80% di penetrazione rinnovabile al 2030
e quasi 100% al 2035 attraverso una programmazione annuale minima di sviluppo
rinnovabili e sblocco autorizzazioni. Priorità ad energia solare ed eolico a
terra e marino. A tal proposito è necessario realizzare 60GW di rinnovabili
entro tre anni individuando anche figure di commissari e sub commissari
regionali per sbloccare le autorizzazioni.
o Dare
mandato a Terna per sviluppare un “Piano speciale di accumuli e della rete
elettrica” capace di assorbire e gestire in sicurezza energia rinnovabile,
sopra tutto l’arco giornaliero e stagionale, per una piena decarbonizzazione
del settore elettrico al 2035.
o No
al nucleare, come da mandato dei due referendum.
Fare
chiarezza sulle false sicurezze di inesistente nucleare di quarta generazione e
di prossima fusione nucleare, molto lontana nel tempo. Nulla in contrario a
continuare attività di ricerca in tal senso, ma è vergognoso promettere ai
cittadini la realizzazione in poche decine di anni di tecnologie sulle quali
ancora si sono ottenuti solo risultati di laboratorio privi di prospettive
concrete nel breve e medio periodo.
o Stop
a nuove trivelle permanente e piano graduale di uscita dalla produzione fossile
nazionale entro il 2045, unendosi in occasione della COP27 ai paesi
dell’Alleanza oltre il Petrolio e il Gas (BOGA) guidata dalla Danimarca.
o
Revisione del sistema delle royalties sulla produzione nazionale per recuperare
gli extraprofitti delle imprese fossili durante la crisi russa.
2.
L’ITALIA GREEN
Una
legge per il clima, consultazioni e partecipazione.
Dotarsi
di una legge per il clima entro i primi 100 giorni come strumento normativo di
coerenza e continuità delle politiche rispetto a obiettivi vincolanti e
assicurare la produzione normativa e la sua implementazione a tutti i livelli –
nazionale, regionale e locale. Elementi essenziali includono obiettivi
vincolanti e finalità coerenti con gli scenari scientifici, un Comitato
scientifico indipendente di controllo delle politiche, obblighi emissivi
settoriali, sistema di monitoraggio e valutazione, e la costituzione di
assemblee cittadine per attivare la partecipazione e garantire inclusione.
Consultazione e condivisione degli obiettivi sono il presupposto per la loro
realizzazione. La partecipazione attiva dei cittadini nella condivisione delle
responsabilità e la proposta di soluzioni è centrale per vincere la sfida della
salvaguardia del clima all’interno dei perimetri della democrazia liberale. La
transizione ecologica può essere accettata unicamente a fronte di un
coinvolgimento nei processi decisionali e nell’identificazioni delle possibili
soluzioni.
Dare
la priorità all’adattamento climatico.
L’Italia
rientra tra le aree più colpite e si surriscalda più velocemente della media
globale. Negli ultimi 40 anni l’Italia ha registrato oltre 20mila morti a causa
di eventi estremi, seconda solo alla Francia con il maggior numero di decessi.
Guardando al futuro, l’Italia rischia di diventare invivibile con temperature
estive che potrebbero aumentare fino a 6 gradi, le precipitazioni estive
diminuire fino al 40% nel corso del secolo e uno stato di siccità critica
continua. Senza azione, da qui al 2050 i giorni di ondate di calore possono
aumentare fino al 400%. I costi diretti del cambiamento climatico in Italia
rischiano di raggiungere l’8% del PIL entro fine secolo, colpendo
principalmente le fasce più̀ fragili della popolazione, le infrastrutture, i terreni
agricoli e il settore del turismo. L’adattamento deve diventare un investimento
prioritario per evitare danni incalcolabili e nuove tragedie umane. Per questo
occorre aggiornare e rendere pienamente operativo il Piano Nazionale di
Adattamento ai Cambiamenti Climatici, fermo al 2017, entro i primi 6 mesi della
legislatura; le politiche di adattamento devono essere integrate all’interno di
tutte le politiche; rivedere l’adeguatezza del PNRR rispetto alle necessità
dell’adattamento; e sviluppare un “Piano Salva Foreste” e un “Piano Salva Mari”
per la protezione, il ripristino, la conservazione e la valorizzazione di
questi ecosistemi.
Un’amministrazione
pubblica amica del clima.
Senza
efficacia e competenza, non si riusciranno a raggiungere gli obiettivi e a
costruire la fiducia pubblica necessaria. Per questo occorre rafforzare tutti i
Ministeri con nuovo personale dedicato; completare la riforma del MITE
integrando industria (MISE) e infrastrutture (MIMS); e instaurare una cabina di
regia per la transizione ecologica a Palazzo Chigi. Non si possono inoltre più
rimandare forme minime ed uniformi sul territorio nazionale (regioni, città
metropolitane e Comuni) di strutture amministrative per implementare le
politiche nazionali e produrre soluzioni autonome.
Trasformare
CDP, SACE e Invitalia in Banche per il clima per sostenere, garantire e gestire
la transizione. Serve maggiore trasparenza nell’erogazione di risorse da parte
delle agenzie pubbliche. Servono regole per l’esclusione del finanziamento a
infrastrutture fossili, una strategia per l’uscita dagli investimenti esistenti
e un piano d’azione per sostenere i finanziamenti privati ad accelerare nella
transizione climatica.
Un
piano di investimenti per il risparmio idrico, sia in ambito urbano che
industriale, promuovendo il ciclo chiuso, il riuso delle acque e quindi la
riduzione dell’impatto degli scarichi sui fiumi e dello sfruttamento delle
acque di falda, e contro la dispersione idrica dei nostri acquedotti che
perdono il 40% di acqua, circa 104 mila litri al secondo ed un piano che
acceleri la realizzazione dei sistemi di depurazione considerata la condanna
della corte di Giustizia europea sulla violazione della direttiva in materia di
trattamento delle acque.
Per
un’Europa verde e solidale
o Una
politica comune sul gas basato su meccanismi di solidarietà per condividere
volumi a fronte di crisi, incentrata su obiettivi comuni di risparmio, di
accesso agli stoccaggi e di ottimizzazione di gasdotti e rigassificatori
esistenti. L’Italia può giocare un ruolo da protagonista per la solidarietà
europea. Nuove infrastrutture porterebbero invece ad un eccesso di offerta di
gas, con nuove instabilità sui mercati e pesanti oneri di costo di
infrastrutture non utilizzate. L’Europa non deve incentivare nuova esplorazione
e produzione di gas ma favorire nuove forniture con paesi che abbiano
disponibilità di gas da liberare per l’export attraverso lo sviluppo delle
rinnovabili e la cattura del gas di scarto.
o Non
solo difesa del Green Deal ma renderlo più ambizioso, portando gli obiettivi
2030 del pacchetto Fit for 55 ad almeno il 50% di penetrazione di rinnovabili e
al 45% di risparmio attraverso l’efficienza energetica.
o
Debito buono è debito verde. L’Unione europea stima che siano necessari 270
miliardi di euro all’anno di spesa pubblica per la transizione. Per l’Italia
serviranno 30-40 miliardi l’anno. La necessità di un accordo su come finanziare
la transizione all’interno della riforma del Patto di Stabilità per la
transizione ecologica è fondamentale per l’Italia che ha uno spazio fiscale
limitato. Il debito verde deve essere escluso dal calcolo del debito pregresso
e legato a tempistiche di rientro più lunghe e specifiche per ogni paese.
o
L’Italia deve contribuire a forgiare una diplomazia del Green Deal sia per
spingere le grandi economie emittrici, come Cina e India, a intraprendere
transizioni più rapide di riduzione di emissioni, sia fornendo a tutti i paesi
il supporto finanziario necessario alla transizione, per l’adattamento e per le
perdite e i danni. Nuove catene di valore, modelli di economia circolare e
partenariati per le materie prime critiche devono essere ricercati con le
economie africane ed asiatiche per costruire resilienza e fiducia reciproca.
Una
politica estera verde per una transizione globale giusta.
o Come
Stati Uniti, Regno Unito e Germania, anche l’Italia si deve dotare di
un’inviata/o speciale per il clima di alto livello e di un corpo diplomatico
adeguato alla sfida climatica, incluso nuovi “diplomatici climatici” sia a Roma
che nelle Ambasciate più importanti.
o La
politica estera italiana dovrà dotarsi di una nuova strategia energetica in
linea con gli obiettivi climatici, che sia slegata dallo sfruttamento di nuove
riserve fossili e degli interessi fossili costituiti. E della prima strategia
di sicurezza climatica per identificare l’esposizione dell’Italia ai rischi
climatici globali.
o Per
la cooperazione internazionale e la giustizia climatica, ci impegniamo a
raggiungere la quota equa per l’Italia di mobilitare almeno 4 miliardi di
dollari l’anno in finanza per il clima, di cui 50% da destinare all’adattamento
e alle perdite e i danni. Questo nel contesto di raggiungere entro fine
legislatura la quota dello 0,7% di Aiuti Pubblici allo Sviluppo sul reddito
nazionale lordo in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea.
o
All’interno del G7 e del G20, inclusa la Presidenza italiana del G7 del 2024,
ci adopereremo per una profonda riforma dell’architettura globale della
finanza, per mobilitare i trilioni necessari alla transizione globale giusta,
per riforme dei debiti che diano accesso a tutti ai capitali necessari alla
transizione e per ripristinare più equità tra il Nord e il Sud del mondo.
o
Dobbiamo dare vita a nuovi partenariati, in particolare nel Mediterraneo, in
Africa, in America Latina e nelle economie emergenti asiatiche, per un futuro
prospero e resiliente slegato dallo sfruttamento fossile e incentrato sulle
energie rinnovabili e nuovi modelli di sviluppo industriale e agricolo, slegati
dalla deforestazione e nuovi sfruttamenti di suoli e mari, che creino valore a
beneficio di tutti nel pieno rispetto dei diritti umani, ambientali e dei
lavoratori.
Beni
primari, lotta alla desertificazione.
A
livello globale le foreste coprono il 30% della superficie terrestre e, oltre a
offrire cibo sicuro e riparo, esse sono essenziali per il contrasto al
cambiamento climatico, e la protezione della biodiversità e delle dimore delle
popolazioni indigene. I modelli di produzione e consumo europei e
l’importazione di beni come soia, mais, carne, legname sono causa di
deforestazione globale e pertanto l’Italia deve mirare ad una norma ambiziosa
in sede europea per garantire filiere tracciabili e certificate per
l’importazione dei soli prodotti a deforestazione zero.
L’Italia
è uno dei punti caldi della crisi climatica globale e dei suoi effetti.
L’estate 2022 ci ha mostrato impatti crescenti sotto forma di ondate di calore,
siccità prolungate e collassi glaciali. Diversi incendi hanno già colpito i
boschi italiani, minacciando la sicurezza delle comunità. Gli eventi estremi
che colpiscono le foreste minacciano non solo la loro stabilità ecologica, ma
soprattutto i benefici che offrono alla società, come la mitigazione climatica,
il contrasto al dissesto idrogeologico, la fornitura di materiali rinnovabili,
la regolazione della qualità dell’acqua e dell’aria, il benessere fisico e
spirituale. Pertanto proponiamo di: Incrementare e finanziare la pianificazione
forestale e la certificazione di gestione sostenibile, investire
nell’adattamento delle foreste agli stress climatici e nella prevenzione dei
danni alle foreste dovuti agli incendi e agli eventi climatici estremi, che
riducono o interrompono i benefici che le foreste forniscono alla società,
progettare il ripristino delle foreste danneggiate; formare professionisti e
tecnici sulle misure da attuare; lottare contro l’erosione e il dissesto
idrogeologico nei bacini idrografici forestali e tutelare le foreste che
proteggono e alimentano le risorse idriche; dare attuazione al collegato
ambientale del 2015 e avviare forme di remunerazione economica per i servizi
ecosistemici di regolazione delle foreste. Promuovere la connettività ecologica
e funzionale dei paesaggi agrari e forestali a scala nazionale; rilanciare la
dignità degli operatori forestali per la cura del territorio. Supportare
l’impianto e la cura degli alberi nelle aree urbane (non solo città
metropolitane); riattivare la filiera nazionale del legno per diminuire la
dipendenza dalle importazioni e evitare di delocalizzare impatti negativi sulle
foreste di altri Paesi; sostenere filiere produttive ad elevato valore aggiunto
nel settore della bioeconomia forestale (tessili, medicinali, chimiche);
incentivare l’impiego di legno locale e l’uso “a cascata” del legno, privilegiando
gli impieghi a lunga durata come quelli nel settore edilizio e strutturale.
3.
L’ITALIA DELLA MOBILITÀ SOSTENIBILE.
Più
trasporto pubblico, stop all’inquinamento.
Lo
smog causa ogni anno in Italia 56 mila morti secondo i dati dell’agenzia
europea per l’ambiente. Serve un cambio radicale di investimenti sul trasporto
pubblico locale: la sola città di Madrid dispone di 294 km di metropolitane ed
in tutta la Spagna sono oltre 1.000 km; in tutta Italia sono solo 234 Km. Non
c’è alcun dubbio sul fatto che l’incremento del trasporto pubblico
(possibilmente elettrico) porterebbe a un grande miglioramento della qualità
dell’aria, nonché a grandi risparmi nel consumo di combustibili fossili
(benzina, diesel) per il traffico privato. Per quanto riguarda quest’ultimo, la
qualità dell’aria beneficerebbe anche da una diffusione dell’auto elettrica,
ferma restando la priorità dell’impegno per il trasporto collettivo. Serve un
piano industriale per la mobilità elettrica al 2030 che punti a un obiettivo di
veicoli elettrici circolanti di almeno 10 milioni di unità e dotarsi di 100
mila punti di ricarica pubblica. Il sistema di incentivi auto va rimodulato a
sostegno dell’acquisto di sole auto elettriche e indirizzando progressivamente
gli incentivi alle vetture più efficienti e alle sole utilitarie, solo per la
prima auto e modulati in base al reddito. Ribadiamo il nostro no al ponte sullo
stretto di Messina opera inutile, inserita in un contesto ad alto rischio
sismico ed idrogeologico e che sottrarrebbe 10 miliardi di euro ad opere e
infrastrutture socialmente utili.
L’alta
velocità ferroviaria si è rivelata utile e potrebbe ancora essere utile su
alcune tratte che congiungono grandi centri urbani favorendo spostamenti ad
alto valore aggiunto. Non ha alcun senso in aree dove, come la Val Susa, già
esistono altre forme di trasporto autostradale e ferroviario sottoutilizzate
per mancanza di effettiva domanda di trasporto e dove la popolazione locale ha
chiaramente espresso la propria contrarietà. Proseguire sul progetto della
linea “Torino-Lione” comporta spese di grande entità, tempi molto lunghi e
vantaggi irrisori.
Aiutare
la conversione ecologica industriale anche socialmente.
Per
realizzare la conversione ecologica industriale e renderla socialmente
desiderabile è urgente adottare politiche industriali per le produzioni di
componenti di veicoli elettrici, riconvertire filiere esistenti e favorire la
nascita di filiere di recupero e riciclo delle componenti e dei materiali
critici; politiche del lavoro per la riqualificazione degli addetti e favorire
la mobilità dei lavoratori a rischio verso altri settori; politiche per
l’istruzione che prevedono percorsi formativi a tutti i livelli.
Un
“Piano straordinario per il trasporto pubblico locale.”
Il 74%
degli spostamenti riguarda distanze entro i 10 km e viene soddisfatto per oltre
il 62% ricorrendo all’auto privata.
Vogliamo
affrontare le carenze organizzative, di infrastrutture e dotazione di mezzi per
una più elevata qualità del servizio erogato; ampliare e mettere in sicurezza
percorsi ciclabili e pedonali; digitalizzare tutti i servizi di mobilità;
offrire tariffe agevolate e incentivi all’utilizzo delle alternative all’auto.
Per raggiungere questi obiettivi si rende necessario rimodulare il fondo
complementare del Pnrr pari a 30 miliardi di euro per destinarlo in via
prioritaria agli investimenti sul trasporto pubblico. È necessario favorire lo
smart working per tutti i lavoratori e lavoratrici la cui presenza non è
richiesta fisicamente.
Proponiamo
inoltre che i trasporti pubblici locali e i treni regionali siano resi gratuiti
per gli Under 30, così da promuovere nuovi modelli di mobilità fra le giovani
generazioni.
4.
L’ITALIA A RIFIUTI ZERO.
Meno
plastica e a zero emissioni.
L’Italia
è il secondo paese consumatore di plastica in Europa: nel 2020 sono state
consumate 5,9 milioni di tonnellate di polimeri fossili, corrispondenti a quasi
100 kg a persona. Il modello attuale di produzione e consumo ha causato una
crescita esponenziale dell’inquinamento in numerosi ecosistemi marini e
terrestri. Ogni anno finiscono in mare 11 milioni di tonnellate di plastica e
si prevede che questa cifra raddoppierà entro il 2030 e quasi triplicherà entro
il 2040. Introdurre il sistema di deposito su cauzione come primo punto per un
“Piano plastica per emissioni zero al 2045”. Non possiamo più ritardare
l’introduzione della plastic tax oltre gennaio 2023 per non gravare sulla
collettività e adottare il Piano plastica con l’obiettivo di una drastica
riduzione dei consumi, in particolare nei settori principali degli imballaggi,
dell’edilizia e dell’automotive, di riciclare il 90% dei rifiuti plastici, di
arrivare al pieno utilizzo di bioplastiche da materie vegetali.
Economia
circolare e strategia rifiuti zero.
La
transizione da un’economia lineare ad una circolare si pone come l’unica
soluzione in termini di salvaguardia del pianeta e di una sostenibilità
economica che rappresenti una nuova opportunità di sviluppo vista in termini di
competitività, innovazione, ambiente e occupazione. Politiche per favorire la
riduzione dei rifiuti a partire da una progettazione sostenibile che preveda
l’uso di materiali riciclabili e la produzione di prodotti durevoli,
riutilizzabili, riparabili fino ad una gestione del rifiuto come risorsa
attraverso pratiche virtuose quali: organizzazione della raccolta
differenziata, raccolta porta a porta, realizzazione di piattaforme
impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali, finalizzato al
reinserimento nella filiera produttiva, realizzazione di centri per la
riparazione, il riuso e la decostruzione degli edifici, in cui beni durevoli
vengono riparati, riutilizzati e venduti, introduzione di sistemi di
tariffazione puntuale che facciano pagare le utenze sulla base della produzione
effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere.
Un
piano nazionale per la gestione dei rifiuti deve considerare la
termovalorizzazione solo come una soluzione di ultima istanza perché
l’incenerimento dei rifiuti non permette il recupero delle materie prime e i
prodotti che potrebbero produrre ulteriore valore se riutilizzate o riciclate e
reimmesse nel ciclo economico. L’impronta di carbonio dei termovalorizzatori è
di 650-800 grammi di CO2 per ogni kWh prodotto, il doppio di una centrale a gas
e quasi quanto una centrale a carbone. Sono necessari gli impianti compostaggio
per il trattamento dell’umido per chiudere il ciclo dei rifiuti.
Tutti
i sistemi di trasferimento rifiuti in discarica vanno modernizzati con le
moderne tecnologie. Dovrà essere assolutamente impedito spostare i rifiuti
fuori dalla propria regione.
5.
L’ITALIA LIBERA.
Una
legge sul fine vita che ascolti le disperate richieste di tante e tanti di
poter mettere fine alla propria vita con dignità.
Una
legge che legalizzi la coltivazione della cannabis per uso personale per dare
una risposta concreta a chi ne ha bisogno e una sferzata reale agli interessi
della criminalità organizzata.
Incentivi
per la coltivazione della canapa.
La
canapa industriale assorbe da 8 a 15 tonnellate di CO2 per ettaro di
coltivazione all’anno. Le foreste ne catturano da 2 a 6 tonnellate per ettaro
all’anno, a seconda del numero degli anni di crescita.
Proteggere
le varietà italiane e aumentare i fondi per la ricerca e la formazione in campo
medico, industriale e agricolo.
Trasformare
il tavolo della filiera della Canapa (Mipaaf) in un tavolo tecnico permanente
(Mise) per stilare ed attuare un piano che agevoli lo sviluppo della filiera e
l’entrata dei giovani nel settore.
Supportare
tramite investimenti nazionali ed europei le piccole e medie imprese che si
impegnano nell’agricoltura ecologica e sostenibile della canapa. Incentivare la
formazione di consorzi cooperativi sul territorio italiano, la formazione di
nuove imprese e start-up per promuovere l’imprenditoria giovanile.
Promuovere
il recupero dei terreni abbandonati e di quelli inquinati attraverso la
coltivazione della canapa.
Diffondere
e sensibilizzare sull’utilizzo dei mattoni di Canapa nel settore edile, come
alleato per la diminuzione delle emissioni di carbonio e la lotta contro i
cambiamenti climatici.
6.
L’ITALIA CHE AMA.
Giustizia
sociale, diritti civili, giustizia ambientale sono le facce di quella stessa
medaglia che è la nostra vita. Battaglie che vanno portate avanti con la stessa
convinzione e urgenza.
Perché
di un salario dignitoso in una città irrespirabile, non ce ne facciamo nulla.
Perché
di autobus che funzionano quando su quegli stessi autobus le persone lgbt+
vengono aggredite, non ce ne facciamo nulla.
Perché
le città pulite in cui le donne non trovano spazio, non ci interessano.
Perché
non c’è giustizia sociale se le persone con disabilità non vengono trattate con
dignità nel rispetto dei loro diritti.
Il benaltrismo non fa parte della nostra
cultura politica. Per noi non esistono classifiche di dignità. Esistono le vite
delle persone, che vanno rispettate e a cui vanno garantite pari opportunità e
pari dignità.
Noi
siamo qui a difendere quei diritti acquisiti e che oggi vengono sempre più
spesso messi sotto attacco da chi vuole colpire le donne e la loro libertà di
autodeterminarsi.
Siamo
qui a lottare per la parità salariale e per creare le condizioni affinché le
donne possano trovare il giusto riconoscimento in posizioni apicali e “ruoli
decisionali”.
Siamo
qui a difendere la legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza e
soprattutto la sua possibile e corretta applicazione in tutte le nostre città.
Siamo
qui a sostenere che le persone con disabilità devono avere pari diritti, perché
una comunità, può dirsi tale solo se include i cittadini fragili.
Ed è
per tutto questo che oggi ancora di più, si accende in ognuno di noi la
consapevolezza che le battaglie per il riconoscimento dei diritti civili e
delle libertà individuali siano imprescindibili e da portare avanti qui ed ora.
Ed è
per questo che nel nostro programma trovano posto battaglie che riteniamo
necessarie e che, con trasparenza e determinazione, ci facciamo carico di
portare all’interno delle aule del Parlamento nella prossima legislatura.
Una
legge contro l’omolesbobitransfobia e l’abilismo che non lasci indietro
nessuno, che tuteli le persone lgbtqia+ e le persone disabili e che garantisca
il diritto ad autodeterminarsi.
L’attuazione
della legge 227 del 2021 – Legge delega sulla Disabilità e di quanto previsto
dalla Legge 22 giugno 2016 n.112 (“Dopo di Noi”), nonché’ l’aggiornamento del
Nomenclatore Tariffario degli ausili, protesici e non.
Una
nuova legge sulla cittadinanza, che parta dallo ius soli e dallo ius scholae,
per restituire piena dignità ai tanti e alle tante cittadine che “da
straniere/i” contribuiscono alla ricchezza del nostro Paese.
Una
legge sul fine vita che ascolti le disperate richieste di tante e tanti di
poter mettere fine alla propria vita con dignità.
Una
legge che regolamenti legalmente produzione, distribuzione e vendita di
cannabis per gli adulti, che permetta la coltivazione per uso personale e
favorisca la nascita di ambiti non profit di condivisione collettiva (Cannabis
Social Club). Una legge che rimuova lo stigma e ripari ai danni del
proibizionismo, a partire dalla cancellazione delle sanzioni penali e
amministrative; che favorisca la nascita di una filiera di piccole imprese
locali; che restituisca risorse al bilancio dello stato e le sottragga alle
narcomafie, investendole nella prevenzione degli usi problematici delle
sostanze, nel trattamento e nel reinserimento sociale, oltre che
nell’informazione e nell’educazione; che garantisca la sostenibilità anche
ambientale della produzione, la qualità e la tracciatura del prodotto; che
liberi risorse delle forze dell’ordine dalla repressione dell’uso di cannabis
alla prevenzione e repressione dei reati di rilevante allarme sociale.
Una
legge che preveda all’interno delle scuole progetti e programmi che parlino di
educazione all’affettività, alle differenze e al rispetto di tutte e tutti per
contrastare a monte quegli stereotipi di genere che sono la causa di bullismo,
misoginia, abilismo e violenze di ogni tipo.
Una
legge che preveda all’interno delle scuole progetti e programmi che parlino di
educazione all’affettività, alle differenze e al rispetto di tutte e tutti per
educare alla diversità e contrastare a monte quegli stereotipi di genere che
sono la causa di bullismo, misoginia, abilismo e violenze di ogni tipo.
Una
legge sull’uguaglianza e la pari dignità familiare che dia risposte concrete e
che spazzi via l’ipocrisia di voler mantenere le donne, i figli e le figlie
delle famiglie arcobaleno e le persone lgbt+ un gradino sotto le altre.
Una
legge che preveda l’estensione dei diritti e dei doveri delle coppie
eterosessuali anche alle coppie dello stesso sesso: matrimonio egualitario,
accesso alle adozioni per persone single e per le coppie dello stesso sesso,
accesso ai percorsi di procreazione medicalmente assistita per donne e coppie
di donne, riconoscimento di pari diritti per i figli e le figlie con genitori
dello stesso sesso.
E
ancora, una legge che metta fine alla barbarie dei trattamenti di conversione,
dette terapie riparative, che attraverso pratiche di qualsiasi natura hanno
come obiettivo quello di modificare l’orientamento sessuale o l’identità di
genere di una persona.
Una
legge che vieti gli interventi chirurgici e le procedure non necessarie dal
punto di vista medico sui bambini e le bambine intersex e la piena ricezione
della Risoluzione del Parlamento Europeo del 14 febbraio 2019 sui diritti delle
persone intersex.
Con
l’impegno di metterci in ascolto di chi attraversa e vive tutte le situazioni
per trovare insieme soluzioni e vie che restituiscano piena dignità a tutti e
tutte compresa la revisione della legge 164/82.
Perché
rendere il nostro Paese e le nostre città luoghi sempre più accoglienti,
solidali, liberi e inclusivi, è il nostro obiettivo.
7.
L’ITALIA È DONNA.
La
ricchezza e il benessere, la tenuta del tessuto sociale ed economico del Paese
dipendono in parte decisiva dal lavoro femminile, sia in forma gratuita (lavoro
di cura), sia retribuita.
Tutto
il lavoro necessario per vivere deve essere riconosciuto e contabilizzato.
Il
trend dell’occupazione femminile, fino alla vigilia della crisi causata dal
Covid 19, decisamente positivo.
Dalla
relazione presentata da Laura Sabbadini, direttrice della direzione centrale
per gli studi, statistiche sociali e demografiche dell’ISTAT, all’audizione del
26 febbraio 2020 presso la Commissione XI della Camera dei Deputati, si evince
che dal 1977 al 2018 il tasso di occupazione complessivo è cresciuto solo di
4,8%, ma per gli uomini è sceso di 7 punti, dal 74,6 al 67,6%, per le donne è
aumentato di 16, dal 33,5 al 49,5%, e il divario è passato da 41 punti a 18.
Nel 2018 il tasso di occupazione delle laureate è del 75,3%.
Nel
2019 su 9401 magistrati ordinari, 5.103 sono donne, come oltre il 50% degli
iscritti all’ordine degli avvocati.
Il
sorpasso è avvenuto anche all’interno del personale medico under 65, le donne
sono già il 52, 72% e sotto i 40 anni sono quasi il doppio.
Anche
nell’area STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) sempre più
numerose sono le donne che si laureano, in tempi più celeri e con voti più alti
rispetto ai compagni.
Molte
professioni di frontiera sono ormai appannaggio soprattutto di donne.
Secondo
dati Isfol riferiti al 2017, le donne impiegate in lavori “green” con ruoli
medio-alti sono il 57,8%, di contro al 35,3% degli uomini. I dati relativi
all’occupazione femminile registrati nel primo trimestre 2022 rivelano trend
positivi, un tasso di occupazione del 51,2%, 2,8 punti in più rispetto al marzo
2021. Lontano comunque dal 60% che la strategia di Lisbona prevedeva già per il
2010.
Anche
le imprenditrici e lavoratrici autonome (l’Italia è prima in Europa per numero
di lavoratrici indipendenti, 1.400.000) continuano ad attraversare una fase
congiunturale molto difficile, nonostante la loro nota resilienza e gli
interventi del Pnrr ancora insufficientemente incisivi.
La
pandemia ha colpito in particolare le donne, peggiorato le condizioni del
lavoro e della loro esistenza, aumentato enormemente il livello di lavoro di
cura.
La
disoccupazione, la sottoccupazione, la precarietà, il lavoro di breve durata o
con poche ore, il confinamento prevalente del lavoro femminile in aree e
settori in cui la cui retribuzione è irregolare, bassa, discontinua (come
quelli legati alla cura, al turismo, ai servizi) o relegata nelle fasce base a
causa di progressioni di carriera impossibili, sono tutte situazioni che
espongono le donne a rischio di povertà per tutta la durata della vita, ma
soprattutto in età anziana, e alla violenza domestica.
Il
corpo femminile è inviolabile.
La
violenza degli uomini contro le donne è una piaga che non si rimargina, anzi si
allarga.
I
femminicidi per mano di un familiare, quasi sempre un marito, un compagno, un
ex, ma anche un padre, un figlio, un fratello o uno spasimante rifiutato, sono
all’ordine del giorno della cronaca.
Le
azioni intraprese per incrementare le misure di tutela non riescono ad essere
efficaci, come pure potrebbero, per un ancora scarso coordinamento tra le
strutture che dovrebbero proteggere e sostenere le donne. Incidono molto anche
scelte orientate da pregiudizi e stereotipi, da sottovalutazione dei rischi,
per scarsa formazione e purtroppo anche per preciso orientamento – ci riferiamo
al ricorso alla PAS, sindrome di alienazione parentale, che viene adottata
perfino nei luoghi dove dovrebbe essere contrastata come tribunali e le
consulenze tecniche, che così producono violenza e lacerazioni anche alle
figlie e figli, soprattutto se piccoli.
Riteniamo
alcuni interventi prioritari per rendere l’Italia un paese a misura di donna:
adozione
di un piano straordinario per l’occupazione femminile e politiche e misure
efficaci per le imprese femminili;
interventi
contro la disparità economica e nell’accesso alle risorse ed alle opportunità;
strutturare
la sicurezza sul lavoro in considerazione delle specifiche differenze tra
occupazione femminile e maschile;
dare
concreta applicazione alla Convenzione ILO 190 “contrasto alle molestie,
molestie sessuali e violenze sul posto di lavoro” ratificata dall’Italia ed
ancora non calata nell’apparato normativo nazionale. Ciò rende la convenzione e
la raccomandazione senza effetti concreti;
garantire
piena partecipazione delle donne nei luoghi delle decisioni e al governo delle
istituzioni a partire da quelle pubbliche ed elettive;
riconoscere
l’indennità di caregiver;
intervenire
sulle infrastrutture sociali a sostegno alle neomamme, prevedendo spazi di
socialità, scambio e relazione, anche in assenza di reti familiari e di
vicinato;
cancellare
gli ostacoli di reddito e di limiti territoriali nell’accesso agli asili nido;
prevedere
un congedo di maternità obbligatorio retribuito al 100% per almeno 2 mesi prima
+ 6 dalla data del parto, nonché uno del padre che non sia alternativo a quello
della madre e per una maggiore durata rispetto ad oggi;
in
caso di violenza maschile contro le donne, riconoscimento del pericolo che non
comporti l’isolamento della vittima ma che preveda l’allontanamento del
maltrattante;
rivalutazione
e valorizzazione della relazione materna: riconoscimento dei danni del
maltrattamento con misure di tutela della figura materna che non prevedano
l’allontanamento del minore ma che lavorino per la ricostruzione ed il
riequilibrio del legame affettivo;
modifica
L.54/2006 art.1. La violenza domestica non può essere equiparata a
conflittualità e la condivisione dell’affido va modulata contemperando la
specificità delle cause della separazione. Porre al centro della azione
legislativa la serenità della figlia/figlio minorenne, il cui sviluppo emotivo
non può esistere con una bigenitorialità imposta e violenta.
8.
L’ITALIA DEL LAVORO.
Da
troppi anni in Italia il lavoro è offeso e maltrattato.
Noi
crediamo debba invece tornare al centro di tutte le scelte della politica.
L’obiettivo
è garantire a tutte e tutti un reddito degno, ma anche condizioni che
consentano ogni giorno, insieme al tempo per il riposo e per la libertà
personale, un tempo per la manutenzione e la cura degli ambienti e delle
relazioni, superando il modello sessista della divisione dei compiti.
Va
garantito il tempo per figli e figlie ma anche per essere figli e figlie, amici
e amiche, persone solidali nei piccoli/grandi collettivi umani dentro i
territori in cui viviamo.
Il
tempo per la cura di sé, degli affetti, degli ambienti, per lo sviluppo della
propria cultura e dei propri talenti deve diventare l’orizzonte in cui
ripensare tutto il lavoro anche attraverso l’uso responsabile delle nuove
tecnologie soprattutto nell’ambito del digitale.
Nella
transizione, legislativa e contrattuale, che muta l’organizzazione sociale, va
riconosciuto il lavoro gratuito di cura nelle case e nelle famiglie, che i dati
evidenziano erogato prevalentemente dalle donne.
Per
questo proponiamo:
Riduzione
dell’orario di lavoro a parità di salario.
L’innovazione
tecnologica può diventare un’occasione per migliorare la nostra qualità della
vita, oppure lo strumento per far aumentare i profitti di pochi e la
disoccupazione di molti.
Per
questo riteniamo si debba partire istituendo da subito un fondo per incentivare
le imprese a sperimentare giornate e settimane di lavoro più brevi, senza
intaccare il reddito dei lavoratori.
Questo
appare tanto più urgente in quei settori, come l’automotive, che stanno
attraversando una fase di profonda trasformazione.
In
seguito, si dovrà passare ad un intervento legislativo che rivolga la misura
alla generalità delle lavoratrici e dei lavoratori.
Salario
minimo.
Non
dovrebbe essere possibile in una Repubblica fondata sul Lavoro, ma oggi in
Italia succede di firmare un contratto che preveda 4,4 euro l’ora di paga.
È il
risultato di anni di leggi penalizzanti per le lavoratrici e i lavoratori,
soprattutto giovani, donne e migranti, divisi fra loro, precari, ricattati e
costretti ad accettare salari da fame.
Noi
crediamo si debba rivoluzionare il sistema: serve una legge sulla
rappresentanza nei luoghi di lavoro e l’estensione a tutte e tutti delle
tabelle retributive previste per il settore dai sindacati maggiormente
rappresentativi.
Se
questo non basta, tanto è lo sfruttamento in alcuni settori come la logistica,
prevediamo che esista comunque un salario minimo di 10 euro all’ora, sotto cui
nessuno possa andare.
Sono
1.200 euro al mese ed è il prezzo della dignità.
Basta
con la precarietà.
L’Italia
è diventato il paese dove 8 nuovi contratti di lavoro su 10 sono a termine.
Di
questi, solo 1 su 100 dura più di un anno, 3 su 10 meno di un mese, 1 su 10 un
giorno.
È del
tutto evidente che in una simile situazione diventa impossibile per chiunque
progettare il proprio futuro con serenità, come dovrebbe invece essere diritto
di ciascuno.
Tirocini,
contratti a chiamata, staff leasing, tempo determinato, collaborazioni
occasionali, partita iva a mono committenza: sono mille le forme della
precarietà.
Noi
crediamo che tutto questo debba essere cancellato, per tornare alla normalità
del contratto a tempo indeterminato, con un tempo di prova iniziale.
In
alternativa, il contratto a termine, ma solo per causali che ne giustifichino
l’impiego.
Vogliamo
inoltre intervenire sul Codice degli Appalti, per impedire che la competizione
fra imprese avvenga a scapito di salari e diritti dei lavoratori, nonché
rafforzare la clausola sociale in caso di cambio d’appalto, garantendo piena
continuità di livello occupazionale e salariale.
Crediamo
inoltre che nella catena di appalti e subappalti, accanto alla responsabilità
solidale della capofila per i crediti da lavoro di tutte le persone coinvolte,
vada garantita integrale parità di trattamento sia economico sia normativo tra
lavoratori dipendenti dell’appaltante e lavoratori dipendenti dell’appaltatore
e di eventuali sub appaltatori.
Un’attenzione
particolare deve essere rivolta alla tutela delle lavoratrici, dei lavoratori
degli enti di promozione della cultura e dello spettacolo, di cui la pandemia
ha dimostrato l’estrema vulnerabilità.
Protezione
del potere d’acquisto.
Il
ritorno dell’inflazione ha dimostrato quanto sia indifeso il lavoro davanti
alla crescita dei prezzi, in assenza di un sistema che indicizzi
automaticamente i salari e le pensioni all’aumento del costo della vita.
I
contratti sono infatti difficili da rinnovare, per l’opposizione decisa di
Confindustria, e scontano comunque un ritardo davanti a una busta paga che
diventa più sottile di mese in mese.
Per
questo riteniamo si debba tornare ad un sistema in cui a cadenza almeno
semestrale si proceda automaticamente ad alzare i salari e le pensioni in
proporzione alla crescita dell’inflazione, in assenza di accordi intervenuti in
questo senso nel periodo fra le parti sociali.
Allo
stesso tempo si deve prevedere nelle fasi di crescita dei prezzi indotta da
meccanismi speculativi, la possibilità di blocco degli stessi, limitatamente ad
un paniere di beni e servizi essenziali.
Ripristino
protezione contro licenziamenti ingiustificati.
La
Costituzione non può fermarsi fuori dai luoghi di lavoro, e perché questo
accada si deve essere liberi dal ricatto di essere licenziati senza giusta
causa.
Iscriversi
a un sindacato, professare le proprie idee, denunciare eventuali condizioni di
insicurezza, pretendere il rispetto dei propri diritti: sono tutte cose che
devono appartenerci senza paura.
Per
questo vogliamo il ripristino di un sistema di protezione fondato sulla
reintegra nel posto di lavoro per tutte e tutti, indipendentemente dalle
dimensioni e dal settore dell’impresa.
Sicurezza
sul lavoro.
Il
primo diritto è lavorare senza mettere a repentaglio la propria salute e
persino la propria vita.
Dovrebbe
essere scontato, ma ogni anno vediamo invece peggiorare le statistiche su morti
e infortuni sul lavoro. Nel 2021 sono 555.236 gli incidenti e ben 1221 le
morti.
Se
questo accade, nonostante una buona legge di riferimento, è soprattutto perché
mancano i controlli, a causa della carenza di personale.
Ecco
perché noi proponiamo: un Piano Nazionale per la Prevenzione Infortuni sul
Lavoro con coordinamento enti preposti e valorizzazione specifiche competenze e
una forte campagna di assunzioni nelle apposite funzioni delle ASL, allo scopo
di arrivare entro la legislatura a triplicare il numero delle attuali
ispezioni.
Allo
stesso modo è indispensabile rafforzare l’operatività degli Ispettorati del
Lavoro, puntando ad un coordinamento rafforzato e alla piena cooperazione fra i
diversi enti interessati a legalità e sicurezza in ambito lavorativo.
Pensioni.
L’attuale
sistema pensionistico non è socialmente sostenibile.
Costringe
le persone a rimanere al lavoro oltre limiti di età compatibili con la propria
sicurezza, contribuisce alla stagnazione della produttività, rappresenta in
prospettiva un forte ostacolo al ricambio generazionale.
D’altra
parte, con l’esaurimento del sistema misto e il dilagare della precarietà,
prepara un futuro di povertà certa per milioni di lavoratrici e lavoratori.
Per
questo noi proponiamo che si possa uscire dal lavoro a 62 anni o con 41 anni di
contributi, riconoscendo inoltre i periodi di disoccupazione involontaria, il
lavoro di cura non retribuito, la maternità.
La
pensione minima non dovrebbe essere inferiore a 1.000 euro.
Tempi
di vita e di lavoro.
La
pandemia ha dimostrato quanto sia rilevante la dimensione tempo nella vita
delle persone.
Noi
vogliamo incentivare l’adozione di contratti che prevedano per i lavoratori la
possibilità di scegliere massima flessibilità di tempo e di luogo in cui
svolgere le proprie mansioni.
Crediamo
inoltre che si debba mettere in campo un piano, a partire dalle risorse del
PNRR, per rendere gli asili nido pubblici e gratuiti un servizio essenziale e
disponibile sull’intero territorio nazionale. Congedo parentale come indicato
precedentemente.
In
difesa del lavoro autonomo.
La
pandemia ha dimostrato anche l’estrema fragilità del lavoro autonomo italiano,
da troppi anni esposto ad un mercato privo di regole e di tutele.
Per
questo proponiamo:
la
predisposizione di schemi contrattuali con i clienti committenti;
un
sistema sanzionatorio che scoraggi il ricorso a clausole e condotte abusive;
un
equo compenso generalizzato e proporzionato alla quantità e alla qualità del
lavoro svolto;
un
codice di condotta che regoli i rapporti tra committenti e lavoratori autonomi;
la
previsione di tutele in caso di maternità, inattività, cessazione temporanea,
invalidità o infortunio, anche attraverso l’incentivazione a forme volontarie
di mutualismo fra lavoratori autonomi.
9.
L’ITALIA GIUSTA.
In
Italia la giustizia fiscale è un miraggio.
L’evasione
fiscale supera ogni anno i 100 miliardi, l’Irpef è pagata per l’81% da
lavoratori dipendenti e pensionati, i grandi patrimoni sono quasi esenti da
imposizione, persino al momento della successione, le grandi aziende
multinazionali pagano poco o nulla del dovuto.
Due
parole magiche: legalità e progressività, ma anche no all’autonomia
differenziata, come chiede un movimento esteso di sindaci e amministratori
Per
questo proponiamo:
Riforma
dell’imposta sulle persone fisiche.
Oggi
in Italia chi vive di rendite finanziarie o immobiliari paga meno tasse di chi
lavora.
Noi
crediamo invece che tutte le fonti di reddito debbano essere cumulate e tassate
alla stessa maniera, con un’imposta unica e progressiva.
Vogliamo
inoltre che il carico fiscale sia redistribuito, a vantaggio dei redditi più
bassi.
Per
questo proponiamo di alzare a 12.000 euro la quota di reddito esente da
imposte, per poi applicare un’aliquota mobile crescente sul modello tedesco,
che arrivi al 65% per i redditi superiori ai 10 milioni di euro.
Riforma
dell’imposta patrimoniale.
Oggi
in Italia le imposte sui patrimoni sono fatte per gravare molto su chi ha poco
e poco su chi ha molto.
Questo
è particolarmente intollerabile in un paese dove il 5% più abbiente della
popolazione possiede la stessa ricchezza dell’80% più povero.
Per
questo noi vogliamo abolire l’IMU e l’imposta di bollo sugli investimenti, per
adottare un’imposta patrimoniale personale, unica e progressiva, che gravi
sull’insieme di tutti i beni mobili e immobili, di qualsiasi natura.
Prevediamo
in questo modo di aumentare la tassazione sui patrimoni o superiori a 5 milioni
di euro, con un’imposta progressiva che cresca fino al 2% oltre i 50 milioni.
Lotta
all’evasione fiscale.
La
tecnologia offre una grande occasione alla lotta contro l’evasione fiscale: è
possibile, infatti, procedere alla tracciabilità assoluta dei pagamenti, anche
promuovendo l’uso della moneta elettronica, e utilizzare le banche dati per
incrociare i dati dei contribuenti, oltre che rafforzare la fatturazione
elettronica e lo split payment, soprattutto sugli acquisti on line e tramite
POS.
Il
resto lo fa la volontà politica, che significa negare qualsiasi spazio a
condoni, incrementare le risorse a disposizione dei controlli, garantire la
certezza della pena per i reati di natura fiscale.
La
destra si propone come amica dei furbetti.
Noi
stiamo con l’Italia che da sempre paga e lavora.
Tolleranza
zero per l’elusione delle multinazionali e i paradisi fiscali
Sono
le aziende più ricche del mondo, ma presentano bilanci da società no profit.
Parliamo
delle grandi multinazionali, che pagano meno tasse di una bottega artigiana.
È una
situazione intollerabile, a cui intendiamo dare battaglia.
Chiediamo
che venga introdotto l’obbligo di rendicontazione pubblica paese per paese,
così da rendere trasparente dove e quanto facciano affari le corporation; che
ci sia la massima trasparenza rispetto ai loro assetti proprietari; che sia
raddoppiata l’aliquota al 15% fissata dal G7; che siano cancellati gli accordi
segreti sul fisco stipulati dallo Stato italiano con le multinazionali estere.
La
prima fase della guerra ucraina ha inoltre dimostrato quanto sia facile
individuare i patrimoni nascosti nei paradisi fiscali, se lo si vuole.
Tassazione
degli extraprofitti dei colossi energetici.
Lo
ripetiamo da tempo: è intollerabile che ENI ed imprese energetiche continuino
ad incamerare extraprofitti miliardari che derivano esclusivamente dalla
speculazione su gas e petrolio.
Fonti
autorevoli come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio stimano che almeno 40
miliardi siano entrati nelle casse di poche società mentre gli italiani e le
piccole imprese arrancavano per il caro bollette.
Noi
proponiamo che quegli extraprofitti siano tassati al 100% e restituiti alle
lavoratrici e ai lavoratori con una elargizione straordinaria di 1.200 euro a
famiglia
Politica
industriale.
Dalla
stagione delle privatizzazioni, l’Italia non ha più avuto una politica
industriale.
L’esito
di quel processo, insieme al progressivo disimpegno del gruppo Fiat dal nostro
paese, è stato infatti la perdita di centralità dei grandi gruppi industriali,
e di conseguenza l’adozione di un modello fondato sulle PMI produttrici di
prodotti intermedi finalizzati all’export.
Questo
ha portato ad un progressivo declassamento del sistema paese, dipendente da
catene globali dirette altrove e incapace di emergere nei nuovi settori chiave,
dalla robotica alle biotecnologie, dalla farmaceutica all’informatica.
In
compenso siamo diventati terreno di caccia per investitori esteri orientati ad
acquisire imprese italiane per sfruttarne brevetti, contratti e penetrazione
nei mercati, per poi liquidarne la capacità produttiva delocalizzando altrove.
Noi
riteniamo che queste tendenze vadano invertite e che questo possa accadere solo
attraverso un forte e diretto intervento pubblico nell’economia.
Crediamo
che lo Stato debba promuovere investimenti che determinino lo sviluppo di nuovi
campioni nazionali nei settori ritenuti strategici, avvalendosi del supporto
del sistema universitario e puntando a creare nuove e innovative filiere
produttive.
È
d’altra parte evidente che già in questo momento le imprese italiane più forti,
le uniche in grado di assumere un ruolo internazionale, sono quelle a capitale
pubblico, da ENI e Leonardo, da Enel a Poste.
È
quindi il tempo di individuare una nuova e unitaria governance delle
partecipazioni pubbliche, per incentivare le sinergie e sviluppare in modo
coordinato l’indirizzo strategico.
Va
inoltre cambiata la mission delle imprese controllate dal Tesoro e dagli enti
locali, che devono essere orientate a privilegiare l’interesse della
collettività rispetto ai profitti.
Questo
si è dimostrato tanto più necessario nella crisi in corso, in cui aziende come
ENI avrebbero potuto e potrebbero giocare un ruolo di calmiere dei prezzi
energetici, anziché essere in prima fila nell’accumulazione di extraprofitti.
Allo
stesso tempo queste imprese devono essere in prima fila nello sviluppare
relazioni sindacali positive, nello sperimentare forme di cogestione, nello
spingere l’intero sistema imprenditoriale italiano verso il rinnovo puntuale e
positivo dei contratti di lavoro.
Né si
deve dimenticare il ruolo importante che MPS può rivestire nella definizione di
un modello di credito orientato alle necessità di famiglie e imprese, al
mantenimento di presidi territoriali, allo sviluppo di filiere produttive, una
volta superata la sciagurata idea della privatizzazione.
Riteniamo
inoltre che sia tempo di ripensare ad un ritorno al controllo pubblico di tutte
le reti infrastrutturali e di servizi essenziali del paese, a partire
dall’acqua e dall’energia.
In
merito alle delocalizzazioni, proponiamo che chiunque porti all’estero parte
della produzione, con conseguente riduzione di personale, debba restituire
tutti i contributi in conto capitale ricevuti nell’ultimo quinquennio, così
come eventuali sgravi contributivi o eventuali altri vantaggi fiscali.
Crediamo
inoltre che in caso di abbandono, si debba introdurre l’obbligo di assicurare
la continuità produttiva attraverso la cessione preventiva dello stabilimento,
o in alternativa di versare una sanzione pari al 5% del fatturato degli ultimi
5 anni, da destinare alla rioccupazione dei lavoratori, preferibilmente secondo
la formula del workers buyout.
10.
L’ITALIA CHE AMA GLI ANIMALI.
Biodiversità.
Vogliamo
attuare, nel rigoroso rispetto dei tempi della Strategia comunitaria, gli
obiettivi del 30% di aree protette, delle quali il 10% di aree a stretta
protezione, individuando rigorosi criteri di individuazione in particolare
delle aree a stretta protezione, per lo Stato e le Regioni.
Crediamo
inoltre che sia necessario adottare al più presto:
L’
Abolizione della caccia.
la
proposta di norma inerenti i pagamenti per i servizi ecosistemici;
l’attuazione
integrale delle norme di gestione dei Siti della Rete Natura 2000 individuando
le competenze e gli operatori che permettano di completare i Piani di Gestione
e renderli applicabili, monitorabili e fruibili;
la
proposta di norma per la consapevolezza della rilevanza della biodiversità e
per l’attuazione dei piani di monitoraggio gestiti dagli Enti territoriali di
gestione;
la
proposta di norma per il contrasto alla desertificazione, fenomeno collegato
alla riduzione di habitat e perdita di biodiversità, per attuare politiche di
diversificazione dei sistemi agro-silvo-pastorali e di tutela e recupero del
suolo produttivo, secondo i criteri dell’agroecologia;
la
proposta di norma per far sì che gli animali domestici e quelli selvatici non
siano più considerati oggetti ma esseri senzienti anche nello spirito dell’art.
9 della Costituzione da poco modificato;
la
proposta di norma per istituire il marchio di ” Cultore della biodiversità in
campo agro-forestale ed eno-gastronomico”.
Serve
inoltre un‘iniziativa per:
Migliorare
le capacità gestionali di parchi e riserve nazionali e regionali, anche come
territori chiave per l’applicazione delle politiche internazionali di contrasto
ai cambiamenti climatici (adattamento e mitigazione) e di conservazione della
diversità biologica, garantendo una gestione attenta ed evitando un uso
distorto ed esclusivamente turistico dei territori.
Rafforzare
l’attuazione, il ruolo e la cultura della Rete Natura 2000 in Italia, anche al
fine di un ampliamento della rete per raggiungere l’obiettivo del 30% in modo
efficace.
Attuare
piani di gestione di specie minacciate, di specie che provocano problemi
gestionali (alloctone, invasive) utilizzando sistemi ecologici, finanziare gli
specifici programmi necessari.
Implementare
la rete nazionale dei Boschi Vetusti e degli Alberi monumentali d’Italia,
garantire la genetica autoctona dei semi forestali in uso da parte dei vivai
forestali, nonché assicurare l’attuazione della Strategia Forestale Nazionale.
Ridiscutere
la soppressione della Forestale, istituendo un nuovo Servizio Ambientale e
Forestale (SAF), inteso come un moderno Corpo tecnico dello Stato, ad
ordinamento civile, preposto alla tutela dell’ambiente, alla conservazione
delle foreste, alla lotta agli incendi boschivi, alla protezione della fauna,
alla difesa del suolo, al controllo, presidio e monitoraggio del territorio
rurale (agro-forestale, montano, collinare e costiero) e alla prevenzione dei
rischi naturali, con funzioni di polizia per il contrasto dei reati ambientali,
pubblico soccorso e protezione civile.
Protezione
degli animali.
Tutela
legale e istituzionale degli animali attraverso:
o
introduzione di sanzioni più efficaci nel Codice penale per il contrasto ai
maltrattamenti e agli altri reati a danno degli animali e aumento del personale
dedicato e formato nelle Forze di Polizia;
o
realizzazione e sostegno di strutture di accoglienza degli animali salvati, con
un numero unico d’intervento;
o
inserimento del riconoscimento degli animali nel Codice Civile come esseri
senzienti e non più come cose;
o
istituzione di un Garante nazionale dei diritti degli animali e di un
Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio che unifichi le competenze
sugli animali ora divise tra i Ministeri della Salute, della Transizione
Ecologica, delle Politiche Agricole, della Cultura;
o
sostegno in sede europea della proposta di nomina di un Commissario europeo per
il benessere animale;
o
ripristino della centralità delle politiche di tutela dell’ambiente e della
biodiversità nelle azioni del Ministero della Transizione Ecologica.
Tutela
degli animali d’affezione attraverso:
piena
applicazione e rafforzamento della normativa sulla prevenzione del randagismo e
incentivazione della sterilizzazione di cani e gatti anche di proprietà,
promuovendo il possesso responsabile degli animali attraverso campagne
informative a livello nazionale;
revisione
della normativa che regolamenta il commercio di animali d’affezione che preveda
il divieto di commercializzazione e pubblicizzazione sulla rete e l’inibizione
della vendita negli esercizi commerciali;
promozione
di adozioni consapevoli; sostegno al volontariato sul territorio;
riduzione
dell’aliquota IVA su cibo per animali e prestazioni veterinarie, oggi soggetti
a tassazione come “beni di lusso”, che aggrava le condizioni di difficoltà
economica di chi ha accolto in casa degli animali come parte della famiglia;
incremento
delle attività di controllo sulle strutture pubbliche e private convenzionate
con le pubbliche amministrazioni per la custodia degli animali randagi.
Tutela
degli animali selvatici attraverso:
la
caccia non può essere considerata uno sport, va abolita;
l’incremento
delle aree protette, ricomprendendo in tali zone i siti della Rete Natura 2000;
il
pieno esercizio da parte dello Stato dei poteri in materia di tutela della
fauna selvatica protetta e particolarmente protetta;
la
creazione di una efficace rete per il recupero della fauna in difficoltà e il
potenziamento e la diffusione di Centri recupero animali selvatici;
la
prevenzione e repressione del bracconaggio, potenziando le sanzioni;
la
previsione di azioni non cruente per la gestione delle specie cosiddette
“invasive”;
l’attuazione
dei divieti di importazione, detenzione e commercializzazione di animali
esotici;
l’introduzione
di un divieto di importazione, esportazione e riesportazione di trofei di
caccia ottenuti da animali appartenenti a specie protette a livello
internazionale;
il
sostegno alle imprese dell’abbigliamento per la riconversione delle produzioni
animali.
Superamento
dell’uso degli animali nell’intrattenimento attraverso:
attuazione
della Legge-delega approvata dal Parlamento nel luglio scorso per il
superamento dell’uso degli animali in circhi e spettacoli viaggianti;
estendendolo
ai delfinari;
stop
all’uso degli animali nelle feste locali, in zoo, acquari, palii, carrozzelle.
Tutela
degli animali allevati a fini alimentari attraverso:
moratoria
sull’apertura di nuovi allevamenti intensivi e sull’ampliamento di quelli
esistenti anche con finalità di contrasto ai cambiamenti climatici e alla
diffusione di zoonosi;
realizzazione,
come nei Paesi Bassi, di un programma di riduzione degli animali allevati;
sostegno
in sede europea della proposta legislativa della Commissione UE per
l’eliminazione progressiva delle gabbie negli allevamenti in risposta
all’iniziativa dei cittadini europei ‘End the Cage Age’;
adozione
anche a livello nazionale di misure che incentivino una transizione anticipata
a sistemi di allevamento senza gabbie che garantiscano un efficace
miglioramento delle condizioni di vita degli animali;
attuazione
dello stop previsto dalla Legge di delegazione europea alla triturazione dei
pulcini;
promozione
delle scelte alimentari vegetali e della riconversione della produzione
alimentare verso prodotti a base vegetale, anche attraverso incentivi diretti e
strumenti fiscali a supporto delle aziende che intraprendono la riconversione
delle coltivazioni destinate alla produzione di mangime in coltivazioni per
alimentazione umana;
adesione
e sostegno a livello nazionale ed internazionale del Plant Based Treaty a
complemento dell’accordo UNFCCC/Parigi (sistemi alimentari da adattare ai
cambiamenti climatici);
sostegno
alle iniziative in sede europea dirette all’introduzione di disposizioni volte
a disciplinare modalità di cattura, allevamento, trasporto, detenzione e
abbattimento più rispettose del benessere delle specie che non godono già di
specifica protezione normativa;
disincentivazione
e migliore disciplina dei trasporti di animali attraverso previsioni utili alla
risoluzione delle criticità denunciate dalle associazioni;
maggiore
tutela degli animali allevati completando l’avvio del Sistema di Qualità
Nazionale Benessere Animale, attraverso l’approvazione di standard adeguati e
coerenti con il benessere animale per le singole specie allevate con la scelta
di un’etichettatura trasparente per il consumatore su più livelli progressivi
(di cui almeno due al coperto);
introduzione
dello stordimento preventivo obbligatorio in tutti i tipi di macellazioni come
già deciso da altri Paesi europei.
Superamento
della sperimentazione animale attraverso:
investimenti
nella prevenzione delle malattie e nella ricerca scientifica “human based” con
la destinazione del 50% del totale dei fondi pubblici previsti allo scopo;
sostegno
alla sperimentazione con metodi sostitutivi all’uso degli animali come primo
passo verso una effettiva “libertà di ricerca”
11.
L’ITALIA, BELLEZZA.
Difesa
del patrimonio demaniale.
Diciamo
no alla privatizzazione della Città e dei Beni Comuni, che arricchiscono le
multinazionali e producono maggiori costi al cittadino. La cultura neoliberista
ha contaminato anche il pensiero progressista e di sinistra, così il nostro
Paese è stato svenduto a società multinazionali. Dall’acqua a beni storici di
immenso valore, a paesaggi montani, spiagge, a pezzi di città consegnati alla
rendita e alla speculazione, in nome della “rigenerazione”, dell’efficienza,
della modernità, che hanno privato i cittadini di beni che a loro appartengono
per diritto e che devono poter trasmettere alle generazioni future
Per
questo proponiamo che venga bloccato l’articolo 6 del “Decreto Concorrenza” e
riviste le “Cartolarizzazioni “che mettono in vendita i Beni Demaniali (fra i
quali caserme, abbazie, castelli).
Centri
storici e la salvaguardia della bellezza.
L’Italia
non ha grandi giacimenti petroliferi, ma la sua grande risorsa culturale ed
economica sta nella bellezza, bellezza degli straordinari paesaggi marini
collinari e montani (non sempre rispettati), bellezza del grandissimo
patrimonio di opere d’arte, di casali, di città murate, di borghi antichi, di
centri storici unici al modo, racchiusi anche in piccoli sperduti comuni e, se
volessimo e sapessimo vederli, nelle periferie delle città. Vogliamo recuperare
e salvaguardare gli elementi costituenti la nostra identità, consapevoli che
solo dalla loro conservazione può derivare benessere duraturo per il nostro
Paese.
Molte
leggi urbanistiche regionali e molti nuovi piani consentono manomissioni e
alterazioni, fino alle demolizioni e alle nuove edificazioni con modifiche alle
tipologie, anche con premialità volumetriche.
Proponiamo
quindi che venga data piena attuazione all’art.9 della Costituzione,
proteggendo il paesaggio ed i suoi elementi costitutivi, dal cemento e
dall’asfalto e dall’inutile consumo di suolo. Il centro storico, elemento
essenziale del nostro patrimonio storico e artistico deve entrare di diritto
nelle aree tutelate per legge dell’art. 142 del Codice dei BBCC. La modifica
dell’art.142, ponendo sotto tutela il centro storico come complesso bene
culturale unitario, lo affiderebbe alla tutela istituzionale dello Stato,
superando la precaria considerazione dei piani regolatori e delle leggi
urbanistiche regionali.
12.
L’ITALIA SOCIALE.
Periferie,
partecipazione, democrazia.
Le
città sono i luoghi di massima concentrazione di popolazione, attività e
servizi ma anche la sede delle maggiori diseguaglianze. Intendiamo rendere le
città più belle, più accoglienti, con più servizi, combattendo le
diseguaglianze e assicurando a tutti il diritto di vivere in un ambiente sano,
con servizi e edifici efficienti, accessibili, garantendo spazi adeguati,
tutelando l’identità storica e culturale delle comunità. Intendiamo promuovere
la realizzazione della città pubblica sottraendo gli spazi liberi alla
speculazione edilizia per restituirli ai cittadini, mettendo in evidenza il
fallimento di un modello di sviluppo che ha dilatato le città, impoverendole di
servizi e spazi comuni.
Le
cittadine e i cittadini sono spesso dimenticati quando abitano in luoghi
periferici. L’emarginazione, la scarsità di verde e servizi, il degrado
urbanistico-edilizio caratterizzano luoghi definiti periferici per la
lontananza dal centro e dai servizi elementari. Sono spesso luoghi dove degrado
sociale e degrado ambientale convivono.
Proponiamo
che
venga
data dignità e sicurezza ad ogni cittadina e cittadino, ad ogni luogo, anche
attraverso opere semplici come la manutenzione, la pulizia, il restauro degli
edifici, la piantumazione degli alberi. Segregazione e insicurezza sono
alimentate dal degrado.
Si
creino delle centralità urbane periferiche, con piazze e luoghi d’incontro che
facciano vivere nel quartiere anche il più periferico, un senso di identità e
di appartenenza. Che ogni periferia, oltre ad avere i servizi necessari allo
svolgimento della vita quotidiana (con le dotazioni previste nella città dei 15
minuti) sia dotata di una specificità di livello urbano che la caratterizzi
(teatro, biblioteca, museo, parco…) che crei in tal modo un’interdipendenza con
le altre parti del territorio.
Dialogare
con le associazioni di settore per favorire il passaggio da una mentalità
assistenzialista che priva di autonomia le persone con disabilità alla
inclusione sociale attraverso semplificazione amministrativa, abbattimento
delle barriere architettoniche, sensoriali e culturali, potenziamento dei
servizi a supporto delle persone con disabilità e delle loro famiglie.
Deve
essere promossa la mobilità dolce, elettrica e ibrida privata e pubblica, le
reti di piste ciclabili vanno allargate e collegate a quelle del cicloturismo,
l’ampliamento delle aree pedonalizzate e la realizzazione di percorsi in
sicurezza anche per le bambine e bambini.
Intendiamo
contrastare i riscaldamento globale destinando a verde e boschi urbani le
superfici ancora inedificate nelle città, definendone i confini con cinture
boscate, restituendo bellezza, contrastando le ondate di calore, la emissione
di CO2, l’inquinamento dell’aria, proteggendo i servizi ecosistemici forniti
dalla natura; conservazione ed estensione di aree umide sono fondamentali per
rendere la città resiliente e resistente a possibili alluvioni lampo e fenomeni
atmosferici estremi, che saranno sempre più frequenti. Coperture vegetali
dovrebbero essere maggiormente incentivate nell’edilizia privata, per ridurre
la velocità di deflusso delle acque e ridurre l’impatto dell’inquinamento.
Piani
decentrati per l’autonomia energetica da fonti rinnovabili, con rottamazione di
caldaie e stufe inquinanti, per l’abbattimento delle polveri sottili e degli
inquinanti nocivi specie per la salute delle bambine e dei bambini.
È
nostro obiettivo primario difendere i beni comuni da idee di privatizzazione e
cartolarizzazione, a cominciare dall’acqua e dai beni storici, dai paesaggi
alle spiagge, da quelle parti di città che in nome della “rigenerazione”,
vengono consegnati alla speculazione, privando i cittadini di beni costitutivi
del patrimonio pubblico nazionale e che devono essere trasmessi alle
generazioni future.
Diritto
alla casa.
In
molte città italiane il diritto all’abitare non è più garantito.
Tanto
il prezzo di acquisto di una casa, quanto il costo di un affitto, sono ormai
proibitivi per salari e stipendi troppo bassi.
Questo
rappresenta un grave ostacolo allo sviluppo economico, oltre che la negazione
di un requisito fondamentale della cittadinanza.
Noi
riteniamo che la migliore soluzione praticabile a questo problema sia il
rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, che le politiche degli ultimi
decenni hanno di fatto smantellato nella sua dimensione di welfare diffuso,
relegandola ad una dimensione meramente assistenziale ed emergenziale.
La
nostra proposta è che innanzitutto si crei un fondo per l’acquisizione degli
immobili posti a garanzia di crediti deteriorati nel sistema bancario, al
prezzo di cessione di questa categoria di NPL.
In
questo modo lo Stato potrebbe rapidamente entrare in possesso di un importante
patrimonio immobiliare, senza contribuire al consumo di suolo per la
realizzazione di nuovi edifici.
Vogliamo
inoltre che importanti risorse aggiuntive vengano messe a disposizione degli
enti locali, per l’adeguamento e il ripristino dell’attuale dotazione di case
popolari, con particolare attenzione all’efficientamento energetico.
Vanno
poi rifinanziati i fondi destinati a contestare gli sfratti per morosità
involontaria, e abolito l’art. 5 del decreto Lupi.
Vogliamo
porre dei limiti al fenomeno degli affitti brevi per contrastare l’emergenza
abitativa, soprattutto nelle grandi citta.
Per
questo proponiamo che ai Comuni sia data la facoltà di individuare la soglia
massima di posti letto destinabili ad affitti brevi, comunque con un limite
massimo pari al 20% della popolazione residente.
Riteniamo
inoltre che i locatari debbano essere in possesso di una licenza comunale, con
rotazione ogni 5 anni tra i richiedenti.
13.
L’ITALIA DELLA PACE.
Per un
mondo di pace, contro ogni guerra.
I
nostri anni vedono un’angosciante ripresa da parte delle maggiori potenze
mondiali della politica della forza e delle armi. La “terza guerra mondiale a
pezzi” di cui ha parlato suggestivamente Papa Francesco è anche e soprattutto
il prodotto di questa smodata volontà di dominio e di questa prevalenza della
logica della forza e delle armi su quella della diplomazia, del dialogo, della
politica a ciò ispirata.
L’aggressione
della Russia di Putin all’Ucraina è l’atto più violento e drammatico e
potenzialmente stravolgente di questa fase storica. Per uscire dalla logica di
questa “guerra mondiale” di fatto permanente, se pur articolata in forme e
luoghi diversi, è necessario rilanciare con ogni sforzo la via diplomatica, la
strada e il metodo della trattativa a oltranza, la cui premessa indispensabile
è un “cessate il fuoco” generale, per trovare i punti di accordo e di
compromesso che evitino un’ulteriore escalation militare e pongano le basi per
un nuovo, duraturo e condiviso equilibrio nell’intera regione. Un equilibrio
che, da qui, si estenda alle altre aree di crisi del pianeta e al pianeta
intero, fondandosi sul rispetto del diritto internazionale, sullo sviluppo
della democrazia e dei diritti umani e civili ovunque, sulla pace – oltre che
tra i popoli e gli stati – con il creato, radicata nella giustizia ambientale e
nella giustizia sociale, nel quadro di un comune impegno ad affrontare
efficacemente la più grave e globale crisi mai vissuta dall’umanità, il
surriscaldamento del clima e il suo impatto sugli ecosistemi e sulla nostra
stessa civiltà.
Il
ripudio fermo di ogni guerra, il faticoso e costante lavoro per la pace, il
diritto di autodeterminazione dei popoli, la difesa non derogabile dei diritti
umani sono i riferimenti imprescindibili della nostra politica internazionale.
Viviamo
in un mondo in continuo e costante riarmo, con sanguinosi conflitti attivi e
numerosi fronti emergenti, con una guerra alle porte dell’Europa, frutto
dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. In questo quadro
l’impegno dell’Italia e dell’Europa per la pace e la sicurezza globale deve
partire dal ripristino del dialogo multilaterale e da una spinta verso il
disarmo globale. Va interrotto subito l’invio di armi in Ucraina e riaperta la
strada del confronto diplomatico con determinazione e convinzione, prima che
sia troppo tardi.
Lo
stesso impegno deve essere volto a garantire il diritto di autodeterminazione
dei popoli e il far proprie le rivendicazioni e le sofferenze di quelli
oppressi: dai palestinesi ai Kurdi, dai Saharawi ai popoli indigeni, saremo
sempre a fianco di chi contrasta sopraffazione e sfruttamento.
Allo
stesso tempo la difesa dei diritti umani non può essere un mero ornamento da
declamare, ma deve essere elemento decisivo nella definizione delle relazioni
diplomatiche, emblematico in questo caso è il caso dei rapporti con l’Egitto
dove il pericoloso degrado nel rispetto dei diritti umani e l’assenza di
collaborazione col nostro paese meriterebbero atteggiamenti differenti.
In
coerenza con questi obiettivi proponiamo un programma in più fasi.
Nell’immediato:
Approvazione
proposta “Un’altra difesa è possibile” (DCNAN): Istituzione del dipartimento
della Difesa Civile Non-armata e Nonviolenta
Mozione
per l’adesione dell’Italia al Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari
(TPNW), come stato osservatore
Presentare
una proposta per la moratoria delle spese aggiuntive previste dal Ministero
della Difesa per le nuove spese d’arma
Seguire
l’attuazione della delega al governo nel campo della giustizia riparativa.
Nel
medio termine:
Legge
quadro istitutiva dei Corpi Civili di Pace. Renderla una legge ordinaria.
Legge
istitutiva dell’Istituto Nazionale di Ricerca e Studio per la Risoluzione
Nonviolenta dei Conflitti
Rendere
stabile, operativo ed aperto a tutto il Servizio Civile Universale
Possibilità
di obiezione alle spese militari
Inserimento
nei programmi scolastici della Formazione sulla comunicazione nonviolenta e la
trasformazione dei conflitti
Azioni
giuridiche per il Riconoscimento Internazionale delle nuove leggi della
robotica
Piano
di riconversione per l’industria bellica italiana- Dedicare una giornata
nazionale ai “martiri dell’ambiente”;
Trasformare
l’ecocidio nel quinto reato internazionale soggetto al Tribunale dell’AIA.
Per
un’Europa sociale, solidale, dei diritti
L’Unione
Europea è uno spazio politico da difendere, approfondire e cambiare.
Bisogna
lavorare affinché il processo democratico dell’Unione venga rafforzato nella
sua dimensione sovranazionale, a partire da una centralità maggiore del
Parlamento europeo e superando il meccanismo dei veti nazionali.
Crediamo
che la Conferenza sul Futuro dell’Europa non possa essere una promessa infranta
e che bisogna lavorare ad una riforma dei Trattati.
Da qui
passa anche la costruzione di un’Europa sociale. L’Unione non può essere
infatti solo quella della libera circolazione di merci e capitali, abbiamo
bisogno dell’Europa dei diritti, a partire dalla piena realizzazione del
pilastro sociale.
Con
Next Generation EU, l’UE ha mostrato uno slancio nella giusta direzione, ma non
è sufficiente aver sospeso il Patto di Stabilità e Crescita, di cui va attuata
una profonda riforma insieme a quella delle regole di governance economica che
hanno caratterizzato la stagione dell’austerità. Bisogna definire regole e
strumenti fiscali europei volti a compensare gli squilibri economici e a
fermare veri e propri paradisi fiscali che operano dentro l’Unione.
Occorre
mettere a regime la solidarizzazione del debito, come elemento di base per
contenere gli attacchi speculativi e favorire politiche economiche espansive.
Vogliamo
un’Europa solidale e aperta, che non volti le spalle a chi scappa da guerre,
fame e dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. Un’Europa che consideri
un’indecenza disumana a cui mettere fine le morti nel mediterraneo e le
sofferenze di migliaia di migranti respinti nella rotta balcanica. Bisogna
mettere fine alla pratica di esternalizzazione delle frontiere, spesso tradotta
in eclatanti violazioni dei diritti umani, riformare il diritto d’asilo
respingendo il principio del primo approdo e realizzando una concreta
solidarietà tra i paesi, serve infine creare canali di migrazione legali e
sicuri, che garantiscano a tutti diritto alla vita e alla dignità.
Vogliamo
un’Europa intransigente sui valori di democrazia, sullo stato di diritto e sui
diritti civili e pensiamo che bisogna applicare fino in fondo la condizionalità
finanziaria verso quei paesi che in questi anni hanno attuato arretramenti
profondi su questo terreno.
Vogliamo
un’Europa all’avanguardia nella lotta al cambiamento climatico.
Vogliamo
che l’Europa abbia una politica estera e di difesa comune.
Vogliamo
che l’Europa sia un forte e autonomo attore di pace, intransigente sul rispetto
dei diritti umani, in un contesto internazionale multilaterale.
14.
L’ITALIA CHE ACCOGLIE.
Migrazioni.
Non
esiste oggi nessuna emergenza migrazione e, nonostante il becero populismo
della destra che alimenta razzismo e paure, non siamo di fronte a nessuna
invasione, ma a percorsi migratori che rappresentano una risorsa demografica,
economica e sociale fondamentale.
Bisogna
respingere e ribaltare le politiche della paura e della disumanità, dei
respingimenti, dello sfruttamento e della marginalizzazione.
Occorre
invece lavorare per una politica dell’accoglienza e dell’integrazione,
garantendo a tutte e tutti una piena parità di diritti. Perché i diritti non
sono un gioco a somma zero, non bisogna toglierne ad alcuni per darne ad altri,
ma servono se sono universalmente riconosciuti e rispettati.
Dobbiamo
guardare alle cause profonde delle migrazioni, che sono spesso l’effetto
diretto delle diseguaglianze, di guerre, ma anche delle devastazioni climatiche
e delle politiche che nel corso degli anni hanno spossessato di risorse e
impoverito le popolazioni dei Sud del mondo.
Bisogna
creare canali di migrazione legali e sicuri, abolendo quelle leggi come la
Bossi-Fini che costringono all’irregolarità. Percorsi chiari, aperti e
trasparenti sono uno strumento indispensabile contro l’insicurezza e
l’illegalità.
Lavoreremo
in sede UE per una riforma solidale del diritto d’asilo, ma serve anche in
Italia una effettiva e piena applicazione di questo diritto, a partire dal
principio di non respingimento, che impedisce ogni forma di espulsione che
metta a rischio i diritti fondamentali delle persone, cosa che drammaticamente
avviene attraverso i vergognosi accordi con la Libia ai quali bisognerà mettere
fine.
Serve
poi anche una estensione del diritto di asilo che ricomprenda anche la
protezione dei rifugiati climatici e ambientali.
Contrastiamo
qualsiasi forma di criminalizzazione dell’aiuto e della solidarietà. Lavoreremo
per garantire piena agibilità e sostegno a chi è impegnato nell’accoglienza
(sia nel paese che nelle rotte migratorie) e nel salvataggio. Crediamo inoltre
che vada ripristinata una missione pubblica (italiana ed europea) di
salvataggio in mare.
Proponiamo
quindi:
Rivedere
gli accordi Italia-Libia ed eliminare i finanziamenti alla guardia costiera,
Promuovere
la costruzione di un piano Europeo per le migrazioni che preveda il superamento
del sistema di Dublino e parametri uniformi nel sistema di accoglienza basato
sul ricollocamento pro quota.
Cancellazione
dei CPR.
Facilitazione
della procedura volta al riconoscimento del diritto di asilo; incremento degli
sportelli presso le questure, monitoraggio e uniformità delle prassi
amministrative.
Per
facilitare il rilascio del permesso di soggiorno:
Iscrizione
dei migranti ai centri per l’impiego con stp (straniero temporaneamente
presente) per facilitare l’ottenimento del permesso di soggiorno per motivi
lavorativi ed emersione dal lavoro nero
Riforma
della legge anagrafica nella sezione relativa ai residenti stranieri per
facilitare l’iscrizione anagrafica e il mantenimento della residenza (il
permesso di soggiorno non condizionato alla residenza).
Istituzione
di albi regionali e comunali per le figure professionali di settore:
Interprete; mediatore culturale/interculturale e operatore dell’accoglienza
Istituzione
nei comuni della consulta delle cittadine e dei cittadini stranieri non
comunitari e apolidi e dei consiglieri comunali aggiunti a carattere elettivo.
Tutela
famiglie transnazionali, in particolare tutela minori rimasti in patria,
abbassamento limiti di reddito per ricongiungimento familiare.
L’Italia
ha ripreso a migrare.
I dati
sui flussi migratori ci parlano di un paese che ha ripreso a migrare. Oggi sono
più di 5 milioni gli italiani che vivono all’estero e negli ultimi cinque anni
le iscrizioni AIRE sono aumentate dell’82%.
Non
siamo di fronte a una “fuga di cervelli” ma ad un fenomeno migratorio grande e
complesso che deve essere per noi un indicatore assai preoccupante di un paese
che non dà futuro e prospettiva. Un paese da cui molti vanno via. Lavoriamo
perché migrare sia un diritto, una scelta, non una costrizione; per riformare
la rappresentanza parlamentare e consultiva degli italiani all’estero
togliendola dalla marginalizzazione in cui è relegata; per una cittadinanza
rinnovata, non sottrattiva di diritti e rispondente ai nuovi percorsi
migratori. Per strumenti di sostegno nel difficile percorso emigratorio e di
mantenimento del legame con l’Italia; incentivi per chi desidera rientrare in
Italia.
15.
L’ITALIA DELLA CULTURA.
Il
sistema dell’istruzione e della formazione è oggetto di un processo di
snaturamento, rispetto alle finalità di liberazione ed emancipazione che la
Costituzione gli assegna. Impoverito, precarizzato, burocratizzato e piegato
alle logiche del mercato. È una spinta che viene da lontano ed ha caratteri
globali, ma che nell’ultimo decennio, nel nostro Paese, e in particolare coi
governi Renzi e Draghi, ha conosciuto una evidente intensificazione, di cui gli
indirizzi del PNRR costituiscono un segno evidente. Ultimo atto, rivelatore di
una china ancor più pericolosa e inaccettabile, è l’impressionante aumento
della spesa militare, a fronte di una riduzione del bilancio dello Stato
sull’istruzione. Un mare di soldi per la guerra, un taglio al sapere (come alla
salute); è una logica che respingiamo alla radice, anche perché evidenzia una
prospettiva e un modello di società che consideriamo orribili e che la
maggioranza degli italiani rifiuta.
La
formazione e la ricerca, la loro libertà, la qualità e le finalità che le
orientano sono una grande questione democratica. Sono, anzi, componente
essenziale delle democrazie, in un’era in cui, all’inizio di un secolo e di un
millennio, assistiamo alla loro profonda crisi, al consolidarsi di una loro
involuzione autoritaria (che guerra e riarmo non possono che accelerare), ad un
pericoloso mutamento del rapporto tra libertà e capitalismo globale. Occorre
ribaltare la funzione prevalentemente produttivistica del sapere, nel
linguaggio come nella sostanza; una logica aziendalista nella gestione, una
quantificazione esecutiva nelle metodologie, un prevalente economicismo nelle
finalizzazioni. Questa subalternità sostanziale nell’universo formativo è quasi
plasticamente sovrapponibile (ed evidentemente funzionale) a quanto è avvenuto
nei processi produttivi, nel mondo del lavoro, nella progressiva
privatizzazione delle relazioni sociali e dei beni comuni; in estrema sintesi:
l’assunzione delle compatibilità del capitalismo globale, e delle sue
espressioni periferiche, come dato oggettivo e tendenza naturale della storia.
Le conseguenze, a cominciare da quelle ambientali, sono sotto gli occhi di
tutti e la pandemia non ha fatto altro che evidenziarle e amplificarle. In
questo senso, il governo Draghi e il PNRR possono essere considerati un
distillato di quelle tendenze decennali.
Scuola.
Il
mondo della scuola, in tutte le sue componenti, non può più essere oggetto
passivo di provvedimenti imposti dall’esterno, ma deve essere coinvolto
seriamente nei propri processi di riforma e cambiamento.
Per
queste ragioni, uno dei primi atti che attiveremo, nel nuovo Parlamento, sarà
una proposta di legge che – previa un’ampia discussione con tutte le componenti
della scuola – in estrema sintesi, preveda:
la
riduzione ad un massimo di 20 alunni per classe (15 se presente uno/una
alunno/a con disabilità) e il recupero di immobili pubblici, compresi quelli
appartenenti al demanio militare con priorità di destinazione ad uso
scolastico; non solo per ragioni sanitarie, ma per consentire una didattica
realmente inclusiva, maggiormente attenta ai processi di crescita individuale,
ulteriormente qualificata e al livello dei problemi che la trasformazione
digitale determina nella conoscenza, oltre che per attivare serie ed efficaci
misure di contrasto all’abbandono scolastico; per raggiungere questo obiettivo,
è anche necessario che venga abrogato quanto previsto dal Decreto Legge 25
giugno 2008 n. 112, art. 64, comma 6, a firma Tremonti, convertito, con
modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 13. Norme che hanno incrementato
di un punto il rapporto alunni/docente per classe e determinato l’effetto
immediato della perdita di ben 86.931 posti da insegnanti con un aumento
inevitabile del numero degli studenti per classe;
l’estensione
del tempo scuola (tempo pieno e tempo prolungato, a seconda dei diversi ordini
di scuola) in tutte le scuole del territorio nazionale; affinché sempre meno
giovani e adolescenti siano lasciati soli con le proprie difficoltà;
proponiamo, tra l’altro, di estendere l’obbligo scolastico a 18 anni.
la
gratuità dell’istruzione, dal nido all’università, per tutte e tutti;
assumendo, cioè, il diritto universale al sapere come carico di una fiscalità
generale realmente progressiva e come parte di un patto tra le generazioni;
la
creazione di Zone di educazione prioritaria e solidale – con ulteriori
interventi di organico e finanziari – nelle aree di maggiore difficoltà sociale
e culturale; ribaltando la logica che premia e rafforza, fuori da ogni logica
solidale, solo le realtà più forti e solide; in aperta controtendenza con
l’indirizzo a valorizzare e finanziare le scuole che abbiano conseguito
risultati brillanti nei test standardizzati, crediamo che proprio le realtà
scolastiche che mostrano più sofferenza debbano essere destinatarie di
finanziamenti mirati, di progettualità forti e innovative incentrate sui
Collegi docenti, di un aumento del rapporto tra organico e studenti;
l‘assunzione
di un nero moto più ampio di docenti a tempo indeterminato, sia di base che di
sostegno, anche stabilizzando coloro che insegnano precariamente da più tempo;
l’intervento
di massiccio potenziamento di un trasporto pubblico gratuito ed ecologicamente
sostenibile, accessibile alle persone con disabilità
;
l’allineamento
dei finanziamenti ordinari al sistema dell’istruzione alla media europea (6%
del PIL);
✓ Negli ultimi due anni e mezzo la
scuola ha guadagnato una temporanea visibilità: l’emergenza pandemica, infatti,
ha travolto il sistema scolastico mettendone in evidenza ogni crepa,
determinata prevalentemente da involuzioni legislative, ritardi e tagli; tanto
la lotta alla dispersione scolastica, quanto l’inclusione sono state le prime
vittime immateriali della pandemia; occorre, anche per questo, prevedere
adeguati investimenti per un serio supporto psicologico a studenti e
studentesse.
✓ Altrettanto urgente è ripensare –
ampliando numeri, spazi, metodi e funzioni – la partecipazione di studenti e
studentesse alla vita e all’organizzazione della scuola, per superarne una
evidente burocratizzazione e rimotivare tutte le componenti scolastiche – pur
nella distinzione dei ruoli – ad una visione realmente democratica e
partecipativa.
✓ Nell’ottica di subalternità alle
“esigenze dell’impresa” (assunte come paradigma assoluto), vi è stata una
spinta alla trasformazione di istituti tecnici e professionali, ripensati solo
allo scopo di “colmare il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro”;
occorre, invece, considerare ogni indirizzo della scuola secondaria superiore
come occasione di formazione e crescita umana e civile; riaprendo, semmai, la
riflessione su un biennio unico.
✓ L’ingente stanziamento di risorse in
edilizia – che dovrebbe, tra l’altro, privilegiare il recupero del patrimonio
pubblico e le fonti rinnovabili – si dimostra un intervento di facciata, in
assenza di stanziamenti che, a fronte di nuove strutture, possano poi coprire i
costi del servizio e quindi del personale.
✓ In Italia si nega ancora il
riconoscimento giuridico del diritto di cittadinanza, alle persone di origine
straniera, nate in Italia e figli di immigrati, e tra esse, tanti studenti e
studentesse, pur se condividono una condizione di fatto indistinguibile da
quella vissuta da studenti italiani “di diritto”.
✓ In aperto contrasto con la scuola
aziendalista, occorre aspirare a una scuola plurale, aperta, partecipata, in
cui ogni individuo possa riconoscere le proprie aspirazioni e le proprie
potenzialità, indipendentemente dalle domande del mercato. È necessario far sì
che la scuola torni a essere un vettore di mobilità sociale e non che
certifichi, cristallizzi o addirittura moltiplichi le disuguaglianze in essere.
Intervenire
con una legge ad hoc per contrastare la piaga della povertà educativa nelle
periferie e nelle realtà più sofferenti.
Cambiare
radicalmente finalità e metodologie degli strumenti INVALSI, rimettendo al
centro le scuole, i loro organi collegiali, per il recupero di limiti e
ritardi; occorre ribaltare l’impostazione di un PNRR che riempirebbe di soldi
le scuole “meritevoli” e di inutile tutoring le scuole in maggiore difficoltà,
invece di garantire organici e finanziamenti.
Cancellare
l’attuale legislazione relativa ai PCTO (alternanza scuola-lavoro), aprendo una
riflessione seria, nel mondo della scuola in tutte le sue componenti, sul
rapporto tra formazione scolastica, mondo del lavoro, competenze professionali,
diritti; per lavorare ad una nuova legislazione che tenga fermamente al centro
il percorso educativo e formativo e la crescita complessiva dei ragazzi e delle
ragazze.
Non
confondere l’attività formativa scolastica, con altre attività, che possono
arricchirla e stimolarla, ma non sostituirla; essa deve essere l’espressione di
un progetto educativo elaborato dalla comunità scolastica. I patti territoriali
di comunità e le alleanze con il territorio dovranno prevedere che ogni
progetto venga promosso dalla scuola, proprio per rispettare le sue prerogative
costituzionali senza alcuna possibilità di deroga e di delega.
Opporsi
all’autonomia differenziata non solo perché tocca i diritti e la loro
universalità, ma anche perché, nel contesto scolastico, essa, in preoccupante
sinergia con l’interpretazione dominante dell’autonomia scolastica, determina
una inaccettabile frantumazione del sistema formativo nazionale sul piano delle
diseguaglianze materiali, dei contenuti e delle metodologie formative.
Aumentare
la presenza degli educatori su tutto il territorio nazionale poiché rivestono
un ruolo fondamentale nella gestione delle dinamiche socio-affettive
all’interno del gruppo classe.
Abbandonare
la logica del risparmio che ha contraddistinto tutti i recenti provvedimenti in
materia di assunzione e reclutamento del corpo docente. L’ultimo Decreto,
concepito fuori da ogni logica di concertazione democratica, ha trasformato
l’accesso al ruolo, di chi insegna da anni, in una “corsa ad ostacoli”. Va
aperta una discussione seria sul superamento del precariato e sulla formazione
dei docenti. Serve una riforma che vada in tutt’altra direzione: garantire
percorsi lineari e costanti per un lavoro stabile e una formazione rigorosa,
seria e gratuita. È necessario che i docenti siano numerosi in rapporto agli
studenti, siano ben formati e soprattutto siano stabili e possano garantire
quella continuità didattica che è presupposto fondamentale per qualsiasi
progettualità curricolare.
Ritornare
all’esperienza dell’organico funzionale ovvero di un monte ore aggiuntivo a
quello strettamente curricolare, di cui le scuole dispongano, per articolare
progettualità specifiche; investire per garantire un sostegno psicologico
permanente nelle scuole, che nel periodo pandemico si è dimostrato un presidio
imprescindibile, ma garantito in pochissime realtà.
Mettere
a centro del percorso di istruzione esperienze formative che concorrano, nella
loro pluralità e gradualità, a formare dei cittadini critici, consapevoli,
liberi.
Assumere
e garantire stabilità e la maggiore continuità possibile ai docenti di sostegno
poiché la continuità didattica alimenta la qualità del ciclo
insegnamento-apprendimento; così come crediamo che sia giusto porre il problema
di estendere garanzie (in termini di retribuzione e diritti) ad altre figure
professionali che operano nella scuola per gli alunni con disabilità, come gli
assistenti per l’autonomia e gli assistenti alla comunicazione che
rappresentano un veicolo fondamentale per l’inclusione degli alunni con
disabilità.
Per
favorire la frequenza e la partecipazione attiva delle studentesse e degli
studenti con disabilità è necessario -abbattere le barriere architettoniche in
ogni istituto scolastico di ogni ordine e grado.
–
combattere l‘inadeguatezza e la lentezza dei finanziamenti per l‘acquisizione
di ogni ausilio utile all’inclusione e al percorso apprenditivo degli alunni
con disabilità
–
rendere accessibile il trasporto pubblico per gli studenti con disabilità sin
dall’inizio dell’anno scolastico
Non
confondere l’attività formativa scolastica, con altre attività, che possono
arricchirla e stimolarla, ma non sostituirla; essa deve essere l’espressione di
un progetto educativo elaborato dalla comunità scolastica. I patti territoriali
di comunità e le alleanze con il territorio dovranno prevedere che ogni
progetto venga promosso dalla scuola, proprio per rispettare le sue prerogative
costituzionali senza alcuna possibilità di deroga e di delega.
In
quest’ottica, istituire – se necessario – sin dal I anno della scuola
secondaria di II grado percorsi di formazione volti ad inserire, laddove
possibile per competenze acquisite, gli studenti con disabilità nel mondo del
lavoro allo scopo di costruire percorsi di autonomia e di inclusione nella
società.
Modificare
il sistema di valutazione. L’impianto di una valutazione quantitativa e
selettiva è un fattore determinante nella cristallizzazione delle
diseguaglianze in seno alla scuola perché classifica e non favorisce alcuna
reale consapevolezza. Inoltre, la competitività data dal sistema numerico
influisce, come fattore di stress, nell’emersione del forte disagio che
accompagna i percorsi scolastici di molti alunni e alunne. Per questo pensiamo
sia fondamentale che una scuola realmente democratica, universalistica e
inclusiva, si apra a un dibattito serio sulla valutazione numerica, anche al di
là della scuola primaria.
Rivedere
l’orientamento scolastico; così come realizzato attualmente, attraverso
dispositivi come i forum e le fiere, si presenta come un vero e proprio mercato
in cui le scuole si trovano a concorrere disperatamente per garantire un numero
di iscritti che non pregiudichi i posti in organico e quindi il mantenimento
delle classi e delle cattedre; rimettendo, invece, al centro, le reali
aspirazioni degli alunni e delle alunne.
Far
fronte a cambiamenti, come quelli determinati dall’era digitale, che
stravolgono completamente il rapporto di tutti e di tutte con la conoscenza e
con le relazioni umane. Per questo diffondere una pedagogia critica dell’era
digitale; la digitalizzazione deve essere un processo serio e profondo da non
affrontare con interventi propagandistici o estemporanei, come l’introduzione
burocratica e posticcia delle cosiddette “competenze non cognitive”, così com’è
accaduto con l’inserimento dell’Educazione civica.
A
nostro avviso è imperativo sottrarre la discussione sui processi formativi –
decisiva per il modello di conoscenza e di umanità delle generazioni presenti e
future – alla strumentale corsa propagandistica di politiche governative sempre
più subalterne e sempre più ridotte a pura ricerca di un facile consenso.
Educazione
sessuale e affettiva.
Che
preveda più cicli di quattro incontri ciascuno durante tutto il percorso della
scuola dell’obbligo a partire dall’ultimo anno della scuola primaria, poi con
cadenza biennale dal primo anno della scuola secondaria inferiore
Che
non si limiti agli aspetti di salute riproduttiva e contraccezione ma si
focalizzi, con strumenti e contenuti adattati alle diverse fasce d’età, sul
formare preadolescenti e adolescenti a vivere la propria sessualità, e piacere
e l’affettività in maniera sana, consapevole, responsabile, rispettosa e senza
pregiudizi
Che
sia laica, libera da condizionamenti di matrice religiosa e che aiuti le e gli
studenti a riconoscere e riflettere criticamente sugli stereotipi sessuali e di
genere
Che
sia erogata da esperte ed esperti, coinvolgendo attivamente le i docenti nella
progettazione
Università
e Ricerca.
Riaffermare
un ruolo sociale per l’università e la ricerca pubbliche.
È
necessario, e possibile, riaprire una battaglia politica sul ruolo sociale
della conoscenza, per un accesso libero e gratuito al sapere, per un sistema
della ricerca aperto e socialmente responsabile; occorre ribaltare la logica
classista dell’accesso all’Università, superare la precarizzazione della
ricerca e la sua subalternità al mercato e alla logica produttivistica.
L’Università
è vissuta sempre meno come opportunità di emancipazione sociale e personale, la
sua difesa non è percepita come “interesse condiviso” da quella parte della
società che se ne sente esclusa.
Anche
sulla formazione, il richiamo alla funzione di produrre un sapere critico, non
schiacciato sulle domande del mercato, non risponde solo a un principio di
cittadinanza, a un obiettivo di autonomia critica, ma si fonda anche sul fatto
che una formazione subordinata alle domande del mercato è immediatamente
esposta alla marginalità e all’obsolescenza, in una stagione di drammatiche
innovazioni tecnologiche, sociali e produttive.
Eppure
si continua a riproporre l’idea (di cui anche il 3+2 è figlio) che il nodo del
rapporto col mondo del lavoro sia rafforzare percorsi professionalizzanti ed
evitare il cosiddetto mismatch: la rappresentazione che da anni viene proposta
è che esista un mercato del lavoro che i giovani non incontrano. Mentre esiste
una carenza di lavoro effettiva e c’è una domanda delle imprese di figure sotto
qualificate da “addestrare”. La frammentazione dell’offerta formativa, la sua
riduzione a “prodotto” da offrire a “clienti”, inseguendo la competizione tra
atenei, ha impoverito il percorso culturale e ridotto le possibilità di
crescita delle capacità critiche e di rapporto autonomo con la realtà; ma
impone anche gli studenti una logica prestazionale, senza garantire diritti e,
spesso, qualità formativa. La ricerca e l’alta formazione pubbliche possono
avere una autonomia, intesa come capacità proattiva come lettura critica delle
domande finalizzata al bene pubblico e alla valorizzazione delle conoscenze.
Uno dei capitalismi più assistiti del mondo non può essere assunto come stella
polare delle esigenze formative e di ricerca, né degli indirizzi
dell’innovazione; esso deve essere indirizzato dal potere pubblico, non
indirizzarlo. E, naturalmente, non è per noi l’orizzonte della storia.
Le
proposte che avanziamo vanno, dunque, nella logica di un ribaltamento della
cultura neoliberista che comprime il diritto al sapere, le potenzialità
liberatorie e di emancipazione della conoscenza, per ciascun individuo e per la
società intera; cioè per i bisogni e i diritti di tutte e tutti.
Rilanciare
l’investimento in ricerca, formazione, cultura, orientare questo investimento
all’utilità sociale. Mentre si è scelto, irresponsabilmente, l’aumento delle
spese militari fino al 2% del PIL, in nome di una richiesta di impegno della
NATO, è bene ricordare l’obiettivo sancito nel Trattato Europeo di Lisbona che
impegnava tutti gli stati membri a raggiungere il 3% di investimenti in
formazione e ricerca. L’Europa aveva scelto di essere la società più dinamica
al mondo, basata sulla conoscenza; ma le politiche neoliberiste e di austerity
hanno tagliato risorse alla scuola, all’università e alla ricerca.
Quell’impegno, scritto nei trattati, non è mai stato rispettato. Va riaperta
una stagione di investimento pubblico in ricerca e alta formazione capace di
individuare priorità e finalità.
Riaprire
l’accesso di massa all’università. Il nostro Paese è agli ultimi posti in
Europa per numero di laureati. Le tasse universitarie sono progressivamente
cresciute, escludendo sempre più fasce sociali svantaggiate, e con esse sono
cresciuti i costi di permanenza in tutte le città universitarie, grandi e
piccole. La formazione universitaria, mentre si sproloquia sul merito, è
tornata ad essere un privilegio per ricchi; si delinea anche il rischio che la
didattica a distanza, strumento aggiuntivo e integrativo fondamentale per
aumentare l’accessibilità ai corsi e alle lezioni. diventi, in alcuni atenei o
come modello generale, la certificazione delle differenze sociali: esperienza
universitaria per i poveri, dequalificata e a distanza, università per i ricchi,
d’eccellenza e in presenza.
Contro
l’aumento delle tasse e la retorica paternalista dell’aiuto ai meritevoli, noi
proponiamo la gratuità della formazione dall’asilo all’università: la
formazione è un diritto e una condizione di sviluppo, non è un costo. Oltre la
gratuità dell’iscrizione, servono risorse per rendere effettivo il diritto allo
studio, servizi, accessibilità, accompagnamento, alloggi e borse di studio. Il
problema degli alloggi non può essere delegato a logiche di speculazione e di
sfruttamento del “sistema fuorisede”, ma deve essere strutturalmente
affrontato, insieme a un programma di finanziamento allo studio, in modo da
permettere la libertà di scelta di corso, ateneo e città senza che questa sia
subordinata alle condizioni economiche di partenza. Serve orientare, concretamente
e col coinvolgimento di tutte le categorie, negli atenei, i fondi del PNRR (e
quelli liberati da questo).
Supportare
il percorso di inclusione degli studenti con disabilità attraverso
l’abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali, l’acquisto di
ausili didattici e di strumentazioni nonché la predisposizione di adeguati
piani e modalità di partecipazione e di lavoro e la fornitura laddove
necessario di traduttori LIS e BRAILLE.
Incrementare
il numero di tutor e di ore assegnate agli studenti con disabilità per fornire
un adeguato supporto durante il loro percorso accademico.
Costruire
un governo democratico della ricerca pubblica.
La
gestione dei Dipartimenti di Eccellenza e dei fondi premiali nasconde un
sistema per cui la norma è il sottofinanziamento di Enti e Atenei. Questi
devono competere secondo descrittori fortemente influenzabili che premiano
consistentemente alcuni per lasciare a fondo graduatoria altri, aumentando il
divario tra atenei “virtuosi” e non. La valutazione dei singoli e delle sedi,
la retorica del merito e dell’eccellenza, si sono trasformati in strumenti di
accrescimento delle disuguaglianze territoriali e di rendite di posizione.
Occorre
ripensare i criteri di valutazione dei singoli e delle sedi: l’investimento
delle risorse non può essere guidato da una logica di premio e punizione delle
sedi in base alla valutazione. Al contrario, valutazione e risorse devono
perseguire il riequilibrio dell’offerta didattica e delle capacità di ricerca.
Non servono “campioni nazionali” di eccellenza; va garantita e preservata la
qualità diffusa del sistema con strumenti di promozione di reti e coordinamento
di risorse e competenze esistenti, su progetti strategici condivisi.
L’obiettivo deve essere favorire una crescita di sistema su scala nazionale,
superando la preservazione degli equilibri di potere e mettendo in discussione
la “naturalità” di un sistema che seleziona ed esclude per genere e che ancora
disconosce la fondatezza della critica prodotta dal femminismo ai saperi e ai
modelli di relazione sociali.
Serve
partecipazione nel delineare il PNRR, nel definire i progetti, nell’esecuzione.
Serve maggiore coerenza rispetto alle grandi sfide (transizione ecologica,
economia circolare, lotta agli squilibri, salute pubblica) ponendo al centro la
disponibilità, la diffusione e l’utilizzo dei saperi. Un intervento di queste
dimensioni e questa complessità non può ridursi all’”acquisto” di tecnologia o
alla realizzazione di infrastrutture: è urgente affermare un governo sociale
dell’innovazione capace di coglierne ricadute, modelli alternativi,
implicazioni sociali e ambientali. Se è vero, inoltre, che il PNRR è
finalizzato a investimenti a termine, questa massa di risorse può, però,
affiancarsi a una programmazione che tenga conto delle risorse che si liberano
e possono essere investite. Le risorse che arriveranno e saranno usate spesso
per adeguamenti infrastrutturali non possono riproporre le università come
parte di operazioni urbanistiche che hanno cementificato le nostre città senza
aumentarne la qualità sociale.
Va
riaffermato il carattere unitario del sistema di alta formazione,
l’universalità del diritto allo studio e la parità di opportunità a prescindere
dall’ateneo in cui è stata conseguita la laurea. Va respinto l’attacco al
valore legale del titolo di studio; attacco che si è riproposto palesemente col
decreto del governo Draghi, in merito alla riforma delle classi di laurea (uno
degli atti collaterali alla “Missione 4” del PNRR), su cui persino il C.U.N. ha
espresso parere negativo. Va incentivata la sperimentazione didattica
finalizzata ad arricchire l’offerta formativa. Va ripensata un’organizzazione
della didattica oltre un modello che ha rescisso il legame con la ricerca,
sposato un approccio quantitativo e nozionistico che svilisce il ruolo di chi
insegna e crea condizioni di stress e immotivati sentimenti di inadeguatezza in
migliaia di studenti e studentesse. Va riaffermata la didattica come dialogo,
interrogazione reciproca, confronto, relazione con l’attività di ricerca e non
solo come acquisizione di contenuti per fruitori passivi. Va respinta –
vogliamo dirlo con ulteriore chiarezza – la tentazione di utilizzare la
didattica a distanza come pretesto per non rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e materiale alla libera scelta di frequentare l’università in
presenza e, più in generale, di vivere l’esperienza universitaria nel suo
complesso.
È
necessario aprire, in tutte le componenti del mondo universitario, una
riflessione e una verifica sul 3+2 e sul sistema dei crediti; sulla reale
utilità e valenza formativa di questa struttura del curricolo. Discussione che,
necessariamente, deve avere anche una proiezione europea e la cui finalità
deve’essere quella della crescita nella qualità culturale e scientifica della
formazione universitaria, puntando a superare la frammentazione dei percorsi
formativi, e la parcellizzazione degli specialismi. È necessario porre fine
alla sindrome del factotum: bisogna riconsiderare la distribuzione degli
incarichi amministrativi, contabili e finanziari che ricadono sui docenti e
ricercatori sottraendo tempo all’insegnamento, alla ricerca e alla didattica.
Come in altri paesi europei, è fondamentale decentralizzare i ruoli
amministrativi e inserire figure tecniche e gestionali in maniera capillare e
democratica, non centralistica, permettendo un’ottimizzazione delle risorse e
la valorizzazione dei ruoli.
Va
chiusa la stagione della precarizzazione della ricerca. Non solo perché ha
pesato sulla vita di moltissime e moltissimi giovani, ma perché precarizzazione
vuol dire meno autonomia e libertà, meno capacità di innovare approcci, metodi
e linguaggi, perdita di competenze. La condizione di eterna precarietà di
dottorandi e ricercatori ne limita l’autonomia, mina le loro condizioni di vita
e impoverisce sistematicamente ricerca e formazione. L’ideologia della
precarietà che ha destrutturato molte conquiste nel mondo del lavoro, deve
essere radicalmente ribaltata: serve garantire stabilità e condizioni di vita
dignitose a coloro cui si affida la ricerca pubblica e, quindi, il futuro
tessuto culturale, scientifico, tecnologico del Paese.
La
recente riforma del sistema universitario approvata nel PNRR2 a luglio 2022,
impone giustamente l’incremento degli stupendi post laurea e un consolidamento
dei contratti post dottorato, stabilizzando la figura del post doc con un
contratto di ricerca e superando il sistema di RTDa-RTDb con la nuova figura
RTT (ricercatore tenure-track). Il grave errore è che il decreto non accompagna
questa riforma con fondi strutturali e anzi impone lo stesso tetto di spesa del
triennio precedente, determinando de-facto un calo delle posizioni disponibili.
Ciò
non dimostra una presa di coscienza sul valore dell’istruzione superiore, ma
genera un ulteriore collo di bottiglia andando sempre più a privare i giovani
laureati di un futuro accademico.
Questa
situazione è ancora più grave se consideriamo quanto la cultura e la scienza
siano le due basi fondanti dello sviluppo sostenibile, della giustizia sociale,
della transizione ecologica.
Per
superare un’organizzazione gerarchica delle università e per contrastarne la
contrazione e precarizzazione e per riaffermare un accesso libero al sapere per
un sistema della ricerca aperto, va ridefinito, lo sblocco del turn over e un
programma pluriennale di reclutamento. Servono dunque finanziamenti
strutturali, sia per adempiere finalmente all’obiettivo del 3% di PIL investito
in istruzione e ricerca, sia per restituire dignità e senso alla carriera
universitaria, riducendo la nota “fuga dei cervelli” e conseguente emorragia di
giovani laureati verso altri Paesi, e invertendo anzi la direzione.
Recuperare
una funzione sociale della ricerca a partire dalle grandi sfide che la crisi ci
pone. Il rapporto con la società non deve significare subordinazione agli
interessi delle imprese, e la libertà e l’autonomia della ricerca non si
ottengono con una chiusura autoreferenziale. La “terza missione”, il
contributo, cioè allo sviluppo sociale e civile del Paese, deve essere
strettamente intrecciata alla formazione e alla ricerca e deve fondarsi
sull’autonomia e la capacità di essere in relazione con la società. Questo è
ottenibile solo con carriere non frammentate dal ricatto dei pochi fondi e di
posizioni precarie, ma rinforzando il finanziamento dei gruppi di ricerca e dei
nuovi reclutamenti, in modo da garantirne la libertà e indipendenza scientifica
ed evitare obbligati apparentamenti e affiliazioni.
Riprendendo
il positivo lavoro svolto nelle precedenti legislature – e nel, pur breve,
periodo del Governo Conte 2 – occorre rilanciare l’azione di riforma dell’Alta
Formazione Musicale e Artistica, superandone la marginalizzazione e la
trascurata indifferenza; ma anche procedere ad una riorganizzazione e ad un
forte impulso, in particolare, della formazione musicale, fin dalla scuola di
base.
16.
L’ITALIA IN SALUTE.
La
nostra azione politica e la nostra mobilitazione non possono non farsi carico
nei prossimi mesi del tema del diritto alla salute e conseguentemente del SSN
che ha subito un progressivo indebolimento tale da mettere in discussione
proprio questo diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Come è noto a
tutti noi il SSN si è presentato impreparato alla fase pandemica, penalizzato
da anni di de-finanziamento, tagli dei posti letto (non bilanciati da una
adeguato potenziamento della sanità territoriale e delle cure intermedie),
riduzione del personale, e politiche che hanno inciso negativamente sulla
tenuta dei servizi territoriali e di prevenzione. Sembrava che vi fosse durante
la pandemia un generale consenso sulla necessità di rafforzare il SSN e di
superare le diseguaglianze territoriali nell’accesso e nella qualità dei
servizi, amplificate da questa pandemia e un sentimento generale di adesione a
questo bene comune. Purtroppo, superata la prima fase della pandemia, la sanità
per il presidente Draghi è ben presto tornata a occupare la parte bassa della
classifica delle priorità̀ del nostro Paese. Tanti sono stati i segnali e la
conferma che non vi fosse intenzione di procedere ad alcun rafforzamento del
SSN è arrivata già lo scorso aprile, quando il Governo ha reso note le
previsioni di andamento della spesa sanitaria pubblica, che hanno trovato poi
piena conferma nella Nota di Aggiornamento del 29 settembre. Se dal 2017 al
2020 la percentuale di spesa sanitaria pubblica era rimasta ferma al 6,6% del
PIL (tra le più̀ basse in Europa), impennandosi al 7,3% nel 2021 a causa delle
spese COVID, la spesa tendenziale per gli anni successivi è decisamente al
ribasso: 6,7% nel 2022; 6,3% nel 2023, e addirittura 6,1% nel 2024. Poi si è
inserita addirittura la previsione di un DDL per l’attuazione della autonomia
differenziata. E ancora poi il feroce Ddl Concorrenza. La sostanza del
provvedimento è concentrata nell’art. 6: la privatizzazione dei servizi
pubblici locali. Un provvedimento che accantona definitivamente quanto la
pandemia ha evidenziato: il mercato non funziona, non protegge, separa persone
e comunità. Questo decreto è un attacco ai diritti delle persone e ai beni
comuni, Draghi all’assalto dei beni comuni. Questa pandemia ha invece messo in
evidenza la necessità di una solida cornice unitaria dei servizi sanitari
regionali e di un potenziamento della capacità – politica e tecnica – di
indirizzo programmatorio nazionale; è pertanto indispensabile espellere il tema
Sanità dalla eventuale attuazione dell’autonomia regionale differenziata.
Occorre un cambio di passo nell’ambito della sanità pubblica e della ricerca
biomedica. Si tratta di una “occasione” da non perdere per ridisegnare il ruolo
dello Stato e dei sistemi di welfare per i prossimi decenni, in considerazione
anche della disponibilità delle risorse finanziarie del PNRR e del consenso
della popolazione, che avverte il problema salute come la crescente e maggiore
inquietudine di questi anni. Il diritto alla salute deve essere per noi una
delle priorità del paese. Negli ultimi anni il SSN sta venendo progressivamente
meno alla sua fondamentale missione: il diritto alla salute non è garantito, la
popolazione è sempre meno tutelata di fronte alla malattia, mentre crescono le
disuguaglianze tra i cittadini nell’accesso ai servizi. È mandatorio che la
salute torni a essere una priorità. È il momento di ergersi con forza in difesa
del SSN e della sua originaria vocazione universalistica e di opporsi al
disegno volto a creare un doppio binario: un servizio pubblico impoverito e
inefficiente e un sistema privato solo per chi se lo può permettere. Per questo
è necessario lavorare sulle tre dimensioni della crisi attuale: i valori, il
funzionamento e il finanziamento. I valori, sanciti dalla Costituzione e dalla
legge istitutiva del SSN, a partire dal rispetto della dignità della persona
umana, sia essa bisognosa di assistenza o lavoratore della sanità pubblica. Il
funzionamento del sistema, prevedendo lo sviluppo e l’attuazione delle tante
norme ancora disattese e avviando un rinnovamento strutturale del modello di
cura, rendendolo davvero capace di accogliere e accompagnare le persone nei
percorsi di cura e promozione della salute, superando il vecchio modello
centrato sull’attesa e sull’ospedale. Prioritaria è la prevenzione primaria,
per intervenire affinché le persone non si ammalino, agendo sui fattori di
rischio legati all’ambiente di lavoro e di vita sui principali fattori di
rischio delle malattie croniche (inquinamento, fumo, obesità, sedentarietà). Questo
richiede la radicale riorganizzazione e il potenziamento dei servizi
territoriali, non solo in risposta alla recente drastica riduzione delle
attività ospedaliere (dal 2008 ad oggi i ricoveri si sono ridotti di oltre un
quarto), ma per offrire cure primarie, basate sulla sanità d’iniziativa e su
gruppi di lavoro multidisciplinari, che garantiscano un’assistenza integrata e
personalizzata, fondata sull’inclusione sociale con il coinvolgimento delle
comunità locali. Il finanziamento, dopo le drastiche restrizioni imposte dagli
ultimi governi, è indispensabile tornare a investire nella salute e
nell’assistenza sanitaria, riallineando progressivamente la spesa sanitaria
pubblica italiana alla media dei paesi dell’Europa occidentale e garantendo
investimenti pubblici per il rinnovamento tecnologico e l’edilizia sanitaria.
Come primo passo è necessario prevedere un aumento del fondo sanitario di 10
miliardi nei prossimi tre anni. È necessario abolire i vantaggi fiscali
connessi alla sottoscrizione di polizze assicurative sanitarie e alla
partecipazione a fondi sanitari integrativi, in quanto riducono la
contribuzione degli assicurati al Fondo Sanitario Nazionale, aumentando le
disuguaglianze e minando in prospettiva le basi di un servizio sanitario
pubblico, equo e universalistico. Il peso oggi della sanità privata accreditata
nel SSN è purtroppo enomre: quasi il 50% delle strutture ospedaliere inserite
nel SSN sono private, così come il 60% dei servizi ambulatoriali ed addirittura
il 78% dei servizi riabilitativi e l’82% delle strutture residenziali;
ovviamente tutto ciò non è casuale: sono questi gli ambiti maggiormente
redditizi. Non certo la medicina territoriale dove, infatti, il privato
accreditato raggiunge solo il 13%. Urge inoltre un nuovo progetto per i Consultori
Familiari, da anni oggetto di depauperamento progressivo. Il modello
assistenziale di cura alla donna è negativamente impregnato di pregiudizi che
ostacolano il cambiamento culturale verso scelte consapevoli e autonome in tema
di salute femminile riproduttiva e sessuale.
Va affrontata la piena attuazione della Legge 194 anche attraverso
normative che consentano solo a personale infermieristico e medico non
obiettore di partecipare ai concorsi pubblici. La salute sessuale e
riproduttiva e le scelte connesse devono essere rispettate e garantite dal
momento della nascita fino alla menopausa. Contraccezione, aborto ed esami ed
eco in gravidanza devono essere realmente a disposizione in forma gratuita nei
Consultori. Il personale sanitario tutto sia formato alla medicina di genere.
Il percorso sanitario dei cittadini con disabilità è costellato di difficoltà
burocratiche e rallentamenti amministrativi che rendono ancora più invalidante
la situazione del disabile e della sua famiglia, minando troppo spesso alla
loro stessa dignità nel perseguimento di diritti che dovrebbero essere
acquisiti. Proponiamo quindi:
Inserimento
dell’obiettivo ‘salute’ in tutte le politiche, potenziamento dei servizi di
prevenzione e tutela ambientale, superamento dell’attuale separazione tra gli
stessi.
Un
Piano di rafforzamento strutturale del personale dipendente, con l’assunzione
di complessivi 40 mila operatori in tre anni, per riportare la dotazione di
operatori ai livelli precedenti alla crisi, riducendo contestualmente la spesa
per il lavoro precario, le collaborazioni esterne e le esternalizzazioni di
servizi.
Un
Piano straordinario di investimenti pubblici per l’ammodernamento strutturale e
tecnologico della sanità pubblica evitando complessi e costosi progetti di
finanza privata, dando priorità alla messa in sicurezza delle strutture non
obsolete.
Una
nuova politica del farmaco, attraverso la promozione dell’uso dei farmaci
equivalenti, la definizione di una strategia per i farmaci e vaccini veramente
innovativi che ne permetta l’accessibilità a costi ragionevoli per le finanze
pubbliche, la revisione delle modalità di funzionamento dell’Agenzia Italiana
del Farmaco e dei meccanismi di controllo della spesa, il potenziamento della
ricerca indipendente e la previsione di una adeguata azienda pubblica per la
produzione e commercializzazione dei farmaci e vaccini.
Normare
l’uso e la produzione di sostanze chimiche pericolose, anzitutto i composti
perfluoroalchilici (Pfas), dalla loro produzione fino alla loro distruzione:
l’obiettivo primario per Europa Verde e Sinistra Italiana è la definizione di
limiti restrittivi e strategie volte alla riduzione del loro uso fino alla
totale sostituzione, prevedendo azioni di reazione e protezione sanitaria,
ambientale ed economica nei luoghi contaminati o potenzialmente contaminati da
queste sostanze. La strategia nazionale dovrà basarsi anzitutto sulla
collaborazione con il mondo scientifico e gli Stati promotori del Panel
internazionale per implementare l’azione di controllo e mitigazione di sostanze
chimiche pericolose, rifiuti e inquinamento, proposto all’Assemblea Onu a febbraio
2022. Ci impegniamo a proporre e percorrere ogni azione suggerita
dall’esperienza tecnico-scientifica, nazionale ed internazionale acquisita fin
d’ora per fare in modo che mai più in Italia e all’estero un inquinamento da
sostanze non normate provochi la stessa sofferenza sanitaria, psicologica,
sociale ed economica che ancora oggi cittadini veneti, piemontesi ed italiani
stanno subendo a causa di inquinanti fino ad ora ancora troppo sottovalutati.
Creazione
di un’azienda pubblica per la produzione dei farmaci e vaccini, utilizzando le
competenze dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Istituto Farmaceutico
Militare, dei Centri di ricerca universitari e del Servizio Sanitario
Nazionale.
Abolizione
dei vantaggi fiscali connessi alla sottoscrizione di polizze assicurative
sanitarie e alla partecipazione a fondi sanitari integrativi, in quanto
riducono la contribuzione degli assicurati al Fondo Sanitario Nazionale e
contrastano con elementari doveri di solidarietà sociale, aumentando le
disuguaglianze e minando in prospettiva le basi di un servizio sanitario
pubblico, equo e universalistico
Revisione
dei servizi esternalizzati, garantendo innanzitutto le condizioni di lavoro e
la giusta retribuzione del personale e procedendo a un graduale ritorno alla
gestione diretta, a partire dai settori strategici.
Superamento
delle convenzioni nazionali dei medici di famiglia, dei pediatri di libera
scelta, degli specialisti ambulatoriali, della medicina dei servizi con
inserimento di queste figure professionali nel Contratto Unico di dipendenza
dal Servizio Sanitario Nazionale.
Sviluppo
del sistema sanitario nazionale nella missione 6 PNRR: Il SSN deve essere
oggetto di una azione politica che ne sostenga i principi fondamentali di
programmazione sanitaria e di sviluppo del personale (in stretta sinergia con
l’ambito universitario, abolendo il numero chiuso in tutte la facoltà di ambito
medico e infermieristico), ne rafforzi la valenza pubblica, permetta anche una
nuova definizione dei bisogni sanitari attraverso la realizzazione di una rete
socio assistenziale diffusa ed efficace, in grado di raggiungere i cittadini in
stretta sinergia e relazione con la rete ospedaliera e consenta di ridefinire
il ruolo del MMG.
Introduzione
due medici sentinella per l’ambiente (RIMSA): Il ruolo del medico è dedicato
agli aspetti diagnostici-terapeutici. Il MMG conosce l’ambiente dove il suo
assistito vive e lavora. Può e deve occuparsi anche di prevenzione. Perciò riteniamo necessario istituire la rete
dei medici Sentinella Per l’ Questo deve
essere molto attento a individuare eventuali cluster di patologie che possono
verificarsi tra i suoi assistiti. Se sospetta una causa ambientale deve
segnalare quanto osservato alle autorità amministrative e ai decisori politici.
Questa funzione viene definita “advocacy”. Il progetto di medico sentinella è
portato avanti da medici per l’ambiente ISDE (vedi sito isde.it) che ha
costituito una rete denominata RIMSA (Rete italiana medici sentinella per
l’ambiente).
La
salute delle donne: fare i conti con la differenza tra Donne/Uomini.
Maternità: il coronavirus ha fatto emergere
insieme alla superiorità numerica delle donne mediche, il nodo irrisolto della
maternità rispetto al loro essere differenti; ridisegnare i luoghi di cura
potenziando il territorio inteso come fonte di servizi e relazioni; ripensare
il territorio: medicina di base, case della salute, comunità per anziani;
promozione di percorsi efficaci per donne in salute: consultori familiari,
percorso nascita, percorso salute riproduttiva, parto non medicalizzato,
controllo utilizzo tagli cesarei, allattamento al seno, IVG, contraccezione;
formazione ad hoc del personale.
Disabilità:
1.
creare in ogni Regione presidi sanitari per l’assistenza dei cittadini con
disabilità di età pediatrica e adulta con personale medico e infermieristico
adeguatamente formato agli approcci terapeutici più indicati. 2. semplificare
le pratiche amministrative volte alle richieste di presidi sanitari essenziali
per i cittadini con disabilità (pannoloni, alimentazione enterale ecc…)
espandendo i termini con cui presentare nei casi di patologie gravi e
gravissime e consentire al malato di inviare richieste e relativa
documentazione via mail. 3. Aggiornare il nomenclatore tariffario degli ausili,
protesici e non. Al momento risulta ancora in vigore quello del 1999.
Nonostante sia stato emanato un documento con i nuovi dispositivi tecnologici e
i nuovi livelli di LEA, tale documento (DPCM 12 gennaio 2017), approvato nel
2021, risulta ancora non operativo. 4. Salvaguardare il diritto alla sessualità
per i cittadini con disabilità in ogni sua forma, anche attraverso la
formazione di operatori all’affettività (love givers). 5. Favorire l‘assistenza
domiciliare per le persone con gravi disabilità. 6. Favorire la costituzione di
strutture semiresidenziali e centri diurni per persone con disabilità Non
autosufficienza e marginalità
Assistenza
domiciliare e Rsa: Anziani e persone con disabilità devono poter essere assistiti a casa
loro con gli adeguati supporti ai loro familiari e a tutti i caregivers
interessati. Deve essere valorizzato il ruolo del Terzo Settore, in grado di
coadiuvare efficacemente il SSN, con incentivi economici e di servizi. La
dimensione di isolamento delle Residenze per Anziani va superata guardando ad
esperienze positive all’estero dove le RSA sono collocate nei quartieri accanto
a centri per l’infanzia e a scuole, sono rese accessibili alla popolazione
offrendo una idea di integrazione con il tessuto sociale. Tra i criteri per
l’accreditamento, andrebbe valorizzata l’accessibilità alle strutture con i
mezzi pubblici. Occorre impegnarsi a fondo per il superamento della contenzione
fisica o farmacologica.
Tra i
diritti delle persone con disabilità, vi
è quello “di muoversi liberamente sul territorio, usufruendo, alle stesse
condizioni degli altri cittadini, dei servizi di trasporto collettivo
appositamente adattati o di servizi alternativi”. Il trasporto pubblico
italiano, non solamente quello locale, non riesce a garantire questo diritto
considerando che, ad esempio solo 630 stazioni su 2300 sono attrezzate ad
offrire assistenza alle persone con disabilità e troppi pochi treni sono
attrezzati per persone con disabilità. Si rende necessario investire
maggiormente sull’accessibilità dei servizi di trasporto pubblico e
sull’abbattimento delle barriere architettoniche.
Nel
PNRR gli interventi a favore delle persone con disabilità si articolano in
particolare nel capitolo cinque e nel sei che riguardano rispettivamente a
“coesione e inclusione” e “salute”. La missione cinque, prevede, in capo al
ministero della Disabilità, l’attuazione della riforma della cosiddetta “Legge
quadro della disabilità” nell’ottica di una maggiore promozione dell’autonomia
delle persone con disabilità. Oltre a questo, nell’ambito di una prima
attuazione dei fondi del Pnrr, il ministero del Lavoro, con uno stanziamento
complessivo di 1,2 miliardi di euro, ha emanato un apposito decreto in cui
destina 500 milioni di euro destinati all’inclusione delle persone con
disabilità. La direzione intrapresa è giusta, ma le persone con disabilità
devono avere risposte concrete in merito all’inclusione lavorativa, Progetto di
Vita, Dopo di Noi e in merito ai caregiver familiari. Queste risorse sono
indubbiamente molto importanti e costituiscono un primo segnale nella giusta
direzione. Nel futuro a breve termine occorrerà però incidere con grande forza
e determinazione sui temi dell’inclusione lavorativa, Progetto di Vita, Dopo di
Noi e in merito alle figure di caregiver familiari. In particolare, occorre
supportare i caregivers familiari sia attraverso il supporto psicologico che
attraverso del personale qualificato che possa sostituirlo per alcune ore
offrendo loro in questo modo un giusto sollievo dagli oneri dell’assistenza.
Strategie
di contrasto alla solitudine: contrastare la solitudine favorendo la
socializzazione e l’aggregazione, offrendo risposte ad una fascia consistente
di persone autosufficienti disponibili ad accogliere e a vivere in compagnia.
Azioni da promuovere e/o incentivare: coabitazione giovani-anziani, in
particolare di studenti fuorisede; impiego volontario degli anziani nelle
scuole; attività ricreative e di svago per gli anziani; attività di
tele-compagnia erogata da personale psicologicamente qualificato.Nel caso
specifico delle persone con disabilità, la solitudine è un rischio che incombe
sin dalla giovane età: per facilitare la socializzazione e la possibilità di
confronto tra pari, è necessario garantire l’accessibilità ad ogni luogo
pubblico e privato, quale cinema, teatri, concerti, spiagge, parchi, piscine,
chiese, esercizi commerciali sia attraverso l’abbattimento delle barriere
architettoniche e sensoriali che con l’attivazione del servizio sotto altra
forma purché non lesiva della dignità del cittadino con disabilità.
Rompere
il circolo della povertà: La ripresa economica non potrà prescindere dalla
lotta alla povertà, alle disuguaglianze e alla comune presa di coscienza che è
insopportabile che queste condizioni creino disparità nelle opportunità di vita
delle persone. In questo contesto intendiamo difendere e rafforzare il reddito
di cittadinanza, secondo le previsioni del rapporto elaborato dalla Commissione
presieduta da Chiara Saraceno, con l’obiettivo strategico di arrivare ad un
vero Reddito Universale di Base.
Un
Piano Nazionale per Bambine e Bambini:
Vogliamo
garantire il benessere e un processo di crescita armoniosa delle bambine e dei
bambini offrendo a loro la possibilità di socializzare e giocare senza esser
vincolati dagli aspetti economici. Per questo occorre avere molti asili nidi,
la possibilità di aver delle e dei babysitter pagati dallo stato per qualche
ora a settimane, la possibilità di accedere alle aree verdi, a fare sport e
potere gratuitamente godere di tutte le attrazioni anche culturali (come i
musei, etc) Le bambine e i bambini devono godere del diritto di mobilità
adeguato a loro. promuovere la presenza di giochi per disabili in tutti i
parchi pubblici cittadini per facilità l’inclusione tra pari.
Lo
sport come strumento di salute e di cittadinanza.
Occorre
mettere in atto azioni concrete per sostenere i processi di sviluppo di
competenze motorie, cognitive, emotive e relazionali; rendere obbligatorio
l’inserimento negli Statuti delle Associazioni Sportive i valori del rispetto
di sé, degli altri, dell’ambiente, della parità di opportunità, della
solidarietà; aiutare, soprattutto i giovani, a maturare, cioè ad ammettere i
propri limiti, ma al contempo ad evidenziare le proprie potenzialità anche
attraverso l’attività agonistica. Occorre vigilare sull’attuazione dei Decreti
legislativi per la “Riforma quadro dello sport”, approvati nel 2021. Promozione
delle attività motorie, ludiche e ricreative adattate, nonché facilitazioni per
l’accesso alla pratica sportiva delle persone con disabilità di tutte le fasce
di età. Realizzazione di un programma nazionale per “l’accessibilità” degli
impianti sportivi. Approvazione definitiva del “disegno di legge sulla tutela
dello sport nella Costituzione” la cui procedura si è fermata in prima lettura
al Senato durante l’attuale Legislatura.
Benessere
psicologico e tutela della salute mentale.
Le
condizioni di benessere psicologico nel nostro Paese risultano gravemente
compromesse. Secondo un’indagine, recentemente pubblicata dal Consiglio
Nazionale dell’Ordine degli Psicologi risulta un aumento del 39 per cento delle
richieste di aiuto nell’ultimo anno, un dato che viene definito “psico-pandemia”.
Risultano maggiormente colpite la popolazione femminile e giovane, sia
minorenni che la fascia 18-30 anni. Crediamo indispensabile garantire la
massima attenzione al supporto psicologico della popolazione, con misure atte
a:
Prevedere
l’assunzione straordinaria di psicologi e specialisti della salute mentale nei
sistemi sanitari pubblici territoriali, convenzionati o che garantiscano un
costo di prestazione calmierato;
Potenziare
gli interventi per la scuola con l’attivazione di un servizio di psicologia
scolastica strutturale all’interno del sistema scolastico;
Adottare
misure di prevenzione delle forme di disagio, di promozione delle competenze
psicologiche adattive e di forme di collegamento e sinergia con gli interventi
mirati di cura dei servizi sanitari per l’infanzia, l’adolescenza e le
famiglie;
Potenziare
i centri per l’impiego e i sistemi formativi territoriali attraverso il
contributo degli psicologi del lavoro;
Attivare
voucher aziendali per la prevenzione di stress lavoro correlato ad interventi
psicologici di prevenzione e cura dello stesso;
valorizzare
il territorio come centro di prevenzione e cura della psichiatria, favorire
l’istituzione di guardia psichiatrica H24 e ambulatori per adolescenti e
limitare l’inserimento in strutture a favore della residenzialità leggera con
inserimento lavorativo.
Prevenire
il pericolo di istigazione al ricorso a pratiche di autolesionismo e al
suicidio online, individuare e prevenire i comportamenti potenzialmente suicidi
soprattutto nella popolazione scolastica, promuovere l’educazione sanitaria
della popolazione e ottimizzare i percorsi di cura attraverso un piano d’azione
specificamente regolamentato.
Costruire
un portale online e offline aperto a tutti per prevenire l’istigazione al
suicidio e all’autolesionismo
Difendere
i diritti umani delle famiglie transnazionali.
Sono
5.171.894 gli stranieri residenti in Italia. Quasi 1 su 2 è di provenienza
europea. La maggior parte lascia in dietro la famiglia nei paesi di residenza.
Sono spesso persone invisibili, che non appaiono neanche nel Pnrr. Il Piano
dedica un fondo importante per la cura di persone vulnerabili e anziani, ma è
fondamentale che quelle risorse siano messe in collegamento anche con chi cura.
Solo il 6% dei lavoratori domestici ha una protezione sociale completa (ILO).
Circa mezzo milione di bambini sono lasciati indietro dai loro genitori che
lavorano nell’Unione europea. Spesso è la madre a partire per andare a fare
l’assistente familiare all’estero. Un lavoro che non consente di ricongiungere
la famiglia nel Paese di emigrazione, perché spesso costringe a vivere sotto lo
stesso tetto dell’assistito e troppe volte con conseguenze drammatiche sulla
salute e la vita della lavoratrice e dei propri famigliari. I figli lasciati
indietro costretti a vivere lontano dalle madri sviluppano in tantissimi casi
disturbi legati all’ansia da abbandono, fino a precipitare in situazioni di
depressione o gesti estremi. Il fenomeno arriverebbe a colpire il 75% dei
minori, con una crescita esponenziale di suicidi, abbandono scolastico,
violenze e sfruttamento cui questi minori vengono sottoposti. Sarebbe
auspicabile che l’Italia, mettendo in pratica le recenti raccomandazioni del
dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: «Lasciare milioni di
bambini di lavoratori migranti senza cure parentali è una violazione dei diritti
umani» intensificasse l’azione dell’UE
per salvaguardare i diritti delle famiglie transnazionali, per creare da un
lato nei paesi di origine dei flussi migratori opportunità di lavoro e sviluppo
e nei paesi di arrivo, come il nostro, migliori condizioni di vita dei
lavoratori che contemplino la possibilità di ricongiungimenti familiari. A
partire da 2 agosto 2022, tutti gli Stati membri devono recepire la direttiva
relativa all’equilibrio tra vita professionale e vita privata di genitori e
prestatori di assistenza. Questi diritti si inquadrano nel pilastro europeo dei diritti sociali e la
loro istituzione costituisce un passo essenziale verso la costruzione di
un’Unione dell’uguaglianza. Di questi diritti devono beneficiare tutti i
lavoratori e lavoratrici in Italia, compresi quelli di origine straniera e le
loro famiglie transnazionali.
Terzo
settore.
In
Italia il no profit contribuisce per il 5% al PIL nazionale, occupa in forma
retribuita 750.000 persone e 3.300.000 volontari. Il mondo del terzo settore
rappresenta una forte e numerosa struttura sociale in Italia, un mondo giovane
con un’età media di 40anni, iper-qualificato (il 72% dei volontari è almeno
laureato) e attivo nell’ offrire servizi, spesso essenziali, alla collettività.
In un contesto storico nel quale i servizi erogati dal pubblico sono spesso
inferiori alla domanda, e la qualità degli stessi non sempre risulta adeguata
alle esigenze, il no profit si colloca come elemento che regge le mancanze del
primo settore, offrendo aiuto concreto ai cittadini.
Creazione
del Ministero del Terzo Settore;
Completamento
il processo di attuazione della legge delega del 2016 ovvero del Codice del
Terzo settore;
Garanzia
di stabilità e certezza normativa in materia fiscale, inoltrando quanto prima
la richiesta di autorizzazione alla Commissione europea per l’entrata in vigore
del Titolo X del Codice;
Semplificazione
delle procedure per il mantenimento dell’iscrizione al RUNTS;
Adozione
di iniziative a livello europeo e legislative volte all’abrogazione della norma
relativa al passaggio dal regime di esclusione IVA ad un regime di esenzione
IVA per i servizi prestati e i beni ceduti dagli enti nei confronti dei propri
soci;
Previsione
di regimi di esclusione IRAP per gli ETS, in linea con quanto disposto dalla
Legge di bilancio 2022 per alcuni comparti profit;
Aumento
delle dotazioni finanziarie a favore dei CSV, fondamentali strutture in grado
di erogare servizi di supporto tecnico e informativo per promuovere e
rafforzare la presenza degli ETS presenti sul territorio;
Ricostituzione
dell’Agenzia per il Terzo settore, soppressa nel 2012;
Intervento
nell’ambito della disciplina dei rapporti tra PA e mondo no profit, da un lato
in un’ottica di semplificazione della procedura amministrativa per la
costituzione di accordi di co-progettazione tra ETS ed enti pubblici,
dall’altro mediante la costituzione di strutture permanenti di impulso e
coordinamento dell’amministrazione condivisa a livello regionale e
territoriale.
17.
L’ITALIA DELLA LEGALITÀ.
Per
noi la mafia è una montagna di merda, come ci ha insegnato Peppino Impastato.
Riteniamo
un nostro nemico chiunque collabori con la criminalità organizzata,
direttamente o in concorso esterno, anche fornendo quel supporto nella gestione
degli affari economici e del riciclaggio indispensabile alla continuità
dell’impresa mafiosa.
Sosteniamo
la confisca dei beni della criminalità organizzata, che riteniamo debba essere
ulteriormente facilitata, soprattutto nella parte che riguarda il loro
possibile riutilizzo a finì sociali e collettivi.
Dobbiamo
pensare ad affermare sempre più la legalità attraverso processi formativi ed
educativi e prima ancora che per la propria sicurezza, per la propria dignità e
per poter affermare la nostra libertà.
Dobbiamo
rafforzare l’assetto legislativo e giudiziario ed accompagnare le autorità
investigative nazionali e internazionali preposte, in modo da far sentire la
presenza della legalità e della trasparenza in ogni ambito sia pubblico sia
privato.
Dobbiamo
lavorare senza sosta per una società che vuole essere libera, democratica,
ordinata, solidale.
La
repressione dell’illegalità deve anche essere il segno del mutamento radicale
della mentalità che fa crescere il cittadino secondo la cultura del contrasto
alle mafie, e quindi al favoritismo ed
all’arbitrio, all’omertà.
Riteniamo
che particolare attenzione debba essere dato al fenomeno delle ecomafie.
D’altra
parte, proprio la connessione fra criminalità organizzata e crimini ambientali
è alla radice di tante situazioni tragiche nel nostro paese.
In
particolare, crediamo si debba:
–
Esplicitare e sensibilizzare in merito alla connessione tra il contrasto alla
criminalità ambientale e la transizione ecologica: movimento terra, gestione
illecita dei rifiuti, edilizia abusiva, lavorare in emergenza o in scadenza
sono tutti settori in cui la criminalità organizzata impone la sua presenza
tramite corruzione e violenza. Contrastare i cambiamenti climatici e lo
sfruttamento delle risorse vuol dire anche contrastare la criminalità
organizzata e tutti coloro che ci collaborano.
–
Coinvolgere i cittadini, sia moltiplicando e facilitando l’accesso alle
informazioni, sia sollecitando denunce e segnalazioni anche anonime.
Responsabilizzare i cittadini rendendoli sentinelle del territorio.
o
Legislazione.
–
Approvare delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale,
archeologico e artistico e introduzione nel Codice penale dei delitti contro
gli animali.
–
Istituire, in ogni Regione, Commissioni di inchiesta su ecomafia e ambiente (in
particolare, gestione dei rifiuti). A livello nazionale, coordinare e
potenziare – con competenze alte e specifiche – le Commissioni ambiente,
ecomafia e antimafia.
–
Integrare la normativa vigente in materia di scioglimento delle amministrazioni
per infiltrazioni mafiose con la previsione di una rotazione automatica del
personale anche con possibilità di trasferimento presso altri enti e di
sostituzione con l’istituto della mobilità.
–
Aggiornare a livello regionale ed uniformarla a livello nazionale la normativa
relativa alle cave e al loro monitoraggio.
– A
livello penale prevedere un rafforzamento delle misure cautelari del sequestro
preventivo e della confisca al fine di assicurare un disincentivo immediato
alla commissione di reati ambientali.
–
Inserire i delitti ambientali previsti dal titolo VI-bis del Codice Penale e il
delitto di incendio boschivo tra quelli per cui non scatta l’improcedibilità;
o
Condivisione di dati.
–
Istituire un’Anagrafe pubblica dei rifiuti urbani speciali;
–
Attivare un sistema di tracciamento GPS dei rifiuti;
–
Sviluppare accordi con aziende specializzate con l’acquisizione di immagini
satellitari per rilevare tempestivamente i movimenti terra sospetti;
–
Prevedere la mappatura geolocalizzata degli impianti autorizzati di recupero,
di trattamento e smaltimento e delle aree a rischio comprese le aree dismesse;
–
Istituire sistemi di coordinamento e condivisione, a livello regionale e
nazionale, delle banche dati istituzionali e giudiziarie in materia ambientale.
o
Cooperazione e controlli.
–
Potenziare il personale di NOE e Guardie Forestali e rendere loro accessibili
le banche dati sopra citate;
–
Migliorare l’efficacia complessiva ed aumentare le azioni di controllo
ambientale attraverso strutture operative che possano agire anche al di fuori
dei confini regionali, in modo da contrastare più efficacemente il traffico
illecito di rifiuti;
-spingere
verso la creazione di una legislazione europea in materia di contrasto ai
traffici illeciti di rifiuti, intensificare una cooperazione internazionale tra
forze di polizia ed organi giudiziari, favorire lo scambio di informazioni e
dati utili ad intercettare le nuove rotte dei traffici illeciti.
–
Aumentare le pene dei reati ambientali e il periodo della prescrizione
–
Implementare la disciplina di cui al d.lgs. 231/2001, con riferimento alla
responsabilità penale di impresa in materia ambientale
–
Creare una via preferenziale per la trattazione dei reati ambientali più gravi.
o Per
i Comuni e gli Enti
–
Istituire una polizza bancaria reale come garanzia economica a tutela della
spesa pubblica;
–
Istituire un Fondo di Garanzia per aiutare i Comuni e gli Enti ad affrontare le
eventuali spese di bonifica;
–
Ripristinare, se necessario con una modifica legislativa, la corretta
attuazione da parte delle prefetture di quanto previsto dall’articolo 10-bis
della legge 120/2020, che ne stabilisce il potere sostitutivo in tutti i casi,
anche antecedenti all’approvazione della norma, di mancata esecuzione da parte
dei comuni delle ordinanze di demolizione di immobili abusivi;
–
Sostenere ed affiancare gli amministratori “illuminati” che si assumono la
responsabilità e l’onere di smantellare apparati burocratici incancreniti o
complici del malaffare. Esempio è la battaglia di EV Campania con
l’incondizionato sostegno ai Commissari straordinari dell’Ospedale San Giovanni
Bosco di Napoli, per liberare l’ente da storiche infiltrazioni camorristiche
padroni dell’ospedale, a partire dalla ingerenza sugli appalti, alla gestione
abusiva del parcheggio e della pizzeria interna all’ospedale, a finire perfino
alla gestione delle prenotazioni di visite ed analisi;
–
Potenziare organico, poteri, competenze e trasparenza delle Agenzie per
l’Ambiente, delle Province, mettendole in connessione con le ARPA;
–
Estendere la qualifica di Polizia Giudiziaria ad un numero maggiore di
personale;
–
Prevedere uno scambio informativo tra Enti, Procure e Agenzia delle Dogane e
dei Monopoli;
–
Sottoscrivere Patti di integrità, (Autorità Nazionale Anticorruzione), relativi
alle procedure di gara finalizzate alla stipula di contratti pubblici.
Carceri.
Cinque
proposte di Antigone che facciamo nostre per ridurre il sovraffollamento e
migliorare la qualità della vita delle persone detenute e degli operatori
penitenziari
Va del
tutto cambiata la legge sulle droghe, con i suoi eccessi repressivi. La legge
Jervolino-Vassalli del 1990 è vecchia e inadeguata, produce solo repressione,
carcere, sofferenze. Non ha ridotto i consumi Invece, così come hanno
sperimentato altri paesi, bisogna dirigersi verso forme di legalizzazione delle
droghe leggere, anche allo scopo di contrastare il predominio illegale delle
mafie. Vanno ascoltati i giovani, i ragazzi, non criminalizzati. I dati più
recenti dicono che un terzo detenuti è in carcere per avere violato la legge
sulle droghe. Quasi il 40% di chi entra in carcere ha fatto uso di droghe.
Numeri che evidenziano il fallimento della politica proibizionista.
La
legge sull’immigrazione Bossi-Fini costringe tantissimi immigrati ad entrare
forzatamente nel circolo vizioso dell’illegalità. Per questo va radicalmente
cambiata. Le politiche di sicurezza si costruiscono su basi pragmatiche,
utilizzando i dati statistici. Più favoriamo percorsi di integrazione meno
devianza penale avremo. Non esiste un allarme criminalità straniera. Così come
non esiste un allarme criminalità di strada. I numeri dicono che i reati sono
in calo rispetto al periodo pre-pandemico. Per questo non si giustificano norme
che diano poteri eccessivi a sindaci e polizia locale attraverso i Daspo
urbani. Vanno vietati i taser, armi potenzialmente letali.
Va
ridotto l’uso della custodia cautelare che produce circa un terzo della
popolazione detenuta. È necessario investire maggiormente sulle misure
alternative alla detenzione, piuttosto che sulla carcerazione. Circa 20 mila
detenuti hanno da scontare meno di tre anni di pena. Le misure alternative sono
meno costose e più sicure, in quanto, è statisticamente dimostrato, che chi ne
usufruisce ha meno rischi di incorrere nella recidiva.
Va
adottato un nuovo regolamento penitenziario che preveda più possibilità di
contatti telefonici e visivi, un maggiore uso delle tecnologie, un sistema
disciplinare orientato al rispetto della dignità della persona, una riduzione
dell’uso dell’isolamento, forme di prevenzione degli abusi, sorveglianza
dinamica e molto altro. Un nuovo regolamento, efficace e in linea con
l’attualità dei tempi, significa garantire tanti diritti alle persone detenute:
dal diritto alla salute, al diritto ai contatti con i propri affetti, ai
diritti delle minoranze (stranieri, donne), ai diritti lavorativi, educativi,
religiosi. Tra le modifiche quella di consentire ai detenuti di chiamare tutti
i giorni, o quando ne hanno desiderio, i propri cari. Le celle devono essere
dotate di telefono come in altri paesi. L’attuale regolamento penitenziario
prescrive 10 minuti a settimana per ciascun recluso. Deve esserci attenzione
specifica ai bisogni delle donne detenute e dei detenuti Lgbtqi+
È
necessario sostenere e gratificare il personale penitenziario, attraverso
processi di formazione che non si fermino alla fase iniziale di impiego ma
accompagnino l’operatore lungo l’intera sua attività lavorativa, e che abbiano
tra i propri obiettivi quello di istruire in merito ai diritti umani e ai
meccanismi di prevenzione delle loro violazioni, nonché ai percorsi di
reinserimento sociale delle persone detenute. Una cultura delle forze di
polizia penitenziaria improntata in questo senso, oltre ad apportare un
beneficio all’intero sistema e a dargli un indirizzo più attento al trattamento
in generale, eviterebbe inutili conflittualità spesso all’origine di rapporti
disciplinari ostativi di benefici penitenziari e modalità alternative di
espiazione della pena.
18.
L’ITALIA DEL MANGIARE SANO.
L’agricoltura
industriale, l’allevamento intensivo e i sistemi alimentari sono tra i
principali responsabili di emissioni di gas serra, inquinamento dei suoli,
delle acque e dell’aria e di sfruttamento di esseri viventi. L’agricoltura da
problema può e deve diventare parte della soluzione per affrontare la crisi
climatica, ecologica e la perdita di biodiversità. Purtroppo la riforma della
PAC – Politica Agricola Comune – per il periodo 2022-2027 mantiene un sistema
di erogazione dei sussidi pubblici a beneficio di un modello agricolo
industriale ed intensivo. Per questo motivo i Verdi e la Sinistra al Parlamento
europeo hanno sempre criticato aspramente la riforma e votato contro l’accordo
finale. Le nuove strategie della Commissione europea “Dal Campo alla Tavola” e
“Biodiversità 2030” indicano però importanti passi nella direzione giusta, tra
i quali la riduzione drastica dell’uso di pesticidi, fertilizzanti e
antibiotici, maggiore spazio alla natura nei campi agricoli, aumento della
superficie coltivata a biologico, misure che devono tradursi quanto prima in
obiettivi vincolanti a livello europeo ed essere presenti nella revisione del
Piano Strategico Nazionale per avviare una profonda e radicale conversione
ecologica dell’agricoltura.
Una
legge per fermare il consumo di suolo. A causa dell’agricoltura intensiva,
urbanizzazione e la cementificazione, il suolo in Italia è costantemente
minacciato e il consumo di questa risorsa preziosa viaggia alla velocità di
circa 2 metri quadrati al secondo. Intendiamo arrestare il consumo di suolo e
attuare un grande programma di difesa, contro frane e dissesti, mettendo il
territorio in sicurezza, destinandovi una maggiore quota delle risorse del
PNRR.
Un
quinto del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Il cambiamento
climatico, con siccità prolungate alternate a intense precipitazioni e aumento
repentino delle temperature, sta letteralmente divorando il territorio
innescando processi come l’erosione delle coste, la diminuzione della sostanza
organica dei terreni – anche a seguito di pratiche agricole intensive – e la
salinizzazione delle acque. Per fronteggiare la siccità proponiamo misure per
tutelare questa risorsa preziosa, evitando sprechi, riducendo i consumi ed
efficientandone l’uso attraverso misure quali: separazione delle reti fognarie
da quelle per la raccolta dell’acqua piovana; utilizzo delle acque reflue depurate
per usi agricoli e industriali, risparmiando sull’acqua destinata agli usi
umani; adozione di un Piano operativo che tuteli il reticolo idrografico,
attualmente sottoposto, in molte aree, a prelievi abusivi. Favorire
l’agricoltura di precisione e l’agricoltura conservativa. Adozione di un
approccio sinergico tra le misure volte alla riduzione del consumo di acqua e
quelle di efficientamento energetico, in virtù della stretta correlazione che
sussiste tra le due dimensioni (da un lato in ambito industriale si fa un
grande uso di energia per estrarre, pompare, riscaldare, raffreddare, pulire e
trattare l’acqua, dall’altra, la produzione di energia consuma immense quantità
di acqua per scopi diversi come il raffreddamento, il riscaldamento, la pulizia
o la produzione di energia idroelettrica. Risparmiare energia significa
pertanto risparmiare acqua e viceversa); istituire una cabina di regia
nazionale per l’emergenza idrica, al fine di monitorare costantemente lo stato
di attuazione degli interventi di risanamento delle reti idriche; stoccare
l’acqua nelle falde attraverso la ricarica controllata della falda, soluzione
che determina un ventaglio ampio di benefici ecologici (falde più alte sono di
sostegno a numerosi indispensabili habitat umidi, si previene la subsidenza
indotta dall’abbassamento della falda, rilasciano lentamente acqua nel reticolo
idrografico sostenendo le portate di magra, contrastano l’intrusione del cuneo
salino) ed economici (i sistemi di ricarica controllata della falda costano in
media 1,5€/m³ di capacità di infiltrazione annua, mentre per gli invasi i costi
arrivano a 5-6€/m³ di volume invasabile). I sistemi di ricarica controllata
consumano molto meno territorio ed è più facile individuare siti idonei.
Serve
un ministero delle politiche alimentari. L’Alleanza Verdi Sinistra propone di
passare gradualmente da una politica agricola a una “politica alimentare” che
partendo da una politica agricola sostenibile sviluppi azioni per garantire la
disponibilità di alimenti sani e salubri a fasce povere della popolazione.
Proponiamo
un nuovo modello istituzionale di governance per l’agricoltura italiana. La
riforma del Titolo V° della Costituzione ha assegnato alle Regioni il governo
dell’agricoltura in Italia. Questa condizione pone il ministro dell’agricoltura
in una condizione di debolezza istituzionale con una oggettiva difficoltà a
sviluppare una qualsiasi politica che si voglia chiamare agricola. Per questo
motivo AVS propone di riformare completamente il modello di governance
sfruttando le indicazioni della Commissione che richiede una centralizzazione
della gestione dei Piani di sviluppo rurale anche in quei Paesi (tra cui
l’Italia) dove la gestione dell’agricoltura ha una struttura federale. In
particolare, occorre riformare il funzionamento del “Tavolo Stato Regioni”
dando poteri di intervento nuovi al ministro dell’agricoltura per poter
svolgere una vera politica agricola, ambientale e alimentare per il Paese.
Riforma
della filiera agricola.
Proponiamo
l’introduzione della Patente del Cibo per garantire che il cibo consumato sia
prodotto nel rispetto dei diritti socio-lavorativi e della dignità di tutte le
persone impegnate lungo la filiera del cibo (dai semi fino alla tavola)
dell’ambiente (suolo e risorse idriche) e dei consumatori che hanno diritto ad
un cibo biologicamente ed eticamente sano.
Un
nuovo modello di filiera agricola. La volontà di sviluppare un modello
produttivo agricolo più verde deve necessariamente considerare i) che i
maggiori costi di produzione (o i minori redditi) non ricadano sugli anelli più
deboli della filiera (gli agricoltori e i consumatori) e ii) evitare sprechi
favorendo il riciclo e il riuso dei sottoprodotti in filiere alimentari
interconnesse tra loro. L’obiettivo è di sviluppare azioni di governance delle
filiere alimentari capaci di sostenere strategie di filiera e di innovazione
tecnologica sostenibile a tutela delle aziende agricole, agroalimentari e dei
consumatori. Per questo motivo AVS propone di completare e di varare una legge
nazionale sull’Organizzazione Interprofessionale (OI) che dia slancio alle imprese
della filiera rappresentate da Organizzazioni di Produttori (OP), dal lato
dell’offerta, e da imprese industriali, dal lato della domanda. Questo
strumento è già presente in molti Paesi UE (Francia, UK, Irlanda, Spagna,
Grecia, Germania) ma non in Italia. L’inter-professione è il luogo della
concertazione dove gli agenti “negoziano” le regole e l’introduzione di nuove
tecnologie (tra cui quelle a tutela dell’ambiente e del benessere animale)
tenendo in debito conto i costi di produzione e l’efficienza della filiera (da
un punto di vista tecnologico, economico, organizzativo (es. la gestione degli
sprechi) nei mercati nazionali e internazionali.
Biologico
e filiera corta le nostre priorità. Proponiamo la nascita di modelli
organizzativi innovativi e il rafforzamento delle filiere biologiche sul
mercato locale. Uno dei maggiori limiti dell’agricoltura biologica e delle
filiere corte (a km zero) è rappresentato dalla mancanza di strutture di
governance capaci di concentrare l’offerta e sviluppare sinergie per la
promozione dei prodotti in mercati (anche locali) fortemente aggressivi.
L’obiettivo di AVS è di favorire la nascita di forme organizzative delle
filiere alimentari biologiche (sotto forma di associazioni e di cooperative a
forte contenuto sociale) capaci di concentrare l’offerta, favorire
l’innovazione tecnologica, promuovere i prodotti e aumentare la competitività
dei prodotti bio.
Mense pubbliche e private biologiche per tutte e tutti.
Proponiamo la nascita di modelli di consumo virtuosi
che promuovono l’acquisto di prodotti Bio a km zero in forma di procurement
pubblico e privato. Questa politica nasce dal fatto che una parte consistente
dei consumatori effettua il pasto principale fuori casa presso il luogo di
lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri e altro. Obiettivo di una
politica alimentare (food policy) nazionale è garantire che anche fasce deboli
della popolazione possano accedere a cibo di qualità (per le proprie caratteristiche
intrinseche) favorendo al contempo le economie locali, soprattutto delle aree
svantaggiate (es. la montagna). In presenza di strumenti di governo della
filiera alimentare è possibile destinare parte del bilancio nazionale a
sovvenzionare il consumo dei prodotti Bio e a KM-zero abbassandone il costo da
parte delle imprese/istituzioni che devono distribuire cibo ai dipendenti o
assistiti. Questo impegno finanziario è giustificato con i fini di questa
politica: i) stimolare l’economia locale, ii) favorire la diffusione del
biologico locale; iii) facilitare forme di governo delle filiere ma anche di
sviluppo delle aree rurali, iv) facilitare l’accesso al cibo sano e salubre a
fasce meno abbienti della popolazione.
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