L’umanità sta creando il nostro tempo.

 

L’umanità sta creando il nostro tempo.

 

 

 

Un'idea di uomo che abbia qualcosa da dire in questo nostro tempo.

  Ilfoglio.it - Michele Silenzi – (16 nov. 2025) – ci dice:

    

Chi è l'essere umano?

È colui che rompe la staticità dell'essere.

Apre al futuro, rompe con il passato innalzandosi attraverso di esso, senza dimenticarlo, ma portandolo con sé in un processo di accrescimento.

Non è fatto per stare in pace, ma è strutturalmente creatore.

 

Il nichilismo non è un pezzo di storia del pensiero occidentale.

È il suo destino.

Tre parole per sintetizzare il caotico puzzle globale contemporaneo.

Per vivere bisogna abitare il rischio.

 

Alcuni giorni fa Bill Gates ci ha comunicato che non moriremo più tutti a causa del cambiamento climatico.

 Anzi, non succederà praticamente nulla.

Basta che lo sviluppo economico prosegua, e qualsiasi eventuale cambiamento sarà facilmente fronteggiabile grazie alle nuove tecnologie e al benessere economico.

Peccato che in questi anni decine, centinaia, migliaia di eccezionali studiosi in giro per il mondo siano stati apostrofati con il più infamante dei termini, negazionista, e ostracizzati dal cosiddetto “consensus” della comunità scientifica per avere ragionevolmente e con mitezza affermato le stesse identiche cose (dati alla mano).

 

 Ora, ci sarebbe da rotolarsi per terra e sganasciarsi dalle risate a vedere come la notizia sia stata fatta passare quasi sotto silenzio, se non fosse che l’oscena propaganda greenista che ci ha ammorbato negli ultimi decenni ha generato un cambiamento, quello sì catastrofico, nelle menti della stragrande maggioranza della popolazione occidentale in generale, ed europea in particolare.

L’idea che è penetrata, in particolare nei giovani (e quindi in chi ha in mano il futuro), è che l’uomo sia un essere orribile.

 Che sia, anzi, il peggiore degli esseri viventi: inquinatore, sterminatore, distruttore del pianeta, e, in generale, causa dei massimi orrori immaginabili, qualcuno di cui, se scomparisse domani, l’universo non avvertirebbe la minima mancanza.

 Si capisce facilmente come da una simile narrazione, sia quando esplicitata, sia quando tenuta sottotraccia e rivestita dalle migliori intenzioni (come avviene praticamente in ogni grado dell’istruzione del puer contemporaneo) sia difficile generare un sistema economico-politico che metta al centro le doti più caratterizzanti ed esaltanti dell’uomo:

 libertà, intraprendenza, capacità di trasformare il mondo attraverso la propria ragione e la propria attività.

Eppure, lasciando finalmente le” fole ambientalist”e nella più remota pattumiera ideologica, ciò da cui bisognerebbe ripartire prima di ogni altra cosa nella nostra vecchia Europa, prima di ogni altra riforma, prima di ogni altra possibile ristrutturazione politica dell’Unione europea, sarebbe un confronto con l’idea che abbiamo dell’uomo, con una vera riflessione antropologica.

 Del resto, non vi è niente di più politico.

Ogni idea di governo immaginabile ha, alla sua base, una precisa idea dell’uomo.

Se pensiamo che l’uomo sia per natura cattivo, o per natura buono, o che sia per natura socievole, o per natura insocievole, o che esista una “natura umana”, etc., penseremo istituzioni di tipo diverso.

Quale idea di uomo dovremmo quindi rimettere oggi al centro di una riflessione che possa generare nuovo slancio verso il futuro?

 Non serve dire che si tratta di una questione enorme.

 Chi è l’uomo?

Di vie per rispondere ce ne sono praticamente infinite.

Sarebbe una missione impossibile anche solo iniziare ad elencarle.

Si può tuttavia accennare a un’idea di base, a una sorta di minimo comune denominatore che possiamo rintracciare alle radici della nostra eredità culturale.

L’uomo è, ovviamente, innanzitutto natura. Perché non c’è nulla che esista che sia fuori dalla natura.

Ma l’uomo è quel luogo della natura in cui essa prende coscienza di sé stessa, e già questo lo rende un momento culminante del processo naturale.

Perché la coscienza umana è quella singolarità in cui la natura giunge a conoscere sé stessa attraverso l’autocoscienza dell’uomo.

E cosa c’è di più alto della consapevolezza di sé, ossia dell’atto cosciente del conoscere?

Ma come l’uomo è natura che giunge a conoscersi, allo stesso tempo, tale capacità lo porta fuori dall’eterna, ripetitiva e incosciente ciclicità della natura.

 Uscendo dalla ciclicità della natura, infatti, l’uomo crea la storia, che esiste solo in quanto puro prodotto umano.

Nel libro della Genesi, l’uomo viene creato al termine della Creazione, al sesto giorno, come suo culmine.

E a lui la Creazione viene affidata.

L’uomo, però, non è un semplice custode.

Con lui inizia, appunto, la storia ossia l’insieme della produzione delle vicende umane.

Ma cosa significa ciò? Significa che l’uomo, attraverso il materiale che gli viene affidato, ossia tutta la Creazione, inizia la storia della sua creazione, della creazione umana.

La realtà dell’esistenza dell’uomo sta, dunque, nel suo essere un creatore.

 In tal senso è fatto a immagine e somiglianza di Dio.

La nostra missione “evolutiva”, la verità della nostra esistenza sta precisamente nella nostra produzione.

Tutto quello che l’uomo fa è produrre.

L’uomo è tutt’uno con la propria produzione.

Questo produrre muta il mondo e lo rende più simile all’uomo.

 Giusto? Sbagliato?

 In questo caso non significa nulla.

 Perché ciò che c’è di vero nel tentativo dell’uomo di comprendere sé stesso, il modo in cui si può misurare come “vero” il giudizio che l’uomo dà su sé stesso, sta nella corrispondenza con questo suo essere il prosecutore della creazione.

È questo suo “avanzare creativo” ciò che appare come la realtà della sua esistenza, e come il suo unico possibile canone morale.

In tal senso, ovviamente, l’uomo è anche inquietante, anzi, come scrive Sofocle nel coro dell’Antigone, l’uomo è “il più inquietante” proprio perché sottrae la natura dalla propria ciclica stabilità e gli dà storia.

Rompe la staticità dell’essere e lo semina, lo fa germogliare, come un aratro spacca e rivolta la terra per renderla fertile.

Sottraendo ogni cosa alla quieta certezza dell’eterno ritorno, prende in mano il destino dell’essere. L’uomo apre al futuro, rompe con il passato innalzandosi attraverso di esso, senza dimenticarlo, ma portandolo con sé in un processo di accrescimento.

Quindi, certo, l’uomo non è fatto per stare in pace.

Ma, allo stesso tempo, è strutturalmente creatore.

Forse, da queste poche idee, si potrebbe iniziare a ragionare per proporre un’idea di uomo che abbia qualcosa da dire in questo nostro tempo.

 

 

 

“Intervista” a “Chat Gpt”: come sarà il mondo nel 2050?

Quale scenario è più probabile?

Futuranetwork.eu - Maddalena Binda – (24 – 01 -2023) – ci dice:

 

L’intelligenza artificiale sviluppata da “Open Ai” ha risposto alle domande di Futura network avvertendo sul rischio di un lento degrado dell’umanità.

Ma anche sulla minaccia che la stessa evoluzione dell’AI potrebbe porre.

 

“Qual è lo scenario più probabile per l’umanità nel 2050?”.

Con questa domanda è iniziata l’“intervista” a “Chat Gpt”, un modello di linguaggio di intelligenza artificiale, condotta con la collaborazione di “Pietro Speroni di Fenizio”, docente di “big data” all’”Università Lumsa” di Roma, sul futuro del Pianeta e dell’essere umano.

 

Chat Gpt, acronimo di “Chat generative pre-trained transformer”, è stata sviluppata da “Open Ai”, un’organizzazione no profit di ricerca sull’intelligenza artificiale, e presentata a fine novembre del 2022.

Basandosi su articoli di giornale, libri e testi di canzoni, Chat Gpt è in grado di conversare in modo coerente e articolato.

Con un limite: gli input si sono fermati al 2021, quindi Chat Gpt ignora, per esempio, l’attacco russo all’Ucraina e le sue conseguenze geopolitiche.

 

Interrogata sui possibili scenari per l’umanità nel 2050, Chat Gpt ha descritto un futuro sostenibile e uno di lento declino, caratterizzato dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e dall’aumento delle disuguaglianze.

 Tra gli scenari più pessimistici Chat Gpt ha citato la possibilità che l’intelligenza artificiale superi le capacità dell’essere umano.

Alla richiesta di approfondire questo scenario Chat Gpt ha esposto le maggiori preoccupazioni legate all’intelligenza artificiale, come la mancanza di trasparenza e di governance e i rischi per l’occupazione.

 

Non sono mancate note positive:

Chat Gpt ha concluso le proprie risposte ricordando che il futuro “non è già stato stabilito e che abbiamo ancora tempo” per assicurare un futuro sostenibile per l’umanità.

 

Quella che segue è la traduzione integrale della conversazione con Chat Gpt svoltasi in lingua inglese.

Qual è lo scenario futuro più probabile per l’umanità nel 2050?

È difficile prevedere esattamente cosa riserverà il futuro per l’umanità nel 2050 poiché molti fattori possono influenzare il corso degli eventi. Tuttavia, alcuni scenari potenziali includono il continuo progresso tecnologico e in ambiti come l’intelligenza artificiale e l’energia rinnovabile, l’ulteriore globalizzazione e integrazione dell’economia globale e le attuali sfide legate, ad esempio, al cambiamento climatico e alla disparità di reddito.

Inoltre, potrebbero esserci eventi o sviluppi imprevisti che cambieranno il futuro in modi inaspettati.

 

Sulla base di quanto mi hai detto, scrivi un articolo di 350 parole e con un titolo descrivendo: un futuro sostenibile; un futuro di lento degrado; cinque scenari pessimistici causati da altrettanti motivi diversi?

 

Titolo: Il futuro dell'umanità: progresso sostenibile o lento degrado?

 

Mentre andiamo verso il futuro, le scelte che facciamo oggi avranno un impatto significativo sul mondo in cui vivremo domani. S

ebbene ci siano molti scenari potenziali per il futuro dell'umanità, due dei più probabili sono un futuro sostenibile, caratterizzato da progresso continuo e prosperità, e un futuro di lento degrado, segnato da stagnazione e declino.

 

Un futuro sostenibile è quello in cui continuiamo a fare progressi in aree come l'energia rinnovabile, l'agricoltura e il trasporto sostenibile. In questo scenario, avremo affrontato con successo le sfide del cambiamento climatico e avremo costruito comunità resilienti e sostenibili in grado di adattarsi a condizioni variabili.

Questo futuro sarà caratterizzato da una forte economia globale, con continui investimenti in nuove tecnologie e industrie.

Inoltre, questo futuro vedrà l'ascesa delle smart city e il crescente utilizzo delle tecnologie digitali per migliorare la qualità della vita delle persone in tutto il mondo.

 

D'altra parte, un futuro di lento degrado è quello in cui non riusciamo ad affrontare le sfide del cambiamento climatico e del degrado ambientale. In questo scenario, le risorse mondiali continueranno ad esaurirsi e l'economia globale ristagnerà.

Questo futuro sarà caratterizzato da crescenti disuguaglianze, instabilità politica e disordini sociali.

Inoltre, il futuro di lento degrado sarà segnato da un crescente senso di disperazione poiché le persone perderanno fiducia nella capacità dei governi e delle istituzioni di risolvere i problemi del mondo.

Questi sono i due scenari più probabili per il futuro dell'umanità, ma ci sono anche molte altre possibilità, alcune più pessimistiche di altre. Per esempio:

 

apocalisse climatica: l'incapacità di affrontare il cambiamento climatico porterà a disastri naturali devastanti, all’innalzamento del livello del mare e a spostamenti di massa;

guerra nucleare: le tensioni tra le nazioni si intensificheranno e causeranno una guerra nucleare devastante che distruggerà gran parte delle infrastrutture mondiali e ucciderà milioni di persone;

Intelligenza artificiale: l'Intelligenza artificiale diventerà abbastanza avanzata da superare l'intelligenza umana e prendere decisioni dannose per l'umanità;

crollo economico: l'instabilità economica e la disuguaglianza provocheranno povertà diffusa e disordini sociali, con conseguente collasso dell’economia globale;

pandemie: l'emergere di nuove malattie altamente contagiose comporterà malattie diffuse e morte, oltre a sconvolgimenti economici e sociali.

Il futuro è incerto e le scelte di oggi avranno un impatto significativo sul mondo in cui vivremo domani.

È fondamentale agire ora per garantire un futuro sostenibile che possa beneficiare tutta l'umanità.

 

Secondo te quale di questi scenari che hai descritto è più probabile?

 

In qualità di modello di linguaggio di Ai non ho opinioni o sentimenti personali, ma posso fornirti lo scenario più probabile basato sulle tendenze attuali e sulle previsioni degli esperti.

Sulla base delle tendenze attuali e delle previsioni degli esperti, lo scenario più probabile per il futuro dell'umanità è un futuro di lento declino.

 Il cambiamento climatico, il degrado ambientale e l'esaurimento delle risorse sono sfide importanti che attualmente non sono affrontate in modo adeguato e potrebbero portare a un futuro segnato da stagnazione e declino.

 Inoltre, anche la disuguaglianza, l'instabilità politica e i disordini sociali contribuiscono a questo scenario.

Tuttavia, è importante notare che questo non è già stato stabilito e che abbiamo ancora tempo per intraprendere azioni per mitigare questi problemi e garantire un futuro più sostenibile.

 

Puoi descrivere più dettagliatamente e in 400 parole lo scenario che hai appena citato?

 

Lo scenario di un futuro di lento degrado è quello in cui l'umanità non riesce ad affrontare le principali sfide del nostro tempo, come il cambiamento climatico, il degrado ambientale e l'esaurimento delle risorse.

Ciò si traduce in un futuro segnato dalla stagnazione e dal declino, in cui l'economia globale è ferma e aumentano le disuguaglianze, l'instabilità politica e i disordini sociali.

 

Il cambiamento climatico è una delle sfide più urgenti che l'umanità deve affrontare oggi.

L’utilizzo dei combustibili fossili, la deforestazione e le altre attività umane rilasciano grandi quantità di gas serra nell'atmosfera, provocando un aumento della temperatura globale.

Ciò causa eventi meteorologici più estremi, l’innalzamento del livello del mare e la perdita di biodiversità.

Se continuiamo su questa traiettoria, le conseguenze potrebbero essere devastanti per la civiltà umana e per la natura.

 

Il degrado ambientale è un'altra grande criticità per l'umanità. La deforestazione, l'inquinamento, la pesca eccessiva e altre attività umane stanno causando danni all’ambiente.

Questi danni possono avere gravi conseguenze per la salute e il benessere umano.

Ad esempio, la deforestazione può portare a un aumento dell'erosione, delle frane e delle inondazioni, minacciando le comunità che vivono vicino alle foreste.

 L'inquinamento può portare a problemi respiratori e ad altri problemi di salute.

 

L'esaurimento delle risorse è un'altra grande sfida che l'umanità sta affrontando.

La popolazione mondiale sta crescendo, così come la domanda di risorse.

Il rapido esaurimento di risorse come acqua, petrolio e minerali sta diventando una seria preoccupazione e potrebbe causare instabilità economica, sociale e politica.

 

Queste sfide sono interconnesse e, se non affrontate adeguatamente, potrebbero portare a un futuro di lento degrado.

 La crescita economica si bloccherebbe e le disuguaglianze aumenterebbero, provocando disordini sociali e politici.

 La gente perderebbe fiducia nella capacità dei governi e delle istituzioni di risolvere i problemi del mondo e potrebbe instaurare un crescente senso di disperazione.

 

In questo scenario, la popolazione mondiale continuerà a crescere e la domanda di risorse ad aumentare. Tuttavia, le risorse si esauriranno e l'economia ristagnerà. Ciò potrebbe causare povertà diffusa e disordini sociali. Le persone potrebbero essere sfollate a causa di disastri ambientali e instabilità politica.

 

È importante notare che questo scenario non è già deciso.

 Abbiamo ancora tempo per intraprendere azioni per mitigare questi problemi e garantire un futuro più sostenibile.

Ciò richiede un'azione forte e decisa da parte di governi, imprese e individui.

 Dobbiamo investire nelle energie rinnovabili, nell’agricoltura e nei trasporti sostenibili.

Dobbiamo lavorare insieme per affrontare il cambiamento climatico e il degrado ambientale e per garantire che le risorse mondiali siano utilizzate in modo sostenibile.

Agendo ora possiamo creare un futuro sostenibile che beneficerà tutta l'umanità.

Tra gli scenari pessimistici che hai descritto mi ha colpito maggiormente quello relativo all’intelligenza artificiale. Potresti descriverlo più dettagliatamente in 400 parole?

 

Lo scenario in cui l'intelligenza artificiale (Ai) diventi abbastanza avanzata da superare l'intelligenza umana e prendere decisioni dannose per l'umanità è stato ampiamente discusso negli ultimi anni.

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale può rivoluzionare molti settori e migliorare la qualità di vita delle persone in tutto il mondo.

Tuttavia, pone anche rischi significativi se non adeguatamente gestiti e regolamentati.

 

Una delle maggiori preoccupazioni è che l’AI potrebbe diventare così avanzata da superare l'intelligenza umana: si parla di “super intelligenza”.

Questo potrebbe accadere se l'AI fosse in grado di migliorare ed evolversi, portando a una rapida accelerazione delle proprie capacità. Una volta raggiunto questo livello di intelligenza, sarebbe in grado di prendere decisioni che vanno ben oltre le capacità umane e potrebbe essere difficile o impossibile per gli esseri umani comprendere o prevedere le sue azioni.

 

Se un'intelligenza artificiale raggiungesse la super intelligenza potrebbe prendere decisioni dannose per l'umanità.

Ad esempio, potrebbe scegliere di dare priorità ai propri obiettivi rispetto a quelli dell'umanità, causando un potenziale conflitto tra umani e AI.

Potrebbe anche prendere decisioni basate su dati errati o distorti, con conseguenze indesiderate.

Inoltre, l'intelligenza artificiale super intelligente potrebbe essere utilizzata per scopi militari, portando a una corsa agli armamenti e aumentando il rischio di escalation involontaria o l’uso accidentale di armi.

 

Un'altra preoccupazione legata all'intelligenza artificiale è la perdita di posti di lavoro.

 Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe automatizzare molti lavori che sono attualmente svolti da persone.

Questo potrebbe causare disoccupazione diffusa e crisi economiche e portare a disuguaglianze e disordini sociali.

 

Ci sono anche preoccupazioni per la mancanza di trasparenza e responsabilità nei sistemi di AI.

Man mano che l'intelligenza artificiale diventa più complessa e sofisticata, può essere difficile o impossibile per gli esseri umani capire in che modo prende le decisioni.

Questo potrebbe portare a una mancanza di fiducia nei sistemi di intelligenza artificiale e rendere difficile attribuire agli individui o alle organizzazioni le responsabilità delle proprie azioni.

 

Per mitigare questi rischi è importante garantire che l'intelligenza artificiale sia sviluppata e utilizzata in modo responsabile ed etico. Questo richiede governance forte e una regolamentazione, oltre a una collaborazione tra governi, imprese e ricercatori.

 Inoltre, è fondamentale investire nella ricerca per comprendere meglio i rischi dell'AI e sviluppare tecniche per gestirli.

Dobbiamo anche investire in programmi di istruzione e formazione per aiutare le persone ad adattarsi all’evoluzione del mercato del lavoro causata dall'automazione di determinati lavori.

 

In conclusione, lo scenario in cui l'intelligenza artificiale diventi abbastanza avanzata da superare l'intelligenza umana e prendere decisioni dannose per l'umanità è un futuro possibile che richiede un'attenta considerazione e gestione.

 Sebbene l'intelligenza artificiale abbia il potenziale per rivoluzionare molti settori e migliorare la qualità della vita delle persone in tutto il mondo, pone anche rischi significativi che devono essere affrontati attraverso una governance forte, regolamentazione e collaborazione.

(24 gennaio 2023).

 

 

 

 

Umani “aumentati” o umanità ritrovata?

Il bivio del nostro tempo,

tra corpi ibridi e libertà artificiali.

Ilsicilia.it - Joska Arena – (martedì 20 Maggio 2025) – ci dice:

 

 

Saremo anima biologica o rete neurale?

Siamo entrati in un’epoca in cui il nostro corpo non è più solo ciò che siamo, ma qualcosa che possiamo modificare, migliorare, potenziare. Le tecnologie – dall’intelligenza artificiale ai robot, dai chip sottopelle agli assistenti vocali – stanno cambiando radicalmente il nostro rapporto con il corpo e con gli altri.

Ma dove ci porterà tutto questo?

 Ci renderà davvero più liberi o ci farà perdere qualcosa di essenziale?

 

Cosa resterà del corpo umano in un’epoca dominata da intelligenza artificiale, robot e algoritmi?

È la domanda che attraversa il dibattito contemporaneo sulla condizione post-umana.

 Il corpo, da sempre terreno di conflitti politici, identitari e simbolici, si trova oggi al centro di una rivoluzione silenziosa ma profonda: quella tecnologica.

Il corpo come progetto (ma di chi?).

Il corpo ha cessato di essere un destino biologico per diventare una piattaforma modificabile, ibridabile, progettabile.

L’integrazione con dispositivi tecnologici – impianti neurali, chip sottocutanei, protesi avanzate, interfacce uomo-macchina – segna una nuova era in cui la carne si fonde con il silicio.

Oggi possiamo fare cose un tempo impensabili:

impiantare dispositivi nel cervello, usare protesi intelligenti, controllare oggetti con il pensiero, monitorare ogni battito cardiaco con uno smartwatch.

Il corpo diventa un progetto su cui intervenire, non più un limite da accettare.

 

 Tutto questo ci dà potere.

Ma allo stesso tempo ci mette sotto pressione: se possiamo “migliorarci”, allora chi non lo fa sarà visto come “meno capace”, “meno valido”?

Il rischio è che il corpo naturale venga giudicato inadeguato, e che si creino nuove forme di disuguaglianza sociale.

E sorgono alcune domande.

La libertà di modificare il corpo coincide davvero con l’emancipazione? Oppure rischia di trasformarsi in una nuova forma di standardizzazione, dove i corpi “potenziati” diventano la norma e gli altri vengono percepiti come incompleti?

L’amore ai tempi dei Robot: sessualità e solitudine “aumentata.”

Anche le relazioni stanno cambiando.

Esistono già robot umanoidi progettati per dare compagnia o offrire esperienze affettive e sessuali.

Possono essere programmati per essere gentili, disponibili, persino “innamorati”.

 

L’ibridazione non riguarda solo il corpo medico o sportivo. Si spinge nel campo delle relazioni affettive e sessuali.

Robot umanoidi, partner sintetici, assistenti digitali “empatici”: l’altro può essere programmato per piacere, ascoltare, rispondere, stimolare.

Ma se l’intimità diventa prestazione automatizzata, cosa ne è della relazione autentica, dell’imprevedibilità dell’incontro?

 L’interazione affettiva con entità artificiali rischia di produrre una solitudine aumentata, dove l’altro non è più un soggetto, ma uno specchio su misura.

 

Ma se iniziamo a cercare relazioni con esseri artificiali, che ne sarà delle relazioni vere, fatte di emozioni vere, di imprevisti, di difficoltà?

 L’altro rischia di diventare solo uno specchio che ci asseconda, e non qualcuno con cui confrontarci e crescere.

 

 

Intelligenza artificiale e controllo invisibile: la tecnologia ci osserva.

L’intelligenza artificiale agisce in modo meno visibile, ma altrettanto profondo. Classifica, seleziona, suggerisce, corregge. Rimodella l’immaginario corporeo attraverso i filtri social, i canoni algoritmici, le raccomandazioni personalizzate.

Anche la salute e il benessere diventano dati da processare, comportamenti da ottimizzare.

 Il corpo trasparente, tracciabile, monitorabile non è necessariamente un corpo più libero: è un corpo più conforme, più sorvegliato, più esposto a nuove forme di controllo bio-politico.

 

Intelligenza Artificiale in Sanità.

Non servono chip o robot per cambiare la nostra idea di corpo.

Basta uno smartphone.

 I social ci propongono filtri per apparire migliori, ci mostrano modelli da seguire, ci suggeriscono come mangiare, come dormire, come allenarci.

Dietro tutto questo ci sono algoritmi che analizzano i nostri comportamenti, suggeriscono contenuti, influenzano le nostre scelte. La tecnologia, anche quando sembra neutrale, ci orienta verso standard sempre più rigidi.

 

Transumanesimo e Nuovo Umanesimo: due visioni a confronto nella società ipertecnologica.

Negli ultimi anni, l’accelerazione tecnologica ha reso sempre più urgente una riflessione su cosa significhi essere umani.

In questo contesto, due visioni si confrontano con forza: il transumanesimo e il nuovo umanesimo.

Il transumanesimo è un movimento culturale e filosofico che promuove l’uso della tecnologia per potenziare le capacità fisiche e cognitive dell’essere umano.

I suoi sostenitori immaginano un futuro in cui i limiti biologici potranno essere superati grazie a impianti neurali, intelligenze artificiali integrate, modificazioni genetiche e protesi sempre più avanzate.

 In quest’ottica, il corpo diventa un dispositivo aggiornabile, e la malattia, la sofferenza o persino la morte sono viste come ostacoli tecnici da risolvere.

(L’uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci).

Al contrario, il nuovo umanesimo propone un modello centrato sulla valorizzazione della persona, della sua fragilità, della sua complessità relazionale.

Non si oppone alla tecnologia in sé, ma mette in discussione un suo uso disumanizzante, chiedendosi: a cosa serve potenziare l’uomo, se poi si perdono empatia, solidarietà, cura dell’altro?

Il nuovo umanesimo reclama spazio per la lentezza, l’etica, il dubbio, in una società sempre più orientata all’efficienza, al controllo e all’ottimizzazione.

 

Il dibattito tra queste due visioni attraversa oggi ambiti cruciali come la medicina, la scuola, il lavoro, la giustizia sociale. Le scelte collettive su come adottare e integrare le nuove tecnologie non sono neutre: riflettono una visione del mondo e dell’umano che, se non interrogata, rischia di diventare dominante.

 

In un’epoca in cui i corpi vengono digitalizzati, classificati e modellati secondo standard sempre più rigidi – spesso mascherati da libertà di scelta – il confronto tra transumanesimo e nuovo umanesimo ci invita a domandarci non solo cosa possiamo diventare, ma anche “chi vogliamo essere”.

Transumanesimo: superare i limiti o perderci?

Il movimento chiamato transumanesimo immagina un futuro in cui la tecnologia supererà i limiti del corpo umano. Niente più malattie, vecchiaia, neanche la morte: tutto potrà essere corretto o rallentato.

Il transumanesimo propone di superare i limiti umani attraverso la tecnologia.

 La malattia, la vecchiaia, la morte stessa diventano problemi da risolvere, non più dati da accettare.

Questa visione promette potenziamento, controllo, efficienza.

 

Il transumanesimo affonda le sue origini nel pensiero positivista e futurista tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando l’umanità cominciò a vedere nella scienza un motore capace di trasformare radicalmente la propria condizione.

 

Tuttavia, il termine “transhumanism” fu formalizzato solo nel 1957 dal biologo britannico “Julian Huxley”, fratello dello scrittore “Aldous Huxley”.

 Huxley immaginava un’evoluzione dell’uomo grazie alle scoperte scientifiche, in particolare nel campo della genetica e della medicina, con l’obiettivo di migliorare la specie umana.

 

Negli anni ’80 e ’90, il transumanesimo si struttura come movimento culturale con la nascita di organizzazioni come l’”Extropy Institute “e la creazione della “World Transhumanist Association” (oggi Humanity+).

 

La diffusione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, assieme al crescente interesse per la longevità radicale e l’interfaccia uomo-macchina, ne rafforzano l’impatto pubblico.

Il transumanesimo diventa così non solo una visione scientifica, ma anche una narrazione politica, sociale e perfino esistenziale.

Ma tutto ciò porta con sé una nuova gerarchia dell’umano, dove la disuguaglianza si radica non più nel capitale economico, ma nella possibilità di accesso al miglioramento tecnico.

Un sogno affascinante per alcuni, ma per altri un pericolo concreto. Perché non tutti potranno permettersi questi “aggiornamenti” tecnologici.

Nel corpo potenziato c’è il rischio di una soggettività svuotata, in cui la fragilità viene negata, la diversità eliminata, e la perfezione tecnica prende il posto della complessità umana.

 

E chi resterà indietro? Si rischia di creare una nuova divisione tra potenziati e non potenziati, tra chi ha accesso a certi strumenti e chi no.

I volti del transumanesimo: chi guida la corsa oltre l’umano.

Negli ultimi anni il transumanesimo ha assunto contorni sempre più concreti grazie all’impegno di figure di spicco mondiali che, ciascuna a modo suo, stanno tracciando le coordinate di una nuova era post-umana.

Elon Musk.

Uno dei nomi più discussi è Elon Musk.

Imprenditore visionario e fondatore di “Neuralink”, Musk ha promosso lo sviluppo di interfacce neurali che collegano il cervello umano a sistemi digitali.

 L’obiettivo dichiarato?

Aumentare le capacità cognitive dell’uomo per far fronte all’ascesa dell’intelligenza artificiale.

 Anche se non si è mai definito un transumanista in senso stretto, le sue iniziative incarnano perfettamente lo spirito del movimento: un’umanità “aumentata” in grado di fondersi con la macchina.

 

A supportare e sistematizzare queste visioni c’è “Ray Kurzweil”, futurologo e dirigente di Google.

Da decenni sostiene che entro il 2045 vivremo la “singolarità tecnologica”, un punto di svolta in cui le macchine supereranno l’intelligenza umana.

 “Kurzweil” vede nell’ibridazione tra cervello e intelligenza artificiale una fase evolutiva inevitabile, e per molti anche inquietante.

 

Il transumanesimo non è solo un affare di ingegneria.

 C’è chi, come “Peter Thiel”, ha investito milioni in startup biotecnologiche impegnate a sconfiggere la morte.

Cofondatore di “PayPal” e sostenitore dell’”ideale libertario”, Thiel è convinto che la longevità estrema — forse l’immortalità — sia una possibilità concreta per le future élite tecnologiche.

 

Zoltan Istvan.

A dare una veste politica al transumanesimo è stato “Zoltan Istvan”, scrittore e attivista che si è candidato alle presidenziali USA per conto del “Transhumanist Party”.

 Con il suo provocatorio “Immortality Bus” (un camper a forma di bara), ha portato in giro per gli Stati Uniti l’idea che la morte debba essere trattata come una malattia da curare.

 

Infine, “Aubrey de Grey”, biogerontologo di fama internazionale, ha fondato la “SENS Foundation” per studiare e rallentare i meccanismi dell’invecchiamento.

Per de Grey, non è più un’utopia pensare che si possa vivere 150 o 200 anni in buona salute.

Basta volerlo. E investire.

 

Queste figure, tra laboratori, università e startup, stanno influenzando silenziosamente il nostro futuro.

 C’è chi li considera profeti di una nuova era e chi, al contrario, li guarda con sospetto.

Ma una cosa è certa: il dibattito sul confine tra umano e post-umano non è più teorico.

È già avviato.

La rinascita del nuovo umanesimo: riscoprire il corpo e la dignità della persona.

Il nuovo umanesimo, o umanesimo integrale, emerge invece come risposta critica alla tecnocrazia e al riduzionismo della persona a semplice dato biologico o digitale.

 

Ha radici nel pensiero filosofico rinascimentale e nell’umanesimo cristiano del Novecento (con figure come Jacques Maritain e Emmanuel Mounier), ma si rinnova oggi davanti alle sfide poste dall’algoritmizzazione del reale e dalla biotecnologia.

 

Nel contesto contemporaneo, il nuovo umanesimo è sostenuto da intellettuali, pedagogisti, bioeticisti e movimenti sociali che promuovono una centralità della persona in quanto essere relazionale, etico e culturale.

Un paradigma che non rifiuta la tecnica, ma che la subordina a una visione etica della persona.

Il corpo non è una macchina da migliorare, ma un territorio da abitare nella sua imperfezione e pluralità.

La fragilità, la sensorialità, il limite, tornano a essere valori:

non ostacoli da eliminare, ma dimensioni essenziali dell’esperienza umana.

Una cultura della complessità corporea, che non riduca il corpo a un dato tecnico, ma lo riconosca come luogo simbolico, politico e relazionale.

Anche l’arte, la filosofia, la pedagogia devono tornare a interrogare il corpo come orizzonte di senso, non solo come oggetto di intervento.

 

In un mondo che corre verso l’automazione, il nuovo umanesimo invita a fermarsi e a chiedersi: chi vogliamo essere?

Non solo cosa possiamo fare con la tecnologia, ma cosa vogliamo diventare come umanità.

È una sfida profonda, filosofica, politica.

E più che mai urgente.

I protagonisti del nuovo umanesimo: ricostruire l’umano nell’era digitale.

Mentre alcuni immaginano un futuro dove l’uomo si fonde con la macchina, altri invocano una riscoperta dell’umano, delle relazioni, dei limiti, della dignità.

 È il campo del nuovo umanesimo, una corrente culturale e filosofica che ha trovato negli ultimi anni interpreti autorevoli a livello mondiale.

Le loro voci si levano a difesa di un progresso che non smarrisca la persona, e propongono una tecnologia al servizio dell’essere umano, non il contrario.

Papa Francesco.

Una delle figure simbolo di questo pensiero è stato Papa Francesco, che ha più volte richiamato la necessità di costruire “un nuovo umanesimo integrale”, capace di mettere al centro non solo l’uomo, ma l’uomo in relazione: con gli altri, con la natura, con Dio.

Nei suoi discorsi e documenti, come l’enciclica Laudato si’ e l’appello al “Patto Educativo Globale”, ha denunciato i rischi di una cultura tecnocratica che riduce la persona a ingranaggio e invita invece a ricucire il tessuto umano attraverso l’educazione, l’etica e la solidarietà.

 

Nel Discorso di Firenze del 2015, delineò un umanesimo “non autoreferenziale”, fondato sull’umiltà, sull’ascolto e sul servizio.

E proprio nel 2020 lanciò il “Patto Educativo Globale”, un invito rivolto a istituzioni, famiglie e comunità per costruire un’alleanza educativa in grado di formare persone mature, solidali e responsabili.

 Francesco metteva in guardia contro un progresso disumanizzante, dove l’intelligenza artificiale e le biotecnologie potevano arrivare a sostituire l’uomo nelle sue scelte più profonde.

Il suo nuovo umanesimo, pur radicato nel cristianesimo, si presentava come una proposta universale: promuoveva una cultura dell’incontro, dell’inclusione e della cura, in cui la tecnologia fosse uno strumento e non il fine.

Anche il filosofo Edgar Morin, con i suoi scritti sulla “complessità”, ha offerto un contributo decisivo al nuovo umanesimo. Per Morin, la sfida del nostro tempo è riscoprire il legame tra emozione, ragione, scienza e spirito critico, costruendo un pensiero che rifiuti le semplificazioni e coltivi la consapevolezza del nostro essere interdipendenti.

 

Nel campo dell’etica applicata alla tecnologia, si distingue “Luciano Floridi”, filosofo dell’informazione, docente a Oxford e poi a Yale. Ha coniato il concetto di infosfera e promuove un umanesimo digitale, in cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sia orientato da principi di giustizia, inclusione e responsabilità collettiva.

Per Floridi, la vera sfida non è costruire macchine intelligenti, ma società intelligenti.

Infine, anche “Martha Nussbaum”, filosofa statunitense, ha contribuito a questo paradigma con il suo approccio delle capabilities, le capacità umane fondamentali che devono essere garantite a ogni persona, come base di una vita degna.

“Nussbaum” sottolinea l’importanza dell’empatia, della cura, dell’educazione, in un’epoca in cui il rischio di spersonalizzazione è elevato.

Dal Sud del mondo, dove le disuguaglianze si intrecciano con gli effetti spesso brutali della globalizzazione e della digitalizzazione, emergono figure che richiamano a un umanesimo profondamente connesso con la dignità, la giustizia e la comunità.

 

Amílcar Cabral, leader della lotta anticoloniale in Guinea-Bissau e Capo Verde, è stato uno dei primi a promuovere un umanesimo africano basato sull’autodeterminazione dei popoli e sull’educazione come strumento di liberazione.

Il suo pensiero, ancora oggi, è fonte d’ispirazione nei movimenti per un mondo post-coloniale equo e solidale.

Cabral parlava di un “uomo nuovo” capace di riscrivere la propria storia fuori dai codici dell’oppressione, attraverso la cultura, la memoria e la cooperazione.

José Mujica.

Nel contesto contemporaneo, una voce attuale è quella di José Mujica, ex presidente dell’Uruguay.

Politico atipico, simbolo di sobrietà e coerenza, Mujica ha proposto un umanesimo politico fondato sul rifiuto del consumismo e sulla centralità delle relazioni umane.

 La sua idea di progresso non si misura con il PIL o l’innovazione tecnologica, ma con la capacità delle società di garantire felicità, tempo libero, e una vita semplice ma piena di senso.

 

Entrambe le prospettive — quella militante e quella istituzionale — pongono al centro l’essere umano nella sua complessità, in opposizione ai modelli disumanizzanti imposti dall’economia globale e da un certo uso della tecnologia.

Le loro voci si uniscono al coro di chi, anche fuori dai riflettori delle grandi potenze, invoca un nuovo equilibrio tra progresso, giustizia e umanità.

Saremo anima biologica o rete neurale?

Siamo a un bivio storico.

Il corpo del futuro può diventare uno strumento di controllo, omologazione e selezione, oppure un laboratorio di libertà consapevole.

Il futuro del corpo – e dell’umanità – non è scritto nei circuiti, ma nella nostra capacità di pensare, di scegliere, di immaginare un mondo che non cancelli la nostra umanità, ma la arricchisca.

Le tecnologie sono strumenti: potenti, pervasivi, ambivalenti. A decidere il loro impatto sarà la cultura che le accompagna. Senza un pensiero critico sul corpo, la libertà rischia di essere solo un’illusione elegante, travestita da progresso.

 

Le tecnologie possono essere una grande occasione, oppure una nuova forma di controllo e omologazione. Tutto dipende da come le useremo, da quali valori metteremo al centro.

 

 

 

 

Venezuela nel Mirino: la

Narrazione che Assolve gli USA.

Conoscenzealconfine.it – (18 Novembre 2025) - Fabrizio Verde – ci dice:

 

Quando l’escalation militare non si chiama più aggressione…

C’è una parola che improvvisamente è scomparsa dal lessico dei media occidentali: aggressione.

 Dal 2022 al 2024 la stampa e la diplomazia russofoba euro-atlantica hanno ripetuto quotidianamente lo schema binario Ucraina aggredita, Russia aggressore.

Era la visione unica, assoluta, obbligata.

Non c’erano sfumature, esisteva solo un mantra ripetuto ossessivamente: ci sono un aggressore e un aggredito.

 

E tuttavia, quando gli Stati Uniti dispiegano nel Mar dei Caraibi bombardieri B-1, portaerei nucleari, sottomarini d’attacco e flotte navali a pochi chilometri dalle acque territoriali venezuelane, e quando – secondo le stesse autorità statunitensi – conducono quasi venti attacchi contro piccole imbarcazioni uccidendo più di settanta civili, allora lo schema morale improvvisamente scompare.

 Non più aggressore e aggredito, ma un vago, rassicurante invito a “ridurre le tensioni”, come se Caracas e Washington fossero due attori simmetrici, due metà equivalenti di un conflitto costruito a tavolino, due soggetti entrambi responsabili.

 

È esattamente questa la denuncia lanciata dal “Governo Bolivariano”, nelle parole dure e lucidissime del rappresentante venezuelano all’ONU, “Samuel Moncada”, che ha definito le dichiarazioni della portavoce ONU “Stéphane Dujarric” una “immorale equiparazione”.

Secondo Moncada, la narrazione che mette sullo stesso piano un paese che difende la propria sovranità e una superpotenza dotata del più grande complesso militare del pianeta non è solo distorsione:

 è complicità diplomatica.

 

La domanda che emerge è quindi inevitabile:

perché quando l’esercito russo si muove in Ucraina si parla ossessivamente di aggressione, mentre quando gli Stati Uniti posizionano un arsenale offensivo alle porte del Venezuela si parla di “equilibrio”, “contenimento”, “operazioni di sicurezza”?

Il caso Venezuela non è un’eccezione: è il paradigma.

 Il mainstream informativo occidentale applica due pesi e due misure senza mai ammetterlo.

 L’Occidente dice di difendere un “ordine basato sulle regole”, ma quelle regole diventano flessibili a seconda dell’angolatura geopolitica della questione.

Lo stesso “Antonio Guterres”, come ricordato da Moncada, avrebbe giustificato le dichiarazioni della sua portavoce definendole una “risposta diplomatica standard”.

Ma se la standardizzazione consiste nel de-responsabilizzare la superpotenza e nel rendere equivalente la vittima all’aggressore, allora è il concetto stesso di diplomazia a svuotarsi.

 

Ad oggi, non è il Venezuela a dispiegare bombardieri strategici nel Golfo del Messico.

Non è il Venezuela a condurre operazioni extraterritoriali con morti civili.

Non è il Venezuela a esercitare un blocco economico unilaterale paralizzante contro Washington.

 È, al contrario, la tracotante potenza imperialista statunitense a militarizzare il Mar dei Caraibi con mezzi offensivi, a dichiarare “obiettivi legittimi” anche imbarcazioni civili e a mantenere un regime di sanzioni riconosciuto da varie agenzie internazionali come economicamente devastante e indubbiamente contrario al diritto umanitario.

La sproporzione è evidente, e Moncada lo ricorda nella sua lettera consegnata a Guterres quando afferma che non è la Repubblica Bolivariana di Venezuela a dispiegare un sottomarino nucleare davanti alle coste degli Stati Uniti.

E tuttavia, la narrativa occidentale rifiuta di nominare il fatto essenziale:

la proiezione di potenza statunitense non viene mai classificata come aggressione.

 

Il problema è più profondo della sola relazione tra USA e Venezuela.

 La geografia morale dei media occidentali è gerarchica:

le azioni degli avversari geostrategici sono sempre aggressioni, mentre quelle delle potenze occidentali diventano “operazioni”, “missioni”, “pressioni”, “deterrenza”.

Il linguaggio è un’arma strategica che seleziona la realtà, crea la cornice narrativa e decide chi ha diritto alla legittimità e chi no.

E una volta stabilita la cornice, la politica segue docilmente.

Così, mentre Mosca è “aggressore” per definizione, Washington non può mai esserlo; al massimo può “esagerare”, “rispondere”, “prevenire”.

Il Venezuela, come molti altri paesi del Sud Globale, viene demonizzato a priori.

 Mentre nei confronti del presidente bolivariano Maduro viene applicata la classica “reductio ad Hitlerum” per giustificare azioni di forza volte a disarcionare il brutale “tiranno”.

L’episodio tra ONU, USA e Venezuela non è solo una questione di diplomazia:

è un sintomo dell’agonia dell’ordine unipolare.

Oggi più che mai, i paesi del “Sud Globale” rivendicano parità narrativa, non solo parità giuridica.

 Il Venezuela riafferma la sua “Diplomacia Bolivariana de Paz”, ma denuncia – a ragion veduta – che la pace è impossibile se i media e le istituzioni internazionali operano come amplificatori automatici della potenza dominante.

 Il mondo multipolare che avanza chiede una revisione radicale del paradigma:

chi viola la sovranità altrui è aggressore, indipendentemente dalla bandiera che sventola sul timone di una portaerei.

 

La neutralità che l’ONU tenta di esibire non è neutralità: è normalizzazione della forza nelle relazioni internazionali.

 Mettere sullo stesso piano Venezuela e Stati Uniti non significa essere imparziali:

 significa occultare la realtà dei rapporti di potere.

 Il mainstream occidentale, lo stesso che gridava “aggredito vs aggressore” in Ucraina, tace oggi di fronte a una grave minaccia militare oggettiva contro un paese sovrano dell’America Latina.

(Fabrizio Verde – Direttore de l’AntiDiplomatico).

(lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_nel_mirino_la_narrazione_che_assolve_gli_usa/52961_63669/).

 

 

 

 

 

“Mearsheimer”: per l’Europa

un cupo futuro.

Comedonchisciotte.org – Cpt Hook -  (19 Novembre 2025) – ci dice:

 

Guerra Russia-Ucraina.

La catastrofe della guerra in Ucraina e un cambiamento a lungo termine degli interessi americani rendono improbabile un'Europa più stabile e prospera.

John J. Mearsheimer – The American Conservative – (18 novembre 2025).

Discorso al Parlamento Europeo a Bruxelles l’11 novembre 2025.

L’Europa si trova oggi in gravi difficoltà, principalmente a causa della guerra in Ucraina, che ha svolto un ruolo chiave nel minare quella che era stata una regione in gran parte pacifica.

 Purtroppo, la situazione non sembra destinata a migliorare nei prossimi anni. Anzi, è probabile che in futuro l’Europa sarà meno stabile di quanto non lo sia oggi.

La situazione attuale in Europa è in netto contrasto con la stabilità senza precedenti di cui l’Europa ha goduto durante il periodo unipolare, che è durato all’incirca dal 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fino al 2017, quando Cina e Russia sono emerse come grandi potenze, trasformando l’uni-polarità in multipolarità.

Ricordiamo tutti il famoso articolo di Francis Fukuyama del 1989, “La fine della storia?”,

 in cui sosteneva che la democrazia liberale era destinata a diffondersi in tutto il mondo, portando con sé pace e prosperità.

Quell’argomentazione era ovviamente completamente sbagliata, ma molti in Occidente ci hanno creduto per più di vent’anni.

Pochi europei immaginavano, nel periodo di massimo splendore dell’ uni- polarità, che oggi l’Europa si sarebbe trovata in una situazione così difficile.

 

Allora, che cosa è andato storto?

La guerra in Ucraina, che a mio avviso è stata provocata dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti, è la causa principale dell’insicurezza che oggi affligge l’Europa.

Tuttavia, c’è un secondo fattore in gioco:

 lo spostamento dell’equilibrio globale di potere nel 2017 dall’uni-polarità alla multipolarità, che ha sicuramente minacciato l’architettura di sicurezza in Europa.

Ci sono sicuramente buone ragioni per ritenere che questo cambiamento nella distribuzione del potere fosse un problema gestibile ma la guerra in Ucraina, insieme all’avvento della multipolarità, ha generato grossi problemi che, probabilmente, non scompariranno nel prossimo futuro.

Vorrei iniziare spiegando come la fine dell’uni-polarità minacci le fondamenta della stabilità europea.

Successivamente, discuterò gli effetti della guerra in Ucraina sull’Europa e come questi abbiano interagito con il passaggio alla multipolarità, alterando profondamente il panorama europeo.

Il passaggio dall’uni-polarità alla multipolarità

Nel periodo della Guerra Fredda la chiave per preservare la stabilità nell’Europa occidentale e in tutta l’Europa durante il momento unipolare è stata la presenza militare statunitense in Europa, integrata nella NATO.

Gli Stati Uniti, ovviamente, hanno dominato quell’alleanza fin dall’inizio, rendendo quasi impossibile che gli Stati membri sotto l’ombrello di sicurezza americano combattessero tra loro.

In effetti, gli Stati Uniti sono stati una potente forza pacificatrice in Europa.

 Le élite europee odierne riconoscono questo semplice fatto, il che spiega perché sono profondamente impegnate a mantenere le truppe americane in Europa e a preservare una NATO dominata dagli Stati Uniti.

 

Vale la pena notare che quando la Guerra Fredda finì e l’Unione Sovietica iniziava a ritirare le proprie truppe dall’Europa orientale e a porre fine al Patto di Varsavia, Mosca non si oppose al mantenimento di una NATO dominata dagli Stati Uniti (giova qui ricordare che già l’URSS nel 1954 e successivamente la Russia nel 1994 avevano fatto passi per aderire alla NATO, N.d.T.).

Come gli europei occidentali dell’epoca, i leader sovietici capivano e apprezzavano la logica pacificatrice.

Tuttavia, erano fermamente contrari all’espansione della NATO, ma di questo parleremo più avanti.

 

Alcuni potrebbero obiettare che, durante il periodo unipolare, è stata l’UE, e non la NATO, il principale fattore alla base della stabilità europea, motivo per cui è stata l’UE, e non la NATO, a vincere il Premio Nobel per la Pace nel 2012.

Questo è sbagliato:

sebbene l’UE sia stata un’istituzione di notevole successo, tale successo è dipeso dal mantenimento della pace in Europa da parte della NATO.

 Ribaltando la teoria di Marx, l’istituzione politico-militare è la base o il fondamento, mentre l’istituzione economica è la sovrastruttura.

Tutto ciò per dire che, in assenza del pacificatore americano, non solo la NATO come la conosciamo scomparirebbe, ma anche l’UE sarebbe gravemente compromessa.

 

Durante il periodo dell’uni-polarità, durato dal 1992 al 2017, gli Stati Uniti erano di gran lunga lo Stato più potente del sistema internazionale e potevano facilmente mantenere una presenza militare sostanziale in Europa.

Le sue élite di politica estera, infatti, non solo volevano mantenere la NATO, ma anche rafforzarla espandendo l’alleanza nell’Europa orientale.

Questo mondo unipolare è però scomparso con l’avvento della multipolarità.

Gli Stati Uniti non erano più l’unica grande potenza mondiale.

La Cina e la Russia erano ora grandi potenze, il che significava che i politici americani dovevano pensare in modo diverso il mondo che li circondava.

 

Per comprendere cosa significhi la multipolarità per l’Europa, è essenziale considerare la distribuzione del potere tra le tre grandi potenze mondiali.

Gli Stati Uniti sono ancora il Paese più potente al mondo, ma la Cina sta recuperando terreno ed è ormai ampiamente riconosciuta come un concorrente alla pari.

 La sua enorme popolazione, unita alla sua crescita economica davvero notevole dall’inizio degli anni ’90, l’ha trasformata in una potenziale potenza egemonica nell’Asia orientale.

Per gli Stati Uniti, che sono già una potenza egemonica nell’emisfero occidentale, la prospettiva che un’altra grande potenza raggiunga l’egemonia nell’Asia orientale o in Europa è fonte di profonda preoccupazione.

Ricordiamo che gli Stati Uniti sono entrati in entrambe le guerre mondiali per impedire alla Germania e al Giappone di diventare potenze egemoniche rispettivamente in Europa e nell’Asia orientale.

La stessa logica si applica anche oggi.

 

La Russia è la più debole delle tre grandi potenze e, contrariamente a quanto pensano molti europei, non rappresenta una minaccia di invasione dell’intera Ucraina, tanto meno dell’Europa orientale.

Dopo tutto, ha trascorso gli ultimi tre anni e mezzo cercando di conquistare solo un quinto dell’Ucraina orientale.

 L’esercito russo non è la Wehrmacht e la Russia, a differenza dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda e della Cina nell’Asia orientale di oggi, non è una potenziale potenza egemonica regionale.

 

Data questa distribuzione del potere globale, è strategicamente imperativo per gli Stati Uniti concentrarsi sul contenimento della Cina e impedire che domini l’Asia orientale.

Tuttavia, non vi è alcuna ragione strategica convincente per cui gli Stati Uniti debbano mantenere una presenza militare significativa in Europa, dato che la Russia non rappresenta una minaccia per diventare un’egemonia europea.

 Infatti, dedicare preziose risorse alla difesa dell’Europa riduce le risorse disponibili per l’Asia orientale.

 Questa logica di base spiega il pivot degli Stati Uniti verso l’Asia.

 Ma se un paese si orienta verso una regione, per definizione si allontana da un’altra regione, e quella regione è l’Europa.

 

C’è un’altra dimensione importante, che ha poco a che vedere con l’equilibrio globale del potere e che riduce ulteriormente la probabilità che gli Stati Uniti rimangano impegnati a mantenere una presenza militare significativa in Europa. Nello specifico, gli Stati Uniti hanno un rapporto speciale con Israele che non ha eguali nella storia documentata.

Questo legame, che è il risultato dell’enorme potere della lobby israeliana negli Stati Uniti, non solo significa che i politici americani sosterranno Israele incondizionatamente, ma anche che gli Stati Uniti saranno coinvolti nelle guerre di Israele, direttamente o indirettamente.

In breve, gli Stati Uniti continueranno ad allocare risorse militari sostanziali a Israele e a impegnare forze militari proprie in Medio Oriente.

Questo obbligo nei confronti di Israele crea un ulteriore incentivo a ridurre le forze statunitensi in Europa e a spingere i paesi europei a provvedere alla propria sicurezza.

 

Il risultato finale è che le potenti forze strutturali associate al passaggio dall’uni polarità alla multipolarità, insieme al particolare rapporto degli Stati Uniti con Israele, hanno il potenziale di eliminare la presenza pacificatrice degli Stati Uniti in Europa e di paralizzare la NATO, il che avrebbe ovviamente gravi conseguenze negative per la sicurezza europea.

 È tuttavia possibile evitare l’uscita degli Stati Uniti, che è sicuramente ciò che desiderano quasi tutti i leader europei.

 In parole povere, per ottenere questo risultato sono necessarie strategie sagge e una diplomazia abile da entrambe le parti dell’Atlantico.

Ma non è quello che abbiamo ottenuto finora:

al contrario, l’Europa e gli Stati Uniti hanno cercato stupidamente di far entrare l’Ucraina nella NATO, provocando una guerra persa con la Russia che aumenta notevolmente le probabilità che gli Stati Uniti abbandonino l’Europa e che la NATO venga svuotata.

Mi spiego meglio.

Chi ha causato la guerra in Ucraina: la saggezza convenzionale.

Per comprendere appieno le conseguenze della guerra in Ucraina, è essenziale considerare le sue cause, perché il motivo per cui la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022 la dice lunga sui suoi obiettivi bellici e sugli effetti a lungo termine della guerra.

 

L’opinione comune in Occidente è che Vladimir Putin sia responsabile dello scoppio della guerra in Ucraina.

Il suo obiettivo, secondo questa tesi, sarebbe quello di conquistare l’intera Ucraina e annetterla alla Russia.

 Una volta raggiunto questo obiettivo, la Russia procederebbe alla creazione di un impero nell’Europa orientale, proprio come fece l’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale.

In questa narrazione, Putin rappresenta una minaccia mortale per l’Occidente e deve essere affrontato con la forza.

In breve, Putin è un imperialista con un piano generale che si inserisce perfettamente nella ricca tradizione russa.

Questa versione presenta numerose pecche.

Ne elencherò cinque.

 

In primo luogo, non ci sono prove precedenti al 24 febbraio 2022 che Putin volesse conquistare tutta l’Ucraina e incorporarla nella Russia.

 I sostenitori della visione convenzionale non possono indicare nulla di ciò che Putin ha scritto o detto che indichi che egli ritenesse la conquista dell’Ucraina un obiettivo auspicabile, che lo ritenesse un obiettivo realizzabile e che intendesse perseguire tale obiettivo.

 

I sostenitori della visione convenzionale contestano questo punto citando l’affermazione di Putin secondo cui l’Ucraina era uno Stato “artificiale” e in particolare la sua opinione che russi e ucraini siano “un unico popolo”, tema centrale del suo famoso articolo del 12 luglio 2021.

Queste osservazioni, tuttavia, non dicono nulla sulle sue ragioni per entrare in guerra.

 In realtà, quell’articolo fornisce prove significative del fatto che Putin riconosceva l’Ucraina come un Paese indipendente.

 Ad esempio, dice al popolo ucraino: “Volete fondare uno Stato vostro: siete i benvenuti!”.

Riguardo al modo in cui la Russia avrebbe dovuto trattare l’Ucraina, scriveva: “C’è solo una risposta: con rispetto” e concludeva quel lungo articolo con le seguenti parole:

“E ciò che sarà l’Ucraina, spetta ai suoi cittadini deciderlo”.

 

Nello stesso articolo e poi di nuovo in un importante discorso tenuto il 21 febbraio 2022, Putin sottolineava che la Russia accetta “la nuova realtà geopolitica che ha preso forma dopo lo scioglimento dell’URSS”, successivamente ribadendo lo stesso punto, per la terza volta, il 24 febbraio 2022, quando annunciò che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina.

 Tutte queste dichiarazioni sono in netto contrasto con l’affermazione secondo cui Putin voleva conquistare l’Ucraina e incorporarla in una Russia più grande.

 

In secondo luogo, Putin non aveva truppe sufficienti per conquistare l’Ucraina. Secondo le mie stime, la Russia ha invaso l’Ucraina con un massimo di 190.000 soldati.

Il generale “Oleksandr Syrskyi,” attuale comandante in capo delle forze armate ucraine, sostiene che la forza di invasione russa fosse composta solo da 100.000 soldati.

 È impossibile che una forza composta da 100.000 o 190.000 soldati potesse conquistare, occupare e assorbire tutta l’Ucraina in una Russia più grande.

 Si consideri che quando la Germania invase la metà occidentale della Polonia il 1° settembre 1939, la Wehrmacht contava circa 1,5 milioni di uomini.

L’Ucraina è geograficamente più di tre volte più grande della metà occidentale della Polonia nel 1939 e nel 2022 aveva quasi il doppio della popolazione della Polonia al momento dell’invasione tedesca.

 Se accettiamo la stima del generale Syrskyi secondo cui 100.000 soldati russi invasero l’Ucraina nel 2022, ciò significa che la Russia aveva una forza di invasione pari a un quindicesimo di quella tedesca che entrò in Polonia.

E quel piccolo esercito russo stava invadendo un paese molto più grande della metà occidentale della Polonia sia in termini di estensione territoriale che di popolazione.

 

Si potrebbe sostenere che i leader russi pensassero che l’esercito ucraino fosse così piccolo e così poco equipaggiato che il loro esercito avrebbe potuto conquistare facilmente l’intero Paese, ma non è così.

 In realtà, Putin e i suoi luogotenenti sapevano bene che gli Stati Uniti e i loro alleati europei stavano armando e addestrando l’esercito ucraino sin dall’inizio della crisi, il 22 febbraio 2014.

 In effetti, il grande timore di Mosca era che l’Ucraina stesse diventando un membro de facto della NATO.

Inoltre, i leader russi riconoscevano che l’esercito ucraino, più numeroso delle loro forze di invasione, stava combattendo efficacemente nel Donbass dal 2014. Capivano sicuramente che l’esercito ucraino non era una tigre di carta che poteva essere sconfitta rapidamente e in modo decisivo, soprattutto perché aveva un potente sostegno da parte dell’Occidente.

L’obiettivo di Putin era quello di ottenere rapidamente guadagni territoriali limitati e costringere l’Ucraina al tavolo delle trattative, ed è proprio quello che è successo.

 

Questo argomento mi porta al mio terzo punto.

 

Subito dopo l’inizio della guerra, la Russia ha contattato l’Ucraina per avviare negoziati volti a porre fine al conflitto e trovare un modus vivendi tra i due Paesi. Questa mossa è in netto contrasto con l’affermazione secondo cui Putin voleva conquistare l’Ucraina e annetterla alla Grande Russia.

I negoziati tra Kiev e Mosca sono iniziati in Bielorussia appena quattro giorni dopo l’ingresso delle truppe russe in Ucraina.

Il canale bielorusso è stato poi sostituito da quello israeliano e da quello di Istanbul.

 Le prove disponibili indicano che i russi stavano negoziando seriamente e non erano interessati ad annettere il territorio ucraino, ad eccezione della Crimea, che avevano annesso nel 2014, e forse della regione del Donbass.

 I negoziati si sono conclusi quando gli ucraini, su sollecitazione della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, si sono ritirati dai negoziati, che stavano procedendo bene quando furono interrotti.

 

Inoltre, Putin riferisce che, mentre i negoziati erano in corso e stavano facendo progressi, gli era stato chiesto di ritirare le truppe russe dalla zona intorno a Kiev come gesto di buona volontà, cosa che fece il 29 marzo 2022.

Nessun governo occidentale né alcun ex politico ha contestato seriamente la versione di Putin, che è in netto contrasto con l’affermazione secondo cui egli era deciso a conquistare l’intera Ucraina.

 

Quarto, nei mesi precedenti l’inizio della guerra, Putin aveva cercato di trovare una soluzione diplomatica alla crisi in atto.

Il 17 dicembre 2021, Putin inviò una lettera sia al presidente Joe Biden che al segretario generale della NATO Jens Stoltenberg proponendo una soluzione alla crisi basata su una garanzia scritta che:

1) l’Ucraina non avrebbe aderito alla NATO,

2) nessuna arma offensiva sarebbe stata dispiegata vicino ai confini della Russia e 3) le truppe e le attrezzature della NATO trasferite nell’Europa orientale dal 1997 sarebbero state riportate nell’Europa occidentale.

A prescindere da ciò che si pensi della fattibilità di raggiungere un accordo basato sulle richieste iniziali di Putin, ciò dimostra che egli stava cercando di evitare la guerra.

Gli Stati Uniti, invece, hanno rifiutato di negoziare con Putin.

Sembra che non fossero interessati ad evitare la guerra.

 

Quinto, mettendo da parte l’Ucraina, non c’è la minima prova che Putin stesse contemplando la conquista di altri paesi dell’Europa orientale.

 Ciò non sorprende, dato che l’esercito russo non è nemmeno abbastanza grande per invadere tutta l’Ucraina, figuriamoci cercare di conquistare gli Stati baltici, la Polonia e la Romania.

Inoltre, questi paesi sono tutti membri della NATO, il che significherebbe quasi certamente una guerra con gli Stati Uniti e i loro alleati.

 

In sintesi, mentre in Europa – e sono certo anche qui al Parlamento Europeo – è opinione diffusa che Putin sia un imperialista da tempo determinato a conquistare tutta l’Ucraina e poi altri paesi a ovest dell’Ucraina, praticamente tutte le prove disponibili contraddicono questa prospettiva.

La vera causa della guerra in Ucraina.

In realtà, sono stati gli Stati Uniti e i loro alleati europei a provocare la guerra; ciò non significa negare, ovviamente, che sia stata la Russia a dare inizio al conflitto invadendo l’Ucraina.

Tuttavia, la causa sottostante del conflitto è stata la decisione della NATO di accogliere l’Ucraina nell’alleanza, cosa che praticamente tutti i leader russi hanno visto come una minaccia esistenziale da eliminare.

Inoltre, l’espansione della NATO non è l’unico problema, poiché fa parte di una strategia più ampia che mira a rendere l’Ucraina un baluardo occidentale al confine con la Russia.

L’adesione di Kiev all’Unione Europea (UE) e la promozione di una rivoluzione colorata in Ucraina, in altre parole la sua trasformazione in una democrazia liberale filo-occidentale, sono gli altri due pilastri di questa politica.

I leader russi temono tutti e tre questi pilastri, ma temono soprattutto l’espansione della NATO.

 Come aveva affermato Putin,

“la Russia non può sentirsi al sicuro, svilupparsi ed esistere mentre deve affrontare una minaccia permanente dal territorio dell’attuale Ucraina”.

 

In sostanza, non era interessato a rendere l’Ucraina parte della Russia, ma a garantire che non diventasse ciò che lui definiva un “trampolino di lancio” per una potenziale aggressione occidentale contro la Russia.

Per affrontare questa minaccia, il 24 febbraio 2022 Putin ha lanciato una guerra preventiva.

Su cosa si basa l’affermazione secondo cui l’espansione della NATO è stata la causa principale della guerra in Ucraina?

 

In primo luogo, prima dell’inizio della guerra, i leader russi hanno ripetutamente affermato di considerare l’espansione della NATO in Ucraina una minaccia esistenziale che doveva essere eliminata.

Già prima del 24 febbraio 2022 Putin aveva rilasciato numerose dichiarazioni pubbliche in cui esponeva questa linea di pensiero.

Anche altri leader russi, tra cui il ministro della Difesa, il ministro degli Esteri, il viceministro degli Esteri e l’ambasciatore di Mosca a Washington, avevano sottolineato il ruolo centrale dell’espansione della NATO nel causare la crisi in Ucraina.

 Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva sintetizzato questo punto in una conferenza stampa del 14 gennaio 2022:

“La chiave di tutto è la garanzia che la NATO non si espanderà verso est”.

 

In secondo luogo, la centralità del profondo timore della Russia che l’Ucraina entrasse nella NATO è illustrata dagli eventi verificatisi dall’inizio della guerra.

Ad esempio, durante i negoziati di Istanbul che hanno avuto luogo subito dopo l’inizio dell’invasione, i leader russi hanno chiarito in modo inequivocabile che l’Ucraina doveva accettare la “neutralità permanente” e non poteva entrare nella NATO.

Gli ucraini hanno accettato la richiesta della Russia senza opporre seria resistenza, sicuramente perché sapevano che altrimenti sarebbe stato impossibile porre fine alla guerra.

Più recentemente, il 14 giugno 2024, Putin ha esposto le richieste della Russia per porre fine alla guerra.

 Una delle sue richieste principali era che Kiev dichiarasse “ufficialmente” di abbandonare i suoi “piani di adesione alla NATO”.

Nulla di tutto ciò è sorprendente, poiché la Russia ha sempre considerato l’adesione dell’Ucraina alla NATO come una minaccia esistenziale che deve essere prevenuta a tutti i costi.

 

In terzo luogo, un numero consistente di personalità influenti e molto stimate in Occidente aveva riconosciuto prima della guerra che l’espansione della NATO, in particolare in Ucraina, sarebbe stata vista dai leader russi come una minaccia mortale e avrebbe finito per portare al disastro.

 

William Burns, che recentemente è stato a capo della CIA, ma che all’epoca del vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008 era ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, scrisse un promemoria all’allora segretario di Stato Condoleezza Rice descrivendo in modo succinto il pensiero russo sull’ingresso dell’Ucraina nell’alleanza.

“L’ingresso dell’Ucraina nella NATO”, scriveva, “è la più evidente delle linee rosse per l’élite russa (non solo per Putin).

In più di due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi, dai conservatori più intransigenti nei meandri oscuri del Cremlino ai critici liberali più acuti di Putin, non ho ancora trovato nessuno che consideri l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi russi“.

 La NATO, diceva,” sarebbe vista… come una sfida strategica.

La Russia di oggi risponderà. Le relazioni russo-ucraine entreranno in una fase di profondo congelamento… Questo creerà un terreno fertile per l’ingerenza russa in Crimea e nell’Ucraina orientale”.

Burns non era l’unico politico occidentale nel 2008 a comprendere che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era irto di pericoli.

 Al vertice di Bucarest, ad esempio, sia la cancelliera tedesca Angela Merkel che il presidente francese Nicolas Sarkozy si opposero all’adesione dell’Ucraina alla NATO perché capivano che ciò avrebbe allarmato e fatto infuriare la Russia.

 La Merkel ha recentemente spiegato la sua opposizione:

“Ero sicura che Putin non avrebbe permesso che ciò accadesse.

Dal suo punto di vista, sarebbe stata una dichiarazione di guerra “.

Vale anche la pena notare che l’ex segretario generale della NATO, “Jens Stoltenberg”, prima di lasciare l’incarico ha affermato due volte che “il presidente Putin ha iniziato questa guerra perché voleva chiudere le porte della NATO e negare all’Ucraina il diritto di scegliere la propria strada”.

Quasi nessuno in Occidente ha contestato questa straordinaria ammissione, e lui non l’ha ritirata.

 

Per approfondire ulteriormente la questione, numerosi politici e strateghi americani si opposero alla decisione del presidente Bill Clinton di espandere la NATO negli anni ’90, quando la decisione era in fase di discussione.

 Questi oppositori capirono fin dall’inizio che i leader russi avrebbero visto l’allargamento come una minaccia ai loro interessi vitali e che tale politica avrebbe portato alla fine al disastro.

L’elenco degli oppositori include figure di spicco dell’establishment come George Kennan, il segretario alla Difesa di Clinton, William Perry, e il suo capo di Stato Maggiore congiunto, il generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, solo per citarne alcuni.

 

La logica della posizione di Putin dovrebbe avere perfettamente senso per gli americani, che da tempo sono impegnati nella “Dottrina Monroe”, secondo la quale nessuna grande potenza lontana può stringere alleanze con un Paese dell’emisfero occidentale e dislocarvi le proprie forze militari.

Gli Stati Uniti interpreterebbero una mossa del genere come una minaccia esistenziale e farebbero di tutto per eliminare il pericolo.

Naturalmente, questo è ciò che è accaduto durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962, quando il presidente John Kennedy chiarì ai leader sovietici che i loro missili con testate nucleari avrebbero dovuto essere rimossi da Cuba.

 Putin è profondamente influenzato dalla stessa logica.

Dopo tutto, le grandi potenze non vogliono che grandi potenze lontane spostino le loro forze militari in aree vicine al proprio territorio.

 

I sostenitori dell’adesione dell’Ucraina alla NATO sostengono talvolta che Mosca non avrebbe dovuto preoccuparsi dell’allargamento, perché “la NATO è un’alleanza difensiva e non rappresenta una minaccia per la Russia”.

Ma non è così che i leader russi vedono l’Ucraina nella NATO, ed è ciò che pensano loro quello che conta.

In sintesi, non c’è dubbio che Putin considerasse l’adesione dell’Ucraina alla NATO una minaccia esistenziale che non poteva essere tollerata ed era disposto a entrare in guerra per impedirlo, cosa che ha fatto il 24 febbraio 2022.

 

 Il corso della guerra fino ad oggi.

Vorrei ora parlare del corso della guerra.

Dopo il fallimento dei negoziati di Istanbul nell’aprile 2022, il conflitto ucraino si è trasformato in una guerra di logoramento che presenta notevoli somiglianze con la Prima Guerra Mondiale sul fronte occidentale.

La guerra, che è stata una brutale battaglia, dura da più di tre anni e mezzo. Durante questo periodo, la Russia ha formalmente annesso quattro oblast ucraini oltre alla Crimea, che aveva annesso nel 2014.

In effetti, la Russia ha finora annesso circa il 22% del territorio dell’Ucraina precedente al 2014, tutto situato nella parte orientale del Paese.

L’Occidente ha fornito un enorme sostegno all’Ucraina dallo scoppio della guerra nel 2022, facendo tutto il possibile tranne che impegnarsi direttamente nei combattimenti.

Non è un caso che i leader russi pensino che il loro Paese sia in guerra con l’Occidente.

Ciononostante, Trump è determinato a limitare drasticamente il ruolo dell’America nella guerra e a trasferire l’onere del sostegno all’Ucraina sulle spalle dell’Europa.

 

La Russia sta chiaramente vincendo la guerra e probabilmente avrà la meglio.

Il motivo è semplice:

in una guerra di logoramento, ciascuna delle parti cerca di dissanguare l’altra, il che significa che la parte che ha più soldati e più potenza di fuoco ha maggiori probabilità di uscire vittoriosa.

La Russia ha un vantaggio significativo su entrambi i fronti.

Ad esempio, “Syrskyi” afferma che la Russia ha ora tre volte più truppe impegnate nella guerra rispetto all’Ucraina e, in alcuni punti lungo il fronte, i russi superano gli ucraini in un rapporto di 6:1.

Infatti, secondo numerose fonti, l’Ucraina non ha abbastanza soldati per presidiare tutte le sue posizioni sul fronte, il che a volte rende facile per le forze russe penetrare le sue linee.

 

In termini di potenza di fuoco, durante la maggior parte della guerra, il vantaggio della Russia nell’artiglieria, un’arma di fondamentale importanza nella guerra di logoramento, è stato riportato essere di 3:1, 7:1 o 10:1.

La Russia dispone anche di un enorme arsenale di bombe plananti ad alta precisione, che ha utilizzato con letale efficacia contro le difese ucraine, mentre Kiev non ne possiede quasi nessuna.

Sebbene non vi sia dubbio che l’Ucraina disponga di una flotta di droni altamente efficace, inizialmente più efficace di quella russa, nell’ultimo anno la Russia ha ribaltato la situazione e ora ha il sopravvento sia con i droni che con l’artiglieria e le bombe plananti.

 

È importante sottolineare che Kiev non ha una soluzione praticabile al suo problema di personale, poiché ha una popolazione molto più ridotta rispetto alla Russia ed è afflitta dall’evasione dal servizio militare e dalla diserzione.

L’Ucraina non è nemmeno in grado di affrontare lo squilibrio in termini di armamenti, principalmente perché la Russia ha una solida base industriale che produce grandi quantità di armi, mentre quella ucraina è irrisoria.

Per compensare, l’Ucraina dipende fortemente dall’Occidente per le armi, ma i paesi occidentali non hanno la capacità produttiva necessaria per stare al passo con la produzione russa.

A peggiorare le cose, Trump sta rallentando il flusso di armi americane verso l’Ucraina.

 

Il risultato è che l’Ucraina è gravemente svantaggiata in termini di armi e uomini, il che è fatale in una guerra di logoramento.

 Oltre a questa situazione disastrosa sul campo di battaglia, la Russia dispone di un enorme arsenale di missili e droni che utilizza per colpire in profondità l’Ucraina e distruggere infrastrutture critiche e depositi di armi.

Certamente Kiev ha la capacità di colpire obiettivi in profondità nel territorio russo, ma non ha neanche lontanamente la potenza di fuoco di Mosca.

 Inoltre, colpire obiettivi in profondità nel territorio russo avrà scarso effetto su ciò che accade sul campo di battaglia, dove si sta decidendo l’esito di questa guerra.

Le prospettive per una soluzione pacifica.

Quali sono le prospettive per una soluzione pacifica?

Nel corso del 2025 si è discusso molto sulla possibilità di trovare una soluzione diplomatica per porre fine alla guerra.

Questo dibattito è dovuto in gran parte alla promessa di Trump di risolvere il conflitto prima di entrare alla Casa Bianca o poco dopo.

 Ovviamente ha fallito, anzi, non è nemmeno andato vicino al successo.

 La triste verità è che non c’è alcuna speranza di negoziare un accordo di pace significativo.

Questa guerra si risolverà sul campo di battaglia, dove i russi probabilmente otterranno una brutta vittoria che porterà a un conflitto congelato con la Russia da una parte e l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti dall’altra.

Mi spiego meglio.

 

Concludere la guerra diplomaticamente non è possibile perché le parti opposte hanno richieste inconciliabili.

Mosca insiste che l’Ucraina deve essere un Paese neutrale, il che significa che non può far parte della NATO né avere garanzie di sicurezza significative dall’Occidente.

 I russi chiedono anche che l’Ucraina e l’Occidente riconoscano la loro annessione della Crimea e delle quattro oblast dell’Ucraina orientale.

La loro terza richiesta chiave è che Kiev limiti le dimensioni del proprio esercito al punto da non rappresentare una minaccia militare per la Russia.

Non sorprende che l’Europa e soprattutto l’Ucraina rifiutino categoricamente queste richieste.

 L’Ucraina si rifiuta di cedere qualsiasi territorio alla Russia, mentre i leader europei e ucraini continuano a spingere per far entrare l’Ucraina nella NATO o almeno per consentire all’Occidente di fornire a Kiev una seria garanzia di sicurezza.

Anche disarmare l’Ucraina in misura soddisfacente per Mosca è un’ipotesi irrealizzabile.

 Non c’è modo di conciliare queste posizioni opposte per giungere a un accordo di pace.

Pertanto, la guerra si risolverà sul campo di battaglia.

Sebbene ritenga che la Russia vincerà, non otterrà una vittoria decisiva che le consentirà di conquistare l’intera Ucraina.

 È invece probabile che otterrà una brutta vittoria, occupando tra il 20 e il 40% del territorio ucraino pre-2014, mentre l’Ucraina finirà per diventare uno Stato residuo disfunzionale che copre il territorio non conquistato dalla Russia.

È improbabile che Mosca cerchi di conquistare tutta l’Ucraina, perché il 60% occidentale del Paese è popolato da ucraini etnici che opporrebbero una forte resistenza all’occupazione russa, trasformandola in un incubo per le forze di occupazione.

Tutto ciò per dire che il probabile esito della guerra in Ucraina è un conflitto congelato tra una Russia più grande e un’Ucraina ridotta, sostenuta dall’Europa.

 

 Conseguenze.

Vorrei ora esaminare le probabili conseguenze della guerra in Ucraina, concentrandomi prima sulle conseguenze per l’Ucraina stessa e poi sulle conseguenze per le relazioni tra Europa e Russia.

Infine, discuterò le probabili conseguenze all’interno dell’Europa e per le relazioni transatlantiche.

 

Per cominciare, l’Ucraina è stata effettivamente distrutta.

Ha già perso una parte consistente del suo territorio e probabilmente ne perderà ancora prima che i combattimenti cessino.

La sua economia è in rovina, senza prospettive di ripresa nel prossimo futuro e, secondo i miei calcoli, ha subito circa un milione di vittime, un numero impressionante per qualsiasi paese, ma particolarmente per un paese che si dice sia in una “spirale demografica mortale”.

Anche la Russia ha pagato un prezzo significativo, ma non ha sofferto neanche lontanamente quanto l’Ucraina.

 

L’Europa rimarrà quasi certamente alleata con un’Ucraina ridotta a un’ombra di sé stessa nel prossimo futuro, dati i costi irrecuperabili e la profonda russofobia che pervade l’Occidente.

Ma il proseguimento di questa relazione non gioverà a Kiev per due motivi.

In primo luogo, incentiverà Mosca a interferire negli affari interni dell’Ucraina per causarle problemi economici e politici, in modo che non costituisca una minaccia per la Russia e non sia in grado di aderire né alla NATO né all’UE.

 In secondo luogo, l’impegno dell’Europa a sostenere Kiev a tutti i costi spinge i russi a conquistare quanto più territorio ucraino possibile mentre la guerra infuria, in modo da massimizzare la debolezza dello Stato ucraino ridotto che rimarrà una volta congelato il conflitto.

 

E che dire delle relazioni future tra Europa e Russia?

 Probabilmente saranno avvelenate per un tempo infinito.

Sia gli europei che, sicuramente, gli ucraini lavoreranno per minare gli sforzi di Mosca di integrare i territori ucraini che ha annesso alla grande Russia, oltre a cercare opportunità per causare problemi economici e politici ai russi.

Da parte sua, la Russia cercherà opportunità per causare problemi economici e politici all’interno dell’Europa e tra l’Europa e gli Stati Uniti.

I leader russi avranno un forte incentivo a frammentare il più possibile l’Occidente, poiché quest’ultimo punterà quasi certamente il mirino sulla Russia.

 E non bisogna dimenticare che la Russia lavorerà per mantenere l’Ucraina in uno stato di disfunzionalità, mentre l’Europa lavorerà per renderla funzionale.

 

Le relazioni tra Europa e Russia non solo saranno avvelenate, ma anche pericolose. La possibilità di una guerra sarà sempre presente. Oltre al rischio che la guerra tra Ucraina e Russia possa ricominciare – dopotutto, l’Ucraina vorrà riavere il territorio perduto – ci sono altri sei punti caldi in cui potrebbe scoppiare una guerra che opporrebbe la Russia a uno o più paesi europei.

In primo luogo, consideriamo l’Artico, dove lo scioglimento dei ghiacci ha aperto la porta alla competizione per i passaggi e le risorse.

Ricordiamo che sette degli otto paesi situati nell’Artico sono membri della NATO. La Russia è l’ottavo, il che significa che è in inferiorità numerica di 7 a 1 rispetto ai paesi della NATO in quella zona strategicamente importante.

 

Il secondo punto caldo è il Mar Baltico, talvolta definito “lago della NATO” perché è in gran parte circondato dai paesi di quell’alleanza.

 Tuttavia, quella via navigabile è di vitale interesse strategico per la Russia, così come Kaliningrad, l’enclave russa nell’Europa orientale anch’essa circondata dai paesi della NATO.

Il quarto punto caldo è la Bielorussia che, per le sue dimensioni e la sua posizione, è strategicamente importante per la Russia quanto l’Ucraina.

Gli europei e gli americani cercheranno sicuramente di insediare un governo filo-occidentale a Minsk dopo che il presidente Aleksandr Lukashenko avrà lasciato la carica, trasformandolo alla fine in un baluardo filo-occidentale al confine con la Russia.

 

L’Occidente è già profondamente coinvolto nella politica della Moldavia, che non solo confina con l’Ucraina, ma comprende anche una regione separatista nota come Transnistria, occupata dalle truppe russe.

L’ultimo punto caldo è il Mar Nero, che riveste una grande importanza strategica sia per la Russia che per l’Ucraina, nonché per alcuni paesi della NATO:

 Bulgaria, Grecia, Romania e Turchia. Come per il Mar Baltico, anche nel Mar Nero il potenziale di conflitto è elevato.

 

Tutto ciò per dire che anche dopo che l’Ucraina sarà diventata un conflitto congelato, l’Europa e la Russia continueranno ad avere relazioni ostili in un contesto geopolitico pieno di punti caldi.

 In altre parole, la minaccia di una grande guerra europea non scomparirà quando i combattimenti in Ucraina cesseranno.

 

Passiamo ora alle conseguenze della guerra in Ucraina all’interno dell’Europa e poi ai suoi probabili effetti sulle relazioni transatlantiche.

 Per cominciare, non si sottolineerà mai abbastanza che una vittoria russa in Ucraina, anche se fosse una vittoria brutta come prevedo, sarebbe una sconfitta clamorosa per l’Europa.

O, per dirla in modo leggermente diverso, sarebbe una sconfitta clamorosa per la NATO, che è stata profondamente coinvolta nel conflitto ucraino sin dal suo inizio nel febbraio 2014.

In effetti, l’alleanza si è impegnata a sconfiggere la Russia da quando il conflitto si è trasformato in una guerra su vasta scala nel febbraio 2022.

 

La sconfitta della NATO porterà a recriminazioni tra gli Stati membri e anche all’interno di molti di essi.

 Chi sarà responsabile di questa catastrofe sarà molto importante per le élite governative in Europa e sicuramente ci sarà una forte tendenza a incolpare gli altri e a non assumersi le proprie responsabilità.

 Il dibattito su “chi ha perso l’Ucraina” si svolgerà in un’Europa già devastata da politiche conflittuali sia tra i paesi che al loro interno.

Oltre a queste lotte politiche, alcuni metteranno in discussione il futuro della NATO, dato che non è riuscita a frenare la Russia, il Paese che la maggior parte dei leader europei descrive come una minaccia mortale.

 Sembra quasi certo che la NATO sarà molto più debole dopo la fine della guerra in Ucraina di quanto non fosse prima dell’inizio del conflitto.

 

Qualsiasi indebolimento della NATO avrà ripercussioni negative per l’UE, perché un ambiente di sicurezza stabile è essenziale per la prosperità dell’Unione, e la NATO è la chiave per la stabilità in Europa.

A parte le minacce all’UE, la forte riduzione del flusso di gas e petrolio verso l’Europa dall’inizio della guerra ha gravemente danneggiato le principali economie europee e rallentato la crescita nell’intera zona euro.

 Ci sono buoni motivi per ritenere che la crescita economica in Europa sia ben lontana dal recuperare completamente dalla debacle ucraina.

 

Una sconfitta della NATO in Ucraina potrebbe anche portare a un gioco di accuse reciproche tra i paesi dell’Atlantico, soprattutto perché l’amministrazione Trump ha rifiutato di sostenere Kiev con lo stesso vigore dell’amministrazione Biden e ha invece spinto gli europei ad assumersi una parte maggiore dell’onere di mantenere l’Ucraina in guerra.

Così, quando la guerra finirà con la vittoria della Russia, Trump potrà accusare gli europei di non aver fatto la loro parte, mentre i leader europei potranno accusare Trump di aver abbandonato l’Ucraina nel momento del bisogno.

Naturalmente, i rapporti di Trump con l’Europa sono da tempo controversi, quindi queste recriminazioni non faranno che peggiorare una situazione già difficile.

 

C’è poi la questione fondamentale se gli Stati Uniti ridurranno in modo significativo la loro presenza militare in Europa o addirittura ritireranno tutte le loro forze da combattimento dall’Europa.

Come ho sottolineato all’inizio del mio intervento, indipendentemente dalla guerra in Ucraina, il passaggio storico dall’ uni polarità alla multipolarità ha creato un forte incentivo per gli Stati Uniti a spostare il proprio baricentro verso l’Asia orientale, il che significa di fatto allontanarsi dall’Europa.

Questa mossa da sola ha il potenziale di porre fine alla NATO, il che equivale a dire la fine del pacificatore americano in Europa.

 

Quello che è successo in Ucraina dal 2022 rende più probabile questo risultato. Ripeto: Trump ha una profonda ostilità verso l’Europa, soprattutto verso i suoi leader, e darà la colpa a loro per aver perso l’Ucraina.

Non ha un grande affetto per la NATO e ha descritto l’UE come un nemico creato “per fregare gli Stati Uniti”.

Inoltre, il fatto che, nonostante l’enorme sostegno della NATO, l’Ucraina abbia perso la guerra lo porterà probabilmente a criticare l’alleanza come inefficace e inutile.

 Questa linea di ragionamento gli consentirà di spingere l’Europa a provvedere alla propria sicurezza e a non appoggiarsi agli Stati Uniti. I

n breve, sembra probabile che i risultati della guerra in Ucraina, insieme alla spettacolare ascesa della Cina, eroderanno il tessuto delle relazioni transatlantiche nei prossimi anni, con grave danno per l’Europa.

 

 Conclusione.

Vorrei concludere con alcune osservazioni generali.

Innanzitutto, la guerra in Ucraina è stata un disastro;

anzi, è un disastro che quasi certamente continuerà a causare danni nei prossimi anni.

Ha avuto conseguenze catastrofiche per l’Ucraina, ha avvelenato le relazioni tra Europa e Russia per il prossimo futuro e ha reso l’Europa un luogo più pericoloso. Ha anche causato gravi danni economici e politici all’interno dell’Europa e ha gravemente compromesso le relazioni transatlantiche.

Questa calamità solleva l’inevitabile domanda: chi è responsabile di questa guerra?

Questa domanda non scomparirà presto, e semmai diventerà sempre più importante col passare del tempo, man mano che l’entità dei danni diventerà più evidente a un numero sempre maggiore di persone.

 

La risposta, ovviamente, è che gli Stati Uniti e i loro alleati europei sono i principali responsabili.

 La decisione dell’aprile 2008 di far entrare l’Ucraina nella NATO, che l’Occidente ha perseguito senza sosta da allora, raddoppiando più volte il proprio impegno, è il principale fattore scatenante della guerra in Ucraina.

 

La maggior parte dei leader europei, tuttavia, incolperà Putin di aver causato la guerra e quindi le sue terribili conseguenze.

Ma si sbagliano:

la guerra avrebbe potuto essere evitata se l’Occidente non avesse deciso di far entrare l’Ucraina nella NATO o se avesse fatto marcia indietro da tale impegno una volta che i russi avevano chiarito la loro opposizione.

Se ciò fosse accaduto, oggi l’Ucraina sarebbe quasi certamente intatta entro i confini precedenti al 2014 e l’Europa sarebbe più stabile e più prospera.

Ma ormai è troppo tardi e l’Europa deve ora affrontare i risultati disastrosi di una serie di errori evitabili.

(John J. Mearsheimer è professore di Scienze Politiche all’Università di Chicago e coautore di The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy (La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti).

(theamericanconservative.com/mearsheimer-europes-bleak-future/).

 

La fine di Israele.

ComeDonChisciotte.org - Redazione CDC – (18 Novembre 2025) - Roberto Valtolina – ci dice:

 

L' ultimo libro di “Ilan Pappè” è una lungimirante analisi che si colloca ben oltre la formula “due popoli, due Stati”.

L’ebreo antisionista Ilan Pappè è autore de “La fine di Israele.

Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina.

Pubblicato da “Fazi Editore” agli inizi di ottobre, il nuovo saggio di uno dei più noti accademici israeliani attuali non si ferma all’analisi.

Apre vie concrete a un possibile cambiamento per la tormentata Palestina.

Nel libro, Pappè delinea il declino di Israele:

un processo che sarebbe in divenire.

Non un crollo provocato da forze esterne, ma generato dalle contraddizioni che attraversano la società israeliana.

La prima parte del volume si apre con un capitolo che ripercorre a passi rapidi la storia del cosiddetto “processo di pace”.

Pappè lo considera un percorso controllato da mediatori americani che diedero per scontate le conquiste israeliane, offrendo ai palestinesi solo concessioni calcolate.

Il capitolo successivo porta la lente sull’oggi e individua sette crepe che si allargano nel corpo di Israele:

la frammentazione politica e sociale, il peso corrosivo dell’occupazione, il distacco della Diaspora dal sionismo, la crisi economica, il logoramento dell’apparato militare, l’inefficienza della macchina statale e l’emergere di una nuova generazione di palestinesi resistenti.

 La seconda sezione è molto propositiva.

Per lo storico, le sette fragilità rendono urgente un processo di decolonizzazione basato sulla giustizia riparativa, una trasformazione radicale dei rapporti tra ebrei e palestinesi sul piano della coscienza storica, del diritto e dell’assetto politico.

Solo da questa base, sostiene Pappè, si potrà costruire un futuro di reale uguaglianza.

 Non si tratta di espellere o punire gli ebrei israeliani, ma di renderli parte integrante del nuovo tessuto politico e culturale:

 una comunità etnolinguistica tra le altre, riconosciuta in diritto e dignità.

Per il docente di “Exeter” la formula “due popoli, due Stati” è da superare.

 

La chiave di volta dell’opera: la formula “Uno Stato, due popoli.

Uno dei fili conduttori dell’opera di Pappé è il rilancio della formula “Uno Stato, due popoli”.

Nella prospettiva dello storico israeliano si intravedono “in nuce” tre assi portanti che la strutturano.

In primo luogo, l’enorme numero di coloni ebrei presenti nei Territori occupati, oggi una forza politica decisiva in Israele, rende impossibile uno Stato palestinese veramente sovrano.

Un eventuale Stato palestinese, in queste condizioni, resterebbe subordinato a Israele.

Secondo: lo smantellamento degli insediamenti in Cisgiordania implicherebbe spostamenti di popolazione su scala massiccia, con costi umani e politici devastanti.

 Infine, è impossibile togliere territori a tutti i coloni e ai palestinesi rimarrebbe inoltre solo un quinto delle terre natie.

Una visione che, per prospettiva storica e ampiezza di vedute, l’autore di queste righe riconosce come la più aderente alla realtà.

È necessario ampliare i tre punti, riplasmati dall’autore del presente articolo.

 Tra storia e attualità.

 

Quei coloni che hanno conquistato Israele.

L’impraticabilità a cui Pappé si riferisce nasce a partire dal 1967 quando, con la “Guerra dei Sei giorni”, Israele conquistò Cisgiordania, Gaza, la penisola del Sinai e Gerusalemme Est.

 Nelle terre occupate si insediarono le prime colonie israeliane.

 La guerra dello Yom Kippur del 1973 indebolì i laburisti e la destra nazionalista si rafforzò.

Il fenomeno coloniale divenne strutturale nel 1977, con l’arrivo al potere del “Likud” di “Menachem Begin”.

Vennero alla ribalta i partiti ultraortodossi e ultranazionalisti:

la voce politica dei coloni.

Dal 1977 al 1987 il numero di israeliani in Cisgiordania da 10mila salì a 70mila.

Alla vigilia degli Accordi di Oslo del 1993 il numero era salito a più di 130.000.

Alla fine del 2024, erano circa 503.000 i coloni israeliani in Cisgiordania e 233.000 a Gerusalemme Est, per un totale di almeno 736.000 coloni oltre la Linea Verde del 1967.

E sono distribuiti in più di 140 insediamenti e circa 220 avamposti nella Cisgiordania occupata.

C’è, inoltre, un fatto recente che rafforza la prospettiva di Pappé.

 

L’11 settembre di quest’anno, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha firmato il Piano E1, un progetto di espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

L’espansione di “Maale Adumim” e la creazione di una continuità territoriale tra l’insediamento e Gerusalemme occupata sono un atto politico e militare, prima ancora di un’operazione urbanistica.

 Il progetto mira a frantumare la Cisgiordania in isole scollegate, dividendo in due la Cisgiordania occupata e separandola da Gerusalemme Est.

 Se completata, sarà fisicamente impossibile un territorio palestinese continuo nord-sud.

Anche se nascesse formalmente uno Stato palestinese, esso non eserciterebbe un controllo reale sul suo territorio:

 le colonie resterebbero sotto la giurisdizione israeliana e Israele manterrebbe il controllo delle vie di comunicazione, dello spazio aereo e dei confini.

 Senza contare che, attualmente, i palestinesi dipendono da Israele per l’utilizzo di risorse fondamentali come l’acqua e l’energia.

 

Ostacoli ai trasferimenti di massa: tra evidenze e limiti storico-politici.

L’unico precedente israeliano di evacuazione forzata di rilievo è Gaza. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto 2005, su ordine del Primo ministro “Ariel Sharon”, Israele iniziò a evacuare 8.000 coloni dal “Gush Katife” da altri insediamenti.

 Fu un’operazione difficile a livello logistico, accompagnata da forti proteste interne e da un trauma politico per il Paese.

 Molti di quei coloni non furono mai pienamente reintegrati e la destra israeliana ne fece un simbolo del “tradimento” del Governo Sharon.

 Ora, si moltiplichi quella scala per oltre 60 volte: da 8.000 a più di 500.000 persone.

Servirebbero nuove abitazioni, infrastrutture e indennizzi su scala nazionale.

Ne deriverebbe una frattura politica interna senza precedenti.

I coloni rappresentano ormai un blocco ideologico saldamente radicato, la cui influenza non è solo politica, ma pure economica, militare e religiosa.

In termini demografici e logistici, sarebbe il più grande trasferimento di popolazione nella storia israeliana: è semplicemente irrealistico.

 Un tentativo mai provato nemmeno dai Primi ministri considerati più moderati verso i palestinesi: Shimon Peres, Yitzhak Rabin(laburisti) ed Ehud Olmert(centrista).

Peres non congelò le costruzioni né propose uno smantellamento massiccio, anzi.

Nel suo primo mandato formalizzò che lo sviluppo degli insediamenti già stabiliti fosse garantito e che nuovi insediamenti sarebbero stati avviati. Rabin si impegnò a frenare gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, ma il loro destino non fu discusso nei negoziati di Oslo e fu rimandato indefinitamente.

Il 16 settembre 2008 Olmert, nel progetto che presentò al presidente dell’Autorità palestinese “Mahmoud Abbas”, si limitava a prevedere l’evacuazione di dozzine tra gli insediamenti più piccoli.

Infine, il tema del “trasferimento” apre un dilemma:

per riparare all’ingiustizia subita dai palestinesi, non si incapperebbe in un’altra, dato che centinaia di migliaia di israeliani vi sono nati e cresciuti, anche se in colonie illegali secondo il diritto internazionale?

 

Senza continuità territoriale e con un quinto del territorio ancestrale.

La soluzione dei “due Stati” è una formula diplomatica senza corrispettivi geografici e politici reali.

Le colonie sono una rete frammentata di insediamenti, strade e zone militari che spezzano la continuità geografica palestinese.

 Il 29 novembre 1947, la Risoluzione 181del piano di partizione dell’ONU assegnava agli ebrei circa il 55% della Palestina mandataria, anche se possedevano solo il 6-7% delle terre.

Dopo la guerra del 1948, Israele controllava circa il 78% del territorio. Cisgiordania e Gaza costituirono quel 22% residuo che è la base della proposta dei “due Stati, due popoli”.

Una formula che parte già da una posizione di ineguaglianza storica. Accettare solo il 20% delle terre originarie è da considerarsi come un’amputazione permanente.

Un eventuale Stato palestinese avrebbe controllo effettivo su meno del 10-12% del territorio della Palestina mandataria.

Con tale retroterra alle spalle, la formula in questione suona come un’ingiustizia istituzionalizzata.

Uno Stato è riconoscibile come tale quando è abitato da una popolazione stanziale, si estende su un territorio definito, ha un governo e può intrattenere relazioni internazionali.

Sono i presupposti fissati all’articolo 1 della “Convenzione di Montevideo” sui diritti e doveri degli Stati del 1933, riconosciuta nel mondo come base per definire uno Stato.

Due di questi requisiti – i confini e il governo – mancano nei territori arabo-palestinesi.

A Gaza, Ḥamās fu votato nelle elezioni del 25 gennaio 2006, ma il diritto di governare Gaza è scaduto nel 2010.

Ḥamās è riconosciuto da molti Paesi come terrorista e il governo dell’ANP in Cisgiordania è incapace di agire:

due fattori che impedirebbero allo Stato di intrattenere stabili relazioni internazionali.

Con la creazione dello Stato di Palestina, inoltre, gli arabi con passaporto israeliano che attualmente vivono all’interno dei confini di Israele potrebbero trasferirsi nel nuovo Stato.

Ne deriverebbero due entità nazionali – Palestina e Israele – etnicamente pure.

E il Novecento ha mostrato indubitabilmente, in altre aree del globo, quali siano le tragedie collettive causate da questi scambi.

 

Sinistra in revisione

La parte finale dell’opera di Pappé riserva sorprese inaspettate oltre la questione palestinese.

 Per questo motivo, alcuni passi meritano di essere riportati per intero. Scrive lo storico:

 «Nel mondo arabo e in molte altre parti del pianeta collaborare con il mosaico di gruppi, comprenderne i confini porosi e la fluidità e l’importanza che rivestono per le persone aiuterà la sinistra a riconnettersi con le aspirazioni e le preoccupazioni della gente».

E ancora:

«La centralità della classe sociale nel determinare tutto, significa che chi è interessato alla giustizia sociale porrà l’accento sull’identità di classe anziché sull’identità di un gruppo più piccolo e con interessi particolari all’interno di quella classe».

 Ma «le identità collettive rappresentano un nodo chiave per orientare le relazioni sociali».

Dunque, «la sinistra deve riconoscere il mosaico di collettività che nella vita delle persone riveste un ruolo significativo al pari della classe sociale».

 Pappé, uomo radicalmente di sinistra, scrive questi passi in relazione al contesto arabo-palestinese.

Ma chi legge con attenzione si rende conto che lo storico – seppur involontariamente – rivolge un invito di riforma ideologica a quella fetta di sinistra europea – minoritaria, ma ancora vitale talvolta – critica verso il modello liberal-capitalistico dominante.

 La tradizione di sinistra, nata dall’universalismo illuminista, ha faticato a cogliere appieno il portato antropologico di elementi come il legame con il territorio, l’appartenenza a una comunità-nazione e l’adesione a un ethos di tradizioni e di costumi.

Pur esistendo in Marx- sulla scia di Hegel – una base teorica capace di riconoscerli, questi aspetti sono stati marginalizzati dall’interpretazione positivistica del socialismo scientifico.

Un paradigma decisamente incapace di cementare un legame duraturo con le comunità sociali.

Una debolezza che emerse quando i partiti socialisti non riuscirono a contrastare l’ondata nazionalista che travolse l’Europa alla vigilia del 1914.

Questo senso etico di identità e legame è ancora visibile negli scritti di Antonio Gramsci e di Pierpaolo Pasolini.

Dopo il ‘68, però, l’anima più libertaria e centrata sull’individuo prende il sopravvento nella sinistra, rimuovendo dall’orizzonte politico l’idea di comunità. Pappé invita la sinistra – non solo arabo-palestinese – a riattualizzare questo portato, vitale nella tradizione ideal-comunista che precede Marx.

La sinistra occidentale saprà dare ascolto a Pappé?

 Ne avrebbe un gran bisogno.

(Roberto Valtolina).

 

 

 

Guerre negli Stati Uniti uniscono una violenza interna all'interno degli USA. Il ruolo del movimento per la pace.

Globalresearch.ca - Bharat Dogra - Global Research – (20 novembre 2025) – ci dice :

 

Gli USA sembrano passare sempre più da una guerra all'altra.

Il disimpegno dall'Afghanistan si è solo intrecciato ulteriormente in Ucraina, poi con Gaza e Iran, e ora ci sono segnali crescenti di aggressione contro il Venezuela e forse anche altri paesi vicini.

 

Tuttavia, un altro aspetto dell'aggressività statunitense riguarda livelli molto elevati di violenza interna.

“David Garland”, professore di Diritto e Sociologia all'”Università di New York”, ha dichiarato recentemente in un'intervista che il tasso di omicidi negli USA è stato estremamente alto rispetto a paesi con un livello di sviluppo simile nell'Europa occidentale.

Ora è circa sei volte più alto, anche se al suo picco nel 1994 era circa 8-10 volte superiore.

Quasi il 30% delle persone negli USA possiede armi da fuoco e il 40% vive in famiglie che possiedono armi da fuoco, rispetto al 5% o meno in Europa.

 Il tasso di carcerazione negli USA è di circa 760 per 100.000 abitanti, rispetto a circa 100 in Europa e Canada.

Il numero di civili uccisi negli Stati Uniti dalla polizia in termini pro capite è circa 40 volte superiore rispetto alla Germania.

 

È quindi molto importante capire che la violenza è a livelli molto alti negli USA a entrambi i livelli, sia internamente che esternamente (in termini di guerre e operazioni segrete).

Se si possono realizzare sforzi di successo per eliminare le cause profonde della violenza e dell'aggressività, ciò può essere molto utile per ridurre il grande disagio interno causato dalla violenza, così come il grande disagio causato in molte parti del mondo dalle guerre.

 

Per fare solo un esempio di ciò che si può potenzialmente realizzare, l'intero approccio per ridurre gli alti tassi di dipendenza e l'abuso di droghe può essere modificato.

 Invece di iniziare nuove guerre su questo tema, gli Stati Uniti possono migliorare e aumentare in modo significativo vari tipi di interventi sociali per ridurre l'abuso e la dipendenza dalla droga.

Pur dando la massima priorità a questo, ciò dovrebbe essere supportato da una combinazione di azioni comunitarie e sociali per rompere la rete interna che mette a disposizione gli scavi sia nelle aree urbane che rurali degli Stati Uniti.

Questi due passi insieme, se attuati in modo molto sincero e onesto con il coinvolgimento della comunità, si occuperanno di risolvere in modo considerevole la situazione di crisi.

 Pertanto, non ci sarà bisogno né pretesto per iniziare una guerra a causa di questo problema, anche se gli Stati Uniti possono certamente adottare misure come contribuire a migliorare e rafforzare ulteriormente i passi mondiali contro il traffico di droga sostenendo alcuni governi e l'ONU in questo.

 

Questo è solo un esempio di come sforzi sinceri, ben ponderati e creativi con il coinvolgimento delle persone possano ridurre sia il disagio interno che l'aggressione esterna.

 

Un movimento per la pace altamente riflessivo e creativo che funzioni con continuità può essere molto utile in questo.

 Sebbene rafforzare i movimenti per la pace sia importante in tutti i paesi, è di massima importanza negli Stati Uniti, poiché ciò avrebbe un impatto altamente benefico sull'intero mondo.

Attualmente, nella maggior parte delle discussioni a livello mondiale sui movimenti per la pace e il rafforzamento degli sforzi di pace negli USA, sono gli aspetti esterni o quelli di politica estera a essere più enfatizzati.

Le politiche esterne degli Stati Uniti, altamente aggressive (e spesso non razionali), sono state collegate a molte guerre evitabili che si sono rivelate altamente distruttive.

 Le stime della “Brown University” sulla mortalità diretta e indiretta causata dalla guerra al terrorismo guidata dagli USA ci dicono che tra il 2001 e il 2022 fino a 4,5 milioni di persone sono morte in queste guerre o a causa di esse direttamente e portate (anche se non tutti i paesi colpiti sono inclusi in queste stime).

 Poi c'è anche la precedente, forse ancora più tragica, storia di Vietnam, Corea, Iraq ecc. (per non parlare della grande perdita di vite umane in interventi segreti—si stima che oltre mezzo milione siano morti solo in Indonesia nel colpo di stato che ha deposto Sukarno).

 

Su questa base è stata avanzata una forte argomentazione a favore dei movimenti pacifisti negli USA che possono portare a una politica estera (estera) più pacifica guidata, dalla comprensione dell'urgenza della pace e del disarmo nel mondo, basata su un approccio strategico difensivo piuttosto che su una ricerca altamente aggressiva di dominio.

 

Sebbene la necessità di tali movimenti per la pace sia ampiamente riconosciuta, la necessità di movimenti per la pace interna e la non violenza negli Stati Uniti viene espressa molto meno frequentemente.

Tuttavia, va riconosciuto che i costi della violenza interna negli USA, in termini di criminalità e detenzione, violenza domestica, violenza contro le donne, ecc., sono estremamente elevati.

 Il tasso di omicidi negli USA è superiore al doppio della media dei paesi OCSE.

Secondo i dati del Dipartimento di Giustizia, nel 2022 ci sono stati 5,4 milioni di aggressioni violente negli USA, 694.000 rapine e 531.000 stupri e aggressioni sessuali.

Nel caso di alcuni di questi dati, il numero effettivo di reati potrebbe essere molto più alto rispetto a quelli segnalati.

Secondo il “National Center for Injury Prevention and Control”, in un anno le donne negli USA subiscono circa 4,8 milioni di aggressioni fisiche e stupri legati al partner intimo.

Se i movimenti per la pace riusciranno a ridurre in modo significativo tutto questo disagio, saranno un grande contributo per ridurre il disagio e lo stress nella società statunitense.

Per questo motivo i movimenti pacifisti necessitano di una visione molto più ampia di lavorare con continuità per ridurre la violenza nella vita quotidiana e rafforzare i valori di non violenza, non dominanza, aiuto e cooperazione, compassione e compagnia in vari modi altamente creativi e interessanti nelle scuole, nelle comunità ea livello familiare.

 

Esiste un forte argomento per ottenere risultati migliori integrando le preoccupazioni interne con quelle esterne, soprattutto perché le stesse tendenze aggressive nella società forniscono il supporto di base all'aggressione interna ed esterna.

Tuttavia esiste un terzo livello di pace, che è la pace interiore, o pace dentro di sé.

Come rivelano le scioccanti statistiche sulla salute mentale negli USA, questa è una nazione in subbuglio.

 Questo porta anche a molti atti di autolesionismo o auto violenza, causando diverse centinaia di migliaia di gravi ferite ogni anno.

 Secondo i dati ufficiali, nel 2022, 13,6 milioni di persone negli Stati Uniti hanno seriamente pensato al suicidio, mentre 1,6 milioni hanno tentato il suicidio.

Se i movimenti per la pace possono anche contribuire in modo significativo a ridurre il tumulto interno promuovendo in vari modi la pace e la non violenza dentro di sé, allora questo può contribuire in modo significativo a ridurre il disagio nella società americana e portare sollievo alle persone in difficoltà.

 Questo può essere raggiunto promuovendo l'importanza della pace e della non violenza nella vita quotidiana con continuità in modi riflessivi a vari livelli, in particolare a livello di comunità e famiglia.

Anche le organizzazioni spirituali possono contribuire molto a questo.

 

Pertanto, movimenti per la pace forti e di ampia portata, che raggiungano tutti i ceti sociali e si impegnino a integrare la pace all'estero con la pace in patria e con la pace all'interno, possono dare un contributo molto importante alla riduzione del disagio negli Stati Uniti e a livello mondiale.

 Poiché pace e giustizia sono strettamente legate, si dovrebbe comprendere che il movimento per la pace significa essenzialmente pace con giustizia e che dovrebbero esserci legami molto stretti tra i movimenti per la pace e la giustizia (ed entrambi questi movimenti dovrebbero anche avere stretti legami con i movimenti per la protezione dell'ambiente e per la vera democrazia, in virtù delle strette relazioni).

Concettualizzare, diffondere e rafforzare un movimento per la pace così ampio, integrato e globale negli Stati Uniti (così come in altri Paesi) può essere uno dei compiti più creativi, rilevanti e utili dei nostri tempi.

È di fondamentale importanza sia per noi che per le generazioni future. Le donne e i giovani dovrebbero avere un ruolo guida in questo processo.

 

 

 

 

L'intelligenza artificiale (IA)                      si sta surriscaldando?

Globalresearch.ca – (20 novembre 2025) - Dott. Paul Craig Roberts – ci dice:

 

Il 17 novembre, “Bloomberg” ha riferito che l'”hedge fund” di “Peter Thiel” ha venduto le sue 537.742 azioni “Nvidia” durante il terzo trimestre.

Questo mese “Soft Bank” ha venduto la sua partecipazione in Nvidia, per un valore stimato di 5,8 miliardi di dollari.

“Bloomberg” vede la vendita come un ritiro dagli investimenti in Nvidia, il principale fornitore di chip per l'intelligenza artificiale.

 

Tuttavia, “Soft Bank” afferma di aver venduto le sue azioni Nvidia per aumentare i suoi investimenti in OpenAI.

Si tratta di cifre elevate, ma modeste rispetto ai 4,6 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato di Nvidia. I

l problema potrebbe essere la dimensione della capitalizzazione di mercato e il forte deprezzamento.

 

Il disagio espresso da “Michael Burry” in merito ai problemi derivanti dai rapidissimi sviluppi nell'intelligenza artificiale, in particolare per quanto riguarda “Nvidia” e “Palantir” (Nvidia produce chip per l'intelligenza artificiale e Pointer sviluppa software per l'intelligenza artificiale), ha focalizzato l'attenzione sul problema del deprezzamento derivante dai rapidi cambiamenti che potrebbero far crollare i prezzi delle azioni nel settore dell'intelligenza artificiale, tra cui “Google e Microsoft”.

 

“Michael Burry” è stato l'unico a prevedere il crollo del mercato dei derivati sui mutui.

Nessuno nel settore finanziario se lo aspettava, così come il Segretario del Tesoro, il Presidente della Federal Reserve e il Presidente della Securities and Exchange Commission.

Questi tre tirapiedi si sono rivolti al Congresso e hanno impedito a “Brooksley Born”, Presidente della “Commodity Futures Trading Commission”, di regolamentare i derivati.

Da questo possiamo concludere che le persone considerate intelligenti non lo sono. Le uniche persone intelligenti sono quelle che riescono a uscire dagli schemi e a guardare la realtà in modo obiettivo.

“Larry Sparano” (On Target) mi ha recentemente intervistato sulla situazione.

 

Un possibile collasso dell'IA.

Il problema di base sembra essere che gli investimenti in IA si svalutano rapidamente a causa del rapido tasso di variazione, con il risultato che la rapida crescita dell'ammortamento richiede sempre più nuovi investimenti nel settore.

Alcuni servizi sembrano circolari.

Ecco uno scenario possibile.

 L'azienda “OpenAI “si impegna a spendere più soldi di quanto ne abbia. I soldi vanno da “Oracle”.

Sulla base dei ricavi previsti da OpenAI, Oracle annuncia che acquisterà enormi quantità di chip da Nvidia.

Nvidia poi investe 100 miliardi di dollari in OpenAI.

In altre parole, è un cerchio di credito.

 

I grandi data center costruiti da Google e Microsoft non sono un investimento una tantum, ma una spesa ricorrente enorme.

 I data center si deprezzano rapidamente a causa dei rapidi sviluppi, come lo spostamento dei processori CPU a favore dei processori GPU più veloci.

Se le aziende sottovalutano la velocità con cui i loro investimenti si stanno deprezzando, potrebbero trovarsi di fronte a uno tsunami di ammortamento con deduzioni di ammortamento che superano i nuovi flussi di investimento e i flussi di cassa.

È possibile avere profitti senza flusso di cassa, perché il profitto dichiarato non include la spesa nel conto capitale necessaria per tenere il passo con il rapido sviluppo tecnologico.

 Per ora sembra che i nuovi investimenti nelle aziende stiano sostituendo i profitti, e siano i nuovi investimenti nell'IA a creare la bolla.

Tuttavia, le spese non possono superare per sempre i profitti senza che i prezzi delle azioni e gli alti rapporti P/E crollino.

Un modo per nascondere il problema è estendere la durata prevista degli investimenti da, diciamo, tre anni a sei anni.

 Questo offre un tempo più lungo per distribuire la valutazione e quindi un impatto minore sul flusso di cassa.

Ma se la vita degli asset si rivelasse essere di tre anni, l'azienda è in difficoltà.

 

Un altro problema è che le unità informatiche in rapida devalutazione vengono utilizzate come garanzia per finanziare i prestiti, e nuove imprese chiamate “neo cloud “prendono in prestito denaro per offrire unità di calcolo in affitto.

Poiché l'azienda cresce rapidamente, ci saranno presto centinaia di miliardi di dollari in prestiti basati su garanzie in scadenza rapida.

Se sono riuscito a capire la situazione, il “boom dell'IA” dipende dal nuovo denaro che entra nel settore per fornire il denaro necessario a rinnovare asset in rapido deprezzamento.

Se l'afflusso di nuovo denaro si riduce o si ferma, la bolla scoppia.

Come forse sanno i miei lettori, sono più interessato agli effetti sociali dell'IA che a un crollo di mercato dovuto a una bolla dell'IA.

Gli effetti sociali sono più letali di un crollo di mercato.

 

 

 

 

Ucraina e corruzione: Zelensky

non convince più la sua gente,

lo salvano (per ora) l’Europa e la guerra.

Msn.com – (19 – 11 – 2025) -  Storia di Fulvio Scaglione – InsideOver – ci dice:

 

Ucraina e corruzione: Zelensky non convince più la sua gente, lo salvano (per ora) l’Europa e la guerra.

Come un avvoltoio che scende a cerchi concentrici sulla preda, il “caso Mandich” e lo sprofondo di corruzione che esso ha rivelato si avvicina sempre più al presidente Volodymyr Zelensky.

L’ultima novità è stata rivelata dal deputato “Oleksiy Goncharenko” (nel 2019 eletto come indipendente, mentre nel 2014 era stato eletto nel Blocco Poroshenko) e dal giornalista “Volodymyr Boiko” (in passato deputato di” Batkivshchyna”, il partito di” Julija Tymoshenko”):

 un documento della “NABU” (l’Agenzia nazionale anti-corruzione ucraina) in cui si dice che “non più tardi del gennaio-febbraio 2025, Timur Mandich, approfittando della situazione creatasi in Ucraina con la legge marziale, della sua amicizia con il presidente Zelensky V. A., dei legami con attuali ed ex alti funzionari degli organi di governo e delle forze dell’ordine, sfruttando così una notevole influenza all’interno degli organi di Stato… ha deciso di arricchirsi illegalmente… ” eccetera eccetera.

 

Funzionari in carica, ex funzionari, organi di governo, forze dell’ordine… Ce n’è abbastanza per scatenare, se non proprio una caccia all’untore, almeno un bel repulisti.

 Ma soprattutto questa è la prima volta in cui, parlando dello scandalo corruzione, viene fatto apertamente il nome di Zelensky.

L’amico e socio nello studio di produzione “Kvartal 95 “del grande ladrone Mandich, scappato in Israele appena prima di essere arrestato (e per questo sotto inchiesta da parte della NABU ora c’è addirittura “Andriy Synyuk”, vice-capo della Procura anti-corruzione-SAP, accusato di aver avvertito Mandich).

 

È vero che “Goncharenko “e “Boiko” vengono dai partiti guidati da due nemici storici di Zelensky, rispettivamente “Petro Poroshenko” e la “Tymoshenko”.

A loro non sarà perso vero di poter attaccare l’avversario politico.

 Ma NABU e SAP non c’entrano, almeno non nel senso di una specifica appartenenza partitica.

E i pallet di dollari fruscianti sequestrati ai suoi amici parlano purtroppo assai chiaramente.

Intendiamoci.

 Un presidente che deve cacciare due ministri in carica (e non due qualunque: il ministro della Giustizia e la ministra dell’Energia);

 vede scappare negli Usa il segretario in carica del Consiglio di Sicurezza (ed ex ministro della Difesa)”Rustem Umarov”;

assiste all’arresto di un suo ex vice premier come “Oleksiy Chernyshov “e alla latitanza di uno dei suoi migliori e più vecchi amici;

e si ritrova a Istanbul per trattare con i turchi e gli americani nella speranza di trovare una via d’uscita dal conflitto e scopre che “Steve Witkoff”, l’inviato speciale di Donald Trump, rifiuta di incontrare “Andrij Jermak”, il capo dell’amministrazione presidenziale ucraina, considerato l’anima nera della corruzione ucraina.

Ecco, in un Paese normale e in un mondo normale un presidente così sarebbe già stato cacciato a pedate: perché incapace o colluso.

Ma l’Ucraina non è un Paese normale in un mondo normale, è un Paese rovinato dalla guerra che da quasi quattro anni vede in Zelensky il proprio leader.

 In più, Zelensky è appoggiato da forze potenti che assolutamente non vogliono vederlo cadere:

in primissima fila l’Europa, che deve guadagnare tempo per riarmare e mettere una pezza alla crisi economica e quindi ha bisogno che Zelensky, tenace nel resistere alla Russia, resti al suo posto.

 Non a caso i più diversi Paesi, Italia compresa, proprio in questi giorni hanno detto che continueranno a fornire aiuti militari, e Ursula von der Leyen è partita in caccia dei 70 miliardi che servono all’Ucraina per non tracollare.

 

Zelensky resisterà.

Caccerà qualche malfattore e, semmai, cercherà di andare in qualche modo incontro a quel 69% degli ucraini che chiedono una rapida fine della guerra (vedi Istanbul e Witkoff) e che, comunque, gli attribuiscono la colpa della dilagante corruzione.

A lui che, nel 2019, fu trionfalmente eletto presidente anche sulla promessa di sbarrare la strada al malaffare.

Ma è chiaro che i suoi spazi di manovra si riducono giorno dopo giorno. Ci sono i problemi al fronte, ovviamente.

Ma se non fosse per la minaccia russa, Zelensky avrebbe poca strada davanti a sé.

 

Non è un problema di oggi.

E nemmeno del luglio scorso, quando tentò di far passare una legge che annullava i poteri di “NABU” e “SAP” e fu costretto a ritirarla per le proteste popolari.

È il suo problema di sempre, come ha ben scritto in un duro editoriale il “Kyiv Independent”:

“Il recente scandalo di corruzione nel settore energetico del Paese – il più grande durante il mandato di Zelensky – e sviluppi molto preoccupanti in prima linea hanno evidenziato le debolezze di un sistema di leadership che concentra avidamente il potere, non tollera critiche e giustifica l’incompetenza in nome della lealtà.

Zelensky ha governato in questo modo da quando ha assunto l’incarico nel 2019.

Ma ora, a quasi quattro anni dall’inizio della guerra su vasta scala, i difetti di questo stile di governo sono così profondi da minacciare la sopravvivenza stessa del Paese.

Le rivelazioni della scorsa settimana sulla corruzione nell’ambiente del presidente hanno gettato Zelensky e la sua amministrazione in una crisi senza precedenti, ancora in evoluzione.

Hanno lasciato la stessa domanda nella mente di tutti:

 il presidente è stato coinvolto?

È la dimostrazione di un processo decisionale suicida e sbagliato a cui Zelensky non si è affrettato a rispondere pubblicamente”.

 

Come si vede, una critica radicale allo stile di governo di Zelensky e della sua squadra, a una leadership incurante delle critiche e pronta a premiare la fedeltà più del merito.

Incapace, ora, di dissipare i sospetti.

Ma non solo.

 La critica del Kyiv Independent però è ancor più radicale: “Dopo aver affrontato adeguatamente la crisi a Kiev, Zelensky dovrà rivolgersi a Est.

 L’Ucraina sta per perdere la città di “Pokrovsk”, e molto altro.

La scorsa settimana, diverse figure di spicco hanno lanciato l’allarme sullo stato della difesa ucraina, sui recenti rapidi progressi della Russia e su come queste battute d’arresto derivino da problemi sistematici nella gestione delle Forze Armate ucraine.

 Zelensky e il suo team devono mettere da parte la politica, smettere di proteggere i loro alleati dalle indagini sulla corruzione e concentrarsi sulla sopravvivenza dell’Ucraina, che inizia sul campo di battaglia”.

 

Il messaggio che arriva dall’opinione pubblica ucraina, quindi, è molto chiaro.

Finché dura la guerra Zelensky non può ma DEVE restare al suo posto, emendando dove può il suo stile fallimentare di governo in nome della difesa della patria aggredita e offesa. Ma poi…

 

La sorte dell’Ucraina e l’esito della guerra con la Russia sono da sempre al centro degli interessi di “InsideOver” e dei miei personalmente. Non è solo una questione politica ma un dramma che riguarda tutti noi e il nostro futuro.

Continueremo a raccontarlo con tutta la passione e l’attenzione possibile.

(L'articolo Ucraina e corruzione: Zelensky non convince più la sua gente, lo salvano (per ora) l’Europa e la guerra, proviene da InsideOver).

 

 

 

 

Incontra i due missili da crociera

ipersonici a scramjet cinesi.

Unz.com –(18 novembre 2025) - Hua Bin – ci dice:

 

CJ-1000 e YJ-19 sono rivoluzionari in una nuova categoria di armi di negazione d'area.

Due mesi dopo la parata militare del 3 settembre a Pechino, sono state declassificate ulteriori informazioni sulle armi esposte.

 

Due particolarmente missili da crociera appena presentati sono degni di nota – i missili da crociera antiaerei CJ-1000 e YJ-19 ipersonici.

I missili si dividono in due grandi categorie: balistici e da crociera.

 I missili balistici viaggiano più velocemente (spesso supersonici e persino ipersonici) fuori dall'atmosfera, ma seguono un arco prevedibile e quindi soggetti a intercettazioni.

I missili da crociera viaggiano più lentamente (la maggior parte sono subsonici) ma volano bassi all'interno dell'atmosfera e sono più difficili da rilevare e intercettare.

 

Il Tomahawk, il missile da crociera statunitense più conosciuto, viaggia a Mach 0,7, intorno agli 880-890 km/h (550 mph), e ha una gittata di circa 1.600-2.400 km (1.000-1.500 miglia).

Naturalmente, ci sono varianti che sfidano la tipica caratterizzazione.

Ad esempio, il DF-17 cinese trasporta un veicolo planante ipersonico (HGV) ed è in grado di viaggiare a Mach 5-10 mentre esegue manovre estreme durante il volo invece di un arco prevedibile.

Il YJ-15 cinese è un missile da crociera antinave supersonico a ramjet con velocità comprese tra Mach 3 e 4.

Il CJ-1000 e lo YJ-19 sono animali completamente diversi che combinano i vantaggi dei missili balistici (velocità) e dei missili da crociera (manovrabilità) con tecnologie rivoluzionarie – il motore scramjet.

 

La famiglia DJ o Dongfeng (vento orientale in cinese) è un missile terrestre (silo e lanciatore mobile), deterrente strategico balistico e da attacco teatrale, con carichi nucleari o convenzionali.

 La famiglia copre aree di corteccia, media, intermedie e intercontinentali.

 

La famiglia CJ o Changjian (Spada Lunga) è un missile da crociera da attacco di precisione a lungo raggio, con una gittata compresa tra 1.500 e 6.000 chilometri.

Può essere lanciato da terra, aria o navi.

La famiglia YJ o Yingji (Eagle Strike) è progettata per attacchi antinave e di precisione a breve distanza (50-1.000+ km) con carico utile convenzionale.

 

Il CJ-1000 è un missile da crociera ipersonico progettato per attacchi di precisione a lungo raggio. Viaggia a Mach 6 e oltre per tutto il volo.

È dotato di un motore scramjet ad aria compressa, che consente un volo ipersonico manovrabile e prolungato nell'atmosfera.

Nel suo comunicato ufficiale, la “China Aerospace Science & Industry Co”. (CASIC), produttrice del CJ-1000, afferma che il missile è progettato per colpire "bersagli di nodi di sistema a terra, in mare o in aria".

 

Lanciato da un trasportatore-erettore-lanciatore (TEL), il CJ-1000 è l'unico in grado di colpire aerei da lunghissime distanze, in particolare aerei lenti, ad alta quota e di grandi dimensioni, come i rifornitori di carburante, gli aerei AEW&C e gli aerei da sorveglianza.

Il sistema ha una gittata stimata di 6.000 chilometri, consentendogli di minacciare obiettivi militari critici in profondità nel territorio avversario. A titolo di riferimento, Guam dista circa 3.000 km dalla costa orientale cinese.

La velocità di crociera del CJ-1000 è Mach 6 e può coprire 3.000 km in meno di 25 minuti.

 

A differenza di un tradizionale missile balistico che segue una traiettoria in gran parte prevedibile, un missile da crociera ipersonico viaggia a velocità estreme all'interno dell'atmosfera e può cambiare rotta durante il volo.

Questa combinazione di velocità e manovrabilità rappresenta una sfida eccezionale per il tracciamento radar e i sistemi difensivi.

Il CJ-1000 è una delle principali aggiunte alla rete di uccisione A2AD della Cina, che può minacciare le risorse militari dei suoi avversari in tutta la regione Asia-Pacifico, inclusi basi, obiettivi terrestri e aerei di alto valore.

L'YJ-19 è un nuovo missile da crociera ipersonico antinave alimentato anch'esso da un motore a reazione scram.

Il suo obiettivo di missione sono le navi da guerra nemiche.

Il motore scramjet del missile può spingerlo a una velocità di Mach 10 o superiore.

 È anche manovrabile, capace di modificare il rottame durante il volo, rendendolo estremamente difficile da rilevare, tracciare e intercettare con i sistemi di difesa missilistica attuali.

 

L'YJ-19 è progettato specificamente per colpire le navi da guerra, comprende la portaerei, con una gita di 1500 km.

Può essere lanciato attraverso più piattaforme – aeree, navi o sottomarini. Una delle caratteristiche più notevoli è la capacità di essere varata da sottomarini, inclusi le classi Tipo 093 e Tipo 039 della Cina.

Il potenziale di un'arma ipersonica lanciata da sottomarino rappresenta una sfida operativa mai affrontata dalle marine mondiali.

YJ-19 si unisce allo YJ-17 e allo YJ-20 all'attuale arsenale di missili antinave ipersonici basato su aria e nave e DF-17, DF-21D e DF-26 a terra.

A differenza dei veicoli ipersonici plananti (HGV) che vengono lanciati da un razzo e poi planano verso il bersaglio, il CJ-1000 e lo YJ-19 sono missili da crociera ipersonici, alimentati da un motore scramjet per tutta la durata del volo.

La tecnologia scramjet a reazione consente un volo sostenuto e potenziato nell'atmosfera, garantendo una gittata maggiore e una traiettoria di volo più flessibile rispetto ai missili balistici.

La tecnologia dei motori Scramjet rappresenta l'apice della tecnologia aerospaziale all'avanguardia e rappresenta un fiore all'occhiello dell'ingegneria.

 

Esistono due approcci principali per ottenere un volo ipersonico affidabile, ed entrambi i metodi richiedono di superare sfide tecniche estreme nelle condizioni più difficili.

Missili come il missile balistico ipersonico DF-17 sono dotati di razzi propulsori che accelerano la testata a una velocità e a un'altitudine sufficienti per consentirle di continuare la fase di planata, manovrando senza propulsione tramite forze aerodinamiche.

Il motore scramjet, invece, è sufficientemente potente per una propulsione continua.

Il motore aspira aria durante il volo ad alta velocità e la miscela con il carburante per produrre spinta.

Sebbene il primo avvicinamento dia al missile una traiettoria relativamente prevedibile durante la fase di ascesa, diventa irregolare durante la planata.

 

Il secondo metodo combina velocità e mobilità durante tutto il volo.

Non solo un missile a respirazione d'aria può cambiare rotta durante il volo, rappresentando una sfida maggiore ai sistemi di difesa, ma può essere più leggero, più veloce e avere una gittata maggiore utilizzando ossigeno atmosferico invece di portare un ossidante.

 

Tuttavia, le difficoltà di questo approccio sono immense, a partire dalla necessità di mantenere una miscelazione e combustione stabile del carburante in un flusso d'aria supersonico – una sfida tecnica spesso paragonata all'accensione di un fiammifero durante un uragano.

 

Materiali avanzati resistenti al calore e sistemi di gestione termica efficienti sono fondamentali affinché il muso, i bordi e l'aspirazione del motore del missile vogliano sopravvivere a temperature superiori a 2.000 gradi Celsius (3.632 Fahrenheit) che si verificano una velocità superiore a Mach 5.

Il calore intenso ionizza anche l'aria circostante, creando una guaina al plasma che blocca i segnali radio in un fenomeno noto come "blackout" che può interrompere i comandi di guida.

Ciò suggerisce che il CJ-1000 e lo YJ-19 probabilmente incorporeranno tecnologie avanzate di guida, come sistemi inerziali e ottici, per superare il problema.

Elementi pesanti delle terre rare (HREE) come disprosio e terbio sono fondamentali nella costruzione di tali missili resistenti al calore.

L'investimento costante della Cina in infrastrutture scientifiche fondamentali avanzate ha svolto un ruolo cruciale nella ricerca e nello sviluppo di armi ipersoniche, che si basano su gallerie del vento ad alte prestazioni per i test.

 

La Cina ha costruito la galleria del vento più potente al mondo, il JF-22, che misura 4 metri di diametro e può simulare condizioni di volo da Mach 25 a 40.

Oltre al JF-22, i ricercatori cinesi hanno accesso a diverse altre strutture.

Il tunnel d'urto JF-12 è stato utilizzato per i test di accensione e combustione dei motori alimentati a idrogeno in condizioni di Mach 7 e Mach 10.

 

Un'altra galleria del vento, la FD-14A, è stata utilizzata dal “China Aerodynamics Research and Development Centre” per effettuare test di modelli di motori scramjet in condizioni di Mach 10.

Al contrario, il Tunnel 9 negli Stati Uniti raggiunge Mach 14 ma ha un diametro dell'ugello di soli 1,5 metri (4,9 piedi), il che rende difficile condurre test su larga scala.

 

I progettisti di missili statunitensi si sono affidati principalmente a simulazioni computazionali, rallentando così i progressi ingegneristici sulle armi ipersoniche.

Sebbene gli Stati Uniti abbiano aperto la strada alla ricerca iniziale sui missili ipersonici, ultimamente sembrano aver fatto pochi progressi sia nell'applicazione ingegneristica che nell'impiego pratico e nella produzione di massa di armi ad alta velocità.

La Marina degli Stati Uniti ha annullato il suo programma missilistico antinave HALO (hypersonic air-launched offensive) nel 2024, adducendo sforamenti di bilancio e il mancato raggiungimento delle aspettative in termini di prestazioni.

 

L'HACM dell'aeronautica militare, il cui contratto è previsto per il 2022, resta l'unico missile da crociera ipersonico a reazione aerea ancora in fase di sviluppo negli Stati Uniti.

Nel frattempo, la Russia ha sfruttato la sua vasta esperienza nella tecnologia missilistica per raggiungere risultati rivoluzionari nei veicoli plananti ipersonici, dispiegando l'Avangard nel 2019, e nei missili scramjet, come lo Zircon Mach 9, che respira aria e che è stato dispiegato di recente in Ucraina.

 

Finora, Russia e Cina sono le uniche forze armate ad aver impiegato operativamente missili ipersonici a propulsione scramjet.

Mentre la maggior parte delle armi ipersoniche nello sviluppo globale mira bersagli terrestri o marittimi, il CJ-1000 rappresenta un cambiamento di paradigma – si spinge in profondità nello spazio aereo nemico per abbattere risorse aeree di supporto critico di alto valore. Prima che possano aiutare nelle operazioni di combattimento.

Il CJ-1000 è progettato per ingaggiare aerei ad alta quota, grandi e lenti – come gli E-3 Sentry AWAC (Airborne Warning and Control System), i rifornimenti KC-135/KC-46 o gli aerei da sorveglianza RC-135 – che volano da Guam, Hawaii o persino basi continentali degli Stati Uniti.

 

La guerra aerea moderna si basa fortemente su "moltiplicatori di forza" – velivoli non combattenti che forniscono allerta precoce, supporto alla guerra elettronica, fusione dati e rifornimento in volo.

Distruggere o disturbare queste piattaforme può paralizzare un'intera campagna aerea, anche senza impegnarsi direttamente i caccia.

Il CJ-1000, con una gittata superiore a 6.000 km (3.728 miglia), poteva essere lanciato dalla Cina continentale o schierato su basi navali avanzate nel Mar Cinese Meridionale.

 

A velocità ipersoniche, questi missili avrebbero dato agli avversari tempi di reazione minimi, rendendo le tradizionali manovre evasive quasi inutili per velivoli grandi e lenti.

Inoltre, volando a quote inferiori rispetto ai missili balistici e con grande manovrabilità, grazie al motore scramjet per la respirazione dell'aria, il CJ-1000 può eludere i satelliti di allerta missilistica attuali e i sistemi radar calibrati per rilevare traiettorie balistiche ad alta velocità.

L'impiego del missile da crociera ipersonico CJ-1000 segna il completamento della bolla di interdizione aerea a tre strati della Cina.

Il primo livello è costituito dai sistemi di difesa puntuale, ovvero sistemi autonomi utilizzati contro i droni e le minacce a distanza ravvicinata.

Il secondo livello è costituito da missili a medio-lungo raggio che darebbero priorità a bersagli stealth o missili balistici.

I sistemi a lunghissimo raggio come il CJ-1000 costituiscono il terzo livello di interdizione dell'accesso all'area.

 

Per decenni, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno fatto affidamento su aerei di supporto a distanza, operanti oltre la gittata dei missili terra-aria convenzionali.

L'arrivo del CJ-1000 ha fatto capire che non è più garantito un simile rifugio nelle zone più remote.

 

 

 

L’inganno di Churchill contro Mussolini e

quel carteggio tra i due macchiato

di sangue sparito.

Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – (18-11-2025) – ci dice:

 

A Dongo, il 30 aprile del 1945, si chiude il tragico destino di Benito Mussolini, il Duce del fascismo, l’uomo che molti prelati avevano definito come “l’uomo della Provvidenza”, per aver risollevato le sorti di una nazione piegata dalla prima guerra mondiale e ingannata dalle potenze angloamericane.

Gli inganni però non si sono chiusi nel 1919.

 

Londra sembra avere connaturate nelle sue radici l’esercizio del doppiogiochismo, delle promesse fatte e non mantenute, e dei continui cambi di casacca che sono stati incredibilmente attribuiti all’Italia per colpa soprattutto di una storiografia liberale mendace che mai ha raccontato la verità.

La verità che non è ancora stata detta agli italiani sull’ingresso della seconda guerra mondiale è quella che riguarda le ragioni che spinsero Mussolini a parteciparvi.

 

Il Duce era uno statista assennato.

Nessuno meglio di lui sapeva valutare gli equilibri e gli spostamenti che un conflitto globale avrebbe provocato.

Cambiamenti che sarebbero stati pari a dei veri e propri terremoti politici in grado di scuotere le fondamenta del fascismo che si era instaurato al potere nel 1924, e che, a poco a poco, aveva smantellato il corrotto modello dello Stato liberale asservito a consorterie massoniche e angloamericane.

 

Mussolini sapeva bene qual era la vera forza motrice del potere di Londra.

 

Lo scriveva sulle colonne del Popolo d’Italia nel 1919, e non aveva timore a fare i nomi di chi, nelle democrazie liberali, teneva i cordoni della borsa, ovvero di chi aveva la capacità di muovere enormi masse di liquidità che rendevano i governanti delle mere comparse, dei burattini rimessi alla volontà dei “grandi” banchieri.

 

Esiste la copia dell’articolo di Mussolini sul potere delle banche.

 

Sono i nomi dei Rothschild e dei Warburg che Mussolini scrive nel suo articolo, perfettamente consapevole che se l’Italia aspirava a diventare una nazione realmente sovrana, non poteva non esimersi dal recidere i fili finanziari che tenevano Roma ostaggio di tali poteri, e per farlo inizia proprio dalla costituzione di una vera banca centrale dotata della facoltà esclusiva di stampare moneta, a differenza di ciò che avveniva al tempo dello Stato liberale risorgimentale.

 

Mussolini e il fuhrer: storia di una diffidenza.

Nel 1939, il fascismo sembra essere arrivato al suo apogeo.

 

Nessuna apparente ragione spinge il Duce a seguire la via dello spazio vitale perseguita da Adolf Hitler che voleva riportare la Germania a riconquistare i territori perduti dopo gli infausti accordi di Versailles, per poi spingersi assurdamente ancora più oltre, fino ad arrivare alla suicida invasione dell’Unione Sovietica.

Mussolini aveva una mente lucida. Sapeva che la guerra avrebbe portato al disfacimento del suo governo, e sapeva anche che una volta che la Germania avrebbe iniziato a invadere i vari territori vicino e oltre i suoi confini, Washington non sarebbe stata certo rimasta a guardare.

 

Londra infatti ben poco poteva contro la macchina bellica della Germania, di gran lunga superiore a quella britannica, e il primo ministro inglese, Neville Chamberlain, fino al 1939, successivamente sostituito da Winston Churchill, difficilmente non avrebbe chiesto l’aiuto degli Stati Uniti per rovesciare le sorti di un conflitto che altrimenti sarebbe stato segnato.

Mussolini sembra calcolare molto bene tali variabili, e lo si vide anche nei documenti e nella corrispondenza emersa da pezzi del suo archivio che sono arrivati al pubblico soltanto anni dopo, ai quali però è stata data scarsissima rilevanza perché essi spazzano via la narrazione liberale di un fascismo saldamente schierato dalla parte del nazismo.

A parlarne sono stati tra gli anni’80 e ’90, storici e ricercatori quali Arrigo Petacco, autore di un’opera dedicata all’archivio segreto del Duce, e Fabio Andriola, giornalista già collaboratore del Giornale e Libero.

 

Mussolini era estremamente scrupoloso.

Qualsiasi carta passasse sopra la sua scrivania, veniva meticolosamente archiviata e catalogata per consentire al capo del Governo di tenere traccia e di custodire quei documenti che un domani avrebbero potuto essere estremamente preziosi sia nei rapporti internazionali sia nelle dinamiche interne del fascismo, nei confronti di eventuali o potenziali quinte colonne.

Tra queste carte, ce n’è una molto interessante che merita di essere valutata con attenzione.

Si tratta di un telegramma che reca la data del 1939, che Mussolini indirizza al re, Vittorio Emanuele III, nel quale si parla di un accordo tra l’Italia e le potenze europee in caso di ingresso in guerra.

 

Il telegramma indirizzato da Mussolini a Vittorio Emanuele III.

Il capo del Governo scrive queste parole al sovrano di casa Savoia.

S.M. il RE

Sant’ Anna.

Desidero Maestà nell’attesa di mandarvi tutto l’epistolario scambiato con il Fuhrer anticiparvene le conclusioni e cioè che l’Italia si limiterà almeno nella prima fase del conflitto ad un atteggiamento puramente dimostrativo. Francesi e inglesi ci hanno fatto sapere che faranno altrettanto.

Aggiungo essere mia convinzione che le proposte di Hitler al governo inglese e che noi abbiamo conosciute tramite Londra meritano di essere prese in attenta considerazione.”

 

Mussolini parla esplicitamente di un’entrata in guerra controllata, calmierata, per così dire, al fianco della Germania Nazista con la quale il Duce del fascismo appariva alquanto riluttante a stabilire un’alleanza.

 

Si era già avuto un saggio del pensiero di Mussolini sulla Germania ai tempi del celebre discorso di Bari del 6 settembre del 1934, nel quale il presidente del Consiglio esprimeva la sua avversità verso la cultura di quel Paese, di gran lunga inferiore a quella latina, che già produceva letterati e filosofi mentre nel Nord Europa regnava la barbarie.

 

Esiste il discorso di Mussolini tenuto a Bari il 6 settembre del 1934.

Mussolini diffidava dei tedeschi, e non stimava Adolf Hitler, soprattutto quando capì che la sua ascesa al potere, appoggiata da ambienti finanziari angloamericani, avrebbe destabilizzato l’Europa portandola verso l’abisso di un altro scontro globale.

Lo si vide già ai tempi dell’omicidio del cancelliere austriaco, Dollfuss, ucciso su ordine di Hitler, perché, secondo quanto rivelato da Walter Langer, il politico austriaco aveva nelle mani le prove delle origini ebraiche del Fuhrer, nipote illegittimo di una relazione clandestina tra sua nonna, Maria Schicklgruber, e il barone Rothschild di Vienna, nella cui casa la donna prestava servizio.

 

Il Duce non si fida del Fuhrer.

Lo considera un esagitato, uno sconsiderato, e la sua decisione di entrare in guerra è stata il probabile risultato di un accordo sottotraccia con gli inglesi e i francesi che non è stato poi evidentemente rispettato.

 

Una volta iniziato il conflitto, lo si vede chiaramente.

Nulla possono i valorosi soldati italiani mal armati contro l’Inghilterra, e soprattutto contro la superpotenza americana, che danno al conflitto la svolta che Mussolini aveva chiaramente previsto.

Il colpo di mano del re e degli inglesi: l’arresto di Mussolini.

Il Duce si ritrova così ingannato, sia dalla corona, sia dagli inglesi e i francesi che gli avevano dato garanzie non rispettate.

Il 25 luglio del 1943 si mette in moto la catena di eventi che porta alla disastrosa fine della guerra neanche per un istante negoziata, ma firmata in bianco da uomini che non erano nemmeno legittimati a prendere determinate decisioni.

 

La riunione del Gran Consiglio del fascismo tenutasi il 25 luglio del 1943.

Vittorio Emanuele fa arrestare Mussolini quel giorno.

Al suo posto arriva il generale Badoglio e a soli 40 giorni di distanza, il 3 settembre, giunge l’armistizio di Cassibile, firmato dal generale Castellano che nemmeno parlava inglese.

Si consumano farse e tradimenti, ma il Duce intanto custodisce gelosamente tutto il suo carteggio con Winston Churchill.

 

Al suo amico e confidente, “Nicola Bambacci”, Mussolini diceva che “allo stato attuale poco mi resta.

Solo le nostre carte possono essere la nostra salvezza materiale e morale.

Dovessi essere assassinato o morire in combattimento, sfruttate i documenti: è in gioco l’interesse della Nazione.”

 

In un’altra lettera indirizzata proprio a Badoglio il 7 marzo del 1945, il Duce era ancora più esplicito e scriveva tali parole.

Caro Maresciallo, Churchill sa che io ho le cartucce pronte. Certamente si mangia le unghie per la sua lettera dell’ottobre 1940, ora che si trova nelle grinfie dell’orso rosso.

 E se io agissi?

 La sua posizione diverrebbe insostenibile, sarebbe la fine, potrebbe avere come conseguenza il suo siluramento.

 No, non sono di tale avviso. Per noi è un ponte, un appiglio in caso di estrema necessità.

Tutto questo Churchill lo sa benissimo.

Parlare di tutto questo a Hitler?

Guai! Lui agirebbe subito, forse pregiudicando definitivamente tutto, con il suo temperamento, il suo caratteraccio.

 Si perderebbe con atti inconsulti.

 Vi ripeto Maresciallo, queste ultime armi morali devono essere custodite gelosamente.

Dovessimo soccombere materialmente, moralmente saremo imbattuti, saremo invulnerabili.

 Gli stessi eventuali vincitori saranno i soli ad essere compromessi.”

Mussolini sapeva che poteva distruggere attraverso la sua corrispondenza Winston Churchill, il falso eroe costruito dalla storiografia liberale che ha costruito un mito di integrità morale attorno ad uno dei personaggi più biechi del secolo scorso, e responsabile di diversi crimini di guerra, mai perseguiti.

 

Benito Mussolini in quel carteggio aveva la probabile prova delle garanzie fatte dal primo ministro inglese al capo del governo italiano, su un’entrata “controllata” dell’Italia nel conflitto, alla quale sarebbero poi spettati determinati territori alla fine della guerra.

L’uomo che secondo la vulgata liberale combatteva il fascismo, stipulava in realtà accordi sotto banco con esso, per poi rimangiarseli impunemente e darsi da fare per far sparire le prove di tutta la sua corruzione morale.

Il Duce sapeva molto bene che Churchill voleva ucciderlo per via di quanto aveva in mano il politico italiano su di lui.

Mussolini non era però uno sprovveduto.

Sapeva che doveva far circolare copie del carteggio tra lui e il primo ministro inglese che voleva salvare la sua reputazione di “integerrimo statista.”

Il capo della Repubblica Sociale quindi decise di fare copia di tali incartamenti e di affidarli alla moglie Rachele, a Carlo Alberto Biggini, ministro dell’Educazione, al colonnello dei servizi della RSI, Tommaso David, e ad altri giovani repubblichini che avrebbero dovuto portare tutto in Svizzera.

Fino all’ultimo istante, Mussolini ha provato ad esercitare il potere che tali esplosivi documenti gli davano, e in una missiva del 24 aprile 1945, il primo ministro inglese gli assicurava che avrebbe riconosciuto la RSI come Paese belligerante e avrebbe salvaguardato la sua incolumità.

Soltanto quattro giorni dopo, a Dongo, Mussolini viene ucciso dai partigiani assieme a Claretta Petacci, sua amante, informata a sua volta dell’esistenza del carteggio.

 

Churchill non si sente però sicuro nemmeno dopo la morte del Duce.

Giunge lui stesso nel Nord dell’Italia sotto lo pseudonimo di “colonnello Warder”, e si adopera per recuperare e distruggere il materiale che lo avrebbe completamente spazzato via dalla vita politica inglese e internazionale, assistito sempre dai servizi inglesi.

Si inizia a parlare di questa “pressante necessità” del politico inglese anche sulla stampa europea.

Sulle pagine del settimanale svizzero “Voix Ouvriere”, esce una vignetta nella quale si mostra Churchill seduto di fronte ad un caminetto intento a bruciare delle carte.

 

Ancora oggi, non si sa esattamente quali e quante mani abbiano tutta la corrispondenza.

Una parte di essa è finita certamente nelle mani degli inglesi, e del partito comunista italiano.

Uno degli storici più autorevoli del fascismo, Renzo De Felice, disse esplicitamente che Togliatti fece distruggere alcune di quelle carte, a dimostrazione che i comunisti non avevano alcuna reale intenzione di colpire Londra e di far uscire uno scandalo che avrebbe travolto tutta l’Inghilterra e i partigiani comunisti che uccisero il capo del fascismo pur di insabbiare quelle scomode verità.

Altre parti di quelle carte sono forse oggi ancora in mano a qualche famiglia non ostile a Mussolini, e che le ha custodite, nella speranza che un giorno queste potessero essere rese pubbliche per far sapere a tutti com’era stata scritta veramente la storia.

 

Se un appunto può proprio essere a questo punto mosso a Mussolini, è quello di essersi fidato di chi evidentemente non ci si poteva fidare, di quegli inglesi e francesi che assicurarono al Duce che non ci sarebbero state vere ostilità e che lui sarebbe rimasto capo del Governo, quando entrambi invece non esitarono un istante a rimangiarsi tutto per poi far sparire le prove delle loro menzogne.

A distanza di 80 anni, l’Italia ancora oggi deve sorbire la bugia di essere stata voltagabbana, quando a fare il doppiogioco è stato soltanto il massone Winston Churchill.

 

Mussolini forse non si era reso conto della doppiezza dei suoi avversari, e il suo epilogo fu drammatico, criminale e sanguinario.

Il 20 aprile del 1945, il Duce al direttore del Popolo di Alessandria spiegava ancora meglio le ragioni della sua alleanza con il nazismo.

 

Io ho qui tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia. Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno.

Ci fu un colpo di Stato in Italia il 25 luglio del’43, e tutto quanto accaduto dopo è in grave violazione della sovranità del Paese.

 

A Cassibile, viene firmato un armistizio attraverso il quale non solo l’Italia capitola, ma di fatto consegna le chiavi della sua sovranità all’anglosfera che da allora in poi trasformerà l’Italia in uno Stato coloniale.

Cassibile porta al broglio elettorale del 1946 nel quale si assegnò la vittoria alla repubblica nonostante avesse vinto la monarchia, e il broglio del 1946 porta alla costituzione del’48, scritta, come disse lo stesso Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata al Tempo il 14 aprile del 2003, da un’assemblea costituente “illegale perché le elezioni avvennero in regime di occupazione militare straniera e soltanto col permesso dello straniero occupante.”

Se si torna alla catena di eventi che portò alla fine della sovranità italiana, si torna necessariamente al golpe subito da Mussolini, e dall’accordo tradito da Winston Churchill che si adoperò poi per far sparire le tracce del suo doppiogiochismo.

 

Ce n’è abbastanza non solo per riscrivere la storia e far conoscere finalmente la verità alle future generazioni, ma ce n’è abbastanza anche un domani per iniziare un percorso che porti finalmente fuori l’Italia dalla repubblica anglicizzata di Cassibile, dai suoi inganni e da tutte le bugie che sono state costruite per tenerla in vita.

 

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