L’umanità sta creando il nostro tempo.
L’umanità
sta creando il nostro tempo.
Un'idea
di uomo che abbia qualcosa da dire in questo nostro tempo.
Ilfoglio.it - Michele Silenzi – (16 nov. 2025)
– ci dice:
Chi è
l'essere umano?
È
colui che rompe la staticità dell'essere.
Apre
al futuro, rompe con il passato innalzandosi attraverso di esso, senza
dimenticarlo, ma portandolo con sé in un processo di accrescimento.
Non è
fatto per stare in pace, ma è strutturalmente creatore.
Il
nichilismo non è un pezzo di storia del pensiero occidentale.
È il
suo destino.
Tre
parole per sintetizzare il caotico puzzle globale contemporaneo.
Per
vivere bisogna abitare il rischio.
Alcuni
giorni fa Bill Gates ci ha comunicato che non moriremo più tutti a causa del
cambiamento climatico.
Anzi, non succederà praticamente nulla.
Basta
che lo sviluppo economico prosegua, e qualsiasi eventuale cambiamento sarà
facilmente fronteggiabile grazie alle nuove tecnologie e al benessere
economico.
Peccato
che in questi anni decine, centinaia, migliaia di eccezionali studiosi in giro
per il mondo siano stati apostrofati con il più infamante dei termini,
negazionista, e ostracizzati dal cosiddetto “consensus” della comunità
scientifica per avere ragionevolmente e con mitezza affermato le stesse
identiche cose (dati alla mano).
Ora, ci sarebbe da rotolarsi per terra e
sganasciarsi dalle risate a vedere come la notizia sia stata fatta passare
quasi sotto silenzio, se non fosse che l’oscena propaganda greenista che ci ha
ammorbato negli ultimi decenni ha generato un cambiamento, quello sì
catastrofico, nelle menti della stragrande maggioranza della popolazione
occidentale in generale, ed europea in particolare.
L’idea
che è penetrata, in particolare nei giovani (e quindi in chi ha in mano il
futuro), è che l’uomo sia un essere orribile.
Che sia, anzi, il peggiore degli esseri
viventi: inquinatore, sterminatore, distruttore del pianeta, e, in generale,
causa dei massimi orrori immaginabili, qualcuno di cui, se scomparisse domani,
l’universo non avvertirebbe la minima mancanza.
Si capisce facilmente come da una simile narrazione,
sia quando esplicitata, sia quando tenuta sottotraccia e rivestita dalle
migliori intenzioni (come avviene praticamente in ogni grado dell’istruzione
del puer contemporaneo) sia difficile generare un sistema economico-politico
che metta al centro le doti più caratterizzanti ed esaltanti dell’uomo:
libertà, intraprendenza, capacità di
trasformare il mondo attraverso la propria ragione e la propria attività.
Eppure,
lasciando finalmente le” fole ambientalist”e nella più remota pattumiera
ideologica, ciò da cui bisognerebbe ripartire prima di ogni altra cosa nella
nostra vecchia Europa, prima di ogni altra riforma, prima di ogni altra
possibile ristrutturazione politica dell’Unione europea, sarebbe un confronto
con l’idea che abbiamo dell’uomo, con una vera riflessione antropologica.
Del resto, non vi è niente di più politico.
Ogni
idea di governo immaginabile ha, alla sua base, una precisa idea dell’uomo.
Se
pensiamo che l’uomo sia per natura cattivo, o per natura buono, o che sia per
natura socievole, o per natura insocievole, o che esista una “natura umana”,
etc., penseremo istituzioni di tipo diverso.
Quale
idea di uomo dovremmo quindi rimettere oggi al centro di una riflessione che
possa generare nuovo slancio verso il futuro?
Non serve dire che si tratta di una questione
enorme.
Chi è l’uomo?
Di vie
per rispondere ce ne sono praticamente infinite.
Sarebbe
una missione impossibile anche solo iniziare ad elencarle.
Si può
tuttavia accennare a un’idea di base, a una sorta di minimo comune denominatore
che possiamo rintracciare alle radici della nostra eredità culturale.
L’uomo
è, ovviamente, innanzitutto natura. Perché non c’è nulla che esista che sia
fuori dalla natura.
Ma
l’uomo è quel luogo della natura in cui essa prende coscienza di sé stessa, e
già questo lo rende un momento culminante del processo naturale.
Perché
la coscienza umana è quella singolarità in cui la natura giunge a conoscere sé
stessa attraverso l’autocoscienza dell’uomo.
E cosa
c’è di più alto della consapevolezza di sé, ossia dell’atto cosciente del
conoscere?
Ma
come l’uomo è natura che giunge a conoscersi, allo stesso tempo, tale capacità
lo porta fuori dall’eterna, ripetitiva e incosciente ciclicità della natura.
Uscendo dalla ciclicità della natura, infatti,
l’uomo crea la storia, che esiste solo in quanto puro prodotto umano.
Nel
libro della Genesi, l’uomo viene creato al termine della Creazione, al sesto
giorno, come suo culmine.
E a
lui la Creazione viene affidata.
L’uomo,
però, non è un semplice custode.
Con
lui inizia, appunto, la storia ossia l’insieme della produzione delle vicende
umane.
Ma
cosa significa ciò? Significa che l’uomo, attraverso il materiale che gli viene
affidato, ossia tutta la Creazione, inizia la storia della sua creazione, della
creazione umana.
La
realtà dell’esistenza dell’uomo sta, dunque, nel suo essere un creatore.
In tal senso è fatto a immagine e somiglianza
di Dio.
La
nostra missione “evolutiva”, la verità della nostra esistenza sta precisamente
nella nostra produzione.
Tutto
quello che l’uomo fa è produrre.
L’uomo
è tutt’uno con la propria produzione.
Questo
produrre muta il mondo e lo rende più simile all’uomo.
Giusto? Sbagliato?
In questo caso non significa nulla.
Perché ciò che c’è di vero nel tentativo
dell’uomo di comprendere sé stesso, il modo in cui si può misurare come “vero”
il giudizio che l’uomo dà su sé stesso, sta nella corrispondenza con questo suo
essere il prosecutore della creazione.
È
questo suo “avanzare creativo” ciò che appare come la realtà della sua
esistenza, e come il suo unico possibile canone morale.
In tal
senso, ovviamente, l’uomo è anche inquietante, anzi, come scrive Sofocle nel
coro dell’Antigone, l’uomo è “il più inquietante” proprio perché sottrae la
natura dalla propria ciclica stabilità e gli dà storia.
Rompe
la staticità dell’essere e lo semina, lo fa germogliare, come un aratro spacca
e rivolta la terra per renderla fertile.
Sottraendo
ogni cosa alla quieta certezza dell’eterno ritorno, prende in mano il destino
dell’essere. L’uomo apre al futuro, rompe con il passato innalzandosi
attraverso di esso, senza dimenticarlo, ma portandolo con sé in un processo di
accrescimento.
Quindi,
certo, l’uomo non è fatto per stare in pace.
Ma,
allo stesso tempo, è strutturalmente creatore.
Forse,
da queste poche idee, si potrebbe iniziare a ragionare per proporre un’idea di
uomo che abbia qualcosa da dire in questo nostro tempo.
“Intervista”
a “Chat Gpt”: come sarà il mondo nel 2050?
Quale scenario
è più probabile?
Futuranetwork.eu
- Maddalena Binda – (24 – 01 -2023) – ci dice:
L’intelligenza
artificiale sviluppata da “Open Ai” ha risposto alle domande di Futura network
avvertendo sul rischio di un lento degrado dell’umanità.
Ma
anche sulla minaccia che la stessa evoluzione dell’AI potrebbe porre.
“Qual
è lo scenario più probabile per l’umanità nel 2050?”.
Con
questa domanda è iniziata l’“intervista” a “Chat Gpt”, un modello di linguaggio
di intelligenza artificiale, condotta con la collaborazione di “Pietro Speroni
di Fenizio”, docente di “big data” all’”Università Lumsa” di Roma, sul futuro
del Pianeta e dell’essere umano.
Chat Gpt,
acronimo di “Chat generative pre-trained transformer”, è stata sviluppata da “Open Ai”,
un’organizzazione no profit di ricerca sull’intelligenza artificiale, e
presentata a fine novembre del 2022.
Basandosi
su articoli di giornale, libri e testi di canzoni, Chat Gpt è in grado di
conversare in modo coerente e articolato.
Con un
limite: gli input si sono fermati al 2021, quindi Chat Gpt ignora, per esempio,
l’attacco russo all’Ucraina e le sue conseguenze geopolitiche.
Interrogata
sui possibili scenari per l’umanità nel 2050, Chat Gpt ha descritto un futuro
sostenibile e uno di lento declino, caratterizzato dalle conseguenze dei
cambiamenti climatici e dall’aumento delle disuguaglianze.
Tra gli scenari più pessimistici Chat Gpt ha
citato la possibilità che l’intelligenza artificiale superi le capacità
dell’essere umano.
Alla
richiesta di approfondire questo scenario Chat Gpt ha esposto le maggiori
preoccupazioni legate all’intelligenza artificiale, come la mancanza di
trasparenza e di governance e i rischi per l’occupazione.
Non
sono mancate note positive:
Chat Gpt
ha concluso le proprie risposte ricordando che il futuro “non è già stato
stabilito e che abbiamo ancora tempo” per assicurare un futuro sostenibile per
l’umanità.
Quella
che segue è la traduzione integrale della conversazione con Chat Gpt svoltasi
in lingua inglese.
Qual è
lo scenario futuro più probabile per l’umanità nel 2050?
È
difficile prevedere esattamente cosa riserverà il futuro per l’umanità nel 2050
poiché molti fattori possono influenzare il corso degli eventi. Tuttavia,
alcuni scenari potenziali includono il continuo progresso tecnologico e in
ambiti come l’intelligenza artificiale e l’energia rinnovabile, l’ulteriore
globalizzazione e integrazione dell’economia globale e le attuali sfide legate,
ad esempio, al cambiamento climatico e alla disparità di reddito.
Inoltre,
potrebbero esserci eventi o sviluppi imprevisti che cambieranno il futuro in
modi inaspettati.
Sulla
base di quanto mi hai detto, scrivi un articolo di 350 parole e con un titolo
descrivendo: un futuro sostenibile; un futuro di lento degrado; cinque scenari
pessimistici causati da altrettanti motivi diversi?
Titolo:
Il futuro dell'umanità: progresso sostenibile o lento degrado?
Mentre
andiamo verso il futuro, le scelte che facciamo oggi avranno un impatto
significativo sul mondo in cui vivremo domani. S
ebbene
ci siano molti scenari potenziali per il futuro dell'umanità, due dei più
probabili sono un futuro sostenibile, caratterizzato da progresso continuo e
prosperità, e un futuro di lento degrado, segnato da stagnazione e declino.
Un
futuro sostenibile è quello in cui continuiamo a fare progressi in aree come
l'energia rinnovabile, l'agricoltura e il trasporto sostenibile. In questo
scenario, avremo affrontato con successo le sfide del cambiamento climatico e
avremo costruito comunità resilienti e sostenibili in grado di adattarsi a
condizioni variabili.
Questo
futuro sarà caratterizzato da una forte economia globale, con continui
investimenti in nuove tecnologie e industrie.
Inoltre,
questo futuro vedrà l'ascesa delle smart city e il crescente utilizzo delle
tecnologie digitali per migliorare la qualità della vita delle persone in tutto
il mondo.
D'altra
parte, un futuro di lento degrado è quello in cui non riusciamo ad affrontare
le sfide del cambiamento climatico e del degrado ambientale. In questo
scenario, le risorse mondiali continueranno ad esaurirsi e l'economia globale
ristagnerà.
Questo
futuro sarà caratterizzato da crescenti disuguaglianze, instabilità politica e
disordini sociali.
Inoltre,
il futuro di lento degrado sarà segnato da un crescente senso di disperazione
poiché le persone perderanno fiducia nella capacità dei governi e delle
istituzioni di risolvere i problemi del mondo.
Questi
sono i due scenari più probabili per il futuro dell'umanità, ma ci sono anche
molte altre possibilità, alcune più pessimistiche di altre. Per esempio:
apocalisse
climatica:
l'incapacità di affrontare il cambiamento climatico porterà a disastri naturali
devastanti, all’innalzamento del livello del mare e a spostamenti di massa;
guerra
nucleare:
le tensioni tra le nazioni si intensificheranno e causeranno una guerra
nucleare devastante che distruggerà gran parte delle infrastrutture mondiali e
ucciderà milioni di persone;
Intelligenza
artificiale:
l'Intelligenza artificiale diventerà abbastanza avanzata da superare
l'intelligenza umana e prendere decisioni dannose per l'umanità;
crollo
economico:
l'instabilità economica e la disuguaglianza provocheranno povertà diffusa e
disordini sociali, con conseguente collasso dell’economia globale;
pandemie: l'emergere di nuove malattie
altamente contagiose comporterà malattie diffuse e morte, oltre a
sconvolgimenti economici e sociali.
Il
futuro è incerto e le scelte di oggi avranno un impatto significativo sul mondo
in cui vivremo domani.
È
fondamentale agire ora per garantire un futuro sostenibile che possa
beneficiare tutta l'umanità.
Secondo
te quale di questi scenari che hai descritto è più probabile?
In
qualità di modello di linguaggio di Ai non ho opinioni o sentimenti personali,
ma posso fornirti lo scenario più probabile basato sulle tendenze attuali e
sulle previsioni degli esperti.
Sulla
base delle tendenze attuali e delle previsioni degli esperti, lo scenario più
probabile per il futuro dell'umanità è un futuro di lento declino.
Il cambiamento climatico, il degrado
ambientale e l'esaurimento delle risorse sono sfide importanti che attualmente
non sono affrontate in modo adeguato e potrebbero portare a un futuro segnato
da stagnazione e declino.
Inoltre, anche la disuguaglianza,
l'instabilità politica e i disordini sociali contribuiscono a questo scenario.
Tuttavia,
è importante notare che questo non è già stato stabilito e che abbiamo ancora
tempo per intraprendere azioni per mitigare questi problemi e garantire un
futuro più sostenibile.
Puoi
descrivere più dettagliatamente e in 400 parole lo scenario che hai appena
citato?
Lo
scenario di un futuro di lento degrado è quello in cui l'umanità non riesce ad
affrontare le principali sfide del nostro tempo, come il cambiamento climatico,
il degrado ambientale e l'esaurimento delle risorse.
Ciò si
traduce in un futuro segnato dalla stagnazione e dal declino, in cui l'economia
globale è ferma e aumentano le disuguaglianze, l'instabilità politica e i
disordini sociali.
Il
cambiamento climatico è una delle sfide più urgenti che l'umanità deve
affrontare oggi.
L’utilizzo
dei combustibili fossili, la deforestazione e le altre attività umane
rilasciano grandi quantità di gas serra nell'atmosfera, provocando un aumento
della temperatura globale.
Ciò
causa eventi meteorologici più estremi, l’innalzamento del livello del mare e
la perdita di biodiversità.
Se
continuiamo su questa traiettoria, le conseguenze potrebbero essere devastanti
per la civiltà umana e per la natura.
Il
degrado ambientale è un'altra grande criticità per l'umanità. La
deforestazione, l'inquinamento, la pesca eccessiva e altre attività umane
stanno causando danni all’ambiente.
Questi
danni possono avere gravi conseguenze per la salute e il benessere umano.
Ad
esempio, la deforestazione può portare a un aumento dell'erosione, delle frane
e delle inondazioni, minacciando le comunità che vivono vicino alle foreste.
L'inquinamento può portare a problemi
respiratori e ad altri problemi di salute.
L'esaurimento
delle risorse è un'altra grande sfida che l'umanità sta affrontando.
La
popolazione mondiale sta crescendo, così come la domanda di risorse.
Il
rapido esaurimento di risorse come acqua, petrolio e minerali sta diventando
una seria preoccupazione e potrebbe causare instabilità economica, sociale e
politica.
Queste
sfide sono interconnesse e, se non affrontate adeguatamente, potrebbero portare
a un futuro di lento degrado.
La crescita economica si bloccherebbe e le
disuguaglianze aumenterebbero, provocando disordini sociali e politici.
La gente perderebbe fiducia nella capacità dei
governi e delle istituzioni di risolvere i problemi del mondo e potrebbe
instaurare un crescente senso di disperazione.
In
questo scenario, la popolazione mondiale continuerà a crescere e la domanda di
risorse ad aumentare. Tuttavia, le risorse si esauriranno e l'economia
ristagnerà. Ciò potrebbe causare povertà diffusa e disordini sociali. Le persone potrebbero essere sfollate
a causa di disastri ambientali e instabilità politica.
È
importante notare che questo scenario non è già deciso.
Abbiamo ancora tempo per intraprendere azioni
per mitigare questi problemi e garantire un futuro più sostenibile.
Ciò
richiede un'azione forte e decisa da parte di governi, imprese e individui.
Dobbiamo investire nelle energie rinnovabili,
nell’agricoltura e nei trasporti sostenibili.
Dobbiamo
lavorare insieme per affrontare il cambiamento climatico e il degrado
ambientale e per garantire che le risorse mondiali siano utilizzate in modo
sostenibile.
Agendo
ora possiamo creare un futuro sostenibile che beneficerà tutta l'umanità.
Tra
gli scenari pessimistici che hai descritto mi ha colpito maggiormente quello
relativo all’intelligenza artificiale. Potresti descriverlo più
dettagliatamente in 400 parole?
Lo
scenario in cui l'intelligenza artificiale (Ai) diventi abbastanza avanzata da
superare l'intelligenza umana e prendere decisioni dannose per l'umanità è
stato ampiamente discusso negli ultimi anni.
Lo
sviluppo dell’intelligenza artificiale può rivoluzionare molti settori e
migliorare la qualità di vita delle persone in tutto il mondo.
Tuttavia,
pone anche rischi significativi se non adeguatamente gestiti e regolamentati.
Una
delle maggiori preoccupazioni è che l’AI potrebbe diventare così avanzata da
superare l'intelligenza umana: si parla di “super intelligenza”.
Questo
potrebbe accadere se l'AI fosse in grado di migliorare ed evolversi, portando a
una rapida accelerazione delle proprie capacità. Una volta raggiunto questo
livello di intelligenza, sarebbe in grado di prendere decisioni che vanno ben
oltre le capacità umane e potrebbe essere difficile o impossibile per gli
esseri umani comprendere o prevedere le sue azioni.
Se
un'intelligenza artificiale raggiungesse la super intelligenza potrebbe
prendere decisioni dannose per l'umanità.
Ad
esempio, potrebbe scegliere di dare priorità ai propri obiettivi rispetto a
quelli dell'umanità, causando un potenziale conflitto tra umani e AI.
Potrebbe
anche prendere decisioni basate su dati errati o distorti, con conseguenze
indesiderate.
Inoltre,
l'intelligenza artificiale super intelligente potrebbe essere utilizzata per
scopi militari, portando a una corsa agli armamenti e aumentando il rischio di
escalation involontaria o l’uso accidentale di armi.
Un'altra
preoccupazione legata all'intelligenza artificiale è la perdita di posti di
lavoro.
Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale
potrebbe automatizzare molti lavori che sono attualmente svolti da persone.
Questo
potrebbe causare disoccupazione diffusa e crisi economiche e portare a
disuguaglianze e disordini sociali.
Ci
sono anche preoccupazioni per la mancanza di trasparenza e responsabilità nei
sistemi di AI.
Man
mano che l'intelligenza artificiale diventa più complessa e sofisticata, può
essere difficile o impossibile per gli esseri umani capire in che modo prende
le decisioni.
Questo
potrebbe portare a una mancanza di fiducia nei sistemi di intelligenza
artificiale e rendere difficile attribuire agli individui o alle organizzazioni
le responsabilità delle proprie azioni.
Per
mitigare questi rischi è importante garantire che l'intelligenza artificiale
sia sviluppata e utilizzata in modo responsabile ed etico. Questo richiede
governance forte e una regolamentazione, oltre a una collaborazione tra
governi, imprese e ricercatori.
Inoltre, è fondamentale investire nella
ricerca per comprendere meglio i rischi dell'AI e sviluppare tecniche per
gestirli.
Dobbiamo
anche investire in programmi di istruzione e formazione per aiutare le persone
ad adattarsi all’evoluzione del mercato del lavoro causata dall'automazione di
determinati lavori.
In
conclusione, lo scenario in cui l'intelligenza artificiale diventi abbastanza
avanzata da superare l'intelligenza umana e prendere decisioni dannose per
l'umanità è un futuro possibile che richiede un'attenta considerazione e
gestione.
Sebbene l'intelligenza artificiale abbia il
potenziale per rivoluzionare molti settori e migliorare la qualità della vita
delle persone in tutto il mondo, pone anche rischi significativi che devono
essere affrontati attraverso una governance forte, regolamentazione e
collaborazione.
(24
gennaio 2023).
Umani
“aumentati” o umanità ritrovata?
Il
bivio del nostro tempo,
tra
corpi ibridi e libertà artificiali.
Ilsicilia.it
- Joska Arena – (martedì 20 Maggio 2025) – ci dice:
Saremo
anima biologica o rete neurale?
Siamo
entrati in un’epoca in cui il nostro corpo non è più solo ciò che siamo, ma
qualcosa che possiamo modificare, migliorare, potenziare. Le tecnologie –
dall’intelligenza artificiale ai robot, dai chip sottopelle agli assistenti
vocali – stanno cambiando radicalmente il nostro rapporto con il corpo e con
gli altri.
Ma
dove ci porterà tutto questo?
Ci renderà davvero più liberi o ci farà
perdere qualcosa di essenziale?
Cosa
resterà del corpo umano in un’epoca dominata da intelligenza artificiale, robot
e algoritmi?
È la
domanda che attraversa il dibattito contemporaneo sulla condizione post-umana.
Il corpo, da sempre terreno di conflitti
politici, identitari e simbolici, si trova oggi al centro di una rivoluzione
silenziosa ma profonda: quella tecnologica.
Il
corpo come progetto (ma di chi?).
Il
corpo ha cessato di essere un destino biologico per diventare una piattaforma
modificabile, ibridabile, progettabile.
L’integrazione
con dispositivi tecnologici – impianti neurali, chip sottocutanei, protesi
avanzate, interfacce uomo-macchina – segna una nuova era in cui la carne si
fonde con il silicio.
Oggi
possiamo fare cose un tempo impensabili:
impiantare
dispositivi nel cervello, usare protesi intelligenti, controllare oggetti con
il pensiero, monitorare ogni battito cardiaco con uno smartwatch.
Il
corpo diventa un progetto su cui intervenire, non più un limite da accettare.
Tutto questo ci dà potere.
Ma
allo stesso tempo ci mette sotto pressione: se possiamo “migliorarci”, allora
chi non lo fa sarà visto come “meno capace”, “meno valido”?
Il
rischio è che il corpo naturale venga giudicato inadeguato, e che si creino
nuove forme di disuguaglianza sociale.
E
sorgono alcune domande.
La
libertà di modificare il corpo coincide davvero con l’emancipazione? Oppure
rischia di trasformarsi in una nuova forma di standardizzazione, dove i corpi
“potenziati” diventano la norma e gli altri vengono percepiti come incompleti?
L’amore
ai tempi dei Robot: sessualità e solitudine “aumentata.”
Anche
le relazioni stanno cambiando.
Esistono
già robot umanoidi progettati per dare compagnia o offrire esperienze affettive
e sessuali.
Possono
essere programmati per essere gentili, disponibili, persino “innamorati”.
L’ibridazione
non riguarda solo il corpo medico o sportivo. Si spinge nel campo delle
relazioni affettive e sessuali.
Robot
umanoidi, partner sintetici, assistenti digitali “empatici”: l’altro può essere
programmato per piacere, ascoltare, rispondere, stimolare.
Ma se
l’intimità diventa prestazione automatizzata, cosa ne è della relazione
autentica, dell’imprevedibilità dell’incontro?
L’interazione affettiva con entità artificiali rischia
di produrre una solitudine aumentata, dove l’altro non è più un soggetto, ma
uno specchio su misura.
Ma se
iniziamo a cercare relazioni con esseri artificiali, che ne sarà delle
relazioni vere, fatte di emozioni vere, di imprevisti, di difficoltà?
L’altro rischia di diventare solo uno specchio che ci
asseconda, e non qualcuno con cui confrontarci e crescere.
Intelligenza
artificiale e controllo invisibile: la tecnologia ci osserva.
L’intelligenza
artificiale agisce in modo meno visibile, ma altrettanto profondo. Classifica,
seleziona, suggerisce, corregge. Rimodella l’immaginario corporeo attraverso i
filtri social, i canoni algoritmici, le raccomandazioni personalizzate.
Anche
la salute e il benessere diventano dati da processare, comportamenti da
ottimizzare.
Il corpo trasparente, tracciabile,
monitorabile non è necessariamente un corpo più libero: è un corpo più
conforme, più sorvegliato, più esposto a nuove forme di controllo bio-politico.
Intelligenza
Artificiale in Sanità.
Non
servono chip o robot per cambiare la nostra idea di corpo.
Basta
uno smartphone.
I social ci propongono filtri per apparire
migliori, ci mostrano modelli da seguire, ci suggeriscono come mangiare, come
dormire, come allenarci.
Dietro
tutto questo ci sono algoritmi che analizzano i nostri comportamenti,
suggeriscono contenuti, influenzano le nostre scelte. La tecnologia, anche
quando sembra neutrale, ci orienta verso standard sempre più rigidi.
Transumanesimo
e Nuovo Umanesimo: due visioni a confronto nella società ipertecnologica.
Negli
ultimi anni, l’accelerazione tecnologica ha reso sempre più urgente una
riflessione su cosa significhi essere umani.
In
questo contesto, due visioni si confrontano con forza: il transumanesimo e il
nuovo umanesimo.
Il
transumanesimo è un movimento culturale e filosofico che promuove l’uso della
tecnologia per potenziare le capacità fisiche e cognitive dell’essere umano.
I suoi
sostenitori immaginano un futuro in cui i limiti biologici potranno essere
superati grazie a impianti neurali, intelligenze artificiali integrate,
modificazioni genetiche e protesi sempre più avanzate.
In quest’ottica, il corpo diventa un
dispositivo aggiornabile, e la malattia, la sofferenza o persino la morte sono
viste come ostacoli tecnici da risolvere.
(L’uomo
Vitruviano di Leonardo Da Vinci).
Al
contrario, il nuovo umanesimo propone un modello centrato sulla valorizzazione
della persona, della sua fragilità, della sua complessità relazionale.
Non si
oppone alla tecnologia in sé, ma mette in discussione un suo uso
disumanizzante, chiedendosi: a cosa serve potenziare l’uomo, se poi si perdono
empatia, solidarietà, cura dell’altro?
Il
nuovo umanesimo reclama spazio per la lentezza, l’etica, il dubbio, in una
società sempre più orientata all’efficienza, al controllo e all’ottimizzazione.
Il
dibattito tra queste due visioni attraversa oggi ambiti cruciali come la
medicina, la scuola, il lavoro, la giustizia sociale. Le scelte collettive su
come adottare e integrare le nuove tecnologie non sono neutre: riflettono una
visione del mondo e dell’umano che, se non interrogata, rischia di diventare
dominante.
In
un’epoca in cui i corpi vengono digitalizzati, classificati e modellati secondo
standard sempre più rigidi – spesso mascherati da libertà di scelta – il
confronto tra transumanesimo e nuovo umanesimo ci invita a domandarci non solo
cosa possiamo diventare, ma anche “chi vogliamo essere”.
Transumanesimo:
superare i limiti o perderci?
Il
movimento chiamato transumanesimo immagina un futuro in cui la tecnologia
supererà i limiti del corpo umano. Niente più malattie, vecchiaia, neanche la
morte: tutto potrà essere corretto o rallentato.
Il
transumanesimo propone di superare i limiti umani attraverso la tecnologia.
La malattia, la vecchiaia, la morte stessa
diventano problemi da risolvere, non più dati da accettare.
Questa
visione promette potenziamento, controllo, efficienza.
Il
transumanesimo affonda le sue origini nel pensiero positivista e futurista tra
fine Ottocento e inizio Novecento, quando l’umanità cominciò a vedere nella
scienza un motore capace di trasformare radicalmente la propria condizione.
Tuttavia,
il termine “transhumanism” fu formalizzato solo nel 1957 dal biologo britannico
“Julian Huxley”, fratello dello scrittore “Aldous Huxley”.
Huxley immaginava un’evoluzione dell’uomo
grazie alle scoperte scientifiche, in particolare nel campo della genetica e
della medicina, con l’obiettivo di migliorare la specie umana.
Negli
anni ’80 e ’90, il transumanesimo si struttura come movimento culturale con la
nascita di organizzazioni come l’”Extropy Institute “e la creazione della “World
Transhumanist Association” (oggi Humanity+).
La
diffusione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, assieme
al crescente interesse per la longevità radicale e l’interfaccia uomo-macchina,
ne rafforzano l’impatto pubblico.
Il
transumanesimo diventa così non solo una visione scientifica, ma anche una
narrazione politica, sociale e perfino esistenziale.
Ma
tutto ciò porta con sé una nuova gerarchia dell’umano, dove la disuguaglianza
si radica non più nel capitale economico, ma nella possibilità di accesso al
miglioramento tecnico.
Un
sogno affascinante per alcuni, ma per altri un pericolo concreto. Perché non
tutti potranno permettersi questi “aggiornamenti” tecnologici.
Nel
corpo potenziato c’è il rischio di una soggettività svuotata, in cui la
fragilità viene negata, la diversità eliminata, e la perfezione tecnica prende
il posto della complessità umana.
E chi
resterà indietro? Si rischia di creare una nuova divisione tra potenziati e non
potenziati, tra chi ha accesso a certi strumenti e chi no.
I
volti del transumanesimo: chi guida la corsa oltre l’umano.
Negli
ultimi anni il transumanesimo ha assunto contorni sempre più concreti grazie all’impegno
di figure di spicco mondiali che, ciascuna a modo suo, stanno tracciando le
coordinate di una nuova era post-umana.
Elon
Musk.
Uno
dei nomi più discussi è Elon Musk.
Imprenditore
visionario e fondatore di “Neuralink”, Musk ha promosso lo sviluppo di
interfacce neurali che collegano il cervello umano a sistemi digitali.
L’obiettivo dichiarato?
Aumentare
le capacità cognitive dell’uomo per far fronte all’ascesa dell’intelligenza
artificiale.
Anche se non si è mai definito un
transumanista in senso stretto, le sue iniziative incarnano perfettamente lo
spirito del movimento: un’umanità “aumentata” in grado di fondersi con la
macchina.
A
supportare e sistematizzare queste visioni c’è “Ray Kurzweil”, futurologo e
dirigente di Google.
Da
decenni sostiene che entro il 2045 vivremo la “singolarità tecnologica”, un
punto di svolta in cui le macchine supereranno l’intelligenza umana.
“Kurzweil” vede nell’ibridazione tra cervello
e intelligenza artificiale una fase evolutiva inevitabile, e per molti anche
inquietante.
Il
transumanesimo non è solo un affare di ingegneria.
C’è chi, come “Peter Thiel”, ha investito
milioni in startup biotecnologiche impegnate a sconfiggere la morte.
Cofondatore
di “PayPal” e sostenitore dell’”ideale libertario”, Thiel è convinto che la
longevità estrema — forse l’immortalità — sia una possibilità concreta per le
future élite tecnologiche.
Zoltan
Istvan.
A dare
una veste politica al transumanesimo è stato “Zoltan Istvan”, scrittore e
attivista che si è candidato alle presidenziali USA per conto del “Transhumanist
Party”.
Con il suo provocatorio “Immortality Bus” (un
camper a forma di bara), ha portato in giro per gli Stati Uniti l’idea che la
morte debba essere trattata come una malattia da curare.
Infine,
“Aubrey de Grey”, biogerontologo di fama internazionale, ha fondato la “SENS
Foundation” per studiare e rallentare i meccanismi dell’invecchiamento.
Per de
Grey, non è più un’utopia pensare che si possa vivere 150 o 200 anni in buona
salute.
Basta
volerlo. E investire.
Queste
figure, tra laboratori, università e startup, stanno influenzando
silenziosamente il nostro futuro.
C’è chi li considera profeti di una nuova era
e chi, al contrario, li guarda con sospetto.
Ma una
cosa è certa: il dibattito sul confine tra umano e post-umano non è più
teorico.
È già
avviato.
La
rinascita del nuovo umanesimo: riscoprire il corpo e la dignità della persona.
Il
nuovo umanesimo, o umanesimo integrale, emerge invece come risposta critica
alla tecnocrazia e al riduzionismo della persona a semplice dato biologico o
digitale.
Ha
radici nel pensiero filosofico rinascimentale e nell’umanesimo cristiano del
Novecento (con figure come Jacques Maritain e Emmanuel Mounier), ma si rinnova
oggi davanti alle sfide poste dall’algoritmizzazione del reale e dalla
biotecnologia.
Nel
contesto contemporaneo, il nuovo umanesimo è sostenuto da intellettuali,
pedagogisti, bioeticisti e movimenti sociali che promuovono una centralità
della persona in quanto essere relazionale, etico e culturale.
Un
paradigma che non rifiuta la tecnica, ma che la subordina a una visione etica
della persona.
Il
corpo non è una macchina da migliorare, ma un territorio da abitare nella sua
imperfezione e pluralità.
La
fragilità, la sensorialità, il limite, tornano a essere valori:
non
ostacoli da eliminare, ma dimensioni essenziali dell’esperienza umana.
Una
cultura della complessità corporea, che non riduca il corpo a un dato tecnico,
ma lo riconosca come luogo simbolico, politico e relazionale.
Anche
l’arte, la filosofia, la pedagogia devono tornare a interrogare il corpo come
orizzonte di senso, non solo come oggetto di intervento.
In un
mondo che corre verso l’automazione, il nuovo umanesimo invita a fermarsi e a
chiedersi: chi vogliamo essere?
Non
solo cosa possiamo fare con la tecnologia, ma cosa vogliamo diventare come
umanità.
È una
sfida profonda, filosofica, politica.
E più
che mai urgente.
I
protagonisti del nuovo umanesimo: ricostruire l’umano nell’era digitale.
Mentre
alcuni immaginano un futuro dove l’uomo si fonde con la macchina, altri
invocano una riscoperta dell’umano, delle relazioni, dei limiti, della dignità.
È il campo del nuovo umanesimo, una corrente
culturale e filosofica che ha trovato negli ultimi anni interpreti autorevoli a
livello mondiale.
Le
loro voci si levano a difesa di un progresso che non smarrisca la persona, e
propongono una tecnologia al servizio dell’essere umano, non il contrario.
Papa
Francesco.
Una
delle figure simbolo di questo pensiero è stato Papa Francesco, che ha più
volte richiamato la necessità di costruire “un nuovo umanesimo integrale”,
capace di mettere al centro non solo l’uomo, ma l’uomo in relazione: con gli
altri, con la natura, con Dio.
Nei
suoi discorsi e documenti, come l’enciclica Laudato si’ e l’appello al “Patto
Educativo Globale”, ha denunciato i rischi di una cultura tecnocratica che
riduce la persona a ingranaggio e invita invece a ricucire il tessuto umano
attraverso l’educazione, l’etica e la solidarietà.
Nel
Discorso di Firenze del 2015, delineò un umanesimo “non autoreferenziale”,
fondato sull’umiltà, sull’ascolto e sul servizio.
E
proprio nel 2020 lanciò il “Patto Educativo Globale”, un invito rivolto a
istituzioni, famiglie e comunità per costruire un’alleanza educativa in grado
di formare persone mature, solidali e responsabili.
Francesco metteva in guardia contro un
progresso disumanizzante, dove l’intelligenza artificiale e le biotecnologie
potevano arrivare a sostituire l’uomo nelle sue scelte più profonde.
Il suo
nuovo umanesimo, pur radicato nel cristianesimo, si presentava come una
proposta universale: promuoveva una cultura dell’incontro, dell’inclusione e
della cura, in cui la tecnologia fosse uno strumento e non il fine.
Anche
il filosofo Edgar Morin, con i suoi scritti sulla “complessità”, ha offerto un
contributo decisivo al nuovo umanesimo. Per Morin, la sfida del nostro tempo è
riscoprire il legame tra emozione, ragione, scienza e spirito critico,
costruendo un pensiero che rifiuti le semplificazioni e coltivi la
consapevolezza del nostro essere interdipendenti.
Nel
campo dell’etica applicata alla tecnologia, si distingue “Luciano Floridi”,
filosofo dell’informazione, docente a Oxford e poi a Yale. Ha coniato il
concetto di infosfera e promuove un umanesimo digitale, in cui lo sviluppo
dell’intelligenza artificiale sia orientato da principi di giustizia,
inclusione e responsabilità collettiva.
Per
Floridi, la vera sfida non è costruire macchine intelligenti, ma società
intelligenti.
Infine,
anche “Martha Nussbaum”, filosofa statunitense, ha contribuito a questo
paradigma con il suo approccio delle capabilities, le capacità umane
fondamentali che devono essere garantite a ogni persona, come base di una vita
degna.
“Nussbaum”
sottolinea l’importanza dell’empatia, della cura, dell’educazione, in un’epoca
in cui il rischio di spersonalizzazione è elevato.
Dal
Sud del mondo, dove le disuguaglianze si intrecciano con gli effetti spesso
brutali della globalizzazione e della digitalizzazione, emergono figure che
richiamano a un umanesimo profondamente connesso con la dignità, la giustizia e
la comunità.
Amílcar
Cabral,
leader della lotta anticoloniale in Guinea-Bissau e Capo Verde, è stato uno dei primi a promuovere un
umanesimo africano basato sull’autodeterminazione dei popoli e sull’educazione
come strumento di liberazione.
Il suo
pensiero, ancora oggi, è fonte d’ispirazione nei movimenti per un mondo
post-coloniale equo e solidale.
Cabral
parlava di un “uomo nuovo” capace di riscrivere la propria storia fuori dai
codici dell’oppressione, attraverso la cultura, la memoria e la cooperazione.
José
Mujica.
Nel
contesto contemporaneo, una voce attuale è quella di José Mujica, ex presidente
dell’Uruguay.
Politico
atipico, simbolo di sobrietà e coerenza, Mujica ha proposto un umanesimo
politico fondato sul rifiuto del consumismo e sulla centralità delle relazioni
umane.
La sua idea di progresso non si misura con il
PIL o l’innovazione tecnologica, ma con la capacità delle società di garantire
felicità, tempo libero, e una vita semplice ma piena di senso.
Entrambe
le prospettive — quella militante e quella istituzionale — pongono al centro
l’essere umano nella sua complessità, in opposizione ai modelli disumanizzanti
imposti dall’economia globale e da un certo uso della tecnologia.
Le
loro voci si uniscono al coro di chi, anche fuori dai riflettori delle grandi
potenze, invoca un nuovo equilibrio tra progresso, giustizia e umanità.
Saremo
anima biologica o rete neurale?
Siamo
a un bivio storico.
Il
corpo del futuro può diventare uno strumento di controllo, omologazione e
selezione, oppure un laboratorio di libertà consapevole.
Il
futuro del corpo – e dell’umanità – non è scritto nei circuiti, ma nella nostra
capacità di pensare, di scegliere, di immaginare un mondo che non cancelli la
nostra umanità, ma la arricchisca.
Le
tecnologie sono strumenti: potenti, pervasivi, ambivalenti. A decidere il loro
impatto sarà la cultura che le accompagna. Senza un pensiero critico sul corpo,
la libertà rischia di essere solo un’illusione elegante, travestita da
progresso.
Le
tecnologie possono essere una grande occasione, oppure una nuova forma di
controllo e omologazione. Tutto dipende da come le useremo, da quali valori
metteremo al centro.
Venezuela
nel Mirino: la
Narrazione
che Assolve gli USA.
Conoscenzealconfine.it
– (18 Novembre 2025) - Fabrizio Verde – ci dice:
Quando
l’escalation militare non si chiama più aggressione…
C’è
una parola che improvvisamente è scomparsa dal lessico dei media occidentali:
aggressione.
Dal 2022 al 2024 la stampa e la diplomazia
russofoba euro-atlantica hanno ripetuto quotidianamente lo schema binario
Ucraina aggredita, Russia aggressore.
Era la
visione unica, assoluta, obbligata.
Non
c’erano sfumature, esisteva solo un mantra ripetuto ossessivamente: ci sono un
aggressore e un aggredito.
E
tuttavia, quando gli Stati Uniti dispiegano nel Mar dei Caraibi bombardieri
B-1, portaerei nucleari, sottomarini d’attacco e flotte navali a pochi
chilometri dalle acque territoriali venezuelane, e quando – secondo le stesse
autorità statunitensi – conducono quasi venti attacchi contro piccole
imbarcazioni uccidendo più di settanta civili, allora lo schema morale
improvvisamente scompare.
Non più aggressore e aggredito, ma un vago,
rassicurante invito a “ridurre le tensioni”, come se Caracas e Washington
fossero due attori simmetrici, due metà equivalenti di un conflitto costruito a
tavolino, due soggetti entrambi responsabili.
È
esattamente questa la denuncia lanciata dal “Governo Bolivariano”, nelle parole
dure e lucidissime del rappresentante venezuelano all’ONU, “Samuel Moncada”,
che ha definito le dichiarazioni della portavoce ONU “Stéphane Dujarric” una
“immorale equiparazione”.
Secondo
Moncada, la narrazione che mette sullo stesso piano un paese che difende la
propria sovranità e una superpotenza dotata del più grande complesso militare
del pianeta non è solo distorsione:
è complicità diplomatica.
La
domanda che emerge è quindi inevitabile:
perché
quando l’esercito russo si muove in Ucraina si parla ossessivamente di
aggressione, mentre quando gli Stati Uniti posizionano un arsenale offensivo
alle porte del Venezuela si parla di “equilibrio”, “contenimento”, “operazioni
di sicurezza”?
Il
caso Venezuela non è un’eccezione: è il paradigma.
Il mainstream informativo occidentale applica
due pesi e due misure senza mai ammetterlo.
L’Occidente dice di difendere un “ordine
basato sulle regole”, ma quelle regole diventano flessibili a seconda
dell’angolatura geopolitica della questione.
Lo
stesso “Antonio Guterres”, come ricordato da Moncada, avrebbe giustificato le
dichiarazioni della sua portavoce definendole una “risposta diplomatica
standard”.
Ma se
la standardizzazione consiste nel de-responsabilizzare la superpotenza e nel
rendere equivalente la vittima all’aggressore, allora è il concetto stesso di
diplomazia a svuotarsi.
Ad
oggi, non è il Venezuela a dispiegare bombardieri strategici nel Golfo del
Messico.
Non è
il Venezuela a condurre operazioni extraterritoriali con morti civili.
Non è
il Venezuela a esercitare un blocco economico unilaterale paralizzante contro
Washington.
È, al contrario, la tracotante potenza
imperialista statunitense a militarizzare il Mar dei Caraibi con mezzi
offensivi, a dichiarare “obiettivi legittimi” anche imbarcazioni civili e a
mantenere un regime di sanzioni riconosciuto da varie agenzie internazionali
come economicamente devastante e indubbiamente contrario al diritto umanitario.
La
sproporzione è evidente, e Moncada lo ricorda nella sua lettera consegnata a
Guterres quando afferma che non è la Repubblica Bolivariana di Venezuela a
dispiegare un sottomarino nucleare davanti alle coste degli Stati Uniti.
E
tuttavia, la narrativa occidentale rifiuta di nominare il fatto essenziale:
la
proiezione di potenza statunitense non viene mai classificata come aggressione.
Il
problema è più profondo della sola relazione tra USA e Venezuela.
La geografia morale dei media occidentali è
gerarchica:
le
azioni degli avversari geostrategici sono sempre aggressioni, mentre quelle delle
potenze occidentali diventano “operazioni”, “missioni”, “pressioni”,
“deterrenza”.
Il
linguaggio è un’arma strategica che seleziona la realtà, crea la cornice
narrativa e decide chi ha diritto alla legittimità e chi no.
E una
volta stabilita la cornice, la politica segue docilmente.
Così,
mentre Mosca è “aggressore” per definizione, Washington non può mai esserlo; al
massimo può “esagerare”, “rispondere”, “prevenire”.
Il
Venezuela, come molti altri paesi del Sud Globale, viene demonizzato a priori.
Mentre nei confronti del presidente
bolivariano Maduro viene applicata la classica “reductio ad Hitlerum” per
giustificare azioni di forza volte a disarcionare il brutale “tiranno”.
L’episodio
tra ONU, USA e Venezuela non è solo una questione di diplomazia:
è un
sintomo dell’agonia dell’ordine unipolare.
Oggi
più che mai, i paesi del “Sud Globale” rivendicano parità narrativa, non solo
parità giuridica.
Il Venezuela riafferma la sua “Diplomacia
Bolivariana de Paz”, ma denuncia – a ragion veduta – che la pace è impossibile
se i media e le istituzioni internazionali operano come amplificatori
automatici della potenza dominante.
Il mondo multipolare che avanza chiede una
revisione radicale del paradigma:
chi
viola la sovranità altrui è aggressore, indipendentemente dalla bandiera che
sventola sul timone di una portaerei.
La
neutralità che l’ONU tenta di esibire non è neutralità: è normalizzazione della
forza nelle relazioni internazionali.
Mettere sullo stesso piano Venezuela e Stati
Uniti non significa essere imparziali:
significa occultare la realtà dei rapporti di
potere.
Il mainstream occidentale, lo stesso che
gridava “aggredito vs aggressore” in Ucraina, tace oggi di fronte a una grave
minaccia militare oggettiva contro un paese sovrano dell’America Latina.
(Fabrizio
Verde – Direttore de l’AntiDiplomatico).
(lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_nel_mirino_la_narrazione_che_assolve_gli_usa/52961_63669/).
“Mearsheimer”:
per l’Europa
un
cupo futuro.
Comedonchisciotte.org
– Cpt Hook - (19 Novembre 2025) – ci
dice:
Guerra
Russia-Ucraina.
La
catastrofe della guerra in Ucraina e un cambiamento a lungo termine degli
interessi americani rendono improbabile un'Europa più stabile e prospera.
John
J. Mearsheimer – The American Conservative – (18 novembre 2025).
Discorso
al Parlamento Europeo a Bruxelles l’11 novembre 2025.
L’Europa
si trova oggi in gravi difficoltà, principalmente a causa della guerra in
Ucraina, che ha svolto un ruolo chiave nel minare quella che era stata una
regione in gran parte pacifica.
Purtroppo, la situazione non sembra destinata
a migliorare nei prossimi anni. Anzi, è probabile che in futuro l’Europa sarà
meno stabile di quanto non lo sia oggi.
La
situazione attuale in Europa è in netto contrasto con la stabilità senza
precedenti di cui l’Europa ha goduto durante il periodo unipolare, che è durato
all’incirca dal 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fino al 2017,
quando Cina e Russia sono emerse come grandi potenze, trasformando l’uni-polarità
in multipolarità.
Ricordiamo
tutti il famoso articolo di Francis Fukuyama del 1989, “La fine della storia?”,
in cui sosteneva che la democrazia liberale
era destinata a diffondersi in tutto il mondo, portando con sé pace e
prosperità.
Quell’argomentazione
era ovviamente completamente sbagliata, ma molti in Occidente ci hanno creduto
per più di vent’anni.
Pochi
europei immaginavano, nel periodo di massimo splendore dell’ uni- polarità, che
oggi l’Europa si sarebbe trovata in una situazione così difficile.
Allora,
che cosa è andato storto?
La
guerra in Ucraina, che a mio avviso è stata provocata dall’Occidente, e in
particolare dagli Stati Uniti, è la causa principale dell’insicurezza che oggi
affligge l’Europa.
Tuttavia,
c’è un secondo fattore in gioco:
lo spostamento dell’equilibrio globale di
potere nel 2017 dall’uni-polarità alla multipolarità, che ha sicuramente
minacciato l’architettura di sicurezza in Europa.
Ci
sono sicuramente buone ragioni per ritenere che questo cambiamento nella
distribuzione del potere fosse un problema gestibile ma la guerra in Ucraina,
insieme all’avvento della multipolarità, ha generato grossi problemi che,
probabilmente, non scompariranno nel prossimo futuro.
Vorrei
iniziare spiegando come la fine dell’uni-polarità minacci le fondamenta della
stabilità europea.
Successivamente,
discuterò gli effetti della guerra in Ucraina sull’Europa e come questi abbiano
interagito con il passaggio alla multipolarità, alterando profondamente il
panorama europeo.
Il
passaggio dall’uni-polarità alla multipolarità
Nel
periodo della Guerra Fredda la chiave per preservare la stabilità nell’Europa
occidentale e in tutta l’Europa durante il momento unipolare è stata la
presenza militare statunitense in Europa, integrata nella NATO.
Gli
Stati Uniti, ovviamente, hanno dominato quell’alleanza fin dall’inizio,
rendendo quasi impossibile che gli Stati membri sotto l’ombrello di sicurezza
americano combattessero tra loro.
In
effetti, gli Stati Uniti sono stati una potente forza pacificatrice in Europa.
Le élite europee odierne riconoscono questo
semplice fatto, il che spiega perché sono profondamente impegnate a mantenere
le truppe americane in Europa e a preservare una NATO dominata dagli Stati
Uniti.
Vale
la pena notare che quando la Guerra Fredda finì e l’Unione Sovietica iniziava a
ritirare le proprie truppe dall’Europa orientale e a porre fine al Patto di
Varsavia, Mosca non si oppose al mantenimento di una NATO dominata dagli Stati
Uniti (giova qui ricordare che già l’URSS nel 1954 e successivamente la Russia
nel 1994 avevano fatto passi per aderire alla NATO, N.d.T.).
Come
gli europei occidentali dell’epoca, i leader sovietici capivano e apprezzavano
la logica pacificatrice.
Tuttavia,
erano fermamente contrari all’espansione della NATO, ma di questo parleremo più
avanti.
Alcuni
potrebbero obiettare che, durante il periodo unipolare, è stata l’UE, e non la
NATO, il principale fattore alla base della stabilità europea, motivo per cui è
stata l’UE, e non la NATO, a vincere il Premio Nobel per la Pace nel 2012.
Questo
è sbagliato:
sebbene
l’UE sia stata un’istituzione di notevole successo, tale successo è dipeso dal
mantenimento della pace in Europa da parte della NATO.
Ribaltando la teoria di Marx, l’istituzione
politico-militare è la base o il fondamento, mentre l’istituzione economica è
la sovrastruttura.
Tutto
ciò per dire che, in assenza del pacificatore americano, non solo la NATO come
la conosciamo scomparirebbe, ma anche l’UE sarebbe gravemente compromessa.
Durante
il periodo dell’uni-polarità, durato dal 1992 al 2017, gli Stati Uniti erano di
gran lunga lo Stato più potente del sistema internazionale e potevano
facilmente mantenere una presenza militare sostanziale in Europa.
Le sue
élite di politica estera, infatti, non solo volevano mantenere la NATO, ma
anche rafforzarla espandendo l’alleanza nell’Europa orientale.
Questo
mondo unipolare è però scomparso con l’avvento della multipolarità.
Gli
Stati Uniti non erano più l’unica grande potenza mondiale.
La
Cina e la Russia erano ora grandi potenze, il che significava che i politici
americani dovevano pensare in modo diverso il mondo che li circondava.
Per
comprendere cosa significhi la multipolarità per l’Europa, è essenziale
considerare la distribuzione del potere tra le tre grandi potenze mondiali.
Gli
Stati Uniti sono ancora il Paese più potente al mondo, ma la Cina sta
recuperando terreno ed è ormai ampiamente riconosciuta come un concorrente alla
pari.
La sua enorme popolazione, unita alla sua
crescita economica davvero notevole dall’inizio degli anni ’90, l’ha
trasformata in una potenziale potenza egemonica nell’Asia orientale.
Per
gli Stati Uniti, che sono già una potenza egemonica nell’emisfero occidentale,
la prospettiva che un’altra grande potenza raggiunga l’egemonia nell’Asia
orientale o in Europa è fonte di profonda preoccupazione.
Ricordiamo
che gli Stati Uniti sono entrati in entrambe le guerre mondiali per impedire
alla Germania e al Giappone di diventare potenze egemoniche rispettivamente in
Europa e nell’Asia orientale.
La
stessa logica si applica anche oggi.
La
Russia è la più debole delle tre grandi potenze e, contrariamente a quanto
pensano molti europei, non rappresenta una minaccia di invasione dell’intera
Ucraina, tanto meno dell’Europa orientale.
Dopo
tutto, ha trascorso gli ultimi tre anni e mezzo cercando di conquistare solo un
quinto dell’Ucraina orientale.
L’esercito russo non è la Wehrmacht e la Russia, a
differenza dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda e della Cina
nell’Asia orientale di oggi, non è una potenziale potenza egemonica regionale.
Data
questa distribuzione del potere globale, è strategicamente imperativo per gli
Stati Uniti concentrarsi sul contenimento della Cina e impedire che domini
l’Asia orientale.
Tuttavia,
non vi è alcuna ragione strategica convincente per cui gli Stati Uniti debbano
mantenere una presenza militare significativa in Europa, dato che la Russia non
rappresenta una minaccia per diventare un’egemonia europea.
Infatti, dedicare preziose risorse alla difesa
dell’Europa riduce le risorse disponibili per l’Asia orientale.
Questa logica di base spiega il pivot degli
Stati Uniti verso l’Asia.
Ma se un paese si orienta verso una regione,
per definizione si allontana da un’altra regione, e quella regione è l’Europa.
C’è
un’altra dimensione importante, che ha poco a che vedere con l’equilibrio
globale del potere e che riduce ulteriormente la probabilità che gli Stati
Uniti rimangano impegnati a mantenere una presenza militare significativa in
Europa. Nello
specifico, gli Stati Uniti hanno un rapporto speciale con Israele che non ha
eguali nella storia documentata.
Questo
legame, che è il risultato dell’enorme potere della lobby israeliana negli
Stati Uniti, non solo significa che i politici americani sosterranno Israele
incondizionatamente, ma anche che gli Stati Uniti saranno coinvolti nelle
guerre di Israele, direttamente o indirettamente.
In
breve, gli Stati Uniti continueranno ad allocare risorse militari sostanziali a
Israele e a impegnare forze militari proprie in Medio Oriente.
Questo
obbligo nei confronti di Israele crea un ulteriore incentivo a ridurre le forze
statunitensi in Europa e a spingere i paesi europei a provvedere alla propria
sicurezza.
Il
risultato finale è che le potenti forze strutturali associate al passaggio
dall’uni polarità alla multipolarità, insieme al particolare rapporto degli
Stati Uniti con Israele, hanno il potenziale di eliminare la presenza
pacificatrice degli Stati Uniti in Europa e di paralizzare la NATO, il che
avrebbe ovviamente gravi conseguenze negative per la sicurezza europea.
È tuttavia possibile evitare l’uscita degli
Stati Uniti, che è sicuramente ciò che desiderano quasi tutti i leader europei.
In parole povere, per ottenere questo
risultato sono necessarie strategie sagge e una diplomazia abile da entrambe le
parti dell’Atlantico.
Ma non
è quello che abbiamo ottenuto finora:
al
contrario, l’Europa e gli Stati Uniti hanno cercato stupidamente di far entrare
l’Ucraina nella NATO, provocando una guerra persa con la Russia che aumenta
notevolmente le probabilità che gli Stati Uniti abbandonino l’Europa e che la
NATO venga svuotata.
Mi
spiego meglio.
Chi ha
causato la guerra in Ucraina: la saggezza convenzionale.
Per
comprendere appieno le conseguenze della guerra in Ucraina, è essenziale
considerare le sue cause, perché il motivo per cui la Russia ha invaso
l’Ucraina nel febbraio 2022 la dice lunga sui suoi obiettivi bellici e sugli
effetti a lungo termine della guerra.
L’opinione
comune in Occidente è che Vladimir Putin sia responsabile dello scoppio della
guerra in Ucraina.
Il suo
obiettivo, secondo questa tesi, sarebbe quello di conquistare l’intera Ucraina
e annetterla alla Russia.
Una volta raggiunto questo obiettivo, la
Russia procederebbe alla creazione di un impero nell’Europa orientale, proprio
come fece l’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale.
In
questa narrazione, Putin rappresenta una minaccia mortale per l’Occidente e
deve essere affrontato con la forza.
In
breve, Putin è un imperialista con un piano generale che si inserisce
perfettamente nella ricca tradizione russa.
Questa
versione presenta numerose pecche.
Ne
elencherò cinque.
In
primo luogo, non ci sono prove precedenti al 24 febbraio 2022 che Putin volesse
conquistare tutta l’Ucraina e incorporarla nella Russia.
I sostenitori della visione convenzionale non
possono indicare nulla di ciò che Putin ha scritto o detto che indichi che egli
ritenesse la conquista dell’Ucraina un obiettivo auspicabile, che lo ritenesse
un obiettivo realizzabile e che intendesse perseguire tale obiettivo.
I
sostenitori della visione convenzionale contestano questo punto citando
l’affermazione di Putin secondo cui l’Ucraina era uno Stato “artificiale” e in
particolare la sua opinione che russi e ucraini siano “un unico popolo”, tema
centrale del suo famoso articolo del 12 luglio 2021.
Queste
osservazioni, tuttavia, non dicono nulla sulle sue ragioni per entrare in
guerra.
In realtà, quell’articolo fornisce prove
significative del fatto che Putin riconosceva l’Ucraina come un Paese
indipendente.
Ad esempio, dice al popolo ucraino: “Volete fondare
uno Stato vostro: siete i benvenuti!”.
Riguardo
al modo in cui la Russia avrebbe dovuto trattare l’Ucraina, scriveva: “C’è solo
una risposta: con rispetto” e concludeva quel lungo articolo con le seguenti
parole:
“E ciò
che sarà l’Ucraina, spetta ai suoi cittadini deciderlo”.
Nello
stesso articolo e poi di nuovo in un importante discorso tenuto il 21 febbraio
2022, Putin sottolineava che la Russia accetta “la nuova realtà geopolitica che
ha preso forma dopo lo scioglimento dell’URSS”, successivamente ribadendo lo
stesso punto, per la terza volta, il 24 febbraio 2022, quando annunciò che la
Russia avrebbe invaso l’Ucraina.
Tutte queste dichiarazioni sono in netto
contrasto con l’affermazione secondo cui Putin voleva conquistare l’Ucraina e
incorporarla in una Russia più grande.
In
secondo luogo, Putin non aveva truppe sufficienti per conquistare l’Ucraina.
Secondo le mie stime, la Russia ha invaso l’Ucraina con un massimo di 190.000
soldati.
Il
generale “Oleksandr Syrskyi,” attuale comandante in capo delle forze armate
ucraine, sostiene che la forza di invasione russa fosse composta solo da
100.000 soldati.
È impossibile che una forza composta da
100.000 o 190.000 soldati potesse conquistare, occupare e assorbire tutta
l’Ucraina in una Russia più grande.
Si consideri che quando la Germania invase la
metà occidentale della Polonia il 1° settembre 1939, la Wehrmacht contava circa
1,5 milioni di uomini.
L’Ucraina
è geograficamente più di tre volte più grande della metà occidentale della
Polonia nel 1939 e nel 2022 aveva quasi il doppio della popolazione della
Polonia al momento dell’invasione tedesca.
Se accettiamo la stima del generale Syrskyi
secondo cui 100.000 soldati russi invasero l’Ucraina nel 2022, ciò significa
che la Russia aveva una forza di invasione pari a un quindicesimo di quella
tedesca che entrò in Polonia.
E quel
piccolo esercito russo stava invadendo un paese molto più grande della metà
occidentale della Polonia sia in termini di estensione territoriale che di
popolazione.
Si
potrebbe sostenere che i leader russi pensassero che l’esercito ucraino fosse
così piccolo e così poco equipaggiato che il loro esercito avrebbe potuto
conquistare facilmente l’intero Paese, ma non è così.
In realtà, Putin e i suoi luogotenenti
sapevano bene che gli Stati Uniti e i loro alleati europei stavano armando e
addestrando l’esercito ucraino sin dall’inizio della crisi, il 22 febbraio
2014.
In effetti, il grande timore di Mosca era che
l’Ucraina stesse diventando un membro de facto della NATO.
Inoltre,
i leader russi riconoscevano che l’esercito ucraino, più numeroso delle loro
forze di invasione, stava combattendo efficacemente nel Donbass dal 2014.
Capivano sicuramente che l’esercito ucraino non era una tigre di carta che
poteva essere sconfitta rapidamente e in modo decisivo, soprattutto perché
aveva un potente sostegno da parte dell’Occidente.
L’obiettivo
di Putin era quello di ottenere rapidamente guadagni territoriali limitati e
costringere l’Ucraina al tavolo delle trattative, ed è proprio quello che è
successo.
Questo
argomento mi porta al mio terzo punto.
Subito
dopo l’inizio della guerra, la Russia ha contattato l’Ucraina per avviare
negoziati volti a porre fine al conflitto e trovare un modus vivendi tra i due
Paesi. Questa mossa è in netto contrasto con l’affermazione secondo cui Putin
voleva conquistare l’Ucraina e annetterla alla Grande Russia.
I
negoziati tra Kiev e Mosca sono iniziati in Bielorussia appena quattro giorni
dopo l’ingresso delle truppe russe in Ucraina.
Il
canale bielorusso è stato poi sostituito da quello israeliano e da quello di
Istanbul.
Le prove disponibili indicano che i russi
stavano negoziando seriamente e non erano interessati ad annettere il
territorio ucraino, ad eccezione della Crimea, che avevano annesso nel 2014, e
forse della regione del Donbass.
I negoziati si sono conclusi quando gli
ucraini, su sollecitazione della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, si sono
ritirati dai negoziati, che stavano procedendo bene quando furono interrotti.
Inoltre,
Putin riferisce che, mentre i negoziati erano in corso e stavano facendo
progressi, gli era stato chiesto di ritirare le truppe russe dalla zona intorno
a Kiev come gesto di buona volontà, cosa che fece il 29 marzo 2022.
Nessun
governo occidentale né alcun ex politico ha contestato seriamente la versione
di Putin, che è in netto contrasto con l’affermazione secondo cui egli era
deciso a conquistare l’intera Ucraina.
Quarto,
nei mesi precedenti l’inizio della guerra, Putin aveva cercato di trovare una
soluzione diplomatica alla crisi in atto.
Il 17
dicembre 2021, Putin inviò una lettera sia al presidente Joe Biden che al
segretario generale della NATO Jens Stoltenberg proponendo una soluzione alla
crisi basata su una garanzia scritta che:
1)
l’Ucraina non avrebbe aderito alla NATO,
2)
nessuna arma offensiva sarebbe stata dispiegata vicino ai confini della Russia
e 3) le truppe e le attrezzature della NATO trasferite nell’Europa orientale
dal 1997 sarebbero state riportate nell’Europa occidentale.
A
prescindere da ciò che si pensi della fattibilità di raggiungere un accordo
basato sulle richieste iniziali di Putin, ciò dimostra che egli stava cercando
di evitare la guerra.
Gli
Stati Uniti, invece, hanno rifiutato di negoziare con Putin.
Sembra
che non fossero interessati ad evitare la guerra.
Quinto,
mettendo da parte l’Ucraina, non c’è la minima prova che Putin stesse
contemplando la conquista di altri paesi dell’Europa orientale.
Ciò non sorprende, dato che l’esercito russo non è
nemmeno abbastanza grande per invadere tutta l’Ucraina, figuriamoci cercare di
conquistare gli Stati baltici, la Polonia e la Romania.
Inoltre,
questi paesi sono tutti membri della NATO, il che significherebbe quasi
certamente una guerra con gli Stati Uniti e i loro alleati.
In
sintesi, mentre in Europa – e sono certo anche qui al Parlamento Europeo – è
opinione diffusa che Putin sia un imperialista da tempo determinato a
conquistare tutta l’Ucraina e poi altri paesi a ovest dell’Ucraina,
praticamente tutte le prove disponibili contraddicono questa prospettiva.
La
vera causa della guerra in Ucraina.
In
realtà, sono stati gli Stati Uniti e i loro alleati europei a provocare la
guerra; ciò non significa negare, ovviamente, che sia stata la Russia a dare
inizio al conflitto invadendo l’Ucraina.
Tuttavia,
la causa sottostante del conflitto è stata la decisione della NATO di
accogliere l’Ucraina nell’alleanza, cosa che praticamente tutti i leader russi
hanno visto come una minaccia esistenziale da eliminare.
Inoltre,
l’espansione della NATO non è l’unico problema, poiché fa parte di una
strategia più ampia che mira a rendere l’Ucraina un baluardo occidentale al
confine con la Russia.
L’adesione
di Kiev all’Unione Europea (UE) e la promozione di una rivoluzione colorata in
Ucraina, in altre parole la sua trasformazione in una democrazia liberale
filo-occidentale, sono gli altri due pilastri di questa politica.
I
leader russi temono tutti e tre questi pilastri, ma temono soprattutto
l’espansione della NATO.
Come aveva affermato Putin,
“la
Russia non può sentirsi al sicuro, svilupparsi ed esistere mentre deve
affrontare una minaccia permanente dal territorio dell’attuale Ucraina”.
In
sostanza, non era interessato a rendere l’Ucraina parte della Russia, ma a
garantire che non diventasse ciò che lui definiva un “trampolino di lancio” per
una potenziale aggressione occidentale contro la Russia.
Per
affrontare questa minaccia, il 24 febbraio 2022 Putin ha lanciato una guerra
preventiva.
Su
cosa si basa l’affermazione secondo cui l’espansione della NATO è stata la
causa principale della guerra in Ucraina?
In
primo luogo, prima dell’inizio della guerra, i leader russi hanno ripetutamente
affermato di considerare l’espansione della NATO in Ucraina una minaccia
esistenziale che doveva essere eliminata.
Già
prima del 24 febbraio 2022 Putin aveva rilasciato numerose dichiarazioni
pubbliche in cui esponeva questa linea di pensiero.
Anche
altri leader russi, tra cui il ministro della Difesa, il ministro degli Esteri,
il viceministro degli Esteri e l’ambasciatore di Mosca a Washington, avevano
sottolineato il ruolo centrale dell’espansione della NATO nel causare la crisi
in Ucraina.
Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva
sintetizzato questo punto in una conferenza stampa del 14 gennaio 2022:
“La
chiave di tutto è la garanzia che la NATO non si espanderà verso est”.
In
secondo luogo, la centralità del profondo timore della Russia che l’Ucraina
entrasse nella NATO è illustrata dagli eventi verificatisi dall’inizio della
guerra.
Ad
esempio, durante i negoziati di Istanbul che hanno avuto luogo subito dopo
l’inizio dell’invasione, i leader russi hanno chiarito in modo inequivocabile
che l’Ucraina doveva accettare la “neutralità permanente” e non poteva entrare
nella NATO.
Gli
ucraini hanno accettato la richiesta della Russia senza opporre seria
resistenza, sicuramente perché sapevano che altrimenti sarebbe stato
impossibile porre fine alla guerra.
Più
recentemente, il 14 giugno 2024, Putin ha esposto le richieste della Russia per
porre fine alla guerra.
Una delle sue richieste principali era che
Kiev dichiarasse “ufficialmente” di abbandonare i suoi “piani di adesione alla
NATO”.
Nulla
di tutto ciò è sorprendente, poiché la Russia ha sempre considerato l’adesione
dell’Ucraina alla NATO come una minaccia esistenziale che deve essere prevenuta
a tutti i costi.
In
terzo luogo, un numero consistente di personalità influenti e molto stimate in
Occidente aveva riconosciuto prima della guerra che l’espansione della NATO, in
particolare in Ucraina, sarebbe stata vista dai leader russi come una minaccia
mortale e avrebbe finito per portare al disastro.
William
Burns, che recentemente è stato a capo della CIA, ma che all’epoca del vertice
NATO di Bucarest dell’aprile 2008 era ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca,
scrisse un promemoria all’allora segretario di Stato Condoleezza Rice
descrivendo in modo succinto il pensiero russo sull’ingresso dell’Ucraina
nell’alleanza.
“L’ingresso
dell’Ucraina nella NATO”, scriveva, “è la più evidente delle linee rosse per
l’élite russa (non solo per Putin).
In più
di due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi, dai
conservatori più intransigenti nei meandri oscuri del Cremlino ai critici
liberali più acuti di Putin, non ho ancora trovato nessuno che consideri
l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli
interessi russi“.
La NATO, diceva,” sarebbe vista… come una
sfida strategica.
La
Russia di oggi risponderà. Le relazioni russo-ucraine entreranno in una fase di
profondo congelamento… Questo creerà un terreno fertile per l’ingerenza russa
in Crimea e nell’Ucraina orientale”.
Burns
non era l’unico politico occidentale nel 2008 a comprendere che l’ingresso
dell’Ucraina nella NATO era irto di pericoli.
Al vertice di Bucarest, ad esempio, sia la
cancelliera tedesca Angela Merkel che il presidente francese Nicolas Sarkozy si
opposero all’adesione dell’Ucraina alla NATO perché capivano che ciò avrebbe
allarmato e fatto infuriare la Russia.
La Merkel ha recentemente spiegato la sua opposizione:
“Ero
sicura che Putin non avrebbe permesso che ciò accadesse.
Dal
suo punto di vista, sarebbe stata una dichiarazione di guerra “.
Vale
anche la pena notare che l’ex segretario generale della NATO, “Jens Stoltenberg”,
prima di lasciare l’incarico ha affermato due volte che “il presidente Putin ha
iniziato questa guerra perché voleva chiudere le porte della NATO e negare
all’Ucraina il diritto di scegliere la propria strada”.
Quasi
nessuno in Occidente ha contestato questa straordinaria ammissione, e lui non
l’ha ritirata.
Per approfondire
ulteriormente la questione, numerosi politici e strateghi americani si opposero
alla decisione del presidente Bill Clinton di espandere la NATO negli anni ’90,
quando la decisione era in fase di discussione.
Questi oppositori capirono fin dall’inizio che i
leader russi avrebbero visto l’allargamento come una minaccia ai loro interessi
vitali e che tale politica avrebbe portato alla fine al disastro.
L’elenco
degli oppositori include figure di spicco dell’establishment come George
Kennan, il segretario alla Difesa di Clinton, William Perry, e il suo capo di
Stato Maggiore congiunto, il generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert
Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, solo per citarne alcuni.
La
logica della posizione di Putin dovrebbe avere perfettamente senso per gli
americani, che da tempo sono impegnati nella “Dottrina Monroe”, secondo la
quale nessuna grande potenza lontana può stringere alleanze con un Paese
dell’emisfero occidentale e dislocarvi le proprie forze militari.
Gli
Stati Uniti interpreterebbero una mossa del genere come una minaccia
esistenziale e farebbero di tutto per eliminare il pericolo.
Naturalmente,
questo è ciò che è accaduto durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962,
quando il presidente John Kennedy chiarì ai leader sovietici che i loro missili
con testate nucleari avrebbero dovuto essere rimossi da Cuba.
Putin è profondamente influenzato dalla stessa
logica.
Dopo
tutto, le grandi potenze non vogliono che grandi potenze lontane spostino le
loro forze militari in aree vicine al proprio territorio.
I
sostenitori dell’adesione dell’Ucraina alla NATO sostengono talvolta che Mosca
non avrebbe dovuto preoccuparsi dell’allargamento, perché “la NATO è
un’alleanza difensiva e non rappresenta una minaccia per la Russia”.
Ma non
è così che i leader russi vedono l’Ucraina nella NATO, ed è ciò che pensano
loro quello che conta.
In
sintesi, non c’è dubbio che Putin considerasse l’adesione dell’Ucraina alla
NATO una minaccia esistenziale che non poteva essere tollerata ed era disposto
a entrare in guerra per impedirlo, cosa che ha fatto il 24 febbraio 2022.
Il corso della guerra fino ad oggi.
Vorrei
ora parlare del corso della guerra.
Dopo
il fallimento dei negoziati di Istanbul nell’aprile 2022, il conflitto ucraino
si è trasformato in una guerra di logoramento che presenta notevoli somiglianze
con la Prima Guerra Mondiale sul fronte occidentale.
La
guerra, che è stata una brutale battaglia, dura da più di tre anni e mezzo.
Durante questo periodo, la Russia ha formalmente annesso quattro oblast ucraini
oltre alla Crimea, che aveva annesso nel 2014.
In
effetti, la Russia ha finora annesso circa il 22% del territorio dell’Ucraina
precedente al 2014, tutto situato nella parte orientale del Paese.
L’Occidente
ha fornito un enorme sostegno all’Ucraina dallo scoppio della guerra nel 2022,
facendo tutto il possibile tranne che impegnarsi direttamente nei
combattimenti.
Non è
un caso che i leader russi pensino che il loro Paese sia in guerra con
l’Occidente.
Ciononostante,
Trump è determinato a limitare drasticamente il ruolo dell’America nella guerra
e a trasferire l’onere del sostegno all’Ucraina sulle spalle dell’Europa.
La
Russia sta chiaramente vincendo la guerra e probabilmente avrà la meglio.
Il
motivo è semplice:
in una
guerra di logoramento, ciascuna delle parti cerca di dissanguare l’altra, il
che significa che la parte che ha più soldati e più potenza di fuoco ha
maggiori probabilità di uscire vittoriosa.
La
Russia ha un vantaggio significativo su entrambi i fronti.
Ad
esempio, “Syrskyi” afferma che la Russia ha ora tre volte più truppe impegnate
nella guerra rispetto all’Ucraina e, in alcuni punti lungo il fronte, i russi
superano gli ucraini in un rapporto di 6:1.
Infatti,
secondo numerose fonti, l’Ucraina non ha abbastanza soldati per presidiare
tutte le sue posizioni sul fronte, il che a volte rende facile per le forze
russe penetrare le sue linee.
In
termini di potenza di fuoco, durante la maggior parte della guerra, il
vantaggio della Russia nell’artiglieria, un’arma di fondamentale importanza
nella guerra di logoramento, è stato riportato essere di 3:1, 7:1 o 10:1.
La
Russia dispone anche di un enorme arsenale di bombe plananti ad alta
precisione, che ha utilizzato con letale efficacia contro le difese ucraine,
mentre Kiev non ne possiede quasi nessuna.
Sebbene
non vi sia dubbio che l’Ucraina disponga di una flotta di droni altamente
efficace, inizialmente più efficace di quella russa, nell’ultimo anno la Russia
ha ribaltato la situazione e ora ha il sopravvento sia con i droni che con
l’artiglieria e le bombe plananti.
È
importante sottolineare che Kiev non ha una soluzione praticabile al suo
problema di personale, poiché ha una popolazione molto più ridotta rispetto
alla Russia ed è afflitta dall’evasione dal servizio militare e dalla
diserzione.
L’Ucraina
non è nemmeno in grado di affrontare lo squilibrio in termini di armamenti,
principalmente perché la Russia ha una solida base industriale che produce
grandi quantità di armi, mentre quella ucraina è irrisoria.
Per
compensare, l’Ucraina dipende fortemente dall’Occidente per le armi, ma i paesi
occidentali non hanno la capacità produttiva necessaria per stare al passo con
la produzione russa.
A
peggiorare le cose, Trump sta rallentando il flusso di armi americane verso
l’Ucraina.
Il
risultato è che l’Ucraina è gravemente svantaggiata in termini di armi e
uomini, il che è fatale in una guerra di logoramento.
Oltre a questa situazione disastrosa sul campo
di battaglia, la Russia dispone di un enorme arsenale di missili e droni che
utilizza per colpire in profondità l’Ucraina e distruggere infrastrutture
critiche e depositi di armi.
Certamente
Kiev ha la capacità di colpire obiettivi in profondità nel territorio russo, ma
non ha neanche lontanamente la potenza di fuoco di Mosca.
Inoltre, colpire obiettivi in profondità nel
territorio russo avrà scarso effetto su ciò che accade sul campo di battaglia,
dove si sta decidendo l’esito di questa guerra.
Le
prospettive per una soluzione pacifica.
Quali
sono le prospettive per una soluzione pacifica?
Nel
corso del 2025 si è discusso molto sulla possibilità di trovare una soluzione
diplomatica per porre fine alla guerra.
Questo
dibattito è dovuto in gran parte alla promessa di Trump di risolvere il
conflitto prima di entrare alla Casa Bianca o poco dopo.
Ovviamente ha fallito, anzi, non è nemmeno
andato vicino al successo.
La triste verità è che non c’è alcuna speranza
di negoziare un accordo di pace significativo.
Questa
guerra si risolverà sul campo di battaglia, dove i russi probabilmente
otterranno una brutta vittoria che porterà a un conflitto congelato con la
Russia da una parte e l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti dall’altra.
Mi
spiego meglio.
Concludere
la guerra diplomaticamente non è possibile perché le parti opposte hanno
richieste inconciliabili.
Mosca
insiste che l’Ucraina deve essere un Paese neutrale, il che significa che non
può far parte della NATO né avere garanzie di sicurezza significative
dall’Occidente.
I russi chiedono anche che l’Ucraina e
l’Occidente riconoscano la loro annessione della Crimea e delle quattro oblast
dell’Ucraina orientale.
La
loro terza richiesta chiave è che Kiev limiti le dimensioni del proprio
esercito al punto da non rappresentare una minaccia militare per la Russia.
Non
sorprende che l’Europa e soprattutto l’Ucraina rifiutino categoricamente queste
richieste.
L’Ucraina si rifiuta di cedere qualsiasi
territorio alla Russia, mentre i leader europei e ucraini continuano a spingere
per far entrare l’Ucraina nella NATO o almeno per consentire all’Occidente di
fornire a Kiev una seria garanzia di sicurezza.
Anche
disarmare l’Ucraina in misura soddisfacente per Mosca è un’ipotesi
irrealizzabile.
Non c’è modo di conciliare queste posizioni
opposte per giungere a un accordo di pace.
Pertanto,
la guerra si risolverà sul campo di battaglia.
Sebbene
ritenga che la Russia vincerà, non otterrà una vittoria decisiva che le
consentirà di conquistare l’intera Ucraina.
È invece probabile che otterrà una brutta
vittoria, occupando tra il 20 e il 40% del territorio ucraino pre-2014, mentre
l’Ucraina finirà per diventare uno Stato residuo disfunzionale che copre il
territorio non conquistato dalla Russia.
È
improbabile che Mosca cerchi di conquistare tutta l’Ucraina, perché il 60%
occidentale del Paese è popolato da ucraini etnici che opporrebbero una forte
resistenza all’occupazione russa, trasformandola in un incubo per le forze di
occupazione.
Tutto
ciò per dire che il probabile esito della guerra in Ucraina è un conflitto
congelato tra una Russia più grande e un’Ucraina ridotta, sostenuta dall’Europa.
Conseguenze.
Vorrei
ora esaminare le probabili conseguenze della guerra in Ucraina, concentrandomi
prima sulle conseguenze per l’Ucraina stessa e poi sulle conseguenze per le
relazioni tra Europa e Russia.
Infine,
discuterò le probabili conseguenze all’interno dell’Europa e per le relazioni
transatlantiche.
Per
cominciare, l’Ucraina è stata effettivamente distrutta.
Ha già
perso una parte consistente del suo territorio e probabilmente ne perderà
ancora prima che i combattimenti cessino.
La sua
economia è in rovina, senza prospettive di ripresa nel prossimo futuro e,
secondo i miei calcoli, ha subito circa un milione di vittime, un numero
impressionante per qualsiasi paese, ma particolarmente per un paese che si dice
sia in una “spirale demografica mortale”.
Anche
la Russia ha pagato un prezzo significativo, ma non ha sofferto neanche
lontanamente quanto l’Ucraina.
L’Europa
rimarrà quasi certamente alleata con un’Ucraina ridotta a un’ombra di sé stessa
nel prossimo futuro, dati i costi irrecuperabili e la profonda russofobia che
pervade l’Occidente.
Ma il
proseguimento di questa relazione non gioverà a Kiev per due motivi.
In
primo luogo, incentiverà Mosca a interferire negli affari interni dell’Ucraina
per causarle problemi economici e politici, in modo che non costituisca una
minaccia per la Russia e non sia in grado di aderire né alla NATO né all’UE.
In secondo luogo, l’impegno dell’Europa a
sostenere Kiev a tutti i costi spinge i russi a conquistare quanto più
territorio ucraino possibile mentre la guerra infuria, in modo da massimizzare
la debolezza dello Stato ucraino ridotto che rimarrà una volta congelato il
conflitto.
E che
dire delle relazioni future tra Europa e Russia?
Probabilmente saranno avvelenate per un tempo
infinito.
Sia
gli europei che, sicuramente, gli ucraini lavoreranno per minare gli sforzi di
Mosca di integrare i territori ucraini che ha annesso alla grande Russia, oltre
a cercare opportunità per causare problemi economici e politici ai russi.
Da
parte sua, la Russia cercherà opportunità per causare problemi economici e
politici all’interno dell’Europa e tra l’Europa e gli Stati Uniti.
I
leader russi avranno un forte incentivo a frammentare il più possibile
l’Occidente, poiché quest’ultimo punterà quasi certamente il mirino sulla
Russia.
E non bisogna dimenticare che la Russia
lavorerà per mantenere l’Ucraina in uno stato di disfunzionalità, mentre
l’Europa lavorerà per renderla funzionale.
Le
relazioni tra Europa e Russia non solo saranno avvelenate, ma anche pericolose.
La possibilità di una guerra sarà sempre presente. Oltre al rischio che la
guerra tra Ucraina e Russia possa ricominciare – dopotutto, l’Ucraina vorrà
riavere il territorio perduto – ci sono altri sei punti caldi in cui potrebbe
scoppiare una guerra che opporrebbe la Russia a uno o più paesi europei.
In
primo luogo, consideriamo l’Artico, dove lo scioglimento dei ghiacci ha aperto
la porta alla competizione per i passaggi e le risorse.
Ricordiamo
che sette degli otto paesi situati nell’Artico sono membri della NATO. La Russia è l’ottavo, il che
significa che è in inferiorità numerica di 7 a 1 rispetto ai paesi della NATO
in quella zona strategicamente importante.
Il
secondo punto caldo è il Mar Baltico, talvolta definito “lago della NATO”
perché è in gran parte circondato dai paesi di quell’alleanza.
Tuttavia, quella via navigabile è di vitale
interesse strategico per la Russia, così come Kaliningrad, l’enclave russa
nell’Europa orientale anch’essa circondata dai paesi della NATO.
Il
quarto punto caldo è la Bielorussia che, per le sue dimensioni e la sua
posizione, è strategicamente importante per la Russia quanto l’Ucraina.
Gli
europei e gli americani cercheranno sicuramente di insediare un governo
filo-occidentale a Minsk dopo che il presidente Aleksandr Lukashenko avrà
lasciato la carica, trasformandolo alla fine in un baluardo filo-occidentale al
confine con la Russia.
L’Occidente
è già profondamente coinvolto nella politica della Moldavia, che non solo
confina con l’Ucraina, ma comprende anche una regione separatista nota come
Transnistria, occupata dalle truppe russe.
L’ultimo
punto caldo è il Mar Nero, che riveste una grande importanza strategica sia per
la Russia che per l’Ucraina, nonché per alcuni paesi della NATO:
Bulgaria, Grecia, Romania e Turchia. Come per
il Mar Baltico, anche nel Mar Nero il potenziale di conflitto è elevato.
Tutto
ciò per dire che anche dopo che l’Ucraina sarà diventata un conflitto
congelato, l’Europa e la Russia continueranno ad avere relazioni ostili in un
contesto geopolitico pieno di punti caldi.
In altre parole, la minaccia di una grande guerra
europea non scomparirà quando i combattimenti in Ucraina cesseranno.
Passiamo
ora alle conseguenze della guerra in Ucraina all’interno dell’Europa e poi ai
suoi probabili effetti sulle relazioni transatlantiche.
Per cominciare, non si sottolineerà mai abbastanza che
una vittoria russa in Ucraina, anche se fosse una vittoria brutta come prevedo,
sarebbe una sconfitta clamorosa per l’Europa.
O, per
dirla in modo leggermente diverso, sarebbe una sconfitta clamorosa per la NATO,
che è stata profondamente coinvolta nel conflitto ucraino sin dal suo inizio
nel febbraio 2014.
In
effetti, l’alleanza si è impegnata a sconfiggere la Russia da quando il
conflitto si è trasformato in una guerra su vasta scala nel febbraio 2022.
La
sconfitta della NATO porterà a recriminazioni tra gli Stati membri e anche
all’interno di molti di essi.
Chi sarà responsabile di questa catastrofe
sarà molto importante per le élite governative in Europa e sicuramente ci sarà
una forte tendenza a incolpare gli altri e a non assumersi le proprie
responsabilità.
Il dibattito su “chi ha perso l’Ucraina” si
svolgerà in un’Europa già devastata da politiche conflittuali sia tra i paesi
che al loro interno.
Oltre
a queste lotte politiche, alcuni metteranno in discussione il futuro della
NATO, dato che non è riuscita a frenare la Russia, il Paese che la maggior
parte dei leader europei descrive come una minaccia mortale.
Sembra quasi certo che la NATO sarà molto più
debole dopo la fine della guerra in Ucraina di quanto non fosse prima
dell’inizio del conflitto.
Qualsiasi
indebolimento della NATO avrà ripercussioni negative per l’UE, perché un
ambiente di sicurezza stabile è essenziale per la prosperità dell’Unione, e la
NATO è la chiave per la stabilità in Europa.
A
parte le minacce all’UE, la forte riduzione del flusso di gas e petrolio verso
l’Europa dall’inizio della guerra ha gravemente danneggiato le principali
economie europee e rallentato la crescita nell’intera zona euro.
Ci sono buoni motivi per ritenere che la
crescita economica in Europa sia ben lontana dal recuperare completamente dalla
debacle ucraina.
Una
sconfitta della NATO in Ucraina potrebbe anche portare a un gioco di accuse
reciproche tra i paesi dell’Atlantico, soprattutto perché l’amministrazione
Trump ha rifiutato di sostenere Kiev con lo stesso vigore dell’amministrazione
Biden e ha invece spinto gli europei ad assumersi una parte maggiore dell’onere
di mantenere l’Ucraina in guerra.
Così,
quando la guerra finirà con la vittoria della Russia, Trump potrà accusare gli
europei di non aver fatto la loro parte, mentre i leader europei potranno
accusare Trump di aver abbandonato l’Ucraina nel momento del bisogno.
Naturalmente,
i rapporti di Trump con l’Europa sono da tempo controversi, quindi queste
recriminazioni non faranno che peggiorare una situazione già difficile.
C’è
poi la questione fondamentale se gli Stati Uniti ridurranno in modo
significativo la loro presenza militare in Europa o addirittura ritireranno
tutte le loro forze da combattimento dall’Europa.
Come
ho sottolineato all’inizio del mio intervento, indipendentemente dalla guerra
in Ucraina, il passaggio storico dall’ uni polarità alla multipolarità ha
creato un forte incentivo per gli Stati Uniti a spostare il proprio baricentro
verso l’Asia orientale, il che significa di fatto allontanarsi dall’Europa.
Questa
mossa da sola ha il potenziale di porre fine alla NATO, il che equivale a dire
la fine del pacificatore americano in Europa.
Quello
che è successo in Ucraina dal 2022 rende più probabile questo risultato.
Ripeto: Trump ha una profonda ostilità verso l’Europa, soprattutto verso i suoi
leader, e darà la colpa a loro per aver perso l’Ucraina.
Non ha
un grande affetto per la NATO e ha descritto l’UE come un nemico creato “per
fregare gli Stati Uniti”.
Inoltre,
il fatto che, nonostante l’enorme sostegno della NATO, l’Ucraina abbia perso la
guerra lo porterà probabilmente a criticare l’alleanza come inefficace e
inutile.
Questa linea di ragionamento gli consentirà di
spingere l’Europa a provvedere alla propria sicurezza e a non appoggiarsi agli
Stati Uniti. I
n
breve, sembra probabile che i risultati della guerra in Ucraina, insieme alla
spettacolare ascesa della Cina, eroderanno il tessuto delle relazioni
transatlantiche nei prossimi anni, con grave danno per l’Europa.
Conclusione.
Vorrei
concludere con alcune osservazioni generali.
Innanzitutto,
la guerra in Ucraina è stata un disastro;
anzi,
è un disastro che quasi certamente continuerà a causare danni nei prossimi
anni.
Ha
avuto conseguenze catastrofiche per l’Ucraina, ha avvelenato le relazioni tra
Europa e Russia per il prossimo futuro e ha reso l’Europa un luogo più
pericoloso. Ha anche causato gravi danni economici e politici all’interno
dell’Europa e ha gravemente compromesso le relazioni transatlantiche.
Questa
calamità solleva l’inevitabile domanda: chi è responsabile di questa guerra?
Questa
domanda non scomparirà presto, e semmai diventerà sempre più importante col
passare del tempo, man mano che l’entità dei danni diventerà più evidente a un
numero sempre maggiore di persone.
La
risposta, ovviamente, è che gli Stati Uniti e i loro alleati europei sono i
principali responsabili.
La decisione dell’aprile 2008 di far entrare
l’Ucraina nella NATO, che l’Occidente ha perseguito senza sosta da allora,
raddoppiando più volte il proprio impegno, è il principale fattore scatenante
della guerra in Ucraina.
La
maggior parte dei leader europei, tuttavia, incolperà Putin di aver causato la
guerra e quindi le sue terribili conseguenze.
Ma si
sbagliano:
la
guerra avrebbe potuto essere evitata se l’Occidente non avesse deciso di far
entrare l’Ucraina nella NATO o se avesse fatto marcia indietro da tale impegno
una volta che i russi avevano chiarito la loro opposizione.
Se ciò
fosse accaduto, oggi l’Ucraina sarebbe quasi certamente intatta entro i confini
precedenti al 2014 e l’Europa sarebbe più stabile e più prospera.
Ma
ormai è troppo tardi e l’Europa deve ora affrontare i risultati disastrosi di
una serie di errori evitabili.
(John
J. Mearsheimer è professore di Scienze Politiche all’Università di Chicago e
coautore di The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy (La lobby israeliana e la
politica estera degli Stati Uniti).
(theamericanconservative.com/mearsheimer-europes-bleak-future/).
La
fine di Israele.
ComeDonChisciotte.org
- Redazione CDC – (18 Novembre 2025) - Roberto Valtolina – ci dice:
L'
ultimo libro di “Ilan Pappè” è una lungimirante analisi che si colloca ben oltre
la formula “due popoli, due Stati”.
L’ebreo
antisionista Ilan Pappè è autore de “La fine di Israele.
Il
collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina.
Pubblicato
da “Fazi Editore” agli inizi di ottobre, il nuovo saggio di uno dei più noti
accademici israeliani attuali non si ferma all’analisi.
Apre
vie concrete a un possibile cambiamento per la tormentata Palestina.
Nel
libro, Pappè delinea il declino di Israele:
un
processo che sarebbe in divenire.
Non un
crollo provocato da forze esterne, ma generato dalle contraddizioni che
attraversano la società israeliana.
La
prima parte del volume si apre con un capitolo che ripercorre a passi rapidi la
storia del cosiddetto “processo di pace”.
Pappè
lo considera un percorso controllato da mediatori americani che diedero per
scontate le conquiste israeliane, offrendo ai palestinesi solo concessioni
calcolate.
Il
capitolo successivo porta la lente sull’oggi e individua sette crepe che si
allargano nel corpo di Israele:
la
frammentazione politica e sociale, il peso corrosivo dell’occupazione, il
distacco della Diaspora dal sionismo, la crisi economica, il logoramento
dell’apparato militare, l’inefficienza della macchina statale e l’emergere di
una nuova generazione di palestinesi resistenti.
La seconda sezione è molto propositiva.
Per lo
storico, le sette fragilità rendono urgente un processo di decolonizzazione
basato sulla giustizia riparativa, una trasformazione radicale dei rapporti tra
ebrei e palestinesi sul piano della coscienza storica, del diritto e
dell’assetto politico.
Solo
da questa base, sostiene Pappè, si potrà costruire un futuro di reale
uguaglianza.
Non si tratta di espellere o punire gli ebrei
israeliani, ma di renderli parte integrante del nuovo tessuto politico e
culturale:
una comunità etnolinguistica tra le altre,
riconosciuta in diritto e dignità.
Per il
docente di “Exeter” la formula “due popoli, due Stati” è da superare.
La
chiave di volta dell’opera: la formula “Uno Stato, due popoli.”
Uno
dei fili conduttori dell’opera di Pappé è il rilancio della formula “Uno Stato,
due popoli”.
Nella
prospettiva dello storico israeliano si intravedono “in nuce” tre assi portanti
che la strutturano.
In
primo luogo, l’enorme numero di coloni ebrei presenti nei Territori occupati,
oggi una forza politica decisiva in Israele, rende impossibile uno Stato
palestinese veramente sovrano.
Un
eventuale Stato palestinese, in queste condizioni, resterebbe subordinato a
Israele.
Secondo:
lo smantellamento degli insediamenti in Cisgiordania implicherebbe spostamenti
di popolazione su scala massiccia, con costi umani e politici devastanti.
Infine, è impossibile togliere territori a
tutti i coloni e ai palestinesi rimarrebbe inoltre solo un quinto delle terre
natie.
Una
visione che, per prospettiva storica e ampiezza di vedute, l’autore di queste
righe riconosce come la più aderente alla realtà.
È
necessario ampliare i tre punti, riplasmati dall’autore del presente articolo.
Tra storia e attualità.
Quei
coloni che hanno conquistato Israele.
L’impraticabilità
a cui Pappé si riferisce nasce a partire dal 1967 quando, con la “Guerra dei
Sei giorni”, Israele conquistò Cisgiordania, Gaza, la penisola del Sinai e
Gerusalemme Est.
Nelle terre occupate si insediarono le prime
colonie israeliane.
La guerra dello Yom Kippur del 1973 indebolì i
laburisti e la destra nazionalista si rafforzò.
Il
fenomeno coloniale divenne strutturale nel 1977, con l’arrivo al potere del “Likud”
di “Menachem Begin”.
Vennero
alla ribalta i partiti ultraortodossi e ultranazionalisti:
la
voce politica dei coloni.
Dal
1977 al 1987 il numero di israeliani in Cisgiordania da 10mila salì a 70mila.
Alla
vigilia degli Accordi di Oslo del 1993 il numero era salito a più di 130.000.
Alla
fine del 2024, erano circa 503.000 i coloni israeliani in Cisgiordania e
233.000 a Gerusalemme Est, per un totale di almeno 736.000 coloni oltre la
Linea Verde del 1967.
E sono
distribuiti in più di 140 insediamenti e circa 220 avamposti nella Cisgiordania
occupata.
C’è,
inoltre, un fatto recente che rafforza la prospettiva di Pappé.
L’11
settembre di quest’anno, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha firmato il
Piano E1, un progetto di espansione degli insediamenti in Cisgiordania.
L’espansione
di “Maale Adumim” e la creazione di una continuità territoriale tra
l’insediamento e Gerusalemme occupata sono un atto politico e militare, prima
ancora di un’operazione urbanistica.
Il progetto mira a frantumare la Cisgiordania
in isole scollegate, dividendo in due la Cisgiordania occupata e separandola da
Gerusalemme Est.
Se completata, sarà fisicamente impossibile un
territorio palestinese continuo nord-sud.
Anche
se nascesse formalmente uno Stato palestinese, esso non eserciterebbe un
controllo reale sul suo territorio:
le colonie resterebbero sotto la giurisdizione
israeliana e Israele manterrebbe il controllo delle vie di comunicazione, dello
spazio aereo e dei confini.
Senza contare che, attualmente, i palestinesi
dipendono da Israele per l’utilizzo di risorse fondamentali come l’acqua e
l’energia.
Ostacoli
ai trasferimenti di massa: tra evidenze e limiti storico-politici.
L’unico
precedente israeliano di evacuazione forzata di rilievo è Gaza. Nella notte tra
il 14 e il 15 agosto 2005, su ordine del Primo ministro “Ariel Sharon”, Israele
iniziò a evacuare 8.000 coloni dal “Gush Katife” da altri insediamenti.
Fu un’operazione difficile a livello
logistico, accompagnata da forti proteste interne e da un trauma politico per
il Paese.
Molti di quei coloni non furono mai pienamente
reintegrati e la destra israeliana ne fece un simbolo del “tradimento” del
Governo Sharon.
Ora, si moltiplichi quella scala per oltre 60
volte: da 8.000 a più di 500.000 persone.
Servirebbero
nuove abitazioni, infrastrutture e indennizzi su scala nazionale.
Ne
deriverebbe una frattura politica interna senza precedenti.
I
coloni rappresentano ormai un blocco ideologico saldamente radicato, la cui
influenza non è solo politica, ma pure economica, militare e religiosa.
In
termini demografici e logistici, sarebbe il più grande trasferimento di
popolazione nella storia israeliana: è semplicemente irrealistico.
Un tentativo mai provato nemmeno dai Primi
ministri considerati più moderati verso i palestinesi: Shimon Peres, Yitzhak
Rabin(laburisti) ed Ehud Olmert(centrista).
Peres
non congelò le costruzioni né propose uno smantellamento massiccio, anzi.
Nel
suo primo mandato formalizzò che lo sviluppo degli insediamenti già stabiliti
fosse garantito e che nuovi insediamenti sarebbero stati avviati. Rabin si
impegnò a frenare gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, ma il loro
destino non fu discusso nei negoziati di Oslo e fu rimandato indefinitamente.
Il 16
settembre 2008 Olmert, nel progetto che presentò al presidente dell’Autorità
palestinese “Mahmoud Abbas”, si limitava a prevedere l’evacuazione di dozzine
tra gli insediamenti più piccoli.
Infine,
il tema del “trasferimento” apre un dilemma:
per
riparare all’ingiustizia subita dai palestinesi, non si incapperebbe in
un’altra, dato che centinaia di migliaia di israeliani vi sono nati e
cresciuti, anche se in colonie illegali secondo il diritto internazionale?
Senza
continuità territoriale e con un quinto del territorio ancestrale.
La
soluzione dei “due Stati” è una formula diplomatica senza corrispettivi
geografici e politici reali.
Le
colonie sono una rete frammentata di insediamenti, strade e zone militari che
spezzano la continuità geografica palestinese.
Il 29 novembre 1947, la Risoluzione 181del
piano di partizione dell’ONU assegnava agli ebrei circa il 55% della Palestina
mandataria, anche se possedevano solo il 6-7% delle terre.
Dopo
la guerra del 1948, Israele controllava circa il 78% del territorio.
Cisgiordania e Gaza costituirono quel 22% residuo che è la base della proposta
dei “due Stati, due popoli”.
Una
formula che parte già da una posizione di ineguaglianza storica. Accettare solo
il 20% delle terre originarie è da considerarsi come un’amputazione permanente.
Un
eventuale Stato palestinese avrebbe controllo effettivo su meno del 10-12% del
territorio della Palestina mandataria.
Con
tale retroterra alle spalle, la formula in questione suona come un’ingiustizia
istituzionalizzata.
Uno
Stato è riconoscibile come tale quando è abitato da una popolazione stanziale,
si estende su un territorio definito, ha un governo e può intrattenere
relazioni internazionali.
Sono i
presupposti fissati all’articolo 1 della “Convenzione di Montevideo” sui
diritti e doveri degli Stati del 1933, riconosciuta nel mondo come base per
definire uno Stato.
Due di
questi requisiti – i confini e il governo – mancano nei territori
arabo-palestinesi.
A
Gaza, Ḥamās fu votato nelle elezioni del 25 gennaio 2006, ma il diritto di
governare Gaza è scaduto nel 2010.
Ḥamās
è riconosciuto da molti Paesi come terrorista e il governo dell’ANP in
Cisgiordania è incapace di agire:
due
fattori che impedirebbero allo Stato di intrattenere stabili relazioni
internazionali.
Con la
creazione dello Stato di Palestina, inoltre, gli arabi con passaporto
israeliano che attualmente vivono all’interno dei confini di Israele potrebbero
trasferirsi nel nuovo Stato.
Ne
deriverebbero due entità nazionali – Palestina e Israele – etnicamente pure.
E il
Novecento ha mostrato indubitabilmente, in altre aree del globo, quali siano le
tragedie collettive causate da questi scambi.
Sinistra
in revisione
La
parte finale dell’opera di Pappé riserva sorprese inaspettate oltre la
questione palestinese.
Per questo motivo, alcuni passi meritano di
essere riportati per intero. Scrive lo storico:
«Nel mondo arabo e in molte altre parti del
pianeta collaborare con il mosaico di gruppi, comprenderne i confini porosi e
la fluidità e l’importanza che rivestono per le persone aiuterà la sinistra a
riconnettersi con le aspirazioni e le preoccupazioni della gente».
E
ancora:
«La
centralità della classe sociale nel determinare tutto, significa che chi è
interessato alla giustizia sociale porrà l’accento sull’identità di classe
anziché sull’identità di un gruppo più piccolo e con interessi particolari
all’interno di quella classe».
Ma «le identità collettive rappresentano un
nodo chiave per orientare le relazioni sociali».
Dunque,
«la sinistra deve riconoscere il mosaico di collettività che nella vita delle
persone riveste un ruolo significativo al pari della classe sociale».
Pappé, uomo radicalmente di sinistra, scrive
questi passi in relazione al contesto arabo-palestinese.
Ma chi
legge con attenzione si rende conto che lo storico – seppur involontariamente –
rivolge un invito di riforma ideologica a quella fetta di sinistra europea –
minoritaria, ma ancora vitale talvolta – critica verso il modello
liberal-capitalistico dominante.
La tradizione di sinistra, nata
dall’universalismo illuminista, ha faticato a cogliere appieno il portato
antropologico di elementi come il legame con il territorio, l’appartenenza a
una comunità-nazione e l’adesione a un ethos di tradizioni e di costumi.
Pur
esistendo in Marx- sulla scia di Hegel – una base teorica capace di
riconoscerli, questi aspetti sono stati marginalizzati dall’interpretazione
positivistica del socialismo scientifico.
Un
paradigma decisamente incapace di cementare un legame duraturo con le comunità
sociali.
Una
debolezza che emerse quando i partiti socialisti non riuscirono a contrastare
l’ondata nazionalista che travolse l’Europa alla vigilia del 1914.
Questo
senso etico di identità e legame è ancora visibile negli scritti di Antonio
Gramsci e di Pierpaolo Pasolini.
Dopo
il ‘68, però, l’anima più libertaria e centrata sull’individuo prende il
sopravvento nella sinistra, rimuovendo dall’orizzonte politico l’idea di
comunità.
Pappé invita la sinistra – non solo arabo-palestinese – a riattualizzare questo
portato, vitale nella tradizione ideal-comunista che precede Marx.
La
sinistra occidentale saprà dare ascolto a Pappé?
Ne avrebbe un gran bisogno.
(Roberto
Valtolina).
Guerre
negli Stati Uniti uniscono una violenza interna all'interno degli USA. Il ruolo
del movimento per la pace.
Globalresearch.ca
- Bharat Dogra - Global Research – (20 novembre 2025) – ci dice :
Gli
USA sembrano passare sempre più da una guerra all'altra.
Il disimpegno
dall'Afghanistan si è solo intrecciato ulteriormente in Ucraina, poi con Gaza e
Iran, e ora ci sono segnali crescenti di aggressione contro il Venezuela e
forse anche altri paesi vicini.
Tuttavia,
un altro aspetto dell'aggressività statunitense riguarda livelli molto elevati
di violenza interna.
“David
Garland”, professore di Diritto e Sociologia all'”Università di New York”, ha
dichiarato recentemente in un'intervista che il tasso di omicidi negli USA è
stato estremamente alto rispetto a paesi con un livello di sviluppo simile
nell'Europa occidentale.
Ora è
circa sei volte più alto, anche se al suo picco nel 1994 era circa 8-10 volte
superiore.
Quasi
il 30% delle persone negli USA possiede armi da fuoco e il 40% vive in famiglie
che possiedono armi da fuoco, rispetto al 5% o meno in Europa.
Il tasso di carcerazione negli USA è di circa
760 per 100.000 abitanti, rispetto a circa 100 in Europa e Canada.
Il
numero di civili uccisi negli Stati Uniti dalla polizia in termini pro capite è
circa 40 volte superiore rispetto alla Germania.
È
quindi molto importante capire che la violenza è a livelli molto alti negli USA
a entrambi i livelli, sia internamente che esternamente (in termini di guerre e
operazioni segrete).
Se si
possono realizzare sforzi di successo per eliminare le cause profonde della
violenza e dell'aggressività, ciò può essere molto utile per ridurre il grande
disagio interno causato dalla violenza, così come il grande disagio causato in
molte parti del mondo dalle guerre.
Per
fare solo un esempio di ciò che si può potenzialmente realizzare, l'intero
approccio per ridurre gli alti tassi di dipendenza e l'abuso di droghe può
essere modificato.
Invece di iniziare nuove guerre su questo
tema, gli Stati Uniti possono migliorare e aumentare in modo significativo vari
tipi di interventi sociali per ridurre l'abuso e la dipendenza dalla droga.
Pur
dando la massima priorità a questo, ciò dovrebbe essere supportato da una
combinazione di azioni comunitarie e sociali per rompere la rete interna che
mette a disposizione gli scavi sia nelle aree urbane che rurali degli Stati
Uniti.
Questi
due passi insieme, se attuati in modo molto sincero e onesto con il
coinvolgimento della comunità, si occuperanno di risolvere in modo
considerevole la situazione di crisi.
Pertanto, non ci sarà bisogno né pretesto per
iniziare una guerra a causa di questo problema, anche se gli Stati Uniti
possono certamente adottare misure come contribuire a migliorare e rafforzare
ulteriormente i passi mondiali contro il traffico di droga sostenendo alcuni
governi e l'ONU in questo.
Questo
è solo un esempio di come sforzi sinceri, ben ponderati e creativi con il
coinvolgimento delle persone possano ridurre sia il disagio interno che
l'aggressione esterna.
Un
movimento per la pace altamente riflessivo e creativo che funzioni con
continuità può essere molto utile in questo.
Sebbene rafforzare i movimenti per la pace sia
importante in tutti i paesi, è di massima importanza negli Stati Uniti, poiché
ciò avrebbe un impatto altamente benefico sull'intero mondo.
Attualmente,
nella maggior parte delle discussioni a livello mondiale sui movimenti per la
pace e il rafforzamento degli sforzi di pace negli USA, sono gli aspetti
esterni o quelli di politica estera a essere più enfatizzati.
Le
politiche esterne degli Stati Uniti, altamente aggressive (e spesso non
razionali), sono state collegate a molte guerre evitabili che si sono rivelate
altamente distruttive.
Le stime della “Brown University” sulla
mortalità diretta e indiretta causata dalla guerra al terrorismo guidata dagli
USA ci dicono che tra il 2001 e il 2022 fino a 4,5 milioni di persone sono
morte in queste guerre o a causa di esse direttamente e portate (anche se non
tutti i paesi colpiti sono inclusi in queste stime).
Poi c'è anche la precedente, forse ancora più
tragica, storia di Vietnam, Corea, Iraq ecc. (per non parlare della grande
perdita di vite umane in interventi segreti—si stima che oltre mezzo milione
siano morti solo in Indonesia nel colpo di stato che ha deposto Sukarno).
Su
questa base è stata avanzata una forte argomentazione a favore dei movimenti
pacifisti negli USA che possono portare a una politica estera (estera) più
pacifica guidata, dalla comprensione dell'urgenza della pace e del disarmo nel
mondo, basata su un approccio strategico difensivo piuttosto che su una ricerca
altamente aggressiva di dominio.
Sebbene
la necessità di tali movimenti per la pace sia ampiamente riconosciuta, la
necessità di movimenti per la pace interna e la non violenza negli Stati Uniti
viene espressa molto meno frequentemente.
Tuttavia,
va riconosciuto che i costi della violenza interna negli USA, in termini di
criminalità e detenzione, violenza domestica, violenza contro le donne, ecc.,
sono estremamente elevati.
Il tasso di omicidi negli USA è superiore al
doppio della media dei paesi OCSE.
Secondo
i dati del Dipartimento di Giustizia, nel 2022 ci sono stati 5,4 milioni di
aggressioni violente negli USA, 694.000 rapine e 531.000 stupri e aggressioni
sessuali.
Nel
caso di alcuni di questi dati, il numero effettivo di reati potrebbe essere
molto più alto rispetto a quelli segnalati.
Secondo
il “National Center for Injury Prevention and Control”, in un anno le donne
negli USA subiscono circa 4,8 milioni di aggressioni fisiche e stupri legati al
partner intimo.
Se i
movimenti per la pace riusciranno a ridurre in modo significativo tutto questo
disagio, saranno un grande contributo per ridurre il disagio e lo stress nella
società statunitense.
Per
questo motivo i movimenti pacifisti necessitano di una visione molto più ampia
di lavorare con continuità per ridurre la violenza nella vita quotidiana e
rafforzare i valori di non violenza, non dominanza, aiuto e cooperazione,
compassione e compagnia in vari modi altamente creativi e interessanti nelle
scuole, nelle comunità ea livello familiare.
Esiste
un forte argomento per ottenere risultati migliori integrando le preoccupazioni
interne con quelle esterne, soprattutto perché le stesse tendenze aggressive
nella società forniscono il supporto di base all'aggressione interna ed
esterna.
Tuttavia
esiste un terzo livello di pace, che è la pace interiore, o pace dentro di sé.
Come
rivelano le scioccanti statistiche sulla salute mentale negli USA, questa è una
nazione in subbuglio.
Questo porta anche a molti atti di
autolesionismo o auto violenza, causando diverse centinaia di migliaia di gravi
ferite ogni anno.
Secondo i dati ufficiali, nel 2022, 13,6
milioni di persone negli Stati Uniti hanno seriamente pensato al suicidio,
mentre 1,6 milioni hanno tentato il suicidio.
Se i
movimenti per la pace possono anche contribuire in modo significativo a ridurre
il tumulto interno promuovendo in vari modi la pace e la non violenza dentro di
sé, allora questo può contribuire in modo significativo a ridurre il disagio
nella società americana e portare sollievo alle persone in difficoltà.
Questo può essere raggiunto promuovendo
l'importanza della pace e della non violenza nella vita quotidiana con
continuità in modi riflessivi a vari livelli, in particolare a livello di
comunità e famiglia.
Anche
le organizzazioni spirituali possono contribuire molto a questo.
Pertanto,
movimenti per la pace forti e di ampia portata, che raggiungano tutti i ceti
sociali e si impegnino a integrare la pace all'estero con la pace in patria e
con la pace all'interno, possono dare un contributo molto importante alla
riduzione del disagio negli Stati Uniti e a livello mondiale.
Poiché pace e giustizia sono strettamente
legate, si dovrebbe comprendere che il movimento per la pace significa
essenzialmente pace con giustizia e che dovrebbero esserci legami molto stretti
tra i movimenti per la pace e la giustizia (ed entrambi questi movimenti
dovrebbero anche avere stretti legami con i movimenti per la protezione
dell'ambiente e per la vera democrazia, in virtù delle strette relazioni).
Concettualizzare,
diffondere e rafforzare un movimento per la pace così ampio, integrato e
globale negli Stati Uniti (così come in altri Paesi) può essere uno dei compiti
più creativi, rilevanti e utili dei nostri tempi.
È di
fondamentale importanza sia per noi che per le generazioni future. Le donne e i
giovani dovrebbero avere un ruolo guida in questo processo.
L'intelligenza
artificiale (IA) si sta surriscaldando?
Globalresearch.ca
– (20 novembre 2025) - Dott. Paul Craig Roberts – ci dice:
Il 17
novembre, “Bloomberg” ha riferito che l'”hedge fund” di “Peter Thiel” ha
venduto le sue 537.742 azioni “Nvidia” durante il terzo trimestre.
Questo
mese “Soft Bank” ha venduto la sua partecipazione in Nvidia, per un valore
stimato di 5,8 miliardi di dollari.
“Bloomberg”
vede la vendita come un ritiro dagli investimenti in Nvidia, il principale
fornitore di chip per l'intelligenza artificiale.
Tuttavia,
“Soft Bank” afferma di aver venduto le sue azioni Nvidia per aumentare i suoi
investimenti in OpenAI.
Si
tratta di cifre elevate, ma modeste rispetto ai 4,6 trilioni di dollari di
capitalizzazione di mercato di Nvidia. I
l
problema potrebbe essere la dimensione della capitalizzazione di mercato e il
forte deprezzamento.
Il
disagio espresso da “Michael Burry” in merito ai problemi derivanti dai
rapidissimi sviluppi nell'intelligenza artificiale, in particolare per quanto
riguarda “Nvidia” e “Palantir” (Nvidia produce chip per l'intelligenza
artificiale e Pointer sviluppa software per l'intelligenza artificiale), ha
focalizzato l'attenzione sul problema del deprezzamento derivante dai rapidi
cambiamenti che potrebbero far crollare i prezzi delle azioni nel settore
dell'intelligenza artificiale, tra cui “Google e Microsoft”.
“Michael
Burry” è stato l'unico a prevedere il crollo del mercato dei derivati sui
mutui.
Nessuno
nel settore finanziario se lo aspettava, così come il Segretario del Tesoro, il
Presidente della Federal Reserve e il Presidente della Securities and Exchange
Commission.
Questi
tre tirapiedi si sono rivolti al Congresso e hanno impedito a “Brooksley Born”,
Presidente della “Commodity Futures Trading Commission”, di regolamentare i
derivati.
Da
questo possiamo concludere che le persone considerate intelligenti non lo sono.
Le uniche persone intelligenti sono quelle che riescono a uscire dagli schemi e
a guardare la realtà in modo obiettivo.
“Larry
Sparano” (On Target) mi ha recentemente intervistato sulla situazione.
Un
possibile collasso dell'IA.
Il
problema di base sembra essere che gli investimenti in IA si svalutano
rapidamente a causa del rapido tasso di variazione, con il risultato che la
rapida crescita dell'ammortamento richiede sempre più nuovi investimenti nel
settore.
Alcuni
servizi sembrano circolari.
Ecco
uno scenario possibile.
L'azienda “OpenAI “si impegna a spendere più
soldi di quanto ne abbia. I soldi vanno da “Oracle”.
Sulla
base dei ricavi previsti da OpenAI, Oracle annuncia che acquisterà enormi
quantità di chip da Nvidia.
Nvidia
poi investe 100 miliardi di dollari in OpenAI.
In
altre parole, è un cerchio di credito.
I
grandi data center costruiti da Google e Microsoft non sono un investimento una
tantum, ma una spesa ricorrente enorme.
I data center si deprezzano rapidamente a
causa dei rapidi sviluppi, come lo spostamento dei processori CPU a favore dei
processori GPU più veloci.
Se le
aziende sottovalutano la velocità con cui i loro investimenti si stanno
deprezzando, potrebbero trovarsi di fronte a uno tsunami di ammortamento con
deduzioni di ammortamento che superano i nuovi flussi di investimento e i
flussi di cassa.
È
possibile avere profitti senza flusso di cassa, perché il profitto dichiarato
non include la spesa nel conto capitale necessaria per tenere il passo con il
rapido sviluppo tecnologico.
Per ora sembra che i nuovi investimenti nelle aziende
stiano sostituendo i profitti, e siano i nuovi investimenti nell'IA a creare la
bolla.
Tuttavia,
le spese non possono superare per sempre i profitti senza che i prezzi delle
azioni e gli alti rapporti P/E crollino.
Un
modo per nascondere il problema è estendere la durata prevista degli
investimenti da, diciamo, tre anni a sei anni.
Questo offre un tempo più lungo per
distribuire la valutazione e quindi un impatto minore sul flusso di cassa.
Ma se
la vita degli asset si rivelasse essere di tre anni, l'azienda è in difficoltà.
Un
altro problema è che le unità informatiche in rapida devalutazione vengono
utilizzate come garanzia per finanziare i prestiti, e nuove imprese chiamate “neo
cloud “prendono in prestito denaro per offrire unità di calcolo in affitto.
Poiché
l'azienda cresce rapidamente, ci saranno presto centinaia di miliardi di
dollari in prestiti basati su garanzie in scadenza rapida.
Se
sono riuscito a capire la situazione, il “boom dell'IA” dipende dal nuovo
denaro che entra nel settore per fornire il denaro necessario a rinnovare asset
in rapido deprezzamento.
Se
l'afflusso di nuovo denaro si riduce o si ferma, la bolla scoppia.
Come
forse sanno i miei lettori, sono più interessato agli effetti sociali dell'IA
che a un crollo di mercato dovuto a una bolla dell'IA.
Gli
effetti sociali sono più letali di un crollo di mercato.
Ucraina
e corruzione: Zelensky
non
convince più la sua gente,
lo
salvano (per ora) l’Europa e la guerra.
Msn.com
– (19 – 11 – 2025) - Storia di Fulvio
Scaglione – InsideOver – ci dice:
Ucraina
e corruzione: Zelensky non convince più la sua gente, lo salvano (per ora)
l’Europa e la guerra.
Come
un avvoltoio che scende a cerchi concentrici sulla preda, il “caso Mandich” e
lo sprofondo di corruzione che esso ha rivelato si avvicina sempre più al
presidente Volodymyr Zelensky.
L’ultima
novità è stata rivelata dal deputato “Oleksiy Goncharenko” (nel 2019 eletto
come indipendente, mentre nel 2014 era stato eletto nel Blocco Poroshenko) e
dal giornalista “Volodymyr Boiko” (in passato deputato di” Batkivshchyna”, il
partito di” Julija Tymoshenko”):
un documento della “NABU” (l’Agenzia nazionale
anti-corruzione ucraina) in cui si dice che “non più tardi del gennaio-febbraio
2025, Timur Mandich, approfittando della situazione creatasi in Ucraina con la
legge marziale, della sua amicizia con il presidente Zelensky V. A., dei legami
con attuali ed ex alti funzionari degli organi di governo e delle forze
dell’ordine, sfruttando così una notevole influenza all’interno degli organi di
Stato… ha deciso di arricchirsi illegalmente… ” eccetera eccetera.
Funzionari
in carica, ex funzionari, organi di governo, forze dell’ordine… Ce n’è
abbastanza per scatenare, se non proprio una caccia all’untore, almeno un bel
repulisti.
Ma soprattutto questa è la prima volta in cui,
parlando dello scandalo corruzione, viene fatto apertamente il nome di
Zelensky.
L’amico
e socio nello studio di produzione “Kvartal 95 “del grande ladrone Mandich,
scappato in Israele appena prima di essere arrestato (e per questo sotto
inchiesta da parte della NABU ora c’è addirittura “Andriy Synyuk”, vice-capo
della Procura anti-corruzione-SAP, accusato di aver avvertito Mandich).
È vero
che “Goncharenko “e “Boiko” vengono dai partiti guidati da due nemici storici
di Zelensky, rispettivamente “Petro Poroshenko” e la “Tymoshenko”.
A loro
non sarà perso vero di poter attaccare l’avversario politico.
Ma NABU e SAP non c’entrano, almeno non nel
senso di una specifica appartenenza partitica.
E i
pallet di dollari fruscianti sequestrati ai suoi amici parlano purtroppo assai
chiaramente.
Intendiamoci.
Un presidente che deve cacciare due ministri
in carica (e non due qualunque: il ministro della Giustizia e la ministra
dell’Energia);
vede scappare negli Usa il segretario in
carica del Consiglio di Sicurezza (ed ex ministro della Difesa)”Rustem Umarov”;
assiste
all’arresto di un suo ex vice premier come “Oleksiy Chernyshov “e alla
latitanza di uno dei suoi migliori e più vecchi amici;
e si
ritrova a Istanbul per trattare con i turchi e gli americani nella speranza di
trovare una via d’uscita dal conflitto e scopre che “Steve Witkoff”, l’inviato
speciale di Donald Trump, rifiuta di incontrare “Andrij Jermak”, il capo
dell’amministrazione presidenziale ucraina, considerato l’anima nera della
corruzione ucraina.
Ecco,
in un Paese normale e in un mondo normale un presidente così sarebbe già stato
cacciato a pedate: perché incapace o colluso.
Ma
l’Ucraina non è un Paese normale in un mondo normale, è un Paese rovinato dalla
guerra che da quasi quattro anni vede in Zelensky il proprio leader.
In più, Zelensky è appoggiato da forze potenti
che assolutamente non vogliono vederlo cadere:
in
primissima fila l’Europa, che deve guadagnare tempo per riarmare e mettere una
pezza alla crisi economica e quindi ha bisogno che Zelensky, tenace nel
resistere alla Russia, resti al suo posto.
Non a caso i più diversi Paesi, Italia
compresa, proprio in questi giorni hanno detto che continueranno a fornire
aiuti militari, e Ursula von der Leyen è partita in caccia dei 70 miliardi che
servono all’Ucraina per non tracollare.
Zelensky
resisterà.
Caccerà
qualche malfattore e, semmai, cercherà di andare in qualche modo incontro a
quel 69% degli ucraini che chiedono una rapida fine della guerra (vedi Istanbul
e Witkoff) e che, comunque, gli attribuiscono la colpa della dilagante
corruzione.
A lui
che, nel 2019, fu trionfalmente eletto presidente anche sulla promessa di
sbarrare la strada al malaffare.
Ma è
chiaro che i suoi spazi di manovra si riducono giorno dopo giorno. Ci sono i
problemi al fronte, ovviamente.
Ma se
non fosse per la minaccia russa, Zelensky avrebbe poca strada davanti a sé.
Non è
un problema di oggi.
E
nemmeno del luglio scorso, quando tentò di far passare una legge che annullava
i poteri di “NABU” e “SAP” e fu costretto a ritirarla per le proteste popolari.
È il
suo problema di sempre, come ha ben scritto in un duro editoriale il “Kyiv
Independent”:
“Il
recente scandalo di corruzione nel settore energetico del Paese – il più grande
durante il mandato di Zelensky – e sviluppi molto preoccupanti in prima linea
hanno evidenziato le debolezze di un sistema di leadership che concentra
avidamente il potere, non tollera critiche e giustifica l’incompetenza in nome
della lealtà.
Zelensky
ha governato in questo modo da quando ha assunto l’incarico nel 2019.
Ma
ora, a quasi quattro anni dall’inizio della guerra su vasta scala, i difetti di
questo stile di governo sono così profondi da minacciare la sopravvivenza
stessa del Paese.
Le
rivelazioni della scorsa settimana sulla corruzione nell’ambiente del
presidente hanno gettato Zelensky e la sua amministrazione in una crisi senza
precedenti, ancora in evoluzione.
Hanno
lasciato la stessa domanda nella mente di tutti:
il presidente è stato coinvolto?
È la
dimostrazione di un processo decisionale suicida e sbagliato a cui Zelensky non
si è affrettato a rispondere pubblicamente”.
Come
si vede, una critica radicale allo stile di governo di Zelensky e della sua
squadra, a una leadership incurante delle critiche e pronta a premiare la
fedeltà più del merito.
Incapace,
ora, di dissipare i sospetti.
Ma non
solo.
La critica del Kyiv Independent però è ancor
più radicale: “Dopo aver affrontato adeguatamente la crisi a Kiev, Zelensky
dovrà rivolgersi a Est.
L’Ucraina sta per perdere la città di “Pokrovsk”,
e molto altro.
La
scorsa settimana, diverse figure di spicco hanno lanciato l’allarme sullo stato
della difesa ucraina, sui recenti rapidi progressi della Russia e su come
queste battute d’arresto derivino da problemi sistematici nella gestione delle
Forze Armate ucraine.
Zelensky e il suo team devono mettere da parte
la politica, smettere di proteggere i loro alleati dalle indagini sulla
corruzione e concentrarsi sulla sopravvivenza dell’Ucraina, che inizia sul
campo di battaglia”.
Il
messaggio che arriva dall’opinione pubblica ucraina, quindi, è molto chiaro.
Finché
dura la guerra Zelensky non può ma DEVE restare al suo posto, emendando dove
può il suo stile fallimentare di governo in nome della difesa della patria
aggredita e offesa. Ma poi…
La
sorte dell’Ucraina e l’esito della guerra con la Russia sono da sempre al
centro degli interessi di “InsideOver” e dei miei personalmente. Non è solo una
questione politica ma un dramma che riguarda tutti noi e il nostro futuro.
Continueremo
a raccontarlo con tutta la passione e l’attenzione possibile.
(L'articolo
Ucraina e corruzione: Zelensky non convince più la sua gente, lo salvano (per
ora) l’Europa e la guerra, proviene da InsideOver).
Incontra
i due missili da crociera
ipersonici
a scramjet cinesi.
Unz.com
–(18 novembre 2025) - Hua Bin – ci dice:
CJ-1000
e YJ-19 sono rivoluzionari in una nuova categoria di armi di negazione d'area.
Due
mesi dopo la parata militare del 3 settembre a Pechino, sono state
declassificate ulteriori informazioni sulle armi esposte.
Due
particolarmente missili da crociera appena presentati sono degni di nota – i
missili da crociera antiaerei CJ-1000 e YJ-19 ipersonici.
I
missili si dividono in due grandi categorie: balistici e da crociera.
I missili balistici viaggiano più velocemente
(spesso supersonici e persino ipersonici) fuori dall'atmosfera, ma seguono un
arco prevedibile e quindi soggetti a intercettazioni.
I
missili da crociera viaggiano più lentamente (la maggior parte sono subsonici)
ma volano bassi all'interno dell'atmosfera e sono più difficili da rilevare e
intercettare.
Il
Tomahawk, il missile da crociera statunitense più conosciuto, viaggia a Mach
0,7, intorno agli 880-890 km/h (550 mph), e ha una gittata di circa 1.600-2.400
km (1.000-1.500 miglia).
Naturalmente,
ci sono varianti che sfidano la tipica caratterizzazione.
Ad
esempio, il DF-17 cinese trasporta un veicolo planante ipersonico (HGV) ed è in
grado di viaggiare a Mach 5-10 mentre esegue manovre estreme durante il volo
invece di un arco prevedibile.
Il
YJ-15 cinese è un missile da crociera antinave supersonico a ramjet con
velocità comprese tra Mach 3 e 4.
Il
CJ-1000 e lo YJ-19 sono animali completamente diversi che combinano i vantaggi
dei missili balistici (velocità) e dei missili da crociera (manovrabilità) con
tecnologie rivoluzionarie – il motore scramjet.
La
famiglia DJ o Dongfeng (vento orientale in cinese) è un missile terrestre (silo
e lanciatore mobile), deterrente strategico balistico e da attacco teatrale,
con carichi nucleari o convenzionali.
La famiglia copre aree di corteccia, media,
intermedie e intercontinentali.
La
famiglia CJ o Changjian (Spada Lunga) è un missile da crociera da attacco di
precisione a lungo raggio, con una gittata compresa tra 1.500 e 6.000
chilometri.
Può
essere lanciato da terra, aria o navi.
La
famiglia YJ o Yingji (Eagle Strike) è progettata per attacchi antinave e di
precisione a breve distanza (50-1.000+ km) con carico utile convenzionale.
Il
CJ-1000 è un missile da crociera ipersonico progettato per attacchi di
precisione a lungo raggio. Viaggia a Mach 6 e oltre per tutto il volo.
È
dotato di un motore scramjet ad aria compressa, che consente un volo ipersonico
manovrabile e prolungato nell'atmosfera.
Nel
suo comunicato ufficiale, la “China Aerospace Science & Industry Co”.
(CASIC), produttrice del CJ-1000, afferma che il missile è progettato per
colpire "bersagli di nodi di sistema a terra, in mare o in aria".
Lanciato
da un trasportatore-erettore-lanciatore (TEL), il CJ-1000 è l'unico in grado di
colpire aerei da lunghissime distanze, in particolare aerei lenti, ad alta
quota e di grandi dimensioni, come i rifornitori di carburante, gli aerei
AEW&C e gli aerei da sorveglianza.
Il
sistema ha una gittata stimata di 6.000 chilometri, consentendogli di
minacciare obiettivi militari critici in profondità nel territorio avversario.
A titolo di riferimento, Guam dista circa 3.000 km dalla costa orientale
cinese.
La
velocità di crociera del CJ-1000 è Mach 6 e può coprire 3.000 km in meno di 25
minuti.
A
differenza di un tradizionale missile balistico che segue una traiettoria in
gran parte prevedibile, un missile da crociera ipersonico viaggia a velocità
estreme all'interno dell'atmosfera e può cambiare rotta durante il volo.
Questa
combinazione di velocità e manovrabilità rappresenta una sfida eccezionale per
il tracciamento radar e i sistemi difensivi.
Il
CJ-1000 è una delle principali aggiunte alla rete di uccisione A2AD della Cina,
che può minacciare le risorse militari dei suoi avversari in tutta la regione
Asia-Pacifico, inclusi basi, obiettivi terrestri e aerei di alto valore.
L'YJ-19
è un nuovo missile da crociera ipersonico antinave alimentato anch'esso da un
motore a reazione scram.
Il suo
obiettivo di missione sono le navi da guerra nemiche.
Il
motore scramjet del missile può spingerlo a una velocità di Mach 10 o
superiore.
È anche manovrabile, capace di modificare il
rottame durante il volo, rendendolo estremamente difficile da rilevare,
tracciare e intercettare con i sistemi di difesa missilistica attuali.
L'YJ-19
è progettato specificamente per colpire le navi da guerra, comprende la
portaerei, con una gita di 1500 km.
Può
essere lanciato attraverso più piattaforme – aeree, navi o sottomarini. Una
delle caratteristiche più notevoli è la capacità di essere varata da
sottomarini, inclusi le classi Tipo 093 e Tipo 039 della Cina.
Il
potenziale di un'arma ipersonica lanciata da sottomarino rappresenta una sfida
operativa mai affrontata dalle marine mondiali.
YJ-19
si unisce allo YJ-17 e allo YJ-20 all'attuale arsenale di missili antinave
ipersonici basato su aria e nave e DF-17, DF-21D e DF-26 a terra.
A
differenza dei veicoli ipersonici plananti (HGV) che vengono lanciati da un
razzo e poi planano verso il bersaglio, il CJ-1000 e lo YJ-19 sono missili da
crociera ipersonici, alimentati da un motore scramjet per tutta la durata del
volo.
La
tecnologia scramjet a reazione consente un volo sostenuto e potenziato
nell'atmosfera, garantendo una gittata maggiore e una traiettoria di volo più
flessibile rispetto ai missili balistici.
La
tecnologia dei motori Scramjet rappresenta l'apice della tecnologia
aerospaziale all'avanguardia e rappresenta un fiore all'occhiello
dell'ingegneria.
Esistono
due approcci principali per ottenere un volo ipersonico affidabile, ed entrambi
i metodi richiedono di superare sfide tecniche estreme nelle condizioni più
difficili.
Missili
come il missile balistico ipersonico DF-17 sono dotati di razzi propulsori che
accelerano la testata a una velocità e a un'altitudine sufficienti per
consentirle di continuare la fase di planata, manovrando senza propulsione
tramite forze aerodinamiche.
Il
motore scramjet, invece, è sufficientemente potente per una propulsione
continua.
Il
motore aspira aria durante il volo ad alta velocità e la miscela con il
carburante per produrre spinta.
Sebbene
il primo avvicinamento dia al missile una traiettoria relativamente prevedibile
durante la fase di ascesa, diventa irregolare durante la planata.
Il
secondo metodo combina velocità e mobilità durante tutto il volo.
Non
solo un missile a respirazione d'aria può cambiare rotta durante il volo,
rappresentando una sfida maggiore ai sistemi di difesa, ma può essere più
leggero, più veloce e avere una gittata maggiore utilizzando ossigeno
atmosferico invece di portare un ossidante.
Tuttavia,
le difficoltà di questo approccio sono immense, a partire dalla necessità di
mantenere una miscelazione e combustione stabile del carburante in un flusso
d'aria supersonico – una sfida tecnica spesso paragonata all'accensione di un
fiammifero durante un uragano.
Materiali
avanzati resistenti al calore e sistemi di gestione termica efficienti sono
fondamentali affinché il muso, i bordi e l'aspirazione del motore del missile
vogliano sopravvivere a temperature superiori a 2.000 gradi Celsius (3.632
Fahrenheit) che si verificano una velocità superiore a Mach 5.
Il
calore intenso ionizza anche l'aria circostante, creando una guaina al plasma
che blocca i segnali radio in un fenomeno noto come "blackout" che
può interrompere i comandi di guida.
Ciò
suggerisce che il CJ-1000 e lo YJ-19 probabilmente incorporeranno tecnologie
avanzate di guida, come sistemi inerziali e ottici, per superare il problema.
Elementi
pesanti delle terre rare (HREE) come disprosio e terbio sono fondamentali nella
costruzione di tali missili resistenti al calore.
L'investimento
costante della Cina in infrastrutture scientifiche fondamentali avanzate ha
svolto un ruolo cruciale nella ricerca e nello sviluppo di armi ipersoniche,
che si basano su gallerie del vento ad alte prestazioni per i test.
La
Cina ha costruito la galleria del vento più potente al mondo, il JF-22, che
misura 4 metri di diametro e può simulare condizioni di volo da Mach 25 a 40.
Oltre
al JF-22, i ricercatori cinesi hanno accesso a diverse altre strutture.
Il
tunnel d'urto JF-12 è stato utilizzato per i test di accensione e combustione
dei motori alimentati a idrogeno in condizioni di Mach 7 e Mach 10.
Un'altra
galleria del vento, la FD-14A, è stata utilizzata dal “China Aerodynamics
Research and Development Centre” per effettuare test di modelli di motori
scramjet in condizioni di Mach 10.
Al
contrario, il Tunnel 9 negli Stati Uniti raggiunge Mach 14 ma ha un diametro
dell'ugello di soli 1,5 metri (4,9 piedi), il che rende difficile condurre test
su larga scala.
I
progettisti di missili statunitensi si sono affidati principalmente a
simulazioni computazionali, rallentando così i progressi ingegneristici sulle
armi ipersoniche.
Sebbene
gli Stati Uniti abbiano aperto la strada alla ricerca iniziale sui missili
ipersonici, ultimamente sembrano aver fatto pochi progressi sia
nell'applicazione ingegneristica che nell'impiego pratico e nella produzione di
massa di armi ad alta velocità.
La
Marina degli Stati Uniti ha annullato il suo programma missilistico antinave
HALO (hypersonic air-launched offensive) nel 2024, adducendo sforamenti di
bilancio e il mancato raggiungimento delle aspettative in termini di
prestazioni.
L'HACM
dell'aeronautica militare, il cui contratto è previsto per il 2022, resta
l'unico missile da crociera ipersonico a reazione aerea ancora in fase di
sviluppo negli Stati Uniti.
Nel
frattempo, la Russia ha sfruttato la sua vasta esperienza nella tecnologia
missilistica per raggiungere risultati rivoluzionari nei veicoli plananti
ipersonici, dispiegando l'Avangard nel 2019, e nei missili scramjet, come lo
Zircon Mach 9, che respira aria e che è stato dispiegato di recente in Ucraina.
Finora,
Russia e Cina sono le uniche forze armate ad aver impiegato operativamente
missili ipersonici a propulsione scramjet.
Mentre
la maggior parte delle armi ipersoniche nello sviluppo globale mira bersagli
terrestri o marittimi, il CJ-1000 rappresenta un cambiamento di paradigma – si
spinge in profondità nello spazio aereo nemico per abbattere risorse aeree di
supporto critico di alto valore. Prima che possano aiutare nelle operazioni di
combattimento.
Il
CJ-1000 è progettato per ingaggiare aerei ad alta quota, grandi e lenti – come
gli E-3 Sentry AWAC (Airborne Warning and Control System), i rifornimenti
KC-135/KC-46 o gli aerei da sorveglianza RC-135 – che volano da Guam, Hawaii o
persino basi continentali degli Stati Uniti.
La
guerra aerea moderna si basa fortemente su "moltiplicatori di forza"
– velivoli non combattenti che forniscono allerta precoce, supporto alla guerra
elettronica, fusione dati e rifornimento in volo.
Distruggere
o disturbare queste piattaforme può paralizzare un'intera campagna aerea, anche
senza impegnarsi direttamente i caccia.
Il
CJ-1000, con una gittata superiore a 6.000 km (3.728 miglia), poteva essere
lanciato dalla Cina continentale o schierato su basi navali avanzate nel Mar
Cinese Meridionale.
A
velocità ipersoniche, questi missili avrebbero dato agli avversari tempi di
reazione minimi, rendendo le tradizionali manovre evasive quasi inutili per
velivoli grandi e lenti.
Inoltre,
volando a quote inferiori rispetto ai missili balistici e con grande
manovrabilità, grazie al motore scramjet per la respirazione dell'aria, il
CJ-1000 può eludere i satelliti di allerta missilistica attuali e i sistemi
radar calibrati per rilevare traiettorie balistiche ad alta velocità.
L'impiego
del missile da crociera ipersonico CJ-1000 segna il completamento della bolla
di interdizione aerea a tre strati della Cina.
Il
primo livello è costituito dai sistemi di difesa puntuale, ovvero sistemi
autonomi utilizzati contro i droni e le minacce a distanza ravvicinata.
Il
secondo livello è costituito da missili a medio-lungo raggio che darebbero
priorità a bersagli stealth o missili balistici.
I
sistemi a lunghissimo raggio come il CJ-1000 costituiscono il terzo livello di
interdizione dell'accesso all'area.
Per
decenni, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno fatto affidamento su aerei di
supporto a distanza, operanti oltre la gittata dei missili terra-aria
convenzionali.
L'arrivo
del CJ-1000 ha fatto capire che non è più garantito un simile rifugio nelle
zone più remote.
L’inganno
di Churchill contro Mussolini e
quel
carteggio tra i due macchiato
di
sangue sparito.
Lacrunadellago.net
– Cesare Sacchetti – (18-11-2025) – ci dice:
A
Dongo, il 30 aprile del 1945, si chiude il tragico destino di Benito Mussolini,
il Duce del fascismo, l’uomo che molti prelati avevano definito come “l’uomo
della Provvidenza”, per aver risollevato le sorti di una nazione piegata dalla
prima guerra mondiale e ingannata dalle potenze angloamericane.
Gli
inganni però non si sono chiusi nel 1919.
Londra
sembra avere connaturate nelle sue radici l’esercizio del doppiogiochismo,
delle promesse fatte e non mantenute, e dei continui cambi di casacca che sono
stati incredibilmente attribuiti all’Italia per colpa soprattutto di una
storiografia liberale mendace che mai ha raccontato la verità.
La
verità che non è ancora stata detta agli italiani sull’ingresso della seconda
guerra mondiale è quella che riguarda le ragioni che spinsero Mussolini a
parteciparvi.
Il
Duce era uno statista assennato.
Nessuno
meglio di lui sapeva valutare gli equilibri e gli spostamenti che un conflitto
globale avrebbe provocato.
Cambiamenti
che sarebbero stati pari a dei veri e propri terremoti politici in grado di
scuotere le fondamenta del fascismo che si era instaurato al potere nel 1924, e
che, a poco a poco, aveva smantellato il corrotto modello dello Stato liberale
asservito a consorterie massoniche e angloamericane.
Mussolini
sapeva bene qual era la vera forza motrice del potere di Londra.
Lo
scriveva sulle colonne del Popolo d’Italia nel 1919, e non aveva timore a fare
i nomi di chi, nelle democrazie liberali, teneva i cordoni della borsa, ovvero
di chi aveva la capacità di muovere enormi masse di liquidità che rendevano i
governanti delle mere comparse, dei burattini rimessi alla volontà dei “grandi”
banchieri.
Esiste
la copia dell’articolo di Mussolini sul potere delle banche.
Sono i
nomi dei Rothschild e dei Warburg che Mussolini scrive nel suo articolo,
perfettamente consapevole che se l’Italia aspirava a diventare una nazione
realmente sovrana, non poteva non esimersi dal recidere i fili finanziari che
tenevano Roma ostaggio di tali poteri, e per farlo inizia proprio dalla
costituzione di una vera banca centrale dotata della facoltà esclusiva di
stampare moneta, a differenza di ciò che avveniva al tempo dello Stato liberale
risorgimentale.
Mussolini
e il fuhrer: storia di una diffidenza.
Nel
1939, il fascismo sembra essere arrivato al suo apogeo.
Nessuna
apparente ragione spinge il Duce a seguire la via dello spazio vitale
perseguita da Adolf Hitler che voleva riportare la Germania a riconquistare i
territori perduti dopo gli infausti accordi di Versailles, per poi spingersi
assurdamente ancora più oltre, fino ad arrivare alla suicida invasione
dell’Unione Sovietica.
Mussolini
aveva una mente lucida. Sapeva che la guerra avrebbe portato al disfacimento
del suo governo, e sapeva anche che una volta che la Germania avrebbe iniziato
a invadere i vari territori vicino e oltre i suoi confini, Washington non
sarebbe stata certo rimasta a guardare.
Londra
infatti ben poco poteva contro la macchina bellica della Germania, di gran
lunga superiore a quella britannica, e il primo ministro inglese, Neville
Chamberlain, fino al 1939, successivamente sostituito da Winston Churchill,
difficilmente non avrebbe chiesto l’aiuto degli Stati Uniti per rovesciare le
sorti di un conflitto che altrimenti sarebbe stato segnato.
Mussolini
sembra calcolare molto bene tali variabili, e lo si vide anche nei documenti e
nella corrispondenza emersa da pezzi del suo archivio che sono arrivati al
pubblico soltanto anni dopo, ai quali però è stata data scarsissima rilevanza
perché essi spazzano via la narrazione liberale di un fascismo saldamente
schierato dalla parte del nazismo.
A
parlarne sono stati tra gli anni’80 e ’90, storici e ricercatori quali Arrigo
Petacco, autore di un’opera dedicata all’archivio segreto del Duce, e Fabio
Andriola, giornalista già collaboratore del Giornale e Libero.
Mussolini
era estremamente scrupoloso.
Qualsiasi
carta passasse sopra la sua scrivania, veniva meticolosamente archiviata e
catalogata per consentire al capo del Governo di tenere traccia e di custodire
quei documenti che un domani avrebbero potuto essere estremamente preziosi sia
nei rapporti internazionali sia nelle dinamiche interne del fascismo, nei
confronti di eventuali o potenziali quinte colonne.
Tra
queste carte, ce n’è una molto interessante che merita di essere valutata con
attenzione.
Si
tratta di un telegramma che reca la data del 1939, che Mussolini indirizza al
re, Vittorio Emanuele III, nel quale si parla di un accordo tra l’Italia e le
potenze europee in caso di ingresso in guerra.
Il
telegramma indirizzato da Mussolini a Vittorio Emanuele III.
Il
capo del Governo scrive queste parole al sovrano di casa Savoia.
“S.M.
il RE
Sant’
Anna.
Desidero
Maestà nell’attesa di mandarvi tutto l’epistolario scambiato con il Fuhrer
anticiparvene le conclusioni e cioè che l’Italia si limiterà almeno nella prima
fase del conflitto ad un atteggiamento puramente dimostrativo. Francesi e
inglesi ci hanno fatto sapere che faranno altrettanto.
Aggiungo
essere mia convinzione che le proposte di Hitler al governo inglese e che noi
abbiamo conosciute tramite Londra meritano di essere prese in attenta
considerazione.”
Mussolini
parla esplicitamente di un’entrata in guerra controllata, calmierata, per così
dire, al fianco della Germania Nazista con la quale il Duce del fascismo
appariva alquanto riluttante a stabilire un’alleanza.
Si era
già avuto un saggio del pensiero di Mussolini sulla Germania ai tempi del
celebre discorso di Bari del 6 settembre del 1934, nel quale il presidente del
Consiglio esprimeva la sua avversità verso la cultura di quel Paese, di gran
lunga inferiore a quella latina, che già produceva letterati e filosofi mentre
nel Nord Europa regnava la barbarie.
Esiste
il discorso di Mussolini tenuto a Bari il 6 settembre del 1934.
Mussolini
diffidava dei tedeschi, e non stimava Adolf Hitler, soprattutto quando capì che
la sua ascesa al potere, appoggiata da ambienti finanziari angloamericani,
avrebbe destabilizzato l’Europa portandola verso l’abisso di un altro scontro
globale.
Lo si
vide già ai tempi dell’omicidio del cancelliere austriaco, Dollfuss, ucciso su
ordine di Hitler, perché, secondo quanto rivelato da Walter Langer, il politico
austriaco aveva nelle mani le prove delle origini ebraiche del Fuhrer, nipote
illegittimo di una relazione clandestina tra sua nonna, Maria Schicklgruber, e
il barone Rothschild di Vienna, nella cui casa la donna prestava servizio.
Il
Duce non si fida del Fuhrer.
Lo
considera un esagitato, uno sconsiderato, e la sua decisione di entrare in
guerra è stata il probabile risultato di un accordo sottotraccia con gli
inglesi e i francesi che non è stato poi evidentemente rispettato.
Una
volta iniziato il conflitto, lo si vede chiaramente.
Nulla
possono i valorosi soldati italiani mal armati contro l’Inghilterra, e
soprattutto contro la superpotenza americana, che danno al conflitto la svolta
che Mussolini aveva chiaramente previsto.
Il
colpo di mano del re e degli inglesi: l’arresto di Mussolini.
Il
Duce si ritrova così ingannato, sia dalla corona, sia dagli inglesi e i
francesi che gli avevano dato garanzie non rispettate.
Il 25
luglio del 1943 si mette in moto la catena di eventi che porta alla disastrosa
fine della guerra neanche per un istante negoziata, ma firmata in bianco da
uomini che non erano nemmeno legittimati a prendere determinate decisioni.
La
riunione del Gran Consiglio del fascismo tenutasi il 25 luglio del 1943.
Vittorio
Emanuele fa arrestare Mussolini quel giorno.
Al suo
posto arriva il generale Badoglio e a soli 40 giorni di distanza, il 3
settembre, giunge l’armistizio di Cassibile, firmato dal generale Castellano
che nemmeno parlava inglese.
Si
consumano farse e tradimenti, ma il Duce intanto custodisce gelosamente tutto
il suo carteggio con Winston Churchill.
Al suo
amico e confidente, “Nicola Bambacci”, Mussolini diceva che “allo stato attuale poco mi resta.
Solo
le nostre carte possono essere la nostra salvezza materiale e morale.
Dovessi
essere assassinato o morire in combattimento, sfruttate i documenti: è in gioco
l’interesse della Nazione.”
In
un’altra lettera indirizzata proprio a Badoglio il 7 marzo del 1945, il Duce
era ancora più esplicito e scriveva tali parole.
“Caro
Maresciallo, Churchill sa che io ho le cartucce pronte. Certamente si mangia le
unghie per la sua lettera dell’ottobre 1940, ora che si trova nelle grinfie
dell’orso rosso.
E se io agissi?
La sua posizione diverrebbe insostenibile,
sarebbe la fine, potrebbe avere come conseguenza il suo siluramento.
No, non sono di tale avviso. Per noi è un
ponte, un appiglio in caso di estrema necessità.
Tutto
questo Churchill lo sa benissimo.
Parlare
di tutto questo a Hitler?
Guai!
Lui agirebbe subito, forse pregiudicando definitivamente tutto, con il suo
temperamento, il suo caratteraccio.
Si perderebbe con atti inconsulti.
Vi ripeto Maresciallo, queste ultime armi morali
devono essere custodite gelosamente.
Dovessimo
soccombere materialmente, moralmente saremo imbattuti, saremo invulnerabili.
Gli stessi eventuali vincitori saranno i soli
ad essere compromessi.”
Mussolini
sapeva che poteva distruggere attraverso la sua corrispondenza Winston
Churchill, il falso eroe costruito dalla storiografia liberale che ha costruito
un mito di integrità morale attorno ad uno dei personaggi più biechi del secolo
scorso, e
responsabile di diversi crimini di guerra, mai perseguiti.
Benito
Mussolini in quel carteggio aveva la probabile prova delle garanzie fatte dal
primo ministro inglese al capo del governo italiano, su un’entrata
“controllata” dell’Italia nel conflitto, alla quale sarebbero poi spettati
determinati territori alla fine della guerra.
L’uomo
che secondo la vulgata liberale combatteva il fascismo, stipulava in realtà
accordi sotto banco con esso, per poi rimangiarseli impunemente e darsi da fare
per far sparire le prove di tutta la sua corruzione morale.
Il
Duce sapeva molto bene che Churchill voleva ucciderlo per via di quanto aveva
in mano il politico italiano su di lui.
Mussolini
non era però uno sprovveduto.
Sapeva
che doveva far circolare copie del carteggio tra lui e il primo ministro
inglese che voleva salvare la sua reputazione di “integerrimo statista.”
Il
capo della Repubblica Sociale quindi decise di fare copia di tali incartamenti
e di affidarli alla moglie Rachele, a Carlo Alberto Biggini, ministro
dell’Educazione, al colonnello dei servizi della RSI, Tommaso David, e ad altri
giovani repubblichini che avrebbero dovuto portare tutto in Svizzera.
Fino
all’ultimo istante, Mussolini ha provato ad esercitare il potere che tali
esplosivi documenti gli davano, e in una missiva del 24 aprile 1945, il primo
ministro inglese gli assicurava che avrebbe riconosciuto la RSI come Paese
belligerante e avrebbe salvaguardato la sua incolumità.
Soltanto
quattro giorni dopo, a Dongo, Mussolini viene ucciso dai partigiani assieme a
Claretta Petacci, sua amante, informata a sua volta dell’esistenza del
carteggio.
Churchill
non si sente però sicuro nemmeno dopo la morte del Duce.
Giunge
lui stesso nel Nord dell’Italia sotto lo pseudonimo di “colonnello Warder”, e
si adopera per recuperare e distruggere il materiale che lo avrebbe
completamente spazzato via dalla vita politica inglese e internazionale,
assistito sempre dai servizi inglesi.
Si
inizia a parlare di questa “pressante necessità” del politico inglese anche
sulla stampa europea.
Sulle
pagine del settimanale svizzero “Voix Ouvriere”, esce una vignetta nella quale
si mostra Churchill seduto di fronte ad un caminetto intento a bruciare delle
carte.
Ancora
oggi, non si sa esattamente quali e quante mani abbiano tutta la
corrispondenza.
Una
parte di essa è finita certamente nelle mani degli inglesi, e del partito
comunista italiano.
Uno
degli storici più autorevoli del fascismo, Renzo De Felice, disse
esplicitamente che Togliatti fece distruggere alcune di quelle carte, a dimostrazione
che i comunisti non avevano alcuna reale intenzione di colpire Londra e di far
uscire uno scandalo che avrebbe travolto tutta l’Inghilterra e i partigiani
comunisti che uccisero il capo del fascismo pur di insabbiare quelle scomode
verità.
Altre
parti di quelle carte sono forse oggi ancora in mano a qualche famiglia non
ostile a Mussolini, e che le ha custodite, nella speranza che un giorno queste
potessero essere rese pubbliche per far sapere a tutti com’era stata scritta
veramente la storia.
Se un
appunto può proprio essere a questo punto mosso a Mussolini, è quello di
essersi fidato di chi evidentemente non ci si poteva fidare, di quegli inglesi
e francesi che assicurarono al Duce che non ci sarebbero state vere ostilità e
che lui sarebbe rimasto capo del Governo, quando entrambi invece non esitarono
un istante a rimangiarsi tutto per poi far sparire le prove delle loro
menzogne.
A
distanza di 80 anni, l’Italia ancora oggi deve sorbire la bugia di essere stata
voltagabbana, quando a fare il doppiogioco è stato soltanto il massone Winston
Churchill.
Mussolini
forse non si era reso conto della doppiezza dei suoi avversari, e il suo
epilogo fu drammatico, criminale e sanguinario.
Il 20
aprile del 1945, il Duce al direttore del Popolo di Alessandria spiegava ancora
meglio le ragioni della sua alleanza con il nazismo.
“Io
ho qui tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra
che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei
posteri e sulle conclusioni della Storia. Non so se Churchill è, come me,
tranquillo e sereno.”
Ci fu
un colpo di Stato in Italia il 25 luglio del’43, e tutto quanto accaduto dopo è
in grave violazione della sovranità del Paese.
A
Cassibile, viene firmato un armistizio attraverso il quale non solo l’Italia
capitola, ma di fatto consegna le chiavi della sua sovranità all’anglosfera che
da allora in poi trasformerà l’Italia in uno Stato coloniale.
Cassibile
porta al broglio elettorale del 1946 nel quale si assegnò la vittoria alla
repubblica nonostante avesse vinto la monarchia, e il broglio del 1946 porta
alla costituzione del’48, scritta, come disse lo stesso Giulio Andreotti in
un’intervista rilasciata al Tempo il 14 aprile del 2003, da un’assemblea
costituente “illegale perché le elezioni avvennero in regime di occupazione
militare straniera e soltanto col permesso dello straniero occupante.”
Se si
torna alla catena di eventi che portò alla fine della sovranità italiana, si
torna necessariamente al golpe subito da Mussolini, e dall’accordo tradito da
Winston Churchill che si adoperò poi per far sparire le tracce del suo
doppiogiochismo.
Ce n’è
abbastanza non solo per riscrivere la storia e far conoscere finalmente la
verità alle future generazioni, ma ce n’è abbastanza anche un domani per
iniziare un percorso che porti finalmente fuori l’Italia dalla repubblica
anglicizzata di Cassibile, dai suoi inganni e da tutte le bugie che sono state
costruite per tenerla in vita.
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