LA SINISTRA ITALIANA E QUELLA AMERICANA OGGI.”

 “LA SINISTRA ITALIANA E QUELLA AMERICANA  OGGI.”

 

Clamoroso “The Lancet” -Larticolo che fa saltare il banco: Basta stigmatizzare i non vaccinati”.

Radioradio.it- Fabio Duranti e l’avv. Sandri- Un Giorno Speciale -(23 Novembre 2021)- ci dicono:

 “Stigmatizzare i non vaccinati non è giustificato”. Inizia così l’articolo pubblicato dalla rivista scientifica “The Lancet” ad opera della penna del professore Günter Kampf dell’Institute for Hygiene and Environmental Medicine dell’Università di Greifswald.

Nello strisciante clima di divisone sociale, nella pericolosa polarizzazione degli schieramenti, il prof. Kampf getta acqua sul fuoco sulle facili schematizzazioni tra vaccinati e non vaccinati.

Fabio Duranti e l’avv. Sandri analizzano i dati della rivista “The Lancet” ad “Un giorno speciale”.

L’ARTICOLO COMPLETO DI “THE LANCET”.

La definizione “pandemia dei non vaccinati” nata prima in Germania e negli Stati Uniti, affermatasi poi nei media anche in Italia, non è giustificata, secondo “The Lancet”, da nessun dato scientifico poiché i vaccinati continuano ad avere un ruolo cruciale nella trasmissione del virus.

Il messaggio di pacificazione del prof. Kampf si basa su una fitta serie di dati sulla base dei quali viene evidenziata la fallacia della demonizzazione dei non vaccinati nella trasmissione del contagio.

Nel Massachusetts ben il 74% dei contagi ha colpito persone vaccinate evidenziando un’alta carica virale. Dati simili sono stati riscontrati anche in Germania a Münster, dove ulteriori analisi hanno individuato significativi cluster anche tra la popolazione sottoposta alla doppia dose di vaccino. In Germania ben il 55% dei sintomatici di Covid-19 in pazienti con età pari o superiore a 60 anni riguarda individui completamente vaccinati.

La pubblicazione “The Lancet” incrina, numeri alla mano, ogni narrazione divisiva di stampo moralistico tra vaccinati e non vaccinati.                                                                                                                                               La presunta supremazia morale-scientifico ideologicamente affermata dai presunti tedofori della verità cade di fronte alla complessità del reale quadro pandemico. E non è tutto, come spiega in diretta l’avv. Sandri riportando le parole della rivista scientifica numero uno al mondo “Nature” il cui ultimo studio getta un’ombra inesorabile sulle certezze del vaccino.

(professore Günter Kampf dell’Institute for Hygiene and Environmental Medicine dell’Università di Greifswald.).

 

 

 

Amato: "La sinistra riscopra

le ragioni dell'Occidente."

Larepubblica.it- MASSIMO GIANNINI-(9 aprile 2003)- ci dice:

 

L'ex premier striglia gli alleati sui rapporti con l'Unione europea e gli Stati Uniti.

ROMA - Presidente Giuliano Amato, cosa insegna questa guerra alla sinistra italiana? Quali macerie lascia, nel campo del riformismo?

"A questo punto la sinistra italiana deve guardarsi allo specchio. Per capire dove si vuole trovare rispetto alle grandi questioni che riguardano il mondo intero. Deve decidere se ne vuol parlare per fini accademici, ma allora smette di fare politica. Oppure se ne vuol parlare per incidere sul futuro degli eventi, ma allora si deve porre il problema: chi sono, con chi, per che cosa".

Finora queste domande sono state eluse. O hanno avuto risposte irrealistiche o grottesche, come le tre mozioni sugli aiuti umanitari.

"La discussione se ci dovesse essere il 'cessate il fuoco' con o senza condizioni ha avuto un che di onirico".

La lite sulle basi italiane non è stata altrettanto surreale?

"Questo mi ha colpito: la facilità con la quale la sinistra italiana è passata dal no alla guerra a un no al fatto che noi siamo un paese amico degli Stati Uniti. Mentre da noi montava la polemica sulle basi, Schroeder le stava dando consapevole del fatto che una cosa è non partecipare direttamente a una guerra alla quale si è contrari, fatta da un Paese amico, altra cosa è negare l'amicizia. Sono due cose diverse. Non a caso del mitico e celebrato 'compagno Schroeder', in quei giorni, a sinistra si preferiva non parlare più. E' la conferma che alcuni di noi hanno perso il contatto con la realtà".

L'ultima polemica è stata tra chi auspicava una guerra breve e i fautori di una guerra lunga.

"Guerra lunga, lei capisce cosa significa? Noi vogliamo essere parte di un grande movimento internazionale che include ovviamente i democratici americani. Ma proprio loro, che hanno figli e fratelli a combattere in Iraq, come possono reagire di fronte a un pezzo di sinistra italiana che preferisce una guerra lunga?".

Da cosa nascono queste regressioni politico-culturali?

"Dobbiamo dirimere una questione di fondo. Noi siamo ancora Occidente? Vogliamo continuare ad esserlo? E l'Occidente, grazie o a causa della guerra in Iraq, ha cessato di esistere perché esserne parte significa essere portatori di guerre unilaterali insieme a Bush? O significa qualcos'altro? Dopo l'11 settembre, constatammo che le ragioni dell'esistenza dell'Occidente andavano molto al di là della Guerra Fredda o della Nato. D'altra parte l'Occidente ha cominciato a nascere quando i padri pellegrini del Mayflower lasciarono l'Europa in preda a Hobbes per portarsi al di là dell'Oceano non Kant (come dice Kagan) ma Locke. Cioè l'idea di una legge superiore, di diritti umani al di sopra di ciò che i legislatori possono fare, di un ordine che non dipende dalla potenza di un singolo Paese. Furono loro, e non noi, che poi offrirono queste idee al mondo attraverso la creazione delle Nazioni Unite volute da Roosvelt".

Dopo l'11 settembre si disse: "siamo tutti occidentali".

"E si parlò allora, dalle due sponde dell'Oceano, di una minaccia unificante del terrorismo, che non veniva dall'Islam ma da una delirante estremizzazione ideologica, e che avvertivamo come una minaccia per la civiltà che noi europei e americani, insieme, incarnavamo. Nacque così l'idea di un'alleanza globale: offrimmo agli Usa la solidarietà dell'articolo 5 del Trattato Nato e andammo fino all'Afghanistan".

Oggi quel patrimonio culturale comune dell'Occidente, che avevamo ritrovato, è di nuovo disperso. Non è così?

"Qualcosa è cambiato, da allora. E' emerso in modo sempre più vistoso che da parte dei neoconservatori americani il bisogno di sicurezza viene fatto prevalere sull'ordine internazionale garantito dalle istituzioni sovranazionali. E quindi ci siamo ritrovati davanti ad un'America che si affida a quella che noi europei abbiamo abbandonato da un secolo, e cioè la 'macht-politik', che oggi premia gli Stati Uniti, domani potrebbe premiare la Cina".

Si può dire allora che la prima responsabilità di questa dissipazione dell'identità occidentale dopo l'11 settembre sia stata dell'America, con la guerra unilaterale all'Iraq?

"Questo sicuramente ha rappresentato una divergenza non piccola. Ma in virtù di questa divergenza a sinistra ho visto emergere due pericolosi fili dominanti. Da una parte un pacifismo estremo, tale da rifiutare comunque l'uso della forza militare. Dall'altra parte (e in ragione di ciò che rispetto a questo pacifismo estremo gli Stati Uniti finivano per simboleggiare con l'attacco all'Iraq) una rottura ritenuta scontata della relazione transatlantica. Le stesse caratteristiche della minaccia terroristica sono state dimenticate, quando quel pacifismo estremo addirittura nega in assoluto che possano esserci interventi militari preventivi, usando categorie che avevano un senso quando la minaccia poteva venire soltanto da o tra Stati. Ma il terrorismo è tutt'altra cosa. E lo si può anche prevenire, senza che questo significhi giustificare la guerra in Iraq. Tra l'altro la Carta Onu prevede all'articolo 39 che la forza militare può essere usata non solo contro aggressioni ma anche contro minacce alla pace. E all'articolo 50 prevede anche l'uso di misure preventive. Non ci si può chiudere in assoluti che finiscono per diventare sofismi davanti alla realtà. C'è stata una fuga nell'estremismo, che è diventata ideologica, e ha impedito alla sinistra di mantenere una connessione con i fatti e un'incidenza sui fatti".

Quindi l'occasione è perduta?

"Non del tutto. La sinistra ha tanto da offrire per un mondo migliore. In una chiave che paradossalmente è la stessa che, in profondità, sta muovendo l'opinione pubblica americana: e cioè l'idea che, dopo quello che è accaduto, lo status quo non lo possiamo più mantenere. Occorre un atteggiamento 'pro-active', attivo e dinamicamente rivolto a cambiare lo stato del mondo, perché il mondo così com'è è insieme insicuro ed ingiusto. Ed entro certi limiti c'è un legame diretto tra il suo tasso di ingiustizia e il suo tasso di insicurezza. E' qui che va data risposta alle domande più rilevanti di quei movimenti in nome dei quali una parte della sinistra si sta avvitando nell'estremismo ideologico".

E come può fare la sinistra ad uscire dall'estremismo ideologico?

"Rendendosi conto che questi problemi di possono affrontare solo con azioni di dimensione europea concertate con gli Stati Uniti. Siamo noi la parte più ricca del mondo. Siamo noi che condividiamo storicamente quei valori di cui, sia pure in termini integrati con altre culture, il mondo ha bisogno. Non possiamo nasconderci dietro a un dito: la democrazia è un'invenzione europea, se diciamo che il mondo ha bisogno di più democrazia diciamo che il mondo ha bisogno di questa invenzione europea".

Ma a sinistra c'è chi attacca Bush e Blair obiettando che la nostra democrazia è inesportabile nel mondo arabo.

"Naturalmente una democrazia nel Sub-Sahara non avrà le caratteristiche di Westminster, perché per esserci nascerà dalla coscienza di chi ci vive, non da quella di chi è nato ad Oxford. Ma mi chiedo: l'idea di un'Europa antagonista degli Usa può migliorare il mondo? Aiuta l'idea di un'Europa potenza civile dove quel che conta è solo l'aggettivo ma non il sostantivo? E' utile l'idea di un Medioriente in cui non abbiamo il coraggio di riconoscere, con tutta la simpatia per i palestinesi, che Israele è una parte di noi? E comunque, visto che le simpatie prevalenti in Europa vanno oggettivamente alla Palestina, possiamo contribuire alla pace in quell'area senza metterci insieme agli Usa, che per converso hanno un rapporto privilegiato con gli israeliani?".

 

C'è un altro problema: che si fa se il gigante americano interpreta come "onnipotenza" il suo status di superpotenza?

"Al di là di un certo limite la potenza militare è impotenza. All'umiliazione che si diffonde nel mondo arabo per la sconfitta del falso eroe Saddam da parte di Golia non potrà porre rimedio un'ulteriore prova di forza di Golia, ma quella che noi europei chiamiamo cooperazione economica, politica, istituzionale. E di questo si renderanno conto anche negli Stati Uniti".

Cosa le suggerisce tanto ottimismo su Bush?

"In questo momento hanno vinto i neoconservatori. Ma gli Stati Uniti sono una grande democrazia. All'interno del partito repubblicano ci sono voci diverse, c'è un partito democratico, c'è un futuro da affrontare. Se ne sta discutendo. Perbacco, entriamo in questa discussione! Entriamoci come sinistra, e come Europa".

Anche su questo la sinistra si è divisa. Per Rutelli e Fassino Blair va sostenuto, per Cofferati è il modello peggiore. Non è il segnale di una insanabile irriducibilità tra le due sinistre?

"Le due sinistre esistono da sempre, e non lo dica a un socialista come me. Riformisti e massimalisti, in forme diverse, finiscono sempre per riprodursi. Nella sinistra 'più sinistra' c'è un rifiuto di Blair, ma se di fronte ai tragici problemi di oggi si costruisce un tessuto politico di risposte effettive, ci si accorge che su questa strada si incontrerà naturalmente il partito laburista inglese. E forse si incontreranno anche i socialdemocratici tedeschi: per la Germania la solidità del legame con gli Usa è troppo forte, e verrà fuori in futuro".

Così la sinistra italiana, che in questi mesi è finita più volte a sinistra di Schroeder, si ritroverà ancora più spiazzata, no?

"La nostra sinistra deve riuscire davvero a non essere provinciale. Deve rispondere alle domande dei movimenti, non echeggiarle, o peggio perdersi nel piccolo ginepraio degli organigrammi. La risposta ai movimenti non si dà concedendo uno spazio in più a Casarini in un'assemblea, ma dimostrando un percepibile impegno per la soluzione dei problemi globali che in questi anni gli stessi movimenti hanno cercato di simboleggiare. Questo è per me il terreno naturale di una politica di sinistra del nostro tempo".

 

Lei è convinto che la Conferenza dei Ds a Milano sia servita?

"Ritengo di sì. La Conferenza segna un passo avanti. Si sono focalizzati i grandi obiettivi di un programma riformista. Naturalmente ora bisognerà fare i conti con le lotte intestine e le pretese di chi dice 'sì però tu levati di qui perché mi ci devo mettere io', oppure 'questo si può fare a condizione che'".

Allude a Sergio Cofferati e al correntone?

"Non alludo a nessuno. Un ulteriore esito positivo della Conferenza sta anche nel fatto che d'ora in poi l'interazione politica tra Cofferati e i Ds avverrà all'interno del partito cui lui stesso appartiene, e non più solo dalle postazioni rappresentate da una Fondazione, da un sito e dalla Bicocca. Ci vuole buona volontà da parte di tutti. Se sono davvero i problemi del mondo quelli che ci preoccupano, allora ci riusciamo. Se invece ci preoccupa il nostro personale ruolo nell'Ulivo, e quindi i problemi del mondo sono solo un pretesto per collocarci su questo o quel ramo dell'albero, allora possiamo continuare a comportarci come troppi hanno fatto finora. Ma in questo caso la cosa non mi interessa più".

 

 

 

Covid, nuova variante super sudafricana.

 Esperti: “B.1.1.529 contiene 32 mutazioni.”

Ilsussidiario.net- Alessandro Nidi-(25.11.2021)- ci dice:

 

Variante super sudafricana, nuovo pericolo Covid: gli esperti dicono di non aver mai visto nulla di peggio, neanche quando hanno scoperto la mutazione Delta.

Variante super sudafricana, variante “dell’orrore”, variante “Nu”. Oppure, per esprimersi nel linguaggio più scientifico possibile, mutazione B.1.1.529: questa è la nuova veste nella quale si presenta agli occhi del mondo il Covid.

Proprio nel momento in cui si registrava una certa tranquillità in materia di evoluzioni abbinate al virus SARS-CoV-2, ecco che la sirena torna a illuminarsi di rosso e a far scattare l’allarme. La nuova variante sarebbe stata individuata inizialmente in Botswana, diffondendosi poi in particolar modo in Sudafrica e a Hong Kong, e conterrebbe addirittura 32 mutazioni diverse, capaci di renderla maggiormente trasmissibile e residente ai vaccini.

Questa mutazione è quella che presenta più mutazioni nella proteina spike rispetto a tutte le sue antenate e questo non è un bel segno, in quanto, come riporta “La Stampa”, i vaccini a RNA messaggero “funzionano insegnando al sistema immunitario a riconoscere il Coronavirus proprio attraverso la proteina spike, che viene usata per infettare le cellule dell’organismo”.

VARIANTE SUPER SUDAFRICANA, GLI ESPERTI: “PEGGIO DI TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO VISTO FINORA”.

Proprio il quotidiano nazionale avente sede a Torino ha riportato le parole del professor Francois Balloux, genetista dell’University College di Londra, il quale ha spiegato che probabilmente la variante super sudafricana è emersa in un’infezione persistente in un paziente con un sistema immunitario indebolito, forse qualcuno con AIDS non diagnosticato. All’Imperial College hanno definito questa mutazione “orribile” e secondo il virologo Tom Peacock, potrebbe essere “peggiore di qualunque altra cosa che abbiamo visto”.

Lawrence Young, virologo della Warwick Medical School, ha asserito che questo ceppo parrebbe poter essere più abile nell’eludere l’immunità innescata dal vaccino, ma molto dipenderà dal sistema immunitario.

 Tra le varianti inglobate nella super sudafricana, ne spiccano due simili alla Beta (sudafricana), l’N440K (presente anche nella Delta), la variante di New York e quella del Kent. L’auspicio è che questo possa essere letto come un segnale positivo, con il Covid-19 costretto a reinventarsi per aggirare gli scudi vaccinali contro cui rimbalza. Le sue munizioni, via via, dovrebbero però terminare…

 

 

Il diario di “Lancet”.

Thelancet.com-Gunter Kampl-(20 novembre2021)- ci dice:

(doi.org/10.1016/S0140-6736(21)02243-1.)

Negli Stati Uniti e in Germania, funzionari di alto livello hanno usato il termine pandemia dei non vaccinati, suggerendo che le persone che sono state vaccinate non sono rilevanti nell'epidemiologia di COVID-19. L'uso di questa frase da parte dei funzionari potrebbe aver incoraggiato uno scienziato a sostenere che "i non vaccinati minacciano i vaccinati per il COVID-19". Ma questa visione è troppo semplice.

Vi sono prove crescenti che gli individui vaccinati continuano ad avere un ruolo rilevante nella trasmissione. In Massachusetts, USA, sono stati rilevati un totale di 469 nuovi casi di COVID-19 durante vari eventi nel luglio 2021 e 346 (74%) di questi casi riguardavano persone completamente o parzialmente vaccinate, di cui 274 (79%) erano sintomatici. I valori di soglia del ciclo erano similmente bassi tra le persone che erano state completamente vaccinate (mediana 22,8) e le persone che non erano vaccinate, non completamente vaccinate o il cui stato vaccinale era sconosciuto (mediana 21,5), indicando un'elevata carica virale anche tra le persone che erano completamente vaccinati.

 Negli Stati Uniti, entro il 30 aprile 2021 sono stati segnalati un totale di 10 262 casi di COVID-19 in persone vaccinate, di cui 2725 (26,6%) erano asintomatici, 995 (9,7%) sono stati ricoverati e 160 (1 ·6%) è morto. In Germania, il 55,4% dei casi sintomatici di COVID-19 in pazienti di età pari o superiore a 60 anni riguardava individui completamente vaccinati,e questa proporzione aumenta ogni settimana. A Münster, in Germania, si sono verificati nuovi casi di COVID-19 in almeno 85 (22%) delle 380 persone che erano completamente vaccinate o che si erano riprese dal COVID-19 e che frequentavano una discoteca.

Le persone vaccinate hanno un rischio inferiore di contrarre malattie gravi, ma sono ancora una parte rilevante della pandemia. È quindi sbagliato e pericoloso parlare di pandemia dei non vaccinati. Storicamente, sia gli Stati Uniti che la Germania hanno generato esperienze negative stigmatizzando parti della popolazione per il colore della pelle o la religione. Invito i funzionari e gli scienziati di alto livello a fermare la stigmatizzazione inappropriata delle persone non vaccinate, che includono i nostri pazienti, colleghi e altri concittadini, e a fare uno sforzo maggiore per riunire la società.

Dichiaro di non avere interessi concorrenti.( Gunter Kampl.).

 

 

 

 

Draghi e l’intelligenza artificiale.

Le novità nel piano.

Formiche.net- Francesco Bechis -( 25/11/2021- ci dice:

Il governo Draghi pubblica il piano sull’Intelligenza artificiale anticipato da Formiche.net. Il primo obiettivo è potenziare la ricerca e frenare la fuga di cervelli all’estero. In campo 26 miliardi di euro tra università, laboratori e digitale per la Pa. Ecco i dettagli e le novità.

Si parte sempre da qui: i banchi universitari. Per colmare davvero il gap con il resto dell’Europa nell’Intelligenza artificiale, l’Italia deve prima frenare la “fuga di cervelli” all’estero. Questo il cuore della nuova strategia del governo Draghi per l’IA pubblicata mercoledì e anticipata un mese fa da Formiche.net.

Ventiquattro interventi di policy, tre anni per realizzarsi. Il piano 2022-2024 appena licenziato da Palazzo Chigi è una corsa contro il tempo. Trattenere i talenti, lavorare sulle competenze, accelerare nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione. Anche l’Italia ha la sua road map sull’IA, con un certo ritardo. Il piano era stato infatti annunciato nel 2018, e solo dopo tre governi e una lunga serie di consultazioni pubbliche si è trovata la quadra.

Le premesse non sono rosee. “Nonostante il buon punto di partenza, il comparto della ricerca italiana sull’IA registra quattro punti di debolezza – si legge nel documento stilato da tre ministeri (Università, Sviluppo economico e Transizione digitale), che li elenca: “Frammentarietà della ricerca”, “insufficiente attrazione di talenti”, “divario di genere significativo”, “limitata capacità brevettuale”.

Di qui la necessità di ingranare la quinta: nel piano sono indicate decine di investimenti nel settore – con un particolare focus sul mondo della ricerca – da finanziare con il Recovery Plan, con una somma che ammonta a 26 miliardi di euro.

Due in particolare sono i problemi strutturali della ricerca italiana cui il piano vuole mettere mano. Il primo: aumentare i fondi pubblici: i Paesi europei in media investono il 2,38% del Pil, l’Italia solo l’1,45%. Anche gli stipendi sono al di sotto: un ricercatore italiano guadagna in media 15,3 euro all’ora, contro i 48 euro e i 22 euro dei ricercatori tedeschi e francesi. Il secondo: facilitare la crescita delle start-up italiane che eccellono nell’IA per la creazione di player nazionali competitivi all’estero.

I dati non mentono: il mercato italiano sconta gravi mancanze strutturali. Secondo una rilevazione di febbraio dell’Osservatorio sull’IA sono 260 le aziende registrate che offrono prodotti e servizi nell’IA. Il mercato privato, che nel 2020 ha raggiunto un valore-record di 300 milioni di euro, comunque al di sotto della media europea, è trainato dai settori manifatturiero (22%), bancario-finanziario (16%) e assicurativo (10%).

Fra le proposte in campo elencate (qui nel dettaglio tutti i progetti finanziati), il rilancio del “Programma nazionale di Phd”, con un nuovo programma da tre cicli e 3000 nuovi posti ogni anno da 600 milioni di euro, o ancora un programma per finanziare i giovani ricercatori di talento con 600 milioni di euro, insieme a 5 milioni di euro all’anno per il programma “Rita Levi Montalcini” del Miur. Un altro miliardo e mezzo per potenziare l’istruzione negli Istituti tecnici superiori (Its), 430 milioni per la creazione di nuove carriere dentro la Pa, 3,2 miliardi per la creazione di corsi di formazione in materie STEM.

L’IA, si legge nella strategia, deve diventare “un pilastro a supporto della Transizione 4.0”. A questa missione sono dedicati ben 13 miliardi di euro. Obiettivo: supportare la crescita di imprese nel settore delle certificazioni per l’IA, costruire le infrastrutture necessarie per “sfruttare in sicurezza il potenziale dei big data”. “L’intelligenza Artificiale è lo strumento con cui il nostro Paese nei prossimi anni – dice il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti – vuole rafforzare l’interazione tra centri di ricerca e impresa, in modo da creare le premesse per uno sviluppo basato sulla capacità di innovazione.”

 

 

 

L’europeizzazione del sistema politico

americano e le sue conseguenze.

Legrandcontinent.eu-Carlo Invernizzi Accetti-(23-dicembre 2020)- ci dice:

La corrente rappresentata da Joe Biden ricorda per molti versi i partiti cristiano-democratici in Europa. Eppure, lungi dal ridurre la polarizzazione, questa posizione al centro del gioco politico può essere, come nel caso della Prima Repubblica Italiana, un fattore di caos per il sistema istituzionale.

Una prospettiva di Carlo Invernizzi Accetti.

La chiave di lettura dominante della politica americana negli ultimi due decenni è stata la polarizzazione. Gli stati Uniti sarebbero un paese diviso in due, tra Democratici e Repubblicani, coste e terre di mezzo, città e zone extraurbane.

La vittoria di Biden appare tuttavia difficile da conciliare con questo schema: la sua campagna elettorale ha insistito nel presentarlo come centrista moderato, mentre la polarizzazione implicherebbe uno svuotamento dell’area di centro.

Vi è senz’altro una componente anti-Trump nel voto per Biden. Ma nemmeno questo rende conto di come il futuro Presidente degli Stati Uniti abbia potuto imporsi sull’ala più radicale del suo partito, rappresentata da candidati come Bernie Sanders, Elizabeth Warren, e ora Alexandria Ocasio Cortez.

Per spiegare la vittoria di Biden – e anticiparne qualche conseguenza – è necessario aprire le ‘scatole nere’ rappresentate dai due poli artificialmente creati dallo schema della polarizzazione. Così facendo, si scoprirà immediatamente che in America esistono almeno quattro poli ideologici distinti.

Per spiegare la vittoria di Biden – e anticiparne qualche conseguenza – è necessario aprire le ‘scatole nere’ rappresentate dai due poli artificialmente creati dallo schema della polarizzazione.

(CARLO INVERNIZZI ACCETTI).

Ciò disegna uno schema multi-polare che ricorda più i sistemi politici pluralisti dell’Europa continentale del secolo scorso rispetto al bi-polarismo caratteristico dei sistemi politici anglosassoni. Approfondire quest’analogia con l’Europa di ieri offre ulteriori spunti per capire cosa aspettarsi dagli Stati Uniti di domani.

Partendo da sinistra, troviamo prima di tutto una corrente progressista all’interno del partito Democratico Americano che si ispira esplicitamente alla tradizione socialdemocratica Europea.

Le sue proposte di spicco – come ad esempio il ‘Medicare for All’ e il ‘Green New Deal’ – possono apparire radicali negli Stati Uniti, ma in realtà corrispondono a una forma di welfarismo abbastanza classico da un punto vista Europeo.

Spostandosi più verso il centro, si incontra una corrente più moderata dei Democratici che per molti versi ricorda i vecchi partiti della Democrazia Cristiana Europea. Oltre al fatto che Joe Biden ha dichiarato esplicitamente di trarre ‘ispirazione’ dalla sua fede cattolica nella sua offerta politica, in essa si ritrovano molti elementi dell’ideologia caratteristica dei partiti democristiani di una volta: dal centrismo che si pone come ‘terza via’ tra la sinistra e destra estreme, fino all’obiettivo di ricomposizione dell’armonia sociale secondo una concezione organicistica del corpo politico, condensata nello slogan ‘Restore the Soul of America’.

Passando poi dall’altro lato del versante politico americano, si incontra prima di tutto una corrente di Repubblicani tradizionali, rimasta sommersa durante gli ultimi quattro anni, ma che ora sembra destinata a riemergere insieme alle ambizioni politiche di figure come Mitt Romney o Mitch McConnell.

 Più liberista in ambito economico e socialmente conservatrice rispetto ai Democratici moderati, questa corrente ideologica ha più di un aspetto in comune con l’orientamento storico dei partiti liberali dell’Europa continentale.

Per finire, all’estrema destra del sistema politico statunitense di oggi troviamo una forma di nazionalismo populista fino a poco tempo fa considerata estranea alla cultura politica degli Stati Uniti, ma fin troppo nota dall’altro lato dell’Atlantico.

Nonostante vi sia ancora disaccordo tra gli esperti se il trumpismo possa essere adeguatamente descritto come forma di proto- o neo-fascismo, è evidente che rappresenta una trasformazione radicale di ciò che viene considerato politicamente accettabile nel nuovo continente.

Nella misura in cui queste analogie permettono di parlare di una ‘europeizzazione’ del sistema politico americano, appare anche plausibile cercare nel repertorio della scienza politica europea categorie più adeguate a descrivere la situazione attuale negli Stati Uniti.

(CARLO INVERNIZZI ACCETTI)

In particolare, appare illuminante il concetto di “pluralismo polarizzato” coniato da Giovanni Sartori durante gli anni ’60 per spiegare l’impasse politica della Prima Repubblica italiana. La tesi di fondo è che in contesti di alta frammentazione sociale e ideologica tendono a prodursi due conseguenze principali:

a)-Una competizione politica “centrifuga”, dato che le forze ai due estremi dello spettro politico hanno interesse a distinguersi dalle altre avanzando proposte sempre più radicali, con poche probabilità di doverle mettere in pratica concretamente.

b)-Una coalizione di governo “centripeta”, dato che le varie forze moderate sono costrette a cooperare tra loro per assenza di alternative percorribili, facendo perno sulle poche cose che hanno in comune, cioè una difesa dello status quo e del sistema istituzionale.

La combinazione di queste due tendenze spiega ciò che Sartori descrisse come “l’immobilismo” della Prima Repubblica italiana. Ora, qualcosa di molto simile sembra delinearsi anche negli Stati Uniti. Indipendentemente da ciò che succederà al Senato dopo il ballottaggio in Georgia di gennaio, l’ipotesi più probabile rimane una linea di governo estremamente moderata, assediata da una duplice opposizione radicale, da destra e sinistra.

Le prime nomine ministeriali ne danno un assaggio. Il Presidente eletto ha fatto ricorso a figure ben note dell’establishment centrista, suscitando uguale indignazione tra i Trumpisti e i progressisti. Il futuro Segretario di Stato, Antony Blinken, era già stato il vice di John Kerry durante l’amministrazione Obama. La futura Ministra del Tesoro, Janet Yellen, è stata a capo della Fed sia sotto Obama che sotto Trump.

Qui vale la pena ricordare che nell’analisi Sartoriana “l’immobilismo” centrista della Prima Repubblica italiana non era supposto avere un effetto stabilizzante sul sistema politico. Al contrario, Sartori temeva che esso avrebbe finito col mettere in causa le istituzioni stesse, in quanto generava domande di cambiamento sempre più radicali, alle quali non poteva dare risposta.

Qui vale la pena ricordare che nell’analisi Sartoriana “l’immobilismo” centrista

(CARLO INVERNIZZI ACCETTI).

Il paradosso è quindi che il centrismo può avere un effetto destabilizzante sul sistema istituzionale, nella misura in cui è – nelle parole di Sartori – “sia un residuo che una causa di sempre crescente polarizzazione” in contesti di alta frammentazione ideologica.

 

Lo stesso vale per gli Stati Uniti di oggi. Infatti, se il centrismo residuale dell’amministrazione Biden sembrerebbe aver per il momento rassicurato gli interessi di mercato, alla lunga rischia di mettere ulteriore pressione sul sistema istituzionale, contribuendo a rafforzare le ali estreme del sistema politico senza dargli alcuno sbocco sulle politiche di governo.

Possiamo quindi aspettarci più turbolenza dagli Stati Uniti, non malgrado, ma proprio perché un governo di centro moderato appare ora inevitabile.

 

 

 

Il nuovo volto del potere.

Legrandcontinent.eu- LORENZO CASTELLANI-(30th Agosto 2021)-ci dice:

 

La pandemia ha cambiato per sempre la natura del potere. All'indomani della crisi, stanno emergendo tre scenari estremi: uno scenario burocratico e dirigista, un secondo scenario "populista", o una profonda trasformazione delle strutture di potere.

Il potere è moto perpetuo. I suoi equilibri si modificano in continuazione. Mutano le regole, i rapporti di forza, il sistema dei controlli, gli equilibri degli interessi, le maggioranze e le minoranze, le violenze, le costrizioni. Ogni giorno o quasi. Esistono però fasi della storia in cui questo moto, questo gran ballo del potere, è particolarmente accelerato e vorticoso. Il nostro tempo presente è uno di quei momenti.

La pandemia ha reso più fisico il potere. Più vicino ai cittadini, più protettivo e al tempo stesso più inquietante. Il potere è tornato a delimitare uno spazio fisico che sembrava senza confini prossimi. Le case sono state serrate per decreto, le persone chiuse dentro. Le attività economiche sospese, erogati flussi di denaro pubblico per fermare le perdite. E poi ancora dispositivi medici obbligatori, distanziamento sociale, quarantene, prenotazioni obbligatorie, vaccinazioni di massa, tamponi. Gli individui si sono trovati isolati dagli altri uomini, ma esposti come canne al vento all’azione del potere amministrativo. L’uomo, e non soltanto lo Stato, è stato costretto ad essere più disciplinato, pianificatore, burocratico.

La pandemia ha reso più fisico il potere. Più vicino ai cittadini, più protettivo e al tempo stesso più inquietante. Il potere è tornato a delimitare uno spazio fisico che sembrava senza confini prossimi.

(LORENZO CASTELLANI).

Autocertificare, attestare, dare comunicazione, certificare, codificare. La tecnologia, che già sferzava nella nostra quotidianità, si è intimamente accoppiata con l’amministrazione. La morsa della tenaglia tecno-amministrativa si è fatta più stretta all’ombra della maschera paternalista dello Stato.

Tracciamento, prenotazioni, app, QR code. L’automatismo della macchina al servizio della sanità pubblica e del nuovo ordine pubblico. Utile dispositivo per debellare la malattia e impersonale meccanismo di organizzazione. Terminale senza volto, pura spirito di funzione. Nuova scienza della polizia, se questa la si intende nel suo antico significato tedesco (polizei), come potere gestionale, regolatore degli affari interni e dell’economia. Potere disciplinante e paternalista che perimetra il comportamento degli individui con l’ordinanza e col decreto.

Il potere, si diceva, si è fatto più fisico ma anche più impalpabile. La procedura ha travolto la politica, l’algoritmo guida l’organizzazione sociale, le pratiche e i decreti sostituiscono il legislatore. Sono volti vuoti ed inermi quelli che appaiono nelle televisioni, c’è molto più potere nella struttura che nella leadership.

È diventato chiaro quanto la comunicazione ed il personalismo politico restino il fumo sovrastante mentre la complessità di strutture interdipendenti sia il carbone ardente che serve per arrostire la carne. La nostra vita quotidiana in questo prolungato stato di eccezione dipende molto di più dal funzionario, sia medico, ingegnere o informatico, o dall’impiegato dell’azienda sanitaria, che non da politici impotenti oppure tremendamente impauriti.

La straordinaria rivoluzione dell’informazione digitale degli ultimi anni aveva celato l’illusione, oggi caduta, che la politica fosse ancora in grado di prendere decisioni fondamentali per i destini umani e di mettere da parte o almeno controllare i mastodontici apparati che governano le nostre vite.

Sistemi tecno-burocratici in grado di condizionare anche la più politica tra le attività umane: la guerra. Tendenza di recente rimarcata dalla “questione afghana” e dagli errori informativi, organizzativi e logistici imputabili al sistema americano, più che alla politica in sé, nella ritirata.

 Si può regredire senza traumi da una burocrazia e da un esercito di taglia imperiale? Domanda centrale nel futuro degli Stati Uniti d’America e del resto del mondo. Ma torniamo al punto.

La pandemia ci ha ricordato che essere governati è anche e soprattutto essere chiusi, tracciati, sorvegliati, controllati, certificati, distanziati, isolati. La domanda di sicurezza ha stretto gli ultimi bulloni residui del Leviatano. Ha spazzato via tutte le membrane, come la famiglia, la scuola, il lavoro, le associazioni, le chiese, che separavano l’uomo dal governo. L’amministrazione delle cose si è sovrapposta all’amministrazione delle persone. Mai si è arrivati così vicini negli ultimi decenni a qualcosa di così simile allo Stato in guerra, ad un livello di interventismo del potere pubblico nella vita privata così penetrante. Potere duro, che interviene, regola, dispone, autorizza, rinchiude, isola. Ma anche potere che confonde e si nasconde. Rispondere alla domanda “chi ci governa?” è sempre più difficile. Chiunque intuisce che la politica è solo un pezzo, e oramai nemmeno quello più evidente, di un sistema di potere che si sposta.

La pandemia ci ha ricordato che essere governati è anche e soprattutto essere chiusi, tracciati, sorvegliati, controllati, certificati, distanziati, isolati. La domanda di sicurezza ha stretto gli ultimi bulloni residui del Leviatano.

(LORENZO CASTELLANI)

Dai territori fino ad oltre lo Stato, passando per multiple burocrazie, i comitati tecnico-scientifici, le task force, le agenzie, gli istituti e numerosi altri corpi amministrativi. La politica è ridotta a mera attività di regolazione dei rischi, o meglio brancola nel buio alla ricerca di un irraggiungibile rischio zero. In questa affannosa corsa spinge le strutture verso la massima pianificazione.

 Pretende di annullare l’errore, di minimizzare il danno, di controllare l’incontrollabile, di avere risposte dalla scienza che spesso la stessa scienza non può dare. Ma la coperta è sempre corta: se si cerca di ridurre il danno sanitario ci si espone a quello economico e viceversa, se si contiene il rischio pandemico ci si espone a quello sociale, se si persegue una politica scientifica ci si ritrova spogliati dai tecnici, mentre se si segue l’istinto politico puro ci si pone come navigatori dilettanti esposti alla tempesta.

In ogni scenario, una legittimazione politica già da lungo tempo precaria, interna a quel regime che ancora chiamiamo democrazia, si indebolisce ulteriormente. Si rivolgono le proprie preghiere al tecnico, alla scienza, all’amministratore, al militare.

Questo nuovo potere indurito, su cui la classe politica non ha potuto far altro che mettere le mani con indecisione per affrontare l’emergenza, ha rotto le illusioni di un ipotetico ritorno del politico.

 L’idea che la discussione pubblica e la rappresentanza possano tornare al centro della scena è un’idea romantica, troppo romantica.

Così come sembra eccessivamente apocalittica l’idea di una guerra civile, reale o figurata, che possa rivoluzionare le istituzioni. I regimi politici del prossimo futuro si fonderanno sempre più sulla amministrazione, sull’apparato scientifico-tecnologico, sull’intreccio tra capitalismo pubblico e privato, sui centri di fabbricazione della competenza e sempre meno sulla rappresentanza politica per come è stata concepita e vissuta nei decenni passati. In questo senso, la pandemia ha soltanto accelerato e reso evidente una tendenza di lungo periodo.

Difatti, nella concretezza del potere quotidiano, regimi all’apice del proprio auto-compiacimento liberale e democratico hanno avanzato la più grande operazione di disciplinamento della popolazione che ci sia stata dalla fine della Seconda guerra mondiale.

È in nome dell’emergenza che si è attivato il torchio della banca centrale, liberati i bilanci dalla disciplina economica, avviato il complesso scientifico-industriale, fermate le attività economiche, risucchiate informazioni personali, ristrette le libertà, sovvertito il modo di vivere comune.

 Certamente per necessità, quella di contenere il contagio, ma anche per l’enorme difficoltà che le grandi comunità odierne hanno nel governare loro stesse.

Una sofisticazione tale, accoppiata ad una sempre più disfunzionale inflazione burocratica e regolamentare, che per fronteggiare gli imprevisti domanda soluzioni sempre più radicali e scarica una buona dose delle responsabilità dei vertici politico-amministrativi sulla collettività. L’uomo occidentale credeva di vivere in sistemi liquidi e flessibili ma con il cigno nero della pandemia ha compreso di vivere in regimi solidi e molto rigidi. 

E dunque fragili come il cristallo. Il prezzo per fronteggiare l’emergenza resta la inevitabile coercizione dello Stato sull’individuo.

L’uomo occidentale credeva di vivere in sistemi liquidi e flessibili ma con il cigno nero della pandemia ha compreso di vivere in regimi solidi e molto rigidi.  E dunque fragili come il cristallo.

(LORENZO CASTELLANI).

Dunque, qual è il confine del potere nell’emergenza? E quanto a lungo uno stato d’emergenza si può giustificare prima di trasformarsi in qualcosa di più preoccupante?

Questa appare la domanda fondamentale quando si guarda in faccia il nuovo volto del potere. Fino a due anni fa si credeva a ragione di vivere in società libere. La minaccia dalla pandemia ha imposto l’accettazione di momentanee restrizioni della libertà di movimento, di produzione e consumo. Davanti alla malattia e alla morte vi sono state colpevolizzazione, controllo reciproco, responsabilizzazione anche quando l’organizzazione sanitaria e della sfera pubblica lasciavano a desiderare non per causa di gran parte dei cittadini.

Impaurita dal ritorno del contagio, gran parte della popolazione ha diligentemente fatto la fila per i vaccini e ha mantenuto distanze e precauzioni. La preoccupazione nei confronti di frange minoritarie di indisciplinati ha portato ad accogliere il codice digitale, il certificato, il controllo esercitato da soggetti pubblici e privati. Le libertà e i diritti costituzionali sono stati compressi o, se si vuole essere meno drammatici, pesantemente riequilibrati tra loro.

Lo Stato, soprattutto in Europa, ha esercitato di fatto un potere costituente. Quanto precario e temporaneo lo si capirà poi.

Tutto questo ha trovato la sua legittimazione in nome di uno stato d’eccezione momentaneo. Momentaneo.                                                      Ma fino a quando? Fino a che punto? Non c’è essere umano abituato all’utilizzo del dubbio e della ragione che non sia assillato da questa domanda di questi tempi. Tutto tornerà “normale” come “prima”? Ma è quasi impossibile riavvolgere il tempo una volta che il “normale” è stato scavalcato dagli eventi. Si è discusso molto sulle trasformazioni di lunga durata dell’economia a seguito della pandemia. Molto meno si è riflettuto sulle potenziali trasformazioni della politica. Sembra quasi che l’attuale classe dirigente occidentale abbia scelto di ignorare, forse per esorcizzare il potenziale caos o le potenziali derive dispotiche, le conseguenze politiche che il nuovo volto del potere potrà produrre.

Si invoca spesso la rinascita del post-pandemia guardando al fiorire economico e sociale del dopoguerra. Ma allora, dopo anni di morte e devastazione ben peggiore, interi regimi politici e assetti sociali consolidati vennero abbattuti. La ricostruzione ripartì tenendo il buono di ciò che c’era prima della guerra e gettando tutto il resto. Rifondando la società e scrivendo nuove costituzioni. Ma allora la distruzione era stata tale da giustificare una ripartenza quasi da zero.

 Lo scenario post-pandemico, se si esclude la variazione di paradigma economico, appare assai meno innovativo. Non si scorgono all’orizzonte nuovi contratti né nuovi patti sociali né una costituzione europea.

Sul piano sociale, inutile girarci intorno, chi prima della pandemia aveva un curriculum, un reddito e una posizione elevata uscirà ancor più rafforzato da questo tempo eccezionale. L’impressione è che la distanza crescente tra gruppi sociali è stata sia stata forse accelerata più che ridotta dalla pandemia e dalle soluzioni politiche da essa scaturite. I sussidi non basteranno a rendere più giuste né meno inquiete le nostre società.

Se lo Stato  è “di tutti i gelidi mostri il più gelido”, di ancor più tacita freddezza è l’apparato tecnico-produttivo, il “capitalismo immateriale” dei tempi nostri. Una totalità, in cui si dispongono e ordinano le singole competenze, sicché neppure la specializzazione del sapere salva l’individuo, ma lo conduce e racchiude all’interno di quella unità. Lo smart working, accelerato dall’espansione virale, risponde alla logica della più rigida funzionalità: la lontananza fisica esalta l’oggettività dell’apparato, che non ha bisogno di alcun luogo, poiché è capace di raggiungerci in tutti i luoghi, o, meglio, di sovrapporre il reale ed il virtuale. Mentre lo Stato pandemico disegna più angusti confini fisici, l’apparato tecnico-produttivo sfrutta l’emergenza per abolire la dimensione materiale dello spazio. Uno si mostra e delimita, l’altro scompare e penetra.

Mentre lo Stato pandemico disegna più angusti confini fisici, l’apparato tecnico-produttivo sfrutta l’emergenza per abolire la dimensione materiale dello spazio.

(LORENZO CASTELLANI).

Quasi due anni di pandemia hanno mostrato paradossi che non si pensavano possibili. Che l’origine del virus sia stata frutto del caso o di una Chernobyl biologica, sorprende come il paese più indirettamente responsabile della pandemia sia uscito rafforzato nell’immagine, nella leadership e nell’economia.

 Il dato reale è che la Cina ha sfruttato la pandemia per ristrutturare la propria economia e per cercare di dispiegare la propria politica di potenza. Emerge con sempre maggior chiarezza il “paradosso cinese”. E’ vero, come ha sottolineato Henry Kissinger nel 2019, che siamo all’inizio di una nuova guerra fredda, eppure i regimi politici occidentali sembrano avvicinarsi a quello di Pechino sul piano politico ed economico.

Due modelli in contrasto tra loro finiscono per rassomigliarsi. Gli americani sono stati a lungo ossessionati da questa sindrome osmotica per cui la guerra, reale o fredda, con altre potenze avrebbe trasformato gli Stati Uniti in regimi simili a quelli sconfitti.

Durante la guerra fredda, un tema ricorrente nelle analisi di progressisti e conservatori era che stava maturando una sorta di convergenza, la quale faceva assomigliare gli Stati Uniti, almeno per alcuni aspetti, al loro antagonista sovietico.

 Che tutte le superpotenze nucleari sarebbero diventate Stati totalitari era stata, ad esempio, la cupa profezia di George Orwell proprio nell’articolo in cui inventava il termine “Guerra Fredda”. Un rischio poi nuovamente denunciato nel celeberrimo romanzo 1984. 

Ma una preoccupazione simile aveva agitato i sogni anche di un presidente pragmatico come Dwight Eisenhower, il quale aveva messo in guardia i cittadini, alla fine della sua presidenza, sul pericolo del potere del “complesso militare-industriale”. Nel Nuovo Stato Industriale (1967) invece, John Kenneth Galbraith sosteneva che la pianificazione avrebbe inesorabilmente sostituito il libero mercato nel mondo occidentale, proprio come aveva fatto nell’Unione Sovietica, a causa delle esigenze della “produzione moderna su larga scala”.

Inutile dire che timori e suggestioni della classe intellettuale americana si sono rivelati o molto sbagliati oppure si sono solo parzialmente realizzati. Gli Stati Uniti non sono diventati un paese collettivista né politicamente illiberale. Il divario tra il sistema economico americano e quello sovietico è solamente cresciuto nel tempo, non solo in termini di organizzazione ma anche di prestazioni. Né si è materializzato l’incubo di Orwell: gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono degenerati in Oceania, uno stato totalitario indistinguibile dall’Eurasia e dall’Asia.

Tuttavia, la gestione della crisi pandemica da parte della leadership americana non si è risolta nel tracciare una netta linea di demarcazione politica con la Cina, con la quale le frizioni geopolitiche sono state in costante aumento negli ultimi dieci anni. Non sono stati riaffermati principi come il libero mercato, la libertà di parola, lo stato di diritto e la separazione dei poteri per mettere ulteriore distanza tra il sistema americano e quello della Repubblica popolare cinese, basato sul potere illimitato e incontestabile del partito comunista su ogni aspetto della vita individuale.

 Anzi, sul piano economico gli Stati Uniti hanno seguito la via tracciata dall’autoritarismo di Xi, fondata sul rilancio dei consumi interni e su accresciuti stimoli fiscali (1 trilione di dollari). L’amministrazione Biden ha varato prima l’American Rescue Plan (1.9 trilioni di dollari), poi l’American Jobs Plan per potenziare le infrastrutture (2.2 trilioni) ed infine l’American Families Plan (1.8 trilioni).

 Il costo totale di questi piani arriva a poco meno di 6 trilioni di dollari, equivalente a oltre un quarto del PIL degli Stati Uniti (sebbene la spesa per entrambi i piani Jobs e Families sia distribuita su più anni).  Pianificazione, pianificazione, pianificazione come alla metà degli Sessanta a cui conseguì, è bene ricordarlo, la disastrosa crisi del decennio successivo tra stagnazione e inflazione.

La gestione della crisi pandemica da parte della leadership americana non si è risolta nel tracciare una netta linea di demarcazione politica con la Cina, con la quale le frizioni geopolitiche sono state in costante aumento negli ultimi dieci anni.

(LORENZO CASTELLANI).

I repubblicani però sono nella posizione giusta per attaccare queste scelte di politica economica, avendo incautamente legittimato sia il reddito di base universale che la Modern Monetary Theory (MMT) con le misure di emergenza approvate lo scorso anno.

Da ultimo, ci sono senza dubbio argomenti ragionevoli a favore dei certificati elettronici di vaccinazione (green pass) adottati da molti paesi occidentali, così come sono esistiti precedenti storici per documenti simili. Esiste, tuttavia, un ovvio rischio che tali certificati possano trasformarsi in una sorta di carta d’identità digitale, un sistema che la Cina ha iniziato a utilizzare nel 2018 e che ha stretto ulteriormente il controllo del partito sulla vita dei cittadini e ha ristretto le residue libertà dei “non conformi”.

Tutto questo per dire che tanto le soluzioni sanitarie (lockdown, distanziamento, pass vaccinali) quanto quelle economiche, fondate sul nuovo slancio dell’interventismo statale, hanno avvicinato l’Occidente all’Oriente e al modello di Pechino in particolare. Tuttavia, se per la natura genetica, autoritaria e monopolista, del regime cinese una tale evoluzione può essere letta come espressione della volontà di potenza e come un esercizio del politico attraverso mezzi tecnici al contrario per le democrazie pluraliste, questa dinamica rischia di asciugare ulteriormente “il politico” a favore di una inarrestabile razionalità tecnocratica capace di fiorire sull’anomia degli individui, anomia rimpolpata proprio dall’isolamento prodotto dalla pandemia.

Avvertiva Emanuel Mounier in “Che cos’è il personalismo?” (1948) che «l’organizzazione è un progresso verso l’ordine, ma al qua del punto in cui l’uomo si riduce a una funzione».

Oltre quel punto vi è l’alienazione dell’essere umano e l’inedia della società civile.

In questo proliferare di paradossi ve ne è un ultimo che impressiona più degli altri, e cioè l’omogeneità delle soluzioni adottate a livello globale nell’era pandemica indipendentemente dalle costituzioni politiche e dalle tradizioni culturali nazionali o regionali. La globalizzazione non è affatto in ritirata: gli ultimi anni ci hanno ingannato. I paradigmi tecnico-politici sono sempre più somiglianti ed estesi sul piano spaziale. Vale per la sanità, per l’economia, per la tecnologia e per il rapporto tra Stato e cittadini. Seppure i più avveduti avevano saputo scorgerne le premesse nelle scelte politiche ed economiche di questi ultimi anni, nessuno avrebbe scommesso su una convergenza globale così rapida e risolutiva intorno a nuovi paradigmi senza la pandemia.

La globalizzazione non è affatto in ritirata: gli ultimi anni ci hanno ingannato. I paradigmi tecnico-politici sono sempre più somiglianti ed estesi sul piano spaziale.

(LORENZO CASTELLANI).

La differenza nella coloritura della medesima soluzione tra Occidente e Oriente è il verde, le politiche green, proposte dalla classe politica occidentale per gestire un altro stato di emergenza che subentrerà, o meglio appare già in compresenza, a quello pandemico. Scelta che forse può fornire un orizzonte escatologico, il desiderio di una terra più vivibile, sana e sostenibile, sia con sfumature di destra che di sinistra, e meno “presentista” rispetto al mero interventismo economico e che garantisce forse alla classe politica il pretesto per uno Stato d’eccezione permanente funzionale all’infusione top-down, con una sorta di «modernizzazione dall’alto», di riforme e al mantenimento della presa sulle leve di comando. L’operazione, tuttavia, non appare priva di rischi politici.

Il primo è che l’aspirazione ambientalista è per sua natura di matrice globale e, come è noto, solo una parte del mondo, quella occidentale appunto, è disposta a piegarsi ad una diversificazione di consumi e ad orientarsi verso nuove tecnologie green.

 Col pericolo che alcuni paesi seguano una strada vanificata dal mancato impegno degli altri nel rapportarsi con i cambiamenti globali. Il secondo rischio è quello della deriva tecnocratica, con una letale combinazione tra la costruzione di un complesso tecnologico-industriale-ambientale e politiche restrittive e costose per quella parte di popolazione più periferica e più debole sul piano socio-economico. In questo caso il timore è quello di avere da un lato provvedimenti che andrebbero per gran parte a favore dei grandi attori del capitalismo pubblico e privato, di imporre dirigisticamente una vulgata pedantemente pedagogica e dei provvedimenti regolatori paternalistici ad una popolazione per gran parte inerte e insensibile.

Una situazione che minerebbe probabilmente la legittimazione politica del nuovo ambientalismo e che rischierebbe di non attuare alcuna concreta azione di redistribuzione del reddito, dei pesi fiscali e delle opportunità lavorative né di aprire nuovi spazi di mercato per le piccole imprese.

 

La ricostruzione di un nuovo ordine politico secondo differenti coordinate potrebbe non essere, in definitiva, così semplice e lineare. Lo scrittore Michel Houellebecq ha forse fiutato il pericolo meglio di ogni altro intellettuale, notando che «non ci risveglieremo, dopo il distanziamento, in un mondo nuovo; sarà lo stesso, ma un po’ peggiore».

È noto, infatti, che un potere in moto perpetuo e vorticoso può distruggere un certo ordine oppure rafforzarlo. Per ora il mondo del dopo Covid-19 rientra nella seconda ipotesi. Tuttavia, così come non sono chiari i confini dell’emergenze, si possono solo formulare plurimi scenari sulla politica post-pandemica. Tre sembrano i più probabili.

La ricostruzione di un nuovo ordine politico secondo differenti coordinate potrebbe non essere, in definitiva, così semplice e lineare.

(LORENZO CASTELLANI).

Il primo è il rafforzamento della classe politica e burocratica attualmente al governo. Con un potere più verticalizzato, dirigista, interventista. Se questo consolidamento sarà fragile ed illusorio si apriranno altri scenari, ma se al contrario sarà più forte del previsto non è da scartare l’ipotesi di un dispotismo tecnocratico.

Il che non significa necessariamente dittature e totalitarismi su modello del ventesimo secolo, ma un progressivo svuotamento delle istituzioni rappresentative a vantaggio di quello burocratiche, giudiziarie, economiche e tecnocratiche. A cui consegue una ridotta mobilità sociale, una maggiore chiusura dei circoli delle élite, un mandarinato impolitico che gestisce il potere sul piano nazionale e sovranazionale, l’impotenza di nuove forze politiche nel deviare i paradigmi scelti da questi gruppi dirigenti apicali.

 In questo scenario i regimi politici occidentali si avvicinerebbero di più nella forma a quelli asiatici. Tuttavia, la pericolosità del nostro tempo – denunciava un lucido e presciente Emanuel Mounier nel 1948 – «non cerchiamola solo nei fascismi defunti. I tecnocratici di tutti i partiti ci preparano un fascismo raffreddato, (…), una barbarie pulita e ordinata, una pazzia lucida e impalpabile, verso la quale sarebbe meglio ora volgere lo sguardo piuttosto che soddisfarci con poca fatica a condannare un cadavere».

Il pericolo maggiore, dunque, è quello di regimi occidentali trasformati in un mandarinato burocratico e centralista, in cui lo spirito d’iniziativa individuale e collettivo, la società civile, i beni comuni, le libertà positive vengano mortificati e sacrificati sull’altare di nuovo dirigismo.

 

Il secondo è, invece, un inaspettato ritorno del populismo (potremmo anche chiamarlo “estremismo”) con sfumature di destra e di sinistra a seconda dei casi nazionali.

L’establishment politico, burocratico, scientifico, esce debilitato dalla lunga pandemia e delegittimato agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica. Oggi questo scenario potrebbe essere nascosto oltre la coltre prodotta dal volto del potere pandemico. Le coalizioni ampie, un potere pubblico indurito, un ordine pubblico maggiormente presidiato, impediscono di vedere il crescere della rabbia politica e sociale. Ad un momentaneo riassorbimento del populismo consegue un’esplosione che nel giro di pochi anni trascina in una crisi i regimi politici occidentali. Qui l’ordine rafforzato dalla pandemia potrebbe essere messo seriamente in discussione, ma senza sapere fino a che punto.

Potrebbe aprirsi la via verso una metaforica guerra civile, conflitto di tutti contro tutti. Oppure i populisti post-pandemici arrivati al potere potrebbero semplicemente godere ed impossessarsi dei nuovi dispositivi di controllo e dello stato d’eccezione dispiegati dall’attuale élite politica durante la pandemia.

Sfruttare la breccia aperta da chi è ha governato in questi anni. Ad oggi, sul riacutizzarsi della febbre populista, sono possibili soltanto delle ipotesi. Sappiamo però che potrebbe accadere e che potrebbe non essere saggio gettare nel cestino questo scenario, per quanto oggi possa apparire improbabile.

Il terzo scenario è quello in cui la politica riesce a tirare il freno di emergenza. La classe dirigente realizza quanto delicato e fragile sia il sistema della libertà e quanto potenzialmente pericoloso sia lo stato di emergenza permanente e la trappola dello “scivolamento monocratico”, con regimi per lo più nelle mani di mandarini pubblici e privati. Si comprende che la polarizzazione e la frammentazione sociale devono essere contenute per evitare il dispotismo oppure il caos, e per questo si accetta di convivere con minoranze multiple senza demonizzazioni o discriminazioni.

 

La politica si decide a tracciare confini di legittimazione dell’avversario meno stringenti di quelli odierni e riesce a mantenere forme di riconoscimento reciproco pur nella contrapposizione tra fazioni. Ciò significa rinunciare al nazionalismo reazionario a destra ma anche agli eccessi del progressismo scientista e pedagogico a sinistra.

 Accettare che non possiamo più considerare la felicità come conseguenza infallibile della scienza poiché altre forze operano, sotto la patina dell’ordine civilizzato, inesplorate e selvagge. Per questo si deve rifuggire il rassicurante porto del razionalismo, riscoprire l’uomo in tutte le sue dimensioni e ricomporlo in tutta la sua ampiezza.

Il pericolo maggiore è quello di regimi occidentali trasformati in un mandarinato burocratico e centralista, in cui lo spirito d’iniziativa individuale e collettivo, la società civile, i beni comuni, le libertà positive vengano mortificati e sacrificati sull’altare di nuovo dirigismo.

(LORENZO CASTELLANI).

Bisogna evitare, al tempo stesso, la “reductio ad nationem”, impossibile e distruttiva in un sistema politico debordante, interdipendente, reticolare e multilivello. Il potere è dunque chiamato a creare nuove finzioni legittimanti, idee o anche ideologie intorno a cui si ridisegni la scena politica e nuovi momenti costituenti formalizzati e coinvolgenti, e nuove realtà, legate all’evoluzione dello scenario internazionale.

Il nostro precario stato di eccezione resterebbe leggero, senza evoluzioni dispotiche o di rottura costituzionale. La società si muoverebbe verso un New Deal economico e politico, comunque non privo di problematiche e pur sempre portatore di conseguenze indelebili nelle istituzioni, più che verso un pesante regime tecnocratico. Il potere eviterebbe la totale spersonalizzazione verso cui sembra tendere.

 Le amministrazioni nazionali e sovranazionali sarebbero costrette ad essere più aperte e responsabili verso i cittadini. Oggi disponiamo di tecnologie e di tecniche di gestione dei dati che consentono di padroneggiare situazioni estremamente complesse e, soprattutto, di avvicinare i cittadini all’amministrazione e viceversa.

 Ciò non potrà continuare a funzionare soltanto per il commercio e le relazioni sociali, ma diverrà decisivo anche per portare le misure amministrative “a domicilio”, favorendo la partecipazione attiva dei cittadini. Le forme politiche resteranno differenti da quelle del passato, ma le democrazie liberali manterranno la loro sostanza politica, giuridica e istituzionale. L’Unione Europea tornerà forse a coltivare la speranza di un miraggio costituzionale che la consolidi e riordini.

 

 

 

 

Dopo la pandemia, il neo-statalismo

prende il posto del neo-liberismo.

Legrandcontinent.eu- Paolo Gerbaudo-(21st Luglio 2021)- ci dice:

 

Lo stato neoliberista occidentale sembra ormai esaurito, sacrificato sull'altare della pandemia e della crisi economica. Prendendo ispirazione dal modello cinese e imparando dal passato, Joe Biden e alcuni leader europei si stanno muovendo verso un modello di Stato più interventista, segnando l'inizio di una nuova era - la cui natura, progressista o regressiva, è ancora da determinare.

Come molti altri fenomeni umani e naturali la politica va a ondate. In economia si parla ormai da un secolo di questo andamento ondeggiante del ciclo economico, come teorizzato nelle “onde K” di 40-50 anni di cui parlava l’economista Nikolai Kondratiev. I cicli ideologici sembrano avere un andamento simile.

Periodi storici lunghi all’incirca mezzo secolo associati con un determinato consenso ideologico si sono succeduti nella storia moderna, a partire dalla rivoluzione francese. Questi periodi tipicamente iniziano con una “pars destruens” che scardina gli assunti dell’era ideologica precedente, raggiungono un punto di massima egemonia e poi progressivamente vanno a scontrarsi con le proprie contraddizioni, aprendo lo spazio per un nuovo ciclo.

Gli esempi storici sono molteplici. All’era liberale di fine Ottocento e inizio Novecento è succeduta l’era social-democratica del dopoguerra. E infine, a partire dai tardi ’70 e inizio ’80, l’era neoliberista, segnata dal trionfo dell’ideologia del libero mercato sulle ceneri del socialismo reale.

 Il neoliberismo ha segnato l’era della globalizzazione ed è assorto a pensiero unico ampiamente accettato sia dal centro-sinistra che dal centro-destra. Ma ora anche quest’era ideologica sembra ormai destinata a volgere al termine.

(PAOLO GERBAUDO).

Come sostenuto da economisti come Joseph Stiglitz1 e Thomas Piketty, il neoliberismo era di fatto già claudicante dopo la crisi del 2008; il mito del libero mercato era finito in frantumi il giorno in cui lo stato americano intervenne per salvare la finanza dalla bancarotta, sfatando l’idea del “mercato che si autoregola”.

Quella che originariamente si presentava come una visione di prosperità e innovazione, è diventata sempre più vista come un’ideologia punitiva se non del tutto sadica, che lungi dall’auspicare la crescita ha portato a una fase di stagnazione economica senza precedenti dall’inizio dell’era industriale.

Gli anni 2010, segnati da rivolte populiste, movimenti di contestazione, nuovi leader e partiti di sinistra e – a partire dalla metà del decennio – anche da una nuova destra xenofoba, hanno messo in luce quanto fosse vasto lo scontento verso l’ordine dominante.

 La pandemia di coronavirus sembra avere inferto il colpo mortale. Gli effetti deleteri dei tagli alla sanità durante la Grande recessione e l’incapacità del mercato di soddisfare in maniera efficace la domanda di beni medici di urgenza (mascherine, ventilatori e poi vaccini) hanno minato la fiducia della popolazione nel neoliberismo.

Tuttavia questa non è solo la fine di un’era ideologica, ma anche l’inizio di una nuova epoca. Dal calderone dell’emergenza sta progressivamente emergendo una nuova cornice: il nemico giurato del neoliberismo, lo Stato interventista, si sta riaffacciando in tempi segnati da piani massici di investimento pubblico, spesa a deficit, programmi di vaccinazione di massa e pianificazione climatica. Se fino a poco tempo fa il discorso politico ruotava attorno alla domanda “cosa farà il mercato?” e i politici si presentavano come i gestori a livello nazionale di tendenze economiche inevitabili, ora il dilemma è diventata piuttosto “cosa deve fare lo Stato?”.

Tuttavia questa non è solo la fine di un’era ideologica, ma anche l’inizio di una nuova epoca. Dal calderone dell’emergenza sta progressivamente emergendo una nuova cornice: il nemico giurato del neoliberismo, lo Stato interventista, si sta riaffacciando.

(PAOLO GERBAUDO).

Un neo-statalismo, o neo-interventismo, sta sostituendo il neo-liberismo come cornice bipartisan, dentro cui si muovono con soluzioni diverse sia il nuovo centro-sinistra di Biden che il centro-destra di Johnson.

Questo, contrariamente alle aspettative di buona parte della sinistra arrivata erroneamente ​​ad equiparare lo statalismo al socialismo tout court, non significa che stiamo necessariamente andando verso un futuro più progressista e egualitario.

Piuttosto, come sostengo nel mio nuovo libro “The Great Recoil” (il gran contraccolpo), ciò che è cambiato è l’orizzonte politico generale, il campo di battaglia sul quale nuove posizioni ideologiche “partisan” sia di sinistra che di destra lottano per definire il mondo post-pandemico.

Paura del Trumpismo, paura della Cina.

La manifestazione più evidente di questo cambio di paradigma viene dagli Stati Uniti, proprio il paese che con la scuola di economisti dell’università di Chicago e think-tank come l’American Enterprise Institute, the Heritage Foundation, the Project for the New American Century ha fatto più di tutti per sviluppare e poi esportare la dottrina neoliberista.

 Con grande sorpresa di molti, a partire dai socialisti che avevano sostenuto Bernie Sanders alle primarie, una volta eletto presidente Joe Biden ha intrapreso una svolta radicale alla politica economica. Il nuovo presidente ha messo in cantiere enormi piani di stimolo e recupero per un totale di 6 trillioni di dollari.

 È vero che buona parte di questi piani sono ancora in bilico a causa dell’esigua maggioranza al Senato e la resistenza di diversi centristi, e che rischiano di finire fortemente annacquati. Ma si tratta comunque del più grande piano di spesa pubblica e investimento nella storia degli Stati Uniti.

Quello che sorprende, oltre all’ammontare di questi piani, è la nuova logica che gli sta dietro. Biden non ha perduto occasione per demolire capisaldi dell’ideologia di mercato: ad esempio quando ha affermato nel suo primo discorso a una sessione congiunta del Congresso il 29 Aprile 2021 che la “trickle-down economics” (o economia dello sgocciolamento dai proventi dei ricchi a tutti gli altri) non ha mai funzionato. Nello stesso discorso Biden ha rivendicato un ruolo da protagonista dello Stato nella nuova economia.

Nel corso della nostra storia, gli investimenti pubblici nelle infrastrutture hanno letteralmente trasformato l’America” – ha affermato Biden, aggiungendo “questi sono investimenti che solo il governo era in grado di fare”. Inoltre Biden si è presentato come un presidente dei sindacati e dei lavoratori, sostenendo a più riprese la necessità di migliori salari per i lavoratori, sospirando agli imprenditori durante una conferenza stampa “pagateli di più”.

 

Nel loro insieme queste prese di posizione segnano una chiara rottura con l’adesione dei Democrats alla dottrina del libero mercato, intrapresa da Bill Clinton e poi continuata da Barack Obama. Si tratta di una svolta sorprendente, tanto più per la carriera precedente di Biden, che durante i 36 anni da senatore del Delaware ha contribuito allo smantellamento dello stato sociale e a politiche a favore delle multinazionali. Perché Biden sta facendo tutto questo?

La migliore spiegazione sul retroscena della Bidenomics può essere rinvenuta in un’intervista concessa nell’aprile scorso al giornalista “Ezra Klein del New York Times “dal capo dei consiglieri economici di Biden “Brian Deese”, già consigliere dell’amministrazione Obama, e passato poi a lavorare alla BlackRock la più grande società d’investimento al mondo, per cui si occupava di investimenti sostenibili.

Nell’intervista Deese spiega che il cambiamento di linea da parte di Biden è un riflesso del cambiamento del dibattito economico, e del ricambio generazionale tra gli economisti, con consiglieri più giovani intenzionati a mandare in soffitta alcuni dogmi della generazione precedente.

Deese afferma che dopo questa crisi non è più possibile continuare a ignorare gli effetti della diseguaglianza economica sulla società, e che “non ci sono soluzioni di mercato per affrontare alcune delle debolezze che si sono aperte nell’economia”.

Ma la svolta neo-interventista di Biden, come lascia trasparire Deese è anche – come spesso succede nella storia – un prodotto della paura, e in particolare di due preoccupazioni che attanagliano l’establishment liberal americano. Il primo è quello di un ritorno del trumpismo, dopo i 4 anni spericolati alla Casa Bianca e il trauma nazionale prodotto dall’insurrezione dei suoi sostenitori di estrema destra al Campidoglio il 6 gennaio 2021.

 Quell’evento sembra avere seminato il panico nel Partito democratico e nell’intellighenzia liberal statunitense, fino al punto di spingere fautori del neoliberismo come Biden a convincersi che il libero mercato non è solo economicamente problematico – come dimostrato da un decennio di stagnazione – ma pure politicamente insostenibile: non si può mettere a repentaglio la fine della democrazia per dare retta alle ricette degli economisti ortodossi.

La seconda paura che guida la Bidenomics è la paura della Cina. Come spiega Deese, il nuovo corso di Biden fa i conti con il successo del sistema economico cinese, e il modo in cui ha garantito una crescita sostenuta, e evitato in buona parte le crisi finanziarie che secondo le cassandre avrebbero presto portato i cinesi ad abbattere il regime comunista.

Al contrario, la Cina ha investito in infrastrutture e in ricerca e sviluppo preparandosi per competere nel settore delle tecnologie avanzate, delle rinnovabili e dell’intelligenza artificiale. Questo è avvenuto proprio mentre sotto Xi Jinping la Cina invertiva la rotta rispetto all’aperturismo degli ’90 e 2000. 

 

Come sostiene il giornalista americano Joshua Kurlantzick, lo spartiacque fu la turbolenza finanziaria del biennio 2014-15. La rabbia dei piccoli risparmiatori cinesi spinse il governo cinese a mettere da parte le promesse di de-regulation del sistema finanziario e a ridare allo Stato un ruolo più attivo.

Oggigiorno le aziende statali o partecipate controllano il 60% dell’economia cinese. In questo contesto, è come se gli Stati Uniti si fossero resi conto che non possono continuare a fare finta che l’economia globale si avvicini all’ideale del libero mercato, quando in realtà il loro principale competitor è il capitalismo di Stato.

 Il corollario strategico è che per fare i conti con una Cina baldanzosa, gli Stati Uniti devono diventare più simili ad essa, adottando alcuni meccanismi di intervento statale e politica industriale abbandonati dopo la crisi della stagflazione degli anni ’70. 

Per fare i conti con una Cina baldanzosa, gli Stati Uniti devono diventare più simili ad essa, adottando alcuni meccanismi di intervento statale e politica industriale abbandonati dopo la crisi della stagflazione degli anni ’70. 

(PAOLO GERBAUDO).

Infrastrutture come paradigma.

La paura del trumpismo e della Cina sono le ragioni alla base del riallineamento del centro-sinistra americano. Ma per capire la direzione di marcia del mondo post-neoliberale e la forma del nuovo interventismo statale è anche necessario esaminare il contenuto programmatico di questa nuova visione politica.

Questo si può riassumere in due concetti: una visione dell’infrastruttura come nuova priorità essenziale e un’inversione topologica dell’idea di sviluppo del periodo neoliberista, in cui la ricetta elitista del gocciolamento verso il basso (trickle-down economics), viene sostituita da una visione che si focalizza sul rafforzamento della base economica e della domanda.  

La misura più ambiziosa annunciata dall’amministrazione Biden è proprio il piano di investimenti infrastrutturali. Ridotto rispetto alle aspettative iniziali, il piano bipartisan da 1,2 trilioni di dollari al momento in discussione nel Congresso, punta non solo a riparare ponti, strade e linee ferroviarie, ma anche a mettere le basi per la transizione a un’economia post-petrolio, con energie rinnovabili e auto elettriche. Dare priorità a tali investimenti deriva dalla condizione precaria di buona parte delle infrastrutture essenziali (trasporti, energia, utilities, eccetera) a causa di decenni di progressivo disinvestimento.

Come notato da Deese nell’intervista precedentemente citata, una delle principali ragioni per la percezione di declino vissuta dagli Stati Uniti è proprio la condizione pietosa del suo sistema di trasporti. Mentre la Cina ha ormai decine di migliaia di chilometri di treni ad alta velocità, gli Stati Uniti non ne hanno neppure uno.

 E mentre tutte le città cinesi sono dotate di trasporti pubblici di ultima generazione, in città statunitensi come New York e San Francisco si usano metropolitane antiquate con treni risalenti agli anni ’70 e primi ‘80. Se un tempo si andava negli Stati Uniti per vedere il futuro adesso vi si va per vedere il passato, mentre l’opposto vale per la Cina.

Il ritardo infrastrutturale degli Stati Uniti è un problema noto ormai da tempo. Già Obama aveva promesso di metterci mano, ma gli investimenti ammontavano a appena un quarto di quanto messo in campo da Biden.

Anche Trump, che aveva promesso di investire in infrastrutture, finì per fare interventi molto limitati, e c’è chi sostiene che la mancata realizzazione di questo piano, che avrebbe goduto di grande popolarità presso i lavoratori, gli sia costata la rielezione.

Biden sembra intenzionato a evitare gli errori dei suoi predecessori, ma resta da vedere cosa uscirà dai negoziati bipartisan. 

Oltre a trasporti e rete elettrica, anche altre questioni – come la cura di malati e anziani –  vengono spesso presentati come questioni infrastrutturali. Interventi a favore dei “lavoratori della cura” sono stati inseriti nel pacchetto sulle infrastrutture e i consiglieri economici di Biden spesso fanno riferimento al bisogno di rafforzare l’“infrastruttura sociale”. La logica è che il disinvestimento in servizi pubblici essenziali, come la cura, l’educazione e la salute, ha contribuito a minare le basi dell’economia, ad esempio rendendo difficile alle donne conciliare maternità e lavoro.

Questa enfasi su bisogno di investimenti in infrastrutture è estremamente rilevante anche nel contesto europeo. Se in diversi paesi la situazione dei sistemi di trasporto non è ancora così malconcia come negli Stati Uniti, negli ultimi anni si sono viste le conseguenze di decenni di disinvestimento pubblico.

Ne è esempio il crollo del Ponte Morandi a Genova nell’agosto 2019, che ha causato la morte di 43 persone. La manutenzione era a carico della società privata Atlantis controllata dalla famiglia Benetton e l’evento è diventato una parabola sugli effetti nefasti delle privatizzazioni dissennate degli anni ’90 e l’incapacità del mercato nel garantire servizi essenziali.

La questione climatica rende ancora più urgenti interventi infrastrutturali, e questo spiega perché buona parte dei fondi di Next Generation EU siano finalizzati a questo scopo.

La transizione verso un’economia “carbon neutral” richiederà enormi investimenti in nuove reti elettriche, in energie rinnovabili e in stazioni di ricarica per la mobilità elettrica.

Inoltre, come reso tragicamente evidente dalle devastanti alluvioni in Germania di luglio 2021, saranno necessari enormi progetti di manutenzione del territorio, per fare fronte al dissesto idrogeologico, prepararsi all’innalzamento dei livelli dei mari e eventi meteorologici sempre più estremi.

Questa urgenza tuttavia cozza con il conservatorismo fiscale che continua a tenere banco in molti paesi – a partire proprio dalla Germania. Armin Laschet, il successore di Angela Merkel alla guida della CDU e governatore della regione Nord Reno Vestfalia, colpita duramente dalle inondazioni, vuole ritornare il prima possibile all’austerità e al cosiddetto “freno sul debito” (Schuldenbremse), costringendo gli altri paesi europei a seguire il capofila.

È vero che i sostenitori più fanatici dell’austerità sono oggi più isolati a livello europeo. Nel dibattito sulla riforma del Patto di Stabilità e di Crescita sospeso a inizio pandemia e fino a fine 2022, si parla di non contabilizzare nel deficit la spesa per investimenti per la transizione ecologica e digitale come proposto dal Commissario all’economia Paolo Gentiloni.

Tuttavia, bisogna aspettarsi forti resistenze dai cosiddetti paesi frugali e dai conservatori tedeschi, che alla visione dell’Unione Europea come mezzo di sviluppo preferiscono una UE votata alla disciplina dei paesi membri e in particolare quelli del Sud Europa accusati di pigrizia e sprechi. Insomma, se gli Stati Uniti sembrano proiettati verso l’orizzonte post-neoliberista, il vecchio continente arranca.

In breve, se gli Stati Uniti sembrano proiettati verso l’orizzonte post-neoliberista, il vecchio continente arranca.

(PAOLO GERBAUDO).

Dalla “corsa al ribasso” a “sollevare la base.”

L’altro elemento caratterizzante del nuovo consenso bipartisan che si va profilando a livello internazionale è la promessa di prendere di petto la crescente diseguaglianza economica, vista ormai come un serio limite alla crescita e  alla credibilità delle democrazia capitaliste occidentali. Lo scontro geopolitico e ideologico con la Cina sembra stia portando pezzi dell’establishment a più miti consigli, per il timore che i lavoratori comincino a simpatizzare per il modello cinese; una sorta di riproposizione dello schema della Guerra fredda, in cui i paesi occidentali fecero concessioni ai lavoratori al fine di pacificare il conflitto sociale.

È significativo che al vertice del G7 di quest’anno in Cornovaglia si sia sottolineato il bisogno di lottare contro “l’abbassamento degli standard lavorativi e ambientali per ottenere un vantaggio competitivo”.

Venti anni fa, durante il G8 di Genova del 2001 finito in una “macelleria messicana”, come ammesso da un dirigente della polizia, quando si parlava di povertà ci si riferiva ai paesi del Terzo Mondo.

 Oggi la povertà è un problema che i paesi industrializzati vivono a casa propria. Se i neoliberisti della prima ora vedevano la diseguaglianza come un fatto potenzialmente positivo perché avrebbe messo in moto l’imprenditorialità, oggi essa è vista più come un rischio per la tenuta del capitalismo e un freno alla domanda.

 

Questo cambio di percezione aiuta a capire l’immaginario che sottende i nuovi slogan della politica post-pandemica. Negli Stati Uniti di Biden si parla molto della necessità di sollevare i livelli minimi o raise the floor” (sollevare il pavimento), laddove fino a poco tempo fa l’urgenza sembrava essere solo quella di innalzare il “soffitto” delle aspirazioni imprenditoriali: “lift the ceiling. Ne è esempio la promessa fatta da Biden – ma per il momento bloccata nel Congresso – di portare il salario minimo a $15 all’ora e favorire una spinta al rialzo degli stipendi anche grazie a un rafforzamento del sindacato.

La risposta del centrodestra è ben rappresentata invece dallo slogan usato insistentemente da Boris Johnson: “levelling up”, ovvero un “appianamento verso l’alto”. Quello che condividono questi slogan è la convinzione che le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione sono ormai diventate dannose per il bene del capitalismo. Ma le soluzioni che propongono sono piuttosto diverse.

La promessa di Biden ha un sapore più universalista e punta a costringere gli imprenditori a mettere la mano al portafoglio. Quella di Johnson si focalizza invece sulla diseguaglianza territoriale e la divaricazione metropoli-periferie che ha alimentato molti movimenti populisti.                 Nel discorso pronunciato sul “levelling up” il 15 luglio 2021, Johnson ha fatto riferimento a “squilibri e disuguaglianza tra regioni del Regno Unito” nell’aspettativa di vita e nelle opportunità di carriera.                                                                                                                         Inoltre, Johnson ha rivendicato  “un ruolo catalizzatore per il governo che deve fornire una guida strategica” all’economia. Un discorso molto diverso da quello di Margaret Thatcher.

Lo slogan di Johnson è legato alla strategia elettorale dei Conservatori e il loro desiderio di solidificare il loro controllo del cosiddetto “Red Wall”, un’area dell’Inghilterra che precedentemente sosteneva il Labour e che nelle ultime elezioni è passata ai Tories.

Del resto la fabbrica di batterie elettriche per automobili in cui Johnson ha fatto il discorso sul “Levelling Up” è a Blyth, una cittadina vicino a Newcastle parte di una circoscrizione elettorale recentemente passata al suo partito. Il leader del Labour Keir Starmer ha accusato Johnson di fare politiche clientelari. Ma il problema del Labour è che, al contrario dei Democrats di Biden, invece di guardare avanti è tornato al blairismo, e sembra addirittura intenzionato a soffiare ai Tories il ruolo di partito della rettitudine fiscale.

Il ritardo con cui la socialdemocrazia europea sta affrontando questo cambio di fase dimostra che il cambiamento ideologico è molto preoccupante e rischia di spalancare le porte a una nuova ondata del populismo di destra. Il pericolo è che un capitalismo più statalizzato e nazionale possa essere messo a servizio dell’agenda reazionaria della nuova destra come sostenuto recentemente da James Meadway.

 È significativo che, mentre abbandonano alcuni dogmi neoliberisti, i Tories stiano estremizzando le loro posizioni sull’immigrazione e alimentando la guerra culturali sui valori. Lo scenario da evitare è quello di una sorta di riproposizione post-globale dello stato corporativo in cui un’alleanza sempre più stretta tra governo e compagnie nazionali vada a spesa dei lavoratori e della democrazia.

Il ritardo con cui la socialdemocrazia europea sta affrontando questo cambio di fase dimostra che il cambiamento ideologico è molto preoccupante e rischia di spalancare le porte a una nuova ondata del populismo di destra.

(PAOLO GERBAUDO)

Anche il piano di Biden, per quanto sia molto più ambizioso di quello delle sue controparti europee, rischia di essere insufficiente allo scopo di sollevare l’economia da una stagnazione che ormai sembra in fase cronica.                                               Se investimenti pubblici e politica industriale sono un componente necessario di un neo-statalismo progressista, è anche necessario mettere in moto politiche redistributive radicali, minando il potere degli oligopoli e dei nuovi baroni dell’economia come Jeff Bezos e Elon Musk, e rimettendo in circolo risorse che possano stimolare la domanda.

 Una mancanza di coraggio su questo fronte potrebbe presto proiettarci in un decennio ancora più disperato dei 2010, aprendo le porte della Casa Bianca a Trump o a un suo successore.

La pandemia sembra avere rimesso in moto la ruota della storia. Ma se la nuova epoca sarà di segno progressista o regressivo rimane in forse.

Quello che appare certo è che il dibattito si incentrerà non tanto sul mercato, ma sul ruolo dello Stato nel contesto post-pandemico e su quale tipo di società debba essere ricostruita sulle macerie del neoliberismo; a partire dalle fondamenta o, per usare la retorica bidenista, dall’infrastruttura.

 

 

 

 

 

Ti perdoneranno tutto tranne la Libertà.

Essere Emarginati è lo scotto da pagare

per ogni “Animo Ribelle.”

Conoscenzealconfine.it- Leonardo Santi-(25 Novembre 2021)- ci dice:

 

Sono mesi che dico che non si sarebbero fermati, che sarebbero andati avanti a qualunque costo.

I più mi hanno accusato di essere una persona che dispensava paura a piene mani, una persona negativa. Sbagliavano.

Quando scrissi che l’obbligo ai sanitari era solo l’inizio, che poi sarebbero andati a toccare altre categorie lavorative, i più pensavano che si sarebbero fermati a quelli, che la cosa non li avrebbe riguardati. Sbagliavano.

Ora hanno toccato forze dell’ordine ed insegnanti, e continuo a leggere persone che scrivono “speriamo che facciano qualcosa”. Ovviamente gli altri… non loro.

Quando dissi di fermarsi in modo pacifico, silenzioso, dal 15 ottobre per 15 giorni per dare un segnale forte, la maggior parte delle persone ha deciso di tamponarsi e di andare avanti perché “…ho figli e spese da pagare”. Ora, dal 15 dicembre in poi cosa faranno? Si vaccineranno per lo stesso motivo che li ha portati a fare i tamponi?

Ma c’è un duplice motivo per il quale si è scelto di colpire il pubblico impiego:

1. perché è la categoria che dipende direttamente dallo Stato, dal quale viene pagata;

2. perché “il posto fisso” (fino ad oggi) era intoccabile per definizione.

Pertanto sapevano che toccando lo stipendio ad uno statale, che a differenza di una partita Iva non si è mai dovuto ingegnare per portare a casa il pane a fine mese, avrebbero toccato una categoria che, per usare una frase tanto cara ai carabinieri, “usi ubbidir tacendo e tacendo morir”. Ed è proprio quello che loro si aspettano ora: che subiscano in silenzio, in quanto per definizione trattasi di “servitori dello Stato”.

Molte volte in questi mesi mi sono rivolto a loro, ed ho ricevuto testimonianze toccanti in privato. Ora sento in loro e negli insegnanti, che si vanno ad aggiungere ai sanitari, la disperazione, la paura, lo sconforto, l’amara convinzione che tutto sia ormai finito, che abbiamo perso. 

NO. NON È FINITO NULLA FINCHÉ ABBIAMO VITA.

Vi dico da mesi di organizzarvi, di fare gruppo. Pochi hanno saputo cogliere questa occasione nascondendosi dietro a frasi del tipo “è una cosa impossibile da fare”, “qui sono da solo”, ecc ecc. Quando invece siamo in milioni, e siamo molti di più di quello che ci dicono, altrimenti non avrebbero applicato restrizioni del genere in così breve tempo.

Signori, passato il momento di delusione e di scoramento, da domani alzate la testa e guardatevi seriamente intorno. Siete persone perbene, madri e padri di famiglia, e vi trovate qui perché avete fatto una scelta controcorrente. Ora sta a voi, e solo a voi portarla avanti, o cedere.

Vi ho sempre detto che questa è una guerra psicologica dentro di voi. E forse ora, dopo oggi (24 novembre), qualcuno inizia a capirlo. La scelta è solamente vostra, come il vostro desiderio di resistere.

Che è tutto basato su una menzogna è lì da vedere ogni santo giorno. Non molliamo, non ora, non in questa vita. Coraggio.

“Ti perdoneranno tutto tranne la libertà. Essere emarginati è lo scotto da pagare per ogni animo ribelle”.

(Leonardo Santi- t.me/joinchat/AAAAAFNyE4peay2rGMBx9A).

 

 

 

 

 

 

Ultimo biglietto per l’inferno, vorrebbero estinguerci”.

Libreidee.org- Michele Giovagnoli-(26/11/2021)- ci dice:

Loro “devono” stringere, adesso. Tutto si sta svolgendo come da copione: e con il “Super Green Pass”

 siamo arrivati alla fase del delirio.

Siamo arrivati all’antitesi della logica, messa al servizio dell’arte discriminatoria funzionale a questo processo di persecuzione.                                                                                   Potevano anche far di meglio, rinchiuderci in casa: ma magari lo faranno tra un po’. Ai signori che decidono, dico: siete su un treno lanciato verso l’inferno, cioè il peggior posto che si possa scegliere di vivere, in questa realtà. Il grande giudice universale (che si chiama vita) riserva la pena peggiore a chi cerca di interrompere un processo evolutivo: perché significa mettersi contro la vita stessa. E voi state cercando di fare questo: voi volete estinguerci. Non volete i nostri soldi, non volete la nostra salute. Voi volete, semplicemente, estinguerci: volete che, in questo mondo, venga a mancare quella parte di umanità che è in grado di accogliere il nuovo.

Il nuovo è questa frequenza altissima, questa necessità di stare bene solo se stanno bene anche gli altri.

E’ come un cibo: la necessità di un’armonia fra tutte le parti. Voi volete estinguerci, puntate lì. E quindi non potete che andare per la vostra strada.

Accolgo le ultime restrizioni che avete imposto: è come vedervi staccare un ulteriore biglietto per l’inferno. Siete destinati lì, ci andate di corsa. E accolgo questo ultimo passaggio (ma ne seguiranno altri, non ne dubito) come un ulteriore passo di tutti quelli della mia specie. Perché ci sono “loro”, che di umano non hanno niente, poi ci sono gli esseri umani, e ci siamo noi.

Ormai siamo ben oltre l’essere umano: ce ne siamo staccati, siamo a un livello molto più alto. Cosa ci può succedere? Nulla: non ci possono togliere niente, che alteri la nostra identità. Niente che possa incrinare il nostro progetto animico: non possono farci niente.

Con le ultime misure hanno semplicemente confermato la loro totale impotenza, nei nostri riguardi. Noi siamo ormai inamovibili. E siamo disposti a perdere tutte quelle cose che loro, un po’ alla volta, ci stanno togliendo, semplicemente perché abbiamo capito che possiamo stare anche senza. Anzi: continuate pure a trattarci come diversi. Questo è tutto nutrimento, che ci stabilizza. E un po’ alla volta andrà a polarizzare anche quelli che oggi – magari dopo due dosi – stanno diventando incerti sul da farsi.

Attendo le prossime mosse, di questa realtà malefica. Dateci nuove disposizioni, toglieteci altri diritti. Fate in modo che questo Natale, per noi, sia proprio costruito per farci sentire l’errore dell’umanità. Dovete impegnarvi: date il peggio di voi, per farci sentire sbagliati.

 E vi accorgerete che noi avremo continuato a crescere: saremo sempre di più. E forse non basterà la storia, a darvi un lieto fine.

(Michele Giovagnoli, dal video-messaggio su Facebook).

 

 

 

 

 

Le persone, stanno spruzzando enormi volumi

 di OSSIDO DI GRAFENE nell'atmosfera ...

... attraverso le operazioni di “geoingegneria chimica” in rapida intensificazione condotte in tutti gli Stati Uniti.

Statoofthenation.co-Redazione-(24 novembre 2021)-ci dice:

Il vettore primario della diffusione dell'ossido di grafene  in tutto il mondo sono gli aerosol delle scie chimiche.

SCIE CHIMICHE: Una catastrofe planetaria in corso creata dalla geoingegneria chimica.

 

Il seguente video presenta la prova inconfutabile che immensi volumi di ossido di grafene vengono scaricati nell'ambiente globale. L'unico modo in cui così tanto grafene si presenta sulle spiagge di tutto il mondo è attraverso la geoingegneria chimica.

In effetti, l'irrorazione di scie chimiche in tutta l'America ha visto un drammatico aumento dal giorno stesso in cui l'impostore di POTUS Joe Biden è entrato in carica.

Pertanto, è chiaro che la cabala globalista del Nuovo Ordine Mondiale è determinata a sopraffare l'ambiente con l'ossido di grafene ... al fine di ottenere rapidamente il veleno estremamente pericoloso incorporato nel corpo umano.

Il grafene ha dimostrato di essere il composto chimico chiave con cui “The Powers That Be” sta implementando la loro agenda di Transumanesimo. Q

Questo è anche il motivo per cui l'ossido di grafene è stato trovato nei vari vaccini Covid. L'obiettivo finale è quello di connettere ogni essere umano sul pianeta alla costellazione in rapida espansione dei satelliti 5G che circondano la Terra.

(Assicurati di guardare l'intero video qui sotto per capire la rilevanza di questa operazione BLACK globale per l'agenda di super vaccinazione Covid .)

Ciò che l'intera civiltà planetaria ha sperimentato è la fabbricazione al rallentatore della Matrice di Controllo Globale (GCM)a lungo pianificata. Tuttavia, è ora la trasformazione fisica della razza umana in homo graphenische rappresenta la pietra angolare di questo nefasto progetto NWO per esercitare il completo comando e controllo sull'umanità attraverso un governo mondiale unico.

La sovrastruttura tecnologica del GCM è stata messa furtivamente in atto dall'avvento dell'era dell'informazione. Ogni generazione successiva di computer, tablet e smartphone è stata specificamente progettata per soddisfare un'agenda accuratamente nascosta.

 La costruzione dell'infrastruttura IT in tutto il mondo è il pezzo integrante della tecnocrazia tirannica emergente testimoniata da ogni individuo connesso digitalmente oggi.

Il pezzo finale del puzzle GCM è quello di trasformare così il corpo umano tramite grafene  o ossido di grafene, a seconda dell'applicazione, che ogni persona sarà per sempre e irreversibilmente connessa alla “Matrice di Controllo Globale”. (Stato della Nazione).

 

 

 

 

Ai tempi del COVID-19 la libertà medica

è stata sostituita dalla tirannia medica.

Stateofthenation.co-redazione-(25 novembre 2021)- c i dice:

Una "soluzione" pandemica ha poco buon senso:

Di Dr. Joel S. Hirschhorn.

“A volte c'è un modo semplice e di buon senso per perfezionare le politiche pubbliche. Sicuramente c'è bisogno di una migliore politica di sanità pubblica per affrontare la pandemia di COVID-19. Le prove mediche possono superare la testardaggine da parte delle agenzie di sanità pubblica e i disaccordi tra i medici. Gli americani possono ottenere una scelta medica senza sacrificare la salute pubblica.

I principi della medicina personalizzata definiscono una politica pandemica flessibile in due parti che la maggior parte degli americani può comprendere e supportare. Può riunire gruppi pro-vaccino e anti-mandato.

Prima parte: gli individui decidono da soli o con il consiglio del proprio medico personale di essere vaccinati per COVID-19.

 

Parte seconda: gli individui scelgono un professionista medico preferito che, in base alla loro istruzione, formazione, esperienza e risultati clinici di successo, offre alternative alla vaccinazione e soluzioni mediche promosse dal governo per pazienti ambulatoriali e ricoverati.

Il medico utilizza la storia medica del paziente, le condizioni biologiche e genetiche e le circostanze personali uniche per raggiungere la migliore soluzione medica personalizzata.

Questa politica in due parti riconosce una vasta gamma di reazioni sia alle infezioni da COVID-19 che ai vaccini. L'attuale politica del governo non riconosce le differenze fondamentali tra le persone. Non riesce ad accettare la saggezza di rendere la medicina adatta alla persona. La pietra angolare della medicina personalizzata o individualizzata. E usando la combinazione di farmaci che è meglio per l'individuo. Queste verità mediche contrastano con l'uso di massa di farmaci e vaccini pronti all'uso, adatti a tutti.

Le persone sono profondamente diverse nella loro composizione biologica. Le reazioni all'infezione da COVID-19 sono notevolmente diverse. Esiste una vasta gamma di impatti avversi del vaccino. Quindi, una "soluzione" pandemica ha poco buon senso. Non rispettare una miriade di differenze genera divisione, conflitti e rabbia tra le persone che vogliono più scelta, più libertà medica.

La politica in due parti raccomandata qui non nega l'uso di vaccini COVID-19 per coloro che vogliono il colpo. Ma rifiuta i mandati vaccinali per l'intera popolazione diversificata che eliminano la scelta sensata. La libertà medica è stata sostituita dalla tirannia medica.

È interessante notare che, nei primi mesi della pandemia, c'è stata una notevole attenzione alla medicina personalizzata. Ciò ha presto lasciato il posto a una ostinata fissazione del vaccino per tutti. Ecco alcuni esempi di interesse precoce per la medicina personalizzata per affrontare la pandemia:

 

Il Mayo Center for Individualized Medicine ha affermato che c'è stata un'opportunità per la risposta al COVID-19.

Un articolo del settembre 2020, "Come utilizzare la medicina di precisione per personalizzare il trattamento COVID-19 in base ai geni del paziente", ha osservato che "nella fretta di trovare un vaccino COVID-19 e terapie efficaci, la medicina di precisione è stata insignificante. ... Se la medicina di precisione è il futuro della medicina, allora la sua applicazione alle pandemie in generale, e COVID-19, in particolare, potrebbe ancora rivelarsi molto significativa".

Uno spettacolo NPR di luglio 2020 era intitolato "La ricerca sulla medicina personalizzata può aiutare i trattamenti COVID-19". Ma non c'è stata alcuna attenzione significativa a questo approccio dall'estate del 2020.

Per una strategia pandemica personalizzata, dobbiamo utilizzare la farmacogenomica che combina farmacologia e genomica per scoprire le risposte individuali a farmaci e vaccini. Ottenere trattamenti che possano sostituire o almeno integrare l'approccio "one-drug-fits-all".

Un articolo di giornale dell'agosto 2020 "Farmacogenomica delle terapie COVID-19" ha osservato che "La farmacogenomica può consentire l'individualizzazione di questi farmaci migliorando così l'efficacia e la sicurezza".

La sicurezza del vaccino rimane una delle ragioni principali per cui così tante persone rifiutano il vaccino a causa di tutti i resoconti di notizie di persone che si ammalano gravemente o muoiono poco dopo aver ricevuto il vaccino.

A questo si aggiunge la crescente consapevolezza che la strategia di vaccinazione di massa ha fallito.

Il dottor Anthony Fauci ha ammesso: "[Le persone vaccinate] stanno vedendo un calo dell'immunità non solo contro l'infezione, ma anche contro il ricovero in ospedale e la morte. Sta calando al punto che stai vedendo più persone contrarre infezioni rivoluzionarie e finire in ospedale.

" E il capo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha ammesso che la pandemia stava aumentando nei paesi con alti tassi di vaccinazione perché i vaccini non fermano la trasmissione del virus.

Questi leader stanno recuperando il ritardo con la ricerca medica che non ha trovato alcuna correlazione tra il livello di vaccinazione e gli impatti sulla salute. Un recente articolo è giunto a questa conclusione: "L'unica dipendenza dalla vaccinazione come strategia primaria per mitigare COVID-19 e le sue conseguenze negative deve essere riesaminata, soprattutto considerando la variante Delta e la probabilità di varianti future".

In sintesi, c'era un legittimo interesse medico all'inizio della pandemia a usare la medicina personalizzata. Questo si adatta a molte persone che desiderano alternative ai vaccini, come i farmaci generici utilizzati con successo in altri paesi per trattare e prevenire la malattia COVID-19. Molti si oppongono ai mandati vaccinali, non necessariamente ai vaccini COVID-19.

E molte persone vogliono che il governo riconosca pienamente l'immunità naturale ottenuta dalla precedente infezione da COVID-19 come equivalente all'immunità vaccinale. Per ottenere un'azione di governo flessibile, la strategia in due parti qui fornita dovrebbe essere la base per la legislazione del Congresso. Altrimenti, non ci sarà fine alla pandemia.”

(• Joel S. Hirschhorn è l'autore di Pandemic Blunder. Come professore ordinario presso l'Università del Wisconsin, Madison, ha diretto un programma di ricerca medica tra i college di ingegneria e medicina. Come alto funzionario presso il Congressional Office of Technology Assessment e la National Governors Association, ha diretto importanti studi su argomenti relativi alla salute. È membro dell'Association of American Physicians and Surgeons e dell'America's Frontline Doctors.)

(washingtontimes.com/news/2021/nov/24/in-the-time-of-covid-19-medical-freedom-has-been-r/).

 

 

Nuova variante Sudafrica, è pericolosa?

Sintomi, Italia, quando è stata scoperta.

TRUE-NEWS.IT-DOMENICO IOVANE-(26 NOVEMBRE 2021)-CI DICE :

Nuova variante Sudafrica si diffonde rapidamente e mette in allarme la sanità mondiale. Partiti i primi test per verificare le conseguenze.

Nuova variante Sudafrica: inizia a diffondersi e preoccupare il nuovo ceppo del virus Covid-19. Trentadue mutazioni, un virus particolarmente contagioso. L’Italia vieta i voli dal Sudafrica.

Nuova variante Sudafrica, è pericolosa?

Questa nuova mutazione, denominata in maniera tecnica B.1.1.529, avrebbe un numero mai osservato prima di mutazioni della proteina Spike: trentadue. Da qui il forte allarme dei virologi e la paura che, se la nuova mutazione dovesse prendere piede come accaduto con la variante Delta, questa possa rivelarsi in grado di oltrepassare la barriera offerta dai vaccini e quella delle cure degli anticorpi monoclonali.

( Variante Sudafricana del Covid, esperti in allarme: ha 32 mutazioni).

Nuova variante Sudafrica: sintomi.

I casi rilevati e la percentuale di risultati positivi stanno aumentando rapidamente, in particolare nel Gauteng (un’area urbana che comprende Pretoria e Johannesburg), ma anche nel nord-ovest del Paese e nel Limpopo. I tassi di positività a Tshwane (parte del Guateng) sono aumentati nelle ultime 3 settimane da meno dell’1% a oltre il 30%.

Sono partiti gli studi di laboratorio per comprendere meglio le conseguenze di questa variante riguardo a trasmissibilità, gravità, evasione immunitaria, ma i risultati richiederanno 2-3 settimane.

Nuova variante sudafricana: Italia Inghilterra e Israele, per primi, hanno chiuso i voli in arrivo da sette paesi Africani. Lo stesso ha fatto l’Italia poco dopo. Sul caso si sta muovendo l’Unione Europea, mentre le borse crollano.

La mutazione allarma gli scienziati e preoccupa il ministro Roberto Speranza, che alle 8.30 del 26 novembre ha firmato una nuova ordinanza che vieta l’ingresso nel nostro Paese alle persone che negli ultimi 14 giorni siano state in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia e Eswatini . Tutti Paesi dai quali non ci sono voli diretti per l’Italia. «I nostri scienziati sono al lavoro per studiare la nuova variante B.1.1.529 — dice Speranza — Nel frattempo seguiamo la strada della massima precauzione».

Nuova variante sudafricana: quando è stata scoperta.

Il Sudafrica ha alti livelli di infezione, ma percentuali di vaccinazione relativamente bassi (circa il 24% è stato completamente vaccinato). Francois Balloux, direttore dell’UCL Genetics Institute e professore di biologia computazionale presso l’University College di Londra, in una dichiarazione pubblicata dal Media Centre di Science, afferma che è probabile che la nuova variante si sia evoluta durante un’infezione cronica di una persona immunocompromessa, forse in un paziente affetto da HIV o AIDS non trattato.

 

 

 

Venerdì, 26 novembre 2021

Cacciari: "Io strumentalizzato da Rai-Mediaset.Molti medici e giuristi con me"

Cacciari: "Draghi se ne strafotte e pensa solo ai soldi del Pnrr. Covid in mano a partiti litigiosi che non contano più un cazzo"Di Alberto Maggi

Cacciari: "Io strumentalizzato da Rai-Mediaset.Molti medici e giuristi con me"

Massimo Cacciari

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Covid, Cacciari: "Il prossimo 8 dicembre

ci riuniamo di nuovo - dopo l'incontro

dell'11 novembre scorso a Torino - e creeremo un centro di informazione".

 Affaritaliani.it-Alberto Maggi-(26-11-2021)- ci dice:

"Massimo Cacciari non parla più di Covid. Sono stufo di farmi strumentalizzare da giornali e tv, da questa Ansa di Stato. Ormai è impossibile in Italia fare una discussione tecnica, impossibile. A questo punto parlino gli scienziati".

Affaritaliani.it contatta l'ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari per un commento sul Super Green Pass appena varato dal governo e la sua reazione è netta. Chiara. Categorica. Cacciari è stanco di come le sue parole vengano strumentalizzate dai media.

Chi l'ha delusa di più? La Rai? Mediaset? La7? "Tutti, indifferentemente. Rai, Mediaset, tutti.

 Chi più e chi meno, con pochissimi giornalisti, una minoranza, che si rendono conto del delirio in cui viviamo. Ma non hanno voce. Abbiate pietà di me, basta".

Il filosofo critico verso il Green Pass e i provvedimenti del governo per arginare la diffusione del Covid aggiunge: "E' diventato impossibile discutere con chi comanda in questo Paese, prendiamone atto. Basta. E quindi parlino gli esperti e gli scienziati. Io di Covid non parlo più".

Il Pd, un tempo il suo partito, è il più convinto nelle restrizioni contro il Covid... "Il Pd è sempre lo stesso, con Draghi o Gentiloni o Mattei. Una forza di governo, qualunque sia il governo".

E Salvini che ha accettato il Super Green Pass anche in zona bianca?

"Fatti suoi, non mi è mai interessato niente di Salvini e non ho mai avuto nulla a che fare con lui".

Poi l'ex primo cittadino di Venezia aggiunge: "Non riesco più a stare dietro alla quantità di mail e di messaggi di appoggio che mi arrivano ogni giorno da parte di virologi, medici, giuristi.

Il prossimo 8 dicembre ci riuniamo di nuovo - dopo l'incontro dell'11 novembre scorso a Torino - e creeremo un centro di informazione. Parleremo solo da quella fonte con pareri tecnici di scienziati.

 Sono anni, ripeto anni, che denuncio la deriva dell'accentramento dei poteri, lo svuotamento del Parlamento e l'esecutivo che di fatto diventa legislativo senza alcuna distinzione di poteri.

Una crisi della democrazia in atto da almeno vent'anni che si sta oggi evidenziando in tutta la sua gravità, come hanno spiegato molti filosofi, a prescindere dal Covid. Ma visto che ormai esiste solo il virus, parlino gli scienziati".

Che cosa pensa del premier Draghi? L'ha delusa?

"Draghi se ne strafotte, lui pensa a gestire i 250 miliardi di euro in arrivo dall'Europa. Con i suoi tecnici pensa solo a come non perdere e a come spendere i soldi del Pnrr. E di quello dovremmo parlare. Il Covid viene gestito da qualche ministro con i partiti che litigano tra loro e che non contano più un cazzo. Poveri noi", conclude Cacciari.

 

Cesare Sacchetti-23 novembre 2021.

t.me/s/cesaresacchetti.

Ieri si è tenuto un incontro tra il presidente del forum di Davos, Klaus Schwab, e Mario Draghi. Abbiamo già avuto a che fare in numerose occasioni con Schwab. Schwab può essere considerato a tutti gli effetti l'architetto e l'ideologo della distopica società agognata dal Grande Reset di Davos. Fu proprio il presidente di Davos a dichiarare in futuro che gli uomini avrebbero dovuto essere controllati tramite un microchip piantato nel cervello. Nel mondo della dittatura globale, non esiste libero arbitrio ma solo automi che eseguono gli ordini. Il fatto che Schwab abbia incontrato Draghi proprio ora è particolarmente significativo. L'Italia é stata ed è suo malgrado al centro del piano per costruire il totalitarismo del Nuovo Ordine Mondiale. La storia di questo Paese rappresenta tutto ciò che la massoneria vuole distruggere da secoli. L'Italia è la sede della cristianità mondiale e l'Italia custodisce un immenso tesoro culturale e storico nato ai tempi dell'antica Roma.

Quei mondi che odiano l'Italia hanno iniziato a manifestare recentemente un interesse ancora più vivo per la situazione di questo Paese. La visita di Schwab è stata infatti preceduta da quella della Pelosi e di Biden. I personaggi di spicco degli ambienti mondialisti continuano a venire qui. La sensazione è che ci sia qualcosa che allarma molto le élite sull'Italia. Nei giorni scorsi abbiamo visto che i media hanno iniziato a parlare in maniera frenetica dell'Italiagate tentando ancora una volta disperatamente di dipingerlo falsamente come una "bufala". Questa frenesia in realtà ci conferma che lo scandalo è molto reale anche alla luce del viaggio della Cartabia a Washington.

Secondo fonti qualificate, la Cartabia si sarebbe recata a Washington proprio per parlare dell'Italiagate e tentare una sorta di mediazione con gli uomini del dipartimento di Giustizia USA che stanno indagando sul caso. Appare comunque esserci una paura delle élite mondialiste sull'Italia.                Le proteste contro il regime di Draghi in questo Paese iniziano ad essere dilaganti. C'è un massiccio boicottaggio da parte dei lavoratori pubblici e privati contro il certificato razziale vaccinale. Se il potere perde l'Italia, il piano del Grande Reset va definitivamente in frantumi. Per comprendere cosa andrà sullo scenario globale nei prossimi mesi, dovremo continuare a tenere gli occhi puntati sull'Italia.

(governo.it/it/articolo/il-presidente-draghi-ha-incontrato-il-presidente-esecutivo-del-world-economic-forum/18614)-(governo.it).

 

Il Presidente Draghi ha incontrato il Presidente esecutivo del World.

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha incontrato oggi pomeriggio, a Palazzo Chigi, il Fondatore e Presidente esecutivo del World Economic Forum (WEF), Klaus Schwab.

(Cesare Sacchetti, edited - November 23).

 

Cesare Sacchetti.

Alcuni lettori mi hanno chiesto delucidazioni sulla visita di Sara Cunial ad Arturo D'Elia avvenuta lo scorso 19 gennaio. I media hanno scritto che assieme alla Cunial ci sarebbero stati due misteriosi americani. In questi giorni ho chiesto ad alcune delle fonti molto vicine al caso se effettivamente la presunta presenza di questi due individui fosse confermata oppure no. Mi è stato risposto di no. A queste fonti risulta solamente che con la Cunial ci fosse un avvocato, e nessun altro. Tutta questa storia è con ogni probabilità dei media di regime che stanno ancora una volta cercando disperatamente di screditare l'autenticità di questo scandalo.

Se leggete con attenzione gli articoli dei media che hanno riportato questa storia, nemmeno questi riescono a confermare con certezza la presenza di questi due misteriosi individui di cui tra l'altro non è stato fatto nemmeno il nome. Tutto questo ci porta a pensare che siamo di fronte ad una enorme montatura mediatica per distrarre l'attenzione dalla vera notizia che è uscita in questi giorni, ovvero la visita della Cartabia a Washington. Alcune fonti di intelligence informate sui fatti riportano che la vera motivazione del viaggio della Cartabia a Washington è legata allo scandalo dell'Italiagate.

A quanto pare, la Cartabia avrebbe ricevuto una sorta di mandato per andare a trattare dal momento che la controparte americana ha elementi a sufficienza per procedere contro i responsabili del golpe elettorale perpetrato contro Donald Trump.

In questa operazione eversiva, sono coinvolti i personaggi più influenti del deep state italiano e americano. La campagna mediatica sulla visita dei due americani appare pertanto solamente un depistaggio. I media stanno cercando di alzare un polverone per allontanare l'attenzione dal vero scandalo. Questi sforzi appaiono del tutto inutili. Trump ha già acquisito le prove di cui aveva bisogno e sta per colpire coloro che hanno concepito questo attentato senza precedenti alla sovranità e alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America.

(Cesare Sacchetti, edited). 

 

Cesare Sacchetti.

Un altro aspetto che mina completamente la credibilità della presunta storia dei due americani giunti in visita al carcere di Salerno per vedere D'Elia è la sua tempistica. Secondo quello che dichiarano i media di regime, questa visita sarebbe avvenuta a gennaio del 2021. L'unico a dare riscontro di questa storia è lo stesso D'Elia perché fino a prova contraria non c'è nessun altro che abbia confermato la sua veridicità, compresa la direzione del carcere di Salerno. Quello che ci si chiede è perché mai D'Elia solo ora sia uscito con questa storia dopo mesi e mesi di silenzio. L'hacker è libero da mesi e fino ad ora non ha mai rivelato nulla di tutto questo.

Solo ora esce pubblicamente e la sua storia "casualmente" coincide perfettamente con quella dei media che continuano a ripetere ossessivamente che l'Italia-gate è tutta una "bufala". Se è tutto falso allora non si comprende tutto questo clamore. Nessuno stava parlando del caso Italia-gate. I media hanno iniziato a parlarne nuovamente dal nulla proprio quando la Cartabia si è recata a Washington per parlare, secondo fonti di intelligence, di questo attacco cibernetico attuato contro le elezioni americane. Sono i media stessi a dirci che sono terrorizzati da ciò che sta per arrivare. Il deep state italiano è perfettamente consapevole che ciò che sta per arrivare riguardo a questo golpe internazionale avrà l'effetto di un terremoto. Tanto più intensa è la loro paura, tanto più devastante è il colpo che Trump gli infliggerà.

(Cesare Sacchetti,, edited )

 

Cesare Sacchetti.

Soffermiamoci a leggere un istante quello che ha dichiarato Paolo Gasperini, esperto del Consiglio Superiore di Sanità.

"I guariti sono immuni contro tutte le porzioni del virus a differenza dei vaccinati che sono stati immunizzati solamente contro la proteina Spike (una parte del virus). Diverse pubblicazione scientifiche inoltre dimostrano chiaramente che l'immunità naturale è maggiore e di più lunga durata di quella determinata dai vaccini."

Questa dichiarazione di verità non viene solamente da un medico indipendente dal cartello farmaceutico di Bill Gates. Questa dichiarazione di pura verità viene da un esperto sanitario che lavora per il ministero della Salute. Questa dichiarazione è un siluro tremendo contro la falsa necessità del certificato razziale vaccinale in termini sanitari dal momento che la cosa migliore che possa capitare è quella di entrare a contatto con il debole coronavirus influenzale perché si sviluppa una immunità enormemente più solida e duratura di quella che i sieri sperimentali non danno. Una volta provata l'inutilità del siero in termini di prevenzione è evidente che ciò che spinge il regime di Draghi a imporre la sua somministrazione è soltanto l'intenzione di causare danni alla popolazione.

Questa uscita pubblica di un esperto del ministero della Salute ci conferma che ormai c'è una crepa profonda all'interno dello stesso regime Draghi. Alcune fonti sostengono che persino una parte dei servizi gli ha ormai voltato le spalle senza contare i poliziotti e i carabinieri che si sono messi in ferie o malattia pur di non accettare l'estorsione del certificato razziale vaccinale.

Se a questo aggiungiamo il fatto che ieri Schwab è venuto a Roma tutto lascia pensare che i problemi inizino a essere piuttosto seri per l'uomo del Britannia. Gli uomini della cabala non si spostano mai per semplici convenevoli istituzionali. Gli uomini della cabala si spostano quando esistono minacce concrete e reali che rischiano di mandare all'aria i loro piani.

(google.it/amp/s/www.iltempo.it/attualita/2021/11/22/news/covid-guariti-con-anticorpi-non-vanno-vaccinati-casi-gravi-paolo-gasparini-consiglio-superiore-sanita-29529932/amp/)-(iltempo.it).

Covid, "i guariti con anticorpi non vanno vaccinati". Gli ultimi studi, parla l'esperto del Consiglio superiore di sanità.

Chi è guarito dal COVID-19 deve vaccinarsi? Ormai, una molteplicità di studi clinici ed epidemiologici - citati da The Lancet .

Cesare Sacchetti , edited  .

 

Cesare Sacchetti.

Trump ha appena pubblicato un comunicato nel quale esorta ad accelerare la procedura per de-certificare le elezioni in Arizona. Abbiamo visto che l'Arizona è lo stato chiave per dare il via all'effetto domino che porta alla de-certificazione degli altri stati dove si è consumata la frode elettorale. Trump ha esplicitamente detto di accelerare i tempi. Questo ci conferma ancora una volta che Trump non ha minimamente in mente di candidarsi nel 2024. Trump ha in mente una tabella di marcia ben precisa per il suo ritorno ufficiale anticipato, e ha chiesto ai suoi uomini di rispettarla. Questo è più di un comunicato. Questo è un vero e proprio ordine al Parlamento dell'Arizona. L'elezione va de-certificata il prima possibile. Trump vuole con ogni probabilità già essere di nuovo ufficialmente presidente nella prima metà del 2022.

(t.me/real_DonaldJTrump/14245-Telegram)

Donald J. Trump

Whatever happened to the Rigged and Stolen Arizona Presidential Election that is being investigated, or maybe the words should properly be “looked at,” by Attorney General Mark Brnovich? When will the legislature vote to decertify?  People are very upset…

Cesare Sacchetti.

 

Cesare Sacchetti.

John Fleck, centrocampista dello Sheffield United, è crollato a terra durante il corso di una partita contro il Reading. Non c'è stato nessuno scontro di gioco. Fleck si è accasciato al suolo da sé ed è stato portato all'ospedale per accertamenti. Qualche tempo fa il quotidiano tedesco Berliner Zeitung aveva fatto notare come si stesse verificando un fenomeno senza precedenti nel calcio europeo.

C'è una epidemia di calciatori che si sente male sul campo da gioco e poi sviluppa problemi cardiaci quando prima le visite mediche di rito non avevano mai riscontrato nulla di anomalo nella salute dei giocatori.

I problemi che i calciatori sviluppano sono gli stessi che spesso sviluppano coloro che hanno ricevuto il siero sperimentale genico.

 Questa estate il giocatore della Danimarca, Christian Eriksen, si è sentito male nel corso di una partita degli europei contro la Finlandia. I media negarono immediatamente ogni correlazione con il siero sperimentale nonostante diversi giocatori dell'Inter lo avessero effettivamente ricevuto. Questa epidemia silenziosa va avanti e continua a colpire gli sportivi. Il siero sperimentale sta uccidendo ma il suo complice più grande sono i media che stanno nascondendo questa strage.

(mirror.co.uk/sport/football/news/sheffield-united-news-john-fleck-25531279).

mirror

Sheffield United's Fleck rushed to hospital after collapsing on pitch

Sheffield United midfielder John Fleck had to be rushed to hospital after appearing to collapse during his side's Championship encounter at Reading on Tuesday evening

Cesare Sacchetti, edited 

 

Cesare Sacchetti -November 24-2021.

A proposito, i documenti del rinvio a giudizio di Ghislaine Maxwell sono composti esattamente da 17 pagine. Non una di più, non una di meno. 17 come la 17esima lettera dell'alfabeto, ovvero Q. Trump e il gruppo di militari che lo sostiene ci stanno parlando. Ci stanno dicendo che il processo a Ghislaine Maxwell è una operazione condotta dai patrioti per infliggere un colpo tremendo all'élite pedofila globale. Se ci fermiamo un istante ad ascoltare e a ragionare, riusciamo a comprendere perfettamente perché i media sono così terrorizzati da Q. Se ci fermiamo un istante ad ascoltare e ragionare, riusciamo a comprendere perfettamente che Q non è affatto una psy-op come alcuni hanno sostenuto nel corso degli ultimi anni.

(justice.gov/usao-sdny/pr/ghislaine-maxwell-charged-manhattan-federal-court-conspiring-jeffrey-epstein-sexually)

(justice.gov).

Ghislaine Maxwell Charged In Manhattan Federal Court For Conspiring

Cesare Sacchetti.

 

Cesare Sacchetti.

C'è oggi un soggetto più particolarmente a rischio nella popolazione ed è il vaccinato Covid. Coloro che si sono inoculati questo pericolo siero sperimentale non hanno sviluppato nessuna vera immunità dal debole coronavirus influenzale. La cosa che più hanno sviluppato sono micidiali effetti collaterali e decessi che vengono occultati dalle statistiche del regime. Sta però maturando una consapevolezza nelle persone che hanno ricevuto questi sieri. Sta maturando la consapevolezza di esseri stati usati e ingannati da un regime che non ha fatto altro che mentire all'intera popolazione italiana. Il regime di Draghi sta vincolando l'esercizio dei diritti fondamentali e la partecipazione alla vita pubblica alla somministrazione di questo siero il cui scopo non è salvare vite umane ma piuttosto sopprimerle.

 

Il piano originario del regime era quello di dare vita ad un clima di odio e divisione sociale del tutto simile a quello di marzo 2020. Il piano era quello di mettere i vaccinati contro i non vaccinati. Stiamo invece assistendo al fenomeno inverso. Coloro che hanno ricevuto il vaccino si stanno rendendo conto che avevano ragione coloro che hanno rifiutato di essere usati come cavie da laboratorio. La strategia del “divide et impera” che è alla base delle dittature totalitarie è completamente fallita.

Ogni giorno che passa si allarga il fronte che vuole mettere fine a questo odioso regime. Ogni giorno che passa si accorcia il tempo a disposizione per questa classe politica di traditori e eversori al soldo del cartello farmaceutico di Bill Gates e della massoneria internazionale.

(iltempo.it/politica/2021/11/24/news/covid-rabbia-vaccinati-ricoverati-in-ospedale-stato-ci-ha-tradito-dati-franco-bechis-29554317/)-(iltempo.it).

Covid, la rabbia dei vaccinati ricoverati: "Questo Stato ci ha tradito".

Qualche giorno fa sul Corriere della Sera è stata pubblicata una intervista sulla emergenza sanitaria per molti versi drammatica.

(Cesare Sacchetti , edited )

 

Cesare Sacchetti.

I media italiani e americani continuano a raccontare la storia che due americani si sarebbero recati in visita al carcere di Salerno per parlare con Arturo D'Elia lo scorso gennaio. Come probabilmente già sapete, D'Elia è l'hacker italiano accusato di aver eseguito lo spostamento di voti da Trump a Biden attraverso un satellite militare di Leonardo. All'epoca, D'Elia si trovava già in carcere da dicembre per altri reati informatici commessi prima. Ancora una volta, sono in grado di confermare attraverso varie fonti vicine al caso che la storia dei due americani in prigione è completamente falsa. In realtà non è nemmeno corretto affermare che la Cunial era andata a visitare D'Elia.

La Cunial era lì solamente per ispezionare il carcere esattamente come prevedono le prerogative di cui dispongono i parlamentari. Pertanto, non c'è nessun caso. Questa storia è solo una bufala partorita dai media italiani e poi ripresa dai media americani. Diverse fonti di intelligence sostengono che Trump ha già le prove necessarie per procedere contro i responsabili dell'Italia-gate. D'Elia a questo punto è del tutto irrilevante. Quello che stanno cercando di fare è cercare di mettere su una menzogna per poter accusare falsamente Trump di aver ingerito negli affari domestici italiani. Questo vuol dire che sono veramente alla canna del gas. La visita della Cartabia a Washington per andare a trattare su questo scandalo è in questo senso la conferma della loro disperazione. Sanno perfettamente che Trump sta per inchiodare i responsabili di questo colpo di Stato internazionale eseguito dal deep state italiano e americano e non possono fare nulla per fermare quello che sta per arrivare.

(thedailybeast.com/americans-chasing-down-trumps-wild-election-conspiracy-snuck-into-a-mafia-prison-in-italy)-

The Daily Beast

Americans Chasing Down Trump’s Wild Election Conspiracy Snuck into a Mafia Prison in Italy

The Italian bureau of prisons has launched an investigation into how two Americans were able to gain access to a high-security Italian prison to terrify a convicted hacker.

(Cesare Sacchetti , edited ) .

 

Cesare Sacchetti.

Nella giornata di ieri, tre logge massoniche a Vancouver sono state completamente bruciate da un piromane. Qualcuno ha fretta di far sparire carte o documenti compromettenti?

(mobile.twitter.com/AnonCitizenUK/status/1462949084461998083?t=FDzs0f5473GvdmxdM3MihA&s=09)-Twitter-Anonymous UK Citizen.

🇨🇦 Canada Three Masonic lodges burned down in Vancouver in one day and authorities can’t understand why. (Cesare Sacchetti).

Cesare Sacchetti.

Alla fine il regime di Draghi ha partorito il cosiddetto "Super Green Pass" che non ha nulla di "super" se non nel tentativo di farlo credere nel nome. Se andiamo a vedere il dettaglio delle misure scopriamo che le uniche restrizioni aggiuntive al riguardo sono per l'ingresso nei bar, ristoranti o nelle palestre. In questi luoghi potranno entrare solo i vaccinati, e non più anche i guariti dal debole coronavirus influenzale e/o i negativi al tampone. Quello che però i media di regime non ci dicono è che migliaia di bar e ristoranti in tutta Italia già ora non chiedono il certificato verde, quindi dire che da domani sarà richiesto un super-certificato verde per entrare in questi luoghi non farà nessuna differenza.

Gli esercenti che non lo chiedevano ieri continueranno a non chiederlo nemmeno domani. Per quello che riguarda l'accesso sui luoghi di lavoro invece resta tutto immutato. Si potrà continuare ad entrare con il test al tampone negativo esattamente come prima, ma anche qui dobbiamo ricordare che in molti posti di lavoro non chiedono proprio nulla.

Il regime di Draghi si è guardato bene dal proibire l'accesso ai luoghi di lavoro ai non vaccinati e ai guariti perché sapeva perfettamente che ci sarebbe stata una rivolta ancora più esplosiva di quella che è già in corso nelle piazze italiane. E la proroga del certificato razziale vaccinale per i lavoratori? Non c'è traccia di essa. L'apparato terroristico mediatico la sta annunciando da più di un mese ma ancora non si è manifestata.

L'unico vero giro di vite che dovrebbe esserci, e ancora non è nemmeno sicuro, è l'obbligo vaccinale per insegnanti e gli uomini delle forze dell'ordine. E c'è una ragione precisa se il regime di Draghi ha messo nel mirino proprio quest'ultima categoria. Il governo ha gravi problemi di organico nelle forze dell'ordine perché sono numerosi i poliziotti e i carabinieri che non si sono piegati all'inoculazione del siero sperimentale.

L'obbligo vaccinale servirebbe a costringerli a tornare al lavoro e a piegare, nella loro idea, gli uomini in divisa che non vogliono accettare l'estorsione. È invece probabile aspettarsi una reazione ancora più ostile da parte di poliziotti e carabinieri qualora Draghi decidesse di colpire proprio loro. In conclusione, Draghi ancora non ha ancora fatto nulla di quello che i media di regime hanno cercato di far credere per un mese.

Ormai abbiamo visto fino allo sfinimento che larga parte di questa strategia è tutta fondata sull'intimidazione psicologica. Sono tecniche largamente applicate e conosciute nei manuali di guerra psicologica studiati negli ambienti militari. Il nemico cerca di piegare l'avversario facendogli credere di ricorrere ad un'arma così potente da annichilire la sua resistenza. Quest'arma però continua a non venire fuori e se non viene tirata fuori vuol dire che hanno paura. Questa corrotta classe politica è perfettamente consapevole che se provano a spingersi ancora più in là entrano in un territorio inesplorato. Un territorio nel quale la guerra civile e la rivolta generale permanente contro gli eversori che occupano abusivamente le istituzioni pubbliche si fa sempre più probabile.

(ansa.it/sito/notizie/cronaca/2021/11/24/green-pass-arrivano-le-nuove-misure.-le-regioni-mascherine-anche-allaperto_c81fdb11-544c-4a68-9876-a3c6fc692ac8.html)-ANSA.it

Draghi: 'Evitiamo rischi, con il super Green pass possiamo salvare il Natale'.

Super Green pass dal 6 dicembre al 15 gennaio anche in zona bianca. Stretta a tempo, ma possibile proroga. In zona gialla mascherina all'aperto. Obbligo di vaccino per sanitari, forze dell'ordine e insegnanti. La durata del pass ridotta a 9 mesi.( Cesare Sacchetti , edited ).

 

Cesare Sacchetti

DIFFIDA VACCINI 23 11 2021.pdf.

Le forze dell'ordine già sapevano che il regime di Draghi aveva in mente un obbligo vaccinale contro di loro e hanno mandato una lettera al governo nella quale lo diffidano dall'imporre una misura del genere. Questo è un tentativo disperato di Draghi di piegare la resistenza dei non vaccinati presenti tra le forze dell'ordine ma le premesse qui sembrano indicare che si andrà al muro contro muro.

Draghi si sta mettendo contro una parte consistente delle forze dell'ordine e delle forze armate. A forza di scherzare con il fuoco, questo regime rischia di bruciarsi seriamente.

(Cesare Sacchetti).

 

Cesare Sacchetti.

La prima osservazione da fare riguardo all'obbligo vaccinale per le forze dell'ordine e degli insegnanti è di aspettare di vedere pubblicato il testo in Gazzetta Ufficiale per essere sicuri che l'obbligo annunciato sarà quello che effettivamente si troverà nel testo definitivo. La seconda osservazione riguarda la possibilità effettiva di attuare quest'obbligo. Diversi operatori sanitari che sono stati i primi a subire l'obbligo vaccinale hanno fatto sapere che quest'obbligo non è stato applicato così come era stato concepito originariamente. Molti hanno fatto sapere che non ci sono state tutte le sospensioni per i non vaccinati per una ragione molto semplice. Non avrebbero avuto abbastanza sanitari disponibili negli ospedali.

La stessa situazione può ripetersi esattamente adesso con forze dell'ordine e insegnanti. È noto da tempo che c'è una grave carenza di organico soprattutto tra gli uomini in divisa. Questo già prima del certificato razziale vaccinale. Dopo l'approvazione del certificato razziale vaccinale sul lavoro, le carenze sono divenute vere e proprie lacune di personale. Molti poliziotti e carabinieri si sono messi in malattia e ferie per non accettare il certificato verde. Questa situazione è nota al Viminale e i media la stanno nascondendo da settimane. L'obbligo vaccinale potrebbe far diventare questa carenza di poliziotti e carabinieri permanente. Se gli uomini non vaccinati delle forze dell'ordine si fanno sospendere in massa, si paralizzerebbe praticamente la tutela dell'ordine pubblico in Italia. Stazioni dei carabinieri e questure rimarrebbero semi-vuote.

Un ispettore di polizia mi ha fatto sapere appena adesso che non ha alcuna intenzione di cedere e sono molti altri quelli che la pensano come lui. Vale lo stesso principio del certificato verde per i lavoratori. Se i non vaccinati restano uniti e compatti il sistema va incontro al collasso inevitabile. Lo stesso principio si può applicare agli insegnanti. L'ultima cosa da fare è quella di non lasciarsi andare proprio ora allo sconforto. Da domani nelle piazze scenderanno anche i poliziotti e i carabinieri che non vogliono piegarsi a questo infame ricatto. Notate poi un altro elemento importante. Non hanno ancora esteso il certificato verde per i lavoratori oltre il 31 dicembre. Stanno aspettando fino all'ultimo momento perché sanno che qualsiasi ulteriore giro di vite in quella direzione può portare ad una rivolta in massa. Questa è una guerra dove il nemico vuole fare di tutto per farci cedere prima perché loro per primi non sono affatto sicuri di vincere.

Occorre restare in piedi fino alla fine.

(Cesare Sacchetti , edited  )

Cesare Sacchetti.

Molti chiedono quale sarebbe la punizione da infliggere ai traditori e criminali che hanno trascinato l'Italia in questo incubo di terrore e paura permanente nel quale non c'è felicità, libertà e gioia di vivere. La risposta credo sia alquanto semplice. La punizione per questa cabala di parassiti deviati è quella di dare ciò che loro hanno cercato di dare con ogni mezzo alla popolazione. La punizione è somministrargli il siero sperimentale, quello vero non la soluzione salina, che hanno cercato di imporre alla popolazione fino ad ora. Devono essere puniti con gli stessi mezzi con i quali hanno dato vita al più infame crimine contro l'umanità della storia.

(Cesare Sacchetti , edited )

 

Cesare Sacchetti.

Compagnia della Chiesa Poverella.

Non angustiatevi per nulla, ma con ogni preghiera e supplica, insieme con il ringraziamento, siano rese note presso Dio le vostre richieste, e la pace di Dio, che supera ogni comprensione, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. (Fil 4, 6-7).

(Cesare Sacchetti ).

 

Cesare Sacchetti.

L'infermiera capo del centro medico dell'Università di Lubiana, in Slovenia, ha rassegnato le dimissioni. La donna ha pubblicato un video su Facebook nel quale spiegava che ogni singolo politico e volto noto del mondo dello spettacolo che riceve il vaccino a favore di telecamera, riceve in realtà una soluzione salina.

In pratica, questa infermiera slovena ha confermato ciò che già era stato ipotizzato nei mesi scorsi. Le somministrazioni dei sieri di agli uomini della politica sono solo messinscene. Gli infermieri che devono inoculare il siero hanno precise istruzioni al riguardo. La fiala con la soluzione salina è marcata con un numero mentre quella con il vero siero ne ha un altro.

 I criminali e gli eversori che hanno trascinato l'Italia in questa operazione terroristica concepita per distribuire questo letale siero sono i primi ad non esserselo inoculato. La ragione è semplice. Sanno perfettamente cosa c'è dentro. Ieri parlavamo appunto della punizione per coloro che stanno cercando di costringere gli italiani a sottoporsi ad essere utilizzati come cavie da laboratorio dal cartello farmaceutico di Bill Gates. La giusta punizione è dargli ciò che hanno cercato di dare agli altri. La giusta punizione è dargli il vaccino.

(twitter.com/clif_high/status/1463634028171448326?s=19)-(Twitter clif).

i am told that people are acting like they are fomenting a rebellion....(serious ).... dailytelegraph.co.nz/covid-19/crisi…

(Cesare Sacchetti).

 

Cesare Sacchetti -November 25-2021.

Intanto, nel silenzio generale, uno sconosciuto comitato regionale delle Marche, chiamato ASUR, si è preso pochi giorni fa la libertà di stabilire che è giusto aiutare un paziente tetraplegico nel suo desiderio di suicidarsi. Lo chiamano "suicidio assistito", ovvero quella situazione nella quale un paziente affetto da una grave patologia decida volontariamente di suicidarsi attraverso la somministrazione di un farmaco letale. Nel caso in questione però questa persona non potrebbe prendere volontariamente nessun farmaco perché è tetraplegico e quindi ci vorrebbe appunto un sanitario che glielo somministri.

Sarebbe eutanasia, ovvero un omicidio. Quello che comunque più preoccupa in tutto questo è la cultura della morte che si sta diffondendo in Italia e in Europa.

La cultura della morte che è la naturale conseguenza della cultura dello scarto, quella nella quale chi è affetto da gravi patologie non è ritenuto degno di vivere. Quando ci si avvicina a questa cultura non si parla mai di spendere fondi pubblici per cercare di migliorare la vita di quelle persone affette da queste patologie. Non si devono spendere soldi per queste persone che soffrono perché il pensiero eugenetico neoliberale che si è sostituito a Dio ha già deciso chi è degno di vivere e chi no.

Il pensiero eugenetico neoliberale è fondato sulla cultura criminale del pareggio di bilancio, quella in base alla quale si devono sopprimere vite umane pur di non aumentare la spesa pubblica.

Ogni qual volta questo pensiero viene diffuso e alimentato, troviamo puntualmente sempre loro: i radicali. Questo partito è un veleno che è stato iniettato nel corpo dell'Italia e che ha portato una degradazione morale ed economica senza precedenti.

 Sono stati loro per primi a promuovere l'aborto, ovvero l'omicidio degli innocenti, così come furono loro a difendere il divorzio che ha completamente disgregato uno dei pilastri della società italiana, ovvero la famiglia naturale.

Allo stesso modo furono loro a promuovere il devastante sistema economico neoliberale che ha dato vita a quella che si può definire la più enorme deindustrializzazione della storia la cui vittima è stata l'Italia. Questo sistema ha polverizzato l'IRI, uno dei più grandi gruppi industriali al mondo, i cui sicari sono stati Romano Prodi e Mario Draghi.

 Per poter voltare definitivamente pagina, l'Italia dovrà abbandonare questa cultura della morte, dove un malato viene considerato un costo e non una vita da salvare e tutelare. Per poter voltare pagina, l'Italia deve espellere il veleno che le è stato iniettato negli ultimi 50 anni.

(ilpost.it/2021/11/24/suicidio-assistito-tribunale-ancona/)-Il Post.

La questione del primo suicidio assistito in Italia non è ancora finita

Nonostante l'autorizzazione dell'ASL delle Marche, la regione ha detto che dovrà intervenire un tribunale per decidere se e come si dovrà fare

(Cesare Sacchetti- edited ) .

 

Cesare Sacchetti.

Il pensiero eugenetico liberale moderno ci dice che è diritto dello Stato dare a chi lo vuole la facoltà di mettere fine alla propria vita. In pratica, questo pensiero eugenetico liberale moderno in nome della libertà di fare ciò che si vuole con il proprio corpo pretende di costringere un terzo a violare la propria libertà diventando di fatto il carnefice di chi vuole suicidarsi. Questo stesso pensiero che sostiene l'omicidio di Stato in nome di una presunta libertà a fare ciò che si vuole è lo stesso pensiero che vuole violare la libertà del corpo altrui obbligando alcuni a ricevere un letale siero sperimentale che provoca non di rado degli effetti collaterali mortali. Alla fine vediamo che questa ideologia va sempre e solo in una unica direzione. Non quella di salvare vite umane e di difendere e rispettare la libertà di tutti. Questa ideologia va sempre e solo nella direzione di uccidere le persone.

Questa ideologia è una ideologia di morte che detesta l'umanità e che ha come unico scopo non quello di difendere la vita umana, ma di sopprimerla in ogni possibile modo.

(Cesare Sacchetti).

 

Cesare Sacchetti.

Uno dei pilastri dell'ideologia globalista è sicuramente l'immigrazione incontrollata e senza regole verso il mondo Occidentale. L'immigrazione è stata utilizzata come una vera e propria arma da parte della grande finanza transnazionale per dare vita ad una opera di eugenetica e ingegneria sociale al tempo stesso. Il fine di questa operazione è quello di sostituire i popoli europei, la loro identità, storia, cultura, religione ed etnia con un magma senza identità fuso ai popoli afro-asiatici.

Si tratta in altre parole della sublimazione del cosiddetto piano Kalergi che negli anni'20 fu lautamente finanziato dai Warburg e i Rothschild per concepire il piano di pulizia etnica degli europei e più in generale degli Occidentali. Il mondialismo per poter nascere ha bisogno di sradicare le nazioni e di conseguenza ha bisogno di costruire un popolo artificiale senza una sua vera storia e cultura.

Uno degli obiettivi di Joe Biden era sicuramente questo, ovvero quello di riaprire i confini con il Messico e lasciare che ondate di immigrati clandestini invadessero il Paese. Joe Biden sta per fare il contrario.

 La settimana prossima tornerà in vigore la politica di Trump, fondata sul principio della permanenza in Messico degli immigrati clandestini. Più andiamo avanti più vediamo che la cosiddetta amministrazione Biden disattende gli ordini del deep state ed esegue piuttosto quelli degli ambienti contigui a Trump.

Tutto questo rafforza ancora una volta quanto diverse fonti militari, e una ormai notevole mole di fatti, hanno dimostrato nel corso dei mesi. Joe Biden non risponde agli ordini del partito democratico. Dallo scorso 20 gennaio, a comandare sono i militari fedeli a Donald Trump.

(forbes.com/sites/nicholasreimann/2021/11/24/trump-era-remain-in-mexico-immigration-policy-reportedly-may-restart-next-week/?utm_campaign=forbes&utm_source=twitter&utm_medium=social&utm_term=Gordie&sh=4dba2402731f)-Forbes.

Trump-Era ‘Remain In Mexico’ Immigration Policy Reportedly May Restart Next Week

President Joe Biden has vowed to end the practice, but his efforts have been blocked by the courts.

(Cesare Sacchetti, edited  )

Cesare Sacchetti.

Alcuni lettori segnalano il passaggio di aerei caccia Eurofighter sopra il centro abitato di Roma. Negli ultimi due giorni sono stati avvistati ripetutamente sopra i cieli della Capitale mentre volavano ad altitudini bassissime. Gli abitanti delle zone sopra le quali è passato riferiscono che passano sempre nelle stesse direzioni e ripetono la stessa rotta nel giro di pochi minuti. Continuano a girare per circa mezz'ora e poi vanno via. Un altro aspetto anomalo del loro percorso è che ne passano due o tre e volano l'uno davanti all'altro come se stessero simulando una qualche manovra di attacco in volo. Tutto questo però è espressamente contro le regole dell'aereonautica. Nessun aereo può volare a meno di 300 metri di altitudine sopra il centro abitato, tanto meno degli Eurofighter che in questo caso volavano sopra le case ad una altitudine di 60-80 metri circa. A questo punto ci si chiede quale esercitazione (illegale) abbia autorizzato il regime di Draghi, e soprattutto perché l'ha autorizzata?

(Cesare Sacchetti).

 

Cesare Sacchetti.

Draghi e Macron hanno firmato stamane il trattato del Quirinale. È la definitiva chiusura del cerchio che spiega le ragioni per le quali le élite mondialiste hanno deciso di sostituire Conte con Draghi. Sotto il regime di Giuseppe Conte, l'Italia si stava spostando del tutto sotto la sfera di influenza cinese. Fu proprio Conte a far entrare l'Italia nella Via della Seta aprendo così la strada alla colonizzazione economica del Paese da parte della dittatura comunista cinese. Fu sempre Conte a visitare "casualmente" ad ottobre 2019 una azienda cinese che produce test PCR. A questa azienda Conte poi appaltò proprio la produzione di quei test che si rivelarono decisivi per costruire la falsa narrazione pandemica, dal momento che i cosiddetti tamponi sono pensati espressamente per creare una quantità sterminata di falsi positivi.

L'asse Italia-Cina è stato così stretto che ha giocato un ruolo fondamentale nel lancio dell'operazione terroristica del coronavirus. Nei circoli delle élite globali, questo spostamento troppo netto dell'Italia verso la Cina non era gradito. L'Italia doveva restare sotto l'ombrello del mondialismo ma occorreva riportarla verso la classica sfera di influenza dell'Unione europea e del blocco euro-atlantico. Il passaggio di consegne da Conte a Draghi è servito proprio a questo. A riportare l'Italia nell'area europea della globalizzazione, e a farla diventare un satellite di Parigi. Il trattato del Quirinale completa questo passaggio e ora si può senz'altro affermare che la sovranità del Paese, inesistente da decenni, passa definitivamente sotto il regime di Macron. A questo proposito, però è importare ricordare che Macron risponde a sua volta ai padroni della finanza internazionale, ovvero alla famiglia Rothschild per la quale ha lavorato per diversi anni.

Esistono delle gerarchie e degli equilibri nel Nuovo Ordine Mondiale, o se preferite dei veri e propri clan. In questa piramide del potere, ci sono alcuni Paesi che occupano un posto superiore agli altri. La Francia sta un gradino più in alto dell'Italia in questa gerarchia. Alla fine però ogni singolo Paese, salvo quelli fuori da questo gioco, non è mai veramente sovrano. La vera sovranità ce le hanno queste famiglie mondialiste i cui nomi sono sconosciuti all'opinione pubblica. La vera sovranità è nelle mani degli Astor, dei Rothschild, dei Rockefeller, dei Morgan e dei Warburg. Sono queste famiglie che hanno in mano praticamente il 90% della ricchezza del pianeta. La strada per ritrovare la sovranità perduta deve passare pertanto inevitabilmente da qui.

La strada per tornare ad essere realmente sovrani e indipendenti passa per abbandonare la gerarchia globalista e iniziare a costruire delle alleanze con quelle nazioni che non vogliono essere soggiogate dal Nuovo Ordine Mondiale. Per poter intraprendere questo percorso, l'Italia ha prima bisogno di liberarsi di questa classe politica marcia e totalmente al soldo di questi poteri sovranazionali. Tutto lascia pensare che il processo di decomposizione della seconda Repubblica sia ormai in stato piuttosto avanzato. Questa fase di decadenza dolorosa forse era davvero necessaria per iniziare a guardarsi dentro e iniziare a intraprendere quel cammino per ricostruire la grandezza perduta di questa nazione così importante per la storia d'Europa e del mondo intero.

(google.com/amp/s/amp24.ilsole24ore.com/pagina/AENI0Jz)-Il Sole 24 ORE.

Draghi riceve Macron. Oggi la firma del Trattato del Quirinale

Mattarella al presidente francese: «Insieme per costruire un’Ue più forte»

(Cesare Sacchetti, edited). 

 

Cesare Sacchetti- November 26-2021.

Giungono voci di un tentato e sventato fantomatico colpo di Stato in Ucraina ai danni del presidente ucraino, Zelensky. Zelensky stamane ha fatto questo annuncio e ha sostenuto che dietro questa presunta operazione ai suoi danni ci fosse dietro la Russia. La sensazione è che con ogni probabilità si tratti di una enorme messinscena per tentare di creare una escalation contro la Russia. La Russia non ha mai praticato questo tipo di ingerenze negli Stati stranieri tali da prevedere il rovesciamento dei loro governi. I "maestri" di tale pratica eversiva sono uomini quali George Soros e l'apparato del governo occulto di Washington. Furono infatti questi poteri a ingerire nella sovranità ucraina nel 2014 dando vita all'Euromaidan, ovvero il famigerato colpo di Stato attuato per rovesciare il legittimo presidente dell'epoca, Yanukovich, sostituito con il fantoccio di Washington e Bruxelles, Poroshenko.

Questa uscita di Zelensky appare come una manovra disperata per alzare la tensione contro la Russia e costringere la NATO ad intervenire in un eventuale conflitto ucraino/russo. Per quanto però Zelensky si sforzi di provocare una guerra con Mosca, i suoi tentativi sono tutti vani. La NATO non ha alcuna intenzione di entrare in uno scontro suicida con la Russia, soprattutto dopo che gli Stati Uniti hanno praticamente affondato l'alleanza atlantica con la firma dell'accordo sulla fornitura di sottomarini nucleari all'Australia. Il mondialismo vuole a tutti i costi una guerra contro la Russia, ma il suo problema resta sempre lo stesso. Non c'è nessuno che possa permettersi di reggere lo scontro con Mosca.

(google.com/amp/s/amp.theguardian.com/world/2021/nov/26/ukrainian-intelligence-warns-russia-backed-december-coup)-the Guardian.

Ukrainian intelligence warning of Russia-backed December coup, president says

President Volodymyr Zelenskiy says Ukraine is ready for any escalation with Russia

(Cesare Sacchetti, edited). 

 

Cesare Sacchetti.

Stamane Trump ha rilasciato una intervista a Fox News nella quale ha parlato dell'inchiesta condotta da John Durham sullo Spygate, già noto come bufala del Russia-gate. Trump è alquanto soddisfatto dei rinvii a giudizio emessi da Durham contro alcuni responsabili del colpo di Stato concepito contro di lui, ma ha anche aggiunto che Durham deve mirare ai vertici di questa operazione eversiva. Al vertice di questo piano c'è Hillary Clinton, che ordinò nel 2016 la fabbricazione di falsi dossier per screditare Donald Trump. Il suo alleato più prezioso in questo senso si trovava nell'ufficio Ovale. Il suo alleato più prezioso era l'allora Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Piuttosto che ordinare di arrestare coloro che stavano cercando di incastrare Trump, Obama autorizzò lo spionaggio illegale nei confronti di Trump sotto il falso pretesto di una sua immaginativa "complicità" con la Russia. Obama permise all'FBI di spiare Trump. Tutti gli uomini chiave del deep state hanno partecipato in questa trama eversiva. Hanno partecipato l'ex direttore dell'FBI, James Comey, e l'ex direttore della CIA, James Clapper. Obama avrebbe anche ordinato a Matteo Renzi di coinvolgere i servizi segreti italiani per cercare di incastrare Trump. Trump oggi ha dato a Durham un ordine esplicito. È tempo di rinviare a giudizio gli autori di questo golpe internazionale. È tempo di assestare il colpo definitivo al deep state internazionale.

(t.me/realKarliBonne/55628)-Telegram.

Midnight Rider Channel.

President Donald J Trump this morning on FOX business on Durham- it should go all the way to the top - they need the courage

(Cesare Sacchetti, edited ).

 

 

 

 

 

La politica italiana sta diventando

sempre più americana.

L’analisi del prof. Mattia Diletti.

Formiche.net- Andrea Picardi- ( 22/07/2021)- ci dice:

Il processo di americanizzazione della politica italiana, secondo il professore di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma Mattia Diletti: “È iniziato trent’anni fa con le tecniche e gli strumenti e ha finito inevitabilmente con l’estendersi alle policy”. Fenomeno confermato anche dall’iniziativa “Ti candido”: l’associazione prende spunto dal movimento Justice Democrats che nel 2018 debuttò contribuendo alla vittoria e all’elezione al Congresso di Alexandria Ocasio-Cortez.

L’Italia e l’America, politicamente parlando. O, meglio, il processo di americanizzazione della politica italiana. “Ormai è in corso da trent’anni”, ha commentato il professore di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma Mattia Diletti, considerato tra i principali esperti di think tank nel nostro Paese. Un fenomeno che oggi si articola in due binari principali: le tecniche e gli strumenti da un lato e le questioni di policy dall’altro.

“Ma si deve sempre considerare che si tratta di due mondi diversi: non basta agitare lo scintillio americano per funzionare nel sistema politico italiano, altrimenti si rischia di fare la fine di Alberto Sordi nel film Un americano a Roma“, ha osservato ancora Diletti, che un esperimento diretto di americanizzazione lo sta portando avanti dal 2019.

E’ il caso dell’associazione Ti candido, di cui è tra i fondatori, che sul modello dei PAC negli Usa mira a selezionare dal basso e poi a finanziare attraverso campagne di crow-funding i candidati in lizza per le elezioni comunali e regionali: “Nelle tornate elettorali del 2019 e del 2020 abbiamo contribuito a eleggere undici consiglieri comunali e regionali e un sindaco. Ma per le prossime amministrative la sfida è di essere presenti nelle cinque principali città al voto, ossia a Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli”.

Professor Diletti, l’americanizzazione della politica italiana è un fenomeno solo degli ultimi trent’anni?

Ai tempi della vecchia repubblica dei partiti l’America non la guardavamo neppure. Nel senso che c’era la certezza della vicinanza agli Stati Uniti perché erano il Paese fratello e l’alleato principe ma in politica non ci ispiravamo a quel modello perché troppo diverso da noi. E anche per via di una certa diffidenza nei confronti degli Usa da parte della cultura cattolica.

E  poi cos’è successo?

All’inizio degli anni novanta, e con Tangentopoli, tutto è cambiato. Allo sfaldarsi del sistema dei partiti, le forze politiche sono diventate sempre più leggere e meno ideologiche, è aumentato il grado di personalizzazione ed è emerso il primato della comunicazione, da Silvio Berlusconi in poi. In questo contesto è inevitabile che gli Stati Uniti siano diventati fonte di ispirazione per l’Italia.

Da che punto di vista?

Innanzitutto per quanto riguarda le tecniche. Penso alla comunicazione, all’idea della politica come prodotto e alle attività di marketing che la accompagnano. E anche al sistema mediale che ha cominciato ad assomigliarsi di più. Per non parlare dell’importanza della leadership che in quella fase è arrivata anche da noi. I partiti iniziarono a perdere peso e, di conseguenza, cominciò a crescere in misura rilevante l’importanza delle singole personalità politiche. Dei leader, appunto.

E sotto il profilo dei temi e delle politiche?

Anche ovviamente. Com’era logico, dagli strumenti l’influenza americana ha finito con l’estendersi anche alle policy. Un processo di americanizzazione iniziato a sinistra, dove la ristrutturazione ideologica è stata più veloce, con l’Ulivo mondiale, la cosiddetta Terza via, il mito di Bill Clinton e Tony Blair.

A destra invece?

E’ accaduto lo stesso, anche se un po’ più tardi e con maggiore gradualità. Esempi in tal senso però non mancano: tra gli altri, mi vengono in mente la fondazione Magna Charta di Gaetano Quagliariello o la rivista Ideazione di Alleanza Nazionale, che guardava apertamente all’America. Alcuni temi così sono diventati comuni: si pensi a Donald Trump e a Matteo Salvini e alle questioni dell’immigrazione e del sovranismo, tanto per citare due argomenti di cui abbiamo parlato moltissimo in questi anni.

Salvini ma anche Giorgia Meloni, giusto?

Certamente, ricordiamoci che ad esempio poco prima della pandemia, a febbraio 2020, ha inaugurato a Roma la “National Conservatism Conference”, il principale appuntamento del mondo conservatore a livello internazionale, che quest’anno si svolgerà a fine ottobre a Orlando in Florida.

Occasione di confronto a cui hanno preso parte tutti i principali think tank della destra mondiale in cui si costruiva un rapporto culturale con l’America su argomenti quali la libertà individuale, la sovranità, la difesa dei confini, il primato della religione. Gli Stati Uniti, lo dicevamo, sono il punto di riferimento con cui ci si confronta pure per la selezione dei temi.

Con Mario Draghi a Palazzo Chigi questo processo di americanizzazione com’è cambiato?

Quando ci sono i governi tecnici la parte che attiene agli strumenti del consenso in un certo senso è sospesa: si innescano altre dinamiche, non quella tipica della competizione elettorale e, tra virgolette, di vendita del prodotto. In questo momento, quindi, l’influenza è riscontrabile soprattutto in termini politici: Mario Draghi è una sorta di americano acquisito. E’ molto vicino agli Usa, ha fatto parte della Brookings Institution, che è uno dei più importanti think tank americani,                   ha lavorato in Goldman Sachs. Credo stia facendo perno su Joe Biden anche nella speranza che il presidente Usa possa essere uno scudo contro le tentazioni di ritorno all’austerity dura e pura nella fase post-pandemia.

Ossia, nella prospettiva che, terminata l’emergenza, i falchi possano tornare a prevalere a Bruxelles?

Esattamente, noi stiamo comunque facendo debiti. Una volta che saranno arrivate le risorse dall’Europa, sarà fondamentale che l’America si schieri convintamente nel fronte anti-austerity.

E il tema del finanziamento della politica?

E’ un altro aspetto chiave dell’americanizzazione in atto nel nostro Paese. Com’è noto d’altronde, siamo ormai anche in Italia in una fase nella quale la politica e le campagne elettorali non vengono più finanziate con i soldi pubblici. E allo stesso tempo da noi anche l’attività di lobbying ha cambiato pelle: il rapporto con la politica è diventato un po’ più americano e anche il ruolo dei portatori di interesse si è fatto molto più evidente.

In questo contesto come si inserisce l’associazione “Ti candido”, di cui anche lei professore è tra i promotori?

“Ti candido “nasce come operazione di carattere politicamente e culturalmente radicale, sulla base della considerazione che è necessario, come avviene negli Stati Uniti, trovare nuove forme di organizzazione dal basso dell’attività di lobbying, che gli americani chiamano Grass-roots. Il presupposto dell’iniziativa si fonda sull’idea che i soldi rappresentino uno degli strumenti chiave dell’attività politica. E’ inutile far finta che non sia così e continuare ad avere questo pregiudizio, come se il denaro fosse lo sterco del demonio. Riuscire a raccogliere risorse è parte integrante del lavoro politico ma in Italia questa attività si fa poco e male.

Quindi anche questa iniziativa è figlia del processo di americanizzazione in atto?

Ci siamo ispirati a uno strumento che si chiama” Justice Democrats”, che debuttò contribuendo alla vittoria e all’elezione al Congresso di Alexandria Ocasio-Cortez. Certo, sappiamo bene che quel modello da noi non è riproducibile tout-court, visto che non esiste un sistema di primarie in grado di consentire a un outsider di sfidare l’insider e di vincere.

E voi quali candidati sostenete?

Chiediamo loro di avere certe caratteristiche: di essere possibilmente nuovi e di rappresentare interessi sotto-rappresentati, non forti per così dire, come lavoro, minoranze, inclusione. E poi di avere radicamento e riconoscibilità a livello territoriale su battaglie locali in tema, ad esempio, di giustizia sociale e ambientale.

Finora com’è andata?

Abbiamo fatto due sperimentazioni nel 2019 e nel 2020, con un totale di 11 eletti. Tra gli altri voglio citare il sindaco di Legnano Lorenzo Radice, l’italo-egiziana Marwa Mahmoud a Reggio Emilia e la consigliera regionale Elena Ostanel in Veneto.

E per le prossime elezioni d’autunno cosa avete in programma?

Per le prossime amministrative la sfida è di essere presenti nelle cinque principali città al voto, ossia a Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli. L’operazione è più complicata perché nei grandi centri urbani le strutture di partito sono tradizionalmente molto meno ospitali di quanto non lo siano nei piccoli comuni dove di regola le forze politiche organizzate sono in difficoltà e resistono quasi solamente le comunità umane. E poi anche perché ovviamente nelle città più importanti servono molte più risorse per svolgere la campagna elettorale.

E con il Forum di Fabrizio Barca cosa farete?

Abbiamo stretto un’alleanza formale con l’idea di offrire un aiuto ulteriore ai candidati, che sempre più spesso ci chiedono sostegno in termini di idee, organizzazione e proposte concrete. Appunto perché i partiti sono in crescente difficoltà. Faremo un giorno di formazione a settembre anche per dare alcune informazioni sulle modalità di organizzazione della campagna elettorale.

A che punto siete arrivati e come si struttura la vostra attività?

Stiamo cercando i candidati da sostenere, anche se formalmente dobbiamo aspettare la presentazione delle liste elettorali. Insieme al Forum, sceglieremo poi chi appoggiare. Il 15 luglio è terminato il primo round di crow-funding mentre a settembre partirà il secondo con l’obiettivo di supportare direttamente i candidati di “Ti Candido”.

A proposito di selezione, sosterrete candidati di ogni schieramento politico oppure su questo c’è un orientamento preciso?

Questa è un’operazione di centrosinistra, non un’iniziativa bipartisan. Vogliamo pungolare i partiti di quest’area politica in modo che tornino a fare il loro lavoro. Occorre rendere più sofisticati i processi di organizzazione e di relazione con la società e gli elettori. Non ci sono più le vecchie rendite, ci vogliono lavoro e infrastruttura. Questo è il vero contributo dell’americanizzazione, non basta mettersi una spilla degli Usa o affermare di essere amici di Barack Obama.

E la decisione a chi spetterà?

A noi, a Ti Candido e al Forum. Proveremo a scegliere anche stavolta persone valide e rappresentative, che siano vicine a un’agenda politica nella quale anche noi ci riconosciamo. E non c’è niente di male, aggiungo. Come appunto una lobby Usa dal basso.

 

 

 

La sinistra delusa da Biden .

"Ha fatto errori disastrosi."

Ilgiornale.it- Pasquale Napolitano-(22 Agosto 2021)- ci dice :

Da Renzi a Letta, Gentiloni e Molinari, tutti bocciano l'ex "salvatore" che aveva sconfitto il demonio Trump.

Il presidente degli Stati Uniti d'America Joe Biden fa cilecca al primo appuntamento. La sinistra italiana, l'amante sedotta e tradita, «rottama» il 46º inquilino della Casa Bianca. Passato in appena 7 mesi da «eroe nazionale» per i democratici italiani, dopo la vittoria (carica di polemiche) contro Donald Trump, a «principale responsabile» di una crisi internazionale e umanitaria senza precedenti. Il Pd è già in cerca di un nuovo carro su cui saltare per inseguire il «sogno» di una sinistra riformista capace di imporre un nuovo corso al mondo.

 Il numero due dell'amministrazione di Washington Kamala Harris è l'indiziata.

 

Il veloce ritiro delle truppe dall'Afghanistan, deciso da Biden contro il parere degli alleati (Italia e Gran Bretagna), provoca imbarazzo in tutto il campo della sinistra italiana. C'è chi resta in silenzio. Chi ammette il fallimento al primo vero banco di prova. Il pentimento è affidato al quotidiano La Repubblica, la più voce dell'atlantismo di sinistra, che ha accompagnato a colpi di paginate ed editoriali la conquista della Casa Bianca da parte dei Democratici americani.

La resa, davanti alla tragedia della crisi afghana con i talebani che riconquistano il potere, è contenuta nelle parole del direttore Maurizio Molinari: «La decisione disastrosa sulle modalità di ritiro dei soldati americani è stata presa dal presidente Biden, il quale era anche stato messo al corrente da intelligence e Pentagono sui rischi che si correvano se si fosse agito in maniera affrettata. La prima decisione importante presa da Biden in questi primi sette mesi di mandato è quindi stata sbagliata. Ora ci sono 15mila cittadini Usa ancora a Kabul e che devono essere riportati a casa», commenta ospite di Frontiere (Rai 3).

Il giudizio di Molinari è netto.

Al punto che il direttore de La Repubblica si spinge a un'affermazione ancor più dura: «La crisi di Teheran (nel 1980 53 dipendenti dell'ambasciata statunitense in Iran furono tenuti ostaggio da «studenti» spalleggiati dal regime) al cospetto del caos di Kabul è un gioco da ragazzi». Biden bocciato. Congedato. È un invito alla sinistra italiana a cambiare cavallo. Che arriva dal quotidiano che domenica 8 novembre 2020 festeggiava la vittoria di Biden contro il «pericoloso» Trump come il giorno della nascita di nuovo mondo.

Nei giorni scorsi Matteo Renzi, altro amante tradito da Biden, aveva già ingranato la retromarcia: «Un errore storico. Rispetto ma non condivido la posizione di Biden». Lacrime di coccodrillo da parte di chi (Renzi) vedeva nel 46° Presidente Usa un «fratello maggiore».

Nei giorni del ritorno dei Democratici alla Casa Bianca, dopo i quattro anni di Trump, Renzi era felice come una Pasqua: «Biden è stato un punto di riferimento vero negli anni della presidenza Obama. Ho sempre considerato Joe come la persona da chiamare quando c'era da chiedere un consiglio».

 Guai a dirlo, oggi, ai 15mila americani bloccati in Afghanistan che rischiano la vita.

Letta, che aveva cominciato la sua avventura alla guida del Pd annunciando di ispirarsi a Biden, scarica il suo vate: «A me non è piaciuto il discorso che ha fatto Biden. Le sue parole le ho trovate totalmente inadeguate rispetto alla gravità della situazione. Questa fuga vergognosa è un tradimento ad un popolo che si è fidato di noi e che oggi probabilmente fai i conti con l'aver pensato di aver fatto male a fidarsi di noi».

 Altri due pezzi da novanta del Pd prendono le distanze da Biden. Enzo Bianco, presidente dei Liberal Pd ammette: «Sono rimasto deluso dalla modalità con la quale il presidente Usa Joe Biden ha orchestrato lo svolgimento dell'operazione».

Seguito in scia da Pierluigi Castagnetti: «Grave errore Biden. In ogni caso i rientri non si fanno così». Critiche arrivano anche dal prodiano Arturo Parisi.

 L'americano per eccellenza, Walter Veltroni, resta in silenzio. Comprensibile. È complicato trovare parole giuste per giustificare il fallimento dell'uomo definito il «messia del riformismo».

Quasi muto resta il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni che aveva deciso di «abbracciarsi da solo» per salutare la vittoria di Biden. Ora Gentiloni, che parla di «finale disastroso» senza citare il presidente Usa, ha bisogno di abbraccio vero.

 

 

Guerre a sinistra.

Ilfoglio.it- FRANCESCO CUNDARI -( 28 AGO 2021)-ci dice :

    

Quella fredda, in Kosovo, in Afghanistan. Un tempo i progressisti ne discutevano sul serio. Oggi ripetono soltanto luoghi comuni.

Adesso che i tremendi attentati dell’Isis, la ritirata americana sempre più simile a una rotta, le immagini strazianti dei tanti afghani in cerca di scampo e quelle di Joe Biden in cerca di giustificazioni si confondono, soprattutto a sinistra, con accuse e recriminazioni contraddittorie – quelli che non volevano l’impegno e ora contestano il disimpegno, quelli che criticavano la pretesa di imporre diritti umani e democrazia con la forza e ora pretendono eccome, salvo poi aggiungere che l’errore degli americani è stato “non ascoltare abbastanza” gli afghani – è difficile riprendere il filo di un dibattito che pure, a suo tempo, è stato acceso, sentito, lacerante, ma anche autentico.

Il ritiro unilaterale da una guerra che non lo era stata affatto, al contrario dell’intervento in Iraq, ha finito per rimescolare definitivamente le carte e incasinare ogni discussione, confondendo gli alibi di oggi e le ragioni di allora, il senno del poi e le fregnacce del prima (e viceversa).

Dai dolenti post su Facebook dell’ultimo militante di sinistra alla singolare intervista del segretario del Partito democratico a Repubblica del 17 agosto – quella in cui Enrico Letta parlava di Siria, Afghanistan e Iraq come delle “tre guerre sbagliate dell’occidente” – tutto sembra essersi ridotto a un omogeneizzato indistinto, a un insieme di dichiarazioni scomposte e luoghi comuni sconnessi, a un interminabile comizio di Alessandro Di Battista.

Tanto che nemmeno il leader del principale partito del centrosinistra sembra essere più capace di distinguere l’unilaterale intervento in Iraq, il multilaterale intervento in Afghanistan e l’inesistente intervento in Siria (dove semmai, se una colpa può essere addebitata all’occidente, è per l’appunto quella di non essere intervenuto).

E pensare che proprio l’intervento in Afghanistan, visto da qui, cioè dall’Italia, e in particolare dal punto di vista della sinistra italiana, era stato il momento culminante di un’evoluzione lunga e tormentata, sebbene certo non lineare e piena di contraddizioni.

Volendo riprendere la storia dall’inizio, infatti, bisognerebbe ricominciare dall’alba della cosiddetta Seconda Repubblica, e dalla stessa nascita del centrosinistra come coalizione elettorale, formata dai diretti discendenti del Pci, del Partito socialista e delle correnti di sinistra della Democrazia cristiana. A un esame di storia contemporanea potrebbe essere una splendida domanda a trabocchetto: quale di queste formazioni, per la propria tradizione politico-culturale, avrebbe potuto fregiarsi maggiormente dell’etichetta “atlantista”?

Oggi, al tempo del governo Draghi, che si definisce orgogliosamente “europeista e atlantista”, e in cui il Pd – almeno sulla carta – tra tutti i partiti della maggioranza dovrebbe essere quello più a proprio agio, questo tuffo nel passato apparirà come una bizzarra digressione nella storia medievale. Ma la verità è che la domanda di cui sopra non ha una risposta univoca.

Se mi avventuro su un terreno così accidentato è perché è proprio qui che si verificò, tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999, il primo importante scarto, a sinistra, sulla guerra, l’Europa e il rapporto con l’America (perlomeno nella Seconda Repubblica).

La versione più radicale di questa storia, che a me personalmente è sempre parsa un po’ anacronistica, raccontava la stessa caduta di Romano Prodi e l’ascesa a Palazzo Chigi di Massimo D’Alema come una conseguenza diretta dell’imminente guerra del Kosovo. In questa versione, alimentata soprattutto da Francesco Cossiga, il fattore decisivo che avrebbe determinato la caduta del primo governo di centrosinistra sarebbe stato non tanto la ritrosia prodiana all’intervento militare, quanto la necessità di avere al governo un leader pienamente riconosciuto dall’elettorato ex comunista, che per tutti i lunghi decenni della Guerra fredda aveva sempre riempito le piazze in nome della pace e contro l’imperialismo (a me il fattore decisivo sembra sia stato semplicemente Cossiga, ma è discussione ormai oziosa, che ricordo solo per dire quanto quelle vicende, e soprattutto le loro diverse interpretazioni, fossero insieme delicate e ambigue, cariche di storia e anche di pesanti conseguenze politiche).

Resta comunque il fatto che su quella scelta il presidente del Consiglio D’Alema decise di pubblicare immediatamente anche un libro: “Kosovo – Gli italiani e la guerra” (Mondadori, 1999), nella forma di una lunga intervista con Federico Rampini. Il primo capitolo s’intitolava: “La vigilia. Un ex comunista agli esami di politica estera”. Nel risvolto di copertina D’Alema chiariva: “Ho scelto di ricostruire alcuni momenti, i più significativi, di questa vicenda perché sono convinto che ci abbia reso più forti e consapevoli dei nostri doveri”.

La scelta dividerà profondamente la sinistra radicale dal resto del centrosinistra, allargando peraltro una ferita già aperta. Il primissimo dei tanti fattori decisivi della caduta del governo Prodi era stata infatti proprio l’uscita di Rifondazione comunista dalla maggioranza, che Cossiga aveva sostituito con l’Udr, formazione centrista nata qualche mese prima in Parlamento.

Niente però mi pare paragonabile all’importanza e alla profondità della discussione che si apre a sinistra all’indomani dell’11 settembre 2001, quando si comincia a parlare di un possibile intervento in Afghanistan, proprio mentre il principale partito della sinistra celebra il suo congresso.

Piero Fassino, infatti, sarà proclamato segretario il 18 novembre 2001 con il 61 per cento dei voti raccolti nelle sezioni, al termine di un dibattito vero, ampio e diffuso, forse l’unico, nella pur breve storia delle formazioni post-comuniste che precedettero il Pd (quanto al Pci, va bene, è un’altra storia, ma insomma, non è che al suo interno vigesse proprio la democrazia dell’alternanza).

Ufficialmente, la corsa comincia il 3 settembre, quando vengono depositate le mozioni congressuali (oltre a quella di Fassino, la mozione cosiddetta “ulivista” di Enrico Morando e quella del “correntone” guidato da Giovanni Berlinguer, in verità già depositata ai primi di agosto). Ma le posizioni fissate in quei documenti potrebbero avere un qualche interesse al massimo per gli amanti della storia controfattuale. Otto giorni dopo, infatti, è l’11 settembre del 2001: l’attacco alle Torri gemelle nel cuore di New York.

Per dare un’idea del clima in cui tutto questo accade, va ricordato che il 3 settembre 2001 non cadeva soltanto otto giorni prima del più grande attentato in territorio americano dai tempi di Pearl Harbour, ma anche meno di due mesi dopo le manifestazioni contro il G8 di Genova, la morte di Carlo Giuliani e i pestaggi della scuola Diaz.

Alla marcia della pace Perugia-Assisi fissata per il 14 ottobre, ad appena una settimana dall’inizio della guerra in Afghanistan, i leader no global promettono un paio di “ceffoni umanitari” per i dirigenti del centrosinistra intenzionati a partecipare. Poi spiegheranno che erano “ceffoni metaforici”, ma è il pensiero che conta.

Del resto, nel corso degli anni successivi, non mancheranno anche ceffoni veri e propri, nelle tante manifestazioni in cui no global, pacifisti e partiti di sinistra, radicali e riformisti, continueranno a incrociarsi, contendendosi il terreno e le bandiere, a cominciare da quella della pace, anche a cazzotti.

Anche quando appoggiano l’intervento militare e ne difendono le ragioni, infatti, i dirigenti della sinistra non vogliono lasciarsi espellere dal movimento per la pace.

Ci sono ovviamente ragioni tattiche: a spingere per il dialogo con i movimenti, a cominciare da quel movimento no global che pure li corrisponde così poco, è anzitutto la sinistra interna, schierata con Giovanni Berlinguer (in verità, come sempre, anche questa è una storia più complicata, essendo il “correntone” così chiamato in quanto nato dalla confluenza tra la corrente della sinistra storica e quella dei veltroniani, che in teoria dovrebbero essere i più filoamericani e i meno radicali di tutti, e infatti in buona parte tali ritorneranno, ma ho appena 12.500 battute di spazio, e se comincio con la storia delle correnti non mi bastano nemmeno per l’introduzione). Alla base di quella e di tante altre ambiguità ci sono però anche ragioni più profonde: storiche, simboliche, personali, persino esistenziali.

Sta di fatto che da quella parte – con i movimenti che gridano “No alla guerra senza se e senza ma”, e con il correntone che al congresso sfida Fassino – sono schierati, con tutto il loro peso, il direttore dell’Unità, Furio Colombo, e il segretario della Cgil, Sergio Cofferati. E anche questa è una novità assoluta, per il partito erede del Pci.

Una piccola leggenda locale, credo inventata per farmi piacere, vuole che alla sezione Mazzini il mio personale intervento di giovane militante abbia fatto perdere un voto al correntone, non perché io abbia convinto nessuno con la forza dei miei argomenti (cosa che non credo mi sia mai capitata), ma perché feci talmente arrabbiare uno dei presenti (questo, lo ammetto, mi capita un po’ più spesso), che quello si alzò nel bel mezzo del mio discorso, mi mandò platealmente a quel paese e uscì indignato dalla sala, ma evidentemente si dimenticò o non ebbe modo di sbollire in tempo per tornare a votare.

 E tutto perché avevo citato un’intervista di Naomi Klein, in quel momento al massimo della sua popolarità a sinistra come fresca autrice del best seller “No Logo”. Intervista che purtroppo non sono riuscito a recuperare – quindi cito a memoria – in cui diceva che Jospin o Aznar, Schröder, Blair o Bush non facevano per lei nessuna differenza. Io mi ero limitato a chiosare, citando un vecchio film di Nanni Moretti, che un tempo a quelli che dicevano “destra o sinistra sono tutti uguali” avremmo replicato “te lo meriti Alberto Sordi”. La cosa buffa è che non esistevano ancora né il grillismo né i girotondi, cioè il movimento proto-grillino che appena qualche mese dopo sarebbe stato fondato giusto da Nanni Moretti (escludo comunque che ciò sia avvenuto per colpa mia).

La piccola testimonianza personale mi serve per dire una cosa molto semplice, cui probabilmente nessuno dei lettori più giovani crederà nemmeno per un minuto: che era bello. Comunque la si pensasse sulla guerra in Afghanistan, su Naomi Klein, sui movimenti no global o sulle bandiere arcobaleno. Era bello. Era una discussione vera. Era una battaglia che si combatteva sezione per sezione, con tante persone che si confrontavano e si accapigliavano intorno ai problemi più grandi e angoscianti di quel momento. Ed è un vero peccato che nella lunga storia della sinistra italiana questi momenti siano stati assai più l’eccezione che la regola.

Ora Enrico Letta dice che non si può leggere la vicenda afghana “slegandola dalla guerra in Iraq del 2003 e dalla over-reaction americana dopo l’attentato dell’11 settembre”. Dunque, par di capire, a suo giudizio avevano ragione Gino Strada e i tanti – tra i quali non mi risulta vi fossero né Letta né il partito in cui allora militava, la Margherita – che a quel tempo giudicarono l’intervento in Afghanistan una reazione, appunto, spropositata e ingiustificata.

Immagino che di fronte a un attacco che fa tremila morti nel centro di New York, apertamente rivendicato da un’organizzazione che in quel momento aveva i suoi campi di addestramento e il suo centro operativo nell’Afghanistan dei talebani, secondo Letta gli americani avrebbero dovuto presentare una formale richiesta di risarcimento danni. O forse, come si diceva allora e si è continuato a dire in tante altre occasioni, avrebbero dovuto esercitare straordinarie pressioni politiche e diplomatiche.

Ma quali pressioni si possono esercitare, se si pretende di escludere dal novero delle ipotesi il ricorso alla forza, vale a dire una volta che ci si è legati le mani dietro la schiena e si è consegnato il manico del coltello all’interlocutore? Che senso ha, a quel punto, dichiararsi fermamente intenzionati a premere sulla lama? La vicenda di Kabul sta lì a dimostrarlo, ma non è che ce ne fosse tanto bisogno: l’annuncio di una ritirata non è esattamente il miglior modo di rafforzare la propria posizione negoziale.

Accettare che ogni atto di forza sia escluso in partenza, a prescindere, senza se e senza ma, significa che dobbiamo rassegnarci a vedere affermarsi, e moltiplicarsi, gli atti di forza altrui. Se questo è l’altro mondo possibile di cui parlavano i movimenti pacifisti e no global, a sinistra sarebbe forse il caso di tornare a discuterne, domandandosi se sia anche, davvero, un mondo migliore.

 

 

 

 

Chi è un liberale, nel 2021.

Ilpost.it-Redazione-(12 aprile  2021)- ci dice :

Breve guida a una dottrina politica che in Italia ebbe grandi fortune, ma che oggi viene citata perlopiù a sproposito.

Lo scorso giovedì sul quotidiano Domani è uscito un articolo di Emanuele Felice, ex responsabile economico del Partito Democratico e storico dell’economia, sulla confusione che «regna sovrana» sullo scenario politico italiano e sulle sue categorie, che spiega come schieramenti che non hanno nulla a che fare con la tradizione liberale si intestino quell’etichetta seguendo «l’opportunismo politico». Nel descrivere questa appropriazione, che procede da anni, Felice sostiene ci sia uno svuotamento di significato di termini come “liberali” e “riformisti”, trascurando però una spiegazione che forse è ormai necessaria proprio per via della tendenza che descrive: chi è davvero, quando si parla di politica, un liberale?

È diventato effettivamente difficile definire cosa sia diventato il liberalismo e chi siano oggi coloro che si riconoscono in questa dottrina, per almeno due motivi: innanzitutto perché il liberalismo, nel corso della sua lunga storia, è stato tante cose diverse, e poi perché un partito che si richiami esplicitamente alla tradizione liberale, in Italia, non esiste da quasi trent’anni.

Come vedremo, l’unica formazione che ancora si definisce liberale è Forza Italia, ma con alcune contraddizioni.

Brevi cenni storici e i princìpi fondamentali.

L’insieme di teorie che hanno contribuito a formare la concezione odierna di liberalismo ha una storia lunga secoli. Sintetizzando molto, si può dire che l’origine del liberalismo risale almeno alla Gloriosa rivoluzione del 1688 con cui l’Inghilterra – che fino ad allora era una monarchia assoluta – si trasformò in una monarchia costituzionale. Nei secoli successivi, poi, si sviluppò con le teorie dei filosofi illuministi inglesi e francesi, in particolare con la prima elaborazione sistematica del concetto di liberalismo fornita da Montesquieu, considerato il fondatore della teoria della separazione dei poteri che ancora oggi è il principio fondamentale delle democrazie.

Le prime applicazioni pratiche di queste teorie si ebbero con le due rivoluzioni settecentesche, quella americana e quella francese. Da questi due importanti eventi storici e dalle loro conseguenze – la nascita della prima grande democrazia in Occidente e il superamento del cosiddetto ancien régime – discendono i princìpi fondamentali del liberalismo: l’uguaglianza dei cittadini, la tutela della libertà individuale e del diritto alla proprietà privata, la difesa dello stato di diritto, la laicità dello stato e la tolleranza religiosa.

In ambito economico, i liberali di solito seguono la dottrina liberista, quella basata sulla libera iniziativa delle imprese, sul libero mercato, sull’abbattimento delle barriere doganali e sulla riduzione al minimo dell’intervento dello Stato. Tuttavia, il liberismo e la sua declinazione novecentesca, il neoliberismo, sono una cosa diversa dal liberalismo: le prime sono dottrine prettamente economiche, la seconda una più generale dottrina politica.

Il liberalismo è stato il pensiero politico su cui si è fondato e che ha reso possibile il sistema capitalistico, e ha perlopiù coinciso con il liberismo per quanto riguarda la sfera economica. Ma sono esistite declinazioni del liberalismo più progressiste che hanno sposato teorie economiche più favorevoli all’intervento statale e finalizzate a una maggiore giustizia sociale rispetto al neoliberismo, specialmente dagli anni Sessanta in poi. Altre declinazioni ancora del liberalismo hanno abbracciato addirittura idee protezioniste in economia.

Per circoscrivere meglio la dottrina liberale, sono necessarie altre distinzioni:

 il termine liberale non va confuso con il suo corrispettivo statunitense “liberal” (Dem USA), che in passato ha avuto uno slittamento semantico per cui adesso identifica genericamente la sinistra democratica e progressista americana, sebbene con un significato più incentrato sui diritti civili che sulle questioni economiche.

In ogni caso, i liberal americani sono una cosa diversa dai liberali europei, da sempre collocati al centro o al centrodestra, e non a sinistra.

Un altro termine che potrebbe confondere è libertarismo, un orientamento politico che ha avuto declinazioni di sinistra, vicine all’anarchismo, e di destra, quelle che oggi sono ancora particolarmente popolari negli Stati Uniti.

 I libertari americani teorizzano un sistema che metta al primo posto la libertà individuale, escludendo il più possibile l’intervento dello stato centrale sull’economia e in generale sulle vite private dei cittadini.

I libertari americani(Dem USA) sono ultraliberisti, strenui difensori del diritto di possedere armi, contrari alle tasse federali, ma anche per esempio favorevoli alla liberalizzazione delle droghe leggere e ai matrimoni gay.

E in Italia?

I liberali, in particolare Camillo Benso (conte di Cavour), furono i protagonisti principali dell’unificazione italiana: in sostanza, lo stato unitario si fondò fin dall’inizio su alcuni classici princìpi liberali come il parlamentarismo, il costituzionalismo, la separazione tra stato e chiesa e il liberismo.

 Nei decenni successivi il regno d’Italia fu guidato sempre da esponenti liberali di vari orientamenti, fino a quando non si affermarono i nuovi partiti cosiddetti di massa – come il Partito Socialista e il Partito Comunista d’Italia – e prima che negli anni Venti il sistema politico liberale fosse definitivamente smantellato con l’ascesa del fascismo.

Benedetto Croce con Enrico De Nicola, primo capo dello Stato della storia repubblicana, liberale e monarchico (WIkimedia Commons).

Nel Secondo dopoguerra i liberali confluirono nel PLI (Partito Liberale Italiano), che si ricostituì nel 1942 con il contributo di alcuni storici esponenti liberali come il filosofo Benedetto Croce e quello che sarebbe poi diventato il primo presidente della Repubblica eletto della storia, l’economista Luigi Einaudi.

 Il PLI per tutta la durata della cosiddetta Prima Repubblica fu il puntello moderato di moltissimi governi, a partire da quelli centristi guidati da Alcide De Gasperi fino a quelli del pentapartito guidati da Bettino Craxi. Era un partito di piccole dimensioni, che non prese mai più del 6 per cento circa alle elezioni nazionali. Negli anni Sessanta si oppose al centrosinistra, mentre negli anni Settanta si schierò per esempio a favore della legge sul divorzio.

 

Nel 1994 il PLI si sciolse in seguito agli scandali di Tangentopoli, e i membri del partito si dispersero in varie formazioni di centrodestra, tra cui soprattutto Forza Italia e Alleanza Nazionale. Nel 1997 il PLI fu rifondato dall’ex liberale di lungo corso Stefano De Luca – ancora oggi presidente del partito – ma nelle recenti elezioni ha ottenuto sempre scarsissimi consensi, inferiori all’1 per cento.

Il liberalismo in Italia, oggi.

«Se la domanda è quali sono i partiti che si rifanno alla tradizione liberale, io direi nessuno» spiega Paolo Carusi, docente di Storia dei partiti politici all’Università di Roma Tre. «Nel senso che l’unico partito che si richiama almeno sulla carta al liberalismo è Forza Italia, ma con molte sfumature e molti distinguo».

Carusi si riferisce alla storia personale di Berlusconi, che è quella di un imprenditore monopolista avvantaggiato dai suoi legami con la politica prima e dai suoi incarichi pubblici poi, in evidente contrasto con i princìpi liberali della separazione tra pubblico e privato e della libera concorrenza.

Una componente liberale, in realtà, esiste anche in un partito più marginale rispetto a Forza Italia, cioè +Europa, che è formato grossomodo da tre sottoinsiemi: i radicali di Emma Bonino, i democratici cristiani di Bruno Tabacci e appunto i liberali di Benedetto Della Vedova.                    Il denominatore comune di queste tre componenti è però l’europeismo, perciò non si può dire che +Europa sia un partito che si richiama esplicitamente alla tradizione liberale classica.

Secondo Carusi, quando gli esponenti politici fanno un richiamo al liberalismo non lo fanno per intendere davvero il perseguimento di politiche che vadano in quella direzione, ma piuttosto per cercare consensi nella classe media di centro: richiamarsi alla tradizione liberale, in sostanza, sarebbe un modo per «dare al partito un’etichetta che non sia chiaramente di sinistra», utilizzata non soltanto dai partiti di centro come Italia Viva e Azione, ma anche dallo stesso Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle.

Per fare un esempio, l’ormai ex leader del M5S Luigi Di Maio ha detto di recente in un’intervista a Repubblica che il suo partito è diventato una «forza moderata, liberale». Ma, spiega, Carusi, «definirsi liberali e contemporaneamente essere a favore del reddito di cittadinanza è una cosa che non sta in piedi».

Un modo per comprendere l’orientamento reale dei partiti è guardare al loro posizionamento nel Parlamento Europeo, dove ci sono 7 schieramenti che si richiamano alle principali tradizioni politiche: la gran parte dei partiti italiani è iscritta nei due grandi schieramenti di centrodestra e centrosinistra, cioè rispettivamente il PPE (Partito Popolare Europeo) e i socialdemocratici, o in altri gruppi minori.

Gli unici che sono iscritti al gruppo parlamentare dei liberali, cioè” Renew Europe”, sono gli europarlamentari di Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, il cui leader però ha una storia di militanza in associazioni politiche di area cattolica, e si richiama più spesso a quel genere di tradizione piuttosto che a quella liberale.

 

«In sostanza, tutte le formazioni di destra con l’eccezione di Forza Italia si guardano bene dal richiamarsi al liberalismo, e la stessa Forza Italia è iscritta al PPE», dice Carusi.

«A sinistra invece usare l’aggettivo “liberale” mi pare che sia un po’ un vezzo di chi vuole cercare consensi tra gli elettori più moderati del centrosinistra, per così dire, ma in un modo più strumentale che altro».

 

 

 

PD meglio dei Democrats?

Analogie tra la politica italiana e quella degli USA nel 2020.

Lavocedinewyork.com- Angelo Forte-(29 Gen. 2020)- ci dice:

 

Un tentativo di capire cosa potrebbe succedere nella politica italiana analizzando quello che potrebbe accadere alle prossime elezioni USA.

Quali sono analogie tra la politica Italiana e quella statunitense nel 2020?

Per cercare di fare una previsione sul futuro è necessario fare un’analisi della politica nazionale e confrontarla con quella statunitense che storicamente si è affermata come precorritrice rispetto agli altri contesti esteri.

Ad oggi, da poco entrati negli anni venti del 2000 e solamente nel primo mese la politica italiana è stata destabilizzata dalle elezioni in Emilia Romagna, annunciate come il “coronamento” del successo del leader leghista Matteo Salvini, ma che al contrario, hanno visto una risposta di una sinistra che è riuscita ad “emergere” dalle ceneri, e che ha saputo compattare il proprio elettorato grazie ad un forte timore di un ritorno fascista.

Oltre all’Emilia Romagna anche in Calabria si sono tenute le elezioni regionali che hanno visto prevalere il centrodestra con la vittoria di Jole Santelli, prima donna governatrice, con un ottimo risultato ma non sufficiente da parte del Partito Democratico, che si conferma primo partito.

La Lega in Calabria dimezza i suoi voti rispetto alle precedenti elezioni europee passando dal 22,61% al 12,3%, ma il peggio è toccato ai pentastellati che in entrambi le regioni votanti, hanno visto risultati a dir poco deludenti che, dopo le dimissioni di Luigi di Maio dai vertici del partito, rendono incerto il futuro dei grillini.

Dopo queste elezioni sono numerosi i riflettori sul leader del carroccio che comincia a mostrare segni di debolezza e che dovrà assimilare in fretta la sconfitta per prepararsi alle prossime elezioni che interesseranno sei regioni.

Oltreoceano la situazione è ben diversa, il Presidente Donald Trump, considerato da molti come la fonte di ispirazione per Matteo Salvini, continua la sua ottima governance in cui si registrano dati strabilianti in tema economico come la crescita senza precedenti del Pil.

Le politiche applicate dal governo di Trump hanno reso secondo le sue parole il paese più forte, sicuro e ricco rispetto all’operato del suo predecessore, consolidando il suo elettorato e convincendo parte degli indecisi e degli scettici.

Gli americani, specialmente gli indecisi, vedendo le forti problematiche che stanno avendo i democratici, stanno dando continuità al progetto “Make America Great Again” che sta riaffermando gli Stati Uniti come potenza nello scenario mondiale, attraverso politiche protezioniste e specialmente attraverso il cambiamento delle politiche estere.

A differenza del predecessore, Donald Trump ha preferito adottare una linea dura nei confronti dei vari conflitti come quello avuto con la Corea del Nord o più recente quello con l’Iran in cui ha mobilitato anche 2500 soldati per un pronto intervento.

La compattezza mostrata dal partito repubblicano attorno al Presidente si contrappone alla situazione di incertezza che sta investendo i democratici, prossimi alle elezioni interne che avranno l’arduo compito di eleggere il candidato per le presidenziali del 2020.

In casa democratica la sfida è sostanzialmente tra tre big: Bearnie Sanders (Senatore del Vermont), Elisabeth Warren (Senatrice dello stato del Massachusetts) e il Vicepresidente per i due mandati Obama, Joe Biden.

Le elezioni democratiche che inizieranno il 3 febbraio in Iowa, grazie ad alcuni candidati come la Warren e Sanders, stanno mostrando un lato alternativo del partito, che si sta spostando verso una posizione estremista, incentrando la campagna su temi come la “Healthy Insurance” gratuita a tutti, Immigrazione con meno ostacoli, lotta ai colossi del web e la cancellazione dei debiti per gli studenti universitari.

L’ala più moderata rappresentata da Joe Biden, incentra la propria campagna elettorale su temi più liberali, forse più vicini a quello che è il classico cittadino americano, attento all’economia e che disprezza i servizi gratuiti e al contrario ha piacere ad impegnarsi per raggiungere obiettivi personali e soddisfare i bisogni primari.

Numerose sono state negli anni scorsi le analogie politiche tra l’Italia e gli Usa, ma oggi le strade tra i nostri paesi si stanno dividendo, la strategia populista e l’affermazione del “personaggio forte” sta portando Trump ad una conferma dell’elettorato e secondo i sondaggi ad una rielezione mentre la stessa strategia sembra che in Italia stia suscitando paura per un ritorno fascista.

Dal versante opposto la sinistra Italiana sfruttando la posizione estremista presa dai partiti di destra, si compatta attorno al governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il quale dopo i recenti risultati che hanno dato fiato alla sinistra italiana prepara il partito ad una trasformazione, con l’obiettivo di ritornare al governo senza l’aiuto di alleanze.

Il pericolo populista non sembra abbia unito i candidati democratici come invece successo nello Stivale ma sta portando ad uno scontro interno e forse ad un decadimento strutturale del partito.

L’unica strategia comune che stanno attuando i rispettivi partiti di Sinistra è quella dell’ostacolare indirettamente il proprio avversario politico, spesso attraverso l’utilizzo di procedure interne alla politica o con l’appoggio della magistratura.

L’esempio più eclatante è rappresentato dal Presidente americano, il quale si trova sotto accusa per Impeachment, la procedura che prevede il rinvio a giudizio di titolari di cariche pubbliche qualora si ritenga che abbiano commesso determinati illeciti nell’esercizio delle loro funzioni.

Nel dettaglio Donald Trump è stato messo sotto accusa da parte del Congresso grazie all’eccellente lavoro del gruppo dei democratici capitanati dalla speaker della camera Nancy Pelosi, ma certamente l’accusa cadrà in Senato, dove il Partito Repubblicano possiede i due terzi dei voti, gli stessi necessari per condannarlo.

Leggermente differente è la situazione in Italia, dove la magistratura si è concentrata molto nei confronti del leader della Lega, che a seguito del lascia passare del Senato, attende il giudizio contrario della camera per evitare l’apertura del processo riguardante il caso Gregoretti.

Dall’inizio del 2020 alcune delle analogie che legano la politica italiana e quella statunitense si stanno evolvendo, differenziandosi notevolmente e rendendo sempre più difficili le previsioni su quello che sarà il futuro della politica internazionale.

La mia previsione è molto chiara e si evince dall’articolo, ci sarà un secondo mandato per Donald Trump mentre in Italia inizierà un vero e proprio confronto ad armi pari tra destra e sinistra con l’incognita del movimento 5 stelle.

 

 

 

Tim-KKR, da Salvini ai sindacati.

 Le reazioni della politica.

Key4biz.it- Paolo Anastasio -( 22 Novembre 2021)-ci dice:

L'interesse del fondo Usa KKR per Tim accende la politica. Preoccupazione bipartisan da Salvini ai sindacati, numerose le reazioni e le prese di posizione ufficiali.

Tim, offerta non vincolante di Kkr sul 100% della compagnia a 0,505 cents per azione.

Tim, Cda straordinario su voci interesse Kkr. Ma sarà vera Opa?

Tim: Salvini, no operazione a rischio spezzatino. Cambio vertici.

“A Tim, e quindi all’Italia, servono un partner ed un piano industriale che valorizzino e rafforzino l’azienda, non un’operazione finanziaria che rischia di portare ad uno spezzatino di una realtà così importante per il Paese“.E’ il parere del leader della Lega, Matteo Salvini. “Inoltre, visti i non brillanti risultati degli ultimi mesi, il cambio ai vertici auspicato da più parti pare tema non più rinviabile”, nota.

Tim: Delrio (Pd), il Governo deve essere un arbitro parziale, difenda i cittadini.

“La cosa più importante di tutte per la crescita e la democrazia, è che in Italia vi sia l’ambizione ad una rete unica sotto il controllo pubblico. E ciò che serve al Paese è la sicurezza della rete infrastrutturale e dei nostri dati”.

Con queste parole l’ex ministro ed ex capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio, interpellato da ‘Affaritaliani.it‘, commenta la proposta ‘amichevole’ d’acquisto di Tim da parte di Kkr, il fondo infrastrutturale americano con il quale è già stata avviata una collaborazione in FiberCop.

 E alla domanda relativa al ricorso allo strumento del ‘golden power’ da parte del Governo Draghi, Delrio ha risposto: “Il Governo ha scelto di essere arbitro in questa fase ma deve essere un arbitro parziale, cioè difendere i cittadini e loro diritto alle opportunità che offre la rete. L’utilizzo e il grande potere della rete non devono assolutamente essere condizionato da interessi esterni privati o di altre nazioni”.

Il parlamentare conclude sottolineando che “abbiamo già una società pubblica, Open Fiber, fatta nascere da noi nel 2015 con questi obiettivi, che sta cablando tutta l’Italia. Cassa depositi e prestiti, ha una sua presenza in Tim importante e quindi lo Stato ha strumenti normativi e di mercato adeguati per vigilare”.

Tim: Misiani (Pd), governo segua con attenzione futuro asset.

“Le reti TLC sono un asset strategico del Paese e un punto chiave del Pnrr. Per questo il futuro di Tim va seguito dal governo con la massima attenzione, rapportandosi con il Parlamento e mettendo al centro l’occupazione e la sicurezza nazionale”. Così su twitter Antonio Misiani, responsabile Economia e finanze della segreteria Pd.

Tim, Meloni: FdI chiede al Governo di riferire subito in Parlamento.

“Fratelli d’Italia chiede al Governo di riferire subito in Parlamento sul dossier Tim, che tocca uno dei settori strategici della nostra Nazione. Al momento non risulta che il ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, si sia mosso per capire quali siano le reali intenzioni del fondo statunitense KKR e a cosa sia finalizzata la loro proposta d’acquisto: se al rilancio dell’azienda o allo smembramento e alla successiva vendita degli asset. Nessuna parola dall’Esecutivo Draghi è arrivata neanche sul tema della tutela dei lavoratori e delle loro competenze. Il silenzio è preoccupante e Fratelli d’Italia chiede chiarezza”. Lo dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

Tim: Butti (FdI), Conte e Draghi hanno umiliato il sistema..

“Sulla vicenda Open Fiber – Tim lasciano interdetti il comunicato di ieri sera del MEF, che evita qualunque riferimento all’interesse nazionale e l’imbarazzato silenzio di Draghi, del Ministro dell’Innovazione e del Mise.

Per Fratelli d’Italia, così come sosteniamo da moltissimo tempo, è impensabile una duplicazione della rete in capo a soggetti partecipati dal controllo pubblico e in falsa concorrenza sul medesimo mercato. La stessa Commissaria europea Vestager lo ha confermato seppur anche lei, cosi come la sinistra italiana oggi, in clamoroso ritardo. La nostra proposta, anche industriale, è chiara e continueremo ad assumerci le nostre responsabilità politiche presentandole all’intero ‘Sistema’. È in ballo un ricco e irripetibile progetto di sviluppo politico, sociale e industriale sul quale non possiamo deflettere. I governi Conte e Draghi hanno umiliato il Sistema industriale italiano preferendogli tecnologie straniere e questo non è più tollerabile. Non dobbiamo ingrassare il PIL altrui, soprattutto su questioni di sicurezza strategica. L’Italia si consulti con altri Paesi ma decida in autonomia e senza cercare placet in Europa”. Lo dichiara Alessio Butti, deputato e responsabile Tlc di Fratelli d’Italia.

Tim: Tofalo (M5s); tlc strategiche, Cdp salga a maggioranza Fusione con Open Fiber e creazione nuova service company

“Le Telecomunicazioni sono un settore strategico. Su Tim si adotti un approccio internazionale. Cdp salga alla maggioranza, subito spin-off della rete, fusione con Open Fiber e nuova “service company” che promuova almeno il 50% di tecnologia italiana. Il management sia valutato sui risultati, se questi non arrivano subito un passo indietro”. Così il deputato Angelo Tofalo (M5s).

TIM, Papatheu (Fi): bisogna tutelare l’interesse nazionale.

“La vicenda di Tim deve essere seguita con la massima attenzione da parte di Parlamento e governo. Le dinamiche di mercato vanno rispettate, certo, ma bisogna tutelare anche e soprattutto l’interesse nazionale”. Lo afferma in una nota la senatrice di Forza Italia e promotrice dell’intergruppo parlamentare per l’inclusione digitale, Urania Papatheu. “Occorre scongiurare il rischio che un’azienda così importante e strategica per il nostro Paese possa finire in mani straniere”, aggiunge la parlamentare azzurra.

Tim: Vito (FI), siamo tutelati dalle nostre normative .

“E’ evidente che in questa vicenda sono in ballo grossi interessi nazionali, non solo economici. Sul rinnovato intervento di fondi americani non avrei particolari perplessità, perché siamo già adeguatamente tutelati dalle nostre normative interne, come quella del golden power”. A dirlo è Elio Vito, in una intervista a Formiche.net. “Mentre più complessi possono essere i profili che riguardano potenziali conflitti di interesse e tra settori contigui di azionisti italiani ed europei, pure su questi aspetti comunque ci sono le nostre competenti autorità a vigilare”, aggiunge il deputato e componente FI del Copasir.

Tim: Gasparri (FI), confronto anche in Parlamento .

“All’interno di Tim c’è una rete di telecomunicazione strategica per il Paese. Massima cautela sulle decisioni che riguardano una struttura fondamentale. Su questo tema ci si dovrà confrontare non solo nel Governo ma anche in ambito parlamentare”. Lo dichiara il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, in merito all’Opa amichevole e non vincolante ventilata dal fondo Usa Kkr su Tim.

Tim, Ferro (FI): tutela interesse nazionale, ministri si facciano sentire.

“Il disastro delle privatizzazioni all’italiana è sul punto di concludersi con la nostra prima società di telecomunicazione ceduta a un fondo Usa”. Lo dichiara il senatore Massimo Ferro, responsabile economico di Forza Italia, in una nota. “Il Governo può evitarlo esercitando il Golden power e scegliendo la via della nazionalizzazione, almeno delle reti. Si tutelerebbe l’interesse nazionale. Sono certo che i nostri ministri faranno sentire chiara e forte la nostra voce al presidente Draghi“, conclude.

Tim: Paglia (Si), governo eserciti la golden power .

“Il disastro delle privatizzazioni all’italiana è sul punto di concludersi con la nostra unica azienda di telecomunicazioni in mano a un fondo Usa. Il governo italiano può evitarlo esercitando il Golden Power e scegliendo la via della nazionalizzazione, almeno delle Reti.” Lo afferma il responsabile nazionale economia di Sinistra Italiana Giovanni Paglia. “Si chiama interesse nazionale – conclude l’esponente della segreteria nazionale di SI – e dovrebbe capirlo persino il governo Draghi e la sua maggioranza”.

Torino: Landini, su Tim non commettere stesso errore fatto con privatizzazione Telecom.

“Sulla proposta del fondo americano per Tim non bisogna commettere gli stessi errori fatti con la privatizzazione di Telecom, che portò ad una dispersione delle competenze che oggi ci servono”. Lo ha affermato il segretario della Cgil Maurizio Landini a margine dell’incontro con i lavoratori nella sede Iren di corso Svizzera a Torino. “Il governo deve dare indirizzi e condizioni, non lasciare fare al mercato, su un settore strategico come quello delle telecomunicazioni dove il nostro paese è indietro – ha continuato Landini -. Più in generale, sulle delocalizzazioni noi dobbiamo affrontare il tema non solo a livello legislativo ma progettuale. Penso ad esempio al settore della mobilità e dell’automotive che è quello più colpito da questo fenomeno. Oltre a delle leggi per frenare le delocalizzazioni, bisogna pensare anche a dei progetti per il rilancio di questo e altri settori”, ha concluso.

Tim, Capone (Ugl): Governo valuti ricorso a Golden power. Tutelare gli interessi nazionali.

“La rete delle telecomunicazioni è un’infrastruttura strategica che va difesa da potenziali minacce per la sicurezza nazionale. In merito alla manifestazione di interesse all’acquisizione di Tim da parte del fondo americano Kkr, il Governo valuti il ricorso al ‘golden power’. Gli interessi del Paese, fra cui la protezione dei dati sensibili, vengono prima delle logiche di mercato”. Lo ha detto il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, in merito alla presentazione di un’offerta pubblica di acquisto sul 100% delle azioni di Tim, da parte del fondo americano Kkr. “Chiediamo un confronto per discutere di un piano industriale che acceleri la creazione di una rete unica, indispensabile per connettere il territorio e favorire il processo di digitalizzazione. In tal senso, occorrono investimenti infrastrutturali per rilanciare il settore delle telecomunicazioni, salvaguardare i livelli occupazionali e garantire lo sviluppo e la modernizzazione del Paese”, ha concluso.

Ugliarolo (Uilcom Uil): pronti a mobilitarci per difendere un patrimonio del nostro Paese.

‘Stiamo seguendo l’evoluzione della nuova puntata che riguarda l’ex monopolista delle telecomunicazioni, pronti a mobilitarci per difendere un patrimonio del nostro Paese”. Cosi il segretario generale della Uilcom Uil, Salvo Ugliarolo: ”Ci sembra di ritornare indietro nel tempo, rispetto alle notizie che si stanno diffondendo in queste ore”, aggiunge.

 

‘‘Purtroppo anche in questo caso, la nostra classe politica sta partecipando da spettatore passivo a tutto questo”, osserva Ugliarolo. ”Il silenzio assordante del ministro Giorgetti sta diventando imbarazzante. Si rischia di vanificare quanto fatto in questi ultimi anni da parte di questo manager e fare ripiombare il gruppo nella totale incertezza sia in termini di garanzia di perimetro che di difesa dei livelli occupazionali”.

Nota congiunta di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil.

Siamo Sorpresi e trasecolati rispetto a quanto indicato nel comunicato stampa n. 217 redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze di domenica 21 novembre in merito alla vicenda TIM – Rete Unica.

In un Paese dove il settore delle Telecomunicazioni è stato lungamente martoriato a partire dalla scellerata privatizzazione della TELECOM ITALIA, realizzata dallo STATO nel lontano 2000, e nel quale a differenza di altre importanti nazioni europee i primi quattro operatori di telecomunicazioni del

Paese sono in mani straniere, leggere che il mercato valuterà la solidità del progetto è per noi a dir poco lunare.

Ci domandiamo che ruolo ha la politica tutta e la golden power rispetto ad una tema strategico come le RETE demandato nell’ennesimo gruppo di lavoro governativo e di esperti, tutto ciò non può che farci sobbalzare dalla sedia.

Negli anni pre-pandemia abbiamo evidenziato e recapitato ai Ministeri competenti molteplici documenti con all’interno varie ed importanti proposte sulla RETE e sul settore delle TLC. Da lungo tempo SLC CGIL, FISTEL CISL, UILCOM UIL con le loro Federazioni, in tutti i consessi possibili evidenziano le criticità del settore che pur essendo da tutti considerato strategico per il PAESE, da dieci anni perde ricavi e marginalità e non ha un chiaro indirizzo politico.

In questi ultimi mesi abbiamo chiesto formalmente di essere convocati al MISE – Ministero dello Sviluppo Economico – senza successo, un silenzio assordante, eppure non sarà sfuggito quanto fondamentale sia stata la RETE ed il settore delle TLC durante la fase acuta della pandemia dove circa 60 milioni di italiani hanno comunicato e lavorato grazie a questo comparto.

La RETE ed il settore delle TLC sono centrali per portare il PAESE a cogliere gli importanti e sfidanti obiettivi relativi alla digitalizzazione ed innovazione, quelli indicati nel PNRR, avere notizia che un gruppo di lavoro è deputato a seguire una vicenda strategica per il PAESE sulla quale i riflettori sono puntati da decenni ci amareggia fortemente.

Aver superato il memorandum di intesa della fine di agosto 2020 tra TIM e CDP finalizzato alla realizzazione del più ampio progetto di rete unica nazionale (AccessCo) attraverso la fusione tra FiberCop e Open Fiber ha prodotto una nuova impennata della fragilità della Governance di TIM ed allontana le forti prospettive di modernizzazione del Paese.

Non averci convocato e non essere ascoltati dalle Istituzioni governative coinvolte, in un contesto che evolve vorticosamente, non è uno sgarbo alle Organizzazioni sindacali confederali ma a decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori occupati nel gruppo TIM e nel settore TLC, cittadine e cittadini dell’Italia.

La difesa degli attuali livelli occupazionali ed il loro sviluppo non possono passare dal rimanere in attesa di cosa farà il mercato o da un gruppo di lavoro, la politica nella sua più alta rappresentazione ovvero i Ministri ed il Presidente del Consiglio prenda una posizione urgente e chiara che preservi le infrastrutture del Paese e gli occupati del settore!

 

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