I NEMICI DEI MIEI NEMICI SONO I MIEI AMICI.
I NEMICI DEI MIEI NEMICI SONO I MIEI AMICI.
Un’alternativa
plurale di pace.
Pressenza.com
-Laura Tussi- Maurizio Acerbo – (20.08.22) - ci dicono:
Laura
Tussi conversa con Maurizio Acerbo segretario nazionale di Rifondazione
Comunista – Sinistra Europea.
(Intervista
rilasciata prima della crisi di governo del luglio 2022).
È
necessario costruire un soggetto plurale alternativo al modo di fare politica
attuale, assolutamente senza l’accordo con i poteri forti, tra cui banche,
fondazioni, assicurazioni, fondi finanziari e altro. Come?
Tra il
dire e il fare c’è di mezzo il mare: è il detto popolare. Il come lo dovremmo
vedere tutti insieme però della necessità credo non si possa fare a meno. Noi
assistiamo anche in queste ore a un coro intorno alla figura di Draghi che dice
molto di che cosa è diventata la politica in Italia e non solo in Italia.
Quindi
credo che abbiamo un’urgenza che è quella di costruire un’alternativa popolare.
Perché
dico “popolare”, perché noi abbiamo un sistema politico che è diventato sempre
più blindato verso le classi popolari di cui conquista il consenso di una
fascia sempre più ristretta, perché metà della popolazione ormai non vota. Lo fa attraverso un bombardamento
mediatico e attraverso tante strutture di gestione del potere e però la politica di fondo è una
politica oramai che attribuisce priorità ai grandi capitali, alla logica del
profitto e, come noi pacifisti avvertiamo da anni, a una logica anche del
complesso militare industriale e imperialista davvero molto pericolosa per le
sorti della pace mondiale.
Quindi
nel frattempo partiamo da una cosa. Da ciò che non vogliamo essere. Non vogliamo essere parte del
partito della guerra perché alla fine tutti i partiti si accapigliano, ma
vedremo come andrà a finire. Comunque hanno tutti votato per l’invio delle armi. Tutti
hanno un approccio favorevole all’aumento delle spese militari. Nessuno si
colloca in una linea di disobbedienza alle politiche della NATO.
Non
vogliamo neanche far parte del partito della precarizzazione del lavoro che,
ricordo, è il prodotto di scelte di tutti i governi di centrosinistra e
centrodestra che si sono passati la staffetta nel corso degli anni.
Non siamo neanche del partito delle privatizzazioni e
non a caso Draghi è considerato da loro come un punto di riferimento. Draghi è l’uomo delle
privatizzazioni. Del governo delle privatizzazioni che sono state bipartisan. Quindi, se non vogliamo far parte di
questo partito unico, dovremmo, credo, e qui vengo al come, evitare divisioni
settarie che impediscono l’unità di chi sta in basso e costruire un programma
di alternativa per il Paese un po’ come hanno fatto i nostri compagni e le
nostre compagne in altri luoghi del pianeta da ultimo in Francia.
È
tutto difficile perché chi la pensa come noi è completamente invisibile,
azzerato dai media e quindi i nostri discorsi non arrivano alla maggioranza
della popolazione e questo è un problema, ma dovrebbe suscitare un grande senso
di responsabilità in chi vuole cambiare le cose e deve avere anche l’umiltà di
praticare l’unità perché abbiamo bisogno di un progetto che acquisisca quel
minimo di forza che consenta di parlare al Paese.
Ricordo
che nessuno avrebbe potuto prevedere il successo di Mélenchon in Francia, ma
quel successo è stato costruito andando in salita per tanti anni. Insomma noi
ci proviamo. Abbiamo subito tante sconfitte, ma dobbiamo tornare a provarci.
Occorre
un importante radicamento nella società civile e nelle varie istanze pacifiste.
Anche questa è la nuova entità parlamentare per poter cambiare?
È
ovvio che l’Italia ha bisogno di un movimento pacifista forte e ne ha bisogno
l’Europa perché mi pare evidente che noi oggi viviamo un paradosso. L’opinione
pubblica è maggioritariamente sulle nostre posizioni e, nonostante ciò, siamo
bombardati dai media. Però paradossalmente non riusciamo a costruire una grande
mobilitazione di massa.
Questo
significa che vi è una debolezza del movimento pacifista perché questo mugugno
della gente contro le scelte di guerra non si traduce in azione collettiva: noi
dobbiamo lavorare in questa direzione.
Quindi
ricostruire una forza unitaria politica pacifista credo sia interesse anche dei
movimenti per la pace che dovrebbero evitare il collegamento col PD perché è il
partito più organicamente filo Nato in una maniera che davvero lascia sempre
più interdetti e ci fa inorridire.
Lo
dico perché so che ci sono molti che voteranno e hanno votato per il
centrosinistra e che la pensano come Gino Strada. Che danno il loro 5 x mille a
Emergency e che fanno una sottoscrizione per una nuova ONG per la pace e però
poi alla fine, fanno scelte assolutamente contraddittorie. Noi dobbiamo lavorare invece alla
crescita del movimento pacifista e popolare e al tempo stesso alla sua
autonomia perché
se il centrosinistra è il partito delle spese militari e della fedeltà agli USA
e alla Nato, non vedo perché dobbiamo collaborare con loro alla costruzione di
una macchina da guerra.
Un
nostro successo elettorale, anche se non cambierebbero i problemi dalla sera
alla mattina, aiuterebbe ad avere in Parlamento e nei media una posizione
pacifista conseguente e contestare le scelte di guerra.
È
fondamentale capire cosa sta accadendo perché al vertice della Nato a Madrid
(che ha ricevuto il sostegno entusiasta dei partiti di governo) abbiamo
scoperto non solo che siamo in guerra con la Russia, ma che tra i nostri
nemici, tra le nostre minacce, vi è la Cina.
Ora
noi non vogliamo che l’Italia sia la piattaforma militare della nuova guerra
fredda con la Cina e della prosecuzione della guerra per procura con la Russia.
Vogliamo che l’Italia conquisti la funzione che ci assegna l’articolo 11 della
Costituzione cioè di essere un Paese che fa politiche di pace.
Con
noi dovremmo mettere insieme coloro – questa è la prima fondamentale
discriminante – che si ritrovano invece intorno alla missione dell’articolo 11.
Il nostro Paese non deve diventare una potenza imperialista, militarista,
guerrafondaia. Non deve essere subalterno a chi fa queste politiche, diventando
cobelligerante, ma deve perseguire la pace. A me fa impazzire l’idea che
Erdogan faccia il mediatore tra Russia e Ucraina e la Nato. Avrei preferito lo
facesse l’Italia.
Con
l’assemblea tenutasi a Roma per creare un’unione popolare cosa si vuole
ottenere?
Stiamo
per costruire l’Unione Popolare chiamando a raccolta le forze migliori. C’è
stata una risposta molto positiva in termini di adesioni all’appello che è
circolato. Speriamo che il processo di costruzione porti in tempi brevissimi ad
aggregare un’area del Paese fatta da persone che tutti i giorni si impegnano
sul piano sociale, politico, civile, culturale. Insomma quell’altra Italia che
oggi non ha rappresentanza.
Credo
che sia un dovere. Noi ci proveremo ovviamente. Vogliamo andare molto oltre la
sommatoria dei partiti che hanno già detto come Rifondazione Comunista e Potere
al popolo: “Noi ci stiamo”.
Abbiamo
chiesto a Luigi De Magistris la disponibilità ad impegnarsi in questo progetto,
perché con lui abbiamo condotto una esperienza quasi unica in Italia. Dieci anni di governo in alternativa
a tutte le forze che oggi dominano il Parlamento avendo battuto a Napoli il
centrosinistra, il centrodestra e anche il Movimento 5 Stelle. Partiamo da un’esperienza che è
stata non solo di vittoria alle elezioni, ma anche di vittoria nei fatti.
Con il
centrosinistra in realtà si fa ingannare chi vuol essere ingannato dal PD.
Non ha mai avuto un programma di sinistra
quindi chi si stupisce e dice: “Oddio ma non fanno cose di sinistra” in realtà
è perché si è auto-illuso.
Il PD non ha mai avuto, dalla sua fondazione,
un programma di sinistra: non si chiama partito di sinistra. Credo che non
abbiano scritto nello Statuto di essere un partito di sinistra. Prende i voti
dei creduloni grazie a tanti strumenti. A Milano c’è chi ha votato per Sala
pensando che fosse un ecologista. Il che è tutto dire.
Credo
che noi abbiamo il dovere di provarci a costruire questa prospettiva
dell’Unione Popolare; dobbiamo fare anche in fretta perché si voterà tra
pochissimo. A me dispiace doverlo fare in fretta solo perché non abbiamo il tempo per
quel processo partecipativo che avevo immaginato. Ma proviamo lo stesso, perché
le ragioni per cui abbiamo proposto di lanciare un percorso verso l’Unità
Popolare escono rafforzate ogni giorno da quello che accade nel nostro Paese.
Con la
rappresentanza del nuovo soggetto politico alternativo e il legame con il mondo
pacifista, l’opposizione al pensiero bellicista e guerrafondaio di Draghi come
potrà prendere forma?
Innanzitutto
va sottolineato che questo pensiero bellicista non è un’invenzione nostra,
perché abbiamo una riconfigurazione della politica occidentale che va verso
oggettivamente la guerra.
Basti pensare ai bilanci militari degli Stati
Uniti che da anni sono in crescita vertiginosa. Ogni anno è il record della
storia del bilancio militare e le scelte che stanno facendo in Europa di fronte
al conflitto Russia-Ucraina sono aberranti.
La
guerra doveva durare due giorni e invece è diventata interminabile. L’idea di
fondo è che gli Stati Uniti costruiscono un blocco coinvolgendo l’Europa, il
Giappone, fino all’Australia. Sostanzialmente gli Stati Uniti vorrebbero
conservare per via militare quel predominio che non hanno più sul piano
economico perché la stessa globalizzazione, voluta da loro, ha prodotto altre
potenze, altri scenari.
Quindi
noi non ci troviamo di fronte a scelte improvvisate. La guerra in Ucraina è una guerra
ricercata per anni che l’élite Europea ha subito e non ha avuto la forza di
dire “No” agli Stati Uniti. Sta subendo anche adesso e oramai siamo di fronte a una
mutazione che produrrà un’escalation militare sempre più pericolosa.
In uno
scenario di questo tipo in Russia sarà sempre più forte il nazionalismo
revanchista e neo-zarista imperiale.
Ma
anche in Cina certo non avanzeranno i processi di democratizzazione.
È la
guerra che chiama guerra e chiama anche fascismo. Chiama anche crisi della democrazia
e recupero di ideologia nazionalista. Non dobbiamo farci ingannare che in
questa guerra le nostre armi servono per la democrazia e i diritti umani. Quali
diritti umani?
Basti
vedere come Al Sisi sia coccolato sia dall’Occidente che dalla Russia. Io
lascerei in pace i diritti umani e la democrazia che sono il frutto di lotte di
chi si è opposto all’imperialismo e al colonialismo; a questa tendenza
neoimperialista che si afferma nel mondo.
Quindi noi dobbiamo creare una contro-egemonia e per
farlo nel nostro Paese, innanzitutto dobbiamo ricostruire una forza che si dia
la pace come obiettivo prioritario a partire dal “No” all’aumento delle spese
militari.
Noi
dobbiamo organizzare la rivolta ogni volta che diranno che non ci sono i soldi
per un ospedale. Noi dovremmo dire “maledetti li avete trovati per i missili e
i carri armati e le portaerei e i droni e tutte le diavolerie con cui ammazzare
la gente”.
Abbiamo
bisogno di far tornare questo punto in primo piano nell’agenda politica.
Dobbiamo creare un’unità dal basso e stare uniti per promuovere la pace.
Dobbiamo
rifiutare il ricatto di chi ci accusa di essere amici di Putin; le accuse che
lanciano contro noi pacifisti sono le stesse che Putin lancia contro i
pacifisti russi accusandoli di essere filoamericani. Noi invece ci libereremo
volentieri degli oligarchi dell’est e dell’ovest.
Ma
come facciamo in Italia a raggiungere i risultati delle ultime elezioni
francesi dove la sinistra, quella vera, ha ottenuto ottimi risultati?
Non
penso che siano possibili miracoli. Lo stesso risultato francese è stato
prodotto da anni ed iniziative di una lenta crescita dopo una fase di crisi
della sinistra radicale francese.
Questa
crescita è stata molto simile a quella che viviamo noi e quindi credo che
dobbiamo innanzitutto iniziare a ricostruirla questa forza, a ridargli uno
spazio sul terreno della rappresentanza, a lavorare alla convergenza dei
movimenti e prepararci ad anni di lotta politica. Nessuno si sarebbe immaginato un
successo come quello che ebbero alcuni anni fa i 5 Stelle che dallo zero
virgola fecero un boom.
Non è
detto che noi non si abbia lo stesso successo però – e io su questo voglio
essere chiaro – noi dobbiamo fare una cosa credibile e trovare le forme per
costruire un discorso che funzioni. La maggior parte degli italiani mi
sembra abbia visto diminuire negli ultimi trent’anni il proprio reddito
nonostante tutte le riforme fatte.
Anzi,
a causa delle riforme neoliberiste, siamo l’unico Paese dell’Europa che ha
perso potere d’acquisto. Gli italiani hanno vissuto il furto con le
privatizzazioni del patrimonio collettivo. E il risultato oggi è un fallimento
totale che è stato reso emblematico dal crollo del ponte Morandi.
Tutti gli italiani vorrebbero, potenziare la
sanità pubblica; essere curati bene e godere di una assistenza adeguata che
invece il governo attuale non pratica. Insomma è una scelta già fatta.
Si è
deciso di continuare a tagliare la spesa sanitaria. Credo che la maggior parte
degli italiani vogliano avere una maggiore stabilità e qualche diritto in più
sul lavoro perché penso che ci siano molti nonni stanchi di dover aiutare i
nipoti perché se trovano lavoro, trovano un lavoro precario e sottopagato che non
consente di sopravvivere.
Se è
vero che ci sono tante persone preoccupate per la catastrofe ambientale, penso
che noi dobbiamo provare a costruire un discorso e una forza unitaria, per
trasformare queste posizioni condivise dalla maggioranza della popolazione
anche in forza elettorale.
Magari
non ci riusciremo la prima volta, però proviamoci con convinzione. Magari
facciamo un gran risultato come quello in Calabria con De Magistris alle
regionali, dove si è ottenuto il 17%. Non siamo condannati alla marginalizzazione.
Soprattutto a quelli che dicono: “non si può fare e quindi stiamo con il
centrosinistra”, io rispondo: se tutti voi state con noi si può fare, dipende
anche da voi.
Dopo
avervi definito “Untori”
ora
vogliono il vostro Voto.
Conoscenzealconfine.it-(
21 Agosto 2022) – WI- ci dice:
A poco
più di un mese dalla fatidica data fissata per le elezioni, nessuno ha più il
coraggio di parlare di “Green pass”. Con un colpo di spugna, come se nulla
fosse, l’Italia
bene, progressista alla cinese e sostenitrice accanita del lasciapassare di
stato, ha
cancellato un anno di menzogne, ricatti e violenza.
Eppure,
circa 365 giorni fa, con una situazione “sanitaria” – secondo i LORO numeri –
nettamente migliore di quella odierna, iniziò la più grande caccia alle streghe, la più feroce persecuzione di
onesti e sani cittadini che la storia della nostra scalcinata “repubblica”
ricordi, culminata, il 15 ottobre, con il certificato verde per lavorare e
sopravvivere.
Nulla
ci è stato risparmiato: melensa retorica, pubblica gogna, volgari etichette,
vomitevoli processi mediatici, abuso della decretazione d’urgenza, violazione
del principio di legalità e della certezza del diritto, compressione feroce
delle libertà individuali ed un tempo intangibili, financo quella di disporre
del proprio corpo.
Ora,
in piena farsa elettorale, con l’acqua alla gola, quei ghigni malefici, quelle
affermazioni deliranti, hanno lasciato spazio a smaglianti e rassicuranti sorrisi di
porcellana, a slogan da quattro soldi su giovani ed occupazione, a vane
promesse fatte senza vincolo di mandato ed astruse alleanze per assicurarsi una
poltrona.
Evidentemente,
ora che la soglia del 3% si fa sempre più pressante e l’incubo di rimanere
fuori è all’orizzonte, i “signori” progressisti alla cinese in questione hanno
bisogno anche dei voti di quelli che una volta definivano senza mezzi termini
“untori”, criminali, irresponsabili, a cui solo un anno fa volevano togliere
salario, vita sociale, limitare i movimenti e perché no, anche le cure mediche. Oramai, non c’è più un fondo da
raschiare, né esistono limiti alla vergogna. Le colonne d’Ercole della decenza
sono state, inesorabilmente, abbondantemente superate.
(WI-
t.me/weltanschauungitaliaofficial)
IL
TERRORISMO PROMOSSO DALLA
NATO E DAGLI STATI UNITI INIZIA
A
MOSTRARE IL SUO VERO VOLTO.
Controinformazione.info-
Luciano Lago-(21 agosto 2022)- ci dice :
Il
caso dell’assassinio della giovane figlia di Dugin, Dasha Dugina, dovrebbe
essere considerato come una prova eclatante e significativa, di come l’Ucraina,
con il supporto dei servizi di intelligence occidentali, è entrata nella fase
aperta di una guerra terroristica – compreso il bombardamento della centrale
nucleare di Zaporozhye – che minaccia non solo la Russia e la stessa Ucraina ma
anche l’Europa.
Dasha
Dugina era una persona conosciuta nell’ambito dei circoli filosofici del mondo
russo e tutti dicono che era una persona meravigliosa, colta, brillante e pura.
Queste
persone non muoiono per qualche motivo casuale ma per qualcosa di più
importante: sono considerate un ostacolo dalle élite globaliste occidentali che
decidono di eliminarle con il metodo abietto dell’assassino su procura, il
sistema consueto della mafia e dei gangster.
Cosi è
facile presumere che si tratti di un altro attacco terroristico commesso dal
regime di Kiev, su suggerimento dei servizi di intelligence occidentali.
Quanto
accaduto, secondo molti analisti, va messo alla pari con altri casi simili
accaduti in otto anni dal 2014. Ad esempio, gli omicidi dell’ex capo della DPR
Alexander Zakharchenko, l’assassinio dei leader della milizia indipendentista,
quello dei funzionari delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, l’omicidio del
giornalista/scrittore ucraino filo russo Oles Buzina ed altri casi similari.
Nelle
ultime settimane, come tutti hanno visto, l’Ucraina, con il supporto e la guida
degli Stati Uniti, è passata direttamente a metodi di guerra terroristica
analoghi a quelli attuati in Siria. Il capo dell’amministrazione della
regione di Kherson Vladimir Saldo è stato avvelenato, sono stati compiuti
diversi tentativi di omicidio, che si sono conclusi con la morte di alcuni
funzionari delle regioni di Kherson e Zaporozhye. Ora è stato commesso un
attacco terroristico contro la famiglia Dugin , l’ultimo di questi episodi.
Il
momento dell’attacco terroristico.
Tale
sequenza di avvenimenti conferma quanto avevamo previsto ed anticipato: la strategia dei paesi anglo USA è
quella di fare dell’Ucraina una base di destabilizzazione in Europa in modo
analogo di come avvenuto in Siria. Tale strategia prevede si sobillare la guerra civile e
formare organizzazioni terroristiche che colpiscano tutti coloro che sono di
ostacolo al progetto di destabilizzazione del paese in funzione anti russa.
Le
forze filo occidentali in Ucraina, nonostante il massiccio invio di armamenti
ed il supporto di istruttori della NATO, stanno perdendo la guerra sul campo e
per questo danno avvio alla strategia terroristica guidata dalla CIA e dal
M-16, esattamente come accaduto in Siria.
I mandanti
sono sempre gli stessi e si trovano a Washington ed a Londra con la solerte
collaborazione dei paesi europei.
L’ORDINE
MONDIALE SEMBRA
DIVERSO
DA MOSCA E PECHINO.
Controinformazione.info-
MK Bhadrakumar-(20 agosto 2022)- ci dice:
Il ministero
della Difesa cinese ha annunciato oggi la sua partecipazione all’esercitazione
strategica di comando e personale Vostok 2022, che si svolgerà in Russia dal 30
agosto al 5 settembre. La dichiarazione di basso profilo di Pechino indica che
la Cina invierà alcune truppe e che questa partecipazione fa parte del piano di
cooperazione annuale dei due paesi.
La
dichiarazione afferma che “parteciperanno anche India, Bielorussia, Tagikistan,
Mongolia e altri paesi”.
Ha
affermato che la partecipazione della Cina “mira ad approfondire la cooperazione
pragmatica e amichevole con gli eserciti dei paesi partecipanti, migliorare il
livello di coordinamento strategico tra tutte le parti partecipanti e
migliorare la capacità di affrontare varie minacce alla sicurezza”.»
In
quello che può essere interpretato come un riferimento obliquo al conflitto in
Ucraina e alle grandi tensioni di potere in generale, Pechino ha affermato che
l’esercitazione è “estranea all’attuale situazione internazionale e regionale.»
Vostok
è uno degli eventi di punta del ciclo di addestramento annuale delle forze
armate russe volto a testare la prontezza nazionale per una guerra su larga
scala e ad alta intensità contro un avversario tecnologicamente avanzato in un
conflitto multidirezionale a livello di teatro.
Vostok
2018 ha coinvolto circa 300.000 soldati – oltre a 1.000 aerei ed elicotteri, 80
navi e 36.000 carri armati, veicoli corazzati e altri – ed è stato su una scala
senza precedenti. Le forze russe, cinesi e mongole sono state le uniche
partecipanti e l’evento è stato annunciato come un’esibizione militare
russo-cinese accuratamente orchestrata.
Sembra
che la partecipazione cinese sarà ridotta, nonostante le tempeste che incombono
all’orizzonte per Russia e Cina. L’annuncio cinese arriva il giorno dopo che il
presidente russo Vladimir Putin ha usato un linguaggio eccezionalmente duro per
condannare le “élite globaliste occidentali”, accusandole di causare caos,
“suscitare conflitti vecchi e nuovi e perseguire il cosiddetto contenimento
politico” come parte di un programma per “mantenere l’egemonia e il potere che
sfugge loro”. Putin ha affermato: “Hanno bisogno del conflitto per mantenere la
loro egemonia.»
Il
discorso alla 10a Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale di martedì
a Mosca conteneva anche riferimenti specifici alla regione Asia-Pacifico. Putin ha detto:
“La
NATO sta strisciando verso est e sta costruendo la sua infrastruttura militare…
Gli Stati Uniti hanno recentemente fatto un altro tentativo deliberato di
alimentare le fiamme e fomentare problemi nella regione dell’Asia-Pacifico. La
fuga degli Stati Uniti a Taiwan non è solo opera di un politico irresponsabile,
ma fa parte di una strategia americana deliberata e mirata per destabilizzare la
situazione e seminare il caos nella regione e nel mondo. Questa è una sfacciata
dimostrazione di mancanza di rispetto per gli altri paesi e per i propri
impegni internazionali. Consideriamo questa una provocazione attentamente
pianificata.
“Vogliono
dare la colpa dei propri fallimenti ad altri paesi, ovvero Russia e Cina, che
difendono il loro punto di vista e progettano una politica di sviluppo sovrano
senza sottostare ai dettami delle élite sovranazionali.
“Vediamo
anche l’Occidente collettivo che cerca di estendere il suo sistema di blocchi
alla regione Asia-Pacifico, come ha fatto con la NATO in Europa. A tal fine,
creano unioni politico-militari aggressive come AUKUS e altri.»
Significativamente,
Putin ha
chiesto “un rafforzamento radicale del sistema contemporaneo di un mondo
multipolare”. Ha detto: “Tutte queste sfide sono globali, e quindi sarebbe
impossibile superarle senza combinare gli sforzi e il potenziale di tutti gli
Stati…
“La
Russia parteciperà attivamente e con fiducia a questi sforzi congiunti
coordinati; insieme ai suoi alleati, partner e compagni di pensiero, migliorerà
i meccanismi di sicurezza internazionale esistenti e ne creerà di nuovi, e
rafforzerà costantemente le forze armate nazionali e altre strutture di
sicurezza fornendo loro armi e attrezzature militari avanzate. La Russia garantirà i suoi interessi
nazionali, così come la protezione dei suoi alleati.»
Va
notato, tuttavia, che i commenti cinesi generalmente evitano di considerare la
questione di Taiwan e il conflitto in Ucraina come analoghi e sintomatici della
nascita di un mondo multipolare.
In un
commento pubblicato oggi, il direttore del People’s Daily Ding Yang ha sottolineato ancora una
volta che il
vero pericolo è che gli Stati Uniti e la Cina si possano “assopire nel
conflitto”.
Ha
scritto che gli Stati Uniti sono “come un cavallo in fuga che corre
selvaggiamente verso il precipizio della guerra”, ma l’obiettivo è come trarre
profitto da una guerra, o meglio “come trarre profitto dalla guerra di qualcuno
ad un altro”.
Ding
ha adottato una prospettiva marxiana secondo cui la politica americana è
dettata dagli interessi del capitale americano e “Washington vede la Cina come
un nemico perché ha sostituito il formaggio americano.»
Secondo
lui, la strategia degli Stati Uniti è essenzialmente quella di “escludere la
Cina dal mercato globale e dalla catena di produzione. Quindi, anche quando si tratta di
Taiwan, “uno
degli obiettivi principali è creare tensione e trascinare ulteriormente la
Taiwan Semiconductor Manufacturing Company nell’assedio dei chip statunitensi
contro la Cina.»
L’ideologia,
i diritti umani, ecc., sono solo alibi per la competizione dei capitali per i
mercati. In parole povere, preoccupa gli Stati Uniti che “anche il capitale cinese stia iniziando
a globalizzare”.
Deng è
fiducioso: “Se seguiamo la logica dello sviluppo del capitale come la vedono loro,
ciò che conta è che la produzione cinese alla fine li spingerà fuori dalla catena
industriale globale, lasciandoli senza soldi da guadagnare e senza lavoro da
fare.
Quindi la prima cosa che vogliono fare è massimizzare la loro quota nel mercato
cinese.»
“Quindi
la prossima cosa da fare è inevitabilmente mettere in atto una stretta globale
sul capitale e sulla produzione cinese”. Qui sta il pericolo, perché “l’opzione della guerra è una parte
inerente all’esportazione e all’espansione del capitale americano.»
Ma il
vantaggio della Cina è che “a differenza del percorso storico di espansione globale del
capitale occidentale, c’è una logica di ‘sviluppo comune’ dietro al capitale cinese
che va all’estero.»
È
interessante notare che il China Daily, gestito dal governo, ha riferito oggi
che le partecipazioni cinesi in titoli del Tesoro statunitensi sono state
ulteriormente ridotte fino a luglio, ma la Cina è solo uno dei tanti altri
paesi a farlo, incluso il Giappone, in risposta al ciclo di inasprimento della
Fed.
Ma «il
calo potrebbe progressivamente rallentare». Il fatto è che è “irrealistico” che
la Cina rinunci alle sue partecipazioni di debito statunitense fintanto che i
Treasury statunitensi rimarranno una risorsa chiave di riserva internazionale!
Ciò è diametralmente opposto al percorso revisionista
intrapreso dalla Russia.
(MK
Bhadrakumar: Indian Punchline- Traduzione: Luciano Lago).
Elon
Musk prevede
il «crollo demografico» della Cina.
Epochtimes.it-
Eva Fu- (14 GIUGNO 2022)- ci dice
(theepochtimes.com/elon-musk-predicts-chinas-population-collapse_4515767.html)
Secondo
il Ceo di Tesla Elon Musk, la Cina potrebbe presto affrontare un «calo di
popolazione» all’indomani del programma decennale di controllo della
popolazione di Pechino che fino a poco tempo aveva limitato la maggior parte
delle famiglie in Cina a un singolo figlio.
«La
maggior parte delle persone pensa ancora che la Cina abbia una politica del
figlio unico», ha scritto in un tweet del 6 giugno che è stato appuntato in
cima al suo account Twitter.
«La
Cina ha avuto il suo numero di nascite più bassa di sempre l’anno scorso,
nonostante abbia una politica dei tre figli! Agli attuali tassi di natalità, la
Cina perderà circa il 40% delle persone di ogni generazione!» ha scritto, prima
di aggiungere la triste nota: «Crollo della popolazione».
La
politica del figlio unico è stata istituita dal Partito Comunista Cinese tra il
1980 e il 2015 nel tentativo di frenare un tasso di crescita della popolazione
che il regime considerava troppo rapido, e facilitare la crescita economica.
I
trasgressori del limite sono stati multati, costretti ad aborti o
sterilizzazioni e potevano potenzialmente perdere il lavoro.
Fino
alla sua abolizione ufficiale nel 2016, la politica aveva causato circa 400
milioni di aborti, pari al 28% degli 1,4 miliardi di abitanti del Paese,
secondo le statistiche ufficiali. Ha anche portato all’abbandono dei bambini e
all’infanticidio delle bambine a causa delle tradizionali preferenze sociali
per un figlio maschio.
La
politica decennale ha accelerato una crisi demografica in Cina, caratterizzata
da un rapido invecchiamento della popolazione e da tassi di natalità in calo.
Così,
di fronte a una crisi economica incombente dovuta alla sua forza lavoro in
diminuzione, nel 2016 il regime cinese ha concesso la possibilità di avere due figli
alle coppie e poi ha aumentato il limite a tre nel 2021, oltre a fornire
benefici relativi all’assistenza all’infanzia, sull’imposta sul reddito e sugli
alloggi, per sostenere le famiglie in crescita.
Ma
queste misure hanno fatto poco per convincere le coppie ad avere più figli.
Il
tasso di natalità in Cina è in calo da cinque anni consecutivi. Nel 2021 sono nati circa 7,52
bambini ogni 1.000 persone, il livello più basso dalla conquista della Cina da
parte delle milizie comuniste nel 1949. Al contrario, il tasso di natalità
per gli Stati Uniti nel 2021 era di 12 per 1.000 persone.
A
marzo, nella provincia del Guangxi, una regione autonoma della Cina meridionale
confinante con il Vietnam, le autorità hanno iniziato a consentire alle coppie
sposate di avere un quarto figlio in otto contee di confine.
Ma gli
ultimi dati ufficiali di maggio mostrano che la popolazione di almeno 15
province o comuni cinesi, inclusa Pechino, si è ridotta, con un calo in 11
province. Ciò
includeva cinque province in cui il numero di decessi ha superato le nascite
per la prima volta da decenni.
Recenti
studi demografici indicano che il mondo in generale, che attualmente conta
circa 8 miliardi di persone, sta affrontando un problema di calo demografico.
Uno di
questi studi, pubblicato nel 2020 sulla rivista medica Lancet, ha previsto che
la popolazione umana globale raggiungerà il picco di 9,7 miliardi in circa
quattro decenni prima di iniziare a diminuire. «Una volta iniziato il declino
della popolazione globale, probabilmente continuerà inesorabilmente».
Lo
Studio di Lancet prevedeva che entro la fine di questo secolo la Cina avrebbe
perso 668 milioni di persone, ovvero quasi la metà della sua attuale
popolazione.
Musk è
stato esplicito sulle conseguenze del calo della crescita demografica mondiale.
Di
recente ha condiviso una clip scattata durante la Conferenza mondiale
sull’intelligenza artificiale nel 2019, in cui è stato visto seduto fianco a
fianco con il miliardario Jack Ma, fondatore del gigante cinese dell’e-commerce Alibaba.
«Supponendo
che ci sia un futuro benevolo con l’Ia, penso che il problema più grande che il mondo dovrà
affrontare tra 20 anni è il crollo della popolazione. Voglio sottolineare questo: il
problema più grande tra 20 anni sarà il crollo della popolazione. Non esplosione. Crollo».
Nel
video, Jack Ma era d’accordo con lui. «1,4 miliardi di persone in Cina
sembrano tante, ma penso che nei prossimi 20 anni vedremo che questa cosa
porterà grossi problemi alla Cina. La velocità di diminuzione della popolazione
aumenterà».
«Il
collasso della popolazione è la più grande minaccia alla civiltà», ha scritto
Musk in un tweet del 24 maggio che accompagnava la breve clip.
Le tre
strade maestre sulle quali
è in
gioco la “sovranità” digitale.
Ilsole24ore.com-
Alessandro Curioni-(12 agosto 2022)- ci dice :
La Ue
è in ritardo sulla tecnologia e punterà sulle regole, perché per le big tech è
soprattutto un ghiotto mercato.
Quando
si parla di sovranità giuridicamente si fa riferimento all’autorità dello Stato
e indirettamente alla sua sicurezza.
La sua
espressione tipica è in termini di territorio, definendo dei confini fisici
entro i quali un soggetto esercita un potere pressoché assoluto.
Di
conseguenza essa ha molto a che vedere con l’indipendenza, un concetto che
negli ultimi trent’anni è stato scardinato da un lato dal fenomeno della
globalizzazione, dall’altro dall’avvento della società dell’informazione.
Proprio
quest’ultimo tema ha introdotto una specifica declinazione della sovranità in
ambito tecnologico: quella connessa alla trasformazione digitale che
rappresenta uno dei punti chiave della strategia dell’Unione Europea.
Si
tratta di una partita in cui il Vecchio Continente si gioca il suo futuro. La questione riguarda il “come” è
possibile garantirsi quella che chiameremo la sovranità digitale.Si possono
immaginare tre strade: lo sviluppo della tecnologia, la disponibilità di competenze,
il controllo delle informazioni.
Il
primo punto vede l’Europa in drammatico ritardo e immaginare di colmare il gap
anche in tempi lunghi sembra utopico. La disponibilità di hardware e software
“made in Eu” è sostanzialmente irrilevante e i numeri sono impietosi.
Sul
fronte del software e dei servizi la prevalenza degli operatori statunitensi è
tale che se domani mattina decidessero di “spegnere” Internet nessuno potrebbe
impedirlo.
Microsoft,
Google, Amazon controllano il 64% del mercato cloud infrastrutturale.
L’azienda fondata da Bill Gates da sola ha il
pressoché completo monopolio dei sistemi operativi per server e personal
computer (circa il 90%) e il pacchetto software più utilizzato al mondo
(Office).
Il 91%
dei sistemi operativi installati su smart phone è IOS (Apple) o Android
(Google).
L’88%
dei browser utilizzati e il 92% delle caselle di posta elettronica sono in capo
a Microsoft, Apple e Google.
Aggiungiamo,
infine, che l’intero universo dei social media è presidiato da Meta (Facebook,
Instagram, WhatsApp), Microsoft (Linkedin) e Google (YouTube).
Dal
punto di vista hardware si presentano analoghe concentrazioni impressionanti,
nessuna delle quali vede un operatore europeo in prima linea.
Esemplificativo
il caso dei processori in cui le statunitensi Intel e AMD controllano tutto il
mercato di quelli destinati a PC e server, mentre sul fronte degli smart phone
dominano Qualcomm, Apple, Media-Tek, Samsung e Huawei.
Altro
settore critico in cui l’Europa è in affanno riguarda le tecnologie
infrastrutturali e delle telecomunicazioni, strategicamente fondamentali in
relazione allo sviluppo della rete mobile 5G che si candida come unica modalità
di connessione del futuro.
La
presenza nel settore di Ericsson-Nokia è una magra consolazione perché le sorti
sembrano nelle mani delle cinesi Huawei e Zte da un lato e dell’americana Cisco
dall’altro.
Per
capire quanto esso sia considerato un ambito critico basta fare un piccolo
salto indietro nel tempo e rammentare la “guerra commerciale” tra Washington e
Pechino.
La
vicinanza di Huawei e Zte al governo cinese portò gli Stati Uniti a considerare
i due operatori una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale.
Se
questo è lo stato dell’arte il futuro non lascia molte possibilità all’Europa
perché in termini di investimenti a fronte dei 50 miliardi di euro messi sul
piatto nel 2021 dalle aziende ICT europee, secondo le stime della Commissione,
i cinque Over The Top statunitensi ha risposto con 155 miliardi di dollari.
Mentre, ancora nel 2020, la Cina aveva annunciato
un piano da 1,4 trilioni di dollari di spesa entro il 2025.
Per coloro che sono ormai tagliati fuori dallo
sviluppo di tecnologie proprietaria esiste un “piano B” che si basa sulla
disponibilità di personale qualificato nella gestione di tecnologie e
informazioni.
In
particolare, lo sforzo dovrebbe essere rivolto alle cosiddette tecnologie “Open
Source” la cui peculiare caratteristica di essere manipolabili da chiunque, ma
di proprietà di nessuno, potrebbe garantire un certo grado di autonomia almeno
a livello software.
Anche
in questo caso si tratterebbe di un investimento a lungo termine che si scontra
con la rapida evoluzione del mercato e il prevalere di soluzione consolidate.
In
questo senso un esempio è stata la gara per la realizzazione del nostro cloud
nazionale per la pubblica amministrazione.
Vero che i contendenti erano tutti europei
(Fastweb e Aruba da una parte, Leonardo, TIM, Sogei e CDP dall’altra), ma le tecnologie messe in campo erano
quelle di Amazon, Microsoft, Google, Oracle.
Questo
per il semplice motivo che costruire da zero quanto serviva sarebbe stato
incompatibile in termini di tempi e costi. Perso anche questo treno resta
un’ultima spiaggia: il controllo diretto sui dati e informazioni ivi compresa
la loro localizzazione, e questo è possibile attraverso norme e leggi che sono
la perfetta espressione della sovranità, nella più classica interpretazione del
termine.
Proprio
questa sembra essere la strada che i 27 hanno deciso di percorrere a partire
dal 2016, anno in cui è entrato in vigore il Regolamento Europeo per La
protezione dei Dati a cui hanno fatto seguito una serie di normative di
contorno come quelle in materia di cyber security (vedi Direttiva NIS e
Cybersecurity Act).
Il
quadro si andrà a completare con altri interventi chiave, a partire dal Digital
service Act (DSA) e dal Digital market ACT, a cui si affiancheranno il Data
governance ACT e l’Artificial Intelligence Act, per andare a coprire anche
l’ultima frontiera delle tecnologie dell’informazione.
La ferma convinzione delle autorità europee
che questa sia la via e che tutti i Paesi aderenti la debbano perseguire in
modo unitario senza deroghe o eccezioni è dimostrata dal massiccio ricorso a “regolamenti”.
Essi,
a differenza delle “Direttive”, non devono essere recepiti e interpretati da norme
nazionali, ed entrano in vigore contemporaneamente, così come sono, in tutti
gli Stati.
Qualcuno
potrebbe domandarsi per quale ragione le big tech dovrebbero accettare
un’impalcatura normativa che non ha uguali al mondo e senza dubbio limiterà
fortemente i loro spazi di manovra.
Per il
semplice motivo che nessun operatore economico rinuncerà a cuor leggero a 400
milioni di utenti-consumatori alto spendenti (la più grande concentrazione al
mondo) e a un parco di aziende che produce il 22% del Pil mondiale.
Proprio questa è la grande scommessa europea
per conservare la sua sovranità e limitare la colonizzazione digitale.
(Presidente
Di.Gi. Academy)
Guatemala,
istituzioni
sotto
scacco.
Peacelink.it-
Giorgio Trucchi-(18 agosto 2022)- ci dice :
Mobilitazioni
e proteste contro l'alto costo della vita, la corruzione e la persecuzione
politica.
Negli
ultimi mesi si sono moltiplicate in Guatemala le manifestazioni di protesta
contro quella che viene considerata una vera e propria deriva totalitaria,
caratterizzata dall’assalto alle istituzioni da parte del cosiddetto 'patto dei corrotti', che riunisce oligarchia e settori
ultraconservatori della società guatemalteca.
L'escalation
repressiva,
che va di pari passo con la militarizzazione della vita civile, è caratterizzata dalla sistematica
persecuzione di attivisti sociali, difensori della terra e dei beni comuni,
studenti, comunicatori sociali, giornalisti, operatori di giustizia e
oppositori politici.
La
recente frode alle elezioni per la scelta delle nuove autorità dell'università
pubblica San Carlos de Guatemala (USAC), così come gli attacchi furibondi a
giudici e pubblici ministeri, sono segnali evidenti del deterioramento delle
istituzioni democratiche del paese centroamericano.
Una
situazione che è diventata ancora più drammatica con la crisi economica causata
dalla pandemia, l'impatto di due uragani (Eta e Iota) e l'incapacità,
negligenza e disinteresse delle autorità di far fronte alle avversità.
Per
questo motivo, lo scorso 9 e 11 agosto, l'Assemblea sociale e popolare del
Guatemala, un organismo che riunisce un ampio spettro di organizzazioni, ha
indetto uno ‘sciopero plurinazionale’ contro l'alto costo della vita, la corruzione,
l'impunità, la cooptazione delle istituzioni e la criminalizzazione di lotta
sociale.
Dalla
regressione al consolidamento autoritario.
Dopo
la firma degli accordi di pace (1996), il Guatemala ha promosso una serie di
azioni che hanno consentito cambiamenti significativi nel sistema giudiziario.
Queste
riforme hanno facilitato i procedimenti penali contro ex militari che hanno
commesso gravi violazioni dei diritti umani durante il lungo conflitto armato
interno,
nonché di membri dell'élite politica e dell'oligarchia nazionale coinvolti in
casi di corruzione, traffico di influenza e impunità.
La
reazione ai processi e alle condanne di soggetti che storicamente hanno goduto
di totale impunità, non solo è stata immediata, ma ha anche generato
un’accelerazione senza precedenti dell’autoritarismo nel paese.
“Durante
gli ultimi quattro anni abbiamo assistito a un’intensificazione del processo
regressivo, mentre ora siamo già entrati in una fase di consolidamento dello
Stato autoritario”, spiega Jorge Santos, coordinatore generale dell'Unità per
la protezione dei difensori dei diritti umani in Guatemala (Udefegua).
Per
analizzare e capire meglio cosa stia accadendo in Guatemala, Udefegua ha
sistematizzato alcuni indicatori.
“In
pratica stiamo assistendo a una vera e propria cooptazione istituzionale e all’allineamento dei tre poteri dello
Stato. La
popolazione è del tutto indifesa davanti a istituzioni totalmente controllate
dal 'patto dei corrotti'.
Sta
aumentando la militarizzazione della società, non solo in termini di controllo
del territorio, ma anche dell'appropriazione di spazi e sfere che corrispondono
alle autorità civili”, afferma il difensore dei diritti umani.
Allo
stesso tempo, continua Santos, assistiamo all’aumento del conservatorismo
estremo, della violenza e della repressione, in particolare contro i settori
meno protetti della società guatemalteca.
“Le popolazioni indigene, l’infanzia e
la gioventù, donne e bambine, la comunità LGBTI sono le principali vittime di
queste politiche regressive, con un aumento significativo degli atti di
violenza, in particolare della violenza politica contro tutti coloro che
vengono identificati come oppositori del regime”.
Omicidi,
aggressioni e persecuzioni.
Nel
suo rapporto più recente, Udefegua segnala che nel 2021 sono stati registrati
1.002 attacchi contro individui, organizzazioni e comunità che difendono i
diritti umani, inclusi 11 omicidi, 5 tentati omicidi e 5 casi di tortura e trattamenti
crudeli, disumani e degradanti.
Sono
stati inoltre documentati almeno 211 attacchi contro operatori di giustizia,
come parte della scalata repressiva e del processo di cooptazione del sistema
giudiziario.
In
particolare, spiega Udefegua, la Procura della Repubblica “ha abbandonato le sue funzioni
di controllo sull’osservanza delle leggi e di repressione dei reati contro le
persone, le comunità e le organizzazioni”, e preferisce “garantire l'impunità
degli aggressori e la criminalizzazione di chi difende i diritti”.
Sono
anche stati registrati 127 attacchi contro giornalisti e comunicatori sociali e
147 contro difensori della terra e dei beni comuni.
Nella
maggior parte dei casi si è trattato di atti di diffamazione (385), molestie
(158), denunce giudiziarie infondate (101), detenzioni illegali (57),
intimidazioni (52) e minacce verbali (24).
Più di
500 attacchi sono attribuibili a pubblici ufficiali e funzionari di governo.
“Ci
troviamo di fronte a un'alleanza tra l'élite economica, che controlla il 'patto
dei corrotti', quella politica e militare, che realizza le azioni progettate
dall'oligarchia, e la criminalità organizzata. Sono questi gli attori che dirigono e
portano avanti il processo di consolidamento dell'autoritarismo in Guatemala”,
assicura Santos.
Le
vittime.
Per il
coordinatore di Udefegua, le principali vittime dell'escalation autoritaria sono
proprio quei settori che subiscono le devastazioni derivate dall'imposizione di
un modello economico neoliberista estrattivista, che cerca di dare nuova linfa
ai privilegi storici dell'oligarchia.
Il perfezionamento
del modello economico - spiega il rapporto – viene imposto a ferro e fuoco,
commettendo illeciti e togliendo di mezzo coloro che si oppongono.
“È
proprio nei luoghi in cui si impongono alle popolazioni i progetti minerari, di
produzione di energia elettrica, l’espansione delle monocolture intensive, la
distruzione delle foreste, che si registra la maggior parte delle aggressioni e
delle violenze contro chi difende la terra e i beni comuni”.
Poiché
la fase di consolidamento dello Stato autoritario implica l'assunzione del
controllo assoluto delle istituzioni, la strategia dell'aggressione si è
rivolta anche contro quegli operatori di giustizia che conducevano le indagini
a carico di ex militari e oligarchi.
Attualmente
si stima che siano almeno 24 i giudici e i pm che hanno dovuto abbandonare il
Paese. Lo stesso sta accadendo con altri funzionari giudiziari e difensori dei
diritti umani.
Allo
stesso modo, Udefegua registra l’attacco sistematico contro quei mezzi di
comunicazione che si dedicano in particolare alla denuncia di casi di
corruzione e traffici di influenza, che coinvolgono tanto il presidente
Alejandro Giammattei quanto persone di sua fiducia.
Il
rapporto cita, tra gli altri, casi emblematici come gli attacchi contro i
giornalisti Michelle Mendoza, Sonny Figueroa, Marvin del Cid, Juan Luís Font,
Carlos Ernesto Choc e, più recentemente, contro José Rubén Zamora, editore di
El Periódico.
Vittime
degli attacchi sono anche organi di stampa come La Hora, Plaza Pública, Prensa
Comunitaria, No Ficción, Quórum e lo stesso El Periódico.
“Aggressioni,
diffamazione e stigmatizzazione di giornalisti e comunicatori sociali, nonché
minacce, furto di attrezzature e incursioni violente fanno parte di questo
ambiente che si sta installando nel Paese", afferma Santos.
La
stessa cosa accade al Procuratore per i diritti umani uscente (il suo mandato
termina il prossimo 20 agosto) Jordán Rodas, che ha subito attacchi sistematici
durante tutto il suo periodo e che ora sarà sostituito da una persona totalmente piegata
agli interessi del ‘patto dei corrotti’.
“Faranno
la stessa cosa che hanno fatto in Procura, ovvero annientare l’istituzione e
clonarla a proprio piacimento. Quello che stanno cercando di fare è
ripristinare il vecchio ordine violento e impune del passato che ha affamato
milioni di famiglie”.
Unità,
resistenza e azione.
Finora,
la mobilitazione di ampi settori della società guatemalteca non è stata in
grado di generare cambiamenti sostanziali, né di mettere in scacco il ‘patto
dei corrotti’.
Secondo
Jorge Santos, esiste un fenomeno legato alle stesse espressioni democratiche,
progressiste, di sinistra e persino rivoluzionarie della società guatemalteca,
che, fino ad ora, ha reso impossibile la creazione di un'articolazione ampia
che riunisca tutte queste forze vitali.
“Ci
sono almeno cinque espressioni sociali e politiche con queste caratteristiche
che, invece di unirsi, continuano a rimanere divise, a farsi concorrenza. Tra
l’altro in uno scenario elettorale in cui tutto è predisposto affinché il
cittadino non possa esercitare veramente il suo diritto di scelta, ma solo
scegliere tra le opzioni politiche che l'oligarchia ha già definito. Si tratta quindi di una dittatura di
nuovo tipo, con un'oligarchia che, a prescindere dall'attore politico al
governo, è colei che esercita il potere reale”, spiega Santos.
L'anno
prossimo si terranno nuove elezioni generali in Guatemala e sono già state
denunciate tutta una serie di azioni delle autorità elettorali, tendenti a
limitare o ostacolare la partecipazione di partiti che rappresenterebbero un
cambiamento.
In
questo contesto di cooptazione istituzionale, l'obiettivo è quello di favorire le
opzioni delle destre, consolidando lo schema autoritario che si sta
sperimentando nel Paese.
“Qui
non si tratta di brogli elettorali durante e dopo il voto, ma di azioni fraudolente durante i
mesi precedenti la data delle elezioni, per determinare chi saranno gli attori
politici che avranno l'autorizzazione a partecipare come candidati.
Stiamo
vedendo, spiega Santos, come la figlia del genocida Ríos Montt stia creando
un'alleanza politica oligarchico-militare con il figlio dell'ex presidente
Álvaro Arzu, principale promotore del modello neoliberista che ha privatizzato
la cosa pubblica e saccheggiato le Banche dello Stato e le risorse del Paese”.
Nonostante
le difficoltà e lo scenario complesso in cui si sta muovendo il Guatemala, la
resistenza continua e la gente è ancora in piazza.
“Ovunque
vai, nei 22 dipartimenti e nei 340 comuni c'è resistenza e difesa dei diritti
umani. Il regime ha dovuto imporre lo stato di emergenza e militarizzare il
territorio per cercare di fermare la protesta. Le popolazioni si mobilitano
permanentemente in difesa dei propri diritti e dei propri territori, cercando
di ribaltare questo scenario.
Le
persone vengono in tribunale per sostenere i pm e i giudici vittime di
persecuzione. Lo stesso fanno per far sentire il loro appoggio ai difensori dei
diritti umani e alle comunità criminalizzate.
Prima
o poi, conclude il difensore dei diritti umani, ci renderemo conto che è
necessario compiere il salto di qualità e creare una grande articolazione
sociale e politica, indispensabile se si vuole sconfiggere il 'patto dei
corrotti'".
(LINyM)
TRATTI
I DATI
PERSONALI
SENZA
CONSENSO? PER
LA
CASSAZIONE
È ILLECITO PERMANENTE.
Previti.it-
Avv. Vincenzo Colarocco e Dott. Niccolò Olivetti-(18 settembre 2020)- ci
dicono:
Tratti
i dati personali senza consenso? Per la Cassazione è illecito permanente.
Con
l’ordinanza 18288/20 la seconda sezione civile della Corte di Cassazione pone
un principio destinato a incidere nell’attività di molti titolari di banche
dati, non solo per le Big-Tech ma anche per i data-broker, gli intermediari che
forniscono dati e profili alle aziende e per i fornitori di servizi
tecnologici.
La fattispecie.
Il
casus belli esaminato dai giudici ermellini riguardava l’ingiunzione di 340
mila euro comminata nel 2013 al Garante per la protezione dei dati personali a
Postel per aver violato gli obblighi di idonea informativa e di raccolta del
consenso, unitamente agli articoli 162.2-bis, 164 e 164-bis del decreto
legislativo 196/2003. Tra i motivi di gravame - oltre a profili di
incostituzionalità - anche l’intervenuta prescrizione dell’azione
amministrativa. Rilievi a cui però la Suprema Corte ha opposto la natura permanente di
quegli illeciti, ancorché rimasti “dormienti” per un lungo periodo.
Il
principio.
Questo
orientamento fa desumere un importante principio: il termine di prescrizione non
decorre sino a quando sussiste l’illecito. La vittima avrà quindi la possibilità
di agire contro il responsabile in qualsiasi momento - anche dopo molti anni -
se medio tempore la condotta illecita non è terminata. Il dies a quo del termine
prescrizionale decorrerà dal primo giorno di avvenuta cessazione dell’illecito.
Conclusioni.
La
Corte ha ritenuto che il trattamento di dati personali senza adeguata
informativa e senza la raccolta del consenso dell’interessato siano illeciti
permanenti e dunque soggetti alla sanzione ratione temporis prevista all’atto
dell’accertamento da parte delle autorità di controllo.
La
soluzione interpretativa, resa nell’ottica di una tutela rafforzata dei diritti
dell’interessato, suscita molte perplessità circa l’impatto sulla prescrizione
dell’illecito amministrativo e sulla ragionevole durata dei procedimenti. (Avv. Vincenzo Colarocco e Dott.
Niccolò Olivetti).
Come i
complottisti usano il covid
per
affossare le agende verdi
di G20
e Cop26.
Huffingstonpost.it
- Guido Petrangeli-(03 Novembre 2021)- ci dice :
Il
virus etichettato come il grimaldello delle solite élite, per imporre una
“Tirannia verde”.
I
recenti eventi del G20 e della Cop 26 hanno dato la linea su quello che sarà il
tema dominante del dibattito pubblico mondiale. Parliamo ovviamente dell’ambiente e
dei cambiamenti climatici.
Stiamo
per passare da una fase in cui la narrazione principale era incentrata sul tema
migranti a una in cui si parlerà soprattutto di clima. Una conferma importante in tal senso
ci arriva dalla rete dove si stanno organizzando, intorno a gruppo ben definiti,
una serie di campagne negazioniste sui cambiamenti climatici.
Eravamo
ancora in piena emergenza pandemica quando si è affacciato il primo tentativo
di associare il covid-19 alla parola chiave “lockdown climatico”.
Sui
social e sulle chat di whatsapp sono iniziate a circolare in maniera insistente
delle teorie complottiste che descrivevano il covid come il grimaldello delle
solite élite, per imporre una futura
“Tirannia verde”.
L’origine
di quest’ondata dis-iformativa è stata rintracciata dagli analisti dell’Institute for strategic dialogue
in un
editoriale del The Guardian nel quale si sosteneva che un ritorno alla
normalità post-pandemica avrebbe dovuto tenere conto dei benefici ottenuti dal
taglio delle emissioni durante la fase di lockdown. Altri articoli che
mettevano in relazione i cambiamenti climatici con l’emergenza sanitaria sono
stati usati per dare il via a campagne negazioniste.
Un
esempio di questa strumentalizzazione la troviamo su News Busters, un sito che
si definisce lo smascheratore delle bugie dei media liberali, dove è apparsa la
notizia che Bill Gates e George Soros starebbero al centro di un complotto per
imporre il blocco climatico globale.
Nell’articolo
si parla di élite globaliste “eco estremiste” favorevoli al lockdown climatico
come parte di un’agenda più ampia nel controllo sociale.
News-busters è solo una delle numerose entità
di proprietà del Media Research Center (MRC), una società di tendenze
conservatrici che rifiuta il consenso scientifico sul cambiamento climatico e
critica la copertura mediatica che lo riflette. In poco tempo questo articolo è
stato rilanciato sui principali social media da vari gruppi negazionisti
raggiungendo un elevato livello di condivisioni.
Su Breitbart News questa tipologia di narrazione è
continuata con
una teoria sulle élite globaliste che stanno usando il Covid-19 per imporre
un’agenda green che porterà a smantellare le economie capitaliste e a favorire
un cambiamento sociale a spese delle libertà personali. È infatti molto ricorrente nei
gruppi negazionisti del clima la narrazione che associa le politiche green alla
perdita dell’indipendenza energetica o al favoreggiamento degli interessi di
paesi rivali.
Il
volume di discussioni online sul lockdown climatico, secondo il report
dell’ISD, si è impennato nel febbraio scorso quando il World Economic Forum di Klaus Schwab ha suggerito di utilizzare la pandemia come impulso
per ridurre le disparità economiche e affrontare la crisi climatica.
Questo
tweet del WEF ha dato il là ai vari gruppi online per scatenare la loro
propaganda complottista. Da questa ondata di fake-news è uscito sul blog di
estrema destra Zero Hedge un articolo intitolato “Il Guardian promuove il lockdown
globale ogni due anni per combattere il cambiamento climatico”.
Sul
sito dei negazionisti climatici Climatism.Blog è stato pubblicato un post intitolato
“SORPRESA,
SORPRESA! Lockdown globale ogni due anni per raggiungere gli obiettivi di CO₂
di Parigi”. Non mancano neanche dei video YouTube come “Coming Soon: Climate Lockdowns” del polemista di estrema destra Paul
Joseph Watson.
Il
salto di qualità della propaganda disinformativa è avvenuto però questa estate
quando la narrazione sul “lockdown climatico” è iniziata a circolare nei gruppi
e negli ambienti online dei QAnon.
Alcuni
video cospirazionisti che parlavano appunto di “Green Lockdown”, grazie alla spinta dei Qanon, sono
iniziati a viaggiare in maniera virale su Tik Tok e Twitter.
E proprio in seguito all’intervento dei Qanon
gli analisti dell’ISD hanno rilevato il volume più alto mai registrato di
menzioni per “blocco climatico” su Twitter. L’ultima di queste campagne negazioniste
che sfruttano dichiarazioni e articoli per spingere l’idea di una tirannia
verde viene proprio dal nostro paese. È qui infatti che le parole del
ministro Cingolani “Il clima è ormai un’emergenza come il Covid” sono state usate dai Qanon per diffondere
bufale sui cambiamenti climatici e spargere la paura di un futuro lockdown climatico.
Il
nuovo ordine mondiale
dopo
il Covid-19.
Store.rubettinoeditore.it- Gianluca Ansalone-( 1 Aprile 2021)-
ci dice:
(formiche.net)
Geopolitica
del contagio.
Il
futuro delle democrazie e il nuovo ordine mondiale dopo il Covid-19.
L’Occidente
non sarà più lo stesso dopo la pandemia. Il virus si sta dimostrando
l’agente politico di cambiamento più potente e pericoloso di questo nuovo
ventennio, un agente che accelera ed esaspera molte dinamiche già in atto e di
cui ci siamo accorti troppo tardi. […]
Abbiamo
dato per scontata e irreversibile la democrazia, abbiamo concentrato i nostri
sforzi sull’allargamento dei diritti, senza interrogarci sul ruolo dei doveri
nel garantire una convivenza matura. Abbiamo preferito elevare al potere non
chi esprimeva il dubbio, utilissimo al progresso, ma chi dissacrava la
competenza.
[…] Tutto ha avuto origine negli anni
Novanta dello scorso secolo, il decennio della “grande distrazione”.
Un
sistema politico ed economico, quello della democrazia liberale di mercato,
aveva dimostrato nei fatti di essere più solido, più inclusivo e sostenibile
delle economie pianificate socialiste.
La fine della Guerra Fredda non fu infatti
conseguenza di una sconfitta militare sul campo ma dell’implosione del blocco
guidato dall’Unione Sovietica. È da lì che prese le mosse il sentimento del primato
occidentale, per il quale le democrazie saranno pure sistemi imperfetti, ma
niente e nessuno avrebbe avuto la forza e il coraggio di metterle in
discussione all’interno di demolirle dall’esterno.
Ma nel
mondo post-Covid l’unica certezza che avremo è che non bisognerà avere
certezze, non si potrà dare nulla per scontato e perfino i pilastri del modello
economico e politico dell’ultimo secolo saranno destinati a cambiare.
[…] Proprio nei mesi più duri della
pandemia, Pechino ha lanciato il più ambizioso progetto di rivoluzione
monetaria mai sperimentato, dicendo addio alle banconote e testando una valuta
digitale e sovrana. La nuova moneta, conosciuta come Digital Currency Electronic Payments
(DCEP)
sarà il veicolo attraverso il quale imporre lo yuan a livello globale.
Già
oggi la maggior parte delle transazioni al dettaglio in Cina vengono effettuate
con app di pagamento digitali, come Alipay (di Alibaba) o Wechat pay. Ma siamo
ancora in un contesto nel quale le transazioni vengono poi accreditate ai
commercianti.
Con la
DCEP si apre la prospettiva di una moneta digitale sovrana emessa dal governo,
gratuita e del tutto uguale alle banconote stampate oggi. Pechino ritiene che in questo modo
potrà non solo scongiurare una inevitabile guerra finanziaria con gli USA e con
il dollaro ma che il suo successo potrà portare questa moneta digitale a
diventare il prossimo standard internazionale di pagamento e perfino di
riserva. Questo
progetto è anche la risposta del Partito Comunista cinese al successo crescente
delle criptovalute (come il Bitcoin o il Diem-Libra di Facebook), vietate in
Cina già dal 2018 perché ritenute una seria minaccia alla sovranità e alla
sicurezza.
Pechino
ha così dato vita alla prima moneta ibrida della storia: è virtuale per sua
natura ma coniata dalla Banca centrale, che ne mette a disposizione le
garanzie. Una sperimentazione è già in atto nelle città di Shenzhen e Suzhou.
La
sfida cinese è dunque economica, finanziaria e strategica allo stesso tempo.
Ma, fatto forse ancora più rilevante, essa è soprattutto una sfida culturale. Il modello di autocrazia di mercato
cinese è l’unica alternativa all’eredità del primato delle democrazie liberali
che perfino la Guerra Fredda non aveva saputo scalfire.
Oggi,
per le nostre democrazie, infragilite e inceppate, si apre una sfida senza
precedenti: dimostrare di essere ancora efficaci, di poter garantire le migliori
condizioni di sviluppo, prosperità e inclusività nel lungo termine. La sfida
cinese è una sfida a questa visione.
Se è
vero che questa pandemia ha avuto gli stessi effetti di una guerra, dobbiamo
aspettarci che mentre ci avviciniamo alla fine dell’emergenza, il mondo si
debba preparare ad affrontare anche una nuova Yalta.
Il pianeta sarà con ogni probabilità diviso in
nuove sfere d’influenza. La ricerca, la scienza, la salute saranno i fili di
una nuova cortina di ferro.
La
Cina ha già attivato tutti i canali necessari in questo senso. Avrà dalla sua
non solo la forza dei numeri, con l’economia e la finanza globale che
guarderanno a Oriente per ancorare le proprie prospettive di crescita, ma anche
una narrativa che sta assumendo i contorni di vera e propria propaganda
post-moderna.
A
esserne protagonisti sono i cosiddetti wolf warriors, un gruppo di comunicatori
selezionati tra diplomatici, esperti di social media, cyber attivisti, manager
e esponenti politici, allineati sulla necessità di tutelare la credibilità
politica e gli interessi di Pechino dalle accuse di Paesi percepiti come
rivali.
Questo
gruppo prende il nome da un celebre film d’azione, nel quale una divisione
delle forze armate interviene in un Paese lontano per salvare cittadini cinesi
in balia di un gruppo di mercenari occidentali.
Quella
messa in piedi da Pechino non è solo un’efficace macchina di propaganda ma
un’operazione politica di sistematica demolizione della credibilità degli
avversari, anche attraverso un uso massiccio dei social media più popolari tra
le nuove generazioni.
Siamo
immersi nella più grave crisi globale dal Secondo Dopoguerra. Ne usciremo di
certo. Grazie al progresso delle scienze saremo liberi da questo virus. Grazie
al ruolo dell’industria farmaceutica potremo garantire questa libertà su scala
planetaria. […] [Ma dobbiamo cominciare] ad occuparci della prossima.
Sarà
il salto di specie di un nuovo, potente virus? Se così sarà potremo almeno dirci
pronti a gestirne l’arrivo e le possibili implicazioni.
Sarà
la proliferazione di un batterio resistente agli antibiotici? Dobbiamo
accelerare oggi sulla ricerca per contrastarne gli esiti e la possibile
diffusione.
Sarà
un attacco cibernetico su vasta scala, in grado di mettere in ginocchio le
nostre economie, la nostra società, la nostra sicurezza? Dobbiamo costruire
un’alleanza globale per la smilitarizzazione del cyberspazio e per la difesa
congiunta, sul modello dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord
(NATO).
Sarà
l’implosione di alcuni modelli e la inevitabile crisi sociale ed economica che
colpirà l’Occidente dopo la pandemia? Dobbiamo pensare oggi a dare
profondità strategica alle nostre decisioni, uscendo dalla logica insostenibile
dei sussidi e creando le migliori condizioni per rendere i nostri territori
competitivi ed attrattivi per i capitali, le merci, il sapere ed i talenti che
torneranno a muoversi.
Sarà
l’impatto della crisi climatica che già nel prossimo decennio potrà avere
conseguenze devastanti non solo sull’ambiente ma anche sulla sicurezza delle
Nazioni? Dobbiamo
immediatamente creare un modello di adattamento a questo cambiamento ormai
irreversibile e mettere in sicurezza i nostri sistemi, evitando di superare la soglia
critica di una catastrofe climatica su larga scala.
Sarà
la competizione geostrategica delle autocrazie che, rinvigorite dalla debolezza
delle democrazie fiaccate dal virus, approfitteranno per recriminare la
leadership globale? Dobbiamo rafforzare i princìpi e modernizzare i sistemi
democratici perché si dimostrino efficaci, competitivi e in grado di dettare
l’agenda anche nel nuovo mondo.
Qualunque
sarà la fisionomia della prossima crisi, usciamo dalla pandemia da Covid-19
molto più deboli, fragili ed insicuri. L’unica cosa però da non fare è perdere
l’occasione per guidare il cambiamento o quanto meno plasmarlo con i nostri
valori ed i nostri obiettivi.
In
fondo il successo della scienza nella corsa al vaccino è una notizia positiva
anche sotto il profilo strategico: l’Occidente ha ancora molto da dire e da fare. Occorre
riportare al centro il valore della competenza e la capacità di cogliere ed
affrontare la complessità. Bisogna ricucire il rapporto di fiducia tra
politica, scienza, cittadini e imprese. Il pregiudizio nei confronti degli
scienziati o delle multinazionali si alimenta della sfiducia dei cittadini
verso la politica.
Le
democrazie vivono e si rafforzano anche attorno ai simboli. Joe Biden ha usato i primi giorni
alla Casa Bianca per ribaltare la condotta e la narrativa del rapporto con la
scienza rispetto al suo predecessore.
Ha
innanzitutto firmato una serie di ordini esecutivi per imporre l’uso della
mascherina in tutti gli uffici pubblici federali e per tutti gli spostamenti
interni. Ha ripristinato i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della
Sanità e annunciato il rientro di Washington negli Accordi sul clima di Parigi.
Ha promesso cento milioni di vaccinati entro i primi cento giorni del suo
mandato. Ha nominato Eric Lander, genetista di fama mondiale, a capo
dell’Ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche, promuovendolo a
rango di Ministro.
E’la
prima volta che accade nella storia degli Stati Uniti, per un incarico che
Trump aveva lasciato addirittura vacante per tutto il suo mandato. Biden ha anche sostituito nello
Studio Ovale il ritratto del controverso Presidente Andrew Jackson con quello
di Benjamin Franklin, padre fondatore e uomo di scienza.
Abbiamo appena combattuto una delle battaglie
più dure e difficili della storia contemporanea contro un nemico invisibile. Se
sarà servito ad affinare le armi della prevenzione, della cooperazione globale,
del dialogo e della compartecipazione di tutti, governi e cittadini, agli
stessi obiettivi, allora questa crisi devastante non sarà passata invano.
Viceversa,
avremo solo posticipato il prossimo appuntamento con la Storia.
Emergenza
clima:
l’impegno
europeo
verso
la Cop27.
Egticasgr.com-Redazione-(16
giugno 2022)- ci dice :
Emergenza
clima: l’estate 2022 sarà la più calda degli ultimi 10 anni. Lo sostiene la National Oceanic and
Atmospheric Administration (Noaa), l’agenzia federale statunitense che si
interessa di oceanografia, meteorologia e climatologia. Secondo Noaa nel 2021
l’inquinamento da gas serra, conseguenza dalle attività umane, ha immesso
nell’atmosfera il 49% di calore in più rispetto al 1990.
La prossima
conferenza a tema “emergenza clima” sarà la Cop27 e si terrà a Sharm El-Sheikh
(Egitto) dal 7 al 18 novembre 2022.
Questo sarà un appuntamento fondamentale anche perché,
nel frattempo, la guerra in Ucraina ha costretto l’Occidente, l’Europa in particolare, ad avviare
processi per l’indipendenza energetica che pregiudicano gli impegni presi in
Scozia nel corso della Cop26.
Per
essere energeticamente indipendenti dal gas e dal petrolio russo alcuni Stati,
per esempio, hanno deciso di aumentare la quota di carbone nel mix energetico
interno facendo un salto indietro di decenni nel mix energetico.
Emergenza
clima, la risposta dell’UE: il piano d’azione climatica 2022-2030.
Nonostante
questo, e non sapendo fino a quando durerà la guerra, l’Europa continua a
credere nella possibilità di arrivare alla carbon neutrality entro il 2050 e
ridurre le emissioni inquinanti di almeno il 55% entro il 2030.
Sono questi i nuovi impegni che la UE porterà
alla Cop27 in Egitto. Il Piano europeo sottolinea la necessità di accelerare la
transizione verde senza perdere di vista i criteri di inclusività e
sostenibilità e definisce le modalità con cui la Commissione intende
raggiungere gli obiettivi climatici nell’ambito del Green Deal europeo.
Tra
queste modalità l’Europa prevede:
misure
di protezione e sostegno verso le economie più deboli;
sforzi
congiunti per sostenere un’economia che faccia della crescita rigenerativa il
proprio modello;
incentivi
per la creazione di posti di lavoro ecologici;
nuove
regole sui trasporti e sul consumo del suolo.
Poiché
gli impatti negativi dei cambiamenti climatici riguarderanno in modo
sproporzionato le nazioni più povere, il Piano di azione climatica sottolinea
che il Continente deve essere pronto ad affrontare l’emergenza clima anche dal
punto di vista delle migrazioni: milioni di persone in fuga dalle aree del pianeta
diventate ormai invivibili proprio a causa del surriscaldamento globale.
Sarà
quindi necessario uno sforzo congiunto per tutelare i diritti umani delle
popolazioni minacciate dagli effetti del cambiamento climatico perché i costi
dell’inazione sarebbero di gran lunga maggiori.
Secondo
il report Global Trends dell’UNHCR nel 2020, 82,4 milioni di persone (di cui il
42% sono minori) sono state costrette a migrare a causa dei cambiamenti
climatici, numero quasi raddoppiato rispetto a quello riportato per il 2010.
Il
testo infine prevede l’utilizzo di indicatori di benessere e ricchezza che
misurino i progressi “oltre il Pil” affinché l’elaborazione delle linee guida per
favorire un’economia competitiva tengano conto del capitale naturale, ovvero
della biodiversità e degli ecosistemi fuori e dentro le aree urbane, puntando a
rendere almeno il 30% della terra e del mare dei Paesi dell’UE area protetta.
La prossima revisione formale degli obiettivi è fissata per ottobre 2023.
Piano
di azione climatica, impegno UE verso Cop 27.
La
questione indiana.
Se da
una parte l’Occidente è consapevole delle conseguenze climatiche delle proprie
scelte, dall’altra c’è il rischio che siano i Paesi in via di sviluppo a
mettere un freno agli obiettivi più ambiziosi.
Prendiamo
l’emergenza clima in India. Gli impegni assunti dal Paese nel corso della Cop26 a
Glasgow, per esempio, nascevano già depotenziati a causa del passo indietro
che, durante gli ultimi minuti della Conferenza, ha imposto un cambiamento del
testo dell’accordo sostituendo “eliminazione del carbone” (phase out) con
“riduzione” (phase down).
Una
decisione che, come ha dichiarato il Ministro dell’ambiente indiano durante un
evento live organizzato dal Financial Times sul futuro economico e commerciale
del Paese è necessaria fino a quando il Paese non avrà la tecnologia necessaria
per avviare un processo di transizione ecologica per abbandonare
definitivamente le fonti fossili.
Un
processo che non può concretizzarsi senza l’aiuto delle economie avanzate. Le
quali non sembrano essere rimaste sorde alla richiesta di sostegno. Poche settimane prima del G7,
precisamente il 2 maggio, durante un incontro al vertice tra il Cancelliere
tedesco Olaf Scholz e il Primo ministro indiano Narendra Modi, la Germania si è
impegnata a investire 10 miliardi di euro per supportare la svolta verde
dell’India.
Il
forum intergovernativo G7 “Progressi verso un mondo equo.”
Poche
settimane dopo, il 26 e 27 maggio 2022, si è svolto sempre a Berlino il forum
intergovernativo G7 “Progressi verso un mondo equo” dove i Ministri
dell’ambiente e dell’energia dei 7 Paesi partecipanti (Canada, Francia,
Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti) hanno confermato la
linea del Governo tedesco, aderendo a un accordo che lancia un messaggio forte
a sostegno di una maggiore azione l’emergenza clima e concretizza la volontà di
intraprendere azioni di solidarietà con i Paesi più colpiti dai cambiamenti
climatici proprio come l’India che si trova a dover affrontare un’ondata di
caldo “precoce”: la più impressionante anomalia di temperatura a livello
mondiale. Nella capitale, Delhi, nel mese di maggio 2022 si sono registrate
temperature sopra i 46 gradi.
L’ondata
di caldo che sta investendo l’India ha comportato effetti devastanti per la
salute pubblica, le risorse idriche e l’agricoltura costringendo il governo a bloccare
l’export di grano (in modo da poter sfamare la propria popolazione) aggravando
così la scarsità di cereale a livello mondiale, che già soffriva per
l’impossibilità dell’Ucraina ad esportare il proprio.
L’impatto
negativo di questo scenario colpisce in particolar modo le persone e le
famiglie più fragili dell’India, del Pakistan e del Bangladesh che, a causa
dell’ondata di caldo estremo, vedono aggravarsi la loro situazione economica
non potendo, a causa della scarsità di risorse idriche e l’impennata del
termometro (si pensi soprattutto ad agricoltori e venditori ambulanti) lavorare
con continuità. La perdita di capacità lavorativa legata alle temperature
estreme comporta inoltre l’abbandono scolastico e i matrimoni precoci.
L’impegno
di Etica Sgr per l’emergenza clima: perché è importante prendere posizione.
L’impegno
per proteggere il pianeta, per la parità dei diritti, dei doveri e delle
risorse di fronte all’emergenza clima contraddistingue, fin dalla nascita, la
mission di Etica Sgr.
Il
mondo della finanza, infatti, per la sua capacità di indirizzare i capitali
verso un’economia a bassa intensità di carbonio, svolge un ruolo fondamentale
per la realizzazione degli obiettivi di neutralità climatica.
Etica
Sgr, infatti, in occasione della Cop26 ha sottoscritto insieme a 600
investitori istituzionali da tutto il mondo, una dichiarazione rivolta ai
Governi per chiedere l’adozione di piani volontari di riduzione delle emissioni
i cosiddetti Contributi determinati a livello nazionale (Nationally Determined Contributions).
La
dichiarazione nasce dall’idea di unire le forze per ridurre le emissioni
climalteranti del 45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030 al fine di
raggiungere l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050 o prima.
L’iniziativa
è coerente con l’engagement di Etica Sgr, in particolare con gli ambiti
sistemici di dialogo relativi al cambiamento del clima e ai diritti umani del
Piano di Engagement e con il progetto di realizzare attività di advocacy con
Stati, Regolatori e Standard-setter.
Sviluppo
economico e
politiche
energetiche.
Temi.camera.it-
Redazione- (27 luglio 2022)- ci dice :
Studi
- Attività produttive.
Gli
aiuti di Stato nell'epidemia da COVID-19 e nell'attuale contesto di crisi
energetica: il quadro europeo.
Per
contrastare gli effetti economici e sociali provocati dall'epidemia da
COVID-19, sono state adottate in sede europea diverse misure di sostegno.
Con la
Comunicazione della Commissione "Temporary framework for State aid
measures to support the economy in the current COVID-19 outbreak - COM 2020/C
91 I/01", gli Stati membri sono stati autorizzati ad adottare aiuti al
tessuto economico in deroga alla disciplina ordinaria sugli aiuti di Stato.
Il
Temporary Framework è stato esteso ed integrato sei volte.
Il 18
novembre 2021, con la Comunicazione C(2021) 8442, è stata approvata la sesta
proroga del Quadro fino al 30 giugno
2022, definendo, nel contempo, un percorso per la graduale eliminazione degli
aiuti legati alla crisi alla luce della ripresa in corso dell'economia europea.
A tal fine,
la Commissione ha deciso di introdurre due nuove misure "di
accompagnamento" delle imprese per un ulteriore periodo limitato: gli
incentivi diretti per investimenti privati (ammissibili sino al 31 dicembre
2022) e le misure di sostegno alla solvibilità (ammissibili sino al 31 dicembre
2023).
Contestualmente,
la Commissione europea ha avviato la revisione della disciplina non
emergenziale sugli aiuti di Stato, valevole per il nuovo periodo programmatorio
2021-2027.
Il 2 luglio 2020 la Commissione ha prorogato
la validità di alcune norme che sarebbero altrimenti scadute alla fine del 2020.
Contestualmente,
vi ha apportato, previa consultazione con gli Stati membri, alcuni adeguamenti,
nonché alcune estensioni mirate a garantirne la certa applicazione durante la
crisi e il passaggio dalla fase di gestione dell'emergenza alla fase di
attuazione delle misure per la ripresa.
Quanto
ai nuovi orientamenti adottati, applicabili a decorrere dal 1° gennaio 2022, si
richiamano quelli concernenti gli aiuti di Stato a finalità regionale per il
periodo 1° gennaio 2022 - 31 dicembre 2027 (Comunicazione (2021/C 153/01)). In
proposito, la Carta degli aiuti a finalità regionale dell'Italia è stata
approvata dalla Commissione UE il 2 dicembre 2021. Si richiamano anche gli
Orientamenti per gli aiuti al finanziamento del rischio (Comunicazione (2021/C
508/01)).
Infine,
gli attuali recenti sviluppi geopolitici hanno indotto la necessità di adottare
nuovi strumenti eccezionali di sostegno in modo da compensare parzialmente gli
effetti dell'aumento dei costi dell'energia, ed in particolare lo shock dei
prezzi verificatosi dopo l'invasione russa dell'Ucraina.
La Commissione europea ha adottato, il 23 marzo
scorso, un nuovo e ulteriore Quadro temporaneo - integrato ed esteso a luglio -
destinato ad operare, retroattivamente, dal 1° febbraio 2022 fino al 31
dicembre 2022, e, per alcune tipologie di aiuti, inerenti alla realizzazione
degli obiettivi di sviluppo delle fonti rinnovabili e la decarbonizzazione del
sistema industriale, fino al 30 giugno 2023.
Anche
in questo caso, dunque, la Commissione si è avvalsa della flessibilità in
materia di aiuti di Stato per consentire agli Stati membri di sostenere le
imprese e i settori duramente colpiti dalla crisi energetica.
In
Francia debuttano
le
restrizioni sociali
contro
“l’emergenza caldo.”
Lindipendente.online
-Raffaele De Luca – (21 GIUGNO 2022)- ci dice :
In
diversi dipartimenti francesi, negli scorsi giorni sono state imposte alcune
restrizioni sociali allo scopo dichiarato di tutelare la salute pubblica
durante l’ondata di caldo estremo.
Ad
esempio in quello della Gironda, situato nella regione della Nuova Aquitania, a
partire dalle ore 14:00 di venerdì 17 giugno e fino a domenica 19 giugno
(quando è terminata l’ondata di caldo) con un decreto prefettizio sono stati
vietati tutti gli eventi pubblici all’aperto così come quelli da svolgersi in locali
non climatizzati.
Proibiti
inoltre i fuochi d’artificio fino alla mattina di lunedì 20 giugno e
posticipate a domenica le cerimonie commemorative dell’appello del generale de
Gaulle del 18 giugno 1940.
La
Gironda, però, non è stato l’unico dipartimento ad aver imposto divieti. Ad
imboccare tale strada, infatti, è stato anche il dipartimento della Charente
Marittima, dove sempre a causa dell’ondata di caldo estremo e sempre con
decreto prefettizio “tutte gli eventi pubblici, in particolare quelli festivi,
culturali e sportivi, all’aperto o in locali aperti al pubblico non
climatizzati” sono stati “vietati venerdì 17 giugno dalle 14.00 alle 20.00 e
nei giorni successivi dalle 10.00 alle 20.00 fino alla fine dell’ondata”,
mentre i fuochi d’artificio sono stati proibiti “da venerdì 17 giugno alle
14:00 a lunedì 20 giugno a mezzanotte”. Meno dura invece la risposta del
dipartimento della Vandea, dove il prefetto si è limitato a vietare lo
svolgimento delle manifestazioni sportive pubbliche all’aperto venerdì 17
giugno dalle 14:00 alle 19:00 e sabato 18 giugno dalle 10:00 alle 19:00.
Certo,
non si può dire che i timori circa l’ondata di caldo non fossero motivati, dato
che il servizio nazionale meteorologico francese Météo-France aveva in quei
giorni posto i dipartimenti citati in “Vigilanza Rossa” a causa delle
temperature previste intorno ai 40°C.
Tuttavia,
non si può non notare che se fino a poco tempo fa il modus operandi
generalmente adottato dalle autorità per fronteggiare le elevate temperature
estive era quello di consigliare agli individui fragili di tutelarsi,
suggerendo ad esempio di non uscire nelle ore più calde, adesso le istituzioni
non sembrano farsi troppi problemi ad imporre veri e propri divieti a tutta la
popolazione.
Tra il
diffondere consigli ai soggetti potenzialmente a rischio e l’imporre
restrizioni in maniera indistinta a tutta la popolazione c’è una differenza
abissale, che evidentemente l’abitudine all’imporre restrizioni generalizzate
durante la pandemia ha reso più sfumate.
Le misure
imposte durante l’emergenza sanitaria, infatti, sembrano sostanzialmente aver
aperto la strada ad un nuovo modo di gestire le emergenze da parte delle
autorità pubbliche.
E
quanto deciso da alcuni dipartimenti francesi testimonia il rischio concreto
che l’imporre restrizioni generalizzate diventi una vera e propria consuetudine
da applicare alla bisogna. Evidentemente, dopo l’esperienza della pandemia il pericolo è che le autorità
politiche o prefettizie si sentano in diritto di introdurre indistintamente
restrizioni alla cittadinanza per tutelare la salute pubblica, pur essendo solo alcune le
categorie realmente a rischio. (Raffaele De Luca)
Ucraina:
10 punti
per capire
come
la guerra ha cambiato il mondo.
Ispionline.it-
Redazione-( 16 marzo 2022)- ci dice :
L’invasione
dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin è uno spartiacque. In sole
due settimane ha prodotto una serie di conseguenze impensabili fino a pochi
giorni prima: e non solo per le parti in causa, ma anche per il resto del mondo.
Dal ricompattamento degli Stati membri
dell’Unione Europea alla decisione storica della Germania di riarmarsi; da un
flusso migratorio senza precedenti alla messa in discussione della transizione
energetica, dalla rivitalizzazione della NATO al possibile “raffreddamento”
delle relazioni tra Mosca e Pechino, questa guerra sembra essere un vero
game-changer. Comunque vada a finire il conflitto, il mondo di domani potrebbe
non essere più lo stesso.
Dalla
guerra (contro la pandemia) alla guerra (quella vera).
Due
anni fa l’inizio della pandemia ha cambiato il volto del mondo, portando i
paesi ad adottare misure da tempi di guerra, dalla chiusura dei confini ai
lockdown; quella che è stata spesso chiamata “la guerra contro il virus” ha
portato l’Europa a uno sforzo di coordinamento e di solidarietà al suo interno
talvolta difficile, tra chiusura delle frontiere e politiche vaccinali diverse. Mentre l’UE si abitua alla “nuova
normalità”, la guerra ai suoi confini pone ora una minaccia esistenziale che ne
ha compattato la risposta: in tempi da record, l’UE ha mobilitato aiuti militari per
500milioni di euro, facendo la scelta storica di usare il budget dei paesi
membri per finanziare la consegna di armi letali.
L’attenzione si sposta dalla guerra al virus alla
guerra sul campo, mentre nelle zone di maggiore flusso di rifugiati, si teme un
allarme Covid-19: due guerre diverse che hanno cambiato il volto del mondo,
insieme? Nel frattempo, la reintroduzione del Patto di Stabilità può attendere.
È il caso di parlare di una nuova “variante Kiev”?
Germania,
Europa: aiuti militari “da 0 a 100 (miliardi).”
Da
domenica 27 febbraio, l’UE per la prima volta nella sua storia ha iniziato a
esportare armi. Non era mai accaduto: i Trattati impediscono a Bruxelles di
utilizzare il budget comunitario per motivi bellici. Ma i Ministri dell’UE
hanno aggirato il divieto attivando uno strumento esterno al budget, la European Peace Facility, che può
mobilitare fino a 5 miliardi di euro per aiuti militari.
500 milioni sono stati immediatamente
utilizzati per inviare armi sul fronte ucraino. Questa svolta riflette
l’eccezionalità per l’UE e i suoi Stati Membri della crisi ucraina, che il
Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha definito “un momento storico per il nostro
continente”.
Proprio
la Germania ha iniziato lo scorso 26 febbraio un nuovo capitolo della propria
storia. Negli ultimi settant’anni il governo tedesco non ha mai esportato armi
verso territori di conflitto, un impegno durato fino a qualche giorno fa: il
Paese si è adesso riposizionato a livello internazionale dando sostegno
militare (attraverso l’esportazione di armi) al governo di Kiev.
Su questa scia, 24 ore dopo, Berlino ha anche
annunciato un aumento della spesa militare (attualmente all’1,5% del Pil) tale
da raggiungere l’obiettivo interno alla NATO del 2% del Pil. A questo
contribuirà uno stanziamento di 100 miliardi di euro per spese militari.
Da
Trump a Biden, se l’Atlantico torna a restringersi.
Durante
la Presidenza Trump le relazioni transatlantiche erano giunte ai minimi
termini: sia a livello economico, a causa dei dazi imposti dagli USA sui
prodotti europei, che a livello strategico-militare, con Trump che criticava i
membri europei della NATO per non spendere abbastanza per la Difesa.
Con
Biden alla Casa Bianca, nel 2021 le frizioni commerciali sono state
parzialmente risolte (sia la controversia Airbus-Boeing che quella
sull’acciaio/alluminio) ed è stato lanciato un nuovo “Trade and Technology Council”. Oggi, la guerra in Ucraina ha
riavvicinato ulteriormente le due sponde dell’Atlantico anche dal punto di
vista geopolitico, con una convergenza pressoché totale sulle misure da
prendere contro la Russia (vedi il coordinamento sulle sanzioni) e in sostegno
dell’Ucraina.
Migranti:
Da "aiutiamoli a casa loro" a "accogliamoli tutti."
La
guerra in Ucraina ha generato un flusso di rifugiati rapido e massiccio. Di
fronte a questo fenomeno senza precedenti, i leader europei hanno risposto con
solidarietà, aprendo i confini e facilitando le procedure di ingresso.
L’UE
ha approvato l’utilizzo della Direttiva di Protezione Temporanea, che darà alle persone provenienti
dall’Ucraina (salvo alcune categorie) il diritto di essere accolti nell’UE con
procedure semplificate. Questa direttiva viene usata per la prima volta e dà ai
rifugiati di guerra una protezione senza precedenti per la semplicità delle
procedure, particolarmente snelle e veloci, con accesso al sistema educativo,
al mercato del lavoro, alloggio e assistenza sociale, con un rinnovo automatico
di un anno.
Questa
solidarietà si differenzia rispetto alla gestione di “crisi migratorie” del
passato, come quello del 2015 nel Mediterraneo, la chiusura dei confini da
parte dell’Ungheria, o il recente trattamento dei migranti e richiedenti asilo
al confine tra la Bielorussia con Polonia e Lituania: si è passati da una
politica di chiusura a una di benvenuto, un’accelerazione virtuosa di fronte
all’emergenza in corso, ma che ha fatto parlare di doppio standard nel
trattamento dei migranti in base ai paesi di provenienza.
Sanzioni:
Da armi spuntate a un “all in”?
Le
prime sanzioni alla Russia furono imposte nel 2014, in seguito all’invasione
della Crimea e al sostegno dei movimenti separatisti nel Donbass da parte della
Russia. Quelle misure, volte soprattutto a colpire singoli individui o settori
circoscritti, ebbero un’efficacia limitata portando alla “cristallizzazione”
dell’occupazione in Ucraina. Otto anni dopo, la situazione è decisamente
diversa: l’esclusione
delle principali banche russe dal circuito di pagamenti SWIFT e il blocco delle
riserve valutarie della Banca Central Russa in euro e in dollari possono
davvero colpire l’economia di Mosca (come dimostra il crollo del rublo – 29% -
nella sola giornata del 28 febbraio). Dopo decisioni “timide” dovute
anche a visioni divergenti tra gli Stati membri volte a tutelare i propri
interessi nazionali (va menzionata anche l’iniziale ritrosia dell’Italia e
della Germania), l’invasione dell’Ucraina ha convinto l’UE a varare in maniera compatta
sanzioni molto più pesanti.
Climate
change:
Dal net zero al "va bene tutto purché scaldi."
Se il
2020 è stato l’anno dei grandi annunci di svolta climatica dei più importanti
Paesi del mondo, con Unione Europea, Cina, Giappone e Stati Uniti che
annunciavano piani ambiziosi per arrivare alla neutralità climatica entro la
metà del secolo, la situazione all’inizio del 2022 è profondamente cambiata.
L’Europa sembra riconoscere che la transizione sarà lunga e annuncia
l’inserimento del nucleare e del gas tra le fonti “green”, ma anche questo
potrebbe non bastare a gestire l’emergenza di breve-medio periodo. Nel frattempo, si parla di riapertura
di centrali a carbone, per far fronte a prezzi del gas impazziti e per cercare
di ridurre la dipendenza dalla Russia. Non è la sola: Pechino annuncia infatti la
riapertura di centrali e miniere di carbone per far fronte all’accresciuta
domanda di energia. Si apre ora e più che mai la questione: è il momento della grande
accelerazione degli investimenti in rinnovabili, o sarà l’energia “del passato”
ad assicurare la sicurezza energetica dei Paesi?
Nato:
Da “cerebralmente morta” a “the place to be”.
Per
Trump era inutile e per Macron era cerebralmente morta. Oggi far parte della
Nato torna ad essere appetibile anche per paesi tradizionalmente neutrali come
Svezia e Finlandia, mentre le repubbliche baltiche si sentono al sicuro per la
loro appartenenza nell’Alleanza Atlantica e comunicano al mondo il loro “te
l’avevo detto che la Russia era pericolosa!”.
La
guerra in Ucraina ha innescato un cambiamento di approccio nella politica
estera di attori la cui neutralità sembrava consolidata verso una presa di
posizione attiva nei confronti della Russia. Svezia e Finlandia, molto vicine
geograficamente alla Russia, sembrano propense a interrompere una neutralità
decennale mostrando un interesse crescente a unirsi alla NATO, mentre mandano
in Ucraina aiuti militari. Questa dinamica ha coinvolto perfino la Svizzera, paese super
partes per antonomasia, la cui neutralità (che dura dal XVI secolo ed è
sopravvissuta a due guerre mondiali) è venuta meno quando la Confederazione ha
imposto sanzioni alla Russia e inviato aiuti militari. Il ritorno della guerra
in Europa sta quindi spostando l’asse di paesi storicamente neutrali verso un
coinvolgimento nel fronte comune, mentre la Nato ritrova la propria missione
originaria di bastione difensivo contro le attività militari di Mosca: la paura di Putin di una espansione a
Est dell’Alleanza Atlantica sembra sempre di più una profezia che si autoavvera.
Rapporto
Cina-Russia: Dall’amicizia “senza limiti” all’astensione all’Onu.
Fino
al 4 febbraio le relazioni tra Cina e Russia avevano toccato il massimo storico
tanto da essere definite “senza limiti”. Dopo 10 giorni dall’invasione si
moltiplicano i segnali di un mancato pieno supporto cinese all’invasione:
l’astensione della Cina all’Onu, la telefonata tra Wang Yi e Kuleba per la
mediazione di un cessate il fuoco, il congelamento dei prestiti a Russia e
Bielorussia da parte dell’Aiib sostenuta da cinesi.
L’avanzata dell’invasione con un crescente
numero di vittime civili, l’isolamento russo e il rischio che la Cina possa
essere caricata delle responsabilità del conflitto in quanto quasi alleata
della Russia sembra aver fissato un limite, almeno parziale, alle relazioni. Che negli ultimi anni, comunque, sono
aumentate nettamente: sia dal punto di vista economico (con la Cina che oggi è
saldamente il primo partner commerciale di Mosca), che energetico: è stato
infatti da poco firmato il contratto per il raddoppio del gasdotto “Power of
Siberia”.
Taiwan:
Da “attenzione la Cina invaderà” a “attenzione l’Occidente risponderà”
Secondo
l’Economist nell’estate 2021 Taiwan era “il posto più pericoloso al mondo” (a
causa delle mire espansionistiche di Pechino e degli interessi degli USA
nell’area) e prima delle Olimpiadi sembrava che la Cina cercasse di capire fino
a dove UE e USA si sarebbero spinti per difendere l’Ucraina, per eventualmente
agire di conseguenza con Taiwan. La risposta è arrivata: quando serve l’Occidente c’è
e nel XXI secolo fare la guerra è ancora più difficile di prima per la
resistenza delle popolazioni locali e per l’incredibile diffusione di
informazioni di ogni tipo in tempo reale. Il disimpegno in Afghanistan era
stato fatto anche per concentrarsi sul contenimento alla Cina, una politica che
non può prescindere dalla difesa di Taiwan. Allo stato attuale Pechino sembra
molto meno desiderosa di impegnarsi nell’invasione di Taiwan: un’impresa che, se fallimentare,
potrebbe danneggiare la corsa di Xi verso la riconferma al XX Congresso del Pcc
del prossimo autunno. Le ricognizioni aeree sembrano solo “normale
amministrazione” senza costituire un pericolo reale, anche perché la reazione
di Taiwan e del resto del mondo sarà di elevare l’allerta aumentando le
difficoltà per un ipotetico attacco cinese.
Valute:
Dal dollaro al bitcoin?
Nei
mercati emergenti caratterizzati da volatilità finanziaria, detenere valuta
straniera considerata più “forte” (soprattutto dollari, ma anche euro) è
considerato il migliore modo per proteggere i propri risparmi ricorrendo a beni
cosiddetti “rifugio”. Questo era vero anche in Russia fino a pochi giorni fa,
ovvero prima che entrassero in vigore le sanzioni economiche che hanno fatto
crollare a picco il valore del rublo e reso quasi impossibile accedere a valuta
straniera (da qui la corsa agli sportelli bancari dei giorni scorsi). A causa del difficoltoso accesso ai
canali “tradizionali” dei mercati finanziari internazionali, in Russia (ma
anche in Ucraina) ha ripreso vigore il ricorso al Bitcoin come nuovo bene
rifugio. Tanto che si sta cominciando a parlare dei bitcoin (e degli altri
cryptoassets) come “valute di guerra”.
Gli
Esseri Umani sono andati
Troppo
Oltre nel mancare
di
Rispetto alla Vita.
Fisicaquantistica.it-
Monique Mathieu-(22 Agosto 2022) - ci dice:
“Figli
della Luce, Figli della Terra, è con immensa gioia che siamo ancora qui con
voi. Vogliamo dirvi (lo ripetiamo e lo ripeteremo, perché non è ancora
completamente radicato in voi), quanto sia importante il periodo che state
vivendo”.
“È
necessario comprendere che dovete spiritualizzare la vostra vita. Non vi
chiediamo di meditare di continuo, di non vivere la vostra terza dimensione,
poiché siete in un mondo di terza dimensione e dovete viverlo in quanto tale.
Ciò che vi viene chiesto è di spiritualizzare la vostra vita, ovvero di cercare
di modificare il vostro comportamento nel vostro ambiente, nella vostra
famiglia, con i vostri amici e fare in modo che i vostri comportamenti
diventino sempre più sereni, saggi, fraterni, pieni di dolcezza, pieni di
gentilezza, pieni d’Amore e soprattutto, ovviamente, pieni di saggezza.
Come
stavamo dicendo, il periodo è veramente molto importante! Purtroppo, per un
certo periodo di tempo, vivete e vivrete ancora situazioni difficili a causa
dei comportamenti umani, per il comportamento di esseri che non hanno ancora
pienamente compreso cosa può rappresentare la fratellanza.
I
Grandi Esseri di Luce, con cui siamo in contatto, sono spesso molti tristi… la
tristezza per noi non esiste, ma è un termine umano che prendiamo dalla
coscienza del nostro canale per esprimere ciò che vogliamo dire… quindi, essi
sono tristi nel vedere il comportamento umano, nel vedere che gli esseri umani
non sono ancora in grado di fare pace né in loro stessi né soprattutto intorno
a loro, vale a dire che entrano in un’immensa dualità, in guerre impossibili.
Questa dualità e queste guerre, sono causate dalle paure e dall’ego e
ovviamente anche dal potere!
Ciò
che si chiede agli esseri umani, è di cercare soprattutto di fare pace in loro
stessi; in che modo? Semplicemente cercando di essere in armonia con voi
stessi, prendendo coscienza che in voi esiste la dualità, poiché vivete in un
mondo duale, ed è questo ciò che vi permette di evolvere e di creare l’unità in
voi, l’unità con ciò che siete realmente, cioè degli esseri molto luminosi,
degli esseri di Luce… (non come noi, perché per ora siete sulla Terra e avete
indossato l’abito che corrisponde alla dimensione in cui vivete); ma come vi
abbiamo detto molte volte: chi siete voi? Siete tutti Esseri di Luce che non
sanno di esserlo o che, per il momento, lo hanno semplicemente dimenticato.
Da
tutti gli esseri che si svegliano sempre più spesso, ci si aspetterà molto di
più che da coloro che sono ancora un po’ addormentati o completamente
addormentati, e a loro verrà chiesto di lavorare molto sulla pace nel più
profondo di loro stessi, di lavorare sulle relazioni, di evitare di esprimere
giudizi su ogni cosa e su ogni persona.
Non
solo state andando verso una dimensione molto diversa, ma anche verso una vita
molto diversa. Per ora siete in grandissima trasformazione ed è per questo che
le tante turbolenze vi agitano.”
Mi
mostrano come se in ciascuno di noi ci fossero dei terremoti, dei vortici.
“È
come se la materia che riveste il vostro corpo fosse anch’essa in fermento, e
questo è dovuto alle notevoli energie che state ricevendo; quindi, avete delle
difficoltà a capire voi stessi, perché tutto è in movimento, tutto sta
cambiando nella frequenza vibratoria della materia.
Ovviamente,
alcuni possono misurare questa frequenza vibratoria con i loro calcoli che,
secondo noi, non sono corretti, ma non è importante, perché siete voi stessi a
percepire la vera misura; quindi, siccome tutto cambia in modo straordinario,
gli esseri si indeboliscono sempre di più, perché è in atto una ristrutturazione
materiale e spirituale.
Voi
non vi rendete conto che la materia, che forma il vostro corpo, sta cambiando
non solo vibrazione, ma anche “consistenza”. Se foste veramente in grado di
misurare la frequenza vibratoria della materia densa del vostro corpo (non con
i vostri calcoli), sareste molto sorpresi di vedere quanto tutti gli esseri
umani, soprattutto coloro che sono aperti, siano cambiati, si siano
trasformati.
Tutto
questo in voi causerà delle difficoltà di adattamento, tanto più se non c’è
armonia tra il vostro corpo e la vostra mente, cioè se vi preoccupate perché
avete dei problemi di salute o esistenziali, ecc. C’è come un’ulteriore lotta
nella vostra trasformazione. Dovreste quindi essere totalmente liberi e dire a
voi stessi: ‘Qualunque cosa accada, io l’accetto, (in ogni caso non potrete
fare diversamente), inoltre dire: ‘Io accetto soprattutto la trasmutazione’.
Avete
veramente iniziato la trasmutazione della materia, la trasmutazione di tutto
ciò che siete nella terza dimensione, per andare verso livelli di coscienza
superiori e verso una materia molto più eterea, molto più leggera. Quindi,
ovviamente tutto questo vi porta ad avere piccoli problemi, più o meno
importanti, a seconda di come accettate questa profonda trasformazione di ciò
che siete, ma non avete nulla da temere.
Se vi
lasciate veramente trasportare da questa trasformazione, l’unica vostra
difficoltà sarà quella di non riuscire a riconoscere voi stessi: sarete
talmente diversi da ciò che siete stati che vi porrete delle domande dicendo a
voi stessi: ‘Non reagisco più come prima, sento delle cose che non ho mai
sentito, sento il mio corpo molto più intensamente di quanto potessi sentire
prima, mi sento molto più in armonia con me stesso’. Potrete farvi tutte queste
riflessioni, perché andrete realmente verso una totale mutazione di ciò che
siete come esseri umani.
Dovete
capire che questa mutazione è necessaria… Non possiamo dirvi cosa succederà
domani alla tal ora, poiché sarebbe un grave errore e non lo faremo mai, ma il
tempo sta accelerando e ne siete tutti consapevoli… torniamo quindi a questo
argomento che riguarda il “domani”; se domani dovesse cambiare tutto quanto,
sarete pronti? Questa preparazione, conscia o inconscia, l’avete già iniziata
da qualche tempo; vi state riadattando rispetto a ciò che siete, rispetto alle
nuove energie, alle nuove vibrazioni. Non ne siete realmente consapevoli, ma i
vostri comportamenti possono farvi prendere coscienza delle immense
trasformazioni che state vivendo.
Ancora
una volta, l’adattamento a questo nuovo modo di essere, a questa nuova
coscienza può disorientare rispetto a ciò che eravate ieri, rispetto a ciò che
siete oggi e a ciò che sarete domani. Quindi, tutto ciò che state vivendo a
livello fisico, psicologico, relazionale, emozionale, ecc., è un’immensa
preparazione per ciò che dovrete vivere domani.
Non
potete (e questo è assolutamente impossibile!) cambiare spontaneamente il mondo
in cui vivete, con le turbolenze, con i vostri stati di coscienza, con le
vostre preoccupazioni, con le vostre paure – perché sono ancora molte – non
potete passare da questo stato ad uno stato di serenità, di vera fratellanza,
ad uno stato modificato di coscienza rispetto a ciò che siete oggi; quindi c’è
una preparazione tutti i giorni! Ogni giorno vivete questa preparazione, ma non
ne siete consapevoli, ed è per questo che cerchiamo di parlarne continuamente,
fino a quando in voi non scatterà qualcosa.
Finché
in voi non ci sarà questo scatto, potremo parlarvi dieci, venti, mille volte
dello stesso argomento, ma le porte resteranno chiuse. All’improvviso
ascolterete, anche se useremo parole un po’ diverse; voi ascolterete ciò che
non avrete mai potuto sentire prima, e questo farà scattare qualcosa in voi; ma
quando succederà? E cosa significherà? Ciò significherà che sarete
semplicemente pronti, che avrete realizzato il lavoro necessario per passare in
una dimensione completamente diversa, nella dimensione in cui state andando, in
questa dimensione di coscienza; ma più che altro è uno stato modificato di
coscienza, uno stato di vita, uno stato vibratorio diverso.
Il
vostro mondo, il vostro pianeta, sarà diverso, tutto ciò che vive sul pianeta
sarà diverso. Nel nuovo mondo che vi attende, non esisterà più nessuna
crudeltà; nessuno mangerà nessuno, tutti i regni vivranno in perfetta armonia.
Gli esseri umani stanno evolvendo, e dovranno evolvere anche i diversi regni
che saranno pronti o selezionati per andare in questi mondi di pace e serenità.
Nel
nuovo mondo che vi attende, molti esseri, che siano animali o umani, si
nutriranno molto più di energia (potete definirlo prana), perché gli esseri
sapranno che questo alimento è alla portata di tutti; essi non avranno più
bisogno di un cibo pesante. In questo modo alleggeriranno ancora di più i loro
corpi. Il nutrimento pranico alleggerisce il corpo, molto più del cibo
“materiale”, cioè quello di cui vi cibate attualmente.
Ma,
siccome siete ancora in questa terza dimensione, avete bisogno di nutrire il
vostro corpo con un cibo pesante, ma gradualmente, in modo spontaneo cambierete
la vostra alimentazione. Alcuni hanno già iniziato e, pian piano, tutti saranno
portati a cambiare la propria alimentazione, perché sarà qualcosa che scaturirà
da dentro di voi. Quindi, chi non l’ha ancora cambiata è perché non ha ancora
avuto quello scatto che potrebbe avvenire domani o dopodomani. Ma non importa,
perché questo scatto può verificarsi da un momento all’altro; questo scatto, in
linguaggio umano, può definirsi una “presa di coscienza” che vi conduce realmente
verso qualcos’altro, verso il vostro nuovo destino, verso il vostro nuovo
mondo.”
Alcuni
potrebbero pensare: ‘Ma, in questo nuovo mondo, come potremo portare con noi le
nostre famiglie, i nostri figli, coloro che amiamo?’
Ecco
la loro risposta: “Non importa, anche se i vostri familiari non fanno parte di
quella che possiamo chiamare ‘spiritualità’ e che noi preferiamo definire
saggezza e Amore; se hanno molto Amore nel loro cuore, tutto accadrà nel
migliore dei modi.
Il
cammino spirituale è un percorso, il cammino del cuore è un altro tipo di
percorso, e ci sono molte persone che credono di essere sul percorso
spirituale, ma non sanno di essere invece sul percorso del cuore.
Se nei
vostri cari sentite molto Amore, non preoccupatevi; anche se non credono in ciò
che fate, se in loro c’è molto Amore, transiteranno come voi attraverso una
strada diversa; esistono molte strade che conducono a questa transizione. C’è
la strada spirituale, c’è quella della saggezza e dell’Amore, ma ve ne sono
altre… anche se in realtà non è proprio così, perché l’unica vera strada, è la
strada dell’Amore, ma altre vie possono condurvi sulla strada dell’Amore.
Vogliamo
dire anche questo: Ora, vivrete eventi su tutto il pianeta, un totale
cambiamento di paradigma, un totale cambiamento culturale. Gli esseri umani,
almeno in parte, hanno veramente esagerato nel non rispettare la vita e,
automaticamente, ci sarà un riadattamento per rimettere le cose a posto”.
Ciò
che mi dicono è strano: “Alcuni esseri umani hanno offeso l’Intelligenza Celeste; si
sono totalmente distaccati dalla realtà, cioè dalla realtà spirituale, dalla
realtà Divina, da Dio, ma non importa… la parola Dio, se pronunciata, è molto
potente, ma non importa se lo chiamate in modo diverso (Padre Creatore, ecc.),
non importa! Dal momento in cui la maggior parte del mondo si allontana dalla
Creazione, c’è un intervento, e in questo momento, le forze della luce oscura
hanno un potere immenso sulla coscienza e sull’anima degli esseri fragili, e
l’umanità è fragile.
Per
questo, e a causa di questo… diremo che per questa perversione, per questa
malvagità, per la cattiva direzione che hanno fatto prendere agli esseri umani,
per questo motivo ci sarà un intervento Divino”.
Mi
dicono: “Gli
esseri umani che dominano questo mondo, non sempre si rendono conto del male
che fanno, e anche coloro che li seguono, non potranno più agire per molto,
perché l’umanità terrestre non potrà più offendere l’Universo e Dio ancora a
lungo. In questo momento, tutto è completamente fuori fase, fuori dalla realtà;
il male è ovunque, e purtroppo, molti esseri umani non lo percepiscono più.
Quindi
avete realmente toccato il fondo! Per questo, tra non molto, ripetiamo ancora
una volta, ci sarà un intervento Divino per riportare il bene al proprio posto
e per sradicare completamente tutte queste forze della luce oscura. Quindi, voi
cosa dovete fare? Tenervi costantemente allineati, seguire la vostra strada,
mettere in pratica, anche solo in parte, tutto ciò che vi abbiamo detto!
Nel
momento in cui pensate di offrire l’Amore, esso emana da voi e va ad aiutare
gli esseri. Non potete toccare la Vibrazione Amore. Nel momento in cui pensate
che esiste, essa si manifesta ed è questo il miracolo dell’Amore! Alcuni
chiederanno: ‘Ma come si fa a mandare Amore?’ Semplicemente pensando che nel profondo
del vostro cuore esiste una notevole forza che si chiama Amore Luce. Pensando
ad essa, spalancate le porte del vostro cuore e l’Amore volerà verso tutti
coloro che ne avranno bisogno. Questo è importante! Ogni volta che pensate di offrire
Amore, esso parte e se ne va e il miracolo è che più offrite, più l’Amore
cresce in voi.
Crescerete
ancora di più, vi sveglierete alla vostra vera realtà e noi saremo sempre lì a
prendervi per mano, a guidarvi, ma solo se ce lo chiederete. Quindi
connettetevi alle vostre Guide, connettetevi agli Esseri di Luce, connettetevi
ovviamente all’immenso Amore che c’è dentro di voi e intorno a voi. Voi siete
esseri meravigliosi e lo ignorate, ma presto il miracolo si compirà e
inizierete a capire cosa siete e chi siete, per il massimo bene della Vita,
della vostra vita e della vita su questo mondo.
Ora vi
lasciamo. Che la pace, la gioia e l’Amore inondino costantemente le vostre
vite. Vi amiamo infinitamente e vi diciamo a presto”.
Trump
nella bufera:
incita
all’odio e colleziona scandali
e
inchieste ma il trumpismo c’è.
Giorni
bui per l’America.
Firstonline.info-
Mario Margiocco-(17 Agosto 2022)- ci dice :
Dopo
tutti gli scandali, le indagini e la violazione di ogni regola il trumpismo
resta vivo perché dietro c’è il malessere di decine di milioni di elettori
annebbiati da “America e americani prima di tutto.”
Usata
ogni tanto, da un secolo, contro il presidente di turno, una caustica battuta
di un maestro del giornalismo americano d’altri tempi riceveva nel 2016 nuova
giovinezza ed è da allora legata, per molti, a quel che resta del ciuffo a
visiera di Donald Trump.
L’autore è Henry Louis Mencken da Baltimora,
al suo massimo negli anni 20 del 900, che la offrì ai lettori del Baltimore Sun
del 26 luglio di 98 anni fa, mentre stava per essere eletto il vacuo Warren G.
Harding.
“Con
il perfezionamento della democrazia – sentenziava Mencken – il ruolo del
presidente rappresenta sempre più da vicino l’anima profonda del popolo. In una
qualche grande e gloriosa giornata la gente comune del Paese finalmente vedrà
realizzarsi il sogno custodito nel più profondo del cuore e la Casa Bianca sarà
abbellita dalla presenza di un totale cretino”.
Il che
non vuol dire un cretino innocuo. Uno come noi, finalmente; il massimo del
populismo, come ben sappiamo in Italia.
Trump:
volto della rabbia di un’America divisa.
Il
quadro è nero dopo quattro anni di presidenza Trump e altri due anni in cui
Trump è riuscito a passare agli occhi di decine di milioni di americani non
come un qualunque candidato sconfitto ma come un legittimo sovrano defraudato.
Ed essendo lui “uno come noi”, a milioni si
sentono defraudati.
Sarebbe
un grave errore però ridurre il tutto a un fatto di presunta stupidità
collettiva. Dietro la scelta di soluzioni radicali, di qualcuno che finalmente
lanci a Washington il gesto dell’ombrello, c’è il malessere di decine di
milioni di elettori che si sentono traditi. I
n
particolare, dalle inefficaci avventure militari dopo gli attentati terribili
del 2001, dalla paurosa crisi finanziaria post 2008, dove molti si sono sentiti
abbandonati dal sistema che invece ha protetto le banche, dalla crescente
diseguaglianza dei redditi e dalla fine dei buoni posti di lavoro blue collar
più o meno sicuri; e infine da un’agenda sociale progressista che ha sconvolto negli
ultimi decenni, secondo molti, l’idilliaco scenario di family, church and country.
Trump
e la pericolosa distorsione della realtà: “Il sovrano defraudato.”
Barack
Obama aveva ampiamente promesso nel 2008 una grande pulizia, necessaria per il
baratro finanziario incombente, con una campagna di chiaro populismo moderato
di sinistra cui non seguirono i fatti, e nessuna azione penale contro
finanziari d’assalto imbroglioni.
E così circa un terzo delle contee che avevano votato
Obama nel 2012 e un quarto di quelle che lo avevano fatto nel 2008 passavano
nel 2016 a Trump.
Oggi
l’America è come una foresta piena di tronchi caduti e arbusti secchi e basta
una scintilla per mandare tutto a fuoco, come dice il politologo Robert Pape
dell’Università di Chicago, autore nell’ultimo anno e mezzo di una mezza
dozzina di indagini demoscopiche mirate all’elettorato trumpiano.
Esistono
oggi, ricorda Pape, dai 15 ai 20 milioni di americani adulti convinti che la
violenza sia giustificata per riportare Donald Trump alla Casa Bianca, che gli
è stata sottratta con l’inganno. In molti ci credono, Trump ne ha fatto la sua
bandiera, non è vero niente, ma funziona perché spiega semplicemente tutto: ci
imbrogliano, anche nel voto.
Trump
contro Biden e l’attacco al Campidoglio.
Tutti
sanno che Trump vinse sei anni fa grazie a circa 80 mila voti popolari in più
di Hillary Clinton presi in tre Stati (Michigan, Pennsylvania e Wisconsin) che
gli dettero la maggioranza necessaria nell’electoral vote; la Clinton ebbe quasi 2.9 milioni di
voti popolari in più, su base nazionale, ma il meccanismo elettorale premiò
Trump, e nessuno cavalcò la fandonia della “vittoria tradita” e di fantomatici
brogli a favore di Trump.
Joe
Biden batteva Trump nel novembre del 2020 grazie a uno scarto di 44mila voti
complessivi in Wisconsin Georgia e Arizona senza i quali il risultato, in
termini di electoral vote, sarebbe stato alla pari, da risolvere poi al
Congresso, secondo le regole costituzionali. Nel complesso dei sei stati più in
bilico, oltre ai tre citati anche Michigan Pennsylvania e Nevada, si arriva a
circa 310 mila voti in più per Biden, che ebbe anche quasi 7 milioni di voti
popolari in più, ma questo come noto ha un valore solo simbolico nel sistema
federale americano che modera lo strapotere delle aree più popolose attraverso
il meccanismo dell’electoral college.
Trump rifiutò di riconoscere i verdetti delle autorità
statali, ciascuna responsabile della regolarità dei voti, fece enormi pressioni
sui politici repubblicani locali perché invocassero brogli impossibili da
dimostrare, minacciò, urlò confermando di avere un carattere dai tratti
infantili che reagisce istericamente alle sconfitte, pretese alla fine che il
vicepresidente Pence come presidente del Senato non sottoscrivesse i verdetti
inviati a Washington dai singoli Stati, autorità autonome anche in fatto di
elezioni, Pence si rifiutò, ed è in quel clima che avveniva il 6 gennaio 2021
l’incredibile attacco delle truppe d’assalto di Trump al Campidoglio.
Indagini,
inchieste e perquisizioni: tutti i nodi al pettine di Trump.
I nodi
stanno venendo al pettine, in una battaglia che dovrebbe anche indicare quanti
davvero credono alla vittoria tradita e quanti no, prima di tutto all’interno
del partito repubblicano, al di là delle dichiarazioni propagandistiche del
“salviamo l’America dai traditori”. Un gruppo di giuristi e politici
repubblicani, tra cui due ex senatori, ha diffuso a luglio 2022 uno studio di
70 pagine (Lost, not stolen, e cioè Voto perso, non rubato) dove vengono
esaminati tutti i casi di presunti brogli, negati già dai vari Stati e da circa
60 sentenze (spesso di giudici conservatori) su singoli ricorsi, e ritenuti
anche da questa analisi inesistenti.
Un’indagine
parlamentare della Camera sta esaminando il ruolo di Trump negli incredibili disordini
del 6 gennaio del 21, e sono emerse testimonianze e informazioni pesanti. Due indagini penali federali stanno
valutando una gli stessi episodi del 6 gennaio, l’altra il tentativo
complessivo di stravolgere i risultati elettorali.
In Georgia è in corso un esame sulle pressioni fatte
da Trump nel novembre 2020 sulle autorità locali. I magistrati di New York
hanno due indagini distinte sulle pratiche commerciali, e il comportamento
fiscale, dell’impero Trump.
E
infine, nell’ambito di un caso federale aperto da tempo sull’uso dei documenti
riservati che Trump avrebbe dovuto restituire alla fine del mandato, un anno e
mezzo fa, c’è stata la perquisizione della sua residenza in Florida, la nota
Mar-a-Lago, da parte dell’Fbi, l’8 agosto scorso, con il sequestro di varie
casse di documenti. È stato il salto di qualità nella contesa. “Barack Hussein Obama si è tenuto
33milioni di pagine di materiale”, ha annunciato Trump poco dopo. Tutto smentito dagli Archivi
Nazionali, depositari del materiale. Ma l’importante è confondere le acque e
fare la vittima.
Trump
è in grande difficoltà ma i repubblicani sono ancora il suo partito.
La
mossa a Mar-a-Lago è stata un azzardo da parte del ministro della Giustizia
Merrick Garland e del presidente Biden, con la Casa Bianca che si tiene
tuttavia il più possibile defilata in questa battaglia legale?
Qualcuno
lo sostiene, perché la forza di Trump sul partito repubblicano è ancora
notevole e i sondaggi indicano che se le primarie presidenziali si tenessero
ora sarebbe lui il probabile candidato.
Joe
Kent, candidato trumpiano dello Stato di Washington per un seggio alla Camera,
ha detto che “tutto questo indica chiaramente ciò che molti di noi dicono da
molto tempo: siamo in guerra”.
E Kari
Lake, che ha vinto con assalti alla iugulare le primarie repubblicane e sarà il
prossimo novembre il molto probabile nuovo governatore dell’Arizona: “questa è una battaglia tra chi vuole
salvare l’America e chi vuole distruggerla”.
E
ancora: “Non si fermeranno di fronte a nulla per azzerare i patrioti che si
battono duramente per salvare il Paese, Voi con chi state?” Subito, mettendo le
mani avanti, il suo portavoce ha aggiunto che “accusare i repubblicani di
incitamento alla violenza è il solito gioco disonesto”.
Ma
incitare alla violenza è esattamente ciò che Trump e i suoi stanno facendo. Dicono che mai un ex presidente e
candidato presidenziale è stato trattato così e chiedono un’inchiesta su
Garland.
È stato facile rispondere che mai un
presidente e un candidato presidenziale si è mosso con uno spregio della legge
pari a quello dimostrato da Donald Trump. Se la legge alla fine non riuscirà a
vincere, aspettiamoci giorni bui per l’America, e per noi.
(Mario
Margiocco)
I
nemici dei miei nemici.
Linformale.eu-
Niram Ferretti- (27 Febbraio 2021)- ci dice :
E’passata
agli annali la battuta di Donald Rumsfeld, ex Segretario alla Difesa di George
W. Bush, quando, nel 1983, dopo un incontro con Saddam Hussein a Baghdad disse,
“E’ un
figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”.
Affermazione
in cui si riassumeva icasticamente un’idea base della Realpolitik;
i nemici dei miei nemici sono miei amici. Così è stato in tempi recenti per
Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, de facto colui
che la governa nonostante il re sia sempre l’anziano padre Salman.
L’asse
tra Donald Trump e il giovane leader musulmano aveva un ben preciso obbiettivo,
quello di rafforzare i legami con la Casa di Saud, dopo la lunga parentesi di
gelo con gli Stati Uniti, a seguito della decisione di Barack Obama di
negoziare con l’Iran.
La
ricollocazione dell’Iran come l’attore più pericoloso sulla scena medio orientale,
messa in atto dall’amministrazione Trump, obbligava il riavvicinamento
all’Arabia Saudita e iniziava a gettare i semi per la successiva fioritura di
rapporti tra una parte del mondo arabo sunnita e Israele, culminati con gli
Accordi di Abramo del 2020.
Quando,
nell’ottobre del 2018, venne barbaramente trucidato a Istanbul il giornalista
saudita espatriato, Jamal Khashoggi, da tempo inviso a Mohammed bin Salman per
le sue critiche al regime saudita, i riflettori si puntarono sul giovane
principe.
Sotto
l’amministrazione Trump, la CIA iniziò un’indagine che si concluse con un
rapporto che indicava il principe saudita come colui che aveva dato ordine al
commando che aveva poi ucciso Khashoggi, di recarsi a Istanbul con l’obbiettivo
di colpirlo. Dal rapporto, tuttavia, non emergeva se il principe saudita avesse
stabilito di farlo rapire o assassinare.
L’amministrazione
Trump non rese il documento pubblico e minimizzò le accuse rivolte all’alleato
saudita. “Il nostro figlio di puttana” doveva essere salvaguardato a fronte di
un figlio di puttana ben maggiore, l’Iran.
Nel mentre, buona parte della stampa liberal Dem Usa cavalcò il caso attaccando Trump e
presentando Khasshogi come un campione di libertà, dimenticando i suoi legami
passati e presenti all’epoca del suo assassinio con la Fratellanza Musulmana,
di cui era stato un membro e che continuava a sostenere sulle pagine del
Washington Post, uno dei giornali per il quale scriveva. Siamo così giunti alla
decisione odierna dell’Amministrazione Biden di rendere pubblico il report
della CIA che l’Amministrazione Trump aveva tenuto chiuso in un cassetto.
Si
tratta di un passo significativo che segue quello di congelare l’erogazione di
una fornitura di armi all’Arabia Saudita e di non volere più offrire supporto
alla guerra che i sauditi intraprendono in Yemen da sei anni contro le milizie
Houti sostenute dall’Iran.
Tutto
ciò in nome della difesa dei “diritti umani”, di cui, certamente l’Arabia
Saudita, in buona compagnia con la maggioranza degli Stati musulmani, non è un
campione.
Si
tratta di mosse assai azzardate, poiché l’indebolimento del rapporto strategico
regionale che gli Usa intrattengono con la Casa di Saud e che inizia nel 1945,
è indubbiamente un assist fornito all’Iran. L’attacco aereo della settimana
scorsa in Arabia Saudita contro un aereo civile da parte dei ribelli Houti, lo
dimostra chiaramente.
Il
nuovo Segretario di Stato, Anthony Blinken, subito dopo l’attacco ha affermato
che gli USA non staranno a guardare mentre i sauditi vengono aggrediti,
evidenziando l’inattuabilità di una politica basata su un colpo al cerchio e
uno alla botte.
Se si
vogliono salvaguardare i diritti umani, e se la neo-amministrazione Biden
intende impugnare questo stendardo morale per affermare una sorta di tutela
etica degli Usa sul resto del mondo, avrà sicuramente assai da fare, e molto in
Medioriente, non solo in Arabia Saudita, ma in Egitto, dove governa un altro
“figlio di puttana” necessario tuttavia all’equilibrio geopolitico regionale
che non è costruito sugli ideali, ma su necessità molto concrete, fatti
brutali.
L’Amministrazione
Trump lo aveva molto presente, fondando le sue decisioni in Medioriente su un
realismo robusto che, necessariamente, imponeva di chiudere un occhio sull’abuso dei
diritti umani, di cui, regionalmente, l’Iran detiene il primato.
Nessuno
pensa che Mohammed bin Salman sia un campione di virtù e un esempio di leader
illuminato, nonostante qualche timida riforma intrapresa all’interno del suo
regno, ma cercare di indebolirne l’immagine prendendolo di mira fa solo il
gioco di Teheran.
GESÙ E
I NEMICI.
Parlamidilui.agesci.it-Giulia
Manzoni –(30-11-2021)- ci dice :
Le
parole “nemico” ed “inimicizia” vengono dal termine latino inimicus, che è
formato dalla parola amicus cui si aggiunge un prefisso negativo in– che, a sua
volta, modifica la lettera a in i. Dal punto di vista etimologico un nemico è,
quindi, il contrario di un amico. Tuttavia, sappiamo che, più in generale, un
nemico è una persona che prova sentimenti e ha atteggiamenti ostili, che si
comporta cercando di danneggiare l’altro e desiderando, e spesso anche cercando
di procurare, il male.
GESÙ E
I NEMICI.La
vita di Gesù è costellata di episodi in cui si trova a dover fronteggiare
nemici insidiosi. Il suo modo di stare in mezzo e di fronte ad essi è qualcosa
che non smette mai di sorprendere ed interrogare in profondità il lettore dei
vangeli. Nel Vangelo secondo Matteo si nota
che, non solo la fine della vita di Gesù è determinata dall’intervento dei suoi
nemici (Mt 26-27), ma anche l’inizio, quando la sua famiglia è costretta a
fuggire in Egitto per scampare alla strage degli innocenti ordinata da Erode
(Mt 2,13 e seguenti).
Nel
corso di tutta la sua esistenza, Gesù avrà molti nemici ed incontrerà forti
opposizioni e contrasti.
È
proprio per questo motivo che le sue parole riguardo al rapporto con i nemici
sono autorevoli ed affidabili: perché ha parlato di qualcosa che lui per primo ha vissuto
e l’ha fatto in modo così radicale da arrivare a dare la propria vita.
Nei
capitoli dal 5 al 7 del Vangelo secondo Matteo troviamo il cosiddetto “discorso
della montagna”. Si tratta di un discorso molto ampio che comprende le “beatitudini”, un
commento alla legge ebraica, la preghiera del “Padre nostro” e altri
insegnamenti importanti per la vita spirituale dei discepoli di ieri, come
quelli di oggi.
Questo
grande discorso si trova all’inizio del Vangelo secondo Matteo (che ha ben 28
capitoli, quindi il capitolo 5 è praticamente all’inizio!), una posizione
redazionalmente strategica, come se l’evangelista volesse mettere bene in
chiaro quale fosse l’insegnamento di questo straordinario rabbì di nome Gesù
del quale si sta accingendo a raccontare tutta la storia.
All’interno
di questa grande sezione, troviamo dei versetti che chiariscono molto bene
quale fosse l’idea di Gesù riguardo al rapporto da avere con i nemici (Matteo
5,38-48):
38 -Avete
inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente;
39- ma io vi dico di non opporvi al
malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra;
40 -e a chi ti vuol chiamare in giudizio per
toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
41- E se uno ti costringerà a fare un miglio,
tu fanne con lui due.
42- Da’ a chi ti domanda e a chi desidera
da te un prestito non volgere le spalle.
43 -Avete
inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44- ma io vi dico: amate i vostri nemici
e pregate per i vostri persecutori,
45- perché siate figli del Padre vostro
celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa
piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
46- Infatti se amate quelli che vi amano,
quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
47- E
se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?
Non fanno così anche i pagani?
48- Siate voi dunque perfetti come è
perfetto il Padre vostro celeste.
In
queste poche righe, Gesù esprime la sua idea di rapporto con i “nemici”, con
chi, cioè, ci fa del male o ci costringe a fare cose che non vorremmo. La
proposta di Gesù spiazza tutti.
Spiazza
innanzitutto noi. Come si può pensare di non opporsi ai nemici, anzi di
assecondarli fino ad arrivare a porgere l’altra guancia o a pregare per chi ci
perseguita?
È un gioco in contropiede, quello che Gesù ci
propone di fare, perché è un gioco che genera stupore.
Agire
nei confronti del nemico come suggerisce Gesù è un modo per mettere l’altro di
fronte all’inaspettato, a qualcosa che, inevitabilmente, apre a nuove
prospettive e orizzonti. Sono, questi, gli orizzonti, i panorami, che possono essere
contemplati facendo due miglia di strada anziché uno solo, ma sono anche gli
orizzonti relazionali nuovi che si possono instaurare nel cammino.
È nella relazione che si può conoscere l’altro
e comprenderlo, è nella relazione che si può imparare ad avere uno sguardo di
misericordia verso i suoi difetti (oltre che verso i propri) e imparare così ad
amare l’altro, amico o nemico che sia.
Perché
amare il nemico non è amare lo schiaffo, o la fatica della strada, o il freddo
del mantello sottratto, ma è amare il fratello, la sorella, nonostante tutte
queste cose, senza chiudere la relazione con lui, senza confinare la relazione
a qualcosa di già determinato e irreversibilmente compromesso, ma lasciare una
porta aperta, vivere la disponibilità all’incontro nonostante i torti subìti.
Amare
i nemici è amare il fratello e la sorella per quello che è, come noi stessi
siamo amati da chi ci vuole bene, dai nostri amici e dal Padre.
Amare
il nemico e pregare per chi ci perseguita non sono comandamenti facili.
Amare
fino in fondo è non prevaricare, non cadere nella menzogna, nell’insulto, nel
disprezzo, nella mormorazione verso l’altro e nemmeno evitare l’altro.
Questo
può essere facile (ma neanche tanto) con chi ci è amico, ma con i nostri
nemici…! Non pensiamo ai nemici lontani, i “nemici pubblici” come possono
essere terroristi o delinquenti, persone sulle quali ricade il cliché della
cattiveria ma che non conosciamo direttamente, pensiamo a chi è accanto a noi e con
il quale fatichiamo a stare, la cui parola ci sembra sempre inadeguata, i cui
modi sono riconosciuti da tutti come violenti. Amare l’altro è quanto di più
gratuito si possa provare a fare, senza la pretesa o l’attesa di essere
ricambiati, solo con il coraggio della libertà.
Gesù
era un uomo veramente libero. Mi colpisce sempre, quando leggo il brano dell’arresto di Gesù
(Mt 26,47–50), come Gesù abbia la forza di chiamare Giuda “amico”.
Proprio
nel momento in cui Giuda, colui che l’ha tradito, lo sta consegnando in mano
alle guardie, mentre bacia Gesù, non per dimostrare affetto ma solo per dare un
segnale a chi è con lui, ecco che, proprio in quel momento, Gesù lo chiama
“amico”.
E
questo non significa che Gesù fosse contento di essere arrestato e condannato,
ma che, anche in quel momento così tragico, non negava il suo legame di affetto
e la sua relazione con Giuda. La parola “amico” sarà l’ultima parola che Gesù dirà a Giuda.
La parola “amico”, pronunciata da Gesù nel momento del tradimento, sarà l’unica
parola di misericordia e compassione che accompagnerà Giuda nella solitudine
del suo tragico suicidio (Mt 27,5).
Gesù
associa al comandamento dell’amore per i nemici anche la preghiera per i
persecutori. Questo è un elemento molto importante che non va mai dimenticato. La preghiera è, per il credente,
l’occasione per attingere acqua fresca ad una fonte quando è assetato, il
banchetto a cui rifocillarsi quando è senza forze.
Amare
i nemici è un comandamento esigente, che non può essere esaurito con la nostra
sola volontà. È nella preghiera che si acquistano, non solo le forze per poterlo fare,
ma anche lo sguardo che non giudica e non condanna l’altro, perché è nella
preghiera che, innanzitutto, ci scopriamo non giudicati e non condannati.
I
medici e il dovere
di
trattare il nemico.
Univadis.it-
Daniela Ovadia-(25/03/2022) - ci dice:
(Agenzia
Zoe - Attualità mediche)
I medici possono sostenere il boicottaggio
delle forniture sanitarie, compresi i farmaci e i trattamenti salvavita, ai
cittadini russi? Dovrebbero farlo?
Recentemente,
la questione è stata sollevata nelle chat e nei social media, soprattutto qui
in Europa. La guerra fa ormai parte della nostra vita quotidiana. Siamo tutti
impegnati ad aiutare i rifugiati ucraini, fornendo assistenza sanitaria di
base, aprendo le nostre case per ospitarli, e raccogliendo beni e farmaci da inviare
ai confini dell'Ucraina dove migliaia di rifugiati sono oramai ammassati. Tutti
noi riconosciamo che ci sono vittime e aggressori.
Quando
devo rispondere a domande così impegnative, sono contenta di aver scelto di
studiare e insegnare etica e bioetica. Carte, linee guida e dichiarazioni
etiche funzionano bene come un "esoscheletro morale" che mi aiuta a
tenere a mente i valori più alti della medicina, anche quando questi valori
stabiliscono soglie morali molto impegnative e a volte si scontrano con il mio
istinto.
Le
Convenzioni di Ginevra (quattro trattati firmati nel 1949, alla fine della
seconda guerra mondiale, e tre protocolli aggiuntivi firmati nel 1977)
stabiliscono norme legali internazionali per il trattamento umanitario in tempo
di guerra, compresa l'assistenza sanitaria. Assicurano protezione ai feriti, ai
malati e ai civili in una zona di guerra e nelle sue vicinanze.
Naturalmente,
hanno lo scopo principale di proteggere coloro che sono attaccati dalla
crudeltà dell'aggressore, e ci sono molte prove che la campagna militare russa
sta violando le regole delle Convenzioni di Ginevra prendendo di mira ospedali
e strutture sanitarie.
Ma
questo permette alla comunità medica internazionale di tagliare i legami con il
sistema sanitario russo, impedendo alle aziende farmaceutiche e all'industria
medica di inviare i propri prodotti nel paese dell'aggressore?
A mio
parere, la risposta è no.
Le Convenzioni di Ginevra affermano che le
regole di protezione si applicano ai civili in qualsiasi paese coinvolto in una
guerra, e anche ai soldati in difficoltà, una volta che sono feriti o lasciano
il campo di battaglia.
Anche
se volessimo basarci solo sulle teorie bioetiche classiche di beneficenza e non
maleficenza delle azioni mediche, potremmo essere nei guai se contribuiamo al
crollo del sistema sanitario russo con l'obiettivo di fare pressione sul
governo russo per fermare la guerra.
La
Russia è un paese molto grande, già afflitto da enormi diseguaglianze nella
salute.
Il
boicottaggio economico sta già causando una carenza di forniture salvavita,
come i farmaci per le chemioterapie e le tecnologie diagnostiche, come ha ben
descritto una giornalista russa in un articolo su questo stesso sito.
Possiamo
facilmente prevedere che il numero di morti evitabili crescerà velocemente.
Abbiamo
già visto un aumento significativo del tasso di mortalità nei paesi occidentali
durante la pandemia, quando l'accesso alle misure preventive e ai trattamenti è
stato compromesso.
Ci
aspettiamo che le sanzioni abbiano un impatto simile, e probabilmente i nostri
politici si aspettano che spingano i cittadini russi a ribellarsi contro il
criminale di guerra che sta governando il loro paese. Ma i politici hanno ruoli
diversi e quadri etici diversi dai medici e dagli operatori sanitari, secondo
la bioetica moderna.
Gli
interessi degli esseri umani e quelli della società.
La
Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina (meglio conosciuta come Convenzione di Oviedo), firmata dal
Consiglio d'Europa nel 1997, è il primo testo internazionale giuridicamente
vincolante che mira a preservare la dignità, i diritti e le libertà dell'uomo
attraverso una serie di principi e divieti contro l'uso improprio dei progressi
della medicina. Il punto di partenza della Convenzione è che gli interessi
degli esseri umani devono venire prima degli interessi della scienza o della
società.
Si
basa sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, e
specialmente sugli articoli dal 22 al 27 che stabiliscono i diritti economici,
sociali e culturali degli individui, compresa la salute e si riferisce in
particolare alle cure date a chi è in maternità o nell'infanzia.
La
Convenzione di Oviedo stabilisce una serie di principi e divieti in materia di
bioetica, ricerca medica, consenso, diritti alla vita privata e all'informazione,
ecc. Ma,
prima di tutto, stabilisce il principio che tutti hanno il diritto di essere
curati, se malati, e che è dovere di ogni medico curare chiunque ne abbia
bisogno, senza chiedere e senza esprimere giudizi morali.
Si
tratta di un principio importante e fondante della bioetica moderna, sancito
anche in altri documenti, come la Dichiarazione di Helsinki della World Medical Association, adottata per la prima volta dalla
18a Assemblea Generale della WMA nel giugno 1964 e modificata più volte
(l'ultima nel 2013). Sia la Convenzione di Oviedo che la Dichiarazione di
Helsinki sono concepite principalmente per proteggere gli esseri umani nella
ricerca medica.
Questo
è un ulteriore problema che la comunità medica e le compagnie farmaceutiche
dovranno affrontare se vogliono davvero interrompere qualsiasi collaborazione
con la comunità scientifica russa, perché le moderne carte bioetiche affermano che chi
inizia una sperimentazione clinica ha il dovere di portarla a termine e ha
anche il dovere di continuare a offrire un trattamento adeguato ai pazienti
reclutati, anche in caso di interruzione della sperimentazione e
indipendentemente dalle ragioni sottostanti.
Non è
la prima volta che le sanzioni hanno un impatto sulla salute di un paese. Durante gli anni '80, il boicottaggio
scientifico del Sudafrica colpì la salute dei cittadini sudafricani, anche se i farmaci e le forniture
mediche non erano inclusi nel divieto commerciale.
(Ma le
bombe atomiche create in Sud Africa da Klaus Schwab esistono e costano
30
milioni di dollari l’una! Ndr)
I
sostenitori interni delle sanzioni, come la National Medical and Dental
Association, una delle principali organizzazioni mediche anti-apartheid, hanno
discusso, allora, i modi per sostenere le sanzioni economiche e, allo stesso
tempo, proteggere i più vulnerabili dal peso che derivava da queste politiche.
Il
"nemico come paziente" e ciò che possiamo imparare, da un punto di
vista etico, dall'esperienza dei medici coinvolti nel trattamento dei nemici è
stato il soggetto di un recente studio molto interessante di Rubinstein e
Bentwich. Si tratta di un'analisi quantitativa dei pregiudizi impliciti nei
medici israeliani che trattano sia i siriani feriti che i terroristi civili
palestinesi.
I
risultati mostrano che i medici israeliani sono più prevenuti verso i civili
palestinesi, ma il commento più interessante, a mio avviso, è quello che gli
autori hanno aggiunto all'abstract: "Questa carenza [di empatia
verso certi tipi di nemici] mina il principio di beneficenza, influenzando così
l'adempimento dell'impegno di curare i pazienti. Riconoscere e affrontare le
potenziali carenze emotive ed etiche in gioco negli incontri con i cosiddetti
nemici-pazienti è importante per la comunità medica globale, poiché tali incontri
sono sempre più parte integrante delle attuali realtà politiche affrontate sia
dal mondo sviluppato sia da quello in via di sviluppo."
In
conclusione, la comunità medica è quindi impossibilitata a sostenere qualsiasi
sanzione o boicottaggio?
Penso
che possiamo trovare una buona risposta a questa domanda in una dichiarazione
sullo status morale del boicottaggio scientifico in generale, pubblicata su
Nature nel 2003 da un gruppo di scienziati. Secondo gli autori, tra cui Colin
Blakemore e Richard Dawkins, un boicottaggio scientifico deve soddisfare
condizioni precise, tra cui un giudizio esplicito e ampiamente condiviso sul
fatto che valga la pena abbandonare il principio di universalità della scienza
per un particolare e soverchiante guadagno.
Bisogna
essere sicuri che il boicottaggio contribuisca effettivamente a cambiare
"il comportamento inaccettabile di un regime" perché "non è solo
un gesto politico".
Infine,
ma non meno importante, il boicottaggio dovrebbe essere "parte di un programma di misure
concordate a livello internazionale che esprimono orrore collettivo contro un
regime e sono necessarie per evitare qualche disastro prevedibile", al
fine di evitare qualsiasi decisione guidata dalla ritorsione invece che dal
beneficio.
Nel
caso del divieto commerciale russo, queste misure devono essere prese a
sostegno dell'Ucraina, in primo luogo, ma anche dei civili russi, magari
attraverso programmi sostenuti a livello internazionale per garantire almeno le
forniture salvavita.
"In
onore della conoscenza che ho ricevuto dai miei maestri, giuro di prendermi
cura di chiunque soffra, principe o schiavo".
(Giuramento
di Ippocrate.)
Storia
di Sharon 15enne
albanese
in una
scuola tra amici e nemici.
Corrieredelmezzogiorno.corriere.it-
Giancarlo Visitilli – (27-3-2022)- ci dice :
Originario
di Tirana, frequenta il secondo anno in un professionale della provincia
barese.
È in
Italia da 12 anni, ultimo di 3 figli papà operaio e mamma casalinga.
Ci
sono voluti 31 anni per poter raccontare storie come questa. Si è dovuto sedimentare il tempo, in uno
spazio concreto, la Puglia, perché la maggior parte dei 21 mila albanesi,
arrivati a Bari con la nave Vlora l’8 agosto 1991, potessero essere
riconosciuti esseri umani.
Lavoratori, non stupratori. Integrati.
Perché
per interagire, quindi integrare, è necessario che il tempo definisca le
distanze e riavvicini quell’unico interesse che, mai come in questo momento,
tutti desideriamo, la pace.
Questo
sentimento, a scuola, lo leggiamo negli occhi, sulla pelle e in quel che accade
dentro ciascuno.
Questa settimana l’ho letto negli occhi di Sharon. Un
quindicenne originario di Tirana, frequenta il secondo anno in un professionale
della provincia barese.
L’insegnante di lettere dice che è un
«ragazzino che non spicca a scuola, ma non va neanche male».
Faccio
fatica a comprendere un ossimoro tale. In realtà, Sharon è un ragazzo possente,
crede nell’uso della forza «per difendere i miei amici deboli». Una sorta di
Robin Hood: «non ho la forza fisica – dice – ho un’arma: la gentilezza e
l’educazione che ho imparato a scuola e in famiglia».
Sharon
è in Italia da 12 anni, ultimo di 3 figli, papà operaio e mamma casalinga. Spesso, «anzi ogni giorno, sono
bullizzato dai miei compagni di classe, per invidia, credono che io sia il
preferito dei professori». Non mi imbarazza poco l’uso esatto del congiuntivo e la
ricerca lessicale che Sharon utilizza durante la chiacchierata.
Da
insegnante, posso affermarlo che non è da tutti.
Il
fatto eclatante di cui Sharon mi fa edotto è che «faccio fatica a relazionarmi
con buona parte della classe, sono amato dai pochi altri compagni di scuola,
miei connazionali, da troppo poco tempo in Italia e non abili in italiano».
Sharon
cosa fa per loro? Li aiuta, traduce le lezioni nelle ore extrascolastiche, nei
pomeriggi che hanno cominciato a incendiarsi e lasciarsi ardere dal fervore per
lo studio è sempre più difficile.
Per Sharon è diverso: «Faccio doposcuola per i
compagni che non sanno l’italiano e che io conosco bene. La vostra lingua,
anzi, ormai la nostra lingua, mi piace: leggo molti libri, mi piacciono le
storie. Di voi italiani, però, non mi piacciono i modi».
Come
raccontano i suoi insegnanti, Sharon interviene sempre in classe, è educato,
rispettoso. Interviene alzando la mano. Gli epiteti offensivi li subisce ma non ne
dispensa, «soprattutto cerco di non offendermi».
È come
se Sharon avesse fatto del ritornello «nessuno vuole essere Robin» una domanda.
A se stesso. Sharon deflagra ogni stereotipizzazione, che in genere gli
immigrati si portano addosso.
«Si fa fatica in Italia: non è sempre lo straniero,
l’immigrato a distinguersi in negativo, a destabilizzare l’ordine in una
classe». Chiedo a Sharon cosa significhi destabilizzare. «Gli amici sono
sconvolti che io sia l’unico nella chat degli insegnanti. I docenti che non
conoscono l’albanese, utilizzano me per comunicare con altri studenti albanesi
che non conoscono l’italiano».
Ce ne sono a centinaia nelle classi italiane. Restano in classe dalle 5 alle 8 ore,
senza comprendere nulla di quello che spiegano i maestri e gli insegnanti.
Restano, perché devono. Restano nulla.
Per
questo, fa molta paura l’arrivo nelle aule della scuola italiana delle
studentesse e degli studenti ucraini.
Per
tenerli come? A fare che? Con chi? Se mancano insegnanti come Sharon, che
sappiano come minimo il cirillico.
E poi insegnino che l’integrazione non è stare.
È esserci, in uno spazio e in un tempo. Si speri migliore, per gli amici e i
nemici di Sharon.
Dagli
amici mi guardi Dio,
che
dai nemici mi guardo io.
It.linkedin.com.
Vincenzo Brancaccio- (17-1-2020)- ci dice :
È
facile aspettarsi qualche attacco da parte dei nostri nemici, ciò che invece è
decisamente più inusuale è il tradimento di una persona a noi cara. Per tale
motivo il proverbio invita ad affidarsi a Dio affinché protegga da situazioni
del genere.
Io non
sono credente ma i proverbi, come sempre, dicono il vero. Chi ha creato questi detti lo ha
evidentemente fatto per esperienze vissute.
Io non
sono né il primo né sarò l'ultimo, ad aver vissuto una situazione così
spiacevole.
Quando
sposi un progetto ambizioso, quando ti sembra di essere affiancato da persone
capaci e soprattutto fidate, non ti pesa cambiare lavoro città e vita, lo fai e
basta, soprattutto se hai un esagerato spirito d'avventura come il mio.
Hai
l'entusiasmo di un ragazzino al primo impiego, ti lanci e generi mille idee
fino a trovare quella che ti sembra giusta. Le giornate volano senza accorgerti
che la luna prende il posto del sole ma non sei stanco, anzi ti sembra sempre
di non aver fatto abbastanza. Talmente immerso nella visione che non ti accorgi
della presunzione e delle energie negative che ti circondano.
Ed
infatti non è mai abbastanza, "l'amico" lascia il posto al vero
mostro, ma tu non vuoi crederci, non puoi crederci. Ti impegni ancora di più
rubando tempo alla tua vita perché credi in ciò che fai e soprattutto sai che
nel medio periodo i risultati arriveranno.
Ma io
non sono un imprenditore però ho imparato molto bene che per avere successo in
ciò che fai, devi avere delle caratteristiche di base:
Coraggio,
umiltà, Leadership, Visione, Pazienza, Conoscenza, Esperienza,
SOLDI.
Il
coraggio delle
proprie idee e di portarle avanti nonostante i probabili insuccessi, grande
fiducia nei propri mezzi.
L'umiltà di imparare dagli errori del
passato, di ascoltare le esperienze dei colleghi, del team e dei collaboratori,
di circondarsi di persone capaci che ne sanno anche di più di te.
La
forza della leadership ovvero la capacità di essere visto dal mondo che ti circonda,
come una persona "attraente", qualcuno da emulare, qualcuno da
ascoltare e dal quale imparare, qualcuno soprattutto che possa essere un
esempio e che si assuma le responsabilità di tutto quanto accade (causatività).
La
visione sempre chiara di dove si vuole arrivare e come arrivarci, nel medio e lungo
periodo.
La
pazienza per
sopportare gli insuccessi e l'attesa dei risultati della tua visione.
La
conoscenza totale di ciò che si fa, degli eventuali piani alternativi, delle difficoltà
che altri prima di te hanno incontrato e come migliorare ciò che di buono già
esiste. La conoscenza delle dinamiche del marketing e della gestione
amministrativa.
L'esperienza
di navigazione nel mare non sempre calmo del mercato, di come ottenere il meglio dalle
risorse, di stesura target, di trarre il meglio anche in situazioni avverse e
di trasformare problemi in soluzioni.
I
Soldi necessari per supportare almeno 24 mesi caratterizzati dall'alternanza di buoni
momenti ad altri nei quali non si vede un centesimo. Non si apre una azienda coi soldi
contati, dove anche una bolletta della luce potrebbe creare difficoltà di cassa
ed un collaboratore diventa un peso quando arriva il momento di pagarlo. Non è rispettoso per sé stessi e
per chi, con fiducia, affida la propria vita alle scelte di un imprenditore.
Quello
che non ho ancora imparato però, è la capacità di analisi degli
"amici".
Per
natura dò fiducia a tutti, figuriamoci agli amici. Non riesco proprio a pensare che un
amico possa farti del male o penalizzarti ma succede e, quando accade, può
essere devastante per le conseguenze che ne possono derivare. Più ti fidi e più
ti esponi.
Personalmente,
grazie agli "amici", mi sono risvegliato povero da un giorno
all'altro una settimana prima di Natale.
Panico.
depressione
e confusione hanno impiegato 65 minuti per trasformarsi in rabbia positiva che,
mi ha permesso di trovare soluzioni immediate che potessero regalare il Natale
che la mia famiglia si meritava. Ho generato una serie di azioni che si sono
trasformate in opportunità e quindi la possibilità di scegliere quale di queste
cogliere.
Non è
stato fornito nessun testo alternativo per questa immagine.
Tutto
sembra facile e scontato ma nel nostro paese da racconto di Orwell, sei già
vecchio per la "fattoria" dopo i 40, figuriamoci superati i 50.
Ho
inviato oltre 300 cv in meno di 6 giorni, contattato direttamente 10 AD di
aziende medie raccontando loro come avrei potuto rappresentare un valore e come
migliorare le performance delle loro reti commerciali vista la mia esperienza
del settore di appartenenza. Ti dicono "sei troppo vecchio",
"sei troppo referenziato" (modo elegante per dire sei vecchio),
"costi troppo" (senza neanche aver parlato di soldi, quindi sei
vecchio).
Poi
arrivano gli AMICI, quelli che non ti aspetti, quelli che rispettano la tua
dignità e conoscono il tuo valore e ti mettono in condizione di guadagnare dei
soldi immediatamente. Quelli che confermano che rimanere connessi col mondo che
ci circonda, è il segreto del saper vivere.
E poi
il 16 gennaio ti regali il diritto di scelta tra due aziende che ti propongono
ruoli e compensi degni del tuo percorso professionale. Succede così che firmi
un contratto di lavoro con una delle aziende più interessanti del suo settore
che opera a livello nazionale ed internazionale. in Ita(g)lia, a 54 anni.
Per
questo, cari "amici" vi ringrazio per la vostra disumanità,
scorrettezza ed opportunismo. E ‘ solo grazie a voi che ho scoperto una volta di più,
quanta forza ho dentro, la fiducia nella mia vision, la mia leadership, il mio
coraggio, la mia esperienza e soprattutto la mia grande umiltà nel mettermi in
gioco anche in ruoli che normalmente svolgono gli studenti. L'ho fatto con
dignità e con divertimento e con l'obiettivo di dare un sorriso al mio piccolo
nella notte di Babbo Natale.
Sono
un giovane di 54 anni che rinasce da un fallimento e che non si è mai arreso al
devastante luogo comune del "sei troppo vecchio". Mollare mai,
lottare sempre senza perdere di vista la propria rotta.
La
vita sa essere meravigliosa, basta guardarla dal lato corretto.
Fratelli
ucraini, abbiamo un
nemico
comune, la dittatura.
Voxeurop.eu-
Alhierd Bacharevič - Ukrainskyi Tyzhden (Kyiv)- (7 Marzo 2022)- ci dicono :
In
questa lettera aperta lo scrittore, traduttore e oppositore politico bielorusso
Alhierd Bacharevič si rivolge agli ucraini, chiedendo loro di non punire i
cittadini bielorussi per il comportamento criminale di Aleksandr Lukašenko e
del suo alleato Vladimir Putin: “Mille bielorussi sono stati arrestati per aver
protestato contro la guerra. Spero che queste persone siano altrettante mille
ragioni per non guardare alla Bielorussia con odio”.
Cari
ucraini e ucraine,
Miei
eroi, amici miei cari. Persone per le quali ora soffriamo.
Non
voglio che questa lettera venga letta come una rivendicazione. È troppo tardi
per cercare di giustificarmi rispetto all’Ucraina; non ha senso, la macchina
della guerra si è già messa in moto, la morte avanza da ogni lato, compresa
nella mia patria, e nessun tentativo di difesa, per quanto forte, la fermerà.
Non voglio neppure che questa lettera venga presa come un atto di pentimento.
Lasciate il pentimento a chi ha le mani sporche di sangue. Siete in guerra,
state difendendo il vostro paese, non siamo in chiesa. Siamo tutti quanti
insieme di fronte alla Storia, ai lati diversi di un confine tra civiltà che
non abbiamo disegnato noi.
Questi
sono giorni terribili, prima di tutto per l'Ucraina, ma anche per l'Europa
tutta, incastrata di nuovo nella sempiterna trappola della volontà di pace ad
ogni costo. È questa l'Europa in cui credo ancora e della quale voi incarnate
la speranza. Vorrei tanto che leggesse questa lettera fino alla fine. E a quel
punto potrete odiarci, disprezzarci, maledirci ancora e ancora; ma sarete anche
costretti a riflettere a chi è contro di voi, se è la mia Bielorussia ad essere
contro di voi.
"Noi
bielorussi siamo un popolo pacifico...". Così inizia l'inno nazionale
della Repubblica di Bielorussia. La musica risale all'epoca sovietica, sono
solo le parole ad essere cambiate; all’epoca c'erano le servili "Noi
bielorussi, con i nostri fratelli russi...". La mia Bielorussia, la vera
Bielorussia, non ha riconosciuto né l'inno della Repubblica socialista
Sovietica Bielorussa, né quello nuovo. È un simbolo della dittatura come la
bandiera rossa e verde e lo stemma in stile sovietico. Ma ormai al mondo non
interessano più queste cose.
"Noi
bielorussi siamo un popolo pacifico". Queste parole per molto tempo hanno
soddisfatto molte persone, riprese dalla propaganda di stato e da coloro che si
opponevano al regime. “Siamo un popolo pacifico” sia il potere che l’opposizione
potevano facilmente aderire a questa affermazione. Ora sono solamente un mucchio di
sciocchezze. La favoletta del popolo pacifico e dei buoni vicini si è
trasformata, in un attimo, in una bugia ipocrita e sanguinaria.
Insieme
ai "nostri fratelli russi" la Bielorussia è stata trasformata in una
testa di ponte per un attacco all'Ucraina, è diventata un aggressore, a fianco
alle nazioni più odiose della storia. L'immagine di "popolo pacifico"
è volata in mille pezzi, per sempre, così come l'immagine dei bielorussi come
vittime, oppressi per secoli e spinti quasi all'estinzione, ma degni di
rispetto in quanto sopravvissuti.
Insieme
ai "nostri fratelli russi", anche la Bielorussia è stata trasformata
in una testa di ponte per un attacco all'Ucraina, è diventata un aggressore, a
fianco alle nazioni più odiose della
storia.
Lukašenko
ha condotto la Bielorussia e il suo popolo nel vicolo cieco da cui tutti
dovremo uscire, compresi i cittadini bielorussi che per tutta la vita si sono
vantati di non essere "interessati alla politica". Nessuno di noi può ora stare
tranquillo e tacere. Nessuno di noi può ora dire “non mi riguarda”. Nessuno di
noi può dire "sono solo una persona normale, nessuno si accorge di
me".
Ma,
più terribile ancora, è il ruolo vergognoso che sta giocando la Bielorussia, e
che le generazioni future dovranno pagare.
A
lungo la parola "Bielorussia" evocherà nelle menti in tutto il mondo
immagini di guerra, una guerra nella quale, per la prima volta nella storia la
Bielorussia non è né difensore né vittima, ma il fedele servitore del fascismo
di Putin.
Non
molto tempo fa eravamo orgogliosi del fatto che avevamo finalmente ottenuto
un'immagine bella e potente agli occhi del mondo, quella di centinaia di
migliaia di uomini e donne che, disarmati, scendevano in strada nel 2020.
Persone che si sono opposte ai criminali che si fanno chiamare
"polizia" ed "esercito" con nient'altro in mano se non
parole di protesta e sete di libertà. Quella particolare immagine è stata
eliminata, cancellata, proprio come i graffiti rivoluzionari del 2020 vengono
ancora cancellati nella mia natìa Minsk e nel resto della Bielorussia.
La
differenza è che quei messaggi ora sono scritti con il sangue degli ucraini, e
chi è responsabile di questo scempio si considera bielorusso, proprio come me.
Ma
sappiate che c’è una differenza fondamentale: chi sogna un'altra Bielorussia,
chi da anni cerca di far diventare quel
sogno una realtà, sa che c’è un legame e un'affinità incommensurabilmente più
grande e potente con voi; non con i
nostri generali, né con i soldati che vi stanno invadendo.
Per
questo io, Alhierd Bacharevič, scrittore bielorusso, sono pronto ad assumere la
mia parte di responsabilità per quello che sta avvenendo. Sono pronto a
prendere su di me la vergogna e la disgrazia della Bielorussia per quello che
sta succedendo, proprio come fecero gli scrittori tedeschi emigrati dalla
Germania durante la Seconda guerra mondiale. Questo è uno dei compiti della
letteratura di oggi. Ciononostante non riesco ad accettare che tutta la mia
Bielorussia debba portare lo stigma della vergogna e dell'odio dinanzi al
mondo.
Voi
ucraini state difendendo il vostro paese. Il vostro esercito, i vostri
territori, ogni uomo e donna in Ucraina si è unito per respingere l’invasore.
La vostra è una guerra di difesa e di liberazione. Il vostro cammino verso la
libertà ha reso evidente che l'impero di Putin non potrà più imprigionarvi di
nuovo. L'Ucraina è già cambiata, per sempre. Nel 2020 noi bielorussi ci siamo
resi conto che non abbiamo un esercito che possiamo definire “nostro”. Le
formazioni militari che avrebbero dovuto difenderci hanno fatto la guerra
contro persone disarmate.
I bielorussi
hanno visto con i loro occhi che chi aveva giurato fedeltà al popolo lo ha
tradito senza esitare, partecipando attivamente alla repressione dei loro
concittadini. Nessuno considera l'esercito della Bielorussia come bielorusso.
Non c'è nessun esercito in Bielorussia. Ci sono i generali di Lukašenko che,
come quelli di Putin, sognano di vedersi decorati con le medaglie del padrone.
Poi ci sono i gradi inferiori che ne eseguono i comandi criminali. In fondo, la
carne da cannone di una guerra criminale.
Sono
pronto a prendere su di me la vergogna e la disgrazia della Bielorussia per
quello che sta succedendo, proprio come fecero gli scrittori tedeschi emigrati
dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale.
Mi
viene detto e ripetuto che queste sono solo parole, che l'Ucraina si aspetta
un'azione decisiva da parte dei bielorussi. Ma le parole sono tutto quello che
ho. Parole di cui sono responsabile.
Credo
nelle parole, come ultima arma di ogni essere umano. Vi scrivo
dall'emigrazione, da un'Europa dove regna ancora la pace, seppure un po’
traballante. Un'Europa che oggi manifesta una solidarietà senza precedenti, un'Europa
che vi difende. E per quanto riguarda le azioni... Centinaia di migliaia di
bielorussi sono usciti nel 2020 per manifestare contro il regime che ora
attacca l'Ucraina. Ero tra loro, così come i miei amici e colleghi. Decine di migliaia sono stati messi
in prigione, dove sono stati torturati e continuano a subire lo stesso
trattamento. Uccisi, torturati, violentati. Decine di migliaia hanno lasciato
il paese. E migliaia continuano la loro resistenza, nascosti, restando nel loro
paese.
Nella
mia patria tutto è stato distrutto, anche il poco che è riuscito a crescere
nonostante il regime, negli ultimi due decenni. Non è rimasto nemmeno quel
tanto di libertà che ci permetteva di pensare criticamente e creare. Non ci
sono mezzi d’informazione indipendenti liberi che potrebbero raccontare la
verità su quanto avviene in Ucraina e aiutare le persone a vedere la guerra
attraverso lo sguardo ucraino e bielorusso. Costoro sono considerati
"estremisti" e bloccati, i loro giornalisti sono in prigione o
costretti a riferire dall'estero. La Bielorussia è in preda al dolore e
all'orrore dal 2020.
La
Bielorussia è una grande ferita aperta. Non so se ci sono famiglie rimaste
indenni alle repressioni. La Bielorussia non ha avuto la possibilità di
riprendere fiato dopo la repressione delle proteste, è stata trascinata nella
guerra.
Nessuno
considera l'esercito della Bielorussia come bielorusso. Non c'è nessun esercito
in Bielorussia. Ci sono i generali di Lukašenko che, come quelli di Putin, sognano di essere
decorati con le medaglie del padrone.
Se
dovessi descrivere la situazione con una metafora direi che un uomo ferito
viene raccolto da terra e immediatamente viene usato come testa d’ariete per
sfondare la porta del vicino. Di chi è la colpa? Dell'uomo ferito! Dopo tutto,
è la sua testa che viene usata per sfondare la porta.
Nel
2020 gli ucraini ci hanno sostenuto nella nostra lotta, ci hanno offerto il
loro appoggio, soprattutto con le parole, parole molto importanti che non
dimenticheremo. Nessuno vi ha risposto: “Ma sono solo parole". È colpa dei bielorussi se non siamo
stati in grado di abbattere il muro? O che abbiamo permesso a Putin di occupare
il nostro paese? O che abbiamo permesso che il nostro paese venisse usato per
il fascismo russo? Secondo una prospettiva storica, sì, forse. Ma noi viviamo
qui e ora. Migliaia di bielorussi hanno vissuto sulla loro pelle la repressione
e ora sono in prigione. Non potrò mai accettare che meritino odio e disprezzo. Quello che hanno fatto non è
invano. La Bielorussia si stava – molto lentamente – svegliando dal sonno
imposto da Lukašenko. La storia non si fa in un giorno. Quelli che hanno lottato per la
libertà forse non vivranno per vederla. Ma questo significa forse che tutti i
loro sforzi sono stati vani?
È
davvero possibile che tutto ciò che è stato scritto dai mezzi d’informazione
ucraini due anni fa sia stato dimenticato? È stato scritto così tanto tempo
prima dell'inizio della guerra? Non posso credere ai miei occhi quando leggo
ciò che viene scritto oggi nei giornali ucraini sul cosiddetto
"referendum" che si è tenuto in Bielorussia il 27 febbraio. L'ennesima farsa, organizzata da un
dittatore per ottenere il controllo totale sul paese e consegnarlo ai russi una
volta per tutte, viene presentata come una "libera espressione della
volontà" anti-ucraina dei bielorussi.
Mi
rendo conto che c'è una guerra d'informazione in corso. Instillare l'odio per
il nemico è giustificato e opportuno. In questo caso però non c'è stata alcuna
"libera espressione della volontà" dei bielorussi. È stato uno degli spettacoli
drammatici della routine di Lukashenko, un'altra delle sue "eleganti
vittorie".
La
Bielorussia sta oggi vivendo una situazione che può essere descritta solamente
in termini di una guerra civile sotto occupazione straniera. La Bielorussia non è l'Ucraina. Non
c'è un governo bielorusso in Bielorussia, nessun esercito bielorusso, nessuna
polizia bielorussa, nessuna politica bielorussa, nessun giornale bielorusso libero.
La
Bielorussia è gravemente amputata, la Bielorussia è divisa. La Bielorussia non
sa cosa fare di sé stessa o come sopravvivere, o come bloccare la sua scomparsa
dalla mappa del mondo o dal territorio della moralità umana.
La mia
Bielorussia esiste oggi – all'interno del paese e oltre i suoi confini – come
una serie di isole di resistenza. Il compito di queste isole è quello di
rimanere in vita e di raccogliere le forze. Non conterei sul fatto che oggi
possano unirsi, prendere il potere e fermare la guerra. Penso però che queste
isole di resistenza siano la base per un futuro stato pacifico, un vicino
libero di un'Ucraina libera. In questi giorni di guerra si uniscono a sostegno
dell'Ucraina e fanno tutto il possibile. Si possono ignorare i loro sforzi, se
sono fatti per l'Ucraina e per la futura Bielorussia?
Nel
lontano 1968 sette dissidenti sovietici uscirono sulla Piazza Rossa di Mosca
per protestare contro l'invasione della Cecoslovacchia. I cechi scrissero
questo su di loro: queste sette persone ci danno almeno sette ragioni per non
odiare la Russia. Mille bielorussi sono stati arrestati per aver protestato contro la
guerra in Ucraina. Vorrei poter sperare che queste persone rappresentino
altrettante mille ragioni per non guardare alla Bielorussia con odio.
Non
voglio certo che questo testo venga letto come un tentativo patetico, come se
piangessi e mi prosternassi davanti a voi. Quando io, come altri bielorussi,
faccio delle donazioni all'esercito ucraino o a delle ong non voglio che questo
venga visto come un tentativo di redimersi. Lo faccio come un pari vostro, come
essere umano e come bielorusso che non è in grado di aiutare in un altro modo
l'Ucraina in questo momento difficile. Ogni volta che mia moglie e io
partecipiamo alle manifestazioni a sostegno dell'Ucraina, non lo facciamo mossi
dal senso di colpa, ma perché vogliamo avere una qualche influenza sui politici
occidentali che ancora ascoltano quello che la gente dice loro.
Le parole
sono tutto quello che ho. Parole di cui sono responsabile.
Quando
io, come emigrante con il minimo dei diritti, scrivo questa lettera in
bielorusso da Graz in Austria agli ucraini e ai miei connazionali, lo faccio
non certo per cercare il vostro perdono, ma perché non posso e non voglio
tacere.
Quando
scrivevo libri e saggi, quando nel mio romanzo The Dogs of Europe mettevo in guardia dai pericoli
dell'impero di Putin, la maggior parte dei miei lettori lo considerava solo una
distopia.
Bene, ora ci siamo dentro, voi e noi. Ho fatto tutto quello che potevo? Questa
non è una domanda per voi. È una domanda per me, e devo trovare la risposta da
solo. Come fanno tutti i bielorussi.
Ma non
posso guardare con calma e comprensione quello che si dice nei social media: "Ok, continuate a leccare il
culo di Putin!".
Non
sono i fan di Putin che lo scrivono, ma dei bielorussi che hanno combattuto
contro il fascismo di Putin in ogni modo e non hanno permesso che la
Bielorussia diventasse la vergogna dell'Europa.
Non posso
senza orrore e rabbia leggere di come i bielorussi vedono i finestrini delle
loro auto rotte quando cercano di aiutare i rifugiati ucraini, solo perché le
loro auto hanno targhe bielorusse. Trovo doloroso leggere come gli amici bielorussi
dell'Ucraina, che hanno subìto e pagato le repressioni del regime, sentirsi
dire: "Feccia, vai a sbaciucchiare Lukašenko". Ci sono bielorussi che
sono stati cacciati dalle loro case in Ucraina, dove sono venuti per salvarsi
dal lukašismo.
A cosa
vi porta questo odio? Se siete convinti che vi aiuterà a sconfiggere gli
occupanti, scriveteci e ditecelo. Noi capiremo. Continueremo a sostenervi in
silenzio, tenendo la bocca ben chiusa per rendere più facile sopportare
l'insulto.
Scriveteci
e distruggete gli occupanti, da qualunque parte provengano, dalla Russia o
dalla Bielorussia, dalla Cecenia o da qualunque altro posto. Saremo felici di tutte le perdite che
causerete ai vostri nemici.
Ma
questo odio sconsiderato verso tutto ciò che porta il nome bielorusso non vi
porterà alcun alleato nel campo nemico. E la maggior parte di noi non vive nel
campo nemico. Siamo da qualche parte nel vuoto, tra la luce e l'oscurità. Ci
vergogniamo, veniamo coperti di insulti e abbiamo paura, ma combattiamo dalla
vostra parte.
Alcuni
di noi con le parole, alcuni con il pensiero, alcuni con i fatti, alcuni con le
armi perché sì, ci sono bielorussi che hanno preso le armi per combattere per
voi. E ci
sono alcuni che semplicemente seguono le notizie, che non riescono a dormire,
soffocati dall’impotenza e dalla disperazione, che maledicono coloro che hanno
scatenato questa guerra.
Mille
bielorussi sono stati arrestati per aver protestato contro la guerra. Spero che
queste persone siano altrettante mille ragioni per non guardare alla
Bielorussia con odio.
Non
abbiamo scelto dove nascere. Nemmeno voi.
Parte
del piano terribile di Mosca è di ingigantire l'odio. Ovunque. E hanno iniziato
a mettere in atto questo piano tanto tempo fa. Per il Cremlino è fondamentale
instillare l'odio tra i suoi vicini, farlo crescere perché diventi impossibile
tornare indietro. Il classico "divide et impera".
Cari
amici ucraini, abbiamo un nemico comune, un nemico che gioisce ogni volta che
nasce un conflitto tra noi, ogni volta che vede crescere l'odio tra persone che
ieri erano amiche. Putin e Lukašenko sorridono compiaciuti, di fronte ai i loro
piani che vedono funzionare. Davvero è quello che vogliamo?
Abbiamo
un nemico comune. Lo dico sia ai bielorussi che agli ucraini. Abbiamo un nemico
comune. Non dimentichiamolo.
Anche
se forse è già troppo tardi.
Zalesky
è lo specchio di ciò
che
l'Italia ha rischiato di essere.
Ilfoglio.it- CLAUDIO CERASA-( 22 MAR 2022)- ci
dice :
Il
nostro paese era stato preso in ostaggio da un’ideologia politica tossica e
trasversale, veicolata dal M5s e dalla Lega e ha rischiato di essere una
nazione di utili idioti del putinismo. Elogio di un Parlamento convertito.
Nel
discorso che terrà stamattina alle Camere, il presidente dell’Ucraina,
Volodymyr Zalesky, offrirà molti traumatici spunti di riflessione per provare a
mettere a fuoco le due linee rosse più importanti emerse durante la guerra in
Ucraina.
La
prima è quella che Vladimir Putin ha scelto di oltrepassare con lo strumento
della violenza, mettendo le bombe del suo esercito al servizio di un’ideologia
imperialista.
La
seconda linea rossa è quella che l’occidente libero ha scelto di non superare
ponendo dei limiti espliciti all’utilizzo della sua forza nella difesa
dell’Ucraina.
In
questi giorni, nel corso degli interventi offerti al Parlamento inglese, al
Congresso americano, al Bundestag tedesco e alla Knesset israeliana, le due
linee rosse sono state mostrate con forza dal presidente ucraino, anche a costo
di mettere i parlamenti ospitanti di fronte ai limiti delle proprie azioni. A differenza però dei precedenti
interventi, quello di oggi alla Camera offrirà involontariamente alla classe
dirigente politica un elemento ulteriore di riflessione che coinciderà con
un’altra linea rossa che l’Italia ha rischiato di superare all’inizio di questa
legislatura.
Zalesky,
oggi alla Camera, metterà in modo crudo, di fronte agli occhi degli utili
idioti del putinismo, lo specchio di quello che l’Italia ha rischiato di essere
all’indomani del 4 marzo 2018. Quando un paese fondatore dell’Europa è stato preso
letteralmente in ostaggio da un’ideologia politica tossica e trasversale,
veicolata dal M5s e dalla Lega, il cui fine ultimo era quello di utilizzare
ogni arma possibile dell’arsenale antisistema per provare a colpire con
violenza gli ingranaggi dell’Europa, delle società aperte e delle democrazie
liberali.
Un po’
per questioni squisitamente legate ai rigidi algoritmi imposti dall’agenda anticasta
(i nemici dei miei nemici, ovvero l’Europa, sono i miei amici, e tra questi
amici c’era anche la Russia di Putin). E un po’ invece per questioni
oscenamente legate alla volontà strategica di stravolgere per sempre le
coordinate internazionali del nostro paese.
Eppure,
per quanto possa essere doloroso contare il numero di parlamentari che oggi non
parteciperanno all’incontro virtuale con Zelensky e per quanto possa essere
allarmante misurare i silenzi con cui alcune forze politiche hanno scelto di
accogliere le minacce rivolte dalla Russia contro il nostro ministro della
Difesa, la verità è che rispetto al conflitto in Ucraina l’Italia che oggi si
specchia di fronte a Zelensky vede più virtù che vizi.
Vede
un paese in cui i partiti che avrebbero volentieri messo l’Italia fuori dalla
Nato, oltre che dall’euro, hanno via via marginalizzato le posizioni più
estremiste. Vede un paese in cui il numero di partiti non ostili all’invio di
armi in Ucraina numericamente non ha eguali in Europa.
Vede
un paese in cui un ex presidente del Consiglio che aveva esordito come capo del
governo promettendo alle Camere di essere “fautore di un’apertura verso la
Russia” e che oggi si dice favorevole a usare tutte le sanzioni necessarie da
mettere in campo per fermare Putin.
Vede
un paese in cui persino i partiti che si trovano all’opposizione, vedi il caso
di Fratelli d’Italia, hanno scelto di prendere posizione contro il putinismo e
a favore dell’atlantismo.
Vede
un paese che pur essendo in Europa uno dei più dipendenti dalle fonti
energetiche russe ha scelto di scommettere sulla creatività rimettendo in
discussione alcuni tabù del passato per diversificare nel breve termine le sue
fonti di approvvigionamento energetico. Quattro anni fa, la maggioranza delle
forze politiche italiane si sentiva più a suo agio a Mosca che a Bruxelles.
Quattro
anni dopo, la maggioranza delle forze politiche italiane ha scelto di fare
tutto il possibile per combattere Putin. I distinguo ci sono e la perfezione è
lontana. Ma rispetto all’investimento fatto da Putin sull’Italia appena quattro
anni fa la Russia che si specchia nei suoi pupilli italiani ha ragione a essere
delusa.
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