Il grande imbroglio politico.
Il grande imbroglio politico.
I
Paradigmi del “Nuovo”
Colonialismo
Totalizzante.
Conoscenzealconfine.it
– (17 Ottobre 2022) - Maria Micaela Bartolucci – ci dice:
Non
alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia è diventata una colonia, non
è stato lo sbarco degli “alleati”, non sono tutte le basi NATO che “ospitiamo”
a fare di noi una colonia.
Noi
siamo una sorta di laboratorio, siamo cavie da esperimento e chi usa i vecchi
paradigmi interpretativi novecenteschi, per analizzare questo inoppugnabile
dato di fatto, è totalmente fuori pista: quei paradigmi sono obsoleti, perché
parte del retaggio ideologico stantio ed inutile che li ha prodotti.
Il colonialismo
prebellico è stato un colonialismo soprattutto di rapina di risorse
territoriali, non serve ora fare una disamina storica che chiunque può
effettuare andandosi a studiare uno qualsiasi tra le centinaia dei libri
dedicati all’argomento, al contrario, il colonialismo a cui siamo sottoposti è
di ben altra natura, è un colonialismo inverso, noi siamo una colonia di tipo
diverso, lo siamo in modo più profondo e, in parte, ormai radicato.
A
spiegarlo diventano inutili e fuorvianti anche le farneticanti elucubrazioni
pseudostoriche sull’origine del nostro essere colonia; la nostra colonizzazione
è iniziata ben prima di essere una nazione, uno stato sovrano che, forse, non
siamo mai stati totalmente: pedine, come altri, in uno scacchiere
internazionale, a geometria molto variabile, a cui giocatori occulti, hanno
suggerito e guidato mosse che si sono trasformate in storia.
La storia dei perdenti, fatta di vicende
tutt’ora semi-occultate, perché nel momento stesso in cui si cerca di parlarne
e di far luce su certi accadimenti, si abbatte su colui che lo fa, la scure del
complotto che tutto fa tacere, se non fosse che il complotto è, oggi, la più
lucida delle letture della realtà…
Ma
andiamo con ordine. C’era tutto l’interesse affinché si creasse un “mondo bipolare”,
il bipolarismo è da sempre il marchio di fabbrica del sistema politico
statunitense: due blocchi, democratici e conservatori, che recitano, a
soggetto, giocando ad opporsi l’un l’altro, senza esclusione di colpi, sul
palco di una finzione democratica da esportare.
Il
sommo divide et impera, da cui discendono, come in un diagramma ad albero,
tutti gli altri. Due blocchi dunque, reali o figurati, la cui perpetua guerra,
altrettanto reale o figurata, ha funto e funge da stabilizzatore, in un
perpetuo equilibrio normalizzante che recide alla base qualsiasi spinta
portatrice di un qualsivoglia cambiamento. Tutto deve e può cambiare affinché
tutto resti uguale, purché nulla cambi.
Gli
Stati Uniti, ma potremmo parlare in linea di massima e senza banalità, di anglosfera, esportano “democrazia”, o meglio
esportano il loro modello ideologico, il loro modello politico, sociale e
culturale: il vero dominio mondiale è questo. Non hanno colonie, nel senso
novecentesco del termine, perché hanno colonizzato il mondo.
Interi
continenti invasi e conquistati da quello stesso modello. Laddove ci sono vere
sacche di resistenza, laddove ci si oppone all’invasione, allora la guerra
reale scende in campo, perché la mondializzazione non ammette nemmeno la più
piccola eccezione.
The
Winner Takes It All non è un simpatico motivetto musicale da fischiettare sotto
la doccia o da canticchiare in macchina, è lo spirito del nostro tempo, lo
Zeitgeist che tutto avviluppa in un allegorico, ma anche reale, abbraccio
distruttivo che lascia dietro di sé le macerie fumanti di civiltà distrutte,
rase al suolo.
Lo
spirito dei vincitori che devono mostrare che tutto è fallace, che l’ideologia
non esiste perché, là dove è stata applicata essa ha fallito: ha fallito il
socialismo reale, ha fallito il nazional socialismo…ammesso e non concesso che
questi siano mai stati realizzati.
Ancora
una volta non mi impelagherò in una, al momento, inutile analisi
storico-teorica dell’argomento, perché andrei fuori tema ed il lettore si
focalizzerebbe su un falso obiettivo, distraendosi. Questo fomenterebbe
un’altra inutile divisione.
I
vincitori scrivono e riscrivono, come in 1984, la storia, piegandola tanto alla
loro volontà, quanto alle loro necessità e, per farlo usano qualsiasi mezzo:
producono documenti, occultano, falsificano… la realtà deve diventare
illusoria, fumosa, ambigua e dalle nebbie deve emergere solo ciò che Pier Paolo
Dal Monte definisce il mondo.
Vicende
reali, create a tavolino o spontanee, non importa, diventano funzionali allo
scopo, se ne falsificano i fini, se ne crea una narrativa ad hoc, dato il
monopolio dei mezzi di comunicazione, se ne celano le origini o gli sviluppi…
Tutto purché quel che è, sembri quel che deve necessariamente essere.
Uno
spettro si aggirava per l’Europa, bene… nel momento in cui questo spettro cerca
di incarnarsi, si farà in modo di agire così che si dimostri a tutto il mondo
che è inadeguato, non tanto economicamente, l’economia è un epifenomeno
sopravvalutato, ma culturalmente, socialmente, politicamente…
Nessuno
gioisca, perché la stessa identica sorte, tramite modalità diverse, è toccata
anche al nazionalismo, bestia altrettanto pericolosa per chi vuol distruggere
ogni brandello di sovranità ed indipendenza…
La
fine della storia è questa. La fine della storia avrebbe dovuto coincidere con
la vittoria totale del modello liberale, il modello statunitense… No, signori,
il giorno della fine non ci servirà l’economia.
Il
giorno della fine sarà necessaria la civiltà, quella civiltà che, almeno nel nostro
occidente, vanta più di duemila anni di storia, quella civiltà che deve
disintossicarsi da tutte le scorie e le contaminazioni colonizzanti che lo
hanno reso terra di nessuno, dove il nulla regna, dove la spiritualità è morta
per lasciare il posto ad indefinite ricette di finta felicità immanente e
precarizzante.
Un
occidente ucciso da un cieco consumismo impoverente che ci obbliga a girare in
un SUV, pagato a rate, anche tra le minuscole strade di città medioevali. Un
misero stile di vita che ci chiede di mangiare, possibilmente in macchina o in
piedi, della merda purissima che ha la forma di un cibo reale; noi che siamo i
depositari di una delle culture culinarie tra le più elevate al mondo ci siamo
prostrati all’immondizia, al cibo spazzatura.
Un colonialismo
che vuole che la nostra lingua si impoverisca sempre di più affinché il nostro
stesso pensiero si impoverisca ed allora scompare il congiuntivo, il modo
dell’espressione dell’interiorità, compaiono gli anglicismi semplificanti e
soppiantano la complessità linguistica, scompare il futuro, sostituito sempre
più frequentemente dal presente… nulla accade per caso: il linguaggio origina
il pensiero, tanto più è povero, misero, semplicistico, tanto più lo sarà il
nostro pensiero.
La
società statunitense è disgregata, apolide, meticcia, senza radici comuni,
priva di storia, come scrisse Oscar Wilde “L’America è l’unico paese che è
passato dalla barbarie alla decadenza senza aver mai conosciuto la civiltà”.
Ci
sono voluti anni ma, finalmente, anche noi siamo sulla retta via! Disgregati in
monadi, singoli individui al massimo accompagnati nelle nostre vite da qualche
animale domestico e pieni di psicopatologie, reali o presunte, apolidi perché
il tessuto sociale è stato polverizzato grazie anche ad una demolizione
calcolata del tessuto economico su cui si basava il nostro paese, meticciati
forzosamente dagli anni novanta, e non solo a causa degli sbarchi, fenomeno
massiccio recente, ma da assurdi programmi pseudo-culturali legati alla cloaca
sinistrata universitaria e scolastica in generale… restavano le radici
culturali, la nostra storia: questa operazione è stata più lenta, ha richiesto
più tempo per essere portata avanti.
Cancellare
i nativi americani è una cosa, cancellare la culla della civiltà occidentale è
ben più arduo compito. Non bastano certo quattro gomme del Ponte, qualche
sigaretta o una manciata di telefonini e computer con la mela!
Questa
è la conquista delle conquiste, la madre di tutte le distruzioni: rendere
inutile il passato, sradicare la storia dalla nostra esistenza, sostituire la
realtà reale con quella fantasma, addestrarci, formarci e conformarci ad essa,
ubbidienti, mansueti e spaventati ma entusiasti, è stata una lunga marcia,
progettata in ogni singolo passo e portata avanti con assoluta attenzione,
quasi maniacale, anche ai più insignificanti dettagli. La trasformazione di una
civiltà richiede tempo e metodo.
Politicamente
è bastato trasformare le istituzioni in contenitori privi di ogni valenza e
vincolarli ad una sovrastruttura fantoccio, poi distruggere qualsiasi retaggio
di opposizione, fosse anche apparente, e la relativa classe politica che la
incarnava, mani pulite docet, in seguito si doveva iniziare a toccare i diritti
per cui ci eravamo battuti, credendoci fermamente: per mille diritti
fondamentali abrogati, tolti, soppressi, ne hanno creati altrettanti falsi, ma
tanto simili al vero da farli apparire come conquiste inestimabili.
Creare
una falsa opposizione bipolare, su modello statunitense, ridurre il numero dei
parlamentari, svuotare le elezioni di qualsiasi possibilità di reale
rappresentanza, grazie a l’opera maestra del nostro meraviglioso sistema di voto, sono
solo la conseguenza di questo percorso che, per essere attuato doveva passare
per un Parlamento riempito di utili, insignificanti idioti presentati come
progresso della politica, voce diretta del popolo.
Tutte
le altre emergenze che si sono avvicendate sono solo servite a distrarre,
dividere, impoverire, controllare, rassegnare, impaurire, demotivare, rendere
fragili, addestrare, abituare, umiliare…
La
massa ha seguito ed eseguito. La colonizzazione della culla della civiltà
occidentale è quasi compiuta, restano solo opere di consolidamento e
rifinitura.
Ma
cosa accade in uno dei momenti più gravi della nostra storia? Si prende
coscienza e si inizia un’opera di sensibilizzazione che possa, seguendo un
lungo cammino disseminato di ostacoli, portare ad una lenta ricostruzione di
ogni ambito della Civiltà?
No, si distrugge, invece a suon di puristi
vagiti pseudo intellettuali, pseudo politici, pseudo culturali.
Da
alleati si diventa avversari, anzi, nemici e così facendo si divide ancora di
più, si opera una sorta di trasformazione molecolare, utile solo al sistema
che, sentitamente, ringrazia per questo aiuto insperato.
Occorre
fare attenzione, a tal proposito, alla differenza che c’è tra collaborare,
allearsi ed unirsi, perché, evidentemente, non sono la stessa cosa, ed è esattamente
in questa differenza fondamentale che dobbiamo trovare una risposta alla
drammatica situazione attuale.
Destristi
e sinistrati impantanati ancora in inutili diatribe, lì ad osservarsi il pene
per stabilire chi ce lo abbia più lungo, persi in onanistiche disquisizioni sul
sesso degli angeli, pronti a sputare su chiunque si muova… Intanto, il nuovo
colonialismo procede, inarrestabile, il proprio cammino distruttivo.
È il
momento di prendere coscienza della realtà e rimboccarsi le maniche, collaborando
con chi condivida la nostra stessa visione del mondo e possieda degli strumenti
per interpretare la complessità del reale.
Non
guru, imbonitori da fiera o sfavillanti personaggi da talk show, ma uomini e
donne che abbiano visione politica, cognizione di causa e idee…
C’è
molta strada da fare e molto da ricostruire perché, malgrado tutto, esistono
ancora barlumi di civiltà da cui partire.
(Maria
Micaela Bartolucci - frontiere.me/i-paradigmi-del-nuovo-colonialismo-totalizzante/)
Le
lobby a Bruxelles. Il grande
imbroglio
del neoliberismo.
Poterealpopolo.org
– Redazione – (20 Maggio 2019) – ci dice:
Candidato
della France Insoumise alle prossime elezioni europee, Gabriel Amard pubblica,
nel 2014, Le
grand trafic néolibéral: les lobby en Europe. Il pamphlet denuncia l’ingerenza
del lobbismo nelle istituzioni dell’Unione europea, facendo appello alla
disobbedienza sociale e politica nei confronti dei trattati europei e di una
élite dirigente i cui membri agiscono spesso entro condizionamenti più o meno
vincolanti dei grandi gruppi multinazionali e finanziari.
Il
libro arriva in Italia, per merito di Salvatore Prinzi, ed è presentato tra il
7 e il 10 maggio a Milano, Napoli, Roma, Firenze, nell’ambito di un ciclo
d’incontri con Amard organizzati da Potere al popolo.
All’“ExOpg”
di Napoli, il compagno che introduce l’incontro annuncia da subito una
presentazione “fuori dalle righe”. Amard vuole mettere in pratica un metodo che
ambisce a coinvolgere in prima persona i partecipanti, rifiutando il rapporto
tradizionale tra il politico (l’autore) “portatore di verità” e il cittadino
(il pubblico) “ricettore passivo”.
La
presentazione inizia con un gioco: il photo-language.
Dopo
aver disposto a terra delle fotografie, Amard chiede ai partecipanti di
soffermarsi sull’immagine che preferiscono e di commentarla. Gli interventi
riservano delle sorprese: qualcuno si confessa inquieto rispetto alla diffusione
degli psicofarmaci, “utilizzati come anestetici per le sofferenze prodotte da
condizioni frustranti di vita e di lavoro, mentre non si fa niente per cambiare
la società che ci deprime”; qualcun’altro, invece, osservando l’immagine di una
fontana, sostiene che l’acqua “è così fondamentale per la vita che è un
delitto, un’assurdità far pagare qualcosa di cui non possiamo fare a meno per
vivere”.
Interrogati
sui possibili legami tra le lobby e gli oggetti fotografati, i partecipanti
evocano, allora, le multinazionali del tabacco, il controllo monopolistico di
sementi e fertilizzanti, le grandi catene di fast food. Gli oggetti più comuni
della vita quotidiana rivelano un segreto legame con i grandi monopoli. I
presenti si lasciano trasportare dal gioco, esprimono dissidenze intime,
altrimenti inconfessate, da cui emerge un punto di vista collettivo,
antagonista all’ordine esistente, anche loro malgrado. Il linguaggio visivo
stimola l’immaginazione come strumento di critica della realtà.
Arriviamo
al libro. Amard consegna due pagine diverse a ogni partecipante, concede dieci
minuti per leggerle, poi chiede loro di dare un titolo e di commentare ciò che
hanno letto. Secondo l’autore “questo è un modo collettivo per appropriarsi dei
contenuti del libro”.
Attraverso
i titoli i partecipanti costruiscono una mappatura dei problemi principali
dell’opera: “L’erba delle banche è sempre più verde”, “Desideri di tutto il
mondo omologatevi!”, “Il caso greco: politiche di austerità e strategia dello
shock”, “Europeismo e sovranismo: due facce della stessa medaglia”, ecc. Con i
loro commenti, criticano, spiegano, s’interrogano, producono un “discorso
politico”. Presentano il libro in prima persona. Da queste suggestioni si apre
il dibattito.
Tra i
temi che destano maggiore interesse emerge quello della sconfitta di Tsipras
dopo il referendum del 2015. Amard evidenzia che la resa di Tsipras alla Troika
ha lasciato la Sinistra Europea senza prospettive: “La lezione della Grecia –
dice – è che bisogna essere pronti, avere un piano B”. Tuttavia, chiarisce
l’autore: “Noi non siamo per la Frexit”. Se l’obiettivo della France Insoumise
resta quello di cambiare i trattati, il piano di “emergenza” prevede, non
l’uscita unilaterale dall’Unione europea, ma la costruzione di rapporti di
cooperazione alternativi, fuori dai trattati.
In
effetti, a qualche settimana dalle elezioni europee, la formazione Insoumise sembra aver moderato l’ipotesi di una
uscita unilaterale dall’Unione europea e dall’euro.
In una
recente intervista per il quotidiano francese Le Monde, Manon Aubry, capolista
della France Insoumise per le elezioni europee, ha dichiarato seccamente di
essere contraria alla Frexit , e a favore della rinegoziazione dei trattati
europei che la candidata definisce “dei freni e degli ostacoli
all’armonizzazione sociale e fiscale” .
Dal
canto suo, invece, Jean-Luc Mélenchon non esita, in questi mesi di campagna
elettorale, ad affermare che l’uscita dai trattati dell’Unione europea, che
limitano la sovranità popolare e impediscono la solidarietà e la cooperazione
tra i popoli, sostituendovi la competitività e la concorrenza, è condizione
preliminare di ogni reale avanzamento in campo ecologico e sociale.
Queste
posizioni possono apparire divergenti. Secondo Pauline Graulle, autrice per Mediapart
di un ampio articolo sul “piano B”, esse peccano di un’ambiguità di fondo che
rischia di rendere “illegibile” la strategia degli Insoumis. Constatando che
esistono dibattiti ancora in corso all’interno del movimento su come si possa
articolare in concreto il “piano B”, la Graulle si chiede in cosa consista
effettivamente questa strategia “d’emergenza”: “Una uscita dall’Eurozona? La
non attuazione dei trattati o il loro rifacimento? L’uscita unilaterale o
concordata con altri paesi? E questa uscita sarebbe decisa per referendum o
subita nei termini di una “espulsione” della Francia dall’UE? Le versioni
oscillano continuamente” .
Le
domande e i dubbi sono legittimi, d’altra parte tra la prospettiva strategica e
la sua applicazione pratica, tattica, c’è sempre una distanza dettata dalla
imprevedibilità delle situazioni concrete in cui ci si trova a operare. Nel
luglio 2015, durante il congresso del Parti de gauche a Villejuif, i membri del
partito erano divisi tra quanti, dopo la resa di Tsipras, assunsero con
convinzione una linea pro-Frexit (circa il 45% dei partecipanti), e quanti,
invece, condividevano la linea, maggioritaria nella direzione, di una
disobbedienza senza uscita, che puntava a costruire rapporti di forza
internazionali per imporre una riforma radicale delle istituzioni europee e
nuove relazioni di cooperazione tra i popoli.
Nondimeno
le due posizioni trovarono una sintesi nella risoluzione conclusiva del
congresso, dove si leggeva che “il programma del Parti de gauche è
incompatibile con l’Unione europea così come essa è definita dai trattati”,
donde risultava la necessità di un “piano A”, inteso come “costruzione di un
rapporto di forza europeo tale da finirla con i trattati” e di un “piano B” equivalente alla
“uscire dall’euro e dall’Unione europea”.
Tuttavia,
dopo le elezioni presidenziali del 2017, in occasione dell’Assemblea
rappresentativa del movimento degli Insoumis del 7 aprile 2018, dunque in piena
costruzione della campagna politica per le europee, la parola d’ordine
“cambiamo l’Unione europea o ce ne usciamo” lasciava il posto a “L’Avvenire in
comune”.
Nello
stesso anno, nel discorso di chiusura dell’università estiva di Marsiglia, il
leader della France Insoumise dava una versione soft della strategia dei due
piani, chiarendo ai suo i militanti che se il “piano A” punta a “cambiare le
regole” dell’Unione europea, il “piano B” significa “che lo faremo lo stesso,
con l’appoggio di quelli che la pensano come noi”. Ovvero, per riprendere
ancora una dichiarazione di Manon Aubry rilasciata il mese scorso, per i
dirigenti Insoumis la posta in gioco sarebbe quella di “disobbedire ai trattati
con o senza il consenso delle istituzioni europee” .
Ad
ogni modo, se nell’aprile 2018 il “piano B” passava in secondo piano, ad oggi
esso sembrerebbe più una zavorra che un punto di forza per i rappresentanti del
movimento francese: la dirigenza della France Insoumise guarda, per queste
elezioni europee, ai ceti medi e agli elettori della sinistra tradizionale che
la prospettiva dell’uscita dall’UE ha allontanato dal movimento.
A ciò
va forse aggiunto che le elezioni europee costituiscono l’occasione più
propizia per avanzare nella costruzione di rapporti di forza favorevoli alla
disobbedienza ai trattati con le altre forze della sinistra radicale europea,
tra le quali gli spagnoli di Podemos non condividerebbero l’ipotesi di una uscita
netta dall’Eurozona.
Si
tratta di un’ambiguità di fondo nella strategia degli Insoumis o di sfumature
tattiche di una medesima strategia piuttosto flessibile nelle sue declinazioni
contingenti? Secondo Amard la questione non si pone: “Non abbiamo mai cambiato
posizione dall’inizio. Piano A, si cambiano i trattati; piano B, si costruisce
un’alternativa di cooperazione fuori dai trattati con chi vuole. Non si è mai
parlato di uscita unilaterale, ma di uscita “per” e “a condizione di” costruire
relazioni di cooperazione internazionale diverse da quelle regolate dai
trattati. Non è la Frexit da sempre”.
In
conclusione, Amard spiega il senso di questa presentazione: l’approccio
utilizzato allude a un diverso modo di fare politica su basi partecipative. Un
esempio? L’elaborazione legislativa della France Insoumise: si tratta di
partire dal vissuto e dai bisogni dei cittadini, per elaborare proposte “dal
basso” che vengono successivamente pubblicate sulla piattaforma online degli
Insoumis e consegnate ai deputati.
Questo
approccio – spiega Amard – implica il rifiuto radicale del linguaggio
burocratico della “scrittura legislativa” che, inaccessibile alla popolazione,
riproduce una separazione tra classi dirigenti e classi subalterne:
appropriarsi di questo linguaggio, rendendolo accessibile a tutti, significa
anche cambiare l’attore della produzione legislativa, dai tecnici ai cittadini,
restituendo a questi la legittimità di pensare in prima persona una soluzione
per i problemi del paese.
La
strategia della Rivoluzione Cittadina ambisce alla partecipazione diretta delle
masse, confida nell’iniziativa del popolo, che deve travalicare l’attività del
partito e spingere oltre i limiti delle possibilità istituzionali per un
cambiamento radicale: “A noi – dice Amard – spetta il compito di sostenere,
seguire, lottare con il popolo…”.
È
quanto sta accadendo in questi mesi di mobilitazioni di massa, rispetto al
movimento dei Gilets Jaunes. La France Insoumise è l’unico partito ad aver dato
voce alle rivendicazioni di questo movimento, cercando di dare alle
mobilitazioni uno sbocco politico nell’Assemblea Nazionale. Dal canto suo, Macron ha adottato sin
dall’inizio una strategia di repressione e isolamento mediatico del movimento,
con il duplice obiettivo di incutere timore nella popolazione e di screditare i
manifestanti nell’opinione pubblica, distorcendo informazioni e costruendo una
narrazione falsa, spingendosi perfino a privare i giornalisti indipendenti
della libertà d’informazione, censurando, arrestando gli operatori presenti sul
campo durante le manifestazioni, per impedire loro di mostrare ciò che accade
realmente.
Il
compito della France Insoumise, secondo Amard, è quello di organizzare la
solidarietà concreta al movimento, dalla partecipazione alla piazza alla difesa
contro la repressione, nonché quello di dare voce alle loro rivendicazioni e di
mostrare la verità denunciando le mistificazioni del governo.
Su
queste basi il riconoscimento tra gli Insoumis e i militanti di Potere al
popolo può essere immediato, nella consapevolezza di condividere, pur tra non
poche differenze, una medesima volontà di “rivoluzione cittadina” che, in
opposizione alla politica dei partiti tradizionali, si realizza ogni giorno in
molteplici percorsi di lotta e di riappropriazione collettiva della politica
dal basso.
Non è
l'Arena, Alessandro
Orsini
svela
a Massimo Giletti
il
grande imbroglio di Mario Draghi.
Così
prende in giro l'Italia.
iltempo.it
- Valentina Bertoli – (19 giugno 2022) – ci dice:
Il
governo è al bivio. Il premier Mario Draghi rientra dal tour internazionale e
trova una maggioranza a pezzi. L’estenuante trattativa condotta con i colleghi
europei per ottenere la concessione all’Ucraina dello status di Paese candidato
a entrare nell’Ue e per fissare un tetto continentale al prezzo del gas è stata
solo l’antipasto.
Ospite
nel salotto di "Non è l’arena", programma di La7 condotto da Massimo
Giletti, Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo
internazionale, punta il dito contro il governo Draghi ed espone la teoria del
grande imbroglio: “Mi colpisce quanto l’Italia sia sottomessa. C’è un evidente
scostamento tra quello che sentiamo e quello che succede davvero. Noi sentiamo
analisti, ricercatori, politici, giornalisti. Credo che molti siano disonesti
perché legati a forti centri di potere”.
Orsini,
senza freni, si definisce una falla del sistema e ci va giù pesante: “Facciamo il calcolo di chi parla
bene di Draghi e delle conseguenze di criticare il nostro governo. Mario Draghi ha imbrogliato gli
italiani.
Tutte le volte che Zelensky incontra un fioraio, chiede armi pesanti. Pensiamo
quando parla con i Capi di Stato”.
Poi a valanga: “Draghi ha incontrato a Kiev Olaf
Scholz, cancelliere della Germania, ed Emmanuel Macron, presidente della Repubblica
francese. In quell’occasione il presidente dell’Ucraina non ha chiesto armi. Si
sono messi d’accordo”.
Giletti
lo ha interrotto: “Senza dubbio Draghi è un abile diplomatico. Ci sono dei
problemi. La questione è delicata. Come se ne esce?”.
“In
Italia c’è una catena di comando chiara. Il governo è animato da figure
scialbe. Draghi
deve esautorare il Parlamento per inginocchiarsi al potere, a Biden. Stanno ingannando gli italiani con
degli escamotage. Draghi non ha volontà politica. Fa quello che dice Biden” ha
concluso il professore Orsini senza esitazione.
Il
grande inganno.
Dissipatio.it
– Michele Saracino – Paolo Cirino Pomicino – (3-5-2022) – ci dice:
Paolo
Cirino Pomicino pubblica con (Lindau) il suo "J'accuse" contro una
classe politica che fa gli interessi di qualcun altro. Una contro-storia della
Repubblica italiana.
Nella
storia di un Paese ci sono eventi che non è facile dimenticare. In qualche modo, ogni italiano sa da dove viene:
dal referendum del ’48 come dagli anni di piombo, dal boom economico, dalla
Roma dei papi.
E ogni nuovo evento, ogni disgrazia, ogni
gioia, non può essere considerata a prescindere da quello che c’è stato prima.
Ripercorrere
la nostra storia è quantomai un’urgenza di fronte alle sfide che ci attendono.
Se è
vero che riguardare al passato può essere di grande giovamento per l’avvenire,
chi può farlo meglio di qualcuno che ha incarnato lo spirito dell’Italia che fu?
A conti fatti, è quanto si propone di fare
Paolo Cirino Pomicino nel suo ultimo libro, di recentissima uscita, Il Grande Inganno (Lindau 2022).
Il
Grande Inganno (Lindau) di Paolo Cirino Pomicino.
Commentare
un libro come questo non è semplice. Offre però un punto d’appoggio per
impegnarsi in una seria riflessione sui temi che propone, al di là delle
opinioni, dell’approvazione e del disaccordo.
Pomicino mette sul piatto della bilancia una
vita vissuta, prima che un’esperienza riformulata in una teoria politica.
Rileggendo
criticamente le recenti gesta della politica italiana, Pomicino tesse le fila
di una narrazione avvincente, di una vera e propria controstoria dell’Italia
politica dalla liberazione ad oggi.
Capire
cosa abbiamo dimenticato del nostro passato diventa la chiave per comprendere a
fondo la disarmante condizione in cui versano le istituzioni del Paese: si
tratta di riconoscere come problemi esiziali l’esautorazione implicita, ma di
fatto, del potere e del prestigio del Parlamento, la dissoluzione dei partiti,
la progressiva dipendenza dall’estero in termini economici.
Lo
dicevamo prima, quella di Pomicino è una vita gettata sul tavolo, non una
narrazione distaccata.
Impossibile da falsificare per ciò che
riguarda la dimensione percettiva della storia (Pomicino ha vissuto, in qualche
modo è stato molta parte di una certa stagione politica: nessun vissuto, in
quanto tale, è falso), nelle sue conclusioni si espone coraggiosamente – questo
è un merito che va riconosciuto – alla discussione, alla replica, alla
confutazione.
Ma è
bene procedere con ordine.
Per
Pomicino, l’Italia come sistema-Paese ha visto agire nella propria storia
troppe persone che non avevano a cuore gli interessi giusti. Economisti,
politici, magistrati, che hanno tradito.
Dal 2018 il Parlamento non riesce ad eleggere
come Presidente del Consiglio un proprio membro.
Lo
stesso vale per la salita al Colle.
Questa
è la punta dell’iceberg, l’evidenza forte da cui Pomicino parte. La crisi delle
istituzioni, il Parlamento su tutte.
Le cause sono molteplici, ma l’autore ne rende
una in particolare il perno dell’intera ricostruzione: il peccato originale della storia
italiana da un certo momento in avanti ha consistito nell’attacco frontale,
spregiudicato e decisivo contro la dimensione stessa del ‘politico’.
L’inizio
degli anni ’90 è, per Pomicino, l’inizio di una fine. Tra il ’91 e il ’93 si
consuma quell’alleanza tanto insolita sulla carta quanto efficace nella realtà
che vede stringersi attorno a più di un tavolo i transfughi di quello che è
l’ormai ex PCI e i grandi nomi emergenti del capitalismo italiano.
Tecnicizzazione
della politica (è il ’93, Ciampi sarà il primo di una lunga serie), supporto da
parte del tam tam giornalistico delle grandi testate, vero e proprio
‘sguinzagliamento’ della magistratura.
È
questo il Grande Inganno che Pomicino vuole metterci davanti agli occhi: la
demonizzazione etico-morale della classe politica scaturita dalla Democrazia
Cristiana fin da subito vincente alle urne da parte di quegli stessi ‘vinti’
della storia (e dal voto) che al potere non arrivarono mai, se non «quando il
comunismo era stato cancellato in quasi tutto il mondo, e ci arrivarono grazie
ai De Benedetti, agli Agnelli, ai Cuccia, ai Pesenti, ai Romiti e a tanti altri
capitalisti italiani».
Pomicino
avanza sospetti davvero pesanti. Gli interrogativi su una Tangentopoli che
lascia con le ‘Mani Pulite’ solo il PCI, la critica serrata al concetto stesso
di trattativa Stato-mafia, le mai chiarite relazioni tra Giovanni Brusca e
Luciano Violante: sono questi alcuni tra i passaggi che portano Pomicino a
formulare dubbi e insieme conclusioni.
Una su
tutte, che vere e proprie operazioni di palazzo a danno di chi elettoralmente
sembrava essere invincibile ci sono state eccome.
Ma a
che cosa ha portato questo rivolgimento profondo della politica italiana
attraverso strumenti profondamente non-politici è a tratti antipolitici come le
inchieste, la magistratura, l’alleanza col capitale?
In
poche parole, la risposta di Pomicino è la seguente: all’autodistruzione del Paese, dal
momento che si è consegnato nelle mani di chi non ha a cuore i suoi interessi.
Maledetti
’70.
Ecco
dunque una nuova carrellata di strani, disastrosi accadimenti: se dal punto di
vista economico-finanziario siamo divenuti progressivamente una sorta di
protettorato francese (il pensiero qui va certamente alla figura di Jean Pierre
Mustier, ma esiste purtroppo una sfilza di casi altrettanto eloquenti), da
quello della rilevanza internazionale le cose non vanno certamente meglio.
Ed effettivamente, dai tempi in cui Andreotti
poteva dissuadere Bush padre dal commettere errori di politica estera in stile
tipicamente americano al G4 strategico Biden-Macron-Scholz-Johnson per la
guerra in Ucraina, si ha l’impressione di non parlare più dello stesso Paese.
Mentre il vuoto politico dell’Italia della Seconda Repubblica lasciava campo libero
all’instaurazione e al progressivo rafforzamento dell’asse franco-tedesco in
Europa, gli eredi del PCI (Partito Democratico, Partito Democratico della
Sinistra, Democratici di Sinistra) si dimostravano più preoccupati a far
macerie di quel che rimaneva della DC, ‘uccisa’ dalla magistratura su loro
commissione, che di badare agli interessi nazionali.
Così
D’Alema incappa nell’errore di offrire a Bush figlio le basi di Vicenza per
bombardare Milosevic, mentre oggi la vicenda Fincantieri-Saint Nazaire ci mostra
che, a questo punto, «la colonia Italia, insomma, può solo vendere, mai
acquistare».
La
ricostruzione di Pomicino è decisamente a senso unico, i principali attori
della Democrazia Cristiana ne escono come martiri che, letteralmente morendo o
comunque patendo per l’Italia, restano ancora vittime di una storia scritta da
comunisti impenitenti.
Se, da
un lato, emerge sempre più, col passare degli anni, l’accanimento della
magistratura contro personaggi la cui demonizzazione non è mai stata supportata
dalla certezza dei fatti, dall’altro va detto che è innegabile la stretta
affinità di alcuni esponenti di primissimo piano della DC stessa con ambienti
particolarmente discutibili.
Di
Gladio, della P2 e dei rapporti Gelli-Andreotti, Pomicino non parla affatto.
Ma
aver riportato all’attenzione del dibattito italiano la continuità storica dei
problemi che affliggono la nostra politica ha un ultimo importante merito.
Un’accusa in particolare tra quelle formulate
da Pomicino merita di essere condivisa: la messa da parte, sotto ogni punto
di vista, della dimensione politica del governo della cosa pubblica. Legata a doppio filo con i salotti
buoni della finanza, subordinata ad interessi di vario genere e condannata
all’irrilevanza strategica, la politica in Italia non è semplicemente più
politica.
È un
gioco di interessi, a cui si prestano professori universitari, economisti e
banchieri, addirittura comici e parvenu, nella completa assenza di una vera e
propria classe politica.
Il
problema è che la soluzione di Pomicino – una specie di «ridateci il ‘900!»,
non ha nulla di realistico e percorribile.
Lo si
legge fra le righe di queste pagine, scritte con fervore con un trasporto
davvero commovente.
Sono pagine di un uomo che mentre scrive di
politica, sa che scrive della sua propria vita: fino a tanto le due cose si
sono fuse, per diventare indistinguibili.
Non
c’è più alcuno spazio per un ‘popolarismo cattolico’ autentico in politica: il
mondo che si apre di fronte a noi è un mondo non più vergine.
Questa
è, in fondo, la grande utopia del cattolicesimo politico (molto più politico
che cattolico) del Novecento post-conciliare: rievangelizzare il mondo
attraverso la prassi.
Il punto è che il ‘mondo’, o – per usare
categorie meno impegnative sul piano teologico – la società civile, il
popolarismo cattolico l’ha già conosciuto, ammirato, sfruttato, abbandonato.
Si
tratta di saper leggere la storia nel suo divenire e di riscoprire una sua
metafisica, teleologicamente ordinata oggi più che mai. L’illusione che Greta Thumberg e Bill
Gates possano essere via di rinnovamento in un senso autenticamente ‘cristiano’
è figlia della stessa incomprensione fondamentale che portava Benedetto Croce
ad esclamare esultante che «non possiamo non dirci cristiani».
È
un’illusione tipicamente Novecentesca, forse in buona fede per alcuni, ma pur sempre un’illusione. E in
quanto tale, distruttiva.
De
Luca contro Conte: “Racconta palle.
Il
reddito di cittadinanza non aiuta i poveri veri”
Vesuviolive.it – Redazione – (Set 23, 2022) –
ci dice:
È un
Vincenzo De Luca scatenato quello che in conferenza stampa attacca i principali
avversari politici del Pd, in particolare Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle non
va giù al governatore che già in una sua diretta su Tok Tok aveva parlato di
truffa mediatica e politica.
Un
concetto che viene ribadito oggi.
De
Luca contro Conte.
“Abbiamo
avuto modo di apprezzare Giuseppe Conte e qui siamo di fronte a trasformismo e
truffa politica e mediatica.
I 5 stelle hanno governato con la Lega, il Pd, Forza
Italia e Draghi.
Sono
stati per 4 anni al governo, tre con Conte presidente.
Ora
gira per l’Italia come un turista, capitato in Italia per caso. Fino a tre mesi
fa Conte ha votato Draghi.
Fanno
demagogia: “Noi siamo contro la casta”. Ma hanno governato l’Italia per 4 anni.
Cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza, superbonus e un po’ di
demagogia.
Questa
del reddito è una grande truffa politico mediatica. Il partito democratico ha
sbagliato a non chiarire le posizioni. Il reddito viene presentato da Conte
come una misura essenziale di contrasto alla povertà.
La
cosa quando era stata approvata si era presentata come una misura per avviare
al lavoro i giovani.
Ma i
due terzi poi non possono lavorare, primo punto da chiarire quindi è una misura
di contrasto alla povertà (che già esisteva dal governo Gentiloni) o di
avviamento a lavoro? Io sono d’accordissimo a prendere misure per aiutare la
povera gente ma regalare uno stipendio a chi non può lavorare è un’altra cosa. Si mescola così chi ha bisogno di
aiuto con i parassiti, non c’è modo di controllare. Noi abbiamo messo insieme
la povertà vera con parassitismo e clientela.
In
Campania abbiamo migliaia di percettori, i controlli si fanno solo dopo e la
cosa si presta a imbrogli clamorosi e il recupero dei soldi non lo può fare più
nessuno.
Nel nostro paese nel 2021 sono state fatte 107 mila
revoche del reddito solo con controlli a campione. In Campania dati INPS, sono
18 mila. Sono
centinaia di milioni di euro buttati a mare e che vengono sottratti a chi è
povero davvero.
Non le
misure per la povertà ma misure che tolgono soldi alla povertà. Oltre la
revoca, c’è un’altra misura la decadenza che non prevede la restituzione dei
soldi già percepiti (magari come chi trova un lavoro). Per il 2021 sono state
346 mila, in Campania 66 mila.
Centinaia
di milioni di euro bruciati sull’altare della clientela politica.
E
quindi Conte va girando dicendo che va difendendo la povertà, non aspettavamo
Conte. Difende
un’operazione di clientela politica di massa che mette insieme i poveri veri
che hanno bisogno di due mani, toglie le possibilità di controllo ai Comuni e
brucia miliardi di euro che andrebbero ai poveri veri, ai disabili.
Mi è capitato di ascoltare un esponente dei 5 stelle
dire che grazie ai navigator hanno lavorato 300 mila persone. Andrebbe arrestato per delinquenza
politica.
I navigator hanno il rapporto di lavoro con l’Anpa, non c’è neanche una
registrazione di uno che sia andato a lavorare grazie a loro. Siamo alle truffe mediatiche.
Mi è
capitato stamattina sentire Conte raccontare un’altra palla, grazie al reddito
le imprese, risparmiano 760 euro. Le misure approvate da Draghi sulla
decontribuzione sono più efficaci e valgono 36 mesi non 18. Poi la cosa diventa
delicata perché i drammi sociali sono veri, la povertà è cresciuta. Il primo
che si alza e racconta una palla rischia di prendere consensi “.
L’endorsement
a Letta.
“In
tutto questo noi, io, ho proposto non i contributi ma il piano per dare lavoro
a 300 mila giovani del Sud nella pa. Si potrebbe fare in un anno. Conte non ha
creato un posto di lavoro, la Regione Campania lo ha dato a 5 mila giovani (3
mila per il Concorso) più altre migliaia mandati a lavorare nelle aziende come
l’Eav risanata nei bilanci. Noi con i fondi europei aiutiamo i giovani, chi pensa alla
campagna elettorale e fa clientela politica e brucia i miliardi e chi come me
lavoro per creare un’occupazione stabile che cambia la vita e blocca
l’emigrazione dei giovani.
Il Pd
con Letta ha appoggiato il mio piano con 4 anni di ritardo, meglio tardi che
mai. Io sto facendo la battaglia perché abbiamo 22 miliardi congelati, mica
Conte ha fatto la battaglia per farli arrivare al Sud. Solo reddito e pippe
varie. Io dico quello che ritengo mio dovere dire, poi i cittadini sono liberi
di votare come vogliono. Se vi dovessi dire che Letta è una figura effervescente che
crea brividi di entusiasmo non mi sentirei di dirlo, mi accontento con questi
chiari di luna di un esponente politico che ha un po’ di serietà e competenza.
E non racconta palle agli italiani. In un voto giocano mille fattori “.
Poi
una battuta anche su Calenda:
“Calenda
non ha voluto dare vita a una coalizione di centro sinistra perché non
intendeva stare insieme a chi non condivideva posizioni nette. Dopo le elezioni
dobbiamo fare un governo di unità nazionale. Sono cose sconcertanti, per fare
la coalizione non va bene “.
Il
“Rientro” di
Samantha
Cristoforetti
grida Vendetta!
Conoscenze
al Confine 18 Ottobre 2022 di Andrea Tosatto
Quanta
tristezza provo nel vedere tante persone non capire che, se di una cosa di cui
si può vedere tutto, non ti fanno vedere niente, significa che c’è del marcio.
Il rientro di Samantha Bukakke Cristoforetti grida vendetta.
Si
parte con un bel CGI (la CGI – computer generated imagery – è una
sottocategoria degli effetti visivi VFX. Riguarda scene, effetti e immagini
creati con un software per computer).
Poi una telecamera che avrebbe potuto benissimo essere
collocata nella parte anteriore del veicolo, così da riprendere in presa
diretta tutta la discesa dall’orbita al mare, è stata inspiegabilmente
posizionata nella parte posteriore della cabina dove poteva riprendere solamente
il casco della nostra pornoattrice.
Per un
po’ si vede lei seduta in questa cabina che potrebbe benissimo essere quella di un simulatore, poi, come sempre,
stacco a Houston dove, per un tempo interminabile, un gruppetto di facce di
culo finge di osservare preoccupato un monitor, poi un’immagine grigia di un
qualcosa di indistinguibile e finalmente, con un salto di immagine terrificante
e assolutamente ingiustificabile i paracaduti si aprono con la Cristoforetti
ormai ad un’altezza bassissima…
Altro
stacco di immagine e veicolo ammarato. Insomma, tutta la discesa non pervenuta.
Ma ci rendiamo conto della immane presa per i fondelli? Persino un bambino di
otto anni reagirebbe indignato!
E
invece, a casa, una massa di coglioni si unisce al plauso delle facce di culo
di Houston e va a letto persuasa di aver visto davvero la nostra eroina (intesa
come droga da cui star lontani) discendere a Terra dallo spazio.
Poi ci
meravigliamo se l’80 per cento della popolazione italiana si è inoculata, si è
bevuta la balla delle Torri Gemelle, teme che il pianeta si scaldi, si schiera
con Zelensky, spegne i termosifoni e cucina la pasta con i fornelli spenti. La
verità è che l’intelligenza dell’essere umano è, in larghissima misura,
incredibilmente sopravvalutata.
Io non
sono una persona che ama offendere. Qualcuno ha criticato come mi rapporto con
Samantha Cristoforetti, con la quale ho fatto un’eccezione arrivando, se non
all’insulto, comunque alla denigrazione e allo sfottò.
A
questo punto vorrei chiarire una cosa: Io sono molto arrabbiato con lei e con
quelli come lei. Samantha Cristoforetti ha girato spot di promozione ai vaccini per il
nostro Governo. Ha sulla coscienza bambini danneggiati, miocarditi, infarti, tumori,
leucemie. Sponsorizza
le farine di insetto e di scarafaggio.
Cosa
ha a che fare questo con il suo lavoro? Per quanto mi riguarda Samantha
Cristoforetti ci inganna. Finge di essere nello spazio quando in realtà è
chissà dove.
La Iss
non mostra mai la quarta parete. Si vedono cavi, persone che afferrano in aria
oggetti inesistenti, fili microfonici che attraversano incredibilmente gli arti
degli astronauti, pupazzetti che compaiono e scompaiono dal nulla. È un immane
circo.I capelli statici e ritti di Samantha gridano vendetta e solo uno stolto
potrebbe non accorgersi della farsa. Tutte le riprese Nasa sono un insulto
all’intelligenza di chiunque.
Il
ritorno a casa della nostra astronauta è stato a dir poco scandaloso. Perfino
un ritardato si indignerebbe sentendosi offeso nella sua capacità critica.
La
cricca cui Samantha Cristoforetti regge il gioco, fotte ai contribuenti
americani 50 milioni di dollari al giorno.
Penso
che Samantha Cristoforetti non sia un’astronauta ma una misera influencer al soldo di
un sistema che vive di menzogna e che è arrivato a volerci eliminare
fisicamente.
La
ritengo un soldato dell’esercito nemico. Quello che ha isolato i nostri anziani
durante il Covid, e che ora vorrebbe farli morire di fame e di freddo assieme a
noi e ai nostri figli. Mio nonno, probabilmente, avrebbe appeso una Samantha
Cristoforetti.
Io no.
Mi
accontento di farle notare che ha i capelli come Cameron Diaz in “Tutti Pazzi
per Mary” e di pigliarla un po’ in giro. Si ritenga fortunata.
E chi
pensa che Tosatto sia inopportuno o poco elegante vada leggermente a
pigliarselo nel culo.
(Andrea
Tosatto- t.me/AndreaTosattoOfficial)
FdI:
"no
green pass e no
obbligo
vaccinale,
commissione
d'inchiesta sul Covid"
affaritaliani.it-
Elisabetta Gardini – (18 ottobre 2022) – ci dice:
Elisabetta
Gardini, deputata di Fratelli d'Italia, anticipa le posizioni del nuovo governo
sulla pandemia.
"La
nostra posizione è no green pass e no obbligo vaccinale"
"Posso
anticipare cose che non sarò io a determinare e a decidere, però coerentemente
con quello che abbiamo scritto nei programmi e con quello che abbiamo detto in
campagna elettorale, nel momento in cui noi siamo contro il green pass e contro
l'obbligo vaccinale, perché pensiamo che non sia questo il modo di affrontare
un'emergenza sanitaria, tant'è che vogliamo una commissione che vada a valutare
quello che è stato fatto, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di
vista sanitario", dice Elisabetta Gardini, deputata di Fratelli d'Italia”
.
In
merito poi alle multe agli over 50 che non si sono vaccinati, Elisabetta
Gardini ha aggiunto: "La coerenza sarebbe appunto di sterilizzare questo
capitolo, però è una mia personale interpretazione. La nostra posizione è
assolutamente no green pass e no obbligo vaccinale. Sono sempre stata d'accordo
sul fatto che una qualunque cosa sanitaria vada decisa personalmente con il
proprio medico, e non con un obbligo fatto da un burocrate".
Elisabetta
Gardini, deputata di Fratelli d'Italia: "Fare una commissione
d'inchiesta sulla gestione del Covid è nel programma di governo"
"Una
commissione d’inchiesta sulla gestione del covid? È nel programma di governo,
la gestione del covid in Italia ha portato dei risultati, sia a livello
economico che a livello sanitario, tra i peggiori", ha aggiunto Elisabetta
Gardini.
CAOS
M5S- L’harakiri finale
di un
grande imbroglio cominciato nel ’92.
Ilsussidiario.net-
(25.06.2022) - Gianluigi Da Rold – ci dice:
La
nascita del partitino di Di Maio e la fine dei 5 Stelle segnano un nuovo
spartiacque della repubblica. Avremo imparato la lezione?
La
sensazione che ti salta subito alle mente è che l’operazione del ministro degli
Esteri, Luigi Di Maio, segni una svolta in questo avventuroso trentennio di
politica italiana.
La
scissione consistente avvenuta nel Movimento 5 Stelle ( che non è più il primo
partito del Parlamento), non è soltanto la nascita di un nuovo e immaginifico
(veramente dannunziano) movimento politico, ma il capolinea di una delle
stagioni tra le più sgangherate della nostra giovane democrazia, anche se conta
ormai 70 anni dopo la caduta del fascismo.
Fuori
da ogni metafora e dalle buone maniere che si devono mantenere, ipocritamente,
in questo Paese, siamo arrivati al “capolinea del vaffa day”, il pensiero
politico di un comico modesto che, in un periodo di grandi tribolazioni, è
riuscito a dare il colpo di grazia all’assetto istituzionale, politico e
sociale di questa Repubblica, facendo ricorrere ai ripari una classe politica che
ormai non c’è più.
Inutile
anticipare i tempi. Ci vorranno alcune elezioni amministrative e poi quelle
politiche per misurare l’attuale forza dei vari gruppi sparsi che ha prodotto
il “verbo grillino” e l’intuizione tecnologica ispirata a Rousseau, filosofo
contraddittorio, ridotto a “piattaforma” dai Casaleggio, padre e figlio.
Al
momento i sondaggisti più accreditati dicono che il nuovo movimento di Di Maio
raccoglierebbe dall’1 al 2 per cento. Difficile valutare. Ma oramai c’è chi fa
scommesse con i bookmakers inglesi che quel 33 per cento e passa raccolto dalla
galassia del comico nel 2018, difficilmente potrebbe raggiungere una doppia
cifra in percentuale da tradurre in parlamentari dopo le prossime politiche.
Insomma siamo probabilmente di fronte alla celebrazione di un funerale
politico.
"DI
MAIO CONTRABBANDA VACCINI".
Perché l'Ue tiene ancora secretati i contratti di
Pfizer?
Questa
nuova scissione (ce ne è stata una serie che è inutile contare) sembra il
timbro definitivo della crisi che attraversano le democrazie occidentali,
soprattutto però l’Italia. C’è da notare
il paradosso che ogni scissione del M5s ha provocato un “richiamo all’origine”
del Movimento, oppure alla sua inevitabile trasformazione, o ancora al
“tradimento poltronaro”.
Ma il vero
fatto paradossale è che non si troverà nessun aderente, nemmeno un dirigente,
in M5s, che saprà solamente sintetizzare, anche in modo confuso, quale tipo di
società ha o ha avuto in mente il Movimento, quali sono le scelte politiche di
fondo, quali i riferimenti istituzionali.
In
genere ci si riferisce al Parlamento da “aprire come una scatola di tonno”,
“all’uno che vale uno”, ma adesso non più per Di Maio; agli scampoli di una
“democrazia diretta” che ricorda quella del Canton di Uri in Svizzera (si vota
per le fontanelle) e non un aiuto funzionale a una grande democrazia
parlamentare, a una democrazia democratica liberale, che è certamente
“imperfetta”, come diceva Winston Churchill, aggiungendo subito però che
“purtroppo non c’è nulla di meglio in giro”.
Molte
cose avvengono anche per caso, ma c’è anche chi pensa alla filosofia della
storia e quello che è accaduto dal 1992 in Italia, con una combinazione
mediatico-giudiziaria, spalleggiata da alcuni grandi poteri finanziari, interni
ed esteri, non poteva che terminare nel guazzabuglio dell’oltre il 33 per cento
“pentastellato” con tutte le conseguenze del caso.
Decapitati
i partiti democratici da una magistratura che non ha alcuna credibilità, tra
dimenticanze grossolane e “scoperte” note a tutti e quindi tollerate dai vari
presidenti delle Camere, in Italia è rimasto un binomio che derivava dai
nipotini del fascismo, dai nipotini di Breznev, per non citare Togliatti e
Stalin, e dai nipotini del cattocomunismo. Uno scempio, che ha promesso mare e
monti, che ha perso con la “sua macchina da guerra” la battaglia contro il
presidente di Mediaset e del Milan (roba da matti!) e oltre a tutto ha fatto
promesse incredibili.
C’è
poi chi prometteva che, in questa Europa, si lavorava “quattro giorni e si
guadagnava il salario di cinque giorni”. Poi c’era chi ipotizzava un
risanamento finanziario che è affogato in una crisi devastante come quella del
2008 e chi nello stesso tempo, da sinistra quasi pentita, ha fatto una raffica
di privatizzazioni smantellando Iri ed Efim e ridimensionando l’Eni in modo
maldestro.
Il
risultato di queste promesse è stato un principio di deindustrializzazione del
Paese, un impoverimento e una diseguaglianza crescente, un debito pubblico più
devastante di quello che era stato messo sotto accusa nella prima repubblica e
uno svuotamento del Parlamento, perché la palese incapacità politica della
nuova classe dirigente richiedeva la presenza di tecnici che almeno sapessero
far di conto. Quindi un rafforzamento dell’esecutivo.
La
disillusione di queste promesse, con tutti i risultati sbagliati, ha provocato
il decollo elettorale e culturale del comico e della sua “piattaforma” oltre
che dei suoi immaginari politici, incapaci di vedere persino al di là di una
settimana, con una marginalizzazione dell’Italia sul piano politico e sociale
che mette i brividi.
Il M5s
è diventato a un certo punto l’ultima speranza, l’ultima spiaggia in cui
rifugiarsi. È arrivato così puntualmente l’harakiri finale. Un avvocato, che
pare truccasse anche il suo curriculum, è stato promosso a presidente del
Consiglio. Poi hanno chiamato il tecnico di turno a sistemare i conti e un
generale degli alpini per ripararsi da una devastante pandemia.
Il
problema è che nel frattempo se ne sono viste di tutti colori. Il politologo e
storico, commentatore del Corriere della Sera, che si scusa con i lettori per
aver votato Virginia Raggi a sindaco di Roma; il sociologo stagionato che non
riesce neppure a ragionare su quello che è il Movimento e cita sempre
Berlinguer a sproposito, una serie di giornali e canali televisivi che prendono
con difficoltà e imbarazzo le distanze dal grillismo italico; alcuni partiti
che devono rivedere strategie sul cosiddetto “campo largo”. Uno spettacolo
allucinante, da Teatro Alcione anni Settanta, dove almeno c’erano le belle
gambe delle ballerine.
Intanto
l’Italia ha una maggioranza immaginaria anche nei sondaggi, un Parlamento che
dibatte a tratti, che si smentisce, che si ripete, che non decide mai e il
destino già progettato di un presidente tecnico anche per dopo le elezioni
politiche.
L’unica
reale speranza, flebile però, è che qualcuno pensi a far reagire un popolo
smarrito, perché si riformino dei partiti con idealità e programmi. Se il M5s è
arrivato al capolinea, guai a noi se la stessa cosa possa accadere a questa
Repubblica formalmente ancora liberale e parlamentare. Il pericolo esiste,
basta guardare a quanti ormai sono i cittadini italiani che vanno alle urne.
La
difesa della razza: un imbroglio
che
ignora le tragedie del '900.
riccardiandrea.it
– Riccardi Andrea – (agosto 06, 2022) – ci dice:
In un mondo instabile, si offrono soluzioni
semplicistiche che individuano nei migranti il nemico. Non è questa l'Europa
che vogliamo.
Quale
futuro per l'Europa? Quale per il nostro Paese? Un'idea di futuro è stata
disegnata nell'Est europeo (con forti riflessi nell'Ovest) e le ha dato voce
soprattutto il premier ungherese Viktor Orbàn. Parlando a una tradizionale
manifestazione di ungheresi in Romania, ha fatto una dichiarazione che colpisce:
«Siamo disposti a mescolarci, ma non vogliamo
diventare una razza mista». Ha aggiunto: «L'immigrazione ha diviso l'Europa in due, o potrei
dire che ha diviso l'Occidente in due».
Infatti, «una metà è un mondo in cui convivono
popoli europei e non europei»: «questi Paesi non sono più nazioni», ma «una congerie
di popoli», ha concluso.
L'Ungheria
lotta contro la «mescolanza di razze» e rifiuta di diventare una «popolazione
incrociata», come, secondo il premier, stanno diventando i Paesi dell'Europa
occidentale, i quali cessano di essere nazioni.
La comparsa della "razza" nel
discorso di un leader dell'Unione europea mostra come stia cambiando la
politica.
L'espressione
era stata progressivamente ripudiata dalla cultura democratica e occidentale,
non tanto per un gusto politically correct quanto per la consapevolezza che le
razze non esistono.
Il
Manifesto della razza, lanciato dal regime fascista nel 1938, affermava che le
razze umane esistono e che esiste una pura razza italica, a cui non
appartengono gli ebrei.
Da
questa "cultura" presero l'avvio le leggi razziste in Italia, mentre
in Germania la politica antisemita fu, come sappiamo, all'origine della Shoah,
il più grande dramma europeo del Novecento.
Va
ricordato che la prima legge antisemita in Europa fu in Ungheria nel 1920,
quando si stabili il numero chiuso universitario (gli studenti ebrei calarono
da più del 25% prima del 1914 a 110% negli anni Venti). L'uso di un criterio
puramente razziale fu, nell'Europa pre-hitleriana, una novità ungherese.
Dal
1944, con la collaborazione degli ungheresi, furono deportati e uccisi circa
425 mila ebrei di quel Paese.
Questa
storia insensata, ma di grande dolore, mostra quanto sia pericolosa
l'affermazione del valore della razza.
Non è
l'Europa che vogliamo per il futuro.
Eppure,
è un modello che si sta proponendo: difesa della razza e magari affermazione
del cristianesimo come base dell'identità nazionale.
Sono
idee che hanno portato alla catastrofe della Seconda guerra mondiale e che
risorgono in forma diversa, ma non senza continuità con il passato.
Che
tipo di attrazione esercitano?
In un
mondo spaesato dalle crisi ricorrenti e dalla globalizzazione, sfidato dalla
complessità (in cui difficilmente ci si orienta), costituiscono una
semplificazione rassicurante nell'immediato;
dividono il mondo in categorie o razze, come
bianchi e neri, cristiani e non cristiani; soprattutto indicano il nemico da
cui difendersi, l'emigrato invasore.
Ma
questo si rivela un grande imbroglio politico-ideologico che non ricorda la
storia drammatica del Novecento e la catastrofe che ne è conseguita.
L'Europa
non sopravvive in questo modo, ma accelera la sua fine, chiudendosi in una
fortezza e consegnandosi a ideologie fallaci e a politiche da cui poi non è
facile tirarsi indietro.
(Famiglia
Cristiana)
DURISSIMA
DENUNCIA DI UN
AVVOCATO
TEDESCO: L’INFODEMIA
SUL
COVID? “È UNA TRUFFA, IL PIÙ GRANDE
CRIMINE
CONTRO L’UMANITÀ” – R. FUELLMICH.
Byoblu.com
– (23 Ottobre 2020) – Redazione – ci dice:
Riportiamo
di seguito il discorso dell’avvocato Reiner Fuellmich membro di una commissione
d’inchiesta in Germania che intende fare luce sulla diffusione del Covid 19 e
sulle risposte date dai governi.
L’avvocato
definisce l’infodemia da Coronavirus come il più grande crimine contro
l’umanità. Il suo video è stato visto milioni di volte, ne hanno parlato in
molti paesi del mondo ed è stato tradotto e commentato in numerose lingue.
Byoblu24
è il TG della Tv dei cittadini, con la missione di parlare di ciò di cui
veramente i cittadini parlano, e non di quello di cui i media vogliono farli
parlare. Per questo lo abbiamo tradotto e doppiato per voi.
Sappiamo
che le affermazioni dell’avvocato sono forti, e in alcuni casi sembrano essere
contraddette dal recente aumento dei casi nelle terapie intensive degli
ospedali, ma crediamo che l’informazione non debba avere un ruolo pedagogico
nella società: quello, lo lasciamo volentieri alle grandi televisioni e ai giornali.
Per
noi, le informazioni e le opinioni, qualificate e diffuse, vanno date, perché i
cittadini sono abbastanza grandi per decidere da soli ciò che è vero e ciò che
è falso. O anche… ciò che non è del tutto vero, ma neppure del tutto falso.
Di
seguito la trascrizione dell’intervento di Fuellmich.
Buonasera,
sono il Dottor. Reiner Fuellmich, da 26 anni avvocato abilitato sia in Germania
che in California.
Sono
attivo soprattutto in processi contro grandi imprese fraudolente come la
Deutsche Bank, in passato tra le più stimate banche a livello mondiale e oggi
tra le più “tossiche” organizzazioni criminali del mondo; la Volkswagen, uno
dei più grandi produttori di automobili, oggi famigerato per le sue truffe con
le emissioni diesel, e la Kühne + Nagel, la più grande compagnia di spedizioni
del mondo contro la quale stiamo agendo legalmente in un processo relativo a
tangenti milionarie.
La
Commissione Corona.
Inoltre,
sono uno dei tanti membri della “Commissione Corona” tedesca che a partire dal
10 luglio ha sentito il parere di una miriade di scienziati ed esperti a
livello internazionale, allo scopo di trovare risposte in merito alla crisi del
coronavirus, domande che sempre più persone in tutto il mondo si pongono.
Tutti
gli appena menzionati casi di gravi frodi impallidiscono di fronte alla
grandezza dei danni che sta provocando nel frattempo la crisi del coronavirus.
Tale crisi del coronavirus andrebbe oggi più propriamente rinominata “scandalo
del coronavirus”, sulla base di tutto ciò che oggi sappiamo, e i relativi
responsabili dovrebbero risponderne sia penalmente che civilmente.
A
livello politico, ci si dovrebbe impegnare affinché qualcosa di simile non si
possa ripetere mai più.
Un
crimine contro l’umanità?
Perciò
oggi vi spiegherò come un gruppo di colleghi giuristi di tutto il mondo porterà
in tribunale il più grande e scandaloso caso di truffa di tutti i tempi.
E vi
spiegherò anche perché al contempo tale scandalo abbia assunto le sembianze del
più grande crimine contro l’umanità, un reato che fu definito per la prima
volta nell’ambito del Processo di Norimberga e che oggi è disciplinato
dall’art. 7 del Codice penale internazionale.
Tutto
quello che non torna.
Le tre
domande decisive per l’elaborazione dello “scandalo del coronavirus” in tribunale
recitano:
1)
Siamo di fronte ad una pandemia da coronavirus o ad una pandemia di tamponi
PCR? Ossia: il risultato positivo di un tampone significa che si è in presenza
di un’infezione da Covid-19 o ciò non ha alcuna connessione con l’infezione da
Covid-19?
2) Le
cosiddette “misure anti-Covid”, come il lockdown, le mascherine obbligatorie,
la regola della quarantena, servono a proteggere la popolazione mondiale dal
coronavirus o servono a scatenare in modo mirato e gratuito il panico tra la
popolazione, cosicché quest’ultima ritenga di essere in pericolo di vita e di
conseguenza le industrie del farmaco e dell’high-tech possano fare enormi
profitti attraverso la vendita di tamponi, test anticorpali e vaccini, e a
rendere infine possibile la raccolta delle nostre “impronte digitali
genetiche”?
3) Il
governo tedesco ha subito particolari pressioni dai protagonisti della
dichiarazione di pandemia (Drosten, Wieler e Tedros dell’OMS), affinché la
famosa “Germania disciplinata” fungesse da modello per il mondo nella rigorosa
applicazione delle restrizioni anti-covid?
Le
misure di lockdown hanno danneggiato la vita di milioni di persone.
Le
risposte a tali domande vanno urgentemente trovate soprattutto perché il
presunto nuovo e altamente pericoloso coronavirus non ha causato da nessuna
parte nel mondo un eccesso di mortalità.
Le
misure anti-covid basate sul tedesco “Test Drosten” sono nel frattempo costate
la vita a innumerevoli persone e hanno distrutto la vita economica di
innumerevoli imprese e individui in tutto il mondo.
In
Australia, ad esempio, chi non indossa la mascherina (o, ad avviso
dell’autorità, non la indossa correttamente) viene chiuso in carcere. Nelle
Filippine chi non indossa la mascherina (o non la indossa correttamente ad
avviso dell’autorità) viene fucilato.
Voglio
per prima cosa fornirvi una sintesi dei fatti come essi sono riconoscibili
oggigiorno.
La
cosa più importante in un processo legale è stabilire i fatti e cioè stabilire
cosa realmente è successo, poiché l’applicazione del diritto dipende sempre da
quali sono i fatti che vanno concretamente presi in considerazione. Voglio ad
esempio che qualcuno venga condannato per truffa? Di certo non avrò successo se
porterò in tribunale i fatti relativi ad un incidente d’auto.
Alcune
domande per capire fino a che punto siamo arrivati.
Pertanto,
cosa è realmente successo relativamente alla presunta pandemia da coronavirus?
I
seguenti dati sono in gran parte dovuti al lavoro della “Commissione Corona”
tedesca, fondata da quattro avvocati per poter stabilire, attraverso la
consultazione di esperti e scienziati internazionali, quanto segue:
1)
Quanto è realmente pericoloso questo virus?
2) Che
validità ha un test PCR positivo?
3)
Quali danni collaterali hanno provocato nel frattempo le restrizioni anti-covid
sulla salute degli uomini e sull’economia?
Comincerò
con ciò che è avvenuto nel maggio 2019 e poi all’inizio del 2020 e con quanto
accaduto 12 anni prima in merito all’influenza suina, in modo tale che possiate
seguire il filo del mio intervento.
Una
storia che inizierebbe già nel 2019.
Nel
maggio 2019 il più forte dei due partiti al governo in Germania, la CDU, ha
tenuto un congresso sulla salute globale, apparentemente sotto la spinta di
grandi attori dell’industria farmaceutica e dell’high-tech. In tale congresso,
hanno tenuto i loro discorsi non solo i vertici della CDU, Merkel e Spahn, ma
anche il professor Drosten, presso l’ospedale “Charitè”, il professor Wieler,
veterinario e capo del RKI (equivalente dell’Istituto Superiore di Sanità
italiano) e il signor Tedros, filosofo e capo dell’OMS.
Altresì
presenti erano i due capi lobbysti dei due più grandi fondi per la salute del
mondo, cioè la Bill & Melinda Gates Foundation e il Welcome Trust, i quali
a loro volta si unirono al coro.
Meno
di un anno dopo le stesse persone svolsero un ruolo decisivo per la
dichiarazione di pandemia planetaria a seguito della quale una massiccia
esecuzione di test PCR avrebbe provato un altrettanto grande numero di presunti
infettati nel mondo.
Tali
presunte infezioni furono poste alla base di vari lockdown a livello mondiale,
dell’obbligo di distanziamento sociale e di indossare le mascherine.
I
dubbi sulla definizione di pandemia.
A
questo punto è importante sapere che la definizione di “pandemia” era stata
modificata 12 anni prima: fino a quel momento, veniva ritenuta “pandemia” una
malattia diffusa a livello mondiale, con molti malati gravi e molti decessi.
Improvvisamente, per pandemia si intese soltanto una malattia diffusa a livello
mondiale, senza bisogno che questa causasse molti malati gravi e molti decessi.
A
causa di questo sorprendente e mai spiegato cambiamento di definizione, all’OMS
(strettamente collegata alla grande industria farmaceutica mondiale) fu possibile
dare il nome di pandemia all’influenza suina nel 2009. Ciò ebbe come
conseguenza la produzione di costosi vaccini, i quali vennero poi venduti a
livello globale in virtù di contratti ancora oggi tenuti segreti.
Tali
vaccini si rivelarono non soltanto inutili, giacché l’influenza suina si
dimostrò essere una lieve patologia (nonostante tutti i messaggi terroristici
dell’industria farmaceutica e degli ambienti accademici ad essa collegati che
paventavano milioni di morti se non ci si fosse vaccinati), ma provocarono
anche gravi effetti collaterali: circa 700 bambini in Europa si ammalarono in
modo incurabile di narcolessia e sono ancora oggi gravemente invalidi.
Dunque,
i vaccini acquistati con ingenti somme di denaro pubblico dovettero essere
distrutti con altrettanto grandi somme di denaro pubblico.
Il
ruolo del virologo Drosten.
Già a
quei tempi, il virologo tedesco Drosten apparteneva a coloro che con tutte le
forze seminarono il panico con profezie terrificanti. Alla fine, fu soprattutto
grazie al dottor Wolfgang Wodarg e dei suoi sforzi in qualità di parlamentare
tedesco e membro del Consiglio d’Europa, se si mise fine a tale bufala, prima
che essa potesse avere conseguenze ancor più gravi.
A
marzo 2020 il governo tedesco ha dichiarato una “situazione epidemica di
portata nazionale” sulla cui base è stato imposto il lockdown con conseguente
sospensione a tempo indeterminato dei più importanti diritti fondamentali. Per
prendere tali decisioni il governo tedesco ha fatto leva su di un unico punto
di vista, in palese violazione del principio universale secondo cui bisogna
sempre ascoltare anche l’altra parte: “audiatur et altera pars”.
E tale
unico punto di vista è stato quello del professor Drosten, ossia di colui che
12 anni prima aveva prodotto il catastrofico falso allarme sull’influenza suina.
Gli
scienziati che non sono stati ascoltati.
Siamo
venuti a conoscenza di ciò grazie ad un informatore di nome David Sieber,
rappresentante del partito dei Verdi, che per la prima volta ci ha informati in
merito il 29 agosto 2020 a Berlino, durante un evento a cui ha partecipato
anche Robert Kennedy Jr. e durante il quale entrambi hanno tenuto un discorso.
David
Sieber ha ribadito quanto sopra in un’audizione presso la “Commissione-Corona”,
poiché gli erano sorti enormi dubbi sulla narrativa ufficiale dei politici e
dei media mainstream. Pertanto, egli ha accertato l’esistenza di una vasta
pletora di scienziati che sostenevano tesi opposte alle allarmanti previsioni
di Drosten.
Questi
scienziati ritengono che non si sia trattato di niente di più pericoloso di una
normale influenza stagionale, che la popolazione abbia già acquisito una immunità
incrociata o di base verso questo virus a causa del pregresso contatto con
altri coronavirus e che perciò non vi fosse bisogno di particolari misure né
tanto meno di vaccini contro questo coronavirus.
Tra
questi scienziati ci sono:
lo
scienziato più citato al mondo: il professor John Ioannidis della Stanford
University in California, specialista in statistica, epidemiologia e salute
pubblica, il professor Micheal Levitt, premio Nobel per la chimica e biofisico
alla Stanford University, la professoressa tedesca Karin Mölling, Sucharit
Bhakdi, Knutt Wittkowski, Stefan Homburg e altre centinaia di scienziati,
compreso il dottor Mike Yeadon.
Mike
Yeadon è l’ex vicepresidente e direttore scientifico di Pfizer, una delle più
grandi multinazionali del farmaco a livello mondiale. Di lui parlerò più avanti.
“Le
misure anticovid non avevano alcun fondamento”.
Tra
marzo e aprile 2020, una volta acquisite tali informazioni, il signor Sieber si
è rivolto ai dirigenti del suo partito per proporre loro di offrire al pubblico
queste diverse opinioni e spiegare che non c’era motivo di panico. Anche l’ex
giudice della Corte Suprema britannica, Lord Sumption ha raccolto simili dati
ed è giunto alla conclusione che le misure anti-covid non avevano alcun
fondamento.
Allo
stesso modo si è espresso il presidente emerito della Corte costituzionale
tedesca, Hans Jürgen Papier, il quale ha ripetutamente mostrato dubbi sulla legittimità
costituzionale delle misure anti-covid.
Invece
di prendere nota di queste opinioni e discuterne con David Sieber, i dirigenti
del partito dei Verdi hanno dichiarato che i messaggi di panico del signor
Drosten fossero appropriati, senza mai entrare nel merito dei contenuti e delle
informazioni a loro fornite, e lo privarono dei suoi incarichi nel partito.
L’accusa
di complottismo per screditare l’avversario.
Sieber
è stato etichettato come complottista e privato dei suoi incarichi nel partito.
Allo stesso modo ha proceduto la ONG Transparency International nei confronti di uno
dei suoi membri del consiglio di amministrazione, il dottor Wolfgang Wodarg: invece di indagare concretamente
sulle sue indicazioni in merito ad una diffusa corruzione negli ambienti della
politica e dell’industria farmaceutica e dell’high-tech, gli è stato negato, il
26/09/2020, qualunque confronto sulle sue opinioni e quelle di altri
scienziati.
Anche
il dottor Wodarg è stato etichettato come complottista e forzato a ritirarsi
dal suo ruolo di membro del consiglio di amministrazione della ONG.
Dunque,
una ONG anticorruzione si rifiuta di indagare in merito a concrete denunce di
corruzione dell’industria farmaceutica e allo stesso tempo asserisce di
combattere la corruzione insieme al Consiglio europeo dell’industria chimica.
I test
PCR non sono attendibili.
Adesso
passiamo agli attuali dati in merito alla pericolosità del virus, alla completa
inidoneità dei test PCR per individuare gli infetti e alle misure assolutamente
inutili e prive di basi scientifiche come il lockdown, basato su nessun dato
attendibile relativo ai contagi.
Ora
sappiamo qui in Germania, così come in tutto il mondo, che i sistemi sanitari
non sono stati mai in pericolo di collassare a causa del Covid-19. Al
contrario, molti ospedali sono rimasti vuoti e sono tuttora vuoti ed alcuni
sono ad un passo dall’insolvenza. Da nessuna parte c’è stato un eccesso di mortalità,
vari studi (tra cui quello del professor Ioannidis) mostrano che la mortalità
da Covid-19 corrisponde a quella di una normale influenza.
Anche
le immagini di Bergamo e New York, usate per creare panico nel mondo da parte
dei media mainstream, si sono rivelate essere consapevoli rappresentazioni
fuorvianti.
Il
ruolo dei media nella diffusione del panico.
Gli
stessi media mainstream, così come l’OMS, sono d’altronde in buona parte
finanziati e influenzati dall’industria farmaceutica e dell’high-tech.n.
Il
fatto che tra la popolazione tedesca sia stato seminato il panico in modo
mirato, è dimostrato da un documento del Ministero dell’Interno tedesco (oggi
chiamato “documento del panico”), il cui contenuto corrisponde alle
esternazioni del direttore del Robert Koch Institut, il professor Wieler.
Quest’ultimo
ha più volte ribadito che le misure anti-covid dovessero assolutamente essere
rispettate “senza porsi domande”.
Egli
ha ogni volta spiegato come la situazione fosse estremamente minacciosa,
nonostante i dati del suo stesso istituto dicessero l’esatto contrario. Nel
“documento del panico” del Ministero dell’Interno viene tra le altre cose
proposto di infondere paura e terrore nei bambini, avvertendo loro che, laddove
non si fossero attenuti alle misure anti-covid, si sarebbero resi responsabili
della “morte straziante dei loro genitori e dei loro nonni”.
Ecco
perché sono morte così tante persone a Bergamo.
La
maggior parte dei decessi verificatisi a Bergamo sono con alta probabilità
dovuti al fatto che, a causa del panico diffuso, persone effettivamente infette
da influenza o coronavirus sono state trasferite all’interno delle RSA, allo
scopo di liberare posti negli ospedali locali per eventuali nuovi casi di
Covid-19, che non sono in seguito mai sopraggiunti.
Le RSA
erano occupate da persone con sistemi immunitari gravemente indeboliti da
patologie preesistenti e da precedenti vaccinazioni antinfluenzali che hanno
ulteriormente contribuito a indebolirli. A New York solo alcune cliniche
(assolutamente non tutte) sono risultate eccessivamente affollate, sulla nave
ospedale “Comfort” sono stati occupati soltanto 20 delle migliaia di posti
letto messi a disposizione.
Anche
a New York, molti anziani con patologie preesistenti e sistemi immunitari
indeboliti in preda al panico hanno preso d’assalto gli ospedali e sono stati
vittime talvolta di infezioni contratte in ospedale, talaltra di trattamenti
sbagliati, come ad esempio l’intubazione.
Il
Covid è concausa di morte, ma non l’unica causa.
Certamente
il Covid-19, così come l’influenza, è una malattia pericolosa che può (così
come l’influenza stagionale) in particolari casi avere un decorso grave e
provocare anche dei morti. Tuttavia, come dimostrato attraverso le autopsie eseguite dal
medico legale, professor Klaus Pütschel, quasi tutti i morti (così come in
Italia) avevano un’età superiore all’aspettativa di vita media e soffrivano di
altre gravi patologie pregresse.
Praticamente
nessuno di coloro a cui è stata eseguita l’autopsia dal professor Pütschel è
morto a causa del coronavirus. Al riguardo va tuttavia menzionato quanto segue:
Il
Robert Koch Institut ha all’inizio stranamente sconsigliato di effettuare
autopsie.
Inoltre,
vari medici e ospedali in tutto il mondo hanno ricevuto altissimi incentivi finanziari
affinché classificassero come vittime del Covid-19, persone che per esempio
erano morte a seguito di attacchi di cuore o perché erano state investite da un
bus.
Senza
le autopsie non sarebbe mai stato scoperto che la gran maggioranza dei presunti
morti per Covid-19 in realtà erano deceduti a causa di tutt’altre malattie, non
per Covid-19.
Il
lockdown è stato imposto quando il virus stava già scomparendo.
L’asserzione
che il lockdown sia stato efficace perché c’erano molte infezioni da SARS-COV 2
e i sistemi sanitari sarebbero altrimenti collassati è sbagliata per 3 diverse
ragioni, come dimostrano i numeri:
1) Il
lockdown è stato imposto quando il virus stava già scomparendo, o meglio quando
i presunti contagi stavano diminuendo.
2) La popolazione
è da tempo già protetta da immunità incrociata o di base. La popolazione è
dunque già dotata di una protezione la quale agisce non solo contro l’influenza
ma anche contro i vari coronavirus presenti in ogni ondata influenzale.
Pur
ammettendo questa volta si sia trattato di un diverso ceppo di coronavirus, il
sistema immunitario proprio del corpo umano memorizza ogni virus con cui ha
avuto a che fare nel passato e riconosce pertanto anche un presunto nuovo virus
della famiglia corona perché esso avrà in ogni caso caratteristiche simili.
Le
responsabilità di Drosten, Wieler e dell’OMS.
Peraltro,
è così che il professor Drosten ha sviluppato il suo test PCR:
Senza
aver mai visto il presunto virus di Wuhan, egli ha (sulla base delle notizie
ricevute da Wuhan attraverso i social media) sviluppato al computer tale test
che sarebbe presuntivamente in grado di individuare i contagiati da Covid-19 e
lo ha in seguito commercializzato sia in Germania, con l’aiuto di del
veterinario Wieler dell’RKI, che nel resto del mondo, con l’aiuto del filosofo Tedros, capo
dell’OMS macchiato di accuse di genocidio e avvolto da scandali.
Nello
sviluppare tale test, Drosten ha preso le mosse da un preesistente virus SARS e
lo ha successivamente inviato in Cina affinché venisse accertato se le vittime
del presunto nuovo coronavirus risultassero positive al test. Le vittime
risultarono effettivamente positive ed in seguito a ciò l’OMS del signor Tedros
ha lanciato l’allarme globale, ha proclamato la pandemia (nella sua nuova versione
di 12 anni fa astrattamente proclamabile per ogni ondata influenzale) e ha raccomandato l’impiego in tutto
il mondo del test PCR di Drosten per individuare i contagiati dal virus ora
noto come SARS-COV 2.
Va
evidenziato ancora una volta che Drosten è stato l’unico (o comunque il più
importante) consulente del governo tedesco ed è stato lui ha raccomandare
l’imposizione del lockdown, del distanziamento sociale e dell’uso delle
mascherine.
Va
inoltre evidenziato che la Germania è stata al centro del più intenso lavoro di
lobbying dell’industria farmaceutica e dell’high-tech, proprio affinché il mondo imitasse
l’esempio dei tedeschi, noti per essere considerati il popolo più disciplinato
(o, a partire dall’epoca guglielmina, il più asservito all’autorità), per
combattere la cosiddetta pandemia.
Positivo
non significa per forza contagiato
3) Il
test PCR viene commercializzato sulla base di un’errata affermazione di fatto
in merito al contagio e ciò costituisce il punto decisivo: è ormai noto che, contrariamente a
quanto affermano Drosten, Wieler e l’OMS, attraverso tali test PCR non si può
accertare in nessun modo, neanche lontanamente, l’avvenuto contagio da alcun
tipo di virus, tantomeno un contagio da SARS-COV 2.
Non
solo la maggior parte dei test PCR è espressamente non autorizzata per fini
diagnostici, come correttamente indicato nei loro foglietti illustrativi e così
come lo stesso inventore dei test PCR, Kary Mullis, ha più volte rimarcato, ma
vi è di più, essi non sono nemmeno astrattamente in grado di adempiere a scopi
diagnostici, non lo sono!
Ciò
comporta che, contrariamente a quanto asseriscono Drosten, Wieler e l’OMS da
inizio febbraio 2020 a questa parte, un test risultato positivo non significa
che si sia in presenza di un contagio! Dunque, se un soggetto risulterà
positivo a un test, da ciò non si può assolutamente desumere che egli sia stato
contagiato da alcunché, tanto meno dal SARS-COV 2.
Ciò è
confermato dallo stesso Robert Koch-Institut quando richiama l’attenzione sul
fatto che persino l’evidenza del genoma del SARS-COV 2 non costituisce una
prova diretta della capacità di contagiare di un paziente. Per caso il personale del RKI sa
qualcosa che il loro capo, il veterinario Wieler, non sa?
Il
virus non è stato ancora isolato.
Questi
test sono in grado di individuare una o due sequenze, invisibili a occhio nudo,
della molecola raccolta attraverso il tampone. Non sappiamo tuttora se qualcuno
abbia realmente isolato questo virus con metodi scientificamente corretti,
perciò non si sa neanche cosa si deve cercare con il test, poiché questo virus
(così come tutti i virus influenzali) muta molto rapidamente.
Dunque,
il test raccoglie una o due sequenze di una molecola attraverso un tampone,
dopodiché queste sequenze vengono “gonfiate” in più cicli affinché diventino
visibili.
Lo
stesso New York Times riporta che tutto ciò che risulta da un numero di cicli
maggiore di 35 porta ad un esito completamente inaffidabile e non sostenibile
scientificamente.
Ebbene,
il test di Drosten e gli ulteriori diversi test raccomandati dall’OMS sono
regolati per effettuare 45 cicli.
Ciò
permette di produrre un alto numero di soggetti positivi e conseguentemente di
fornire la falsa asserzione secondo la quale vi sarebbe un altrettanto numero
di contagiati.
Il test
non è in grado di distinguere la materia inattiva da quella capace di
moltiplicarsi, risulterà quindi “positivo” anche laddove dovesse individuare un
semplice frammento di una molecola, il che non indica nient’altro che il
sistema immunitario del soggetto positivo ha combattuto e sconfitto un
qualcosa, per esempio un raffreddore.
I test
PCR danno molti falsi positivi: l’ammissione di Drosten.
Addirittura
lo stesso Drosten dichiarò nel 2014 in un’intervista a una rivista tedesca, in
merito all’infezione da virus MERS, che i test PCR sono talmente sensibili che
possono far risultare positivi anche individui in piena salute e assolutamente
incapaci di contagiare gli altri.
Egli
dichiarò letteralmente, riconoscendo esplicitamente il “terrorismo mediatico”,
che “se un simile patogeno, dovesse scivolare attraverso la mucosa nasale di
un’infermiera per un giorno intero, senza che quest’ultima sia malata o che
comunque avverta alcun sintomo, essa risulterebbe comunque come “caso MERS”.
Questa
è una delle spiegazioni dell’esplosione di casi in Arabia Saudita, unita al
fatto che i media locali hanno incredibilmente gonfiato la situazione.” Drosten
si è dimenticato di ciò o l’ha consapevolmente sottaciuto in relazione alla
vicenda del coronavirus? Poiché quest’ultima si è rivelata particolarmente lucrativa
per l’industria farmaceutica.
Realisticamente,
una dimenticanza appare implausibile…
La
differenza tra cold infection e hot infection.
In
sintesi, questo test non è in grado di accertare alcuna infezione,
contrariamente a quanto affermano tutte le altre errate tesi opposte. Poiché un’infezione non significa
semplicemente trovare il virus da qualche parte, ad esempio nella gola di una
persona (cosiddetta “cold infection”), senza che esso provochi altre
conseguenze.
Per
poter parlare di una reale infezione, il virus deve penetrare nelle cellule,
moltiplicarsi all’interno di esse e accompagnarsi a sintomi come ad esempio mal
di testa o mal di gola. Solo in quel momento la persona può dirsi “infetta”
(cosiddetta “hot infection”). Solo in quel caso la persona sarà in grado di
contagiare gli altri, in caso contrario il virus sarà totalmente innocuo sia
per l’ospite che per le altre persone.
Ancora
una volta: tutto ciò indica che un test positivo (N.B. contrariamente a tutte
le altre tesi opposte, come quella di Drosten, Wieler o dell’OMS) non significa
nulla relativamente all’infezione.
Ciò è
confermato altresì dal RKI all’interno del suo ultimo bollettino epidemiologico
e da una vasta gamma di esperti che ritengono che non si sia mai assistito ad
una pandemia di COVID-19, bensì semplicemente ad una pandemia di test PCR.
Per di
più, la mortalità di questo coronavirus corrisponde a quella di un’influenza
stagionale.
La
lista degli scienziati dissidenti.
A
questa conclusione sono pervenuti molti scienziati tedeschi come il professor
Bhakdi, la professoressa Reiss, il professor Mölling, il professor Hockertz, il
professor Wallach e molti altri tra i quali si annoverano i già citati
professor John Ioannidis e il premio Nobel Michael Levitt della Stanford
University.
L’ultimo
in questa lista di scienziati è l’altresì già menzionato il dottor Mike Yeadon,
per 16 anni vicepresidente e Chief Science Officer della Pfizer, il quale lo
scorso settembre assieme ad un gruppo di colleghi ha pubblicato un ulteriore
paper scientifico (oltre ad un articolo di giornale).
Lui e
i suoi colleghi affermano tra le altre cose che: “abbiamo presumibilmente basato la
nostra politica di governo, la politica economica e la politica di limitare i
diritti fondamentali su dati relativi al coronavirus completamente falsi, dati
e supposizioni completamente falsi. Se attraverso i media non venissero
costantemente comunicati i risultati dei test, la pandemia sarebbe già
scomparsa. Poiché non è in realtà successo nulla.
Di
certo ci sono isolati casi di gravi decorsi della malattia, ma ciò accade anche
in occasione di ogni stagione influenzale.
Non
c’è nessuna seconda ondata.
Una
vera ondata di malati c’è stata in marzo e in aprile, dopodiché il tutto è
regredito, solamente i positivi aumentano selvaggiamente o calano a seconda di
quanti test vengono effettuati. Tuttavia, i reali casi di malattia sono scomparsi, non
può affatto parlarsi di una seconda ondata.”
“Il
cosiddetto “nuovo” coronavirus”, continuano gli scienziati del gruppo del dott.
Yeadon, “è nuovo nel senso che è esso è un nuovo tipo del da lungo tempo già
conosciuto coronavirus. “Esistono da tempo almeno 4 coronavirus che possono essere
ospitati dall’uomo e, siccome il sistema immunitario umano riconosce le
somiglianze tra questi ultimi e il presunto nuovo coronavirus, sussiste già da
molto tempo un’immunità incrociata o di base.
Il 30%
della popolazione ha già avuto contatto con i coronavirus ben prima che il
presunto nuovo coronavirus si palesasse. Perciò è sufficiente che tra il 15 e
il 25% della popolazione sia stata infettata dal presunto nuovo coronavirus,
per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge e così arrestare la sua
ulteriore diffusione. E tale condizione si è da tempo verificata.”
Non è
possibile eliminare del tutto il virus.
Per
quanto riguarda i test PCR, scrivono Yeadon e i suoi colleghi, che molto più
della metà di questi danno dei falsi positivi. Ma potrebbero esserlo
addirittura tutti: Yeadon parla di un 94%. Dunque, il dottor Yedon richiama
l’attenzione sul fatto che un test PCR positivo non implica in alcun modo che
si sia rinvenuto un virus capace di replicarsi.
Della
stessa opinione sono i professori di immunologia Kämmerer (tedesco), l’olandese
Kappel, l’irlandese Cahill così come il microbiologo austriaco Harvey (che è
stato anche presso di noi nella Commissione-Corona). A causa di tale completa
inadeguatezza dei test per l’accertamento delle infezioni (sono risultate
positive addirittura delle capre, delle pecore, delle papaye e delle alette di
pollo), il professore di Oxford e direttore del Centro di medicina basata sulle
evidenze Carl Henegan scrive, a completamento di quanto già detto, che nel caso
si proseguisse ad effettuare test a ripetizione, tale virus corona non
scomparirebbe mai, bensì esso verrebbe ripetutamente ed erroneamente rinvenuto
in qualsiasi cosa venisse testata.
I
lockdown: una misura inutile.
Yeadon
e i suoi colleghi hanno inoltre constatato che i lockdown non servano a nulla.
Per esempio, la Svezia con il suo approccio “lassez-faire” e la Gran Bretagna
con il suo lockdown severo hanno statistiche di malattia e mortalità
assolutamente equiparabili. La stessa cosa è stata constatata da scienziati statunitensi
relativamente ai diversi stati americani: indipendentemente dal fatto che uno
stato abbia o non abbia attuato il lockdown, non risulta alcuna differenza in
merito all’incidenza della malattia.
Yeadon
continua dicendo che anche le previsioni terroristiche del Imperial College di
Londra fatte dal professor Neil Ferguson non sono mai state prese sul serio dai
veri scienziati. Previsioni terroristiche che si erano rivelate errate già ai tempi
dell’influenza suina e lo sono state di nuovo in merito al Covid-19. Appare
alquanto singolare che il “il modello del terrore” di Ferguson non ne abbia
nuovamente azzeccata una, così come 12 anni fa, e nonostante ciò sia stato
seguito dal governo britannico.
Ferguson
aveva previsto fino a 40.000 morti di coronavirus in Svezia entro maggio e
100.000 entro giugno.
Tuttavia,
i morti svedesi ammontano a 5.800, il che corrisponde, come indicato dalle
autorità svedesi, alla letalità di una lieve influenza.
Trattamenti
sanitari errati alla base dell’aumento di mortalità in Nord Italia.
Secondo
Yeadon e i suoi colleghi, la presunta incalcolabile curva di morti in Italia e
a New York sarebbe stata causata dal lockdown e da trattamenti sanitari errati.
È stato
appurato che Germania, Italia, negli USA e anche in Namibia ci sarebbero stati
offerti ingenti incentivi finanziari in favore di medici e ospedali, qualora
questi avessero classificato quanti più deceduti possibile come morti di Covid.
È così
che può accadere che un soggetto, magari risultato falsamente positivo ad un
test, muoia investito da un autobus o colpito da un fulmine e venga
successivamente classificato come vittima del Covid.
Oppure
(come accaduto negli USA) che delle persone abbiano aspettato in coda per
ricevere il tampone, siano stati registrati, ma poi siano andati via senza
effettuare il tampone a causa dell’attesa troppo lunga e nonostante ciò siano
stati classificati come positivi, quindi inseriti nella lista dei contagiati!
Senza
i test PCR non ci sarebbe nessun virus Covid
La
conclusione del dottor Yeadon e gli altri scienziati sono le seguenti:
Se non
esistessero i test PCR, non ci sarebbe stata nessuna pandemia e nessun
lockdown, bensì il tutto sarebbe stato percepito come una media o lieve
stagione influenzale. Adesso voglio riferire in merito all’attuale situazione
relativa ai danni economici e alla salute causati dal severo lockdown e dalle
mascherine obbligatorie.
In un
ulteriore dettagliato documento (attestato da un dipendente del Ministero
dell’Interno tedesco, responsabile della valutazione dei rischi e della
protezione della popolazione contro i rischi) il cosiddetto Fehlalarm-Papier
(documento del falso allarme), si giunge alla conclusione che non c’era (e non c’è
tuttora) alcuna evidenza sulla fondatezza dei rischi per la popolazione
paventati da Drosten, Wieler e l’OMS.
Nel
documento si illustrano invece le dettagliate evidenze relativa agli enormi
danni all’economia e alla salute della popolazione derivati dalle misure
anti-Covid. Misure da ritenere, sulla base delle attuali conoscenze, completamente
infondate. Il documento sostiene che a tali danni seguiranno numerose richieste
di risarcimento.
A
causa delle sue corrette stime dei rischi, il dipendente del Ministero è stato
sospeso dal servizio.
I
rischi per la democrazia dovuti al lockdown.
Sempre
più scienziati e giuristi riconoscono che, sulla scia del panico seminato in
maniera mirata tra la popolazione mondiale, la democrazia corre il serissimo
pericolo di venire soppiantata da modelli fascisti e totalitari. Come accennato, in Australia chi
non indossa la (insalubre e dannosa per la salute) mascherina o non la indossa
correttamente finisce in manette e viene sbattuto in galera.
Nelle
Filippine tali soggetti devono fare in conti con la pena della fucilazione. Ma
anche in Germania e negli altri stati un tempo “civili”, nelle altre nazioni dove una volta
vigeva lo “stato di diritto”, ad alcuni genitori vengono sottratti i figli se
non rispettano regole come quella del distanziamento, le vaghe regole sulla
quarantena o quelle sulle mascherine.
Come
riportato alla Commissione-Corona da psicologi e psicoterapeuti, moltissimi
bambini risultano fortemente traumatizzati: nel breve e nel lungo periodo dovremo
fare i conti con pesanti conseguenze sul piano psichico.
I
primi fallimenti economici.
Nella
sola Germania inoltre si stima che in autunno ci saranno tra i 500.000 e gli
800.000 fallimenti tra gli appartenenti alla cosiddetta “spina dorsale” della
classe media. Ciò porterà con sé un incalcolabile quantità di tasse non pagate,
così come un’incalcolabile spesa sociale di lungo periodo tra cui sussidi di
disoccupazione.
Cosicché
alla fine non sarà più possibile neanche pagare i dipendenti del settore
pubblico. Prescinderò dal descrivere nel dettaglio tutti gli attacchi alla
salute e alla vita della popolazione e le minacce per la sopravvivenza
economica di imprese e lavoratori autonomi, poiché esse stanno diventando sempre
più evidenti a chiunque e una sempre più ampia fetta della popolazione si pone
domande.
Le
conseguenze giuridiche.
Questi
erano i fatti, ora passiamo ad una sintesi delle conseguenze giuridiche: il
vero lavoro difficile per un giurista è sempre l’accertamento dei fatti, non
l’applicazione del diritto. Ciò purtroppo non viene appreso all’università da
un giurista tedesco, ciò viene tuttavia imparato per bene dagli studenti di
diritto angloamericani.
Ed è
per questo, oltre che all’indipendenza del sistema della giustizia
angloamericana, che quest’ultimo possiede un regime probatorio decisamente più
funzionale di quello tedesco. Poiché un contenzioso legale può essere deciso correttamente
da un tribunale soltanto se esso ha preventivamente accertato i fatti, a
seguito di una raccolta di prove fatta a regola d’arte.
Sulla
base dei fatti accertati soprattutto grazie al lavoro della Commissione-Corona,
una valutazione giuridica sarà semplice in tutti gli ordinamenti giuridici dei
paesi civili, indipendentemente dal fatto che si tratti di ordinamenti
giuridici di civil law basato sul diritto romano o che si tratti di paesi
disciplinati dal common law angloamericano, legato al diritto romano in modo
meno stretto.
Non
c’è fondamento legale per le misure restrittive per il Covid.
Cominciamo
dall’illegittimità costituzionale delle misure:
un
folto gruppo di professori di diritto tedeschi, tra cui il professor Kingreen,
il professor Muswik, il professor Jungbluth e il professor Vosgerau, hanno
affermato in pareri giuridici e interviste che le misure che sono state
intraprese non sono sufficientemente fondate in termini fattuali e di diritto e
sono
perciò da considerarsi incostituzionali e andrebbero immediatamente annullate,
accodandosi così al parere del già menzionato presidente emerito della Corte
costituzionale tedesca.
Il
giudice tedesco Thorsten Schleif ha apertamente dichiarato che gli stessi
giudici tedeschi sono entrati in un così evidente stato di panico, che non sono
stati in grado di applicare il diritto correttamente. Essi avrebbero “lasciato passare
misure coercitive che comportano una massiccia interferenza nei diritti
fondamentali di milioni di tedeschi”.
Il
giudice Schleif fa notare che “i cittadini tedeschi stanno sperimentando la più
pesante limitazione dei diritti fondamentali mai verificatasi dalla fondazione della
Repubblica Federale Tedesca del 1949”. Il governo federale e i governi dei
Länder sarebbero intervenuti, allo scopo di arginare la pandemia, “con massicce
misure restrittive dei diritti fondamentali degli uomini che ne minacciano la
loro stessa esistenza”.
Il
magistrato cita quali esempi la disciplina della quarantena, la chiusura di negozi,
il divieto di riunione e di contatti sociali.
I
magistrati stanno riducendo le multe per la violazione delle restrizioni.
Adesso,
prosegue Schleif, i magistrati avrebbero tuttavia nuovamente acquisito
consapevolezza delle loro responsabilità, dichiarando l’illegittimità di
numerosi provvedimenti di chiusura delle scuole e annullato, o comunque
considerevolmente ridotto, multe che ammontavano a milioni di euro.
(Noi
speriamo che sia davvero così e che non si tratti solo di casi isolati). Ora passiamo alla truffa, alla
volontaria causazione di danni e ai crimini contro l’umanità: ai sensi del
diritto penale, dissimulare dati falsi come quelli relativi ai test PCR di
Drosten, Wieler e l’OMS, costituisce quantomeno un’ipotesi di truffa aggravata.
Ai
sensi del diritto civile (tedesco) ciò rappresenta un’intenzionale causazione
di un danno contrario al buon costume. Quest’ultima considerazione è condivisa
dallo stimato professore tedesco di diritto civile Martin Schwab, il quale ha
approfondito il tema in modo completo e dettagliato la materia redigendo un
parere di circa 180 pagine, nel quale egli documenta altresì in modo
approfondito il totale fallimento dei principali mezzi d’informazione.
Tutti
sapevano e hanno fatto finta di nulla.
Poiché
i succitati Drosten, Wieler e OMS erano a conoscenza, sulla base delle loro
competenze o comunque in base a quanto pubblicato dall’RKI o dall’OMS, che
l’uso dei test PCR, contrariamente alle loro asserzioni, non era in grado di
fornire alcuna informazione sull’infezione.
Essi
sapevano, o quantomeno hanno accettato l’eventualità, che, sulla base dei
risultati di tali test, i governi del mondo avrebbero deciso di attuare i
lockdown, le regole sul distanziamento sociale ed il dannoso per la salute
(come ormai dimostrano numerosi studi) obbligo di indossare la mascherina.
D’altronde sono stati loro stessi a raccomandare tali misure. Pertanto, ai sensi del diritto civile
vanno completamente risarciti i danni causati alle persone dai lockdown imposti
sulla base dei risultati dei test PCR.
In
particolare, vanno risarciti i danni da mancato guadagno subiti da imprese e
lavoratori autonomi a seguito del lockdown. Le misure restrittive basate sulle
false affermazioni del signor Drosten, di Wieler e dell’OMS, hanno inoltre
provocato danni alla salute e all’economia talmente devastanti, che vanno
giuridicamente classificati come crimini contro l’umanità.
Una
class action contro i governi globalisti del mondo.
Parliamo
ora della class action, quale strada da percorrere per il risarcimento dei
danni, e delle conseguenze politiche. La cosiddetta class action, di
derivazione inglese, esiste sia negli USA che in Canada. Essa conferisce ad un
tribunale la possibilità di trattare come class action il ricorso di un soggetto
se:
(a) a
seguito dello stesso evento lesivo (b) una pluralità di persone è stata nella
stessa maniera danneggiata.
In
questo caso l’evento lesivo consisterebbe nel lockdown imposto a livello
globale sulla base del “Drosten-Test”. Così come le automobili diesel della
Volkswagen erano sì funzionanti, ma comunque “prodotti difettosi” non
rispettosi delle prescrizioni sulle emissioni, anche i test PCR sono sì
prodotti funzionanti, ma non assolvono allo scopo di accertare un’infezione e
sono dunque prodotti fallati.
Dunque,
le persone succitate sono responsabili di aver cagionato un danno ingiusto
attraverso una frode e pertanto obbligati al risarcimento.
Unitevi
alla class action!
Quindi,
se un’impresa statunitense o candese o un privato cittadino statunitense o
canadese citassero in giudizio Drosten,Wieler o l’OMS per il risarcimento dei
danni (i prodotti di cui sopra, parimenti alle automobili Volkswagen, sono
stati messi in commercio anche in tali paesi e quindi ricadono nell’ambito di
competenza dei tribunali di USA e Canada), il tribunale statunitense o candese
avrebbe il potere di trattare il caso come class action, sulla base
dell’immenso numero di persone danneggiate dallo stesso evento lesivo.
Se ciò
succedesse, in tutto il mondo le persone danneggiate verrebbero informate dai
media e avrebbero l’opportunità di unirsi alla class action entro un termine
stabilito dal giudice, Poiché “class” vuol dire gruppo e “action” vuol dire
azione in giudizio. È da sottolineare che nessuno è obbligato ad unirsi alla
class action una volta che questa è stata ammessa dal giudice, ma tutti i
danneggiati ne hanno facoltà.
Ognuno
poi può certamente agire autonomamente in giudizio attraverso il proprio
avvocato per il risarcimento danni nel proprio paese d’origine.
Un
iter economico e vantaggioso.
Il
vantaggio della class action è che essa si esaurisce appunto in un’unica
azione, è un’azione “rappresentativa” di un danneggiato in forma tipica. Essa è
più economica e più rapida rispetto ad eventuali centinaia di migliaia di
azioni individuali e produce un minor carico di lavoro per i tribunali.
Inoltre,
essa permette una valutazione degli elementi probatori e una trattazione delle
accuse enormemente più precisa, rispetto a ciò che accadrebbe nel caso in cui
vi fossero centinaia di migliaia di azioni individuali. In questo modo verrebbe
applicato il ben rodato regime probatorio angloamericano: il cosiddetto
“discovery”. Quest’ultimo esige che vengano messi sul tavolo tutti i mezzi di prova
decisivi per il contenzioso giuridico.
Differentemente
dal sistema tedesco, dove nella prassi vi sono squilibri strutturali in un
processo coinvolgente un consumatore da una parte e una potente multinazionale
dall’altra, con il sistema discovery, l’occultamento o la distruzione di prove non
restano privi di conseguenze: la parte che occultasse o addirittura
distruggesse delle prove, perderebbe la causa automaticamente per “elusione
delle indagini”.
Offriamo
assistenza a tutti gli avvocati del mondo.
I
danneggiati tedeschi possono far sì che le loro richieste di risarcimento danni
vengano predisposte e raccolte attraverso il sito web
corona-schadensersatzklage.de.
Al
bassissimo costo di 800 euro più una parcella del 10% in caso di successo,
queste richieste potranno venire implementate in Germania alternativamente
attraverso una class action o per via di una sentenza emessa sulla base di
precedenti.
Avevamo
pensato, in origine, di predisporre e raccogliere anche richieste di
risarcimento da parte di persone provenienti da altri paesi al di fuori della
Germania.
Purtroppo
il dispendio, anche fiscale, per qualcosa del genere sarebbe troppo elevato.
Tuttavia, attraverso il sempre più grande network internazionale siamo
disponibili a fornire a titolo gratuito ai colleghi avvocati di altri paesi
tutte le informazioni, i pareri e le testimonianze degli esperti in merito
all’inadeguatezza dei test PCR per l’accertamento dell’infezione da COVID.
Il
nostro obiettivo è vincere in tribunale.
Ciò è
effettivamente quanto basta, si tratta di una causa semplice da vincere.
Forniremo loro anche tutte le informazioni rilevanti per preparare e mettere
insieme le richieste di risarcimento dei loro mandanti, così da poterle
utilizzare anche nell’ambito di una eventuale class action di diritto statunitense
o canadese, o per farle valere come precedente in eventuali processi nel loro
paese.
Andremo
via via pubblicando sul nostro sito web i nomi degli studi legali
internazionali e delle persone di riferimento con cui collaboriamo, cosicché
chiunque nel mondo abbia subito dei danni possa finalmente trovare senza
problemi un interlocutore per far valere il suo diritto al risarcimento dei
danni. Questi sono i fatti che presto verranno provati in un tribunale o in più
tribunali nel mondo, questi sono i fatti che smaschereranno tutti i
responsabili di questi crimini.
Per i
politici che hanno creduto a queste persone e sono stati da loro tratti in
inganno, questi fatti rappresentano un salvagente che può aiutarli (salvando
loro in parte la faccia) a cambiare il corso delle cose, ad aprirsi finalmente
ad un pubblico dibattito scientifico per troppo tempo ignorato e non tramontare
assieme a ciarlatani e criminali.
Grazie
mille.
“L’imbroglio
ecologico” di Dario Paccino – un’introduzione alla nuova edizione
“L’imbroglio
ecologico. L’ideologia della natura”, scritto da Dario Paccino nel 1972 per
l’editore Einaudi, è stato pubblicato in una nuova edizione da Ombre corte.
L’autore è stato un partigiano nella Resistenza, giornalista e saggista, oltre
che militante del movimento antinuclearista, anche attraverso la direzione
della rivista “Rossovivo”. Il libro, come si può leggere nella quarta di
copertina, evidenzia che “l’ecologia pensata e tradotta politicamente senza aver
presenti i rapporti di produzione e di forza sociali, rappresentava ipso facto
un imbroglio. È quest’uso ideologico e mistificato della natura che l’autore
contesta e problematizza in tutto il suo lavoro teorico e militante, cercando
di mettere al centro del dibattito i rapporti di potere ed i meccanismi
socio-economici che determinano lo squilibrio, con l’obiettivo di dare vita a
una ecologia conflittuale finalizzata a costruire un rapporto equo ed armonico
tra gli esseri umani, le organizzazioni sociali e la natura”.
Di
seguito, si propongono in lettura un frammento dell’introduzione scritta da
Gennaro Avallone, Lucia Giulia Fassini e Sirio Paccino e alcune pagine del
libro.
Alle
origini dell’ecologia politica in Italia
di
Gennaro Avallone, Lucia Giulia Fassini e Sirio Paccino
Le
lettrici e i lettori di questo libro, pubblicato in una nuova edizione a circa
conquant’anni di distanza dalla prima del 1972, si ritrovano tra le mani “lo
‘scritto’ di un povero untorello, che si permette di ficcare il naso nel sancta
sanctorum dell’ecologia, per accertarsi se per caso non abbia trovato rifugio
proprio lì il vecchio dio dei padroni”.
È con
queste parole che l’autore si definì in una lettera alla rivista “Ecologia”,
inviata nello stesso 1972. Già da queste parole è chiaro il tumulto che Paccino
sollevò con questo suo libro, e in generale con i suoi scritti, nell’ambiente
culturale e scientifico italiano dell’epoca. Cercare e studiare i suoi lavori
pubblicati tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso scatena
un’intensa tempesta intellettuale, emotiva e umana. Sono molte le testimonianze
che ricordano la ricchezza della sua produzione culturale e politica, così come
molte sono le collaborazioni dello stesso Paccino, che non si è mai risparmiato
nell’analisi dei rapporti socioecologici, di produzione e di potere all’interno
dell’organizzazione capitalistica.
Giorgio
Nebbia, tra i principali studiosi in Italia di temi ambientali, ad esempio, lo
ha definito un ecologo inquieto, “un anticipatore di problemi che sarebbero
esplosi molti anni dopo e che avrebbero preso il nome di ‘ecologia’, di
attenzione, cioè, ai rapporti fra gli esseri umani e il mondo circostante”.
Anticipazioni come quelle presenti in Domani il diluvio, pubblicato nel 1970
con una presentazione del docente e studioso di botanica ed ecologia Valerio
Giacomini, relative alle alterazioni ambientali che avrebbero potuto
trasformare ogni pioggia abbondante in un diluvio. Nella presentazione di quel
testo, Giacomini scrisse di Paccino come di un “terzo uomo”, colui che “si
incarica di creare una comunicazione fra il produttore specialistico di scienza
e di tecnica (‘primo uomo’) e qualsiasi altro uomo (‘secondo uomo’) che
manifesti ben legittime esigenze di informazione e di conoscenza. Ha tanto più
diritto – il secondo uomo – a questa informazione quando si tratta di questioni
che riguardano interessi fondamentali della sua stessa esistenza e
sopravvivenza”.
Questa
capacità di lettura e comunicazione è stata accompagnata da una serie di
visioni che hanno precorso i tempi sul piano sia degli eventi storici che della
proposta teorica. Peppe Sini, direttore responsabile del Centro di ricerca per
la pace e i diritti umani di Viterbo, ad esempio, lo ha apertamente riconosciuto:
Paccino “fu tra i primi a farci conoscere le nuove lotte degli indiani
d’America, […] fu tra i primi a svolgere un discorso ecologico non ingenuo e
non subalterno, fu tra coloro che sulla scienza e le tecnologie seppero dire
cose vere e decisive. Nella lotta antinucleare fu un compagno prezioso e
generoso; e nell’opposizione alla guerra, ai suoi strumenti, ai suoi apparati,
alle logiche e ideologie sue”.
Siamo
di fronte a un intellettuale, dunque, sebbene lo stesso Paccino in
un’intervista abbia evidenziato che “da questo punto di vista, io non sono un
intellettuale: mi limito a svolgere una funzione, sia pure schizofrenicamente,
poiché in me convivono (per quella grande ‘volgarità’ che è il pane) il
professionista e il militante. Non sentendomi prigioniero di alcun ruolo”.
È un
viaggio necessariamente tumultuoso quello che si fa nell’opera di Paccino, che
ne L’imbroglio ecologico trova un testo centrale della sua elaborazione, capace
di segnare un momento fondativo in Italia dell’analisi anticapitalista dei
rapporti capitale-natura-società.
Considerato
il periodo storico nel quale viene riproposto, caratterizzato anche da
posizioni politiche che misconoscono i grandi mutamenti socioecologici in
corso, in particolare quelli connessi al cambiamento climatico e al
riscaldamento globale, è necessario premettere che L’imbroglio ecologico non
sostiene alcuna ipotesi negazionista. Al contrario. L’imbroglio di cui si
parla, infatti, non si riferisce al fatto che la rilevanza della crisi
ecologica sarebbe sovradimensionata o, addirittura, inventata, ma al fatto che
essa viene affrontata attraverso un inganno, che consiste nell’evitare di
andare alla radice delle cause strutturali che l’hanno prodotta e la
riproducono. Tanto è vero che il libro “è dedicato a coloro che per guadagnarsi
il pane devono vivere in habitat, che nessun ecologo accetterebbe per gli orsi
del Parco Nazionale d’Abruzzo e gli stambecchi del Parco Nazionale del Gran
Paradiso: gli operai delle fabbriche e dei cantieri”.
L’ecologia,
praticata, sostenuta e divulgata senza tenere presenti i rapporti sociali di
produzione e di forza, si trasforma in un’ideologia che copre e fa scomparire
sia lo sfruttamento del lavoro sia i processi di messa a profitto della natura.
È a questo uso dell’ideologia della natura che Paccino si riferisce, cercando
di riportare al centro dell’attenzione i rapporti di potere e i meccanismi
socioeconomici che danno vita alla crisi ecologica, in alternativa ad altre
strategie che non si confrontano, per scelta o per la loro impostazione
analitica, con gli effetti e i vincoli strutturali propri del modo
capitalistico di produzione e di organizzazione della natura. […]
L’imbroglio
ecologico e l’ecologica politica di Dario Paccino
Vincenzo
Miliucci, storico esponente del Comitato politico dell’Enel e delle lotte
contro il nucleare e per i beni comuni, ha scritto, in una nota del 4 giugno
2020 intitolata “15 anni senza Dario”, che è necessario confrontarsi al
presente con i testi di Paccino, a partire dal libro qui ripubblicato,
considerata l’evidenza e l’urgenza con “cui è venuta a ripresentarsi la
coscienza della catastrofe ecosistemica dovuta al modello capitalistico di
produzione e consumi, che fa dire alle nuove generazioni che si mobilitano ad ogni
latitudine che responsabile non è il clima, ma il sistema”. Se si considera
l’irruzione della pandemia da Covid-19, nella quale si sono riscontrate anche
connessioni dirette tra produzioni capitalistiche e diffusione di agenti
patogeni, questa necessità appare ancora più evidente, “non essendo pensabile
che la vita umana possa perdurare per molto tempo sul nostro pianeta, se si
continua a prediligere nella produzione (e quindi nel rapporto con la natura)
il capitale”
È
questa una delle tesi al centro de L’imbroglio ecologico, che costituisce una
profonda critica all’ambientalismo istituzionale e all’uso capitalistico della
natura, elaborata per evidenziare quanto il nesso natura-capitale sia
fondamentale per i processi di accumulazione capitalistica, così come per le
prospettive della lotta di classe (…).
Ecco,
quindi, che l’ecologia diventava un imbroglio laddove viene considerata come
scienza autonoma dai processi di produzione e dai conflitti sociali che ne
scaturiscono. Questo timore e la necessità di una critica pratica dell’economia
e dell’ecologia dominanti sono ancora più fondati oggi, in un mondo in cui, nel
2019, si contano circa 620 milioni di persone che soffrono la fame, secondo i
dati del rapporto ONU sull’alimentazione, il cui stato di denutrizione dipende
anche dai cambiamenti climatici, che hanno alterato le stagioni agricole e,
quindi, i raccolti disponibili a causa di siccità e alluvioni, oltre che dalle
guerre diffuse e dalla crisi economica.
Di
fronte alla degradazione accelerata degli ambienti di vita, alla
moltiplicazione e diversificazione delle forme di saccheggio delle cosiddette
materie prime, alla diffusione di malattie e cancerogeni, alla proliferazione
delle armi nucleari, biologiche e chimiche – processi già osservati da Paccino
nel libro del 1972 e in successive pubblicazioni – non sono sufficienti le
prese di posizione dell’etica ecologica, che non mettono in discussione le
necessità socioeconomiche vigenti ma, semplicemente, si affermano come
“ecologia del padrone”. In questa modo nulla cambia di un sistema di produzione
che si basa sul ricatto dell’alternativa tra inquinamento e disoccupazione,
come vissuto dagli abitanti della città di Donora negli Stati Uniti, a seguito
del disastro ambientale che colpì questa comunità della Pennsylvania nel 1948,
e di tutte le “Donora” del mondo, Taranto con l’Ilva compresa, e che non può
fare a meno del saccheggio e di crescenti disuguaglianze socioecologiche. Così
come quello che nel testo si definisce il leviathan socio-economico non può
rinunciare a un’ideologia della natura che la banalizza, la riduce a cosa e la
separa dall’organizzazione sociale e dalla storia umana, riproducendo un
dualismo umanità-natura funzionale alla sua feticizzazione e subordinazione
oltre che al sostegno alla nascente industria del disinquinamento, antesignana
della cosiddetta green economy che si affermerà alla fine del secolo.
Il
successo dell’ideologia ecologica non cancella la rilevanza dell’ecologia. Come
Paccino scrive in una nota, “non si vuole con questo ignorare quanto vi può
essere di positivo nella spinta ecologica. […] L’ecologia […] può costituire
uno dei più validi motivi per lottare contro il capitalismo. Il che non toglie
che siano tanti coloro che scambiano il folklore con la lotta, e questo anche
nella ‘nuova sinistra’”. Le critiche di Paccino si concentrano anche sulla
sinistra politica, compresa la sua espressione statuale che si richiama al
comunismo in Unione Sovietica e quella filosofico-politica rappresentata dal
marxismo ufficiale. Entrambe queste esperienze hanno rifiutato un caposaldo di
qualunque concezione materialistica della storia naturale e umana, quello
secondo cui “è l’ecologia (intesa come storia naturale) l’eterno prius
dell’uomo”. Di conseguenza, sul piano delle politiche realizzate “non fa
eccezione l’Urss, dove il padrone (il burotecnocrate) e la struttura
socioeconomica che gli conviene costituiscono un leviathan analogo a quello
occidentale”. In sintesi, “per l’ecologia […] Usa e Urss sono sostanzialmente
la stessa cosa”. Mentre sul piano analitico, in dialogo con le analisi
sviluppate da Sebastiano Timpanaro, si evidenzia la necessità di “rimettere la
filosofia marxista sulle proprie gambe, ponendo come prius di tutto (anche
dell’essere sociale), e non solo come antefatto dato una volta per tutte,
l’essere naturale”.
L’esperienza
sovietica, e in parte quella cinese (cui dedicherà il libro successivo, L’ombra
di Confucio) verso la quale Paccino nutre maggiore speranza considerando i
presupposti in parte diversi sui quali la Rivoluzione (compresa quella
culturale) si è fondata, dimostra che andare oltre il padrone non è
sufficiente, sebbene necessario. Nessuno è sicuro che un processo
rivoluzionario rimetterà al centro il riconoscimento del primato e
dell’imprescindibilità dell’organizzazione bioecologica, ma è certo che nessuna
politica dei due tempi (prima il potere, poi la lotta ecologica) può dare esiti
positivi. È necessaria da subito un’ecologia conflittuale, anch’essa non
sufficiente da sola, che si concentri immediatamente sugli obiettivi della
salute negli ambienti di vita (dentro e fuori i luoghi di lavoro), come
indicato ripetutamente anche dagli studi coevi di Giulio Maccacaro sui nessi
tra scienza, malattia, salute e capitale e, seppure con orientamenti politici
diversi, di Giovanni Berlinguer, ad esempio sulla malaria urbana, elaborati in
connessione con le lotte operaie e popolari contro le nocività dentro e fuori
le fabbriche, contro lo scambio tra salario e salute e sui temi del governo del
territorio […].
Da
L’imbroglio ecologico.
L’ideologia
della natura.
Effimera.org
– Dario Paccino – (22 maggio 2021) – ci dice:
Capitolo
“Ideologia o rivoluzione”. Domani potrebbe essere la catastrofe.
Mentre
politicamente il cammino che la Cina fa sul terreno della rivoluzione, è
cammino fatto anche per i rivoluzionari di tutto il mondo, il cammino ecologico
vale per la Cina soltanto, e non sempre, che, ad esempio, se gli altri le
inquinano i mari, la fauna marina arriva inquinata sul desco dei cinesi, anche se
la repubblica pratica la più rigorosa politica ecologica.
Se dunque l’imperativo di camminare con le
proprie gambe, vale per la politica in generale, vale ancor più per l’ecologia,
che nessuna rivoluzione culturale cinese potrà arrestare il progressivo deterioramento
dei nostri habitat, sacrificati dal padrone sull’altare del profitto.
Ragione
per cui, rimandando la lotta ecologica al momento successivo all’emarginazione
del padrone capitalista, si rischia la complicità con lui nella preparazione
della catastrofe che sta preparando;
in ogni caso si rinuncia a impugnare nella
lotta un’arma altrettanto valida di quella per la salute in fabbrica: salute,
per altro, che può essere tutelata soltanto se, a misura d’uomo, oltre la
fabbrica, si fa anche la città, liberando entrambe dalla degradazione che le
accomuna.
Indubbiamente,
in tempi di fanf-ecologia dilagante, la stessa parola ecologia non può non
suscitare sospetto.
Ma c’è
un criterio infallibile per distinguere l’ideologia ecologica dalla lotta
rivoluzionaria per l’ambiente, ed è la conflittualità.
Dove
son tutti d’accordo, come in parlamento, dal Msi al Pci, sui grandi temi
ecologici, non c’è dubbio che il padrone sta consumando un altro imbroglio.
Ma
altrettanto chiaro è che nessun partito del sistema accetterebbe un’ecologia
che, in armonia con la proposta rivoluzionaria marxista, ponga l’imperativo di
ristabilire il prius naturale, posposto dalla cultura del padrone al leviathan
socioeconomico.
Certo,
non è con la sola ecologia conflittuale che si arriva, finché c’è un padrone,
alla fabbrica a misura d’uomo. Ma si otterrebbe almeno il risultato di spuntare
un’arma ideologica, mostrando chi sia l’unico, vero responsabile della
quotidiana strage ecologica.
E si
contribuirebbe a rimettere la filosofia marxista sulle proprie gambe, ponendo
quale prius di tutto (anche dell’essere sociale, e non solo come antefatto dato
una volta per tutte) l’essere naturale.
A questo fine però bisognerebbe che i primi ad
essere convinti che la natura è il prius di tutto, fossero i marxisti, quelli
almeno che si contrappongono come reali antagonisti del padrone.
Il che
generalmente non è, in quanto l’arma critica che ha consentito loro di rompere,
sul terreno socioeconomico, col revisionismo di stampo sovietico, non è valsa,
per lo più, a consentir loro, rispetto alla realtà naturale, il riscatto dalla
subordinazione all’idealismo, contro la quale partì in guerra Lenin con
Materialismo ed empiriocriticismo, e che oggi serve alla buro-filosofia
sovietica per teorizzare la perenne validità, anche in regime socialista, della
divisione sociale del lavoro.
Osserva
Timpanaro nell’opera citata che “la posizione del marxista odierno, a volte,
sembra simile a quella di chi, standosene al primo piano di una casa [struttura
(N.d.R.)], dicesse rivolto all’inquilino del secondo piano [sovrastruttura
(N.d.R.)]: “Lei crede di essere autonomo, di reggersi da solo?
Si
sbaglia! Il suo appartamento si regge solo perché poggia sul mio, e se crolla
il mio, crolla anche il suo”; e viceversa all’inquilino del pianterreno [natura
(N.d.R.)]: “Cosa pretende lei? di sorreggere, di condizionare me? Povero
illuso! Il pianterreno esiste solo in quanto è il pianterreno del primo piano.
Anzi, a rigore, il vero pianterreno è il primo piano, e il suo appartamento è
solo una specie di cantina, cui non si può riconoscere vera esistenza”.
A dire
il vero, da parecchio tempo i rapporti tra il marxista e l’inquilino del
secondo piano sono sensibilmente migliorati, non perché l’inquilino del secondo
piano abbia riconosciuto la propria “dipendenza”, ma perché il marxista ha
molto diminuito le sue pretese, ed è arrivato ad ammettere che il secondo piano
è in larghissima misura autonomo dal primo, o, se non altro, che i due
appartamenti “si sorreggono a vicenda”. Ma verso l’abitatore del pianterreno il
disprezzo si è fatto sempre più pronunciato”.
Che,
nonostante la ben nota ammirazione di Marx per Darwin, e nonostante la presenza
nella letteratura marxista di opere come Dialettica della natura e Materialismo
ed empiriocriticismo, sia potuto sorgere e accentuarsi questo disprezzo per la
natura, si può anche comprendere, considerando l’esigenza di denunciare le
ideologie scientiste come un nuovo inganno del padrone. Sta di fatto però che
quando Gramsci, per sfuggire alla trappola positivistica, finisce col negare la
realtà naturale, cade in una trappola peggiore (perché più arretrata) di quella
positivistica: la trappola dell’idealismo agrario italiano, senza neppure rilevarne
l’arcaicità rispetto all’ideologia empirio-criticista dell’imperialismo maturo
(industriale).
Se
Gramsci ha potuto fare di Benedetto Croce, nel dibattito culturale, il proprio
interlocutore privilegiato, è perché il suo marxismo, al pari di quello di
Mondolfo, e in genere della socialdemocrazia imperialista, aveva scaricato la
natura, perdendo così uno dei due ancoraggi che impediscono al materialismo
dialettico di naufragare nella dialettica idealistica.
Rotto
quell’ancoraggio, quell’altro (della dipendenza della coscienza dall’essere
sociale) non pare sia tale da garantire dalle contaminazioni idealistiche, come
dimostra infatti l’omaggio del marxismo alle più scoperte ideologie del
padrone, dalla psicanalisi all’esistenzialismo.
Sempre, quando si subisca l’inquinamento
ideologico del padrone, si perde terreno nella lotta, anche quando resti
intatta (come in Gramsci) la proposta rivoluzionaria, ché in ogni caso risulta
indebolita la capacità critica di analisi della realtà delle cose.
Ed è infatti
nel solco della tradizione gramsciana, che si è creduto di vedere il momento
della rottura nello storicismo togliattiano, senza avvedersi che punto di
partenza e di arrivo del suo venire da lontano e andare lontano non era la
scienza di Galileo e la rivoluzione ininterrotta di Mao, ma la nuova scienza di
Vico e la buro-filosofia dei mandarini sovietici.
World
Economic Forum.
Il
capitalismo non regge più,
Klaus
Schwab il guru di Davos lancia l’allarme.
Ilriformista
- Fausto Bertinotti – ( 14 Gennaio 2020) – ci dice:
È
passato sotto silenzio, o quasi, una molto autorevole presa di posizione dal
rilevante peso politico.
Essa
avrebbe, in primo luogo dovuto interessare coloro che, a suo tempo, hanno
frequentato i meeting di Porto Allegre e dintorni, ma, più in generale, avrebbe
dovuto essere considerata degna di nota da tutto il mondo politico.
Allora
il movimento dei movimenti si era costituito come una piazza alternativa al
Forum di Davos.
Il
World Economic Forum di Davos era presidiato dai sacerdoti della
globalizzazione che si stava affermando nel mondo intero. Loro, i no global, come con una
imprecisa e maliziosa definizione venivano chiamati, ne erano gli antagonisti.
La
presa di posizione di cui parliamo è per l’appunto, quella di Klaus Schwab, il
fondatore e il direttore del World Economic Forum di Davos.
A darle importanza è una scelta diretta del
protagonista che concede un’impegnativa intervista a Lena, la Leading European Newspaper Alliance, che comprende otto tra i principali
giornali europei, per in Italia è la Repubblica.
Il
gran sacerdote della globalizzazione ci dice che se ieri è stato falco, oggi è
dovuto divenire colomba.
L’attuale
capitalismo, ci dice, produce crisi e instabilità sociale e politica; non regge
alla prova dei fatti, dunque va riformato prima che sia tardi.
Avevano
sostenuto il contrario, che questa modernizzazione capitalistica chiamata
globalizzazione avrebbe saputo evitare la crisi e avrebbe dato vita alle nuove
magnifiche sorti e progressive, persino sradicando le povertà.
La
concreta replica della storia induce un ripensamento ora in uno dei
protagonisti di quel pensiero.
È vero
che nel mondo anglosassone è il momento della critica del capitalismo.
A
settembre il Financial Times ha titolato la sua copertina “Capitalism Time for
a reset”.
Numerosi
libri e saggi critici vengono pubblicati e venduti con successo. Si pensi, per
tutti, a quelli di Nancy Fraser, una figura emergente nella nuova sinistra
americana.
Ma qui
a parlare è un uomo forte proprio del capitalismo statunitense.
Il guru del Forum di Davos non sconfessa il passato ma
la cesura che introduce, rispetto a ciò che era stato pensato e scritto in quel
passato non poteva essere più netta e radicale.
Schwab,
nell’intervista, parte dal riconoscimento aperto che oggi il pendolo va in una
direzione opposta a quella annunciata dalla globalizzazione, che era la
riduzione della povertà e la riduzione delle diseguaglianze.
Questo
macigno sulla strada dello sviluppo capitalistico è il dato oggettivo ma,
l’uomo di Davos rileva anche quello soggettivo che ne genera la crisi, cioè
l’emergere nelle popolazioni di una nuova consapevolezza dei propri bisogni e
dei propri diritti.
Secondo
Klaus Schwab, allora, la nuova situazione si può così riassumere «il
neo-liberismo estremo e la spinta ai massimi profitti» che però, aggiungiamo
noi, sono precisamente la cifra del capitalismo finanziario globale, producono
un abisso ed è questo abisso tra i ricchi e i poveri che determina nella
popolazione «un evidente senso di mancanza di giustizia sociale, accentuata dal
boom dei social media».
Qui si
innesta la novità che è intervenuta nella soggettività, quella che pervade la
nuova generazione dei movimenti.
Il
fondatore del Wef di Davos lo riassume così:
«C’è una nuova consapevolezza per cui
l’accesso alla salute, alla scuola e a condizioni di vita decenti per tutti è
fondamentale». Ed ecco la conclusione del ragionamento del guru dell’economia
capitalistica: «Nessuno può essere lasciato indietro. E chi resta indietro ha la capacità
di mobilitarsi con facilità, come dimostrano i gilet gialli».
Come
si vede, la presa di consapevolezza di questo Gran Sacerdote Klaus Schwab (o nuovo Dio in terra! Ndr) è assai significativa e non merita
di passare sotto silenzio. Proviamo a riassumerla.
Il
capitalismo è malato, esso produce, per come agiscono oggi le imprese, la
finanza e gli Stati, una povertà e una diseguaglianza tali che, di fronte a una
nuova consapevolezza maturata nella società civile, genera un conflitto
ingovernabile e inarrestabile. «Il mondo oggi è molto più pericoloso e
imprevedibile» di 50 anni fa. Dunque bisogna porvi rimedio.
Si
legge qui una sorta di manifesto del riformismo del capitale. L’uomo di Davos
non è il solo a vedere dall’interno del sistema le sue crepe.
Tempo addietro numerosi ceo delle più importanti
imprese del mondo, riunitisi negli Stati Uniti erano giunti alle medesime
conclusioni. Dicevano che il sistema così non regge più, che le imprese non
possono più agire solo al fine del profitto e che nei loro obiettivi devono
rientrare il miglioramento delle retribuzioni e la questione ambientale, pena
l’aggravarsi della crisi e la sua ingovernabilità.
Qualche
giorno fa è intervenuto anche Bill Gates a chiedere una diversa distribuzione
della ricchezza. Bill Gates ha un patrimonio netto di 110 miliardi di dollari
ed è considerato l’uomo più ricco del mondo. Ha detto: «Dovremmo dare di più
allo Stato. Il divario tra ricchi e poveri è sempre più ampio. Io sono
gratificato in maniera sproporzionata rispetto a molte persone che non arrivano
a fine mese.
Gli
americani “dell’1%” sono in grado di pagare più tasse».
Vuol
mettere la patrimoniale! Preso atto che il conflitto, il direttore del Forum di
Davos Klaus Schwab va oltre:
«È una reazione al liberismo estremo e alla
massimizzazione dei profitti» e propone un cambio di rotta, per le imprese e
per i governi. Egli afferma che le aziende «non sono solo un fattore economico ma
organismi sociali», che devono essere giudicate non solo dai loro utili me anche «misurando gli effetti negativi e i
costi sociali esterni dei loro prodotti per incoraggiare investimenti
responsabili, rispettosi dell’ambiente e della coesione sociale». E la richiesta di un drastico
mutamento di rotta per il sistema delle imprese. Ma essa investe anche gli Stati.
Nell’intervista
egli sostiene che «i singoli Paesi non dovrebbero essere giudicati solo del
Pil» e che per misurare la performance di un paese «È necessario aggiungere parametri che
considerino il benessere dei suoi cittadini. Con buona pace dei dogmi della
parità di bilancio, del debito e della austerity. La conclusione è problematica
perché secondo Schwab il mondo non ha imparato la lezione della crisi e «stiamo
camminando verso un futuro nebuloso per le politiche economiche». Così il riformismo del capitale
inciampa sulle sue contraddizioni e ne rivela, la drammaticità che lo svela, al
fondo, impotente. La prima, clamorosa, è tra il dire e
il fare, tra il dire dei suoi illuminati e il fare sciagurato dei suoi attori
direttamente impegnati sul campo d’azione la seconda, non memo clamorosa
riguarda la Politica.
Quest’ultima
è persino apparentemente, inspiegabile. La politica istituzionale è, rispetto
all’emergere dei fattori di crisi del capitalismo e della sua accumulazione,
sorda, cieca e muta.
Sembra
una condizione paradossale, la consapevolezza critica che emerge in certi
influenti ambienti del capitale non alberga nella politica istituzionale dei
Paesi europei.
Al
riformismo del capitale non corrisponde un riformismo politico. In realtà la spiegazione del
paradosso sta
in una contraddizione di fondo che scaturisce dal cuore del capitalismo
finanziario globale e che investe tutti i suoi protagonisti sia diretti che
indiretti.
Esso
consiste nel fatto che, se guardato nella prospettiva dei tempi lunghi, esso
rivela tutta la sua insostenibilità, ma se osservato da dentro l’immediatezza
dell’hic et nunc, del qui e subito, che è la prigione della compatibilità con
l’esistente, tutto cambia, per ciò che accade appare come l’unica dimensione
praticabile.
È la
dimensione della governabilità. In essa il governo sussume la politica e a sua
volta è sussunto dall’imperativo immediato del sistema economico, convinto che
nei tempi lunghi siamo tutti morti e che, dunque, non vale la pena di dedicarcisi.
La morte
della politica istituzionale in Europa è provocata dalla sua perdita di
autonomia.
Quell’autonomia
che, almeno nella capacità di pensare, alcuni guru del sistema mostrano di
saper conquistare, proprio alla luce dei tempi lunghi. Intanto nei primi tre giorni
lavorativi di gennaio gli ad. delle prime 100 società quotate in borsa hanno
superato il salario medio annuo del Regno Unito.
Bye
Bye Uncle Sam.
Byebyeunclesam.wordpress.com
– Pino Cabras – (18 0tt0bre 2022) – ci dice:
La visita
notturna a Giorgio Bianchi.
Perché
è grave, questa strana visita notturna al giornalista Giorgio Bianchi, una
delle personalità che con più impegno e argomenti vuole sottrarci alla
narrazione bellicista dominante?
I fatti. Le forze dell’ordine (quale
ordine?) la notte del 15 ottobre si sentono in dovere di interrompere
addirittura il suo sonno alle tre di notte in un albergo di Gioia Tauro.
Cos’è
tutta questa fretta? È per salvare vite urgentemente? Per cogliere un flagrante
reato onirico? No, gli rompono le scatole per chiedergli genericamente delle
“informazioni”.
Non possono attendere, che so, le sette del mattino? A
Gioia Tauro non è la prima volta che il comportamento di certi funzionari si fa
strano, come quando avevano visitato la sede di Visione TV per rivolgere a
Francesco Toscano domande per le quali bastava consultare i database Cerved.
Era
una specie di “territorial pissing”: stai invadendo il nostro campo e vogliamo farti sentire il
nostro odore atlantico.
Questi
metodi sono ormai un volo d’avvoltoi che si stringe concentricamente. Sono
metodi che rivelano un’infezione che sta diffondendosi nello spazio pubblico
europeo. Nel 2016 un dirigente di un partito polacco che contestava un
imminente vertice NATO, Mateusz Piskorski, venne arrestato e tenuto in prigione
fino al 2019 senza un processo, a lungo senza poter leggere una carta, accusato
di chissà che accordi con potenze straniere, e rilasciato su cauzione.
Prima
ancora, nel dicembre 2014, il giornalista Giulietto Chiesa venne fermato in
Estonia giusto il tempo di impedirgli di tenere una conferenza sgradita al
governo di Tallinn.
In
mezzo, e da anni, si moltiplicano le liste di proscrizione: in Polonia, nei
paesi baltici e in Ucraina queste liste si sono via via trasformate in
persecuzioni. Alla latitudine di Kiev in esecuzioni sommarie di voci sgradite,
nel silenzio dei nostri media.
L’infezione
non si è fermata a Est. Nel cuore nero del nuovo atlantismo intollerante è
avvenuta una mutazione profonda che ha infettato anche il resto dell’atlantismo.
Non è stata europeizzata l’Ucraina.
È
stata ucrainizzata l’Europa, dove le libertà cedono il passo ad azioni e
concetti prima quasi impensabili. Un Gramellini che esalta un nazista dell’Azov può così
dominare indisturbato i salotti televisivi tutti appaltati al circo dei
guerrafondai. Un Bianchi che milita per aggiungere facce nascoste al prisma della
verità viene invece trattato con le carinerie poliziottesche riservate a un
attivista dell’Alabama nel 1960.
Capite
che tutto questo è grave? Che tutto questo è inaccettabile? Che tutto avviene
in un’epoca in cui la politica occidentale non batte ciglio di fronte alla
vicenda che più di tutte riassume la corsa a estinguere le libertà, ossia la
prigionia e la tortura di Julian Assange?
Massima
solidarietà a Giorgio Bianchi. Massimo sostegno alla sua più piena libertà di
espressione.
(Pino
Cabras)
Guerra
climatica.
Byebeyunclesan.wordpress.com
– Redazione - Peter Koenig- Global Research – (11 ottobre 2022)
(“Chi
controlla il tempo controlla il mondo” – Lyndon B. Johnson, 1962)
Quello
che stiamo vedendo in questi giorni con l’uragano “Ian” che devasta i Caraibi,
le coste della Florida e l’entroterra, poi fino alla Carolina del Sud, causando
la massiccia distruzione di infrastrutture, di terreni coltivati, la morte di
animali e persone, così come la cancellazione di tutti voli da New York alla
Florida, questo è uno stato di guerra.
È
chiamato anche geoingegneria.
Negli
ultimi due anni è diventato un luogo comune.
“Scie chimiche”, il termine ormai comune con cui si
indica l’attività di spruzzare letteralmente nell’alta atmosfera tonnellate di
decine di migliaia di particelle chimiche differenti da parte degli aeroplani,
è diventato una tecnologia coperta da centinaia se non migliaia di brevetti.
Non solo brevetti statunitensi. Brevetti da Paesi di tutto il mondo.
Lo
sapevate che la Spagna insieme a oltre 50 Paesi stanno attualmente svolgendo
“attività per cambiare artificialmente il clima”? Lo ha detto di recente
l’agenzia meteorologica spagnola AEMET e parla di “scie chimiche di
condensazione” o “scie chimiche.
Per
avere un quadro completo su cosa si basa la geoingegneria, la sua storia –
risalente almeno al 1947, probabilmente anche più indietro – il suo background
scientifico, la segretezza – e la potenza – potenza bellica, letteralmente da
usare per la guerra meteorologica, dovreste guardare The Dimming.
La
geoingegneria potrebbe essere simile al Progetto Manhattan (Progetto Manhattan
era il nome in codice dello sforzo guidato dagli Americani per sviluppare
un’arma atomica funzionale durante la seconda guerra mondiale).
Secondo
le stazioni meteorologiche della Florida, Ian è il peggior uragano che ha
colpito la Florida da decenni, probabilmente da sempre.
La
devastazione di Ian – la cui portata non può ancora essere misurata – sta
lasciando dietro di sé danni, che potrebbero richiedere anni di lavoro per la
pulizia e la ricostruzione.
Come
l’estate calda e secca – in Europa e Nord America quasi due mesi senza una
goccia di pioggia e temperature record – uccide i raccolti, gli animali, le
scorte di cibo, persino le persone, le persone vulnerabili al caldo e i poveri.
I poveri sono sempre in prima linea ad essere colpiti e feriti dalla miseria.
Naturalmente,
lo scenario si inquadra perfettamente negli obiettivi del Great Reset e
dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Si adatta al quadro generale, che
non dovremmo mai dimenticare, quando guardiamo ai singoli eventi catastrofici.
Tutto quello che dobbiamo fare è unire i puntini.
In una
conferenza a Davos, in Svizzera, alla fine di agosto 2022, un professore di
meteorologia di una delle più importanti università tecniche d’Europa, si è
rivolto al pubblico dicendo: “Non c’è bisogno di dirvi che il nostro clima è
progettato a tavolino. È ovvio. Ma vi spiegherò come si fa”.
Quindi
proseguì spiegando i diversi processi, le migliaia di differenti sostanze
chimiche che vengono rilasciate nell’atmosfera, cosa fanno – e come vengono
brevettate – e come queste particelle velenose, molti contenenti metalli
pesanti e sostanze chimiche tossiche, finiscono nei corsi d’acqua, laghi e falde
acquifere.
Si sta utilizzando il clima per scopi
militari. La sua devastazione potrebbe essere distruttiva quasi quanto una
bomba nucleare. Forti tempeste, siccità, alluvioni, freddo – bufere glaciali – e altro
ancora possono essere applicati in qualsiasi parte del mondo.
Con la
propaganda massiccia e implacabile dei “Verdi” sarà semplicemente attribuito al
“cambiamento climatico”.
La
gente spaventata e indottrinata – ancora una vasta maggioranza – non metterà in
dubbio il motto del cambiamento climatico. Annuisce e accetta, e spera di poter
sopravvivere e ricostruire. Coloro che perdono i propri cari, daranno la colpa
al “cambiamento climatico” provocato dall’uomo.
Sì, è
provocato dall’uomo. Ma non ha nulla a che fare con il “rilascio eccessivo di
anidride carbonica”, o CO2. È la geoingegneria climatica trasformata in un’arma
da guerra mortale.
In
molti luoghi, o in interi Paesi, in quest’estate del 2022 l’acqua è stata
razionata.
Ingiustamente,
perché ci sono stati anni nella storia recente, in cui le falde acquifere erano
più basse in tutta Europa e Nord America, e nessun razionamento di acqua era
capitato.
Il
razionamento dell’acqua è una tattica intimidatoria. Tutti sanno che l’acqua è
essenziale per la vita. Il razionamento diffonde paura e incita sottomissione
alle autorità che decidono sul vostro accesso all’acqua. Fa parte
dell’allarmismo, assoggettare le menti della gente in una dipendenza
dall’autorità.
Le
autorità vi permetteranno di utilizzare o meno acqua o energia o cibo. Vi è
stato detto che ci sono scarsità. Queste scarsità saranno accompagnate da altre
scarsità. Stanno provocando panico e carestia, in particolare nei segmenti
vulnerabili della popolazione.
Nessuno
vi dice che tutte queste scarsità – per lo più incolpando la Russia al posto
loro, in modo falso ovviamente – sono create artificialmente – tutte con lo
scopo di controllare l’umanità – il programma del Great Reset del Forum
Economico Mondiale, di Klaus Schwab, alias Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
La
combinazione di tutto questo, comprese le precedenti dosi multiple dei velenosi
vaccini a mRNA, indebolendo il sistema immunitario umano, può anche causare
enormi morti per carestia, una moltitudine di malattie e cause legate alla
miseria, inclusi suicidi in aumento massiccio, ma non riportati.
Ancora
una volta, nessuno ve lo dice – queste sono scarsità artificiali, scarsità
arbitrarie create dall’uomo con lo scopo di creare danni, gravi danni – e fare avanzare l’agenda eugenista
del Reset di Klaus Schwab.
Il
punto è che la geoingegneria è avanzata a un livello in cui Washington può
facilmente dire “entro il 2025 possiederemo il clima”.
Possedere
il clima, per il Pentagono significa utilizzarlo per scopi bellici.
Possibilmente
usandolo al posto di – o in parallelo con – armi nucleari; esplosioni nucleari
mirate a piccolo raggio.
Solo
quando una massa critica di gente sarà consapevole di ciò che sta accadendo – e
di cosa ciò potrebbe significare per il futuro dell’umanità, noi, il popolo,
potremo contrastare questi diabolici meccanismi di controllo di un oscuro culto
e il suo obiettivo di un Ordine Mondiale – digitalizzazione totale,
robotizzazione e globalizzazione della popolazione mondiale sopravvissuta.
Non lo
raggiungeranno.
Perché
noi umani risvegliati non lo permetteremo. Il nostro spirito, la fisica
dinamica e quantistica, alla ricerca della luce, la nostra vibrazione con la
luce, impediranno al culto oscuro di avere successo.
(Peter
Koenig è un analista geopolitico ed ex Senior Economist presso la Banca
Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per
oltre trenta anni in tutto il mondo. Insegna in università negli Stati Uniti,
in Europa e in Sud America. Scrive regolarmente per riviste online ed è
l’autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental
Destruction and Corporate Greed, e coautore del libro di Cynthia McKinney When
China Sneezes: From the Coronavirus Lockdown to the Global Politico-Economic
Crisis.
Egli è
ricercatore associato presso il Centro di Ricerche sulla Globalizzazione. È
anche ricercatore senior non residente dell’Istituto Chongyang della Renmin
University di Pechino.)
Davos
e il World Economic Forum.
Ma
cos’è esattamente il WEF?
Romait.it-
Redazione – Cristiano Carocci – (14 giugno 2022) – ci dice:
Un’organizzazione
internazionale che si proclama indipendente composta da multimiliardari in
dollari e bitcoin.
Alla
fine di maggio si è svolto a Davos, in Svizzera, l’incontro annuale del World
Economic Forum.
Ma cos’ è esattamente il WEF?
Un’organizzazione
internazionale che si proclama indipendente composta da multimiliardari in
dollari e bitcoin che annovera finanzieri banchieri e CEO delle più importanti
aziende mondiali come Coca Cola, Moderna, Pfizer, Apple e altre numerose
aziende per elaborare, spesso in modo opaco e semi segreto, piani e programmi
per il futuro dell’umanità.
Gli
uomini di Davos, di Klaus Schwab.
I
“Davos men”, chiamati anche golden collar o cosmocrati che hanno cumulato nelle
loro mani tanto di quel potere finanziario e politico da riuscire a convocare e
portare a Davos le Nazioni Unite per riprogrammare i 17 obiettivi dell’Agenda ONU
2030 e cioè il futuro del pianeta terra.
I leader del WEF con a capo Klaus Schwab
autore di un libro che per 20 dollari potete acquistare su Amazon intitolato
“Il grande reset” hanno come obiettivo quello di rimodellare il mondo con
strategie e uomini funzionali alla salvaguardia e alla crescita dei loro
interessi economici.
Con progetti discutibili distopici e
pericolosi per la democrazia e la libertà dell’individuo come il sovvertimento
dei governi democratici nazionali e l’insediamento di un governo sovranazionale
composto da uomini scelti da loro stessi.
Attraverso
progetti come il tracciamento delle persone grazie a pillole che una volta
ingerite nello stomaco sono dei veri e propri microchip o ai tessuti dei nostri
abiti o, ancora, attraverso le onde elettromagnetiche. Non tralasciando la possibilità,
esplicitamente dichiarata, di infiltrarsi e penetrare negli attuali governi per
limitare la libertà di espressione, in attesa, appunto, del grande reset.
L’assenza
dell’Italia.
In
questo preoccupante scenario in cui un’associazione privata anche se di potenti
miliardari, ha il potere di convocare e far arrivare nel loro quartier generale
le Nazioni Unite (!) per ridisegnare il futuro del pianeta terra, splende per
la sua assenza e mancata partecipazione l’Italia, che dal 2015 non si è mai
dimostrata capace di inserire nel dibattito sul futuro planetario la propria
posizione, i suoi asset che come la Cultura e l’Arte non possono non essere
presi in considerazione nella elaborazione del miglior futuro sostenibile.
Completamente
assente e incapace di proposte da inserire in uno scenario improntato
unicamente a principi e indirizzi economici e finanziari. E questo malgrado di
recente il Ministro Franceschini abbia asserito la necessità di rimettere la
Cultura, il nostro petrolio, al centro dell’azione di governo.
(Cristiano
Carocci).
Sostenibilità
e salute globale:
gli
obiettivi del World Economic Forum.
Affariinternazionali.it
- Simone Urbani Grecchi – (5 Gennaio 2022) – ci dice:
Il
prossimo World economic forum – previsto inizialmente a gennaio ma spostato a
giugno nella tradizionale sede di Davos – si terrà in un clima di grande
incertezza a causa della perdurante pandemia.
L’attenzione
sul tema sarà quindi altissima, anche perché è stato proprio il Wef, nel giugno
del 2020, a sottolineare l’importanza di sfruttare la crisi per promuovere un
generale ‘reset’ delle nostre società.
Obiettivo
ambizioso, un ‘great reset’ è auspicabile non solo per recuperare i disastri
economici e sociali causati dalla gestione del Covid-19, ma anche e soprattutto
perché la comunità internazionale ha accumulato significativi ritardi nel
raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità indicati dall’ONU nell’Agenda
2030.
Il
problema della salute globale.
Aspetto
ancora più importante, come sottolinea lo stesso Klaus Schwab, presidente
esecutivo del Forum, i segnali di tali ritardi erano visibili già prima della
pandemia.
E in nessun campo tale regressione appare più
significativa di quello della salute globale. In particolare, è evidente il
ritardo accumulato in termini di prevenzione delle malattie non trasmissibili
(NCDs), uno dei diciassette obiettivi di sostenibilità nonché causa, secondo
l’Organizzazione Mondiale della Sanità di circa quarantuno milioni di morti
(cioè oltre il 70% dei decessi a livello globale) all’anno. Da decenni.
Nonostante
la portata del fenomeno, tuttavia, non sembra sia stato fatto abbastanza per
finanziare la prevenzione di questi disturbi. Ciò è di per sé un aspetto
quantomeno singolare, considerato che da decenni si parla dell’importanza della
prevenzione, salvo poi incanalare competenze e finanziamenti verso settori
molto più orientati alla cura.
Inoltre, tali considerazioni sono
ulteriormente aggravate dal fatto che molte delle NCDs sono malattie
autoinflitte (quindi prevenibili), causate dalle nostre insalubri abitudini,
sia dal punto di vista produttivo che di consumo.
Il
fatto che, incidentalmente, tali patologie siano anche alla base della quasi
totalità dei decessi in presenza di Sars-CoV-2 (in Italia, il 97,1%) dovrebbe
fare riflettere sull’importanza di curare il nostro organismo e il nostro
sistema immunitario, cruciali nella prevenzione degli effetti di shock esterni,
che spesso risultano aggravati dalle nostre abitudini.
Lo
stesso Tedros Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, afferma che “la
pandemia ha evidenziato il grave pericolo delle malattie non trasmissibili e ha
segnalato l’urgente necessità di politiche e investimenti di sanità pubblica
più forti per prevenirle. Esortiamo i leader mondiali a livello pubblico e privato ad
adottare misure aggressive per prevenire le malattie non trasmissibili. Meno malattie non trasmissibili
avrebbero significato meno morti durante la pandemia.”
Il
paradosso delle politiche di prevenzione.
Nella
sua analisi sull’Agenda 2030, il WEF scrive che “dobbiamo accogliere
l’innovazione, anche nel modo in cui facciamo le cose”.
Premessa
corretta.
Ma è
importante che questa presa di coscienza avvenga a livello collettivo. Appare incoerente, infatti,
continuare a indulgere in eccessi alimentari e sedentarietà, salvo poi far
pagare il conto dei nostri comportamenti malsani alla comunità in cui viviamo –
sia in termini diretti (attraverso le spese sanitarie pubbliche) sia indiretti
(impedendo l’utilizzo di quelle risorse in altri settori).
Così
come risulta paradossale permettere, da un lato, la vendita di bevande e
alimenti eccessivamente zuccherati e, dall’altro, spendere tempo e risorse
pubbliche in campagne per la prevenzione dell’eccesso ponderale.
Altrettanto
paradossale appare il ruolo dello Stato, che da un lato permette la vendita di
sigarette e, dall’altro, apparentemente ad un costo tre volte superiore
rispetto a quanto incassa tramite la vendita di tabacco, cura i suoi cittadini
per malattie causate dal fumo.
Sembra
poco ragionevole, infine, permettere di produrre (e quindi di acquistare) mezzi
di trasporto privato sempre più potenti in un contesto in cui (a) gran parte
della comunità internazionale è impegnata a ridurre il consumo di fonti
combustibili;
(b)
l’eccesso di velocità causa circa 1,3 milioni di morti all’anno;
(c) le
aree urbane – dove vive più della metà della popolazione mondiale – sono spesso
ben servite dai mezzi pubblici e in grado di fornire servizi entro distanze
percorribili a piedi.
Agire
individualmente non basta.
Inevitabilmente,
le misure andranno prese a livello politico, economico e regolamentare. E
dovranno essere coerenti. Perché è palpabile la necessità di cambiare le
‘regole del gioco ’, in particolare (sebbene non esclusivamente) per il sistema
sanitario globale, ‘appesantito’ da pratiche di dubbia moralità (ad esempio il
cosiddetto “disease mongering”) e da ciclopici conflitti di interesse.
Ma
questo non deve impedirci di prendere l’iniziativa anche come singoli, perché è
fondamentale che il ‘great reset’ trovi una sua dimensione a livello
individuale.
Una
sorta di ‘woke movement’ mirato a riportare la considerazione dei nostri doveri
al centro delle attività quotidiane.
Una
presa di coscienza collettiva che ci permetta
(a) di dare il nostro contributo a migliorare
i nostri standard di vita e
(b)
contestualmente, ci metta nelle condizioni di influenzare positivamente
l’agenda pubblica.
Un
risveglio, in ultima analisi, in cui capacità di autocritica e assunzione di
responsabilità abbiano il sopravvento sulla nostra naturale inclinazione alla
creazione di paradossi e all’autoindulgenza.
WORLD
ECONOMIC FORUM.
WEF,
vincono solo le big tech:
così
si alimenta la guerra perpetua.
Aziendadigitale.eu
- Lelio Demichelis – (27 Mag. 2022) – ci dice:
(Docente
di Sociologia economica Dipartimento di Economia).
Cultura
E Società Digitali.
Le big
tech hanno quasi raddoppiato gli utili tra il 2019-2021; la spesa militare
mondiale è raddoppiata dal 2000 al 2021. Per i super ricchi, la pandemia è
stata uno “dei periodi migliori della storia”, il tutto mentre la guerra
tecno-capitalista è diventata globale e normale. Un po’ di dati di contesto al
WEF di Davos.
Al
World economic forum (Wef) di Davos – uno dei maggiori luoghi di culto di
quella che abbiamo chiamato religione tecno-capitalista – grande è stata
ovviamente la preoccupazione per gli effetti della guerra in Ucraina.
Il
Chief Economist Outlook del Wef pubblicato lo scorso 23 maggio attende per il
2022 una minore attività economica, un’inflazione più elevata, salari reali più
bassi e una maggiore insicurezza alimentare (leggasi, rischio di carestia
globale).
Davos
World Economic Forum 2022: “Global summit to discuss economy, climate change “
“Siamo al culmine di un circolo
vizioso che potrebbe avere un impatto sulle società per anni. La pandemia e la
guerra in Ucraina hanno frammentato l’economia globale e creato conseguenze di
vasta portata che rischiano di spazzare via i guadagni degli ultimi trent’anni”
– secondo Saadia Zahidi dello stesso Wef.
“I leader devono affrontare scelte difficili e
compromessi a livello nazionale quando si tratta di debito, inflazione e
investimenti. Tuttavia, i leader aziendali e governativi devono anche
riconoscere l’assoluta necessità della cooperazione globale per prevenire la
miseria economica e la fame di milioni di persone in tutto il mondo”.
I
guadagni degli ultimi trent’anni?
Chissà
a cosa si riferiva Saadia Zahidi quando parlava dei guadagni degli ultimi
trent’anni… Che sono stati anni in realtà di costruzione dell’egemonia della
disuguagliante ideologia neoliberale (le disuguaglianze sono infatti cresciute
e sono state una deliberata scelta politica, appunto neoliberale, come
sosteneva il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz);
di nuove tecnologie che avrebbero dovuto
essere liberanti dalla fatica e dalla miseria donandoci più tempo libero e una
vita migliore, in realtà sono sempre più totalizzanti (tutti connessi, tutti
integrati nella rete gestita massimamente da imprese private) e anch’esse
disuguaglianti – oltre che a crescente sfruttamento del lavoro e di crescente
estrazione di plusvalore dalla vita intera dell’uomo, dall’Industria
4.0/taylorismo digitale al caporalato digitale delle piattaforme al capitalismo
della sorveglianza secondo Shoshana Zuboff;
anni,
ancora e soprattutto, di una crisi climatica e ambientale che sta provocando
disastri non solo ambientali ma anche sociali e che è effetto diretto e conseguente
della rivoluzione industriale capitalistica.
In
realtà era del tutto prevedibile – conseguenziale – che quelle politiche
neoliberali e quelle nuove tecnologie avrebbero prodotto il caos sistemico e la
disruption compulsiva di oggi. In cui e grazie al quale tuttavia il
tecno-capitalismo si muove felicemente (avendolo appunto prodotto), con la
correità degli Stati, e insieme ad essi costituendo il complesso
statale-industriale-finanziario che governa il mondo.
E
infatti non è vero che la globalizzazione è morta o che la guerra ha
frammentato l’economia mondiale, perché essa rinasce – è nella sua essenza
accrescersi incessantemente nella ricerca spasmodica e compulsiva di sempre
nuovi profitti privati – e si trasforma sulla base del rafforzamento di vecchi
e nuovi imperialismi, orientali e occidentali, in una pericolosissima voglia di
guerra che si diffonde tra le cosiddette grandi potenze.
Le
disuguaglianze secondo Oxfam.
A
ricordarci per fortuna cosa è accaduto realmente negli ultimi tre decenni – e a
chi sono andati i guadagni – ci ha pensato come sempre Oxfam. Secondo l’ultimo
Rapporto, le ricchezze dei miliardari del mondo – gli oligarchi del
tecno-capitalismo, come dovremmo definirli, perché questo sono – sono cresciute
più in due anni di Covid-19 che nei 23 anni precedenti.
Con
una immagine ad effetto, Oxfam ricorda che, di fatto, negli ultimi 2 anni i
miliardari che controllano le grandi imprese nei settori tecnologico,
alimentare e energetico hanno visto aumentare le proprie fortune al ritmo di 1
miliardo ogni 2 giorni, mentre 1 milione di persone ogni 33 ore rischia di
sprofondare in povertà estrema nel 2022.
Di
più: nel 2000 i miliardari possedevano/controllavano il 4,4% del Pil globale,
ora il loro possesso/controllo è salito al 13,9%.
Ma
controllare/possedere tali quote del Pil mondiale significa in realtà
controllare/possedere la vita delle persone.
La
ricchezza di Elon Musk.
E
ancora: dal 2019 la ricchezza di Elon Musk – quello che per alcuni
(neoliberali) è un imprenditorie visionario, un paladino della libertà di
espressione (volendo comprare Twitter, ma forse ci sta ripensando) e un
libertario (e poco importa che dichiari di voler votare per i repubblicani integralisti
e antiabortisti) è cresciuta del 699%.
Di più, secondo Oxfam – confermando la tesi di
Stiglitz richiamata sopra – nel Club dei miliardari del mondo sono contemplati
quasi 2.700 soci (ma le stime non sono univoche e i dati potrebbero essere sbagliati
per difetto), aumentati del 27,3% (in cifra: + 573) dall’arrivo della pandemia.
Sempre
nei due anni di Covid-19, la crescita dei prezzi di energia e beni di prima
necessità, ha invece fatto aumentare i poveri di oltre 260 milioni di
individui.
La pandemia
miglior periodo di sempre per le big tech.
Questo
mentre il settore delle nuove tecnologie – Apple, Microsoft, Tesla, Amazon e
Alphabet – ha quasi raddoppiato gli utili tra il 2019 e il 2021, per un totale
di 271 miliardi di dollari. Amazon li ha addirittura triplicati. Ovvero, per i
super ricchi, la pandemia è stata uno “dei periodi migliori della storia”, come
sintetizza il Rapporto dell’Oxfam.
Più
che di guadagni secondo il Wef, si tratta dunque in realtà di una perdita secca
e drammatica per tutto il sistema sociale globale.
Ma
nessuno grida allo scandalo, tanto siamo integrati nel sistema che produce
queste disuguaglianze e la crisi climatica; tanto siamo stati tutti convinti
(dall’ideologia neoliberale e da quella delle nuove tecnologie), che non ci
sono alternative e che nostro compito/dovere di bravi sudditi (come produttori
e consumatori e come generatori di dati) è solo e unicamente quello di
adattarci alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitale, come
sintetizzava già nel 1938 uno degli ideologi del neoliberalismo oggi appunto
diventato egemone, cioè l’americano Walter Lippmann.
E
questo sono stati appunto gli ultimi trent’anni di neoliberalismo: la
costruzione paziente ma progressiva del nostro adattamento (senza più avanzare
pretese di cambiamento, senza più conflitti sociali, dimenticando concetti come
equità e giustizia sociale – e oggi anche ambientale – e quello di Progresso)
alle esigenze della rivoluzione industriale (della quarta, ma che in realtà è
uguale alla prima, a parte il digitale che sembra innovativo, ma non ne cambia
l’essenza).
Un
adattamento dell’uomo e della società alle esigenze delle imprese generato
(anche o soprattutto con la complicità delle socialdemocrazie, totalmente
cieche davanti al capitalismo e alla tecnica come razionalità strumentale/calcolante-industriale)
attraverso l’imposizione dei processi di flessibilizzazione e precarizzazione
dei mercati del lavoro e di liberalizzazione dei movimenti di capitale, della
libertà di delocalizzazione delle imprese arrivando alle piattaforme digitali
(la nuova forma della fabbrica) e alla perdita della privacy (necessaria alla
costruzione del Big Data) arrivando al green-washing e all’illusorio
resettaggio del capitalismo (promosso sempre dal Wef).
Il
tecno-capitalismo è così diventato – molto più del vecchio capitalismo – una
forma di vita totalmente omologata e – come direbbe Herbert Marcuse – ancor più
unidimensionale, nei modi di vivere e di pensare e non solo di lavorare e
consumare. Realizzandosi la piena colonizzazione antropologica dell’uomo
(concetto che riprendiamo da filosofi e sociologi come Habermas, Gorz e Bodei)
da parte del capitale e della tecnica.
Il
complesso militare-industriale.
Non
solo. Mentre viene di fatto combattuta da anni – come ha scritto Papa Bergoglio
– una terza guerra mondiale a pezzi, con crimini, massacri e distruzioni per lo
più invisibili, la spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 al 2021
arrivando a 2.113 miliardi di dollari secondo il Sipri, poi cresciuta ancora
dopo la crisi ucraina.
È il
potere specifico del complesso militare-industriale – e ricordiamo che il
termine venne usato per la prima volta dal Presidente americano Eisenhower per
allertare il popolo americano sul pericolo implicito negli accordi segreti fra
potere politico, industria bellica e militare del paese – cui oggi si è
potentemente aggiunto il potere tecnologico e finanziario.
E
poiché il mercato punta alla massimizzazione del profitto (di potenza degli
Stati, ma anche e sempre più delle stesse imprese del complesso
militare-industriale e di quello statale-industriale-finanziario), è ovvio che
più guerre ci sono – meglio se nascoste o a bassa intensità mediatica (pensiamo
a quelle, oggi, per il controllo delle materie prime legate al digitale) ma
quando serve anche ad alta intensità mediatica, come per l’Ucraina – maggiore è
ovviamente il profitto privato per il capitale e la potenza degli Stati.
Perché
anche le armi, sempre più spinte dall’evoluzione (sic!) tecnologica, come ogni
altra merce vengono prodotte per essere consumate, cioè usate in qualche
guerra; e non usarle – e non farne crescere il business – per il sistema e per
le imprese belliche è un riprovevole tempo morto che deve essere – secondo la
razionalità strumentale/calcolante del sistema – possibilmente ridotto a zero,
la pace essendo di fatto un intralcio e una limitazione da rimuovere. E di
nuovo, questi vent’anni sono stati per il sistema tecno-capitalista “uno dei
periodi migliori della sua storia”.
A
questo possiamo aggiungere chi specula – sempre il capitale/capitalismo – anche
sulla fame. Anche qui, qualche dato, per aggiungere altre tessere al puzzle.
Alla più grande borsa dei cereali in Europa, quella di Parigi, nel 2018 circa
un quarto dei contratti alimentari che venivano stipulati erano di natura
speculativa, mentre oggi sono i tre quarti.
Cioè il capitale gioca sui futures, e a farlo
sono soprattutto gli investitori istituzionali come i fondi pensione.
Ovvero, come ha sostenuto Olivier De Schutter,
relatore speciale dell’Onu sulla povertà estrema e i diritti umani, i fondi
“scommettono sulla fame e peggiorano la situazione”. Ci sarebbe da inorridire,
se fossimo persone dotate di etica e di senso della giustizia, e invece il
sistema prosegue indisturbato a massimizzare i propri profitti e quelli degli
investitori.
E
infatti quando, come nel 2007 – ricordano Margot Gibbs, Thin Lei Win e Sipho
Kings – “si verificò un’altra crisi dei prezzi alimentari, le autorità di
controllo in Europa e negli Usa entrarono in azione.
Ma il
settore rispose con una intensa attività di lobby e azioni legali.
Normative che già prima non incidevano molto
sono state modificate nel 2020 per essere ancora meno efficaci. Di conseguenza,
il cibo costa di più e ci sono pochi modi per impedirlo. Nel frattempo, pochi
fanno profitti mentre molte persone soffrono la fame”.
Questo mentre oggi le riserve globali di
cereali sarebbero superiori di un terzo rispetto a quanto necessario per
nutrire tutti.
Conclusioni.
Immanuel
Kant, molto tempo fa (1795) ci invitava a costruire la pace perpetua. Noi
stiamo invece continuando a costruire ogni giorno la guerra perpetua. Guerra
militare contro i popoli del mondo (e oggi anche – e di nuovo – tra popoli
europei) e guerra tecno-capitalistica – cos’è la concorrenza economica e
tecnologica, cos’è la finanza, cosa sono le multinazionali se non una guerra
civile individuale e industriale diventata globale e normale? – contro l’uomo e
la biosfera.
È
tempo forse di riprendere Kant e di provare a immaginare una pace perpetua con
noi stessi, con gli altri e soprattutto con la biosfera e le future generazioni.
La
guerra tecnologica di
Biden
diventa nucleare.
Unz.com
- MIKE WHITNEY – (17 OTTOBRE 2022) – ci dice:
"Molte
persone non sanno cosa è successo ieri. Per dirla semplicemente, Biden ha
costretto tutti gli americani che lavorano in Cina a scegliere tra lasciare il
lavoro e perdere la cittadinanza americana.
Tutti i dirigenti e gli ingegneri americani
che lavorano nell'industria manifatturiera cinese dei semiconduttori si sono
dimessi ieri, paralizzando la produzione cinese da un giorno all'altro.
Un
round di sanzioni da parte di Biden ha fatto più danni di tutti e quattro gli
anni di sanzioni performative sotto Trump. Sebbene gli esportatori americani di
semiconduttori abbiano dovuto richiedere licenze durante gli anni di Trump, le
licenze sono state approvate entro un mese.
Con le
nuove sanzioni di Biden, tutti i fornitori americani di blocchi, componenti e
servizi IP se ne sono andati durante la notte, interrompendo così tutti i
servizi [alla Cina]. Per farla breve, ogni azienda di semiconduttori a nodi
avanzati sta attualmente affrontando un'interruzione completa delle forniture,
dimissioni da tutto il personale americano e paralisi operativa immediata.
Ecco
come appare l'annientamento: l'industria manifatturiera cinese dei
semiconduttori è stata ridotta a zero da un giorno all'altro. Collasso
completo. Nessuna possibilità di sopravvivenza".
('account
Twitter di Jordan Schneider).
L'amministrazione
Biden ha intensificato la sua guerra contro la Cina la scorsa settimana quando
ha fatto esplodere una bomba termonucleare nel cuore dell'industria tecnologica
in forte espansione di Pechino.
Nel
tentativo di bloccare l'accesso della Cina alla tecnologia cruciale dei
semiconduttori, il Team Biden ha annunciato nuove onerose regole sulle
esportazioni volte a un "taglio completo della fornitura" della
tecnologia essenziale dei semiconduttori che, secondo un analista, ha portato a
una "paralisi operativa immediata".
Naturalmente,
il governo cinese è stato accecato dalle nuove regole draconiane che includono
"tutte le società cinesi di progettazione di chip informatici
avanzati" e senza dubbio "garantiranno l'eliminazione di tutti i
prodotti e le tecnologie americane dall'intero ecosistema".
Il nuovo regime di sanzioni probabilmente
infliggerà danni significativi alla fiorente industria tecnologica cinese,
causando danni considerevoli ai partner statunitensi che non sono stati
consultati in materia.
Ma
mentre l'annuncio è stato una sorpresa completa, si adatta alla lista molto più
ampia di azioni ostili degli Stati Uniti nei confronti della Cina negli ultimi
mesi. Alcuni di questi includono:
Diverse
delegazioni statunitensi (Nancy Pelosi e altri membri del Congresso in carica)
si sono recate a Taiwan per sfidare la politica di una sola Cina che è stata la
pietra angolare per le normali relazioni tra i due paesi negli ultimi 40 anni.
Due
navi da guerra statunitensi navigano attraverso lo stretto, BBC.
Manovre
USA-India al confine India-Cina.
La
persistente determinazione dell'amministrazione Biden a fornire alla Corea del
Sud un sistema di difesa missilistica letale che possa essere utilizzato per
scopi offensivi e che minacci la sicurezza cinese.
L'incessante
rafforzamento di una coalizione "anti-Cina".
Due
gruppi di portaerei statunitensi conducono esercitazioni nel Mar Cinese
Meridionale.
E ora
– secondo il Financial Times – l'UE è stata esortata a ripensare la sua
politica nei confronti della Cina.
Sebbene
non sia in alcun modo esaustivo, l'elenco dovrebbe dare al lettore un senso
dell'aumento della belligeranza che è attualmente rivolto a Pechino. Tormentare
la Cina è diventato un lavoro a tempo pieno che non è del tutto inaspettato
poiché la politica di "contenimento" USA-Cina risale alla Guerra
Fredda.
Ciò che è diverso ora – come indica la
strategia di sicurezza nazionale 2022 di Biden – è che gli Stati Uniti si
vedono nel bel mezzo di una "grande lotta di potere" in cui il nemico
principale è la Cina che è considerata "l'unico concorrente con l'intento
e, sempre più, la capacità di rimodellare l'ordine internazionale".
(NSS) In altre parole, l'amministrazione Biden
sta ammettendo che siamo in guerra con la Cina e che dobbiamo usare tutti i
mezzi necessari per prevalere in quel conflitto. Come ha recentemente osservato
l'analista di politica estera Andre Damon, la NSS non è una strategia per la
difesa della Repubblica, ma un "progetto per la 3° Guerra Mondiale".
Anzi,
il contenimento da solo non basterà più. Ciò che è necessario sono azioni
sempre più provocatorie che contribuiscano a isolare, denigrare e, in
definitiva, indebolire la Cina in modo che diventi uno "stakeholder
responsabile" nel "sistema basato sulle regole". In altre parole, Biden cerca un
vassallo compiacente che faccia clic sui tacchi e faccia come gli viene detto.
Suona
familiare?
Le
nuove onerose regole sulle esportazioni di Biden si adattano perfettamente a
questa più ampia strategia di confronto persistente e ostilità.
Scherza
anche con la visione neoconservatrice spesso ripetuta che non c'è "alcuna
speranza di coesistenza con la Cina finché il Partito Comunista governa il
paese".
Quindi,
ancora una volta, possiamo vedere che gli attacchi dell'amministrazione alla
Cina non sono solo progettati per "contenere" lo sviluppo cinese, ma
sono anche finalizzati al cambio di regime.
Crediamo
che il recente inasprimento della guerra tecnologica di Biden non abbia nulla a
che fare con le preoccupazioni per la sicurezza nazionale (come "campi
ancora emergenti dell'intelligenza artificiale e dell'informatica
quantistica"), ma sia in realtà un altro disperato tentativo di preservare
l'allentamento della presa di Washington sul potere globale.
Ecco come l'autore Jon Bateman lo ha riassunto
in un articolo su Foreign Policy Magazine:
"Il
Bureau of Industry and Security (BIS) ha annunciato nuovi ... limiti
all'esportazione in Cina di semiconduttori avanzati, apparecchiature per la
produzione di chip e componenti per supercomputer. I controlli... rivelano
un'attenzione risoluta nel contrastare le capacità cinesi a un livello ampio e
fondamentale. Questo cambiamento fa presagire misure statunitensi ancora più
severe a venire, non solo nell'informatica avanzata ma anche in altri settori
(come la biotecnologia, la produzione e la finanza) ritenuti strategici.
Il
ritmo e i dettagli sono incerti, ma l'obiettivo strategico e l'impegno politico
sono ora più chiari che mai. L'ascesa tecnologica della Cina sarà rallentata ad
ogni costo". ("Biden è ora all-in per eliminare la Cina", Jon
Bateman, Foreign Policy Magazine)
Eccolo
in bianco e nero. Gli Stati Uniti faranno tutto il necessario per preservare il
loro primo posto nell'ordine globale "che vada all'inferno o all'acqua
alta". E Bateman ha ragione, ci saranno senza dubbio "misure
statunitensi ancora più severe a venire, non solo nell'informatica avanzata ma
anche in altri settori (come la biotecnologia, la produzione e la
finanza)"
E
questo, naturalmente, significa più sanzioni e tariffe, più interruzioni delle
linee di approvvigionamento vitali e costi più elevati per tutto.
Se
pensavate che la guerra con la Russia avesse avuto un impatto sui prezzi
dell'energia, "Non avete ancora visto nulla!" Tornare indietro di 40
anni di globalizzazione sarà un'esperienza straziante equivalente a una grande
chirurgia dentale assente da Novocain.
Questo
è da Reuters:
"Gli
Stati Uniti si stanno affrettando ad affrontare le conseguenze non intenzionali
dei loro nuovi freni alle esportazioni sull'industria cinese dei chip che
potrebbero inavvertitamente danneggiare la catena di approvvigionamento dei
semiconduttori, hanno detto persone che hanno familiarità con la questione ...
a partire dalla mezzanotte di martedì, anche i venditori non potevano
supportare, servire e inviare non statunitensi, forniture alle fabbriche con
sede in Cina senza licenze se sono coinvolte società o persone statunitensi.
Di conseguenza, anche gli articoli di base
come lampadine, molle e bulloni che mantengono gli strumenti in funzione
potrebbero non essere stati in grado di essere spediti fino a quando ai
fornitori non saranno concesse le licenze. E senza il supporto minuto per
minuto di cui le fonderie hanno bisogno, potrebbero iniziare a chiudere, ha
detto una fonte.
Gli
Stati Uniti hanno pianificato di rivedere le licenze per le fabbriche non
cinesi in Cina colpite dalle nuove restrizioni caso per caso, ma anche se
approvate ciò potrebbe creare ritardi nelle spedizioni. Le licenze per le
fabbriche di chip cinesi rischiavano di essere negate". ("Gli Stati
Uniti si affrettano a impedire che i freni alle esportazioni di chip cinesi
interrompano la catena di approvvigionamento", Reuters)
Capisci
cosa intendo? Più interruzioni della linea di approvvigionamento significano
prezzi più alti, bilanci familiari più malconci e meno famiglie americane in
grado di tirare avanti i loro salari in contrazione.
Qualcuno
a Washington pensa a queste cose prima di mettere in moto le ruote?
L'amministrazione Biden è così ossessionata
dal contenimento della Cina, che è disposta a mandare gli standard di vita
degli Stati Uniti giù da un precipizio mentre porta il mondo ancora più vicino
all'annientamento nucleare.
Ecco
altri retroscena da un articolo dell'Asia Times:
Le
misure statunitensi non influenzeranno i sensori della Cina, la sorveglianza
satellitare, la guida militare e altri sistemi strategici perché la stragrande
maggioranza delle applicazioni militari utilizza chip più vecchi che la Cina
può produrre in patria.
Le nuove restrizioni statunitensi non impediranno ai
2.000 missili terra-nave e superficie-superficie della Cina di colpire le
portaerei statunitensi nel Pacifico occidentale, o le basi aeree statunitensi a
Guam e Okinawa, e non impediranno agli oltre 1.000 intercettori cinesi di
puntare missili aria-aria a lungo raggio contro gli aerei statunitensi.
Susciterà
anche uno sforzo cinese a tutto campo per sostituire la tecnologia americana di
produzione e progettazione dei chip. CapEx e ricerca e sviluppo si ridurranno
drasticamente nell'industria dei semiconduttori degli Stati Uniti, mentre la
Cina allocherà un budget enorme al settore.
Su un
orizzonte di cinque o dieci anni, il vantaggio tecnologico americano nella
progettazione e fabbricazione di semiconduttori rischia di svanire. Mentre i
bilanci di capitale collassano nell'industria occidentale dei semiconduttori,
il danno per gli Stati Uniti e altre economie occidentali sarà probabilmente
maggiore del danno inflitto alla Cina. un divieto totale degli Stati Uniti
sulle vendite di chip alla Cina eliminerebbe il 37% delle entrate delle società
di semiconduttori statunitensi, portando a ... la perdita da 15.000 a 40.000
posti di lavoro diretti altamente qualificati nell'industria statunitense dei
semiconduttori.
Nel
peggiore dei casi, il danno all'economia cinese sarà probabilmente
temporaneo... Ma l'impatto della depressione incipiente nell'industria
occidentale dei semiconduttori potrebbe causare danni permanenti. ("China chip ban a US exercise
in extreme self-harm", Asia Times).
Quindi,
tutto potrebbe ritorcersi contro come le sanzioni mal ponderate contro la
Russia che hanno spinto tutta l'Europa in una crisi energetica senza
precedenti?
Sì, è
quello che sta dicendo. Le nuove regole causeranno alla Cina qualche sofferenza
a breve termine ma, a lungo termine, danneggeranno solo l'industria americana.
È un altro classico esempio di "tagliarsi il naso per fare un dispetto
alla faccia", che sembra essere il MO di Biden su un gran numero di
questioni.
Vale
la pena notare che il piano Biden è un altro passo da gigante verso la
"de-globalizzazione". (che consiste nel reintrodurre barriere commerciali
transfrontaliere al fine di impedire un'ulteriore integrazione economica e
ridurre i costi).
Per
decenni, i leader economici e politici hanno propagandato le virtù della delocalizzazione
delle imprese e dell'esternalizzazione dei posti di lavoro come se questa fosse
la vera espressione del piano divino di Dio.
Ma ora che la crescita della Cina minaccia l'egemonia
globale degli Stati Uniti, le élite della politica estera hanno fatto un rapido
180°. Ora il genio della globalizzazione deve essere tirato e squartato e
rimesso nella sua bottiglia in modo che l'Occidente possa preservare il suo
primato divorziando efficacemente dalla centrale elettrica cinese.
A
proposito, "disaccoppiamento" è la nuova parola d'ordine tra gli
esperti di politica estera.
Ciò
che la parola implica è che gli Stati Uniti devono attuare "un certo grado
di separazione tecnologica dalla Cina, ma non dovrebbero arrivare al punto di
danneggiare gli interessi degli Stati Uniti nel processo".
In
altre parole, Washington è sulla buona strada per chiudere selettivamente molte
aree del commercio con la Cina, cercando di non darsi la zappa sui piedi.
(Buona
fortuna.)
Quindi,
dov'è tutta questa direzione, chiedi?
A più
conflitti, più scontri, prezzi più alti, standard di vita più bassi e, infine,
una disintegrazione dell'ordine prevalente.
Questo
è certo.
Il problema, naturalmente, è che i falchi cinesi ora
controllano le leve del potere a Washington, il che significa che gli attacchi
alla Cina si intensificheranno, il disaccoppiamento accelererà e presto seguirà
una crisi internazionale massicciamente destabilizzante.
L'amministrazione
Biden sta sperperando il potere americano in azioni unilaterali che non può
imporre e che non avranno alcun impatto significativo sullo sviluppo della
Cina.
Farebbero meglio a cercare modi per facilitare
la transizione verso un nuovo mondo, cercando pateticamente di riportare
indietro l'orologio al passato "momento unipolare".
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