Il grande imbroglio politico.

 Il grande imbroglio politico.

 

I Paradigmi del “Nuovo”

Colonialismo Totalizzante.

 

Conoscenzealconfine.it – (17 Ottobre 2022) - Maria Micaela Bartolucci – ci dice:

 

Non alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia è diventata una colonia, non è stato lo sbarco degli “alleati”, non sono tutte le basi NATO che “ospitiamo” a fare di noi una colonia.

Noi siamo una sorta di laboratorio, siamo cavie da esperimento e chi usa i vecchi paradigmi interpretativi novecenteschi, per analizzare questo inoppugnabile dato di fatto, è totalmente fuori pista: quei paradigmi sono obsoleti, perché parte del retaggio ideologico stantio ed inutile che li ha prodotti.

 

Il colonialismo prebellico è stato un colonialismo soprattutto di rapina di risorse territoriali, non serve ora fare una disamina storica che chiunque può effettuare andandosi a studiare uno qualsiasi tra le centinaia dei libri dedicati all’argomento, al contrario, il colonialismo a cui siamo sottoposti è di ben altra natura, è un colonialismo inverso, noi siamo una colonia di tipo diverso, lo siamo in modo più profondo e, in parte, ormai radicato.

A spiegarlo diventano inutili e fuorvianti anche le farneticanti elucubrazioni pseudostoriche sull’origine del nostro essere colonia; la nostra colonizzazione è iniziata ben prima di essere una nazione, uno stato sovrano che, forse, non siamo mai stati totalmente: pedine, come altri, in uno scacchiere internazionale, a geometria molto variabile, a cui giocatori occulti, hanno suggerito e guidato mosse che si sono trasformate in storia.

 La storia dei perdenti, fatta di vicende tutt’ora semi-occultate, perché nel momento stesso in cui si cerca di parlarne e di far luce su certi accadimenti, si abbatte su colui che lo fa, la scure del complotto che tutto fa tacere, se non fosse che il complotto è, oggi, la più lucida delle letture della realtà…

Ma andiamo con ordine. C’era tutto l’interesse affinché si creasse un “mondo bipolare”, il bipolarismo è da sempre il marchio di fabbrica del sistema politico statunitense: due blocchi, democratici e conservatori, che recitano, a soggetto, giocando ad opporsi l’un l’altro, senza esclusione di colpi, sul palco di una finzione democratica da esportare.

Il sommo divide et impera, da cui discendono, come in un diagramma ad albero, tutti gli altri. Due blocchi dunque, reali o figurati, la cui perpetua guerra, altrettanto reale o figurata, ha funto e funge da stabilizzatore, in un perpetuo equilibrio normalizzante che recide alla base qualsiasi spinta portatrice di un qualsivoglia cambiamento. Tutto deve e può cambiare affinché tutto resti uguale, purché nulla cambi.

Gli Stati Uniti, ma potremmo parlare in linea di massima e senza banalità, di  anglosfera, esportano “democrazia”, o meglio esportano il loro modello ideologico, il loro modello politico, sociale e culturale: il vero dominio mondiale è questo. Non hanno colonie, nel senso novecentesco del termine, perché hanno colonizzato il mondo.

Interi continenti invasi e conquistati da quello stesso modello. Laddove ci sono vere sacche di resistenza, laddove ci si oppone all’invasione, allora la guerra reale scende in campo, perché la mondializzazione non ammette nemmeno la più piccola eccezione.

The Winner Takes It All non è un simpatico motivetto musicale da fischiettare sotto la doccia o da canticchiare in macchina, è lo spirito del nostro tempo, lo Zeitgeist che tutto avviluppa in un allegorico, ma anche reale, abbraccio distruttivo che lascia dietro di sé le macerie fumanti di civiltà distrutte, rase al suolo.

Lo spirito dei vincitori che devono mostrare che tutto è fallace, che l’ideologia non esiste perché, là dove è stata applicata essa ha fallito: ha fallito il socialismo reale, ha fallito il nazional socialismo…ammesso e non concesso che questi siano mai stati realizzati.

Ancora una volta non mi impelagherò in una, al momento, inutile analisi storico-teorica dell’argomento, perché andrei fuori tema ed il lettore si focalizzerebbe su un falso obiettivo, distraendosi. Questo fomenterebbe un’altra inutile divisione.

I vincitori scrivono e riscrivono, come in 1984, la storia, piegandola tanto alla loro volontà, quanto alle loro necessità e, per farlo usano qualsiasi mezzo: producono documenti, occultano, falsificano… la realtà deve diventare illusoria, fumosa, ambigua e dalle nebbie deve emergere solo ciò che Pier Paolo Dal Monte definisce il mondo.

Vicende reali, create a tavolino o spontanee, non importa, diventano funzionali allo scopo, se ne falsificano i fini, se ne crea una narrativa ad hoc, dato il monopolio dei mezzi di comunicazione, se ne celano le origini o gli sviluppi… Tutto purché quel che è, sembri quel che deve necessariamente essere.

Uno spettro si aggirava per l’Europa, bene… nel momento in cui questo spettro cerca di incarnarsi, si farà in modo di agire così che si dimostri a tutto il mondo che è inadeguato, non tanto economicamente, l’economia è un epifenomeno sopravvalutato, ma culturalmente, socialmente, politicamente…

Nessuno gioisca, perché la stessa identica sorte, tramite modalità diverse, è toccata anche al nazionalismo, bestia altrettanto pericolosa per chi vuol distruggere ogni brandello di sovranità ed indipendenza…

La fine della storia è questa. La fine della storia avrebbe dovuto coincidere con la vittoria totale del modello liberale, il modello statunitense… No, signori, il giorno della fine non ci servirà l’economia.

Il giorno della fine sarà necessaria la civiltà, quella civiltà che, almeno nel nostro occidente, vanta più di duemila anni di storia, quella civiltà che deve disintossicarsi da tutte le scorie e le contaminazioni colonizzanti che lo hanno reso terra di nessuno, dove il nulla regna, dove la spiritualità è morta per lasciare il posto ad indefinite ricette di finta felicità immanente e precarizzante.

Un occidente ucciso da un cieco consumismo impoverente che ci obbliga a girare in un SUV, pagato a rate, anche tra le minuscole strade di città medioevali. Un misero stile di vita che ci chiede di mangiare, possibilmente in macchina o in piedi, della merda purissima che ha la forma di un cibo reale; noi che siamo i depositari di una delle culture culinarie tra le più elevate al mondo ci siamo prostrati all’immondizia, al cibo spazzatura.

Un colonialismo che vuole che la nostra lingua si impoverisca sempre di più affinché il nostro stesso pensiero si impoverisca ed allora scompare il congiuntivo, il modo dell’espressione dell’interiorità, compaiono gli anglicismi semplificanti e soppiantano la complessità linguistica, scompare il futuro, sostituito sempre più frequentemente dal presente… nulla accade per caso: il linguaggio origina il pensiero, tanto più è povero, misero, semplicistico, tanto più lo sarà il nostro pensiero.

La società statunitense è disgregata, apolide, meticcia, senza radici comuni, priva di storia, come scrisse Oscar Wilde “L’America è l’unico paese che è passato dalla barbarie alla decadenza senza aver mai conosciuto la civiltà”.

Ci sono voluti anni ma, finalmente, anche noi siamo sulla retta via! Disgregati in monadi, singoli individui al massimo accompagnati nelle nostre vite da qualche animale domestico e pieni di psicopatologie, reali o presunte, apolidi perché il tessuto sociale è stato polverizzato grazie anche ad una demolizione calcolata del tessuto economico su cui si basava il nostro paese, meticciati forzosamente dagli anni novanta, e non solo a causa degli sbarchi, fenomeno massiccio recente, ma da assurdi programmi pseudo-culturali legati alla cloaca sinistrata universitaria e scolastica in generale… restavano le radici culturali, la nostra storia: questa operazione è stata più lenta, ha richiesto più tempo per essere portata avanti.

 

Cancellare i nativi americani è una cosa, cancellare la culla della civiltà occidentale è ben più arduo compito. Non bastano certo quattro gomme del Ponte, qualche sigaretta o una manciata di telefonini e computer con la mela!

Questa è la conquista delle conquiste, la madre di tutte le distruzioni: rendere inutile il passato, sradicare la storia dalla nostra esistenza, sostituire la realtà reale con quella fantasma, addestrarci, formarci e conformarci ad essa, ubbidienti, mansueti e spaventati ma entusiasti, è stata una lunga marcia, progettata in ogni singolo passo e portata avanti con assoluta attenzione, quasi maniacale, anche ai più insignificanti dettagli. La trasformazione di una civiltà richiede tempo e metodo.

Politicamente è bastato trasformare le istituzioni in contenitori privi di ogni valenza e vincolarli ad una sovrastruttura fantoccio, poi distruggere qualsiasi retaggio di opposizione, fosse anche apparente, e la relativa classe politica che la incarnava, mani pulite docet, in seguito si doveva iniziare a toccare i diritti per cui ci eravamo battuti, credendoci fermamente: per mille diritti fondamentali abrogati, tolti, soppressi, ne hanno creati altrettanti falsi, ma tanto simili al vero da farli apparire come conquiste inestimabili.

Creare una falsa opposizione bipolare, su modello statunitense, ridurre il numero dei parlamentari, svuotare le elezioni di qualsiasi possibilità di reale rappresentanza, grazie a l’opera maestra del nostro meraviglioso sistema di voto, sono solo la conseguenza di questo percorso che, per essere attuato doveva passare per un Parlamento riempito di utili, insignificanti idioti presentati come progresso della politica, voce diretta del popolo.

Tutte le altre emergenze che si sono avvicendate sono solo servite a distrarre, dividere, impoverire, controllare, rassegnare, impaurire, demotivare, rendere fragili, addestrare, abituare, umiliare…

La massa ha seguito ed eseguito. La colonizzazione della culla della civiltà occidentale è quasi compiuta, restano solo opere di consolidamento e rifinitura.

Ma cosa accade in uno dei momenti più gravi della nostra storia? Si prende coscienza e si inizia un’opera di sensibilizzazione che possa, seguendo un lungo cammino disseminato di ostacoli, portare ad una lenta ricostruzione di ogni ambito della Civiltà?

 No, si distrugge, invece a suon di puristi vagiti pseudo intellettuali, pseudo politici, pseudo culturali.

Da alleati si diventa avversari, anzi, nemici e così facendo si divide ancora di più, si opera una sorta di trasformazione molecolare, utile solo al sistema che, sentitamente, ringrazia per questo aiuto insperato.

Occorre fare attenzione, a tal proposito, alla differenza che c’è tra collaborare, allearsi ed unirsi, perché, evidentemente, non sono la stessa cosa, ed è esattamente in questa differenza fondamentale che dobbiamo trovare una risposta alla drammatica situazione attuale.

Destristi e sinistrati impantanati ancora in inutili diatribe, lì ad osservarsi il pene per stabilire chi ce lo abbia più lungo, persi in onanistiche disquisizioni sul sesso degli angeli, pronti a sputare su chiunque si muova… Intanto, il nuovo colonialismo procede, inarrestabile, il proprio cammino distruttivo.

È il momento di prendere coscienza della realtà e rimboccarsi le maniche, collaborando con chi condivida la nostra stessa visione del mondo e possieda degli strumenti per interpretare la complessità del reale.

Non guru, imbonitori da fiera o sfavillanti personaggi da talk show, ma uomini e donne che abbiano visione politica, cognizione di causa e idee…

C’è molta strada da fare e molto da ricostruire perché, malgrado tutto, esistono ancora barlumi di civiltà da cui partire.

(Maria Micaela Bartolucci - frontiere.me/i-paradigmi-del-nuovo-colonialismo-totalizzante/)

 

 

 

Le lobby a Bruxelles. Il grande

imbroglio del neoliberismo.

Poterealpopolo.org – Redazione – (20 Maggio 2019) – ci dice:

 

Candidato della France Insoumise alle prossime elezioni europee, Gabriel Amard pubblica, nel 2014, Le grand trafic néolibéral: les lobby en Europe. Il pamphlet denuncia l’ingerenza del lobbismo nelle istituzioni dell’Unione europea, facendo appello alla disobbedienza sociale e politica nei confronti dei trattati europei e di una élite dirigente i cui membri agiscono spesso entro condizionamenti più o meno vincolanti dei grandi gruppi multinazionali e finanziari.

Il libro arriva in Italia, per merito di Salvatore Prinzi, ed è presentato tra il 7 e il 10 maggio a Milano, Napoli, Roma, Firenze, nell’ambito di un ciclo d’incontri con Amard organizzati da Potere al popolo.

All’“ExOpg” di Napoli, il compagno che introduce l’incontro annuncia da subito una presentazione “fuori dalle righe”. Amard vuole mettere in pratica un metodo che ambisce a coinvolgere in prima persona i partecipanti, rifiutando il rapporto tradizionale tra il politico (l’autore) “portatore di verità” e il cittadino (il pubblico) “ricettore passivo”.

La presentazione inizia con un gioco: il photo-language.

Dopo aver disposto a terra delle fotografie, Amard chiede ai partecipanti di soffermarsi sull’immagine che preferiscono e di commentarla. Gli interventi riservano delle sorprese: qualcuno si confessa inquieto rispetto alla diffusione degli psicofarmaci, “utilizzati come anestetici per le sofferenze prodotte da condizioni frustranti di vita e di lavoro, mentre non si fa niente per cambiare la società che ci deprime”; qualcun’altro, invece, osservando l’immagine di una fontana, sostiene che l’acqua “è così fondamentale per la vita che è un delitto, un’assurdità far pagare qualcosa di cui non possiamo fare a meno per vivere”.

Interrogati sui possibili legami tra le lobby e gli oggetti fotografati, i partecipanti evocano, allora, le multinazionali del tabacco, il controllo monopolistico di sementi e fertilizzanti, le grandi catene di fast food. Gli oggetti più comuni della vita quotidiana rivelano un segreto legame con i grandi monopoli. I presenti si lasciano trasportare dal gioco, esprimono dissidenze intime, altrimenti inconfessate, da cui emerge un punto di vista collettivo, antagonista all’ordine esistente, anche loro malgrado. Il linguaggio visivo stimola l’immaginazione come strumento di critica della realtà.

Arriviamo al libro. Amard consegna due pagine diverse a ogni partecipante, concede dieci minuti per leggerle, poi chiede loro di dare un titolo e di commentare ciò che hanno letto. Secondo l’autore “questo è un modo collettivo per appropriarsi dei contenuti del libro”.

Attraverso i titoli i partecipanti costruiscono una mappatura dei problemi principali dell’opera: “L’erba delle banche è sempre più verde”, “Desideri di tutto il mondo omologatevi!”, “Il caso greco: politiche di austerità e strategia dello shock”, “Europeismo e sovranismo: due facce della stessa medaglia”, ecc. Con i loro commenti, criticano, spiegano, s’interrogano, producono un “discorso politico”. Presentano il libro in prima persona. Da queste suggestioni si apre il dibattito.

Tra i temi che destano maggiore interesse emerge quello della sconfitta di Tsipras dopo il referendum del 2015. Amard evidenzia che la resa di Tsipras alla Troika ha lasciato la Sinistra Europea senza prospettive: “La lezione della Grecia – dice – è che bisogna essere pronti, avere un piano B”. Tuttavia, chiarisce l’autore: “Noi non siamo per la Frexit”. Se l’obiettivo della France Insoumise resta quello di cambiare i trattati, il piano di “emergenza” prevede, non l’uscita unilaterale dall’Unione europea, ma la costruzione di rapporti di cooperazione alternativi, fuori dai trattati.

In effetti, a qualche settimana dalle elezioni europee, la formazione Insoumise sembra aver moderato l’ipotesi di una uscita unilaterale dall’Unione europea e dall’euro.

In una recente intervista per il quotidiano francese Le Monde, Manon Aubry, capolista della France Insoumise per le elezioni europee, ha dichiarato seccamente di essere contraria alla Frexit , e a favore della rinegoziazione dei trattati europei che la candidata definisce “dei freni e degli ostacoli all’armonizzazione sociale e fiscale” .

Dal canto suo, invece, Jean-Luc Mélenchon non esita, in questi mesi di campagna elettorale, ad affermare che l’uscita dai trattati dell’Unione europea, che limitano la sovranità popolare e impediscono la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, sostituendovi la competitività e la concorrenza, è condizione preliminare di ogni reale avanzamento in campo ecologico e sociale.

 

Queste posizioni possono apparire divergenti. Secondo Pauline Graulle, autrice per Mediapart di un ampio articolo sul “piano B”, esse peccano di un’ambiguità di fondo che rischia di rendere “illegibile” la strategia degli Insoumis. Constatando che esistono dibattiti ancora in corso all’interno del movimento su come si possa articolare in concreto il “piano B”, la Graulle si chiede in cosa consista effettivamente questa strategia “d’emergenza”: “Una uscita dall’Eurozona? La non attuazione dei trattati o il loro rifacimento? L’uscita unilaterale o concordata con altri paesi? E questa uscita sarebbe decisa per referendum o subita nei termini di una “espulsione” della Francia dall’UE? Le versioni oscillano continuamente” .

 

Le domande e i dubbi sono legittimi, d’altra parte tra la prospettiva strategica e la sua applicazione pratica, tattica, c’è sempre una distanza dettata dalla imprevedibilità delle situazioni concrete in cui ci si trova a operare. Nel luglio 2015, durante il congresso del Parti de gauche a Villejuif, i membri del partito erano divisi tra quanti, dopo la resa di Tsipras, assunsero con convinzione una linea pro-Frexit (circa il 45% dei partecipanti), e quanti, invece, condividevano la linea, maggioritaria nella direzione, di una disobbedienza senza uscita, che puntava a costruire rapporti di forza internazionali per imporre una riforma radicale delle istituzioni europee e nuove relazioni di cooperazione tra i popoli.

Nondimeno le due posizioni trovarono una sintesi nella risoluzione conclusiva del congresso, dove si leggeva che “il programma del Parti de gauche è incompatibile con l’Unione europea così come essa è definita dai trattati”, donde risultava la necessità di un “piano A”, inteso come “costruzione di un rapporto di forza europeo tale da finirla con i trattati” e di un “piano B” equivalente alla “uscire dall’euro e dall’Unione europea”.

 

Tuttavia, dopo le elezioni presidenziali del 2017, in occasione dell’Assemblea rappresentativa del movimento degli Insoumis del 7 aprile 2018, dunque in piena costruzione della campagna politica per le europee, la parola d’ordine “cambiamo l’Unione europea o ce ne usciamo” lasciava il posto a “L’Avvenire in comune”.

 

Nello stesso anno, nel discorso di chiusura dell’università estiva di Marsiglia, il leader della France Insoumise dava una versione soft della strategia dei due piani, chiarendo ai suo i militanti che se il “piano A” punta a “cambiare le regole” dell’Unione europea, il “piano B” significa “che lo faremo lo stesso, con l’appoggio di quelli che la pensano come noi”. Ovvero, per riprendere ancora una dichiarazione di Manon Aubry rilasciata il mese scorso, per i dirigenti Insoumis la posta in gioco sarebbe quella di “disobbedire ai trattati con o senza il consenso delle istituzioni europee” .

 

Ad ogni modo, se nell’aprile 2018 il “piano B” passava in secondo piano, ad oggi esso sembrerebbe più una zavorra che un punto di forza per i rappresentanti del movimento francese: la dirigenza della France Insoumise guarda, per queste elezioni europee, ai ceti medi e agli elettori della sinistra tradizionale che la prospettiva dell’uscita dall’UE ha allontanato dal movimento.

A ciò va forse aggiunto che le elezioni europee costituiscono l’occasione più propizia per avanzare nella costruzione di rapporti di forza favorevoli alla disobbedienza ai trattati con le altre forze della sinistra radicale europea, tra le quali gli spagnoli di Podemos non condividerebbero l’ipotesi di una uscita netta dall’Eurozona.

Si tratta di un’ambiguità di fondo nella strategia degli Insoumis o di sfumature tattiche di una medesima strategia piuttosto flessibile nelle sue declinazioni contingenti? Secondo Amard la questione non si pone: “Non abbiamo mai cambiato posizione dall’inizio. Piano A, si cambiano i trattati; piano B, si costruisce un’alternativa di cooperazione fuori dai trattati con chi vuole. Non si è mai parlato di uscita unilaterale, ma di uscita “per” e “a condizione di” costruire relazioni di cooperazione internazionale diverse da quelle regolate dai trattati. Non è la Frexit da sempre”.

In conclusione, Amard spiega il senso di questa presentazione: l’approccio utilizzato allude a un diverso modo di fare politica su basi partecipative. Un esempio? L’elaborazione legislativa della France Insoumise: si tratta di partire dal vissuto e dai bisogni dei cittadini, per elaborare proposte “dal basso” che vengono successivamente pubblicate sulla piattaforma online degli Insoumis e consegnate ai deputati.

 

Questo approccio – spiega Amard – implica il rifiuto radicale del linguaggio burocratico della “scrittura legislativa” che, inaccessibile alla popolazione, riproduce una separazione tra classi dirigenti e classi subalterne: appropriarsi di questo linguaggio, rendendolo accessibile a tutti, significa anche cambiare l’attore della produzione legislativa, dai tecnici ai cittadini, restituendo a questi la legittimità di pensare in prima persona una soluzione per i problemi del paese.

La strategia della Rivoluzione Cittadina ambisce alla partecipazione diretta delle masse, confida nell’iniziativa del popolo, che deve travalicare l’attività del partito e spingere oltre i limiti delle possibilità istituzionali per un cambiamento radicale: “A noi – dice Amard – spetta il compito di sostenere, seguire, lottare con il popolo…”.

 

È quanto sta accadendo in questi mesi di mobilitazioni di massa, rispetto al movimento dei Gilets Jaunes. La France Insoumise è l’unico partito ad aver dato voce alle rivendicazioni di questo movimento, cercando di dare alle mobilitazioni uno sbocco politico nell’Assemblea Nazionale. Dal canto suo, Macron ha adottato sin dall’inizio una strategia di repressione e isolamento mediatico del movimento, con il duplice obiettivo di incutere timore nella popolazione e di screditare i manifestanti nell’opinione pubblica, distorcendo informazioni e costruendo una narrazione falsa, spingendosi perfino a privare i giornalisti indipendenti della libertà d’informazione, censurando, arrestando gli operatori presenti sul campo durante le manifestazioni, per impedire loro di mostrare ciò che accade realmente.

Il compito della France Insoumise, secondo Amard, è quello di organizzare la solidarietà concreta al movimento, dalla partecipazione alla piazza alla difesa contro la repressione, nonché quello di dare voce alle loro rivendicazioni e di mostrare la verità denunciando le mistificazioni del governo.

Su queste basi il riconoscimento tra gli Insoumis e i militanti di Potere al popolo può essere immediato, nella consapevolezza di condividere, pur tra non poche differenze, una medesima volontà di “rivoluzione cittadina” che, in opposizione alla politica dei partiti tradizionali, si realizza ogni giorno in molteplici percorsi di lotta e di riappropriazione collettiva della politica dal basso.

 

 

Non è l'Arena, Alessandro Orsini

svela a Massimo Giletti

il grande imbroglio di Mario Draghi.

Così prende in giro l'Italia.

iltempo.it - Valentina Bertoli – (19 giugno 2022) – ci dice:

 

Il governo è al bivio. Il premier Mario Draghi rientra dal tour internazionale e trova una maggioranza a pezzi. L’estenuante trattativa condotta con i colleghi europei per ottenere la concessione all’Ucraina dello status di Paese candidato a entrare nell’Ue e per fissare un tetto continentale al prezzo del gas è stata solo l’antipasto.

Ospite nel salotto di "Non è l’arena", programma di La7 condotto da Massimo Giletti, Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo internazionale, punta il dito contro il governo Draghi ed espone la teoria del grande imbroglio: “Mi colpisce quanto l’Italia sia sottomessa. C’è un evidente scostamento tra quello che sentiamo e quello che succede davvero. Noi sentiamo analisti, ricercatori, politici, giornalisti. Credo che molti siano disonesti perché legati a forti centri di potere”.

Orsini, senza freni, si definisce una falla del sistema e ci va giù pesante: “Facciamo il calcolo di chi parla bene di Draghi e delle conseguenze di criticare il nostro governo. Mario Draghi ha imbrogliato gli italiani. Tutte le volte che Zelensky incontra un fioraio, chiede armi pesanti. Pensiamo quando parla con i Capi di Stato”.

 Poi a valanga: “Draghi ha incontrato a Kiev Olaf Scholz, cancelliere della Germania, ed Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese. In quell’occasione il presidente dell’Ucraina non ha chiesto armi. Si sono messi d’accordo”.

Giletti lo ha interrotto: “Senza dubbio Draghi è un abile diplomatico. Ci sono dei problemi. La questione è delicata. Come se ne esce?”.

“In Italia c’è una catena di comando chiara. Il governo è animato da figure scialbe. Draghi deve esautorare il Parlamento per inginocchiarsi al potere, a Biden. Stanno ingannando gli italiani con degli escamotage. Draghi non ha volontà politica. Fa quello che dice Biden” ha concluso il professore Orsini senza esitazione.

 

 

Il grande inganno.

Dissipatio.it – Michele Saracino – Paolo Cirino Pomicino – (3-5-2022) – ci dice:

Paolo Cirino Pomicino pubblica con (Lindau) il suo "J'accuse" contro una classe politica che fa gli interessi di qualcun altro. Una contro-storia della Repubblica italiana.

Nella storia di un Paese ci sono eventi che non è facile dimenticare. In qualche modo, ogni italiano sa da dove viene: dal referendum del ’48 come dagli anni di piombo, dal boom economico, dalla Roma dei papi.

 E ogni nuovo evento, ogni disgrazia, ogni gioia, non può essere considerata a prescindere da quello che c’è stato prima.

Ripercorrere la nostra storia è quantomai un’urgenza di fronte alle sfide che ci attendono.

Se è vero che riguardare al passato può essere di grande giovamento per l’avvenire, chi può farlo meglio di qualcuno che ha incarnato lo spirito dell’Italia che fu?

 A conti fatti, è quanto si propone di fare Paolo Cirino Pomicino nel suo ultimo libro, di recentissima uscita, Il Grande Inganno (Lindau 2022).

 

Il Grande Inganno (Lindau) di Paolo Cirino Pomicino.

Commentare un libro come questo non è semplice. Offre però un punto d’appoggio per impegnarsi in una seria riflessione sui temi che propone, al di là delle opinioni, dell’approvazione e del disaccordo.

 Pomicino mette sul piatto della bilancia una vita vissuta, prima che un’esperienza riformulata in una teoria politica.

Rileggendo criticamente le recenti gesta della politica italiana, Pomicino tesse le fila di una narrazione avvincente, di una vera e propria controstoria dell’Italia politica dalla liberazione ad oggi.

Capire cosa abbiamo dimenticato del nostro passato diventa la chiave per comprendere a fondo la disarmante condizione in cui versano le istituzioni del Paese: si tratta di riconoscere come problemi esiziali l’esautorazione implicita, ma di fatto, del potere e del prestigio del Parlamento, la dissoluzione dei partiti, la progressiva dipendenza dall’estero in termini economici.

Lo dicevamo prima, quella di Pomicino è una vita gettata sul tavolo, non una narrazione distaccata.

 Impossibile da falsificare per ciò che riguarda la dimensione percettiva della storia (Pomicino ha vissuto, in qualche modo è stato molta parte di una certa stagione politica: nessun vissuto, in quanto tale, è falso), nelle sue conclusioni si espone coraggiosamente – questo è un merito che va riconosciuto – alla discussione, alla replica, alla confutazione.

Ma è bene procedere con ordine.

Per Pomicino, l’Italia come sistema-Paese ha visto agire nella propria storia troppe persone che non avevano a cuore gli interessi giusti. Economisti, politici, magistrati, che hanno tradito.

 Dal 2018 il Parlamento non riesce ad eleggere come Presidente del Consiglio un proprio membro.

Lo stesso vale per la salita al Colle.

Questa è la punta dell’iceberg, l’evidenza forte da cui Pomicino parte. La crisi delle istituzioni, il Parlamento su tutte.

 Le cause sono molteplici, ma l’autore ne rende una in particolare il perno dell’intera ricostruzione: il peccato originale della storia italiana da un certo momento in avanti ha consistito nell’attacco frontale, spregiudicato e decisivo contro la dimensione stessa del ‘politico’.

L’inizio degli anni ’90 è, per Pomicino, l’inizio di una fine. Tra il ’91 e il ’93 si consuma quell’alleanza tanto insolita sulla carta quanto efficace nella realtà che vede stringersi attorno a più di un tavolo i transfughi di quello che è l’ormai ex PCI e i grandi nomi emergenti del capitalismo italiano.

Tecnicizzazione della politica (è il ’93, Ciampi sarà il primo di una lunga serie), supporto da parte del tam tam giornalistico delle grandi testate, vero e proprio ‘sguinzagliamento’ della magistratura.

È questo il Grande Inganno che Pomicino vuole metterci davanti agli occhi: la demonizzazione etico-morale della classe politica scaturita dalla Democrazia Cristiana fin da subito vincente alle urne da parte di quegli stessi ‘vinti’ della storia (e dal voto) che al potere non arrivarono mai, se non «quando il comunismo era stato cancellato in quasi tutto il mondo, e ci arrivarono grazie ai De Benedetti, agli Agnelli, ai Cuccia, ai Pesenti, ai Romiti e a tanti altri capitalisti italiani».

Pomicino avanza sospetti davvero pesanti. Gli interrogativi su una Tangentopoli che lascia con le ‘Mani Pulite’ solo il PCI, la critica serrata al concetto stesso di trattativa Stato-mafia, le mai chiarite relazioni tra Giovanni Brusca e Luciano Violante: sono questi alcuni tra i passaggi che portano Pomicino a formulare dubbi e insieme conclusioni.

Una su tutte, che vere e proprie operazioni di palazzo a danno di chi elettoralmente sembrava essere invincibile ci sono state eccome.

Ma a che cosa ha portato questo rivolgimento profondo della politica italiana attraverso strumenti profondamente non-politici è a tratti antipolitici come le inchieste, la magistratura, l’alleanza col capitale?

In poche parole, la risposta di Pomicino è la seguente: all’autodistruzione del Paese, dal momento che si è consegnato nelle mani di chi non ha a cuore i suoi interessi.

 

Maledetti ’70.

Ecco dunque una nuova carrellata di strani, disastrosi accadimenti: se dal punto di vista economico-finanziario siamo divenuti progressivamente una sorta di protettorato francese (il pensiero qui va certamente alla figura di Jean Pierre Mustier, ma esiste purtroppo una sfilza di casi altrettanto eloquenti), da quello della rilevanza internazionale le cose non vanno certamente meglio.

 Ed effettivamente, dai tempi in cui Andreotti poteva dissuadere Bush padre dal commettere errori di politica estera in stile tipicamente americano al G4 strategico Biden-Macron-Scholz-Johnson per la guerra in Ucraina, si ha l’impressione di non parlare più dello stesso Paese. Mentre il vuoto politico dell’Italia della Seconda Repubblica lasciava campo libero all’instaurazione e al progressivo rafforzamento dell’asse franco-tedesco in Europa, gli eredi del PCI (Partito Democratico, Partito Democratico della Sinistra, Democratici di Sinistra) si dimostravano più preoccupati a far macerie di quel che rimaneva della DC, ‘uccisa’ dalla magistratura su loro commissione, che di badare agli interessi nazionali.

Così D’Alema incappa nell’errore di offrire a Bush figlio le basi di Vicenza per bombardare Milosevic, mentre oggi la vicenda Fincantieri-Saint Nazaire ci mostra che, a questo punto, «la colonia Italia, insomma, può solo vendere, mai acquistare».

La ricostruzione di Pomicino è decisamente a senso unico, i principali attori della Democrazia Cristiana ne escono come martiri che, letteralmente morendo o comunque patendo per l’Italia, restano ancora vittime di una storia scritta da comunisti impenitenti.

Se, da un lato, emerge sempre più, col passare degli anni, l’accanimento della magistratura contro personaggi la cui demonizzazione non è mai stata supportata dalla certezza dei fatti, dall’altro va detto che è innegabile la stretta affinità di alcuni esponenti di primissimo piano della DC stessa con ambienti particolarmente discutibili.

Di Gladio, della P2 e dei rapporti Gelli-Andreotti, Pomicino non parla affatto.

Ma aver riportato all’attenzione del dibattito italiano la continuità storica dei problemi che affliggono la nostra politica ha un ultimo importante merito.

 Un’accusa in particolare tra quelle formulate da Pomicino merita di essere condivisa: la messa da parte, sotto ogni punto di vista, della dimensione politica del governo della cosa pubblica. Legata a doppio filo con i salotti buoni della finanza, subordinata ad interessi di vario genere e condannata all’irrilevanza strategica, la politica in Italia non è semplicemente più politica.

È un gioco di interessi, a cui si prestano professori universitari, economisti e banchieri, addirittura comici e parvenu, nella completa assenza di una vera e propria classe politica.

Il problema è che la soluzione di Pomicino – una specie di «ridateci il ‘900!», non ha nulla di realistico e percorribile.

Lo si legge fra le righe di queste pagine, scritte con fervore con un trasporto davvero commovente.

 Sono pagine di un uomo che mentre scrive di politica, sa che scrive della sua propria vita: fino a tanto le due cose si sono fuse, per diventare indistinguibili.

Non c’è più alcuno spazio per un ‘popolarismo cattolico’ autentico in politica: il mondo che si apre di fronte a noi è un mondo non più vergine.

Questa è, in fondo, la grande utopia del cattolicesimo politico (molto più politico che cattolico) del Novecento post-conciliare: rievangelizzare il mondo attraverso la prassi.

 Il punto è che il ‘mondo’, o – per usare categorie meno impegnative sul piano teologico – la società civile, il popolarismo cattolico l’ha già conosciuto, ammirato, sfruttato, abbandonato.

Si tratta di saper leggere la storia nel suo divenire e di riscoprire una sua metafisica, teleologicamente ordinata oggi più che mai. L’illusione che Greta Thumberg e Bill Gates possano essere via di rinnovamento in un senso autenticamente ‘cristiano’ è figlia della stessa incomprensione fondamentale che portava Benedetto Croce ad esclamare esultante che «non possiamo non dirci cristiani».

È un’illusione tipicamente Novecentesca, forse in buona fede per alcuni, ma pur sempre un’illusione. E in quanto tale, distruttiva.

 

 

De Luca contro Conte: “Racconta palle.

Il reddito di cittadinanza non aiuta i poveri veri

 Vesuviolive.it – Redazione – (Set 23, 2022) – ci dice:

È un Vincenzo De Luca scatenato quello che in conferenza stampa attacca i principali avversari politici del Pd, in particolare Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle non va giù al governatore che già in una sua diretta su Tok Tok aveva parlato di truffa mediatica e politica.

Un concetto che viene ribadito oggi.

De Luca contro Conte.

“Abbiamo avuto modo di apprezzare Giuseppe Conte e qui siamo di fronte a trasformismo e truffa politica e mediatica.

 I 5 stelle hanno governato con la Lega, il Pd, Forza Italia e Draghi.

Sono stati per 4 anni al governo, tre con Conte presidente.

Ora gira per l’Italia come un turista, capitato in Italia per caso. Fino a tre mesi fa Conte ha votato Draghi.

Fanno demagogia: “Noi siamo contro la casta”. Ma hanno governato l’Italia per 4 anni. Cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza, superbonus e un po’ di demagogia.

Questa del reddito è una grande truffa politico mediatica. Il partito democratico ha sbagliato a non chiarire le posizioni. Il reddito viene presentato da Conte come una misura essenziale di contrasto alla povertà.

La cosa quando era stata approvata si era presentata come una misura per avviare al lavoro i giovani.

Ma i due terzi poi non possono lavorare, primo punto da chiarire quindi è una misura di contrasto alla povertà (che già esisteva dal governo Gentiloni) o di avviamento a lavoro? Io sono d’accordissimo a prendere misure per aiutare la povera gente ma regalare uno stipendio a chi non può lavorare è un’altra cosa. Si mescola così chi ha bisogno di aiuto con i parassiti, non c’è modo di controllare. Noi abbiamo messo insieme la povertà vera con parassitismo e clientela.

In Campania abbiamo migliaia di percettori, i controlli si fanno solo dopo e la cosa si presta a imbrogli clamorosi e il recupero dei soldi non lo può fare più nessuno.

 Nel nostro paese nel 2021 sono state fatte 107 mila revoche del reddito solo con controlli a campione. In Campania dati INPS, sono 18 mila. Sono centinaia di milioni di euro buttati a mare e che vengono sottratti a chi è povero davvero.

Non le misure per la povertà ma misure che tolgono soldi alla povertà. Oltre la revoca, c’è un’altra misura la decadenza che non prevede la restituzione dei soldi già percepiti (magari come chi trova un lavoro). Per il 2021 sono state 346 mila, in Campania 66 mila.

Centinaia di milioni di euro bruciati sull’altare della clientela politica.

E quindi Conte va girando dicendo che va difendendo la povertà, non aspettavamo Conte. Difende un’operazione di clientela politica di massa che mette insieme i poveri veri che hanno bisogno di due mani, toglie le possibilità di controllo ai Comuni e brucia miliardi di euro che andrebbero ai poveri veri, ai disabili.

 Mi è capitato di ascoltare un esponente dei 5 stelle dire che grazie ai navigator hanno lavorato 300 mila persone. Andrebbe arrestato per delinquenza politica. I navigator hanno il rapporto di lavoro con l’Anpa, non c’è neanche una registrazione di uno che sia andato a lavorare grazie a loro. Siamo alle truffe mediatiche.

Mi è capitato stamattina sentire Conte raccontare un’altra palla, grazie al reddito le imprese, risparmiano 760 euro. Le misure approvate da Draghi sulla decontribuzione sono più efficaci e valgono 36 mesi non 18. Poi la cosa diventa delicata perché i drammi sociali sono veri, la povertà è cresciuta. Il primo che si alza e racconta una palla rischia di prendere consensi “.

L’endorsement a Letta.

“In tutto questo noi, io, ho proposto non i contributi ma il piano per dare lavoro a 300 mila giovani del Sud nella pa. Si potrebbe fare in un anno. Conte non ha creato un posto di lavoro, la Regione Campania lo ha dato a 5 mila giovani (3 mila per il Concorso) più altre migliaia mandati a lavorare nelle aziende come l’Eav risanata nei bilanci. Noi con i fondi europei aiutiamo i giovani, chi pensa alla campagna elettorale e fa clientela politica e brucia i miliardi e chi come me lavoro per creare un’occupazione stabile che cambia la vita e blocca l’emigrazione dei giovani.

Il Pd con Letta ha appoggiato il mio piano con 4 anni di ritardo, meglio tardi che mai. Io sto facendo la battaglia perché abbiamo 22 miliardi congelati, mica Conte ha fatto la battaglia per farli arrivare al Sud. Solo reddito e pippe varie. Io dico quello che ritengo mio dovere dire, poi i cittadini sono liberi di votare come vogliono. Se vi dovessi dire che Letta è una figura effervescente che crea brividi di entusiasmo non mi sentirei di dirlo, mi accontento con questi chiari di luna di un esponente politico che ha un po’ di serietà e competenza. E non racconta palle agli italiani. In un voto giocano mille fattori “.

Poi una battuta anche su Calenda:

“Calenda non ha voluto dare vita a una coalizione di centro sinistra perché non intendeva stare insieme a chi non condivideva posizioni nette. Dopo le elezioni dobbiamo fare un governo di unità nazionale. Sono cose sconcertanti, per fare la coalizione non va bene “.

 

Il “Rientro” di Samantha

Cristoforetti grida Vendetta!

Conoscenze al Confine 18 Ottobre 2022 di Andrea Tosatto

 

Quanta tristezza provo nel vedere tante persone non capire che, se di una cosa di cui si può vedere tutto, non ti fanno vedere niente, significa che c’è del marcio. Il rientro di Samantha Bukakke Cristoforetti grida vendetta.

Si parte con un bel CGI (la CGI – computer generated imagery – è una sottocategoria degli effetti visivi VFX. Riguarda scene, effetti e immagini creati con un software per computer).

 Poi una telecamera che avrebbe potuto benissimo essere collocata nella parte anteriore del veicolo, così da riprendere in presa diretta tutta la discesa dall’orbita al mare, è stata inspiegabilmente posizionata nella parte posteriore della cabina dove poteva riprendere solamente il casco della nostra pornoattrice.

Per un po’ si vede lei seduta in questa cabina che potrebbe benissimo essere quella di un simulatore, poi, come sempre, stacco a Houston dove, per un tempo interminabile, un gruppetto di facce di culo finge di osservare preoccupato un monitor, poi un’immagine grigia di un qualcosa di indistinguibile e finalmente, con un salto di immagine terrificante e assolutamente ingiustificabile i paracaduti si aprono con la Cristoforetti ormai ad un’altezza bassissima…

Altro stacco di immagine e veicolo ammarato. Insomma, tutta la discesa non pervenuta. Ma ci rendiamo conto della immane presa per i fondelli? Persino un bambino di otto anni reagirebbe indignato!

E invece, a casa, una massa di coglioni si unisce al plauso delle facce di culo di Houston e va a letto persuasa di aver visto davvero la nostra eroina (intesa come droga da cui star lontani) discendere a Terra dallo spazio.

Poi ci meravigliamo se l’80 per cento della popolazione italiana si è inoculata, si è bevuta la balla delle Torri Gemelle, teme che il pianeta si scaldi, si schiera con Zelensky, spegne i termosifoni e cucina la pasta con i fornelli spenti. La verità è che l’intelligenza dell’essere umano è, in larghissima misura, incredibilmente sopravvalutata.

Io non sono una persona che ama offendere. Qualcuno ha criticato come mi rapporto con Samantha Cristoforetti, con la quale ho fatto un’eccezione arrivando, se non all’insulto, comunque alla denigrazione e allo sfottò.

A questo punto vorrei chiarire una cosa: Io sono molto arrabbiato con lei e con quelli come lei. Samantha Cristoforetti ha girato spot di promozione ai vaccini per il nostro Governo. Ha sulla coscienza bambini danneggiati, miocarditi, infarti, tumori, leucemie. Sponsorizza le farine di insetto e di scarafaggio.

Cosa ha a che fare questo con il suo lavoro? Per quanto mi riguarda Samantha Cristoforetti ci inganna. Finge di essere nello spazio quando in realtà è chissà dove.

La Iss non mostra mai la quarta parete. Si vedono cavi, persone che afferrano in aria oggetti inesistenti, fili microfonici che attraversano incredibilmente gli arti degli astronauti, pupazzetti che compaiono e scompaiono dal nulla. È un immane circo.I capelli statici e ritti di Samantha gridano vendetta e solo uno stolto potrebbe non accorgersi della farsa. Tutte le riprese Nasa sono un insulto all’intelligenza di chiunque.

Il ritorno a casa della nostra astronauta è stato a dir poco scandaloso. Perfino un ritardato si indignerebbe sentendosi offeso nella sua capacità critica.

La cricca cui Samantha Cristoforetti regge il gioco, fotte ai contribuenti americani 50 milioni di dollari al giorno.

Penso che Samantha Cristoforetti non sia un’astronauta ma una misera influencer al soldo di un sistema che vive di menzogna e che è arrivato a volerci eliminare fisicamente.

La ritengo un soldato dell’esercito nemico. Quello che ha isolato i nostri anziani durante il Covid, e che ora vorrebbe farli morire di fame e di freddo assieme a noi e ai nostri figli. Mio nonno, probabilmente, avrebbe appeso una Samantha Cristoforetti.

Io no. Mi accontento di farle notare che ha i capelli come Cameron Diaz in “Tutti Pazzi per Mary” e di pigliarla un po’ in giro. Si ritenga fortunata.

E chi pensa che Tosatto sia inopportuno o poco elegante vada leggermente a pigliarselo nel culo.

(Andrea Tosatto- t.me/AndreaTosattoOfficial)

 

 

 

 

FdI: "no green pass e no

obbligo vaccinale, commissione d'inchiesta sul Covid"

affaritaliani.it- Elisabetta Gardini – (18 ottobre 2022) – ci dice:

 

Elisabetta Gardini, deputata di Fratelli d'Italia, anticipa le posizioni del nuovo governo sulla pandemia.

"La nostra posizione è no green pass e no obbligo vaccinale"

"Posso anticipare cose che non sarò io a determinare e a decidere, però coerentemente con quello che abbiamo scritto nei programmi e con quello che abbiamo detto in campagna elettorale, nel momento in cui noi siamo contro il green pass e contro l'obbligo vaccinale, perché pensiamo che non sia questo il modo di affrontare un'emergenza sanitaria, tant'è che vogliamo una commissione che vada a valutare quello che è stato fatto, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista sanitario", dice Elisabetta Gardini, deputata di Fratelli d'Italia” .

In merito poi alle multe agli over 50 che non si sono vaccinati, Elisabetta Gardini ha aggiunto: "La coerenza sarebbe appunto di sterilizzare questo capitolo, però è una mia personale interpretazione. La nostra posizione è assolutamente no green pass e no obbligo vaccinale. Sono sempre stata d'accordo sul fatto che una qualunque cosa sanitaria vada decisa personalmente con il proprio medico, e non con un obbligo fatto da un burocrate".

Elisabetta Gardini, deputata di Fratelli d'Italia: "Fare una commissione d'inchiesta sulla gestione del Covid è nel programma di governo"

"Una commissione d’inchiesta sulla gestione del covid? È nel programma di governo, la gestione del covid in Italia ha portato dei risultati, sia a livello economico che a livello sanitario, tra i peggiori", ha aggiunto Elisabetta Gardini.

 

 

 

 

CAOS M5S- L’harakiri finale

di un grande imbroglio cominciato nel ’92.

Ilsussidiario.net- (25.06.2022) - Gianluigi Da Rold – ci dice:

 

La nascita del partitino di Di Maio e la fine dei 5 Stelle segnano un nuovo spartiacque della repubblica. Avremo imparato la lezione?

La sensazione che ti salta subito alle mente è che l’operazione del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, segni una svolta in questo avventuroso trentennio di politica italiana.

La scissione consistente avvenuta nel Movimento 5 Stelle ( che non è più il primo partito del Parlamento), non è soltanto la nascita di un nuovo e immaginifico (veramente dannunziano) movimento politico, ma il capolinea di una delle stagioni tra le più sgangherate della nostra giovane democrazia, anche se conta ormai 70 anni dopo la caduta del fascismo.

Fuori da ogni metafora e dalle buone maniere che si devono mantenere, ipocritamente, in questo Paese, siamo arrivati al “capolinea del vaffa day”, il pensiero politico di un comico modesto che, in un periodo di grandi tribolazioni, è riuscito a dare il colpo di grazia all’assetto istituzionale, politico e sociale di questa Repubblica, facendo ricorrere ai ripari una classe politica che ormai non c’è più.

Inutile anticipare i tempi. Ci vorranno alcune elezioni amministrative e poi quelle politiche per misurare l’attuale forza dei vari gruppi sparsi che ha prodotto il “verbo grillino” e l’intuizione tecnologica ispirata a Rousseau, filosofo contraddittorio, ridotto a “piattaforma” dai Casaleggio, padre e figlio.

Al momento i sondaggisti più accreditati dicono che il nuovo movimento di Di Maio raccoglierebbe dall’1 al 2 per cento. Difficile valutare. Ma oramai c’è chi fa scommesse con i bookmakers inglesi che quel 33 per cento e passa raccolto dalla galassia del comico nel 2018, difficilmente potrebbe raggiungere una doppia cifra in percentuale da tradurre in parlamentari dopo le prossime politiche. Insomma siamo probabilmente di fronte alla celebrazione di un funerale politico.

"DI MAIO CONTRABBANDA VACCINI".

 Perché l'Ue tiene ancora secretati i contratti di Pfizer?

Questa nuova scissione (ce ne è stata una serie che è inutile contare) sembra il timbro definitivo della crisi che attraversano le democrazie occidentali, soprattutto però l’Italia.  C’è da notare il paradosso che ogni scissione del M5s ha provocato un “richiamo all’origine” del Movimento, oppure alla sua inevitabile trasformazione, o ancora al “tradimento poltronaro”.

 

Ma il vero fatto paradossale è che non si troverà nessun aderente, nemmeno un dirigente, in M5s, che saprà solamente sintetizzare, anche in modo confuso, quale tipo di società ha o ha avuto in mente il Movimento, quali sono le scelte politiche di fondo, quali i riferimenti istituzionali.

In genere ci si riferisce al Parlamento da “aprire come una scatola di tonno”, “all’uno che vale uno”, ma adesso non più per Di Maio; agli scampoli di una “democrazia diretta” che ricorda quella del Canton di Uri in Svizzera (si vota per le fontanelle) e non un aiuto funzionale a una grande democrazia parlamentare, a una democrazia democratica liberale, che è certamente “imperfetta”, come diceva Winston Churchill, aggiungendo subito però che “purtroppo non c’è nulla di meglio in giro”.

Molte cose avvengono anche per caso, ma c’è anche chi pensa alla filosofia della storia e quello che è accaduto dal 1992 in Italia, con una combinazione mediatico-giudiziaria, spalleggiata da alcuni grandi poteri finanziari, interni ed esteri, non poteva che terminare nel guazzabuglio dell’oltre il 33 per cento “pentastellato” con tutte le conseguenze del caso.

Decapitati i partiti democratici da una magistratura che non ha alcuna credibilità, tra dimenticanze grossolane e “scoperte” note a tutti e quindi tollerate dai vari presidenti delle Camere, in Italia è rimasto un binomio che derivava dai nipotini del fascismo, dai nipotini di Breznev, per non citare Togliatti e Stalin, e dai nipotini del cattocomunismo. Uno scempio, che ha promesso mare e monti, che ha perso con la “sua macchina da guerra” la battaglia contro il presidente di Mediaset e del Milan (roba da matti!) e oltre a tutto ha fatto promesse incredibili.

C’è poi chi prometteva che, in questa Europa, si lavorava “quattro giorni e si guadagnava il salario di cinque giorni”. Poi c’era chi ipotizzava un risanamento finanziario che è affogato in una crisi devastante come quella del 2008 e chi nello stesso tempo, da sinistra quasi pentita, ha fatto una raffica di privatizzazioni smantellando Iri ed Efim e ridimensionando l’Eni in modo maldestro.

Il risultato di queste promesse è stato un principio di deindustrializzazione del Paese, un impoverimento e una diseguaglianza crescente, un debito pubblico più devastante di quello che era stato messo sotto accusa nella prima repubblica e uno svuotamento del Parlamento, perché la palese incapacità politica della nuova classe dirigente richiedeva la presenza di tecnici che almeno sapessero far di conto. Quindi un rafforzamento dell’esecutivo.

La disillusione di queste promesse, con tutti i risultati sbagliati, ha provocato il decollo elettorale e culturale del comico e della sua “piattaforma” oltre che dei suoi immaginari politici, incapaci di vedere persino al di là di una settimana, con una marginalizzazione dell’Italia sul piano politico e sociale che mette i brividi.

Il M5s è diventato a un certo punto l’ultima speranza, l’ultima spiaggia in cui rifugiarsi. È arrivato così puntualmente l’harakiri finale. Un avvocato, che pare truccasse anche il suo curriculum, è stato promosso a presidente del Consiglio. Poi hanno chiamato il tecnico di turno a sistemare i conti e un generale degli alpini per ripararsi da una devastante pandemia.

Il problema è che nel frattempo se ne sono viste di tutti colori. Il politologo e storico, commentatore del Corriere della Sera, che si scusa con i lettori per aver votato Virginia Raggi a sindaco di Roma; il sociologo stagionato che non riesce neppure a ragionare su quello che è il Movimento e cita sempre Berlinguer a sproposito, una serie di giornali e canali televisivi che prendono con difficoltà e imbarazzo le distanze dal grillismo italico; alcuni partiti che devono rivedere strategie sul cosiddetto “campo largo”. Uno spettacolo allucinante, da Teatro Alcione anni Settanta, dove almeno c’erano le belle gambe delle ballerine.

Intanto l’Italia ha una maggioranza immaginaria anche nei sondaggi, un Parlamento che dibatte a tratti, che si smentisce, che si ripete, che non decide mai e il destino già progettato di un presidente tecnico anche per dopo le elezioni politiche.

L’unica reale speranza, flebile però, è che qualcuno pensi a far reagire un popolo smarrito, perché si riformino dei partiti con idealità e programmi. Se il M5s è arrivato al capolinea, guai a noi se la stessa cosa possa accadere a questa Repubblica formalmente ancora liberale e parlamentare. Il pericolo esiste, basta guardare a quanti ormai sono i cittadini italiani che vanno alle urne.

 

 

 

 

La difesa della razza: un imbroglio

che ignora le tragedie del '900.

riccardiandrea.it – Riccardi Andrea – (agosto 06, 2022) – ci dice:

 

 In un mondo instabile, si offrono soluzioni semplicistiche che individuano nei migranti il nemico. Non è questa l'Europa che vogliamo.

Quale futuro per l'Europa? Quale per il nostro Paese? Un'idea di futuro è stata disegnata nell'Est europeo (con forti riflessi nell'Ovest) e le ha dato voce soprattutto il premier ungherese Viktor Orbàn. Parlando a una tradizionale manifestazione di ungheresi in Romania, ha fatto una dichiarazione che colpisce:

 «Siamo disposti a mescolarci, ma non vogliamo diventare una razza mista». Ha aggiunto: «L'immigrazione ha diviso l'Europa in due, o potrei dire che ha diviso l'Occidente in due».

 Infatti, «una metà è un mondo in cui convivono popoli europei e non europei»: «questi Paesi non sono più nazioni», ma «una congerie di popoli», ha concluso.

L'Ungheria lotta contro la «mescolanza di razze» e rifiuta di diventare una «popolazione incrociata», come, secondo il premier, stanno diventando i Paesi dell'Europa occidentale, i quali cessano di essere nazioni.

 La comparsa della "razza" nel discorso di un leader dell'Unione europea mostra come stia cambiando la politica.

L'espressione era stata progressivamente ripudiata dalla cultura democratica e occidentale, non tanto per un gusto politically correct quanto per la consapevolezza che le razze non esistono.

Il Manifesto della razza, lanciato dal regime fascista nel 1938, affermava che le razze umane esistono e che esiste una pura razza italica, a cui non appartengono gli ebrei.

Da questa "cultura" presero l'avvio le leggi razziste in Italia, mentre in Germania la politica antisemita fu, come sappiamo, all'origine della Shoah, il più grande dramma europeo del Novecento.

Va ricordato che la prima legge antisemita in Europa fu in Ungheria nel 1920, quando si stabili il numero chiuso universitario (gli studenti ebrei calarono da più del 25% prima del 1914 a 110% negli anni Venti). L'uso di un criterio puramente razziale fu, nell'Europa pre-hitleriana, una novità ungherese.

Dal 1944, con la collaborazione degli ungheresi, furono deportati e uccisi circa 425 mila ebrei di quel Paese.

Questa storia insensata, ma di grande dolore, mostra quanto sia pericolosa l'affermazione del valore della razza.

Non è l'Europa che vogliamo per il futuro.

Eppure, è un modello che si sta proponendo: difesa della razza e magari affermazione del cristianesimo come base dell'identità nazionale.

Sono idee che hanno portato alla catastrofe della Seconda guerra mondiale e che risorgono in forma diversa, ma non senza continuità con il passato.

Che tipo di attrazione esercitano?

In un mondo spaesato dalle crisi ricorrenti e dalla globalizzazione, sfidato dalla complessità (in cui difficilmente ci si orienta), costituiscono una semplificazione rassicurante nell'immediato;

 dividono il mondo in categorie o razze, come bianchi e neri, cristiani e non cristiani; soprattutto indicano il nemico da cui difendersi, l'emigrato invasore.

Ma questo si rivela un grande imbroglio politico-ideologico che non ricorda la storia drammatica del Novecento e la catastrofe che ne è conseguita.

L'Europa non sopravvive in questo modo, ma accelera la sua fine, chiudendosi in una fortezza e consegnandosi a ideologie fallaci e a politiche da cui poi non è facile tirarsi indietro.

(Famiglia Cristiana)

 

 

 

DURISSIMA DENUNCIA DI UN

AVVOCATO TEDESCO: L’INFODEMIA

SUL COVID? “È UNA TRUFFA, IL PIÙ GRANDE

CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ” – R. FUELLMICH.

Byoblu.com – (23 Ottobre 2020) – Redazione – ci dice:

 

Riportiamo di seguito il discorso dell’avvocato Reiner Fuellmich membro di una commissione d’inchiesta in Germania che intende fare luce sulla diffusione del Covid 19 e sulle risposte date dai governi.

L’avvocato definisce l’infodemia da Coronavirus come il più grande crimine contro l’umanità. Il suo video è stato visto milioni di volte, ne hanno parlato in molti paesi del mondo ed è stato tradotto e commentato in numerose lingue.

Byoblu24 è il TG della Tv dei cittadini, con la missione di parlare di ciò di cui veramente i cittadini parlano, e non di quello di cui i media vogliono farli parlare. Per questo lo abbiamo tradotto e doppiato per voi.

Sappiamo che le affermazioni dell’avvocato sono forti, e in alcuni casi sembrano essere contraddette dal recente aumento dei casi nelle terapie intensive degli ospedali, ma crediamo che l’informazione non debba avere un ruolo pedagogico nella società: quello, lo lasciamo volentieri alle grandi televisioni e ai giornali.

Per noi, le informazioni e le opinioni, qualificate e diffuse, vanno date, perché i cittadini sono abbastanza grandi per decidere da soli ciò che è vero e ciò che è falso. O anche… ciò che non è del tutto vero, ma neppure del tutto falso.

Di seguito la trascrizione dell’intervento di Fuellmich.

Buonasera, sono il Dottor. Reiner Fuellmich, da 26 anni avvocato abilitato sia in Germania che in California.

Sono attivo soprattutto in processi contro grandi imprese fraudolente come la Deutsche Bank, in passato tra le più stimate banche a livello mondiale e oggi tra le più “tossiche” organizzazioni criminali del mondo; la Volkswagen, uno dei più grandi produttori di automobili, oggi famigerato per le sue truffe con le emissioni diesel, e la Kühne + Nagel, la più grande compagnia di spedizioni del mondo contro la quale stiamo agendo legalmente in un processo relativo a tangenti milionarie.

La Commissione Corona.

Inoltre, sono uno dei tanti membri della “Commissione Corona” tedesca che a partire dal 10 luglio ha sentito il parere di una miriade di scienziati ed esperti a livello internazionale, allo scopo di trovare risposte in merito alla crisi del coronavirus, domande che sempre più persone in tutto il mondo si pongono.

Tutti gli appena menzionati casi di gravi frodi impallidiscono di fronte alla grandezza dei danni che sta provocando nel frattempo la crisi del coronavirus. Tale crisi del coronavirus andrebbe oggi più propriamente rinominata “scandalo del coronavirus”, sulla base di tutto ciò che oggi sappiamo, e i relativi responsabili dovrebbero risponderne sia penalmente che civilmente.

A livello politico, ci si dovrebbe impegnare affinché qualcosa di simile non si possa ripetere mai più.

Un crimine contro l’umanità?

Perciò oggi vi spiegherò come un gruppo di colleghi giuristi di tutto il mondo porterà in tribunale il più grande e scandaloso caso di truffa di tutti i tempi.

E vi spiegherò anche perché al contempo tale scandalo abbia assunto le sembianze del più grande crimine contro l’umanità, un reato che fu definito per la prima volta nell’ambito del Processo di Norimberga e che oggi è disciplinato dall’art. 7 del Codice penale internazionale.

Tutto quello che non torna.

Le tre domande decisive per l’elaborazione dello “scandalo del coronavirus” in tribunale recitano:

1) Siamo di fronte ad una pandemia da coronavirus o ad una pandemia di tamponi PCR? Ossia: il risultato positivo di un tampone significa che si è in presenza di un’infezione da Covid-19 o ciò non ha alcuna connessione con l’infezione da Covid-19?

 

2) Le cosiddette “misure anti-Covid”, come il lockdown, le mascherine obbligatorie, la regola della quarantena, servono a proteggere la popolazione mondiale dal coronavirus o servono a scatenare in modo mirato e gratuito il panico tra la popolazione, cosicché quest’ultima ritenga di essere in pericolo di vita e di conseguenza le industrie del farmaco e dell’high-tech possano fare enormi profitti attraverso la vendita di tamponi, test anticorpali e vaccini, e a rendere infine possibile la raccolta delle nostre “impronte digitali genetiche”?

3) Il governo tedesco ha subito particolari pressioni dai protagonisti della dichiarazione di pandemia (Drosten, Wieler e Tedros dell’OMS), affinché la famosa “Germania disciplinata” fungesse da modello per il mondo nella rigorosa applicazione delle restrizioni anti-covid?

Le misure di lockdown hanno danneggiato la vita di milioni di persone.

Le risposte a tali domande vanno urgentemente trovate soprattutto perché il presunto nuovo e altamente pericoloso coronavirus non ha causato da nessuna parte nel mondo un eccesso di mortalità.

Le misure anti-covid basate sul tedesco “Test Drosten” sono nel frattempo costate la vita a innumerevoli persone e hanno distrutto la vita economica di innumerevoli imprese e individui in tutto il mondo.

In Australia, ad esempio, chi non indossa la mascherina (o, ad avviso dell’autorità, non la indossa correttamente) viene chiuso in carcere. Nelle Filippine chi non indossa la mascherina (o non la indossa correttamente ad avviso dell’autorità) viene fucilato.

Voglio per prima cosa fornirvi una sintesi dei fatti come essi sono riconoscibili oggigiorno.

La cosa più importante in un processo legale è stabilire i fatti e cioè stabilire cosa realmente è successo, poiché l’applicazione del diritto dipende sempre da quali sono i fatti che vanno concretamente presi in considerazione. Voglio ad esempio che qualcuno venga condannato per truffa? Di certo non avrò successo se porterò in tribunale i fatti relativi ad un incidente d’auto.

Alcune domande per capire fino a che punto siamo arrivati.

Pertanto, cosa è realmente successo relativamente alla presunta pandemia da coronavirus?

I seguenti dati sono in gran parte dovuti al lavoro della “Commissione Corona” tedesca, fondata da quattro avvocati per poter stabilire, attraverso la consultazione di esperti e scienziati internazionali, quanto segue:

1) Quanto è realmente pericoloso questo virus?

2) Che validità ha un test PCR positivo?

3) Quali danni collaterali hanno provocato nel frattempo le restrizioni anti-covid sulla salute degli uomini e sull’economia?

Comincerò con ciò che è avvenuto nel maggio 2019 e poi all’inizio del 2020 e con quanto accaduto 12 anni prima in merito all’influenza suina, in modo tale che possiate seguire il filo del mio intervento.

Una storia che inizierebbe già nel 2019.

Nel maggio 2019 il più forte dei due partiti al governo in Germania, la CDU, ha tenuto un congresso sulla salute globale, apparentemente sotto la spinta di grandi attori dell’industria farmaceutica e dell’high-tech. In tale congresso, hanno tenuto i loro discorsi non solo i vertici della CDU, Merkel e Spahn, ma anche il professor Drosten, presso l’ospedale “Charitè”, il professor Wieler, veterinario e capo del RKI (equivalente dell’Istituto Superiore di Sanità italiano) e il signor Tedros, filosofo e capo dell’OMS.

Altresì presenti erano i due capi lobbysti dei due più grandi fondi per la salute del mondo, cioè la Bill & Melinda Gates Foundation e il Welcome Trust, i quali a loro volta si unirono al coro.

Meno di un anno dopo le stesse persone svolsero un ruolo decisivo per la dichiarazione di pandemia planetaria a seguito della quale una massiccia esecuzione di test PCR avrebbe provato un altrettanto grande numero di presunti infettati nel mondo.

Tali presunte infezioni furono poste alla base di vari lockdown a livello mondiale, dell’obbligo di distanziamento sociale e di indossare le mascherine.

I dubbi sulla definizione di pandemia.

A questo punto è importante sapere che la definizione di “pandemia” era stata modificata 12 anni prima: fino a quel momento, veniva ritenuta “pandemia” una malattia diffusa a livello mondiale, con molti malati gravi e molti decessi. Improvvisamente, per pandemia si intese soltanto una malattia diffusa a livello mondiale, senza bisogno che questa causasse molti malati gravi e molti decessi.

A causa di questo sorprendente e mai spiegato cambiamento di definizione, all’OMS (strettamente collegata alla grande industria farmaceutica mondiale) fu possibile dare il nome di pandemia all’influenza suina nel 2009. Ciò ebbe come conseguenza la produzione di costosi vaccini, i quali vennero poi venduti a livello globale in virtù di contratti ancora oggi tenuti segreti.

Tali vaccini si rivelarono non soltanto inutili, giacché l’influenza suina si dimostrò essere una lieve patologia (nonostante tutti i messaggi terroristici dell’industria farmaceutica e degli ambienti accademici ad essa collegati che paventavano milioni di morti se non ci si fosse vaccinati), ma provocarono anche gravi effetti collaterali: circa 700 bambini in Europa si ammalarono in modo incurabile di narcolessia e sono ancora oggi gravemente invalidi.

Dunque, i vaccini acquistati con ingenti somme di denaro pubblico dovettero essere distrutti con altrettanto grandi somme di denaro pubblico.

Il ruolo del virologo Drosten.

Già a quei tempi, il virologo tedesco Drosten apparteneva a coloro che con tutte le forze seminarono il panico con profezie terrificanti. Alla fine, fu soprattutto grazie al dottor Wolfgang Wodarg e dei suoi sforzi in qualità di parlamentare tedesco e membro del Consiglio d’Europa, se si mise fine a tale bufala, prima che essa potesse avere conseguenze ancor più gravi.

A marzo 2020 il governo tedesco ha dichiarato una “situazione epidemica di portata nazionale” sulla cui base è stato imposto il lockdown con conseguente sospensione a tempo indeterminato dei più importanti diritti fondamentali. Per prendere tali decisioni il governo tedesco ha fatto leva su di un unico punto di vista, in palese violazione del principio universale secondo cui bisogna sempre ascoltare anche l’altra parte: “audiatur et altera pars”.

E tale unico punto di vista è stato quello del professor Drosten, ossia di colui che 12 anni prima aveva prodotto il catastrofico falso allarme sull’influenza suina.

Gli scienziati che non sono stati ascoltati.

Siamo venuti a conoscenza di ciò grazie ad un informatore di nome David Sieber, rappresentante del partito dei Verdi, che per la prima volta ci ha informati in merito il 29 agosto 2020 a Berlino, durante un evento a cui ha partecipato anche Robert Kennedy Jr. e durante il quale entrambi hanno tenuto un discorso.

David Sieber ha ribadito quanto sopra in un’audizione presso la “Commissione-Corona”, poiché gli erano sorti enormi dubbi sulla narrativa ufficiale dei politici e dei media mainstream. Pertanto, egli ha accertato l’esistenza di una vasta pletora di scienziati che sostenevano tesi opposte alle allarmanti previsioni di Drosten.

Questi scienziati ritengono che non si sia trattato di niente di più pericoloso di una normale influenza stagionale, che la popolazione abbia già acquisito una immunità incrociata o di base verso questo virus a causa del pregresso contatto con altri coronavirus e che perciò non vi fosse bisogno di particolari misure né tanto meno di vaccini contro questo coronavirus.

Tra questi scienziati ci sono:

lo scienziato più citato al mondo: il professor John Ioannidis della Stanford University in California, specialista in statistica, epidemiologia e salute pubblica, il professor Micheal Levitt, premio Nobel per la chimica e biofisico alla Stanford University, la professoressa tedesca Karin Mölling, Sucharit Bhakdi, Knutt Wittkowski, Stefan Homburg e altre centinaia di scienziati, compreso il dottor Mike Yeadon.

Mike Yeadon è l’ex vicepresidente e direttore scientifico di Pfizer, una delle più grandi multinazionali del farmaco a livello mondiale. Di lui parlerò più avanti.

“Le misure anticovid non avevano alcun fondamento”.

Tra marzo e aprile 2020, una volta acquisite tali informazioni, il signor Sieber si è rivolto ai dirigenti del suo partito per proporre loro di offrire al pubblico queste diverse opinioni e spiegare che non c’era motivo di panico. Anche l’ex giudice della Corte Suprema britannica, Lord Sumption ha raccolto simili dati ed è giunto alla conclusione che le misure anti-covid non avevano alcun fondamento.

Allo stesso modo si è espresso il presidente emerito della Corte costituzionale tedesca, Hans Jürgen Papier, il quale ha ripetutamente mostrato dubbi sulla legittimità costituzionale delle misure anti-covid.

Invece di prendere nota di queste opinioni e discuterne con David Sieber, i dirigenti del partito dei Verdi hanno dichiarato che i messaggi di panico del signor Drosten fossero appropriati, senza mai entrare nel merito dei contenuti e delle informazioni a loro fornite, e lo privarono dei suoi incarichi nel partito.

L’accusa di complottismo per screditare l’avversario.

Sieber è stato etichettato come complottista e privato dei suoi incarichi nel partito. Allo stesso modo ha proceduto la ONG Transparency International nei confronti di uno dei suoi membri del consiglio di amministrazione, il dottor Wolfgang Wodarg: invece di indagare concretamente sulle sue indicazioni in merito ad una diffusa corruzione negli ambienti della politica e dell’industria farmaceutica e dell’high-tech, gli è stato negato, il 26/09/2020, qualunque confronto sulle sue opinioni e quelle di altri scienziati.

Anche il dottor Wodarg è stato etichettato come complottista e forzato a ritirarsi dal suo ruolo di membro del consiglio di amministrazione della ONG.

Dunque, una ONG anticorruzione si rifiuta di indagare in merito a concrete denunce di corruzione dell’industria farmaceutica e allo stesso tempo asserisce di combattere la corruzione insieme al Consiglio europeo dell’industria chimica.

I test PCR non sono attendibili.

Adesso passiamo agli attuali dati in merito alla pericolosità del virus, alla completa inidoneità dei test PCR per individuare gli infetti e alle misure assolutamente inutili e prive di basi scientifiche come il lockdown, basato su nessun dato attendibile relativo ai contagi.

Ora sappiamo qui in Germania, così come in tutto il mondo, che i sistemi sanitari non sono stati mai in pericolo di collassare a causa del Covid-19. Al contrario, molti ospedali sono rimasti vuoti e sono tuttora vuoti ed alcuni sono ad un passo dall’insolvenza. Da nessuna parte c’è stato un eccesso di mortalità, vari studi (tra cui quello del professor Ioannidis) mostrano che la mortalità da Covid-19 corrisponde a quella di una normale influenza.

Anche le immagini di Bergamo e New York, usate per creare panico nel mondo da parte dei media mainstream, si sono rivelate essere consapevoli rappresentazioni fuorvianti.

Il ruolo dei media nella diffusione del panico.

Gli stessi media mainstream, così come l’OMS, sono d’altronde in buona parte finanziati e influenzati dall’industria farmaceutica e dell’high-tech.n.

Il fatto che tra la popolazione tedesca sia stato seminato il panico in modo mirato, è dimostrato da un documento del Ministero dell’Interno tedesco (oggi chiamato “documento del panico”), il cui contenuto corrisponde alle esternazioni del direttore del Robert Koch Institut, il professor Wieler.

Quest’ultimo ha più volte ribadito che le misure anti-covid dovessero assolutamente essere rispettate “senza porsi domande”.

Egli ha ogni volta spiegato come la situazione fosse estremamente minacciosa, nonostante i dati del suo stesso istituto dicessero l’esatto contrario. Nel “documento del panico” del Ministero dell’Interno viene tra le altre cose proposto di infondere paura e terrore nei bambini, avvertendo loro che, laddove non si fossero attenuti alle misure anti-covid, si sarebbero resi responsabili della “morte straziante dei loro genitori e dei loro nonni”.

Ecco perché sono morte così tante persone a Bergamo.

La maggior parte dei decessi verificatisi a Bergamo sono con alta probabilità dovuti al fatto che, a causa del panico diffuso, persone effettivamente infette da influenza o coronavirus sono state trasferite all’interno delle RSA, allo scopo di liberare posti negli ospedali locali per eventuali nuovi casi di Covid-19, che non sono in seguito mai sopraggiunti.

Le RSA erano occupate da persone con sistemi immunitari gravemente indeboliti da patologie preesistenti e da precedenti vaccinazioni antinfluenzali che hanno ulteriormente contribuito a indebolirli. A New York solo alcune cliniche (assolutamente non tutte) sono risultate eccessivamente affollate, sulla nave ospedale “Comfort” sono stati occupati soltanto 20 delle migliaia di posti letto messi a disposizione.

Anche a New York, molti anziani con patologie preesistenti e sistemi immunitari indeboliti in preda al panico hanno preso d’assalto gli ospedali e sono stati vittime talvolta di infezioni contratte in ospedale, talaltra di trattamenti sbagliati, come ad esempio l’intubazione.

Il Covid è concausa di morte, ma non l’unica causa.

Certamente il Covid-19, così come l’influenza, è una malattia pericolosa che può (così come l’influenza stagionale) in particolari casi avere un decorso grave e provocare anche dei morti. Tuttavia, come dimostrato attraverso le autopsie eseguite dal medico legale, professor Klaus Pütschel, quasi tutti i morti (così come in Italia) avevano un’età superiore all’aspettativa di vita media e soffrivano di altre gravi patologie pregresse.

Praticamente nessuno di coloro a cui è stata eseguita l’autopsia dal professor Pütschel è morto a causa del coronavirus. Al riguardo va tuttavia menzionato quanto segue:

Il Robert Koch Institut ha all’inizio stranamente sconsigliato di effettuare autopsie.

 

Inoltre, vari medici e ospedali in tutto il mondo hanno ricevuto altissimi incentivi finanziari affinché classificassero come vittime del Covid-19, persone che per esempio erano morte a seguito di attacchi di cuore o perché erano state investite da un bus.

Senza le autopsie non sarebbe mai stato scoperto che la gran maggioranza dei presunti morti per Covid-19 in realtà erano deceduti a causa di tutt’altre malattie, non per Covid-19.

Il lockdown è stato imposto quando il virus stava già scomparendo.

L’asserzione che il lockdown sia stato efficace perché c’erano molte infezioni da SARS-COV 2 e i sistemi sanitari sarebbero altrimenti collassati è sbagliata per 3 diverse ragioni, come dimostrano i numeri:

1) Il lockdown è stato imposto quando il virus stava già scomparendo, o meglio quando i presunti contagi stavano diminuendo.

2) La popolazione è da tempo già protetta da immunità incrociata o di base. La popolazione è dunque già dotata di una protezione la quale agisce non solo contro l’influenza ma anche contro i vari coronavirus presenti in ogni ondata influenzale.

Pur ammettendo questa volta si sia trattato di un diverso ceppo di coronavirus, il sistema immunitario proprio del corpo umano memorizza ogni virus con cui ha avuto a che fare nel passato e riconosce pertanto anche un presunto nuovo virus della famiglia corona perché esso avrà in ogni caso caratteristiche simili.

Le responsabilità di Drosten, Wieler e dell’OMS.

Peraltro, è così che il professor Drosten ha sviluppato il suo test PCR:

Senza aver mai visto il presunto virus di Wuhan, egli ha (sulla base delle notizie ricevute da Wuhan attraverso i social media) sviluppato al computer tale test che sarebbe presuntivamente in grado di individuare i contagiati da Covid-19 e lo ha in seguito commercializzato sia in Germania, con l’aiuto di del veterinario Wieler dell’RKI, che nel resto del mondo, con l’aiuto del filosofo Tedros, capo dell’OMS macchiato di accuse di genocidio e avvolto da scandali.

Nello sviluppare tale test, Drosten ha preso le mosse da un preesistente virus SARS e lo ha successivamente inviato in Cina affinché venisse accertato se le vittime del presunto nuovo coronavirus risultassero positive al test. Le vittime risultarono effettivamente positive ed in seguito a ciò l’OMS del signor Tedros ha lanciato l’allarme globale, ha proclamato la pandemia (nella sua nuova versione di 12 anni fa astrattamente proclamabile per ogni ondata influenzale) e ha raccomandato l’impiego in tutto il mondo del test PCR di Drosten per individuare i contagiati dal virus ora noto come SARS-COV 2.

Va evidenziato ancora una volta che Drosten è stato l’unico (o comunque il più importante) consulente del governo tedesco ed è stato lui ha raccomandare l’imposizione del lockdown, del distanziamento sociale e dell’uso delle mascherine.

Va inoltre evidenziato che la Germania è stata al centro del più intenso lavoro di lobbying dell’industria farmaceutica e dell’high-tech, proprio affinché il mondo imitasse l’esempio dei tedeschi, noti per essere considerati il popolo più disciplinato (o, a partire dall’epoca guglielmina, il più asservito all’autorità), per combattere la cosiddetta pandemia.

Positivo non significa per forza contagiato

3) Il test PCR viene commercializzato sulla base di un’errata affermazione di fatto in merito al contagio e ciò costituisce il punto decisivo: è ormai noto che, contrariamente a quanto affermano Drosten, Wieler e l’OMS, attraverso tali test PCR non si può accertare in nessun modo, neanche lontanamente, l’avvenuto contagio da alcun tipo di virus, tantomeno un contagio da SARS-COV 2.

Non solo la maggior parte dei test PCR è espressamente non autorizzata per fini diagnostici, come correttamente indicato nei loro foglietti illustrativi e così come lo stesso inventore dei test PCR, Kary Mullis, ha più volte rimarcato, ma vi è di più, essi non sono nemmeno astrattamente in grado di adempiere a scopi diagnostici, non lo sono!

Ciò comporta che, contrariamente a quanto asseriscono Drosten, Wieler e l’OMS da inizio febbraio 2020 a questa parte, un test risultato positivo non significa che si sia in presenza di un contagio! Dunque, se un soggetto risulterà positivo a un test, da ciò non si può assolutamente desumere che egli sia stato contagiato da alcunché, tanto meno dal SARS-COV 2.

Ciò è confermato dallo stesso Robert Koch-Institut quando richiama l’attenzione sul fatto che persino l’evidenza del genoma del SARS-COV 2 non costituisce una prova diretta della capacità di contagiare di un paziente. Per caso il personale del RKI sa qualcosa che il loro capo, il veterinario Wieler, non sa?

Il virus non è stato ancora isolato.

Questi test sono in grado di individuare una o due sequenze, invisibili a occhio nudo, della molecola raccolta attraverso il tampone. Non sappiamo tuttora se qualcuno abbia realmente isolato questo virus con metodi scientificamente corretti, perciò non si sa neanche cosa si deve cercare con il test, poiché questo virus (così come tutti i virus influenzali) muta molto rapidamente.

Dunque, il test raccoglie una o due sequenze di una molecola attraverso un tampone, dopodiché queste sequenze vengono “gonfiate” in più cicli affinché diventino visibili.

Lo stesso New York Times riporta che tutto ciò che risulta da un numero di cicli maggiore di 35 porta ad un esito completamente inaffidabile e non sostenibile scientificamente.

Ebbene, il test di Drosten e gli ulteriori diversi test raccomandati dall’OMS sono regolati per effettuare 45 cicli.

Ciò permette di produrre un alto numero di soggetti positivi e conseguentemente di fornire la falsa asserzione secondo la quale vi sarebbe un altrettanto numero di contagiati.

Il test non è in grado di distinguere la materia inattiva da quella capace di moltiplicarsi, risulterà quindi “positivo” anche laddove dovesse individuare un semplice frammento di una molecola, il che non indica nient’altro che il sistema immunitario del soggetto positivo ha combattuto e sconfitto un qualcosa, per esempio un raffreddore.

I test PCR danno molti falsi positivi: l’ammissione di Drosten.

Addirittura lo stesso Drosten dichiarò nel 2014 in un’intervista a una rivista tedesca, in merito all’infezione da virus MERS, che i test PCR sono talmente sensibili che possono far risultare positivi anche individui in piena salute e assolutamente incapaci di contagiare gli altri.

Egli dichiarò letteralmente, riconoscendo esplicitamente il “terrorismo mediatico”, che “se un simile patogeno, dovesse scivolare attraverso la mucosa nasale di un’infermiera per un giorno intero, senza che quest’ultima sia malata o che comunque avverta alcun sintomo, essa risulterebbe comunque come “caso MERS”.

Questa è una delle spiegazioni dell’esplosione di casi in Arabia Saudita, unita al fatto che i media locali hanno incredibilmente gonfiato la situazione.” Drosten si è dimenticato di ciò o l’ha consapevolmente sottaciuto in relazione alla vicenda del coronavirus? Poiché quest’ultima si è rivelata particolarmente lucrativa per l’industria farmaceutica.

Realisticamente, una dimenticanza appare implausibile…

La differenza tra cold infection e hot infection.

In sintesi, questo test non è in grado di accertare alcuna infezione, contrariamente a quanto affermano tutte le altre errate tesi opposte. Poiché un’infezione non significa semplicemente trovare il virus da qualche parte, ad esempio nella gola di una persona (cosiddetta “cold infection”), senza che esso provochi altre conseguenze.

 

Per poter parlare di una reale infezione, il virus deve penetrare nelle cellule, moltiplicarsi all’interno di esse e accompagnarsi a sintomi come ad esempio mal di testa o mal di gola. Solo in quel momento la persona può dirsi “infetta” (cosiddetta “hot infection”). Solo in quel caso la persona sarà in grado di contagiare gli altri, in caso contrario il virus sarà totalmente innocuo sia per l’ospite che per le altre persone.

Ancora una volta: tutto ciò indica che un test positivo (N.B. contrariamente a tutte le altre tesi opposte, come quella di Drosten, Wieler o dell’OMS) non significa nulla relativamente all’infezione.

Ciò è confermato altresì dal RKI all’interno del suo ultimo bollettino epidemiologico e da una vasta gamma di esperti che ritengono che non si sia mai assistito ad una pandemia di COVID-19, bensì semplicemente ad una pandemia di test PCR.

Per di più, la mortalità di questo coronavirus corrisponde a quella di un’influenza stagionale.

La lista degli scienziati dissidenti.

A questa conclusione sono pervenuti molti scienziati tedeschi come il professor Bhakdi, la professoressa Reiss, il professor Mölling, il professor Hockertz, il professor Wallach e molti altri tra i quali si annoverano i già citati professor John Ioannidis e il premio Nobel Michael Levitt della Stanford University.

L’ultimo in questa lista di scienziati è l’altresì già menzionato il dottor Mike Yeadon, per 16 anni vicepresidente e Chief Science Officer della Pfizer, il quale lo scorso settembre assieme ad un gruppo di colleghi ha pubblicato un ulteriore paper scientifico (oltre ad un articolo di giornale).

Lui e i suoi colleghi affermano tra le altre cose che: “abbiamo presumibilmente basato la nostra politica di governo, la politica economica e la politica di limitare i diritti fondamentali su dati relativi al coronavirus completamente falsi, dati e supposizioni completamente falsi. Se attraverso i media non venissero costantemente comunicati i risultati dei test, la pandemia sarebbe già scomparsa. Poiché non è in realtà successo nulla.

Di certo ci sono isolati casi di gravi decorsi della malattia, ma ciò accade anche in occasione di ogni stagione influenzale.

Non c’è nessuna seconda ondata.

Una vera ondata di malati c’è stata in marzo e in aprile, dopodiché il tutto è regredito, solamente i positivi aumentano selvaggiamente o calano a seconda di quanti test vengono effettuati. Tuttavia, i reali casi di malattia sono scomparsi, non può affatto parlarsi di una seconda ondata.”

“Il cosiddetto “nuovo” coronavirus”, continuano gli scienziati del gruppo del dott. Yeadon, “è nuovo nel senso che è esso è un nuovo tipo del da lungo tempo già conosciuto coronavirus. “Esistono da tempo almeno 4 coronavirus che possono essere ospitati dall’uomo e, siccome il sistema immunitario umano riconosce le somiglianze tra questi ultimi e il presunto nuovo coronavirus, sussiste già da molto tempo un’immunità incrociata o di base.

Il 30% della popolazione ha già avuto contatto con i coronavirus ben prima che il presunto nuovo coronavirus si palesasse. Perciò è sufficiente che tra il 15 e il 25% della popolazione sia stata infettata dal presunto nuovo coronavirus, per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge e così arrestare la sua ulteriore diffusione. E tale condizione si è da tempo verificata.”

Non è possibile eliminare del tutto il virus.

Per quanto riguarda i test PCR, scrivono Yeadon e i suoi colleghi, che molto più della metà di questi danno dei falsi positivi. Ma potrebbero esserlo addirittura tutti: Yeadon parla di un 94%. Dunque, il dottor Yedon richiama l’attenzione sul fatto che un test PCR positivo non implica in alcun modo che si sia rinvenuto un virus capace di replicarsi.

Della stessa opinione sono i professori di immunologia Kämmerer (tedesco), l’olandese Kappel, l’irlandese Cahill così come il microbiologo austriaco Harvey (che è stato anche presso di noi nella Commissione-Corona). A causa di tale completa inadeguatezza dei test per l’accertamento delle infezioni (sono risultate positive addirittura delle capre, delle pecore, delle papaye e delle alette di pollo), il professore di Oxford e direttore del Centro di medicina basata sulle evidenze Carl Henegan scrive, a completamento di quanto già detto, che nel caso si proseguisse ad effettuare test a ripetizione, tale virus corona non scomparirebbe mai, bensì esso verrebbe ripetutamente ed erroneamente rinvenuto in qualsiasi cosa venisse testata.

I lockdown: una misura inutile.

Yeadon e i suoi colleghi hanno inoltre constatato che i lockdown non servano a nulla. Per esempio, la Svezia con il suo approccio “lassez-faire” e la Gran Bretagna con il suo lockdown severo hanno statistiche di malattia e mortalità assolutamente equiparabili. La stessa cosa è stata constatata da scienziati statunitensi relativamente ai diversi stati americani: indipendentemente dal fatto che uno stato abbia o non abbia attuato il lockdown, non risulta alcuna differenza in merito all’incidenza della malattia.

Yeadon continua dicendo che anche le previsioni terroristiche del Imperial College di Londra fatte dal professor Neil Ferguson non sono mai state prese sul serio dai veri scienziati. Previsioni terroristiche che si erano rivelate errate già ai tempi dell’influenza suina e lo sono state di nuovo in merito al Covid-19. Appare alquanto singolare che il “il modello del terrore” di Ferguson non ne abbia nuovamente azzeccata una, così come 12 anni fa, e nonostante ciò sia stato seguito dal governo britannico.

Ferguson aveva previsto fino a 40.000 morti di coronavirus in Svezia entro maggio e 100.000 entro giugno.

Tuttavia, i morti svedesi ammontano a 5.800, il che corrisponde, come indicato dalle autorità svedesi, alla letalità di una lieve influenza.

Trattamenti sanitari errati alla base dell’aumento di mortalità in Nord Italia.

Secondo Yeadon e i suoi colleghi, la presunta incalcolabile curva di morti in Italia e a New York sarebbe stata causata dal lockdown e da trattamenti sanitari errati. È stato appurato che Germania, Italia, negli USA e anche in Namibia ci sarebbero stati offerti ingenti incentivi finanziari in favore di medici e ospedali, qualora questi avessero classificato quanti più deceduti possibile come morti di Covid.

È così che può accadere che un soggetto, magari risultato falsamente positivo ad un test, muoia investito da un autobus o colpito da un fulmine e venga successivamente classificato come vittima del Covid.

Oppure (come accaduto negli USA) che delle persone abbiano aspettato in coda per ricevere il tampone, siano stati registrati, ma poi siano andati via senza effettuare il tampone a causa dell’attesa troppo lunga e nonostante ciò siano stati classificati come positivi, quindi inseriti nella lista dei contagiati!

Senza i test PCR non ci sarebbe nessun virus Covid

La conclusione del dottor Yeadon e gli altri scienziati sono le seguenti:

Se non esistessero i test PCR, non ci sarebbe stata nessuna pandemia e nessun lockdown, bensì il tutto sarebbe stato percepito come una media o lieve stagione influenzale. Adesso voglio riferire in merito all’attuale situazione relativa ai danni economici e alla salute causati dal severo lockdown e dalle mascherine obbligatorie.

In un ulteriore dettagliato documento (attestato da un dipendente del Ministero dell’Interno tedesco, responsabile della valutazione dei rischi e della protezione della popolazione contro i rischi) il cosiddetto Fehlalarm-Papier (documento del falso allarme), si giunge alla conclusione che non c’era (e non c’è tuttora) alcuna evidenza sulla fondatezza dei rischi per la popolazione paventati da Drosten, Wieler e l’OMS.

Nel documento si illustrano invece le dettagliate evidenze relativa agli enormi danni all’economia e alla salute della popolazione derivati dalle misure anti-Covid. Misure da ritenere, sulla base delle attuali conoscenze, completamente infondate. Il documento sostiene che a tali danni seguiranno numerose richieste di risarcimento.

A causa delle sue corrette stime dei rischi, il dipendente del Ministero è stato sospeso dal servizio.

I rischi per la democrazia dovuti al lockdown.

Sempre più scienziati e giuristi riconoscono che, sulla scia del panico seminato in maniera mirata tra la popolazione mondiale, la democrazia corre il serissimo pericolo di venire soppiantata da modelli fascisti e totalitari. Come accennato, in Australia chi non indossa la (insalubre e dannosa per la salute) mascherina o non la indossa correttamente finisce in manette e viene sbattuto in galera.

Nelle Filippine tali soggetti devono fare in conti con la pena della fucilazione. Ma anche in Germania e negli altri stati un tempo “civili”, nelle altre nazioni dove una volta vigeva lo “stato di diritto”, ad alcuni genitori vengono sottratti i figli se non rispettano regole come quella del distanziamento, le vaghe regole sulla quarantena o quelle sulle mascherine.

Come riportato alla Commissione-Corona da psicologi e psicoterapeuti, moltissimi bambini risultano fortemente traumatizzati: nel breve e nel lungo periodo dovremo fare i conti con pesanti conseguenze sul piano psichico.

I primi fallimenti economici.

Nella sola Germania inoltre si stima che in autunno ci saranno tra i 500.000 e gli 800.000 fallimenti tra gli appartenenti alla cosiddetta “spina dorsale” della classe media. Ciò porterà con sé un incalcolabile quantità di tasse non pagate, così come un’incalcolabile spesa sociale di lungo periodo tra cui sussidi di disoccupazione.

Cosicché alla fine non sarà più possibile neanche pagare i dipendenti del settore pubblico. Prescinderò dal descrivere nel dettaglio tutti gli attacchi alla salute e alla vita della popolazione e le minacce per la sopravvivenza economica di imprese e lavoratori autonomi, poiché esse stanno diventando sempre più evidenti a chiunque e una sempre più ampia fetta della popolazione si pone domande.

Le conseguenze giuridiche.

Questi erano i fatti, ora passiamo ad una sintesi delle conseguenze giuridiche: il vero lavoro difficile per un giurista è sempre l’accertamento dei fatti, non l’applicazione del diritto. Ciò purtroppo non viene appreso all’università da un giurista tedesco, ciò viene tuttavia imparato per bene dagli studenti di diritto angloamericani.

Ed è per questo, oltre che all’indipendenza del sistema della giustizia angloamericana, che quest’ultimo possiede un regime probatorio decisamente più funzionale di quello tedesco. Poiché un contenzioso legale può essere deciso correttamente da un tribunale soltanto se esso ha preventivamente accertato i fatti, a seguito di una raccolta di prove fatta a regola d’arte.

Sulla base dei fatti accertati soprattutto grazie al lavoro della Commissione-Corona, una valutazione giuridica sarà semplice in tutti gli ordinamenti giuridici dei paesi civili, indipendentemente dal fatto che si tratti di ordinamenti giuridici di civil law basato sul diritto romano o che si tratti di paesi disciplinati dal common law angloamericano, legato al diritto romano in modo meno stretto.

Non c’è fondamento legale per le misure restrittive per il Covid.

Cominciamo dall’illegittimità costituzionale delle misure:

un folto gruppo di professori di diritto tedeschi, tra cui il professor Kingreen, il professor Muswik, il professor Jungbluth e il professor Vosgerau, hanno affermato in pareri giuridici e interviste che le misure che sono state intraprese non sono sufficientemente fondate in termini fattuali e di diritto e sono perciò da considerarsi incostituzionali e andrebbero immediatamente annullate, accodandosi così al parere del già menzionato presidente emerito della Corte costituzionale tedesca.

 

Il giudice tedesco Thorsten Schleif ha apertamente dichiarato che gli stessi giudici tedeschi sono entrati in un così evidente stato di panico, che non sono stati in grado di applicare il diritto correttamente. Essi avrebbero “lasciato passare misure coercitive che comportano una massiccia interferenza nei diritti fondamentali di milioni di tedeschi”.

Il giudice Schleif fa notare che “i cittadini tedeschi stanno sperimentando la più pesante limitazione dei diritti fondamentali mai verificatasi dalla fondazione della Repubblica Federale Tedesca del 1949”. Il governo federale e i governi dei Länder sarebbero intervenuti, allo scopo di arginare la pandemia, “con massicce misure restrittive dei diritti fondamentali degli uomini che ne minacciano la loro stessa esistenza”.

Il magistrato cita quali esempi la disciplina della quarantena, la chiusura di negozi, il divieto di riunione e di contatti sociali.

I magistrati stanno riducendo le multe per la violazione delle restrizioni.

Adesso, prosegue Schleif, i magistrati avrebbero tuttavia nuovamente acquisito consapevolezza delle loro responsabilità, dichiarando l’illegittimità di numerosi provvedimenti di chiusura delle scuole e annullato, o comunque considerevolmente ridotto, multe che ammontavano a milioni di euro.

(Noi speriamo che sia davvero così e che non si tratti solo di casi isolati). Ora passiamo alla truffa, alla volontaria causazione di danni e ai crimini contro l’umanità: ai sensi del diritto penale, dissimulare dati falsi come quelli relativi ai test PCR di Drosten, Wieler e l’OMS, costituisce quantomeno un’ipotesi di truffa aggravata.

Ai sensi del diritto civile (tedesco) ciò rappresenta un’intenzionale causazione di un danno contrario al buon costume. Quest’ultima considerazione è condivisa dallo stimato professore tedesco di diritto civile Martin Schwab, il quale ha approfondito il tema in modo completo e dettagliato la materia redigendo un parere di circa 180 pagine, nel quale egli documenta altresì in modo approfondito il totale fallimento dei principali mezzi d’informazione.

Tutti sapevano e hanno fatto finta di nulla.

Poiché i succitati Drosten, Wieler e OMS erano a conoscenza, sulla base delle loro competenze o comunque in base a quanto pubblicato dall’RKI o dall’OMS, che l’uso dei test PCR, contrariamente alle loro asserzioni, non era in grado di fornire alcuna informazione sull’infezione.

Essi sapevano, o quantomeno hanno accettato l’eventualità, che, sulla base dei risultati di tali test, i governi del mondo avrebbero deciso di attuare i lockdown, le regole sul distanziamento sociale ed il dannoso per la salute (come ormai dimostrano numerosi studi) obbligo di indossare la mascherina. D’altronde sono stati loro stessi a raccomandare tali misure. Pertanto, ai sensi del diritto civile vanno completamente risarciti i danni causati alle persone dai lockdown imposti sulla base dei risultati dei test PCR.

In particolare, vanno risarciti i danni da mancato guadagno subiti da imprese e lavoratori autonomi a seguito del lockdown. Le misure restrittive basate sulle false affermazioni del signor Drosten, di Wieler e dell’OMS, hanno inoltre provocato danni alla salute e all’economia talmente devastanti, che vanno giuridicamente classificati come crimini contro l’umanità.

Una class action contro i governi globalisti del mondo.

Parliamo ora della class action, quale strada da percorrere per il risarcimento dei danni, e delle conseguenze politiche. La cosiddetta class action, di derivazione inglese, esiste sia negli USA che in Canada. Essa conferisce ad un tribunale la possibilità di trattare come class action il ricorso di un soggetto se:

(a) a seguito dello stesso evento lesivo (b) una pluralità di persone è stata nella stessa maniera danneggiata.

In questo caso l’evento lesivo consisterebbe nel lockdown imposto a livello globale sulla base del “Drosten-Test”. Così come le automobili diesel della Volkswagen erano sì funzionanti, ma comunque “prodotti difettosi” non rispettosi delle prescrizioni sulle emissioni, anche i test PCR sono sì prodotti funzionanti, ma non assolvono allo scopo di accertare un’infezione e sono dunque prodotti fallati.

Dunque, le persone succitate sono responsabili di aver cagionato un danno ingiusto attraverso una frode e pertanto obbligati al risarcimento.

Unitevi alla class action!

Quindi, se un’impresa statunitense o candese o un privato cittadino statunitense o canadese citassero in giudizio Drosten,Wieler o l’OMS per il risarcimento dei danni (i prodotti di cui sopra, parimenti alle automobili Volkswagen, sono stati messi in commercio anche in tali paesi e quindi ricadono nell’ambito di competenza dei tribunali di USA e Canada), il tribunale statunitense o candese avrebbe il potere di trattare il caso come class action, sulla base dell’immenso numero di persone danneggiate dallo stesso evento lesivo.

Se ciò succedesse, in tutto il mondo le persone danneggiate verrebbero informate dai media e avrebbero l’opportunità di unirsi alla class action entro un termine stabilito dal giudice, Poiché “class” vuol dire gruppo e “action” vuol dire azione in giudizio. È da sottolineare che nessuno è obbligato ad unirsi alla class action una volta che questa è stata ammessa dal giudice, ma tutti i danneggiati ne hanno facoltà.

Ognuno poi può certamente agire autonomamente in giudizio attraverso il proprio avvocato per il risarcimento danni nel proprio paese d’origine.

Un iter economico e vantaggioso.

Il vantaggio della class action è che essa si esaurisce appunto in un’unica azione, è un’azione “rappresentativa” di un danneggiato in forma tipica. Essa è più economica e più rapida rispetto ad eventuali centinaia di migliaia di azioni individuali e produce un minor carico di lavoro per i tribunali.

Inoltre, essa permette una valutazione degli elementi probatori e una trattazione delle accuse enormemente più precisa, rispetto a ciò che accadrebbe nel caso in cui vi fossero centinaia di migliaia di azioni individuali. In questo modo verrebbe applicato il ben rodato regime probatorio angloamericano: il cosiddetto “discovery”. Quest’ultimo esige che vengano messi sul tavolo tutti i mezzi di prova decisivi per il contenzioso giuridico.

 

Differentemente dal sistema tedesco, dove nella prassi vi sono squilibri strutturali in un processo coinvolgente un consumatore da una parte e una potente multinazionale dall’altra, con il sistema discovery, l’occultamento o la distruzione di prove non restano privi di conseguenze: la parte che occultasse o addirittura distruggesse delle prove, perderebbe la causa automaticamente per “elusione delle indagini”.

Offriamo assistenza a tutti gli avvocati del mondo.

I danneggiati tedeschi possono far sì che le loro richieste di risarcimento danni vengano predisposte e raccolte attraverso il sito web corona-schadensersatzklage.de.

Al bassissimo costo di 800 euro più una parcella del 10% in caso di successo, queste richieste potranno venire implementate in Germania alternativamente attraverso una class action o per via di una sentenza emessa sulla base di precedenti.

Avevamo pensato, in origine, di predisporre e raccogliere anche richieste di risarcimento da parte di persone provenienti da altri paesi al di fuori della Germania.

Purtroppo il dispendio, anche fiscale, per qualcosa del genere sarebbe troppo elevato. Tuttavia, attraverso il sempre più grande network internazionale siamo disponibili a fornire a titolo gratuito ai colleghi avvocati di altri paesi tutte le informazioni, i pareri e le testimonianze degli esperti in merito all’inadeguatezza dei test PCR per l’accertamento dell’infezione da COVID.

Il nostro obiettivo è vincere in tribunale.

Ciò è effettivamente quanto basta, si tratta di una causa semplice da vincere. Forniremo loro anche tutte le informazioni rilevanti per preparare e mettere insieme le richieste di risarcimento dei loro mandanti, così da poterle utilizzare anche nell’ambito di una eventuale class action di diritto statunitense o canadese, o per farle valere come precedente in eventuali processi nel loro paese.

Andremo via via pubblicando sul nostro sito web i nomi degli studi legali internazionali e delle persone di riferimento con cui collaboriamo, cosicché chiunque nel mondo abbia subito dei danni possa finalmente trovare senza problemi un interlocutore per far valere il suo diritto al risarcimento dei danni. Questi sono i fatti che presto verranno provati in un tribunale o in più tribunali nel mondo, questi sono i fatti che smaschereranno tutti i responsabili di questi crimini.

 

Per i politici che hanno creduto a queste persone e sono stati da loro tratti in inganno, questi fatti rappresentano un salvagente che può aiutarli (salvando loro in parte la faccia) a cambiare il corso delle cose, ad aprirsi finalmente ad un pubblico dibattito scientifico per troppo tempo ignorato e non tramontare assieme a ciarlatani e criminali.

Grazie mille.

 

 

 

“L’imbroglio ecologico” di Dario Paccino – un’introduzione alla nuova edizione

“L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura”, scritto da Dario Paccino nel 1972 per l’editore Einaudi, è stato pubblicato in una nuova edizione da Ombre corte. L’autore è stato un partigiano nella Resistenza, giornalista e saggista, oltre che militante del movimento antinuclearista, anche attraverso la direzione della rivista “Rossovivo”. Il libro, come si può leggere nella quarta di copertina, evidenzia che “l’ecologia pensata e tradotta politicamente senza aver presenti i rapporti di produzione e di forza sociali, rappresentava ipso facto un imbroglio. È quest’uso ideologico e mistificato della natura che l’autore contesta e problematizza in tutto il suo lavoro teorico e militante, cercando di mettere al centro del dibattito i rapporti di potere ed i meccanismi socio-economici che determinano lo squilibrio, con l’obiettivo di dare vita a una ecologia conflittuale finalizzata a costruire un rapporto equo ed armonico tra gli esseri umani, le organizzazioni sociali e la natura”.

 

Di seguito, si propongono in lettura un frammento dell’introduzione scritta da Gennaro Avallone, Lucia Giulia Fassini e Sirio Paccino e alcune pagine del libro.

 

 

 

Alle origini dell’ecologia politica in Italia

di Gennaro Avallone, Lucia Giulia Fassini e Sirio Paccino

 

Le lettrici e i lettori di questo libro, pubblicato in una nuova edizione a circa conquant’anni di distanza dalla prima del 1972, si ritrovano tra le mani “lo ‘scritto’ di un povero untorello, che si permette di ficcare il naso nel sancta sanctorum dell’ecologia, per accertarsi se per caso non abbia trovato rifugio proprio lì il vecchio dio dei padroni”.

 

È con queste parole che l’autore si definì in una lettera alla rivista “Ecologia”, inviata nello stesso 1972. Già da queste parole è chiaro il tumulto che Paccino sollevò con questo suo libro, e in generale con i suoi scritti, nell’ambiente culturale e scientifico italiano dell’epoca. Cercare e studiare i suoi lavori pubblicati tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso scatena un’intensa tempesta intellettuale, emotiva e umana. Sono molte le testimonianze che ricordano la ricchezza della sua produzione culturale e politica, così come molte sono le collaborazioni dello stesso Paccino, che non si è mai risparmiato nell’analisi dei rapporti socioecologici, di produzione e di potere all’interno dell’organizzazione capitalistica.

 

Giorgio Nebbia, tra i principali studiosi in Italia di temi ambientali, ad esempio, lo ha definito un ecologo inquieto, “un anticipatore di problemi che sarebbero esplosi molti anni dopo e che avrebbero preso il nome di ‘ecologia’, di attenzione, cioè, ai rapporti fra gli esseri umani e il mondo circostante”. Anticipazioni come quelle presenti in Domani il diluvio, pubblicato nel 1970 con una presentazione del docente e studioso di botanica ed ecologia Valerio Giacomini, relative alle alterazioni ambientali che avrebbero potuto trasformare ogni pioggia abbondante in un diluvio. Nella presentazione di quel testo, Giacomini scrisse di Paccino come di un “terzo uomo”, colui che “si incarica di creare una comunicazione fra il produttore specialistico di scienza e di tecnica (‘primo uomo’) e qualsiasi altro uomo (‘secondo uomo’) che manifesti ben legittime esigenze di informazione e di conoscenza. Ha tanto più diritto – il secondo uomo – a questa informazione quando si tratta di questioni che riguardano interessi fondamentali della sua stessa esistenza e sopravvivenza”.

 

Questa capacità di lettura e comunicazione è stata accompagnata da una serie di visioni che hanno precorso i tempi sul piano sia degli eventi storici che della proposta teorica. Peppe Sini, direttore responsabile del Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo, ad esempio, lo ha apertamente riconosciuto: Paccino “fu tra i primi a farci conoscere le nuove lotte degli indiani d’America, […] fu tra i primi a svolgere un discorso ecologico non ingenuo e non subalterno, fu tra coloro che sulla scienza e le tecnologie seppero dire cose vere e decisive. Nella lotta antinucleare fu un compagno prezioso e generoso; e nell’opposizione alla guerra, ai suoi strumenti, ai suoi apparati, alle logiche e ideologie sue”.

 

Siamo di fronte a un intellettuale, dunque, sebbene lo stesso Paccino in un’intervista abbia evidenziato che “da questo punto di vista, io non sono un intellettuale: mi limito a svolgere una funzione, sia pure schizofrenicamente, poiché in me convivono (per quella grande ‘volgarità’ che è il pane) il professionista e il militante. Non sentendomi prigioniero di alcun ruolo”.

 

È un viaggio necessariamente tumultuoso quello che si fa nell’opera di Paccino, che ne L’imbroglio ecologico trova un testo centrale della sua elaborazione, capace di segnare un momento fondativo in Italia dell’analisi anticapitalista dei rapporti capitale-natura-società.

 

Considerato il periodo storico nel quale viene riproposto, caratterizzato anche da posizioni politiche che misconoscono i grandi mutamenti socioecologici in corso, in particolare quelli connessi al cambiamento climatico e al riscaldamento globale, è necessario premettere che L’imbroglio ecologico non sostiene alcuna ipotesi negazionista. Al contrario. L’imbroglio di cui si parla, infatti, non si riferisce al fatto che la rilevanza della crisi ecologica sarebbe sovradimensionata o, addirittura, inventata, ma al fatto che essa viene affrontata attraverso un inganno, che consiste nell’evitare di andare alla radice delle cause strutturali che l’hanno prodotta e la riproducono. Tanto è vero che il libro “è dedicato a coloro che per guadagnarsi il pane devono vivere in habitat, che nessun ecologo accetterebbe per gli orsi del Parco Nazionale d’Abruzzo e gli stambecchi del Parco Nazionale del Gran Paradiso: gli operai delle fabbriche e dei cantieri”.

 

L’ecologia, praticata, sostenuta e divulgata senza tenere presenti i rapporti sociali di produzione e di forza, si trasforma in un’ideologia che copre e fa scomparire sia lo sfruttamento del lavoro sia i processi di messa a profitto della natura. È a questo uso dell’ideologia della natura che Paccino si riferisce, cercando di riportare al centro dell’attenzione i rapporti di potere e i meccanismi socioeconomici che danno vita alla crisi ecologica, in alternativa ad altre strategie che non si confrontano, per scelta o per la loro impostazione analitica, con gli effetti e i vincoli strutturali propri del modo capitalistico di produzione e di organizzazione della natura. […]

 

L’imbroglio ecologico e l’ecologica politica di Dario Paccino

 

Vincenzo Miliucci, storico esponente del Comitato politico dell’Enel e delle lotte contro il nucleare e per i beni comuni, ha scritto, in una nota del 4 giugno 2020 intitolata “15 anni senza Dario”, che è necessario confrontarsi al presente con i testi di Paccino, a partire dal libro qui ripubblicato, considerata l’evidenza e l’urgenza con “cui è venuta a ripresentarsi la coscienza della catastrofe ecosistemica dovuta al modello capitalistico di produzione e consumi, che fa dire alle nuove generazioni che si mobilitano ad ogni latitudine che responsabile non è il clima, ma il sistema”. Se si considera l’irruzione della pandemia da Covid-19, nella quale si sono riscontrate anche connessioni dirette tra produzioni capitalistiche e diffusione di agenti patogeni, questa necessità appare ancora più evidente, “non essendo pensabile che la vita umana possa perdurare per molto tempo sul nostro pianeta, se si continua a prediligere nella produzione (e quindi nel rapporto con la natura) il capitale”

 

È questa una delle tesi al centro de L’imbroglio ecologico, che costituisce una profonda critica all’ambientalismo istituzionale e all’uso capitalistico della natura, elaborata per evidenziare quanto il nesso natura-capitale sia fondamentale per i processi di accumulazione capitalistica, così come per le prospettive della lotta di classe (…).

 

Ecco, quindi, che l’ecologia diventava un imbroglio laddove viene considerata come scienza autonoma dai processi di produzione e dai conflitti sociali che ne scaturiscono. Questo timore e la necessità di una critica pratica dell’economia e dell’ecologia dominanti sono ancora più fondati oggi, in un mondo in cui, nel 2019, si contano circa 620 milioni di persone che soffrono la fame, secondo i dati del rapporto ONU sull’alimentazione, il cui stato di denutrizione dipende anche dai cambiamenti climatici, che hanno alterato le stagioni agricole e, quindi, i raccolti disponibili a causa di siccità e alluvioni, oltre che dalle guerre diffuse e dalla crisi economica.

 

Di fronte alla degradazione accelerata degli ambienti di vita, alla moltiplicazione e diversificazione delle forme di saccheggio delle cosiddette materie prime, alla diffusione di malattie e cancerogeni, alla proliferazione delle armi nucleari, biologiche e chimiche – processi già osservati da Paccino nel libro del 1972 e in successive pubblicazioni – non sono sufficienti le prese di posizione dell’etica ecologica, che non mettono in discussione le necessità socioeconomiche vigenti ma, semplicemente, si affermano come “ecologia del padrone”. In questa modo nulla cambia di un sistema di produzione che si basa sul ricatto dell’alternativa tra inquinamento e disoccupazione, come vissuto dagli abitanti della città di Donora negli Stati Uniti, a seguito del disastro ambientale che colpì questa comunità della Pennsylvania nel 1948, e di tutte le “Donora” del mondo, Taranto con l’Ilva compresa, e che non può fare a meno del saccheggio e di crescenti disuguaglianze socioecologiche. Così come quello che nel testo si definisce il leviathan socio-economico non può rinunciare a un’ideologia della natura che la banalizza, la riduce a cosa e la separa dall’organizzazione sociale e dalla storia umana, riproducendo un dualismo umanità-natura funzionale alla sua feticizzazione e subordinazione oltre che al sostegno alla nascente industria del disinquinamento, antesignana della cosiddetta green economy che si affermerà alla fine del secolo.

 

Il successo dell’ideologia ecologica non cancella la rilevanza dell’ecologia. Come Paccino scrive in una nota, “non si vuole con questo ignorare quanto vi può essere di positivo nella spinta ecologica. […] L’ecologia […] può costituire uno dei più validi motivi per lottare contro il capitalismo. Il che non toglie che siano tanti coloro che scambiano il folklore con la lotta, e questo anche nella ‘nuova sinistra’”. Le critiche di Paccino si concentrano anche sulla sinistra politica, compresa la sua espressione statuale che si richiama al comunismo in Unione Sovietica e quella filosofico-politica rappresentata dal marxismo ufficiale. Entrambe queste esperienze hanno rifiutato un caposaldo di qualunque concezione materialistica della storia naturale e umana, quello secondo cui “è l’ecologia (intesa come storia naturale) l’eterno prius dell’uomo”. Di conseguenza, sul piano delle politiche realizzate “non fa eccezione l’Urss, dove il padrone (il burotecnocrate) e la struttura socioeconomica che gli conviene costituiscono un leviathan analogo a quello occidentale”. In sintesi, “per l’ecologia […] Usa e Urss sono sostanzialmente la stessa cosa”. Mentre sul piano analitico, in dialogo con le analisi sviluppate da Sebastiano Timpanaro, si evidenzia la necessità di “rimettere la filosofia marxista sulle proprie gambe, ponendo come prius di tutto (anche dell’essere sociale), e non solo come antefatto dato una volta per tutte, l’essere naturale”.

 

L’esperienza sovietica, e in parte quella cinese (cui dedicherà il libro successivo, L’ombra di Confucio) verso la quale Paccino nutre maggiore speranza considerando i presupposti in parte diversi sui quali la Rivoluzione (compresa quella culturale) si è fondata, dimostra che andare oltre il padrone non è sufficiente, sebbene necessario. Nessuno è sicuro che un processo rivoluzionario rimetterà al centro il riconoscimento del primato e dell’imprescindibilità dell’organizzazione bioecologica, ma è certo che nessuna politica dei due tempi (prima il potere, poi la lotta ecologica) può dare esiti positivi. È necessaria da subito un’ecologia conflittuale, anch’essa non sufficiente da sola, che si concentri immediatamente sugli obiettivi della salute negli ambienti di vita (dentro e fuori i luoghi di lavoro), come indicato ripetutamente anche dagli studi coevi di Giulio Maccacaro sui nessi tra scienza, malattia, salute e capitale e, seppure con orientamenti politici diversi, di Giovanni Berlinguer, ad esempio sulla malaria urbana, elaborati in connessione con le lotte operaie e popolari contro le nocività dentro e fuori le fabbriche, contro lo scambio tra salario e salute e sui temi del governo del territorio […].

 

 

 

Da L’imbroglio ecologico.

L’ideologia della natura.

Effimera.org – Dario Paccino – (22 maggio 2021) – ci dice:

 

Capitolo “Ideologia o rivoluzione”. Domani potrebbe essere la catastrofe.

Mentre politicamente il cammino che la Cina fa sul terreno della rivoluzione, è cammino fatto anche per i rivoluzionari di tutto il mondo, il cammino ecologico vale per la Cina soltanto, e non sempre, che, ad esempio, se gli altri le inquinano i mari, la fauna marina arriva inquinata sul desco dei cinesi, anche se la repubblica pratica la più rigorosa politica ecologica.

 Se dunque l’imperativo di camminare con le proprie gambe, vale per la politica in generale, vale ancor più per l’ecologia, che nessuna rivoluzione culturale cinese potrà arrestare il progressivo deterioramento dei nostri habitat, sacrificati dal padrone sull’altare del profitto.

Ragione per cui, rimandando la lotta ecologica al momento successivo all’emarginazione del padrone capitalista, si rischia la complicità con lui nella preparazione della catastrofe che sta preparando;

 in ogni caso si rinuncia a impugnare nella lotta un’arma altrettanto valida di quella per la salute in fabbrica: salute, per altro, che può essere tutelata soltanto se, a misura d’uomo, oltre la fabbrica, si fa anche la città, liberando entrambe dalla degradazione che le accomuna.

Indubbiamente, in tempi di fanf-ecologia dilagante, la stessa parola ecologia non può non suscitare sospetto.

Ma c’è un criterio infallibile per distinguere l’ideologia ecologica dalla lotta rivoluzionaria per l’ambiente, ed è la conflittualità.

Dove son tutti d’accordo, come in parlamento, dal Msi al Pci, sui grandi temi ecologici, non c’è dubbio che il padrone sta consumando un altro imbroglio.

Ma altrettanto chiaro è che nessun partito del sistema accetterebbe un’ecologia che, in armonia con la proposta rivoluzionaria marxista, ponga l’imperativo di ristabilire il prius naturale, posposto dalla cultura del padrone al leviathan socioeconomico.

Certo, non è con la sola ecologia conflittuale che si arriva, finché c’è un padrone, alla fabbrica a misura d’uomo. Ma si otterrebbe almeno il risultato di spuntare un’arma ideologica, mostrando chi sia l’unico, vero responsabile della quotidiana strage ecologica.

E si contribuirebbe a rimettere la filosofia marxista sulle proprie gambe, ponendo quale prius di tutto (anche dell’essere sociale, e non solo come antefatto dato una volta per tutte) l’essere naturale.

 A questo fine però bisognerebbe che i primi ad essere convinti che la natura è il prius di tutto, fossero i marxisti, quelli almeno che si contrappongono come reali antagonisti del padrone.

Il che generalmente non è, in quanto l’arma critica che ha consentito loro di rompere, sul terreno socioeconomico, col revisionismo di stampo sovietico, non è valsa, per lo più, a consentir loro, rispetto alla realtà naturale, il riscatto dalla subordinazione all’idealismo, contro la quale partì in guerra Lenin con Materialismo ed empiriocriticismo, e che oggi serve alla buro-filosofia sovietica per teorizzare la perenne validità, anche in regime socialista, della divisione sociale del lavoro.

Osserva Timpanaro nell’opera citata che “la posizione del marxista odierno, a volte, sembra simile a quella di chi, standosene al primo piano di una casa [struttura (N.d.R.)], dicesse rivolto all’inquilino del secondo piano [sovrastruttura (N.d.R.)]: “Lei crede di essere autonomo, di reggersi da solo?

Si sbaglia! Il suo appartamento si regge solo perché poggia sul mio, e se crolla il mio, crolla anche il suo”; e viceversa all’inquilino del pianterreno [natura (N.d.R.)]: “Cosa pretende lei? di sorreggere, di condizionare me? Povero illuso! Il pianterreno esiste solo in quanto è il pianterreno del primo piano. Anzi, a rigore, il vero pianterreno è il primo piano, e il suo appartamento è solo una specie di cantina, cui non si può riconoscere vera esistenza”.

A dire il vero, da parecchio tempo i rapporti tra il marxista e l’inquilino del secondo piano sono sensibilmente migliorati, non perché l’inquilino del secondo piano abbia riconosciuto la propria “dipendenza”, ma perché il marxista ha molto diminuito le sue pretese, ed è arrivato ad ammettere che il secondo piano è in larghissima misura autonomo dal primo, o, se non altro, che i due appartamenti “si sorreggono a vicenda”. Ma verso l’abitatore del pianterreno il disprezzo si è fatto sempre più pronunciato”.

Che, nonostante la ben nota ammirazione di Marx per Darwin, e nonostante la presenza nella letteratura marxista di opere come Dialettica della natura e Materialismo ed empiriocriticismo, sia potuto sorgere e accentuarsi questo disprezzo per la natura, si può anche comprendere, considerando l’esigenza di denunciare le ideologie scientiste come un nuovo inganno del padrone. Sta di fatto però che quando Gramsci, per sfuggire alla trappola positivistica, finisce col negare la realtà naturale, cade in una trappola peggiore (perché più arretrata) di quella positivistica: la trappola dell’idealismo agrario italiano, senza neppure rilevarne l’arcaicità rispetto all’ideologia empirio-criticista dell’imperialismo maturo (industriale).

Se Gramsci ha potuto fare di Benedetto Croce, nel dibattito culturale, il proprio interlocutore privilegiato, è perché il suo marxismo, al pari di quello di Mondolfo, e in genere della socialdemocrazia imperialista, aveva scaricato la natura, perdendo così uno dei due ancoraggi che impediscono al materialismo dialettico di naufragare nella dialettica idealistica.

Rotto quell’ancoraggio, quell’altro (della dipendenza della coscienza dall’essere sociale) non pare sia tale da garantire dalle contaminazioni idealistiche, come dimostra infatti l’omaggio del marxismo alle più scoperte ideologie del padrone, dalla psicanalisi all’esistenzialismo.

 Sempre, quando si subisca l’inquinamento ideologico del padrone, si perde terreno nella lotta, anche quando resti intatta (come in Gramsci) la proposta rivoluzionaria, ché in ogni caso risulta indebolita la capacità critica di analisi della realtà delle cose.

Ed è infatti nel solco della tradizione gramsciana, che si è creduto di vedere il momento della rottura nello storicismo togliattiano, senza avvedersi che punto di partenza e di arrivo del suo venire da lontano e andare lontano non era la scienza di Galileo e la rivoluzione ininterrotta di Mao, ma la nuova scienza di Vico e la buro-filosofia dei mandarini sovietici.

 

 

 

World Economic Forum.

Il capitalismo non regge più,

Klaus Schwab il guru di Davos lancia l’allarme.

Ilriformista - Fausto Bertinotti – ( 14 Gennaio 2020) – ci dice:

 

È passato sotto silenzio, o quasi, una molto autorevole presa di posizione dal rilevante peso politico.

Essa avrebbe, in primo luogo dovuto interessare coloro che, a suo tempo, hanno frequentato i meeting di Porto Allegre e dintorni, ma, più in generale, avrebbe dovuto essere considerata degna di nota da tutto il mondo politico.

Allora il movimento dei movimenti si era costituito come una piazza alternativa al Forum di Davos.

Il World Economic Forum di Davos era presidiato dai sacerdoti della globalizzazione che si stava affermando nel mondo intero. Loro, i no global, come con una imprecisa e maliziosa definizione venivano chiamati, ne erano gli antagonisti.

La presa di posizione di cui parliamo è per l’appunto, quella di Klaus Schwab, il fondatore e il direttore del World Economic Forum di Davos.

 A darle importanza è una scelta diretta del protagonista che concede un’impegnativa intervista a Lena, la Leading European Newspaper Alliance, che comprende otto tra i principali giornali europei, per in Italia è la Repubblica.

Il gran sacerdote della globalizzazione ci dice che se ieri è stato falco, oggi è dovuto divenire colomba.

L’attuale capitalismo, ci dice, produce crisi e instabilità sociale e politica; non regge alla prova dei fatti, dunque va riformato prima che sia tardi.

Avevano sostenuto il contrario, che questa modernizzazione capitalistica chiamata globalizzazione avrebbe saputo evitare la crisi e avrebbe dato vita alle nuove magnifiche sorti e progressive, persino sradicando le povertà.

La concreta replica della storia induce un ripensamento ora in uno dei protagonisti di quel pensiero.

È vero che nel mondo anglosassone è il momento della critica del capitalismo.

A settembre il Financial Times ha titolato la sua copertina “Capitalism Time for a reset”.

Numerosi libri e saggi critici vengono pubblicati e venduti con successo. Si pensi, per tutti, a quelli di Nancy Fraser, una figura emergente nella nuova sinistra americana.

Ma qui a parlare è un uomo forte proprio del capitalismo statunitense.

 Il guru del Forum di Davos non sconfessa il passato ma la cesura che introduce, rispetto a ciò che era stato pensato e scritto in quel passato non poteva essere più netta e radicale.

Schwab, nell’intervista, parte dal riconoscimento aperto che oggi il pendolo va in una direzione opposta a quella annunciata dalla globalizzazione, che era la riduzione della povertà e la riduzione delle diseguaglianze.

Questo macigno sulla strada dello sviluppo capitalistico è il dato oggettivo ma, l’uomo di Davos rileva anche quello soggettivo che ne genera la crisi, cioè l’emergere nelle popolazioni di una nuova consapevolezza dei propri bisogni e dei propri diritti.

Secondo Klaus Schwab, allora, la nuova situazione si può così riassumere «il neo-liberismo estremo e la spinta ai massimi profitti» che però, aggiungiamo noi, sono precisamente la cifra del capitalismo finanziario globale, producono un abisso ed è questo abisso tra i ricchi e i poveri che determina nella popolazione «un evidente senso di mancanza di giustizia sociale, accentuata dal boom dei social media».

Qui si innesta la novità che è intervenuta nella soggettività, quella che pervade la nuova generazione dei movimenti.

Il fondatore del Wef di Davos lo riassume così:

 «C’è una nuova consapevolezza per cui l’accesso alla salute, alla scuola e a condizioni di vita decenti per tutti è fondamentale». Ed ecco la conclusione del ragionamento del guru dell’economia capitalistica: «Nessuno può essere lasciato indietro. E chi resta indietro ha la capacità di mobilitarsi con facilità, come dimostrano i gilet gialli».

Come si vede, la presa di consapevolezza di questo Gran Sacerdote            Klaus Schwab (o nuovo Dio in terra! Ndr) è assai significativa e non merita di passare sotto silenzio. Proviamo a riassumerla.

Il capitalismo è malato, esso produce, per come agiscono oggi le imprese, la finanza e gli Stati, una povertà e una diseguaglianza tali che, di fronte a una nuova consapevolezza maturata nella società civile, genera un conflitto ingovernabile e inarrestabile. «Il mondo oggi è molto più pericoloso e imprevedibile» di 50 anni fa. Dunque bisogna porvi rimedio.

Si legge qui una sorta di manifesto del riformismo del capitale. L’uomo di Davos non è il solo a vedere dall’interno del sistema le sue crepe.

 Tempo addietro numerosi ceo delle più importanti imprese del mondo, riunitisi negli Stati Uniti erano giunti alle medesime conclusioni. Dicevano che il sistema così non regge più, che le imprese non possono più agire solo al fine del profitto e che nei loro obiettivi devono rientrare il miglioramento delle retribuzioni e la questione ambientale, pena l’aggravarsi della crisi e la sua ingovernabilità.

Qualche giorno fa è intervenuto anche Bill Gates a chiedere una diversa distribuzione della ricchezza. Bill Gates ha un patrimonio netto di 110 miliardi di dollari ed è considerato l’uomo più ricco del mondo. Ha detto: «Dovremmo dare di più allo Stato. Il divario tra ricchi e poveri è sempre più ampio. Io sono gratificato in maniera sproporzionata rispetto a molte persone che non arrivano a fine mese. Gli americani “dell’1%” sono in grado di pagare più tasse».

Vuol mettere la patrimoniale! Preso atto che il conflitto, il direttore del Forum di Davos Klaus Schwab va oltre:

 «È una reazione al liberismo estremo e alla massimizzazione dei profitti» e propone un cambio di rotta, per le imprese e per i governi. Egli afferma che le aziende «non sono solo un fattore economico ma organismi sociali», che devono essere giudicate non solo dai loro utili me anche «misurando gli effetti negativi e i costi sociali esterni dei loro prodotti per incoraggiare investimenti responsabili, rispettosi dell’ambiente e della coesione sociale». E la richiesta di un drastico mutamento di rotta per il sistema delle imprese. Ma essa investe anche gli Stati.

Nell’intervista egli sostiene che «i singoli Paesi non dovrebbero essere giudicati solo del Pil» e che per misurare la performance di un paese «È necessario aggiungere parametri che considerino il benessere dei suoi cittadini. Con buona pace dei dogmi della parità di bilancio, del debito e della austerity. La conclusione è problematica perché secondo Schwab il mondo non ha imparato la lezione della crisi e «stiamo camminando verso un futuro nebuloso per le politiche economiche». Così il riformismo del capitale inciampa sulle sue contraddizioni e ne rivela, la drammaticità che lo svela, al fondo, impotente. La prima, clamorosa, è tra il dire e il fare, tra il dire dei suoi illuminati e il fare sciagurato dei suoi attori direttamente impegnati sul campo d’azione la seconda, non memo clamorosa riguarda la Politica.

Quest’ultima è persino apparentemente, inspiegabile. La politica istituzionale è, rispetto all’emergere dei fattori di crisi del capitalismo e della sua accumulazione, sorda, cieca e muta.

Sembra una condizione paradossale, la consapevolezza critica che emerge in certi influenti ambienti del capitale non alberga nella politica istituzionale dei Paesi europei.

Al riformismo del capitale non corrisponde un riformismo politico. In realtà la spiegazione del paradosso sta in una contraddizione di fondo che scaturisce dal cuore del capitalismo finanziario globale e che investe tutti i suoi protagonisti sia diretti che indiretti.

Esso consiste nel fatto che, se guardato nella prospettiva dei tempi lunghi, esso rivela tutta la sua insostenibilità, ma se osservato da dentro l’immediatezza dell’hic et nunc, del qui e subito, che è la prigione della compatibilità con l’esistente, tutto cambia, per ciò che accade appare come l’unica dimensione praticabile. È la dimensione della governabilità. In essa il governo sussume la politica e a sua volta è sussunto dall’imperativo immediato del sistema economico, convinto che nei tempi lunghi siamo tutti morti e che, dunque, non vale la pena di dedicarcisi. La morte della politica istituzionale in Europa è provocata dalla sua perdita di autonomia.

Quell’autonomia che, almeno nella capacità di pensare, alcuni guru del sistema mostrano di saper conquistare, proprio alla luce dei tempi lunghi. Intanto nei primi tre giorni lavorativi di gennaio gli ad. delle prime 100 società quotate in borsa hanno superato il salario medio annuo del Regno Unito.

 

 

 

Bye Bye Uncle Sam.

Byebyeunclesam.wordpress.com – Pino Cabras – (18 0tt0bre 2022) – ci dice:

 

La visita notturna a Giorgio Bianchi.

Perché è grave, questa strana visita notturna al giornalista Giorgio Bianchi, una delle personalità che con più impegno e argomenti vuole sottrarci alla narrazione bellicista dominante?

I fatti. Le forze dell’ordine (quale ordine?) la notte del 15 ottobre si sentono in dovere di interrompere addirittura il suo sonno alle tre di notte in un albergo di Gioia Tauro.

Cos’è tutta questa fretta? È per salvare vite urgentemente? Per cogliere un flagrante reato onirico? No, gli rompono le scatole per chiedergli genericamente delle “informazioni”.

 Non possono attendere, che so, le sette del mattino? A Gioia Tauro non è la prima volta che il comportamento di certi funzionari si fa strano, come quando avevano visitato la sede di Visione TV per rivolgere a Francesco Toscano domande per le quali bastava consultare i database Cerved.

Era una specie di “territorial pissing”: stai invadendo il nostro campo e vogliamo farti sentire il nostro odore atlantico.

Questi metodi sono ormai un volo d’avvoltoi che si stringe concentricamente. Sono metodi che rivelano un’infezione che sta diffondendosi nello spazio pubblico europeo. Nel 2016 un dirigente di un partito polacco che contestava un imminente vertice NATO, Mateusz Piskorski, venne arrestato e tenuto in prigione fino al 2019 senza un processo, a lungo senza poter leggere una carta, accusato di chissà che accordi con potenze straniere, e rilasciato su cauzione.

Prima ancora, nel dicembre 2014, il giornalista Giulietto Chiesa venne fermato in Estonia giusto il tempo di impedirgli di tenere una conferenza sgradita al governo di Tallinn.

In mezzo, e da anni, si moltiplicano le liste di proscrizione: in Polonia, nei paesi baltici e in Ucraina queste liste si sono via via trasformate in persecuzioni. Alla latitudine di Kiev in esecuzioni sommarie di voci sgradite, nel silenzio dei nostri media.

L’infezione non si è fermata a Est. Nel cuore nero del nuovo atlantismo intollerante è avvenuta una mutazione profonda che ha infettato anche il resto dell’atlantismo. Non è stata europeizzata l’Ucraina.

È stata ucrainizzata l’Europa, dove le libertà cedono il passo ad azioni e concetti prima quasi impensabili. Un Gramellini che esalta un nazista dell’Azov può così dominare indisturbato i salotti televisivi tutti appaltati al circo dei guerrafondai. Un Bianchi che milita per aggiungere facce nascoste al prisma della verità viene invece trattato con le carinerie poliziottesche riservate a un attivista dell’Alabama nel 1960.

Capite che tutto questo è grave? Che tutto questo è inaccettabile? Che tutto avviene in un’epoca in cui la politica occidentale non batte ciglio di fronte alla vicenda che più di tutte riassume la corsa a estinguere le libertà, ossia la prigionia e la tortura di Julian Assange?

Massima solidarietà a Giorgio Bianchi. Massimo sostegno alla sua più piena libertà di espressione.

(Pino Cabras)

 

 

 

Guerra climatica.

Byebeyunclesan.wordpress.com – Redazione - Peter Koenig- Global Research – (11 ottobre 2022)

(“Chi controlla il tempo controlla il mondo” – Lyndon B. Johnson, 1962)

Quello che stiamo vedendo in questi giorni con l’uragano “Ian” che devasta i Caraibi, le coste della Florida e l’entroterra, poi fino alla Carolina del Sud, causando la massiccia distruzione di infrastrutture, di terreni coltivati, la morte di animali e persone, così come la cancellazione di tutti voli da New York alla Florida, questo è uno stato di guerra.

È chiamato anche geoingegneria.

Negli ultimi due anni è diventato un luogo comune.

Scie chimiche”, il termine ormai comune con cui si indica l’attività di spruzzare letteralmente nell’alta atmosfera tonnellate di decine di migliaia di particelle chimiche differenti da parte degli aeroplani, è diventato una tecnologia coperta da centinaia se non migliaia di brevetti. Non solo brevetti statunitensi. Brevetti da Paesi di tutto il mondo.

Lo sapevate che la Spagna insieme a oltre 50 Paesi stanno attualmente svolgendo “attività per cambiare artificialmente il clima”? Lo ha detto di recente l’agenzia meteorologica spagnola AEMET e parla di “scie chimiche di condensazione” o “scie chimiche.

Per avere un quadro completo su cosa si basa la geoingegneria, la sua storia – risalente almeno al 1947, probabilmente anche più indietro – il suo background scientifico, la segretezza – e la potenza – potenza bellica, letteralmente da usare per la guerra meteorologica, dovreste guardare The Dimming.

La geoingegneria potrebbe essere simile al Progetto Manhattan (Progetto Manhattan era il nome in codice dello sforzo guidato dagli Americani per sviluppare un’arma atomica funzionale durante la seconda guerra mondiale).

Secondo le stazioni meteorologiche della Florida, Ian è il peggior uragano che ha colpito la Florida da decenni, probabilmente da sempre.

La devastazione di Ian – la cui portata non può ancora essere misurata – sta lasciando dietro di sé danni, che potrebbero richiedere anni di lavoro per la pulizia e la ricostruzione.

Come l’estate calda e secca – in Europa e Nord America quasi due mesi senza una goccia di pioggia e temperature record – uccide i raccolti, gli animali, le scorte di cibo, persino le persone, le persone vulnerabili al caldo e i poveri. I poveri sono sempre in prima linea ad essere colpiti e feriti dalla miseria.

Naturalmente, lo scenario si inquadra perfettamente negli obiettivi del Great Reset e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Si adatta al quadro generale, che non dovremmo mai dimenticare, quando guardiamo ai singoli eventi catastrofici. Tutto quello che dobbiamo fare è unire i puntini.

In una conferenza a Davos, in Svizzera, alla fine di agosto 2022, un professore di meteorologia di una delle più importanti università tecniche d’Europa, si è rivolto al pubblico dicendo: “Non c’è bisogno di dirvi che il nostro clima è progettato a tavolino. È ovvio. Ma vi spiegherò come si fa”.

Quindi proseguì spiegando i diversi processi, le migliaia di differenti sostanze chimiche che vengono rilasciate nell’atmosfera, cosa fanno – e come vengono brevettate – e come queste particelle velenose, molti contenenti metalli pesanti e sostanze chimiche tossiche, finiscono nei corsi d’acqua, laghi e falde acquifere.

 Si sta utilizzando il clima per scopi militari. La sua devastazione potrebbe essere distruttiva quasi quanto una bomba nucleare. Forti tempeste, siccità, alluvioni, freddo – bufere glaciali – e altro ancora possono essere applicati in qualsiasi parte del mondo.

Con la propaganda massiccia e implacabile dei “Verdi” sarà semplicemente attribuito al “cambiamento climatico”.

La gente spaventata e indottrinata – ancora una vasta maggioranza – non metterà in dubbio il motto del cambiamento climatico. Annuisce e accetta, e spera di poter sopravvivere e ricostruire. Coloro che perdono i propri cari, daranno la colpa al “cambiamento climatico” provocato dall’uomo.

Sì, è provocato dall’uomo. Ma non ha nulla a che fare con il “rilascio eccessivo di anidride carbonica”, o CO2. È la geoingegneria climatica trasformata in un’arma da guerra mortale.

In molti luoghi, o in interi Paesi, in quest’estate del 2022 l’acqua è stata razionata.

Ingiustamente, perché ci sono stati anni nella storia recente, in cui le falde acquifere erano più basse in tutta Europa e Nord America, e nessun razionamento di acqua era capitato.

Il razionamento dell’acqua è una tattica intimidatoria. Tutti sanno che l’acqua è essenziale per la vita. Il razionamento diffonde paura e incita sottomissione alle autorità che decidono sul vostro accesso all’acqua. Fa parte dell’allarmismo, assoggettare le menti della gente in una dipendenza dall’autorità.

Le autorità vi permetteranno di utilizzare o meno acqua o energia o cibo. Vi è stato detto che ci sono scarsità. Queste scarsità saranno accompagnate da altre scarsità. Stanno provocando panico e carestia, in particolare nei segmenti vulnerabili della popolazione.

Nessuno vi dice che tutte queste scarsità – per lo più incolpando la Russia al posto loro, in modo falso ovviamente – sono create artificialmente – tutte con lo scopo di controllare l’umanità – il programma del Great Reset del Forum Economico Mondiale, di Klaus Schwab, alias Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

La combinazione di tutto questo, comprese le precedenti dosi multiple dei velenosi vaccini a mRNA, indebolendo il sistema immunitario umano, può anche causare enormi morti per carestia, una moltitudine di malattie e cause legate alla miseria, inclusi suicidi in aumento massiccio, ma non riportati.

Ancora una volta, nessuno ve lo dice – queste sono scarsità artificiali, scarsità arbitrarie create dall’uomo con lo scopo di creare danni, gravi danni – e fare avanzare l’agenda eugenista del Reset di Klaus Schwab.

Il punto è che la geoingegneria è avanzata a un livello in cui Washington può facilmente dire “entro il 2025 possiederemo il clima”.

Possedere il clima, per il Pentagono significa utilizzarlo per scopi bellici.

Possibilmente usandolo al posto di – o in parallelo con – armi nucleari; esplosioni nucleari mirate a piccolo raggio.

Solo quando una massa critica di gente sarà consapevole di ciò che sta accadendo – e di cosa ciò potrebbe significare per il futuro dell’umanità, noi, il popolo, potremo contrastare questi diabolici meccanismi di controllo di un oscuro culto e il suo obiettivo di un Ordine Mondiale – digitalizzazione totale, robotizzazione e globalizzazione della popolazione mondiale sopravvissuta.

Non lo raggiungeranno.

Perché noi umani risvegliati non lo permetteremo. Il nostro spirito, la fisica dinamica e quantistica, alla ricerca della luce, la nostra vibrazione con la luce, impediranno al culto oscuro di avere successo.

(Peter Koenig è un analista geopolitico ed ex Senior Economist presso la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per oltre trenta anni in tutto il mondo. Insegna in università negli Stati Uniti, in Europa e in Sud America. Scrive regolarmente per riviste online ed è l’autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed, e coautore del libro di Cynthia McKinney When China Sneezes: From the Coronavirus Lockdown to the Global Politico-Economic Crisis.

Egli è ricercatore associato presso il Centro di Ricerche sulla Globalizzazione. È anche ricercatore senior non residente dell’Istituto Chongyang della Renmin University di Pechino.)

 

 

 

Davos e il World Economic Forum.

Ma cos’è esattamente il WEF?

Romait.it- Redazione – Cristiano Carocci – (14 giugno 2022) – ci dice:

Un’organizzazione internazionale che si proclama indipendente composta da multimiliardari in dollari e bitcoin.

Alla fine di maggio si è svolto a Davos, in Svizzera, l’incontro annuale del World Economic Forum.

 Ma cos’ è esattamente il WEF?

Un’organizzazione internazionale che si proclama indipendente composta da multimiliardari in dollari e bitcoin che annovera finanzieri banchieri e CEO delle più importanti aziende mondiali come Coca Cola, Moderna, Pfizer, Apple e altre numerose aziende per elaborare, spesso in modo opaco e semi segreto, piani e programmi per il futuro dell’umanità.

 

Gli uomini di Davos, di Klaus Schwab.

I “Davos men”, chiamati anche golden collar o cosmocrati che hanno cumulato nelle loro mani tanto di quel potere finanziario e politico da riuscire a convocare e portare a Davos le Nazioni Unite per riprogrammare i 17 obiettivi dell’Agenda ONU 2030 e cioè il futuro del pianeta terra.

 I leader del WEF con a capo Klaus Schwab autore di un libro che per 20 dollari potete acquistare su Amazon intitolato “Il grande reset” hanno come obiettivo quello di rimodellare il mondo con strategie e uomini funzionali alla salvaguardia e alla crescita dei loro interessi economici.

 Con progetti discutibili distopici e pericolosi per la democrazia e la libertà dell’individuo come il sovvertimento dei governi democratici nazionali e l’insediamento di un governo sovranazionale composto da uomini scelti da loro stessi.

Attraverso progetti come il tracciamento delle persone grazie a pillole che una volta ingerite nello stomaco sono dei veri e propri microchip o ai tessuti dei nostri abiti o, ancora, attraverso le onde elettromagnetiche. Non tralasciando la possibilità, esplicitamente dichiarata, di infiltrarsi e penetrare negli attuali governi per limitare la libertà di espressione, in attesa, appunto, del grande reset.

L’assenza dell’Italia.

In questo preoccupante scenario in cui un’associazione privata anche se di potenti miliardari, ha il potere di convocare e far arrivare nel loro quartier generale le Nazioni Unite (!) per ridisegnare il futuro del pianeta terra, splende per la sua assenza e mancata partecipazione l’Italia, che dal 2015 non si è mai dimostrata capace di inserire nel dibattito sul futuro planetario la propria posizione, i suoi asset che come la Cultura e l’Arte non possono non essere presi in considerazione nella elaborazione del miglior futuro sostenibile.

Completamente assente e incapace di proposte da inserire in uno scenario improntato unicamente a principi e indirizzi economici e finanziari. E questo malgrado di recente il Ministro Franceschini abbia asserito la necessità di rimettere la Cultura, il nostro petrolio, al centro dell’azione di governo.

(Cristiano Carocci). 

 

 

 

Sostenibilità e salute globale:

gli obiettivi del World Economic Forum.

Affariinternazionali.it - Simone Urbani Grecchi – (5 Gennaio 2022) – ci dice:

Il prossimo World economic forum – previsto inizialmente a gennaio ma spostato a giugno nella tradizionale sede di Davos – si terrà in un clima di grande incertezza a causa della perdurante pandemia.

L’attenzione sul tema sarà quindi altissima, anche perché è stato proprio il Wef, nel giugno del 2020, a sottolineare l’importanza di sfruttare la crisi per promuovere un generale ‘reset’ delle nostre società.

Obiettivo ambizioso, un ‘great reset’ è auspicabile non solo per recuperare i disastri economici e sociali causati dalla gestione del Covid-19, ma anche e soprattutto perché la comunità internazionale ha accumulato significativi ritardi nel raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità indicati dall’ONU nell’Agenda 2030.

Il problema della salute globale.

Aspetto ancora più importante, come sottolinea lo stesso Klaus Schwab, presidente esecutivo del Forum, i segnali di tali ritardi erano visibili già prima della pandemia.

 E in nessun campo tale regressione appare più significativa di quello della salute globale. In particolare, è evidente il ritardo accumulato in termini di prevenzione delle malattie non trasmissibili (NCDs), uno dei diciassette obiettivi di sostenibilità nonché causa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità di circa quarantuno milioni di morti (cioè oltre il 70% dei decessi a livello globale) all’anno. Da decenni.

Nonostante la portata del fenomeno, tuttavia, non sembra sia stato fatto abbastanza per finanziare la prevenzione di questi disturbi. Ciò è di per sé un aspetto quantomeno singolare, considerato che da decenni si parla dell’importanza della prevenzione, salvo poi incanalare competenze e finanziamenti verso settori molto più orientati alla cura.

 Inoltre, tali considerazioni sono ulteriormente aggravate dal fatto che molte delle NCDs sono malattie autoinflitte (quindi prevenibili), causate dalle nostre insalubri abitudini, sia dal punto di vista produttivo che di consumo.

Il fatto che, incidentalmente, tali patologie siano anche alla base della quasi totalità dei decessi in presenza di Sars-CoV-2 (in Italia, il 97,1%) dovrebbe fare riflettere sull’importanza di curare il nostro organismo e il nostro sistema immunitario, cruciali nella prevenzione degli effetti di shock esterni, che spesso risultano aggravati dalle nostre abitudini.

Lo stesso Tedros Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, afferma che “la pandemia ha evidenziato il grave pericolo delle malattie non trasmissibili e ha segnalato l’urgente necessità di politiche e investimenti di sanità pubblica più forti per prevenirle. Esortiamo i leader mondiali a livello pubblico e privato ad adottare misure aggressive per prevenire le malattie non trasmissibili. Meno malattie non trasmissibili avrebbero significato meno morti durante la pandemia.”

Il paradosso delle politiche di prevenzione.

Nella sua analisi sull’Agenda 2030, il WEF scrive che “dobbiamo accogliere l’innovazione, anche nel modo in cui facciamo le cose”.

Premessa corretta.

Ma è importante che questa presa di coscienza avvenga a livello collettivo. Appare incoerente, infatti, continuare a indulgere in eccessi alimentari e sedentarietà, salvo poi far pagare il conto dei nostri comportamenti malsani alla comunità in cui viviamo – sia in termini diretti (attraverso le spese sanitarie pubbliche) sia indiretti (impedendo l’utilizzo di quelle risorse in altri settori).

Così come risulta paradossale permettere, da un lato, la vendita di bevande e alimenti eccessivamente zuccherati e, dall’altro, spendere tempo e risorse pubbliche in campagne per la prevenzione dell’eccesso ponderale.

Altrettanto paradossale appare il ruolo dello Stato, che da un lato permette la vendita di sigarette e, dall’altro, apparentemente ad un costo tre volte superiore rispetto a quanto incassa tramite la vendita di tabacco, cura i suoi cittadini per malattie causate dal fumo.

Sembra poco ragionevole, infine, permettere di produrre (e quindi di acquistare) mezzi di trasporto privato sempre più potenti in un contesto in cui (a) gran parte della comunità internazionale è impegnata a ridurre il consumo di fonti combustibili;

(b) l’eccesso di velocità causa circa 1,3 milioni di morti all’anno;

(c) le aree urbane – dove vive più della metà della popolazione mondiale – sono spesso ben servite dai mezzi pubblici e in grado di fornire servizi entro distanze percorribili a piedi.

Agire individualmente non basta.

Inevitabilmente, le misure andranno prese a livello politico, economico e regolamentare. E dovranno essere coerenti. Perché è palpabile la necessità di cambiare le ‘regole del gioco ’, in particolare (sebbene non esclusivamente) per il sistema sanitario globale, ‘appesantito’ da pratiche di dubbia moralità (ad esempio il cosiddetto “disease mongering”) e da ciclopici conflitti di interesse.

Ma questo non deve impedirci di prendere l’iniziativa anche come singoli, perché è fondamentale che il ‘great reset’ trovi una sua dimensione a livello individuale.

Una sorta di ‘woke movement’ mirato a riportare la considerazione dei nostri doveri al centro delle attività quotidiane.

Una presa di coscienza collettiva che ci permetta

 (a) di dare il nostro contributo a migliorare i nostri standard di vita e

(b) contestualmente, ci metta nelle condizioni di influenzare positivamente l’agenda pubblica.

Un risveglio, in ultima analisi, in cui capacità di autocritica e assunzione di responsabilità abbiano il sopravvento sulla nostra naturale inclinazione alla creazione di paradossi e all’autoindulgenza.

 

 

WORLD ECONOMIC FORUM.

WEF, vincono solo le big tech:

così si alimenta la guerra perpetua.

Aziendadigitale.eu - Lelio Demichelis – (27 Mag. 2022) – ci dice:

(Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia).

 

Cultura E Società Digitali.

Le big tech hanno quasi raddoppiato gli utili tra il 2019-2021; la spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 al 2021. Per i super ricchi, la pandemia è stata uno “dei periodi migliori della storia”, il tutto mentre la guerra tecno-capitalista è diventata globale e normale. Un po’ di dati di contesto al WEF di Davos.

Al World economic forum (Wef) di Davos – uno dei maggiori luoghi di culto di quella che abbiamo chiamato religione tecno-capitalista – grande è stata ovviamente la preoccupazione per gli effetti della guerra in Ucraina.

Il Chief Economist Outlook del Wef pubblicato lo scorso 23 maggio attende per il 2022 una minore attività economica, un’inflazione più elevata, salari reali più bassi e una maggiore insicurezza alimentare (leggasi, rischio di carestia globale).

Davos World Economic Forum 2022: “Global summit to discuss economy, climate change “

Siamo al culmine di un circolo vizioso che potrebbe avere un impatto sulle società per anni. La pandemia e la guerra in Ucraina hanno frammentato l’economia globale e creato conseguenze di vasta portata che rischiano di spazzare via i guadagni degli ultimi trent’anni” – secondo Saadia Zahidi dello stesso Wef.

 “I leader devono affrontare scelte difficili e compromessi a livello nazionale quando si tratta di debito, inflazione e investimenti. Tuttavia, i leader aziendali e governativi devono anche riconoscere l’assoluta necessità della cooperazione globale per prevenire la miseria economica e la fame di milioni di persone in tutto il mondo”.

I guadagni degli ultimi trent’anni?

Chissà a cosa si riferiva Saadia Zahidi quando parlava dei guadagni degli ultimi trent’anni… Che sono stati anni in realtà di costruzione dell’egemonia della disuguagliante ideologia neoliberale (le disuguaglianze sono infatti cresciute e sono state una deliberata scelta politica, appunto neoliberale, come sosteneva il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz);

 di nuove tecnologie che avrebbero dovuto essere liberanti dalla fatica e dalla miseria donandoci più tempo libero e una vita migliore, in realtà sono sempre più totalizzanti (tutti connessi, tutti integrati nella rete gestita massimamente da imprese private) e anch’esse disuguaglianti – oltre che a crescente sfruttamento del lavoro e di crescente estrazione di plusvalore dalla vita intera dell’uomo, dall’Industria 4.0/taylorismo digitale al caporalato digitale delle piattaforme al capitalismo della sorveglianza secondo Shoshana Zuboff;

anni, ancora e soprattutto, di una crisi climatica e ambientale che sta provocando disastri non solo ambientali ma anche sociali e che è effetto diretto e conseguente della rivoluzione industriale capitalistica.

In realtà era del tutto prevedibile – conseguenziale – che quelle politiche neoliberali e quelle nuove tecnologie avrebbero prodotto il caos sistemico e la disruption compulsiva di oggi. In cui e grazie al quale tuttavia il tecno-capitalismo si muove felicemente (avendolo appunto prodotto), con la correità degli Stati, e insieme ad essi costituendo il complesso statale-industriale-finanziario che governa il mondo.

E infatti non è vero che la globalizzazione è morta o che la guerra ha frammentato l’economia mondiale, perché essa rinasce – è nella sua essenza accrescersi incessantemente nella ricerca spasmodica e compulsiva di sempre nuovi profitti privati – e si trasforma sulla base del rafforzamento di vecchi e nuovi imperialismi, orientali e occidentali, in una pericolosissima voglia di guerra che si diffonde tra le cosiddette grandi potenze.

Le disuguaglianze secondo Oxfam.

A ricordarci per fortuna cosa è accaduto realmente negli ultimi tre decenni – e a chi sono andati i guadagni – ci ha pensato come sempre Oxfam. Secondo l’ultimo Rapporto, le ricchezze dei miliardari del mondo – gli oligarchi del tecno-capitalismo, come dovremmo definirli, perché questo sono – sono cresciute più in due anni di Covid-19 che nei 23 anni precedenti.

Con una immagine ad effetto, Oxfam ricorda che, di fatto, negli ultimi 2 anni i miliardari che controllano le grandi imprese nei settori tecnologico, alimentare e energetico hanno visto aumentare le proprie fortune al ritmo di 1 miliardo ogni 2 giorni, mentre 1 milione di persone ogni 33 ore rischia di sprofondare in povertà estrema nel 2022.

Di più: nel 2000 i miliardari possedevano/controllavano il 4,4% del Pil globale, ora il loro possesso/controllo è salito al 13,9%.

Ma controllare/possedere tali quote del Pil mondiale significa in realtà controllare/possedere la vita delle persone.

La ricchezza di Elon Musk.

E ancora: dal 2019 la ricchezza di Elon Musk – quello che per alcuni (neoliberali) è un imprenditorie visionario, un paladino della libertà di espressione (volendo comprare Twitter, ma forse ci sta ripensando) e un libertario (e poco importa che dichiari di voler votare per i repubblicani integralisti e antiabortisti) è cresciuta del 699%.

 Di più, secondo Oxfam – confermando la tesi di Stiglitz richiamata sopra – nel Club dei miliardari del mondo sono contemplati quasi 2.700 soci (ma le stime non sono univoche e i dati potrebbero essere sbagliati per difetto), aumentati del 27,3% (in cifra: + 573) dall’arrivo della pandemia.

Sempre nei due anni di Covid-19, la crescita dei prezzi di energia e beni di prima necessità, ha invece fatto aumentare i poveri di oltre 260 milioni di individui.

La pandemia miglior periodo di sempre per le big tech.

Questo mentre il settore delle nuove tecnologie – Apple, Microsoft, Tesla, Amazon e Alphabet – ha quasi raddoppiato gli utili tra il 2019 e il 2021, per un totale di 271 miliardi di dollari. Amazon li ha addirittura triplicati. Ovvero, per i super ricchi, la pandemia è stata uno “dei periodi migliori della storia”, come sintetizza il Rapporto dell’Oxfam.

Più che di guadagni secondo il Wef, si tratta dunque in realtà di una perdita secca e drammatica per tutto il sistema sociale globale.

Ma nessuno grida allo scandalo, tanto siamo integrati nel sistema che produce queste disuguaglianze e la crisi climatica; tanto siamo stati tutti convinti (dall’ideologia neoliberale e da quella delle nuove tecnologie), che non ci sono alternative e che nostro compito/dovere di bravi sudditi (come produttori e consumatori e come generatori di dati) è solo e unicamente quello di adattarci alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitale, come sintetizzava già nel 1938 uno degli ideologi del neoliberalismo oggi appunto diventato egemone, cioè l’americano Walter Lippmann.

E questo sono stati appunto gli ultimi trent’anni di neoliberalismo: la costruzione paziente ma progressiva del nostro adattamento (senza più avanzare pretese di cambiamento, senza più conflitti sociali, dimenticando concetti come equità e giustizia sociale – e oggi anche ambientale – e quello di Progresso) alle esigenze della rivoluzione industriale (della quarta, ma che in realtà è uguale alla prima, a parte il digitale che sembra innovativo, ma non ne cambia l’essenza).

Un adattamento dell’uomo e della società alle esigenze delle imprese generato (anche o soprattutto con la complicità delle socialdemocrazie, totalmente cieche davanti al capitalismo e alla tecnica come razionalità strumentale/calcolante-industriale) attraverso l’imposizione dei processi di flessibilizzazione e precarizzazione dei mercati del lavoro e di liberalizzazione dei movimenti di capitale, della libertà di delocalizzazione delle imprese arrivando alle piattaforme digitali (la nuova forma della fabbrica) e alla perdita della privacy (necessaria alla costruzione del Big Data) arrivando al green-washing e all’illusorio resettaggio del capitalismo (promosso sempre dal Wef).

Il tecno-capitalismo è così diventato – molto più del vecchio capitalismo – una forma di vita totalmente omologata e – come direbbe Herbert Marcuse – ancor più unidimensionale, nei modi di vivere e di pensare e non solo di lavorare e consumare. Realizzandosi la piena colonizzazione antropologica dell’uomo (concetto che riprendiamo da filosofi e sociologi come Habermas, Gorz e Bodei) da parte del capitale e della tecnica.

Il complesso militare-industriale.

Non solo. Mentre viene di fatto combattuta da anni – come ha scritto Papa Bergoglio – una terza guerra mondiale a pezzi, con crimini, massacri e distruzioni per lo più invisibili, la spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 al 2021 arrivando a 2.113 miliardi di dollari secondo il Sipri, poi cresciuta ancora dopo la crisi ucraina.

È il potere specifico del complesso militare-industriale – e ricordiamo che il termine venne usato per la prima volta dal Presidente americano Eisenhower per allertare il popolo americano sul pericolo implicito negli accordi segreti fra potere politico, industria bellica e militare del paese – cui oggi si è potentemente aggiunto il potere tecnologico e finanziario.

E poiché il mercato punta alla massimizzazione del profitto (di potenza degli Stati, ma anche e sempre più delle stesse imprese del complesso militare-industriale e di quello statale-industriale-finanziario), è ovvio che più guerre ci sono – meglio se nascoste o a bassa intensità mediatica (pensiamo a quelle, oggi, per il controllo delle materie prime legate al digitale) ma quando serve anche ad alta intensità mediatica, come per l’Ucraina – maggiore è ovviamente il profitto privato per il capitale e la potenza degli Stati.

Perché anche le armi, sempre più spinte dall’evoluzione (sic!) tecnologica, come ogni altra merce vengono prodotte per essere consumate, cioè usate in qualche guerra; e non usarle – e non farne crescere il business – per il sistema e per le imprese belliche è un riprovevole tempo morto che deve essere – secondo la razionalità strumentale/calcolante del sistema – possibilmente ridotto a zero, la pace essendo di fatto un intralcio e una limitazione da rimuovere. E di nuovo, questi vent’anni sono stati per il sistema tecno-capitalista “uno dei periodi migliori della sua storia”.

 

A questo possiamo aggiungere chi specula – sempre il capitale/capitalismo – anche sulla fame. Anche qui, qualche dato, per aggiungere altre tessere al puzzle. Alla più grande borsa dei cereali in Europa, quella di Parigi, nel 2018 circa un quarto dei contratti alimentari che venivano stipulati erano di natura speculativa, mentre oggi sono i tre quarti.

 Cioè il capitale gioca sui futures, e a farlo sono soprattutto gli investitori istituzionali come i fondi pensione.

 Ovvero, come ha sostenuto Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu sulla povertà estrema e i diritti umani, i fondi “scommettono sulla fame e peggiorano la situazione”. Ci sarebbe da inorridire, se fossimo persone dotate di etica e di senso della giustizia, e invece il sistema prosegue indisturbato a massimizzare i propri profitti e quelli degli investitori.

 

E infatti quando, come nel 2007 – ricordano Margot Gibbs, Thin Lei Win e Sipho Kings – “si verificò un’altra crisi dei prezzi alimentari, le autorità di controllo in Europa e negli Usa entrarono in azione.

Ma il settore rispose con una intensa attività di lobby e azioni legali.

 Normative che già prima non incidevano molto sono state modificate nel 2020 per essere ancora meno efficaci. Di conseguenza, il cibo costa di più e ci sono pochi modi per impedirlo. Nel frattempo, pochi fanno profitti mentre molte persone soffrono la fame”.

 Questo mentre oggi le riserve globali di cereali sarebbero superiori di un terzo rispetto a quanto necessario per nutrire tutti.

Conclusioni.

Immanuel Kant, molto tempo fa (1795) ci invitava a costruire la pace perpetua. Noi stiamo invece continuando a costruire ogni giorno la guerra perpetua. Guerra militare contro i popoli del mondo (e oggi anche – e di nuovo – tra popoli europei) e guerra tecno-capitalistica – cos’è la concorrenza economica e tecnologica, cos’è la finanza, cosa sono le multinazionali se non una guerra civile individuale e industriale diventata globale e normale? – contro l’uomo e la biosfera.

È tempo forse di riprendere Kant e di provare a immaginare una pace perpetua con noi stessi, con gli altri e soprattutto con la biosfera e le future generazioni.

 

 

 

 

La guerra tecnologica di

Biden diventa nucleare.

Unz.com - MIKE WHITNEY – (17 OTTOBRE 2022) – ci dice:

 

"Molte persone non sanno cosa è successo ieri. Per dirla semplicemente, Biden ha costretto tutti gli americani che lavorano in Cina a scegliere tra lasciare il lavoro e perdere la cittadinanza americana.

 Tutti i dirigenti e gli ingegneri americani che lavorano nell'industria manifatturiera cinese dei semiconduttori si sono dimessi ieri, paralizzando la produzione cinese da un giorno all'altro.

Un round di sanzioni da parte di Biden ha fatto più danni di tutti e quattro gli anni di sanzioni performative sotto Trump. Sebbene gli esportatori americani di semiconduttori abbiano dovuto richiedere licenze durante gli anni di Trump, le licenze sono state approvate entro un mese.

Con le nuove sanzioni di Biden, tutti i fornitori americani di blocchi, componenti e servizi IP se ne sono andati durante la notte, interrompendo così tutti i servizi [alla Cina]. Per farla breve, ogni azienda di semiconduttori a nodi avanzati sta attualmente affrontando un'interruzione completa delle forniture, dimissioni da tutto il personale americano e paralisi operativa immediata.

Ecco come appare l'annientamento: l'industria manifatturiera cinese dei semiconduttori è stata ridotta a zero da un giorno all'altro. Collasso completo. Nessuna possibilità di sopravvivenza".

('account Twitter di Jordan Schneider).

L'amministrazione Biden ha intensificato la sua guerra contro la Cina la scorsa settimana quando ha fatto esplodere una bomba termonucleare nel cuore dell'industria tecnologica in forte espansione di Pechino.

Nel tentativo di bloccare l'accesso della Cina alla tecnologia cruciale dei semiconduttori, il Team Biden ha annunciato nuove onerose regole sulle esportazioni volte a un "taglio completo della fornitura" della tecnologia essenziale dei semiconduttori che, secondo un analista, ha portato a una "paralisi operativa immediata".

Naturalmente, il governo cinese è stato accecato dalle nuove regole draconiane che includono "tutte le società cinesi di progettazione di chip informatici avanzati" e senza dubbio "garantiranno l'eliminazione di tutti i prodotti e le tecnologie americane dall'intero ecosistema".

 Il nuovo regime di sanzioni probabilmente infliggerà danni significativi alla fiorente industria tecnologica cinese, causando danni considerevoli ai partner statunitensi che non sono stati consultati in materia.

Ma mentre l'annuncio è stato una sorpresa completa, si adatta alla lista molto più ampia di azioni ostili degli Stati Uniti nei confronti della Cina negli ultimi mesi. Alcuni di questi includono:

Diverse delegazioni statunitensi (Nancy Pelosi e altri membri del Congresso in carica) si sono recate a Taiwan per sfidare la politica di una sola Cina che è stata la pietra angolare per le normali relazioni tra i due paesi negli ultimi 40 anni.

Due navi da guerra statunitensi navigano attraverso lo stretto, BBC.

Manovre USA-India al confine India-Cina.

La persistente determinazione dell'amministrazione Biden a fornire alla Corea del Sud un sistema di difesa missilistica letale che possa essere utilizzato per scopi offensivi e che minacci la sicurezza cinese.

L'incessante rafforzamento di una coalizione "anti-Cina".

Due gruppi di portaerei statunitensi conducono esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale.

E ora – secondo il Financial Times – l'UE è stata esortata a ripensare la sua politica nei confronti della Cina.

Sebbene non sia in alcun modo esaustivo, l'elenco dovrebbe dare al lettore un senso dell'aumento della belligeranza che è attualmente rivolto a Pechino. Tormentare la Cina è diventato un lavoro a tempo pieno che non è del tutto inaspettato poiché la politica di "contenimento" USA-Cina risale alla Guerra Fredda.

 Ciò che è diverso ora – come indica la strategia di sicurezza nazionale 2022 di Biden – è che gli Stati Uniti si vedono nel bel mezzo di una "grande lotta di potere" in cui il nemico principale è la Cina che è considerata "l'unico concorrente con l'intento e, sempre più, la capacità di rimodellare l'ordine internazionale".

 (NSS) In altre parole, l'amministrazione Biden sta ammettendo che siamo in guerra con la Cina e che dobbiamo usare tutti i mezzi necessari per prevalere in quel conflitto. Come ha recentemente osservato l'analista di politica estera Andre Damon, la NSS non è una strategia per la difesa della Repubblica, ma un "progetto per la 3° Guerra Mondiale".

Anzi, il contenimento da solo non basterà più. Ciò che è necessario sono azioni sempre più provocatorie che contribuiscano a isolare, denigrare e, in definitiva, indebolire la Cina in modo che diventi uno "stakeholder responsabile" nel "sistema basato sulle regole". In altre parole, Biden cerca un vassallo compiacente che faccia clic sui tacchi e faccia come gli viene detto.

Suona familiare?

Le nuove onerose regole sulle esportazioni di Biden si adattano perfettamente a questa più ampia strategia di confronto persistente e ostilità.

Scherza anche con la visione neoconservatrice spesso ripetuta che non c'è "alcuna speranza di coesistenza con la Cina finché il Partito Comunista governa il paese".

Quindi, ancora una volta, possiamo vedere che gli attacchi dell'amministrazione alla Cina non sono solo progettati per "contenere" lo sviluppo cinese, ma sono anche finalizzati al cambio di regime.

Crediamo che il recente inasprimento della guerra tecnologica di Biden non abbia nulla a che fare con le preoccupazioni per la sicurezza nazionale (come "campi ancora emergenti dell'intelligenza artificiale e dell'informatica quantistica"), ma sia in realtà un altro disperato tentativo di preservare l'allentamento della presa di Washington sul potere globale.

 Ecco come l'autore Jon Bateman lo ha riassunto in un articolo su Foreign Policy Magazine:

"Il Bureau of Industry and Security (BIS) ha annunciato nuovi ... limiti all'esportazione in Cina di semiconduttori avanzati, apparecchiature per la produzione di chip e componenti per supercomputer. I controlli... rivelano un'attenzione risoluta nel contrastare le capacità cinesi a un livello ampio e fondamentale. Questo cambiamento fa presagire misure statunitensi ancora più severe a venire, non solo nell'informatica avanzata ma anche in altri settori (come la biotecnologia, la produzione e la finanza) ritenuti strategici.

Il ritmo e i dettagli sono incerti, ma l'obiettivo strategico e l'impegno politico sono ora più chiari che mai. L'ascesa tecnologica della Cina sarà rallentata ad ogni costo". ("Biden è ora all-in per eliminare la Cina", Jon Bateman, Foreign Policy Magazine)

Eccolo in bianco e nero. Gli Stati Uniti faranno tutto il necessario per preservare il loro primo posto nell'ordine globale "che vada all'inferno o all'acqua alta". E Bateman ha ragione, ci saranno senza dubbio "misure statunitensi ancora più severe a venire, non solo nell'informatica avanzata ma anche in altri settori (come la biotecnologia, la produzione e la finanza)"

E questo, naturalmente, significa più sanzioni e tariffe, più interruzioni delle linee di approvvigionamento vitali e costi più elevati per tutto.

Se pensavate che la guerra con la Russia avesse avuto un impatto sui prezzi dell'energia, "Non avete ancora visto nulla!" Tornare indietro di 40 anni di globalizzazione sarà un'esperienza straziante equivalente a una grande chirurgia dentale assente da Novocain.

Questo è da Reuters:

"Gli Stati Uniti si stanno affrettando ad affrontare le conseguenze non intenzionali dei loro nuovi freni alle esportazioni sull'industria cinese dei chip che potrebbero inavvertitamente danneggiare la catena di approvvigionamento dei semiconduttori, hanno detto persone che hanno familiarità con la questione ... a partire dalla mezzanotte di martedì, anche i venditori non potevano supportare, servire e inviare non statunitensi, forniture alle fabbriche con sede in Cina senza licenze se sono coinvolte società o persone statunitensi.

 Di conseguenza, anche gli articoli di base come lampadine, molle e bulloni che mantengono gli strumenti in funzione potrebbero non essere stati in grado di essere spediti fino a quando ai fornitori non saranno concesse le licenze. E senza il supporto minuto per minuto di cui le fonderie hanno bisogno, potrebbero iniziare a chiudere, ha detto una fonte.

Gli Stati Uniti hanno pianificato di rivedere le licenze per le fabbriche non cinesi in Cina colpite dalle nuove restrizioni caso per caso, ma anche se approvate ciò potrebbe creare ritardi nelle spedizioni. Le licenze per le fabbriche di chip cinesi rischiavano di essere negate". ("Gli Stati Uniti si affrettano a impedire che i freni alle esportazioni di chip cinesi interrompano la catena di approvvigionamento", Reuters)

Capisci cosa intendo? Più interruzioni della linea di approvvigionamento significano prezzi più alti, bilanci familiari più malconci e meno famiglie americane in grado di tirare avanti i loro salari in contrazione.

Qualcuno a Washington pensa a queste cose prima di mettere in moto le ruote?

 L'amministrazione Biden è così ossessionata dal contenimento della Cina, che è disposta a mandare gli standard di vita degli Stati Uniti giù da un precipizio mentre porta il mondo ancora più vicino all'annientamento nucleare.

Ecco altri retroscena da un articolo dell'Asia Times:

Le misure statunitensi non influenzeranno i sensori della Cina, la sorveglianza satellitare, la guida militare e altri sistemi strategici perché la stragrande maggioranza delle applicazioni militari utilizza chip più vecchi che la Cina può produrre in patria.

 Le nuove restrizioni statunitensi non impediranno ai 2.000 missili terra-nave e superficie-superficie della Cina di colpire le portaerei statunitensi nel Pacifico occidentale, o le basi aeree statunitensi a Guam e Okinawa, e non impediranno agli oltre 1.000 intercettori cinesi di puntare missili aria-aria a lungo raggio contro gli aerei statunitensi.

Susciterà anche uno sforzo cinese a tutto campo per sostituire la tecnologia americana di produzione e progettazione dei chip. CapEx e ricerca e sviluppo si ridurranno drasticamente nell'industria dei semiconduttori degli Stati Uniti, mentre la Cina allocherà un budget enorme al settore.

Su un orizzonte di cinque o dieci anni, il vantaggio tecnologico americano nella progettazione e fabbricazione di semiconduttori rischia di svanire. Mentre i bilanci di capitale collassano nell'industria occidentale dei semiconduttori, il danno per gli Stati Uniti e altre economie occidentali sarà probabilmente maggiore del danno inflitto alla Cina. un divieto totale degli Stati Uniti sulle vendite di chip alla Cina eliminerebbe il 37% delle entrate delle società di semiconduttori statunitensi, portando a ... la perdita da 15.000 a 40.000 posti di lavoro diretti altamente qualificati nell'industria statunitense dei semiconduttori.

Nel peggiore dei casi, il danno all'economia cinese sarà probabilmente temporaneo... Ma l'impatto della depressione incipiente nell'industria occidentale dei semiconduttori potrebbe causare danni permanenti. ("China chip ban a US exercise in extreme self-harm", Asia Times).

Quindi, tutto potrebbe ritorcersi contro come le sanzioni mal ponderate contro la Russia che hanno spinto tutta l'Europa in una crisi energetica senza precedenti?

Sì, è quello che sta dicendo. Le nuove regole causeranno alla Cina qualche sofferenza a breve termine ma, a lungo termine, danneggeranno solo l'industria americana. È un altro classico esempio di "tagliarsi il naso per fare un dispetto alla faccia", che sembra essere il MO di Biden su un gran numero di questioni.

Vale la pena notare che il piano Biden è un altro passo da gigante verso la "de-globalizzazione". (che consiste nel reintrodurre barriere commerciali transfrontaliere al fine di impedire un'ulteriore integrazione economica e ridurre i costi).

Per decenni, i leader economici e politici hanno propagandato le virtù della delocalizzazione delle imprese e dell'esternalizzazione dei posti di lavoro come se questa fosse la vera espressione del piano divino di Dio.

 Ma ora che la crescita della Cina minaccia l'egemonia globale degli Stati Uniti, le élite della politica estera hanno fatto un rapido 180°. Ora il genio della globalizzazione deve essere tirato e squartato e rimesso nella sua bottiglia in modo che l'Occidente possa preservare il suo primato divorziando efficacemente dalla centrale elettrica cinese.

A proposito, "disaccoppiamento" è la nuova parola d'ordine tra gli esperti di politica estera.

Ciò che la parola implica è che gli Stati Uniti devono attuare "un certo grado di separazione tecnologica dalla Cina, ma non dovrebbero arrivare al punto di danneggiare gli interessi degli Stati Uniti nel processo".

In altre parole, Washington è sulla buona strada per chiudere selettivamente molte aree del commercio con la Cina, cercando di non darsi la zappa sui piedi.

(Buona fortuna.)

Quindi, dov'è tutta questa direzione, chiedi?

A più conflitti, più scontri, prezzi più alti, standard di vita più bassi e, infine, una disintegrazione dell'ordine prevalente.

Questo è certo.

 Il problema, naturalmente, è che i falchi cinesi ora controllano le leve del potere a Washington, il che significa che gli attacchi alla Cina si intensificheranno, il disaccoppiamento accelererà e presto seguirà una crisi internazionale massicciamente destabilizzante.

L'amministrazione Biden sta sperperando il potere americano in azioni unilaterali che non può imporre e che non avranno alcun impatto significativo sullo sviluppo della Cina.

 Farebbero meglio a cercare modi per facilitare la transizione verso un nuovo mondo, cercando pateticamente di riportare indietro l'orologio al passato "momento unipolare".

 

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