LE MANIFESTAZIONI “ARCOBALENO “SUI DIRITTI

LE MANIFESTAZIONI “ARCOBALENO “SUI DIRITTI.

 

TORNA L'ONDA ARCOBALENO A NEW YORK,

MENTRE SUI “DIRITTI” GLI USA CON

LA SENTENZA SULL'ABORTO FANNO PASSI INDIETRO.

Ansa.it – Gina Di Meo – (25 giugno 2022) – ci dice:

 

(Società & Diritti).

Le strade di New York si tingono di nuovo dei colori dell'arcobaleno.

Dopo due anni di assenza a causa della pandemia torna la parata Pride.

Il grande evento che celebra l'orgoglio Lgbtq+ e che nel 2019 ha festeggiato il 50° anniversario, si svolge il 26 giugno con migliaia di persone a sfilare verso sud lungo la Fifth Avenue, partendo dalla 25/a strada per raggiungere il West Village, dove si trova anche il monumento nazionale dello Stonewall per poi risalire lungo la Settima Avenue fino a Chelsea.

Una ricorrenza che capita proprio quando il tema dei diritti è messo in discussione dalla clamorosa decisione della Corte Suprema Usa che abolendo una sentenza sul diritto all'aborto ha portato l'America indietro nel tempo, a prima del 1973. Una decisione che il presidente Joe Biden ha definito un "tragico errore".

La Corte suprema Usa abolisce la sentenza sul diritto all'aborto. Texas e Missouri primi stati a vietarlo – Lifestyle.

Tre giudici della Corte Suprema votano contro: 'Tolta la tutela alle donne'.

Ora i singoli Stati sono liberi di applicare le loro leggi. New York: 'Qui l'aborto resta legale, siete le benvenute'.

Protestano i democratici. Nancy Pelosi: 'Decisione crudele, un insulto.                                                               

 I repubblicani esultano. Trump: 'La volontà di Dio'. Biden: "Tragico errore per un'ideologia, a rischio la salute e la vite delle donne."

    La parata di domenica è l'evento culminante che celebra il Pride Month (giugno è il mese dell'orgoglio Pride) intanto nei cinque borough della città sono state organizzate decine di manifestazioni, tra cui a Times Square che per la prima volta, in collaborazione con Playbill, la rivista che si occupa di teatro, ha organizzato un suo Pride.

Per tutto il fine settimana 'Pride In Times Square' si mette in festa con esibizioni live, installazioni artistiche, dibattiti a tema e 'Polar Rainbow'.   

Si tratta di una scultura in realtà aumentata di un doppio arcobaleno realizzata dall'artista Ancāns. Si eleva per circa 900 metri nel cielo sopra Times Square e per il pubblico è come avere un immenso arcobaleno sulla testa.

    Un'altra enorme bandiera Pride copre la gigantesca scalinata di Four Freedom Park a Roosevelt Island mentre una realizzata con fiori ha fatto la sua comparsa a Chelsea.

    E in un momento in cui in diversi stati americani si cerca di limitare i diritti Lgbtq+ la città di New York va in controtendenza per raccontare invece la loro storia. Dal 2024 lo Stonewall di New York, il primo monumento nazionale Usa dedicato ai diritti e alle battaglie della comunità Lgbt+, avrà infatti un ufficio turistico.

Si tratta del primo ufficio turistico all'interno del circuito dei parchi nazionali ad essere dedicato alla storia Lgbtq+ e alle rivolte del 1969 che partirono dallo Stonewall Inn, bar e nightclub nel West Village, spianando la strada alla nascita del movimento Lgbt.

 La struttura sarà collocata all'interno di uno spazio attualmente vuoto accanto allo Stone-Wall Inn, dichiarato monumento nazionale nel 2016 dall'allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama. L'ufficio turistico sarà finanziato completamente da donazioni e la cerimonia di posa della prima pietra si è svolta il 24 giugno.

 

 

 

Pride per pace e diritti,

onda arcobaleno invade Roma.

 

Ansa.it- Giulia Marrazzo – (12 giugno 2022) – ci dice:

"Siamo 900mila, torniamo a fare rumore". Al corteo anche politici.

Da Piazza della Repubblica fino ai Fori Imperiali: il centro della Capitale si tinge con i colori dell'arcobaleno.

Al grido di 'Peace & Love' hanno sfilato per il Roma Pride, secondo gli organizzatori, "900mila persone".

'Torniamo a fare rumore' è lo slogan della manifestazione che ha invaso il centro della Capitale, scelto in onore all'icona Lgbtq+, Raffaella Carrà, scomparsa nel luglio scorso.

Pride, Elodie si esibisce durante il coreo: 'Meritiamo tutti gli stessi diritti'.

Un motto quello scelto soprattutto rilanciare la battaglia per avere piena uguaglianza di diritti.

Dopo due anni di pandemia torna un Pride, più colorato che mai e ad aprire il corteo sono le istituzioni cittadine.

 Al fianco del Circolo Mario Mieli e agli organizzatori, a tenere lo striscione in prima fila, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri che arrivando ha detto: "doveroso per un sindaco essere qui".

 Poi il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che ha esclamato "viva il Pride".

Tanti gli striscioni comparsi nel corteo festante che si è' snodato per le vie del centro di Roma anche quello con su scritto "Insieme da 32 anni" mentre più' in là' compariva "La pignatta dei diritti".

 La parte del leone l'ha fatta il carro con le “drag queen” intitolato 'l'esercito della Carra''. Il corteo ha anche applaudito una sposa che è passata accanto ai manifestanti.

 Quindici i carri della sfilata: Circolo Mario Mieli, Mucca assassina, famiglie arcobaleno, comunita' ebraica Lgbt+, solo per citarne alcuni.

Anche diversi politici presenti, tra gli altri, per il Pd Monica Cirinnà, Laura Boldrini, Filippo Sensi e Matteo Orfini.

 E poi il leader di Azione Carlo Calenda e il deputato di Forza Italia, Elio Vito.                           

  La regina del Pride romano è stata Elodie, madrina della manifestazione di oggi, che ha animato la sfilata con le sue canzoni e arrivata sul carro vicino al Colosseo ha fatto ballare i presenti con il suo singolo 'Bagno a mezzanotte'.

 "Sono molto molto felice, ed è importante manifestare e ricordare che dove c'è l'amore c'è la normalità e la verità soprattutto", ha detto.

Da chi dei diritti ha fatto la cifra delle sue battaglie politiche arriva forte il richiamo per la manifestazione di oggi: "Dove marcia il Pride scoppia la pace", ha detto la leader di +Europa, Emma Bonino, sui suoi canali social.

Un pride che è risultato un successo, non solo Roma. I colori dell'arcobaleno hanno animato anche il capoluogo ligure.

Migliaia le persone, tantissimi giovani e ragazzi, in piazza a Genova, con il corteo aperto dal carro intitolato "offensivi e divisivi".

Abiti sgargianti, make up e acconciature da notare, tanti striscioni, cartelli - "we are all a little bit gay" -, cori e tanta musica.

 In piazza con tanti giovanissimi anche genitori e famiglie con bambini.

Il mese del Pride fa così sentire la sua voce anche se a Roma la giornata era iniziata con una contestazione: il movimento politico cattolico “Militia Christi” e il movimento nazionale della “Rete dei patrioti” hanno affisso all'alba manifesti contro "il triste evento" lungo il percorso del corteo.

A favore del Pride si è invece schierata l'ambasciata Usa presso la Santa Sede: "Love si love", "l'amore è amore": ha scritto in un tweet sostenendo "la parità di diritti per tutti" e postando anche foto della loro partecipazione all'evento nella Capitale.

 La parata è finita ma la marea arcobaleno è tornata a fare rumore.

 

 

 

Il rumore del Pride contro

il silenzioso deserto dei diritti.

Ilmanifesto.it- Redazione –(12 giugno 2022) ci dice:

 

A Roma torna a sfilare la comunità Lgbt+ e non solo. La pace declinata con il rispetto della diversità. «E ora subito una legge».

Contro il silente deserto dei diritti che solo qualcuno può chiamare pace, torna il rumore del Pride. Orgoglio del proprio orientamento sessuale, orgoglio della propria identità di genere, orgoglio del proprio corpo in transizione da esibire ancora con i cerotti della post chirurgia, orgoglio di vivere in un Paese – e soprattutto in un’Europa – dove ancora c’è o dovrebbe esserci spazio per reclamare i propri e gli altrui diritti.

Orgoglio di portare i colori dell’arcobaleno, che mai come quest’anno diventano duplice simbolo di pace e di diritti civili. Inscindibili. Non c’è l’una senza gli altri.

Dopo due anni di silenzio, torna a sfilare a Roma (ma anche a Genova, Bergamo e Dolo contemporaneamente, e da qui fino al 24 settembre l’Onda Pride 2022 investirà anche molte altre città italiane) il popolo Lgbtqia+. E non è solo.

«SIAMO TORNATI, siamo tanti, a fare rumore», urla la cantante Elodie, madrina di questa edizione, dal suo sound truck, uno dei quindici che hanno sfilato insieme a centinaia di migliaia di persone per le strade della capitale. È una festa e una manifestazione, c’è leggerezza e profondità, ma non c’è rabbia. Pura consapevolezza.

Che a qualcuno non va giù, come quel tale che a bordo di un grosso suv percorre le vie che lambiscono la manifestazione sparando a tutto volume «Faccetta nera». Ma era lui la pecora nera; la gioia e l’orgoglio l’hanno seppellito vivo.

DIETRO LO STRISCIONE di apertura «Torniamo a fare Rumore» sfilano insieme a Vladimir Luxuria e per tutto il tragitto, da piazza della Repubblica fino a Piazza della Madonna di Loreto, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri (a coprire un vuoto che durava da cinque anni), il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini e molti minisindaci, amministratori comunali e regionali, parlamentari.

Ci sono rappresentanti del Pd e di +Europa, dei Radicali e perfino un cartello che rivendica il «Comunismo queer».

Il serpentone Rainbow si apre al grido: «Sempre orgogliosi e orgogliose, sempre antifascisti e antifasciste».

Ma è in quei corpi – giovani e vecchi, di bambini e di malati, nelle carrozzine o sulle sedie a rotelle – che sembra abbiano atteso tutta la vita per esibirsi, per esibire i propri desideri, le proprie pulsioni e la propria identità, che si concretizza quell’essere antifascista.

«ESSERE QUI È DOVEROSO. Roma deve essere in prima fila per i diritti e contro ogni discriminazione», dice ai cronisti Gualtieri, che a proposito di pace aggiunge:

«Dobbiamo oggi stare vicini a tutte le persone che sono vittime non solo di questa guerra di aggressione della Russia di Putin ma anche delle politiche di discriminazione contro i diritti e la comunità Lgbt in Russia. Oggi dobbiamo essere vicini anche a loro».

E Zingaretti: «Il Pride è soprattutto un’esplosione di vita, di voglia di rapporto con gli altri. Non può che far bene a tutte e a tutti, anche a chi non è venuto. Il diritto alla differenza e all’essere se stessi è un sentimento positivo».

L’«AFFOLLATA presenza di politici nazionali e locali al Roma Pride» è ben vista dal portavoce del Partito Gay-Lgbt+, Solidale, Ambientalista e Liberale, Fabrizio Marrazzo, che però chiede «azioni concrete e non solo passerelle».

Per questo, aggiunge, «dopo il fallimento della legge al Senato contro l’omotransfobia abbiamo chiesto ad oltre 100.000 consiglieri Regionali e Comunali, appartenenti a circa 8 mila enti, di fare un gesto concreto per la comunità Lgbt+.

Come azione concreta chiediamo di approvare la nostra proposta di delibera che può sanzionare con una multa di 500 euro studenti, docenti, lavoratori e chiunque fa propaganda di odio o discrimina le persone Lgbt+, donne e persone con disabilità, come oggi già avviene per chi lo fa contro neri ed ebrei ad esempio, anche in assenza di una legge nazionale, grazie a delibere regionali e comunali valide nei territori di competenza». Un modo per superare «l’immobilismo del Parlamento».

Inoltre, dice, «il ricavato delle sanzioni andrà a costituire un fondo a disposizione degli Enti per pervenire l’odio contro le persone Lgbt+».

Mentre la Casa Internazionale delle Donne chiede l’approvazione immediata del ddl Zan, per il segretario generale di Arcigay Gabriele Piazzoni, «i quasi cinquanta Pride italiani di quest’anno, un record in Europa, sono il contrappeso del nulla di fatto della politica. Esiste in Italia un’emergenza diritti che riguarda le persone lgbtqi+ e tutti i gruppi sociali discriminati. È un’emergenza, che provoca solitudine, fragilità, violenza, abbandono, ostacoli».

ERA IL LONTANO 1994 quando il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, con l’Arcigay, diede vita al primo Gay Pride a Roma.

Eppure quello che ha sfilato finalmente di nuovo nelle strade romane ieri sembrava animato da uno spirito rinnovato. Amore e politica. Peace and love. Stop the war. «Pride to be in Europe», «Fuori dal medioevo».

C’è per la prima volta il colorato e chiassoso carro della comunità Lgbt+ ebrea #proud&jews, c’è lo spezzone Cristiani Lgbt, ci sono gli «Anziani» gay e lesbiche, ci sono i trenini con i bambini delle famiglie arcobaleno, c’è l’Agedo (famiglie e amici di persone lgbt+), ci sono le rappresentanze delle federazioni di rugby e di volley. C’è – anche questa una primizia – il carro di rappresentanza del Regno unito firmato Great Love is for everyone con l’Ambasciatore britannico in Italia, Ed Llewellyn, da poco arrivato in Italia e già impegnato nella difesa dei diritti delle minoranze. Music made in Britain, of course.

E c’è il sound truck della Cgil: «Solo la pace», porta scritto. Perché? «Perché senza diritti la pace è un deserto».

 

 

 

 

Gay Pride, in piazza per i diritti civili

e umani. A Varsavia polacchi

insieme a ucraini.

It.euronews.com- Debora Gandini – (26/06/2022) - ci dice:

 

Bandiere arcobaleno, slogan e cori in difesa dei diritti civili della comunità Lgbt.

E poi i classici carri colorati tra musica e impegno sociale. A Varsavia migliaia di giovani polacchi hanno sfilato al Gay Pride, un corteo che quest'anno si è svolto sotto il patrocinio del sindaco liberale della capitale polacca, Rafal Trzaskowski.

"Varsavia è per tutti; la stragrande maggioranza di miei connazionali ha la mente aperta, è tollerante, europea" ha assicurato il sindaco in aperture della manifestazione insieme con la commissaria Ue per l'uguaglianza Elena Dalli, giunta da Bruxelles.

"Qui noi ci possiamo permettere di andare in giro tenendoci per mano, dice un giovane gay. Con il passare del tempo ci sono sempre meno pregiudizi ma c’è sempre un po’ di nervosismo. Il partito al governo ci disprezza, quindi dobbiamo pensare sempre a difenderci."

Quest'anno insieme ai polacchi a Varsavia sono scesi in piazza gli ucraini. Da quando è iniziata la guerra in Polonia si trova la più grande comunità di rifugiati. “Senza l'Ucraina libera non saranno rispettati i diritti delle persone Lgbt, ha sottolineato Lenny Emson che rappresentava il gruppo ucraino. Questa volta non marciamo solo per i diritti delle persone omosessuali ma per i diritti umani di tutti, in modo particolare per quelli del popolo ucraini che sono stati sottratti dall’invasione russa.”

(E Soros, finanziatore di tutte le manifestazioni arcobaleno, gongola! Ndr)

Diritti civili e diritti umani.

Da Varsavia a Sarajevo.

Anche qui si è tenuto in un'atmosfera di festa il Gay Pride, il terzo finora organizzato finora nella capitale bosniaca la cui popolazione è in larga parte musulmana. Accompagnato da musica e tanti il corteo ha attraversato il centro della città, dal monumento al milite ignoto, attraverso il Viale Maresciallo Tito fino al Museo storico, dove su un palco sono intervenuti gli organizzatori.

Dall’Europa a Città del Messico.

Qui migliaia di donne e uomini hanno sfilato per le strade della città per una società tollerante e libera e contro ogni forma di odio e discriminazione. Un corteo particolarmente significativo in un paese dove, specie nelle zone rurali, la comunità omosessuale è ancora nel mirino di episodi di violenze omofobiche.

"Noi siamo qui in strada anche in nome di tutte quelle persone che non possono farlo, racconta un giovane studente – drag queen.

Questi slogan e questi striscioni che innalziamo non sono solo per noi, ma per quelle persone che vivono nascoste, che subiscono ogni giorno discriminazioni razziste. Noi siamo qui".

Stessi colori anche nelle Filippine,

diventate ormai una nazione che seppure prevalentemente cattolica, ha accettato e integrato nelle società omosessuali e transgender.

C’è ancora molto da fare, dicono le organizzazioni, specie nelle comunità più povere.

Ma i grandi centri urbani sono diventati la meta gay-friendy dell’Asia.

 

 

 

Bandiera arcobaleno.

 Wikipedia.org - enciclopedia libera – (10-6-2022) - ci dice:

 

La "bandiera arcobaleno".

La bandiera arcobaleno (chiamata anche bandiera rainbow o talvolta, impropriamente, bandiera gay) è attualmente il simbolo più usato e noto del movimento LGBT. L'originale bandiera arcobaleno realizzata da Gilbert Baker è stata acquistata dalla galleria d'arte moderna MOMA nel 2015.

La bandiera arcobaleno è il simbolo del movimento di liberazione omosessuale.

Si differenzia dalla bandiera della pace principalmente per l'assenza della scritta PACE, ma anche perché la disposizione dei colori è speculare (il rosso è in basso nella bandiera della pace, in alto in quella LGBTQ+), e infine perché la bandiera della pace prevede sette strisce di colore al posto delle sei di quella LGBTQ+.

La bandiera arcobaleno, talvolta chiamata "bandiera della libertà" (freedom flag), è stata usata come simbolo dell'orgoglio gay e lesbico dagli anni ottanta. I colori simboleggiano l'orgoglio gay e i diritti gay. Ebbe origine negli USA, ma ora è usata in tutto il mondo.

Fu creata nel 1978 a San Francisco dall'artista Gilbert Baker, e aveva in origine otto colori, ognuno simboleggiante un aspetto caro alla simbologia New age (serenità, spiritualità, natura, vita, sessualità...). Per ragioni di difficoltà e costo nel reperire tutti i colori previsti, le tinte si sono successivamente ridotte prima a sette e poi alle attuali sei.

La bandiera viene oggi usata sia nelle manifestazioni pubbliche LGBT, come i Pride, sia all'esterno di locali o attività LGBT, da sola o in congiunzione con altri simboli, come segnale di riconoscimento.

Dopo il 27 novembre 1978, con l'assassinio del consigliere comunale Harvey Milk, gay dichiarato, per soddisfare le richieste, la Paramount Flag Company incominciò a vendere una versione della bandiera in stoffa consistente in sette strisce di rosso, arancione, giallo, verde, turchese, blu, e viola.

Nel 1989, la bandiera arcobaleno fu al centro dell'attenzione negli USA, dopo che John Stout fece causa ai suoi padroni di casa e vinse, poiché questi gli avevano proibito di mostrare la bandiera dal balcone del suo appartamento di West Hollywood.

La bandiera arcobaleno ha celebrato il suo 25º anniversario nel 2003.

Nell'autunno del 2004 a diverse attività commerciali gay di Londra venne ordinato dal Consiglio comunale di Westminster di rimuovere la bandiera arcobaleno dai loro edifici, perché l'esposizione di una bandiera necessita di autorizzazione.

Nel giugno 2015 il Museum of Modern Art (MOMA) di New York ha acquistato la bandiera originale a otto colori, esponendola nella galleria di design contemporaneo.

Colori dell'arcobaleno come simbolo dell'orgoglio gay.

A Montréal, la stazione della metro di Beaudry, che serve il villaggio gay della città, è stata ricostruita con elementi recanti i colori dell'arcobaleno integrati nel suo disegno.

A Milano, la stazione della metro di Porta Venezia è decorata con una livrea riportante i colori della bandiera arcobaleno. Inizialmente applicata durante il Pride Month con la sponsorizzazione di Netflix, per volontà del sindaco Sala, il tema della stazione è stato reso permanente.

La bandiera arcobaleno viene orgogliosamente esposta e sventolata, in special modo durante l'annuale "Gay pride" nazionale che si celebra attorno al 28 giugno (data in cui si commemora la "rivolta di Stonewall").

 

Pride Milano, Regione Lombardia

nega il patrocinio alla manifestazione

«arcobaleno» di sabato 2 luglio 2022.

Milano.corriere.it - Stefania Chiale – (22 giugno 2022) – ci dice:

Bocciata la richiesta dell’Arcigay nonostante il Consiglio regionale avesse approvato, con voto segreto, una mozione per garantire una presenza istituzionale alla manifestazione Lgbt.

Galizzi (Lega): «La giunta ha riportato l’ordine».

(I globalisti dem Usa sono entusiasti dei seguaci LGBT dei soci del PD italiano. Ndr)

La Regione Lombardia nega anche quest’anno il patrocinio al Gay Pride di Milano previsto per sabato 2 luglio.

 L’Arcigay di Milano, come tutti gli anni, era tornata a farne richiesta per aggiungere il patrocinio della Regione a quella di Comune e Città metropolitana. Questo dopo che il 14 giugno il Consiglio regionale aveva approvato, con voto segreto, la mozione per garantire una presenza istituzionale alla manifestazione Lgbt prevedendo la partecipazione di un rappresentante della Regione e l’illuminazione della facciata di Palazzo Pirelli con i colori della bandiera arcobaleno.

 «Niente di nuovo rispetto al passato — commenta il presidente di Arcigay Milano, Fabio Pellegatta —, ma una triste conferma: evidentemente la linea politica della Regione rimane inalterata e si conferma insensibile nei confronti di una manifestazione di libertà.

Il loro modo di concepire la tutela della libertà è diverso dalla nostra, in un momento storico in cui a livello internazionale appare evidente che i diritti non sono mai acquisiti per sempre».

La sentenza Usa contro l’aborto.

Il riferimento è alla recente sentenza del Corte suprema degli Stati Uniti che ha cancellato il diritto all’aborto a livello federale.

 «È estremamente importante decidere dove stare: se dalla parte di una società che tutela le libertà individuali di tutti o da quella di chi a livello internazionale sopprime i diritti delle persone Lgbt.

I diritti sono una costruzione continua: se non si è continuamente coinvolti in questa costruzione si rischia di perdere quelli già ottenuti e di vedere allontanarsi quelli che ancora mancano, come in Italia».

Quando l’«Arcobaleno» sfilò a Sanremo.

Sono passati 50 anni, infatti, dalla prima manifestazione del movimento Lgbt italiano (a Sanremo nel 1972):

«In questi 50 anni — continua Pellegatta — è cresciuta la partecipazione della popolazione a un progetto di crescita sociale e di civiltà.

Dal punto di vista istituzionale e giuridico ci sono state tre leggi: la 164 sul diritto all’identità di genere (1982), la legge Cirinnà e l’assorbimento della Direttiva europea sulla discriminazione sul posto di lavoro.

Queste leggi hanno tutte bisogno di una revisione e implementazione: la legge Cirinnà sul matrimonio egualitario e sulle adozioni, la 164 sulle problematiche per le persone transessuali e transgender».

Galizzi (Lega): «Riportato l’ordine».

Per Alex Galizzi, consigliere regionale della Lega, invece, la Giunta lombarda ha «riportato l’ordine» negando il patrocinio: «Se dobbiamo replicare le oscene ostentazioni di Cremona, dove una statua della Madonna è stata vilipesa, è bene riportare ordine e così la Giunta ha fatto».

Il voto favorevole del Consiglio regionale lo scorso 14 giugno è stato «un errore madornale che finisce per confondere gli elettori e dare uno spaccato falsato di quello che rappresentano simili iniziative».

Il Pride, continua il consigliere, «si fa portavoce della teoria gender nelle scuole e ai danni dei più piccoli, degli asterischi nella grammatica, dei bagni neutrali, della carriera alias, nonché dell’adozione di bambini per persone dello stesso sesso e, cosa ancora più grave, della vergognosa pratica dell’utero in affitto».

Simone Verni (M5S): «Modalità Medioevo».

Mentre per Simone Verni (M5S), primo firmatario del pdl 109 e della mozione approvata in aula, «la demagogia e l’intolleranza di questa classe politica di non hanno limiti. Il voto del Consiglio aveva rappresentato un segnale, una speranza di un futuro fatto di maggiori diritti, più tollerante ed inclusivo. La Giunta al contrario, scegliendo di non patrocinare il Pride, ha voluto affrettarsi a riportare l’ordine vigente in modalità medioevo».

Dalla giunta Fontana «non ci potevamo aspettare niente di meglio — commenta la consigliera regionale del Pd Paola Bocci —. Il Pride è una manifestazione di libertà contro ogni forma di discriminazione, negando il patrocinio la giunta regionale perde un’occasione per dimostrare la sua vicinanza alla comunità lgbtq+.

A maggior ragione ha valore la presa di posizione del Consiglio che a maggioranza, sebbene a voto segreto, ha imposto la partecipazione ufficiale della Regione e l’illuminazione di Palazzo Pirelli. Evidentemente, con buona pace della Lega, certe posizioni omofobe e retrograde non sono condivise nemmeno da tutti gli esponenti del centrodestra».

 

 

Diritti solo a colori.

L'onda Pride attraversa l'Europa

e a Milano il sindaco Sala sfida il governo.

Rainews.it – Redazione – (2 luglio 2022) – ci dice:

 

A Londra in migliaia alla marcia colorata a 50 anni dal primo corteo. Sala: i figli delle coppie omogenitoriali riavranno il riconoscimento.

Tripudio di colori nelle strade di Londra per il Pride, a 50 anni della prima marcia del Pride a Londra che avvenne nel 1972.

 Dopo due anni di stop a causa della pandemia di coronavirus, una folla vivace di centinaia di migliaia di persone si è presentata per partecipare o assistere alle celebrazioni, con bandiere arcobaleno, glitter e paillettes.

 La manifestazione di oggi si è snodata lungo un percorso simile a quello di 50 anni fa, partendo da Hyde Park e girando per le strade verso Westminster.

Previsto anche un concerto a Trafalgar Square.

Dall'evento di 50 anni fa a oggi sono stati guadagnati diritti e libertà "memorabili", "ma c'è ancora molto da fare", ha detto Chris Joell-Deshields, direttore degli organizzatori Pride in London.

Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, che si è unito alle celebrazioni, ha accolto con favore una "bella giornata" di "unità, visibilità, uguaglianza e solidarietà".

 Alla marcia, guidata da membri del Gay Liberation Front dalla protesta del 1972, era attesa la partecipazione di più di 600 gruppi LGBTQ.

Rappresentate anche organizzazioni che vanno dagli enti di beneficenza alle università ai servizi di emergenza.

I partecipanti erano stati invitati a fare un test Covid-19 prima della marcia, visto che i casi del virus sono in aumento in tutta la Gran Bretagna.

L'Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito aveva emesso un avviso simile per le persone che mostravano possibili sintomi di vaiolo delle scimmie.

 

A Milano famiglie e giovani cristiani.

Sono decine di migliaia le persone che sfidano il sole cocente del primo weekend di luglio per partecipare alla parata del Pride Milano, partita da Vittor Pisani in direzione Arco della Pace.

In testa al coloratissimo corteo, tra carri di associazioni e brand, centri sociali e sindacati, le famiglie arcobaleno con i loro bambini.

"Siamo qui per i diritti di tutti" dicono Barbara e Chiara, mamme di Leonardo, spiegando che "i diritti sono privilegi se valgono solo per pochi. Le famiglie arcobaleno hanno presentato una proposta di legge per il matrimonio egualitario, per essere riconosciute come famiglie a tutti gli effetti".

Eppure qualcosa si muove, se in testa al corteo ci sono anche i Giovani Cristiani Lgbt+: "Dio non ficca il naso tra le lenzuola - dice Paolo, teologo - la vita nella comunità è diversa da quanto si possa pensare, la Chiesa è accogliente nei nostri confronti, non c'è discriminazione nella quotidianità perché la Chiesa è come l'Arca di Noè: c'è posto per tutti"

E c'è posto per tutti anche al Pride, con giovani e non arrivati da tutta la Lombardia, con collanine e bandiere arcobaleno, outfit sfacciati, parrucche esagerate, tanta voglia di stare insieme e immaginare, per un giorno, che un altro mondo sia possibile.

Il sindaco Sala: i figli delle coppie omogenitoriali riavranno il riconoscimento.

"Oggi voglio fare un piccolo annuncio. Abbiamo da ieri riattivato il riconoscimento dei figli nati in Italia da coppie omogenitoriali. È con grande gioia che ho firmato ieri il provvedimento personalmente nel mio ufficio".

Lo ha annunciato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco del Pride. Il Comune aveva già iniziato a riconoscere i figli di queste coppie poi "avevamo avuto sentenze avverse e il Parlamento doveva legiferare, ho aspettato che lo facesse ma non si sono mossi e dovevo fare la mia parte", ha spiegato.

Tante città.

Sono sei le città che questo weekend vengono attraversate dall’Onda pride, la grande manifestazione a sostegno dei diritti delle persone lgbti.

Oltre che a Milano, si sfila a Napoli, Bari, Catania e Sassari. Domani infine corteo a Padova.

 “Ancora un fine settimana attraversato dalle rivendicazioni di diritti e uguaglianza - dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay -. Siamo nel pieno di una mobilitazione che interessa tutto il Paese e che è l’unico argine vero ai venti oscurantisti che ci giungono da Oltreoceano. Se l’Italia non arretrerà in tema di diritti non è per le promesse di qualche politico, semmai perché le persone che abitano questo Paese non lo permetteranno. La nostra onda è stimolo, rivendicazione ma anche monito per la politica: "La retromarcia sui diritti qui non passerà”, conclude.

(Tutta l’Europa e gli Usa sono controllati dai miliardari globalisti pro gay. Questi vogliono ridurci tutti in schiavitù con la promessa del sesso gay. Il loro capo è Klaus Schwab.

Col suo Reset Globalista incita i popoli alla distruzione dell’umanità. Soros, finanziatore del movimento arcobaleno, è soddisfatto! Ndr)

 

 

 

Brainpull e Milano Pride: il marketing

sociale per i diritti civili

delle persone LGBT+.

brainpull.com – Tiziana Fisichella – redazione – (10-7-2021) – ci dice:

We are welcome è un invito rivolto alle persone LGBT+ a esprimere la propria presenza in maniera chiara e positiva.

Strategie di marketing per il sociale: il Milano Pride.

Brainpull ha creato la campagna di comunicazione per il Milano Pride 2021.

Un lavoro di perfetta sincronia interna fra i nostri reparti ed esterna con l’organizzazione dell’evento, che ci permette di raccontare anche come si sviluppa una campagna di marketing nel sociale.

Schematizziamo, ma in Brainpull ogni processo è condiviso (ve ne abbiamo già parlato in questo articolo sul marketing circolare).

Cos’è un creativo concept?

Il creativo concept è la descrizione ampia degli elementi fondamentali e degli obiettivi di un progetto di marketing e comunicazione, ne esprime i presupposti e programma la sua esecuzione

. È la definizione strategica dell’idea, declinata sugli obiettivi che l’azione si fissa. Il concetto creativo ha sempre un fine, spiega i modi e gli strumenti attraverso i quali intende raggiungerlo, permettendo al prodotto di posizionarsi nella mente degli utenti in modo nuovo rispetto al passato - se già esistente - e ai competitor.

Claim della campagna marketing per il Milano Pride 2021.

Il claim per il Milano Pride 2021.

Il concept, quindi, costruisce o modifica la connessione tra brand e target. È il grado di innovazione e originalità che inserisce nella relazione, attraverso i contenuti in cui si traduce, che misura il livello di creatività del concept. Autore è il copywriter, che verifica e struttura l’azione interagendo con le figure strategiche, creative e operative dell’agenzia.

È un processo di orchestrazione condivisa, in cui il livello di collaborazione è intenso e a più vie. A partire dal concept sono impostate le attività che compongono la campagna di marketing: claim; visual; videoclip; topic social.

Il concept deve sapersi trasferire con coerenza in output efficaci e memorizzabili, adeguandosi alle caratteristiche dei media, lungo i quali percorrerà il suo cammino verso i target. Creatività genera creatività!

Il Creative Concept di Brainpull per Milano Pride 2021.

Per evitare discriminazioni, la cultura LGBT+ ha adottato una duplice strategia:

da un lato si è codificata, rendendosi leggibile solo dal suo interno – si veda l’esempio del Polari -, dall’altro si è mascherata da cultura eterosessuale alternativa, producendo contributi che hanno modificato lentamente la mentalità dominante.

La contaminazione virtuosa ha preparato il terreno alla visibilità che il popolo LGBT+ si è guadagnata in tempi recenti.

Il coming out ha rivelato la naturale presenza della comunità nel tessuto sociale e il Pride è al centro di questo percorso.

Le manifestazioni dell’orgoglio LGBT+, nate nel 1970 per celebrare i moti di Stonewall, sono l’occasione più importante per rivendicare il riconoscimento dei diritti civili in tutto il mondo.

I Pride delle città italiane si raccolgono attorno al movimento Onda Pride, che coordina le attività nazionali nel rispetto della libertà dei circoli. A Milano il Pride è organizzato dalla Commissione Pride del CIG Arcigay Milano, in collaborazione con il Coordinamento Arcobaleno.

Offrire il nostro sostegno al Pride nella più grande città italiana è stato più che doveroso in questo preciso momento storico.

 

La campagna di marketing sociale di Brainpull per il Milano Pride 2021 è nata in un momento di grande incertezza riguardo alle modalità di svolgimento della manifestazione.

 La pandemia da Covid-19 l’avrebbe ragionevolmente trasformata in uno o più eventi online, a cui partecipare da casa attraverso gli schermi di pc e smartphone. Come invitare la colorata platea del Pride a partecipare a eventi prevalentemente digital, rimanendo distanti ma con lo spirito dell’incontro, così caro alla comunità LGBT+?

Dal concept al claim: il marketing di poche parole.

La creazione del claim è uno dei compiti tipici del copywriter: formulare in un’espressione breve il contenuto del creativo concept è un lavoro di delicata sintesi creativa applicata al marketing sociale.

 

Il claim del Milano Pride 2021 è “We are welcome”, un’affermazione semplice e diretta di appartenenza.

Le differenze sono il pensiero dominante del futuro: abitano le strade e la rete, l’economia e il linguaggio, le scuole e gli uffici.

 La comunità LGBT+ oggi può affermare con consapevolezza e assertività la sua presenza. Nessuno può essere escluso dal proprio posto naturale nella società e non si bussa alla porta della propria casa!

We are welcome è un invito rivolto alle persone LGBT+ a esprimere la propria presenza in maniera chiara e positiva.

Nel claim riecheggiano le parole di” I will survive”, il più iconico inno dell’orgoglio LGBT+ di tutti i tempi.

Ci siamo ispirati a questi versi, ma li abbiamo rivolti in positivo a chi condivide i nostri valori, invitandoli a venire con noi nella grande casa del Pride, dove tutti siamo i benvenuti!

 

"Siamo partiti dalla metafora del Pride come casa comune, come luogo d’incontro delle persone che credono nella cultura dell’inclusione. È un luogo ideale, più che fisico: ovunque e ogni giorno è necessario manifestare per il rispetto e l’uguaglianza, affermare con forza il rifiuto delle discriminazioni. Volevamo far rivivere lo spirito festoso della parata, che con difficoltà si sarebbe svolta fisicamente".

(Mariangela Ragusa, Art Director & Pietro Minniti, Copywriter)

 

Concentrare lo sguardo degli osservatori su diversi modelli di scarpe, ha permesso anche una duplice citazione dell’origine del Pride. Innanzitutto, il leggendario lancio del décolleté di Sylvia Rivera, che secondo alcuni diede il via alla rivolta di Stonewall. Poi, un omaggio a Judy Garland e alla sua Dorothy, icona di quegli stessi moti.

Alla realizzazione del video ha partecipato tutta la squadra di Brainpull: alcuni dietro la videocamera, altri come costumisti o indossando le scarpe.

Una festa per raccontare una festa: “We are Brainpull” e ogni occasione di divertimento insieme è la benvenuta!

Parliamo e ci capiamo: raccontare l’orgoglio LGBT+ sui canali social.

Il creativo concept è stato declinato in stimoli di conversazione mirati ai canali social del Milano Pride, per raccontare ai follower alcuni aspetti della cultura LGBT+.

Piattaforme social del Milano Pride.

I social del Milano Pride.

Copywriter, art director e social media manager hanno lavorato a sei mani e i topic scelti sono stati:

Teasing Pride Month, post copy based con frasi significative del concept, per generare curiosità e nutrire l’attesa. La pubblicazione della clip ha sancito l’inizio della fase reveal, con la diffusione delle date del Milano Pride;

WikiPride, parole caratteristiche della comunità LGBT+ entrate nel linguaggio comune, spiegate nella loro origine e nel significato;

Pride Map, con infografiche ispirate al layout dei navigatori, raccontiamo il difficile percorso dell’Italia verso una legge contro gli atti d’odio.

Il nostro reparto ADV ha, inoltre, sostenuto con campagne dedicate la visibilità del sito del Milano Pride sul motore di ricerca Google, anche rimandando direttamente agli eventi in programma.

 

Wom Strategy: tutti dicono “We are welcome!”

Il coinvolgimento degli stakeholder è stato focalizzato verso le maggiori testate giornalistiche online e offline, in un lavoro a più mani tra gli uffici stampa di Brainpull e del Milano Pride.

A partire da un concept e una struttura da noi impostata, arricchita dagli organizzatori della manifestazione, il comunicato stampa è stato diffuso verso le redazioni online italiane e internazionali ritenute strategiche.

Milano Pride 2021: tra piazza e digital c’è di mezzo il rispetto.

L’edizione 2021 del Milano Pride ha affiancato eventi fisici distanziati e appuntamenti digitali.

La partecipazione è stata massiccia anche grazie al largo consenso popolare legato alle difficoltà di approvazione del Ddl Zan.

Ai sold out registrati in piazza Francesca Romana e all’Arco della Pace, vanno aggiunte le persone presenti all’evento finale e i visualizzatori delle dirette streaming sui canali social: circa 40.000 presenze, ma è impossibile avere dati precisi e ufficiali.

Chiudiamo, allora, con le parole di Tiziana Fisichella, coordinatrice del Milano Pride:

Siamo stati subito colpiti dalla passione con cui Brainpull ha affrontato questa avventura insieme a noi. “We Are Welcome” è un manifesto perfettamente aderente allo spirito del Pride. Una nota di merito va al videoclip, che nella sua semplicità rappresenta il principio portante delle nostre manifestazioni.

(Tiziana Fisichella.

Insieme, liber* di esistere, per rivendicare i nostri diritti e le nostre esistenze, con la potenza dei nostri corpi in un clima festoso ma fortemente politico).

 

 

 

 

La storia del “Pride”

attraverso i suoi simboli.

Kenwordclub.it – Mallander – (28-6-2022) – ci dice:

Perché la bandiera arcobaleno? Perché le marce si svolgono a giugno? E perché si chiamano “pride”? Ecco tutto quello che bisogna sapere sui movimenti per i diritti LGBT+

I Gay Pride, o più correttamente Pride, sono manifestazioni in cui i partecipanti marciano pacificamente lungo le strade di una città per rivendicare i diritti degli appartenenti alla comunità LGBT+.

Nel corso dei decenni, queste manifestazioni pacifiche che si svolgono a inizio estate sono diventate un appuntamento consolidato, familiare a milioni di persone che lo sostengono indipendentemente dal proprio orientamento sessuale: ma come spesso accade con le manifestazioni popolari, che diamo ormai per scontate, si tende a dimenticarne la storia e le origini.

Ecco perché abbiamo deciso di ripercorrere la storia del Pride attraverso i suoi simboli principali:

a cominciare dai termini inglesi “gay” e “pride”, per arrivare alla bandiera arcobaleno, protagonista assoluta di ogni Pride fino a diventare soggetto per la celebre rainbow cake, e alla ragione per cui queste marce si svolgono solitamente nel mese di giugno.

Da dove deriva la parola gay?

Letteralmente, l’aggettivo inglese “gay” significa gaio, allegro. Anche se spesso utilizzato con accezione neutra (basti pensare alla “gay tarantella” citata nella canzone That’s Amore del 1953), già dall’Ottocento il suo significato iniziò ad avere anche un connotato dispregiativo, come nell’espressione “gay woman” che in italiano possiamo tradurre con “donnina allegra”.

 Nel ’900 negli USA il termine “gay” iniziò a essere usato per indicare con disprezzo gli omosessuali, come sinonimo di “depravato”, ma fu nel corso degli anni ’60 che questo termine fu rivendicato dalla comunità omosessuale statunitense per auto-definirsi.

I militanti dell’epoca, infatti, intesero rifiutare parole come “omofilo”, allora in uso, preferendo restituire – con fierezza appunto – il significato positivo originario a un vocabolo del proprio gergo, gay appunto.

 

Perché le manifestazioni si chiamano Pride?

È opportuno ricordare, in proposito, che negli USA (ma non solo) all’epoca le persone omosessuali erano spesso arrestate dalla polizia, o picchiate, torturate e talvolta uccise per strada.

 La legislazione degli Stati Uniti e di molti altri Paesi proibiva a persone dello stesso sesso di tenersi per mano in pubblico, di baciarsi, di vestire con abiti dell’altro genere, oltre che naturalmente di sposarsi e di essere riconosciuti ufficialmente come coppie.

In questo senso, la parola “pride” è stata scelta proprio per rivendicare pubblicamente la fierezza, più che l’orgoglio, di riconoscersi per quello che si è, in contrapposizione alla vergogna in cui si trovavano (e in alcuni Paesi si trovano tuttora) a vivere le persone gay per paura di essere scoperte e perseguitate.

Perché si svolgono a giugno?

La nascita dei Pride è legata a un preciso avvenimento storico: i “moti di Stonewall”, con riferimento al “bar Stonewall Inn” che si trovava nel Greenwich Village di New York.

Ancora negli anni ’60 erano frequenti le retate della polizia in bar e locali frequentati da gay, con arresti di massa e sospensione della licenza ai gestori che servivano alcolici a persone omosessuali.

Ma nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 cambiò qualcosa: l’ennesima irruzione violenta fece scattare la rivolta degli avventori dello Stonewall Inn, che diedero vita a giorni di scontri con gli agenti antisommossa accorsi per sedare la rivolta contro i soprusi della polizia.

 Quell’episodio fu definito “la caduta della forcina che si udì in tutto il mondo”, e dalla rivolta dello Stonewall nacque il “Gay Liberation Front” e in definitiva tutto il movimento per il riconoscimento dei diritti della comunità LGBT+, che anno dopo anno a giugno organizza i Pride in ricordo delle prime battaglie avvenute cinquanta anni fa.

Perché si sventola la bandiera arcobaleno?

Il simbolo più noto delle lotte per i diritti dei gay è la bandiera arcobaleno.

 È simile alla bandiera della pace, da cui si differenzia per due particolari: ha un colore in meno (il turchese) e l’ordine dei colori è opposto, con il rosso in alto.

La somiglianza non è casuale: l’arcobaleno, infatti, è universalmente riconosciuto come simbolo di pace e armonia.

La “rainbow flag” della comunità LGBT+ fu disegnata dall’artista Gilbert Baker nel 1978, e in origine aveva 8 colori invece dei 6 attuali:

oltre al turchese, c’era anche il rosa in cima. In linea con la filosofia new age, ogni colore corrispondeva nella visione di Baker a un preciso significato: il rosa per la sessualità, il rosso per la vita, l’arancione per la salute, il giallo per la luce del sole, il verde per la natura, il turchese per la magia e l’arte, il blu per la serenità e infine il viola per lo spirito.

Le strisce divennero poi sette perché la stoffa rosa era difficile da reperire, e infine nel 1979 sparì il turchese per un altro motivo molto pratico: gli organizzatori della parata di San Francisco volevano dividere in due la bandiera per decorare i due fianchi del corteo, e avendo quindi bisogno di un numero pari di strisce decisero di eliminare il colore azzurro.

Nacque così la bandiera che da più di quarant’anni sventola a ogni Pride, a simboleggiare la lotta pacifica di milioni di persone per un mondo che riconosca a tutti il diritto di amare ed essere amati senza doversi nascondere.

Quest’anno le marce dei Pride non animeranno le strade del mondo, ma le bandiere arcobaleno continueranno a colorare soprattutto balconi, finestre e tetti delle case, come simbolo della prosecuzione del cammino verso un futuro di pace e rispetto per ognuno.

 

 

 

RainboWorld: la conquista

dei diritti LGBT+ nel mondo.

Sinapsi.unina.it - Arianna D'Isanto – (23-6-2022) -ci dice:

 

Le leggi sulla parità e i matrimoni tra persone dello stesso sesso rientrano tra gli argomenti più controversi della politica di ogni paese e in alcune nazioni, anche se non in tutte per ora, i diritti LGBT­+ vengono incoraggiati e rispettati.

Il rapporto, intitolato “Progressi Polarizzati”, si è concentrato sull’accettazione sociale delle persone LGBT+ in 141 Paesi, rilevando che 80 Paesi su 141 sono andati incontro ad un aumento dell’accettazione delle persone LGBT+ dal 1980 ad oggi; 46 hanno mostrato un peggioramento, mentre 15 non hanno visto alcun cambiamento.

Si tratta di uno studio condotto dai ricercatori del Williams Institute dell’UCLA che ha analizzato i risultati di 11 diversi sondaggi per sviluppare un “Global Acceptance Index” (GAI), ossia un indice che classifica il livello di accettazione sociale delle persone LGBT+ in diversi Paesi.

I 10 paesi che includono maggiormente le persone LGBT+ sono l’Islanda, i Paesi Bassi, la Svezia, la Danimarca, Andorra, la Norvegia, il Belgio, la Spagna, la Francia e la Svizzera.

 L’Islanda ha decriminalizzato l’omosessualità nel 1940, ha introdotto le unioni civili nel 1996 e successivamente ha introdotto il matrimonio egualitario nel 2010. È anche diventata il primo Paese al mondo ad eleggere un Primo Ministro apertamente gay, Johanna Sigurdardottir.

All’interno di questa classifica l’Italia occupa il 26esimo posto, ma bisogna tener conto che il rapporto risale almeno al 2013 e da allora l’Italia ha fatto balzi da gigante, andando incontro alle unioni civili. È facile quindi prevedere una classifica attuale decisamente migliore per il nostro Paese.

In Argentina, ad esempio, grazie a una legge del 2012, è possibile cambiare i propri dati sui certificati di nascita e favorire così il cambio di sesso per coloro che sono transgender, e il matrimonio omosessuale è legalizzato dal 2010 e fa in modo che l’unione sia alla stregua di quella eterosessuale comprendendo anche il diritto di adozione. Uruguay e Città del Messico hanno seguito l’Argentina e, nel 2013, anche la Colombia ha riconosciuto il primo matrimonio gay dello Stato.

Anche in Asia i gruppi LGBT+ stanno facendo grandi passi avanti e, l’anno scorso, il Vietnam ha visto la sua prima manifestazione di orgoglio LGBT+, e il Ministero della Giustizia ha avviato una procedura atta alla legalizzazione dei matrimoni omosessuali.

 A Singapore, l’ultimo raduno LGBT+ ha attirato quasi 21.000 persone e la lotta per i diritti LGBT+ risulta sempre in prima fila. Impossibile non menzionare la Danimarca, uno dei paesi del nord Europa più aperti alle tematiche LGBT+ e sono molti gli eventi dedicati alla comunità gay per accogliere e integrare le famiglie arcobaleno, danesi e non.

La Danimarca LGBT-friendly è molto attiva: oltre al Copenaghen Pride, che si terrà il prossimo 18 agosto, dal 19 al 25 dello stesso mese debutterà il Rainbow Family Festival, un evento dedicato a tutte le famiglie omosessuali. Il Festival, che si terrà nell’isola di Ærø, si propone l’obiettivo di radunare tutte le famiglie arcobaleno d’Europa.

Un evento dedicato ai padri e alle madri omosessuali con i loro bambini, perché tante saranno le attività riservate ai più piccoli. “E’ particolarmente importante per i bambini poter vedere altre famiglie come la loro” ha spiegato Lorraine Hayles, fondatrice e ideatrice del Rainbow Family Festival.

Sono ancora tanti gli ostacoli da superare per la popolazione LGBT+, ma il cambiamento che sta avvenendo in queste parti del mondo può fungere da esempio e da monito per gli altri paesi ancora troppo intrappolati in sistemi arretrati e discriminatori.

(La conquista del mondo da parte del globalismo occidentale è la meta dei globalisti alla Soros, Klaus Schwab & C.! Ndr)

 

 

 

TTF: Dai Tulipani al Gas,

ecco come si distrugge

 la Vita della Gente.

Conoscenzealconfine.it- (30 Settembre 2022) Megas Alexandros -Fabio Bonciani – ci dice:

 

L’indice “Title Transfer Facility” o anche chiamato “Dutch TTF gas price”, è il mercato all’ingrosso europeo del gas naturale, preso a riferimento dalle compagnie energetiche per calcolare gli importi delle nostre bollette. Una truffa ormai conclamata alla quale nessun governante ha intenzione di porre fine.

Fu negoziando i “diritti sul bulbo” (dei veri e propri futures sui tulipani), che nel 1637 gli olandesi fecero scoppiare la “bolla dei tulipani”, ovvero quella che poi sarebbe stata ricordata nella storia, come la prima grande crisi finanziaria innescata dall’utilizzo di strumenti finanziari con finalità speculative.

Oggi gli olandesi ci stanno riprovando con il gas naturale, manipolandone il prezzo attraverso diaboliche speculazioni messe in piedi da una “setta” di persone che gestiscono il mercato virtuale con sede ad Amsterdam.

Tutto sarebbe finito qua, se a tale “gioco del diavolo”, non prendessero parte anche le varie compagnie energetiche europee monopoliste di settore, che nel rivendere il gas a noi comuni mortali, prendono come riferimento il prezzo che scaturisce da questi scambi, che di fatto sono delle vere e proprie scommesse che niente hanno a che vedere con la realtà di chi produce e vende il gas vero e proprio.

Megas e ComeDonChishiotte sono stati tra i primi a portare a conoscenza del popolo ignaro tale oscenità – ed oggi dopo il macigno lanciato nello stagno, perfino la stampa di regime non può più far finta di non vedere e di evitare di parlare dell’argomento.

Per questo ho deciso di riprenderlo per far comprendere ancora di più quanto in tutto questo ci sia ben poco di sventura, ma bensì sia l’ennesimo (forse definitivo), “trucchetto” ben orchestrato da i poteri profondi, per completare l’opera di distruzione dei nostri sistemi economici.

Le aziende italiane che al ritorno dalle ferie hanno deciso di non riaprire i loro stabilimenti – minate irrimediabilmente nella loro redditività da bollette fuori controllo – aumentano di giorno in giorno. La conferma di tale realtà avviene anche sul campo, parlando direttamente con gli operatori.

Solo pochi giorni fa mi chiama un alto dirigente bancario, responsabile della gestione di grandi imprese, mostrandomi tutta la sua preoccupazione nell’apprendere che molte aziende sue clienti – pur in presenza di ordini – sono costrette a scegliere la dolorosa strada di non riaprire e della cassa integrazione per i dipendenti, proprio perché sarebbero costrette ad operare in perdita, in virtù dell’impossibile costo dell’energia da sostenere.

Riguardo alla spiegazione su cosa sia il TTF potremmo entrare nello specifico tecnico e magari lo faremo anche in seguito, ma vorrei, nel modo più semplice possibile, rendere comprensibile anche all’uomo della strada, quanto delinquenziale sia questa enorme frode a danno di alcuni popoli.

Per comprendere dobbiamo capire bene cosa avviene. Da una parte abbiamo il gas naturale estratto sul territorio russo, che tramite la commercializzazione di Gazprom e la successiva immissione nei vari gasdotti, poi arriva, pronto all’uso, fino nelle nostre abitazioni.

Gazprom stipula contratti di fornitura direttamente con gli operatori di settore locali; nel caso dell’Italia, tanto per fare un esempio, si tratta della compagnia ENI, un colosso a cui partecipa anche il Tesoro. In un mondo teoricamente “normale”, la cosa sarebbe finita qua: Gazprom fa il prezzo, ENI ricarica il giusto profitto in accordo con i suoi costi di gestione e la concorrenza, e gli utilizzatori finali pagano il giusto prezzo.

Purtroppo di normale in questo mondo c’è rimasto ben poco, e questo fa sì che in questo business intervenga un terzo incomodo. L’altra parte che interviene è composta da un manipolo di diabolici avvoltoi, ai quali è consentito in maniera “follemente” legale – stando seduti e fumando un sigaro – di mettere in piedi delle vere e proprie scommesse, attraverso contratti post-datati nel tempo (futures). Ovvero promettono di consegnare un certo quantitativo di gas (che materialmente non hanno), ad un certo prezzo ad una certa data.

Tutta questa attività, che di fatto rappresenta una vera e propria “bisca”, ripeto legalizzata da governi corrotti ed incoscienti, permette al “banco” (i padroni del mercato), di manipolare a proprio piacimento il prezzo del gas naturale, rendendolo volatile come un bitcoin e, ripeto, del tutto scollegato da quello che sarebbe il prezzo derivante dall’attività di estrazione.

Come detto all’inizio, lo sporco ed i danni finirebbero qua e rimarrebbero solo sulle mani dei “giocatori incalliti” che partecipano alle scommesse, se non fosse che, gli stessi governi corrotti, consentono alle compagnie di settore rivenditrici del gas naturale, di stipulare contratti con famiglie ed imprese in cui il prezzo da pagare per la fornitura, sia legato a questo indice TTF.

La cosa assurda che rende certificato questo sistema criminale, è che circa il 70% degli scambi sul TTF riguarda contratti future, segno di una predominanza di operazioni puramente finanziarie rispetto a quelle per l’effettivo acquisto fisico di gas. Ma come detto è sul TTF che poi si fa il prezzo del gas per famiglie ed imprese.

 

È il solito ed annoso problema che vede il mondo reale e quello della finanza completamente scollegati l’uno con l’altro. Il prezzo non è più il risultato del logico incontro tra domanda e offerta del bene reale, ma bensì il frutto di una facile manipolazione, che avviene in un mercato virtuale di dimensioni pressoché “rionali” rispetto ai volumi di gas che scorrono nelle tubazioni.

Un mondo creato ad arte, per consentire in qualsiasi momento di mettere in atto crisi globali, che comportano la distruzione di interi sistemi economici al solo scopo di permettere ad una ristretta élite di impossessarsi di asset e risparmi.

Del resto, anche se siamo tutti affetti da corta memoria, dalla crisi dei sub-prime alle speculazioni sui debiti degli stati, passando per la pandemia per finire al fenomeno del caro-energia che stiamo descrivendo, sono tutti fenomeni che hanno le stesse caratteristiche e gli stessi obiettivi finali.

Il mercato di Amsterdam fa capo a Intercontinental Exchange (ICE), una società finanziaria statunitense fondata nel 2000, che opera in mercati basati su internet e commercia in futures ed energia, commodities e prodotti finanziari derivati.

 L‘obiettivo principale della società in principio erano prodotti energetici (petrolio grezzo e raffinato, gas naturale), ma ha esteso le sue attività in commodities come zucchero, cotone, caffè e scambio di valuta. ICE è un gruppo da 7,1 miliardi di dollari di fatturato, che dal 2013 controlla anche il NYSE, cioè la Borsa di New York.

Essendo una Borsa, più scambi ci sono più ICE guadagna. Nel 2021 gli scambi sul TTF sono aumentati del 45% e il gruppo ha visto crescere del 10% i suoi ricavi nel settore dell’energia a 1,2 miliardi di dollari.

Come potete vedere, dietro ad un apparente mercato rionale, ci sono i grandi gruppi finanziari che andando a ritroso ed aprendo le matrioske rappresentate dalle varie società controllate e controllanti, sicuramente arriveremo alle famose famiglie che ci comandano.

Perfino gli operatori di settore rimangono sbalorditi dalle dimensioni del tutto fuori controllo del fenomeno in corso.

Solo attraverso l’intervento degli Stati monopolisti della moneta e al loro potere assoluto di legiferare, si può mettere fine a tutto questo increscioso scenario di morte.

(Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani) - comedonchisciotte.org/ttf-dai-tulipani-al-gas-ecco-come-si-distrugge-la-vita-della-gente/)

 

 

 

 Le Elezioni, la CEI, la UE e la Guerra.

Un Bel Tacer non Fu Mai Scritto.

Marcotosatti.com- Paolo Deotto – (28 Settembre 2022) – ci dice:

(Marco Tosatti:

Carissimi Stilum Curiali, offro alla vostra attenzione il commento che l’amico Paolo Deotto fa al Comunicato emesso dalla Conferenza Episcopale Italiana dopo le elezioni politiche. Avevo visto il comunicato e stavo per scriverne, quando ho letto il commento qui sotto, e ho trovato che diceva tutto ciò che c’era da dire. Lacrime comprese...)

 

Il Card. Zuppi, presidente della CEI, in un polpettone dove c’è un po’ di tutto (salvo, ovviamente, un richiamo alla Fede e alla morale cattolica), invita anche a “un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”.

Riprendiamo da Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, per non affidarci a trascrizioni su altre testate, che magari omettono, travisano, eccetera.  (avvenire.it/chiesa/pagine/zuppi-sul-voto-agli-eletti-chiediamo-alta-responsabilita)

Leggiamo così un bel polpettone in cui c’è dentro un po’ di tutto. La povertà in aumento, la protezione degli anziani, la difesa del posto di lavoro, la “transizione ecologica” (poteva mancare?), la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti (e pure questa, poteva mancare?) e, dulcis in fundo, la guerra.

Cosa fa la CEI di fronte alla guerra? Si adopera affinché le armi tacciano? Invita le parti in conflitto a negoziare?

Ma va!

Sua Eminenza Zuppi ci spiega che “la guerra in corso e le sue pesanti conseguenze richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”.

Ovviamente in tutta la dichiarazione della CEI non è nominato Gesù Cristo, non è nominata la morale cattolica, né tantomeno la Fede cattolica. Anticaglie.

La nuova chiesa formato Santa Marta è un’agenzia internazionale di buonismo conformista e del resto lo stesso Ceo Bergoglio ha sempre dato il meglio di sé stesso per spiegarci l’inutilità della Fede cattolica. Molto meglio il supermarket delle religioni, gradito al potere globalista.

Dunque, di fronte alla guerra in Ucraina la CEI si raccomanda di agire “in piena sintonia con l’Europa”. Il che significa – se le parole hanno ancora un senso:

Continuare a rifornire di armi l’Ucraina, prolungando così all’infinito una guerra che l’Ucraina comunque non potrà vincere e che la Russia comunque non può perdere.

Giocare da incoscienti con il rischio di un allargamento della guerra, che del resto già si è palesata come una guerra americana – o NATO, il che non cambia nulla – contro la Russia. E soprattutto giocare da incoscienti con il rischio di una guerra nucleare.

E comunque continuare a spendere cifre folli per armamenti, mentre in Italia la povertà galoppa.

Questa è la raccomandazione della CEI.

Quando c’era ancora la Chiesa cattolica visibile, la diplomazia vaticana si sarebbe adoperata per spingere le parti in conflitto al tavolo dei negoziati.

Adesso, nella chiesa di Bergoglio, ogni tanto si fa qualche vago accenno alla pace, ma nei fatti, e la dichiarazione CEI è lì a dimostrarlo, ci si allinea disciplinatamente al Pensiero Unico.

E così, tutti insieme appassionatamente, passeggiamo sull’orlo dell’abisso, assistiamo a una guerra e spediamo armamenti e soldi. Intanto, in Ucraina comunque si muore e in Italia tra un po’ si morirà di fame.

Chissà se il Card. Zuppi, che invita alla “piena sintonia” con l’Europa, è stato informato che questa Europa è la stessa che sta sparando a zero sull’Ungheria, che ha fatto un primo passo verso la limitazione dell’aborto.

Chissà se il Card. Zuppi si ricorda del fatto che questa Europa è paladina inflessibile di vari “diritti”, quali, appunto, l’aborto. Ma poi ci sono anche i sacri diritti degli omosessuali, gli indiscutibili diritti di chi vuole suicidarsi, e altre amenità.

Ma che ce ne frega? Roma locusta, causa finita. E Roma dixit: “la guerra in corso e le sue pesanti conseguenze richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”.

Tutto ciò ha un solo nome: tradimento. Ed è l’ennesimo tradimento consumato dalla gang Bergoglio & C.

Il fatto poi che un tradimento, in fondo, non stupisca più, non lo rende meno grave.

Di fronte a queste sciagure, non possiamo che rinnovare le nostre preghiere affinché il Signore ci doni presto un Papa cattolico e un clero fatto di santi sacerdoti. Per adesso, siamo alla catastrofe, che, forse, meritiamo. Una ragione in più per insistere nelle preghiere.

 

Viganò sulle Elezioni.

Speriamo che la Meloni

non Tradisca gli Italiani.

Marcotosatti.com- (27 Settembre 2022) - Marco Tosatti – ci dice:

(+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico)

 

(Marco Tosatti:

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, mi sembra opportuno offrire alla vostra attenzione il commento di mons. Viganò ai recenti risultati elettorali, che ripresentiamo qui. Buona lettura e visione.)

A proposito dell’attuale situazione politica in Italia.

Il nuovo quadro politico che emerge dalle recenti Elezioni conferma quel comune sentire dell’elettorato che alcuni avevano saputo cogliere con anticipo. Dopo due anni di inquietanti violazioni dei diritti più elementari, e dopo due governi che hanno dimostrato di obbedire agli ordini di entità sovranazionali contro gli interessi dell’Italia e degli Italiani, il voto che ha portato al governo il cosiddetto Centrodestra guidato da Fratelli d’Italia ha inequivocabilmente espresso una precisa linea politica, che va ben oltre le modeste proposte del programma dei partiti della coalizione.

Ciò è evidente anzitutto dal fatto che all’interno di questa alleanza vi sia stata una redistribuzione del consenso a favore di quel partito che è stato ritenuto istintivamente meritevole del voto in quanto unico partito di opposizione. Un’opposizione molto moderata, ma pur sempre un’opposizione, più nella percezione del cittadino medio che nella realtà.

I cosiddetti partiti “antisistema”, parcellizzati e convinti di poter superare lo sbarramento del 3% e poter così sedere in Parlamento, contano in totale circa un milione di votanti. Ciò è dovuto sia alla decisione non casuale del Governo dimissionario di convocare i Comizi elettorali in piena estate; sia alla scarsissima visibilità loro accordata dai media mainstream; sia alla scarsa presa del loro programma, la cui credibilità e realizzabilità è sembrata poco convinta e destinata quindi alla dispersione del voto.

Un altro convitato di pietra è il partito astensionista, che si attesta intorno al 36%, ma che vede al proprio interno differenti e opposte motivazioni difficilmente riconducibili a un generico “dissenso”.

È quindi del tutto fuori luogo, a mio avviso, voler connotare politicamente l’astensione, attribuendosene la rappresentatività in fantomatici partiti del non-voto, proprio perché la scelta di non recarsi alle urne implica anche la scelta di non avere alcuna rappresentanza politica.

Di sicuro buona parte degli astenuti esprime la volontà di non accettare di prender parte a una partita, per così dire, in cui le regole sono decise da altri.

Ma a questi vanno sommati anche coloro che non votano per banale disinteresse, o più semplicemente – e mi pare questo il caso della maggioranza – perché sono disgustati da una classe politica che si è rivelata indegna e corrotta oltre ogni dire. In questo Fratelli d’Italia si è in parte salvato perché ha avuto la cautela di rimanere all’opposizione, spesso inerte o complice, ma almeno ufficialmente fuori dal governo Draghi.

Non si è invece salvato il Partito Democratico, emblema di quella sinistra radical chic mai abbastanza esecrata, e che ha sostituito la lotta di classe contro il padronato con la lotta tra poveri alimentata dall’élite globalista.

 I Dem italiani hanno unito il peggio del collettivismo comunista con il peggio del liberalismo consumista, in nome di un’agenda che privilegia la lobby dell’alta finanza usando emergenze pandemiche, energetiche e belliche col solo scopo di distruggere il tessuto sociale tradizionale.

Non che gli altri partiti presenti assieme al PD nell’ultimo governo fossero migliori: la batosta subita alle Elezioni da Lega, Forza Italia e altri partiti minori è direttamente proporzionale al tradimento del loro elettorato.

E se l’inconsistenza assoluta di Di Maio è stata definitivamente sancita dalla mancata rielezione, è chiaro che Conte ha potuto beneficiare dell’incentivo – al limite del voto di scambio – del reddito di cittadinanza: la sua dimostrata inettitudine non ha cambiato le intenzioni di voto di uno stuolo di clientes tutt’altro che disinteressati.

Molti dei voti persi dal PD si sono riversati in Fratelli d’Italia, e ciò conferma ulteriormente le aspettative di chi ha scelto la Destra di Giorgia Meloni non per quello che è, ma per quello che può essere; non per quello che ha detto di fare, ma per quello che tutti si aspettano effettivamente faccia.

 Una Meloni che difenda quei sani principi di base della convivenza civile, pallidamente ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa, ma cui gli Italiani non sono disposti a rinunciare: tutela della famiglia naturale, rispetto della vita, sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina, fine dell’indottrinamento gender e LGBTQ+ per i minori, libertà di impresa, presenza dello Stato negli asset strategici, maggior peso in Europa e – volesse il Cielo! – l’uscita dall’euro e il ritorno alla sovranità nazionale.

 Insomma, ci si aspetta che la Meloni si comporti come la leader di un partito di Destra moderata, tendenzialmente conservatore, moderatamente sovranista. Nulla di estremo – certamente non estrema destra – a dispetto dei proclami allarmistici della Sinistra; ma almeno non allineato a un atlantismo prono alla NATO né all’europeismo suicida che ha contraddistinto l’azione del governo Draghi, né votato per furore ideologico alla distruzione della civiltà, della cultura, della religione e dell’identità del popolo italiano.

Secondo alcuni osservatori i nuovi movimenti – deliberatamente o semplicemente lasciandosi usare dal sistema – hanno costituito una opposizione fittizia, facendo loro preferire la logica del “turarsi il naso” votando per Fratelli d’Italia.

 Le opposizioni fittizie, in verità, sono due: una interna al sistema, atlantista e europeista, e una esterna e divisa in vari partiti, nominalmente antieuropeista e anti-atlantista, ma composta da personaggi con un passato a dir poco incoerente con i nuovi programmi.

Molti candidati di questi movimenti antisistema erano certamente persone oneste, in gran parte homines novi, ma è innegabile che la loro presenza non è riuscita a convincere più di tanto chi considera urgente non solo dare un segnale di forte scontento, ma vedere questo scontento tradursi nel breve termine in azioni di governo incisive e determinate, che pongano rimedio ai disastri delle due precedenti legislature.

 Lega e Forza Italia hanno avuto un’emorragia di elettori significativa, a mio parere motivata dall’appiattimento dei loro leader e delle figure di spicco sulla narrazione pandemica e sulla crisi ucraina: Salvini e Berlusconi hanno deciso di obbedire all’Unione Europea, all’OMS, alla NATO e ai diktat dei loro manovratori del World Economic Forum.

Una scelta scellerata, come si è visto, severamente punita dagli elettori; ma che rimane in gran parte condivisa anche da Giorgia Meloni, membro dell’Aspen Institute (che fa capo alla Rockefeller Foundation) e dichiaratamente atlantista e europeista. In sostanza, lo scollamento tra elettori ed eletti, tra cittadini e classe politica si è riproposto in forma “di desiderio”, per così dire, attribuendo a Fratelli d’Italia un ruolo che il partito stesso ha dichiarato da settimane di non volersi assumere, dal momento che non intende mettere in discussione né le politiche dell’Unione Europea né le mire della NATO e del deep state americano.

È come se l’Italiano medio avesse deciso di votare la Meloni nonostante sia dichiaratamente in continuità con l’agenda Draghi, quasi a forzarle la mano perché – in forza di una maggioranza schiacciante – prenda coraggio e compia quei passi che fino alla vigilia delle Elezioni prometteva di non compiere.

E come ci sono alcuni che temono che la Meloni si comporti “da fascista” e che per questo gridano all’emergenza democratica minacciando l’espatrio, così ci sono molti – di sicuro tutti gli elettori di Fratelli d’Italia – che sperano e pregano che agisca da Italiana, da patriota, da cristiana.

E che sapranno passar sopra al fatto che, per arrivare a Palazzo Chigi, abbia dato rassicurazioni che in realtà potrebbe smentire nei fatti. È da vedere se la prima donna Presidente del Consiglio saprà distinguersi dai suoi predecessori o se preferirà inchinarsi al deep state e proseguire nel tradimento degli Italiani.

D’altra parte, se il voto democratico deve sancire chi rappresenta la volontà del popolo sovrano, la stessa Meloni non potrà non tener conto del fatto che i suoi elettori pretendono da lei scelte radicali, e che considerano la sua moderazione pre-elettorale semplicemente come una mossa strategica per rassicurare “i mercati”.

Scelte che anche molti nella Lega e in Forza Italia vedrebbero di buon occhio, al di là dello zelo vaccinista o guerrafondaio di questo o quel parlamentare o governatore.

Le stesse parole di resipiscenza di Salvini a proposito dell’approvazione dei lockdown e dell’obbligo vaccinale, a pochi giorni dal voto, tradiscono la consapevolezza che il suicidio deliberato di questi partiti da parte dei loro leader è stato mal digerito dalla base.

Altrettanto avviene in Fratelli d’Italia, dove la posizione della Meloni sull’invio di armi in Ucraina e sulle sanzioni alla Federazione Russa non è condivisa da una parte del partito, sia perché palesemente autolesionista, sia perché basata sul falso presupposto che gli interlocutori internazionali rimarranno gli stessi, senza significativi avvicendamenti.

Non è assolutamente certo che Joe Biden superi le elezioni di medio termine, né che le indagini del Procuratore Generale Durham non coinvolgano Biden e la sua famiglia, assieme ai politici Dem, negli scandali ormai emersi anche nel mainstream americano.

E non è certo che la politica interventista dell’Unione Europea e della NATO in Ucraina rimanga immutata, dinanzi all’evidenza dei ripetuti bombardamenti di Zelenskij sui civili del Donbass e delle regioni russofone, alla vittoria dei referendum di annessione alla Russia e alla totale disastrosa opera  delle sanzioni per i Paesi europei.

Infine, la contiguità dell’amministrazione Biden con Kiev potrebbe determinare cambiamenti a catena, laddove Biden vedesse ulteriormente eroso il già precario consenso elettorale di cui gode, facendo venir meno il supporto al governo fantoccio voluto da Victoria Nuland e di conseguenza consentendo trattative di pace sinora pervicacemente ostacolate da Washington.

E visto il peso politico del Presidente Trump e la sua dichiarata ostilità al deep state americano, un accordo pacificatore sarebbe certamente più vicino e duraturo quando dovesse tornare alla Casa Bianca.

 

Sappiamo che non è dote dei politici odierni l’onorare gli impegni assunti con l’elettorato.

Nondimeno, possiamo ragionevolmente pensare che la prossima Presidente del Consiglio vorrà rivedere le proprie posizioni filo-atlantiste e europeiste, tornando ad assumere quel ruolo di vera alternativa di Destra all’egemonia dell’ordoliberismo e della sinistra woke?

 In questo caso sarebbero gli elettori a trarne beneficio, e coloro che si vedessero “traditi” non avrebbero alcun titolo per rivendicare la violazione dei patti di sottomissione dell’Italia alla Commissione Europea, dal momento che non avevano alcun titolo prima per stipularli.

 Il “tradimento” dei poteri ostili all’Italia sarebbe un’azione virtuosa, poiché ripristinerebbe la sovranità usurpata dall’élite; viceversa, obbedire all’élite e non perseguire gli interessi della Nazione costituirebbe un tradimento del nuovo Governo nei confronti dei suoi elettori.

Se dall’élite ci si può aspettare un’azione di boicottaggio verso l’Italia (spread, tassi di interesse, revoca dei fondi del PNRR, commissariamento), dal popolo tradito per l’ennesima volta, in condizioni di crescente povertà e di deliberata persecuzione dell’impresa e del lavoro, c’è da temere le barricate e la protesta dettata dall’esasperazione, di cui vediamo avvisagli anche in altri Paesi. Nella valutazione dei costi e dei benefici voglio sperare che il Governo Meloni non vorrà rendersi complice di questa operazione eversiva ai danni del Paese.

Difficile credere che l’oligarchia finanziaria non abbia messo in conto questa eventualità. Più facile ritenere che sia stato proprio per gestire l’exit strategy e contenere il danno tanto sul fronte della frode pandemica e vaccinale, quanto sul fronte del Great Reset, della transizione digitale e dell’emergenza green fortissimamente volute dal World Economic Forum (per motivi ideologici) e dalla Cina (per ragioni economiche).

Mi pare che da più parti si stia prendendo consapevolezza del gravissimo colpo di stato in atto da parte di poteri sovranazionali, in grado di interferire pesantemente con l’attività dei governi e degli enti internazionali.

 Il mondo dell’impresa e del lavoro sta comprendendo l’azione deliberata di distruzione del tessuto economico nazionale realizzata prima con la Covid e poi con la guerra in Ucraina.

Ogni decisione, ogni norma, ogni decreto assunti da Draghi con o senza il voto parlamentare sono stati scelti per ottenere il maggior danno possibile per i cittadini, per le aziende, per i dipendenti, per i pensionati, per gli studenti. Ciò che avrebbe evitato morti, ospedali pieni, aziende chiuse e l’aumento dei disoccupati è stato scientificamente escluso, compiendo l’azione più devastante e in palese contrasto con gli scopi annunciati.

Oggi vediamo migliaia di aziende energivore destinate alla sospensione della produzione o al fallimento perché il dimissionario Governo Draghi non intende porre un freno alla scandalosa speculazione dell’ENI sul prezzo dell’energia che pure paga a prezzi dieci volte inferiori.

Si lascia regnare incontrastato il mercato, sicché la borsa di Amsterdam può distruggere l’economia delle nazioni, arricchire spropositatamente le multinazionali e fare gli interessi dell’élite che preme per l’instaurazione di una dittatura tecnologica conforme all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Agenda che, oggi, è oggetto di indottrinamento scolastico sin dalle primarie e che vincola i finanziamenti del PNRR a riforme e nuovi tagli di spesa insostenibili.

Se la narrazione globalista inizia a dare segni di cedimento, specialmente nei ceti che normalmente sono più influenzabili dal mainstream, probabilmente chi detiene il potere – il potere vero, intendo – si è già preparato al prossimo scenario, e sta organizzandosi a sacrificare quei capri espiatori che, inevitabilmente, sarà la folla a voler vedere ai ceppi.

Si toglierà così di mezzo quei complici scomodi e non più utili, appagando la sete di giustizia del popolo e mostrandosi addirittura come salvatore e moralizzatore. Vittime designate saranno con ogni evidenza i più zelanti apostoli della psico-pandemia, le virostar in conflitto di interessi, alcuni esponenti istituzionali e forse qualche “filantropo”, con la cui condanna l’élite eliminerebbe anche un fastidioso concorrente.

E non è escluso che lo stesso Bergoglio, testimonial dei sieri genici e gran sacerdote del globalismo neopagano, cada vittima dell’esecrazione dei Cattolici, stanchi di essere trattati come nemici, allo stesso modo di come i cittadini sono esasperati dall’ostilità dei loro governanti.

Giorgia Meloni è, per il momento, un premier in potenza. Lo è per quanti si aspettano che Fratelli d’Italia sia la voce di quel dissenso vero e motivato verso l’intera classe politica, e che in quanto tale agisca con forza e determinazione, senza lasciarsi intimidire.

 È un premier in potenza per quanti hanno voluto accordarle quella fiducia che altri hanno più volte deluso e tradito. Il loro è un gesto irrazionale, mosso dalla preoccupazione crescente per le sorti della Nazione e dalla persuasione che una maggioranza schiacciante in Parlamento possa dare sicurezza d’azione al nuovo Governo per compiere scelte forti, per le quali otterrà appoggio e sostegno dall’elettorato, a cui deve rispondere in quanto espressione della volontà popolare.

È un premier in potenza perché i due Primi Ministri precedenti erano tutto fuorché leader, presi com’erano a far da camerieri alla Von der Leyen, a Klaus Schwab o a Joe Biden.

Se davvero Giorgia Meloni vuole essere premier, ed esserlo in atto e non solo in potenza, deve anzitutto tener testa a chi, non eletto da nessuno, si permette di dare patenti di presentabilità politica a capi di governo democraticamente eletti, quando si trova per primo in gravissimi conflitti di interesse, ad iniziare dagli sms di Ursula con Bourla, per continuare con l’appartenenza dei leader mondiali al WEF di Klaus Schwab e concludere con il coinvolgimento di Biden nel finanziamento dei bio-laboratori della NASA in Ucraina e negli affari della principale azienda energetica di Kiev.

 

L’Italia è una Nazione che può risollevarsi, come ha sempre fatto in passato, se saprà ritrovare l’orgoglio della propria identità, della propria storia, del proprio destino nei piani della Provvidenza.

Da decenni gli Italiani subiscono decisioni prese altrove, dalle quali non hanno ricevuto altro che danni e umiliazioni. È giunto il momento di alzare la testa, di rifiutare con sdegno quella resilienza che ci vuole disposti a subire le percosse senza reagire.

Il mondo distopico del globalismo va respinto e combattuto non solo per noi, ma per i nostri figli, ai quali ciascuno di noi vuole lasciare un futuro sereno, solide prospettive economiche per costruire una famiglia senza sentirsi emarginato o criminalizzato perché non accetta di rassegnarsi a piani eversivi decisi da chi vuole farci mangiare insetti e costringerci alla schiavitù col solo intento di renderci poveri e controllarci in ogni aspetto della vita quotidiana.

Ma questo – lo dico come Pastore, rivolgendomi in particolare ai Cattolici – sarà possibile solo se gli Italiani riconosceranno che la giustizia, la pace e la prosperità di una Nazione si possono ottenere dove regna Cristo, dove la Sua legge è osservata, dove il bene comune è anteposto al profitto personale e alla sete di potere.

Torniamo al Signore, e il Signore saprà ricompensare la nostra fedeltà. Torniamo con fiducia a Maria Santissima, nostra Madre celeste, ed Ella intercederà per la nostra cara Italia presso Suo Figlio.

(+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico)

 

 

 

 

Diritti LGBT, termometro

dei diritti umani nel mondo.

 

Affarinternazionali.it- Yuri Guaiana – (9 Giugno 2022) - ci dice:

Il 1° giugno è cominciato il “Pride Month”, il mese dell’orgoglio LGBTI, che vede il proprio culmine nella data del 28 giugno, anniversario dei moti di Stonewall del 1969.

Quella rivolta orgogliosa contro la brutalità della polizia americana segna un passaggio fondamentale nella storia della lotta per i diritti umani e civili, dando vita al più rapido cambiamento di costumi della storia, almeno in Europa e nelle Americhe.

I Pride stessi, nati come momenti di lotta di una minoranza per rivendicare il diritto di camminare per strada a testa alta e senza paura, con orgoglio per la propria identità e quella della persona amata, sono riusciti a costruire spazi di libertà per tutte e tutti divenendo tra i momenti più gioiosi e partecipati dell’anno e riuscendo sempre più a penetrare anche nella provincia più profonda, portando con sé la propria ventata di libertà.

I diritti LGBTI nel mondo.

Eppure oggi, in circa 70 Paesi, essere gay, lesbica, bi o trans è ancora illegale e in 11 può costare addirittura la vita.

Come afferma il rapporto di ILGA World del 2021 Our identities under arrest, molte delle leggi che criminalizzano forme non etero-normative di sessualità sono state influenzate da leggi e valori secolari dei regimi coloniali europei. Nei paesi a maggioranza musulmana queste influenze, operano in tandem con interpretazioni letterarie della Sharia che ispira direttamente o indirettamente anche i paesi che ancora impongono la pena di morte per rapporti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso.

I governi spesso liquidano queste disposizioni come “dormienti“, ma le leggi non dormono mai veramente: la natura imprevedibile della loro applicazione fa sì che le persone LGBTI vivano perennemente sotto minaccia e con poche vie di scampo, poiché la scusa delle disposizioni “dormienti” è usata anche per rigettare le loro richieste d’asilo.

In molti casi, le espressioni di genere non conformi sembrano essere gli elementi centrali che fanno scattare gli arresti, anche quando la legge non le prende esplicitamente di mira. Le persone LGBTI vengono arrestate anche quando cercano di denunciare un crimine di cui sono state loro stesse vittime.

L’Italia dovrebbe fare di più per sanare la piaga antistorica della criminalizzazione delle vite LGBTI, come chiedono alcune associazioni italiane con questa campagna, e contrastare le follie draconiane che vengono proposte in alcuni paesi.

In Ghana, per esempio, 8 parlamentari hanno presentato un disegno di legge che punta a inasprire le pene contro le persone LGBTI e a criminalizzare persino i loro alleati, a riprova del fatto che, come disse Hilary Clinton nel 2021, i diritti LGBTI sono diritti umani.

L’Africa è il principale terreno di scontro di un movimento globale che usa i diritti LGBTI e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne per scardinare il concetto stesso di diritti umani in quanto diritti individuai e universali. Nel 2019 abbiamo avuto modo di capire un po’ meglio le forze che animano questi tentativi quando il Congresso mondiale delle famiglie ha deciso di riunirsi a Verona.

“Propaganda gay” in Russia.

Se tra gli ospiti di Verona vi era anche l’arciprete ortodosso Dmitri Smirnov, ponte tra il presidente Vladimir Putin e il patriarca di Mosca Kirill, non stupisce più di tanto che proprio il patriarca abbia collegato quanto succede da otto anni nel Donbas ai perversi disegni di chi vuole introdurre nella regione i gay pride o “presunte marce della dignità organizzate per dimostrare che il peccato è una delle varianti del comportamento umano”.

Kirill ha caratterizzato le parate del gay pride come un “test di fedeltà” ai governi occidentali, che le repubbliche secessioniste dell’Ucraina hanno “fondamentalmente rifiutato” per poi sostenere che “quanto sta accadendo oggi nell’ambito delle relazioni internazionali non ha quindi solo un significato politico” ma è segnale “che siamo entrati in una lotta dal contenuto non fisico, ma metafisico” e che “Se l’umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità accetta che il peccato è una variazione del comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì”.

Queste affermazioni, non fanno che riproporre in chiave sermonesca la dottrina eurasiatica di Aleksandr Dugin che lo stesso Putin ha ripreso implicitamente nel suo discorso precedente all’invasione dell’Ucraina con il suo riferimento alla difesa dei “valori tradizionali”.

Nel frattempo in Russia la repressione è arrivata al punto di chiudere la più grande associazione LGBTI del Paese, mentre le minacce di Putin ai dissidenti con linguaggio disumanizzante sta costringendo alla fuga molte e molti attivisti.

Diritti LGBTI tra repressione e progressi.

Questi contraccolpi si avvertono anche in Occidente, basti pensare alla proposta di legge “don’t say gay” in Florida, o alla legge recentemente approvata in Ungheria che vieta l’accesso ai contenuti LGBTI ai minori, ispirandosi alla famigerata legge contro la cosiddetta “propaganda omosessuale” in vigore in Russia.

Ma appunto si tratta di contraccolpi anacronistici, anche se particolarmente virulenti. Il numero di Paesi che decriminalizzano i rapporti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso è in crescita costante.

Dal 2019 al 2021, Botswana, Gabon e Angola hanno tutti depenalizzato l’attività omosessuale, e quest’ultimo paese è arrivato ad adottare una serie di norme antidiscriminatorie.

Se si continua a percorrere il sentiero tracciato dalle persone coraggiose che si ribellarono con orgoglio alla brutalità della polizia nel 1969, senza controproducenti derive ideologiche, la rivoluzione arcobaleno non potrà che prevalere garantendo, come è stato coi Pride, maggiore libertà per tutte e tutti.

Buon Pride Month!

(In definitiva noi italiani siamo entrati in guerra contro la Russia al solo fine di favorire il movimento gay LGBT nella sua espansione in Russia! Ndr.)

 

 

 

 

 

Ecco come l’Unesco promuove

 “diritti” gay e aborto.

Iltimone.org – Ermes Dovico -

Mentre in Italia va prendendo forma il governo Pd-5 Stelle, che si preannuncia come un mix particolarmente pericoloso contro vita e famiglia, nel mondo continuano la loro opera le agenzie dell’Onu impegnate nella diffusione dell’agenda globalista. Come l’Unesco, che vuole che i governi impongano radicali programmi di educazione sessuale, usando anche metodi non democratici pur di «superare l’opposizione sociale».

A darne notizia è il Center for Family (C-Fam), istituto di ricerca specializzato in tematiche riguardanti l’Onu, che rende conto di un nuovo documento pubblicato quest’estate in sede Unesco, documento che «evidenzia ripetutamente i diritti all’aborto e l’accettazione sociale dell’omosessualità come componenti dell’educazione sessuale onnicomprensiva».

Un termine, quest’ultimo, che è stato già rigettato per la sua carica ideologica dall’Assemblea Generale, cioè l’organo che riunisce tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite, e che tuttavia continua a essere propagato – con i suoi relativi e controversi programmi di educazione sessuale per bambini e adolescenti – dalle molte agenzie dell’Onu operanti soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, spesso subordinando gli aiuti all’accettazione della nuova cultura occidentale. Il che è come far rientrare dalla finestra ciò che non si è riusciti a far passare dalla porta.

E ora l’Unesco – che già l’anno scorso, nell’ambito dell’Agenda 2030, aveva pubblicato una guida ultra-progressista sull’educazione sessuale – mostra di voler fare un passo in più per forzare la mano laddove manchi il consenso di insegnanti e, prima ancora, genitori, cioè di coloro che sono i primi responsabili dell’educazione dei propri figli.

 Così il nuovo documento invoca l’approvazione di leggi che diano a ogni dato governo «un chiaro mandato e giustificazione per aiutarlo a realizzare le azioni necessarie» a imporre l’educazione sessuale onnicomprensiva.

Questo perché «può essere difficile raggiungere un consenso, in particolare su argomenti più delicati come la contraccezione, l’aborto sicuro, l’orientamento sessuale e l’identità di genere». Inoltre, «l’opposizione da parte di gruppi religiosi può essere forte e può bloccare lo sviluppo dell’educazione sessuale onnicomprensiva».

Il documento biasima i Paesi che sottolineano l’astinenza e la castità come le vie migliori per evitare gravidanze precoci e malattie sessualmente trasmissibili; e fa presente che le strategie per ovviare alla mancanza di consenso hanno avuto successo in Paesi africani come il Ghana, il Kenya, lo Zimbabwe, e asiatici come l’India e la Tailandia.

Una forte resistenza della comunità locale c’è stata invece in Uganda, che ha condotto nel 2016 a una revisione dell’onusiano curriculum sull’educazione sessuale, che secondo l’Unesco non soddisfa gli standard (quelli loro…) «e include un linguaggio moraleggiante». Un fatto evidentemente inaccettabile per chi propone programmi senza freni morali, ma che al tempo stesso ci ricorda che resistere paga.

 

 

 

Quei legami tra lobby

Lgbt e capitalismo globalista.

 Ilgiornale.it - Domenico Alessandro Mascialino – (25 Ottobre 2018) – ci dice:

Soros, banche d’affari, multinazionali, il business dell'utero in affitto. Quando il grande capitale globalista si sposa con le “famiglie arcobaleno”.

Quando si pensa al mondo Lgbt, l’immagine che viene spesso in mente è quella di minoranze discriminate e oggetto di aggressioni, e per questo bisognose di tutela.

Ma cosa accade quando i cosiddetti diritti civili delle famiglie “arcobaleno” sono in realtà sospinti e sponsorizzati da alcuni degli uomini e delle organizzazioni più potenti del pianeta?

A quel punto le lobby Lgbt, lungi dall’essere deboli e discriminate, finiscono per disporre di una potenza di fuoco capace di condizionare la politica, i media e la società civile.

Al punto da imporre la propria agenda e mettere a tacere le voci dissenzienti con le paroline magiche del politically correct: omofobia e discriminazione.

La carrellata non può che cominciare con quello che è considerato il re dei cospiratori globalisti: quel George Soros che, oltre a finanziare Ong e progetti a sostegno delle migrazioni di massa, con la sua Open Society Foundation foraggia associazioni per la promozione dei diritti Lgbt in tutto il mondo.

In Italia sono celebri i 99.690 dollari elargiti nel 2014 all’Arcigay, che ha confermato nella relazione allegata al bilancio consuntivo del 2017 (senza specificarne l’entità) e in quelle dei due anni precedenti nuovi finanziamenti della fondazione del magnate.

 

 

Se non viene specificato l’ammontare dei contributi del singolo donatore, è indicativo che i finanziamenti da “privati”, tra cui spicca l'Open Society, pesino per il 46% dei ricavi complessivi.

È noto anche, e visibile sui documenti dell’Open Society, il rapporto di “affidabilità” che lega numerosi europarlamentari Pd, partito che ha legalizzato in Italia le unioni civili, a George Soros.

Fuori dall’Italia, Soros ha sostenuto nel 2013 con 100mila dollari la “Gay Straight Alliance”, un’associazione per la promozione dei diritti Lgbt con sede ad Oakland e molto attiva in California, e nello stesso anno ha beneficiato di detrazioni fiscali per 2,7 milioni di dollari per avere supportato la causa dei matrimoni gay e dei diritti Lgbt.

Nel 2014 il finanziere ha elargito 525mila dollari a “Justice at Stake”, un’organizzazione americana promotrice della presenza Lgbt nei tribunali. Non sia mai si dovesse incorrere in qualche magistrato troppo tradizionalista.

Multinazionali e banche d’affari.

Ma non è solo il finanziere ebreo-ungherese a sostenere il variegato mondo Lgbt.

(Ora a capo dei globalisti vi è Klaus Schwab, costruttore di bombe atomiche illegali in Sud Africa! Ndr )

Nel 2015 ben 379 tra le più importanti banche d’affari e multinazionali del globo hanno inviato una lettera alla Corte Suprema chiedendo una sentenza favorevole al riconoscimento dei matrimoni gay su tutto il territorio americano. Un impeto di amore per i diritti civili? Macché.

Le imprese sostenevano che ciò fosse necessario per il business, poiché, si legge nella lettera: “L’attuale quadro legale sui matrimoni tra persone dello stesso sesso è confuso e comporta oneri significativi per i datori di lavoro e per i loro dipendenti, rendendo spesso difficile portare avanti l’attività lavorativa”.

Questo poiché per le imprese poteva risultare complicato reclutare o trasferire talenti Lgbt, restii a lavorare in Stati dove questi diritti non fossero tutelati, oppure garantire benefici a coppie di fatto ma non riconosciute dalla legge.

Insomma: gli affari non vogliono complicazioni legate agli orientamenti sessuali.

Il ricco business dell’utero in affitto.

Un settore che è considerato in pieno sviluppo, poi, è quello del cosiddetto utero in affitto, o maternità surrogata.

A Bruxelles si è tenuta poche settimane fa la quarta edizione del convegno “Men having babies”, che promette ai gay di tutto il mondo una facile “maternità”, alla portata di tutti e al giusto prezzo.

Questo nonostante la pratica della maternità surrogata sia vietata in numerosi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Germania.

Nei Paesi in cui questa pratica è legale, invece, i prezzi sono variabili: negli Usa è possibile spendere oltre 100mila dollari per avere un figlio da una madre surrogata, mentre in Paesi come Ucraina e India è possibile “cavarsela” con 30-40mila dollari.

È evidente che, anche in questo caso, il motore di tutto è il business: non sono prezzi alla portata di tutte le tasche, tuttavia il “mercato” è in crescita e frutta oltre 6 miliardi di dollari l’anno. Sospinto da perfetti slogan pubblicitari come “Love is Love”.

Le polemiche italiane.

I temi delle adozioni gay e dell’utero in affitto sono ritornati di stretta attualità dopo l’affissione di alcuni cartelli da parte delle associazioni “Pro Vita e Generazione Famiglia” per le strade di Roma, Milano, Napoli e Torino, per protestare contro la prassi delle rispettive amministrazioni di trascrivere le “famiglie arcobaleno”, pur in presenza di bimbi generati all’estero con la pratica illegale dell’utero in affitto.

Ma, come già rivelato dal Giornale qualche mese fa, i grillini avrebbero ricevuto finanziamenti dalla Open Society di George Soros pochi mesi prima delle elezioni di marzo e il finanziere ungherese è stato ricevuto in pompa magna a Palazzo Chigi da Gentiloni lo scorso anno. Si tratterebbe, quindi, del classico cerchio che si chiude.

(Non ci si dovrebbe scandalizzare se PUTIN non accetta i “consigli” interessati delle lobby gay! Ndr )

 

 

 

 

 

Discorso di Putin.

Conoscenzealconfine.it – (1° Ottobre 2022) – Rossella Fidanza – ci dice:

 

Alcuni passaggi del discorso di Putin.

“Voglio essere chiaro e che mi sentano a Kiev e in Occidente: Le persone che vivono nelle quattro nuovi regioni annesse alla Russia saranno cittadini russi per sempre. Siamo pronti al negoziato ma le quattro regioni sono Russia.

– L’Occidente è pronto a passare sopra tutto per mantenere il sistema neocoloniale che gli permette di depredare il mondo e raccogliere tributi dall’umanità.

– L’Occidente sta perseguendo una politica di totale de-sovranità nel mondo. Da qui la sua aggressione ai valori tradizionali e alla sovranità dei paesi. Distrugge interi stati che non accettano di cedere la loro sovranità.

– L’Occidente stampa dollari ed euro, ma non è possibile dare da mangiare a nessuno con la carta e con le menzogne, serve il cibo, l’energia. Quindi i politici stanno cercando di convincere i loro concittadini a mangiare di meno e a lavarsi di meno e a vestirsi di più per stare caldi in casa. E se qualcuno inizia a fare domande, viene etichettato come estremista.

– L’Occidente non vuole risolvere i problemi, non persegue un mondo giusto, ma l’obiettivo di continuare ad esercitare la forza affinché possa mantenere la sua egemonia. Fin dalla prima guerra mondiale si sono viste le contraddizioni dell’Occidente, eppure la crisi economica che ne è derivata ha consentito al dollaro di posizionarsi come la moneta più potente al mondo.

– Chiedetevi ora dove arriva il grano ucraino. La risposta è verso i paesi europei, e solo una minima parte giunge ai paesi poveri. La volontà è di distruggere gli stati-nazione, gli europei stanno accettando sempre maggiori sanzioni contro la Russia, nonostante siano consapevoli che gli Stati Uniti vogliono solo che si rifiuti il gas russo.

Si inchinano al loro volere a costo di affamare i loro popoli. Fanno esplodere i gasdotti nel Baltico, chiudono gli impianti energetici. I mandanti sono gli Stati Uniti che con la forza tengono sotto ricatto l’Occidente, tramite le loro basi militari disseminate ovunque. E tutti i paesi che cercano di ottenere la loro sovranità energetica vengono considerati nemici degli Stati Uniti.

– Le sanzioni non bastano agli anglosassoni: sono passati al sabotaggio. Incredibile, ma è un dato di fatto. In effetti, hanno iniziato a distruggere l’infrastruttura energetica paneuropea. È ovvio per tutti coloro che ne traggono vantaggio.

– Gli americani sono ipocriti, sono l’unico paese al mondo che ha usato l’arma nucleare per due volte, creando un precedente.

– La dittatura delle élite globaliste occidentali diretta è contro tutti i popoli del mondo. Compresa la popolazione degli stessi paesi occidentali. Il mondo è entrato in un periodo di trasformazioni rivoluzionarie. Abbiamo un futuro diverso, il nostro.

La soppressione dei valori morali acquista le caratteristiche del satanismo. Il crollo dell’egemonia occidentale è irreversibile. L’Occidente nega le norme morali, la religione, la famiglia. Vogliamo davvero che in Russia ci sia il “genitore numero uno, due, tre” invece di “mamma e papà” e che nelle scuole si impongano ai bambini perversioni che portano al degrado e all’estinzione, supponendo che ci siano alcuni generi, tranne le donne e gli uomini? Per noi questo è inaccettabile. Loro rinnegano i valori della volontà popolare, della famiglia, della religione, mentre molti popoli rifiutano un mondo unipolare e lottano per la propria sovranità.

– Se considero la Russia la mia Patria, significa che amo in russo, contemplo e penso, canto e dico in russo, che credo nelle forze spirituali del popolo russo, il loro spirito è mio, il loro destino è il mio destino, il loro la sofferenza è il mio dolore, il suo sbocciare è la mia gioia.”

(t.me/RossellaFidanza)

 

 

 

 

Bourla, ceo di Pfizer, rifiuta di

testimoniare al Parlamento Ue sui contratti

per i vaccini Covid firmati con von der Leyen.

Italiaoggi.it - Tino Oldani – (1-10-2022) – ci dice:

La sua testimonianza, molto attesa a Bruxelles, era in programma per il 10 ottobre. Ma Albert Bourla, ceo di Pfizer, ha rifiutato di testimoniare di fronte al Parlamento Ue, che sta indagando sugli acquisti dei vaccini Covid-19 compiuti dalla Commissione per conto dei 27 paesi Ue.

 Acquisti coperti, all'inizio, da grandi elogi per il ruolo solidale svolto dall'Ue, ma finiti poi nel mirino di due organi di vigilanza: prima dell'Ombudsman europeo, guidato da Emily O'Reilly, poi della Corte dei conti Ue (vedi Italia Oggi del 21 settembre).

 A suscitare l'attenzione dei due enti sono state le procedure inconsuete adottate da Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Ue, che per l'acquisto più ingente, la terza fornitura dei vaccini Pfizer (1,8 miliardi di dosi), ha negoziato da sola il tutto con Albert Bourla, ceo di Pfizer, saltando a piè pari le procedure di trasparenza in vigore per i contratti europei, che prevedono il lavoro preliminare di una squadra di tecnici, composta da funzionari di Bruxelles e dei paesi membri.

Dopo avere chiesto a Von der Leyen l'accesso ai messaggi privati, compresi gli sms, scambiati con Bourla, ma senza ricevere alcuna risposta, O'Reilly ha definito la trattativa segreta «un esempio di cattiva amministrazione».

Nel complesso, secondo una relazione della Corte dei conti Ue, resa nota a inizio settembre, la Commissione Ue ha acquistato dalle maggiori case farmaceutiche mondiali 4,6 miliardi di dosi, con una spesa di 71 miliardi di euro, la spesa singola più elevata mai fatta dall'Ue.

Un acquisto considerato esorbitante, visto che gli abitanti dell'Ue sono 447,7 milioni, per i quali sono state acquistate ben 10 dosi.

Una tabella allegata alla relazione della Corte dei conti indica che le varie case farmaceutiche, compreso Moderna, hanno venduto all'Ue da 200 a 300 milioni di dosi ciascuna.

Tutte, tranne Pfizer, che ha fatto la parte del leone, con 2,4 miliardi di dosi consegnate in tre fasi, le prime due di 300 milioni di dosi (novembre 2020, febbraio 2021), la terza di ben 1,8 miliardi di dosi (maggio 2021).

Il tutto con un incasso di 35 miliardi di euro, sui 71 spesi dall'Ue. Le indagini dell'Ombudsman e della Corte dei conti si sono concentrate soprattutto sulla terza consegna, in quanto il contratto con Pfizer stipulato da Von der Leyen non ha rispettato le regole in vigore sulla trasparenza degli atti.

Per questo, anche il Parlamento Ue ha deciso di vederci chiaro, con una Commissione presieduta dall'eurodeputata belga Kathleen Van Brempt, socialista, che la settimana scorsa si era recata in visita prima all'Ema, l'agenzia europea del farmaco, poi al quartier generale di BionTech, società farmaceutica tedesca che ha inventato il vaccino anti Covid prodotto da Pfizer.

Dopo gli incontri, Van Brempt ha rilasciato una dichiarazione scritta in cui ha elogiato “personale e scienziati che lavorano dietro le quinte, tutti esperti nel loro ramo e che stanno svolgendo un lavoro impressionante”, e aggiunto:

 «Continueremo queste discussioni con i ceo di aziende farmaceutiche, tra cui Albert Bourla, ceo di Pfizer, il 10 ottobre in Commissione».

Un confronto a cui, a sorpresa, Bourla si è rifiutato di partecipare. Richiesta di un commento da Politico, Van Brempt non ha nascosto la delusione, dichiarando di “rimpiangere profondamente” la decisione presa da Pfizer.

«Ci si aspettava che Bourla affrontasse domande difficili su come sono stati raggiunti gli accordi segreti sui vaccini», scrive Politico, che ha contattato Pfizer per un commento.

Per tutta risposta, il portavoce dell'azienda farmaceutica americana ha fatto sapere che all'audizione in Commissione, invece di Bourla, interverrà Janine Small, responsabile del gruppo per lo sviluppo dei mercati internazionali.

Una furbata bella e buona, che ancora una volta non consentirà agli organi di controllo Ue di sapere che cosa c'era scritto negli sms che Von der Leyen e Bourla si sono scambiati prima del terzo contratto da 1,8 miliardi dosi.

 Sms la cui esistenza è stata resa nota dal New York Times nel 2021 per descrivere la “relazione apparentemente accogliente» tra Von der Leyen e Bourla. All'epoca un piccolo scoop giornalistico, che oggi rischia di diventare una valanga.

 

 

 

 

Nord Stream, chi l'ha devastato?

 

Italiaoggi.it - Gianni Pardo – (29-9-2022) – ci dice:

 

Anche se Kiev lo smentisce tutti i sospetti puntano sull'Ucraina. La sola a cui conviene.

Zelensky ha fatto provare ai russi il peso delle distruzioni.

 Lunedì 26 settembre l'ente che amministra il Nord Stream (gasdotto Russia-Germania) ha riferito un calo di pressione su due sue linee.                            Poi le stazioni sismologiche svedesi e danesi hanno registrato forti fenomeni sottomarini.  «Non c'è dubbio che si tratti di esplosioni», ha affermato Björn Lund, docente di sismologia presso la Swedish National Seismic Network.

La prima esplosione è stata registrata alle 02.03 della notte tra domenica e lunedì e la seconda alle 19.04 di lunedì sera. Gli avvisi sulle fughe di gas sono arrivati dall'amministrazione marittima rispettivamente alle 13.52 e alle 20.41 di lunedì.

Poi sono arrivate altre notizie. Il gasdotto NordStream ha registrato danni «senza precedenti» a tre linee. Secondo l'esercito danese il gas che fuoriesce dal NordStream 1 e dal NordStream 2 affiora in superficie nel Baltico, imbiancando superfici di mare fino a un chilometro di diametro (l'Ansa pubblica anche una foto).

L'opinione degli esperti è che non possa trattarsi dell'azione di dilettanti o incursori isolati. Dovrebbe trattarsi di un'opera di sabotaggio, realizzata da sommozzatori della marina militare o da un sottomarino. «La nostra fantasia non riesce a trovare uno scenario diverso dall'ipotesi di un attacco mirato», hanno detto.

Questi i fatti. Chi è l'autore del danneggiamento? Alcuni pensano all'Ucraina.

Kiev, mediante un portavoce, fa invece l'ipotesi che la Russia avrebbe danneggiato il proprio stesso gasdotto «per aumentare l'insicurezza e far salire i prezzi del gas». La tesi ucraina è del tutto inverosimile.

Per interrompere il flusso del gas alla Russia basta chiudere un rubinetto. Inoltre, cambiando opinione, se si tratta di un rubinetto, basta riaprirlo; se si è danneggiato un grosso tubo in fondo al mare, e bisogna trovare dove è rotto e ripescarlo e ripararlo, costa molto, molto di più.

È assurdo che colpevole sia la Russia.

Può essere l'Ucraina? La risposta è: sì, è probabile. In base al principio: «cui prodest?» (a vantaggio di chi va?).

 La Russia ha cercato di danneggiare l'Ucraina anche bombardando centrali elettriche, dighe e altre infrastrutture essenziali per la vita di quel paese e nello stesso tempo ha beneficiato di una sorta di divieto di attacco sul suo territorio.              Un divieto che fino ad ora l'Ucraina ha rispettato.                                                                                Ma il mare non ha nazionalità, e un attacco sul suo fondo non è un attacco al territorio russo.

Ma soprattutto l'Ucraina non ha bisogno di inventare niente. Le basta negare la paternità del sabotaggio e nessuno può dimostrare niente. Non soltanto l'azione può essere stata realizzata di notte (infatti le esplosioni sono state registrate alle due di notte e alle diciannove, quando lì è buio pesto) ma, a quella profondità, è sempre notte.

Dunque si può benissimo agire non visti. Una cosa è sicura: il danno, per la Russia e per la Germania, è ingente. Lo è soprattutto per la Russia, sia perché infinitamente più povera della Germania sia perché, mentre la Germania riuscirà a comprare il gas da altri, la Russia nel medio termine non potrà venderlo a nessuno.

Ha fatto bene, l'Ucraina, a interrompere quel flusso di gas? Certamente sì, dal suo punto di vista.

 Essa ha sempre sostenuto che l'interruzione di quell'esportazione sarebbe la migliore sanzione contro la Russia, e l'Europa ha sempre esitato, perché di quel gas ha bisogno. Così, molto probabilmente, Kiev si è servita da sé. E inoltre ha fatto assaggiare alla Russia il sapore delle distruzioni provocate dal nemico.

Se Vladimir Putin pensava che in Ucraina potesse trattarsi veramente di una «operazione militare speciale» si sbagliava di grosso. È una guerra a tutti gli effetti. E anche Mosca si deve aspettare il peggio. Del resto, le proteste e le fughe con cui è stata accolta la mobilitazione parziale dimostrano che, comunque si voglia chiamare lo scontro, quando si sparano cannonate e si muore nessuno desidera partecipare.

Altra nota. L'impagabile Medvedev ha detto che, se la Russia fosse attaccata, «avrebbe diritto di rispondere con le armi nucleari». Viene da sorridere. Il problema non è il diritto. Il problema è la reazione bellica della controparte.

 Ma forse Medvedev queste cose non le sa. Ora dicono anche che Putin vorrebbe trattare. Lo sappiamo, è buono. Ecco le sue condizioni: «Datemi tutto quello che mi sono preso, e smettete di difendervi».

Come mai Zelensky non si precipita ad accettare?

(Gianni Pardo)

 

 

 

 

Nord Stream: Grande Nuvola

di Metano sopra Norvegia e Svezia.

 

Conoscenzealconfine.it – Redazione –Ansa.it - (1° Ottobre 2022) – ci dice:

La Russia “ha materiale su coinvolgimento dell’Occidente”.

Dopo la fuga di gas dai gasdotti Nord Stream 1 e 2, il livello di metano su Svezia e Norvegia è a livelli record, riferiscono i media svedesi e norvegesi, che parlano di “grande nuvola”. Il 96% del gas nel Nord Stream 1 e 2 era metano.

Secondo i calcoli di Stephen Matthew Platt, scienziato del clima presso l’istituto norvegese di ricerca sull’aria Nilu, si tratta di circa 40.000 tonnellate di metano rilasciate dal sospetto sabotaggio:

“Le emissioni corrispondono al doppio delle emissioni annuali di metano dell’industria petrolifera e del gas in Norvegia. Sono livelli record, mai visto niente di simile prima in Norvegia e Svezia”.

La Russia ha “materiale” che indica il coinvolgimento dell’Occidente nel sabotaggio degli oleodotti Nord Stream.

Lo ha dichiarato il capo del servizio di intelligence estero di Mosca, citato dalla Tass. “Abbiamo già alcuni materiali che indicano la pista occidentale nell’organizzazione e nell’attuazione dell’attacco terroristico” ai gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2, ha dichiarato il capo dell’Svr, Sergey Naryshkin. “A mio parere, l’Occidente sta facendo di tutto per nascondere i veri responsabili e organizzatori di questo attacco terroristico “, ha aggiunto.

In una lettera congiunta al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Danimarca e Svezia affermano che le esplosioni che hanno causato le perdite di gas da Nord Stream 1 e 2 potrebbero essere dovute alla detonazione di “diverse centinaia di chili di esplosivo”.

Nella lettera, i due Paesi esprimono preoccupazione per le possibili conseguenze delle perdite di gas per l’ambiente marino e il clima. Lo scrivono i media danesi e svedesi.

(ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2022/09/30/nord-stream-grande-nuvola-di-metano-sopra-norvegia-e-svezia-_c04be111-6a2f-45cc-b72a-3f7cb85ff5f9.html)

 

 

 

Com’è davvero la situazione

dei diritti Lgbtq in Ucraina.

Linkiesta.it - Francesco Lepore – (26-3-2022) – ci dice:

 

Molte delle notizie diffuse sono di matrice russa e tendono a enfatizzare, o a inventare proprio, un’ostilità di fondo nei confronti di omosessuali e trans.

Il quadro in realtà è diverso e, sebbene non sia una situazione ottimale, sono stati fatti molti passi in avanti e la sensibilità sta cambiando.

Quella dei diritti delle persone Lgbt+ in Ucraina è questione che attira sempre più l’attenzione di media e movimenti da quando è iniziata l’invasione russa.

 Negli ultimi giorni, in particolare, è rimbalzata ovunque la notizia di donne transgender cui sarebbe stato impedito di lasciare il paese dopo essere state bloccate al confine dalla polizia di frontiera e talora sottoposte anche ad umiliazioni perché ritenute maschi.

Trattamento – secondo il Guardian, da cui poi sono dipesi tutti i giornali che ne hanno parlato – riservato anche a chi, avendo ottenuto il cambio legale di genere, aveva esibito relativo certificato valido. Ma mai come in questo caso appare d’obbligo il condizionale.

Particolari e valutazioni, ad esempio, risultano espressamente forniti al quotidiano britannico da un cofondatore di Safebow, organizzazione che Lenny Emson, componente del Kyiv Pride, indica a Linkiesta come «filorussa. Non ci fidiamo di nessuna informazione proveniente da loro. Piuttosto posso affermare con certezza che è stato creato un meccanismo che consente alle persone trans di superare il confine grazie anche al supporto delle associazioni. Si tratta di una precisa procedura per avere la documentazione valida per l’espatrio. Alcune persone trans ci sono riuscite, ma restano molte incertezze».

Secondo il giovane attivista FtM (Female to Male, ndr), «non c’è invece alcuna evidenza di donne trans bloccate al confine e rispedite indietro, in quanto ritenute maschi, a combattere. Cosa poco credibile, tanto più che sono così tante le persone disposte a farlo da dover attendere non poco prima d’essere accettate nell’esercito».

Al contrario, «sono molte le persone trans e non binarie ad essere state arruolate in unità di difese territoriali. Ovviamente c’è preoccupazione per la loro situazione. Non abbiamo casi e statistiche: c’è molta segretezza trattandosi dell’esercito.

Siamo preoccupati ma anche orgogliosi che abbiano deciso di combattere per il nostro Paese insieme ad altri rappresentanti della comunità Lgbt+. Orgogliosi di avere tali eroi tra di noi».

 

È indubbio che in Ucraina le persone trans, la cui condizione risulta particolarmente aggravata con la guerra in corso, debbano vedersi riconosciuti ancora non pochi diritti. Ma su di essi, in particolare per quello che attiene al trattamento della disforia o incongruenza di genere, «i media internazionali in tempo di guerra stanno diffondendo una dannosa disinformazione».

 A dirlo senza mezzi termini è Kyiv Pride, la più grande associazione ucraina, che ha ieri diffuso un dettagliato comunicato sui social. Per meglio capirne contenuto e motivazioni, è necessario fornire alcuni dati.

Se nel 2011 il Codice civile ucraino è stato emendato per consentire la rettifica anagrafica a persone sottopostesi a intervento chirurgico di riassegnazione di genere, dal 2016 è entrato in vigore un nuovo protocollo di trattamento della disforia di genere grazie a un decreto del ministero della Salute, che con altro provvedimento ha anche abrogato le precedenti disposizioni in materia di riconoscimento legale del genere: non più autorizzazione da parte di una Commissione speciale del dicastero, né degenza di 30-45 giorni in ospedale psichiatrico né diagnosi di transessualità.

Redatto in conformità alla decima edizione dell’International Classification of Diseases (ICD), come osserva il dettagliato comunicato del Kyiv Pride, richiede ancora visita e diagnosi psichiatrica» ma, come viene specificato, «una persona non è obbligata a essere ricoverata in istituto psichiatrico.

Dipende dalla regione, ma di solito questa convalida dura circa due settimane di test e consultazioni in appuntamenti con uno psichiatra. Ci sono molti medici amichevoli – psichiatri, endocrinologi, chirurghi – che stanno aiutando le persone trans».

 Inoltre, sulla base di una sentenza dell’agosto del 2016, che disponeva la rettifica anagrafica di nome e genere per due persone trans senza richiedere loro di sottoporsi a intervento chirurgico, e su quella di un passaggio del protocollo vigente, tale obbligo è venuto di fatto a cadere essendo ritenuta bastevole ai fini del trattamento la sola terapia ormonale sostitutiva.

«Una persona – così ancora il comunicato – dovrebbe portare i propri certificati di diagnosi F64.0 (dell’ICD-10: Transessualismo, ndr) e la consultazione endocrinologica al medico di famiglia e ottenere un certificato che le consenta di ricevere documenti con indicazione del genere in cui ci si identifica. Questo processo può essere lungo, ma è del tutto possibile.

C’è una grande quantità di persone trans in Ucraina che ha già ottenuto la transizione legale. Prima dell’inizio dell’invasione russa su vasta scala le organizzazioni Lgbt stavano attivamente lavorando per sostenere la rapida implementazione dell’ICD-11 in Ucraina e abbiamo in programma di continuare quest’impegno dopo la vittoria».

Il riferimento è all’ultima edizione dell’ International Classification of Diseases che, entrata in vigore il 1° gennaio scorso, era stata fra l’altro oggetto di un proficuo incontro col ministro della Salute Viktor Lyashko in novembre.

C’è inoltre da sottolineare come l’articolo 2¹ del Codice del lavoro, emendato nel 2015, vieti la discriminazione sul lavoro in ragione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.

Non meraviglia pertanto il duro j’accuse del Kyiv Pride, per il quale «diffondere informazioni errate crea un’immagine falsa e sfigurata dell’Ucraina come un paese con un trattamento terribile delle persone trans, mancanza di organizzazioni trans locali e nessuna crescita nella difesa dei diritti umani.

Gli attivisti ucraini stanno parlando ai media da quando è iniziata l’invasione russa, ma per qualche motivo le nostre voci non vengono ascoltate. Forse è più facile ottenere visualizzazioni se si dipinge il Paese invaso come un luogo infernale per le minoranze. Ma diffondere bugie non è utile alle menzionate minoranze».

Non luogo infernale né tantomeno paradisiaco per le persone Lgbt+, l’Ucraina null’altro è per esse se non un Paese che dal 1991 continua a fare notevoli passi in avanti verso la piena tutela e parità di diritti.

Tante ancora le istanze rivendicative da portare avanti, tanti ancora i risultati da raggiungere: secondo l’ultima Rainbow Map di Ilga-Europe, annuale monitoraggio della situazione delle persone Lgbt+ nei 48 paesi del Consiglio d’Europa e in Bielorussia, l’Ucraina è infatti al 40° posto e su una scala di riferimento, che – basata sull’esame di specifiche leggi e politiche vigenti – va da 0 a 100%, si attesta al 18,02.

Dato sicuramente non dei migliori, ma poco perspicuo e per nulla pertinente se avulso dal quadro generale e letto, come è mala prassi, isolatamente. Ben al di sotto del Paese invaso da Putin, Lettonia (17,48%), San Marino (13,41%), Polonia (13,22%), Bielorussia (12,48%) e il Principato di Monaco (11,29%) si collocano in ordine dal 41° al 45° posto.

Il 46° è detenuto dalla Russia (9,70%), peggio della quale ci sono solo Armenia (7,49%), Turchia (3,83%) e Azerbaijan (2,33%). Si tenga inoltre in conto che l’Italia è al 35° posto con un punteggio di appena 22,33%, immediatamente preceduta dalla Lituania (22,85%).

Anche in considerazione dei punti percentuali il Bel Paese può dunque vantare una ben magra precedenza rispetto all’Ucraina, da cui la distanziano unicamente Moldavia (19,96%), Bulgaria (19,74%), Romania (19,17%), Liechtenstein (18,88%).

È vero che le coppie di persone dello stesso sesso non godono di alcuna forma di riconoscimento legale dei loro rapporti a fronte d’una Costituzione, il cui art. 51: «Il matrimonio è basato sul libero consenso tra un uomo e una donna» pone più d’un ostacolo per il raggiungimento delle nozze egualitarie.

È vero che anche nello scorso anno si sono registrati numerosi casi di omotransfobia come documentato dal Report 2022 di Ilga-Europe. Al riguardo la gerarchia non solo delle due Chiese ortodosse ucraine, maggioritarie nel Paese, ma anche della Chiesa greco-cattolica, che ha comunque oltre il 9% di fedeli del totale della popolazione credente (83,5%), non contribuisce a rasserenare gli animi. Senza parlare di gruppi di estrema destra che si sono fatti protagonisti lo scorso anno di alcuni episodi di contestazione violenta.

Non ci gira intorno Lenny. Osserva infatti non senza apprensione come «la nostra principale paura sia quella che organizzazioni omotransfobiche, esistenti in Ucraina da alcuni anni, possano diventare più forti.

Temiamo soprattutto che queste associazioni utilizzino questo brutto periodo di guerra per intensificare i loro sforzi contro i nostri diritti e costringerci a tornare non visibili.

 Stiamo già ricevendo commenti negativi e minacce da parte loro sui social media. Seguiamo i loro gruppi e vediamo quello che succede: sono colmi d’odio contro di noi.

 Alcuni ci incolpano di sostenere la Russia e cercano di indirizzare la negatività presente nella società ucraina contro di noi. Quindi temiamo che la violenza omotransfobica possa crescere».

Eppure, lui stesso ricorda le mete finora raggiunte dalla comunità a partire dallo status giuridico riconosciuto alle associazioni, alla piena libertà nell’espletare attivismo, alla celebrazione dei Pride, ogni anno più partecipati.

E non ci sta a una narrazione, fatta propria anche da strati di movimenti Lgbt+ di altri Paesi, che, noncuranti dei dati Ilga come anche della loro diretta testimonianza, porta a dire o a scrivere: «Non è che stiano meglio di altri» con riferimento, innanzitutto, alla Russia.

 Ma sono ben noti gli effetti devastanti della legge contro la cosiddetta propaganda omosessuale, fortemente voluta dal Cremlino e promulgata da Vladimir Putin il 30 giugno 2013, oppure gli arresti, le torture, le uccisioni di persone omosessuali e trans pianificate da Kadyrov in Cecenia, repubblica della Federazione Russa, per rendersi già conto dell’inaccettabile superficialità di certe valutazioni.

«Stento a credere – così dice al nostro giornale – che si pongano sullo stesso piano Russia e Ucraina.

Nell’ultimo Pride c’erano 7.000 persone. Gli agenti di polizia presenti avevano il solo scopo di proteggerci da eventuali aggressioni. In Russia non solo sono impediti i Pride ma anche manifestazioni stanziali, come a San Pietroburgo nel 2019, vengono sciolte violentemente da agenti, che caricano e arrestano i manifestanti.

 La differenza sostanziale è che l’Ucraina è un Paese libero».

L’attivista transgender fa poi notare che quest’anno ricorrerà il 10° anniversario del Kyev Pride: «Purtroppo, data la situazione, sarà pressoché impossibile poter fare la marcia dell’orgoglio. Prima dell’invasione eravamo certi della realizzazione e stavamo già iniziando a preparare il relativo programma. Avevamo pensato di invitare il presidente Zelensky, sempre sensibile alle nostre rivendicazioni, e speravamo comunque nella partecipazione di un suo rappresentante. Non credo che questo possa non solo avvenire ma essere minimamente pensato attualmente in Russia».

L’aperto supporto del presidente dell’Ucraina alla causa Lgbt+ è d’altra parte tale da essere oggetto di scherno e detrazione da parte degli entusiasti sostenitori di Vladimir Putin e della tesi duginiana della guerra ai corrotti costumi occidentali, massimamente espressi dalla «norma della perversione» ossia dell’omosessualità, di cui si è fatto interprete, il 6 marzo scorso, il patriarca di Mosca Kirill.

Se ne può avere una riprova nella delirante dichiarazione dell’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò che, nell’elogiare il presidente della Federazione Russa e nel ritenerlo vittima di un complotto dell’élite globalista, vera pianificatrice della guerra, parla di Zelensky come attore comico dalla «performance en travesti […] perfettamente coerenti con l’ideologia Lgbtq che viene considerata dai suoi sponsor europei come indispensabile requisito dell’agenda di “riforme” che ogni Paese deve far proprio, assieme alla parità di genere, all’aborto e alla green economy.

Non stupisce che Zelensky, membro del World Economic Forum, abbia potuto beneficiare dell’appoggio di Schwab (il loro nuovo Dio in terra.Ndr) e dei suoi alleati globalisti per arrivare al potere e realizzare il Great Reset anche in Ucraina».

 

Al riguardo Yuri Guaiana, componente della segreteria nazionale di +Europa e senior campaign manager di All Out, ricorda a Linkiesta che «le dichiarazioni di Putin, del suo ideologo rosso-bruno Aleksandr Dugin e del patriarca di Mosca Kirill I mostrano chiaramente che ciò di cui più hanno paura sono la democrazia, i diritti umani e le libertà individuali che vanno direttamente contro il suo progetto imperialista, aggressivo, violento e repressivo. Dobbiamo riconoscere che oggi gli ucraini stanno difendendo valorosamente anche le nostre libertà».

Per l’attivista, che nel 2017 fu arrestato a Mosca (con altri quattro) mentre tentava di consegnare al procuratore generale due milioni di firme raccolte contro le violenze cecene, «da quando la Russia ha invaso l’Ucraina anche le persone Lgbt+ stanno vivendo un incubo. Molte persone della comunità Lgbt+ si sono arruolate nell’esercito e alcune si sono offerte volontarie per proteggere la popolazione in città. Altre sono in pericolo immediato e devono lasciare il paese. Per sostenere la resilienza e la sicurezza degli ucraini Lgbt+, All Out ha lanciato una raccolta fondi. Anche una piccola donazione è importante e può salvare delle vite».

Gli fa eco Luca Trentini, attivista e coordinatore Sinistra Italiana – Brescia, che sottolinea come «la situazione dei diritti Lgbt+ in Ucraina era in forte evoluzione prima dello scoppio della guerra. Una società non certo accogliente aveva visto aprirsi spazi di libertà. L’approvazione di due ben Strategie nazionali per i diritti umani, i Pride celebrati a Kiev e in molte città, sebbene militarizzati dalla polizia, facevano pensare a un avvicinamento all’Europa sui temi dei diritti civili. Un cammino ancora lento e segnato da fortissime difficoltà, ma tuttavia presente. Lo scoppio della guerra mette seriamente in pericolo tutto».

Il motivo è da ricercarsi nella strategia in atto da tempo che «vede il governo russo e la stretta cerchia di oligarchi vicini a Putin tra i principali finanziatori dei movimenti pro family che in tutto il mondo, Italia compresa, si muovono per avversare l’evoluzione delle libertà civili. È ipotizzabile che sia proprio sui diritti civili (non certo solo Lgbt+) che Putin possa trovare il fondamento ideologico e religioso su cui costruire un blocco politico, sociale ed economico, ancorato ai valori tradizionali da contrapporre al “corrotto” Occidente».

 

Che questo possa avere una ricaduta in negativo sulla comunità Lgbt+ ucraina è possibile. Ma al momento le varie associazioni hanno altro a cui pensare. Lenny ci racconta che il Kyiv Pride è impegnato «a offrire sostegno diretto a chi ha bisogno attraverso consegna di cibo e di acqua. Abbiamo poi aperto un rifugio qui nella capitale e aiutiamo chi è stato costretto a lasciare i territori pesantemente bombardati. Abbiamo inoltre un gruppo di psicologi, che assicura assistenza quotidianamente con sedute online».

L’attivista, inoltre, spiega come «nel tempo invasione abbiamo già aiutato oltre 200 persone, creando anche una chat sicura per le persone Lgbt+. Chat, dove si può chiedere o dare aiuto oppure condividere preoccupazioni. Abbiamo infine creato un database relativo ai rifugi in tutta Europa, a cui si può chiedere ospitalità o aiuto per il trasporto dal confine». Ma, conclude Lenny, «lavoriamo soprattutto per tenere alto il morale e sostenere chi combatte, perché siamo fiduciosi di poter ricacciare l’invasore». Che è, in ultima analisi, anche il nostro auspicio.

(Ecco spiegato il motivo della ripugnanza di Putin dinanzi alla civiltà occidentale ormai trasformata dai Soros, Klaus Schwab & C. in un “bordello gay” in stile ucraino. Ndr)

 

 

 

Negli Usa tiepida diffidenza

sulle novità del voto italiano.

Agi.it- Massimo Basile – (25 settembre 2022) - ci dice:

 

Su economia e Ucraina gli analisti non si aspettano cambiamenti, il vero confronto è atteso sul nuovo patto di stabilità dell'Ue nel 2023.

AGI - Nell'imminenza del voto in Italia, diffidenza è lo stato d’animo degli americani nei confronti di un possibile governo guidato da Giorgia Meloni.

Ma dal punto di vista delle misure economiche e della guerra in Ucraina, gli analisti in Usa si aspettano poche novità sul breve periodo, in attesa del vero confronto: la discussione del nuovo patto di stabilità in ambito Unione Europea, in calendario nel 2023.

Quello che si chiedono in molti a Washington è se con un governo Meloni l’Italia diventerebbe più simile alla Polonia o all’Ungheria, entrambe tentate dall’idea di rendere più forte il sistema politico, ma con il premier ungherese Viktor Orban che ha definito il suo modello una “democrazia illiberale”. I giornali progressisti mostrano la stessa diffidenza, ma con toni meno drammatici.

Il New York Times ha ritratto Meloni come un politico che da un lato vuole chiudere con il passato e dall’altro non alienarsi il sostegno della base nostalgica e ha dedicato un lungo servizio da Roma in cui evidenzia il paradosso di un Paese al bivio: da un lato le donne faticano ad affermarsi, dall’altro si teme la leadership di una donna, che non convince una parte dell’elettorato per le sue posizioni “poco femministe”, a cominciare dal diritto all'aborto.

Il Washington Post preferisce evidenziare il “tratto distintivo” di Meloni rispetto a una classe dirigente politica maschile.

“Ha sostenuto con forza la Nato - ha scritto il Post nei giorni scorsi - e mostrato nessuna affinità con il presidente russo Vladimir Putin”. Ma soprattutto, aggiunge, “dice che non guiderà una svolta autoritaria”.

Quello che cambierà, è la previsione del Post, sarà il rapporto con le “lobby Lgbt” e la “sinistra globalista”.                     Ma se dovesse vincere, Meloni “si troverà di fronte un duro compito: guidare un Paese alle prese con un lungo declino e che vede la sua ascesa con diffidenza”.

Per il Wall Street Journal sarà il primo test politico sulla tenuta del fronte occidentale: la vittoria della destra può dare uno spiraglio a Vladimir Putin e incrinare il fronte favorevole alle sanzioni verso Mosca. Ma nel breve periodo gli analisti americani non prevedono cambiamenti.

Secondo il think tank economico “Think.ing.com”, “a giudicare dalle indicazioni contenute nel programma, Meloni seguirà la linea tracciata da Mario Draghi”.

Dunque: pieno sostegno all’Ucraina, completa adesione all’Alleanza Atlantica e pieno supporto al processo di integrazione europea”.

Diverso, secondo gli analisti, il programma che prevede un sistema meno legato alla burocrazia dell’Unione Europea e che dia più potere ai governi.

“Noi - spiegano gli esperti del think tank americano - non vediamo rischi sul breve periodo, ma bisognerà capire cosa succederà nel 2023 quando verrà discussa la riforma del patto di stabilità. Un atteggiamento di opposizione da parte di Meloni non può essere escluso”.

Rassicura la prudenza mostrata dalla leader di Fratelli d’Italia sulla riforma fiscale rispetto al leader della Lega Matteo Salvini, che “ha già scelto di aumentare il deficit per finanziare le famiglie e le attività nel caso di un aumento del prezzo del gas”.

La diffidenza emerge in molti interventi, come quello dell’economista Carlo Bastasin, del think tank Brookings.

“Durante la sua campagna - sostiene Bastasin - Meloni ha alternato dichiarazioni rassicuranti ad altre estremamente controverse riguardo la sua agenda politica. Ha anche definito in modo ambiguo l’ex primo ministro Benito Mussolini come una personalità che ha bisogno di essere inserita in un particolare contesto storico”.

“L’elezione - sottolinea Bastasin - arriva esattamente cento anni dopo la marcia su Roma, che aprì la strada alla dittatura”. “Spingere l’Italia verso un sistema autoritario - continua l’economista - non sarebbe compatibile con l’obiettivo di raggiungere una crescita economica.

Una ragione è data dal fatto che l’economia dell’Italia è tenuta a galla dalle istituzioni europee. La Banca Centrale Europa, in modo implicito e qualche volta esplicito, ha garantito che l’Italia non andrà in default o uscirà dall’euro”.

Gli aiuti nei prossimi cinque anni ammontano all’11-12 per cento del prodotto interno lordo italiano. Aiuti che saranno garantiti a parità di condizioni già sancite sotto il governo Draghi. Per Meloni, spiega l’economista, “non sarà facile ridurre i diritti civili o avviare politiche autocratiche e continuare a ricevere i fondi europei”. L’esempio è proprio uno dei leader di riferimento di Meloni: Orban. I trasferimenti dei fondi all’Ungheria sono attualmente rinviati perché il regime del premier ungherese non soddisfa i parametri di Bruxelles.

 

 

 

EUROPA e USA(ID) spingono per le

teorie gender e il “family planning”.

Gazzettadellemlia.it - Gloria Callarelli – (29 settembre 2022) – ci dice:

(ComeDonChisciotte.org)

Sul piatto milioni di euro.

Torna in questi giorni prepotente l’affondo delle élite globalista sui temi dell’emancipazione di genere, della diseguaglianza di genere, della salute sessuale riproduttiva e relativi diritti.

Tutta una serie di termini facenti parte della neolingua che in realtà, come sappiamo molto bene, nascondono i veri obiettivi di questi gruppi di potere:

 spingere per l’ideologia gender, sostenere il controllo delle nascite (loro la chiamano la family planning ovvero pianificazione familiare) e radicare un forte femminismo che anziché riconoscere alla donna il ruolo primario di madre intende stumentalizzarla ancora di più mettendo così a rischio l’istituzione familiare, implementando politiche appunto abortiste e, con questa scusa, introducendo anche nei Paesi meno sviluppati la tecnologia con il duplice risultato di favorire certamente le multinazionali amiche e lavorare per raggiungere la Quarta rivoluzione industriale (di Klaus Schwab), dove l’uomo deve essere sostituito o divenire schiavo delle macchine.

Non ci credete? Eppure basta fare riferimento al recente discorso di Ursula Von der Leyen in Europa per averne conferma:

 la presidente della Commissione Europea, infatti, ha annunciato pochi giorni fa un nuovo contributo di 45 milioni di € nell’arco di sei anni “a sostegno della salute sessuale e riproduttiva, dei relativi diritti e dei diritti delle donne in tutto il mondo”.

Che messa così può anche suonare bene (al di là dei contributi che sono un’enormità e che oggi, alla luce della crisi costruita ad arte anche per via di una guerra voluta e imposta che sta rovinando l’intera Europa, dimostra il totale scollamento tra popoli e governi/potere) ma che, come spiegato sopra, nasconde le insidie mondialiste di cui parlavamo.

Concretamente a chi andrebbero i contributi elargiti? Ad esempio, a chi produce contraccettivi.

Un incentivo dunque a NON mettere su famiglia che evidentemente, e prova ne sono queste specifiche, non è tra le priorità dei nostri.

Si parla di parto sicuro, vero, ma non un accenno, non una lira a chi mira a fare molti figli (e nel caso di certi Paesi africani o sudamericani parliamo di prassi non certo di episodi singolari). Tra le righe, solo una strenua difesa in favore della “pianificazione familiare” appunto.

Si legge sul sito dell’UNFPA che è partner dell’iniziativa, che lo stesso “lavora per sostenere la pianificazione familiare: garantendo una fornitura costante e affidabile di contraccettivi di qualità; rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali; sostenere politiche a sostegno della pianificazione familiare; e la raccolta di dati per supportare questo lavoro”.

 Infine si legge un generico accesso universale ai “diritti sessuali”. Insomma la direzione intrapresa, seppure nel camuffamento generale, appare molto chiara.

Per capire che non si tratta di decisioni prese senza un denominatore comune ma che si tratta di una vera e propria agenda, di un programma definito di rovesciamento della società, cui lavorano da anni personaggi come Bill Gates, Rockfeller e tutta l’élite mondialista, andiamo a spulciare e trovare conferma dai “complici” trasferendoci negli Stati Uniti.

Il duo progressista Biden-Harris (già sostenuto nelle elezioni dai personaggi di cui sopra), anche attraverso l’USAID, agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, è tornato in questi giorni a premere forte l’acceleratore sulle stesse politiche, guarda caso, dell’Europa: parità di genere, responsabilizzazione delle donne, emancipazione femminile. Bingo.

L’alleanza mondialista dell’asse occidentale è sempre più forte, sempre più in sintonia. Sempre più chiara l’idea di sradicare l’ordine naturale delle cose e costruire il famoso Nuovo ordine mondiale, basato su teorie ideologiche contrarie, neanche a dirlo, alla nostra tradizione (cristiana) oltre che, spesso e volentieri, al più elementare buonsenso.

Ma torniamo agli Usa. Teniamo presente che la richiesta di budget dell’USAID per l’anno fiscale 2023 è di 60,4 miliardi di dollari. Si registra un aumento del 6% rispetto allo scorso anno che include 2,6 miliardi di dollari in più per promuovere la strategia nazionale sull’equità e l’uguaglianza di genere.

Attenzione perché l’USAID definisce l’equità di genere come “il processo per garantire che donne e uomini, ragazzi e ragazze e individui di genere diverso ricevano un trattamento coerente, sistematico, equo e giusto e la distribuzione di benefici e risorse”.

Ecco appunto. Il sito Heritage, il think tank conservatore statunitense, denuncia come la bozza preparata sul tema dall’USAID “sia piena di termini come “binario di genere”, “diverso di genere” e “identità di genere”, che si riferiscono a nient’altro che sentimenti soggettivi o etichette artificiali che nulla hanno a che vedere con il sesso biologico ma solo con la teoria ideologica del gender”.

Dunque scavando tra le righe della neolingua, superando il concetto femminista di diritti per le donne, questo è quello che emerge.

Inoltre, proseguendo nella ricerca USAID, si legge come “per approfondire” il tema si possano raggiungere altri siti. E poco importa se siano siti inerenti ad altri temi cari alla propaganda: la biodiversità, il cambiamento climatico, le sfide globali dell’acqua e dei servizi igienico-sanitari o l’istruzione.

Ogni ambito, ogni capitolo dell’agenda globalista (perché se non l’avete capito di questa si parla) non perde occasione per inserire il tema gender o la spinta ideologica alle teorie Lgbt ecc. L’agenda quella è, ed è tutta collegata.

Un esempio? Veniamo indirizzati al sito climatelinks, collegato appunto all’USAID, e scopriamo un’intera pagina riservata al tema, con un paragrafetto che recita:

Gli impatti dei cambiamenti climatici variano tra le popolazioni e sono aggravati da vulnerabilità intersecanti legate a genere, razza, etnia, età, classe, religione, disabilità, geografia e altro ancora. I rischi durante e dopo i disastri naturali sono spesso più elevati per le donne e le ragazze, i giovani, i popoli indigeni, le persone LGBTQI+ e le persone con disabilità a causa di norme sociali, fallimenti nell’ordine pubblico e interruzione dei mezzi di sussistenza.

Ogni scusa è buona, dunque, per sostenerne la propaganda. Ma la violenza nell’imposizione di queste teorie sta forse producendo, oggi, un effetto contrario.

 Ci sono Paesi che si stanno opponendo allo sviluppo di questi temi. La Serbia per esempio, che di recente ha portato in piazza migliaia di persone contro questa ostinata propaganda; o il Cile che nei giorni scorsi si è opposto alla modifica della Costituzione, ferma all’epoca di Pinochet, perché la proposta è stata giudicata troppo radicale e progressista con, nemmeno a dirlo, il tentativo, tra gli altri, di radicare anche nel Paese sudamericano le teorie gender neutral.

I prossimi mesi saranno decisivi per tutti i Paesi investiti da questa valanga: staremo a vedere se i popoli si faranno conquistare da questa nuova forma di colonialismo o se riusciranno a salvaguardare la crescita (senza imposizioni) delle nuove generazioni.

(Gloria Callarelli- ComeDonChisciotte.org)

 

 

 

 

Questo Epico Discorso Del Nuovo

Primo Ministro Italiano Mostra

Perché I Globalisti La Temono Così Tanto.

Greenpass.news – Redazione – (Settembre 26, 2022) – ci dice:

I globalisti che guidano l’Unione Europea, le banche e i media si stanno sciogliendo per l’elezione della prima donna a capo del governo italiana Giorgia Meloni.

Un discorso del 2019 contro il Nuovo Ordine Mondiale di Meloni, diventato virale sui social media dopo la sua elezione di domenica, evidenzia perfettamente il motivo per cui i globalisti la temono così tanto.

“Questo è quello che stiamo facendo qui oggi”, ha detto Meloni al Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona. “Perché la famiglia è un nemico? Perché la famiglia è così spaventosa? C’è un’unica risposta a tutte queste domande. Perché ci definisce. Perché è la nostra identità».

Perché tutto ciò che ci definisce è ormai un nemico per chi vorrebbe che non avessimo più un’identità e fossimo semplicemente dei perfetti schiavi consumatori. E così attaccano l’identità nazionale, attaccano l’identità religiosa, attaccano l’identità di genere, attaccano l’identità familiare.

Non posso definirmi italiana, cristiana, donna, madre. No. Devo essere cittadino x, sesso x, genitore 1, genitore 2. Devo essere un numero. Perché quando sarò solo un numero, quando non avrò più identità e radici, allora sarò lo schiavo perfetto in balia degli speculatori finanziari. Il consumatore perfetto.

Questo è il motivo per cui ispiriamo così tanta paura. Ecco perché questo evento ispira così tanta paura. Perché non vogliamo essere numeri. Difenderemo il valore dell’essere umano. Ogni singolo essere umano. Perché ognuno di noi possiede un codice genetico unico e irripetibile.

E che ti piaccia o no, è sacro. Lo difenderemo. Difenderemo Dio, il Paese e la famiglia. Quelle cose che disgustano così tanto le persone. Lo faremo per difendere la nostra libertà perché non saremo mai schiavi e semplici consumatori in balia degli speculatori finanziari. Questa è la nostra missione. Ecco perché sono venuta qui oggi.

[G.K.] Chesterton scrisse, più di un secolo fa… “I fuochi si accenderanno per testimoniare che due più due fanno quattro. Verranno sguainate le spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate”.

Quel tempo è arrivato. Siamo pronti. Grazie.

Il partito Fratelli d’Italia di Meloni, insieme a una coalizione di partiti di destra, Lega e Forza Italia, guidati rispettivamente dall’ex vicepremier Matteo Salvini e dall’ex premier Silvio Berlusconi, hanno ottenuto collettivamente il 43% dei voti contrari alle politiche di immigrazione di massa dell’UE, l’indottrinamento LGBT, la guerra in Ucraina e l’aborto.

Ecco perché la presidente Ue non eletta Ursula von der Leyen ha minacciato di imporre sanzioni contro l’Italia se Meloni avesse vinto.

 

 

 

 

Meloni? "Ursula ha ragione":

minaccia al centrodestra,

monta il complotto-Ue.

Liberoquotidiano.it- Massimo Sanvito – (29 settembre 2022 ) – ci dice:

 

Li stavamo solo aspettando. E infatti sono arrivati, più puntuali di un orologio svizzero.

I burocratici europei, all'indomani del voto che ha sancito il trionfo di Giorgia Meloni, non hanno aspettato un secondo di più prima di affilare le unghie e graffiare l'Italia.

 «Il prossimo governo italiano avrà molto più interesse a continuare a lavorare con l'Europa per finalizzare il grande accordo sulla migrazione che abbiamo sul tavolo, parte del quale è già stato concordato e non vedo ragione per la quale il governo italiano possa guadagnare a fare altrimenti perché l'accordo europeo offre garanzie di solidarietà e responsabilità»,

 ha attaccato il greco Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione Europeo.

Aggiungendo pure che quanto detto dalla Von der Leyen alla vigilia delle elezioni - «se le cose vanno male abbiamo gli strumenti per intervenire», aveva arringato Ursula - «sono cose ovvie, la presidente ha detto la verità». Guarda caso, nessun accenno ai ricollocamenti dei migranti per la loro redistribuzione tra tutti i paesi europei.

Mentre il tedesco Michael Gahler, coordinatore del Ppe nella commissione Affari esteri del Parlamento Europeo, ha chiamato in causa Forza Italia:

 «Spero sia in grado di garantire che il percorso europeo dell'Italia possa continuare. Sono dispiaciuto che due partiti di estrema destra siano diventati dominanti nella nuova coalizione. Fratelli d'Italia è troppo a destra, come ho sperimentato personalmente in questo Parlamento. Salvini è un normalissimo nazionalista antieuropeo e un amico di Putin. Questo non è accettabile ma Meloni ha mostrato solidarietà all'Ucraina e confido che continuerà a farlo».

E poi, immancabile, il solito «vigileremo» in tema di politica economica. «Il timore è che, specie per quanto riguarda il debito pubblico, le destre non rispettino i criteri di Maastricht e che le riforme intraprese da Draghi possano essere abbandonate».

 Gli attacchi all'Italia, però, si sprecano a ogni latitudine. Dall'Olanda, il premier Mark Rutte, ha commentato così la vittoria di Fratelli d'Italia: «È motivo di preoccupazione. I partiti di questa coalizione hanno detto e fatto cose che dovrebbero renderci vigili. Non dovremmo essere ingenui, ma dobbiamo darle una possibilità. Cercherò di costruire un buon rapporto con lei», ha detto riferendosi alla Meloni.

In Spagna, Francia e Germania i partiti di governo e i quotidiani d'élite sono saltati sulla sedia dopo aver registrato il 44 per cento del centrodestra unito.

Il ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Albares, ha dichiarato che il voto italiano è stato legittimo - ma davvero? - alludendo però al fatto che alcune forze politiche strizzino l'occhio al «modello di Putin che è autoritario e non crede nella pluralità o nella diversità».

A spalleggiarlo l'editoriale de El Pais, dove si sprecano le accuse alla «stella fascista» che guida la Meloni e la sua idea «poco femminista» - perché pro vita - sulle donne.

SINISTRA GLOBALISTA.

Per non parlare del megafono della sinistra globalista, Politico, che si sta divertendo a paragonare gli anni della dittatura di Benito Mussolini al prossimo governo trainato da Fratelli d'Italia, mentre il The Guardian, dopo aver ospitato Roberto Saviano, ha lanciato l'allarme sulle inesistenti discriminazioni verso il mondo Lgbt e sui fantasiosi dubbi della permanenza dell'Italia nell'Ue.

«Dobbiamo vedere se Giorgia Meloni farà ciò che ha detto davvero o no», ha detto. Quasi una sfida. Qualcuno gli dica che nel programma del centrodestra non c'è nulla di illegale.

 

 

 

CHI VUOLE DISTRUGGERE

GIORGIA MELONI?

Bastabugie.it - Rino Cammilleri – (29 settembre 2022) – ci dice:

Un forte governo di centrodestra ridesta paure strumentali agitate in malafede da media e governi europei (invece Polonia e Ungheria si congratulano).

Scusate se, giunto al fin della licenza, pongo una domanda alla Bertoldo: ma che votiamo a fare?

Campagna elettorale al calor bianco, se in questo sito liberale pubblico una recensione culturale, ci sono lettori che sbuffano perché ho derogato dal Di Maio-Letta-Meloni-Salvini-Renzi-Calenda. A me però viene in mente il verso di Battiato, il famoso cantautore del boh: «Quante stupide galline che si azzuffano per niente».

Sì, perché proprio i frequentatori di questo sito dovrebbero sapere come andrà a finire.

 Ok, il centrodestra vincerà (salvo saponette sotto al piede last minute).

 E poi? Ricordate Salvini ministro degli Interni? Due rinvii a giudizio. Due! L'ha sfangata? Buon per lui, ma la famosa immunità parlamentare serviva proprio ad evitare che un politico fosse costretto a perdere tempo prezioso in cause. L'avversario si azzoppa anche intralciandolo.

 Ebbene, immaginate che cosa succederà a un governo di centrodestra.

Proprio chi qui mi legge dovrebbe sapere bene quale è stato il calvario di Berlusconi:

li ebbe tutti addosso, interni ed esterni. Merkel, Sarkozy, spread, mercati, poteri forti, finanza internazionale, Soros, giornali, media mondiali, nani&ballerine.

Perfino Veronica Ciccone, in arte (si fa per dire) Madonna, venne a cantare in Italia con un video in cui tra i grandi cattivi della storia ci aveva messo il Cavaliere, sicura di strappare l'applauso di tutti color-che-contano qui e in the world.

La nostra magistratura è stata riportata all'imparzialità? No.

I direttori di testata sono tornati al giornalismo puro? No.

 La Rai è tornata al pluralismo? No. E allora, ripeto, che votiamo a fare? Il parlamento europeo ha fatto una standing ovation in sostegno al Gay Pride vietato dalla Serbia.

Ed è da mò che condanna Polonia e Ungheria per gli stessi motivi, cui si aggiunge l'aborto che in Polonia è crollato del 92% da quando il governo ha vietato quello eugenetico (il che la dice tutta).

Orban viene portato a esempio di bestia nera malgrado sia stato votato da praticamente tutti gli ungheresi.

 I polacchi, romantici come al solito (di loro si ricorda l'eroica carica di cavalleria contro i panzer tedeschi), per odio storico contro i russi mandano armi, uomini, soldi a Zelensky, e hanno accolto mezza Ucraina quantunque non possano permetterselo economicamente.

A loro, però, zero Pnrr: non sono democratici perché non consentono l'aborto a go-go e non esaltano i Gay Pride.

Orban, meno romantico è più furbo, piglia il gas da Putin e non dovrà cuocere il gulash senza fuoco. Aspettiamo Madonna, nani&ballerine esibire la sua faccia coi baffetti alla Hitler.

Ma guardiamoci, noi italiani: è una settimana che stiamo incollati ai funerali della regina, e chissenefrega del Britannia. I peggiori nemici del nostro benessere stanno nella City e a Wall Street, ma chi lo dice è un complottista antiamericano.

Berlusconi, reo di voler difendere le ragioni del suo Paese, dovette piegarsi a far la guerra a Gheddafi, che era come tagliarsi le gambe da soli. Per dire.

Ebbene, la Meloni, se vincerà lei, lo sa bene; infatti prima della campagna era andata a farsi dare la benedizione dai conservatives americani.

Da qui il suo sostegno a una guerra ucraina i cui perdenti siamo noi, come sa bene. Non aveva altra scelta: chi vuol comandare in Italia deve chiedere il permesso agli americani. Ma appena si azzarderà a (cercare di) fare gli interessi nazionali, si scatenerà il solito inferno.

Da qui la reiterata domanda: ma che votiamo a fare? Badate non è un invito all'astensione (che è ciò che vogliono i nostri avversari: comandare senza l'intralcio di elezioni), perché votare serve almeno a contarci e far sapere all'avversario da che parte sta il popolo. Ma prepariamoci a far scorte di valium.

Nota di BastaBugie:

Luca Volontè nell'articolo seguente dal titolo "Allarme europeo (in malafede) sulla Meloni" spiega perché la prospettiva di un'Italia governata dal centrodestra (a guida Fratelli d'Italia) ridesta paure strumentali agitate da media e governi europei (mentre Polonia e Ungheria si congratulano e anche la Russia è disponibile a collaborare, a certe condizioni).

Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 settembre 2022:

Fascisti eredi di Mussolini, pericolosi attentatori dell'Europa... la zizzania sparsa da Letta e dalla sinistra illiberale ha attecchito. Al di là degli insulti ignoranti, si apre uno spazio da protagonista per l'Italia in Europa, nel Mediterraneo e per la pace in Ucraina.

Una premessa è nota ma d'obbligo: Già Alleanza Nazionale, con la svolta di Fiuggi, aveva tagliato le proprie radici con ogni ispirazione fascista, tant'è che Pino Rauti e altri fondarono il Movimento Sociale Fiamma Tricolore.

 A maggior ragione, Fratelli d'Italia, nato nel 2012 e presentatosi sin dalle elezioni del 2013, non ha nulla nel suo programma e tra i suoi principi ispiratori che possa rifarsi alle esperienze fasciste, tanto meno quella di Benito Mussolini.

Inoltre, Giorgia Meloni è stata eletta Presidente dei Conservatori europei (ECR) lo scorso 29 settembre 2020, non di una famiglia politica europea di "estrema destra".

Non c'è alcuna buona fede nei commenti dei giornali internazionali, piuttosto livore ideologico per l'ennesima sconfitta della sinistra e della sua "supposta superiorità morale". Partiamo.

Al-Jazeera scova commentatori allarmati del pericolo neofascista in Italia, allo stesso modo si legge della preoccupazione del fascismo di ritorno in Italia sui giornali turchi, tra i quali l'Hurriyetdaily accusa la Meloni di aver forgiato il suo partito sull'eredità del fascismo e Benito Mussolini, mentre il DailySabah si spinge sino a vedere nella Meloni un nuovo Mussolini. La Turchia teme di rivedere un'Italia che finalmente si riappropri del proprio ruolo nel Medio Oriente e nel Mediterraneo, i suoi giornali usano toni indegni.

In Spagna, Francia e Germania i partiti di governo e quotidiani hanno espresso anch'essi preoccupazione per i risultati delle elezioni italiane.

Il ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Albares ha dichiarato che il voto italiano è stato legittimo ma ha lamentato che alcune forze politiche mirano a seguire «il modello di Putin... che è autoritario e non crede nella pluralità o nella diversità» e lanciato il malocchio sull'Italia dicendo che il «populismo finisce sempre allo stesso modo: con una catastrofe».

 A spalleggiare il governo Sanchez, è stato anche stavolta l'editoriale de El Pais, dove troviamo un crogiolo di accuse insulse sulla "stella fascista" che guida la Meloni e la sua idea poco femminista – perché pro-life – sulle donne.

Proprio ieri, però, la ex vicepresidente del governo ed esponente socialista Carmen Calvo, ha accusato l'esecutivo di voler distruggere tutta la legislazione sull'eguaglianza femminile, dopo l'approvazione della Legge Trans. Chi è contro le donne?

Peggio la Francia dove, interpellata dalla radio francese BFMTV, il primo ministro Elisabeth Borne ha detto di esser pronta, insieme alla Unione europea, a vigilare perché «ogni Stato deve essere in linea con i valori europei, sullo stato di diritto, sui diritti umani, tra i quali il rispetto del diritto all'aborto».

La Borne avrebbe ben altro da fare: guida un governo di minoranza e avrà difficoltà ad approvare la "legge di bilancio", nel quale recentemente due esponenti di spicco di Verdi e dei Socialisti si sono dovuti dimettere per le accuse di violenze e tutto l'ufficio di presidenza della commissione sull'incesto, istituita dopo gli scandali della sinistra, lamenta la grave disattenzione dell'esecutivo.

 Più prudente il presidente Macron che, rispetta i risultati elettorali e si augura, «come vicini e amici, di continuare a lavorare insieme».

Per Le Monde invece il successo della Meloni, per la prima volta dalla Marcia su Roma di Benito Mussolini, è un pericolo mortale per l'Europa, visti i risultati delle destre in Svezia e della Le Pen in Francia.

In Germania, il vice-portavoce del Cancelliere Olaf Scholz, si è limitato a dire che «l'Italia è un Paese molto favorevole all'Europa, con cittadini molto favorevoli all'Europa e presumiamo che questo non cambierà».

 Su Der Spiegel fanno capolino le accuse all'Italia spendacciona, con i soldi europei, mentre DW dà ampio spazio a tutti coloro che legano FdI e Meloni al fascismo, Mussolini e la definiscono (come in altri quotidiani) di "estrema destra" per voler promuovere "Dio, patria e famiglia".

Il brillante Eric Mamer, portavoce della Commissione EU, dice che la Commissione spera "di avere una cooperazione costruttiva con le autorità italiane", dopo la formazione del nuovo governo. Un passo avanti, dopo le volgari ingerenze della Von der Leyen descritte su La Bussola i giorni scorsi. L'"house organ" della sinistra globalista, Politico, si diletta a paragonare gli anni di Mussolini con il prossimo governo della Meloni, il The Guardian, dopo aver ospitato le farneticanti analisi di Roberto Saviano, si preoccupa per inesistenti discriminazioni verso gli Lgbtqi e la permanenza dell'Italia nella Ue.

Tutti i leaders conservatori europei hanno invece espresso le congratulazioni per il successo del centrodestra e della Meloni (il polacco Mateusz Morawiecki e l'ungherese Viktor Orban in primis).

Le tre superpotenze? La Cina rimane contrariata dalla dichiarazione della Meloni sul ritiro italiano dalla "Via della Seta" e il sostegno a Taiwan, gli Usa con Antony Blinken sono «pronti a lavorare con il nuovo governo», mentre dal Cremlino Dmitry Peskov dice che la Russia è pronta «ad accogliere qualsiasi forza politica che sia in grado... di dimostrare un atteggiamento più imparziale e costruttivo verso il nostro Paese».

Mosca così apre ad un possibile impegno diplomatico italiano. Fermo restando il nostro sostegno all'Ucraina, il prossimo governo deve cogliere questa responsabilità di essere protagonista per un cessate il fuoco e la pace. Il "modello Di Maio" deve essere dimenticato al più presto e per il bene di tutti.

(Blog di Nicola Porro, 21 settembre 2022- Vassalli degli Usa: votare è (quasi) inutile) 

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