LE MANIFESTAZIONI “ARCOBALENO “SUI DIRITTI
LE
MANIFESTAZIONI “ARCOBALENO “SUI DIRITTI.
TORNA
L'ONDA ARCOBALENO A NEW YORK,
MENTRE
SUI “DIRITTI” GLI USA CON
LA
SENTENZA SULL'ABORTO FANNO PASSI INDIETRO.
Ansa.it
– Gina Di Meo – (25 giugno 2022) – ci dice:
(Società
& Diritti).
Le
strade di New York si tingono di nuovo dei colori dell'arcobaleno.
Dopo
due anni di assenza a causa della pandemia torna la parata Pride.
Il
grande evento che celebra l'orgoglio Lgbtq+ e che nel 2019 ha festeggiato il 50°
anniversario, si svolge il 26 giugno con migliaia di persone a sfilare verso
sud lungo la Fifth Avenue, partendo dalla 25/a strada per raggiungere il West
Village, dove si trova anche il monumento nazionale dello Stonewall per poi
risalire lungo la Settima Avenue fino a Chelsea.
Una
ricorrenza che capita proprio quando il tema dei diritti è messo in discussione
dalla clamorosa decisione della Corte Suprema Usa che abolendo una sentenza sul
diritto all'aborto ha portato l'America indietro nel tempo, a prima del 1973. Una decisione che il presidente Joe
Biden ha definito un "tragico errore".
La
Corte suprema Usa abolisce la sentenza sul diritto all'aborto. Texas e Missouri
primi stati a vietarlo – Lifestyle.
Tre
giudici della Corte Suprema votano contro: 'Tolta la tutela alle donne'.
Ora i
singoli Stati sono liberi di applicare le loro leggi. New York: 'Qui l'aborto resta
legale, siete le benvenute'.
Protestano
i democratici. Nancy Pelosi: 'Decisione crudele, un insulto.
I repubblicani esultano. Trump: 'La volontà di
Dio'.
Biden: "Tragico errore per un'ideologia, a rischio la salute e la vite
delle donne."
La parata di domenica è l'evento culminante
che celebra il Pride Month (giugno è il mese dell'orgoglio Pride) intanto nei
cinque borough della città sono state organizzate decine di manifestazioni, tra
cui a Times Square che per la prima volta, in collaborazione con Playbill, la
rivista che si occupa di teatro, ha organizzato un suo Pride.
Per
tutto il fine settimana 'Pride In Times Square' si mette in festa con
esibizioni live, installazioni artistiche, dibattiti a tema e 'Polar Rainbow'.
Si
tratta di una scultura in realtà aumentata di un doppio arcobaleno realizzata
dall'artista Ancāns. Si eleva per circa 900 metri nel cielo sopra Times Square
e per il pubblico è come avere un immenso arcobaleno sulla testa.
Un'altra enorme bandiera Pride copre la
gigantesca scalinata di Four Freedom Park a Roosevelt Island mentre una
realizzata con fiori ha fatto la sua comparsa a Chelsea.
E in un momento in cui in diversi stati
americani si cerca di limitare i diritti Lgbtq+ la città di New York va in controtendenza
per raccontare invece la loro storia. Dal 2024 lo Stonewall di New York, il
primo monumento nazionale Usa dedicato ai diritti e alle battaglie della
comunità Lgbt+, avrà infatti un ufficio turistico.
Si
tratta del primo ufficio turistico all'interno del circuito dei parchi
nazionali ad essere dedicato alla storia Lgbtq+ e alle rivolte del 1969 che
partirono dallo Stonewall Inn, bar e nightclub nel West Village, spianando la
strada alla nascita del movimento Lgbt.
La struttura sarà collocata all'interno di uno
spazio attualmente vuoto accanto allo Stone-Wall Inn, dichiarato monumento
nazionale nel 2016 dall'allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
L'ufficio turistico sarà finanziato completamente da donazioni e la cerimonia
di posa della prima pietra si è svolta il 24 giugno.
Pride
per pace e diritti,
onda
arcobaleno invade Roma.
Ansa.it-
Giulia Marrazzo – (12 giugno 2022) – ci dice:
"Siamo
900mila, torniamo a fare rumore". Al corteo anche politici.
Da
Piazza della Repubblica fino ai Fori Imperiali: il centro della Capitale si
tinge con i colori dell'arcobaleno.
Al
grido di 'Peace & Love' hanno sfilato per il Roma Pride, secondo gli
organizzatori, "900mila persone".
'Torniamo
a fare rumore' è lo slogan della manifestazione che ha invaso il centro della
Capitale, scelto in onore all'icona Lgbtq+, Raffaella Carrà, scomparsa nel
luglio scorso.
Pride,
Elodie si esibisce durante il coreo: 'Meritiamo tutti gli stessi diritti'.
Un
motto quello scelto soprattutto rilanciare la battaglia per avere piena
uguaglianza di diritti.
Dopo
due anni di pandemia torna un Pride, più colorato che mai e ad aprire il corteo
sono le istituzioni cittadine.
Al fianco del Circolo Mario Mieli e agli
organizzatori, a tenere lo striscione in prima fila, il sindaco di Roma Roberto
Gualtieri che arrivando ha detto: "doveroso per un sindaco essere
qui".
Poi il presidente della Regione Lazio Nicola
Zingaretti che ha esclamato "viva il Pride".
Tanti
gli striscioni comparsi nel corteo festante che si è' snodato per le vie del
centro di Roma anche quello con su scritto "Insieme da 32 anni"
mentre più' in là' compariva "La pignatta dei diritti".
La parte del leone l'ha fatta il carro con le “drag queen” intitolato 'l'esercito della
Carra''. Il
corteo ha anche applaudito una sposa che è passata accanto ai manifestanti.
Quindici i carri della sfilata: Circolo Mario Mieli,
Mucca assassina, famiglie arcobaleno, comunita' ebraica Lgbt+, solo per citarne
alcuni.
Anche
diversi politici presenti, tra gli altri, per il Pd Monica Cirinnà, Laura
Boldrini, Filippo Sensi e Matteo Orfini.
E poi il leader di Azione Carlo Calenda e il
deputato di Forza Italia, Elio Vito.
La regina del Pride romano è stata Elodie, madrina della manifestazione di
oggi, che ha animato la sfilata con le sue canzoni e arrivata sul carro vicino
al Colosseo ha fatto ballare i presenti con il suo singolo 'Bagno a
mezzanotte'.
"Sono molto molto felice, ed è importante
manifestare e ricordare che dove c'è l'amore c'è la normalità e la verità
soprattutto", ha detto.
Da chi
dei diritti ha fatto la cifra delle sue battaglie politiche arriva forte il
richiamo per la manifestazione di oggi: "Dove marcia il Pride scoppia la
pace", ha detto la leader di +Europa, Emma Bonino, sui suoi canali social.
Un
pride che è risultato un successo, non solo Roma. I colori dell'arcobaleno
hanno animato anche il capoluogo ligure.
Migliaia
le persone, tantissimi giovani e ragazzi, in piazza a Genova, con il corteo
aperto dal carro intitolato "offensivi e divisivi".
Abiti
sgargianti, make up e acconciature da notare, tanti striscioni, cartelli - "we are all a little bit
gay"
-, cori e tanta musica.
In piazza con tanti giovanissimi anche genitori
e famiglie con bambini.
Il
mese del Pride fa così sentire la sua voce anche se a Roma la giornata era
iniziata con una contestazione: il movimento politico cattolico “Militia Christi” e il movimento nazionale della “Rete dei patrioti” hanno affisso all'alba manifesti
contro "il
triste evento" lungo il percorso del corteo.
A
favore del Pride si è invece schierata l'ambasciata Usa presso la Santa Sede: "Love si love",
"l'amore è amore": ha scritto in un tweet sostenendo "la parità
di diritti per tutti" e postando anche foto della loro partecipazione
all'evento nella Capitale.
La parata è finita ma la marea arcobaleno è
tornata a fare rumore.
Il
rumore del Pride contro
il
silenzioso deserto dei diritti.
Ilmanifesto.it-
Redazione –(12 giugno 2022) ci dice:
A Roma
torna a sfilare la comunità Lgbt+ e non solo. La pace declinata con il rispetto
della diversità. «E ora subito una legge».
Contro
il silente deserto dei diritti che solo qualcuno può chiamare pace, torna il
rumore del Pride. Orgoglio del proprio orientamento sessuale, orgoglio della
propria identità di genere, orgoglio del proprio corpo in transizione da
esibire ancora con i cerotti della post chirurgia, orgoglio di vivere in un
Paese – e soprattutto in un’Europa – dove ancora c’è o dovrebbe esserci spazio
per reclamare i propri e gli altrui diritti.
Orgoglio
di portare i colori dell’arcobaleno, che mai come quest’anno diventano duplice
simbolo di pace e di diritti civili. Inscindibili. Non c’è l’una senza gli
altri.
Dopo
due anni di silenzio, torna a sfilare a Roma (ma anche a Genova, Bergamo e Dolo
contemporaneamente, e da qui fino al 24 settembre l’Onda Pride 2022 investirà
anche molte altre città italiane) il popolo Lgbtqia+. E non è solo.
«SIAMO
TORNATI, siamo tanti, a fare rumore», urla la cantante Elodie, madrina di
questa edizione, dal suo sound truck, uno dei quindici che hanno sfilato
insieme a centinaia di migliaia di persone per le strade della capitale. È una
festa e una manifestazione, c’è leggerezza e profondità, ma non c’è rabbia.
Pura consapevolezza.
Che a
qualcuno non va giù, come quel tale che a bordo di un grosso suv percorre le
vie che lambiscono la manifestazione sparando a tutto volume «Faccetta nera».
Ma era lui la pecora nera; la gioia e l’orgoglio l’hanno seppellito vivo.
DIETRO
LO STRISCIONE di apertura «Torniamo a fare Rumore» sfilano insieme a Vladimir
Luxuria e per tutto il tragitto, da piazza della Repubblica fino a Piazza della
Madonna di Loreto, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri (a coprire un vuoto
che durava da cinque anni), il presidente della Regione Lazio Nicola
Zingaretti, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini e molti minisindaci,
amministratori comunali e regionali, parlamentari.
Ci
sono rappresentanti del Pd e di +Europa, dei Radicali e perfino un cartello che
rivendica il «Comunismo queer».
Il
serpentone Rainbow si apre al grido: «Sempre orgogliosi e orgogliose, sempre
antifascisti e antifasciste».
Ma è
in quei corpi – giovani e vecchi, di bambini e di malati, nelle carrozzine o
sulle sedie a rotelle – che sembra abbiano atteso tutta la vita per esibirsi,
per esibire i propri desideri, le proprie pulsioni e la propria identità, che
si concretizza quell’essere antifascista.
«ESSERE
QUI È DOVEROSO. Roma deve essere in prima fila per i diritti e contro ogni
discriminazione», dice ai cronisti Gualtieri, che a proposito di pace aggiunge:
«Dobbiamo oggi stare vicini a tutte le
persone che sono vittime non solo di questa guerra di aggressione della Russia
di Putin ma anche delle politiche di discriminazione contro i diritti e la
comunità Lgbt in Russia. Oggi dobbiamo essere vicini anche a loro».
E
Zingaretti: «Il Pride è soprattutto un’esplosione di vita, di voglia di
rapporto con gli altri. Non può che far bene a tutte e a tutti, anche a chi non
è venuto. Il diritto alla differenza e all’essere se stessi è un sentimento
positivo».
L’«AFFOLLATA
presenza di politici nazionali e locali al Roma Pride» è ben vista dal
portavoce del Partito Gay-Lgbt+, Solidale, Ambientalista e Liberale, Fabrizio
Marrazzo, che però chiede «azioni concrete e non solo passerelle».
Per
questo, aggiunge, «dopo il fallimento della legge al Senato contro l’omotransfobia abbiamo chiesto ad oltre 100.000
consiglieri Regionali e Comunali, appartenenti a circa 8 mila enti, di fare un gesto concreto per la
comunità Lgbt+.
Come
azione concreta chiediamo di approvare la nostra proposta di delibera che può
sanzionare con una multa di 500 euro studenti, docenti, lavoratori e chiunque
fa propaganda di odio o discrimina le persone Lgbt+, donne e persone con
disabilità, come oggi già avviene per chi lo fa contro neri ed ebrei ad esempio,
anche in assenza di una legge nazionale, grazie a delibere regionali e comunali
valide nei territori di competenza». Un modo per superare «l’immobilismo del
Parlamento».
Inoltre,
dice, «il ricavato delle sanzioni andrà a costituire un fondo a disposizione
degli Enti per pervenire l’odio contro le persone Lgbt+».
Mentre
la Casa Internazionale delle Donne chiede l’approvazione immediata del ddl Zan,
per il
segretario generale di Arcigay Gabriele Piazzoni, «i quasi cinquanta Pride
italiani di quest’anno, un record in Europa, sono il contrappeso del nulla di
fatto della politica. Esiste in Italia un’emergenza diritti che riguarda le persone
lgbtqi+ e tutti i gruppi sociali discriminati. È un’emergenza, che provoca
solitudine, fragilità, violenza, abbandono, ostacoli».
ERA IL
LONTANO 1994 quando il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, con
l’Arcigay, diede vita al primo Gay Pride a Roma.
Eppure
quello che ha sfilato finalmente di nuovo nelle strade romane ieri sembrava
animato da uno spirito rinnovato. Amore e politica. Peace and love. Stop the war. «Pride
to be in Europe», «Fuori dal medioevo».
C’è
per la prima volta il colorato e chiassoso carro della comunità Lgbt+ ebrea
#proud&jews, c’è lo spezzone Cristiani Lgbt, ci sono gli «Anziani» gay e
lesbiche, ci sono i trenini con i bambini delle famiglie arcobaleno, c’è
l’Agedo (famiglie e amici di persone lgbt+), ci sono le rappresentanze delle
federazioni di rugby e di volley. C’è – anche questa una primizia – il carro di
rappresentanza del Regno unito firmato Great Love is for everyone con l’Ambasciatore britannico in
Italia, Ed
Llewellyn,
da poco arrivato in Italia e già impegnato nella difesa dei diritti delle
minoranze. Music
made in Britain, of course.
E c’è
il sound truck della Cgil: «Solo la pace», porta scritto. Perché? «Perché senza
diritti la pace è un deserto».
Gay
Pride, in
piazza per i diritti civili
e
umani. A Varsavia polacchi
insieme
a ucraini.
It.euronews.com-
Debora Gandini – (26/06/2022) - ci dice:
Bandiere
arcobaleno, slogan e cori in difesa dei diritti civili della comunità Lgbt.
E poi
i classici carri colorati tra musica e impegno sociale. A Varsavia migliaia di
giovani polacchi hanno sfilato al Gay Pride, un corteo che quest'anno si è
svolto sotto il patrocinio del sindaco liberale della capitale polacca, Rafal
Trzaskowski.
"Varsavia è per tutti; la stragrande
maggioranza di miei connazionali ha la mente aperta, è tollerante,
europea" ha assicurato il sindaco in aperture della manifestazione insieme
con la commissaria Ue per l'uguaglianza Elena Dalli, giunta da Bruxelles.
"Qui
noi ci possiamo permettere di andare in giro tenendoci per mano, dice un
giovane gay. Con il passare del tempo ci sono sempre meno pregiudizi ma c’è
sempre un po’ di nervosismo. Il partito al governo ci disprezza, quindi
dobbiamo pensare sempre a difenderci."
Quest'anno
insieme ai polacchi a Varsavia sono scesi in piazza gli ucraini. Da quando è
iniziata la guerra in Polonia si trova la più grande comunità di rifugiati. “Senza l'Ucraina libera non saranno
rispettati i diritti delle persone Lgbt, ha sottolineato Lenny Emson che
rappresentava il gruppo ucraino. Questa volta non marciamo solo per i diritti delle
persone omosessuali ma per i diritti umani di tutti, in modo particolare per
quelli del popolo ucraini che sono stati sottratti dall’invasione russa.”
(E
Soros, finanziatore di tutte le manifestazioni arcobaleno, gongola! Ndr)
Diritti
civili e diritti umani.
Da
Varsavia a Sarajevo.
Anche
qui si è tenuto in un'atmosfera di festa il Gay Pride, il terzo finora
organizzato finora nella capitale bosniaca la cui popolazione è in larga parte
musulmana. Accompagnato da musica e tanti il corteo ha attraversato il centro
della città, dal monumento al milite ignoto, attraverso il Viale Maresciallo
Tito fino al Museo storico, dove su un palco sono intervenuti gli
organizzatori.
Dall’Europa
a Città del Messico.
Qui
migliaia di donne e uomini hanno sfilato per le strade della città per una
società tollerante e libera e contro ogni forma di odio e discriminazione. Un
corteo particolarmente significativo in un paese dove, specie nelle zone
rurali, la comunità omosessuale è ancora nel mirino di episodi di violenze
omofobiche.
"Noi
siamo qui in strada anche in nome di tutte quelle persone che non possono
farlo, racconta un giovane studente – drag queen.
Questi
slogan e questi striscioni che innalziamo non sono solo per noi, ma per quelle
persone che vivono nascoste, che subiscono ogni giorno discriminazioni
razziste. Noi siamo qui".
Stessi
colori anche nelle Filippine,
diventate
ormai una nazione che seppure prevalentemente cattolica, ha accettato e
integrato nelle società omosessuali e transgender.
C’è
ancora molto da fare, dicono le organizzazioni, specie nelle comunità più
povere.
Ma i
grandi centri urbani sono diventati la meta gay-friendy dell’Asia.
Bandiera
arcobaleno.
Wikipedia.org - enciclopedia libera –
(10-6-2022) - ci dice:
La
"bandiera arcobaleno".
La
bandiera arcobaleno (chiamata anche bandiera rainbow o talvolta,
impropriamente, bandiera gay) è attualmente il simbolo più usato e noto del
movimento LGBT. L'originale bandiera arcobaleno realizzata da Gilbert Baker è
stata acquistata dalla galleria d'arte moderna MOMA nel 2015.
La
bandiera arcobaleno è il simbolo del movimento di liberazione omosessuale.
Si
differenzia dalla bandiera della pace principalmente per l'assenza della scritta
PACE, ma anche perché la disposizione dei colori è speculare (il rosso è in
basso nella bandiera della pace, in alto in quella LGBTQ+), e infine perché la
bandiera della pace prevede sette strisce di colore al posto delle sei di
quella LGBTQ+.
La bandiera
arcobaleno, talvolta chiamata "bandiera della libertà" (freedom
flag), è stata usata come simbolo dell'orgoglio gay e lesbico dagli anni
ottanta. I colori simboleggiano l'orgoglio gay e i diritti gay. Ebbe origine
negli USA, ma ora è usata in tutto il mondo.
Fu
creata nel 1978 a San Francisco dall'artista Gilbert Baker, e aveva in origine otto colori,
ognuno simboleggiante un aspetto caro alla simbologia New age (serenità, spiritualità, natura, vita,
sessualità...).
Per
ragioni di difficoltà e costo nel reperire tutti i colori previsti, le tinte si
sono successivamente ridotte prima a sette e poi alle attuali sei.
La
bandiera viene oggi usata sia nelle manifestazioni pubbliche LGBT, come i
Pride, sia all'esterno di locali o attività LGBT, da sola o in congiunzione con
altri simboli, come segnale di riconoscimento.
Dopo
il 27 novembre 1978, con l'assassinio del consigliere comunale Harvey Milk, gay
dichiarato, per soddisfare le richieste, la Paramount Flag Company incominciò a
vendere una versione della bandiera in stoffa consistente in sette strisce di
rosso, arancione, giallo, verde, turchese, blu, e viola.
Nel
1989, la bandiera arcobaleno fu al centro dell'attenzione negli USA, dopo che
John Stout fece causa ai suoi padroni di casa e vinse, poiché questi gli
avevano proibito di mostrare la bandiera dal balcone del suo appartamento di
West Hollywood.
La
bandiera arcobaleno ha celebrato il suo 25º anniversario nel 2003.
Nell'autunno
del 2004 a diverse attività commerciali gay di Londra venne ordinato dal
Consiglio comunale di Westminster di rimuovere la bandiera arcobaleno dai loro
edifici, perché l'esposizione di una bandiera necessita di autorizzazione.
Nel
giugno 2015 il Museum of Modern Art (MOMA) di New York ha acquistato la
bandiera originale a otto colori, esponendola nella galleria di design
contemporaneo.
Colori
dell'arcobaleno come simbolo dell'orgoglio gay.
A
Montréal, la stazione della metro di Beaudry, che serve il villaggio gay della
città, è stata ricostruita con elementi recanti i colori dell'arcobaleno
integrati nel suo disegno.
A
Milano, la stazione della metro di Porta Venezia è decorata con una livrea
riportante i colori della bandiera arcobaleno. Inizialmente applicata durante
il Pride Month con la sponsorizzazione di Netflix, per volontà del sindaco
Sala, il tema della stazione è stato reso permanente.
La
bandiera arcobaleno viene orgogliosamente esposta e sventolata, in special modo
durante l'annuale "Gay pride" nazionale che si celebra attorno al 28
giugno (data
in cui si commemora la "rivolta di Stonewall").
Pride Milano, Regione Lombardia
nega
il patrocinio alla manifestazione
«arcobaleno»
di sabato
2 luglio 2022.
Milano.corriere.it
- Stefania Chiale – (22 giugno 2022) – ci dice:
Bocciata
la richiesta dell’Arcigay nonostante il Consiglio regionale avesse approvato,
con voto segreto, una mozione per garantire una presenza istituzionale alla
manifestazione Lgbt.
Galizzi
(Lega): «La giunta ha riportato l’ordine».
(I globalisti dem Usa sono entusiasti
dei seguaci LGBT dei soci del PD italiano. Ndr)
La
Regione Lombardia nega anche quest’anno il patrocinio al Gay Pride di Milano
previsto per sabato 2 luglio.
L’Arcigay di Milano, come tutti gli anni, era
tornata a farne richiesta per aggiungere il patrocinio della Regione a quella
di Comune e Città metropolitana. Questo dopo che il 14 giugno il Consiglio regionale
aveva approvato, con voto segreto, la mozione per garantire una presenza
istituzionale alla manifestazione Lgbt prevedendo la partecipazione di un
rappresentante della Regione e l’illuminazione della facciata di Palazzo
Pirelli con i colori della bandiera arcobaleno.
«Niente di nuovo rispetto al passato —
commenta il presidente di Arcigay Milano, Fabio Pellegatta —, ma una triste
conferma: evidentemente
la linea politica della Regione rimane inalterata e si conferma insensibile nei
confronti di una manifestazione di libertà.
Il
loro modo di concepire la tutela della libertà è diverso dalla nostra, in un
momento storico in cui a livello internazionale appare evidente che i diritti
non sono mai acquisiti per sempre».
La
sentenza Usa contro l’aborto.
Il
riferimento è alla recente sentenza del Corte suprema degli Stati Uniti che ha
cancellato il diritto all’aborto a livello federale.
«È estremamente importante decidere dove
stare: se
dalla parte di una società che tutela le libertà individuali di tutti o da quella di chi a livello
internazionale sopprime i diritti delle persone Lgbt.
I
diritti sono una costruzione continua: se non si è continuamente coinvolti in
questa costruzione si rischia di perdere quelli già ottenuti e di vedere
allontanarsi quelli che ancora mancano, come in Italia».
Quando
l’«Arcobaleno» sfilò a Sanremo.
Sono
passati 50 anni, infatti, dalla prima manifestazione del movimento Lgbt
italiano (a Sanremo nel 1972):
«In questi 50 anni — continua
Pellegatta — è cresciuta la partecipazione della popolazione a un progetto di
crescita sociale e di civiltà.
Dal
punto di vista istituzionale e giuridico ci sono state tre leggi: la 164 sul diritto all’identità di
genere (1982), la legge Cirinnà e l’assorbimento della Direttiva europea sulla
discriminazione sul posto di lavoro.
Queste
leggi hanno tutte bisogno di una revisione e implementazione: la legge Cirinnà sul matrimonio
egualitario e sulle adozioni, la 164 sulle problematiche per le persone
transessuali e transgender».
Galizzi
(Lega): «Riportato l’ordine».
Per
Alex Galizzi, consigliere regionale della Lega, invece, la Giunta lombarda ha
«riportato l’ordine» negando il patrocinio: «Se dobbiamo replicare le oscene
ostentazioni di Cremona, dove una statua della Madonna è stata vilipesa, è bene
riportare ordine e così la Giunta ha fatto».
Il
voto favorevole del Consiglio regionale lo scorso 14 giugno è stato «un errore madornale che finisce per
confondere gli elettori e dare uno spaccato falsato di quello che rappresentano
simili iniziative».
Il
Pride,
continua il consigliere, «si fa portavoce della teoria gender nelle scuole e ai danni
dei più piccoli, degli asterischi nella grammatica, dei bagni neutrali, della
carriera alias, nonché dell’adozione di bambini per persone dello stesso sesso
e, cosa ancora più grave, della vergognosa pratica dell’utero in affitto».
Simone
Verni (M5S): «Modalità Medioevo».
Mentre
per Simone Verni (M5S), primo firmatario del pdl 109 e della mozione approvata
in aula, «la
demagogia e l’intolleranza di questa classe politica di non hanno limiti. Il
voto del Consiglio aveva rappresentato un segnale, una speranza di un futuro
fatto di maggiori diritti, più tollerante ed inclusivo. La Giunta al contrario,
scegliendo di non patrocinare il Pride, ha voluto affrettarsi a riportare
l’ordine vigente in modalità medioevo».
Dalla
giunta Fontana «non ci potevamo aspettare niente di meglio — commenta la
consigliera regionale del Pd Paola Bocci —. Il Pride è una manifestazione di
libertà contro ogni forma di discriminazione, negando il patrocinio la giunta
regionale perde un’occasione per dimostrare la sua vicinanza alla comunità
lgbtq+.
A
maggior ragione ha valore la presa di posizione del Consiglio che a
maggioranza, sebbene a voto segreto, ha imposto la partecipazione ufficiale
della Regione e l’illuminazione di Palazzo Pirelli. Evidentemente, con buona pace della
Lega, certe posizioni omofobe e retrograde non sono condivise nemmeno da tutti
gli esponenti del centrodestra».
Diritti
solo a colori.
L'onda
Pride attraversa l'Europa
e a
Milano il sindaco Sala sfida il governo.
Rainews.it
– Redazione – (2 luglio 2022) – ci dice:
A
Londra in migliaia alla marcia colorata a 50 anni dal primo corteo. Sala: i
figli delle coppie omogenitoriali riavranno il riconoscimento.
Tripudio
di colori nelle strade di Londra per il Pride, a 50 anni della prima marcia del
Pride a Londra che avvenne nel 1972.
Dopo due anni di stop a causa della pandemia
di coronavirus, una folla vivace di centinaia di migliaia di persone si è
presentata per partecipare o assistere alle celebrazioni, con bandiere
arcobaleno, glitter e paillettes.
La manifestazione di oggi si è snodata lungo
un percorso simile a quello di 50 anni fa, partendo da Hyde Park e girando per
le strade verso Westminster.
Previsto
anche un concerto a Trafalgar Square.
Dall'evento
di 50 anni fa a oggi sono stati guadagnati diritti e libertà
"memorabili", "ma c'è ancora molto da fare", ha detto Chris
Joell-Deshields, direttore degli organizzatori Pride in London.
Il
sindaco di Londra, Sadiq Khan, che si è unito alle celebrazioni, ha accolto con
favore una "bella giornata" di "unità, visibilità, uguaglianza e
solidarietà".
Alla marcia, guidata da membri del Gay Liberation
Front dalla protesta del 1972, era attesa la partecipazione di più di 600
gruppi LGBTQ.
Rappresentate
anche organizzazioni che vanno dagli enti di beneficenza alle università ai
servizi di emergenza.
I
partecipanti erano stati invitati a fare un test Covid-19 prima della marcia,
visto che i casi del virus sono in aumento in tutta la Gran Bretagna.
L'Agenzia
per la sicurezza sanitaria del Regno Unito aveva emesso un avviso simile per le
persone che mostravano possibili sintomi di vaiolo delle scimmie.
A
Milano famiglie e giovani cristiani.
Sono
decine di migliaia le persone che sfidano il sole cocente del primo weekend di
luglio per partecipare alla parata del Pride Milano, partita da Vittor Pisani
in direzione Arco della Pace.
In
testa al coloratissimo corteo, tra carri di associazioni e brand, centri
sociali e sindacati, le famiglie arcobaleno con i loro bambini.
"Siamo
qui per i diritti di tutti" dicono Barbara e Chiara, mamme di Leonardo,
spiegando che "i diritti sono privilegi se valgono solo per pochi. Le
famiglie arcobaleno hanno presentato una proposta di legge per il matrimonio
egualitario, per essere riconosciute come famiglie a tutti gli effetti".
Eppure
qualcosa si muove, se in testa al corteo ci sono anche i Giovani Cristiani
Lgbt+: "Dio
non ficca il naso tra le lenzuola - dice Paolo, teologo - la vita nella
comunità è diversa da quanto si possa pensare, la Chiesa è accogliente nei
nostri confronti, non c'è discriminazione nella quotidianità perché la Chiesa è
come l'Arca di Noè: c'è posto per tutti".
E c'è
posto per tutti anche al Pride, con giovani e non arrivati da tutta la
Lombardia, con collanine e bandiere arcobaleno, outfit sfacciati, parrucche
esagerate, tanta voglia di stare insieme e immaginare, per un giorno, che un
altro mondo sia possibile.
Il
sindaco Sala: i figli delle coppie omogenitoriali riavranno il riconoscimento.
"Oggi
voglio fare un piccolo annuncio. Abbiamo da ieri riattivato il riconoscimento
dei figli nati in Italia da coppie omogenitoriali. È con grande gioia che ho
firmato ieri il provvedimento personalmente nel mio ufficio".
Lo ha
annunciato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco del Pride. Il Comune
aveva già iniziato a riconoscere i figli di queste coppie poi "avevamo
avuto sentenze avverse e il Parlamento doveva legiferare, ho aspettato che lo
facesse ma non si sono mossi e dovevo fare la mia parte", ha spiegato.
Tante
città.
Sono
sei le città che questo weekend vengono attraversate dall’Onda pride, la grande
manifestazione a sostegno dei diritti delle persone lgbti.
Oltre
che a Milano, si sfila a Napoli, Bari, Catania e Sassari. Domani infine corteo
a Padova.
“Ancora un fine settimana attraversato dalle
rivendicazioni di diritti e uguaglianza - dichiara Gabriele Piazzoni,
segretario generale di Arcigay -. Siamo nel pieno di una mobilitazione che
interessa tutto il Paese e che è l’unico argine vero ai venti oscurantisti che
ci giungono da Oltreoceano. Se l’Italia non arretrerà in tema di diritti non è
per le promesse di qualche politico, semmai perché le persone che abitano
questo Paese non lo permetteranno. La nostra onda è stimolo, rivendicazione ma anche
monito per la politica: "La retromarcia sui diritti qui non passerà”,
conclude.
(Tutta l’Europa e gli Usa sono controllati
dai miliardari globalisti pro gay. Questi vogliono ridurci tutti in schiavitù
con la promessa del sesso gay. Il loro capo è Klaus Schwab.
Col
suo Reset Globalista incita i popoli alla distruzione dell’umanità. Soros,
finanziatore del movimento arcobaleno, è soddisfatto! Ndr)
Brainpull
e Milano Pride: il
marketing
sociale
per i diritti civili
delle
persone LGBT+.
brainpull.com
– Tiziana Fisichella – redazione – (10-7-2021) – ci dice:
We are
welcome è
un invito rivolto alle persone LGBT+ a esprimere la propria presenza in maniera
chiara e positiva.
Strategie
di marketing per il sociale: il Milano Pride.
Brainpull
ha creato la campagna di comunicazione per il Milano Pride 2021.
Un
lavoro di perfetta sincronia interna fra i nostri reparti ed esterna con
l’organizzazione dell’evento, che ci permette di raccontare anche come si
sviluppa una campagna di marketing nel sociale.
Schematizziamo,
ma in Brainpull ogni processo è condiviso (ve ne abbiamo già parlato in questo
articolo sul marketing circolare).
Cos’è
un creativo concept?
Il
creativo concept è la descrizione ampia degli elementi fondamentali e degli
obiettivi di un progetto di marketing e comunicazione, ne esprime i presupposti
e programma la sua esecuzione
. È la
definizione strategica dell’idea, declinata sugli obiettivi che l’azione si
fissa. Il concetto creativo ha sempre un fine, spiega i modi e gli strumenti
attraverso i quali intende raggiungerlo, permettendo al prodotto di
posizionarsi nella mente degli utenti in modo nuovo rispetto al passato - se
già esistente - e ai competitor.
Claim
della campagna marketing per il Milano Pride 2021.
Il
claim per il Milano Pride 2021.
Il
concept, quindi, costruisce o modifica la connessione tra brand e target. È il grado di innovazione e
originalità che inserisce nella relazione, attraverso i contenuti in cui si
traduce, che misura il livello di creatività del concept. Autore è il copywriter, che verifica
e struttura l’azione interagendo con le figure strategiche, creative e
operative dell’agenzia.
È un
processo di orchestrazione condivisa, in cui il livello di collaborazione è
intenso e a più vie. A partire dal concept sono impostate le attività che
compongono la campagna di marketing: claim; visual; videoclip; topic
social.
Il
concept deve sapersi trasferire con coerenza in output efficaci e memorizzabili,
adeguandosi alle caratteristiche dei media, lungo i quali percorrerà il suo
cammino verso i target. Creatività genera creatività!
Il
Creative Concept di Brainpull per Milano Pride 2021.
Per
evitare discriminazioni, la cultura LGBT+ ha adottato una duplice strategia:
da un
lato si è codificata, rendendosi leggibile solo dal suo interno – si veda
l’esempio del Polari -, dall’altro si è mascherata da cultura eterosessuale
alternativa, producendo contributi che hanno modificato lentamente la mentalità
dominante.
La
contaminazione virtuosa ha preparato il terreno alla visibilità che il popolo
LGBT+ si è guadagnata in tempi recenti.
Il
coming out ha rivelato la naturale presenza della comunità nel tessuto sociale
e il Pride è al centro di questo percorso.
Le
manifestazioni dell’orgoglio LGBT+, nate nel 1970 per celebrare i moti di
Stonewall, sono l’occasione più importante per rivendicare il riconoscimento
dei diritti civili in tutto il mondo.
I
Pride delle città italiane si raccolgono attorno al movimento Onda Pride, che
coordina le attività nazionali nel rispetto della libertà dei circoli. A Milano
il Pride è organizzato dalla Commissione Pride del CIG Arcigay Milano, in
collaborazione con il Coordinamento Arcobaleno.
Offrire
il nostro sostegno al Pride nella più grande città italiana è stato più che
doveroso in questo preciso momento storico.
La
campagna di marketing sociale di Brainpull per il Milano Pride 2021 è nata in
un momento di grande incertezza riguardo alle modalità di svolgimento della
manifestazione.
La pandemia da Covid-19 l’avrebbe
ragionevolmente trasformata in uno o più eventi online, a cui partecipare da
casa attraverso gli schermi di pc e smartphone. Come invitare la colorata platea del
Pride a partecipare a eventi prevalentemente digital, rimanendo distanti ma con
lo spirito dell’incontro, così caro alla comunità LGBT+?
Dal
concept al claim: il marketing di poche parole.
La
creazione del claim è uno dei compiti tipici del copywriter: formulare in un’espressione
breve il contenuto del creativo concept è un lavoro di delicata sintesi
creativa applicata al marketing sociale.
Il
claim del Milano Pride 2021 è “We are welcome”, un’affermazione semplice e
diretta di appartenenza.
Le
differenze sono il pensiero dominante del futuro: abitano le strade e la rete,
l’economia e il linguaggio, le scuole e gli uffici.
La comunità LGBT+ oggi può affermare con
consapevolezza e assertività la sua presenza. Nessuno può essere escluso dal
proprio posto naturale nella società e non si bussa alla porta della propria
casa!
We are
welcome è un invito rivolto alle persone LGBT+ a esprimere la propria presenza
in maniera chiara e positiva.
Nel
claim riecheggiano le parole di” I will survive”, il più iconico inno dell’orgoglio
LGBT+ di tutti i tempi.
Ci
siamo ispirati a questi versi, ma li abbiamo rivolti in positivo a chi
condivide i nostri valori, invitandoli a venire con noi nella grande casa del
Pride, dove tutti siamo i benvenuti!
"Siamo
partiti dalla metafora del Pride come casa comune, come luogo d’incontro delle
persone che credono nella cultura dell’inclusione. È un luogo ideale, più che
fisico: ovunque e ogni giorno è necessario manifestare per il rispetto e
l’uguaglianza, affermare con forza il rifiuto delle discriminazioni. Volevamo
far rivivere lo spirito festoso della parata, che con difficoltà si sarebbe
svolta fisicamente".
(Mariangela
Ragusa, Art Director & Pietro Minniti, Copywriter)
Concentrare
lo sguardo degli osservatori su diversi modelli di scarpe, ha permesso anche
una duplice citazione dell’origine del Pride. Innanzitutto, il leggendario
lancio del décolleté di Sylvia Rivera, che secondo alcuni diede il via alla
rivolta di Stonewall. Poi, un omaggio a Judy Garland e alla sua Dorothy, icona
di quegli stessi moti.
Alla
realizzazione del video ha partecipato tutta la squadra di Brainpull: alcuni
dietro la videocamera, altri come costumisti o indossando le scarpe.
Una
festa per raccontare una festa: “We are Brainpull” e ogni occasione di
divertimento insieme è la benvenuta!
Parliamo
e ci capiamo: raccontare l’orgoglio LGBT+ sui canali social.
Il
creativo concept è stato declinato in stimoli di conversazione mirati ai canali
social del Milano Pride, per raccontare ai follower alcuni aspetti della
cultura LGBT+.
Piattaforme
social del Milano Pride.
I
social del Milano Pride.
Copywriter,
art director e social media manager hanno lavorato a sei mani e i topic scelti
sono stati:
Teasing
Pride Month,
post copy based con frasi significative del concept, per generare curiosità e
nutrire l’attesa. La pubblicazione della clip ha sancito l’inizio della fase
reveal, con la diffusione delle date del Milano Pride;
WikiPride, parole caratteristiche della
comunità LGBT+ entrate nel linguaggio comune, spiegate nella loro origine e nel
significato;
Pride
Map, con
infografiche ispirate al layout dei navigatori, raccontiamo il difficile
percorso dell’Italia verso una legge contro gli atti d’odio.
Il
nostro reparto ADV ha, inoltre, sostenuto con campagne dedicate la visibilità
del sito del Milano Pride sul motore di ricerca Google, anche rimandando
direttamente agli eventi in programma.
Wom
Strategy: tutti dicono “We are welcome!”
Il coinvolgimento
degli stakeholder è stato focalizzato verso le maggiori testate giornalistiche
online e offline, in un lavoro a più mani tra gli uffici stampa di Brainpull e
del Milano Pride.
A
partire da un concept e una struttura da noi impostata, arricchita dagli
organizzatori della manifestazione, il comunicato stampa è stato diffuso
verso le redazioni online italiane e internazionali ritenute strategiche.
Milano
Pride 2021: tra piazza e digital c’è di mezzo il rispetto.
L’edizione
2021 del Milano Pride ha affiancato eventi fisici distanziati e appuntamenti
digitali.
La
partecipazione è stata massiccia anche grazie al largo consenso popolare legato
alle difficoltà di approvazione del Ddl Zan.
Ai
sold out registrati in piazza Francesca Romana e all’Arco della Pace, vanno
aggiunte le persone presenti all’evento finale e i visualizzatori delle dirette
streaming sui canali social: circa 40.000 presenze, ma è impossibile avere dati
precisi e ufficiali.
Chiudiamo,
allora, con le parole di Tiziana Fisichella, coordinatrice del Milano Pride:
Siamo
stati subito colpiti dalla passione con cui Brainpull ha affrontato questa
avventura insieme a noi. “We Are Welcome” è un manifesto perfettamente aderente allo spirito
del Pride. Una nota di merito va al videoclip, che nella sua semplicità
rappresenta il principio portante delle nostre manifestazioni.
(Tiziana
Fisichella.
Insieme,
liber* di esistere, per rivendicare i nostri diritti e le nostre esistenze, con
la potenza dei nostri corpi in un clima festoso ma fortemente politico).
La
storia del “Pride”
attraverso
i suoi simboli.
Kenwordclub.it
– Mallander – (28-6-2022) – ci dice:
Perché
la bandiera arcobaleno? Perché le marce si svolgono a giugno? E perché si chiamano
“pride”? Ecco tutto quello che bisogna sapere sui movimenti per i diritti LGBT+
I Gay
Pride, o più correttamente Pride, sono manifestazioni in cui i partecipanti
marciano pacificamente lungo le strade di una città per rivendicare i diritti
degli appartenenti alla comunità LGBT+.
Nel
corso dei decenni, queste manifestazioni pacifiche che si svolgono a inizio
estate sono diventate un appuntamento consolidato, familiare a milioni di
persone che lo sostengono indipendentemente dal proprio orientamento sessuale:
ma come spesso accade con le manifestazioni popolari, che diamo ormai per
scontate, si tende a dimenticarne la storia e le origini.
Ecco
perché abbiamo deciso di ripercorrere la storia del Pride attraverso i suoi
simboli principali:
a
cominciare dai termini inglesi “gay” e “pride”, per arrivare alla bandiera arcobaleno, protagonista assoluta di ogni Pride
fino a diventare soggetto per la celebre rainbow cake, e alla ragione per cui queste marce
si svolgono solitamente nel mese di giugno.
Da
dove deriva la parola gay?
Letteralmente,
l’aggettivo inglese “gay” significa gaio, allegro. Anche se spesso utilizzato con
accezione neutra (basti pensare alla “gay tarantella” citata nella canzone
That’s Amore del 1953), già dall’Ottocento il suo significato iniziò ad avere
anche un connotato dispregiativo, come nell’espressione “gay woman” che in italiano possiamo tradurre con
“donnina
allegra”.
Nel ’900 negli USA il termine “gay” iniziò a essere
usato per indicare con disprezzo gli omosessuali, come sinonimo di “depravato”,
ma fu nel corso degli anni ’60 che questo termine fu rivendicato dalla comunità
omosessuale statunitense per auto-definirsi.
I
militanti dell’epoca, infatti, intesero rifiutare parole come “omofilo”, allora
in uso, preferendo restituire – con fierezza appunto – il significato positivo
originario a un vocabolo del proprio gergo, gay appunto.
Perché
le manifestazioni si chiamano Pride?
È
opportuno ricordare, in proposito, che negli USA (ma non solo) all’epoca le persone
omosessuali erano spesso arrestate dalla polizia, o picchiate, torturate e
talvolta uccise per strada.
La legislazione degli Stati Uniti e di molti
altri Paesi proibiva a persone dello stesso sesso di tenersi per mano in
pubblico, di baciarsi, di vestire con abiti dell’altro genere, oltre che
naturalmente di sposarsi e di essere riconosciuti ufficialmente come coppie.
In
questo senso, la parola “pride” è stata scelta proprio per rivendicare
pubblicamente la fierezza, più che l’orgoglio, di riconoscersi per quello che
si è, in contrapposizione alla vergogna in cui si trovavano (e in alcuni Paesi
si trovano tuttora) a vivere le persone gay per paura di essere scoperte e
perseguitate.
Perché
si svolgono a giugno?
La
nascita dei Pride è legata a un preciso avvenimento storico: i “moti di
Stonewall”, con riferimento al “bar Stonewall Inn” che si trovava nel Greenwich
Village di New York.
Ancora
negli anni ’60 erano frequenti le retate della polizia in bar e locali
frequentati da gay, con arresti di massa e sospensione della licenza ai gestori
che servivano alcolici a persone omosessuali.
Ma
nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 cambiò qualcosa: l’ennesima irruzione violenta fece
scattare la rivolta degli avventori dello Stonewall Inn, che diedero vita a
giorni di scontri con gli agenti antisommossa accorsi per sedare la rivolta
contro i soprusi della polizia.
Quell’episodio fu definito “la caduta della forcina che si udì in
tutto il mondo”, e dalla rivolta dello Stonewall nacque il “Gay Liberation Front” e in definitiva
tutto il movimento per il riconoscimento dei diritti della comunità LGBT+, che anno dopo anno a giugno organizza
i Pride in ricordo delle prime battaglie avvenute cinquanta anni fa.
Perché
si sventola la bandiera arcobaleno?
Il
simbolo più noto delle lotte per i diritti dei gay è la bandiera arcobaleno.
È simile alla bandiera della pace, da cui si
differenzia per due particolari: ha un colore in meno (il turchese) e l’ordine dei
colori è opposto, con il rosso in alto.
La
somiglianza non è casuale: l’arcobaleno, infatti, è universalmente riconosciuto come simbolo
di pace e armonia.
La “rainbow flag” della comunità LGBT+ fu disegnata
dall’artista Gilbert Baker nel 1978, e in origine aveva 8 colori invece dei 6
attuali:
oltre
al turchese, c’era anche il rosa in cima. In linea con la filosofia new age,
ogni colore corrispondeva nella visione di Baker a un preciso significato: il
rosa per la sessualità, il rosso per la vita, l’arancione per la salute, il
giallo per la luce del sole, il verde per la natura, il turchese per la magia e
l’arte, il blu per la serenità e infine il viola per lo spirito.
Le
strisce divennero poi sette perché la stoffa rosa era difficile da reperire, e
infine nel 1979 sparì il turchese per un altro motivo molto pratico: gli
organizzatori della parata di San Francisco volevano dividere in due la
bandiera per decorare i due fianchi del corteo, e avendo quindi bisogno di un
numero pari di strisce decisero di eliminare il colore azzurro.
Nacque
così la bandiera che da più di quarant’anni sventola a ogni Pride, a
simboleggiare la lotta pacifica di milioni di persone per un mondo che
riconosca a tutti il diritto di amare ed essere amati senza doversi nascondere.
Quest’anno
le marce dei Pride non animeranno le strade del mondo, ma le bandiere
arcobaleno continueranno a colorare soprattutto balconi, finestre e tetti delle
case, come simbolo della prosecuzione del cammino verso un futuro di pace e
rispetto per ognuno.
RainboWorld:
la conquista
dei
diritti LGBT+ nel mondo.
Sinapsi.unina.it
- Arianna D'Isanto – (23-6-2022) -ci dice:
Le
leggi sulla parità e i matrimoni tra persone dello stesso sesso rientrano tra
gli argomenti più controversi della politica di ogni paese e in alcune nazioni,
anche se non in tutte per ora, i diritti LGBT+ vengono incoraggiati e
rispettati.
Il
rapporto, intitolato “Progressi Polarizzati”, si è concentrato
sull’accettazione sociale delle persone LGBT+ in 141 Paesi, rilevando che 80
Paesi su 141 sono andati incontro ad un aumento dell’accettazione delle persone
LGBT+ dal 1980 ad oggi; 46 hanno mostrato un peggioramento, mentre 15 non hanno
visto alcun cambiamento.
Si
tratta di uno studio condotto dai ricercatori del Williams Institute dell’UCLA
che ha analizzato i risultati di 11 diversi sondaggi per sviluppare un “Global
Acceptance Index” (GAI), ossia un indice che classifica il livello di
accettazione sociale delle persone LGBT+ in diversi Paesi.
I 10
paesi che includono maggiormente le persone LGBT+ sono l’Islanda, i Paesi
Bassi, la Svezia, la Danimarca, Andorra, la Norvegia, il Belgio, la Spagna, la
Francia e la Svizzera.
L’Islanda ha decriminalizzato l’omosessualità
nel 1940, ha introdotto le unioni civili nel 1996 e successivamente ha
introdotto il matrimonio egualitario nel 2010. È anche diventata il primo Paese al
mondo ad eleggere un Primo Ministro apertamente gay, Johanna Sigurdardottir.
All’interno
di questa classifica l’Italia occupa il 26esimo posto, ma bisogna tener conto
che il rapporto risale almeno al 2013 e da allora l’Italia ha fatto balzi da
gigante, andando incontro alle unioni civili. È facile quindi prevedere una
classifica attuale decisamente migliore per il nostro Paese.
In
Argentina, ad esempio, grazie a una legge del 2012, è possibile cambiare i
propri dati sui certificati di nascita e favorire così il cambio di sesso per
coloro che sono transgender, e il matrimonio omosessuale è legalizzato dal 2010
e fa in modo che l’unione sia alla stregua di quella eterosessuale comprendendo
anche il diritto di adozione. Uruguay e Città del Messico hanno seguito
l’Argentina e, nel 2013, anche la Colombia ha riconosciuto il primo matrimonio
gay dello Stato.
Anche
in Asia i gruppi LGBT+ stanno facendo grandi passi avanti e, l’anno scorso, il
Vietnam ha visto la sua prima manifestazione di orgoglio LGBT+, e il Ministero
della Giustizia ha avviato una procedura atta alla legalizzazione dei matrimoni
omosessuali.
A Singapore, l’ultimo raduno LGBT+ ha attirato
quasi 21.000 persone e la lotta per i diritti LGBT+ risulta sempre in prima
fila. Impossibile non menzionare la Danimarca, uno dei paesi del nord Europa
più aperti alle tematiche LGBT+ e sono molti gli eventi dedicati alla comunità
gay per accogliere e integrare le famiglie arcobaleno, danesi e non.
La
Danimarca LGBT-friendly è molto attiva: oltre al Copenaghen Pride, che si terrà
il prossimo 18 agosto, dal 19 al 25 dello stesso mese debutterà il Rainbow
Family Festival, un evento dedicato a tutte le famiglie omosessuali. Il
Festival, che si terrà nell’isola di Ærø, si propone l’obiettivo di radunare
tutte le famiglie arcobaleno d’Europa.
Un
evento dedicato ai padri e alle madri omosessuali con i loro bambini, perché
tante saranno le attività riservate ai più piccoli. “E’ particolarmente
importante per i bambini poter vedere altre famiglie come la loro” ha spiegato
Lorraine Hayles, fondatrice e ideatrice del Rainbow Family Festival.
Sono
ancora tanti gli ostacoli da superare per la popolazione LGBT+, ma il
cambiamento che sta avvenendo in queste parti del mondo può fungere da esempio
e da monito per gli altri paesi ancora troppo intrappolati in sistemi arretrati
e discriminatori.
(La conquista del mondo da parte del
globalismo occidentale è la meta dei globalisti alla Soros, Klaus Schwab &
C.! Ndr)
TTF:
Dai Tulipani al Gas,
ecco
come si distrugge
la Vita della Gente.
Conoscenzealconfine.it-
(30 Settembre 2022) Megas Alexandros -Fabio Bonciani – ci dice:
L’indice
“Title Transfer Facility” o anche chiamato “Dutch TTF gas price”, è il mercato
all’ingrosso europeo del gas naturale, preso a riferimento dalle compagnie
energetiche per calcolare gli importi delle nostre bollette. Una truffa ormai
conclamata alla quale nessun governante ha intenzione di porre fine.
Fu
negoziando i “diritti sul bulbo” (dei veri e propri futures sui tulipani), che
nel 1637 gli olandesi fecero scoppiare la “bolla dei tulipani”, ovvero quella
che poi sarebbe stata ricordata nella storia, come la prima grande crisi
finanziaria innescata dall’utilizzo di strumenti finanziari con finalità
speculative.
Oggi
gli olandesi ci stanno riprovando con il gas naturale, manipolandone il prezzo
attraverso diaboliche speculazioni messe in piedi da una “setta” di persone che
gestiscono il mercato virtuale con sede ad Amsterdam.
Tutto
sarebbe finito qua, se a tale “gioco del diavolo”, non prendessero parte anche le varie compagnie energetiche
europee monopoliste di settore, che nel rivendere il gas a noi comuni mortali, prendono
come riferimento il prezzo che scaturisce da questi scambi, che di fatto sono
delle vere e proprie scommesse che niente hanno a che vedere con la realtà di
chi produce e vende il gas vero e proprio.
Megas
e ComeDonChishiotte sono stati tra i primi a portare a conoscenza del popolo
ignaro tale oscenità – ed oggi dopo il macigno lanciato nello stagno, perfino
la stampa di regime non può più far finta di non vedere e di evitare di parlare
dell’argomento.
Per
questo ho deciso di riprenderlo per far comprendere ancora di più quanto in
tutto questo ci sia ben poco di sventura, ma bensì sia l’ennesimo (forse
definitivo), “trucchetto” ben orchestrato da i poteri profondi, per completare l’opera
di distruzione dei nostri sistemi economici.
Le
aziende italiane che al ritorno dalle ferie hanno deciso di non riaprire i loro
stabilimenti – minate irrimediabilmente nella loro redditività da bollette
fuori controllo – aumentano di giorno in giorno. La conferma di tale realtà
avviene anche sul campo, parlando direttamente con gli operatori.
Solo
pochi giorni fa mi chiama un alto dirigente bancario, responsabile della
gestione di grandi imprese, mostrandomi tutta la sua preoccupazione
nell’apprendere che molte aziende sue clienti – pur in presenza di ordini –
sono costrette a scegliere la dolorosa strada di non riaprire e della cassa
integrazione per i dipendenti, proprio perché sarebbero costrette ad operare in
perdita, in virtù dell’impossibile costo dell’energia da sostenere.
Riguardo
alla spiegazione su cosa sia il TTF potremmo entrare nello specifico tecnico e
magari lo faremo anche in seguito, ma vorrei, nel modo più semplice possibile,
rendere comprensibile anche all’uomo della strada, quanto delinquenziale sia
questa enorme frode a danno di alcuni popoli.
Per
comprendere dobbiamo capire bene cosa avviene. Da una parte abbiamo il gas naturale
estratto sul territorio russo, che tramite la commercializzazione di Gazprom e
la successiva immissione nei vari gasdotti, poi arriva, pronto all’uso, fino
nelle nostre abitazioni.
Gazprom
stipula contratti di fornitura direttamente con gli operatori di settore
locali; nel
caso dell’Italia, tanto per fare un esempio, si tratta della compagnia ENI, un
colosso a cui partecipa anche il Tesoro. In un mondo teoricamente “normale”,
la cosa sarebbe finita qua: Gazprom fa il prezzo, ENI ricarica il giusto profitto in
accordo con i suoi costi di gestione e la concorrenza, e gli utilizzatori
finali pagano il giusto prezzo.
Purtroppo
di normale in questo mondo c’è rimasto ben poco, e questo fa sì che in questo
business intervenga un terzo incomodo. L’altra parte che interviene è
composta da un manipolo di diabolici avvoltoi, ai quali è consentito in maniera
“follemente” legale – stando seduti e fumando un sigaro – di mettere in piedi
delle vere e proprie scommesse, attraverso contratti post-datati nel tempo
(futures). Ovvero promettono di consegnare un certo quantitativo di gas (che
materialmente non hanno), ad un certo prezzo ad una certa data.
Tutta
questa attività, che di fatto rappresenta una vera e propria “bisca”, ripeto
legalizzata da governi corrotti ed incoscienti, permette al “banco” (i padroni
del mercato), di manipolare a proprio piacimento il prezzo del gas naturale,
rendendolo volatile come un bitcoin e, ripeto, del tutto scollegato da quello
che sarebbe il prezzo derivante dall’attività di estrazione.
Come
detto all’inizio, lo sporco ed i danni finirebbero qua e rimarrebbero solo
sulle mani dei “giocatori incalliti” che partecipano alle scommesse, se non
fosse che, gli stessi governi corrotti, consentono alle compagnie di settore
rivenditrici del gas naturale, di stipulare contratti con famiglie ed imprese
in cui il prezzo da pagare per la fornitura, sia legato a questo indice TTF.
La
cosa assurda che rende certificato questo sistema criminale, è che circa il 70%
degli scambi sul TTF riguarda contratti future, segno di una predominanza di
operazioni puramente finanziarie rispetto a quelle per l’effettivo acquisto
fisico di gas. Ma come detto è sul TTF che poi si fa il prezzo del gas per famiglie ed
imprese.
È il
solito ed annoso problema che vede il mondo reale e quello della finanza
completamente scollegati l’uno con l’altro. Il prezzo non è più il risultato
del logico incontro tra domanda e offerta del bene reale, ma bensì il frutto di una facile
manipolazione, che avviene in un mercato virtuale di dimensioni pressoché
“rionali” rispetto ai volumi di gas che scorrono nelle tubazioni.
Un
mondo creato ad arte, per consentire in qualsiasi momento di mettere in atto
crisi globali, che comportano la distruzione di interi sistemi economici al
solo scopo di permettere ad una ristretta élite di impossessarsi di asset e
risparmi.
Del
resto, anche se siamo tutti affetti da corta memoria, dalla crisi dei sub-prime
alle speculazioni sui debiti degli stati, passando per la pandemia per finire al
fenomeno del caro-energia che stiamo descrivendo, sono tutti fenomeni che hanno
le stesse caratteristiche e gli stessi obiettivi finali.
Il
mercato di Amsterdam fa capo a Intercontinental Exchange (ICE), una società finanziaria
statunitense fondata nel 2000, che opera in mercati basati su internet e
commercia in futures ed energia, commodities e prodotti finanziari derivati.
L‘obiettivo principale della società in principio
erano prodotti energetici (petrolio grezzo e raffinato, gas naturale), ma ha
esteso le sue attività in commodities come zucchero, cotone, caffè e scambio di
valuta. ICE è un gruppo da 7,1 miliardi di dollari di fatturato, che dal 2013
controlla anche il NYSE, cioè la Borsa di New York.
Essendo
una Borsa, più scambi ci sono più ICE guadagna. Nel 2021 gli scambi sul TTF sono
aumentati del 45% e il gruppo ha visto crescere del 10% i suoi ricavi nel
settore dell’energia a 1,2 miliardi di dollari.
Come
potete vedere, dietro ad un apparente mercato rionale, ci sono i grandi gruppi
finanziari che andando a ritroso ed aprendo le matrioske rappresentate dalle
varie società controllate e controllanti, sicuramente arriveremo alle famose
famiglie che ci comandano.
Perfino
gli operatori di settore rimangono sbalorditi dalle dimensioni del tutto fuori
controllo del fenomeno in corso.
Solo
attraverso l’intervento degli Stati monopolisti della moneta e al loro potere
assoluto di legiferare, si può mettere fine a tutto questo increscioso scenario
di morte.
(Megas
Alexandros (alias Fabio Bonciani) - comedonchisciotte.org/ttf-dai-tulipani-al-gas-ecco-come-si-distrugge-la-vita-della-gente/)
Le Elezioni, la CEI, la UE e la Guerra.
Un Bel
Tacer non Fu Mai Scritto.
Marcotosatti.com-
Paolo Deotto – (28 Settembre 2022) – ci dice:
(Marco
Tosatti:
Carissimi
Stilum Curiali, offro alla vostra attenzione il commento che l’amico Paolo
Deotto fa al Comunicato emesso dalla Conferenza Episcopale Italiana dopo le
elezioni politiche. Avevo visto il comunicato e stavo per scriverne, quando ho
letto il commento qui sotto, e ho trovato che diceva tutto ciò che c’era da
dire. Lacrime comprese...)
Il
Card. Zuppi, presidente della CEI, in un polpettone dove c’è un po’ di tutto
(salvo, ovviamente, un richiamo alla Fede e alla morale cattolica), invita
anche a “un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”.
Riprendiamo
da Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, per non affidarci a trascrizioni
su altre testate, che magari omettono, travisano, eccetera. (avvenire.it/chiesa/pagine/zuppi-sul-voto-agli-eletti-chiediamo-alta-responsabilita)
Leggiamo
così un bel polpettone in cui c’è dentro un po’ di tutto. La povertà in
aumento, la protezione degli anziani, la difesa del posto di lavoro, la
“transizione ecologica” (poteva mancare?), la tutela, la promozione e
l’integrazione dei migranti (e pure questa, poteva mancare?) e, dulcis in
fundo, la guerra.
Cosa
fa la CEI di fronte alla guerra? Si adopera affinché le armi tacciano? Invita
le parti in conflitto a negoziare?
Ma va!
Sua
Eminenza Zuppi ci spiega che “la guerra in corso e le sue pesanti conseguenze
richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”.
Ovviamente
in tutta la dichiarazione della CEI non è nominato Gesù Cristo, non è nominata
la morale cattolica, né tantomeno la Fede cattolica. Anticaglie.
La
nuova chiesa formato Santa Marta è un’agenzia internazionale di buonismo
conformista e del resto lo stesso Ceo Bergoglio ha sempre dato il meglio di sé
stesso per spiegarci l’inutilità della Fede cattolica. Molto meglio il supermarket delle
religioni, gradito al potere globalista.
Dunque,
di fronte alla guerra in Ucraina la CEI si raccomanda di agire “in piena
sintonia con l’Europa”. Il che significa – se le parole hanno ancora un senso:
Continuare
a rifornire di armi l’Ucraina, prolungando così all’infinito una guerra che
l’Ucraina comunque non potrà vincere e che la Russia comunque non può perdere.
Giocare
da incoscienti con il rischio di un allargamento della guerra, che del resto
già si è palesata come una guerra americana – o NATO, il che non cambia nulla –
contro la Russia. E soprattutto giocare da incoscienti con il rischio di una
guerra nucleare.
E
comunque continuare a spendere cifre folli per armamenti, mentre in Italia la
povertà galoppa.
Questa
è la raccomandazione della CEI.
Quando
c’era ancora la Chiesa cattolica visibile, la diplomazia vaticana si sarebbe
adoperata per spingere le parti in conflitto al tavolo dei negoziati.
Adesso,
nella chiesa di Bergoglio, ogni tanto si fa qualche vago accenno alla pace, ma
nei fatti, e la dichiarazione CEI è lì a dimostrarlo, ci si allinea
disciplinatamente al Pensiero Unico.
E
così, tutti insieme appassionatamente, passeggiamo sull’orlo dell’abisso,
assistiamo a una guerra e spediamo armamenti e soldi. Intanto, in Ucraina
comunque si muore e in Italia tra un po’ si morirà di fame.
Chissà
se il Card. Zuppi, che invita alla “piena sintonia” con l’Europa, è stato
informato che questa Europa è la stessa che sta sparando a zero sull’Ungheria,
che ha fatto un primo passo verso la limitazione dell’aborto.
Chissà
se il Card. Zuppi si ricorda del fatto che questa Europa è paladina
inflessibile di vari “diritti”, quali, appunto, l’aborto. Ma poi ci sono anche
i sacri diritti degli omosessuali, gli indiscutibili diritti di chi vuole
suicidarsi, e altre amenità.
Ma che
ce ne frega? Roma locusta, causa finita. E Roma dixit: “la guerra in corso e le sue
pesanti conseguenze richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con
l’Europa”.
Tutto
ciò ha un solo nome: tradimento. Ed è l’ennesimo tradimento consumato dalla
gang Bergoglio & C.
Il
fatto poi che un tradimento, in fondo, non stupisca più, non lo rende meno
grave.
Di
fronte a queste sciagure, non possiamo che rinnovare le nostre preghiere
affinché il Signore ci doni presto un Papa cattolico e un clero fatto di santi
sacerdoti. Per
adesso, siamo alla catastrofe, che, forse, meritiamo. Una ragione in più per
insistere nelle preghiere.
Viganò
sulle Elezioni.
Speriamo
che la Meloni
non
Tradisca gli Italiani.
Marcotosatti.com-
(27 Settembre 2022) - Marco Tosatti – ci dice:
(+
Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico)
(Marco
Tosatti:
Cari
amici e nemici di Stilum Curiae, mi sembra opportuno offrire alla vostra
attenzione il commento di mons. Viganò ai recenti risultati elettorali, che
ripresentiamo qui. Buona lettura e visione.)
A
proposito dell’attuale situazione politica in Italia.
Il
nuovo quadro politico che emerge dalle recenti Elezioni conferma quel comune
sentire dell’elettorato che alcuni avevano saputo cogliere con anticipo. Dopo
due anni di inquietanti violazioni dei diritti più elementari, e dopo due
governi che hanno dimostrato di obbedire agli ordini di entità sovranazionali
contro gli interessi dell’Italia e degli Italiani, il voto che ha portato al
governo il cosiddetto Centrodestra guidato da Fratelli d’Italia ha
inequivocabilmente espresso una precisa linea politica, che va ben oltre le
modeste proposte del programma dei partiti della coalizione.
Ciò è
evidente anzitutto dal fatto che all’interno di questa alleanza vi sia stata
una redistribuzione del consenso a favore di quel partito che è stato ritenuto
istintivamente meritevole del voto in quanto unico partito di opposizione.
Un’opposizione molto moderata, ma pur sempre un’opposizione, più nella
percezione del cittadino medio che nella realtà.
I
cosiddetti partiti “antisistema”, parcellizzati e convinti di poter superare lo
sbarramento del 3% e poter così sedere in Parlamento, contano in totale circa
un milione di votanti. Ciò è dovuto sia alla decisione non casuale del Governo
dimissionario di convocare i Comizi elettorali in piena estate; sia alla
scarsissima visibilità loro accordata dai media mainstream; sia alla scarsa
presa del loro programma, la cui credibilità e realizzabilità è sembrata poco
convinta e destinata quindi alla dispersione del voto.
Un
altro convitato di pietra è il partito astensionista, che si attesta intorno al
36%, ma che vede al proprio interno differenti e opposte motivazioni
difficilmente riconducibili a un generico “dissenso”.
È
quindi del tutto fuori luogo, a mio avviso, voler connotare politicamente
l’astensione, attribuendosene la rappresentatività in fantomatici partiti del
non-voto, proprio perché la scelta di non recarsi alle urne implica anche la
scelta di non avere alcuna rappresentanza politica.
Di
sicuro buona parte degli astenuti esprime la volontà di non accettare di prender
parte a una partita, per così dire, in cui le regole sono decise da altri.
Ma a
questi vanno sommati anche coloro che non votano per banale disinteresse, o più
semplicemente – e mi pare questo il caso della maggioranza – perché sono
disgustati da una classe politica che si è rivelata indegna e corrotta oltre
ogni dire. In
questo Fratelli d’Italia si è in parte salvato perché ha avuto la cautela di
rimanere all’opposizione, spesso inerte o complice, ma almeno ufficialmente
fuori dal governo Draghi.
Non si
è invece salvato il Partito Democratico, emblema di quella sinistra radical
chic mai abbastanza esecrata, e che ha sostituito la lotta di classe contro il
padronato con la lotta tra poveri alimentata dall’élite globalista.
I Dem italiani hanno unito il peggio del collettivismo
comunista con il peggio del liberalismo consumista, in nome di un’agenda che
privilegia la lobby dell’alta finanza usando emergenze pandemiche, energetiche
e belliche col solo scopo di distruggere il tessuto sociale tradizionale.
Non
che gli altri partiti presenti assieme al PD nell’ultimo governo fossero
migliori: la batosta subita alle Elezioni da Lega, Forza Italia e altri partiti
minori è direttamente proporzionale al tradimento del loro elettorato.
E se
l’inconsistenza assoluta di Di Maio è stata definitivamente sancita dalla
mancata rielezione, è chiaro che Conte ha potuto beneficiare dell’incentivo –
al limite del voto di scambio – del reddito di cittadinanza: la sua dimostrata inettitudine non ha
cambiato le intenzioni di voto di uno stuolo di clientes tutt’altro che
disinteressati.
Molti
dei voti persi dal PD si sono riversati in Fratelli d’Italia, e ciò conferma
ulteriormente le aspettative di chi ha scelto la Destra di Giorgia Meloni non
per quello che è, ma per quello che può essere; non per quello che ha detto di
fare, ma per quello che tutti si aspettano effettivamente faccia.
Una Meloni che difenda quei sani principi di
base della convivenza civile, pallidamente ispirati alla Dottrina Sociale della
Chiesa, ma cui gli Italiani non sono disposti a rinunciare: tutela della famiglia naturale,
rispetto della vita, sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina, fine
dell’indottrinamento gender e LGBTQ+ per i minori, libertà di impresa, presenza dello
Stato negli asset strategici, maggior peso in Europa e – volesse il Cielo! –
l’uscita dall’euro e il ritorno alla sovranità nazionale.
Insomma, ci si aspetta che la Meloni si comporti come
la leader di un partito di Destra moderata, tendenzialmente conservatore,
moderatamente sovranista. Nulla di estremo – certamente non estrema destra – a
dispetto dei proclami allarmistici della Sinistra; ma almeno non allineato a un
atlantismo prono alla NATO né all’europeismo suicida che ha contraddistinto l’azione del
governo Draghi, né votato per furore ideologico alla distruzione della civiltà, della
cultura, della religione e dell’identità del popolo italiano.
Secondo
alcuni osservatori i nuovi movimenti – deliberatamente o semplicemente
lasciandosi usare dal sistema – hanno costituito una opposizione fittizia,
facendo loro preferire la logica del “turarsi il naso” votando per Fratelli
d’Italia.
Le opposizioni fittizie, in verità, sono due: una
interna al sistema, atlantista e europeista, e una esterna e divisa in vari
partiti, nominalmente antieuropeista e anti-atlantista, ma composta da
personaggi con un passato a dir poco incoerente con i nuovi programmi.
Molti
candidati di questi movimenti antisistema erano certamente persone oneste, in
gran parte homines novi, ma è innegabile che la loro presenza non è riuscita a
convincere più di tanto chi considera urgente non solo dare un segnale di forte
scontento, ma vedere questo scontento tradursi nel breve termine in azioni di
governo incisive e determinate, che pongano rimedio ai disastri delle due
precedenti legislature.
Lega e Forza Italia hanno avuto un’emorragia di
elettori significativa, a mio parere motivata dall’appiattimento dei loro
leader e delle figure di spicco sulla narrazione pandemica e sulla crisi
ucraina: Salvini e Berlusconi hanno deciso di obbedire all’Unione Europea,
all’OMS, alla NATO e ai diktat dei loro manovratori del World Economic Forum.
Una
scelta scellerata, come si è visto, severamente punita dagli elettori; ma che
rimane in gran parte condivisa anche da Giorgia Meloni, membro dell’Aspen
Institute (che fa capo alla Rockefeller Foundation) e dichiaratamente atlantista e europeista.
In
sostanza, lo scollamento tra elettori ed eletti, tra cittadini e classe
politica si è riproposto in forma “di desiderio”, per così dire, attribuendo a
Fratelli d’Italia un ruolo che il partito stesso ha dichiarato da settimane di
non volersi assumere, dal momento che non intende mettere in discussione né le
politiche dell’Unione Europea né le mire della NATO e del deep state americano.
È come
se l’Italiano medio avesse deciso di votare la Meloni nonostante sia
dichiaratamente in continuità con l’agenda Draghi, quasi a forzarle la mano
perché – in forza di una maggioranza schiacciante – prenda coraggio e compia
quei passi che fino alla vigilia delle Elezioni prometteva di non compiere.
E come
ci sono alcuni che temono che la Meloni si comporti “da fascista” e che per
questo gridano all’emergenza democratica minacciando l’espatrio, così ci sono
molti – di sicuro tutti gli elettori di Fratelli d’Italia – che sperano e
pregano che agisca da Italiana, da patriota, da cristiana.
E che
sapranno passar sopra al fatto che, per arrivare a Palazzo Chigi, abbia dato
rassicurazioni che in realtà potrebbe smentire nei fatti. È da vedere se la prima donna
Presidente del Consiglio saprà distinguersi dai suoi predecessori o se preferirà inchinarsi al deep state
e proseguire nel tradimento degli Italiani.
D’altra
parte, se il voto democratico deve sancire chi rappresenta la volontà del
popolo sovrano, la stessa Meloni non potrà non tener conto del fatto che i suoi elettori
pretendono da lei scelte radicali, e che considerano la sua moderazione
pre-elettorale semplicemente come una mossa strategica per rassicurare “i
mercati”.
Scelte
che anche molti nella Lega e in Forza Italia vedrebbero di buon occhio, al di
là dello zelo vaccinista o guerrafondaio di questo o quel parlamentare o
governatore.
Le
stesse parole di resipiscenza di Salvini a proposito dell’approvazione dei
lockdown e dell’obbligo vaccinale, a pochi giorni dal voto, tradiscono la
consapevolezza che il suicidio deliberato di questi partiti da parte dei loro
leader è stato mal digerito dalla base.
Altrettanto
avviene in Fratelli d’Italia, dove la posizione della Meloni sull’invio di armi
in Ucraina e sulle sanzioni alla Federazione Russa non è condivisa da una parte
del partito, sia perché palesemente autolesionista, sia perché basata sul falso
presupposto che gli interlocutori internazionali rimarranno gli stessi, senza
significativi avvicendamenti.
Non è
assolutamente certo che Joe Biden superi le elezioni di medio termine, né che
le indagini del Procuratore Generale Durham non coinvolgano Biden e la sua
famiglia, assieme ai politici Dem, negli scandali ormai emersi anche nel
mainstream americano.
E non
è certo che la politica interventista dell’Unione Europea e della NATO in
Ucraina rimanga immutata, dinanzi all’evidenza dei ripetuti bombardamenti di
Zelenskij sui civili del Donbass e delle regioni russofone, alla vittoria dei
referendum di annessione alla Russia e alla totale disastrosa opera delle sanzioni per i Paesi europei.
Infine,
la contiguità dell’amministrazione Biden con Kiev potrebbe determinare
cambiamenti a catena, laddove Biden vedesse ulteriormente eroso il già precario
consenso elettorale di cui gode, facendo venir meno il supporto al governo
fantoccio voluto da Victoria Nuland e di conseguenza consentendo trattative di
pace sinora pervicacemente ostacolate da Washington.
E
visto il peso politico del Presidente Trump e la sua dichiarata ostilità al
deep state americano, un accordo pacificatore sarebbe certamente più vicino e
duraturo quando dovesse tornare alla Casa Bianca.
Sappiamo
che non è dote dei politici odierni l’onorare gli impegni assunti con
l’elettorato.
Nondimeno,
possiamo ragionevolmente pensare che la prossima Presidente del Consiglio vorrà
rivedere le proprie posizioni filo-atlantiste e europeiste, tornando ad
assumere quel ruolo di vera alternativa di Destra all’egemonia
dell’ordoliberismo e della sinistra woke?
In questo caso sarebbero gli elettori a trarne
beneficio, e coloro che si vedessero “traditi” non avrebbero alcun titolo per
rivendicare la violazione dei patti di sottomissione dell’Italia alla
Commissione Europea, dal momento che non avevano alcun titolo prima per
stipularli.
Il “tradimento” dei poteri ostili all’Italia
sarebbe un’azione virtuosa, poiché ripristinerebbe la sovranità usurpata
dall’élite; viceversa, obbedire all’élite e non perseguire gli interessi della
Nazione costituirebbe un tradimento del nuovo Governo nei confronti dei suoi
elettori.
Se
dall’élite ci si può aspettare un’azione di boicottaggio verso l’Italia
(spread, tassi di interesse, revoca dei fondi del PNRR, commissariamento), dal
popolo tradito per l’ennesima volta, in condizioni di crescente povertà e di
deliberata persecuzione dell’impresa e del lavoro, c’è da temere le barricate e
la protesta dettata dall’esasperazione, di cui vediamo avvisagli anche in altri
Paesi. Nella valutazione dei costi e dei benefici voglio sperare che il Governo
Meloni non vorrà rendersi complice di questa operazione eversiva ai danni del
Paese.
Difficile
credere che l’oligarchia finanziaria non abbia messo in conto questa
eventualità. Più facile ritenere che sia stato proprio per gestire l’exit
strategy e contenere il danno tanto sul fronte della frode pandemica e
vaccinale, quanto sul fronte del Great Reset, della transizione digitale e
dell’emergenza green fortissimamente volute dal World Economic Forum (per
motivi ideologici) e dalla Cina (per ragioni economiche).
Mi
pare che da più parti si stia prendendo consapevolezza del gravissimo colpo di
stato in atto da parte di poteri sovranazionali, in grado di interferire
pesantemente con l’attività dei governi e degli enti internazionali.
Il mondo dell’impresa e del lavoro sta comprendendo
l’azione deliberata di distruzione del tessuto economico nazionale realizzata
prima con la Covid e poi con la guerra in Ucraina.
Ogni
decisione, ogni norma, ogni decreto assunti da Draghi con o senza il voto parlamentare
sono stati scelti per ottenere il maggior danno possibile per i cittadini, per
le aziende, per i dipendenti, per i pensionati, per gli studenti. Ciò che avrebbe evitato morti,
ospedali pieni, aziende chiuse e l’aumento dei disoccupati è stato scientificamente
escluso, compiendo l’azione più devastante e in palese contrasto con gli scopi
annunciati.
Oggi
vediamo migliaia di aziende energivore destinate alla sospensione della
produzione o al fallimento perché il dimissionario Governo Draghi non intende
porre un freno alla scandalosa speculazione dell’ENI sul prezzo dell’energia
che pure paga a prezzi dieci volte inferiori.
Si
lascia regnare incontrastato il mercato, sicché la borsa di Amsterdam può
distruggere l’economia delle nazioni, arricchire spropositatamente le
multinazionali e fare gli interessi dell’élite che preme per l’instaurazione di
una dittatura tecnologica conforme all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Agenda
che, oggi, è oggetto di indottrinamento scolastico sin dalle primarie e che vincola
i finanziamenti del PNRR a riforme e nuovi tagli di spesa insostenibili.
Se la
narrazione globalista inizia a dare segni di cedimento, specialmente nei ceti
che normalmente sono più influenzabili dal mainstream, probabilmente chi
detiene il potere – il potere vero, intendo – si è già preparato al prossimo
scenario, e sta organizzandosi a sacrificare quei capri espiatori che,
inevitabilmente, sarà la folla a voler vedere ai ceppi.
Si
toglierà così di mezzo quei complici scomodi e non più utili, appagando la sete
di giustizia del popolo e mostrandosi addirittura come salvatore e
moralizzatore. Vittime designate saranno con ogni evidenza i più zelanti
apostoli della psico-pandemia, le virostar in conflitto di interessi, alcuni
esponenti istituzionali e forse qualche “filantropo”, con la cui condanna
l’élite eliminerebbe anche un fastidioso concorrente.
E non
è escluso che lo stesso Bergoglio, testimonial dei sieri genici e gran
sacerdote del globalismo neopagano, cada vittima dell’esecrazione dei Cattolici,
stanchi di essere trattati come nemici, allo stesso modo di come i cittadini
sono esasperati dall’ostilità dei loro governanti.
Giorgia
Meloni è, per il momento, un premier in potenza. Lo è per quanti si aspettano
che Fratelli d’Italia sia la voce di quel dissenso vero e motivato verso
l’intera classe politica, e che in quanto tale agisca con forza e
determinazione, senza lasciarsi intimidire.
È un premier in potenza per quanti hanno voluto
accordarle quella fiducia che altri hanno più volte deluso e tradito. Il loro è
un gesto irrazionale, mosso dalla preoccupazione crescente per le sorti della
Nazione e dalla persuasione che una maggioranza schiacciante in Parlamento
possa dare sicurezza d’azione al nuovo Governo per compiere scelte forti, per
le quali otterrà appoggio e sostegno dall’elettorato, a cui deve rispondere in
quanto espressione della volontà popolare.
È un
premier in potenza perché i due Primi Ministri precedenti erano tutto fuorché
leader, presi com’erano a far da camerieri alla Von der Leyen, a Klaus Schwab o
a Joe Biden.
Se
davvero Giorgia Meloni vuole essere premier, ed esserlo in atto e non solo in
potenza, deve
anzitutto tener testa a chi, non eletto da nessuno, si permette di dare patenti di
presentabilità politica a capi di governo democraticamente eletti, quando si
trova per primo in gravissimi conflitti di interesse, ad iniziare dagli sms di
Ursula con Bourla, per continuare con l’appartenenza dei leader mondiali al WEF di
Klaus Schwab e concludere con il coinvolgimento di Biden nel finanziamento dei bio-laboratori
della NASA in Ucraina e negli affari della principale azienda energetica di
Kiev.
L’Italia
è una Nazione che può risollevarsi, come ha sempre fatto in passato, se saprà
ritrovare l’orgoglio della propria identità, della propria storia, del proprio
destino nei piani della Provvidenza.
Da
decenni gli Italiani subiscono decisioni prese altrove, dalle quali non hanno
ricevuto altro che danni e umiliazioni. È giunto il momento di alzare la testa,
di rifiutare con sdegno quella resilienza che ci vuole disposti a subire le
percosse senza reagire.
Il
mondo distopico del globalismo va respinto e combattuto non solo per noi, ma
per i nostri figli, ai quali ciascuno di noi vuole lasciare un futuro sereno,
solide prospettive economiche per costruire una famiglia senza sentirsi
emarginato o criminalizzato perché non accetta di rassegnarsi a piani eversivi
decisi da chi vuole farci mangiare insetti e costringerci alla schiavitù col
solo intento di renderci poveri e controllarci in ogni aspetto della vita quotidiana.
Ma
questo – lo dico come Pastore, rivolgendomi in particolare ai Cattolici – sarà
possibile solo se gli Italiani riconosceranno che la giustizia, la pace e la
prosperità di una Nazione si possono ottenere dove regna Cristo, dove la Sua
legge è osservata, dove il bene comune è anteposto al profitto personale e alla
sete di potere.
Torniamo
al Signore, e il Signore saprà ricompensare la nostra fedeltà. Torniamo con
fiducia a Maria Santissima, nostra Madre celeste, ed Ella intercederà per la
nostra cara Italia presso Suo Figlio.
(+
Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico)
Diritti
LGBT,
termometro
dei
diritti umani nel mondo.
Affarinternazionali.it-
Yuri Guaiana – (9 Giugno 2022) - ci dice:
Il 1°
giugno è cominciato il “Pride Month”, il mese dell’orgoglio LGBTI, che vede il
proprio culmine nella data del 28 giugno, anniversario dei moti di Stonewall
del 1969.
Quella
rivolta orgogliosa contro la brutalità della polizia americana segna un passaggio
fondamentale nella storia della lotta per i diritti umani e civili, dando vita
al più rapido cambiamento di costumi della storia, almeno in Europa e nelle
Americhe.
I
Pride stessi, nati come momenti di lotta di una minoranza per rivendicare il
diritto di camminare per strada a testa alta e senza paura, con orgoglio per la
propria identità e quella della persona amata, sono riusciti a costruire spazi
di libertà per tutte e tutti divenendo tra i momenti più gioiosi e partecipati
dell’anno e riuscendo sempre più a penetrare anche nella provincia più
profonda, portando con sé la propria ventata di libertà.
I
diritti LGBTI nel mondo.
Eppure
oggi, in circa 70 Paesi, essere gay, lesbica, bi o trans è ancora illegale e in
11 può costare addirittura la vita.
Come
afferma il rapporto di ILGA World del 2021 Our identities under arrest, molte
delle leggi che criminalizzano forme non etero-normative di sessualità sono
state influenzate da leggi e valori secolari dei regimi coloniali europei. Nei
paesi a maggioranza musulmana queste influenze, operano in tandem con
interpretazioni letterarie della Sharia che ispira direttamente o indirettamente
anche i paesi che ancora impongono la pena di morte per rapporti sessuali
consensuali tra persone dello stesso sesso.
I
governi spesso liquidano queste disposizioni come “dormienti“, ma le leggi non
dormono mai veramente: la natura imprevedibile della loro applicazione fa sì
che le persone LGBTI vivano perennemente sotto minaccia e con poche vie di
scampo, poiché la scusa delle disposizioni “dormienti” è usata anche per
rigettare le loro richieste d’asilo.
In
molti casi, le espressioni di genere non conformi sembrano essere gli elementi
centrali che fanno scattare gli arresti, anche quando la legge non le prende
esplicitamente di mira. Le persone LGBTI vengono arrestate anche quando cercano
di denunciare un crimine di cui sono state loro stesse vittime.
L’Italia
dovrebbe fare di più per sanare la piaga antistorica della criminalizzazione
delle vite LGBTI, come chiedono alcune associazioni italiane con questa
campagna, e contrastare le follie draconiane che vengono proposte in alcuni
paesi.
In
Ghana, per esempio, 8 parlamentari hanno presentato un disegno di legge che
punta a inasprire le pene contro le persone LGBTI e a criminalizzare persino i
loro alleati, a riprova del fatto che, come disse Hilary Clinton nel 2021, i
diritti LGBTI sono diritti umani.
L’Africa
è il principale terreno di scontro di un movimento globale che usa i diritti
LGBTI e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne per scardinare il
concetto stesso di diritti umani in quanto diritti individuai e universali. Nel
2019 abbiamo avuto modo di capire un po’ meglio le forze che animano questi
tentativi quando il Congresso mondiale delle famiglie ha deciso di riunirsi a
Verona.
“Propaganda
gay” in Russia.
Se tra
gli ospiti di Verona vi era anche l’arciprete ortodosso Dmitri Smirnov, ponte
tra il presidente Vladimir Putin e il patriarca di Mosca Kirill, non stupisce più di tanto che proprio
il patriarca abbia collegato quanto succede da otto anni nel Donbas ai perversi
disegni di chi vuole introdurre nella regione i gay pride o “presunte marce della
dignità organizzate per dimostrare che il peccato è una delle varianti del
comportamento umano”.
Kirill
ha caratterizzato le parate del gay pride come un “test di fedeltà” ai governi
occidentali, che le repubbliche secessioniste dell’Ucraina hanno “fondamentalmente
rifiutato”
per poi sostenere che “quanto sta accadendo oggi nell’ambito delle relazioni
internazionali non ha quindi solo un significato politico” ma è segnale “che
siamo entrati in una lotta dal contenuto non fisico, ma metafisico” e che “Se
l’umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se
l’umanità accetta che il peccato è una variazione del comportamento umano,
allora la civiltà umana finirà lì”.
Queste
affermazioni, non fanno che riproporre in chiave sermonesca la dottrina
eurasiatica di Aleksandr Dugin che lo stesso Putin ha ripreso implicitamente
nel suo discorso precedente all’invasione dell’Ucraina con il suo riferimento
alla difesa dei “valori tradizionali”.
Nel
frattempo in Russia la repressione è arrivata al punto di chiudere la più
grande associazione LGBTI del Paese, mentre le minacce di Putin ai dissidenti
con linguaggio disumanizzante sta costringendo alla fuga molte e molti
attivisti.
Diritti
LGBTI tra repressione e progressi.
Questi
contraccolpi si avvertono anche in Occidente, basti pensare alla proposta di
legge “don’t
say gay” in Florida, o alla legge recentemente approvata in Ungheria che vieta
l’accesso ai contenuti LGBTI ai minori, ispirandosi alla famigerata legge
contro la cosiddetta “propaganda omosessuale” in vigore in Russia.
Ma
appunto si tratta di contraccolpi anacronistici, anche se particolarmente
virulenti. Il
numero di Paesi che decriminalizzano i rapporti sessuali consensuali tra
persone dello stesso sesso è in crescita costante.
Dal
2019 al 2021, Botswana, Gabon e Angola hanno tutti depenalizzato l’attività
omosessuale, e quest’ultimo paese è arrivato ad adottare una serie di norme
antidiscriminatorie.
Se si
continua a percorrere il sentiero tracciato dalle persone coraggiose che si
ribellarono con orgoglio alla brutalità della polizia nel 1969, senza
controproducenti derive ideologiche, la rivoluzione arcobaleno non potrà che
prevalere garantendo, come è stato coi Pride, maggiore libertà per tutte e
tutti.
Buon
Pride Month!
(In
definitiva noi italiani siamo entrati in guerra contro la Russia al solo fine
di favorire il movimento gay LGBT nella sua espansione in Russia! Ndr.)
Ecco
come l’Unesco promuove
“diritti” gay e aborto.
Iltimone.org
– Ermes Dovico -
Mentre
in Italia va prendendo forma il governo Pd-5 Stelle, che si preannuncia come un
mix particolarmente pericoloso contro vita e famiglia, nel mondo continuano la
loro opera le agenzie dell’Onu impegnate nella diffusione dell’agenda
globalista. Come l’Unesco, che vuole che i governi impongano radicali programmi di
educazione sessuale, usando anche metodi non democratici pur di «superare
l’opposizione sociale».
A
darne notizia è il Center for Family (C-Fam), istituto di ricerca specializzato
in tematiche riguardanti l’Onu, che rende conto di un nuovo documento
pubblicato quest’estate in sede Unesco, documento che «evidenzia ripetutamente i diritti
all’aborto e l’accettazione sociale dell’omosessualità come componenti dell’educazione
sessuale onnicomprensiva».
Un
termine, quest’ultimo, che è stato già rigettato per la sua carica ideologica
dall’Assemblea Generale, cioè l’organo che riunisce tutti i Paesi membri delle
Nazioni Unite, e che tuttavia continua a essere propagato – con i suoi relativi
e controversi programmi di educazione sessuale per bambini e adolescenti –
dalle molte agenzie dell’Onu operanti soprattutto nei Paesi in via di sviluppo,
spesso subordinando gli aiuti all’accettazione della nuova cultura occidentale.
Il che è come far rientrare dalla finestra ciò che non si è riusciti a far
passare dalla porta.
E ora
l’Unesco – che già l’anno scorso, nell’ambito dell’Agenda 2030, aveva
pubblicato una guida ultra-progressista sull’educazione sessuale – mostra di
voler fare un passo in più per forzare la mano laddove manchi il consenso di
insegnanti e, prima ancora, genitori, cioè di coloro che sono i primi responsabili
dell’educazione dei propri figli.
Così il nuovo documento invoca l’approvazione di leggi
che diano a ogni dato governo «un chiaro mandato e giustificazione per aiutarlo
a realizzare le azioni necessarie» a imporre l’educazione sessuale
onnicomprensiva.
Questo
perché «può essere difficile raggiungere un consenso, in particolare su
argomenti più delicati come la contraccezione, l’aborto sicuro, l’orientamento
sessuale e l’identità di genere». Inoltre, «l’opposizione da parte di gruppi
religiosi può essere forte e può bloccare lo sviluppo dell’educazione sessuale
onnicomprensiva».
Il
documento biasima i Paesi che sottolineano l’astinenza e la castità come le vie
migliori per evitare gravidanze precoci e malattie sessualmente trasmissibili;
e fa presente che le strategie per ovviare alla mancanza di consenso hanno
avuto successo in Paesi africani come il Ghana, il Kenya, lo Zimbabwe, e
asiatici come l’India e la Tailandia.
Una
forte resistenza della comunità locale c’è stata invece in Uganda, che ha condotto nel 2016 a una revisione
dell’onusiano curriculum sull’educazione sessuale, che secondo l’Unesco non
soddisfa gli standard (quelli loro…) «e include un linguaggio moraleggiante».
Un fatto evidentemente inaccettabile per chi propone programmi senza freni
morali, ma che al tempo stesso ci ricorda che resistere paga.
Quei
legami tra lobby
Lgbt e
capitalismo globalista.
Ilgiornale.it - Domenico Alessandro Mascialino
– (25 Ottobre 2018) – ci dice:
Soros,
banche d’affari, multinazionali, il business dell'utero in affitto. Quando il
grande capitale globalista si sposa con le “famiglie arcobaleno”.
Quando
si pensa al mondo Lgbt, l’immagine che viene spesso in mente è quella di
minoranze discriminate e oggetto di aggressioni, e per questo bisognose di
tutela.
Ma
cosa accade quando i cosiddetti diritti civili delle famiglie “arcobaleno” sono
in realtà sospinti e sponsorizzati da alcuni degli uomini e delle
organizzazioni più potenti del pianeta?
A quel
punto le lobby Lgbt, lungi dall’essere deboli e discriminate, finiscono per
disporre di una potenza di fuoco capace di condizionare la politica, i media e
la società civile.
Al
punto da imporre la propria agenda e mettere a tacere le voci dissenzienti con le paroline magiche del politically
correct: omofobia e discriminazione.
La
carrellata non può che cominciare con quello che è considerato il re dei
cospiratori globalisti: quel George Soros che, oltre a finanziare Ong e
progetti a sostegno delle migrazioni di massa, con la sua Open Society
Foundation foraggia associazioni per la promozione dei diritti Lgbt in tutto il
mondo.
In
Italia sono celebri i 99.690 dollari elargiti nel 2014 all’Arcigay, che ha
confermato nella relazione allegata al bilancio consuntivo del 2017 (senza
specificarne l’entità) e in quelle dei due anni precedenti nuovi finanziamenti
della fondazione del magnate.
Se non
viene specificato l’ammontare dei contributi del singolo donatore, è indicativo
che i finanziamenti da “privati”, tra cui spicca l'Open Society, pesino per il
46% dei ricavi complessivi.
È noto
anche, e visibile sui documenti dell’Open Society, il rapporto di
“affidabilità” che lega numerosi europarlamentari Pd, partito che ha
legalizzato in Italia le unioni civili, a George Soros.
Fuori
dall’Italia, Soros ha sostenuto nel 2013 con 100mila dollari la “Gay Straight Alliance”,
un’associazione per la promozione dei diritti Lgbt con sede ad Oakland e molto
attiva in California, e nello stesso anno ha beneficiato di detrazioni fiscali
per 2,7 milioni di dollari per avere supportato la causa dei matrimoni gay e
dei diritti Lgbt.
Nel
2014 il finanziere ha elargito 525mila dollari a “Justice at Stake”,
un’organizzazione americana promotrice della presenza Lgbt nei tribunali. Non
sia mai si dovesse incorrere in qualche magistrato troppo tradizionalista.
Multinazionali
e banche d’affari.
Ma non
è solo il finanziere ebreo-ungherese a sostenere il variegato mondo Lgbt.
(Ora a
capo dei globalisti vi è Klaus Schwab, costruttore di bombe atomiche illegali
in Sud Africa! Ndr )
Nel
2015 ben 379 tra le più importanti banche d’affari e multinazionali del globo
hanno inviato una lettera alla Corte Suprema chiedendo una sentenza favorevole
al riconoscimento dei matrimoni gay su tutto il territorio americano. Un impeto
di amore per i diritti civili? Macché.
Le
imprese sostenevano che ciò fosse necessario per il business, poiché, si legge
nella lettera: “L’attuale quadro legale sui matrimoni tra persone dello stesso sesso è
confuso e comporta oneri significativi per i datori di lavoro e per i loro
dipendenti, rendendo spesso difficile portare avanti l’attività lavorativa”.
Questo
poiché per le imprese poteva risultare complicato reclutare o trasferire
talenti Lgbt, restii a lavorare in Stati dove questi diritti non fossero
tutelati, oppure garantire benefici a coppie di fatto ma non riconosciute dalla
legge.
Insomma:
gli affari non vogliono complicazioni legate agli orientamenti sessuali.
Il
ricco business dell’utero in affitto.
Un
settore che è considerato in pieno sviluppo, poi, è quello del cosiddetto utero
in affitto, o maternità surrogata.
A
Bruxelles si è tenuta poche settimane fa la quarta edizione del convegno “Men having babies”, che promette ai gay di tutto il
mondo una facile “maternità”, alla portata di tutti e al giusto prezzo.
Questo
nonostante la pratica della maternità surrogata sia vietata in numerosi Paesi
europei, tra cui Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Germania.
Nei
Paesi in cui questa pratica è legale, invece, i prezzi sono variabili: negli
Usa è possibile spendere oltre 100mila dollari per avere un figlio da una madre
surrogata, mentre in Paesi come Ucraina e India è possibile “cavarsela” con
30-40mila dollari.
È
evidente che, anche in questo caso, il motore di tutto è il business: non sono prezzi alla portata di tutte
le tasche, tuttavia il “mercato” è in crescita e frutta oltre 6 miliardi di
dollari l’anno. Sospinto da perfetti slogan pubblicitari come “Love is Love”.
Le
polemiche italiane.
I temi
delle adozioni gay e dell’utero in affitto sono ritornati di stretta attualità
dopo l’affissione di alcuni cartelli da parte delle associazioni “Pro Vita e Generazione
Famiglia” per
le strade di Roma, Milano, Napoli e Torino, per protestare contro la prassi
delle rispettive amministrazioni di trascrivere le “famiglie arcobaleno”, pur in presenza di bimbi generati
all’estero con la pratica illegale dell’utero in affitto.
Ma,
come già rivelato dal Giornale qualche mese fa, i grillini avrebbero ricevuto
finanziamenti dalla Open Society di George Soros pochi mesi prima delle
elezioni di marzo e il finanziere ungherese è stato ricevuto in pompa magna a
Palazzo Chigi da Gentiloni lo scorso anno. Si tratterebbe, quindi, del classico
cerchio che si chiude.
(Non
ci si dovrebbe scandalizzare se PUTIN non accetta i “consigli” interessati
delle lobby gay! Ndr )
Discorso
di Putin.
Conoscenzealconfine.it
– (1° Ottobre 2022) – Rossella Fidanza – ci dice:
Alcuni
passaggi del discorso di Putin.
“Voglio
essere chiaro e che mi sentano a Kiev e in Occidente: Le persone che vivono
nelle quattro nuovi regioni annesse alla Russia saranno cittadini russi per
sempre. Siamo pronti al negoziato ma le quattro regioni sono Russia.
–
L’Occidente è pronto a passare sopra tutto per mantenere il sistema
neocoloniale che gli permette di depredare il mondo e raccogliere tributi
dall’umanità.
–
L’Occidente sta perseguendo una politica di totale de-sovranità nel mondo. Da qui la sua aggressione ai valori
tradizionali e alla sovranità dei paesi. Distrugge interi stati che non
accettano di cedere la loro sovranità.
–
L’Occidente stampa dollari ed euro, ma non è possibile dare da mangiare a
nessuno con la carta e con le menzogne, serve il cibo, l’energia. Quindi i
politici stanno cercando di convincere i loro concittadini a mangiare di meno e
a lavarsi di meno e a vestirsi di più per stare caldi in casa. E se qualcuno
inizia a fare domande, viene etichettato come estremista.
–
L’Occidente non vuole risolvere i problemi, non persegue un mondo giusto, ma
l’obiettivo di continuare ad esercitare la forza affinché possa mantenere la
sua egemonia. Fin dalla prima guerra mondiale si sono viste le contraddizioni
dell’Occidente, eppure la crisi economica che ne è derivata ha consentito al
dollaro di posizionarsi come la moneta più potente al mondo.
–
Chiedetevi ora dove arriva il grano ucraino. La risposta è verso i paesi
europei, e solo una minima parte giunge ai paesi poveri. La volontà è di
distruggere gli stati-nazione, gli europei stanno accettando sempre maggiori
sanzioni contro la Russia, nonostante siano consapevoli che gli Stati Uniti
vogliono solo che si rifiuti il gas russo.
Si
inchinano al loro volere a costo di affamare i loro popoli. Fanno esplodere i
gasdotti nel Baltico, chiudono gli impianti energetici. I mandanti sono gli
Stati Uniti che con la forza tengono sotto ricatto l’Occidente, tramite le loro
basi militari disseminate ovunque. E tutti i paesi che cercano di ottenere la loro
sovranità energetica vengono considerati nemici degli Stati Uniti.
– Le
sanzioni non bastano agli anglosassoni: sono passati al sabotaggio.
Incredibile, ma è un dato di fatto. In effetti, hanno iniziato a distruggere
l’infrastruttura energetica paneuropea. È ovvio per tutti coloro che ne
traggono vantaggio.
– Gli
americani sono ipocriti, sono l’unico paese al mondo che ha usato l’arma
nucleare per due volte, creando un precedente.
– La
dittatura delle élite globaliste occidentali diretta è contro tutti i popoli
del mondo. Compresa la popolazione degli stessi paesi occidentali. Il mondo è
entrato in un periodo di trasformazioni rivoluzionarie. Abbiamo un futuro
diverso, il nostro.
La
soppressione dei valori morali acquista le caratteristiche del satanismo. Il
crollo dell’egemonia occidentale è irreversibile. L’Occidente nega le norme
morali, la religione, la famiglia. Vogliamo davvero che in Russia ci sia il
“genitore numero uno, due, tre” invece di “mamma e papà” e che nelle scuole si
impongano ai bambini perversioni che portano al degrado e all’estinzione,
supponendo che ci siano alcuni generi, tranne le donne e gli uomini? Per noi
questo è inaccettabile. Loro rinnegano i valori della volontà popolare, della
famiglia, della religione, mentre molti popoli rifiutano un mondo unipolare e
lottano per la propria sovranità.
– Se
considero la Russia la mia Patria, significa che amo in russo, contemplo e
penso, canto e dico in russo, che credo nelle forze spirituali del popolo
russo, il loro spirito è mio, il loro destino è il mio destino, il loro la
sofferenza è il mio dolore, il suo sbocciare è la mia gioia.”
(t.me/RossellaFidanza)
Bourla,
ceo di Pfizer, rifiuta di
testimoniare
al Parlamento Ue sui contratti
per i
vaccini Covid firmati con von der Leyen.
Italiaoggi.it
- Tino Oldani – (1-10-2022) – ci dice:
La sua
testimonianza, molto attesa a Bruxelles, era in programma per il 10 ottobre. Ma Albert Bourla, ceo di Pfizer, ha
rifiutato di testimoniare di fronte al Parlamento Ue, che sta indagando sugli
acquisti dei vaccini Covid-19 compiuti dalla Commissione per conto dei 27 paesi
Ue.
Acquisti coperti, all'inizio, da grandi elogi per il
ruolo solidale svolto dall'Ue, ma finiti poi nel mirino di due organi di
vigilanza: prima dell'Ombudsman europeo, guidato da Emily O'Reilly, poi della
Corte dei conti Ue (vedi Italia Oggi del 21 settembre).
A suscitare l'attenzione dei due enti sono state le
procedure inconsuete adottate da Ursula Von der Leyen, presidente della
Commissione Ue, che per l'acquisto più ingente, la terza fornitura dei vaccini
Pfizer (1,8 miliardi di dosi), ha negoziato da sola il tutto con Albert Bourla,
ceo di Pfizer, saltando a piè pari le procedure di trasparenza in vigore per i
contratti europei, che prevedono il lavoro preliminare di una squadra di
tecnici, composta da funzionari di Bruxelles e dei paesi membri.
Dopo
avere chiesto a Von der Leyen l'accesso ai messaggi privati, compresi gli sms,
scambiati con Bourla, ma senza ricevere alcuna risposta, O'Reilly ha definito
la trattativa segreta «un esempio di cattiva amministrazione».
Nel
complesso, secondo una relazione della Corte dei conti Ue, resa nota a inizio
settembre, la Commissione Ue ha acquistato dalle maggiori case farmaceutiche
mondiali 4,6 miliardi di dosi, con una spesa di 71 miliardi di euro, la spesa
singola più elevata mai fatta dall'Ue.
Un
acquisto considerato esorbitante, visto che gli abitanti dell'Ue sono 447,7
milioni, per i quali sono state acquistate ben 10 dosi.
Una
tabella allegata alla relazione della Corte dei conti indica che le varie case
farmaceutiche, compreso Moderna, hanno venduto all'Ue da 200 a 300 milioni di
dosi ciascuna.
Tutte,
tranne Pfizer, che ha fatto la parte del leone, con 2,4 miliardi di dosi
consegnate in tre fasi, le prime due di 300 milioni di dosi (novembre 2020,
febbraio 2021), la terza di ben 1,8 miliardi di dosi (maggio 2021).
Il
tutto con un incasso di 35 miliardi di euro, sui 71 spesi dall'Ue. Le indagini
dell'Ombudsman e della Corte dei conti si sono concentrate soprattutto sulla
terza consegna, in quanto il contratto con Pfizer stipulato da Von der Leyen
non ha rispettato le regole in vigore sulla trasparenza degli atti.
Per
questo, anche il Parlamento Ue ha deciso di vederci chiaro, con una Commissione
presieduta dall'eurodeputata belga Kathleen Van Brempt, socialista, che la
settimana scorsa si era recata in visita prima all'Ema, l'agenzia europea del
farmaco, poi al quartier generale di BionTech, società farmaceutica tedesca che
ha inventato il vaccino anti Covid prodotto da Pfizer.
Dopo
gli incontri, Van Brempt ha rilasciato una dichiarazione scritta in cui ha
elogiato “personale e scienziati che lavorano dietro le quinte, tutti esperti
nel loro ramo e che stanno svolgendo un lavoro impressionante”, e aggiunto:
«Continueremo queste discussioni con i ceo di
aziende farmaceutiche, tra cui Albert Bourla, ceo di Pfizer, il 10 ottobre in
Commissione».
Un
confronto a cui, a sorpresa, Bourla si è rifiutato di partecipare. Richiesta di
un commento da Politico, Van Brempt non ha nascosto la delusione, dichiarando
di “rimpiangere profondamente” la decisione presa da Pfizer.
«Ci si
aspettava che Bourla affrontasse domande difficili su come sono stati raggiunti
gli accordi segreti sui vaccini», scrive Politico, che ha contattato Pfizer per
un commento.
Per
tutta risposta, il portavoce dell'azienda farmaceutica americana ha fatto
sapere che all'audizione in Commissione, invece di Bourla, interverrà Janine
Small, responsabile del gruppo per lo sviluppo dei mercati internazionali.
Una
furbata bella e buona, che ancora una volta non consentirà agli organi di
controllo Ue di sapere che cosa c'era scritto negli sms che Von der Leyen e
Bourla si sono scambiati prima del terzo contratto da 1,8 miliardi dosi.
Sms la cui esistenza è stata resa nota dal New
York Times nel 2021 per descrivere la “relazione apparentemente accogliente»
tra Von der Leyen e Bourla. All'epoca un piccolo scoop giornalistico, che oggi
rischia di diventare una valanga.
Nord
Stream,
chi l'ha devastato?
Italiaoggi.it
- Gianni Pardo – (29-9-2022) – ci dice:
Anche
se Kiev lo smentisce tutti i sospetti puntano sull'Ucraina. La sola a cui
conviene.
Zelensky
ha fatto provare ai russi il peso delle distruzioni.
Lunedì 26 settembre l'ente che amministra il Nord
Stream (gasdotto Russia-Germania) ha riferito un calo di pressione su due sue
linee. Poi le stazioni sismologiche svedesi
e danesi hanno registrato forti fenomeni sottomarini. «Non c'è dubbio che si tratti di esplosioni», ha
affermato Björn Lund, docente di sismologia presso la Swedish National Seismic
Network.
La
prima esplosione è stata registrata alle 02.03 della notte tra domenica e
lunedì e la seconda alle 19.04 di lunedì sera. Gli avvisi sulle fughe di gas
sono arrivati dall'amministrazione marittima rispettivamente alle 13.52 e alle
20.41 di lunedì.
Poi
sono arrivate altre notizie. Il gasdotto NordStream ha registrato danni «senza precedenti»
a tre linee. Secondo l'esercito danese il gas che fuoriesce dal NordStream 1 e
dal NordStream 2 affiora in superficie nel Baltico, imbiancando superfici di
mare fino a un chilometro di diametro (l'Ansa pubblica anche una foto).
L'opinione
degli esperti è che non possa trattarsi dell'azione di dilettanti o incursori
isolati. Dovrebbe trattarsi di un'opera di sabotaggio, realizzata da
sommozzatori della marina militare o da un sottomarino. «La nostra fantasia non
riesce a trovare uno scenario diverso dall'ipotesi di un attacco mirato», hanno
detto.
Questi
i fatti. Chi è l'autore del danneggiamento? Alcuni pensano all'Ucraina.
Kiev,
mediante un portavoce, fa invece l'ipotesi che la Russia avrebbe danneggiato il
proprio stesso gasdotto «per aumentare l'insicurezza e far salire i prezzi del
gas». La tesi ucraina è del tutto inverosimile.
Per
interrompere il flusso del gas alla Russia basta chiudere un rubinetto.
Inoltre, cambiando opinione, se si tratta di un rubinetto, basta riaprirlo; se
si è danneggiato un grosso tubo in fondo al mare, e bisogna trovare dove è
rotto e ripescarlo e ripararlo, costa molto, molto di più.
È
assurdo che colpevole sia la Russia.
Può
essere l'Ucraina? La risposta è: sì, è probabile. In base al principio: «cui
prodest?» (a vantaggio di chi va?).
La Russia ha cercato di danneggiare l'Ucraina anche
bombardando centrali elettriche, dighe e altre infrastrutture essenziali per la
vita di quel paese e nello stesso tempo ha beneficiato di una sorta di divieto
di attacco sul suo territorio. Un
divieto che fino ad ora l'Ucraina ha rispettato. Ma il mare non ha nazionalità, e un
attacco sul suo fondo non è un attacco al territorio russo.
Ma
soprattutto l'Ucraina non ha bisogno di inventare niente. Le basta negare la
paternità del sabotaggio e nessuno può dimostrare niente. Non soltanto l'azione
può essere stata realizzata di notte (infatti le esplosioni sono state
registrate alle due di notte e alle diciannove, quando lì è buio pesto) ma, a
quella profondità, è sempre notte.
Dunque
si può benissimo agire non visti. Una cosa è sicura: il danno, per la Russia e per la
Germania, è ingente. Lo è soprattutto per la Russia, sia perché infinitamente
più povera della Germania sia perché, mentre la Germania riuscirà a comprare il
gas da altri, la Russia nel medio termine non potrà venderlo a nessuno.
Ha
fatto bene, l'Ucraina, a interrompere quel flusso di gas? Certamente sì, dal
suo punto di vista.
Essa ha sempre sostenuto che l'interruzione di
quell'esportazione sarebbe la migliore sanzione contro la Russia, e l'Europa ha
sempre esitato, perché di quel gas ha bisogno. Così, molto probabilmente, Kiev
si è servita da sé. E inoltre ha fatto assaggiare alla Russia il sapore delle
distruzioni provocate dal nemico.
Se
Vladimir Putin pensava che in Ucraina potesse trattarsi veramente di una «operazione
militare speciale» si sbagliava di grosso. È una guerra a tutti gli effetti. E
anche Mosca si deve aspettare il peggio. Del resto, le proteste e le fughe con
cui è stata accolta la mobilitazione parziale dimostrano che, comunque si
voglia chiamare lo scontro, quando si sparano cannonate e si muore nessuno
desidera partecipare.
Altra
nota. L'impagabile Medvedev ha detto che, se la Russia fosse attaccata,
«avrebbe diritto di rispondere con le armi nucleari». Viene da sorridere. Il
problema non è il diritto. Il problema è la reazione bellica della controparte.
Ma forse Medvedev queste cose non le sa. Ora
dicono anche che Putin vorrebbe trattare. Lo sappiamo, è buono. Ecco le sue
condizioni: «Datemi tutto quello che mi sono preso, e smettete di difendervi».
Come
mai Zelensky non si precipita ad accettare?
(Gianni Pardo)
Nord
Stream:
Grande Nuvola
di
Metano sopra Norvegia e Svezia.
Conoscenzealconfine.it
– Redazione –Ansa.it - (1° Ottobre 2022) – ci dice:
La
Russia “ha materiale su coinvolgimento dell’Occidente”.
Dopo
la fuga di gas dai gasdotti Nord Stream 1 e 2, il livello di metano su Svezia e
Norvegia è a livelli record, riferiscono i media svedesi e norvegesi, che
parlano di “grande nuvola”. Il 96% del gas nel Nord Stream 1 e 2 era metano.
Secondo
i calcoli di Stephen Matthew Platt, scienziato del clima presso l’istituto
norvegese di ricerca sull’aria Nilu, si tratta di circa 40.000 tonnellate di
metano rilasciate dal sospetto sabotaggio:
“Le
emissioni corrispondono al doppio delle emissioni annuali di metano
dell’industria petrolifera e del gas in Norvegia. Sono livelli record, mai
visto niente di simile prima in Norvegia e Svezia”.
La
Russia ha “materiale” che indica il coinvolgimento dell’Occidente nel
sabotaggio degli oleodotti Nord Stream.
Lo ha
dichiarato il capo del servizio di intelligence estero di Mosca, citato dalla
Tass. “Abbiamo già alcuni materiali che indicano la pista occidentale
nell’organizzazione e nell’attuazione dell’attacco terroristico” ai gasdotti
Nord Stream 1 e Nord Stream 2, ha dichiarato il capo dell’Svr, Sergey
Naryshkin. “A mio parere, l’Occidente sta facendo di tutto per nascondere i
veri responsabili e organizzatori di questo attacco terroristico “, ha
aggiunto.
In una
lettera congiunta al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Danimarca e Svezia
affermano che le esplosioni che hanno causato le perdite di gas da Nord Stream
1 e 2 potrebbero essere dovute alla detonazione di “diverse centinaia di chili
di esplosivo”.
Nella
lettera, i due Paesi esprimono preoccupazione per le possibili conseguenze
delle perdite di gas per l’ambiente marino e il clima. Lo scrivono i media
danesi e svedesi.
(ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2022/09/30/nord-stream-grande-nuvola-di-metano-sopra-norvegia-e-svezia-_c04be111-6a2f-45cc-b72a-3f7cb85ff5f9.html)
Com’è
davvero la situazione
dei
diritti Lgbtq in Ucraina.
Linkiesta.it
- Francesco Lepore – (26-3-2022) – ci dice:
Molte
delle notizie diffuse sono di matrice russa e tendono a enfatizzare, o a
inventare proprio, un’ostilità di fondo nei confronti di omosessuali e trans.
Il
quadro in realtà è diverso e, sebbene non sia una situazione ottimale, sono
stati fatti molti passi in avanti e la sensibilità sta cambiando.
Quella
dei diritti delle persone Lgbt+ in Ucraina è questione che attira sempre più
l’attenzione di media e movimenti da quando è iniziata l’invasione russa.
Negli ultimi giorni, in particolare, è rimbalzata
ovunque la notizia di donne transgender cui sarebbe stato impedito di
lasciare il paese dopo essere state bloccate al confine dalla polizia di
frontiera e talora sottoposte anche ad umiliazioni perché ritenute maschi.
Trattamento
– secondo il Guardian, da cui poi sono dipesi tutti i giornali che ne hanno
parlato – riservato anche a chi, avendo ottenuto il cambio legale di genere,
aveva esibito relativo certificato valido. Ma mai come in questo caso appare
d’obbligo il condizionale.
Particolari
e valutazioni, ad esempio, risultano espressamente forniti al quotidiano
britannico da un cofondatore di Safebow, organizzazione che Lenny Emson,
componente del Kyiv Pride, indica a Linkiesta come «filorussa. Non ci fidiamo di nessuna
informazione proveniente da loro. Piuttosto posso affermare con certezza che è
stato creato un meccanismo che consente alle persone trans di superare il
confine grazie anche al supporto delle associazioni. Si tratta di una precisa procedura
per avere la documentazione valida per l’espatrio. Alcune persone trans ci sono
riuscite, ma restano molte incertezze».
Secondo
il giovane attivista FtM (Female to Male, ndr), «non c’è invece alcuna evidenza
di donne trans bloccate al confine e rispedite indietro, in quanto ritenute
maschi, a combattere. Cosa poco credibile, tanto più che sono così tante le
persone disposte a farlo da dover attendere non poco prima d’essere accettate
nell’esercito».
Al
contrario, «sono molte le persone trans e non binarie ad essere state arruolate
in unità di difese territoriali. Ovviamente c’è preoccupazione per la loro
situazione. Non abbiamo casi e statistiche: c’è molta segretezza trattandosi
dell’esercito.
Siamo
preoccupati ma anche orgogliosi che abbiano deciso di combattere per il nostro
Paese insieme ad altri rappresentanti della comunità Lgbt+. Orgogliosi di avere
tali eroi tra di noi».
È
indubbio che in Ucraina le persone trans, la cui condizione risulta
particolarmente aggravata con la guerra in corso, debbano vedersi riconosciuti
ancora non pochi diritti. Ma su di essi, in particolare per quello che attiene
al trattamento della disforia o incongruenza di genere, «i media internazionali
in tempo di guerra stanno diffondendo una dannosa disinformazione».
A dirlo senza mezzi termini è Kyiv Pride, la
più grande associazione ucraina, che ha ieri diffuso un dettagliato comunicato
sui social. Per meglio capirne contenuto e motivazioni, è necessario fornire
alcuni dati.
Se nel
2011 il Codice civile ucraino è stato emendato per consentire la rettifica
anagrafica a persone sottopostesi a intervento chirurgico di riassegnazione di
genere, dal 2016 è entrato in vigore un nuovo protocollo di trattamento della
disforia di genere grazie a un decreto del ministero della Salute, che con altro
provvedimento ha anche abrogato le precedenti disposizioni in materia di
riconoscimento legale del genere: non più autorizzazione da parte di una
Commissione speciale del dicastero, né degenza di 30-45 giorni in ospedale
psichiatrico né diagnosi di transessualità.
Redatto
in conformità alla decima edizione dell’International Classification of
Diseases (ICD), come osserva il dettagliato comunicato del Kyiv Pride, richiede
ancora visita e diagnosi psichiatrica» ma, come viene specificato, «una persona
non è obbligata a essere ricoverata in istituto psichiatrico.
Dipende
dalla regione, ma di solito questa convalida dura circa due settimane di test e
consultazioni in appuntamenti con uno psichiatra. Ci sono molti medici
amichevoli – psichiatri, endocrinologi, chirurghi – che stanno aiutando le
persone trans».
Inoltre, sulla base di una sentenza
dell’agosto del 2016, che disponeva la rettifica anagrafica di nome e genere
per due persone trans senza richiedere loro di sottoporsi a intervento
chirurgico, e su quella di un passaggio del protocollo vigente, tale obbligo è
venuto di fatto a cadere essendo ritenuta bastevole ai fini del trattamento la
sola terapia ormonale sostitutiva.
«Una
persona – così ancora il comunicato – dovrebbe portare i propri certificati di
diagnosi F64.0 (dell’ICD-10: Transessualismo, ndr) e la consultazione
endocrinologica al medico di famiglia e ottenere un certificato che le consenta
di ricevere documenti con indicazione del genere in cui ci si identifica.
Questo processo può essere lungo, ma è del tutto possibile.
C’è
una grande quantità di persone trans in Ucraina che ha già ottenuto la
transizione legale. Prima dell’inizio dell’invasione russa su vasta scala le
organizzazioni Lgbt stavano attivamente lavorando per sostenere la rapida
implementazione dell’ICD-11 in Ucraina e abbiamo in programma di continuare
quest’impegno dopo la vittoria».
Il
riferimento è all’ultima edizione dell’ International Classification of
Diseases
che, entrata in vigore il 1° gennaio scorso, era stata fra l’altro oggetto di
un proficuo incontro col ministro della Salute Viktor Lyashko in novembre.
C’è
inoltre da sottolineare come l’articolo 2¹ del Codice del lavoro, emendato nel
2015, vieti la discriminazione sul lavoro in ragione dell’identità di genere e dell’orientamento
sessuale.
Non
meraviglia pertanto il duro j’accuse del Kyiv Pride, per il quale «diffondere
informazioni errate crea un’immagine falsa e sfigurata dell’Ucraina come un
paese con un trattamento terribile delle persone trans, mancanza di organizzazioni
trans locali e nessuna crescita nella difesa dei diritti umani.
Gli
attivisti ucraini stanno parlando ai media da quando è iniziata l’invasione
russa, ma per qualche motivo le nostre voci non vengono ascoltate. Forse è più
facile ottenere visualizzazioni se si dipinge il Paese invaso come un luogo
infernale per le minoranze. Ma diffondere bugie non è utile alle menzionate
minoranze».
Non
luogo infernale né tantomeno paradisiaco per le persone Lgbt+, l’Ucraina
null’altro è per esse se non un Paese che dal 1991 continua a fare notevoli
passi in avanti verso la piena tutela e parità di diritti.
Tante
ancora le istanze rivendicative da portare avanti, tanti ancora i risultati da
raggiungere: secondo l’ultima Rainbow Map di Ilga-Europe, annuale monitoraggio della
situazione delle persone Lgbt+ nei 48 paesi del Consiglio d’Europa e in
Bielorussia, l’Ucraina è infatti al 40° posto e su una scala di riferimento,
che – basata sull’esame di specifiche leggi e politiche vigenti – va da 0 a
100%, si attesta al 18,02.
Dato
sicuramente non dei migliori, ma poco perspicuo e per nulla pertinente se
avulso dal quadro generale e letto, come è mala prassi, isolatamente. Ben al di
sotto del Paese invaso da Putin, Lettonia (17,48%), San Marino (13,41%),
Polonia (13,22%), Bielorussia (12,48%) e il Principato di Monaco (11,29%) si
collocano in ordine dal 41° al 45° posto.
Il 46°
è detenuto dalla Russia (9,70%), peggio della quale ci sono solo Armenia
(7,49%), Turchia (3,83%) e Azerbaijan (2,33%). Si tenga inoltre in conto che
l’Italia è al 35° posto con un punteggio di appena 22,33%, immediatamente
preceduta dalla Lituania (22,85%).
Anche
in considerazione dei punti percentuali il Bel Paese può dunque vantare una ben
magra precedenza rispetto all’Ucraina, da cui la distanziano unicamente
Moldavia (19,96%), Bulgaria (19,74%), Romania (19,17%), Liechtenstein (18,88%).
È vero
che le coppie di persone dello stesso sesso non godono di alcuna forma di
riconoscimento legale dei loro rapporti a fronte d’una Costituzione, il cui
art. 51: «Il
matrimonio è basato sul libero consenso tra un uomo e una donna» pone più d’un ostacolo per il
raggiungimento delle nozze egualitarie.
È vero
che anche nello scorso anno si sono registrati numerosi casi di omotransfobia
come documentato dal Report 2022 di Ilga-Europe. Al riguardo la gerarchia non
solo delle due Chiese ortodosse ucraine, maggioritarie nel Paese, ma anche
della Chiesa greco-cattolica, che ha comunque oltre il 9% di fedeli del totale
della popolazione credente (83,5%), non contribuisce a rasserenare gli animi.
Senza parlare di gruppi di estrema destra che si sono fatti protagonisti lo
scorso anno di alcuni episodi di contestazione violenta.
Non ci
gira intorno Lenny. Osserva infatti non senza apprensione come «la nostra
principale paura sia quella che organizzazioni omotransfobiche, esistenti in
Ucraina da alcuni anni, possano diventare più forti.
Temiamo
soprattutto che queste associazioni utilizzino questo brutto periodo di guerra
per intensificare i loro sforzi contro i nostri diritti e costringerci a
tornare non visibili.
Stiamo già ricevendo commenti negativi e
minacce da parte loro sui social media. Seguiamo i loro gruppi e vediamo quello
che succede: sono colmi d’odio contro di noi.
Alcuni ci incolpano di sostenere la Russia e
cercano di indirizzare la negatività presente nella società ucraina contro di
noi. Quindi temiamo che la violenza omotransfobica possa crescere».
Eppure,
lui stesso ricorda le mete finora raggiunte dalla comunità a partire dallo
status giuridico riconosciuto alle associazioni, alla piena libertà
nell’espletare attivismo, alla celebrazione dei Pride, ogni anno più
partecipati.
E non
ci sta a una narrazione, fatta propria anche da strati di movimenti Lgbt+ di
altri Paesi, che, noncuranti dei dati Ilga come anche della loro diretta
testimonianza, porta a dire o a scrivere: «Non è che stiano meglio di altri»
con riferimento, innanzitutto, alla Russia.
Ma sono ben noti gli effetti devastanti della legge
contro la cosiddetta propaganda omosessuale, fortemente voluta dal Cremlino e
promulgata da Vladimir Putin il 30 giugno 2013, oppure gli arresti, le torture,
le uccisioni di persone omosessuali e trans pianificate da Kadyrov in Cecenia,
repubblica della Federazione Russa, per rendersi già conto dell’inaccettabile
superficialità di certe valutazioni.
«Stento
a credere – così dice al nostro giornale – che si pongano sullo stesso piano
Russia e Ucraina.
Nell’ultimo
Pride c’erano 7.000 persone. Gli agenti di polizia presenti avevano il solo
scopo di proteggerci da eventuali aggressioni. In Russia non solo sono impediti
i Pride ma anche manifestazioni stanziali, come a San Pietroburgo nel 2019,
vengono sciolte violentemente da agenti, che caricano e arrestano i
manifestanti.
La differenza sostanziale è che l’Ucraina è un
Paese libero».
L’attivista
transgender fa poi notare che quest’anno ricorrerà il 10° anniversario del Kyev
Pride: «Purtroppo, data la situazione, sarà pressoché impossibile poter fare la
marcia dell’orgoglio. Prima dell’invasione eravamo certi della realizzazione e
stavamo già iniziando a preparare il relativo programma. Avevamo pensato di
invitare il presidente Zelensky, sempre sensibile alle nostre rivendicazioni, e
speravamo comunque nella partecipazione di un suo rappresentante. Non credo che
questo possa non solo avvenire ma essere minimamente pensato attualmente in
Russia».
L’aperto
supporto del presidente dell’Ucraina alla causa Lgbt+ è d’altra parte tale da
essere oggetto di scherno e detrazione da parte degli entusiasti sostenitori di
Vladimir Putin e della tesi duginiana della guerra ai corrotti costumi
occidentali, massimamente espressi dalla «norma della perversione» ossia
dell’omosessualità, di cui si è fatto interprete, il 6 marzo scorso, il
patriarca di Mosca Kirill.
Se ne
può avere una riprova nella delirante dichiarazione dell’ex nunzio apostolico
Carlo Maria Viganò che, nell’elogiare il presidente della Federazione Russa e
nel ritenerlo vittima di un complotto dell’élite globalista, vera
pianificatrice della guerra, parla di Zelensky come attore comico dalla
«performance en travesti […] perfettamente coerenti con l’ideologia Lgbtq che
viene considerata dai suoi sponsor europei come indispensabile requisito
dell’agenda di “riforme” che ogni Paese deve far proprio, assieme alla parità
di genere, all’aborto e alla green economy.
Non
stupisce che Zelensky, membro del World Economic Forum, abbia potuto
beneficiare dell’appoggio di Schwab (il loro nuovo Dio in terra.Ndr) e dei suoi alleati globalisti per
arrivare al potere e realizzare il Great Reset anche in Ucraina».
Al
riguardo Yuri Guaiana, componente della segreteria nazionale di +Europa e
senior campaign manager di All Out, ricorda a Linkiesta che «le dichiarazioni di Putin, del suo
ideologo rosso-bruno Aleksandr Dugin e del patriarca di Mosca Kirill I mostrano
chiaramente che ciò di cui più hanno paura sono la democrazia, i diritti umani
e le libertà individuali che vanno direttamente contro il suo progetto
imperialista, aggressivo, violento e repressivo. Dobbiamo riconoscere che oggi
gli ucraini stanno difendendo valorosamente anche le nostre libertà».
Per
l’attivista, che nel 2017 fu arrestato a Mosca (con altri quattro) mentre
tentava di consegnare al procuratore generale due milioni di firme raccolte
contro le violenze cecene, «da quando la Russia ha invaso l’Ucraina anche le
persone Lgbt+ stanno vivendo un incubo. Molte persone della comunità Lgbt+ si
sono arruolate nell’esercito e alcune si sono offerte volontarie per proteggere
la popolazione in città. Altre sono in pericolo immediato e devono lasciare il
paese. Per sostenere la resilienza e la sicurezza degli ucraini Lgbt+, All Out
ha lanciato una raccolta fondi. Anche una piccola donazione è importante e può
salvare delle vite».
Gli fa
eco Luca Trentini, attivista e coordinatore Sinistra Italiana – Brescia, che
sottolinea come «la situazione dei diritti Lgbt+ in Ucraina era in forte evoluzione prima
dello scoppio della guerra. Una società non certo accogliente aveva visto
aprirsi spazi di libertà. L’approvazione di due ben Strategie nazionali per i
diritti umani, i Pride celebrati a Kiev e in molte città, sebbene militarizzati
dalla polizia, facevano pensare a un avvicinamento all’Europa sui temi dei
diritti civili. Un cammino ancora lento e segnato da fortissime difficoltà, ma
tuttavia presente. Lo scoppio della guerra mette seriamente in pericolo tutto».
Il
motivo è da ricercarsi nella strategia in atto da tempo che «vede il governo russo e la stretta
cerchia di oligarchi vicini a Putin tra i principali finanziatori dei movimenti
pro family che in tutto il mondo, Italia compresa, si muovono per avversare
l’evoluzione delle libertà civili. È ipotizzabile che sia proprio sui diritti
civili (non certo solo Lgbt+) che Putin possa trovare il fondamento ideologico
e religioso su cui costruire un blocco politico, sociale ed economico, ancorato
ai valori tradizionali da contrapporre al “corrotto” Occidente».
Che
questo possa avere una ricaduta in negativo sulla comunità Lgbt+ ucraina è
possibile. Ma al momento le varie associazioni hanno altro a cui pensare. Lenny ci racconta che il Kyiv Pride
è impegnato «a offrire sostegno diretto a chi ha bisogno attraverso consegna di
cibo e di acqua. Abbiamo poi aperto un rifugio qui nella capitale e aiutiamo
chi è stato costretto a lasciare i territori pesantemente bombardati. Abbiamo inoltre un gruppo di
psicologi, che assicura assistenza quotidianamente con sedute online».
L’attivista,
inoltre, spiega come «nel tempo invasione abbiamo già aiutato oltre 200
persone, creando anche una chat sicura per le persone Lgbt+. Chat, dove si può
chiedere o dare aiuto oppure condividere preoccupazioni. Abbiamo infine creato
un database relativo ai rifugi in tutta Europa, a cui si può chiedere ospitalità
o aiuto per il trasporto dal confine». Ma, conclude Lenny, «lavoriamo
soprattutto per tenere alto il morale e sostenere chi combatte, perché siamo
fiduciosi di poter ricacciare l’invasore». Che è, in ultima analisi, anche il
nostro auspicio.
(Ecco
spiegato il motivo della ripugnanza di Putin dinanzi alla civiltà occidentale ormai
trasformata dai Soros, Klaus Schwab & C. in un “bordello gay” in stile
ucraino. Ndr)
Negli
Usa tiepida diffidenza
sulle
novità del voto italiano.
Agi.it-
Massimo Basile – (25 settembre 2022) - ci dice:
Su
economia e Ucraina gli analisti non si aspettano cambiamenti, il vero confronto
è atteso sul nuovo patto di stabilità dell'Ue nel 2023.
AGI -
Nell'imminenza del voto in Italia, diffidenza è lo stato d’animo degli
americani nei confronti di un possibile governo guidato da Giorgia Meloni.
Ma dal
punto di vista delle misure economiche e della guerra in Ucraina, gli analisti
in Usa si aspettano poche novità sul breve periodo, in attesa del vero
confronto: la discussione del nuovo patto di stabilità in ambito Unione
Europea, in calendario nel 2023.
Quello
che si chiedono in molti a Washington è se con un governo Meloni l’Italia
diventerebbe più simile alla Polonia o all’Ungheria, entrambe tentate dall’idea
di rendere più forte il sistema politico, ma con il premier ungherese Viktor
Orban che ha definito il suo modello una “democrazia illiberale”. I giornali
progressisti mostrano la stessa diffidenza, ma con toni meno drammatici.
Il New
York Times ha ritratto Meloni come un politico che da un lato vuole chiudere
con il passato e dall’altro non alienarsi il sostegno della base nostalgica e
ha dedicato un lungo servizio da Roma in cui evidenzia il paradosso di un Paese
al bivio: da un lato le donne faticano ad affermarsi, dall’altro si teme la
leadership di una donna, che non convince una parte dell’elettorato per le sue
posizioni “poco femministe”, a cominciare dal diritto all'aborto.
Il
Washington Post preferisce evidenziare il “tratto distintivo” di Meloni
rispetto a una classe dirigente politica maschile.
“Ha
sostenuto con forza la Nato - ha scritto il Post nei giorni scorsi - e mostrato
nessuna affinità con il presidente russo Vladimir Putin”. Ma soprattutto,
aggiunge, “dice che non guiderà una svolta autoritaria”.
Quello
che cambierà, è la previsione del Post, sarà il rapporto con le “lobby Lgbt” e
la “sinistra globalista”. Ma se dovesse vincere, Meloni “si
troverà di fronte un duro compito: guidare un Paese alle prese con un lungo
declino e che vede la sua ascesa con diffidenza”.
Per il
Wall Street Journal sarà il primo test politico sulla tenuta del fronte
occidentale: la vittoria della destra può dare uno spiraglio a Vladimir Putin e
incrinare il fronte favorevole alle sanzioni verso Mosca. Ma nel breve periodo gli analisti
americani non prevedono cambiamenti.
Secondo
il think tank economico “Think.ing.com”, “a giudicare dalle indicazioni contenute nel
programma, Meloni
seguirà la linea tracciata da Mario Draghi”.
Dunque:
pieno sostegno all’Ucraina, completa adesione all’Alleanza Atlantica e pieno
supporto al processo di integrazione europea”.
Diverso,
secondo gli analisti, il programma che prevede un sistema meno legato alla
burocrazia dell’Unione Europea e che dia più potere ai governi.
“Noi -
spiegano gli esperti del think tank americano - non vediamo rischi sul breve
periodo, ma bisognerà capire cosa succederà nel 2023 quando verrà discussa la
riforma del patto di stabilità. Un atteggiamento di opposizione da parte di
Meloni non può essere escluso”.
Rassicura
la prudenza mostrata dalla leader di Fratelli d’Italia sulla riforma fiscale rispetto
al leader della Lega Matteo Salvini, che “ha già scelto di aumentare il deficit
per finanziare le famiglie e le attività nel caso di un aumento del prezzo del
gas”.
La
diffidenza emerge in molti interventi, come quello dell’economista Carlo
Bastasin, del think tank Brookings.
“Durante
la sua campagna - sostiene Bastasin - Meloni ha alternato dichiarazioni
rassicuranti ad altre estremamente controverse riguardo la sua agenda politica.
Ha anche
definito in modo ambiguo l’ex primo ministro Benito Mussolini come una
personalità che ha bisogno di essere inserita in un particolare contesto
storico”.
“L’elezione
- sottolinea Bastasin - arriva esattamente cento anni dopo la marcia su Roma,
che aprì la strada alla dittatura”. “Spingere l’Italia verso un sistema
autoritario - continua l’economista - non sarebbe compatibile con l’obiettivo
di raggiungere una crescita economica.
Una
ragione è data dal fatto che l’economia dell’Italia è tenuta a galla dalle
istituzioni europee. La Banca Centrale Europa, in modo implicito e qualche volta
esplicito, ha garantito che l’Italia non andrà in default o uscirà dall’euro”.
Gli
aiuti nei prossimi cinque anni ammontano all’11-12 per cento del prodotto
interno lordo italiano. Aiuti che saranno garantiti a parità di condizioni già
sancite sotto il governo Draghi. Per Meloni, spiega l’economista, “non sarà facile
ridurre i diritti civili o avviare politiche autocratiche e continuare a
ricevere i fondi europei”. L’esempio è proprio uno dei leader di riferimento di Meloni:
Orban. I
trasferimenti dei fondi all’Ungheria sono attualmente rinviati perché il regime
del premier ungherese non soddisfa i parametri di Bruxelles.
EUROPA
e USA(ID) spingono per le
teorie
gender e il “family planning”.
Gazzettadellemlia.it
- Gloria Callarelli – (29 settembre 2022) – ci dice:
(ComeDonChisciotte.org)
Sul
piatto milioni di euro.
Torna
in questi giorni prepotente l’affondo delle élite globalista sui temi dell’emancipazione di genere, della
diseguaglianza di genere, della salute sessuale riproduttiva e relativi diritti.
Tutta
una serie di termini facenti parte della neolingua che in realtà, come sappiamo
molto bene, nascondono i veri obiettivi di questi gruppi di potere:
spingere per l’ideologia gender, sostenere il controllo delle
nascite (loro la chiamano la family planning ovvero pianificazione familiare) e
radicare un forte femminismo che anziché riconoscere alla donna il ruolo
primario di madre intende stumentalizzarla ancora di più mettendo così a
rischio l’istituzione familiare, implementando politiche appunto abortiste e, con
questa scusa, introducendo anche nei Paesi meno sviluppati la tecnologia con il
duplice risultato di favorire certamente le multinazionali amiche e lavorare
per raggiungere la Quarta rivoluzione industriale (di Klaus Schwab), dove l’uomo deve essere sostituito
o divenire schiavo delle macchine.
Non ci
credete? Eppure basta fare riferimento al recente discorso di Ursula Von der
Leyen in Europa per averne conferma:
la presidente della Commissione Europea,
infatti, ha annunciato pochi giorni fa un nuovo contributo di 45 milioni di €
nell’arco di sei anni “a sostegno della salute sessuale e riproduttiva, dei
relativi diritti e dei diritti delle donne in tutto il mondo”.
Che
messa così può anche suonare bene (al di là dei contributi che sono un’enormità
e che oggi, alla luce della crisi costruita ad arte anche per via di una guerra
voluta e imposta che sta rovinando l’intera Europa, dimostra il totale
scollamento tra popoli e governi/potere) ma che, come spiegato sopra, nasconde
le insidie mondialiste di cui parlavamo.
Concretamente
a chi andrebbero i contributi elargiti? Ad esempio, a chi produce
contraccettivi.
Un
incentivo dunque a NON mettere su famiglia che evidentemente, e prova ne sono
queste specifiche, non è tra le priorità dei nostri.
Si
parla di parto sicuro, vero, ma non un accenno, non una lira a chi mira a fare
molti figli (e nel caso di certi Paesi africani o sudamericani parliamo di
prassi non certo di episodi singolari). Tra le righe, solo una strenua
difesa in favore della “pianificazione familiare” appunto.
Si
legge sul sito dell’UNFPA che è partner dell’iniziativa, che lo stesso “lavora
per sostenere la pianificazione familiare: garantendo una fornitura costante e
affidabile di contraccettivi di qualità; rafforzamento dei sistemi sanitari
nazionali; sostenere politiche a sostegno della pianificazione familiare; e la
raccolta di dati per supportare questo lavoro”.
Infine si legge un generico accesso universale ai
“diritti sessuali”. Insomma la direzione intrapresa, seppure nel camuffamento
generale, appare molto chiara.
Per
capire che non si tratta di decisioni prese senza un denominatore comune ma che
si tratta di una vera e propria agenda, di un programma definito di
rovesciamento della società, cui lavorano da anni personaggi come Bill Gates,
Rockfeller e tutta l’élite mondialista, andiamo a spulciare e trovare conferma
dai “complici” trasferendoci negli Stati Uniti.
Il duo
progressista Biden-Harris (già sostenuto nelle elezioni dai personaggi di cui
sopra), anche attraverso l’USAID, agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo
Internazionale, è tornato in questi giorni a premere forte l’acceleratore sulle
stesse politiche, guarda caso, dell’Europa: parità di genere,
responsabilizzazione delle donne, emancipazione femminile. Bingo.
L’alleanza
mondialista dell’asse occidentale è sempre più forte, sempre più in sintonia.
Sempre più chiara l’idea di sradicare l’ordine naturale delle cose e costruire
il famoso Nuovo ordine mondiale, basato su teorie ideologiche contrarie, neanche a
dirlo, alla nostra tradizione (cristiana) oltre che, spesso e volentieri, al
più elementare buonsenso.
Ma
torniamo agli Usa. Teniamo presente che la richiesta di budget dell’USAID per
l’anno fiscale 2023 è di 60,4 miliardi di dollari. Si registra un aumento del
6% rispetto allo scorso anno che include 2,6 miliardi di dollari in più per
promuovere la strategia nazionale sull’equità e l’uguaglianza di genere.
Attenzione
perché l’USAID definisce l’equità di genere come “il processo per garantire che
donne e uomini, ragazzi e ragazze e individui di genere diverso ricevano un
trattamento coerente, sistematico, equo e giusto e la distribuzione di benefici
e risorse”.
Ecco
appunto. Il
sito Heritage, il think tank conservatore statunitense, denuncia come la bozza
preparata sul tema dall’USAID “sia piena di termini come “binario di genere”,
“diverso di genere” e “identità di genere”, che si riferiscono a nient’altro
che sentimenti soggettivi o etichette artificiali che nulla hanno a che vedere
con il sesso biologico ma solo con la teoria ideologica del gender”.
Dunque
scavando tra le righe della neolingua, superando il concetto femminista di
diritti per le donne, questo è quello che emerge.
Inoltre,
proseguendo nella ricerca USAID, si legge come “per approfondire” il tema si
possano raggiungere altri siti. E poco importa se siano siti inerenti ad altri
temi cari alla propaganda: la biodiversità, il cambiamento climatico, le sfide globali
dell’acqua e dei servizi igienico-sanitari o l’istruzione.
Ogni
ambito, ogni capitolo dell’agenda globalista (perché se non l’avete capito di
questa si parla) non perde occasione per inserire il tema gender o la spinta
ideologica alle teorie Lgbt ecc. L’agenda quella è, ed è tutta collegata.
Un
esempio? Veniamo indirizzati al sito climatelinks, collegato appunto all’USAID, e
scopriamo un’intera pagina riservata al tema, con un paragrafetto che recita:
Gli
impatti dei cambiamenti climatici variano tra le popolazioni e sono aggravati
da vulnerabilità intersecanti legate a genere, razza, etnia, età, classe,
religione, disabilità, geografia e altro ancora. I rischi durante e dopo i
disastri naturali sono spesso più elevati per le donne e le ragazze, i giovani,
i popoli indigeni, le persone LGBTQI+ e le persone con disabilità a causa di
norme sociali, fallimenti nell’ordine pubblico e interruzione dei mezzi di
sussistenza.
Ogni
scusa è buona, dunque, per sostenerne la propaganda. Ma la violenza
nell’imposizione di queste teorie sta forse producendo, oggi, un effetto
contrario.
Ci sono Paesi che si stanno opponendo allo
sviluppo di questi temi. La Serbia per esempio, che di recente ha portato in piazza
migliaia di persone contro questa ostinata propaganda; o il Cile che nei giorni
scorsi si è opposto alla modifica della Costituzione, ferma all’epoca di
Pinochet, perché la proposta è stata giudicata troppo radicale e progressista
con, nemmeno a dirlo, il tentativo, tra gli altri, di radicare anche nel Paese
sudamericano le teorie gender neutral.
I
prossimi mesi saranno decisivi per tutti i Paesi investiti da questa valanga: staremo a vedere se i popoli si
faranno conquistare da questa nuova forma di colonialismo o se riusciranno a salvaguardare la
crescita (senza imposizioni) delle nuove generazioni.
(Gloria
Callarelli- ComeDonChisciotte.org)
Questo
Epico Discorso Del Nuovo
Primo
Ministro Italiano Mostra
Perché
I Globalisti La Temono Così Tanto.
Greenpass.news
– Redazione – (Settembre 26, 2022) – ci dice:
I
globalisti che guidano l’Unione Europea, le banche e i media si stanno sciogliendo per l’elezione
della prima donna a capo del governo italiana Giorgia Meloni.
Un
discorso del 2019 contro il Nuovo Ordine Mondiale di Meloni, diventato virale
sui social media dopo la sua elezione di domenica, evidenzia perfettamente il
motivo per cui i globalisti la temono così tanto.
“Questo
è quello che stiamo facendo qui oggi”, ha detto Meloni al Congresso Mondiale
delle Famiglie a Verona. “Perché la famiglia è un nemico? Perché la famiglia è
così spaventosa? C’è un’unica risposta a tutte queste domande. Perché ci
definisce. Perché è la nostra identità».
Perché
tutto ciò che ci definisce è ormai un nemico per chi vorrebbe che non avessimo
più un’identità e fossimo semplicemente dei perfetti schiavi consumatori. E
così attaccano l’identità nazionale, attaccano l’identità religiosa, attaccano
l’identità di genere, attaccano l’identità familiare.
Non
posso definirmi italiana, cristiana, donna, madre. No. Devo essere cittadino x,
sesso x, genitore 1, genitore 2. Devo essere un numero. Perché quando sarò solo
un numero, quando non avrò più identità e radici, allora sarò lo schiavo perfetto
in balia degli speculatori finanziari. Il consumatore perfetto.
Questo
è il motivo per cui ispiriamo così tanta paura. Ecco perché questo evento
ispira così tanta paura. Perché non vogliamo essere numeri. Difenderemo il
valore dell’essere umano. Ogni singolo essere umano. Perché ognuno di noi
possiede un codice genetico unico e irripetibile.
E che
ti piaccia o no, è sacro. Lo difenderemo. Difenderemo Dio, il Paese e la
famiglia. Quelle cose che disgustano così tanto le persone. Lo faremo per difendere
la nostra libertà perché non saremo mai schiavi e semplici consumatori in balia
degli speculatori finanziari. Questa è la nostra missione. Ecco perché sono
venuta qui oggi.
[G.K.]
Chesterton scrisse, più di un secolo fa… “I fuochi si accenderanno per
testimoniare che due più due fanno quattro. Verranno sguainate le spade per
dimostrare che le foglie sono verdi d’estate”.
Quel
tempo è arrivato. Siamo pronti. Grazie.
Il
partito Fratelli d’Italia di Meloni, insieme a una coalizione di partiti di
destra, Lega e Forza Italia, guidati rispettivamente dall’ex vicepremier Matteo
Salvini e dall’ex premier Silvio Berlusconi, hanno ottenuto collettivamente il
43% dei voti contrari alle politiche di immigrazione di massa dell’UE,
l’indottrinamento LGBT, la guerra in Ucraina e l’aborto.
Ecco
perché la
presidente Ue non eletta Ursula von der Leyen ha minacciato di imporre sanzioni
contro l’Italia se Meloni avesse vinto.
Meloni?
"Ursula ha ragione":
minaccia
al centrodestra,
monta
il complotto-Ue.
Liberoquotidiano.it-
Massimo Sanvito – (29 settembre 2022 ) – ci dice:
Li
stavamo solo aspettando. E infatti sono arrivati, più puntuali di un orologio
svizzero.
I
burocratici europei, all'indomani del voto che ha sancito il trionfo di Giorgia
Meloni, non hanno aspettato un secondo di più prima di affilare le unghie e
graffiare l'Italia.
«Il prossimo governo italiano avrà molto più
interesse a continuare a lavorare con l'Europa per finalizzare il grande
accordo sulla migrazione che abbiamo sul tavolo, parte del quale è già stato
concordato e non vedo ragione per la quale il governo italiano possa guadagnare
a fare altrimenti perché l'accordo europeo offre garanzie di solidarietà e
responsabilità»,
ha attaccato il greco Margaritis Schinas,
vicepresidente della Commissione Europeo.
Aggiungendo
pure che quanto detto dalla Von der Leyen alla vigilia delle elezioni - «se le cose vanno male abbiamo gli
strumenti per intervenire», aveva arringato Ursula - «sono cose ovvie, la presidente ha
detto la verità». Guarda caso, nessun accenno ai ricollocamenti dei migranti per la loro
redistribuzione tra tutti i paesi europei.
Mentre
il tedesco Michael Gahler, coordinatore del Ppe nella commissione Affari esteri
del Parlamento Europeo, ha chiamato in causa Forza Italia:
«Spero sia in grado di garantire che il
percorso europeo dell'Italia possa continuare. Sono dispiaciuto che due partiti
di estrema destra siano diventati dominanti nella nuova coalizione. Fratelli
d'Italia è troppo a destra, come ho sperimentato personalmente in questo
Parlamento. Salvini è un normalissimo nazionalista antieuropeo e un amico di
Putin. Questo non è accettabile ma Meloni ha mostrato solidarietà all'Ucraina e
confido che continuerà a farlo».
E poi,
immancabile, il solito «vigileremo» in tema di politica economica. «Il timore è che, specie per quanto
riguarda il debito pubblico, le destre non rispettino i criteri di Maastricht e
che le riforme intraprese da Draghi possano essere abbandonate».
Gli attacchi all'Italia, però, si sprecano a ogni
latitudine.
Dall'Olanda,
il premier Mark Rutte, ha commentato così la vittoria di Fratelli d'Italia: «È
motivo di preoccupazione. I partiti di questa coalizione hanno detto e fatto
cose che dovrebbero renderci vigili. Non dovremmo essere ingenui, ma dobbiamo
darle una possibilità. Cercherò di costruire un buon rapporto con lei», ha
detto riferendosi alla Meloni.
In
Spagna, Francia e Germania i partiti di governo e i quotidiani d'élite sono
saltati sulla sedia dopo aver registrato il 44 per cento del centrodestra unito.
Il
ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Albares, ha dichiarato che il voto
italiano è stato legittimo - ma davvero? - alludendo però al fatto che alcune
forze politiche strizzino l'occhio al «modello di Putin che è autoritario e non
crede nella pluralità o nella diversità».
A spalleggiarlo
l'editoriale de El Pais, dove si sprecano le accuse alla «stella fascista» che guida la
Meloni e la sua idea «poco femminista» - perché pro vita - sulle donne.
SINISTRA
GLOBALISTA.
Per
non parlare del megafono della sinistra globalista, Politico, che si sta
divertendo a paragonare gli anni della dittatura di Benito Mussolini al
prossimo governo trainato da Fratelli d'Italia, mentre il The Guardian, dopo
aver ospitato Roberto Saviano, ha lanciato l'allarme sulle inesistenti
discriminazioni verso il mondo Lgbt e sui fantasiosi dubbi della permanenza
dell'Italia nell'Ue.
«Dobbiamo
vedere se Giorgia Meloni farà ciò che ha detto davvero o no», ha detto. Quasi
una sfida. Qualcuno gli dica che nel programma del centrodestra non c'è nulla
di illegale.
CHI
VUOLE DISTRUGGERE
GIORGIA
MELONI?
Bastabugie.it
- Rino Cammilleri – (29 settembre 2022) – ci dice:
Un
forte governo di centrodestra ridesta paure strumentali agitate in malafede da
media e governi europei (invece Polonia e Ungheria si congratulano).
Scusate
se, giunto al fin della licenza, pongo una domanda alla Bertoldo: ma che
votiamo a fare?
Campagna
elettorale al calor bianco, se in questo sito liberale pubblico una recensione
culturale, ci sono lettori che sbuffano perché ho derogato dal Di
Maio-Letta-Meloni-Salvini-Renzi-Calenda. A me però viene in mente il verso di
Battiato, il famoso cantautore del boh: «Quante stupide galline che si
azzuffano per niente».
Sì,
perché proprio i frequentatori di questo sito dovrebbero sapere come andrà a
finire.
Ok, il centrodestra vincerà (salvo saponette
sotto al piede last minute).
E poi? Ricordate Salvini ministro degli
Interni? Due rinvii a giudizio. Due! L'ha sfangata? Buon per lui, ma la famosa
immunità parlamentare serviva proprio ad evitare che un politico fosse
costretto a perdere tempo prezioso in cause. L'avversario si azzoppa anche
intralciandolo.
Ebbene, immaginate che cosa succederà a un
governo di centrodestra.
Proprio
chi qui mi legge dovrebbe sapere bene quale è stato il calvario di Berlusconi:
li
ebbe tutti addosso, interni ed esterni. Merkel, Sarkozy, spread, mercati,
poteri forti, finanza internazionale, Soros, giornali, media mondiali,
nani&ballerine.
Perfino
Veronica Ciccone, in arte (si fa per dire) Madonna, venne a cantare in Italia
con un video in cui tra i grandi cattivi della storia ci aveva messo il
Cavaliere, sicura di strappare l'applauso di tutti color-che-contano qui e in
the world.
La
nostra magistratura è stata riportata all'imparzialità? No.
I
direttori di testata sono tornati al giornalismo puro? No.
La Rai è tornata al pluralismo? No. E allora,
ripeto, che votiamo a fare? Il parlamento europeo ha fatto una standing ovation in
sostegno al Gay Pride vietato dalla Serbia.
Ed è
da mò che condanna Polonia e Ungheria per gli stessi motivi, cui si aggiunge
l'aborto che in Polonia è crollato del 92% da quando il governo ha vietato
quello eugenetico (il che la dice tutta).
Orban
viene portato a esempio di bestia nera malgrado sia stato votato da
praticamente tutti gli ungheresi.
I polacchi, romantici come al solito (di loro
si ricorda l'eroica carica di cavalleria contro i panzer tedeschi), per odio
storico contro i russi mandano armi, uomini, soldi a Zelensky, e hanno accolto
mezza Ucraina quantunque non possano permetterselo economicamente.
A
loro, però, zero Pnrr: non sono democratici perché non consentono l'aborto a
go-go e non esaltano i Gay Pride.
Orban,
meno romantico è più furbo, piglia il gas da Putin e non dovrà cuocere il
gulash senza fuoco. Aspettiamo Madonna, nani&ballerine esibire la sua
faccia coi baffetti alla Hitler.
Ma
guardiamoci, noi italiani: è una settimana che stiamo incollati ai funerali
della regina, e chissenefrega del Britannia. I peggiori nemici del nostro
benessere stanno nella City e a Wall Street, ma chi lo dice è un complottista
antiamericano.
Berlusconi,
reo di voler difendere le ragioni del suo Paese, dovette piegarsi a far la
guerra a Gheddafi, che era come tagliarsi le gambe da soli. Per dire.
Ebbene,
la Meloni, se vincerà lei, lo sa bene; infatti prima della campagna era andata
a farsi dare la benedizione dai conservatives americani.
Da qui
il suo sostegno a una guerra ucraina i cui perdenti siamo noi, come sa bene.
Non aveva altra scelta: chi vuol comandare in Italia deve chiedere il permesso
agli americani. Ma appena si azzarderà a (cercare di) fare gli interessi
nazionali, si scatenerà il solito inferno.
Da qui
la reiterata domanda: ma che votiamo a fare? Badate non è un invito
all'astensione (che è ciò che vogliono i nostri avversari: comandare senza
l'intralcio di elezioni), perché votare serve almeno a contarci e far sapere
all'avversario da che parte sta il popolo. Ma prepariamoci a far scorte di
valium.
Nota
di BastaBugie:
Luca
Volontè nell'articolo seguente dal titolo "Allarme europeo (in malafede) sulla
Meloni" spiega perché la prospettiva di un'Italia governata dal centrodestra (a
guida Fratelli d'Italia) ridesta paure strumentali agitate da media e governi
europei (mentre Polonia e Ungheria si congratulano e anche la Russia è
disponibile a collaborare, a certe condizioni).
Ecco
l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 settembre
2022:
Fascisti
eredi di Mussolini, pericolosi attentatori dell'Europa... la zizzania sparsa da
Letta e dalla sinistra illiberale ha attecchito. Al di là degli insulti ignoranti,
si apre uno spazio da protagonista per l'Italia in Europa, nel Mediterraneo e
per la pace in Ucraina.
Una
premessa è nota ma d'obbligo: Già Alleanza Nazionale, con la svolta di Fiuggi,
aveva tagliato le proprie radici con ogni ispirazione fascista, tant'è che Pino
Rauti e altri fondarono il Movimento Sociale Fiamma Tricolore.
A maggior ragione, Fratelli d'Italia, nato nel
2012 e presentatosi sin dalle elezioni del 2013, non ha nulla nel suo programma
e tra i suoi principi ispiratori che possa rifarsi alle esperienze fasciste,
tanto meno quella di Benito Mussolini.
Inoltre,
Giorgia Meloni è stata eletta Presidente dei Conservatori europei (ECR) lo
scorso 29 settembre 2020, non di una famiglia politica europea di "estrema
destra".
Non
c'è alcuna buona fede nei commenti dei giornali internazionali, piuttosto
livore ideologico per l'ennesima sconfitta della sinistra e della sua
"supposta superiorità morale". Partiamo.
Al-Jazeera
scova commentatori allarmati del pericolo neofascista in Italia, allo stesso
modo si legge della preoccupazione del fascismo di ritorno in Italia sui
giornali turchi, tra i quali l'Hurriyetdaily accusa la Meloni di aver forgiato
il suo partito sull'eredità del fascismo e Benito Mussolini, mentre il
DailySabah si spinge sino a vedere nella Meloni un nuovo Mussolini. La Turchia
teme di rivedere un'Italia che finalmente si riappropri del proprio ruolo nel
Medio Oriente e nel Mediterraneo, i suoi giornali usano toni indegni.
In
Spagna, Francia e Germania i partiti di governo e quotidiani hanno espresso
anch'essi preoccupazione per i risultati delle elezioni italiane.
Il
ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Albares ha dichiarato che il voto
italiano è stato legittimo ma ha lamentato che alcune forze politiche mirano a
seguire «il
modello di Putin... che è autoritario e non crede nella pluralità o nella
diversità» e lanciato il malocchio sull'Italia dicendo che il «populismo
finisce sempre allo stesso modo: con una catastrofe».
A spalleggiare il governo Sanchez, è stato
anche stavolta l'editoriale de El Pais, dove troviamo un crogiolo di accuse
insulse sulla "stella fascista" che guida la Meloni e la sua idea
poco femminista – perché pro-life – sulle donne.
Proprio
ieri, però, la ex vicepresidente del governo ed esponente socialista Carmen
Calvo, ha accusato l'esecutivo di voler distruggere tutta la legislazione
sull'eguaglianza femminile, dopo l'approvazione della Legge Trans. Chi è contro
le donne?
Peggio
la Francia dove, interpellata dalla radio francese BFMTV, il primo ministro
Elisabeth Borne ha detto di esser pronta, insieme alla Unione europea, a
vigilare perché «ogni Stato deve essere in linea con i valori europei, sullo
stato di diritto, sui diritti umani, tra i quali il rispetto del diritto
all'aborto».
La
Borne avrebbe ben altro da fare: guida un governo di minoranza e avrà
difficoltà ad approvare la "legge di bilancio", nel quale
recentemente due esponenti di spicco di Verdi e dei Socialisti si sono dovuti
dimettere per le accuse di violenze e tutto l'ufficio di presidenza della
commissione sull'incesto, istituita dopo gli scandali della sinistra, lamenta
la grave disattenzione dell'esecutivo.
Più prudente il presidente Macron che,
rispetta i risultati elettorali e si augura, «come vicini e amici, di
continuare a lavorare insieme».
Per Le
Monde invece il successo della Meloni, per la prima volta dalla Marcia su Roma
di Benito Mussolini, è un pericolo mortale per l'Europa, visti i risultati
delle destre in Svezia e della Le Pen in Francia.
In
Germania, il vice-portavoce del Cancelliere Olaf Scholz, si è limitato a dire
che «l'Italia è un Paese molto favorevole all'Europa, con cittadini molto
favorevoli all'Europa e presumiamo che questo non cambierà».
Su Der Spiegel fanno capolino le accuse all'Italia
spendacciona, con i soldi europei, mentre DW dà ampio spazio a tutti coloro che
legano FdI e Meloni al fascismo, Mussolini e la definiscono (come in altri
quotidiani) di "estrema destra" per voler promuovere "Dio,
patria e famiglia".
Il
brillante Eric Mamer, portavoce della Commissione EU, dice che la Commissione
spera "di avere una cooperazione costruttiva con le autorità
italiane", dopo la formazione del nuovo governo. Un passo avanti, dopo le
volgari ingerenze della Von der Leyen descritte su La Bussola i giorni scorsi. L'"house organ" della
sinistra globalista, Politico, si diletta a paragonare gli anni di Mussolini
con il prossimo governo della Meloni, il The Guardian, dopo aver ospitato le farneticanti
analisi di Roberto Saviano, si preoccupa per inesistenti discriminazioni verso
gli Lgbtqi e la permanenza dell'Italia nella Ue.
Tutti
i leaders conservatori europei hanno invece espresso le congratulazioni per il
successo del centrodestra e della Meloni (il polacco Mateusz Morawiecki e
l'ungherese Viktor Orban in primis).
Le tre
superpotenze? La Cina rimane contrariata dalla dichiarazione della Meloni sul
ritiro italiano dalla "Via della Seta" e il sostegno a Taiwan, gli
Usa con Antony Blinken sono «pronti a lavorare con il nuovo governo», mentre
dal Cremlino Dmitry Peskov dice che la Russia è pronta «ad accogliere qualsiasi
forza politica che sia in grado... di dimostrare un atteggiamento più
imparziale e costruttivo verso il nostro Paese».
Mosca
così apre ad un possibile impegno diplomatico italiano. Fermo restando il nostro sostegno
all'Ucraina,
il prossimo governo deve cogliere questa responsabilità di essere protagonista
per un cessate il fuoco e la pace. Il "modello Di Maio" deve essere
dimenticato al più presto e per il bene di tutti.
(Blog di Nicola Porro, 21 settembre 2022- Vassalli degli Usa: votare è (quasi) inutile)
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