PATRIA e POTERE DELLE MULTINAZIONALI.
PATRIA e POTERE DELLE MULTINAZIONALI.
La
Germania si
prepara per consegne di contanti
di emergenza, corse agli sportelli bancari e
"malcontento
aggressivo"
in vista
delle interruzioni di corrente invernali.
Zerohedge.com
- TYLER DURDEN – (17 NOVEMBRE 2022) – ci dice:
Mentre
l'Europa ha mantenuto una facciata generalmente ottimistica in vista del
prossimo inverno freddo, segnalando che ha più che sufficiente gas in magazzino
per compensare la perdita di approvvigionamento russo anche in uno scenario
"più freddo", dietro le quinte la più grande economia europea si sta
tranquillamente preparando per uno scenario peggiore che include folle inferocite
e corse agli sportelli bancari se i blackout impediscono alla popolazione di
accedere al contante.
Come
riporta Reuters citando quattro fonti, le autorità tedesche hanno intensificato
i preparativi per le consegne di contanti di emergenza in caso di blackout (o
piuttosto blackout) per mantenere l'economia in funzione, mentre la nazione si
prepara a possibili interruzioni di corrente derivanti dalla guerra in Ucraina.
I piani includono l'accumulo di miliardi extra da
parte della Bundesbank per far fronte a un aumento della domanda, nonché
"possibili limiti ai prelievi", ha detto una delle persone.
E se
pensi che gli investitori crittografici siano arrabbiati quando non possono
accedere ai loro token digitali in uno scambio in bancarotta, aspetta di vedere
un tedesco il cui denaro è appena stato bloccato.
I
funzionari e le banche stanno guardando non solo all'origination (cioè alla
stampa di denaro) ma anche alla distribuzione, discutendo ad esempio l'accesso
prioritario al carburante per i trasportatori di denaro, secondo altre fonti
che commentano i preparativi che hanno accelerato nelle ultime settimane dopo
che la Russia ha limitato le forniture di gas.
Le
discussioni sulla pianificazione coinvolgono la banca centrale, il suo
regolatore dei mercati finanziari BaFin e diverse associazioni del settore
finanziario, hanno detto le fonti Reuters la maggior parte delle quali ha
parlato a condizione di anonimato su piani privati e in divenire.
Sebbene
le autorità tedesche abbiano pubblicamente minimizzato la probabilità di un
blackout e di corse agli sportelli bancari - per ovvie ragioni - le discussioni
mostrano sia quanto seriamente prendano la minaccia sia come lottano per
prepararsi a potenziali interruzioni di corrente paralizzanti causate
dall'aumento dei costi energetici o addirittura dal sabotaggio.
Sottolineano
anche le crescenti ramificazioni della guerra in Ucraina per la Germania, che
per decenni ha fatto affidamento sull'energia russa a prezzi accessibili e ora
affronta un'inflazione a due cifre e una minaccia di interruzione da carenza di
carburante ed energia.
Come
tutti coloro che hanno familiarità con la storia recente della Repubblica di Weimar
in Germania sanno, l'accesso al contante è di particolare interesse per i
tedeschi, che apprezzano la sicurezza e l'anonimato che offre e che tendono a
usarlo più di altri europei, con alcuni che ancora accumulano marchi tedeschi
sostituiti da euro più di due decenni fa.
Secondo
un recente studio della Bundesbank, circa il 60% degli acquisti quotidiani tedeschi
sono pagati in contanti e i tedeschi, in media, ritirano più di 6.600 euro
all'anno principalmente dai bancomat.
Ed
ecco la battuta finale: un rapporto parlamentare di un decennio fa avvertiva di
"malcontento" e "alterchi aggressivi" nel caso in cui i
cittadini non fossero stati in grado di mettere le mani sul denaro in un
blackout.
Traduzione: in caso di interruzione del
prelievo di contanti, la società tedesca potrebbe benissimo lacerarsi.
In
effetti, c'è stata una corsa al contante all'inizio della pandemia nel marzo
2020, quando i tedeschi hanno ritirato 20 miliardi di euro in più di quanto
hanno depositato.
Era un
record, e funzionava generalmente senza intoppi.
Ma un
potenziale blackout solleva nuove domande sui possibili scenari, e i funzionari
stanno intensamente rivisitando la questione mentre la crisi energetica nella
più grande economia europea si approfondisce e l'inverno si avvicina.
Se si
verificasse un blackout, un'opzione per i responsabili politici potrebbe essere
quella di limitare la quantità di denaro che gli individui ritirano, ha detto
una delle persone.
Inutile dire che sarebbe una pessima opzione
per la Germania, e per la Fiat in generale (dopo tutto, se il fallimento di FTX
è un occhio nero per le criptovalute, cosa si può dire della fiat se una delle
economie più avanzate del mondo limita l'accesso al contante).
La
Bundesbank elabora il denaro che circola attraverso i negozi e l'economia
tedesca, rimuovendo i falsi e mantenendo ordinata la circolazione.
Le sue enormi scorte lo rendono pronto per
qualsiasi picco di domanda, ha detto quella persona.
Una
debolezza che la pianificazione ha rivelato riguarda le società di sicurezza
che trasportano denaro dalla banca centrale agli sportelli bancomat e alle
banche.
L'industria,
che comprende Brinks e Loomis, non è completamente coperta dalla legge che
guida l'accesso prioritario al carburante e alle telecomunicazioni durante un
blackout, secondo l'organizzazione industriale BDGW.
"Ci
sono grandi scappatoie", ha detto Andreas Paulick, direttore di BDGW.
I
veicoli blindati dovrebbero allinearsi alle stazioni di servizio come tutti gli
altri, ha detto.
L'organizzazione
ha ospitato un incontro la scorsa settimana con funzionari della banca centrale
e legislatori per far valere le sue ragioni.
"Dobbiamo
affrontare preventivamente lo scenario realistico di un blackout", Paulick
ha detto. "Sarebbe totalmente ingenuo non parlarne in un momento come
questo".
Quanto
male potrebbe diventare?
Bene,
oltre il 40% dei tedeschi teme un blackout nei prossimi sei mesi, secondo un
sondaggio della scorsa settimana pubblicato da Funke Mediengruppe. E poiché almeno un blackout è
praticamente assicurato nei prossimi mesi, ciò significa una fuga precipitosa
per il bancomat più vicino, qualcosa che l'infrastruttura finanziaria locale
difficilmente sarà in grado di gestire.
Di
conseguenza, l'ufficio per i disastri della Germania ha dichiarato di
raccomandare alle persone di tenere contanti a casa per tali emergenze
(sicuramente questo ispirerà fiducia).
Nel
frattempo, un'altra fonte Reuters osserva che i regolatori finanziari tedeschi
temono che le banche non siano completamente preparate per gravi interruzioni
di corrente e lo considerano un nuovo rischio precedentemente imprevisto.
Le banche considerano "improbabile"
un blackout su vasta scala, secondo Deutsche Kreditwirtschaft, l'organizzazione ombrello del
settore finanziario.
Ma le
banche sono comunque "in contatto con i ministeri e le autorità
competenti" per pianificare un tale scenario, soprattutto perché tutto ciò
che le banche dicono essere "improbabile" tende ad accadere piuttosto
regolarmente.
Ha
detto che la finanza dovrebbe essere considerata un'infrastruttura critica se
l'energia è razionata.
A
volte la politica può ostacolare la pianificazione del blackout.
A
Francoforte, la capitale bancaria della Germania, un membro del consiglio
comunale ha proposto di richiedere di presentare un piano di blackout entro il
17 novembre.
Il politico, Markus Fuchs del partito di
destra AfD, ha detto al consiglio che sarebbe irresponsabile non pianificarne
uno.
Ma gli
altri partiti hanno respinto la proposta, accusando Fuchs e il suo partito di
incitare al panico.
Fuchs
in seguito disse in un'intervista telefonica: "Se trovassimo una soluzione
per la pace nel mondo, sarebbe respinta".
La
questione sottolinea anche la dipendenza del commercio dalla tecnologia, con
transazioni sempre più elettroniche e dove la maggior parte dei bancomat non ha
una fonte di energia di emergenza.
Il
contante sarebbe l'unico metodo di pagamento ufficiale che funzionerebbe
ancora, ha detto Thomas Leitert, capo di KomRe, una società che consiglia le
città sulla pianificazione di blackout e altre catastrofi.
"In
quale altro modo saranno pagate le lattine e le candele per i ravioli?"
Leitert
ha detto. Bene, c'è tutta quella cosa delle criptovalute, ma il 2 ° più grande
donatore democratico ha fatto un ottimo lavoro lì.
LA MIA
PATRIA È MULTINAZIONALE.
Giorgiobianchiphotojournalist.com – Giorgio
Bianchi – (2 OCTOBER 2022) – ci dice:
Qui di
seguito troverete il discorso integrale (praticamente introvabile) tenuto da
Eugenio Cefis all’Accademia Militare di Modena nel 1972.
(dropbox.com/s/ti2idg4keifuy1t/Cefis%201972_Patria%20multinazionale.pdf?dl=0)
Se
avrete la pazienza di arrivare fino in fondo e di leggere anche le
interessantissime note a margine capirete per quale motivo Pier Paolo Pasolini
rimase profondamente turbato da questo testo.
Fu sconvolto al punto da sentire l’esigenza di
costruirci attorno un romanzo, quel “Petrolio” che non riuscì mai ad ultimare.
Grazie
al discorso di Cefis, Pasolini si trovò come d’incanto di fronte alla
fotografia più nitida del mutamento degli assetti di potere nel mondo di
allora, scattata nel momento stesso in cui la trasformazione si stava
compiendo.
Cefis
in pratica gli aveva fornito il tassello mancante per comprendere fino in fondo
le origini della mutazione politico-antropologica dell’Italia del dopoguerra
che ossessionava il poeta da anni.
“Il
consumismo può creare dei ‘rapporti sociali’ immodificabili, sia creando, nel
caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo
(che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo),
sia, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia
edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa
realizzazione, cioè, dei diritti civili.
In
ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe
ristretto all’utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti
marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista
storico, completamente nuova.
[…] Ora, la massa degli intellettuali che
ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili
rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra,
altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale
progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla
realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione
socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione
falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità.
Dunque
tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come
propri chierici.
Ed
essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando
una invisibile tessera.”
Scriveva
Pasolini nel discorso che avrebbe dovuto tenere al congresso dei radicali del
novembre 1975 e che purtroppo poté essere soltanto letto, davanti ad una platea
sconvolta e muta, perché due giorni prima Pasolini moriva ucciso.
(maurizioturco.it/bddb/1975-11-intervento-al-congr.html)
Pasolini
aveva capito fino in fondo il progetto politico che Cefis stava prefigurando
agli allievi dell’Accademia di Modena.
– [Il
militare] deve essere cittadino del mondo, perché ha un compito di dimensione
mondiale per la difesa della pace; dall’altro deve comprendere sempre meglio i
meccanismi politici e soprattutto economici che più della potenza militare
influenzano il nostro futuro.
Gli
stessi elementi che indicano la forza di un Paese sono cambiati: non contano
più tanto e solo le disponibilità di risorse e di materie prime, quanto le
capacità organizzative e la velocità di aggiornamento al processo tecnologico.
Dire
che i militari sono cittadini del mondo significa già dire qualcosa di più:
significa che devono organizzare il loro potere su scala internazionale più di
quanto non abbiano fatto finora.
– Ecco
quindi perché ci tengo a parlarvi delle imprese multinazionali; queste imprese
sono uno dei maggiori protagonisti della storia recente del mondo occidentale e
possiamo prevedere che, nel bene e nel male, il nostro futuro sarà in larga
misura determinato dalle iniziative di questi grandi organismi economici. Per
questo Voi dovete conoscerle.
– La
tendenza delle imprese a guardare al di là dei confini nazionali è assai remota
e può essere fatta risalire alle compagnie commerciali del Seicento, come la
famosa compagnia delle Indie, che pur facendo capo a un Paese europeo possedevano
e sfruttavano concessioni negli altri continenti con bandiera propria ed anche
con facoltà di disporre di proprie forze armate.
Per
Cefis la Patria è un ferrovecchio, pertanto i militari devono stare attenti
perché fra qualche anno dovranno misurarsi con qualcos’altro.
Per
questo motivo devono aggiornarsi per non essere tagliati fuori.
Ricordarsi,
è importante, che poche righe prima Cefis ha spiegato che le risorse
finanziarie e tecniche per una buona guerra multinazionale possono venire soltanto,
appunto, dalle multinazionali.
E che gli stati, come ribadirà poco dopo, sono
robe d’altri tempi.
Insomma:
prima gli ha indicato quale tipo di lavoro militare sarà richiesto nei prossimi
anni, poi gli sta spiegando chi saranno gli eventuali datori di lavoro: le multinazionali.
A
comandare saranno pertanto, in prima persona, le grandi società multinazionali.
Agli stati nazionali saranno riservati semplici compiti di mediazione.
0
meglio, gli stati saranno ridotti a delle specie di salotti dove i protagonisti
veri del pianeta si recheranno a discutere le loro controversie.
Probabilmente con i militari, e del tipo
allucinante descritto più sotto, che sorvegliano gli ingressi e che magari
passano l’aria condizionata.
– Gli eserciti nazionali basati sulla
coscrizione obbligatoria potrebbero essere destinati a cedere nuovamente il
passo ad apparati militari professionali analogamente a quanto avveniva alcuni
secoli fa; apparati militari non dissimili nella loro carica di tecnicità da
una moderna organizzazione produttiva.
È
chiaro però che questo tipo di professionalizzazione delle forze militari
porterebbe con sé l’enorme problema del controllo politico su un esercito fatto
esclusivamente di tecnici; così come del resto già oggi si pone il problema del
controllo politico su una classe manageriale il cui potere è in costante crescita.
Insomma:
l’immagine dei futuri militari comincia poco a poco a prendere corpo: devono
essere integrati su scala multinazionale, soldi e mezzi tecnici vengono dalle
multinazionali, saranno inevitabilmente dei professionisti a tempo pieno
(nemmeno più legati alla patria, che nel frattempo sarà sparita).
In
breve: dei centurioni che viaggiano in jet, comunicano fra di loro con reti
radar di cui nessun altro può avere il controllo e che dispongono di armi
micidiali.
Certo allora che il problema del «controllo
politico» su gente del genere si pone. Ma chi può esercitarlo, se Cefis vede
giusto?
Il
padreterno, oppure Ford, o la Esso, o Cefis stesso?
Cosa
possono fare gli stati nazionali per difendersi da tutte queste multinazionali
che avanzano? Risposta: «favorire forme di integrazione politica su scala
continentale».
Bene,
giusto, così gli Stati saranno più forti e potranno difendersi meglio.
Purtroppo
però Cefis spiegherà che l’integrazione politica europea è qualcosa che si
colloca lontano nel futuro, quella economica invece è invece più a portata di
mano.
Quindi
qual è la ricetta di Cefis per “difendersi” dalle multinazionali? Preparare
loro un bel mercato, grande come l’Europa, dove potranno crescere e svilupparsi
come funghi.
Gli
stati nazionali, volendo, possono anche mettersi in testa di fare la guerra
alle multinazionali.
Ma
sarebbero comunque perdenti.
E
allora «se gli stati vogliono pater godere de! massimo dei benefici che le
imprese possono fornire, e ridurre al minimo i costi, devono promuovere intese
che permettano di lavorare assieme».
Insomma,
via ogni progetto di guerra, si facciano i grandi mercati (quello europeo prima
di tutti), si facciano delle buone leggi multinazionali, così tutto sarà più
chiaro, e si discuta fra stati e multinazionali: chi si sarà comportato bene
sarà trattato bene, insomma.
Va da
sé che però dovremo mandare i militari professionisti, che dovremo preoccuparci
in qualche modo degli stati che stanno morendo.
Va da sé, cioè, che dovremo preoccuparci di
comandare.
Questo, in sintesi, l’universo cefisiano delle
multinazionali.
Pertanto
cari militari, occupatevi di politica, di politica, e ancora di politica.
Studiate i fenomeni sociali.
La
vostra futura guerra, permanente, non sarà infatti contro un altro esercito, ma
tutta dentro la società.
Preparatevi.
Ecco
perché Pasolini va riletto. Ecco a cosa ci hanno “addestrato” in questi ultimi
anni. Ecco perché tra poco arriveranno i militari.
Governativa,
privata o open:
quale
società del controllo vogliamo?
Chje-fare.com
- Adam Arvidsson – (6 aprile 2020) – ci dice:
(Adam
Arvidsson è Professore di Sociologia della Globalizzazione e dei Nuovi Media
all’Università Statale di Milano).
Nel
famoso saggio sulle società del controllo del 1990, il filosofo francese Gilles
Deleuze riportava la visione del suo amico e collaboratore, Felix Guattari di
«una città in cui ciascuno potesse lasciare il
proprio appartamento, la propria via, il proprio quartiere grazie a una
personale carta elettronica capace di rimuovere questa o quella barriera».
Deleuze
suggeriva che questo principio di libertà sorvegliata si stesse affermando come
parte di una nuova logica di gestione del sociale.
La
vecchia società disciplinare, dove ognuno doveva stare al proprio posto e
comportarsi entro i limiti normativi della propria posizione sociale, non
bastava più a contenere la nuova complessità che era in arrivo con la
globalizzazione e il proliferarsi di nuove libertà in campo sessuale,
identitario e di consumo. Le sue istituzioni centrali come le fabbriche, la
scuola e la famiglia ormai erano in crisi perenne.
Nella
futura società del controllo, suggeriva Deleuze, non ci saranno (quasi) più limiti
normativi ai comportamenti – tu potrai amare chi vuoi e consumare cosa
preferisci – ma tutte le azioni saranno sorvegliate elettronicamente e sarà il
profilo statistico che risulta dalle azioni e dalle interazioni di ciascuno a
determinare l’accesso ai vari spazi fisici e sociali.
Il
governo dei comportamenti si baserà sul principio attuario di identificazione
dei profili a rischio, e non sulla distinzione normativa fra bene e male, giusto
e sbagliato.
Abbiamo
visto il principio di libertà sorvegliata affermarsi in varie aree.
Da
allora abbiamo visto il principio della libertà sorvegliata affermarsi in varie
aree, dalla segmentazione per stili di vita che trasformò le ricerche di mercato
già negli anni Settanta, e che è rimasta più o meno inalterata come base per le
attuali analisi di dati a opera di Facebook, Google e Cambridge Analitica;
agli
algoritmi di profiling che accompagnarono la stretta sulla Homeland Security statunitense dopo l’undici settembre
– e che lasciarono il principe di Svezia bloccato per ore all’aeroporto di
Miami, reo di un pattern di voli sospetto – passando per le fidelity card di
Esselunga e la retorica dei “safe spaces” che ultimamente sta infestato i campus anglosassoni.
È
possibile che sarà l’attuale pandemia a elevare il principio di controllo a paradigma di gestione dei processi
sociali generalmente accettato e legittimato, così come, secondo Foucault, la
gestione dell’epidemia della peste nel Seicento fu la palestra per lo sviluppo
delle tecnologie di Sorvegliare e punire, che furono la base della precedente
società disciplinare.
È
possibile che a settembre, per accedere all’aeroporto o al treno ad alta
velocità, dovremo mostrare una app che, sulla base di un’analisi dei nostri
dati geo-localizzati, assicuri che non abbiamo interagito con i focolai
dell’infezione negli ultimi 14 giorni.
Forse
sarà addirittura richiesto un braccialetto che fornisca dati sul battito
cardiaco e sulla temperatura corporea per accedere al teatro o al cinema.
Saranno
sicuramente iniziative volontarie, anche perché nel presente quadro normativo
europeo è molto difficile obbligare i cittadini a condividere i loro dati in
questo modo, ma anche se saremo liberi di rifiutare, questo ci precluderà una
serie di accessi e ci renderà difficile proseguire uno stile di vita normale.
Non hai l’app sullo smartphone? Allora non
prendi l’alta velocita e non entri in aeroporto.
E
saranno misure che rimarranno in corso anche dopo l’emergenza immediata. Un po’
perché sono utili: in un capitalismo della sorveglianza – per usare il termine
dell’economista americana Shoshana Zuboff – più informazioni, vuol dire più
opportunità di mercato.
Un po’ perché ci sarà sempre una nuova
emergenza, un nuovo virus.
E
anche la normale influenza stagionale potrà essere gestita in modo analogo.
Un po’
perché le misure d’emergenza, una volta installate difficilmente si tolgono. Nascerà intorno a tutto questo un
apparato istituzionale fatto di professionisti, lobbisti portatori di una serie
di interessi consolidati.
Un po’ come è avvenuto con i controlli
aeroportuali.
Una volta passata l’emergenza della pandemia
allora le nuove misure di sorveglianza digitale saranno ritenute legittime
dalla stragrande maggioranza delle persone, esattamente così come oggi
riteniamo legittimi i limiti sui liquidi da portare nel bagaglio a mano in
aereo.
La
società del controllo si distingue dalla società disciplinare anche per il
rapporto diverso che instaura fra potere e governati.
Il controllo non s’interessa dell’individuo,
della sua identità e dei suoi motivi – giusti o sbagliati che siano -, si
indirizza a un livello più capillare, alle azioni, agli spostamenti fisici, ai
siti e alle risorse digitali consultate. Il controllo interviene direttamente
sulla vita sociale, ma nella sua manifestazione sub-individuale, in forma di
flussi di dati e patterns di correlazioni.
L’individuo
diventa un dividuo, ci suggerisce Deleuze, definito non dalla sua essenza
morale, come nelle società disciplinari, ma nella sua vicinanza anche
momentanea a un pattern statistico particolare.
Non
hai interagito con persone contaminate di Covid nelle ultime due settimane?
Puoi entrare in aeroporto. Hai interagito con persone vicine ai circuiti degli
ultra? Non puoi entrare allo stadio.
Questo
da un lato permette più libertà nelle scelte individuali.
Dall’altro
lato rende problematica l’articolazione di una soggettività politica, almeno
nel modo in cui siamo abituati a pensarlo.
Le
tecniche di sorveglianza medica delle istituzioni disciplinari ottocentesche
potevano indentificare l’omosessuale come un soggetto patologico, da reprimere,
rieducare o curare, a seconda degli approcci.
La
risultante soggettività omosessuale poteva però, in un secondo momento, essere
riappropriata, e trasformata in una base per l’azione politica, invocando, come
è successo nel secondo dopo guerra, diritti e nuove forme di riconoscimento
sociale.
La
società del controllo però non lascia spazio per una tale dialettica
identitaria.
Negli
Stati Uniti i rider della platform economy non hanno una soggettività operaia per usare un
vecchio termine (anche se recenti iniziative legislative puntano in quella
direzione).
Come independent contractors non sono portatori né di diritti né
di doveri, al di là del rapporto strettamente economico.
Per l’azienda esistono solo come nodi in una
rete di flussi di dati, di merci e di denaro che possono essere liberamente
scartati se non rispettano i parametri di performance.
Non
c’è da sorprendersi se il modello della società del controllo adesso si mostri
come una parte della modernità cinese, che ha avuto i sui sviluppi più
importanti nell’ambito di un modello politico dove i diritti individuali e la
società civile contano relativamente poco, e dove, invece, il problema
cibernetico del mantenimento dell’ordine sociale è pressoché tutto.
Anche
se, come sottolineava già Deleuze, le tecnologie di controllo si sono sviluppate
in occidente, come risposta alla crisi della società industriale, è stata la
Cina – nell’ultimo decennio – a implementarle nel ambito di un modello sociale
coerente, come mostrano le sperimentazioni con il sistema di misurazione delle
virtù cittadine, usato anche per fornire profili di rischio che determinano
l’accesso ai finanziamenti per start up e piccole imprese, per la diffusione
del e-payment, e ultimamente per la gestione dell’epidemia CoVid in Cina così
come in Corea del Sud.
L’esperienza
della pandemia ci fa fare un paio di passi avanti verso la piena realizzazione
della società del controllo e ci mostra anche alcune possibili direzioni per il
suo futuro sviluppo.
Esiste
un modello cinese dove lo stato ha un accesso diretto e immediato a tutti i
dati generati dai cittadini, e la possibilità di intervenire in modo pressoché
illimitato, ma esiste anche un modello Silicon Valley, dove i dati sono di
proprietà delle grandi società private che possono concederne l’accesso come
no.
Facebook fornirà accessi i dati degli utenti
per controllare la diffusione del Coronavirus? Forse sì.
E continuerebbe a farlo anche se fosse
costretto a misure di tassazione più stringenti?
Possiamo
immaginare un modello più partecipativo?
In
alternativa possiamo immaginare un modello più partecipativo basato sugli Open
Data.
Una
partecipazione civica con chiare regole di trasparenza per quanto riguarda il
funzionamento degli algoritmi e la gestione dei dati.
Questo
è il modello sognato dalla Commissione Europea anche se al momento con scarsi
risultati.
Ed è
anche il modello che è stato implementato a Taiwan per controllare la
diffusione del Coronavirus dove i cittadini sono stati invitati a condividere i
dati e dove si sono introdotti sistemi di controllo e di sorveglianza su base
comunitaria.
Oppure
ancora ci potrebbe essere un modello italiano, in cui tutto finisce come nei
vecchi chioschi informatici che furono installati nelle stazioni ferroviarie
all’inizio degli anni Novanta (ricordate?) e che dopo qualche mese rimasero
quasi tutti in disuso, con la spina staccata.
CONTROLLO
SOCIALE E POLITICO.
Sorveglianza
digitale, peggio la Cina o
le Big
Tech? I rischi per la nostra libertà.
Agendadigitale.eu
– Avvocato Antonino Mallamaci – (28 Ott. 2022) – ci dice:
Non si
può negare che ogni cittadino cinese è sottoposto a un controllo soffocante, ma
a occidente non siamo messi meglio: a controllare ogni aspetto delle nostre
vite sono le big tech, a caccia di dati per fare soldi.
Nonostante
una apparente sensibilità, anche il capitalismo tecnologico ha sempre in testa
la sorveglianza.
Mass
Surveillance.
“Sappiamo
dove siete. Sappiamo dove siete stati. Sappiamo più o meno anche a cosa state pensando”.
Questa
affermazione non è di Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese
del quale ci occuperemo tra poco.
L’ha pronunciata Eric Schmidt di Google nel
2010, ed è riportata nel fondamentale libro di Shoshana Zuboff “Il capitalismo della
sorveglianza”.Perché è vero, come vedremo, che lo stretto controllo al quale è
sottoposto ogni cittadino cinese è pervasivo, asfissiante, soffocante,
specialmente dall’avvento della pandemia.
D’altra parte, però, non si può negare che le
Big Tech siano protagoniste di una vera e propria caccia ai dati – obiettivo
della sorveglianza – per fare soldi, che non accenna, al di là dei periodici
proclami, ad affievolirsi.
E
vedremo cosa sta facendo Facebook a tal proposito.
How
China’s Surveillance Is Growing More Invasive . Visual Investigations.
La
sorveglianza statale per contenere il Covid (e non solo) in Cina.
Veniamo
alla Cina, dove il Covid è stato affrontato con strumenti che definire coercitivi
è riduttivo,
soprattutto in quanto le tecnologie introdotte consentono un controllo
capillare anni fa impossibile.
Altro
che la dittatura sanitaria nostrana!
In
molte parti della Cina, la sorveglianza statale e i controlli Covid-19 iniziano
all’uscita da casa, ad esempio con un test da parte di lavoratori con tute
ignifughe bianche mandati dal governo.
Senza prove di un risultato negativo, gli
spazi pubblici sono vietati, compresi gli edifici per uffici, i negozi di
alimentari e i parchi.
Le
telecamere sorvegliano le strade. Sul taxi, al bar, sul posto di lavoro ai
cinesi viene chiesto di scansionare un codice QR per un database governativo che tenga
traccia dei loro movimenti.
Se il
database mostra che hai incrociato qualcuno infetto dal virus, probabilmente
sarai costretto alla quarantena.
Dall’avvento
di Xi, dieci anni fa, la Cina è andata molto più a fondo nella sorveglianza
della vita dei cittadini.
Il
Covid ha spinto i controlli a livelli completamente nuovi.
Quando
Xi è entrato in carica, ha aumentato la stretta sui social media, ha ampliato
la sorveglianza e ha represso le imprese private.
Il
giorno dell’inizio del ventesimo Congresso del Partito comunista cinese, due
striscioni di protesta sono stati calati da un cavalcavia autostradale situato
a un importante incrocio e vicino a una stazione della metropolitana di
Pechino, in un quartiere nel quale insistono molte delle migliori università e
società tecnologiche del paese.
La polizia è arrivata rapidamente a toglierli,
ma gli autori di uno dei rarissimi atti di protesta in Cina non sono stati
individuati.
La
sorveglianza totale contro le minoranze.
La
sorveglianza va tuttavia ben oltre l’esigenza di contenere il Covid.
Le
autorità cinesi assemblano i dati degli strumenti biometrici, come il riconoscimento
facciale, con i numeri ID e i dati comportamentali raccolti dalle aziende
tecnologiche, per identificare le azioni che considerano minacciose per
l’ordine sociale.
Nello
Xinjiang, volti, voci e movimenti fisici vengono tracciati in tempo reale,
utilizzando telecamere e altri strumenti di sorveglianza alimentati
dall’intelligenza artificiale come parte di una campagna per assimilare
forzatamente gli Uiguri e altri gruppi musulmani turchi.
I loro
membri vengono tracciati digitalmente, usando i loro volti, le voci, i vortici
delle loro iridi e persino il modo in cui camminano.
I loro smartphone vengono costantemente
scansionati dalla polizia alla ricerca di prove di identità religiosa o
connessioni all’estero.
Quelli
potenzialmente pericolosi vengono mandati in prigione o in uno degli
“arcipelaghi” della regione di “trasformazione attraverso centri educativi”.
Hangzhou,
la città cinese più intelligente e controllata: i progetti City Eye e City
Brain.
Ma se
lo Xinjiang è il luogo in cui l’uso della sorveglianza di massa da parte del
Partito precipita in un incubo distopico, Hangzhou, capitale della provincia di
Zhejiang, è il luogo in cui il regime insegue l’utopia.
Qui
macchine fotografiche e sensori hanno lo scopo di migliorare la vita dei
residenti tanto quanto di controllarli.
Essi
alimentano i dati in algoritmi che alleviano la congestione del traffico,
monitorano la sicurezza alimentare e aiutano a scortare i primi soccorritori in
caso di incidenti.
Il colosso dell’e-commerce Alibaba e
Hikvision, il principale produttore mondiale di telecamere di sorveglianza,
sono partner nella gestione della città.
Grazie a loro, i quartieri degli affari
vibrano di un’energia giovane e conquistatrice del mondo.
Le collaborazioni hanno trasformato Hangzhou
nella “più intelligente” delle città cinesi e in un modello che altre realtà si
stanno affrettando a emulare.
I dati
raccolti dalla città la aiutano a gestire il flusso di turisti nelle attrazioni
affollate, a ottimizzare i parcheggi e a progettare nuove reti stradali.
City
Eye.
Un’iniziativa
particolarmente degna di nota prende il nome emblematico di City Eye.
Gli
strumenti abilitati all’intelligenza artificiale sono andati in uso alla
filiale di quartiere del chengguan, un’organizzazione con compiti di polizia:
scacciare i venditori ambulanti, perseguire chi alimenta discariche abusive,
rintracciare vandali, distribuire multe per il parcheggio.
“City
Eye” è iniziato nel 2017, con l’installazione di circa 1.600 telecamere di
sorveglianza della polizia in una delle vie più popolose della città. Il
programma ha collegato i feed della telecamera con l’intelligenza artificiale
mantenendo un controllo 24 ore su 24 per le strade e inviando avvisi automatici
con uno screenshot ogni volta che c’era qualcosa di anomalo, come mucchi di spazzatura
e venditori ambulanti in posti non autorizzati.
Agli
agenti il compito di decidere quali violazioni meritasse una risposta.
L’IA, però, non sempre fa le cose per bene: ad
esempio, scambia le foglie cadute o la neve per spazzatura.
Altre
volte segnala qualcosa che sarebbe tecnicamente una violazione, ma non un
problema abbastanza grande per agire.
Secondo
la polizia, il sistema migliorava quanti più dati raccoglieva, e i benefici
superavano di gran lunga il fastidio dei falsi allarmi.
Tra
gennaio e luglio 2019 le sue pattuglie umane di strada hanno identificato 2.600
potenziali violazioni.
Nello stesso periodo, l’IA di City Eye ne ha
registrati 19.000.
Circostanza
ancora più importante, il controllo ha prodotto risultati: un calo dei casi
mensili di vendita senza licenza da oltre 1.100 nell’agosto 2018 a soli 30 un
anno dopo.
Anche
i cittadini sembravano contenti. L’esperienza dei pedoni era migliorata, le
strade erano pulite, le biciclette elettriche parcheggiate all’interno di linee
bianche assegnate.
City
Brain.
Alibaba
ha fornito invece una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale, City
Brain, che aiuta il governo della città a ottimizzare tutto, dal traffico alla
gestione dell’acqua.
Allo
stesso tempo, i prodotti e le piattaforme di Alibaba rendono più facile pagare
le bollette, prendere l’autobus, ottenere prestiti e persino citare in giudizio
le aziende locali nei tribunali on line.
A City Brain è attribuita la trasformazione di
Hangzhou, notoriamente intasata dalle auto, dalla quinta città più
congestionata del paese alla cinquantasettesima.
Per
alleviare il traffico di Hangzhou, Alibaba ha progettato un sistema per
elaborare i dati video, dagli incroci e dalle posizioni GPS, in tempo reale,
consentendo alle autorità stradali della città di ottimizzare i segnali e
ridurre quindi la congestione.
City
Brain fornisce anche uno strumento di navigazione per le ambulanze, basato
sull’intelligenza artificiale, che manipola i semafori per liberare un percorso
nel traffico.
L’ambizione
di un nuovo tipo di governo moderno, alimentato da dati e sorveglianza digitale
di massa.
Altra
causa di aumento delle intrusioni nella vita quotidiana è la frustrazione per
il rallentamento economico, causato in parte dai blocchi di Covid, che ha reso
più difficile trovare lavoro.
Il
Governo ha represso le società di tecnologia e istruzione nel tentativo di
frenare l’assunzione di rischi del settore privato e di affermare un maggiore
controllo statale sull’economia.
Xi ambisce acché questa nuova fase porti alla
creazione di un nuovo tipo di governo moderno, alimentato da dati e
sorveglianza digitale di massa, che possa rivaleggiare con la democrazia a
livello globale.
Mentre accumula sempre più dati sui movimenti
e le abitudini della sua gente e sviluppa nuovi modi per elaborarli, il PCC
mantiene la promessa di una società perfettamente progettata:
quella
in cui le società di intelligenza artificiale lavorano fianco a fianco con la
polizia per rintracciare i fuggitivi, trovare bambini rapiti e svergognare
pubblicamente i jaywalker, (pedoni indisciplinati, che attraversano col rosso o
fuori dalle strisce);
in cui
i servizi pubblici, i premi per le buone azioni e le punizioni per
comportamenti scorretti sono tutti forniti con precisione ed efficienza
matematica.
City
Brain, si progetta, amplierà i suoi algoritmi per coprire la pianificazione urbana,
il consumo di elettricità e la lotta agli incendi.
A
lungo termine, i pianificatori statali cinesi stanno spingendo affinché i
sistemi delle città intelligenti assorbano i dati da una rete più diversificata
di sensori:
non
solo fotocamere e smartphone, ma anche lettori di codici QR, macchine per punti
vendita, monitor della qualità dell’aria e radio chip di identificazione della
frequenza utilizzati per memorizzare informazioni biometriche in carte
d’identità avanzate.
L’ambizione
delle città cinesi di rendere più facile la vita ai loro residenti sta
crescendo.
I
governi e le aziende locali hanno speso 24 miliardi di dollari per la
tecnologia delle città intelligenti nel 2020, una cifra che probabilmente
salirà a circa 40 miliardi di dollari entro la fine del 2024.
Come
lo Xinjiang, con la sua sistematica oppressione degli uiguri, Hangzhou funge da
zona pilota per il controllo sociale, offrendo al Partito Comunista una visione
di cosa funziona e cosa no.
Gli
esperimenti nei due luoghi suggeriscono che le stesse tecnologie utilizzate per
terrorizzare e rimodellare coloro che si pensa resistano all’autorità del
partito possono essere impiegate per coccolare e rassicurare coloro che
l’accettano.
La
sorveglianza per reprimere il dissenso: il controllo delle comunicazioni.
La
sorveglianza ha ovviamente pure funzioni di censura sulle opinioni dei cinesi
sul Governo e sul presidente Xi.
In
Cina i social media sono stati un modo per misurare le opinioni delle persone,
anche sotto la censura.
Ma è
essenzialmente impossibile cercare punti di vista sul signor Xi o su altri
politici di alto livello che non offrano lodi senza riserve.
Le
discussioni sui leader cinesi sono sempre state limitate, ma Xi ha messo in
piedi un meccanismo censorio che ha messo a tacere il dibattito on line in modi
completamente nuovi.
Le
autorità cinesi hanno represso gli influencer con opinioni dissenzienti, introdotto
leggi che limitano la parola sul web e multato le aziende per non aver
adeguatamente controllato i contenuti di Internet.
Alcune
delle piattaforme di social media più popolari restituiscono pagine bianche in
risposta alle ricerche sui sette leader che formano l’apice del potere.
Altre forniscono link a resoconti dei media
statali che promuovono una narrativa strettamente controllata.
Sul
forum di discussione online di Baidu, Tieba, ci sono più di 184.000 post su
Biden.
Se invece si cerca Xi si riceverà il seguente
messaggio: “Mi dispiace, in base alle leggi e ai regolamenti governativi
correlati, i seguenti risultati non possono essere mostrati”.
L’unico
contenuto relativo al signor Xi mostrato su Douyin, versione cinese di TikTok,
è quello generato dai media statali o da entità di partito.
Tra gli altri video dell’app è quasi
impossibile trovare quelli di cinesi normali che esprimono opinioni sul loro
leader.
Su WeChat e sul sito di domande e risposte
Zhiru, le discussioni sul leader cinese coinvolgono allo stesso modo solo fonti
dei media legate allo stato o al partito.
Un
post di Zhihu su un discorso del signor Xi a un ramo dell’Esercito popolare di
liberazione in cui chiedeva “l’unificazione della madrepatria” – un riferimento
alla presa del controllo di Taiwan – sembrava aver attirato quasi 220 commenti,
ma nessuno poteva essere visualizzato: un messaggio diceva che la sezione
commenti era chiusa.
Weibo,
simile a Twitter, consente la ricerca del nome del signor Xi solo da parte
degli utenti in Cina, ma essi devono preventivamente registrarsi con un numero
di cellulare collegato alla propria carta d’identità e solo dopo possono
accedere per vedere i risultati della ricerca.
Ancora
una volta, i risultati sono quasi tutti articoli o video in qualche modo
collegati a media statali o agenzie governative.
Secondo
Eric Liu, del sito di notizie China Digital Times, la cancellazione dei post su
Internet sui leader cinesi era irregolare prima dell’avvento di Xi: all’epoca i
commenti ritenuti offensivi venivano rimossi solo una volta che i censori umani
o il software li aveva individuati.
Ora le società cinesi mantengono un elenco di
termini per Xi e utilizzano una combinazione di intelligenza artificiale e
censura umana per impedire ai post che li contengono di raggiungere il web.
Nella
classifica annuale della libertà online di Freedom House in 70 paesi in tutto
il mondo, l’Internet cinese si è classificato ultimo nel 2021.
Prima
dell’arrivo di Xi era più libero di Cuba, Myanmar e Iran.
La
censura, com’è naturale, non riguarda solo i boss del partito e dello Stato di
Pechino.
Le discussioni sui capi del Partito Comunista
delle 31 regioni e province autonome della Cina, consentite fino al 2011, sono
ora pesantemente censurate anche sui social media.
Tuttavia,
nella sorveglianza di massa sembra esserci anche un rovescio della medaglia col
quale il Governo cinese deve fare i conti.
Ma la
criminalità informatica colpisce anche la Cina.
Per
proteggere i dati sensibili, esso ha creato uno dei regimi di sicurezza
informatica e protezione dei dati più severi al mondo.
Nonostante
questi sforzi, un fiorente mercato sotterraneo transfrontaliero è cresciuto
attorno al commercio dei dati dei cittadini cinesi, la gran parte proveniente
proprio dalla vasta rete di sorveglianza.
Tempo
fa un utente anonimo di un popolare forum online sulla criminalità informatica
ha messo in vendita i dati di circa 1 miliardo di cittadini cinesi rubati alla
polizia di Shanghai;
dati
particolarmente sensibili, come numeri di identificazione del governo,
precedenti penali e sommari dettagliati di casi di stupro e abusi domestici.
Da allora il Wall Street Journal ha trovato
decine di altri database cinesi offerti in vendita, e occasionalmente gratuiti,
nei forum online sulla criminalità informatica e nelle comunità di Telegram con
migliaia di abbonati.
Quattro
delle cache rubate contenevano dati probabilmente presi da fonti governative,
secondo il WSJ, mentre molti altri erano pubblicizzati come contenenti dati
governativi.
La
Cina è unica, tuttavia, per la natura completa e sensibile dei suoi dati
esposti, una conseguenza del modo in cui centralizza più flussi di informazioni
provenienti da fonti governative e aziendali su piattaforme di sorveglianza
statali.
A
detta di Vinny Troia, fondatore della società di intelligence sul dark web
Shadowbyte, l’accumulo di così tanti dati in un unico luogo aumenta
intrinsecamente il rischio che escano dai data base.
Una
password debole o rubata, un tentativo di phishing riuscito o un dipendente
scontento possono causare il blocco dell’intero sistema.
Dalla
sorveglianza di stato al capitalismo della sorveglianza: il caso Meta.
Fin
qui la situazione in Cina.
Ma
perché abbiamo scelto di citare il dirigente di una Big Tech occidentale,
all’inizio?
Perché,
per fini diversi, o solo in parte diversi (Cambridge Analytica docet), il
capitalismo tecnologico ha sempre in testa la sorveglianza, nonostante norme
nuove, sensibilità accresciute, controlli più stringenti.
Facebook
e il riconoscimento facciale.
Nel
novembre del 2021, Facebook aveva annunciato che avrebbe eliminato i dati di
riconoscimento facciale estratti dalle immagini di oltre 1 miliardo di persone,
e smesso di offrire di taggare automaticamente le persone in foto e video,
quest’ultima la forma più comune di tecnologia
di riconoscimento facciale al mondo.
Un
dirigente di primo piano, con l’aria presumibilmente contrita, aveva
nell’occasione affermato che la decisione rifletteva la “necessità di valutare
i casi d’uso positivi per il riconoscimento facciale rispetto alle crescenti
preoccupazioni della società”.
Luke
Stark, assistente presso la Western University, in Canada, aveva commentato con
Wired la decisione di FB in questi termini: la modifica era una tattica di
pubbliche relazioni: la spinta alla realtà virtuale dell’azienda avrebbe probabilmente
portato a una raccolta ampliata di dati fisiologici e avrebbe sollevato nuovi
problemi di privacy. Previsione azzeccata.
Il
visore VR Quest Pro.
Meta,
proprietaria di Facebook, ha giorni fa presentato il nuovo visore VR, chiamato
Quest Pro.
Esso
aggiunge cinque telecamere che osservano il volto della persona per tracciarne
i movimenti oculari e le espressioni facciali, consentendo a un avatar di
riflettere le sue espressioni: sorridendo, ammiccando, alzando un sopracciglio,
tutto in tempo reale.
L’auricolare
ha anche cinque telecamere esterne che in futuro aiuteranno a dare agli avatar
gambe che copiano i movimenti di una persona nel mondo reale.
Dopo la presentazione, Stark ha detto che
sospetta che l’impostazione predefinita “off” per il rilevamento dei volti non
durerà a lungo.
“È chiaro da alcuni anni che gli avatar
animati agiscono come leader della perdita della privacy”, ha affermato.
“Questi dati sono molto più dettagliati e
molto più personali dell’immagine di un volto nella fotografia”.
Mark
Zuckerberg ha descritto la nuova raccolta di dati intimi come una parte
necessaria della sua visione della realtà virtuale.
“Quando comunichiamo, tutte le nostre
espressioni e gesti non verbali sono spesso ancora più importanti di ciò che diciamo,
e anche il modo in cui ci connettiamo virtualmente deve riflettere questo”.
Zuckerberg
ha anche affermato che le fotocamere interne di Quest Pro, combinate con le
fotocamere nei suoi controller, alimenterebbero avatar fotorealistici che
assomigliano più a una persona reale e meno a un cartone animato.
Aziende
e vari progetti di ricerca hanno precedentemente utilizzato foto convenzionali
di volti per cercare di leggere lo stato emotivo di una persona.
I dati del visore di Meta potrebbero fornire un
nuovo modo per dedurre gli interessi o le reazioni di una persona ai contenuti.
L’azienda
sta sperimentando gli acquisti nella realtà virtuale e ha depositato brevetti
per inserire annunci personalizzati nel meta-verso, nonché contenuti
multimediali che si adattano in risposta alle espressioni facciali di una
persona.
Il
product manager di Meta ha affermato che l’azienda non usa queste informazioni
per prevedere le emozioni.
Le
immagini non elaborate e le immagini utilizzate per alimentare queste funzionalità
vengono archiviate sull’auricolare, elaborate localmente sul dispositivo ed
eliminate dopo l’elaborazione
.
Nelle informazioni sulle espressioni facciali e la privacy pubblicate dalla
società si legge che, sebbene le immagini grezze vengano eliminate, le
informazioni raccolte possono essere elaborate.
I dati
sui movimenti del viso e degli occhi di un utente Quest Pro possono essere
trasmessi anche ad aziende al di fuori di Meta.
Un
nuovo Movement SDK garantirà agli sviluppatori esterni l’accesso a dati
astratti sullo sguardo e sulle espressioni facciali per animare avatar e
personaggi. Per quanto concerne gli
auricolari, secondo Meta i dati condivisi con servizi esterni “saranno soggetti
ai suoi termini e alle sue politiche sulla privacy”.
La
tecnologia che cattura le espressioni è già al lavoro nelle app fotografiche e
nei memoji di iPhone.
Meta ha però affermato che l’acquisizione del
linguaggio del corpo in tempo reale è la chiave dell’ambizione dell’azienda di
far indossare alle persone cuffie per realtà virtuale per partecipare alle
riunioni o svolgere il proprio lavoro.
Meta ha annunciato che integrerà presto il
software di produttività Microsoft, inclusi Teams e Microsoft 365, nella sua
piattaforma di realtà virtuale.
Autodesk
e Adobe stanno lavorando su app VR per designer e ingegneri e un’integrazione
con Zoom consentirà presto alle persone di arrivare alle riunioni video come
Meta avatar.
Il
dispositivo Portal per le videochiamate domestiche.
Per
quanto riguarda il dispositivo Portal di Meta per le videochiamate domestiche,
il successo di Quest Pro può dipendere dal fatto che le persone dovrebbero acquistare
hardware con nuove capacità di raccolta dati da un’azienda con spiccata e
provata propensione a non proteggerli, o per monitorare l’attività di
sviluppatori di terze parti con accesso alla sua piattaforma, come Cambridge
Analityca.
E non
è che la partita del Meta-verso stia andando particolarmente bene. Meta ha
segnalato non più di 300.000 utenti attivi mensili per la sua piattaforma
social VR di punta, Horizon Worlds, che, informa il NYT, non viene usata
nemmeno dai suoi stessi sviluppatori.
Avi
Bar-Zeev, consulente sulla realtà virtuale e aumentata, teme che i dati sui
movimenti del viso e degli occhi possano consentire a Meta o ad altre aziende
di sfruttare emotivamente le persone in VR osservando come rispondono a
contenuti o esperienze.
“La mia
preoccupazione non è che ci verranno serviti un mucchio di annunci che odiamo,
ma che, al contrario, sapranno così tanto di noi che ce ne serviranno un sacco
che amiamo e non sapremo nemmeno che sono annunci”.
Anche
Kavya Pearlman, fondatrice della XR Safety Initiative, organizzazione senza
scopo di lucro che fornisce consulenza alle imprese e alle autorità di
regolamentazione del governo USA sulla sicurezza e l’etica nel meta-verso,
afferma che i precedenti scandali di Meta la rendono diffidente nei confronti
dell’azienda.
Fine
modulo Pearlman ha ricevuto una demo di Quest Pro prima del suo lancio e ha
appurato che gli schermi che richiedevano agli utenti di attivare il
rilevamento del viso e degli occhi avevano “modelli scuri”, apparentemente
progettati per spingere le persone ad adottare la tecnologia.
La
Federal Trade Commission USA, in un rapporto pubblicato un mese fa, consiglia
alle aziende di non utilizzare progetti che sovvertono le opzioni di privacy.
Per Kavya Pearlman, “siamo su una strada molto
pericolosa e, se non stiamo attenti, la nostra autonomia e il libero arbitrio
sono a rischio; le aziende che lavorano sulla realtà virtuale dovrebbero
discutere pubblicamente quali dati raccolgono e condividono e dovrebbero
fissare limiti rigorosi alle inferenze che faranno sulle persone”.
Conclusioni.
In
conclusione, è necessario stare sempre all’erta, anche in parti del mondo dove
la democrazia liberale continua a reggere sia pur tra grandi difficoltà.
A
queste latitudini non è lo Stato (o perlomeno con pervasività di gran lunga
inferiore rispetto al Dragone) a monitorare passo dopo passo i suoi cittadini
per fini di varia natura, in primis quello di mantenere il controllo sociale e
politico, come abbiamo visto accadere sempre di più in Cina.
Qua ci
pensano i capitalisti tecnologici a insidiare la libertà delle persone per
guadagnare montagne di soldi con la profilazione e l’advertising mirato.
Ma più volte sono emerse finalità molto più
inquietanti e più simili a quelle cinesi. Sempre dal libro di Shoshana Zuboff:
“Ricordiamoci
come Mark Zuckerberg si era vantato del fatto che Facebook avrebbe conosciuto
ogni libro, canzone o film letto, ascoltato o visto da una persona, sostenendo
che i suoi modelli predittivi ci avrebbero detto in quale locale andare al
nostro arrivo in una città sconosciuta, dove il bartender ci avrebbe atteso con
il nostro cocktail preferito sul bancone.
Come
ha sostenuto il capo del data science team di Facebook, “per la prima volta ci
sono abbastanza dati di qualità sulle comunicazioni tra persone. […] Per la
prima volta abbiamo un microscopio […] che ci consente di esaminare il
comportamento sociale a un livello di dettaglio senza precedenti”.
Questa
era Facebook. Ora si chiama Meta, ma, a differenza del nome, non sono cambiati
il suo CEO e i suoi progetti.
L’omaggio
della Einaudi a Gramsci,
un
compagno tradito da Sraffa e Togliatti.
Avantionline.it
- SALVATORE SECHI – (29 OTTOBRE 2020 ) – ci dice:
CULTURA,
POLITICA.
La
cultura politica della sinistra ha inteso, con pochissime eccezioni,
raffigurare Antonio Gramsci come un personaggio straordinario.
Non ha
esitato a cucirgli addosso le vesti di un vero e proprio eroe che avrebbe
sfidato, al pari di Piero Sraffa, le bufere del Novecento (rimando al saggio di
De Vivo edito da Castelvecchi nel 2018).
Insistente
è da diversi anni il tentativo di farne un intellettuale e un politico che le
stesse forze di destra (dai peronisti argentini e addirittura all’estrema
destra) considerano una fonte di ispirazione per l’analisi della realtà.
In
realtà, come mostrano le sue Lettere dal carcere (di recente ospitate da
Einaudi nella collana dei Millenni a cura di Francesco Giasi) ha avuto un
duplice ruolo. È stato un dirigente politico anti-stalinista e in genere
indisciplinato che venne sconfitto almeno dal 1926; e un intellettuale che ha
potuto fornire, forzosamente, a Togliatti e al Pci un’arma preziosa come quella
della nazionalizzazione dei comunisti.
L’ampio
rilievo che nei Quaderni del carcere Gramsci ha dato a Benedetto Croce e alla
cultura politica e letteraria del post-Risorgimento (esaminata minutamente da
Alberto Asor Rosa) è servito a dimostrare che il Pci affondava le radici nella
storia e nella tradizione nazionale.
Non
poteva, quindi, essere liquidato come un partito bolscevizzato.
Era
quanto evocava il suo nome (Partito comunista, sezione italiana
dell’Internazionale comunista, PCd’I). Lo si tenne in vita dal 1921 alla
fondazione del Cominform, nel maggio 1943.
In
realtà, le cose non stavano proprio così. Gramsci é stato un critico
implacabile di quel retroterra politico-culturale nazionale.
Non si è mai voluto identificare in esso, in
nessun segmento, prendendo di mira i socialisti ai quali ha dedicato pagine di
grande asprezza.
Quello
di non avere alcun referente nella storia dell’Italia unita fu il rischio che i
comunisti corsero nelle elezioni del 18 aprile 1948.
Fortunatamente Einaudi un anno prima, nel
1947, decise di rendere pubblica la grande umanità che scorre in ogni pagina
delle” Lettere dal carcere”, dandole alle stampe.
Contemporaneamente,
i curatori del volume (cioè Palmiro Togliatti e Felice Platone) si
preoccuparono di omettere dall’inserimento nel volume la corrispondenza tra
Gramsci da un lato, Togliatti e Grieco dall’altra, del periodo 1926-1928.
È vero
che lo scambio di martellate non è avvenuto attraverso la rete postale del
carcere, ma è ancora più vero che le Lettere dal carcere per dieci anni
documentano il sospetto, vissuto come una vera e propria ossessione, di Gramsci
di essere stato abbandonato (anche nelle campagne per la sua liberazione), cioè
tradito da Togliatti, Grieco e in generale dal partito.
Uno
storico assai geloso della propria lontananza dalle storiografie ufficiali dei
partiti come Mauro Canali ha intitolato il suo saggio “Il tradimento”.
“Gramsci, Togliatti e la verità negata”, edito
da Marsilio.
Nella
storiografia gestita dalla Fondazione Gramsci (togliattizzata: direi fino a
Franco Ferri) scarso è stato l’interesse a riferire Gramsci al suo tempo e
valorizzarne autonomia ed eterodossia.
Si è
puntato, invece, a farne un fenomeno paradigmatico di natura epocale e
universalistica.
Vale,
pertanto, la pena di sintetizzare i miti, le vere e proprie distorsioni della
verità che hanno finora accompagnato la letteratura e spesso la stessa
storiografia.
Non si
può, però, negare che la più giovane storiografia del Pci che ha gestito, e gestisce,
la Fondazione Istituto Gramsci, grazie alle ricerche (e direi all’indipendenza
di giudizio) di studiosi come, per esempio, Silvio Pons e Aldo Natoli ha dato
un contributo di prima grandezza all’analisi critica della biografia di
Gramsci.
Lo
stesso ex presidente Giuseppe Vacca pochi anni fa l’ha fatta oggetto-Vita e pensieri di Antonio Gramsci
1926-1937,
edito da Einaudi- di una riscrittura attenta non evitando nessun passaggio una
volta considerato assai ardito.
Il
fondatore e dirigente del Pcd’I, al pari del suo compagno Amedeo Bordiga, è
stato accusato, fin dal 1926, dagli esponenti del Pcus di essere un seguace di
Trotsky e dell’opposizione a Stalin.
Gramsci si era permesso, in una lettera ai
dirigenti sovietici della corrente maggioritaria (Bucharin-Stalin dai compagni
italiani condivisa), di perorare il rispetto della libertà (e del diritto) di
critica, e quindi di opposizione, per la corrente impersonata da Kamenev e
Trostsky.
Sarà
invece demonizzata fino alla criminalizzazione aperta.
L’accusa
ha finito per investire l’intero PcdI.
Lo
dimostra l’atteggiamento aspro, ritorsivo, quasi sempre pregiudizialmente
negativo, di D.Z. Manuilskij, il responsabile delle questioni italiane per
l’Italia del Pcus.
Di qui
lo scarso e tardivo interesse dimostrato da Mosca nel favorirne la liberazione
dal carcere fascista, in uno scambio da Stato a Stato.
Fino alla decisione, nel 1939, di sciogliere
il comitato centrale del partito, sostituendo Ruggero Grieco con un fedele
emissario del Komintern, Giuseppe Berti.
Nel
1927-1928, dall’interno del Pcd’I (ad opera di Ruggero Grieco, o dello stesso
Togliatti) sarebbe
stata messa a punto un’operazione prava, cioè di presentarlo come segretario
del partito (e quindi responsabile, insieme a M. Scoccimarro e a U. Terracini, di
tutti i reati di cui erano accusati nel processone in corso presso il Tribunale
di Milano).
E, insieme, di destinatario di un’operazione ben
avviata di scambio tra Mosca e Roma, per la sua liberazione.
Una
volta condannato, i più stretti collaboratori di Gramsci per dieci anni furono
un economista di prestigio come Piero Sraffa (trasferitosi come docente
universitario a Cambridge, nel Regno Unito) e soprattutto la cognata Tatiana
Schachter.
Sul
ruolo di intelligente e affettuosa assistenza e collaborazione di quest’ultima,
per molti decenni, non si volle fare luce o ci si limitò, trattandosi di una
donna, ad un prudente, compassato riferimento.
Secondo un malvezzo maschilista venne
spacciata per un’infermiera o una dama di compagnia.
A lei
si deve il recupero e la salvezza dei manoscritti che saranno pubblicati come “Quaderni
dal carcere “e il rispetto della volontà manifestata da Gramsci.
Togliatti
e i dirigenti del Pci, insieme a diversi ricercatori della Fondazione Gramsci,
non hanno mai avuto il coraggio di rivelare che le Schachter (cioè il ramo
russo della famiglia Gramsci formato dalla moglie Giulia e dalle cognate
Tatiana e Genia), erano delle collaboratrici del servizio segreto sovietico.
Né
risulta che abbiano mai svolto delle appassionate ricerche presso il Kgb per
verificare l’esistenza di relazioni o informazioni sul loro congiunto.
Ma è opportuno aggiungere che ancora oggi gli
archivi risultano a porte socchiuse o inconsultabili.
Analogamente
non si conoscono gli esiti di eventuali controlli e rapporti redatti in seguito
alla sorveglianza della polizia politica italiana.
Quando all’inizio della seconda metà degli
anni Trenta Gramsci viene dimesso dal carcere e ricoverato, da uomo finalmente
libero, nella clinica romana Quisisana, l’Ovra era già in funzione.
Non mi
pare dubbio che il suo massimo dirigente, Guido Leto, possa avere riferito il
contenuto dei reports su Gramsci a chi come Palmiro Togliatti e Luigi Longo con
la caduta del fascismo avevano favorito la sua attività di agente “doppio” (verso il fascismo e verso alcuni
settori dell’antifascismo e dei servizi dai paesi alleati).
Il
dissenso di Gramsci nei confronti della linea politica staliniana del Pcd’I (come il consenso alla politica del
social-fascismo”) induce Togliatti a calare il silenzio sul suo vecchio compagno fino a
lasciar circolare la voce che fosse stato oggetto di un’espulsione.
Fin
dal suo arresto, avvenuto a Milano nel 1927, i suoi rapporti con Palmiro
Togliatti sono stati inesistenti o indiretti.
Li
teneva, per conto di entrambi (e del Centro estero del partito), un loro
vecchio comune amico (erano stati compagni di università a Torino),
l’economista Piero Sraffa.
In
base ad un’intesa concordata, la corrispondenza dal carcere intrattenuta dalla
cognata russa Tatiana, con una certa regolarità fu portata all’attenzione (con
la consegna delle copie) a Sraffa che le faceva pervenire al Centro estero del
partito, a Parigi, e a Togliatti.
Qualche
dubbio sull’esistenza di un consenso su questa triangolazione può derivare da
un episodio cruciale.
Fin dalla
prima metà degli anni Trenta Gramsci si fece scrupolo di precisare ai suoi due
principali interlocutori (Tatiana e Sraffa, appunto) che i propri manoscritti
non dovevano avere come destinatari né il Pcd’I né, direi soprattutto, lo
stesso Togliatti.
Era il
segno plateale della rottura politica e personale intervenuta.
Tra
loro ogni scambio (anche elementare come di saluto, di auguri ecc.) venne a
cessare del tutto dopo il 1926 e fu sostituito da un atteggiamento di crescente
rancore e dissenso.
Il
punto estremo fu la decisione di Gramsci di affidare a Sraffa e alla cognata
Tatiana una vera e propria missione, cioè di escludere Togliatti dalla gestione
dei suoi scritti.
Le
cose, in realtà, andarono diversamente, cioè all’opposto.
Il
trattamento da un punto di vista sanitario di Gramsci in carcere e nelle case
di cura (a Formia e alla fine al Quisisana di Roma) fu ispirato a criteri di
grande attenzione.
I suoi medici facevano parte del team che
aveva in cura lo stesso Mussolini.
All’illustre
carcerato furono riservati favori negati ad altri come potere scrivere,
disporre di carta e penne, ricevere libri, riviste e regali fino a suscitare
l’invidia e le reazioni di altri compagni di partito con lui detenuti.
Ma le condizioni di vita restarono quelle di
un carcere fascista, cioè terribili.
Il
sospetto nutrito, fino alla morte, da Gramsci di essere stato trattenuto in
carcere anche più a lungo del tempo previsto dalla normativa in vigore, lo
indusse a coltivare l’idea di essere stato oggetto di tradimento da parte dei
suoi compagni più stretti, a cominciare da Togliatti.
La
ricerca, molto poco in sintonia con quella di Giuseppe Vacca, di uno storico
come Mauro Canali lo testimonia.
Di qui
sentimenti diversi e penosi come il proposito di togliersi la vita, di
rifugiarsi in Urss o di rintanarsi in Sardegna a Santu Lussurgiu circondato
solo dai suoi famigliari.
Il
proposito, una volta scarcerato, di voler abbandonare la vita politica suonò
come intenzione di lasciare il Pcd’I, ma anche alimentò la voce che Gramsci
fosse stato cacciato, cioè espulso.
L’avversione
a Togliatti fa parte dell’azione svolta dai famigliari del ramo russo, per
fargliela pagare.
Si
trattò di una vera e propria denuncia inviata al presidente del Comintern
Dimitrov.
Dall’esito
dell’inchiesta da lui affidata ad una compatriota bulgara molto indipendente e
comunque non condizionabile, trasse origine un episodio che è stato
rigorosamente tenuto nascosto al corpo del partito italiano e ai numerosi
lettori delle edizioni Einaudi:
l’esclusione
di Togliatti, di fatto, decretata da Dimitrov (non senza, probabilmente, il
consenso di Stalin) dalla vice-segreteria del Comintern.
Mi
pare sia stato uno dei pochi leaders del Komintern invitato a Ufa, nella
repubblica sovietica della Baskiria, cioè a ridosso degli Urali. Resta da
chiedersi come mai questi pessimi rapporti di Togliatti, insieme all’assenza di
ogni rapporto, dopo l’episodio del 1926, tra i due principali fondatori e
dirigenti del Pcd’I, e anzi il clima di incomunicabilità e di ostilità che ne
scaturì, non abbia impedito a Togliatti un’operazione assai fortunata:
di
dare la caccia ai manoscritti di Gramsci e di predisporne una pubblicazione
nell’Urss e una, dopo la guerra, in Italia (quella con Giulio Einaudi).
A venirgli
incontro fu l’economista Piero Sraffa.
Anch’egli
era stato destinatario da parte di Gramsci della raccomandazione di
estromettere Togliatti da ogni possibile contatto sui suoi manoscritti.
Ma
Sraffa non volle schierarsi contro di lui.
E, comunque, la partita fu giocata in sedi (il
Komintern, il Pcus, il Pci) in cui egli non aveva alcuna voce.
È una
bizzarria che vi sia ancora chi questa vicenda la consideri un pericolo, cioè
fonte di polemiche da evitare in ogni modo.
Ma
obdurutum est cor ejus, se si tratta di qualche esponente dell’aristocrazia (da
borgo o da suburra) reclutato dalla rivista storica di Torino che fu diretta da
un coraggioso combattente antifascista e partigiano come Franco Venturi.
I
metodi usati per mettere le mani su quelli che saranno pubblicati come “Quaderni
dal carcere” hanno poco a che fare con l’etica.
Molto
di più, invece, con l’influenza, il potere decisionale e il cinismo acquisito
da Togliatti in seno al Comintern.
Ma
c’era stata una guerra senza esclusione di colpi tra lui e le sorelle Schachter.
Da parte loro, probabilmente ispirate da
qualche alto dirigente del Pcus, ci fu il tentativo di fare fuori (e non solo
politicamente) Togliatti.
Inscenarono
le loro lamentele sul modo in cui egli aveva trattato Gramsci (per quanto
concerne la liberazione dalle galere fasciste e la valorizzazione dei suoi
manoscritti) rivolgendosi prima al presidente del Komintern, G. Dimitrov.
L’inchiesta si concluse accreditando come fondate le accuse delle Schachter.
Ma
quando esse si resero conto che nessun seguito operativo venne dato
all’inchiesta della bulgara Stella Blagoeva, portarono la loro aspra campagna
contro Togliatti al livello più altro, cioè scrissero direttamente a Stalin.
Un
ampio saggio di Silvio Pons condotto sugli archivi sovietici ha delineato la
tortuosa vicenda.
Sfortunatamente
la segreteria del Comintern si precipitò a nominare una commissione molto
vicina a Togliatti.
Alla fine, a lui venne affidato il compito di
provvedere alla pubblicazione degli scritti carcerari di Gramsci.
Per i
volumi iniziali, l’editore Giulio Einaudi lasciò che recassero delle brevi
prefazioni (redatte anonimamente da Felice Platone, per conto di Togliatti).
Veniva
celebrato il legame di ferro, se non la dipendenza, della riflessione teorica
di Gramsci da un pensiero rispetto al quale aveva mostrato sempre renitenza: il
marxismo-leninismo.
Un
eterodosso come Gramsci fu spacciato per un allievo solerte e un continuatore
indefesso dei paradigmi dello stalinismo.
Dunque,
il suo ultimo desiderio di escludere il partito e lo stesso Togliatti dovette
soccombere di fronte alla volontà di impadronirsene da parte di quello che le
sorelle Schachter amarono chiamare un ex amico ed ex compagno, anzi “un
italiano qualsiasi”. E’, però, vero, anche se non può valere come scusante, che
senza questi modi molto spicci e poco raccomandabili non si sarebbe avuta la
conoscenza e il grande apprezzamento conquistato dagli scritti gramsciani in
Italia e nel mondo.
La
Fondazione Istituto Gramsci nacque come un organo di partito assoggettato al
controllo sia della Direzione nazionale del Pci sia dell’Istituto del
marxismo-leninismo di Mosca.
Tra i
suoi compiti c’era quello di compiere (come scrivono Togliatti e Donini)
qualunque taglio ed omissione sui manoscritti di Gramsci pur di salvare
l’immagine preferita del Pci.
Progressivamente questa linea di condotta si è
esaurita.
Direi
che ha prevalso un merito, cioè di conciliare la storia del Pci con la
filologia, le fonti, gli archivi, senza il cappio di virtuosismi e deferenze al
patriottismo di partito.
Mi
pare un esito (certamente sacrilego) non da poco.
(Salvatore
Sechi)
La
Sinistra e il popolo tradito.
Laterza.it
- Carlo Crosato legge Luciano Canfora – (10-3-2022) – ci dicono:
«Perché
i concetti di “popolo” e “sovranità” fondanti della Costituzione si sono
trasformati in concetti denigratori?». Si chiede Luciano Canfora.
L’autore
del pamphlet “La democrazia dei signori” analizza l’attuale periodo storico,
dall’avvento di Draghi al ruolo geopolitico dell’Europa.
«Abbiamo
sotto i nostri occhi un fenomeno macroscopico – afferma Luciano Canfora la
denigrazione del popolo, un disdegno per di più riservato al popolo da parte
della Sinistra – o ci ciò che ne resta –, la quale usa la parola “populismo”
come accusa contro i propri avversari, rei di amoreggiare con il popolo».
Questo
il punto di partenza del suo ultimo libro, pubblicato da Laterza,” La democrazia
dei signori”: un pamphlet puntuto, in cui la più stringente attualità è posta
sotto una lente critica spietata.
«È
evidente che la democrazia che hanno in mente le élite dominanti è una
democrazia di persone che si distaccano dal popolo e si considerano superiori a
esso».
Non
solo “populismo”. Spesso si muove anche l’accusa di “sovranismo”.
L’ordinamento
costituzionale italiano si fonda, fin dal suo primo articolo, sul concetto che
la sovranità appartiene al popolo:
com’è
potuto accadere che i concetti di “popolo” e “sovranità” presenti nell’articolo
fondante della Costituzione italiana si siano trasformati in concetti
denigratori?
Oltre alla separazione fra popolo ed élite, c’è un
altro elemento:
la ex-Sinistra non ha più alcuna idealità connessa
alla sua origine di movimento dei lavoratori.
L’ex-Sinistra
ha in testa un’unica idea:
l’europeismo, ossia la delega di gran parte
del potere decisionale a organismi per nulla elettivi e soprattutto separati,
lontani e onnipotenti.
A
partire da tale delega, la sovranità è divenuta un ingombro e chi si richiama a
essa è considerato un avversario.
La
Destra italiana, con le sue idee ripugnanti, ha buon gioco a richiamarsi alla
sovranità e a reclamare il tradimento del popolo da parte della ex-Sinistra.
Chiedendo
la fiducia al Senato, Draghi ha affermato: «Nelle aree definite dalla debolezza
degli Stati nazionali, essi cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità
condivisa».
Questa
della sovranità condivisa non è un’espressione ossimorica?
È un
gioco di parole che nasconde un’evidenza ormai consolidata: le leve del potere
sono altrove;
i Parlamenti nazionali contano poco o nulla
potendo solo ratificare e non legiferare;
i governi legiferano ma, di fatto, sono rinchiusi
nella gabbia d’acciaio dei regolamenti europei.
Se
questo scenario venisse ammesso in maniera esplicita, susciterebbe sconcerto.
Con questa espressione fumosa, “sovranità condivisa”, si può far accettare una
dura realtà, che probabilmente si sclerotizzerà fino a produrre ordinamenti
nuovi, i quali sostituiranno completamente quelli vigenti.
All’origine
della “democrazia dei signori”, lei colloca le pressioni che l’Ue opera sui
propri Paesi membri.
L’Italia, essendo membro fondatore, non può
essere maltrattata come la Grecia: serve un autorevole intervento dall’interno
e da molto in alto.
Lei
cita, come complice dell’”istituzione della democrazia dei signori”, la
presidenza della Repubblica, nei casi Monti e Draghi.
I due
presidenti, fra loro molto diversi come storia personale, cultura, provenienza
politica, che si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, Napolitano e
Mattarella, si sono trovati sotto una forte pressione alla quale hanno prestato
assenso.
Quando
fu cacciato Berlusconi, reso pressoché indifendibile dai suoi errori, l’azione
fu viziata dalla nota lettera di Draghi e Trichet.
Monti
fu nominato senatore a vita e, dopo poche ore, gli fu affidato il compito di
comporre un governo.
Napolitano
ordinò a Bersani, allora segretario del Pd, di sostenere il governo Monti
assieme all’avversario Forza Italia.
Nacque
un governo che, a ben vedere, fu la causa della fioritura del Movimento 5
Stelle, il quale catalizzò lo scontento di tutti coloro che erano rimasti
sconcertati da queste manovre di palazzo.
Conosciamo
la storia successiva: le elezioni del 2018, il risultato apparentemente
inconciliabile di tre blocchi che si equivalevano come peso elettorale.
Poi i
governi Conte e, infine, nel gennaio 2021, l’appello con il quale il presidente
Mattarella superava i poteri e lo stile riservati al capo dello Stato.
Se si
legge l’articolo della Costituzione, che elenca i poteri e le prerogative della
presidenza della Repubblica, quello di rivolgere un appello ai partiti perché
formano un governo secondo i suoi desiderata non si trova.
Giuseppe Conte era riuscito a ottenere un
cospicuo aiuto economico dall’Europa, i famosi 209 miliardi di euro.
Dall’Europa, però, non ci si fidava di un
governo come quello allora vigente: si ritenne doveroso avere come gestore di
questi aiuti un uomo di fiducia.
L’ex presidente della Bce era l’uomo giusto.
Sono
cose arcinote: messe tutte in fila, delineano un quadro tutt’altro che
rassicurante.
Lei
pone la seguente domanda: «Il nostro Paese sta forse ricevendo un trattamento
di favore in cambio della promozione di Draghi a presidente del Consiglio?». È
così?
È una
domanda che contiene in sé la risposta. Mario Monti, nel luglio 2020, scrisse
sul Corriere della Sera che i soldi che arrivavano dall’Europa non andavano
considerati come un dono.
Si doveva passare attraverso una serie di
controlli e vagli.
È un
caso che nel caso del Pnrr di Draghi questi passaggi siano stati fluidificati e le
prime quote di aiuti siano già arrivate?
Considerata
la debolezza del pensiero di Sinistra che abbiamo detto prima, che ne è dello
Stato sociale dentro il Pnrr e cosa ne sarà quando i soldi dell’Europa per l’emergenza
sanitaria finiranno?
Sono
problemi che lei affronta anche in un altro libro, che vorrei segnalare: “Europa:
gigante incatenato” pubblicato da Dedalo.
Lo
Stato sociale è un oggetto delicato: nacque in Europa come risposta del mondo
occidentale al fenomeno della Rivoluzione comunista, che rappresentava un punto
di attrazione molto forte per le masse lavoratrici.
Lo Stato sociale era lo strumento per evitare
la rivoluzione tout court.
Oggi
la situazione è cambiata per molte ragioni:
i
parametri di Maastricht hanno indotto una situazione in cui il precariato è
un’alternativa di gran lunga preferibile al padronato.
Lo
Stato sociale, di fronte al dilagare del precariato, sembra un fossile.
Lo Stato sociale, così come lo Statuto dei
lavoratori, sono considerati affari d’altri tempi.
Il potere contrattuale dei sindacati è ridotto
perché non hanno alcuna sponda politica e lo stesso dicastero che si dovrebbe
occupare di simili questioni è impotente.
Come
si può ristabilire una sana conflittualità sociale, se sul suolo nazionale i
partiti si amalgamano in un partito unico, e se sempre di più ci si riferisce a
direttive extranazionali impossibili da contestare.
Non è
facile rispondere. Io credo che una delle grandi difficoltà delle
organizzazioni sindacali sia di avere un interlocutore solo apparente sul
territorio nazionale, e un interlocutore vero e decisivo in una dimensione in
cui nessuna trattativa è davvero possibile.
Dal
punto di vista della ripresa di una sana conflittualità sociale, la situazione
è fra le peggiori.
E credo che questo possa avere conseguenze
profonde e di lunga durata: un ribellismo inconsulto, mera manifestazione di
disperazione, e cinismo e repressione come risposta.
Si dovrebbero mobilitare le energie di un
profondo ripensamento degli ordinamenti europei.
Lo
stesso Draghi più volte ha lasciato intendere che, durando lui al governo, si
porrà la condizione di rifondare l’Unione europea.
Lo prendo sulla parola: chissà se ne avrà le
risorse.
D’altra
parte il nuovo governo tedesco ha nella sua maggioranza una forza, i liberali,
che spingono per proseguire sulla linea del rigore.
Nella
partita del rinnovamento così aperta le forze sociali organizzate, se ancora ce
ne sono, devono far sentire la propria voce.
Le
chiedo provocatoriamente: lei auspica un’uscita dell’Italia dell’Europa?
No! Io auspico una trasformazione radicale dell’Unione
europea, la quale è nata male, tutta centrata sulla moneta unica e conservando
la sudditanza dell’Unione alla Nato e agli Usa.
L’Europa
ha una forza economica notevolissima e un drammatico nanismo dal punto di vista
politico e militare.
Questa
Unione europea, che unione non è, deve trasformarsi profondamente al proprio
interno, magari partendo dall’abolizione dei pesanti debiti dei Paesi membri,
come richiesto da David Sassoli.
Se
l’Unione europea vuole contare, deve divincolarsi da questa sudditanza rispetto
agli Stati Uniti, per cui magari un domani ci ritroviamo a far la guerra alla
Russia.
Come
vede il ruolo dell’Europa nella crisi innescata dall’attacco russo all’Ucraina?
Come
si sta comportando e come dovrebbe operare, a suo avviso, per sottrarsi alla
storica subordinazione rispetto a Usa e Nato?
Nessuno
di noi conosce le segrete cose e nessuno può pretendere di fornire ricette
definitive.
E di tutta evidenza che le sanzioni fanno più
male all’Europa che le infligge che non alla Russia, che eventualmente le
subisce.
Chi
rimane totalmente indenne dalle sanzioni sono gli Stati Uniti d’America.
L’attualità
conferma la diagnosi di sudditanza dell’Europa, priva di una propria linea
politica chiara e autonoma.
L’Europa:
un grande continente pieno di cultura, di risorse, di intelligenza, ma
totalmente eteronomo, cioè tutt’altro che autonomo.
Difficile
rispondere alla domanda su come altrimenti dovrebbe comportarsi: le automobili
non si riparano in corsa, ma da ferme; e ora la corsa è frenetica e si assiste
solo a un “si salvi chi può”.
Per
tutelare l’Europa, sarebbe bene che la Germania mettesse in funzione il
gasdotto, cosiddetto North Stream 2: un gasdotto che è stato costruito come
alternativa a quello che attraversa l’Ucraina e che proprio ora ritroverebbe il
proprio senso.
Abbiamo
voluto badare ai nostri interessi ai danni dell’Ucraina e ora fingiamo di
piangerne le sorti e, per di più, blocchiamo quel gasdotto a danno di noi
stessi.
È una
politica delirante.
La
Guerra Invisibile.
Conoscenzealconfine.it
– (18 Novembre 2022) - Laura RU – ci
dice:
Perché
gran parte dell’Occidente ha perso la capacità di pensare in modo logico e
razionale e reagisce agli stimoli senza consapevolezza, come il cane degli
esperimenti di Pavlov?
Sarò
sintetica per mancanza di spazio. L’argomento è complesso ma questa non è la
sede per accademismi.
Da
decenni gli esseri umani sono sottoposti a stimoli sempre più sofisticati – la
manipolazione spesso avviene sotto la soglia della coscienza – per indurli ad
acquistare servizi, esperienze e prodotti.
L’Homo
Consumens vive in un perenne stato di ansia, dipendenza e insoddisfazione che
paralizza la coscienza.
Trova
sollievo solo nel conformismo, quello della massa o quello del gruppo di
riferimento, ma nulla lo salva dalla sua condizione atomizzata e solipsistica.
Ormai
si parla di una vera e propria mutazione antropologica che riguarda la sfera
psico-emotiva.
L’Homo
Consumens non deve ragionare e comprendere, solo rispondere a stimoli.
La
digitalizzazione, il bombardamento mediatico e la sempre maggiore velocità di
reazione a cui l’uomo è chiamato, hanno esacerbato un habitus mentale che
esclude la riflessione.
La
guerra è anche e soprattutto guerra cibernetica, psicologica, cognitiva e
dell’informazione.
La
guerra dell’informazione è una guerra per il controllo di ciò che il pubblico
vede, legge, ascolta.
Quella
psicologica per ciò che il pubblico sente (feeling).
Quella
cibernetica serve a colpire le capacità tecnologiche e informatiche dei Paesi
bersaglio.
La
guerra cognitiva mira a controllare il modo in cui il pubblico pensa e reagisce.
Si
tratta di guerre invisibili e per questo motivo ancora più insidiose.
(Laura
RU- t.me/LauraRuHK).
LA
TRAVE NELL’OCCHIO.
La
politica dello scarto.
Laregione.ch
- Andrea Ghiringhelli – (18.11.2022) – ci dice:
Se
qualche anno fa si parlava del migrante come ‘materiale umano difficilmente
assimilabile’, oggi si parla di ‘carico residuale’.
Stato
di diritto e migranti sono le due facce della stessa medaglia.
Sì,
perché se ben ci pensate, la missione primaria dello Stato di diritto è la
promozione e la protezione della dignità delle persone (quindi rispetto dei
diritti e delle libertà e garanzia dello stato sociale – non vi è stato di
diritto senza il principio di solidarietà).
Non si
può essere fautori del primo e, allo stesso tempo, discriminare e osteggiare i
secondi.
Ma succede: forme di nazionalismo virulento ci
avvertono che il nemico è alle porte e rivendicano il diritto di selezionare
chi può far parte della comunità nazionale e chi no, tenendo fuori dai confini
gli estranei.
Trova ostentata applicazione questa visione
nei cosiddetti Stati illiberali: non contemplano il pluralismo e la
valorizzazione delle differenze.
Pure
nella compassata Svizzera ci sono stati, nella gestione dei migranti, scompensi
che offendono il principio dello Stato di diritto: certo, ci vogliono
regolamenti e disposizioni, ma i brutali respingimenti, le espulsioni con le
manette ai polsi, gli smembramenti famigliari, i minori respinti, i migranti
che languono in alloggi malsani sono episodi documentati.
Ho
sempre pensato che l’indifferenza verso gli altri sia il peggior veleno in
circolazione.
Ho
l’impressione che la grande idea della dignità umana, uguale per tutti, sia
tradita nel mondo attuale e certi orientamenti lo confermano.
Quando
si parla di diritti, per alcuni protagonisti della politica non è lecito
allargare troppo il discorso: c’è un’umanità a pieno titolo, e un’altra che di
titoli ne ha di meno.
La
differenza la cogliamo nel modo in cui sono trattati i migranti: come se non
fossero come noi, bensì dei corpi senza identità e senza affetti, un dato
statistico da registrare.
Scrissi
alcuni anni fa che, al cospetto di certi spettacoli, avevo la sensazione che la
politica avesse toccato il fondo.
Chiara Volpato, docente di politica sociale,
mi spiegò che era in atto un processo di de-umanizzazione: faceva del migrante
un essere incompleto e inferiore, privo "delle nostre virtù", senza
un’identità personale.
Stava
diventando triste consuetudine una politica fatta di muri e confini e
soprattutto di una separatezza culturale che non riconosceva una condizione
umana comune ed egualitaria.
Era
una politica che ammetteva il diritto di emigrare, ma non quello di immigrare.
Pensai allora che peggio non poteva andare.
Mi
sbagliai: c’è di peggio.
Se
qualche anno fa si parlava del migrante come "materiale umano
difficilmente assimilabile", oggi il governo Meloni ha introdotto il
concetto ancor più osceno di "carico residuale" e la
"selezione" è diventata un dogma.
È
sdoganata in questo modo "la politica dello scarto" e chi ha memoria
storica sa di tristi precedenti. In questo caso la destra-destra, in nome di
"Dio, Patria, Famiglia", ribadisce con vigore la funzione strumentale
del migrante: al servizio della Nazione e pazienza se qualcuno ci lascia la
pelle.
Lo
squallore di certi comportamenti conferma il sospetto: l’incultura governa la
politica e stiamo tornando indietro.
Chi avrebbe immaginato che fra le altissime
cariche dello Stato italiano, antifascista per costituzione, ci potessero
essere un ex picchiatore (appassionato collezionista delle statue del Duce) e
un simpatizzante dei gruppi neonazisti (omofobo incallito, con tre lauree ma
giganteschi problemi di ortografia)?
È la carta d’identità voluta dalla Meloni.
Mi
pare lecito affermare che l’immaginario postfascista nulla abbia a che vedere
con lo Stato di diritto.
Il
fascismo storico, quello degli Eia Eia Alalà, è morto e sepolto, dicono quelli
dei salotti buoni.
Ma
Umberto Eco avvisa: il Fascismo Eterno è ancora intorno a noi, talvolta in
abiti civili. Condivido.
La
sensazione è sgradevole: anche nella nostra società occidentale la gloriosa
triade (liberté, égalité, fraternité) si sta sgretolando, e con lei si incrina
la miglior formula che l’uomo abbia concepito nel Dopoguerra, quella dello
Stato democratico liberale.
Lo sfrenato liberismo di questi decenni,
antidemocratico per natura, ne ha sfasciato i fondamenti: ha promesso il
benessere per tutti e ha promosso il benessere per pochi, ha generato crescenti
diseguaglianze e ha messo in discussione la solidarietà delle politiche
sociali.
Il risultato è quello ribadito da un senatore
americano citato dal sociologo Zygmunt Bauman: "The Haves and the Have
Nots", ci sono quelli che hanno diritti e quelli che non ne hanno, quelli
che detengono la ricchezza e quelli che detengono la povertà.
L’ignoranza
in politica è tale che alcuni personaggi non esitano a dipingere il futuro con
gli ingredienti del cinismo e della disumanità.
E noi
siamo lì, in platea, ad assistere allo spettacolo osceno e allo scempio dei
diritti umani: cittadini passivi, un po’ ottusi, che avallano e talvolta
applaudono i comportamenti indecenti dei reggitori e li assimilano alla
normalità.
Il
nuovo mondo propugnato dai leader populisti, a cui tanti idioti di ritorno
affidano il loro futuro, dovrebbe sorgere all’insegna del sovranismo intriso di
xenofobia e razzismo, ossia promuovendo i mali che hanno devastato il mondo e
le coscienze pochi decenni fa.
In
Ticino c’è chi, nei dibattiti parlamentari, fa delle distinzioni giuridiche per
giustificare la diversità di trattamento dei migranti, chi mette in primo piano
i contributi finanziari che gravano sui cittadini, chi ricorda che abbiamo già
dato e chi riduce il tutto a una questione di competenze.
Tutto
legittimo, per carità!
Ma ad
ascoltare certi interventi l’impressione è che ogni tanto si perda di vista la
centralità della dimensione umana.
Io credo
che un primo passo in avanti lo faremo quando a premessa di ogni discorso sui
migranti si porrà il "rispetto della dignità delle persone, delle libertà
fondamentali e della giustizia sociale" (lo suggerisce la costituzione).
Un
altro passo lo faremo quando capiremo che quella dei migranti non è
un’emergenza, ma la normalità del presente e del futuro.
Un
terzo passo lo faremo quando cominceremo a considerare l’inclusività un
ingrediente indispensabile per la salute della democrazia liberale.
Se
neghiamo tutto questo, beh, per coerenza dovremo dire che lo Stato di diritto è
ormai acqua passata.
“Per
la patria e per profitto” di
Stefano Beltrame e Raffaele Marchetti.
Pandorarivista.it
- Luca Picotti – (18-5-2022) – ci dice:
(Recensione
a: Stefano Beltrame e Raffaele Marchetti, Per la patria e per profitto.
Multinazionali e politica estera dalle Compagnie delle Indie ai giganti del
web, Luiss University Press, Roma 2022)
La sempre maggiore complessità dello scacchiere
globale impone un’analisi in grado di valorizzare i diversi attori che, in un
modo o nell’altro, assumono un ruolo rilevante nello stesso, in una
combinazione di interessi che ne rende il volto intrinsecamente ibrido.
L’ordine
creatosi dopo la Seconda guerra mondiale, accompagnato dai processi di
globalizzazione e dagli sviluppi tecnologici, ha favorito l’emergere di
numerose entità, ulteriori rispetto agli Stati, in grado di influire sulle
dinamiche globali: istituzioni sovranazionali, ONG, fondazioni, multinazionali,
amministrazioni locali dotate di una certa autonomia.
La
necessità di tenere conto di tutte queste realtà non implica una negazione del
ruolo degli Stati come attori principali – il paradigma vestfaliano mantiene la
propria centralità – quanto piuttosto suggerisce uno sguardo più ampio per
cogliere le sfide strategiche presenti e future.
In
merito, è uscito di recente un importante volume scritto a quattro mani da
Stefano Beltrame, diplomatico di lungo corso, e Raffaele Marchetti, professore
di Relazioni internazionali all’Università Luiss di Roma, intitolato Per la
patria e per profitto.
Multinazionali
e politica estera dalle Compagnie delle Indie ai giganti del web (Luiss
University Press 2022). Tra i diversi attori non statali già menzionati, il
libro si focalizza sulle multinazionali e, in particolare, sull’intreccio tra
grandi imprese e politica estera.
Il
lavoro, che trova negli autori l’incontro di esperienza pratica e teoria,
adotta una prospettiva perlopiù storica, evidenziando come l’emergere stesso
degli Stati sul modello vestfaliano sia stato sempre accompagnato dall’azione
di compagnie private (e non solo) in grado di influenzare o partecipare in modo
determinante alla politica estera degli Stati stessi.
La
pace di Vestfalia del 1648, che pose fine alla sanguinosa guerra europea dei
trent’anni, è convenzionalmente considerata come il momento in cui il concetto
moderno di Stato trova una definizione, quale entità superiore non recognoscens
costituita dal trinomio governo-popolo-territorio.
Attore
principale nello scacchiere internazionale, lo Stato non vede ridurre la
propria rilevanza nemmeno con l’emergere del paradigma di San Francisco, ossia
la creazione delle Nazioni Unite come organizzazione sovranazionale atta a dare
vita ad una collaborazione civile tra nazioni, cui seguirà la nascita di
numerose altre organizzazioni similari: questo per il semplice motivo che a
creare (e partecipare a) tali organismi sono gli Stati stessi, che mantengono
il proprio ruolo di protagonisti, tanto che dal 1945, per effetto del combinato
disposto tra decolonizzazione e spinta propulsiva dell’Onu, il numero di
nazioni indipendenti aumenta sino a quadruplicare.
In
seguito, il panorama globale vede aggiungersi negli anni numerosi altri
soggetti, rientranti nel novero dei cosiddetti attori non statali (Ans), la cui
rilevanza è via via cresciuta nel tempo:
dalle
Ong globali come Greenpeace o Amnesty International a enti filantropici quali
la Bill & Melinda Gates Foundation o la Stichting Ingka Foundation,
passando per le amministrazioni pubbliche sub-statali (come Shanghai, che
all’Expo di Milano aveva un proprio padiglione al pari di quelli nazionali) e
le grandi corporation transnazionali.
L’azione
di questi attori è variegata.
Ad
esempio, «contribuiscono […] alla formazione della agenda politica (basti
pensare alla campagna della società civile per l’abolizione della pena di
morte); fanno pressioni sui politici (pensiamo alla decisione di rinunciare al
debito dei Paesi più indebitati alla fine del millennio); offrono assistenza
tecnica ai governi e alle organizzazioni intergovernative […]; forniscono fondi
per attori sia privati che pubblici […]; formulano decisioni normative».
Il
tradizionale State System si trova così profondamente integrato sotto più
profili, con conseguenze rilevanti in termini di decisioni politiche, anche e
soprattutto di politica estera.
Un
caso interessante, tra gli altri, è quello della diplomazia: «Andando oltre la
tradizionale diplomazia governo-governo, con la diplomazia pubblica (quindi
governo-popolazione di un altro governo) i governi cercano di influenzare i
cittadini di un altro Stato per promuovere i propri obiettivi di politica
estera.
Tra i diversi canali che possono essere
utilizzati per gli obiettivi della diplomazia pubblica, due sono
particolarmente salienti: l’azione diretta attraverso internet e l’azione
indiretta attraverso gli Ans.
In
questo caso parliamo di diplomazia ibrida, intendendo la sinergia che si crea
tra governi e Ans per favorire i fini di politica estera».
Nel
volume i due autori si focalizzano in particolare sulle multinazionali.
Non è
un mistero che alcune di esse abbiano potere e risorse nettamente maggiori
rispetto alla gran parte degli Stati nazionali.
Ad
esempio, scrivono Beltrame e Marchetti, nel 2018 la ExxonMobil, colosso
petrolifero statunitense fondato da John D. Rockfeller nel 1879, fatturava 279
miliardi di dollari che, se paragonati ai Pil dei paesi dell’Unione Europea,
collocherebbero la corporation al dodicesimo posto, prima di Finlandia,
Portogallo e Grecia.
Trovare
una definizione valida di cosa si intenda per multinazionale non è facile. Gli
autori richiamano in questo senso la definizione proposta dall’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul
commercio e lo sviluppo), per cui la corporation transnazionale è «an
enterprise that controls assets of other entities in economies other than its
home economy, usually by owning a certain equity capital stake. An equity
capital stake of 10% or more of the ordinary shares or voting power for an
incorporated enterprise, or the equivalent for an unincorporated enterprise, is
normally considered a threshold for the control of assets».
Spesso
è poi altrettanto complicato ricondurre una data impresa allo Stato d’origine,
stante la frequente prassi dell’arbitraggio, ove si verificano contorte
scissioni tra sedi legali, fiscali e produttive.
Il
tema non è di poco conto, perché è proprio l’intreccio tra politica estera
statale e azione delle grandi imprese ad avere un’influenza notevole sullo
scacchiere internazionale.
Difatti,
è innegabile che i grandi campioni nazionali siano destinati ad intrattenere
relazioni privilegiate con i governi e a condividerne, molto spesso, le
proiezioni strategiche, in una osmosi pubblico-privato sempre più marcata.
È
interessante, di conseguenza, porre lo sguardo su quanta autonomia riesce ad
acquisire la multinazionale rispetto al governo di appartenenza, come avviene
il coordinamento tra i due, se armonico o conflittuale, e chi detiene il potere
effettivo.
Pensiamo
al caso italiano ove, come si suole dire, la politica estera è sempre stata
influenzata dall’Eni, il gigante (a partecipazione statale) attivo nel settore
degli idrocarburi; al punto che negli anni Cinquanta Enrico Mattei arrivava
quasi a slegarsi, in qualche modo, dalla politica interna ed estera dell’Italia
– ai tempi impegnata a inserirsi nel blocco occidentale – ritagliandosi una
autonomia diplomatica in ambito energetico filo-terzomondista in Algeria,
Egitto e Iran, sino a sfidare il dominio del cartello delle “Sette sorelle”
anglo-americane.
Oppure, è altresì frequente che la longa manus
dello Stato utilizzi proprio il mezzo dell’impresa per perseguire, in modo
implicito o esplicito, i propri fini, come nel caso delle “State owned
enterprise”, oggi particolarmente numerose in Cina.
Nell’affrontare
tale intreccio gli autori propongono una prospettiva storica che parte dalle
prime vere e proprie multinazionali, in proporzione potenti come, se non più,
di quelle attuali: le Compagnie delle Indie.
Le più importanti furono sicuramente quella
olandese e quella britannica, costituite in forma di società per azioni e
quotate, rispettivamente, nella borsa di Amsterdam e in quella di Londra.
La
Compagnia olandese delle Indie Orientali (Voc – Vereenigde Geoctroyeerde
Oostindische Compagnie), fondata nel 1602, arrivò a creare un proprio impero in
Indonesia.
Ad
esempio, approfittando dello scontro anglo-spagnolo del 1585-1604, utilizzò le
proprie forze armate per attaccare i nodi strategici dell’Impero portoghese in
Asia, quali Goa, Malacca e Macao, ottenendo nel giro di quarant’anni il
controllo del commercio delle spezie e instaurando un governo autonomo
sull’isola di Giava nel 1610.
Ancora
più celebre è la Compagnia britannica delle Indie orientali (Heic – Honorable
East India Company), fondata a Londra nel 1600 per concessione da parte della
regina Elisabetta I di uno statuto privilegiato che le riconosceva il monopolio
del commercio con l’Oriente.
Anch’essa
inquadrabile come “uno Stato nello Stato”, la Compagnia cumulava – al pari
dell’omologa olandese – la tradizionale funzione privatistica di
massimizzazione degli utili per gli azionisti con quella pubblicistica di
agente per conto della Corona britannica.
Dotata
di forze armate proprie, partecipò al fianco della Corona a numerosi interventi
bellici, tra cui anche la triste vicenda della guerra dell’oppio in Cina. Per
quanto non riconducibile alla categoria vestfaliana di Stato come soggetto
autonomo di diritto internazionale, il potere e le prerogative della Compagnia,
unite alle risorse di cui disponeva, la rendevano un attore di fatto dello
scacchiere globale. In merito, sottolineano gli autori che «[…] il rapporto di
subordinazione al governo britannico è quindi ambiguo.
Se da
un lato non vi è dubbio che la Compagnia agisca come braccio armato del
colonialismo-imperialismo di Londra, dall’altro, la distinzione tra azioni
“politiche” – compiute cioè come agente per conto del governo (anche in forma
tacita, quando contrarie al diritto internazionale) – e quelle condotte a
titolo squisitamente privatistico non è affatto agevole.
Del resto, la Compagnia nei suoi territori
promuove varie attività che nella madrepatria sono illegali e il meno che si
possa dire, se non se ne vuole ammettere l’effettiva indipendenza, è che gode
di una grande elasticità giuridica.
I due
casi macroscopici sono il commercio degli schiavi e dell’oppio.
Attività
illegali in Inghilterra, ma serenamente praticate dalla Heic nei suoi
territori, che evidentemente applicavano un regime giuridico distinto da quello
della madrepatria».
Per
circa due secoli le Compagnie delle Indie – di cui qui si sono menzionate solo
le più importanti – furono protagoniste, con margini di autonomia molto ampi,
delle strategie imperiali dei rispettivi governi, in una commistione di
diplomazia ibrida, profitti privati e interessi pubblici che rende l’esempio
esaminato un valido archetipo del ruolo della multinazionale in politica
estera.
Le domande in merito ai motivi per cui questi
“Stati negli Stati” non si siano ritagliati una vera e propria soggettività
vestfaliana, distaccandosi dalla Corona o comunque subordinandola a sé, hanno
da sempre accompagnato la letteratura sul tema.
Questo
perché, a posteriori, possiamo certamente dire che la Gran Bretagna come Stato
e attore vestfaliano esiste ancora, mentre la Heic no (fallita nel 1857), così
come la Voc (fallita nel 1799, dopo essere stata in ogni caso nazionalizzata
nel 1796) rispetto all’Olanda.
Sicché,
la grande esperienza delle corporation, dotate pure di eserciti propri, non è
riuscita a scalfire le profonde radici dell’entità statuale.
Allo
stesso modo, l’attuale emergere dei diversi attori nello scacchiere globale,
così come del paradigma di San Francisco, o ancora di costrutti ibridi come
l’Unione Europea, non hanno avuto, ad ora, l’effetto di sostituire il modello
vestfaliano, che rimane essenzialmente centrale, seppure integrato.
In
questo panorama complesso, da inquadrarsi alla luce dello Zeitgeist attuale,
incentrato su protezionismo, security e competizione globale, il ruolo della
multinazionale va inserito dunque all’interno delle strategie diplomatiche,
avendo quale punto di partenza sempre lo Stato come attore principale.
Non è
un fenomeno nuovo, come questo volume dimostra efficacemente. L’ibridazione è
intrinseca al corso storico.
Va
pertanto declinata in modo adeguato rispetto alla congiuntura nella quale si è
calati. In merito, gli autori sottolineano nelle conclusioni l’immensa portata
della sfida per i governi: «Viviamo in un’epoca in cui la sicurezza nazionale è
sempre più percepita anche come sicurezza economica e in cui la prospettiva di
benessere della comunità politica tiene insieme le capacità delle imprese di
competere a livello internazionale e la capacità dei governi di sostenerle
adeguatamente.
La
sfida per i governi è dunque molto ambiziosa: non soltanto quella della
tradizionale promozione economica delle proprie imprese nazionali, ma
soprattutto quella di sviluppare sempre più sofisticati metodi di sinergia
pubblico-privata per rendere più credibile e incisiva la presenza
internazionale del Paese.
Il paradigma della diplomazia ibrida che in
questo volume abbiamo analizzato nella sua declinazione economica si propone di
offrire non soltanto alcune chiavi di lettura interpretativa per questa realtà,
ma anche un orientamento operativo per migliorare la capacità del sistema-Paese
integrato di essere rilevante a livello mondiale».
Il
Nuovo Ordine Mondiale e il
“decline
and fall” degli Stati nazionali.
Nuovarivistastorica.it
- Giuseppe Spagnolo – (4 settembre 2022) – ci dice:
Una
caratteristica che risalta ampiamente quando si prova a delineare la
configurazione della struttura delle relazioni internazionali degli ultimi
trent’anni è la presenza, davvero imponente accanto ai tradizionali Stati
sovrani e alle organizzazioni intergovernative, di una variegata molteplicità
di attori non statali, ascesi a ruoli di estrema rilevanza sul palcoscenico
internazionale e spesso capaci di influenzare, se non proprio di condizionare,
aspetti importanti della politica estera e interna degli Stati e dell’economia
internazionale.
Multinazionali, ONG, agenzie di rating,
soggetti pubblici non statali, compagnie petrolifere, finanziarie, colossi
dell’e-commerce e del web, enti filantropici ecc., agiscono ormai come soggetti
internazionali a pieno titolo, affiancati – insieme agli Stati – ad una vasta
congerie di organizzazioni multilaterali, da quelle universali – come l’ONU – a
quelle regionali, sovranazionali e settoriali, di più ampio e disparato
indirizzo.
Ognuno
agisce in un determinato comparto o specifico settore, ma comunque a livello
internazionale e, spesso, in concorrenza con gli Stati nazionali.
Così,
il tradizionale sistema vestfaliano degli Stati sovrani, nato in piena età
moderna, sembra essere stato ampiamente irretito, alterato (e ad alcuni è parso
addirittura surclassato) dalla costante interazione con queste molteplici
soggettività (o reti di soggettività) operanti in ambito internazionale, che
sempre di più si sono inserite o sovrapposte alle reti diplomatiche
tradizionali.
Non
c’è dubbio che la fine della Guerra fredda e l’avvento di un nuovo ordine
mondiale “globalizzato” a egemonia americana, fondato sul primato dell’economia
di mercato, del capitalismo globale e delle sue élites cosmopolite, abbiano
costituito delle tappe fondamentali per accelerare un tale processo, per
estenderne la portata, e per fare apparire con tutta evidenza questa realtà
composita e sfaccettata dell’ordine internazionale, non sottratta agli effetti
– assolutamente innovativi – indotti dagli sviluppi tecnologici della «quarta
rivoluzione industriale», caratterizzata da internet e dall’intelligenza
artificiale.
Si tratta di una materia molto complessa da
sviscerare e che da parecchio tempo viene attentamente analizzata da
politologi, analisti, storici e da molti altri studiosi di varia estrazione e
provenienza.
Tra
gli altri, se ne sono occupati, con una recente e interessante pubblicazione
collettanea, un diplomatico e un politologo italiani: Stefano Beltrame,
attualmente ambasciatore a Vienna e Raffaele Marchetti, docente di Relazioni
Internazionali alla LUISS “Guido Carli”, con il saggio “Per la patria e per
profitto”.
Multinazionali
e politica estera dalle Compagnie delle Indie ai giganti del web (Roma, LUISS
University Press, 2022). Quel che non deve sfuggire – sostengono gli autori di
questo libro – è che l’interazione tra governi nazionali e soggetti
internazionali privati o autonomi rappresenta una costante della storia, nata
praticamente insieme allo State System vestfaliano.
Così anche la «globalizzazione», in tutti i
suoi aspetti e campi, è un processo di lunga durata piuttosto che una novità
degli ultimi trent’anni, risalente, quanto meno, all’epoca in cui il «globo»
stesso iniziò a disvelarsi nella sua interezza, grazie alle scoperte
geografiche e al progressivo dominio marittimo, tecnologico e coloniale
europeo. Insomma, la «globalizzazione» nasce col mondo moderno e,
progressivamente, si estende, acquisisce nuove dimensioni, si approfondisce con
le trasformazioni tecnologiche, dei trasporti e delle comunicazioni, si
inserisce e modifica essa stessa le dinamiche politiche internazionali, le
guerre, etc.; avvicina – nel bene e nel male – popoli lontanissimi per
geografia e cultura, e progressivamente rende il mondo intero più interconnesso
e interdipendente.
Lo stesso sistema vestafaliano fondato sugli
Stati sovrani ed eguali giuridicamente si «globalizza» con la decolonizzazione
asiatica ed africana del XX secolo, trasformandolo qualitativamente, oltre che
quantitativamente, in un processo che non ha trovato ancora una soluzione
definita e formalizzata.
Come
già accennato, in questa parabola così caratterizzante la modernità, il ruolo
giocato dal connubio tra Stati e soggettività autonome non-statali come le
multinazionali, e che nel volume viene definito come “diplomazia ibrida”, è
stato archetipico.
Ed è
proprio di questo nesso e percorso che tratta “Per la patria e per profitto”.
Il
volume si propone appunto di spiegare l’evoluzione del sistema vestfaliano e
del costante intreccio tra business e politica estera nella storia degli ultimi
cinque o sei secoli, non prima di aver approfondito nelle prime pagine, anche
con gli strumenti di un’analisi teorica, i concetti di “diplomazia ibrida” e di
global governance, pilastri di quello che viene descritto come un nuovo
paradigma caratterizzante la struttura delle relazioni internazionali e la vita
dei singoli Stati:
il
paradigma “ibrido”, per l’appunto, prodotto di una evoluzione passata per il
tradizionale paradigma “vestfaliano” (caratterizzato dal principio per cui lo
Stato superiorem non recognoscens ed è l’assoluto dominus sulla propria vita
interna), ed anche attraverso quello che viene individuato come il paradigma di
“San Francisco” affermatosi dopo il 1945, ossia quello fondato su
un’autolimitazione della condotta degli Stati per il tramite dell’ONU e di
altre organizzazioni internazionali, che legano tra loro gli Stati in una
matrice di accordi e trattati sempre più estesa e complessa (e che gli autori
vedono come l’adesione degli Stati ad una sorta di “contratto sociale
internazionale”).
Il
paradigma ibrido si fonderebbe invece sulla global governance e sulla
pluralizzazione, quantitativa e qualitativa, degli attori che agiscono ed
influiscono nella vita internazionale e, financo, nella vita interna degli
Stati, definendo un modello di diplomazia, per l’appunto, detta “ibrida”.
La
global governance sarebbe caratterizzata da una relativa decentralizzazione e
dislocazione delle fonti del potere, politico ed economico, che sono alla base
dei processi decisionali globali, ed include, a più livelli, diverse autorità
(la governance è appunto una “poliarchia”).
Una
pluralità di soggetti – statali e non – partecipano alla definizione di sistemi
di regole multilaterali assunte a livello globale, transnazionale, nazionale o
regionale, in un processo dinamico, pragmatico e continuo, «un gioco permanente
di interazioni, conflitti, compromessi, negoziazioni e aggiustamenti
reciproci».
Il
risultato sarebbe così, per i singoli Stati nazionali, e soprattutto per quelli
più deboli e svantaggiati, quello di una effettiva sottrazione di potere di
comando e di alcune prerogative sovrane, con l’esposizione delle politiche
nazionali ai vincoli dei complessi e invasivi sistemi (e sottosistemi) in cui
ognuno è inserito, e alle reti transnazionali di attori (agenzie di rating,
corporations, investitori internazionali, i “mercati”) che pure attraversano ed
impattano la vita economica e politica degli Stati, arrivando a poter
condizionare dall’esterno i governi nazionali, cui non restano che la necessità
di adeguarsi e margini sempre più stretti di autonomia nella decisione politica.
D’altro
canto, è opportuno ravvisare che, a parere di chi scrive, tale modello di
governance globale e di “globalizzazione ibrida” ha rappresentato il principale
volano del disordine internazionale che ha attraversato il pianeta nell’ultimo
ventennio.
E che, pur agendo in un mondo ritenuto piatto
(quello che qualche tempo fa si definiva, un po’ ottimisticamente, “villaggio
globale”), non ha di fatto mai smantellato davvero gerarchie e rapporti di
forza di tipo più tradizionale, sia in senso politico che economico.
Ed
oggi, che assistiamo ad una guerra (peraltro essa stessa “ibrida”) che va già
prepotentemente alterando gli equilibri internazionali del dopo Guerra fredda,
col relativo declino del monocentrismo statunitense, possiamo esserne anche più
convinti.
Ambizione
del volume di Beltrame e Marchetti è, dunque, quello di «aumentare la
consapevolezza dei rischi e delle opportunità che derivano dalle dinamiche
ibride che sempre più caratterizzano la politica globale» e di «offrire alcune
chiavi di lettura interpretativa per questa realtà».
Operazione che viene svolta, oltre che
attraverso la messa a fuoco, nei primi capitoli, del problema già accennato
della governance globale attuale e della diplomazia ibrida, anche con una
puntuale ricostruzione storica di quest’ultima e dell’ambiguo intreccio tra
governi nazionali e compagnie private (o altri soggetti non statali) che ha
storicamente contraddistinto la politica estera della maggior parte degli
Stati.
Si ricostruisce altresì l’evoluzione del
sistema internazionale da Vestfalia in poi, mettendo in luce la progressiva
affermazione delle organizzazioni internazionali e il proliferare di nuovi e
diversi attori internazionali non statali.
Il
libro si presenta, quindi, come uno studio a cavallo tra la storia delle
relazioni internazionali, la storia economica, la politologia internazionalista
e la storia giuridica internazionale. E si presta ad una lettura molto
affascinante e scorrevole, adatta per qualunque tipo di lettore, che
restituisce, al tempo stesso, numerosi stimoli di riflessione.
Per
evidenziare la storicità del connubio tra potere statale e potere privato (o
informale), gli autori risalgono alle esperienze politico-commerciali delle
repubbliche marinare italiane, e ad anche all’epopea della pirateria “di
corsa”, sovvenzionata, a partire dalla seconda metà del ‘500, dai sovrani degli
Stati protestanti d’Europa, per contrastare sul mare lo strapotere continentale
e coloniale raggiunto dalla Spagna asburgica e cattolica (che, viceversa,
guardava a tali Stati come dei veri e propri “Stati canaglia” ante litteram).
Ma il precedente storico su cui gli autori si
soffermano più ampiamente è quello delle compagnie mercantili europee del
‘600-‘700, le famose “compagnie delle Indie”: si trattava di vere e proprie
società per azioni, cui i sovrani riconoscevano il monopolio del commercio in
settori geografici specifici e l’autorizzazione a concludere trattati, muovere
guerra, governare i possedimenti coloniali, amministrarvi la giustizia ed
arruolare truppe mercenarie.
La
spinta originaria che fu alla base dell’ascesa di queste compagnie fu
soprattutto quella commerciale: il profitto puro e semplice, che muoveva
mercanti, amministratori e investitori delle compagnie (tra i cui azionisti
figurava spesso anche la Corona o lo Stato);
ma
alla volontà di profitto individuale si legarono pure le volontà di potenza dei
grandi Stati europei, che iniziarono a comprendere come la ricchezza economica
e commerciale costituisse la base della potenza politica e militare di uno
Stato, e che questa iniziava a passare attraverso l’espansione nei territori
d’oltremare.
La
congiunzione tra l’aspirazione al profitto individuale e la ricerca di potenza
da parte degli Stati costituì una miscela di forza che ha consentito a tali
compagnie mercantili – olandesi, francesi, danesi, e soprattutto britanniche –
di gettare le fondamenta degli imperi coloniali europei, favoriti anche
dall’emergere di una netta superiorità tecnologica, organizzativa e militare
rispetto alle entità politico-statuali e ai popoli extra-europei che
progressivamente si iniziarono a condizionare e poi a dominare.
Va
detto, per aggiungere qualche riflessione sui contenuti del libro, che il
connubio tra potere statale e potere privato informale nacque anche per
esigenze dettate dalle incertezze giuridiche sul diritto del mare, un’autentica
novità per gli Stati europei del ‘500-‘600, ancora in gran parte feudali, e
dalla netta distinzione che si venne via via elaborando tra lo ius publicum
europeum (il diritto pubblico europeo, ovvero il diritto valido all’interno del
continente europeo e tra Stati europei) e il diritto d’oltremare, stabilito, di
fatto, a metà ‘500 dalle potenze atlantiche nordeuropee al di là di determinate
linee geografiche a largo dell’Atlantico (le cosiddette amity lines) – ossia ad
ovest delle Canarie e a sud del Tropico del Cancro – col proposito di
rovesciare l’egemonia coloniale spagnola e portoghese stabilita, a suo tempo e
per mezzo del papa, col trattato di Tordesillas (1494).
S’intende
che tale diritto d’oltremare voleva dire assenza di diritto o diritto del più
forte, voleva dire libertà illimitata di conquista coloniale, e voleva dire che
la lotta per le colonie americane o per gli avamposti commerciali nell’Oceano
Indiano e Pacifico (ossia oltre le amity lines) poteva avvenire al di fuori
dello ius publicum europeum, e, teoricamente, senza che ciò determinasse una
guerra automatica intra-europea, né che valessero le stesse limitazioni
belliche di una guerra continentale.
In tal
senso, la delega di funzioni pubbliche a compagnie commerciali private sopperì
al bisogno di non esporre eccessivamente i governi ufficiali nelle vicende
riguardanti la conquista coloniale e nella competizione tra compagnie
commerciali concorrenti.
D’altronde,
gli spazi periferici e quelli extraeuropei continuarono a procurare una valvola
di sfogo all’equilibrio di potenza europeo, consentendo ai principali attori di
spostare la competizione là dove, non essendo in gioco interessi vitali, le
guerre potevano essere combattute a prezzi diplomatici ed economici più bassi,
non foss’altro perché trapiantate lontane da casa.
Fu
molto spesso così che, quasi distrattamente, tramite attori privati e grazie
alla propulsione commerciale, furono poste le basi per la costruzione degli
imperi europei. Un’altra prova dell’originalità della “diplomazia ibrida” che
dimostrava tutta la sua vitalità già prima della nascita del sistema di
Vestfalia (1648).
Nel
volume si citano altri esempi di connubio tra l’interesse statale e interesse
privato (o particolare) nella politica internazionale, come quello delle
compagnie petrolifere, pubbliche e private, diffusesi a partire dall’inizio del
‘900, in concomitanza della scoperta del petrolio quale utile e sempre più
strategica risorsa energetica per i sistemi industriali e civili nazionali.
Anche
qui pare sussistere una forte complementarità tra i due elementi del binomio:
una compagnia petrolifera (pensiamo all’ENI) può agire autonomamente, anche al
di fuori dei vincoli diplomatici ufficiali del suo Paese, e può avere una
propria diplomazia informale, parallela a quella del proprio ministero degli
Esteri;
ciò le
consente di muoversi più agilmente tra le classi dirigenti dei Paesi produttori
di petrolio o di gas, spinta dall’interesse ben preciso di siglare il maggior
numero di contratti possibili nel mondo, e a condizioni possibilmente,
vantaggiose.
Lo
Stato, da parte sua, offre copertura politica e di intelligence alle proprie
compagnie, col risultato di ottenere per il proprio Paese le risorse necessarie
a garantire l’approvvigionamento del sistema industriale e del sistema
energetico nazionale, possibilmente senza eccessivamente dipendere da altre
compagnie straniere.
Del
resto, fin dai tempi più remoti, una delle attività dei diplomatici è stata la
promozione nell’economia e dell’imprenditoria nazionale nei Paesi in cui hanno
svolto il proprio servizio professionale.
Ma
convergenze di interessi simili tra Stato e privato valgono, caso per caso,
anche per le multinazionali odierne.
Oggi,
sostengono Beltrame e Marchetti, nell’epoca delle grandi corporations, dei
giganti del web e dell’ascesa economica e politica della Cina, sempre maggiore
è il riconoscimento dell’intreccio tra proiezione internazionale di un Paese
attraverso la sua formale politica estera e la sua presenza economica, industriale
e tecnologica.
Mai
come in questa fase di ripolarizzazione del sistema internazionale, la sfida
economica e tecnologica è stata così al centro, una sfida che sta già cambiando
il modo in cui ci rapportiamo al mercato e alla politica estera.
«Viviamo in un’epoca in cui la sicurezza
nazionale è sempre più percepita anche come sicurezza economica e in cui la
prospettiva di benessere della comunità politica tiene insieme la capacità
delle imprese di competere a livello internazionale e la capacità dei governi
di sostenerle adeguatamente».
La
sfida di tutti i governi, e gli autori si riferiscono soprattutto al nostro, è
quella di sviluppare sempre più sofisticati metodi di sinergia pubblico-privata
per rendere più credibile e incisiva la presenza internazionale del proprio
Paese.
Migliorare
la capacità del “sistema-Paese” è dunque fondamentale per essere rilevanti a
livello mondiale.
Merito
di questo volume è dunque quello di aver brillantemente illuminato questa
realtà, attingendo al bagaglio della storia, con l’auspicio è che i nostri
prossimi governanti ne abbiano adeguatamente conto.
INTERVISTA
A LUIGI DE MAGISTRIS
AUTORE
DI “FUORI DAL SISTEMA.”
Globalpress.it
- Cristina Marra – (23/10/2022) – ci dice:
UOMO
DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI TRADITO, PIÙ VOLTE, DALLO STATO E DALLE
ISTITUZIONI.
È un
racconto a cuore e braccia aperti quello che Luigi de Magistris fa nel suo
ultimo libro “Fuori dal sistema” edito da Piemme, che lascia alle pagine
scritte il compito di far conoscere la sua storia di uomo dello stato e delle
istituzioni che è stato tradito, più volte, dallo stato e dalle istituzioni.
Il
cuore è ancora quello di un giovane magistrato entusiasta e impegnato a
svolgere al meglio il suo incarico istituzionale e le braccia sono quelle
sempre aperte e mai arrendevoli di un uomo più maturo e consapevole che
continua a contrastare il sistema corrotto proponendo un’alternativa possibile.
Ex PM,
ex sindaco di Napoli (il più longevo della città) è stato parlamentare europeo,
adesso leader politico di Unione Popolare, l’autore ripercorre le tappe
fondamentali della sua esperienza professionale e personale a partire dalla
formazione familiare fino a arrivare agli ultimi traguardi e ai futuri
obiettivi politici. In Fuori dal sistema, prefazione di Nino Di Matteo e
postfazione di Pablo Iglesias, con stile semplice e incisivo, sincero e
diretto, de Magistris anche da scrittore non tradisce la sua vocazione di
oratore per la gente, che ha scelto le istituzioni per essere la voce e il braccio
instancabili del popolo.
La sua
è la storia di un uomo che in nome della Costituzione inizia a scardinare un
sistema di corruzione e mafie innestato nello Stato e che viene osteggiato e
bloccato da una magistratura malata e cancerogena che lo ghettizza, lo colpisce
e gli strappa la toga di dosso solo perché è fuori dal sistema.
Da una
strada di Napoli nel quartiere di Mergellina dove è nato, fino a Catanzaro e
Bruxelles, la storia di de Magistris prosegue inesorabile e instancabile per le
strade di altre città.
La
strada nell’autore diventa metafora non solo di itinerari e percorsi già
battuti ma anche di nuovi sogni, “pazzie” e progetti da intraprendere.
Il
libro è la tua storia di uomo dello Stato tradito dal sistema criminale
perpetrato da quello stesso Stato ma è anche il tuo percorso personale e intimo
familiare e professionale.
Partiamo
dal tuo approccio con la magistratura che avviene in famiglia, è stato tuo
padre il tuo ispiratore e il tuo esempio da seguire?
Mio padre, scomparso prematuramente quando era
presidente di sezione della Corte di Appello di Napoli, era un magistrato
esemplare, oggi più raro da trovare. Umile, indipendente, competente,
coraggioso, con una grande umanità, lontano da ogni centro di potere.
Mi ha
insegnato con i fatti, con l’esempio, come si è magistrati.
Mi ha
ispirato e mi ha “illuso” perché ho pensato quando ero giovanissimo che i
magistrati fossero più o meno tutti come lui.
Essere Fuori dal sistema significa essere
liberi.
Quanto è stato alto da pagare per te il prezzo della
tua libertà?
Per me è normale essere liberi.
Non
potrei ma rinunciare alla mia libertà.
Non
l’ho mai fatto, anche quando ti aprivano ponti d’oro.
Nelle istituzioni, soprattutto a certi
livelli, le persone libere non sono la maggioranza.
E si
paga un prezzo alto a restare liberi, senza un prezzo.
Ma non
c’è prezzo a non avere prezzo.
Le
persone libere non sono condizionabili e ricattabili e sono una garanzia per i
cittadini.
Famiglia e affetti, li citi più volte. Anche grazie
al loro sostegno sei il Luigi che racconti nel libro?
Senza
la mia famiglia, i miei affetti più cari, non sarei quello che sono. Per il
sostegno morale e materiale che ho ricevuto.
Per i
sacrifici che hanno dovuto subire, e penso soprattutto in questo caso a mia
moglie e i miei figli.
Sono
stato fortunato negli affetti, l’amore non si compra al mercato ma si alimenta
nel cuore e vive con la testa e con l’anima.
La tua
è stata, e continua a essere, una battaglia contro la giustizia ma secondo giustizia?
Mi potrei definire un combattente per la
giustizia. Perché si deve lottare ogni giorno per la giustizia e la strada è
sempre in salita, dura, difficile, piena di ostacoli.
Più
persegui la giustizia e più trovi ostacoli. Legalità e giustizia troppo spesso
non coincidono, perché la legalità formale è fatta non di rado di leggi
ingiuste, provvedimenti amministrativi viziati da abuso di potere, sentenze
“aggiustate”, condotte di chi detiene il potere non conformi ai diritti
costituzionali.
È
triste constatare che siamo diventati un Paese in cui chi è giusto è
considerato un’anomalia e chi è deviato rappresenta la normalità.
Politica e sindacatura sempre partendo dalla
gente, dalla strada. Sei infaticabile ma essere fra la gente fa la differenza? È
anche questo l’approccio che fa sentire fuori dal sistema?
Sono
una persona che è sempre rimasta umana.
Ho vissuto nelle istituzioni da uomo che si
interfaccia con altri esseri umani, non con numeri.
Stare
tra la gente e con la gente è fondamentale sempre, soprattutto per chi ricopre
determinati ruoli istituzionali, penso al sindaco, ma dovrebbe valere anche per
ministri e parlamentari.
La
connessione sentimentale, l’empatia, l’ascolto, il confronto, anche il
conflitto. Senza la gente non avrei retto oltre dieci anni da Sindaco, il più
longevo della storia di Napoli, avendo all’opposizione tutto il Sistema.
Da
sindaco di Napoli sei entrato anche nei labirinti del sistema amministrativo.
Tra le piaghe che lo affliggono la più radicata è quella che definisci del
“nonsipuotismo”?
È un morbo della pigrizia, dell’accomodamento, della
pavidità, certe volte anche l’anticamera del compromesso morale, se non peggio.
Ma si può sradicare.
Con
l’esempio, essendo punto di riferimento, con la competenza, quello che si
assume responsabilità e non lascia nessuno solo.
Il coach della macchina amministrativa e
pubblica. E poi anche sostenere chi non si piega e sanzionare chi invece si
mette di traverso al perseguimento del bene comune e dell’interesse pubblico.
“Senza verità e giustizia non c’è democrazia”
scrivi nel libro. Il tuo è uno sguardo lucido, critico e anche sofferto sul tuo
passato ma il libro ha anche uno sguardo ottimista al futuro. Si può costruire
un’alternativa al sistema?
Per costruire un’alternativa al sistema, che è
possibile ma molto difficile, devi fare un’analisi vera e chiara della realtà,
che è peggiore di quello che appare. Il livello di collusione, ricatti,
condizionamenti, compromessi, corruzione e infiltrazione delle mafie di
colletti bianchi è molto alta nelle istituzioni, non solo nella politica.
Si
devono unire le storie individuali e collettive fatte di onestà, autonomia,
indipendenza, libertà, competenza, coraggio e passione.
Ci vuole una rivoluzione culturale ed etica.
Senza fare calcoli si deve lottare per i diritti, la verità e la giustizia a
prescindere se si pensa di perdere o di vincere.
L’uomo
di oggi ha
sempre due facce:
da una
parte la bontà, dall’altra il tradimento.
Lavocedinewyork.com
– Angelo Lucarella - giurista- (15-3-2021) - ci dice:
Nel
suo ultimo libro "Visto si stampi", Bruna Magi esplora lungo sette capitoli
intrecciati tra loro il dualismo umano che caratterizza la nostra società.
Con
quanta intensità il dualismo viene vissuto nella società contemporanea?
Il
motore di tutto ciò sta nel tradimento (o nel pericolo del suo verificarsi) del
principio di bontà della persona umana.
Questione
nodale che nel quotidiano vivere sociale pone, di riflesso, un obbligato agire
nei vari ambienti e nelle rispettive relazioni: lavoro, politica, famiglia,
amore.
In
altri termini, il tradimento della bontà implica uno stato di tensione
(inconsapevole o meno a seconda di chi sia il traditore ed il tradito) che può
generare e portare all’invidia, odio, colpevolizzazione pregiudizievole (o
meglio detta della vittima), sfruttamento.
Ecco
che tra passato e presente v’è la stessa tensione che intercorre nel dualismo
tra persone laddove ci si trovi dinanzi, ad esempio, a nostalgia (dettata dalla
bontà del ricordo) e narcisismo (alimentato dalla costante ricerca di conferma
di sé nel mondo).
Da
questa premessa si collegano una vastità di temi irrisolti della storia
dell’umanità e che, ancora nella contemporaneità, rimangono al centro delle
declinazioni della vita sociale, politica e culturale.
Con il
libro “Visto si stampi” (editrice Bietti, 2020) Bruna Magi pone, concretamente,
l’attenzione su questi gangli della vita della nostra società: sette capitoli
tutti collegati da file rouge di percettibile robustezza morale di fondo.
Occorre,
tuttavia, spogliarsi di pregiudizi rispetto ai delicati problemi che vengono
posti sotto i “riflettori” pur raccontandosi nel libro diversi aneddoti del
passato e di personaggi famosi (tra i quali, ad esempio, Gina Lollobrigida,
Luciano De Crescenzo, Brad Pitt, Bettino Craxi, Vittorio Feltri).
Il
file rouge a cui si è accennato è, sicuramente, il ruolo della sofferenza in
una chiave di interpretazione funzionalistica verso la tanto ricercata felicità
terrena tra passato e presente.
Qui,
la citazione del compianto Luciano De Crescenzo è doverosa per comprendere
pienamente l’essenza del quadro tratteggiato e disegnato da Bruna Magi.
Il
filosofo partenopeo diceva che “secondo alcuni la felicità consiste nel
soddisfare i piaceri. Io non sono d’accordo.
Quella
vera si nasconde nell’attesa di essere felici, anche se non bisogna aspettare
troppo, perché come diceva Seneca, mentre si aspetta di vivere, la vita passa.
E
così, aggiungo io, rischiamo di ritrovarci con l’aver trascorso il nostro tempo
in lunghezza, ma non in larghezza”.
Frase
che, oggettivamente, ci riporta al senso della vita ed al principio di qualità
del tempo vissuto e, per forza di cose, della bontà delle interazioni
terrene.
Ma in
“Visto si stampi” il protagonista principale non è solo il vissuto dell’autrice
o quanto descritto sinora.
È il
tipo di società che sta mutando ad essere il perno su cui si innesta tutto il
resto.
Compresa
l’informazione del mondo cartaceo e del web.
Compreso
l’odio politico e l’invidia sociale. Compresa la tendenza al conformismo del
mondo dei social.
Ecco
che la domanda principale a cui Bruna Magi cerca risposta è se il mondo dei
social, in quanto tale, stia contribuendo o meno a piccole dosi ad uccidere
l’immaginario collettivo e/o personale.
Cioè
se la facile accessibilità all’informazione non informativa, sdoganata a più
livelli, comporti l’effetto diretto della degradazione della riflessione e la
degenerazione dell’ascolto (metro di valutazione interiore del proprio
apprendimento).
In
buona sostanza l’autrice cerca di capire se, al netto dei conti che occorre
fare con il realismo dettato dall’inarrestabile progresso, il mondo del web,
incontrollato nella sua evolutiva permeazione della società e delle società,
non sia il primo caso di Chimera senza, dualisticamente parlando, Bellerofonte.
Un
processo per cui, in pratica, i pensieri sociali si annullino lasciando spazio
ad un monolitico e fin troppo facile like (o pollice all’insù):
atteggiamento,
quest’ultimo, che indentifica un nuovo gesto sociale finalizzato al
riconoscimento di sé in un dato contesto il cui confronto argomentativo è solo
eventuale o, per la maggior parte delle volte, addirittura inesistente.
Ebbene”
Visto si stampi”, pur nostalgicamente rivolto al passato, in realtà, è un vero
e proprio monito sul presente e, al contempo ancora, un risveglio delle
coscienze per un miglior futuro.
Coscienze
che, se assopite a causa di un linguaggio meramente simbolico, perlopiù slegato
dall’approfondimento delle cose, rischiano di condurre l’umanità stessa verso
l’assolutismo dittatoriale 2.0:
non a
caso uno dei primi like della storia può ricondursi al gesto degli imperatori
romani che mediante un semplice pollice direzionato verso il cielo o verso
terra decretavano, sul momento, la vita o la morte delle persone (si pensi
all’immagine del celebre film il Gladiatore).
Non
lontana da ciò è, quindi, la figura dei c.d. haters.
Non
abbassare la guardia è, evidentemente, il velato messaggio di Bruna Magi che
nel nuovo mondo di internet intravvede certamente capacità duttile di mettere
in relazione veloce il mondo, ma che contestualmente può diventarne il baratro
delle relazioni stesse nel senso più intimo del termine.
Quanto
più è largo il perimetro di interscambio, tanto più si riduce la effettiva
chance di costruire rapporti solidi (soprattutto al di fuori della famiglia
comunemente intesa).
Anche
qui si riflette un dualismo genetico del presente umano che, di contro, deve
evitare di farsi sedurre dalla distorsione facile della convenienza o della
moda social di essa:
la
mercificazione (come direbbe Fiorella Mancini) della propria identità porta,
inevitabilmente, al considerare un disvalore anche l’errore.
Privare
la società della cultura dell’errore (sia esso commesso in amore, in politica,
in amicizia, ecc.) sarebbe uno dei crimini più incredibilmente latenti nella
storia dell’umanità.
Il
punto è chi se ne potrà più accorgere quando, ormai, il mondo non sarà più
educato all’empirismo dello sbaglio?
Social
media.
“Visto
si stampi” si propone di spronare i lettori a riscoprire lo scopo educativo
delle relazioni umane condite da senso:
siano esse frutto di tradimento, delusione,
bontà, riflessione o ricordo purché alimentate da intensità.
Componente,
quest’ultima, che ci fa ricordare il senso della vita oltre lo stato di
naturale sopravvivenza.
La
conclusione sul dualismo tra bontà e tradimento è, chiaramente, tutta nel
valore che diamo ai nostri interessi rispetto alle cose dell’esistenza.
Un
esempio su tutti è il legame affettivo con i famigliari.
Una frase di Bruna Magi, particolarmente
calzante, colpisce in maniera profonda collegandosi intimamente con quanto fin
qui detto.
È
legata all’esperienza tragica dell’autrice nell’aver perso prematuramente il
fratello a causa di aneurisma: “Pensate che orrore, se il suo cervello fosse rimasto capace
di comprendere quanto gli era accaduto”.
Bruna
Magi sono certo mi perdonerà se uso questa sua frase a mo’ di metafora per
rappresentare come una eventuale vittoria del tradimento nella vita (sociale,
politica, culturale, amorosa, ecc.), cioè il sopraggiunto degenerativo ed
inarrestabile stato emorragico valoriale, può condizionare irreversibilmente la
capacità elaborativa, soggettiva o collettiva, della coscienza umana anche
dinanzi ai massimi sistemi:
su tutti la democrazia.
CHE
FARE?
Come
uscire dall’irrilevanza politica?
Il
populismo può essere una risorsa.
Volerelaluna.it
– (26-04-2022) - Francesco Campolongo – ci dice:
In
questi anni abbiamo maturato una proficua riflessione sulla trasformazione
delle forme dell’organizzazione politica nella fase di egemonia del
neoliberismo.
Se il neoliberismo costruisce solitudine, precarietà,
un peggioramento delle condizioni materiali assieme alla decostruzione dei
nessi comunitari, l’organizzazione politica non può che ripartire dalla
ricostruzione di nessi sociali primari. Il mutualismo, l’erogazione di servizi
o la riappropriazione popolare di prodotto sociale sono forme ineludibili di
ricostruzione comunitaria, riconnessione di nessi solidali che dovrebbero
rappresentare il tessuto connettivo delle future organizzazioni politiche
popolari.
II
problema, però, è che a questa ricchezza di esperienze sociali non ha
corrisposto una forza politica.
Anzi,
il punto di vista del lavoro, della pace e della giustizia climatica non è mai
stato così debole nella politica italiana.
Lo schema che ritenevamo tendenzialmente più
efficace era quello dell’accumulazione sociale come premessa automatica della
rilevanza politica.
Di
più, l’intrinseca politicizzazione dei nessi mutualistici e sociali, sarebbe
stata destinata, quasi meccanicamente, a produrre potenza politica, in una
relazione meccanicistica tra accumulazione sociale e rilevanza politica.
Purtroppo,
sappiamo che non è stato così.
Quelle
comunità faticosamente ricostruite rischiano di divenire impolitiche se non ci
si pone il tema di come prendere, utilizzare e cambiare il potere nelle sue
forme attuali, di come rappresentare istituzionalmente l’alternativa.
Dall’altra
parte, una forza politica senza una comunità politica rischia di essere
incapace di organizzare un pensiero, una militanza, un impegno duraturo
necessario per le sfide enormi che la nostra ambizione politica si pone.
Se la
dimensione comunitaria e la rilevanza politica risultano reciprocamente
necessarie bisogna conciliare, in qualche modo, i tempi diversi che necessitano
le due operazioni.
L’unica cosa che non si può fare è affidarsi
all’esoterismo e alla magia, privilegiando l’attesa messianica di una proposta
politica salvifica che dovrebbe magicamente arrivare da qualche fonte esterna.
Come
conciliare rilevanza politica e comunità politica?
Esiste,
ora, lo spazio politico per una proposta rilevante?
Le
nostre post-democrazie sono tigri di carta.
Nell’esercizio
politico e ideologico del pensiero unico, che nel caso italiano si declina con
il leader “migliore” sostenuto dall’intero arco parlamentare, che applica le
ricette “migliori” perché tecniche, la promessa democratica rimane
costantemente tradita alimentando un’endemica sfiducia verso la democrazia e i
suoi attori.
Ardite
geometrie parlamentari vengono imbastite per negare il buon senso comune, per
ostacolare domande popolari che vorrebbero salari giusti, un maggiore
intervento pubblico, la pace e la lotta al cambio climatico.
Di
fatto, nel contesto italiano, le proposte politiche al governo in questi anni
hanno rappresentato un costante tentativo di superamento della rappresentanza
classica.
Il sistema politico italiano funziona come un
pendolo che oscilla tra forme tecnocratiche, in cui il popolo viene ritenuto
troppo ignorante e stupido per gestire la complessità della cosa pubblica, e
forme di populismo, in cui una leadership carismatica promette la riconsegna
della sovranità perduta al popolo.
Il sistema politico composto da corpi
intermedi radicati e legittimati, reciprocamente legati da un rapporto di
competizione e di reciproco riconoscimento pluralistico, ormai non esiste più.
Il
campo politico è fatto di spoliticizzazione, leaderismo e polarizzazione.
Certo, non è quello che vorremmo e che ci
piacerebbe, ma il campo della politica è quello che è e non si possono
confondere gli obiettivi con i presupposti.
Collocato
a uno dei due poli di questo pendolo, il populismo, a differenza della
tecnocrazia, affronta teoricamente un punto cruciale, facendosi megafono della
necessità che la sovranità popolare non venga sacrificata sull’altare di
nessuna causa superiore, favorendo e rafforzando la denuncia delle attuali
post-democrazie come forma di regimi antisociali, in cui si può votare
periodicamente chi si vuole a patto che vinca sempre lo stesso programma.
Certo,
non ci sfugge che nella sua declinazione concreta il populismo possa essere
strumentale, utilizzato per negare la piena cittadinanza, sovrapporsi alla
demagogia e al nazionalismo, favorire una svolta autoritaria.
Purtroppo
i crinali della storia sono sempre radicalmente ambivalenti ma non possiamo
riavvolgere la storia.
La realtà sono destre radicali e sinistre
neoliberiste che preservano un potere sociale oligarchico, strutturalmente
antidemocratico e incapace di rispettare perfino le promesse liberali.
Proprio
per questo riteniamo che, nonostante le sue pericolose contraddizioni, il
populismo ci permetta di segnalare efficacemente e comprensibilmente il
sequestro della sovranità democratica e popolare da parte di élite sempre più
potenti, che concentrano risorse materiali e simboliche dominando il sistema
politico.
All’interno
di questa periodica oscillazione della politica italiana si apre lo spazio
della riconquista di una rilevanza politica e istituzionale funzionale,
inoltre, a rafforzare un percorso di costruzione della comunità politica.
Il
Governo Draghi sembra stia scavando un solco profondo tra sé stesso e il senso
comune, favorendo l’oscillazione verso il polo populista.
Si sta aprendo una fase populista?
Nel
senso comune collettivo non c’è nulla di progressista su cui fare leva?
La
guerra cambia tutto, si configura come un’orrenda e tragica perdita di tempo
quando l’umanità dovrebbe affrontare la sfida enorme del cambiamento climatico
e della diseguaglianza sociale.
Senza una transizione economica e sociale
radicale l’umanità rischia l’estinzione, che qualcuno vuole accelerare con uno
scontro nucleare di civiltà.
Le sanzioni alla Russia e l’allungamento della
guerra a data da definirsi a Washington rischiano di trascinarci in una crisi
economica e sociale gravissima e pericolosa.
Milioni
di lavoratori e lavoratrici rischiano di peggiorare ulteriormente la loro
condizione, alimentando un blocco sociale della rabbia e della sofferenza che
può sostenere proposte tanto radicali quanto ideologicamente diverse.
Come
ci insegna la Francia, la partita non è chiusa per la sinistra.
Ma
serve costruire un partito della pace e del lavoro, che parli alla maggioranza
sociale che non vuole la guerra, che vuole combattere la catastrofe climatica e
costruire un sistema economico basato sul protagonismo statale, sui diritti del
lavoro e sull’innovazione.
Tutto
questo, ripeto, non è solo necessario ma diviene politicamente possibile.
Il pendolo della politica italiana torna verso
il polo populista.
Mentre
la società vuole la pace, la politica fa la guerra, mentre la società vuole
lavoro la politica diffonde precarietà, mentre la società vuole uno stato forte
che si prenda cura dei cittadini e delle cittadine la politica privatizza.
Sta a
noi trasformare le prossime elezioni in un referendum tra la pace e la terza
guerra mondiale, tra la transizione climatica e la catastrofe ambientale, tra
il lavoro con diritti e precarietà senza lavoro.
Per
cambiare, però, serve cambiarsi.
Il populismo di sinistra, intanto, vuol dire
volontà di governo, che non c’entra nulla con il governismo inteso come
malattia senile del minoritarismo.
Volontà
di governo vuol dire porsi l’obiettivo ambizioso di diventare il principale
partito dell’area progressista italiana, di diventare egemonici ponendosi,
sempre, il problema del senso comune, delle sue contraddizioni e delle sue
fratture.
Non
importa quanto ci vorrà ma non esiste politica senza l’ambizione del governo,
delle sue complessità e contraddizioni.
Essere
populisti nella contingenza attuale vuol dire lavorare politicamente nella
consapevolezza che la linea divisoria della politica attuale è l’appoggio alle
nuove imprese belliche del fronte atlantista:
da una
parte chi vuole la terza guerra mondiale e dall’altra chi vuole la cooperazione
internazionale.
Non ci
prepariamo semplicemente a rappresentare minoranze idealiste ma possiamo
lavorare per la costruzione di un programma realisticamente rivoluzionario, con
proposte di breve, medio e lungo periodo capaci di contendere l’egemonia al
campo avversario rappresentando quelle domande maggioritarie negate dalla
politica.
Serve
una conferenza di pace europea che disinneschi le tensioni dell’Europa
Orientale, serve ridare centralità e potere al lavoro e uno stato che programmi
la transizione ambientale.
Attenzione,
però, a pensare che basti una convincente lista della spesa.
Serve
il racconto negato di una riscossa democratica e popolare basata sul rispetto
della volontà popolare, di quella maggioranza silenziosa che manda avanti
questo paese.
Ritorniamo
così all’inizio.
La
breccia populista ci potrebbe permettere di costruire la rilevanza politica che
ci manca, alimentando uno spazio politico all’interno del quale costruire e
rafforzare comunità politica per una battaglia lunga e necessaria.
La posta in palio è l’umanità.
L'arcivescovo
Battaglia. Sud,
povertà,
persone.
Ecco
quello che deve fare la politica.
Avvenire.it
– Mimmo Battaglia- (21 luglio 2021) – ci dice:
Lettera
da Napoli alla classe dirigente: speranza e fiducia sono le vere risorse
assenti nelle nostre comunità. Occorre ripartire dalle relazioni, dai legami
solidali tra i cittadini, dalla dignità
Il
Meridione ha bisogno di lavoro, dignità e legalità. La classe dirigente
meridionale e italiana ha il dovere di partire dalle persone e dalle loro
necessità
Il
Meridione ha bisogno di lavoro, dignità e legalità. La classe dirigente
meridionale e italiana ha il dovere di partire dalle persone e dalle loro
necessità – Ansa.
La
pandemia che si è abbattuta sul mondo come un castigo inflitto agli uomini
dagli uomini stessi, ha fatto capire ché delicata e dolce è la Bellezza e
quanto delicato fosse quindi il nostro pianeta e quanto deboli quelle culture
che nei secoli, specialmente l’inizio di quest’ultimo, hanno pensato di
dominarlo e piegarlo agli egoismi di pochi.
Le
economie mondiali hanno tutte mostrato la propria fragilità e la
globalizzazione, che tutte le orienta, ha così mostrato i suoi piedi d’argilla,
rivelando quanto fossero inutili le scarpe eleganti e costose di cui erano
rivestiti.
Tutti
i governi sono corsi ai ripari inventando provvedimenti urgenti che potessero
arrestare il corso sempre più drammatico impresso dal Covid 19 e ridurre così
le sue più gravi conseguenze sui sistemi economici e su quello, non certo meno
importante, che, dall’interno del primo, presiede alla tutela della salute e
alle cure dei malati.
Frementi
e angosciati, uomini e donne hanno atteso che al più presto la Ricerca offrisse
all’Umanità un vaccino capace di sconfiggere il virus e di restituire tempo e
spazio, libertà e creatività a ciascun essere umano, per ricostruire tutti
insieme un nuovo futuro e un vero Progresso, al posto di questo troppo bugiardo.
La via
l’ha indicata in quei primissimi giorni papa Francesco che, mentre le piazze e
le strade erano deserte, ha di fatto raggiunto con il suo appello ogni casa d’Italia
e del mondo, esortando tutti a essere diversi, a diventare migliori, operando
per una comunione più forte tra le persone e tra queste e i governanti,
affinché dalla terribile pandemia potesse nascere un mondo più bello e più
sano.
Un
mondo fondato sulla vera eguaglianza, sulla donazione di ciascuno verso l’altro
e sullo slancio di tutti verso la comunità umana. Che è una e indivisibile.
Il
vaccino, in diverse vesti, pure quella della vecchia speculazione economica e
degli egoismi miserevoli, è arrivato e così la speranza è riapparsa.
Il
dolore immane per i milioni di morti e per le lunghe sofferenze lasciate sui
sopravvissuti, accoglie con sollievo la certezza che altrettante vite saranno
salvate.
L’Europa,
dopo le molte incomprensioni tra i Paesi membri, alcune davvero assai
spiacevoli sul piano morale, ha varato un piano di intervento molto importante
che prevede l’utilizzo di circa settecento miliardi di euro da distribuire agli
Stati dell’Unione sulla base di una linea politica improntata al rigore
gestionale e al varo delle tante attese riforme strutturali.
Il 40
per cento di queste risorse è assegnato a fondo perduto, cioè non soggette a
restituzione, mentre il 60 per cento è stato concesso in prestito con un tasso
di interesse definito da alcuni ragionevole.
Non
sono soldi piovuti benevolmente dal cielo e non v’è alcuna vera gratuità in
essi. Li pagheranno i cittadini.
Più
avanti, con le conclamate riforme, vedremo a quale prezzo, ma gli annunciati
aumenti del costo di alcuni beni di prima necessità (luce e gas per il
momento), fanno udire fin da ora i drammatici squilli di tromba della povertà e
dell’egoismo.
All’Italia
arriveranno (una prima parte a fine luglio, viene assicurato), circa
duecentocinquanta miliardi di euro, di cui sessantanove a fondo perduto. Il
Parlamento, poche settimane addietro, ha varato quasi all’unanimità i
provvedimenti per l’attuazione dei progetti relativi ai fondi assegnati al
nostro Paese.
Essi
sono racchiusi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), lo strumento cioè che dovrà
attuare in Italia il programma Next Generation Eu. Quante parole nuove di sé stesse,
quante sigle affabulatrici!
Il
Piano si articola su sei linee di movimento, che i tecnici chiamano con un
termine solenne, “missioni”. Esse sono: 1) digitalizzazione (innovazione,
competitività e cultura); 2) rivoluzione verde e transizione ecologica; 3)
infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4) istruzione e ricerca; 5)
inclusione e coesione; 6) salute.
Sembra
ci sia tutto. I soldi, questa volta ci sono.
I
progetti e gli strumenti attuativi, ci sono pure.
Un
governo che orienti, vigili e direttamente operi, c’è pure, come anche è
presente un Parlamento determinato, con tutte intere le forze politiche, a
sostenerne i piani e gli sforzi.
Forse è la prima volta, almeno a mia memoria,
che in un’emergenza così drammatica istituzioni europee, Italia, partiti e
forze sociali, si ritrovano insieme nella comune volontà di realizzare fatti
necessari alla ripresa delle economie e della piena vita sociale.
C’è tutto, quindi? Si può stare tutti
tranquilli?
Io
sono un prete e un vescovo per quanto abbia letto e studiato, e mi sforzi
ancora di farlo, tutto il voluminoso dossier, così elegantemente rivestito di
formule e di titoli affascinanti, che da mani a mani, dall’Europa è giunto fino
a noi, avverto la sensazione che manchi ancora qualcosa.
Lo
sguardo fiducioso della gente, per esempio.
Quello
sguardo così profondo che muove poi le coscienze per trasformarle in forza
unitaria e partecipativa, in azione politica dal basso a favore di una vera
cultura della solidarietà, che non può che essere la fratellanza umana, è
necessario a ogni progetto di governo affinché abbia più forza lo spirito
democratico che deve accompagnare sempre ogni decisione politica.
Ché
nella Democrazia, luogo privilegiato per la tenera custodia della libertà, si
deposita il senso umano delle cose.
La
gente, però, è stanca.
Per
lunghi anni ha dovuto sostenere il peso di una crisi che è stata scaricata
impunemente proprio da chi l’ha provocata, in tutto o in parte, come una colpa
da attribuire a persone e famiglie: la colpa di vivere e di consumare risorse.
Tale atteggiamento non ricorda forse quella
cultura senza pensiero e priva di generosità che è diventata parola avvelenata
in taluni paladini della produttività che in pieno dramma Covid hanno descritto
i nostri vecchi come persone inutili, rei di non essere produttivi e di vivere,
come se rubassero, della loro pensione.
Di
quel piccolo provento, cioè, frutto di anni interminabili di duro lavoro e che
ancora oggi, spesso sostituendosi a uno Stato che ha dimenticato la preghiera
laica della vicinanza ai più deboli e bisognosi (lo chiamavano Welfare, quando
c’era) essi, i “guerrieri della “quarta età”, interamente impiegano per
sostenere figli e nipoti espulsi dal mondo del lavoro o che il lavoro non
riescono a trovare.
Che
straordinaria estensione dell’Amore, questa, a cui però non si accompagna la
Politica che di quel sentimento paterno dovrebbe alimentarsi. Sempre!
Io
sono un prete, un umile servo del Signore, un appassionato del Vangelo, un uomo
che ha fatto tutta la sua “peregrinazione” verso la Verità ricercando nella
giustizia un suo fondamento, nell’ancora troppo lontano Sud.
Dalla
Calabria sono giunto per volontà del Signore nella Città che ancora il Sud
rappresenta in tutte le sue dimensioni e contraddizioni, in tutti i suoi colori
chiari e scuri e in tutte le sue melodie, festose e tristi.
Napoli
è una Città bellissima. Tutto il Sud è una terra bellissima.
Di
questa estesa terra ricca di paesaggi e di storie, di mare e di cielo limpidi,
di monti leggeri e di valli ondulate, di cultura e di umanità, di pensiero alto
e di braccia forti, di incanto meraviglioso e di mani incallite, ho visto, e
ancora da questo luogo straordinario vedo, le sofferenze degli uomini e delle
donne, il loro coraggio di combattere ancora.
La
loro vivida intelligenza e profonda bontà.
Ho
visto, e vedo, le ingiustizie inflittegli anche da chi - a causa di un antico e
reiterato preconcetto - considera il Sud una zavorra e non una risorsa,
credendo di poter agganciare il treno dell’Europa abbandonando sul binario
morto quella parte del Paese che in più di mezzo secolo gli ha offerto non
soltanto le braccia per le industrie, ma anche le intelligenze per farlo
diventare quel ricco e potente territorio che è.
Del
Sud ho visto, e vedo ancora, le terre arse e i volti di marinai e braccianti
bruciati dal sole e dalla fatica “tradita”.
E il
viso triste di giovani in attesa.
Uno
sguardo triste il loro, ma non domo.
Ho
visto pure le solitudini degli abbandoni. E la condizione di isolamento,
territoriale oltre che economico e politico, in cui il Sud viene ancora tenuto
rispetto al resto del Paese per non dire dell’Europa.
Un abbandono insistente, anche se talvolta
mitigato da promesse insincere o che si interrompono a metà, perpetrato da un
potere e da una classe dirigente troppo distanti.
Classe dirigente, generalmente intesa, che da
queste parti si affaccia per utilizzarlo, il Sud, come riserva di caccia di
voti o come un utile consumatore di beni altrove prodotti.
Ecco,
come prete e come uomo del Sud sento, forse mi sbaglierò - ovvero vorrei tanto
sbagliarmi - che a questo Piano “nazional-europeo” manchi il Sud.
Manchi il Sud nella sua specificità di
questione morale e politica e, quindi, democratica.
E se
manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica
peculiarità.
I poveri in carne ed ossa, uomini, donne e
bambini, volto per volto, nome per nome, che spero finalmente fuoriescano da
quelle fredde statistiche che non impressionano più un’Italia divisa su tutto e
che rischia di esplodere in una guerra intestina tra egoismi intrecciati, sopra
la quale ogni giorno più indifferente sta quella parte progressivamente più
ristretta di ricchi sempre più ricchi.
Chi
sono i poveri oggi?
Sono
quelli che ancora le statistiche misurano sulla base di ciò che possiedono di
misero in un contesto miserevole. In poche parole, formule numeriche che
misurano la fame delle persone e la quantità di cibo che riescono a portare a
tavola, in abitazioni assai incerte, il cui tetto, per tanti in numero
crescente, è il cielo che li copre senza che qui esso acquisti nulla di poetico
e di romantico.
I
poveri sono ovunque nel Paese, dispersi e nascosti nelle pieghe del proprio
pudore e della ipocrisia di chi fa finta di non vederli, se non in qualche
telegiornale, ingannevolmente di inchiesta, che li riprende davanti alle mense
della Caritas, irrispettosi della loro dignità umana e di quella della
“cittadinanza” sequestrata. I poveri
sono anche le regioni povere, le terre inaridite e assetate dell’acqua che si
perde nello spreco e nelle condotte inesistenti o rovinate.
Le terre consumate dal cemento e dal cedimento
per incuria o per devastazioni diverse.
I
poveri, sono il lavoro.
Quello
che manca e quello dequalificato, quello sfruttato e quello mal pagato. Sono il
lavoro che uccide nelle fabbriche “distratte”, nei cantieri insicuri, nei campi
della nuova schiavitù, dove quella carne umana sopravvissuta al mare viene
comprata e venduta a pochi euro.
I poveri sono il lavoro, la questione oggi
delle questioni irrisolte di un nuovo capitalismo cinico e beffardo quanto
crudele e stupido.
Un
lavoro, sottopagato, che spesso dequalifica e aliena giovani che hanno studiato
tanti anni, non solo per sentirsi nobilitati secondo quell’antico principio, ma
per sentirsi protagonisti della crescita complessiva della società, costruttori
della ricchezza per tutti.
La ricchezza, non dimentichiamolo, che è di
tutti. Sempre.
I
poveri, sono anche quella politica che, disgiunta dalla morale, si priva della
sua intima natura, del suo scopo primario, lasciandosi cosi logorare dalla
corruzione dilagante e non di rado dall’incompetenza devastante.
E così la politica dimentica il suo fine
“primo”, che è realizzare l’impossibile, il sogno.
E non è affatto vero che i sogni siano
castelli di sabbia dimenticati al mare della nostra fanciullezza, recuperabili
in età avanzata per non “morire” completamente di nostalgia e rimpianto.
Come
vero non è che la felicità non sia di questo mondo, se essa si fonda sulla
realizzazione del bello e del giusto e del vero.
Per
ciascun essere umano.
Il
Mezzogiorno, all’interno del Piano di resilienza, non può essere, pertanto,
soltanto un’area da risollevare e neppure, se anche lo si volesse, un motore
che ne accenderebbe altri.
È il
luogo, invece, dove si può compiere, insieme alle storiche riparazioni dei
danni provocati, un’autentica opera di giustizia e di umanizzazione della
Politica.
Il
luogo in cui può nascere, proprio per la consistenza delle risorse e degli
strumenti europei, un nuovo modello di sviluppo fortemente proiettato alla
costruzione del vero Progresso.
Un
modello che punti decisamente, attraverso le mani e la testa e il cuore di una
classe dirigente aperta, colta, matura, “innamorata” della Bellezza, alla
valorizzazione delle proprie risorse.
A
partire da quelle, anche umane, già presenti nel territorio, che l’emergenza
planetaria, al Covid preesistente, indicano quali “salvavita”.
Sono
le risorse che abbiamo colpevolmente dimenticato: la terra, madre sempre
benigna e generosa, l’acqua sua figlia prediletta, il cielo con l’aria da
“liberare”, il mare da restituire pienamente alla sua grazia così ricca di
beni, i fiumi da proteggere dal rischio, che essi stessi soprattutto subiscono,
di tracimare modificandosi e rovinando il territorio, invece che scendere
dolcemente verso il mare che li accoglie.
Sono i
doni di Dio per tutti gli esseri umani e di cui il Mezzogiorno ampiamente
dispone ancora.
Ma
sentiamo forte la necessità di Giustizia sociale, senza la quale non potrà mai
esservi pace.
Troppo
spesso i poveri sono stati offesi con generalizzazioni ingiuste, che non
tengono conto della dignità, delle aspirazioni, dei sogni, dei talenti di
ognuno.
Nella
dimensione della “prossimità”, ripartire dagli ultimi significa metterli
concretamente al centro di un processo di “liberazione” teso a restituire loro
piena dignità umana.
Se
pensiamo ad esempio alle politiche delle nostre città, ai servizi verso i
cittadini più deboli e fragili, e proviamo a farlo attraverso le chiavi di
lettura della Giustizia, non potremo più limitarci a percorsi meramente
assistenziali, diritti sociali che appaiono come concessioni, come un lusso che
non sempre ci si può permettere.
La
Politica, se davvero vorrà riscrivere la storia di questi territori, avendo
cura anche e soprattutto dei propri figli più fragili, dovrà riaccendere la
fiamma della Speranza e ritessere i fili della Fiducia.
Due
elementi, Speranza e Fiducia, che sono al momento le vere risorse assenti nelle
nostre comunità.
Si
tratta di ripartire dalle persone, e quindi dalle relazioni, riattivando i
legami solidali tra i cittadini.
Occorre restituire loro la dignità, e quindi
l’orgoglio, di essere meridionali.
Ma per
farlo occorre ripensare ad un modello di sviluppo che sia integralmente
sostenibile, che parta dalla consapevolezza che «tutto è connesso» riconoscendo
la relazione profonda ed inscindibile tra la sfera sociale, spirituale,
economica e ambientale, come pure quelle fra dimensione locale e dimensione
globale.
Se
davvero si vorrà costruire una nuova prospettiva di futuro, il modello di
sviluppo dovrà vedere protagoniste le persone che formano le comunità, quale
intreccio di relazioni, identità ed appartenenza.
Sono i
sogni, le aspirazioni, i legami e le interazioni tra le persone che conducono
alla individuazione del modello più coerente con il “sentire” della comunità.
Il territorio rimane quindi strumento, complemento oggetto, di un processo in
cui soggetti attivi restano le persone.
Il
compito dell’uomo che governa è davvero quello di fare della Politica la
propria missione, la propria “più alta opera di carità”.
Oggi,
non domani.
Nella
vita delle persone e in quella della natura, non ci sono partite da giocare ai
tempi supplementari e vincere poi ai rigori, come i nostri ragazzi hanno
“eroicamente” fatto in quel di Wembley, richiamando tutti al dovere gioioso
dell’unità di popolo.
Quell’unità
sincera che commossi pur se preoccupati, abbiamo visto nello spettacolo del
tricolore che ha camminato da cuore in cuore, da coro in coro, in tutte le
piazze italiane.
Quell’unità che io auspico, con l’ausilio di
forze politiche che operino concretamente ed esclusivamente per il bene
dell’Italia, permanga nel tempo del pieno recupero dell’identità smarrita.
Una identità bella, la nostra, che con il buon
vento del Sud voli lontano e si mescoli felicemente in quella del popolo
europeo.
E più
alto e più giù ancora voli, senza stancarsi, verso la più nobile delle bandiere
e la più bella delle nazioni, quella dell’intera umanità e del mondo pacificato
nella giustizia.
Con
umiltà ed amore.
Il
potere delle
multinazionali
ai
tempi del Covid-19.
Osservatoriodiritti.it
- Francesco Gesualdi – (17 Novembre 2021) – ci dice:
Il
Centro Nuovo Modello di Sviluppo stila anche quest'anno l'elenco delle maggiori
multinazionali al mondo in un report che analizza alcuni esempi critici. Gli
approfondimenti di questa Top 200 riguardano Amazon, Pfizer e Moderna,
cresciute molto con la pandemia. Due focus sono dedicati all'economia dei
militari.
La
pandemia ha stipato i forzieri di alcune delle maggiori multinazionali al
mondo, che ne sono uscite peraltro con un’immagine da “salvatori della patria”.
Le
chiusure e le limitazioni agli spostamenti, che si sono abbattute improvvise in
tutto il mondo, hanno rilanciato la crescita esplosiva di Amazon.
Così
come Big Pharma, a partire da Pfizer e Moderna, si è arricchita prima con le
sovvenzioni pubbliche alla ricerca, poi con la vendita dei vaccini contro il
Covid-19.
Eppure
questi giganti globali continuano a lasciare dietro di sé delle ombre oscure.
Come ha rilevato l’ultima edizione di Top 200,
un dossier a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che, oltre a fornire le
informazioni di base sulle prime duecento multinazionali, contiene schede di
approfondimento su situazioni di particolare interesse (i dati sono relativi al
2020).
Oltre
a indagare i comportamenti del colosso mondiale dell’e-commerce e delle società
farmaceutiche statunitense, il documento, diffuso giusto alcuni giorni fa,
dedicata una sezione per aiutare a capire come i regimi militari di Egitto e
Myanmar siano riusciti a mettere le mani sull’economia nazionale.
Amazon
è tra le maggiori imprese multinazionali: profitti stellari, tasse ai minimi.
Il
primo approfondimento riguarda Amazon, la cui segretezza forse non ha eguali.
Tutta l’organizzazione ruota intorno a uno sforzo costante: ottenere il massimo
vantaggio possibile dalle diverse legislazioni fiscali esistenti nei vari Paesi
del mondo.
L’impero
fondato da Jeff Bezos è ormai il terzo gruppo mondiale per fatturato e il
quinto per capitalizzazione, eppure non offre un prospetto della propria
struttura di gruppo, non offre una lista completa delle proprie filiali e della
loro localizzazione, non dà un numero complessivo dei propri dipendenti, né la
loro suddivisione geografica e per settori.
La
capogruppo, Amazon.Com Inc, è registrata nel Delaware, paradiso fiscale
statunitense.
E in
Europa Amazon ha costruito un’impalcatura finanziaria del tutto particolare,
che le permette di convogliare in Lussemburgo tutti i profitti del Continente.
Nel
2020 la controllante europea Amazon Europe Core ha dichiarato profitti per
oltre 2 miliardi di euro, pagandoci sopra solo 21 milioni di imposte (appena
l’1%), mentre la controllata Amazon Eu, che dal Lussemburgo coordina tutte le
filiali europee, ha dichiarato perdite per 1,2 miliardi di euro, aggiudicandosi
un credito fiscale di 56 milioni di euro.
E
benché la Commissione europea abbia fatto ricorso alla Corte Europea per fare
cessare il trattamento di favore di cui gode Amazon da parte dello Stato
lussemburghese, il procedimento si è concluso con la sentenza del 12 maggio
scorso, che ha stabilito che Amazon non ha goduto di alcun vantaggio selettivo
da parte del Lussemburgo.
Segno
che se non si cambiano le legislazioni ne usciranno sempre verdetti iniqui.
Multinazionali,
gli esempi delle farmaceutiche Pfizer e Modena.
Un’altra
scheda di Top 200 si concentra sull’economia dei vaccini anti Covid-19, con
particolare riferimento a Pfizer e Moderna, che hanno prodotto i vaccini andati
poi per la maggiore.
I profitti che hanno macinato nel 2020 sono
stati enormi, realizzati con soldi pubblici perché entrambe hanno ricevuto
fiumi di miliardi da parte dei governi, in particolare quello statunitense.
E ciò
nonostante, nel 2021 hanno imposto un aumento di prezzo sui nuovi contratti di
acquisto stipulati con la Commissione europea.
L’approfondimento
riporta tutti i numeri dei sostegni pubblici ricevuti, dei fatturati e dei
profitti realizzati, con un occhio anche su quanto spendono per fare lobby sui
poteri politici.
Pressione
andata a segno considerato che, nonostante le dichiarazioni del presidente
statunitense Joe Biden, l’Organizzazione mondiale del commercio non ha
approvato la sospensione dei brevetti richiesta da India e Sudafrica. La
conferma che l’economia comanda e la politica esegue.
Multinazionali
in cerca d’immagine: l’importanza della reputazione.
Un
altro articolo pubblicato dal report Top 200 la dice lunga sullo sforzo delle
imprese per vendersi migliori di quello che sono e riguarda una ricerca
condotta nel 2021 da Amo, una società di consulenza al servizio delle imprese
per aiutarle a proteggere la propria reputazione.
L’analisi
condotta sui codici etici e sui rapporti sociali di 525 multinazionali sparse
in 22 paesi, ha messo in evidenza che le imprese cercano di dare una buona
descrizione di sé auto-dipingendosi sotto tre profili: modo di essere, modo di
lavorare, rapporto con gli altri (stakeholders).
I
vocaboli utilizzati sono i più vari: da audacia a coraggio, da resilienza a
tenacia, da cura a compassione, da pazienza a entusiasmo, da bellezza a
efficienza, ma la stessa Brooke Masters, analista del Financial Times, in un
articolo del 22 luglio 2021, ha scritto: «Sospetto che l’uso di parole d’ordine
così impegnative risieda nel fatto che sono estremamente difficili da misurare.
La
loro vaghezza permette alle imprese di citarli come principi di riferimento,
senza sapere di cosa stiamo parlando».
Se lo dice
il Financial Times, c’è proprio da crederci!
Egitto
e Myanmar: l’economia dei militari.
Il
Centro Nuovo Modello di Sviluppo ha dedicato un approfondimento anche
all’economia dei militari in Egitto e Myanmar, due paesi a regime dittatoriale
fra i peggiori del mondo.
Reperire informazioni su questi sistemi è
stato piuttosto difficile, considerato l’alone di segretezza in cui operano.
Tuttavia
appare chiaro che in entrambi i casi i militari controllano non solo la
produzione bellica, ma anche i gangli centrali dell’economia nazionale con
l’obiettivo di rafforzare il potere dei militari e arricchire i capi
dell’esercito.
In Egitto un altro obiettivo che appare
chiaramente è il controllo dell’informazione, operazione affidata ai servizi
segreti che hanno la proprietà delle principali testate giornalistiche e
televisive tramite specifiche società ombra.
Ma non
è sempre stato così.
All’inizio
in Egitto l’obiettivo dei militari era solo la produzione bellica, ma con la
scusa che i soldati debbono anche mangiare, vestirsi, lavarsi, l’esercito ha
gradatamente esteso la propria presenza a molti altri settori: dalle fattorie
all’allevamento di pesci, dalle industrie alimentari a quelle farmaceutiche, dagli
stabilimenti chimici a quelli elettronici.
E pensando al bisogno di svago degli
ufficiali, l’esercito ha finito per occupare anche l’industria del turismo,
giungendo a gestire oltre 600 alberghi e vari villaggi turistici.
Uno
dei progetti più grandiosi dei militari, che sta molto a cuore al presidente
egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, riguarda la costruzione di una nuova capitale
amministrativa, una sorta di città satellite del Cairo, totalmente gestita
dall’esercito.
Altri
grandi cantieri comprendono l’ampliamento del Canale di Suez e la costruzione
di nuove città che avrebbero l’intento di decongestionare le aree situate
attorno al Nilo, da sempre sovrappopolate.
Non è
noto il numero di stabilimenti gestiti, né dei dipendenti.
Secondo
alcuni, in Egitto i militari controllano tra il 15 e il 40% del prodotto
interno lordo del Paese.
Secondo Al Sisi, non supera il 3 per cento.
Stabilire
dove stia la verità è pressoché impossibile perché non esiste trasparenza.
Non si
conoscono i bilanci delle imprese gestite dai militari, i loro risultati
economici, i percettori degli eventuali profitti, l’ammontare dei contributi
pubblici messi a loro disposizione. Tutto è avvolto nel mistero.
Di
sicuro, però, si sa che la lunga mano dei militari arriva fino al controllo
dell’informazione, addirittura per il tramite dei servizi segreti, che
possiedono le più importanti testate televisive e giornalistiche.
Le
pietre preziose dell’esercito birmano.
Quanto
al Myanmar, dove è facile immaginare che la situazione sia diventata ancora più
drammatica in seguito al colpo di Stato del 1° febbraio 2021, la presenza dei
militari è presente in tutti i gangli più importanti dell’economia Paese e, in
particolare, nel settore dei minerali preziosi.
Da una
ricerca pubblicata nell’agosto 2019 dalle Nazioni Unite, si apprende che
l’esercito del Myanmar possiede ben 23 società dedite ad estrazione e commercio
di giada e rubini.
Ed è proprio nelle aree minerarie che si registrano i
comportamenti peggiori che hanno reso l’esercito del Myanmar tristemente famoso
per la violazione dei diritti umani.
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