PATRIA e POTERE DELLE MULTINAZIONALI.

 PATRIA e POTERE DELLE MULTINAZIONALI.

 

La Germania si prepara per consegne di contanti

di emergenza, corse agli sportelli bancari e

"malcontento aggressivo" in vista

delle interruzioni di corrente invernali.

Zerohedge.com - TYLER DURDEN – (17 NOVEMBRE 2022) – ci dice:

 

Mentre l'Europa ha mantenuto una facciata generalmente ottimistica in vista del prossimo inverno freddo, segnalando che ha più che sufficiente gas in magazzino per compensare la perdita di approvvigionamento russo anche in uno scenario "più freddo", dietro le quinte la più grande economia europea si sta tranquillamente preparando per uno scenario peggiore che include folle inferocite e corse agli sportelli bancari se i blackout impediscono alla popolazione di accedere al contante.

Come riporta Reuters citando quattro fonti, le autorità tedesche hanno intensificato i preparativi per le consegne di contanti di emergenza in caso di blackout (o piuttosto blackout) per mantenere l'economia in funzione, mentre la nazione si prepara a possibili interruzioni di corrente derivanti dalla guerra in Ucraina.

 I piani includono l'accumulo di miliardi extra da parte della Bundesbank per far fronte a un aumento della domanda, nonché "possibili limiti ai prelievi", ha detto una delle persone.

E se pensi che gli investitori crittografici siano arrabbiati quando non possono accedere ai loro token digitali in uno scambio in bancarotta, aspetta di vedere un tedesco il cui denaro è appena stato bloccato.

I funzionari e le banche stanno guardando non solo all'origination (cioè alla stampa di denaro) ma anche alla distribuzione, discutendo ad esempio l'accesso prioritario al carburante per i trasportatori di denaro, secondo altre fonti che commentano i preparativi che hanno accelerato nelle ultime settimane dopo che la Russia ha limitato le forniture di gas.

Le discussioni sulla pianificazione coinvolgono la banca centrale, il suo regolatore dei mercati finanziari BaFin e diverse associazioni del settore finanziario, hanno detto le fonti Reuters la maggior parte delle quali ha parlato a condizione di anonimato su piani privati e in divenire.

Sebbene le autorità tedesche abbiano pubblicamente minimizzato la probabilità di un blackout e di corse agli sportelli bancari - per ovvie ragioni - le discussioni mostrano sia quanto seriamente prendano la minaccia sia come lottano per prepararsi a potenziali interruzioni di corrente paralizzanti causate dall'aumento dei costi energetici o addirittura dal sabotaggio.

Sottolineano anche le crescenti ramificazioni della guerra in Ucraina per la Germania, che per decenni ha fatto affidamento sull'energia russa a prezzi accessibili e ora affronta un'inflazione a due cifre e una minaccia di interruzione da carenza di carburante ed energia.

Come tutti coloro che hanno familiarità con la storia recente della Repubblica di Weimar in Germania sanno, l'accesso al contante è di particolare interesse per i tedeschi, che apprezzano la sicurezza e l'anonimato che offre e che tendono a usarlo più di altri europei, con alcuni che ancora accumulano marchi tedeschi sostituiti da euro più di due decenni fa.

Secondo un recente studio della Bundesbank, circa il 60% degli acquisti quotidiani tedeschi sono pagati in contanti e i tedeschi, in media, ritirano più di 6.600 euro all'anno principalmente dai bancomat.

Ed ecco la battuta finale: un rapporto parlamentare di un decennio fa avvertiva di "malcontento" e "alterchi aggressivi" nel caso in cui i cittadini non fossero stati in grado di mettere le mani sul denaro in un blackout.

 Traduzione: in caso di interruzione del prelievo di contanti, la società tedesca potrebbe benissimo lacerarsi.

In effetti, c'è stata una corsa al contante all'inizio della pandemia nel marzo 2020, quando i tedeschi hanno ritirato 20 miliardi di euro in più di quanto hanno depositato.

Era un record, e funzionava generalmente senza intoppi.

Ma un potenziale blackout solleva nuove domande sui possibili scenari, e i funzionari stanno intensamente rivisitando la questione mentre la crisi energetica nella più grande economia europea si approfondisce e l'inverno si avvicina.

Se si verificasse un blackout, un'opzione per i responsabili politici potrebbe essere quella di limitare la quantità di denaro che gli individui ritirano, ha detto una delle persone.

 Inutile dire che sarebbe una pessima opzione per la Germania, e per la Fiat in generale (dopo tutto, se il fallimento di FTX è un occhio nero per le criptovalute, cosa si può dire della fiat se una delle economie più avanzate del mondo limita l'accesso al contante).

La Bundesbank elabora il denaro che circola attraverso i negozi e l'economia tedesca, rimuovendo i falsi e mantenendo ordinata la circolazione.

 Le sue enormi scorte lo rendono pronto per qualsiasi picco di domanda, ha detto quella persona.

Una debolezza che la pianificazione ha rivelato riguarda le società di sicurezza che trasportano denaro dalla banca centrale agli sportelli bancomat e alle banche.

L'industria, che comprende Brinks e Loomis, non è completamente coperta dalla legge che guida l'accesso prioritario al carburante e alle telecomunicazioni durante un blackout, secondo l'organizzazione industriale BDGW.

"Ci sono grandi scappatoie", ha detto Andreas Paulick, direttore di BDGW.

I veicoli blindati dovrebbero allinearsi alle stazioni di servizio come tutti gli altri, ha detto.

L'organizzazione ha ospitato un incontro la scorsa settimana con funzionari della banca centrale e legislatori per far valere le sue ragioni.

"Dobbiamo affrontare preventivamente lo scenario realistico di un blackout", Paulick ha detto. "Sarebbe totalmente ingenuo non parlarne in un momento come questo".

Quanto male potrebbe diventare?

Bene, oltre il 40% dei tedeschi teme un blackout nei prossimi sei mesi, secondo un sondaggio della scorsa settimana pubblicato da Funke Mediengruppe. E poiché almeno un blackout è praticamente assicurato nei prossimi mesi, ciò significa una fuga precipitosa per il bancomat più vicino, qualcosa che l'infrastruttura finanziaria locale difficilmente sarà in grado di gestire.

Di conseguenza, l'ufficio per i disastri della Germania ha dichiarato di raccomandare alle persone di tenere contanti a casa per tali emergenze (sicuramente questo ispirerà fiducia).

Nel frattempo, un'altra fonte Reuters osserva che i regolatori finanziari tedeschi temono che le banche non siano completamente preparate per gravi interruzioni di corrente e lo considerano un nuovo rischio precedentemente imprevisto.

 Le banche considerano "improbabile" un blackout su vasta scala, secondo Deutsche Kreditwirtschaft, l'organizzazione ombrello del settore finanziario.

Ma le banche sono comunque "in contatto con i ministeri e le autorità competenti" per pianificare un tale scenario, soprattutto perché tutto ciò che le banche dicono essere "improbabile" tende ad accadere piuttosto regolarmente.

Ha detto che la finanza dovrebbe essere considerata un'infrastruttura critica se l'energia è razionata.

A volte la politica può ostacolare la pianificazione del blackout.

A Francoforte, la capitale bancaria della Germania, un membro del consiglio comunale ha proposto di richiedere di presentare un piano di blackout entro il 17 novembre.

 Il politico, Markus Fuchs del partito di destra AfD, ha detto al consiglio che sarebbe irresponsabile non pianificarne uno.

Ma gli altri partiti hanno respinto la proposta, accusando Fuchs e il suo partito di incitare al panico.

 

Fuchs in seguito disse in un'intervista telefonica: "Se trovassimo una soluzione per la pace nel mondo, sarebbe respinta".

La questione sottolinea anche la dipendenza del commercio dalla tecnologia, con transazioni sempre più elettroniche e dove la maggior parte dei bancomat non ha una fonte di energia di emergenza.

Il contante sarebbe l'unico metodo di pagamento ufficiale che funzionerebbe ancora, ha detto Thomas Leitert, capo di KomRe, una società che consiglia le città sulla pianificazione di blackout e altre catastrofi.

"In quale altro modo saranno pagate le lattine e le candele per i ravioli?"

Leitert ha detto. Bene, c'è tutta quella cosa delle criptovalute, ma il 2 ° più grande donatore democratico ha fatto un ottimo lavoro lì.

 

 

 

LA MIA PATRIA È MULTINAZIONALE.

 Giorgiobianchiphotojournalist.com – Giorgio Bianchi – (2 OCTOBER 2022) – ci dice:

 

Qui di seguito troverete il discorso integrale (praticamente introvabile) tenuto da Eugenio Cefis all’Accademia Militare di Modena nel 1972.

(dropbox.com/s/ti2idg4keifuy1t/Cefis%201972_Patria%20multinazionale.pdf?dl=0)

Se avrete la pazienza di arrivare fino in fondo e di leggere anche le interessantissime note a margine capirete per quale motivo Pier Paolo Pasolini rimase profondamente turbato da questo testo.

 Fu sconvolto al punto da sentire l’esigenza di costruirci attorno un romanzo, quel “Petrolio” che non riuscì mai ad ultimare.

Grazie al discorso di Cefis, Pasolini si trovò come d’incanto di fronte alla fotografia più nitida del mutamento degli assetti di potere nel mondo di allora, scattata nel momento stesso in cui la trasformazione si stava compiendo.

Cefis in pratica gli aveva fornito il tassello mancante per comprendere fino in fondo le origini della mutazione politico-antropologica dell’Italia del dopoguerra che ossessionava il poeta da anni.

“Il consumismo può creare dei ‘rapporti sociali’ immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo), sia, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.

In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all’utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

[…] Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità.

Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici.

Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.”

Scriveva Pasolini nel discorso che avrebbe dovuto tenere al congresso dei radicali del novembre 1975 e che purtroppo poté essere soltanto letto, davanti ad una platea sconvolta e muta, perché due giorni prima Pasolini moriva ucciso.

(maurizioturco.it/bddb/1975-11-intervento-al-congr.html)

Pasolini aveva capito fino in fondo il progetto politico che Cefis stava prefigurando agli allievi dell’Accademia di Modena.

– [Il militare] deve essere cittadino del mondo, perché ha un compito di dimensione mondiale per la difesa della pace; dall’altro deve comprendere sempre meglio i meccanismi politici e soprattutto economici che più della potenza militare influenzano il nostro futuro.

Gli stessi elementi che indicano la forza di un Paese sono cambiati: non contano più tanto e solo le disponibilità di risorse e di materie prime, quanto le capacità organizzative e la velocità di aggiornamento al processo tecnologico.

Dire che i militari sono cittadini del mondo significa già dire qualcosa di più: significa che devono organizzare il loro potere su scala internazionale più di quanto non abbiano fatto finora.

– Ecco quindi perché ci tengo a parlarvi delle imprese multinazionali; queste imprese sono uno dei maggiori protagonisti della storia recente del mondo occidentale e possiamo prevedere che, nel bene e nel male, il nostro futuro sarà in larga misura determinato dalle iniziative di questi grandi organismi economici. Per questo Voi dovete conoscerle.

– La tendenza delle imprese a guardare al di là dei confini nazionali è assai remota e può essere fatta risalire alle compagnie commerciali del Seicento, come la famosa compagnia delle Indie, che pur facendo capo a un Paese europeo possedevano e sfruttavano concessioni negli altri continenti con bandiera propria ed anche con facoltà di disporre di proprie forze armate.

Per Cefis la Patria è un ferrovecchio, pertanto i militari devono stare attenti perché fra qualche anno dovranno misurarsi con qualcos’altro.

Per questo motivo devono aggiornarsi per non essere tagliati fuori.

Ricordarsi, è importante, che poche righe prima Cefis ha spiegato che le risorse finanziarie e tecniche per una buona guerra multinazionale possono venire soltanto, appunto, dalle multinazionali.

 E che gli stati, come ribadirà poco dopo, sono robe d’altri tempi.

Insomma: prima gli ha indicato quale tipo di lavoro militare sarà richiesto nei prossimi anni, poi gli sta spiegando chi saranno gli eventuali datori di lavoro: le multinazionali.

A comandare saranno pertanto, in prima persona, le grandi società multinazionali. Agli stati nazionali saranno riservati semplici compiti di mediazione.

0 meglio, gli stati saranno ridotti a delle specie di salotti dove i protagonisti veri del pianeta si recheranno a discutere le loro controversie.

 Probabilmente con i militari, e del tipo allucinante descritto più sotto, che sorvegliano gli ingressi e che magari passano l’aria condizionata.

Gli eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria potrebbero essere destinati a cedere nuovamente il passo ad apparati militari professionali analogamente a quanto avveniva alcuni secoli fa; apparati militari non dissimili nella loro carica di tecnicità da una moderna organizzazione produttiva.

È chiaro però che questo tipo di professionalizzazione delle forze militari porterebbe con sé l’enorme problema del controllo politico su un esercito fatto esclusivamente di tecnici; così come del resto già oggi si pone il problema del controllo politico su una classe manageriale il cui potere è in costante crescita.

Insomma: l’immagine dei futuri militari comincia poco a poco a prendere corpo: devono essere integrati su scala multinazionale, soldi e mezzi tecnici vengono dalle multinazionali, saranno inevitabilmente dei professionisti a tempo pieno (nemmeno più legati alla patria, che nel frattempo sarà sparita).

In breve: dei centurioni che viaggiano in jet, comunicano fra di loro con reti radar di cui nessun altro può avere il controllo e che dispongono di armi micidiali.

 Certo allora che il problema del «controllo politico» su gente del genere si pone. Ma chi può esercitarlo, se Cefis vede giusto?

Il padreterno, oppure Ford, o la Esso, o Cefis stesso?

Cosa possono fare gli stati nazionali per difendersi da tutte queste multinazionali che avanzano? Risposta: «favorire forme di integrazione politica su scala continentale».

Bene, giusto, così gli Stati saranno più forti e potranno difendersi meglio.

Purtroppo però Cefis spiegherà che l’integrazione politica europea è qualcosa che si colloca lontano nel futuro, quella economica invece è invece più a portata di mano.

Quindi qual è la ricetta di Cefis per “difendersi” dalle multinazionali? Preparare loro un bel mercato, grande come l’Europa, dove potranno crescere e svilupparsi come funghi.

Gli stati nazionali, volendo, possono anche mettersi in testa di fare la guerra alle multinazionali.

Ma sarebbero comunque perdenti.

E allora «se gli stati vogliono pater godere de! massimo dei benefici che le imprese possono fornire, e ridurre al minimo i costi, devono promuovere intese che permettano di lavorare assieme».

Insomma, via ogni progetto di guerra, si facciano i grandi mercati (quello europeo prima di tutti), si facciano delle buone leggi multinazionali, così tutto sarà più chiaro, e si discuta fra stati e multinazionali: chi si sarà comportato bene sarà trattato bene, insomma.

Va da sé che però dovremo mandare i militari professionisti, che dovremo preoccuparci in qualche modo degli stati che stanno morendo.

 Va da sé, cioè, che dovremo preoccuparci di comandare.

 Questo, in sintesi, l’universo cefisiano delle multinazionali.

Pertanto cari militari, occupatevi di politica, di politica, e ancora di politica. Studiate i fenomeni sociali.

La vostra futura guerra, permanente, non sarà infatti contro un altro esercito, ma tutta dentro la società.

 Preparatevi.

Ecco perché Pasolini va riletto. Ecco a cosa ci hanno “addestrato” in questi ultimi anni. Ecco perché tra poco arriveranno i militari.

 

 

 

Governativa, privata o open:

quale società del controllo vogliamo?

Chje-fare.com - Adam Arvidsson – (6 aprile 2020) – ci dice:

 

(Adam Arvidsson è Professore di Sociologia della Globalizzazione e dei Nuovi Media all’Università Statale di Milano).

Nel famoso saggio sulle società del controllo del 1990, il filosofo francese Gilles Deleuze riportava la visione del suo amico e collaboratore, Felix Guattari di

 «una città in cui ciascuno potesse lasciare il proprio appartamento, la propria via, il proprio quartiere grazie a una personale carta elettronica capace di rimuovere questa o quella barriera».

Deleuze suggeriva che questo principio di libertà sorvegliata si stesse affermando come parte di una nuova logica di gestione del sociale.

La vecchia società disciplinare, dove ognuno doveva stare al proprio posto e comportarsi entro i limiti normativi della propria posizione sociale, non bastava più a contenere la nuova complessità che era in arrivo con la globalizzazione e il proliferarsi di nuove libertà in campo sessuale, identitario e di consumo. Le sue istituzioni centrali come le fabbriche, la scuola e la famiglia ormai erano in crisi perenne.

Nella futura società del controllo, suggeriva Deleuze, non ci saranno (quasi) più limiti normativi ai comportamenti – tu potrai amare chi vuoi e consumare cosa preferisci – ma tutte le azioni saranno sorvegliate elettronicamente e sarà il profilo statistico che risulta dalle azioni e dalle interazioni di ciascuno a determinare l’accesso ai vari spazi fisici e sociali.

Il governo dei comportamenti si baserà sul principio attuario di identificazione dei profili a rischio, e non sulla distinzione normativa fra bene e male, giusto e sbagliato.

Abbiamo visto il principio di libertà sorvegliata affermarsi in varie aree.

Da allora abbiamo visto il principio della libertà sorvegliata affermarsi in varie aree, dalla segmentazione per stili di vita che trasformò le ricerche di mercato già negli anni Settanta, e che è rimasta più o meno inalterata come base per le attuali analisi di dati a opera di Facebook, Google e Cambridge Analitica;

agli algoritmi di profiling che accompagnarono la stretta sulla Homeland Security statunitense dopo l’undici settembre – e che lasciarono il principe di Svezia bloccato per ore all’aeroporto di Miami, reo di un pattern di voli sospetto – passando per le fidelity card di Esselunga e la retorica dei “safe spaces” che ultimamente sta infestato i campus anglosassoni.

È possibile che sarà l’attuale pandemia a elevare il principio di controllo a paradigma di gestione dei processi sociali generalmente accettato e legittimato, così come, secondo Foucault, la gestione dell’epidemia della peste nel Seicento fu la palestra per lo sviluppo delle tecnologie di Sorvegliare e punire, che furono la base della precedente società disciplinare.

È possibile che a settembre, per accedere all’aeroporto o al treno ad alta velocità, dovremo mostrare una app che, sulla base di un’analisi dei nostri dati geo-localizzati, assicuri che non abbiamo interagito con i focolai dell’infezione negli ultimi 14 giorni.

Forse sarà addirittura richiesto un braccialetto che fornisca dati sul battito cardiaco e sulla temperatura corporea per accedere al teatro o al cinema.

Saranno sicuramente iniziative volontarie, anche perché nel presente quadro normativo europeo è molto difficile obbligare i cittadini a condividere i loro dati in questo modo, ma anche se saremo liberi di rifiutare, questo ci precluderà una serie di accessi e ci renderà difficile proseguire uno stile di vita normale.

 Non hai l’app sullo smartphone? Allora non prendi l’alta velocita e non entri in aeroporto.

E saranno misure che rimarranno in corso anche dopo l’emergenza immediata. Un po’ perché sono utili: in un capitalismo della sorveglianza – per usare il termine dell’economista americana Shoshana Zuboff – più informazioni, vuol dire più opportunità di mercato.

 Un po’ perché ci sarà sempre una nuova emergenza, un nuovo virus.

E anche la normale influenza stagionale potrà essere gestita in modo analogo.

Un po’ perché le misure d’emergenza, una volta installate difficilmente si tolgono. Nascerà intorno a tutto questo un apparato istituzionale fatto di professionisti, lobbisti portatori di una serie di interessi consolidati.

 Un po’ come è avvenuto con i controlli aeroportuali.

 Una volta passata l’emergenza della pandemia allora le nuove misure di sorveglianza digitale saranno ritenute legittime dalla stragrande maggioranza delle persone, esattamente così come oggi riteniamo legittimi i limiti sui liquidi da portare nel bagaglio a mano in aereo.

La società del controllo si distingue dalla società disciplinare anche per il rapporto diverso che instaura fra potere e governati.

 Il controllo non s’interessa dell’individuo, della sua identità e dei suoi motivi – giusti o sbagliati che siano -, si indirizza a un livello più capillare, alle azioni, agli spostamenti fisici, ai siti e alle risorse digitali consultate. Il controllo interviene direttamente sulla vita sociale, ma nella sua manifestazione sub-individuale, in forma di flussi di dati e patterns di correlazioni.

L’individuo diventa un dividuo, ci suggerisce Deleuze, definito non dalla sua essenza morale, come nelle società disciplinari, ma nella sua vicinanza anche momentanea a un pattern statistico particolare.

Non hai interagito con persone contaminate di Covid nelle ultime due settimane? Puoi entrare in aeroporto. Hai interagito con persone vicine ai circuiti degli ultra? Non puoi entrare allo stadio.

Questo da un lato permette più libertà nelle scelte individuali.

Dall’altro lato rende problematica l’articolazione di una soggettività politica, almeno nel modo in cui siamo abituati a pensarlo.

Le tecniche di sorveglianza medica delle istituzioni disciplinari ottocentesche potevano indentificare l’omosessuale come un soggetto patologico, da reprimere, rieducare o curare, a seconda degli approcci.

La risultante soggettività omosessuale poteva però, in un secondo momento, essere riappropriata, e trasformata in una base per l’azione politica, invocando, come è successo nel secondo dopo guerra, diritti e nuove forme di riconoscimento sociale.

La società del controllo però non lascia spazio per una tale dialettica identitaria.

Negli Stati Uniti i rider della platform economy non hanno una soggettività operaia per usare un vecchio termine (anche se recenti iniziative legislative puntano in quella direzione).

 Come independent contractors non sono portatori né di diritti né di doveri, al di là del rapporto strettamente economico.

 Per l’azienda esistono solo come nodi in una rete di flussi di dati, di merci e di denaro che possono essere liberamente scartati se non rispettano i parametri di performance.

Non c’è da sorprendersi se il modello della società del controllo adesso si mostri come una parte della modernità cinese, che ha avuto i sui sviluppi più importanti nell’ambito di un modello politico dove i diritti individuali e la società civile contano relativamente poco, e dove, invece, il problema cibernetico del mantenimento dell’ordine sociale è pressoché tutto.

Anche se, come sottolineava già Deleuze, le tecnologie di controllo si sono sviluppate in occidente, come risposta alla crisi della società industriale, è stata la Cina – nell’ultimo decennio – a implementarle nel ambito di un modello sociale coerente, come mostrano le sperimentazioni con il sistema di misurazione delle virtù cittadine, usato anche per fornire profili di rischio che determinano l’accesso ai finanziamenti per start up e piccole imprese, per la diffusione del e-payment, e ultimamente per la gestione dell’epidemia CoVid in Cina così come in Corea del Sud.

L’esperienza della pandemia ci fa fare un paio di passi avanti verso la piena realizzazione della società del controllo e ci mostra anche alcune possibili direzioni per il suo futuro sviluppo.

Esiste un modello cinese dove lo stato ha un accesso diretto e immediato a tutti i dati generati dai cittadini, e la possibilità di intervenire in modo pressoché illimitato, ma esiste anche un modello Silicon Valley, dove i dati sono di proprietà delle grandi società private che possono concederne l’accesso come no.

 Facebook fornirà accessi i dati degli utenti per controllare la diffusione del Coronavirus? Forse sì.

 E continuerebbe a farlo anche se fosse costretto a misure di tassazione più stringenti?

Possiamo immaginare un modello più partecipativo?

In alternativa possiamo immaginare un modello più partecipativo basato sugli Open Data.

Una partecipazione civica con chiare regole di trasparenza per quanto riguarda il funzionamento degli algoritmi e la gestione dei dati.

Questo è il modello sognato dalla Commissione Europea anche se al momento con scarsi risultati.

Ed è anche il modello che è stato implementato a Taiwan per controllare la diffusione del Coronavirus dove i cittadini sono stati invitati a condividere i dati e dove si sono introdotti sistemi di controllo e di sorveglianza su base comunitaria.

Oppure ancora ci potrebbe essere un modello italiano, in cui tutto finisce come nei vecchi chioschi informatici che furono installati nelle stazioni ferroviarie all’inizio degli anni Novanta (ricordate?) e che dopo qualche mese rimasero quasi tutti in disuso, con la spina staccata.

 

 

 

 

CONTROLLO SOCIALE E POLITICO.

Sorveglianza digitale, peggio la Cina o

le Big Tech? I rischi per la nostra libertà.

Agendadigitale.eu – Avvocato Antonino Mallamaci – (28 Ott. 2022) – ci dice:

 

Non si può negare che ogni cittadino cinese è sottoposto a un controllo soffocante, ma a occidente non siamo messi meglio: a controllare ogni aspetto delle nostre vite sono le big tech, a caccia di dati per fare soldi.

Nonostante una apparente sensibilità, anche il capitalismo tecnologico ha sempre in testa la sorveglianza.

Mass Surveillance.

“Sappiamo dove siete. Sappiamo dove siete stati. Sappiamo più o meno anche a cosa state pensando”.

Questa affermazione non è di Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese del quale ci occuperemo tra poco.

 L’ha pronunciata Eric Schmidt di Google nel 2010, ed è riportata nel fondamentale libro di Shoshana Zuboff Il capitalismo della sorveglianza”.Perché è vero, come vedremo, che lo stretto controllo al quale è sottoposto ogni cittadino cinese è pervasivo, asfissiante, soffocante, specialmente dall’avvento della pandemia.

 D’altra parte, però, non si può negare che le Big Tech siano protagoniste di una vera e propria caccia ai dati – obiettivo della sorveglianza – per fare soldi, che non accenna, al di là dei periodici proclami, ad affievolirsi.

E vedremo cosa sta facendo Facebook a tal proposito.

How China’s Surveillance Is Growing More Invasive . Visual Investigations.

La sorveglianza statale per contenere il Covid (e non solo) in Cina.

Veniamo alla Cina, dove il Covid è stato affrontato con strumenti che definire coercitivi è riduttivo, soprattutto in quanto le tecnologie introdotte consentono un controllo capillare anni fa impossibile.

Altro che la dittatura sanitaria nostrana!

In molte parti della Cina, la sorveglianza statale e i controlli Covid-19 iniziano all’uscita da casa, ad esempio con un test da parte di lavoratori con tute ignifughe bianche mandati dal governo.

 Senza prove di un risultato negativo, gli spazi pubblici sono vietati, compresi gli edifici per uffici, i negozi di alimentari e i parchi.

Le telecamere sorvegliano le strade. Sul taxi, al bar, sul posto di lavoro ai cinesi viene chiesto di scansionare un codice QR per un database governativo che tenga traccia dei loro movimenti.

Se il database mostra che hai incrociato qualcuno infetto dal virus, probabilmente sarai costretto alla quarantena.

Dall’avvento di Xi, dieci anni fa, la Cina è andata molto più a fondo nella sorveglianza della vita dei cittadini.

Il Covid ha spinto i controlli a livelli completamente nuovi.

Quando Xi è entrato in carica, ha aumentato la stretta sui social media, ha ampliato la sorveglianza e ha represso le imprese private.

Il giorno dell’inizio del ventesimo Congresso del Partito comunista cinese, due striscioni di protesta sono stati calati da un cavalcavia autostradale situato a un importante incrocio e vicino a una stazione della metropolitana di Pechino, in un quartiere nel quale insistono molte delle migliori università e società tecnologiche del paese.

 La polizia è arrivata rapidamente a toglierli, ma gli autori di uno dei rarissimi atti di protesta in Cina non sono stati individuati.

La sorveglianza totale contro le minoranze.

La sorveglianza va tuttavia ben oltre l’esigenza di contenere il Covid.

Le autorità cinesi assemblano i dati degli strumenti biometrici, come il riconoscimento facciale, con i numeri ID e i dati comportamentali raccolti dalle aziende tecnologiche, per identificare le azioni che considerano minacciose per l’ordine sociale.

Nello Xinjiang, volti, voci e movimenti fisici vengono tracciati in tempo reale, utilizzando telecamere e altri strumenti di sorveglianza alimentati dall’intelligenza artificiale come parte di una campagna per assimilare forzatamente gli Uiguri e altri gruppi musulmani turchi.

I loro membri vengono tracciati digitalmente, usando i loro volti, le voci, i vortici delle loro iridi e persino il modo in cui camminano.

 I loro smartphone vengono costantemente scansionati dalla polizia alla ricerca di prove di identità religiosa o connessioni all’estero.

Quelli potenzialmente pericolosi vengono mandati in prigione o in uno degli “arcipelaghi” della regione di “trasformazione attraverso centri educativi”.

Hangzhou, la città cinese più intelligente e controllata: i progetti City Eye e City Brain.

Ma se lo Xinjiang è il luogo in cui l’uso della sorveglianza di massa da parte del Partito precipita in un incubo distopico, Hangzhou, capitale della provincia di Zhejiang, è il luogo in cui il regime insegue l’utopia.

Qui macchine fotografiche e sensori hanno lo scopo di migliorare la vita dei residenti tanto quanto di controllarli.

Essi alimentano i dati in algoritmi che alleviano la congestione del traffico, monitorano la sicurezza alimentare e aiutano a scortare i primi soccorritori in caso di incidenti.

 Il colosso dell’e-commerce Alibaba e Hikvision, il principale produttore mondiale di telecamere di sorveglianza, sono partner nella gestione della città.

 Grazie a loro, i quartieri degli affari vibrano di un’energia giovane e conquistatrice del mondo.

 Le collaborazioni hanno trasformato Hangzhou nella “più intelligente” delle città cinesi e in un modello che altre realtà si stanno affrettando a emulare.

I dati raccolti dalla città la aiutano a gestire il flusso di turisti nelle attrazioni affollate, a ottimizzare i parcheggi e a progettare nuove reti stradali.

City Eye.

Un’iniziativa particolarmente degna di nota prende il nome emblematico di City Eye. 

Gli strumenti abilitati all’intelligenza artificiale sono andati in uso alla filiale di quartiere del chengguan, un’organizzazione con compiti di polizia: scacciare i venditori ambulanti, perseguire chi alimenta discariche abusive, rintracciare vandali, distribuire multe per il parcheggio.

“City Eye” è iniziato nel 2017, con l’installazione di circa 1.600 telecamere di sorveglianza della polizia in una delle vie più popolose della città. Il programma ha collegato i feed della telecamera con l’intelligenza artificiale mantenendo un controllo 24 ore su 24 per le strade e inviando avvisi automatici con uno screenshot ogni volta che c’era qualcosa di anomalo, come mucchi di spazzatura e venditori ambulanti in posti non autorizzati.

Agli agenti il compito di decidere quali violazioni meritasse una risposta.

 L’IA, però, non sempre fa le cose per bene: ad esempio, scambia le foglie cadute o la neve per spazzatura.

Altre volte segnala qualcosa che sarebbe tecnicamente una violazione, ma non un problema abbastanza grande per agire.

Secondo la polizia, il sistema migliorava quanti più dati raccoglieva, e i benefici superavano di gran lunga il fastidio dei falsi allarmi.

Tra gennaio e luglio 2019 le sue pattuglie umane di strada hanno identificato 2.600 potenziali violazioni.

 Nello stesso periodo, l’IA di City Eye ne ha registrati 19.000.

Circostanza ancora più importante, il controllo ha prodotto risultati: un calo dei casi mensili di vendita senza licenza da oltre 1.100 nell’agosto 2018 a soli 30 un anno dopo.

Anche i cittadini sembravano contenti. L’esperienza dei pedoni era migliorata, le strade erano pulite, le biciclette elettriche parcheggiate all’interno di linee bianche assegnate.

City Brain.

Alibaba ha fornito invece una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale, City Brain, che aiuta il governo della città a ottimizzare tutto, dal traffico alla gestione dell’acqua.

Allo stesso tempo, i prodotti e le piattaforme di Alibaba rendono più facile pagare le bollette, prendere l’autobus, ottenere prestiti e persino citare in giudizio le aziende locali nei tribunali on line.

 A City Brain è attribuita la trasformazione di Hangzhou, notoriamente intasata dalle auto, dalla quinta città più congestionata del paese alla cinquantasettesima.

Per alleviare il traffico di Hangzhou, Alibaba ha progettato un sistema per elaborare i dati video, dagli incroci e dalle posizioni GPS, in tempo reale, consentendo alle autorità stradali della città di ottimizzare i segnali e ridurre quindi la congestione.

City Brain fornisce anche uno strumento di navigazione per le ambulanze, basato sull’intelligenza artificiale, che manipola i semafori per liberare un percorso nel traffico.

L’ambizione di un nuovo tipo di governo moderno, alimentato da dati e sorveglianza digitale di massa.

Altra causa di aumento delle intrusioni nella vita quotidiana è la frustrazione per il rallentamento economico, causato in parte dai blocchi di Covid, che ha reso più difficile trovare lavoro. 

Il Governo ha represso le società di tecnologia e istruzione nel tentativo di frenare l’assunzione di rischi del settore privato e di affermare un maggiore controllo statale sull’economia.

 Xi ambisce acché questa nuova fase porti alla creazione di un nuovo tipo di governo moderno, alimentato da dati e sorveglianza digitale di massa, che possa rivaleggiare con la democrazia a livello globale.

 Mentre accumula sempre più dati sui movimenti e le abitudini della sua gente e sviluppa nuovi modi per elaborarli, il PCC mantiene la promessa di una società perfettamente progettata:

quella in cui le società di intelligenza artificiale lavorano fianco a fianco con la polizia per rintracciare i fuggitivi, trovare bambini rapiti e svergognare pubblicamente i jaywalker, (pedoni indisciplinati, che attraversano col rosso o fuori dalle strisce);

in cui i servizi pubblici, i premi per le buone azioni e le punizioni per comportamenti scorretti sono tutti forniti con precisione ed efficienza matematica.

City Brain, si progetta, amplierà i suoi algoritmi per coprire la pianificazione urbana, il consumo di elettricità e la lotta agli incendi.

A lungo termine, i pianificatori statali cinesi stanno spingendo affinché i sistemi delle città intelligenti assorbano i dati da una rete più diversificata di sensori:

non solo fotocamere e smartphone, ma anche lettori di codici QR, macchine per punti vendita, monitor della qualità dell’aria e radio chip di identificazione della frequenza utilizzati per memorizzare informazioni biometriche in carte d’identità avanzate.

L’ambizione delle città cinesi di rendere più facile la vita ai loro residenti sta crescendo.

I governi e le aziende locali hanno speso 24 miliardi di dollari per la tecnologia delle città intelligenti nel 2020, una cifra che probabilmente salirà a circa 40 miliardi di dollari entro la fine del 2024.

Come lo Xinjiang, con la sua sistematica oppressione degli uiguri, Hangzhou funge da zona pilota per il controllo sociale, offrendo al Partito Comunista una visione di cosa funziona e cosa no.

Gli esperimenti nei due luoghi suggeriscono che le stesse tecnologie utilizzate per terrorizzare e rimodellare coloro che si pensa resistano all’autorità del partito possono essere impiegate per coccolare e rassicurare coloro che l’accettano.

La sorveglianza per reprimere il dissenso: il controllo delle comunicazioni.

La sorveglianza ha ovviamente pure funzioni di censura sulle opinioni dei cinesi sul Governo e sul presidente Xi.

In Cina i social media sono stati un modo per misurare le opinioni delle persone, anche sotto la censura.

Ma è essenzialmente impossibile cercare punti di vista sul signor Xi o su altri politici di alto livello che non offrano lodi senza riserve.

Le discussioni sui leader cinesi sono sempre state limitate, ma Xi ha messo in piedi un meccanismo censorio che ha messo a tacere il dibattito on line in modi completamente nuovi.

Le autorità cinesi hanno represso gli influencer con opinioni dissenzienti, introdotto leggi che limitano la parola sul web e multato le aziende per non aver adeguatamente controllato i contenuti di Internet.

Alcune delle piattaforme di social media più popolari restituiscono pagine bianche in risposta alle ricerche sui sette leader che formano l’apice del potere.

 Altre forniscono link a resoconti dei media statali che promuovono una narrativa strettamente controllata.

Sul forum di discussione online di Baidu, Tieba, ci sono più di 184.000 post su Biden.

 Se invece si cerca Xi si riceverà il seguente messaggio: “Mi dispiace, in base alle leggi e ai regolamenti governativi correlati, i seguenti risultati non possono essere mostrati”.

L’unico contenuto relativo al signor Xi mostrato su Douyin, versione cinese di TikTok, è quello generato dai media statali o da entità di partito.

 Tra gli altri video dell’app è quasi impossibile trovare quelli di cinesi normali che esprimono opinioni sul loro leader.

 Su WeChat e sul sito di domande e risposte Zhiru, le discussioni sul leader cinese coinvolgono allo stesso modo solo fonti dei media legate allo stato o al partito.

Un post di Zhihu su un discorso del signor Xi a un ramo dell’Esercito popolare di liberazione in cui chiedeva “l’unificazione della madrepatria” – un riferimento alla presa del controllo di Taiwan – sembrava aver attirato quasi 220 commenti, ma nessuno poteva essere visualizzato: un messaggio diceva che la sezione commenti era chiusa.

Weibo, simile a Twitter, consente la ricerca del nome del signor Xi solo da parte degli utenti in Cina, ma essi devono preventivamente registrarsi con un numero di cellulare collegato alla propria carta d’identità e solo dopo possono accedere per vedere i risultati della ricerca.

Ancora una volta, i risultati sono quasi tutti articoli o video in qualche modo collegati a media statali o agenzie governative.

Secondo Eric Liu, del sito di notizie China Digital Times, la cancellazione dei post su Internet sui leader cinesi era irregolare prima dell’avvento di Xi: all’epoca i commenti ritenuti offensivi venivano rimossi solo una volta che i censori umani o il software li aveva individuati.

 Ora le società cinesi mantengono un elenco di termini per Xi e utilizzano una combinazione di intelligenza artificiale e censura umana per impedire ai post che li contengono di raggiungere il web.

Nella classifica annuale della libertà online di Freedom House in 70 paesi in tutto il mondo, l’Internet cinese si è classificato ultimo nel 2021.

Prima dell’arrivo di Xi era più libero di Cuba, Myanmar e Iran.

La censura, com’è naturale, non riguarda solo i boss del partito e dello Stato di Pechino.

 Le discussioni sui capi del Partito Comunista delle 31 regioni e province autonome della Cina, consentite fino al 2011, sono ora pesantemente censurate anche sui social media.

Tuttavia, nella sorveglianza di massa sembra esserci anche un rovescio della medaglia col quale il Governo cinese deve fare i conti.

Ma la criminalità informatica colpisce anche la Cina.

Per proteggere i dati sensibili, esso ha creato uno dei regimi di sicurezza informatica e protezione dei dati più severi al mondo.

Nonostante questi sforzi, un fiorente mercato sotterraneo transfrontaliero è cresciuto attorno al commercio dei dati dei cittadini cinesi, la gran parte proveniente proprio dalla vasta rete di sorveglianza.

Tempo fa un utente anonimo di un popolare forum online sulla criminalità informatica ha messo in vendita i dati di circa 1 miliardo di cittadini cinesi rubati alla polizia di Shanghai;

dati particolarmente sensibili, come numeri di identificazione del governo, precedenti penali e sommari dettagliati di casi di stupro e abusi domestici.

 Da allora il Wall Street Journal ha trovato decine di altri database cinesi offerti in vendita, e occasionalmente gratuiti, nei forum online sulla criminalità informatica e nelle comunità di Telegram con migliaia di abbonati.

Quattro delle cache rubate contenevano dati probabilmente presi da fonti governative, secondo il WSJ, mentre molti altri erano pubblicizzati come contenenti dati governativi.

La Cina è unica, tuttavia, per la natura completa e sensibile dei suoi dati esposti, una conseguenza del modo in cui centralizza più flussi di informazioni provenienti da fonti governative e aziendali su piattaforme di sorveglianza statali.

A detta di Vinny Troia, fondatore della società di intelligence sul dark web Shadowbyte, l’accumulo di così tanti dati in un unico luogo aumenta intrinsecamente il rischio che escano dai data base.

Una password debole o rubata, un tentativo di phishing riuscito o un dipendente scontento possono causare il blocco dell’intero sistema.

 

 

 

Dalla sorveglianza di stato al capitalismo della sorveglianza: il caso Meta.

Fin qui la situazione in Cina.

Ma perché abbiamo scelto di citare il dirigente di una Big Tech occidentale, all’inizio?

Perché, per fini diversi, o solo in parte diversi (Cambridge Analytica docet), il capitalismo tecnologico ha sempre in testa la sorveglianza, nonostante norme nuove, sensibilità accresciute, controlli più stringenti.

Facebook e il riconoscimento facciale.

Nel novembre del 2021, Facebook aveva annunciato che avrebbe eliminato i dati di riconoscimento facciale estratti dalle immagini di oltre 1 miliardo di persone, e smesso di offrire di taggare automaticamente le persone in foto e video, quest’ultima   la forma più comune di tecnologia di riconoscimento facciale al mondo.

Un dirigente di primo piano, con l’aria presumibilmente contrita, aveva nell’occasione affermato che la decisione rifletteva la “necessità di valutare i casi d’uso positivi per il riconoscimento facciale rispetto alle crescenti preoccupazioni della società”.

Luke Stark, assistente presso la Western University, in Canada, aveva commentato con Wired la decisione di FB in questi termini: la modifica era una tattica di pubbliche relazioni: la spinta alla realtà virtuale dell’azienda avrebbe probabilmente portato a una raccolta ampliata di dati fisiologici e avrebbe sollevato nuovi problemi di privacy. Previsione azzeccata.

Il visore VR Quest Pro.

Meta, proprietaria di Facebook, ha giorni fa presentato il nuovo visore VR, chiamato Quest Pro. 

Esso aggiunge cinque telecamere che osservano il volto della persona per tracciarne i movimenti oculari e le espressioni facciali, consentendo a un avatar di riflettere le sue espressioni: sorridendo, ammiccando, alzando un sopracciglio, tutto in tempo reale.

L’auricolare ha anche cinque telecamere esterne che in futuro aiuteranno a dare agli avatar gambe che copiano i movimenti di una persona nel mondo reale.

 Dopo la presentazione, Stark ha detto che sospetta che l’impostazione predefinita “off” per il rilevamento dei volti non durerà a lungo.

 “È chiaro da alcuni anni che gli avatar animati agiscono come leader della perdita della privacy”, ha affermato.

 “Questi dati sono molto più dettagliati e molto più personali dell’immagine di un volto nella fotografia”.

Mark Zuckerberg ha descritto la nuova raccolta di dati intimi come una parte necessaria della sua visione della realtà virtuale.

 “Quando comunichiamo, tutte le nostre espressioni e gesti non verbali sono spesso ancora più importanti di ciò che diciamo, e anche il modo in cui ci connettiamo virtualmente deve riflettere questo”.

Zuckerberg ha anche affermato che le fotocamere interne di Quest Pro, combinate con le fotocamere nei suoi controller, alimenterebbero avatar fotorealistici che assomigliano più a una persona reale e meno a un cartone animato.

Aziende e vari progetti di ricerca hanno precedentemente utilizzato foto convenzionali di volti per cercare di leggere lo stato emotivo di una persona.

 I dati del visore di Meta potrebbero fornire un nuovo modo per dedurre gli interessi o le reazioni di una persona ai contenuti.

L’azienda sta sperimentando gli acquisti nella realtà virtuale e ha depositato brevetti per inserire annunci personalizzati nel meta-verso, nonché contenuti multimediali che si adattano in risposta alle espressioni facciali di una persona.

Il product manager di Meta ha affermato che l’azienda non usa queste informazioni per prevedere le emozioni.

Le immagini non elaborate e le immagini utilizzate per alimentare queste funzionalità vengono archiviate sull’auricolare, elaborate localmente sul dispositivo ed eliminate dopo l’elaborazione

. Nelle informazioni sulle espressioni facciali e la privacy pubblicate dalla società si legge che, sebbene le immagini grezze vengano eliminate, le informazioni raccolte possono essere elaborate.

I dati sui movimenti del viso e degli occhi di un utente Quest Pro possono essere trasmessi anche ad aziende al di fuori di Meta.

Un nuovo Movement SDK garantirà agli sviluppatori esterni l’accesso a dati astratti sullo sguardo e sulle espressioni facciali per animare avatar e personaggi.  Per quanto concerne gli auricolari, secondo Meta i dati condivisi con servizi esterni “saranno soggetti ai suoi termini e alle sue politiche sulla privacy”.

La tecnologia che cattura le espressioni è già al lavoro nelle app fotografiche e nei memoji di iPhone.

 Meta ha però affermato che l’acquisizione del linguaggio del corpo in tempo reale è la chiave dell’ambizione dell’azienda di far indossare alle persone cuffie per realtà virtuale per partecipare alle riunioni o svolgere il proprio lavoro.

 Meta ha annunciato che integrerà presto il software di produttività Microsoft, inclusi Teams e Microsoft 365, nella sua piattaforma di realtà virtuale.

Autodesk e Adobe stanno lavorando su app VR per designer e ingegneri e un’integrazione con Zoom consentirà presto alle persone di arrivare alle riunioni video come Meta avatar.

Il dispositivo Portal per le videochiamate domestiche.

Per quanto riguarda il dispositivo Portal di Meta per le videochiamate domestiche, il successo di Quest Pro può dipendere dal fatto che le persone dovrebbero acquistare hardware con nuove capacità di raccolta dati da un’azienda con spiccata e provata propensione a non proteggerli, o per monitorare l’attività di sviluppatori di terze parti con accesso alla sua piattaforma, come Cambridge Analityca.

E non è che la partita del Meta-verso stia andando particolarmente bene. Meta ha segnalato non più di 300.000 utenti attivi mensili per la sua piattaforma social VR di punta, Horizon Worlds, che, informa il NYT, non viene usata nemmeno dai suoi stessi sviluppatori.

Avi Bar-Zeev, consulente sulla realtà virtuale e aumentata, teme che i dati sui movimenti del viso e degli occhi possano consentire a Meta o ad altre aziende di sfruttare emotivamente le persone in VR osservando come rispondono a contenuti o esperienze.

“La mia preoccupazione non è che ci verranno serviti un mucchio di annunci che odiamo, ma che, al contrario, sapranno così tanto di noi che ce ne serviranno un sacco che amiamo e non sapremo nemmeno che sono annunci”.

Anche Kavya Pearlman, fondatrice della XR Safety Initiative, organizzazione senza scopo di lucro che fornisce consulenza alle imprese e alle autorità di regolamentazione del governo USA sulla sicurezza e l’etica nel meta-verso, afferma che i precedenti scandali di Meta la rendono diffidente nei confronti dell’azienda.

Fine modulo Pearlman ha ricevuto una demo di Quest Pro prima del suo lancio e ha appurato che gli schermi che richiedevano agli utenti di attivare il rilevamento del viso e degli occhi avevano “modelli scuri”, apparentemente progettati per spingere le persone ad adottare la tecnologia.

La Federal Trade Commission USA, in un rapporto pubblicato un mese fa, consiglia alle aziende di non utilizzare progetti che sovvertono le opzioni di privacy.

 Per Kavya Pearlman, “siamo su una strada molto pericolosa e, se non stiamo attenti, la nostra autonomia e il libero arbitrio sono a rischio; le aziende che lavorano sulla realtà virtuale dovrebbero discutere pubblicamente quali dati raccolgono e condividono e dovrebbero fissare limiti rigorosi alle inferenze che faranno sulle persone”.

Conclusioni.

In conclusione, è necessario stare sempre all’erta, anche in parti del mondo dove la democrazia liberale continua a reggere sia pur tra grandi difficoltà.

A queste latitudini non è lo Stato (o perlomeno con pervasività di gran lunga inferiore rispetto al Dragone) a monitorare passo dopo passo i suoi cittadini per fini di varia natura, in primis quello di mantenere il controllo sociale e politico, come abbiamo visto accadere sempre di più in Cina.

Qua ci pensano i capitalisti tecnologici a insidiare la libertà delle persone per guadagnare montagne di soldi con la profilazione e l’advertising mirato.

 Ma più volte sono emerse finalità molto più inquietanti e più simili a quelle cinesi. Sempre dal libro di Shoshana Zuboff:

“Ricordiamoci come Mark Zuckerberg si era vantato del fatto che Facebook avrebbe conosciuto ogni libro, canzone o film letto, ascoltato o visto da una persona, sostenendo che i suoi modelli predittivi ci avrebbero detto in quale locale andare al nostro arrivo in una città sconosciuta, dove il bartender ci avrebbe atteso con il nostro cocktail preferito sul bancone.

Come ha sostenuto il capo del data science team di Facebook, “per la prima volta ci sono abbastanza dati di qualità sulle comunicazioni tra persone. […] Per la prima volta abbiamo un microscopio […] che ci consente di esaminare il comportamento sociale a un livello di dettaglio senza precedenti”.

Questa era Facebook. Ora si chiama Meta, ma, a differenza del nome, non sono cambiati il suo CEO e i suoi progetti.

 

 

 

 

L’omaggio della Einaudi a Gramsci,

un compagno tradito da Sraffa e Togliatti.

Avantionline.it - SALVATORE SECHI – (29 OTTOBRE 2020 ) – ci dice:            

 

CULTURA, POLITICA.

La cultura politica della sinistra ha inteso, con pochissime eccezioni, raffigurare Antonio Gramsci come un personaggio straordinario.

Non ha esitato a cucirgli addosso le vesti di un vero e proprio eroe che avrebbe sfidato, al pari di Piero Sraffa, le bufere del Novecento (rimando al saggio di De Vivo edito da Castelvecchi nel 2018).

Insistente è da diversi anni il tentativo di farne un intellettuale e un politico che le stesse forze di destra (dai peronisti argentini e addirittura all’estrema destra) considerano una fonte di ispirazione per l’analisi della realtà.

In realtà, come mostrano le sue Lettere dal carcere (di recente ospitate da Einaudi nella collana dei Millenni a cura di Francesco Giasi) ha avuto un duplice ruolo. È stato un dirigente politico anti-stalinista e in genere indisciplinato che venne sconfitto almeno dal 1926; e un intellettuale che ha potuto fornire, forzosamente, a Togliatti e al Pci un’arma preziosa come quella della nazionalizzazione dei comunisti.

L’ampio rilievo che nei Quaderni del carcere Gramsci ha dato a Benedetto Croce e alla cultura politica e letteraria del post-Risorgimento (esaminata minutamente da Alberto Asor Rosa) è servito a dimostrare che il Pci affondava le radici nella storia e nella tradizione nazionale.

Non poteva, quindi, essere liquidato come un partito bolscevizzato.

Era quanto evocava il suo nome (Partito comunista, sezione italiana dell’Internazionale comunista, PCd’I). Lo si tenne in vita dal 1921 alla fondazione del Cominform, nel maggio 1943.

In realtà, le cose non stavano proprio così. Gramsci é stato un critico implacabile di quel retroterra politico-culturale nazionale.

 Non si è mai voluto identificare in esso, in nessun segmento, prendendo di mira i socialisti ai quali ha dedicato pagine di grande asprezza.

Quello di non avere alcun referente nella storia dell’Italia unita fu il rischio che i comunisti corsero nelle elezioni del 18 aprile 1948.

 Fortunatamente Einaudi un anno prima, nel 1947, decise di rendere pubblica la grande umanità che scorre in ogni pagina delle” Lettere dal carcere”, dandole alle stampe.

Contemporaneamente, i curatori del volume (cioè Palmiro Togliatti e Felice Platone) si preoccuparono di omettere dall’inserimento nel volume la corrispondenza tra Gramsci da un lato, Togliatti e Grieco dall’altra, del periodo 1926-1928.

È vero che lo scambio di martellate non è avvenuto attraverso la rete postale del carcere, ma è ancora più vero che le Lettere dal carcere per dieci anni documentano il sospetto, vissuto come una vera e propria ossessione, di Gramsci di essere stato abbandonato (anche nelle campagne per la sua liberazione), cioè tradito da Togliatti, Grieco e in generale dal partito.

Uno storico assai geloso della propria lontananza dalle storiografie ufficiali dei partiti come Mauro Canali ha intitolato il suo saggio “Il tradimento”.

 “Gramsci, Togliatti e la verità negata”, edito da Marsilio.

Nella storiografia gestita dalla Fondazione Gramsci (togliattizzata: direi fino a Franco Ferri) scarso è stato l’interesse a riferire Gramsci al suo tempo e valorizzarne autonomia ed eterodossia.

Si è puntato, invece, a farne un fenomeno paradigmatico di natura epocale e universalistica.

Vale, pertanto, la pena di sintetizzare i miti, le vere e proprie distorsioni della verità che hanno finora accompagnato la letteratura e spesso la stessa storiografia.

Non si può, però, negare che la più giovane storiografia del Pci che ha gestito, e gestisce, la Fondazione Istituto Gramsci, grazie alle ricerche (e direi all’indipendenza di giudizio) di studiosi come, per esempio, Silvio Pons e Aldo Natoli ha dato un contributo di prima grandezza all’analisi critica della biografia di Gramsci.

Lo stesso ex presidente Giuseppe Vacca pochi anni fa l’ha fatta oggetto-Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937, edito da Einaudi- di una riscrittura attenta non evitando nessun passaggio una volta considerato assai ardito.

Il fondatore e dirigente del Pcd’I, al pari del suo compagno Amedeo Bordiga, è stato accusato, fin dal 1926, dagli esponenti del Pcus di essere un seguace di Trotsky e dell’opposizione a Stalin.

 Gramsci si era permesso, in una lettera ai dirigenti sovietici della corrente maggioritaria (Bucharin-Stalin dai compagni italiani condivisa), di perorare il rispetto della libertà (e del diritto) di critica, e quindi di opposizione, per la corrente impersonata da Kamenev e Trostsky.

Sarà invece demonizzata fino alla criminalizzazione aperta.

L’accusa ha finito per investire l’intero PcdI.

Lo dimostra l’atteggiamento aspro, ritorsivo, quasi sempre pregiudizialmente negativo, di D.Z. Manuilskij, il responsabile delle questioni italiane per l’Italia del Pcus.

Di qui lo scarso e tardivo interesse dimostrato da Mosca nel favorirne la liberazione dal carcere fascista, in uno scambio da Stato a Stato.

 Fino alla decisione, nel 1939, di sciogliere il comitato centrale del partito, sostituendo Ruggero Grieco con un fedele emissario del Komintern, Giuseppe Berti.

Nel 1927-1928, dall’interno del Pcd’I (ad opera di Ruggero Grieco, o dello stesso Togliatti) sarebbe stata messa a punto un’operazione prava, cioè di presentarlo come segretario del partito (e quindi responsabile, insieme a M. Scoccimarro e a U. Terracini, di tutti i reati di cui erano accusati nel processone in corso presso il Tribunale di Milano).

 E, insieme, di destinatario di un’operazione ben avviata di scambio tra Mosca e Roma, per la sua liberazione.

Una volta condannato, i più stretti collaboratori di Gramsci per dieci anni furono un economista di prestigio come Piero Sraffa (trasferitosi come docente universitario a Cambridge, nel Regno Unito) e soprattutto la cognata Tatiana Schachter.

Sul ruolo di intelligente e affettuosa assistenza e collaborazione di quest’ultima, per molti decenni, non si volle fare luce o ci si limitò, trattandosi di una donna, ad un prudente, compassato riferimento.

 Secondo un malvezzo maschilista venne spacciata per un’infermiera o una dama di compagnia.

A lei si deve il recupero e la salvezza dei manoscritti che saranno pubblicati come “Quaderni dal carcere “e il rispetto della volontà manifestata da Gramsci.

Togliatti e i dirigenti del Pci, insieme a diversi ricercatori della Fondazione Gramsci, non hanno mai avuto il coraggio di rivelare che le Schachter (cioè il ramo russo della famiglia Gramsci formato dalla moglie Giulia e dalle cognate Tatiana e Genia), erano delle collaboratrici del servizio segreto sovietico.

Né risulta che abbiano mai svolto delle appassionate ricerche presso il Kgb per verificare l’esistenza di relazioni o informazioni sul loro congiunto.

 Ma è opportuno aggiungere che ancora oggi gli archivi risultano a porte socchiuse o inconsultabili.

Analogamente non si conoscono gli esiti di eventuali controlli e rapporti redatti in seguito alla sorveglianza della polizia politica italiana.

 Quando all’inizio della seconda metà degli anni Trenta Gramsci viene dimesso dal carcere e ricoverato, da uomo finalmente libero, nella clinica romana Quisisana, l’Ovra era già in funzione.

Non mi pare dubbio che il suo massimo dirigente, Guido Leto, possa avere riferito il contenuto dei reports su Gramsci a chi come Palmiro Togliatti e Luigi Longo con la caduta del fascismo avevano favorito la sua attività di agente “doppio” (verso il fascismo e verso alcuni settori dell’antifascismo e dei servizi dai paesi alleati).

Il dissenso di Gramsci nei confronti della linea politica staliniana del Pcd’I (come il consenso alla politica del social-fascismo”) induce Togliatti a calare il silenzio sul suo vecchio compagno fino a lasciar circolare la voce che fosse stato oggetto di un’espulsione.

Fin dal suo arresto, avvenuto a Milano nel 1927, i suoi rapporti con Palmiro Togliatti sono stati inesistenti o indiretti.

Li teneva, per conto di entrambi (e del Centro estero del partito), un loro vecchio comune amico (erano stati compagni di università a Torino), l’economista Piero Sraffa.

In base ad un’intesa concordata, la corrispondenza dal carcere intrattenuta dalla cognata russa Tatiana, con una certa regolarità fu portata all’attenzione (con la consegna delle copie) a Sraffa che le faceva pervenire al Centro estero del partito, a Parigi, e a Togliatti.

Qualche dubbio sull’esistenza di un consenso su questa triangolazione può derivare da un episodio cruciale.

Fin dalla prima metà degli anni Trenta Gramsci si fece scrupolo di precisare ai suoi due principali interlocutori (Tatiana e Sraffa, appunto) che i propri manoscritti non dovevano avere come destinatari né il Pcd’I né, direi soprattutto, lo stesso Togliatti.

Era il segno plateale della rottura politica e personale intervenuta.

Tra loro ogni scambio (anche elementare come di saluto, di auguri ecc.) venne a cessare del tutto dopo il 1926 e fu sostituito da un atteggiamento di crescente rancore e dissenso.

Il punto estremo fu la decisione di Gramsci di affidare a Sraffa e alla cognata Tatiana una vera e propria missione, cioè di escludere Togliatti dalla gestione dei suoi scritti.

Le cose, in realtà, andarono diversamente, cioè all’opposto.

Il trattamento da un punto di vista sanitario di Gramsci in carcere e nelle case di cura (a Formia e alla fine al Quisisana di Roma) fu ispirato a criteri di grande attenzione.

 I suoi medici facevano parte del team che aveva in cura lo stesso Mussolini.

All’illustre carcerato furono riservati favori negati ad altri come potere scrivere, disporre di carta e penne, ricevere libri, riviste e regali fino a suscitare l’invidia e le reazioni di altri compagni di partito con lui detenuti.

 Ma le condizioni di vita restarono quelle di un carcere fascista, cioè terribili.

Il sospetto nutrito, fino alla morte, da Gramsci di essere stato trattenuto in carcere anche più a lungo del tempo previsto dalla normativa in vigore, lo indusse a coltivare l’idea di essere stato oggetto di tradimento da parte dei suoi compagni più stretti, a cominciare da Togliatti.

La ricerca, molto poco in sintonia con quella di Giuseppe Vacca, di uno storico come Mauro Canali lo testimonia.

Di qui sentimenti diversi e penosi come il proposito di togliersi la vita, di rifugiarsi in Urss o di rintanarsi in Sardegna a Santu Lussurgiu circondato solo dai suoi famigliari.

Il proposito, una volta scarcerato, di voler abbandonare la vita politica suonò come intenzione di lasciare il Pcd’I, ma anche alimentò la voce che Gramsci fosse stato cacciato, cioè espulso.

L’avversione a Togliatti fa parte dell’azione svolta dai famigliari del ramo russo, per fargliela pagare.

Si trattò di una vera e propria denuncia inviata al presidente del Comintern Dimitrov.

Dall’esito dell’inchiesta da lui affidata ad una compatriota bulgara molto indipendente e comunque non condizionabile, trasse origine un episodio che è stato rigorosamente tenuto nascosto al corpo del partito italiano e ai numerosi lettori delle edizioni Einaudi:

l’esclusione di Togliatti, di fatto, decretata da Dimitrov (non senza, probabilmente, il consenso di Stalin) dalla vice-segreteria del Comintern.

Mi pare sia stato uno dei pochi leaders del Komintern invitato a Ufa, nella repubblica sovietica della Baskiria, cioè a ridosso degli Urali. Resta da chiedersi come mai questi pessimi rapporti di Togliatti, insieme all’assenza di ogni rapporto, dopo l’episodio del 1926, tra i due principali fondatori e dirigenti del Pcd’I, e anzi il clima di incomunicabilità e di ostilità che ne scaturì, non abbia impedito a Togliatti un’operazione assai fortunata:

di dare la caccia ai manoscritti di Gramsci e di predisporne una pubblicazione nell’Urss e una, dopo la guerra, in Italia (quella con Giulio Einaudi).

A venirgli incontro fu l’economista Piero Sraffa.

Anch’egli era stato destinatario da parte di Gramsci della raccomandazione di estromettere Togliatti da ogni possibile contatto sui suoi manoscritti.

Ma Sraffa non volle schierarsi contro di lui.

 E, comunque, la partita fu giocata in sedi (il Komintern, il Pcus, il Pci) in cui egli non aveva alcuna voce.

È una bizzarria che vi sia ancora chi questa vicenda la consideri un pericolo, cioè fonte di polemiche da evitare in ogni modo.

Ma obdurutum est cor ejus, se si tratta di qualche esponente dell’aristocrazia (da borgo o da suburra) reclutato dalla rivista storica di Torino che fu diretta da un coraggioso combattente antifascista e partigiano come Franco Venturi.

I metodi usati per mettere le mani su quelli che saranno pubblicati come “Quaderni dal carcere” hanno poco a che fare con l’etica.

Molto di più, invece, con l’influenza, il potere decisionale e il cinismo acquisito da Togliatti in seno al Comintern.

Ma c’era stata una guerra senza esclusione di colpi tra lui e le sorelle Schachter.

 Da parte loro, probabilmente ispirate da qualche alto dirigente del Pcus, ci fu il tentativo di fare fuori (e non solo politicamente) Togliatti.

 

Inscenarono le loro lamentele sul modo in cui egli aveva trattato Gramsci (per quanto concerne la liberazione dalle galere fasciste e la valorizzazione dei suoi manoscritti) rivolgendosi prima al presidente del Komintern, G. Dimitrov. L’inchiesta si concluse accreditando come fondate le accuse delle Schachter.

Ma quando esse si resero conto che nessun seguito operativo venne dato all’inchiesta della bulgara Stella Blagoeva, portarono la loro aspra campagna contro Togliatti al livello più altro, cioè scrissero direttamente a Stalin.

Un ampio saggio di Silvio Pons condotto sugli archivi sovietici ha delineato la tortuosa vicenda.

Sfortunatamente la segreteria del Comintern si precipitò a nominare una commissione molto vicina a Togliatti.

 Alla fine, a lui venne affidato il compito di provvedere alla pubblicazione degli scritti carcerari di Gramsci.

Per i volumi iniziali, l’editore Giulio Einaudi lasciò che recassero delle brevi prefazioni (redatte anonimamente da Felice Platone, per conto di Togliatti).

Veniva celebrato il legame di ferro, se non la dipendenza, della riflessione teorica di Gramsci da un pensiero rispetto al quale aveva mostrato sempre renitenza: il marxismo-leninismo.

Un eterodosso come Gramsci fu spacciato per un allievo solerte e un continuatore indefesso dei paradigmi dello stalinismo.

Dunque, il suo ultimo desiderio di escludere il partito e lo stesso Togliatti dovette soccombere di fronte alla volontà di impadronirsene da parte di quello che le sorelle Schachter amarono chiamare un ex amico ed ex compagno, anzi “un italiano qualsiasi”. E’, però, vero, anche se non può valere come scusante, che senza questi modi molto spicci e poco raccomandabili non si sarebbe avuta la conoscenza e il grande apprezzamento conquistato dagli scritti gramsciani in Italia e nel mondo.

La Fondazione Istituto Gramsci nacque come un organo di partito assoggettato al controllo sia della Direzione nazionale del Pci sia dell’Istituto del marxismo-leninismo di Mosca.

Tra i suoi compiti c’era quello di compiere (come scrivono Togliatti e Donini) qualunque taglio ed omissione sui manoscritti di Gramsci pur di salvare l’immagine preferita del Pci.

 Progressivamente questa linea di condotta si è esaurita.

Direi che ha prevalso un merito, cioè di conciliare la storia del Pci con la filologia, le fonti, gli archivi, senza il cappio di virtuosismi e deferenze al patriottismo di partito.

Mi pare un esito (certamente sacrilego) non da poco.

(Salvatore Sechi)

 

 

 

 

La Sinistra e il popolo tradito.

Laterza.it - Carlo Crosato legge Luciano Canfora – (10-3-2022) – ci dicono:

 

«Perché i concetti di “popolo” e “sovranità” fondanti della Costituzione si sono trasformati in concetti denigratori?».                                        Si chiede Luciano Canfora.

L’autore del pamphlet “La democrazia dei signori” analizza l’attuale periodo storico, dall’avvento di Draghi al ruolo geopolitico dell’Europa.

«Abbiamo sotto i nostri occhi un fenomeno macroscopico – afferma Luciano Canfora la denigrazione del popolo, un disdegno per di più riservato al popolo da parte della Sinistra – o ci ciò che ne resta –, la quale usa la parola “populismo” come accusa contro i propri avversari, rei di amoreggiare con il popolo».

Questo il punto di partenza del suo ultimo libro, pubblicato da Laterza,” La democrazia dei signori”: un pamphlet puntuto, in cui la più stringente attualità è posta sotto una lente critica spietata.

«È evidente che la democrazia che hanno in mente le élite dominanti è una democrazia di persone che si distaccano dal popolo e si considerano superiori a esso».

Non solo “populismo”. Spesso si muove anche l’accusa di “sovranismo”.

L’ordinamento costituzionale italiano si fonda, fin dal suo primo articolo, sul concetto che la sovranità appartiene al popolo:

com’è potuto accadere che i concetti di “popolo” e “sovranità” presenti nell’articolo fondante della Costituzione italiana si siano trasformati in concetti denigratori?

 Oltre alla separazione fra popolo ed élite, c’è un altro elemento:

 la ex-Sinistra non ha più alcuna idealità connessa alla sua origine di movimento dei lavoratori.

L’ex-Sinistra ha in testa un’unica idea:

 l’europeismo, ossia la delega di gran parte del potere decisionale a organismi per nulla elettivi e soprattutto separati, lontani e onnipotenti.

A partire da tale delega, la sovranità è divenuta un ingombro e chi si richiama a essa è considerato un avversario.

La Destra italiana, con le sue idee ripugnanti, ha buon gioco a richiamarsi alla sovranità e a reclamare il tradimento del popolo da parte della ex-Sinistra.

Chiedendo la fiducia al Senato, Draghi ha affermato: «Nelle aree definite dalla debolezza degli Stati nazionali, essi cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa».

Questa della sovranità condivisa non è un’espressione ossimorica?

È un gioco di parole che nasconde un’evidenza ormai consolidata: le leve del potere sono altrove;

 i Parlamenti nazionali contano poco o nulla potendo solo ratificare e non legiferare;

 i governi legiferano ma, di fatto, sono rinchiusi nella gabbia d’acciaio dei regolamenti europei.

Se questo scenario venisse ammesso in maniera esplicita, susciterebbe sconcerto. Con questa espressione fumosa, “sovranità condivisa”, si può far accettare una dura realtà, che probabilmente si sclerotizzerà fino a produrre ordinamenti nuovi, i quali sostituiranno completamente quelli vigenti.

All’origine della “democrazia dei signori”, lei colloca le pressioni che l’Ue opera sui propri Paesi membri.

 L’Italia, essendo membro fondatore, non può essere maltrattata come la Grecia: serve un autorevole intervento dall’interno e da molto in alto.

Lei cita, come complice dell’”istituzione della democrazia dei signori”, la presidenza della Repubblica, nei casi Monti e Draghi.

I due presidenti, fra loro molto diversi come storia personale, cultura, provenienza politica, che si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, Napolitano e Mattarella, si sono trovati sotto una forte pressione alla quale hanno prestato assenso.

Quando fu cacciato Berlusconi, reso pressoché indifendibile dai suoi errori, l’azione fu viziata dalla nota lettera di Draghi e Trichet.

Monti fu nominato senatore a vita e, dopo poche ore, gli fu affidato il compito di comporre un governo.

Napolitano ordinò a Bersani, allora segretario del Pd, di sostenere il governo Monti assieme all’avversario Forza Italia.

Nacque un governo che, a ben vedere, fu la causa della fioritura del Movimento 5 Stelle, il quale catalizzò lo scontento di tutti coloro che erano rimasti sconcertati da queste manovre di palazzo.

Conosciamo la storia successiva: le elezioni del 2018, il risultato apparentemente inconciliabile di tre blocchi che si equivalevano come peso elettorale.

Poi i governi Conte e, infine, nel gennaio 2021, l’appello con il quale il presidente Mattarella superava i poteri e lo stile riservati al capo dello Stato.

Se si legge l’articolo della Costituzione, che elenca i poteri e le prerogative della presidenza della Repubblica, quello di rivolgere un appello ai partiti perché formano un governo secondo i suoi desiderata non si trova.

 Giuseppe Conte era riuscito a ottenere un cospicuo aiuto economico dall’Europa, i famosi 209 miliardi di euro.

 Dall’Europa, però, non ci si fidava di un governo come quello allora vigente: si ritenne doveroso avere come gestore di questi aiuti un uomo di fiducia.

 L’ex presidente della Bce era l’uomo giusto.

Sono cose arcinote: messe tutte in fila, delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.

 

Lei pone la seguente domanda: «Il nostro Paese sta forse ricevendo un trattamento di favore in cambio della promozione di Draghi a presidente del Consiglio?». È così?

È una domanda che contiene in sé la risposta. Mario Monti, nel luglio 2020, scrisse sul Corriere della Sera che i soldi che arrivavano dall’Europa non andavano considerati come un dono.

 Si doveva passare attraverso una serie di controlli e vagli.

È un caso che nel caso del Pnrr di Draghi questi passaggi siano stati fluidificati e le prime quote di aiuti siano già arrivate?

Considerata la debolezza del pensiero di Sinistra che abbiamo detto prima, che ne è dello Stato sociale dentro il Pnrr e cosa ne sarà quando i soldi dell’Europa per l’emergenza sanitaria finiranno?

Sono problemi che lei affronta anche in un altro libro, che vorrei segnalare: “Europa: gigante incatenato” pubblicato da Dedalo.

Lo Stato sociale è un oggetto delicato: nacque in Europa come risposta del mondo occidentale al fenomeno della Rivoluzione comunista, che rappresentava un punto di attrazione molto forte per le masse lavoratrici.

 Lo Stato sociale era lo strumento per evitare la rivoluzione tout court.

Oggi la situazione è cambiata per molte ragioni:

i parametri di Maastricht hanno indotto una situazione in cui il precariato è un’alternativa di gran lunga preferibile al padronato.

Lo Stato sociale, di fronte al dilagare del precariato, sembra un fossile.

 Lo Stato sociale, così come lo Statuto dei lavoratori, sono considerati affari d’altri tempi.

 Il potere contrattuale dei sindacati è ridotto perché non hanno alcuna sponda politica e lo stesso dicastero che si dovrebbe occupare di simili questioni è impotente.

Come si può ristabilire una sana conflittualità sociale, se sul suolo nazionale i partiti si amalgamano in un partito unico, e se sempre di più ci si riferisce a direttive extranazionali impossibili da contestare.

Non è facile rispondere. Io credo che una delle grandi difficoltà delle organizzazioni sindacali sia di avere un interlocutore solo apparente sul territorio nazionale, e un interlocutore vero e decisivo in una dimensione in cui nessuna trattativa è davvero possibile.

Dal punto di vista della ripresa di una sana conflittualità sociale, la situazione è fra le peggiori.

 E credo che questo possa avere conseguenze profonde e di lunga durata: un ribellismo inconsulto, mera manifestazione di disperazione, e cinismo e repressione come risposta.

 Si dovrebbero mobilitare le energie di un profondo ripensamento degli ordinamenti europei.

Lo stesso Draghi più volte ha lasciato intendere che, durando lui al governo, si porrà la condizione di rifondare l’Unione europea.

 Lo prendo sulla parola: chissà se ne avrà le risorse.

D’altra parte il nuovo governo tedesco ha nella sua maggioranza una forza, i liberali, che spingono per proseguire sulla linea del rigore.

Nella partita del rinnovamento così aperta le forze sociali organizzate, se ancora ce ne sono, devono far sentire la propria voce.

Le chiedo provocatoriamente: lei auspica un’uscita dell’Italia dell’Europa?

 No! Io auspico una trasformazione radicale dell’Unione europea, la quale è nata male, tutta centrata sulla moneta unica e conservando la sudditanza dell’Unione alla Nato e agli Usa.

L’Europa ha una forza economica notevolissima e un drammatico nanismo dal punto di vista politico e militare.

Questa Unione europea, che unione non è, deve trasformarsi profondamente al proprio interno, magari partendo dall’abolizione dei pesanti debiti dei Paesi membri, come richiesto da David Sassoli.

Se l’Unione europea vuole contare, deve divincolarsi da questa sudditanza rispetto agli Stati Uniti, per cui magari un domani ci ritroviamo a far la guerra alla Russia.

Come vede il ruolo dell’Europa nella crisi innescata dall’attacco russo all’Ucraina?

Come si sta comportando e come dovrebbe operare, a suo avviso, per sottrarsi alla storica subordinazione rispetto a Usa e Nato?

Nessuno di noi conosce le segrete cose e nessuno può pretendere di fornire ricette definitive.

 E di tutta evidenza che le sanzioni fanno più male all’Europa che le infligge che non alla Russia, che eventualmente le subisce.

Chi rimane totalmente indenne dalle sanzioni sono gli Stati Uniti d’America.

L’attualità conferma la diagnosi di sudditanza dell’Europa, priva di una propria linea politica chiara e autonoma.

L’Europa: un grande continente pieno di cultura, di risorse, di intelligenza, ma totalmente eteronomo, cioè tutt’altro che autonomo.

Difficile rispondere alla domanda su come altrimenti dovrebbe comportarsi: le automobili non si riparano in corsa, ma da ferme; e ora la corsa è frenetica e si assiste solo a un “si salvi chi può”.

Per tutelare l’Europa, sarebbe bene che la Germania mettesse in funzione il gasdotto, cosiddetto North Stream 2: un gasdotto che è stato costruito come alternativa a quello che attraversa l’Ucraina e che proprio ora ritroverebbe il proprio senso.

Abbiamo voluto badare ai nostri interessi ai danni dell’Ucraina e ora fingiamo di piangerne le sorti e, per di più, blocchiamo quel gasdotto a danno di noi stessi.

È una politica delirante.

 

 

 

La Guerra Invisibile.

Conoscenzealconfine.it – (18 Novembre 2022) -  Laura RU – ci dice:

 

Perché gran parte dell’Occidente ha perso la capacità di pensare in modo logico e razionale e reagisce agli stimoli senza consapevolezza, come il cane degli esperimenti di Pavlov?

Sarò sintetica per mancanza di spazio. L’argomento è complesso ma questa non è la sede per accademismi.

Da decenni gli esseri umani sono sottoposti a stimoli sempre più sofisticati – la manipolazione spesso avviene sotto la soglia della coscienza – per indurli ad acquistare servizi, esperienze e prodotti.

L’Homo Consumens vive in un perenne stato di ansia, dipendenza e insoddisfazione che paralizza la coscienza.

Trova sollievo solo nel conformismo, quello della massa o quello del gruppo di riferimento, ma nulla lo salva dalla sua condizione atomizzata e solipsistica.

Ormai si parla di una vera e propria mutazione antropologica che riguarda la sfera psico-emotiva.

L’Homo Consumens non deve ragionare e comprendere, solo rispondere a stimoli.

La digitalizzazione, il bombardamento mediatico e la sempre maggiore velocità di reazione a cui l’uomo è chiamato, hanno esacerbato un habitus mentale che esclude la riflessione.

La guerra è anche e soprattutto guerra cibernetica, psicologica, cognitiva e dell’informazione.

La guerra dell’informazione è una guerra per il controllo di ciò che il pubblico vede, legge, ascolta.

Quella psicologica per ciò che il pubblico sente (feeling).

Quella cibernetica serve a colpire le capacità tecnologiche e informatiche dei Paesi bersaglio.

La guerra cognitiva mira a controllare il modo in cui il pubblico pensa e reagisce.

Si tratta di guerre invisibili e per questo motivo ancora più insidiose.

(Laura RU- t.me/LauraRuHK).

 

 

 

 

LA TRAVE NELL’OCCHIO.

La politica dello scarto.

Laregione.ch - Andrea Ghiringhelli – (18.11.2022) – ci dice:

 

Se qualche anno fa si parlava del migrante come ‘materiale umano difficilmente assimilabile’, oggi si parla di ‘carico residuale’.

Stato di diritto e migranti sono le due facce della stessa medaglia.

Sì, perché se ben ci pensate, la missione primaria dello Stato di diritto è la promozione e la protezione della dignità delle persone (quindi rispetto dei diritti e delle libertà e garanzia dello stato sociale – non vi è stato di diritto senza il principio di solidarietà).

Non si può essere fautori del primo e, allo stesso tempo, discriminare e osteggiare i secondi.

 Ma succede: forme di nazionalismo virulento ci avvertono che il nemico è alle porte e rivendicano il diritto di selezionare chi può far parte della comunità nazionale e chi no, tenendo fuori dai confini gli estranei.

 Trova ostentata applicazione questa visione nei cosiddetti Stati illiberali: non contemplano il pluralismo e la valorizzazione delle differenze.

Pure nella compassata Svizzera ci sono stati, nella gestione dei migranti, scompensi che offendono il principio dello Stato di diritto: certo, ci vogliono regolamenti e disposizioni, ma i brutali respingimenti, le espulsioni con le manette ai polsi, gli smembramenti famigliari, i minori respinti, i migranti che languono in alloggi malsani sono episodi documentati.

Ho sempre pensato che l’indifferenza verso gli altri sia il peggior veleno in circolazione.

Ho l’impressione che la grande idea della dignità umana, uguale per tutti, sia tradita nel mondo attuale e certi orientamenti lo confermano.

Quando si parla di diritti, per alcuni protagonisti della politica non è lecito allargare troppo il discorso: c’è un’umanità a pieno titolo, e un’altra che di titoli ne ha di meno.

La differenza la cogliamo nel modo in cui sono trattati i migranti: come se non fossero come noi, bensì dei corpi senza identità e senza affetti, un dato statistico da registrare.

Scrissi alcuni anni fa che, al cospetto di certi spettacoli, avevo la sensazione che la politica avesse toccato il fondo.

 Chiara Volpato, docente di politica sociale, mi spiegò che era in atto un processo di de-umanizzazione: faceva del migrante un essere incompleto e inferiore, privo "delle nostre virtù", senza un’identità personale.

Stava diventando triste consuetudine una politica fatta di muri e confini e soprattutto di una separatezza culturale che non riconosceva una condizione umana comune ed egualitaria.

Era una politica che ammetteva il diritto di emigrare, ma non quello di immigrare. Pensai allora che peggio non poteva andare.

Mi sbagliai: c’è di peggio.

Se qualche anno fa si parlava del migrante come "materiale umano difficilmente assimilabile", oggi il governo Meloni ha introdotto il concetto ancor più osceno di "carico residuale" e la "selezione" è diventata un dogma.

È sdoganata in questo modo "la politica dello scarto" e chi ha memoria storica sa di tristi precedenti. In questo caso la destra-destra, in nome di "Dio, Patria, Famiglia", ribadisce con vigore la funzione strumentale del migrante: al servizio della Nazione e pazienza se qualcuno ci lascia la pelle.

Lo squallore di certi comportamenti conferma il sospetto: l’incultura governa la politica e stiamo tornando indietro.

 Chi avrebbe immaginato che fra le altissime cariche dello Stato italiano, antifascista per costituzione, ci potessero essere un ex picchiatore (appassionato collezionista delle statue del Duce) e un simpatizzante dei gruppi neonazisti (omofobo incallito, con tre lauree ma giganteschi problemi di ortografia)?

 È la carta d’identità voluta dalla Meloni.

Mi pare lecito affermare che l’immaginario postfascista nulla abbia a che vedere con lo Stato di diritto.

Il fascismo storico, quello degli Eia Eia Alalà, è morto e sepolto, dicono quelli dei salotti buoni.

Ma Umberto Eco avvisa: il Fascismo Eterno è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Condivido.

La sensazione è sgradevole: anche nella nostra società occidentale la gloriosa triade (liberté, égalité, fraternité) si sta sgretolando, e con lei si incrina la miglior formula che l’uomo abbia concepito nel Dopoguerra, quella dello Stato democratico liberale.

 Lo sfrenato liberismo di questi decenni, antidemocratico per natura, ne ha sfasciato i fondamenti: ha promesso il benessere per tutti e ha promosso il benessere per pochi, ha generato crescenti diseguaglianze e ha messo in discussione la solidarietà delle politiche sociali.

 Il risultato è quello ribadito da un senatore americano citato dal sociologo Zygmunt Bauman: "The Haves and the Have Nots", ci sono quelli che hanno diritti e quelli che non ne hanno, quelli che detengono la ricchezza e quelli che detengono la povertà.

L’ignoranza in politica è tale che alcuni personaggi non esitano a dipingere il futuro con gli ingredienti del cinismo e della disumanità.

E noi siamo lì, in platea, ad assistere allo spettacolo osceno e allo scempio dei diritti umani: cittadini passivi, un po’ ottusi, che avallano e talvolta applaudono i comportamenti indecenti dei reggitori e li assimilano alla normalità.

Il nuovo mondo propugnato dai leader populisti, a cui tanti idioti di ritorno affidano il loro futuro, dovrebbe sorgere all’insegna del sovranismo intriso di xenofobia e razzismo, ossia promuovendo i mali che hanno devastato il mondo e le coscienze pochi decenni fa.

In Ticino c’è chi, nei dibattiti parlamentari, fa delle distinzioni giuridiche per giustificare la diversità di trattamento dei migranti, chi mette in primo piano i contributi finanziari che gravano sui cittadini, chi ricorda che abbiamo già dato e chi riduce il tutto a una questione di competenze.

Tutto legittimo, per carità!

Ma ad ascoltare certi interventi l’impressione è che ogni tanto si perda di vista la centralità della dimensione umana.

Io credo che un primo passo in avanti lo faremo quando a premessa di ogni discorso sui migranti si porrà il "rispetto della dignità delle persone, delle libertà fondamentali e della giustizia sociale" (lo suggerisce la costituzione).

Un altro passo lo faremo quando capiremo che quella dei migranti non è un’emergenza, ma la normalità del presente e del futuro.

Un terzo passo lo faremo quando cominceremo a considerare l’inclusività un ingrediente indispensabile per la salute della democrazia liberale.

Se neghiamo tutto questo, beh, per coerenza dovremo dire che lo Stato di diritto è ormai acqua passata.

 

 

 

“Per la patria e per profitto” di

 Stefano Beltrame e Raffaele Marchetti.

 

Pandorarivista.it - Luca Picotti – (18-5-2022) – ci dice:

 

(Recensione a: Stefano Beltrame e Raffaele Marchetti, Per la patria e per profitto. Multinazionali e politica estera dalle Compagnie delle Indie ai giganti del web, Luiss University Press, Roma 2022)

 La sempre maggiore complessità dello scacchiere globale impone un’analisi in grado di valorizzare i diversi attori che, in un modo o nell’altro, assumono un ruolo rilevante nello stesso, in una combinazione di interessi che ne rende il volto intrinsecamente ibrido.

L’ordine creatosi dopo la Seconda guerra mondiale, accompagnato dai processi di globalizzazione e dagli sviluppi tecnologici, ha favorito l’emergere di numerose entità, ulteriori rispetto agli Stati, in grado di influire sulle dinamiche globali: istituzioni sovranazionali, ONG, fondazioni, multinazionali, amministrazioni locali dotate di una certa autonomia.

La necessità di tenere conto di tutte queste realtà non implica una negazione del ruolo degli Stati come attori principali – il paradigma vestfaliano mantiene la propria centralità – quanto piuttosto suggerisce uno sguardo più ampio per cogliere le sfide strategiche presenti e future.

In merito, è uscito di recente un importante volume scritto a quattro mani da Stefano Beltrame, diplomatico di lungo corso, e Raffaele Marchetti, professore di Relazioni internazionali all’Università Luiss di Roma, intitolato Per la patria e per profitto.

Multinazionali e politica estera dalle Compagnie delle Indie ai giganti del web (Luiss University Press 2022). Tra i diversi attori non statali già menzionati, il libro si focalizza sulle multinazionali e, in particolare, sull’intreccio tra grandi imprese e politica estera.

Il lavoro, che trova negli autori l’incontro di esperienza pratica e teoria, adotta una prospettiva perlopiù storica, evidenziando come l’emergere stesso degli Stati sul modello vestfaliano sia stato sempre accompagnato dall’azione di compagnie private (e non solo) in grado di influenzare o partecipare in modo determinante alla politica estera degli Stati stessi.

La pace di Vestfalia del 1648, che pose fine alla sanguinosa guerra europea dei trent’anni, è convenzionalmente considerata come il momento in cui il concetto moderno di Stato trova una definizione, quale entità superiore non recognoscens costituita dal trinomio governo-popolo-territorio.

Attore principale nello scacchiere internazionale, lo Stato non vede ridurre la propria rilevanza nemmeno con l’emergere del paradigma di San Francisco, ossia la creazione delle Nazioni Unite come organizzazione sovranazionale atta a dare vita ad una collaborazione civile tra nazioni, cui seguirà la nascita di numerose altre organizzazioni similari: questo per il semplice motivo che a creare (e partecipare a) tali organismi sono gli Stati stessi, che mantengono il proprio ruolo di protagonisti, tanto che dal 1945, per effetto del combinato disposto tra decolonizzazione e spinta propulsiva dell’Onu, il numero di nazioni indipendenti aumenta sino a quadruplicare.

In seguito, il panorama globale vede aggiungersi negli anni numerosi altri soggetti, rientranti nel novero dei cosiddetti attori non statali (Ans), la cui rilevanza è via via cresciuta nel tempo:

dalle Ong globali come Greenpeace o Amnesty International a enti filantropici quali la Bill & Melinda Gates Foundation o la Stichting Ingka Foundation, passando per le amministrazioni pubbliche sub-statali (come Shanghai, che all’Expo di Milano aveva un proprio padiglione al pari di quelli nazionali) e le grandi corporation transnazionali.

L’azione di questi attori è variegata.

Ad esempio, «contribuiscono […] alla formazione della agenda politica (basti pensare alla campagna della società civile per l’abolizione della pena di morte); fanno pressioni sui politici (pensiamo alla decisione di rinunciare al debito dei Paesi più indebitati alla fine del millennio); offrono assistenza tecnica ai governi e alle organizzazioni intergovernative […]; forniscono fondi per attori sia privati che pubblici […]; formulano decisioni normative».

Il tradizionale State System si trova così profondamente integrato sotto più profili, con conseguenze rilevanti in termini di decisioni politiche, anche e soprattutto di politica estera.

Un caso interessante, tra gli altri, è quello della diplomazia: «Andando oltre la tradizionale diplomazia governo-governo, con la diplomazia pubblica (quindi governo-popolazione di un altro governo) i governi cercano di influenzare i cittadini di un altro Stato per promuovere i propri obiettivi di politica estera.

 Tra i diversi canali che possono essere utilizzati per gli obiettivi della diplomazia pubblica, due sono particolarmente salienti: l’azione diretta attraverso internet e l’azione indiretta attraverso gli Ans.

In questo caso parliamo di diplomazia ibrida, intendendo la sinergia che si crea tra governi e Ans per favorire i fini di politica estera».

Nel volume i due autori si focalizzano in particolare sulle multinazionali.

Non è un mistero che alcune di esse abbiano potere e risorse nettamente maggiori rispetto alla gran parte degli Stati nazionali.

Ad esempio, scrivono Beltrame e Marchetti, nel 2018 la ExxonMobil, colosso petrolifero statunitense fondato da John D. Rockfeller nel 1879, fatturava 279 miliardi di dollari che, se paragonati ai Pil dei paesi dell’Unione Europea, collocherebbero la corporation al dodicesimo posto, prima di Finlandia, Portogallo e Grecia.

Trovare una definizione valida di cosa si intenda per multinazionale non è facile. Gli autori richiamano in questo senso la definizione proposta dall’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo), per cui la corporation transnazionale è «an enterprise that controls assets of other entities in economies other than its home economy, usually by owning a certain equity capital stake. An equity capital stake of 10% or more of the ordinary shares or voting power for an incorporated enterprise, or the equivalent for an unincorporated enterprise, is normally considered a threshold for the control of assets».

Spesso è poi altrettanto complicato ricondurre una data impresa allo Stato d’origine, stante la frequente prassi dell’arbitraggio, ove si verificano contorte scissioni tra sedi legali, fiscali e produttive.

Il tema non è di poco conto, perché è proprio l’intreccio tra politica estera statale e azione delle grandi imprese ad avere un’influenza notevole sullo scacchiere internazionale.

Difatti, è innegabile che i grandi campioni nazionali siano destinati ad intrattenere relazioni privilegiate con i governi e a condividerne, molto spesso, le proiezioni strategiche, in una osmosi pubblico-privato sempre più marcata.

È interessante, di conseguenza, porre lo sguardo su quanta autonomia riesce ad acquisire la multinazionale rispetto al governo di appartenenza, come avviene il coordinamento tra i due, se armonico o conflittuale, e chi detiene il potere effettivo.

Pensiamo al caso italiano ove, come si suole dire, la politica estera è sempre stata influenzata dall’Eni, il gigante (a partecipazione statale) attivo nel settore degli idrocarburi; al punto che negli anni Cinquanta Enrico Mattei arrivava quasi a slegarsi, in qualche modo, dalla politica interna ed estera dell’Italia – ai tempi impegnata a inserirsi nel blocco occidentale – ritagliandosi una autonomia diplomatica in ambito energetico filo-terzomondista in Algeria, Egitto e Iran, sino a sfidare il dominio del cartello delle “Sette sorelle” anglo-americane.

 Oppure, è altresì frequente che la longa manus dello Stato utilizzi proprio il mezzo dell’impresa per perseguire, in modo implicito o esplicito, i propri fini, come nel caso delle “State owned enterprise”, oggi particolarmente numerose in Cina.

Nell’affrontare tale intreccio gli autori propongono una prospettiva storica che parte dalle prime vere e proprie multinazionali, in proporzione potenti come, se non più, di quelle attuali: le Compagnie delle Indie.

 Le più importanti furono sicuramente quella olandese e quella britannica, costituite in forma di società per azioni e quotate, rispettivamente, nella borsa di Amsterdam e in quella di Londra.

La Compagnia olandese delle Indie Orientali (Voc – Vereenigde Geoctroyeerde Oostindische Compagnie), fondata nel 1602, arrivò a creare un proprio impero in Indonesia.

Ad esempio, approfittando dello scontro anglo-spagnolo del 1585-1604, utilizzò le proprie forze armate per attaccare i nodi strategici dell’Impero portoghese in Asia, quali Goa, Malacca e Macao, ottenendo nel giro di quarant’anni il controllo del commercio delle spezie e instaurando un governo autonomo sull’isola di Giava nel 1610.

Ancora più celebre è la Compagnia britannica delle Indie orientali (Heic – Honorable East India Company), fondata a Londra nel 1600 per concessione da parte della regina Elisabetta I di uno statuto privilegiato che le riconosceva il monopolio del commercio con l’Oriente.

Anch’essa inquadrabile come “uno Stato nello Stato”, la Compagnia cumulava – al pari dell’omologa olandese – la tradizionale funzione privatistica di massimizzazione degli utili per gli azionisti con quella pubblicistica di agente per conto della Corona britannica.

Dotata di forze armate proprie, partecipò al fianco della Corona a numerosi interventi bellici, tra cui anche la triste vicenda della guerra dell’oppio in Cina. Per quanto non riconducibile alla categoria vestfaliana di Stato come soggetto autonomo di diritto internazionale, il potere e le prerogative della Compagnia, unite alle risorse di cui disponeva, la rendevano un attore di fatto dello scacchiere globale. In merito, sottolineano gli autori che «[…] il rapporto di subordinazione al governo britannico è quindi ambiguo.

Se da un lato non vi è dubbio che la Compagnia agisca come braccio armato del colonialismo-imperialismo di Londra, dall’altro, la distinzione tra azioni “politiche” – compiute cioè come agente per conto del governo (anche in forma tacita, quando contrarie al diritto internazionale) – e quelle condotte a titolo squisitamente privatistico non è affatto agevole.

 Del resto, la Compagnia nei suoi territori promuove varie attività che nella madrepatria sono illegali e il meno che si possa dire, se non se ne vuole ammettere l’effettiva indipendenza, è che gode di una grande elasticità giuridica.

I due casi macroscopici sono il commercio degli schiavi e dell’oppio.

Attività illegali in Inghilterra, ma serenamente praticate dalla Heic nei suoi territori, che evidentemente applicavano un regime giuridico distinto da quello della madrepatria».

Per circa due secoli le Compagnie delle Indie – di cui qui si sono menzionate solo le più importanti – furono protagoniste, con margini di autonomia molto ampi, delle strategie imperiali dei rispettivi governi, in una commistione di diplomazia ibrida, profitti privati e interessi pubblici che rende l’esempio esaminato un valido archetipo del ruolo della multinazionale in politica estera.

 Le domande in merito ai motivi per cui questi “Stati negli Stati” non si siano ritagliati una vera e propria soggettività vestfaliana, distaccandosi dalla Corona o comunque subordinandola a sé, hanno da sempre accompagnato la letteratura sul tema.

Questo perché, a posteriori, possiamo certamente dire che la Gran Bretagna come Stato e attore vestfaliano esiste ancora, mentre la Heic no (fallita nel 1857), così come la Voc (fallita nel 1799, dopo essere stata in ogni caso nazionalizzata nel 1796) rispetto all’Olanda.

Sicché, la grande esperienza delle corporation, dotate pure di eserciti propri, non è riuscita a scalfire le profonde radici dell’entità statuale.

Allo stesso modo, l’attuale emergere dei diversi attori nello scacchiere globale, così come del paradigma di San Francisco, o ancora di costrutti ibridi come l’Unione Europea, non hanno avuto, ad ora, l’effetto di sostituire il modello vestfaliano, che rimane essenzialmente centrale, seppure integrato.

In questo panorama complesso, da inquadrarsi alla luce dello Zeitgeist attuale, incentrato su protezionismo, security e competizione globale, il ruolo della multinazionale va inserito dunque all’interno delle strategie diplomatiche, avendo quale punto di partenza sempre lo Stato come attore principale.

Non è un fenomeno nuovo, come questo volume dimostra efficacemente. L’ibridazione è intrinseca al corso storico.

Va pertanto declinata in modo adeguato rispetto alla congiuntura nella quale si è calati. In merito, gli autori sottolineano nelle conclusioni l’immensa portata della sfida per i governi: «Viviamo in un’epoca in cui la sicurezza nazionale è sempre più percepita anche come sicurezza economica e in cui la prospettiva di benessere della comunità politica tiene insieme le capacità delle imprese di competere a livello internazionale e la capacità dei governi di sostenerle adeguatamente.

La sfida per i governi è dunque molto ambiziosa: non soltanto quella della tradizionale promozione economica delle proprie imprese nazionali, ma soprattutto quella di sviluppare sempre più sofisticati metodi di sinergia pubblico-privata per rendere più credibile e incisiva la presenza internazionale del Paese.

 Il paradigma della diplomazia ibrida che in questo volume abbiamo analizzato nella sua declinazione economica si propone di offrire non soltanto alcune chiavi di lettura interpretativa per questa realtà, ma anche un orientamento operativo per migliorare la capacità del sistema-Paese integrato di essere rilevante a livello mondiale».

Il Nuovo Ordine Mondiale e il

“decline and fall” degli Stati nazionali.

Nuovarivistastorica.it - Giuseppe Spagnolo – (4 settembre 2022) – ci dice:

 

Una caratteristica che risalta ampiamente quando si prova a delineare la configurazione della struttura delle relazioni internazionali degli ultimi trent’anni è la presenza, davvero imponente accanto ai tradizionali Stati sovrani e alle organizzazioni intergovernative, di una variegata molteplicità di attori non statali, ascesi a ruoli di estrema rilevanza sul palcoscenico internazionale e spesso capaci di influenzare, se non proprio di condizionare, aspetti importanti della politica estera e interna degli Stati e dell’economia internazionale.

 Multinazionali, ONG, agenzie di rating, soggetti pubblici non statali, compagnie petrolifere, finanziarie, colossi dell’e-commerce e del web, enti filantropici ecc., agiscono ormai come soggetti internazionali a pieno titolo, affiancati – insieme agli Stati – ad una vasta congerie di organizzazioni multilaterali, da quelle universali – come l’ONU – a quelle regionali, sovranazionali e settoriali, di più ampio e disparato indirizzo.

Ognuno agisce in un determinato comparto o specifico settore, ma comunque a livello internazionale e, spesso, in concorrenza con gli Stati nazionali.

Così, il tradizionale sistema vestfaliano degli Stati sovrani, nato in piena età moderna, sembra essere stato ampiamente irretito, alterato (e ad alcuni è parso addirittura surclassato) dalla costante interazione con queste molteplici soggettività (o reti di soggettività) operanti in ambito internazionale, che sempre di più si sono inserite o sovrapposte alle reti diplomatiche tradizionali.

Non c’è dubbio che la fine della Guerra fredda e l’avvento di un nuovo ordine mondiale “globalizzato” a egemonia americana, fondato sul primato dell’economia di mercato, del capitalismo globale e delle sue élites cosmopolite, abbiano costituito delle tappe fondamentali per accelerare un tale processo, per estenderne la portata, e per fare apparire con tutta evidenza questa realtà composita e sfaccettata dell’ordine internazionale, non sottratta agli effetti – assolutamente innovativi – indotti dagli sviluppi tecnologici della «quarta rivoluzione industriale», caratterizzata da internet e dall’intelligenza artificiale.

 Si tratta di una materia molto complessa da sviscerare e che da parecchio tempo viene attentamente analizzata da politologi, analisti, storici e da molti altri studiosi di varia estrazione e provenienza.

Tra gli altri, se ne sono occupati, con una recente e interessante pubblicazione collettanea, un diplomatico e un politologo italiani: Stefano Beltrame, attualmente ambasciatore a Vienna e Raffaele Marchetti, docente di Relazioni Internazionali alla LUISS “Guido Carli”, con il saggio “Per la patria e per profitto”.

Multinazionali e politica estera dalle Compagnie delle Indie ai giganti del web (Roma, LUISS University Press, 2022). Quel che non deve sfuggire – sostengono gli autori di questo libro – è che l’interazione tra governi nazionali e soggetti internazionali privati o autonomi rappresenta una costante della storia, nata praticamente insieme allo State System vestfaliano.

 Così anche la «globalizzazione», in tutti i suoi aspetti e campi, è un processo di lunga durata piuttosto che una novità degli ultimi trent’anni, risalente, quanto meno, all’epoca in cui il «globo» stesso iniziò a disvelarsi nella sua interezza, grazie alle scoperte geografiche e al progressivo dominio marittimo, tecnologico e coloniale europeo. Insomma, la «globalizzazione» nasce col mondo moderno e, progressivamente, si estende, acquisisce nuove dimensioni, si approfondisce con le trasformazioni tecnologiche, dei trasporti e delle comunicazioni, si inserisce e modifica essa stessa le dinamiche politiche internazionali, le guerre, etc.; avvicina – nel bene e nel male – popoli lontanissimi per geografia e cultura, e progressivamente rende il mondo intero più interconnesso e interdipendente.

 Lo stesso sistema vestafaliano fondato sugli Stati sovrani ed eguali giuridicamente si «globalizza» con la decolonizzazione asiatica ed africana del XX secolo, trasformandolo qualitativamente, oltre che quantitativamente, in un processo che non ha trovato ancora una soluzione definita e formalizzata.

Come già accennato, in questa parabola così caratterizzante la modernità, il ruolo giocato dal connubio tra Stati e soggettività autonome non-statali come le multinazionali, e che nel volume viene definito come “diplomazia ibrida”, è stato archetipico.

Ed è proprio di questo nesso e percorso che tratta “Per la patria e per profitto”.

Il volume si propone appunto di spiegare l’evoluzione del sistema vestfaliano e del costante intreccio tra business e politica estera nella storia degli ultimi cinque o sei secoli, non prima di aver approfondito nelle prime pagine, anche con gli strumenti di un’analisi teorica, i concetti di “diplomazia ibrida” e di global governance, pilastri di quello che viene descritto come un nuovo paradigma caratterizzante la struttura delle relazioni internazionali e la vita dei singoli Stati:

il paradigma “ibrido”, per l’appunto, prodotto di una evoluzione passata per il tradizionale paradigma “vestfaliano” (caratterizzato dal principio per cui lo Stato superiorem non recognoscens ed è l’assoluto dominus sulla propria vita interna), ed anche attraverso quello che viene individuato come il paradigma di “San Francisco” affermatosi dopo il 1945, ossia quello fondato su un’autolimitazione della condotta degli Stati per il tramite dell’ONU e di altre organizzazioni internazionali, che legano tra loro gli Stati in una matrice di accordi e trattati sempre più estesa e complessa (e che gli autori vedono come l’adesione degli Stati ad una sorta di “contratto sociale internazionale”).

 

Il paradigma ibrido si fonderebbe invece sulla global governance e sulla pluralizzazione, quantitativa e qualitativa, degli attori che agiscono ed influiscono nella vita internazionale e, financo, nella vita interna degli Stati, definendo un modello di diplomazia, per l’appunto, detta “ibrida”.

La global governance sarebbe caratterizzata da una relativa decentralizzazione e dislocazione delle fonti del potere, politico ed economico, che sono alla base dei processi decisionali globali, ed include, a più livelli, diverse autorità (la governance è appunto una “poliarchia”).

Una pluralità di soggetti – statali e non – partecipano alla definizione di sistemi di regole multilaterali assunte a livello globale, transnazionale, nazionale o regionale, in un processo dinamico, pragmatico e continuo, «un gioco permanente di interazioni, conflitti, compromessi, negoziazioni e aggiustamenti reciproci».

Il risultato sarebbe così, per i singoli Stati nazionali, e soprattutto per quelli più deboli e svantaggiati, quello di una effettiva sottrazione di potere di comando e di alcune prerogative sovrane, con l’esposizione delle politiche nazionali ai vincoli dei complessi e invasivi sistemi (e sottosistemi) in cui ognuno è inserito, e alle reti transnazionali di attori (agenzie di rating, corporations, investitori internazionali, i “mercati”) che pure attraversano ed impattano la vita economica e politica degli Stati, arrivando a poter condizionare dall’esterno i governi nazionali, cui non restano che la necessità di adeguarsi e margini sempre più stretti di autonomia nella decisione politica.

 

D’altro canto, è opportuno ravvisare che, a parere di chi scrive, tale modello di governance globale e di “globalizzazione ibrida” ha rappresentato il principale volano del disordine internazionale che ha attraversato il pianeta nell’ultimo ventennio.

 E che, pur agendo in un mondo ritenuto piatto (quello che qualche tempo fa si definiva, un po’ ottimisticamente, “villaggio globale”), non ha di fatto mai smantellato davvero gerarchie e rapporti di forza di tipo più tradizionale, sia in senso politico che economico.

Ed oggi, che assistiamo ad una guerra (peraltro essa stessa “ibrida”) che va già prepotentemente alterando gli equilibri internazionali del dopo Guerra fredda, col relativo declino del monocentrismo statunitense, possiamo esserne anche più convinti.

Ambizione del volume di Beltrame e Marchetti è, dunque, quello di «aumentare la consapevolezza dei rischi e delle opportunità che derivano dalle dinamiche ibride che sempre più caratterizzano la politica globale» e di «offrire alcune chiavi di lettura interpretativa per questa realtà».

 Operazione che viene svolta, oltre che attraverso la messa a fuoco, nei primi capitoli, del problema già accennato della governance globale attuale e della diplomazia ibrida, anche con una puntuale ricostruzione storica di quest’ultima e dell’ambiguo intreccio tra governi nazionali e compagnie private (o altri soggetti non statali) che ha storicamente contraddistinto la politica estera della maggior parte degli Stati.

 Si ricostruisce altresì l’evoluzione del sistema internazionale da Vestfalia in poi, mettendo in luce la progressiva affermazione delle organizzazioni internazionali e il proliferare di nuovi e diversi attori internazionali non statali.

Il libro si presenta, quindi, come uno studio a cavallo tra la storia delle relazioni internazionali, la storia economica, la politologia internazionalista e la storia giuridica internazionale. E si presta ad una lettura molto affascinante e scorrevole, adatta per qualunque tipo di lettore, che restituisce, al tempo stesso, numerosi stimoli di riflessione.

Per evidenziare la storicità del connubio tra potere statale e potere privato (o informale), gli autori risalgono alle esperienze politico-commerciali delle repubbliche marinare italiane, e ad anche all’epopea della pirateria “di corsa”, sovvenzionata, a partire dalla seconda metà del ‘500, dai sovrani degli Stati protestanti d’Europa, per contrastare sul mare lo strapotere continentale e coloniale raggiunto dalla Spagna asburgica e cattolica (che, viceversa, guardava a tali Stati come dei veri e propri “Stati canaglia” ante litteram).

 Ma il precedente storico su cui gli autori si soffermano più ampiamente è quello delle compagnie mercantili europee del ‘600-‘700, le famose “compagnie delle Indie”: si trattava di vere e proprie società per azioni, cui i sovrani riconoscevano il monopolio del commercio in settori geografici specifici e l’autorizzazione a concludere trattati, muovere guerra, governare i possedimenti coloniali, amministrarvi la giustizia ed arruolare truppe mercenarie.

La spinta originaria che fu alla base dell’ascesa di queste compagnie fu soprattutto quella commerciale: il profitto puro e semplice, che muoveva mercanti, amministratori e investitori delle compagnie (tra i cui azionisti figurava spesso anche la Corona o lo Stato);

ma alla volontà di profitto individuale si legarono pure le volontà di potenza dei grandi Stati europei, che iniziarono a comprendere come la ricchezza economica e commerciale costituisse la base della potenza politica e militare di uno Stato, e che questa iniziava a passare attraverso l’espansione nei territori d’oltremare.

La congiunzione tra l’aspirazione al profitto individuale e la ricerca di potenza da parte degli Stati costituì una miscela di forza che ha consentito a tali compagnie mercantili – olandesi, francesi, danesi, e soprattutto britanniche – di gettare le fondamenta degli imperi coloniali europei, favoriti anche dall’emergere di una netta superiorità tecnologica, organizzativa e militare rispetto alle entità politico-statuali e ai popoli extra-europei che progressivamente si iniziarono a condizionare e poi a dominare.

Va detto, per aggiungere qualche riflessione sui contenuti del libro, che il connubio tra potere statale e potere privato informale nacque anche per esigenze dettate dalle incertezze giuridiche sul diritto del mare, un’autentica novità per gli Stati europei del ‘500-‘600, ancora in gran parte feudali, e dalla netta distinzione che si venne via via elaborando tra lo ius publicum europeum (il diritto pubblico europeo, ovvero il diritto valido all’interno del continente europeo e tra Stati europei) e il diritto d’oltremare, stabilito, di fatto, a metà ‘500 dalle potenze atlantiche nordeuropee al di là di determinate linee geografiche a largo dell’Atlantico (le cosiddette amity lines) – ossia ad ovest delle Canarie e a sud del Tropico del Cancro – col proposito di rovesciare l’egemonia coloniale spagnola e portoghese stabilita, a suo tempo e per mezzo del papa, col trattato di Tordesillas (1494).

S’intende che tale diritto d’oltremare voleva dire assenza di diritto o diritto del più forte, voleva dire libertà illimitata di conquista coloniale, e voleva dire che la lotta per le colonie americane o per gli avamposti commerciali nell’Oceano Indiano e Pacifico (ossia oltre le amity lines) poteva avvenire al di fuori dello ius publicum europeum, e, teoricamente, senza che ciò determinasse una guerra automatica intra-europea, né che valessero le stesse limitazioni belliche di una guerra continentale.

 

In tal senso, la delega di funzioni pubbliche a compagnie commerciali private sopperì al bisogno di non esporre eccessivamente i governi ufficiali nelle vicende riguardanti la conquista coloniale e nella competizione tra compagnie commerciali concorrenti.

D’altronde, gli spazi periferici e quelli extraeuropei continuarono a procurare una valvola di sfogo all’equilibrio di potenza europeo, consentendo ai principali attori di spostare la competizione là dove, non essendo in gioco interessi vitali, le guerre potevano essere combattute a prezzi diplomatici ed economici più bassi, non foss’altro perché trapiantate lontane da casa.

Fu molto spesso così che, quasi distrattamente, tramite attori privati e grazie alla propulsione commerciale, furono poste le basi per la costruzione degli imperi europei. Un’altra prova dell’originalità della “diplomazia ibrida” che dimostrava tutta la sua vitalità già prima della nascita del sistema di Vestfalia (1648).

Nel volume si citano altri esempi di connubio tra l’interesse statale e interesse privato (o particolare) nella politica internazionale, come quello delle compagnie petrolifere, pubbliche e private, diffusesi a partire dall’inizio del ‘900, in concomitanza della scoperta del petrolio quale utile e sempre più strategica risorsa energetica per i sistemi industriali e civili nazionali.

Anche qui pare sussistere una forte complementarità tra i due elementi del binomio: una compagnia petrolifera (pensiamo all’ENI) può agire autonomamente, anche al di fuori dei vincoli diplomatici ufficiali del suo Paese, e può avere una propria diplomazia informale, parallela a quella del proprio ministero degli Esteri;

ciò le consente di muoversi più agilmente tra le classi dirigenti dei Paesi produttori di petrolio o di gas, spinta dall’interesse ben preciso di siglare il maggior numero di contratti possibili nel mondo, e a condizioni possibilmente, vantaggiose.

Lo Stato, da parte sua, offre copertura politica e di intelligence alle proprie compagnie, col risultato di ottenere per il proprio Paese le risorse necessarie a garantire l’approvvigionamento del sistema industriale e del sistema energetico nazionale, possibilmente senza eccessivamente dipendere da altre compagnie straniere.

 

Del resto, fin dai tempi più remoti, una delle attività dei diplomatici è stata la promozione nell’economia e dell’imprenditoria nazionale nei Paesi in cui hanno svolto il proprio servizio professionale.

Ma convergenze di interessi simili tra Stato e privato valgono, caso per caso, anche per le multinazionali odierne.

Oggi, sostengono Beltrame e Marchetti, nell’epoca delle grandi corporations, dei giganti del web e dell’ascesa economica e politica della Cina, sempre maggiore è il riconoscimento dell’intreccio tra proiezione internazionale di un Paese attraverso la sua formale politica estera e la sua presenza economica, industriale e tecnologica.

Mai come in questa fase di ripolarizzazione del sistema internazionale, la sfida economica e tecnologica è stata così al centro, una sfida che sta già cambiando il modo in cui ci rapportiamo al mercato e alla politica estera.

 «Viviamo in un’epoca in cui la sicurezza nazionale è sempre più percepita anche come sicurezza economica e in cui la prospettiva di benessere della comunità politica tiene insieme la capacità delle imprese di competere a livello internazionale e la capacità dei governi di sostenerle adeguatamente».

La sfida di tutti i governi, e gli autori si riferiscono soprattutto al nostro, è quella di sviluppare sempre più sofisticati metodi di sinergia pubblico-privata per rendere più credibile e incisiva la presenza internazionale del proprio Paese.

Migliorare la capacità del “sistema-Paese” è dunque fondamentale per essere rilevanti a livello mondiale.

Merito di questo volume è dunque quello di aver brillantemente illuminato questa realtà, attingendo al bagaglio della storia, con l’auspicio è che i nostri prossimi governanti ne abbiano adeguatamente conto.

 

 

 

INTERVISTA A LUIGI DE MAGISTRIS

AUTORE DI “FUORI DAL SISTEMA.”

Globalpress.it - Cristina Marra – (23/10/2022) – ci dice:

 

UOMO DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI TRADITO, PIÙ VOLTE, DALLO STATO E DALLE ISTITUZIONI.

È un racconto a cuore e braccia aperti quello che Luigi de Magistris fa nel suo ultimo libro “Fuori dal sistema” edito da Piemme, che lascia alle pagine scritte il compito di far conoscere la sua storia di uomo dello stato e delle istituzioni che è stato tradito, più volte, dallo stato e dalle istituzioni.

Il cuore è ancora quello di un giovane magistrato entusiasta e impegnato a svolgere al meglio il suo incarico istituzionale e le braccia sono quelle sempre aperte e mai arrendevoli di un uomo più maturo e consapevole che continua a contrastare il sistema corrotto proponendo un’alternativa possibile.

Ex PM, ex sindaco di Napoli (il più longevo della città) è stato parlamentare europeo, adesso leader politico di Unione Popolare, l’autore ripercorre le tappe fondamentali della sua esperienza professionale e personale a partire dalla formazione familiare fino a arrivare agli ultimi traguardi e ai futuri obiettivi politici. In Fuori dal sistema, prefazione di Nino Di Matteo e postfazione di Pablo Iglesias, con stile semplice e incisivo, sincero e diretto, de Magistris anche da scrittore non tradisce la sua vocazione di oratore per la gente, che ha scelto le istituzioni per essere la voce e il braccio instancabili del popolo.

La sua è la storia di un uomo che in nome della Costituzione inizia a scardinare un sistema di corruzione e mafie innestato nello Stato e che viene osteggiato e bloccato da una magistratura malata e cancerogena che lo ghettizza, lo colpisce e gli strappa la toga di dosso solo perché è fuori dal sistema.

Da una strada di Napoli nel quartiere di Mergellina dove è nato, fino a Catanzaro e Bruxelles, la storia di de Magistris prosegue inesorabile e instancabile per le strade di altre città.

La strada nell’autore diventa metafora non solo di itinerari e percorsi già battuti ma anche di nuovi sogni, “pazzie” e progetti da intraprendere.   

Il libro è la tua storia di uomo dello Stato tradito dal sistema criminale perpetrato da quello stesso Stato ma è anche il tuo percorso personale e intimo familiare e professionale.

Partiamo dal tuo approccio con la magistratura che avviene in famiglia, è stato tuo padre il tuo ispiratore e il tuo esempio da seguire?

 Mio padre, scomparso prematuramente quando era presidente di sezione della Corte di Appello di Napoli, era un magistrato esemplare, oggi più raro da trovare. Umile, indipendente, competente, coraggioso, con una grande umanità, lontano da ogni centro di potere.

Mi ha insegnato con i fatti, con l’esempio, come si è magistrati.

Mi ha ispirato e mi ha “illuso” perché ho pensato quando ero giovanissimo che i magistrati fossero più o meno tutti come lui.

 Essere Fuori dal sistema significa essere liberi.

 Quanto è stato alto da pagare per te il prezzo della tua libertà?

 Per me è normale essere liberi.

Non potrei ma rinunciare alla mia libertà.

Non l’ho mai fatto, anche quando ti aprivano ponti d’oro.

 Nelle istituzioni, soprattutto a certi livelli, le persone libere non sono la maggioranza.

E si paga un prezzo alto a restare liberi, senza un prezzo.

Ma non c’è prezzo a non avere prezzo.

Le persone libere non sono condizionabili e ricattabili e sono una garanzia per i cittadini.

 Famiglia e affetti, li citi più volte. Anche grazie al loro sostegno sei il Luigi che racconti nel libro?

 

Senza la mia famiglia, i miei affetti più cari, non sarei quello che sono. Per il sostegno morale e materiale che ho ricevuto.

Per i sacrifici che hanno dovuto subire, e penso soprattutto in questo caso a mia moglie e i miei figli.

Sono stato fortunato negli affetti, l’amore non si compra al mercato ma si alimenta nel cuore e vive con la testa e con l’anima.

La tua è stata, e continua a essere, una battaglia contro la giustizia ma secondo giustizia?

 Mi potrei definire un combattente per la giustizia. Perché si deve lottare ogni giorno per la giustizia e la strada è sempre in salita, dura, difficile, piena di ostacoli.

Più persegui la giustizia e più trovi ostacoli. Legalità e giustizia troppo spesso non coincidono, perché la legalità formale è fatta non di rado di leggi ingiuste, provvedimenti amministrativi viziati da abuso di potere, sentenze “aggiustate”, condotte di chi detiene il potere non conformi ai diritti costituzionali.

È triste constatare che siamo diventati un Paese in cui chi è giusto è considerato un’anomalia e chi è deviato rappresenta la normalità.

  Politica e sindacatura sempre partendo dalla gente, dalla strada. Sei infaticabile ma essere fra la gente fa la differenza? È anche questo l’approccio che fa sentire fuori dal sistema?

  Sono una persona che è sempre rimasta umana.

 Ho vissuto nelle istituzioni da uomo che si interfaccia con altri esseri umani, non con numeri.

Stare tra la gente e con la gente è fondamentale sempre, soprattutto per chi ricopre determinati ruoli istituzionali, penso al sindaco, ma dovrebbe valere anche per ministri e parlamentari.

La connessione sentimentale, l’empatia, l’ascolto, il confronto, anche il conflitto. Senza la gente non avrei retto oltre dieci anni da Sindaco, il più longevo della storia di Napoli, avendo all’opposizione tutto il Sistema.

Da sindaco di Napoli sei entrato anche nei labirinti del sistema amministrativo. Tra le piaghe che lo affliggono la più radicata è quella che definisci del “nonsipuotismo”?

 È un morbo della pigrizia, dell’accomodamento, della pavidità, certe volte anche l’anticamera del compromesso morale, se non peggio. Ma si può sradicare.

Con l’esempio, essendo punto di riferimento, con la competenza, quello che si assume responsabilità e non lascia nessuno solo.

 Il coach della macchina amministrativa e pubblica. E poi anche sostenere chi non si piega e sanzionare chi invece si mette di traverso al perseguimento del bene comune e dell’interesse pubblico.

 “Senza verità e giustizia non c’è democrazia” scrivi nel libro. Il tuo è uno sguardo lucido, critico e anche sofferto sul tuo passato ma il libro ha anche uno sguardo ottimista al futuro. Si può costruire un’alternativa al sistema?     

 Per costruire un’alternativa al sistema, che è possibile ma molto difficile, devi fare un’analisi vera e chiara della realtà, che è peggiore di quello che appare. Il livello di collusione, ricatti, condizionamenti, compromessi, corruzione e infiltrazione delle mafie di colletti bianchi è molto alta nelle istituzioni, non solo nella politica.

Si devono unire le storie individuali e collettive fatte di onestà, autonomia, indipendenza, libertà, competenza, coraggio e passione.

 Ci vuole una rivoluzione culturale ed etica. Senza fare calcoli si deve lottare per i diritti, la verità e la giustizia a prescindere se si pensa di perdere o di vincere.

 

 

L’uomo di oggi ha sempre due facce:

da una parte la bontà, dall’altra il tradimento.

Lavocedinewyork.com – Angelo Lucarella - giurista- (15-3-2021) - ci dice:

 

Nel suo ultimo libro "Visto si stampi", Bruna Magi esplora lungo sette capitoli intrecciati tra loro il dualismo umano che caratterizza la nostra società.

Con quanta intensità il dualismo viene vissuto nella società contemporanea?

Il motore di tutto ciò sta nel tradimento (o nel pericolo del suo verificarsi) del principio di bontà della persona umana.

Questione nodale che nel quotidiano vivere sociale pone, di riflesso, un obbligato agire nei vari ambienti e nelle rispettive relazioni: lavoro, politica, famiglia, amore.

In altri termini, il tradimento della bontà implica uno stato di tensione (inconsapevole o meno a seconda di chi sia il traditore ed il tradito) che può generare e portare all’invidia, odio, colpevolizzazione pregiudizievole (o meglio detta della vittima), sfruttamento.

Ecco che tra passato e presente v’è la stessa tensione che intercorre nel dualismo tra persone laddove ci si trovi dinanzi, ad esempio, a nostalgia (dettata dalla bontà del ricordo) e narcisismo (alimentato dalla costante ricerca di conferma di sé nel mondo).

Da questa premessa si collegano una vastità di temi irrisolti della storia dell’umanità e che, ancora nella contemporaneità, rimangono al centro delle declinazioni della vita sociale, politica e culturale.

Con il libro “Visto si stampi” (editrice Bietti, 2020) Bruna Magi pone, concretamente, l’attenzione su questi gangli della vita della nostra società: sette capitoli tutti collegati da file rouge di percettibile robustezza morale di fondo.

Occorre, tuttavia, spogliarsi di pregiudizi rispetto ai delicati problemi che vengono posti sotto i “riflettori” pur raccontandosi nel libro diversi aneddoti del passato e di personaggi famosi (tra i quali, ad esempio, Gina Lollobrigida, Luciano De Crescenzo, Brad Pitt, Bettino Craxi, Vittorio Feltri).

Il file rouge a cui si è accennato è, sicuramente, il ruolo della sofferenza in una chiave di interpretazione funzionalistica verso la tanto ricercata felicità terrena tra passato e presente.

Qui, la citazione del compianto Luciano De Crescenzo è doverosa per comprendere pienamente l’essenza del quadro tratteggiato e disegnato da Bruna Magi.

Il filosofo partenopeo diceva che “secondo alcuni la felicità consiste nel soddisfare i piaceri. Io non sono d’accordo.

Quella vera si nasconde nell’attesa di essere felici, anche se non bisogna aspettare troppo, perché come diceva Seneca, mentre si aspetta di vivere, la vita passa.

E così, aggiungo io, rischiamo di ritrovarci con l’aver trascorso il nostro tempo in lunghezza, ma non in larghezza”.

Frase che, oggettivamente, ci riporta al senso della vita ed al principio di qualità del tempo vissuto e, per forza di cose, della bontà delle interazioni terrene. 

Ma in “Visto si stampi” il protagonista principale non è solo il vissuto dell’autrice o quanto descritto sinora.

È il tipo di società che sta mutando ad essere il perno su cui si innesta tutto il resto.

Compresa l’informazione del mondo cartaceo e del web.

Compreso l’odio politico e l’invidia sociale. Compresa la tendenza al conformismo del mondo dei social.

Ecco che la domanda principale a cui Bruna Magi cerca risposta è se il mondo dei social, in quanto tale, stia contribuendo o meno a piccole dosi ad uccidere l’immaginario collettivo e/o personale.

Cioè se la facile accessibilità all’informazione non informativa, sdoganata a più livelli, comporti l’effetto diretto della degradazione della riflessione e la degenerazione dell’ascolto (metro di valutazione interiore del proprio apprendimento).

In buona sostanza l’autrice cerca di capire se, al netto dei conti che occorre fare con il realismo dettato dall’inarrestabile progresso, il mondo del web, incontrollato nella sua evolutiva permeazione della società e delle società, non sia il primo caso di Chimera senza, dualisticamente parlando, Bellerofonte.

Un processo per cui, in pratica, i pensieri sociali si annullino lasciando spazio ad un monolitico e fin troppo facile like (o pollice all’insù):

atteggiamento, quest’ultimo, che indentifica un nuovo gesto sociale finalizzato al riconoscimento di sé in un dato contesto il cui confronto argomentativo è solo eventuale o, per la maggior parte delle volte, addirittura inesistente.

Ebbene” Visto si stampi”, pur nostalgicamente rivolto al passato, in realtà, è un vero e proprio monito sul presente e, al contempo ancora, un risveglio delle coscienze per un miglior futuro.

Coscienze che, se assopite a causa di un linguaggio meramente simbolico, perlopiù slegato dall’approfondimento delle cose, rischiano di condurre l’umanità stessa verso l’assolutismo dittatoriale 2.0:

non a caso uno dei primi like della storia può ricondursi al gesto degli imperatori romani che mediante un semplice pollice direzionato verso il cielo o verso terra decretavano, sul momento, la vita o la morte delle persone (si pensi all’immagine del celebre film il Gladiatore).

Non lontana da ciò è, quindi, la figura dei c.d. haters.

Non abbassare la guardia è, evidentemente, il velato messaggio di Bruna Magi che nel nuovo mondo di internet intravvede certamente capacità duttile di mettere in relazione veloce il mondo, ma che contestualmente può diventarne il baratro delle relazioni stesse nel senso più intimo del termine.

Quanto più è largo il perimetro di interscambio, tanto più si riduce la effettiva chance di costruire rapporti solidi (soprattutto al di fuori della famiglia comunemente intesa).

Anche qui si riflette un dualismo genetico del presente umano che, di contro, deve evitare di farsi sedurre dalla distorsione facile della convenienza o della moda social di essa:

la mercificazione (come direbbe Fiorella Mancini) della propria identità porta, inevitabilmente, al considerare un disvalore anche l’errore.

Privare la società della cultura dell’errore (sia esso commesso in amore, in politica, in amicizia, ecc.) sarebbe uno dei crimini più incredibilmente latenti nella storia dell’umanità.

Il punto è chi se ne potrà più accorgere quando, ormai, il mondo non sarà più educato all’empirismo dello sbaglio?

Social media.

“Visto si stampi” si propone di spronare i lettori a riscoprire lo scopo educativo delle relazioni umane condite da senso:

 siano esse frutto di tradimento, delusione, bontà, riflessione o ricordo purché alimentate da intensità.

Componente, quest’ultima, che ci fa ricordare il senso della vita oltre lo stato di naturale sopravvivenza.

 

La conclusione sul dualismo tra bontà e tradimento è, chiaramente, tutta nel valore che diamo ai nostri interessi rispetto alle cose dell’esistenza.

Un esempio su tutti è il legame affettivo con i famigliari.

 Una frase di Bruna Magi, particolarmente calzante, colpisce in maniera profonda collegandosi intimamente con quanto fin qui detto.

È legata all’esperienza tragica dell’autrice nell’aver perso prematuramente il fratello a causa di aneurisma: “Pensate che orrore, se il suo cervello fosse rimasto capace di comprendere quanto gli era accaduto”.

Bruna Magi sono certo mi perdonerà se uso questa sua frase a mo’ di metafora per rappresentare come una eventuale vittoria del tradimento nella vita (sociale, politica, culturale, amorosa, ecc.), cioè il sopraggiunto degenerativo ed inarrestabile stato emorragico valoriale, può condizionare irreversibilmente la capacità elaborativa, soggettiva o collettiva, della coscienza umana anche dinanzi ai massimi sistemi:

 su tutti la democrazia.

 

 

 

CHE FARE?

Come uscire dall’irrilevanza politica?

Il populismo può essere una risorsa.

Volerelaluna.it – (26-04-2022) - Francesco Campolongo – ci dice:

In questi anni abbiamo maturato una proficua riflessione sulla trasformazione delle forme dell’organizzazione politica nella fase di egemonia del neoliberismo.

 Se il neoliberismo costruisce solitudine, precarietà, un peggioramento delle condizioni materiali assieme alla decostruzione dei nessi comunitari, l’organizzazione politica non può che ripartire dalla ricostruzione di nessi sociali primari. Il mutualismo, l’erogazione di servizi o la riappropriazione popolare di prodotto sociale sono forme ineludibili di ricostruzione comunitaria, riconnessione di nessi solidali che dovrebbero rappresentare il tessuto connettivo delle future organizzazioni politiche popolari.

II problema, però, è che a questa ricchezza di esperienze sociali non ha corrisposto una forza politica.

Anzi, il punto di vista del lavoro, della pace e della giustizia climatica non è mai stato così debole nella politica italiana.

 Lo schema che ritenevamo tendenzialmente più efficace era quello dell’accumulazione sociale come premessa automatica della rilevanza politica.

Di più, l’intrinseca politicizzazione dei nessi mutualistici e sociali, sarebbe stata destinata, quasi meccanicamente, a produrre potenza politica, in una relazione meccanicistica tra accumulazione sociale e rilevanza politica.

Purtroppo, sappiamo che non è stato così.

Quelle comunità faticosamente ricostruite rischiano di divenire impolitiche se non ci si pone il tema di come prendere, utilizzare e cambiare il potere nelle sue forme attuali, di come rappresentare istituzionalmente l’alternativa.

Dall’altra parte, una forza politica senza una comunità politica rischia di essere incapace di organizzare un pensiero, una militanza, un impegno duraturo necessario per le sfide enormi che la nostra ambizione politica si pone.

Se la dimensione comunitaria e la rilevanza politica risultano reciprocamente necessarie bisogna conciliare, in qualche modo, i tempi diversi che necessitano le due operazioni.

 L’unica cosa che non si può fare è affidarsi all’esoterismo e alla magia, privilegiando l’attesa messianica di una proposta politica salvifica che dovrebbe magicamente arrivare da qualche fonte esterna.

Come conciliare rilevanza politica e comunità politica?

Esiste, ora, lo spazio politico per una proposta rilevante?

Le nostre post-democrazie sono tigri di carta.

Nell’esercizio politico e ideologico del pensiero unico, che nel caso italiano si declina con il leader “migliore” sostenuto dall’intero arco parlamentare, che applica le ricette “migliori” perché tecniche, la promessa democratica rimane costantemente tradita alimentando un’endemica sfiducia verso la democrazia e i suoi attori.

Ardite geometrie parlamentari vengono imbastite per negare il buon senso comune, per ostacolare domande popolari che vorrebbero salari giusti, un maggiore intervento pubblico, la pace e la lotta al cambio climatico.

Di fatto, nel contesto italiano, le proposte politiche al governo in questi anni hanno rappresentato un costante tentativo di superamento della rappresentanza classica.

 Il sistema politico italiano funziona come un pendolo che oscilla tra forme tecnocratiche, in cui il popolo viene ritenuto troppo ignorante e stupido per gestire la complessità della cosa pubblica, e forme di populismo, in cui una leadership carismatica promette la riconsegna della sovranità perduta al popolo.

 Il sistema politico composto da corpi intermedi radicati e legittimati, reciprocamente legati da un rapporto di competizione e di reciproco riconoscimento pluralistico, ormai non esiste più.

Il campo politico è fatto di spoliticizzazione, leaderismo e polarizzazione.

 Certo, non è quello che vorremmo e che ci piacerebbe, ma il campo della politica è quello che è e non si possono confondere gli obiettivi con i presupposti.

Collocato a uno dei due poli di questo pendolo, il populismo, a differenza della tecnocrazia, affronta teoricamente un punto cruciale, facendosi megafono della necessità che la sovranità popolare non venga sacrificata sull’altare di nessuna causa superiore, favorendo e rafforzando la denuncia delle attuali post-democrazie come forma di regimi antisociali, in cui si può votare periodicamente chi si vuole a patto che vinca sempre lo stesso programma.

Certo, non ci sfugge che nella sua declinazione concreta il populismo possa essere strumentale, utilizzato per negare la piena cittadinanza, sovrapporsi alla demagogia e al nazionalismo, favorire una svolta autoritaria.

Purtroppo i crinali della storia sono sempre radicalmente ambivalenti ma non possiamo riavvolgere la storia.

 La realtà sono destre radicali e sinistre neoliberiste che preservano un potere sociale oligarchico, strutturalmente antidemocratico e incapace di rispettare perfino le promesse liberali.

Proprio per questo riteniamo che, nonostante le sue pericolose contraddizioni, il populismo ci permetta di segnalare efficacemente e comprensibilmente il sequestro della sovranità democratica e popolare da parte di élite sempre più potenti, che concentrano risorse materiali e simboliche dominando il sistema politico.

All’interno di questa periodica oscillazione della politica italiana si apre lo spazio della riconquista di una rilevanza politica e istituzionale funzionale, inoltre, a rafforzare un percorso di costruzione della comunità politica.

Il Governo Draghi sembra stia scavando un solco profondo tra sé stesso e il senso comune, favorendo l’oscillazione verso il polo populista.

 Si sta aprendo una fase populista?

Nel senso comune collettivo non c’è nulla di progressista su cui fare leva?

La guerra cambia tutto, si configura come un’orrenda e tragica perdita di tempo quando l’umanità dovrebbe affrontare la sfida enorme del cambiamento climatico e della diseguaglianza sociale.

 Senza una transizione economica e sociale radicale l’umanità rischia l’estinzione, che qualcuno vuole accelerare con uno scontro nucleare di civiltà.

 Le sanzioni alla Russia e l’allungamento della guerra a data da definirsi a Washington rischiano di trascinarci in una crisi economica e sociale gravissima e pericolosa.

Milioni di lavoratori e lavoratrici rischiano di peggiorare ulteriormente la loro condizione, alimentando un blocco sociale della rabbia e della sofferenza che può sostenere proposte tanto radicali quanto ideologicamente diverse.

Come ci insegna la Francia, la partita non è chiusa per la sinistra.

Ma serve costruire un partito della pace e del lavoro, che parli alla maggioranza sociale che non vuole la guerra, che vuole combattere la catastrofe climatica e costruire un sistema economico basato sul protagonismo statale, sui diritti del lavoro e sull’innovazione.

Tutto questo, ripeto, non è solo necessario ma diviene politicamente possibile.

 Il pendolo della politica italiana torna verso il polo populista.

Mentre la società vuole la pace, la politica fa la guerra, mentre la società vuole lavoro la politica diffonde precarietà, mentre la società vuole uno stato forte che si prenda cura dei cittadini e delle cittadine la politica privatizza.

Sta a noi trasformare le prossime elezioni in un referendum tra la pace e la terza guerra mondiale, tra la transizione climatica e la catastrofe ambientale, tra il lavoro con diritti e precarietà senza lavoro.

Per cambiare, però, serve cambiarsi.

 Il populismo di sinistra, intanto, vuol dire volontà di governo, che non c’entra nulla con il governismo inteso come malattia senile del minoritarismo.

Volontà di governo vuol dire porsi l’obiettivo ambizioso di diventare il principale partito dell’area progressista italiana, di diventare egemonici ponendosi, sempre, il problema del senso comune, delle sue contraddizioni e delle sue fratture.

Non importa quanto ci vorrà ma non esiste politica senza l’ambizione del governo, delle sue complessità e contraddizioni.

Essere populisti nella contingenza attuale vuol dire lavorare politicamente nella consapevolezza che la linea divisoria della politica attuale è l’appoggio alle nuove imprese belliche del fronte atlantista:

da una parte chi vuole la terza guerra mondiale e dall’altra chi vuole la cooperazione internazionale.

Non ci prepariamo semplicemente a rappresentare minoranze idealiste ma possiamo lavorare per la costruzione di un programma realisticamente rivoluzionario, con proposte di breve, medio e lungo periodo capaci di contendere l’egemonia al campo avversario rappresentando quelle domande maggioritarie negate dalla politica.

Serve una conferenza di pace europea che disinneschi le tensioni dell’Europa Orientale, serve ridare centralità e potere al lavoro e uno stato che programmi la transizione ambientale.

Attenzione, però, a pensare che basti una convincente lista della spesa.

Serve il racconto negato di una riscossa democratica e popolare basata sul rispetto della volontà popolare, di quella maggioranza silenziosa che manda avanti questo paese.

Ritorniamo così all’inizio.

La breccia populista ci potrebbe permettere di costruire la rilevanza politica che ci manca, alimentando uno spazio politico all’interno del quale costruire e rafforzare comunità politica per una battaglia lunga e necessaria.

 La posta in palio è l’umanità.

 

 

L'arcivescovo Battaglia. Sud, povertà,

persone.

Ecco quello che deve fare la politica.

Avvenire.it – Mimmo Battaglia- (21 luglio 2021) – ci dice:

 

Lettera da Napoli alla classe dirigente: speranza e fiducia sono le vere risorse assenti nelle nostre comunità. Occorre ripartire dalle relazioni, dai legami solidali tra i cittadini, dalla dignità

Il Meridione ha bisogno di lavoro, dignità e legalità. La classe dirigente meridionale e italiana ha il dovere di partire dalle persone e dalle loro necessità

Il Meridione ha bisogno di lavoro, dignità e legalità. La classe dirigente meridionale e italiana ha il dovere di partire dalle persone e dalle loro necessità – Ansa.

La pandemia che si è abbattuta sul mondo come un castigo inflitto agli uomini dagli uomini stessi, ha fatto capire ché delicata e dolce è la Bellezza e quanto delicato fosse quindi il nostro pianeta e quanto deboli quelle culture che nei secoli, specialmente l’inizio di quest’ultimo, hanno pensato di dominarlo e piegarlo agli egoismi di pochi.

Le economie mondiali hanno tutte mostrato la propria fragilità e la globalizzazione, che tutte le orienta, ha così mostrato i suoi piedi d’argilla, rivelando quanto fossero inutili le scarpe eleganti e costose di cui erano rivestiti.

Tutti i governi sono corsi ai ripari inventando provvedimenti urgenti che potessero arrestare il corso sempre più drammatico impresso dal Covid 19 e ridurre così le sue più gravi conseguenze sui sistemi economici e su quello, non certo meno importante, che, dall’interno del primo, presiede alla tutela della salute e alle cure dei malati.

Frementi e angosciati, uomini e donne hanno atteso che al più presto la Ricerca offrisse all’Umanità un vaccino capace di sconfiggere il virus e di restituire tempo e spazio, libertà e creatività a ciascun essere umano, per ricostruire tutti insieme un nuovo futuro e un vero Progresso, al posto di questo troppo bugiardo.

La via l’ha indicata in quei primissimi giorni papa Francesco che, mentre le piazze e le strade erano deserte, ha di fatto raggiunto con il suo appello ogni casa d’Italia e del mondo, esortando tutti a essere diversi, a diventare migliori, operando per una comunione più forte tra le persone e tra queste e i governanti, affinché dalla terribile pandemia potesse nascere un mondo più bello e più sano.

Un mondo fondato sulla vera eguaglianza, sulla donazione di ciascuno verso l’altro e sullo slancio di tutti verso la comunità umana. Che è una e indivisibile.

Il vaccino, in diverse vesti, pure quella della vecchia speculazione economica e degli egoismi miserevoli, è arrivato e così la speranza è riapparsa.

Il dolore immane per i milioni di morti e per le lunghe sofferenze lasciate sui sopravvissuti, accoglie con sollievo la certezza che altrettante vite saranno salvate.

L’Europa, dopo le molte incomprensioni tra i Paesi membri, alcune davvero assai spiacevoli sul piano morale, ha varato un piano di intervento molto importante che prevede l’utilizzo di circa settecento miliardi di euro da distribuire agli Stati dell’Unione sulla base di una linea politica improntata al rigore gestionale e al varo delle tante attese riforme strutturali.

Il 40 per cento di queste risorse è assegnato a fondo perduto, cioè non soggette a restituzione, mentre il 60 per cento è stato concesso in prestito con un tasso di interesse definito da alcuni ragionevole.

Non sono soldi piovuti benevolmente dal cielo e non v’è alcuna vera gratuità in essi. Li pagheranno i cittadini.

Più avanti, con le conclamate riforme, vedremo a quale prezzo, ma gli annunciati aumenti del costo di alcuni beni di prima necessità (luce e gas per il momento), fanno udire fin da ora i drammatici squilli di tromba della povertà e dell’egoismo.

All’Italia arriveranno (una prima parte a fine luglio, viene assicurato), circa duecentocinquanta miliardi di euro, di cui sessantanove a fondo perduto. Il Parlamento, poche settimane addietro, ha varato quasi all’unanimità i provvedimenti per l’attuazione dei progetti relativi ai fondi assegnati al nostro Paese.

Essi sono racchiusi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), lo strumento cioè che dovrà attuare in Italia il programma Next Generation Eu. Quante parole nuove di sé stesse, quante sigle affabulatrici!

Il Piano si articola su sei linee di movimento, che i tecnici chiamano con un termine solenne, “missioni”. Esse sono: 1) digitalizzazione (innovazione, competitività e cultura); 2) rivoluzione verde e transizione ecologica; 3) infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4) istruzione e ricerca; 5) inclusione e coesione; 6) salute.

Sembra ci sia tutto. I soldi, questa volta ci sono.

I progetti e gli strumenti attuativi, ci sono pure.

Un governo che orienti, vigili e direttamente operi, c’è pure, come anche è presente un Parlamento determinato, con tutte intere le forze politiche, a sostenerne i piani e gli sforzi.

 Forse è la prima volta, almeno a mia memoria, che in un’emergenza così drammatica istituzioni europee, Italia, partiti e forze sociali, si ritrovano insieme nella comune volontà di realizzare fatti necessari alla ripresa delle economie e della piena vita sociale.

 C’è tutto, quindi? Si può stare tutti tranquilli?

Io sono un prete e un vescovo per quanto abbia letto e studiato, e mi sforzi ancora di farlo, tutto il voluminoso dossier, così elegantemente rivestito di formule e di titoli affascinanti, che da mani a mani, dall’Europa è giunto fino a noi, avverto la sensazione che manchi ancora qualcosa.

Lo sguardo fiducioso della gente, per esempio.

Quello sguardo così profondo che muove poi le coscienze per trasformarle in forza unitaria e partecipativa, in azione politica dal basso a favore di una vera cultura della solidarietà, che non può che essere la fratellanza umana, è necessario a ogni progetto di governo affinché abbia più forza lo spirito democratico che deve accompagnare sempre ogni decisione politica.

Ché nella Democrazia, luogo privilegiato per la tenera custodia della libertà, si deposita il senso umano delle cose.

La gente, però, è stanca.

Per lunghi anni ha dovuto sostenere il peso di una crisi che è stata scaricata impunemente proprio da chi l’ha provocata, in tutto o in parte, come una colpa da attribuire a persone e famiglie: la colpa di vivere e di consumare risorse.

 Tale atteggiamento non ricorda forse quella cultura senza pensiero e priva di generosità che è diventata parola avvelenata in taluni paladini della produttività che in pieno dramma Covid hanno descritto i nostri vecchi come persone inutili, rei di non essere produttivi e di vivere, come se rubassero, della loro pensione.

Di quel piccolo provento, cioè, frutto di anni interminabili di duro lavoro e che ancora oggi, spesso sostituendosi a uno Stato che ha dimenticato la preghiera laica della vicinanza ai più deboli e bisognosi (lo chiamavano Welfare, quando c’era) essi, i “guerrieri della “quarta età”, interamente impiegano per sostenere figli e nipoti espulsi dal mondo del lavoro o che il lavoro non riescono a trovare.

Che straordinaria estensione dell’Amore, questa, a cui però non si accompagna la Politica che di quel sentimento paterno dovrebbe alimentarsi. Sempre!

Io sono un prete, un umile servo del Signore, un appassionato del Vangelo, un uomo che ha fatto tutta la sua “peregrinazione” verso la Verità ricercando nella giustizia un suo fondamento, nell’ancora troppo lontano Sud.

Dalla Calabria sono giunto per volontà del Signore nella Città che ancora il Sud rappresenta in tutte le sue dimensioni e contraddizioni, in tutti i suoi colori chiari e scuri e in tutte le sue melodie, festose e tristi.

Napoli è una Città bellissima. Tutto il Sud è una terra bellissima.

Di questa estesa terra ricca di paesaggi e di storie, di mare e di cielo limpidi, di monti leggeri e di valli ondulate, di cultura e di umanità, di pensiero alto e di braccia forti, di incanto meraviglioso e di mani incallite, ho visto, e ancora da questo luogo straordinario vedo, le sofferenze degli uomini e delle donne, il loro coraggio di combattere ancora.

La loro vivida intelligenza e profonda bontà.

Ho visto, e vedo, le ingiustizie inflittegli anche da chi - a causa di un antico e reiterato preconcetto - considera il Sud una zavorra e non una risorsa, credendo di poter agganciare il treno dell’Europa abbandonando sul binario morto quella parte del Paese che in più di mezzo secolo gli ha offerto non soltanto le braccia per le industrie, ma anche le intelligenze per farlo diventare quel ricco e potente territorio che è.

Del Sud ho visto, e vedo ancora, le terre arse e i volti di marinai e braccianti bruciati dal sole e dalla fatica “tradita”.

 

E il viso triste di giovani in attesa.

Uno sguardo triste il loro, ma non domo.

Ho visto pure le solitudini degli abbandoni. E la condizione di isolamento, territoriale oltre che economico e politico, in cui il Sud viene ancora tenuto rispetto al resto del Paese per non dire dell’Europa.

 Un abbandono insistente, anche se talvolta mitigato da promesse insincere o che si interrompono a metà, perpetrato da un potere e da una classe dirigente troppo distanti.

 Classe dirigente, generalmente intesa, che da queste parti si affaccia per utilizzarlo, il Sud, come riserva di caccia di voti o come un utile consumatore di beni altrove prodotti.

Ecco, come prete e come uomo del Sud sento, forse mi sbaglierò - ovvero vorrei tanto sbagliarmi - che a questo Piano “nazional-europeo” manchi il Sud.

 Manchi il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica.

E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità.

 I poveri in carne ed ossa, uomini, donne e bambini, volto per volto, nome per nome, che spero finalmente fuoriescano da quelle fredde statistiche che non impressionano più un’Italia divisa su tutto e che rischia di esplodere in una guerra intestina tra egoismi intrecciati, sopra la quale ogni giorno più indifferente sta quella parte progressivamente più ristretta di ricchi sempre più ricchi.

Chi sono i poveri oggi?

Sono quelli che ancora le statistiche misurano sulla base di ciò che possiedono di misero in un contesto miserevole. In poche parole, formule numeriche che misurano la fame delle persone e la quantità di cibo che riescono a portare a tavola, in abitazioni assai incerte, il cui tetto, per tanti in numero crescente, è il cielo che li copre senza che qui esso acquisti nulla di poetico e di romantico.

I poveri sono ovunque nel Paese, dispersi e nascosti nelle pieghe del proprio pudore e della ipocrisia di chi fa finta di non vederli, se non in qualche telegiornale, ingannevolmente di inchiesta, che li riprende davanti alle mense della Caritas, irrispettosi della loro dignità umana e di quella della “cittadinanza” sequestrata.  I poveri sono anche le regioni povere, le terre inaridite e assetate dell’acqua che si perde nello spreco e nelle condotte inesistenti o rovinate.

 Le terre consumate dal cemento e dal cedimento per incuria o per devastazioni diverse.

I poveri, sono il lavoro.

Quello che manca e quello dequalificato, quello sfruttato e quello mal pagato. Sono il lavoro che uccide nelle fabbriche “distratte”, nei cantieri insicuri, nei campi della nuova schiavitù, dove quella carne umana sopravvissuta al mare viene comprata e venduta a pochi euro.

 I poveri sono il lavoro, la questione oggi delle questioni irrisolte di un nuovo capitalismo cinico e beffardo quanto crudele e stupido.

Un lavoro, sottopagato, che spesso dequalifica e aliena giovani che hanno studiato tanti anni, non solo per sentirsi nobilitati secondo quell’antico principio, ma per sentirsi protagonisti della crescita complessiva della società, costruttori della ricchezza per tutti.

 La ricchezza, non dimentichiamolo, che è di tutti. Sempre.

I poveri, sono anche quella politica che, disgiunta dalla morale, si priva della sua intima natura, del suo scopo primario, lasciandosi cosi logorare dalla corruzione dilagante e non di rado dall’incompetenza devastante.

 E così la politica dimentica il suo fine “primo”, che è realizzare l’impossibile, il sogno.

 E non è affatto vero che i sogni siano castelli di sabbia dimenticati al mare della nostra fanciullezza, recuperabili in età avanzata per non “morire” completamente di nostalgia e rimpianto.

Come vero non è che la felicità non sia di questo mondo, se essa si fonda sulla realizzazione del bello e del giusto e del vero.

Per ciascun essere umano.

Il Mezzogiorno, all’interno del Piano di resilienza, non può essere, pertanto, soltanto un’area da risollevare e neppure, se anche lo si volesse, un motore che ne accenderebbe altri.

È il luogo, invece, dove si può compiere, insieme alle storiche riparazioni dei danni provocati, un’autentica opera di giustizia e di umanizzazione della Politica.

Il luogo in cui può nascere, proprio per la consistenza delle risorse e degli strumenti europei, un nuovo modello di sviluppo fortemente proiettato alla costruzione del vero Progresso.

Un modello che punti decisamente, attraverso le mani e la testa e il cuore di una classe dirigente aperta, colta, matura, “innamorata” della Bellezza, alla valorizzazione delle proprie risorse.

A partire da quelle, anche umane, già presenti nel territorio, che l’emergenza planetaria, al Covid preesistente, indicano quali “salvavita”.

Sono le risorse che abbiamo colpevolmente dimenticato: la terra, madre sempre benigna e generosa, l’acqua sua figlia prediletta, il cielo con l’aria da “liberare”, il mare da restituire pienamente alla sua grazia così ricca di beni, i fiumi da proteggere dal rischio, che essi stessi soprattutto subiscono, di tracimare modificandosi e rovinando il territorio, invece che scendere dolcemente verso il mare che li accoglie.

Sono i doni di Dio per tutti gli esseri umani e di cui il Mezzogiorno ampiamente dispone ancora.

Ma sentiamo forte la necessità di Giustizia sociale, senza la quale non potrà mai esservi pace.

Troppo spesso i poveri sono stati offesi con generalizzazioni ingiuste, che non tengono conto della dignità, delle aspirazioni, dei sogni, dei talenti di ognuno.

Nella dimensione della “prossimità”, ripartire dagli ultimi significa metterli concretamente al centro di un processo di “liberazione” teso a restituire loro piena dignità umana.

Se pensiamo ad esempio alle politiche delle nostre città, ai servizi verso i cittadini più deboli e fragili, e proviamo a farlo attraverso le chiavi di lettura della Giustizia, non potremo più limitarci a percorsi meramente assistenziali, diritti sociali che appaiono come concessioni, come un lusso che non sempre ci si può permettere.

La Politica, se davvero vorrà riscrivere la storia di questi territori, avendo cura anche e soprattutto dei propri figli più fragili, dovrà riaccendere la fiamma della Speranza e ritessere i fili della Fiducia.

Due elementi, Speranza e Fiducia, che sono al momento le vere risorse assenti nelle nostre comunità.

Si tratta di ripartire dalle persone, e quindi dalle relazioni, riattivando i legami solidali tra i cittadini.

 Occorre restituire loro la dignità, e quindi l’orgoglio, di essere meridionali.

Ma per farlo occorre ripensare ad un modello di sviluppo che sia integralmente sostenibile, che parta dalla consapevolezza che «tutto è connesso» riconoscendo la relazione profonda ed inscindibile tra la sfera sociale, spirituale, economica e ambientale, come pure quelle fra dimensione locale e dimensione globale.

Se davvero si vorrà costruire una nuova prospettiva di futuro, il modello di sviluppo dovrà vedere protagoniste le persone che formano le comunità, quale intreccio di relazioni, identità ed appartenenza.

Sono i sogni, le aspirazioni, i legami e le interazioni tra le persone che conducono alla individuazione del modello più coerente con il “sentire” della comunità. Il territorio rimane quindi strumento, complemento oggetto, di un processo in cui soggetti attivi restano le persone.

Il compito dell’uomo che governa è davvero quello di fare della Politica la propria missione, la propria “più alta opera di carità”.

Oggi, non domani.

Nella vita delle persone e in quella della natura, non ci sono partite da giocare ai tempi supplementari e vincere poi ai rigori, come i nostri ragazzi hanno “eroicamente” fatto in quel di Wembley, richiamando tutti al dovere gioioso dell’unità di popolo.

Quell’unità sincera che commossi pur se preoccupati, abbiamo visto nello spettacolo del tricolore che ha camminato da cuore in cuore, da coro in coro, in tutte le piazze italiane.

 Quell’unità che io auspico, con l’ausilio di forze politiche che operino concretamente ed esclusivamente per il bene dell’Italia, permanga nel tempo del pieno recupero dell’identità smarrita.

 Una identità bella, la nostra, che con il buon vento del Sud voli lontano e si mescoli felicemente in quella del popolo europeo.

E più alto e più giù ancora voli, senza stancarsi, verso la più nobile delle bandiere e la più bella delle nazioni, quella dell’intera umanità e del mondo pacificato nella giustizia.

Con umiltà ed amore.

 

 

 

Il potere delle multinazionali

ai tempi del Covid-19.

Osservatoriodiritti.it - Francesco Gesualdi – (17 Novembre 2021) – ci dice:

 

Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo stila anche quest'anno l'elenco delle maggiori multinazionali al mondo in un report che analizza alcuni esempi critici. Gli approfondimenti di questa Top 200 riguardano Amazon, Pfizer e Moderna, cresciute molto con la pandemia. Due focus sono dedicati all'economia dei militari.

La pandemia ha stipato i forzieri di alcune delle maggiori multinazionali al mondo, che ne sono uscite peraltro con un’immagine da “salvatori della patria”.

Le chiusure e le limitazioni agli spostamenti, che si sono abbattute improvvise in tutto il mondo, hanno rilanciato la crescita esplosiva di Amazon.

Così come Big Pharma, a partire da Pfizer e Moderna, si è arricchita prima con le sovvenzioni pubbliche alla ricerca, poi con la vendita dei vaccini contro il Covid-19.

Eppure questi giganti globali continuano a lasciare dietro di sé delle ombre oscure.

 Come ha rilevato l’ultima edizione di Top 200, un dossier a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che, oltre a fornire le informazioni di base sulle prime duecento multinazionali, contiene schede di approfondimento su situazioni di particolare interesse (i dati sono relativi al 2020).

Oltre a indagare i comportamenti del colosso mondiale dell’e-commerce e delle società farmaceutiche statunitense, il documento, diffuso giusto alcuni giorni fa, dedicata una sezione per aiutare a capire come i regimi militari di Egitto e Myanmar siano riusciti a mettere le mani sull’economia nazionale.

Amazon è tra le maggiori imprese multinazionali: profitti stellari, tasse ai minimi.

Il primo approfondimento riguarda Amazon, la cui segretezza forse non ha eguali. Tutta l’organizzazione ruota intorno a uno sforzo costante: ottenere il massimo vantaggio possibile dalle diverse legislazioni fiscali esistenti nei vari Paesi del mondo.

L’impero fondato da Jeff Bezos è ormai il terzo gruppo mondiale per fatturato e il quinto per capitalizzazione, eppure non offre un prospetto della propria struttura di gruppo, non offre una lista completa delle proprie filiali e della loro localizzazione, non dà un numero complessivo dei propri dipendenti, né la loro suddivisione geografica e per settori.

La capogruppo, Amazon.Com Inc, è registrata nel Delaware, paradiso fiscale statunitense.

E in Europa Amazon ha costruito un’impalcatura finanziaria del tutto particolare, che le permette di convogliare in Lussemburgo tutti i profitti del Continente.

Nel 2020 la controllante europea Amazon Europe Core ha dichiarato profitti per oltre 2 miliardi di euro, pagandoci sopra solo 21 milioni di imposte (appena l’1%), mentre la controllata Amazon Eu, che dal Lussemburgo coordina tutte le filiali europee, ha dichiarato perdite per 1,2 miliardi di euro, aggiudicandosi un credito fiscale di 56 milioni di euro.

E benché la Commissione europea abbia fatto ricorso alla Corte Europea per fare cessare il trattamento di favore di cui gode Amazon da parte dello Stato lussemburghese, il procedimento si è concluso con la sentenza del 12 maggio scorso, che ha stabilito che Amazon non ha goduto di alcun vantaggio selettivo da parte del Lussemburgo.

Segno che se non si cambiano le legislazioni ne usciranno sempre verdetti iniqui.

Multinazionali, gli esempi delle farmaceutiche Pfizer e Modena.

 

Un’altra scheda di Top 200 si concentra sull’economia dei vaccini anti Covid-19, con particolare riferimento a Pfizer e Moderna, che hanno prodotto i vaccini andati poi per la maggiore.

 I profitti che hanno macinato nel 2020 sono stati enormi, realizzati con soldi pubblici perché entrambe hanno ricevuto fiumi di miliardi da parte dei governi, in particolare quello statunitense.

E ciò nonostante, nel 2021 hanno imposto un aumento di prezzo sui nuovi contratti di acquisto stipulati con la Commissione europea.

L’approfondimento riporta tutti i numeri dei sostegni pubblici ricevuti, dei fatturati e dei profitti realizzati, con un occhio anche su quanto spendono per fare lobby sui poteri politici.

Pressione andata a segno considerato che, nonostante le dichiarazioni del presidente statunitense Joe Biden, l’Organizzazione mondiale del commercio non ha approvato la sospensione dei brevetti richiesta da India e Sudafrica. La conferma che l’economia comanda e la politica esegue.

Multinazionali in cerca d’immagine: l’importanza della reputazione.

Un altro articolo pubblicato dal report Top 200 la dice lunga sullo sforzo delle imprese per vendersi migliori di quello che sono e riguarda una ricerca condotta nel 2021 da Amo, una società di consulenza al servizio delle imprese per aiutarle a proteggere la propria reputazione.

L’analisi condotta sui codici etici e sui rapporti sociali di 525 multinazionali sparse in 22 paesi, ha messo in evidenza che le imprese cercano di dare una buona descrizione di sé auto-dipingendosi sotto tre profili: modo di essere, modo di lavorare, rapporto con gli altri (stakeholders).

 

I vocaboli utilizzati sono i più vari: da audacia a coraggio, da resilienza a tenacia, da cura a compassione, da pazienza a entusiasmo, da bellezza a efficienza, ma la stessa Brooke Masters, analista del Financial Times, in un articolo del 22 luglio 2021, ha scritto: «Sospetto che l’uso di parole d’ordine così impegnative risieda nel fatto che sono estremamente difficili da misurare.

La loro vaghezza permette alle imprese di citarli come principi di riferimento, senza sapere di cosa stiamo parlando».

Se lo dice il Financial Times, c’è proprio da crederci!

 

Egitto e Myanmar: l’economia dei militari.

Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo ha dedicato un approfondimento anche all’economia dei militari in Egitto e Myanmar, due paesi a regime dittatoriale fra i peggiori del mondo.

 Reperire informazioni su questi sistemi è stato piuttosto difficile, considerato l’alone di segretezza in cui operano.

Tuttavia appare chiaro che in entrambi i casi i militari controllano non solo la produzione bellica, ma anche i gangli centrali dell’economia nazionale con l’obiettivo di rafforzare il potere dei militari e arricchire i capi dell’esercito.

 In Egitto un altro obiettivo che appare chiaramente è il controllo dell’informazione, operazione affidata ai servizi segreti che hanno la proprietà delle principali testate giornalistiche e televisive tramite specifiche società ombra.

Ma non è sempre stato così.

All’inizio in Egitto l’obiettivo dei militari era solo la produzione bellica, ma con la scusa che i soldati debbono anche mangiare, vestirsi, lavarsi, l’esercito ha gradatamente esteso la propria presenza a molti altri settori: dalle fattorie all’allevamento di pesci, dalle industrie alimentari a quelle farmaceutiche, dagli stabilimenti chimici a quelli elettronici.

 E pensando al bisogno di svago degli ufficiali, l’esercito ha finito per occupare anche l’industria del turismo, giungendo a gestire oltre 600 alberghi e vari villaggi turistici.

Uno dei progetti più grandiosi dei militari, che sta molto a cuore al presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, riguarda la costruzione di una nuova capitale amministrativa, una sorta di città satellite del Cairo, totalmente gestita dall’esercito.

Altri grandi cantieri comprendono l’ampliamento del Canale di Suez e la costruzione di nuove città che avrebbero l’intento di decongestionare le aree situate attorno al Nilo, da sempre sovrappopolate.

Non è noto il numero di stabilimenti gestiti, né dei dipendenti.

Secondo alcuni, in Egitto i militari controllano tra il 15 e il 40% del prodotto interno lordo del Paese.

 Secondo Al Sisi, non supera il 3 per cento.

Stabilire dove stia la verità è pressoché impossibile perché non esiste trasparenza.

Non si conoscono i bilanci delle imprese gestite dai militari, i loro risultati economici, i percettori degli eventuali profitti, l’ammontare dei contributi pubblici messi a loro disposizione. Tutto è avvolto nel mistero.

Di sicuro, però, si sa che la lunga mano dei militari arriva fino al controllo dell’informazione, addirittura per il tramite dei servizi segreti, che possiedono le più importanti testate televisive e giornalistiche.

Le pietre preziose dell’esercito birmano.

Quanto al Myanmar, dove è facile immaginare che la situazione sia diventata ancora più drammatica in seguito al colpo di Stato del 1° febbraio 2021, la presenza dei militari è presente in tutti i gangli più importanti dell’economia Paese e, in particolare, nel settore dei minerali preziosi.

Da una ricerca pubblicata nell’agosto 2019 dalle Nazioni Unite, si apprende che l’esercito del Myanmar possiede ben 23 società dedite ad estrazione e commercio di giada e rubini.

 Ed è proprio nelle aree minerarie che si registrano i comportamenti peggiori che hanno reso l’esercito del Myanmar tristemente famoso per la violazione dei diritti umani.

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