Alimenti, clima, inflazione.

 

Alimenti, clima, inflazione.

 

Cibo, la crisi energetica e crisi climatica

sta arrivando sulle tavole italiane.

Greenreport.it – Redazione – (23 agosto 2022) – ci dice:

 

Coldiretti: «Il balzo dell’inflazione spinto dalle quotazioni record del gas costerà alle famiglie 564 euro in più nel 2022»

Al Meeting di Rimini la principale associazione di agricoltori italiani (Coldiretti) ha presentato il report “L’autunno caldo degli italiani a tavola fra corsa prezzi e nuovi poveri”, in cui si sa che, a causa dei rincari del cibo, in autunno saranno «a rischio alimentare oltre 2,6 milioni di persone» in Italia.

Una realtà dovuta alla concomitanza di molteplici criticità che gravano, contemporaneamente, sul comparto agroalimentare: dalla crisi climatica – col suo lascito di eventi meteo estremi – all’inflazione guidata in primis dall’aumento dei costi energetici.

«Il balzo dell’inflazione spinto dalle quotazioni record del gas – precisa la Coldiretti – costerà alle famiglie italiane 564 euro in più solo per la tavola nel 2022, a causa del mix esplosivo dell’aumento dei costi energetici legato alla guerra in Ucraina e del taglio dei raccolti per la siccità che aumenta la dipendenza dall’estero e alimenta i rincari».

L’associazione stima che la categoria per la quale gli italiani spenderanno complessivamente di più è il pane, pasta e riso, con un esborso aggiuntivo annuale di quasi 115 euro, e precede sul podio carne e salumi che costeranno 98 euro in più rispetto al 2021 e le verdure (+81 euro).

 Seguono latte, formaggi e uova con +71 euro e il pesce con +49 euro, davanti a frutta e oli, burro e grassi.

L’esplosione del costo dell’energia – sottolinea la Coldiretti – ha un impatto devastante sulla filiera, dal campo alla tavola, in un momento in cui la siccità ha devastato i raccolti «con perdite stimate a 6 miliardi di euro, pari al 10% della produzione nelle campagne», dove il 13% delle aziende agricole è già in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività.

In agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio ma aumenti riguardano l’intera filiera alimentare con il vetro che costa oltre il 30% in più rispetto allo scorso anno, ma si registra un incremento del 15% per il Tetrapak, del 35% per le etichette, del 45% per il cartone, del 60% per i barattoli di banda stagnata, fino ad arrivare al 70% per la plastica, secondo l’analisi Coldiretti.

«Per questo abbiamo presentato a tutte le forze politiche un piano in cinque punti per garantire la sopravvivenza delle imprese agricole, investire per ridurre la dipendenza alimentare dall’estero e assicurare a imprese e cittadini la possibilità di produrre e consumare prodotti alimentari al giusto prezzo», afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare l’importanza di «non perdere 35 miliardi di fondi europei per l’agricoltura italiana nei prossimi cinque anni ma anche la necessità di attuare al più presto le misure previste dal Pnrr.

 Ma serve accelerare anche sul bando del fotovoltaico, che apre alla possibilità di installare pannelli fotovoltaici sui tetti di circa 20mila stalle e cascine senza consumo di suolo, contribuendo alla transizione green e riducendo la dipendenza energetica del Paese».

Ma lo spazio per il fotovoltaico non può essere solo quello a disposizione sui tetti delle cascine:

 per far fronte alla doppia crisi energetica e climatica, oltre ai piccoli impianti distribuiti servono infatti anche quelli più grandi (utility scale) e i terreni non mancano, dato che in Italia esistono oltre 1,2 milioni di ettari di superficie agricola non utilizzata, senza dimenticare che le coltivazioni agricole non sono affatto in opposizione col fotovoltaico, ma possono anzi essere utilmente integrate in configurazioni agri voltaiche.

Al contempo, per Coldiretti è strategico «colmare il deficit alimentare dell’Italia che produce appena il 36% del grano tenero che le serve, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73% dell’orzo, il 63% della carne di maiale e i salumi, il 49% della carne di capra e pecora mentre per latte e formaggi si arriva all’84% di autoapprovvigionamento.

 Una situazione determinata soprattutto dai bassi compensi riconosciuti agli agricoltori».

Al di là dei forti rincari attualmente legati all’inflazione, infatti, prezzi del cibo troppo bassi non sono più sostenibili.

 Come però non lo sono neanche produzioni agroalimentari eccessivamente impattanti – come accade con un eccesso di allevamenti intensivi –, chiamandoci a rimodellare i consumi alimentari.

 In primis diminuendo il consumo di prodotti animali.

 

 

Rapporto Coop 2022. Tra clima,

guerra e inflazione i consumi

alimentari resistono, ma per quanto ancora?

Horecanews.it – Redazione 2 – (9 settembre 2022) – ci dice:

 

Presi dalle difficoltà economiche, gli italiani si adattano ripartendo da sé stessi e risparmiando come possono.

Ecco il Rapporto Coop 2022, che mostra una filiera del cibo ancora in ottima forma, ma con diverse nuvole all'orizzonte.

Il sommarsi simultaneo di una serie di eventi quali le conseguenze della pandemia, la crisi climatica, la guerra e l’inflazione ha innescato nei primi mesi del 2022 una tempesta perfetta di cui vediamo propagarsi gli effetti ogni giorno.

Il Rapporto Coop 2022 riflette sulla situazione contingente e ci parla di come gli italiani vivono il presente, cosa si aspettano dal futuro e con quale spirito si approcceranno ai consumi da questo momento in avanti.

Se durante la minaccia del Covid il mondo era impegnato a far fronte alla pandemia e alle difficoltà economiche innescate, l’invasione della Russia nei territori ucraini ha creato un effetto recessivo immediato sull’economia mondiale.

Il Pil globale sconta un ribasso dal +5,7% del 2021 al +2,9% previsionale del 2022 e per l’Italia, le previsioni di crescita del Pil si attestano al +3,2% per il 2022 e al +1,3% per il 2023.

 I temi ambientali occupano e preoccupano gli italiani:

il 38% ritiene che il prossimo accadimento epocale sarà dovuto proprio al climate change, il 56% pensa che questa emergenza debba avere la massima priorità a livello nazionale e internazionale.

L’Italia del 2022 si scopre a conti fatti un Paese più vulnerabile con la classe media sempre più in difficoltà, mentre il divario tra poveri e ricchi aumenta.

Infatti, ad esempio, nel post pandemia crescono le vendite di immobili oltre il milione di euro e di auto di valore.

Ma nella maggior parte dei casi, per gli italiani tornano le grandi rinunce: non si comprano più auto, né gli elettrodomestici o nuove case.

Gli italiani, compressi tra i prezzi che aumentano e i salari che rimangono inchiodati, vedono scivolare in basso il loro potere d’acquisto e hanno già iniziato a cercare con insistenza altre possibili vie d’uscita.

La filiera del cibo in Italia: la spending review non tocca il carrello.

La tempesta perfetta non poteva infine risparmiare la filiera del cibo, anzi ha trovato proprio nelle catene di approvvigionamento globali uno dei suoi principali epicentri.

Oggi il mercato italiano sembra manifestare una dinamica inflattiva dei prodotti alimentari lavorati prossima alla doppia cifra, ma ancora in ritardo rispetto ad altri Paesi europei (da noi un +10% a fronte del +13,7% della Germania o del +13,5% della Spagna).

Allo stesso tempo in maniera inattesa, nonostante questa spinta dei prezzi, i volumi di vendita hanno tenuto (+7,8% primo semestre 2022 vs 2019), complice la calda e lunga estate italiana, il ritorno del turismo straniero e la capacità della distribuzione moderna di imporsi sugli altri canali di vendita specializzati.

 Il mercato italiano è però al momento l’unico a mantenere un trend positivo dei volumi (+ 0,5% contro -5,4% del Regno Unito, -3,7% della Germania, -2,3% della Francia e -1,3% della Spagna) e questa differenza come il ritardo all’incremento dei prezzi sembra presagire ad una inversione di tendenza imminente.

Pur di fronte a questo scenario non favorevole, la spending review degli italiani per la prima volta da decenni non tocca il cibo.

 Sono 24 milioni e mezzo gli italiani che nonostante l’aumento dei prezzi non sono disposti a scendere a compromessi nelle loro scelte alimentari enei prossimi mesi prevedono di diminuire la quantità ma non la qualità del loro cibo.

 Ritorna anche il coking time sperimentato in lockdown; si passa più tempo nella preparazione dei pasti e ci si impegna a sperimentare nuovi piatti.

Ma forse la maggiore evidenza del nuovo valore assegnato al cibo dagli italiani è il sorprendente mancato ricorso ad una netta diminuzione degli acquisti (-0,1% di effetto mix negativo nel primo semestre) che invece è stata la prima risposta alle difficoltà nelle precedenti crisi economiche.

 Probabilmente con il peggiorare della situazione gli italiani vi faranno nuovamente ricorso, ma attualmente il carrello non è più la miniera da cui attingere per finanziare altri consumi, ma un fortino da proteggere. Forse è questa una delle principali eredità del post pandemia.

Al tempo stesso il cibo a cui non si intende rinunciare pare essere soprattutto quello più sobrio e basico, senza orpelli e sovrastrutture;

 l’italianità e la sostenibilità sono gli elementi imprescindibili che erodono mercato a altre caratteristiche in passato maggiormente ricercate.

Così compaiono meno sulle tavole i cibi etnici, le varie tipologie di senza (senza glutine, senza etc.), i cibi pronti e anche il bio pare subire una battuta d’arresto.

La quota di italiani che segue uno stile alimentare biologico è diminuita del 38%.

Le stesse marche leader sembrano sacrificabili, rispetto al 2019 hanno registrato una contrazione della quota di mercato passando dal 14,9% di quell’anno al 13,1% 2022 (-1,8 pp), mentre la marca del distributore continua la sua avanzata, con una quota di mercato che nel 2022 sfiora il 30% (+2 rispetto al 2019).

Incognite per la grande distribuzione.

Il 2022 (e forse ancor di più il 2023) potrebbe essere l’anno più difficile della storia della grande distribuzione organizzata in Italia.

 Da un lato, infatti, le imprese retail devono fare i conti con l’eccezionale rincaro dei listini industriali e l’esplosione del caro energia.

Dall’altro dalle difficoltà della domanda finale e dalla necessità di attutire l’effetto sulla capacità di acquisto del consumatore.

Ad oggi, infatti, i prezzi dei beni alimentari venduti dall’industria alle catene della Gdo sono cresciuti del 15% rispetto allo scorso anno (var % tendenziale luglio-agosto 2022-2021), mentre l’inflazione alla vendita nello stesso periodo ha fatto segnare un valore di poco superiore al +9% (il differenziale fra il prezzo all’acquisto e quello alla vendita segna un -5,7% a tutto svantaggio della grande distribuzione).

 E a schizzare in alto sono soprattutto i prezzi all’acquisto dei prodotti basici, così l’olio di semi segna un +40,9%, quello di oliva un +33,1% e ancora la pasta (+30,9%, la farina +25,4%).

Contemporaneamente, dopo lo tsunami energia che si è abbattuto anche sulla grande distribuzione, i costi energetici che nel 2019 valevano l’1,7% del fatturato sulla base dei futures sull’energia si moltiplicheranno almeno per tre volte raggiungendo nel 2022 una incidenza del 4,7% e del 5,2% nel 2023.

 

Questo drammatico incremento dei costi è tanto più preoccupante se si considera che il retail alimentare è un settore strutturalmente a bassa redditività, dove piccole variazioni dei margini possono seriamente compromettere la tenuta dei conti economici.

Basti qui ricordare che (dati Mediobanca) il Valore Aggiunto trattenuto in media dalle imprese della Gdo nel 2021 è stato pari a 14,7%, l’Ebitda del 5,3% e l’Ebit del 2,6%.

Allo stesso modo ogni 100 euro spesi dal consumatore l’utile netto per i retailer è stato appena superiore ad 1,5 euro.

Per il resto, seppur il 2022 registra per la Gdo un lieve ritorno alle espansioni delle superfici, per lo più a discapito dei punti vendita di prossimità, è il discount a registrare ancora una volta la maggiore crescita mentre prosegue il declino del formato dell’ipermercato.

 E l’e-grocery che sembra aver perso quella spinta propulsiva, peraltro drogata dal lockdown, si mantiene su quote molto basse soprattutto se paragonate al resto d’Europa; nel 2021 si attesta su un 2,9% con previsioni 2030 che non superano il 6% a fronte di ben altro dinamismo in casa degli inglesi (dal 12% al 19%) o dei francesi (dall’8,6% al 16%).

 

 

 

Nel Mondo “Libero”

 

 Conoscenzealconfine.it - Weltanschauung – (20 Dicembre 2022) – ci dice:

Nel mondo “libero” non c’è spazio per dubbi, quesiti scomodi, confronti od opinioni divergenti da quelle “ufficiali”.

Nel mondo libero, siamo schiavi della libertà.

Nel mondo libero, un medico non può sconsigliare ad un suo paziente di assumere un farmaco, altrimenti la sua condotta è passibile di segnalazione all’ordine professionale.

Nel mondo libero, chiunque si discosta dalla narrazione dominante, pur adducendo motivazioni valide a sostegno delle sue tesi, si involve inevitabilmente in un “no qualcosa”, da schernire pubblicamente e mettere alla gogna.

Nel mondo libero, i diritti un tempo intangibili si trasformano in concessioni, spesso a tempo determinato.

Nel mondo libero, è stato legittimato un lasciapassare per lavorare e vivere ed i bambini hanno vissuto mascherati come ladri per due anni, senza che nessuno facesse un fiato.

Nel mondo libero, è prassi porre in discussione il principio dell’habeas corpus.

Nel mondo libero, regna incontrastato il dogma dei mercati e la nostra salute è sovente oggetto di vili speculazioni finanziarie.

Nel mondo libero si vive in perenne stato d’emergenza, in stabile decretazione d’urgenza e crisi d’ogni sorta si susseguono impetuose, senza soluzione di continuità.

Nel mondo libero si vive in democrazia senza che vi sia democrazia.

Nel mondo libero, a sani ed onesti cittadini è stato impedito di portare il pane in tavola sulla base di un “presupposto scientifico” rivelatosi poi completamente falso.

 

Nel mondo libero, ogni nefandezza, ogni ingiustizia, ogni menzogna, qualsivoglia bestialità giuridica e morale, sono attuate esclusivamente per il nostro bene e guai a pensare il contrario.

Nel mondo libero non c’è spazio per dubbi, quesiti scomodi, confronti od opinioni divergenti da quelle “ufficiali”.

Nel mondo libero, siamo schiavi della “libertà”.

(weltanschauung.info/2022/12/nel-mondo-libero.html)

 

 

 

 

Uno Tsunami di Morti

per i Vaccini in Arrivo

nei prossimi Due Anni.

Conoscenzeaconfine.it – (19 Dicembre 2022) - Greg Hunter – ci dice:

 

La dottoressa Betsy Eads si è battuta fin dall’inizio per far emergere la verità sulle iniezioni debilitanti e mortali dell’arma biologica CV19.

La verità sta venendo fuori, dimostrando che la dottoressa Eads ha sempre avuto ragione, anche se i media bugiardi della Legacy (LLM) stavano sopprimendo i suoi dati e le sue analisi salvavita.

In agosto, la dottoressa Eads aveva previsto che i danni all’uomo causati dall’arma biologica CV19 sarebbero stati molto più gravi, e il numero crescente di morti e danneggiati da vaccino dimostra che aveva di nuovo ragione.

La dottoressa Eads ora prevede:

“. . . In questo momento in America siamo nell’ordine dei milioni (di morti da vaccino) e prevedo uno tsunami di morti nei prossimi due anni.

Il problema è che non si può spegnere il meccanismo della fabbrica di proteine che producono RNA messaggero.

La gente continua a mettersi in fila per prendere i booster, che contengono 70 milioni di copie di RNA messaggero.

Le bugie raccontate da CDC, FDA, Big Pharma e LLM sono state concepite per convincere l’ignaro pubblico a sottoporsi a un’iniezione sperimentale di vaccino, che tutti sapevano essere mortale e pericolosa”.

Il governatore della Florida (USA), Ron Desantis, sta guidando il suo Stato a ritenere le persone responsabili delle menzogne sul vaccino CV19 e della distruzione umana.

Martedì scorso, il governatore Desantis ha chiesto l’istituzione di un gran giurì a livello statale per indagare sulle lesioni legate al vaccino Covid.

È questo l’inizio di quella che potrebbe trasformarsi in una Norimberga 2.0 per i crimini contro l’umanità in cui i tedeschi furono chiamati a rispondere dopo la Seconda Guerra Mondiale?

 

Eads dice ancora:

“Desantis ha intenzione di… presentare una petizione alla Corte Suprema della Florida per convocare un gran giurì che indaghi su ogni caso di malasanità o disinformazione riguardante le iniezioni di vaccino Covid.

La Florida ha una legge che vieta di dare informazioni errate sugli effetti collaterali dei farmaci… Desantis sta perseguendo chiunque abbia fatto disinformazione sui vaccini Covid, chiunque abbia danneggiato qualcuno o abbia fatto disinformazione sul consenso informato “.

Ci sono state così tante bugie e disinformazione per convincere le persone a fare le iniezioni.

 Una delle più importanti era che il vaccino era efficace al 95% e molto sicuro.

Una menzogna totale su entrambi i fronti.

Eads afferma: “Non era assolutamente ‘sicuro ed efficace’.

I numeri dei primi studi della Pfizer erano falsati.

Non era efficace al 95%.

In realtà aveva un’efficacia del 15% o meno “.

Le bugie provenivano da ogni dove ed erano pagate.

La Dott.ssa Eads afferma: “La propaganda dei media, delle star dello sport e di Hollywood è stata pagata da Big Pharma per diffondere informazioni errate”.

Sapevano che uno dei principali problemi medici per chi faceva le iniezioni era il danno cardiaco permanente.

La Dott.ssa Eads sottolinea:

“Cosa è apparso su tutti i giornali nell’ultimo mese?

Morte cardiaca improvvisa, morte improvvisa… morti improvvise.

È assurdo che non si riesca a diffondere questo messaggio attraverso i media tradizionali.

Sono crimini contro l’umanità.

Queste persone devono essere arrestate e processate… L’estate prossima ci sarà il processo di Norimberga qui in America.

Dobbiamo farli ora. Le persone stanno morendo ora.

Le persone devono essere ritenute responsabili ora “.

La dottoressa Eads spiega anche perché è necessario assumere

 l’“Ivermectina”, sia che si sia vaccinati sia che non lo si sia.

 La dottoressa parla anche di molti altri trattamenti utili che possono aiutare a offrire una speranza per questo numero enorme e crescente di persone danneggiate dalle iniezioni di armi biologiche mortali falsamente spacciate per vaccini.

(Greg Hunter).

(Video-intervista alla Dott.ssa Betsy Eads: rumble.com/v20iug4-tsunami-of-vax-deaths-in-next-two-years-dr-betsy-eads.html).

(USAWatchdog.com) (t.me/antonellawerner).

 

 

 

 

QUANDO IL MONDO SEMBRA

UN’UNICA GRANDE COSPIRAZIONE.

 

 Ilgariwo.net - Yuval Noah Harari – (25 novembre 2021) – ci dice:

 

Pubblichiamo di seguito la traduzione della riflessione sul NYT dello storico israeliano Yuval Noah Harari.

Comprendere la struttura delle teorie del complotto globale può aiutarci a fare luce sulla loro attrattività – ed inerente falsità.

Le teorie complottiste o della cospirazione possono assumere svariate forme e dimensioni, ma quella più comune sembra essere la teoria secondo cui esisterebbe una “cabala globale”.

Secondo una recente indagine, che ha coinvolto circa 26,000 persone in 25 paesi, il 37% degli americani crede che esista (o possa esistere) “un unico gruppo di persone che dall’alto manipola e controlla gli avvenimenti globali e che segretamente governa il mondo.”

Lo stesso pensano il 45% degli italiani, il 55% degli ispanici ed il 78% dei nigeriani.

Le teorie complottiste non sono certo state inventate da QAnon; sono state in circolazione per migliaia di anni ed alcune di esse hanno avuto un impatto enorme sulla storia dell’umanità.

 Prendiamo il nazismo, ad esempio.

Normalmente, non penseremmo al nazismo in quanto cospirazione.

Il nazismo, infatti, è arrivato a dominare un intero Paese e ha scatenato la Seconda guerra mondiale, ragioni per la quale tendiamo a considerarlo un’ideologia, per quanto malvagia.

Ma, in fondo, il nazismo era sì basato su una teoria del complotto globale ed una menzogna antisemitica.

Il messaggio di fondo era più o meno questo:

“Esiste una cabala di finanzieri ebrei che segretamente domina il mondo e che sta tramando di annientare la razza ariana.

Sono stati loro i responsabili della Rivoluzione Bolscevica, sono loro ad essere realmente a capo delle democrazie occidentali e sono ancora loro a controllare i media e le banche.

 Solo Hitler è stato in grado di vedere in chiaro i loro piani malefici e solo lui potrà fermarli, salvando così l’umanità.”

Analizzare quale sia la struttura di tali teorie può quindi aiutarci a comprenderne il fascino ed intrinseca falsità.

La struttura.

Le teorie del complotto globale sostengono che dietro a qualsiasi avvenimento a cui assistiamo, qui od altrove, si nasconda in realtà una mente superiore, un unico malvagio gruppo in grado di dirigere gli affari del mondo.

 L’identità di tale gruppo varia a seconda della teoria: alcuni credono si tratti della massoneria, di streghe o satanisti;

altri pensano che a dominare il mondo siano gli alieni o degli uomini-lucertola o altre strane combriccole.

Ma la struttura di base rimane la stessa: il gruppo in questione controlla pressoché tutto ciò che accade, celando, allo stesso tempo, la sua reale influenza su tali vicende.

Le teorie complottiste della “cabala” nutrono inoltre un certo fascino nell’unire gli opposti.

Ad esempio, secondo il nazismo, capitalismo e comunismo sono solo all’apparenza incompatibili poiché questo è quello che la cabala ebraica vuole farci credere.

Oppure, pensiamo forse che i Bush ed i Clinton siano rivali?

Assolutamente no! Stanno solo fingendo, mentre in realtà partecipano tutti agli stessi party Tupper ware.

 

Partendo da queste premesse, appare quindi chiara una struttura comune a queste teorie.

 Tutto ciò che i media ci raccontano è in fondo soltanto un teatrino pensato per distrarci ed i politici che, in apparenza, sono coloro che ci distraggono non sono altro che marionette nelle mani dei veri dominatori del mondo.

Il fascino.

Le teorie della cabala globale attraggono sempre più seguaci in parte perché sono in grado di offrire una singola, semplicissima spiegazione ad innumerevoli e ben più complessi processi globali.

Le nostre vite sono costantemente sconvolte da guerre, rivoluzioni, crisi e pandemie.

Ma se riuscissimo a credere che ci sia un fondo di verità nelle teorie della cabala globale, beh, allora tutto sarebbe più semplice, e potremmo cullarci nella confortante convinzione che noi, sì, noi capiamo tutto.

La guerra in Siria?

Non abbiamo certo bisogno di studiare la storia del Medio Oriente per capire cosa stia accadendo: è tutto parte di una grande cospirazione.

Lo sviluppo delle tecnologie 5G?

Ancora, non c’è bisogno di essere dei fisici esperti di onde radio per comprendere che si tratta, in fondo, di un complotto.

E la pandemia di Covid-19?

Nulla a che vedere con ecosistemi, pipistrelli e virus: è ovviamente parte di una cospirazione globale.

 

Lo schema di base delle teorie della cabala permette di svelare tutti i misteri del mondo e di accedere così a quel circolo illuminato di persone che “sanno.”

Ci rende più intelligenti, più capaci e più saggi dell’uomo comune, elevandoci al di sopra dell’élite intellettuale e della classe dominante, composte da professori, giornalisti e politici.

 Perché noi sì che vediamo ciò che tutti ignorano o tentano di nasconderci.

Le pecche.

Ma le teorie della cabala hanno tutte lo stesso difetto di base: presuppongono che la storia del mondo sia molto più semplice di quello che è.

 La premessa fondamentale di queste teorie è che è relativamente semplice manipolare il mondo.

 Un piccolo gruppo di “signori” presumibilmente può comprendere, prevedere e controllare tutto, dalle guerre alle rivoluzioni tecnologiche alle pandemie.

È particolarmente interessante come questo gruppo sarebbe in grado di vedere 10 mosse più in là sulla scacchiera degli avvenimenti del mondo.

Quando un virus viene rilasciato da qualche parte, possono prevedere non solo come si diffonderà nel resto del mondo, ma anche quali effetti avrà sull’economia global nel giro di un anno.

Quando scatenano una rivoluzione politica, possono controllarne il corso.

E quando provocano una guerra, sanno perfettamente come andrà a finire.

 

Ma ovviamente - e qui giace l’errore - il mondo è ben più complicato di così.

Guardiamo, ad esempio, all’invasione americana dell’Iraq.

Nel 2003, la più grande potenza mondiale invadeva un Paese di medie dimensioni in Medio Oriente, sotto la pretesa di voler eliminare le sue armi di distruzione di massa e di porre fine al regime di Saddam Hussein.

Alcuni già sospettavano che, in realtà, gli Stati Uniti avrebbero anche beneficiato dell’egemonia nella regione e del dominio delle sue risorse petrolifere.

 In ogni caso, gli Stati Uniti si imbarcarono in un’epocale e costosissima impresa militare.

Ma se andiamo avanti di un paio di anni, quali sono state le conseguenze di tale spedizione?

Un completo disastro. Le presunte armi di distruzione di massa non sono mai state trovate ed il Paese è precipitato nel caos più assoluto.

 Il vero vincitore dell’intera faccenda risultò essere l’Iran, che ne uscì in qualità di potenza dominante della regione.

Dovremmo quindi concludere che George W. Bush e Donald Rumsfeld erano in realtà talpe iraniane sotto copertura, impegnate nel portare a termine il malefico piano iraniano?

Non proprio.

La conclusione dovrebbe essere invece che è incredibilmente difficile prevedere e controllare le faccende umane.

E non abbiamo certo bisogno di invadere il Medio Oriente per imparare questa semplice lezione.

Chiunque abbia fatto parte di un comitato studentesco o consiglio comunale, o abbia semplicemente provato ad organizzare una festa di compleanno, sa perfettamente quanto sia difficile controllare altri esseri umani.

Fai un piano, e fallisce.

Provi a tenere qualcosa segreto ed il giorno dopo tutti sembrano parlare solo di quello.

Trami qualcosa con un amico fidato e, al momento cruciale, quello ti pugnala alle spalle.

Le teorie della cabala ci chiedono di credere che nonostante sia incredibilmente difficile controllare e prevedere le azioni di 1,000, o anche solo di 100 esseri umani, è in realtà altrettanto facile diventare il burattinaio di una popolazione di 8 miliardi.

La realtà.

Esistono, ovviamente, un’intera sfilza di teorie complottiste nel mondo.

 Individui, multinazionali, organizzazioni, chiese, fazioni e governi sono costantemente impegnati nel tramare e perseguire un complotto di qualche tipo.

Ma questo è esattamente ciò che rende difficile, se non impossibile, prevedere e controllare il mondo nella sua totalità.

Negli anni ’30, l’Unione Sovietica stava realmente progettando di espandere la rivoluzione comunista al resto del mondo;

i banchieri capitalisti stavano davvero mettendo in atto uno svariato numero di strategie tutto tranne che trasparenti;

l’amministrazione Roosevelt stava pianificando di rilanciare l’economia americana con il New Deal;

ed il movimento sionista stava mettendo in atto il suo piano di stabilire una patria in Palestina.

Ma questi ed innumerevoli altri complotti sono poi spesso falliti, e di certo non erano tutti frutto della stessa cabala dominatrice.

Tutt’oggi, tutti noi potremmo essere vittima di qualche cospirazione.

 I nostri colleghi potrebbero tramare di inimicarci il capo.

Una grande casa farmaceutica potrebbe corrompere il nostro dottore affinché ci somministri qualche oppiaceo dannoso per l’organismo.

Altre multinazionali potrebbero cospirare con i politici in modo da riuscire ad aggirare le normative ambientali ed inquinare l’aria che respiriamo.

 E, ancora, qualche gigante dell’industria tecnologica potrebbe hackerare i nostri dati personali, un partito politico potrebbe mettere in piedi un imbroglio elettorale nel nostro distretto, o un governo straniero potrebbe cercare di fomentare le forze estremiste del nostro paese.

Tutte queste sono cospirazioni, in fondo, ma non sono parte di un unico grande complotto globale.

A volte una multinazionale, un partito politico od un dittatore riesce ad accumulare tanto potere da essere in grado di controllare una porzione significativa del mondo.

Ma quando questo succede, è praticamente impossibile mantenerlo segreto.

Dai grandi poteri, infatti, deriva grande notorietà.

In molti casi, la notorietà è essa stessa un prerequisito del potere.

Prendiamo Lenin, ad esempio: non sarebbe mai stato in grado di ottenere l’influenza che ha avuto in Russia evitando l’attenzione pubblica.

Anche Stalin, che inizialmente preferiva agire dietro le quinte, al culmine del suo potere politico, aveva un suo ritratto appeso in qualsiasi ufficio, scuola o casa privata dal Mar Baltico all’Oceano Pacifico.

 Il potere di Stalin, a quel punto, dipendeva completamente da un culto della personalità.

 Pensare che Lenin o Stalin fossero semplici burattini comandati da poteri più forti non solo ignora la realtà, ma contraddice l’evidenza storica.

Comprendere che non esiste un’unica cabala che segretamente controlla il mondo intero non è soltanto storicamente corretto, ma è anche un passo verso l’emancipazione intellettuale.

Significa essere in grado di riconoscere i diversi attori della storia mondiale e di schierarsi con uno piuttosto che con l’altro.

Alla fine la politica è proprio questa.

(Yuval Noah Harari, storico).

 

 

 

 

Il mondo è diventato bipolare:

ora ha due dominatori

che si temono.

 

Quotedbusinnes.com- Francesco Paolini – (14 Novembre, 2022) – ci dice:

 

Al G20 stretta di mano a Bali tra Biden e Xi, che si dice favorevole ai negoziati in Ucraina e poi avverte:

“Taiwan è la prima linea rossa nelle nostre relazioni”.

Il capo della Casa Bianca: “Dobbiamo evitare che la competizione sfoci in un conflitto”.

Con una calorosa stretta di mano è iniziato stamattina a Bali, in Indonesia, l’attesissimo faccia a faccia tra il leader cinese Xi Jinping e il presidente statunitense Joe Biden (il primo da quando quest’ultimo è alla Casa Bianca) alla vigilia del G20.

Taiwan, la guerra in Ucraina e l’economia:

questi gli argomenti al centro della discussione.

Punti focali da cui emerge la volontà dei due leader di impedire che, fra la guerra russa in Ucraina e le rinnovate tensioni nel quadrante asiatico con al centro il futuro di Taiwan, si crei una ‘escalation’ pericolosa e incontrollabile.

“La questione di Taiwan è al centro degli interessi fondamentali della Cina, è la base delle relazioni politiche fra Cina e Usa ed è la prima linea rossa che non deve essere superata nelle relazioni fra i due paesi”, ha detto il presidente cinese Xi Jinping.

“Chiunque cerchi di dividere Taiwan dalla Cina - si legge nel resoconto pubblicato dal ministero degli Esteri cinese - violerà gli interessi fondamentali della nazione cinese; il popolo cinese non lascerà assolutamente che ciò accada”.

“Abbiamo l’opportunità di dimostrare che la Cina e gli Stati Uniti possono gestire le divergenze, impedire che la competizione tra i due Paesi diventi qualcosa di simile a un conflitto e trovare modi per lavorare insieme su questioni globali urgenti che richiedono la nostra cooperazione reciproca – ha detto Biden -.

E credo che questo sia fondamentale per il bene nostro e della comunità internazionale”.

Sulla guerra in Ucraina, entrambi i leader hanno ribadito il loro accordo sul fatto che una guerra nucleare non dovrebbe mai essere combattuta e non potrà mai essere vinta, e hanno sottolineato la loro opposizione all’uso o alla minaccia dell'uso di armi nucleari.

“Sosteniamo e guardiamo a una ripresa dei colloqui di pace tra Russia e Ucraina.

Allo stesso tempo speriamo che gli Stati Uniti, la Nato e l’Ue conducano dialoghi complessivi con la Russia”, ha aggiunto il presidente cinese.

Tra le questioni affrontate nel summit di Bali anche le relazioni economiche tra Usa e Cina.

 Il presidente Biden ha spiegato che “gli Usa continueranno a competere vigorosamente con la Cina, a partire dagli investimenti sulle fonti di forza in patria e allineando gli sforzi con gli alleati e con i partner nel mondo” e ha ribadito che “questa competizione non dovrebbe tracimare in conflitto:

Usa e Cina devono gestire la competizione responsabilmente e mantenere aperte le linee di comunicazione”.

Le relazioni tra Cina e Usa “dovrebbero non essere un gioco a somma zero in cui una parte supera la competizione o prospera a spese dell’altra -ha detto Xi -.

 I successi di Cina e Stati Uniti sono opportunità, non sfide, l’uno per l’altro.

Il mondo è abbastanza grande perché i due Paesi possano svilupparsi e prosperare insieme”.

 

 

 

 

Il vero conflitto è

tra umani e disumani.

 Altreconomia.it - Roberto Mancini — (1° Maggio 2022) – ci dice:

La sola arma per vincerlo è la “non violenza”, un esercizio di giustizia a cui ciascuno può contribuire e che risana le situazioni senza fare nuove vittime.

Le “idee eretiche” di Roberto Mancini.

Di fronte alla tragedia dell’Ucraina bisogna anzitutto tenere il cuore pulito, la ragione lucida e la coscienza sveglia.

 Altrimenti si alimenta la pandemia più grave: il contagio della guerra.

Leader politici e media, con poche eccezioni, stanno diffondendo e imponendo il mito della guerra giusta.

Ma a chi non si allinea si rivelano le evidenze reali.

1. La grande transizione ecologica imposta dall’urgenza di salvarci viene rovesciata nel processo di militarizzazione della società.

2. Il sistema globale non è retto solo dal sotto-sistema del mercato a guida finanziaria e dalla tecnocrazia, perché pure il sotto-sistema della geopolitica imperiale fa valere le proprie pretese con relativa autonomia.

3. Oggi per le vittime c’è una “solidarietà” selettiva (per alcune sì, per altre no) e strumentale.

Si “aiuta” il popolo dell’Ucraina inviandogli armi, dunque alimentando la spirale bellica a cui i combattenti ucraini di fatto partecipano per procura, per difendere non solo il loro Paese, ma anche gli interessi degli Stati Uniti.

Il popolo ucraino fa da vittima, ma la guerra è tra Russia e Occidente.

4. Il contesto che ha propiziato la guerra è quello del conflitto strutturale fra i tre imperi egemoni sulla Terra:

gli Stati Uniti, che si credono i dominatori del mondo;

la Cina, che cerca di prendere il loro posto;

 la Russia, protagonista degli orrori e dei massacri in Ucraina.

Di volta in volta mutano i loro ruoli nelle vicende della geopolitica, ma eticamente e politicamente i tre imperi sono tutti una disgrazia per l’umanità.

5. L’esasperazione dello scontro e la reazione di Usa, Nato e Unione europea (riarmo e sanzioni invece che dialogo e trattativa) ha la probabilità di far sprofondare il mondo nella guerra nucleare.

 Dare armi al governo di Zelensky non significa difendere il popolo (che anzi così viene incastrato a restare sotto l’impatto della guerra) significa accelerare la spirale della catastrofe per l’Ucraina e per tutti.

6. Finché questi sono l’assetto del mondo e il modo di fare politica, il bene dei popoli e la volontà dei governi non coincidono affatto.

7. Intanto ci sono solo effetti di morte: la moltitudine delle vittime, la distruzione delle città e l’ulteriore devastazione della natura, la radicalizzazione dei fattori di ostilità futura in quell’area dell’Europa e ovunque;

l’ondata planetaria di riarmo (che include la Germania e il Giappone, vanificando la lezione della Seconda guerra mondiale, e che spinge l’Europa a imitare i tre imperi), l’impoverimento dei popoli, la fine della fiducia in istituzioni e pratiche di pace, il riaccendersi del nazionalismo e del militarismo, la repressione del dissenso.

È la transizione alla disumanizzazione sistematica tendente all’autodistruzione nucleare dell’umanità.

8. Non esistono soluzioni militari ai conflitti.

Bisogna ripartire da questo principio reale e fondamentale.

Di fatto il massacro in Ucraina potrà concludersi solo con una trattativa tra i tre imperi, non per la vittoria di una delle parti.

9. Le scelte politiche devono essere ispirate da una conversione etica che consenta di vedere la vita e il bene comune.

Il contagio della guerra va spezzato, non esteso.

Occorre uscire dalla mentalità convenzionale.

Non si può più dire che una vera democrazia “ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali”.

Bisogna dire che ripudia la guerra. E basta.

 

10. Il conflitto vero è tra umani e disumani.

Non lo si vince con la violenza, ma solo custodendo la parte di mondo che ci è affidata.

La scelta della nonviolenza come esercizio della giustizia che risana le situazioni senza fare vittime è l’unica via.

Ognuno può contribuire a qualcuna delle azioni che vanno intraprese (vicinanza alle vittime, accoglienza dei profughi, cura delle relazioni e impegno educativo, pressione sui governi, promozione delle trattative e del dialogo, prevenzione delle guerre, autenticazione della democrazia mediante la nonviolenza), se riesce a spezzare il contagio dentro sé.

(Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata).

 

 

 

 

I KAZARI: dominatori

del mondo.

Exsurggatdeus.org - Associazione Cristo-Re Rex regum – (25-2 -2021) -ci dice:

 

I kazhari.

“Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana.” [Apoc. II, 9]

Questo versetto è veramente magnifico e inquadra perfettamente la situazione attuale della Chiesa Cattolica.

Ma chi sono questi giudei dell’Apocalisse, citati nella lettera all’Angelo della chiesa di Smirne, che si pretendono giudei senza esserlo?

 Essi non lo sono né per fede, avendo ripudiato la legge di Mosè per preferire il talmud, né per sangue non essendo originari della Giudea, bensì dell’Asia centrale, dell’Europa centrale e dell’est, e più precisamente provenienti dalla Turchia e della Mongolia.

Si tratta innegabilmente del popolo kazharo (in turco significa “errante”).

Secondo gli storici ufficiali Benjamin H. Freedmann ed Arthur Koestler, il reame dei kazhari dominò il mondo come nazione, dopo la Russia dal VII al X secolo.

 Anche prima della venuta di Cristo sulla terra, i kazhari avevano già invaso l’Europa orientale.

Questi guerrieri furono inizialmente dei pagani che si allearono a Bisanzio (l’Impero Romano d’Oriente) contro i persiani ed i musulmani.

 Poi il loro re Bulan dovette scegliere tra le tre religioni monoteiste.

Il cristianesimo, l’islam, ed il talmudismo.

Il re di questi pretesi giudei optò per il terzo, cosa che diede diritto al suo popolo di proseguire la sua dominazione attraverso l’usura, essendo all’epoca il talmudismo ciò che si chiama oggi il giudaismo talmudico.

Nel suo libro “Due secoli insieme”, il russo Alexandre Soljenitse da una spiegazione politica a questa conversione determinante.

“I capi etnici dei turco-kazhari idolatri di questa epoca non volevano né l’islam, per non sottomettersi al califfo di Bagdad, né il Cristianesimo per evitare la tutela di Bisanzio.

 Così quasi 722 tribù adottarono la religione giudaica.

” Qualunque sia il motivo, politico o economico, questa conversione al giudaismo doveva condurre alla loro egemonia.

Questa falsa religione deve molto a questo popolo.

Perché ci si chiede, senza i kazhari, sarebbe mai sussistito il giudaismo talmudico?

L’interrogativo resta aperto. – Il re Butan si convertì dunque nell’anno 740.

Questa conversione cambiò le cose, altre seguirono massivamente: oramai solo un giudeo poteva accedere al trono perché l’autorità religiosa era il talmud.

 I rabbini si incaricarono poi di imporlo alle popolazioni. –

 L’apogeo della dominazione kazhara fu a metà del IX secolo.

 Il loro reame aveva allora esteso largamente il suo territorio, dall’Europa dell’est all’Europa centrale, su circa 15,3 milioni di chilometri quadrati.

 I kazhari, questi askhenaziti dell’Europa orientale, non sono quindi semiti, bensì ariani.

 Essi parlano l’yddish, una lingua che ha preso un gran numero di parole dal tedesco, e che nulla a che a vedere, nemmeno una parola, con l’ebraico antico o biblico di cui ha ereditato solo i caratteri estraici quadratici.

 I kazhari furono in seguito cacciati dalla Russia come spesso è loro accaduto nel corso della storia. La capitale dell’Ucraina, Kiev, era stata creata da loro ed in loro onore nel 640.

Certi autori, tra i quali pure il Friedman, pensano, legittimamente, che la rivoluzione bolscevica sia stata una rivincita del kazhari sul popolo russo.

 I fatti danno credito a questo punto di vista, poiché si sa bene che gli autori maggiori della sovversione in Russia erano tutti giudei askhenaziti, cioè falsi giudei.

Ora il 90 % degli askhenaziti sono di discendenza kazhara, secondo Benjamin H.

Friedman, Arthur Koestler e John Beaty.

 Il legame tra questo popolo e l’oligarchia mondialista è stretto, perché i due non fanno che una sola cosa.

Osserviamo ciò che analizzava a suo tempo il giornalista Paul Copin-Albancelli sugli uomini che dirigono la franco-massoneria:

 “… va da sé che un’opera come quella che abbiamo studiato, [la realizzazione della piramide massonica] non potrebbe essere quella di un unico uomo, né quella di alcuni uomini estranei tra loro che si sarebbero incontrati.

La sua continuità, più ancora che la sua immensità, rivela questa permanenza di sforzi della quale sono capaci solo le razze che rendono indistruttibili la loro fedeltà alla fede degli avi.

 Il potere occulto è dunque costituito dai rappresentanti di una razza e di una religione”.

 Questa razza è appunto la razza giudeo-askhenazita kazhara e questa religione è il giudaismo talmudico.

Pertanto, ciò che si chiama comunemente l’impero, trasse le sue origini da questo popolo sanguinario, da questi askhenaziti di discendenza kazhara che sono globalmente dei rifugiati dell’Europa dell’est.

Quindi ai giorni nostri, si è avverato che la stragrande maggioranza dei giudei askenaziti discendenti dal popolo kazharo e l’alta finanza dei Rothschild, Warburg, Soros, Lazard … proviene in pratica tutta da questa razza, che nulla ha a che vedere con la Giudea e con gli Ebrei.

(Associazione Cristo-Re Rex regum)

 

 

 

 

 

Dominatori e dominati:

il problema con i diritti umani.

Linkiesta.it - Giovanni Zagni – (11 ottobre 2021) – ci dice:

Un libro recente mette in fila le critiche all’approccio contemporaneo per la difesa dei diritti umani.

 Il caso di Israele e Palestina.

Nel maggio del 2012, i capi di Stato dei Paesi Nato si riunirono a Chicago. Dovevano discutere il modo in cui portare a termine la missione internazionale in Afghanistan, che si trascinava ormai da undici anni e che Barack Obama aveva promesso di concludere nel corso del suo secondo mandato.

Per le strade del centro di Chicago comparvero grandi poster che mostravano due figure interamente coperte da un burqa azzurro e, tra loro, una bambina a volto scoperto che guardava verso il fotografo.

L’immagine era accompagnata da due slogan: «Human rights for women and girls in Afghanistan» (“diritti umani per le donne e le ragazze in Afghanistan”) e, più sotto, «Nato: keep the progress going!» (“Nato: continua a far avanzare il progresso!”).

Si trattava di una campagna di pressione messa in atto dalla sezione americana di una delle più importanti associazioni per i diritti umani del mondo, Amnesty International, che invitava senza mezzi termini a continuare l’occupazione militare per assicurare un futuro migliore alle donne dell’Afghanistan.

In altre parole, un’associazione per i diritti umani promuoveva la continuazione di un’azione violenta – una missione militare straniera con un nemico preciso, i talebani – per garantire una vita migliore alla popolazione locale.

Si potrebbe giustificare questa presa di posizione con il principio del “male minore”.

 Meglio 130 mila soldati stranieri nel Paese che il regime degli estremisti islamici.

Ma i combattimenti hanno portato alla morte di migliaia e migliaia di civili (circa 26 mila al gennaio del 2015, secondo una stima recente della Brown University) e non poche di esse sono da attribuire al fuoco incrociato, all’esplosione di bombe lasciate indietro dai combattenti – sia gli Ied dei ribelli che le cluster bombs della Nato – e a tragedie come, per fare l’esempio più recente, l’attacco aereo all’ospedale di Msf di Kunduz che ha ucciso 22 persone.

È chiara la contraddizione.

 E proprio dall’esempio della campagna di Amnesty Usa del 2012 parte The Human Right to Dominate, scritto dall’italiano Nicola Perugini e dall’israeliano Neve Gordon, e pubblicato a luglio 2015 dalla Oxford University Press.

La tesi del saggio è che esiste una correlazione, sviluppatasi all’incirca negli ultimi venti anni, tra i diritti umani e la “dominazione”, cioè la continuazione di rapporti di forza basati sul dominio.

Prova ne è l’appropriazione del discorso sui diritti umani anche da parte delle forze politiche più conservatrici.

«Se durante gli anni Ottanta e Novanta – scrivono – i conservatori negli Stati Uniti tendevano a rifiutare la cultura in espansione dei diritti umani ed erano spesso ostili ad essa, all’inizio del nuovo millennio essi cominciarono a modificare la loro strategia, abbracciando il linguaggio dei diritti umani.

 Questo cambiamento è parte di un fenomeno globale».

Così, molti eserciti del mondo hanno cominciato a tenere corsi di diritti umani per le proprie truppe, e le politiche della destra e della sinistra nella gestione degli affari internazionali hanno mostrato un’insolita convergenza.

I diritti umani presentano un problema in quanto sono tutelati e promossi dagli Stati nazionali, gli stessi che, nella stragrande maggioranza dei casi, finiscono per violarli.

Esistono ragioni storiche e concettuali all’origine di questi problemi, sostengono gli autori.

Per prima cosa, i diritti umani presentano un problema in quanto sono tutelati e promossi dagli Stati nazionali, gli stessi che, nella stragrande maggioranza dei casi, finiscono per violarli.

 E ciò avviene nonostante molte dichiarazioni di principio sulla difesa dei deboli anche contro e in opposizione diretta agli Stati.

Allo stesso modo, quando le strategie delle Ong si basano sul ricorso ai tribunali nazionali perché tutelino i suoi cittadini, esse non fanno altro che fornire ulteriore legittimazione agli stessi sistemi che hanno reso possibili quelle violazioni.

In secondo luogo, i diritti umani come li intendiamo oggi sono una creazione storicamente e perfino geopoliticamente ben determinata:

una conseguenza del nuovo ordine mondiale emerso alla fine della Seconda guerra mondiale, in larga parte influenzata dalla cultura e dall’elaborazione teorica occidentale.

Come è già stato sottolineato da decenni a questa parte, misure di “intervento umanitario” come gli embarghi e le sanzioni possono essere visti come strumenti dell’Occidente di mantenere il controllo e le relazioni di potere che risalgono all’epoca coloniale, basati su una visione di superiorità e primato culturale.

Queste critiche possono sembrare astratte o esagerate – e in effetti la prima parte del libro appare spesso confinata a un livello di discussione troppo poco concreto – ma nella seconda parte gli autori provano a mostrare un esempio significativo: quanto sta accadendo negli ultimi anni in Israele/Palestina.

Perugini e Gordon – che hanno esposto i loro argomenti principali anche in un articolo recente su open Democracy – mostrano che il discorso sui diritti umani in Israele è stato a poco a poco adottato anche dai gruppi legati al movimento dei coloni e alla destra politica.

Ad esempio, gli abitanti dei nuovi insediamenti israeliani, costruiti su territori che spetterebbero di diritto ai palestinesi e oggetto di condanna internazionale quasi unanime, vengono presentati da alcuni come cittadini perseguitati perfino dallo Stato di Israele, e i cui diritti umani vengono in definitiva violati.

In Israele, il discorso sui diritti umani è stato a poco a poco adottato anche dai gruppi legati al movimento dei coloni e alla destra politica.

A partire dal 1999 – con la fondazione della prima Ong per i diritti dei coloni, “Yesha for Human Rights” – diverse organizzazioni e gruppi di pressione in Israele hanno cominciato a far uso di questa retorica.

Alla fine, alcuni di questi sono stati invitati ad assistere ai lavori del parlamento israeliano sulle questioni che riguardavano i diritti umani.

Non solo. Quando la missione Onu per accertare quanto accaduto durante l’offensiva israeliana contro Gaza nel 2009 pubblicò le sue conclusioni – il cosiddetto rapporto Goldstone – che accusavano sia i miliziani di Hamas che l’esercito di Israele di crimini di guerra e, in via dubitativa, di crimini contro l’umanità, il governo di Netanyahu fece sentire tutto il peso che gli Stati nazionali possono esercitare sulle critiche nei propri confronti.

Il primo ministro Netanyahu dichiarò nel dicembre del 2009 alla Knesset: «Davanti a noi ci sono oggi tre minacce principali: la minaccia nucleare, la minaccia missilistica e quella che io chiamo la minaccia Goldstone».

Dopo mesi di pressioni, il giudice sudafricano Richard Goldstone – a capo della missione Onu e di religione ebraica – ha ritrattato nel 2011 le conclusioni più dure nei confronti di Israele (così non hanno fatto, però, i tre altri esperti della missione).

La complicata vicenda del rapporto Goldstone è un ottimo esempio della forza che detengono gli Stati nazionali nel dirigere o deviare il discorso sui diritti umani. Spesso le Ong non riescono a sfuggire a quella capacità di pressione.

Anche “Human Rights Watch”, un’altra delle organizzazioni più celebri del mondo nel settore, non sfugge alla critica di Perugini e Gordon.

 «Hrw – scrivono – si concentra principalmente su quei casi in cui può rilevare un’applicazione della legge mancante o erronea o discriminatoria».

Questo approccio, argomentano, può portare a sua volta a situazioni contraddittorie.

In un rapporto del 2013 sugli attacchi con i droni portati avanti dagli Stati Uniti, Hrw ha scritto – riferendosi a sei episodi in Yemen – che due di essi erano una chiara violazione delle leggi umanitarie, mentre sugli altri quattro restavano dubbi, perché non era chiaro se gli Usa avessero preso tutte le precauzioni necessarie per evitare danni ai civili.

 

L’idea implicita sembra essere che, se i bersagli fossero stati miliziani e allo stesso tempo tutte le precauzioni fossero state prese, allora anche le morti di civili si sarebbero potute giustificare.

Perugini e Gordon commentano, ed è difficile dar loro torto, che ci si dovrebbe aspettare più coraggio da un’Ong per la difesa dei diritti umani.

Questo atteggiamento legalistico si ricollega ad alcuni problemi che Perugini e Gordon vedono diffusi in gran parte delle Ong per i diritti umani di oggi.

 Da un lato, queste si avvalgono sempre più di specialisti che partono dal presupposto di rappresentare le popolazioni locali, con un approccio “dall’alto”:

 «i diritti umani non provano ad essere uno strumento delle masse, ma solo di quegli esperti che rappresentano le popolazioni che subiscono ingiustizie».

Dall’altro, molte Ong fanno di tutto per apparire apolitiche, ma questo, dicono gli autori, non può che portare a un depotenziamento delle loro istanze:

«La nozione che il cambiamento politico può essere ottenuto attraverso l’apparenza della neutralità politica è una manifestazione dell’impoverimento prodotto dal professionalismo dei diritti umani, che spesso porta le Ong del settore a rafforzare e a collaborare con le strutture di potere esistenti».

E quindi, il sistema dei diritti umani è da scartare?

Certamente no, scrivono gli autori.

Ma bisogna ripensare a fondo il rapporto tra le Ong e il potere, lavorare per «de-professionalizzare» il settore, mostrare più coraggio nella critica a leggi nazionali e internazionali ingiuste.

 Il caso di Israele insegna che, già oggi, il discorso sui diritti umani ha raggiunto un tale livello di flessibilità da poter essere adottato da gruppi di pressione lungo tutto l’arco politico.

Quando pensiamo a dove stia la giustizia e la reale difesa dei diritti, nei conflitti di oggi, dobbiamo sempre tenere conto di quali sono i rapporti di forza e quali sono le strutture che non vogliamo mettere in discussione.

Le critiche di Perugini e Gordon non sono nuove.

Da decenni esiste un dibattito nelle scienze politiche sugli aspetti problematici della nostra cultura dei diritti umani, mosso da posizioni teoriche e accademiche e da altre più strettamente politiche (ne è un esempio il libretto di Slavoj Zizek Contro i diritti umani, del 2006).

La lezione di “The Human Right to Dominate”, ad ogni modo, non è tanto di mostrare che quella cultura sia del tutto sbagliata o basata su false premesse – per quanto gli autori si sforzino, le critiche di principio non riescono a convincere fino in fondo – quanto piuttosto che anche i diritti umani, presentati spesso come “universali” e assoluti, sono un prodotto dei loro (dei nostri) tempi.

Quando pensiamo a dove stia la giustizia e la reale difesa dei diritti, nei conflitti di oggi, dobbiamo sempre tenere conto di quali sono i rapporti di forza e quali sono le strutture che non vogliamo mettere in discussione.

Dimenticarsene è, secondo gli autori, cadere in quella che chiamano «l’illusione dell’originale»:

e cioè «la convinzione che esista qualcosa chiamato “diritti umani” esterno alle relazioni empiriche e storiche».

 

Come la COVID-19

sta ridisegnando il mondo.

 Eeas.europa.eu-(17.10.2020) - Josep Borrell – ci dice:

(blog dell'Alto rappresentante/Vice Presidente)

Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza / Vicepresidente della Commissione.

- In tempi di crisi, tutti noi tendiamo a concentrarci sulle nostre difficoltà.

Di ritorno dall'Africa, vorrei sottolineare come la COVID 19 stia ridisegnando l'intera economia mondiale.

Ma vediamo com'è la situazione nel mondo e cerchiamo di capire come la pandemia stia cambiando l'equilibrio tra ricchezza e potere.

"Il futuro ruolo dell'Europa a livello globale dipende dalla nostra capacità di combattere con successo questa crisi, sia internamente che esternamente."

La COVID-19 ha gettato il mondo nella peggiore e più grave crisi economica globale dalla Seconda guerra mondiale.

Le economie avanzate, in particolare l'Europa, sono state duramente colpite, ma anche diverse economie in via di sviluppo ed emergenti stanno attraversando momenti molto difficili.

 Il mondo rischia di diventare ancora più iniquo e gli sforzi per ridurre la povertà stanno registrando una grave battuta d'arresto.

"Diverse economie in via di sviluppo ed emergenti stanno attraversando momenti molto difficili.

 Il mondo rischia di diventare ancora più diseguale e sta registrando una grave battuta d'arresto negli sforzi per ridurre la povertà."

 La Cina è stata il punto di partenza della pandemia, ma anche il primo paese a contenere la COVID19.

 Secondo l'OCSE (il link è esterno), quest'anno la Cina sarà l'unica economia del G20 a non cadere in recessione.

Eppure il suo tasso di crescita sarà il più basso dal 1976, anno finale dell'era maoista.

Questo relativo successo è all'origine della crescente fiducia nutrita dalla leadership cinese.

Tuttavia il suo crescente autoritarismo stride sempre più con l'evoluzione della società cinese, e non mi riferisco solo a Hong Kong.

La concentrazione del potere nelle mani del presidente Xi Jinping mette in discussione il bilanciamento dei poteri all'interno del gruppo di leader che ha consentito alla Cina di salire alla ribalta dell'economia mondiale nel corso degli ultimi 40 anni.

Non dimentichiamo anche che l'economia cinese soffre enormemente la guerra commerciale con gli Stati Uniti, e non è affatto certo che possa tenere il passo sul piano dell'high-tech senza accesso alla tecnologia americana.

La Cina forse non sarà più risparmiata dalle crisi finanziarie.

Negli ultimi dieci anni la Cina aveva accumulato già un'enorme quantità di debito pubblico e privato, che è ulteriormente e fortemente aumentato con l'attuale crisi.

In futuro, potrebbe non riuscire più a schivare le crisi finanziarie che scuotono regolarmente le economie occidentali.

Infine la Cina si prepara ad affrontare un rapido invecchiamento della popolazione, una sfida straordinaria per un paese che non dispone ancora di un sistema sviluppato di sicurezza sociale.

Aggiungo che il paese dovrà rimediare ai danni ambientali accumulatisi nel corso degli anni e aggravati dai cambiamenti climatici, il cui impatto sarà probabilmente estremamente negativo per il paese.

Il Giappone e la Corea hanno finora contenuto bene la pandemia.

Tuttavia le previsioni per quest'anno danno entrambi i paesi in recessione a causa del calo delle esportazioni e dell'interruzione delle catene di approvvigionamento.

In Giappone il debito pubblico dovrebbe avvicinarsi al 250% del PIL, il livello più alto tra tutte le economie sviluppate.

India e Asia meridionale gravemente colpite.

L'Asia meridionale è colpita gravemente.

L'India ha attuato il lockdown più drastico del mondo.

 L'allentamento del confinamento ha poi portato a una recrudescenza dell'epidemia e il numero di decessi supera ormai i 100 000, anche se in proporzione alla popolazione la mortalità rimane limitata.

Dal punto di vista economico, l'India dovrebbe essere uno dei paesi del G20 più colpiti, con un calo del PIL che quest'anno raggiungerà il 10,2 %:

l'impatto del rigido confinamento messo in atto non è stato bilanciato, come in Europa, dal massiccio aumento della spesa pubblica.

"La COVID-19 rischia di provocare un aumento massiccio della povertà: in alcune parti del mondo, la pandemia potrebbe causare più decessi per fame che per la malattia stessa. "

Secondo la Banca mondiale (link esterno), nell'Asia meridionale circa 50 milioni di persone scenderanno al di sotto della soglia di reddito giornaliera di 1,9 USD, che definisce la povertà estrema.

L'arresto della crescita economica nell'Asia meridionale accentuerà le tensioni tra l'India e altri paesi della regione.

L'economia degli Stati Uniti soffre meno di quella dell'Europa.

Tornando al mondo sviluppato, negli Stati Uniti si registra il maggior numero di vittime per COVID-19.

Il tasso di mortalità supera quello dell'Unione europea.

Tuttavia, si prevede che quest'anno l'economia americana subirà un regresso significativamente inferiore a quello dell'Europa, con un calo del PIL del 3,8 % (rispetto al 7,9 % della zona euro).

Infatti, a fronte di una risposta sanitaria decisamente carente, negli Stati Uniti la risposta economica è stata vigorosa, con un disavanzo pubblico del 16,8 % del PIL (rispetto al 10,9 % in Europa).

 La crisi ha inoltre rafforzato ulteriormente la posizione dominante dell'industria digitale americana.

"Negli Stati Uniti le conseguenze di questa crisi saranno probabilmente più durature rispetto a quelle di crisi precedenti e la fiducia nel dollaro nonché nel debito statunitense potrebbe risultarne compromessa."

 Tuttavia negli Stati Uniti le conseguenze di questa crisi saranno probabilmente più durature rispetto a quelle di crisi precedenti e in ultima analisi la fiducia nel dollaro nonché nel debito statunitense potrebbe risultarne compromessa.

Tali difficoltà stanno accentuando le tensioni interne, che potrebbero diventare il principale punto debole degli Stati Uniti.

A prescindere da chi vincerà le elezioni negli Stati Uniti, le tendenze di fondo resteranno probabilmente inalterate, dalla rivalità con la Cina al crescente ripiegamento sugli affari interni.

È probabile che tra i fattori che hanno accelerato il declino della leadership statunitense vi sia anche la cattiva gestione dell'epidemia.

L'America latina, nuovo epicentro della pandemia.

Più a sud, l'America latina, con 11 dei 20 paesi più colpiti, durante l'estate è diventata l'epicentro dell'epidemia.

Tra i paesi del G20, anche il Messico, l'Argentina e il Brasile sono tra quelli più colpiti dal punto di vista economico.

Il Brasile, in particolare, ha visto crescere il proprio disavanzo pubblico fino al 15,1 % del PIL, il livello più elevato del G20 dopo gli Stati Uniti.

Dal canto suo l'Argentina ha dovuto dichiarare l'inadempienza rispetto al proprio debito per la terza volta in 18 anni.

 Anche in questo caso la COVID-19 aggrava le tensioni sociali e politiche.

L'Africa ha invece finora smentito le apocalittiche previsioni sugli aspetti sanitari della pandemia.

Avere una popolazione giovane ha sicuramente giovato, ma il continente ha comunque saputo ben gestire la COVID-19, facendosi forte dell'esperienza maturata con l'epidemia di Ebola.

Ciononostante l'Africa è stata colpita duramente dal punto di vista economico, e risente degli effetti delle misure sanitarie, soprattutto nel settore agricolo, del calo delle esportazioni di materie prime, del crollo del turismo e del calo delle rimesse degli emigrati.

La prima recessione nell'Africa subsahariana da 25 anni.

Il Fondo monetario internazionale prevede una recessione del 3 % nell'Africa subsahariana, la prima da 25 anni.

Si prevede che il Sud Africa sarà il paese del G20 più colpito nel 2020.

Di conseguenza, circa 30 milioni di africani andranno a ingrossare le fila dei più derelitti, ovvero di coloro che guadagnano meno di 1,9 USD al giorno.

In questo scenario è però proprio l'Europa una delle regioni più colpite al mondo, sia dal punto di vista sanitario che economico.

Si prevede che il calo del PIL europeo sarà il doppio di quello degli Stati Uniti. La recessione sarà più profonda anche rispetto al Giappone o alla Corea, per non parlare della Cina.

In Europa la pandemia è lungi dall'essere superata.

Durante l'estate molti in Europa credevano che la pandemia fosse ormai quasi finita, ma oggi ci stiamo rendendo conto che siamo ben lungi dall'aver sconfitto il virus.

Le nostre risorse sono limitate e l'equilibrio tra le restrizioni sanitarie e il loro effetto sull'attività economica è delicatissimo.

Questo crea tensioni politiche tra i diversi livelli di governo, rendendo più che mai necessario un coordinamento europeo.

"La crisi ha dimostrato quanto l'Europa dipenda dalla Cina - a causa della deindustrializzazione - e dagli Stati Uniti - in quanto dominatori dell'economia digitale."

 In una prima fase siamo riusciti a contenere la perdita di posti di lavoro grazie ai regimi di riduzione dell'orario lavorativo, preservando i redditi della maggior parte degli europei.

Ma ciò non risolve la questione degli ulteriori adeguamenti strutturali nei settori che probabilmente non torneranno mai alla situazione pre-crisi.

La crisi ha evidenziato anche in che misura la deindustrializzazione abbia reso l'Europa dipendente dalla Cina e rivelato la vera entità del nostro ritardo digitale rispetto agli Stati Uniti, un fattore economico che diventerà ancora più cruciale dopo la crisi. Inoltre il calo del PIL in Europa è accompagnato da forti disparità interne.

Per tutti questi motivi, è essenziale darsi da fare, tutti insieme, per rilanciare la nostra economia. Lo scorso luglio il Consiglio ha approvato il piano Next Generation EU, e ora dobbiamo attuarlo senza indugio.

Con le centinaia di miliardi stanziati, dobbiamo preparare le nostre società alla transizione verde e alla rivoluzione digitale, limitando allo stesso tempo il divario interno grazie ai trasferimenti verso i paesi più colpiti.

Con “Next Generation EU” dobbiamo agire tutti insieme per la transizione verde e la rivoluzione digitale, limitando allo stesso tempo il divario interno grazie ai trasferimenti verso i paesi più colpiti."

 Ma nonostante tutte le nostre difficoltà interne dobbiamo anche intensificare gli sforzi per sostenere i paesi in via di sviluppo ed emergenti.

Innanzitutto è necessario aiutare i nostri partner sul fronte sanitario, perché fino alla sconfitta definitiva e totale del virus tutti noi resteremo vulnerabili.

In particolare, è fondamentale la questione relativa alla disponibilità di vaccini per i paesi in via di sviluppo, ed è per questo che siamo fortemente impegnati nell'iniziativa internazionale COVAX.

La necessità di sostenere i paesi in via di sviluppo e quelli emergenti.

Ma è necessario anche un sostegno economico.

Questa settimana i paesi del G20 hanno deciso di prorogare di sei mesi, fino alla metà del 2021, l'iniziativa di sospensione del servizio del debito (DSSI), lanciata in primavera per aiutare 73 paesi.

Ma ovviamente questo non è sufficiente: l'impatto devastante della COVID-19 ha rimesso con forza all'ordine del giorno la ristrutturazione del debito, come riconosciuto dai ministri delle finanze del G7 lo scorso settembre.

Ci adopereremo in questa direzione per coinvolgere tutte le parti interessate, segnatamente la Cina.

 

 "Sono profondamente convinto che il futuro ruolo dell'Europa a livello globale dipenderà dalla nostra capacità di assumere con successo la leadership nella lotta contro la crisi, sia internamente che esternamente."

 La capacità di aumentare il nostro aiuto ai paesi in via di sviluppo è particolarmente importante per l'Africa, continente di importanza strategica per il nostro futuro.

Qualche tempo fa, un leader africano mi ha detto: "dite sempre che volete essere il nostro miglior partner, ora potete dimostrarlo".

Sono profondamente convinto che il futuro ruolo dell'Europa a livello globale dipenderà dalla nostra capacità di assumere con successo la leadership nella lotta contro la crisi, sia internamente che esternamente.

(Josep Borrell, Alto rappresentante dell'UE).

 

 

 

 

Il mondo ha un problema:

si chiama finanza.

Huffingtonpost.it - Riccardo Maggiolo – (09 Ottobre 2021) – ci dice:

 

Le recenti vicende di Facebook dimostrano che la finanza è come un virus: si infiltra in ogni realtà e la corrompe dall’interno.

Ma sta cominciando a cambiare.

Si sta per concludere quella che con ogni probabilità è stata la settimana più difficile della storia di Facebook.

Ma la cosa peggiore per il colosso di Mark Zuckerberg non è probabilmente stata il pur drammatico blocco dei suoi servizi durato quasi 7 ore nella giornata di lunedì.

Piuttosto, sono state le dichiarazioni della ex dipendente Frances Hagen prima alla stampa statunitense e poi al Congresso degli Stati Uniti a rappresentare un colpo durissimo per l’azienda di Menlo Park.

E questo perché per Facebook – come per molte altre realtà, in particolare del mondo digitale – la reputazione è più importante dell’efficienza, in quanto è la finanza a contare più dell’economia.

Hagen ha descritto Facebook come un’azienda in “bancarotta morale”:

«Sebbene sia popolata da persone bene intenzionate, se si trova nella posizione di dover scegliere tra fare la cosa giusta e la cosa che rende di più, sceglie sempre la seconda».

 Zuckerberg e i suoi dirigenti, quindi, vorrebbero fare la cosa giusta, ma non possono.

 Non sarebbero perciò quei potentissimi padroni del “meraviglioso nuovo mondo” digitale e tecnologico che ci immaginiamo;

i signori dei nostri dati, i super-ricchi capaci di influenzare la politica e le istituzioni, i demiurghi del nostro futuro.

Sarebbero invece delle vittime di un ricatto che gli impone di fare ciò che non vorrebbero; degli schiavi di una forza assai più potente di loro.

E questa forza è la finanza.

Oggi il valore delle azioni di Facebook è circa 25-30 volte maggiore dei suoi utili. Cioè, per comprarsi un pezzettino d’azienda gli operatori dei mercati finanziari sono disponibili a pagare quasi 30 volte la corrispondente percentuale dei soldi che fa oggi.

Simili valori sono condivisi da altre aziende big tech come Apple e Google, e per altre sono ben più alti - e sono fondamentali per permettere loro di fare quei giganteschi investimenti che gli sono necessari per rimanere competitivi.

 Ciò vuol dire che la loro vera ricchezza e potere poggiano sulla loro capacità di attrarre investimenti, cioè nel convincere gli operatori finanziari del fatto che continueranno a crescere in maniera inarrestabile, e che in futuro faranno molti più soldi di oggi.

Queste aziende sono perciò obbligate a crescere sempre di più, costi quel che costi.

Ma ancora più che nei numeri, nelle economie, per loro è importante farlo nella loro narrazione.

I conti economici possono essere anche negativi, ci possono essere ben più uscite che entrate, ma l’importante è trasmettere un’immagine di futuri dominatori incontrastati del proprio mercato.

 Per questo il pur grave disservizio di lunedì rappresenta per Facebook solo un incidente momentaneo, quando invece le dichiarazioni di Hagen al Congresso U.S.A. sono potenzialmente esplosive:

un’automobile da corsa può fare un tamponamento o avere un guasto, ma se i clienti cominciano a pensare che sia fuori moda o peggio ancora viene emanata una legge che rende illegali alcune sue componenti, l’automobile rimane invenduta o viene sequestrata.

Il patto tra imprenditoria e finanza oggi pare ineludibile:

nel mercato globale di oggi nessuno può sperare di riuscire a crearsi o persino mantenere uno spazio di mercato senza una generosa iniezione di capitali, e questa la può fornire praticamente solo la finanza.

 I fondatori di un’impresa possono avere inizialmente le migliori intenzioni, ma se non trovano finanziatori hanno vita breve.

Storie come quella di Couch surfing sono emblematiche: se si vuole avere successo, bisogna piegarsi alle logiche del profitto.

Ma non tanto o solo del profitto “organico”, ma di quello esponenziale.

 Che poi in effetti non è mai davvero possibile nella realtà:

l’importante è la convinzione che ci sarà.

E quindi spendere, investire, “rompere cose e muoversi velocemente”.

Questa da eterna mentalità da start-up, cioè da giovane azienda che deve spendere molto per svilupparsi rapidamente e conquistare fette di mercato importanti, è diventata il modello standard per le aziende digitali.

Amazon per esempio lo afferma pure con fierezza:

“Per noi è sempre il primo giorno” è uno dei mantra del fondatore Jeff Bezos.

E in effetti proprio grazie a questo approccio – ma soprattutto a chi lo ha sostenuto – Amazon è riuscita ad andare in perdita economica per quasi 15 anni, facendo investimenti massicci e conquistando il mercato anche in maniera sleale, poiché nessun altro concorrente poteva per esempio permettersi di vendere tutto o quasi sottocosto.

Anche ora che è l’azienda più ricca e potente al mondo, Amazon non ha smesso di utilizzare questa tecnica:

per esempio è in grado di far vedere il calcio ai tifosi italiani a prezzi molto più bassi e a qualità maggiore rispetto ai concorrenti.

Come ci riesce?

Perché ha la fila di operatori che vogliono azioni Amazon: perdere soldi non è un problema, l’importante è conquistare un mercato rapidamente, e per farlo serve aumentare il numero di utenti e le transazioni.

“Cash is king” è il motto di molti analisti finanziari, ovvero tradotto:

 “Non importa se il tuo business è insostenibile:

l’importante è che fatturi e che quindi dimostri di crescere anno su anno.

In questo modo le tue azioni varranno sempre di più e io posso comprarle oggi per rivenderle con profitto domani”.

Un altro esempio di questa mentalità la si è notata qualche giorno fa qui in Italia, quando Netflix ha fatto un enorme investimento pubblicitario comprando svariate pagine di alcuni dei maggiori quotidiani nazionali.

Ma la cosa interessante è che quelle pagine non contenevano pubblicità rivolta agli utenti, invitandoli a iscriversi al loro servizio:

 erano invece rivolte ai decisori pubblici e politici, o comunque all’opinione pubblica per impedire il varo di alcune norme che avrebbero reso più onerosa la produzione di contenuti per Netflix.

Possiamo pensare che il più popolare servizio di intrattenimento online al mondo abbia un problema di liquidità per gli investimenti? No, anzi.

Il problema è che se passa quella legge allora i mercati azionari non crederanno più che Netflix in futuro potrà fare il bello e il cattivo nel suo settore e oltre.

E quindi:

 Amazon butta interi campi di calcio di roba nuova che non riesce a vendere? Instagram rende infelici i giovani?

Facebook dà una mano ai contenuti cospirazionisti a diffondersi?

 Google impedisce la libera circolazione delle notizie in Paesi dittatoriali?

 Non importa.

La cosa importante è che il fatturato cresca.

 E anzi ancora di più, che siano tutti convinti che queste aziende domineranno il mondo nel prossimo futuro.

Ma qui viene la prima domanda: se queste sono già aziende dominatrici del loro mercato, quanto margine di crescita possono avere ancora?

 E poi: cosa succede se non riuscissero a rispettare queste enormi aspettative?

La verità è che queste domande rimangono sullo sfondo.

 Infatti gli operatori finanziari oggi ragionano soprattutto in termini di compravendite: non pensano tanto di guadagnare incassando i dividendi delle aziende, ma rivendendo i titoli di cui sono in possesso a un valore maggiore di quello a cui li hanno acquistati.

Questo meccanismo ha nel tempo creato bolle finanziarie crescenti, che hanno alimentato una quantità di valore nei mercati borsistici di dimensioni enormi, titaniche.

Le potenti iniezioni di liquidità delle banche centrali dell’ultimo decennio, poi, hanno finito per alimentare il fenomeno.

 Il risultato è che oggi c’è una quantità di denaro spaventosa nel mondo, varie volte superiore al PIL mondiale (che pure, ricordiamolo, è un indicatore “lordo”).

“Ma dove sono tutti questi soldi?” ci si potrebbe chiedere.

“Perché è così difficile ottenere credito?”.

Il fatto è che oltre a molta liquidità nei mercati ci sono anche dei tassi molto bassi: quasi nulla rende come una volta.

Per cui gli investitori, che sono alla ricerca soprattutto di rendimenti sicuri, faticano a finanziare attività come quelle imprenditoriali o immobiliari che un tempo erano considerate piuttosto solide, ma che ora rendono pochissimo.

 Alla fine però lo fanno lo stesso, per mancanza di alternative, ma finanziando spesso “i soliti noti”, proprio perché tutti vi scommettono e quindi sembrano più sicuri; sembrano “Too big to fail”.

 Ciò innesta un circolo vizioso di bolle sempre più ampie da un lato, ed enormi capitali immobilizzati dall’altro.

Questa disfunzionalità della finanza ha ricadute negative che vanno ben oltre i mercati mobiliari.

 Alimentano le disuguaglianze economiche e di conseguenza anche sociali.

Spingono il consumismo e quindi impediscono lo sviluppo di un’economia davvero sostenibile.

Rallentano la transizione energetica ed ecologica, perché hanno fabbisogni di energia sempre crescenti.

Persino, soffocano il sano mercato economico, rendendo la competizione al suo interno molto meno equa e concentrando il potere nelle mani di pochi attori in grado di istituire quelli che oramai sono monopoli de facto.

Ma quindi quale può essere la soluzione?

Cancellare la finanza?

Non si può: in una certa forma è sempre esistita e non si può davvero impedire la speculazione finanziaria.

Sequestrare il denaro dalle mani degli investitori avidi?

Sì, ma non si può farlo a forza.

Va invece promosso un nuovo tipo di finanza: una finanza che metta al primo posto non la rendita finanziaria, e nemmeno economica, ma l’impatto sociale.

 Si tratta della cosiddetta “impact finance”, e non è un libro dei sogni.

I più grandi fondi di investimento al mondo già da alcuni anni si stanno impegnando a finanziare iniziative non solo sostenibili, ma che generano valore sociale e ambientale.

 Lo fanno con una logica anche economica: sanno che fenomeni come il cambiamento climatico non sono condizionati dalla finanza, e quindi in futuro avranno un impatto crescente sui mercati reali aumentando la richiesta di quei prodotti e servizi che risolveranno questi problemi epocali.

L’Italia, purtroppo, in questo è in grave ritardo.

Nonostante 8,5 miliardi di green bond immessi nel mercato dal governo, e gli altri miliardi messi a disposizione da banche come Unicredit e Intesa per progetti che rispettino i cosiddetti “criteri ESG” – acronimo di Environmental, Social e Governance – gli investitori italiani sembrano ancora più “allergici” al rischio dei loro colleghi all’estero.

 L’obiettivo pare più quello di evitare di fare troppi danni che di cambiare le logiche della finanza, e agli investimenti in cambio di compartecipazione azionaria si preferiscono di gran lunga i prestiti, finendo per sostenere quasi solo chi è già strutturato – e magari all’occorrenza fa un po’ di green washing”.

Oggi in Italia i fondi di investimento con logiche di impact sociale si contano sulle dita di una o due mani, e il più grande ha una dotazione di appena 40 milioni di euro.

Qualcosa di meglio per quanto riguarda l’ambiente c’è, ma siamo comunque in ritardo.

 E manca ancora una normativa seria di riferimento.

Rischiamo quindi non solo di perdere un’altra opportunità di sviluppo, arroccandoci in un atteggiamento conservativo, a difesa delle rendite e non al servizio della vera innovazione, ma anche di non dare il nostro contributo in quella che è una delle sfide chiave del nostro tempo.

 

 

 

 

 

Lettera aperta “Cura e non Censura”

del Comitato “Ascoltami”

al Dr. Matteo Bassetti.

 

Conoscenzealconfine.it – (21 Dicembre 2022) – comitato ascoltami – ci dice:

 

Egregio Dr. Matteo Bassetti, Lieti del suo interessamento per la proiezione di “Invisibili”, cogliamo l’opportunità di chiederLe alcune delucidazioni.

Siamo il Comitato “Ascoltami”, il primo e unico Comitato in Italia che raccoglie migliaia di persone che soffrono per le reazioni avverse a seguito della Vaccinazione Anti Covid-19.

Non siamo delle fake news.

Siamo uomini, donne, ragazze e ragazzi che hanno CREDUTO in quanto proposto da Lei e dalle istituzioni.

Siamo TUTTI vaccinati e TUTTI danneggiati.

 Circa 120000 persone OGNI settimana interagiscono con Noi attraverso i nostri canali, molti perché inascoltati e non curati.

Volevamo chiederLe quindi delucidazioni sulle sue dichiarazioni, a nostro parere gravissime.

Partiamo da quanto da lei dichiarato:

“Trovo gravissimo che possa essere rappresentato nella sede del Comune di Genova un documentario censurato da YouTube, che prende in considerazione fake news. (…)”

Le chiediamo da illustre e stimatissimo scienziato, cosa intende Lei per fake news?

Ci sono” peer reviewers” dietro YouTube?

A noi risulta da fonti facilmente verificabili che YouTube afferisca a gruppi di azionisti che sono gli stessi principali di Pfizer e Moderna (Vanguard, Blackrock, ecc.).

Illustrissimo dr. Bassetti lei conosce il conflitto d’interessi?

 Illustrissimo dr. Bassetti Lei condanna il conflitto d’interessi ed è a favore di una Scienza super partes?

 Lei davvero dà credibilità alla censura di YouTube che ha gli stessi azionisti delle case farmaceutiche?

 È questa la Sua Scienza che così tanto spesso invoca e si eleva a suo paladino?

Inoltre, le chiediamo spiegazioni in merito al proseguo delle sue dichiarazioni:

“Spero e mi auguro che un’istituzione così prestigiosa come il Comune di Genova non dia la possibilità di trasmetterlo.

 Se fosse trasmesso, sarebbe un pessimo messaggio per la città di Genova.

Credo che questo tipo di documentari e questa modalità di guardare ai vaccini sia profondamente sbagliata.

 Non è questione di fare censura, ma la scienza è una cosa, la propaganda e la politica sono un’altra”.

La propaganda e la politica sono ciò che cerca di fare Lei censurando, emerito dr. Bassetti.

Un documentario riporta TESTIMONIANZE.

Siamo ESSERI UMANI che SOFFRONO a seguito e a causa della VACCINAZIONE anti Covid-19.

Cosa c’è di PROPAGANDA nel fare emergere la VERITÀ di persone che hanno creduto nella vaccinazione e hanno la vita rovinata?

Cosa intende per scelte politiche?

È stata una scelta politica avere a 27 anni una miocardite debilitante post vaccino? Oppure una neuropatia che impedisce la semplice deambulazione?

 Nessuna propaganda politica.

Noi del Comitato siamo TUTTI vaccinati e gravemente DANNEGGIATI.

Certi che arriveranno delle sue spiegazioni in merito alle nostre riflessioni, saremo lieti di accettare le sue scuse PUBBLICHE per queste sviste, un po’ macroscopiche, ma capiamo i suoi tanti impegni.

A proposito dei suoi innumerevoli impegni, Le chiediamo se può dedicare il suo tempo a Noi, a studiarci e curarci.

Siamo migliaia di cittadini che hanno creduto proprio in Lei e nella vaccinazione, se il Suo reparto ci accogliesse noi saremmo lieti di avere dei medici che SENZA pregiudizi cercheranno una CURA al danno inflitto dalla vaccinazione.

Ci permettiamo di suggerirle di fare più ricerca e cercare delle cure per Noi danneggiati, da medico il Suo compito dovrebbe essere CURARE, non CENSURARE la sofferenza, negarla, banalizzarla, ridicolizzarla.

Attendiamo fiduciosi” Le porte aperte del Suo reparto” per trovare CURE efficaci e ridarci una vita dignitosa.

 Certi che da medico non si girerà dall’altra parte, saremo Lieti di incontrarla in una delle tantissime sale in Italia dove stiamo proiettando “Invisibili”.

 Lei è sempre il benvenuto, siamo davvero in molti a volerle fare delle domande.

Sperando di averla presto tra noi, insieme alle sue scuse verso le migliaia di cittadini INVISIBILI che stanno soffrendo da mesi (molti da più di un anno).

I nostri più cari saluti, Comitato “Ascoltami”.

(invisibili.playmaster.it)

(t.me/comitatoascoltami).

 

 

 

Nigel Farage: per la corruzione

bisogna indagare la Commissione UE.

 

Scenarieconomici.t – Giuseppina Perlasca – (20 Dicembre 2022) – ci dice: 

Nigel Farage ha chiesto un’indagine sulla Commissione europea mentre lo scandalo della corruzione continua ad affliggere l’organo di governo.

Attualmente lo scandalo ha portato i procuratori belgi ad accusare Eva Kaili e altre tre persone di aver accettato tangenti dal Qatar, ospite della Coppa del Mondo, nel tentativo di influenzare le politiche dell’UE.

La scorsa settimana, Nigel Farage di GB News ha reagito alla notizia degli arresti per corruzione nel Parlamento Europeo dicendo:

“So personalmente bene cosa vuol dire, perché per anni io e i miei colleghi siamo stati messi all’inferno dall’Olaf, l’ufficio frodi del Parlamento europeo “.

Un ente che si occupa dei regali di bottiglie di champagne, ma ignora completamente la vera corruzione, quella proveniente dai paesi stranieri o dalle ONG.

Ora Nigel ha chiesto un’indagine su “ogni altra parte dell’UE”.

 Ha dichiarato di non essere rimasto scioccato o sorpreso dalle notizie provenienti da Bruxelles e di aver “visto in prima persona la costante esposizione a lobbisti di ogni tipo”. 

“L’unico fatto che mi ha stupito di questa squallida situazione è la pura efficienza e l’astuzia dimostrata dai servizi segreti belgi nello smascherarla “.

“Il fatto è che i pezzi grossi dell’UE hanno costruito un corpo di politici e burocrati che costituiscono, di fatto, una classe separata.

 E nel creare questa élite, i dominatori della UE hanno preso spunto dall’aristocrazia dei burocrati del mondo: i francesi “.

 

Riflettendo sul suo periodo come europarlamentare e sul futuro del “club di Bruxelles”, Nigel ha affermato che: “in generale segue questa cultura e si prende cura dei suoi.

 Guai, però, a chi è dissidente.

 Nel mio caso, ogni immunità che avevo in qualità di europarlamentare non valeva nulla”.

“Il mio disprezzo per questo sistema disonesto non conosce limiti.

Spero solo che le forze dell’ordine belghe facciano una prossima verifica di altre parti del sistema, in particolare della Commissione europea, il braccio esecutivo dell’UE.

 Dopo tutto, è lì che si trova il vero potere di legiferare e decidere le politiche”.

Un chiaro invito ad esaminare la testa del serpente.

Nel frattempo la presidente del parlamento europeo, Roberta Mestola, ha promesso una stretta sui gruppi informali che girano attorno al parlamento, affermando che non lascerà che il parlamento sia considerato in vendita.

 intanto però Pazeri ha parzialmente confessato tirando in ballo di deputato belga Marc Tarabella a cui avrebbe consegnato del denaro contante.

 

 

 

 

La Cina approfitta del “Tetto al prezzo”

europeo sul petrolio russo.

Scenarieconomici.it – (20 Dicembre 2022) - Giuseppina Perlasca – ci dice:

 I raffinatori cinesi indipendenti hanno visto i loro margini di raffinazione balzare nelle ultime settimane grazie alla possibilità di negoziare sconti più elevati per il greggio russo normalmente importato, anche se lo acquistano al di sopra del tetto di prezzo fissato dal G7, hanno dichiarato martedì a Reuters fonti commerciali e industriali.

Il flusso di greggio russo più economico verso la Cina ha fatto salire i margini di raffinazione dei raffinatori indipendenti, i cosiddetti teapot, a oltre 115 dollari (800 yuan cinesi) per tonnellata la scorsa settimana, da meno di 86 dollari (600 yuan) all’inizio di dicembre, secondo un analista petrolifero con sede in Cina che ha parlato con Reuters.

Molte raffinerie cinesi indipendenti con sede nella provincia di Shandong hanno continuato ad acquistare il greggio russo, ignorando il limite di prezzo imposto dai Paesi occidentali.

Il tetto al prezzo del greggio russo imposto dall’UE, dal G7 e dall’Australia è entrato in vigore il 5 dicembre, ma la Cina non ha aderito alla cosiddetta” Price Cap Coalition”, che vieta i servizi di trasporto marittimo del greggio russo a meno che non venga venduto a un prezzo pari o inferiore a 60 dollari al barile.

L’ESPO, il greggio dell’Estremo Oriente russo preferito dai raffinatori indipendenti cinesi, viene venduto al di sopra del limite di prezzo e le fonti commerciali lo stimano a circa 65-68 dollari al barile, franco a bordo.

Sebbene sia al di sopra del “price cap”, il prezzo dell’ESPO negoziato dai raffinatori cinesi è ancora a forte sconto rispetto ai futures” ICE Brent” per il mese di consegna del carico, attualmente febbraio e marzo.

Anche se la Cina non ha aderito alla” Price Cap Coalition”, il fatto che ora esista un (price cap) dà al primo importatore mondiale di greggio, così come ad altri acquirenti di greggio russo come l’India, un maggiore potere contrattuale per negoziare forti sconti per il greggio russo anche al di fuori del meccanismo del “price cap”, dicono gli analisti.

Gli scambi con l’ESPO al di sopra del “price cap” suggeriscono che, per ora, la Russia ha le navi cisterna e le compagnie di assicurazione per fornire copertura e trasporto per il greggio ESPO, che può raggiungere la Cina dall’Estremo Oriente russo in meno di una settimana.

 

 

 

I Dominatori di questo Mondo.

Conoscenzealconfine.it – (12 Aprile 2020) – Redazione - ci dice:

 

Nelle varie culture sono stati chiamati con nomi diversi: Arconti per gli gnostici, Elohim o Anunnaki per i redattori biblici, Voladores per i toltechi, Demoni per i cristiani… Alieni per i moderni autori di quella che viene chiamata fantascienza.

Si tratta di una razza aliena molto evoluta tecnologicamente, che ci ha sottomessi dominando la nostra coscienza e che continuano a tenerci sottomessi, impedendoci di prendere coscienza di noi stessi, di chi siamo veramente, inducendoci a credere di essere l’apparato psicofisico che abitiamo, ovvero il nostro ego.

In tal modo siamo spinti ad atteggiamenti, sentimenti, pensieri sempre più egoistici che ci portano a non fidarci l’uno dell’altro.

Lo sapevano molto bene i romani, quando affermavano che per comandare era necessario prima dividere il popolo, in modo che non si unisse e si organizzasse per combatterli e vincerli.

Il famoso “divide et impera” è a tutt’oggi utilizzato dal potere per tenerci occupati in lotte (politiche, sportive, ideologiche, religiose…) al fine di non permetterci di prendere coscienza di noi stessi e della nostra forza.

Per mantenerci in una posizione di sudditanza, hanno perciò fatto in modo che quello che doveva essere il nostro strumento di manifestazione, e cioè l’ego, divenisse invece il padrone delle nostre vite.

Hanno perpetrato questo vero e proprio crimine, facendo sì che fin dalla nascita fossimo soggiogati da convinzioni e credenze condizionanti, atte a sottometterci ad una “volontà” superiore, che ci hanno indotti a credere “divina”.

Come opporsi a delle prescrizioni che vengono nientedimeno che da un Dio!

Come non sentirsi sempre in colpa e in peccato se queste prescrizioni contraddicono la nostra natura, per cui non riusciamo mai ad osservarle?

 Nel tempo, il potere religioso divenne così dominante che perfino i re divenivano “re” per volontà di Dio!

E questo dio che dà delle prescrizioni ad un popolo e prescrizioni totalmente diverse ad un altro popolo, che predilige una stirpe e tratta le altre da infedeli, che istiga all’omicidio, alla guerra oltre che all’odio per gli “infedeli”, deve essere adorato e venerato perché altrimenti ne va non solo della nostra vita attuale, ma è in gioco nientedimeno che l’eternità!

 Una condanna eterna se si disobbedisce o un premio – anch’esso eterno – se ci si sottomette.

(Ai nostri giorni “la nuova religione dell’ambientalismo” ha creato Klaus Schwab, il

Nostro nuovo Dio terreno, che guida tutte le nazioni globaliste occidentali! Ndr.)

La scienza ci dice oggi che la “realtà” che conosciamo è solo il 4% del conoscibile e che noi siamo prigionieri di questo limite, perché non riusciamo ad andare oltre ciò che i nostri sensi ci dicono.

Nulla conosciamo aldilà di ciò che possiamo percepire attraverso di essi (o di strumenti che ne amplificano la capacità percettiva, come sofisticati computer, microscopi o telescopi elettronici, ed altre protesi che ampliano il nostro raggio d’azione).

Eppure…  questa pagina che vedo là fuori, in realtà è un’immagine che si è creata nella parte più buia del mio cranio, laddove “gira” il programma che decodifica i messaggi inviati dai nervi ottici e li traduce in immagini.

 In base a quale programma decodifica quei messaggi?

Se la mia vista fosse a raggi X, quale sarebbe la decodifica?

Certamente il mondo mi apparirebbe molto diverso e i miei simili mi apparirebbero sicuramente un po’ “scheletrici”!

Il nostro apparato psicofisico, il nostro “contenitore” può dunque non essere affatto così come lo percepiamo, poiché anche di noi stessi conosciamo solo il 4%… E tutto il resto?

Per deduzione necessariamente deve esserci un “resto”, che appartiene a quel regno “oscuro” che noi non conosciamo.

 I nostri pensieri, i nostri sentimenti, non li vediamo, non li tocchiamo eppure nessuno dubita della loro “realtà”.

E anch’essi appartengono a quel 4%.

Eppure non abbiamo quasi nessun controllo su di loro.

 Come controllare qualcosa che non si conosce?

I pensieri vanno e vengono, i sentimenti anche, i fatti “esistenziali” accadono in modo incomprensibile o addirittura “caotico”, guidati cioè da un capriccioso “caso” …

A proposito, è interessante notare come la parola “caso” sia l’anagramma di “caos” ed infatti: che mondo è quello guidato dal caso?

Un mondo chiaramente caotico: il mondo in cui viviamo!

(lascaladiluce.altervista.org/i-dominatori-di-questo-mondo.html)

 

 

 

 

 

Chi sono i più potenti

del mondo?

Lucidamente.com- Rino Tripodi – (1° Giugno 2022) – ci dice:

 

Perché l’odierno capitalismo finanziario è sempre più incontrollabile.

Pochi hanno sentito parlare di Vanguard, Black Rock, State Street Global Advisor o Blackstone, oppure di sigle quali Kkr o Cvc…

 E ancor di meno sanno di cosa si tratta e perché costituiscono un pericolo per quel che resta delle democrazie e persino per le produzioni economiche più sane…

Se al povero cittadino comune, travagliato da un decennio di crisi economica, da più di due anni di misteriosa epidemia e ora dal rischio di un conflitto nucleare, si chiedesse chi ha maggiore potere e capacità di indirizzare le sorti del pianeta, le risposte potrebbero essere di vario genere.

I più ingenui risponderebbero col nome di qualche stato, o di un leader politico, o di qualche esercito;

altri indirizzerebbero la propria attenzione sulle grandi industrie e sulle multinazionali ormai entrate da tempo nel linguaggio comune e nell’insegnamento scolastico;

i complottisti su fantomatiche organizzazioni segretissime.

I più svegli nominerebbero i padroni delle nuove tecnologie informatiche e telematiche, i colossi della Silicon Valley, del web, del commercio a distanza, o Big Pharma.

Forse sbaglierebbero tutti.

 Perché i nuovi dominatori del pianeta, certamente dal punto di vista finanziario, e quindi economico, nonché – aspetto ancora più preoccupante – in grado di influenzare pesantemente politica e cultura, sono ancora meno noti, più occulti, ma molto, molto più potenti.

A chi dicono qualcosa parole come Vanguard, Black Rock, State Street Global Advisor o Blackstone, oppure sigle quali Kkr o Cvc?

In termini anticapitalistici e marxisti di un certo tempo fa, sarebbero definiti squali, che si muovono a loro agio nel mare della finanza globale.

Chiariamo in anticipo che il campo dell’economia e della finanza, per di più infarcito di termini tecnici anglosassoni, è ostico, e di certo non pretendiamo con questo nostro articolo di essere chiari ed esaustivi.

 Inoltre, non essendo esperti del campo, chiediamo venia in anticipo per eventuali imprecisioni.

Pertanto consigliamo al lettore di cliccare sui link e, comunque, eseguire altre ricerche.

Cominciamo dai fondi d’investimento.

Quelli più in voga (perché relativamente meno rischiosi per i clienti) sono gli Etf, ovvero gli Exchange Traded Fund.

Essi appartengono alla tipologia Etp (Exchange Traded Products), ovvero alla macro famiglia di prodotti a indice quotati.

Diversamente dai tradizionali fondi comuni d’investimento e dalle Sicav (società di investimento a capitale variabile) e dalle Sicaf (a capitale fisso), hanno gestione passiva, ovvero sono svincolati dall’abilità del gestore, che minimizza le proprie decisioni di portafoglio usando algoritmi che monitorano l’andamento borsistico.

In tal modo diminuiscono i costi di transazione e l’imposizione fiscale sui guadagni in conto capitale.

Glauco Benigni ne “Lo spettro dei 3 Big” spiega che gli Eft «sono quotati in borsa con le stesse modalità di azioni e obbligazioni.

Gestione passiva significa che il loro rendimento è legato alla quotazione di un indice borsistico (che può essere azionario, per materie prime, obbligazionario, monetario etc.) e non all’abilità di compravendita del gestore del fondo.

L’opera del gestore si limita a verificare la coerenza del fondo con l’indice di riferimento (che può variare per acquisizioni societarie, fallimenti, crolli delle quotazioni ecc.), nonché correggerne il valore in caso di scostamenti tra la quotazione del fondo e quella dell’indice di riferimento, che sono ammessi nell’ordine di pochi punti percentuali (1% o 2%)».

Tutto ciò «rende tali fondi molto convenienti per il cliente comune: solo circa lo 0,2% del risparmio amministrato, contro circa il 2% di un fondo attivo.

Sicché oggi occupano il 40% del totale delle azioni del mondo».

Tutto chiaro? Mica tanto! Ma è la finanza, baby!

E siamo solo ai prodotti e alle nozioni più elementari.

 E beh? Cosa c’è di male?

Chi ha soldi cerca di investire per proteggerli dall’inflazione nuovamente rampante o, meglio ancora, per aumentarli.

 La questione-chiave è che al mondo pochissime società gestiscono quasi interamente tali prodotti finanziari.

Le tre maggiori vengono definite appunto Big Three e sono The Vanguard Group, BlackRock e State Street Global Advisor (vedi Ecco le 10 società di gestione più grandi del mondo per patrimonio).

Sarebbe da aggiungere pure il Blackstone Group (noto in Italia anche per una controversia legale con il gruppo Rcs MediaGroup sulla vendita del palazzo storico del Corriere della Sera a Milano, senza che si sia arrivati a un riconoscimento per la società italiana).

Ecco alcuni numeri, impressionanti, avvertendo che essi sono sempre in evoluzione. Nel 2019, sommati, i tre gruppi gestivano 16 trilioni di dollari e controllavano il 40% delle azioni delle maggiori corporation americane e addirittura, sempre insieme, erano il maggior azionista nell’88% delle società presenti nell’indice Standard & Poor’s 500.

Il patrimonio gestito da BlackRock è pari ai Pil di Francia e Spagna messi assieme. Se guardiamo al giro d’affari e al fatturato, i loro dipendenti sono relativamente pochi: in ordine, 17.000, 15.000, 2.500.

BlackRock ha quote nelle dieci più importanti banche europee ed è presente anche in Unicredit, Banca Generali, Fineco.

 

È evidente che tale massiccia presenza in tutto il mondo possa influenzare l’economia e la politica dei singoli Stati.

 Ormai è noto che la “crisi dello spread” che portò alla caduta del Governo Berlusconi nel novembre 2011 avvenne anche per spinte “esterne” .

In genere per quella “deposizione” si pensa a pressioni politiche internazionali e, segnatamente, degli Usa e dell’Unione europea.

Tuttavia, un’altra ipotesi, riportata da un periodico certo non tenero con il Cavaliere (vedi Germano Dottori, BlackRock, il Moloch della finanza globale, in Limes, n. 2, 2015), e poi ripresa da Maria Grazia Bruzzone (Fu davvero BlackRock a ispirare il “cambio di scena” del 2011 in Italia? nella Stampa, 12 aprile 2015), dirige i propri sospetti proprio su BlackRock.

Le motivazioni di quest’ultima non erano certo l’antiberlusconismo, ma l’obiettivo di far precipitare la crisi del debito sovrano italiano per comprare a prezzi stracciati le azioni delle nostre aziende

. Riuscendovi: «A fine 2011 la Roccia aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi». Ma se l’Italia vi sembra un pesce piccolo e Silvio Berlusconi uno che non era degno di governarci, leggete quanto ha scritto Mauro Del Corno su il Fatto Quotidiano (8 gennaio 2021):

 Usa, le scelte di Joe Biden: la Casa Bianca assomiglia sempre di più ad una succursale del colosso finanziario Blackrock.

Un esempio lampante è l’ambientalismo, tanto di moda (a parole) negli spot pubblicitari delle aziende, che, all’improvviso, si scoprono ecologiste per purissimi motivi filosofici, spiritualisti e di rispetto dell’ambiente.

 È un caso nel quale l’intreccio tra media, interessi economici e politica è evidente.

Nel 2019 Greta Thunberg viene nominata dal Time «Persona dell’anno».

 Pochi mesi dopo, BlackRock (nonostante non fosse assolutamente un esempio di “finanza etica”, avendo sempre fatto tanti investimenti nel settore degli idrocarburi e non essendosi mai curata di sostenibilità e condizioni dei lavoratori) diventa “ambientalista”.

Il suo deus ex machina, Laurence D. Fink invia una missiva ai propri dirigenti in cui sottolinea che «il cambiamento climatico è diventato un fattore determinante per le prospettive a lungo termine delle aziende e che siamo sull’orlo di un fondamentale rimodellamento della finanza».

Come l’Unione europea, il futuro presidente statunitense Joe Biden mette al centro del suo programma elettorale la lotta ai cambiamenti climatici e la difesa dell’ambiente.

In tempi utili per trarre vantaggio dalla nuova ideologia del potere, le aziende si posizionano per trarre benefici dalla cosiddetta transizione ecologica, indirizzando i loro investimenti verso nuovi settori quali le energie rinnovabili, le automobili elettriche, il cibo vegano o proprio fintamente “sano”, nonché mettendosi in fila per i miliardi di finanziamenti previsti.

Un altro intreccio in grado di condizionare la vita economica (e non solo) di intere nazioni è quello tra i grandi fondi di investimento e le agenzie di rating (Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings).

Queste ultime dovrebbero essere semplici strumenti di valutazione oggettiva delle situazioni economiche, ma in realtà le influenzano coi loro sprezzanti giudizi.

Ebbene, nel loro azionariato troviamo le solite “Big” e tante altre corporation… Del resto, tutti i rapporti tra fondi, aziende e agenzie di rating sono un inestricabile gioco di scatole cinesi, con quote azionarie degli uni nelle altre e viceversa.

 Anche lasciando da parte l’economia, si è visto come l’influenza di tali gruppi su elezioni politiche, linee di indirizzo, media, tendenze culturali, siano inquietanti e incompatibili con libere democrazie.

Scrive Ugo Mattei nel saggio “Il diritto di essere contro” (Piemme, 2022, pp. 178-179) che i grandi pacchetti azionari «controllano tanto l’industria farmaceutica quanto quella della comunicazione di massa nonché la filiera del cibo industriale e della sua distribuzione e ovviamente gran parte degli armamenti Usa».

Tale enorme potere con la connessa attività di lobbismo non può che avere un enorme impatto sulla politica dei paesi “liberaldemocratici”.

Così la governance economica mondiale prevale nettamente sul governo politico degli Stati.

E il potere dei grandi gruppi di speculazione finanziaria non si arresta più.

Guido Fontanelli, nel suo “Sempre più padroni del mondo” (in Panorama, n. 19, 4 maggio 2022), cerca di gettare un po’ di luce su altri oscuri prodotti finanziari:  i fondi di private capital.

Si tratta di «investimenti rischiosi e a lungo termine, la quota destinata a essi non può superare il 10% del portafoglio finanziario del risparmiatore».

 Eppure, poiché oggi si preferisce giocare in borsa che rischiare di fondare o investire su un’attività produttiva reale (vedi Perché il capitalismo odierno è sempre più incontrollabile), anche tali investimenti rendono tanto, soprattutto a chi li controlla:

 «Gli attivi in gestione dei fondi private sono cresciuti lo scorso anno al massimo storico di 9.800 miliardi di dollari.

Le prime cinque società del settore gestiscono un patrimonio complessivo di 1.850 miliardi, cifra smisurata che si avvicina da sola agli abbondanti risparmi di tutti gli italiani (1.900 miliardi di dollari)».

 Oltre a Blackstone, i maggiori gestori di private capital sono sigle che non avete mai sentito, come la newyorchese Kkr (459 miliardi di dollari di patrimonio gestito) o la britannica Cvc (122 miliardi).

Che tutto questo denaro serva per comprare aziende sane o in difficoltà per specularci sopra, per acquisire debiti sovrani di intere nazioni o per foraggiare l’industria degli armamenti, poco importa (La finanza spietata: dal boom dei titoli degli armamenti allo sciacallaggio su aziende in crisi e sui debiti sovrani).

È evidente che la finanziarizzazione assoluta dell’economia costituisce una iattura oltre che, come s’è visto, per le democrazie, anche per le aziende manifatturiere sane e, di conseguenza, per i loro occupati.

Non conta se ciò che esce da una fabbrica dopo tanto lavoro è utile, sano e buono per le masse, ma se “il mercato finanziario” dirige o meno le proprie speculazioni su un’azienda o un’altra, su una materia prima e una risorsa naturale o un’altra, su una produzione o un’altra…

Per fortuna il Governo Draghi aiuta gli italiani (ricchi) a difendere i propri risparmi.

Qualcuno ha saputo che dallo scorso 16 marzo agli investitori non professionali non occorrono più 500mila euro, ma “solo” almeno 100mila per entrare nei fondi di private capital e di real estate (È ufficiale: si abbassa la soglia per investire nei Fia)?

Però, purché tale cifra non sia superiore al 10% del portafoglio finanziario del risparmiatore/speculatore.

 Ebbene, sì: l’attuale esecutivo ha proprio a cuore gli interessi degli italiani, soprattutto di quelli più poveri…

(Rino Tripodi)

 

 

 

La fame non sarà sconfitta entro il 2030,

perché non riusciamo a cambiare rotta?

 

Asvis.it- Tommaso Tautonico – (3-8-2022) – ci dice:

 

Cresce la fame nel mondo, che nel 2021 ha colpito 828 milioni di persone. Clima, conflitti ed economia tra i principali fattori.

 Le sei trasformazioni necessarie secondo lo “State of Food Security and Nutrition in the World”. 

Mancano otto anni al 2030, anno in cui dovrebbero essere raggiunti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) delle Nazioni unite, ma la distanza per centrare molti dei Target previsti dal Goal 2 – “Sconfiggere la fame” aumenta ogni anno.

Nonostante gli sforzi, i progressi sono insufficienti di fronte a un contesto difficile e incerto come quello che stiamo vivendo.

Lo dice l'edizione 2022 del Rapporto “The State of Food Security and Nutrition in the World” pubblicato a luglio in maniera congiunta dall'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), dal Fondo delle Nazioni unite per l'infanzia (Unicef), dal Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite (Wfp) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

La direzione sbagliata.

 I numeri, evidenzia il documento, dipingono un quadro cupo.

Nel 2021, 828 milioni di persone nel mondo sono state colpite dalla fame, 46 milioni in più rispetto al 2020 e 150 milioni in più dal 2019.

 Nello stesso anno, 2,3 miliardi di persone nel mondo hanno vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave, con un divario di genere in crescita che ha colpito il 31,9% delle donne rispetto al 27,6% degli uomini.

Inoltre, nel 2020 quasi 3,1 miliardi di persone non potevano permettersi una dieta sana, in aumento rispetto al 2019, e due bambini su tre non sono stati nutriti con la dieta minima e diversificata di cui hanno bisogno per crescere e sviluppare al massimo le loro potenzialità.

Uno sguardo al 2030.

 Guardando al futuro, evidenzia il Rapporto, le proiezioni indicano che nel 2030 quasi 670 milioni di persone nel mondo dovranno ancora affrontare la fame.

 Un numero simile al 2015, quando è stato lanciato l'obiettivo Onu di porre fine alla fame, all'insicurezza alimentare e alla malnutrizione.

Guerre, numero e intensità di eventi climatici estremi e recessioni economiche sono i principali fattori che impediscono di raggiungere i Target del Goal 2.

Negli ultimi dieci anni, questi fattori sono aumentati, minando la sicurezza alimentare e la nutrizione in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito.

L’aumento dei conflitti armati violenti, evidenzia il Report, è accompagnato da un numero crescente di rifugiati e sfollati interni, raddoppiato negli ultimi dieci anni.

Il numero di Paesi a basso e medio reddito esposto ad eventi climatici estremi è in costante aumento in termini di intensità e frequenza, passando dal colpire il 76% dei Paesi tra il 2000 e il 2004, al 98% nel periodo 2015-2020. 

Già prima della pandemia da Covid-19, vari rapporti avevano evidenziato rallentamenti economici e stagnazione in molte economie, portando a un aumento della disoccupazione e a un calo del reddito.

Le necessarie misure messe in atto per contenere la pandemia hanno prodotto un contraccolpo economico, mandando in recessione la maggior parte dei Paesi.

Povertà e disuguaglianza sono fattori strutturali che amplificano l'impatto negativo dei conflitti, degli eventi climatici e delle flessioni economiche.

Mentre la povertà è diminuita, continua lo studio, la disuguaglianza di reddito, misurata dall'indice di Gini, è rimasta elevata e persistente negli ultimi 20 anni in tutto il mondo.

È bene sottolineare, continua ancora il Rapporto, che nonostante i fattori appena analizzati si presentino separatamente, in realtà interagiscono tra loro e tendono a creare interconnessioni.

 Ad esempio, un conflitto può devastare la produzione e la crescita economica, causando profonde recessioni economiche.

A loro volta, le recessioni economiche spingono l'inflazione, portando a forti aumenti dei prezzi dei generi alimentari che tendono ad esacerbare il rischio di disordini politici.

Riqualificazione delle politiche agricole.

Il documento rileva come il sostegno mondiale al settore alimentare e agricolo sia stato in media di quasi 630 miliardi di dollari all'anno tra il 2013 e il 2018.

 La parte maggiore dei sostentamenti è andata ai singoli agricoltori, attraverso politiche commerciali, di mercato e sussidi fiscali.

Tuttavia, continua il Rapporto, gran parte di questo sostegno non solo sta distorcendo il mercato, ma non sta raggiungendo tanti agricoltori, sta danneggiando l'ambiente e non è in grado di promuovere la produzione di cibi nutrienti fondamentali per una dieta sana.

 Questo perché spesso i sussidi mirano alla produzione di alimenti di base, latticini e altri alimenti di origine animale, soprattutto nei Paesi a reddito medio-alto. Riso, zucchero e carni di vario tipo sono gli alimenti più incentivati ​​in tutto il mondo, mentre frutta e verdura sono meno supportate, in particolare in alcuni Paesi a basso reddito.

Incentivare nutrienti sani.

 Con le minacce di una recessione globale incombente e le sue implicazioni sulle entrate e sulla spesa pubblica, un modo per sostenere la ripresa economica può consistere nel riproporre il sostegno alimentare e agricolo verso alimenti nutrienti, favorendo un aumento dei consumi pro capite fino ad arrivare ai livelli raccomandati per diete sane.

Se i governi utilizzassero le risorse per incentivare la produzione, la fornitura e il consumo di cibi nutrienti, contribuirebbero a rendere le diete sane meno costose, più convenienti ed eque per tutti.

Sei percorsi per trasformare i sistemi alimentari.

 Il Rapporto suggerisce sei possibili aree di intervento per cambiare i sistemi alimentari, contrastando l’insicurezza alimentare, la malnutrizione e garantendo l'accesso a diete sane e accessibili per tutti, in modo sostenibile e inclusivo. 

 

 

 

1) Integrare politiche umanitarie, di sviluppo e di costruzione della pace nelle aree colpite da conflitto.

In condizioni di conflitto, i sistemi alimentari sono spesso gravemente interrotti, mettendo a dura prova l'accesso delle persone a cibi nutrienti.

 Quando le cause dei conflitti sono legate alla concorrenza per le risorse naturali, compresi i terreni, le foreste, la pesca e le risorse idriche, c’è la possibilità che si verifichino profonde crisi economiche.

 Le politiche, gli investimenti e le azioni per ridurre l'insicurezza alimentare e la malnutrizione devono essere attuati simultaneamente alle azioni per ridurre i livelli di conflitto, in linea con lo sviluppo socioeconomico e la costruzione della pace.

2) Aumentare la resilienza climatica in tutti i sistemi alimentari.

Il modo in cui produciamo cibo e utilizziamo le nostre risorse naturali può contribuire a creare un futuro positivo per il clima, dove le persone e la natura possano coesistere e prosperare.

Questo è importante non solo perché i sistemi alimentari sono influenzati dagli eventi climatici, ma anche perché i sistemi alimentari stessi hanno un impatto sull'ambiente e sono un motore del cambiamento climatico.

Proteggere la natura, gestire in modo sostenibile i sistemi di produzione e approvvigionamento alimentare, ripristinare gli ambienti naturali crea resilienza agli shock climatici e garantisce sicurezza alimentare e migliore nutrizione.

3) Rafforzare la resilienza dei più vulnerabili alle avversità economiche.

Come dimostrato dall’esperienza della pandemia da Covid-19, le politiche economiche e sociali, la legislazione e adeguate strutture di governance, continua il Rapporto, dovrebbero essere introdotte con largo anticipo rispetto ai rallentamenti e alle flessioni economiche, così da contrastare gli effetti al loro arrivo e mantenere l'accesso a cibi nutrienti, soprattutto per i gruppi di popolazione più vulnerabili, comprese donne e bambini.

(ALTA SOSTENIBILITÀ: TRA GUERRA E PANDEMIA COSA RISCHIA L'ECONOMIA GLOBALE)

4) Intervenire lungo le filiere alimentari per abbassare il costo dei cibi nutrienti.

Gli interventi per aumentare la disponibilità di alimenti sicuri e nutrienti, abbassandone i costi, consentono di aumentare l'accessibilità a diete sane.

Questo richiede un insieme coerente di politiche, investimenti e normative, dalla produzione al consumo, che migliorino l’efficienza e riducano perdite e sprechi alimentari.

5) Combattere povertà e disuguaglianze strutturali, garantendo interventi a favore di poveri e inclusivi.

Una leva importante per il cambiamento è l'empowerment di gruppi di popolazione poveri e vulnerabili, spesso piccoli proprietari con accesso limitato alle risorse o che vivono in località remote, così come l'empowerment di donne, bambini e giovani, che altrimenti potrebbero essere esclusi.

Le misure includono un maggiore accesso alle risorse produttive, compreso l'accesso alle risorse naturali, ai mezzi agricoli e alla tecnologia, alle risorse finanziarie, alla conoscenza e all'istruzione.

6) Rafforzare gli ambienti alimentari e modificare il comportamento dei consumatori per promuovere modelli dietetici con impatti positivi sulla salute umana e sull'ambiente.

Sulla base del contesto specifico del Paese e dei modelli di consumo prevalenti, sono necessarie politiche, leggi e investimenti per creare ambienti alimentari più sani e consentire ai consumatori di perseguire modelli alimentari che siano nutrienti, sani, sicuri e con un minore impatto sull'ambiente.

Una sfida chiave, conclude lo studio, che limita la trasformazione dei sistemi alimentari è che le politiche, le strategie e gli investimenti nazionali, regionali e globali non comunicano tra loro.

Servono politiche, investimenti e normative intersettoriali, capaci di coinvolgere tutti gli attori dei sistemi alimentari.

Sono necessari meccanismi di governance e istituzioni che facilitino la consultazione tra i settori e le parti interessate.

Aumentare la disponibilità di tecnologie, dati e soluzioni innovative è fondamentale per accelerare la trasformazione dei sistemi alimentari verso una maggiore accessibilità di diete sane per tutti, prodotte in modo sostenibile e con una maggiore resilienza ai fattori determinanti.

(Tommaso Tautonico).

 

 

 

Povertà: concetti, cause,

conseguenze e misurazioni.

Mondopoli.it –(12 FEBBRAIO 2020) -  SESHAMANI VENKATESH – ci dice:

 

L’obiettivo fondamentale di ogni attività umana è la ricerca della felicità, dell’agiatezza o del benessere.

La misura in cui si possa ottenere questo benessere dipende dalla quantità di opportunità e scelte a disposizione di un individuo perché possa impegnarsi in attività e acquisire beni che ne promuovano il raggiungimento.

Più limitate sono le opportunità e le scelte, minore sarà la possibilità di raggiungere il benessere:

è perciò necessario aumentare il numero di opportunità e allargare la gamma delle scelte se si vuole promuovere il benessere.

La concretizzazione di questo processo va sotto il nome di sviluppo umano.

Il contesto del concetto di povertà.

Sebbene il concetto di sviluppo umano risalga alla notte dei tempi, la sua definizione attuale è stata formulata dal compianto economista Mahbub Ul Haq e dal premio Nobel Amartya Sen, sotto l’egida del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) nel 1990.

La definizione è ancorata alla cosiddetta “teoria delle capacità” descritta da Sen (Sen’s Capabilities Approach), che prende in considerazione ciò che le persone possono essere (per esempio ben nutrite e in buona salute, ben informate) e in che misura possono fare ciò che considerano desiderabile (ad esempio istruirsi o fare un lavoro dignitoso).

Nella teoria di Sen, le azioni hanno due aspetti: in primo luogo, ciò che una persona è capace di fare (capacità) e, in secondo luogo, ciò che ha effettivamente possibilità di fare (funzionamento, realizzazione).

Ad esempio, una persona può avere le necessarie credenziali accademiche (come una laurea in storia e un diploma post-universitario in pedagogia) per dedicarsi al lavoro che desideri svolgere (ad esempio insegnare in una scuola);

ma di fatto potrebbe non svolgerlo perché non riesce a trovarne uno (disoccupazione) oppure, per pura disperazione, mettersi a lavorare come tassista pur di guadagnare qualche soldo.

Questo è un esempio di una capacità che non trova una appropriata possibilità di realizzazione.

A questo punto potremmo immaginare di stilare un bilancio dello sviluppo umano per un determinato paese, proprio come nel caso di una società che produce un bilancio finanziario con attivi e passivi.

Dal lato degli attivi, vedremmo i progressi compiuti in termini di opportunità e scelte e, dal lato dei passivi, comparirebbero le deprivazioni in termini delle stesse opportunità e scelte.

È importante sottolineare che il miglioramento di un indicatore di progresso non implica necessariamente una riduzione del corrispondente indicatore di deprivazione;

ad esempio, anche in presenza di una crescita occupazionale potrebbe non verificarsi una riduzione della disoccupazione.

 In altre parole, sia l’occupazione che la disoccupazione potrebbero aumentare contemporaneamente se l’incremento dell’occupazione fosse inferiore a quello della forza lavoro.

 Allo stesso modo, la produzione di cibo in un paese potrebbe aumentare e, nonostante ciò, ancora più persone potrebbero soffrire la fame.

E via dicendo.

Si noti che alla luce del precedente esempio si potrebbe anche pensare alla deprivazione come “inabilità di trasformare la capacità nel corrispondente funzionamento”.

Questo è il motivo per cui il Rapporto UNDP sullo sviluppo umano del 1997 ha raccomandato che, al fine di comprendere i reali miglioramenti raggiunti da un paese nello sviluppo umano e nel benessere, vengano adottati sia un approccio composito (che valuti vari indicatori di progresso generale) sia un approccio incentrato sulla deprivazione (che valuti gli indicatori di deprivazione generale).

La deprivazione di molteplici fattori che contribuiscono al benessere umano è definita povertà.

Le ramificazioni e le manifestazioni della povertà.

Deve essere chiarito fin dall’inizio che la povertà intesa nel senso della deprivazione deve essere legata alla libertà di scelta.

La povertà è una deprivazione involontaria.

Per esempio, se una persona è disoccupata perché sceglie volontariamente di non lavorare, e non perché non riesca a trovare un lavoro, quella non potrà definirsi deprivazione.

Ugualmente, non sta vivendo in povertà un individuo che soffra la fame per aver volontariamente scelto di osservare un periodo di penitenza religiosa che preveda digiuno e astinenza (Quaresima, Ramadan, ecc.).

D’altro canto, sarà da considerarsi una manifestazione di povertà quella di una persona che ha fame perché non può permettersi di accedere al cibo.

La povertà intesa come deprivazione si manifesta fondamentalmente come una mancanza di accesso a molte componenti necessarie per soddisfare i bisogni umani fondamentali e assicurare un’esistenza umana decente.

Quello che segue è solo un elenco euristico, e per nulla comprensivo, di tali componenti:

Salute; Formazione scolastica; Acqua pulita e servizi igienico-sanitari; Rifugio e alloggio; Infrastrutture (trasporti, mercati, scuole, università, strutture sanitarie, ecc.); Informazione; Occupazione;

Entrate monetarie.

La povertà può quindi manifestarsi come mancanza di accesso a uno o più dei suddetti fattori.

Di conseguenza, si può soffrire di povertà alimentare, povertà sanitaria, povertà di istruzione, povertà d’acqua e così via. Più è alto il numero di fattori di cui una persona è deprivata, più risulterà povera.

Di tutti i fattori sopra elencati, quello più discusso in letteratura è il reddito monetario.

 Questo perché il denaro rappresenta il potere d’acquisto generale e la possibilità di avere accesso a tutti gli altri mezzi che promuovono il benessere umano.

 Con il denaro si possono acquistare cibo, istruzione, servizi sanitari, abitazioni dignitose, strutture di trasporto, uso dei mezzi di informazione, tecnologie di comunicazione e via dicendo.

Per corollario, la mancanza di denaro può privare dell’accesso a uno o tutti gli altri requisiti del benessere.

Possiamo distinguere due approcci di massima per misurare l’entità della povertà prevalente in un paese:

un approccio monetario (money-metric) e un approccio non monetario (non-money-metric).

Esistono molte misure di povertà basate su questi due approcci.

Nella prossima sezione, discuteremo due misure oggi prevalentemente utilizzate – una monetaria e una non monetaria – e spiegheremo come sono calcolate.

Calcolo delle misure di povertà.

Misure monetarie di povertà:

la povertà di reddito si basa sulla formulazione di una linea di povertà che definisce una soglia di reddito al di sotto della quale un individuo o una famiglia verranno considerati poveri.

La linea di povertà è la quantità minima di denaro richiesta per acquistare un paniere di beni di base.

Si possono distinguere due linee di povertà:

una inferiore, scendendo al di sotto della quale si definisce la povertà estrema, e una superiore, al di sotto della quale si è in una condizione di povertà moderata.

L’uso delle linee di povertà di cui sopra definisce la povertà di reddito assoluta.

Tuttavia, nell’Unione europea e nei paesi dell’OCSE viene utilizzata la povertà di reddito relativa, secondo la quale vengono definiti poveri coloro i cui redditi sono ben al di sotto del reddito medio del paese in questione (l’Unione europea utilizza il 60 per cento e l’OCSE il 50 per cento del reddito medio come soglia).

Spiegheremo ora come viene misurata la povertà utilizzando le linee di povertà assoluta.

Calcolo delle misure monetarie di povertà:

 ogni paese può definire quelle che considera le linee di povertà più appropriate per stimare i propri livelli di povertà.

Nei paesi in via di sviluppo le linee di povertà nazionali sono spesso oggetto di controversie poiché assumono connotazioni politiche.

In India, ad esempio, il governo è stato presumibilmente incline a fissare una linea di povertà irrealisticamente bassa per dimostrare di essere riuscito a ridurre la povertà nel paese.

Così nel 2014 si levò un grido d’allarme politico quando l’ex presidente del Consiglio consultivo per l’economia propose di aumentare la soglia di povertà da 27 a 32 rupie (53 centesimi di dollaro) al giorno per le aree rurali e da 33 a 47 rupie (78 centesimi di dollaro) per le aree urbane.

Ciò avrebbe innalzato il livello di povertà dell’India dal 21,9 al 29,5 per cento.

Tuttavia anche questa proposta di aumento fu criticata da alcuni, dal momento che sarebbe risultata ancora molto al di sotto del livello di riferimento adottato dalla Banca Mondiale di 1,25 dollari al giorno.

Attualmente, ai fini dei confronti internazionali, la Banca Mondiale ha stabilito la soglia di 1,90 dollari al giorno a persona per definire la povertà estrema e quella di 3,20 dollari al giorno a persona per la povertà moderata.

La percentuale della popolazione che cade al di sotto della soglia di povertà definisce l’incidenza della povertà stessa.

Questo approccio è anche noto come “indice di povertà di popolazione” (headcount index).

 Si può quindi misurare l’incidenza della povertà generale, comprendente tanto quella moderata che quella estrema, oppure calcolare ciascuna delle due separatamente.

Tuttavia, uno svantaggio della misura dell’incidenza della povertà è che questa non ne considera l’intensità.

Due paesi potrebbero avere la stessa incidenza di povertà, ma l’intensità della povertà potrebbe essere più elevata in un paese rispetto all’altro.

Questo avviene perché l’incidenza della povertà non cambia anche se le persone al di sotto della soglia di povertà dovessero diventare ancora più povere.

Quindi l’incidenza della povertà viene completata da altre due misurazioni:

Profondità della povertà (poverty gap):

fornisce informazioni su quanto le famiglie siano lontane dalla soglia di povertà.

Si ottiene sommando tutte le carenze dei poveri e dividendo il totale per la popolazione.

 Si valuta quindi quale sarebbe il reddito necessario per portare tutti i poveri al livello della soglia di povertà.

Severità della povertà (squared poverty gap):

questo indice non solo tiene conto della profondità della povertà, ma anche della disuguaglianza tra i poveri.

 Viene cioè dato un peso maggiore a coloro che sono più lontani dalla soglia di povertà.

Tutte le misure di cui sopra si basano su una classe di misure di povertà proposte per la prima volta da Foster, Greer e Thorbeckenel nel 1984.

Misure non monetarie di povertà:

 In questo campo sono state utilizzate diverse misure, come la Misura della povertà in termini di possibilità (Capability Poverty Measure), l’indice di povertà umana (Human Poverty Index), adottati da UNDP, e così via.

Altri analisti hanno sviluppato le proprie misure per stimare i livelli di povertà e deprivazione nei loro paesi.

Ad esempio, Seshamani ha costruito 13 indici ponderati di deprivazione sulla base di 15 variabili e quindi ha ricavato un indice complessivo di deprivazione basato su questi indici.

Questo indice include sia variabili monetarie che non monetarie.

L’indice è stato calcolato empiricamente per lo Zambia utilizzando i dati delle Indagini sul monitoraggio delle condizioni di vita.

 

Una misura esclusivamente non monetaria piuttosto recente e innovativa è quella presentata da UNDP nel suo Rapporto sullo sviluppo umano del 2010.

 È noto come Indice di povertà multidimensionale (MPI) ed è basato sulle molteplici privazioni che una persona povera può affrontare in termini di scolarizzazione, salute e condizioni di vita.

Calcolo dell’MPI:

l’MPI ha 3 dimensioni: istruzione, salute e tenore di vita, misurate usando 10 indicatori.

Le famiglie povere vengono prima identificate e viene successivamente costruita una misura aggregata.

Ad ogni dimensione viene dato lo stesso peso, così come ogni indicatore all’interno di ciascuna dimensione è ponderato uniformemente.

Una famiglia è definita povera da un punto di vista multidimensionale se, e solo se, risulta deprivata di una combinazione di indicatori la cui somma ponderata superi il 30 per cento di tutte le deprivazioni prese in considerazione.

I dati sono ricavati dai Censimenti nazionali sulle famiglie e riguardano l’anno in cui viene condotto il sondaggio.

Le dimensioni e gli indicatori utilizzati per ciascuna famiglia sono:

1. Istruzione: ogni indicatore è ponderato uniformemente per 1/6:

Anni di scuola: famiglia deprivata ​​se nessun membro ha completato cinque anni di scolarizzazione;

Iscrizione scolastica dei bambini: famiglia deprivata se ciascun bambino in età scolare non frequenta la scuola fino all’ottavo anno di età.

2. Salute: ciascun indicatore viene pesato uniformemente per 1/6:

 

Mortalità infantile: famiglia deprivata se è deceduto qualche bambino;

Nutrizione: famiglia deprivata se un qualsiasi adulto o bambino per il quale esistono informazioni nutrizionali è malnutrito.

3. Standard di vita: ciascun indicatore è uniformemente ponderato per 1/18:

Elettricità: famiglia deprivata se non ha elettricità;

Acqua potabile: famiglia deprivata se non ha accesso all’acqua potabile o questa è a più di 30 minuti a piedi da casa;

Servizi igienico-sanitari: famiglia deprivata ​​se non dispone di servizi igienici decenti o se tali servizi sono condivisi.

Pavimentazione: famiglia deprivata se la casa ha un pavimento sporco, di sabbia o letame;

Combustibile per cuocere: famiglia deprivata se usa cuocere con legna, carbone o sterco;

Beni di consumo: famiglia deprivata se non possiede più di uno tra i seguenti beni: radio, TV, telefono, bicicletta o motocicletta, un’auto o un trattore.

L’MPI ha una grande rilevanza politica, poiché identifica le aree specifiche di deprivazione che richiedono risposte politiche e che possono variare da paese a paese.

Due paesi possono avere valori di MPI simili, ma le aree di deprivazione potrebbero essere diverse.

Allo stesso modo anche all’interno di un paese possono verificarsi variazioni significative di MPI;

ad esempio, le capitali possono avere un MPI molto più basso rispetto alle aree rurali più remote.

Va notato che le persone che vivono nella povertà secondo l’MPI possono non essere necessariamente povere di reddito.

 Ad esempio, nel 2010 si è riscontrato che in Niger mentre solo due terzi delle persone erano povere di reddito, il 93 per cento era povero secondo l’MPI.

D’altra parte, secondo il Rapporto 2016 sullo sviluppo umano in Zambia, nel 2013/14 il valore dell’MPI era solo del 26,4 per cento, mentre il 64,4 per cento era povero di reddito.

 Quindi, non esiste necessariamente una correlazione tra misure monetarie e non monetarie della povertà.

Le cause della povertà.

Esistono molte cause di povertà che variano secondo le regioni spazio-temporali, per cui non è possibile generalizzarle.

Ciononostante, è possibile distinguere alcune cause che rivestono un ruolo di primo piano in vari paesi del mondo, in particolare tra quelli in via di sviluppo.

 Un elenco illustrativo è stato pubblicato da Richard Vale in un breve articolo del 2017.

Vale menzionare in proposito sei cause principali:

 guerra, arretratezza dell’agricoltura, disastri naturali, centralizzazione del potere e corruzione, discriminazione e disuguaglianza sociale, e degrado ambientale.

Tuttavia, un rapporto di Oxfam International del 2018 attribuisce la povertà a livelli di disuguaglianza estremi e crescenti. “

La disuguaglianza sta intrappolando centinaia di milioni di persone in povertà “, afferma il rapporto.

Molte delle statistiche fornite da Oxfam nella sua relazione sono estremamente serie.

È particolarmente significativo questo passaggio:

 

L’82 per cento della ricchezza creata nel 2017 è andato all’1 per cento più ricco della popolazione mondiale, mentre i 3,7 miliardi di persone che costituiscono il 50 per cento più povero della popolazione mondiale non hanno ottenuto nulla.

Esistono naturalmente molti critici della posizione di Oxfam, principalmente per la definizione del capitalismo moderno come “crimine contro l’umanità”.

Quei critici mettono inoltre in discussione le statistiche di Oxfam basate sulla ricchezza e non sul reddito, che suggerirebbero che la disuguaglianza vada crescendo, mentre secondo loro non esisterebbe una “crisi di disuguaglianza” e la disuguaglianza mondiale sarebbe anzi in declino dal 1980 (per una di queste critiche a Oxfam, il lettore può riferirsi all’articolo di Ivo Vegter pubblicato sul Daily Maverick del 29 gennaio 2018).

Tuttavia, non c’è dubbio che un’elevata disuguaglianza costituisca un problema spinoso per il raggiungimento del benessere e della riduzione della povertà, dal momento che si pone in contrasto con l’efficienza economica e l’equità sociale.

È tra l’altro un problema non solo per i paesi in via di sviluppo caratterizzati da alti livelli di povertà, ma anche per molti paesi sviluppati.

Il premio Nobel Joseph Stiglitz nel 2011 ha descritto l’economia americana come un’economia “dell’1 per cento, da parte dell’1 per cento e per l’1 per cento “.

Il rovescio della disuguaglianza, secondo Stiglitz, è una riduzione delle opportunità, per cui si impedisce di fatto alle persone di essere utilizzate nel modo più produttivo.

Di conseguenza, l’1 per cento più in alto vede aumentare il proprio reddito, mentre la classe media assiste alla caduta dei propri redditi.

In effetti, negli Stati Uniti questa elevata disuguaglianza ha portato a una povertà relativa più alta che in altri paesi occidentali.

Alla fine degli anni 2000, il 17,3 per cento delle famiglie americane viveva in povertà, rispetto a un tasso medio di povertà del 9,5 per cento nella maggior parte dei paesi europei.

Le conseguenze della povertà.

Così come le cause, anche le conseguenze della povertà sono molteplici.

Esiste una vasta letteratura su questo argomento, che in questa sede discuteremo brevemente alludendo ad alcuni degli ultimi scritti.

Le principali conseguenze della povertà sono sociali.

 I poveri rischiano di essere esclusi, di perdere il loro stato sociale e l’identità, e probabilmente anche i loro amici.

Inoltre, la povertà comporta un abbassamento dell’autostima e la mancata partecipazione al processo decisionale nella vita civile, sociale e culturale, cosa che si verifica anche in paesi avanzato, come ad esempio la Svezia, utilizzando i dati longitudinali delle indagini svedesi sulla qualità della vita per il 2000 e il 2010.

Altre conseguenze sociali citate in letteratura, particolarmente nei paesi in via di sviluppo, sono le seguenti:

I poveri hanno più probabilità di avere problemi familiari, compresi il divorzio e conflitti familiari;

I poveri hanno più probabilità di avere vari tipi di problemi di salute;

La povertà ha conseguenze per tutta la vita. In generale, i bambini poveri hanno maggiori probabilità di rimanere poveri da adulti, di abbandonare la scuola superiore, di diventare genitori adolescenti ed avere problemi occupazionali.

La povertà comporta anche conseguenze politiche come:

Migrazioni di massa tra le popolazioni dei paesi colpiti dalla povertà, verso altri paesi in cerca di migliori condizioni di vita;

La povertà può destabilizzare un intero paese. Il punto di partenza per la primavera araba fu la prevalenza di alti livelli di povertà.

La povertà può essere una causa di terrorismo, anche se il nesso causale non è immediato:

l’impatto della povertà sul terrorismo è infatti complesso e indiretto.

Conclusione.

In definitiva, bisogna tenere presente che, sebbene la riduzione ed eliminazione finale della povertà rientrino tra gli obiettivi fondamentali di ogni paese, il loro raggiungimento può non garantire comunque la felicità umana.

L’assenza di povertà, intesa come disponibilità dei requisiti materiali minimi di benessere per ciascun individuo, è una condizione necessaria, ma assolutamente non sufficiente, per realizzare la felicità umana.

Le misure di sradicamento della povertà devono essere integrate da altre misure, volte a promuovere gli obiettivi più complessi in difesa della dignità umana e della pace, nonché ad eliminare:

(i) tutte le forme di sfruttamento e schiavitù (che esiste ancora secondo recenti rapporti, come quelli dell’ILO);

(ii) la violenza, specialmente contro donne e bambini;

 (iii) la discriminazione basata su criteri insignificanti come razza, colore della pelle, religione, ecc ;

(iv) la stigmatizzazione di gruppi sociali come lesbiche, gay, bisessuali, transgender (LGBT) o le persone che vivono con l’AIDS (PLWA).

Il programma di

Potere al Popolo.

Poterealpopolo.org – Redazione – (16-12-2022) – ci dice:

 

L’unica forza politica con un programma

elaborato da migliaia di persone.

Dov’era il no, faremo il sì!

Crediamo nella giustizia sociale, nell’uguaglianza, nella cooperazione, nella solidarietà.

Ci siamo battuti e continueremo a batterci, durante e dopo le elezioni, per contrastare la barbarie che oggi ha mille volti: il lavoro che sfrutta e umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente repressione, i diritti negati.

 Nel mondo in cui viviamo 8 persone hanno la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di essere umani;

c’è la capacità di produrre cibo per 12 miliardi di abitanti, ma un miliardo di persone soffre la fame.

Questa è la conseguenza di scelte politiche precise che hanno trasferito poteri e risorse ai ricchi e ai potenti in una dimensione senza precedenti, smantellando i diritti, privatizzando e mercificando ogni cosa, assumendo la competizione di tutti contro tutti come criterio di ogni relazione sociale.

 A tutto questo diciamo NO, ma accanto al NO c’è il SI che vogliamo costruire.

È il #poterealpopolo, la riappropriazione di sovranità popolare a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti della società.

È la riaffermazione del diritto ad un lavoro liberato dalla precarietà e dallo sfruttamento, la riconquista dei diritti sociali, la salvaguardia della natura, l’affermazione dei diritti delle donne.

Il programma che presentiamo per le elezioni politiche parla del nostro paese, ma è connesso a tutti quei movimenti e soggetti politici che ovunque nel mondo si battono contro lo sfruttamento, la distruzione di vita, diritti, democrazia, in una parola contro il capitalismo che oggi si presenta con il volto della barbarie del neoliberismo.

 Quei movimenti che, in tanta parte d’Europa e del mondo, sono la vera novità, perché dicono con chiarezza che va costruita un’alternativa alle politiche degli ultimi tre decenni ed indicano con altrettanta chiarezza l’avversario.

Siamo donne e uomini che combattono e ripudiano l’oppressione razzista, di classe, di sesso, la guerra, la devastazione della natura e della vita.

Siamo persone e organizzazioni, democratiche e antifasciste, comuniste e socialiste, femministe e ambientaliste.

Veniamo da storie differenti, ma vogliamo costruirne una comune tra chi non si rassegna all’ingiustizia, allo sfruttamento, alla sopraffazione dilaganti e vuole cambiare le cose.

Siamo popolo ribelle.

Vogliamo riprenderci il presente e il futuro.

MUTUALISMO, SOLIDARIETÀ E POTERE POPOLARE.

Le condizioni di vita delle classi popolari peggiorano sempre di più, per ciò che riguarda la salute, l’istruzione, ma anche più semplicemente la possibilità di godere di tempo liberato da dedicare ad uno sport, un hobby, etc.

In quest’ottica mutualismo e solidarietà non sono semplicemente un modo per rendere un servizio, ma una forma di organizzazione della resistenza all’attacco dei ricchi e potenti;

un metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che ci negano (salute, istruzione, sport, cultura);

una forma per rispondere, con la solidarietà, lo scambio e la condivisione, al razzismo, alla paura e alla sfiducia che altrimenti rischiano di dilagare.

Le reti solidali e di mutualismo sono soprattutto una scuola di autorganizzazione delle masse, attraverso la quale è possibile fare inchiesta sociale, individuare i bisogni reali, elaborare collettivamente soluzioni, organizzare percorsi di lotta, controllare dal basso spreco di denaro pubblico e corruzione.

Tutti i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la necessità di costruire il potere popolare.

Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza;

significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.

Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo popolare. Il controllo popolare è, per noi, una palestra dove le classi popolari si abituano a esercitare il potere di decidere, autogovernarsi e autodeterminarsi, mettendo in discussione le istituzioni e i meccanismi che le governano.

Per questo chiamiamo controllo popolare la sorveglianza sulla compravendita di voti alle elezioni, le visite ai Centri di Accoglienza Straordinaria, le battaglie per il diritto alla residenza e all’assistenza sanitaria per i senza fissa dimora, la vigilanza sui ritardi e gli abusi nei rilasci dei permessi di soggiorno, la battaglia contro l’allevamento intensivo di maiali nel Mantovano, quella contro la TAP in Salento, la TAV in Val Susa, l’eolico selvaggio in Puglia, Basilicata, Molise, il DASPO nei centri urbani.

 Insomma, chiamiamo controllo popolare tutte le battaglie che in questi anni hanno testimoniato la resistenza delle classi popolari e vivificato il nostro Paese.

Costruire il potere popolare significa anche ridurre le disuguaglianze, evitare speculazioni e contrastare efficacemente le organizzazioni criminali che avvelenano e distruggono la nostra terra, sottraendo loro bassa manovalanza, reti clientelari e occasioni per fare affari;

significa far vivere nelle pratiche sociali una prospettiva di società alternativa al capitalismo.

È per questo, insomma, che crediamo e speriamo che il nostro compito non si esaurisca con le elezioni, ma che il lavoro che riusciremo a introdurre ci consegni, il giorno dopo le urne, un piccolo ma determinato esercito di sognatori, un gruppo compatto che continui a marciare nella direzione di una società più libera, più giusta, più equa.

Noi ci stiamo, chi accetta la sfida?

 

 

Corte costituzionale,

sovranità popolare e

“tirannia della maggioranza”.

 Questionegiustizia.it- Gaetano Silvestri – (2-3-2022) – ci dice:

 

Il populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere.

Esso è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.

1. Popolo, populismo e stravolgimento della democrazia.

Uno dei temi periodicamente ricorrenti – e sempre centrale nelle discussioni sul complesso rapporto tra politica e giustizia – è quello della compatibilità tra principio della sovranità popolare (sancito dall’articolo 1, secondo comma, della Costituzione italiana e da tutte le Costituzioni democratiche contemporanee), principio di legalità (sancito dagli articoli 97, secondo comma, 101, secondo comma, e 113 della Costituzione italiana) posto a base, sin dalla Rivoluzione francese, dello Stato liberale, e rigidità della Costituzione (sancita dagli articoli 134 e seguenti della Costituzione italiana e propria ormai, dalla seconda metà del XX secolo, di tutti gli Stati costituzionali).

La successione delle forme di Stato non deve essere intesa come un superamento-azzeramento, nel senso che l’avvento di un nuovo assetto dei rapporti tra libertà ed autorità, tra popolo e Stato e tra Stato centrale e autonomie territoriali cancelli tutti i princìpi fondamentali pre-vigenti, ripartendo da una totale tabula rasa.

È vero invece che alcuni elementi essenziali di una forma trasmigrano in quella nuova, anche se trasfigurati e ri-finalizzati.

Così gli ordinamenti liberali, che hanno rimpiazzato l’assolutismo “ancien regime”, hanno mantenuto la struttura dello Stato nazionale ereditata da Vestfalia;

gli Stati costituzionali, venuti in essere dopo la fine della seconda guerra mondiale, hanno mantenuto il principio di legalità e la separazione dei poteri ed infine gli ordinamenti sovranazionali, che tendono a sostituirsi agli Stati nazionali, tendono a mantenere, con varie Carte dei diritti, le garanzie giuridiche, democratiche e sociali conquistate dai cittadini negli ambiti nazionali.

 

Sulla base di questo progressivo superamento dialettico (nel senso della Aufhebung hegeliana) delle forme di Stato, possiamo dire oggi che lo Stato di diritto, figlio dei valori del liberalismo borghese del XIX secolo, è il “cuore antico” sia dello Stato costituzionale che degli ordinamenti sovra-nazionali ancora in fieri.

 

Il movimento dialettico di cui sopra – brevemente delineato, facendo astrazione delle specificità delle realtà storiche dei singoli Paesi – è passato, dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, attraverso un radicale capovolgimento delle idee stesse di sovranità e di legittimazione del potere.

 Era chiaro a tutti, dopo l’orrore assoluto di Auschwitz, quale era stato l’approdo del fondamento di autorità dello Stato, poggiante sulla vuota forza, rispetto alla quale tutte le proclamazioni dei diritti erano meri orpelli retorici o, al massimo, concessioni, sempre revocabili, dei detentori del potere.

La persistenza del principio di autorità spiega la cattiva fama degli ideali dei diritti umani presso i rivoluzionari dei secoli passati, che avvertivano con immediatezza la discrepanza tra princìpi solennemente affermati e prassi, amministrative e giudiziarie, in netto contrasto.

 

L’avvento del suffragio universale – frutto di aspre lotte popolari – fece sperare nella caduta dello “Stato monoclasse” e nella trasformazione in senso pienamente democratico dei pubblici poteri.

Ma le cose non furono così semplici.

Al vecchio monarca assoluto, alla “dittatura della borghesia” e alla onnipotente sovranità dello Stato-autorità si sostituì il “popolo”, figura mistica destinata a formare una mescolanza micidiale con l’idea di nazione.

Nel mondo occidentale, dopo la Rivoluzione francese, a nessun capo politico venne più in mente di affermare la derivazione divina del proprio potere;

 tutti, in un modo o nell’altro, si riferirono al “popolo”.

Si posero in tal modo le basi per diverse forme di stravolgimento della democrazia, che vanno sotto la definizione comprensiva di “populismo”, l’unico vero antagonista dei princìpi dello Stato costituzionale nell’epoca contemporanea.

2. I Padri costituenti americani ed il timore della tirannia della maggioranza.

I” Founding Fathers “americani, nel costruire la Carta fondamentale della prima democrazia moderna, si posero, com’è noto, il problema della tutela dei diritti dei singoli e delle minoranze in un sistema in cui le massime cariche dello Stato avrebbero avuto una origine elettiva.

 A cosa sarebbe servito aver lottato contro il tiranno inglese, se il popolo americano fosse stato soggiogato dalla tirannia di una maggioranza politica trasformata in maggioranza parlamentare?

Tutto il sistema dei “checks and balances” della Costituzione statunitense è finalizzato ad evitare questo pericolo.

 E tuttavia ci si accorse ben presto che istituzioni non elettive, come la Corte suprema, andavano incontro a quella che venne definita “counter-majoritarian difficulty”, derivante dall’apparente contraddizione tra la sovranità popolare e il potere di un organo non elettivo di contrapporsi ad essa.

Ciò divenne particolarmente chiaro quando, all’inizio dell’Ottocento, con la famosa pronuncia “Marbury vs. Madison”, ebbe inizio l’epoca del controllo diffuso di costituzionalità delle leggi, che consentiva ai giudici di annullare una legge – statale o federale – votata, anche a larga maggioranza, da un organo legislativo, i cui componenti erano eletti dal popolo.

Lo spirito pragmatico americano fu di aiuto per superare questa difficoltà, con la conseguenza che molti dei princìpi fondamentali della Costituzione Usa trovarono attuazione nella giurisprudenza della Corte suprema.

Per riferirsi a vicende più vicine nel tempo, l’eliminazione delle leggi che sancivano la segregazione razziale fu opera di questa giurisprudenza, che tolse di mezzo atti legislativi approvati da forti maggioranze parlamentari.

La domanda che i seguaci di una democrazia “monista” si posero, fin da quei tempi, fu: chi ha dato a nove “old lawyers” l’autorità di annullare le decisioni di politici democraticamente eletti?

3. Persistente attualità della polemica tra Kelsen e Schmitt.

Il quesito polemico era destinato a risuonare nei secoli: dalle preoccupate previsioni – europee e soprattutto francesi – dell’avvento di un “governo dei giudici”, all’avversione, di origine giacobina, verso ogni freno alla supremazia dei rappresentati del popolo, alla diffidenza, nei confronti degli stessi giudici, delle sinistre di ispirazione marxista, che in essi vedevano ostacoli conservatori alle riforme sociali, influenzate dal ricordo dello scontro, negli anni ’30 del XX secolo, tra la Corte suprema americana e il Presidente Roosevelt.

Come è noto, sul piano teorico la controversia si polarizzò in Europa attorno alle posizioni di Hans Kelsen e Carl Schmitt.

Il primo sostenne la necessità di introdurre il controllo di costituzionalità delle leggi, per affermare al livello più alto il principio di legalità e affermare la rigidità della Costituzione.

 Il secondo difese la supremazia del politico e l’unità della decisione statale.

Non ripercorro questa polemica, oggetto ormai di innumerevoli studi.

Mi limito a porre in evidenza un aspetto del pensiero di Schmitt, non sempre adeguatamente ricordato, che illumina meglio la sua radicale incompatibilità con la dottrina democratica di Kelsen, imperniata sulle istituzioni della rappresentanza parlamentare.

Schmitt sosteneva la netta superiorità dell’acclamazione del capo sulle procedure elettorali di scelta dei governanti.

Nell’acclamazione, il popolo si esprimerebbe in quanto comunità organica ed integrata da un comune sentire; nelle procedure elettive, il popolo sarebbe frantumato in una miriade di individui, isolati nelle cabine elettorali.

Nell’acclamazione emergerebbe il vero “spirito” (Geist) collettivo popolare, nelle elezioni vi sarebbe soltanto una somma di solitudini.

In tutto il Novecento furono questi i termini dello scontro.

L’entusiasmo delle grandi adunate popolari, che acclamavano il capo, si chiamasse Mussolini, Hitler o Stalin – cariche di entusiasmo, aizzate contro i sovversivi, gli ebrei, i nemici del popolo e quanti altri i capi volessero – eccitava l’immaginazione popolare molto di più delle farraginose procedure elettorali, che culminavano nell’elezione di grigi parlamentari in giacchetta, rissosi, divisi da divergenti interessi, inclini al compromesso, talvolta corrotti.

 La teoria kelseniana del compromesso, come architrave della democrazia parlamentare, ripugnava in sommo grado al bellicismo delle piazze ed all’intransigenza di posizioni ideologiche estreme.

Dopo la tempesta della seconda guerra mondiale, vi fu quella che alcuni chiamarono la rinascita del giusnaturalismo, altri la tutela costituzionale dei valori, altri ancora la democrazia pluralista.

 In ognuna di queste definizioni si ritrovano gli elementi costitutivi della “resurrezione dopo Auschwitz” (Erziehung nach Auschwitz), titolo di un famoso saggio di Th. W. Adorno.

Non a caso, le prime Costituzioni europee che recepirono questi indirizzi culturali furono quelle italiana e tedesca (1948 e 1949).

 In entrambe fece il suo ingresso il controllo di legittimità costituzionale delle leggi, affidato alla Corte costituzionale ed al Bundesverfassungsgericht.

4. Princìpi costituzionali e loro tutela giurisdizionale.

Torniamo indietro, per un momento. alle risalenti, ma ancora vive, discussioni americane sul ruolo dei giudici nel sistema costituzionale.

La risposta alle perplessità “democratiche” sul controllo di legittimità costituzionale delle leggi si basava, e si basa, su una concezione “dualista” della democrazia, che integra sovranità popolare e tutela dei diritti fondamentali.

Studiosi come Bruce Ackerman hanno tratto dalla storia costituzionale americana la conclusione che occorre distinguere tra “popolo” e “governanti”, tra princìpi intergenerazionali e politica contingente.

Si può dire di più.

La sostituzione del fondamento di valore al fondamento di autorità impone di ripensare alla ratio del patto originario di convivenza civile, che, come il contratto sociale di Locke e di Rousseau, giustifica il potere.

 Quest’ultimo non poggia più su sé stesso, né, tanto meno, su valori religiosi o ideologici, ma sull’interesse fondamentale alla tutela dei diritti, in una prospettiva laica e mediante le istituzioni di una democrazia egualitaria.

Se questo è il Grundwert degli ordinamenti giuridici contemporanei, allora il dualismo della democrazia è l’unica soluzione possibile al dilemma della scelta tra potere popolare e garanzia stabile dei princìpi fondamentali.

 La tutela dei diritti fondamentali è, quindi, la pre-condizione dell’autorità democratica.

Se vogliamo chiamare questa conclusione con il nome di “giusnaturalismo”, facciamolo pure, a patto di ricordare le parole di Norberto Bobbio sul giusnaturalismo storicizzato, ben diverso dall’antico giusnaturalismo di origine religiosa e dall’idea che esistano valori eterni scolpiti nel cuore degli uomini.

Alle Corti costituzionali è affidato il compito di preservare i princìpi intergenerazionali, sottraendoli alla fluttuazione delle maggioranze politiche.

 Se così non fosse, la rigidità delle Costituzioni sarebbe apparente ed illusoria, giacché ogni variazione illegittima rimarrebbe priva di conseguenze giuridiche, nel senso che non potrebbe essere sanzionata.

La tutela giurisdizionale delle norme costituzionali passa naturalmente per la strada dell’interpretazione, che non sfugge – sol perché ha ad oggetto atti legislativi – alle comuni tecniche ermeneutiche.

D’altra parte, le norme costituzionali di principio devono abbondare di espressioni indeterminate, se la Costituzione deve essere realmente e storicamente rigida.

 La concretizzazione dei princìpi costituzionali è opera del legislatore, ma anche del giudice delle leggi.

 In caso contrario, la Costituzione perderebbe gran parte della sua rigidità, rimanendo un prodotto datato nel tempo e sempre più “imbalsamato” con il passare degli anni.

Difatti sarebbe molto difficile – per non dire impossibile – ad una Corte che non potesse operare sui princìpi svolgere un pieno controllo di legittimità.

Si dovrebbe limitare alle poche e rare violazioni di precise regole contenute nel testo della Carta.

Avrebbe un ruolo marginale e pressoché inutile.

 Proprio ciò che gran parte della politica desidera.

5. Composizione della Corte costituzionale e “separazione temporale dei poteri”

Da quanto detto sinora si deduce che il risorgente “populismo” dell’epoca moderna – legato ad ondeggiamenti di opinione e indirizzi congiunturali, frutto più di fattori emozionali che di pacata riflessione – è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi.

Tutte le leggi, che non siano frutto dell’imposizione violenta di un dittatore, sono approvate da una maggioranza parlamentare composta di eletti dal popolo.

Il giudizio di una Corte costituzionale – se vuole essere effettivo e non di mera ratifica burocratica – è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.

La Costituzione non è infatti una legge che spiega effetti solo in un arco di tempo delimitato da un dies a quo ed un dies ad quem.

 Essa opera una legittimazione originaria e continua dell’intero sistema normativo vigente, quale che sia il tempo in cui le singole leggi sono state approvate.

 Lo ha chiarito la Corte costituzionale italiana sin dalla sua prima sentenza.

A maggior ragione vi sarebbe necessità di un controllo “a mente fredda”, se le leggi fossero il risultato di semplificate consultazioni referendarie o, ancor peggio, di incontrollate procedure informatiche.

 Questo tipo di deliberazioni sono, più di quelle parlamentari, legate a situazioni congiunturali o a stati d’animo momentanei.

Perché i princìpi costituzionali possano essere sottratti ad opinioni ed emozioni transeunti, la composizione della Corte non può che essere pluralista e diacronica.

Pluralista, perché la provenienza dei suoi membri dalla stessa fonte attribuirebbe di fatto a quest’ultima un potere di indirizzo incompatibile con il suo ruolo di controllore indipendente.

 Diacronica, perché i giudici che la compongono devono entrarne a far parte in contesti politici differenti, in considerazione che pure le istituzioni dotate del potere di nomina o elezione mutano nel tempo.

 Occorrerebbe assimilare sino in fondo la logica sottostante alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, che si può riassumere nella formula della «separazione anche temporale dei poteri», in base alla quale si tende ad evitare, nei limiti del possibile, che una maggioranza politica, coagulatasi in un dato momento, eserciti un potere concentrato e intangibile in danno del resto del popolo.

Il “populismo” è la versione estrema – resa grossolana dalle facili semplificazioni dei social network – della “democrazia totalitaria”, contrapposta, nell’epoca moderna, al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere.

 Le odierne manipolazioni informatiche sono la versione evoluta del demagogo che finge di essere ispirato da Dio mediante un uccello che gli parla all’orecchio, su cui ironizzava Jean-Jaques Rousseau (Contratto sociale, L. II, Cap. VII), del cui nome troppo spesso si abusa.

Una volta divinizzata un’astratta volontà popolare, si possono escogitare gli equivalenti informatici del volatile roussoiano.

La vecchia, noiosa democrazia rappresentativa richiede procedure precise e garantite di manifestazione della volontà popolare.

D’altra parte, ad esempio, se la pressione della criminalità organizzata riesce a farsi sentire anche dentro le cabine elettorali, quale controllo è possibile sulle situazioni ambientali in cui viene espresso il voto on line, oggi tanto di moda?

Occorre riflettere su ogni deroga, aperta o indiretta, al principio sancito dall’articolo 48, in base al quale il voto deve essere «libero e segreto».

 Deve essere segreto perché sia effettivamente libero.

Per tale motivo si usano le schede di Stato per le votazioni e vengono apprestati speciali accorgimenti per assicurarsi che gli elettori non subiscano pressioni o suggestioni nel momento in cui esprimono le proprie scelte.

Chi è presente insieme all’elettore mentre vota da una postazione informatica? Non è dato saperlo.

Non si tratta soltanto di questioni tecniche, ma di elementari condizioni pratiche perché la volontà popolare sia espressa in condizioni da garantirne – al massimo del possibile – la genuinità.

Tutto ciò a parte delle possibili manipolazioni di chi gestisce il sistema informatico.

Oggi il voto in rete appare la versione modernizzata dell’antica acclamazione, di cui parlava Schmitt.

Da qualche tempo la Corte costituzionale ha mostrato un controllo maggiore che nel passato sui meccanismi di trasformazione dei voti in seggi, allo scopo di evitare che la (spesso immaginaria) governabilità comprima in maniera eccessiva la necessaria rappresentatività delle assemblee elettive.

 Sono certo che il giudice delle leggi non consentirebbe che procedure, già discutibili in ambiti privati, fossero, anche minimamente, trasferite nella sfera pubblica.

Occorrerebbe anche valutare quanto oggi sia rispettato il divieto di mandato imperativo, di cui all’articolo 67 della Costituzione, estremo baluardo della libertà contro la dittatura dei partiti ieri e dei capipopolo oggi.

6. Odio “popolare” e protezione delle minoranze e dei soggetti deboli.

Si possono indicare – solo come esempi – due campi in cui l’azione della Corte costituzionale si è già rivolta a tutelare i diritti di soggetti deboli e di minoranze:

 i detenuti e gli immigrati.

In entrambi i casi, le ventate irrazionali di odio di massa possono dare supporto ad una legislazione “populista”, attenta ad assecondare gli umori del momento, trascurando i princìpi costituzionali.

 

 

 

6.1. Tra i leit-motiv della percezione emozionale immediata dei rapporti tra Stato e cittadini primeggia l’idea che l’espiazione della pena – specie per gravi delitti – debba essere ispirata a criteri afflittivi tanto forti, da spingere in secondo piano la tutela dei diritti fondamentali di persone, che, per aver commesso rilevanti violazioni della legge penale, avrebbero perduto la loro dignità di esseri umani.

Ondate di “indignazione” per la concessione di benefici penitenziari a soggetti reclusi percorrono periodicamente parte dell’opinione pubblica, influenzata da campagne di stampa, o sui social, tendenti a diffondere la rabbia per le condizioni non sufficientemente dure dei detenuti o per le concessioni di misure di vario genere, che portano alla scarcerazione, temporanea o definitiva, dei condannati. Poco si fa nella scuola, nei mass-media ed in tutte le sedi di formazione della cultura diffusa per dare sostanza effettiva al principio, emergente dalla Costituzione, in base al quale la massima afflizione che può essere stabilita per un essere umano è la privazione della libertà personale.

Talvolta il “senso comune” – storica stratificazione dei pregiudizi – accetta come conseguenza naturale che la condanna alla detenzione implichi sofferenze ulteriori, oltre quelle, inevitabili, derivanti dalla mancanza di libertà.

La Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ripetutamente contraddetto questa crudele convinzione “popolare”, in diretto contrasto con il principio della funzione rieducativa della pena (articolo 27, terzo comma, della Costituzione), vanificato da condizioni e trattamenti carcerari offensivi della dignità della persona umana e quindi possibili cause di aumentata ostilità del detenuto verso la società e le leggi che la governano.

 

La prevalenza delle esigenze securitarie e di difesa sociale su ogni altro principio costituzionale ha introdotto, e continua ad introdurre, nel “senso comune” la convinzione che l’asprezza delle condizioni in cui si sconta la pena abbia un’efficacia dissuasiva supplementare rispetto alla misura detentiva, in sé e per sé considerata.

 Chi non ha sentito, nei bar, sui treni ed in tanti altri luoghi di temporaneo ritrovo, deplorare a gran voce le “comodità” dei carcerati, il “lassismo” (detto anche, con orribile neologismo, “buonismo”) che porta ad anticipate liberazioni, offendendo così il senso di giustizia dei cittadini e il dolore delle vittime dei reati.

Tanti pregiudizi e piccole ferocie messi insieme formano talvolta maggioranze elettorali e parlamentari.

Se poi venisse fortemente attenuata la mediazione del confronto nelle assemblee rappresentative, la strada della facile trasformazione del pregiudizio in legge dello Stato sarebbe spianata.

Sul tema del divieto di trattamenti disumani e degradanti, si è verificata una significativa convergenza tra Corte europea dei diritti dell’uomo e Corte costituzionale italiana (sentenza Torregiani e sentenza n. 279 del 2013).

Dopo il monito della Corte, seguirono i provvedimenti urgenti sulla liberazione anticipata, che determinarono l’attenuazione del sovraffollamento delle carceri, ma oggi la situazione tende ad essere di nuovo critica e pertanto si renderebbero necessarie misure legislative di sistema per avviare a soluzione il problema.

È facile prevedere che le suggestioni e gli allarmismi politicamente guidati e utilizzati degli ultimi anni renderanno improbabile una riforma penitenziaria ispirata ai princìpi costituzionali ed europei.

 Se così dovesse essere, ridiventerebbe attuale il monito del giudice delle leggi e si aprirebbe nuovamente la prospettiva di una pronuncia di accoglimento atta a trovare un rimedio effettivo e duraturo ad una situazione giudicata intollerabile alla luce dei più elementari princìpi di civiltà giuridica nell’era dello Stato costituzionale.

Lo ha ribadito recentemente il presidente Lattanzi in un’intervista a Radio radicale del 14 febbraio 2019.

Una simile determinazione della Corte costituzionale sarebbe in palese controtendenza con il clima di vendetta sociale che si vorrebbe far prevalere da alcune rilevanti forze politiche, ma sarebbe ugualmente necessaria.

 Il giudice costituzionale – come qualsiasi altro giudice – non cerca il consenso immediato di folle incattivite e rumorose, ma mantiene saldo il proprio ancoraggio ai princìpi, almeno sinché non venga messo a tacere con la forza o con leggi autoritarie, come è accaduto recentemente in Turchia, in Ungheria o in Polonia.  

Ciò che contraddistingue la Corte costituzionale è l’oggetto della sua giurisdizione, le leggi, che sono il precipitato normativo dell’indirizzo politico delle maggioranze del momento.

Ritenendo incostituzionale una legge, la Corte dichiara incostituzionale l’indirizzo politico che l’ha prodotta, diceva anni addietro Temistocle Martines.

L’osservazione vale anche per le omissioni legislative, che hanno dato luogo ad una nutrita serie di sentenze “additive”, introdotte proprio perché si può ferire la Costituzione anche omettendo di legiferare.

 Chi non ricorda le dure parole di Piero Calamandrei sul cd. “ostruzionismo di maggioranza”, quell’inerzia voluta e programmata che, per molti anni, “congelò” la Costituzione, a cominciare, appunto, dalla Corte costituzionale, le cui potenzialità eversive per gli assetti politico-sociali dominanti erano state percepite dalle maggioranze politiche dell’epoca?

 

La giurisprudenza costituzionale ha sviluppato – in coerenza con l’orientamento culturale e giuridico cui si accennava prima – il grande tema dei diritti dei detenuti, vere e proprie pretese assistite dalla tutela giurisdizionale.

 A titolo di esempio, si possono vedere le sentenze n. 341 del 2006, sui diritti del detenuto lavoratore e n. 135 del 2013 sull’effettività delle decisioni dal giudice di sorveglianza sui ricorsi dei detenuti.

In entrambi i casi – come in molti altri – la Corte, nel ribadire l’esigenza di un ragionevole bilanciamento tra esigenze di difesa sociale e diritti fondamentali, ha escluso che questi ultimi possano essere intaccati nel loro nucleo essenziale.

Tale possibilità si aprirebbe in concreto se, nell’operazione di bilanciamento si desse in partenza un peso eccessivo alle prime, con l’esito di una apparente proporzionalità, ispirata più al “senso comune” del momento che ai valori sottostanti al costituzionalismo moderno.

6.2. Un altro argomento che infiamma masse crescenti di persone è l’afflusso massiccio di immigrati in Europa ed in particolar modo in Italia.

L’immigrato, regolare o irregolare che sia, per definizione è causa di disordine, pericolo per la sicurezza e violazione della legge.

 La fobia giunge sino a mettere in luce il fondo razzista che si maschera dietro l’enfatizzazione delle preoccupazioni securitarie.

 Difatti si bolla come “ingiustizia” l’erogazione anche agli stranieri di misure di tutela sociale previste dalle leggi per i cittadini italiani.

Di qui la richiesta di escludere i non-italiani da ogni prestazione sociale o, almeno, la previsione di requisiti più stringenti rispetto agli italiani.

La Corte costituzionale ha sempre giudicato in contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione tutte le condizioni aggiuntive previste per gli stranieri, che non trovassero adeguata giustificazione in esigenze obiettive legate alla natura stessa della prestazione.

La giurisprudenza in materia è abbondante.

Sembra sufficiente un rapido florilegio, per avere un’idea della costante opposizione del giudice delle leggi alla pretesa di escludere gli stranieri dal godimento di prestazioni necessarie alla soddisfazione di diritti fondamentali.

Lo straniero presente, anche irregolarmente, nello Stato ha diritto di fruire di tutte le prestazioni sanitarie che risultino indifferibili ed urgenti, trattandosi di un diritto fondamentale della persona (sentenza n. 252 del 2001).

È costituzionalmente illegittimo non includere gli stranieri residenti nella Regione Lombardia fra gli aventi diritto alla circolazione gratuita  sui servizi di trasporto pubblico di linea riconosciuto alle persone totalmente invalide per cause civili (sentenza n. 432 del 2005).

Ai fini dell’attribuzione di provvidenze, i cui presupposti sono la totale disabilità al lavoro e l’incapacità di deambulazione autonoma o al compimento degli atti quotidiani della vita, è irragionevole discriminare gli stranieri, quando non sia in discussione il diritto a soggiornare, stabilendo nei loro confronti particolari limitazioni per il godimento dei diritti fondamentali della persona, riconosciuti invece ai cittadini (sentenza n. 306 del 2008).

Esiste un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, riconosciuto anche agli stranieri, qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso ed il soggiorno nello Stato, pur potendo il legislatore prevedere diverse modalità di esercizio dello stesso (sentenza n. 269 del 2010).

Provvidenze volte al sostegno delle persone in stato di bisogno e di disagio non tollerano distinzioni basate sulla cittadinanza o su particolari tipologie di residenza (sentenza n. 40 del 2011).

 

È costituzionalmente illegittimo subordinare la concessione di una provvidenza regionale di assistenza sociale avente natura economica al possesso del requisito della residenza protratta per un predeterminato e significativo periodo, non essendovi alcuna ragionevole correlazione tra la durata della residenza e le situazioni di bisogno o di disagio, riferibili direttamente alla persona, cui la provvidenza stessa intende sopperire (sentenza n. 2 del 2013).

È costituzionalmente illegittimo subordinare al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione agli stranieri legalmente soggiornanti nel territorio della Stato della pensione spettante alle persone non vedenti e della speciale indennità (sentenza n. 22 del 2015).

La previsione di un lungo periodo di residenza (dieci anni consecutivi) per l’accesso alla procedura per l’ottenimento di un alloggio è viziata di irragionevolezza e mancanza di proporzionalità (risolventesi in una forma dissimulata di discriminazione nei confronti degli extracomunitari) poiché il diritto all’abitazione attiene alla dignità e alla vita di ogni persona e, quindi, anche dello straniero presente nel territorio dello Stato (sentenza n. 106 del 2018).

La discriminazione anti-straniero può essere diretta, mediante limitazioni o divieti espliciti, o indiretta, mediante imposizione di pre-condizioni impossibili o molto gravose.

 Dal puto di vista della legittimità costituzionale, il risultato è equivalente.

È impressionante il numero di tentativi di discriminazione degli stranieri messi in atto mediante leggi, per lo più regionali, e neutralizzati da sentenze costituzionali.

Purtroppo dobbiamo aspettarci che la Corte sia messa di nuovo ed in modo più drammatico, nel prossimo futuro, nella necessità di subire l’impopolarità e il discredito organizzato, se continuerà a mantenere ferma la barriera giurisdizionale in difesa di una corretta applicazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Sarebbe importante far sentire al giudice delle leggi l’appoggio e la solidarietà dei “chierici”, i giuristi, che rappresentano quella informed opinion di cui parlavano i costituzionalisti inglesi del XIX secolo e che, ancora oggi, conserva un’importante funzione di stimolo, orientamento e resistenza culturale e civile.

7. “Autoritarismo di massa” e sistema delle garanzie.

Partendo dalla considerazione che il potere è la somma algebrica della forza e della resistenza alla stessa, dobbiamo precisare che la capacità della Corte costituzionale di arginare la spinta costrittiva di quello che potremmo oggi definire “autoritarismo di massa” dipende, in buona parte, dalla tenuta dell’intelaiatura garantista dell’intero sistema costituzionale.

Una Corte costituzionale senza giudici comuni indipendenti sarebbe così debole da rasentare l’irrilevanza.

 Giudici indipendenti senza una Corte costituzionale forte e incurante delle pressioni politiche tornerebbero ad essere “schiavi” delle leggi approvate da transeunti maggioranze parlamentari o da atti normativi del Governo, solo formalmente passati al vaglio dei rappresentanti del popolo.

 Un Presidente della Repubblica privo di rapporti di mutuo appoggio con altri organi di garanzia rimarrebbe isolato ed esposto al logoramento.

L’arroccamento di una maggioranza parlamentare autosufficiente, chiusa al dialogo con deboli opposizioni, farebbe venir meno le opportunità per formare quei “compromessi”, che Hans Kelsen riteneva il sale della democrazia rappresentativa.

Diverrebbe anche più difficile controllare la violazione delle norme costituzionali sul procedimento legislativo, come dimostrano fatti recenti.

La somma di queste situazioni anomale, accompagnata da tripudi di piazza, sarebbe l’inizio della fine della democrazia pluralista, quale ci è stata consegnata dai nostri Padri costituenti, dopo la caduta del regime fascista.

Sarebbe, in tale sciagurata ipotesi, magra consolazione il mea culpa di alcuni degli apprendisti stregoni che hanno contribuito – con miopia, ingenuità e presunzione – ad arrivare a tal punto.

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