Alimenti, clima, inflazione.
Alimenti,
clima, inflazione.
Cibo,
la crisi energetica e crisi climatica
sta
arrivando sulle tavole italiane.
Greenreport.it
– Redazione – (23 agosto 2022) – ci dice:
Coldiretti:
«Il balzo dell’inflazione spinto dalle quotazioni record del gas costerà alle
famiglie 564 euro in più nel 2022»
Al
Meeting di Rimini la principale associazione di agricoltori italiani
(Coldiretti) ha presentato il report “L’autunno caldo degli italiani a tavola
fra corsa prezzi e nuovi poveri”, in cui si sa che, a causa dei rincari del
cibo, in autunno saranno «a rischio alimentare oltre 2,6 milioni di persone» in
Italia.
Una
realtà dovuta alla concomitanza di molteplici criticità che gravano,
contemporaneamente, sul comparto agroalimentare: dalla crisi climatica – col
suo lascito di eventi meteo estremi – all’inflazione guidata in primis
dall’aumento dei costi energetici.
«Il
balzo dell’inflazione spinto dalle quotazioni record del gas – precisa la
Coldiretti – costerà alle famiglie italiane 564 euro in più solo per la tavola
nel 2022, a causa del mix esplosivo dell’aumento dei costi energetici legato
alla guerra in Ucraina e del taglio dei raccolti per la siccità che aumenta la
dipendenza dall’estero e alimenta i rincari».
L’associazione
stima che la categoria per la quale gli italiani spenderanno complessivamente
di più è il pane, pasta e riso, con un esborso aggiuntivo annuale di quasi 115
euro, e precede sul podio carne e salumi che costeranno 98 euro in più rispetto
al 2021 e le verdure (+81 euro).
Seguono latte, formaggi e uova con +71 euro e
il pesce con +49 euro, davanti a frutta e oli, burro e grassi.
L’esplosione
del costo dell’energia – sottolinea la Coldiretti – ha un impatto devastante
sulla filiera, dal campo alla tavola, in un momento in cui la siccità ha
devastato i raccolti «con perdite stimate a 6 miliardi di euro, pari al 10%
della produzione nelle campagne», dove il 13% delle aziende agricole è già in
una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività.
In
agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170% dei
concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio ma aumenti riguardano
l’intera filiera alimentare con il vetro che costa oltre il 30% in più rispetto
allo scorso anno, ma si registra un incremento del 15% per il Tetrapak, del 35%
per le etichette, del 45% per il cartone, del 60% per i barattoli di banda
stagnata, fino ad arrivare al 70% per la plastica, secondo l’analisi Coldiretti.
«Per
questo abbiamo presentato a tutte le forze politiche un piano in cinque punti
per garantire la sopravvivenza delle imprese agricole, investire per ridurre la
dipendenza alimentare dall’estero e assicurare a imprese e cittadini la
possibilità di produrre e consumare prodotti alimentari al giusto prezzo»,
afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare
l’importanza di «non perdere 35 miliardi di fondi europei per l’agricoltura
italiana nei prossimi cinque anni ma anche la necessità di attuare al più
presto le misure previste dal Pnrr.
Ma serve accelerare anche sul bando del
fotovoltaico, che apre alla possibilità di installare pannelli fotovoltaici sui
tetti di circa 20mila stalle e cascine senza consumo di suolo, contribuendo
alla transizione green e riducendo la dipendenza energetica del Paese».
Ma lo
spazio per il fotovoltaico non può essere solo quello a disposizione sui tetti
delle cascine:
per far fronte alla doppia crisi energetica e
climatica, oltre ai piccoli impianti distribuiti servono infatti anche quelli
più grandi (utility scale) e i terreni non mancano, dato che in Italia esistono
oltre 1,2 milioni di ettari di superficie agricola non utilizzata, senza
dimenticare che le coltivazioni agricole non sono affatto in opposizione col
fotovoltaico, ma possono anzi essere utilmente integrate in configurazioni agri
voltaiche.
Al
contempo, per Coldiretti è strategico «colmare il deficit alimentare
dell’Italia che produce appena il 36% del grano tenero che le serve, il 53% del
mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73%
dell’orzo, il 63% della carne di maiale e i salumi, il 49% della carne di capra
e pecora mentre per latte e formaggi si arriva all’84% di
autoapprovvigionamento.
Una situazione determinata soprattutto dai
bassi compensi riconosciuti agli agricoltori».
Al di
là dei forti rincari attualmente legati all’inflazione, infatti, prezzi del
cibo troppo bassi non sono più sostenibili.
Come però non lo sono neanche produzioni
agroalimentari eccessivamente impattanti – come accade con un eccesso di
allevamenti intensivi –, chiamandoci a rimodellare i consumi alimentari.
In primis diminuendo il consumo di prodotti
animali.
Rapporto
Coop 2022.
Tra clima,
guerra
e inflazione i consumi
alimentari
resistono, ma per quanto ancora?
Horecanews.it
– Redazione 2 – (9 settembre 2022) – ci dice:
Presi
dalle difficoltà economiche, gli italiani si adattano ripartendo da sé stessi e
risparmiando come possono.
Ecco
il Rapporto Coop 2022, che mostra una filiera del cibo ancora in ottima forma,
ma con diverse nuvole all'orizzonte.
Il
sommarsi simultaneo di una serie di eventi quali le conseguenze della pandemia,
la crisi climatica, la guerra e l’inflazione ha innescato nei primi mesi del
2022 una tempesta perfetta di cui vediamo propagarsi gli effetti ogni giorno.
Il
Rapporto Coop 2022 riflette sulla situazione contingente e ci parla di come gli
italiani vivono il presente, cosa si aspettano dal futuro e con quale spirito
si approcceranno ai consumi da questo momento in avanti.
Se
durante la minaccia del Covid il mondo era impegnato a far fronte alla pandemia
e alle difficoltà economiche innescate, l’invasione della Russia nei territori
ucraini ha creato un effetto recessivo immediato sull’economia mondiale.
Il Pil
globale sconta un ribasso dal +5,7% del 2021 al +2,9% previsionale del 2022 e
per l’Italia, le previsioni di crescita del Pil si attestano al +3,2% per il
2022 e al +1,3% per il 2023.
I temi ambientali occupano e preoccupano gli
italiani:
il 38%
ritiene che il prossimo accadimento epocale sarà dovuto proprio al climate change, il 56% pensa che questa emergenza
debba avere la massima priorità a livello nazionale e internazionale.
L’Italia
del 2022 si scopre a conti fatti un Paese più vulnerabile con la classe media
sempre più in difficoltà, mentre il divario tra poveri e ricchi aumenta.
Infatti,
ad esempio, nel post pandemia crescono le vendite di immobili oltre il milione
di euro e di auto di valore.
Ma
nella maggior parte dei casi, per gli italiani tornano le grandi rinunce: non
si comprano più auto, né gli elettrodomestici o nuove case.
Gli italiani,
compressi tra i prezzi che aumentano e i salari che rimangono inchiodati,
vedono scivolare in basso il loro potere d’acquisto e hanno già iniziato a
cercare con insistenza altre possibili vie d’uscita.
La
filiera del cibo in Italia: la spending review non tocca il carrello.
La
tempesta perfetta non poteva infine risparmiare la filiera del cibo, anzi ha
trovato proprio nelle catene di approvvigionamento globali uno dei suoi
principali epicentri.
Oggi
il mercato italiano sembra manifestare una dinamica inflattiva dei prodotti alimentari
lavorati prossima alla doppia cifra, ma ancora in ritardo rispetto ad altri
Paesi europei (da noi un +10% a fronte del +13,7% della Germania o del +13,5%
della Spagna).
Allo
stesso tempo in maniera inattesa, nonostante questa spinta dei prezzi, i volumi
di vendita hanno tenuto (+7,8% primo semestre 2022 vs 2019), complice la calda
e lunga estate italiana, il ritorno del turismo straniero e la capacità della
distribuzione moderna di imporsi sugli altri canali di vendita specializzati.
Il mercato italiano è però al momento l’unico
a mantenere un trend positivo dei volumi (+ 0,5% contro -5,4% del Regno Unito,
-3,7% della Germania, -2,3% della Francia e -1,3% della Spagna) e questa
differenza come il ritardo all’incremento dei prezzi sembra presagire ad una
inversione di tendenza imminente.
Pur di
fronte a questo scenario non favorevole, la spending review degli italiani per
la prima volta da decenni non tocca il cibo.
Sono 24 milioni e mezzo gli italiani che
nonostante l’aumento dei prezzi non sono disposti a scendere a compromessi
nelle loro scelte alimentari enei prossimi mesi prevedono di diminuire la
quantità ma non la qualità del loro cibo.
Ritorna anche il coking time sperimentato in
lockdown; si passa più tempo nella preparazione dei pasti e ci si impegna a
sperimentare nuovi piatti.
Ma
forse la maggiore evidenza del nuovo valore assegnato al cibo dagli italiani è
il sorprendente mancato ricorso ad una netta diminuzione degli acquisti (-0,1%
di effetto mix negativo nel primo semestre) che invece è stata la prima
risposta alle difficoltà nelle precedenti crisi economiche.
Probabilmente con il peggiorare della
situazione gli italiani vi faranno nuovamente ricorso, ma attualmente il
carrello non è più la miniera da cui attingere per finanziare altri consumi, ma
un fortino da proteggere. Forse è questa una delle principali eredità del post
pandemia.
Al
tempo stesso il cibo a cui non si intende rinunciare pare essere soprattutto
quello più sobrio e basico, senza orpelli e sovrastrutture;
l’italianità e la sostenibilità sono gli
elementi imprescindibili che erodono mercato a altre caratteristiche in passato
maggiormente ricercate.
Così
compaiono meno sulle tavole i cibi etnici, le varie tipologie di senza (senza
glutine, senza etc.), i cibi pronti e anche il bio pare subire una battuta
d’arresto.
La
quota di italiani che segue uno stile alimentare biologico è diminuita del 38%.
Le
stesse marche leader sembrano sacrificabili, rispetto al 2019 hanno registrato
una contrazione della quota di mercato passando dal 14,9% di quell’anno al
13,1% 2022 (-1,8 pp), mentre la marca del distributore continua la sua
avanzata, con una quota di mercato che nel 2022 sfiora il 30% (+2 rispetto al
2019).
Incognite
per la grande distribuzione.
Il
2022 (e forse ancor di più il 2023) potrebbe essere l’anno più difficile della
storia della grande distribuzione organizzata in Italia.
Da un lato, infatti, le imprese retail devono
fare i conti con l’eccezionale rincaro dei listini industriali e l’esplosione
del caro energia.
Dall’altro
dalle difficoltà della domanda finale e dalla necessità di attutire l’effetto
sulla capacità di acquisto del consumatore.
Ad
oggi, infatti, i prezzi dei beni alimentari venduti dall’industria alle catene
della Gdo sono cresciuti del 15% rispetto allo scorso anno (var % tendenziale
luglio-agosto 2022-2021), mentre l’inflazione alla vendita nello stesso periodo
ha fatto segnare un valore di poco superiore al +9% (il differenziale fra il
prezzo all’acquisto e quello alla vendita segna un -5,7% a tutto svantaggio
della grande distribuzione).
E a schizzare in alto sono soprattutto i
prezzi all’acquisto dei prodotti basici, così l’olio di semi segna un +40,9%,
quello di oliva un +33,1% e ancora la pasta (+30,9%, la farina +25,4%).
Contemporaneamente,
dopo lo tsunami energia che si è abbattuto anche sulla grande distribuzione, i
costi energetici che nel 2019 valevano l’1,7% del fatturato sulla base dei
futures sull’energia si moltiplicheranno almeno per tre volte raggiungendo nel
2022 una incidenza del 4,7% e del 5,2% nel 2023.
Questo
drammatico incremento dei costi è tanto più preoccupante se si considera che il
retail alimentare è un settore strutturalmente a bassa redditività, dove
piccole variazioni dei margini possono seriamente compromettere la tenuta dei
conti economici.
Basti
qui ricordare che (dati Mediobanca) il Valore Aggiunto trattenuto in media
dalle imprese della Gdo nel 2021 è stato pari a 14,7%, l’Ebitda del 5,3% e
l’Ebit del 2,6%.
Allo
stesso modo ogni 100 euro spesi dal consumatore l’utile netto per i retailer è
stato appena superiore ad 1,5 euro.
Per il
resto, seppur il 2022 registra per la Gdo un lieve ritorno alle espansioni
delle superfici, per lo più a discapito dei punti vendita di prossimità, è il
discount a registrare ancora una volta la maggiore crescita mentre prosegue il
declino del formato dell’ipermercato.
E l’e-grocery che sembra aver perso quella
spinta propulsiva, peraltro drogata dal lockdown, si mantiene su quote molto
basse soprattutto se paragonate al resto d’Europa; nel 2021 si attesta su un
2,9% con previsioni 2030 che non superano il 6% a fronte di ben altro dinamismo
in casa degli inglesi (dal 12% al 19%) o dei francesi (dall’8,6% al 16%).
Nel
Mondo “Libero”
Conoscenzealconfine.it - Weltanschauung – (20
Dicembre 2022) – ci dice:
Nel
mondo “libero” non c’è spazio per dubbi, quesiti scomodi, confronti od opinioni
divergenti da quelle “ufficiali”.
Nel
mondo libero, siamo schiavi della libertà.
Nel
mondo libero, un medico non può sconsigliare ad un suo paziente di assumere un
farmaco, altrimenti la sua condotta è passibile di segnalazione all’ordine
professionale.
Nel
mondo libero, chiunque si discosta dalla narrazione dominante, pur adducendo
motivazioni valide a sostegno delle sue tesi, si involve inevitabilmente in un
“no qualcosa”, da schernire pubblicamente e mettere alla gogna.
Nel
mondo libero, i diritti un tempo intangibili si trasformano in concessioni,
spesso a tempo determinato.
Nel
mondo libero, è stato legittimato un lasciapassare per lavorare e vivere ed i
bambini hanno vissuto mascherati come ladri per due anni, senza che nessuno
facesse un fiato.
Nel
mondo libero, è prassi porre in discussione il principio dell’habeas corpus.
Nel
mondo libero, regna incontrastato il dogma dei mercati e la nostra salute è
sovente oggetto di vili speculazioni finanziarie.
Nel
mondo libero si vive in perenne stato d’emergenza, in stabile decretazione
d’urgenza e crisi d’ogni sorta si susseguono impetuose, senza soluzione di
continuità.
Nel
mondo libero si vive in democrazia senza che vi sia democrazia.
Nel
mondo libero, a sani ed onesti cittadini è stato impedito di portare il pane in
tavola sulla base di un “presupposto scientifico” rivelatosi poi completamente
falso.
Nel
mondo libero, ogni nefandezza, ogni ingiustizia, ogni menzogna, qualsivoglia
bestialità giuridica e morale, sono attuate esclusivamente per il nostro bene e
guai a pensare il contrario.
Nel
mondo libero non c’è spazio per dubbi, quesiti scomodi, confronti od opinioni
divergenti da quelle “ufficiali”.
Nel
mondo libero, siamo schiavi della “libertà”.
(weltanschauung.info/2022/12/nel-mondo-libero.html)
Uno
Tsunami di Morti
per i
Vaccini in Arrivo
nei
prossimi Due Anni.
Conoscenzeaconfine.it
– (19 Dicembre 2022) - Greg Hunter – ci dice:
La
dottoressa Betsy Eads si è battuta fin dall’inizio per far emergere la verità
sulle iniezioni debilitanti e mortali dell’arma biologica CV19.
La
verità sta venendo fuori, dimostrando che la dottoressa Eads ha sempre avuto
ragione, anche se i media bugiardi della Legacy (LLM) stavano sopprimendo i
suoi dati e le sue analisi salvavita.
In
agosto, la dottoressa Eads aveva previsto che i danni all’uomo causati
dall’arma biologica CV19 sarebbero stati molto più gravi, e il numero crescente
di morti e danneggiati da vaccino dimostra che aveva di nuovo ragione.
La
dottoressa Eads ora prevede:
“. . .
In questo momento in America siamo nell’ordine dei milioni (di morti da
vaccino) e prevedo uno tsunami di morti nei prossimi due anni.
Il
problema è che non si può spegnere il meccanismo della fabbrica di proteine che
producono RNA messaggero.
La
gente continua a mettersi in fila per prendere i booster, che contengono 70
milioni di copie di RNA messaggero.
Le
bugie raccontate da CDC, FDA, Big Pharma e LLM sono state concepite per
convincere l’ignaro pubblico a sottoporsi a un’iniezione sperimentale di
vaccino, che tutti sapevano essere mortale e pericolosa”.
Il
governatore della Florida (USA), Ron Desantis, sta guidando il suo Stato a
ritenere le persone responsabili delle menzogne sul vaccino CV19 e della
distruzione umana.
Martedì
scorso, il governatore Desantis ha chiesto l’istituzione di un gran giurì a
livello statale per indagare sulle lesioni legate al vaccino Covid.
È
questo l’inizio di quella che potrebbe trasformarsi in una Norimberga 2.0 per i crimini
contro l’umanità in cui i tedeschi furono chiamati a rispondere dopo la Seconda Guerra
Mondiale?
Eads
dice ancora:
“Desantis
ha intenzione di… presentare una petizione alla Corte Suprema della Florida per
convocare un gran giurì che indaghi su ogni caso di malasanità o
disinformazione riguardante le iniezioni di vaccino Covid.
La
Florida ha una legge che vieta di dare informazioni errate sugli effetti
collaterali dei farmaci… Desantis sta perseguendo chiunque abbia fatto
disinformazione sui vaccini Covid, chiunque abbia danneggiato qualcuno o abbia
fatto disinformazione sul consenso informato “.
Ci
sono state così tante bugie e disinformazione per convincere le persone a fare
le iniezioni.
Una delle più importanti era che il vaccino
era efficace al 95% e molto sicuro.
Una
menzogna totale su entrambi i fronti.
Eads
afferma: “Non era assolutamente ‘sicuro ed efficace’.
I
numeri dei primi studi della Pfizer erano falsati.
Non
era efficace al 95%.
In realtà
aveva un’efficacia del 15% o meno “.
Le
bugie provenivano da ogni dove ed erano pagate.
La
Dott.ssa Eads afferma: “La propaganda dei media, delle star dello sport e di
Hollywood è stata pagata da Big Pharma per diffondere informazioni errate”.
Sapevano
che uno dei principali problemi medici per chi faceva le iniezioni era il danno
cardiaco permanente.
La
Dott.ssa Eads sottolinea:
“Cosa
è apparso su tutti i giornali nell’ultimo mese?
Morte
cardiaca improvvisa, morte improvvisa… morti improvvise.
È
assurdo che non si riesca a diffondere questo messaggio attraverso i media
tradizionali.
Sono
crimini contro l’umanità.
Queste
persone devono essere arrestate e processate… L’estate prossima ci sarà il
processo di Norimberga qui in America.
Dobbiamo
farli ora. Le persone stanno morendo ora.
Le
persone devono essere ritenute responsabili ora “.
La
dottoressa Eads spiega anche perché è necessario assumere
l’“Ivermectina”, sia che si sia vaccinati sia che
non lo si sia.
La dottoressa parla anche di molti altri
trattamenti utili che possono aiutare a offrire una speranza per questo numero
enorme e crescente di persone danneggiate dalle iniezioni di armi biologiche
mortali falsamente spacciate per vaccini.
(Greg Hunter).
(Video-intervista
alla Dott.ssa Betsy Eads:
rumble.com/v20iug4-tsunami-of-vax-deaths-in-next-two-years-dr-betsy-eads.html).
(USAWatchdog.com)
(t.me/antonellawerner).
QUANDO
IL MONDO SEMBRA
UN’UNICA
GRANDE COSPIRAZIONE.
Ilgariwo.net - Yuval Noah Harari – (25 novembre 2021)
– ci dice:
Pubblichiamo
di seguito la traduzione della riflessione sul NYT dello storico israeliano
Yuval Noah Harari.
Comprendere
la struttura delle teorie del complotto globale può aiutarci a fare luce sulla
loro attrattività – ed inerente falsità.
Le
teorie complottiste o della cospirazione possono assumere svariate forme e
dimensioni, ma quella più comune sembra essere la teoria secondo cui
esisterebbe una “cabala globale”.
Secondo
una recente indagine, che ha coinvolto circa 26,000 persone in 25 paesi, il 37%
degli americani crede che esista (o possa esistere) “un unico gruppo di persone che
dall’alto manipola e controlla gli avvenimenti globali e che segretamente
governa il mondo.”
Lo
stesso pensano il 45% degli italiani, il 55% degli ispanici ed il 78% dei
nigeriani.
Le
teorie complottiste non sono certo state inventate da QAnon; sono state in
circolazione per migliaia di anni ed alcune di esse hanno avuto un impatto
enorme sulla storia dell’umanità.
Prendiamo il nazismo, ad esempio.
Normalmente,
non penseremmo al nazismo in quanto cospirazione.
Il
nazismo, infatti, è arrivato a dominare un intero Paese e ha scatenato la
Seconda guerra mondiale, ragioni per la quale tendiamo a considerarlo un’ideologia,
per quanto malvagia.
Ma, in
fondo, il nazismo era sì basato su una teoria del complotto globale ed una
menzogna antisemitica.
Il
messaggio di fondo era più o meno questo:
“Esiste
una cabala di finanzieri ebrei che segretamente domina il mondo e che sta
tramando di annientare la razza ariana.
Sono
stati loro i responsabili della Rivoluzione Bolscevica, sono loro ad essere
realmente a capo delle democrazie occidentali e sono ancora loro a controllare
i media e le banche.
Solo Hitler è stato in grado di vedere in
chiaro i loro piani malefici e solo lui potrà fermarli, salvando così
l’umanità.”
Analizzare
quale sia la struttura di tali teorie può quindi aiutarci a comprenderne il
fascino ed intrinseca falsità.
La
struttura.
Le
teorie del complotto globale sostengono che dietro a qualsiasi avvenimento a
cui assistiamo, qui od altrove, si nasconda in realtà una mente superiore, un
unico malvagio gruppo in grado di dirigere gli affari del mondo.
L’identità di tale gruppo varia a seconda della
teoria: alcuni credono si tratti della massoneria, di streghe o satanisti;
altri
pensano che a dominare il mondo siano gli alieni o degli uomini-lucertola o
altre strane combriccole.
Ma la
struttura di base rimane la stessa: il gruppo in questione controlla pressoché
tutto ciò che accade, celando, allo stesso tempo, la sua reale influenza su
tali vicende.
Le
teorie complottiste della “cabala” nutrono inoltre un certo fascino nell’unire
gli opposti.
Ad
esempio, secondo il nazismo, capitalismo e comunismo sono solo all’apparenza
incompatibili poiché questo è quello che la cabala ebraica vuole farci credere.
Oppure,
pensiamo forse che i Bush ed i Clinton siano rivali?
Assolutamente
no! Stanno solo fingendo, mentre in realtà partecipano tutti agli stessi party
Tupper ware.
Partendo
da queste premesse, appare quindi chiara una struttura comune a queste teorie.
Tutto ciò che i media ci raccontano è in fondo
soltanto un teatrino pensato per distrarci ed i politici che, in apparenza, sono coloro che ci distraggono non
sono altro che marionette nelle mani dei veri dominatori del mondo.
Il
fascino.
Le
teorie della cabala globale attraggono sempre più seguaci in parte perché sono
in grado di offrire una singola, semplicissima spiegazione ad innumerevoli e
ben più complessi processi globali.
Le
nostre vite sono costantemente sconvolte da guerre, rivoluzioni, crisi e
pandemie.
Ma se
riuscissimo a credere che ci sia un fondo di verità nelle teorie della cabala
globale, beh, allora tutto sarebbe più semplice, e potremmo cullarci nella
confortante convinzione che noi, sì, noi capiamo tutto.
La
guerra in Siria?
Non
abbiamo certo bisogno di studiare la storia del Medio Oriente per capire cosa
stia accadendo: è tutto parte di una grande cospirazione.
Lo
sviluppo delle tecnologie 5G?
Ancora,
non c’è bisogno di essere dei fisici esperti di onde radio per comprendere che
si tratta, in fondo, di un complotto.
E la
pandemia di Covid-19?
Nulla
a che vedere con ecosistemi, pipistrelli e virus: è ovviamente parte di una
cospirazione globale.
Lo
schema di base delle teorie della cabala permette di svelare tutti i misteri
del mondo e di accedere così a quel circolo illuminato di persone che “sanno.”
Ci
rende più intelligenti, più capaci e più saggi dell’uomo comune, elevandoci al
di sopra dell’élite intellettuale e della classe dominante, composte da
professori, giornalisti e politici.
Perché noi sì che vediamo ciò che tutti
ignorano o tentano di nasconderci.
Le
pecche.
Ma le
teorie della cabala hanno tutte lo stesso difetto di base: presuppongono che la
storia del mondo sia molto più semplice di quello che è.
La premessa fondamentale di queste teorie è
che è relativamente semplice manipolare il mondo.
Un piccolo gruppo di “signori” presumibilmente
può comprendere, prevedere e controllare tutto, dalle guerre alle rivoluzioni
tecnologiche alle pandemie.
È
particolarmente interessante come questo gruppo sarebbe in grado di vedere 10
mosse più in là sulla scacchiera degli avvenimenti del mondo.
Quando
un virus viene rilasciato da qualche parte, possono prevedere non solo come si
diffonderà nel resto del mondo, ma anche quali effetti avrà sull’economia
global nel giro di un anno.
Quando
scatenano una rivoluzione politica, possono controllarne il corso.
E
quando provocano una guerra, sanno perfettamente come andrà a finire.
Ma
ovviamente - e qui giace l’errore - il mondo è ben più complicato di così.
Guardiamo,
ad esempio, all’invasione americana dell’Iraq.
Nel
2003, la più grande potenza mondiale invadeva un Paese di medie dimensioni in
Medio Oriente, sotto la pretesa di voler eliminare le sue armi di distruzione
di massa e di porre fine al regime di Saddam Hussein.
Alcuni
già sospettavano che, in realtà, gli Stati Uniti avrebbero anche beneficiato
dell’egemonia nella regione e del dominio delle sue risorse petrolifere.
In ogni caso, gli Stati Uniti si imbarcarono
in un’epocale e costosissima impresa militare.
Ma se
andiamo avanti di un paio di anni, quali sono state le conseguenze di tale
spedizione?
Un
completo disastro. Le presunte armi di distruzione di massa non sono mai state
trovate ed il Paese è precipitato nel caos più assoluto.
Il vero vincitore dell’intera faccenda risultò
essere l’Iran, che ne uscì in qualità di potenza dominante della regione.
Dovremmo
quindi concludere che George W. Bush e Donald Rumsfeld erano in realtà talpe
iraniane sotto copertura, impegnate nel portare a termine il malefico piano
iraniano?
Non
proprio.
La
conclusione dovrebbe essere invece che è incredibilmente difficile prevedere e
controllare le faccende umane.
E non
abbiamo certo bisogno di invadere il Medio Oriente per imparare questa semplice
lezione.
Chiunque
abbia fatto parte di un comitato studentesco o consiglio comunale, o abbia
semplicemente provato ad organizzare una festa di compleanno, sa perfettamente
quanto sia difficile controllare altri esseri umani.
Fai un
piano, e fallisce.
Provi
a tenere qualcosa segreto ed il giorno dopo tutti sembrano parlare solo di
quello.
Trami
qualcosa con un amico fidato e, al momento cruciale, quello ti pugnala alle
spalle.
Le
teorie della cabala ci chiedono di credere che nonostante sia incredibilmente
difficile controllare e prevedere le azioni di 1,000, o anche solo di 100
esseri umani, è in realtà altrettanto facile diventare il burattinaio di una
popolazione di 8 miliardi.
La
realtà.
Esistono,
ovviamente, un’intera sfilza di teorie complottiste nel mondo.
Individui, multinazionali, organizzazioni,
chiese, fazioni e governi sono costantemente impegnati nel tramare e perseguire
un complotto di qualche tipo.
Ma
questo è esattamente ciò che rende difficile, se non impossibile, prevedere e
controllare il mondo nella sua totalità.
Negli
anni ’30, l’Unione Sovietica stava realmente progettando di espandere la
rivoluzione comunista al resto del mondo;
i
banchieri capitalisti stavano davvero mettendo in atto uno svariato numero di
strategie tutto tranne che trasparenti;
l’amministrazione
Roosevelt stava pianificando di rilanciare l’economia americana con il New
Deal;
ed il
movimento sionista stava mettendo in atto il suo piano di stabilire una patria
in Palestina.
Ma
questi ed innumerevoli altri complotti sono poi spesso falliti, e di certo non
erano tutti frutto della stessa cabala dominatrice.
Tutt’oggi,
tutti noi potremmo essere vittima di qualche cospirazione.
I nostri colleghi potrebbero tramare di
inimicarci il capo.
Una
grande casa farmaceutica potrebbe corrompere il nostro dottore affinché ci
somministri qualche oppiaceo dannoso per l’organismo.
Altre
multinazionali potrebbero cospirare con i politici in modo da riuscire ad
aggirare le normative ambientali ed inquinare l’aria che respiriamo.
E, ancora, qualche gigante dell’industria
tecnologica potrebbe hackerare i nostri dati personali, un partito politico
potrebbe mettere in piedi un imbroglio elettorale nel nostro distretto, o un
governo straniero potrebbe cercare di fomentare le forze estremiste del nostro
paese.
Tutte
queste sono cospirazioni, in fondo, ma non sono parte di un unico grande
complotto globale.
A
volte una multinazionale, un partito politico od un dittatore riesce ad
accumulare tanto potere da essere in grado di controllare una porzione
significativa del mondo.
Ma
quando questo succede, è praticamente impossibile mantenerlo segreto.
Dai
grandi poteri, infatti, deriva grande notorietà.
In
molti casi, la notorietà è essa stessa un prerequisito del potere.
Prendiamo
Lenin, ad esempio: non sarebbe mai stato in grado di ottenere l’influenza che
ha avuto in Russia evitando l’attenzione pubblica.
Anche
Stalin, che inizialmente preferiva agire dietro le quinte, al culmine del suo
potere politico, aveva un suo ritratto appeso in qualsiasi ufficio, scuola o
casa privata dal Mar Baltico all’Oceano Pacifico.
Il potere di Stalin, a quel punto, dipendeva
completamente da un culto della personalità.
Pensare che Lenin o Stalin fossero semplici burattini
comandati da poteri più forti non solo ignora la realtà, ma contraddice
l’evidenza storica.
Comprendere
che non esiste un’unica cabala che segretamente controlla il mondo intero non è
soltanto storicamente corretto, ma è anche un passo verso l’emancipazione intellettuale.
Significa
essere in grado di riconoscere i diversi attori della storia mondiale e di
schierarsi con uno piuttosto che con l’altro.
Alla
fine la politica è proprio questa.
(Yuval
Noah Harari, storico).
Il
mondo è diventato bipolare:
ora ha
due dominatori
che si
temono.
Quotedbusinnes.com-
Francesco Paolini – (14 Novembre, 2022) – ci dice:
Al G20
stretta di mano a Bali tra Biden e Xi, che si dice favorevole ai negoziati in
Ucraina e poi avverte:
“Taiwan
è la prima linea rossa nelle nostre relazioni”.
Il
capo della Casa Bianca: “Dobbiamo evitare che la competizione sfoci in un
conflitto”.
Con
una calorosa stretta di mano è iniziato stamattina a Bali, in Indonesia,
l’attesissimo faccia a faccia tra il leader cinese Xi Jinping e il presidente
statunitense Joe Biden (il primo da quando quest’ultimo è alla Casa Bianca)
alla vigilia del G20.
Taiwan,
la guerra in Ucraina e l’economia:
questi
gli argomenti al centro della discussione.
Punti
focali da cui emerge la volontà dei due leader di impedire che, fra la guerra
russa in Ucraina e le rinnovate tensioni nel quadrante asiatico con al centro
il futuro di Taiwan, si crei una ‘escalation’ pericolosa e incontrollabile.
“La
questione di Taiwan è al centro degli interessi fondamentali della Cina, è la
base delle relazioni politiche fra Cina e Usa ed è la prima linea rossa che non
deve essere superata nelle relazioni fra i due paesi”, ha detto il presidente
cinese Xi Jinping.
“Chiunque
cerchi di dividere Taiwan dalla Cina - si legge nel resoconto pubblicato dal
ministero degli Esteri cinese - violerà gli interessi fondamentali della
nazione cinese; il popolo cinese non lascerà assolutamente che ciò accada”.
“Abbiamo
l’opportunità di dimostrare che la Cina e gli Stati Uniti possono gestire le
divergenze, impedire che la competizione tra i due Paesi diventi qualcosa di
simile a un conflitto e trovare modi per lavorare insieme su questioni globali
urgenti che richiedono la nostra cooperazione reciproca – ha detto Biden -.
E
credo che questo sia fondamentale per il bene nostro e della comunità
internazionale”.
Sulla
guerra in Ucraina, entrambi i leader hanno ribadito il loro accordo sul fatto
che una guerra nucleare non dovrebbe mai essere combattuta e non potrà mai
essere vinta, e hanno sottolineato la loro opposizione all’uso o alla minaccia
dell'uso di armi nucleari.
“Sosteniamo
e guardiamo a una ripresa dei colloqui di pace tra Russia e Ucraina.
Allo
stesso tempo speriamo che gli Stati Uniti, la Nato e l’Ue conducano dialoghi
complessivi con la Russia”, ha aggiunto il presidente cinese.
Tra le
questioni affrontate nel summit di Bali anche le relazioni economiche tra Usa e
Cina.
Il presidente Biden ha spiegato che “gli Usa
continueranno a competere vigorosamente con la Cina, a partire dagli
investimenti sulle fonti di forza in patria e allineando gli sforzi con gli
alleati e con i partner nel mondo” e ha ribadito che “questa competizione non
dovrebbe tracimare in conflitto:
Usa e
Cina devono gestire la competizione responsabilmente e mantenere aperte le
linee di comunicazione”.
Le
relazioni tra Cina e Usa “dovrebbero non essere un gioco a somma zero in cui
una parte supera la competizione o prospera a spese dell’altra -ha detto Xi -.
I successi di Cina e Stati Uniti sono
opportunità, non sfide, l’uno per l’altro.
Il
mondo è abbastanza grande perché i due Paesi possano svilupparsi e prosperare
insieme”.
Il
vero conflitto è
tra
umani e disumani.
Altreconomia.it - Roberto Mancini — (1° Maggio
2022) – ci dice:
La
sola arma per vincerlo è la “non violenza”, un esercizio di giustizia a cui
ciascuno può contribuire e che risana le situazioni senza fare nuove vittime.
Le
“idee eretiche” di Roberto Mancini.
Di
fronte alla tragedia dell’Ucraina bisogna anzitutto tenere il cuore pulito, la
ragione lucida e la coscienza sveglia.
Altrimenti si alimenta la pandemia più grave: il contagio della guerra.
Leader
politici e media, con poche eccezioni, stanno diffondendo e imponendo il mito
della guerra giusta.
Ma a
chi non si allinea si rivelano le evidenze reali.
1. La
grande transizione ecologica imposta dall’urgenza di salvarci viene rovesciata
nel processo di militarizzazione della società.
2. Il
sistema globale non è retto solo dal sotto-sistema del mercato a guida
finanziaria e dalla tecnocrazia, perché pure il sotto-sistema della geopolitica
imperiale fa valere le proprie pretese con relativa autonomia.
3.
Oggi per le vittime c’è una “solidarietà” selettiva (per alcune sì, per altre
no) e strumentale.
Si
“aiuta” il popolo dell’Ucraina inviandogli armi, dunque alimentando la spirale
bellica a cui i combattenti ucraini di fatto partecipano per procura, per
difendere non solo il loro Paese, ma anche gli interessi degli Stati Uniti.
Il
popolo ucraino fa da vittima, ma la guerra è tra Russia e Occidente.
4. Il
contesto che ha propiziato la guerra è quello del conflitto strutturale fra i
tre imperi egemoni sulla Terra:
gli
Stati Uniti, che si credono i dominatori del mondo;
la
Cina, che cerca di prendere il loro posto;
la Russia, protagonista degli orrori e dei
massacri in Ucraina.
Di
volta in volta mutano i loro ruoli nelle vicende della geopolitica, ma
eticamente e politicamente i tre imperi sono tutti una disgrazia per l’umanità.
5.
L’esasperazione dello scontro e la reazione di Usa, Nato e Unione europea (riarmo e sanzioni invece che
dialogo e trattativa) ha la probabilità di far sprofondare il mondo nella
guerra nucleare.
Dare armi al governo di Zelensky non significa
difendere il popolo (che anzi così viene incastrato a restare sotto l’impatto
della guerra) significa accelerare la spirale della catastrofe per l’Ucraina e
per tutti.
6.
Finché questi sono l’assetto del mondo e il modo di fare politica, il bene dei
popoli e la volontà dei governi non coincidono affatto.
7.
Intanto ci sono solo effetti di morte: la moltitudine delle vittime, la
distruzione delle città e l’ulteriore devastazione della natura, la
radicalizzazione dei fattori di ostilità futura in quell’area dell’Europa e
ovunque;
l’ondata
planetaria di riarmo (che include la Germania e il Giappone, vanificando la
lezione della Seconda guerra mondiale, e che spinge l’Europa a imitare i tre
imperi), l’impoverimento dei popoli, la fine della fiducia in istituzioni e
pratiche di pace, il riaccendersi del nazionalismo e del militarismo, la repressione
del dissenso.
È la
transizione alla disumanizzazione sistematica tendente all’autodistruzione
nucleare dell’umanità.
8. Non
esistono soluzioni militari ai conflitti.
Bisogna
ripartire da questo principio reale e fondamentale.
Di
fatto il massacro in Ucraina potrà concludersi solo con una trattativa tra i
tre imperi, non per la vittoria di una delle parti.
9. Le
scelte politiche devono essere ispirate da una conversione etica che consenta
di vedere la vita e il bene comune.
Il
contagio della guerra va spezzato, non esteso.
Occorre
uscire dalla mentalità convenzionale.
Non si
può più dire che una vera democrazia “ripudia la guerra come strumento di
risoluzione delle controversie internazionali”.
Bisogna
dire che ripudia la guerra. E basta.
10. Il
conflitto vero è tra umani e disumani.
Non lo
si vince con la violenza, ma solo custodendo la parte di mondo che ci è
affidata.
La
scelta della nonviolenza come esercizio della giustizia che risana le
situazioni senza fare vittime è l’unica via.
Ognuno
può contribuire a qualcuna delle azioni che vanno intraprese (vicinanza alle
vittime, accoglienza dei profughi, cura delle relazioni e impegno educativo,
pressione sui governi, promozione delle trattative e del dialogo, prevenzione
delle guerre, autenticazione della democrazia mediante la nonviolenza), se
riesce a spezzare il contagio dentro sé.
(Roberto
Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata).
I
KAZARI: dominatori
del
mondo.
Exsurggatdeus.org
- Associazione Cristo-Re Rex regum – (25-2 -2021) -ci dice:
I kazhari.
“Conosco
la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da
parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla
sinagoga di satana.” [Apoc. II, 9]
Questo
versetto è veramente magnifico e inquadra perfettamente la situazione attuale
della Chiesa Cattolica.
Ma chi
sono questi giudei dell’Apocalisse, citati nella lettera all’Angelo della
chiesa di Smirne, che si pretendono giudei senza esserlo?
Essi non lo sono né per fede, avendo ripudiato
la legge di Mosè per preferire il talmud, né per sangue non essendo originari
della Giudea, bensì dell’Asia centrale, dell’Europa centrale e dell’est, e più
precisamente provenienti dalla Turchia e della Mongolia.
Si
tratta innegabilmente del popolo kazharo (in turco significa “errante”).
Secondo
gli storici ufficiali Benjamin H. Freedmann ed Arthur Koestler, il reame dei
kazhari dominò il mondo come nazione, dopo la Russia dal VII al X secolo.
Anche prima della venuta di Cristo sulla
terra, i kazhari avevano già invaso l’Europa orientale.
Questi
guerrieri furono inizialmente dei pagani che si allearono a Bisanzio (l’Impero
Romano d’Oriente) contro i persiani ed i musulmani.
Poi il loro re Bulan dovette scegliere tra le
tre religioni monoteiste.
Il
cristianesimo, l’islam, ed il talmudismo.
Il re
di questi pretesi giudei optò per il terzo, cosa che diede diritto al suo
popolo di proseguire la sua dominazione attraverso l’usura, essendo all’epoca
il talmudismo ciò che si chiama oggi il giudaismo talmudico.
Nel
suo libro “Due secoli insieme”, il russo Alexandre Soljenitse da una
spiegazione politica a questa conversione determinante.
“I
capi etnici dei turco-kazhari idolatri di questa epoca non volevano né l’islam,
per non sottomettersi al califfo di Bagdad, né il Cristianesimo per evitare la tutela
di Bisanzio.
Così quasi 722 tribù adottarono la religione
giudaica.
”
Qualunque sia il motivo, politico o economico, questa conversione al giudaismo
doveva condurre alla loro egemonia.
Questa
falsa religione deve molto a questo popolo.
Perché
ci si chiede, senza i kazhari, sarebbe mai sussistito il giudaismo talmudico?
L’interrogativo
resta aperto. – Il re Butan si convertì dunque nell’anno 740.
Questa
conversione cambiò le cose, altre seguirono massivamente: oramai solo un giudeo
poteva accedere al trono perché l’autorità religiosa era il talmud.
I rabbini si incaricarono poi di imporlo alle
popolazioni. –
L’apogeo della dominazione kazhara fu a metà
del IX secolo.
Il loro reame aveva allora esteso largamente
il suo territorio, dall’Europa dell’est all’Europa centrale, su circa 15,3
milioni di chilometri quadrati.
I kazhari, questi askhenaziti dell’Europa
orientale, non sono quindi semiti, bensì ariani.
Essi parlano l’yddish, una lingua che ha preso
un gran numero di parole dal tedesco, e che nulla a che a vedere, nemmeno una
parola, con l’ebraico antico o biblico di cui ha ereditato solo i caratteri
estraici quadratici.
I kazhari furono in seguito cacciati dalla
Russia come spesso è loro accaduto nel corso della storia. La capitale dell’Ucraina,
Kiev, era stata creata da loro ed in loro onore nel 640.
Certi
autori, tra i quali pure il Friedman, pensano, legittimamente, che la
rivoluzione bolscevica sia stata una rivincita del kazhari sul popolo russo.
I fatti danno credito a questo punto di vista,
poiché si sa bene che gli autori maggiori della sovversione in Russia erano
tutti giudei askhenaziti, cioè falsi giudei.
Ora il
90 % degli askhenaziti sono di discendenza kazhara, secondo Benjamin H.
Friedman,
Arthur Koestler e John Beaty.
Il legame tra questo popolo e l’oligarchia
mondialista è stretto, perché i due non fanno che una sola cosa.
Osserviamo
ciò che analizzava a suo tempo il giornalista Paul Copin-Albancelli sugli
uomini che dirigono la franco-massoneria:
“… va da sé che un’opera come quella che
abbiamo studiato, [la realizzazione della piramide massonica] non potrebbe
essere quella di un unico uomo, né quella di alcuni uomini estranei tra loro
che si sarebbero incontrati.
La sua
continuità, più ancora che la sua immensità, rivela questa permanenza di sforzi
della quale sono capaci solo le razze che rendono indistruttibili la loro
fedeltà alla fede degli avi.
Il potere occulto è dunque costituito dai
rappresentanti di una razza e di una religione”.
Questa razza è appunto la razza
giudeo-askhenazita kazhara e questa religione è il giudaismo talmudico.
Pertanto,
ciò che si chiama comunemente l’impero, trasse le sue origini da questo popolo
sanguinario, da questi askhenaziti di discendenza kazhara che sono globalmente
dei rifugiati dell’Europa dell’est.
Quindi
ai giorni nostri, si è avverato che la stragrande maggioranza dei giudei
askenaziti discendenti dal popolo kazharo e l’alta finanza dei Rothschild,
Warburg, Soros, Lazard … proviene in pratica tutta da questa razza, che nulla
ha a che vedere con la Giudea e con gli Ebrei.
(Associazione
Cristo-Re Rex regum)
Dominatori
e dominati:
il
problema con i diritti umani.
Linkiesta.it
- Giovanni Zagni – (11 ottobre 2021) – ci dice:
Un
libro recente mette in fila le critiche all’approccio contemporaneo per la
difesa dei diritti umani.
Il caso di Israele e Palestina.
Nel
maggio del 2012, i capi di Stato dei Paesi Nato si riunirono a Chicago.
Dovevano discutere il modo in cui portare a termine la missione internazionale
in Afghanistan, che si trascinava ormai da undici anni e che Barack Obama aveva
promesso di concludere nel corso del suo secondo mandato.
Per le
strade del centro di Chicago comparvero grandi poster che mostravano due figure
interamente coperte da un burqa azzurro e, tra loro, una bambina a volto
scoperto che guardava verso il fotografo.
L’immagine
era accompagnata da due slogan: «Human rights for women and girls in
Afghanistan» (“diritti umani per le donne e le ragazze in Afghanistan”) e, più
sotto, «Nato: keep the progress going!» (“Nato: continua a far avanzare il
progresso!”).
Si
trattava di una campagna di pressione messa in atto dalla sezione americana di
una delle più importanti associazioni per i diritti umani del mondo, Amnesty International, che invitava senza mezzi termini a
continuare l’occupazione militare per assicurare un futuro migliore alle donne
dell’Afghanistan.
In
altre parole, un’associazione per i diritti umani promuoveva la continuazione
di un’azione violenta – una missione militare straniera con un nemico preciso,
i talebani – per garantire una vita migliore alla popolazione locale.
Si
potrebbe giustificare questa presa di posizione con il principio del “male
minore”.
Meglio 130 mila soldati stranieri nel Paese
che il regime degli estremisti islamici.
Ma i
combattimenti hanno portato alla morte di migliaia e migliaia di civili (circa
26 mila al gennaio del 2015, secondo una stima recente della Brown University)
e non poche di esse sono da attribuire al fuoco incrociato, all’esplosione di
bombe lasciate indietro dai combattenti – sia gli Ied dei ribelli che le
cluster bombs della Nato – e a tragedie come, per fare l’esempio più recente,
l’attacco aereo all’ospedale di Msf di Kunduz che ha ucciso 22 persone.
È
chiara la contraddizione.
E proprio dall’esempio della campagna di Amnesty Usa
del 2012 parte The Human Right to Dominate, scritto dall’italiano Nicola Perugini
e dall’israeliano Neve Gordon, e pubblicato a luglio 2015 dalla Oxford
University Press.
La
tesi del saggio è che esiste una correlazione, sviluppatasi all’incirca negli
ultimi venti anni, tra i diritti umani e la “dominazione”, cioè la continuazione
di rapporti di forza basati sul dominio.
Prova
ne è l’appropriazione del discorso sui diritti umani anche da parte delle forze
politiche più conservatrici.
«Se
durante gli anni Ottanta e Novanta – scrivono – i conservatori negli Stati
Uniti tendevano a rifiutare la cultura in espansione dei diritti umani ed erano
spesso ostili ad essa, all’inizio del nuovo millennio essi cominciarono a
modificare la loro strategia, abbracciando il linguaggio dei diritti umani.
Questo cambiamento è parte di un fenomeno globale».
Così,
molti eserciti del mondo hanno cominciato a tenere corsi di diritti umani per
le proprie truppe, e le politiche della destra e della sinistra nella gestione
degli affari internazionali hanno mostrato un’insolita convergenza.
I diritti
umani presentano un problema in quanto sono tutelati e promossi dagli Stati
nazionali, gli stessi che, nella stragrande maggioranza dei casi, finiscono per
violarli.
Esistono
ragioni storiche e concettuali all’origine di questi problemi, sostengono gli
autori.
Per
prima cosa, i diritti umani presentano un problema in quanto sono tutelati e
promossi dagli Stati nazionali, gli stessi che, nella stragrande maggioranza
dei casi, finiscono per violarli.
E ciò avviene nonostante molte dichiarazioni
di principio sulla difesa dei deboli anche contro e in opposizione diretta agli
Stati.
Allo
stesso modo, quando le strategie delle Ong si basano sul ricorso ai tribunali
nazionali perché tutelino i suoi cittadini, esse non fanno altro che fornire ulteriore
legittimazione agli stessi sistemi che hanno reso possibili quelle violazioni.
In
secondo luogo, i diritti umani come li intendiamo oggi sono una creazione
storicamente e perfino geopoliticamente ben determinata:
una
conseguenza del nuovo ordine mondiale emerso alla fine della Seconda guerra
mondiale, in larga parte influenzata dalla cultura e dall’elaborazione teorica
occidentale.
Come è
già stato sottolineato da decenni a questa parte, misure di “intervento umanitario”
come gli embarghi e le sanzioni possono essere visti come strumenti
dell’Occidente di mantenere il controllo e le relazioni di potere che risalgono
all’epoca coloniale, basati su una visione di superiorità e primato culturale.
Queste
critiche possono sembrare astratte o esagerate – e in effetti la prima parte
del libro appare spesso confinata a un livello di discussione troppo poco
concreto – ma nella seconda parte gli autori provano a mostrare un esempio
significativo: quanto sta accadendo negli ultimi anni in Israele/Palestina.
Perugini
e Gordon – che hanno esposto i loro argomenti principali anche in un articolo
recente su open Democracy – mostrano che il discorso sui diritti umani in
Israele è stato a poco a poco adottato anche dai gruppi legati al movimento dei
coloni e alla destra politica.
Ad
esempio, gli abitanti dei nuovi insediamenti israeliani, costruiti su territori
che spetterebbero di diritto ai palestinesi e oggetto di condanna
internazionale quasi unanime, vengono presentati da alcuni come cittadini
perseguitati perfino dallo Stato di Israele, e i cui diritti umani vengono in
definitiva violati.
In
Israele, il discorso sui diritti umani è stato a poco a poco adottato anche dai
gruppi legati al movimento dei coloni e alla destra politica.
A
partire dal 1999 – con la fondazione della prima Ong per i diritti dei coloni, “Yesha
for Human Rights” – diverse organizzazioni e gruppi di pressione in Israele
hanno cominciato a far uso di questa retorica.
Alla
fine, alcuni di questi sono stati invitati ad assistere ai lavori del
parlamento israeliano sulle questioni che riguardavano i diritti umani.
Non
solo. Quando la missione Onu per accertare quanto accaduto durante l’offensiva
israeliana contro Gaza nel 2009 pubblicò le sue conclusioni – il cosiddetto
rapporto Goldstone – che accusavano sia i miliziani di Hamas che l’esercito di
Israele di crimini di guerra e, in via dubitativa, di crimini contro l’umanità,
il governo di Netanyahu fece sentire tutto il peso che gli Stati nazionali
possono esercitare sulle critiche nei propri confronti.
Il
primo ministro Netanyahu dichiarò nel dicembre del 2009 alla Knesset: «Davanti
a noi ci sono oggi tre minacce principali: la minaccia nucleare, la minaccia
missilistica e quella che io chiamo la minaccia Goldstone».
Dopo
mesi di pressioni, il giudice sudafricano Richard Goldstone – a capo della
missione Onu e di religione ebraica – ha ritrattato nel 2011 le conclusioni più
dure nei confronti di Israele (così non hanno fatto, però, i tre altri esperti
della missione).
La
complicata vicenda del rapporto Goldstone è un ottimo esempio della forza che
detengono gli Stati nazionali nel dirigere o deviare il discorso sui diritti
umani. Spesso le Ong non riescono a sfuggire a quella capacità di pressione.
Anche “Human
Rights Watch”, un’altra delle organizzazioni più celebri del mondo nel settore,
non sfugge alla critica di Perugini e Gordon.
«Hrw – scrivono – si concentra principalmente
su quei casi in cui può rilevare un’applicazione della legge mancante o erronea
o discriminatoria».
Questo
approccio, argomentano, può portare a sua volta a situazioni contraddittorie.
In un
rapporto del 2013 sugli attacchi con i droni portati avanti dagli Stati Uniti,
Hrw ha scritto – riferendosi a sei episodi in Yemen – che due di essi erano una
chiara violazione delle leggi umanitarie, mentre sugli altri quattro restavano
dubbi, perché non era chiaro se gli Usa avessero preso tutte le precauzioni
necessarie per evitare danni ai civili.
L’idea
implicita sembra essere che, se i bersagli fossero stati miliziani e allo
stesso tempo tutte le precauzioni fossero state prese, allora anche le morti di
civili si sarebbero potute giustificare.
Perugini
e Gordon commentano, ed è difficile dar loro torto, che ci si dovrebbe
aspettare più coraggio da un’Ong per la difesa dei diritti umani.
Questo
atteggiamento legalistico si ricollega ad alcuni problemi che Perugini e Gordon
vedono diffusi in gran parte delle Ong per i diritti umani di oggi.
Da un lato, queste si avvalgono sempre più di
specialisti che partono dal presupposto di rappresentare le popolazioni locali,
con un approccio “dall’alto”:
«i diritti umani non provano ad essere uno
strumento delle masse, ma solo di quegli esperti che rappresentano le
popolazioni che subiscono ingiustizie».
Dall’altro,
molte Ong fanno di tutto per apparire apolitiche, ma questo, dicono gli autori,
non può che portare a un depotenziamento delle loro istanze:
«La
nozione che il cambiamento politico può essere ottenuto attraverso l’apparenza
della neutralità politica è una manifestazione dell’impoverimento prodotto dal
professionalismo dei diritti umani, che spesso porta le Ong del settore a
rafforzare e a collaborare con le strutture di potere esistenti».
E
quindi, il sistema dei diritti umani è da scartare?
Certamente
no, scrivono gli autori.
Ma
bisogna ripensare a fondo il rapporto tra le Ong e il potere, lavorare per «de-professionalizzare»
il settore, mostrare più coraggio nella critica a leggi nazionali e
internazionali ingiuste.
Il caso di Israele insegna che, già oggi, il
discorso sui diritti umani ha raggiunto un tale livello di flessibilità da
poter essere adottato da gruppi di pressione lungo tutto l’arco politico.
Quando
pensiamo a dove stia la giustizia e la reale difesa dei diritti, nei conflitti
di oggi, dobbiamo sempre tenere conto di quali sono i rapporti di forza e quali
sono le strutture che non vogliamo mettere in discussione.
Le
critiche di Perugini e Gordon non sono nuove.
Da
decenni esiste un dibattito nelle scienze politiche sugli aspetti problematici
della nostra cultura dei diritti umani, mosso da posizioni teoriche e
accademiche e da altre più strettamente politiche (ne è un esempio il libretto
di Slavoj Zizek Contro i diritti umani, del 2006).
La
lezione di “The Human Right to Dominate”, ad ogni modo, non è tanto di mostrare
che quella cultura sia del tutto sbagliata o basata su false premesse – per
quanto gli autori si sforzino, le critiche di principio non riescono a
convincere fino in fondo – quanto piuttosto che anche i diritti umani,
presentati spesso come “universali” e assoluti, sono un prodotto dei loro (dei
nostri) tempi.
Quando
pensiamo a dove stia la giustizia e la reale difesa dei diritti, nei conflitti
di oggi, dobbiamo sempre tenere conto di quali sono i rapporti di forza e quali
sono le strutture che non vogliamo mettere in discussione.
Dimenticarsene
è, secondo gli autori, cadere in quella che chiamano «l’illusione
dell’originale»:
e cioè
«la convinzione che esista qualcosa chiamato “diritti umani” esterno alle
relazioni empiriche e storiche».
Come la COVID-19
sta
ridisegnando il mondo.
Eeas.europa.eu-(17.10.2020) - Josep Borrell –
ci dice:
(blog dell'Alto rappresentante/Vice
Presidente)
Alto
rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di
sicurezza / Vicepresidente della Commissione.
- In
tempi di crisi, tutti noi tendiamo a concentrarci sulle nostre difficoltà.
Di
ritorno dall'Africa, vorrei sottolineare come la COVID 19 stia ridisegnando
l'intera economia mondiale.
Ma
vediamo com'è la situazione nel mondo e cerchiamo di capire come la pandemia
stia cambiando l'equilibrio tra ricchezza e potere.
"Il
futuro ruolo dell'Europa a livello globale dipende dalla nostra capacità di
combattere con successo questa crisi, sia internamente che esternamente."
La
COVID-19 ha gettato il mondo nella peggiore e più grave crisi economica globale
dalla Seconda guerra mondiale.
Le economie
avanzate, in particolare l'Europa, sono state duramente colpite, ma anche
diverse economie in via di sviluppo ed emergenti stanno attraversando momenti
molto difficili.
Il mondo rischia di diventare ancora più
iniquo e gli sforzi per ridurre la povertà stanno registrando una grave battuta
d'arresto.
"Diverse
economie in via di sviluppo ed emergenti stanno attraversando momenti molto
difficili.
Il mondo rischia di diventare ancora più
diseguale e sta registrando una grave battuta d'arresto negli sforzi per
ridurre la povertà."
La Cina è stata il punto di partenza della
pandemia, ma anche il primo paese a contenere la COVID‑19.
Secondo l'OCSE (il link è esterno), quest'anno la Cina sarà
l'unica economia del G20 a non cadere in recessione.
Eppure
il suo tasso di crescita sarà il più basso dal 1976, anno finale dell'era
maoista.
Questo
relativo successo è all'origine della crescente fiducia nutrita dalla
leadership cinese.
Tuttavia
il suo crescente autoritarismo stride sempre più con l'evoluzione della società
cinese, e non mi riferisco solo a Hong Kong.
La
concentrazione del potere nelle mani del presidente Xi Jinping mette in
discussione il bilanciamento dei poteri all'interno del gruppo di leader che ha
consentito alla Cina di salire alla ribalta dell'economia mondiale nel corso
degli ultimi 40 anni.
Non
dimentichiamo anche che l'economia cinese soffre enormemente la guerra
commerciale con gli Stati Uniti, e non è affatto certo che possa tenere il
passo sul piano dell'high-tech senza accesso alla tecnologia americana.
La
Cina forse non sarà più risparmiata dalle crisi finanziarie.
Negli
ultimi dieci anni la Cina aveva accumulato già un'enorme quantità di debito
pubblico e privato, che è ulteriormente e fortemente aumentato con l'attuale
crisi.
In
futuro, potrebbe non riuscire più a schivare le crisi finanziarie che scuotono
regolarmente le economie occidentali.
Infine
la Cina si prepara ad affrontare un rapido invecchiamento della popolazione,
una sfida straordinaria per un paese che non dispone ancora di un sistema
sviluppato di sicurezza sociale.
Aggiungo
che il paese dovrà rimediare ai danni ambientali accumulatisi nel corso degli
anni e aggravati dai cambiamenti climatici, il cui impatto sarà probabilmente
estremamente negativo per il paese.
Il
Giappone e la Corea hanno finora contenuto bene la pandemia.
Tuttavia
le previsioni per quest'anno danno entrambi i paesi in recessione a causa del
calo delle esportazioni e dell'interruzione delle catene di approvvigionamento.
In
Giappone il debito pubblico dovrebbe avvicinarsi al 250% del PIL, il livello
più alto tra tutte le economie sviluppate.
India
e Asia meridionale gravemente colpite.
L'Asia
meridionale è colpita gravemente.
L'India
ha attuato il lockdown più drastico del mondo.
L'allentamento del confinamento ha poi portato
a una recrudescenza dell'epidemia e il numero di decessi supera ormai i 100
000, anche se in proporzione alla popolazione la mortalità rimane limitata.
Dal
punto di vista economico, l'India dovrebbe essere uno dei paesi del G20 più
colpiti, con un calo del PIL che quest'anno raggiungerà il 10,2 %:
l'impatto
del rigido confinamento messo in atto non è stato bilanciato, come in Europa,
dal massiccio aumento della spesa pubblica.
"La
COVID-19 rischia di provocare un aumento massiccio della povertà: in alcune
parti del mondo, la pandemia potrebbe causare più decessi per fame che per la
malattia stessa. "
Secondo
la Banca mondiale (link esterno), nell'Asia meridionale circa 50 milioni di
persone scenderanno al di sotto della soglia di reddito giornaliera di 1,9 USD,
che definisce la povertà estrema.
L'arresto
della crescita economica nell'Asia meridionale accentuerà le tensioni tra
l'India e altri paesi della regione.
L'economia
degli Stati Uniti soffre meno di quella dell'Europa.
Tornando
al mondo sviluppato, negli Stati Uniti si registra il maggior numero di vittime
per COVID-19.
Il
tasso di mortalità supera quello dell'Unione europea.
Tuttavia,
si prevede che quest'anno l'economia americana subirà un regresso significativamente
inferiore a quello dell'Europa, con un calo del PIL del 3,8 % (rispetto al 7,9
% della zona euro).
Infatti,
a fronte di una risposta sanitaria decisamente carente, negli Stati Uniti la
risposta economica è stata vigorosa, con un disavanzo pubblico del 16,8 % del
PIL (rispetto al 10,9 % in Europa).
La crisi ha inoltre rafforzato ulteriormente
la posizione dominante dell'industria digitale americana.
"Negli
Stati Uniti le conseguenze di questa crisi saranno probabilmente più durature
rispetto a quelle di crisi precedenti e la fiducia nel dollaro nonché nel
debito statunitense potrebbe risultarne compromessa."
Tuttavia negli Stati Uniti le conseguenze di questa
crisi saranno probabilmente più durature rispetto a quelle di crisi precedenti
e in ultima analisi la fiducia nel dollaro nonché nel debito statunitense
potrebbe risultarne compromessa.
Tali
difficoltà stanno accentuando le tensioni interne, che potrebbero diventare il
principale punto debole degli Stati Uniti.
A
prescindere da chi vincerà le elezioni negli Stati Uniti, le tendenze di fondo
resteranno probabilmente inalterate, dalla rivalità con la Cina al crescente
ripiegamento sugli affari interni.
È
probabile che tra i fattori che hanno accelerato il declino della leadership
statunitense vi sia anche la cattiva gestione dell'epidemia.
L'America
latina, nuovo epicentro della pandemia.
Più a
sud, l'America latina, con 11 dei 20 paesi più colpiti, durante l'estate è
diventata l'epicentro dell'epidemia.
Tra i
paesi del G20, anche il Messico, l'Argentina e il Brasile sono tra quelli più
colpiti dal punto di vista economico.
Il
Brasile, in particolare, ha visto crescere il proprio disavanzo pubblico fino
al 15,1 % del PIL, il livello più elevato del G20 dopo gli Stati Uniti.
Dal
canto suo l'Argentina ha dovuto dichiarare l'inadempienza rispetto al proprio
debito per la terza volta in 18 anni.
Anche in questo caso la COVID-19 aggrava le
tensioni sociali e politiche.
L'Africa
ha invece finora smentito le apocalittiche previsioni sugli aspetti sanitari
della pandemia.
Avere
una popolazione giovane ha sicuramente giovato, ma il continente ha comunque
saputo ben gestire la COVID-19, facendosi forte dell'esperienza maturata con
l'epidemia di Ebola.
Ciononostante
l'Africa è stata colpita duramente dal punto di vista economico, e risente
degli effetti delle misure sanitarie, soprattutto nel settore agricolo, del
calo delle esportazioni di materie prime, del crollo del turismo e del calo
delle rimesse degli emigrati.
La prima
recessione nell'Africa subsahariana da 25 anni.
Il
Fondo monetario internazionale prevede una recessione del 3 % nell'Africa
subsahariana, la prima da 25 anni.
Si
prevede che il Sud Africa sarà il paese del G20 più colpito nel 2020.
Di
conseguenza, circa 30 milioni di africani andranno a ingrossare le fila dei più
derelitti, ovvero di coloro che guadagnano meno di 1,9 USD al giorno.
In
questo scenario è però proprio l'Europa una delle regioni più colpite al mondo,
sia dal punto di vista sanitario che economico.
Si
prevede che il calo del PIL europeo sarà il doppio di quello degli Stati Uniti.
La recessione sarà più profonda anche rispetto al Giappone o alla Corea, per
non parlare della Cina.
In
Europa la pandemia è lungi dall'essere superata.
Durante
l'estate molti in Europa credevano che la pandemia fosse ormai quasi finita, ma
oggi ci stiamo rendendo conto che siamo ben lungi dall'aver sconfitto il virus.
Le
nostre risorse sono limitate e l'equilibrio tra le restrizioni sanitarie e il
loro effetto sull'attività economica è delicatissimo.
Questo
crea tensioni politiche tra i diversi livelli di governo, rendendo più che mai
necessario un coordinamento europeo.
"La
crisi ha dimostrato quanto l'Europa dipenda dalla Cina - a causa della
deindustrializzazione - e dagli Stati Uniti - in quanto dominatori
dell'economia digitale."
In una prima fase siamo riusciti a contenere la
perdita di posti di lavoro grazie ai regimi di riduzione dell'orario
lavorativo, preservando i redditi della maggior parte degli europei.
Ma ciò
non risolve la questione degli ulteriori adeguamenti strutturali nei settori
che probabilmente non torneranno mai alla situazione pre-crisi.
La
crisi ha evidenziato anche in che misura la deindustrializzazione abbia reso
l'Europa dipendente dalla Cina e rivelato la vera entità del nostro ritardo
digitale rispetto agli Stati Uniti, un fattore economico che diventerà ancora
più cruciale dopo la crisi. Inoltre il calo del PIL in Europa è accompagnato da
forti disparità interne.
Per
tutti questi motivi, è essenziale darsi da fare, tutti insieme, per rilanciare
la nostra economia. Lo scorso luglio il Consiglio ha approvato il piano Next
Generation EU, e ora dobbiamo attuarlo senza indugio.
Con le
centinaia di miliardi stanziati, dobbiamo preparare le nostre società alla
transizione verde e alla rivoluzione digitale, limitando allo stesso tempo il
divario interno grazie ai trasferimenti verso i paesi più colpiti.
Con “Next
Generation EU” dobbiamo agire tutti insieme per la transizione verde e la
rivoluzione digitale, limitando allo stesso tempo il divario interno grazie ai
trasferimenti verso i paesi più colpiti."
Ma nonostante tutte le nostre difficoltà
interne dobbiamo anche intensificare gli sforzi per sostenere i paesi in via di
sviluppo ed emergenti.
Innanzitutto
è necessario aiutare i nostri partner sul fronte sanitario, perché fino alla
sconfitta definitiva e totale del virus tutti noi resteremo vulnerabili.
In
particolare, è fondamentale la questione relativa alla disponibilità di vaccini
per i paesi in via di sviluppo, ed è per questo che siamo fortemente impegnati
nell'iniziativa internazionale COVAX.
La
necessità di sostenere i paesi in via di sviluppo e quelli emergenti.
Ma è
necessario anche un sostegno economico.
Questa
settimana i paesi del G20 hanno deciso di prorogare di sei mesi, fino alla metà
del 2021, l'iniziativa di sospensione del servizio del debito (DSSI), lanciata
in primavera per aiutare 73 paesi.
Ma
ovviamente questo non è sufficiente: l'impatto devastante della COVID-19 ha
rimesso con forza all'ordine del giorno la ristrutturazione del debito, come
riconosciuto dai ministri delle finanze del G7 lo scorso settembre.
Ci
adopereremo in questa direzione per coinvolgere tutte le parti interessate, segnatamente
la Cina.
"Sono profondamente convinto che il futuro ruolo
dell'Europa a livello globale dipenderà dalla nostra capacità di assumere con
successo la leadership nella lotta contro la crisi, sia internamente che
esternamente."
La capacità di aumentare il nostro aiuto ai paesi in
via di sviluppo è particolarmente importante per l'Africa, continente di
importanza strategica per il nostro futuro.
Qualche
tempo fa, un leader africano mi ha detto: "dite sempre che volete essere
il nostro miglior partner, ora potete dimostrarlo".
Sono
profondamente convinto che il futuro ruolo dell'Europa a livello globale
dipenderà dalla nostra capacità di assumere con successo la leadership nella
lotta contro la crisi, sia internamente che esternamente.
(Josep
Borrell, Alto rappresentante dell'UE).
Il
mondo ha un problema:
si
chiama finanza.
Huffingtonpost.it
- Riccardo Maggiolo – (09 Ottobre 2021) – ci dice:
Le
recenti vicende di Facebook dimostrano che la finanza è come un virus: si infiltra
in ogni realtà e la corrompe dall’interno.
Ma sta
cominciando a cambiare.
Si sta
per concludere quella che con ogni probabilità è stata la settimana più
difficile della storia di Facebook.
Ma la
cosa peggiore per il colosso di Mark Zuckerberg non è probabilmente stata il
pur drammatico blocco dei suoi servizi durato quasi 7 ore nella giornata di
lunedì.
Piuttosto,
sono state le dichiarazioni della ex dipendente Frances Hagen prima alla stampa
statunitense e poi al Congresso degli Stati Uniti a rappresentare un colpo
durissimo per l’azienda di Menlo Park.
E
questo perché per Facebook – come per molte altre realtà, in particolare del
mondo digitale – la reputazione è più importante dell’efficienza, in quanto è
la finanza a contare più dell’economia.
Hagen
ha descritto Facebook come un’azienda in “bancarotta morale”:
«Sebbene
sia popolata da persone bene intenzionate, se si trova nella posizione di dover
scegliere tra fare la cosa giusta e la cosa che rende di più, sceglie sempre la
seconda».
Zuckerberg e i suoi dirigenti, quindi,
vorrebbero fare la cosa giusta, ma non possono.
Non sarebbero perciò quei potentissimi padroni
del “meraviglioso nuovo mondo” digitale e tecnologico che ci immaginiamo;
i
signori dei nostri dati, i super-ricchi capaci di influenzare la politica e le
istituzioni, i demiurghi del nostro futuro.
Sarebbero
invece delle vittime di un ricatto che gli impone di fare ciò che non
vorrebbero; degli schiavi di una forza assai più potente di loro.
E
questa forza è la finanza.
Oggi
il valore delle azioni di Facebook è circa 25-30 volte maggiore dei suoi utili.
Cioè, per comprarsi un pezzettino d’azienda gli operatori dei mercati
finanziari sono disponibili a pagare quasi 30 volte la corrispondente
percentuale dei soldi che fa oggi.
Simili
valori sono condivisi da altre aziende big tech come Apple e Google, e per
altre sono ben più alti - e sono fondamentali per permettere loro di fare quei
giganteschi investimenti che gli sono necessari per rimanere competitivi.
Ciò vuol dire che la loro vera ricchezza e
potere poggiano sulla loro capacità di attrarre investimenti, cioè nel
convincere gli operatori finanziari del fatto che continueranno a crescere in
maniera inarrestabile, e che in futuro faranno molti più soldi di oggi.
Queste
aziende sono perciò obbligate a crescere sempre di più, costi quel che costi.
Ma
ancora più che nei numeri, nelle economie, per loro è importante farlo nella
loro narrazione.
I
conti economici possono essere anche negativi, ci possono essere ben più uscite
che entrate, ma l’importante è trasmettere un’immagine di futuri dominatori
incontrastati del proprio mercato.
Per questo il pur grave disservizio di lunedì
rappresenta per Facebook solo un incidente momentaneo, quando invece le
dichiarazioni di Hagen al Congresso U.S.A. sono potenzialmente esplosive:
un’automobile
da corsa può fare un tamponamento o avere un guasto, ma se i clienti cominciano
a pensare che sia fuori moda o peggio ancora viene emanata una legge che rende
illegali alcune sue componenti, l’automobile rimane invenduta o viene
sequestrata.
Il
patto tra imprenditoria e finanza oggi pare ineludibile:
nel
mercato globale di oggi nessuno può sperare di riuscire a crearsi o persino
mantenere uno spazio di mercato senza una generosa iniezione di capitali, e
questa la può fornire praticamente solo la finanza.
I fondatori di un’impresa possono avere
inizialmente le migliori intenzioni, ma se non trovano finanziatori hanno vita
breve.
Storie
come quella di Couch surfing sono emblematiche: se si vuole avere successo,
bisogna piegarsi alle logiche del profitto.
Ma non
tanto o solo del profitto “organico”, ma di quello esponenziale.
Che poi in effetti non è mai davvero possibile
nella realtà:
l’importante
è la convinzione che ci sarà.
E
quindi spendere, investire, “rompere cose e muoversi velocemente”.
Questa
da eterna mentalità da start-up, cioè da giovane azienda che deve spendere
molto per svilupparsi rapidamente e conquistare fette di mercato importanti, è
diventata il modello standard per le aziende digitali.
Amazon
per esempio lo afferma pure con fierezza:
“Per
noi è sempre il primo giorno” è uno dei mantra del fondatore Jeff Bezos.
E in
effetti proprio grazie a questo approccio – ma soprattutto a chi lo ha
sostenuto – Amazon è riuscita ad andare in perdita economica per quasi 15 anni,
facendo investimenti massicci e conquistando il mercato anche in maniera
sleale, poiché nessun altro concorrente poteva per esempio permettersi di
vendere tutto o quasi sottocosto.
Anche
ora che è l’azienda più ricca e potente al mondo, Amazon non ha smesso di
utilizzare questa tecnica:
per
esempio è in grado di far vedere il calcio ai tifosi italiani a prezzi molto
più bassi e a qualità maggiore rispetto ai concorrenti.
Come
ci riesce?
Perché
ha la fila di operatori che vogliono azioni Amazon: perdere soldi non è un
problema, l’importante è conquistare un mercato rapidamente, e per farlo serve
aumentare il numero di utenti e le transazioni.
“Cash
is king” è
il motto di molti analisti finanziari, ovvero tradotto:
“Non importa se il tuo business è
insostenibile:
l’importante
è che fatturi e che quindi dimostri di crescere anno su anno.
In
questo modo le tue azioni varranno sempre di più e io posso comprarle oggi per
rivenderle con profitto domani”.
Un
altro esempio di questa mentalità la si è notata qualche giorno fa qui in
Italia, quando Netflix ha fatto un enorme investimento pubblicitario comprando svariate pagine
di alcuni dei maggiori quotidiani nazionali.
Ma la
cosa interessante è che quelle pagine non contenevano pubblicità rivolta agli
utenti, invitandoli a iscriversi al loro servizio:
erano invece rivolte ai decisori pubblici e
politici, o comunque all’opinione pubblica per impedire il varo di alcune norme
che avrebbero reso più onerosa la produzione di contenuti per Netflix.
Possiamo
pensare che il più popolare servizio di intrattenimento online al mondo abbia
un problema di liquidità per gli investimenti? No, anzi.
Il
problema è che se passa quella legge allora i mercati azionari non crederanno
più che Netflix in futuro potrà fare il bello e il cattivo nel suo settore e
oltre.
E
quindi:
Amazon butta interi campi di calcio di roba
nuova che non riesce a vendere? Instagram rende infelici i giovani?
Facebook
dà una mano ai contenuti cospirazionisti a diffondersi?
Google impedisce la libera circolazione delle
notizie in Paesi dittatoriali?
Non importa.
La
cosa importante è che il fatturato cresca.
E anzi ancora di più, che siano tutti convinti
che queste aziende domineranno il mondo nel prossimo futuro.
Ma qui
viene la prima domanda: se queste sono già aziende dominatrici del loro mercato,
quanto margine di crescita possono avere ancora?
E poi: cosa succede se non riuscissero a
rispettare queste enormi aspettative?
La
verità è che queste domande rimangono sullo sfondo.
Infatti gli operatori finanziari oggi
ragionano soprattutto in termini di compravendite: non pensano tanto di
guadagnare incassando i dividendi delle aziende, ma rivendendo i titoli di cui
sono in possesso a un valore maggiore di quello a cui li hanno acquistati.
Questo
meccanismo ha nel tempo creato bolle finanziarie crescenti, che hanno
alimentato una quantità di valore nei mercati borsistici di dimensioni enormi,
titaniche.
Le
potenti iniezioni di liquidità delle banche centrali dell’ultimo decennio, poi,
hanno finito per alimentare il fenomeno.
Il risultato è che oggi c’è una quantità di
denaro spaventosa nel mondo, varie volte superiore al PIL mondiale (che pure,
ricordiamolo, è un indicatore “lordo”).
“Ma
dove sono tutti questi soldi?” ci si potrebbe chiedere.
“Perché
è così difficile ottenere credito?”.
Il fatto
è che oltre a molta liquidità nei mercati ci sono anche dei tassi molto bassi:
quasi nulla rende come una volta.
Per
cui gli investitori, che sono alla ricerca soprattutto di rendimenti sicuri,
faticano a finanziare attività come quelle imprenditoriali o immobiliari che un
tempo erano considerate piuttosto solide, ma che ora rendono pochissimo.
Alla fine però lo fanno lo stesso, per
mancanza di alternative, ma finanziando spesso “i soliti noti”, proprio perché
tutti vi scommettono e quindi sembrano più sicuri; sembrano “Too big to fail”.
Ciò innesta un circolo vizioso di bolle sempre
più ampie da un lato, ed enormi capitali immobilizzati dall’altro.
Questa
disfunzionalità della finanza ha ricadute negative che vanno ben oltre i
mercati mobiliari.
Alimentano le disuguaglianze economiche e di
conseguenza anche sociali.
Spingono
il consumismo e quindi impediscono lo sviluppo di un’economia davvero
sostenibile.
Rallentano
la transizione energetica ed ecologica, perché hanno fabbisogni di energia
sempre crescenti.
Persino,
soffocano il sano mercato economico, rendendo la competizione al suo interno
molto meno equa e concentrando il potere nelle mani di pochi attori in grado di
istituire quelli che oramai sono monopoli de facto.
Ma
quindi quale può essere la soluzione?
Cancellare
la finanza?
Non si
può: in una certa forma è sempre esistita e non si può davvero impedire la
speculazione finanziaria.
Sequestrare
il denaro dalle mani degli investitori avidi?
Sì, ma
non si può farlo a forza.
Va
invece promosso un nuovo tipo di finanza: una finanza che metta al primo posto
non la rendita finanziaria, e nemmeno economica, ma l’impatto sociale.
Si tratta della cosiddetta “impact finance”, e non è
un libro dei sogni.
I più
grandi fondi di investimento al mondo già da alcuni anni si stanno impegnando a
finanziare iniziative non solo sostenibili, ma che generano valore sociale e
ambientale.
Lo fanno con una logica anche economica: sanno che fenomeni come il
cambiamento climatico non sono condizionati dalla finanza, e quindi in futuro avranno un
impatto crescente sui mercati reali aumentando la richiesta di quei prodotti e
servizi che risolveranno questi problemi epocali.
L’Italia,
purtroppo, in questo è in grave ritardo.
Nonostante
8,5 miliardi di green bond immessi nel mercato dal governo, e gli altri
miliardi messi a disposizione da banche come Unicredit e Intesa per progetti
che rispettino i cosiddetti “criteri ESG” – acronimo di Environmental, Social e
Governance – gli investitori italiani sembrano ancora più “allergici” al
rischio dei loro colleghi all’estero.
L’obiettivo pare più quello di evitare di fare
troppi danni che di cambiare le logiche della finanza, e agli investimenti in
cambio di compartecipazione azionaria si preferiscono di gran lunga i prestiti,
finendo per sostenere quasi solo chi è già strutturato – e magari
all’occorrenza fa un po’ di “green washing”.
Oggi
in Italia i fondi di investimento con logiche di impact sociale si contano
sulle dita di una o due mani, e il più grande ha una dotazione di appena 40
milioni di euro.
Qualcosa
di meglio per quanto riguarda l’ambiente c’è, ma siamo comunque in ritardo.
E manca ancora una normativa seria di
riferimento.
Rischiamo
quindi non solo di perdere un’altra opportunità di sviluppo, arroccandoci in un
atteggiamento conservativo, a difesa delle rendite e non al servizio della vera
innovazione, ma anche di non dare il nostro contributo in quella che è una
delle sfide chiave del nostro tempo.
Lettera
aperta “Cura e non Censura”
del Comitato “Ascoltami”
al Dr.
Matteo Bassetti.
Conoscenzealconfine.it
– (21 Dicembre 2022) – comitato ascoltami – ci dice:
Egregio
Dr. Matteo Bassetti, Lieti del suo interessamento per la proiezione di “Invisibili”,
cogliamo l’opportunità di chiederLe alcune delucidazioni.
Siamo
il Comitato “Ascoltami”, il primo e unico Comitato in Italia che raccoglie
migliaia di persone che soffrono per le reazioni avverse a seguito della
Vaccinazione Anti Covid-19.
Non
siamo delle fake news.
Siamo
uomini, donne, ragazze e ragazzi che hanno CREDUTO in quanto proposto da Lei e
dalle istituzioni.
Siamo
TUTTI vaccinati e TUTTI danneggiati.
Circa 120000 persone OGNI settimana
interagiscono con Noi attraverso i nostri canali, molti perché inascoltati e
non curati.
Volevamo
chiederLe quindi delucidazioni sulle sue dichiarazioni, a nostro parere
gravissime.
Partiamo
da quanto da lei dichiarato:
“Trovo
gravissimo che possa essere rappresentato nella sede del Comune di Genova un
documentario censurato da YouTube, che prende in considerazione fake news. (…)”
Le
chiediamo da illustre e stimatissimo scienziato, cosa intende Lei per fake
news?
Ci
sono” peer reviewers” dietro YouTube?
A noi
risulta da fonti facilmente verificabili che YouTube afferisca a gruppi di
azionisti che sono gli stessi principali di Pfizer e Moderna (Vanguard,
Blackrock, ecc.).
Illustrissimo
dr. Bassetti lei conosce il conflitto d’interessi?
Illustrissimo dr. Bassetti Lei condanna il
conflitto d’interessi ed è a favore di una Scienza super partes?
Lei davvero dà credibilità alla censura di
YouTube che ha gli stessi azionisti delle case farmaceutiche?
È questa la Sua Scienza che così tanto spesso
invoca e si eleva a suo paladino?
Inoltre,
le chiediamo spiegazioni in merito al proseguo delle sue dichiarazioni:
“Spero
e mi auguro che un’istituzione così prestigiosa come il Comune di Genova non
dia la possibilità di trasmetterlo.
Se fosse trasmesso, sarebbe un pessimo
messaggio per la città di Genova.
Credo
che questo tipo di documentari e questa modalità di guardare ai vaccini sia
profondamente sbagliata.
Non è questione di fare censura, ma la scienza
è una cosa, la propaganda e la politica sono un’altra”.
La
propaganda e la politica sono ciò che cerca di fare Lei censurando, emerito dr.
Bassetti.
Un
documentario riporta TESTIMONIANZE.
Siamo
ESSERI UMANI che SOFFRONO a seguito e a causa della VACCINAZIONE anti Covid-19.
Cosa
c’è di PROPAGANDA nel fare emergere la VERITÀ di persone che hanno creduto
nella vaccinazione e hanno la vita rovinata?
Cosa
intende per scelte politiche?
È
stata una scelta politica avere a 27 anni una miocardite debilitante post
vaccino? Oppure una neuropatia che impedisce la semplice deambulazione?
Nessuna propaganda politica.
Noi
del Comitato siamo TUTTI vaccinati e gravemente DANNEGGIATI.
Certi
che arriveranno delle sue spiegazioni in merito alle nostre riflessioni, saremo
lieti di accettare le sue scuse PUBBLICHE per queste sviste, un po’
macroscopiche, ma capiamo i suoi tanti impegni.
A
proposito dei suoi innumerevoli impegni, Le chiediamo se può dedicare il suo
tempo a Noi, a studiarci e curarci.
Siamo
migliaia di cittadini che hanno creduto proprio in Lei e nella vaccinazione, se
il Suo reparto ci accogliesse noi saremmo lieti di avere dei medici che SENZA
pregiudizi cercheranno una CURA al danno inflitto dalla vaccinazione.
Ci
permettiamo di suggerirle di fare più ricerca e cercare delle cure per Noi
danneggiati, da medico il Suo compito dovrebbe essere CURARE, non CENSURARE la
sofferenza, negarla, banalizzarla, ridicolizzarla.
Attendiamo
fiduciosi” Le porte aperte del Suo reparto” per trovare CURE efficaci e ridarci
una vita dignitosa.
Certi che da medico non si girerà dall’altra
parte, saremo Lieti di incontrarla in una delle tantissime sale in Italia dove
stiamo proiettando “Invisibili”.
Lei è sempre il benvenuto, siamo davvero in
molti a volerle fare delle domande.
Sperando
di averla presto tra noi, insieme alle sue scuse verso le migliaia di cittadini
INVISIBILI che stanno soffrendo da mesi (molti da più di un anno).
I
nostri più cari saluti, Comitato “Ascoltami”.
(invisibili.playmaster.it)
(t.me/comitatoascoltami).
Nigel
Farage: per
la corruzione
bisogna
indagare la Commissione UE.
Scenarieconomici.t
– Giuseppina Perlasca – (20 Dicembre 2022) – ci dice:
Nigel
Farage ha chiesto un’indagine sulla Commissione europea mentre lo scandalo
della corruzione continua ad affliggere l’organo di governo.
Attualmente
lo scandalo ha portato i procuratori belgi ad accusare Eva Kaili e altre tre
persone di aver accettato tangenti dal Qatar, ospite della Coppa del Mondo, nel
tentativo di influenzare le politiche dell’UE.
La
scorsa settimana, Nigel Farage di GB News ha reagito alla notizia degli arresti
per corruzione nel Parlamento Europeo dicendo:
“So
personalmente bene cosa vuol dire, perché per anni io e i miei colleghi siamo
stati messi all’inferno dall’Olaf, l’ufficio frodi del Parlamento europeo “.
Un
ente che si occupa dei regali di bottiglie di champagne, ma ignora completamente
la vera corruzione, quella proveniente dai paesi stranieri o dalle ONG.
Ora
Nigel ha chiesto un’indagine su “ogni altra parte dell’UE”.
Ha dichiarato di non essere rimasto scioccato
o sorpreso dalle notizie provenienti da Bruxelles e di aver “visto in prima
persona la costante esposizione a lobbisti di ogni tipo”.
“L’unico
fatto che mi ha stupito di questa squallida situazione è la pura efficienza e
l’astuzia dimostrata dai servizi segreti belgi nello smascherarla “.
“Il
fatto è che i pezzi grossi dell’UE hanno costruito un corpo di politici e
burocrati che costituiscono, di fatto, una classe separata.
E nel creare questa élite, i dominatori della
UE hanno preso spunto dall’aristocrazia dei burocrati del mondo: i francesi “.
Riflettendo
sul suo periodo come europarlamentare e sul futuro del “club di Bruxelles”,
Nigel ha affermato che: “in generale segue questa cultura e si prende cura dei
suoi.
Guai, però, a chi è dissidente.
Nel mio caso, ogni immunità che avevo in
qualità di europarlamentare non valeva nulla”.
“Il
mio disprezzo per questo sistema disonesto non conosce limiti.
Spero
solo che le forze dell’ordine belghe facciano una prossima verifica di altre
parti del sistema, in particolare della Commissione europea, il braccio
esecutivo dell’UE.
Dopo tutto, è lì che si trova il vero potere
di legiferare e decidere le politiche”.
Un
chiaro invito ad esaminare la testa del serpente.
Nel
frattempo la presidente del parlamento europeo, Roberta Mestola, ha promesso
una stretta sui gruppi informali che girano attorno al parlamento, affermando
che non lascerà che il parlamento sia considerato in vendita.
intanto però Pazeri ha parzialmente confessato
tirando in ballo di deputato belga Marc Tarabella a cui avrebbe consegnato del
denaro contante.
La
Cina approfitta del “Tetto al prezzo”
europeo
sul petrolio russo.
Scenarieconomici.it
– (20 Dicembre 2022) - Giuseppina Perlasca – ci dice:
I raffinatori cinesi indipendenti hanno visto i loro
margini di raffinazione balzare nelle ultime settimane grazie alla possibilità
di negoziare sconti più elevati per il greggio russo normalmente importato,
anche se lo acquistano al di sopra del tetto di prezzo fissato dal G7, hanno
dichiarato martedì a Reuters fonti commerciali e industriali.
Il
flusso di greggio russo più economico verso la Cina ha fatto salire i margini
di raffinazione dei raffinatori indipendenti, i cosiddetti teapot, a oltre 115
dollari (800 yuan cinesi) per tonnellata la scorsa settimana, da meno di 86
dollari (600 yuan) all’inizio di dicembre, secondo un analista petrolifero con
sede in Cina che ha parlato con Reuters.
Molte
raffinerie cinesi indipendenti con sede nella provincia di Shandong hanno
continuato ad acquistare il greggio russo, ignorando il limite di prezzo
imposto dai Paesi occidentali.
Il
tetto al prezzo del greggio russo imposto dall’UE, dal G7 e dall’Australia è
entrato in vigore il 5 dicembre, ma la Cina non ha aderito alla cosiddetta”
Price Cap Coalition”, che vieta i servizi di trasporto marittimo del greggio
russo a meno che non venga venduto a un prezzo pari o inferiore a 60 dollari al
barile.
L’ESPO,
il greggio dell’Estremo Oriente russo preferito dai raffinatori indipendenti
cinesi, viene venduto al di sopra del limite di prezzo e le fonti commerciali
lo stimano a circa 65-68 dollari al barile, franco a bordo.
Sebbene
sia al di sopra del “price cap”, il prezzo dell’ESPO negoziato dai raffinatori
cinesi è ancora a forte sconto rispetto ai futures” ICE Brent” per il mese di
consegna del carico, attualmente febbraio e marzo.
Anche
se la Cina non ha aderito alla” Price Cap Coalition”, il fatto che ora esista
un (price cap) dà al primo importatore mondiale di greggio, così come ad altri
acquirenti di greggio russo come l’India, un maggiore potere contrattuale per
negoziare forti sconti per il greggio russo anche al di fuori del meccanismo
del “price cap”, dicono gli analisti.
Gli
scambi con l’ESPO al di sopra del “price cap” suggeriscono che, per ora, la
Russia ha le navi cisterna e le compagnie di assicurazione per fornire
copertura e trasporto per il greggio ESPO, che può raggiungere la Cina
dall’Estremo Oriente russo in meno di una settimana.
I
Dominatori di questo Mondo.
Conoscenzealconfine.it
– (12 Aprile 2020) – Redazione - ci dice:
Nelle
varie culture sono stati chiamati con nomi diversi: Arconti per gli gnostici,
Elohim o Anunnaki per i redattori biblici, Voladores per i toltechi, Demoni per
i cristiani… Alieni per i moderni autori di quella che viene chiamata
fantascienza.
Si
tratta di una razza aliena molto evoluta tecnologicamente, che ci ha sottomessi
dominando la nostra coscienza e che continuano a tenerci sottomessi,
impedendoci di prendere coscienza di noi stessi, di chi siamo veramente,
inducendoci a credere di essere l’apparato psicofisico che abitiamo, ovvero il
nostro ego.
In tal
modo siamo spinti ad atteggiamenti, sentimenti, pensieri sempre più egoistici
che ci portano a non fidarci l’uno dell’altro.
Lo
sapevano molto bene i romani, quando affermavano che per comandare era
necessario prima dividere il popolo, in modo che non si unisse e si
organizzasse per combatterli e vincerli.
Il
famoso “divide et impera” è a tutt’oggi utilizzato dal potere per tenerci
occupati in lotte (politiche, sportive, ideologiche, religiose…) al fine di non
permetterci di prendere coscienza di noi stessi e della nostra forza.
Per
mantenerci in una posizione di sudditanza, hanno perciò fatto in modo che
quello che doveva essere il nostro strumento di manifestazione, e cioè l’ego,
divenisse invece il padrone delle nostre vite.
Hanno
perpetrato questo vero e proprio crimine, facendo sì che fin dalla nascita
fossimo soggiogati da convinzioni e credenze condizionanti, atte a
sottometterci ad una “volontà” superiore, che ci hanno indotti a credere “divina”.
Come
opporsi a delle prescrizioni che vengono nientedimeno che da un Dio!
Come
non sentirsi sempre in colpa e in peccato se queste prescrizioni contraddicono
la nostra natura, per cui non riusciamo mai ad osservarle?
Nel tempo, il potere religioso divenne così
dominante che perfino i re divenivano “re” per volontà di Dio!
E
questo dio che dà delle prescrizioni ad un popolo e prescrizioni totalmente
diverse ad un altro popolo, che predilige una stirpe e tratta le altre da
infedeli, che istiga all’omicidio, alla guerra oltre che all’odio per gli
“infedeli”, deve essere adorato e venerato perché altrimenti ne va non solo
della nostra vita attuale, ma è in gioco nientedimeno che l’eternità!
Una condanna eterna se si disobbedisce o un
premio – anch’esso eterno – se ci si sottomette.
(Ai
nostri giorni “la nuova religione dell’ambientalismo” ha creato Klaus Schwab,
il
Nostro
nuovo Dio terreno, che guida tutte le nazioni globaliste occidentali! Ndr.)
La
scienza ci dice oggi che la “realtà” che conosciamo è solo il 4% del
conoscibile e che noi siamo prigionieri di questo limite, perché non riusciamo
ad andare oltre ciò che i nostri sensi ci dicono.
Nulla
conosciamo aldilà di ciò che possiamo percepire attraverso di essi (o di strumenti che ne amplificano la
capacità percettiva, come sofisticati computer, microscopi o telescopi
elettronici, ed altre protesi che ampliano il nostro raggio d’azione).
Eppure… questa pagina che vedo là fuori, in realtà è
un’immagine che si è creata nella parte più buia del mio cranio, laddove “gira”
il programma che decodifica i messaggi inviati dai nervi ottici e li traduce in
immagini.
In base a quale programma decodifica quei
messaggi?
Se la
mia vista fosse a raggi X, quale sarebbe la decodifica?
Certamente
il mondo mi apparirebbe molto diverso e i miei simili mi apparirebbero
sicuramente un po’ “scheletrici”!
Il
nostro apparato psicofisico, il nostro “contenitore” può dunque non essere
affatto così come lo percepiamo, poiché anche di noi stessi conosciamo solo il
4%… E tutto il resto?
Per
deduzione necessariamente deve esserci un “resto”, che appartiene a quel regno
“oscuro” che noi non conosciamo.
I nostri pensieri, i nostri sentimenti, non li
vediamo, non li tocchiamo eppure nessuno dubita della loro “realtà”.
E
anch’essi appartengono a quel 4%.
Eppure
non abbiamo quasi nessun controllo su di loro.
Come controllare qualcosa che non si conosce?
I
pensieri vanno e vengono, i sentimenti anche, i fatti “esistenziali” accadono
in modo incomprensibile o addirittura “caotico”, guidati cioè da un capriccioso
“caso” …
A
proposito, è interessante notare come la parola “caso” sia l’anagramma di
“caos” ed infatti: che mondo è quello guidato dal caso?
Un
mondo chiaramente caotico: il mondo in cui viviamo!
(lascaladiluce.altervista.org/i-dominatori-di-questo-mondo.html)
Chi
sono i più potenti
del
mondo?
Lucidamente.com-
Rino Tripodi – (1° Giugno 2022) – ci dice:
Perché
l’odierno capitalismo finanziario è sempre più incontrollabile.
Pochi
hanno sentito parlare di Vanguard, Black Rock, State Street Global Advisor o
Blackstone, oppure di sigle quali Kkr o Cvc…
E ancor di meno sanno di cosa si tratta e
perché costituiscono un pericolo per quel che resta delle democrazie e persino
per le produzioni economiche più sane…
Se al
povero cittadino comune, travagliato da un decennio di crisi economica, da più
di due anni di misteriosa epidemia e ora dal rischio di un conflitto nucleare,
si chiedesse chi ha maggiore potere e capacità di indirizzare le sorti del
pianeta, le risposte potrebbero essere di vario genere.
I più
ingenui risponderebbero col nome di qualche stato, o di un leader politico, o
di qualche esercito;
altri
indirizzerebbero la propria attenzione sulle grandi industrie e sulle multinazionali
ormai entrate da tempo nel linguaggio comune e nell’insegnamento scolastico;
i
complottisti su fantomatiche organizzazioni segretissime.
I più
svegli nominerebbero i padroni delle nuove tecnologie informatiche e
telematiche, i colossi della Silicon Valley, del web, del commercio a distanza,
o Big Pharma.
Forse
sbaglierebbero tutti.
Perché i nuovi dominatori del pianeta,
certamente dal punto di vista finanziario, e quindi economico, nonché – aspetto
ancora più preoccupante – in grado di influenzare pesantemente politica e
cultura, sono ancora meno noti, più occulti, ma molto, molto più potenti.
A chi
dicono qualcosa parole come Vanguard, Black Rock, State Street Global Advisor o
Blackstone, oppure sigle quali Kkr o Cvc?
In
termini anticapitalistici e marxisti di un certo tempo fa, sarebbero definiti
squali, che si muovono a loro agio nel mare della finanza globale.
Chiariamo
in anticipo che il campo dell’economia e della finanza, per di più infarcito di
termini tecnici anglosassoni, è ostico, e di certo non pretendiamo con questo
nostro articolo di essere chiari ed esaustivi.
Inoltre, non essendo esperti del campo,
chiediamo venia in anticipo per eventuali imprecisioni.
Pertanto
consigliamo al lettore di cliccare sui link e, comunque, eseguire altre
ricerche.
Cominciamo
dai fondi d’investimento.
Quelli
più in voga (perché relativamente meno rischiosi per i clienti) sono gli Etf,
ovvero gli Exchange Traded Fund.
Essi
appartengono alla tipologia Etp (Exchange Traded Products), ovvero alla macro
famiglia di prodotti a indice quotati.
Diversamente
dai tradizionali fondi comuni d’investimento e dalle Sicav (società di
investimento a capitale variabile) e dalle Sicaf (a capitale fisso), hanno
gestione passiva, ovvero sono svincolati dall’abilità del gestore, che
minimizza le proprie decisioni di portafoglio usando algoritmi che monitorano
l’andamento borsistico.
In tal
modo diminuiscono i costi di transazione e l’imposizione fiscale sui guadagni
in conto capitale.
Glauco
Benigni ne “Lo spettro dei 3 Big” spiega che gli Eft «sono quotati in borsa con
le stesse modalità di azioni e obbligazioni.
Gestione
passiva significa che il loro rendimento è legato alla quotazione di un indice
borsistico (che può essere azionario, per materie prime, obbligazionario,
monetario etc.) e non all’abilità di compravendita del gestore del fondo.
L’opera
del gestore si limita a verificare la coerenza del fondo con l’indice di
riferimento (che può variare per acquisizioni societarie, fallimenti, crolli
delle quotazioni ecc.), nonché correggerne il valore in caso di scostamenti tra
la quotazione del fondo e quella dell’indice di riferimento, che sono ammessi
nell’ordine di pochi punti percentuali (1% o 2%)».
Tutto
ciò «rende tali fondi molto convenienti per il cliente comune: solo circa lo
0,2% del risparmio amministrato, contro circa il 2% di un fondo attivo.
Sicché
oggi occupano il 40% del totale delle azioni del mondo».
Tutto
chiaro? Mica tanto! Ma è la finanza, baby!
E
siamo solo ai prodotti e alle nozioni più elementari.
E beh? Cosa c’è di male?
Chi ha
soldi cerca di investire per proteggerli dall’inflazione nuovamente rampante o,
meglio ancora, per aumentarli.
La questione-chiave è che al mondo pochissime
società gestiscono quasi interamente tali prodotti finanziari.
Le tre
maggiori vengono definite appunto Big Three e sono The Vanguard Group,
BlackRock e State Street Global Advisor (vedi Ecco le 10 società di gestione
più grandi del mondo per patrimonio).
Sarebbe
da aggiungere pure il Blackstone Group (noto in Italia anche per una controversia
legale con il gruppo Rcs MediaGroup sulla vendita del palazzo storico del
Corriere della Sera a Milano, senza che si sia arrivati a un riconoscimento per
la società italiana).
Ecco
alcuni numeri, impressionanti, avvertendo che essi sono sempre in evoluzione.
Nel 2019, sommati, i tre gruppi gestivano 16 trilioni di dollari e
controllavano il 40% delle azioni delle maggiori corporation americane e
addirittura, sempre insieme, erano il maggior azionista nell’88% delle società
presenti nell’indice Standard & Poor’s 500.
Il
patrimonio gestito da BlackRock è pari ai Pil di Francia e Spagna messi
assieme. Se guardiamo al giro d’affari e al fatturato, i loro dipendenti sono
relativamente pochi: in ordine, 17.000, 15.000, 2.500.
BlackRock
ha quote nelle dieci più importanti banche europee ed è presente anche in
Unicredit, Banca Generali, Fineco.
È
evidente che tale massiccia presenza in tutto il mondo possa influenzare
l’economia e la politica dei singoli Stati.
Ormai è noto che la “crisi dello spread” che
portò alla caduta del Governo Berlusconi nel novembre 2011 avvenne anche per
spinte “esterne” .
In
genere per quella “deposizione” si pensa a pressioni politiche internazionali
e, segnatamente, degli Usa e dell’Unione europea.
Tuttavia,
un’altra ipotesi, riportata da un periodico certo non tenero con il Cavaliere
(vedi Germano Dottori, BlackRock, il Moloch della finanza globale, in Limes, n.
2, 2015), e poi ripresa da Maria Grazia Bruzzone (Fu davvero BlackRock a
ispirare il “cambio di scena” del 2011 in Italia? nella Stampa, 12 aprile
2015), dirige i propri sospetti proprio su BlackRock.
Le
motivazioni di quest’ultima non erano certo l’antiberlusconismo, ma l’obiettivo
di far precipitare la crisi del debito sovrano italiano per comprare a prezzi
stracciati le azioni delle nostre aziende
.
Riuscendovi: «A fine 2011 la Roccia aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di
Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom
Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia
(che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano,
Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi». Ma se l’Italia vi sembra un pesce
piccolo e Silvio Berlusconi uno che non era degno di governarci, leggete quanto
ha scritto Mauro Del Corno su il Fatto Quotidiano (8 gennaio 2021):
Usa, le scelte di Joe Biden: la Casa Bianca
assomiglia sempre di più ad una succursale del colosso finanziario Blackrock.
Un
esempio lampante è l’ambientalismo, tanto di moda (a parole) negli spot
pubblicitari delle aziende, che, all’improvviso, si scoprono ecologiste per
purissimi motivi filosofici, spiritualisti e di rispetto dell’ambiente.
È un caso nel quale l’intreccio tra media,
interessi economici e politica è evidente.
Nel
2019 Greta Thunberg viene nominata dal Time «Persona dell’anno».
Pochi mesi dopo, BlackRock (nonostante non
fosse assolutamente un esempio di “finanza etica”, avendo sempre fatto tanti
investimenti nel settore degli idrocarburi e non essendosi mai curata di
sostenibilità e condizioni dei lavoratori) diventa “ambientalista”.
Il suo
deus ex machina, Laurence D. Fink invia una missiva ai propri dirigenti in cui
sottolinea che «il cambiamento climatico è diventato un fattore determinante
per le prospettive a lungo termine delle aziende e che siamo sull’orlo di un
fondamentale rimodellamento della finanza».
Come
l’Unione europea, il futuro presidente statunitense Joe Biden mette al centro
del suo programma elettorale la lotta ai cambiamenti climatici e la difesa
dell’ambiente.
In
tempi utili per trarre vantaggio dalla nuova ideologia del potere, le aziende
si posizionano per trarre benefici dalla cosiddetta transizione ecologica,
indirizzando i loro investimenti verso nuovi settori quali le energie rinnovabili,
le automobili elettriche, il cibo vegano o proprio fintamente “sano”, nonché
mettendosi in fila per i miliardi di finanziamenti previsti.
Un
altro intreccio in grado di condizionare la vita economica (e non solo) di
intere nazioni è quello tra i grandi fondi di investimento e le agenzie di
rating (Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings).
Queste
ultime dovrebbero essere semplici strumenti di valutazione oggettiva delle
situazioni economiche, ma in realtà le influenzano coi loro sprezzanti giudizi.
Ebbene,
nel loro azionariato troviamo le solite “Big” e tante altre corporation… Del
resto, tutti i rapporti tra fondi, aziende e agenzie di rating sono un
inestricabile gioco di scatole cinesi, con quote azionarie degli uni nelle
altre e viceversa.
Anche lasciando da parte l’economia, si è
visto come l’influenza di tali gruppi su elezioni politiche, linee di
indirizzo, media, tendenze culturali, siano inquietanti e incompatibili con
libere democrazie.
Scrive
Ugo Mattei nel saggio “Il diritto di essere contro” (Piemme, 2022, pp. 178-179)
che i
grandi pacchetti azionari «controllano tanto l’industria farmaceutica quanto
quella della comunicazione di massa nonché la filiera del cibo industriale e
della sua distribuzione e ovviamente gran parte degli armamenti Usa».
Tale
enorme potere con la connessa attività di lobbismo non può che avere un enorme
impatto sulla politica dei paesi “liberaldemocratici”.
Così
la governance economica mondiale prevale nettamente sul governo politico degli
Stati.
E il
potere dei grandi gruppi di speculazione finanziaria non si arresta più.
Guido
Fontanelli, nel suo “Sempre più padroni del mondo” (in Panorama, n. 19, 4
maggio 2022), cerca di gettare un po’ di luce su altri oscuri prodotti finanziari: i fondi di private capital.
Si
tratta di «investimenti rischiosi e a lungo termine, la quota destinata a essi
non può superare il 10% del portafoglio finanziario del risparmiatore».
Eppure, poiché oggi si preferisce giocare in borsa che
rischiare di fondare o investire su un’attività produttiva reale (vedi Perché
il capitalismo odierno è sempre più incontrollabile), anche tali investimenti
rendono tanto, soprattutto a chi li controlla:
«Gli attivi in gestione dei fondi private sono
cresciuti lo scorso anno al massimo storico di 9.800 miliardi di dollari.
Le
prime cinque società del settore gestiscono un patrimonio complessivo di 1.850
miliardi, cifra smisurata che si avvicina da sola agli abbondanti risparmi di
tutti gli italiani (1.900 miliardi di dollari)».
Oltre a Blackstone, i maggiori gestori di
private capital sono sigle che non avete mai sentito, come la newyorchese Kkr
(459 miliardi di dollari di patrimonio gestito) o la britannica Cvc (122
miliardi).
Che
tutto questo denaro serva per comprare aziende sane o in difficoltà per
specularci sopra, per acquisire debiti sovrani di intere nazioni o per
foraggiare l’industria degli armamenti, poco importa (La finanza spietata: dal
boom dei titoli degli armamenti allo sciacallaggio su aziende in crisi e sui
debiti sovrani).
È
evidente che la finanziarizzazione assoluta dell’economia costituisce una
iattura oltre che, come s’è visto, per le democrazie, anche per le aziende
manifatturiere sane e, di conseguenza, per i loro occupati.
Non
conta se ciò che esce da una fabbrica dopo tanto lavoro è utile, sano e buono
per le masse, ma se “il mercato finanziario” dirige o meno le proprie
speculazioni su un’azienda o un’altra, su una materia prima e una risorsa
naturale o un’altra, su una produzione o un’altra…
Per
fortuna il Governo Draghi aiuta gli italiani (ricchi) a difendere i propri
risparmi.
Qualcuno
ha saputo che dallo scorso 16 marzo agli investitori non professionali non
occorrono più 500mila euro, ma “solo” almeno 100mila per entrare nei fondi di
private capital e di real estate (È ufficiale: si abbassa la soglia per
investire nei Fia)?
Però,
purché tale cifra non sia superiore al 10% del portafoglio finanziario del
risparmiatore/speculatore.
Ebbene, sì: l’attuale esecutivo ha proprio a
cuore gli interessi degli italiani, soprattutto di quelli più poveri…
(Rino
Tripodi)
La
fame non
sarà sconfitta entro il 2030,
perché
non riusciamo a cambiare rotta?
Asvis.it-
Tommaso Tautonico – (3-8-2022) – ci dice:
Cresce
la fame nel mondo, che nel 2021 ha colpito 828 milioni di persone. Clima,
conflitti ed economia tra i principali fattori.
Le sei trasformazioni necessarie secondo lo
“State of Food Security and Nutrition in the World”.
Mancano
otto anni al 2030, anno in cui dovrebbero essere raggiunti gli Obiettivi di
sviluppo sostenibile (SDGs) delle Nazioni unite, ma la distanza per centrare
molti dei Target previsti dal Goal 2 – “Sconfiggere la fame” aumenta ogni anno.
Nonostante
gli sforzi, i progressi sono insufficienti di fronte a un contesto difficile e
incerto come quello che stiamo vivendo.
Lo
dice l'edizione 2022 del Rapporto “The State of Food Security and Nutrition in the World” pubblicato a luglio in maniera congiunta
dall'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura
(Fao), dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), dal Fondo
delle Nazioni unite per l'infanzia (Unicef), dal Programma alimentare mondiale
delle Nazioni unite (Wfp) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
La
direzione sbagliata.
I numeri, evidenzia il documento, dipingono un
quadro cupo.
Nel
2021, 828 milioni di persone nel mondo sono state colpite dalla fame, 46
milioni in più rispetto al 2020 e 150 milioni in più dal 2019.
Nello stesso anno, 2,3 miliardi di persone nel
mondo hanno vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave,
con un divario di genere in crescita che ha colpito il 31,9% delle donne
rispetto al 27,6% degli uomini.
Inoltre,
nel 2020 quasi 3,1 miliardi di persone non potevano permettersi una dieta sana,
in aumento rispetto al 2019, e due bambini su tre non sono stati nutriti con la
dieta minima e diversificata di cui hanno bisogno per crescere e sviluppare al
massimo le loro potenzialità.
Uno
sguardo al 2030.
Guardando al futuro, evidenzia il Rapporto, le
proiezioni indicano che nel 2030 quasi 670 milioni di persone nel mondo
dovranno ancora affrontare la fame.
Un numero simile al 2015, quando è stato
lanciato l'obiettivo Onu di porre fine alla fame, all'insicurezza alimentare e
alla malnutrizione.
Guerre,
numero e intensità di eventi climatici estremi e recessioni economiche sono i
principali fattori che impediscono di raggiungere i Target del Goal 2.
Negli
ultimi dieci anni, questi fattori sono aumentati, minando la sicurezza
alimentare e la nutrizione in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi a basso e
medio reddito.
L’aumento
dei conflitti armati violenti, evidenzia il Report, è accompagnato da un numero
crescente di rifugiati e sfollati interni, raddoppiato negli ultimi dieci anni.
Il
numero di Paesi a basso e medio reddito esposto ad eventi climatici estremi è
in costante aumento in termini di intensità e frequenza, passando dal colpire
il 76% dei Paesi tra il 2000 e il 2004, al 98% nel periodo 2015-2020.
Già
prima della pandemia da Covid-19, vari rapporti avevano evidenziato
rallentamenti economici e stagnazione in molte economie, portando a un aumento
della disoccupazione e a un calo del reddito.
Le
necessarie misure messe in atto per contenere la pandemia hanno prodotto un
contraccolpo economico, mandando in recessione la maggior parte dei Paesi.
Povertà
e disuguaglianza sono fattori strutturali che amplificano l'impatto negativo
dei conflitti, degli eventi climatici e delle flessioni economiche.
Mentre
la povertà è diminuita, continua lo studio, la disuguaglianza di reddito,
misurata dall'indice di Gini, è rimasta elevata e persistente negli ultimi 20
anni in tutto il mondo.
È bene
sottolineare, continua ancora il Rapporto, che nonostante i fattori appena
analizzati si presentino separatamente, in realtà interagiscono tra loro e
tendono a creare interconnessioni.
Ad esempio, un conflitto può devastare la
produzione e la crescita economica, causando profonde recessioni economiche.
A loro
volta, le recessioni economiche spingono l'inflazione, portando a forti aumenti
dei prezzi dei generi alimentari che tendono ad esacerbare il rischio di
disordini politici.
Riqualificazione
delle politiche agricole.
Il
documento rileva come il sostegno mondiale al settore alimentare e agricolo sia
stato in media di quasi 630 miliardi di dollari all'anno tra il 2013 e il 2018.
La parte maggiore dei sostentamenti è andata
ai singoli agricoltori, attraverso politiche commerciali, di mercato e sussidi
fiscali.
Tuttavia,
continua il Rapporto, gran parte di questo sostegno non solo sta distorcendo il
mercato, ma non sta raggiungendo tanti agricoltori, sta danneggiando l'ambiente
e non è in grado di promuovere la produzione di cibi nutrienti fondamentali per
una dieta sana.
Questo perché spesso i sussidi mirano alla
produzione di alimenti di base, latticini e altri alimenti di origine animale,
soprattutto nei Paesi a reddito medio-alto. Riso, zucchero e carni di vario
tipo sono gli alimenti più incentivati in tutto il mondo, mentre frutta e
verdura sono meno supportate, in particolare in alcuni Paesi a basso reddito.
Incentivare
nutrienti sani.
Con le minacce di una recessione globale
incombente e le sue implicazioni sulle entrate e sulla spesa pubblica, un modo
per sostenere la ripresa economica può consistere nel riproporre il sostegno
alimentare e agricolo verso alimenti nutrienti, favorendo un aumento dei
consumi pro capite fino ad arrivare ai livelli raccomandati per diete sane.
Se i
governi utilizzassero le risorse per incentivare la produzione, la fornitura e
il consumo di cibi nutrienti, contribuirebbero a rendere le diete sane meno
costose, più convenienti ed eque per tutti.
Sei
percorsi per trasformare i sistemi alimentari.
Il Rapporto suggerisce sei possibili aree di
intervento per cambiare i sistemi alimentari, contrastando l’insicurezza
alimentare, la malnutrizione e garantendo l'accesso a diete sane e accessibili
per tutti, in modo sostenibile e inclusivo.
1)
Integrare politiche umanitarie, di sviluppo e di costruzione della pace nelle
aree colpite da conflitto.
In
condizioni di conflitto, i sistemi alimentari sono spesso gravemente
interrotti, mettendo a dura prova l'accesso delle persone a cibi nutrienti.
Quando le cause dei conflitti sono legate alla
concorrenza per le risorse naturali, compresi i terreni, le foreste, la pesca e
le risorse idriche, c’è la possibilità che si verifichino profonde crisi
economiche.
Le politiche, gli investimenti e le azioni per
ridurre l'insicurezza alimentare e la malnutrizione devono essere attuati
simultaneamente alle azioni per ridurre i livelli di conflitto, in linea con lo
sviluppo socioeconomico e la costruzione della pace.
2)
Aumentare la resilienza climatica in tutti i sistemi alimentari.
Il
modo in cui produciamo cibo e utilizziamo le nostre risorse naturali può
contribuire a creare un futuro positivo per il clima, dove le persone e la
natura possano coesistere e prosperare.
Questo
è importante non solo perché i sistemi alimentari sono influenzati dagli eventi
climatici, ma anche perché i sistemi alimentari stessi hanno un impatto
sull'ambiente e sono un motore del cambiamento climatico.
Proteggere
la natura, gestire in modo sostenibile i sistemi di produzione e
approvvigionamento alimentare, ripristinare gli ambienti naturali crea
resilienza agli shock climatici e garantisce sicurezza alimentare e migliore nutrizione.
3)
Rafforzare la resilienza dei più vulnerabili alle avversità economiche.
Come
dimostrato dall’esperienza della pandemia da Covid-19, le politiche economiche
e sociali, la legislazione e adeguate strutture di governance, continua il
Rapporto, dovrebbero essere introdotte con largo anticipo rispetto ai
rallentamenti e alle flessioni economiche, così da contrastare gli effetti al
loro arrivo e mantenere l'accesso a cibi nutrienti, soprattutto per i gruppi di
popolazione più vulnerabili, comprese donne e bambini.
(ALTA
SOSTENIBILITÀ: TRA GUERRA E PANDEMIA COSA RISCHIA L'ECONOMIA GLOBALE)
4)
Intervenire lungo le filiere alimentari per abbassare il costo dei cibi
nutrienti.
Gli
interventi per aumentare la disponibilità di alimenti sicuri e nutrienti,
abbassandone i costi, consentono di aumentare l'accessibilità a diete sane.
Questo
richiede un insieme coerente di politiche, investimenti e normative, dalla
produzione al consumo, che migliorino l’efficienza e riducano perdite e sprechi
alimentari.
5)
Combattere povertà e disuguaglianze strutturali, garantendo interventi a favore
di poveri e inclusivi.
Una
leva importante per il cambiamento è l'empowerment di gruppi di popolazione
poveri e vulnerabili, spesso piccoli proprietari con accesso limitato alle
risorse o che vivono in località remote, così come l'empowerment di donne,
bambini e giovani, che altrimenti potrebbero essere esclusi.
Le
misure includono un maggiore accesso alle risorse produttive, compreso
l'accesso alle risorse naturali, ai mezzi agricoli e alla tecnologia, alle
risorse finanziarie, alla conoscenza e all'istruzione.
6)
Rafforzare gli ambienti alimentari e modificare il comportamento dei
consumatori per promuovere modelli dietetici con impatti positivi sulla salute
umana e sull'ambiente.
Sulla
base del contesto specifico del Paese e dei modelli di consumo prevalenti, sono
necessarie politiche, leggi e investimenti per creare ambienti alimentari più
sani e consentire ai consumatori di perseguire modelli alimentari che siano
nutrienti, sani, sicuri e con un minore impatto sull'ambiente.
Una
sfida chiave, conclude lo studio, che limita la trasformazione dei sistemi
alimentari è che le politiche, le strategie e gli investimenti nazionali,
regionali e globali non comunicano tra loro.
Servono
politiche, investimenti e normative intersettoriali, capaci di coinvolgere
tutti gli attori dei sistemi alimentari.
Sono
necessari meccanismi di governance e istituzioni che facilitino la
consultazione tra i settori e le parti interessate.
Aumentare
la disponibilità di tecnologie, dati e soluzioni innovative è fondamentale per
accelerare la trasformazione dei sistemi alimentari verso una maggiore
accessibilità di diete sane per tutti, prodotte in modo sostenibile e con una
maggiore resilienza ai fattori determinanti.
(Tommaso
Tautonico).
Povertà:
concetti, cause,
conseguenze
e misurazioni.
Mondopoli.it
–(12 FEBBRAIO 2020) - SESHAMANI
VENKATESH – ci dice:
L’obiettivo
fondamentale di ogni attività umana è la ricerca della felicità, dell’agiatezza
o del benessere.
La
misura in cui si possa ottenere questo benessere dipende dalla quantità di
opportunità e scelte a disposizione di un individuo perché possa impegnarsi in
attività e acquisire beni che ne promuovano il raggiungimento.
Più
limitate sono le opportunità e le scelte, minore sarà la possibilità di
raggiungere il benessere:
è
perciò necessario aumentare il numero di opportunità e allargare la gamma delle
scelte se si vuole promuovere il benessere.
La
concretizzazione di questo processo va sotto il nome di sviluppo umano.
Il
contesto del concetto di povertà.
Sebbene
il concetto di sviluppo umano risalga alla notte dei tempi, la sua definizione
attuale è stata formulata dal compianto economista Mahbub Ul Haq e dal premio
Nobel Amartya Sen, sotto l’egida del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite
(UNDP) nel 1990.
La
definizione è ancorata alla cosiddetta “teoria delle capacità” descritta da Sen (Sen’s
Capabilities Approach), che prende in considerazione ciò che le persone possono
essere (per esempio ben nutrite e in buona salute, ben informate) e in che
misura possono fare ciò che considerano desiderabile (ad esempio istruirsi o
fare un lavoro dignitoso).
Nella
teoria di Sen, le azioni hanno due aspetti: in primo luogo, ciò che una persona
è capace di fare (capacità) e, in secondo luogo, ciò che ha effettivamente
possibilità di fare (funzionamento, realizzazione).
Ad
esempio, una persona può avere le necessarie credenziali accademiche (come una
laurea in storia e un diploma post-universitario in pedagogia) per dedicarsi al
lavoro che desideri svolgere (ad esempio insegnare in una scuola);
ma di
fatto potrebbe non svolgerlo perché non riesce a trovarne uno (disoccupazione)
oppure, per pura disperazione, mettersi a lavorare come tassista pur di
guadagnare qualche soldo.
Questo
è un esempio di una capacità che non trova una appropriata possibilità di
realizzazione.
A
questo punto potremmo immaginare di stilare un bilancio dello sviluppo umano
per un determinato paese, proprio come nel caso di una società che produce un
bilancio finanziario con attivi e passivi.
Dal
lato degli attivi, vedremmo i progressi compiuti in termini di opportunità e
scelte e, dal lato dei passivi, comparirebbero le deprivazioni in termini delle
stesse opportunità e scelte.
È
importante sottolineare che il miglioramento di un indicatore di progresso non
implica necessariamente una riduzione del corrispondente indicatore di
deprivazione;
ad
esempio, anche in presenza di una crescita occupazionale potrebbe non
verificarsi una riduzione della disoccupazione.
In altre parole, sia l’occupazione che la
disoccupazione potrebbero aumentare contemporaneamente se l’incremento
dell’occupazione fosse inferiore a quello della forza lavoro.
Allo stesso modo, la produzione di cibo in un
paese potrebbe aumentare e, nonostante ciò, ancora più persone potrebbero
soffrire la fame.
E via
dicendo.
Si
noti che alla luce del precedente esempio si potrebbe anche pensare alla
deprivazione come “inabilità di trasformare la capacità nel corrispondente
funzionamento”.
Questo
è il motivo per cui il Rapporto UNDP sullo sviluppo umano del 1997 ha raccomandato
che, al fine di comprendere i reali miglioramenti raggiunti da un paese nello
sviluppo umano e nel benessere, vengano adottati sia un approccio composito
(che valuti vari indicatori di progresso generale) sia un approccio incentrato
sulla deprivazione (che valuti gli indicatori di deprivazione generale).
La
deprivazione di molteplici fattori che contribuiscono al benessere umano è
definita povertà.
Le
ramificazioni e le manifestazioni della povertà.
Deve
essere chiarito fin dall’inizio che la povertà intesa nel senso della
deprivazione deve essere legata alla libertà di scelta.
La
povertà è una deprivazione involontaria.
Per
esempio, se una persona è disoccupata perché sceglie volontariamente di non
lavorare, e non perché non riesca a trovare un lavoro, quella non potrà
definirsi deprivazione.
Ugualmente,
non sta vivendo in povertà un individuo che soffra la fame per aver
volontariamente scelto di osservare un periodo di penitenza religiosa che
preveda digiuno e astinenza (Quaresima, Ramadan, ecc.).
D’altro
canto, sarà da considerarsi una manifestazione di povertà quella di una persona
che ha fame perché non può permettersi di accedere al cibo.
La
povertà intesa come deprivazione si manifesta fondamentalmente come una
mancanza di accesso a molte componenti necessarie per soddisfare i bisogni
umani fondamentali e assicurare un’esistenza umana decente.
Quello
che segue è solo un elenco euristico, e per nulla comprensivo, di tali
componenti:
Salute;
Formazione scolastica; Acqua pulita e servizi igienico-sanitari; Rifugio e
alloggio; Infrastrutture (trasporti, mercati, scuole, università, strutture
sanitarie, ecc.); Informazione; Occupazione;
Entrate
monetarie.
La
povertà può quindi manifestarsi come mancanza di accesso a uno o più dei suddetti
fattori.
Di
conseguenza, si può soffrire di povertà alimentare, povertà sanitaria, povertà
di istruzione, povertà d’acqua e così via. Più è alto il numero di fattori di
cui una persona è deprivata, più risulterà povera.
Di
tutti i fattori sopra elencati, quello più discusso in letteratura è il reddito
monetario.
Questo perché il denaro rappresenta il potere
d’acquisto generale e la possibilità di avere accesso a tutti gli altri mezzi
che promuovono il benessere umano.
Con il denaro si possono acquistare cibo, istruzione,
servizi sanitari, abitazioni dignitose, strutture di trasporto, uso dei mezzi
di informazione, tecnologie di comunicazione e via dicendo.
Per
corollario, la mancanza di denaro può privare dell’accesso a uno o tutti gli
altri requisiti del benessere.
Possiamo
distinguere due approcci di massima per misurare l’entità della povertà
prevalente in un paese:
un
approccio monetario (money-metric) e un approccio non monetario
(non-money-metric).
Esistono
molte misure di povertà basate su questi due approcci.
Nella
prossima sezione, discuteremo due misure oggi prevalentemente utilizzate – una
monetaria e una non monetaria – e spiegheremo come sono calcolate.
Calcolo
delle misure di povertà.
Misure
monetarie di povertà:
la
povertà di reddito si basa sulla formulazione di una linea di povertà che
definisce una soglia di reddito al di sotto della quale un individuo o una
famiglia verranno considerati poveri.
La
linea di povertà è la quantità minima di denaro richiesta per acquistare un
paniere di beni di base.
Si
possono distinguere due linee di povertà:
una
inferiore, scendendo al di sotto della quale si definisce la povertà estrema, e
una superiore, al di sotto della quale si è in una condizione di povertà
moderata.
L’uso
delle linee di povertà di cui sopra definisce la povertà di reddito assoluta.
Tuttavia,
nell’Unione europea e nei paesi dell’OCSE viene utilizzata la povertà di
reddito relativa, secondo la quale vengono definiti poveri coloro i cui redditi
sono ben al di sotto del reddito medio del paese in questione (l’Unione europea
utilizza il 60 per cento e l’OCSE il 50 per cento del reddito medio come
soglia).
Spiegheremo
ora come viene misurata la povertà utilizzando le linee di povertà assoluta.
Calcolo
delle misure monetarie di povertà:
ogni paese può definire quelle che considera
le linee di povertà più appropriate per stimare i propri livelli di povertà.
Nei
paesi in via di sviluppo le linee di povertà nazionali sono spesso oggetto di
controversie poiché assumono connotazioni politiche.
In
India, ad esempio, il governo è stato presumibilmente incline a fissare una
linea di povertà irrealisticamente bassa per dimostrare di essere riuscito a
ridurre la povertà nel paese.
Così
nel 2014 si levò un grido d’allarme politico quando l’ex presidente del
Consiglio consultivo per l’economia propose di aumentare la soglia di povertà
da 27 a 32 rupie (53 centesimi di dollaro) al giorno per le aree rurali e da 33
a 47 rupie (78 centesimi di dollaro) per le aree urbane.
Ciò
avrebbe innalzato il livello di povertà dell’India dal 21,9 al 29,5 per cento.
Tuttavia
anche questa proposta di aumento fu criticata da alcuni, dal momento che
sarebbe risultata ancora molto al di sotto del livello di riferimento adottato
dalla Banca Mondiale di 1,25 dollari al giorno.
Attualmente,
ai fini dei confronti internazionali, la Banca Mondiale ha stabilito la soglia
di 1,90 dollari al giorno a persona per definire la povertà estrema e quella di
3,20 dollari al giorno a persona per la povertà moderata.
La
percentuale della popolazione che cade al di sotto della soglia di povertà
definisce l’incidenza della povertà stessa.
Questo
approccio è anche noto come “indice di povertà di popolazione” (headcount index).
Si può quindi misurare l’incidenza della
povertà generale, comprendente tanto quella moderata che quella estrema, oppure
calcolare ciascuna delle due separatamente.
Tuttavia,
uno svantaggio della misura dell’incidenza della povertà è che questa non ne
considera l’intensità.
Due
paesi potrebbero avere la stessa incidenza di povertà, ma l’intensità della
povertà potrebbe essere più elevata in un paese rispetto all’altro.
Questo
avviene perché l’incidenza della povertà non cambia anche se le persone al di
sotto della soglia di povertà dovessero diventare ancora più povere.
Quindi
l’incidenza della povertà viene completata da altre due misurazioni:
Profondità
della povertà (poverty gap):
fornisce
informazioni su quanto le famiglie siano lontane dalla soglia di povertà.
Si
ottiene sommando tutte le carenze dei poveri e dividendo il totale per la
popolazione.
Si valuta quindi quale sarebbe il reddito
necessario per portare tutti i poveri al livello della soglia di povertà.
Severità
della povertà (squared poverty gap):
questo
indice non solo tiene conto della profondità della povertà, ma anche della
disuguaglianza tra i poveri.
Viene cioè dato un peso maggiore a coloro che
sono più lontani dalla soglia di povertà.
Tutte
le misure di cui sopra si basano su una classe di misure di povertà proposte
per la prima volta da Foster, Greer e Thorbeckenel nel 1984.
Misure
non monetarie di povertà:
In questo campo sono state utilizzate diverse misure,
come la Misura della povertà in termini di possibilità (Capability Poverty
Measure), l’indice di povertà umana (Human Poverty Index), adottati da UNDP, e
così via.
Altri
analisti hanno sviluppato le proprie misure per stimare i livelli di povertà e
deprivazione nei loro paesi.
Ad
esempio, Seshamani ha costruito 13 indici ponderati di deprivazione sulla base
di 15 variabili e quindi ha ricavato un indice complessivo di deprivazione
basato su questi indici.
Questo
indice include sia variabili monetarie che non monetarie.
L’indice
è stato calcolato empiricamente per lo Zambia utilizzando i dati delle Indagini
sul monitoraggio delle condizioni di vita.
Una
misura esclusivamente non monetaria piuttosto recente e innovativa è quella
presentata da UNDP nel suo Rapporto sullo sviluppo umano del 2010.
È noto come Indice di povertà
multidimensionale (MPI) ed è basato sulle molteplici privazioni che una persona
povera può affrontare in termini di scolarizzazione, salute e condizioni di
vita.
Calcolo
dell’MPI:
l’MPI
ha 3 dimensioni: istruzione, salute e tenore di vita, misurate usando 10
indicatori.
Le
famiglie povere vengono prima identificate e viene successivamente costruita
una misura aggregata.
Ad
ogni dimensione viene dato lo stesso peso, così come ogni indicatore
all’interno di ciascuna dimensione è ponderato uniformemente.
Una
famiglia è definita povera da un punto di vista multidimensionale se, e solo
se, risulta deprivata di una combinazione di indicatori la cui somma ponderata
superi il 30 per cento di tutte le deprivazioni prese in considerazione.
I dati
sono ricavati dai Censimenti nazionali sulle famiglie e riguardano l’anno in
cui viene condotto il sondaggio.
Le
dimensioni e gli indicatori utilizzati per ciascuna famiglia sono:
1.
Istruzione:
ogni indicatore è ponderato uniformemente per 1/6:
Anni
di scuola: famiglia deprivata se nessun membro ha completato cinque anni di
scolarizzazione;
Iscrizione
scolastica dei bambini: famiglia deprivata se ciascun bambino in età scolare
non frequenta la scuola fino all’ottavo anno di età.
2.
Salute:
ciascun indicatore viene pesato uniformemente per 1/6:
Mortalità
infantile: famiglia deprivata se è deceduto qualche bambino;
Nutrizione:
famiglia deprivata se un qualsiasi adulto o bambino per il quale esistono
informazioni nutrizionali è malnutrito.
3.
Standard di vita: ciascun
indicatore è uniformemente ponderato per 1/18:
Elettricità:
famiglia
deprivata se non ha elettricità;
Acqua
potabile:
famiglia deprivata se non ha accesso all’acqua potabile o questa è a più di 30
minuti a piedi da casa;
Servizi
igienico-sanitari: famiglia deprivata se non dispone di servizi igienici decenti o se
tali servizi sono condivisi.
Pavimentazione: famiglia deprivata se la casa ha un
pavimento sporco, di sabbia o letame;
Combustibile
per cuocere:
famiglia deprivata se usa cuocere con legna, carbone o sterco;
Beni
di consumo:
famiglia deprivata se non possiede più di uno tra i seguenti beni: radio, TV,
telefono, bicicletta o motocicletta, un’auto o un trattore.
L’MPI
ha una grande rilevanza politica, poiché identifica le aree specifiche di
deprivazione che richiedono risposte politiche e che possono variare da paese a
paese.
Due
paesi possono avere valori di MPI simili, ma le aree di deprivazione potrebbero
essere diverse.
Allo
stesso modo anche all’interno di un paese possono verificarsi variazioni
significative di MPI;
ad
esempio, le capitali possono avere un MPI molto più basso rispetto alle aree
rurali più remote.
Va
notato che le persone che vivono nella povertà secondo l’MPI possono non essere
necessariamente povere di reddito.
Ad esempio, nel 2010 si è riscontrato che in
Niger mentre solo due terzi delle persone erano povere di reddito, il 93 per
cento era povero secondo l’MPI.
D’altra
parte, secondo il Rapporto 2016 sullo sviluppo umano in Zambia, nel 2013/14 il
valore dell’MPI era solo del 26,4 per cento, mentre il 64,4 per cento era
povero di reddito.
Quindi, non esiste necessariamente una
correlazione tra misure monetarie e non monetarie della povertà.
Le
cause della povertà.
Esistono
molte cause di povertà che variano secondo le regioni spazio-temporali, per cui
non è possibile generalizzarle.
Ciononostante,
è possibile distinguere alcune cause che rivestono un ruolo di primo piano in
vari paesi del mondo, in particolare tra quelli in via di sviluppo.
Un elenco illustrativo è stato pubblicato da
Richard Vale in un breve articolo del 2017.
Vale
menzionare in proposito sei cause principali:
guerra, arretratezza dell’agricoltura, disastri
naturali, centralizzazione del potere e corruzione, discriminazione e
disuguaglianza sociale, e degrado ambientale.
Tuttavia,
un rapporto di Oxfam International del 2018 attribuisce la povertà a livelli di
disuguaglianza estremi e crescenti. “
La
disuguaglianza sta intrappolando centinaia di milioni di persone in povertà “,
afferma il rapporto.
Molte
delle statistiche fornite da Oxfam nella sua relazione sono estremamente serie.
È
particolarmente significativo questo passaggio:
L’82
per cento della ricchezza creata nel 2017 è andato all’1 per cento più ricco
della popolazione mondiale, mentre i 3,7 miliardi di persone che costituiscono
il 50 per cento più povero della popolazione mondiale non hanno ottenuto nulla.
Esistono
naturalmente molti critici della posizione di Oxfam, principalmente per la
definizione del capitalismo moderno come “crimine contro l’umanità”.
Quei
critici mettono inoltre in discussione le statistiche di Oxfam basate sulla
ricchezza e non sul reddito, che suggerirebbero che la disuguaglianza vada
crescendo, mentre secondo loro non esisterebbe una “crisi di disuguaglianza” e la
disuguaglianza mondiale sarebbe anzi in declino dal 1980 (per una di queste
critiche a Oxfam, il lettore può riferirsi all’articolo di Ivo Vegter
pubblicato sul Daily Maverick del 29 gennaio 2018).
Tuttavia,
non c’è dubbio che un’elevata disuguaglianza costituisca un problema spinoso
per il raggiungimento del benessere e della riduzione della povertà, dal
momento che si pone in contrasto con l’efficienza economica e l’equità sociale.
È tra
l’altro un problema non solo per i paesi in via di sviluppo caratterizzati da
alti livelli di povertà, ma anche per molti paesi sviluppati.
Il
premio Nobel Joseph Stiglitz nel 2011 ha descritto l’economia americana come
un’economia “dell’1 per cento, da parte dell’1 per cento e per l’1 per cento “.
Il
rovescio della disuguaglianza, secondo Stiglitz, è una riduzione delle
opportunità, per cui si impedisce di fatto alle persone di essere utilizzate
nel modo più produttivo.
Di
conseguenza, l’1 per cento più in alto vede aumentare il proprio reddito,
mentre la classe media assiste alla caduta dei propri redditi.
In
effetti, negli Stati Uniti questa elevata disuguaglianza ha portato a una
povertà relativa più alta che in altri paesi occidentali.
Alla
fine degli anni 2000, il 17,3 per cento delle famiglie americane viveva in
povertà, rispetto a un tasso medio di povertà del 9,5 per cento nella maggior
parte dei paesi europei.
Le
conseguenze della povertà.
Così
come le cause, anche le conseguenze della povertà sono molteplici.
Esiste
una vasta letteratura su questo argomento, che in questa sede discuteremo
brevemente alludendo ad alcuni degli ultimi scritti.
Le
principali conseguenze della povertà sono sociali.
I poveri rischiano di essere esclusi, di
perdere il loro stato sociale e l’identità, e probabilmente anche i loro amici.
Inoltre,
la povertà comporta un abbassamento dell’autostima e la mancata partecipazione
al processo decisionale nella vita civile, sociale e culturale, cosa che si
verifica anche in paesi avanzato, come ad esempio la Svezia, utilizzando i dati
longitudinali delle indagini svedesi sulla qualità della vita per il 2000 e il
2010.
Altre
conseguenze sociali citate in letteratura, particolarmente nei paesi in via di
sviluppo, sono le seguenti:
I
poveri hanno più probabilità di avere problemi familiari, compresi il divorzio
e conflitti familiari;
I
poveri hanno più probabilità di avere vari tipi di problemi di salute;
La
povertà ha conseguenze per tutta la vita. In generale, i bambini poveri hanno
maggiori probabilità di rimanere poveri da adulti, di abbandonare la scuola
superiore, di diventare genitori adolescenti ed avere problemi occupazionali.
La
povertà comporta anche conseguenze politiche come:
Migrazioni
di massa tra le popolazioni dei paesi colpiti dalla povertà, verso altri paesi
in cerca di migliori condizioni di vita;
La
povertà può destabilizzare un intero paese. Il punto di partenza per la
primavera araba fu la prevalenza di alti livelli di povertà.
La
povertà può essere una causa di terrorismo, anche se il nesso causale non è
immediato:
l’impatto
della povertà sul terrorismo è infatti complesso e indiretto.
Conclusione.
In
definitiva, bisogna tenere presente che, sebbene la riduzione ed eliminazione
finale della povertà rientrino tra gli obiettivi fondamentali di ogni paese, il
loro raggiungimento può non garantire comunque la felicità umana.
L’assenza
di povertà, intesa come disponibilità dei requisiti materiali minimi di
benessere per ciascun individuo, è una condizione necessaria, ma assolutamente
non sufficiente, per realizzare la felicità umana.
Le
misure di sradicamento della povertà devono essere integrate da altre misure,
volte a promuovere gli obiettivi più complessi in difesa della dignità umana e
della pace, nonché ad eliminare:
(i)
tutte le forme di sfruttamento e schiavitù (che esiste ancora secondo recenti
rapporti, come quelli dell’ILO);
(ii)
la violenza, specialmente contro donne e bambini;
(iii) la discriminazione basata su criteri
insignificanti come razza, colore della pelle, religione, ecc ;
(iv)
la stigmatizzazione di gruppi sociali come lesbiche, gay, bisessuali,
transgender (LGBT) o le persone che vivono con l’AIDS (PLWA).
Il
programma di
Potere
al Popolo.
Poterealpopolo.org
– Redazione – (16-12-2022) – ci dice:
L’unica
forza politica con un programma
elaborato
da migliaia di persone.
Dov’era
il no, faremo il sì!
Crediamo
nella giustizia sociale, nell’uguaglianza, nella cooperazione, nella
solidarietà.
Ci
siamo battuti e continueremo a batterci, durante e dopo le elezioni, per
contrastare la barbarie che oggi ha mille volti: il lavoro che sfrutta e
umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i
disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente
repressione, i diritti negati.
Nel mondo in cui viviamo 8 persone hanno la stessa
ricchezza di 3,6 miliardi di essere umani;
c’è la
capacità di produrre cibo per 12 miliardi di abitanti, ma un miliardo di
persone soffre la fame.
Questa
è la conseguenza di scelte politiche precise che hanno trasferito poteri e
risorse ai ricchi e ai potenti in una dimensione senza precedenti, smantellando
i diritti, privatizzando e mercificando ogni cosa, assumendo la competizione di
tutti contro tutti come criterio di ogni relazione sociale.
A tutto questo diciamo NO, ma accanto al NO
c’è il SI che vogliamo costruire.
È il
#poterealpopolo, la riappropriazione di sovranità popolare a tutti i livelli ed
in tutti gli ambiti della società.
È la
riaffermazione del diritto ad un lavoro liberato dalla precarietà e dallo
sfruttamento, la riconquista dei diritti sociali, la salvaguardia della natura,
l’affermazione dei diritti delle donne.
Il
programma che presentiamo per le elezioni politiche parla del nostro paese, ma
è connesso a tutti quei movimenti e soggetti politici che ovunque nel mondo si
battono contro lo sfruttamento, la distruzione di vita, diritti, democrazia, in
una parola contro il capitalismo che oggi si presenta con il volto della
barbarie del neoliberismo.
Quei movimenti che, in tanta parte d’Europa e
del mondo, sono la vera novità, perché dicono con chiarezza che va costruita
un’alternativa alle politiche degli ultimi tre decenni ed indicano con
altrettanta chiarezza l’avversario.
Siamo
donne e uomini che combattono e ripudiano l’oppressione razzista, di classe, di
sesso, la guerra, la devastazione della natura e della vita.
Siamo
persone e organizzazioni, democratiche e antifasciste, comuniste e socialiste,
femministe e ambientaliste.
Veniamo
da storie differenti, ma vogliamo costruirne una comune tra chi non si rassegna
all’ingiustizia, allo sfruttamento, alla sopraffazione dilaganti e vuole
cambiare le cose.
Siamo
popolo ribelle.
Vogliamo
riprenderci il presente e il futuro.
MUTUALISMO,
SOLIDARIETÀ E POTERE POPOLARE.
Le
condizioni di vita delle classi popolari peggiorano sempre di più, per ciò che
riguarda la salute, l’istruzione, ma anche più semplicemente la possibilità di
godere di tempo liberato da dedicare ad uno sport, un hobby, etc.
In
quest’ottica mutualismo e solidarietà non sono semplicemente un modo per
rendere un servizio, ma una forma di organizzazione della resistenza
all’attacco dei ricchi e potenti;
un
metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che
ci negano (salute, istruzione, sport, cultura);
una
forma per rispondere, con la solidarietà, lo scambio e la condivisione, al
razzismo, alla paura e alla sfiducia che altrimenti rischiano di dilagare.
Le
reti solidali e di mutualismo sono soprattutto una scuola di autorganizzazione
delle masse, attraverso la quale è possibile fare inchiesta sociale,
individuare i bisogni reali, elaborare collettivamente soluzioni, organizzare
percorsi di lotta, controllare dal basso spreco di denaro pubblico e
corruzione.
Tutti
i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la
necessità di costruire il potere popolare.
Per
noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo
sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza;
significa
realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.
Per
arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di
costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo
popolare. Il controllo popolare è, per noi, una palestra dove le classi
popolari si abituano a esercitare il potere di decidere, autogovernarsi e
autodeterminarsi, mettendo in discussione le istituzioni e i meccanismi che le
governano.
Per
questo chiamiamo controllo popolare la sorveglianza sulla compravendita di voti
alle elezioni, le visite ai Centri di Accoglienza Straordinaria, le battaglie
per il diritto alla residenza e all’assistenza sanitaria per i senza fissa
dimora, la vigilanza sui ritardi e gli abusi nei rilasci dei permessi di
soggiorno, la battaglia contro l’allevamento intensivo di maiali nel Mantovano,
quella contro la TAP in Salento, la TAV in Val Susa, l’eolico selvaggio in
Puglia, Basilicata, Molise, il DASPO nei centri urbani.
Insomma, chiamiamo controllo popolare tutte le
battaglie che in questi anni hanno testimoniato la resistenza delle classi
popolari e vivificato il nostro Paese.
Costruire
il potere popolare significa anche ridurre le disuguaglianze, evitare
speculazioni e contrastare efficacemente le organizzazioni criminali che
avvelenano e distruggono la nostra terra, sottraendo loro bassa manovalanza,
reti clientelari e occasioni per fare affari;
significa
far vivere nelle pratiche sociali una prospettiva di società alternativa al
capitalismo.
È per
questo, insomma, che crediamo e speriamo che il nostro compito non si esaurisca
con le elezioni, ma che il lavoro che riusciremo a introdurre ci consegni, il giorno dopo le urne, un piccolo ma
determinato esercito di sognatori, un gruppo compatto che continui a marciare
nella direzione di una società più libera, più giusta, più equa.
Noi ci
stiamo, chi accetta la sfida?
Corte
costituzionale,
sovranità
popolare e
“tirannia
della maggioranza”.
Questionegiustizia.it- Gaetano Silvestri –
(2-3-2022) – ci dice:
Il
populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al
principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà
generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere.
Esso è
in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità
costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con
la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.
1.
Popolo, populismo e stravolgimento della democrazia.
Uno
dei temi periodicamente ricorrenti – e sempre centrale nelle discussioni sul
complesso rapporto tra politica e giustizia – è quello della compatibilità tra
principio della sovranità popolare (sancito dall’articolo 1, secondo comma,
della Costituzione italiana e da tutte le Costituzioni democratiche
contemporanee), principio di legalità (sancito dagli articoli 97, secondo
comma, 101, secondo comma, e 113 della Costituzione italiana) posto a base, sin
dalla Rivoluzione francese, dello Stato liberale, e rigidità della Costituzione
(sancita dagli articoli 134 e seguenti della Costituzione italiana e propria
ormai, dalla seconda metà del XX secolo, di tutti gli Stati costituzionali).
La
successione delle forme di Stato non deve essere intesa come un
superamento-azzeramento, nel senso che l’avvento di un nuovo assetto dei
rapporti tra libertà ed autorità, tra popolo e Stato e tra Stato centrale e
autonomie territoriali cancelli tutti i princìpi fondamentali pre-vigenti,
ripartendo da una totale tabula rasa.
È vero
invece che alcuni elementi essenziali di una forma trasmigrano in quella nuova,
anche se trasfigurati e ri-finalizzati.
Così
gli ordinamenti liberali, che hanno rimpiazzato l’assolutismo “ancien regime”,
hanno mantenuto la struttura dello Stato nazionale ereditata da Vestfalia;
gli
Stati costituzionali, venuti in essere dopo la fine della seconda guerra
mondiale, hanno mantenuto il principio di legalità e la separazione dei poteri
ed infine gli ordinamenti sovranazionali, che tendono a sostituirsi agli Stati
nazionali, tendono a mantenere, con varie Carte dei diritti, le garanzie
giuridiche, democratiche e sociali conquistate dai cittadini negli ambiti
nazionali.
Sulla
base di questo progressivo superamento dialettico (nel senso della Aufhebung
hegeliana) delle forme di Stato, possiamo dire oggi che lo Stato di diritto,
figlio dei valori del liberalismo borghese del XIX secolo, è il “cuore antico”
sia dello Stato costituzionale che degli ordinamenti sovra-nazionali ancora in
fieri.
Il
movimento dialettico di cui sopra – brevemente delineato, facendo astrazione
delle specificità delle realtà storiche dei singoli Paesi – è passato, dopo la
tragedia del secondo conflitto mondiale, attraverso un radicale capovolgimento
delle idee stesse di sovranità e di legittimazione del potere.
Era chiaro a tutti, dopo l’orrore assoluto di
Auschwitz, quale era stato l’approdo del fondamento di autorità dello Stato,
poggiante sulla vuota forza, rispetto alla quale tutte le proclamazioni dei
diritti erano meri orpelli retorici o, al massimo, concessioni, sempre
revocabili, dei detentori del potere.
La
persistenza del principio di autorità spiega la cattiva fama degli ideali dei
diritti umani presso i rivoluzionari dei secoli passati, che avvertivano con
immediatezza la discrepanza tra princìpi solennemente affermati e prassi,
amministrative e giudiziarie, in netto contrasto.
L’avvento
del suffragio universale – frutto di aspre lotte popolari – fece sperare nella
caduta dello “Stato monoclasse” e nella trasformazione in senso pienamente
democratico dei pubblici poteri.
Ma le
cose non furono così semplici.
Al
vecchio monarca assoluto, alla “dittatura della borghesia” e alla onnipotente
sovranità dello Stato-autorità si sostituì il “popolo”, figura mistica
destinata a formare una mescolanza micidiale con l’idea di nazione.
Nel
mondo occidentale, dopo la Rivoluzione francese, a nessun capo politico venne
più in mente di affermare la derivazione divina del proprio potere;
tutti, in un modo o nell’altro, si riferirono
al “popolo”.
Si
posero in tal modo le basi per diverse forme di stravolgimento della
democrazia, che vanno sotto la definizione comprensiva di “populismo”, l’unico
vero antagonista dei princìpi dello Stato costituzionale nell’epoca
contemporanea.
2. I
Padri costituenti americani ed il timore della tirannia della maggioranza.
I”
Founding Fathers “americani, nel costruire la Carta fondamentale della prima
democrazia moderna, si posero, com’è noto, il problema della tutela dei diritti
dei singoli e delle minoranze in un sistema in cui le massime cariche dello
Stato avrebbero avuto una origine elettiva.
A cosa sarebbe servito aver lottato contro il tiranno
inglese, se il popolo americano fosse stato soggiogato dalla tirannia di una
maggioranza politica trasformata in maggioranza parlamentare?
Tutto
il sistema dei “checks and balances” della Costituzione statunitense è
finalizzato ad evitare questo pericolo.
E tuttavia ci si accorse ben presto che
istituzioni non elettive, come la Corte suprema, andavano incontro a quella che
venne definita “counter-majoritarian difficulty”, derivante dall’apparente
contraddizione tra la sovranità popolare e il potere di un organo non elettivo
di contrapporsi ad essa.
Ciò divenne
particolarmente chiaro quando, all’inizio dell’Ottocento, con la famosa
pronuncia “Marbury vs. Madison”, ebbe inizio l’epoca del controllo diffuso di
costituzionalità delle leggi, che consentiva ai giudici di annullare una legge
– statale o federale – votata, anche a larga maggioranza, da un organo
legislativo, i cui componenti erano eletti dal popolo.
Lo
spirito pragmatico americano fu di aiuto per superare questa difficoltà, con la
conseguenza che molti dei princìpi fondamentali della Costituzione Usa
trovarono attuazione nella giurisprudenza della Corte suprema.
Per
riferirsi a vicende più vicine nel tempo, l’eliminazione delle leggi che
sancivano la segregazione razziale fu opera di questa giurisprudenza, che tolse
di mezzo atti legislativi approvati da forti maggioranze parlamentari.
La
domanda che i seguaci di una democrazia “monista” si posero, fin da quei tempi,
fu: chi ha dato a nove “old lawyers” l’autorità di annullare le decisioni di
politici democraticamente eletti?
3.
Persistente attualità della polemica tra Kelsen e Schmitt.
Il
quesito polemico era destinato a risuonare nei secoli: dalle preoccupate
previsioni – europee e soprattutto francesi – dell’avvento di un “governo dei
giudici”, all’avversione, di origine giacobina, verso ogni freno alla
supremazia dei rappresentati del popolo, alla diffidenza, nei confronti degli
stessi giudici, delle sinistre di ispirazione marxista, che in essi vedevano
ostacoli conservatori alle riforme sociali, influenzate dal ricordo dello
scontro, negli anni ’30 del XX secolo, tra la Corte suprema americana e il
Presidente Roosevelt.
Come è
noto, sul piano teorico la controversia si polarizzò in Europa attorno alle
posizioni di Hans Kelsen e Carl Schmitt.
Il
primo sostenne
la necessità di introdurre il controllo di costituzionalità delle leggi, per
affermare al livello più alto il principio di legalità e affermare la rigidità
della Costituzione.
Il secondo difese la supremazia del politico e
l’unità della decisione statale.
Non
ripercorro questa polemica, oggetto ormai di innumerevoli studi.
Mi limito
a porre in evidenza un aspetto del pensiero di Schmitt, non sempre
adeguatamente ricordato, che illumina meglio la sua radicale incompatibilità
con la dottrina democratica di Kelsen, imperniata sulle istituzioni della
rappresentanza parlamentare.
Schmitt
sosteneva la netta superiorità dell’acclamazione del capo sulle procedure
elettorali di scelta dei governanti.
Nell’acclamazione,
il popolo si esprimerebbe in quanto comunità organica ed integrata da un comune
sentire; nelle procedure elettive, il popolo sarebbe frantumato in una miriade
di individui, isolati nelle cabine elettorali.
Nell’acclamazione
emergerebbe il vero “spirito” (Geist) collettivo popolare, nelle elezioni vi
sarebbe soltanto una somma di solitudini.
In
tutto il Novecento furono questi i termini dello scontro.
L’entusiasmo
delle grandi adunate popolari, che acclamavano il capo, si chiamasse Mussolini,
Hitler o Stalin – cariche di entusiasmo, aizzate contro i sovversivi, gli
ebrei, i nemici del popolo e quanti altri i capi volessero – eccitava
l’immaginazione popolare molto di più delle farraginose procedure elettorali,
che culminavano nell’elezione di grigi parlamentari in giacchetta, rissosi,
divisi da divergenti interessi, inclini al compromesso, talvolta corrotti.
La teoria kelseniana del compromesso, come architrave della democrazia
parlamentare, ripugnava in sommo grado al bellicismo delle piazze ed
all’intransigenza di posizioni ideologiche estreme.
Dopo
la tempesta della seconda guerra mondiale, vi fu quella che alcuni chiamarono la
rinascita del giusnaturalismo, altri la tutela costituzionale dei valori, altri
ancora la democrazia pluralista.
In ognuna di queste definizioni si ritrovano
gli elementi costitutivi della “resurrezione dopo Auschwitz” (Erziehung nach
Auschwitz), titolo di un famoso saggio di Th. W. Adorno.
Non a
caso, le prime Costituzioni europee che recepirono questi indirizzi culturali
furono quelle italiana e tedesca (1948 e 1949).
In entrambe fece il suo ingresso il controllo
di legittimità costituzionale delle leggi, affidato alla Corte costituzionale
ed al Bundesverfassungsgericht.
4.
Princìpi costituzionali e loro tutela giurisdizionale.
Torniamo
indietro, per un momento. alle risalenti, ma ancora vive, discussioni americane
sul ruolo dei giudici nel sistema costituzionale.
La
risposta alle perplessità “democratiche” sul controllo di legittimità
costituzionale delle leggi si basava, e si basa, su una concezione “dualista” della
democrazia, che integra sovranità popolare e tutela dei diritti fondamentali.
Studiosi
come Bruce Ackerman hanno tratto dalla storia costituzionale americana la conclusione che occorre
distinguere tra “popolo” e “governanti”, tra princìpi intergenerazionali e
politica contingente.
Si può
dire di più.
La
sostituzione del fondamento di valore al fondamento di autorità impone di
ripensare alla ratio del patto originario di convivenza civile, che, come il
contratto sociale di Locke e di Rousseau, giustifica il potere.
Quest’ultimo non poggia più su sé stesso, né, tanto
meno, su valori religiosi o ideologici, ma sull’interesse fondamentale alla
tutela dei diritti, in una prospettiva laica e mediante le istituzioni di una
democrazia egualitaria.
Se
questo è il Grundwert degli ordinamenti giuridici contemporanei, allora il
dualismo della democrazia è l’unica soluzione possibile al dilemma della scelta
tra potere popolare e garanzia stabile dei princìpi fondamentali.
La tutela dei diritti fondamentali è, quindi, la
pre-condizione dell’autorità democratica.
Se
vogliamo chiamare questa conclusione con il nome di “giusnaturalismo”,
facciamolo pure, a patto di ricordare le parole di Norberto Bobbio sul
giusnaturalismo storicizzato, ben diverso dall’antico giusnaturalismo di
origine religiosa e dall’idea che esistano valori eterni scolpiti nel cuore
degli uomini.
Alle
Corti costituzionali è affidato il compito di preservare i princìpi
intergenerazionali, sottraendoli alla fluttuazione delle maggioranze politiche.
Se così non fosse, la rigidità delle
Costituzioni sarebbe apparente ed illusoria, giacché ogni variazione
illegittima rimarrebbe priva di conseguenze giuridiche, nel senso che non
potrebbe essere sanzionata.
La
tutela giurisdizionale delle norme costituzionali passa naturalmente per la
strada dell’interpretazione, che non sfugge – sol perché ha ad oggetto atti
legislativi – alle comuni tecniche ermeneutiche.
D’altra
parte, le norme costituzionali di principio devono abbondare di espressioni
indeterminate, se la Costituzione deve essere realmente e storicamente rigida.
La concretizzazione dei princìpi
costituzionali è opera del legislatore, ma anche del giudice delle leggi.
In caso contrario, la Costituzione perderebbe
gran parte della sua rigidità, rimanendo un prodotto datato nel tempo e sempre
più “imbalsamato” con il passare degli anni.
Difatti
sarebbe molto difficile – per non dire impossibile – ad una Corte che non
potesse operare sui princìpi svolgere un pieno controllo di legittimità.
Si
dovrebbe limitare alle poche e rare violazioni di precise regole contenute nel
testo della Carta.
Avrebbe
un ruolo marginale e pressoché inutile.
Proprio ciò che gran parte della politica
desidera.
5.
Composizione della Corte costituzionale e “separazione temporale dei poteri”
Da
quanto detto sinora si deduce che il risorgente “populismo” dell’epoca moderna
– legato ad ondeggiamenti di opinione e indirizzi congiunturali, frutto più di
fattori emozionali che di pacata riflessione – è in irrimediabile contrasto con
il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi.
Tutte
le leggi, che non siano frutto dell’imposizione violenta di un dittatore, sono
approvate da una maggioranza parlamentare composta di eletti dal popolo.
Il
giudizio di una Corte costituzionale – se vuole essere effettivo e non di mera
ratifica burocratica – è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà
delle maggioranze politiche, passate e presenti.
La
Costituzione non è infatti una legge che spiega effetti solo in un arco di
tempo delimitato da un dies a quo ed un dies ad quem.
Essa opera una legittimazione originaria e
continua dell’intero sistema normativo vigente, quale che sia il tempo in cui
le singole leggi sono state approvate.
Lo ha chiarito la Corte costituzionale
italiana sin dalla sua prima sentenza.
A
maggior ragione vi sarebbe necessità di un controllo “a mente fredda”, se le
leggi fossero il risultato di semplificate consultazioni referendarie o, ancor
peggio, di incontrollate procedure informatiche.
Questo tipo di deliberazioni sono, più di
quelle parlamentari, legate a situazioni congiunturali o a stati d’animo
momentanei.
Perché
i princìpi costituzionali possano essere sottratti ad opinioni ed emozioni
transeunti, la composizione della Corte non può che essere pluralista e
diacronica.
Pluralista,
perché la
provenienza dei suoi membri dalla stessa fonte attribuirebbe di fatto a
quest’ultima un potere di indirizzo incompatibile con il suo ruolo di
controllore indipendente.
Diacronica, perché i giudici che la compongono
devono entrarne a far parte in contesti politici differenti, in considerazione
che pure le istituzioni dotate del potere di nomina o elezione mutano nel
tempo.
Occorrerebbe assimilare sino in fondo la
logica sottostante alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, che si può
riassumere nella formula della «separazione anche temporale dei poteri», in
base alla quale si tende ad evitare, nei limiti del possibile, che una
maggioranza politica, coagulatasi in un dato momento, eserciti un potere
concentrato e intangibile in danno del resto del popolo.
Il
“populismo” è la versione estrema – resa grossolana dalle facili
semplificazioni dei social network – della “democrazia totalitaria”,
contrapposta, nell’epoca moderna, al principio della separazione dei poteri e
basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre
l’essere con il dover essere.
Le odierne manipolazioni informatiche sono la
versione evoluta del demagogo che finge di essere ispirato da Dio mediante un
uccello che gli parla all’orecchio, su cui ironizzava Jean-Jaques Rousseau
(Contratto sociale, L. II, Cap. VII), del cui nome troppo spesso si abusa.
Una
volta divinizzata un’astratta volontà popolare, si possono escogitare gli
equivalenti informatici del volatile roussoiano.
La
vecchia, noiosa democrazia rappresentativa richiede procedure precise e
garantite di manifestazione della volontà popolare.
D’altra
parte, ad esempio, se la pressione della criminalità organizzata riesce a farsi
sentire anche dentro le cabine elettorali, quale controllo è possibile sulle
situazioni ambientali in cui viene espresso il voto on line, oggi tanto di moda?
Occorre
riflettere su ogni deroga, aperta o indiretta, al principio sancito
dall’articolo 48, in base al quale il voto deve essere «libero e segreto».
Deve essere segreto perché sia effettivamente
libero.
Per
tale motivo si usano le schede di Stato per le votazioni e vengono apprestati
speciali accorgimenti per assicurarsi che gli elettori non subiscano pressioni
o suggestioni nel momento in cui esprimono le proprie scelte.
Chi è
presente insieme all’elettore mentre vota da una postazione informatica? Non è
dato saperlo.
Non si
tratta soltanto di questioni tecniche, ma di elementari condizioni pratiche
perché la volontà popolare sia espressa in condizioni da garantirne – al
massimo del possibile – la genuinità.
Tutto
ciò a parte delle possibili manipolazioni di chi gestisce il sistema
informatico.
Oggi
il voto in rete appare la versione modernizzata dell’antica acclamazione, di
cui parlava Schmitt.
Da
qualche tempo la Corte costituzionale ha mostrato un controllo maggiore che nel
passato sui meccanismi di trasformazione dei voti in seggi, allo scopo di
evitare che la (spesso immaginaria) governabilità comprima in maniera eccessiva
la necessaria rappresentatività delle assemblee elettive.
Sono certo che il giudice delle leggi non
consentirebbe che procedure, già discutibili in ambiti privati, fossero, anche
minimamente, trasferite nella sfera pubblica.
Occorrerebbe
anche valutare quanto oggi sia rispettato il divieto di mandato imperativo, di
cui all’articolo 67 della Costituzione, estremo baluardo della libertà contro
la dittatura dei partiti ieri e dei capipopolo oggi.
6.
Odio “popolare” e protezione delle minoranze e dei soggetti deboli.
Si
possono indicare – solo come esempi – due campi in cui l’azione della Corte
costituzionale si è già rivolta a tutelare i diritti di soggetti deboli e di
minoranze:
i detenuti e gli immigrati.
In
entrambi i casi, le ventate irrazionali di odio di massa possono dare supporto
ad una legislazione “populista”, attenta ad assecondare gli umori del momento,
trascurando i princìpi costituzionali.
6.1.
Tra i leit-motiv della percezione emozionale immediata dei rapporti tra Stato e
cittadini primeggia l’idea che l’espiazione della pena – specie per gravi
delitti – debba essere ispirata a criteri afflittivi tanto forti, da spingere
in secondo piano la tutela dei diritti fondamentali di persone, che, per aver
commesso rilevanti violazioni della legge penale, avrebbero perduto la loro
dignità di esseri umani.
Ondate
di “indignazione” per la concessione di benefici penitenziari a soggetti
reclusi percorrono periodicamente parte dell’opinione pubblica, influenzata da
campagne di stampa, o sui social, tendenti a diffondere la rabbia per le
condizioni non sufficientemente dure dei detenuti o per le concessioni di
misure di vario genere, che portano alla scarcerazione, temporanea o
definitiva, dei condannati. Poco si fa nella scuola, nei mass-media ed in tutte
le sedi di formazione della cultura diffusa per dare sostanza effettiva al principio,
emergente dalla Costituzione, in base al quale la massima afflizione che può
essere stabilita per un essere umano è la privazione della libertà personale.
Talvolta
il “senso comune” – storica stratificazione dei pregiudizi – accetta come
conseguenza naturale che la condanna alla detenzione implichi sofferenze
ulteriori, oltre quelle, inevitabili, derivanti dalla mancanza di libertà.
La
Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno
ripetutamente contraddetto questa crudele convinzione “popolare”, in diretto
contrasto con il principio della funzione rieducativa della pena (articolo 27,
terzo comma, della Costituzione), vanificato da condizioni e trattamenti
carcerari offensivi della dignità della persona umana e quindi possibili cause
di aumentata ostilità del detenuto verso la società e le leggi che la
governano.
La
prevalenza delle esigenze securitarie e di difesa sociale su ogni altro
principio costituzionale ha introdotto, e continua ad introdurre, nel “senso
comune” la convinzione che l’asprezza delle condizioni in cui si sconta la pena
abbia un’efficacia dissuasiva supplementare rispetto alla misura detentiva, in
sé e per sé considerata.
Chi non ha sentito, nei bar, sui treni ed in
tanti altri luoghi di temporaneo ritrovo, deplorare a gran voce le “comodità”
dei carcerati, il “lassismo” (detto anche, con orribile neologismo, “buonismo”)
che porta ad anticipate liberazioni, offendendo così il senso di giustizia dei
cittadini e il dolore delle vittime dei reati.
Tanti
pregiudizi e piccole ferocie messi insieme formano talvolta maggioranze
elettorali e parlamentari.
Se poi
venisse fortemente attenuata la mediazione del confronto nelle assemblee
rappresentative, la strada della facile trasformazione del pregiudizio in legge
dello Stato sarebbe spianata.
Sul
tema del divieto di trattamenti disumani e degradanti, si è verificata una
significativa convergenza tra Corte europea dei diritti dell’uomo e Corte
costituzionale italiana (sentenza Torregiani e sentenza n. 279 del 2013).
Dopo
il monito della Corte, seguirono i provvedimenti urgenti sulla liberazione
anticipata, che determinarono l’attenuazione del sovraffollamento delle
carceri, ma oggi la situazione tende ad essere di nuovo critica e pertanto si
renderebbero necessarie misure legislative di sistema per avviare a soluzione
il problema.
È
facile prevedere che le suggestioni e gli allarmismi politicamente guidati e
utilizzati degli ultimi anni renderanno improbabile una riforma penitenziaria
ispirata ai princìpi costituzionali ed europei.
Se così dovesse essere, ridiventerebbe attuale
il monito del giudice delle leggi e si aprirebbe nuovamente la prospettiva di
una pronuncia di accoglimento atta a trovare un rimedio effettivo e duraturo ad
una situazione giudicata intollerabile alla luce dei più elementari princìpi di
civiltà giuridica nell’era dello Stato costituzionale.
Lo ha
ribadito recentemente il presidente Lattanzi in un’intervista a Radio radicale
del 14 febbraio 2019.
Una
simile determinazione della Corte costituzionale sarebbe in palese
controtendenza con il clima di vendetta sociale che si vorrebbe far prevalere
da alcune rilevanti forze politiche, ma sarebbe ugualmente necessaria.
Il giudice costituzionale – come qualsiasi
altro giudice – non cerca il consenso immediato di folle incattivite e
rumorose, ma mantiene saldo il proprio ancoraggio ai princìpi, almeno sinché
non venga messo a tacere con la forza o con leggi autoritarie, come è accaduto
recentemente in Turchia, in Ungheria o in Polonia.
Ciò
che contraddistingue la Corte costituzionale è l’oggetto della sua
giurisdizione, le leggi, che sono il precipitato normativo dell’indirizzo
politico delle maggioranze del momento.
Ritenendo
incostituzionale una legge, la Corte dichiara incostituzionale l’indirizzo politico
che l’ha prodotta, diceva anni addietro Temistocle Martines.
L’osservazione
vale anche per le omissioni legislative, che hanno dato luogo ad una nutrita
serie di sentenze “additive”, introdotte proprio perché si può ferire la
Costituzione anche omettendo di legiferare.
Chi non ricorda le dure parole di Piero
Calamandrei sul cd. “ostruzionismo di maggioranza”, quell’inerzia voluta e
programmata che, per molti anni, “congelò” la Costituzione, a cominciare,
appunto, dalla Corte costituzionale, le cui potenzialità eversive per gli
assetti politico-sociali dominanti erano state percepite dalle maggioranze
politiche dell’epoca?
La
giurisprudenza costituzionale ha sviluppato – in coerenza con l’orientamento
culturale e giuridico cui si accennava prima – il grande tema dei diritti dei
detenuti, vere e proprie pretese assistite dalla tutela giurisdizionale.
A titolo di esempio, si possono vedere le
sentenze n. 341 del 2006, sui diritti del detenuto lavoratore e n. 135 del 2013
sull’effettività delle decisioni dal giudice di sorveglianza sui ricorsi dei
detenuti.
In
entrambi i casi – come in molti altri – la Corte, nel ribadire l’esigenza di un
ragionevole bilanciamento tra esigenze di difesa sociale e diritti
fondamentali, ha escluso che questi ultimi possano essere intaccati nel loro
nucleo essenziale.
Tale
possibilità si aprirebbe in concreto se, nell’operazione di bilanciamento si
desse in partenza un peso eccessivo alle prime, con l’esito di una apparente
proporzionalità, ispirata più al “senso comune” del momento che ai valori
sottostanti al costituzionalismo moderno.
6.2.
Un altro argomento che infiamma masse crescenti di persone è l’afflusso
massiccio di immigrati in Europa ed in particolar modo in Italia.
L’immigrato,
regolare o irregolare che sia, per definizione è causa di disordine, pericolo
per la sicurezza e violazione della legge.
La fobia giunge sino a mettere in luce il
fondo razzista che si maschera dietro l’enfatizzazione delle preoccupazioni
securitarie.
Difatti si bolla come “ingiustizia” l’erogazione
anche agli stranieri di misure di tutela sociale previste dalle leggi per i
cittadini italiani.
Di qui
la richiesta di escludere i non-italiani da ogni prestazione sociale o, almeno,
la previsione di requisiti più stringenti rispetto agli italiani.
La
Corte costituzionale ha sempre giudicato in contrasto con gli articoli 2 e 3
della Costituzione tutte le condizioni aggiuntive previste per gli stranieri,
che non trovassero adeguata giustificazione in esigenze obiettive legate alla
natura stessa della prestazione.
La
giurisprudenza in materia è abbondante.
Sembra
sufficiente un rapido florilegio, per avere un’idea della costante opposizione
del giudice delle leggi alla pretesa di escludere gli stranieri dal godimento
di prestazioni necessarie alla soddisfazione di diritti fondamentali.
Lo
straniero presente, anche irregolarmente, nello Stato ha diritto di fruire di
tutte le prestazioni sanitarie che risultino indifferibili ed urgenti,
trattandosi di un diritto fondamentale della persona (sentenza n. 252 del
2001).
È
costituzionalmente illegittimo non includere gli stranieri residenti nella
Regione Lombardia fra gli aventi diritto alla circolazione gratuita sui servizi di trasporto pubblico di linea
riconosciuto alle persone totalmente invalide per cause civili (sentenza n. 432
del 2005).
Ai
fini dell’attribuzione di provvidenze, i cui presupposti sono la totale
disabilità al lavoro e l’incapacità di deambulazione autonoma o al compimento
degli atti quotidiani della vita, è irragionevole discriminare gli stranieri,
quando non sia in discussione il diritto a soggiornare, stabilendo nei loro
confronti particolari limitazioni per il godimento dei diritti fondamentali
della persona, riconosciuti invece ai cittadini (sentenza n. 306 del 2008).
Esiste
un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come
ambito inviolabile della dignità umana, riconosciuto anche agli stranieri,
qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso ed
il soggiorno nello Stato, pur potendo il legislatore prevedere diverse modalità
di esercizio dello stesso (sentenza n. 269 del 2010).
Provvidenze
volte al sostegno delle persone in stato di bisogno e di disagio non tollerano
distinzioni basate sulla cittadinanza o su particolari tipologie di residenza
(sentenza n. 40 del 2011).
È
costituzionalmente illegittimo subordinare la concessione di una provvidenza
regionale di assistenza sociale avente natura economica al possesso del
requisito della residenza protratta per un predeterminato e significativo
periodo, non essendovi alcuna ragionevole correlazione tra la durata della
residenza e le situazioni di bisogno o di disagio, riferibili direttamente alla
persona, cui la provvidenza stessa intende sopperire (sentenza n. 2 del 2013).
È
costituzionalmente illegittimo subordinare al requisito della titolarità della
carta di soggiorno la concessione agli stranieri legalmente soggiornanti nel
territorio della Stato della pensione spettante alle persone non vedenti e
della speciale indennità (sentenza n. 22 del 2015).
La
previsione di un lungo periodo di residenza (dieci anni consecutivi) per
l’accesso alla procedura per l’ottenimento di un alloggio è viziata di
irragionevolezza e mancanza di proporzionalità (risolventesi in una forma
dissimulata di discriminazione nei confronti degli extracomunitari) poiché il
diritto all’abitazione attiene alla dignità e alla vita di ogni persona e,
quindi, anche dello straniero presente nel territorio dello Stato (sentenza n.
106 del 2018).
La
discriminazione anti-straniero può essere diretta, mediante limitazioni o
divieti espliciti, o indiretta, mediante imposizione di pre-condizioni
impossibili o molto gravose.
Dal puto di vista della legittimità
costituzionale, il risultato è equivalente.
È
impressionante il numero di tentativi di discriminazione degli stranieri messi
in atto mediante leggi, per lo più regionali, e neutralizzati da sentenze
costituzionali.
Purtroppo
dobbiamo aspettarci che la Corte sia messa di nuovo ed in modo più drammatico,
nel prossimo futuro, nella necessità di subire l’impopolarità e il discredito
organizzato, se continuerà a mantenere ferma la barriera giurisdizionale in
difesa di una corretta applicazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione.
Sarebbe
importante far sentire al giudice delle leggi l’appoggio e la solidarietà dei
“chierici”, i giuristi, che rappresentano quella informed opinion di cui
parlavano i costituzionalisti inglesi del XIX secolo e che, ancora oggi,
conserva un’importante funzione di stimolo, orientamento e resistenza culturale
e civile.
7. “Autoritarismo
di massa” e sistema delle garanzie.
Partendo
dalla considerazione che il potere è la somma algebrica della forza e della
resistenza alla stessa, dobbiamo precisare che la capacità della Corte
costituzionale di arginare la spinta costrittiva di quello che potremmo oggi
definire “autoritarismo di massa” dipende, in buona parte, dalla tenuta
dell’intelaiatura garantista dell’intero sistema costituzionale.
Una
Corte costituzionale senza giudici comuni indipendenti sarebbe così debole da
rasentare l’irrilevanza.
Giudici indipendenti senza una Corte
costituzionale forte e incurante delle pressioni politiche tornerebbero ad
essere “schiavi” delle leggi approvate da transeunti maggioranze parlamentari o
da atti normativi del Governo, solo formalmente passati al vaglio dei
rappresentanti del popolo.
Un Presidente della Repubblica privo di
rapporti di mutuo appoggio con altri organi di garanzia rimarrebbe isolato ed
esposto al logoramento.
L’arroccamento
di una maggioranza parlamentare autosufficiente, chiusa al dialogo con deboli
opposizioni, farebbe venir meno le opportunità per formare quei “compromessi”,
che Hans Kelsen riteneva il sale della democrazia rappresentativa.
Diverrebbe
anche più difficile controllare la violazione delle norme costituzionali sul
procedimento legislativo, come dimostrano fatti recenti.
La
somma di queste situazioni anomale, accompagnata da tripudi di piazza, sarebbe
l’inizio della fine della democrazia pluralista, quale ci è stata consegnata
dai nostri Padri costituenti, dopo la caduta del regime fascista.
Sarebbe,
in tale sciagurata ipotesi, magra consolazione il mea culpa di alcuni degli
apprendisti stregoni che hanno contribuito – con miopia, ingenuità e presunzione
– ad arrivare a tal punto.
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