CONTROLLO ASSOLUTO DEL SOCIALE.

 

CONTROLLO ASSOLUTO DEL SOCIALE.

 

La censura è tra noi: come funziona

il controllo sociale nell’era digitale.

Agendadigitale.eu- (02 Mag. 2022) - Pierluigi Casolari – ci dice:

 

Sicurezza Digitale - Privacy.

Non c’è un periodo storico in cui non vi siano state forme di controllo sociale sull’opinione pubblica.

L’era del digitale non fa eccezione.

Dovremmo però chiederci cosa potrebbe succedere alla libertà di informazione e di espressione con un ulteriore escalation verso la guerra.

Nel mondo dei social network e in particolare nella nazione dove ogni giorno su Facebook, Twitter, Instagram, Linkedin ci re-inventiamo virologi, allenatori di calcio, esperti in geopolitica e grandi imprenditori, la censura è solo un ricordo lontano? Non proprio. La storia insegna che nel corso del tempo il disciplinamento dell’espressione si trasforma e prende nuove strade.

Ma è raro pensare un ad un periodo storico senza forme di controllo sociale sull’opinione pubblica.

Cos’è la censura.

Secondo la Treccani “la censura è una forma di controllo sociale che limita la libertà di espressione e di accesso all’informazione, basata sul principio secondo cui determinate informazioni e le idee e le opinioni da esse generate possono minare la stabilità dell’ordine sociale, politico e morale vigente”.

Quando pensiamo alla censura, per esempio a quella del ventennio fascista e nazista, ci vengono in mente forme severe di limitazione dei diritti di stampa e di epurazione dei giornalisti dissidenti.

E se prendiamo in esame questo tipo di censura allora non troveremo nulla di tutto ciò nel nostro tempo, dove ogni persona “posta” liberamente contenuti sui social. Tuttavia, è bene approfondire il ragionamento.

Verità, social e censura 2.0

Come scriveva Alessandro Baricco nel libro The Game (2018), la verità nei social non è un concetto assoluto.

È un concetto approssimativo, mutevole che evolve nel tempo.

 E così la censura 2.0. Non è determinante silenziare le voci dissidenti e controcorrente, in teoria per ottenere l’effetto voluto è sufficiente “rallentarne la diffusione”, in modo che le loro verità si disperdano nel rumore di fondo.

I social sono il vero sistema circolatorio dell’informazione. E nessuno può più ragionevolmente credere che siano “piattaforme neutrali” che si limitano ad ospitare i contenuti.

Non sono servizi di “hosting” di testi e immagini, hanno potenti algoritmi che da un lato distribuiscono pubblicità, dall’altro veicolano i contenuti.

Nei mesi della pandemia, sia Facebook che Twitter hanno modificato i rispettivi “termini di utilizzo” restringendo la diffusione di opinioni assimilabili al mondo “no vax”.

Non si trattava di censura in senso stretto, ci si poteva continuare a scatenare sul tema “si-vaccino-no-vaccino”, solo che le opinioni non gradite venivano rallentate. In pratica non le vedeva più nessuno.

 L’algoritmo tirava il freno a mano e il post “taggato” come non gradito non era più in grado di diffondersi.

Ognuno di noi poteva postare opinioni controcorrente rispetto a quelle “governative”, ma di fatto l’algoritmo di Facebook, aiutato da migliaia di “face Checker “setacciava l’infinità dei post pubblicati quotidianamente e laddove ravvisava posizioni “troppo eterogenee” ne limitava la visibilità.

Libertà di espressione, formale e reale.

Ogni giorno da qualche parte si leggeva prima la classica strofa: “Siamo in un regime, le verità controcorrenti sono censurate e oscurate” e di risposta il classico ritornello: “Se su un social puoi dire che siamo in un regime, allora vuol dire che non siamo in un regime”.

Regime in effetti è una parola importante.

E se escludiamo il significato metaforico, allora è evidente che non siamo in un regime.

Ma anche l’obiezione è molto debole. Il fatto che si possa dire ed esprimere qualunque argomento, non vuol dire che ci sia in un “reale” di libertà di opinione e informazione.

 Libertà di espressione formale, non vuol dire libertà di espressione reale.

Anche perché il rallentamento dei post era solo il primo livello di ostacolo da parte dei social network alle opinioni controcorrente.

Il gradino successivo era “l’account limitato”.

L’account limitato è il freno a mano tirato non sul singolo post, ma sull’utente nel suo complesso.

Quando hai l’account limitato i tuoi post non li vede nessuno anche se improvvisamente cambi ideologia e ritorni a postare paesaggi e foto delle vacanze.

L’account poteva venire limitato per 7 o 30 giorni a seconda dei casi e del livello di minaccia rappresentato.

Dopodiché non sono mancate le forme più discutibili di censura 2.0.

 Molti account durante la pandemia sono stati bloccati per periodi più o meno lunghi.

O addirittura “terminated”.

Il caso di Robert Malone.

Il caso più eclatante e discutibile è quello di Robert Malone.

Malone è uno scienziato e ricercatore americano, uno dei primi ricercatori ad occuparsi di mRNA.

Nei mesi successivi all’autorizzazione dei vaccini, Malone ha raccolto ampio consenso di pubblico e di seguito online intorno all’idea della controindicazione dei vaccini mRNA nei bambini (tema su cui ancora oggi il dibattito è decisamente aperto).

Improvvisamente, senza preavviso, il 30 dicembre 2021, Twitter sospende definitivamente l’account di Malone, che aveva oltre 500.000 followers.

Malone era uno scienziato, un ricercatore, una voce autorevole sull’argomento e parlava attraverso dati e informazioni.

Non complottismo di basso livello. Non è la sede per entrare nel merito delle opinioni di Malone.

 Però forse dovremmo entrare nel merito di quelle di Twitter.

 Evidentemente sulla base dei “termini d’uso” dell’azienda (rivisti proprio nel dicembre 2021), postare contenuti in grado di mettere in cattiva luce la campagna vaccinale era vietato.

 E dunque automaticamente, Twitter è autorizzata a prendere misure con tutti i contenuti e gli account che non ottemperano a tali linee guida.

 In fondo i social network sono aziende private.

E in casa loro ci si comporta secondo le regole da loro stessi definite.

E tuttavia bisogna anche ricordare che i social network sono venuti al mondo definendosi piattaforme, agnostiche e non responsabili dei contenuti degli utenti, anzi è proprio grazie a questa de-responsabilizzazione che hanno evitato problemi legali, cause e risarcimenti legati ai contenuti pubblicati dagli utenti.

Ma oggi a quanto pare si sono trasformati in editori con una propria linea editoriale.

Una linea editoriale che però non si basa su articoli creati da propri dipendenti, ma da utenti inconsapevoli i cui contenuti vengono utilizzati per veicolare opinioni e frenarne altre, grazie alla potenza degli algoritmi che influenzano l’opinione pubblica mondiale.

La guerra russo-ucraina e l’autorizzazione all’odio.

Se pensate che quello di Malone sia solo un episodio e che la pandemia sia stata un’emergenza unica, allora forse bisogna rivolgere l’attenzione a quello che sta succedendo in queste settimane di guerra Russia-Ucraina.

 Facebook ha autorizzato messaggi e post d’odio nei confronti degli oligarchi russi e di Putin, in deroga ai principi essenziali delle sue linee guida che impedivano da sempre qualunque forma di incitamento all’odio.

Ed è notizia ancora più recente l’attivazione da parte di Twitter di misure che limiteranno l’impatto della propaganda ufficiale russa sull’Ucraina sul suo social network.

Gli account ufficiali russi non verranno più “raccomandati” agli utenti.

Qualcuno ha rinominato l’autorizzazione di Facebook all’odio la versione social di “i due minuti d’odio” di 1984 di Orwell.

Nel profetico romanzo distopico, i due minuti d’odio rappresentano una pratica collettiva incentivata dal governo del Grande Fratello che consiste nel riunirsi di un gruppo di persone dinanzi a un teleschermo che proietta immagini del nemico supremo della patria Emmanuel Goldstein.

Durante i due minuti d’odio, gli astanti sono liberi di inveire, bestemmiare ed esprimere il proprio lato bestiale.

Conclusioni

L’Italia, gli Stati Uniti (sede dei principali social network) e l’Unione Europea non sono in guerra.

È bene ricordarlo.

Ed è bene ricordare anche che non siamo in un regime.

Ma il controllo sociale esiste.

Diverso, subliminale e poco trasparente.

Forse la domanda che dovremmo porci è che cosa potrebbe succedere alla libertà di informazione e di espressione se dovesse esserci un ulteriore escalation verso la guerra?

Dovremmo forse rispolverare anche il vecchio concetto di censura 1.0?

 

 

 

GUERRA UCRAINA.

L'Europa blocca i media russi,

ora vigiliamo sulla libertà di opinione.

Agendadigitale.eu - Anna Cataleta – (10 Mar. 2022) – ci dice:

 

Messa al bando di media russi ovunque su internet, anche su social e motori di ricerca.

 Ora è importante mantenere una certa lucidità perché le compressioni dei diritti siano adottate con tutte le garanzie costituzionalmente previste, circoscritte il più possibile nelle forme e nei tempi.

Le ultime notizie che giungono dall’Europa ci confermano ancora una volta che la guerra si muove su due piani: quello delle operazioni militari sul territorio e quello della propaganda.

 Tuttavia, mai come prima nella storia, la propaganda gode di canali di diffusione delle notizie che permettono di raggiungere in modo capillare i più svariati angoli del mondo, proprio grazie alla Rete e alle piattaforme cui accedono miliardi di individui.

Oggi è emerso che i provvedimenti dell’Europa contro i media russi RT e Sputnik riguardano anche motori di ricerca e i social network, non solo le loro tv e i loro video online.

Un portavoce della Commissione europea ha detto che il divieto si applica indipendentemente dal canale di distribuzione, compresi i fornitori di servizi Internet.

Ai motori di ricerca si è chiesto di deindicizzare i due media russi, ai social di impedire la condivisione di loro contenuti.

Google ha anche reso i canali video di YouTube inaccessibili in Europa, mentre Facebook, Twitter e TikTok hanno limitato l’accesso ai canali.

Un portavoce di RT in lingua francese ha detto oggi che le sanzioni “non hanno alcuna base giuridica e violano il principio della libera espressione”.

RT Francia ha fatto appello alla Corte di giustizia dell’UE contro le sanzioni dell’UE.

In settimana invece i ministri delle telecomunicazioni dell’UE hanno chiesto alle aziende digitali – Youtube, Google, Meta-Facebook, Twitter – di potenziare l’attività di moderazione fake news (già da loro accresciuta).

 In particolare quelle del governo russo stanno colpendo molto, su social in varie forme, cittadini dell’Est Europa.

Occorre vigilare per tutelare equilibri tra diritti democratici.

In questo contesto emergenziale, credo che sia importante mantenere una certa lucidità perché le compressioni dei diritti siano adottate con tutte le garanzie costituzionalmente previste, circoscritte il più possibile nelle forme e nei tempi.

Veniamo infatti da un periodo di emergenza sanitaria in cui la compressione dei diritti individuali, anche nella libertà di circolazione, ha trovato giustificazione nella necessità di affrontare la diffusione della pandemia.

Oggi, la Commissione chiede alle piattaforme una restrizione non solo degli organi di propaganda russa, ma anche un controllo sull’espressione degli individui e una possibile compressione delle libertà di opinione, rimuovendo i contenuti o impedendo la pubblicazione di contenuti che siano connessi alle fonti ufficialmente bandite.

Questa richiesta non può che spingere a una riflessione su quello che sia il punto di equilibrio tra il bisogno di tutelare i popoli e il bisogno di tutelare lo spazio di libertà che è a fondamento dell’Unione Europea.

 Come detto da Franco Pizzetti sia la circolazione di corrette informazioni sia la tutela della libertà di espressione sono fondamentali a sostegno della democrazia.

Ci si augura che l’emergenza ucraina possa essere uno stimolo ulteriore per l’approvazione del “Digital Service Act” che prevede già norme stringenti per le piattaforme al fine di contrastare la disinformazione, con un approccio basato sul rischio e che non sia limitato soltanto a fronteggiare l’emergenza umanitaria in corso.

L’auspicio è che quanto accade sia uno stimolo a far funzionare meglio la nostra democrazia e non a comprimerne le libertà.

 

 

EDUCAZIONE DIGITALE.

Formare i ragazzi per

i pericoli sul web: a scuola, a casa.

Agendadigitale.eu – Mauro Ozenda – (21-ottobre-2022) – ci dice:

 

Educare all’uso sano, sicuro, legale e consapevole degli strumenti di comunicazione, entrando in questo mondo nei tempi giusti e impostando già da subito correttamente la propria identità digitale:

è questa la premessa essenziale per un uso che tuteli i ragazzi permettendo loro di cogliere tutti i vantaggi del web.

In un sondaggio pubblicato da EU Kids nel 2020 e realizzato in 19 Paesi, è stato rilevato che in Italia il 23% dei bambini tra i 9 e gli 11 anni, e il 63% dei preadolescenti tra i 12 e i 14 anni visitano un social network su base quotidiana.

 La percentuale sale fino al 79% per i ragazzi tra i 15 e i 16 anni.

La pandemia è stata la prima artefice di questo processo.

Non potendo vedersi di persona, uscire, avere quel minimo di relazioni sociali fondamentali per il sano sviluppo di bambini e adolescenti, la connessione è stata la panacea di tutti i mali.

Oltre a consentire al mondo degli adulti di continuare a lavorare ed ai giovani di poter studiare, ha anche accorciato le distanze, abbattuto le barriere favorendo il mantenimento delle relazioni.

Il fenomeno però è sfuggito di mano e ora i ragazzini proseguono con un utilizzo smodato e incontrollato di questi strumenti.

Da una prima analisi dagli incontri avvenuti a inizio anno scolastico, posso dire che la matrice comune resta la mancanza di educazione e conseguentemente di consapevolezza digitale.

 Concretamente, in parole povere, i ragazzi si muovono meglio degli adulti con i normali strumenti tecnologici a partire dallo smartphone e dal tablet, ma solo per quel che riguarda la rapidità di esecuzione.

Quello che manca oggi è una formazione basica circa il mondo digitale a partire dai fondamentali.

Viene fornito ai ragazzi lo smartphone a 10 anni senza neppure darne le indicazioni all’uso.

Nella maggior parte delle scuole italiane non esistono ancora percorsi formativi o progetti ciclici che comprendano il digitale a partire dalla scuola primaria.

 I genitori dal canto loro, laddove manca cultura digitale, non hanno le conoscenze e a volte la voglia di trasferire concetti importanti legati al digitale né di dare le opportune regole.

Al volo una fotografia statistica stilata circa l’utilizzo del digitale basata sull’interazione con circa 400 ragazzi che ho avuto modo di incontrare personalmente tra il 16 e il 20 settembre:

Smartphone: il 100% lo possiede. Di questi un buon 40% ha un’iPhone in dotazione.

WhatsApp: il 99% lo utilizza. Di questi un buon 60% non ha attivato la verifica in due passaggi per proteggere il proprio account.

Password: la maggior parte ha più di una casella di posta e più di due account sui social ai quali è iscritto.

Il 98% ha configurato una password non efficace.

Solo il 10% ha attivato il 2FA o verifica in due passaggi che dir si voglia.

 Se parliamo di livello autenticazione con APP solo il 5%.

Il 30% utilizza la medesima password per i diversi servizi web utilizzati.

Social:

90% è presente su Instagram e di questi un buon 20% ha un profilo pubblico.

89% è presente su TikTok e di questi un 10% ha il profilo pubblico.

30% è su Telegram.

20% è su Twitter.

Consapevolezza digitale:

manca una consapevolezza reale circa i rischi di natura personale e legale che si corrono nella condivisione dei contenuti sul web a partire dalle problematiche legate alla violazione della privacy per immagini/video condivisi piuttosto che i rischi legati al “Sexting” e alla “Diffamazione online”.

Potenziali rischi per la famiglia digitale.

La “nomofobia”, termine anglofono che designa la paura incontrollata di rimanere sconnessi dalla rete di telefonia mobile, possiamo dire ormai sia diventata la normalità.

Si comunica da tempo più con lo smartphone che di persona e questo avviene non solo per i nativi digitali o “Generazione Z” che dir si voglia, bensì anche per il mondo degli adulti.

Lo smartphone possiamo definirlo ormai da tempo l’oggetto tecnologico più utilizzato al mondo in primis perché è il nostro collegamento in tempo reale con tutti, a partire dalla nostra famiglia.

Mentre in passato definivo il “mouse” il nostro sesto dito, oggi possiamo definire questo oggetto un’estensione del nostro corpo e della nostra mente.

 Dispositivo tecnologico potentissimo che potrebbe risultare, se non utilizzato e gestito bene, molto pericoloso.

Visto ruolo che giocano nella vita di ciascuno di noi, i moderni devices che possediamo non meritano forse lo stesso livello di protezione che garantiamo al nostro cervello e al nostro corpo?

D’altronde, il nostro smartphone è molto più che un semplice telefono.

Conosce più cose intime lui sulla nostra persona del nostro migliore amico e forse anche dei propri genitori.

Nessun tipo di dispositivo tecnologico nel corso della storia umana, neppure il nostro cervello, ha mai contenuto informazioni confrontabili per qualità o quantità rispetto al nostro smartphone:

 ‘sa’ con chi parli, quando ci parli, cosa dici, dove sei stato, cosa compri, conosce foto e video personali, le password di accesso a tutti i servizi utilizzati in Rete, dati sensibili e biometrici, gli spostamenti fatti durante il giorno (geolocalizzazione), tutta la cronologia delle conversazioni che facciamo su WhatsApp e analoghi.

Possiede l’elenco dei tuoi contatti presenti in rubrica fra cui i tuoi parenti e amici, l’agenda della tua attività giornaliera e tutta la posta elettronica ricevuta e inoltrata.

E tutto questo per anni.

I social che agevolano l’anonimato.

Alcuni social che agevolano l’anonimato sono:

Tellonym, Omegle, Connect2.me.

Suggerisco ai genitori di accertarsi della presenza degli stessi sui dispositivi dei loro figli facendo presente i rischi che si corrono (in particolare atti legati alla sfera del cyberbullismo in particolare la pratica del doxing).

I rischi presenti nel mondo digitale laddove trovano terreno fertile possono portare a conseguenze inimmaginabili nel mondo reale.

 È dunque bene evitarli e la miglior cura resta come sempre la prevenzione.

Un noto esperto in cybersecurity anni fa scrisse da qualche parte sul Web:

se vuoi ridurre al minimo il rischio che qualcuno possa carpire sul tuo smartphone un dato personale e sensibile (ad esempio la password del registro elettronico se trattasi di un docente oppure i dati di accesso all’app che utilizzi per fare i pagamenti bancari) su quel cellulare deve essere presente solo quell’app.

 Questo per fare capire che oggi le precauzioni non sono mai troppe e vanno sempre prese facendo una buona e sana valutazione dei rischi in base all’uso che ne faccio e dunque ai dati che faccio transitare su quel dispositivo.

La paranoia nel mondo della cybersicurezza è un pregio.

Ricordiamocelo, tutti.

L’importanza della formazione mirata.

È iniziato il nuovo anno scolastico e come da un po’ di anni a questa parte, vengo chiamato per fare formazione mirata sui ragazzi di prima superiore presso un istituto scolastico del bresciano.

Non più di due classi alla volta per dar modo di interagire meglio con i ragazzi, portando avanti contenuti oggi fondamentali nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza digitale, la percezione è che sia fondamentale in ogni scuola italiana a partire dalla quarta primaria portare questi contenuti sui ragazzi.

Così facendo si avrebbe la possibilità di avere un trasferimento di informazioni e dunque competenze basiche digitali anche all’interno di ciascuna delle loro famiglie.

Indicazioni utili per ragazzi e famiglie digitali.

Non mi stancherò mai di dirlo: l’esempio genitoriale è basilare.

Nel mondo digitale un figlio che vede il proprio genitore utilizzare costantemente i social e pubblicare immagini dei figli (sharenting) senza porsi il problema, sarà portato a fare altrettanto un domani nei confronti di terze persone.

E ovviamente pubblicherà oltremodo informazioni personali (in primis selfie e video) che lo riguardano.

Molti genitori, e ne ho avuto conferma dai ragazzi che ho incontrato i giorni scorsi, pubblicano costantemente le foto dei figli a partire da Facebook che insieme a Instagram resta il loro social di riferimento.

Stanno dunque regalando a potenziali sconosciuti (oggi circa 5 miliardi e mezzo di utenti che hanno accesso a Internet) la vita personale e privata dei loro figli che a loro volta faranno altrettanto entrando sui social prima dell’età prevista (in Italia da un punto di vista legale l’età minima per dare il consenso digitale, e dunque entrare sui social ricordo essere 14 anni).

Un domani la loro identità digitale e la loro reputazione digitale potrebbe essere messa a rischio semplicemente perché tutto è stato messo a nudo e in chiaro all’interno del mare magnum di internet.

I consigli per genitori e ragazzi.

Pochi consigli, ma buoni, che mi sento di indicare in particolare ai genitori e ai ragazzi adolescenti sono i seguenti:

Seguite un breve ma efficace percorso formativo che vi indichi la strada giusta da seguire per arrivare a limitare al massimo i rischi che si presentano nel mondo digitale (in ogni scuola almeno un progetto di Educazione alla Cittadinanza Digitale prevede non solo l’incontro sui ragazzi ma anche su Genitori e Docenti).

Aggiornatevi costantemente.

Nel mio piccolo ho una pagina Facebook e a breve aprirò un canale Telegram che consente di rimanere aggiornati in particolare sul come fare prevenzione e sul come intervenire a seconda di ciò che può accaderti sul Web.

Buon senso: prima di confermare qualunque messaggio testuale, una foto, un video che state inoltrando.

Sicurezza digitale e privacy:

 verificate sempre il livello di protezione dei dispositivi tecnologici che acquistate a partire dalla configurazione della sicurezza e della privacy.

Aggiornate sempre sistema operativo e app ogniqualvolta è disponibile senza attendere troppo.

 Leggete la privacy policy prima di installare qualunque APP o registrarsi a qualunque sito web di vostro interesse.

APP: tenete sui vostri dispositivi solo quelle strettamente necessarie e fate attenzione a livello privacy a quali funzioni accedono (microfono-webcam-localizzazione etc).

Canali di comunicazione: wifi, localizzazione, NFC, Bluetooth e connessione nelle vicinanze (Airdrop su Iphone) attivateli solo alla bisogna.

Identità digitale:

attivate sempre la verifica in due passaggi (2fa) possibilmente con app quali Google Authenticator o analoghi laddove ci sia la possibilità di farlo. Utilizzate anche la biometria come sistema di protezione ulteriore (impronta digitale o altro).

Tenete un registro cartaeo delle password a disposizione condiviso in famiglia (all’occorrenza avere rapidamente a disposizione il pin dello smartphone o la password di accesso alla casella di posta o social del proprio figlio o parente stretto in quel momento indisponibile, può essere rilevante).

Malware (impropriamente definiti Virus):

 installate un buon antivirus a pagamento nel mondo Android e evitate di aprire link e allegati ricevuti via email o altro, se questi non erano attesi.

Non utilizzate pendrive per passare documenti o altro con i vostri colleghi di lavoro/amici ma sfruttate meglio il cloud (Gdrive-Icloud o altro).

Phishing:

non “abboccate” a inviti ricevuti via email di cambio password perché qualcuno ha tentato di accedere al vostro account.

Se proprio volete farlo accedete direttamente tramite la vostra app ma mai seguire i link ricevuti.

Backup:

iniziate a scaricare i dati dalle piattaforme social in modo da averli a disposizione qualunque cosa possa accadere un domani.

Eseguite un salvataggio dei dati presenti sui vostri dispositivi da un lato sul cloud e dall’altro su un disco fisso esterno.

Distrazione digitale:

a partire dalle notifiche la principale causa degli errori che commettiamo nel mondo digitale e non solo.

Dunque, cominciamo col disattivare quelle per cui potremmo tranquillamente farne a meno.

Disinformazione digitale:

prima di diffondere notizie false e/o infondate approfondiamo con una semplice “googlata”.

 La superficialità da parte degli utenti sul Web è la principale causa della diffusione di notizie fale in Rete.

Conclusioni.

Recentemente il Garante della Privacy si è fatto promotore del Manifesto di Pietrarsa.

Un documento di indirizzo che attesta l’impegno volto in tre direzioni principali: educazione, consapevolezza, trasparenza.

Tra i primi aderenti, oltre al Garante stesso, la Polizia Postale, la Guardia di Finanza, l’Università Roma Tre, Meta, Sky, Mediaset, Google e Fondazione Telefono Azzurro.

In primis le aziende presenti sul digitale debbono garantire una maggiore trasparenza evidenziando in modo chiaro e facilmente comprensibile l’uso che ne faranno dei nostri dati personali.

Diventa dunque essenziale l’alfabetizzazione, l’educazione e la consapevolezza digitale.

 A partire dai bambini perché sono piccoli e non possono averle, nei ragazzi perché pur essendo nativi digitali se nessuno ha mai trasferito loro determinati contenuti non possono essere pronti a gestire in modo sano e corretto un mondo ricco di opportunità ma anche di pericoli, arrivando infine agli adulti che sono i primi spesso a non rendersi conto di quello che corre dietro uno schermo.

A tal proposito dalla prossima settimana inizio un corso di alfabetizzazione e educazione digitale online rivolto alla popolazione della Regione Marche.

La soluzione non è proibire alle nuove generazioni l’utilizzo del digitale.

 Errato è demonizzare, corretto è educare all’uso sano, sicuro, legale e consapevole del mezzo entrando nel mondo digitale nei tempi e nei modi giusti, impostando già da subito correttamente la propria identità digitale.

 

«Non c’è nessuna età

dell’oro del capitalismo».

Laterza.it - Pablo Pryluka intervista Branko Milanovic – (20 Febbraio 2021) – ci dicono:

( Jacobin Italia ).

Studiando le diseguaglianze e il capitalismo contemporaneo, l’economista Branko Milanovic sostiene che è inutile sperare che si ricostruiscano le condizioni del passato: bisogna accettare le nuove sfide.

L’economista serbo-statunitense Branko Milanovic è uno dei massimi studiosi mondiali di disuguaglianza globale oltre che autore di numerosi importanti studi sulla distribuzione del reddito.

Ex capo economista presso la Banca Mondiale, Milanovic si è poi dedicato allo studio della disuguaglianza da una prospettiva globale, misurando sia le disuguaglianze all’interno dei singoli paesi che tra di essi.

Il lavoro di Milanovic è una guida pratica per comprendere alcune delle caratteristiche principali del capitalismo contemporaneo.

Queste comprendono un aumento della disuguaglianza in Occidente negli ultimi quarant’anni, mentre allo stesso tempo la disuguaglianza globale è diminuita, grazie soprattutto all’ascesa delle classi medie in Cina e India;

e poi ci sono le diverse forme che il capitalismo ha attraversato sin dalle sue origini, delle trasformazioni più recenti ha parlato nel suo ultimo libro.

 Ha scritto molto anche sull’emergere di una nuova classe dirigente in Occidente, che combina i redditi provenienti dal capitale con quelli da lavoro.

Sebbene Milanovic a volte sembri suggerire che questa immagine del capitalismo contemporaneo sia un anatema nei confronti delle divisioni di classe analizzate da Marx nel diciannovesimo secolo, il suo ultimo libro “Capitalismo contro capitalismo” mostra che è perfettamente a suo agio con l’analisi marxista e che, come suggerisce il titolo, tenta un corpo a corpo con la specificità del capitalismo come sistema storico.

Nel tuo ultimo libro, hai preso una strada leggermente diversa rispetto ai lavori precedenti.

Piuttosto che concentrarti sulla diseguaglianza, sembri essere più interessato a esaminare le basi del capitalismo stesso.

 È curioso che anche Thomas Piketty abbia adottato un approccio simile nel suo libro più recente, “Capitale e Ideologia”.

 Cosa ti ha portato a spostare l’attenzione per la diseguaglianza con un’analisi onnicomprensiva del capitalismo?

 

“In verità sono sempre stato interessato agli studi empirici sul capitalismo, sin da quando ero all’università.

 Alcune delle cose su cui sto lavorando ora sono essenzialmente cose che vorrei davvero aver fatto quarant’anni fa:

ad esempio, le relazioni tra diversi tipi di reddito – capitale contro lavoro – e il modo in cui interagiscono empiricamente all’interno della società, questo mi ha sempre interessato davvero.

 Ma a quei tempi non c’erano a disposizione dati di questo tipo.”

Hai menzionato “Thomas Piketty”.

“Ha dato un grande contributo, che è stato riportare lo studio del capitale e l’importanza del reddito da capitale nella distribuzione del reddito, cosa che era stata praticamente rimossa dagli studi sulla diseguaglianza di reddito per molto tempo.

L’idea di base del mio libro, non così diverso dal suo, è di tentare di combinare quella che a volte viene chiamata distribuzione fattoriale del reddito con la diseguaglianza interpersonale del reddito.

Lavorando al mio libro, ho iniziato a notare che ci sono sempre più nuclei familiari che che io chiamo «omoplutiche» [neologismo di derivazione greca, da homós «uguale», e ploûtos «ricchezza», Ndt].

Con ciò intendo dire che le persone con un alto reddito da capitale e da lavoro generalmente finiscono in cima alla distribuzione del reddito.

Quando si combinano questi tipi di vantaggi (cioè la proprietà del capitale e del lavoro) con ciò che viene chiamato accoppiamento assortito – in pratica, quando si sposa qualcuno dello stesso reddito, livello di istruzione o stato sociale – si arriva alla trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza.

 Fondamentalmente sto descrivendo una dinamica che conduce alla formazione di un’élite autosufficiente, cosa di cui mi occupo nel secondo capitolo di “Capitalismo contro capitalismo.”

 

“La difficoltà nel trattare alcuni aspetti della diseguaglianza è che non sono di per sé controllabili o addirittura necessariamente negativi.

Ad esempio, se qualcuno sposa una persona con uno status simile, non c’è nulla di sbagliato.

Ma quando succede è più probabile che siano ricchi e trasmettano tutti questi vantaggi ai loro figli, creando una sorta di nuova aristocrazia.

E questo invece è un grosso problema.”

 

Parlando di diseguaglianze di reddito, forse sarebbe utile fare un passo indietro e confrontare la nostra epoca con quella dello stato sociale.

Quali erano le caratteristiche principali della cosiddetta età dell’oro del capitalismo del dopoguerra?

Perché pensi che lo stato sociale sia stato in grado di ridurre le disuguaglianze garantendo la crescita economica?

 In che misura tutto questo è stato annullato dal neoliberismo?

 

“La caratteristica principale che le persone tendono a sottolineare è proprio la capacità dei paesi dell’Europa occidentale e degli Stati uniti di mantenere alti tassi di crescita e ridurre la diseguaglianza di reddito.

 Ora, se poni la domanda in questi termini, non c’è dubbio che entrambe queste affermazioni siano vere. I paesi dell’Europa occidentale, dal 1945 fino probabilmente alla fine di quello che i francesi chiamavano Les Trente Glorieuses, hanno avuto tassi di crescita tra il 4 e il 5% circa.

Era qualcosa di assolutamente inedito: non avevamo mai visto tassi di crescita simili. In secondo luogo, anche la diseguaglianza è diminuita in modo molto significativo. Quindi considero vere entrambe queste affermazioni.”

Ma vorrei sollecitare un po’ di cautela nel parlare di anni d’oro del welfare state. Ho vissuto quel periodo e non dovremmo addolcirlo troppo.

 C’erano molti elementi problematici.

Durante quel periodo la Francia fu due volte sull’orlo della guerra civile, con la crisi e la resistenza algerina, per non parlare del fatto che l’estrema destra dell’ “Organizzazione Armée Secrète “stava effettivamente compiendo attacchi terroristici in Francia in quel momento, tra cui diversi tentati omicidi di [Charles] De Gaulle.

Molte cose simili a quella accadevano nel resto del mondo.

Se è stato un periodo talmente bello, perché abbiamo avuto una giunta militare in Grecia, Franco in Spagna, Salazar in Portogallo e così via?

 E come mai c’era la Baader-Meinhof in Germania oppure le Brigate Rosse in Italia?

Stavano succedendo molte cose, quindi dovremmo stare attenti a non credere di aver vissuto in una sorta di regno d’utopia o Arcadia.”

 

Ma, per tornare alla tua domanda, come si è arrivati a tenere insieme crescita elevata e diseguaglianze ridotte?

“Penso che la storia di base sia che, per quanto riguarda la crescita elevata, si è verificato un processo di recupero a causa degli effetti della Seconda guerra mondiale.

In molti paesi – prendiamo la Germania, ad esempio – durante la guerra furono distrutti capitali significativi, ma le competenze furono mantenute, come la capacità di organizzare la produzione.

Ciò significava che in realtà avevi un’enorme quantità di capitale umano e manodopera che doveva essere utilizzata.

E nelle giuste condizioni, effettivamente, aveva l’effetto di generare crescita.”

 

“Quando si tratta della riduzione della diseguaglianza, penso che abbia giocato un ruolo la consapevolezza da parte della classe capitalista – o di quello che viene chiamato il blocco dei partiti borghesi – che bisognava stare molto attenti, per non essere rovesciati.

La gente dovrebbe ricordare che, ad esempio, nel 1947 i comunisti francesi erano al governo.

 Erano un partito piuttosto potente, e la stessa cosa accadeva in Belgio.

In Italia nel 1973, i comunisti diventarono il più grande partito del paese.

 Tutto ciò induceva i partiti di destra o borghesi a essere molto più concilianti, perché volevano preservare il capitalismo dalle minacce.

 

E poi, allo stesso modo, c’era un’opposizione molto forte dei partiti socialisti e comunisti, che erano collegati ai sindacati.

 Inoltre, c’era un sistema di produzione fordista in cui si potevano effettivamente organizzare i lavoratori nei luoghi di produzione.

Essenzialmente, tutti questi fattori rendevano la classe capitalista più propensa a prendere in considerazione le idee della socialdemocrazia e dello stato sociale.

 Sto ovviamente parlando di Germania, Francia, Italia, ma processi simili, anche se non esattamente gli stessi, sono avvenuti nei paesi nordici.

Poi, per rispondere all’altra tua domanda, è arrivata la svolta neoliberista.

 Ciò è accaduto per la crescente insoddisfazione per il ruolo dello stato sociale e in particolare per il rallentamento della crescita dopo la crisi petrolifera del 1973.

Penso che Margaret Thatcher abbia davvero catturato lo stato d’animo essenzialmente dicendo: «Vogliamo crescere più velocemente, dobbiamo sbarazzarci di tutto ciò che lo impedisce».

Così lo stato sociale, che era stato percepito molto favorevolmente negli anni Sessanta, iniziò a essere visto come un freno alla crescita economica alla fine degli anni Settanta.

 È stato un cambiamento radicale, anche se forse leggermente più drammatico nel linguaggio che nella realtà.

Se si confrontano le dimensioni dello stato sociale oggi e allora, in realtà non è cambiato molto.

Di sicuro è diventato meno redistributivo.

Ma il neoliberismo non è stato in grado di ribaltare lo stato sociale come dicono di aver fatto.”

Secondo molti lo stato sociale era guidato da motivazioni politiche, vale a dire che serviva ad arginare il fascino del socialismo.

 In “Capitalismo contro capitalismo”, sostieni che il socialismo è servito principalmente a promuovere lo sviluppo nelle società povere, arretrate e colonizzate: la Cina è l’esempio principale di questo processo.

Quella strada per lo sviluppo è ancora aperta?

 Oppure la globalizzazione ha cancellato questa possibilità?

 

“Per quanto riguarda il ruolo storico generale o globale del comunismo, la mia argomentazione è che si è trattato di un processo storico che le persone non avevano previsto, né quelli contrari al comunismo, né quelli che avevano partecipato al movimento comunista. In realtà penso che i partiti comunisti fossero in una posizione privilegiata per incrociare due rivoluzioni.

Una riguardava la liberazione dei paesi dall’ingerenza straniera, la decolonizzazione.

Anche un paese come la Cina, che non era formalmente colonizzato, aveva dazi doganali che venivano riscossi dagli stranieri e, in sostanza, la politica economica era dettata dagli stranieri, c’era extraterritorialità per i cittadini stranieri, e così via.

La seconda rivoluzione consisteva nel porre fine ad alcune pratiche pseudo, o quasi, o anche concretamente feudali:

il ruolo dei proprietari terrieri, la pratica dell’usura, la misera situazione delle donne, l’educazione del popolo e così via.

Il movimento comunista in questi paesi ha posto le basi per una trasformazione sociale che assomiglia a quella che la borghesia aveva realizzato in Occidente.

Naturalmente, la differenza era che in Occidente non c’erano movimenti di liberazione poiché questi erano stati indipendenti.

Nel mio libro discuto di circa dodici paesi – Cina, Vietnam, Algeria, Etiopia e così via – nei quali è possibile osservare questa combinazione tra movimenti di indipendenza nazionale e movimenti che lottavano per l’eliminazione degli ostacoli feudali alla crescita.

Quindi penso che i movimenti comunisti hanno posto a loro insaputa le basi per lo sviluppo del capitalismo indigeno, come è successo in Cina e Vietnam.

Naturalmente l’argomento è molto più complicato di così, nel mio libro discuto anche del ruolo del Comintern negli anni Venti e della decisione insolita di formare alleanze con i partiti borghesi nei paesi colonizzati, cosa che non era prevista dall’ortodossia marxista.

Quanto al fatto che quel percorso rimanga aperto, non credo. E il motivo è che i due fattori chiave – feudalesimo e colonizzazione – non esistono più.

Non abbiamo più queste condizioni: potrebbero esistere relazioni di tipo feudale da qualche parte ai margini del mondo sviluppato, ma solo di questo si tratta.

D’altra parte, non abbiamo colonie formali o addirittura informali.

Ovviamente ci sono paesi che dipendono da istituti di credito stranieri o da organizzazioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, ma non siamo di fronte a una relazione coloniale in senso classico.”

Ci sono alcune scuole di pensiero in America Latina, penso in particolare alla teoria della dipendenza, che potrebbero contestare ciò che stai argomentando.

 Discuti la teoria della dipendenza nel tuo libro ti chiedo di dircene qualcosa di più.

 

“Gli strutturalisti latinoamericani sono un caso interessante.

Naturalmente, a questa domanda possono rispondere meglio coloro che hanno più familiarità con quella scuola, ma penso che quello che è successo, come dico nel mio libro, è che erano ritardatari.

Quello che voglio dire è che se fossero arrivati prima, diciamo negli anni Venti, in realtà sarebbero andati molto più a sinistra.

Ma sono apparsi negli anni Sessanta, quando c’era già disincanto per l’esperimento socialista e nei confronti del sistema socialista a causa dello stalinismo e degli enormi costi umani che erano chiaramente sostenuti dalle persone in quei paesi.

Inoltre, il percorso anticoloniale di cui parlavo prima – l’intreccio delle lotte contro il colonialismo e il feudalesimo – non era lo stesso perché l’America Latina era divenuta indipendente nel 1820.

Quindi non potevano ripetere negli anni Sessanta quello che era successo centocinquanta anni prima.

Penso che questa domanda sollevi una questione separata ma correlata. Molte persone mi hanno chiesto se la Turchia, ad esempio, potesse seguire questa strada.

E penso che la risposta sia no, perché la Turchia non è stata colonizzata.

Sebbene ci fossero alcuni indizi, risalenti a quando la Turchia nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale era nel suo momento di massima debolezza, che il paese occupasse effettivamente una posizione coloniale, nonostante il fatto che la Turchia stessa fosse un paese colonizzatore in Medio Oriente.

La Turchia sotto Atatürk adottò un movimento politico molto forte, un po’ di sinistra, che non era poi così diverso dal Kuomintang in Cina.”

 

All’inizio di “Capitalismo contro capitalismo”, scrivi che il successo del capitalismo è dipeso in gran parte dall’aver creato la convinzione che i suoi obiettivi generali fossero in linea con i desideri e i valori della gente comune.

Perché il capitalismo ha avuto così tanto successo?

“Affinché un sistema si affermi è necessario che ci sia coincidenza o concordanza tra le sue esigenze e i valori delle persone.

Ciò risale persino a Platone quando parla dei quattro diversi sistemi imperfetti: democrazia, tirannia, oligarchia e timocrazia.

 Lo stesso vale per il capitalismo:

hai bisogno del profitto, perché senza il profitto non avrai crescita.

Ma anche, a livello personale, devi instillare un sistema di valori che metta l’acquisizione di ricchezza in cima all’agenda, perché è solo attraverso l’acquisizione di ricchezza come valore supremo che uno può diventare un consumatore, o un investitore, o un lavoratore, tutto converge verso il fine di promuovere gli obiettivi del sistema.”

“La vera grande domanda è: perché ha avuto così tanto successo? Ci sono due possibilità.

 Una è accettare che il capitalismo sia un sistema naturale, perché ci sono innati desideri umani di ricchezza e dominio.

Secondo questa corrente di pensiero, il capitalismo è il riflesso più vicino alla natura umana.

Io non sono d’accordo, penso che il capitalismo, come ogni altro sistema, sia un sistema storico.

 Penso che sia stato in grado di sovrapporsi alle nostre attuali esigenze storiche.

Ovviamente quando parlo di bisogni intendo quei bisogni che sono creati socialmente, in questo senso si può anche dire che ci sentiamo abbastanza a nostro agio con il capitalismo.

Ma ciò non significa che i nostri bisogni non possano essere modificati: si può immaginare un sistema diverso, una diversa organizzazione della produzione, una maggiore abbondanza di merci, forse più tempo libero, dove il lavoro diventi un fattore dominante della produzione.

 Nel senso che sia il lavoro a essere scarso e il capitale abbondante.”

 

In una delle parti più interessanti del tuo libro ti occupi della relazione tra capitalismo e democrazia liberale.

Qui si definiscono due diversi tipi di capitalismo: capitalismo meritocratico liberale, da un lato, e capitalismo politico, dall’altro.

In che modo queste due versioni del capitalismo si differenziano?

“Penso che il risultato della macchina della propaganda capitalista degli ultimi trent’anni, è che le persone fondamentalmente identificano il capitalismo con un sistema politico liberale.

 Ma se si scorre la storia dei regimi capitalisti e si redige un bilancio delle società capitaliste democratiche e non democratiche, probabilmente si scoprirà che dal 1815 in poi meno della metà dei paesi capitalisti sono stati effettivamente democratici.

E nel caso delle società capitaliste democratiche, dobbiamo ricordare l’esempio di quelle come gli Stati uniti, dove accade che il 13 per cento della popolazione possiede l’intero paese e – messo da parte il diritto di voto – quelli che fanno parte del resto della popolazione vengono fondamentalmente trattati come macchine.

Se fai l’esercizio mentale che sto descrivendo, ti rendi presto conto che non esiste alcuna associazione necessaria tra capitalismo e democrazia politica.

Quel legame è un’idea di epoca abbastanza recente, e anche allora molti dei paesi che ora sono democratici non lo erano più di sessant’anni fa.

Basti pensare a tutte le dittature militari in America Latina – Argentina, Brasile, Cile – per non parlare, ancora una volta, del Portogallo, della Turchia, della Spagna e di tutta una serie di altri paesi.

Prendiamo l’Indonesia, un paese che era chiaramente capitalista ma era anche una dittatura.

Possiamo continuare a citare altri paesi:

 Thailandia, Germania, Giappone prima della Seconda guerra mondiale, stiamo parlando di alcuni dei più grandi paesi capitalisti, che non erano democratici.”

 

Puoi spiegare cosa intendi quando distingui tra capitalismo politico e capitalismo meritocratico liberale?

“Mettiamola così: una delle cose che mi ha spinto a scrivere il libro è che mi sentivo molto anti-Fukuyama.

Di nuovo, inizio rifiutando l’idea che il capitalismo e la democrazia liberale abbiano qualsiasi tipo di relazione necessaria.

 In secondo luogo, devi quindi considerare un potente paese capitalista come la Cina, o altri paesi capitalisti simili che divergono dai normali modelli politici che siamo arrivati ad associare al capitalismo.

Se prendiamo solo la Cina contemporanea, possiamo dire con una certa sicurezza che il futuro non sarà dominato da un unico modello politico.

 In parte, il mondo è troppo complicato per essere dominato da un unico modello economico e politico.

La domanda quindi diventa, in che modo differiscono questi paesi?

 Si differenziano per il fatto che, in ambito politico, non c’è democrazia in Cina.

 Hai un sistema monopartitico e il ruolo dello stato è così predominante che sembrerebbe immune dall’essere catturato da interessi privati.

Mi spiego con un esempio solo:

di recente, quella che sarebbe stata la più grande Ipo (offerta pubblica iniziale) nella storia del mondo – “Jack Ma” e la sua società “Amd “– è stata cancellata dal governo cinese.

 In realtà era ancora più interessante; l’incontro in cui ciò è accaduto è stato tra “Jack Ma”, una delle persone più ricche del mondo, e funzionari del governo cinese di livello relativamente medio della “commissione di regolamentazione”.

 Ciò evidenzia chiaramente il potere dello stato in Cina.

Sarebbe molto più difficile fare qualcosa del genere negli Stati uniti.

 Immagina se incontrassero “Elon Musk” o qualcuno del genere e mandassero funzionari di medio livello del dipartimento del commercio per dirgli di ritirare la sua offerta.”

Una delle idee principali nel tuo libro ha a che fare con il modo in cui, se restringiamo la nostra attenzione ai super ricchi, osserviamo che la composizione del capitale e del lavoro in quella classe è cambiata molto negli ultimi trent’anni. Puoi spiegare questa idea?

“Risale al concetto di “omoplutia” di cui parlavo prima: abbiamo persone in cima alla distribuzione del reddito che sono sia ricche di capitale che di reddito da lavoro.

 Questo è un nuovo sviluppo.

Mettiamola così: chiunque abbia studiato economia classica o si sia interessato – anche sociologicamente – a ciò che hanno scritto Smith, Ricardo e Marx, saprà che questi pensatori fondamentalmente concepivano il mondo come diviso in classi.

In Ricardo ci sono proprietari terrieri, i capitalisti ei lavoratori, e queste tre classi erano praticamente non sovrapposte.

Ciò non significa che non c’è mai stato un lavoratore che avesse più ricchezza di qualcuno con un capitale, e ovviamente c’erano differenze tra i lavoratori.

Ma in generale, c’erano alcuni capitalisti che stavano effettivamente sorpassando i proprietari terrieri nel 1817, e non c’erano lavoratori che, in virtù del loro reddito, stavano sorpassando i capitalisti.

Quindi, in realtà, la distribuzione del reddito funzionale determina la tua posizione nella distribuzione del reddito interpersonale.

Tutto ciò è cambiato con l’evoluzione del carattere del capitalismo nel ventesimo secolo.

Ora scopriamo che in cima alla distribuzione del reddito ci sono persone con salari molto alti.

E non sto parlando di persone che ottengono, ad esempio, diverse stock option.

 Sto solo parlando di persone che hanno redditi salariali elevati:

potrebbero essere amministratori delegati, oppure potrebbero essere medici di grande successo, lavoratori dell’Information technology, ingegneri o altro.

 E d’altra parte, ci sono persone che accumulano grandi redditi e poi usano quel reddito per risparmiare e investire, o forse hanno effettivamente ereditato molta ricchezza dai loro genitori.

In ogni caso, finiscono per avere grandi risorse, che in realtà consentono loro di guadagnare un bel po’ di soldi quando investono.

Queste stesse persone sono anche altamente qualificate, il che gli fornisce anche un importante reddito da lavoro.

Ancora una volta, siamo davanti un fenomeno inedito.

Nei dati degli Stati uniti, vediamo che dal 1980 a oggi, se si prende il 10% più ricco della fascia di reddito, circa un terzo di queste persone è sia nel 10% più ricco per reddito da lavoro che nel 10% più alto per reddito da capitale.

 Non accadeva in passato.

 Negli anni Settanta solo il 15% delle persone era nel decimo percentile sia per il reddito da lavoro che per il reddito da capitale;

quella cifra è ora raddoppiata.

Questo è il caso di diversi paesi.

Non tutti ovviamente: in America Latina, Messico e Brasile, ad esempio, non c’è questa sovrapposizione, perché questi sono paesi capitalisti più standard con capitalisti di successo che non lavorano.

Ora, la domanda interessante relativa a tutti questi dati è: cosa succede?

Vale a dire, cosa succede quando quasi il 100 per cento delle persone che si trova nel decimo percentile massimo del reddito da lavoro è anche in quello massimo dei grandi proprietari capitalisti?

Ancora una volta, questa è una situazione totalmente nuova nella storia. In una certa misura, si può dire che è un miglioramento, perché non abbiamo un’associazione automatica tra capitale e ricchezza e lavoro e povertà.

Ma d’altra parte, diventa una società in cui tutti i beni sono nelle mani di un gruppo di persone.

 E quel gruppo di persone trasmette queste risorse alla generazione successiva. Quindi penso che sia molto interessante chiedersi se le tendenze attuali potrebbero portare a una società ancora più segmentata e stratificata di quella che abbiamo ora.”

Di recente hai messo in dubbio la tendenza del Premio Nobel a trascurare gli economisti che lavorano al di fuori del canone della teoria economica accettata. Puoi dire qualcosa sulla professione e la disciplina dell’economia?

Chi sono gli economisti che non hanno avuto il giusto ascolto nell’analisi economica mainstream?

 

“Quella discussione è iniziata con un piccolo tweet, e poi ovviamente è esplosa.

Di recente ho letto un libro eccellente di Avner Offer e Gabriel Söderberg, “The Nobel Factor”, che ripercorre tutta la storia del Premio Nobel.

È come leggere la storia di famiglie ricche: in fondo tutto inizia con il crimine e il saccheggio.

Il Premio Nobel – che in origine non era il Premio Nobel – era assegnato dalla Banca Centrale Svedese.

 L’idea alla base del premio era che avrebbe rafforzato l’indipendenza della Banca centrale contro la governance socialdemocratica.

 Non c’è mai stata questa idea del Premio Nobel per come lo conosciamo:

era fondamentalmente un premio di destra che avrebbe dovuto rafforzare quella posizione politica contro il governo.

Alla fine, la Banca nazionale svedese ha concesso al Comitato Nazionale Nobel il permesso di investire in alcuni strumenti finanziari.

Per farla breve, il Comitato Nazionale è stato corrotto.

Ma lasciando da parte l’origine del Premio Nobel, se si guarda ai grandi e significativi sviluppi a cui stiamo attualmente assistendo, tutto rimanda alla Cina.

Dopo la rivoluzione industriale, pure includendo il grande periodo di espansione economica statunitense, non c’è mai stato un evento di rilevanza economica come l’ascesa della Cina.

 Parliamo di più di un miliardo di persone che crescono al ritmo dell’8 per cento in quarant’anni.

Il punto è che, mentre assistiamo a quell’evento, non abbiamo nessun vincitore del Premio Nobel che sia stato in grado di capire cosa sta succedendo.

 Nessuno studia davvero la Cina.

È un po’ come se, alla nascita della rivoluzione industriale inglese, avessi trascurato Adam Smith, che stava discutendo della nascita della società commerciale e della crescita del capitalismo.

Questo è ciò che sta accadendo oggi nei dipartimenti di economia rispetto alla Cina.

Se hai la visione del mondo che il capitalismo coincide con l’economia, e tutto il resto non ha a che fare con la disciplina, significa che non pensi sia rilevante comprendere il sistema feudale, o il sistema romano, bizantino o greco e, per estensione, non ti importa della Cina prima del 1978.

L’unica cosa che ti interessa è l’Occidente degli ultimi trenta o quarant’anni. Qualsiasi altra cosa riguardante la storia economica, o diversi sistemi economici, è meglio rimuoverla.

La riduzione globale della diseguaglianza è essenzialmente il prodotto dell’ascesa dell’Asia, non solo della Cina, ma anche dell’India, dell’Indonesia e così via.

 Questa tendenza è in un certo senso l’immagine speculare di ciò che è accaduto durante la prima rivoluzione industriale, quando la diseguaglianza era aumentata perché l’Occidente era diventato molto più ricco del resto del mondo e l’aveva fatta crescere per tutto il diciannovesimo secolo.

 Con l’ascesa dell’Asia, abbiamo quasi un’immagine speculare di quegli eventi mondiali:

un’intera regione che è iniziata con livelli di reddito molto bassi diventando più ricca sta riducendo la diseguaglianza globale.”

Volevo proseguire ponendo una questione politica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente polarizzazione politica in molti paesi occidentali:

con i Gilets Jaunes in Francia, Donald Trump negli Stati uniti e Jair Bolsonaro in Brasile;

e a sinistra: con l’ascesa di Bernie Sanders e Podemos, la rivolta sociale nei paesi andini, soprattutto in Ecuador e Cile.

Come dici tu, il mondo è diventato globalmente meno diseguale, ma aggiungi anche che sta diventando sempre più diseguale in Occidente.

 Qual è la relazione tra la crescente diseguaglianza in Occidente e la polarizzazione politica?

 

“Non c’è dubbio che l’aumento della diseguaglianza, e certamente la stagnazione dei redditi della classe media, abbia a che fare con questa polarizzazione.

 Lo abbiamo visto molto chiaramente nelle ultime elezioni statunitensi:

la gente considerava Trump un rottame, ma ha raccolto più di 70 milioni di voti – non è stato tanto rottamato.

E quando guardi da dove provengono i voti, provengono da persone insoddisfatte, molte delle quali sono arrabbiate perché hanno visto l’1% più ricco o il 10% più ricco diventare sempre più ricco.

Come ho sostenuto in più occasioni, siamo di fronte a un processo di «disarticolazione» che si sposta verso nord.

 Stiamo scoprendo che in paesi come la Francia – dove la gente ha iniziato a scrivere sul fenomeno della disarticolazione negli anni Settanta – esiste una classe d’élite che è molto ben integrata nella globalizzazione e che in realtà non si preoccupa molto di quello che avviene nell’entroterra.

A mio avviso, una cosa simile sta accadendo negli Stati uniti: è diventata una lotta tra la classe superiore e l’entroterra.

Quindi, penso che questa polarizzazione politica sia il risultato della maggiore diseguaglianza, della globalizzazione e della mancanza di interesse da parte dell’élite per ciò che sta accadendo alla classe media.

Le soluzioni, purtroppo, non sono immediate, ma penso che ci siano alcune politiche che la sinistra può perseguire nel tentativo di non continuare a perdere terreno rispetto alla destra e alle tendenze plutocratiche dei Trump del mondo.”

 

Ciò porta alla mia prossima domanda, che riguarda la globalizzazione e le sovranità frammentate.

Hai affermato che invece di cercare di tornare agli anni d’oro dell’era di Bretton Woods, la sinistra dovrebbe lavorare per formare un nuovo tipo di internazionalismo che fornisca una risposta efficace alla globalizzazione.

 Come pensi che sia possibile?

Quello che voglio dire è, al di là della retorica della solidarietà internazionale, qual è il concetto di sovranità alla base della tua visione?

 

“Questa è forse la grande domanda e non so se posso renderle giustizia.

Inizierei rispondendo in senso negativo:

credo che questo struggimento per l’età d’oro del capitalismo o per” Les Trente Glorieuses” sia totalmente sbagliato, perché le condizioni oggi sono completamente diverse.

 Penso anche che sia abbastanza chiaro a tutti che quel periodo non può tornare.

Ma ancora, troviamo persone di sinistra che in realtà sono a favore della limitazione dell’immigrazione o a limitare il deflusso di capitali, il che è difficile perché entrambi implicano un ridimensionamento della globalizzazione, il che avrebbe l’effetto di ridurre i redditi globali.

Penso che queste misure reazionarie siano dannose e dobbiamo guardarci da un certo impulso anti-internazionalista.

Finché ci sarà un’enorme differenza di salari tra i ricchi paesi occidentali e quelli in Asia o in Africa, le forze di fondo del capitalismo saranno sempre dalla parte della globalizzazione.

 Penso che la difficoltà fondamentale qui sia che la sinistra si è sentita molto a suo agio, per ragioni storiche, nel lavorare entro i parametri dello stato nazionale, proclamando anche una sorta di solidarietà retorica con altri popoli.

 Ma ora abbiamo un problema in cui i poveri vogliono trasferirsi nelle nazioni in cui esiste uno stato sociale, e così facendo potenzialmente minano la posizione dei lavoratori autoctoni.

Quindi c’è un vero conflitto: chi rappresenti e come puoi conciliare queste due cose?

Uno dei punti del mio libro attuale riguarda il modo in cui affrontiamo la questione della migrazione.

 Suggerisco di provare a trovare una sorta di soluzione di mezzo:

consentire ai migranti stranieri di entrare nel paese ma non dare loro un percorso diretto verso la cittadinanza.

Ciò ridurrebbe l’opposizione della destra alla manodopera straniera, perché vedrebbero il loro ingresso come una misura temporanea.

 Dovremmo davvero iniziare a considerare diverse opzioni con la migrazione, quelle che a volte vengono chiamate «forme graduali di cittadinanza», che sostanzialmente equivale ad avere diversi livelli di cittadinanza.

Oltre a ciò, alla fine del mio libro fornisco una serie di raccomandazioni: dobbiamo smantellare la proprietà del capitale, cosa che non può essere fatta in un giorno.

Il punto è questo: potremmo prendere molti dei vantaggi di cui godono ora i proprietari di grandi asset e darli a persone con asset molto modesti.

 Ciò includerebbe detrazioni fiscali o aliquote fiscali inferiori per i piccoli investitori, piani di partecipazione azionaria dei dipendenti, che potrebbero effettivamente essere collegati a una minore tassazione delle società fintanto che avremo più lavoratori coinvolti come azionisti della società.

Una seconda parte della mia proposta ha a che fare con l’eliminazione dell’istruzione estremamente costosa, che serve solo a mantenere e riprodurre le diseguaglianze sociali.

Ciò può essere fatto dando molti più soldi alle scuole pubbliche e tassando le scuole private e le loro dotazioni.

Infine, ci sono le classiche campagne sul lavoro: aumentare il salario minimo, cosa che molte città e stati negli Stati uniti hanno già fatto, creare diritti dei lavoratori molto più forti, inclusi i diritti sindacali, e così via.

Queste sono tutte misure che credo attirerebbero anche la classe media.

Ci saranno ancora problemi: avremo ancora il deflusso di posti di lavoro, perché le forze della globalizzazione sono ancora molto forti.

Se possono assumere qualcuno in Laos a un decimo dello stipendio degli Stati uniti, rimarrà un problema.

Ma possiamo iniziare a lavorare per migliorare la vita delle generazioni future.

Per la generazione che sta invecchiando adesso, possiamo iniziare a fornire sicurezza sociale e assistenza sanitaria adeguate in modo che possano vivere una vita ragionevole.

Poi i loro figli non rischierebbero di far parte di una sorta di sottoclasse crescente come negli Stati uniti.

Questo, credo, è il vero pericolo che dobbiamo affrontare: che in futuro avremo tre generazioni di persone senza un’istruzione sufficiente, senza un lavoro stabile e così via.”

 

Hai detto che la globalizzazione rimane più forte che mai. Alcuni sostengono che nell’era del Coronavirus stiamo assistendo a un’inversione delle economie globali integrate e delle catene del valore.

“Non sono d’accordo. Molte persone dicono che la pandemia significherà una completa inversione delle catene del valore globali.

Ovviamente, dobbiamo rivedere un po’ la nostra comprensione del mondo, perché il modello attuale non tiene conto del tipo di shock esterni al sistema rappresentati dal Coronavirus.

 Ma bisogna fare attenzione.

 Anche se guardiamo al conflitto tra Cina e Stati uniti, gli investimenti in Cina sono stati effettivamente più alti rispetto a prima della pandemia.

Il motivo è ovviamente che la Cina si è ripresa molto più velocemente di tutti gli altri.

Tuttavia penso che le forze alla base della globalizzazione siano così potenti che non possono essere semplicemente annullate da un giorno all’altro.

Finché ci sarà un’enorme differenza di salari tra i ricchi paesi occidentali e quelli in Asia o in Africa, le forze alla base del capitalismo saranno sempre dalla parte della globalizzazione.

L’unica cosa che potrebbe annullare questa tendenza sarebbe una convergenza globale dei redditi in cui scompare il vantaggio del lavoro all’estero a buon mercato.

 Ma ci vorrà molto tempo prima che ciò accada.”

 

 

 

Tornano i No Ponte: "Opera inutile

e impossibile, ci fermeremo solo

quando sarà cancellata dal futuro del nostro territorio"

messinatoday.it – Redazione – Antonello Fiore - (10 novembre 2022) – ci dice:

 

Con l'annuncio dei lavori voluti dal vice premier torna il movimento da sempre contrario alla realizzazione dell'infrastruttura.

Ecco le ragioni che trovano d'accordo anche il presidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale.

“Un’opera difficile che richiederebbe tempi di studio molto più lunghi di una legislatura a fronte di temi ben più urgenti, dal rischio desertificazione, politiche e azioni di adattamento ai cambiamenti climatici, alle rinnovabili per una transizione verde”.

 

Questo il pensiero di Antonello Fiore, presidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale, sull’eventuale realizzazione del Ponte sullo Stretto, ormai chiodo fisso del vicepremier Matteo Salvini salutato con soddisfazione dal centrodestra che lo considera ormai "cosa fatta".

Ma ci sono problemi, anche di carattere geologico e sismico, oltre che di priorità che non possono essere rimosse anche per chi lo considera "potenzialmente" utile. Fra questi proprio Fiore che all’Adnkronos ha spiegato come il Ponte resti un'opera difficile da realizzare.

"Non bisogna pensare solo alla campata tra un pilone e l’altro c’è anche la questione del collegamento della viabilità su gomma e su ferro che deve essere innestata sul ponte - spiega il presidente.

 Prima di passare ad una progettazione esecutiva vanno fatti approfondimenti di carattere sismico e ambientale anche sui materiali che varranno scalati durante il cantiere, uno studio complesso che non si può risolvere con una legislatura”.

Insomma, “dal punto di vista di una visione d’insieme non credo sia un’opera necessaria.

Ci sono questioni più urgenti ed importanti:

stiamo andando verso il rischio desertificazione, c’è il tema dell’adattamento al cambiamento climatico, quello dell’adeguamento sismico delle infrastrutture oltre che la questione di una transizione che permetta di contenere i consumi delle fonti fossili con tecnologie come l’eolico, il fotovoltaico, la geotermia a bassa entalpia.

Credo che si stia proponendo di spendere tutti i risparmi per comprare delle scarpe di lusso da indossare con un abito vecchio decenni e molto consumato”.

Ma la determinazione del governo non avrà vita facile.

 Nella città che dovrebbe ospitare la mega opera la rete No Ponte rinserra le fila.

E annuncia una ampia mobilitazione fino a quando "il Ponte sarà cancellato dal futuro del nostro territorio e si sarà affermato, definito, avviato lo sviluppo dei necessari interventi per la tutela del territorio, dell'ambiente, degli edifici e la costruzione delle strutture e infrastrutture in grado di creare lavoro vero e stabile in misura anche maggiore".

 

"Quasi 10 anni fa - si legge in una nota del Movimento - si era mandato in soffitta il progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto. 

In questi 10 anni non sono mancati i tentativi di riesumarlo, ma, sebbene a parole la quasi totalità del quadro politico si pronunciasse favorevolmente, nei fatti la promessa (la minaccia, per noi) di riprenderne l'iter è apparsa sempre più argomento da campagna elettorale che altro.

 Adesso il quadro sembra essere mutato.

L'investimento politico sul Ponte fatto dalla compagine uscita vincitrice dalle elezioni è tale per cui il neo ministro delle infrastrutture è stato obbligato a muovere fin da subito i primi passi in direzione dell’aggiornamento del progetto.

D’altronde, la convergenza tra Governo nazionale e Governi regionali calabrese e siciliano su questo tema sembrerebbe costituire una tempesta perfetta.

Il movimento No Ponte, ed i cittadini dell’area dello Stretto, con tante mobilitazioni ed iniziative di informazione, aveva contribuito a bloccare l’iter progettuale e l’avvio dei cantieri.

 Attraverso un’articolata combinazione di iniziative di piazza e di controinformazione sulla natura devastante e speculativa del Ponte sullo Stretto si era completamente ribaltato il consenso che inizialmente sembrava tutto a vantaggio della Grande Opera.

 Tutto ciò ha rappresentato una grande esperienza di partecipazione popolare a difesa del territorio e dell’ambiente.

 Non c’è alcun dubbio che il futuro diverso per il nostro territorio, immaginato dalle migliaia di partecipanti alle iniziative No Ponte, non ha trovato un quadro politico capace di accogliere quella richiesta e quelle proposte.

 La Grande Opera sembra, così, tornare come scelta per disperazione.

Tocca, dunque, a noi riprendere le mobilitazioni - continua il movimento. 

Tocca a tutti noi contrastare la disperazione che fa preferire la devastazione in cambio della promessa di posti di lavoro che non arriveranno mai.

Tocca a noi fermare il partito degli affari.

Tocca a tutti noi difendere il paesaggio dello Stretto.

Tocca a noi intraprendere un nuovo percorso di controinformazione.

 Spiegare, ad esempio, che non è per nulla vero che il progetto sia approvato e pronto, mancando ancora nel 2013 il parere del Ministero per l’ambiente, oppure dire agli abitanti dei milioni di mc. di materiali di scavo da smaltire e informare la popolazione che la campata unica più lunga al momento è di poco più di 2000 m. mentre questa sarebbe di 3.330.

Insomma, è il nostro un No ideologico o è il loro un Sì ideologico?

Abbiamo ripreso il cammino - concludono i no pontisti –

 Non ci fermeremo se non quando il Ponte sarà cancellato dal futuro del nostro territorio".

 

 

 

 

Liberalizzare il Coronavirus:

cosa pensano i virologi della nuova

direzione del governo sulla pandemia.

Open.online – Redazione – (29 OTTOBRE 2022) – ci dice:

 

Se Bassetti si dichiara più favorevole, Crisanti e Pregliasco non nascondono qualche timore.

E Abrignani ricorda le scelte passate.

Le diverse voci che compongono la comunità scientifica non hanno tardato a reagire rispetto all’ammorbidimento delle norme in materia di Covid stabilito dal nuovo governo Meloni.

Da un lato, c’è chi si rivela a favore dei cambiamenti introdotti dal nuovo ministro per la Salute Orazio Schillaci:

 come l’infettivologo Matteo Bassetti, che plaude alla decisione di abolire il bollettino quotidiano.

 «Io lo dico da un anno, il bollettino modello 2020 non ha più senso.

 Ormai mettiamo insieme le mele con le pere, con delle variabilità giornaliere legate al numero dei tamponi anacronistiche», dichiara in un’intervista al Il Fatto Quotidiano.

 Opinione diametralmente opposta a quella del microbiologo Andrea Cristanti, che dice:

«Francamente è l’ultima cosa che avrei eliminato.

Ogni diminuzione di informazione è di per sé negativa, a maggior ragione in un momento in cui si decide un cambio di passo.

Che senso ha?».

Bassetti e Crisanti: opinioni a confronto.

I due concordano invece sulla proroga sull’obbligo di mascherine in ospedali e Rsa:

«Dipende dal reparto, ma io manterrei l’obbligo per chi va a visitare un parente.

 La mascherina non difende solo dal Covid, ma da tutti i virus», dichiara Bassetti.

«Le mascherine servono a proteggere i fragili e gli anziani da un virus che non è affatto innocuo.

E in ospedale non ci sono forse molti fragili e molti anziani?», fa eco Crisanti.

Comunione di opinioni anche riguardo al «flop» della quarta dose: per entrambi è stato fatto un errore «nella comunicazione».

«Dovevamo chiamarla ‘dose di richiamo’», afferma Bassetti, mentre Crisanti aggiunge:

«si è generata un’eccessiva aspettativa in un vaccino aggiornato e migliore che non era ancora disponibile.

A volte gli errori si fanno eccome».

Ma le divergenze tornano a proposito dell’ipotesi di abolire tout court l’isolamento per gli asintomatici:

 se per Bassetti «è assurdo che chi ha un tampone positivo sia obbligato in ogni caso all’isolamento»,

 Crisanti ritiene che «offrirebbe solo un’opportunità al virus per trasmettersi».

«Bisogna arrivare a gestire il Covid come abbiamo sempre gestito tutte le altre malattie infettive.

 È il medico a decidere se puoi uscire o no, esattamente come per l’influenza: se hai 39 di febbre stai a casa, se no vediamo», aggiunge Bassetti.

Mentre riguardo la revoca delle multe ai “No Vax”, esprime la sua approvazione: «Le multe andavano riscosse nel 2021.

Un anno fa la sanzione era ragionevole, adesso francamente non lo è più, lo scenario è cambiato».

Pregliasco: «Sì alla normalità, ma non abbassiamo la guardia».

Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Istituto ortopedico Galeazzi e professore di Igiene Generale e Applicata all’Università degli Studi di Milano, invita alla prudenza:

 «Aspetterei a dire che possiamo pensare che sia archiviato il peggio», esordisce intervistato dal Quotidiano Nazionale, anche se «stiamo vivendo un momento di normalizzazione rispetto al virus».

«Oggi», spiega, «siamo davanti a una malattia che non è quella di prima, salvo nuove impennate di varianti strane, ma ora molto è da affidare alla responsabilità dei singoli».

Dunque, aggiunge, «i provvedimenti, molti dei quali divisivi, che sono stati

presi in fase emergenziale adesso non servirebbero davvero più, perché il virus è cambiato e perché la popolazione è più protetta». A suo dire, dobbiamo dunque perseguire una transizione verso la normalità, ma

«ovviamente non abbassando la guardia.

 E procedendo a una vaccinazione raccomandata per i soggetti fragili e a rischio».

Vaccinazione che a suo dire dovrebbe compiersi a cadenza annuale, come per l’influenza.

 «I vaccini hanno fatto in modo, arrivando all’81% della popolazione, che la situazione restasse sotto controllo, ma non penso si possa obbligare la popolazione a vaccinarsi ogni 4/6 mesi».

Abrignani e il bilancio sulle scelte passate.

Anche l’immunologo Sergio Abrignani, intervistato dal Corriere della Sera, si esprime riguardo la nuova rotta impressa dal ministero della Salute.

A cominciare dalla citata questione dei bollettini quotidiani:

 «Sono d’accordo sull’inutilità di renderlo accessibile all’opinione pubblica.

Quell’elenco di dati serve però ai tecnici, all’Istituto Superiore di Sanità, per continuare a monitorare l’epidemia.

 Se poi vogliamo pubblicarlo settimanalmente va benissimo», commenta.

Abrignani, che ha partecipato al lavoro del “Comitato tecnico scientifico” con il governo Draghi, respinge la tesi secondo cui in Italia sarebbero state imposte misure troppo restrittive.

 «L’Italia ha adottato misure simili o addirittura meno pesanti rispetto ad altri paesi che ci sono venuti dietro prevedendo lockdown e obbligo di Green pass.

 Mi riferisco a Germania, Francia e Spagna, per citare solo quelli dell’Unione europea», afferma.

 E aggiunge: «Nonostante i divieti, il costo pagato sul piano delle vittime da noi è stato indubitabilmente molto alto.

E se non avessimo chiuso il Paese il bilancio sarebbe stato molto più doloroso». Alla domanda riguardo le decisioni prese in passato e alla loro base scientifica, se

fosse sufficiente o meno con il senno di poi, Abrignani ribatte:

«Bisogna calarsi nel contesto della situazione di allora (…).

Siamo stati i primi in Europa ad essere travolti dall’ondata, mancavano modelli di riferimento».

 Parole che richiamano quelle di Bassetti.

Che in merito al vaccino per gli under 12 afferma:

 «In quel momento era uno strumento necessario anche per i ragazzi.

Anche ciò che oggi può sembrarci sbagliato deve essere riportato al contesto del maggio-giugno 2021.

 È inutile e sciocco processare il passato».

 

 

 

La Narrazione Pandemica

perde le Colonne Portanti.

Conoscenzealconfine.it – (22 Gennaio 2023) - il Simplicissimus -Redazione – ci dice:

 

C’è una qualche speranza che la verità alla fine rompa la crosta di omertà e di ottusità che tiene nascosta la più pericolosa azione sanitaria di tutti i tempi.

Chi legge questo blog (il Simplicissimus) sa quanto sia scettico sulla possibilità che si diradino le nebbie che avvolgono la narrazione pandemica e quella vaccinale, vista la potenza degli autori e la grande estensione delle complicità.

Tuttavia, forse c’è una qualche speranza che la verità alla fine rompa la crosta di omertà e di ottusità che tiene nascosta la più pericolosa azione sanitaria di tutti i tempi, collegata però a obiettivi di scasso politico e sociale che, se possibile, ne hanno aumentato la potenzialità letale negli ultimi tempi:

 infatti, negli ultimi tempi sono aumentati gli allarmi sui famigerati effetti avversi e si sono moltiplicate le ricerche che dimostrano il ruolo negativo dei sieri genici sul sistema immunitario, provocando perciò una maggiore debolezza verso le infezioni, compresa quella da coronavirus, oltre a tutta una serie di studi sulle conseguenze cardiovascolari di questi pseudo vaccini.

Gli stessi organismi di controllo che hanno abdicato ancora una volta al loro ruolo – prima avallando l’operato delle multinazionali farmaceutiche e i loro studi clinici falsati, per poi partecipare alla lapidazione di chi voleva vederci chiaro – stanno cominciando una marcia indietro.

Per esempio, il CDC americano comincia ad ammettere che qualcosa non ha funzionato e ora sostiene che i dati raccolti sul vaccino Pfizer contro il covid 19, meritano un’indagine sui potenziali rischi di ictus per le persone di età pari o superiore a 65 anni.

E poi i documenti segreti di Twitter dimostrano come sia stata attuata una vera e propria congiura del silenzio sui vaccini, mentre ancora CDC e FDA cominciano ad ammettere una correlazione fra tra sieri genici e ictus.

Siamo ancora molto distanti dalla verità e dall’onestà, ma si intuisce il cambio di rotta, quasi che abbiano capito che non si può mentire su tutto per sempre e in fondo qualche piccola ammissione potrebbe smorzare le conseguenze e l’indignazione.

 

Tuttavia, il segnale in assoluto più chiaro da questo punto di vista, sono le dimissioni inaspettate e improvvise di Lothar Wieler, capo del “Robert Koch Institut”, organismo alla testa della politica sanitaria in Germania  che è stato anche il maggiore bastione della pandemia e a questo proposito ricordiamo che alcuni ricercatori di questo istituto furono pagati dal governo tedesco nella primavera del 2020 affinché presentassero le previsioni più pessimistiche sulla diffusione e gli effetti del coronavirus.

Wieler, che non è medico, ma veterinario, aveva esordito nel gennaio del 2020 sostenendo che “Il pericolo del Covid-19, è molto basso”, ma poco tempo dopo, opportunamente istruito sulla necessità di trasformare una sindrome influenzale in peste, disse l’esatto contrario, ovvero che

“Le regole non vanno assolutamente messe in discussione: distanza, igiene delle mani, e dove non possiamo mantenere la distanza, mascherine giornaliere aggiuntive.

Questo vale per dentro e fuori. Questa è la base.

Questo dovrebbe essere e non dovrebbe mai più essere messo in discussione”.

In seguito si è sempre scrupolosamente attenuto alla modalità di assoluta obbedienza anche per quando riguarda i vaccini.

Il suo era un terrorismo quasi giornaliero e anche nel dicembre 2021, quando il debole Omicron aveva già preso il sopravvento, Wieler disse:

“Le previsioni sono super cupe” chiedendo “massime restrizioni di contatto”.

Del resto il personaggio aveva trascorso un anno sabbatico presso il “Wellcome Sanger Institute”, emanazione diretta di una grande multinazionale del farmaco e nel 2020, ha presieduto il comitato dell’Oms per la revisione del “Regolamento Sanitario Internazionale”, vale a dire quello che nei mesi scorsi ha rilanciato l’idea di una “dittatura internazionale” sotto spoglie sanitarie.

Oggi se ne va via in tutta fretta, ma molti dubitano che si sia tratti di vere e proprie dimissioni, e pensano che sia stato insistentemente consigliato ad andarsene, nell’ambito di un’operazione tesa a far sparire dalla circolazione mediatica i volti più noti dell’accanimento pandemico e vaccinale, nella speranza di un passaggio morbido verso verità che ormai buca il sipario.

In particolare, il “Robert Koch” ha fatto di tutto, assieme ad altri consessi di controllo della sanità, per cercare di smentire i dati delle aziende assicuratici che parlano di un forte aumento delle morti improvvise contemporanee alle campagne vaccinali, adducendo pretestuose ragioni statistiche che non hanno convinto nessuno.

Si può sperare che tutte queste ritirate strategiche riflettano le difficoltà della “cupola di potere”, a cui dobbiamo tutta la narrazione pandemica, nonostante la potenza di fuoco di cui dispone.

(il Simplicissimus- ilsimplicissimus2.com/2023/01/15/la-narrazione-pandemica-perde-le-colonne-portanti/)

 

 

Il gender è un’ideologia?

Per Sharon James sì.

Locicommunes.it – Antonio Rocca – (26 luglio 2022) – ci dice:

 

Il gender è ancora un tema “caldo” nella società contemporanea.

Il libro di Sharon James,” Ideologia del Gender”.

Cosa devono sapere i cristiani?

Caltanissetta, Alfa & Omega 2022”, è un’utile mappa per orientarsi sulle principali questioni sollevate dalla discussione su identità sessuale e identità di genere.

L’Autrice è conosciuta in Italia per aver partecipato alla edizione delle Giornate Teologiche dell’Istituto di Formazione Evangelica e Documentazione di Padova del 2006 su “Fede e femminilità” e per essere l’autrice di vari libri, tra cui quello tradotto in italiano Il piano di “Dio per la donna” (2014).

 Questo ultimo libro è di grande attualità perché affronta un tema molto sensibile. 

L’A. esamina i presupposti ideologici con competenza ed acume.

 L’autorevolezza di questo testo si evince da come illustra con chiarezza la visione biblica dell’essere umano e della sessualità e la mette a confronto con quella dell’ideologia del gender.

 Risultano utili le indicazioni di altre risorse per approfondimenti poste alla fine del libro.

 Tra queste è segnalato il fascicolo “Genere/Gender”, Studi di teologia – Suppl. N. 13 (2015).

Il tema del gender è esposto in 7 capitoli.

Senza mezzi termini, la James afferma con chiarezza che la teoria gender è una menzogna (p.52) e in vari modi motiva la sua valutazione.

Essa nega l’evidenza biologica ed antropologica di base di ogni essere umano.

È una falsa teoria perché nega il millenario dato storico che definisce l’uomo e la donna, padre e madre, maschio e femmina;

perché attacca la famiglia costituita da un uomo ed una donna;

perché nega la complementarietà della visione binaria dei sessi (pp.52-53);

perché afferma che il cambiamento di sesso con intervento chirurgico faccia cambiare effettivamente sesso mentre, in realtà, il DNA della persona resta sempre maschile o femminile e, pertanto, la persona sarà profondamente diversa benché abbia acquisita una nuova apparenza esteriore, perché fisiologicamente e psicologicamente resta sempre quella che era in origine (p.73).

Per capire il sesso e il genere, c’è bisogno di rifarsi al buon disegno del Creatore, come indicato dalla Bibbia (p.74).

L’A. ritiene che il creato intero, nonostante sia stato danneggiato dal peccato, conservi ancora i tratti indelebili dell’opera del Signore, il quale, nonostante tutto, ha provveduto alla sua redenzione e restaurazione in Gesù Cristo (pp. 76-77). 

Da dove nasce questa teoria?

Essa è frutto della rivoluzione sessuale e culturale che è giunta fino a noi, proseguendo nel suo scopo destabilizzante attraverso input di personaggi del passato e più moderni ben noti, quali S. Freud, W. Reich, K. Marx, A. Gramsci, per citare quelli forse più noti, (pp. 55-70), nonché il movimento femminista. Le lobby internazionali che sostengono la teoria gender sono riuscite a condizionare molte nazioni occidentali ottenendo provvedimenti legislativi attraverso i quali si può essere condannati con l’accusa di omofobia se non ci si allinea con il pensiero gender.

Il gender, ritenendo che l’orientamento sessuale sia una costruzione sociale, culturale e religiosa, negando il dato oggettivo scientifico e biblico, si fonda sui presupposti labili del soggettivismo, dell’autonomia e di un’esasperata autostima.

La teoria prospetta la libertà sessuale individuale, sostenendo che con essa si possa realizzare il vero significato dell’esistenza umana.

Ritenendo che Dio sia “morto”, come ha affermato F. Nietzsche, (p.82), consegue che ognuno possa fare quel che vuole senza dover dare conto ad alcuno, vivendo liberi da ogni legame, da ogni senso di peccato e di colpa.

 La persona è al centro ed è l’artefice della propria esistenza.

A ben guardare il gender, con riferimento a quel che presume di offrire e realizzare, si presenta come un falso vangelo, in quanto falsa buona notizia.

Ben altra cosa è il Vangelo del Signore Gesù Cristo.

 Dunque il gender vorrebbe essere l’alternativa, la nuova rivoluzione sociale, culturale e sessuale e, per imporre il suo nuovo ordine, si rivolge alle persone adulte di qualsiasi ambiente, ma anche ai bambini, mettendo il bavaglio a coloro che la pensano diversamente da loro.

Esso chiede ed ottiene la modificazione libri scolastici, delle favole, dei cartoni animati, film, nonché nuovi orientamenti della didattica.

James conclude il suo libro con una domanda: “Come dovemmo rispondere?” (p.117).

 La risposta è:

“Un richiamo al rispetto” e lo fa elaborando brevemente 10 punti:

rispetto per la dignità umana, rispetto per “l’ecologia” dell’umanità, rispetto per la vocazione dei medici a non nuocere, rispetto della vulnerabilità dei bambini, rispetto dei diritti dei genitori, rispetto della privacy e della sicurezza di donne e ragazze, rispetto della libertà di parola, rispetto della testimonianza di coloro che rimpiangono la propria transizione, rispetto della verità, rispetto del nostro Dio creatore.

 Indubbiamente il gender è una grossa sfida per tutti e non si può far finta che non ci sia.

(Antonio Racca)

 

 

 

 

 

La teoria gender

esiste eccome.

Ilfoglio.it - GUIDO VITIELLO – (24 LUG. 2021) – ci dice:

    

Affermare che “la teoria gender non esiste” fa parte del frasario essenziale per non essere linciati in società.

Ma è così? Storia di un’ideologia e di un dibattito pubblico drogato da pazzie simmetriche.

–La teoria gender non esiste.

– La teoria gender non esiste anche a lei, signora!

Suona come una delle tragedie in due battute di Achille Campanile, ma in realtà vuol fare il verso a una vignetta dei primi anni Novanta (di Altan, assicurano le mie fonti) in cui due tizi si scambiavano come saluto “Il comunismo è morto”, che era uno dei tormentoni dell’epoca.

 “La teoria gender non esiste”, proseguono di solito questi bei conversari, “esistono semmai i gender studies, o studi di genere, i quali non sono altro che un campo di ricerche accademiche”;

“Non lo dica a me, signora cara, sappiamo bene che la teoria gender – anzi, perfino l’ideologia gender: cosa capita di sentire! – è un fantoccio cospiratorio, uno spauracchio creato dal Vaticano e da reazionari assortiti”.

Come dar torto ai nostri due cerimoniosi interlocutori?

È vero, la formula “teoria gender” è ideologicamente iper connotata.

Ci arriva spesso per bocca di certi “Garrule arronzanti “che alludono a un disegno capillare di sovversione dell’ordine naturale, di distruzione della famiglia tradizionale e di corruzione dell’infanzia e della gioventù.

Chi la usa, sia pure incidentalmente – buon ultimo Matteo Renzi –, si attira il legittimo sospetto di strizzare l’occhio a quella parte del mondo cattolico e della destra conservatrice che ne ha fatto il proprio bersaglio polemico fin dagli anni Novanta.

“La teoria gender non esiste” fa parte ormai del frasario essenziale per passare inosservati in società, dove per inosservati deve intendersi, oggi, non linciati sui social network.

La ripetono a ogni occasione gli attivisti, com’è naturale, ma l’eco si propaga in cerchi via via più ampi, al punto che ci si aspetta di sentirla pronunciare da chiunque faccia causa comune con il progresso.

Eppure, qualcosa non mi torna.

Com’è che avverto in quel mantra, sotto l’apparenza della ragionevolezza, una nota insidiosamente falsa?

Che siano residui di propaganda papalina tenacemente incrostati sulla mia coscienza laica di vecchio pannelliano?

Per togliermi il dubbio, ho letto un pamphlet molto informato e competente sul tema, “La crociata ‘anti-gender’ dal Vaticano alle “manif pour tous” (Kaplan, 2018) dei sociologi Sara Garbagnoli e Massimo Prearo, che si presentano fin dalla prima pagina come studiosi militanti.

Se ne scrivo qui è perché mi pare un magnifico esempio di una distorsione sempre più comune delle nostre guerre culturali:

 in breve, gli autori mostrano di avere una visione acutissima dei trucchi retorico-ideologici usati dal nemico, ma sembrano ciechi come talpe rispetto agli stratagemmi della propria parte, che sono non di rado perfettamente speculari – la vecchia storia delle due bisacce di Esopo.

Ma a questo arriveremo in coda.

Analizzando lo scenario italiano e quello francese, Garbagnoli e Prearo ricostruiscono diligentemente la storia, gli usi retorici e le funzioni ideologiche di sintagmi come “teoria del gender”, “ideologia del gender”, “genderismo” o (sbrigativamente) “gender”.

Si tratta, dicono, di etichette fasulle e di pseudo-concetti.

 Non esiste nessuna “teoria gender”, calco infelice di “gender theory”, esistono semmai diverse teorie di genere, spesso in conflitto l’una con l’altra.

Quando si parla di questo campo al singolare – peraltro riducendo tutto a Judith Butler – si rende invisibile “la ricchezza e la diversità delle molte teorie anti essenzialiste che lo attraversano”.

L’obiezione, per quanto corretta, non mi pare decisiva.

Pur lasciando stare Hegel (“c’è un partito soltanto quando esso ha in sé la divisione”), è chiaro che un appunto simile lo si può muovere solo da una posizione tutta interna agli studi di genere.

 L’osservatore estraneo, scettico o apertamente ostile darà poco peso alle distinzioni e molto ai lineamenti comuni.

 Vale per tutte le teorie, per tutte le ideologie, per tutte le dottrine, perché mai non dovrebbe valere solo per questa?

Chi detesta il liberalismo non si appassionerà alle controversie dottrinarie tra Hayek, Friedman e Nozick, perché gli sembreranno viziate da un gigantesco errore di fondo, che chiamerà appunto l’ideologia liberale.

 Il vituperato liberale, dal canto suo, non avrà bisogno di fare il sottile tra leninisti, maoisti, operaisti e post-operaisti per sapere che si tratta di cinquanta sfumature di comunismo.

Al non cristiano non interesseranno più di tanto le dispute sul filioque o sulla transustanziazione, o gli antichi e mai sopiti diverbi tra agostiniani e pelagiani, se il cristianesimo in blocco gli pare un’impostura;

a chi respinge l’omeopatia poco importa delle differenze tra scuole uniciste classiche e scuole complessiste. Eccetera.

 Allo stesso modo, chi rifiuta alla radice il presupposto “anti essenzialista” comune alle diverse teorie di genere femministe e queer – che lo faccia in nome della biologia, della teologia, di un’antropologia filosofica o di vari dosaggi di questi tre ingredienti – non si vede perché non debba riferirsi alle diverse sottofamiglie con una parola unica.

Anche studiosi non clericali – la filosofa Bérénice Levet, lo storico della scienza Jean-François Braunstein – difendono la legittimità di riferirsi a una “théorie du genre” come termine ombrello, e non accettano lo stigma di oscurantismo associato all’espressione, che di fatto la lascia in comodato d’uso alla sola destra cospirazionista.

Il mio ragionamento filerebbe in teoria, ma pecca di ingenuità, perché non è in questo senso rigoroso che l’espressione circola nel nostro dibattito pubblico drogato, dove una versione tagliata male di “teoria gender” è spacciata più o meno come “lobby gay” (provocando gli stessi effetti allucinogeni).

 I crociati anti-gender, dicono Garbagnoli e Prearo, non prendono di mira, per esempio, l’anti essenzialismo – che sarebbe un comun denominatore corretto – ma costruiscono una creatura mitologica, il Gender, che possa meglio spaventare il gregge dei fedeli, e contro cui sia più facile aggiustare la mira.

Verissimo, ma allora dobbiamo concludere che il Gender è un po’ come il mastino dei Baskerville del romanzo di Sherlock Holmes:

non esiste in quanto mostro demoniaco venuto dall’inferno, certo, esiste però in quanto cane terrestre, spalmato di una mistura luminescente a base di fosforo per renderlo più terrificante.

E allora la domanda essenziale diventa un’altra:

il Vaticano ha cosparso di fosforo il cane giusto, o va a caccia di strane chimere da bestiario medievale?

Su questo non sembra esserci dubbio: “La nozione di genere suscita a ragione le ire del Vaticano”, tagliano corto i due sociologi, che riconoscono alla Chiesa “una lucida consapevolezza della portata sovversiva del concetto di genere”, perché “il genere è uno strumento teorico che veicola una visione del mondo diametralmente opposta a quella difesa dal Vaticano”.

 A naso, sembrerebbe proprio la descrizione di un’ideologia.

 Non un complotto beninteso, non il disegno di un nuovo ordine mondiale, non una lega massonica occulta, ma un’ideologia (che però, come sappiamo dai convenevoli d’esordio, non esiste per petizione di principio).

Prima di correre a questa conclusione impopolare, c’è un’ipotesi di riserva di cui tener conto:

che le teorie di genere siano solo la voce attuale del progresso in senso lato scientifico, che siano un punto più avanzato della conoscenza laica, e che la Chiesa si opponga al loro trionfo come si è opposta (e in parte ancora resiste) all’evoluzionismo.

 In realtà, però, quel che gli autori, e con loro molti altri, contestano al Vaticano non è tanto di sostenere teorie smaccatamente antiscientifiche (l’unico accenno incidentale, nel libro, riguarda il determinismo biologico, che sarebbe stato dimostrato falso dalle “sociologhe della scienza femministe”, cosa di cui mi permetto di dubitare), quanto di animare “una politica sessuale controrivoluzionaria che si oppone alle trasformazioni emancipatrici della democrazia sessuale”.

 Quella della Chiesa è una reazione alla “rivoluzione femminista e LGBTQI”, una duplice lotta che gli autori vogliono contribuire a far avanzare:

“L’una e l’altra aspirano a polverizzare il sistema di pensiero naturalista ed essenzialista e le strutture economiche e sociali attraverso cui, in un gioco di complicità implicita, l’uno sostiene e perpetua le altre”.

 Lettori miei, se non è un’ideologia questa – ideologia: “Il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali (o comunque delle finalità che costituiscono il programma) di un partito, di un movimento politico, sociale, religioso e sim.” – corriamo tutti a bruciare i dizionari, nella fattispecie il Treccani.

Garbagnoli e Prearo riconoscono che è in atto uno scontro essenzialmente politico tra visioni del mondo contrapposte.

E io dico che per il bene di tutti, anche di noi osservatori non arruolati, sarebbe il caso che lo si combattesse a viso aperto, cavallerescamente, senza mimetizzarsi con il camouflage del debunking per rendersi invisibili all’esercito nemico.

Ma allora perché uno dei due campi, così solerte nel demistificare gli illusionismi retorico-ideologici del nemico, ci tiene a nascondere la propria natura ideologica – anche nel senso neutro o positivo del termine – e s’indispettisce tanto se le affibbiano l’etichetta un po’ rozza di “ideologia gender”?

 Se i movimenti femministi e LGBTI, malgrado le dispute dottrinarie, marciano in una direzione condivisa e verso una meta comune, se le loro teorie “costituiscono delle vere e proprie armi intellettuali e politiche che hanno per obiettivo, esplicitamente rivendicato, di mettere fine al mondo sessista e omo lesbo bi transfobico”, c’è da stupirsi che gli avversari se ne accorgano e ne traggano le conseguenze?

E perché i gender studies sono presentati, quando fa comodo, come un circoletto universitario su cui degli invasati religiosi elaborano strane paranoie, salvo poi, quando fa comodo il contrario, raffigurarli come l’avanguardia intellettuale di una rivoluzione politica, antropologica e sociale che saldando le elaborazioni accademiche alle lotte minoritarie punta a scardinare il patriarcato, il capitalismo, il nazionalismo fondato sulla famiglia, il razzismo, le gerarchie intersezionali del dominio, a “minare il senso comune etero normativo, e le strutture economiche e ideologiche su cui si fonda”?

Gli autori accusano il Vaticano di “euforizzare” le proprie posizioni – di presentarle cioè come semplici, di buon senso, autoevidenti e supportate da una biologia fatta coincidere opportunamente con il magistero;

e la loro critica sarebbe da tenere in conto, se non fosse che poi presentano gli strumenti teorici forgiati nel laboratorio dei gender studies come semplici “lenti” che consentono di vedere realtà incontrovertibili, e alla cui adozione si può “resistere” solo per fini poco nobili di conservazione del potere, per una cecità deliberata, perché “coloro che si oppongono al genere come concetto, sono proprio i difensori del genere come sistema di dominazioni” (una bella prigione circolare, schema che gli americani chiamano Kafka-trapping: se rifiuti la mia teoria, indirettamente la confermi).

 

Qualcuno dovrebbe scrivere un pamphlet gemello sulle strategie argomentative dei movimenti femministi e LGBTQI.

Probabilmente finirebbe per constatare che si servono di espedienti non diversi da quelli che contestano così acutamente al nemico:

 euforizzare le proprie posizioni, dicendo per esempio che le “teorie di genere” non fanno che registrare fenomeni reali e inoppugnabili; deformare le posizioni rivali, con accuse automatiche e più o meno casuali di omotransfobia; costruire infine il comodo fantoccio di un Reazionario Collettivo – l’Anti gender – in cui infilare cattolici, fascisti, conservatori, biologi essenzialisti, sessuologi e psicologi dissidenti, illuministi recidivi, studiosi raziocinanti che obiettano ai pasticci teorici e ai difettivi sillogismi della “gender theory”, e infine le diaboliche femministe trans-escludenti o terf.

Tutti arruolati come “compagni di strada” onorari (quando non proprio utili idioti) di una crociata orchestrata dal Vaticano.

 

Ora che ci penso, mi ero già imbattuto in un’ideologia che si nega come tale e che appone questo marchio soltanto al nemico.

Era in una vecchia pagina di Roger Scruton sulla derivazione della nozione foucaultiana di “episteme” da quella marxiana di “ideologia”:

“Poiché la teoria delle classi sociali è una scienza autentica, il pensiero politico borghese è ideologia.

E poiché la teoria delle classi sociali rivela il pensiero borghese come ideologia, deve essere scienza.

Siamo entrati nel cerchio magico di un mito della creazione”.

– L’ideologia gender non esiste.

– Chi si rivede! L’ideologia gender non esiste anche a lei, signora!

 

 

LA STRADA VERSO L’INFERNO.

Gruppolaico.it – (13 agosto 2022) – Redazione – ci dice:

 

(Carl Marx: La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni).

Difesa della salute: buona intenzione. Difesa dell’ambiente: buona intenzione. Difesa del clima: ottima intenzione. Risparmio energetico: buona intenzione.

 Facilitazione digitale per tutti: grande intenzione.

Tutte ottime intenzioni.

Ma poiché queste “buone intenzioni” sono quelle dei gestori criminali del piano criminale globale chiamato Grande Reset… poiché sono gestite da Big Money, Big Pharma, Big Tech e dai governi locali loro complici che stanno distruggendo Costituzioni e Diritti e Libertà… allora queste “buone intenzioni” sono il lastricato per la strada non verso un mondo migliore e più umano ma verso l’inferno.

 Il buon vecchio Marx aveva ragione.

Perché uno che è animato da malvagità e da sete di potere e profitti non può avere “buone intenzioni” (anche se appaiono tali) che siano veramente buone.

 Lo capisce anche un pesce rosso. Ma non certamente un covidiota.

Perché le “buone intenzioni” gestite dalla dittatura dei banchieri sono solo funzionali, attraverso tirannie istituzionalizzate ed economie a beneficio dell’1% dell’umanità (loro), alle intenzioni e agli interessi dei banchieri.

Lo capisce anche un bradipo. Ma non certamente un covidiota.

Perché un cartello di banche centrali, con sede nella City di Londra, perché le Tre Piovre (i tre più grandi fondi d’investimento, leggi: (gruppolaico.it/2022/07/02/le-tre-piovre/) con sede negli USA, hanno elaborato, attraverso il WEF, un’Agenda 2030 con 17 “buone intenzioni” che hanno solo la “buona intenzione” di costruire una “nuova normalità “, un’umanità di sottomessi e addomesticati.

Lo capisce anche una vespa. Ma non certamente un covidiota.

Gli articoli che seguono sono un campionario delle loro “buone intenzioni”, di cosa nascondono le loro “buone intenzioni” ( come trovate in centinaia di articoli)).

Meditate, gente, meditate…

E rileggete: Il Grande Reset. La Grande Risistemazione.

Clima: il nuovo "covid"… Meditate, gente, meditate… E rileggete anche : Verso la dittatura digitale .

Smart city: una città di schiavi…

L’inferno è servito.

Gli idioti che ancora hanno paura dello pseudo-virus e che vanno in giro imbavagliati e si faranno, come si sono fatti, tutti i vaccini governativi ( divenendo i primi complici del Grande Reset) forse dovrebbero imparare ad avere più paura dell’inferno che ci aspetta.

Lo capisce anche una vongola. (GLR)

 

 LA QUESTIONE DEI “NON VACCINATI” (RIVISITATA).

Il 1° settembre 1941, il capo della sicurezza del Reich Reinhard Heydrich, uno dei nazisti più fanatici e criminali, aveva emanato un decreto, ormai famoso, in cui si ordinava agli Ebrei al di sopra dei sei anni di indossare in pubblico un distintivo identificativo.

Il distintivo ebraico, una stella di Davide gialla con la parola “ebreo” incisa all’interno della stella, aveva lo scopo di stigmatizzare e umiliare gli Ebrei e veniva usato anche per segregarli e per monitorare e controllare i loro movimenti.

Nulla di tutto ciò sta accadendo attualmente, soprattutto nella “Germania Nuova Normale”.

Ciò che sta accadendo attualmente nella “Germania Nuova Normale “è che i fascisti fanatici che controllano il governo stanno riscrivendo la “Legge sulla Protezione dalle Infezioni,” ancora una volta, come avevano già fatto più volte negli ultimi due anni – per permettersi di continuare a violare la Costituzione tedesca (la “Grundgesetz“) e governare la nazione con decreti arbitrari con il pretesto di “proteggere la salute pubblica.”

Questo “Atto di protezione dalle infezioni,” ripetutamente rivisto, che ha concesso al governo della “Germania Nuova Normale” l’autorità di ordinare i lockdown, i coprifuoco, la messa al bando delle proteste contro la Nuova Normalità, l’obbligo di indossare la mascherina, la segregazione e la persecuzione dei “non vaccinati” ecc., non è ovviamente in alcun modo lontanamente paragonabile alla “Legge di abilitazione del 1933,” che concedeva al governo della Germania nazista l’autorità di emettere qualsiasi decreto volesse con il pretesto di “porre rimedio alla sofferenza del popolo.”

Non c’è assolutamente alcuna somiglianza tra questi due atti legislativi.

Voglio dire, guardate questo “Piano Autunno/Inverno” che riguarda la nuova revisione della “Legge sulla Protezione dalle Infezioni,” che rimarrà in vigore da ottobre a Pasqua, e che i funzionari governativi e i propagandisti statali (alias i media tedeschi) stanno paragonando alle “ordinanze sulle catene da neve.” Non c’è assolutamente nulla di minacciosamente fascista o lontanamente nazista in questo piano.

Scusate, è in tedesco. Permettetemi di tradurre.

Sugli aerei e sui treni, negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie, tutti saranno costretti ad indossare mascherine a ‘naso di cane’ – cioè “facciali filtranti” FFP2, come definito dalla norma EN 149 – tranne il personale degli aeroporti e delle stazioni ferroviarie, gli assistenti di volo, i conduttori, ecc. che saranno costretti ad indossare solo “mascherine sanitarie.”

Negli ospedali, nelle cliniche, negli studi medici, nelle case di cura e in altre strutture sanitarie, tutti, compreso il personale, non solo saranno obbligati a indossare le mascherine a naso di cane, ma saranno anche costretti a sottoporsi ai test, a meno che non possano dimostrare di essersi “vaccinati” (o guariti, il che significa anche essere sottoposti ai test) nei tre mesi precedenti.

Nei locali delle aziende private, cioè uffici, fabbriche, magazzini e così via, l’Arbeitsschutzverordnung (“Ordinanza Corona sulla sicurezza sul lavoro”), precedentemente revocata, – mascherine, test, “vaccinazioni” obbligatorie, “allontanamento sociale,” barriere di plastica, ecc. tornerà in vigore a ottobre e rimarrà valida fino alle vacanze di Pasqua.

I singoli Stati federali avranno la facoltà di imporre altre “restrizioni” insensate, come l’obbligo generale di indossare le mascherine nei negozi, nei ristoranti e in ogni altro tipo di “spazio interno,” la limitazione del numero di persone che potranno riunirsi pubblicamente o nelle loro case, l’obbligo per i bambini di indossare la mascherina nelle scuole e di effettuare test negli asili nido e nelle strutture di accoglienza.

Nei ristoranti, nei bar, nei teatri, nei musei, negli impianti sportivi e praticamente in ogni altro luogo della società, gli Stati federali potranno chiedere che le persone mostrino la prova di una recente “vaccinazione” o guarigione per essere esentate dall’obbligo di indossare la mascherina.

Ok, permettetemi di tradurre di nuovo.

 Quest’ultima parte significa che chiunque si rifiuti di sottoporsi a ripetute “vaccinazioni” o test sarà costretto ad indossare una mascherina in pubblico per identificarsi come “non vaccinato” (cioè, l’”Untermenschen” ufficiale del “Reich Nuovo Normale”).

Quindi, ok, forse è un po’ minacciosamente fascista e non così non nazista come avevo suggerito sopra.

L’ho messa in questo modo in un recente tweet…

Inutile dire che la situazione potrebbe essere confusa, poiché i Nuovi Normali sono estremamente attaccati alle loro mascherine, che hanno indossato – come i nazisti portavano le spille con la svastica – per segnalare pubblicamente la loro “solidarietà” (cioè la conformità insensata alla nuova ideologia ufficiale) per circa due anni e mezzo.

E ora le mascherine funzioneranno come i “distintivi ebraici” con la stella di Davide che i nazisti costringevano gli Ebrei ad indossare, tranne che sui mezzi pubblici, sugli aerei e sui treni, a meno che gli Stati federali non decidano di obbligare tutti ad indossare mascherine ovunque, nel qual caso… beh, avete capito l’idea generale.

Tuttavia, il fatto che tutti dovranno presentare i loro “documenti di vaccinazione” (o i loro “documenti di guarigione”) per entrare in un ristorante, o in un bar, o per andare al cinema o a teatro, e, fondamentalmente, per fare qualsiasi altra cosa nella società, dovrebbe compensare la confusione della mascherina.

 Insomma, che razza di società fascista sarebbe se per prendere un caffè non si dovessero mostrare i “documenti” a qualche scagnozzo dagli occhietti furbi?

Ora, prima che mi denunciate alla BfV, cioè l’agenzia federale di intelligence interna tedesca, per “relativizzazione dell’Olocausto” e “delegittimazione dello Stato democratico,” che qui in Germania sono entrambi reati, voglio dire, ancora una volta, per la cronaca, che non sostengo l’uso della Stella di Davide gialla per protestare contro la Nuova Normalità (come nella foto del tweet qui sopra). Penso che sia sciocco e controproducente.

La “Nuova Normalità” non ha nulla a che fare con l’Olocausto, con gli Ebrei o con il nazismo in sé.

Ma cerchiamo di essere chiari su ciò che sta accadendo in Germania.

Sta accadendo che una nuova ideologia ufficiale sta venendo imposta alla società. Viene imposta alla società con la forza.

 E ora, a quelli di noi che si rifiutano di conformarsi ad essa, verrà ordinato di andare in giro in pubblico indossando simboli visibili della loro non conformità.

Mi dispiace, ma i parallelismi sono innegabili.

Questa nuova ideologia ufficiale non ha nulla a che vedere con un virus respiratorio o con qualsiasi altra minaccia per la salute pubblica.

A questo punto, non è il caso di ripetere questa argomentazione.

 La maggior parte dei Paesi del mondo ha finalmente revocato le proprie “misure di emergenza” e ha riconosciuto i fatti che noi “teorici della cospirazione” avevamo continuato a ripetere per gli ultimi due anni e mezzo e per i quali siamo stati incessantemente demonizzati e censurati.

Nemmeno la recente valutazione indipendente della Germania delle sue “misure Corona” è riuscita a produrre alcuna prova a sostegno della loro efficacia.

Sul serio, le autorità tedesche della Nuova Normalità basano le loro affermazioni sull’efficacia dell’obbligo di indossare la mascherina sul “modello del criceto dorato.”

 [Mesocricetus auratus o criceto siriano n.d.t.].

E Karl Lauterbach, il fanatico Ministro della Salute, ha apertamente dichiarato che imporre ai “non vaccinati” di indossare la mascherina in pubblico è una tattica “motivazionale” per costringerli a seguire gli ordini e sottoporsi ad una “vaccinazione” che, come minimo, il governo tedesco ammette abbia ucciso o danneggiato gravemente decine di migliaia di persone in Germania.

No, questa nuova ideologia ufficiale, la “Nuova Normalità” – che è ancora assolutamente in vigore in luoghi come la Germania, la Cina, il Canada, l’Australia, New York, la California, eccetera – è chiaramente, innegabilmente, puramente ideologica.

Non si basa su fatti, ma su convinzioni.

 È un sistema di credenze, come ogni altra ideologia.

Non è sostanzialmente diversa da una religione ufficiale… che demonizza e perseguita tutte le altre religioni, le non-religioni e tutti gli altri sistemi di credenze.

Secondo questo nuovo credo ufficiale, quelli di noi che mantengono credenze diverse e rifiutano di convertirsi alle nuove credenze ufficiali (o fingono di convertirsi alle nuove credenze ufficiali), sono elementi pericolosi ed estranei alla società.

E così, d’ora in poi, nella “Nuova Germania Normale”, saremo costretti ad indossare in pubblico un simbolo visibile del nostro credo diverso (la nostra “alterità”), in modo che le autorità e le masse della buona Germania siano in grado di identificarci.

Tutto questo vi suona vagamente familiare?

Sono abbastanza sicuro che qualcuno leggerà questo (e vedrà i tweet che ho incluso sopra) e mi denuncerà per “relativizzazione dell’Olocausto.”

Per la cronaca, non sto “relativizzando l’Olocausto.”

Sto confrontando un sistema totalitario con un altro.

Sì, la Germania nazista e la Germania Nuova Normale sono due sistemi totalitari molto diversi, e ho delineato le loro differenze e le somiglianze essenziali, ma, andiamo, non è così fottutamente difficile.

Nella Germania nazista, gli Ebrei erano i capri espiatori.

Nella Germania Nuova Normale, sono “i non vaccinati.”

Quanto ancora più evidente dovrà diventare prima che la gente smetta di fingere che non sia così?

 Le autorità devono metterci letteralmente nei campi?

 Quante altre persone dovranno morire o rimanere gravemente danneggiate a causa di “vaccinazioni” di cui non avevano bisogno ma a cui erano state costrette a sottoporsi?

Non mi rivolgo ora ai Nuovi Normali, né alle persone che hanno sempre combattuto contro questa situazione.

Sto parlando alle persone che vedono ciò che sta accadendo e sono inorridite da ciò che sta accadendo, ma che, per qualche motivo, si rifiutano di parlare… e, sì, so che ci sono ottime ragioni.

 Alcuni di voi hanno famiglie da mantenere e carriere da proteggere e, seriamente, lo capisco.

Ma fino a che punto si deve arrivare?

 A che punto sentirete di dover parlare, indipendentemente dalle conseguenze personali e professionali?

Magari prendetevi un po’ di tempo per meditare su questo punto.

Oh, ecco un piccolo aiuto visivo che potrebbe aiutare qualcuno a meditare.

 Si tratta di una scritta che qualcuno aveva tracciato sul muro di un cortile, qui nella Germania Nuova Normale, nell’autunno del 2021, credo.

L’avevo postata allora, ma non aveva fatto molta impressione.

Forse la farà ora.

(CJ Hopkins, politico e scrittore americano)

(consentfactory.org/2022/08/06/the-unvaccinated-question-revisited/)

(comedonchisciotte.org/) 

 

 

 

La strada verso l’inferno (2):

Deep State.

Gruppolaico.it – (27 ottobre 2022) – Redazione – PostDateIcon – ci dice:

 

 Il “deep state” è da molto, molto tempo la strada verso l’inferno per l’umanità.

Da molto tempo perché da quando l’aristocrazia della finanza, del mercato, del denaro, dei banchieri ha sostituito (già dal ’600) le vecchie aristocrazie nobiliari, clericali e guerriere, essa ha assunto il potere reale attraverso il meccanismo del prestito usuraio di denaro alle vecchie aristocrazie (per le loro guerre o i loro mecenatismi) e quindi condizionandole fortemente attraverso il debito creato.

I primi grandi inventori di questo meccanismo diabolico sono stati i Rothschild,  famiglia europea di banchieri di origine ebraica, a cominciare dalla fine del ’600 e tutt’ora saldamente al centro del potere finanziario ed economico mondiale e vera regista ( con altri orrendi soggetti simili) del progetto criminale globale chiamato Grande Reset  che vuole instaurare una dittatura feroce sanitario-ecologico-digitale mondiale come fondamento di una “nuova normalità”, di un’umanità sottomessa, manipolata ed eterodiretta.

La traduzione letterale di “deep state” è “Stato Profondo “.

Ma cos’è questo stato profondo? Per dirla semplicemente è uno Stato decisionale (quello dell’aristocrazia finanziaria) dentro uno Stato di facciata (quello delle vecchie aristocrazie o degli attuali stati moderni).

 Uno stato decisionale dove si prendono tutte le decisioni vere, che in seguito i burattini governativi delle varie nazioni e della storia sono costretti ( ieri come oggi) a mettere in atto sotto la pressione soffocante del debito nei confronti delle banche ( private e centrali) dell’aristocrazia finanziaria.

Questo sistema è sempre esistito in parte fin dall’antichità) e ce lo fa notare il grande scrittore francese Honoré de Balzac (1799-1850) quando scriveva:

“Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata ad “usum Delphini” e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.”

Questa sua frase ci fa comprendere che c’è sempre stato (e c’è ora) un racconto storico apparente, di facciata, di comodo, quello usato appunto per la gente comune e soprattutto per la massa di ignoranti e propalata, divulgata dalla propaganda ufficiale (il mainstream).

La vera storia politica, economica e bellica è stata ed è nel “profondo” degli avvenimenti che appaiono nei libri di storia o nelle pagine della cronaca odierna.

La vera storia, il vero senso dei fatti di cronaca, che il mainstream ufficiale nasconde, solo pochi storici o giornalisti coraggiosi hanno tentato e tentano di farli venire alla luce, pagando questo loro coraggio con l’insulto, la censura, l’emarginazione e, in molti casi, con la morte ( sotto questa luce va vista, per esempio, l’uccisione di Pier Paolo Pasolini nel 1975, del Pasolini giornalista che cercò di raccontare dalle pagine dei giornali su cui scriveva e nei suoi scritti, il verminaio del “deep state” che si nascondeva nella storia italiana dal dopoguerra).

La vera tragica storia è nel “deep “, nel profondo, dove quella moneta-debito, con la quale l’élite, l’aristocrazia finanziaria espressa dalle grandi banche centrali e dal reticolo infame delle banche private ( Big Money) insieme alla massoneria riesce a schiavizzare tutti i popoli del mondo e tutti gli stati, o quasi.

Con la catena del debito che impone l’assoluta sottomissione della politica (nazionale, europea e mondiale) alla finanza.

Con una speculazione infernale e conseguente impoverimento del popolo programmato ed imposto.

Lo studio della “moneta” come filo conduttore che ha solcato il tempo, segnando la storia fino ai giorni nostri, ci permette di avere una prospettiva completamente diversa della storia che ci hanno fatto sempre studiare sui principali libri di scuola o dei fatti di oggi come ce li raccontano televisione e giornali.

Giovanni Falcone diceva: “segui i soldi e troverai la mafia”.

 Seguiamo i soldi, la moneta, il debito e troveremo il deep-state e il vero senso degli avvenimenti.

Non riusciremo mai a capire (se vogliamo capire) cos’è il Grande Reset, cos’è il World Economic Forum, l’Agenda 2030 , la catena soffocante di emergenze continue, la parodia del covid-19 e dei vaccini-mascherine, la guerra russo-ucraina, la crisi energetica, il ridicolo teatrino ( soprattutto italiano) della politica se non teniamo presente il “deep state” come chiave interpretativa vera della tragica cronaca che stiamo vivendo.

L’alternativa al capire è il vivere come la massa di covidioti, instupiditi dalla propaganda e continuamente impauriti, tesi ad un’inutile “nuda vita” e carne da macello per l’inferno.

Il lungo articolo che segue, da studiare con pazienza ed attenzione, è un primo contributo per capire cos’è il “deep state “, come ha funzionato e funziona nella storia, anche italiana, recente.

Capire, probabilmente, non servirà a bloccare la strada verso l’inferno segnata dal “deep state” ma serve sicuramente a salvare la cosa più preziosa che abbiamo, la nostra dignità, attraverso la ferma disubbidienza civile ad ogni imposizione sanitaria, pseudo-ecologica e digitale che verrà, attraverso il rifiuto di vivere come broccoli.

Probabilmente non riusciremo a bloccare questa strada verso l’inferno ma non avremo permesso che i mostri del Grande Reset, dell’aristocrazia finanziaria che si è impadronita del mondo, s’impadroniscano della nostra anima e dei nostri corpi). E non è poco. N

on è assolutamente poco! (GLR)

 WALL Street, i nazisti e i crimini del Deep State.

Introduzione.

La risposta alla “pandemia di Covid-19″ ha molto in comune con la nascita del Terzo Reich.

Agamben (2021) ad esempio, paragona la legislazione di emergenza varata nel 2020 alla sospensione della Costituzione di Weimar nel 1933, e Davis (2021b) spiega come, attraverso una serie di atti legislativi che vengono imposti dal Parlamento mentre l’attenzione della popolazione è concentrata altrove, il Regno Unito si sta trasformando in una dittatura costituzionale.

Le agenzie governative britanniche ora hanno il mandato di commettere crimini impunemente;

le proteste saranno di fatto criminalizzate o chiuse con poteri straordinari di polizia;

il dissenso online sarà censurato;

e ai giornalisti non sarà più consentito riportare informazioni ritenute contrarie all’”interesse nazionale” (Davis 2021b).

La “pandemia di Covid-19″ funziona come la “Grande Bugia” su cui tutto questo si basa, ovvero una bugia così grande che la gente comune non lo immaginerebbe possibile.

Per citare Mein Kampf (Adolf Hitler, ndr):

“Perché le […] masse […] sono sempre più facilmente corrotte negli strati più profondi della loro natura emotiva che consapevolmente o volontariamente; e così nella primitiva semplicità delle loro menti cadono più facilmente vittime della grande bugia che della piccola bugia, poiché essi stessi spesso raccontano piccole bugie in piccole cose, ma si vergognerebbero di ricorrere a falsità su larga scala. Non gli verrebbe mai in mente di fabbricare falsità colossali e non arrivano a credere che altri possano avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così famigerato.

Anche se i fatti che dimostrano che è così possono essere portati chiaramente alla loro mente, continueranno a dubitare e vacillare e continueranno a pensare che potrebbe esserci qualche altra spiegazione.”

Rancourt et al. (2021) dimostrano scientificamente che non c’è stata una pandemia virale, solo quella che Davis (2021a), sulla base di diverse centinaia di pagine di argomentazioni, chiama una “pseudo pandemia“, modellata sulla falsa “pandemia di influenza suina” del 2009 (Fumento 2010).

Tuttavia, a causa della propaganda e della psicologia comportamentale applicata dispiegata come parte della guerra psicologica che prende di mira la mente inconscia, la dissonanza cognitiva impedisce a molte persone di vederlo o ammetterlo, anche quando vengono presentate le prove.

Lo specialista di propaganda Mark Crispin Miller riflette: “Pensavo fosse assurdo confrontare il nostro sistema con la Germania nazista. Non la penso più così” (2021).

Hitler fu, forse, il primo a vedere che la democrazia liberale può essere sovvertita giocando sulle paure inconsce delle masse.

 Se viene presentata una minaccia esistenziale, le masse possono essere indotte a sacrificare la libertà per la promessa della sicurezza.

A livello viscerale, sono «molto più soddisfatto da una dottrina che non tollera rivali [promette sicurezza] che dalla concessione della libertà liberale. Non si rendono conto dell’impudenza con cui sono […] terrorizzati, né dell’oltraggiosa limitazione delle loro libertà umane, poiché in nessun modo si rivela in loro l’illusione di questa dottrina”. (citato in Fromm 1942, 191).

Questo è il modello per imporre l’autorità in un clima di terrore.

Le masse possono essere terrorizzate e costrette a cedere le proprie libertà, e non gli verrà mai in mente che è stato loro mentito su scala monumentale – che la minaccia era fittizia.

Così, ad esempio, mentre Hitler rimproverava i banchieri internazionali e i pagamenti di riparazione per aver messo in ginocchio la Germania, la verità era che i pagamenti di riparazione tedeschi erano scesi a circa un ottavo rispetto ai livelli precedenti in seguito alla Moratoria di Hoover (1931) e all’Accordo di Losanna (1932), la Banca dei regolamenti internazionali gestiva l’oro nazista ei nazisti continuarono a onorare gli obblighi del Piano Young anche durante la seconda guerra mondiale.

La stessa strategia sull’uso di una grande bugia per generare paura di massa per scopi autoritari è stata evidente in “Covid-19″.

Klaus Schwab l’ha praticamente annunciato a giugno 2020:

“La maggior parte delle persone, temendo il pericolo rappresentato dal COVID-19 [in una] situazione di vita o di morte […] concorderà sul fatto che in tali circostanze il potere pubblico può legittimamente prevalere sui diritti individuali.

 Poi, quando la crisi sarà finita, alcuni potrebbero rendersi conto che il loro Paese si è improvvisamente trasformato in un luogo in cui non desiderano più vivere». (Schwab e Malleret 2020, 117)

Quando la menzogna viene smascherata, è troppo tardi,

“perché la menzogna grossolanamente sfacciata lascia sempre tracce dietro di sé, anche dopo che è stata smascherata, un fatto noto a tutti i bugiardi esperti di questo mondo e a tutti coloro che cospirano insieme nell’arte di mentire»

(Hitler 1969, 134). Ancora una volta Schwab sembra avere familiarità con questo principio: non si tornerà a come erano le cose, perché “il taglio che abbiamo ora è troppo forte per non lasciare tracce” (citato in Clark 2020).

Anche il protetto di Schwab, Yuval Noah Harari, fa parte della cospirazione di esperti bugiardi:

“Se ripeti una bugia abbastanza spesso”, afferma, “la gente penserà che sia la verità.

 E più grande è la bugia, meglio è, perché le persone non penseranno nemmeno a come qualcosa di così grande possa essere una bugia“.

Desmet (2022) descrive il processo di “formazione di massa” sotto “Covid-19” che ricorda l’isteria di massa testimoniata nella Germania nazista.

Agamben osserva che le persone hanno accettato il nuovo accordo di “blocco” “come se fosse ovvio, essendo “pronte a sacrificare praticamente tutto:

 le loro condizioni di vita, le loro relazioni sociali, il loro lavoro, persino le loro amicizie, nonché le loro convinzioni religiose e politiche” (2021, 17).

Questo ricorda i “milioni nella Germania [nazista] [che] erano ansiosi di rinunciare alla propria libertà come lo erano i loro padri a lottare per essa” (Fromm 1942, 3).

Il principio nazista secondo cui «le attività dell’individuo […] devono essere svolte nell’ambito del tutto e per il bene di tutti» (citato in Lane e Rupp 1978, 41) si reincarnò nel sacrificio della libertà individuale nel nome di “proteggere gli altri”.

Proprio come i nazisti dipingevano gli ebrei come “impuri” e un rischio per la salute pubblica, così gli slogan di propaganda come la “pandemia dei non vaccinati” hanno svolto una funzione simile di capro espiatorio.

I temi dell’eugenetica associati alla Germania nazista hanno alzato la loro brutta testa.

 Ehret (2021), in un articolo intitolato “L’assistenza sanitaria nazista rianimata attraverso i Cinque Occhi” (Five Eyes: The Five Eyes [FVEY è un’alleanza di intelligence che comprende Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti.

Questi paesi sono parti dell’accordo multilaterale UK-USA, un trattato per la cooperazione congiunta nell’intelligence dei segnali.

Ehret osserva che le stesse organizzazioni che hanno promosso la politica eugenetica nella Germania nazista e nel Nord America, tra cui la “Rockefeller Foundation”, il “Wellcome Trust e Engender Health” (precedentemente noto come Human Sterilization League for Human Betterment) — sono ora coinvolte nello sviluppo di “vaccini” di mRNA insieme al Galton Institute (ex British Eugenics Association).

 A questo elenco potrebbe essere aggiunta anche la famiglia Gates (Corbett 2020).

I nazisti erano famosi per i loro tristi esperimenti medici su esseri umani senza il loro consenso, e le pericolose iniezioni sperimentali mascherate da “vaccini Covid-19″, imposte incautamente a popolazioni ignare attraverso la cattura normativa, le istituzioni politiche e mediche corrotte e un assalto propagandistico di livello militare (Hughes 2022), allo stesso modo appartengono “fermamente ai regni di un distopia totalitaria nazista” (Polyakova 2021).

 Corbett (2021) descrive la “‘nazificazione’ del SSN “, per cui i servizi sanitari pubblici sono stati posti sotto un “regime di comando e controllo” e subordinati al nuovo paradigma di biosicurezza, emettendo ogni tipo di pratica non etica.

I professionisti medici che si esprimono sono privati della loro licenza di esercitare. Come ha detto il dottor Francis Christian a un gruppo disciplinare dell’Università del Saskatchewan:

“Questi sono i tipi di panel che sono stati istituiti nell’Unione Sovietica e nella Germania nazista […] È davvero inquietante che, poiché chiedo il consenso informato, non mi sia permesso esercitare […] Questo è inquietante, distopico e non accettabile […] La verità verrà fuori, e quando lo farà voi ragazzi sarete nei guai”.

Alla luce di tutto quanto sopra, non sembra irragionevole suggerire che sia in corso un tentativo deliberato di far crollare la democrazia liberale utilizzando le tecniche di guerra psicologica apprese dai nazisti e di sostituirla con una forma di totalitarismo basata sull’eugenetica.

Spiegare la rinascita del nazismo.

Da dove, allora, è nata questa inaspettata esplosione di temi e influenze naziste?

Dopotutto, i nazisti furono apparentemente sconfitti nel 1945 e la fine dell’Unione Sovietica avrebbe dovuto segnare il trionfo definitivo del liberalismo occidentale (Fukuyama 1989).

 La risposta qui proposta è che WALL Street – l’apice del capitale finanziario internazionale e un “complesso dominante” che include “non solo banche e studi legali, ma anche le major petrolifere” (Scott 2017, 14) – è sempre stata sposata con il nazionalsocialismo come il mezzo più spietato per schiacciare la resistenza della classe operaia.

 Dopo aver sovvertito la rivoluzione bolscevica e trasformato l’Unione Sovietica in una gigantesca opportunità per acquisire il controllo finanziario sulle industrie nazionalizzate sulla base di un modello precedentemente stabilito in America Latina (Sutton 2011), WALL Street ha cercato di fare lo stesso in Germania e negli Stati Uniti.

Dal luglio 1933 al 1934, finanzieri di WALL Street e ricchi industriali pianificarono un colpo di stato negli Stati Uniti.

 Il “Complotto aziendale “, come divenne noto, fu finanziato da Irénée duPont, J.P. Morgan e altri ricchi industriali tra cui William Knudsen (presidente della General Motors), Robert Clark (erede della Singer Sewing Machine Corporation), Grayson Murphy (direttore di Goodyear) e la famiglia Pew di Sun Oil (Yeadon e Hawkins 2008, 129).

Se il fallito colpo di stato non fosse stato sventato dal suo leader designato, il generale Smedley Butler, gli Stati Uniti avrebbero probabilmente seguito la Germania nazista e l’Unione Sovietica sulla via del totalitarismo, inaugurando plausibilmente il mondo degli “stati presidio” immaginato da Harold Lasswell nel 1939 , in cui l’opposizione politica, le legislature e la libertà di parola vengono abolite e i dissidenti vengono mandati nei campi di lavoro forzato (Lasswell 2002, 146).

Il piano per distruggere la democrazia liberale nell’interesse del capitale finanziario ha quindi circa otto decenni.

Sebbene il complotto commerciale e la Germania nazista siano stati sconfitti, i rappresentanti di WALL Street hanno supervisionato il reclutamento di ex nazisti negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale.

Attraverso l’apparato di sicurezza nazionale che hanno creato nel 1947, in particolare attraverso la CIA nel cuore di uno stato profondo transnazionale (Tunander 2016; Scott 2017), hanno continuato a schiacciare spietatamente la resistenza della classe operaia utilizzando metodi derivati dai nazisti, compresi gli squadroni della morte ( Gill 2004, 85-6, 155, 255), tortura (McCoy 2007), terrorismo false flag (Ganser 2005; Davis 2018), guerra biochimica (Kaye 2018), sorveglianza che prendeva di mira gli oppositori politici (Klein 2007, 91; van der Pijl 2022, 58-9) e uccisioni di massa di civili (Valentine 2017).

Nel ventesimo secolo, tali metodi erano per lo più riservati alle popolazioni non occidentali per facilitare l’imperialismo statunitense con il pretesto di una “Guerra Fredda” con l’Unione Sovietica (Ahmed 2012, 70).

La fine dell’Unione Sovietica ha comportato la necessità di trovare un nuovo nemico affinché il paradigma della cartolarizzazione continuasse a funzionare (vale a dire convincere il pubblico che sono necessarie misure straordinarie, incompatibili con la democrazia e lo stato di diritto, per far fronte a una presunta minaccia esistenziale).

Nel 1991, il Club di Roma ha proposto un nuovo “nemico comune contro il quale possiamo unirci”, cioè “l’umanità stessa” per la sua disastrosa inferenza nei processi naturali (King e Schneider 1991, 115).

Ma mentre l’agenda verde - a sua volta derivante dall’ecologismo nazista (Brüggemeier et al. 2005; Staudenmaier 2011) – ha lottato per guadagnare terreno, Carter et al. (1998, 81) prevedevano un “evento trasformativo” che avrebbe, “come Pearl Harbor [...] diviso il nostro passato e futuro in un prima e un dopo”, comportando “la perdita di vite umane e proprietà senza precedenti in tempo di pace” e richiedendo “misure draconiane, riducendo le libertà civili, consentendo una più ampia sorveglianza dei cittadini, la detenzione dei sospetti e l’uso della forza letale “.

Allo stesso modo, il “Project for a New American Century “(2000) ha affermato che la ricostruzione delle difese americane sarebbe stata un affare prolungato “in assenza di qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbor”.

L’11 settembre è stato debitamente utilizzato come pretesto, non solo per le guerre imperialiste all’estero, ma anche per un accresciuto autoritarismo in patria, la cui narrativa ufficiale costituisce un’altra grande bugia che gli accademici non sono in grado di difendere (Hughes 2020).

Tra il 2015 e il 2017, le crescenti tensioni sociali in Occidente dopo anni di “austerità” e crescenti livelli di disuguaglianza derivanti dalla crisi finanziaria del 2008, hanno incontrato un’escalation del numero di attacchi terroristici volti a reimpostare la disciplina sulle popolazioni tra il 2015 e il 2017, in particolare in Francia (van der Pijl 2022, 63-4).

 Ma quando le proteste in tutto il mondo hanno iniziato ad assumere una forma socialmente progressista non facilmente assimilata dai movimenti “populisti” nel 2018-19, è diventato chiaro che era necessario un nuovo paradigma di controllo sociale (van der Pijl 2022, 54-58).

“Covid-19” fornisce il pretesto per inaugurare quel nuovo paradigma.

Come scrive Agamben,

“Se i poteri che governano il mondo hanno deciso di usare questa pandemia – ed è irrilevante che sia reale o simulata – come pretesto per trasformare dall’alto in basso i paradigmi della loro governance, ciò significa che quei modelli erano in progressivo, inevitabile declino, e quindi agli occhi di quelle potenze non è più adatto allo scopo”. (Agamben 2021, 7)

Attualmente siamo nel bel mezzo di un tentativo di cambio di paradigma.

La democrazia liberale, da tempo svuotata dalla “Guerra al terrore”, è ora finita, e il suo successore previsto è la tecnocrazia, un sistema di controllo totalitario basato sulla dittatura scientifica basata sui dati (Wood 2018).

Se implementata con successo, la tecnocrazia sarà peggiore di qualsiasi cosa immaginata da Hitler o Stalin, perché equivale alla schiavitù digitale dell’umanità attraverso nanotecnologie biometriche, sorveglianza e monitoraggio costanti come parte di “Internet dei corpi”, valute digitali della banca centrale e un Sistema di credito sociale in stile cinese (Davis 2022; Broudy e Kyrie 2021; Wood 2019).

 Tale risultato sarebbe potenzialmente irreversibile.

Il modello di guerra psicologica per il suo lancio è l’abbattimento nazista della Repubblica di Weimar, sostenuto da WALL Street.

WALL Street e Ascesa di Hitler.

I nazisti non sarebbero mai potuti salire al potere, costruire la loro industria o andare in guerra se non fosse stato per il sostegno di WALL Street.

 Sutton (2016) documenta la pista di controllo finanziaria che collega WALL Street all’ascesa di Hitler, che risale al Piano Dawes del 1924 sponsorizzato da JP Morgan, apparentemente inteso ad aiutare la Germania con i pagamenti delle riparazioni.

 I prestiti concessi alla Germania nell’ambito del Piano Dawes furono utilizzati per “creare e consolidare le gigantesche combinazioni chimiche e siderurgiche di I.G. Farben e Vereinigte Stahlwerke”, cartelli che non solo sponsorizzarono Hitler, ma organizzarono anche esercitazioni di giochi di guerra nel 1935-6 e fornirono i principali materiali bellici usati nella seconda guerra mondiale (tra cui benzina sintetica, 95% di esplosivi e Zyklon B) (Sutton 2016 , 23-4, 31).

Circa il 75% di questo prestito proveniva da sole tre banche di investimento statunitensi: Dillon, Read Co.; Harris, Forbes & Co.;

e National City Company, che a sua volta ha raccolto la maggior parte dei profitti (Sutton 2016, 29).

Sono stati specificamente i banchieri d’investimento di WALL Street, più Henry Ford – e non “la grande maggioranza degli industriali americani indipendenti” – che hanno consentito la costruzione dell’industria nazista:

“La General Motors, la Ford, la General Electric, la DuPont e le poche società statunitensi intimamente coinvolte nello sviluppo della Germania nazista erano — fatta eccezione per la Ford Motor Company — controllate dall’élite di WALL Street — la società J.P. Morgan, la Rockefeller Chase Bank e in misura minore la banca Warburg Manhattan”. (SUTTON 2016, 31, 59)

Ad esempio, i due maggiori produttori di carri armati nella Germania nazista, Opel e Ford AG, erano filiali di società statunitensi controllate, rispettivamente, da JP Morgan e Ford.

All’interno di questa struttura, DuPont ha anche sponsorizzato gruppi pro-hitleriani negli Stati Uniti (Yeadon e Hawkins 2008, 129).

 Henry Ford finanziò Hitler dall’inizio degli anni ’20 in poi, e Hitler riportò alla lettera sezioni del libro di Ford “The International Jew nel Mein Kampf”.

Hitler assegnò a Ford la “Gran Croce dell’Aquila tedesca”, una decorazione nazista per illustri stranieri, nel 1938, e tenne un ritratto di Ford in bella mostra nel suo ufficio (Sutton 2016, 92-93).

Ford ha prodotto veicoli per l’esercito degli Stati Uniti e la Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale, traendo profitto da entrambe le parti.

Gli stabilimenti Ford A.G., come quelli della General Electric tedesca, non furono presi di mira dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, dato che erano ovviamente troppo redditizi per portarli a una conclusione prematura.

Importanti industriali e finanzieri tedeschi, attirati dalla promessa di Hitler di distruggere i sindacati e la sinistra politica, finanziarono di nascosto il partito nazista, ad es. Alfried Krupp, Günther Quandt, Hugo Stinnes, Fritz Thyssen, Albert Vögler e Kurt Baron von Schröder.

Questi industriali erano “prevalentemente direttori di cartelli con associazioni americane, proprietà, partecipazione o qualche forma di collegamento sussidiario” (Sutton 2016, 101).

Ad esempio, mentre la General Electric tedesca (AEG) e Osram (con Gerard Swope e Owen D. Young che ricoprono posizioni influenti in entrambi) finanziarono Hitler, Siemens, che era senza direttori americani, no (Sutton 2016, 59).

Il “Comitato McCormack-Dickstein” (1934/35) scoprì che la compagnia di navigazione Hamburg-America Line, di proprietà di W. Averell Harriman, aveva fornito libero passaggio in Germania ai giornalisti statunitensi disposti a scrivere favorevolmente sull’ascesa al potere di Hitler, mentre portava fascisti simpatizzanti negli Stati Uniti.

Il presidente di WA Harriman & Co era George Herbert Walker, il cui genero, Prescott Bush (il padre e il nonno di due futuri presidenti degli Stati Uniti), sedeva nel consiglio di amministrazione. Bush è stato anche direttore (ed ex vicepresidente) della Union Banking Corporation, fondata nel 1924 come sussidiaria di WA Harriman & Co., i cui beni furono sequestrati dal governo degli Stati Uniti nel 1942 ai sensi del Trading with the Enemy Act del 1917.

Bush, un membro dei Bones (società segreta studentesca) come Harriman, era anche un partner della Brown Brothers Harriman (fondata nel 1931), che fungeva da base statunitense per l’industriale sostenitore di Hitler Fritz Thyssen.

Gli Harriman erano “intimamente collegati con importanti nazisti Kouwenhoven e Groeninger e con una banca di facciata nazista, la Bank voor Handel en Scheepvaart” (Sutton 2016, 107).

Lo studio legale Sullivan e Cromwell, che originariamente consigliò John Pierpont Morgan durante la creazione di Edison General Electric nel 1882 e inventò il concetto di holding per evitare le leggi antitrust, ebbe “ampi rapporti d’affari con numerose società e banche tedesche che avevano sostenuto il Terzo Reich» (Trento 2001, 25).

L’editorialista Drew Pearson ha elencato i clienti tedeschi dell’azienda che avevano dato contributi in denaro ai nazisti, descrivendo John Foster Dulles (un partner dell’azienda insieme a suo fratello Allen) come il fulcro dei “circoli bancari che hanno salvato Adolf Hitler dalle profondità finanziarie, che costituì il suo partito nazista come un’impresa in movimento» (citato in Kinzer 2014, 51).

Sullivan e Cromwell hanno lanciato le prime obbligazioni statunitensi emesse da Krupp A.G., e esteso la portata di  I.G. Farben come parte di un cartello internazionale del nichel e hanno contribuito a bloccare le restrizioni canadesi sulle esportazioni di acciaio ai produttori di armi tedeschi (Kinzer 2014, 51).

Standard Oil, controllata dalla famiglia Rockefeller, ha sviluppato, in collaborazione con I.G. Farben, il processo di idrogenazione necessario per produrre benzina sintetica per la Wehrmacht; forniva anche piombo etilico e gomma sintetica.

A giudizio di Sutton, la Standard Oil per oltre un decennio “ha aiutato la macchina da guerra nazista rifiutandosi di aiutare gli Stati Uniti” e senza questa assistenza “la Wehrmacht non sarebbe potuta entrare in guerra nel 1939″ (Sutton 2016, 75).

La Rockefeller Chase Bank fu accusata di aver collaborato con i nazisti nella seconda guerra mondiale (Sutton 2016, 149).

Questa complessa rete di interconnessioni finanziarie e commerciali dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che la classe dirigente statunitense era profondamente in sintonia con Hitler e il progetto del Nazionalsocialismo.

Conferma anche l’accuratezza dell’analisi marxista degli anni ’30 secondo cui il fascismo (il termine predefinito prima che Arendt distinguesse tra esso e il  totalitarismo) rappresenta “uno strumento nelle mani del capitale finanziario” (Trotsky 1977, 173), anzi niente di meno che “un’ aperta dittatura terroristica degli […] elementi più imperialisti del capitale finanziario” (Georgi Dimitrov, citato in Marcon 2021, 55).

I fallimenti della denazificazione.

Dopo la seconda guerra mondiale, WALL Street controllava la nomina dei funzionari responsabili della denazificazione e del governo della Repubblica Federale (Sutton 2016, 160).

Il Consiglio di controllo per la Germania, guidato dal generale Lucius Clay, includeva, tra gli altri, Louis Douglas, direttore della General Motor controllata da Morgan, e William Draper, partner di Dillon, Read & Co. (Sutton 2016, 158).

Tuttavia, mentre si svolgevano i processi di Norimberga, molti nazisti di alto livello e i loro sostenitori industriali si sottraevano alla giustizia, e anche quelli giudicati colpevoli, come Alfried Krupp e Friedrich Flick, furono autorizzati a tornare alle loro vecchie posizioni all’inizio degli anni ’50.

Nessun americano è stato processato nonostante il ruolo di WALL Street e Ford nel facilitare l’ascesa di Hitler, costruire l’industria nazista e consentire e prolungare la guerra.

Sutton ipotizza ironicamente che il vero scopo della giustizia di questo vincitore fosse “distogliere l’attenzione dal coinvolgimento degli Stati Uniti nell’ascesa al potere di Hitler” (2016, 48).

La Banca dei Regolamenti Internazionali, che continuò a operare senza problemi durante la seconda guerra mondiale, come se i suoi banchieri centrali non fossero in guerra tra loro, accettò l’oro dalla Reich bank nazista nonostante la sua discutibile provenienza.

Il suo consiglio di amministrazione, includeva il Direttore di IG Farben Hermann Schmitz,  l’”ostetrico del nazismo” Kurt Baron von Schröder, Emil Puhl, che era incaricato di elaborare l’oro dentale saccheggiato dalla bocca delle vittime dei campi di concentramento, e Walther Funk, definito al processo di Norimberga “il banchiere dei denti d’oro”.

Tutti e quattro sono stati condannati per crimini contro l’umanità.

 Anche se la conferenza di Bretton Woods nel 1944  raccomandava che la BRI fosse liquidata “il più presto possibile”, ciò non avvenne e la raccomandazione fu revocata nel 1948.

La BRI fu così autorizzata a sopravvivere nonostante la sua complicità nei crimini del Terzo Reich.

Alcuni ex nazisti hanno continuato ad assumere posizioni molto potenti.

 Il principe Bernhard dei Paesi Bassi, che prestò servizio nelle SS all’inizio degli anni ’30 prima di unirsi a I.G. Farben, ha co-fondato il Gruppo Bilderberg nel 1954.

Walter Hallstein, che ha servito come Primo Luogotenente nell’esercito tedesco e il cui nome è stato proposto dall’Università di Francoforte nel 1944 come potenziale ufficiale della leadership nazionalsocialista (incaricato di insegnare l’ideologia nazista ai soldati), è stato nominato primo presidente della Commissione CEE (ora UE) (1958-1967).

Adolf Heusinger, un tempo capo di stato maggiore dell’esercito di Hitler, divenne ispettore generale della Bundeswehr (1957–1961) e presidente del comitato militare della NATO (1961–1964).

Kurt Kiesinger, che aveva stretti legami con il ministro degli esteri nazista Joachim von Ribbentrop, il ministro della propaganda Joseph Goebbels e Franz Six, che guidava gli squadroni della morte nell’Europa orientale, partecipò alla conferenza del Bilderberg del 1957 e in seguito divenne cancelliere della Germania occidentale (1967-1971).

Kurt Waldheim, un ex ufficiale dei servizi segreti della Wehrmacht nazista, divenne Segretario generale delle Nazioni Unite (1972–1981) e Presidente dell’Austria (1986–1992).

 

Ovunque fosse interessata la governance globale, la denazificazione era fondamentalmente irrilevante e sistematicamente evitata.

Reclutare ex nazisti e personale dell’Unità 731.

Non solo non si è riusciti a condannare molti dei responsabili della seconda guerra mondiale, ma dopo la guerra gli Stati Uniti hanno reclutato attivamente oltre 1.600 ex scienziati, ingegneri e tecnici nazisti attraverso l’operazione PAPERCLIP (1945-1959), il contrappunto occidentale all’ Operazione Osoaviachim.

 Questi includevano scienziati nucleari ed esperti di razzi come Wernher von Braun (ex SS, pioniere della tecnologia missilistica nazista V2, nominato direttore del “Marshall Space Flight Center della NASA” nel 1960), Georg Rickhey e Arthur Rudolph.

Includevano anche scienziati che avevano condotto esperimenti medici sui detenuti dei campi di concentramento, come Walter Schreiber, mentre veniva redatto il Codice di Norimberga del 1947.

 Secondo Stephen Kinzer, i medici nazisti furono portati a Fort Detrick per consigliare sull’uso del gas nervino sarin e per spiegare i risultati degli esperimenti con la mescalina su soggetti umani nel campo di concentramento di Dachau (citato in Gross 2019).

L’inventore del gas Sarin Otto Ambros, che era stato riconosciuto colpevole di omicidio di massa al processo di Norimberga, ha ottenuto la grazia dall’ex avvocato di WALL Street e Alto Commissario tedesco degli Stati Uniti John J. McCloy (Jacobsen 2014, 337).

 McCloy perdonò anche l “’industriale Friedrich Flick”, condannato a Norimberga con l’accusa di sfruttamento del lavoro degli schiavi, che divenne l’uomo più ricco della Repubblica Federale.

McCloy ha persino cercato di commutare la pena detentiva dello stretto alleato di Hitler, Albert Speer.

PAPERCLIP è stato approvato in linea di principio dal Joint Chiefs of Staff il 6 luglio 1945 all’insaputa del presidente Truman; passò più di un anno prima che il presidente desse la sua approvazione ufficiale.

Contemporaneamente, oltre 100 ex ufficiali della Gestapo e delle SS furono reclutati dalla CIA attraverso l’ex capo dell’intelligence nazista Reinhard Gehlen attraverso l’Organizzazione Gehlen, che nel 1956 sarebbe diventata il Servizio di intelligence federale in Germania.

I nomi includevano Alois Brunner, che inviò oltre 100.000 ebrei nei ghetti e nei campi di concentramento, Franz Alfred Six, che guidava un’unità di squadroni della morte nell’Unione Sovietica, Emil Augsburg, che progettò le esecuzioni di ebrei da parte delle SS nella Polonia occupata, Karl Silberbauer, che catturò Anne Frank, Klaus Barbie, il cosiddetto “Macellaio di Lione”, Otto von Bolschwing, che lavorò con Adolf Eichmann alla pianificazione della Soluzione Finale, e il criminale di guerra Otto Skorzeny.

L’unità 731 dell’esercito imperiale giapponese eseguì esperimenti umani letali durante la seconda guerra sino-giapponese, senza lasciare sopravvissuti.

 Tali esperimenti includevano la vivisezione, l’iniezione alle vittime di malattie veneree mascherate da vaccinazioni, l’uso di bersagli umani vivi per testare granate e lanciafiamme, elettrocuzione, iniezione di sangue animale, esposizione a livelli letali di radiazioni X, stupro e gravidanza forzata.

L’unità 731 ha anche sviluppato metodi di guerra biologica, tra cui il rilascio di pulci infette dalla peste sulla Cina, l’iniezione nei pozzi di tifo e paratifo e l’iniezione di prigionieri con varie malattie tra cui peste bubbonica, colera, vaiolo e botulismo.

 Ai criminali di guerra dell’Unità 731 è stata concessa l’immunità segreta dagli Stati Uniti in cambio della loro “esperienza”.

 Questa amnistia, rivelata per la prima volta da John Powell in un articolo del Bulletin of Atomic Scientists del 1981, non è stata formalmente concessa dal governo degli Stati Uniti fino al 1999 e la relativa documentazione non è stata pubblicata fino al 2017 (vedi Kaye 2017).

 Tutte le successive ricerche sulla guerra biologica statunitense devono essere viste in questo contesto (van der Pijl 2022, cap. 5).

 

WALL Street, Kennan e la nascita dello Stato di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Nel luglio 1947, il presidente Truman firmò in legge il “National Security Act”, apparentemente volto a migliorare il coordinamento tra le agenzie militari e di intelligence.

Prevedeva, tra le altre cose, un istituto militare nazionale guidato dal Segretario alla Difesa, un Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) e la Central Intelligence Agency (CIA).

Quest’ultimo sostituirà l‘Office of Strategic Service (OSS, 1942–1945), gestito durante la guerra come equivalente dell’MI6 (intelligence britannico, ndr).

È stato il frutto di Allen Dulles, che ha formato un gruppo consultivo di sei uomini, cinque dei quali (tra cui William H. Jackson e Frank Wisner) erano banchieri di investimento o avvocati di WALL Street (Scott 2017, 14).

 Un progetto per il “National Security Act” è stato fornito da Ferdinand Eberstadt (ex vicepresidente del War Production Board), che, come il suo collaboratore di lunga data James Forrestal, era un ex banchiere di investimento di Dillon, Read & Co. Forrestal fu nominato primo Segretario alla Difesa degli Stati Uniti nel settembre 1947.

 La creazione della CIA fu sollecitata dagli ex avvocati di WALL Street e dai direttori dell’OSS William Donovan e Allen Dulles (che in seguito la diressero).

Secondo il futuro direttore esecutivo della CIA A. B. “Buzzy” Krongard, “l’intero OSS non era in realtà altro che banchieri e avvocati di WALL Street” (citato in Ahmed 2012, 65).

Nella sua prima sessione nel dicembre 1947, l’NSC approvò la creazione di un’unità sotto copertura, lo “Special Procedures Group” (SPG), che divenne operativo nel marzo 1948 sotto la guida di Frank Wisner, “che esercitava un potere senza precedenti grazie alla sua posizione nel New York Law and Financial Circles” (Ahmed 2012, 65).

(Prima della guerra, Wisner aveva lavorato presso Carter, Ledyard e Milburn, il vecchio studio legale di Franklin Roosevelt.)

 Wisner fu l’architetto del “programma Bloodstone”, attraverso il quale “decine di leader di organizzazioni collaborazioniste naziste ritenute utili per la guerra politica nell’est Europa [compresi sabotaggio e assassinio] sono entrati negli Stati Uniti” (Simpson 2014, 100).

Smentendo la dottrina Truman di “libere istituzioni, governo rappresentativo, [e] libere elezioni” (come da discorso di Truman del 12 marzo 1947 al Congresso), il primo atto del SPG fu quello di sovvertire le elezioni italiane dell’aprile 1948.

 

Nell’ambito della riorganizzazione della sicurezza nazionale del 1947, George Kennan fu nominato, su raccomandazione di Forrestal, il primo Direttore della pianificazione delle politiche, ovvero il capo del gruppo di esperti interni del Dipartimento di Stato, il Personale per la pianificazione delle politiche.

 Nel 1938, Kennan aveva proposto una forma di governo autoritaria negli Stati Uniti, chiedendo la revoca del suffragio alle donne, agli immigrati e agli afroamericani “confusi” e “ignoranti” (Miscamble 1993, 17; Costigliola 1997, 128).

Dichiarando ammirazione per il regime fascista austriaco di Schuschnigg, affermò che “se il dispotismo malizioso aveva maggiori possibilità di male della democrazia, il dispotismo benevolo aveva maggiori possibilità di bene” (citato in Botts 2006, 844).

Dopo la guerra, fece rimuovere il documento del 1938 dalle sue carte nella “Seeley G. Mudd Manuscript Library” di Princeton.

 Nel 1947-8, Kennan fu l’architetto del “Reverse Course in Giappone,” mantenendo lo zaibatsu e “ripristinando la classe politica prebellica con i suoi criminali di guerra di classe A, come non era possibile in Germania”;

 l’occupazione statunitense, ha osservato, potrebbe “eliminare i bromuri sulla democratizzazione” (Anderson 2017, 60).

 Kennan ha affermato che “preferiva rimanere all’oscuro” dei crimini di guerra nazisti;

piuttosto che epurare i nazisti dai governi tedeschi del dopoguerra, sarebbe meglio, ha affermato, tenere “l’attuale classe dirigente tedesca […] rigorosamente al suo compito e insegnarle le lezioni che desideriamo che impari” (Simpson 2014, 88- 9).

 

Kennan intervenne personalmente per ottenere un nulla osta di sicurezza di alto livello per Gustav Hilger, che aveva servito nel segretariato personale del ministro degli esteri nazista von Ribbentrop e aveva svolto un ruolo nell’Olocausto, seguendo i suoi consigli sulla politica Est-Ovest (Simpson 2014, 116).

In America Latina, Kennan ha sostenuto “dure misure di repressione”, anche se questo “non avrebbe resistito alla prova dei concetti americani di procedure democratiche” (citato in Anderson 2017, 86).

Pur sostenendo pubblicamente il “contenimento”, Kennan scrisse un importante memorandum datato 4 maggio 1948 proponendo che il Dipartimento di Stato istituisse una direzione per le operazioni di guerra politica in grado di rivaleggiare con quelle della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica (Kennan 1948).

Tali operazioni potevano essere palesi, coinvolgendo alleanze politiche, misure economiche come il Piano Marshall e propaganda.

Oppure potevano essere segrete, coinvolgendo “il sostegno clandestino di elementi stranieri” amichevoli “, la guerra psicologica “nera” e persino l’incoraggiamento alla resistenza clandestina in stati ostili” (Kennan 1948).

Tutte le operazioni segrete, raccomanda Kennan, avrebbero dovuto essere condotte sotto la copertura dell’NSC, guidato da un unico individuo che risponde al Segretario di Stato.

La direttiva NSC 10/2 (18 giugno 1948) prevede l’istituzione di un” Office of Special Projects” (OSP) all’interno della CIA con poteri per impegnarsi in attività segrete relative alla propaganda, alla guerra economica;

 azione preventiva diretta, comprese misure di sabotaggio, antisabotaggio, demolizione ed evacuazione; sovversione contro stati ostili, inclusa l’assistenza a movimenti di resistenza clandestini, guerriglie e gruppi di liberazione dei profughi e sostegno degli elementi anticomunisti indigeni nei paesi minacciati del mondo libero.

Sebbene NSC 10/2 affermi che le operazioni segrete “non includeranno conflitti armati da parte di forze militari riconosciute, spionaggio, controspionaggio e copertura e inganno per operazioni militari”, Kennan e Charles Thayer hanno segretamente spinto per il ripristino dell’esercito di Vlasov, una campagna di emigrazione anticomunista creata dalle SS per l’uso contro l’URSS, che avrebbe potuto collaborare con specialisti militari statunitensi come parte di una nuova scuola per l’addestramento alla guerriglia anticomunista (Simpson 2014, 8) — non dissimile dalla Scuola delle Americhe fondata nel 1946.

L’”Office of Special Projects” ha sostituito lo “Special Procedures Group,” ereditandone le risorse, ed è stato ribattezzato “Office of Political Coordination” per distogliere l’attenzione dalle sue attività segrete prima di diventare operativo nel settembre 1948.

Era guidato da Wisner, la seconda scelta di Kennan dietro Allen Dulles, che ha rifiutato la posizione nell’errata aspettativa di diventare direttore della CIA dopo una vittoria repubblicana nelle elezioni del 1948.

Lo stato duale/profondo.

La suddetta genealogia delle agenzie dell’alfabeto, con Kennan come filo rosso, traccia l’emergere di ciò che Hans Morgenthau, in uno studio del 1955, chiama il “doppio stato” (Morgenthau 1962).

 Morgenthau era interessato, al culmine della” Seconda Paura Rossa”, che alcuni ufficiali del Dipartimento di Stato non riferissero più al Segretario di Stato e al Presidente, ma piuttosto al senatore McCarthy.

Confondendo il successivo stereotipo neorealista dello stato come attore razionale unificato, Morgenthau postulava sia una “gerarchia statale regolare” che una “gerarchia di sicurezza” al lavoro negli Stati Uniti.

Mentre la gerarchia statale regolare è visibile e obbedisce allo stato di diritto, la gerarchia della sicurezza è invisibile e di fatto “monitora e controlla la prima”, esercitando il potere di veto su di essa attraverso la capacità di imporre misure di emergenza in nome della sicurezza (Tunander 2016 , 171, 186).

La gerarchia della sicurezza può essere vista come l’aspetto esteriore del “governo invisibile” identificato in precedenza da più autori.

Questi includono il Partito Progressista nella sua piattaforma del 1912;

l’articolo “Governo invisibile” del sindaco di New York City John Hylan del 1922, che punta il dito contro una “oligarchia dei grandi affari”, guidata dagli “interessi Rockefeller-Standard Oil, alcuni potenti magnati industriali e un piccolo gruppo di case bancarie [ …]” (Hylan 1922, 659-61, 714-16); e l’affermazione di Edwards Bernays che coloro che esercitano una “manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni organizzate delle masse […] e manipolano questo meccanismo invisibile della società, costituiscono un governo invisibile che è il vero potere dominante del nostro paese (Bernays 1928, 1).

Insieme, il governo invisibile e la gerarchia della sicurezza formano “un nuovo apparato profondo” – a volte indicato come lo stato  profondo (Scott 2017) – mediante il quale gli attori privati ​​”sfruttano lo stato per strumentalizzare o facilitare la violenza politica criminale necessaria per sostenere ed espandere l’accumulazione [capitalista]” (Ahmed 2012, 63).

Lo stato profondo equivale a una cospirazione ad alto livello tra elementi chiave di WALL Street, intelligence e altre agenzie governative, il complesso militare-industriale, la polizia, le multinazionali, i gruppi di riflessione, le fondazioni, i media e il mondo accademico.

Indipendentemente da quale governo sia nominalmente incaricato, lo stato profondo sovverte la democrazia e lo stato di diritto per assicurarsi che i programmi della classe dirigente siano continuamente realizzati.

Sebbene ci siano tensioni e lotte di potere tra diversi gruppi e istituzioni dello stato profondo, in definitiva quelle diverse frazioni di classe tendono a fondersi e unirsi attorno a determinati paradigmi e politiche di controllo fondamentali per il loro reciproco vantaggio di classe.

Lo stato profondo compie i suoi interventi più significativi sotto forma di “eventi profondi”, cioè eventi che trasformano profondamente la traiettoria della politica e della società ma la cui provenienza è ambigua, ad es. l’assassinio di JFK, l’ 11 settembre, e ora il “Covid-19″ (cfr. Scott 2017, cap. 9).

La trans nazionalizzazione del Deep State.

L’emergere degli Stati Uniti come potenza imperialista dominante dopo il 1945, ha portato alla creazione di un “sistema profondo transnazionale dominato dagli Stati Uniti che ha trasfigurato, e continua a tentare di manipolare, le traiettorie della politica locale e regionale” (Ahmed 2012, 63) . Scott (2017, 30) indica l’emergere di uno “stato profondo sovranazionale”.

Ciò è iniziato con l’intelligence dei segnali e il sistema di sorveglianza Five Eyes.

L’accordo UK/USA del 1946 (basato sulla cooperazione di intelligence che risale alla Carta atlantica del 1941) è stato ampliato per includere Canada (1948), Norvegia (1952) e Danimarca (1954), oltre a Germania occidentale, Australia e Nuova Zelanda (1955 ) (Norton-Taylor 2010).

Pertanto, l’etichetta “Five Eyes“, che suggerisce gli Stati Uniti più i principali paesi del Commonwealth, è in realtà fuorviante, nonostante la dichiarazione formale di UKUSA nel 1955:

 “In questo momento solo Canada, Australia e Nuova Zelanda saranno considerati UKUSA- paesi del Commonwealth che collaborano” (citato in Norton-Taylor 2010).

Il sistema di sorveglianza transnazionale aveva già integrato diversi partner dell’Europa occidentale ed era gestito dagli Stati Uniti con il Regno Unito come partner junior.

Nel tempo ha rappresentato “un’importante struttura di sostegno per la classe dirigente atlantica, lavorando a stretto contatto con i servizi di stati vassalli come Germania e Francia, Corea del Sud e Giappone, nonché alleato di Israele” (van der Pijl 2022, 73).

Ci sono due livelli di potere operativo nel sistema profondo, uno visibile, l’altro nascosto, basato sulla “divisione Grossraum tra la gerarchia dello stato-nazione e la gerarchia di sicurezza del potere protettore o Reich” (Tunander 2016, 186).  

Grossraum è un concetto che si trova negli scritti del giurista nazista Carl Schmitt e si traduce come “Grand Area”, un concetto centrale nei documenti di pianificazione del Council on Foreign Relations del 1944 per l’ordine internazionale del dopoguerra, esprimibile come “una regione centrale, che potrebbe sempre essere estesa per includere più paesi» (Shoup e Minter 1977, 138).

In quell’ordine del dopoguerra, “l’intelligence USA e forze di sicurezza sarebbero stati sempre presenti negli stati locali per garantire la sicurezza del Grossraum. In altre parole, la gerarchia della sicurezza degli Stati Uniti interverrebbe se “necessario” come forza di veto o come “potere di emergenza”, o quello che Carl Schmitt chiamava il sovrano.

Potrebbe intervenire per influenzare la gerarchia stato-nazione o con operazioni in grado di manipolare le politiche di questa gerarchia o, in ultima analisi, porre il veto alle sue decisioni sostituendo i suoi leader”. (Tunander 2016, 186)

Secondo Tunander, questa doppia struttura è presente in tutti gli stati della NATO, indicando che la NATO non è solo un’alleanza formale di stati sovrani, ma anche “qualcosa come un ‘superstato’ informale degli Stati Uniti” (2016, 185).

Simbolo dell'Operazione Gladio.

Le prove che dimostrano l’esistenza di un “deep state transnazionale” sono state storicamente lente ad emergere, proprio perché quel sistema doveva rimanere nascosto.

 Tuttavia, è stato graficamente esposto nel 1990, quando sono emerse rivelazioni secondo cui l’agenzia di intelligence militare italiana SIFAR aveva, dalla fine degli anni ’40, collaborato con la CIA per stabilire un esercito segreto in Italia chiamato in codice “Gladio” (“spada”).

Secondo Davis (2018), non è chiaro se un’organizzazione diversa dalla CIA o dall’MI6 sia stata in grado di autorizzare le operazioni di Gladio.

Apparentemente coordinato dalla NATO, l’esercito segreto di Gladio faceva parte di una rete internazionale clandestina teoricamente intesa a fornire resistenza in caso di invasione sovietica dell’Europa occidentale (Ganser 2005, 88).

Idee del genere non erano nuove:

l’Operazione Werwolf (1944) dei nazisti mirava a creare cellule di resistenza che avrebbero operato dietro le linee nemiche mentre gli Alleati avanzavano attraverso la Germania (Biddiscombe 1998).

Tutti i primi ministri italiani erano a conoscenza dell’operazione Gladio e uno di loro, Francesco Cossiga (1978-1979) si dichiarava addirittura “orgoglioso del fatto che abbiamo mantenuto il segreto per 45 anni” (citato in Ganser 2005, 88).

In una nota del 4 maggio 1948, Kennan propone l’istituzione di una direzione delle operazioni di guerra politica da parte del Dipartimento di Stato e raccomanda quattro politiche specifiche, una delle quali rimane oscurata (Kennan 1948).

Potrebbe essere che la politica censurata si riferisca agli eserciti stay-behind?

 Lo stesso Kennan avrebbe poi riconosciuto il proprio ruolo nella creazione di “operazioni difensive clandestine” alla fine degli anni Quaranta (1985, 214).

Secondo Ahmed (2012, 67), gli” eserciti stay-behind” sono stati istituiti grazie a una stretta collaborazione tra l’ “Office of Political Coordination “(istituito su iniziativa di Kennan) e il ramo delle operazioni speciali dell’MI6 su ordine della Casa Bianca.

Lo scopo degli eserciti stay-behind di Gladio è cambiato nel tempo.

 In seguito alle rivolte della classe operaia nella Germania dell’Est (1953) e in Ungheria (1956), Kennan affermò nella sua quarta conferenza Reith (1957) che il pericolo principale rappresentato dall’URSS non era, in effetti, un’invasione militare dell’Europa occidentale, ma piuttosto, la sovversione politica dall’interno da parte delle organizzazioni comuniste locali dirette dal Cremlino (Kennan 1957).

Questo tema è stato ripreso in un rapporto delle Forze armate italiane del 1959, che vedeva il pericolo come originato non dall’invasione militare sovietica, ma piuttosto da gruppi comunisti interni (Davis 2018). Kennan ha raccomandato che le “forze paramilitari” fossero schierate come “il nucleo di un movimento di resistenza civile su qualsiasi territorio che potesse essere sopraffatto dal nemico”.

Tuttavia, qui “il nemico” non significa realmente comunismo sovietico.

Significa la classe operaia, velata dall’impressione errata che sia davvero l’Unione Sovietica che viene combattuta.

Come scrive van der Pijl (2020),

“Finché la classe dirigente capitalista non è stata abbastanza forte da respingere la classe operaia di sinistra, queste forze hanno dovuto essere tenute in riserva per un’emergenza”.

Nello stesso anno, il 1957, il comando operativo di Gladio fu trasferito dal “Comitato di pianificazione clandestina” della NATO al “Comitato clandestino alleato”, che era supervisionato dal Comandante supremo alleato degli Stati Uniti in Europa che riportava direttamente al Pentagono (Davis 2018).

 Poi, nel 1963, quello stesso posto di comando fu preso dal generale Lyman Lemnitzer che nel 1962 aveva approvato l‘operazione Northwood, un piano per una serie di attacchi sotto falsa bandiera di cui incolpare Cuba allo scopo di provocare una guerra.

Sebbene la NATO abbia ripetutamente negato la libertà di richiesta di informazioni sull’argomento, sembra ragionevole contrassegnare questo periodo (1957-1963) come quello in cui l’operazione Gladio si è trasformata da una presunta operazione militare difensiva in caso di occupazione sovietica in un’operazione offensiva contro la classe operaia, coinvolgendo il terrorismo false flag.

Il programma Gladio è diventato di fatto un canale per il terrorismo sponsorizzato dallo stato nell’era successiva al 1968, commettendo numerosi atti di terrorismo che sono stati attribuiti alle Brigate Rosse, tra cui il rapimento e l’omicidio dell’ex primo ministro Aldo Moro e di cinque membri del suo staff nel 1978, così come l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale nel 1980, che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200.

Il terrorismo sotto falsa bandiera utilizzato per incriminare i comunisti può essere ricondotto all’incendio nazista della cupola del Reichstag nel 1933 (Hett 2014 ; Sutton 2016, 118-19).

Vincenzo Vinciguerra, neofascista condannato per l’uccisione di tre poliziotti italiani in un’autobomba nel 1972 con esplosivo C4 prelevato da una discarica di armi Gladio, testimoniò durante il processo nel 1984, che “esisteva una vera struttura vivente, occulta e nascosta, con la capacità di dare una direzione strategica agli attentati» (citato in Ganser 2005, 88).

Questa “organizzazione segreta” comprendeva “una rete di comunicazioni, armi ed esplosivi, e uomini addestrati ad usarli” (citato in Ganser 2005, 88).

 La sua struttura, sosteneva Vinciguerra, “si trova all’interno dello Stato stesso.

Esiste in Italia una forza segreta parallela alle forze armate, composta da civili e militari”, che è stata incaricata di “impedire uno slittamento a sinistra negli equilibri politici del Paese.

Lo hanno fatto con l’assistenza dei servizi di intelligence ufficiali e delle forze politiche e militari» (citato in Ganser 2005, 88-9).

Allo stesso modo, l’ex capo del controspionaggio italiano, il generale Giandelio Maletti, ha testimoniato nel processo agli estremisti di destra accusati di essere coinvolti nella strage del 1969 in piazza Fontana a Milano:

“La CIA, seguendo le direttive del suo governo, ha voluto creare un nazionalismo capace di fermare quella che vedeva come una deriva a sinistra e, a questo scopo, potrebbe aver fatto uso del terrorismo di destra» (citato in Ganser 2005, 91).

In un passaggio che smaschera preveggentemente la logica sottesa al ventunesimo governo, Vinciguerra, nella sua testimonianza del 1984, afferma:

“Bisognava attaccare i civili, le persone, le donne, i bambini, gli innocenti, gli sconosciuti lontani da ogni gioco politico. Il motivo era abbastanza semplice.

Dovevano costringere queste persone, il pubblico italiano, a rivolgersi allo Stato per chiedere maggiore sicurezza.

Era proprio questo il ruolo della destra in Italia.

Si è posta al servizio dello Stato che ha ideato una strategia chiamata giustamente “Strategia della tensione” nella misura in cui doveva far accettare alla gente comune che in qualsiasi momento nell’arco di 30 anni, dal 1960 alla metà degli anni Ottanta , poteva essere dichiarato lo stato di emergenza.

Quindi, le persone avrebbero scambiato volentieri parte della loro libertà con la sicurezza di poter camminare per le strade, salire sui treni o entrare in una banca.

Questa è la logica politica dietro a tutti gli attentati. Rimangono impuniti perché lo Stato non può condannarsi”. (citato in Davis 2018)

La stessa logica dello scambio della libertà per la sicurezza, basata sul terrorismo false flag era evidente nella “Guerra al terrorismo”, così come lo è nella costruzione dello stato di biosicurezza “Covid-19″.

 L’esperienza italiana forse spiega perché uno dei critici più perspicaci di entrambi questi paradigmi di sicurezza è stato il filosofo italiano Giorgio Agamben.

La “strategia della tensione”, in cui ripetuti atti di terrorismo sono stati utilizzati, in chiave schmittiana, per imporre autorità in un clima di terrore, non si è limitata all’Italia.

Piuttosto, “[le] reti ‘stay-behind’ sono state responsabili di ondate di attacchi terroristici in tutta l’Europa occidentale, ad esempio in Italia, Spagna, Germania, Francia, Turchia, Grecia e altrove, che sono stati ufficialmente attribuiti ai comunisti […] ” (Ahmed 2012, 68).

Erano presenti anche in Turchia, a seguito del Manuale da campo 31-15 dell’esercito americano del 1961: Operazioni contro le forze irregolari (Davis 2018).

La conclusione inevitabile, per Davis (2018), è che “le agenzie di intelligence e i servizi di sicurezza occidentali sono stati coinvolti nell’orchestrazione di terribili crimini commessi contro i civili in tutta Europa e oltre”.

La cosa più notevole riguardo alla “strategia della tensione” è che ha lasciato “al massimo solo uno o due funzionari governativi effettivamente consapevoli dell’esistenza del programma” (Ahmed 2012, 68).

I politici eletti e i funzionari del governo sono rimasti sia ciechi che senza comando operativo, evidenziando “un’altra forma di governo, nascosta sia al pubblico che a molti all’interno dell’establishment politico, che operava al di là dello stato di diritto, senza supervisione o controllo democratico.

Uno “stato profondo” (Davis 2018).

Davis continua dicendo che i responsabili, “compresi molti nazisti e neofascisti impegnati, che avevano effettivamente formato un governo europeo parallelo, [erano] in grado di utilizzare risorse statali significative, senza alcun vincolo, per raggiungere qualsiasi obiettivo ritenessero opportuno“.

Nel frattempo, anche il pubblico, preso di mira da tali operazioni, stava pagando per loro ed era l’ultimo a saperlo.

Si può solo ipotizzare fino a che punto il fenomeno dei serial killer dagli anni ’70, più l’aumento delle sparatorie nelle scuole negli Stati Uniti dagli anni ’90, svolgano una funzione simile di “strategia della tensione“, supponendo che gli individui possano essere programmati per svolgere tale atti efferati.

 Le prove del progetto BLUEBIRD della CIA (iniziato nell’aprile 1950, ribattezzato Project ARTICHOKE nell’agosto 1951) indicano che è possibile ipnotizzare le vittime facendole commettere inconsapevolmente omicidi e piazzare bombe, tuttavia, non è noto se tali tecniche siano state impiegate in effettive operazioni segrete (Ross 2006, cap. 4).

Una ricerca simile è stata portata avanti nel Sotto progetto MKULTRA 136, iniziato nell’agosto 1961 (Ross 2006, 66), e non c’è alcuna ragione ovvia per pensare che si sarebbe fermato fino a quando la CIA non avesse perfezionato le tecniche per creare un candidato della Manciuria.

Rivalutare la “Guerra Fredda”: Partnership USA-URSS.

Spetta agli studiosi della Guerra Fredda, alla luce delle conoscenze emergenti sulla rete transnazionale dello stato profondo che lavora per conto del capitale finanziario, rivalutare le narrazioni convenzionali della Guerra Fredda.

 In particolare, sembra importante chiedersi se la “Guerra Fredda”, termine inventato da George Orwell (1945) e drammatizzato da Walter Lippmann (1987), fosse qualcosa di più che propaganda.

L’ex banchiere di Dillon, Read & Co. diventato Segretario della Marina, James Forrestal, ha sollecitato il “lungo telegramma” di George Kennan da Mosca in risposta al rifiuto dell’URSS di entrare a far parte della Banca Mondiale e del FMI nel febbraio 1946.

Ha quindi distribuito il telegramma negli ambienti ufficiali, da cui è trapelato alla rivista Time, facendolo  oggetto di un articolo a tutta pagina che includeva alcune suggestive cartografia che mostravano il comunismo che si diffondeva per “infettare” altri paesi (McCauley 2016, 89).

Nel dicembre 1946, Forrestal invitò Kennan a produrre un altro articolo, che fu pubblicato in forma anonima su Foreign Affairs nel luglio 1947 con il titolo “Le fonti della condotta sovietica” e introduceva l’idea di “contenimento “.

 Nasce così l’immagine dell’Unione Sovietica come un nemico implacabile, una minaccia esistenziale (come si era rivelata per la Germania nazista), “una forza politica impegnata fanaticamente nella convinzione che con [gli] Stati Uniti non ci può essere un modus vivendi permanente” (Kennan 1946, 14).

Paul Nitze, l’ex vicepresidente di Dillon, Read & Co. che ha sposato la figlia di un finanziere della Standard Oil, è succeduto a Kennan come direttore dello staff di pianificazione delle politiche del Dipartimento di Stato.

 Nitze ha avuto un contributo significativo in NSC-68 (1950), che avverte oscuramente del “progetto del Cremlino per il dominio del mondo” e della sua minaccia alla “civiltà stessa” e sostiene il “rollback” al posto del “contenimento”.

NSC-68 “non ha spiegato perché i russi dovrebbero rischiare tutto con un’invasione dell’Europa occidentale. Ha ignorato una constatazione della CIA secondo cui ai russi mancava la forza per occupare il continente e tenerlo sotto controllo.

E ha grossolanamente sopravvalutato le dimensioni dell’arsenale atomico sovietico» (Braithwaite 2018, 147).

Tuttavia, ha fornito il pretesto per l’imperialismo statunitense, ovvero “l’interventismo militare statunitense in tutto il mondo (non solo nel suo cuore industriale) con l’obiettivo di sostenere le relazioni sociali capitaliste, siano esse politicamente liberali o meno” (Colas 2012, 42).

L’ideologia nazista era basata sull’idea di minaccia esistenziale, incarnata nella distinzione amico-nemico di Carl Schmitt.

Il Volk è stato costituito attraverso ciò che avrebbe minacciato la sua stessa esistenza (paesi che chiedono risarcimenti, banchieri internazionali, ebrei, ecc.).

Una logica simile si applica alla minaccia esistenziale che l’Unione Sovietica avrebbe posto agli Stati Uniti, ovvero la raccomandazione del senatore Arthur Vandenberg del 1947 di “spaventare a morte il popolo americano“ (suo nipote, Hoyt Vandenberg, all’epoca era direttore della CIA), il “Doomsday clock” (1947), la retorica apocalittica di NSC-68 (1950), la metafora del contagio del comunismo, il film “Duck and cover” del 1952 usato per terrorizzare i bambini delle scuole, resoconti grafici dei potenziali effetti di un attacco nucleare sugli Stati Uniti nel WALL Street Journal e nel Reader’s Digest, e la descrizione da parte di Kissinger (1957, cap. 3) degli effetti di un’arma nucleare da 10 megatoni fatta esplodere a New York.

In realtà, l’Unione Sovietica non offriva nulla di simile alle minacce dipinte da Nitze e dai suoi collaboratori di Wall Street.

Fin dall’inizio, la rivoluzione bolscevica è stata infiltrata dagli interessi di WALL Street, molti dei quali condividevano persino un indirizzo comune (120 Broadway), ad es. il Bankers Club, i direttori individuali della Federal Reserve Bank di New York, l’American International Corporation e il primo ambasciatore bolscevico negli Stati Uniti, Ludwig Martens (Sutton 2011, 127).

Le relazioni USA-Russia furono d’ora in poi dominate dagli “interessi finanziari di Morgan e alleati, in particolare la famiglia Rockefeller”, con l’obiettivo di aprire nuovi mercati e assumere il controllo di un’economia pianificata centralmente finanziando oligopoli approvati dallo stato (Sutton 2011, 127).

Negli anni ’20 e ’30, l’Unione Sovietica “corteggiava costantemente gli Stati Uniti”, proprio come la Russia zarista aveva fatto una serie di aperture agli Stati Uniti tra il 1905 e il 1912 (Williams 1992, 70) e proprio come Wall Street aveva sostenuto la Rivoluzione russa — non per una ragione ideologica, ma perché vedeva la possibilità di aprire nuovi mercati per gli investimenti (Sutton 2011).

 

Nel 1922, Kennan pubblicò una biografia del padre del “magnate delle ferrovie” di Averell Harriman.

Deve quindi aver saputo, quando ha scritto il “lungo telegramma” come vice ambasciatore degli Stati Uniti in Russia sotto Averell Harriman, che il Cremlino aveva stretto legami con la famiglia Harriman per oltre due decenni ed era intento a mantenere buoni rapporti.

Ad esempio, anche quando la concessione mineraria di manganese di Harriman nell’Unione Sovietica è stata ritirata a causa della ricerca di Stalin di ridurre la dipendenza dagli investimenti esteri, Mosca ha accettato di rimborsare ad Harriman 3,45 milioni di dollari dell’investimento originale di 4 milioni di dollari più il 7% di interessi annuali sia sul resto che su un prestito aggiuntivo di 1 milione di dollari tra il 1931 e il 1943, un accordo che fu doverosamente onorato anche durante l’apice della seconda guerra mondiale, risultando in un profitto sostanziale per Harriman (Pechatnov 2003, 2).

 Harriman, a sua volta, fu un architetto chiave del sostegno degli Stati Uniti all’Unione Sovietica durante la guerra per indebolire la Germania nazista.

Nel 1943 Stalin sciolse il Comintern in segno di buona volontà verso gli alleati occidentali, “diffondendo così tra le masse l’illusione che l’uguaglianza e la fraternità tra le nazioni fossero compatibili con la sopravvivenza del principale stato imperialista” (Claudin 1975, 30).

Nell’ottobre 1944, la famigerata “nota percentuale” di Churchill alla Quarta Conferenza di Mosca proponeva un’influenza significativa per Stalin nell’Europa orientale (90% in Romania, 75% in Bulgaria, 50% in Ungheria e Jugoslavia, ma solo il 10% in Grecia).

 Stalin acconsentì immediatamente tracciando un segno di spunta sulla nota e restituendola a Churchill.

La premessa non detta era che Stalin non avrebbe interferito con la ristabilizzazione del capitalismo nel dopoguerra nell’Europa occidentale in cambio del controllo dell’Europa orientale.

 Nel dicembre 1944, il vicesegretario di Stato americano Dean Acheson scrisse in una nota dalla Grecia:

“I popoli dei paesi liberati [dal dominio nazista] sono il materiale più combustibile al mondo. Sono violenti e irrequieti”; ha avvertito che “l’agitazione e l’inquietudine” potrebbero portare al “rovesciamento dei governi” (citato in Steil 2018, 18-19).

 Tuttavia, quando la rivolta comunista in Grecia arrivò due anni dopo, Stalin rifiutò di inviare aiuti, provocando la scissione Tito-Stalin del giugno 1948.

 

Come gli imperi europei in declino, l’Unione Sovietica dipendeva fortemente dal sostegno finanziario degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale.

Come spiega Sanchez-Sibony (2014, 295), “la leadership sovietica non solo ha accolto favorevolmente, ma ha perseguito il credito americano” e anzi lo aspettava come un diritto morale dopo aver subito il maggior numero di vittime per sconfiggere i nazisti.

L’ambasciatore degli Stati Uniti Harriman ha offerto $ 1 miliardo di crediti a Mosca prima della conferenza di Yalta (febbraio 1945), un importo che è stato infine concordato nel 1946, ma solo dopo un prolungato periodo di tensione in seguito alla fallita insistenza di Stalin su $ 6 miliardi (Sanchez-Sibony 2014, 296).

Stalin corteggiò Roosevelt a Yalta, rinviando a lui come “ospite” formale della conferenza, organizzando sessioni plenarie nell’alloggio americano al Livadia Palace e consentendo a Roosevelt di sedere al centro nelle fotografie di gruppo

. A Yalta come in precedenza a Teheran, Stalin offrì significativi incentivi commerciali alle aziende statunitensi impegnate in accordi commerciali con l’URSS; ogni sforzo è stato fatto per “integrare lo stesso sistema di scambi finanziari e commerciali che potesse garantire la rapida ripresa dell’URSS” (Sanchez-Sibony 2014, 295-6).

Queste non sono le azioni di un impero deciso a dominare il mondo, ma piuttosto di un regime che cerca un accordo con il capitalismo occidentale.

Strategicamente, Stalin e i suoi successori potrebbero aver accolto favorevolmente la presenza delle truppe statunitensi nella Germania occidentale dopo la seconda guerra mondiale, perché serviva come “una delle garanzie più affidabili contro il revanscismo tedesco” (Judt 2007, 243).

 Questo spiegherebbe, ad esempio, perché Stalin ha accettato una maggiore presenza francese nell’occupazione della Germania una volta che ha sentito a Yalta che Roosevelt avrebbe impegnato truppe statunitensi in Europa solo per due anni – Questa non sembra certo l’azione di un fanatico che sbava alla prospettiva di sovvertire un Europa indifesa (Sanchez-Sibony 2014, 295, n. 18).

Stalin inoltre non fece alcun tentativo di sfidare la supremazia aerea degli Stati Uniti durante la guerra di Corea nonostante avesse firmato i piani per l’unificazione della Corea con il presidente Mao (Craig e Logevall 2012, 115).

Il fine della “Guerra Fredda” non è mai stato di “scoraggiare” l’Unione Sovietica; piuttosto, si trattava di “un vasto programma transitorio di riabilitazione politico-economica del sistema imperiale per sovvertire la decolonizzazione e imporre la disciplina capitalista globale contro la resistenza antimperialista” (Ahmed 2012, 70)

Nel frattempo, a casa, il Second Red Scare negli anni ’50, basato sul presunto comunismo di quinta colonna negli Stati Uniti, era una strategia per creare isteria pubblica e, con essa, aumentare il controllo sociale.

Nella misura in cui simpatizzanti comunisti e compagni di viaggio avevano messo radici negli Stati Uniti negli anni ’30, ciò era il risultato del “potere della coterie finanziaria internazionale”, che sosteneva tutte le parti;

Tom Lamont, per esempio, un partner dell’azienda Morgan, sponsorizzò “quasi una ventina di organizzazioni di estrema sinistra, incluso lo stesso Partito Comunista” (Quigley 1966, 687).

In “The Civil War in France” (1871), Marx descrive come le classi dirigenti francese e tedesca, che erano appena state in guerra tra loro, misero da parte le loro divergenze e unirono le forze per abbattere la Comune di Parigi (Epp 2017).

 Lo stesso si è dimostrato nuovamente vero in risposta alle rivolte della classe operaia negli anni ’50.

La rivolta della Germania dell’Est del 1953 non solo fu repressa dai carri armati sovietici, ma “per assicurarsi che non si diffondesse, le potenze occidentali di Inghilterra, Francia e Stati Uniti costruirono un muro di forze poliziesche e militari per impedire ai lavoratori di Berlino Ovest di marciare per raggiungere i loro fratelli e sorelle a Est.» (Glaberman e Faber 2002, 171-2).

Allo stesso modo, quando i carri armati sovietici entrarono in Ungheria nel 1956 per reprimere la rivolta lì, “l’amministrazione Eisenhower protestò a gran voce contro l’azione sovietica, ma non intervenne militarmente.

La liberazione è stata smascherata come una farsa” (Wilford 2008, 49).

Radio Free Europe e Voice of America non hanno mai più invitato gli europei dell’est alla rivolta (Glaberman e Faber 2002, 173).

 L’Unione Sovietica e l’Occidente erano uniti nella loro determinazione a tenere sotto controllo la classe operaia internazionale.

Gli stessi capitalisti statunitensi che avevano sostenuto i nazisti erano anche “disposti a finanziare e sovvenzionare l’Unione Sovietica mentre era in corso la guerra del Vietnam, sapendo che i sovietici stavano fornendo l’altra parte” (Sutton 2016, 19).

 Ford, ad esempio, che costruì il primo stabilimento automobilistico moderno dell’Unione Sovietica negli anni ’30, “produsse anche i camion usati dai nordvietnamiti per trasportare armi e munizioni da usare contro gli americani” (Sutton 2016, 90).

Ford ha sostenuto entrambe le parti della guerra del Vietnam alla ricerca del profitto, esattamente come aveva fatto durante la seconda guerra mondiale.

 In National Suicide, Sutton (1972, 13) afferma: “I 100.000 americani uccisi in Corea e Vietnam furono uccisi dalla nostra stessa tecnologia” (Sutton 1972, 13).

Per esempio, “l’esercito nordcoreano di 130.000 uomini che ha attraversato il confine con la Corea del Sud nel giugno 1950, apparentemente addestrato ed equipaggiato dall’Unione Sovietica, includeva una brigata di carri armati medi T-34 sovietici (con sospensioni Christie statunitensi).

 I trattori di artiglieria che tiravano i cannoni erano copie metriche dirette dei trattori Caterpillar.

 I camion provenivano dallo stabilimento Henry Ford-Gorki o dallo stabilimento ZIL.

 L’aeronautica nordcoreana aveva 180 aerei Yak costruiti in stabilimenti con apparecchiature Lend-Lease statunitensi;

questi Yak furono successivamente sostituiti da MiG-15 alimentati da copie russe di motori a reazione Rolls-Royce venduti all’Unione Sovietica nel 1947. (Sutton 1972, 42)

Lo schema ripetuto, in Vietnam come nella seconda guerra mondiale, è che le preoccupazioni per il profitto vengono sempre prima della vita umana e la lealtà nazionale non esiste.

Samuel Huntington ha ammesso in una tavola rotonda del 1981 che la “Guerra Fredda” era una storia di copertura usata per legittimare l’imperialismo statunitense:

“Potrebbe essere necessario vendere [l'intervento in un altro paese] in modo tale da creare l’impressione errata che sia l’Unione Sovietica che stai combattendo.

Questo è ciò che gli Stati Uniti hanno fatto sin dalla Dottrina Truman» (citato in Hoffmann et al. 1981, 14).

Il vero principio guida della politica estera statunitense, secondo Noam Chomsky, è “il diritto di dominare“, anche se questo è “tipicamente nascosto in termini difensivi: durante gli anni della Guerra Fredda, invocando abitualmente la ‘minaccia russa’, anche quando i russi non si vedevano da nessuna parte” (Chomsky 2012).

In mancanza di nuove idee, la “minaccia russa” continua ad essere invocata, anche se l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è stata provocata dall’inarrestabile espansione verso est della NATO (Mearsheimer 2015).

Crimine di intelligence.

Lo “stato profondo transnazionale” – la “gerarchia di sicurezza” guidata da WALL Street che opera al di sopra e al di là della politica democratica – è sempre stato disposto a ricorrere a qualsiasi mezzo per raggiungere i suoi obiettivi.

Sebbene siano coinvolte molte istituzioni diverse, comprese altre agenzie di intelligence, il ventre della bestia è senza dubbio la CIA, descritta da Valentine come “una cospirazione criminale per conto di ricchi capitalisti “, “il ramo della criminalità organizzata del governo degli Stati Uniti” e  ” un’organizzazione criminale che sta corrompendo governi e società in tutto il mondo. La sua specialità è l’omicidio di civili che non hanno fatto nulla di male» (San Valentino 2007, 31, 35, 39).

 

I legami tra CIA, mafia e traffico di droga transnazionale sono ben noti (Scott 2004).

 La storia della politica estera degli Stati Uniti dalla nascita della CIA è stata una storia di quasi continue violazioni del diritto internazionale e crimini di guerra, operando sotto la copertura della propaganda e della guerra psicologica in nome della “sicurezza nazionale” e di una serie di miti eccezionalisti.( Blum 2006; Chomsky 2007; Hughes 2015).

Il concetto di “crimine di intelligence” di De Lint (2021, 210) si riferisce al crimine commesso da “attori oscuri” nelle più alte sfere del potere che manipolano furtivamente gli apparati di sicurezza nazionale al fine di portare avanti programmi a loro vantaggio, se necessario, infliggendo danni quasi inimmaginabili agli altri.

Il “crimine di intelligence di tipo 2″ si riferisce specificamente ad “attori o beni autorizzati o abilitati da agenzie di intelligence” e annovera “i tipi di crimine più prolifici e mortali della storia moderna recente” (Lint 2021, 59).

Tali crimini possono in alcuni casi essere commessi su una scala quasi incomprensibile (“crimini all’apice”, come l’11 settembre), eppure rimangono “invisibili” (a causa della propaganda), impuniti (perché gli autori sono al di sopra della legge), e sotto-analizzato dagli accademici (che fanno parte della struttura del potere) (Lint 2021; cfr. Hughes 2022b; Woodworth e Griffin 2022). De Lint elenca una serie di crimini di intelligence che coinvolgono la CIA che sono costati milioni di vite e hanno distrutto intere società, dall’Indonesia e dal Vietnam al Cile, Guatemala e Ruanda (2021, 59-60).

Violando ripetutamente i principi di integrità territoriale e indipendenza politica sanciti dall’articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite (1945), il presidente Eisenhower autorizzò 104 operazioni segrete in quattro continenti in otto anni, incentrate principalmente sui paesi postcoloniali, seguito dal presidente Kennedy, che autorizzò 163 operazioni segrete in soli tre anni (McCoy 2015).

I risultati includevano colpi di stato contro Mohammad Mosaddegh in Iran nel 1953 (punito per la sua iniziativa di nazionalizzare il petrolio iraniano) e Jacobo Árbenz in Guatemala nel 1954 (in seguito alle pressioni della United Fruit Company), l’assassinio di Patrice Lumumba nella Repubblica del Congo nel 1961, il fiasco della Baia dei Porci, seguito dall’Operazione Mongoose a Cuba, e l’inferenza elettorale in Italia, Filippine, Libano, Vietnam del Sud, Indonesia, Guyana britannica, Giappone, Nepal, Laos, Brasile e Repubblica Dominicana (Blum 2006, Ch. 18).

Tali operazioni sono state utilizzate per forzare l’apertura dei mercati e stabilire regimi clientelari che facilitassero la penetrazione del capitale occidentale e l’espropriazione del lavoro (Ahmed 2012, 70-1).

Hanno dimostrato che gli Stati Uniti erano davvero eccezionali, se non altro per la loro capacità selettiva di esentarsi dallo stato di diritto internazionale (applicazione del principio schmittiano di eccezionalità sovrana a livello internazionale) (McCoy 2015; Schmitt 2005, 31). (filodiritto.com/stato-di-eccezione-il-monito-di-agamben)

Le tecniche di guerra biologica sperimentate dall’Unità 731 furono utilizzate dagli Stati Uniti durante la guerra di Corea nel 1952, inclusi “antrace, peste e colera, diffusi da oltre una dozzina di dispositivi o metodi diversi” (Kaye 2018).

Già nel settembre del 1950, l’aviazione americana si lamentò in comunicati che non c’era più niente da distruggere, avendo dato ai villaggi un “trattamento di saturazione” con napalm per rimuovere alcuni soldati (Stone 1988, 256-9). 

Sulla Corea del Nord fu sganciato più tonnellaggio di bombe che nell’intero teatro del Pacifico della seconda guerra mondiale, uccidendo il 10-15% della popolazione, una cifra vicina alla proporzione di cittadini sovietici uccisi nella seconda guerra mondiale (Armstrong 2009, 1).

Dopo aver devastato tutte le principali regioni urbane e industriali della Corea del Nord nel 1953, l’USAF ha poi distrutto cinque bacini idrici, “inondando migliaia di acri di terreno agricolo, inondando intere città e devastando la fonte di cibo essenziale per milioni di nordcoreani” – un crimine di guerra commesso solo due anni dopo l’entrata in vigore della “Convenzione sul genocidio” (Armstrong 2009, 2).

 

McCoy (2015) descrive una” ondata inversa” nella tendenza globale verso la democrazia dal 1958 al 1975, poiché i colpi di stato – la maggior parte dei quali sanzionati dagli Stati Uniti – hanno permesso ai militari di prendere il potere in più di tre dozzine di nazioni, che rappresentavano un quarto degli stati sovrani del mondo”.

Per l’America Latina, la School of the Americas, un centro dell’esercito americano a Fort Benning, in Georgia, ha fornito una formazione speciale sulla tortura, l’omicidio e la repressione politica dei movimenti di sinistra. I laureati includevano Leopoldo Galtieri, presidente durante la Guerra Sporca Argentina, Argentine Dirty War, (1976-1983), Roberto D’Aubuisson, che ha addestrato squadroni della morte in El Salvador prima di diventare presidente, e il dittatore e trafficante di droga panamense Manuel Noriega.

Così i metodi delle SS di Hitler furono autorizzati a continuare durante la Guerra Fredda

. Le “sparizioni forzate” furono modellate sull’operazione “Notte e nebbia” di Hitler del 1941, in cui i combattenti della resistenza nei paesi occupati dai nazisti furono fatti “svanire nella notte e nella nebbia” – essendo noto che diversi nazisti di alto profilo trovarono rifugio in Cile e Argentina (Klein 2007, 91).

Il generale Augusto Pinochet fu insediato dal colpo di stato della CIA del 1973 in Cile, dopodiché iniziarono gli esperimenti neoliberisti di shockterapia economica, basati sui principi derivati dalle tecniche di tortura della CIA (Klein 2007, 9).

Le tecniche di tortura e interrogatorio applicate in tutta l’America Latina provenivano dal KUBARK Counter-intelligence Interrogation Handbook della CIA del 1963 (McCoy 2007, 50).

 In Nicaragua, la Guardia Nazionale addestrata dagli Stati Uniti ha massacrato la popolazione “con una brutalità che una nazione di solito riserva al suo nemico”, secondo le parole di Robert Pastor del NSC, uccidendo circa 40.000 persone (citato in Chomsky 2006, 251).

La CIA ha facilitato il commercio di cocaina dai Contras in Nicaragua (schierati per schiacciare la rivoluzione sandinista del 1979) alle bande di Los Angeles, alimentando un’epidemia di crack (Scott e Marshall 1998, 23-50).

Anche molti governi del sud-est asiatico divennero dittature militari sostenute dagli Stati Uniti, tra cui Indonesia, Filippine, Corea del Sud, Vietnam del Sud, Taiwan e Thailandia. Come scrisse Samuel Huntington nel 1965, ciò nasceva dalla paura della rivoluzione: “le forze sociali scatenate dalla modernizzazione” comportano la “vulnerabilità di un regime tradizionale alla rivoluzione” (1965, 422, corsivo nell’originale).

I mezzi impiegati per contrastare la minaccia della rivoluzione sono stati brutali: il programma di villaggi strategici Taylor-Staley nel Vietnam del Sud, ad esempio, ha comportato il trasferimento forzato di 13 milioni di persone in 12.000 “villaggi fortificati, circondati da recinzioni di filo spinato e fossati fortificati con punte acuminate di bambù” (Schlesinger 2002, 549).

Il colpo di stato del 1965 in Indonesia, orchestrato per impedire al terzo partito comunista più grande del mondo di salire al potere, uccise centinaia di migliaia di persone (forse salendo a oltre due milioni in diversi anni) quando la CIA fece trapelare i nomi e i dettagli dei membri del partito (van der Pijl 2014, 174).

L’operazione Phoenix (1968–1972) fu un programma segreto di tortura e assassinio della CIA che portò alla morte di circa 20.000 cittadini vietnamiti e all’incarcerazione di altre migliaia (Cavanagh 1980; Oren 2002, 149).

 I critici lo hanno descritto come “il programma di omicidio politico più indiscriminato e massiccio dai campi di sterminio nazisti della seconda guerra mondiale”, ma il rilascio dei Pentagon Papers nel 1971 ha deviato l’attenzione (Butz et al. 1974, 6; Valentine 2017, 29- 34).

I bombardamenti a tappeto di Vietnam, Cambogia e Laos, che hanno coinvolto il napalm e l’agente Orange, hanno causato perdite di vite umane e danni ambientali incalcolabili e hanno prodotto generazioni di difetti alla nascita.

 Le armi statunitensi all’Indonesia nel 1975 hanno portato a “livelli quasi genocidi” di atrocità nel 1978 (Chomsky 2008, 312).

Ci sono molti altri esempi di violazioni del diritto internazionale e di crimini di guerra sponsorizzati da Stati Uniti e Regno Unito, troppi per essere raccontati qui. Esempi ovvi includono:

3 miliardi di dollari all’anno a Israele nonostante la routine brutale contro i palestinesi.

Addestramento e supporto per il Fronte patriottico ruandese i cui squadroni della morte nel 1994 assomigliavano alle “unità mobili [Einsatzgruppen] del Terzo Reich” (Rever 2018, 229).

Fornire grandi quantità di armi alla Turchia a metà degli anni ’90 per aiutare a schiacciare la resistenza curda, “lasciando decine di migliaia di vittime, 2-3 milioni di rifugiati e 3.500 villaggi distrutti (sette volte il Kosovo sotto i bombardamenti della NATO)” (Chomsky 2008, 306.

Sanzioni “genocide” (per citare i successivi coordinatori umanitari delle Nazioni Unite, Denis Halliday e Hans von Sponeck) si stima abbiano ucciso oltre un milione di iracheni, tra cui mezzo milione di bambini (Media Lens 2004).

Sostegno all’invasione di Kagame-Museveni e alle uccisioni di massa nello Zaire/Repubblica Democratica del Congo, che hanno portato alla più grande perdita di vite umane in un singolo conflitto dalla seconda guerra mondiale (Herman e Peterson 2014), ma anche ulteriore accesso (dopo il Ruanda) al coltan, necessario per produrre telefoni cellulari e personal computer, nonché al 60% della fornitura di cobalto conosciuta nel mondo, necessario per le batterie agli ioni di litio (il 30% delle quali viene estratto a mano dai bambini lavoratori) (Sanderson 2019).

Affinché non rimangano dubbi sul ruolo di Kagame, è apparso (altrimenti inspiegabilmente) insieme a Bill Gates come parte di un panel a Davos 2022 su “Preparazione per la prossima pandemia”.

Distruzione massiccia di infrastrutture civili durante la guerra “etica” del Kosovo.

“Guerra preventiva” nella Strategia di sicurezza nazionale statunitense del 2002 (usata per la prima volta da Hitler per invadere la Norvegia) per giustificare l’invasione dell’Iraq; torture a Guantánamo Bay, con consegne straordinarie e nel carcere di Abu Ghraib;

 il massacro di Nisour Square ad opera dei sicari della Blackwater e i crimini mostrati nel video “Collateral Murder” di Wikileaks (entrambi del 2007).

La distruzione della Libia e il cambio di regime con il pretesto di R2P (globalr2p.org/what-is-r2p/) in seguito alla proposta del colonnello Gheddafi di una valuta di riserva africana e alternative alla Banca Mondiale e al FMI (Brown 2016).

Tentativi infiniti di sovversione nella “guerra sporca” contro la Siria (Anderson 2016) e contro l’Iran.

Supporto all’Arabia Saudita poiché si stima che 250.000 civili abbiano perso la vita nello Yemen, ecc., ecc.

Terrorismo sotto falsa bandiera.

Un altro modo di pensare al crimine dell’intelligence è attraverso la storia nota del terrorismo false flag, ovvero attacchi inscenati usati come pretesto per la guerra.

L’affondamento della USS Maine, ad esempio, fornì il pretesto per la guerra ispano-americana del 1898 e la conquista di varie isole del Pacifico (Anderson 2016, pp. v–vi).

Kennan lasciò cadere un accenno nel 1951 quando attribuì le origini della guerra ispano-americana a “un intrigo molto abile e molto tranquillo di alcune persone strategicamente posizionate a Washington, un intrigo che ricevette l’assoluzione, il perdono e una sorta di benedizione pubblica in virtù dell’isteria bellica» (citato in Stone 1988, 345).

Poi arrivò l’affondamento della Lusitania nel 1915 – “un dispositivo horror per generare una reazione pubblica per trascinare gli Stati Uniti in guerra con la Germania”, per cui Sutton incolpa “gli interessi Morgan, di concerto con Winston Churchill” (2016, 175).

Un’immersione del 2008 sulla “nave passeggeri” affondata ha confermato che trasportava “più di 4 milioni di proiettili di fucile e tonnellate di munizioni: proiettili, polvere, micce e cotone per armi da fuoco” (David 2015).

Era effettivamente una nave militare travestita.

Secondo il “colonnello” EM House, il ministro degli Esteri britannico, Edward Grey, e il re Giorgio V hanno discusso dell’affondamento della Lusitania prima che avvenisse (Corbett 2018).

 L’ambasciata tedesca a Washington ha dato un giusto avvertimento prima che la Lusitania salpasse che “le navi battenti bandiera della Gran Bretagna, o uno qualsiasi dei suoi alleati, sono soggette a distruzione” nelle acque adiacenti alla Gran Bretagna. 1.198 persone, tra cui 128 cittadini statunitensi, hanno perso la vita quando il siluro tedesco ha colpito.

Gli anni ’30 confermarono la colorazione di estrema destra degli attacchi sotto falsa bandiera.

Nel 1931, il Giappone imperiale sabotò una linea ferroviaria che operava nella provincia cinese della Manciuria, attribuì la colpa dell’incidente ai nazionalisti cinesi e lanciò un’invasione su vasta scala, occupando la Manciuria e installandovi un regime fantoccio (Felton 2009, 22–23).

L’operazione Himmler nel 1939 coinvolse una serie di eventi sotto falsa bandiera, il più famoso dei quali fu l’incidente di Gleiwitz, il giorno dopo il quale la Germania invase la Polonia (Maddox 2015, 86–87).

L’operazione Northwood, approvata dal Joint Chiefs of Staff nel 1962, conteneva proposte per tutti i tipi di attacchi sotto falsa bandiera da attribuire a Fidel Castro e usati come pretesto per invadere Cuba (Scott 2015, 94).

Questi includevano l’affondamento di una nave della Marina degli Stati Uniti nella baia di Guantánamo, l’affondamento di barche che trasportavano rifugiati cubani, l’organizzazione di attacchi terroristici a Miami e Washington, DC, facendo sembrare che Cuba avesse fatto saltare in aria un aereo passeggeri statunitense sostituendo l’aereo con un drone a metà volo e facendo sbarcare segretamente i passeggeri.

 

L’incidente del Golfo del Tonchino nel 1964 fu cinicamente invocato dal presidente Johnson come motivo per lanciare attacchi aerei contro il Vietnam del Nord, che negli anni successivi portarono a una massiccia perdita di vite umane da entrambe le parti; tuttavia, è noto che non si è mai verificato (Moise, 1996).

Johnson era vicepresidente sotto John F. Kennedy, che aveva pianificato di ritirare le truppe dal Vietnam.

 L’assassinio di Kennedy nel 1963 fu invece seguito due giorni dopo da un’escalation dell’impegno statunitense in Vietnam, probabilmente interiorizzando il modello di colpo di stato già stabilito dalla CIA e ponendo lo stato profondo saldamente a capo del sistema politico statunitense, con l’”establishment politico visibile” che viene “regolato da forze che operano al di fuori del processo costituzionale” (Scott 1996, 312).

Come sostiene Scott (2017), le strutture istituzionali e gli attori coinvolti nella politica profonda degli Stati Uniti possono essere rintracciati fino al presente.

Alla luce delle prove di cui sopra riguardanti i crimini di intelligence e le operazioni false flag, solo i ciechi intenzionali, i timorosi irragionevoli, e chi ha subito un’intensa propaganda,  rifiuteranno di riconoscere la possibilità, se non l’elevata probabilità, che gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 siano stati un’operazione sotto falsa bandiera condotta da attori transnazionali dello stato profondo al fine di legittimare le guerre imperialiste e l’aumento della repressione delle popolazioni interne (Hughes 2020).

Il fatto che il mio articolo ampiamente letto sull’argomento del febbraio 2020 (22.500 visualizzazioni sul solo sito Web di accesso a pagamento dell’editore a luglio 2022) rimane incontrastato dopo due anni e mezzo, nonostante le iniziali urla di indignazione (vedi Hayward 2020; Hughes 2021 ), mentre il silenzio del mondo accademico sugli eventi dell’11 settembre continua, riflette diabolicamente sulla professione e fornisce prove evidenti della complicità del mondo accademico nell’insabbiare la criminalità dello stato profondo.

La strategia globale di tensione nel 21° secolo.

La strategia della tensione è stata fondamentale per tenere sotto controllo la popolazione mondiale dall’11 settembre.

 Non solo l’Italia, ma le società di tutto il mondo sono state oggetto di continua propaganda e spinte a  credere che gli attacchi terroristici fossero una possibilità sempre presente nonostante tutte le prove contrarie (Mueller e Stewart 2016).

Quella propaganda legittimò le ripetute guerre di aggressione degli Stati Uniti, la destabilizzazione della regione del Nord Africa e del Medio Oriente e la privazione delle libertà civili in patria, inclusa la detenzione arbitraria, una maggiore sorveglianza e la tortura.

L’evento scatenante è stato lo stesso 11 settembre, la cui assurda spiegazione ufficiale è indifendibile (Griffin 2005; Hughes 2020; Hughes 2021).

 La cosiddetta “Guerra al terrorismo” non solo ha diffuso il terrorismo in molte regioni del mondo, ma ha anche terrorizzato intere popolazioni facendole vivere nel timore di attacchi terroristici (Chomsky 2007, 211; Amnesty International 2013).

 Come riconosce de Lint, l’intera faccenda è stata “alimentata e infiammata probabilmente più dall’interno che dall’esterno dalle autorità che dipendono dalla produzione controllata di” disagio “”per mantenere il loro dominio (2021, 8).

I nemici ufficiali degli Stati Uniti hanno seguito la narrativa della “Guerra al terrorismo”, perché significava che anche loro potevano invocare la minaccia del terrorismo come pretesto per l’autoritarismo e perché, in definitiva, una forma globale di dittatura è l’unica speranza affinché le classi dirigenti di tutti i paesi mantengano il controllo su una popolazione globale massiccia, in crescita e sempre più irrequieta (cfr van der Pijl 2022, 36).

Ci sono ragioni basate sull’evidenza, accuratamente ignorate dagli studiosi di “studi critici sul terrorismo”, per mettere in dubbio la provenienza di molti degli attacchi terroristici che hanno avuto luogo dall’11 settembre.

Prendi il caso della Francia.

 L’attacco di Charlie Hebdo (gennaio 2015) è seguito pochi giorni dopo che il presidente Hollande si è pronunciato contro le sanzioni alla Russia sull’Ucraina; anche la maggioranza socialista in parlamento aveva recentemente votato a favore del riconoscimento di uno stato indipendente della Palestina.

Soppesando le prove, van der Pijl (2022, 64) considera l’attacco di Charlie Hebdo come una possibile “operazione sotto falsa bandiera intesa a costringere Hollande a cambiare rotta e instillare paura nella società francese”.

Questo è stato seguito il 13 novembre da attacchi terroristici coordinati allo Stade de France, a caffè e ristoranti a Parigi e al teatro Bataclan.

 Poi sono arrivati l’attacco con un camion di Nizza (luglio 2016), l’attacco alla chiesa in Normandia (luglio 2016), l’attacco con il coltello del Louvre (febbraio 2017), l’attacco agli Champs Elysees (aprile 2017) e l’attacco a Strasburgo (dicembre 2018).

Il risultato di questi attacchi è stata l’introduzione di uno stato di emergenza, rinnovato cinque volte da allora, che ha visto 10.000 soldati dispiegati nelle strade francesi nell’ambito dell’operazione antiterrorismo Sentinelle.

Sebbene sia difficile se non impossibile stabilire fino a che punto gli attori dello stato profondo fossero dietro gli attacchi individuali, il risultato finale è esattamente in linea con la testimonianza di Vinciguerra del 1984 sopra riportata, ovvero uno stato di emergenza permanente.

Né la Francia è stata la sola a sperimentare un aumento del tasso di attacchi terroristici nell’era pre-Covid, con l’intensificarsi delle tensioni sociali.

 Gli attacchi in altri stati occidentali includevano gli attentati di Bruxelles (marzo 2016), l’attacco del camion del mercatino di Natale di Berlino (dicembre 2016), l’attacco del ponte di Westminster (marzo 2017), l’attacco del camion di Stoccolma (aprile 2017), l’incidente della Manchester Arena (maggio 2017). ), l’attacco al London Bridge (giugno 2017), l’attacco alla Moschea di Finsbury Park (giugno 2017), l’attacco a Barcellona (agosto 2017), la sparatoria a Las Vegas (ottobre 2017), la sparatoria di massa di Christchurch e l’accoltellamento al London Bridge del 2019 .

Questi attacchi rappresentano circa la metà di tutti i “grandi incidenti terroristici” identificati da Wikipedia dal 2015, mentre la maggior parte del resto si verifica in Iraq, Siria e Afghanistan, tutte aree chiave dell’interferenza degli Stati Uniti.

Se era inteso a sedare i disordini sociali spostando le società sempre più in direzione dello stato di polizia, lo sforzo è fallito, come chiaramente espresso dall’ascesa dei Gilets Jaunes in Francia nel 2018, così come dalle rivolte di massa in Cile e India e dalle grandi proteste in uno su cinque paesi nel 2019 (van der Pijl 2022, 54-58).

Questo, ipotizza van der Pijl, è uno dei motivi principali per cui il “freno di emergenza Covid” è stato azionato all’inizio del 2020.

In effetti, è evidente che una volta che il paradigma del controllo dello stato profondo è passato dalla perpetua “Guerra al terrore” alla biosicurezza, i principali attacchi terroristici in Occidente sono praticamente cessati.

 I terroristi hanno paura del virus o quegli attacchi sono stati per lo più pianificati ed eseguiti da agenti dello stato profondo?

Discendenti dei nazisti in posizioni di potere oggi.

È opinione comune che i nazisti siano stati sconfitti nel 1945.

Tuttavia, i discendenti degli ex nazisti rimangono influenti nel mondo di oggi.

Eugen Schwab era l’amministratore delegato di Escher Wyss, a cui fu concesso uno status speciale dai nazisti (consentendo il lavoro degli schiavi).

Suo figlio, Klaus, ha fondato il World Economic Forum nel 1973 e loda suo padre per “aver assunto molte funzioni nella vita pubblica nella Germania del dopoguerra” – uno schiaffo in faccia ai tedeschi occidentali della sua età che negli anni ’60 protestarono contro la riconferma di ex nazisti in posizioni di potere (Schwab 2021, 255).

 Schwab Jr. si è apertamente vantato alla John F. Kennedy School of Government di Harvard nel 2017 che i suoi “Young Global Leaders” hanno “penetrato i gabinetti” dei governi di più paesi.

Ma non è solo la politica ad essere stata infiltrata dal WEF.

 Gli “ex Young Global Leaders” occupano posizioni di primo piano nelle banche d’investimento, Big Tech, nei media mainstream, nei think tank e oltre, e sono stati coinvolti “in mezzo a tutta la vicenda covid” (Engdahl 2022; Swiss Policy Research 2021).

Günther Quandt era un industriale tedesco e membro del partito nazista la cui ex moglie sposò Joseph Goebbels nel 1931 con Adolf Hitler come testimone in una località di proprietà dello stesso Quant;

 Goebbels in seguito adottò il figlio di Quandt, Harald (Richter 2017).

Nel 1937 Hitler nominò Quandt un leader nell’economia della difesa (Wehrwirtschaftsführer), che gli permise di fare ampio uso del lavoro degli schiavi, e nel 1943, con il sostegno delle SS, i Quandt istituirono un “campo di concentramento di proprietà dell’azienda”, ad Hannover, dove ai lavoratori è stato detto all’arrivo che non avrebbero vissuto più di sei mesi a causa dell’esposizione a gas velenosi (Bode e Fehlau 2008).

La nuora di Quant, Johanna, era, da parte di madre, nipote di Max Rubner, che dirigeva l’Istituto per l’igiene dell’Università Friedrich Wilhelm, poi associato agli esperimenti di “eugenetica nazista”.

 Si segnala, quindi, che Johanna Quandt ha donato 40 milioni di euro alla Fondazione Charité tra il 2014 e il 2022 per l’istituzione del Berlin Institute for Health Research, a cui Christian Drosten è stato nominato nel 2017.

Sua figlia, Susanne Klatten (la donna più ricca della Germania) ha partecipato all’incontro del Bilderberg del 2017 con Jens Spahn, il giovane leader globale che nel 2018 è stato nominato ministro della salute tedesco.

 Klatten possiede anche Entrust (scelta dal governo del Regno Unito per produrre passaporti per i vaccini), collegandola all’agenda di sorveglianza biodigitale “Covid-19″.

Altre famiglie di “miliardari nazisti” che rimangono influenti oggi includono Flick, von Finck, Porsche-Piëch e Oetker (de Jong 2022).

Michael Chomiak era un collaboratore nazista ucraino (Pugliese 2017);

sua nipote, Chrystia Freeland, siede nel consiglio di amministrazione del WEF ed è ministro delle finanze e vice primo ministro del Canada.

Nel 2022, non molto tempo dopo aver annunciato che avrebbe congelato i conti bancari dei camionisti canadesi e dei loro sostenitori, ha twittato una foto di se stessa con in mano una bandiera rossa e nera associata al movimento Bandera in Ucraina (poi cancellata senza commenti e una nuova fotografia senza lo striscione è stata postata).

Stepan Bandera ha guidato una milizia che ha combattuto a fianco dei nazisti nella seconda guerra mondiale, e il battaglione anti-russo Azov, istituito durante il colpo di stato sostenuto dall’Occidente in Ucraina del 2014, ha mostrato apertamente le insegne naziste fino a quando questo non è diventato politicamente troppo sensibile nel giugno 2022.

 Nel dicembre 2021 , Ucraina e Stati Uniti sono stati gli unici stati a votare contro una risoluzione delle Nazioni Unite contro la glorificazione del nazismo.

Conclusione.

Il sinistro riemergere di elementi nazisti nelle democrazie liberali contemporanee offre prove convincenti che gli elementi peggiori del Terzo Reich non furono sconfitti nel 1945, ma furono, piuttosto, segretamente incubati in preparazione del loro eventuale ritorno.

Il fulcro di questo è stata la CIA, istituita da WALL Street con in mente una tale eventualità.

Così, quando l’avvocato tedesco Reiner Fuellmich afferma:

“Stiamo combattendo ancora una volta le stesse persone che avremmo dovuto far cadere 80 anni fa“, i veri criminali sono quelli all’apice del sistema capitalista, che ora stanno, come nel 1920 e 1930, cercando di ricorrere al totalitarismo per far fronte all’acuta crisi del capitalismo.

Nel 1974, Sutton chiese: “Gli Stati Uniti sono governati da un’élite dittatoriale?” La “New York Elite”, ha affermato, rappresenta una “forza sovversiva” che impone uno “stato quasi totalitario” in violazione della Costituzione degli Stati Uniti (Sutton 2016, 167–172).

Inoltre, “Anche se non abbiamo (ancora) le palesi trappole della dittatura, dei campi di concentramento e del bussare alla porta a mezzanotte, abbiamo sicuramente minacce e azioni volte a colpire la sopravvivenza dei critici non istituzionali, l’uso dell’Agenzia delle Entrate per allineare i dissidenti e la manipolazione della Costituzione da parte di un sistema giudiziario politicamente sottomesso all’establishment”.

A questo proposito, dato lo stretto legame tra WALL Street e la CIA, faremmo bene a dare ascolto all’affermazione di Valentine secondo cui “La CIA è l’influenza più corruttrice negli Stati Uniti. Ha corrotto l’ufficio doganale nello stesso modo in cui ha corrotto la DEA. Corrompe il Dipartimento di Stato e l’esercito. Si è infiltrato nelle organizzazioni civili e nei media per assicurarsi che nessuna delle sue operazioni illegali fosse smascherata”. (Valentine 2017, 52)

Fin dalla sua fondazione, la CIA è stata il marciume nel cuore della democrazia statunitense e della democrazia nel mondo.

 Per 75 anni ha commesso crimini di cui i nazisti sarebbero stati orgogliosi, il tutto per proteggere gli interessi di WALL Street e della classe dirigente atlantica.

Con il “Covid-19″, tuttavia, non si può fare a meno di percepire che lo stato profondo ha esagerato.

Le impronte digitali della CIA sono troppo evidenti.

Ad esempio, l’operazione di guerra psicologica del 2020 è stata chiaramente modellata su ciò che Klein (2007, 8) chiama la “dottrina dello shock“, che risale agli esperimenti MKULTRA e cerca di generare “momenti di trauma collettivo per impegnarsi in un’ingegneria sociale ed economica radicale .”

“Solo una grande rottura - un’inondazione, una guerra, un attacco terroristico – può generare il tipo di tele vaste e pulite” desiderate dagli ingegneri sociali, ovvero “momenti malleabili, quando siamo psicologicamente disarmati”, consentendo agli ingegneri sociali di “cominciare la loro opera di rifare il mondo» (Klein 2007, 21).

Il “Great Reset”, come l’11 settembre, è modellato su questo tipo di “grande rottura”, con la conseguente guerra psicologica che coinvolge le stesse tecniche di isolamento, de familiarizzazione, de patterning, interruzione dei modelli comportamentali, ecc…

Schwab,e Malleret e ora anche il discepolo di Schwab, Hatari , per ad esempio, incoraggiano i decisori a “trarre vantaggio dallo shock inflitto dalla pandemia” per attuare un cambiamento sistemico radicale e duraturo (2020, 100, 102).

Oppure prendi la questione delle mascherine, che erano obbligatorie negli spazi pubblici nella maggior parte dei paesi.

 Non possiamo ignorare il fatto che i detenuti di Guantánamo Bay sono stati costretti a indossare maschere chirurgiche azzurre (Courtesy Everett Collection).

Guantánamo Bay è una struttura di tortura.

Gli esperimenti MKULTRA hanno scoperto che la tortura psicologica è molto più efficace della tortura fisica: in particolare, una combinazione di deprivazione sensoriale e dolore autoinflitto sono i metodi più efficaci, come praticato nella prigione di Abu Ghraib nel 2003 (McCoy 2007, 8, 41).

Altre fotografie dei detenuti di Guantánamo del 2002 li mostrano con indosso occhiali oscuranti, guanti, cuffie spesse e cuffie industriali (cioè deprivazione sensoriale) nonché maschere per il viso (Dyer 2002; cfr. Observer 2013; Rosenberg 2021).

Nonostante le condizioni abiette dei detenuti, dalle fotografie non sembra esserci alcun motivo per cui non possano allungare la mano e rimuovere la maschera, a parte la paura delle conseguenze.

Questo è il dolore autoinflitto.

È noto che l’uso della maschera porta al “deterioramento psicologico e fisico, nonché a molteplici sintomi descritti [come] sindrome da esaurimento indotto dalla maschera” (Kisielinski et al. 2021).

Lo stesso vale per la pressione sociale di indossare la maschera durante il “Covid-19″, che essenzialmente induce i portatori di maschere all’autolesionismo.

 È una forma avanzata e altamente efficace di guerra psicologica volta ad abbattere la resistenza pubblica a molteplici programmi nefasti che vengono tutti messi in atto contemporaneamente.

Dove ci porta questo?

 Secondo Scott, “un ex presidente e primo ministro turco una volta ha commentato che lo stato profondo turco era il vero stato e lo stato pubblico era solo uno ‘stato di riserva’, non quello reale” (2017, 30).

Questo ora vale anche per le “democrazie liberali” occidentali.

Mentre la maggior parte dei cittadini, compresi quasi tutti gli accademici, rimangono ignari dello “stato profondo” e dell’intera portata delle sue operazioni, la realtà sociale contemporanea è fondamentalmente determinata dalle operazioni dello “stato profondo” (Deep State).

La maggior parte delle persone crede sinceramente di essere appena sopravvissuta a una “pandemia” – che proprio per questo rende necessaria una ristrutturazione dell’economia politica globale nell’interesse della classe dirigente atlantica – e molti difenderanno con veemenza questa proposta.

La realtà, tuttavia, è che quelle persone sono le vittime della più grande operazione di guerra psicologica della storia, che spazia dalla propaganda di livello militare alle tecniche di tortura psicologica.

 Non c’è da stupirsi che i poteri in carica ora vogliano censurare Internet.

 Una volta che la realtà di ciò che sta accadendo è ampiamente compresa, sembra inevitabile che il lungo “secolo di schiavitù” di WALL Street (Corbett 2014) possa finalmente finire.

(David A. Hughes- propagandainfocus.com/)   

 

 

La strada verso l’inferno (3):

il verminaio del Grande Reset.

Gruppolaico.it – Redazione – PostDateIcon – (2 novembre 2022) – ci dice:

 

Il progetto criminale globale chiamato Grande Reset è un verminaio che affonda i suoi luridi piedi in un verminaio ancora più grande: il deep state.

Il Grande Reset (con il deep state di cui è un prodotto diabolico) è un pullulare di vermi ostili alla Vita, alla Libertà, ai Diritti, all’Umanizzazione, alla Dignità.

In questi articoli che seguono da studiare più che da leggere) vedrete cosa c’è dietro il Grande Reset in corso:

un brulicare incredibile di organizzazioni mondiali, di club, di think thank, di forum, di conferenze internazionali, di banchieri, di finanziatori, di politici, di istituti finanziari, d’intellettuali, di scienziati, di mestatori, di faccendieri, di agende, ecc.

Un formicolare di vermi più o meno grandi, più o meno potenti, più o meno ricchi, più o meno conosciuti, ma tutti marci dentro che rigurcitano la loro ferocia e i loro progetti diabolici di potere su questo povero mondo da far marcire.

Un verminaio di marciume che sta facendo marcire la Terra e i suoi abitanti tanto che questo verminaio progetta che noi in futuro dovremo nutrirci di vermi, strisciare come vermi e, se siamo un po’ dissidenti o malati fisicamente, calpestati come vermi.

Vermi che si credono “dio” e che vogliono trasformarci in vermi” che si credono nulla”:

guardandoci in giro potremmo dire che il lavoro dei vermi”dio” sulla “vermificazione” dell’umanità è a un buon punto. No?

A differenza del verme “lombrico” che lavora silenziosamente per la vita, mangiando la terra per restituirla fecondata attraverso le sue feci, questi vermi “dio-grande resettiani” lavorano per la morte scavando la strada per l’inferno e mangiando, pappando la terra per renderla marcescente attraverso le loro feci putride.

Ad ognuno il verme che merita. (GLR)

 L’ASCESA E LA CADUTA DEL GRANDE RESET.

Il ‘ Great Reset’ è stato introdotto dal ‘World Economic Forum’, che è strettamente legato alle Nazioni Unite e all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il loro programma è quello di attuare un tipo globale di totalitarismo basato su ideologie tecnocratiche e transumanistiche.

Parte di quel piano include anche la reingegnerizzazione e il controllo di tutte le forme di vita, compresi gli esseri umani. […]

Mentre l’espressione esteriore della tecnocrazia apparirà come totalitarismo, il centro di controllo non è un individuo.

Piuttosto che una singola persona che governa per decreto, la tecnocrazia si basa sul controllo attraverso la tecnologia e l’algoritmo.

Questa è una differenza molto importante. In breve, non ci sarà alcun individuo da incolpare o ritenere responsabile. Il ‘dittatore’ è un algoritmo”.

“The Great Reset […] non è una teoria del complotto; è un progetto aperto, dichiarato e pianificato, ed è ben avviato.

Ma poiché il capitalismo con caratteristiche cinesi o lo statalismo corporativo-socialista manca di libero mercato e dipende dall’assenza di libero arbitrio e libertà individuale, è, ironia della sorte, “insostenibile”.

Una cospirazione globale sotto mentite spoglie per promuovere il totalitarismo.

I leader senza cervello dell’Occidente (o forse stupidi) sono caduti a capofitto nel totalitarismo nascosto dell’agenda di acquisizione globale di Klaus Schwab e ora anche Hatari.

Solo la parola “mondo” nella falsa descrizione “World Economic Forum” (WEF) è accurata, ma è stata chiaramente progettata per presentare le intenzioni criminali globali e globaliste di Schwab e Hatari in una luce ingannevolmente positiva.

Gli altri due concetti – ‘economico’ e ‘forum’ – sono deliberatamente fuorvianti e sono falsificazioni di fatto.

Il WEF non è affatto un’organizzazione esclusivamente o addirittura strettamente “economica”:

 promuove l’”economia” da ciarlatano come mezzo per far rispettare in ultima analisi la politica assolutista di ispirazione nazista di Schwab di nascosto.

 Né il WEF è un ‘forum’: lo scopo di un vero e proprio ‘forum’ nel significato originario della parola è un incontro per il dibattito democratico, ma l’unico scopo del WEF è quello di attuare la propria agenda, che non consente discussioni, nessun argomento e nessuna sfida al suo scopo predeterminato come strumento di attuazione del suo programma per la dittatura globale assolutista.

Gli aderenti a quel gruppo selezionato di élite autodifese di tutto il mondo che si riuniscono all’incontro annuale del WEF a Davos, in Svizzera, sono vittime del lavaggio del cervello del previsto Nuovo Ordine Mondiale di Schwab.

Stanno davvero cospirando per controllare la direzione della società e della politica in tutto il mondo.

 Il WEF è in pratica una cospirazione, non solo una teoria della cospirazione. Questa è l’ammissione aperta del suo Fondatore e Presidente Esecutivo Klaus Schwab nel suo commento di benvenuto all’incontro del WEF del 2022:

“Dobbiamo anche essere chiari: il futuro non sta solo accadendo. Il futuro è costruito da noi, una comunità potente come te qui in questa stanza.

Abbiamo i mezzi per migliorare lo stato del mondo, ma sono necessarie due condizioni.

 Il primo è che agiamo tutti come stakeholder di comunità più grandi, che serviamo non solo i nostri interessi personali, ma serviamo la comunità. Questo è ciò che chiamiamo “responsabilità degli stakeholder”.

 E secondo, che collaboriamo.”

Il Great Reset, descritto dal “Gatestone Institute” come “un progetto per distruggere la libertà, l’innovazione e la prosperità  , fa appello a un’enorme rete globale di migliaia di leader globali del mondo degli affari, della politica e della società civile.

Condividono varianti della filosofia Davos e sono supportati da un ingente reddito derivante dalle quote associative aziendali.

Il WEF ha anche un’ala giovanile chiamata “Global Shapers Community”: 9.655 “shaper” lavorano da 428 “hub” in 148 paesi diversi per infiltrarsi nella politica e promuovere le sciocchezze malvagie di Schwab ed ora anche Hatari.

 Il 29 agosto 2022 la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha finalmente introdotto un disegno di legge “Defund Davos” (HR8748) che seguirà i precedenti sforzi di Trump per negare l’uso dei finanziamenti dei contribuenti per sostenere il WEF.

Credenziali naziste, affinità naziste.

Klaus Schwab, il ciarlatano straordinariamente arrogante e presuntuoso che si definisce il “Presidente esecutivo” del WEF, ha rilasciato una dichiarazione assolutamente sorprendente all’incontro annuale del 23 maggio 2022.

In un caloroso omaggio al presidente alleato dei nazisti dell’Ucraina Volodymyr Zelensky, che è stato l’”ospite d’onore” del WEF (!) e l’oratore principale durante il suo tour internazionale per sollecitare armi per combattere la Russia, Schwab ha detto che Zelensky (un uomo che premia i nazisti dichiarati, imprigiona i leader dell’opposizione e bandisce i partiti) è sostenuto da “ Tutta l’Europa e l’ordine internazionale ”.

 Non c’è stato un singolo grido di protesta o dissenso da parte dei quasi 2.500 leader presenti tratti dalla politica, dagli affari, dalla società civile e dai media.

Zelensky, invece, il cui discorso aveva omesso di menzionare qualsiasi riferimento ai crimini che gli estremisti nazionalisti avevano commesso nel suo paese, o al fatto di aver violato gli accordi di Minsk che miravano a raggiungere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina, ha ricevuto una standing ovation dopo aver di fatto ringraziato virtualmente i nazisti ucraini per i loro crimini descrivendoli semplicemente come “volontari”.

Zelensky e Schwab sono due di tipo politici patologici.

Rodney Atkinson ha esposto il nazismo intrinseco di Zelensky in due articoli molto importanti sul suo sito web “Freenations”;

 Ho più volte attirato l’attenzione su una fotografia di Zelensky che regge con orgoglio una maglietta nazista adornata con una grande svastica e simboli del Wolfsangel tedesco ;

e il sito web “The True Reporter” ha chiesto allo stesso modo perché alcune fotografie di Zelensky lo mostrano con indosso la croce di ferro nazista.

Eppure ci sono persone ignoranti e ingenue – tra cui alcuni pastori cristiani ed editori di giornali cristiani – che non hanno svolto le loro ricerche e che respingono prove così schiaccianti delle credenziali naziste di Zelensky come false o perché sono solidali con lui e non lo fanno vogliono riconoscere la verità.

Il 15 luglio 2021 l’Ardara Press ha pubblicato uno studio dettagliato sul passato nazista nascosto dell’azienda di famiglia di Klaus Schwab, Escher Wyss, che tra le altre barbarie sfruttava il lavoro degli schiavi e i prigionieri di guerra alleati e produceva tecnologie chiave per la fabbricazione di bombe nucleari per Adolf Hitler.

 Due giorni dopo lo studio è stato messo in evidenza dal sito cristiano ‘Grandmageri’.

 L’autore ricorda che l’azienda era protetta non solo dallo stesso Hitler, ma da Svizzera, Gran Bretagna e America, rendendo Schwab un immigratore straniero criminale in tutti i sensi.

Hitler definì Escher Wyss “un’azienda modello nazionalsocialista [cioè nazista]”.

Lo studio Ardara menziona anche che i documenti d’archivio della CIA rivelano che le società di ingegneria svizzere Escher-Wyss e Sulzer erano dirette dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e dal Dipartimento di Stato, e l’autore chiede: “Vogliamo davvero una spia bugiarda con tre agenti?

eseguendo “Great Reset” e “Build Back Better?”

Biden, Johnson e Trudeau hanno tutti utilizzato il concetto del WEF “ricostruire meglio” quando hanno dimostrato il loro sostegno a Zelensky e al nazismo ucraino.

Il “World Economic Forum” è solo un modo prolisso per dire fascismo.

Orrendamente, il WEF e Hatari  hanno persino invitato i governi, i funzionari sanitari e gli “umani” di tutto il mondo a considerare gli argomenti “razionali” (!) per l’impianto di microchip nel cervello dei bambini.

Schwab insiste sul fatto che l’idea di impiantare un “chip di tracciamento nel tuo bambino” non è “spaventoso”, sostenendo che i chip “fanno parte di un’evoluzione naturale che i dispositivi indossabili una volta hanno subito” e che i bambini cresceranno persino per vederli come “accessori” che alla fine sarà “considerato un capo di moda”.

 YouTube ha prodotto un video rivelatore in cui viene discusso questo piano malvagio per il controllo del cervello umano.

Agenda ID2020.

Il pilastro fondamentale del Great Reset è un piano orrendo chiamato ‘Agenda ID2020’, che è un progetto per riportare il mondo in linea con gli obiettivi dei super ricchi.

Aiutato dai metodi delle piattaforme ‘Big Tech’, promuove l’idea di una massiccia riduzione della popolazione.

Agenda ID2020 è stata progettata dal miliardario Microsoft e membro del Bilderberg Bill Gates, che ha donato centinaia di milioni di dollari per ridurre la popolazione mondiale mediante l’uso di vaccini.

Questo non è frutto dell’immaginazione di nessuno: leggi le stesse parole di Gates:

“Oggi il mondo ha 6,8 miliardi di persone… questo numero salirà a circa 9 miliardi. Ora, se facciamo davvero un ottimo lavoro su nuovi vaccini, assistenza sanitaria, servizi di salute riproduttiva, potremmo abbassarli forse del 10 o 15 percento”.

Questa affermazione incriminante di Gates fa eco al programma eugenetico dei nazisti, che non è mai scomparso ma è semplicemente passato in secondo piano per alcuni decenni.

L’Agenda ID2020 è sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dalla Fondazione Rockefeller, da Accenture e dalla Global Alliance for Vaccines and Immunization (GAVI), che ora è semplicemente chiamata Vaccine Alliance.

 GAVI è anche una creazione di Gates dal 2001 e ha sede a Ginevra, in Svizzera, molto vicino all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Queste organizzazioni collaborano collettivamente nella promozione del Nuovo Ordine Mondiale pianificato da Schwab.

Danni incommensurabili e durevoli sono già stati arrecati alla salute, alle economie e alle libertà delle nazioni del mondo da quello che è stato chiamato il “raduno di psicopatici che cercano di giocare a fare Dio” del WEF;

 ma la loro fine potrebbe ormai essere vicina anche a seguito di un referendum svizzero tenutosi il 7 marzo 2021, che ha bloccato una proposta di legge volta a creare una base giuridica per un sistema di identità elettronica basato su Agenda ID2020.

Il tasso di rifiuto complessivo è stato del 64,4% (in alcuni cantoni fino al 70,7%) ed è stato un duro colpo per il malvagio progetto del World Economic Forum.

Sarà interessante vedere se Schwab e i suoi sostenitori   come Harari saranno ora espulsi da Davos, proprio come l’Ungheria ha espulso il miliardario globalista George Soros nel 2019 per la sua “politica di sovversione” contro il paese e ciò che il Jerusalem Post descrive come la sua “campagna del caos globale”.

Il WEF fa parte della fallita cospirazione anti-russa dell’Occidente.

Lo slogan ufficiale del WEF recita “Impegnati per migliorare lo stato del mondo , ma gli incontri di Davos non hanno fatto assolutamente nulla per raggiungere tale obiettivo.

Schwab non ha mai suggerito come si possa raggiungere la pace in una guerra inutile che ha ucciso molte migliaia di persone innocenti, molte più ucraine che russe.

Invece di accettare le proposte Putin-Lavrov per i negoziati di pace, era chiaro che l’agenda nascosta (o forse non così nascosta) era di continuare e intensificare la guerra.

 Come ha sottolineato Peter Koenig in un recente articolo del “New Eastern Outlook”  “Gli applausi seguiti dal tono bellicoso di Zelenski e dalla richiesta al WEF 2022 di più potere omicida dall’Occidente, sono stati come accrescendo l’odio propagato e veramente indottrinato per la Russia all’interno del Forum e in tutto il mondo “.

Così il WEF 2022 ha finalmente svelato le sue vere credenziali geopolitiche annunciando formalmente di aver

“troncato tutte le relazioni con il governo russo e il presidente Vladimir Putin” e “cancellato Putin dal sito web del WEF”, rendendolo nient’altro che un portavoce di USA-NATO propaganda e aggressione.

Quindi, oltre al corporativismo in forte aumento o al fascismo economico, il Great Reset del WEF mira anche a distruggere la Russia – e la Cina – e a recuperare l’egemonia in diminuzione delle nazioni occidentali mentre perdono rapidamente la loro leadership globale in un mondo sempre più multipolare.

Di conseguenza, il Great Reset non è una teoria del complotto, ma in pratica una cospirazione.

Michael Rechtenwald del “Mises Institute”, che è il principale sostenitore mondiale delle idee di libertà, afferma quanto segue e conclude che come “piani di un’élite tecnocratica” è “destinato a fallire”:

“The Great Reset […] non è una teoria del complotto; è un progetto aperto, dichiarato e pianificato, ed è ben avviato.

 Ma poiché il capitalismo con caratteristiche cinesi o lo statalismo corporativo-socialista manca di libero mercato e dipende dall’assenza di libero arbitrio e libertà individuale, è, ironia della sorte, “insostenibile”.

 La stragrande maggioranza non accetterà i tentativi del Grande Reset di rinchiuderli in una prigione economica, governativa e tecnologica.

Come i precedenti tentativi di totalitarismo, il Great Reset è destinato a fallire” anche e soprattutto per l’azione combinata a livello globale dell’”Alleanza”.

Il pianificato Nuovo Ordine Mondiale del WEF è stato demolito da Russia e Cina.

Considerando che l’America sta rapidamente accelerando in uno stato di polizia governato da Joe Biden e dai Democratici, e che anche l’Unione Europea sta affrontando un potenziale collasso finale a causa del fiasco del Covid-19 e della crisi energetica progettata dal WEF, la domanda ora è:

chi è lasciato con il coraggio, la convinzione, la forza e la capacità di opporsi ai piani malvagi del Great Reset che Klaus Schwab era così intento a ribadire alle élite globaliste del mondo alla teleconferenza di Davos del 2021 del WEF?

La risposta è, ovviamente: la stessa persona che dal 2015 ha riconosciuto, smascherato e denunciato apertamente le mire di Schwab e dei suoi seguaci ingannati – lo spauracchio inesorabilmente travisato e sistematicamente demonizzato dall’Occidente, ovvero il presidente russo Vladimir Putin.

Nonostante l’accelerazione verso la tirannia globale, il Great Reset è destinato a fallire, anche se i suoi promotori cercheranno disperatamente di mantenerlo in vita il più a lungo possibile.

Putin aveva assolutamente ragione quando ha deriso i piani di Schwab all’incontro del WEF del 2020, che ironicamente doveva tenersi online a causa della pandemia di Covid-19.

 Putin ha detto a Schwab che i suoi piani per un sistema di governo globale basato sulle idee ridicole del Grande Reset non solo erano “destinati al fallimento”, ma erano anche “contrari a tutto ciò che la leadership moderna dovrebbe perseguire”.

Quando i leader mondiali si sono riuniti allo SPIEF 2022 (il Forum economico di San Pietroburgo), YouTube ha pubblicato un altro video intitolato “Russia e Cina hanno appena distrutto Klaus Schwab e il Forum economico mondiale”.

Per parafrasare i punti principali di ciò che Putin ha chiarito in modo assolutamente chiaro a San Pietroburgo:

L’era del mondo unipolare, guidato dall’America e dal Great Reset del WEF, è finita.

Il futuro ordine mondiale, già in atto, sarà formato da forti stati sovrani.

La rottura con l’Occidente è irreversibile e definitiva.

Nessuna pressione da parte dell’Occidente lo cambierà.

La Russia ha rinnovato la sua sovranità.

Il rafforzamento della sovranità politica ed economica è una priorità assoluta.

 L’UE ha perso completamente la sua sovranità politica: l’attuale crisi mostra che l’UE non è pronta a svolgere il ruolo di attore indipendente e sovrano;

 è semplicemente un insieme di vassalli americani privati ​​di qualsiasi sovranità politico-militare.

La sovranità non può essere parziale: un paese o è sovrano o è una colonia.

 La Russia investirà nello sviluppo economico interno e nel riorientamento del commercio verso nazioni indipendenti dagli Stati Uniti.

Il futuro ordine mondiale, già in atto, non sarà quello tracciato dall’America e dal WEF, ma sarà formato da forti stati sovrani.

(databaseitalia.it)

 

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