EUROPA OSTAGGIO DELLE MULTINAZIONALI.
EUROPA
OSTAGGIO DELLE MULTINAZIONALI.
Sono
Suonati i Primi
100
giorni del Governo Meloni.
ConoscenzealConfine.it
– (24 Gennaio 2023) - Saura Plesio (Nessie)- ci dice:
Mi ero
ripromessa di sospendere il giudizio prima dei fatidici 100 giorni su questo
governo.
Ora
quei giorni che servono a tracciare già un bilancio, sono suonati, perciò mi
sento più libera di dire quel che penso.
Se c’è
una cosa irritante è quando i politici di turno cercano di disattendere
(diciamo pure “tradire”) il voto elettorale, ma non vogliono farlo sapere in
giro.
La
parola “tradire” deriva dal latino “tradere”, ovvero “consegnare” (sottinteso:
al nemico).
Parlano i tweet di Giorgia Meloni non di un secolo fa
ma del 2018 e 2019 nei quali dichiarava che il WEF di Davos del sig. Klaus
Schwab era null’altro che la vetrina mondialista della Finanza.
A
quanto pare ha cambiato idea, facendosi irretire dalle sirene, e ha inviato un
esponente del suo governo nella figura del ministro della PI e del Merito
Giuseppe Valditara, da lunedi 16 gennaio fino al 20, a Davos (Svizzera –
Cantone dei Grigioni).
Andiamo
avanti. Vi ricordate quando la Meloni dichiarava che avrebbe firmato “col
sangue” (un’espressione molto forte) il fatto che non sarebbe mai ricorso al
MES? Lo disse nientemeno che da Vespa (Rai 1).
Anche
quella fu una promessa mancata, perché da un po’ di tempo in qua, il governo
torna a parlare di “ratifica” nei confronti del Grande Cravattaro.
E “ratificare” significa caricare un’arma
puntata su di noi.
Il guaio è che Meloni finge pure di tenere il
punto, ma è già tutto deciso.
Sinceramente
non mi piacciono certe sue frasi ridondanti e ultimative, cui di solito fa
seguito un bel mettersi a cuccia e assecondare di fatto, i poteri mondialisti.
Vale
anche per la pessima comunicazione sulle accise del carburante che hanno
concorso a scaldare i prezzi, cui è seguita una goffa retromarcia.
Lei ha
detto più volte che non vorrebbe MAI deludere i suoi elettori?
Benissimo,
allora sappia che buona parte dei suoi elettori non vogliono i rifinanziamenti
di armi all’Ucraina.
Non
vogliono il MES, non vogliono che l’Italia vada a Davos al World Economic
Forum, per ascoltare i progetti di veri e propri sociopatici criminali, autori
della famigerata Agenda 2030.
E già
che siamo in tema, ci piacerebbe tanto sentire una sua buona parola bella
chiara, contro la sistematica minaccia sulle vaccinazioni ai neonati e ai
lattanti, da parte di alcuni pediatri televisivi.
Sì, perché si continua a parlare senza nessun
pudore di vaccino anti-Covid dai 6 mesi in su.
Meloni è madre anche lei di una bambina e ciò
che non vorrebbe mai per sua figlia deve valere per tutti gli altri bambini.
Qualcuno
si accontenta già delle promesse di sovranità alimentare di Francesco
Lollobrigida (suo cognato) ministro dell’Agricoltura, adducendo la scusa che
con Speranza saremmo già agli insetti sulla nostra mensa.
Ricordo
che le chiacchiere stanno a zero fino a che non si traducono in fatti concreti.
Ve lo ricordate Salvini, che fine ha fatto a
suon di chiacchiere e distintivi, e di promesse mancate?
Da
percentuali di voto elevatissime, è precipitato in discese in picchiata.
Non
vorrei che i nostri politici (al di là degli schieramenti) fossero solo gli
imbonitori del Sistema, messi lì apposta per trasformare le nostre proteste e
legittime aspettative, in continue estenuanti attese.
In
altre parole, attendismo e addomesticamento dei cittadini.
In
buona sostanza, quel che rimprovero alla Meloni sono le sue espressioni
roboanti e assolutiste, cui fa di solito seguito un bel “macchina indietro”
(vedi Mes e WEF di Davos, e pure quel famoso
“blocco navale” del quale parlava quando era all’opposizione, contro le
migrazioni che continuano ad arrivare massicce a tutte le ore).
Un po’
più di prudenza anche nel lessico, non guasterebbe.
Ricordo
che Draghi era in collegamento diretto via satellitare con Zelenski, e ha
costretto il parlamento a stanziare fondi per la guerra, ma che laggiù in
Ucraina non ci è andato, il furbastro!
Dai
furbi c’è sempre da imparare qualcosa, anche se sono nostri nemici.
Non vorrei che la Meloni facesse la figura
della pollastra in tuta mimetica che va a Kiev, nell’ansia di mostrarsi “di
provata fede atlantista”.
E
magari le due parti in guerra, firmassero un bell’armistizio quanto prima.
Un
altro consiglio destinato a rimanere lettera morta… Lasci perdere la retorica
garibaldina del “qui si fa l’Italia o si muore” (gli Italiani, già muoiono), e
si preoccupi invece della salute dei suoi cittadini che non possono più
accedere al Servizio Sanitario Nazionale con la solita scusa del Covid, pagando
fior di denari per visite private (questo, per chi può farlo).
Dei
decessi numerosi e sospetti, dei danni post-vaccinali.
Certo,
questi ultimi tre anni da incubo non sono stati colpa sua (insomma… di cose ne
ha votate Fratelli d’Italia quando era all’opposizione – nota di conoscenze al confine), ma un buon capo di governo si deve
preoccupare anche e soprattutto delle manchevolezze dei governi precedenti,
mettendovi concretamente mano quanto prima, allo scopo di rimediarvi.
(Saura
Plesio (Nessie)-
sauraplesio.blogspot.com/2023/01/sono-suonati-i-primi-100-giorni-del.html)
Prandini:
“Dai vermi al vino,
basta
con questa Europa
ostaggio
delle multinazionali”.
Ilpuntocoldiretti.it
– Redazione – (24 Gennaio 2023) – ci dice:
“La
salute non c`entra nulla, qui si parla di soldi, di lobby che imperversano a
Bruxelles e di un`Europa che è ostaggio delle multinazionali, altro che di un
bicchiere di vino».
È l’attacco lanciato dal presidente della
Coldiretti Ettore Prandini in un’intervista al quotidiano La Verità dove spazia
a tutto campo, dal via libera alle etichette allarmistiche sul vino agli
attacchi alla zootecnia, dalla strategia “Farm to Fork” a “Big Pharma”, fino
agli insetti a tavola.
«I
vermi nel piatto - dice il presidente di Coldiretti - sono la manifestazione
più evidente che Bruxelles è totalmente fuori sintonia con la gente.
Gli
italiani li rifiutano, ma così gran parte degli europei mi interessa però fare
chiarezza sul vino.
Per
noi significa 14 miliardi di fatturato, di cui oltre la metà all` estero.
Vendiamo
circa 3,5 miliardi di vino in Europa e oltre 4 nel resto del mondo, con gli Usa
che sono il nostro miglior cliente e dove abbiamo costruito una cultura della
qualità, del bere responsabile.
Siamo il primo produttore mondiale, secondi
dietro la Francia per valore dell`export, ma siamo il Paese che ha il più
consistente accrescimento del valore della produzione.
Difendere
il settore vitivinicolo è difendere l` economia e la cultura italiane. L`
Irlanda non produce vino, ma ospita grazie al suo regime fiscale che fa dumping
al resto d` Europa le multinazionali del bere che stanno spendendo miliardi in
comunicazione e che vogliono erodere quote di mercato.
Per
loro è conveniente promuovere bevande che con la chimica magari riproducono
anche gli aromi del vino ed è indispensabile togliere dal mercato un
concorrente come l` Italia».
Una
scienziata diventata famosa grazie al Covid, la professoressa Antonella Viola,
applaude all` Irlanda, peraltro già imitata dal Canada, e dice che il vino come
tutto l` alcol fa malissimo. Chi beve vino ha il cervello piccolo...
«Mi
dispiace per la professoressa Viola, ma ci sono migliaia di studi che dicono il
contrario.
Magari
lei sa tutto sui virus, però dovrebbe ascoltare e studiare la mole gigantesca
dei pareri dei nutrizionisti che dicono che un consumo moderato di vino, come
peraltro è nella cultura nostra, fa bene.
Il
vino è un tratto identitario, è un prodotto culturale che deriva dalla storia
della nostra civiltà: dai greci, dai romani.
Osservo, ma è per far capire che certi giudizi
buttati lì magari per fare notizia contrastano con la realtà, che in Italia ci
sono migliaia di centenari e tutti dichiarano di aver sempre bevuto vino e di
continuare a consumarlo.
Vorrei
sapere perché gli stessi allarmi che si lanciano sul vino non li sento per i
cibi ultra processati, pieni di sostanze chimiche, di cui si fa fatica a
riconoscere gli ingredienti e che l`Europa vuole imporci».
Il
Parlamento di Strasburgo aveva però bocciato il documento europeo sul cancro in
cui si accennava al vino come rischioso.
Perché la Commissione ha dato il via libera
all` Irlanda per le etichette terroristiche?
«È la prima
volta che accade che il Parlamento venga scavalcato e questa Commissione è
particolarmente “sensibile” alle istanze dei lobbisti.
A Bruxelles la pressione delle multinazionali
della nutrizione è fortissima.
Il Parlamento aveva escluso che si potesse
equiparare la nocività del fumo, da cui le etichette dissuasive sui pacchetti
di sigarette, con il vino, di cui è dimostrato che un consumo moderato è
salutare.
È chiaro che l` abuso va combattuto, ma ogni
abuso fa male, anche quello di succo di pomodoro che piace alla professoressa
Viola.
Invece
la Commissione ha dato il via libera all` Irlanda.
Come daranno via libera alla carne, al pesce,
al latte sintetici.
Perché
a Bruxelles comandano i lobbisti delle multinazionali».
Sembra
uno scenario da Qatargate ...
«E’
peggio. La corruzione del Qatar incide su dichiarazioni di principio politico,
qui si sta giocando con la salute di centinaia di milioni di persone.
La
sete di guadagno delle multinazionali della distribuzione e della nutrizione in
stretto collegamento con Big Pharma sta condizionando le scelte della
Commissione:
i
guadagni folli di una ventina di persone condizionano i destini degli europei.
Servirebbe
il primato della politica e invece le lobby hanno stretto d` assedio Bruxelles.
Pensiamo
al Nutriscore, l` etichetta a semaforo che non è
affatto un pericolo scampato.
Hanno
solo preso tempo per far calmare le acque, ma le multinazionali che lo
sostengono insistono perché gli energy drink, le patatine fritte, gli alimenti
Frankenstein prendano il posto dei cibi sani, agricoli, dell` olio extravergine
di oliva.
E la Commissione le “ascolta con attenzione”».
Ci
sono dei fatti che lo dimostrano?
«È
opportuno che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen vada a
rendere omaggio a Bill Gates, che è il primo produttore e sponsor della carne sintetica ed
è anche il maggior finanziatore privato dell` Oms?
L` Organizzazione mondiale della sanità dove Big Pharma ha dimostrato di essere molto
ascoltata - e Gates ha interessi anche nel settore dei vaccini - dovrebbe
essere un organismo terzo, indipendente.
Ebbene,
dall` Oms arrivano allarmi sulla carne rossa - che per fortuna sono stati
rintuzzati - e arrivano inviti ai novel food, che sono soltanto prodotti della
chimica.
Poi la
Commissione dà il via libera alla finta carne e agli insetti importati dal
Vietnam, Paese sul quale per quel che riguarda la salubrità alimentare è lecito
avere dei dubbi.
Frans
Timmermans, olandese che politicamente conta più della Von der Leyen, vicepresidente
della Commissione in Olanda le multinazionali prosperano grazie a tasse da
paradisi fiscali che dovrebbero essere incompatibili con un `idea di Europa
unita - vuole azzerare la zootecnia per fare posto ai bioreattori che il suo
Paese ospita insieme alla Danimarca, dove si producono le bistecche sintetiche.
Con la
scusa dell`ambiente ci dicono che dobbiamo mangiare gli insetti quando i
bioreattori che producono la finta carne, il finto latte, il finto pesce usano
enormi quantità di acqua e hanno emissioni record.
La
verità è che si vuole togliere dal mercato l` eccellenza agroalimentare, e
quella italiana in particolare, per fare posto a questo tipo di alimentazione.
Che ha
una sola finalità: omologare il gusto per consentire alle multinazionali di
guadagnare indisturbate».
Dunque
la zootecnia non ha un impatto ambientale drammatico?
«La
zootecnia italiana ha un impatto valutato nel 5% di tutte le emissioni, ma
anche quella europea è virtuosa.
In
Europa però - lo testimonia il Farm to Fork che incoraggia e finanzia la
produzione e il consumo di novel food e di insetti - si è scelta la strada di non
produrre per importare da altri Paesi dove spesso gli standard di sicurezza
alimentare sono bassissimi.
Questo
per non impattare sull` ambiente.
La scelta giusta sarebbe: investo perché le
mie produzioni siano le più sostenibili possibili.
Peraltro
il “Farm to Fork” è stato concepito prima della sciagurata invasione dell` Ucraina.
Che ha
dimostrato che dobbiamo invece puntare all` autosufficienza alimentare per una
doppia sicurezza: economica e alimentare.
E però l` Europa con la Pac paga le aziende
per non produrre.
A Bruxelles spira un vento ideologico per cui
bisogna educare il consumatore, bisogna fargli fare le scelte che la
Commissione ritiene giuste».
L` Italia
che può fare?
«Quello
che sta facendo.
Si è
molto ironizzato sul ministero della sovranità alimentare e invece è quello che
ci vuole.
Il
ministro Francesco Lollobrigida sta tessendo a Bruxelles alleanze
significative.
Lo
abbiamo visto col Nutriscore.
Anche
la premier Giorgia Meloni fa sentire il peso dell` Italia in queste scelte: In
Italia bisogna continuare ad affermare, come peraltro sta avvenendo, la centralità dell` agricoltura. Il
futuro passa da noi».
I
consumatori però non ce la fanno. Non c` è il rischio che il “made in Italy”
vada fuori mercato?
«I
prezzi alimentari sono aumentati meno del resto.
A
pesare sulla spesa sono i prodotti per la casa, per l` igiene.
Sul
caro vita incidono le bollette, i trasporti, l` elettronica.
È
evidente che dobbiamo riunire tutta la filiera, dal campo alla trasformazione
alla distribuzione, per cercare di contenere i prezzi.
Ma si
deve dire ai consumatori che per troppo tempo il cibo è stato considerato non
un valore, si pagava troppo poco.
E ci
si è abituati a sprecare con impatti negativi sull` ambiente e sull` economia.
Bisogna per prima cosa lottare contro lo spreco alimentare.
Poi va sostenuto il potere di acquisto.
Ma
bisogna restituire al cibo il valore che ha, e nel paniere della famiglia
spostare le opzioni di acquisto sulla qualità alimentare.
Altrimenti quei soldi si spenderanno sulla
sanità.
Un
centesimo di aumento nel cibo di qualità è un euro risparmiato negli ospedali.
Bisognerebbe pensarci quando si fanno allarmi a vuoto e invece si tollera l` invasione
della chimica a tavola».
A un
anno dal Covid
19 in
ostaggio
delle
multinazionali farmaceutiche.
Ilmanifesto.it
- Nicoletta Dentico – (26-1-2021) – ci dice:
SANITÀ.
La Commissione Ue avvii la deroga ai diritti di proprietà intellettuale come da
Wto, lo chiedono India e Sudafrica: liberare la conoscenza scientifica prodotta
con fondi pubblici.
Un
vaccino Nuovo!
L’euforia
intorno ai vaccini e la campagna di comunicazione attivata dai governi alla
fine del 2020, con l’annuncio che il loro avvento avrebbe segnato l’inizio
della fine della pandemia, hanno destato nella comunità scientifica qualche
perplessità, per le aspettative indotte.
Certo, il fatto che due vaccini –
Pfizer/Biontech e Moderna – siano stati scoperti e messi in produzione con una
tempistica senza precedenti, 10 mesi invece dei consueti 10-12 anni, e con
un’efficacia iniziale mozzafiato, oltre il 90%, è un vero miracolo della
medicina.
Ed è una gran bella notizia il fatto che altri
vaccini siano in fase avanzata di studio clinico, in più parti del mondo.
Una
mobilitazione scientifica così focalizzata contro lo stesso virus non si era
mai vista.
Ma lo
scenario resta denso di insidie, e non solo per le incognite sulla evoluzione
del virus.
TANTO
PER COMINCIARE, l’arrivo dei vaccini inaugura la fine dell’inizio della
pandemia nel migliore dei casi.
L’altalena
di notizie sui ritardi nelle consegne dei vaccini proiettano il chiaroscuro di
un brusco risveglio, il primo bagno di realtà dopo lo stordimento della
propaganda natalizia.
Sia chiaro: introdurre in pochi mesi una
produzione su larga scala per contrastare a regime di emergenza una pandemia
non è uno scherzo.
Non è
mai accaduto prima.
Non deve sorprendere quindi se un terzo dei 27
Paesi europei hanno registrato forniture insufficienti dei prodotti e 6 governi
(Svezia, Danimarca, Finlandia, Lituania, Latvia, Estonia) hanno scritto a Pzifer/Biontech
per chiedere «stabilità e trasparenza nella tempestiva consegna dei vaccini».
Tener
testa alla domanda è una sfida che non contempla ambiguità da parte
dell’industria, né tanto meno false promesse.
I
ritardi sulle tabelle di marcia concordate non solo impattano sulle
pianificazioni vaccinali per la somministrazione della seconda dose, ma
rischiano di minare l’efficacia complessiva del piano vaccinale.
Il tiro alla fune tra governi e imprese
rammenta brandelli di storia già vissuti venti anni fa con la pandemia
dell’HIV/Aids.
Non
possiamo ripetere quella sceneggiatura sui vaccini pandemici.
ANCHE
PERCHÉ, questa volta, il finanziamento pubblico ha agito da leva di una rotta
scientifica senza precedenti.
Insieme
alle nuove tecnologie, i fondi dei governi hanno rivoluzionato la ricerca
clinica, favorendone l’estrema accelerazione.
Il
recente rapporto della fondazione kENUP rivela che in 11 mesi di attività su
SARS-CoV-2 il pubblico ha investito 93 miliardi di dollari, il 95% dei quali destinati
ai vaccini – 86,5 miliardi – e il 5% ai farmaci e diagnostici.
L’iniezione proviene dai paesi
industrializzati: il 32% dagli Stati uniti (Operazione WARP Speed), il 24%
dalla Commissione Europea, il 13% dal Giappone e dalla Corea del Sud.
La fetta
finanziaria più consistente è andata alle piccole e medie imprese e il 18% ai
grandi produttori farmaceutici.
Le biotech hanno avuto un ruolo determinante
contro Covid19.
Aziende
sconosciute come l’americana Moderna o le tedesche CureVac e BionNThec,
specializzate nella tecnologia dell’Rna messaggero, sono le protagoniste
assolute di questa storia di innovazione, con esiti stratosferici sul mercato
finanziario:
a metà
agosto, CureVac ha visto svettare i titoli del 249,4% in 24 ore, del 400% in
due giorni. Per la felicità della Fondazione Bill & Melinda Gates, uno dei
principali investitori.
NELLA
FRENESIA della gara all’accaparramento, i governi occidentali hanno operato nel
solco di un incomprensibile” laissez faire “nei confronti delle industrie, a cui
pure erogavano montagne di denaro.
Non
hanno negoziato le limitazioni commerciali e le flessibilità di tempo e prezzo
del regime pandemico.
Non
hanno posto clausole di trasparenza – gli accordi sono segreti – né hanno
fissato ex ante le condizioni di accesso al vaccino secondo criteri di salute
pubblica, con uno sguardo rivolto oltre i paesi occidentali.
Il
vaccino non esiste in isolamento: serve una adeguata strategia di vaccinazione,
condizioni di adattamento ai diversi contesti.
Chi e
quando immunizzare, e in quale ordine di priorità (se la disponibilità del
vaccino è limitata), sono decisioni da prendere sulla scorta di informazioni
epidemiologiche e sulle proprietà del vaccino suscettibili di modifiche a
seconda della evoluzione della malattia e della eventuale presenza di altri
vaccini, in una dinamica e mai scontata analisi dei rischi e benefici.
Eppure,
con Covid19, questi obiettivi di salute pubblica rischiano di perdersi nella
scomposta pratica degli accordi bilaterali – 44, secondo l’Oms, di cui 12
stipulati solo nel 2021 – con le aziende per avere dosi aggiuntive ad hoc.
COVID19
IMPONE un profondo ripensamento, una nuova cultura sanitaria in chiave europea.
Ora che siamo in tempo di pandemia, occorre
subito che la Commissione sostenga la deroga ai diritti di proprietà
intellettuale, come previsto dal trattato costitutivo dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio, e come richiesto da India e Sudafrica: liberare la
conoscenza scientifica prodotta con fondi pubblici e favorire il protagonismo
di nuovi soggetti nella lotta a Covid19 è un’esigenza reale, per sconfiggere il
virus.
All’Europa
inoltre serve predisporre quanto prima una ricerca e produzione pubblica di
prodotti farmaceutici e medicali essenziali, per emanciparla dalla logica individualistica
dei singoli stati membri nella gestione delle prossime pandemie, già
all’orizzonte.
Un’altra
ricerca farmaceutica è possibile.
Dopo Covid19, indispensabile.
Come
(e perché) la Polonia “tiene in ostaggio”
la
tassa globale sulle multinazionali.
Europa.today.it
– Redazione Bruxelles – (25-5-2022) – ci dice:
Secondo
alcune fonti Ue, Varsavia sta usando il potere di veto per costringere la
Commissione europea a dare ok al suo “Pnrr”.
Il
potere di veto in capo ai governi Ue per le scelte di politica fiscale continua
ad essere usato come arma politica per ottenere vantaggi su altri dossier.
Lo stallo che ha caratterizzato le ultime
riunioni del Consiglio Ecofin, l’assemblea tra i ministri dell’Economia e delle
finanze dell’Ue, riguarda l’accordo sulla tassazione minima globale delle
società multinazionali.
Un
tema che in teoria vedrebbe tutta l’Ue d’accordo nel contrasto alle aziende che
sfruttano gli escamotage, oggi consentiti dai sistemi tributari, per pagare
molte meno tasse di quelle che dovrebbero versare.
Eppure
il governo polacco sta bloccando la decisione attesa da mesi.
Secondo
alcune fonti Ue citate dalla stampa internazionale, Varsavia starebbe tenendo
in ostaggio le nuove regole sulla tassazione societaria per costringere la
Commissione europea a dare l’atteso ok al Pnrr polacco, e dunque il via libera
ai fondi del Next Generation EU.
Peccato
che Varsavia non abbia rispettato gli impegni presi in sede Ue sullo Stato di
diritto, ad esempio sulla promessa di rimozione della camera disciplinare per i
magistrati ritenuta illegittima dalla Corte di giustizia dell’Ue.
Questo
spiegherebbe il veto, ribadito anche nella riunione di ieri tra i ministri
dell’Economia.
L’obiettivo era quello di dare l’ok finale
alla direttiva proposta dalla Commissione per recepire nel diritto Ue la
riforma delle norme sulla tassazione internazionale delle società concordata a
livello Ocse e G20 sull'erosione della base fiscale e il trasferimento degli
utili.
L’accordo
internazionale approvato da 137 Paesi prevede infatti la fissazione di
un'aliquota minima al 15% da applicare a tutte le grandi multinazionali ovunque
si trovi la loro sede fiscale.
Varsavia
per il momento ha detto no alla proposta sostenendo che andrebbe integrata con
il cosiddetto ‘primo pilastro’ dell’intesa globale sulla tassazione minima,
volto a redistribuire le basi imponibili tra gli Stati in modo da assicurare
una più equa ripartizione del gettito proveniente dalle grandi aziende.
“A
nostro modo di vedere, non c'è legame tra il primo e il secondo pilastro”, ha
detto dopo la riunione il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner.
“Mi
auguro che un Paese in particolare dell'Unione europea”, ovvero la Polonia,
“cambi presto opinione”, ha aggiunto il ministro auspicando che alla prossima
riunione non si riproponga il veto di Varsavia.
Ecco
la “trappola dei pesticidi”:
i
contadini ostaggio dei colossi.
Investigate-europe.eu
– (30 Giugno 2022) - Maria Maggiore e
Lorenzo Buzzoni – ci dicono:
FITOFARMACI
– I big del settore hanno continui
incontri con la Commissione Ue, la sola Bayer spende 4,2 mln l’anno in
lobbying: e così si continuano a coltivare semi ‘costruiti’ in coppia coi
diserbanti.
Pesticidi.
L'Europa
è bloccata in una relazione tossica: per anni gli agricoltori hanno fatto
affidamento su agenti chimici per produrre il cibo che nutre l'intero
continente.
I pericoli dei pesticidi sono noti, eppure se
ne continua a fare un utilizzo sfrenato.
Riuscirà
l'Europa ad affrontare il silenzioso problema dei pesticidi nel mezzo di una
crisi della biodiversità?
Dieter
Helm coltiva 750 ettari di terreno, insieme ai figli, nella regione di
Prignitz, a nord-ovest di Berlino.
Quando
parla dei campi, parla anche di ecologia:
“Il
suolo è un organismo vivente, bisogna prendersene cura, è il nostro
sostentamento”.
Il figlio Holger mostra con orgoglio la
striscia fiorita appositamente piantata ai margini di un enorme campo di grano.
Api,
farfalle e sirfidi torneranno a vivere lì insieme a uccelli di campagna,
allodole, cardellini, pernici.
Ma per
lottare contro erbacce, infestazioni fungine e insetti, gli Helm usano
pesticidi.
Prima
della semina applicano il glifosato, un veleno che uccide qualunque foglia al
suo passaggio.
In seguito spruzzano degli accorciatori di
steli per evitare che il grano, riccamente fertilizzato e in rapida crescita,
cada.
Seguono
i fungicidi contro la “ruggine”.
Dieter
sa che “sono sostanze altamente tossiche”, ma non può farne a meno “se dobbiamo
produrre gli stessi rendimenti”.
Nell’Estremadura
spagnola, Il defonso Cabaníllas Corchado è disperato per la dipendenza dai
prodotti chimici:
“Coi pesticidi, gli affari peggiorano di anno
in anno.
Prima,
con due o tre prodotti avevamo tutto sotto controllo, mentre ora dobbiamo fare
varie combinazioni di pesticidi, il che rende tutto più costoso.
È come
se i parassiti avessero già uno scudo”.
Dipendenza,
rischi di produttività, margini all’osso:
sono
le paure degli agricoltori, che affrontano prezzi di energia e fertilizzanti
schizzati alle stelle da un anno e mezzo e ora saliti anche per la guerra in
Ucraina.
L’uso
dei pesticidi chimici in agricoltura è controverso da molti decenni, da quando
nel 1962 uscì il primo libro sul Ddt, Primavera silenziosa dell’americana
Rachel Carlson.
Da
allora sono i convitati di pietra al banchetto dell’agricoltura europea.
Alcune sentenze in Italia e Francia hanno
stabilito un nesso diretto tra l’esposizione costante ad alcuni pesticidi e
malattie come il Morbo di Parkinson.
Le leggi attuali dell’Ue obbligano a usarli
solo come “ultima risorsa” e a far un uso intelligente di pratiche naturali.
Ma di fatto, l’abitudine, la mancanza di
adeguate conoscenze dei contadini, il peso di una lobby potentissima, il
bisogno di anticipare le previsioni di guadagno, rendono qualunque cambiamento
quasi impossibile.
L’Ong “Food
watch” sta per pubblicare uno studio proprio dal titolo “Lock-In pesticidi” in
cui spiega che l’uso prolungato dei fitofarmaci “ha reso fragili i sistemi di
produzione agricola, creando una dipendenza auto-rinforzata dai pesticidi, che
ha portato a un ‘blocco’ (lock-in) da cui non sembra possibile uscire”.
Il
problema è che oltre la salute umana, è a rischio anche e soprattutto la salute
del suolo e la scomparsa degli insetti, come le api, che servono anche ad
assicurare l’impollinazione del 75% delle colture europee.
Secondo la Commissione Ue, il 70% delle terre
in Europa è “in condizioni malsane”, l’Agenzia europea per l’Ambiente scrive:
“Se continuiamo a utilizzare il suolo come
facciamo oggi, ridurremo anche la capacità della terra di produrre una quantità
sufficiente di mangimi e cibo adatto al consumo umano”.
Coi pesticidi la terra diventa sterile e “tra
10-15 anni rischiamo di avere una crisi alimentare in Europa – ha detto il
vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, a Investigate Europe – non
per la guerra in Ucraina”.
Secondo
i dati di “Food watc”h, i cittadini europei buttano via 80 milioni di
tonnellate di cibo ogni anno, senza contare le colture che non vengono raccolte
per i prezzi bassi, arrivando a 110 milioni di tonnellate.
Cibo
neanche tutto destinato al consumo umano diretto:
l’82% delle calorie necessarie all’uomo è
prodotto solo dal 23% della terra agricola disponibile; il restante 77% dei
terreni è utilizzato per produrre mangimi.
La
rotta di un’agricoltura intensiva e industriale andrebbe invertita subito,
invece il richiamo a una produzione più sostenibile trova il muro
dell’agroindustria.
In
gennaio ha aperto le danze uno studio dell’Università di Wageningen, finanziato
da “CropLife”, lobby delle aziende produttrici di pesticidi:
la riduzione dell’uso di pesticidi in Europa,
si legge nello studio, “comporterà una diminuzione della produzione in media
del 10-20%” con relativo aumento delle importazioni e calo delle esportazioni.
La
strategia europea.
Bruxelles
vorrebbe tagliare la chimica del 50% in 8 anni.
Il problema: importeremo di più da Paesi senza
vincoli .
“CropLife”
è finanziata dalle 4 industrie leader del settore pesticidi: due sono tedesche
– la Bayer e BASF; Syngenta con sede in Svizzera ma di proprietà della cinese
ChemChina e Corteva, fondata dalle due americane Dow e DuPont.
Controllano
da sole due-terzi del mercato mondiale dei pesticidi, un business da 53
miliardi di dollari.
Dal
2019 hanno avuto 69 incontri, due al mese, con Commissari europei e loro
gabinetti.
Ma
sarebbero molti di più, se esistesse anche un registro degli incontri coi
funzionari.
La tedesca
Bayer da sola spende a Bruxelles il budget più alto: oltre 4,25 milioni di euro
all’anno.
Solo
Google, Facebook e Microsoft spendono di più per la lobby.
La
nuova proposta di regolamento della Commissione di diminuire l’uso di pesticidi
del 50% entro il 2030, spaventa l’industria, ma neanche tanto: se infatti un
pesticida chimico è vietato nell’Ue, può comunque essere esportato.
Quindi
i veleni vietati nell’Ue possono andare nei Paesi in cui sono ancora consentiti
e poi tornare da noi come prodotti importati.
Ecco
perché la Francia ha chiesto all’Ue, prima di qualunque riforma interna, regole
simili per i prodotti importati.
Le
multinazionali della chimica controllano tutta la catena agricola:
forniscono ai contadini i pochi semi che
resistono ai loro erbicidi velenosi, poi i loro consulenti vanno nelle fattorie
a spiegare come e quando usarli.
Un circolo vizioso, una gabbia.
“La
formazione dei contadini è un grosso problema”, dice Paolo Di Stefano, capo
dell’ufficio europeo di Coldiretti:
“Gli agricoltori
devono essere accompagnati per modificare l’impostazione della lotta alle
fitopatie.
Bisogna
investire massicciamente nella loro formazione, permettendo alle organizzazioni
come Coldiretti di trasmettere le buone informazioni, togliendo spazio alle
multinazionali private”.
C’è
ancora molto lavoro, perché le più grandi compagnie che producono semi oggi nel
mondo – Bayer (ex Monsanto), Dupont Pioneer, e Syngenta, 53% del mercato
globale – sono anche leader nella produzione di pesticidi.
Esiste pertanto un intreccio indissolubile fra
chi produce semi e chi produce le sostanze contro le erbe indesiderate o gli
insetti: si pensi all’erbicida “Roundup” di Monsanto e ai semi “Roundup Ready”,
“costruiti” per la resistenza a questo prodotto.
“Perché
l’uscita dalla trappola dei pesticidi sia economicamente vantaggiosa per gli
agricoltori, l’abbandono va sussidiato”, dice Matthias Wolfschmidt, direttore
strategico di Foodwatch:
“Nella
coltivazione dei cereali si può fare immediatamente”.
Poi si
potrebbe seguire il modello danese, che ha appena introdotto una tassa sulle
sostanze più dannose: se inquini, paghi.
La
nuova proposta di Bruxelles.
L’esecutivo
europeo ha presentato il 22 giugno una nuova proposta di Regolamento per
ridurre di almeno il 50% l’uso dei pesticidi in Europa entro il 2030.
Per la prima volta si chiedono obiettivi
nazionali obbligatori e s’incoraggia l’uso di pratiche alternative in
agricoltura.
Una
proposta che deve però ancora passare al vaglio dei governi e
dell’Europarlamento:
almeno
15 Paesi membri hanno già avanzato alla Commissione i propri dubbi.
Ad
oggi, però, il bilancio Ue non impone “condizioni” per cambiare l’agricoltura.
L’Europa
distribuisce ancora un terzo del suo budget al settore, 55 miliardi all’anno, e
chiede grandi impegni verso un’agricoltura sostenibile per la terra e meno
impattante sul clima.
Ma se
gli agricoltori non invertono rotta, che succede?
“Niente
– spiega Damiano di Simine, della coalizione Cambiamo Agricoltura – i contadini
prendono il sussidio europeo anche se non perseguono gli obiettivi richiesti,
né ci sono premi per chi invece prova a cambiare.
E intanto l’80% dei fondi agricoli per l’Italia va ancora
al 20% di grandi aziende agricole, in gran parte nella Pianura Padana”.
Boom
di Dimissioni dal Lavoro:
1,6
milioni in 9 Mesi!
Conoscenzealconfine.it
– (25 Gennaio 2023) - Cesare Sacchetti – ci dice:
“Negli Stati Uniti è ormai noto come
“Great resignation”, le grandi dimissioni.
In
Italia non è della stessa portata ma di certo, dopo la pandemia, il fenomeno
delle dimissioni dal lavoro si fa sempre più spazio.
Continua così ad aumentare il numero di coloro
che decidono di lasciare il posto.
Per
scelta o per necessità, per guardare avanti rispetto alla propria occupazione e
carriera o per far meglio conciliare le esigenze della famiglia.
I
motivi possono essere vari, ma di fatto la tendenza osservata a partire da due
anni a questa parte si conferma con numeri in salita.
Sono
oltre 1,6 milioni, infatti, le dimissioni registrate nei primi nove mesi del
2022, il 22% in più rispetto allo stesso periodo del 2021 quando ne erano state
registrate più di 1,3 milioni”. (Fonte: Ansa)
Se c’è
un boom di dimissioni dal lavoro è evidente che molti di quei lavori non sono
ben pagati e non garantiscono condizioni dignitose minime ai lavoratori. I sindacati confederali denunciano un
fenomeno che loro stessi hanno contribuito a creare assieme al capitale
speculativo finanziario:
la distruzione del lavoro per come lo si conosceva.
Un
semplice impiegato statale degli anni ’60 e ’70 era in grado di mantenere una
famiglia da solo e di mandare i figli all’università.
Oggi
con gli stessi parametri un lavoratore fa fatica a mantenere sé stesso.
Neoliberismo
vuol dire fine della indipendenza e dignità che dava il lavoro sostituta da una
condizione di neo vassallaggio alle dipendenze del capitale.
C’è
poi un altro aspetto, oltre quello economico.
Quante
di queste dimissioni poi dipendono dal peggioramento delle condizioni di salute
dei lavoratori vaccinati?
È la
bomba socio-sanitaria di cui ormai parliamo da un anno… e ha già iniziato a
detonare.
(Cesare
Sacchetti - ansa.it/sito/notizie/economia/2023/01/22/lavoro-in-9-mesi-oltre-un-milione-e-mezzo-di-dimissioni-_53e34320-634f-4e8c-9705-8c941e1bd9b5.html)
Il
latte è ostaggio delle multinazionali.
Terraoggi.it
– (10 agosto 2020) – Redazione – ci dice:
Gli
allevatori italiani hanno ricevuto notifiche di fattura per il mese di luglio
in cui è stato comunicato unilateralmente il taglio dei compensi per il latte
alla stalla.
Il
prezzo alla stalla si è ridotto a 34,5 centesimi al litro, con la minaccia di interrompere
il ritiro del latte in caso di mancata accettazione.
È
quanto denuncia il vicepresidente della Coldiretti Ettore Prandini nel
sottolineare che si tratta di un comportamento inqualificabile considerando che
è aperto il tavolo di confronto voluto dal ministro delle Politiche Agricole
Maurizio Martina per una intesa nella filiera del latte, con l’impegno a non
prendere iniziative in grado di far naufragare il lavoro fin qui svolto.
Il
Made in Italy alimentare nel settore lattiero caseario – sottolinea la
Coldiretti – è dominato da una multinazionale straniera che impone
unilateralmente agli allevatori le proprie condizioni, beffa le Istituzioni
nazionali a tutela della concorrenza e minaccia la qualità della produzione
Made in Italy.
In
questa ottica si pone il sollecito formulato all’Unione Europea per rimuovere
il divieto dell’uso del latte in polvere nei formaggi, danneggiando i
consumatori italiani atteso che il latte nel nostro Paese ha i prezzi al
consumo più alti in Europa.
Ciò a
fronte di una riduzione del prezzo riconosciuto agli allevatori.
Si arriva al paradosso che gli italiani pagano
un prezzo molto elevato per i formaggi e il latte fresco mentre agli allevatori
si riduce la remunerazione senza tener conto della qualità del latte italiano.
La
vera e unica indicizzazione di cui il comparto zootecnico del nostro Paese ha
bisogno – afferma la Coldiretti – è quella di legare il prezzo del latte alla
stalla italiana a quello del latte e dei formaggi che i consumatori acquistano
nei negozi o nei supermercati.
Occorre
intervenire – sostiene la Coldiretti – per ripristinare le regole di
trasparenza sul mercato di fronte ad un vero e proprio attentato alla sovranità
nazionale che non sarebbe certo tollerato in altri Paesi dell’Unione Europea
come la Francia.
Siamo
di fronte – continua la Coldiretti – alla violazione del più elementare dei
diritti:
poiché
il latte deve essere raccolto ogni giorno per non farlo deperire, si sfrutta
tale circostanza per abbassare unilateralmente il prezzo, senza nessuna
possibilità di giungere ad una libera contrattazione.
La
Coldiretti intende attivare le opportune azioni legali a tutela degli interessi
degli allevatori per assicurare l’attuazione della legge 91 del luglio 2015.
Tale
legge in esecuzione dei principi comunitari, impone che il prezzo del latte da
riconoscere agli allevatori debba commisurarsi ai costi medi di produzione.
Quando
gli animali sono ostaggio
della
politica, il caso di cinghiali e lupi.
Lifegate.it
- Brunella Paciello – (20 gennaio 2023) – ci dice:
Un
recente emendamento propone la caccia indiscriminata ai cinghiali per limitarne
il numero.
I
cinghiali vagolano per le strade di Roma.
E la
politica non fa altro che minacciarne l’uccisione.
Intanto
anche i lupi in Svezia rischiano grosso.
I
cinghiali sono ormai una sgradita presenza sul suolo italiano e Roma non è
immune dalla loro invasione che si fa sempre più massiccia.
Le
decisioni politiche pesano molto sulla situazione e non sembrano far
intravedere uno spiraglio nella gestione in Italia.
Nel
frattempo anche in Svezia si cerca di diminuire il numero dei lupi
contravvenendo alle direttive europee in materia di animali selvatici.
I
cinghiali hanno invaso Roma.
Incuranti di emendamenti e prese di posizioni
di politici ed esperti nei giorni scorsi persino la splendida Villa Pamphili è
stata chiusa perché alcuni ungulati vagavano indisturbati fra alberi e
cespugli.
E come
se non bastasse poco tempo prima un uomo su uno scooter era finito in coma per
un incontro ravvicinato con un cinghiale.
Una
situazione da allarme rosso che sta mettendo a dura prova i nervi dei cittadini
della Capitale, ma che poteva essere sia prevista che arginata se si fossero
presi provvedimenti adeguati in tempo.
Ma
l’aumento esponenziale degli animali selvatici, lupi in testa, sembra
preoccupare anche la civilissima Svezia che prevede – sempre se riuscirà a
ottenere le delibere necessarie – di limitare il numero di questi predatori
che, secondo le autorità svedesi, sono ormai troppi sul suolo nazionale.
Che sta succedendo?
Abbiamo
chiesto l’aiuto degli esperti per tentare di tracciare delle linee guida che
possano aiutarci a capire.
I
cinghiali sono ormai numerosissimi in Italia.
Cinghiali
a Roma e in tutta la penisola.
Recentemente
il governo ha introdotto con la legge finanziaria un emendamento che autorizza
il contenimento delle specie ritenute “pericolose” per agricoltura,
circolazione stradale e incolumità pubblica.
Questo
tipo di controllo viene considerato come un’attività non coincidente con la
pratica venatoria e quindi si è deciso di considerarla possibile anche nelle
aree urbane, in quelle protette e senza particolari limitazioni, premesso che
queste attività di contenimento debbano sempre essere eseguite da persone
munite di licenza di caccia e operino sotto il controllo dei carabinieri
forestali.
Sul
provvedimento si attende per ora il parere del ministero dell’Ambiente e della
sicurezza energetica, visto anche che buona parte delle direttive, secondo
esperti e associazioni animaliste, sono da considerarsi illegittime.
“Il
provvedimento è pessimo, sia per modalità che per una visione inaccettabile che
vede, come unica risoluzione delle problematiche relative alla fauna,
l’abbattimento.
E
tutto ciò senza preoccuparsi minimamente di valutare soluzioni diverse
eticamente e scientificamente più corrette”, delucida in proposito Ermanno
Giudici, scrittore e blogger.
“C’è
da dire – prosegue – che l’emendamento in questione sottrae il personale, già
scarso, ai carabinieri forestali, investiti di questo ulteriore compito che si
può leggere come volontà di ridurre le loro capacità operative nel contrastare
i reati in materia di ambiente e biodiversità.
Sostenere
però che questa norma abbia autorizzato un incontrollato far west urbano,
culminato con l’episodio di un cacciatore che ha sparato da una finestra a un
cinghiale colpendo invece un’autovettura, è un falso che né la politica, né i
mezzi d’informazione dovrebbero cavalcare. In questo modo si crea soltanto
disinformazione e si contribuisce a diffondere la notizia errata che chiunque
possa fare abbattimenti, senza regole”.
Purtroppo
alla base del problema dei cinghiali in aree urbane sta in primo luogo il
degrado sempre più evidente delle aree metropolitane invase da rifiuti di ogni
genere e cassonetti che non vengono svuotati regolarmente.
Tutto
ciò induce i selvatici – cinghiali e volpi in testa – a invadere man mano il
territorio per procurarsi cibo facile e alla portata del branco.
A
questo proposito è netta la posizione delle associazioni animaliste come
avverte un comunicato stampa dell’Oipa, l’Organizzazione internazionale
protezione animale:
“La
caccia e la politica di selezione non sono la soluzione al problema della
proliferazione dei cinghiali, ma ne sono la causa.
Tutto
ciò viene attestato da etologi, zoologi e naturalisti.
La presenza dei cinghiali in città è dovuta
soprattutto a una scorretta raccolta dei rifiuti.
Inoltre,
ancor più a monte, vi è la politica dei ripopolamenti degli anni passati.
È bene
sapere che gli ungulati che popolano oggi l’Italia, più grandi e prolifici
degli autoctoni, sono stati introdotti dai paesi dell’Europa orientale a uso e
consumo dei cacciatori, cui ora si ricorre per risolvere un problema che loro
stessi hanno determinato”.
E a
proposito dell’invasione dei cinghiali a Villa Pamphili,
Alessandro
Piacenza, responsabile fauna selvatica dell’associazione animalista, aggiunge
come sia necessaria, insieme a una politica di pulizia metropolitana e a una
corretta raccolta dei rifiuti, un uso corretto dei dissuasori – dalla
sterilizzazione chimica alla cattura mirata – già allo studio del ministero
della Salute.
L’Oipa
chiede poi che i cinghiali catturati vengano destinati a strutture specifiche e
non abbattuti rispettando, in questo modo, l’articolo 9 della Costituzione che
tutela anche gli animali.
Chi di
natura offende, di natura perisce, verrebbe da dire.
Il
fenomeno degli animali selvatici sempre più confidenti nei confronti
dell’essere umano ha tante cause e diversi aspetti.
Tutti
hanno però alla base l’incapacità umana di comprendere la natura e rapportarsi
nei suoi confronti.
La decimazione di cinghiali, lupi e orsi
provoca, infatti, anche un complesso fenomeno naturale.
Le femmine, se private del maschio alfa,
tendono ad accoppiarsi con i soggetti restanti sovvertendo e incrementando il
ritmo naturale dei calori, con il solo scopo di generare nuovi soggetti che
ripopolino il branco.
E il fenomeno ha quindi il risultato di
aumentare il numero dei selvatici con un effetto paradossale e incontrollabile.
I lupi
e la Svezia, un problema politico.
La
recente presa di posizione svedese che prevede l’abbattimento di 75 lupi su una
popolazione stimata di 460 esemplari ha sollevato non poche polemiche.
E già il braccio di ferro con l’Unione europea
si preannuncia lungo e complicato.
La
popolazione di questi predatori, in Svezia e nella vicina Norvegia, era stata
quasi estinta intorno al 1970 come ha dimostrato uno studio realizzato dalla
Ntnu, l’Università norvegese di scienza e tecnologia e da quella di Copenaghen.
Rimarca
Ermanno Giudici:
“I lupi attualmente presenti nel
territorio risultano essere provenienti dalla vicina Finlandia da dove sono
giunti andando a occupare le nicchie ecologiche lasciate libere a causa
dell’uomo che si è progressivamente spostato in aree metropolitane.
Gli attacchi
al grande predatore, però, non arrivano solo dal Nordeuropa, ma anche dalla
Svizzera, che ha da poco compiuto il tentativo, fallito, di far modificare lo
status del lupo riconosciuto dalla Convenzione di Berna, da specie
“strettamente protetta” a “protetta”.
In
questo modo sarebbe stato possibile per la confederazione elvetica attuare
ulteriori misure di sfoltimento dei branchi, in un paese dove i conflitti fra
predatori e allevatori sono abbastanza frequenti”.
Ma
mentre il mondo scientifico continua a lanciare allarmi, raccomandando la
necessità di mettere in atto ogni azione possibile per la conservazione della
biodiversità, unica via per mantenere l’ambiente in equilibrio, la politica, in
Svezia come in Italia, sembra più interessata a seguire il parere di alcuni
gruppi elettorali piuttosto che quello della scienza. E cerca di mantenere
costante la direttiva del dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte.
Sostanzialmente
identico il parere del biologo Mauro Belardi, esperto di sostenibilità
ambientale e presidente della cooperativa Eliante:
“La
Svezia è membro UE dunque ogni deroga al divieto di abbattimento deve
rispettare l’articolo 16 della direttiva Habitat che informa che le uccisioni
devono essere motivate e limitate, possono essere richiesti solo se esiste il
buono stato di conservazione della specie, devono essere prima state tentate
soluzioni alternative, ecc.
Inoltre
c’è da dire che la densità di lupi in Svezia è molto bassa rispetto alla media
europea.
Da
questo derivano le polemiche, in quanto il provvedimento svedese palesemente
non rispetta la direttiva”.
Se ne
accorgeranno i politici europei o preferiranno accontentare frange di
contribuenti – allevatori, cacciatori, agricoltori – in grado di sostenere
l’attività politica?
Non è
facile dare una risposta allo stato attuale delle cose.
I
prossimi mesi e anni saranno fondamentali per cercare di capire se le attività
umana potranno coesistere in armonia con le leggi naturali o se, ancora una
volta, si assisterà alla prevaricazione e al tentativo di annientamento dei più
deboli.
In questo caso gli animali, appunto.
Fermiamo
le grandi aziende
dei
combustibili fossili che
stanno
facendo causa al governo!
Act.wemove.eu
– (5-5-2022) – Redazione – ci dice:
Ai governi
e parlamenti europei e alle istituzioni europee, Ministro dello Sviluppo
Economico, Giancarlo Giorgetti e Roberto Cingolani Ministro della Transizione
Ecologica.
PETIZIONE.
Facciamo
in modo che i paesi europei si ritirino dall’”Energy Charter Treaty” e
blocchiamo la sua espansione a scapito di altri paesi!
Il
trattato consente alle corporazioni di carbone, petrolio e gas di ostacolare la
transizione a un sistema basato sull’energia pulita.
Disarmiamo
subito le industrie dei combustibili fossili per impedire loro di bloccare
ulteriori misure urgenti a favore del clima!
Perché
è importante?
Aggiornamento
del 5 maggio 2022:
Stiamo
pagando delle multe enormi alle multinazionali dei combustibili fossili.
I cittadini europei potrebbero dover pagare
oltre 7 miliardi di Euro alle aziende di petrolio, gas e carbone per le loro
misure a favore del clima.
L'azienda
del settore di gas e petrolio, Rockhopper, chiede 260 milioni di Euro agli
italiani per aver vietato nuovi giacimenti petroliferi lungo la loro costa.
Ascent
chiede 120 milioni ai contribuenti sloveni per aver dato priorità all'ambiente
anziché; al fracking del gas.
Vattenfall
ha portato in tribunale i cittadini tedeschi chiedendo 4,3 miliardi di Euro in
seguito alla decisione di abbandonare il nucleare.
E i
cittadini olandesi dovranno pagare 2,4 miliardi di Euro a RWE e Uniper per aver
deciso di abbandonare il carbone!
Il
tempo a nostra disposizione per evitare la catastrofe climatica sta per finire.
Ma le
aziende dei combustibili fossili tengono in ostaggio i nostri governi,
minacciando di portarli in tribunale per estorcere loro il pagamento delle
multe. Stanno bloccando i nostri governi dal prendere le decisioni fondamentali
per salvare il clima.
Questo
pericoloso trattato sui combustibili fossili, ufficialmente chiamato
"Energy Charter Treaty" più che mai obsoleto, e risale a un periodo
in cui i governi negavano i rischi sul clima.
Eppure, le aziende dei combustibili fossili vi
si aggrappano per salvare i loro sporchi profitti.
Ma
salvare i profitti significa portare in tribunale i governi che osano mettere
al primo posto le persone e il pianeta.
E se le aziende vinceranno, i governi dovranno
pagare loro i risarcimenti con i nostri soldi pubblici.
Soldi pubblici che potrebbero essere usati per
investimenti ecologici, istruzione e sanità, anziché continuare ad arricchire
le tasche dei principali responsabili dell’inquinamento globale.
Noi
stiamo guadagnando terreno nei loro confronti.
L’Italia
ha già ritirato la sua sottoscrizione a questo pericoloso trattato, gli
europarlamentari sostengono il nostro appello, e ora tocca ai paesi membri
scegliere da che parte stare.
Ma
affinché ciò avvenga, i ministri per l’energia devono leggere i nostri messaggi
in cui spieghiamo perché la questione ci sta a cuore.
Sovranità
alimentare:
cos’è
e cosa significa la nuova
denominazione
del Ministero dell’Agricoltura.
Agrifood.tech
– (22 ottobre 2022) - Maria Teresa Della Mura – ci dice:
La
nascita del nuovo ministero dell'Agricoltura e della Sovranità alimentare ha
sollevato molte curiosità e altrettanti interrogativi.
Ma
cosa è davvero la sovranità alimentare e dove affonda le sue radici?
La
prima voce chiara, dopo la ridda di commenti relativi alla ridenominazione del
Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in Ministero
dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, è arrivata da Barbara Nappini,
presidente di Slow Food Italia che, in una nota ufficiale, cerca di spazzare
via ogni dubbio.
Scegliere
la definizione di Sovranità Alimentare non significa parlare di autarchia o di
una qualche forma di nazionalismo applicata alle politiche agricole e
alimentari. Parlare di sovranità alimentare significa garantire il “diritto dei
popoli a determinare le proprie politiche alimentari senza costrizioni esterne
legate a interessi privati e specifici.
È un
concetto ampio e complesso che sancisce l’importanza della connessione tra
territori, comunità e cibo, e pone la questione dell’uso delle risorse in
un’ottica di bene comune, in antitesi a un utilizzo scellerato per il profitto
di alcuni”.
Nelle
stesse ore in cui veniva rilasciata questa nota, anche Carlo Petrini, che di
Slow Food è il fondatore, dalle colonne del Corriere della Sera arriva a
dichiarare: [La sovranità alimentare ndr]
“È la
stella polare per affrontare la rigenerazione dell’agricoltura nel mondo. È un
concetto per cui si battono da anni tanti movimenti, compreso Slow Food”.
Nella
stessa intervista, Carlo Petrini sottolinea come la sovranità alimentare
valorizzi i prodotti del territorio e la biodiversità, dando autonomia e un
riconoscimento agli agricoltori e, come evidenzia Barbara Nappini “supportando
e promuovendo in tutto il mondo i sistemi locali del cibo, fortemente legati ai
territori, basati sulle connessioni, sulle comunità, in grado di combattere lo
spreco alimentare, di valorizzare la produzione di piccola e media scala e di
proteggere la biodiversità.
Sistemi
di produzione a bassi input esterni e ad alto tasso di competenze, creatività e
buone pratiche”.
Una
storia lunga oltre 25 anni.
Giova
dunque in queste ore ripercorrere la storia che ha portato alla formalizzazione
di un’idea di Sovranità Alimentare.
Un’idea
che il nostro Governo non dovrebbe (come molti sottolineano) aver mutuato da
quello francese, che nei mesi scorsi ha aperto la strada ribattezzando il
proprio ministero “Ministère de l’Agriculture et de la Souveraineté
alimentaire”, bensì da un percorso in atto da oltre 25 anni.
Si
parte infatti nel 1996, quando le associazioni internazionali di agricoltori,
riunite nel movimento Via Campesina, coniano il termine che con il tempo viene
adottato da organizzazioni di ampissimo respiro, dalla FAO alle Nazioni Unite
alla Banca Mondiale.
Sovranità
alimentare: la Dichiarazione di Nyéléni.
La
formalizzazione del concetto di sovranità alimentare avviene poi quasi dieci
anni dopo, nel 2007, con la “Dichiarazione di Nyéléni” che di fatto ne ha
fornito una definizione adottata da 80 paesi e successivamente perfezionata
dagli stessi, che negli ultimi due anni hanno cominciato a integrarla nelle
loro costituzioni e legislazioni.
Il
passaggio fondamentale della “Dichiarazione” del 2007 si riassume in queste
parole:
“La
sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e
culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed
ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare
e produttivo.
Questo
pone coloro che producono, distribuiscono e consumano alimenti nel cuore dei
sistemi e delle politiche alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e
delle imprese. Essa difende gli interessi e l’integrazione delle generazioni
future.
Ci offre
una strategia per resistere e smantellare il commercio neoliberale e il regime
alimentare attuale.
Essa offre degli orientamenti affinché i
sistemi alimentari, agricoli, pastorali e della pesca siano gestiti dai
produttori locali.
La sovranità alimentare dà priorità all’economia e ai mercati
locali e nazionali, privilegia l’agricoltura familiare, la pesca e
l’allevamento tradizionali, così come la produzione, la distribuzione e il
consumo di alimenti basati sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
La sovranità alimentare promuove un commercio trasparente che
possa garantire un reddito dignitoso per tutti i popoli e il diritto per i
consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione.
Essa
garantisce che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri
territori, della nostra acqua, delle nostre sementi, del nostro bestiame e
della biodiversità, siano in mano a chi produce gli alimenti.
La sovranità alimentare implica nuove relazioni sociali
libere da oppressioni e disuguaglianze fra uomini e donne, popoli, razze,
classi sociali e generazioni”.
Gli
obiettivi della Sovranità alimentare.
Ma è
la FAO che ne spiega l’effettiva accezione in modo molto chiaro:
“La
sovranità alimentare è quindi un sistema più olistico della sicurezza
alimentare.
Riconosce
che il controllo sul sistema alimentare deve rimanere nelle mani degli
agricoltori, per i quali l’agricoltura è sia uno stile di vita che un mezzo per
produrre cibo”.
In
sintesi estrema, le politiche agricole e alimentari non devono avere come
priorità la massimizzazione del profitto economico, bensì la capacità di
soddisfare le esigenze alimentari delle persone attraverso una produzione
sostenibile e rispettosa del lavoro, attraverso la riduzione della distanza tra
fornitori e consumatori e la riduzione dello spreco.
Molto
precisa su questo punto è anche “ManiTese” che così scrive:
“La
sovranità alimentare dei popoli è minata dalla impressionante concentrazione di
potere nelle mani di poche imprese multinazionali di settore che controllano il
mercato delle sementi, dei fertilizzanti, dei pesticidi ma anche della
trasformazione e della grande distribuzione organizzata”.
Per
questo si punta a sostenere la sovranità alimentare e l’agroecologia, ovvero “un
approccio di ricerca scientifica di natura olistica che valorizza il sapere dei
piccoli produttori; una serie di principi e di pratiche che migliorano la
resilienza e sostenibilità dei sistemi alimentari preservando al tempo stesso
la coesione sociale;
un
movimento sociopolitico, che chiede la traduzione di questi principi in
politiche pubbliche locali, nazionali e globali e la piena partecipazione della
società civile nella loro attuazione”.
Naturalmente,
in questo momento non siamo in grado di dire se le linee di indirizzo del nuovo
Ministero abbracceranno in toto questa visione:
l’aspettativa è che la scelta delle parole
corrisponda agli intenti.
«STIAMO
VINCENDO» DICE
PIRRO-PINOCCHIO
ZELENSKY…
La
bottegadelbarbieri.org – Danieli Barbieri – (18 Dicembre 2022) - Redazione – ci
dice:
…e ce
lo fanno credere:
articoli
e video di Vittorio Rangeloni, Fabrizio Salmoni, Enrico Vigna, Laura Tussi, Ugo
Bardi, Giuseppe Masala, Vladimir Volcic, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Giacomo
Gabellini, Alexander Belik, Vladimir Putin, Angela Merkel, Valerio Magrelli,
Tonio Dell’Olio, Vittorio Giacopini, Nora McKeon, Luigi Ferrajoli, Laura
Pennacchi, Francesco Masala, Domenico Gallo, Serge Halimi, Franco Astengo,
Proletari Comunisti, Gregorio Piccin e
un appello per una tregua umanitaria.
Siamo
disposti a morire per l’Ucraina?
(Fabrizio Salmoni)
Questa
è la domanda che dobbiamo porci di fronte alle pressioni mediatiche della
propaganda atlantista.
Abbiamo
letto le ennesime dichiarazioni di Zelensky:
“Almeno
sei regioni sono al freddo e al buio, non abbiamo più generatori (infatti li
chiediamo alla Nato), i russi ci stanno distruggendo tutte le infrastrutture e
le fonti energetiche, MA STIAMO VINCENDO”.
L’evidente
contraddizione è un segno paradossale che quell’uomo è malato di fanatismo e
prigioniero del suo ruolo di propagandista della causa e del regime
ultranazionalista che rappresenta.
Forse addirittura comincia a denunciare
qualche scompenso mentale.
Tutti
coloro che seguono la situazione bellica tramite le più svariate fonti indipendenti
sanno che i russi stanno lentamente riprendendosi i territori nell’est che
avevano perduto con la controffensiva ucraina di settembre-ottobre e che il
ripiegamento tattico sulla riva sinistra del Dnieper aveva senso dal punto di
vista militare per rafforzare la difesa dei confini dei territori di
congiunzione alla Crimea e quindi per avere un fronte solido garantito dalla
barriera naturale del fiume e posizioni da cui inchiodare gli ucraini sulle
macerie di Kherson.
Da
pochi giorni sappiamo inoltre che la Nato sta esaurendo le scorte di armi,
(potete solo immaginare la quantità di armi inviate in Ucraina fin dal 2014,
cioè da ben prima dell’invasione russa?), che gli americani cominciano a
innervosirsi per le continue imperiose richieste, e che per bocca della Von der
Layen (notizia del 30 novembre) le perdite militari ucraine ammontano a OLTRE
100.000 uomini (svista o autorevole soffiata?).
Sappiamo anche che è in corso un’evacuazione
da Kherson di quelle poche migliaia di ucraini (10-15.000) che non hanno
seguito i 120.000 oltre le linee russe, che il regime sta “incoraggiando” i
cittadini a evacuare le zone invivibili (almeno sei regioni e mezza Kiev),
esodi che, dicono gli analisti, potrebbero interessare almeno cinque milioni di
persone verso un’Europa già sofferente per le sanzioni autoinflitte che non è
pronta ad accoglierle;
sappiamo
che l’Ucraina è un Paese semidistrutto e già fallito finanziariamente come
Stato, e avrebbe già perso la guerra a giugno se non fossero arrivate ancora
armi dall’Occidente.
Be’ se
questo è un Paese che sta vincendo lasciamo al senso comune di giudicare.
Quella
dello “stiamo vincendo” è una litania che i media mainstream ripetono da quando
si erano eccitati per la controffensiva nell’est.
A
sentire loro, gli ucraini non hanno mai smesso di “contro offendere”.
È un discorso amaro quello sui nostri media
(talk show compresi) che appaiono completamente asserviti all’ala bellicista
della Nato e dedicati alla propaganda di guerra.
Lo dimostrano diffondendo solo le veline degli
ucraini, richiedendo a ogni interlocutore di premettere sempre che “C’è un
Paese invasore e uno aggredito” , un mantra dovuto per avere dignità di parola,
e interrompendo a ripetizione le risposte non gradite;
naturalmente
è vietato contestualizzare con la narrazione dei 14.000 morti nel Donbass dal
2014 provocati dalla soldataglia neonazista o dell’estensione della Nato oltre
qualsiasi assicurazione precedente ai confini della Russia.
Si parla della propaganda russa
contrapponendola alla nostra “libera stampa” ma di fronte alle performance dei
vari Mentana, Merlino, ecc. viene spontaneo pensare che la differenza sia
minima tra i due sistemi di informazione.
Provate voi a dire pubblicamente che forse la
Russia non ha tutti i torti.
Orsini
ne sa qualcosa pur avendo uno status che parzialmente lo protegge.
Provate
a ricordare pubblicamente che la Nato nel 1999 ha bombardato la Serbia, Paese
sovrano, per ben 90 giorni costringendola ad accettare l’indipendenza di una
sua provincia secessionista, tanto per dirne una.
In
realtà, ciò che salta agli occhi è che la guerra in Ucraina sancisce la rottura
del capitalismo globalizzato e prefigura la creazione di un sistema
capitalistico alternativo con l’abbandono del dollaro, la separazione delle risorse
energetiche, la differente gestione delle risorse umane (leggasi sfruttamento),
con conseguenti ricalibrazioni dei “valori” e perdita di influenza e potere
economico dell’Occidente (Usa in testa).
Questo
è quanto si vuole impedire cercando la sconfitta della Russia.
Questa
è la vera posta di un gioco sulla pelle degli ucraini.
Un
obiettivo difficilmente realizzabile nei confronti di una nazione, la Russia,
che ha ampia capacità di aggregare interessi e soprattutto è una potenza
nucleare che non accetterebbe una capitolazione senza reagire.
Questo
lo sanno tutti ma la lobby militarista europea e atlantica sembra ancora decisa
a sostenere le farneticazioni di Zelensky e a tentare la carta militare fino in
fondo.
E
Zelensky fa di tutto per trascinarci alla guerra mondiale con le sue
provocazioni (il missile in Polonia, l’interferenza in Bielorussia, i droni
esplosivi sulle basi aeree strategiche russe).
Fino a quando i suoi militari sono disposti a
sostenerlo?
Qualcuno
ci potrebbe dire se c’è un qualche dissenso nel gruppo dirigente ucraino?
Quanto
sostegno sociale rimane al regime con un paese distrutto e la gente al freddo e
alla fame (trapelano notizie di proteste popolari a Odessa)?
Quanto siamo disposti noi a pagare o a morire
per quel regime?
Sarebbe
opportuno costringerlo alla resa prima che ci pensino i suoi con altri mezzi.
Affermazione subito cancellata dai file del
discorso a seguito di rimproveri ucraini che non hanno mai divulgato le cifre
delle perdite ma che si affrettano a correggere in 10.000/13.000 perdite, cifra
che nessun analista condivide.
Smentendo
lo stesso Zelensky che nei giorni della controffensiva aveva accennato a numeri
“da 500 a 1000 al giorno”.
Facendo la media con i giorni di guerra, la
cifra della Von der Leyen si avvicina per difetto alla realtà.
Del
resto, un riscontro indiretto proviene dall’analisi delle rispettive tattiche
delle due parti avversarie:
gli
ucraini attaccano a folate di mezzi misti pesanti e leggeri insieme alla
fanteria (battaglioni tattici) mentre i russi ne fanno strage con l’artiglieria
per poi eventualmente contrattaccare quando l’attacco si sfalda o rifluisce.
La
prossima probabile caduta di Artemiosk (Bakmut) potrebbe essere un colpo fatale
per il morale del paese.
A chi è attento non può sfuggire la
preoccupante sequenza di manipolazione mediatica che con il governo Draghi e la
pandemia ha alzato il livello di manipolazione e controllo massifico
sull’opinione pubblica.
Nel
nostro “libero Paese” chi si sottrae al “pensiero unico”, a torto o a ragione,
viene in qualche modo penalizzato o punito.
Donbass.
La lista completa di tutti i massacri con armi NATO sui civili.
La
NATO ha dato il via libera alla distruzione mirata degli obiettivi civili e
degli abitanti delle Repubbliche mediante le sue armi ad alta precisione
Il
primo utilizzo dell’Himars MLRS sul territorio del Donbass è stato documentato
il 28 giugno nell’insediamento di Pereval’sk (LNR).
Da
quel giorno fino al 10 dicembre 2022 (5 mesi), sono stati effettuati un totale
di 185 attacchi missilistici dall’Himars MLRS esclusivamente su obiettivi
civili:
34
attacchi mirati a obiettivi d’infrastrutture sociali, industriali e civili sul
territorio della DNR.
151
attacchi mirati a obiettivi d’infrastrutture sociali, industriali e civili sul
territorio della LNR.
La
superiorità morale dell’Occidente.
(Francesco
Masala)
Tutto
il mondo che critica l’Occidente ha molto da imparare.
I
paesi occidentali sono un esempio per tutti e certe cose che succedono nei
paesi sottosviluppati (Trump userebbe un’altra parola) in Occidente non
potrebbero mai succedere.
Solo
due esempi.
Nei
paesi occidentali un presidente non potrebbe mai avere un figlio invischiato in
affari poco chiari (Trump userebbe un’altra parola) in paesi specchio della
trasparenza e della democrazia.
Non
potrebbe mai, ma se così fosse si dimetterebbe da qualsiasi carica
istituzionale, per vergogna, per onestà, per dare un esempio morale.
Nei
paesi occidentali un ex presidente non potrebbe mai raccontare che l’Occidente,
la Nato, l’Europa, gli Usa non rispettano gli accordi di pace (di Minsk), di
cui erano garanti, ma anzi hanno fatto di tutto per costringere la Russia a
fare qualsiasi cosa, magari un’invasione.
Non
potrebbe mai, ma se presa dalla sindrome di Cossiga, per cui qualche verità
esce fuori, per togliersi qualche macigno dalla scarpa, allora, se così fosse,
la guerra dell’Occidente contro la Russia terminerebbe domani, per la vergogna,
per decenza, perché il mondo morale dell’Occidente è superiore a qualunque
altro, addirittura nella galassia.
L’Occidente
è il migliore dei mondi.
Finché
dura.
Accordi
di Minsk e ruolo della Germania.
La
risposta di Putin ad Angela Merkel.
Il
presidente russo Vladimir Putin ha definito “deludenti” le dichiarazioni
dell’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha recentemente affermato che
gli accordi di Minsk del 2015 sono stati “un tentativo di dare tempo
all’Ucraina”.
“È
deludente. Francamente, non mi aspettavo di sentirlo dall’ex cancelliere,
perché ho sempre pensato che i leader della Repubblica federale [di Germania]
fossero in dialogo sincero con noi.
Sì, certo che hanno sostenuto l’Ucraina, ma mi
sembrava che i leader [tedeschi] volessero sempre risolvere [il conflitto]
sulla base dei principi che avevamo raggiunto, compresi gli accordi di Minsk”,
ha sottolineato il leader russo dopo un vertice con i leader dell’Unione
economica eurasiatica.
In tal
senso, ha ribadito che Mosca “ha fatto tutto bene” in relazione all’avvio
dell’operazione militare in Ucraina.
Ha
anche ricordato che i membri del formato Normandia (Germania, Francia) ” hanno
mentito” sulla loro disponibilità a rispettare quanto concordato, mentre
l’Ucraina ha ripetutamente rifiutato di attenersi alle disposizioni che
cercavano di porre fine al conflitto.
“L’idea
era solo quella di riempire l’Ucraina di armi e prepararla per il
combattimento.
Vediamo,
forse ce ne siamo resi conto troppo tardi.
Forse dovremmo iniziare tutto questo prima
[dell’operazione].
Speravamo
solo che avremmo potuto concordare il quadro degli Accordi di Minsk”, ha
sottolineato.
In
questo contesto, ha sottolineato che si pone la questione della fiducia che
attualmente “è quasi a zero”.
“Come
raggiungere un accordo? Cosa negoziare?
È possibile negoziare con qualcuno? E dove
sono le garanzie?”, sono le domande che ha posto il capo dello Stato russo.
Tuttavia,
ha sottolineato che alla fine ” sarà necessario raggiungere accordi” e ha
assicurato che Mosca è “aperta” a tali scenari.
Cosa
ha detto la Merkel?
In
un’intervista pubblicata mercoledì scorso al quotidiano Die Zeit , l’ex capo
del governo tedesco ha assicurato che gli accordi in questione non solo hanno
dato tempo a Kiev, ma le hanno anche permesso di ” rafforzarsi, come si vede
oggi”.
L’Ucraina
del 2014/15 non è l’Ucraina di oggi.
Come
si è visto nella battaglia per Debaltsevo [un importante nodo ferroviario nella
Repubblica popolare di Donetsk] all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto
facilmente invadere allora.
E dubito fortemente che gli stati della NATO
avrebbero potuto fare tanto quanto stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina”,
ha detto.
“Era
chiaro a tutti noi” che il conflitto era congelato e la questione rimaneva
irrisolta, ha proseguito l’ex presidente, aggiungendo che “è stato proprio
questo a dare tempo prezioso all’Ucraina “.
Vale
la pena ricordare che non è la prima volta che la Merkel si esprime in questo
senso.
Alla
fine di novembre, ha affermato in un’intervista per la rivista “Der Spiegel”
che il congelamento del conflitto raggiunto con gli accordi di Minsk ha
permesso all’Ucraina di diventare “più forte e più resiliente “.
Angela
Merkel era alla guida del governo tedesco nel 2014, quando in Ucraina ebbe
luogo un colpo di stato che fece precipitare il Paese in un conflitto interno.
Gli
accordi di Minsk sono stati firmati nel febbraio 2015 con la sua
partecipazione.
Il 22
febbraio di quest’anno il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che gli
accordi in questione non esistono più, dopo il riconoscimento delle repubbliche
del Donbass, che a settembre sono entrate a far parte del Paese eurasiatico.
Secondo
il presidente, gli Accordi di Minsk “sono stati uccisi” dalle autorità ucraine.
(traduzione AD)
Per la
Serbia, la situazione intorno al Kosovo “si sta avvicinando ad un punto di non
ritorno” –
(Enrico
Vigna)
Il
cappio intorno alle scelte del governo serbo, sta stringendosi sempre più.
Pressioni,
ricatti, minacce ed ora le provocazioni sempre più conflittuali e incalzanti
sul terreno, in una spirale che lascia intravedere due possibilità:
o l’accettazione dello status quo relativo al
“Kosovo indipendente” o scenari di una nuova guerra, non certo voluta dalla
parte serba.
I
burattinai sono i soliti: NATO e potenze occidentali, le motivazioni sono
molteplici, ma il nodo centrale porta anche in questo caso alla crisi ucraina.
Da un
lato si vuole far cedere la Serbia sulla questione delle sanzioni alla Russia
(è l’unico paese europeo a non averle adottate), dall’altro c’è la questione
dell’entrata del paese nella NATO, finora respinta dal governo serbo.
Senza dimenticare la ricerca di una rottura
della fraternità identitaria storica slava, che spianerebbe la strada per
inglobare completamente i Balcani nell’alveo avvelenato degli interessi
occidentali e atlantisti, che indebolirebbe
pesantemente la Repubblica Srpska della BH, dove le forze nazionali e
indipendenti hanno vinto le elezioni e dichiarato apertamente la scelta di
rifiuto della NATO, di amicizia con la Russia, di una strategia interna ad una
visone multipolare del mondo e di integrazione con il progetto della Via della
Seta cinese.
Che ci
si trova ad un momento storico e dirompente, lo dimostra il fatto che, per la
prima volta dal 1999, anno dell’aggressione alla Repubblica Federale Jugoslava,
un esponente politico istituzionale serbo ha “osato” chiedere il ritorno delle
forze di sicurezza serbe nel Kosovo Methoija.
Non
era mai successo in 23 anni…
Qual è
la prossima cosa che ci arriverà addosso?
Preparatevi,
perché potrebbe essere una gran bella botta.
(Ugo
Bardi)
Nonostante
io abbia antichi veggenti come antenati (gli “aruspici”), non pretendo di
essere in grado di prevedere il futuro.
Ma
credo di poter proporre degli scenari per il futuro.
Quale
potrebbe essere il prossimo disastro che ci arriverà addosso?
Suggerisco che sarà lo sconvolgimento del
mercato petrolifero causato dalla recente misura di un tetto al prezzo del
petrolio russo.
Vi
ricordate quante cose sono cambiate negli ultimi 2-3 anni, e sono cambiate in
modo incredibilmente veloce?
C’era uno schema in questi cambiamenti: una
parte dello schema era che dovevano essere solo temporanei, un altro era che
erano per il nostro bene.
Ci è
stato detto che erano necessarie “due settimane per appiattire la curva“, che
“le sanzioni faranno crollare l’economia russa in due settimane” e molte altre
cose.
Poi, i
nostri problemi saranno risolti e il mondo tornerà alla normalità.
Ma
questo non è successo.
Al contrario, il risultato è stato una “nuova
normalità”, per nulla simile a quella vecchia.
Ora,
la domanda più ovvia è “e adesso?”
Più
esattamente, “con cosa ci colpiranno la prossima volta?”.
“C’è l’idea che possa esserci una nuova
pandemia, un nuovo virus o il ritorno di quello vecchio. Ma no.
Sono più intelligenti di così: finora sono
sempre stati un passo, forse due, avanti a noi.
Sono maestri di propaganda, sanno che la propaganda si
basa sui memi e che i memi hanno una durata limitata.
I
vecchi memi sono come i vecchi giornali, non sono più interessanti.
Un
particolare spauracchio non può spaventare la gente per troppo tempo, e l’idea
di spaventarci con un virus pandemico ha superato la sua utilità.
Potrebbero
averci sondato con la pandemia del “vaiolo delle scimmie”, e hanno visto che
non ha funzionato.
Era
comunque ovvio.
Quindi,
ora che si fa?
Permettetemi
di suggerire un possibile nuovo modo di colpirci.
Forse
ne avete sentito parlare ma, finora, si pensava che fosse qualcosa di
marginale, non destinato a creare un’altra “nuova normalità”.
Ma
potrebbe.
È
enorme, è gigantesco, sta arrivando.
È il tetto sui prezzi del petrolio russo.
L’idea è che un cartello di Paesi, soprattutto
occidentali, si mettono d’accordo per vietare l’importazione di petrolio russo
a meno che non abbia un prezzo inferiore ai 60 dollari al barile.
Inoltre,
renderà più difficile per la Russia esportare petrolio all’estero, anche nei
Paesi che non aderiscono all’accordo.
Questa
idea è, come al solito, promossa come un modo per aiutarci.
Non
solo danneggerà il malvagio Putin, ma ridurrà i prezzi del petrolio, quindi
tutti in Occidente dovrebbero essere felici.
Ma funzionerà davvero?
A dir
poco difficile, ed è probabile che i promotori lo sappiano molto bene.
Pensateci:
negli ultimi cento anni non è mai successo che un cartello di Paesi
intervenisse per imporre un certo prezzo del petrolio a livello mondiale.
Anche
durante la “crisi petrolifera” degli anni ’70, l’Organizzazione dei Paesi
Esportatori di Petrolio (OPEC) non ha mai fatto ciò che viene spesso accusata
di aver fatto, fissando un prezzo elevato del petrolio.
L’OPEC può solo fissare quote di produzione o
sanzionare alcuni Paesi, ma non ha alcun potere, e non l’ha mai avuto, sui
prezzi, che sono stabiliti dal mercato internazionale.
Quando
i governi si intromettono nei prezzi, i risultati sono sempre negativi.
In genere, i prezzi dei beni vengono fissati
troppo bassi e ciò produce due effetti:
la
nascita di un mercato nero e la scomparsa dei beni dal mercato ufficiale.
Era una caratteristica tipica dell’economia
sovietica, dove i prezzi erano spesso fissati a livelli bassi per dare
l’impressione che certi beni fossero alla portata di tutti.
Ma non
era così: in teoria, la maggior parte dei cittadini sovietici poteva
permettersi il caviale venduto ai prezzi stabiliti dal governo.
In
pratica, questo caviale non si trovava quasi mai nei negozi.
Ma,
naturalmente, era possibile trovarlo al mercato nero, se si potevano pagare
prezzi esorbitanti.
Oggi,
intervenire per fissare un prezzo per il petrolio russo equivale a gettare una
chiave inglese negli ingranaggi di una macchina enorme.
Nessuno
sa esattamente come reagirà il mercato petrolifero globale.
L’unica
cosa certa è che i russi si rifiutano di vendere il loro petrolio ai Paesi che
hanno sottoscritto l’accordo.
Il
risultato complessivo dell’eliminazione di un grande produttore dal mercato può
essere solo uno: l’aumento dei prezzi del petrolio.
Esattamente
l’opposto di ciò che il “price cap” dovrebbe fare.
Ma questo è il minimo che possa accadere: gli
effetti del tetto sono imprevedibili su un mercato già instabile e soggetto a
oscillazioni selvagge dei prezzi.
L’Europa
potrebbe perdere completamente l’accesso al petrolio e andare in crisi.
Le
carestie sono state un evento fisso nella storia europea, potrebbero ripetersi.
Cose
del genere: non piccoli cambiamenti, ma cambiamenti enormi…
L’obiezione
all’industria bellica.
(Laura
Tussi).
Mio
nonno materno Luigi Belluschi è un esempio di obiezione professionale
all’industria bellica.
Durante il ventennio fascista e sotto
l’occupazione nazifascista ha lavorato come operaio specializzato, ossia
gruista sugli altiforni, presso la Breda di Sesto San Giovanni.
Lavorava in produzione bellica per il regime
nazifascista, ma da varie fonti, come l’archivio Aned di Sesto San Giovanni, è
riemerso che veniva licenziato e in seguito riassunto più volte.
Era
infatti un sabotatore:
rallentava
la produzione bellica oltre a sabotare i tralicci del telefono con i suoi
compagni.
I fascisti venivano a cercarlo e mia nonna
rispondeva che era in “produzione bellica”.
Da
varie fonti, da mia madre e da mio zio, risulta che non l’abbiano mai deportato
nell’oltralpe e nei lager nazifascisti perché serviva a produrre le armi.
Un
lavoro estremamente faticoso e logorante sugli altiforni:
lo
hanno schiavizzato in Italia.
Non lo
hanno mai deportato, sebbene fosse comunista e avesse partecipato a Milano agli
scioperi del 1943 e 1944.
Era del 1904. Non apparteneva a formazioni
partigiane, era un “cane sciolto”.
Un
Resistente e ha contribuito alla Resistenza antifascista.
Esempi
di obiezione all’industria bellica.
Caso
significativo di obiezione all’industria bellica nel nostro Paese è quello
degli 805 lavoratori delle officine Moncenisio di Condove vicino a Torino che
il 24 settembre 1970 approvano all’unanimità in assemblea una mozione contro la
produzione di armi dell’azienda.
Il
documento dice:
“I
lavoratori delle officine Moncenisio, considerando che il problema della pace e
del disarmo li chiama in causa come lavoratori coscienti e responsabili e che
la pace è supremo interesse e massimo bene del genere umano, preoccupati dei
conflitti armati che tuttora lacerano il mondo, diffidano la direzione della
loro officina dall’assumere commesse di armi, proiettili, siluri o altro
materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di
cui non possono e non vogliono farsi complici.
Chiedono alle organizzazioni sindacali di
appoggiare la loro strategia di pace.
Invitano
caldamente i lavoratori italiani in tutto il mondo a seguire il loro esempio di
coerenti e attivi costruttori di pace”.
Un’iniziativa
che ebbe larga eco e contribuì a dare nuovi impulsi alle lotte per le
conversioni a fini pacifici delle industrie belliche.
I
lavoratori pacifisti obiettori alla produzione di armi.
Noti
sono poi i casi di singoli lavoratori che si sono rifiutati di produrre armi:
Maurizio
Saggioro si rifiuta di produrre componenti per armi presso la Metalli Pressati
Rinaldi di Bollate vicino a Milano.
Nel
gennaio 1981 chiede il trasferimento ad altro reparto, ma viene licenziato.
Nel
1983 Gianluigi Previtali si dimette dall’Aermacchi di Varese contro la
produzione di armamenti.
Negli
ultimi anni, i portuali del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp) di
Genova si sono più volte rifiutati di caricare le navi di armi.
E
ancora dal comitato di riconversione RWM – azienda che produce ordigni bellici
e bombe – in Sardegna è nata l’idea di ridare speranza al territorio attraverso
un modello di impresa sostenibile, con un’economia pulita e posti di lavoro,
dove la pace si mette in rete.
Come l’operaio della RWM Giorgio Isulu che
circa un anno fa ha iniziato il suo nuovo lavoro nell’azienda agricola
“l’Agrumeto”.
L’antagonismo
sindacale all’interno dell’Aermacchi di Varese.
Intorno
agli anni Ottanta del 1.900 nacque, nel contesto della Aermacchi di Varese, un
gruppo di attivisti antimilitaristi grazie al sostegno della FLM in un primo
momento e della Fim – Cisl in un secondo momento;
un
gruppo informale che promosse collette di solidarietà con popoli e movimenti
vittime del fuoco delle armi italiane attraverso tecniche di conflittualità non
convenzionali come scioperi, digiuni e collettivi di fabbrica per giungere nel
1986 alla disobbedienza civile attraverso l’aperta adesione di alcuni suoi
componenti all’obiezione di coscienza congiunta all’uso del digiuno di cinque
giorni contro gli euromissili, contro la corsa al riarmo e per denunciare nel
1988 l’Aermacchi in quanto industria violatrice degli embarghi Onu contro Iran
e Iraq…
Intervista
ad Alexander Belik del Movimento obiettori di coscienza russo.
Arriva
in Italia il leader degli obiettori russi.
Insieme al Movimento Nonviolento abbiamo
ospitato in queste ore la conferenza stampa di Alexander Belik, coordinatore
del Movimento degli obiettori russi.
Un appuntamento
voluto fortemente al fine di far conoscere la voce dell’altra Russia, quella
che rifiuta di imbracciare le armi.
A 50
anni esatti dall’approvazione della legge Marcora, che introdusse il diritto
all’obiezione di coscienza in Italia, si è tenuta in queste ore la conferenza
stampa di Alexander Belik, coordinatore del Movimento degli obiettori di
coscienza russo.
Un movimento nato in Russia nel 2014.
L’appuntamento è stato organizzato in sinergia
con il Movimento Nonviolento, compagni/e di strada di questi mesi nel sostegno
e nella difesa degli obiettori russi, ucraini e bielorussi.
Il diritto di obiezione alla leva militare è
stato riconosciuto in Russia nel 1993, eppure la realtà è molto diversa.
Secondo Alexander Belik sono circa 20.000 le
persone arrestate in Russia per attivismo contro la guerra, «alcuni finiscono
nei campi costrittivi per obiettori, in condizioni disumane, molti altri
rimangono nascosti per paura di arresti e persecuzioni.
Nel
tempo i “campi di prigionia” – presenti nei territori ucraini occupati, secondo
l’attivista ndr – sono aumentati.
Nonostante
siano illegali secondo il diritto interno russo e quello internazionale».
Oggi
Belik è fuggito in Estonia ed è ancora in attesa di una decisione definitiva
rispetto al suo status di rifugiato politico.
Alexander
Belik, partiamo dalla sua esperienza personale: era già un obiettore prima
dell’invasione russa dell’Ucraina?
Sono
il coordinatore del Movimento degli obiettori di coscienza russo dal 2016 e da
allora do consigli alle persone su come evitare la leva militare.
Personalmente però sono un po’ come il figlio
del calzolaio che gira in strada con le scarpe bucate.
Neanche
la mia obiezione è stata mai formalmente riconosciuta.
Sono
andato al comando militare diverse volte per presentare i motivi medici per cui
non ero idoneo alla leva, ma ogni volta mi è stato detto di lasciare il comando
perché, secondo loro, ero troppo provocatorio…
Le
armi NATO dirottate e le verità indicibili sui nazisti ucraini che verranno
fuori: così finirà la guerra.
(Vladimir
Volcic)
Stiamo
pur certi che se si verificherà questo scenario:
improvvisamente
Zelensky diventerà un criminale e verrà accusato di essere la principale causa
della sconfitta avendo tradito la fiducia in lui riposta dal popolo ucraino e
dalla NATO.
Improvvisamente
ritorneranno di attualità tutti gli articoli e le inchieste giornalistiche
pubblicate fino agli inizi del 2021, riguardanti il suo network criminale
finanziario offshore e scopriremo anche l’esistenza di potentati neonazisti,
suoi complici…
Intanto
una quantità incredibile di armi NATO giunte in Ucraina non sono arrivate al
fronte ma dirottate sul mercato nero e vendute a chiunque:
dalle
mafie europee, ai gruppi islamici dell’Africa Occidentale persino al regime
dell’Iran.
Furto
e vendita sono organizzati dal governo e dallo stesso Presidente Zelensky
facilitato da una motivazione tecnica non di poco conto.
Le
sofisticate armi che la NATO invia in Ucraina non sono compatibili
nell’esercito ucraino abituato ad usare armi sovietiche e russe.
Per le
armi tecnologiche NATO occorrono periodi di addestramento troppo lunghi
rispetto alle necessità del loro impiego sul fronte.
Di
conseguenza il regime di Kiev usa le armi e munizioni di modello russo
provenienti dalle aziende statali dei Paesi dell’Est e in minima parte le armi
NATO. La maggioranza di esse viene venduta attraverso i canali del mercato nero
internazionale delle armi.
Questa
pratica, che fa ulteriormente arricchire l’oligarca tossicodipendente ex attore
comico e la sua ristretta cerchia di fedelissimi, è conosciuta dai vertici
della NATO, Unione Europea e Pentagono fin dallo scorso aprile ed è fonte di
tensioni con l’alleato ucraino che il delirio guerrafondaio di Washington e
Bruxelles ha reso una figura indispensabile per la loro guerra di procura
contro la Russia.
Nel luglio scorso l’Interpol aveva sollevato
l’allarme rispetto alla destinazione degli armamenti:
nessuno
aveva il controllo di dove potessero finire.
Intanto nel dark web è stato possibile
rintracciare lanciamissili Javelin in vendita a prezzi stracciati, prodotti
dall’azienda statunitense Raytheon.
Notizia
ampiamente riportato da “Faro di Roma”.
La
Russia ha sottoposto al Consiglio di Sicurezza ONU vari rapporti sul traffico
di armi NATO da parte del regime di Kiev.
Rapporti
che sono stati ignorati mentre i media atlantisti presentavano queste denunce
come “propaganda russa” tesa a screditare sia il governo ucraino che gli
alleati occidentali.
Tuttavia
il “deep State “e i politici americani hanno riscontrato sempre più
difficoltà a spiegare all’opinione pubblica americana perché le armi assegnate
all’Ucraina stanno affiorando a Idlib in Siria o presso le organizzazioni
criminali europee.
Ma soprattutto, la Casa Bianca ha iniziato a
temere che i sistemi tecnici avanzati statunitensi finiscano nelle mani dei
principali avversari degli Stati Uniti – Russia, Iran e Cina – uno scenario
molto probabile considerando il riavvicinamento senza precedenti tra questi
Paesi.
Nonostante
le evidenze l’Unione Europea ha dato indicazioni ai media di non toccare questo
argomento al fine di non compromettere il già scarno supporto popolare a questa
folle impresa militare.
Questi «consigli», accettati immediatamente
dalla maggioranza dei giornalisti europei, applicando forme di autocensura
finanziariamente convenienti, sono anche tesi a proteggere i colossali affari
delle industrie belliche europee che dall’inizio del conflitto riescono a
concludere contratti milionari pagati in anticipo.
Le
diverse indagini svolte sul furto e vendita di armi condotte da giornalisti e
media indipendenti sono state sistematicamente ignorate per i motivi sopra
descritti.
Ignorata anche la denuncia di questo affare
sulla pelle dei soldati ucraini da parte dei media ucraini, in particolar modo
dal quotidiano “Kyiv Independent” .
La denuncia
dei media ucraini coinvolge Zelensky indirettamente in quanto non é saggio
accusare direttamente l’ £attuale regime filo nazista” di Kiev al fine di
evitare ripercussioni che potrebbero arrivare anche a compromettere la
incolumità fisica dei giornalisti.
Per
poter parlare dello scottante argomento si è data la colpa agli alti ufficiali
ucraini che comandano la Legione Internazionale creata da Zelensky il 27
febbraio 2022.
Trattasi
di un battaglione dell’esercito ucraino composto da volontari di tutto il
mondo.
Una
manovra per legalizzare l’invio di soldati NATO sotto copertura di volontari (soprattutto
polacchi, inglesi e americani) e di arruolare migliaia di giovani neonazisti
europei compresi i neofascisti di CasaPound.
Arruolamento che il governo Draghi e ora il
governo Meloni hanno deciso di ignorare nonostante che rappresenti un reato
secondo il codice penale italiano che può comportare fino a quindi anni di
reclusione (Articolo 244 Codice Penale).
Particolarmente
dettagliata l’inchiesta del quotidiano” Kyiv Independent”, svolta in
collaborazione con il programma” Super wizjer” in onda sul canale TVN polacco,
e basata sulle denunce e testimonianze di oltre 30 soldati mercenari –
volontari stranieri che hanno presentato anche rapporti ufficiali, foto, video
e file audio a sostegno delle loro accuse.
Diversi
legionari affermano che le armi leggere, comprese le armi fornite
dall’Occidente, sono scomparse.
I
legionari sospettano specifici comandanti ucraini di appropriazione indebita
che non avrebbero esitato di minacciare a mano armata i volontari stranieri che
ponevano troppe domande.
In alcuni casi questi ufficiali ucraini
avrebbero rubato anche l’equipaggiamento militare personalmente comprato dai
mercenari.
Alcuni
testimoni affermano che, per aver segnalato le malefatte degli ufficiali
ucraini sarebbero stati espulsi dalla Legione con pretesti inventati come
essere spie o disertori.
Messe
insieme, queste prove evidenziano che le leadership ucraina della Legione
internazionale, della intelligence militare e dell’esercito ucraino sono
implicate nei traffichi di armi.
Le
accuse di appropriazione indebita di armi sono una questione controversa in
Ucraina, che dipende dagli aiuti militari occidentali per contrastare con
successo l’operazione speciale di denazificazione condotta dalla Russia.
La questione è emersa in dichiarazioni contrarie
alle forniture di armi all’Ucraina, anche in Occidente, probabilmente nel
tentativo di offuscare l’immagine dell’Ucraina e minare le forniture di armi.
I
media ucraini nel denunciare questo traffico di armi cercano di minimizzare il
fenomeno criminale, facendo credere che sia limitato solo alle armi leggere
mentre i principali sistemi d’arma NATO donati sarebbero ben curati e
utilizzati con buoni risultato contro l’aggressore russo.
Affermazioni comprensibili visto il livello di
censura e di pericolose ritorsioni esercitate dal regime di Kiev dove le
fazioni politiche e militari neo-naziste assumono sempre più forza ma
sconfessate dal” WALL Street Journal” in una inchiesta di Bojan Pancevski e
Alistair MacDonald pubblicata il 10 dicembre scorso.
“Kyiv Independent”
e gli altri media ucraini che si addentrano in questo argomento estremamente
pericoloso devono stare ben attenti di non essere accusati di aver diffuso
notizie allarmanti che potrebbero causare la sospensione anche parziale delle
consegne di armi da parte della NATO.
Tuttavia”
Kyiv Independent” fornisce una notizia molto interessante.
Le indagini del regime di Kiev sul traffico di
armi sono condotte in collaborazione a investigatori britannici che stanno
controllando in Ucraina la destinazione e l’uso delle armi NATO ricevute.
I
vertici della Casa Bianca, Pentagono, Unione Europea e NATO sono a conoscenza
del fenomeno della vendita di armi che non si limita ad armamenti leggeri
avendo a disposizione notizie più dettagliate rispetto a quelle in possesso ai
media ucraini, come sanno che i furti e le vendite non sono opera di singoli
ufficiali dell’esercito o dei servizi segreti ma rientrano in una vasta operazione
criminale che
coinvolge direttamente lo Stato Maggiore dell’esercito ucraino, il Ministero
della Difesa, il governo e il Presidente Zelensky.
Al
momento tutte le prove a disposizione dei paladini della Democrazia Atlantica
sono tenute al sicuro dentro al cassetto.
Torneranno
utili qualora Unione Europea e Stati Uniti dovranno cercare una via d’uscita
onorevole dinnanzi ad una eventuale vittoria militare della Russia.
Armi
italiane in Ucraina.
Il
“segreto di stato” aggirato dall’annuncio dell’ambasciatore francese a Kiev. (Giuseppe Masala)
Il
governo italiano ha posto il segreto di stato sulle nuove armi che verranno
inviate in Ucraina.
Per
fortuna l’ambasciatore francese a Kiev Etienne de Ponsin non è tenuto a
rispettare il segreto di stato italiano e ha dichiarato ieri che uno dei due
sistemi antiaerei SAMP-T in arrivo in Ucraina sarà inviato dall’Italia.
Il
sistema antiaereo SAMP-T è un sofisticatissimo sistema missilistico dal costo
(cadauno) di circa 800 milioni di euro (circa 3 ospedali, di primissimo
livello) prodotto dalla francese MBDA e dall’italiana Thales Leonardo.
Anche
gli USA si apprestano ad inviare due sistemi Patriot per dire.
Io
spero che qualcuno non abbia la pretesa che se inviamo per esempio armi
nucleari all’Ucraina la Russia non ci consideri “non belligeranti” tanto a
spararle sarebbero gli ucraini.
No,
perché tra i nostri politici “sacchettisti” (riempitori di banconote in
sacchette) ci sarebbe qualcuno in grado di sostenerlo.
Del
resto, sempre più soldati appartenenti ai Paesi NATO stanno combattendo contro
i russi in Ucraina.
Si
tratti di mercenari o di truppe regolari poco importa.
L’Occidente
è direttamente coinvolto nel conflitto che, ogni giorno, appare sempre più
indirizzato verso l’internazionalizzazione.
Il metodo per assuefare l’opinione pubblica
europea all’inevitabilità e alla normalità dell’innesco di un conflitto
mondiale NATO-Russia è, come al solito, quello della rana bollita.
L’asticella
dell’escalation viene alzata gradualmente, poco alla volta, per fare in modo
che non ci si accorga di stare irrimediabilmente scivolando nel baratro senza
possibilità di ritorno.
Spero di sbagliarmi ma l’impressione è che
solo un miracolo possa riportare indietro le lancette della Storia.
L’obiettivo della NATO è quello di smembrare
la Federazione Russa in vari protettorati etnici da porre sotto controllo
occidentale.
I
media europei e americani parlano apertamente di un futuro smembramento della
Russia e sono già state pubblicate delle bozze di carte geografiche con la
Russia divisa in 6-7 tronconi.
La NATO non rinuncerà a questo piano, che
coltiva da molti decenni e che, nel 1991, con lo smembramento dell’URSS, è
riuscita in parte a realizzare.
Il 1991 è stato il primo tempo, il 2022 il
secondo.
Naturalmente,
la NATO ha fatto i conti senza l’oste.
Vedremo
come andrà a finire…
La
guerra in Ucraina e la “crisi alimentare”: cosa accade davvero? –
(Nora McKeon).
Il
cibo è un diritto e un bisogno umano fondamentale.
Non è
un caso che molti sconvolgimenti politici, nella storia, siano stati
accompagnati da proteste intorno al cibo, dalla marcia su Versailles, con le
donne che protestavano contro il prezzo del pane, che ha innescato la
rivoluzione francese, alle rivolte del cibo nelle primavere arabe del 2011,
fino a oggi, con lo spettro della crisi alimentare connessa con la guerra in
Ucraina.
Il
cibo, inoltre, è un terreno in cui sono in gioco enormi interessi economici e
geopolitici.
Il cibo viene utilizzato come un’arma, dunque
anch’esso è fortemente legato al tema della guerra.
È sufficiente pensare agli aiuti alimentari,
inviati dagli Stati Uniti a partire dal 1956, apparentemente per “far del
bene”, ma in realtà per creare dipendenza da parte dei paesi destinatari e
spingere al consumo di cibi non prodotti localmente, un processo di cui ancora
oggi vediamo i risultati.
E vedremo più avanti come oggi il tema del
cibo venga strumentalizzato in relazione alla guerra in Ucraina.
Il
cibo è un terreno ricco di minacce – in particolare gli interessi geopolitici
di paesi potenti e lo strapotere delle corporation multinazionali
dell’agribusiness.
Ma è
anche un punto di incontro e di pace tra popoli, società, cultura, ambiente, un
terreno ricco di promesse, come i sistemi del cibo alternativi e il modello
della sovranità alimentare.
Queste
due opzioni si confrontano drammaticamente oggi, ulteriormente complicate dalla
guerra in Ucraina, intorno alla quale si scontrano interpretazioni e ricette
diametralmente opposte.
Per questo, con l’obiettivo di decolonizzare i
nostri immaginari, provo a distinguere due narrazioni, una che ritengo falsa e
l’altra che ritengo corrisponda alla realtà.
Le
multinazionali dell’agribusiness e le reti alimentari locali.
Da un
lato, c’è il sistema alimentare globale delle corporations.
Negli
ultimi anni abbiamo assistito a una concentrazione impressionante delle
multinazionali agroalimentari, tale che i cinque più grandi commercianti di
cereali, già nel 2015, controllavano il 75% del mercato internazionale.
Vediamo
oggi con la guerra in Ucraina le conseguenze nefaste di una tale
concentrazione.
Le catene globali di approvvigionamento del
cibo sono sposate indissolubilmente con un modello di agricoltura industriale –
vaste monocolture e grande impiego di input chimici – perché necessitano di una
grande quantità di prodotti primari tutti esattamente uguali e consegnati in tempi
prevedibili: commodities, non cibo.
Ci viene raccontato che questa evoluzione
rappresenta il tragitto inevitabile e automatico del progresso, dal
tradizionale al moderno.
Ma
questa è una narrazione falsa:
le
imprese multinazionali e questo sistema non avrebbero mai raggiunto il grado di
potere che detengono senza la complicità di governi che hanno fallito nel loro
compito di regolamentare le imprese e tutelare gli interessi della gente.
Un
solo esempio:
i cosiddetti diritti di proprietà
intellettuale, che permettono la brevettazione di cibi industriali
geneticamente modificati, premiando i prodotti artefatti dei laboratori delle
multinazionali e penalizzando i contadini, che sono i veri produttori e i guardiani
dei semi, senza i quali le multinazionali non avrebbero niente con cui
“giocare”.
Regole come queste hanno favorito le imprese e
penalizzato l’altro approccio all’approvvigionamento alimentare, quello della
sovranità alimentare.
Nello
stesso periodo abbiamo assistito, e qui vorrei suonare una nota di speranza in
mezzo a questa situazione disperante in cui stiamo vivendo, anche alla crescita
di reti sempre più robuste di contadini e altri attori sociali, mal serviti dal
sistema alimentare globalizzato guidato dalle imprese, i quali, dal locale al
regionale al globale, hanno reagito alle conseguenze negative delle politiche
globali di libero mercato.
Questi movimenti si sono impegnati nella
costruzione di modalità di approvvigionamento alimentare integrate nel
territorio, basate sul paradigma della sovranità alimentare, cioè il diritto
dei popoli a optare per sistemi agricoli e alimentari che forniscono cibi sani,
prodotti da imprese familiari, utilizzando metodi di produzione che proteggono
il suolo e l’ambiente e che trattengono il valore creato nell’ambito
dell’economia territoriale.
Questi
approcci non sono teorie o sogni, bensì realtà che sono assolutamente dominanti
nel Sud del mondo e che si stanno estendendo anche nei paesi ricchi e
industrializzati.
Ecco
allora alcune narrazioni vere, che sono riconosciute da tutti i governi del
mondo, nel “Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale” delle Nazioni Unite,
ma che sono volutamente ignorate dai poteri forti:
circa
il 70% del cibo nel mondo è prodotto da agricoltura familiare, per lo più dalle
donne, e non dall’agricoltura industriale;
l’80% del cibo non transita attraverso le
catene globali, come le narrazioni globalizzanti ci vorrebbero far credere, ma
arriva al consumatore attraverso mercati territoriali diversificati, radicati
in sistemi alimentari locali e nazionali. Inoltre, l’impatto di questi approcci
alternativi, rispetto alle sfide più importanti di oggi – il cambiamento
climatico, la conservazione della biodiversità, la salute umana –, è molto più
positivo rispetto a quello del sistema globale delle corporations.
Un
solo esempio: l’agricoltura industriale e le catene globali del cibo sono
responsabili per circa il 50% delle emissioni di gas serra, mentre
l’agroecologia contadina aiuta a fissare il diossido di carbonio nel suolo.
Se il
costo per la società degli effetti negativi del sistema alimentare delle
corporation fosse incluso nei prezzi degli alimenti che vediamo sugli scaffali
dei supermercati, questi costerebbero molto di più dei prodotti freschi venduti
nei mercati contadini.
Dovrebbe essere chiaro che sono i cosiddetti
approcci alternativi che debbono ricevere i sostegni dei governi, cioè il
contrario di ciò che avviene oggi.
La
narrazione dominante su guerra in Ucraina e sicurezza alimentare mondiale.
Adesso
vorrei illustrare quanto appena detto riferendomi allo scontro delle narrazioni
intorno all’impatto della guerra in Ucraina sulla sicurezza alimentare
mondiale.
La
narrazione dominante dell’agroindustria e dei governi e delle agenzie
internazionali che li appoggiano lancia l’allarme di un terribile deficit di
cibo causato dalla guerra.
Per affrontarlo – dicono – si deve tenere
aperto il commercio mondiale a tutti i costi e si deve aumentare rapidamente la
produzione di cereali in Europa e negli Stati Uniti per far fronte a questo
deficit.
A costo di annullare gli standard di tutela
dell’ambiente, della biodiversità e del clima introdotti negli ultimi anni.
Difatti,
l’Unione Europea ha già preso iniziative, spinta anche dalle lobby
dell’agribusiness, ad esempio per rimettere in coltivazione i terreni messi da
parte appunto per motivi ambientali…
Tutto
è guerra.
(Vittorio
Giacopini)
Vogliamo
capire dove siamo?
Bè, siamo in guerra (e in guerra è più che
normale che il pensiero sia
considerato
sospetto, la complessità quasi un crimine, l’autoritarismo una manna, e via
dicendo).
Siamo
in guerra, cari Asini, e dobbiamo partire da qui, non se ne scampa.
Questo
non è un articolo ma un tentativo di illuminazione che non fa luce su un bel
niente;
è
un’elaborazione del lutto, una messa a punto.
Poi
scriveremo articoli e analisi e faremo discussioni e torneremo a parlare,
criticare, sognare, organizzare, immaginare.
Ma
oggi dobbiamo soltanto prendere atto del clima in cui viviamo, dell’aria
(guasta) che respiriamo.
Con un
unico imperativo, naturalmente.
Dalla
guerra bisogna disertare e l’unica guerra giusta è la guerra alla guerra.
Ma prima bisogna capire.
Anzi:
accettare.
La famosa “rosa nella croce del presente”
evocata da Hegel è ormai appassita: siamo in guerra in termini metafisici,
totali.
Nel
1650 circa, dopo la guerra dei Trent’anni, dopo la guerra civile Inglese,
Hobbes pubblica il testo-matrice della politica moderna, il Leviatano.
E qui
c’è un brano decisivo, che ci riguarda.
“Quando
gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi
si trovano in quella condizione che è chiamata guerra:
guerra
che è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo.
La GUERRA, infatti, non consiste solo nella
battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la
volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata:
la nozione di tempo va dunque considerata
nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni
atmosferiche.
Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede
in due acquazzoni, bensì nella tendenza verso questo tipo di situazione, per
molti giorni consecutivi, allo stesso modo la natura della guerra non consiste
nel combattimento in sé, ma nella disposizione dichiarata verso questo tipo di
situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione
del contrario.
Ogni altro tempo è PACE.”
L’idea
che l’unica ragione della politica stia nel timore della morte violenta, nella
paura di un conflitto interminabile e letale, stava al cuore del progetto
stesso della modernità e tutta l’esperienza democratica, tutte le lotte del
movimento operaio internazionale, qualsiasi progetto di emancipazione,
l’alleanza complicata ma profonda tra Illuminismo e Socialismo e, in una
parola, tutto ciò che abbiamo chiamato Sinistra, sono state un tentativo
grandioso di correggere questa falsa partenza, o di attenuarla.
Forse
oggi dovremmo ammettere che è una storia arrivata al capolinea, proprio finita.
Il
ricatto ontologico di Hobbes – o Potere o morte – è tornato di stretta attualità a
partire dalla sua stessa premessa implicita o latente:
fuori
dall’ombra dello scettro del Sovrano-Leviatano tutto è guerra. Hobbes lo diceva proprio senza
mezzi termini:
la
guerra non è lo scontro in battaglia, è tutto il tempo in cui c’è desiderio,
pretesto, disposizione, tentazione alla guerra.
Il suo “ogni altro tempo è pace” suona
beffardo.
La guerra è ovunque: in una “disposizione
dichiarata”, in un’intenzione, diciamo anche in un semplice sospetto, nell’ombra
di un dubbio.
Nel
giugno scorso, quando la riunione della Nato a Madrid ha sancito i termini
della Nuova dottrina strategica dell’Allenza Atlantica, il fantasma del
filosofo inglese è uscito dagli scantinati della memoria e si è ripreso il
proscenio: tutto è guerra.
Bisogna
leggere gli articoli 16 e 17 di quel documento:
la natura della guerra non sta nel
combattimento in sé, o nella battaglia campale, nel bombardamento assassino,
nell’assedio logorante, nel blitz micidiale, nell’incursione, ma in ogni
sintomo o avvisaglia o mossa o segnale o crampo o segno o alito o fiato di vita
che promani dal campo avverso, che sia dichiarato o sotto mentite spoglie,
indifferente.
TUTTO È
GUERRA, e ogni cosa è guerra o promessa di guerra, e non se ne scampa…
Lo
spot del cannone.
(Tonio
Dell’Olio)
Il
servizio di Repubblica si apre con un giornalista con tanto di elmetto e
giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” ben visibile come di ordinanza.
Ha
ottenuto il permesso straordinario di seguire le truppe al fronte.
Siamo tra le linee del fronte ucraino di
Zaporizhzhia che ha il compito di fermare l’avanzata nemica colpendo le basi e
i blindati russi.
La
telecamera indugia dapprima sul camion Iveco, orgogliosamente di produzione
italiana, e poi si sposta sugli obici Fh70 che “il governo italiano ha donato
all’Ucraina”.
E qui inizia lo spot vero e proprio con
l’intervista al giovane e valoroso artigliere ventiquattrenne comandante della
truppa che esalta la potenza di fuoco, la precisione di quello strumento e la
sua capacità di colpire fino a più di 30 km di distanza.
Le riprese si soffermano più volte sul momento
in cui parte il colpo.
Insomma se non si trattasse di uno strumento
di morte e se non fossimo su un fronte di guerra, avremmo pensato di trovarci
dentro il più macabro dei caroselli possibili.
Ora di
quel cannone sappiamo tutto.
E lo
sanno anche i potenziali acquirenti che ne sono improvvidamente sprovvisti. Non
sappiamo se fosse un video realizzato all’interno di un accordo commerciale con
la “Rheinmetall” e la “OTO Melara” ma di certo tende a persuaderci della
generosità del governo italiano e dell’efficienza di quell’arma che anche le
massaie di Voghera vorrebbero d’ora in poi nel proprio garage.
La
guerra nella pioggia.
(Valerio
Magrelli)
La
guerra nella pioggia è un doppio schifo.
Fa
freddo e sei bagnato, ma l’ombrello è vietato:
si è
mai visto un soldato con l’ombrello?
Potremmo
addirittura definire “soldato” chi non porta l’ombrello.
Perché
l’ombrello si usa in tempi dolci, dove ci si protegge dalla pioggia.
In
guerra, invece, nessuna protezione, nessuna cura, nessuna attenzione.
(da “La
guerra”, la pace).
Appello per una tregua umanitaria.
I
contendenti sospendano le ostilità nel periodo fra il Natale cattolico (25
dicembre) e il Natale ortodosso (7 gennaio).
Tutti
gli europei che si riconoscono operatori di pace vedono con angoscia aggravarsi
in Ucraina la catastrofe umanitaria e l’estendersi del conflitto verso scenari
devastanti, come dimostra il recente incidente in territorio polacco che ha
sfiorato un confronto diretto fra la Nato e la Russia.
Ribadiamo
quindi che la via diplomatica va perseguita con ogni mezzo e ci appelliamo alla
saggezza di chi – governi e personalità influenti – sia in grado di mediare fra
le parti in conflitto.
La
strada verso la pace richiede anzitutto un cessate il fuoco.
Perciò,
i cittadini che aderiscono all’appello, auspicano che i contendenti sospendano
le ostilità nel periodo fra il Natale cattolico (25 dicembre) e il Natale
ortodosso (7 gennaio).
Se è
una tregua simile fu possibile durante la Prima guerra mondiale fra nemici
storici, non si vede perché sia irrealizzabile oggi tra popoli slavi uniti
dalla storia, dalla cultura e dal credo religioso.
Anche
se gli armati di entrambe le parti potrebbero sfruttare quelle due settimane
per rafforzarsi sui vari fronti di guerra, la tregua consentirà almeno ai
civili inermi di vivere questo periodo – sacro a entrambi i contendenti – nel
segno della pace natalizia.
Nulla
impedisce, infine, di immaginare che un cessate il fuoco temporaneo persuada i
contendenti a esperire ulteriori riduzioni delle ostilità, in modo da alleviare
le inaudite sofferenze dei civili vittime incolpevoli di un conflitto
fratricida.
L’economia
di guerra insidia le carte dell’Europa.
(Laura
Pennacchi)
Generato
dalla guerra in Ucraina, il ridimensionamento attuale della ripresa economica
avviatasi a livello globale nel 2021, ai primi segni di allentamento della
pressione del Covid, ha implicazioni profonde.
Quantità
e qualità del lavoro, cioè “piena e buona occupazione”, si ripropongono come
assi dirimenti, a fronte di minore numero di ore lavorate, part time
involontario zavorrante la condizione femminile, crescita del tempo determinato
e del lavoro somministrato, calo dell’apprendistato, criticità sempre maggiori
per giovani e donne.
Invece,
Stati già molto provati per sostenere durante l’epidemia l’economia e la
società dirottano ora gran parte delle loro risorse verso gli armamenti e gli
sforzi bellici, la precarietà e le difficoltà occupazionali si accrescono, i
servizi sociali vengono ristretti.
La
povertà torna ad aumentare, l’esclusione sociale si incrudelisce, si allargano
le disuguaglianze, si rafforzano le mafie, la corruzione, la zona grigia
intorno alla criminalità organizzata.
Ma vengono
anche distrutti interi ecosistemi, aumentano le ingiustizie ecologiche e
ambientali, ai danni, ancora una volta, dei ceti sociali più fragili e
disagiati.
Quest’ultimo
è, anzi, uno dei terreni su cui più si fanno sentire le conseguenze della
guerra, la quale rischia di ritardare se non di interrompere la transizione
“verde”, visto che si parla di “ecologia di guerra”, e anche quella “digitale”,
vista la crescente militarizzazione, per esempio, dell’intelligenza
artificiale.
DIETRO
TUTTO CIÒ sono all’opera forze profonde.
Al centro della contesa c’è l’energia che non
è mai stata così intrecciata alla geopolitica.
Le
tecnologie sono l’altro fondamentale campo della competizione e dei conflitti:
microchip sempre più piccoli, batterie per la mobilità elettrica e per
l’accumulo di energia rinnovabile, nuovi materiali, robotica, intelligenza
artificiale.
Il
tutto nell’ambito di mercati globali che si riassestano verso livelli di
“globalizzazione selettiva”, cioè per aree continentali e per ambiti più delimitati.
TUTTI
GLI ATTORI in campo sono spinti, paradossalmente, più da fattori di debolezza
che non da fattori di forza: Russia certo, ma anche Usa e Cina.
Il
groviglio più intricato, però, riguarda l’Europa.
I paesi mediterranei, tra cui l’Italia, sono
sempre più periferici.
La Francia, che ha perduto pezzi interi della
propria industria e ha visto peggiorare il proprio sistema educativo e ridursi
la propria forza lavoro, ha oggi meno margini di manovra.
La
Germania, il cui modello di base è fondato sull’industria del carbone e su
settori inquinanti come l’auto e la chimica, deve contrastare la sua alta
dipendenza dal gas russo e al tempo stesso ricalibrare intere filiere
produttive e catene di subforniture – in cui è elevata la presenza dell’Italia –
altamente proiettate verso Est e verso la Cina, sulla scia della pur geniale
Ostpolitik di Willy Brandt.
A
MAGGIOR RAGIONE l’Europa mantiene un ruolo fondamentale da svolgere, a dispetto
di tutte le sue contraddizioni, esitazioni, arretramenti.
Non
vanno sottovalutati lo spirito rivoluzionario che ha animato il “Next Generation EU”, le opportunità contenute nella
rinegoziazione delle regole della governance europea e del “Patto di stabilità e di crescita”, la possibilità di dotare l’Europa
di una “fiscal capacity “destinata a finanziare beni pubblici europei e di
creare nuovi soggetti pubblici a scala europea che si dotino di un portafoglio
di progetti primariamente nei campi della ricerca biomedica, dei Big Data,
delle tecnologie per la transizione ecologica, della fissione nucleare a fini
di pace…
GOVERNO
MONDIALE O DEMOCRAZIA INTERNAZIONALE?
(Luigi
Ferrajoli)
Ci
sono due modi di intendere il futuro dell’Onu e di prospettare la futura
integrazione giuridica della comunità internazionale:
il primo
è quello
espresso dalla formula “governo mondiale”;
il secondo è quello espresso dalla formula
“democrazia internazionale”.
Questi due modelli, benché entrambi basati su
di una limitazione della sovranità degli Stati, non solo non coincidono, ma
possono risultare per molti versi opposti.
Il governo mondiale suppone un accentramento
delle decisioni in tema di relazioni internazionali presso un vertice mondiale,
non necessariamente democratico né necessariamente vincolato da limiti e
garanzie.
La
democrazia internazionale corrisponde invece a un ordinamento basato sul
carattere democratico-rappresentativo degli organi sovra-statali e,
soprattutto, sulla loro esclusiva funzionalizzazione alla garanzia della pace e
dei diritti fondamentali degli uomini e dei popoli.
Io
credo che la mancata distinzione tra questi due modelli è fonte di molti
equivoci e malintesi, sia a destra che a sinistra.
Se per un verso le grandi Potenze perseguono
oggi la costruzione di un governo mondiale contrabbandandolo come strumento di
pace, per altro verso, nel timore di un governo mondiale di tipo puramente
imperialistico, molte forze democratiche guardano con diffidenza all’intero diritto
internazionale, svalutandone l’insostituibile valore strategico quale sistema
di garanzie.
Di
fatto, la situazione attuale della comunità internazionale assomiglia assai più
a quella di un governo mondiale, controllato dalle cinque Potenze che siedono
in permanenza nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e principalmente dagli Stati
Uniti, che non a una democrazia internazionale.
Ma questa situazione contraddice in maniera
vistosa i principi di diritto dettati dalla Carta dell’Onu e dalle diverse
dichiarazioni e convenzioni sui diritti umani e sulla pace, i quali esprimono
semmai il progetto di una democrazia internazionale di diritto finalizzata alla
pace e alla tutela dei diritti fondamentali.
L’obiettivo
di qualsiasi movimento per la pace è allora la trasformazione dell’attuale
governo mondiale di fatto in una democrazia internazionale, strutturata secondo
il paradigma dello Stato costituzionale di diritto già disegnato dalla Carta
dell’Onu e fondata, come scrive Fabio Marcelli nel suo intervento introduttivo
a questa discussione, sui “principi della solidarietà e dell’autogoverno dal
basso, in una prospettiva mondiale al tempo stesso globale e policentrica”.
Ciò
vuol dire puntare a partire dalle carenze di garanzie poste in evidenza dai
fallimenti del passato sulla riabilitazione e sul rafforzamento delle
dimensioni universalistiche dell’Onu quali sono espressi, essenzialmente, dai
suoi due principali elementi normativi.
Il
primo di questi elementi è il divieto della guerra, solennemente sancito dal
preambolo e dai primi due articoli della Carta dell’Onu, nonché dal suo
capitolo VII, ove si prevede la regolazione giuridica del l’uso della forza
quale mezzo coercitivo alternativo alla guerra.
E questo divieto della guerra il principio
costitutivo della giuridicità del nuovo ordinamento internazionale formatosi
con la nascita delle Nazioni Unite, Prima dell’Onu questo divieto non esisteva,
e perciò non esisteva neppure un ordinamento giuridico internazionale in senso
proprio.
Lo ius belli era al contrario un elemento
essenziale della sovranità dello Stato, e le relazioni tra stati erano ancora
quelle sregolate dello stato di natura descritte da Hobbes nel Leviatano, ove
la sovranità statale viene configurata come l’equivalente della libertà
selvaggia.
È con il divieto di guerra introdotto dalla
Carta dell’Onu che la comunità internazionale passa dallo stato di natura allo
stato civile e si subordina al diritto, divenendo un “ordinamento giuridico”
sia pure sommamente imperfetto per la carenza di garanzie idonee ad assicurarne
l’effettività.
Se è vero che il diritto è per sua natura uno
strumento di pace, cioè una tecnica per la soluzione pacifica delle
controversie e per la regolazione dell’uso della forza, diritto e guerra sono
infatti una contraddizione in termini, mentre diritto e pace si implicano a
vicenda:
la pace è l’intima essenza del diritto, e la
guerra la sua negazione o,. quanto meno, il segno e l’effetto della sua assenza
nei rapporti tra gli uomini e del loro carattere pre-giuridico, sregolato e
selvaggio.
Il
secondo elemento è la consacrazione dei diritti fondamentali degli uomini e dei popoli
quali fonti di legittimazione non più solo politica ma anche giuridica degli
ordinamenti statali.
Anche
questa è una limitazione delle sovranità statali, giacché la Dichiarazione
universale del ’48 e poi gli altri patti e risoluzioni in tema di diritti sono
ius cogens, cioè diritto immediatamente vincolante per gli stati membri.
Una
limitazione non solo negativa, come quella prodotta dal divieto di guerra, ma
anche positiva:
nel
senso che gli stati membri sono in base ad essa vincolati alla tutela dei
diritti fondamentali, ossia di bisogni e interessi primari degli uomini e dei
popoli:
il diritto
alla vita, le libertà fondamentali di carattere politico e civile, l’habeas
corpus e le immunità da torture e da trattamenti disumani e arbitrari, ma anche
i diritti economici e sociali, il diritto all’autodeterminazione e quello allo
sviluppo.
Con
due conseguenze.
Innanzitutto
che oggi il diritto internazionale non tutela più solo gli stati ma anche i
popoli e le persone in carne ed ossa, i quali sono divenuti anch’essi, in
aggiunta agli stati, soggetti di diritto internazionale.
In
secondo luogo che i diritti fondamentali hanno un fondamento non più solo nelle
costituzioni dei singoli stati, ma anche in quelle carte costituzionali
internazionali che sono la Carta dell’Onu e la Dichiarazione universale del
’48, sicché il diritto internazionale è divenuto fonte di regolazione, e
criterio di legittimazione e delegittimazione non solo dei rapporti
internazionali tra stati ma anche degli ordinamenti interni degli stati e dei
rapporti tra gli stati e i loro cittadini.
Ebbene:
in forza di questi due elementi normativi, tra loro connessi l’uno come
condizione dell’altro, l’Onu è già oggi non solo un’istituzione giuridica
internazionale ma anche, come ho detto, un ordinamento giuridico sovra-statale:
qualcosa di simile, pur con la diversità di funzioni, a ciò che è lo Stato
rispetto all’ordinamento giuridico statale, ove pure convivono norme di fonte
statale e non statale;
ma anche qualcosa di profondamente diverso dal
governo mondiale di fatto che si sta oggi profilando.
Purtroppo
come ben sappiamo, e come la guerra del Golfo ha drammaticamente evidenziato
questi due elementi restano ancora in gran parte sulla carta.
Per
quanto valido e vincolante, l’ordinamento internazionale è insomma privo di
effettività.
Ovviamente
questo non basta a decretarne il fallimento.
E proprio di qualunque ordinamento giuridico
un grado più o meno elevato di ineffettività delle norme che regolano
l’esercizio dei poteri e un corrispondente grado di illegittimità del loro
concreto funzionamento.
Basti
pensare all’Italia, ove assistiamo da anni (Gladio, stragismo, tentativi di
eversione costituzionale dall’alto, collusioni tra mafia e politica.
Tangentopoli) a uno sfascio generale della legalità repubblicana.
Del resto gli ordinamenti giuridici non
nascono a tavolino dall’oggi al domani sulla semplice base di carte statutarie.
Essi
sono il prodotto di processi storici epocali.
E se pensiamo alla lunga, travagliata e non
luminosa storia degli Stati nazionali, dobbiamo ammettere che l’ordinamento
internazionale è un ordinamento relativamente giovane, del quale sarebbe
assurdo pronosticare il fallimento sulla base dei suoi tragici ma certo non
definitivi insuccessi.
Se non
ha senso abbandonarsi a sterili pessimismi, dobbiamo tuttavia riconoscere che
le continue violazioni delle regole fondamentali dell’Onu e del suo stesso
ruolo di pace hanno messo allo scoperto la fragilità dei principi, provocata
dalla carenza delle garanzie.
Ed
impone perciò alla riflessione giuridica e politologica l’elaborazione di
efficaci garanzie, idonee a riempire le lacune dell’ordinamento internazionale.
Ciò che manca al diritto internazionale non
sono infatti le norme sostanziali, di cui abbondano la Carta dell’Onu, la
Dichiarazione universale del ’48 e le molte altre convenzioni e risoluzioni.
Ciò
che manca è un adeguato sistema di garanzie capace di assicurarne
l’effettività.
Si tratta, secondo un’espressione di Spinoza,
di “leges
imperfectae”
perché prive di sanzioni e delle procedure per applicarle.
È per
questo che la divaricazione tra normatività ed effettività, che negli
ordinamenti statali si mantiene entro limiti relativamente accettabili,
nell’ordinamento internazionale è massima, per la prevalenza che sempre, a
causa della già rilevata mancanza di garanzie, tende ad assumere la forza sul
diritto…
(Da GIANO N. 13 – gennaio – aprile
1993)
COME
L’ITALIA HA FOMENTATO LE GUERRE DELLA NATO.
(Domenico Gallo)
Pubblichiamo
la prefazione di Domenico Gallo al libro “La NATO nei conflitti europei: ex
Jugoslavia ieri, Ucraina oggi” (Biagio di Grazia & Delta 3 Edizioni, 2022)
del Gen. Biagio di Grazia che ha servito nella NATO ed è stato addetto militare
presso l’ambasciata italiana a Belgrado.
Un
mondo impazzito.
Nel
volgere di sei mesi l’orizzonte di vita dei popoli europei è cambiato
bruscamente.
Il 24
febbraio 2022 si è fatto buio all’improvviso.
Una guerra feroce e catastrofica è scoppiata
sul confine orientale dell’Europa, travolgendo i destini di milioni di persone
e riverberando i suoi effetti nefasti, a cominciare dall’Europa, in tutto il
mondo.
La guerra fra l’Ucraina (armata e diretta
dalla NATO) e la Russia ha superato i 200 giorni e all’orizzonte non si
intravede alcuna possibilità di porre termine ai combattimenti con un accordo
di pace.
La guerra, le tensioni geostrategiche e la
conseguente corsa al riarmo stanno rendendo ancora più acuta la crisi ecologica
prodotta dal riscaldamento del pianeta.
Le timide misure per la riconversione
dell’economia miranti alla riduzione delle emissioni da fonti fossili si stanno
trasformando nel loro contrario con la programmata riapertura delle centrali a
carbone.
La siccità e la crisi energetica prodotta
dalla guerra stanno provocando un’impennata dell’inflazione ed una penuria di
beni essenziali, destinata ad incidere profondamente sulla vita di milioni di
persone.
Ci
stiamo preparando ad un inverno di razionamenti, di freddo e di fame, come non
avveniva dalla Seconda Guerra Mondiale.
Dal
1945 gli orizzonti non sono mai stati così cupi.
Durante
la guerra fredda, anche nei periodi di maggiore tensione, sono sempre entrati
in vigore dei meccanismi di raffreddamento, sono scattati dei freni
d’emergenza, che adesso non ci sono più.
In
quel periodo la speranza della distensione non è mai venuta meno, è stata
sostenuta da robusti movimenti popolari di massa ed ha consentito a paesi di
frontiera come l’Austria, la Svezia e la Finlandia di prosperare mantenendosi
indipendenti dai blocchi militari contrapposti.
Adesso
quei movimenti popolari che si battevano per espellere la guerra dall’orizzonte
della politica non ci sono più, i sindacati tacciono, i diversi partiti politici
europei fanno a gara ad indossare l’elmetto e a recitare litanie di fedeltà
alla NATO e alla sua politica volta ad alimentare la guerra in Ucraina, fino
alla vittoria (?).
Quello
che ci prospettano gli architetti dell’ordine mondiale è un futuro spaventoso,
fatto di riarmo, di disastri climatici ed economici, di sfide continue nei
confronti della Russia e della Cina, in fondo alle quali l’unica via d’uscita è
una nuova guerra mondiale.
È questo il volto del nuovo ordine
mondiale annunciato dal Presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, nel
settembre del 1990, preconizzando un nuovo ruolo degli Stati Uniti destinati a
modellare l’ordine internazionale grazie alla loro superiorità economica,
tecnologica e militare?
L’opinione
pubblica internazionale si è resa conto del deteriorarsi irrimediabile delle
relazioni internazionali soltanto quando la TV ha mostrato i lampi delle prime
esplosioni, ma l’orizzonte di guerra in cui siamo immersi ha avuto una lunga
incubazione, è frutto di una politica a guida USA che ha cercato tenacemente la
costruzione di un nemico:
alla
fine, dopo un processo durato oltre venti anni, il nemico si è materializzato e
la parola è stata affidata alle bombe.
Superato
lo stupore per questo brusco cambiamento degli orizzonti internazionali,
dobbiamo chiederci dove questo processo ha avuto inizio e quali sono le cause
che lo hanno determinato, quando si è determinata la svolta nella storia che ci
ha fatto imboccare il sentiero in discesa che ci ha portato ai drammatici
avvenimenti di questi ultimi mesi.
A
questi interrogativi, offre una risposta sensata e autorevole il generale
Biagio di Grazia, avvalendosi della sua esperienza professionale maturata in
Germania nel Comando della Forza di Reazione Rapida della NATO, e poi a Bruxelles,
a Zagabria, a Sarajevo e infine a Belgrado, come addetto militare
dell’ambasciata italiana.
L’autore
è stato testimone privilegiato di quell’inspiegabile evento che è stata la
campagna di bombardamento condotta dalla NATO per 78 giorni, diretta a
disgregare quello che restava della ex Jugoslavia, “guerra umanitaria”, la cui
memoria è stata velocemente rimossa e cancellata dall’immaginario
collettivo.
Eppure
è in quell’evento, come ci avverte il generale di Grazia nella prefazione, che
vanno ricercati gli antecedenti di quello che sta succedendo oggi nel teatro di
guerra dell’Ucraina.
Con
l’intervento armato della NATO contro la Jugoslavia sono state poste le basi
per un cambiamento della Storia, è stato introdotto un nuovo paradigma nella
vita della Comunità internazionale, di cui adesso raccogliamo i frutti
velenosi.
Per
comprendere la portata di questo cambiamento della Storia bisogna risalire ad
un altro evento che convenzionalmente viene considerato un momento di passaggio
da un’epoca ad un’altra:
il
crollo del muro di Berlino, il 9 novembre 1989.
Il
crollo del muro: l’annuncio di una nuova epoca.
Fu una
notte di festa straordinaria a Berlino quando i vopos si ritrassero ed una
folla sterminata si precipitò a scavalcare quel muro che per 28 anni aveva
diviso in due il cielo dei berlinesi; diviso le famiglie;
separato i destini di chi si trovava al di là
o al di qua del muro.
Una barriera luttuosa non solo in senso
metaforico, se si considera che furono uccise dalla polizia di frontiera della
DDR almeno 133 persone mentre cercavano di superare il muro verso Berlino
Ovest;
una
ferita sanguinosa inferta nel corpo vivo del popolo tedesco che,
improvvisamente, spariva nel corso di una sola notte.
Il
crollo del muro di Berlino fu lo sbocco di un processo di distensione dovuto
allo straordinario rinnovamento delle relazioni internazionali introdotto dalla
perestroika quando l’Unione Sovietica guidata da Gorbaciov depose le armi del
confronto militare facendo franare la reciprocità violenta dell’equilibrio del
terrore e restituendo la libertà di autodeterminazione ai popoli che teneva
assoggettati al suo controllo.
Il crollo del muro fu vissuto in tutto il
mondo come l’epifenomeno che annunciava la fine di un’era, quella della guerra
fredda che aveva ingessato l’ordine pubblico mondiale.
L’epoca dei muri, del confronto brutale
fondato sulla forza, della corsa agli armamenti, dell’equilibrio del terrore
franava sotto i nostri occhi come sotto l’effetto del terremoto della storia.
Al suo posto nasceva la speranza di una nuova
epoca in cui si potesse avverare la profezia della Carta della Nazioni Unite,
di un’umanità liberata per sempre dal flagello della guerra, dove le relazioni
internazionali ed interne agli Stati fossero regolate dal diritto e dalla
giustizia.
In quell’epoca furono stipulati accordi sul
disarmo impensabili fino a qualche anno prima, furono delegittimate le alleanze
militari contrapposte, fino al punto che si arrivò allo scioglimento del patto
di Varsavia.
In quell’epoca
si riducevano in tutto il mondo le spese militari e i popoli confidavano di
ricevere i dividendi della pace ristabilita.
In
questa breve stagione l’Onu, finalmente scongelata, cominciò a svolgere
efficacemente il ruolo per il quale era stata istituita e riuscì a risolvere
alcune delle più incancrenite situazioni di conflitto (come quelle della
Namibia, della Cambogia, del Salvador) e il suo segretario generale Butros
Ghali concepì un’ambiziosa Agenda per la pace.
In
altre parole, si respirava un clima di euforia che vedeva l’umanità finalmente
sottratta al ricatto della violenza bellica e incamminata lungo quel binario,
prefigurato dalla carta dell’ONU, che portava alla pace attraverso il diritto.
Questa
speranza di un futuro radioso e pacifico è stata smantellata rapidamente dagli
architetti dell’ordine mondiale che hanno agito coerentemente per porre fine al
clima di cooperazione pacifica generato dalla fine della guerra fredda.
Le
speranze tradite.
Nei
circoli occidentali la fine della guerra fredda venne interpretata come una
vittoria e il ritiro dell’Unione Sovietica dalla competizione militare come il
frutto di una sconfitta determinata dalla forza delle armi dell’Occidente.
La lezione che gli architetti dell’ordine
mondiale trassero dagli eventi del 1989 fu che dal mondo bipolare si potesse
passare all’avvento di un mondo monopolare in cui un’unica superpotenza avrebbe
garantito la pace e l’ordine pubblico internazionale.
E fu
proprio questa l’interpretazione ufficiale di quegli eventi che anche in Italia
il ministro degli esteri dell’epoca, Gianni De Michelis, fornì alla camera il
20 marzo 1990.
In
quest’ottica la logica di potenza non subiva nessun ripensamento, anzi veniva
esaltata, la NATO non perdeva la sua ragione di essere, malgrado lo
scioglimento del patto di Varsavia, gli strumenti militari non correvano il
rischio di essere condizionati dalla spinta globale al disarmo.
In
questo contesto intervenne il discorso del Presidente Bush che, nel settembre
del 1990, reagendo all’invasione irachena del Kuwait annunciò la nascita di un
“nuovo ordine mondiale”, basato, non sui principi della convivenza pacifica
dettati dalla Carta dell’ONU, bensì sulla capacità della superpotenza
americana, non più contrastata dall’Unione Sovietica, di assicurare in tutto il
mondo un “ordine” confacente ai propri interessi.
Il
documento più significativo a questo proposito appare quello pubblicato dal New
York Times l’8 Marzo 1992, “Defense Planning Guidance for years 1994-1999”,
redatto da uno staff di funzionari del dipartimento di Stato e del ministero
della difesa, presieduto dal sottosegretario alla difesa Paul D. Wolfowitz.
Il documento parte dal riconoscimento che gli
Stati Uniti, a seguito della scomparsa del blocco sovietico, hanno acquistato
lo statuto di superpotenza unica:
“tale
statuto deve essere perpetuato attraverso un comportamento costruttivo ed una
forza militare sufficiente per dissuadere qualunque nazione o qualunque gruppo
di nazioni dallo sfidare la supremazia degli Stati Uniti”.
Il rapporto si sofferma a lungo sull’esigenza
di privilegiare la potenza militare come strumento per garantire la
preponderante egemonia internazionale americana.
La
preoccupazione fondamentale di conservare agli Stati Uniti lo statuto di
superpotenza unica non valeva soltanto per gli antichi o i potenziali avversari
ma anche per gli alleati:
“Noi
dobbiamo agire – recita il documento – in vista di impedire l’emergere di un
sistema di difesa esclusivamente europeo che potrebbe destabilizzare la NATO.”
La
prima guerra del Golfo (16 gennaio-28 febbraio 1991), fu l’occasione per
imporre un cambio di passo nelle relazioni internazionali e rilegittimare il
ricorso alla violenza bellica come strumento di tutela degli interessi di
alcune nazioni e di riaffermare il ruolo egemonico degli Stati Uniti, come unica potenza
dotata di una indiscutibile superiorità militare e della volontà di usarla,
senza remora alcuna, per perseguire i propri obiettivi.
Tuttavia,
l’esperienza della prima guerra del Golfo presentava ancora un tasso di
ambiguità perché la coalizione a guida USA aveva agito dopo aver ricevuto il
consenso di quasi tutta la Comunità internazionale e del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU, che aveva autorizzato l’uso della forza per ottenere la liberazione
del Kuwait con la Risoluzione 678 del 29 novembre 1990.
In
quest’esperienza fu osservato che gli USA avevano utilizzato l’ONU come un
negozio di abbigliamento giuridico per ammantare di legalità il ricorso al linguaggio della guerra che,
nel clima del dopo guerra fredda, veniva pur sempre considerato un tabù da una
gran parte dell’opinione pubblica internazionale.
Da più
parti venne osservato che si trattava di una guerra di “sdoganamento” della
guerra.
Questo
processo di rilegittimazione della guerra come strumento ordinario della
politica di potenza (dell’Occidente), e di delegittimazione dell’ordine
giuridico fondato sulla Carta dell’ONU, per realizzarsi compiutamente aveva
bisogno di compiere un balzo in avanti.
L’occasione
propizia fu offerta dal conflitto che portò alla dissoluzione della ex
Jugoslavia…
Verità
e giustizia per le vittime di uranio impoverito.
(Gregorio
Piccin)
Il
Partito della Sinistra europea porterà all’attenzione del Parlamento Ue la
questione delle morti di militari e civili causate dagli armamenti contenenti
il metallo pesante e usati nei teatri di guerra e nei poligoni di tiro dalla
Nato.
Una
strage silenziosa al centro di una battaglia giudiziaria in Italia.
La
trentennale questione dell’uso bellico dell’uranio impoverito, che per diversi
aspetti investe anche l’Unione europea, verrà finalmente portata all’attenzione
del Parlamento europeo.
Lo ha deciso il Partito della Sinistra europea
(The Left) che ha chiuso l’11 dicembre 2022 il suo congresso a Vienna.
«I
crimini di guerra non vanno in prescrizione», si legge nelle conclusioni della
mozione presentata al congresso dal Partito della rifondazione comunista e
approvata dal 90% dei delegati e delle delegate dei partiti rossoverdi europei.
«Il Partito della sinistra europea si impegna
a portare la questione delle vittime civili e militari dell’uranio impoverito
all’attenzione del Parlamento europeo e ad individuare un percorso che possa
impegnare il Parlamento sulla strada della verità e della giustizia per tutte
le vittime e per la messa al bando di queste armi dentro e fuori il perimetro
dell’Unione europea…».
Il
consenso quasi unanime ottenuto da questa mozione lascia ben sperare
sull’impegno che le delegazioni di europarlamentari introdurranno nel prossimo
futuro.
Un
percorso che sarà supportato concretamente anche dall’Italia con la
giurisprudenza prodotta in vent’anni di battaglie legali e dalle conclusioni
inequivocabili della IV Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio
impoverito il cui presidente, l’ex senatore Gian Piero Scanu, aveva già inviato
a suo tempo alla presidenza del Parlamento europeo.
Nel
nostro Paese ci sono almeno 8mila veterani gravemente ammalati per
l’esposizione a vari metalli pesanti come l’uranio impoverito mentre circa 400
sono morti.
Tutti
tornati dai teatri di guerra dove i bombardamenti effettuati dalla Nato hanno
causato una “pandemia tumorale” che continua a mietere migliaia di vittime sia
civili che militari.
Oppure
rientrati dal servizio presso poligoni dell’Alleanza come “Capo Teulada” o “Quirra”
in Sardegna.
Mozione
operaia.
NO
alla guerra imperialista.
NO
alla partecipazione italiana alla guerra.
NO
all’aumento delle spese militari.
No al
carovita.
Noi
lavoratori e lavoratrici esprimiamo la netta opposizione al nuovo decreto del
governo Meloni e alle mozioni del parlamento che supportano l’invio di armi,
equipaggiamenti al teatro di guerra dell’Ucraina.
Una
decisione che alimenta la guerra, la corsa al riarmo e prosegue nella politica
di violazione dell’Art. 11 della Costituzione, con cui l’Italia ripudia la
guerra come mezzo di soluzione delle controversie tra Stati.
Noi
lavoratori e lavoratrici condanniamo fermamente l’invasione imperialista di
stampo neo-zarista della Russia di Putin dell’Ucraina, caos come l’azione
guerrafondaia dei governi Usa/Nato/Ue, Italia compresa, volta a portare le
truppe occidentali e Basi militari ai confini della Russia, usando l’Ucraina di
Zelensky, nel
cui governo ed esercito sono presenti i nazisti, come ‘cavallo di Troia’ e pedina di
guerra;
una
situazione che può sfociare in una terza guerra mondiale e nell’uso del
nucleare.
Siamo
contro questa guerra tra banditi capitalisti per il profitto e per il controllo
mondiale delle materie prime, le fonti energetiche, le vie geostrategiche.
Siamo
solidali con le masse ucraine sotto le bombe e in fuga e con chi in Russia si
oppone all’invasione e alla guerra.
Siamo
contro ogni scaricamento dei costi e degli effetti di questa guerra sui
lavoratori e le masse popolari già colpite dalla crisi economica.
Siamo
contro l’uso delle Basi militari italiane come basi di guerra e presenza di
armi nucleari.
Chiamiamo
tutti i lavoratori e lavoratrici e tutte le organizzazioni sindacali a
sottoscrivere questa mozione e a scendere in campo con assemblee,
manifestazioni, fino allo sciopero generale, per mettere fine alla
partecipazione italiana alla guerra ed essere al fianco di tutti i proletari e
masse popolari che si oppongono alla guerra inter imperialista in tutti i paesi
del mondo.
SINISTRA: LA PACE TRA NATO ED EUROPA .
Franco
Astengo).
Organizzato
dall’Associazione “Il rosso non è il Nero” e dal gruppo dei “Partigiani per la
Pace” si è svolto a Savona il 13 dicembre un incontro sul tema “La Sinistra e
la pace” nel corso del quale si è sviluppato un ampio dibattito dove, tra i
diversi elementi oggetto d’analisi, è stata affrontata anche la questione del
tentativo in atto di far coincidere NATO e UE all’interno del quadro
determinato dal conflitto in corso a causa dell’aggressione russa all’Ucraina:
una
coincidenza quella tra NATO e UE che si propone anche in un quadro più vasto
afferente il rideterminarsi della logica dei blocchi, sia pure in forma e
dimensione diversa da una sorta di ritorno al bipolarismo d’antan ( “Limes” nel
numero di Dicembre scrive di “Triangolo della Guerra Grande”).
Il
governo italiano sta usando il sillogismo NATO = UE per giustificare il proprio
riferimento atlantico e nello stesso tempo la propria vicinanza ai regimi
dell’Europa dell’Est con l’allineamento al gruppo di Visegrad in funzione della
propria vocazione verso le cosiddette “democrature” o “democrazie illiberali” e
nel frattempo il proprio allineamento agli USA (elemento quest’ultimo molto
discusso all’interno della destra italiana, in settori della quale collegamenti
con le democrazie illiberali vanno oltre il confine dell’Oder-Neisse”).
A
quale NATO allora si sta allineando il governo italiano?
Per
rispondere è necessario partire dal vertice dell’Organizzazione Atlantica
svoltosi a Madrid nel giugno di quest’anno, nel corso del quale è stato
stabilito un nuovo concetto strategico.
Concetto
strategico che tiene conto della complessità delle dinamiche in atto:
si
riscopre la Russia come nemico principale, si considera ancora in gioco la
sfida del terrorismo internazionale, sono ritenuti fragili gli equilibri in
Africa e nel Medio Oriente e valutate le minacce che derivano dal dominio
cibernetico e – ancora le ambizioni cinesi di maggiore influenza a livello
globale.
La
strada tracciata sembra quella di mettere da parte l’Europa e di tornare alla
guerra fredda.
In
questo quadro si inserisce l’obiettivo di realizzare un legame imprescindibile
tra NATO e Unione Europea facendo in modo che entrambi gli attori riconoscano
l’importanza di una coincidenza di obiettivi nel rafforzamento reciproco
considerando ormai come il presente la guerra multi – dominio (non solo
terra-mare-cielo ma spazio e fibre ottiche).
Questa
ultima considerazione è quella che affida a una piena battaglia politica per la
pace la necessità di non considerare Nato e UE come la stessa coincidente
struttura politico – militare (ne accennava qualche giorno fa Sergio Romano
scrivendo di esercito europeo sul “Corriere della Sera”).
La
distinzione NATO/UE e la necessità da parte della Sinistra di considerare
l’Europa come spazio politico di riferimento appaiono come le priorità del
momento nella nostra riflessione politica.
Va impedito che si consideri la situazione come
inevitabilmente destinata a una fase di guerra fredda nella corso della quale
si prepari il conflitto globale.
Debbono
essere avanzate da subito alcune proposte di politica estera sulla base delle
quali portare avanti la mobilitazione pacifista dopo il buon successo
dell’iniziativa del 5 novembre scorso.
Per
rompere il quadro disegnato a Madrid servono proposte di smilitarizzazione e
denuclearizzazione poste in zone neutre al centro del Vecchio Continente, serve
soprattutto la internazionalizzazione dei movimenti pacifisti:
un obiettivo da porre ai socialisti europei
(viene sempre in mente l’esempio delle conferenze di Zimmerwald e Kienthal
svolte dai socialisti pacifisti durante la prima guerra mondiale).
Imperialismo
della virtù.
(Serge
Halimi)
La
coesistenza di un Senato controllato dai Democratici e di una Camera dei
Rappresentanti dove i Repubblicani avranno la maggioranza non sconvolgerà la
politica estera degli Stati Uniti.
Potrebbe persino rivelare a chi non è a
conoscenza di una convergenza tra il militarismo neoconservatore della maggior
parte dei repubblicani eletti e il neoimperialismo morale di un numero
crescente di democratici.
La
cosa non è nuova.
Nel 1917, il presidente democratico Woodrow
Wilson ingaggiò il suo paese nella prima guerra mondiale, caratterizzata da
rivalità imperiali, affermando di voler così "garantire la democrazia sulla terra".
Ciò non gli impedisce di essere
contemporaneamente un simpatizzante del Ku Klux Klan. Successivamente, durante
la Guerra Fredda, Repubblicani e Democratici si sono succeduti alla Casa Bianca
per difendere il “mondo libero” dal comunismo ateo, l'“impero del male”.
Con la
scomparsa dell'Unione Sovietica, arriva il momento della "guerra al
terrorismo" che il presidente George W. Bush garantisce porrà fine alla
"tirannia nel mondo".
Corea,
Vietnam, Afghanistan, Iraq, queste crociate democratiche mietono diversi
milioni di vittime, sono accompagnate da una restrizione delle libertà
pubbliche (maccartismo, persecuzione degli informatori) e associano Washington
a un battaglione di grandi criminali che non hanno sempre letto Montesquieu.
Tuttavia,
poiché appartengono al campo americano, nessuno di loro, né il generale Suharto
in Indonesia, né il regime di apartheid in Sud Africa, né Augusto Pinochet in
Cile, perderà il potere (né la vita) a seguito di un intervento militare
occidentale.
La
presenza di un democratico alla Casa Bianca tende a facilitare la costituzione
dell'egemonismo imperiale nella lotta per la democrazia.
Anche
di fronte a un avversario scoraggiante come il presidente Vladimir Putin, la
sinistra atlantista avrebbe senza dubbio esitato se avesse dovuto mobilitare il
suo gregge dietro Richard Nixon o MM. George W. Bush e Donald Trump.
A suo tempo, la colonizzazione francese era
stata presentata anche come il compimento di una missione civilizzatrice
ispirata all'Illuminismo, che le valse l'appoggio di parte dell'intellighenzia
progressista.
D'ora
in poi, la lotta contro l'autoritarismo russo, iraniano e cinese permetterà di
riarmare moralmente l'Occidente.
Il 24
ottobre, una lettera di trenta parlamentari democratici ha elogiato la politica
ucraina del presidente Joseph Biden chiedendo negoziati per concludere la
guerra.
Questo
appello piuttosto banale ha scatenato un tale clamore guerrafondaio su Twitter
che la maggior parte dei coraggiosi firmatari si è ritirata all'istante.
Uno di
loro, il signor Jamie Raskin, ha dimostrato il suo virtuosismo nell'esercizio
di appiattimento generale che caratterizza i periodi di intimidazione
intellettuale:
"Mosca
è il centro mondiale dell'odio antifemminista, anti-gay, anti-trans, e il
rifugio del " teoria della grande sostituzione”.
Sostenendo l'Ucraina, ci opponiamo a queste
concezioni fasciste.»
Sebbene
manchi ancora la lotta al riscaldamento globale, una ridefinizione così
fuorviante degli obiettivi di guerra americani costituisce la sarta della
futura sinistra imperialista.
QAnon
Italia e i
‘biolab’ americani
nascosti
in Ucraina la vera arma tossica.
Remocontro.it – (6 Gennaio 2023) – Redazione -
COMPLOTTISMO - ci dice:
Dresda:
Trump e Putin sulle bandiere dei seguaci di “Qanon” a una manifestazione per
l’anniversario del movimento di estrema destra “Pegida”.
Questo
articolo ripreso dal Manifesto è parte del progetto investigativo su Qanon in
Europa basato sull’analisi dei dati e condotto da “Bellingcat” e “Lighthouse
Reports”.
Qanon
in Italia. La narrativa tossica di ‘biolab’ ucraini in mani americane, tra armi
chimiche e modifiche del Dna umano.
Come si è diffusa nel nostro Paese la storia
creata dalla propaganda russa che trova spazio e seguito su siti e piattaforme
no-vax.
Complottisti
all’italiana.
Il 27
novembre 2022, un ‘drop’ di Q – il misterioso guru di QAnon, teoria del
complotto e pseudo setta statunitense che ha raggiunto anche l’Europa – torna a
solleticare una delle principali teorie cospirazioniste che ha preso piede con
l’inizio della guerra di Putin:
quella
di “biolab statunitensi” segreti sul territorio dell’Ucraina, dove vengono
sperimentate armi chimiche, agenti patogeni e perfino, secondo alcuni, condotti esperimenti di retrogusto
nazista sugli esseri umani.
“Bellingcat”
e “Lighthouse Reports”.
Nel
progetto di ricerca in collaborazione con Bellingcat e Lighthouse Reports,” Le
Monde” ha fatto l’anatomia di questa teoria del complotto fino a risalire alla
sua genesi che ricostruisce e fa anticipare la nascita di Qanon, precisamente
con la guerra nel Donbass:
«fa
infatti la sua comparsa nel 2014 su alcuni media statali russi, per poi
riemergere nel 2017 grazie al gruppo di hacker russi Cyber Berkut».
E come nota e sottolinea la testata francese,
questa teoria ben illustra il «fenomeno dei vasi comunicanti del complottismo».
Da
destra in destra, rimbalzi organizzati.
«In
questo caso tutto parte dalla Russia, rimbalza sull’estrema destra americana e
poi atterra nelle sfere europee di Qanon», scrive ancora Le Monde, dove
migliaia di canali e siti che diffondono teorie negazioniste su Covid e vaccini
diventano uno dei principali veicoli di propagazione della narrativa».
In
Italia.
Su
‘Facta’, Leonardo Bianchi ricostruisce la diffusione della ‘storia dei biolab’
anche in Italia, a partire da appena 10 giorni prima dell’inizio della guerra
in Ucraina, quando un utente posta sul social della destra statunitense Gab una
mappa delle presunte location di queste strutture.
Il 24
febbraio, lo stesso giorno in cui le truppe di Mosca entrano in Ucraina,
l’utente di Twitter “@warclandestine” (che poi cambierà nome in
‘bioclandestine’: su Telegram è seguito da quasi 119.000 persone), posta la
medesima mappa.
Aggiungendo
l’elemento fondamentale per renderla virale: «I luoghi degli attacchi russi e
quelli dei laboratori segreti coincidono. Quindi, solo una ‘operazione
speciale’ per sventare un crimine congiunto statunitense e ucraino».
Sospetti
semiufficiali.
Tre
giorni dopo l’ambasciata russa in Bosnia accusa gli Usa di «riempire l’Ucraina
di bio-laboratori militari», seguita da figure di primo piano
dell’amministrazione moscovita.
Persino
il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e la sua portavoce Maria Zakharova,
fanno menzione di ‘bio-laboratori americani in Ucraina’, ma dopo di allora,
tacciono.
Il 3
novembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che respinge una
proposta della Russia di una commissione d’inchiesta sul «programma
biologico-militare congiunto di Usa e Ucraina», informa Giovanna Branca.
Il
programma che esiste.
Un
programma che, in realtà, esiste sino dagli anni Novanta, finanziato del
dipartimento della Difesa statunitense per «supportare la ricerca pubblica
nella sanità nei paesi post sovietici e ridurre il rischio legato all’eredità
di armi nucleari, chimiche e biologiche rimaste, in queste nazioni, inclusa la
Russia».
Una
struttura ufficiale nota con elementi simili utili a creare confusione e su cui
costruire anche l’inverosimile.
Trump
e Putin alleati nella ‘guerra contro il deep state’.
Nella
narrativa dei ‘biolab’ Usa-Ucraina, si salda la teoria ‘Qanonista’ di
diffusione soprattutto americana che vuole Trump e Putin alleati nella guerra
santa contro «il ‘deep state’ e la ‘cabala globale’ a trazione ‘democratico/ebraica,
la cui storia ha riscosso grande successo anche fra i volti più noti
dell’estrema destra Usa».
Alcuni
nomi per dare l’idea della portata del vero complotto: Steve Bannon, Tucker
Carlson (il Bruno Vesta americano di Fox News), e Ron Watkins, amministratore
della piattaforma ‘preferita da Q per lasciare i suoi drop’, la ‘8kun’ e,
secondo il New York Times la reale identità del misterioso Q.
Come
scrive Leonardo Bianchi, «l’intera vicenda dei bio-laboratori clandestini
ucraini dimostra come ormai ci sia una totale convergenza tra la propaganda
russa e il complottismo occidentale».
“Warclandestine”
e la teoria dei biolab in Italia.
La
mappa di “warclandestine” e la teoria dei” biolab” in Italia viene subito
ripresa dai canali Telegram legati alla sfera di Qanon, e la sua diffusione –
come emerge dall’analisi condotta da Bellingcat e Lighthouse Reports, ha un
picco di oltre 400 post settimanali in coincidenza con l’inizio della guerra,
sovrapponibile a quello in corso in altri paesi europei, e poi scema nel tempo
fino a una decina di contenuti per settimana.
Il
numero delle visualizzazioni dei post che trattano l’argomento biolab ha invece
un secondo picco – circa 700.000 a settimana, a inizio guerra erano più di
800.000 – a giugno, quando il Pentagono pubblica un ‘fact sheet’ in cui
ribadisce l’esistenza di 46 strutture in Ucraina per la riduzione, appunto, di
minacce nucleari, chimiche e biologiche.
Ma la
sceda informativa viene interpretata come una ammissione di colpa.
Gli
influecer italiani di QAnon.
La
centralità nella ‘narrazione Qanonista italiana’ di alcuni influencer già
abbastanza noti.
Il
canale di Cesare Sacchetti, con i suoi 64.000 iscritti, il più condiviso anche
in fatto di ‘biolab’ nonostante non appaia neanche nella top ten dei canali
italiani per maggior numero di post sull’argomento.
Lo
segue, ancora una volta, Rossella Fidanza (oltre 41.000 iscritti), ‘ripostata’
oltre 50 volte, che, tra le tante cose, il 14 maggio scrive: «Mariupol era un
centro per la raccolta di agenti patogeni pericolosi.
Questo
va avanti dal 2014 secondo i documenti.
Non è lo stesso anno in cui Soros ha preso il
controllo dell’Ucraina?».
I
‘produttori’ e i ‘diffusori’.
I
canali che producono la maggioranza dei contenuti ad argomento biolab non sono
necessariamente quelli con più follower, spiegano e documentano Bellingcat e
Lighthouse Reports.
Al
primo posto con quasi 200 post troviamo ‘L’età dell’oro – Antonella e Werner’
(12.467 iscritti), che nei giorni dell’assedio di Mariupol parlava di bio-laboratori
della Nato nei sotterranei dell’acciaieria Azovstal.
Secondo sul podio (oltre 100 post) un canale
piccolo ma agguerrito, ‘Patrizia Rametta Chat’ con 897 iscritti.
Patrizia
Rametta che le testate siciliane definiscono come dirigente provinciale della
Lega a Siracusa all’epoca delle elezioni politiche del 2018, e attiva fino al
2021 sul social russo “Vkontakte”, in voga fra chi cerca alternative alla
moderazione dei contenuti dei social “mainstream”.
Seguono,
sempre intorno ai 100 post, Qanon-it e due canali no vax:
‘EsercentiNoGreenPass’ (quasi 13.000 iscritti) e ‘IoApro’ (7.738).
Ancora
una volta, quindi, quella che è definibile come una teoria di stampo Qanonista
trova seguito nel complottismo no vax, anche perché la narrativa sui biolab si
sovrappone spesso a quella del Covid come arma studiata a tavolino contro le
popolazioni mondiali.
Ecosistema
di Q in Italia.
Quando
si vanno a guardare gli indirizzi internet più condivisi sui canali
dell’ecosistema di Q in Italia quando si parla di biolab:
dopo
Telegram, il sito di estrema destra Usa ‘The Gateway Pundit’, o ‘Gospa News’,
che promette «informazione giornalistica cristiana», con l’invito ai lettori ad
aiutare economicamente «l’informazione libera»:
«Gospa News ha bisogno di contributi per
proseguire le inchieste su danni da vaccini, Sars-2 da laboratorio, lobby Lgbt,
dittatura Nwo».
Inchieste
che, come spesso accade su questi siti, non sono che la traduzione parola per
parola di articoli usciti su testate complottiste anglofone.
Copia
incolla.
Un
pezzo del marzo 2022 su “Gospa News” si sostiene che le attività della” Defense
Threat Reduction Agency” (l’agenzia del dipartimento della Difesa Usa per il
contrasto del rischio sulle armi di distruzione di massa), questa volta nella
capitale della Georgia Tbilisi, celano un programma per infettare georgiani e
ucraini con le malattie più disparate, ripreso dal sito ‘williambowles.info’.
È
anche il caso del nono sito più condiviso (preceduto da “rt”, ex Russia Today,
e il “substack” di bioclandestine):
“ Megachiroptera”,
impegnato soprattutto al negazionismo climatico.
Qui si
possono trovare molti articoli a tema biolab tradotti dal sito di” Joseph
Mercola”, che il New York Times definisce «il più influente diffusore di
disinformazione online sul Coronavirus».
Menzione
speciale per Imola Oggi.
Menzione
speciale sempre da parte di “Bellingcat” e “Lighthouse Reports”, per il sito
‘Imola Oggi’, che l’11 marzo riporta un articolo di “Nova News” sull’Oms che
sollecita l’Ucraina a distruggere gli agenti patogeni nei bio-laboratori,
tagliando convenientemente la dichiarazione finale dell’allora portavoce della
Casa bianca Jen Psaki.
Mentre
il 12 maggio pubblica integralmente una dichiarazione del noto monsignor Viganò
sulla sentenza della Corte suprema che avrebbe di lì a poco abolito il diritto
federale all’aborto negli Usa, «per poi discettare di deep state e bio-laboratori
in Ucraina dove si sono ‘alterate la patogenesi e trasmissibilità del virus
Sars-Cov-2».
Un
articolo pubblicato a maggio insinua il sospetto che nei “biolab ucraini” si
raccolga il materiale genetico degli slavi per «sviluppare armi biologiche che
colpiscano solo la popolazione appartenente a un determinato gruppo etnico».
Forse scordando che a essere slavi sono gli ucraini stessi.
IL “DEEP
STATE” È RESPONSABILE
DEL
MASSACRO IN UCRAINA.
Comedonchisciotte.org
- George D. O’Neill Jr., theamericanconservative.com – (24 Novembre 2022) – ci dice:
L’establishment
della politica estera sapeva che era inutile provocare la Russia ad ogni
occasione.
DEEP
STATE.
Sin
dall’inizio della guerra in Ucraina, i media corporativi, i politici e tutte le
ONG controllate in tutta l’America e l’Europa occidentale sono stati di pari
passo nella loro affermazione che l’azione militare russa nell’Ucraina
orientale era immotivata e ingiustificata: un atto di aggressione che non
poteva essere consentito.
C’era
un problema con questo blitz propagandistico: era totalmente falso.
Il Deep State – le élites governative, la
comunità dell’intelligence e l’establishment militare – ha passato decenni a
minacciare e provocare la Russia spingendo la NATO verso il suo confine.
Non
c’è bisogno di amare la Russia per vederlo, e si può detestare Vladimir Putin a
non finire.
La
questione fondamentale rimane la stessa: i russi vedono la NATO al loro confine
come un atto di aggressione e una minaccia alla loro sicurezza nazionale, e lo
sappiamo da decenni.
L’elenco
degli eventi è chiaro e inconfutabile.
Nel
1990, mentre l’Unione Sovietica stava iniziando a disgregarsi e si valutava la
possibilità di pace nella maggior parte del mondo, gli Stati Uniti – nientemeno
che James Baker, segretario di Stato americano – si impegnarono a non muovere
la NATO verso est, verso il confine russo.
Quella promessa era fondamentale per
consentire il ritiro delle divisioni militari sovietiche dalla Germania
dell’Est per facilitare l’unificazione del paese.
Questo
impegno ha fornito anche la sicurezza necessaria per la dissoluzione del potere
all’interno dell’Unione Sovietica.
Senza
tale garanzia, la resistenza alla rottura sarebbe stata intensa e quasi
certamente violenta.
A quel
punto, erano passati meno di 50 anni da quando la Russia era stata invasa.
L’orrore
della seconda guerra mondiale è costato al popolo russo da 25 a 35 milioni di
vite.
Oltre all’inimmaginabile mare di sangue di
quella guerra, i russi ricordano bene le tante altre invasioni che hanno
causato morte, dolore e sconforto per un numero incalcolabile di loro
concittadini.
Dal
momento che gli americani non hanno mai sperimentato un’invasione straniera,
non hanno idea di quell’orrore (La guerra del 1812 fu una breve e piccola
battaglia).
Il
Segretario di Stato Baker ha fatto la cosa giusta per placare un legittimo
timore e facilitare la disgregazione e la liberazione di centinaia di milioni
di persone prigioniere del sistema sovietico.
Ma
prima che l’inchiostro si asciugasse, l’establishment della politica estera
degli Stati Uniti, espresso nella NATO e nell’UE, iniziò a non rispettare la
parola data.
Mentre
la Russia post-sovietica attraversava una grave depressione economica
sconosciuta ai più in Occidente, le élite negli Stati Uniti e in Europa hanno
messo insieme un piano per espandere la NATO fino ai confini della Russia.
Questa mossa cinica ha apertamente ignorato e
violato l’impegno dell’Occidente.
All’inizio
del 1997 “George Kennan”, il leone della politica estera di gran parte del XX
secolo, avvertì in un editoriale sul New York Times:
Alla
fine del 1996, si permise, o si fece, prevalere l’impressione che in qualche
modo e da qualche parte si fosse deciso di espandere la NATO fino ai confini
della Russia.
Ma qui è in gioco qualcosa della massima
importanza.
E
forse non è troppo tardi per avanzare un punto di vista che, credo, non è solo
mio, ma è condiviso da un certo numero di altri con una vasta e nella maggior
parte dei casi più recente esperienza nelle questioni russe.
L’opinione, dichiarata senza mezzi termini, è
che l’espansione della NATO sarebbe l’errore più fatale della politica
americana nell’intera era post-guerra fredda.
Un
anno dopo, nel maggio 1998, a seguito di un voto del Senato degli Stati Uniti
per espandere la NATO, “Kennan” ha nuovamente avvertito le élites politiche
occidentali del pericolo in un’intervista con “Thomas Friedman” del New York
Times.
“Penso
che sia l’inizio di una nuova guerra fredda”, ha detto il signor “Kennan” dalla
sua casa di Princeton.
“Penso
che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e ciò
influenzerà le loro politiche.
Penso
che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per questo.
Nessuno
stava minacciando nessun altro.
Questa
espansione farebbe rivoltare nella tomba i Padri Fondatori di questo paese.
Abbiamo
firmato per proteggere tutta una serie di paesi, anche se non abbiamo né le
risorse né l’intenzione di farlo in modo serio. [L’allargamento della NATO] è
stata semplicemente un’azione sconsiderata da parte di un Senato che non ha
alcun reale interesse per gli affari esteri”.
Gli
avvertimenti di “Kennan” furono ignorati.
Un
anno dopo, nel 1999, la NATO si è impegnata in un’azione militare contro la
neonata nazione della Serbia.
Ancora oggi si possono vedere i danni dei bombardamenti
a Belgrado, la capitale serba.
La
Serbia è stata un alleato della Russia sin dai tempi della prima guerra
mondiale.
Ciò è
stato visto in Russia come un avvertimento che la NATO intendeva fare ciò che
voleva e che chiunque si opponesse a loro poteva contare sullo stesso
trattamento.
Questo insulto calcolato ha portato
direttamente all’ascesa di un leader nazionalista in Russia.
Nel 2000, Vladimir Putin è stato eletto
presidente.
Dal momento che il bombardamento della Serbia,
la partecipazione dell’America e della NATO alle guerre che hanno causato il
naufragio intenzionale di altri paesi come la Jugoslavia, l’Afghanistan,
l’Iraq, la Libia, la Siria e un certo numero di paesi in Africa, Centro e Sud
America, non è passato inosservato alla dirigenza russa.
Nessuna
persona seria a Washington può dire di non essere stata avvertita dell’impatto
della loro sete di potere nell’espansione della NATO.
Ma la bugia continua.
I massimi leader della politica estera che
negli anni si sono espressi contro gli interventi distruttivi sono stati
ignorati.
William
Burns, il direttore della CIA di Biden, l’agenzia incaricata di sapere come
agiranno e reagiranno le altre nazioni, ha avuto un posto in prima fila sulla
politica russa e della NATO per più di 30 anni.
Nel
1990, Burns ha servito sotto il Segretario di Stato James Baker in un ruolo di
pianificazione durante il periodo in cui Baker ha promesso alla Russia che la
NATO non sarebbe avanzata oltre i confini della Germania appena riunificata.
La
carriera di Burns come cardinale consacrato del Deep State è ben documentata.
In
effetti, è un po’ un’eredità.
Il padre di Burns, un maggiore generale
dell’esercito, era profondamente coinvolto nel lavoro di intelligence e servì
Reagan e Bush Sr. nei Consigli per il disarmo.
Lo
stesso Burns era stato nominato da Clinton nel 1995 quando scrisse, mentre
prestava servizio come consigliere per gli affari politici presso l’ambasciata
degli Stati Uniti a Mosca, che “l’ostilità all’inizio dell’espansione della
NATO è quasi universalmente sentita in tutto lo spettro politico interno qui”.
L’intensità
dell’antipatia della Russia nei confronti dell’espansione della NATO verso il
proprio confine, e in particolare verso l’Ucraina, è stata accentuata in un
rapporto del 2008 di Burns – all’epoca ambasciatore degli Stati Uniti presso la
Federazione Russa – al Segretario di Stato di Bush Jr., Condoleezza Rice:
“L’ingresso
dell’Ucraina nella NATO è la più luminosa di tutte le linee rosse per l’élite
russa (non solo Putin).
In più di due anni e mezzo di conversazioni
con i principali attori russi, dai tirapiedi negli oscuri recessi del Cremlino
ai più acuti critici liberali di Putin, «Devo ancora trovare qualcuno che veda
l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi
russi».
Anche
se quest’anno il direttore della CIA di Biden non è stato in grado di mettere a
frutto la sua vasta esperienza, altri nel Dipartimento di Stato sapevano
benissimo come la Russia avrebbe reagito apertamente per scongiurare l’adesione
dell’Ucraina agli elenchi dei membri della NATO.
Eppure”
Victoria Nuland”, mandarina nei ranghi neocon dell’establishment della politica
estera e del Dipartimento di Stato, nel 2013 si vantava che gli Stati Uniti
avessero speso più di 5 miliardi di dollari per promuovere gruppi di “società
civile” filo-occidentali in Ucraina dalla fine della Guerra Fredda.
Nel
2014 gli Stati Uniti hanno assistito, se non direttamente diretto, a un colpo
di stato contro un governo eletto in Ucraina perché quel governo voleva
relazioni amichevoli con la Russia, un vicino più grande con una storia
condivisa che risale a secoli fa.
Il
Deep State non poteva tollerare quell’amicizia.
Una famigerata telefonata trapelata tra
l’allora Assistente Segretario di Stato Nuland e l’ex Ambasciatore degli Stati
Uniti Geoffrey Pyatt che parlava di aiutare “l’ostetrica” nella rivoluzione del
febbraio 2014 può essere ascoltata .
Il
professor John Mearsheimer dell’Università di Chicago ha tenuto una conferenza
del 2015 in cui ha messo in guardia sui problemi e sui pericoli causati dalla
crisi ucraina del 2014 progettata dagli Stati Uniti.
Dopo
numerose aperture diplomatiche russe respinte per risolvere i pericoli posti da
un’Ucraina ostile e armata dalla NATO, la Russia ha agito, come previsto da
Kennan, Burns e altri.
I russi si sono mossi nel 2014 per difendere
il loro confine meridionale.
Sostenendo
i separatisti locali di lingua russa, la Russia è stata in grado di proteggere
la Crimea, una penisola che è stata al centro della Marina russa per 300 anni.
Sono
andati oltre? No.
Hanno
iniziato una guerra totale? No.
Ma hanno fatto come avevano promesso e si sono
mossi per difendere il fronte meridionale della loro nazione.
Come
ha sottolineato il professor John Mearsheimer in una conferenza del 6 giugno
2022, c’è stata una lunga lista di provocazioni da parte degli Stati Uniti e
della NATO che hanno portato a questo.
Molte
di queste provocazioni sono state delineate nel rapporto della Rand Corporation
del 2019 intitolato “Extending Russia”.
La Rand Corporation è un think tank del “Deep
State” che ha aiutato a progettare la maggior parte degli interventi stranieri
degli Stati Uniti sin dalla sua fondazione nel 1948.
Ma
anche il riassunto del rapporto Rand mette in guardia contro l’arrivare al
punto di precipitare un’azione militare.
Apparentemente
il brain-trust di Nuland, Biden e Blinken non ha letto quella parte.
Per
anni hanno reso l’Ucraina un membro de facto della NATO, una nazione neutrale
solo di nome.
Dal
trattato di Minsk del 2015, hanno colpito l’orso e hanno continuato a colpire
fino a quando l’orso non si è scagliato contro.
In che
modo ciò serve gli interessi dell’America?
Se
siete interessati a dare un’occhiata ai pensieri e ai progetti del nostro Deep
State nei confronti della Russia, leggete l’intero rapporto “Extending Russia”
della Rand Corporation.
È
un’agghiacciante litania dell’interferenza intenzionale degli Stati Uniti nelle
nazioni sovrane vicine alla Russia per ferire e provocare la Russia.
La politica degli Stati Uniti è stata, a
quanto pare: istigare le ostilità tra Ucraina e Russia a tutti i costi.
Perché
la leadership si è rifiutata di negoziare in buona fede con la Russia? Sapevano
che i russi avrebbero reagito come hanno fatto.
Cosa speravano di ottenere i politici
statunitensi?
Queste
sono le domande a cui bisogna rispondere.
La politica estera e le élites militari devono
essere ritenute responsabili della morte e della distruzione che le loro
politiche antagoniste hanno scatenato.
Possono
fingere di non sapere cosa sarebbe successo, ma i seri esperti di politica
estera al di fuori della bolla di Washington lo sanno meglio.
(George D. O’Neill Jr., theamericanconservative.com)
(theamericanconservative.com/blame-the-deep-state-for-carnage-in-ukraine/).
BRUXELLES
E DAVOS DECIDONO
IL
FUTURO DELL’EUROPA.
Comedonchisciotte.org-
Massimo Cascone – (18 Gennaio 2023) – ci dice:
Senza
un attimo di tregua rispetto agli impegni e alle questioni europee che hanno
caratterizzato questo inizio di 2023, Giorgia Meloni ha avuto giusto il tempo
di festeggiare il suo compleanno domenica, coinciso con i primi 100 giorni di
governo, prima di essere nuovamente proiettata tra le problematiche di lavoro.
Un
inizio, quello dell’esecutivo, che più volte abbiamo definito non facile, a
causa prima delle difficoltà interne alla coalizione di centrodestra, ad oggi
comunque sotto al tappeto pronte a riapparire alla prima occasione, e
successivamente per le posizioni non sempre favorevoli alla linea chiesta
dall’Europa.
Non è
un caso infatti che per appianare le divergenze, la settimana scorsa la nostra
Presidente del Consiglio abbia incontrato prima la Presidente della Commissione
Europea Ursula von der Leyen e, successivamente, a distanza di qualche giorno,
il nuovo direttore generale del MES Pierre Gramegna.
Un do
ut des è ciò che probabilmente è riuscita a strappare Giorgia, conscia da un
lato che la posizione assunta dal governo sul MES non era sostenibile a lungo,
e dall’altro che i nuovi obiettivi che l’Italia dovrà raggiungere per
rispettare la tabella di marcia del PNRR non sono di così facile realizzazione.
Nel
frattempo la distopia non accenna a rallentare, anzi.
Dopo
la questione degli insetti a tavola per salvare il mondo dalla crisi
alimentare, in barba alle tradizioni culinarie dei popoli del vecchio
continente, la Commissione europea ha deciso di mettere un freno
all’inefficienza energetica delle nostre case imponendo una rivoluzione del
settore immobiliare entro il 2030, al fine di salvarci tutti dal cambiamento
climatico.
Il
tutto in perfetta linea con la rivoluzione green ampiamente sponsorizzata a
Davos da Klaus Schwab nei vari incontri del “World Economic Forum”, giunto, con
il meeting annuale 2023 iniziato questo lunedì, alla sua cinquantatreesima
edizione.
A
presenziare per l’Italia solo il Ministro dell’Istruzione Valditara.
Una
delegazione piuttosto scarna se si pensa all’annuncio degli organizzatori che
prevedono circa 2.700 partecipanti tra leader di governo, delle imprese e della
società civile. Il governo italiano ha dimostrato di avere altre priorità al
momento o di non volersi ritagliare un ruolo di primo piano nel decidere il
mondo che verrà?
A noi
l’ardua sentenza.
IL WEF
DI KLAUS SCHWAB CHIEDE
LA
DISTRUZIONE DELLA CLASSE
MEDIA
AMERICANA (ED EUROPEA).
Comedonchisciotte.it
- Kurt Nimmo - substack.com – (21 Gennaio 2023) – ci dice:
“La
sociopatica “Chrystia Freeland “auspica l’impoverimento della classe media”.
Kurt
Nimmo lo dice da molto tempo.
“L’élite
globale vi odia, vuole distruggere il vostro tenore di vita e ridurvi a servi
della gleba, impotenti e superflui emettitori di anidride carbonica.”
Sfido
la ricca e titolata (è al governo, dopotutto) Chrystia Freeland a camminare per
le strade di Filadelfia, Detroit, Cleveland e altre città distrutte dall’élite
globale e a cercare di vendere questa ricetta di povertà e miseria.
Da
molti quartieri la Freeland non ne uscirebbe viva.
Avrebbe bisogno della “Schweizer Armee” al suo
fianco.
Invece,
Freeland è al sicuro dietro un podio al WEF.
Fuori
ci sono migliaia di soldati svizzeri che si assicurano che la plebe indignata
non prenda d’assalto il castello.
Questa
donna “onorevole” (i sociopatici al governo sono sempre onorevoli), una colonna
portante dello Stato, è al suo decimo mandato carrieristico come vice primo
ministro del Canada e “serve” come ministro delle Finanze.
In
qualità di ministro delle Finanze, non c’è dubbio che capisca che cosa comporta
un “taglio degli stipendi” per la classe media.
La
Freeland ovviamente considera la classe media americana inutile e non
produttiva (a differenza degli schiavi che lavorano nelle fabbriche in Cina).
Certo,
i nonni di questa classe media hanno costruito l’America e hanno lavorato nelle
fabbriche negli uffici.
Tuttavia,
la Freeland e il cartello neoliberale ritengono che sia giunto il momento di
smantellare l’America e di affamare tutti quelli rimasti sulla scia della delocalizzazione e delle
truffe finanziarie che hanno ulteriormente arricchito la casta dei miliardari,
un massiccio trasferimento (furto) di ricchezza che sta lentamente distruggendo
la classe media.
Klaus
Schwab, un allievo del criminale di guerra Henry Kissinger, è il mentore di
questi sociopatici narcisisti e assetati di potere.
Il
“Grande Reset” del WEF è progettato per trasformare il mondo in un impoverito
campo di concentramento sociale, dove gli indigenti servi della gleba “non
possiederanno nulla” e questo, in vero stile orwelliano, li renderà liberi.
Non
viene menzionato il fatto che il sistema di controllo di Schwab metterà a
tacere qualsiasi opposizione agli apparatchiks non eletti del WEF.
Se
sarete costretti ad affittare tutto – la vostra casa, la vostra auto, il vostro
cibo, il vostro computer, eccetera – questo “privilegio” dell’affitto vi potrà
essere tolto.
Sfido
la gente ad indagare sull‘iniziativa di riprogettazione globale del WEF.
Secondo il “Transnational Institut”e dei Paesi Bassi, questa “iniziativa”
propone
un
passaggio dal processo decisionale intergovernativo ad un sistema di governance
multi-stakeholder.
In altre parole, stanno emarginando un modello
riconosciuto, in cui noi votiamo i governi che poi negoziano i trattati che
vengono ratificati dai nostri rappresentanti eletti con un modello in cui un
gruppo auto-selezionato di “parti interessate” prende le decisioni per nostro
conto (enfasi aggiunta).
In
altre parole, le grandi imprese transnazionali “interessate” decideranno dove
potrete vivere, cosa potrete mangiare (insetti ed erbacce), come riprodurvi (o
non riprodurvi;
i
bambini emettono anidride carbonica) e cosa potrete “affittare” da loro, o non
essere autorizzati ad affittare se vi lamenterete di un cartello “economico”
globalista non eletto che spinge l’umanità alla servitù della gleba, alla
povertà mondiale e allo spopolamento.
Chrystia
Freeland è una nemica dell’umanità.
È una misantropa globalista.
Nel
video , rivela il suo totale disprezzo per l’uomo e la donna medi. Sta
invocando il male, persino la morte.
Non
c’è altro modo per descrivere una misantropa così spregevole.
Senza
dubbio la sua reazione sarebbe completamente diversa se i servi della gleba
infuriati riuscissero a sopraffare l’esercito svizzero fuori dalla lussuosa
stazione sciistica di Davos, radunassero i grandi del WEF e organizzassero un
tribunale per crimini economici contro l’umanità.
Non
succederà tanto presto.
Gli
Americani, i Canadesi e gli Europei sono troppo passivi, distratti, rimbambiti
e disposti a credere a narrazioni fittizie.
Se la Covid ha dimostrato qualcosa, è che le
persone indottrinate e timorose della morte faranno tutto ciò che il governo
chiede loro.
È un
modello che si ripeterà.
Almeno
i Francesi conservano un po’ di coraggio.
Macron
vuole neo-liberalizzare il sistema pensionistico francese.
Questa è stata la risposta alla sua proposta
di negare una promessa.
È
davvero un peccato che un milione o più di persone non stiano marciando sulla
Landwasserstrasse fino a Davos per opporsi al cartello del WEF e alla sua
misantropica agenda globale.
(Kurt
Nimmo - kurtnimmo.substack.com)
(kurtnimmo.substack.com/p/wef-calls-for-destruction-of-americas).
LA
GUERRA IN UCRAINA PER MANTENERE
L’UNIONE
EUROPEA SOTTO TUTELA.
Cmedonchisciotte.org
- Thierry Meyssan, voltairenet.org – (25 Gennaio 2023) – ci dice:
Perché
Josep Borrell, Charles Michel e Ursula von der Leyen, provatamente corrotti e
incompetenti, sono diventati leader dell’Unione Europea?
Per avallare le imposizioni di Jens
Stoltenberg.
È
difficile ammetterlo, sebbene gli anglosassoni non ne facciano mistero.
Parafrasando
una celebre citazione del primo segretario generale dell’Alleanza, la Nato è
stata creata per «tenere la Russia all’esterno, gli Americani all’interno e
l’Unione Europea sotto tutela».
Non
c’è altra spiegazione per il prolungamento delle inutili sanzioni contro Mosca
e degli altrettanto inutili nonché letali combattimenti in Ucraina.
È
passato quasi un anno dall’ingresso in Ucraina dell’esercito russo per
applicare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza.
La
Nato rifiuta questa motivazione e ritiene che la Russia abbia invaso l’Ucraina
per annetterla.
In
quattro oblast i referendum per l’adesione alla Federazione di Russia sembrano
confermare l’interpretazione della Nato, ma la storia della “Novorossia”
conferma la motivazione della Russia.
Le due
narrazioni vanno avanti in parallelo, senza mai intersecarsi.
Durante
la guerra del Kosovo pubblicavo un notiziario quotidiano.
Ricordo
che all’epoca la narrazione della Nato era contestata da tutte le agenzie di
stampa dei Balcani, ma non avevo possibilità di sapere da che parte stesse la
ragione.
Due
giorni dopo la fine del conflitto i giornalisti dei Paesi membri dell’Alleanza
Atlantica poterono recarsi sul posto e constatare di essere stati ingannati:
le
agenzie di stampa regionali avevano ragione;
la
Nato non aveva fatto che mentire.
Successivamente
feci parte del governo libico.
Potei costatare in prima persona come la Nato,
incaricata dal Consiglio di Sicurezza di proteggere la popolazione, distorse il
mandato al fine di rovesciare la Jamahiriya Araba Libica: uccise 120 mila delle
persone che avrebbe dovuto proteggere.
Sono
esperienze che mostrano come l’Occidente menta spudoratamente per coprire le
proprie malefatte.
Oggi
la Nato ci garantisce di non essere in guerra perché non ha dispiegato truppe
in Ucraina.
Tuttavia
gigantesche quantità di armi vengono mandate in Ucraina affinché i nazionalisti
integralisti ucraini, formati dalla Nato, resistano a Mosca;
inoltre è in corso una guerra economica senza
precedenti per distruggere l’economia russa.
Tenuto conto dell’entità di questa guerra, per interposizione
dell’Ucraina, lo scontro diretto fra Nato e Russia sembra suscettibile di
scoppiare in ogni momento.
Una
nuova guerra mondiale è tuttavia altamente improbabile, almeno a breve termine:
i fatti già contraddicono la narrazione della Nato.
La
guerra va avanti e continuerà ancora. Non perché le forze in campo siano
paritetiche, ma perché la Nato non vuole affrontare la Russia.
Lo
abbiamo visto tre mesi fa, durante il G20 a Bali.
Con
l’accordo della Russia, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è intervenuto
in videoconferenza da Kiev.
Ha
chiesto l’esclusione della Russia dal G20, come ne aveva chiesto l’esclusione
dal G8 dopo l’adesione della Crimea alla Federazione Russa.
Con
sua grande sorpresa, nonché dei membri della Nato presenti al vertice, Stati
Uniti e Regno Unito non lo hanno sostenuto.
Washington
e Londra concordavano che esisteva una linea da non superare.
E a
ragione: le armi moderne russe sono molto superiori a quelle della Nato, la cui
tecnologia risale agli anni Novanta.
In caso di scontro, la Russia ne subirebbe
sicuramente le conseguenze, ma schiaccerebbe gli Occidentali in pochi giorni.
Dobbiamo
leggere gli avvenimenti alla luce di quanto accaduto a Bali.
L’afflusso
di armi in Ucraina è un espediente: la maggior parte del materiale bellico non
arriva su questo campo di battaglia.
Rete Voltaire ha scritto che le armi inviate
all’Ucraina in realtà servono a scatenare un’altra guerra nel Sahel ;
il
presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, lo ha pubblicamente confermato,
affermando che molte armi destinate all’Ucraina sono già nelle mani degli
jihadisti africani .
Del resto, costituire [in Ucraina] un arsenale
alla bell’e meglio, aggiungendo armi di epoca e calibro differenti, non serve a
nulla.
Nessuno
possiede la logistica necessaria per fornire ai soldati munizioni così diverse.
Bisogna
dedurne che queste armi non sono inviate all’Ucraina perché vinca la guerra.
Il New
York Times ha lanciato l’allarme sostenendo che le industrie occidentali della
Difesa non riescono a produrre armi e munizioni in quantità sufficiente.
Le scorte sono già esaurite e gli eserciti
occidentali sono costretti a privarsi di materiale militare indispensabile alla
propria difesa.
Lo ha confermato il segretario Usa alla
Marina, Carlos Del Toro, che ha ammonito riguardo al depauperamento delle forze
armate statunitensi.
Del
Toro ha precisato che, se il complesso militare-industriale Usa non riuscisse
entro sei mesi a produrre più armi della Russia, le forze armate statunitensi
non potrebbero portare a termine la missione.
Prima
osservazione: se politici Usa volessero scatenare l’Armageddon entro i prossimi
sei mesi non avrebbero mezzi per farlo e, probabilmente, nemmeno dopo.
Analizziamo
ora la guerra economica.
Lasciamo perdere che essa venga pudicamente
dissimulata sotto il termine “sanzioni”.
Ho già
affrontato l’argomento sottolineando che non sono sanzioni decise da un
tribunale e che dunque sono illegittime, secondo il diritto internazionale.
Osserviamo
la quotazione delle valute. Il dollaro ha sopraffatto il rublo per due mesi,
poi è sceso al valore del periodo 2015-2020, senza causare un indebitamento
massiccio della Russia.
In
altri termini, le cosiddette sanzioni hanno avuto un effetto trascurabile sulla
Russia:
ne
hanno perturbato pesantemente gli scambi per i primi due mesi, ma ora non la
intralciano più.
Ma,
d’altro canto, le sanzioni non hanno avuto un costo nemmeno per gli Stati
Uniti, che non ne sono stati affatto colpiti.
Sappiamo
che, laddove impediscono agli alleati d’importare idrocarburi russi, gli Stati
Uniti ne importano attraverso l’India e ricostituiscono le scorte cui hanno
attinto nei primi mesi del conflitto.
Osserviamo
invece uno sconvolgimento dell’economia europea, costretta a ricorrere
massicciamente al prestito per sostenere il regime di Kiev.
Non
abbiamo dati sull’entità dell’indebitamento né conosciamo l’identità dei
creditori.
È
tuttavia chiaro che i governi europei fanno ricorso a Washington a titolo della
legge Usa di prestito-affitto (Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act of
2022).
Gli
aiuti europei all’Ucraina hanno un costo, che però sarà contabilizzato solo
alla fine della guerra.
Solo
allora verrà calcolato l’ammontare della fattura, che sarà esorbitante.
Fino a quel momento tutto va bene.
Il
sabotaggio del 26 settembre 2022 dei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2 non
è stato rivendicato immediatamente;
è
stato annunciato anticipatamente dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden il
7 febbraio 2022, alla Casa Bianca, alla presenza del cancelliere Olaf Scholz.
Certamente
in quell’occasione Biden ha assunto l’impegno di distruggere il Nord Stream 2
se la Russia avesse invaso l’Ucraina, ma lo ha fatto perché la giornalista che
lo stava intervistando vi si era focalizzata, non osando immaginare che avrebbe
potuto fare altrettanto con il Nord Stream 1.
Con
questa dichiarazione, e ancor più con il sabotaggio, Washington ha mostrato il
suo disprezzo verso l’alleato tedesco.
Non è
cambiato nulla da quando il primo segretario generale della Nato, Lord Ismay,
dichiarò che il vero scopo dell’Alleanza era «tenere all’esterno l’Unione
Sovietica, gli americani all’interno e i tedeschi sotto tutela» («keep the
Soviet Union out. The Americans in, and the Germans down»).
L’Unione
Sovietica non c’è più e la Germania guida l’Unione Europea.
Se
fosse ancora in vita, Lord Ismay probabilmente direbbe che l’obiettivo della
Nato è tenere all’esterno la Russia, gli americani all’interno e l’Unione Europea
sotto tutela.
La
Germania, per la quale il sabotaggio di questi gasdotti è il più grave colpo
dalla fine della seconda guerra mondiale, ha incassato senza fiatare.
Contemporaneamente
ha ingoiato il piano Biden di salvataggio dell’economia Usa a danno
dell’industria automobilistica tedesca.
Berlino ha reagito avvicinandosi alla Cina ed
evitando di litigare con la Polonia, nuova carta vincente degli Stati Uniti in
Europa.
La Germania ora si propone di rilanciare la
propria industria sviluppando le fabbriche di munizioni per rifornire
l’Alleanza.
La
sottomissione della Germania alla sovranità Usa è stata di conseguenza
condivisa dall’Unione Europea, controllata da Berlino.
Seconda
osservazione: i tedeschi, nonché l’insieme dei Paesi dell’Unione Europea, hanno
preso atto dell’abbassamento del loro tenore di vita.
Insieme
agli ucraini, gli europei sono le uniche vittime della guerra in corso e vi si
adattano.
Nel
1992, quando dalle rovine dell’Unione Sovietica nasceva la Federazione di
Russia, Dick Cheney, all’epoca segretario alla Difesa, comandò allo straussiano
Paul Wolfowitz un rapporto che ci è giunto censurato, con molte parti
occultate.
Dagli
estratti pubblicati dal New York Times e dal Washington Post è emerso che
Washington non considerava più la Russa una minaccia, ma l’Unione Europea un
potenziale rivale.
Vi si leggeva: «Benché gli Stati Uniti
sostengano il progetto d’integrazione europea, dobbiamo vigilare al fine di
prevenire l’emergere di un sistema di sicurezza esclusivamente europeo che
minerebbe la Nato, in particolare la sua struttura di comando militare
integrato».
In
altri termini: Washington approva una Difesa europea subordinata alla Nato, ma
è pronto a distruggere l’Unione Europea qualora aspiri a diventare una potenza politica
in grado di tenergli testa.
L’attuale
strategia degli Stati Uniti, che non indebolisce la Russia ma l’Unione Europea
con il pretesto di combattere la Russia, è la seconda applicazione concreta
della dottrina Wolfowitz.
La prima applicazione risale al 2003, quando
la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder furono punite
per essersi opposte alla distruzione dell’Iraq da parte della Nato.
È
esattamente quanto dichiarato il 20 gennaio dal presidente del comitato dei
capi di stato-maggiore Usa, generale Mark Milley, durante una conferenza stampa
al termine della riunione degli alleati a Ramstein.
Pur
avendo preteso da ciascun partecipante l’invio di armi a Kiev, davanti ai
giornalisti ha ammesso che «sarà molto difficile quest’anno liberare dalle
forze russe ogni centimetro quadrato dell’Ucraina occupata».
(«This year, it would be very, very difficult
to military eject the Russian forces from every inch of Russian-occupied
Ukraine»).
In altri termini, gli Alleati devono dissanguarsi,
sebbene non ci sia alcuna speranza di prevalere nel 2023 sulla Russia.
Terza
osservazione: l’obiettivo di questa guerra non è la Russia, ma l’indebolimento
dell’Unione Europea.
(Thierry
Meyssan, voltairenet.org)
UNA
MELONI COERENTE CON
LA
PROPRIA NULLITÀ POLITICA.
Comedonchisciotte.org
– Comidad - Redazione CDC – (21 Gennaio 2023) – ci dice:
Il
fatto che colei che nel settembre scorso il settimanale tedesco Stern definiva
la “donna più pericolosa d’Europa”, si sia rivelata invece la servetta più
prona dell’orbe terracqueo, viene moralisticamente annoverato come un caso di
incoerenza.
In
realtà l’incoerenza non esiste, e ciò che potrebbe apparire come tale, è in
effetti solo la diretta conseguenza dell’inconsistenza pratica delle proprie
idee politiche.
Il nazionalismo, che la Meloni diceva di
professare, è una suggestione propagandistica spesso efficace;
ma,
come categoria politica, il nazionalismo è stato sempre un gran vuoto.
La Meloni si dimostra quindi del tutto
coerente con la propria nullità.
Il
nazionalismo è uno dei babau preferiti dal politicamente corretto poiché la
malvagità dei nazionalisti consente, in base allo schema buono-cattivo, di
legittimare indirettamente l’internazionalismo del capitale finanziario.
Ma il
nazionalismo non esiste sul piano della prassi politica, per cui nell’agire o
si è imperialisti o si è antimperialisti;
e, se si vuole essere antimperialisti, il
primo imperialismo da combattere è il proprio.
Le
nazioni non esistono in natura, sono a loro volta prodotti artificiosi di un
imperialismo, per cui gli Stati nazionali sono il risultato storico di campagne
di conquista, quindi di imperialismi interni.
L’imperialismo
inoltre non è soltanto il rapporto di forze tra una nazione dominante ed una
nazione dominata, ma è una strada a due sensi, per cui si vedono le oligarchie
locali cercarsi una sponda estera, un “vincolo esterno”, che faccia loro da
scudo e da alibi contro la propria popolazione.
L’Italia
ha perso una guerra mondiale ed è militarmente occupata dagli Stati Uniti, ma
occorre anche ricordare che gli oligarchi nostrani erano in cerca di protezione
straniera già da molto prima, oscillando tra la sudditanza all’imperialismo britannico
a quella nei confronti dell’imperialismo germanico.
Poi è arrivata la benvenuta sconfitta bellica
a suggellare la compressione delle classi subalterne sotto la cappa della NATO.
Il
potere militare statunitense sull’Italia è sin troppo reale, ma il fanatismo
pro NATO degli oligarchi nostrani non è soltanto zelo servile, bensì un
pretesto per esercitare un proprio lobbying delle armi.
Che la rappresentazione narrativa crei anche
vincoli esterni fittizi, è dimostrato dal fatto che la Germania ha un potere
contrattuale praticamente nullo nei confronti dell’Italia, poiché un default
del debito pubblico italiano affosserebbe automaticamente l’euro.
Eppure
gli oligarchi nostrani sono riusciti ad inventarsi uno strapotere finanziario
tedesco per giustificare le angherie nei confronti dei propri lavoratori e
contribuenti.
La mitica avarizia tedesca non è altro che una
proiezione dell’avarizia dell’oligarchia italiana.
Del resto non c’è bisogno di scomodare le tesi
di Diogene o di Hegel per capire che il servilismo può diventare una tecnica di
condizionamento e di manipolazione nei confronti dei presunti padroni.
Ogni
oligarchia ha un suo specifico percorso di grandeur, di ascesa nelle gerarchie
internazionali;
e gli
oligarchi italici cercano la propria distinzione di rango nella dimostrazione
di come riescono a controllare la popolazione, imponendole ogni sorta di
umiliazione. Certe esibizioni parossistiche della propria capacità di dominio,
spesso pavoneggiandosi di fronte ad esponenti stranieri, indicano l’origine
arcaica e rurale dello schema di potere in Italia, ancora basato su un asse
analogo a quello tra latifondista e campiere.
Tra certe esibizioni di strapotere e certe
ostentazioni di servilismo da parte dei nostri oligarchi, non c’è nessuna
contraddizione, poiché rientrano entrambe in quello schema di oppressione
rurale.
Va
rilevato che in Italia sono avvenute esagerazioni impossibili altrove, come il
green pass per accedere al lavoro, l’obbligo vaccinale per un siero non ancora
approvato, ed anche le liste di proscrizione dei “putiniani”.
In
fatto di brutalità in Francia il potere non è mai stato secondo a nessuno,
eppure il presidente Macron ha potuto beccarsi uno sberlone da un cittadino
senza che se ne facesse una tragedia nazionale.
In
Italia la sacralità del potere è tale che un episodio del genere sarebbe stato
immediatamente catalogato come terrorismo ed avrebbe, come minimo, scatenato
una caccia all’uomo per stanare uno per uno i “mandanti morali” dello sberlone.
Gli
sfrenati deliri vendicativi del potere nostrano rappresentano un ulteriore
indizio delle sue matrici rurali, perciò si riconosce lo schema della faida,
con quella suscettibilità programmatica dietro cui si nasconde la bramosia
latente di regolamento di conti.
La
matrice arcaica della faida viene però dissimulata e mistificata attraverso
verniciature pseudo-moderne, come gli schieramenti ideologici.
Ogni
volta che si parla di mistificazione sociale, l’imbecille professionista grida
al complottismo.
In realtà la mistificazione sociale è una
relazione sociale essa stessa, per cui si entra automaticamente in giochi delle
parti e ci si appassiona a false alternative.
La
finta dicotomia tra fiscofobia della destra e fiscolatria della sedicente
sinistra, non trova un riscontro nella realtà.
Oggi
la Meloni si “contraddice” aumentando le accise sulla benzina, ma, da brava
“conservatrice”, sta facendo esattamente ciò che faceva la Thatcher, la quale
spostava il peso della tassazione dalle imprese ai consumatori, con le accise.
Gli
sgravi fiscali sul reddito delle persone fisiche e delle società furono infatti
finanziati dalla Thatcher soprattutto tramite l’aumento delle tasse sulla
benzina, come a dire che si riscuoteva un balzello dai cittadini per
permettergli di arrivare al posto di lavoro.
Meno
male che c’è il sito web della fondazione Thatcher a fornircene i documenti
storici, perché se aspettavi di essere informato dai giornalisti, stavi fresco.
Molta
di quella che si spaccia come critica del capitalismo, è invece adulazione del
capitalismo.
Chi
lamenta che il capitalismo sia fondato sulla “logica del profitto”, dimentica
che un certo Marx parlava di caduta tendenziale del saggio di profitto, per cui
un capitalismo che si basasse sul profitto industriale non andrebbe molto
lontano.
Il capitale finanziario è creazione di valore
fittizio, per cui quando in Borsa si gonfia il valore delle azioni vuol dire
che si è preso da qualche altra parte.
Questa
è la routine burocratica della cleptocrazia: si spillano soldi al contribuente
povero per finanziare le imprese quotate in Borsa.
Questo
capitalismo dipinto sempre come “muscolare” si rivela poi assistito dal denaro
pubblico, cioè dipendente dall’elemosina che gli elargiscono i poveri.
Sono i poveri a dover cercare di evadere il
fisco, mentre i ricchi detengono il privilegio di eluderlo grazie alla mobilità
internazionale dei capitali.
L’attuale
governo, come già i precedenti, ha infatti stanziato agevolazioni fiscali per
favorire ed incentivare la quotazione azionaria delle piccole e medie imprese.
La
finanziarizzazione delle piccole e medie imprese, cioè il loro ingresso in
Borsa, potrebbe apparire come un’idea geniale;
ed in
effetti lo è, ma solo per i grandi fondi di investimento, i quali potranno
facilmente scalare la proprietà azionaria di quelle imprese e impadronirsene.
Il fisco quindi non serve a finanziare
istruzione e sanità, bensì a favorire la concentrazione dei capitali dei globalisti.
(Comidad)
(comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=1137).
Commenti
Posta un commento