EUROPA OSTAGGIO DELLE MULTINAZIONALI.

 

EUROPA OSTAGGIO DELLE MULTINAZIONALI.

 

 

Sono Suonati i Primi

100 giorni del Governo Meloni.

ConoscenzealConfine.it – (24 Gennaio 2023) - Saura Plesio (Nessie)- ci dice:

 

Mi ero ripromessa di sospendere il giudizio prima dei fatidici 100 giorni su questo governo.

Ora quei giorni che servono a tracciare già un bilancio, sono suonati, perciò mi sento più libera di dire quel che penso.

Se c’è una cosa irritante è quando i politici di turno cercano di disattendere (diciamo pure “tradire”) il voto elettorale, ma non vogliono farlo sapere in giro.

La parola “tradire” deriva dal latino “tradere”, ovvero “consegnare” (sottinteso: al nemico).

 Parlano i tweet di Giorgia Meloni non di un secolo fa ma del 2018 e 2019 nei quali dichiarava che il WEF di Davos del sig. Klaus Schwab era null’altro che la vetrina mondialista della Finanza.

A quanto pare ha cambiato idea, facendosi irretire dalle sirene, e ha inviato un esponente del suo governo nella figura del ministro della PI e del Merito Giuseppe Valditara, da lunedi 16 gennaio fino al 20, a Davos (Svizzera – Cantone dei Grigioni).

Andiamo avanti. Vi ricordate quando la Meloni dichiarava che avrebbe firmato “col sangue” (un’espressione molto forte) il fatto che non sarebbe mai ricorso al MES? Lo disse nientemeno che da Vespa (Rai 1).

Anche quella fu una promessa mancata, perché da un po’ di tempo in qua, il governo torna a parlare di “ratifica” nei confronti del Grande Cravattaro.

 E “ratificare” significa caricare un’arma puntata su di noi.

 Il guaio è che Meloni finge pure di tenere il punto, ma è già tutto deciso.

Sinceramente non mi piacciono certe sue frasi ridondanti e ultimative, cui di solito fa seguito un bel mettersi a cuccia e assecondare di fatto, i poteri mondialisti.

Vale anche per la pessima comunicazione sulle accise del carburante che hanno concorso a scaldare i prezzi, cui è seguita una goffa retromarcia.

Lei ha detto più volte che non vorrebbe MAI deludere i suoi elettori?

Benissimo, allora sappia che buona parte dei suoi elettori non vogliono i rifinanziamenti di armi all’Ucraina.

Non vogliono il MES, non vogliono che l’Italia vada a Davos al World Economic Forum, per ascoltare i progetti di veri e propri sociopatici criminali, autori della famigerata Agenda 2030.

E già che siamo in tema, ci piacerebbe tanto sentire una sua buona parola bella chiara, contro la sistematica minaccia sulle vaccinazioni ai neonati e ai lattanti, da parte di alcuni pediatri televisivi.

 Sì, perché si continua a parlare senza nessun pudore di vaccino anti-Covid dai 6 mesi in su.

 Meloni è madre anche lei di una bambina e ciò che non vorrebbe mai per sua figlia deve valere per tutti gli altri bambini.

Qualcuno si accontenta già delle promesse di sovranità alimentare di Francesco Lollobrigida (suo cognato) ministro dell’Agricoltura, adducendo la scusa che con Speranza saremmo già agli insetti sulla nostra mensa.

Ricordo che le chiacchiere stanno a zero fino a che non si traducono in fatti concreti.

 Ve lo ricordate Salvini, che fine ha fatto a suon di chiacchiere e distintivi, e di promesse mancate?

Da percentuali di voto elevatissime, è precipitato in discese in picchiata.

Non vorrei che i nostri politici (al di là degli schieramenti) fossero solo gli imbonitori del Sistema, messi lì apposta per trasformare le nostre proteste e legittime aspettative, in continue estenuanti attese.

In altre parole, attendismo e addomesticamento dei cittadini.

In buona sostanza, quel che rimprovero alla Meloni sono le sue espressioni roboanti e assolutiste, cui fa di solito seguito un bel “macchina indietro” (vedi Mes e WEF di Davos, e pure quel famoso  “blocco navale” del quale parlava quando era all’opposizione, contro le migrazioni che continuano ad arrivare massicce a tutte le ore).

Un po’ più di prudenza anche nel lessico, non guasterebbe.

Ricordo che Draghi era in collegamento diretto via satellitare con Zelenski, e ha costretto il parlamento a stanziare fondi per la guerra, ma che laggiù in Ucraina non ci è andato, il furbastro!

Dai furbi c’è sempre da imparare qualcosa, anche se sono nostri nemici.

 Non vorrei che la Meloni facesse la figura della pollastra in tuta mimetica che va a Kiev, nell’ansia di mostrarsi “di provata fede atlantista”. 

E magari le due parti in guerra, firmassero un bell’armistizio quanto prima.

Un altro consiglio destinato a rimanere lettera morta… Lasci perdere la retorica garibaldina del “qui si fa l’Italia o si muore” (gli Italiani, già muoiono), e si preoccupi invece della salute dei suoi cittadini che non possono più accedere al Servizio Sanitario Nazionale con la solita scusa del Covid, pagando fior di denari per visite private (questo, per chi può farlo).

Dei decessi numerosi e sospetti, dei danni post-vaccinali.

Certo, questi ultimi tre anni da incubo non sono stati colpa sua (insomma… di cose ne ha votate Fratelli d’Italia quando era all’opposizione – nota di conoscenze al confine), ma un buon capo di governo si deve preoccupare anche e soprattutto delle manchevolezze dei governi precedenti, mettendovi concretamente mano quanto prima, allo scopo di rimediarvi.

(Saura Plesio (Nessie)- sauraplesio.blogspot.com/2023/01/sono-suonati-i-primi-100-giorni-del.html)

 

 

 

 

Prandini: “Dai vermi al vino,

basta con questa Europa

ostaggio delle multinazionali”.

 

Ilpuntocoldiretti.it – Redazione – (24 Gennaio 2023) – ci dice:

“La salute non c`entra nulla, qui si parla di soldi, di lobby che imperversano a Bruxelles e di un`Europa che è ostaggio delle multinazionali, altro che di un bicchiere di vino».

 È l’attacco lanciato dal presidente della Coldiretti Ettore Prandini in un’intervista al quotidiano La Verità dove spazia a tutto campo, dal via libera alle etichette allarmistiche sul vino agli attacchi alla zootecnia, dalla strategia “Farm to Fork” a “Big Pharma”, fino agli insetti a tavola.

«I vermi nel piatto - dice il presidente di Coldiretti - sono la manifestazione più evidente che Bruxelles è totalmente fuori sintonia con la gente.

Gli italiani li rifiutano, ma così gran parte degli europei mi interessa però fare chiarezza sul vino.

Per noi significa 14 miliardi di fatturato, di cui oltre la metà all` estero.

Vendiamo circa 3,5 miliardi di vino in Europa e oltre 4 nel resto del mondo, con gli Usa che sono il nostro miglior cliente e dove abbiamo costruito una cultura della qualità, del bere responsabile.

 Siamo il primo produttore mondiale, secondi dietro la Francia per valore dell`export, ma siamo il Paese che ha il più consistente accrescimento del valore della produzione.

Difendere il settore vitivinicolo è difendere l` economia e la cultura italiane. L` Irlanda non produce vino, ma ospita grazie al suo regime fiscale che fa dumping al resto d` Europa le multinazionali del bere che stanno spendendo miliardi in comunicazione e che vogliono erodere quote di mercato.

Per loro è conveniente promuovere bevande che con la chimica magari riproducono anche gli aromi del vino ed è indispensabile togliere dal mercato un concorrente come l` Italia».

 

Una scienziata diventata famosa grazie al Covid, la professoressa Antonella Viola, applaude all` Irlanda, peraltro già imitata dal Canada, e dice che il vino come tutto l` alcol fa malissimo. Chi beve vino ha il cervello piccolo...

«Mi dispiace per la professoressa Viola, ma ci sono migliaia di studi che dicono il contrario.

Magari lei sa tutto sui virus, però dovrebbe ascoltare e studiare la mole gigantesca dei pareri dei nutrizionisti che dicono che un consumo moderato di vino, come peraltro è nella cultura nostra, fa bene.

Il vino è un tratto identitario, è un prodotto culturale che deriva dalla storia della nostra civiltà: dai greci, dai romani.

 Osservo, ma è per far capire che certi giudizi buttati lì magari per fare notizia contrastano con la realtà, che in Italia ci sono migliaia di centenari e tutti dichiarano di aver sempre bevuto vino e di continuare a consumarlo.

Vorrei sapere perché gli stessi allarmi che si lanciano sul vino non li sento per i cibi ultra processati, pieni di sostanze chimiche, di cui si fa fatica a riconoscere gli ingredienti e che l`Europa vuole imporci».

Il Parlamento di Strasburgo aveva però bocciato il documento europeo sul cancro in cui si accennava al vino come rischioso.

 Perché la Commissione ha dato il via libera all` Irlanda per le etichette terroristiche?

«È la prima volta che accade che il Parlamento venga scavalcato e questa Commissione è particolarmente “sensibile” alle istanze dei lobbisti.

 A Bruxelles la pressione delle multinazionali della nutrizione è fortissima.

 Il Parlamento aveva escluso che si potesse equiparare la nocività del fumo, da cui le etichette dissuasive sui pacchetti di sigarette, con il vino, di cui è dimostrato che un consumo moderato è salutare.

 È chiaro che l` abuso va combattuto, ma ogni abuso fa male, anche quello di succo di pomodoro che piace alla professoressa Viola.

Invece la Commissione ha dato il via libera all` Irlanda.

 Come daranno via libera alla carne, al pesce, al latte sintetici.

Perché a Bruxelles comandano i lobbisti delle multinazionali».

Sembra uno scenario da Qatargate ...

«E’ peggio. La corruzione del Qatar incide su dichiarazioni di principio politico, qui si sta giocando con la salute di centinaia di milioni di persone.

La sete di guadagno delle multinazionali della distribuzione e della nutrizione in stretto collegamento con Big Pharma sta condizionando le scelte della Commissione:

i guadagni folli di una ventina di persone condizionano i destini degli europei.

Servirebbe il primato della politica e invece le lobby hanno stretto d` assedio Bruxelles.

Pensiamo al Nutriscore, l` etichetta a semaforo che non è affatto un pericolo scampato.

Hanno solo preso tempo per far calmare le acque, ma le multinazionali che lo sostengono insistono perché gli energy drink, le patatine fritte, gli alimenti Frankenstein prendano il posto dei cibi sani, agricoli, dell` olio extravergine di oliva.

 E la Commissione le “ascolta con attenzione”».

Ci sono dei fatti che lo dimostrano?

«È opportuno che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen vada a rendere omaggio a Bill Gates, che è il primo produttore e sponsor della carne sintetica ed è anche il maggior finanziatore privato dell` Oms?

 L` Organizzazione mondiale della sanità dove Big Pharma ha dimostrato di essere molto ascoltata - e Gates ha interessi anche nel settore dei vaccini - dovrebbe essere un organismo terzo, indipendente.

Ebbene, dall` Oms arrivano allarmi sulla carne rossa - che per fortuna sono stati rintuzzati - e arrivano inviti ai novel food, che sono soltanto prodotti della chimica.

Poi la Commissione dà il via libera alla finta carne e agli insetti importati dal Vietnam, Paese sul quale per quel che riguarda la salubrità alimentare è lecito avere dei dubbi.

Frans Timmermans, olandese che politicamente conta più della Von der Leyen, vicepresidente della Commissione in Olanda le multinazionali prosperano grazie a tasse da paradisi fiscali che dovrebbero essere incompatibili con un `idea di Europa unita - vuole azzerare la zootecnia per fare posto ai bioreattori che il suo Paese ospita insieme alla Danimarca, dove si producono le bistecche sintetiche.

Con la scusa dell`ambiente ci dicono che dobbiamo mangiare gli insetti quando i bioreattori che producono la finta carne, il finto latte, il finto pesce usano enormi quantità di acqua e hanno emissioni record.

La verità è che si vuole togliere dal mercato l` eccellenza agroalimentare, e quella italiana in particolare, per fare posto a questo tipo di alimentazione.

Che ha una sola finalità: omologare il gusto per consentire alle multinazionali di guadagnare indisturbate».

Dunque la zootecnia non ha un impatto ambientale drammatico?

«La zootecnia italiana ha un impatto valutato nel 5% di tutte le emissioni, ma anche quella europea è virtuosa.

In Europa però - lo testimonia il Farm to Fork che incoraggia e finanzia la produzione e il consumo di novel food e di insetti - si è scelta la strada di non produrre per importare da altri Paesi dove spesso gli standard di sicurezza alimentare sono bassissimi.

Questo per non impattare sull` ambiente.

 La scelta giusta sarebbe: investo perché le mie produzioni siano le più sostenibili possibili.

Peraltro il “Farm to Fork” è stato concepito prima della sciagurata invasione dell` Ucraina.

Che ha dimostrato che dobbiamo invece puntare all` autosufficienza alimentare per una doppia sicurezza: economica e alimentare.

 E però l` Europa con la Pac paga le aziende per non produrre.

 A Bruxelles spira un vento ideologico per cui bisogna educare il consumatore, bisogna fargli fare le scelte che la Commissione ritiene giuste».

L` Italia che può fare?

«Quello che sta facendo.

Si è molto ironizzato sul ministero della sovranità alimentare e invece è quello che ci vuole.

Il ministro Francesco Lollobrigida sta tessendo a Bruxelles alleanze significative.

Lo abbiamo visto col Nutriscore.

Anche la premier Giorgia Meloni fa sentire il peso dell` Italia in queste scelte: In Italia bisogna continuare ad affermare, come peraltro sta avvenendo, la centralità dell` agricoltura. Il futuro passa da noi».

I consumatori però non ce la fanno. Non c` è il rischio che il “made in Italy” vada fuori mercato?

«I prezzi alimentari sono aumentati meno del resto.

A pesare sulla spesa sono i prodotti per la casa, per l` igiene.

Sul caro vita incidono le bollette, i trasporti, l` elettronica.

È evidente che dobbiamo riunire tutta la filiera, dal campo alla trasformazione alla distribuzione, per cercare di contenere i prezzi.

Ma si deve dire ai consumatori che per troppo tempo il cibo è stato considerato non un valore, si pagava troppo poco.

E ci si è abituati a sprecare con impatti negativi sull` ambiente e sull` economia. Bisogna per prima cosa lottare contro lo spreco alimentare.

 Poi va sostenuto il potere di acquisto.

Ma bisogna restituire al cibo il valore che ha, e nel paniere della famiglia spostare le opzioni di acquisto sulla qualità alimentare.

 Altrimenti quei soldi si spenderanno sulla sanità.

Un centesimo di aumento nel cibo di qualità è un euro risparmiato negli ospedali. Bisognerebbe pensarci quando si fanno allarmi a vuoto e invece si tollera l` invasione della chimica a tavola».

 

 

A un anno dal Covid 19 in ostaggio

delle multinazionali farmaceutiche.

Ilmanifesto.it - Nicoletta Dentico – (26-1-2021) – ci dice:

 

SANITÀ. La Commissione Ue avvii la deroga ai diritti di proprietà intellettuale come da Wto, lo chiedono India e Sudafrica: liberare la conoscenza scientifica prodotta con fondi pubblici.

Un vaccino Nuovo!

L’euforia intorno ai vaccini e la campagna di comunicazione attivata dai governi alla fine del 2020, con l’annuncio che il loro avvento avrebbe segnato l’inizio della fine della pandemia, hanno destato nella comunità scientifica qualche perplessità, per le aspettative indotte.

 Certo, il fatto che due vaccini – Pfizer/Biontech e Moderna – siano stati scoperti e messi in produzione con una tempistica senza precedenti, 10 mesi invece dei consueti 10-12 anni, e con un’efficacia iniziale mozzafiato, oltre il 90%, è un vero miracolo della medicina.

 Ed è una gran bella notizia il fatto che altri vaccini siano in fase avanzata di studio clinico, in più parti del mondo.

Una mobilitazione scientifica così focalizzata contro lo stesso virus non si era mai vista.

Ma lo scenario resta denso di insidie, e non solo per le incognite sulla evoluzione del virus.

TANTO PER COMINCIARE, l’arrivo dei vaccini inaugura la fine dell’inizio della pandemia nel migliore dei casi.

L’altalena di notizie sui ritardi nelle consegne dei vaccini proiettano il chiaroscuro di un brusco risveglio, il primo bagno di realtà dopo lo stordimento della propaganda natalizia.

 Sia chiaro: introdurre in pochi mesi una produzione su larga scala per contrastare a regime di emergenza una pandemia non è uno scherzo.

Non è mai accaduto prima.

 Non deve sorprendere quindi se un terzo dei 27 Paesi europei hanno registrato forniture insufficienti dei prodotti e 6 governi (Svezia, Danimarca, Finlandia, Lituania, Latvia, Estonia) hanno scritto a Pzifer/Biontech per chiedere «stabilità e trasparenza nella tempestiva consegna dei vaccini».

Tener testa alla domanda è una sfida che non contempla ambiguità da parte dell’industria, né tanto meno false promesse.

I ritardi sulle tabelle di marcia concordate non solo impattano sulle pianificazioni vaccinali per la somministrazione della seconda dose, ma rischiano di minare l’efficacia complessiva del piano vaccinale.

 Il tiro alla fune tra governi e imprese rammenta brandelli di storia già vissuti venti anni fa con la pandemia dell’HIV/Aids.

Non possiamo ripetere quella sceneggiatura sui vaccini pandemici.

ANCHE PERCHÉ, questa volta, il finanziamento pubblico ha agito da leva di una rotta scientifica senza precedenti.

Insieme alle nuove tecnologie, i fondi dei governi hanno rivoluzionato la ricerca clinica, favorendone l’estrema accelerazione.

Il recente rapporto della fondazione kENUP rivela che in 11 mesi di attività su SARS-CoV-2 il pubblico ha investito 93 miliardi di dollari, il 95% dei quali destinati ai vaccini – 86,5 miliardi – e il 5% ai farmaci e diagnostici.

 L’iniezione proviene dai paesi industrializzati: il 32% dagli Stati uniti (Operazione WARP Speed), il 24% dalla Commissione Europea, il 13% dal Giappone e dalla Corea del Sud.

La fetta finanziaria più consistente è andata alle piccole e medie imprese e il 18% ai grandi produttori farmaceutici.

 Le biotech hanno avuto un ruolo determinante contro Covid19.

Aziende sconosciute come l’americana Moderna o le tedesche CureVac e BionNThec, specializzate nella tecnologia dell’Rna messaggero, sono le protagoniste assolute di questa storia di innovazione, con esiti stratosferici sul mercato finanziario:

a metà agosto, CureVac ha visto svettare i titoli del 249,4% in 24 ore, del 400% in due giorni. Per la felicità della Fondazione Bill & Melinda Gates, uno dei principali investitori.

NELLA FRENESIA della gara all’accaparramento, i governi occidentali hanno operato nel solco di un incomprensibile” laissez faire “nei confronti delle industrie, a cui pure erogavano montagne di denaro.

Non hanno negoziato le limitazioni commerciali e le flessibilità di tempo e prezzo del regime pandemico.

Non hanno posto clausole di trasparenza – gli accordi sono segreti – né hanno fissato ex ante le condizioni di accesso al vaccino secondo criteri di salute pubblica, con uno sguardo rivolto oltre i paesi occidentali.

Il vaccino non esiste in isolamento: serve una adeguata strategia di vaccinazione, condizioni di adattamento ai diversi contesti.

Chi e quando immunizzare, e in quale ordine di priorità (se la disponibilità del vaccino è limitata), sono decisioni da prendere sulla scorta di informazioni epidemiologiche e sulle proprietà del vaccino suscettibili di modifiche a seconda della evoluzione della malattia e della eventuale presenza di altri vaccini, in una dinamica e mai scontata analisi dei rischi e benefici.

Eppure, con Covid19, questi obiettivi di salute pubblica rischiano di perdersi nella scomposta pratica degli accordi bilaterali – 44, secondo l’Oms, di cui 12 stipulati solo nel 2021 – con le aziende per avere dosi aggiuntive ad hoc.

 

COVID19 IMPONE un profondo ripensamento, una nuova cultura sanitaria in chiave europea.

 Ora che siamo in tempo di pandemia, occorre subito che la Commissione sostenga la deroga ai diritti di proprietà intellettuale, come previsto dal trattato costitutivo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e come richiesto da India e Sudafrica: liberare la conoscenza scientifica prodotta con fondi pubblici e favorire il protagonismo di nuovi soggetti nella lotta a Covid19 è un’esigenza reale, per sconfiggere il virus.

All’Europa inoltre serve predisporre quanto prima una ricerca e produzione pubblica di prodotti farmaceutici e medicali essenziali, per emanciparla dalla logica individualistica dei singoli stati membri nella gestione delle prossime pandemie, già all’orizzonte.

Un’altra ricerca farmaceutica è possibile.

 Dopo Covid19, indispensabile.

 

 

 

Come (e perché) la Polonia “tiene in ostaggio”

la tassa globale sulle multinazionali.

Europa.today.it – Redazione Bruxelles – (25-5-2022) – ci dice:

 

Secondo alcune fonti Ue, Varsavia sta usando il potere di veto per costringere la Commissione europea a dare ok al suo “Pnrr”.

Il potere di veto in capo ai governi Ue per le scelte di politica fiscale continua ad essere usato come arma politica per ottenere vantaggi su altri dossier.

 Lo stallo che ha caratterizzato le ultime riunioni del Consiglio Ecofin, l’assemblea tra i ministri dell’Economia e delle finanze dell’Ue, riguarda l’accordo sulla tassazione minima globale delle società multinazionali.

Un tema che in teoria vedrebbe tutta l’Ue d’accordo nel contrasto alle aziende che sfruttano gli escamotage, oggi consentiti dai sistemi tributari, per pagare molte meno tasse di quelle che dovrebbero versare.

Eppure il governo polacco sta bloccando la decisione attesa da mesi.

Secondo alcune fonti Ue citate dalla stampa internazionale, Varsavia starebbe tenendo in ostaggio le nuove regole sulla tassazione societaria per costringere la Commissione europea a dare l’atteso ok al Pnrr polacco, e dunque il via libera ai fondi del Next Generation EU.

Peccato che Varsavia non abbia rispettato gli impegni presi in sede Ue sullo Stato di diritto, ad esempio sulla promessa di rimozione della camera disciplinare per i magistrati ritenuta illegittima dalla Corte di giustizia dell’Ue.

Questo spiegherebbe il veto, ribadito anche nella riunione di ieri tra i ministri dell’Economia.

 L’obiettivo era quello di dare l’ok finale alla direttiva proposta dalla Commissione per recepire nel diritto Ue la riforma delle norme sulla tassazione internazionale delle società concordata a livello Ocse e G20 sull'erosione della base fiscale e il trasferimento degli utili.

L’accordo internazionale approvato da 137 Paesi prevede infatti la fissazione di un'aliquota minima al 15% da applicare a tutte le grandi multinazionali ovunque si trovi la loro sede fiscale.

Varsavia per il momento ha detto no alla proposta sostenendo che andrebbe integrata con il cosiddetto ‘primo pilastro’ dell’intesa globale sulla tassazione minima, volto a redistribuire le basi imponibili tra gli Stati in modo da assicurare una più equa ripartizione del gettito proveniente dalle grandi aziende.

“A nostro modo di vedere, non c'è legame tra il primo e il secondo pilastro”, ha detto dopo la riunione il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner.

“Mi auguro che un Paese in particolare dell'Unione europea”, ovvero la Polonia, “cambi presto opinione”, ha aggiunto il ministro auspicando che alla prossima riunione non si riproponga il veto di Varsavia.

 

 

Ecco la “trappola dei pesticidi”:

i contadini ostaggio dei colossi.

Investigate-europe.eu – (30 Giugno 2022) -  Maria Maggiore e Lorenzo Buzzoni – ci dicono:

 

FITOFARMACI I big del settore hanno continui incontri con la Commissione Ue, la sola Bayer spende 4,2 mln l’anno in lobbying: e così si continuano a coltivare semi ‘costruiti’ in coppia coi diserbanti.

Pesticidi.

L'Europa è bloccata in una relazione tossica: per anni gli agricoltori hanno fatto affidamento su agenti chimici per produrre il cibo che nutre l'intero continente.

 I pericoli dei pesticidi sono noti, eppure se ne continua a fare un utilizzo sfrenato.

Riuscirà l'Europa ad affrontare il silenzioso problema dei pesticidi nel mezzo di una crisi della biodiversità?

Dieter Helm coltiva 750 ettari di terreno, insieme ai figli, nella regione di Prignitz, a nord-ovest di Berlino.

Quando parla dei campi, parla anche di ecologia:

“Il suolo è un organismo vivente, bisogna prendersene cura, è il nostro sostentamento”.

 Il figlio Holger mostra con orgoglio la striscia fiorita appositamente piantata ai margini di un enorme campo di grano.

Api, farfalle e sirfidi torneranno a vivere lì insieme a uccelli di campagna, allodole, cardellini, pernici.

Ma per lottare contro erbacce, infestazioni fungine e insetti, gli Helm usano pesticidi.

Prima della semina applicano il glifosato, un veleno che uccide qualunque foglia al suo passaggio.

 In seguito spruzzano degli accorciatori di steli per evitare che il grano, riccamente fertilizzato e in rapida crescita, cada.

Seguono i fungicidi contro la “ruggine”.

Dieter sa che “sono sostanze altamente tossiche”, ma non può farne a meno “se dobbiamo produrre gli stessi rendimenti”.

Nell’Estremadura spagnola, Il defonso Cabaníllas Corchado è disperato per la dipendenza dai prodotti chimici:

 “Coi pesticidi, gli affari peggiorano di anno in anno.

Prima, con due o tre prodotti avevamo tutto sotto controllo, mentre ora dobbiamo fare varie combinazioni di pesticidi, il che rende tutto più costoso.

È come se i parassiti avessero già uno scudo”.

Dipendenza, rischi di produttività, margini all’osso:

sono le paure degli agricoltori, che affrontano prezzi di energia e fertilizzanti schizzati alle stelle da un anno e mezzo e ora saliti anche per la guerra in Ucraina.

L’uso dei pesticidi chimici in agricoltura è controverso da molti decenni, da quando nel 1962 uscì il primo libro sul Ddt, Primavera silenziosa dell’americana Rachel Carlson.

Da allora sono i convitati di pietra al banchetto dell’agricoltura europea.

 Alcune sentenze in Italia e Francia hanno stabilito un nesso diretto tra l’esposizione costante ad alcuni pesticidi e malattie come il Morbo di Parkinson.

 Le leggi attuali dell’Ue obbligano a usarli solo come “ultima risorsa” e a far un uso intelligente di pratiche naturali.

 Ma di fatto, l’abitudine, la mancanza di adeguate conoscenze dei contadini, il peso di una lobby potentissima, il bisogno di anticipare le previsioni di guadagno, rendono qualunque cambiamento quasi impossibile.

L’Ong “Food watch” sta per pubblicare uno studio proprio dal titolo “Lock-In pesticidi” in cui spiega che l’uso prolungato dei fitofarmaci “ha reso fragili i sistemi di produzione agricola, creando una dipendenza auto-rinforzata dai pesticidi, che ha portato a un ‘blocco’ (lock-in) da cui non sembra possibile uscire”.

Il problema è che oltre la salute umana, è a rischio anche e soprattutto la salute del suolo e la scomparsa degli insetti, come le api, che servono anche ad assicurare l’impollinazione del 75% delle colture europee.

 Secondo la Commissione Ue, il 70% delle terre in Europa è “in condizioni malsane”, l’Agenzia europea per l’Ambiente scrive:

 “Se continuiamo a utilizzare il suolo come facciamo oggi, ridurremo anche la capacità della terra di produrre una quantità sufficiente di mangimi e cibo adatto al consumo umano”.

 Coi pesticidi la terra diventa sterile e “tra 10-15 anni rischiamo di avere una crisi alimentare in Europa – ha detto il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, a Investigate Europe – non per la guerra in Ucraina”.

Secondo i dati di “Food watc”h, i cittadini europei buttano via 80 milioni di tonnellate di cibo ogni anno, senza contare le colture che non vengono raccolte per i prezzi bassi, arrivando a 110 milioni di tonnellate.

Cibo neanche tutto destinato al consumo umano diretto:

 l’82% delle calorie necessarie all’uomo è prodotto solo dal 23% della terra agricola disponibile; il restante 77% dei terreni è utilizzato per produrre mangimi.

La rotta di un’agricoltura intensiva e industriale andrebbe invertita subito, invece il richiamo a una produzione più sostenibile trova il muro dell’agroindustria.

In gennaio ha aperto le danze uno studio dell’Università di Wageningen, finanziato da “CropLife”, lobby delle aziende produttrici di pesticidi:

 la riduzione dell’uso di pesticidi in Europa, si legge nello studio, “comporterà una diminuzione della produzione in media del 10-20%” con relativo aumento delle importazioni e calo delle esportazioni.

La strategia europea.

Bruxelles vorrebbe tagliare la chimica del 50% in 8 anni.

 Il problema: importeremo di più da Paesi senza vincoli .

“CropLife” è finanziata dalle 4 industrie leader del settore pesticidi: due sono tedesche – la Bayer e BASF; Syngenta con sede in Svizzera ma di proprietà della cinese ChemChina e Corteva, fondata dalle due americane Dow e DuPont.

Controllano da sole due-terzi del mercato mondiale dei pesticidi, un business da 53 miliardi di dollari.

Dal 2019 hanno avuto 69 incontri, due al mese, con Commissari europei e loro gabinetti.

Ma sarebbero molti di più, se esistesse anche un registro degli incontri coi funzionari.

La tedesca Bayer da sola spende a Bruxelles il budget più alto: oltre 4,25 milioni di euro all’anno.

Solo Google, Facebook e Microsoft spendono di più per la lobby.

La nuova proposta di regolamento della Commissione di diminuire l’uso di pesticidi del 50% entro il 2030, spaventa l’industria, ma neanche tanto: se infatti un pesticida chimico è vietato nell’Ue, può comunque essere esportato.

Quindi i veleni vietati nell’Ue possono andare nei Paesi in cui sono ancora consentiti e poi tornare da noi come prodotti importati.

Ecco perché la Francia ha chiesto all’Ue, prima di qualunque riforma interna, regole simili per i prodotti importati.

Le multinazionali della chimica controllano tutta la catena agricola:

 forniscono ai contadini i pochi semi che resistono ai loro erbicidi velenosi, poi i loro consulenti vanno nelle fattorie a spiegare come e quando usarli.

 Un circolo vizioso, una gabbia.

“La formazione dei contadini è un grosso problema”, dice Paolo Di Stefano, capo dell’ufficio europeo di Coldiretti:

“Gli agricoltori devono essere accompagnati per modificare l’impostazione della lotta alle fitopatie.

Bisogna investire massicciamente nella loro formazione, permettendo alle organizzazioni come Coldiretti di trasmettere le buone informazioni, togliendo spazio alle multinazionali private”.

C’è ancora molto lavoro, perché le più grandi compagnie che producono semi oggi nel mondo – Bayer (ex Monsanto), Dupont Pioneer, e Syngenta, 53% del mercato globale – sono anche leader nella produzione di pesticidi.

 Esiste pertanto un intreccio indissolubile fra chi produce semi e chi produce le sostanze contro le erbe indesiderate o gli insetti: si pensi all’erbicida “Roundup” di Monsanto e ai semi “Roundup Ready”, “costruiti” per la resistenza a questo prodotto.

“Perché l’uscita dalla trappola dei pesticidi sia economicamente vantaggiosa per gli agricoltori, l’abbandono va sussidiato”, dice Matthias Wolfschmidt, direttore strategico di Foodwatch:

“Nella coltivazione dei cereali si può fare immediatamente”.

Poi si potrebbe seguire il modello danese, che ha appena introdotto una tassa sulle sostanze più dannose: se inquini, paghi.

La nuova proposta di Bruxelles.

L’esecutivo europeo ha presentato il 22 giugno una nuova proposta di Regolamento per ridurre di almeno il 50% l’uso dei pesticidi in Europa entro il 2030.

 Per la prima volta si chiedono obiettivi nazionali obbligatori e s’incoraggia l’uso di pratiche alternative in agricoltura.

Una proposta che deve però ancora passare al vaglio dei governi e dell’Europarlamento:

almeno 15 Paesi membri hanno già avanzato alla Commissione i propri dubbi.

Ad oggi, però, il bilancio Ue non impone “condizioni” per cambiare l’agricoltura.

L’Europa distribuisce ancora un terzo del suo budget al settore, 55 miliardi all’anno, e chiede grandi impegni verso un’agricoltura sostenibile per la terra e meno impattante sul clima.

Ma se gli agricoltori non invertono rotta, che succede?

“Niente – spiega Damiano di Simine, della coalizione Cambiamo Agricoltura – i contadini prendono il sussidio europeo anche se non perseguono gli obiettivi richiesti, né ci sono premi per chi invece prova a cambiare.

 E intanto l’80% dei fondi agricoli per l’Italia va ancora al 20% di grandi aziende agricole, in gran parte nella Pianura Padana”.

 

 

 

Boom di Dimissioni dal Lavoro:

1,6 milioni in 9 Mesi!

 

Conoscenzealconfine.it – (25 Gennaio 2023) - Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Negli Stati Uniti è ormai noto come “Great resignation”, le grandi dimissioni.

In Italia non è della stessa portata ma di certo, dopo la pandemia, il fenomeno delle dimissioni dal lavoro si fa sempre più spazio.

 Continua così ad aumentare il numero di coloro che decidono di lasciare il posto.

Per scelta o per necessità, per guardare avanti rispetto alla propria occupazione e carriera o per far meglio conciliare le esigenze della famiglia.

I motivi possono essere vari, ma di fatto la tendenza osservata a partire da due anni a questa parte si conferma con numeri in salita.

Sono oltre 1,6 milioni, infatti, le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022, il 22% in più rispetto allo stesso periodo del 2021 quando ne erano state registrate più di 1,3 milioni”. (Fonte: Ansa)

Se c’è un boom di dimissioni dal lavoro è evidente che molti di quei lavori non sono ben pagati e non garantiscono condizioni dignitose minime ai lavoratori. I sindacati confederali denunciano un fenomeno che loro stessi hanno contribuito a creare assieme al capitale speculativo finanziario:

 la distruzione del lavoro per come lo si conosceva.

Un semplice impiegato statale degli anni ’60 e ’70 era in grado di mantenere una famiglia da solo e di mandare i figli all’università.

Oggi con gli stessi parametri un lavoratore fa fatica a mantenere sé stesso.

Neoliberismo vuol dire fine della indipendenza e dignità che dava il lavoro sostituta da una condizione di neo vassallaggio alle dipendenze del capitale.

C’è poi un altro aspetto, oltre quello economico.

Quante di queste dimissioni poi dipendono dal peggioramento delle condizioni di salute dei lavoratori vaccinati?

È la bomba socio-sanitaria di cui ormai parliamo da un anno… e ha già iniziato a detonare.

(Cesare Sacchetti - ansa.it/sito/notizie/economia/2023/01/22/lavoro-in-9-mesi-oltre-un-milione-e-mezzo-di-dimissioni-_53e34320-634f-4e8c-9705-8c941e1bd9b5.html)

 

 

 

 

Il latte è ostaggio delle multinazionali.

Terraoggi.it – (10 agosto 2020) – Redazione – ci dice:

 

Gli allevatori italiani hanno ricevuto notifiche di fattura per il mese di luglio in cui è stato comunicato unilateralmente il taglio dei compensi per il latte alla stalla.

Il prezzo alla stalla si è ridotto a 34,5 centesimi al litro, con la minaccia di interrompere il ritiro del latte in caso di mancata accettazione.

È quanto denuncia il vicepresidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che si tratta di un comportamento inqualificabile considerando che è aperto il tavolo di confronto voluto dal ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina per una intesa nella filiera del latte, con l’impegno a non prendere iniziative in grado di far naufragare il lavoro fin qui svolto.

Il Made in Italy alimentare nel settore lattiero caseario – sottolinea la Coldiretti – è dominato da una multinazionale straniera che impone unilateralmente agli allevatori le proprie condizioni, beffa le Istituzioni nazionali a tutela della concorrenza e minaccia la qualità della produzione Made in Italy.

In questa ottica si pone il sollecito formulato all’Unione Europea per rimuovere il divieto dell’uso del latte in polvere nei formaggi, danneggiando i consumatori italiani atteso che il latte nel nostro Paese ha i prezzi al consumo più alti in Europa.

Ciò a fronte di una riduzione del prezzo riconosciuto agli allevatori.

 Si arriva al paradosso che gli italiani pagano un prezzo molto elevato per i formaggi e il latte fresco mentre agli allevatori si riduce la remunerazione senza tener conto della qualità del latte italiano.

La vera e unica indicizzazione di cui il comparto zootecnico del nostro Paese ha bisogno – afferma la Coldiretti – è quella di legare il prezzo del latte alla stalla italiana a quello del latte e dei formaggi che i consumatori acquistano nei negozi o nei supermercati.

Occorre intervenire – sostiene la Coldiretti – per ripristinare le regole di trasparenza sul mercato di fronte ad un vero e proprio attentato alla sovranità nazionale che non sarebbe certo tollerato in altri Paesi dell’Unione Europea come la Francia.

Siamo di fronte – continua la Coldiretti – alla violazione del più elementare dei diritti:

poiché il latte deve essere raccolto ogni giorno per non farlo deperire, si sfrutta tale circostanza per abbassare unilateralmente il prezzo, senza nessuna possibilità di giungere ad una libera contrattazione.

La Coldiretti intende attivare le opportune azioni legali a tutela degli interessi degli allevatori per assicurare l’attuazione della legge 91 del luglio 2015.

Tale legge in esecuzione dei principi comunitari, impone che il prezzo del latte da riconoscere agli allevatori debba commisurarsi ai costi medi di produzione.

 

Quando gli animali sono ostaggio

della politica, il caso di cinghiali e lupi.

Lifegate.it - Brunella Paciello – (20 gennaio 2023) – ci dice:

 

Un recente emendamento propone la caccia indiscriminata ai cinghiali per limitarne il numero.

I cinghiali vagolano per le strade di Roma.

E la politica non fa altro che minacciarne l’uccisione.

Intanto anche i lupi in Svezia rischiano grosso.

I cinghiali sono ormai una sgradita presenza sul suolo italiano e Roma non è immune dalla loro invasione che si fa sempre più massiccia.

Le decisioni politiche pesano molto sulla situazione e non sembrano far intravedere uno spiraglio nella gestione in Italia.

Nel frattempo anche in Svezia si cerca di diminuire il numero dei lupi contravvenendo alle direttive europee in materia di animali selvatici.

I cinghiali hanno invaso Roma.

 Incuranti di emendamenti e prese di posizioni di politici ed esperti nei giorni scorsi persino la splendida Villa Pamphili è stata chiusa perché alcuni ungulati vagavano indisturbati fra alberi e cespugli.

E come se non bastasse poco tempo prima un uomo su uno scooter era finito in coma per un incontro ravvicinato con un cinghiale.

Una situazione da allarme rosso che sta mettendo a dura prova i nervi dei cittadini della Capitale, ma che poteva essere sia prevista che arginata se si fossero presi provvedimenti adeguati in tempo.

Ma l’aumento esponenziale degli animali selvatici, lupi in testa, sembra preoccupare anche la civilissima Svezia che prevede – sempre se riuscirà a ottenere le delibere necessarie – di limitare il numero di questi predatori che, secondo le autorità svedesi, sono ormai troppi sul suolo nazionale.

 Che sta succedendo?

Abbiamo chiesto l’aiuto degli esperti per tentare di tracciare delle linee guida che possano aiutarci a capire.

I cinghiali sono ormai numerosissimi in Italia.

Cinghiali a Roma e in tutta la penisola.

Recentemente il governo ha introdotto con la legge finanziaria un emendamento che autorizza il contenimento delle specie ritenute “pericolose” per agricoltura, circolazione stradale e incolumità pubblica.

Questo tipo di controllo viene considerato come un’attività non coincidente con la pratica venatoria e quindi si è deciso di considerarla possibile anche nelle aree urbane, in quelle protette e senza particolari limitazioni, premesso che queste attività di contenimento debbano sempre essere eseguite da persone munite di licenza di caccia e operino sotto il controllo dei carabinieri forestali.

Sul provvedimento si attende per ora il parere del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, visto anche che buona parte delle direttive, secondo esperti e associazioni animaliste, sono da considerarsi illegittime.

“Il provvedimento è pessimo, sia per modalità che per una visione inaccettabile che vede, come unica risoluzione delle problematiche relative alla fauna, l’abbattimento.

E tutto ciò senza preoccuparsi minimamente di valutare soluzioni diverse eticamente e scientificamente più corrette”, delucida in proposito Ermanno Giudici, scrittore e blogger.

“C’è da dire – prosegue – che l’emendamento in questione sottrae il personale, già scarso, ai carabinieri forestali, investiti di questo ulteriore compito che si può leggere come volontà di ridurre le loro capacità operative nel contrastare i reati in materia di ambiente e biodiversità.

Sostenere però che questa norma abbia autorizzato un incontrollato far west urbano, culminato con l’episodio di un cacciatore che ha sparato da una finestra a un cinghiale colpendo invece un’autovettura, è un falso che né la politica, né i mezzi d’informazione dovrebbero cavalcare. In questo modo si crea soltanto disinformazione e si contribuisce a diffondere la notizia errata che chiunque possa fare abbattimenti, senza regole”.

Purtroppo alla base del problema dei cinghiali in aree urbane sta in primo luogo il degrado sempre più evidente delle aree metropolitane invase da rifiuti di ogni genere e cassonetti che non vengono svuotati regolarmente.

Tutto ciò induce i selvatici – cinghiali e volpi in testa – a invadere man mano il territorio per procurarsi cibo facile e alla portata del branco.

A questo proposito è netta la posizione delle associazioni animaliste come avverte un comunicato stampa dell’Oipa, l’Organizzazione internazionale protezione animale:

“La caccia e la politica di selezione non sono la soluzione al problema della proliferazione dei cinghiali, ma ne sono la causa.

Tutto ciò viene attestato da etologi, zoologi e naturalisti.

 La presenza dei cinghiali in città è dovuta soprattutto a una scorretta raccolta dei rifiuti.

Inoltre, ancor più a monte, vi è la politica dei ripopolamenti degli anni passati.

È bene sapere che gli ungulati che popolano oggi l’Italia, più grandi e prolifici degli autoctoni, sono stati introdotti dai paesi dell’Europa orientale a uso e consumo dei cacciatori, cui ora si ricorre per risolvere un problema che loro stessi hanno determinato”.

E a proposito dell’invasione dei cinghiali a Villa Pamphili,

Alessandro Piacenza, responsabile fauna selvatica dell’associazione animalista, aggiunge come sia necessaria, insieme a una politica di pulizia metropolitana e a una corretta raccolta dei rifiuti, un uso corretto dei dissuasori – dalla sterilizzazione chimica alla cattura mirata – già allo studio del ministero della Salute.

L’Oipa chiede poi che i cinghiali catturati vengano destinati a strutture specifiche e non abbattuti rispettando, in questo modo, l’articolo 9 della Costituzione che tutela anche gli animali.

 

Chi di natura offende, di natura perisce, verrebbe da dire.

Il fenomeno degli animali selvatici sempre più confidenti nei confronti dell’essere umano ha tante cause e diversi aspetti.

Tutti hanno però alla base l’incapacità umana di comprendere la natura e rapportarsi nei suoi confronti.

 La decimazione di cinghiali, lupi e orsi provoca, infatti, anche un complesso fenomeno naturale.

 Le femmine, se private del maschio alfa, tendono ad accoppiarsi con i soggetti restanti sovvertendo e incrementando il ritmo naturale dei calori, con il solo scopo di generare nuovi soggetti che ripopolino il branco.

 E il fenomeno ha quindi il risultato di aumentare il numero dei selvatici con un effetto paradossale e incontrollabile.

I lupi e la Svezia, un problema politico.

La recente presa di posizione svedese che prevede l’abbattimento di 75 lupi su una popolazione stimata di 460 esemplari ha sollevato non poche polemiche.

 E già il braccio di ferro con l’Unione europea si preannuncia lungo e complicato.

La popolazione di questi predatori, in Svezia e nella vicina Norvegia, era stata quasi estinta intorno al 1970 come ha dimostrato uno studio realizzato dalla Ntnu, l’Università norvegese di scienza e tecnologia e da quella di Copenaghen.

Rimarca Ermanno Giudici:

I lupi attualmente presenti nel territorio risultano essere provenienti dalla vicina Finlandia da dove sono giunti andando a occupare le nicchie ecologiche lasciate libere a causa dell’uomo che si è progressivamente spostato in aree metropolitane.

Gli attacchi al grande predatore, però, non arrivano solo dal Nordeuropa, ma anche dalla Svizzera, che ha da poco compiuto il tentativo, fallito, di far modificare lo status del lupo riconosciuto dalla Convenzione di Berna, da specie “strettamente protetta” a “protetta”.

In questo modo sarebbe stato possibile per la confederazione elvetica attuare ulteriori misure di sfoltimento dei branchi, in un paese dove i conflitti fra predatori e allevatori sono abbastanza frequenti”.

 

Ma mentre il mondo scientifico continua a lanciare allarmi, raccomandando la necessità di mettere in atto ogni azione possibile per la conservazione della biodiversità, unica via per mantenere l’ambiente in equilibrio, la politica, in Svezia come in Italia, sembra più interessata a seguire il parere di alcuni gruppi elettorali piuttosto che quello della scienza. E cerca di mantenere costante la direttiva del dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte.

Sostanzialmente identico il parere del biologo Mauro Belardi, esperto di sostenibilità ambientale e presidente della cooperativa Eliante:

“La Svezia è membro UE dunque ogni deroga al divieto di abbattimento deve rispettare l’articolo 16 della direttiva Habitat che informa che le uccisioni devono essere motivate e limitate, possono essere richiesti solo se esiste il buono stato di conservazione della specie, devono essere prima state tentate soluzioni alternative, ecc.

Inoltre c’è da dire che la densità di lupi in Svezia è molto bassa rispetto alla media europea.

Da questo derivano le polemiche, in quanto il provvedimento svedese palesemente non rispetta la direttiva”.

Se ne accorgeranno i politici europei o preferiranno accontentare frange di contribuenti – allevatori, cacciatori, agricoltori – in grado di sostenere l’attività politica?

Non è facile dare una risposta allo stato attuale delle cose.

I prossimi mesi e anni saranno fondamentali per cercare di capire se le attività umana potranno coesistere in armonia con le leggi naturali o se, ancora una volta, si assisterà alla prevaricazione e al tentativo di annientamento dei più deboli.

 In questo caso gli animali, appunto.

 

 

 

 

Fermiamo le grandi aziende

dei combustibili fossili che

stanno facendo causa al governo!

Act.wemove.eu – (5-5-2022) – Redazione – ci dice:

 

Ai governi e parlamenti europei e alle istituzioni europee, Ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti e Roberto Cingolani Ministro della Transizione Ecologica.

PETIZIONE.

Facciamo in modo che i paesi europei si ritirino dall’”Energy Charter Treaty” e blocchiamo la sua espansione a scapito di altri paesi!

Il trattato consente alle corporazioni di carbone, petrolio e gas di ostacolare la transizione a un sistema basato sull’energia pulita.

Disarmiamo subito le industrie dei combustibili fossili per impedire loro di bloccare ulteriori misure urgenti a favore del clima!

Perché è importante?

Aggiornamento del 5 maggio 2022:

Stiamo pagando delle multe enormi alle multinazionali dei combustibili fossili.

 I cittadini europei potrebbero dover pagare oltre 7 miliardi di Euro alle aziende di petrolio, gas e carbone per le loro misure a favore del clima.

L'azienda del settore di gas e petrolio, Rockhopper, chiede 260 milioni di Euro agli italiani per aver vietato nuovi giacimenti petroliferi lungo la loro costa.

Ascent chiede 120 milioni ai contribuenti sloveni per aver dato priorità all'ambiente anziché; al fracking del gas.

Vattenfall ha portato in tribunale i cittadini tedeschi chiedendo 4,3 miliardi di Euro in seguito alla decisione di abbandonare il nucleare.

E i cittadini olandesi dovranno pagare 2,4 miliardi di Euro a RWE e Uniper per aver deciso di abbandonare il carbone!

 

 

Il tempo a nostra disposizione per evitare la catastrofe climatica sta per finire.

Ma le aziende dei combustibili fossili tengono in ostaggio i nostri governi, minacciando di portarli in tribunale per estorcere loro il pagamento delle multe. Stanno bloccando i nostri governi dal prendere le decisioni fondamentali per salvare il clima.

Questo pericoloso trattato sui combustibili fossili, ufficialmente chiamato "Energy Charter Treaty" più che mai obsoleto, e risale a un periodo in cui i governi negavano i rischi sul clima.

 Eppure, le aziende dei combustibili fossili vi si aggrappano per salvare i loro sporchi profitti.

Ma salvare i profitti significa portare in tribunale i governi che osano mettere al primo posto le persone e il pianeta.

 E se le aziende vinceranno, i governi dovranno pagare loro i risarcimenti con i nostri soldi pubblici.

 Soldi pubblici che potrebbero essere usati per investimenti ecologici, istruzione e sanità, anziché continuare ad arricchire le tasche dei principali responsabili dell’inquinamento globale.

Noi stiamo guadagnando terreno nei loro confronti.

L’Italia ha già ritirato la sua sottoscrizione a questo pericoloso trattato, gli europarlamentari sostengono il nostro appello, e ora tocca ai paesi membri scegliere da che parte stare.

Ma affinché ciò avvenga, i ministri per l’energia devono leggere i nostri messaggi in cui spieghiamo perché la questione ci sta a cuore.

 

 

Sovranità alimentare:

cos’è e cosa significa la nuova

denominazione del Ministero dell’Agricoltura.

Agrifood.tech – (22 ottobre 2022) - Maria Teresa Della Mura – ci dice:

 

La nascita del nuovo ministero dell'Agricoltura e della Sovranità alimentare ha sollevato molte curiosità e altrettanti interrogativi.

Ma cosa è davvero la sovranità alimentare e dove affonda le sue radici?

La prima voce chiara, dopo la ridda di commenti relativi alla ridenominazione del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, è arrivata da Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia che, in una nota ufficiale, cerca di spazzare via ogni dubbio.

Scegliere la definizione di Sovranità Alimentare non significa parlare di autarchia o di una qualche forma di nazionalismo applicata alle politiche agricole e alimentari. Parlare di sovranità alimentare significa garantire il “diritto dei popoli a determinare le proprie politiche alimentari senza costrizioni esterne legate a interessi privati e specifici.

È un concetto ampio e complesso che sancisce l’importanza della connessione tra territori, comunità e cibo, e pone la questione dell’uso delle risorse in un’ottica di bene comune, in antitesi a un utilizzo scellerato per il profitto di alcuni”.

Nelle stesse ore in cui veniva rilasciata questa nota, anche Carlo Petrini, che di Slow Food è il fondatore, dalle colonne del Corriere della Sera arriva a dichiarare: [La sovranità alimentare ndr]

“È la stella polare per affrontare la rigenerazione dell’agricoltura nel mondo. È un concetto per cui si battono da anni tanti movimenti, compreso Slow Food”.

Nella stessa intervista, Carlo Petrini sottolinea come la sovranità alimentare valorizzi i prodotti del territorio e la biodiversità, dando autonomia e un riconoscimento agli agricoltori e, come evidenzia Barbara Nappini “supportando e promuovendo in tutto il mondo i sistemi locali del cibo, fortemente legati ai territori, basati sulle connessioni, sulle comunità, in grado di combattere lo spreco alimentare, di valorizzare la produzione di piccola e media scala e di proteggere la biodiversità.

Sistemi di produzione a bassi input esterni e ad alto tasso di competenze, creatività e buone pratiche”.

Una storia lunga oltre 25 anni.

Giova dunque in queste ore ripercorrere la storia che ha portato alla formalizzazione di un’idea di Sovranità Alimentare.

Un’idea che il nostro Governo non dovrebbe (come molti sottolineano) aver mutuato da quello francese, che nei mesi scorsi ha aperto la strada ribattezzando il proprio ministero “Ministère de l’Agriculture et de la Souveraineté alimentaire”, bensì da un percorso in atto da oltre 25 anni.

Si parte infatti nel 1996, quando le associazioni internazionali di agricoltori, riunite nel movimento Via Campesina, coniano il termine che con il tempo viene adottato da organizzazioni di ampissimo respiro, dalla FAO alle Nazioni Unite alla Banca Mondiale.

Sovranità alimentare: la Dichiarazione di Nyéléni.

La formalizzazione del concetto di sovranità alimentare avviene poi quasi dieci anni dopo, nel 2007, con la “Dichiarazione di Nyéléni” che di fatto ne ha fornito una definizione adottata da 80 paesi e successivamente perfezionata dagli stessi, che negli ultimi due anni hanno cominciato a integrarla nelle loro costituzioni e legislazioni.

Il passaggio fondamentale della “Dichiarazione” del 2007 si riassume in queste parole:

“La sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo.

Questo pone coloro che producono, distribuiscono e consumano alimenti nel cuore dei sistemi e delle politiche alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e delle imprese. Essa difende gli interessi e l’integrazione delle generazioni future.

Ci offre una strategia per resistere e smantellare il commercio neoliberale e il regime alimentare attuale.

 Essa offre degli orientamenti affinché i sistemi alimentari, agricoli, pastorali e della pesca siano gestiti dai produttori locali.

 La sovranità alimentare dà priorità all’economia e ai mercati locali e nazionali, privilegia l’agricoltura familiare, la pesca e l’allevamento tradizionali, così come la produzione, la distribuzione e il consumo di alimenti basati sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

 La sovranità alimentare promuove un commercio trasparente che possa garantire un reddito dignitoso per tutti i popoli e il diritto per i consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione.

Essa garantisce che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri territori, della nostra acqua, delle nostre sementi, del nostro bestiame e della biodiversità, siano in mano a chi produce gli alimenti.

 La sovranità alimentare implica nuove relazioni sociali libere da oppressioni e disuguaglianze fra uomini e donne, popoli, razze, classi sociali e generazioni”.

Gli obiettivi della Sovranità alimentare.

Ma è la FAO che ne spiega l’effettiva accezione in modo molto chiaro:

“La sovranità alimentare è quindi un sistema più olistico della sicurezza alimentare.

Riconosce che il controllo sul sistema alimentare deve rimanere nelle mani degli agricoltori, per i quali l’agricoltura è sia uno stile di vita che un mezzo per produrre cibo”.

In sintesi estrema, le politiche agricole e alimentari non devono avere come priorità la massimizzazione del profitto economico, bensì la capacità di soddisfare le esigenze alimentari delle persone attraverso una produzione sostenibile e rispettosa del lavoro, attraverso la riduzione della distanza tra fornitori e consumatori e la riduzione dello spreco.

 

Molto precisa su questo punto è anche “ManiTese” che così scrive:

“La sovranità alimentare dei popoli è minata dalla impressionante concentrazione di potere nelle mani di poche imprese multinazionali di settore che controllano il mercato delle sementi, dei fertilizzanti, dei pesticidi ma anche della trasformazione e della grande distribuzione organizzata”.

Per questo si punta a sostenere la sovranità alimentare e l’agroecologia, ovvero “un approccio di ricerca scientifica di natura olistica che valorizza il sapere dei piccoli produttori; una serie di principi e di pratiche che migliorano la resilienza e sostenibilità dei sistemi alimentari preservando al tempo stesso la coesione sociale;

un movimento sociopolitico, che chiede la traduzione di questi principi in politiche pubbliche locali, nazionali e globali e la piena partecipazione della società civile nella loro attuazione”.

Naturalmente, in questo momento non siamo in grado di dire se le linee di indirizzo del nuovo Ministero abbracceranno in toto questa visione:

 l’aspettativa è che la scelta delle parole corrisponda agli intenti.

 

 

 

«STIAMO VINCENDO» DICE

PIRRO-PINOCCHIO ZELENSKY…

La bottegadelbarbieri.org – Danieli Barbieri – (18 Dicembre 2022) - Redazione – ci dice:

…e ce lo fanno credere:

articoli e video di Vittorio Rangeloni, Fabrizio Salmoni, Enrico Vigna, Laura Tussi, Ugo Bardi, Giuseppe Masala, Vladimir Volcic, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Alexander Belik, Vladimir Putin, Angela Merkel, Valerio Magrelli, Tonio Dell’Olio, Vittorio Giacopini, Nora McKeon, Luigi Ferrajoli, Laura Pennacchi, Francesco Masala, Domenico Gallo, Serge Halimi, Franco Astengo, Proletari Comunisti, Gregorio Piccin e

 un appello per una tregua umanitaria.

Siamo disposti a morire per l’Ucraina? 

(Fabrizio Salmoni)

Questa è la domanda che dobbiamo porci di fronte alle pressioni mediatiche della propaganda atlantista.

Abbiamo letto le ennesime dichiarazioni di Zelensky:

“Almeno sei regioni sono al freddo e al buio, non abbiamo più generatori (infatti li chiediamo alla Nato), i russi ci stanno distruggendo tutte le infrastrutture e le fonti energetiche, MA STIAMO VINCENDO”.

L’evidente contraddizione è un segno paradossale che quell’uomo è malato di fanatismo e prigioniero del suo ruolo di propagandista della causa e del regime ultranazionalista che rappresenta.

 Forse addirittura comincia a denunciare qualche scompenso mentale.

 

Tutti coloro che seguono la situazione bellica tramite le più svariate fonti indipendenti sanno che i russi stanno lentamente riprendendosi i territori nell’est che avevano perduto con la controffensiva ucraina di settembre-ottobre e che il ripiegamento tattico sulla riva sinistra del Dnieper aveva senso dal punto di vista militare per rafforzare la difesa dei confini dei territori di congiunzione alla Crimea e quindi per avere un fronte solido garantito dalla barriera naturale del fiume e posizioni da cui inchiodare gli ucraini sulle macerie di Kherson.

Da pochi giorni sappiamo inoltre che la Nato sta esaurendo le scorte di armi, (potete solo immaginare la quantità di armi inviate in Ucraina fin dal 2014, cioè da ben prima dell’invasione russa?), che gli americani cominciano a innervosirsi per le continue imperiose richieste, e che per bocca della Von der Layen (notizia del 30 novembre) le perdite militari ucraine ammontano a OLTRE 100.000 uomini (svista o autorevole soffiata?).

 Sappiamo anche che è in corso un’evacuazione da Kherson di quelle poche migliaia di ucraini (10-15.000) che non hanno seguito i 120.000 oltre le linee russe, che il regime sta “incoraggiando” i cittadini a evacuare le zone invivibili (almeno sei regioni e mezza Kiev), esodi che, dicono gli analisti, potrebbero interessare almeno cinque milioni di persone verso un’Europa già sofferente per le sanzioni autoinflitte che non è pronta ad accoglierle;

sappiamo che l’Ucraina è un Paese semidistrutto e già fallito finanziariamente come Stato, e avrebbe già perso la guerra a giugno se non fossero arrivate ancora armi dall’Occidente.

Be’ se questo è un Paese che sta vincendo lasciamo al senso comune di giudicare.

Quella dello “stiamo vincendo” è una litania che i media mainstream ripetono da quando si erano eccitati per la controffensiva nell’est.

A sentire loro, gli ucraini non hanno mai smesso di “contro offendere”.

 È un discorso amaro quello sui nostri media (talk show compresi) che appaiono completamente asserviti all’ala bellicista della Nato e dedicati alla propaganda di guerra.

 Lo dimostrano diffondendo solo le veline degli ucraini, richiedendo a ogni interlocutore di premettere sempre che “C’è un Paese invasore e uno aggredito” , un mantra dovuto per avere dignità di parola, e interrompendo a ripetizione le risposte non gradite;

naturalmente è vietato contestualizzare con la narrazione dei 14.000 morti nel Donbass dal 2014 provocati dalla soldataglia neonazista o dell’estensione della Nato oltre qualsiasi assicurazione precedente ai confini della Russia.

 Si parla della propaganda russa contrapponendola alla nostra “libera stampa” ma di fronte alle performance dei vari Mentana, Merlino, ecc. viene spontaneo pensare che la differenza sia minima tra i due sistemi di informazione.

 Provate voi a dire pubblicamente che forse la Russia non ha tutti i torti.

Orsini ne sa qualcosa pur avendo uno status che parzialmente lo protegge.

Provate a ricordare pubblicamente che la Nato nel 1999 ha bombardato la Serbia, Paese sovrano, per ben 90 giorni costringendola ad accettare l’indipendenza di una sua provincia secessionista, tanto per dirne una.

 

 

In realtà, ciò che salta agli occhi è che la guerra in Ucraina sancisce la rottura del capitalismo globalizzato e prefigura la creazione di un sistema capitalistico alternativo con l’abbandono del dollaro, la separazione delle risorse energetiche, la differente gestione delle risorse umane (leggasi sfruttamento), con conseguenti ricalibrazioni dei “valori” e perdita di influenza e potere economico dell’Occidente (Usa in testa).

Questo è quanto si vuole impedire cercando la sconfitta della Russia.

Questa è la vera posta di un gioco sulla pelle degli ucraini.

Un obiettivo difficilmente realizzabile nei confronti di una nazione, la Russia, che ha ampia capacità di aggregare interessi e soprattutto è una potenza nucleare che non accetterebbe una capitolazione senza reagire.

Questo lo sanno tutti ma la lobby militarista europea e atlantica sembra ancora decisa a sostenere le farneticazioni di Zelensky e a tentare la carta militare fino in fondo.

E Zelensky fa di tutto per trascinarci alla guerra mondiale con le sue provocazioni (il missile in Polonia, l’interferenza in Bielorussia, i droni esplosivi sulle basi aeree strategiche russe).

 Fino a quando i suoi militari sono disposti a sostenerlo?

Qualcuno ci potrebbe dire se c’è un qualche dissenso nel gruppo dirigente ucraino?

Quanto sostegno sociale rimane al regime con un paese distrutto e la gente al freddo e alla fame (trapelano notizie di proteste popolari a Odessa)?

 Quanto siamo disposti noi a pagare o a morire per quel regime?

Sarebbe opportuno costringerlo alla resa prima che ci pensino i suoi con altri mezzi.

 Affermazione subito cancellata dai file del discorso a seguito di rimproveri ucraini che non hanno mai divulgato le cifre delle perdite ma che si affrettano a correggere in 10.000/13.000 perdite, cifra che nessun analista condivide.

Smentendo lo stesso Zelensky che nei giorni della controffensiva aveva accennato a numeri “da 500 a 1000 al giorno”.

 Facendo la media con i giorni di guerra, la cifra della Von der Leyen si avvicina per difetto alla realtà.

Del resto, un riscontro indiretto proviene dall’analisi delle rispettive tattiche delle due parti avversarie:

gli ucraini attaccano a folate di mezzi misti pesanti e leggeri insieme alla fanteria (battaglioni tattici) mentre i russi ne fanno strage con l’artiglieria per poi eventualmente contrattaccare quando l’attacco si sfalda o rifluisce.

La prossima probabile caduta di Artemiosk (Bakmut) potrebbe essere un colpo fatale per il morale del paese.

 A chi è attento non può sfuggire la preoccupante sequenza di manipolazione mediatica che con il governo Draghi e la pandemia ha alzato il livello di manipolazione e controllo massifico sull’opinione pubblica.

Nel nostro “libero Paese” chi si sottrae al “pensiero unico”, a torto o a ragione, viene in qualche modo penalizzato o punito.

 

Donbass. La lista completa di tutti i massacri con armi NATO sui civili.

La NATO ha dato il via libera alla distruzione mirata degli obiettivi civili e degli abitanti delle Repubbliche mediante le sue armi ad alta precisione

Il primo utilizzo dell’Himars MLRS sul territorio del Donbass è stato documentato il 28 giugno nell’insediamento di Pereval’sk (LNR).

Da quel giorno fino al 10 dicembre 2022 (5 mesi), sono stati effettuati un totale di 185 attacchi missilistici dall’Himars MLRS esclusivamente su obiettivi civili:

34 attacchi mirati a obiettivi d’infrastrutture sociali, industriali e civili sul territorio della DNR.

151 attacchi mirati a obiettivi d’infrastrutture sociali, industriali e civili sul territorio della LNR.

La superiorità morale dell’Occidente.  

(Francesco Masala)

Tutto il mondo che critica l’Occidente ha molto da imparare.

I paesi occidentali sono un esempio per tutti e certe cose che succedono nei paesi sottosviluppati (Trump userebbe un’altra parola) in Occidente non potrebbero mai succedere.

Solo due esempi.

Nei paesi occidentali un presidente non potrebbe mai avere un figlio invischiato in affari poco chiari (Trump userebbe un’altra parola) in paesi specchio della trasparenza e della democrazia.

Non potrebbe mai, ma se così fosse si dimetterebbe da qualsiasi carica istituzionale, per vergogna, per onestà, per dare un esempio morale.

Nei paesi occidentali un ex presidente non potrebbe mai raccontare che l’Occidente, la Nato, l’Europa, gli Usa non rispettano gli accordi di pace (di Minsk), di cui erano garanti, ma anzi hanno fatto di tutto per costringere la Russia a fare qualsiasi cosa, magari un’invasione.

Non potrebbe mai, ma se presa dalla sindrome di Cossiga, per cui qualche verità esce fuori, per togliersi qualche macigno dalla scarpa, allora, se così fosse, la guerra dell’Occidente contro la Russia terminerebbe domani, per la vergogna, per decenza, perché il mondo morale dell’Occidente è superiore a qualunque altro, addirittura nella galassia.

L’Occidente è il migliore dei mondi.

Finché dura.

Accordi di Minsk e ruolo della Germania.

La risposta di Putin ad Angela Merkel.

Il presidente russo Vladimir Putin ha definito “deludenti” le dichiarazioni dell’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha recentemente affermato che gli accordi di Minsk del 2015 sono stati “un tentativo di dare tempo all’Ucraina”.

“È deludente. Francamente, non mi aspettavo di sentirlo dall’ex cancelliere, perché ho sempre pensato che i leader della Repubblica federale [di Germania] fossero in dialogo sincero con noi.

 Sì, certo che hanno sostenuto l’Ucraina, ma mi sembrava che i leader [tedeschi] volessero sempre risolvere [il conflitto] sulla base dei principi che avevamo raggiunto, compresi gli accordi di Minsk”, ha sottolineato il leader russo dopo un vertice con i leader dell’Unione economica eurasiatica.

In tal senso, ha ribadito che Mosca “ha fatto tutto bene” in relazione all’avvio dell’operazione militare in Ucraina.

Ha anche ricordato che i membri del formato Normandia (Germania, Francia) ” hanno mentito” sulla loro disponibilità a rispettare quanto concordato, mentre l’Ucraina ha ripetutamente rifiutato di attenersi alle disposizioni che cercavano di porre fine al conflitto.

“L’idea era solo quella di riempire l’Ucraina di armi e prepararla per il combattimento.

Vediamo, forse ce ne siamo resi conto troppo tardi.

 Forse dovremmo iniziare tutto questo prima [dell’operazione].

Speravamo solo che avremmo potuto concordare il quadro degli Accordi di Minsk”, ha sottolineato.

In questo contesto, ha sottolineato che si pone la questione della fiducia che attualmente “è quasi a zero”.

“Come raggiungere un accordo? Cosa negoziare?

 È possibile negoziare con qualcuno? E dove sono le garanzie?”, sono le domande che ha posto il capo dello Stato russo.

Tuttavia, ha sottolineato che alla fine ” sarà necessario raggiungere accordi” e ha assicurato che Mosca è “aperta” a tali scenari.

Cosa ha detto la Merkel?

In un’intervista pubblicata mercoledì scorso al quotidiano Die Zeit , l’ex capo del governo tedesco ha assicurato che gli accordi in questione non solo hanno dato tempo a Kiev, ma le hanno anche permesso di ” rafforzarsi, come si vede oggi”.

L’Ucraina del 2014/15 non è l’Ucraina di oggi.

Come si è visto nella battaglia per Debaltsevo [un importante nodo ferroviario nella Repubblica popolare di Donetsk] all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente invadere allora.

 E dubito fortemente che gli stati della NATO avrebbero potuto fare tanto quanto stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina”, ha detto.

“Era chiaro a tutti noi” che il conflitto era congelato e la questione rimaneva irrisolta, ha proseguito l’ex presidente, aggiungendo che “è stato proprio questo a dare tempo prezioso all’Ucraina “.

 

Vale la pena ricordare che non è la prima volta che la Merkel si esprime in questo senso.

Alla fine di novembre, ha affermato in un’intervista per la rivista “Der Spiegel” che il congelamento del conflitto raggiunto con gli accordi di Minsk ha permesso all’Ucraina di diventare “più forte e più resiliente “.

Angela Merkel era alla guida del governo tedesco nel 2014, quando in Ucraina ebbe luogo un colpo di stato che fece precipitare il Paese in un conflitto interno.

Gli accordi di Minsk sono stati firmati nel febbraio 2015 con la sua partecipazione.

Il 22 febbraio di quest’anno il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che gli accordi in questione non esistono più, dopo il riconoscimento delle repubbliche del Donbass, che a settembre sono entrate a far parte del Paese eurasiatico.

Secondo il presidente, gli Accordi di Minsk “sono stati uccisi” dalle autorità ucraine.

(traduzione AD)

 

Per la Serbia, la situazione intorno al Kosovo “si sta avvicinando ad un punto di non ritorno” –

(Enrico Vigna)

Il cappio intorno alle scelte del governo serbo, sta stringendosi sempre più.

Pressioni, ricatti, minacce ed ora le provocazioni sempre più conflittuali e incalzanti sul terreno, in una spirale che lascia intravedere due possibilità:

 o l’accettazione dello status quo relativo al “Kosovo indipendente” o scenari di una nuova guerra, non certo voluta dalla parte serba.

I burattinai sono i soliti: NATO e potenze occidentali, le motivazioni sono molteplici, ma il nodo centrale porta anche in questo caso alla crisi ucraina.

Da un lato si vuole far cedere la Serbia sulla questione delle sanzioni alla Russia (è l’unico paese europeo a non averle adottate), dall’altro c’è la questione dell’entrata del paese nella NATO, finora respinta dal governo serbo.

 Senza dimenticare la ricerca di una rottura della fraternità identitaria storica slava, che spianerebbe la strada per inglobare completamente i Balcani nell’alveo avvelenato degli interessi occidentali e atlantisti, che  indebolirebbe pesantemente la Repubblica Srpska della BH, dove le forze nazionali e indipendenti hanno vinto le elezioni e dichiarato apertamente la scelta di rifiuto della NATO, di amicizia con la Russia, di una strategia interna ad una visone multipolare del mondo e di integrazione con il progetto della Via della Seta cinese.

Che ci si trova ad un momento storico e dirompente, lo dimostra il fatto che, per la prima volta dal 1999, anno dell’aggressione alla Repubblica Federale Jugoslava, un esponente politico istituzionale serbo ha “osato” chiedere il ritorno delle forze di sicurezza serbe nel Kosovo Methoija.

Non era mai successo in 23 anni…

Qual è la prossima cosa che ci arriverà addosso?

Preparatevi, perché potrebbe essere una gran bella botta.

(Ugo Bardi)

Nonostante io abbia antichi veggenti come antenati (gli “aruspici”), non pretendo di essere in grado di prevedere il futuro.

Ma credo di poter proporre degli scenari per il futuro.

Quale potrebbe essere il prossimo disastro che ci arriverà addosso?

 Suggerisco che sarà lo sconvolgimento del mercato petrolifero causato dalla recente misura di un tetto al prezzo del petrolio russo.

Vi ricordate quante cose sono cambiate negli ultimi 2-3 anni, e sono cambiate in modo incredibilmente veloce?

 C’era uno schema in questi cambiamenti: una parte dello schema era che dovevano essere solo temporanei, un altro era che erano per il nostro bene.

Ci è stato detto che erano necessarie “due settimane per appiattire la curva“, che “le sanzioni faranno crollare l’economia russa in due settimane” e molte altre cose.

Poi, i nostri problemi saranno risolti e il mondo tornerà alla normalità.

Ma questo non è successo.

 Al contrario, il risultato è stato una “nuova normalità”, per nulla simile a quella vecchia.

Ora, la domanda più ovvia è “e adesso?”

Più esattamente, “con cosa ci colpiranno la prossima volta?”.

 “C’è l’idea che possa esserci una nuova pandemia, un nuovo virus o il ritorno di quello vecchio. Ma no.

 Sono più intelligenti di così: finora sono sempre stati un passo, forse due, avanti a noi.

 Sono maestri di propaganda, sanno che la propaganda si basa sui memi e che i memi hanno una durata limitata.

I vecchi memi sono come i vecchi giornali, non sono più interessanti.

Un particolare spauracchio non può spaventare la gente per troppo tempo, e l’idea di spaventarci con un virus pandemico ha superato la sua utilità.

Potrebbero averci sondato con la pandemia del “vaiolo delle scimmie”, e hanno visto che non ha funzionato.

Era comunque ovvio.

Quindi, ora che si fa?

Permettetemi di suggerire un possibile nuovo modo di colpirci.

Forse ne avete sentito parlare ma, finora, si pensava che fosse qualcosa di marginale, non destinato a creare un’altra “nuova normalità”.

Ma potrebbe.

È enorme, è gigantesco, sta arrivando.

 È il tetto sui prezzi del petrolio russo.

 L’idea è che un cartello di Paesi, soprattutto occidentali, si mettono d’accordo per vietare l’importazione di petrolio russo a meno che non abbia un prezzo inferiore ai 60 dollari al barile.

Inoltre, renderà più difficile per la Russia esportare petrolio all’estero, anche nei Paesi che non aderiscono all’accordo.

Questa idea è, come al solito, promossa come un modo per aiutarci.

Non solo danneggerà il malvagio Putin, ma ridurrà i prezzi del petrolio, quindi tutti in Occidente dovrebbero essere felici.

 Ma funzionerà davvero?

A dir poco difficile, ed è probabile che i promotori lo sappiano molto bene.

Pensateci: negli ultimi cento anni non è mai successo che un cartello di Paesi intervenisse per imporre un certo prezzo del petrolio a livello mondiale.

Anche durante la “crisi petrolifera” degli anni ’70, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) non ha mai fatto ciò che viene spesso accusata di aver fatto, fissando un prezzo elevato del petrolio.

 L’OPEC può solo fissare quote di produzione o sanzionare alcuni Paesi, ma non ha alcun potere, e non l’ha mai avuto, sui prezzi, che sono stabiliti dal mercato internazionale.

Quando i governi si intromettono nei prezzi, i risultati sono sempre negativi.

 In genere, i prezzi dei beni vengono fissati troppo bassi e ciò produce due effetti:

la nascita di un mercato nero e la scomparsa dei beni dal mercato ufficiale.

 Era una caratteristica tipica dell’economia sovietica, dove i prezzi erano spesso fissati a livelli bassi per dare l’impressione che certi beni fossero alla portata di tutti.

Ma non era così: in teoria, la maggior parte dei cittadini sovietici poteva permettersi il caviale venduto ai prezzi stabiliti dal governo.

In pratica, questo caviale non si trovava quasi mai nei negozi.

Ma, naturalmente, era possibile trovarlo al mercato nero, se si potevano pagare prezzi esorbitanti.

Oggi, intervenire per fissare un prezzo per il petrolio russo equivale a gettare una chiave inglese negli ingranaggi di una macchina enorme.

Nessuno sa esattamente come reagirà il mercato petrolifero globale.

L’unica cosa certa è che i russi si rifiutano di vendere il loro petrolio ai Paesi che hanno sottoscritto l’accordo.

Il risultato complessivo dell’eliminazione di un grande produttore dal mercato può essere solo uno: l’aumento dei prezzi del petrolio.

Esattamente l’opposto di ciò che il “price cap” dovrebbe fare.

 Ma questo è il minimo che possa accadere: gli effetti del tetto sono imprevedibili su un mercato già instabile e soggetto a oscillazioni selvagge dei prezzi.

L’Europa potrebbe perdere completamente l’accesso al petrolio e andare in crisi.

Le carestie sono state un evento fisso nella storia europea, potrebbero ripetersi.

Cose del genere: non piccoli cambiamenti, ma cambiamenti enormi…

L’obiezione all’industria bellica.

(Laura Tussi).

Mio nonno materno Luigi Belluschi è un esempio di obiezione professionale all’industria bellica.

 Durante il ventennio fascista e sotto l’occupazione nazifascista ha lavorato come operaio specializzato, ossia gruista sugli altiforni, presso la Breda di Sesto San Giovanni.

 Lavorava in produzione bellica per il regime nazifascista, ma da varie fonti, come l’archivio Aned di Sesto San Giovanni, è riemerso che veniva licenziato e in seguito riassunto più volte.

Era infatti un sabotatore:

rallentava la produzione bellica oltre a sabotare i tralicci del telefono con i suoi compagni.

 I fascisti venivano a cercarlo e mia nonna rispondeva che era in “produzione bellica”.

Da varie fonti, da mia madre e da mio zio, risulta che non l’abbiano mai deportato nell’oltralpe e nei lager nazifascisti perché serviva a produrre le armi.

Un lavoro estremamente faticoso e logorante sugli altiforni:

lo hanno schiavizzato in Italia.

Non lo hanno mai deportato, sebbene fosse comunista e avesse partecipato a Milano agli scioperi del 1943 e 1944.

 Era del 1904. Non apparteneva a formazioni partigiane, era un “cane sciolto”.

Un Resistente e ha contribuito alla Resistenza antifascista.

Esempi di obiezione all’industria bellica.

Caso significativo di obiezione all’industria bellica nel nostro Paese è quello degli 805 lavoratori delle officine Moncenisio di Condove vicino a Torino che il 24 settembre 1970 approvano all’unanimità in assemblea una mozione contro la produzione di armi dell’azienda.

Il documento dice:

“I lavoratori delle officine Moncenisio, considerando che il problema della pace e del disarmo li chiama in causa come lavoratori coscienti e responsabili e che la pace è supremo interesse e massimo bene del genere umano, preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo, diffidano la direzione della loro officina dall’assumere commesse di armi, proiettili, siluri o altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici.

 Chiedono alle organizzazioni sindacali di appoggiare la loro strategia di pace.

Invitano caldamente i lavoratori italiani in tutto il mondo a seguire il loro esempio di coerenti e attivi costruttori di pace”.

Un’iniziativa che ebbe larga eco e contribuì a dare nuovi impulsi alle lotte per le conversioni a fini pacifici delle industrie belliche.

I lavoratori pacifisti obiettori alla produzione di armi.

Noti sono poi i casi di singoli lavoratori che si sono rifiutati di produrre armi:

Maurizio Saggioro si rifiuta di produrre componenti per armi presso la Metalli Pressati Rinaldi di Bollate vicino a Milano.

Nel gennaio 1981 chiede il trasferimento ad altro reparto, ma viene licenziato.

Nel 1983 Gianluigi Previtali si dimette dall’Aermacchi di Varese contro la produzione di armamenti.

Negli ultimi anni, i portuali del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp) di Genova si sono più volte rifiutati di caricare le navi di armi.

E ancora dal comitato di riconversione RWM – azienda che produce ordigni bellici e bombe – in Sardegna è nata l’idea di ridare speranza al territorio attraverso un modello di impresa sostenibile, con un’economia pulita e posti di lavoro, dove la pace si mette in rete.

 Come l’operaio della RWM Giorgio Isulu che circa un anno fa ha iniziato il suo nuovo lavoro nell’azienda agricola “l’Agrumeto”.

 

L’antagonismo sindacale all’interno dell’Aermacchi di Varese.

Intorno agli anni Ottanta del 1.900 nacque, nel contesto della Aermacchi di Varese, un gruppo di attivisti antimilitaristi grazie al sostegno della FLM in un primo momento e della Fim – Cisl in un secondo momento;

un gruppo informale che promosse collette di solidarietà con popoli e movimenti vittime del fuoco delle armi italiane attraverso tecniche di conflittualità non convenzionali come scioperi, digiuni e collettivi di fabbrica per giungere nel 1986 alla disobbedienza civile attraverso l’aperta adesione di alcuni suoi componenti all’obiezione di coscienza congiunta all’uso del digiuno di cinque giorni contro gli euromissili, contro la corsa al riarmo e per denunciare nel 1988 l’Aermacchi in quanto industria violatrice degli embarghi Onu contro Iran e Iraq…

Intervista ad Alexander Belik del Movimento obiettori di coscienza russo.

Arriva in Italia il leader degli obiettori russi.

 Insieme al Movimento Nonviolento abbiamo ospitato in queste ore la conferenza stampa di Alexander Belik, coordinatore del Movimento degli obiettori russi.

Un appuntamento voluto fortemente al fine di far conoscere la voce dell’altra Russia, quella che rifiuta di imbracciare le armi.

A 50 anni esatti dall’approvazione della legge Marcora, che introdusse il diritto all’obiezione di coscienza in Italia, si è tenuta in queste ore la conferenza stampa di Alexander Belik, coordinatore del Movimento degli obiettori di coscienza russo.

 Un movimento nato in Russia nel 2014.

 L’appuntamento è stato organizzato in sinergia con il Movimento Nonviolento, compagni/e di strada di questi mesi nel sostegno e nella difesa degli obiettori russi, ucraini e bielorussi.

 Il diritto di obiezione alla leva militare è stato riconosciuto in Russia nel 1993, eppure la realtà è molto diversa.

 Secondo Alexander Belik sono circa 20.000 le persone arrestate in Russia per attivismo contro la guerra, «alcuni finiscono nei campi costrittivi per obiettori, in condizioni disumane, molti altri rimangono nascosti per paura di arresti e persecuzioni.

Nel tempo i “campi di prigionia” – presenti nei territori ucraini occupati, secondo l’attivista ndr – sono aumentati.

Nonostante siano illegali secondo il diritto interno russo e quello internazionale».

Oggi Belik è fuggito in Estonia ed è ancora in attesa di una decisione definitiva rispetto al suo status di rifugiato politico.

Alexander Belik, partiamo dalla sua esperienza personale: era già un obiettore prima dell’invasione russa dell’Ucraina?

Sono il coordinatore del Movimento degli obiettori di coscienza russo dal 2016 e da allora do consigli alle persone su come evitare la leva militare.

 Personalmente però sono un po’ come il figlio del calzolaio che gira in strada con le scarpe bucate.

Neanche la mia obiezione è stata mai formalmente riconosciuta.

Sono andato al comando militare diverse volte per presentare i motivi medici per cui non ero idoneo alla leva, ma ogni volta mi è stato detto di lasciare il comando perché, secondo loro, ero troppo provocatorio…

 

Le armi NATO dirottate e le verità indicibili sui nazisti ucraini che verranno fuori: così finirà la guerra. 

(Vladimir Volcic)

Stiamo pur certi che se si verificherà questo scenario:

improvvisamente Zelensky diventerà un criminale e verrà accusato di essere la principale causa della sconfitta avendo tradito la fiducia in lui riposta dal popolo ucraino e dalla NATO.

Improvvisamente ritorneranno di attualità tutti gli articoli e le inchieste giornalistiche pubblicate fino agli inizi del 2021, riguardanti il suo network criminale finanziario offshore e scopriremo anche l’esistenza di potentati neonazisti, suoi complici…

Intanto una quantità incredibile di armi NATO giunte in Ucraina non sono arrivate al fronte ma dirottate sul mercato nero e vendute a chiunque:

dalle mafie europee, ai gruppi islamici dell’Africa Occidentale persino al regime dell’Iran.

Furto e vendita sono organizzati dal governo e dallo stesso Presidente Zelensky facilitato da una motivazione tecnica non di poco conto.

Le sofisticate armi che la NATO invia in Ucraina non sono compatibili nell’esercito ucraino abituato ad usare armi sovietiche e russe.

Per le armi tecnologiche NATO occorrono periodi di addestramento troppo lunghi rispetto alle necessità del loro impiego sul fronte.

Di conseguenza il regime di Kiev usa le armi e munizioni di modello russo provenienti dalle aziende statali dei Paesi dell’Est e in minima parte le armi NATO. La maggioranza di esse viene venduta attraverso i canali del mercato nero internazionale delle armi.

Questa pratica, che fa ulteriormente arricchire l’oligarca tossicodipendente ex attore comico e la sua ristretta cerchia di fedelissimi, è conosciuta dai vertici della NATO, Unione Europea e Pentagono fin dallo scorso aprile ed è fonte di tensioni con l’alleato ucraino che il delirio guerrafondaio di Washington e Bruxelles ha reso una figura indispensabile per la loro guerra di procura contro la Russia.

 Nel luglio scorso l’Interpol aveva sollevato l’allarme rispetto alla destinazione degli armamenti:

nessuno aveva il controllo di dove potessero finire.

 Intanto nel dark web è stato possibile rintracciare lanciamissili Javelin in vendita a prezzi stracciati, prodotti dall’azienda statunitense Raytheon.

Notizia ampiamente riportato da “Faro di Roma”.

La Russia ha sottoposto al Consiglio di Sicurezza ONU vari rapporti sul traffico di armi NATO da parte del regime di Kiev.

Rapporti che sono stati ignorati mentre i media atlantisti presentavano queste denunce come “propaganda russa” tesa a screditare sia il governo ucraino che gli alleati occidentali.

Tuttavia il “deep State “e i politici americani hanno riscontrato sempre più difficoltà a spiegare all’opinione pubblica americana perché le armi assegnate all’Ucraina stanno affiorando a Idlib in Siria o presso le organizzazioni criminali europee.

 Ma soprattutto, la Casa Bianca ha iniziato a temere che i sistemi tecnici avanzati statunitensi finiscano nelle mani dei principali avversari degli Stati Uniti – Russia, Iran e Cina – uno scenario molto probabile considerando il riavvicinamento senza precedenti tra questi Paesi.

Nonostante le evidenze l’Unione Europea ha dato indicazioni ai media di non toccare questo argomento al fine di non compromettere il già scarno supporto popolare a questa folle impresa militare.

 Questi «consigli», accettati immediatamente dalla maggioranza dei giornalisti europei, applicando forme di autocensura finanziariamente convenienti, sono anche tesi a proteggere i colossali affari delle industrie belliche europee che dall’inizio del conflitto riescono a concludere contratti milionari pagati in anticipo.

Le diverse indagini svolte sul furto e vendita di armi condotte da giornalisti e media indipendenti sono state sistematicamente ignorate per i motivi sopra descritti.

 Ignorata anche la denuncia di questo affare sulla pelle dei soldati ucraini da parte dei media ucraini, in particolar modo dal quotidiano “Kyiv Independent” .

La denuncia dei media ucraini coinvolge Zelensky indirettamente in quanto non é saggio accusare direttamente l’ £attuale regime filo nazista” di Kiev al fine di evitare ripercussioni che potrebbero arrivare anche a compromettere la incolumità fisica dei giornalisti.

Per poter parlare dello scottante argomento si è data la colpa agli alti ufficiali ucraini che comandano la Legione Internazionale creata da Zelensky il 27 febbraio 2022.

Trattasi di un battaglione dell’esercito ucraino composto da volontari di tutto il mondo.

Una manovra per legalizzare l’invio di soldati NATO sotto copertura di volontari (soprattutto polacchi, inglesi e americani) e di arruolare migliaia di giovani neonazisti europei compresi i neofascisti di CasaPound.

 Arruolamento che il governo Draghi e ora il governo Meloni hanno deciso di ignorare nonostante che rappresenti un reato secondo il codice penale italiano che può comportare fino a quindi anni di reclusione (Articolo 244 Codice Penale).

Particolarmente dettagliata l’inchiesta del quotidiano” Kyiv Independent”, svolta in collaborazione con il programma” Super wizjer” in onda sul canale TVN polacco, e basata sulle denunce e testimonianze di oltre 30 soldati mercenari – volontari stranieri che hanno presentato anche rapporti ufficiali, foto, video e file audio a sostegno delle loro accuse.

Diversi legionari affermano che le armi leggere, comprese le armi fornite dall’Occidente, sono scomparse.

I legionari sospettano specifici comandanti ucraini di appropriazione indebita che non avrebbero esitato di minacciare a mano armata i volontari stranieri che ponevano troppe domande.

 In alcuni casi questi ufficiali ucraini avrebbero rubato anche l’equipaggiamento militare personalmente comprato dai mercenari.

Alcuni testimoni affermano che, per aver segnalato le malefatte degli ufficiali ucraini sarebbero stati espulsi dalla Legione con pretesti inventati come essere spie o disertori.

Messe insieme, queste prove evidenziano che le leadership ucraina della Legione internazionale, della intelligence militare e dell’esercito ucraino sono implicate nei traffichi di armi.

Le accuse di appropriazione indebita di armi sono una questione controversa in Ucraina, che dipende dagli aiuti militari occidentali per contrastare con successo l’operazione speciale di denazificazione condotta dalla Russia.

 La questione è emersa in dichiarazioni contrarie alle forniture di armi all’Ucraina, anche in Occidente, probabilmente nel tentativo di offuscare l’immagine dell’Ucraina e minare le forniture di armi.

I media ucraini nel denunciare questo traffico di armi cercano di minimizzare il fenomeno criminale, facendo credere che sia limitato solo alle armi leggere mentre i principali sistemi d’arma NATO donati sarebbero ben curati e utilizzati con buoni risultato contro l’aggressore russo.

 Affermazioni comprensibili visto il livello di censura e di pericolose ritorsioni esercitate dal regime di Kiev dove le fazioni politiche e militari neo-naziste assumono sempre più forza ma sconfessate dal” WALL Street Journal” in una inchiesta di Bojan Pancevski e Alistair MacDonald pubblicata il 10 dicembre scorso.

 

“Kyiv Independent” e gli altri media ucraini che si addentrano in questo argomento estremamente pericoloso devono stare ben attenti di non essere accusati di aver diffuso notizie allarmanti che potrebbero causare la sospensione anche parziale delle consegne di armi da parte della NATO.

Tuttavia” Kyiv Independent” fornisce una notizia molto interessante.

 Le indagini del regime di Kiev sul traffico di armi sono condotte in collaborazione a investigatori britannici che stanno controllando in Ucraina la destinazione e l’uso delle armi NATO ricevute.

I vertici della Casa Bianca, Pentagono, Unione Europea e NATO sono a conoscenza del fenomeno della vendita di armi che non si limita ad armamenti leggeri avendo a disposizione notizie più dettagliate rispetto a quelle in possesso ai media ucraini, come sanno che i furti e le vendite non sono opera di singoli ufficiali dell’esercito o dei servizi segreti ma rientrano in una vasta operazione criminale che coinvolge direttamente lo Stato Maggiore dell’esercito ucraino, il Ministero della Difesa, il governo e il Presidente Zelensky.

Al momento tutte le prove a disposizione dei paladini della Democrazia Atlantica sono tenute al sicuro dentro al cassetto.

Torneranno utili qualora Unione Europea e Stati Uniti dovranno cercare una via d’uscita onorevole dinnanzi ad una eventuale vittoria militare della Russia.

Armi italiane in Ucraina.

Il “segreto di stato” aggirato dall’annuncio dell’ambasciatore francese a Kiev.  (Giuseppe Masala)

Il governo italiano ha posto il segreto di stato sulle nuove armi che verranno inviate in Ucraina.

Per fortuna l’ambasciatore francese a Kiev Etienne de Ponsin non è tenuto a rispettare il segreto di stato italiano e ha dichiarato ieri che uno dei due sistemi antiaerei SAMP-T in arrivo in Ucraina sarà inviato dall’Italia.

 

Il sistema antiaereo SAMP-T è un sofisticatissimo sistema missilistico dal costo (cadauno) di circa 800 milioni di euro (circa 3 ospedali, di primissimo livello) prodotto dalla francese MBDA e dall’italiana Thales Leonardo.

Anche gli USA si apprestano ad inviare due sistemi Patriot per dire.

Io spero che qualcuno non abbia la pretesa che se inviamo per esempio armi nucleari all’Ucraina la Russia non ci consideri “non belligeranti” tanto a spararle sarebbero gli ucraini.

No, perché tra i nostri politici “sacchettisti” (riempitori di banconote in sacchette) ci sarebbe qualcuno in grado di sostenerlo.

Del resto, sempre più soldati appartenenti ai Paesi NATO stanno combattendo contro i russi in Ucraina.

Si tratti di mercenari o di truppe regolari poco importa.

L’Occidente è direttamente coinvolto nel conflitto che, ogni giorno, appare sempre più indirizzato verso l’internazionalizzazione.

 Il metodo per assuefare l’opinione pubblica europea all’inevitabilità e alla normalità dell’innesco di un conflitto mondiale NATO-Russia è, come al solito, quello della rana bollita.

L’asticella dell’escalation viene alzata gradualmente, poco alla volta, per fare in modo che non ci si accorga di stare irrimediabilmente scivolando nel baratro senza possibilità di ritorno.

 Spero di sbagliarmi ma l’impressione è che solo un miracolo possa riportare indietro le lancette della Storia.

 L’obiettivo della NATO è quello di smembrare la Federazione Russa in vari protettorati etnici da porre sotto controllo occidentale.

I media europei e americani parlano apertamente di un futuro smembramento della Russia e sono già state pubblicate delle bozze di carte geografiche con la Russia divisa in 6-7 tronconi.

 La NATO non rinuncerà a questo piano, che coltiva da molti decenni e che, nel 1991, con lo smembramento dell’URSS, è riuscita in parte a realizzare.

 Il 1991 è stato il primo tempo, il 2022 il secondo.

Naturalmente, la NATO ha fatto i conti senza l’oste.

Vedremo come andrà a finire…

La guerra in Ucraina e la “crisi alimentare”: cosa accade davvero? –

(Nora McKeon).

Il cibo è un diritto e un bisogno umano fondamentale.

Non è un caso che molti sconvolgimenti politici, nella storia, siano stati accompagnati da proteste intorno al cibo, dalla marcia su Versailles, con le donne che protestavano contro il prezzo del pane, che ha innescato la rivoluzione francese, alle rivolte del cibo nelle primavere arabe del 2011, fino a oggi, con lo spettro della crisi alimentare connessa con la guerra in Ucraina.

Il cibo, inoltre, è un terreno in cui sono in gioco enormi interessi economici e geopolitici.

 Il cibo viene utilizzato come un’arma, dunque anch’esso è fortemente legato al tema della guerra.

 È sufficiente pensare agli aiuti alimentari, inviati dagli Stati Uniti a partire dal 1956, apparentemente per “far del bene”, ma in realtà per creare dipendenza da parte dei paesi destinatari e spingere al consumo di cibi non prodotti localmente, un processo di cui ancora oggi vediamo i risultati.

 E vedremo più avanti come oggi il tema del cibo venga strumentalizzato in relazione alla guerra in Ucraina.

Il cibo è un terreno ricco di minacce – in particolare gli interessi geopolitici di paesi potenti e lo strapotere delle corporation multinazionali dell’agribusiness.

Ma è anche un punto di incontro e di pace tra popoli, società, cultura, ambiente, un terreno ricco di promesse, come i sistemi del cibo alternativi e il modello della sovranità alimentare.

Queste due opzioni si confrontano drammaticamente oggi, ulteriormente complicate dalla guerra in Ucraina, intorno alla quale si scontrano interpretazioni e ricette diametralmente opposte.

 Per questo, con l’obiettivo di decolonizzare i nostri immaginari, provo a distinguere due narrazioni, una che ritengo falsa e l’altra che ritengo corrisponda alla realtà.

Le multinazionali dell’agribusiness e le reti alimentari locali.

Da un lato, c’è il sistema alimentare globale delle corporations.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una concentrazione impressionante delle multinazionali agroalimentari, tale che i cinque più grandi commercianti di cereali, già nel 2015, controllavano il 75% del mercato internazionale.

Vediamo oggi con la guerra in Ucraina le conseguenze nefaste di una tale concentrazione.

 Le catene globali di approvvigionamento del cibo sono sposate indissolubilmente con un modello di agricoltura industriale – vaste monocolture e grande impiego di input chimici – perché necessitano di una grande quantità di prodotti primari tutti esattamente uguali e consegnati in tempi prevedibili: commodities, non cibo.

 Ci viene raccontato che questa evoluzione rappresenta il tragitto inevitabile e automatico del progresso, dal tradizionale al moderno.

Ma questa è una narrazione falsa:

le imprese multinazionali e questo sistema non avrebbero mai raggiunto il grado di potere che detengono senza la complicità di governi che hanno fallito nel loro compito di regolamentare le imprese e tutelare gli interessi della gente.

Un solo esempio:

 i cosiddetti diritti di proprietà intellettuale, che permettono la brevettazione di cibi industriali geneticamente modificati, premiando i prodotti artefatti dei laboratori delle multinazionali e penalizzando i contadini, che sono i veri produttori e i guardiani dei semi, senza i quali le multinazionali non avrebbero niente con cui “giocare”.

 Regole come queste hanno favorito le imprese e penalizzato l’altro approccio all’approvvigionamento alimentare, quello della sovranità alimentare.

Nello stesso periodo abbiamo assistito, e qui vorrei suonare una nota di speranza in mezzo a questa situazione disperante in cui stiamo vivendo, anche alla crescita di reti sempre più robuste di contadini e altri attori sociali, mal serviti dal sistema alimentare globalizzato guidato dalle imprese, i quali, dal locale al regionale al globale, hanno reagito alle conseguenze negative delle politiche globali di libero mercato.

 Questi movimenti si sono impegnati nella costruzione di modalità di approvvigionamento alimentare integrate nel territorio, basate sul paradigma della sovranità alimentare, cioè il diritto dei popoli a optare per sistemi agricoli e alimentari che forniscono cibi sani, prodotti da imprese familiari, utilizzando metodi di produzione che proteggono il suolo e l’ambiente e che trattengono il valore creato nell’ambito dell’economia territoriale.

Questi approcci non sono teorie o sogni, bensì realtà che sono assolutamente dominanti nel Sud del mondo e che si stanno estendendo anche nei paesi ricchi e industrializzati.

Ecco allora alcune narrazioni vere, che sono riconosciute da tutti i governi del mondo, nel “Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale” delle Nazioni Unite, ma che sono volutamente ignorate dai poteri forti:

circa il 70% del cibo nel mondo è prodotto da agricoltura familiare, per lo più dalle donne, e non dall’agricoltura industriale;

 l’80% del cibo non transita attraverso le catene globali, come le narrazioni globalizzanti ci vorrebbero far credere, ma arriva al consumatore attraverso mercati territoriali diversificati, radicati in sistemi alimentari locali e nazionali. Inoltre, l’impatto di questi approcci alternativi, rispetto alle sfide più importanti di oggi – il cambiamento climatico, la conservazione della biodiversità, la salute umana –, è molto più positivo rispetto a quello del sistema globale delle corporations.

Un solo esempio: l’agricoltura industriale e le catene globali del cibo sono responsabili per circa il 50% delle emissioni di gas serra, mentre l’agroecologia contadina aiuta a fissare il diossido di carbonio nel suolo.

Se il costo per la società degli effetti negativi del sistema alimentare delle corporation fosse incluso nei prezzi degli alimenti che vediamo sugli scaffali dei supermercati, questi costerebbero molto di più dei prodotti freschi venduti nei mercati contadini.

 Dovrebbe essere chiaro che sono i cosiddetti approcci alternativi che debbono ricevere i sostegni dei governi, cioè il contrario di ciò che avviene oggi.

 

La narrazione dominante su guerra in Ucraina e sicurezza alimentare mondiale.

Adesso vorrei illustrare quanto appena detto riferendomi allo scontro delle narrazioni intorno all’impatto della guerra in Ucraina sulla sicurezza alimentare mondiale.

La narrazione dominante dell’agroindustria e dei governi e delle agenzie internazionali che li appoggiano lancia l’allarme di un terribile deficit di cibo causato dalla guerra.

 Per affrontarlo – dicono – si deve tenere aperto il commercio mondiale a tutti i costi e si deve aumentare rapidamente la produzione di cereali in Europa e negli Stati Uniti per far fronte a questo deficit.

 A costo di annullare gli standard di tutela dell’ambiente, della biodiversità e del clima introdotti negli ultimi anni.

Difatti, l’Unione Europea ha già preso iniziative, spinta anche dalle lobby dell’agribusiness, ad esempio per rimettere in coltivazione i terreni messi da parte appunto per motivi ambientali…

Tutto è guerra.

(Vittorio Giacopini)

Vogliamo capire dove siamo?

 Bè, siamo in guerra (e in guerra è più che normale che il pensiero sia

considerato sospetto, la complessità quasi un crimine, l’autoritarismo una manna, e via dicendo).

Siamo in guerra, cari Asini, e dobbiamo partire da qui, non se ne scampa.

Questo non è un articolo ma un tentativo di illuminazione che non fa luce su un bel niente;

è un’elaborazione del lutto, una messa a punto.

Poi scriveremo articoli e analisi e faremo discussioni e torneremo a parlare, criticare, sognare, organizzare, immaginare.

Ma oggi dobbiamo soltanto prendere atto del clima in cui viviamo, dell’aria (guasta) che respiriamo.

Con un unico imperativo, naturalmente.

Dalla guerra bisogna disertare e l’unica guerra giusta è la guerra alla guerra.

 Ma prima bisogna capire.

Anzi: accettare.

 La famosa “rosa nella croce del presente” evocata da Hegel è ormai appassita: siamo in guerra in termini metafisici, totali.

Nel 1650 circa, dopo la guerra dei Trent’anni, dopo la guerra civile Inglese, Hobbes pubblica il testo-matrice della politica moderna, il Leviatano.

E qui c’è un brano decisivo, che ci riguarda.

“Quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si trovano in quella condizione che è chiamata guerra:

guerra che è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo.

 La GUERRA, infatti, non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata:

 la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche.

 Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì nella tendenza verso questo tipo di situazione, per molti giorni consecutivi, allo stesso modo la natura della guerra non consiste nel combattimento in sé, ma nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario.

 Ogni altro tempo è PACE.”

L’idea che l’unica ragione della politica stia nel timore della morte violenta, nella paura di un conflitto interminabile e letale, stava al cuore del progetto stesso della modernità e tutta l’esperienza democratica, tutte le lotte del movimento operaio internazionale, qualsiasi progetto di emancipazione, l’alleanza complicata ma profonda tra Illuminismo e Socialismo e, in una parola, tutto ciò che abbiamo chiamato Sinistra, sono state un tentativo grandioso di correggere questa falsa partenza, o di attenuarla.

Forse oggi dovremmo ammettere che è una storia arrivata al capolinea, proprio finita.

Il ricatto ontologico di Hobbes – o Potere o morte – è tornato di stretta attualità a partire dalla sua stessa premessa implicita o latente:

fuori dall’ombra dello scettro del Sovrano-Leviatano tutto è guerra. Hobbes lo diceva proprio senza mezzi termini:

la guerra non è lo scontro in battaglia, è tutto il tempo in cui c’è desiderio, pretesto, disposizione, tentazione alla guerra.

 Il suo “ogni altro tempo è pace” suona beffardo.

 La guerra è ovunque: in una “disposizione dichiarata”, in un’intenzione, diciamo anche in un semplice sospetto, nell’ombra di un dubbio.

Nel giugno scorso, quando la riunione della Nato a Madrid ha sancito i termini della Nuova dottrina strategica dell’Allenza Atlantica, il fantasma del filosofo inglese è uscito dagli scantinati della memoria e si è ripreso il proscenio: tutto è guerra.

Bisogna leggere gli articoli 16 e 17 di quel documento:

 la natura della guerra non sta nel combattimento in sé, o nella battaglia campale, nel bombardamento assassino, nell’assedio logorante, nel blitz micidiale, nell’incursione, ma in ogni sintomo o avvisaglia o mossa o segnale o crampo o segno o alito o fiato di vita che promani dal campo avverso, che sia dichiarato o sotto mentite spoglie, indifferente.

TUTTO È GUERRA, e ogni cosa è guerra o promessa di guerra, e non se ne scampa…

Lo spot del cannone. 

(Tonio Dell’Olio)

Il servizio di Repubblica si apre con un giornalista con tanto di elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” ben visibile come di ordinanza.

Ha ottenuto il permesso straordinario di seguire le truppe al fronte.

 Siamo tra le linee del fronte ucraino di Zaporizhzhia che ha il compito di fermare l’avanzata nemica colpendo le basi e i blindati russi.

La telecamera indugia dapprima sul camion Iveco, orgogliosamente di produzione italiana, e poi si sposta sugli obici Fh70 che “il governo italiano ha donato all’Ucraina”.

 E qui inizia lo spot vero e proprio con l’intervista al giovane e valoroso artigliere ventiquattrenne comandante della truppa che esalta la potenza di fuoco, la precisione di quello strumento e la sua capacità di colpire fino a più di 30 km di distanza.

 Le riprese si soffermano più volte sul momento in cui parte il colpo.

 Insomma se non si trattasse di uno strumento di morte e se non fossimo su un fronte di guerra, avremmo pensato di trovarci dentro il più macabro dei caroselli possibili.

Ora di quel cannone sappiamo tutto.

E lo sanno anche i potenziali acquirenti che ne sono improvvidamente sprovvisti. Non sappiamo se fosse un video realizzato all’interno di un accordo commerciale con la “Rheinmetall” e la “OTO Melara” ma di certo tende a persuaderci della generosità del governo italiano e dell’efficienza di quell’arma che anche le massaie di Voghera vorrebbero d’ora in poi nel proprio garage.

 

La guerra nella pioggia. 

(Valerio Magrelli)

La guerra nella pioggia è un doppio schifo.

Fa freddo e sei bagnato, ma l’ombrello è vietato:

si è mai visto un soldato con l’ombrello?

Potremmo addirittura definire “soldato” chi non porta l’ombrello.

Perché l’ombrello si usa in tempi dolci, dove ci si protegge dalla pioggia.

In guerra, invece, nessuna protezione, nessuna cura, nessuna attenzione.

(da “La guerra”, la pace).

 

 Appello per una tregua umanitaria.

I contendenti sospendano le ostilità nel periodo fra il Natale cattolico (25 dicembre) e il Natale ortodosso (7 gennaio).

Tutti gli europei che si riconoscono operatori di pace vedono con angoscia aggravarsi in Ucraina la catastrofe umanitaria e l’estendersi del conflitto verso scenari devastanti, come dimostra il recente incidente in territorio polacco che ha sfiorato un confronto diretto fra la Nato e la Russia.

Ribadiamo quindi che la via diplomatica va perseguita con ogni mezzo e ci appelliamo alla saggezza di chi – governi e personalità influenti – sia in grado di mediare fra le parti in conflitto.

La strada verso la pace richiede anzitutto un cessate il fuoco.

Perciò, i cittadini che aderiscono all’appello, auspicano che i contendenti sospendano le ostilità nel periodo fra il Natale cattolico (25 dicembre) e il Natale ortodosso (7 gennaio).

Se è una tregua simile fu possibile durante la Prima guerra mondiale fra nemici storici, non si vede perché sia irrealizzabile oggi tra popoli slavi uniti dalla storia, dalla cultura e dal credo religioso.

Anche se gli armati di entrambe le parti potrebbero sfruttare quelle due settimane per rafforzarsi sui vari fronti di guerra, la tregua consentirà almeno ai civili inermi di vivere questo periodo – sacro a entrambi i contendenti – nel segno della pace natalizia.

Nulla impedisce, infine, di immaginare che un cessate il fuoco temporaneo persuada i contendenti a esperire ulteriori riduzioni delle ostilità, in modo da alleviare le inaudite sofferenze dei civili vittime incolpevoli di un conflitto fratricida.

L’economia di guerra insidia le carte dell’Europa.  

(Laura Pennacchi)

Generato dalla guerra in Ucraina, il ridimensionamento attuale della ripresa economica avviatasi a livello globale nel 2021, ai primi segni di allentamento della pressione del Covid, ha implicazioni profonde.

Quantità e qualità del lavoro, cioè “piena e buona occupazione”, si ripropongono come assi dirimenti, a fronte di minore numero di ore lavorate, part time involontario zavorrante la condizione femminile, crescita del tempo determinato e del lavoro somministrato, calo dell’apprendistato, criticità sempre maggiori per giovani e donne.

Invece, Stati già molto provati per sostenere durante l’epidemia l’economia e la società dirottano ora gran parte delle loro risorse verso gli armamenti e gli sforzi bellici, la precarietà e le difficoltà occupazionali si accrescono, i servizi sociali vengono ristretti.

La povertà torna ad aumentare, l’esclusione sociale si incrudelisce, si allargano le disuguaglianze, si rafforzano le mafie, la corruzione, la zona grigia intorno alla criminalità organizzata.

Ma vengono anche distrutti interi ecosistemi, aumentano le ingiustizie ecologiche e ambientali, ai danni, ancora una volta, dei ceti sociali più fragili e disagiati.

Quest’ultimo è, anzi, uno dei terreni su cui più si fanno sentire le conseguenze della guerra, la quale rischia di ritardare se non di interrompere la transizione “verde”, visto che si parla di “ecologia di guerra”, e anche quella “digitale”, vista la crescente militarizzazione, per esempio, dell’intelligenza artificiale.

DIETRO TUTTO CIÒ sono all’opera forze profonde.

 Al centro della contesa c’è l’energia che non è mai stata così intrecciata alla geopolitica.

Le tecnologie sono l’altro fondamentale campo della competizione e dei conflitti: microchip sempre più piccoli, batterie per la mobilità elettrica e per l’accumulo di energia rinnovabile, nuovi materiali, robotica, intelligenza artificiale.

Il tutto nell’ambito di mercati globali che si riassestano verso livelli di “globalizzazione selettiva”, cioè per aree continentali e per ambiti più delimitati.

TUTTI GLI ATTORI in campo sono spinti, paradossalmente, più da fattori di debolezza che non da fattori di forza: Russia certo, ma anche Usa e Cina.

Il groviglio più intricato, però, riguarda l’Europa.

 I paesi mediterranei, tra cui l’Italia, sono sempre più periferici.

 La Francia, che ha perduto pezzi interi della propria industria e ha visto peggiorare il proprio sistema educativo e ridursi la propria forza lavoro, ha oggi meno margini di manovra.

La Germania, il cui modello di base è fondato sull’industria del carbone e su settori inquinanti come l’auto e la chimica, deve contrastare la sua alta dipendenza dal gas russo e al tempo stesso ricalibrare intere filiere produttive e catene di subforniture – in cui è elevata la presenza dell’Italia – altamente proiettate verso Est e verso la Cina, sulla scia della pur geniale Ostpolitik di Willy Brandt.

A MAGGIOR RAGIONE l’Europa mantiene un ruolo fondamentale da svolgere, a dispetto di tutte le sue contraddizioni, esitazioni, arretramenti.

Non vanno sottovalutati lo spirito rivoluzionario che ha animato il “Next Generation EU”, le opportunità contenute nella rinegoziazione delle regole della governance europea e del “Patto di stabilità e di crescita”, la possibilità di dotare l’Europa di una “fiscal capacity “destinata a finanziare beni pubblici europei e di creare nuovi soggetti pubblici a scala europea che si dotino di un portafoglio di progetti primariamente nei campi della ricerca biomedica, dei Big Data, delle tecnologie per la transizione ecologica, della fissione nucleare a fini di pace…

 

GOVERNO MONDIALE O DEMOCRAZIA INTERNAZIONALE? 

(Luigi Ferrajoli)

Ci sono due modi di intendere il futuro dell’Onu e di prospettare la futura integrazione giuridica della comunità internazionale:

il primo è quello espresso dalla formula “governo mondiale”;

 il secondo è quello espresso dalla formula “democrazia internazionale”.

 Questi due modelli, benché entrambi basati su di una limitazione della sovranità degli Stati, non solo non coincidono, ma possono risultare per molti versi opposti.

 Il governo mondiale suppone un accentramento delle decisioni in tema di relazioni internazionali presso un vertice mondiale, non necessariamente democratico né necessariamente vincolato da limiti e garanzie.

La democrazia internazionale corrisponde invece a un ordinamento basato sul carattere democratico-rappresentativo degli organi sovra-statali e, soprattutto, sulla loro esclusiva funzionalizzazione alla garanzia della pace e dei diritti fondamentali degli uomini e dei popoli.

Io credo che la mancata distinzione tra questi due modelli è fonte di molti equivoci e malintesi, sia a destra che a sinistra.

 Se per un verso le grandi Potenze perseguono oggi la costruzione di un governo mondiale contrabbandandolo come strumento di pace, per altro verso, nel timore di un governo mondiale di tipo puramente imperialistico, molte forze democratiche guardano con diffidenza all’intero diritto internazionale, svalutandone l’insostituibile valore strategico quale sistema di garanzie.

Di fatto, la situazione attuale della comunità internazionale assomiglia assai più a quella di un governo mondiale, controllato dalle cinque Potenze che siedono in permanenza nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e principalmente dagli Stati Uniti, che non a una democrazia internazionale.

 Ma questa situazione contraddice in maniera vistosa i principi di diritto dettati dalla Carta dell’Onu e dalle diverse dichiarazioni e convenzioni sui diritti umani e sulla pace, i quali esprimono semmai il progetto di una democrazia internazionale di diritto finalizzata alla pace e alla tutela dei diritti fondamentali.

L’obiettivo di qualsiasi movimento per la pace è allora la trasformazione dell’attuale governo mondiale di fatto in una democrazia internazionale, strutturata secondo il paradigma dello Stato costituzionale di diritto già disegnato dalla Carta dell’Onu e fondata, come scrive Fabio Marcelli nel suo intervento introduttivo a questa discussione, sui “principi della solidarietà e dell’autogoverno dal basso, in una prospettiva mondiale al tempo stesso globale e policentrica”.

Ciò vuol dire puntare a partire dalle carenze di garanzie poste in evidenza dai fallimenti del passato sulla riabilitazione e sul rafforzamento delle dimensioni universalistiche dell’Onu quali sono espressi, essenzialmente, dai suoi due principali elementi normativi.

Il primo di questi elementi è il divieto della guerra, solennemente sancito dal preambolo e dai primi due articoli della Carta dell’Onu, nonché dal suo capitolo VII, ove si prevede la regolazione giuridica del l’uso della forza quale mezzo coercitivo alternativo alla guerra.

 E questo divieto della guerra il principio costitutivo della giuridicità del nuovo ordinamento internazionale formatosi con la nascita delle Nazioni Unite, Prima dell’Onu questo divieto non esisteva, e perciò non esisteva neppure un ordinamento giuridico internazionale in senso proprio.

 Lo ius belli era al contrario un elemento essenziale della sovranità dello Stato, e le relazioni tra stati erano ancora quelle sregolate dello stato di natura descritte da Hobbes nel Leviatano, ove la sovranità statale viene configurata come l’equivalente della libertà selvaggia.

 È con il divieto di guerra introdotto dalla Carta dell’Onu che la comunità internazionale passa dallo stato di natura allo stato civile e si subordina al diritto, divenendo un “ordinamento giuridico” sia pure sommamente imperfetto per la carenza di garanzie idonee ad assicurarne l’effettività.

 Se è vero che il diritto è per sua natura uno strumento di pace, cioè una tecnica per la soluzione pacifica delle controversie e per la regolazione dell’uso della forza, diritto e guerra sono infatti una contraddizione in termini, mentre diritto e pace si implicano a vicenda:

 la pace è l’intima essenza del diritto, e la guerra la sua negazione o,. quanto meno, il segno e l’effetto della sua assenza nei rapporti tra gli uomini e del loro carattere pre-giuridico, sregolato e selvaggio.

Il secondo elemento è la consacrazione dei diritti fondamentali degli uomini e dei popoli quali fonti di legittimazione non più solo politica ma anche giuridica degli ordinamenti statali.

Anche questa è una limitazione delle sovranità statali, giacché la Dichiarazione universale del ’48 e poi gli altri patti e risoluzioni in tema di diritti sono ius cogens, cioè diritto immediatamente vincolante per gli stati membri.

Una limitazione non solo negativa, come quella prodotta dal divieto di guerra, ma anche positiva:

nel senso che gli stati membri sono in base ad essa vincolati alla tutela dei diritti fondamentali, ossia di bisogni e interessi primari degli uomini e dei popoli:

il diritto alla vita, le libertà fondamentali di carattere politico e civile, l’habeas corpus e le immunità da torture e da trattamenti disumani e arbitrari, ma anche i diritti economici e sociali, il diritto all’autodeterminazione e quello allo sviluppo.

Con due conseguenze.

Innanzitutto che oggi il diritto internazionale non tutela più solo gli stati ma anche i popoli e le persone in carne ed ossa, i quali sono divenuti anch’essi, in aggiunta agli stati, soggetti di diritto internazionale.

In secondo luogo che i diritti fondamentali hanno un fondamento non più solo nelle costituzioni dei singoli stati, ma anche in quelle carte costituzionali internazionali che sono la Carta dell’Onu e la Dichiarazione universale del ’48, sicché il diritto internazionale è divenuto fonte di regolazione, e criterio di legittimazione e delegittimazione non solo dei rapporti internazionali tra stati ma anche degli ordinamenti interni degli stati e dei rapporti tra gli stati e i loro cittadini.

Ebbene: in forza di questi due elementi normativi, tra loro connessi l’uno come condizione dell’altro, l’Onu è già oggi non solo un’istituzione giuridica internazionale ma anche, come ho detto, un ordinamento giuridico sovra-statale: qualcosa di simile, pur con la diversità di funzioni, a ciò che è lo Stato rispetto all’ordinamento giuridico statale, ove pure convivono norme di fonte statale e non statale;

 ma anche qualcosa di profondamente diverso dal governo mondiale di fatto che si sta oggi profilando.

Purtroppo come ben sappiamo, e come la guerra del Golfo ha drammaticamente evidenziato questi due elementi restano ancora in gran parte sulla carta.

Per quanto valido e vincolante, l’ordinamento internazionale è insomma privo di effettività.

Ovviamente questo non basta a decretarne il fallimento.

 E proprio di qualunque ordinamento giuridico un grado più o meno elevato di ineffettività delle norme che regolano l’esercizio dei poteri e un corrispondente grado di illegittimità del loro concreto funzionamento.

Basti pensare all’Italia, ove assistiamo da anni (Gladio, stragismo, tentativi di eversione costituzionale dall’alto, collusioni tra mafia e politica. Tangentopoli) a uno sfascio generale della legalità repubblicana.

 Del resto gli ordinamenti giuridici non nascono a tavolino dall’oggi al domani sulla semplice base di carte statutarie.

Essi sono il prodotto di processi storici epocali.

 E se pensiamo alla lunga, travagliata e non luminosa storia degli Stati nazionali, dobbiamo ammettere che l’ordinamento internazionale è un ordinamento relativamente giovane, del quale sarebbe assurdo pronosticare il fallimento sulla base dei suoi tragici ma certo non definitivi insuccessi.

Se non ha senso abbandonarsi a sterili pessimismi, dobbiamo tuttavia riconoscere che le continue violazioni delle regole fondamentali dell’Onu e del suo stesso ruolo di pace hanno messo allo scoperto la fragilità dei principi, provocata dalla carenza delle garanzie.

Ed impone perciò alla riflessione giuridica e politologica l’elaborazione di efficaci garanzie, idonee a riempire le lacune dell’ordinamento internazionale.

 Ciò che manca al diritto internazionale non sono infatti le norme sostanziali, di cui abbondano la Carta dell’Onu, la Dichiarazione universale del ’48 e le molte altre convenzioni e risoluzioni.

Ciò che manca è un adeguato sistema di garanzie capace di assicurarne l’effettività.

 Si tratta, secondo un’espressione di Spinoza, di “leges imperfectae” perché prive di sanzioni e delle procedure per applicarle.

È per questo che la divaricazione tra normatività ed effettività, che negli ordinamenti statali si mantiene entro limiti relativamente accettabili, nell’ordinamento internazionale è massima, per la prevalenza che sempre, a causa della già rilevata mancanza di garanzie, tende ad assumere la forza sul diritto…

(Da GIANO N. 13 – gennaio – aprile 1993)

 

COME L’ITALIA HA FOMENTATO LE GUERRE DELLA NATO.

 (Domenico Gallo)

Pubblichiamo la prefazione di Domenico Gallo al libro “La NATO nei conflitti europei: ex Jugoslavia ieri, Ucraina oggi” (Biagio di Grazia & Delta 3 Edizioni, 2022) del Gen. Biagio di Grazia che ha servito nella NATO ed è stato addetto militare presso l’ambasciata italiana a Belgrado.

Un mondo impazzito.

Nel volgere di sei mesi l’orizzonte di vita dei popoli europei è cambiato bruscamente.

Il 24 febbraio 2022 si è fatto buio all’improvviso.

 Una guerra feroce e catastrofica è scoppiata sul confine orientale dell’Europa, travolgendo i destini di milioni di persone e riverberando i suoi effetti nefasti, a cominciare dall’Europa, in tutto il mondo.

 La guerra fra l’Ucraina (armata e diretta dalla NATO) e la Russia ha superato i 200 giorni e all’orizzonte non si intravede alcuna possibilità di porre termine ai combattimenti con un accordo di pace.

 La guerra, le tensioni geostrategiche e la conseguente corsa al riarmo stanno rendendo ancora più acuta la crisi ecologica prodotta dal riscaldamento del pianeta.

 Le timide misure per la riconversione dell’economia miranti alla riduzione delle emissioni da fonti fossili si stanno trasformando nel loro contrario con la programmata riapertura delle centrali a carbone.

 La siccità e la crisi energetica prodotta dalla guerra stanno provocando un’impennata dell’inflazione ed una penuria di beni essenziali, destinata ad incidere profondamente sulla vita di milioni di persone.

Ci stiamo preparando ad un inverno di razionamenti, di freddo e di fame, come non avveniva dalla Seconda Guerra Mondiale.

Dal 1945 gli orizzonti non sono mai stati così cupi.

Durante la guerra fredda, anche nei periodi di maggiore tensione, sono sempre entrati in vigore dei meccanismi di raffreddamento, sono scattati dei freni d’emergenza, che adesso non ci sono più.

In quel periodo la speranza della distensione non è mai venuta meno, è stata sostenuta da robusti movimenti popolari di massa ed ha consentito a paesi di frontiera come l’Austria, la Svezia e la Finlandia di prosperare mantenendosi indipendenti dai blocchi militari contrapposti.

Adesso quei movimenti popolari che si battevano per espellere la guerra dall’orizzonte della politica non ci sono più, i sindacati tacciono, i diversi partiti politici europei fanno a gara ad indossare l’elmetto e a recitare litanie di fedeltà alla NATO e alla sua politica volta ad alimentare la guerra in Ucraina, fino alla vittoria (?).

Quello che ci prospettano gli architetti dell’ordine mondiale è un futuro spaventoso, fatto di riarmo, di disastri climatici ed economici, di sfide continue nei confronti della Russia e della Cina, in fondo alle quali l’unica via d’uscita è una nuova guerra mondiale.

È questo il volto del nuovo ordine mondiale annunciato dal Presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, nel settembre del 1990, preconizzando un nuovo ruolo degli Stati Uniti destinati a modellare l’ordine internazionale grazie alla loro superiorità economica, tecnologica e militare?

L’opinione pubblica internazionale si è resa conto del deteriorarsi irrimediabile delle relazioni internazionali soltanto quando la TV ha mostrato i lampi delle prime esplosioni, ma l’orizzonte di guerra in cui siamo immersi ha avuto una lunga incubazione, è frutto di una politica a guida USA che ha cercato tenacemente la costruzione di un nemico:

alla fine, dopo un processo durato oltre venti anni, il nemico si è materializzato e la parola è stata affidata alle bombe.

Superato lo stupore per questo brusco cambiamento degli orizzonti internazionali, dobbiamo chiederci dove questo processo ha avuto inizio e quali sono le cause che lo hanno determinato, quando si è determinata la svolta nella storia che ci ha fatto imboccare il sentiero in discesa che ci ha portato ai drammatici avvenimenti di questi ultimi mesi.

A questi interrogativi, offre una risposta sensata e autorevole il generale Biagio di Grazia, avvalendosi della sua esperienza professionale maturata in Germania nel Comando della Forza di Reazione Rapida della NATO, e poi a Bruxelles, a Zagabria, a Sarajevo e infine a Belgrado, come addetto militare dell’ambasciata italiana.

L’autore è stato testimone privilegiato di quell’inspiegabile evento che è stata la campagna di bombardamento condotta dalla NATO per 78 giorni, diretta a disgregare quello che restava della ex Jugoslavia, “guerra umanitaria”, la cui memoria è stata velocemente rimossa e cancellata dall’immaginario collettivo. 

Eppure è in quell’evento, come ci avverte il generale di Grazia nella prefazione, che vanno ricercati gli antecedenti di quello che sta succedendo oggi nel teatro di guerra dell’Ucraina.

Con l’intervento armato della NATO contro la Jugoslavia sono state poste le basi per un cambiamento della Storia, è stato introdotto un nuovo paradigma nella vita della Comunità internazionale, di cui adesso raccogliamo i frutti velenosi.

Per comprendere la portata di questo cambiamento della Storia bisogna risalire ad un altro evento che convenzionalmente viene considerato un momento di passaggio da un’epoca ad un’altra:

il crollo del muro di Berlino, il 9 novembre 1989.

Il crollo del muro: l’annuncio di una nuova epoca.

Fu una notte di festa straordinaria a Berlino quando i vopos si ritrassero ed una folla sterminata si precipitò a scavalcare quel muro che per 28 anni aveva diviso in due il cielo dei berlinesi; diviso le famiglie;

 separato i destini di chi si trovava al di là o al di qua del muro.

 Una barriera luttuosa non solo in senso metaforico, se si considera che furono uccise dalla polizia di frontiera della DDR almeno 133 persone mentre cercavano di superare il muro verso Berlino Ovest;

una ferita sanguinosa inferta nel corpo vivo del popolo tedesco che, improvvisamente, spariva nel corso di una sola notte.

Il crollo del muro di Berlino fu lo sbocco di un processo di distensione dovuto allo straordinario rinnovamento delle relazioni internazionali introdotto dalla perestroika quando l’Unione Sovietica guidata da Gorbaciov depose le armi del confronto militare facendo franare la reciprocità violenta dell’equilibrio del terrore e restituendo la libertà di autodeterminazione ai popoli che teneva assoggettati al suo controllo.

 Il crollo del muro fu vissuto in tutto il mondo come l’epifenomeno che annunciava la fine di un’era, quella della guerra fredda che aveva ingessato l’ordine pubblico mondiale.

 L’epoca dei muri, del confronto brutale fondato sulla forza, della corsa agli armamenti, dell’equilibrio del terrore franava sotto i nostri occhi come sotto l’effetto del terremoto della storia.

 Al suo posto nasceva la speranza di una nuova epoca in cui si potesse avverare la profezia della Carta della Nazioni Unite, di un’umanità liberata per sempre dal flagello della guerra, dove le relazioni internazionali ed interne agli Stati fossero regolate dal diritto e dalla giustizia.

 In quell’epoca furono stipulati accordi sul disarmo impensabili fino a qualche anno prima, furono delegittimate le alleanze militari contrapposte, fino al punto che si arrivò allo scioglimento del patto di Varsavia.

In quell’epoca si riducevano in tutto il mondo le spese militari e i popoli confidavano di ricevere i dividendi della pace ristabilita.

In questa breve stagione l’Onu, finalmente scongelata, cominciò a svolgere efficacemente il ruolo per il quale era stata istituita e riuscì a risolvere alcune delle più incancrenite situazioni di conflitto (come quelle della Namibia, della Cambogia, del Salvador) e il suo segretario generale Butros Ghali concepì un’ambiziosa Agenda per la pace.

In altre parole, si respirava un clima di euforia che vedeva l’umanità finalmente sottratta al ricatto della violenza bellica e incamminata lungo quel binario, prefigurato dalla carta dell’ONU, che portava alla pace attraverso il diritto.

Questa speranza di un futuro radioso e pacifico è stata smantellata rapidamente dagli architetti dell’ordine mondiale che hanno agito coerentemente per porre fine al clima di cooperazione pacifica generato dalla fine della guerra fredda.

Le speranze tradite.

Nei circoli occidentali la fine della guerra fredda venne interpretata come una vittoria e il ritiro dell’Unione Sovietica dalla competizione militare come il frutto di una sconfitta determinata dalla forza delle armi dell’Occidente.

 La lezione che gli architetti dell’ordine mondiale trassero dagli eventi del 1989 fu che dal mondo bipolare si potesse passare all’avvento di un mondo monopolare in cui un’unica superpotenza avrebbe garantito la pace e l’ordine pubblico internazionale.

E fu proprio questa l’interpretazione ufficiale di quegli eventi che anche in Italia il ministro degli esteri dell’epoca, Gianni De Michelis, fornì alla camera il 20 marzo 1990.

In quest’ottica la logica di potenza non subiva nessun ripensamento, anzi veniva esaltata, la NATO non perdeva la sua ragione di essere, malgrado lo scioglimento del patto di Varsavia, gli strumenti militari non correvano il rischio di essere condizionati dalla spinta globale al disarmo.

In questo contesto intervenne il discorso del Presidente Bush che, nel settembre del 1990, reagendo all’invasione irachena del Kuwait annunciò la nascita di un “nuovo ordine mondiale”, basato, non sui principi della convivenza pacifica dettati dalla Carta dell’ONU, bensì sulla capacità della superpotenza americana, non più contrastata dall’Unione Sovietica, di assicurare in tutto il mondo un “ordine” confacente ai propri interessi.

Il documento più significativo a questo proposito appare quello pubblicato dal New York Times l’8 Marzo 1992, “Defense Planning Guidance for years 1994-1999”, redatto da uno staff di funzionari del dipartimento di Stato e del ministero della difesa, presieduto dal sottosegretario alla difesa Paul D. Wolfowitz.

 Il documento parte dal riconoscimento che gli Stati Uniti, a seguito della scomparsa del blocco sovietico, hanno acquistato lo statuto di superpotenza unica:

“tale statuto deve essere perpetuato attraverso un comportamento costruttivo ed una forza militare sufficiente per dissuadere qualunque nazione o qualunque gruppo di nazioni dallo sfidare la supremazia degli Stati Uniti”.

 Il rapporto si sofferma a lungo sull’esigenza di privilegiare la potenza militare come strumento per garantire la preponderante egemonia internazionale americana.

La preoccupazione fondamentale di conservare agli Stati Uniti lo statuto di superpotenza unica non valeva soltanto per gli antichi o i potenziali avversari ma anche per gli alleati:

“Noi dobbiamo agire – recita il documento – in vista di impedire l’emergere di un sistema di difesa esclusivamente europeo che potrebbe destabilizzare la NATO.”

La prima guerra del Golfo (16 gennaio-28 febbraio 1991), fu l’occasione per imporre un cambio di passo nelle relazioni internazionali e rilegittimare il ricorso alla violenza bellica come strumento di tutela degli interessi di alcune nazioni e di riaffermare il ruolo egemonico degli Stati Uniti, come unica potenza dotata di una indiscutibile superiorità militare e della volontà di usarla, senza remora alcuna, per perseguire i propri obiettivi.

Tuttavia, l’esperienza della prima guerra del Golfo presentava ancora un tasso di ambiguità perché la coalizione a guida USA aveva agito dopo aver ricevuto il consenso di quasi tutta la Comunità internazionale e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che aveva autorizzato l’uso della forza per ottenere la liberazione del Kuwait con la Risoluzione 678 del 29 novembre 1990.

In quest’esperienza fu osservato che gli USA avevano utilizzato l’ONU come un negozio di abbigliamento giuridico per ammantare di legalità   il ricorso al linguaggio della guerra che, nel clima del dopo guerra fredda, veniva pur sempre considerato un tabù da una gran parte dell’opinione pubblica internazionale.

Da più parti venne osservato che si trattava di una guerra di “sdoganamento” della guerra.

Questo processo di rilegittimazione della guerra come strumento ordinario della politica di potenza (dell’Occidente), e di delegittimazione dell’ordine giuridico fondato sulla Carta dell’ONU, per realizzarsi compiutamente aveva bisogno di compiere un balzo in avanti.

L’occasione propizia fu offerta dal conflitto che portò alla dissoluzione della ex Jugoslavia…

Verità e giustizia per le vittime di uranio impoverito.

(Gregorio Piccin)

Il Partito della Sinistra europea porterà all’attenzione del Parlamento Ue la questione delle morti di militari e civili causate dagli armamenti contenenti il metallo pesante e usati nei teatri di guerra e nei poligoni di tiro dalla Nato.

Una strage silenziosa al centro di una battaglia giudiziaria in Italia.

La trentennale questione dell’uso bellico dell’uranio impoverito, che per diversi aspetti investe anche l’Unione europea, verrà finalmente portata all’attenzione del Parlamento europeo.

 Lo ha deciso il Partito della Sinistra europea (The Left) che ha chiuso l’11 dicembre 2022 il suo congresso a Vienna.

«I crimini di guerra non vanno in prescrizione», si legge nelle conclusioni della mozione presentata al congresso dal Partito della rifondazione comunista e approvata dal 90% dei delegati e delle delegate dei partiti rossoverdi europei.

 «Il Partito della sinistra europea si impegna a portare la questione delle vittime civili e militari dell’uranio impoverito all’attenzione del Parlamento europeo e ad individuare un percorso che possa impegnare il Parlamento sulla strada della verità e della giustizia per tutte le vittime e per la messa al bando di queste armi dentro e fuori il perimetro dell’Unione europea…».

 

Il consenso quasi unanime ottenuto da questa mozione lascia ben sperare sull’impegno che le delegazioni di europarlamentari introdurranno nel prossimo futuro.

Un percorso che sarà supportato concretamente anche dall’Italia con la giurisprudenza prodotta in vent’anni di battaglie legali e dalle conclusioni inequivocabili della IV Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio impoverito il cui presidente, l’ex senatore Gian Piero Scanu, aveva già inviato a suo tempo alla presidenza del Parlamento europeo.

Nel nostro Paese ci sono almeno 8mila veterani gravemente ammalati per l’esposizione a vari metalli pesanti come l’uranio impoverito mentre circa 400 sono morti.

Tutti tornati dai teatri di guerra dove i bombardamenti effettuati dalla Nato hanno causato una “pandemia tumorale” che continua a mietere migliaia di vittime sia civili che militari.

Oppure rientrati dal servizio presso poligoni dell’Alleanza come “Capo Teulada” o “Quirra” in Sardegna.

Mozione operaia.

NO alla guerra imperialista.

NO alla partecipazione italiana alla guerra.

NO all’aumento delle spese militari.

No al carovita.

Noi lavoratori e lavoratrici esprimiamo la netta opposizione al nuovo decreto del governo Meloni e alle mozioni del parlamento che supportano l’invio di armi, equipaggiamenti al teatro di guerra dell’Ucraina.

Una decisione che alimenta la guerra, la corsa al riarmo e prosegue nella politica di violazione dell’Art. 11 della Costituzione, con cui l’Italia ripudia la guerra come mezzo di soluzione delle controversie tra Stati.

Noi lavoratori e lavoratrici condanniamo fermamente l’invasione imperialista di stampo neo-zarista della Russia di Putin dell’Ucraina, caos come l’azione guerrafondaia dei governi Usa/Nato/Ue, Italia compresa, volta a portare le truppe occidentali e Basi militari ai confini della Russia, usando l’Ucraina di Zelensky, nel cui governo ed esercito sono presenti i nazisti, come ‘cavallo di Troia’ e pedina di guerra;

una situazione che può sfociare in una terza guerra mondiale e nell’uso del nucleare.

Siamo contro questa guerra tra banditi capitalisti per il profitto e per il controllo mondiale delle materie prime, le fonti energetiche, le vie geostrategiche.

Siamo solidali con le masse ucraine sotto le bombe e in fuga e con chi in Russia si oppone all’invasione e alla guerra.

Siamo contro ogni scaricamento dei costi e degli effetti di questa guerra sui lavoratori e le masse popolari già colpite dalla crisi economica.

Siamo contro l’uso delle Basi militari italiane come basi di guerra e presenza di armi nucleari.

Chiamiamo tutti i lavoratori e lavoratrici e tutte le organizzazioni sindacali a sottoscrivere questa mozione e a scendere in campo con assemblee, manifestazioni, fino allo sciopero generale, per mettere fine alla partecipazione italiana alla guerra ed essere al fianco di tutti i proletari e masse popolari che si oppongono alla guerra inter imperialista in tutti i paesi del mondo.

 

SINISTRA: LA PACE TRA NATO ED EUROPA .

Franco Astengo).

Organizzato dall’Associazione “Il rosso non è il Nero” e dal gruppo dei “Partigiani per la Pace” si è svolto a Savona il 13 dicembre un incontro sul tema “La Sinistra e la pace” nel corso del quale si è sviluppato un ampio dibattito dove, tra i diversi elementi oggetto d’analisi, è stata affrontata anche la questione del tentativo in atto di far coincidere NATO e UE all’interno del quadro determinato dal conflitto in corso a causa dell’aggressione russa all’Ucraina:

una coincidenza quella tra NATO e UE che si propone anche in un quadro più vasto afferente il rideterminarsi della logica dei blocchi, sia pure in forma e dimensione diversa da una sorta di ritorno al bipolarismo d’antan ( “Limes” nel numero di Dicembre scrive di “Triangolo della Guerra Grande”).

Il governo italiano sta usando il sillogismo NATO = UE per giustificare il proprio riferimento atlantico e nello stesso tempo la propria vicinanza ai regimi dell’Europa dell’Est con l’allineamento al gruppo di Visegrad in funzione della propria vocazione verso le cosiddette “democrature” o “democrazie illiberali” e nel frattempo il proprio allineamento agli USA (elemento quest’ultimo molto discusso all’interno della destra italiana, in settori della quale collegamenti con le democrazie illiberali vanno oltre il confine dell’Oder-Neisse”).

A quale NATO allora si sta allineando il governo italiano?

Per rispondere è necessario partire dal vertice dell’Organizzazione Atlantica svoltosi a Madrid nel giugno di quest’anno, nel corso del quale è stato stabilito un nuovo concetto strategico.

Concetto strategico che tiene conto della complessità delle dinamiche in atto:

si riscopre la Russia come nemico principale, si considera ancora in gioco la sfida del terrorismo internazionale, sono ritenuti fragili gli equilibri in Africa e nel Medio Oriente e valutate le minacce che derivano dal dominio cibernetico e – ancora le ambizioni cinesi di maggiore influenza a livello globale.

La strada tracciata sembra quella di mettere da parte l’Europa e di tornare alla guerra fredda.

In questo quadro si inserisce l’obiettivo di realizzare un legame imprescindibile tra NATO e Unione Europea facendo in modo che entrambi gli attori riconoscano l’importanza di una coincidenza di obiettivi nel rafforzamento reciproco considerando ormai come il presente la guerra multi – dominio (non solo terra-mare-cielo ma spazio e fibre ottiche).

Questa ultima considerazione è quella che affida a una piena battaglia politica per la pace la necessità di non considerare Nato e UE come la stessa coincidente struttura politico – militare (ne accennava qualche giorno fa Sergio Romano scrivendo di esercito europeo sul “Corriere della Sera”).

 

La distinzione NATO/UE e la necessità da parte della Sinistra di considerare l’Europa come spazio politico di riferimento appaiono come le priorità del momento nella nostra riflessione politica.

 Va impedito che si consideri la situazione come inevitabilmente destinata a una fase di guerra fredda nella corso della quale si prepari il conflitto globale.

Debbono essere avanzate da subito alcune proposte di politica estera sulla base delle quali portare avanti la mobilitazione pacifista dopo il buon successo dell’iniziativa del 5 novembre scorso.

Per rompere il quadro disegnato a Madrid servono proposte di smilitarizzazione e denuclearizzazione poste in zone neutre al centro del Vecchio Continente, serve soprattutto la internazionalizzazione dei movimenti pacifisti:

 un obiettivo da porre ai socialisti europei (viene sempre in mente l’esempio delle conferenze di Zimmerwald e Kienthal svolte dai socialisti pacifisti durante la prima guerra mondiale).

Imperialismo della virtù.

(Serge Halimi)

La coesistenza di un Senato controllato dai Democratici e di una Camera dei Rappresentanti dove i Repubblicani avranno la maggioranza non sconvolgerà la politica estera degli Stati Uniti.

 Potrebbe persino rivelare a chi non è a conoscenza di una convergenza tra il militarismo neoconservatore della maggior parte dei repubblicani eletti e il neoimperialismo morale di un numero crescente di democratici.

La cosa non è nuova.

 Nel 1917, il presidente democratico Woodrow Wilson ingaggiò il suo paese nella prima guerra mondiale, caratterizzata da rivalità imperiali, affermando di voler così "garantire la democrazia sulla terra".

 Ciò non gli impedisce di essere contemporaneamente un simpatizzante del Ku Klux Klan. Successivamente, durante la Guerra Fredda, Repubblicani e Democratici si sono succeduti alla Casa Bianca per difendere il “mondo libero” dal comunismo ateo, l'“impero del male”.

Con la scomparsa dell'Unione Sovietica, arriva il momento della "guerra al terrorismo" che il presidente George W. Bush garantisce porrà fine alla "tirannia nel mondo".

Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, queste crociate democratiche mietono diversi milioni di vittime, sono accompagnate da una restrizione delle libertà pubbliche (maccartismo, persecuzione degli informatori) e associano Washington a un battaglione di grandi criminali che non hanno sempre letto Montesquieu.

Tuttavia, poiché appartengono al campo americano, nessuno di loro, né il generale Suharto in Indonesia, né il regime di apartheid in Sud Africa, né Augusto Pinochet in Cile, perderà il potere (né la vita) a seguito di un intervento militare occidentale.

La presenza di un democratico alla Casa Bianca tende a facilitare la costituzione dell'egemonismo imperiale nella lotta per la democrazia.

Anche di fronte a un avversario scoraggiante come il presidente Vladimir Putin, la sinistra atlantista avrebbe senza dubbio esitato se avesse dovuto mobilitare il suo gregge dietro Richard Nixon o MM. George W. Bush e Donald Trump.

 A suo tempo, la colonizzazione francese era stata presentata anche come il compimento di una missione civilizzatrice ispirata all'Illuminismo, che le valse l'appoggio di parte dell'intellighenzia progressista.

D'ora in poi, la lotta contro l'autoritarismo russo, iraniano e cinese permetterà di riarmare moralmente l'Occidente.

Il 24 ottobre, una lettera di trenta parlamentari democratici ha elogiato la politica ucraina del presidente Joseph Biden chiedendo negoziati per concludere la guerra.

Questo appello piuttosto banale ha scatenato un tale clamore guerrafondaio su Twitter che la maggior parte dei coraggiosi firmatari si è ritirata all'istante.

Uno di loro, il signor Jamie Raskin, ha dimostrato il suo virtuosismo nell'esercizio di appiattimento generale che caratterizza i periodi di intimidazione intellettuale: 

"Mosca è il centro mondiale dell'odio antifemminista, anti-gay, anti-trans, e il rifugio del " teoria della grande sostituzione”.

 Sostenendo l'Ucraina, ci opponiamo a queste concezioni fasciste.»

Sebbene manchi ancora la lotta al riscaldamento globale, una ridefinizione così fuorviante degli obiettivi di guerra americani costituisce la sarta della futura sinistra imperialista.

 

 

 

QAnon Italia e i ‘biolab’ americani

nascosti in Ucraina la vera arma tossica.

 

 Remocontro.it – (6 Gennaio 2023) – Redazione - COMPLOTTISMO - ci dice:

  

Dresda: Trump e Putin sulle bandiere dei seguaci di “Qanon” a una manifestazione per l’anniversario del movimento di estrema destra “Pegida”.

Questo articolo ripreso dal Manifesto è parte del progetto investigativo su Qanon in Europa basato sull’analisi dei dati e condotto da “Bellingcat” e “Lighthouse Reports”.

Qanon in Italia. La narrativa tossica di ‘biolab’ ucraini in mani americane, tra armi chimiche e modifiche del Dna umano.

 Come si è diffusa nel nostro Paese la storia creata dalla propaganda russa che trova spazio e seguito su siti e piattaforme no-vax.

Complottisti all’italiana.

Il 27 novembre 2022, un ‘drop’ di Q – il misterioso guru di QAnon, teoria del complotto e pseudo setta statunitense che ha raggiunto anche l’Europa – torna a solleticare una delle principali teorie cospirazioniste che ha preso piede con l’inizio della guerra di Putin:

quella di “biolab statunitensi” segreti sul territorio dell’Ucraina, dove vengono sperimentate armi chimiche, agenti patogeni e perfino, secondo alcuni, condotti esperimenti di retrogusto nazista sugli esseri umani.

“Bellingcat” e “Lighthouse Reports”.

Nel progetto di ricerca in collaborazione con Bellingcat e Lighthouse Reports,” Le Monde” ha fatto l’anatomia di questa teoria del complotto fino a risalire alla sua genesi che ricostruisce e fa anticipare la nascita di Qanon, precisamente con la guerra nel Donbass:

«fa infatti la sua comparsa nel 2014 su alcuni media statali russi, per poi riemergere nel 2017 grazie al gruppo di hacker russi Cyber Berkut».

 E come nota e sottolinea la testata francese, questa teoria ben illustra il «fenomeno dei vasi comunicanti del complottismo».

Da destra in destra, rimbalzi organizzati.

«In questo caso tutto parte dalla Russia, rimbalza sull’estrema destra americana e poi atterra nelle sfere europee di Qanon», scrive ancora Le Monde, dove migliaia di canali e siti che diffondono teorie negazioniste su Covid e vaccini diventano uno dei principali veicoli di propagazione della narrativa».

In Italia.

Su ‘Facta’, Leonardo Bianchi ricostruisce la diffusione della ‘storia dei biolab’ anche in Italia, a partire da appena 10 giorni prima dell’inizio della guerra in Ucraina, quando un utente posta sul social della destra statunitense Gab una mappa delle presunte location di queste strutture.

Il 24 febbraio, lo stesso giorno in cui le truppe di Mosca entrano in Ucraina, l’utente di Twitter “@warclandestine” (che poi cambierà nome in ‘bioclandestine’: su Telegram è seguito da quasi 119.000 persone), posta la medesima mappa.

Aggiungendo l’elemento fondamentale per renderla virale: «I luoghi degli attacchi russi e quelli dei laboratori segreti coincidono. Quindi, solo una ‘operazione speciale’ per sventare un crimine congiunto statunitense e ucraino».

Sospetti semiufficiali.

Tre giorni dopo l’ambasciata russa in Bosnia accusa gli Usa di «riempire l’Ucraina di bio-laboratori militari», seguita da figure di primo piano dell’amministrazione moscovita.

Persino il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e la sua portavoce Maria Zakharova, fanno menzione di ‘bio-laboratori americani in Ucraina’, ma dopo di allora, tacciono.

Il 3 novembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che respinge una proposta della Russia di una commissione d’inchiesta sul «programma biologico-militare congiunto di Usa e Ucraina», informa Giovanna Branca.

Il programma che esiste.

Un programma che, in realtà, esiste sino dagli anni Novanta, finanziato del dipartimento della Difesa statunitense per «supportare la ricerca pubblica nella sanità nei paesi post sovietici e ridurre il rischio legato all’eredità di armi nucleari, chimiche e biologiche rimaste, in queste nazioni, inclusa la Russia».

Una struttura ufficiale nota con elementi simili utili a creare confusione e su cui costruire anche l’inverosimile.

Trump e Putin alleati nella ‘guerra contro il deep state’.

Nella narrativa dei ‘biolab’ Usa-Ucraina, si salda la teoria ‘Qanonista’ di diffusione soprattutto americana che vuole Trump e Putin alleati nella guerra santa contro «il ‘deep state’ e la ‘cabala globale’ a trazione ‘democratico/ebraica, la cui storia ha riscosso grande successo anche fra i volti più noti dell’estrema destra Usa».

Alcuni nomi per dare l’idea della portata del vero complotto: Steve Bannon, Tucker Carlson (il Bruno Vesta americano di Fox News), e Ron Watkins, amministratore della piattaforma ‘preferita da Q per lasciare i suoi drop’, la ‘8kun’ e, secondo il New York Times la reale identità del misterioso Q.

Come scrive Leonardo Bianchi, «l’intera vicenda dei bio-laboratori clandestini ucraini dimostra come ormai ci sia una totale convergenza tra la propaganda russa e il complottismo occidentale».

“Warclandestine” e la teoria dei biolab in Italia.

La mappa di “warclandestine” e la teoria dei” biolab” in Italia viene subito ripresa dai canali Telegram legati alla sfera di Qanon, e la sua diffusione – come emerge dall’analisi condotta da Bellingcat e Lighthouse Reports, ha un picco di oltre 400 post settimanali in coincidenza con l’inizio della guerra, sovrapponibile a quello in corso in altri paesi europei, e poi scema nel tempo fino a una decina di contenuti per settimana.

Il numero delle visualizzazioni dei post che trattano l’argomento biolab ha invece un secondo picco – circa 700.000 a settimana, a inizio guerra erano più di 800.000 – a giugno, quando il Pentagono pubblica un ‘fact sheet’ in cui ribadisce l’esistenza di 46 strutture in Ucraina per la riduzione, appunto, di minacce nucleari, chimiche e biologiche.

Ma la sceda informativa viene interpretata come una ammissione di colpa.

Gli influecer italiani di QAnon.

La centralità nella ‘narrazione Qanonista italiana’ di alcuni influencer già abbastanza noti.

Il canale di Cesare Sacchetti, con i suoi 64.000 iscritti, il più condiviso anche in fatto di ‘biolab’ nonostante non appaia neanche nella top ten dei canali italiani per maggior numero di post sull’argomento.

Lo segue, ancora una volta, Rossella Fidanza (oltre 41.000 iscritti), ‘ripostata’ oltre 50 volte, che, tra le tante cose, il 14 maggio scrive: «Mariupol era un centro per la raccolta di agenti patogeni pericolosi.

Questo va avanti dal 2014 secondo i documenti.

 Non è lo stesso anno in cui Soros ha preso il controllo dell’Ucraina?».

I ‘produttori’ e i ‘diffusori’.

I canali che producono la maggioranza dei contenuti ad argomento biolab non sono necessariamente quelli con più follower, spiegano e documentano Bellingcat e Lighthouse Reports.

Al primo posto con quasi 200 post troviamo ‘L’età dell’oro – Antonella e Werner’ (12.467 iscritti), che nei giorni dell’assedio di Mariupol parlava di bio-laboratori della Nato nei sotterranei dell’acciaieria Azovstal.

 Secondo sul podio (oltre 100 post) un canale piccolo ma agguerrito, ‘Patrizia Rametta Chat’ con 897 iscritti.

Patrizia Rametta che le testate siciliane definiscono come dirigente provinciale della Lega a Siracusa all’epoca delle elezioni politiche del 2018, e attiva fino al 2021 sul social russo “Vkontakte”, in voga fra chi cerca alternative alla moderazione dei contenuti dei social “mainstream”.

Seguono, sempre intorno ai 100 post, Qanon-it e due canali no vax: ‘EsercentiNoGreenPass’ (quasi 13.000 iscritti) e ‘IoApro’ (7.738).

Ancora una volta, quindi, quella che è definibile come una teoria di stampo Qanonista trova seguito nel complottismo no vax, anche perché la narrativa sui biolab si sovrappone spesso a quella del Covid come arma studiata a tavolino contro le popolazioni mondiali.

Ecosistema di Q in Italia.

Quando si vanno a guardare gli indirizzi internet più condivisi sui canali dell’ecosistema di Q in Italia quando si parla di biolab:

dopo Telegram, il sito di estrema destra Usa ‘The Gateway Pundit’, o ‘Gospa News’, che promette «informazione giornalistica cristiana», con l’invito ai lettori ad aiutare economicamente «l’informazione libera»:

 «Gospa News ha bisogno di contributi per proseguire le inchieste su danni da vaccini, Sars-2 da laboratorio, lobby Lgbt, dittatura Nwo».

Inchieste che, come spesso accade su questi siti, non sono che la traduzione parola per parola di articoli usciti su testate complottiste anglofone.

Copia incolla.

Un pezzo del marzo 2022 su “Gospa News” si sostiene che le attività della” Defense Threat Reduction Agency” (l’agenzia del dipartimento della Difesa Usa per il contrasto del rischio sulle armi di distruzione di massa), questa volta nella capitale della Georgia Tbilisi, celano un programma per infettare georgiani e ucraini con le malattie più disparate, ripreso dal sito ‘williambowles.info’.

È anche il caso del nono sito più condiviso (preceduto da “rt”, ex Russia Today, e il “substack” di bioclandestine):

“ Megachiroptera”, impegnato soprattutto al negazionismo climatico.

Qui si possono trovare molti articoli a tema biolab tradotti dal sito di” Joseph Mercola”, che il New York Times definisce «il più influente diffusore di disinformazione online sul Coronavirus».

Menzione speciale per Imola Oggi.

Menzione speciale sempre da parte di “Bellingcat” e “Lighthouse Reports”, per il sito ‘Imola Oggi’, che l’11 marzo riporta un articolo di “Nova News” sull’Oms che sollecita l’Ucraina a distruggere gli agenti patogeni nei bio-laboratori, tagliando convenientemente la dichiarazione finale dell’allora portavoce della Casa bianca Jen Psaki.

Mentre il 12 maggio pubblica integralmente una dichiarazione del noto monsignor Viganò sulla sentenza della Corte suprema che avrebbe di lì a poco abolito il diritto federale all’aborto negli Usa, «per poi discettare di deep state e bio-laboratori in Ucraina dove si sono ‘alterate la patogenesi e trasmissibilità del virus Sars-Cov-2».

Un articolo pubblicato a maggio insinua il sospetto che nei “biolab ucraini” si raccolga il materiale genetico degli slavi per «sviluppare armi biologiche che colpiscano solo la popolazione appartenente a un determinato gruppo etnico». Forse scordando che a essere slavi sono gli ucraini stessi.

 

 

 

 

IL “DEEP STATE” È RESPONSABILE

DEL MASSACRO IN UCRAINA.

Comedonchisciotte.org - George D. O’Neill Jr., theamericanconservative.com – (24 Novembre 2022) – ci dice:

 

L’establishment della politica estera sapeva che era inutile provocare la Russia ad ogni occasione.

DEEP STATE.

Sin dall’inizio della guerra in Ucraina, i media corporativi, i politici e tutte le ONG controllate in tutta l’America e l’Europa occidentale sono stati di pari passo nella loro affermazione che l’azione militare russa nell’Ucraina orientale era immotivata e ingiustificata: un atto di aggressione che non poteva essere consentito.

 

C’era un problema con questo blitz propagandistico: era totalmente falso.

 Il Deep State – le élites governative, la comunità dell’intelligence e l’establishment militare – ha passato decenni a minacciare e provocare la Russia spingendo la NATO verso il suo confine.

Non c’è bisogno di amare la Russia per vederlo, e si può detestare Vladimir Putin a non finire.

La questione fondamentale rimane la stessa: i russi vedono la NATO al loro confine come un atto di aggressione e una minaccia alla loro sicurezza nazionale, e lo sappiamo da decenni.

L’elenco degli eventi è chiaro e inconfutabile.

Nel 1990, mentre l’Unione Sovietica stava iniziando a disgregarsi e si valutava la possibilità di pace nella maggior parte del mondo, gli Stati Uniti – nientemeno che James Baker, segretario di Stato americano – si impegnarono a non muovere la NATO verso est, verso il confine russo.

 Quella promessa era fondamentale per consentire il ritiro delle divisioni militari sovietiche dalla Germania dell’Est per facilitare l’unificazione del paese.

Questo impegno ha fornito anche la sicurezza necessaria per la dissoluzione del potere all’interno dell’Unione Sovietica.

Senza tale garanzia, la resistenza alla rottura sarebbe stata intensa e quasi certamente violenta.

A quel punto, erano passati meno di 50 anni da quando la Russia era stata invasa.

L’orrore della seconda guerra mondiale è costato al popolo russo da 25 a 35 milioni di vite.

 Oltre all’inimmaginabile mare di sangue di quella guerra, i russi ricordano bene le tante altre invasioni che hanno causato morte, dolore e sconforto per un numero incalcolabile di loro concittadini.

Dal momento che gli americani non hanno mai sperimentato un’invasione straniera, non hanno idea di quell’orrore (La guerra del 1812 fu una breve e piccola battaglia).

Il Segretario di Stato Baker ha fatto la cosa giusta per placare un legittimo timore e facilitare la disgregazione e la liberazione di centinaia di milioni di persone prigioniere del sistema sovietico.

Ma prima che l’inchiostro si asciugasse, l’establishment della politica estera degli Stati Uniti, espresso nella NATO e nell’UE, iniziò a non rispettare la parola data.

Mentre la Russia post-sovietica attraversava una grave depressione economica sconosciuta ai più in Occidente, le élite negli Stati Uniti e in Europa hanno messo insieme un piano per espandere la NATO fino ai confini della Russia.

 Questa mossa cinica ha apertamente ignorato e violato l’impegno dell’Occidente.

All’inizio del 1997 “George Kennan”, il leone della politica estera di gran parte del XX secolo, avvertì in un editoriale sul New York Times:

Alla fine del 1996, si permise, o si fece, prevalere l’impressione che in qualche modo e da qualche parte si fosse deciso di espandere la NATO fino ai confini della Russia.

 Ma qui è in gioco qualcosa della massima importanza.

E forse non è troppo tardi per avanzare un punto di vista che, credo, non è solo mio, ma è condiviso da un certo numero di altri con una vasta e nella maggior parte dei casi più recente esperienza nelle questioni russe.

 L’opinione, dichiarata senza mezzi termini, è che l’espansione della NATO sarebbe l’errore più fatale della politica americana nell’intera era post-guerra fredda.

Un anno dopo, nel maggio 1998, a seguito di un voto del Senato degli Stati Uniti per espandere la NATO, “Kennan” ha nuovamente avvertito le élites politiche occidentali del pericolo in un’intervista con “Thomas Friedman” del New York Times.

“Penso che sia l’inizio di una nuova guerra fredda”, ha detto il signor “Kennan” dalla sua casa di Princeton.

“Penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e ciò influenzerà le loro politiche.

Penso che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per questo.

Nessuno stava minacciando nessun altro.

Questa espansione farebbe rivoltare nella tomba i Padri Fondatori di questo paese.

Abbiamo firmato per proteggere tutta una serie di paesi, anche se non abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo in modo serio. [L’allargamento della NATO] è stata semplicemente un’azione sconsiderata da parte di un Senato che non ha alcun reale interesse per gli affari esteri”.

Gli avvertimenti di “Kennan” furono ignorati.

Un anno dopo, nel 1999, la NATO si è impegnata in un’azione militare contro la neonata nazione della Serbia.

 Ancora oggi si possono vedere i danni dei bombardamenti a Belgrado, la capitale serba.

La Serbia è stata un alleato della Russia sin dai tempi della prima guerra mondiale.

Ciò è stato visto in Russia come un avvertimento che la NATO intendeva fare ciò che voleva e che chiunque si opponesse a loro poteva contare sullo stesso trattamento.

 Questo insulto calcolato ha portato direttamente all’ascesa di un leader nazionalista in Russia.

 Nel 2000, Vladimir Putin è stato eletto presidente.

 Dal momento che il bombardamento della Serbia, la partecipazione dell’America e della NATO alle guerre che hanno causato il naufragio intenzionale di altri paesi come la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e un certo numero di paesi in Africa, Centro e Sud America, non è passato inosservato alla dirigenza russa.

Nessuna persona seria a Washington può dire di non essere stata avvertita dell’impatto della loro sete di potere nell’espansione della NATO.

 Ma la bugia continua.

 I massimi leader della politica estera che negli anni si sono espressi contro gli interventi distruttivi sono stati ignorati.

William Burns, il direttore della CIA di Biden, l’agenzia incaricata di sapere come agiranno e reagiranno le altre nazioni, ha avuto un posto in prima fila sulla politica russa e della NATO per più di 30 anni.

Nel 1990, Burns ha servito sotto il Segretario di Stato James Baker in un ruolo di pianificazione durante il periodo in cui Baker ha promesso alla Russia che la NATO non sarebbe avanzata oltre i confini della Germania appena riunificata.

 

La carriera di Burns come cardinale consacrato del Deep State è ben documentata.

In effetti, è un po’ un’eredità.

 Il padre di Burns, un maggiore generale dell’esercito, era profondamente coinvolto nel lavoro di intelligence e servì Reagan e Bush Sr. nei Consigli per il disarmo.

Lo stesso Burns era stato nominato da Clinton nel 1995 quando scrisse, mentre prestava servizio come consigliere per gli affari politici presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca, che “l’ostilità all’inizio dell’espansione della NATO è quasi universalmente sentita in tutto lo spettro politico interno qui”.

L’intensità dell’antipatia della Russia nei confronti dell’espansione della NATO verso il proprio confine, e in particolare verso l’Ucraina, è stata accentuata in un rapporto del 2008 di Burns – all’epoca ambasciatore degli Stati Uniti presso la Federazione Russa – al Segretario di Stato di Bush Jr., Condoleezza Rice:

“L’ingresso dell’Ucraina nella NATO è la più luminosa di tutte le linee rosse per l’élite russa (non solo Putin).

 In più di due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi, dai tirapiedi negli oscuri recessi del Cremlino ai più acuti critici liberali di Putin, «Devo ancora trovare qualcuno che veda l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi russi».

Anche se quest’anno il direttore della CIA di Biden non è stato in grado di mettere a frutto la sua vasta esperienza, altri nel Dipartimento di Stato sapevano benissimo come la Russia avrebbe reagito apertamente per scongiurare l’adesione dell’Ucraina agli elenchi dei membri della NATO.

Eppure” Victoria Nuland”, mandarina nei ranghi neocon dell’establishment della politica estera e del Dipartimento di Stato, nel 2013 si vantava che gli Stati Uniti avessero speso più di 5 miliardi di dollari per promuovere gruppi di “società civile” filo-occidentali in Ucraina dalla fine della Guerra Fredda.

Nel 2014 gli Stati Uniti hanno assistito, se non direttamente diretto, a un colpo di stato contro un governo eletto in Ucraina perché quel governo voleva relazioni amichevoli con la Russia, un vicino più grande con una storia condivisa che risale a secoli fa.

Il Deep State non poteva tollerare quell’amicizia.

 Una famigerata telefonata trapelata tra l’allora Assistente Segretario di Stato Nuland e l’ex Ambasciatore degli Stati Uniti Geoffrey Pyatt che parlava di aiutare “l’ostetrica” nella rivoluzione del febbraio 2014 può essere ascoltata .

Il professor John Mearsheimer dell’Università di Chicago ha tenuto una conferenza del 2015 in cui ha messo in guardia sui problemi e sui pericoli causati dalla crisi ucraina del 2014 progettata dagli Stati Uniti.

Dopo numerose aperture diplomatiche russe respinte per risolvere i pericoli posti da un’Ucraina ostile e armata dalla NATO, la Russia ha agito, come previsto da Kennan, Burns e altri.

 I russi si sono mossi nel 2014 per difendere il loro confine meridionale.

Sostenendo i separatisti locali di lingua russa, la Russia è stata in grado di proteggere la Crimea, una penisola che è stata al centro della Marina russa per 300 anni.

Sono andati oltre? No.

Hanno iniziato una guerra totale? No.

 Ma hanno fatto come avevano promesso e si sono mossi per difendere il fronte meridionale della loro nazione.

Come ha sottolineato il professor John Mearsheimer in una conferenza del 6 giugno 2022, c’è stata una lunga lista di provocazioni da parte degli Stati Uniti e della NATO che hanno portato a questo.

Molte di queste provocazioni sono state delineate nel rapporto della Rand Corporation del 2019 intitolato “Extending Russia”.

 La Rand Corporation è un think tank del “Deep State” che ha aiutato a progettare la maggior parte degli interventi stranieri degli Stati Uniti sin dalla sua fondazione nel 1948.

Ma anche il riassunto del rapporto Rand mette in guardia contro l’arrivare al punto di precipitare un’azione militare.

Apparentemente il brain-trust di Nuland, Biden e Blinken non ha letto quella parte.

Per anni hanno reso l’Ucraina un membro de facto della NATO, una nazione neutrale solo di nome.

Dal trattato di Minsk del 2015, hanno colpito l’orso e hanno continuato a colpire fino a quando l’orso non si è scagliato contro.

In che modo ciò serve gli interessi dell’America?

 

Se siete interessati a dare un’occhiata ai pensieri e ai progetti del nostro Deep State nei confronti della Russia, leggete l’intero rapporto “Extending Russia” della Rand Corporation.

È un’agghiacciante litania dell’interferenza intenzionale degli Stati Uniti nelle nazioni sovrane vicine alla Russia per ferire e provocare la Russia.

 La politica degli Stati Uniti è stata, a quanto pare: istigare le ostilità tra Ucraina e Russia a tutti i costi.

Perché la leadership si è rifiutata di negoziare in buona fede con la Russia? Sapevano che i russi avrebbero reagito come hanno fatto.

 Cosa speravano di ottenere i politici statunitensi?

Queste sono le domande a cui bisogna rispondere.

 La politica estera e le élites militari devono essere ritenute responsabili della morte e della distruzione che le loro politiche antagoniste hanno scatenato.

Possono fingere di non sapere cosa sarebbe successo, ma i seri esperti di politica estera al di fuori della bolla di Washington lo sanno meglio.

(George D. O’Neill Jr., theamericanconservative.com)

(theamericanconservative.com/blame-the-deep-state-for-carnage-in-ukraine/).

 

 

 

 

BRUXELLES E DAVOS DECIDONO

IL FUTURO DELL’EUROPA.

Comedonchisciotte.org- Massimo Cascone – (18 Gennaio 2023) – ci dice: 

 

Senza un attimo di tregua rispetto agli impegni e alle questioni europee che hanno caratterizzato questo inizio di 2023, Giorgia Meloni ha avuto giusto il tempo di festeggiare il suo compleanno domenica, coinciso con i primi 100 giorni di governo, prima di essere nuovamente proiettata tra le problematiche di lavoro.

Un inizio, quello dell’esecutivo, che più volte abbiamo definito non facile, a causa prima delle difficoltà interne alla coalizione di centrodestra, ad oggi comunque sotto al tappeto pronte a riapparire alla prima occasione, e successivamente per le posizioni non sempre favorevoli alla linea chiesta dall’Europa.

Non è un caso infatti che per appianare le divergenze, la settimana scorsa la nostra Presidente del Consiglio abbia incontrato prima la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e, successivamente, a distanza di qualche giorno, il nuovo direttore generale del MES Pierre Gramegna.

Un do ut des è ciò che probabilmente è riuscita a strappare Giorgia, conscia da un lato che la posizione assunta dal governo sul MES non era sostenibile a lungo, e dall’altro che i nuovi obiettivi che l’Italia dovrà raggiungere per rispettare la tabella di marcia del PNRR non sono di così facile realizzazione.

Nel frattempo la distopia non accenna a rallentare, anzi.

Dopo la questione degli insetti a tavola per salvare il mondo dalla crisi alimentare, in barba alle tradizioni culinarie dei popoli del vecchio continente, la Commissione europea ha deciso di mettere un freno all’inefficienza energetica delle nostre case imponendo una rivoluzione del settore immobiliare entro il 2030, al fine di salvarci tutti dal cambiamento climatico.

Il tutto in perfetta linea con la rivoluzione green ampiamente sponsorizzata a Davos da Klaus Schwab nei vari incontri del “World Economic Forum”, giunto, con il meeting annuale 2023 iniziato questo lunedì, alla sua cinquantatreesima edizione.

A presenziare per l’Italia solo il Ministro dell’Istruzione Valditara.

Una delegazione piuttosto scarna se si pensa all’annuncio degli organizzatori che prevedono circa 2.700 partecipanti tra leader di governo, delle imprese e della società civile. Il governo italiano ha dimostrato di avere altre priorità al momento o di non volersi ritagliare un ruolo di primo piano nel decidere il mondo che verrà?

A noi l’ardua sentenza.

 

 

 

 

 

IL WEF DI KLAUS SCHWAB CHIEDE

LA DISTRUZIONE DELLA CLASSE

MEDIA AMERICANA (ED EUROPEA).

Comedonchisciotte.it - Kurt Nimmo - substack.com – (21 Gennaio 2023) – ci dice: 

 

“La sociopatica “Chrystia Freeland “auspica l’impoverimento della classe media”.

Kurt Nimmo lo dice da molto tempo.

“L’élite globale vi odia, vuole distruggere il vostro tenore di vita e ridurvi a servi della gleba, impotenti e superflui emettitori di anidride carbonica.”

Sfido la ricca e titolata (è al governo, dopotutto) Chrystia Freeland a camminare per le strade di Filadelfia, Detroit, Cleveland e altre città distrutte dall’élite globale e a cercare di vendere questa ricetta di povertà e miseria.

Da molti quartieri la Freeland non ne uscirebbe viva.

 Avrebbe bisogno della “Schweizer Armee” al suo fianco.

Invece, Freeland è al sicuro dietro un podio al WEF.

Fuori ci sono migliaia di soldati svizzeri che si assicurano che la plebe indignata non prenda d’assalto il castello.

Questa donna “onorevole” (i sociopatici al governo sono sempre onorevoli), una colonna portante dello Stato, è al suo decimo mandato carrieristico come vice primo ministro del Canada e “serve” come ministro delle Finanze.

In qualità di ministro delle Finanze, non c’è dubbio che capisca che cosa comporta un “taglio degli stipendi” per la classe media.

La Freeland ovviamente considera la classe media americana inutile e non produttiva (a differenza degli schiavi che lavorano nelle fabbriche in Cina).

Certo, i nonni di questa classe media hanno costruito l’America e hanno lavorato nelle fabbriche negli uffici.

Tuttavia, la Freeland e il cartello neoliberale ritengono che sia giunto il momento di smantellare l’America e di affamare tutti quelli rimasti  sulla scia della delocalizzazione e delle truffe finanziarie che hanno ulteriormente arricchito la casta dei miliardari, un massiccio trasferimento (furto) di ricchezza che sta lentamente distruggendo la classe media.

Klaus Schwab, un allievo del criminale di guerra Henry Kissinger, è il mentore di questi sociopatici narcisisti e assetati di potere.

Il “Grande Reset” del WEF è progettato per trasformare il mondo in un impoverito campo di concentramento sociale, dove gli indigenti servi della gleba “non possiederanno nulla” e questo, in vero stile orwelliano, li renderà liberi.

Non viene menzionato il fatto che il sistema di controllo di Schwab metterà a tacere qualsiasi opposizione agli apparatchiks non eletti del WEF.

Se sarete costretti ad affittare tutto – la vostra casa, la vostra auto, il vostro cibo, il vostro computer, eccetera – questo “privilegio” dell’affitto vi potrà essere tolto.

Sfido la gente ad indagare sull‘iniziativa di riprogettazione globale del WEF. Secondo il “Transnational Institut”e dei Paesi Bassi, questa “iniziativa” propone

un passaggio dal processo decisionale intergovernativo ad un sistema di governance multi-stakeholder.

 In altre parole, stanno emarginando un modello riconosciuto, in cui noi votiamo i governi che poi negoziano i trattati che vengono ratificati dai nostri rappresentanti eletti con un modello in cui un gruppo auto-selezionato di “parti interessate” prende le decisioni per nostro conto (enfasi aggiunta).

In altre parole, le grandi imprese transnazionali “interessate” decideranno dove potrete vivere, cosa potrete mangiare (insetti ed erbacce), come riprodurvi (o non riprodurvi;

i bambini emettono anidride carbonica) e cosa potrete “affittare” da loro, o non essere autorizzati ad affittare se vi lamenterete di un cartello “economico” globalista non eletto che spinge l’umanità alla servitù della gleba, alla povertà mondiale e allo spopolamento.

 

Chrystia Freeland è una nemica dell’umanità.

 È una misantropa globalista.

Nel video , rivela il suo totale disprezzo per l’uomo e la donna medi. Sta invocando il male, persino la morte.

Non c’è altro modo per descrivere una misantropa così spregevole.

Senza dubbio la sua reazione sarebbe completamente diversa se i servi della gleba infuriati riuscissero a sopraffare l’esercito svizzero fuori dalla lussuosa stazione sciistica di Davos, radunassero i grandi del WEF e organizzassero un tribunale per crimini economici contro l’umanità.

Non succederà tanto presto.

Gli Americani, i Canadesi e gli Europei sono troppo passivi, distratti, rimbambiti e disposti a credere a narrazioni fittizie.

 Se la Covid ha dimostrato qualcosa, è che le persone indottrinate e timorose della morte faranno tutto ciò che il governo chiede loro.

È un modello che si ripeterà.

Almeno i Francesi conservano un po’ di coraggio.

Macron vuole neo-liberalizzare il sistema pensionistico francese.

 Questa è stata la risposta alla sua proposta di negare una promessa.

È davvero un peccato che un milione o più di persone non stiano marciando sulla Landwasserstrasse fino a Davos per opporsi al cartello del WEF e alla sua misantropica agenda globale.

(Kurt Nimmo - kurtnimmo.substack.com)

(kurtnimmo.substack.com/p/wef-calls-for-destruction-of-americas).

 

 

 

 

 

 

LA GUERRA IN UCRAINA PER MANTENERE

L’UNIONE EUROPEA SOTTO TUTELA.

Cmedonchisciotte.org - Thierry Meyssan, voltairenet.org – (25 Gennaio 2023) – ci dice: 

 

Perché Josep Borrell, Charles Michel e Ursula von der Leyen, provatamente corrotti e incompetenti, sono diventati leader dell’Unione Europea?

 Per avallare le imposizioni di Jens Stoltenberg.

È difficile ammetterlo, sebbene gli anglosassoni non ne facciano mistero.

Parafrasando una celebre citazione del primo segretario generale dell’Alleanza, la Nato è stata creata per «tenere la Russia all’esterno, gli Americani all’interno e l’Unione Europea sotto tutela».

Non c’è altra spiegazione per il prolungamento delle inutili sanzioni contro Mosca e degli altrettanto inutili nonché letali combattimenti in Ucraina.

È passato quasi un anno dall’ingresso in Ucraina dell’esercito russo per applicare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza.

La Nato rifiuta questa motivazione e ritiene che la Russia abbia invaso l’Ucraina per annetterla.

In quattro oblast i referendum per l’adesione alla Federazione di Russia sembrano confermare l’interpretazione della Nato, ma la storia della “Novorossia” conferma la motivazione della Russia.

Le due narrazioni vanno avanti in parallelo, senza mai intersecarsi.

Durante la guerra del Kosovo pubblicavo un notiziario quotidiano.

Ricordo che all’epoca la narrazione della Nato era contestata da tutte le agenzie di stampa dei Balcani, ma non avevo possibilità di sapere da che parte stesse la ragione.

Due giorni dopo la fine del conflitto i giornalisti dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica poterono recarsi sul posto e constatare di essere stati ingannati:

le agenzie di stampa regionali avevano ragione;

la Nato non aveva fatto che mentire.

Successivamente feci parte del governo libico.

 Potei costatare in prima persona come la Nato, incaricata dal Consiglio di Sicurezza di proteggere la popolazione, distorse il mandato al fine di rovesciare la Jamahiriya Araba Libica: uccise 120 mila delle persone che avrebbe dovuto proteggere.

Sono esperienze che mostrano come l’Occidente menta spudoratamente per coprire le proprie malefatte.

Oggi la Nato ci garantisce di non essere in guerra perché non ha dispiegato truppe in Ucraina.

Tuttavia gigantesche quantità di armi vengono mandate in Ucraina affinché i nazionalisti integralisti ucraini, formati dalla Nato, resistano a Mosca;

 inoltre è in corso una guerra economica senza precedenti per distruggere l’economia russa.

 Tenuto conto dell’entità di questa guerra, per interposizione dell’Ucraina, lo scontro diretto fra Nato e Russia sembra suscettibile di scoppiare in ogni momento.

Una nuova guerra mondiale è tuttavia altamente improbabile, almeno a breve termine: i fatti già contraddicono la narrazione della Nato.

La guerra va avanti e continuerà ancora. Non perché le forze in campo siano paritetiche, ma perché la Nato non vuole affrontare la Russia.

Lo abbiamo visto tre mesi fa, durante il G20 a Bali.

Con l’accordo della Russia, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è intervenuto in videoconferenza da Kiev.

Ha chiesto l’esclusione della Russia dal G20, come ne aveva chiesto l’esclusione dal G8 dopo l’adesione della Crimea alla Federazione Russa.

Con sua grande sorpresa, nonché dei membri della Nato presenti al vertice, Stati Uniti e Regno Unito non lo hanno sostenuto.

Washington e Londra concordavano che esisteva una linea da non superare.

E a ragione: le armi moderne russe sono molto superiori a quelle della Nato, la cui tecnologia risale agli anni Novanta.

 In caso di scontro, la Russia ne subirebbe sicuramente le conseguenze, ma schiaccerebbe gli Occidentali in pochi giorni.

Dobbiamo leggere gli avvenimenti alla luce di quanto accaduto a Bali.

L’afflusso di armi in Ucraina è un espediente: la maggior parte del materiale bellico non arriva su questo campo di battaglia.

 Rete Voltaire ha scritto che le armi inviate all’Ucraina in realtà servono a scatenare un’altra guerra nel Sahel ;

il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, lo ha pubblicamente confermato, affermando che molte armi destinate all’Ucraina sono già nelle mani degli jihadisti africani .

 Del resto, costituire [in Ucraina] un arsenale alla bell’e meglio, aggiungendo armi di epoca e calibro differenti, non serve a nulla.

Nessuno possiede la logistica necessaria per fornire ai soldati munizioni così diverse.

Bisogna dedurne che queste armi non sono inviate all’Ucraina perché vinca la guerra.

Il New York Times ha lanciato l’allarme sostenendo che le industrie occidentali della Difesa non riescono a produrre armi e munizioni in quantità sufficiente.

 Le scorte sono già esaurite e gli eserciti occidentali sono costretti a privarsi di materiale militare indispensabile alla propria difesa.

 Lo ha confermato il segretario Usa alla Marina, Carlos Del Toro, che ha ammonito riguardo al depauperamento delle forze armate statunitensi.

Del Toro ha precisato che, se il complesso militare-industriale Usa non riuscisse entro sei mesi a produrre più armi della Russia, le forze armate statunitensi non potrebbero portare a termine la missione.

Prima osservazione: se politici Usa volessero scatenare l’Armageddon entro i prossimi sei mesi non avrebbero mezzi per farlo e, probabilmente, nemmeno dopo.

Analizziamo ora la guerra economica.

 Lasciamo perdere che essa venga pudicamente dissimulata sotto il termine “sanzioni”.

Ho già affrontato l’argomento sottolineando che non sono sanzioni decise da un tribunale e che dunque sono illegittime, secondo il diritto internazionale.

Osserviamo la quotazione delle valute. Il dollaro ha sopraffatto il rublo per due mesi, poi è sceso al valore del periodo 2015-2020, senza causare un indebitamento massiccio della Russia.

In altri termini, le cosiddette sanzioni hanno avuto un effetto trascurabile sulla Russia:

ne hanno perturbato pesantemente gli scambi per i primi due mesi, ma ora non la intralciano più.

Ma, d’altro canto, le sanzioni non hanno avuto un costo nemmeno per gli Stati Uniti, che non ne sono stati affatto colpiti.

Sappiamo che, laddove impediscono agli alleati d’importare idrocarburi russi, gli Stati Uniti ne importano attraverso l’India e ricostituiscono le scorte cui hanno attinto nei primi mesi del conflitto.

Osserviamo invece uno sconvolgimento dell’economia europea, costretta a ricorrere massicciamente al prestito per sostenere il regime di Kiev.

Non abbiamo dati sull’entità dell’indebitamento né conosciamo l’identità dei creditori.

È tuttavia chiaro che i governi europei fanno ricorso a Washington a titolo della legge Usa di prestito-affitto (Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act of 2022).

Gli aiuti europei all’Ucraina hanno un costo, che però sarà contabilizzato solo alla fine della guerra.

Solo allora verrà calcolato l’ammontare della fattura, che sarà esorbitante.

 Fino a quel momento tutto va bene.

Il sabotaggio del 26 settembre 2022 dei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2 non è stato rivendicato immediatamente;

è stato annunciato anticipatamente dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden il 7 febbraio 2022, alla Casa Bianca, alla presenza del cancelliere Olaf Scholz.

Certamente in quell’occasione Biden ha assunto l’impegno di distruggere il Nord Stream 2 se la Russia avesse invaso l’Ucraina, ma lo ha fatto perché la giornalista che lo stava intervistando vi si era focalizzata, non osando immaginare che avrebbe potuto fare altrettanto con il Nord Stream 1.

Con questa dichiarazione, e ancor più con il sabotaggio, Washington ha mostrato il suo disprezzo verso l’alleato tedesco.

Non è cambiato nulla da quando il primo segretario generale della Nato, Lord Ismay, dichiarò che il vero scopo dell’Alleanza era «tenere all’esterno l’Unione Sovietica, gli americani all’interno e i tedeschi sotto tutela» («keep the Soviet Union out. The Americans in, and the Germans down»).

L’Unione Sovietica non c’è più e la Germania guida l’Unione Europea.

Se fosse ancora in vita, Lord Ismay probabilmente direbbe che l’obiettivo della Nato è tenere all’esterno la Russia, gli americani all’interno e l’Unione Europea sotto tutela.

La Germania, per la quale il sabotaggio di questi gasdotti è il più grave colpo dalla fine della seconda guerra mondiale, ha incassato senza fiatare.

Contemporaneamente ha ingoiato il piano Biden di salvataggio dell’economia Usa a danno dell’industria automobilistica tedesca.

 Berlino ha reagito avvicinandosi alla Cina ed evitando di litigare con la Polonia, nuova carta vincente degli Stati Uniti in Europa.

 La Germania ora si propone di rilanciare la propria industria sviluppando le fabbriche di munizioni per rifornire l’Alleanza.

La sottomissione della Germania alla sovranità Usa è stata di conseguenza condivisa dall’Unione Europea, controllata da Berlino.

Seconda osservazione: i tedeschi, nonché l’insieme dei Paesi dell’Unione Europea, hanno preso atto dell’abbassamento del loro tenore di vita.

Insieme agli ucraini, gli europei sono le uniche vittime della guerra in corso e vi si adattano.

Nel 1992, quando dalle rovine dell’Unione Sovietica nasceva la Federazione di Russia, Dick Cheney, all’epoca segretario alla Difesa, comandò allo straussiano Paul Wolfowitz un rapporto che ci è giunto censurato, con molte parti occultate.

Dagli estratti pubblicati dal New York Times e dal Washington Post è emerso che Washington non considerava più la Russa una minaccia, ma l’Unione Europea un potenziale rivale.

 Vi si leggeva: «Benché gli Stati Uniti sostengano il progetto d’integrazione europea, dobbiamo vigilare al fine di prevenire l’emergere di un sistema di sicurezza esclusivamente europeo che minerebbe la Nato, in particolare la sua struttura di comando militare integrato».

In altri termini: Washington approva una Difesa europea subordinata alla Nato, ma è pronto a distruggere l’Unione Europea qualora aspiri a diventare una potenza politica in grado di tenergli testa.

L’attuale strategia degli Stati Uniti, che non indebolisce la Russia ma l’Unione Europea con il pretesto di combattere la Russia, è la seconda applicazione concreta della dottrina Wolfowitz.

 La prima applicazione risale al 2003, quando la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder furono punite per essersi opposte alla distruzione dell’Iraq da parte della Nato.

È esattamente quanto dichiarato il 20 gennaio dal presidente del comitato dei capi di stato-maggiore Usa, generale Mark Milley, durante una conferenza stampa al termine della riunione degli alleati a Ramstein.

Pur avendo preteso da ciascun partecipante l’invio di armi a Kiev, davanti ai giornalisti ha ammesso che «sarà molto difficile quest’anno liberare dalle forze russe ogni centimetro quadrato dell’Ucraina occupata».

 («This year, it would be very, very difficult to military eject the Russian forces from every inch of Russian-occupied Ukraine»).

 In altri termini, gli Alleati devono dissanguarsi, sebbene non ci sia alcuna speranza di prevalere nel 2023 sulla Russia.

Terza osservazione: l’obiettivo di questa guerra non è la Russia, ma l’indebolimento dell’Unione Europea.

(Thierry Meyssan, voltairenet.org)

 

 

 

 

 

 

UNA MELONI COERENTE CON

LA PROPRIA NULLITÀ POLITICA.

Comedonchisciotte.org – Comidad - Redazione CDC – (21 Gennaio 2023) – ci dice: 

Il fatto che colei che nel settembre scorso il settimanale tedesco Stern definiva la “donna più pericolosa d’Europa”, si sia rivelata invece la servetta più prona dell’orbe terracqueo, viene moralisticamente annoverato come un caso di incoerenza.

In realtà l’incoerenza non esiste, e ciò che potrebbe apparire come tale, è in effetti solo la diretta conseguenza dell’inconsistenza pratica delle proprie idee politiche.

 Il nazionalismo, che la Meloni diceva di professare, è una suggestione propagandistica spesso efficace;

ma, come categoria politica, il nazionalismo è stato sempre un gran vuoto.

 La Meloni si dimostra quindi del tutto coerente con la propria nullità.

Il nazionalismo è uno dei babau preferiti dal politicamente corretto poiché la malvagità dei nazionalisti consente, in base allo schema buono-cattivo, di legittimare indirettamente l’internazionalismo del capitale finanziario.

Ma il nazionalismo non esiste sul piano della prassi politica, per cui nell’agire o si è imperialisti o si è antimperialisti;

 e, se si vuole essere antimperialisti, il primo imperialismo da combattere è il proprio.

Le nazioni non esistono in natura, sono a loro volta prodotti artificiosi di un imperialismo, per cui gli Stati nazionali sono il risultato storico di campagne di conquista, quindi di imperialismi interni.

L’imperialismo inoltre non è soltanto il rapporto di forze tra una nazione dominante ed una nazione dominata, ma è una strada a due sensi, per cui si vedono le oligarchie locali cercarsi una sponda estera, un “vincolo esterno”, che faccia loro da scudo e da alibi contro la propria popolazione.

L’Italia ha perso una guerra mondiale ed è militarmente occupata dagli Stati Uniti, ma occorre anche ricordare che gli oligarchi nostrani erano in cerca di protezione straniera già da molto prima, oscillando tra la sudditanza all’imperialismo britannico a quella nei confronti dell’imperialismo germanico.

 Poi è arrivata la benvenuta sconfitta bellica a suggellare la compressione delle classi subalterne sotto la cappa della NATO.

Il potere militare statunitense sull’Italia è sin troppo reale, ma il fanatismo pro NATO degli oligarchi nostrani non è soltanto zelo servile, bensì un pretesto per esercitare un proprio lobbying delle armi.

 Che la rappresentazione narrativa crei anche vincoli esterni fittizi, è dimostrato dal fatto che la Germania ha un potere contrattuale praticamente nullo nei confronti dell’Italia, poiché un default del debito pubblico italiano affosserebbe automaticamente l’euro.

Eppure gli oligarchi nostrani sono riusciti ad inventarsi uno strapotere finanziario tedesco per giustificare le angherie nei confronti dei propri lavoratori e contribuenti.

 La mitica avarizia tedesca non è altro che una proiezione dell’avarizia dell’oligarchia italiana.

 Del resto non c’è bisogno di scomodare le tesi di Diogene o di Hegel per capire che il servilismo può diventare una tecnica di condizionamento e di manipolazione nei confronti dei presunti padroni.

Ogni oligarchia ha un suo specifico percorso di grandeur, di ascesa nelle gerarchie internazionali;

e gli oligarchi italici cercano la propria distinzione di rango nella dimostrazione di come riescono a controllare la popolazione, imponendole ogni sorta di umiliazione. Certe esibizioni parossistiche della propria capacità di dominio, spesso pavoneggiandosi di fronte ad esponenti stranieri, indicano l’origine arcaica e rurale dello schema di potere in Italia, ancora basato su un asse analogo a quello tra latifondista e campiere.

 Tra certe esibizioni di strapotere e certe ostentazioni di servilismo da parte dei nostri oligarchi, non c’è nessuna contraddizione, poiché rientrano entrambe in quello schema di oppressione rurale.

Va rilevato che in Italia sono avvenute esagerazioni impossibili altrove, come il green pass per accedere al lavoro, l’obbligo vaccinale per un siero non ancora approvato, ed anche le liste di proscrizione dei “putiniani”.

In fatto di brutalità in Francia il potere non è mai stato secondo a nessuno, eppure il presidente Macron ha potuto beccarsi uno sberlone da un cittadino senza che se ne facesse una tragedia nazionale.

In Italia la sacralità del potere è tale che un episodio del genere sarebbe stato immediatamente catalogato come terrorismo ed avrebbe, come minimo, scatenato una caccia all’uomo per stanare uno per uno i “mandanti morali” dello sberlone.

Gli sfrenati deliri vendicativi del potere nostrano rappresentano un ulteriore indizio delle sue matrici rurali, perciò si riconosce lo schema della faida, con quella suscettibilità programmatica dietro cui si nasconde la bramosia latente di regolamento di conti.

La matrice arcaica della faida viene però dissimulata e mistificata attraverso verniciature pseudo-moderne, come gli schieramenti ideologici.

Ogni volta che si parla di mistificazione sociale, l’imbecille professionista grida al complottismo.

 In realtà la mistificazione sociale è una relazione sociale essa stessa, per cui si entra automaticamente in giochi delle parti e ci si appassiona a false alternative.

La finta dicotomia tra fiscofobia della destra e fiscolatria della sedicente sinistra, non trova un riscontro nella realtà.

Oggi la Meloni si “contraddice” aumentando le accise sulla benzina, ma, da brava “conservatrice”, sta facendo esattamente ciò che faceva la Thatcher, la quale spostava il peso della tassazione dalle imprese ai consumatori, con le accise.

Gli sgravi fiscali sul reddito delle persone fisiche e delle società furono infatti finanziati dalla Thatcher soprattutto tramite l’aumento delle tasse sulla benzina, come a dire che si riscuoteva un balzello dai cittadini per permettergli di arrivare al posto di lavoro.

Meno male che c’è il sito web della fondazione Thatcher a fornircene i documenti storici, perché se aspettavi di essere informato dai giornalisti, stavi fresco.

 

Molta di quella che si spaccia come critica del capitalismo, è invece adulazione del capitalismo.

Chi lamenta che il capitalismo sia fondato sulla “logica del profitto”, dimentica che un certo Marx parlava di caduta tendenziale del saggio di profitto, per cui un capitalismo che si basasse sul profitto industriale non andrebbe molto lontano.

 Il capitale finanziario è creazione di valore fittizio, per cui quando in Borsa si gonfia il valore delle azioni vuol dire che si è preso da qualche altra parte.

Questa è la routine burocratica della cleptocrazia: si spillano soldi al contribuente povero per finanziare le imprese quotate in Borsa.

Questo capitalismo dipinto sempre come “muscolare” si rivela poi assistito dal denaro pubblico, cioè dipendente dall’elemosina che gli elargiscono i poveri.

 Sono i poveri a dover cercare di evadere il fisco, mentre i ricchi detengono il privilegio di eluderlo grazie alla mobilità internazionale dei capitali.

L’attuale governo, come già i precedenti, ha infatti stanziato agevolazioni fiscali per favorire ed incentivare la quotazione azionaria delle piccole e medie imprese.

La finanziarizzazione delle piccole e medie imprese, cioè il loro ingresso in Borsa, potrebbe apparire come un’idea geniale;

ed in effetti lo è, ma solo per i grandi fondi di investimento, i quali potranno facilmente scalare la proprietà azionaria di quelle imprese e impadronirsene.

 Il fisco quindi non serve a finanziare istruzione e sanità, bensì a favorire la concentrazione dei capitali dei globalisti.

(Comidad)

(comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=1137).

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