LA VERITA’ CONTRO L’INGANNO.

 

LA VERITA’ CONTRO L’INGANNO.

 

Inganno Mondiale.

Veritauniversale.it – Redazione – (12-1-2023) – ci dice:

Siamo immersi in un grande Inganno Mondiale creato da menti raffinatissime.

Saresti disposto a mettere la tua vita nelle mani di pochissime persone che ingannano te e il resto dell’umanità e che sono consapevoli di farlo esclusivamente per i loro interessi personali, sfruttando, per il proprio tornaconto, la maggior parte delle risorse del pianeta?

Saresti disposto a delegare e regalare a queste persone il bene più importante che hai, cioè la tua libertà di scelta, trascorrendo un’intera vita completamente inerte e indifferente dinanzi alle ingiustizie del mondo, diventando così complice dell’immane sofferenza da loro arrecata?

Significherebbe vendere l’anima al Diavolo. Saresti disposto a farlo?

Eppure è quello che facciamo da sempre, ritenendola l’unica realtà possibile.

L'inganno mondiale è pianificato ed orchestrato da una élite di 700 persone.

Il mondo è governato da circa 700 persone che decidono le sorti dell’umanità grazie ai loro inganni.

 Come risulta impresso sulla pietra delle “Georgia Guidestones”, uno dei loro tanti obiettivi è di ridurre la popolazione mondiale del 93%:

 

“Mantieni l’Umanità sotto i 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura “.

Tramite i loro inganni questi individui portano avanti i più svariati programmi di dominio e di controllo.

 Ti sembra normale che 700 persone controllino e decidano della vita di 8 miliardi di persone?

Quello che è bizzarro è che i padroni del mondo notificano puntualmente all’umanità, in varie forme, le decisioni che prendono sulle nostre vite.

Lo sapevi che a New York, su una facciata esterna di Union Square, l’opera “Climate Clock” segna gli anni, i mesi e i giorni che mancano al primo gennaio 2028, il giorno indicato dagli esperti come momento di non ritorno per la Terra e per tutti gli esseri viventi compreso l’uomo?

È sotto gli occhi di tutti e noi che abbiamo fatto? Nulla! Di chi è la colpa?

Di chi ci vuole distruggere, o nostra, che glielo permettiamo nella più totale indifferenza?

Siamo tutti esseri umani, viviamo insieme sullo stesso pianeta ed abbiamo indistintamente gli stessi diritti, doveri e responsabilità civili!

Se non ci opporremo a questo scempio e continueremo ad assecondare ogni loro richiesta saremo ritenuti complici dalla Legge universale.

 Se non vogliamo assumerci il Karma conseguente alla nostra indifferenza, secondo la Legge di Causa ed Effetto, e pagarne il prezzo nelle prossime Reincarnazioni, dobbiamo iniziare ad esercitare il nostro libero arbitrio in un modo più saggio concretizzandolo nell’azione sociale a favore del riscatto dell’umanità.

Ricorda che l’uomo è divino, come tale ha sempre la forza di rompere lo specchio dell’inganno e fare della propria vita quello che lui desidera, nessuno potrà mai fermarlo se opera per il bene.

Come puoi dedurre la verità è resa occulta dal potere per renderci schiavi all'interno della società in cui viviamo.

Sono stati scritti articoli per iniziare a scoprire il grande inganno in cui siamo immersi.

 

 

Un infantile grido si leva al Mondo:

Assassini! Assassini! Assassini!

 Antimafiaduemila.it - Giorgio Bongiovanni – (28 Novembre 2022) – ci dice:

Le colpe imperdonabili dell'obeso Occidente contro gli innocenti che muoiono di fame.

Assassini! Non si trova un'altra parola per descrivere quella parte di Mondo che accetta impassibile che quasi un miliardo di persone che soffra la fame.

Nel 2020 Save the Children, nel suo rapporto "Emergenza fame", aveva dimostrato come ogni 15 secondi un bambino muore a causa della mancanza di cibo evidenziando come la malnutrizione continua a contribuire al 45% di questi decessi.

Oggi, nel 2022, è facile pensare che questi numeri sono in ascesa.

Eppure le potenze della terra, gli stati ricchi che del capitalismo hanno fatto il proprio credo, non fanno nulla contro questo dramma grave come la guerra, se non peggio.

L'articolo scritto dal collega Carlo Petrini, qualche giorno fa, sulla “La Repubblica”, dati alla mano dimostra che nel nostro Pianeta, dove abbiamo raggiunto una popolazione di 8 miliardi, ci sarebbe cibo a sufficienza per 10 miliardi di persone.

E invece permettiamo che 800 milioni di persone soffrano la fame e che tre milioni di bambini ogni anno muoiano per malnutrizione.

Senza calcolare, poi, le gravissime conseguenze sullo sviluppo fisico e cognitivo che si ripercuotono sull’intero ciclo di vita di quelle persone che si trovano a soffrire in questo stato.

Le colpe imperdonabili sono certamente nei conflitti, nel cambiamento climatico generato anche dalla follia dell'uomo, nella povertà e nell’indifferenza.

Nell'articolo Petrini dimostra come quasi un terzo del cibo che viene prodotto a livello globale va sprecato.

Spesso viene scartato perché in eccesso rispetto alle necessità.

A questo si aggiungono le regole della globalizzazione che hanno portato ad infiniti viaggi dei prodotti che vengono venduti e comprati in Paesi lontani rispetto alle proprie origini (il pomodoro italiano viene comprato dai Paesi sudamericani, e viceversa) con il rischio di una forte mal conservazione degli stessi.

Il tutto per mantenere alti i prezzi.

Lo stesso accade per quelle quantità enormi di cibo che passano dagli scaffali alla pattumiera, invenduti e sostituiti continuamente.

Il cibo viene sprecato soprattutto da noi stessi consumatori dei Paesi ricchi, che al cibo non sappiamo dare valore, e così via.

Tutto seguendo quelle assurde logiche di mercato, per quel “Dio denaro” che ci rende ciechi di fronte al valore della Vita.

Una malattia che ha colpito l'Occidente (Unione Europea e Stati Uniti d'America in testa), ma anche l'Oriente (dove la Cina cresce in continuazione divenendo competitor nella corsa alle risorse del Mondo).

È questa la guerra fratricida che vede in prima fila i Paesi che hanno i Pil più grandi del mondo.

In palio non c'è il dominio su un popolo, ma quello sulla vita di tutti i popoli.

In questa follia, in particolare è l'obeso Occidente a dimostrare un comportamento peggiore di quello dei nazisti di Hitler.

Il dramma, come ricorda Petrini, è che "da una parte c’è chi muore di fame, dall’altra chi convive con malattie dovute alla sovralimentazione e alla cattiva alimentazione".

Una considerazione a cui si aggiunge la "dolorosa constatazione è che si soffre di malnutrizione non per scarsità di cibo, ma per povertà".

Cosa stiamo dando al futuro della nostra società e alle nuove generazioni? Cosa stiamo lasciando ai nascituri di oggi o a quelli che verranno?

Un mondo alla deriva già costretto ad andare avanti con l'ombra del terrore di una guerra nucleare a causa delle politiche ciniche, razziste e guerrafondaie dei Paesi Ricchi.

A loro si sta lasciando una filosofia nefasta e perversa dove il cinismo e l'egoismo prevalgono sulla solidarietà e la fratellanza.

Purtroppo non basta il lavoro che conducono le grandi associazioni come la “Fao” o “Save the Children”.

 Non basta l'impegno di tantissime associazioni create da autentici missionari, che cercano di dare un respiro alle popolazioni più bisognose e di cambiare questo sistema perverso. Non basta la generosità e la solidarietà di quelle persone che cercano comunque, con le loro offerte, di sostenere queste realtà.

Non basteranno finché i governi non si occuperanno di questo problema.

Oggi accade che diciamo alla Russia di essere terrorista e assassina perché ha aggredito ingiustamente l'Ucraina.

 E lo stesso facciamo noi verso altre Nazioni.

Eppure non guardiamo mai ai nostri crimini.

E certamente siamo assassini criminali se permettiamo che le nostre pance siano piene, mentre c'è una fetta di mondo che muore per il nostro profitto.

Il diritto alla vita è uno dei diritti fondamentali.

Ma questo viene calpestato anche ora, in questo preciso secondo di tempo.

Chi è credente va avanti con la fede. Il laico con il senso di umanità. Perché lottare e resistere è l'unica cosa che trova un senso in un mondo che viaggia sempre più verso il baratro dell'autodistruzione.

 

 

Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.

Veritauniversale.it – (12-1-2023) – Redazione – ci dice:

La Verità è come il sapore di un cibo, nessuno di noi sarà mai in grado di spiegarlo a qualcun altro.

 Dovrai sperimentarlo in prima persona.

Premettiamo che il nostro compito non è quello di convincerti in quanto la ricerca della Verità è una strada del tutto intima e personale.

 La Verità si può definire tale se è una, unica e dimostrabile; infatti il nostro compito è quello di portarti le prove scientifiche, spiegarti come tutti gli ambiti dell’esistenza umana siano collegati tra loro e darti le chiavi di lettura per svelare i condizionamenti e le bugie di questa società o meglio di chi muove i fili da dietro le quinte.

Noi vogliamo aiutare più anime possibili a risvegliarsi e a squarciare il velo che copre l’inganno di cui la maggior parte dell’umanità è inconsapevole, perché non c’è più tempo.

Chi ci comanda ci ha sempre nascosto la Verità sulle leggi che governano la Creazione, sul perché nasciamo e moriamo, sul fatto che non siamo soli nell’infinito universo, e sul potere che abbiamo di cambiare la nostra vita, decidendo autonomamente il nostro destino, senza delegare sempre la nostra scelta a qualcun altro.

La Creazione è basata su leggi universali e scientifiche racchiuse nella Scienza dello Spirito.

Questa scienza comprende la Legge di Causa ed Effetto, la Legge del Karma, la Legge della Reincarnazione e molto altro.

 Queste leggi sono attive nel mondo spirituale.

Le cause, cioè i comportamenti che noi attuiamo, manifestano degli effetti, ossia delle conseguenze nel mondo materiale (ad ogni azione corrisponde una reazione uguale o contraria) diventando inscindibili tra loro, creando un tutt’uno tra il mondo ponderabile e l’imponderabile, dando il potere a chiunque le comprenda di essere artefice del proprio destino in quanto conoscendo la causa puoi determinare l’effetto.

Da tantissimo tempo queste leggi sono state accolte ed applicate da molte civiltà del cosmo che hanno permesso loro di raggiungere un’evoluzione inimmaginabile in tutti i campi, da quello tecnologico a quello spirituale, da quello sociale a quello etico e così via.

Questi popoli vivono nell’abbondanza e i loro pilastri sono la Pace, l’Amore, la Giustizia e la Fratellanza ed applicano la legge dell’“Ama il prossimo tuo come te stesso” nella vita quotidiana.

Le civiltà che vivono con questa etica evolvono ininterrottamente con questi risultati proprio grazie alla Legge di Causa ed Effetto.

Ti sarai accorto che qui sulla Terra la situazione è ben diversa.

Stiamo svendendo la nostra vita, in termini di tempo, energie e denaro a delle persone che fanno esclusivamente i loro interessi.

 I “padroni universali” stanno distruggendo il pianeta, annientando il senso di umanità nelle persone mettendo fratello contro fratello, togliendo la libertà, calpestando i diritti fondamentali di ogni essere umano, fomentando odio e guerre, eliminando per sempre la speranza di poter dare il futuro di un mondo migliore ai propri figli.

 Il valore più grande che questa umanità riconosce e per la quale è disposta a tutto è il dio Denaro, ossia carta colorata con dei numeri stampati sopra, creata appositamente per il totale controllo e dominio sulle masse.

“Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona” (Gesù in Matteo 6,24).

È evidente che siamo vittime di un grande Inganno Mondiale e che l’uomo ha perso totalmente la capacità di discernere tra il bene e il male, diventando, attraverso la propria codardia, complice di questi delinquenti e assassini.

Stiamo vivendo sotto una dittatura che esiste e persiste solo perché il popolo lo permette con la sua indifferenza accettando l’inaccettabile.

Ci sono molte cose che dobbiamo conoscere ed applicare nella nostra vita per poter cambiare noi stessi e il mondo intorno a noi.

Non abbiamo molto tempo perché la Terra non riesce più a sostenere il disequilibrio innaturale che noi abbiamo causato con il nostro comportamento scellerato e irrispettoso nei confronti della vita animale, vegetale e minerale.

 La stessa Scienza ci avverte che al pianeta rimangono pochi anni di vita.

 

 

 

I Mercanti della Morte. Le lobby delle armi

superano i 2mila miliardi di dollari.

 Antimafiaduemila.com - Giorgio Bongiovanni – (27 Aprile 2022) – ci dice:

Ecco le vere ragioni della sporca guerra russa-ucraina.

“Questa è una guerra che si è preparata da tempo con grandi investimenti e commerci di armi”.

C’è voluto un leader spirituale come Papa Francesco, padre della cristianità, per far comprendere a chi non ha buon orecchio e sensibilità qual è la vera natura della tragica guerra in Ucraina;

quali sono le cause; quali sono le mosse da attuare con estrema urgenza per salvaguardare il mondo per come lo conosciamo, con una guerra atomica che incombe dietro l’angolo, pronta a scoppiare in Europa.

Volente o nolente nessun capo di Stato, premier, ministro, ambasciatore di qualsivoglia nazione sta seriamente lavorando per la pace o ha mai detto la verità dei fatti sull’attuale conflitto tra Russia e Ucraina.

C’è chi coscienziosamente devia la narrativa e l’opinione pubblica con menzogne perché direttamente coinvolto, con precisi interessi, nel conflitto in atto.

 E c’è chi, invece, preferisce accodarsi a questi ultimi, genuflettendosi a specifiche volontà.

 Lo scenario, in tal modo, non può che risultare inquietante, non c’è via di fuga, non c’è alternativa alla politica guerrafondaia che sta conducendo a tutta velocità verso una “terza guerra mondiale”.

Uno scenario che, se anni fa risultava addirittura motivo di derisione in chi, inquieto, lo evocava - e per questo motivo in tanti dovrebbero chiedere scusa a Giulietto Chiesa - oggi rischia, seriamente, di divenire realtà.

È per questo che le parole di Papa Francesco sono come germogli vigorosi che spaccano il cemento della compiacenza e della mentalità belligerante, piatta e suicida di superpotenze.

“Tacciano le armi”, è il monito che Papa Francesco scandisce da oltre un mese chiedendo di “abolire le guerre prima che cancellino l’uomo dalla Storia”.

 Il pontefice si schiera per la pace - lui sì - da prima che le truppe russe invadessero l’Ucraina.

 E ha individuato alla fonte la genesi delle ostilità.

 Quella in corso - ha detto a oltre un miliardo di fedeli, e non solo - è una guerra avente due cause:

l'"infantilismo" (citazione di Giorgio La Pira) di "qualche potente" (riferimento chiaro a Vladimir Putin) "tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti" e i grandi investimenti e commerci di armi.

La questione del nazi-fascismo imperante in Ucraina, della politica espansiva della NATO verso Est e dell’autodifesa, legittima o meno, di Mosca, sono tutte questioni vere.

 Ma sono - se così possiamo definirle - di contorno.

La madre dei conflitti è sempre quella legata ai grandi mercati e mercanti d’armi, alle multinazionali di armamenti.

Una “Join venture” di lobby e potentati vari, figli e figlie di un sistema economico e militare dominato da un capitalismo selvaggio, da oligarchie economiche, politiche, finanziarie e militari.

È il business della guerra la vera ragione della guerra stessa; in Ucraina, come nel resto del mondo.

Questo business infame è riflesso principe del capitalismo sfrenato: per poter incassare guadagni ciclopici, i signori della guerra, alcuni dei quali facenti parte dell’élite di 2153 “paperoni” mondiali che detengono più ricchezza di 4,6 miliardi di persone (dati OXFAM), hanno bisogno di un nemico da combattere o un amico da difendere.

Hanno bisogno di una guerra sulla quale investire.

È la logica base del mercato della domanda e dell’offerta.

Per questo, periodicamente, esplodono conflitti e per questo il mercato delle armi non ha mai conosciuto crisi nella storia e probabilmente mai ne conoscerà.

Schizzano in borsa le aziende delle armi.

In questo senso, secondo i dati disponibili nel database della “Stockholm International Peace Research Institute” (SIPRI), nel decennio dal 2010 al 2020, prendendo in esame i risultati delle Top 100 aziende selezionate nel ranking dell’istituto, l’industria delle armi ha fatturato circa cinquemila miliardi di dollari.

Un quantitativo non indifferente e in netta crescita, anche anticipando quelle che sarebbero state le dinamiche internazionali risultanti dal conflitto Russo-Ucraino, con il rafforzamento degli armamenti discusso in diversi Paesi dell’Unione europea - tra questi anche l’Italia, con il tanto discusso incremento delle spese militari al 2% del PIL.

Negli ultimi 10 anni, le nazioni maggiormente coinvolte nell’industria degli armamenti (tenendo sempre presente il campione delle Top 100 aziende nel ranking SIPRI), vedono in testa gli Stati Uniti, con circa tremila miliardi di dollari profusi in dieci anni - più della metà dell’intero campione di industria.

 Seguono, in un ipotetico podio, UK e la Cina.

Si distanzia di poco la Russia.

 L’Italia è invece al sesto posto.

A riguardo c’è anche da specificare, secondo quanto si legge nelle analisi dell’istituto, che le esportazioni italiane di armi hanno rappresentato il 3,1% del totale mondiale nell’arco temporale 2017-2021 e sono state del 16% in più rispetto al 2012-2016.

Ora, invece, che da oltre 340 giorni tra Russia e Ucraina è in corso una guerra, i titoli in borsa dell’industria bellica e della sicurezza informatica stanno vivendo un vero e proprio rally, nonostante i principali indici azionari siano in ribasso.

 La spinta al rialzo delle quotazioni delle società attive nel settore difesa è trainata soprattutto dagli impegni economici e politici che Europa e Stati Uniti stanno prendendo in queste giornate così concitate.

 Negli Stati Uniti, Biden ha chiesto al Congresso 10 miliardi per l’emergenza in Ucraina, ma la metà andrebbero al Pentagono per rafforzare le difese del paese.

 In Germania, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha promesso di aumentare la spesa militare del Paese di 100 miliardi di euro quest'anno, con ulteriori incrementi successivi nei prossimi anni.

Si tratta di una mossa storica, dato che la principale economia europea ha resistito a lungo prima di aumentare la propria spesa militare.

Agli annunci sui nuovi investimenti pubblici in spese per la difesa si aggiungono le decisioni di varie nazioni di inviare armi e mezzi militari in Ucraina e nei confini ad Est della NATO.

Berlino sta fornendo all'Ucraina 1.000 armi anticarro e 500 missili Stinger terra-aria.

Anche Francia, Olanda, Belgio, Lituania, Polonia, Usa, Gran Bretagna e Turchia stanno inviando o invieranno materiale di difesa e offensivo, inclusi i droni militari che indubbiamente non faranno che infiammare e allungare ulteriormente il conflitto.

E non è da escludere che in tutto ciò boss mafiosi e oligarchi in odore di mafia, in particolare quelli russi con i quali Vladimir Putin ha stretto patti, non stiano facendo o faranno affari con le milizie attualmente in campo: separatisti filo-russi, ceceni, e persino ucraini.

Non sarebbe uno scandalo scoprire che grossi lotti di armi o munizioni provenienti dalla mafia russa vicina a Putin, ai suoi politici e oligarchi, vengano comprate o utilizzate da alcune di queste fazioni.

Tornando però ai grandi mercati, come detto, quella in Ucraina è stata una vera e propria manna per le principali aziende nel mondo che producono armamenti.

Per fare solo qualche esempio: le azioni delle aziende statunitensi “Raytheon”, che produce i missili Stinger e “Lockheed Martin”, la principale azienda di armamenti al mondo avente 400 sedi nel pianeta, che produce i missili anticarro Javelin oltre ad aver brevettato gli F-35, sono cresciute dall’inizio dell’invasione, rispettivamente del 16 e del 3 per cento, mentre l’indice S&P500 in generale è calato dell’1 per cento.

 Oltre a vendere armi ai belligeranti, le industrie del settore traggono vantaggi dall’annunciato aumento delle spese militari in altri paesi.

Di fatti, lascia riflettere il dato che già ai primi giorni di gennaio di quest’anno si prevedeva che il settore degli armamenti sarebbe cresciuto del 7 per cento nel 2022.

Una guerra che fa gola a tanti, dunque, e che, almeno per il momento, sembra non si voglia concluderla.

 “Dobbiamo essere pronti ad un lungo confronto”, ha detto solo qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg annunciando una massiccia militarizzazione dei Paesi NATO confinanti con la Federazione Russa.

 "La guerra può durare mesi, anche anni", ha affermato.

Italia ipocrita e guerrafondaia.

Il nostro Paese non si differenzia affatto dalle altre potenze occidentali in merito all’attuale guerra in Ucraina.

 L’Italia ha sposato, da subito, le direttive della NATO e degli Stati Uniti che intendono schiacciare Putin foraggiando la resistenza ucraina e applicando cieche sanzioni a Mosca, ormai divenute panacea di tutti i conflitti.

Una politica che finora non sta ottenendo alcun risultato, e mai ne otterrà, come denuncia da settimane il professore esperto di terrorismo Alessandro Orsini, una delle menti più brillanti e preparate di cui gode il nostro Paese, puntualmente silenziate e delegittimate.

Rispondendo “signorsì” ai diktat degli Stati Uniti, Mario Draghi ha, dopo aver deliberato sanzioni in armonia con l’Ue alla Russia, rispettato la direttiva NATO di aumentare in modo significativo la spesa militare di ogni paese aderente all’Alleanza Atlantica e a inizio del mese scorso si è presentato alla Camera e al Senato chiedendo a lorsignori deputati e senatori di approvare una manovra volta ad inviare armi a un Paese in guerra.

 Il decreto Ucraina presentato dal presidente del Consiglio ha incassato 244 voti favorevoli, 13 contrari e 3 astenuti.

In pratica l’intero Senato ha deciso di far scendere il Paese in guerra, senza un consenso popolare (solo il 40% degli italiani concorda con l’invio di armi a Kiev), in totale violazione dell’art. 11 della Costituzione che avrebbe dovuto ricordare alla cloaca di poltronai del “governo dei migliori” che l’Italia è un Paese che “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

 Si tratta di una “scelta senza precedenti”, come l’ha definita Draghi, ma anche senza logica alcuna in quanto il decreto prevede l’aumento della spesa militare italiana fino al 2 per cento del PIL dagli attuali 25 miliardi di euro annui a circa 40 miliardi entro 2 anni.

Quindi si parla di armi da comprare e di eserciti da rinforzare non si sa per combattere chi dopo il 2024, quando è possibile che la guerra in Ucraina, per la quale abbiamo già inviato armi, anche se non sappiamo a chi sono arrivate, sarà già terminata.

Non solo.

Come se non bastasse, l’Italia ha in questi giorni deciso di partecipare al programma Ue per l’invio di ulteriori fondi (circa 500 milioni di euro) all’Ucraina di Volodymyr Zelensky che si aggiungeranno al miliardo già destinato tra febbraio e marzo per l’Epf (European peace facility), il fondo europeo per la “pace”.

Al programma il nostro aderisce per il 12,5% del totale e ciò significa, stando ai dati dell’osservatorio Milex, che l’Italia sta già contribuendo al finanziamento dell’operazione di sostegno bellico all’Ucraina, con circa 125 milioni di euro.

Spesa che, con l’ulteriore trance di 500 milioni, salirebbe a circa 187,5 milioni di euro.

In questo modo sorridono sardonici anche i signori della guerra in Italia dai quali, insieme alle aziende internazionali, il governo attingerà lotti di armamenti da comprare, con soldi dei contribuenti, da destinare agli uomini di Zelensky.

Leonardo Finmeccanica, prima azienda in Europa nell’industria bellica (dopo l’uscita con la Brexit del gigante inglese BAE Systems) e con una capitalizzazione di 4,6 miliardi di euro, leader nella produzione di aerei e componenti aeronautici a livello internazionale, operante sia nel settore della difesa, sia in quello commerciale, dall’inizio del conflitto ha guadagno in borsa circa il 15%, spinta dalle decisioni del governo Draghi di inviare armi in Ucraina.

 L’Italia e le aziende belliche italiane potrebbero essere interpellate anche per quanto riguarda la compravendita di munizioni, di cui il nostro Paese è storico produttore, basti ricordare l’azienda “Fiocchi Munizioni”, la più grande a antica azienda di munizioni in Italia che però non risulta essere coinvolta negli affari per la guerra in Ucraina.

Ad ogni modo, di tutto ciò - dello sforzo economico italiano per il conflitto in Ucraina, delle armi “MADE IN ITALY” usate per uccidere, del non rispetto della Costituzione, dell'abulia politica, della dannosa quanto pericolosa adesione alla NATO, della strategia fallimentare dell’Occidente che potrebbe portare a un serio conflitto nucleare - gli italiani sembrano fare spallucce, si girano dall’altra parte.

Eppure, ci sarebbe tanto di cui indignarsi, a partire proprio dalle spese militari, milioni e milioni di euro che finiranno per foraggiare una guerra già di per se insanguinata con 1793 civili morti (dati ONU) e oltre 4 milioni di profughi, mentre un italiano su dieci è sulla soglia della povertà, la sanità è a pezzi, come il sistema scolastico e i giovani, quelli non costretti all’alternanza scuola-lavoro dove in diversi hanno perso la vita nei cantieri, preferiscono tentare la fortuna all’estero.

La verità è che siamo un popolo bue, schiavo delle volontà atlantiste e delle logiche politiche e economiche, che paga imposte a uno Stato poco fedele ai dettami della Carta Costituzionale ed ai valori in essa racchiusi senza un benché minimo senso di indignazione, senza partecipazione politica.

 La stessa partecipazione di cui parlava Antonio Gramsci in “Odio gli indifferenti” dove descriveva l’indifferenza come “il peso morto” che opera “potentemente nella storia”.

Per concludere: è notizia di ieri che le spese militari nel mondo, come certifica il rapporto del Sipri, hanno superato per la prima volta nella storia la soglia stratosferica di 2 mila miliardi di dollari.

 Secondo l’”Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace2 di Stoccolma, nel 2021 la spesa globale per la difesa è stata infatti di 2113 miliardi di dollari, con un incremento dello 0,7% in termini reali e del 6,1% in termini monetari sull’anno precedente.

Una cifra ben più superiore dell’intero Prodotto interno lordo italiano.

Se solo tali somme ciclopiche per la compravendita di armi ed equipaggiamenti venissero diversamente investite, per esempio, su sanità, ambiente e istruzione riusciremmo, come continua a ripeterci Papa Francesco, a vincere le carestie, la fame nel mondo, l’analfabetizzazione e a salvare dal suo declino climatico l’intero pianeta.

Ma ciò non accadrà perché l’umanità, la società globale di oggi, è egoista, avida.

Solo qualche giorno fa oltre due miliardi di cristiani hanno celebrato la Santa Pasqua, giorno in cui Gesù Cristo, condannato alla crocefissione dal popolo che preferì salvare Barabba, risorgeva al mondo.

 “Ama il prossimo tuo come te stesso e non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te stesso”, ripeteva il Cristo ai suoi discepoli.

Un insegnamento che l’uomo, dopo duemila anni, ha dimenticato.

 

 

 

L’INGANNO DEL “POLITICAMENTE

CORRETTO”: LE VERITÀ SCOMODE.

 Opinione.it - Maurizio Guaitoli - (15 dicembre 2020) – ci dice:

 

Siete una maggioranza da tutelare?

Allora, il politically correct (PoCo, per brevità) non fa per voi, in quanto la sua coperta ideologica è sempre troppo corta, volendo il suo nero mantello abbracciare il mondo intero, come farebbe l’angelo caduto dal cielo.

E già, perché, sotto molteplici aspetti, privilegiando oltre misura una determinata minoranza, il PoCo può (come spesso accade) mettere a serio rischio i diritti simmetrici della maggioranza relativa.

Questo perché la sua strumentazione di norme scritte agisce tramite categorizzazioni astratte, dove i nuovi diritti sono sempre più parossisticamente estratti con il forcipe, sottraendoli di prepotenza al vaglio sereno del buon senso.

In realtà, l’unica vera sostanza del diritto è la tutela della Persona, a prescindere dalla sua etnia, razza, religione, o pratica sessuale.

Alcuni esempi (che l’uomo comune sperimenta innumerevoli volte durante la sua vita) serviranno a chiarire meglio il punto.

In moltissime realtà urbane, soprattutto dell’Europa continentale, a causa delle migrazioni interne alla Unione europea e all’arrivo di immigrati irregolari, determinate componenti etnico-linguistico-religiose si contraddistinguono per un alto tasso di criminalità ordinaria al loro interno, a danno dell’integrità di persone e beni privati.

Con sempre maggiore frequenza, si registrano gruppi omogenei di stranieri o comunitarizzati molto attivi nell’area dello spaccio di stupefacenti e dei reati diffusi contro la proprietà privata, come borseggi, accattonaggio molesto, scassi, furti in appartamenti, truffe a danno di anziani.

E, aspetto degenerativo ulteriore, alcune comunità allogene addestrano minori o li sfruttano costringendoli all'accattonaggio e al furto con destrezza.

Le loro numerose vittime sono cittadini inermi, appartenenti alla maggioranza, che vengono fortemente penalizzati moralmente e praticamente impediti di censurare o ribellarsi a tali pratiche, pur essendo loro stessi oggetto di palese razzismo alla rovescia, perché la tutela va sempre e comunque indirizzata a beneficio del…diverso, verso i cui reati si indulge perché, si dice, condizionati dal costume tradizionale di usanze proprie di quel gruppo minoritario.

 Si arriva così all’assurdo che proprio quei comportamenti illeciti, sanzionati e puniti penalmente e severamente per i cittadini autoctoni, debbano essere considerati scusabili, o quanto meno, attenuati rispetto all’applicazione erga omnes della legge ordinaria.

In pratica, spedire bambini in strada a chiedere l’elemosina o addestrare adolescenti minorenni a borseggiare (più spesso in piccoli gruppi) sui mezzi pubblici o a svaligiare abitazioni private, comporta al massimo una passeggiata presso il comando accertatore della violazione, ma mai la perdita della patria podestà da parte dei loro tutori, né l’affidamento coatto ai servizi sociali del(i) minore(i) per il loro allontanamento dalla relativa comunità di origine.

Del resto, quanti benpensanti del PoCo, residenti nelle zone Ztl metropolitane, prenderebbero in affido uno di quei minori appartenenti a minoranze…problematiche?

Eppure, si nega l’applicazione della legge a questi casi, per non traumatizzare i minori svantaggiati interessati.

 Invece, le loro vittime innocenti non hanno di converso nessun diritto a pretendere il rispetto come persona offesa delle leggi violate da quei loro comportamenti illeciti.

 

Per non parlare di quegli individui extracomunitari che si specializzano nei traffici illeciti di sostanze stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione o del traffico di esseri umani, coperti dall’omertà mafiosa di minoranze insediate nelle comunità ospiti, le cui attività illegali collettive di loro sottogruppi recano indubbi, gravi danni alla salute delle popolazioni autoctone.

 Ebbene, verrebbe da dire che, applicando identicamente il “politically correct “alla maggioranza defraudata e penalizzata, quelle minoranze (gruppi) andrebbero puniti ancora più severamente rispetto agli autoctoni, in quanto hanno dimostrato di violare deliberatamente il diritto alla sicurezza e all’integrità della persona della popolazione ospitante.

 Questo accade, in buona sostanza, perché l’eccesso di tutela delle minoranze produce presso queste ultime un sentimento vero e proprio di impunità.

“Mi perseguiti perché sei un intollerante razzista e fascista”, indipendentemente dai comportamenti oggettivamente censurabili e criticabili tenuti da singoli individui di una determinata minoranza.

La demagogia (si potrebbe dire dittatura) del PoCo non tiene in nessun conto la persona e i suoi rapporti interpersonali, riportandola sempre e comunque nell'ambito della minorità da preservare a ogni costo.

Qui sta l’epocale inganno del politicamente corretto:

spostare i termini delle responsabilità, traslate dal singolo al gruppo che è struttura portante della tradizione e dei comportamenti devianti, rispetto al diritto codificato della comunità autoctona.

 Segregare moglie e figlie a casa, imporre loro il velo o matrimoni concordati non vede nessuna ingerenza forzata da parte dei poteri pubblici nazionali che, per timore di incorrere nella violazione del diritto delle minoranze, rinunciano a far ricorso a una forza di contrasto che risulti efficace nel reprimere questo tipo di comportamenti, considerati invece normalmente punibili per la cittadinanza autoctona.

 Così facendo, tuttavia, si creano enclave chiuse, una sorta di Stato nello Stato (si pensi alla macellazione rituale degli animali nel corso di determinate festività religiose) con leggi e usi e costumi propri e peculiari, per cui si giudicano i comportamenti in base, ad esempio, alla sharia, invece che alla legge ordinaria.

Il fondamentalismo islamico, infatti, trova la sua fucina nella predicazione antioccidentale di molte moschee improvvisate, tollerate in non poche realtà urbane e metropolitane europee.

Ecco: anche qui si parla di…islamofobia secondo un principio messo a punto e del tutto condiviso dalla” ideologia del politically correct”.

Forse, bisognerebbe pensare di mettere quest’ultimo fuorilegge e di porre al centro di tutto l’inviolabilità della Persona, sempre e comunque!

 

 

 

“​L’​inganno”​ prove di un

 populismo garantista.

Giustiziainsieme.it - GIOVANNI MELILLO – (08 DICEMBRE 2022) – ci dice:

 

Proverò ad indicare le ragioni di una diversa possibilità di comprensione delle cose attratte e certe volte scaraventate nel fuoco polemico di un libro che, nel denunciare veri e soprattutto immaginari abusi della cd. Antimafia, sembra ripetere non pochi dei vizi e delle perversioni del mostro giudiziario contro il quale si scaglia.

Certo, il pamphlet muove da una nobile radice culturale e dal dichiarato intento di denunciare le pericolose oscillazioni delle prassi giudiziarie sull’orlo dell’abisso che può aprirsi ad ogni passo e verso il quale tutti dovrebbero, saper volgere lo sguardo, per meglio guardarsi dal rischio di precipitazione. Ma non è necessario dubitare, come taluni eccessi discorsivi pure consentirebbero, della sincerità degli intenti dell’Autore, bastando rammentare che di buone intenzioni sono notoriamente lastricate le strade dell’inferno.

Più interessante è tuttavia notare che se è vero, come Massimo Nobili ci mostrava nel suo addolorato attraversamento della perenne immoralità del processo penale, che l’ardore, il fervore, la passione, persino la sincerità di intenti sono doti che non mancano a quelli che scrivono le pagine più dolorose e immorali della giustizia penale, quelle stesse connotazioni della passione civile dell’Autore non bastano a porre al riparo la sua opera dal rischio di ripetere le perversioni del peggior sistema inquisitorio, per di più affiancando ai vizi di questo quelli di una paradossale corrente garantista del più acre populismo.

Il furore inquisitorio di Alessandro Barbano non risparmia nessun istituto della legislazione antimafia e nessuna delle istituzioni chiamate ad applicarla, investendo indiscriminatamente ogni aspetto del nostro sistema di contrasto della criminalità mafiosa.

Il fuoco polemico arde senza sosta e travolge ogni cosa, tutto venendo raccolto e usato come legna da ardere.

Anche quando magari si tratta di legna giovane, in grado di fare soltanto fumo, o addirittura a dar vita a piccoli fuochi destinati a spegnersi subito.

Certo, la realtà offre non pochi e persino inquietanti esempi di ciò che accade quando la giustizia si allontana, per le ragioni più varie, dall’unica strada praticabile, quella che i maestri hanno indicato: “restare coi piedi per terra, tenersi stretti alle prove e alle regole: senza voli”.

Ma questi esempi ed altri ancora non possono giustificare la conclusione tranchant che nel libro si propone, secondo la quale le indagini e i processi di mafia ordinariamente procederebbero soltanto attraverso inaffidabili delazioni o massive intercettazioni senza riscontri, nutrendosi di congetture irresponsabili e inconsistenti illazioni.

Né l’estremismo delle tesi fondamentali può giustificarsi quando investe il pur delicato impianto del sistema italiano di sequestro e confisca dei patrimoni illeciti, essendo esso coerentemente inscritto, anche sul versante delle procedure di prevenzione, all’interno di un modello comune, pur variamente declinato nei diversi sistemi giuridici degli Stati democratici, proteso ad intensificare un doveroso controllo dell’origine delle ricchezze, sul presupposto che le accumulazioni patrimoniali e la stessa libertà di impresa debbano trovare un limite nella loro derivazione dai profitti derivanti dalla commissione di gravi delitti.

Un eccesso di ius vindicandi espone qualunque accusatore al destino che inesorabilmente tocca a quanti cessano dal guardarsi continuamente dal rischio di hybris che pure si è solitamente pronti a riconoscere negli altri.

 Vale per tutti gli accusatori, soprattutto se animati dal furore iconoclasta che anima il libro.

Così come soltanto come provocazione potrebbe accogliersi l’idea che la legislazione antimafia sia un moloch nutrito solo di pulsioni giustizialiste, anziché un ambito della nostra giurisdizione che, al pari degli altri, è continuamente sottoposto all’opera di verifica, adeguamento ed evoluzione che naturalmente discende dal sindacato di costituzionalità, dal rapporto con la giurisdizione sovranazionale, dall’evoluzione del diritto internazionale convenzionale e, soprattutto, dal controllo che delle sue applicazioni fa quotidianamente il giudice nel contraddittorio delle parti.

Per ridurre le distanze dalle prospettive privilegiate dall’Autore potrei dar conto della mia condivisione dell’allarme conseguente:

-alla frequente, parallelo corso rispetto allo sviluppo di indagini e processi di famelici e strumentali cori mediatici;

-all’ancora attuale coltivazione in magistratura di un’idea di sé e della propria funzione come baluardo contro ogni fenomeno criminale, poiché all’idea stessa di baluardo, tanto più se, come è, formidabile, corrisponde una visione che ha in sé i semi del conflitto e dell’esaltazione dei miti punitivi e vendicativi di quella “società giudiziaria” che si nutre di ansia da complotti e di un rancore estinguibile solo imboccando scorciatoie autoritarie;

-ai pericoli di dilatazione dell’area di specialità connessa all’azione di contrasto delle mafie e del terrorismo conseguente nel tempo realizzatasi oltre ragionevole misura, e di altrettanto gravi derive securitarie rette soltanto dalla percussione del giustizialismo mediatico e politico;

-alla necessità di una radicale riforma dell’ordinamento giudiziario, necessaria per introdurre nella gestione degli uffici giudiziari dosi massicce di trasparenza ed efficienza, che i riti corporativi intorno ai quali si costruiscono gli esoterici testi che dettano i criteri di funzionamento dei nostri tribunali sovente accantonano, assecondando piuttosto visioni burocratiche del lavoro giudiziario;

-alla consapevolezza dei pericoli di una impossibile missione del giudice a farsi amministratore di ingenti patrimoni e manager di aziende nelle procedure di sequestro e confisca, avendo l’esperienza (e non solo gli scandali, che pure è stata la magistratura stessa a sollevare), rivelato che quel modello normativo di gestione dei patrimoni illeciti rischia di alimentare una gigantesca mano morta, capace, anche per l’intollerabile durata delle procedure, soltanto di attirare le professioni, anche accademiche, nella distribuzione di grandi e piccole prebende;

-più in generale, al perdurare dell’idea che il contrasto delle mafie sia missione esclusiva della magistratura e delle forze di polizia, anziché obiettivo prioritario del complesso delle politiche pubbliche: educative, fiscali, del lavoro, della protezione e dell’integrazione sociale, come di quelle urbanistiche e culturali, progressivamente private di visione adeguata e della stessa possibilità di coerente attuazione di programmi e interventi che richiedono una amministrazione pubblica forte e autorevole, perché competente, trasparente, efficiente, dunque assai lontana dal grave stato di debolezza strutturale nel quale versano le funzioni statuali, soprattutto nelle regioni meridionali.

Sono temi che impongono ripensamenti profondi, anche delle prassi, poiché lo stato di salute di una democrazia dipende in grande misura da corrette relazioni fra politica e magistratura e dalla capacità di entrambe di svolgersi con equilibrio e correttezza, facendo prevalere il sentimento del dovere su quello del potere, la consapevolezza del proprio limite sulla tentazione dell’arbitrio.

Così come occorre riconoscere che la realtà impone di interrogarsi sulla trasformazione delle prerogative processuali del pubblico ministero, sempre più poste a contatto con la logica della prevenzione criminale dalla gravità dei fenomeni criminali.

Ma le risposte non possono ricercarsi nella progressiva burocratizzazione della funzione requirente, ormai quasi soffocata dal moltiplicarsi di adempimenti formali che nulla aggiungono all’effettività delle garanzie difensive, né tantomeno nell’indebolimento progressivo di una funzione di direzione delle indagini invece essenziale per la tenuta reale del principio di legalità processuale anche nella fase delle indagini preliminari. In queste sempre più marcate tendenze sembra esprimersi una neanche troppo celata vena nostalgica dei tempi nei quali la giustizia scorreva lungo i mattinali delle questure ed era un po’ più lontana dal finalismo dei valori costituzionali.

Tuttavia, la complessità dei nodi ancora da sciogliere nulla toglie alla radicalità del dissenso da riservare al senso profondo delle accuse rivolte alla cd. Antimafia.

 

La scelta dell’obiettivo polemico dell’ardore iconoclasta che permea l’intero programma accusatorio, innanzitutto: il pubblico ministero e i capisaldi della legislazione che ne sostiene da trent’anni l’azione in materia antimafia.

Non è solo un obiettivo troppo facile di questi tempi, ma è soprattutto sbagliato.

Non perché la legislazione antimafia non sia bisognosa di revisione continua ed anche profonda, né perché la cd. Antimafia non abbia rivelato gravi limiti e precise responsabilità, né, ancora, perché quello stesso dispositivo abbia acquisito meriti che sarebbe comunque sciocco svilire, se è vero, come è vero, che una secolare condizione di impunità delle mafie è venuta meno, procedendo secondo le regole dello Stato di diritto, a meno di ridicolizzare, in uno ad una trentennale stagione legislativa, il ruolo della Corte di Cassazione, della Corte Costituzionale e della Corte EDU, le quali, al pari dei giudici di merito, ad ipotetici abusi sistematici avrebbero altrimenti assistito e ordinariamente avallato.

Ma l’obiettivo prescelto è sbagliato semplicemente perché il furore iconoclasta che ne anima la cattura finisce per oscurare all’inquisitore alcune realtà, che avrebbero richiesto ben altra considerazione.

Restano, infatti, sullo sfondo, ad esempio, la relazione, intima e profonda, affatto esaurita, fra giustizialismo e populismo e quella di entrambi con la crisi che attraversa la democrazia rappresentativa e liberale, definendosi per questa strada uno dei volti di quel mostro del fanatismo che è costantemente in agguato ed il cui spettro si aggira ancora per l’Europa delle piccole patrie e dei risorgenti movimenti nazionalisti e xenofobi. 

Come non risultano presi in considerazione il peso e gli effetti dell’obiettivo ritrarsi della politica dalla responsabilità di dare una risposta, diversa da quella possibile nelle aule di giustizia e secondo le categorie del diritto penale, al bisogno di verità e giustizia originato da molti dei più gravi delitti che hanno insanguinato il cammino dell’Italia repubblicana e che, obiettivamente, appaiono come brutali prove di forza ispirate e guidate da strategie di destabilizzazione ed insieme di cinica preservazione di oscuri equilibri di potere.

Se si ricordassero le parole di Carlo Azeglio Ciampi pronunciate in Parlamento all’indomani degli attentati di Roma e Milano o, più recentemente, quelle di Sergio Mattarella sulla pesantezza dell’ipoteca mafiosa e terroristica a lungo gravata sui destini italiani forse si ritroverebbe una parte almeno della spiegazione dell’anomalia italiana che vede ancor oggi i magistrati impegnati a far luce sulle stragi che vanno dal 1969 al 1980, come su quelle degli anni ’90.

Soprattutto, si eviterebbe di guardare agli sforzi ancora in atto per individuare moventi e responsabilità di quei delitti, non criticamente, come certo sarebbe legittimo, ma considerandoli con attenzione e rispetto, anziché con il disprezzo che trasuda la definizione di “fogna di maleodoranti congetture” nel quale si risolverebbe il difficile lavoro di molti magistrati.

Infine, non solo è taciuta la realtà attuale delle mafie, ma si giunge ad affermare che delle mafie non avremmo nessuna rappresentazione attuale e attendibile.

Naturalmente, sempre per responsabilità di una macchina dell’investigazione giudiziaria additata come perversa e autoreferenziale.

Potrebbe, forse, convenire ricordare che l’asserita mancanza di una rappresentazione di un fenomeno sociale non dovrebbe, a meno di smentire i precetti guida del nuovo populismo garantista, richiedersi alla macchina giudiziaria, ma ai centri decisionali delle politiche di prevenzione e più in generale al patrimonio di conoscenza al servizio del complessivo sistema sociale e istituzionale.

Del resto, un tempo ciò che si sapeva delle mafie lo si doveva alla funzione parlamentare, come nel caso dell’inchiesta Franchetti-Sonnino, ovvero alla coraggiosa sapienza dell’amministrazione prefettizia, come nel caso dell’inchiesta Saredo del 1901.

Anche nei decenni successivi, il peso dell’azione di vigilanza, denuncia e contrasto ricadde quasi soltanto sulle spalle dei partiti, dei sindacati e della cultura democratica, non certo su quelle della magistratura, che anzi flirtava con le élite criminali e ne negava l’esistenza nelle pompose inaugurazioni degli anni giudiziari.

Oggi, invece, le indagini e i processi consentono all’osservatore che non voglia distogliere lo sguardo di cogliere la nitida realtà dei fenomeni mafiosi, superando la vana pretesa di considerarli emergenze, persino ormai superate, anziché per ciò che sono: componenti strutturali del tessuto economico e sociale di parti significative del territorio nazionale, ma anche, osservando le dinamiche su scala globale, forze in grado di travolgere la stabilità politica e sociale di interi paesi e regioni.

Molti ancora pensano che le mafie siano espressione di società dal tessuto economico debole e arretrato.

Una sorta di riflesso della povertà di quelle società. La realtà dimostra invece che quelle organizzazioni criminali sono invece espressione e strumento di ricchezza economica e di raffinati processi di espansione speculativa.

Giovanni Falcone diceva dei mafiosi che “avranno sempre una lunghezza di vantaggio su di noi”.

 Un modo semplice per indicare un dato assai più complesso, che attiene alla capacità delle organizzazioni criminali di agire nel mercato, di immettere nel mercato la loro intelligenza, la loro conoscenza della modernità e delle sue tecnologie, il loro spirito di intraprendenza e la loro spregiudicata capacità di cogliere ogni opportunità di profitto, governando il ciclo continuo della trasformazione della violenza in ricchezza.

Le mafie non sono questioni solo italiane e tanto meno solo del Mezzogiorno d’Italia.

 Sono questioni europee e internazionali, che investono le responsabilità di tutti gli Stati e della comunità internazionale.

A questa idea è indissolubilmente legato anche il destino dei processi di integrazione europea.

Basterebbe pensare a cosa accadrebbe se si diffondesse la sola percezione che le risorse del PNRR fossero disperse, perché intercettate e sottratte ai loro fini da imprese mafiose o disperse nei mille rivoli di abusi e ruberie che crescono esponenzialmente all’ombra dei condizionamenti mafiosi.

Su questi terreni si misura tutta la necessità di non rimediare alla debolezza delle funzioni di regolazione amministrativa e politica dei processi economici e delle dinamiche sociali continuando ad indebolire la capacità di azione repressiva.

 

Non è l’ennesimo passo indietro su questo terreno che serve, in omaggio al pendolo che regola le stagioni legislative.

Quel che serve è una incessante serie di passi in avanti sul terreno della ricostruzione della autorevolezza ed insieme della trasparenza e della controllabilità delle complessive funzioni dello Stato.

Ma di tutto questo non vi è traccia in un libro che, infine, sembra meritare la nemesi inscritta nel suo titolo, perché di un tentativo di inganno si tratta.

Ordito con sapienza ed abilità narrativa, ma che contribuisce ad erodere la speranza riposta nell’invito che fu rivolto da Zeus ad Ermes a non dimenticare, nel ripartire la giustizia fra gli uomini in parti uguali, di donare loro innanzitutto il rispetto:

quel sentimento reciproco essenziale a preservare la convivenza civile e, in questo caso, la credibilità di un sistema giudiziario sempre più segnato dal vizio letale della perenne contrapposizione polemica e ideologica.

 

 

 

I giochi di potere e

l’inganno delle fake news.

Ildubbio.news - SIMONA ANDRINI – (5 settembre, 2019) – ci dice:

Mescolare fatti veri con eventi immaginari, è questo il tratto distintivo di una società in cui tutta la comunicazione è diventata autoreferenziale.

(Simona Andrini)

Un grande giurista, Riccardo Orestano, maestro di scienza e di vita, esortava a riflettere sul fatto che andando a fondo nello studio delle cose si possono proporre solo introduzioni, e dunque, parlare non di oggetti dati, ma, piuttosto, di semantiche di una metafora.

Si tratta di un monito che, a mio avviso, appare prezioso nell’approssimarci all’asperrimo tema delle fake news, ovvero a quei fenomeni che vivono di quella vita virtuale che è poi l’essenza dell'apparenza.

Cosa sono infatti le “fake news”?

Sono smaccate bugie? Informazioni apparenti? Leggende metropolitane? Mancate verità, non vere ma verosimili? Trompe l’oeil semantici? Fisionomie mimetiche? Apparenze che vivono di visibilità?

Ed inoltre, sono loro ad essere false o la falsità è solo la nostra?

Sono false solo perché non ci piacciono ed allora fake news diviene il nome che il potere dà ad ogni informazione che lo disturba (che mina le sue fondamenta, che stimola il dissenso)?

Oppure, paradossalmente, sono invece vere proprio in quanto sono false?

 Ecco appunto: semantiche di una metafora!

Del resto anche il prestigioso HLEG – “High Level Group” - il team di esperti nominati a novembre dall’Unione Europea, nel suo rapporto “Multidimensional Approach to Disinformation”,

in ordine alle fake news e alla disinformazione in Rete, dopo 4 mesi di lavoro, 39 esperti chiamati, una consultazione pubblica e un sondaggio che ha coinvolto oltre 25.000 cittadini ha dovuto riconoscere che la vera minaccia è la disinformazione non le notizie false.

Questo perché gli esperti sono addivenuti alla conclusione (peraltro non così imprevedibile) che il termine fake news non riesce a cogliere la complessità del problema della disinformazione che comprende contenuti che non sono totalmente falsi bensì costruiti mescolando informazioni e fatti.

Quelle che in italiano si chiamavano le “mezze- verità”.

Ora io credo che se davvero vogliamo andare alla radice della questione dobbiamo avere contezza del fatto che il problema della disinformazione nasce dalla ambivalenza genetica della comunicazione.

Cosa significa infatti comunicare?

Comunicare come noto è parola latina ed in una prima accezione ci restituisce il significato di “rendere comune”.

Però la parola latina “cum- munus” contiene in sé la radice di munus, il dono.

.... Di questa ambivalenza del concetto di dono, dunque di questo lato oscuro contenuto nella comunicazione, oggi abbiamo perso memoria, perché astutamente la comunicazione si presenta sempre con l’ingenua veste dell’informazione.

Tanto che quando nel linguaggio corrente parliamo di “mass media” e ne traduciamo il significato, generalmente, indifferentemente, parliamo di mezzi di comunicazione o di mezzi di informazione di massa, dando per scontato che comunicazione e informazione siano termini se non assolutamente sinonimi certamente intercambiabili.

Qui l’inganno.

 Infatti, a ben vedere comunicare non è semplicemente informare.

Comunicare è assai più che informare.

L’uomo quando comunica si esprime per convincere, vale a dire, per modificare le conoscenze, le opinioni ed i comportamenti degli altri.

Comunicare, pertanto, non è semplicemente informare, altrimenti i nostri telegiornali, o i nostri quotidiani sarebbero tutti uguali. Ma non solo.

Perché se l’informazione è ancella del fatto, vale a dire necessita e presuppone un evento che la crei ( non può esserci informazione senza accadimento), non necessariamente lo stesso accade per la comunicazione.

In questa, infatti, si consuma un meccanismo che noi sociologi chiamiamo di auto- teliticità della comunicazione, ad indicare quel processo attraverso il quale la comunicazione si svincola dal proprio “télos”, dal “proprio fine”, che è quello di essere funzione dei fatti che si producono, e pone essa stessa come fine.

Una testimonianza autorevole di questa “autotelicità” sta nel testo dell’ex ambasciatore e presidente dell’Ansa, Boris Biancheri “Elogio del silenzio”, laddove scrive

«di anni in cui prese corpo, quasi senza che il pubblico lo avvertisse, un mutamento nella rappresentazione della realtà.

Tutti i mezzi di comunicazione che in vario modo e in diversa misura avevano assolto in passato la funzione di rendere i cittadini partecipi di ciò che succede nel mondo (rendere comune), per difendersi da una feroce concorrenza a chi dava per primo una notizia, anziché comunicare la realtà cominciarono a crearla, anziché riferire all’esterno come viene esercitato il potere, cominciarono ad appropriarsene».

Questa “autoteliticità della comunicazione”, questo suo totale affrancamento dal proprio fine predicato fa sì che la comunicazione, non più funzione dei fatti, diventi la condizione e addirittura, in non pochi casi, la pre- condizione della loro stessa esistenza: i fatti “non accadono” se non sono visibili nei media. Parafrasando l'antico broccardo: “Quod non est in web non est in mundo”.

La conseguenza è che il fatto non più prius logico, si desostanzializza.

 In tal guisa, fatti che non esistono possono essere creati: l’effetto annuncio, le gogne mediatiche o, più scherzosamente, il “Cacao meravigliao” di Renzo Arbore. Oppure, appunto, le fake news, le false notizie con il loro subdolo corteggio di mezze verità.

 

... Con particolare riferimento al responso del HLEG, allorché parla di «contenuti non totalmente falsi ma costruiti mescolando informazioni e fatti», mi piace ricordare quanto nota Aristotele, allorché affronta il tema del “verisimile” che è «ciò che il pubblico crede possibile».

E dunque «Val meglio un verisimile impossibile che un possibile verisimile».

Val meglio raccontare ciò che il pubblico crede possibile, anche se impossibile- scientificamente, che non raccontare ciò che è possibile realmente se codesto possibile è rigettato dalla censura collettiva dell’opinione corrente ( si pensi all’odierno politically correct).

Non stupisca il richiamo ad Aristotele.

 Nel mondo greco sempre presente è il tema della perdita del valore della Verità.

 Lo ritroviamo già in Platone ove è posto il tema dell’Eristica. Come noto, l’eristiké tékne era l'arte di combattere dialetticamente al fine di far prevalere la propria tesi ma (qui la differenza con la dialettica) indipendentemente dal suo contenuto di verità.

 (Aristotele la definirà una degenerazione della prima Sofistica).

Platone nel “Teeteto” si scaglia contro coloro che forti di tale abilità fanno uso di quelle «argomentazioni false e ingannevoli che consentono di irretire l’interlocutore», e li chiama con disprezzo: “mercenari di parole” (definizione che perfettamente calza, a mio avviso, per definire gli odierni “spin doctors”.)

 Nessun rimpianto, in queste mie brevi citazioni, dell’avara saggezza del “nihil sub sole novi”, ma solo il desiderio - richiamando il pensiero greco - di evidenziare come, se si vuole affrontare il tema dell’uso strumentale del discorso (perché di questo stiamo parlando), non possa venire eluso il problema della Verità.

Tema oggi più che mai impolitico, in un mondo, come l'attuale, ove ad esempio le coppie oppositive buono/ cattivo, bello/ brutto, giusto/ ingiusto, vero/ falso son divenute come per i grammatici di Port Royal – nulla più che aggettivi funzionalmente intercambiabili.

 In tal senso invocare oggi la parola verità, tragicamente, richiama lo shakespeariano ”Orazio tu parli di nulla”.

 

Infatti, l’invocazione è ipocrita, (Ypokrites, come noto, è colui che parla dietro la maschera) e sovente suggerita da una precisa volontà di strumentalizzazione, essendo divenuta null’altro che forma di presunzione che il sistema sottrae all'uomo.

Del resto, ce lo ricorda senza mezzi termini Georg Simmel:

 «Si crede a ciò che si vuol credere. La menzogna, corrisponde alle aspettative di chi l’ascolta…».

Anni di semiotica, del resto, ci hanno insegnato che accanto ai linguaggi che constatano, descrivono, ordinano dei fatti, ne esistono altri di ri-descrizione e metamorfosi della realtà.

Pur senza voler essere illuministi ad oltranza è opportuno non dimenticare la verità del dubbio, o ricordare con Nietzsche che le convinzioni sono nemici della verità più che le menzogne, perché il confine vero / falso è assai labile e la cultura della comunicazione non è affatto priva di un forte dato normativo.

Del resto è proprio nelle aule dei tribunali che abbiamo la dimostrazione della ineludibile e necessaria mediazione tra verità e realtà.

 Qui infatti la verità diviene qualcosa di mutevole, di veri- simile, perché nessuno può dire davvero ove essa si celi.

La verità processuale per prima non è una verità assoluta ma solo, appunto, una verità giudiziale (quanto risulta agli atti).

Il problema, semmai, è il fatto che nei social qualificare un dato come ‘ fatto’ significa asserire che un sintomo è stato ormai trasformato definitivamente in segno.

Si invoca ed auspica, allora, saggiamente, che vi sia non censura ma principio di responsabilità.

Benissimo, certo, ecco un altro grande valore che però nelle nostre società pare anch’esso viaggiare sempre più in incognito, financo in quei paesi ove l’Etica protestante è più consolidata.

Perché non possiamo sorvolare sul fatto che è per primo il mercato a volere le fake news.

 Infatti grande fattore di incentivo alla diffusione di notizie false è costituito dalla facilità di tramutarle in strumento di attrazione di investimenti pubblicitari.

 Le notizie con molte visualizzazioni generano ricavi per molti soggetti.

 Vere o false che siano.

Ed allora, nessun dorma! Le notizie false, ci sono e ci sono sempre state. «Io non conosco fatti - sosteneva Nietzsche ma solo interpretazioni» ed aggiungeva: «Poi se anche questa è un’interpretazione allora tanto meglio».

Ma ciò che è invece davvero fallace è usarle strumentalmente per distrarre dal vero fine che si vuole raggiungere.

In una parola, quello che in maniera carsica sottende questa vexata quaestio, e di questa impunemente si fa schermo, senza aver paura delle parole, è un problema di volontà di potenza.

 Infatti, quella verità oggi evocata così a gran voce come baluardo contro le fake news altro non è se non vile strumento che usa di una semplificazione simbolica per perseguire i propri fini.

Con la scusa della lotta alle fake news vengono in tal modo secondati quei pericolosi progetti di attribuire ad un privato compiti di giustizia.

Assai pericolosa e grave è la proposta di lasciare a Facebook e simili la possibilità di una censura preventiva (cosa che peraltro già in parte fa), dando vita - se vogliamo dare vero nome alle cose - ad un redivivo orwelliano Ministero della verità.

 

Siano allora di monito prezioso le parole di “Theodor Adorno” allorquando ci rammentava che «chi non commisura le cose umane a ciò che esse vogliono per davvero significare le vede alla fine in modo non solo superficiale, ma falso».

(Simona Andrini - Docente di Sociologia del diritto a Roma Tre)

 

 

 

ARMAGEDDON - Battaglia finale

tra Bene e Male,

l’esorcista: “solo Dio sa quando avverrà

ilsussidiario.net – (05.08.2021) - Dario D'Angelo – ci dice:

 

Armageddon: la battaglia finale tra Bene e Male viene data per certa nel libro dell’Apocalisse.

L’esorcista padre Lampert, discepolo di Padre Carmine De Filippis, ha detto la sua al riguardo.

Uno dei temi più misteriosi e intriganti della fede cristiana è indubbiamente quello legato all’Armageddon.

 Se ne parla nell’Apocalisse di Giovanni, e il suo significato, dall’ebreo” Har M?giddô”, trascritto poi in latino come “Armageddon”, è identificabile con una pianura, nell’odierno Israele, dove si svolsero diverse battaglie, documentate nel Nuovo Testamento, nella quale avrebbero dovuto radunarsi tutti i re del mondo per combattere nell’ultima e decisiva battaglia tra il Bene e il Male.

Armageddon, però, oltre che un luogo fisico, rappresenta anche una rivelazione, quella secondo cui prima del Giudizio Universale, nel momento della seconda discesa di Gesù sulla Terra, avverrà lo scontro decisivo tra Satana e Cristo, in cui quest’ultimo soccomberà condannando il demonio per l’Eternità.

A riferire il suo parere sulla questione al “National Catholic Register è stato Padre Lampert”, esorcista dell’arcidiocesi di Indianapolis, forgiatosi a Roma dopo aver assistito ad oltre 40 esorcismi con l’anziano esorcista Padre Carmine De Filippis.

Padre Lampert esordisce rifacendosi al versetto di Matteo (24:36):” Quanto all’ora esatta ed al giorno, nessuno lo sa, nemmeno gli angeli nei cieli, né il Figlio, ma solo il Padre”.

ARMAGEDDON: BATTAGLIA FINALE TRA BENE E MALE, PARLA L’ESORCISTA

PADRE LAMPERT, “AVERE PAURA NON SERVE”.

Padre Lampert, nel suo colloquio con il “National Catholic Register”, ha spiegato che non ha senso vivere l’attesa dell’Armageddon con un atteggiamento di paura:

Dio ci avverte di non farci coinvolgere nella Fine dei Tempi. Al contrario, è importante, ogni giorno, vivere la nostra vita come Dio ci dice”.

La fine stessa non è un qualcosa che dovremmo temere:

” Se viviamo la nostra vita come Dio ci dice, poi ogni volta che chiama, ci troverà degni.

Il discorso di Armageddon spesso spinge verso la paura, ma un rapporto autentico con Dio è un amore e una misericordia”.

 Secondo Padre Lampert, insomma, la vera nemica della fede è proprio la paura:

” Non credo che la fede sia autentica se viviamo nella paura. La paura di Dio è l’inizio della saggezza, ma si tratta di essere timorati di Dio. Preoccuparsi della Fine dei Tempi equivale alla perdita della speranza e comporta paura, ansia e distruzione.

Tutte queste cose sono contrarie alla fede”.

 

 

 

 

LA SOLUZIONE FINALE:

IL BENE VINCERA’ SUL MALE.

PAROLA DI GENIO.

Ilgiornalepopolare.it – Alberico Lemme – (03-11- 2021) – ci dice:

La battaglia sarà dura ma alla fine il sistema mondiale imploderà su sé stesso come un castello di sabbia.

Le coscienze si risveglieranno e sarà la vittoria.

In una delle riflessioni con me stesso e con il mio Socio (Dio), dopo aver fatto un’analisi di quello che sta accadendo nel mondo in questo periodo, mi sono detto: siamo proprio fortunati a vivere in questo momento storico, e non lo dico con ironia.

Stiamo assistendo in tempo reale a un cambiamento epocale in campo politico, economico e sociale.

 È semplicemente esaltante! Fantastico!

In questo lasso di tempo che ci riguarda si concluderà la lotta tra il Bene e il Male in senso apocalittico.

Ormai è palese. Quello che sta accadendo – sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere – è la dimostrazione che è in atto la battaglia finale tra il Bene e il Male.

Questa lotta è iniziata nella notte dei tempi e noi oggi siamo attori protagonisti della battaglia finale.

 Noi possiamo determinare la vittoria del Bene.

 Ho preso coscienza che ci sono due schieramenti di pensiero, uno nega l’esistenza del Male; non si rende conto di quello che gli accade intorno.

Anzi lo condivide, lo accetta e si sottomette docilmente come una pecorella impaurita con la mente offuscata.

L’altro si sta organizzando per vincere l’ultima battaglia.

Provate a parlare con uno di loro ed esponetegli le vostre riflessioni sui fatti che accadono, partendo da un’analisi e un punto di vista diverso dal suo, ad esempio palesandogli che è in atto una lotta tra il Bene e il Male.

 Portategli come esempio la chiusura delle chiese, l’impossibilità di ricevere l’Eucarestia o officiare il Matrimonio.

Nel mondo, da due millenni, non era mai successo che fossero sospesi i Sacramenti, nemmeno durante le peggiori guerre, la peste o le persecuzioni!

 Chi crede non ha timore della morte, ma della morte senza Comunione.

E chi di dovere non dice nulla! Anzi…!

 Esponete queste riflessioni e vedrete con gran stupore che molti non vi seguiranno in discorsi così semplici.

 La risposta più idiota che danno è: “Sì, vabbè e dove sono le prove?”.

Prove?

 Ecco, a questo punto vi rendete conto che avete a che fare con anime perdute, sottomesse, manipolate, schiavizzate e asservite al Sistema che le sta lentamente imbavagliando e privando addirittura della libertà di pensiero.

Sospesi i sacramenti.

Con grande ottimismo io dico che in realtà stiamo attraversando un momento molto bello, il risveglio delle coscienze è in atto!

Tu che mi stai leggendo ora puoi avvertire con leggerezza che la tua coscienza e la tua capacità elaborativa iniziano a risvegliarsi e puoi sentire un’ondata di energia positiva che ti dà la forza e il coraggio di dirlo al tuo vicino di casa, di gridarlo al mondo!

Sì, ci siamo, se attiviamo il risveglio della coscienza il Sistema imploderà e il Bene trionferà.

Osserva le posizioni di Trump, è dalla parte del Bene e sta lottando come un leone contro il Male.

 È l’unico presidente d’America negli ultimi 50 anni che non ha fatto guerre!

Lui, insieme a tutti noi, a te, cambieremo il mondo.

È realmente un periodo storico esaltante e noi ne facciamo parte. Dunque fiato alle trombe!

Fiato alle trombe!

Affrontiamo la giornata con la consapevolezza che cambieremo finalmente il mondo e in meglio, il Sistema del Male imploderà collassando come un castello di sabbia.

Vi state chiedendo com’è possibile che il Sistema, così ben organizzato, che ha preso al soldo le menti delle persone che sono al comando e ricoprono ruoli strategici nei governi, nelle associazioni e nella società civile, come è possibile che proprio ora possa commettere errori.

Osservate attentamente: il Sistema è talmente arrogante che non si rende conto di essere allo sbando.

Emettono DPCM senza capo né coda, senza rigore di logica, non sanno che pesci pigliare.

È chiaro che chi governa non fa altro che eseguire ordini che arrivano dall’alto. Non chiedermi le prove o la fonte, perché quello che scrivo è frutto di un’elaborazione autonoma e lucida dei Fatti.

Ti invito ad aprire gli occhi e anche la tua coscienza si risveglierà.

 Non aver Paura, la Paura blocca la Ri-evoluzione.

 

 

 

L’Eterna lotta tra il Bene e

il Male: la battaglia finale.

Fisicaquantistica.it – (4 Febbraio 2021) - Alessandro Del Vescovo – ci dice:

 

La storia degli esseri umani è stata sempre caratterizzata dall’eterna lotta tra il Bene e il Male.

in da bambini infatti abbiamo a che fare con questa contrapposizione che tanto ci piace e affascina.

Le fiabe stesse non sono altro che degli archetipi, in cui viene riproposta in chiave metaforica questa dualità.

Il bene è giusto, vero, gentile e sincero e sconfigge con l’amore il male crudele, malvagio, falso e ingannatore.

La lotta tra il bene e il male e il percorso umano.

In realtà, tutto ciò racchiude in sé il percorso umano. L’uomo si incarna sulla Terra per evolversi e progredire verso la luce, la propria vera essenza, eliminando progressivamente tutto il male in sé stesso e di conseguenza su tutto il pianeta.

 La nostra stessa storia è stata sempre caratterizzata dalla lotta tra queste due forze.

Ci sono stati dei momenti in cui ha prevalso il bene, altri in cui il male è riuscito ad affermarsi e a dominare.

Solitamente il male quando viene sconfitto si riorganizza, per poi penetrare e infiltrarsi lentamente nella società corrompendo e distruggendo tutto ciò che incontra, utilizzando le armi della menzogna e dell’inganno.

Gli obiettivi del male sono la separazione e la distruzione, il dominio e il potere. Ma cos’ è il male? Perché è presente in noi?

 La sua esistenza è dovuta alla presenza di frequenze distorte all’interno della coscienza degli esseri umani.

Man mano che va avanti la nostra evoluzione, però queste frequenze grezze e grossolane si trasformano verso l’alto diventando più sottili e rarefatte.

Sostanzialmente il percorso umano prevede proprio questa trasformazione:

il male deve essere trasformato in bene, dall’oscurità dobbiamo andare verso la luce, e se vogliamo dirla dal punto di vista dell’alchimia, “il piombo si trasforma in oro”.

La battaglia finale tra il bene e il male.

Oggi, siamo arrivati a un punto decisivo della nostra storia. Il nostro pianeta sta effettuando un cambiamento che prevede l’innalzamento della frequenza vibratoria planetaria, che porterà all’espulsione definitiva del male.

Molti chiamano questa fase Età dell’Acquario, altri Quinta Dimensione, altri ancora semplicemente salto quantico.

In definitiva però, tutto ciò che non risuonerà con questa nuova frequenza, non potrà trovare spazio sul nuovo mondo che verrà.

In realtà, questa fase è già iniziata e la maggior parte delle strutture e dei sistemi che governano il nostro pianeta, a partire da quello economico, dovranno cambiare, perché basati sulla separazione, sulla ineguaglianza, sullo sfruttamento e la discriminazione.

Vediamo chiaramente il sistema economico mondiale basato sullo sfruttamento degli uomini e delle risorse del pianeta, che non può più essere sostenibile, sgretolarsi sotto i nostri occhi.

 Abbiamo bisogno di modelli che prevedano la condivisone delle risorse e la cooperazione tra i popoli, in modo da rendere possibile la pace, lo sviluppo e l’evoluzione di tutta l’umanità.

Il male sa di essere alle strette e per questo sta buttando fuori il peggio di sé e questo lo possiamo vedere con tutto ciò che di negativo sta investendo il nostro meraviglioso pianeta;

 stiamo vivendo un periodo storico particolare, il più negativo e pericoloso di tutta la storia dell’umanità.

Ovviamente, la maggior parte degli esseri umani non è consapevole di questa guerra quotidiana che investe ogni ambito della nostra vita, ma moltissimi fratelli combattono ogni giorno questa grande battaglia consapevolmente, con l’arma dell’amore, l’amore vero.

 È un lavoro silenzioso di elevazione delle frequenze ed ogni essere umano nel suo piccolo può fare qualcosa, basterebbe esserne consapevoli.

Ovviamente, non si può combattere questa guerra con le armi convenzionali, sarebbe contrario al concetto di amore che invece dobbiamo applicare per raggiungere la tanto agognata meta, un nuovo mondo dove possano regnare pace e giustizia.

Per questo motivo è molto importante che sempre più persone risveglino la propria coscienza per incamminarsi consapevolmente sul sentiero della luce e combattere questa battaglia finale dell’eterna lotta tra il bene e il male.

Non si può più restare nel mezzo ed assistere inconsapevoli a quello che sta accadendo, ma bisogna decidere da quale parte stare;

 è arrivato il tempo di agire!

(Alessandro Del Vescovo -- yogameditazione.net/leterna-lotta-tra-il-bene-e-il-male-la-battaglia-finale/)

 

 

 

Cos’è secondo la Bibbia

l’Harmaghedon? (Sì, meglio con l’H).

it.aleteia.org - Luis Santamaría del Río – ( 10/10/2022) – ci dice:

 

Il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha avvertito della possibilità di un “Armaghedon nucleare”.

 Il termine proviene dalla Bibbia, nella fattispecie dal Libro dell'Apocalisse.

La cultura popolare, soprattutto attraverso il cinema, ha fatto sì che il termine “Armaghedon” abbia implicazioni catastrofiche, venendo inteso come sinonimo di “Apocalisse”.

Non è del tutto errato, visto che si tratta di un concetto che appare per la prima volta nell’ultimo libro della Bibbia.

Bisogna però chiarire una cosa.

La trascrizione più corretta della parola del appare nel testo greco dell’Apocalisse, concretamente al capitolo 16, versetto 16, inizia con l’H.

 

Se apriamo un’edizione del Nuovo Testamento nella lingua originale, leggiamo il termine Ἁρμαγεδών, che dovrebbe trascriversi come Harmaghedon, per lo spirito aspro – quella specie di apostrofo – che precede la prima lettera e che obbliga a pronunciarla aspirata.

Non è un semplice dettaglio di erudizione, ma un promemoria di quanto ci sono stati imposti i modi anglosassoni di dire le cose.

Abbiamo visto un film intitolato Armageddon? E allora tutti a scrivere “Armageddon”.

Ciò che è corretto in inglese non è necessariamente la scelta più appropriata anche in altre lingue, dopo secoli di studi linguistici del greco e dell’ebraico…

Il motivo è che questo termine greco deriva, a sua volta, dall’ebraico, la lingua del popolo d’Israele.

Ap 16, 16 è l’unica volta in cui appare nella Bibbia, e gli esperti del testo sacro spiegano che, per comprenderne il significato, bisogna dividerla in due.

Così, har- significa “montagna” in ebraico, e -magedon avrebbe a che fare con Megiddo, una collina che si trova a circa 80 chilometri da Gerusalemme.

 Come ogni vetta dell’antichità, era un’enclave importante nelle varie civiltà che abitavano il territorio, per il suo carattere strategico.

In questo luogo si conservano oggi alcune rovine che hanno meritato la qualifica di Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

 In passato, però, le valli che lo circondano sono state teatro di importanti battaglie e fatti di cui parla l’Antico Testamento, già dal XV secolo a.C..

Un significato violento.

E qui sembra trovarsi il senso dell’uso di questo termine, Harmaghedon, o “montagna di Megiddo”, nel libro dell’Apocalisse. Vediamo cosa dice esattamente Ap 16, 16:

“E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Harmaghedon”.

Di chi parla? E qual è il suo significato?

 In una parte certamente drammatica, l’autore del libro riferisce come, dopo aver annunciato gli angeli l’arrivo dell’ora del Giudizio Universale, e dopo che i giusti intonano il cantico dell’Agnello (una rappresentazione di Gesù), escono dal cielo sette angeli che portano coppe piene del furore di Dio.

Uno dopo l’altro, i sette angeli spargono sulla terra le loro piaghe, provocando grande sofferenza.

E quando è stato spiegato ciò che è accaduto al sesto angelo, all’improvviso si afferma che tre spiriti immondi o demoniaci sono apparsi in quel momento, e sono stati riuniti in Harmaghedon.

È questo il motivo per cui è associato alla battaglia finale tra il bene e il male – tra i re e le Nazioni della terra da un lato e il Signore Gesù e i Suoi angeli e gli esseri umani fedeli dall’altro.

Stiamo parlando di violenza e guerra, sì, ma con una fine che è il trionfo di Dio sui nemici dell’umanità che Egli ha creato (e salvato).

Bisogna poi evitare un uso interessato ed ideologico del termine: quando si usa “Harmaghedon”, c’è sempre di fondo una convinzione, da parte di chi lo dice, di essere colui che rappresenta il bene, mentre il nemico sarebbe inevitabilmente l’incarnazione del male.

Un finale pieno di speranza.

Alla parola “Harmaghedon” è successo lo stesso che al termine “Apocalisse” e all’aggettivo “apocalittico”, che nella nostra società sono associati a catastrofi e tragedie – anche se il loro senso etimologico è quello di “rivelazione” di un Dio che mostra il senso della storia e il Suo amore infinito.

Esserci soffermati su lingue antichissime e questioni filologiche – non dimentichiamo che la Bibbia dovrebbe essere sempre letta con questo sostegno serio – può aiutarci a percepire la luce che brilla in quelle parole apparentemente tenebrose:

 la storia è nelle mani di Dio, ma Egli ha voluto che gli esseri umani vi si impegnassero come attori principali.

La storia ha ovviamente una componente fondamentale di lotta tra il bene e il male.

Il fatto che nei momenti di crisi bellica e persino di minaccia nucleare si usi il termine “Harmaghedon” è un’occasione per noi cristiani, che consideriamo la Bibbia Parola di Dio, di mostrare la speranza come virtù fondamentale e l’impegno a compiere la volontà di Dio per un mondo migliore.

 

 

Nazismo e mentalità apocalittica.

Assemblea.emir.it – (20-1-2022) – Redazione assemblea Legislativa - ci dice:

 

Quando i Protocolli [= i Protocolli dei Savi Anziani di Sion - n.d.r.] vennero a contatto con l'ideologia völkish-razzista [= centrata sulla superiorità del volk, cioè del popolo tedesco, e della razza ariana - n.d.r.] il risultato fu una visiona apocalittica non solo della politica contemporanea ma di tutta la storia e addirittura di tutta l'esistenza umana su questo pianeta.

E fu in nome di questa visione del mondo quasi religiosa che i nazisti e i loro complici intrapresero lo sterminio degli ebrei in Europa, come preludio [= episodio iniziale - n.d.r.] del loro sterminio in tutto il mondo.

Anche oggi ci se ne rende conto di rado e l'esposizione dei fatti nudi e crudi può suscitare incredulità.

Ma la prova c'è, sta nelle dichiarazioni dei dirigenti nazisti e degli organizzatori dello sterminio, ed è incontrovertibile [= impossibile da controbattere, inconfutabile - n.d.r.].

Si può cominciare con la sorprendente testimonianza di “Dieter Wisliceny”, un capitano delle SS che fu stretto collaboratore di Eichmann [= l'ufficiale incaricato di coordinare la deportazione nei centri di sterminio - n.d.r.] e che venne giustiziato nel 1947 per aver partecipato allo sterminio degli ebrei slovacchi, greci e ungheresi.

 Il 18 novembre 1946, preparandosi al suo processo in Cecoslovacchia, egli descrisse per esteso come avvenne il grande massacro.

Prima di narrare come era stato formulato e attuato il progetto di genocidio, volle dire qualcosa su un argomento <<senza il quale è impossibile farsi un'idea chiara della situazione: i motivi che spinsero Hitler e Himmler a intraprendere lo sterminio degli ebrei europei >>.

Alludeva alla visione del mondo che ossessionava questi uomini e che egli descrisse così:

<< L'antisemitismo rappresentava uno dei fondamenti principali del programma del partito nazista. Era in sostanza il prodotto di due idee:

1. le teorie biologiche pseudoscientifiche del professor Guenther [= uno dei teorici ufficiali del razzismo nel Terzo Reich - n.d.r.], e

2. una visione mistica e religiosa secondo cui il mondo è retto da potenze buone e potenze cattive.

Secondo questa visione gli ebrei rappresentavano il principio del male e avevano come aiutanti la chiesa (l'ordine dei gesuiti), la massoneria e il bolscevismo.

La letteratura ispirata a questa visione è ben nota, le prime pubblicazioni del partito nazista pullulano di tali idee.

Una linea retta porta dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion al Mito del XX secolo di Rosenberg.

 È impossibile opporsi a queste idee con argomenti logici e razionali, è una sorta di religiosità e spinge la gente a formare una setta.

Influenzati da questa letteratura milioni di uomini credevano a queste cose; è un evento che può essere paragonato soltanto a fenomeni simili verificatisi nel medioevo, come la caccia alle streghe.

A questo mondo del male i mistici razzisti opponevano il mondo del bene, della luce, incarnato dalla gente bionda, con gli occhi azzurri, che si supponeva fosse la fonte di ogni capacità di creare le civiltà o costruire gli stati.

Ora si affermava che questi due mondi fossero immersi in una lotta permanente, e la guerra del 1939, scatenata da Hitler, rappresentava soltanto la battaglia finale tra queste due potenze.

Di solito Himmler [= il capo supremo delle SS - n.d.r.] viene considerato un uomo politico gelido e cinico.

Questa immagine è certamente sbagliata: in tutto il suo atteggiamento Himmler era un mistico che abbracciava questa <<visione del mondo>> con fanatismo religioso>>. [...]

 

Nel cristianesimo popolare del medioevo [...], gli ebrei (erano) considerati servi dell'Anticristo e destinati alla stessa sorte: essere distrutti, in preparazione del millennio, da Cristo ritornato in tutta la sua maestà.

 Ora, nell'Apocalisse [= l'ultimo libro del Nuovo Testamento, quello che descrive la fine del mondo - n.d.r.] si dice che l'Anticristo prenderà d'assalto il cielo e sarà precipitato nell'inferno:

 la cosa curiosa è che Hitler, sebbene detestasse il cristianesimo, fosse perfettamente capace di usare queste vecchissime immagini bibliche quando parlava del destino degli ebrei.

 <<L'ebreo seguirà il suo fatale cammino, - scriveva, - fino al giorno in cui un'altra potenza si leverà contro di lui e con una possente lotta precipiterà di nuovo questo assalitore del cielo da Lucifero >>.

 Il tono apocalittico è inequivocabile e qualcosa di esso fu assimilato da Himmler e dalle SS.

Almeno in certi momenti questa gente considerò lo sterminio degli ebrei un necessario preludio a una sorta di millennio germanico.

Val la pena di citare di nuovo la deposizione fatta da Wisliceny:

<<Mentre (Himmler) consultava gli astrologi e propendeva per tutte le arti occulte, le SS si trasformarono gradualmente in un nuovo tipo di setta religiosa...>>

 Era meno di quanto Wisliceny supponesse:

 anche l'Europa medievale aveva conosciuto sette apocalittiche che credevano di aver ricevuto per volere divino l'incarico di purificare il mondo sterminando gli ebrei.

Wisliceny diceva anche che nella mente di Hitler la guerra del 1939 era soprattutto la lotta finale contro gli ebrei; e dal 1939 in poi Hitler parlava della guerra proprio in questi termini. [...] In un discorso al Reichstag il 30 gennaio 1939 dichiarò:

<<Oggi farò ancora una volta una profezia: se i finanzieri internazionali ebrei, in Europa e fuori, riuscissero a sprofondare di nuovo le nazioni in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e con ciò la vittoria degli ebrei, ma l'annientamento della razza ebraica in Europa >>.

 

 

 

L’ultima via per evitare

la Terza Guerra mondiale.

 Formiche.net - Riccardo Cristiano – (26/06/2022) - ci dice:

 

Ucraina, aborto, migranti, pandemia: c’è sempre la strumentalizzazione di Dio dietro le guerre, civili o internazionali, che ci stanno portando alla Terza Guerra Mondiale.

 L’estremismo nel nome Dio produce l’estremismo nel nome dell’io.

 La guerra mondiale si evita solo riconoscendo la complessità.

I nodi, inesorabilmente, vengono al pettine.

 Ma prima di scoprire che ci siamo rotti la testa perché ci siamo rifiutati di usarla dobbiamo porci una domanda: perché tutto si estremizza, rendendoci impossibile di vivere insieme?

Davanti a qualsiasi finestra c’è qualcuno, uno solo di noi, che può vedere solo bianco e nero, cioè giusto e sbagliato, o addirittura vero e falso?

Se tutto diviene una sfida assoluta tra ciò che non possiamo accettare e ciò che loro devono rifiutare, come evitare che il mondo, le società, i Paesi, le città, i quartieri, i condomini, i nuclei familiari, le generazioni si spacchino?

 Come evitare che tutto diventi “mors tua vita mea”?

Quando si parla di Terza guerra mondiale si pensa a una guerra tra Stati, ma è molto di più: è la guerra di persone che non possono più comunicare, su nulla.

Qualcuno ha pensato di risolvere questo problema trasversale alle nostre società rendendolo verticale nel mondo:

 da una parte ci siamo noi, occidentali, o europei, o italiani, dall’altra ci sono loro, asiatici, o orientali, o cinesi.

Per riuscirci occorreva un nemico omologante, massificante:

 la globalizzazione si è gentilmente offerta, presentandosi non come un qualcosa capace di unirci nelle nostre diversità, ma come un qualcosa che voleva e vuole distruggere le nostre diversità.

 È uno dei motivi che sta portando alla Terza guerra mondiale:

occorre una frontiera che ci divida irrimediabilmente prima della battaglia finale.

Questa frontiera è l’uniformante globale contro l’uniforme locale.

 Così per alcuni il globale porta un pensiero unico, un complotto globale.

Per altri il locale porta nazionalizzazione delle masse, il complotto delle élite dei più ricchi contro i popoli delle nazioni che non contano più nulla.

 In questo modo i conflitti diventano esistenziali.

Non a caso anche i flussi di rifugiati sono stati definiti parte della manovra globalista per rompere l’uniformità del locale e dissolverci nel globale.

 Ovviamente questa guerra ai rifugiati è stata combattuta nel nome di Dio, visto che si è detto che crederebbero in un altro Dio (come se fossimo ancora politeisti).

Non sbaglia Manlio Graziano a ricordarci che l’epoca delle guerre mondiali è cominciata nel 1915 da una parte con il genocidio armeno per uniformare la popolazione turca e dall’altra con la richiesta serba e greca ai macedoni a rinunciare alla loro identità e dichiararsi nel giro di 24 ore o serbi o greci.

 Il rifiuto comportava l’uccisione o l’espulsione.

Non è molto diverso da quanto sta accadendo in Ucraina.

 E ovviamente anche questa guerra ha dietro di sé Dio.

 Perché la Terza guerra mondiale è tra bene e male.

L’onesto intellettuale putiniano Alksandr Dugin associa l’Occidente alla grande matrice di Babilonia, figura apocalittica e da noi Putin viene molto frequentemente associato a Hitler, figura reale e apocalittica.

Conflitti del genere devono essere associati a Dio (e come vedremo al suo alter-ego, io).

Sempre attentissimo a giudicare sé stesso e il suo campo, rifuggendo alla tentazione di esprimere giudizi sugli altri, il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, ci avvertiva già due anni fa:

 “La Terza guerra mondiale non è un destino. Evitarla implica usare misericordia e significa sottrarsi alle narrazioni fondamentaliste e apocalittiche abbigliate di paludamenti e maschere religiose.

Francesco lancia una sfida all’apocalisse e al pensiero di networks politici che sostengono una geopolitica apocalittica dello scontro finale, fatale e inevitabile.

 La comunità dei credenti, della fede (faith), non è mai la comunità dei combattenti, della battaglia (fight).

Occorre fuggire la tentazione trasversale di proiettare la divinità sul potere politico che se ne riveste per i propri fini.

Si svuota così dall’interno la macchina narrativa dei millenarismi settari che preparano all’apocalisse e allo ‘scontro finale’.

 La sottolineatura della misericordia come attributo fondamentale di Dio esprime questa esigenza radicalmente cristiana”.

Anche qui, come si vede, predilige parlare di sé, del cristianesimo, attento a non ergersi su piedistalli.

 Ma la tentazione di proiettare la divinità sul potere politico è “trasversale”.

 E facendo probabilmente uno sforzo enorme contro la propria indole, Spadaro si parla anche agli altri.

E tra questi altri, se vogliamo essere onesti, dobbiamo inserire anche coloro che non credono in Dio, o che negano Dio.

Anche loro proiettano la divinità sul potere, sostituendo al vocabolo “Dio” il vocabolo “io”.

 È la dittatura dell’io sovrano.

(Per la dittatura globalista unipolare occidentale l’io sovrano non può più esistere e come accadrà per le nazioni, verrà eliminato! N.d.R.)

Questo io sovrano non si crede dittatoriale, ritiene di dire soltanto di dire “io faccio come mi pare”.

Anche così si sacralizza il potere, alla sacralità dell’io.

In questi giorni vediamo Dio dietro i fatti più dirompenti del mondo che viviamo: per Donald Trump è stato Dio a guidare la mano dei giudici della Corte Suprema quando hanno abrogato la sentenza che consentiva l’aborto.

Per Putin e il suo patriarca Kirill c’è Dio dietro la guerra in Ucraina, contro il peccaminoso occidente.

 E Biden si è quasi adeguato, dicendo (citando Giovanni Paolo II) “non abbiate paura” ai polacchi quando si è recato a Varsavia per coordinare gli sforzi contro l’invasione.

Abbiamo dimenticato che molti hanno associato anche la pandemia a Dio, quasi fosse una sua punizione per i nostri peccati?

(Ma la pandemia da virus l’anno scatenata i riccastri globalisti! N.d.R) 

Ma oggi va detto che c’è anche il dio “io” dietro chi, urlando rabbia, non vuole neanche sapere quali siano i termini della questione legislativa americana sull’aborto.

Le parole di Trump diventano così un tentativo incendiario: il mio dio cancella il tuo io.

Così quell’io e quel dio si radicalizzano, si estremizzano, impossibilitati a cercare e trovare un terreno di reciproca comprensione.

 L’estremismo sempre più estremo dell’uno produce un estremismo ancor più estremista nell’altro campo.

Nessun potere terreno ha Dio dietro di sé.

 Ma questo costante richiamo a Dio ci sta portando a uno scontro apocalittico, tra noi e dentro di noi.

 Bisogna fermare questo meccanismo infernale che porterà alla fine delle nostre civiltà.

Resto a padre Spadaro: sempre con lo scrupolo di non giudicare l’altro, il direttore della Civiltà Cattolica ha commentato anche così il Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dall’imam di al-Azhar ormai anni fa:

 “Il Documento affronta con coraggio la sfida della malattia della religione che trasforma la santità in servizio dell’azione politica intesa come causa sacra”.

Ma dobbiamo avere l’onestà di aggiungere, noi, visto che non ne parla, che c’è anche la malattia della anti-religiosità a trasformare l’azione politica, sacralizzando un potere dissacratore dell’altro.

Sono queste le guerre culturali interne alle società che rendono ingovernabile il mondo.

 Lo sappiamo che in America l’aborto sin qui è stato consentito fino alla 24esima settimana?

 Lo sappiamo che il nuovo sistema in uno Stato che vieta l’aborto potrebbe determinare l’arresto di una donna che si prenoti on line per abortire in uno Stato americano che lo consenta?

 Questa temuta deriva è ovviamente “logica”: se io progettassi un crimine e la mia attività ne fornisse le prove, la polizia non dovrebbe intervenire per impedirmelo?

È la riprova che la logica può essere illogica.

Perché se negli Stati Uniti d’America, di cui sono cittadino, uno Stato consente l’aborto e un altro lo vieta, io da un comune proibizionista non potrei organizzarlo in uno consensionista?

L’unica spiegazione “logica” è che da una parte si segue la legge del male, dall’altra quella del Bene.

 Dunque seguendo la “logica” negheremo il creazionismo di Adamo ed Eva, sceglieremo l’evoluzionismo, con Darwin, ma di qui potremmo arrivare, come è accaduto, a cercare l’anello mancante tra l’uomo e scimmia.

È evidente che il relativismo non risolve il problema, perché anche il relativismo non può che essere relativo.

 Abbiamo bisogno di un principio condiviso: e questo principio non può che essere il rifiuto di ogni integralismo, di ogni letteralismo, di ogni Guerra Santa, anche la mia.

E quello che Francesco chiama “discernimento”.

È evidente che un estremismo ne crea un altro, in uno scontro ideologico che radicalizza sempre di più i portatori di due verità: la vita non comincia con il concepimento, ma non comincia neanche al momento della nascita.

Questo problema sta diventando un problema di vita e di morte perché mette in gioco due verità ormai contrapposte:

i diritti della donna (che essendo umani non possono essere assoluti) e i diritti del nascituro (che non possono esistere prima che esista).

 Avocare all’assoluto di Dio e all’assoluto dell’io questo confronto lo trasforma in guerra civile.

La cultura laica – come usualmente si dice – si basa sul rispetto, non sulla negazione dell’altro.

 La cultura religiosa sceglie Dio per sacralizzare ogni esistente.

 E allora?

Allora per me la soluzione la trovò secoli fa San Tommaso, padre della tomistica, constatando che la vita non può cominciare nel momento del concepimento.

Provo a fare un esempio: io concepisco un saggio su questo millennio:

 per alcuni esisterà solo quando avrò terminato di scriverlo, per altri non è così però, esiste dal momento in cui ne ho definita l’idea.

 Forse per incontrarsi si potrebbe convenire che il processo è cominciato oggettivamente quando ho pensato al mio saggio, ma solo quando ne ho definito su carta il sommario quel saggio ha cominciato ad esistere. 

Se non si cerca il modo di convenire ci allontaneremo sempre di più, fino a ritenere che l’alternativa sia tra chi persegue il Bene e chi invece propugna il Male.

 È la guerra metafisica contro il peccaminoso occidente di cui ha parlato Kirill e che, guarda caso, quando lo disse trovò subito il plauso dell’ayatollah Khamenei.

Questo esempio, sul quale mi esprimo con grande difficoltà perché non sono una donna, mi porta a pensare che la radicalizzazione dei problemi, la nettezza dei confini di ciò che pensiamo giusto e sbagliato, pone il problema angosciante delle frontiere: sono rigide?

 Perché ad ogni frontiera c’è tra l’un Stato e l’altro una terra di nessuno?

Questo è un punto, che ci deve urgentemente portare a capire cosa siano le frontiere: tra Stati, certamente, ma anche tra noi.

Le frontiere sono un limite.

Ma indicano l’inizio o la fine di uno spazio?

Indubbiamente colpisce Manlio Graziano, scrivendo di frontiere, quando ci dice che un bicchiere può essere usato per contenere dell’acqua, ma anche per catturare una mosca, impedirle di infastidirci.

Nel primo caso viene usato per consentire (di bere), nel secondo per impedire.                         Anche la frontiera può essere usata per dividere, impedire il passaggio, ma può essere usata anche per consentire lo scambio.

 Io ti faccio conoscere i miei spaghetti, tu mi fai conoscere il tuo pomodoro, e insieme magari tentiamo di creare gli spaghetti alla salsa di pomodoro, o i pomodori ripieni di spaghetti (questione di gusti).

Se il pomodoro verrà usato per combattere il consumo di spaghetti e gli spaghetti verranno usati per combattere l’uso del pomodoro, la frontiera diverrà una muraglia cinese, per impedire le invasioni dell’uno o dell’altro.

 E poi si potrebbe arrivare a dover distruggere l’altro.

 È la storia proprio della muraglia cinese, pensata per fermare le invasioni da nord e davanti al loro persistere confermò la necessità inesorabile di distruggerli.

Se la muraglia cinese ci dice che nessuna muraglia fermerà l’invasione, allora non resta che uniformare, assimilare.

 Se non il corpo, la visione dell’altro.

Era quello che pensavano i cinesi prima di costruire la muraglia: i barbari non esistono, è solo che non conoscono la civiltà: se la conoscessero diverrebbero come noi.

Ma l’impero non poteva arrivare ovunque, e costruirono la muraglia.

Che non risolse il problema.

L’unica soluzione è ammettere che resteremo diversi.

 Imparare ad apprezzare queste diversità come reciproco arricchimento vuol dire imparare a vivere insieme.

 L’alternativa, ci disse Martin Luther King, è perire tutti, come degli stolti.

 È così: chi sa ripetercelo oggi è Francesco: “Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità”.

Possibile che nessuno ricordi il proverbio che dice “le vie dell’infermo sono lastricate di buone intenzioni”?

 

 

 

DIVENTARE ANGELI QUANDO SI MUORE?

I defunti che vegliano su di noi.

 Queriniana.it - Jim McDermott – (1°agosto 2022) – ci dice:

Di recente Queriniana ha pubblicato un originale saggio storico di David Hamidović che spiega come gli angeli, in epoca antica, siano comparsi nella letteratura mondiale.

Al tema dell’origine delle creature angeliche si associa quello della loro identità e delle funzioni che, tradizionalmente, vengono loro assegnate.

Jim McDermott, associate editor della rivista dei gesuiti statunitensi America, nel breve testo che ora riportiamo riprende a suo modo la questione.

 Si chiede infatti: i nostri cari che sono scomparsi diventano forse degli angeli, pronti a soccorrerci? Posto che «non disponiamo di alcuna testimonianza diretta», egli osserva che stando al parere di qualcuno è certamente così, mentre per altri l’idea risulta in sé ridicola, puerile.

 L’argomento, nondimeno, solleva alcune domande interessanti: se gli angeli non sono delle persone morte che vegliano su di noi, chi o che cosa sono?

E se non possiamo diventare angeli quando moriamo, potremo comunque intercedere per le nostre famiglie dal cielo?

Seguiamo il suo semplice ragionamento.

I portavoce di Dio

Scrivere di angeli è difficilissimo, credetemi.

La maggior parte delle immagini che abbiamo di loro – putti con le ali; dei tizi con spade infuocate; Patrick Swayze a torso nudo – non provengono dalle Scritture, ma da una millenaria cultura popolare.

 Prendete per esempio una delle storie più note sugli angeli: la battaglia nei cieli e la caduta di Satana.

Se l’Apocalisse racconta una guerra del genere, la descrizione occupa tre versetti soltanto e si tratta in realtà della rappresentazione di una futura battaglia finale del bene contro il male nei cieli, anziché di un evento passato.

Anche i cherubini, raffigurati come degli adorabili bimbetti alati, sono una creazione degli artisti rinascimentali, essa stessa derivata dall’antichità greca e romana, che amava rappresentare gli “spiriti” o gli istinti che influenzano le nostre decisioni, per esempio l’attrazione, come dei fanciulli con ali (pensate a Cupido).

Nelle Scritture i cherubini sono citati più di ogni altro genere di angelo (novantuno occorrenze); ma l’unica volta che vengono descritti, da Ezechiele, appaiono con ali, quattro facce (uomo, leone, toro e aquila) e sicuramente non sono dei bambini.

Portano in giro Dio su un trono oppure proteggono l’Eden con una spada infuocata…

E tu prova a tirarne fuori qualcosa di dolce e carino, Donatello!

Pure l’idea dell’angelo custode che se ne sta lì buono ad assicurarsi che non veniamo investiti da un’auto deve molto di più al film “La vita è meravigliosa” che alle Scritture.

 Il termine greco per angelo è “ángelos”, che letteralmente significa “messaggero”; anche la versione ebraica,” malak”, ha lo stesso significato.

I modi in cui gli angeli portano i loro messaggi possono variare di molto.

 In Luca l’angelo Gabriele semplicemente appare e dice a Maria quel che deve;

 in Numeri, invece, un angelo invisibile continua a spaventare l’asina di Balaam finché il padrone non comincia a punirla, al che l’angelo si rivela e afferma di essere scontento di Balaam, facendo sì che egli cambi il proprio comportamento.

 (E sì, direi che è proprio un gran lavoraccio per consegnare un messaggio).

 

«Personaggi minori, gli angeli compaiono nelle tradizioni letterarie più antiche giunte fino a noi: sono tradizioni che oscillano fra l’eredità di un mondo ancora più antico e la tensione con un mondo più recente, plasmato da nuove concezioni e valori» (D. Hamidović).

Dal roveto ardente che Mosè vede sul monte, e che lo mette in cammino per compiere la sua missione, proviene una voce – quella, dice il testo, di «un angelo del Signore».

Come lo sono i giovani vestiti di bianco presso la tomba vuota di Gesù, che annunciano alle donne che Gesù se n’è andato.

A volte gli angeli della Bibbia aiutano le persone.

Prendono Lot e lo portano via da Sodoma, quando lui indugia nella fuga; liberano i discepoli imprigionati in Atti; si prendono cura di Gesù nel deserto, servendolo. Tuttavia, nella Bibbia non c’è alcun fondamento dell’idea che la gente ha degli angeli custodi, in senso stretto.

La Bibbia non lascia mai intendere che gli angeli abbiano il libero arbitrio o un’identità individuale.

 Nelle Scritture, soltanto tre angeli hanno un nome, pur comparendo quasi di sfuggita: Raffaele, Gabriele e Michele.

 Lucifero, citato soltanto in Isaia 14, non è riferito a un angelo bensì al re di Babilonia e alla caduta che subirà per mano di Dio.

In alcuni casi nelle Scritture gli angeli sono identificati così strettamente con Dio che, di fatto, non è chiaro se ci si riferisca direttamente a lui.

In “Giudici 2” un angelo parla dell’uscita degli Israeliti dall’Egitto e dice di averli condotti nel paese che aveva promesso di dare loro.

Anche in “Genesi 18” si legge che «il Signore apparve ad Abramo», ma in realtà si tratta di tre uomini che però, quando parlano, tornano a identificarsi con il Signore.

Questa apparente mancanza di distinzione tra Dio e i suoi angeli non è un errore di traduzione: è così che i messaggeri venivano intesi nel mondo antico.

Secondo Laurie Brink, docente alla Catholic Theological Union di Chicago, «nel periodo greco-romano, quando gli ambasciatori o i delegati parlavano al popolo, lo facevano in persona di chi li aveva inviati.

È così che funziona con gli angeli biblici: erano i portavoce di Dio».

Dunque, stando alla Bibbia, gli angeli sono messaggeri, sono dei portavoce.

Ma proprio non sono i nostri congiunti scomparsi (o qualunque altro essere umano, per dirla tutta).

A spasso tra le nuvole, suonando l’arpa?

Facile confondersi, vero? C’è una vera e propria serie celeste di ragioni per cui potremmo associare i nostri defunti con gli angeli.

Innanzitutto, rispecchia il nostro desiderio di essere pienamente uniti a Dio e anche riuniti con i nostri cari dopo la morte, e in connessione con loro mentre siamo in vita.

Crediamo che Dio abbia un posto pronto per noi in cielo e, nelle Scritture, gli angeli vengono talvolta rappresentati attorno al trono di Dio, in paradiso, mentre cantano le sue lodi (cfr. Apocalisse 5 o Isaia 6).

Se immaginiamo di essere vicini agli angeli in cielo, è davvero tanto strano pensare che potrebbero anche crescerci le ali?

Inoltre, vi sono uno o due passi biblici che potrebbero suggerire un collegamento più profondo tra i defunti e gli angeli.

Si pensi per esempio a Matteo 22,30: «Alla risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo», afferma Gesù.

Anche se nelle Scritture non troviamo alcuna descrizione concreta della vita dopo la morte, “aiutare chi ne ha bisogno” sembra un quadro probabile di quel che faremo in paradiso, o parte di ciò che dobbiamo fare per entrarci, parte di quel processo di purificazione che la chiesa ha immaginato accada dopo la morte.

 In fondo, non è questo il genere di aiuto che ci aspetteremmo da chi ci ama, o anche solo da noi stessi?

Possiamo veramente pensare che quando moriamo smettiamo di preoccuparci dei bisogni delle persone che tanto hanno significato per noi, o che il Dio che ci ha amati al punto tale da decidere di diventare lui stesso un essere umano voglia questo per noi?

Di fatto, la nostra pratica di fede ha incluso a lungo l’idea di chiedere ai defunti d’intercedere per noi.

Nel III secolo d.C. la richiesta veniva addirittura rivolta a chi ancora non era morto: i cristiani chiedevano alle persone che si pensava avrebbero subìto il martirio d’intercedere per loro una volta morte, principalmente per il perdono dei peccati e la riconciliazione con Dio.

 «E quando quella persona veniva martirizzata, la gente immaginava che fosse ciò che andava a fare in paradiso» (Carolyn Osiek).

«Nei primi secoli dopo Cristo, all’interno della letteratura apocalittica, viene alla luce anche questa tendenza:

degli esseri umani possono trasformarsi in angeli, vengono come “angelificati”, oppure in altri casi ricevono un abito celeste e ottengono di avvicinarsi alla sfera degli angeli» (D. Hamidović).

Nella chiesa primitiva c’era l’idea di un legame continuo anche con i familiari defunti.

 All’anniversario della scomparsa di un proprio caro, gli altri componenti della famiglia si riunivano sulla sua tomba e consumavano un pasto di comunione.

Nel corso del pasto si teneva una sorta di brindisi e si versava a terra un po' di vino (oppure lo si versava direttamente nel sepolcro, attraverso un foro presente nella tomba proprio per questo scopo).

Non si trattava di chiedere aiuto ai morti, «ma di condividere il pasto e la vita con i cari defunti, nel desiderio di sentirli ancora presenti» (Carolyn Osiek).

Un angelo con l’ala spezzata.

Forse la domanda circa esseri umani e angeli si riduce a una questione semantica. No, non pensiamo che gli esseri umani possano diventare degli angeli veri e propri.

Sono esseri completamente diversi da noi, e probabilmente non ci piacerebbe diventare come loro nemmeno se potessimo, perché, in quanto messaggeri divini, gli angeli non sembrano avere una vita propria.

 

Tuttavia, è in sintonia con la nostra fede credere che sia possibile per i defunti soccorrerci, aiutarci? Assolutamente sì.

 Ogni volta che preghiamo un santo perché interceda per noi, stiamo esprimendo proprio questa convinzione.

La chiesa è giunta persino ad assegnare ai diversi santi i propri “casi”: conosci qualcuno la cui situazione sembra disperata?

Affidalo a san Giuda. Hai perso il portafoglio? Fa’ un fischio a sant’Antonio…

Perciò, la prossima volta che vi serve aiuto, sentitevi liberi di dire una preghiera ai vostri nonni, o a vostra moglie, a un santo oppure a un amico scomparso.

Forse non avranno le ali (e, grazie al cielo, nemmeno quattro facce).

Ma immaginiamoli comunque lassù, a fare il tifo per noi.

(2022 by Teologi@Internet).

 

 

 

Biden ha Sabotato il “Nord Stream”,

Appello al Governo Tedesco.

Conoscenzealconfine.it – (19 Febbraio 2023) –  Redazione - ci dice:

 

Helga Zepp-LaRouche, presidente dello “Schiller Institute”, ha rilasciato la seguente dichiarazione l’8 febbraio, dopo le rivelazioni sul sabotaggio del gasdotto Nord Stream pubblicate da “Seymour Hersh”.

 

“Un articolo appena pubblicato dal noto giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh (seymourhersh.substack.com), descrive con meticolosa precisione come il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden abbia fatto saltare i gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico.

Questo articolo lascia allibita ogni persona normale di fronte al comportamento illegale del governo americano verso uno dei suoi ‘partner’.

Se il governo tedesco, dopo questa rivelazione assolutamente scandalosa, non agirà, non avrà più alcuna giustificazione per rimanere in carica.

L’articolo di “Seymour Hersh”, utilizzando fonti pubbliche e private, dimostra che il presidente Biden, aveva esaminato la proposta di distruzione dei gasdotti presentatagli dal consigliere per la sicurezza nazionale “Jake Sullivan” già nel 2021 e successivamente diede il via libera all’operazione.

 Erano coinvolti anche membri dello Stato Maggiore della Difesa, della CIA, dei Dipartimenti di Stato e del Tesoro e dei governi di Norvegia e Danimarca.

Gli esplosivi sono stati piazzati nel giugno 2022 durante l’esercitazione militare “BALTOPS 22” da una squadra speciale di sommozzatori e sono stati fatti detonare a distanza il 26 settembre dello stesso anno.

L’acquisto di gas naturale a basso costo dalla Russia da parte della Germania era da tempo una spina nel fianco del governo americano, ha scritto Hersh.

Ciò conferma i sospetti che già circolavano e allo stesso tempo li arricchisce di dettagli.

 Hersh dimostra che gli architetti di questo atto di distruzione sapevano come si trattasse di un “atto di guerra” e per questo hanno preteso la massima segretezza.

Alla luce di questa mostruosità, la Germania deve agire immediatamente!

Esigo l’apertura di un’inchiesta del Bundestag sulle rivelazioni di Seymour Hersh!

Allo stesso tempo, mi appello al governo tedesco perché chieda conto a quello statunitense.

Berlino ha il dovere costituzionale di impedire danni al popolo tedesco.

 La distruzione delle infrastrutture energetiche colpisce le fondamenta stesse del nostro tenore di vita e della nostra stabilità economica.

Il governo federale non può restare indifferente di fronte al fatto che la Germania e il suo popolo sono vittime della geopolitica di una fazione che vuole la guerra a tutti i costi e che non solo accetta la distruzione dei suoi “alleati”, ma addirittura una terza guerra mondiale e la potenziale estinzione dell’umanità.

(seymourhersh.substack.com)

(movisol.org/biden-ha-sabotato-il-gasdotto-nord-stream-appello-al-governo-tedesco-affinche-agisca-subito/)

(imolaoggi.it/2023/02/17/biden-ha-sabotato-il-nord-stream-appello-al-governo-tedesco/)

 

 

 

 

LA GUERRA SANTA DI PUTIN.

Legrandcontinent.eu – (9-3-2022) – Jean-Benoit Poulle – ci dice:

 

Attraverso la voce del patriarca Kirill, Putin si sta lanciando in una guerra apocalittica.

Ecco come la Chiesa ortodossa russa giustifica l'invasione dell'Ucraina.

In un contesto in cui l’analisi geopolitica e le scelte politiche di Vladimir Putin sembrano appoggiarsi sempre più su motivazioni religiose e messianiche che vedono la guerra in Ucraina come una via di salvezza finale per la Russia (sul tema surkoviano del “Cosa ci importa del mondo se la Russia non esiste più in esso?”), il discorso portato avanti dalla Chiesa ortodossa russa per giustificare la guerra e le posizioni di Putin deve essere letto attentamente.

Il 6 marzo 2022, la domenica di San Giovanni, la domenica dell’esilio adamitico (“domenica del perdono”), il patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie ha celebrato la “Divina Liturgia” nella Cattedrale di Cristo Salvatore della capitale russa.

 Alla fine della funzione, il Primate della Chiesa ortodossa russa ha pronunciato un sermone infuocato per giustificare le cause della guerra, appoggiando il discorso di Putin sull’Ucraina.

Questo discorso – che pubblichiamo tradotto e commentato integralmente in italiano, traducendolo dalla versione francese pubblicata su Le Grand Continent – è caratterizzato da toni apocalittici (“Ciò che accade oggi… non riguarda solo la politica… Riguarda la salvezza dell’uomo, il posto che occuperà alla destra o alla sinistra di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Creatore della creazione”).

Per chi ha seguito da vicino l’evoluzione della Chiesa ortodossa russa, ciò non è sorprendente.

Quest’ultima si è posta, per diversi anni, come l’ultimo dei paladini della morale sociale russa e dei suoi valori tradizionali, in un contesto di “guerra culturale” condotta da un Occidente “decadente”.

Va notato che la Chiesa ortodossa russa e le burocrazie di sicurezza (FSB) sono le uniche grandi istituzioni centrali ad essere sopravvissute al crollo del sistema comunista, innestandosi organicamente al regime di Putin.

L’argomento principale del sermone di Kirill serve a giustificare l’invasione russa dell’Ucraina, a fronte di un Occidente che mette alla prova le leggi naturali di Dio:

“Oggi esiste una prova di lealtà al potere [occidentale], una sorta di lasciapassare per quel mondo ‘felice’, quel mondo di consumo eccessivo, quel mondo di apparente ‘libertà’.

Sapete in cosa consiste questa prova?

La prova è molto semplice e allo stesso tempo terrificante: si tratta di una sfilata del gay pride”. 

È in questo senso che una parola biblica paradossalmente dedicata al “perdono” serve come giustificazione per la guerra, nella tradizione bizantina del cesaropapismo:

“E così oggi, in questa domenica del perdono, io, da una parte, come vostro pastore, invito tutti a perdonare i peccati e le offese, anche dove è molto difficile farlo, dove le persone sono in lotta tra loro.

 Ma il perdono senza giustizia è una resa e una debolezza.

 Il perdono deve quindi essere accompagnato dal diritto indispensabile di stare dalla parte della luce, dalla parte della verità di Dio, dalla parte dei comandamenti divini, dalla parte di ciò che ci rivela la luce di Cristo, la sua Parola, il suo Vangelo, le sue più grandi alleanze date al genere umano”.

Con questo discorso ci troviamo di fronte a una visione del mondo che va ben oltre lo storytelling e la definizione di una narrazione a cui siamo abituati nel discorso politico alle nostre latitudini.

Infatti, ed è ciò che rende urgente la lettura di questo testo, dall’invenzione della bomba atomica forse non avevamo mai vissuto il momento più intenso della teologia politica: una potenza nucleare coinvolta in una “guerra santa”.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

A tutti voi, cari Signori, Padri, Fratelli e Sorelle, porgo i miei più sentiti auguri in questa domenica, la domenica del Perdono, l’ultima domenica prima dell’inizio della Quadragemia, la grande Quaresima!

Si tratta di una festa specifica degli ortodossi:

la Domenica del Perdono, ovvero la commemorazione della cacciata di Adamo ed Eva da Paradiso (Genesi, 3, 22-24: il ricordo, dunque, del peccato originale, ma anche della promessa della Redenzione).

È l’ultima domenica prima della passaggio dalla Piccola Quaresima (equivalente a quella che nella Chiesa cattolica latina si chiama Septuagesima) alla Grande Quaresima, ovvero i 40 giorni precedenti la Pasqua, duranti i quali il digiuno è più rigoroso, passando a una dieta totalmente vegana.

 È naturalmente un tempo di intensificazione degli sforzi spirituali.

Molti fedeli considerano la Quaresima come una primavera spirituale.

Coincide con la primavera della vita fisica ed è allo stesso tempo considerata dalla coscienza della Chiesa come una primavera spirituale.

 E cos’è la primavera?

La primavera è la rinascita della vita, il rinnovamento, la nuova forza.

Sappiamo che in primavera la potente linfa prorompe a dieci, venti, cento metri di altezza, dando vita all’albero.

 È davvero un sorprendente miracolo di Dio, un miracolo della vita.

La primavera è la rinascita della vita, un grande simbolo della vita.

Ed è per questo che non è un caso che la principale festa di primavera sia la Pasqua del Signore, che è anche un segno, un pegno, un simbolo della vita eterna.

E noi crediamo che sia così, e questo significa che tutta la fede cristiana, che condividiamo con voi, è la fede che annuncia la vita, che è contro la morte, contro la distruzione, che afferma la necessità di seguire le leggi di Dio per poter vivere, per non dover perire in questo mondo o nel prossimo.

Le analogie qui presentate tra primavera, rinascita e resurrezione sono veri e propri luoghi comuni teologici, che ci si aspetterebbe di vedere in un’omelia.

Nonostante questo, più sottilmente, con l’inserimento dell’opposizione tra “fede che afferma la vita” e la morte, Kirill si pone già sul terreno dei valori di “difesa della vita” di fronte alle forze della decadenza assimilate all’Occidente.

Ma sappiamo che questa primavera è oscurata da gravi eventi legati al deterioramento della situazione politica nel Donbass, sin dall’inizio delle ostilità. Vorrei dire qualcosa su questo tema.

Va sottolineata qui una caratteristica sorprendente di questo sermone: l’Ucraina non è mai menzionata come tale, l’oggetto della preoccupazione del patriarca è sempre il “Donbass”.

Ovviamente sappiamo che il conflitto va ben oltre la regione separatista.

Ma la controinformazione russa ha tutto l’interesse a tornare e guardare soprattutto al territorio all’origine del conflitto, al fine di mostrare  meglio i responsabili.

Da otto anni, si tenta di distruggere ciò che esiste del Donbass.

Questa è una ripetizione parola per parola di uno dei temi principali della propaganda del Cremlino:

 la guerra in realtà è iniziata nel 2014, quando l’Ucraina ha tentato di ridurre militarmente le repubbliche secessioniste di Donetsk e Luhansk, bombardandole.

Si tratta di una visione che trascura l’origine della costituzione di queste repubbliche, presentandole come realtà autonome e sussistenti, come se non appartenessero al territorio ucraino, e il loro separatismo non fosse stato provocato dal Cremlino in risposta alla rivoluzione di Maidan.

E nel Donbass esiste un rifiuto, un fondamentale rifiuto dei cosiddetti valori che oggi vengono proposti da coloro i quali pretendono di essere potenze mondiali.

Oggi, esiste una prova di lealtà a quel potere, una specie di lasciapassare per quel mondo “felice”, quel mondo di consumo eccessivo, quel mondo di apparente “libertà”. Sapete in cosa consiste?

La prova è molto semplice e allo stesso tempo terrificante:

si tratta della parata del Gay Pride.

La richiesta di molti paesi di organizzare una parata del Gay Pride è una prova di lealtà a quel mondo molto potente;

 e sappiamo che se le persone o i paesi rifiutano tali richieste, non possono far parte di quel mondo, diventano degli estranei.

Fin dall’inizio, il patriarca Kirill colloca il conflitto sul terreno dei valori morali, riducendolo a uno scontro tra un Occidente decadente e una Russia che è il portabandiera dei valori tradizionali.

Non importa se la questione dei diritti delle minoranze sessuali non abbia assolutamente nulla a che vedere con la guerra nel Donbass o con l’invasione dell’Ucraina;

essa permette a Kirill di dare un senso alla questione per i comuni russi ortodossi, molto conservatori sulle questioni sociali.

Ci sono anche sfumature cospiratorie nel riferimento al “mondo molto potente”, con il mondo occidentale presentato avente un approccio uniforme alla questione (sebbene non sia facile organizzare un gay pride nella Polonia orientale…).

 Il discorso comprende così l’ambito della civilizzazione.

Ma noi sappiamo cos’è questo peccato, che viene promosso dalle cosiddette marce dell’orgoglio.

È un peccato che è condannato dalla Parola di Dio – sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento.

E Dio, nel condannare il peccato, non condanna il peccatore.

 Lo invita solo al pentimento; ma, in nessun modo, fa del peccato una norma di vita, una variante del comportamento umano – rispettata e tollerata – da parte dell’uomo peccatore e del suo comportamento.

Se l’umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità accetta che il peccato è una variazione del comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì.

E le parate dell’orgoglio gay stanno proprio a dimostrare che il peccato è una variante accettabile del comportamento umano.

Ecco perché, per entrare nel club di quei paesi, bisogna organizzare un Gay Pride. Non fare una dichiarazione politica “siamo con voi”, non firmare accordi, ma bensí organizzare un Gay Pride.

 Sappiamo come la gente resista a queste richieste e come questa resistenza venga repressa con la forza.

Si tratta quindi di imporre con la forza il peccato che è condannato dalla legge di Dio, cioè imporre con la forza alle persone la negazione di Dio e della sua verità.

In questi due paragrafi, Kirill reinveste l’ambito religioso, sottolineando le due esplicite condanne bibliche dell’omosessualità (Levitico, 20:13, e Romani, 24:32).

Qui si appella alla volontà dei fedeli ortodossi di evitare il peccato e la sua promozione, reinvestendola in una mobilitazione politica e bellica.

Il discorso sul Gay Pride come prova di lealtà al mondo occidentale non ha ovviamente alcuna base reale, ma ha risonanze nelle critiche russe alla decadenza: si pensi al discorso di Aleksandr Solzhenitsyn ad Harvard nel 1978.

Pertanto, ciò che sta accadendo oggi nella sfera delle relazioni internazionali non è solo una questione politica.

 Si tratta di qualcos’altro, di qualcosa di molto più importante della politica.

 Si tratta della Salvezza dell’uomo, del suo posto alla destra o alla sinistra di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Creatore della creazione.

 Molti, oggi, per debolezza, stupidità, ignoranza, e il più delle volte perché non vogliono resistere, vanno lì, al lato sinistro.

 E tutto ciò che è relativo alla giustificazione del peccato condannato nella Bibbia consiste oggi nella prova della nostra lealtà al Signore, della nostra capacità di fare confessione di fede nel nostro Salvatore.

Come Monsignor Viganó, Kirill mondanizza e politicizza realtà che sono soprattutto spirituali:

 identificando la guerra latente tra la Russia e l’Occidente con lo scontro tra il Bene e il Male, non lascia alcuna soluzione alternativa ai fedeli dell’Ortodossia, sembrando dire a tutti gli ortodossi del mondo che devono scegliere la parte della Russia, pena la dannazione eterna (che è ciò che significa “andare alla sinistra del Salvatore”, cfr. Matteo, 25, 33).

Il test di lealtà politica è così equiparato alla prova della tentazione spirituale.

Tutto quello che sto dicendo va oltre il significato teorico ed il significato spirituale.

Oggi, su questo argomento, è in corso una vera e propria guerra.

 C’è chi oggi si concentra sull’Ucraina, lo stesso teatro di otto anni di repressione e sterminio ai danni della popolazione del Donbass, otto anni di sofferenza, durante i quali il mondo intero è rimasto in silenzio – cosa significa tutto questo?

Qui Kirill riprende un classico argomento di propaganda del Cremlino, che si indigna per i doppi standard dell’indignazione dei media occidentali rispetto al trattamento, da un lato, della guerra tra l’Ucraina e il Donbass – sostenendo che quest’ultima sia stata “tralasciata” dai media;

e, dall’altro, dell”invasione dell’Ucraina.

Argomento che tralascia però a sua volta la differenza di intensità di ciò è stato e si sta vivendo nei due casi – l’Ucraina non ha mai cercato di “sterminare” la popolazione del Donbass.

Kirill si allinea così alla retorica putiniana.

Ma noi sappiamo che i nostri fratelli e le nostre sorelle soffrono veramente; ancora di piú, possono soffrire per la loro lealtà alla Chiesa.

E così oggi, in questa domenica del perdono, io, da una parte, come vostro pastore, invito tutti a perdonare i peccati e le offese, anche lì dove è molto difficile farlo, lì dove le persone sono in lotta tra loro.

Ma il perdono senza giustizia costituisce una resa e una debolezza.

Il perdono deve quindi essere accompagnato dal diritto indispensabile di stare dalla parte della luce, dalla parte della verità di Dio, dalla parte dei comandamenti divini, dalla parte di ciò che ci rivela la luce di Cristo, la sua Parola, il suo Vangelo, le sue più grandi alleanze date al genere umano.

In questo paragrafo, Kirill sembra fare un timido appello alla pacificazione con la menzione del “perdono”, tema liturgico del giorno; continua però tornando subito a menzionare la giustizia, e l’invito a “mettersi dalla parte della luce”, che è quindi, in pratica, un incoraggiamento a continuare la lotta, poiché si è dalla parte giusta. Colpisce il fatto che la frase sul “perdono senza giustizia” potrebbe benissimo fungere da incoraggiamento – in modo forse più appropriato- alla resistenza del popolo ucraino…

Detto questo, siamo impegnati in una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico.

 Purtroppo so bene come gli ortodossi, i credenti, scegliendo in questa guerra la via di minor resistenza, non riflettono su tutto ciò su cui stiamo riflettendo oggi, ma seguono docilmente la via indicata loro dai comandanti in capo.

Non stiamo condannando nessuno, non stiamo invitando nessuno a salire sulla croce, stiamo semplicemente dicendo a noi stessi: saremo fedeli alla parola di Dio, saremo fedeli alla sua legge, saremo fedeli alla legge dell’amore e della giustizia, e se vediamo violazioni di questa legge, non sopporteremo mai coloro che distruggono questa legge, cancellando la linea tra santità e peccato, e soprattutto coloro che promuovono il peccato come modello o come modello di comportamento umano.

Anche qui, la replica è sorprendente: Kirill sta criticando un atteggiamento che potrebbe benissimo applicarsi a se stesso, data la sua notoria vicinanza al Cremlino, così come quello del suo predecessore Alessio.

Oggi, i nostri fratelli del Donbass, ortodossi, stanno indubbiamente soffrendo, e noi non possiamo che essere con loro – soprattutto nella preghiera. Dobbiamo pregare che il Signore li aiuti a conservare la loro fede ortodossa e a non soccombere alle tentazioni.

Allo stesso tempo, dobbiamo pregare perché la pace ritorni il più presto possibile, perché il sangue dei nostri fratelli e sorelle smetta di scorrere, perché il Signore conceda la grazia alla terra del Donbass, che soffre da otto anni e porta il marchio doloroso del peccato e dell’odio umano.

Kirill sembra dire che solo i separatisti del Donbass (e presumibilmente, per estensione, gli ucraini filorussi) sono “fratelli ortodossi”;

 si dimentica così di tutti gli altri ortodossi ucraini, compreso il gran numero di seguaci del Patriarcato di Mosca, che sono sotto la sua giurisdizione.

Egli sembra così, cosa inaudita per un capo spirituale, designare una gran parte del suo stesso gregge come il nemico da abbattere…

Mentre entriamo nel periodo della Quaresima, cerchiamo di perdonare tutti.

 Cos’è il perdono?

Quando chiedete perdono a qualcuno che ha infranto la legge o vi ha ferito ingiustamente, non state giustificando il suo comportamento, ma cessate semplicemente di odiarlo.

Cessa di essere il vostro nemico, il che significa che il vostro perdono lo consegna al giudizio di Dio.

 Questo è il vero significato del perdono reciproco per i nostri peccati ed errori. Noi perdoniamo, rinunciamo all’odio e allo spirito di vendetta, ma non possiamo cancellare la colpa umana in cielo; perciò, con il nostro perdono, mettiamo i malfattori nelle mani di Dio, affinché il giudizio e la misericordia di Dio si esercitino su di loro.

Affinché il nostro atteggiamento cristiano verso i peccati, i torti e le offese degli uomini non sia la causa della loro rovina, ma che il giusto giudizio di Dio si compia su tutti, compresi coloro che si assumono la responsabilità più pesante, allargando il divario tra fratelli e sorelle, riempiendolo di odio, malizia e morte.

Che il Signore misericordioso esegua il suo giusto giudizio su tutti noi. E per evitare che, come risultato di quel giudizio, ci troviamo dalla parte sinistra del Salvatore venuto nel mondo, dobbiamo pentirci dei nostri peccati.

Affrontare la nostra vita con un’analisi molto profonda e spassionata, chiederci cosa è bene e cosa è male, e in nessun modo giustificarci dicendo:

 “Ho avuto una discussione con questo o quello, perché avevano torto”.

 Questo è un argomento falso, è l’approccio sbagliato.

Dobbiamo sempre chiedere davanti a Dio: Signore, cosa ho fatto di male?

E se Dio ci aiuta a prendere coscienza della nostra iniquità, di questa iniquità dobbiamo pentirci.

Nei paragrafi precedenti, Kirill riviene infine ad una concezione più spirituale del suo ruolo, con una predica finalmente centrata sul tema del giorno e con la conseguente spiegazione della nozione – centrale per tutti i cristiani – del Perdono.

Segue un invito a praticare il Perdono ed un esame di coscienza nella vita quotidiana.

Tutto ciò si iscrive in un tradizionale sermone (pre)quaresimale: quello di Kirill sarebbe stato abbastanza normale se si fosse attenuto a questa parte.

 Tuttavia, l’accenno al fatto che il perdono significa anche consegnare il peccatore al “giusto giudizio di Dio” mantiene ancora un tono minaccioso, soprattutto quando il patriarca lo invoca su coloro che “scavano un fosso tra fratelli”.

Si tratta qui di un riferimento alla Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev e al suo leader, il metropolita Epifanio, che è accusato di dividere il mondo ortodosso staccandosi da Mosca;

 in questo senso, Kirill sta forse estendendo il rimprovero al Patriarca di Costantinopoli, che ha riconosciuto la Chiesa autocefala ucraina.

Oggi, nell’occasione della Domenica del Perdono, dobbiamo compiere l’impresa di rinunciare ai nostri peccati e alle nostre ingiustizie, l’impresa di metterci nelle mani di Dio e l’atto più importante – perdonare coloro che ci hanno offeso.

Che il Signore ci aiuti a vivere i giorni di Quaresima in modo tale da poter entrare degnamente nella gioia della Risurrezione di Cristo. E preghiamo che tutti coloro che oggi combattono, che versano sangue, che soffrono, che possano anch’essi avvalersi della gioia della risurrezione in pace e tranquillità.

 Che gioia c’è se alcuni sono in pace e altri in preda al potere del male e al dolore delle lotte intestine?

In conclusione, l’ingiunzione di pregare per coloro che stanno combattendo (per una sola parte, naturalmente, ovvero per i soldati russi), è lì per celare il fatto che non c’è nessun appello alla pace e alla riconciliazione in questa omelia, anche se si svolge nella Domenica del Perdono.

Va sottolineato che i membri ucraini e russi dello stesso clero del patriarca Kirill hanno sollecitato numerose volte quest’ultimo a pregare per la pacificazione, nonostante la presa di posizione rispetto ad un conflitto fratricida.

 Il rappresentante del patriarcato di Mosca in Ucraina, il metropolita Onuphre, ha lui stesso condannato l’invasione.

Anche se deliberatamente ammantata di termini generali e di un tono spirituale, questa omelia rappresenta in definitiva un chiaro allineamento con la retorica del Cremlino, come ai tempi dell’Unione Sovietica.

Che il Signore ci aiuti tutti a entrare nel cammino della Santa Quaresima in modo tale, e non altrimenti, che Egli possa salvare le nostre anime e promuovere la moltiplicazione del bene nel nostro mondo peccaminoso e spesso terribilmente sbagliato, affinché la verità di Dio possa regnare e governare sull’umanità.

Amen.

 

 

 

USA. È ALLARME DELL’INTELLIGENCE

PER GLI ATTIVISTI DI QANON:

POTREBBERO PASSARE ALL’AZIONE.

Notiziegeopolitiche.net – (15 Giugno 2021) - Giuseppe Gagliano – ci dice:

Un nuovo rapporto dell’intelligence statunitense avverte che alcuni sostenitori della teoria della cospirazione QAnon, che in passato hanno limitato le loro attività al dominio online, potrebbero ora passare alla “violenza reale”.

 Il rapporto non classificato è stato coprodotto dal “Federal Bureau of Investigation” e dal “Department of Homeland Security”.

È stato rilasciato lunedì dal senatore Martin Heinrich che ha chiesto un’azione coordinata per proteggere la sicurezza nazionale dai militanti di QAnon.

Gli aderenti alla teoria del complotto QAnon vedono l’ex presidente Donald Trump come una figura centrale in una battaglia dietro le quinte contro una sinistra cabala di nemici, nota come “stato profondo”.

 Secondo la teoria QAnon, il primo mandato di Trump culminerebbe in una vittoria contro questo “stato profondo”.

Secondo i teorici della cospirazione di QAnon, quest’ultimo consiste nella esistenza di cannibali adoratori di Satana che trafficano bambini per ragioni di sesso.

 Questi cannibali sarebbero stati messi in fuga durante “The Storm”, una resa dei conti finale tra Trump e lo “stato profondo”, che ne comporterebbe l’arresto e l’esecuzione di tutti i funzionari.

Quando Trump non è riuscito a essere rieletto l’anno scorso, alcuni aderenti a QAnon hanno tentato di provocare “The Storm” unendosi alla folla che ha attaccato il Campidoglio degli Stati Uniti, un’azione violenta senza precedenti che ha provocato la morte di cinque persone.

Secondo l’Associated Press, almeno 20 aderenti a QAnon sono stati finora accusati di crimini federali relativi all’attacco del 6 gennaio al Campidoglio degli Stati Uniti.

Il nuovo rapporto di intelligence dell’FBI e del DHS avverte che, frustrati dalla partenza di Trump dall’ufficio di presidenza, alcuni aderenti a QAnon, comprese figure di spicco del movimento, stanno ora promuovendo una nuova teoria del complotto.

Secondo questa nuova teoria, Trump opera ora come un “presidente ombra” che continua la sua battaglia segreta contro i cannibali adoratori di Satana.

 Questi ultimi presumibilmente includono il presidente Joe Biden e la maggior parte dei senatori democratici in carica, che alla fine saranno spodestati da Trump e dal suo movimento.

Non tutti gli aderenti a QAnon credono in questa nuova teoria, secondo il rapporto.

In effetti alcuni sostenitori di QAnon si sentono disillusi e ora si stanno “ritirando”, dopo aver realizzato che non possono più “fidarsi del piano” enunciato da Q, la misteriosa figura che presumibilmente è al centro della teoria di QAnon.

 Questa non è necessariamente una buona notizia tuttavia, secondo il rapporto, poiché alcuni sostenitori disillusi di QAnon stanno ora decidendo che, invece di aspettare che si verifichino le azioni promesse da Q, dovrebbero agire per realizzarle.

Credono infatti che non debbano più limitare il loro ruolo nel movimento semplicemente a “soldati digitali” a sostegno di Q, ma vogliono passare alla violenza.

Questo nuovo ruolo include la pianificazione di azioni che mirano a danneggiare fisicamente sia i democratici che le altre opposizioni politiche, sottolinea il rapporto.

 

 

 

Wild card - L’idea più

pericolosa del mondo.

Futuranetwork.eu – Roberto Paura – (8 giugno 2020) – ci dice:

(Roberto Paura, Italian Institute for the Future)

Quale idea potrebbe, se accettata dalla maggioranza, pregiudicare il futuro benessere umano?

Nel 2004 l’influente rivista “Foreign Policy “pose ai suoi autori questa domanda: “Quale idea, se generalmente accettata, porrebbe la minaccia più grave al benessere dell’umanità?”.

 Le risposte variarono molto, a seconda delle ideologie politiche:

alcuni risposero con temi centrali dell’agenda americana di quegli anni (l’intolleranza religiosa secondo Martha Nussbaum, l’odio verso l’America secondo Fareed Zakaria, un’organizzazione delle Nazioni Unite impotente secondo Samantha Power, l’irresponsabilità fiscale per Alice Rivlin), altri misero platealmente in discussione quegli assunti (Robert Wright indicò la guerra al male, Eric Hobsbawm addirittura la diffusione della democrazia), le più interessanti erano le risposte fuori dagli schemi:

Paul Davies indicò la messa in discussione del libero arbitrio, Francis Fukuyama il transumanesimo (quella risposta, peraltro, fu anche la più discussa, tanto che l’etichetta di “idea più pericolosa del mondo” è rimasta appicciata al transumanesimo fino a oggi).

Fu un sano esercizio di speculazione da parte di una rivista di taglio “realista” sul modo in cui le ideologie possono cambiare in modo radicale il futuro.

 Lo storico dell’illuminismo Jonathan Israel ha, per esempio, dedicato ampi e controversi studi al ruolo che il cosiddetto “illuminismo radicale” (la definizione è sua) abbia contribuito all’esplosione rivoluzionaria nell’Occidente di fine XVIII secolo.

Oggi molte di quelle risposte appaiono datate, come spesso accade negli esercizi di speculazione, altre invece sono forse semplicemente in anticipo sui temi.

Ma nel frattempo, quindici anni dopo, sono emerse nuove idee e sarebbe interessante conoscere le opinioni degli esperti.

Nel rapporto Long-Term Megatrends 2019 pubblicato dall’Italian Institute for the Future, mettevamo in cima ai fenomeni emergenti la “falsificazione della realtà”.

 Ci sono molti modi diversi per falsificare la realtà, per quanto questa formula possa sembrare roboante.

L’information warfare e l’inquinamento della Rete sono sicuramente le dinamiche più evidenti.

 I potenziali sviluppi della realtà virtuale, della realtà aumentata e dell’intelligenza artificiale potrebbero contribuire in futuro a questo scenario.

 Ma la falsificazione della realtà è innanzitutto il prodotto di particolari idee, il cui obiettivo è quello di mettere in discussione l’esistente (se non addirittura l’evidente) per sostituirlo con un sistema di false verità tenute insieme da una visione ideologica alternativa del reale.

Le teorie del complotto sono le ideologie che più di tutte operano con tale finalità.

Non si tratta di idee nuove.

Teorie del complotto come l’accusa di sangue rivolta già in epoca medievale agli ebrei giustificarono gravi e diffusi pogrom.

La paranoia ha condannato sull’altare dei capri espiatori migliaia di donne bruciate come streghe, migliaia di persone considerate untori della peste nel corso dei secoli, e tantissima altra gente accusata delle più svariate nefandezze solo perché un po’ strana o matta.

Il salto di livello fu compiuto con i Protocolli dei Savi di Sion, con cui fu possibile costruire una vasta teoria del complotto che metteva gli ebrei a capo di una cospirazione di durata millenaria per assumere il controllo del mondo;

per la prima volta in modo compiuto (anche se c’erano state “prove generali” come la rivoluzione francese attribuita al complotto degli illuminati dall’abate Barruel), sospetti, accuse e false credenze furono unite in una costellazione di idee in cui “tutto si tiene”, dove cioè ogni episodio storico rilevante può essere in ultima analisi ricondotto alla grande cospirazione globale. Quel celebre falso storico favorì la diffusione dell’antisemitismo in Europa, da cui nacque lo sterminio sistematico di quasi sei milioni di ebrei nei lager nazisti. A dimostrazione di quanto le idee possono essere pericolose.

Da allora la macchina paranoica dei teorici del complotto non ha mai smesso di operare a pieno regime e ha saputo sfornare teorie strampalate sull’omicidio di John F. Kennedy o sugli attentati dell’11 settembre, sullo sbarco sulla Luna o sui vaccini.

Recentemente, però, si è verificato un ulteriore salto di livello.

Nell’ottobre 2017, sul social network 4chan, molto frequentato dagli utenti della destra radicale americana (alt-right) e dai complottisti, un utente di nome Q inizia a pubblicare strani messaggi, che diventeranno noti come drop, “gocce” di informazione distillata sotto forma di testi brevi ed enigmatici.

 Acronimi, numeri, citazioni, riferimenti a opere mediatiche, frasi apparentemente senza senso.

 Sostiene di essere una “gola profonda”, un insider delle alte sfere dell’intelligence americana (la Q starebbe per Q clearance, il presunto livello di accesso alle documentazioni top secret).

 Attraverso i suoi drop, Q inizia a fornire una narrazione apparentemente coerente per una vasta gamma di idee complottiste che in quei mesi girano negli ambienti online estremisti.

Tra queste, la convinzione che esista una sorta di “cabala” di potentissimi, che agisce a livello mondiale per favorire la prostituzione minorile e la pedofilia, vecchio refrain del complottismo di cui è difficile ricostruire la genealogia, ma che aveva spinto, il 4 dicembre del 2016, un uomo armato di fucile a irrompere in una pizzeria di Washington dove, secondo le sue “informazioni”, erano imprigionati negli scantinati centinaia di minori pronti a essere dati in pasto alla cabala per riti satanici.

Questo caso – diventato celebre col nome di “Pizzagate” – era stato alimentato dalla diffusione delle e-mail di Hilary Clinton nei giorni della corsa alle presidenziali americane.

I complottisti, già convinti che Clinton fosse tra le leader della cabala, decisero che un riferimento a “cheese pizza “(“pizza al formaggio”, da consumarsi al ristorante “Comet Ping Pong” di Washington in una cena di finanziamento del Partito Democratico) stesse in realtà per “child pornography” (“pornografia minorile”).

La “sovrainterpretazione” è l’aspetto più peculiare delle teorie del complotto, presa in giro dal celebre romanzo Il pendolo di Foucault di Umberto Eco, non a caso un semiologo esperto di problemi di interpretazione dei testi e dei segni.

Con i messaggi di Q, la passione dei complottisti per la sovrainterpretazione si scatena.

Ogni immagine, ogni testo produce un’enorme mole di ipotesi, supposizioni, deduzioni.

Si decide che un particolare disegno sia il simbolo dei pedofili, e lo si ritrova sulle tonache dei preti e nei loghi di aziende;

si presume che la mano nella tasca o il gesto delle corna sia il segno dell’appartenenza alla cabala, e via a cercare foto di leader politici o d’affari che mostrano questo gesto;

 un “gioco” particolare consiste nel cercare ovunque riferimenti alla lettera Q:

per cui anche un gruppo di persone disposte in cerchio può formare una Q, oppure il modo in cui certi oggetti sono disposti sul tavolo.

La teoria di Q, meglio nota come “QAnon”, diventa la nuova costellazione di idee in grado di tenere insieme tutti i topos del complottismo contemporaneo.

La vecchia idea del complotto giudaico, che ha attraversato le ere fino ai giorni nostri attraverso varie mutazioni (come il famoso New World Order, il “nuovo ordine mondiale” retto da presunte cabale come il gruppo Bilderberg), ritorna nella forma del deep state, lo “stato profondo” che sarebbe stato in grado di impadronirsi delle leve del potere per oscure finalità di dominazione globale.

Ma dov’è la vera novità?

Fin dall’inizio dei suoi drop, Q inizia ad alimentare la convinzione che Donald Trump, anziché far parte della “cabala” come sarebbe lecito pensare (è miliardario ed è l’uomo più potente del mondo), sia stato eletto per farla crollare.

Questa idea girava già ai tempi delle presidenziali del 2016, per il fatto che Trump fosse, apparentemente, un outsider (tacendo dei suoi solidi rapporti politici con i leader tanto dei repubblicani che dei democratici).

Gradualmente, con Hilary Clinton trasformata in una figura diabolica, Trump è diventato, in questa narrazione, l’eroe che abbatterà il deep state mondiale.

La novità di QAnon consiste proprio nella sua capacità di trasformarsi in un formidabile strumento di propaganda a favore dell’amministrazione di Donald Trump.

Quanto, delle idee che hanno portato al caso Pizzagate, hanno contribuito alla sconfitta elettorale di Hillary Clinton?

Quanto, delle teorie dei QAnonisti, sta contribuendo a diffondere il sovranismo trumpiano nel mondo?

QAnon, infatti, è ampiamente diffuso al di fuori degli Stati Uniti.

In Italia esistono diversi gruppi online, su Facebook e su Telegram, che ne diffondono le idee, con decine di migliaia di follower.

Alcuni utenti sui social network sono diventati dei veri e propri guru di questa teoria complottista e i loro post sono condivisi e commentati da migliaia di persone.

 I QAnonisti italiani hanno salutato con favore l’alleanza di governo Lega-M5S considerandola una creatura di Trump per lo smantellamento del deep state nello stato del Papa (ovviamente coinvolto nella “cabala”).

 Molti seguaci italiani sono stati elettori del Movimento 5 Stelle, per poi passare nelle fila della Lega all’indomani della rottura dell’alleanza di governo e della formazione di una maggioranza di centro-sinistra.

Giuseppe Conte (“Giuseppi” per Trump) è stato inizialmente considerato l’anello italiano dei cosiddetti patriot – i “patrioti” autentici impegnati nella guerra contro il deep state – anche se oggi il fronte di QAnon in Italia è diviso tra chi lo considera un traditore e chi continua a credere che Conte stia facendo il doppiogioco in combutta con Matteo Salvini per far uscire allo scoperto lo stato profondo italiano.

 

QAnon dimostra infatti una straordinaria capacità di adattarsi a radicali mutamenti di scenario.

Un evento “profetizzato” da Q che tarda a compiersi viene giustificato con mille ipotesi e supposizioni, così come una decisione di Trump che scompagina le previsioni (per esempio, l’iniziale sostegno ai vaccini, “bestia nera” dei complottisti) richiede una ridefinizione del Piano per rendere conto delle giravolte dei suoi artefici.

Tutto è giustificato sulla base del fatto che è in corso una guerra sotterranea che va avanti da decenni, in cui ogni mossa dev’essere attentamente meditata.

Secondo la teoria più in voga, Q sarebbe JFK Jr., il figlio del presidente Kennedy che nel 1999 avrebbe inscenato la sua morte (pilotava un piccolo aereo precipitato in mare) per mettersi a capo dei patriot, un gruppo dissidente dell’esercito americano rimasto fedele alla patria dopo l’omicidio di Kennedy, l’ultimo “vero” presidente degli Stati Uniti, e vendicarne la morte.

Questo gruppo di patrioti, nel tempo, avrebbe combattuto la cabala fino alla riuscita elezione di Trump alla Casa Bianca.

Secondo le ultime teorie, JFK Jr. sì svelerà alla vigilia delle elezioni di novembre per portare Trump alla vittoria finale contro le forze del male, in particolare attraverso la liberazione di migliaia di bambini prigionieri in tunnel costruiti fin dagli anni ’30 (gallerie della metropolitana non utilizzate, miniere, sotterranei segreti sotti i palazzi del potere) per consentire il traffico illegale di minori.

Apparirà chiaro a questo punto che QAnon trascende i confini della teoria del complotto per sfociare nel campo della religione.

Su Internet è facile trovare immagini che mostrano Trump ispirato da Gesù, o a cavallo di un leone, o in altri accostamenti grotteschi che sembrano però ispirati a una fede autentica nei confronti della liberazione finale dalle forze del male.

 I QAnonisti attendono con lo stesso fervore escatologico dei primi cristiani l’imminente arresto dei pedofili/satanisti della cabala, anzi spesso lo danno per già compiuto: per giustificare, infatti, i ritardi delle rivelazioni di Q, si sostiene che Clinton o papa Francesco siano stati arrestati ma posti ai domiciliari, e si diffondono immagini taroccate in cui mostrerebbero un braccialetto alla caviglia per il controllo a distanza.

Nelle ipotesi più surreali, il papa viene definito “un ologramma” per giustificare le sue uscite dal Vaticano (che non sarebbero possibili se fosse ai domiciliari).

Anche la recente attenzione nei confronti dei “Tre giorni di buio” ha un significato escatologico/religioso.

 L’idea che la fine dei tempi sia anticipata da “tre giorni di buio” ha origini incerte: è stata molto diffusa tra il 2011 e il 2012 in vista della presunta apocalisse Maya, ma ricorreva anche prima, attribuita a Padre Pio o ad altri veggenti cristiani.

Q l’ha rilanciata all’interno della sua teoria sostenendo che il grande disvelamento avverrà al termine di tre giorni di blackout in cui Internet sarà oscurato per impedire ai poteri forti di reagire attraverso i media manipolati (tutte le testate d’informazione non di destra sono considerate manipolate dal deep state).

Con la diffusione della pandemia, QAnon sta godendo di crescente popolarità. Inizialmente era stato ipotizzato che il virus fosse stato diffuso dai “patriot” per distruggere i nemici in Cina e Italia, ma quando poi ha colpito ferocemente gli Stati Uniti si è cominciato a parlare di una fake news, giustificandola col fatto che Trump non indossi mai la mascherina.

I QAnonisti sono convinti sostenitori che il Covid-19 sia o una banale influenza o un’invenzione disperata del deep state per riprendere il potere.

 A capo di questo progetto ci sarebbe, come sempre, George Soros, ormai da anni considerato l’artefice di tutto, dalle ondate migratorie verso l’Europa alle crisi finanziarie, fino alle rivolte antirazziali di questi giorni.

 Oppure Bill Gates, tornato in auge per il suo impegno per trovare il vaccino contro il Sars-CoV-2.

 Queste idee non restano confinate all’online. Giustificano proteste e assembramenti da parte di radicali sovranisti, negli Stati Uniti come nel Regno Unito e in Italia – i paesi dove la teoria è più diffusa – e stanno contribuendo a mantenere alto il consenso di Donald Trump negli USA, oltre che dei partiti sovranisti in Italia.

QAnon è dietro l’enorme popolarità della bolla del caso Bibbiano, nel nostro paese (considerato una dimostrazione dell’esistenza di una diffusa rete di pedofilia alimentata dal nostrano Partito democratico) e dietro l’invenzione dell’Obamagate negli Stati Uniti, che promette di diventare un elemento centrale della prossima campagna elettorale; ma è dietro anche agli attacchi a papa Francesco per punirlo delle sue aperture ai migranti e della nuova ondata di opposizione ai vaccini.

 Le teorie dei QAnonisti si moltiplicano con una prolificità sbalorditiva, grazie alla possibilità di incorporare le più disparate idee radicali: dal sessismo più estremo, che cerca per esempio di dimostrare come Michelle Obama sia in realtà un uomo travestito, all’antieuropeismo di chi considera Angela Merkel la figlia o la nipote di Adolf Hitler impegnata nel costruire il Quarto Reich, fino all’odio per lo star-system hollywoodiano, reo di contrabbandare una sostanza chimica, l’adrenocromo (resa popolare dal film Paura e delirio a Las Vegas), per garantirsi l’eterna giovinezza a danno del resto della popolazione (alcune figure come Lady Gaga, Madonna o Johnny Deep sono considerate leader della cabala immortalista).

QAnon è davvero l’idea più pericolosa del mondo?

Per la sua natura semi-religiosa, ha le caratteristiche di un nuovo messianismo.

In un’epoca di risveglio religioso sui generis, QAnon e in generale il moderno complottismo sembrano in grado di incanalare il desiderio di spiritualità (Q parla di un “grande risveglio” – The Great Awakening – termine mutuato dall’evangelismo americano) con la crescente domanda di senso di un mondo sempre più difficile da comprendere per il cittadino medio.

A differenza di tutte le altre teorie del complotto, destinate ineluttabilmente a sfociare nel pessimismo cosmico – conosciamo il complotto ma non possiamo fare niente per fermarlo, perché i poteri forti saranno sempre più forti di noi – e nell’individualismo o nell’isolazionismo – se i poteri forti usano le scie chimiche, mi trasferisco in un’area isolata per non subirne gli effetti; se impiegano il 5G, evito di vivere vicino a un’antenna – QAnon restituisce ottimismo e speranza, analogamente alle grandi religioni organizzate:

si basa infatti sulla convinzione che tutte le mosse del deep state siano già state previste e che ogni apparente sconfitta del Piano sia, appunto, solo apparenza, una strategia necessaria per la vittoria finale.

Chiede ai suoi seguaci fede e fiducia, attraverso l’incanalamento di “energie positive” (elemento tipico della spiritualità New Age) per non intaccare l’opera dei patriot con vibrazioni negative.

Può piegare ogni fatto ed evento alla sua logica e giustificare teoricamente all’infinito il ritardo del Victory Day.

Un’idea davvero pericolosa è tale se è in grado di influenzare il futuro.

Le risposte degli esperti di Foreign Policy coglievano correttamente questo aspetto: nulla è più pericoloso di un’idea in grado di pregiudicare in modo drammatico il futuro dell’umanità.

QAnon e il complottismo moderno hanno questa potenzialità?

 Sicuramente dimostrano di poter realizzare quel fenomeno emergente che abbiamo chiamato “la falsificazione della realtà”.

Attraverso la sovrainterpretazione, ogni evento, fatto, immagine, testo, filmato può trasformarsi nel contrario di quello che è.

Un attentato terroristico, in questa logica, diventa quasi sempre una “false flag”, cioè un falso attentato inscenato dai poteri forti per destabilizzare la società;

 idea diversa dalla possibilità che alcune delle stragi degli anni di piombo, in Italia, siano state organizzate da servizi di stato deviati, poiché in quel caso le vittime non sono contestate, mentre qui si sostiene che siano attori.

 Il mondo intero diventa il palcoscenico di una recita e i QAnonisti, con i loro meme di persone che sgranocchiano il popcorn, sembrano considerare la realtà come un film.

Come tale, credono che la realtà possa essere manipolabile, alterando foto, filmati, testi e diffondendone le varianti taroccate in Rete per generare una realtà alternativa che essi ritengono però quella reale.

Il meme alla base di quest’idea è quello della “pillola rossa”, resa popolare dal film Matrix.

 In quel film, il protagonista viene posto di fronte alla scelta tra inghiottire una pillola blu per restare nella simulazione che egli crede sia il mondo reale, oppure “risvegliarsi” e “scoprire quanto è profonda la tana del Bianconiglio”.

Un riferimento che i QAnonisti attribuiscono ai tunnel dei pedofili, chiamati nel loro gergo “tane di conigli”, da cui l’uso diffuso di meme che mostrano un coniglio bianco.

In sostanza, QAnon veicola l’idea che il mondo sia vittima di una gigantesca menzogna e che attraverso Q sia possibile operare un grande risveglio globale.

La Storia ha già dimostrato in passato sia quanto pericolosa può essere una teoria del complotto che giustifichi un potere assoluto (il caso del Reich nazista), sia quanto un’idea spirituale possa cambiare il mondo:

bastarono poco più tre secoli per il cristianesimo e poco più di uno per l’Islam per diventare forza egemonica rispettivamente in Europa e in Medio Oriente.

QAnon forse scomparirà presto, ma il salto di livello compiuto dalle teorie del complotto potrebbe davvero pregiudicare il benessere futuro dell’umanità.

 

 

 

«La calma prima

 della tempesta».

Letteretj.it - Gianluca Lo Nostro – (Jun. 27, 2022) ci dice:

(Jefferson - Lettere sull'America)

 

Una breve storia della teoria del complotto che sta scalando il Partito Repubblicano negli Stati Uniti.

«Vogliamo giocare ancora una volta?».

Nella notte di venerdì 24 giugno 2022 gli utenti di 8kun (ex 8chan, uno dei più importanti forum dell’estrema destra americana) hanno trovato questo messaggio firmato dall’user Q.

 Sì, quel Q, scomparso – si credeva – definitivamente nel dicembre del 2020, memore di tanti anni trascorsi a fabbricare alcune delle storie più incredibili che la mente umana possa concepire.

QAnon è tornato, ma ha forse perso l’entusiasmo di un lustro fa?

La sua missione – fare proselitismo – è stata portata a termine: raggiunto un certo numero di discepoli (in Italia sarebbero diverse migliaia, a giudicare dai canali e dalle chat di Telegram), mancava solo il Congresso, anche se gli stessi seguaci non hanno mai avuto dubbi sul sostegno del loro salvatore, l’ex presidente Donald Trump.

 È entrato perciò in parlamento, ma in punta di piedi – perché in fondo è un tabù –, nell’eterna attesa di qualcosa.

La dottrina

Un breve ripasso per chi non è ferrato con il tema di questo articolo:

QAnon, dal nome dell’utente anonimo “Q”, è un insieme di teorie cospirazioniste secondo cui negli Stati Uniti esisterebbe uno Stato profondo che durante tutta la presidenza Trump si sarebbe impegnato a sabotare l’operato del capo della Casa Bianca.

L’ex Presidente sarebbe a conoscenza di questo piano (mosso da una cabala di politici ed élite democratiche accusate di pedofilia) contro di lui e la prospettiva è che un giorno Trump liberi, come il Messia, il Paese scatenando la tempesta, «the storm», termine derivato da un criptico discorso di Trump a margine di una cena con i militari.

Durante i primi mesi dell’amministrazione di Joe Biden, contestata e mai riconosciuta come legittima dai “qanonisti”, si è inoltre diffusa la falsa convinzione che Trump, rimasto comunque Il presidente, avesse ancora il controllo dell’esercito, con il quale avrebbe infine fatto piazza pulita e riconquistato il potere.

QAnon si intreccia con l’altra grande teoria del complotto promossa in prima persona dal 45esimo Presidente, cioè la “Big Lie”, l’idea che l’elezione del suo successore sia arrivata illegalmente grazie a milioni di voti truccati.

Da questa credenza è scaturita l’insurrezione al Campidoglio del 6 gennaio 2021, che per poco non annullò la certificazione dei risultati elettorali.

Infiltrati.

Chi dei 535 uomini e donne che occupano gli scranni della House e del Senato è stato plagiato da QAnon?

La camera alta si autoesclude da questo ragionamento, non essendoci neppure un senatore sospettato di avere dei legami.

Alla Camera dei Rappresentanti, invece, qualcuno si distingue.

La deputata repubblicana del Colorado, Lauren Boebert, ha sempre negato di essere una seguace di QAnon, ma in passato non ha nascosto la sua ammirazione verso i membri di questa setta, affermando di «sperare» che quanto messo in giro fosse vero.

L’altra parlamentare repubblicana invischiata è Marjorie Taylor Greene, conosciuta dal grande pubblico internazionale durante la campagna elettorale del 2020 grazie a un surreale spot con protagoniste le armi e, neanche a farlo apposta, Trump.

 «Q? È un patriota» disse la deputata della Georgia in un video risalente al 2017. Da allora l’argomento è stato – saggiamente – toccato con molta più parsimonia se non addirittura con distacco.

Boebert e Greene si dice che non vadano d’accordo tra di loro, malgrado una certa comunità d’intenti, ma ormai pare abbiano iniziato a curare il loro tornaconto a discapito di un impegno politico già di per sé alquanto fumoso.

Fatta salva questa presenza, che è più una simpatia che altro, nelle aule di Capitol Hill QAnon non ha mai avuto parecchio spazio, sciamano a parte.

Quelli di Boebert e Greene sono infatti dei casi limite.

È nel sottobosco delle elezioni locali (camere, senati e soprattutto consigli comunali) che questa teoria del complotto si è propagata con successo.

 E talvolta a farne parte sono persone con un passato nei gruppi estremisti di destra.

Mark Finchem, deputato statale dell’Arizona, è assurto agli onori delle cronache del suo Stato quando Trump annunciò il suo endorsement per la posizione di Segretario di Stato, la seconda carica più prestigiosa nel Grand Canyon State dopo quella di governatore (non esistono i vice, lì).

Finchem, che va in giro con un cappello da cowboy e dei baffi foltissimi, vanta anche una parentesi tra gli “Oath Keepers”, un’organizzazione violenta di estrema destra.

Sempre in Arizona, forse il centro di gravità di QAnon, si distinguono il deputato Leo Biasiucci e i senatori Wendy Rogers e Sonny Borelli.

Insieme a Finchem hanno tutti quanti partecipato alla “convention” di QAnon a Las Vegas lo scorso autunno (dopo la verifica dei voti nella contea di Maricopa richiesta dal GOP), imponendosi come uno dei vari collegamenti tra Q e le istituzioni.

Un altro esponente di primo piano è Michael Flynn, già generale e consigliere per la sicurezza nazionale di Trump dal 22 gennaio al 13 febbraio 2017, il più breve della storia.

Con lui alla White House QAnon non era ancora dentro ai gangli della democrazia americana, ma qualcosa bolliva già in pentola.

Dopo le presidenziali del 2016, dunque un anno prima della comparsa di Q su 4chan, Flynn disse a Trump che la sua elezione era stata resa possibile da un «esercito di soldati digitali», espressione poi diventata marchio registrato a tutti gli effetti.

L’evoluzione da generale a complottista senza cappello di carta stagnola in testa è stata lenta fino a quando Joe Biden non si è avvicendato a Washington.

Da quel preciso momento Flynn, nel frattempo sospeso da Twitter insieme a tantissimi altri “qanonisti”, è arrivato a chiedere a Trump di mobilitare l’esercito per ribaltare l’esito delle elezioni, mentre l’anno scorso ha pronunciato un bizzarro giuramento alternativo alla “Pledge of Allegiance” – da lui stesso registrato in un video successivamente pubblicato online –, che si concludeva con la frase:

«Where we go one we go all», dove va uno, andiamo tutti, talvolta stilizzato nell’acronimo WWG1WGA, il motto di QAnon.

 Il Generale denunciò tutti per aver travisato quel filmato.

Tuttavia, nel frattempo si è scoperto che quella di Flynn sarebbe tutta una montatura, che l’ex Consigliere di Trump sarebbe consapevole dell’assurdità di QAnon, definita da lui «un’operazione di disinformazione» messa in campo dalla CIA per far apparire le persone come un branco di imbecilli.

La fonte di questa telefonata sarebbe Lin Wood, un altro alleato di Trump nell’infausta battaglia contro la democrazia.

Wood un tempo era uno stimato avvocato della Georgia: fu lui a difendere Richard Jewell nelle cause per diffamazione – poi vinte – contro i media americani.

Complottisti di domani.

Oggi QAnon è ancora dirompente?

Un sondaggio shock del 2021 rilevò che il 15% degli americani pensava che il potere negli USA fosse in mano a una cabala di pedofili satanisti, mentre secondo il 20% una «tempesta biblica» avrebbe spazzato via questi esseri maligni ristabilendo il potere legittimo.

Il terreno per guadagnare ulteriore fiducia nell’opinione pubblica è senz’altro fertile, perlomeno per quanto riguarda i repubblicani.

Sempre secondo l’indagine del “Public Religion Research Institute and the Interfaith Youth Core” (PRRI), esiste una categoria di persone, chiamate «QAnon doubters» che non credono nelle rivelazioni scabrose di Q, ma non le escludono totalmente.

Il 55% dei QAnon doubters sono elettori repubblicani.

Una percentuale che scende al 21% tra i «QAnon rejecters», che negano completamente queste strampalate teorie del complotto.

Lo spazio da riempire, tanto nel dibattito quanto nel numero di seggi nelle assemblee, c’è.

Non è vasto, ma ha un allarmante potenziale di crescita.

 La prova che il neofascismo di QAnon dovrà superare sarà la normalizzazione. Perché una volta normalizzato, sarà irrecuperabile. Come il Partito Repubblicano.

Come la Cabala dello Stato

profondo sta distruggendo sé stessa.

Finalwakeupcell.info – Peter B.Meyer – (10 settembre 2022) – ci dice:

 

Il crollo dei prezzi dei beni- Fare soldi alle spalle del popolo-

Controllo sull’umanità -Situazione estremamente instabile.

La strategia è: lo Stato profondo distrugge sé stesso.

È una strada più lunga per liberarsi da secoli di oppressione e manipolazione, ma è l’approccio di maggior successo.

Il mondo è finanziariamente, economicamente e moralmente in bancarotta, ma attraverso la manipolazione e l’inganno la gente è portata a credere che tutto vada bene.

È assolutamente assurdo che tutti i beni cartacei siano ai loro massimi, mentre i beni che proteggono la ricchezza, come l’oro e l’argento, sono totalmente distrutti nel prezzo.

 L’élite globalista e i media succubi continuano a ingannare la gente sullo stato del mondo.

L’Unione Europea non sopravviverà. Si disintegrerà.

E a quel punto, tutti i potenti cicli economici si uniranno in breve tempo per formare un super ciclo che annuncerà il crollo dell’Unione Europea.

Le pressioni inflazionistiche continuano ad attanagliare l’economia.

L’economia è in equilibrio sul filo critico tra una deflazione distruttiva e un’inflazione incontrollata.

 I prezzi possono scendere o salire rapidamente e inaspettatamente, in una direzione o nell’altra.

 La stabilità relativa dei prezzi è una conseguenza della simultaneità di deflazione e inflazione, ma è ben lontana dalla stabilità dei prezzi.

La situazione è infatti estremamente volatile.

Negli ultimi 12 anni c’è stata deflazione perché il mondo è in depressione, ma le banche centrali non possono tollerare la deflazione, quindi devono provocare inflazione.

Ecco perché l’eccesso di stampa di moneta si protrae così a lungo.

La pressione è duplice: deflazione contro inflazione – depressione contro stampa di moneta – una spinge contro l’altra.

Deflazione e inflazione lottano entrambe sul filo del rasoio.

 Alla fine vince una delle due parti, ma la battaglia può continuare per un certo periodo di tempo fino a quando una parte non avrà esaurito l’altra.

La prossima scarpa a cadere sarà la deflazione, poiché è tornata nell’economia e spazzerà via tutta la pianificazione centrale accuratamente organizzata, con la relativa manipolazione del mercato, degli ultimi 14 anni.

Crollo dei prezzi dei beni.

Dal 2008 il mondo si trova in una depressione, che è chiaramente deflazionistica. In una depressione, i debitori vendono beni per ottenere denaro per pagare i debiti.

Questo fa crollare i prezzi degli asset.

La caduta dei prezzi degli asset, a sua volta, mette in difficoltà altri investitori, per cui vengono venduti ancora più asset.

Così continua la spirale dei prezzi al ribasso.

Stampare denaro è logicamente inflazionistico.

Se più denaro insegue una certa quantità di beni e servizi, i prezzi di questi ultimi tendono a salire.

Se le banche centrali smettono di provocare inflazione, la deflazione inghiottirà presto l’economia.

Se le banche centrali non si arrendono e continuano a stampare moneta per fermare la deflazione, finiranno per avere più inflazione di quanta ne vogliano.

Segnali evidenti indicano che si è scatenato un impulso deflazionistico distruttivo.

I prezzi relativamente bassi delle materie prime confermano questa conclusione.

I banchieri centrali di tutto il mondo (tra i più ricchi della terra) si trovano di fronte a vincoli politici, tra cui tassi di interesse estremamente bassi.

Creare denaro dal nulla non è una soluzione.

Le banche centrali stanno stampando denaro come se non ci fosse un domani, mentre i debiti si accumulano più velocemente che mai e mandano in tilt l’economia.

Questo scenario è l’essenza di una crisi del debito sovrano:

gli investitori si rendono conto che non solo il debito non verrà mai ripagato, ma che i governi non saranno nemmeno in grado di pagare gli interessi dovuti sul debito che hanno già.

Quando l’acquisto di obbligazioni rallenta o si interrompe, i prezzi dei titoli di Stato scendono.

 I tassi di interesse aumentano, rendendo ancora più difficile per i governi pagare gli interessi sul denaro che devono.

 Il risultato è una marea di insolvenze…

Fare soldi sulle spalle del popolo.

I cambiavalute avevano già scoperto da tempo, intorno al 1000 a.C., che il controllo sul denaro non solo dava loro influenza sui beni della gente, ma anche sul governo del popolo. Impararono a rubare il denaro alle spalle del popolo, attraverso sanzioni introdotte da governi istruiti.

 Suona familiare, vero? Come sono riusciti a mantenere il loro potere sul popolo per così tanto tempo?

Con il loro denaro stampato senza valore, hanno corrotto governi, funzionari statali, medici, avvocati, giudici, polizia, ecc. e hanno creato agenzie per sostenere il loro comportamento malvagio.

Come il CDC, il NIH, la FDA, l’OSHA, l’OMS, i massoni e tutte le società segrete, tra le altre.

Anche le università e le scuole pubbliche sono state conquistate dall’afflusso dell’autorità satanica.

Hanno manovrato i loro attori dello Stato profondo in ruoli chiave, nelle scuole, nelle università, nella medicina, nella scienza, ecc.

Le licenze hanno rafforzato il loro potere, mentre tutti gli sforzi erano volti a distruggere l’industria della salute naturale.

Hanno acquistato multinazionali e altre organizzazioni sanitarie per mettere i medici della morte e dei genocidi negli ospedali.

Saggiamente, dopo i processi di Norimberga della Seconda Guerra Mondiale, sono stati introdotti i “contratti di consenso firmato” per i pazienti.

Questa è la chiave del loro successo.

Quando vi recate in ospedale, dovete prima firmare un contratto che permette loro di sperimentare su di voi trattamenti letali, operazioni e pillole di veleno.

Prelevano organi, rubano cellule staminali, rapiscono bambini, sequestrano bambini, prelevano cellule di DNA e molto altro ancora.

Controllo sull’umanità.

Hanno ottenuto il controllo sull’umanità attraverso il processo dei cicli di denaro facile e denaro scarso.

Prima prestando denaro facilmente e poi, quando la quantità di denaro in circolazione aumenta, chiudendo di nuovo il rubinetto, cioè rendendo più difficile il prestito di denaro.

Così, quando i cambiavalute erano soddisfatti che un numero sufficiente di fessi avesse fatto il grande passo, la trappola scattava.

Improvvisamente l’offerta di denaro diventa limitata.

I prestiti diventano difficili o impossibili da ottenere, con il risultato che il denaro in circolazione diminuisce.

 Il risultato finale è che una percentuale di mutuatari non è in grado di rimborsare i prestiti e, non potendo contrarre nuovi prestiti, va in bancarotta ed è costretta a vendere i propri beni ai prestatori per quasi nulla.

Questo trucco viene ancora utilizzato per sabotare il benessere finanziario del mondo.

È giunto il momento di rompere questo sinistro gioco di inganni.

La grande mente dietro questo gioco è Satana.

I popoli devono unirsi e abbandonare in massa la nave dello Stato che affonda.

L’enorme debito mondiale di circa 500.000 miliardi di dollari è stato creato deliberatamente.

Se questo debito esistesse tra i popoli, potrebbe teoricamente essere saldato cancellando il debito di uno contro l’altro.

 Ma non è così, questo debito non è dovuto tra le persone – cioè tra una persona e l’altra viceversa – ma a tutte le 198 banche centrali, tranne 6, di proprietà dei Rothschild, che hanno creato il denaro dal nulla. Logicamente, non c’è alcun obbligo di ripagare i debiti; i perdenti sono coloro che li hanno acquistati come beni.

Gli Illuminati sono riusciti deliberatamente a tenere la gente all’oscuro di questo semplice fatto, in modo che nessuno agisse contro questa ingiustizia, aumentando così il potere di questa convinzione, che alla fine ha portato alla reintroduzione della schiavitù globale.

L’élite e i media continuano a ingannare la gente sullo stato del mondo.

Si fa credere che tutti i problemi siano stati risolti e con essi l’imminente disastro all’interno dell’UE.

Ora che la conoscenza del nostro passato e della situazione in cui siamo stati manipolati è stata acquisita, svegliarsi in massa e lottare per la nostra libertà è l’unica risposta corretta.

La libertà deve essere combattuta da noi stessi dal basso, non dall’alto.

Tutti insieme dobbiamo rifiutare i nostri governi e governanti.

Sono i burattini dello Stato profondo assoldati per opprimerci.

Ricordate: abbiamo una sola possibilità di sconfiggere questi governanti criminali, ed è adesso!

Questo processo di liberazione deve essere combattuto da noi stessi, altrimenti la libertà non ha valore e non durerà!

Siete invitati a diventare un membro della FWC.

Restate informati e abbonatevi gratuitamente.

 

 

 

 Gershom Scholem, “il maestro della cabala”

Scegliere contro.

 Doppiozero.com - David Bidussa – (20 Aprile 2020) – ci dice:

 

“Nei primi anni Settanta, quando ero uno studente universitario, mi imbattei nelle Grandi correnti della mistica ebraica e lo divorai quasi fosse un testo sacro.

Quel libro mi sembrava racchiudere il segreto di come uno storico laico possa immergersi nelle fonti religiose trovandovi un significato profondo per il mondo moderno.

Oggi, molti anni dopo e con una carriera alle spalle continuo a pensare che Scholem ci offra un esempio perfetto di come si scrive la storia dell’ebraismo”.

Sono le ultime righe di “Il maestro della cabala”.

Vita di Gershom Scholem scritto da “David Biale”.

In quelle righe ci sono molte cose: c’è il senso della figura di Scholem, ma c’è anche gran parte delle emozioni che provano i suoi lettori.

Quella di David Biale è una biografia culturale, prima ancora che una classica biografia in cui pubblico e privato si intrecciano. Ma è anche la storia di un lettore appassionato e del suo incontro con “il maestro”.

Biale non è solo uno studioso che ha scoperto Scholem da giovane e ne ha proposto un primo profilo culturale in un testo che di fatto fa scuola (Gershom Scholem. Kabbalah and Counter History, Harvard University Press 1982).

 È anche uno studioso che ha provato a mettere in ordine i tanti percorsi che attraversano la vita di Scholem e stanno intorno al suo tavolino di lavoro.

In quel testo si profila complessivamente l’indagine intorno alla personalità di Scholem, un intellettuale che raramente è sceso sul piano della politica e che tuttavia ha sentito sempre con drammaticità il confronto con la politica.

Biale fin dagli anni ’70 ha avuto la lucidità di cogliere quel processo e quel confronto talvolta silenzioso, talvolta più manifesto.

Il centro della sua prima intervista a Scholem (ospitata sulla “New York Review Books nell’estate 1980) è esattamente su questo.

Il tema del messianismo è come quella categoria del tempo ed è assunta come criterio fondante nelle scelte politiche.

In quell’intervista Scholem dice “Gli ebrei hanno sempre avuto un’attrazione fatale per il messianismo.

Il coinvolgimento ebraico nel comunismo, per esempio, era conseguente al messianismo ebraico.

 Il sionismo non un’eccezione. Oggi noi abbiamo i “Gush Emunim “che sono chiaramente un gruppo messianico.

Essi usano i versi biblici per scopi politici. Ogni volta che il messianesimo si introduce nella politica la conseguenza sono guai seri.

L’effetto non può che essere un disastro”.

È un tema molto significativo, e giustamente Biale insiste non solo allora, ma anche in questo suo libro su questo punto, sottolineando ogni volta come nel corso della vita di Scholem l’intreccio tra temi affrontati, scelte di vita e passioni sia sempre molto forte.

Ma, appunto, non diano luogo a una politica, ma si presentino come percorsi di controcultura.

Per la verità c’è stato un momento specifico in cui Scholem ha pensato che la controcultura potesse trasformarsi in piattaforma politica.

È accaduto tra la metà degli anni ’20 e la metà degli anni ’40, quando è parte del gruppo (con Hugo Bergman, Martin Buber, Yehuda Leon Magnes e Arthur Ruppin) che si dà per nome “Brit Shalom” (letteralmente: “patto di pace”) un gruppo che ha come ipotesi la costruzione di una realtà binazionale in Palestina (per una storia sintetica del gruppo, sono interessanti le pagine che ne ha scritto Georges Bensoussan nel suo Il sionismo. Una storia politica e intellettuale 1860-1940, p.682 e sgg.).

 Il confronto politico, l’ostilità dentro l’insediamento ebraico in Palestina, ma anche e non meno potente e determinante, il rifiuto totale del mondo arabo-palestinese anche solo a misurarsi con quella possibilità (anche per esempio a voler discutere il tema su un piano intellettuale) ne segnano la sconfitta (ma ci tornerò più avanti).

Dunque, il confronto con i temi proposti dai percorsi culturali dei movimenti messianici e della mistica è parte della biografia pubblica (e non solo di quella dello studioso) di Gershom Scholem.

E infatti quel percorso inizia, Biale lo ricorda e insiste molto su questo punto, proprio a partire da un incontro con la Kabbalah attraverso la lettura di un classico ottocentesco, il testo di Franz Joseph Molitor Philosophie der Geschichte oder über die Tradition un testo della metà dell’800 (è Scholem stesso a ricordarlo in una lunga intervista biografica che rilascia 1974, significativamente alla rivista politico-culturale del movimento kibbutzista “Shdemot”: la versione italiana con il titolo “In compagnia di Gershom Scholem” è compresa in Scholem/Shalom, Due conversazioni con Gershom Scholem su Israele, gli ebrei e la qabbalah, edito da Quodlibet) e ha il suo punto di forza in un profondo avvicinamento a una visione contemporaneamente mistica e messianica.

Questo avvio di ricerca lo porta allo studio della mistica ebraica (siamo intorno alla vigilia dello scoppio della Prima guerra mondiale) in un primo momento sotto l’influenza di Martin Buber, una figura con cui, invece, a lungo i rapporti saranno molto tesi e conflittuali (solo in parte riconciliati all’indomani della morte di Buber quando Scholem scrive un saggio sull’ebraismo di Martin Buber) e, dall’altra, all’adesione all’ideale sionista.

In tutte e due i casi il profilo è una scelta di conflitto con il mondo culturale, ideale, emozionale della propria famiglia.

Più in generale, con il mondo culturale e sociale di appartenenza.

Per certi aspetti quella scelta non è diversa se non nei contenuti, almeno sul piano delle emozioni e dei meccanismi psicologici, ai temi che Kafka inserirà nella sua “Lettera al padre”. In altre parole, è il sintomo della storia di una generazione.

La scelta di vita di Gerschom Scholem, più che una «scelta per» è una ribellione, ovvero è prevalentemente una «scelta contro».

 

Il giovane che nell’ottobre 1923 giunge in Palestina ha ormai troncato i rapporti con il padre, ha evitato la chiamata alle armi (la classe militare di Scholem, il 1897, è parte essenziale dell’esercito in guerra, simulando la follia, abbandonato gli studi matematici per la filologia semitica (in cui si è addottorato) e ha attraversato gli anni funesti della Guerra mondiale da studente fuoriuscito in Svizzera con l’amico Walter Benjamin (un’amicizia, un rapporto umano e un confronto intellettuale che si manterrà tutta la vita e che significativamente ritorna a essere un punto di riflessione negli ultimi anni della sua vita, come approfondisce Roberto Gilodi ).

Il perno intorno a cui si è consolidata la sua personalità è senza dubbio la scelta di campo a favore del sionismo, operata molto presto (dopo brevi oscillazioni tra ortodossia e liberalismo) e mai revocata.

La sua scelta tuttavia, non significa ricerca di un sistema protettivo all’interno di un’altra macchina ideologica contrapposta a quella della propria famiglia di provenienza o del proprio ambiente sociale di formazione.

L’intera biografia culturale di Gershom Scholem (e David Biale giustamente lo sottolinea) è un continuo confronto non conformistico con il proprio ambiente, anche con quello a cui aderisce.

Lo è a Berlino negli anni della sua giovinezza e della sua formazione culturale e universitaria, ma lo è anche nella sua vicenda una volta arrivato in Gerusalemme (come si si vede Da Berlino a Gerusalemme, la sua autobiografia dedicata agli anni della propria formazione culturale, non a caso scritta negli ultimi della sua vita, su cui tornerò in chiusura di queste note).

Della sua seconda vita a Gerusalemme Biale racconta e ricostruisce soprattutto i momenti topici della sua riflessione culturale ovvero la costruzione del volume “le Grandi correnti della mistica ebraica”; poi la costruzione la grande biografia di Sabbetai Sevi che pubblica una prima volta nel 1957 e poi amplia in nella edizione definitiva del 1973, ma anche la riflessione sul tema dei rapporti tra storia della mistica, visione radicale dell’ebraismo, connessione e conflittualità con il sapere rabbinico.

L’insistenza sulla storia della mistica, infatti, è anche la scelta di un confronto con la definizione di un sapere canonico e tradizionale con cui Scholem confligge lungo l’arco di tutta la sua vita provando con costanza a dimostrare che tutta l’impalcatura razionalistica, fondativa del sapere ortodosso ha un problema non risolto con la sfera della trasgressione, rappresentata in gran parte con i percorsi dei movimenti messianici, con l’esperienza del sabbatianesimo, ma anche con un non risolto rappresentato dalla cultura ebraica ottocentesca.

Una prova è il saggio che scrive tra 1947 e 1948 sul simbolo ebraico della stella a sei punte (La stella di David. Storia di un simbolo) in quel momento assunta come simbolo dello Stato di Israele e dunque identificata con l’essenza stessa dell’ebraismo che resiste al processo di assimilazione, la cui storia è invece in gran parte l’opposto, ovvero l’accoglimento di una pratica che non si contrappone alla cultura esterna rivendicando un rifiuto totale di scambio.

 Anzi quel simbolo, scrive Scholem, è il risultato di quel processo di modernità che egli rivendica perché conseguenza di uno scambio con le culture non ebraiche.

 Per questo per i difensori della “purezza” o della “non contaminazione” il segno della “resa” arrendevole rispetto alla forza delle culture non ebraiche.

Insomma, l’esatto opposto della continuità e della non assimilazione.

Scholem peraltro non è nuovo a quel confronto.

 Quando aderisce al gruppo di Brit Shalom, un gruppo che è disposto a riconoscere non solo i diritti individuali, ma anche i diritti “nazionali” dei palestinesi, prospettando allo yishuv [collettività degli ebrei immigrati] la necessità di giungere, in nome della pacifica convivenza, anche a concessioni assai onerose, come la limitazione delle quote di immigrazione ebraica in Palestina.

Il tema per Scholem, come scrive nel dicembre 1929 in un intervento pubblicato sul quotidiano “Davar” (per la precisione il 12 dicembre 1929) rispondendo ai critici e agli avversari della destra sionista che la costruzione dello stato “non è ciò che ho appreso nel corso dei molti anni di lavoro sionista, né che tale era il contenuto dell’idea sionista per la quale noi siamo venuti qui. Il contenuto politico del sionismo è la creazione di un focolare nazionale come centro del popolo ebraico (..).

 Da parte mia io non definisco questa aspirazione attraverso una parola così pomposa come «redenzione politica» – la redenzione del popolo non dipende essenzialmente, secondo me, dalle forme politiche all’interno delle quali si vive.

 La redenzione di un popolo dipende dal suo sviluppo sociale e culturale”.

 

È una dimensione che Scholem manterrà anche quando negli anni successivi, in seguito alla rivolta in Palestina (1936-1939) e poi soprattutto quando la dimensione dello sterminio durante la Seconda guerra mondiale gli fanno ripensare la dimensione possibile di uno Stato bi-nazionale con cui in parte si confronta con Hannah Arendt tra 1944 e 1946.

In particolare, nel 1946 in una conferenza su “Memoria e utopia nella storia ebraica”, quando ormai la dimensione della catastrofe cui è stato sottoposto il mondo ebraico europeo gli fa propendere, non senza riserve, verso l’ipotesi della costruzione dello Stato, il tema diventa di nuovo non dimenticare tanto la dimensione utopica quanto quella della speranza.

In quell’occasione sottolinea come quel processo di costruzione di futuro sia possibile e si tiene la giusta distanza con la memoria, ovvero se non trasforma la memoria in rivendicazione, bensì in progetto.

Un progetto che, affinché divenga possibile, deve includere, anche, la dimensione salvifica dell’oblio.

Percorso che in altra condizione, riferito ad altro contesto, più di mezzo secolo prima (nel marzo 1882) aveva richiamato Ernest Renan tentando di delineare quale fosse il percorso culturale di essere nazione.

 Significativamente quella domanda è tornata ad essere essenziale quando a metà degli anni ‘90 lo storico Charles S. Mayer ha invitato a riflettere sull’eccesso di memoria.

La sfida contemporaneamente, intorno a quel progetto che trasforma la memoria in politica della memoria, è anche la riflessione sulla fisionomia, gli statuti culturali, in breve i limiti, i confini, più in generale la geografia dell’appartenenza.

Perché a Scholem è chiara una cosa, con molto anticipo rispetto a quanto diverrà chiaro anche dopo la sua morte nel discorso pubblico, che ha attraversato tutte le culture politiche che della memoria fanno il pilastro essenziale della riscrittura identitaria (a ben vedere i radicalismi religiosi non sono altro che questo: riscritture di codice in cui qualcuno decide se qualcun altro è parte del proprio gruppo oppure no e, soprattutto, a quali condizioni e con quali nuove regole si statuisce l’identità del proprio gruppo).

 Ovvero: dentro alla battaglia per la memoria spesso si combatte una guerra sull’appartenenza, sull’inclusione (più spesso sull’esclusione) di attori, di soggetti, di culture.

In altre parole, nella sua riflessione è già chiaro come la battaglia della memoria non sia solo ricordo ma riscrittura dei codici culturali di gruppi umani ridisegnandone le composizioni interne e, non ultimo, le gerarchie.

È un tema essenziale all’interno del suo percorso di rilettura e di ricostruzione del suo lungo confronto con Water Benjamin cui si dedica negli ultimi dieci della sua vita, non solo curandone con Adorno l’edizione delle lettere, ma anche componendo la prima tappa della sua autobiografia.

Storia di un’amicizia, è solo il primo timido approccio per provare a fare i conti con se stesso. In quel testo aver scelto Walter Benjamin gli consente ancora di mantenere una certa distanza, anche se quel corpo a corpo con sé stesso è solo rinviato.

 Da Berlino a Gerusalemme è il testo con cui tenta di prendere le misure del confronto con sé stesso.

Un percorso molto problematico per Scholem, tant’è che della sua autobiografia della scelta, ne compone due edizioni diverse nel giro di pochi anni.

Di “Da Berlino a Gerusalemme”, infatti, esistono due versioni diverse che forse, più di ogni altra cosa esprimono che cosa significhi provare a fare un bilancio della propria vita quando il tempo, nella propria quotidianità, testimonia la problematicità di fissare il passato e render conto delle scelte.

La prima versione è quella che in versione italiana esce nel 1988, con riferimento all’edizione tedesca del 1977;

 la seconda nel 2018, invece, è la traduzione dell’edizione più ampia, che esce all’inizio del febbraio 1982 (Scholem muore il 21 febbraio 1982) in ebraico per le edizioni Am Oved (di nuovo la casa editrice ufficialmente di proprietà del movimento sindacale, anche questo è un dato da non sottovalutare).

In quelle due edizioni le differenze sono di vario tipo, e non solo sul piano di un maggior flusso dei ricordi.

Nella seconda versione, quella che per certi aspetti possiamo considerare il suo “testamento politico”, è soprattutto all’ultimo capitolo che dobbiamo prestare attenzione.

 

In questa seconda versione, l’entusiasmo per il sionismo è ora evidente nel suo insistere sul suo profilo come rivolta contro una condizione «falsa».

Condizione che egli riconosce a tutta la sua generazione quando scrive, parlando della sua decisione di andare in Palestina, che il suo “andar via” “era una scelta morale (…) una decisione presa a favore di qualcosa che allora ci sembrava inequivocabilmente un nuovo inizio, [legato] – sia che avesse un fondamento religioso sia laico – a una motivazione di etica sociale più che politica" [pp. 217-218].

Indizio interessante ma che non dice tutto.

L’adesione di Scholem al sionismo, infatti, più che da una visione politica nasce da un’interpretazione dell’ebraismo come insieme di redenzione e utopia, vissuto culturale, ma anche emozionale, che coinvolge molte figure del mondo ebraico centro-europeo nei primi trent’anni del Novecento, come ha ricostruito con attenzione Michael Löwy nel suo “Redenzione e utopia”.

In “Da Berlino a Gerusalemme”, Scholem ne scrive in maniera subliminale, almeno per due indizi che emergono soprattutto nel capitolo conclusivo, quello del suo arrivo a Gerusalemme e del suo nuovo inizio di vita lì [pp. 236-277].

Da una parte, come richiama Gulio Busi, fornendo uno spaccato umano, prima ancora che urbano, della città (un tratto che in letteratura fu proprio della scrittura del Premio Nobel Agnon, di cui Scholem in questo suo libro parla con grande stima e affetto, una città che in anni più vicini a noi ci ha restituito nelle sue inquietudini Amos Oz in Una storia d’amore e di tenebra e in Giuda, Feltrinelli).

Dall’altra rendendo un omaggio non previsto a Judah Leon Magnes [p. 269 e sgg.], primo rettore dell’Università ebraica di Gerusalemme, ma soprattutto sostenitore nel 1947 di un progetto di Stato binazionale israelo-palestinese.

Un progetto che Scholem non sostenne nel 1947, ma che tuttavia era in sintonia col suo impegno politico e culturale tra anni 20 e ’30.

Una riflessione che forse, implicitamente, sta anche all’origine di questo suo libro «ultimo», in cui lo sguardo indietro non è nostalgia, ma cui non corrisponde un elogio del presente.

 

1977. Il tempo è quello del tramonto di quella realtà non solo politica, ma anche umana e culturale che anni prima gli ha fatto compiere la sua «scelta di vita»: percezione che avverte nel momento in cui la destra di Menachem Begin per la prima volta va al governo (un passaggio che significativamente nel linguaggio pubblico israeliano è indicato come «il rovesciamento»).

Da Berlino a Gerusalemme, forse, non è solo un libro che parla della propria adolescenza, di come si diventa adulti, di come si dice addio al proprio mondo di nascita, andando in cerca di un nuovo patto per domani e ascoltando le proprie scelte.

È anche una cerimonia degli addii.

Un ultimo sguardo al proprio mondo in declino, che sta scomparendo con lui.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.