Perché i padroni del mondo ci vogliono eliminare?
Perché
i padroni del mondo ci vogliono eliminare?
UTOPIA,
DIRETTAMENTE
NEL
VOSTRO MONDO.
Comedonchisciotte.org
- Patrick Corbett – (26 Dicembre 2020) – ci dice:
(Patrick
Corbett - off-guardian.org)
(DISTOPIA
– BIOSICUREZZA - COVID-19)
Ci è
stato detto dai promotori della pandemia, Klaus Schwab, Bill Gates e da altri,
che si tratta di un’opportunità per un Grande Reset e che il Covid 19 è la
porta d’ingresso.
Giornalisti
indipendenti, come Cory Morningstar e Whitney Webb, hanno raccontato una storia
simile, senza però il facile ottimismo.
Il WEF
[World Economic Forum] ha pubblicato spot pubblicitari che mostrano giovani
attraenti che se la spassano e dicono…
“Siamo
nel 2030, non possiedo nulla e non sono mai stato così felice.”
Non
dicono però chi saranno quelli che possiederanno tutto, ma, siccome non hanno
proposto di eliminare il capitalismo, non è difficile indovinarlo.
Secondo
il consorzio dei capitalisti e le loro organizzazioni, come il World Economic
Forum, la Banca Mondiale e anche l’ONU quella che dobbiamo aspettarci è una
rivoluzione tecnocratica guidata dall’IA, dalla robotica e dalle nanotecnologie.
Ci
sarà un’enorme riduzione del bisogno di manodopera.
Vengono
proposti scenari che anticipano una qualche forma di reddito universale di base
per le masse sfortunate.
Per la
maggioranza della popolazione sembra un futuro molto grigio e distopico. E
forse è proprio questo che vogliono: che le persone che si rendono conto
dell’inganno rappresentato dal Covid lo ritengano lo scenario peggiore.
Perché
potrebbe esserci qualcosa di molto più sinistro all’interno del Grande Reset:
il de-popolamento.
E per
de-popolamento intendo uno sfoltimento su grande scala; forse per arrivare, più
o meno, ad un miliardo di esseri umani su tutto il pianeta.
Quando
avevo avuto per la prima volta questa idea, l’immagine che mi era venuta in
mente era stata quella di un orribile, sanguinolento massacro, non dissimile da
una scena di “The Walking Dead”.
Ora, non credo che abbiano pianificato un vero
e proprio bagno di sangue, anche se Dio sa che non arretrerebbero di fronte ad
una cosa del genere.
Sospetto
invece che abbiano escogitato qualcosa di diabolicamente intelligente e che,
come accade spesso, lo nascondano in bella vista.
Stanno
forse pensando di usare i loro vaccini, obbligatori e incessantemente promossi,
per vaccinare praticamente l’intera popolazione planetaria?
E il
vaccino sarà programmato per sterilizzare il 60% o più di tutte le donne?
A questo punto penso che la maggior parte
della gente dovrebbe iniziare a ragionarci su, se non addirittura farsi andare
il caffè di traverso.
E non
sono un pazzo solitario a considerare una cosa del genere o a contemplarne la
possibilità.
ll
dottor Mike Yeadon e il dottor Wolfgang Wodarg avvertono entrambi che il
vaccino Pfizer probabilmente comprometterà la nostra capacità di procreare.
“Il
vaccino* contiene una proteina spike… chiamata sincitina-1, vitale per la
formazione della placenta umana.
Se il vaccino dovesse scatenare una risposta
immunitaria VERSO questa proteina spike, vorrebbe dire che stiamo addestrando
l’organismo femminile ad attaccare la sincitina-1, cosa che potrebbe portare ad
un’infertilità femminile a tempo indeterminato.”
Il Dr.
Mike Yeadon e il Dr. Wolfgang Wodarg non sono dei medici di secondo piano,
divulgatori di una qualche teoria personale partorita durante un delirio
febbrile.
Il Dr. Yeadon è stato Capo della Ricerca e
Vicepresidente di Pfizer e il Dr. Wodarg è un laureato in medicina, specialista
in epidemiologia e malattie polmonari, nonchè ex Presidente del Comitato per la
Salute del Consiglio d’Europa.
Il
professor Sir John Bell, uno dei massimi consulenti Covid del Regno Unito e
membro del SAGE [Scientific Advisory Group for Emergencies], aveva sorpreso il
suo intervistatore quando aveva affermato:
“è
improbabile che questi vaccini sterilizzino totalmente una popolazione… diciamo
il 60-70%.”
Naturalmente,
[il programma di vaccinazione] non includerebbe la classe dei miliardari.
Questi
ultimi, insieme ai reali di corte, sembrano essere estremamente prolifici,
oltre che longevi.
E avrebbero bisogno di una coorte di persone
che li servano, sia in posizioni di alto che di basso livello.
Sotto
di loro (nella classe economica) ci sarebbero i loro operatori politici, i
presidenti e, più in basso ancora, i professionisti, gli scienziati e i pochi
lavoratori specializzati di cui avranno bisogno.
Usare
i vaccini per il controllo delle nascite non è un’idea nuova.
Vengono
studiati da tempo, proprio per la loro efficacia verso questo obiettivo.
Ecco
una preoccupante citazione da un articolo dell’agosto 1994 dal “FASEB”
(Federation of American Societies for Experimental Biology) Journal,
(“altamente citato e ai primi posti tra le riviste di biologia “).
Gli
autori concludono dicendo che i loro “risultati forniscono indicazioni sui
possibili effetti endocrinologici di un vaccino anticoncezionale basato
sull’hCG 3CTP, promosso dall’OMS, sul quale è già stato completato uno studio
clinico di fase I,” vaccino che “potrebbe non soddisfare completamente le
principali aspettative in termini di sicurezza ed efficacia.”
Riteniamo
che gli autori abbiano fornito solo una ripetizione di vecchie informazioni e
speculazioni di parte, che potrebbero essere dannose per il progresso in questo
campo.
L’articolo
difende l’OMS dalle accuse di alcuni ricercatori sulla sicurezza del suo
vaccino anticoncezionale, questo 26 anni fa.
Provate
solo ad immaginare quanto una cosa del genere caschi a fagiolo per i loro
piani.
Mentre la maggior parte della gente è
terrorizzata, la vaccinano.
Poi, con la stessa facilità con cui hanno
scatenato la loro finta pandemia, la estinguono.
La gente, la gran massa comunque, viene
perennemente tenuta sulla difensiva da bizzarri cambiamenti nelle direttive
politiche, sempre nell’interesse della biosicurezza naturalmente.
Il piano di sterilizzazione generale può così
andare avanti per un po’ di tempo prima che la gente se ne renda conto.
Quando
sarà evidente che nascono molti meno bambini, avranno pronto un piano per
spiegarlo.
È
colpa del Covid, sarà colpa di qualcos’altro.
È
stato a questo punto che, mentre scrivevo questo articolo, mi sono ricordato
(meglio tardi che mai) di una serie televisiva in streaming. UTOPIA.
Grande
titolo, fa rima con Distopia.
Attenzione,
spoiler: rivelerò trama ed episodi di quella che considero una serie drammatica
estremamente ben fatta. Che sia stata creata con uno scopo o che sia solo un
parto dello Zeitgeist, non lo so. Potrebbe essere facilmente classificata come “predittiva.”
Nel
Regno Unito era inizialmente uscita in una serie di due stagioni, 2013/14,
seguita nel 2018 da una versione americana prodotta da Amazon e uscita lo
scorso settembre su Amazon Prime (ne parlo ancora fra poco).
La
trama delle due versioni è essenzialmente la stessa.
Se la
memoria non mi inganna, una coraggiosa banda di disadattati ossessionati da una
storia a fumetti intitolata “Utopia” scopre che ne è stato prodotto un sequel e
si mette alla sua ricerca.
Sembra
che però ne siano interessate anche alcune forze dello “stato profondo”, che
sono disposte a menomare, uccidere e rubare pur di ottenerlo.
(Utopia 2020 (Endemol Shine North America, Kudos,
Trallume Productions, Picrow, Amazon Studios; Prime Video) Created by Gillian
Flynn; Produced by Huey M. Park)
Il
racconto a fumetti è apparentemente l’opera di un genio un po’ pazzo che
riteneva il mondo troppo popolato e che voleva fare qualcosa al riguardo.
La sceneggiatura è (a mio giudizio) molto ben
curata, avvincente, veloce, raccapricciante quanto basta, con colpi di scena e
il giusto epilogo.
Nel
Regno Unito [questa serie televisiva] era stata trasmessa per la prima volta su
Channel 4.
Come
trama, a grandi linee, una spaventosa pandemia di influenza (l’influenza russa)
si era scatenata nel mondo, provocando il panico generale. (Vi sembra familiare?)
Nella
versione di Amazon, un misterioso “Mr. Rabbit” (miliardario?) ha scatenato una
pandemia mortale che uccide i bambini con un tasso di mortalità che il Dr.
Fauci sicuramente invidierebbe.
E il miliardario (interpretato da John Cusak),
proprietario di una azienda farmaceutica, ha un vaccino pronto per la cura.
Ben presto la popolazione marcia per le strade
chiedendo di essere vaccinata.
La
nostra banda di eroi straccioni pensa che il vaccino sia destinato ad uccidere
e a menomare le persone.
Questo
fino a quando il personaggio interpretato da John Cusack non dice loro che la
cosa positiva del vaccino è che non è stato progettato per uccidere, ma solo
per sterilizzare.
Dice
(vado a memoria) “Immaginate un mondo con un solo miliardo di persone. Un sacco
di spazio per tutti, dove tutti potranno fare il casino che vogliono senza
distruggere il pianeta.”
John
Cusack non è uno che sbraita come Hitler o [un burocrate] come Klaus Schwab, è
più come, beh… Bill Gates. Solo che non riesce ad essere raccapricciante come
Gates.
Nella
versione inglese, ad un certo punto, c’è un obliquo riferimento al Georgia Guidestones, quando uno dei personaggi afferma che
la popolazione ottimale del mondo è di 500 milioni di persone, il 7% circa di
quella attuale.
E un altro personaggio dice che non è stata necessaria
una pandemia mortale, è bastato far credere alla gente che ci fosse una
pandemia per spaventarli e indurli ad assumere il vaccino.
Nel
2014, HBO aveva in programmato una versione americana di “Utopia”, ma aveva
abbandonato il progetto per motivi di budget.
Amazon
l’ha ripreso nel 2018 e la versione americana con John Cusak come protagonista
è stata rilasciata pochi mesi fa, nel settembre 2020.
La versione americana mantiene la stessa trama
di base e, all’inizio, è quasi identica alla serie originale britannica.
In
effetti, la trama diverge un po’ nella seconda parte, ma l’idea centrale
rimane.
Amazon
Prime ha ora cancellato la serie, anche se la prima stagione è ancora online,
così come la versione inglese delle stagioni 1 e 2.
Alcuni
giornalisti dicono che è stata cancellata perché…
“non
aveva incontrato il favore del pubblico.”
Questa
è una pura stronzata. Era stata un successo.
La
rivista online “SLATE”, molto liberale (Liberal Usa), sostiene con veemenza che
“Utopia” non avrebbe mai dovuto essere trasmessa, quindi, come minimo, devono
essere felici che sia stata cancellata.
Scommetterei
che, dal loro punto di vista, l’hanno già vista in troppi.
“SLATE
“ha dichiarato:
i
risultati [della trasmissione di Utopia] sono stati catastrofici.
Davvero?
Non saremmo capaci di discernere finzione e realtà e se la finzione é realtà non dovremmo sapere anche questo?
Questo,
secondo SLATE, sarebbe il problema nel permettere la visione di “Utopia” (il grassetto
è mio):
Siamo
nel mezzo di una vera e propria pandemia, un numero impressionante di Americani
crede sinceramente che la pandemia sia una bufala a sfondo politico e un numero
altrettanto impressionante credeva nella nocività dei vaccini già anni prima
che il Covid-19 facesse la sua comparsa.
Non è
colpa dei registi se ci troviamo in questo pasticcio, non è colpa loro se gran
parte del pubblico è superstizioso e credulone e non sarà colpa loro se “Utopia”
darà a qualche idiota il coraggio necessario per smettere di indossare la
mascherina e infettare e uccidere voi o i vostri cari.
Probabilmente
non vi sorprenderà sapere che “SLATE” è totalmente d’accordo con la narrativa
Covid e pensa di noi, che non siamo idioti, superstiziosi, creduloni e che non
portiamo la mascherina, come a pistole cariche pronte ad ammazzare la gente.
Ma,
anche dopo la sparata di cui sopra, “SLATE” ha ancora qualcosa da dire, deve a
tutti i costi far entrare il presidente Trump dalla porta di servizio, cioè
QAnon (il grassetto è mio):
Anche
se tutti coloro che hanno visto Utopia fossero in grado di distinguere i fatti
dalla fantasia (e questo sembrerebbe improbabile in una nazione che manda i
seguaci di QAnon al Congresso) è impossibile godersi una storia in cui gli eroi
si autoconvincono che forze oscure abbiano fabbricato una falsa pandemia per
convincere la gente a farsi iniettare un pericoloso vaccino, quando queste stesse credenze stanno
aiutando ad uccidere centinaia di migliaia di Americani.
Anche
se è interessante fare delle congetture, non credo sia di vitale importanza
conoscere le motivazioni di un dramma che, senza la patina del film d’azione,
si sta svolgendo sotto i nostri occhi proprio mentre ne parliamo.
Lasciando
per il momento da parte la finzione, io faccio parte di quel “numero
sbalorditivo” di persone che credono che la pandemia di coronavirus sia una
grossolana esagerazione e che venga usata come pretesto per una demolizione
controllata del nostro sistema di vita così come lo conosciamo.
Quindi
la domanda è: pianificano un Grande Reset della popolazione attuale (per portarla ad un
miliardo di persone, come nel 1804) così come di tutti i loro sogni bagnati di
una “Quarta Rivoluzione Industriale moderna”?
Sto
seriamente contemplando la possibilità che, proprio come descritto in “Utopia”,
il vaccino che vogliono disperatamente farci assumere (altrimenti perché
dovrebbero forzarci?) non uccida la gente.
O
almeno questo non sarà il loro obiettivo principale.
L’obiettivo principale sarà la
sterilizzazione.
Se
fosse questo il caso, si tratterebbe di un genocidio su una scala mai vista
prima.
Cusak, nella sua interpretazione, lo
giustifica come una soluzione benigna al problema della sovrappopolazione.
Ma la
famiglia è il cuore pulsante che ci accompagna per la maggior parte della
nostra esistenza.
Derubare
le persone della possibilità di crearsi una propria famiglia significa privarle
di tutto.
Significa trasformare in zombie quelli che
rimarranno.
Ma,
naturalmente, le persone rimaste saranno troppo deboli e demoralizzate per fare
qualcosa.
Potrebbero
essere offerte loro distrazioni per una vecchiaia serena, che sarà senza dubbio
abbreviata da quegli stessi vaccini e dalla mancanza di assistenza sanitaria.
Per tutto questo periodo ci saranno pochissimi
delitti di stato.
Solo
una gocciolina che lentamente si trasforma in un fiume di bambini non nati fino
al compimento dell’Utopia programmata:
un
mondo senza inutili bocche da sfamare. I miliardari potranno allora godersi il
loro “Neverland Ranch sull’intero pianeta”, senza le folle puzzolenti di “homo
sapiens” ad appestare il posto.
Penso
che questo sia quello che stanno progettando?
Non lo
so con certezza, ma è il mio primo sospetto.
Se
solo si riesce a concepire l’immensa malvagità della cosa, allora tutto quadra.
Non hanno mai avuto molto bisogno di noi.
Il
magnate delle ferrovie Jay Gould aveva detto: “Potrei assumere metà della classe
operaia e far loro uccidere l’altra metà.”
Le sue
riflessioni tradiscono un’orribile voglia di genocidio.
Noi,
la classe operaia, nella migliore delle ipotesi, siamo stati tollerati solo per
l’uso che potevano fare di noi.
Ora che non gli serviamo più,” sayonara”.
Però
c’è una cosa che mi lascia assai perplesso ed è il ruolo della Cina e della
Russia.
Il
Grande Reset sembra essere uscito dal bunker del “Fuhrer Klaus Schwab”,
l’attuale direttore del WEF, e possiamo essere certi che la classe globalista
miliardaria, alias la classe dirigente americana, gli Europei e la banda dei
Paesi schifosi (i Five Eyes) sono tutti della partita.
Russia
e Cina sembrano stare al gioco, anche se non hanno alcun bisogno di ridurre la
propria popolazione.
E
perché dovrebbero preoccuparsi se l’Occidente vuole spopolarsi?
In
realtà questo potrebbe essere un vantaggio per loro, a meno che l’Occidente non
stia progettando di essere la “Sparta del futuro”.
E,
ragionando al contrario, questa prospettiva di de-popolamento non potrebbe
anche essere un tentativo di ingannarli?
Voglio dire, perché Russia e Cina dovrebbero
assecondarla, quando probabilmente sarebbe vista da loro come un tentativo da
parte dell’Occidente di indebolirli?
In
ogni caso, ho la strana sensazione che la “banda del Grande Reset” abbia
trascurato qualcosa che gli si ritorcerà contro.
Onestamente, non so bene cosa, tranne che
quando distruggeranno ciò che significa essere umani, nel modo in cui lo siamo
noi, ma non loro, avranno distrutto la loro stessa umanità e il risultato sarà
una dolorosa implosione della loro stessa autostima.
Ma
forse è solo un pio desiderio. E se riusciranno ad arrivare così lontano, non
rimarrà più nulla di noi.
I
dinosauri sono vissuti per centinaia di milioni di anni.
Lo
sappiamo perché nella nostra grande arroganza li abbiamo studiati, scoprendo su
di essi molto più di quanto sappiamo di noi stessi.
In confronto, la nostra permanenza qui sulla Terra
sarà stata solo una breve, ma spettacolare esibizione.
(Patrick
Corbett - off-guardian.org)
(off-guardian.org/2020/12/21/utopia-coming-to-a-world-near-you/)
Il
Crimine Assoluto contro l’Umanità.
Conoscenzealconfine.it
– (20 Febbraio 2023) - Maurizio Blondet
– ci dice:
Un
benemerito sito web ha diffuso questa informazione: l’elenco dei paesi che
hanno ritirato i propri ambasciatori dalla Turchia, 24 ore prima del terremoto.
Eccolo:
Canada,
Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Italia, Olanda, Francia.
Strano,
eh… Vorremmo sapere: Con quali motivazioni?
(Fonte: CONSENSO DISINFORMATO).
Le mie
Deduzioni, del tutto ovvie.
I
nostri governi europei sapevano ciò che si stava per perpetrare al popolo
turco. Erano stati avvertiti, e da chi se non dal Grande Alleato?
Quello
che stava ed aveva il potere di provocare il sisma?
Sono
stati resi complici del più mostruoso crimine contro l’Umanità mai avvenuto o
che possa avvenire nella storia, perché commesso contro una popolazione civile
ignara e inerme, sterminata a decine di migliaia, provocando in un istante 2-3
milioni di senza tetto, distruggendo col crollo milioni di infrastrutture
civili, civili per eccellenza: case d’abitazione, ospedali, strade;
a
perfezionare il crimine contro l’umanità, si aggiunga che è stato commesso
contro un paese – la Turchia – formalmente alleato e contro cui non si era
dichiarata guerra.
L’immanità
del delitto cambia anche lo stesso concetto di “complicità”: quando il governo
italiano o tedesco sa che il Grande Alleato farà lo stesso a te, se imiti
Erdogan nella disobbedienza, uccidendo decine di migliaia di tuoi cittadini e
milioni delle loro case e infrastrutture civili, con un terremoto provocato a
volontà, ma la cui natura artificiale può essere non solo plausibilmente
negata, ma
derisa e perfino punita come una teoria del complotto delirante ispirata dalla
volontà di tradimento filo-putiniano, la tua adesione al crimine del Grande
Alleato è ottenuta col puro e semplice Terrore.
Anche
l’intensificazione della corsa agli armamenti decisa di botto nell’ultima riunione
della NATO a Bruxelles, dove il ministro tedesco Pistorius, deposta ogni
esitanza e obiezione precedente, chiede – anzi implora – alle industrie
tedesche di armamento di aumentare la produzione, va probabilmente letta nell’adesione
terrorizzata che il Grande Alleato ha riscosso con il suo Crimine Assoluto
contro l’Umanità perpetrato contro i turchi.
Anche
la notizia di fonte norvegese che la Russia ha iniziato a dispiegare navi
tattiche con armi nucleari nel Mar Baltico, per la prima volta negli ultimi 30
anni, è
una atterrita reazione alla immanità della strage che gli Usa hanno saputo
provocare alla Turchia;
una
risposta persino patetica, perché armi nucleati “tattiche” sono piccoli calibri
insufficienti come deterrente in confronto alla minaccia dell’uso bellico di
sismi che sa fare chi sta comandando in America.
Va da
sé che questo Crimine Assoluto di Strage è stato commesso nel quadro del mondo “inesorabilmente
e irreversibilmente non cristiano” instaurato da “Loro”, e dove nei
perpetratori è scomparsa ogni briciola di timor di Dio, se mai ci fu, ogni
nozione di “Giudizio
post mortem”.
Costoro sono convinti “irreversibilmente” che non
esista alcun Dio, e quindi all’uomo possono fare tutto ciò che lo degrada.
Ma una
risposta strana viene proprio dalle macerie turche…
Dio
c’è: preghiamo la sua imperscrutabile onnipotenza che venga come Giudice di
costoro, imploriamolo che abbrevi questo tempo di prova a “mandi in malora le
loro macchinazioni.
(Maurizio
Blondet)
(maurizioblondet.it/il-crimine-assoluto-conro-lumanita/)
Abbiamo
accettato di tutto, ora i padroni
del
mondo
passano all’incasso definitivo.
Ilcambiamento.it
- Paolo Ermani – (18-02-2023) – ci dice:
Abbiamo
finito per accettare di tutto e ora i "padroni del mondo" passano all'incasso
definitivo, completo, totale. Continuiamo ad accettare?
Abbiamo
accettato di mangiare cibo avvelenato.
Abbiamo
accettato di bere acqua avvelenata.
Abbiamo
accettato di respirare aria avvelenata.
Abbiamo
accettato di lavorare in luoghi artificiali facendo sempre le stesse inutili,
noiose, insensate attività.
Abbiamo
accettato di spendere la nostra esistenza di fronte a degli schermi piuttosto
che di fronte a esseri vivi.
Abbiamo
accettato di vivere in città orrende di asfalto e cemento, inquinate,
stressanti, in cui il concetto stesso di vita è un lontano ricordo.
Abbiamo
accettato di indebitarci e spendere cifre ingenti per poter comprare quello che
comprano gli altri.
Abbiamo
accettato di credere che se non compravamo quello che ci diceva la pubblicità
eravamo poveri.
Abbiamo
accettato di chiuderci in casa a tripla mandata perché la fuori c’è solo
pericolo.
Abbiamo
accettato di cancellare il concetto di comunità e rimanere da soli contro
tutti.
Abbiamo
accettato di dare il termine amicizia a emeriti sconosciuti virtuali.
Abbiamo
accettato di essere solo merce nelle mani degli esperti di algoritmi.
Abbiamo
accettato di dare qualsiasi nostra immagine in pasto al mondo senza alcuna
vergogna.
Abbiamo
accettato di inquinare mezzo pianeta per passare qualche giorno di vacanza in
paesi esotici.
Abbiamo
accettato di fare lavori dannosi per noi, gli altri e l’ambiente.
Abbiamo
accettato di perdere tutti i diritti in cambio di un'auto nuova, una vacanza di
lusso, un televisore grande come una parete.
Abbiamo
accettato di dare ai soldi il primo e unico posto nella nostra vita.
Abbiamo
accettato di far definire la nostra personalità da un vestito, un orologio, un
profumo.
Abbiamo
accettato di essere educati e far educare i nostri figli dalla televisione
prima e dalla televisione e il cellulare poi.
Abbiamo
accettato di non chiederci perché i nostri figli dovessero stare chiusi e
immobili in quattro mura a imparare nozioni dalla dubbia utilità per i più
vivaci anni della loro vita.
Abbiamo
accettato di delegare qualsiasi scelta fondamentale della nostra vita a esperti
prezzolati.
Abbiamo
accettato di non preoccuparci affatto delle conseguenze delle nostre scelte .
Abbiamo
accettato di non pensare mai, se non raramente e solo per beneficenza, al grido
di dolore della gran parte dell’umanità che anche grazie a quello che abbiamo
accettato si dibatte tra disperazione, miseria, guerra e fame.
Abbiamo
accettato di mettere i nostri soldi in banche, assicurazioni, fondi di
investimento che li usano in tutti i modi possibili per rendere il mondo un
luogo pessimo e invivibile.
Abbiamo
accettato che la natura, gli animali, gli habitat venissero distrutti
irreparabilmente senza che questo ci interessasse.
Abbiamo
accettato di fare dei nostri paesi delle discariche a cielo aperto.
Abbiamo
accettato di fare del mare ovunque un tappeto di rifiuti.
Abbiamo
accettato di non vedere, non sentire, non parlare.
Abbiamo
accettato che la libertà fosse scegliere fra un'automobile blu e una rossa.
Abbiamo
accettato di credere alle pubblicità quindi di essere trattati da persone
incapaci di intendere e di volere.
Abbiamo
accettato di eleggere persone che palesemente, pervicacemente e costantemente
ci danneggiano e ci prendono in giro.
Se ora
il sistema che ci ha offerto tutto questo, e che noi abbiamo accettato, ci
offre una roulette russa con tanto di firma del consenso, per quale motivo
dovremmo indignarci?
Se
della libertà, dei diritti, della coscienza, della conoscenza, della tutela del
nostro ambiente, quindi della nostra casa e della nostra salute, non ci è mai
interessato granché, per quale motivo ora dovremmo stupirci di chi, forte del
nostro coma profondo, passa all’incasso completo?
Non è
il naturale, ovvio, assolutamente prevedibile epilogo di tutte le nostre scelte?
In
fondo si tratta solo di aver accettato troppe volte la drammatica banalità del
male.
Iniziare
a non accettare più è la strada verso un mondo e una vita che abbia un futuro
degno di questo nome. Disobbedire. (Gros Frederic).
L'Europa
e il padrone
Americano.
Repubblica.it
- HELMUT SCHMIDT-(20-1-2022) – ci dice:
Chi
ripercorre con la memoria i primi cinquant' anni della Nato, deve ammettere che
senza l'impegno americano per la ricostruzione e la libertà dell' Europa, senza
il Patto Atlantico e il piano Marshall, Stalin e Krusciov avrebbero potuto
sottomettere anche la metà occidentale
dell' Europa.
George
Marshall, Dean Acheson, George Kennan, soprattutto il Presidente Truman e
l’intera nazione americana, hanno meritato la gratitudine degli europei.
Tuttavia, per chi cerca di considerare i successivi cinquant' anni
dell’alleanza atlantica, non é facile far tacere i dubbi sui personaggi di
Washington che oggi sono a capo della politica estera.
Nel
1949, quando la Nato é stata fondata - perché l' Europa occidentale, e in
seguito gli stessi Usa, erano minacciati da una potente forza militare
avversaria - la popolazione del globo era meno di tre miliardi.
Oggi è di sei miliardi e nel 2050 sarà di
oltre dieci miliardi.
Il
vertiginoso aumento della popolazione determinerà in molte parti della terra
gravi problemi di alimentazione e di occupazione e guerre locali.
Davanti
a questi problemi mondiali, la costituzione della Nato, sotto l'egida di
Washington, costituisce un aiuto relativo per la formazione di una forza d'
intervento militare su scala mondiale, che non potrebbe far fronte alle future
crisi in Asia, in Africa o in America
Latina.
Anche
nel Kosovo e nella penisola balcanica essa può, in linee generali, reprimere
con la forza i conflitti, ma non risolverli in modo duraturo.
L'
alleanza militare occidentale può essere paragonata a un’assicurazione sulla
vita a condizione di reciprocità , che nessuno dei partner desidera mettere in
gioco.
Tuttavia,
essa non è lo strumento per risolvere tutti i problemi al di fuori dei
territori degli stati membri.
L'
occidente, nel complesso, è privo di una strategia globale.
Alla classe politica americana risulta
particolarmente arduo immaginarsi la struttura del potere del prossimo secolo.
Naturalmente, l'America resta una potenza
mondiale, anche se per molti anni ha dovuto avvalersi di gigantesche
importazioni di capitale netto dal resto del mondo.
Ma
anche la Russia rimane una potenza, per il suo stesso enorme territorio, le
ricchezze del suo sottosuolo e il suo armamento militare, anche se la debolezza
odierna durerà ancora per più di una
generazione.
La
Cina si avvia a diventare rapidamente una grande potenza.
Si può
immaginare che seguirà poi l'India, mentre il Giappone resta, quanto meno, una
grande potenza finanziaria, nonostante la sua attuale crisi.
E
l'Unione Europea, nel corso dei prossimi decenni, può diventare una potenza
mondiale.
La
"nuova Nato", che gli americani vogliono tenere a battesimo, deve
fare in modo - così¬ almeno spera qualcuno, dal ministro degli esteri Albright
all' ex consigliere per la sicurezza Brzezinski - che gli europei, anche nel
nuovo secolo, si facciano guidare da Washington.
Questa
aspettativa ha soltanto una probabilità limitata. Poiché l' arroganza,
generalmente motivata dalla politica interna, con la quale Washington impone i
suoi attuali interessi e la sua preponderanza, dà sempre più sui nervi a molti europei.
D'
altro canto, per gli americani non possono offrire una strategia globale a
lungo termine.
Essi
non hanno una linea politica chiara sia nei confronti della Russia, sia della
Cina, per non parlare dell'India e dell’Islam.
Non
hanno neppure alcuna strategia per l'economia mondiale e per l'ecologia del
globo.
Per loro è chiara soltanto l'idea del loro
ruolo futuro di potenza mondiale militare e politica.
L' ampliamento della Nato, con l'annessione
della Polonia nonché dell'Ungheria e della Repubblica Ceca, e l' impegno nei
Balcani, sono le conseguenze di quest' idea.
I
leader politici e militari russi non hanno potuto impedire l'ampliamento della
Nato;
dovranno
accettare il fatto, ma lo sentiranno come una spina nel fianco.
L'
occidente non ha fatto niente che fosse sufficiente a lenire i dolori provocati
da questa spina.
I motivi di ampliamento di Washington erano
dettati non soltanto dalla politica di potere, ma anche dalla politica interna:
si trattava di voti di americani di origine polacca, ceca e ungherese e anche
di commesse per l'industria della difesa americana e dei suoi posti di lavoro.
A Washington sono stati calcolati per i
prossimi quindici anni enormi investimenti militari dei tre nuovi stati membri
della Nato: da 60 a oltre 100 miliardi di dollari Usa.
Come
se per Varsavia, Praga o Budapest, non fossero molto più importanti
investimenti civili e come se niente fosse più superfluo di una corsa agli
armamenti.
In realtà
c' era soprattutto il desiderio impellente della grande maggioranza di
quei popoli all' ammissione.
Molti
russi vivono come un'umiliazione lo spostamento a oriente del confine del
territorio Nato.
Perciò,
uno dei più importanti compiti futuri sarà
quello di creare un buon rapporto di vicinato
con la Russia.
Le
alleanze formali sancite dall' Ocse, dal trattato Nato-Russia e dalla
Conferenza per la sicurezza in Europa, non saranno assolutamente sufficienti a
tale scopo.
Un
serio attacco militare ai territori degli Stati alleati della Nato - o
addirittura una terza guerra mondiale - appare oggi improbabile.
Invece,
ci si può aspettare il dilagare - in prevalenza al di fuori dell' Europa - di
guerre regionali o anche intestine.
Spetta in primo luogo alle Nazioni Unite e al
Consiglio di Sicurezza stabilire fino a che punto queste guerre siano
dominabili dall' esterno;
quasi tutti gli Stati del mondo hanno
sottoscritto la Carta delle Nazioni Unite.
Ma
esistono sufficienti esempi di interventi fallimentari delle missioni Onu, che
dovrebbero stabilire e garantire la pace.
Per
questi casi la Carta delle Nazioni Unite prevede il diritto all' autodifesa.
Essa
non legittima alcun intervento da parte di terzi, tranne che su decisione e
incarico del Consiglio di Sicurezza dell' Onu.
Significativo l’esempio della Jugoslavia,
Stato artificiale, fondato nel 1919, ripristinato nel 1945 e poi disciolto.
Le
potenze mondiale sono intervenute in quella regione con missioni politiche e
militari per mettere fine agli assassinii e alle espulsioni - e con il consenso
innanzi tutto dell' Onu.
Le
bombe che hanno colpito successivamente Belgrado e l' esercito serbo hanno un
fondamento molto fragile per quanto riguarda il diritto internazionale. Non
hanno l’approvazione del Consiglio di Sicurezza.
Nessuno
Stato membro dell'alleanza Nato è impegnato a partecipare attivamente nei
Balcani.
L'
impegno di assistenza dei partner, contemplato nell' articolo 5 del Patto
Atlantico, si riferisce soltanto agli attacchi contro i territori espressamente
indicati nell' articolo 6 dei partner dell'alleanza.
No i croati, no i bosniaci o il Kosovo ne
fanno parte.
Chi
conosce la storia dei Balcani dal declino dell'Impero ottomano e dalla fine
della doppia monarchia austro-ungarica, resterà profondamente scettico nei
confronti di ogni intervento militare nei Balcani, inteso a ristabilire la
pace.
Nel
migliore dei casi - dopo la morte di molti soldati e civili - si arriverà alla formazione di un protettorato
occidentale, sostenuto militarmente.
Non si può essere certi che l’opinione
pubblica degli Stati coinvolti, in considerazione delle perdite dei propri
uomini, non porterà alla sospensione
anticipata dell’intervento militare.
Il
governo americano scorge negli avvenimenti attuali, sul terreno della
ex-Jugoslavia, la possibilità di creare un precedente per futuri casi in altre
parti del mondo.
Il
Consiglio della Nato ha deliberato nel 1996 l'istituzione delle “Combined Joint
Task Forces” (Cjtf), con il compito non dichiarato di effettuare operazioni out
of area.
Il gran numero e la mancanza di chiarezza di
tutte le decisioni prese dal Consiglio Nato preoccupano.
Tuttavia,
un democratico deve auspicare urgentemente un dibattito pubblico approfondito,
prima che venga messo in atto un allargamento sostanziale degli obiettivi dell'
alleanza.
Nel caso si giunga al risultato di ampliare
gli incarichi dell’alleanza e gli obblighi dei suoi partner, ogni integrazione
del Patto Atlantico dovrà avvenire in conformità con i contenuti della Carta
delle Nazioni Unite.
L' ultima decisione spetta al Consiglio di
Sicurezza, anche nei casi di diritto all' autodifesa.
L'
atteggiamento americano nelle Nazioni Unite non è stato sempre chiaro nei
decenni passati.
Quindi,
il Congresso ha impedito che gli Usa pagassero regolarmente i loro contributi
finanziari.
Dall' eliminazione della minaccia sovietica,
la classe politica americana non ha più l’omogeneità in politica estera del passato.
Nel
complesso, l’America dimostra, come sempre, una grande vitalità, ma al tempo
stesso dà prova di minore avvedutezza e continuità nella strategia della politica estera
rispetto ai decenni passati.
Chi,
in quanto europeo, vuole allargare gli incarichi dell' alleanza nordatlantica a
livello di contenuti e di territorio, deve mirare a definizioni precise, a
causa di possibili oscillazioni delle posizioni e degli obiettivi in politica
estera dell' America. Allo stesso modo, un americano lungimirante, nell'
interesse della sua Nazione, deve dare il massimo valore a definizioni
univoche.
La visione illusoria della potenza mondiale
americana, che, nella sua veste di mediatrice e garante della pace planetaria,
mantiene l’ordine nel mondo, non può cancellare i ricordi della Corea o del
Vietnam, del "Desert Storm" e di altre "missioni di pace"
basate su ingenti spiegamenti di armi.
La
nazione americana sarà portata anche in
futuro a diffondere in tutto il mondo il proprio ordine di valori e l' “American
way of life”, ma sarà disposta ad
accettare elevate perdite di vite umane in guerre altrui soltanto in casi
eccezionali e di portata drammatica:
soltanto
nei casi, in cui si trovi in gioco un interesse vitale della nazione.
In
tutti gli altri casi, gli Stati Uniti si limiteranno a impiegare la loro alta
tecnologia militare e di telecomunicazioni, stando a distanza di sicurezza.
Altrimenti
si appoggeranno alle truppe dei loro alleati.
Comunque
la strada è ancora lunga.
In
considerazione del perdurare dei poteri interni, ancora molto sentiti nelle
Nazioni dell’Ue, essa può essere difficilmente accorciata.
Infine, nella storia del mondo non esiste
alcun modello, alcun parallelo per unire politicamente ed economicamente, in
modo spontaneo, 20 nazioni autonome con le loro lingue e le loro eredità storiche e culturali, ricche di molti secoli.
L'
integrazione dell’Europa richiederà anche nel XXI secolo molti piccoli e grandi
passi.
Nel
frattempo, l' alleanza fra Europa e Nord America resta quanto mai auspicabile.
Tuttavia, l’Unione Europea non dovrebbe diventare un satellite strategico di
Washington.
Perciò
il cinquantesimo anniversario della nostra proficua alleanza nord-atlantica non
deve portare al prevalere dei sentimenti sull' analisi lucida di futuri compiti
e possibilità.
Per gli europei, come per i canadesi, è
rassicurante essere alleati con gli Stati Uniti in un patto di difesa.
Tuttavia,
questo patto non può garantire la pace in tutto il globo e neppure risolvere
gli enormi problemi di natura non militare, che incombono sull' umanità nel XXI secolo.
Perché
l’Italia è così subalterna
a NATO
e Stati Uniti?
Volerelaluna.it – (03-05-2022) - Guido Ortona
– ci dice:
Dopo
oltre due mesi di guerra alcune cose sono ormai chiare.
Una prima è che la Russia ha incontrato una
resistenza superiore a quella attesa, e quindi che non possiamo fare
affidamento su una loro ipotetica strategia di guerra breve.
Una
seconda è che gli Stati Uniti puntano a una guerra di lunga durata, «anche
dieci anni» secondo Zelenski intervistato dalla CNN, e di conseguenza non
vogliono trattative (come ha giustamente osservato fra gli altri Domenico
Quirico, certo non sospettabile di simpatie putiniane).
Questo
del resto era lecito attendersi date le strategie geopolitiche di quel paese e
il peso della lobby militare-industriale.
«Questa guerra, a parte chi la soffre, ha
molti, troppi, seguaci.
Perché
tutti – il presidente Biden, la Nato, Putin – proclamano che questa guerra sarà
lunga?
Intanto
perché i fabbricanti di armi ci guadagnano» dice padre Enzo Bianchi
intervistato dal Fatto Quotidiano il 20 aprile.
«Dal
pacchetto di mischia capeggiato dagli Usa sarebbe ora si levassero voci
critiche dei governi europei per chiedere di promuovere la fine delle ostilità,
anziché la perentoria campagna per la sconfitta totale di Putin, che potrebbe
durare anni» dichiara il generale Leonardo Tricarico, ex-capo di stato maggiore
dell’aeronautica italiana (Il Fatto Quotidiano, 22 aprile).
A
quanto pare Biden ha già speso più di 4 miliardi in un anno per inviare armi
all’Ucraina (di cui 600 milioni prima dell’inizio della guerra: vedi La Stampa
del 22 maggio).
4
miliardi spesi sono 4 miliardi incassati da qualcuno, e più la guerra dura più
questo qualcuno ne incasserà.
Ci sono almeno 4 miliardi dollari (per ora)
che sperano che la guerra non finisca presto.
In
realtà molti di più: la guerra in Ucraina ha contribuito, e molto, a far crescere
le spese militari negli USA di circa 40 miliardi, e i padroni di questi
miliardi sicuramente preferiscono che la guerra duri a lungo.
Ogni
cittadino ucraino ha in media procurato 1000 dollari di ricavi aggiuntivi a
costoro:
abbastanza
per giustificare il sospetto che il nesso di causalità non vada solo dalla
necessità di aiutare gli ucraini a una maggiore spesa militare, ma in grande se
non in massima parte nel senso opposto.
La
necessità di aumentare le spese militari ha fatto sì che si propiziasse la
massima durata della guerra in Ucraina.
«Se il negoziato non c’è, perché gli Usa non
lo vogliono, la guerra va a vanti chissà quanto.
Ed è una cosa spaventosa» (gen. Marco
Bertolini, ex comandante del Vertice interforze e della Brigata Folgore, Il Fatto
Quotidiano, 22 aprile).
L’evidenza
che dimostra come gli USA vogliono una guerra lunga si accumula giorno dopo
giorno:
il 25 aprile il New York Times scrive che il
segretario alla difesa, Lloyd J. Austin III, ha dichiarato
:
«Vogliamo vedere la Russia indebolita al punto di non potere fare più le cose
che ha fatto invadendo l’Ucraina»,
cosa
che certamente richiede parecchio tempo (oltre che parecchi soldi intascati da
qualcuno e molte vittime in più).
Infine, sappiamo che la guerra “fino alla
vittoria finale” avrà effetti deleteri, forse catastrofici, sull’Europa, e
soprattutto sull’Italia (e forse la Germania).
«In questi due mesi, Putin ha fatto scelte che
non paiono sempre ponderate e ciò lo rende più pericoloso, specie se si sentirà
con le spalle al muro» dichiara il generale Antonio Li Gobbi, ex direttore
delle operazioni presso lo Stato maggiore della Nato (Il Fatto Quotidiano, 22
maggio).
E forse non a caso nessuno dice quale dovrà
essere questa vittoria finale. Inizialmente Zelenski aveva proposto neutralità
dell’Ucraina e riconoscimento dell’autonomia del Donbass;
se lo dicesse oggi metterebbe la NATO in
imbarazzo.
«Si può e si deve discutere sull’opportunità e
sulla moralità per l’Occidente – l’impero americano – di combattere contro i
russi fino all’ultimo ucraino.
Ma almeno bisogna riconoscere a Kiev il
diritto ‒ e il dovere ‒ di stabilire che cosa voglia», scrive Lucio Caracciolo
(La Stampa, 23 aprile).
Occorre
allora domandarsi perché l’Europa adotti questa politica, sia pure con qualche
segno di insofferenza:
credo che l’unica risposta possibile sia che
il controllo degli USA sul nostro continente è molto maggiore di quanto
pensavamo e speravamo.
Washington ha ordinato e Bruxelles ha eseguito.
Non so
quale bastone e quale carota siano stati usati per convincere (per esempio) il
primo ministro tedesco Scholz, che aveva cercato di ribellarsi, e forse
preferisco non saperlo.
Come
scrive l’Economist (16 aprile), «quando l’America dice ad altri paesi “fate
attenzione”, loro capiscono di cosa sta parlando».
Quanto
sopra solleva un’ulteriore questione, ed è di questa che qui mi occupo: perché
ci sono in Italia così tanti natofili?
Con
questo termine definisco coloro che pensano che si debba continuare la guerra
fino alla sconfitta di Putin, indipendentemente dalla sua durata, anziché
cercare una soluzione di compromesso adesso.
La
pace comporterà inevitabilmente un compromesso, ed è ovvio che ben
difficilmente le migliori condizioni che si otterranno allora compenseranno le
vittime che si avranno nel frattempo.
È certo anche che più a lungo durerà la
guerra, maggiori saranno i danni che l’Italia subirà per quanto riguarda la sua
indipendenza energetica e militare, vale a dire la sua indipendenza tout court.
È
difficile comprendere, perché qualcuno a sinistra possa pensarla così, anche
perché ciò va contro quel che predica uno dei leader più amati dalla sinistra,
cioè il Papa.
«Non
abituiamoci alla guerra», aveva esortato nella sua omelia pasquale.
Eppure
a volersi abituare ad essa sono in molti anche a sinistra.
Come
mai?
Escludo da ogni considerazione coloro che
pensano che gli USA siano intervenuti per motivi ideali, per difesa della
libertà come valore occidentale ecc. (più sotto argomenterò che l’ignoranza è
spesso comprensibile e scusabile, ma oltre un certo limite l’ignoranza è
imperdonabile).
Spero, e credo, che siano in pochi a pensarla
così.
A
parte costoro, penso che i natofili rientrino in cinque categorie, con
possibili sovrapposizioni.
La
prima è
quella degli sciocchi (nel senso di persone che affermano cose contraddittorie
o accettano assunti non validi), come coloro che dicono che Putin è un pazzo
assassino armato di bombe atomiche, e quindi bisogna combattere fino alla
vittoria o quelli che dicono che ci sono solo due alternative, essere agli
ordini di Putin o a quelli di Biden (ma su ciò tornerò alla fine).
Con
sollievo constato che questa posizione è poco diffusa, a quanto posso
giudicare, fra il popolo;
con rammarico constato che è piuttosto comune
fra” i maitres à ne pas penser” che scrivono sui giornaloni.
«C’è un innamoramento della guerra, un incanto
per la forza così diffuso che ci porta a disconoscere la Costituzione e
l’umanità» scrive Enzo Bianchi.
Mi
pare che Repubblica subisca questo fascino assai più della casalinga di Voghera
(almeno per ora: bisogna vedere quanto costei resisterà all’offensiva
mediatica).
La
seconda categoria è quella di coloro che pensano che una guerra di lunga durata
sia condizione necessaria per ottenere la pace migliore possibile.
L’idea di chi la pensa così non è confutabile:
che
dieci anni di guerra portino a una pace migliore per gli ucraini di quella che
si potrebbe ottenere adesso se lo si volesse “là dove si puote ciò che si vuole”
non può che essere un oggetto di fede, e pertanto non è confutabile.
Se ne
riparlerà forse fra dieci anni.
Penso
che chi la pensi così preferisca una pace giusta a una pace, quali che siano i
costi che ciò comporta, per l’Ucraina e per l’Italia (e per altri).
“ Fiat
iustitia pereat mundus”, se necessario.
A me sembra una posizione sbagliata, ma è
coerente.
In
questa categoria, quella delle posizioni errate ma coerenti, rientra anche chi
crede in buona fede che bastino ancora poche settimane, ancora un piccolo
sforzo, ancora pochi miliardi di dollari, ancora poche migliaia di armi e poche
migliaia di vittime perché l’Ucraina
vinca la guerra, e che ne valga la pena.
Questa
idea era relativamente plausibile fino a qualche settimana fa, ora lo è assai
meno.
Chi lo pensasse in buona fede dovrà correggersi,
mentre chi lo pensava per “wishful thinking “probabilmente non lo farà e come
tale rientra nella prima o nella terza categoria.
Infatti le “poche settimane di guerra”
iniziano ogni giorno.
Nessuno
riporterà in vita i caduti di ieri.
Se e
quando (speriamo ovviamente di no) ci sarà stato un milione di morti ci sarà
comunque chi penserà che ne bastano solo più diecimila per farla finita (e
saranno sempre più numerosi coloro che penseranno che bisogna anche vendicare
quel milione di morti, ma chi la pensa così rientra nella categoria di persone
con cui è inutile pensare che si possa avere un dibattito sensato).
La
terza categoria è quella degli ignoranti (non è vero che gli USA non vogliono trattative,
possiamo benissimo fare a meno entro pochi mesi del gas russo ecc.).
In
questa categoria includo anche coloro, probabilmente piuttosto numerosi, che
preferiscono essere ignoranti, per evitare informazioni che li obblighino a
cambiare idea.
Si tratta di un meccanismo psicologico noto e
diffuso, certamente presente anche in questo ambito.
Ovviamente
la diffusione di questa ignoranza è molto favorita dal sistema dei media
italiani (secondo Reporters sans frontières nel 2019 l’Italia era al 41esimo
posto nel rango internazionale della libertà di stampa).
Un’ignoranza
più dignitosa, che caratterizza anche parecchie persone di cui ho molta stima,
è quella di chi rifiuta a un certo punto di continuare a pensare.
Putin
è un imperialista sanguinario, bisogna fare qualcosa contro di lui, per motivi
di principio e di fatto. Ma che cosa?
Ammettere che è molto difficile trovare dei
rimedi che non siano peggiori del male obbligherebbe ad accettare l’idea che
probabilmente non esiste una soluzione giusta.
E di
fronte a un problema senza una soluzione accettabile l’atteggiamento che crea
meno problemi è pensare che il problema possa essere ignorato o aggirato.
L’idea
che siamo condannati a essere sempre più coinvolti in una guerra in Europa che
durerà anni, con l’inevitabile aumento del conflitto sociale e della barbarie
culturale che sempre accompagna le guerre, e che l’unica soluzione sia un
compromesso con un dittatore sanguinario è intollerabile.
È
meglio illudersi che una soluzione giusta ci sia, e fermarsi prima di doversi
domandare quale è.
Anche
questo è un meccanismo psicologico noto e documentato.
Alcuni pensano che tanto vale fare la guerra
ora, perché Putin vuole arrivare a conquistare l’Europa, e quindi bisognerà in
ogni caso combattere.
Ma penso che siano più numerosi coloro che
pensano in modo opposto: bisogna in ogni caso combattere, e quindi è giusto
pensare che Putin voglia conquistare l’Europa.
Risalendo
verso l’alto, abbiamo coloro che hanno da guadagnare dal prolungarsi dello
stato di guerra e dalla piaggeria verso gli USA, per motivi politici (a quanto
pare Letta vuole diventare segretario della NATO, ma se anche così non è,
criticare gli USA gli causerebbe comunque non pochi problemi), o personali
(molte carriere richiedono l’assenso di Bruxelles e probabilmente di
Washington), o economici (molti affari non si possono fare se Washington è
contrario: è di questi giorni la notizia che “Stellantis” ha sospeso la
produzione in Russia, e certamente non per motivi ideali).
Questo naturalmente spiega l’atteggiamento
sciovinista dei giornaloni e dei tele giornaloni.
Ma c’è
un’ultima categoria: e cioè quella di coloro che pensano che l’Italia è già una
colonia degli USA, e che questo stato di cose non può essere modificato.
Se le
cose stanno così allora la gara a chi è più servile ha senso: in un’Europa in
cui l’esercito americano “proteggerà” le nostre frontiere e l’Europa dovrà
comprare gas dagli USA e dall’Arabia Saudita sarà probabilmente conveniente
essere i servi più servili, sperando nella bontà del padrone.
Siamo obbligati a servirlo in una guerra
decennale, quindi facciamo finta di essere lieti di ciò.
Sarei molto contento, veramente molto
contento, di sbagliarmi, ma temo che costoro abbiano degli argomenti molto
validi a sostegno della loro posizione.
Più sopra dicevo che chi dice «o saremo servi
di Putin o saremo servi di Biden» è uno sciocco perché le alternative sono più
di due.
Forse
in realtà lo è perché sono solo una, e quindi non ci sono alternative. Forse la
grottesca bellicosità di Draghi non dipende dalla sua inettitudine, o non solo
da essa, ma in tutto o in parte anche dall’idea che ormai non ci sia più niente
da fare.
E temo
molto, temo veramente molto che abbia ragione.
Forse
davvero non c’è più niente da fare.
E
forse coloro che si illudono che la soluzione giusta sia dietro l’angolo hanno
ragione: non di pensarlo, ma di illudersi.
Se non c’è più niente da fare, “Meglio
menzogna che riscalda il cuore, piuttosto che del vero il gran furore”.
La guerra continuerà a lungo.
Le
principali basi nucleari degli USA in Europa sono in Italia, è difficile
pensare che gli USA ci lascino fare quello che vogliamo.
Allora è meglio pensare di essere nel giusto o
non pensare affatto, almeno si evita lo stress.
È un atteggiamento profondamente umano e
comprensibile per la Casalinga di Voghera e per suo marito, l’Uomo della
Strada.
È un atteggiamento disonesto per chi ritiene di essere
un intellettuale di sinistra.
IL
POTERE PIEGA I POPOLI
ABOLENDO
LA PROPRIETÀ PRIVATA.
Opinione.it
- Ruggiero Capone – (08 gennaio 2021) – ci dice:
Il
rapporto tra popolo e potere (o poteri) non è mai stato idilliaco, e
storicamente le conflittualità sono sempre state mediate da quelli che oggi
definiremmo corpi intermedi, ovvero religioni, tribuni del popolo, mafie,
sacerdoti, maghi, sindacalisti…partiti politici.
Va
detto che il potere ha sempre cercato di comprare i rappresentanti dei corpi
intermedi, quanto meno d’addomesticarli.
Inutile ribadire che la storia dei popoli è
diversa, ma presenta comunque similitudini.
Negli
ultimi duecento anni le aristocrazie storiche hanno pian pianino ceduto lo
scettro a quelle tecnologico-finanziarie.
Il
rapporto tra popolo e nuovi padroni del potere è stato comunque calmierato da
corpi intermedi come chiesa, sindacati e partiti politici (negli ultimi
settant’anni si sono aggiunte le organizzazioni internazionali).
Ma oggi siamo ad una svolta epocale, ad una
resa di conti, tra popolo e potere.
Questo
perché il potere non ha più bisogno del popolo, degli esseri umani.
Il
potere non ha più bisogno di braccia che lavorino nei campi o nelle fabbriche,
e nemmeno di tanti addetti alle manutenzioni edili ed urbane, troppi sono anche
insegnanti ed impiegati, pericolosi gli autonomi dediti ad artigianato e
commercio.
Questi
ultimi rappresentano per il potere l’insidiosa classe che potrebbe azionare
l’ascensore sociale, tentando la prevaricazione economica nei riguardi del
potere consolidato.
Per bloccare
ogni tumulto, quindi evitare che vengano insidiati i poteri, è stato siglato un
patto di stabilità tra i gruppi mondiali che detengono il potere.
Il patto tra poteri (amministratori di gruppi
finanziari, multinazionali tecnologiche ed industria della sicurezza) prende il
nome di “Great Reset”, ed è stato siglato al Forum di Davos circa vent’anni fa,
nel 2001:
durante
quell’appuntamento, dal titolo “Global information technology report”, si definirono a Davos le basi del
“Great Reset”.
Il 2
gennaio 2021, Maurizio Blondet ha pubblicato un estratto dell’Economist
(settimanale di Sir Evelyn de Rothschild) in cui si acclarano i postulati di
quello storico accordo di Davos:
ovvero soppressione della proprietà privata,
limitazione della mobilità dei popoli, limiti al lavoro creativo ed
individuale, introduzione della moneta elettronica per scongiurare risparmio
individuale ed accumulo di danaro fuori dal controllo dei sistemi bancari,
rafforzamento delle norme di sicurezza al fine di controllare l’agire degli
individui.
Norme e metodiche che, i potenti di Davos
hanno fatto digerire alle politiche nazionali come antidoto alla distruzione
del pianeta.
In pratica la salvaguardia del Pianeta
verrebbe garantita con la schiavitù dei popoli.
Nicoletta
Forcheri ha già documentato la mitica riunione di Davos sulla web-tv ByoBlu,
determinando l’ira del conformismo mediatico italiano: non dimentichiamo che gran parte dei
giornalisti italioti gradivano essere ospiti negli alberghi di Davos.
Nel
2016 il piano del Forum di Davos viene illustrato dall’Istituto Mises: ovvero
diviene di dominio pubblico la volontà del potere di abolire la proprietà
privata.
Il titolo di quel rapporto (e programma) è “No privacy, no property: the world in
2030 according to the Wef”.
Quindi
entro il 2030 i potenti della terra contano d’aver convinto tutti gli stati del
pianeta ad abolite per legge la proprietà di alloggi e strumenti di produzione.
In questo progetto del potere si rivela
provvidenziale la pandemia da Covid, che sta di fatto agevolando la
criminalizzazione del lavoro umano (valutato come primo fattore
d’inquinamento), del turismo di massa e della socializzazione umana in genere.
La pandemia sta anche favorendo il
depauperamento del risparmio individuale di coloro che non sono parte del
sistema: ovvero tutti gli individui che non lavorano per entità statali e
multinazionali.
Perché il Great Reset prevede che debbano
essere chiuse tutte le attività individuali artigianali e commerciali, e per
favorire l’accordo unico tra grande distribuzione e commercio elettronico.
Obiettivo
dei signori di Davos è far decollare il reddito universale (la “povertà
sostenibile”) entro il secondo trimestre 2021: sarebbero proprio artigiani e
commercianti a dover per primi abbandonare le rispettive attività per piegarsi
ad un programma di “povertà sostenibile”.
La pandemia s’è rivelata fondamentale per
l’opera di convincimento al non lavoro.
“Oltre
la privacy e la proprietà” è una pubblicazione, per il World economic forum,
dell’ecoattivista danese Ida Auken (dal 2011 al 2014 ministro dell’Ambiente
della Danimarca, ancora membro del Parlamento danese) e parla d’un mondo “senza privacy o
proprietà”: immagina un mondo in cui “non possiedo nulla, non ho privacy e la
vita non è mai stata migliore”.
L’obiettivo è entro il 2030 (scenario di Ida
Auken) che “lo shopping e il possesso sono diventati obsoleti, perché tutto ciò
che una volta era un prodotto ora è un servizio. In questo suo nuovo mondo
idilliaco, le persone hanno libero accesso a mezzi di trasporto, alloggio, cibo
e tutte le cose di cui abbiamo bisogno nella nostra vita quotidiana”.
I
poteri si sono inseriti in questi disegni utopici e, per fare propri tutti i
beni dei popoli, hanno elaborato la trappola della “povertà sostenibile”, il
reddito di base garantito.
Antony
Peter Mueller (professore tedesco di Economia) sottolinea che questo progetto
va oltre il comunismo più estremo.
“L’imminente
esproprio andrebbe oltre anche la richiesta comunista – nota Mueller – questa
vuole abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma lascia spazio ai
beni privati.
La proiezione del Wef afferma che anche i beni
di consumo non sarebbero più proprietà privata (…) secondo le proiezioni dei
“Global future Councils” del Wef, la proprietà privata e la privacy saranno
abolite nel prossimo decennio.
Le
persone non possederanno nulla. Le merci sono gratuite o devono essere prestate dallo
Stato”.
“La
proprietà privata è di ostacolo al capitalismo”, afferma l’Economist nel suo
elogio alle politiche del Forum di Davos.
L’Fmi
(Fondo monetario internazionale) ha sposato il programma del Forum di Davos, infatti è partito il programma
mondiale di reset del debito: in cambio gli stati con maggiore debito pubblico sarebbero i primi a
dover garantire ai poteri dei potenti che i cittadini perdano per sempre la
proprietà privata di qualsiasi bene.
E chi
gestirebbe i beni confiscati?
Le
élite globaliste, che pensano di risolvere il problema abolendo mondialmente la
proprietà privata, hanno già predisposto un unico fondo planetario che
controlli i diritti sui beni e terreni.
L’idea, davvero utopica, veniva per la prima
volta paventata da George Soros nel 1970, due anni dopo la sua invenzione degli
“hedge fund”:
il
cosiddetto “sistema finanziario buono” che convinse moltissimi hippie
sessantottini a trasformarsi in yuppies finanziari di successo.
Ora
che il pianeta è ancor più bruciato dai debiti, gli stessi tentano di
reinterpretare Karl Marx e Friedrich Engels, e questa volta lo fanno raccontandoci
che c’è in “dispotismo
asiatico buono” e che poggia sull’“assenza della proprietà privata…chiave della pace per i
popoli”.
Un
particolare, non secondario per noi italiani, è che ai passati Forum di Davos
era ospite fisso Gianroberto Casaleggio (fondatore dell’omonima azienda che
controlla i 5 Stelle): ne deriva che, su noi italiani potrebbe abbattersi la
sperimentazione d’abolizione della proprietà privata.
Un
programma che partirebbe certamente con una modifica costituzionale: del resto
l’Unione europea chiede da almeno un decennio che lo stato ponga limiti alla
libertà privata in Italia (circa l’80 per cento dei cittadini italiani vivono
in case di proprietà).
Ecco
che i pignoramenti europei, che dovrebbero colpire i proprietari anche per
minimi importi, agevolerebbero la transizione delle proprietà italiane verso un
fondo immobiliare europeo.
Poi la
carestia e la mancanza di danaro che decollerebbero entro luglio 2021
(interruzione programmata delle catene di rifornimento) darebbero alla società
la grande instabilità economica utile alla svendita dei beni ai grandi gruppi
finanziari:
i “compro casa” (collegati alle grandi
finanziarie) stanno affacciandosi al mercato insieme ai “compro oro”.
Di
fatto, i potenti della terra stanno riportando l’orologio della storia al tempo
di sumeri, babilonesi ed egiziani pre-ellenistici: quindi a prima che il diritto
romano desse certezza alla proprietà privata.
Quest’ultima
garantiva la libertà dei cittadini, la loro non sudditanza verso un unico
padrone, era meritocratica perché costruita da colui che lavorava e risparmiava.
Ecco perché lo scrivente condivide le parole
(e l’appello) di Maurizio Blondet: “Ciò che viene venduto al pubblico come promessa di
uguaglianza e sostenibilità ecologica è in realtà un brutale assalto alla
dignità umana e alla libertà”.
Del
resto, il discorso di buon anno di Angela Merkel non lascia spazio a
fraintendimenti:
la
potente tedesca ha detto che necessita colpire giudiziariamente i pensatori
complottisti, istituendo un reato europeo di negazionismo che permetta di
punire chi critica verità processuali, giudiziarie, finanziarie e scientifiche.
La proprietà privata, ed il lavoro libero ed
individuale, danno all’uomo libertà e lo sottraggono all’omologazione ordinata
dai potenti.
L’Occidente sta accettando supinamente una dittatura
da cui è difficile sortire, perché sicurezza informatica, forze di polizia
(eserciti e security di multinazionali), magistratura e governi sono illuminati
dai potenti di Davos.
Ed i
potenti gestiscono il potere come la propria fattoria, parafrasando il
dittatore paraguaiano Alfredo Stroessner: in Paraguay le forze dell’ordine
giuravano fedeltà al potere.
Quest’ultima
è consuetudine in tutte le multinazionali, le stesse che oggi stanno
subentrando al controllo degli stati democratici.
Verso
la fine dell'umanità?
Giornalesentire.it
- Thierry Vissol – (22 settembre 2022) – ci dice:
(Direttore
del Centro di Libera Espressione -Fondazione Giuseppe Di Vagno)
Per la prima volta nella sua lunga storia,
l'umanità è in crescente e reale pericolo, forse inevitabile, di estinzione a
causa delle attività sconsiderate dell'homo sapiens.
La
paura della fine del mondo, dalla preistoria fa parte del patrimonio culturale
dell'umanità.
Era
legata all'osservazione del ciclo della vita, alle catastrofi dovute a
cataclismi, al maltempo e alle carestie, alle pandemie, terrificanti e
inspiegabili.
Ma fin
dall'antichità, il rapporto tra i cambiamenti climatici e le concomitanti
catastrofi per le persone e i governi è stato oggetto di analisi e riflessioni.
Ippocrate,
Aristotele e i loro seguaci pensavano alla Terra come a un insieme unificato,
un sistema di flussi materiali che collegano suolo, oceano, atmosfera e
vegetazione.
Plinio,
nella sua "Storia naturale", affermava che gli esseri umani potevano
contribuire a modificare la pioggia, il calore e il vento.
Quindi, la questione del rapporto biunivoco
tra clima e attività umana è diventata un'importante questione politica,
oggetto di studi e dibattiti appassionati.
Dal
Settecento, scienziati e politici si sono posti due domande: questi cambiamenti
climatici sono spontanei? Oppure derivano dagli effetti dell'azione umana?
Da
meta' del secolo scorso, lo studio sistematico della storia del clima e le
ricerche in climatologia hanno permesso di rispondere affermativamente a
entrambe le domande.
Sebbene
il clima fu relativamente stabile negli ultimi 12.000 anni, ha subito
variazioni talvolta significative per decenni o addirittura per secoli,
sconvolgendo la vita degli esseri viventi, della fauna e della flora.
Queste
variazioni erano dovute principalmente a cause astronomiche, ma anche
all'attività umana.
L'aumento medio della temperatura (+1,2%)
dalla fine della "Piccola Era Glaciale" intorno al 1850, i cui
effetti si fanno sentire in modo sempre più allarmante, non può essere negato.
Naturalmente,
è difficile valutare l'esatta proporzione delle cause astronomiche, che sono
indiscutibili, e distinguerle da quelle antropiche.
Tuttavia, è innegabile che l'attività umana e
il progresso tecnico, l'urbanizzazione, l'agricoltura intensiva e la deforestazione
hanno sempre avuto un impatto sul clima.
Tuttavia, mai nella misura in cui lo
conosciamo dal 1950, principalmente per tre motivi.
Il
primo è che, nonostante la non vincolante Convenzione quadro delle Nazioni
Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992, e gli impegni a parola degli Stati assunti
nelle 26 COP (Conferenze dei 197 firmatari), le temperature e le emissioni di
gas serra (GES) continuano ad aumentare.
Tra il
2000 e il 2021, i GES prodotti dai combustibili fossili sono aumentati del
47,4% rispetto al 13,1% registrato tra il 1989 e il 2000.
Tutti
i Paesi del mondo continuano a promuovere politiche economiche in
contraddizione con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi (2015), riaffermato a
Glasgow nel 2022, di ridurre le loro emissioni di GES per limitare il
riscaldamento globale a meno di 2° C, e se possibile (sic!) a 1,5°C.
La
guerra della Federazione Russa contro l'Ucraina, e forse quelle che verranno,
stanno spingendo molti Paesi a riaprire o sviluppare centrali elettriche a carbone.
Di
conseguenza, l'ultimo rapporto IPCC, pubblicato nel febbraio 2022, prevede che
le temperature aumenteranno di 1,5°C entro il 2030 e potrebbero raggiungere i
3,5-5°C entro il 2100 se non si interviene.
Ora,
le soluzioni attualmente proposte avranno solo un effetto marginale rispetto
alla sfida, sia che si tratti di "transizione energetica", di
"crescita sostenibile" (comprese le auto elettriche), sia che siano
solo di facciata, del "green washing", perché si basate su tecnologie
che non esistono ancora o sono difficili da implementare o sono pericolose,
come la "carbon neutrality", proposta per il 2050 dalle
multinazionali, responsabili del 70% delle emissioni di GES.
La
seconda ragione è l'esistenza di effetti a cascata e di retro-effetti.
Due esempi tra tanti.
La riduzione delle superfici ghiacciate riduce
l'effetto di riverbero dei raggi solari, aumentando così il riscaldamento della
terra e del mare, interagendo negativamente con gli ecosistemi.
Lo
scioglimento del permafrost, che si sta verificando per la prima volta dalla
fine dell'ultima era glaciale, libera batteri che decompongono la biomassa
immagazzinata nel suolo ghiacciato, provocando emissioni di CO2 e di metano,
accelerando il riscaldamento globale.
Inoltre, esiste un'enorme inerzia nei processi
climatici e una relazione esponenziale - non lineare - tra l'aumento della
temperatura e gli eventi meteorologici estremi.
Tanto
che, come nota lo storico della scienza e del clima Pascal Acot: "Se
mettiamo insieme tutte le inerzie ecologiche, e quindi climatiche, del pianeta,
e tutti i punti di non ritorno in ogni processo di degrado degli equilibri
ecosistemici, otteniamo una risultante teorica, cioè un momento davanti a noi
in cui non potremo più tornare indietro".
Infine,
l'umanità ha intrapreso - a occhi chiusi e nell’indifferenza generale - il
cammino verso una società totalmente digitale.
Questa
involuzione, oltre all'impatto in termini di libertà individuali e di
espressione dovuto a una sorveglianza sistematica delle nostre attività e
comunicazioni, presenta, nel peggiore dei casi, un rischio estremo di collasso
di questa nuova civiltà o, nel migliore dei casi, una spaccatura delle società
tra chi controlla e chi è controllato.
Questa
società interconnessa e ancora più interdipendente di quanto non lo sia
diventata con lo sviluppo industriale e tecnologico.
La
crisi di Covid, e poi la guerra in Ucraina, ci danno un'anticipazione delle
conseguenze di tale interdipendenza e iperspecializzazione, quando vengono
sconvolte dall'interruzione del commercio e dalla disorganizzazione delle
catene del valore.
Le cascate di effetti e retro effetti
dovrebbero incoraggiare la cautela nell'evoluzione verso società sempre più
interdipendenti e dipendenti da un'unica tecnologia tanto invasiva quanto
fragile.
Il cyberspazio, oltre al software, ai
protocolli e alle informazioni che vi circolano, si basa su infrastrutture
fisiche: server DNS, router, cavi, satelliti, ecc.
Esse
sono molto complesse, difficili da gestire e proteggere, richiedono una
manutenzione costante e sono ad alta intensità energetica (7,3% delle emissioni
di GES).
Sono
quindi estremamente fragili e suscettibili di guasti sistemici o attacchi
distruttivi.
Tali
"fallimenti sistemici" porterebbero contribuire al collasso delle
nostre società.
La
voracità dei nostri sistemi economici e il richiamo del profitto a tutti costi
sono i fattori autodistruttivi delle nostre società coercitive e
saccheggiatrici.
Gli
effetti dell'avidità, della violenza, dell'ignoranza, del fanatismo, della
miopia politica, della sovrappopolazione, dell'eccessivo sfruttamento di tutte
le risorse disponibili, così come la competizione tra le grandi potenze e le
multinazionali per accedervi, sono i presupposti di una catastrofe annunciata.
Qualche
anno fa, il fisico e filosofo Jean-Pierre Dupuy, poneva una domanda cruciale:
"Siamo solo capaci di credere a ciò che
sappiamo, di prevedere questa spirale di collasso e di agire per porvi
fine?".
Una
domanda alla quale, allo stato attuale delle cose, la risposta è ovviamente
negativa.
Possiamo
fare nostra la sua conclusione:
"La
sfortuna è il nostro destino, ma un destino che è tale solo perché gli uomini
non riconoscono le conseguenze delle loro azioni ».
Cosa
fare per evitare la fine
del
Mondo prima del 2050?
Workengo.it
– (3-2-2023) – Redazione – ci dice:
“Nel
2050 l’umanità ed il pianeta terra non esisteranno più”.
Un
inquietante messaggio inviato dal futuro ci mette in guardia su un’escalation
che si sarebbe già innescata e che porterebbe il nostro pianeta e l’intera
umanità alla distruzione definitiva.
Troppo
pessimistico come scenario?
Questo
è lo storytelling che Workengo ha scelto per spiegare al mondo che ci stiamo
dirigendo verso un futuro pieno di insidie che può in vorticarsi radicalmente
in una apocalisse, sempre che noi non incominciamo a cambiare il nostro
atteggiamento verso la tecnologia.
Jarvis:
“Ciao
se stai leggendo questo messaggio, è perché nella mia linea temporale l’umanità
non esiste più ed il nostro pianeta è finito in cenere.
Sono nel 2050 ed oggi posso dirti che la
tecnologia si è evoluta troppo velocemente e ci ha fatto annientare a vicenda.
Non
eravamo pronti.
Tu hai ancora tempo per salvare la tua realtà.”
La
storia che Workengo vuole raccontare.
È lo
storytelling che Workengo ha deciso di creare per raccontare come il mondo,
sempre più tecnologico e pervasivo, sta cambiando la vita di aziende,
persone/cittadini, governi, religioni e di fatto la realtà con effetti diretti
che coinvolgono l’umanità intera.
Un
uomo del futuro, per ora senza nome, che in uno scenario apocalittico dove
tutto è andato storto, ti sta inviando un ultimo messaggio disperato per
provare a cambiare il destino dell’umanità.
Attenzione a prendere poco seriamente questa
provocazione poiché l’uomo del futuro potresti essere tu stesso nel 2050 che
tenta disperatamente di cambiare gli eventi catastrofici già avvenuti.
Se avessi una sola occasione di salvare te
stesso, i tuoi cari, magari l’umanità intera e potessi comunicare una serie di
messaggi per fare la differenza, inviandoli indietro nel tempo, chi
sceglieresti?
A chi
faresti giungere un avvertimento?
ovvero
l’unica speranza per la vita intera?
Noi abbiamo pensato che lo avresti mandato a
te stesso, per non farti commettere gli stessi errori che ti hanno condotto in
una situazione spiacevole ed irreversibile.
Da qui
nasce il nostro intento: “Le News Moderne per non farti commettere più errori e
smettere di subire il Mondo Moderno.”
Il
nostro progetto editoriale.
Il
progetto editoriale di Workengo ha una sola Mission: trasmettere consapevolezza e dare
strumenti concreti alle persone/cittadini, aziende/governi per essere preparati
allo tsunami tecnologico inarrestabile dell’innovazione, accompagnandoli verso
una trasformazione in digitale sicura, serena e consapevole.
Infatti
la tecnologia corre troppo velocemente e ciò implica una complessità:
distinguere
ed assorbire ciò che è buono e fa bene da quello che può avere degli effetti
collaterali perenni, irreversibili e ben più gravi delle soluzioni che la
tecnologia può offrirti.
Tutti
i giorni sentiamo di problematiche sociali derivanti dalla maggiore diffusione
tecnologica.
Sicuramente
avrai sentito parlare di cyberbullismo, cyberstalking, cyberattacchi,
propaganda digitale, violazione della privacy, lesione della reputazione
online, la diffusione virale di fake news, intelligenze artificiali e robot,
Revenge porn, data Beach.
Queste
minacce e molte altre provocano effetti disastrosi nella vita di tutti i giorni
di persone ed aziende.
Ciò che Workengo vuole rappresentare è la
prevenzione e l’avvertimento che nel “Mondo Moderno” ci sono tantissime
opportunità che possono essere colte ma altrettante minacce che gli
utilizzatori del web, esperti e non di tecnologie affini, subiscono con elevata
semplicità.
Quando
diciamo che devi avere una patente per poter guidare la macchina ti può
sembrare un’ovvietà.
Allo
stesso modo, molto spesso viene da pensare che anche chi utilizza le
tecnologie, il web, i social network abbia bisogno di una formazione che lo
metta in condizioni di non schiantarsi su un palo oppure far del male al
prossimo, solo per un eccesso di ignoranza, inesperienza ed inconsapevolezza
con le dinamiche del web.
Non
sentirti in minoranza poiché di fronte alla velocità del progresso è quasi
impossibile essere sempre aggiornati.
Quindi
cos’è il Mondo Moderno?
Il
concetto di “Mondo Moderno” rappresenta tutto ciò che è evoluzione costante
senza tregua di innovazione tecnologica
.
Questa innovazione è pervasiva, persistente e modifica gran parte dei processi
con cui si fanno generalmente le cose.
Quest’ultima provoca mutamento continuo,
influenze e reazioni dirette nella società modificando sempre di più il destino
dell’umanità intera.
Abbiamo
deciso di comunicare il nostro sapere ed i nostri punti di vista attraverso
format speciali: – la parola scritta con il nostro web magazine “News Moderne”
già fruibile -il racconto audio con il
canale podcast “Notizie dal Mondo Moderno” distribuito con l’aiuto della
startup italiana Fortune, specializzata nel settore dei podcast.
Come
ci salviamo dall’imminente apocalisse secondo l’uomo del futuro?
Facendoti
attivare uno spirito critico che ti permetta di riuscire a leggere gli eventi
che ti sono capitati fino adesso, che ti accadono ora e che certamente
potrebbero verificarsi nel futuro per imparare a praticare l’approccio più
sicuro, sereno e consapevole in questo mondo pieno di modernità, come fa ogni
giorno la figura professionale dell’E-Reputation Manager.
Il
fine è quello di costruire insieme un futuro guidato dalla consapevolezza delle
nostre possibilità, preservando la nostra direzione e non delegano alla
tecnologia la nostra felicità ed umanità.
L’uomo del futuro ci ha lasciato un altro
messaggio e se hai a cuore il tuo destino e quello dei tuoi cari potrai leggere
qui i motivi per cui egli sostiene che l’escalation verso la fine è iniziata.
La
guerra atomica e
la
fine dell’umanità.
Quodlibet.it
-Giorgio Agamben – Rubrica – (7 ottobre 2022) – ci dice:
Nel
1958 Karl Jaspers pubblica col titolo “La bomba atomica e il futuro
dell’umanità” un libro in cui intende mettere radicalmente in questione – come
recita il sottotitolo – La coscienza politica del nostro tempo.
La
bomba atomica – esordisce nella premessa – ha prodotto una situazione
assolutamente nuova nella storia dell’umanità, ponendola di fronte
all’inaggirabile alternativa:
«o
l’intera umanità sarà fisicamente distrutta o l’uomo deve trasformare la sua
condizione etico-politica».
Se in passato, com’era avvenuto agli inizi
delle comunità cristiane, gli uomini si erano fatte delle «rappresentazioni
irreali» di una fine del mondo, oggi per la prima volta nella sua storia,
l’umanità ha la «possibilità reale» di annientare sé stessa e ogni vita sulla
terra.
Questa
possibilità, anche se gli uomini non sembrano rendersene pienamente conto, non
può che segnare per la coscienza politica un nuovo inizio e implicare «una svolta
nell’intera storia dell’umanità».
A
quasi settant’anni di distanza, la «possibilità reale» di un’autodistruzione
dell’umanità, che sembrava scuotere la coscienza del filosofo e coinvolgere
immediatamente i suoi lettori (il libro fu ampiamente discusso) sembra
diventata un fatto ovvio, che i giornali e gli uomini politici evocano ogni
giorno come un’eventualità assolutamente normale.
A
furia di parlare di emergenza – in cui l’eccezione diventa come si sa la regola
– l’evento che Jaspers considerava come inaudito si presenta come un’occorrenza
tutto sommato banale di cui si tratta per gli esperti di valutare l’opportunità
e l’imminenza.
Dal
momento che la bomba ha cessato di essere una «possibilità» decisiva per la
storia dell’umanità e ci riguarda invece da vicino come una «casualità» fra le
altre che definiscono una situazione di guerra, sarà bene allora riconsiderare
da capo la questione, che forse non era stata posta nei suoi termini propri.
Tredici
anni dopo, in un saggio intitolato significativamente “L’apocalisse delude”,
Maurice Blanchot è tornato a interrogarsi sul problema della fine dell’umanità.
E lo
ha fatto sottoponendo a una critica discreta, ma non per questo meno efficace,
le tesi di Jaspers.
Se il
tema del libro era la necessità di un cambiamento epocale, sorprende che «da parte
di Jaspers, nel libro che dovrebbe essere la coscienza, la ripresa e il
commento di questo cambiamento, nulla è mutato – né nel linguaggio, né nel
pensiero né nelle formule politiche, che sono conservate e anzi bloccate
intorno ai pregiudizi di tutta una vita, alcuni nobilissimi, ma altri molto
ristretti… “com’è possibile che una questione che mette in gioco il destino
dell’umanità e tale che affrontarla non può che supporre un pensiero
interamente nuovo, non ha rinnovato la lingua che l’esprime e non produce che
delle considerazioni parziali e partigiane nell’ordine politico o urgenti e
emozionanti nell’ordine spirituale, ma identiche a quelle che si sentono
ripetere invano da duemila anni?».
L’obiezione è certamente pertinente, perché
non solo il libro di Jaspers si presenta come un’ampia monografia accademica
che intende esaminare il problema in tutti i suoi aspetti, ma ciò che l’autore
intende opporre alla distruzione è il luogo comune di «una pace universale senza bombe
atomiche, con una nuova vita economicamente fondata sull’energia nucleare».
Non
meno singolare è che alla bomba atomica sia affiancato come un pericolo
altrettanto mortale il dominio totalitario del bolscevismo, con il quale è
impossibile venire a patti.
Il
fatto è, sembra suggerire Blanchot, che una prospettiva apocalittica del genere
è necessariamente deludente, perché presenta come un potere nelle mani
dell’umanità qualcosa che, in verità, non è tale.
Si
tratta, infatti, di «un potere che non è in nostro potere, che indica una possibilità
di cui non siamo padroni, una probabilità – diamola per probabile-improbabile –
che esprimerebbe una nostra potenza soltanto se la dominassimo in modo sicuro.
Per
ora, tuttavia, noi siamo altrettanto incapaci di dominarla che di volerla, e
per una ragione evidente: noi non siamo padroni di noi stessi, perché
quest’umanità, capace di essere totalmente distrutta, non esiste ancora come un
tutto».
Da una
parte un potere che non si può potere, dall’altra come preteso soggetto di
questo potere una comunità umana, «che si può sopprimere, ma non affermare o
che si potrebbe in qualche modo affermare soltanto dopo la sua sparizione,
attraverso il vuoto, impossibile da afferrare, di questa sparizione, qualcosa,
dunque, che non si può nemmeno distruggere, perché non esiste» (p. 124).
Se,
come sembra innegabile, la distruzione dell’umanità non è una possibilità di
cui l’umanità dispone consapevolmente, ma resta affidata alla contingenza delle
decisioni e delle valutazioni in buona parte casuali di questo o di quel capo
di stato, l’argomentazione di Jaspers è allora distrutta dalle fondamenta,
perché degli uomini che non hanno in realtà la facoltà di distruggersi non
possono nemmeno prendere coscienza di questa possibilità per trasformare
eticamente e politicamente la loro coscienza.
Jaspers
sembra qui ripetere lo stesso errore che aveva commesso Husserl quando, in una
conferenza del 1935 su «La filosofia e la crisi dell’umanità europea», pur identificando nelle «deviazioni del razionalismo» la causa della crisi, aveva
nondimeno affidato a una non meglio definita «ragione» europea il compito di
guidare l’umanità nel suo progresso infinito verso la maturità.
L’alternativa
qui già chiaramente formulata fra «una scomparsa dell’Europa divenuta sempre più
estranea a se stessa e alla sua vocazione razionale» e una «rinascita dell’Europa» in virtù di «un eroismo della ragione», tradisce l’inconfessabile consapevolezza che
dove c’è bisogno di un «eroismo» non c’è più posto per quella «vocazione razionale» (di cui si precisa che
contraddistingue l’umanità europea «dal selvaggio Papu», almeno quanto questi
si differenzia da una bestia).
Ciò
che una ragione benpensante non ha il coraggio di accettare è che la fine
dell’umanità europea o della stessa umanità, consegnata ad aspirazioni anodine
e vane, che lasciano intatto il principio che ne è responsabile, finisce col
rovesciarsi, come “Blanchot “aveva intuito, in «un semplice fatto di cui non c’è
nulla da dire, se non che è la stessa assenza di significato, qualcosa che non
merita né esaltazione, né disperazione e forse nemmeno attenzione».
Nessun
evento storico – non la guerra atomica (o, per Husserl, la Prima guerra
mondiale), non lo sterminio degli ebrei e certamente non la pandemia – può
essere ipostatizzato in un evento epocale, se non si vuole che diventi un
incomprensibile e vacuo” idolum historiae”, che non si riesce più né a pensare
né a affrontare.
Occorre
pertanto lasciar cadere senza riserve l’argomentazione di Jaspers, che sconta
l’incapacità della ragione occidentale di pensare il problema di una fine che è
stata essa stessa a produrre, ma che non è in grado in alcun modo di padroneggiare.
Posta davanti alla realtà della propria fine, essa
cerca di guadagnar tempo, trasformando questa realtà in una possibilità che
rimanda a una realizzazione futura, a una guerra atomica che la ragione può
ancora scongiurare.
Sarebbe forse stato più coerente supporre che
un’umanità che ha prodotto la bomba è già spiritualmente morta e che è della
consapevolezza della realtà e non della possibilità di questa morte che occorre
cominciare a pensare.
Se il pensiero non può ragionevolmente porre
il problema della fine del mondo è perché il pensiero si situa sempre nella
fine, è in ogni istante esperienza della realtà e non della possibilità della
fine.
La
guerra che temiamo è sempre in corso e non è mai finita, come la bomba una
volta gettata a Hiroshima e Nagasaki non ha mai smesso di essere gettata.
Solo a partire da questa consapevolezza la fine
dell’umanità, la guerra atomica, le catastrofi climatiche cessano di essere
fantasmi che atterriscono e paralizzano una ragione incapace di venirne a capo
e appaiono invece per quello che sono: fenomeni politici già sempre attuali
nella loro contingenza e nella loro assurdità, che proprio per questo non
dobbiamo più temere come fatalità senza alternative, ma possiamo affrontare
ogni volta secondo le istanze concrete in cui si presentano e le forze di cui
disponiamo per contrastarle o sfuggirle.
Questo è quanto abbiamo appreso nei due anni
appena trascorsi e, di fronte a dei potenti che si rivelano sempre più incapaci
di governare l’emergenza che essi stessi hanno prodotto, intendiamo farne
tesoro.
(Giorgio
Agamben)
L’Impero
europeo.
Quodlibet.it
- Giorgio Agamben – Rubrica – (6-2-2023) – ci dice:
Milos
ha osservato una volta che la condizione degli scrittori dell’«altra Europa»
(così chiama la Mitteleuropa) era «appena immaginabile» per i cittadini degli
stati dell’Europa occidentale.
Parte
di questa eterogeneità veniva dalla mancanza di stati nazionali e dalla
presenza in loro luogo, per secoli fino alla fine della Prima guerra mondiale,
dell’Impero asburgico.
Per
noi che siamo nati in uno stato nazionale e non distinguiamo l’essere italiano
dall’essere cittadino italiano, non è facile immaginare una situazione in cui
essere italiano, ungherese, ceco o ruteno non significava un’identità statuale.
Il rapporto col luogo e con la lingua dei
cittadini per i cittadini dell’impero era certamente diverso e più intenso,
libero com’era da ogni implicazione giuridica e da ogni connotazione nazionale.
L’esistenza
di una realtà come l’impero asburgico era possibile solo su questa base.
È bene
non dimenticarlo quando vediamo oggi che l’Europa, che si è costituita come un
patto fra stati nazionali, non solo non ha né ha mai avuto alcuna realtà al di
fuori della moneta e dell’economia, ma è oggi ridotta a un fantasma, di fatto
integralmente assoggettato agli interessi militari di una potenza ed essa
estranea.
Tempo
fa, riprendendo un suggerimento di Alexandre Kojève, avevamo proposto la
costituzione di un «impero latino», che avrebbe unito economicamente e
politicamente le tre grandi nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e
l’Italia) in accordo con la Chiesa cattolica e aperta ai paesi del mediterraneo.
Indipendentemente
dal fatto che una tale proposta sia o meno tuttora attuale, vorremmo oggi
portare all’attenzione degli interessati che se si vuole che qualcosa come
l’Europa acquisisca una realtà politica autonoma, ciò sarà possibile solo
attraverso la creazione di un’Impero europeo simile a quello austro-ungarico o
all’ “Imperium che Dante nel De monarchia” concepiva come il principio unitario
che doveva ordinare come «un ultimo fine» i regni particolari verso la pace.
È
possibile, cioè, che, nella situazione estrema in cui ci troviamo, proprio
modelli politici che sono considerati del tutto obsoleti possano ritrovare
un’inaspettata attualità.
Ma per
questo occorrerebbe che i cittadini degli stati nazionali europei ritrovassero
un legame con i propri luoghi e con le proprie tradizioni culturali abbastanza
forte da poter deporre senza riserve le cittadinanze statuali e sostituirle con
un’unica cittadinanza europea, che fosse incarnata non in un parlamento e in
commissioni, ma in un potere simbolico in qualche modo simile al Sacro Romano
Impero.
Il
problema se un tale Impero europeo sia o meno possibile non c’interessa né
corrisponde ai nostri ideali:
nondimeno esso acquisisce un significato
particolare se si prende coscienza che l’attuale comunità europea non ha oggi
alcuna reale consistenza politica e si è anzi trasformata, come tutti gli stati
che ne fanno parte, in un organismo malato che corre più o meno consapevolmente
verso la propria autodistruzione.
(Giorgio
Agamben)
Crisi
climatica:
la
fine dell’umanità?
Voxeurop.eu
– Thierry Vissol – (21 settembre 2022) – ci dice:
"Il
giudizio universale" è il tema della 18ª edizione del festival culturale
internazionale “Lectorinfabula”, che si tiene a Conversano (Bari) dal 19 al 24
settembre e di cui “Voxeurop” è, come ogni anno, partner.
Per
l’occasione pubblichiamo un contributo di Thierry Vissol, direttore del “centro
Librexpression”, membro dell'organizzazione del festival e del “comitato
scientifico” di Voxeurop.
Per la
prima volta nella sua lunga storia, l'umanità corre davvero il pericolo di
estinzione a causa delle attività sconsiderate dell'homo sapiens
Da
Ippocrate in poi la relazione tra gli sviluppi climatici irregolari e i
conseguenti disastri per le persone e i governi è stata oggetto di analisi e
riflessione.
La
relazione univoca tra clima e attività umane è diventata una questione politica
importante, oggetto di studi e dibattiti appassionati, molto prima della
rivoluzione industriale.
Sono sorte due domande: i cambiamenti climatici sono stati
spontanei o sono il risultato degli effetti dell'azione umana?
Da
alcuni decenni studi sistematici sul clima e sulla sua storia hanno permesso di
rispondere affermativamente a entrambe le domande.
L'aumento
medio della temperatura (+1,2°C) dalla fine della "piccola era
glaciale" intorno al 1850, i cui effetti sono sempre più devastanti, non
può essere negato.
Naturalmente,
è difficile valutare l'esatta proporzione delle cause astronomiche, che sono
indiscutibili, e distinguerle da quelle antropiche.
Tuttavia, è innegabile che il progresso
tecnico, l'urbanizzazione, l'agricoltura intensiva e la deforestazione, abbiano
sempre avuto un impatto sul clima, ma non nella misura in cui lo hanno avuto a
partire dal 1950, principalmente per tre motivi.
Il
primo è che, nonostante le 26 COP – Conferenze dei 197 firmatari della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UN–CCC) del
1992, che non ha carattere vincolante - le temperature e le emissioni di gas
serra continuano ad aumentare.
Nessun paese sta rispettando gli impegni di
riduzione delle emissioni di gas serra al di sotto dei 2°C e, se possibile
(sic!), di 1,5°C, assunti a Parigi (2015) e riaffermati a Glasgow (2022).
Le
soluzioni proposte hanno e avranno solo un effetto marginale, che si tratti di
"transizione energetica", "crescita sostenibile" (comprese
le auto elettriche), oppure non sono altro che greenwashing, in quanto si
basano su tecnologie non ancora esistenti o di difficile attuazione e
pericolose, come la "carbon neutrality", proposta per il 2050 dalle
multinazionali, responsabili del 70 per cento dei gas serra.
L'ultimo
rapporto dell'IPCC (febbraio 2022) prevede che le temperature aumenteranno di
1,5°C entro il 2030 e, se non si interviene, potrebbero aumentare di 3,5-5°C
entro il 2100.
La
seconda ragione è duplice: l'esistenza di effetti e retroazioni a cascata e
l'enorme inerzia dei processi climatici.
Anche se oggi si prendessero le giuste
decisioni sulle emissioni di gas serra, gli effetti si farebbero sentire, nella
migliore delle ipotesi, solo tra un secolo.
La
relazione tra l'aumento delle temperature e gli eventi meteorologici estremi
non è lineare, ma esponenziale.
La
terza ragione è che l'umanità ha intrapreso – a occhi chiusi – il cammino verso
una società totalmente digitale e interconnessa, ancora più interdipendente di
quanto non sia diventata con lo sviluppo industriale e lo sviluppo della tecnofibra.
Oltre
all'impatto sulle libertà individuali e sulla libertà di espressione, questa
involuzione presenta, nel peggiore dei casi, un rischio estremo di collasso di
questa nuova civiltà o, nel migliore dei casi, quello di una spaccatura delle
società tra chi controlla e chi è controllato.
La
crisi del Covid, e poi la guerra in Ucraina, ci hanno permesso di renderci conto
delle conseguenze di questa interdipendenza e iperspecializzazione, quando
queste vengono interrotte dall'interruzione degli scambi commerciali e dalla
disorganizzazione delle catene del valore.
Gli
effetti a cascata che ne derivano dovrebbero renderci cauti nel procedere verso
società ancor più interdipendenti e dipendenti da un'unica tecnologia tanto
pervasiva quanto fragile.
Il
cyberspazio si basa su infrastrutture fisiche: server DNS, router, cavi,
satelliti, ecc.
Queste infrastrutture sono molto complesse,
difficili da gestire e proteggere, ad alta intensità energetica (7,3 per cento
delle emissioni di gas serra) e richiedono una manutenzione costante.
Sono
quindi suscettibili di fallimenti sistemici o di attacchi distruttivi che
porterebbero al collasso totale delle nostre società.
La
voracità dei sistemi economici e l'avidità sono i fattori autodistruttivi delle
nostre società coercitive e saccheggiatrici.
Gli
effetti dell'avidità, della violenza, dell'ignoranza, del fanatismo, della
miopia politica, dello sfruttamento eccessivo di tutte le risorse disponibili e
della competizione tra le grandi potenze e le multinazionali per accedervi sono
i presupposti di una catastrofe annunciata.
Il
fisico e filosofo Jean-Pierre Dupuy pone una domanda cruciale:
"Siamo solo capaci di credere a ciò che
sappiamo, di prevedere questa spirale di collasso e di agire per porvi fine?
Una domanda alla quale, allo stato attuale delle cose, la risposta è ovviamente
negativa.
E Dupuy conclude: "L’infelicità è il
nostro destino, ma un destino che è tale solo perché gli uomini non riconoscono
le conseguenze delle loro azioni”.
La
Verità e la Vergogna.
Fisicaquantistica.it – (27 Gennaio 2023) - Giorgio
Agamben-ci dice:
Dopo
quanto è successo negli ultimi due anni è difficile non sentirsi in qualche
modo diminuiti, non provare – lo si voglia o no – una specie di vergogna.
Non si
tratta della vergogna che Marx definiva “una sorta di rabbia rivolta verso di
sé”, in cui intravedeva una possibilità di rivoluzione.
Si
tratta, piuttosto, di quella “vergogna di essere uomini”, di cui parlava Primo
Levi a proposito dei campi, la vergogna di chi ha visto accadere quello che non
avrebbe dovuto accadere.
È una
vergogna di questa specie – è stato detto a ragione – che, fatte le debite
distanze, proviamo davanti a una volgarità troppo grande, davanti a certe
trasmissioni televisive, ai volti dei loro conduttori e al sorriso sicuro degli
esperti, dei giornalisti e degli uomini politici che hanno consapevolmente
sanzionato e diffuso la menzogna, la falsità e il sopruso – e continuano
impunemente a farlo.
Chiunque
ha provato questa vergogna sa di non essere per questo diventato migliore.
Sa,
piuttosto, come usava ripetere Saba, di “essere molto meno di quanto era prima”
– più solo, anche se ha cercato amici e sodali;
più muto, anche se ha provato a testimoniare;
più
impotente, anche se qualcuno ha ascoltato la sua parola.
Una
cosa, tuttavia, non ha perduto, anzi ha in qualche modo inaspettatamente
guadagnato:
una
certa vicinanza a qualcosa per cui non sa trovare altro nome che “verità”, la
capacità di distinguere il suono di quella parola, che, se l’ascolti, non puoi
non credere vera.
Per
questo e di questo egli può testimoniare.
È
possibile – ma non è sicuro – che il tempo, come vuole l’adagio, finisca col
svelare la verità e dargli – chissà quando – ragione.
Ma non
è questo che la sua testimonianza ha messo in conto.
A obbligarlo a non smettere di testimoniare è,
piuttosto, proprio quella speciale vergogna di essere, malgrado tutto, un uomo
– come, malgrado tutto, uomini sono anche coloro che, con le loro parole e le
loro azioni, lo hanno costretto a provare vergogna.
(Giorgio
Agamben – filosofo e scrittore)
(quodlibet.it/giorgio-agamben-la-verit-5-la-vergogna)
Solo
90 secondi dalla fine.
Un
momento di pericolo senza precedenti
ilbolive.unipd.it
- Alessandro Pascolini – (25-1-2023) – ci dice:
Quest'anno,
il “Comitato per la Scienza e la Sicurezza del Bulletin of the Atomic
Scientists” ha spostato in avanti le lancette dell'Orologio del Giorno del
Giudizio (il Doomsday Clock), soprattutto (anche se non esclusivamente) a causa
dei crescenti pericoli posti dalla guerra in Ucraina.
L'orologio è ora a soli 90 secondi dalla
mezzanotte, il momento più vicino alla catastrofe globale che sia mai stato.
Il
“Doomsday Clock” ci ricorda quanto sia delicato e incerto l’equilibrio che permette la
sopravvivenza dell’umanità in presenza delle armi nucleari e di nuove
destabilizzanti tecnologie nell'attuale fase dei cambiamenti climatici che
condizionano la vita sul nostro pianeta:
ogni
anno dal 1947 segna quanto tempo rimane prima della mezzanotte antecedente al
giorno del giudizio.
La
prima indicazione all’inizio della guerra fredda (1947) fu di mezzanotte meno
sette minuti; con l’acquisizione delle armi nucleari da parte dell’URSS (1949)
le lancette vennero portate a 3 minuti da mezzanotte; un ulteriore aggravamento
(e siamo a meno due minuti) si ha con lo sviluppo delle armi termonucleari
(1953).
Nel
corso degli anni, a fronte dell’evoluzione del confronto nucleare fra le
superpotenze e la proliferazione in altri paesi, l’orologio si è allontanato e
avvicinato alla mezzanotte;
il momento più sicuro si è avuto nel 1991 alla
fine della guerra fredda (17 minuti da mezzanotte) per poi via via aggravarsi
negli anni successivi per l’incapacità del mondo politico internazionale di
superare il confronto nucleare e di affrontare le problematiche legate al
cambiamento climatico globale, fino a raggiungere lo scorso anno la distanza
estremamente pericolosa di 100 secondi, ulteriormente aggravata quest'anno.
Il
documento presentato oggi risente pesantemente della guerra in Ucraina, con una
precisa presa di posizione contro l'invasione russa.
I temi affrontati sono, oltre alle
problematiche della guerra, il rischio degli armamenti nucleari, gli effetti
dei cambiamenti climatici, le minacce biologiche e delle tecnologie
destabilizzanti.
Di
seguito i contenuti principali del documento.
L'orologio
aggiornato a meno novanta secondi.
I
rischi dovuti alla guerra in Ucraina.
La
guerra in Ucraina potrebbe entrare in un secondo terribile anno, ponendo in
gioco la sovranità dell'Ucraina e i più ampi accordi di sicurezza europei che
hanno ampiamente retto dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Inoltre,
la guerra della Russia contro l'Ucraina ha sollevato profondi interrogativi
sulle modalità di interazione tra gli Stati, erodendo le norme di condotta
internazionali.
In
particolare, la Russia ha violato gli accordi di Budapest del 1994 a garanzia
dell'integrità territoriale dell'Ucraina a seguito della sua rinuncia alle armi
nucleari e l'adesione al trattato di non-proliferazione (NPT).
Le
poco velate minacce della Russia di usare le armi nucleari ricordano al mondo
che l'escalation del conflitto, per incidente, intenzione o errore di calcolo,
è un rischio terribile.
La possibilità che il conflitto sfugga al
controllo rimane alta.
Ulteriore pericolo nucleare segue dal
coinvolgimento russo nella guerra degli impianti nucleari di Chernobyl e
Zaporizhzhia, violando i protocolli internazionali e rischiando un rilascio
diffuso di materiali radioattivi.
Gli
effetti della guerra minano anche gli sforzi globali per combattere il
cambiamento climatico:
i paesi che dipendono dal petrolio e dal gas
russo hanno cercato di diversificare le loro forniture, portando a un aumento
degli investimenti nel gas naturale proprio quando questi avrebbero dovuto
ridursi.
L'invasione
dell'Ucraina da parte della Russia ha aumentato il rischio di utilizzo di armi
nucleari, ha sollevato lo spettro dell'uso di armi biologiche e chimiche, ha
ostacolato la risposta del mondo al cambiamento climatico e ha ostacolato gli
sforzi internazionali per affrontare altri problemi globali.
L'invasione
e l'annessione del territorio ucraino hanno violato le norme internazionali e
potrebbero incoraggiare altri a intraprendere azioni che minacciano la stabilità.
Non
esiste un percorso chiaro per forgiare una pace giusta che scoraggi future
aggressioni all'ombra delle armi nucleari.
Esiste comunque una moltitudine di canali di
dialogo che dovrebbero essere esplorati.
Trovare
una strada per seri negoziati di pace potrebbe contribuire a ridurre il rischio
di escalation.
In
questo momento di pericolo globale senza precedenti, è necessaria un'azione
concertata e ogni secondo è importante.
Una
situazione nucleare estremamente pericolosa.
Le
minacce russe di usare armi nucleari nella guerra in Ucraina costituiscono il
peggior sviluppo nucleare del 2022, ma sono solo uno dei molteplici
aggravamenti del confronto nucleare mondiale.
Gli
Stati Uniti, la Russia e la Cina stanno perseguendo programmi di modernizzazione delle
armi nucleari, preparando il terreno per una nuova e pericolosa "terza
era" di competizione nucleare.
Le forze nucleari statunitensi e russe sono
ancora vincolate dal New START, ma non c'è certezza che il trattato venga
esteso oltre il 2026.
Non vi
sono prospettive concrete di ulteriori negoziati a rafforzare la sicurezza
nucleare.
La
considerevole espansione delle capacità nucleari della Cina è particolarmente
preoccupante, dato il suo costante rifiuto di prendere in considerazione misure
per migliorare la trasparenza e la prevedibilità.
Qualora giungesse a capacità nucleari
equivalenti a quelle di Stati Uniti e Russia, vi sarebbero conseguenze
imprevedibili per la stabilità globale.
Vi
sono stati scarsi progressi nei negoziati con la Corea del Nord e l'Iran sui
loro programmi nucleari.
La Corea del Nord ha intensificato
notevolmente i test missilistici sia a corto raggio che di gittata intermedia
e, a fine marzo, ha lanciato con successo un missile balistico
intercontinentale per la prima volta dal 2017.
L'Iran
continua ad aumentare la sua capacità di arricchimento dell'uranio, al di fuori
dei limiti del “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPoA) che un tempo lo
limitava.
Ora
l'Iran è più vicino alla capacità di dotarsi di armi nucleari, qualora
decidesse di varcare quella soglia.
Il
ritorno all'accordo nucleare ridurrebbe i rischi, ma l'instabilità in Iran e il
sostegno di Teheran alla guerra della Russia contro l'Ucraina complicano il
progresso dei negoziati per impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari.
L'India
continua a modernizzare il suo arsenale nucleare, che conta circa 160 testate,
con nuovi sistemi di lancio in fase di sviluppo per integrare o sostituire gli
attuali aerei a capacità nucleare, i sistemi di lancio terrestri e quelli
marittimi.
Il
Pakistan ha un arsenale di dimensioni simili e continua a espandere il suo
arsenale, i sistemi di lancio e la produzione di materiale fissile.
Le preoccupazioni sulla corsa agli armamenti in Asia
meridionale e sulla corsa agli armamenti missilistici in Asia nordorientale
completano un quadro desolante che deve essere affrontato.
In via
prioritaria, tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite dovrebbero impegnarsi a fronteggiare i pericoli nucleari
attraverso sforzi di controllo degli armamenti e accordi di stabilità
strategica.
Al
momento opportuno, sarà necessaria un'importante azione di diplomazia nucleare
multilaterale proprio a causa della terribile realtà che la crisi ucraina
sottolinea:
la minaccia esistenziale rappresentata dalle
armi nucleari persiste anche quando le circostanze politiche cambiano.
Dinamiche
contrastanti: affrontare il cambiamento climatico durante l'invasione
dell'Ucraina.
Affrontare
il cambiamento climatico richiede fiducia nelle istituzioni di governo
multilaterale.
La spaccatura geopolitica aperta
dall'invasione dell'Ucraina ha indebolito la volontà globale di cooperare,
minando la fiducia nella durata, o addirittura nella fattibilità, di un'ampia
collaborazione multilaterale.
L'invasione
dell'Ucraina ha innescato una corsa all'indipendenza dalle forniture
energetiche russe, soprattutto nell'Unione Europea.
Dal punto di vista del cambiamento climatico,
ciò ha contribuito a due dinamiche contrastanti.
In
primo luogo, i prezzi elevati dell'energia hanno stimolato gli investimenti
nelle energie rinnovabili e motivato i paesi ad attuare politiche di sostegno
al loro sviluppo.
Grazie a questo aumento, l'”Agenzia
Internazionale per l'Energia” prevede che l'energia eolica e solare insieme si
avvicineranno al 20% della produzione globale di energia tra cinque anni, con la Cina che installerà quasi la
metà della nuova capacità di energia rinnovabile.
Nello
stesso tempo, i prezzi hanno spinto a sviluppare nuove forniture di gas,
stimolando gli investimenti nella produzione di gas naturale e nelle
infrastrutture di esportazione, finanziati in gran parte dalle principali
transnazionali del petrolio e del gas e dalle società di investimento.
Questo capitale privato continua a confluire
nello sviluppo di nuove risorse di combustibili fossili.
Tutti
i paesi del G7 si sono impegnati a porre fine ai finanziamenti pubblici dei
progetti internazionali sui combustibili fossili entro quest'anno e la” Beyond
Oil and Gas Alliance”, un gruppo di otto paesi, si è formalmente impegnata a
porre fine a nuove concessioni, licenze o leasing per la produzione e
l'esplorazione di petrolio e gas e a stabilire un calendario per la cessazione
della produzione che sia coerente con gli impegni assunti nell'ambito
dell'Accordo di Parigi.
Di
conseguenza, le emissioni globali di anidride carbonica derivanti dalla
combustione di combustibili fossili, dopo essere risalite dal declino economico
dovuto al Covid a un massimo storico nel 2021, hanno continuato ad aumentare
nel 2022, raggiungendo un nuovo record.
Il
calo delle emissioni cinesi è stato oscurato da un aumento negli Stati Uniti,
in India e altrove.
L'aumento
delle emissioni nel 2022 ha accelerato il continuo aumento della concentrazione
di gas serra nell'atmosfera, che continuerà fino a quando continueranno le
emissioni di anidride carbonica.
I
fenomeni meteorologici estremi non solo hanno continuato a colpire diverse
parti del mondo, ma sono stati attribuiti in modo più evidente al cambiamento
climatico.
I paesi dell'Africa occidentale hanno subito
inondazioni tra le più letali della loro storia;
le temperature estreme registrate la scorsa
estate in Europa centrale, Nord America, Cina e altre regioni dell'emisfero
settentrionale hanno portato a carenze idriche e a condizioni di siccità del
suolo, che a loro volta hanno provocato raccolti scarsi, minando ulteriormente
la sicurezza alimentare in un momento in cui il conflitto in Ucraina ha già provocato
un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari.
È stato il Pakistan ad aver affrontato la
manifestazione più drammatica dell'anno della crescente volatilità del clima
terrestre con intense inondazioni su un terzo del paese, colpendo direttamente
33 milioni di persone e scatenando effetti a cascata, tra cui gravi perdite dei
raccolti, un'epidemia di malattie trasmesse dall'acqua inquinata e la
distruzione di infrastrutture, case, bestiame e mezzi di sussistenza.
Sullo
sfondo delle tragedie legate al clima di quest'anno, le parti alla conferenza
sul clima delle Nazioni Unite a “Sharm el Sheikh” hanno raggiunto un
promettente passo avanti con l'accordo di compromesso per la creazione di un
fondo per sostenere i paesi poveri e vulnerabili nell'affrontare il crescente
impatto dei cambiamenti climatici.
Tuttavia, i paesi non sono stati in grado di
adottare una decisione formale per concordare l'eliminazione graduale dei
combustibili fossili e, cosa ancora più deludente, non hanno fatto
sostanzialmente nulla per assicurare che i precedenti impegni di raggiungere
emissioni nette di gas serra pari a zero venissero rispettati.
Una
serie scoraggiante di minacce biologiche.
L'attuale
panorama delle minacce biologiche rende evidente che la comunità internazionale
deve migliorare la propria capacità di prevenire le epidemie, di individuarle
rapidamente quando si verificano e di rispondere efficacemente per limitarne la
portata.
Eventi
devastanti come la pandemia Covid-19 non possono più essere considerati eventi rari.
Il
numero totale e la diversità dei focolai di malattie infettive sono aumentati
in modo significativo dal 1980, e più della metà sono causati da malattie che
hanno origine negli animali e vengono trasmesse all'uomo.
Esiste un'immensa varietà e diversità di
virus, batteri e altri microbi noti per infettare l'uomo.
La
capacità di prevedere quali di questi virus e microbi abbiano maggiori
probabilità di causare malattie umane è tristemente inadeguata.
Continuano
a verificarsi frequentemente incidenti di laboratorio.
Le
possibilità di errore umano, la comprensione limitata delle caratteristiche
delle nuove malattie, la scarsa conoscenza da parte delle amministrazioni
locali delle ricerche che si svolgono nei laboratori delle loro giurisdizioni e
la confusione sui requisiti di sicurezza mettono a dura prova gli attuali
programmi di biosicurezza dei laboratori.
Viviamo
in un'epoca di progressi rivoluzionari nelle scienze della vita e nelle
tecnologie associate.
I
ricercatori possono ingegnerizzare gli esseri viventi (soprattutto virus) per
acquisire nuove caratteristiche con sempre maggiore facilità e affidabilità.
Ma i regimi di sorveglianza, le strategie per
la valutazione e la mitigazione del rischio e la definizione di norme
concordate rimangono arretrati, mentre la scienza e la tecnologia biologiche
avanzano sempre più velocemente.
L'informazione biologica è sempre più un'arma
a doppio taglio.
I
leader di tutto il mondo devono affrontare la possibilità di rischi biologici
catastrofici globali che mettono alla prova o superano la capacità collettiva
di controllo dei governi nazionali e internazionali e del settore privato.
Vi
sono sospetti che alcuni paesi mantengano programmi biologici militari o
sviluppino attività duali, in violazione della convenzione delle armi
biologiche.
Il rischio che la Russia intraprenda una
guerra biologica aumenta man mano che le condizioni in Ucraina diventano più
caotiche, indebolendo le norme umanitarie in guerra.
L'escalation bellica in Ucraina pone molte
minacce potenzialmente esistenziali all'umanità e una di queste è quella
biologica.
Indipendentemente
dalla fonte potenziale – naturale, accidentale o intenzionale – ci sono misure
che i leader nazionali possono adottare per ridurre i rischi biologici catastrofici.
Ogni
paese deve investire maggiormente nella salute pubblica.
Ogni paese dovrebbe eliminare le armi
biologiche e smantellare i programmi che le producono.
Tutti i paesi possono migliorare notevolmente
la capacità di identificare i focolai prima che diventino epidemie e pandemie
se investono nei sistemi di sorveglianza delle malattie, se condividono dati,
analisi e informazioni sugli eventi biologici e se sviluppano la capacità di
identificare rapidamente gli eventi biologici.
Gli
agenti patogeni non sono fermati dai confini nazionali.
Malattie debilitanti, morti diffuse e disastri
indotti dalle malattie possono essere evitati se i paesi di tutto il mondo
cooperano su strategie sanitarie globali e investono in scienza, tecnologia,
ricerca e sviluppo nel settore della biosicurezza.
Tecnologie
dirompenti: un ambiente variegato di minacce.
L'anno
scorso, gli sviluppi relativi alle potenziali minacce provenienti dalle
tecnologie dirompenti raccontano una storia contrastante.
Sul
fronte della disinformazione, ci sono state alcune buone notizie: l'elettorato
americano ha respinto i negazionisti alle elezioni del 2022 e in Francia il
presidente Emmanuel Macron ha superato la storica sfida della candidata di
estrema destra Marine Le Pen.
Nel
frattempo, l'amministrazione Biden ha continuato a impegnarsi per aumentare il
ruolo degli scienziati nell'informare le politiche pubbliche.
D'altro
canto, la disinformazione informatica continua senza sosta.
Negli
Stati Uniti, l'opposizione politica al "Consiglio per la governance
della disinformazione" proposto dal Dipartimento per la sicurezza interna è
riuscita a far ritirare al dipartimento la sua proposta.
Questo
tipo di attacchi non è certo nuovo, ma è emblematico della corruzione nell'ambiente
dell'informazione.
In
Russia il controllo governativo dell'ecosistema informativo ha bloccato la
diffusione di informazioni veritiere sulla guerra in Ucraina.
L'uso cinese delle tecnologie di sorveglianza
è continuato a ritmo sostenuto nello Xinjiang.
Come affermato l'anno scorso, l'uso estensivo
delle tecnologie di sorveglianza ha implicazioni inquietanti per i diritti
umani e rappresenta una chiara minaccia per la società civile.
Per
quanto riguarda il conflitto cibernetico, anche in questo caso la storia è un
mix di cattive e buone notizie.
Il
mondo continua a soffrire di attacchi informatici diffusi, ma i cyberattacchi
russi contro gli Stati Uniti e l'Unione Europea come ritorsione per le sanzioni
legate all'invasione dell'Ucraina non hanno avuto successo e quelli contro
l'Ucraina si sono rivelati inefficaci come strumento coercitivo.
L'intelligence
open-source abilitata dalla tecnologia ha avuto un impatto profondo sulla guerra in
Ucraina, fornendo immagini che documentano i crimini di guerra russi e
forniscono una preziosa conoscenza della situazione per le forze ucraine.
Le immagini commerciali provenienti dallo
spazio sono state ampiamente condivise, raccontando la preparazione russa
all'invasione e fornendo ai decisori militari ucraini ulteriori input.
Il
sistema “SpaceX di Starlink” è riuscito a mantenere il servizio internet in
tutta l'Ucraina e a rispondere in modo rapido ed efficace ai cyberattacchi
russi.
Starlink
ha anche dimostrato la potenziale resilienza di grandi costellazioni di piccoli
satelliti in orbita terrestre bassa.
Tali costellazioni di satelliti sarebbero
altamente resistenti agli attacchi anti-satellite e dovrebbero quindi
contribuire alla stabilità.
Gli
Stati Uniti si sono impegnati unilateralmente ad astenersi da test di armi
antisatellite distruttive e hanno invitato altre nazioni ad aderire a questa
moratoria.
I
piani spaziali statunitensi prevedono il dispiegamento di una serie di sensori
satellitari per tracciare i lanciatori di missili e altri obiettivi mobili,
consentendo così attacchi preventivi.
Sebbene
destinati a contrastare la Corea del Nord, questi gruppi di sensori
susciteranno indubbiamente preoccupazione in Russia e in Cina, minacciando
potenzialmente la stabilità strategica.
Infine,
la guerra in Ucraina ha dimostrato il valore delle armi ad alta tecnologia
contro piattaforme convenzionali come aerei e carri armati.
Droni
armati e munizioni guidate con precisione sono importanti per entrambe le parti
in conflitto.
Sebbene
queste tecnologie non siano nuove, il loro potenziale dirompente contro le
tradizionali forze terrestri è stato dimostrato ancora una volta.
Bill
Gates ha insediato un terrorista
genocida
a capo dell'OMS.
Lesobservateurs.ch
– (24
aprile 2020) - di Pierre Lefevre – ci dice:
Signora,
signore, caro amico, caro amico,
L'OMS,
guidata dall'eritreo Tedros Adhanom Ghebreyesus, è guidata da un terrorista
genocida?
A
leggere le rivelazioni fatte da Senta Depuyt in un articolo pubblicato in
inglese su “Health Impact News”, la risposta è sì.
Da
diverse settimane ormai una feroce lotta ha scosso le fondamenta del tempio
della Chiesa globalista genocida, l'OMS.
Dalla
presidenza di Bill Clinton, l'OMS si è progressivamente trasformata in un
circolo di affari occulti al servizio di Bill Gates e dei suoi amici cinesi (il Sommo Sacerdote ha ammirato
l'organizzazione politica ed economica della Cina comunista).
È così
che l'OMS è diventata la vetrina degli obiettivi dichiarati del “Nuovo Ordine
Mondiale”:
sradicare
le malattie per salvare l'umanità attraverso la vaccinazione globale
(iniettando veleni che uccidono i bambini, li rendono carenti, accorciano la
vita e sterilizzano le donne) e promuovono e attuano la pianificazione
familiare strutture (vale a dire organizzare aborti e sterilizzazione delle donne
nei paesi poveri).
Da
quando Donald Trump ha lanciato la sua controffensiva all'attacco coordinato
dei globalisti contro la sua presidenza e, soprattutto, contro la sua
rielezione, non passa giorno senza che entrambe le parti chiedano le dimissioni
di Tedros Adhanom Ghebreyesus, che è solo le potiche sanguinarie di Bill Gates
e dei suoi amici cinesi.
È
possibile leggere un articolo di” Fox News” sull'argomento cliccando su “Il terrorista genocida a capo dell'OMS
in subbuglio”.
(foxnews.com/politics/who-director-faces-growing-calls-to-resign-over-handling-of-coronavirus-china?fbclid=IwAR3wchPIHXzJ6Xj-yl6zMbDUwvi6fgZS1AJK-sNUxgzdljb0Pu9IwTxIcRE)
Chi è
Tedros Adhanom Ghebreyesus, l'attuale direttore dell'OMS?
Nato
il 3 marzo 1965 ad Asmara (Etiopia), Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato
"eletto" Direttore Generale dell'OMS nel 2017.
Quello
che ci dice l'articolo di Senta Depuyt è che lui è una pedina al guinzaglio
proprio di chi lo ha fatto eleggere, vale a dire nominato, e in prima linea troviamo Bill Gates,
la Clinton Foundation, l'ambiguo dottor Fauci e i rappresentanti del governo
cinese.
È
stato Ministro della Sanità dell'Etiopia dal 2005 al 2012 mentre dal 2009 al
2011 è stato direttore di un programma di lotta contro l'AIDS, la tubercolosi e
la malaria, finanziato dalla Bill & Melinda Gates Foundation, nonché
direttore del Consiglio di coordinamento del programma UNAIDS e membro del
consiglio di amministrazione dell'Alleanza per l'immunizzazione (Gavi), una vera e propria organizzazione
criminale che lavora a beneficio dell'industria farmaceutica per imporre la
multivaccinazione a tutta la terra (torneremo molto presto in una prossima lettera su
questa organizzazione criminale).
Nel
2001, allora
capo dell'ufficio sanitario regionale del Tigray, avrebbe intensificato le
vaccinazioni forzate, in particolare quella contro il morbillo, che sarebbe stata
aumentata al 98%, così come quelle per i bambini sotto i 12 mesi, che sarebbero
state aumentate al 74%.
Dal
2012 al 2016 è stato anche Ministro degli Affari Esteri.
Le
funzioni che lo legano e lo sottopongono a Bill Gates sono solo la parte
visibile di uno spaventoso curriculum vitae.
“Senta
Depuyt rivela nel suo articolo che Tedros Adhanom Ghebreyesus era un membro
dell'ufficio politico Tigray People's Liberation Front (TPFL), un'organizzazione elencata nella
lista delle organizzazioni terroristiche della US Homeland Security.
Ci
dice anche che questa organizzazione è elencata nel “Global Terrorism Database” per una serie di rapimenti, attentati
e rapine a mano armata.
Per
visualizzare il registro della sicurezza interna degli Stati Uniti, fare clic
su "Organizzazione terroristica".
(uscis.gov/sites/default/files/USCIS/Laws/TRIG/2014_Implementation_of_New_Discretionary_Exemption_for_Activities_or_Associations_Relating_to_TPLF.pdf)
Per
visualizzare il database, fare clic su: "Direttore dell'OMS implicato in
attività terroristiche tra cui rapimenti, attentati e rapine a mano armata".
(start.umd.edu/gtd/search/Results.aspx?page=1&search=Tigray&charttype=line&chart=country&ob=GTDID&od=desc&expanded=yes#results-table)
Colmo
dell'abominio, il “Tigray People's Liberation Front” è un'organizzazione etnica
(etnia Tigres che rappresenta il 4,3% della popolazione eritrea) che in un
manifesto del 1975 dichiarò "guerra eterna" contro le etnie Amhara e
Oromo che rappresentano rispettivamente il 32,1% e il 30,2% della popolazione
eritrea.
Quando
è salita al potere, questa organizzazione è stata accusata di:
– aver
abusato delle nozioni di “autodeterminazione e democrazia” per saccheggiare
l'Etiopia;
– aver
utilizzato i 3,5 miliardi di dollari di aiuti ricevuti dall'Etiopia, pari al
60% del bilancio nazionale, per la repressione politica degli oppositori.
Nel
2016, “Human Rights Watch” (HWR), ha accusato il Parlamento europeo di aver
trascurato le numerose violazioni commesse dal regime etiope da esso finanziato
e che ha sottratto fondi ai programmi di aiuto internazionale per controllare
la popolazione e reprimere i suoi oppositori.
Gli aiuti alimentari, l'agricoltura, il
microcredito o i programmi sanitari avrebbero poi beneficiato esclusivamente
alcuni gruppi etnici.
Accuse
di genocidio.
Nel
2017 un'organizzazione per la difesa dei diritti dell'etnia Amhara, l' “Amhara
Professional Union” (Apu), ha accusato Tedros Adhanom Ghebreyesus di aver
portato avanti una vera e propria politica di genocidio come Ministro della
Salute etiope tra il 2005 e il 2012.
La popolazione
di questo gruppo etnico avrebbe perso 2,5 milioni di persone tra i censimenti
del 1997 e del 2007.
Mentre
gli altri principali gruppi etnici eritrei avrebbero visto la loro popolazione
crescere annualmente del 2,6%, questa crescita sarebbe stata solo dell'1,9% tra
gli Amhara.
Per il
solo programma di sanità pubblica, sembrerebbe che l'etnia Amhara avesse
diritto a campagne di contraccezione chimica a Dep-Provera, che erano molto
maggiori dell'etnia Tigres (19% per i Tigres contro il 29% per gli Amharas).
Gli
Apu hanno accusato il governo etiope di discriminazione razziale spingendo
l'uso di “Depo-Provera” sulle loro mogli senza il loro consenso informato.
Si
noti che Depo-Provera è noto negli Stati Uniti per promuovere l'osteoporosi e
il cancro al seno. Si veda in proposito: “Foglio 1” e “Foglio 2”.
(accessdata.fda.gov/drugsatfda_docs/label/2004/20246s025lbl.pdf)
Depo
Provera e densità minerale ossea.
Depo-Provera
non è stato autorizzato negli USA, e ovunque il suo uso è molto criticato a
causa dei suoi molteplici effetti collaterali, ma sarebbe comunque raccomandato
dall'OMS e dalla Bill and Melinda Gates Foundation.
Quando
l'amministrazione Trump ha deciso di tagliare i finanziamenti al Fondo delle
Nazioni Unite per la popolazione e alle organizzazioni che "eseguono o
forniscono incitamento all'aborto", a Londra nel 2017, Tedros Adhanom
Ghebreyesus ha promesso di "difendere personalmente la questione dei
diritti sessuali e riproduttivi come una priorità assoluta".
(Quando parla di questo, parla di aborto
indotto senza il consenso delle donne).
Vedi
l'articolo di “Reuters” su questo argomento:
(ceiving.com/article/us-global-contraception-summit/contraceptives-are-one-of-the-greatest-anti-poverty-
innovations-
melinda-gates-idUSKBN19W0PC?fbclid=IwAR2eyw0zYXRpuOZ8wUbbsCN7Au_K1e3meaNWb8GTS-EVhaaMJD3iO7tKcYU)
Esperto
in aborti chimici e vaccinazioni forzate. Per il genocidio Bill Gates, che
stimava pubblicamente che "grazie a nuovi farmaci e vaccini ridurremo la
popolazione del 15%, ma non basta" Tedros Adhanom Ghebreyesus è un tecnico
prezioso, il suo Mengele tenero solo a lui.
Per
rivedere il discorso del Sommo Sacerdote della Chiesa globalista, clicca su
"Bill Gates usa vaccini e nuovi farmaci per ucciderci":
(tvs24.ru/libre-consentement-eclaire-fr/watch/83/bill
-gates -ed-emmanuel-macron-meglio-di-hitler/)
Per
saperne di più sul medico Josep Mengele, clicca su “Un istruttivo promemoria di
ciò che possono essere coloro che affermano di curarci”.
(fr.wikipedia.org/wiki/Josef_Mengele)
Il
Fondo globale come salvadanaio:
Questa
organizzazione privata in gran parte finanziata con denaro pubblico è gestita
dalla Fondazione Bill e Melinda Gates per combattere ufficialmente l'AIDS, la
tubercolosi e la malaria.
Nel
luglio 2009, il tecnico in aborti chimici e vaccinazioni forzate di Bill Gates,
Tedros Adhanom Ghebreyesus, viene "eletto" (vale a dire designato dal
Sommo Sacerdote della Chiesa globalista) a capo di questo giocattolo
genocidaires.
Nel
2012 questo Fondo ha erogato 1,3 miliardi di dollari di sussidi all'Etiopia,
mentre l'etnico abortista, Tedros Adhanom Ghebreyesus, era Ministro della
Salute a meno che non fosse già stato nominato Ministro degli Esteri (nel 2012
è passato dal Ministero della Salute a quello degli Affari Esteri).
I
servizi di John Parsons, l'ispettore generale del Fondo globale incaricato
dell'audit di gestione generale tra il 2008 e il 2012, hanno rivelato che fino a due terzi di alcune
sovvenzioni del Fondo globale potrebbero aver finanziato la corruzione
attraverso documenti falsificati, contabilità inappropriata o persino la
diversione di farmaci da prescrizione, ma destinati ai neri.
Naturalmente,
il Sommo Sacerdote della Chiesa Globalista ha ottenuto la pelle di questo
piantagrane e il Consiglio di Amministrazione del Fondo Globale, presieduto dal
suo tecnico in aborti chimici e vaccinazioni forzate, ha posto fine alle funzioni
di John Parsons nel novembre 2012.
Per saperne di più John Parsons, clicca su
"Stanno scavalcando l'ispettore generale".
Gli
incredibili risultati del lavoro di Tedros Adhanom Ghebreyesus nel suo paese.
Uno
degli audit di John Parsons ha rivelato che in Etiopia, mentre era in carica il
tecnico di Bill Gates in aborti chimici e vaccinazioni forzate, il 77% dei
centri medici costruiti non aveva accesso all'acqua potabile, il 32% non aveva
strutture sanitarie, solo il 14% aveva un microscopio o un lettino da parto e
il 12% una farmacia.
Per
leggere un rapporto di audit sull'Etiopia:
(theglobalfund.org/media/7033/oig_gf-oig-17-025_report_fr.pdf?u=637166001700000000)
Il
sanguinario terrorista del ministro degli Esteri etiope.
Senta
Depuyt ci racconta che nel 2013, quando l'Arabia Saudita ha espulso i migranti,
l'unico Paese che non ha intrapreso alcuna azione per il rimpatrio e
l'assistenza ai suoi cittadini è stata l'Etiopia, il cui ministro incaricato di
questa questione era il genocidaire Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Leggi
su questo argomento l'articolo pubblicato su “Tadias”.
(tadias.com/11/18/2013/the-ethiopian-migrant-crisis-in-saudi-arabia-taking-accountability/)
Meglio,
nel 2014, l'attuale direttore generale dell'OMS, l'ex terrorista del TPLF, il
tecnico in aborti chimici e vaccinazione forzata di Bill Gates, avrebbe
ordinato e organizzato il sequestro, l'estradizione e la condanna di diversi
leader dissidenti yemeniti , così come quella di centinaia di richiedenti asilo
in fuga dalla guerra in Yemen.
Su
questo argomento cliccando su “I lavori di base del terrorista e del tecnico negli
aborti chimici e nella vaccinazione forzata di Bill Gates”. (ecadforum.com/2017/05/05/tedros-adhanom-played-a-key-role-in-kidnapping-of-prominent-dissident/)
E
questo è l'uomo che i globalisti hanno messo a capo dell'OMS.
L'agenda
globale per la sicurezza sanitaria.
Hai
mai sentito parlare dell'agenda globale per la sicurezza sanitaria?
È una
scommessa sicura di no, proprio come noi prima di chiedere di scrivere queste
righe.
Questo
programma, di cui non avete mai sentito parlare, è finanziato dalle tasse dei
paesi promotori come Stati Uniti (24%), Regno Unito (11%) e dalla Bill and
Melinda Gates Foundation (14%), Gavi ( Global Alliance for Vaccines and
Immunization), a sua volta finanziata da Bill Gates (17%), Stati Uniti (11%) e
Regno Unito (31%).
Il suo
programma è semplice e si può riassumere in poche parole: vaccinare forzatamente tutti gli
abitanti del pianeta e impiantare loro chip RFID o altri marcatori che il
progresso tecnologico consentirà.
L'agenda
della sicurezza sanitaria globale è quella della Chiesa globalista e del suo
sommo sacerdote genocida Bill Gates, sostenuto dalla Cina.
"Incontra
il medico più potente del mondo: Bill Gates" titolava “Politico “poche
settimane prima della nomina del suo tecnico in aborti chimici e vaccinazioni
forzate alla guida dell'Oms.
Un
articolo interessante che inizia così:
“Alcuni miliardari si accontentano di comprare
un'isola. Bill Gates ha un'agenzia delle Nazioni Unite a Ginevra.
(Alcuni miliardari sono soddisfatti di comprarsi
un'isola. Bill Gates ha ottenuto un'agenzia sanitaria delle Nazioni Unite a
Ginevra).
Per
leggere l'articolo di Politico, clicca su "Il dottore più potente del
mondo non è un dottore"
(politico.eu/article/bill-gates-who-most-powerful-doctor/)
Bill
Gates, i cinesi e il Centro africano per la prevenzione e il controllo delle
malattie.
La
nomina di Tedros Adhanom Ghebreyesus alla guida dell'OMS è stata sostenuta
anche dalla Cina, importante partner dello Stato etiope poiché ha finanziato e
realizzato il 70% delle sue recenti infrastrutture e finanzia anche la
costruzione della sede del futuro Centro africano per Prevenzione e controllo
delle malattie.
Nel
marzo 2017, due mesi prima della sua nomina a capo dell'OMS, il tecnico
dell'aborto chimico e della vaccinazione forzata di Bill Gates è stato invitato
dal governo cinese a tenere un discorso programmatico all'Università di
Pechino.
Tedros
Adhanom Ghebreyesus, l'OMS e la finta pandemia di Covid-19.
Quanto
sopra ci permette di comprendere meglio le dichiarazioni del Direttore Generale
dell'OMS nella direzione:
"Apprezziamo
la serietà della risposta della Cina a questa epidemia, in particolare la forza
della sua leadership e la trasparenza che hanno messo in evidenza.»
“La Cina esemplifica i nuovi standard
nella preparazione e nella risposta alle epidemie.»
Ha
anche definito "eroiche" le misure draconiane di sequestro della
popolazione cinese mentre sollecitava il mantenimento del traffico aereo con la
Cina e ha criticato il 3 febbraio 2020 gli Stati Uniti e i Paesi che hanno
chiuso i loro confini.
Interrogato
dai giornalisti, il direttore del “National Institute of Allergy and Infectious
Diseases” (NIAID) Anthony Fauci ha rifiutato di rispondere quando gli è stato
chiesto il suo parere sull'aborto chimico e sulle osservazioni del tecnico
della vaccinazione forzata di Bill Gates, che era molto favorevole alla Cina.
Ambiguo
dottor Antony Fauci, direttore del NIAID.
Del
dottor Fauci, nel 2017 ha detto: Senza dubbio, Trump dovrà affrontare un'epidemia di
malattie infettive a sorpresa.
Questa
affermazione si unisce a quelle di Bill Gates sullo stesso argomento, e a meno che
non abbiano la capacità di leggere nelle viscere dei polli o nei fondi di caffè
il futuro dell'umanità, queste affermazioni fanno parte del condizionamento
psichico che stanno cercando di imporci, il che equivale a dirci:
"State
attenti, ci sarà una pandemia, rischierete tutti di morire, ma non
preoccupatevi, noi ci siamo e abbiamo pianificato tutto per salvarvi, troveremo
molti vaccini velocemente.”
Dal
1984, Anthony Fauci è direttore del “National Institute of Allergy and
Infectious Diseases” (NIAID) che dipende dal “Dipartimento della Salute degli
Stati Uniti)”
È un
convinto sostenitore dei vaccini e, come ha denunciato nel 2010 il senatore
statunitense Tom Coburn (1948-2020), si è fatto un nome nel pantheon dei
truffatori che vivono di soldi pubblici riuscendo a spendere oltre 5,2 milioni
di dollari in quattro anni per sontuosi eventi di "consapevolezza del vaccino contro
l'HIV".
Mentre
nel 2013, sotto la presidenza Obama, esaltava le virtù della “clorochina “per
combattere un'epidemia virale, smentiva pubblicamente, in modo misurato, il
presidente Donald Trump che a sua volta esaltava gli effetti di questa
sostanza.
Inoltre,
sarebbe associato alla Bill and Melinda Gates Foundation tramite la società “Moderna
Inc”. che ha sede a Cambridge, nello Stato del Massachusetts. Moderna è
un'azienda di biotecnologie specializzata nella ricerca di nuovi vaccini, a cui
hanno dato il nome di "mRNA" (ricordiamo che i Coronavirus sono del
tipo a RNA).
La
Bill and Melinda Gates Foundation cofinanzierebbe con il NIAID, guidato da
Anthony Fauci, il rapido sviluppo di un vaccino contro il Covid-19 (già!).
Il che fa dire all'economista e giornalista
Frederick William Engdalh:
“Il vaccino Fauci-Gates Moderna Coronavirus,
mRNA-1273, è stato messo in atto in settimane, non anni.
Il 24
febbraio è stato inviato direttamente al NIH (National Institutes of Health) di
Fauci per essere testato su cavie umane, non sui topi come avviene normalmente”.
Va
aggiunto che Wikileaks ha rivelato durante le ultime mail delle elezioni
presidenziali americane in cui Anthony Fauci proclamava la sua ammirazione per la
"creatura" Hillary Clinton, compresa questa che termina con
"Per favore, digli che lo amiamo tutti e che siamo molto orgogliosi
conoscerla"
(Chiunque avesse dubbi sulla capacità di
resistenza e capacità della Segretaria dopo la sua malattia, questi dubbi sono
stati spazzati via dall'esibizione odierna davanti al Senato e alla Camera.
Ha
affrontato circostanze estremamente difficili durante le udienze e tuttavia ha
colpito subito parco. Per favore, dille che la amiamo tutti e che siamo molto
orgogliosi di conoscerla.)
Per
leggere un'e-mail di Anthony Fauci a Hillary Clinton, fare clic su "Wikileaks espone le e-mail di Anthony
Fauci a Hillary Clinton".
(wikileaks.org/clinton-emails/emailid/4379)
I
legami tra Tedros Adhanom Ghebreyesus e Anthony Fauci.
Entrambi
hanno firmato un memorandum d'intesa tra NIAID e OMS nel 2018 per promuovere
formalmente la ricerca sulle "risposte a nuovi focolai di malattie
infettive ed emergenze di salute pubblica", vale a dire: come imporre i vaccini?
Se
glielo permettiamo, la “Chiesa globalista” e il suo sommo sacerdote in Francia,
il taglia capelli Emmanuel Macron, ci imporrà il chip e la vaccinazione
obbligatoria contro la finta pandemia di Covid-19.
È in
nome di questa banda di criminali che il taglia capelli, Emmanuel Macron, così come
tutta la classe politica francese, compreso il” Führer della Francia islamica”,
il razzista Jean-Luc Mélenchon, ci imporrà la vaccinazione obbligatoria contro il
Covid-19, con chip RFID.
(tvs24.ru/libre-consentement-eclaire-fr/watch/67/m-lenchon-raciste-et-antis-mite/)
Il 1°
maggio 2020, diciamo "No!"» rifiutiamo il nostro sequestro!
Resistiamo!
Gran
parte delle informazioni contenute in questa lettera sono tratte dall'articolo
pubblicato su “Health Impact News”.
Per
leggere l'articolo (in inglese) di Senta Dupuyt, cliccare su “I genocidi hanno
preso il controllo dell'OMS”
(healthimpactnews.com/2020/is-who-director-tedros-a-terrorist-global-ties-to-bill-gates-clinton-foundation-dr-fauci-china-and-genocide/)
(Pierre
Lefèvre)
In
Europa cresce la Mortalità in Eccesso.
Per i
Media è solo Colpa dello Smog!
Conoscenzealconfine.it
– (22 Febbraio 2023) - Arianna Graziato – ci dice:
Continua
inesorabile l’eccesso di mortalità in Europa.
Secondo
i dati appena pubblicati da Eurostat, a dicembre 2022 l’aumento si è attestato
ad un +19%, 8% in più rispetto a novembre.
In
Germania si è raggiunto lo spaventoso dato del +37%, ma rimangono preoccupanti
anche i dati di Austria (+27%), Slovenia (+26%), Irlanda e Francia (+25%).
Sotto la media invece l’Italia che segna solo un +0,5%.
Tale
incremento, che fra il 2021 e il 2022 ha segnato circa un milione di morti in
più, sembra inspiegabile.
O
almeno, fino ad ora le giustificazioni che i media generalisti hanno riportato
appaiono ridicole.
Prima
si è accusato il caldo, poi lo smog e la sedentarietà.
Si è
arrivati addirittura a puntare il dito contro i broccoli.
Nel
2021 il compito dei giornalisti era più facile, ancora si poteva parlare di
morti da Covid-19.
Man
mano però la narrazione pandemica ha perso forza e l’eccesso di mortalità è
diventata un’amara verità, è sempre più difficile spiegare questi numeri secondo
gli schemi mainstream.
A
preoccupare soprattutto sono i numeri delle morti fra i giovani.
Nonostante
infatti l’eccesso riguardi tutte le fasce d’età, ad esserne più colpiti sono i
bambini.
Guardando
i grafici di “Euro Momo”, l’attività europea di monitoraggio della mortalità,
si nota come il 2022 abbia fatto strage nella fascia 0-14.
Anche
in quella dai 14 ai 44 anni si registra un aumento sostanziale paragonata ai
più anziani.
Il
Regno Unito, che dopo il brexit rimane escluso da tali statistiche, non se la
passa molto meglio.
Nel
2022 si sono registrati 650.000 decessi, quasi 40.000 in più rispetto al 2019.
Nelle ultime due settimane in particolare i decessi sono stati di un quinto
superiori alla media dal 2016 al 2019.
Si
tratta del “livello di morte” più alto negli ultimi 50 anni.
Fra le
vicende poi più gravi non si può non ricordare il caso delle Isole Canarie, che
l’anno passato hanno registrato il tasso di mortalità più alto di tutto il
21enismo secolo.
Qui in Italia invece è la Regione Sardegna a
denunciare la situazione più preoccupante:
200
morti in più al mese rispetto al 2021 e 250 rispetto alla media degli anni
precedenti all’emergenza sanitaria.
Qualcuno
ha iniziato a parlare di genocidio, ma nessuno dei grandi media vede una correlazione
con la campagna vaccinale anti-Covid.
Interessante
da citare il sondaggio della società “Rasmussen Reports”, che viste le numerose
morti improvvise registrate anche negli Stati Uniti, ha chiesto ai cittadini
quali siano secondo loro i motivi.
Quasi
la metà degli intervistati ha dichiarato che i sieri genici possono essere la
causa dell’eccesso di morte.
(Arianna
Graziato)
(byoblu.com/2023/02/21/in-europa-cresce-la-mortalita-in-eccesso-per-i-media-e-solo-colpa-dello-smog/)
L'America
l'inetto.
Unz.com
- PHILIP GIRALDI – (21 FEBBRAIO 2023) – ci dice:
Le
bugie e l'ipocrisia sono al centro della politica estera di Biden.
Si
potrebbe pensare che l'esercito degli Stati Uniti che mette in scena un attacco
segreto non provocato "plausibilmente negabile" contro una nazione
con cui non è in guerra sarebbe almeno considerato degno di nota.
Che
l'attacco abbia causato gravi danni a un paese con cui gli Stati Uniti sono
strettamente alleati sembrerebbe rendere l'aggressione ancora più impensabile.
E,
forse peggio di tutto, che l'attacco è stato organizzato dal capo
dell'esecutivo della nazione usando un bypass politico che ha evitato la
supervisione del Congresso e l'adesione alla legge sui poteri di guerra che
potrebbe essere più riprovevole di tutti in quanto taglia al cuore
dell'equilibrio costituzionale dei poteri della nazione.
Si
tratta chiaramente di un reato passibile di impeachment.
E "Sì", per coloro che se lo stanno
ancora chiedendo, Joe Biden e la sua squadra di emulatori terroristici hanno
fatto tutto questo e altro ancora, e hanno coronato la loro performance con una
serie di bugie ed evasioni per far sembrare che non avessero fatto nulla di
sbagliato.
E i
media mainstream americani, nella loro peggiore performance dall'invasione
dell'Iraq, sono serviti da cassa di risonanza per tutto ciò che la Casa Bianca
sceglie di far trapelare ad essa.
Alla
luce di tutto ciò, era forse del tutto prevedibile che la stampa e i notiziari
televisivi servili al governo avrebbero quasi completamente ignorato il
devastante rapporto pubblicato dal giornalista investigativo “Seymour Hersh”
l'8 febbraio 2023.
L'articolo
di Hersh era intitolato "Come l'America ha tirato fuori il gasdotto Nord
Stream" con un titolo secondario che recitava "Il New York Times lo
ha definito un 'mistero', ma gli Stati Uniti hanno eseguito un'operazione
marittima segreta che è stata tenuta segreta, fino ad ora".
L'articolo, che Hersh ha auto-pubblicato su Internet,
descrive in modo molto dettagliato i preparativi e l'esecuzione da parte del
“Diving and Salvage Center” della Marina degli Stati Uniti e del Ramo marittimo
della Central Intelligence Agency (CIA), coordinato e diretto dalla Casa Bianca,
per sabotare e distruggere i quattro gasdotti Nord Stream del Mar Baltico della
Russia, un crimine di guerra e un'azione terroristica che avvicina gli Stati
Uniti al conflitto armato diretto con la Russia.
Dato
il suo potenziale contraccolpo politico, la storia di Hersh potrebbe benissimo
essere la più importante esposizione apparsa da quando sono iniziati i
combattimenti in Ucraina oltre un anno fa, ma viene ignorata dalla Casa Bianca,
che nega il rapporto, con un portavoce che commenta solo che "Questa è una finzione falsa e
completa".
Anche il portavoce della CIA Tammy Thorp ha
risposto a Hersh che "Questa affermazione è completamente e assolutamente
falsa".
Anche
alla Marina degli Stati Uniti sono stati chiesti commenti, ma non ha risposto.
I
media, chiaramente evidenti dalla loro inazione, hanno aderito religiosamente a
quella linea di governo, probabilmente a causa di qualche idea errata che le
nostre forze di sicurezza nazionale debbano essere sostenute quando vanno
"in punta di piedi con i russi" sull'Ucraina.
Al contrario, è proprio quando il governo si
comporta in modo sconsiderato, per non parlare del fatto che criminalmente
provoca una guerra inutile, che la stampa dovrebbe essere alla ricerca della
storia e di ciò che significa.
Ciò è
particolarmente vero in quanto il conflitto ucraino si sta intensificando e
minaccia di diventare nucleare mentre entrambe le parti scavano in posizioni
incompatibili.
Conosco
Sy Hersh da un certo numero di anni e ho trascorso del tempo insieme a lui e ad
altri ex colleghi della CIA aiutando a confermare i dettagli di alcune delle sue
precedenti esposizioni sugli abusi del governo degli Stati Uniti e sulle bugie
vere e proprie nel suo ruolo in qualche modo non completamente credibile di
"guardiano" della sicurezza nazionale.
Hersh
è un investigatore meticoloso che mai, nella mia esperienza, ha accettato
affermazioni non confermate a sostegno delle sue narrazioni.
Ho una
certa comprensione di chi potrebbero essere le sue fonti nelle agenzie di
intelligence e nel Dipartimento della Difesa in questo caso e dovrebbe essere
accettato che ciò che ha scritto è completamente verificabile e derivato da
individui che sono stati effettivamente partecipanti alle attività descritte.
Questo
non vuol dire che non ci saranno mancanze nel ricordare con precisione i
dettagli che includono aspetti del possibile coinvolgimento norvegese, qualcosa
che i critici stanno già indicando, ma la spinta principale di
"whodunit" e "come" è abbastanza definitivamente dimostrata.
La
relazione è lunga e contiene una grande quantità di informazioni sia sulla
pianificazione che sul processo decisionale politico che ha portato alla
volontà di distruggere il gasdotto, che descriverò brevemente.
Sy afferma quanto segue:
Non è
stato esattamente un segreto che molti nel governo degli Stati Uniti hanno a
lungo considerato i gasdotti Nord Stream come una minaccia alla sicurezza in
quanto la fornitura di gas naturale relativamente economico alla Germania come
porta d'ingresso in Europa da parte della Russia consentirebbe a Mosca di
creare una dipendenza da essa per l'energia che potrebbe essere manipolata per
produrre vantaggi politici e strategici.
Mentre
la crisi sull'Ucraina si approfondiva nel 2021, la Casa Bianca di Biden ha
istituito una task force segreta che ha lavorato su possibili scenari che si
sono concentrati sull'utilizzo di risorse militari e di intelligence per
distruggere fisicamente gli oleodotti con una certa misura di plausibile
negazione della mano degli Stati Uniti nel processo al fine di evitare
contraccolpi politici da parte degli alleati europei dell'America o escalation
del conflitto.
La segretezza era necessaria per proteggere Biden
dalle accuse di ipocrisia dal momento che aveva ripetutamente promesso che gli
Stati Uniti non sarebbero stati direttamente coinvolti in alcun conflitto
armato con la Russia sull'Ucraina.
Il
consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha guidato la task force
interagenti, che si è riunita alla fine del 2021 e comprendeva attori chiave
del ramo marittimo dell'Agenzia e del Centro immersioni e salvataggio della
Marina, entrambi situati a Panama City in Florida, nonché il Dipartimento di
Stato, il Tesoro e il Joint Chiefs of Staff.
L'operazione
è stata originariamente trattata come un'azione segreta che avrebbe richiesto
la supervisione del Congresso, ma quella foglia di fico è stata abbandonata ed
è diventata una "operazione di intelligence altamente classificata"
quando Biden e altri nell'amministrazione hanno dichiarato pubblicamente e
chiaramente le loro intenzioni di fermare il gasdotto, rendendo quella che alla
fine ha avuto luogo una politica apertamente dichiarata, forse intesa a inviare
un avvertimento ai russi. Sono state discusse diverse opzioni per distruggere i
gasdotti.
Secondo Hersh, i partecipanti all'incontro,
molti dei quali erano falchi che si erano fatti le ossa sotto l'amministrazione
Obama, capirono chiaramente che stavano proponendo un "atto di
guerra" che veniva preso in considerazione nonostante il potenziale
contraccolpo perché il presidente lo aveva ordinato.
C'erano
molti avvertimenti su ciò che sarebbe potuto accadere.
All'inizio
di febbraio 2022, poco prima dell'invasione russa dell'Ucraina, il presidente
Biden ha promesso pubblicamente durante una conferenza stampa congiunta
accompagnata da un silenzioso e accigliato cancelliere tedesco Olav Scholz che
"Se la Russia invade ... non ci sarà più un Nord Stream 2" e, quando
gli è stato chiesto come lo avrebbe realizzato, ha risposto: "Saremo – ve
lo prometto – saremo in grado di farlo".
Più
tardi, dopo la distruzione del gasdotto, il Segretario di Stato Blinken
dichiarò che il sabotaggio offrì una "tremenda opportunità per rimuovere
una volta per tutte la dipendenza dall'energia russa ...
Questo
è molto significativo e offre un'enorme opportunità strategica per gli anni a
venire".
Non che ci fosse bisogno di ulteriori
conferme, ma il 22 gennaio 2023 Il
sottosegretario di Stato “Victoria Nuland” ha gongolato mentre testimoniava a
una commissione del Senato degli Stati Uniti che "l'amministrazione è molto gratificata
di sapere che Nord Stream 2 è ora ... un pezzo di metallo in fondo al
mare."
L'amministrazione
Biden, nella sua arroganza, ha più o meno ammesso di essere dietro il
sabotaggio, che certamente aveva il motivo e i mezzi per eseguire, anche se
stava accuratamente evitando di lasciare dietro di sé qualsiasi prova reale che
avesse effettuato la distruzione.
Come
osservato sopra, ha anche deliberatamente evitato qualsiasi coinvolgimento del
Congresso, presumibilmente per evitare qualsiasi discussione sui poteri di
guerra o anche a causa delle preoccupazioni su possibili fughe di notizie.
Secondo
quanto riferito, la meccanica del posizionamento degli esplosivi seguita
dall'effettiva distruzione degli oleodotti era la seguente:
Sotto
la copertura di un'esercitazione della NATO nel Mar Baltico chiamata BALTOPS-22
nel giugno 2022, la Marina degli Stati Uniti e forse anche le attività speciali
della CIA e i sommozzatori norvegesi sono scesi a 260 piedi in un punto al
largo dell'isola danese di Bornholm, che era considerato un luogo in cui le
condotte convergevano in acque relativamente poco profonde prive di maree ed
erano particolarmente vulnerabili.
Hanno
attaccato gli esplosivi C-4 sia al Nord Stream 1, che era operativo, sia al
Nord Stream 2, che è stato completato ma era in attesa dell'approvazione dei regolatori
tedeschi per la sicurezza per diventare attivo.
Gli
esplosivi sono stati progettati per essere detonabili a distanza.
Gli
esplosivi erano su un timer che creava una finestra di fuga per coloro che
iniziavano la detonazione e sono stati segnalati per essere attivati da un
segnale sicuro inviato da una boa sonar che è stata lasciata cadere sul sito
preparato da un elicottero della marina norvegese.
I norvegesi erano essenziali in quel ruolo a
causa della loro presenza militare vicino alla parte bersaglio del Baltico e
della loro notevole esperienza nelle operazioni in acque fredde in acque
profonde.
Un
elicottero della Marina norvegese nella zona presumibilmente non susciterebbe
particolari preoccupazioni, anche da parte dei russi sempre vigili.
Sotto
l'ordine di "Go!" da Washington, il 26 settembre 2022 i norvegesi
hanno lasciato cadere la boa sonar e poche ore dopo gli esplosivi C-4 sono
stati fatti esplodere, mettendo immediatamente fuori uso tre dei quattro
oleodotti.
All'indomani
del bombardamento, gli Stati Uniti e i loro alleati nei media hanno fatto ogni
sforzo per incolpare i russi che sono stati ripetutamente citati come probabili
colpevoli.
Le fughe di notizie dalla Casa Bianca e dal
governo britannico non hanno mai stabilito una chiara spiegazione del perché
Mosca si sarebbe auto-sabotata di un lucroso accordo commerciale.
Pochi mesi dopo, quando è stato rivelato che
le autorità russe avevano tranquillamente ottenuto stime per il costo per
riparare i Nord Streams, intorno ai 10 miliardi di dollari, il New York Times
ha apparentemente descritto lo sviluppo come "complicando le teorie su chi c'era
dietro" il sabotaggio.
In
effetti, non è mai stato chiaro perché la Russia avrebbe cercato di distruggere
il proprio prezioso gasdotto che doveva essere una delle principali fonti di
reddito per molti anni a venire, una proposta che l'ex diplomatico britannico
Craig Murray descrive come "squilibrata".
Ma una
logica più eloquente per l'azione del presidente è venuta dal Segretario di
Stato Blinken.
Interrogato
in una conferenza stampa a settembre sulle conseguenze del peggioramento della
crisi energetica globale, più sentita in Europa occidentale, un delirante
Blinken ha descritto lo sviluppo in termini positivi, entusiasta di come la distruzione
avrebbe "tolto a Vladimir Putin l'armamento dell'energia come mezzo per
far avanzare i suoi disegni imperiali".
La
storia raccontata da Sy Hersh è l'ennesimo grande tradimento da parte della
cosiddetta leadership del paese, un esempio eclatante del governo degli Stati
Uniti aiutato dai suoi media cagnolini che mentono ancora una volta ai propri
cittadini e al mondo per coprire un atto criminale che non ha in alcun modo
reso gli americani più sicuri o più prosperi.
Negli
Stati Uniti, il tafano Tucker Carlson, tra i giornalisti di spicco, ha finora
osato presentare il resoconto investigativo sviluppato da Hersh in un segmento
di cinque minuti del suo programma.
Newsweek
ha anche pubblicato un pezzo che esamina le questioni sollevate con l'avvocato
costituzionale John Yoo.
Più
interessante forse, un'intervista di mezz'ora di Hersh da parte di Amy Goodman
su Democracy Now!
Della
televisione PBS è andata in onda la scorsa settimana, ma poi è stata
parzialmente bloccata perché YouTube l'ha considerata "inappropriata o
offensiva".
La
piena disponibilità del video dell'intervista a Seymour Hersh è stata
ripristinata da allora con il canale Democracy Now!
E che
fornisce il seguente messaggio esplicativo:
"AGGIORNAMENTO:
abbiamo offuscato alcune immagini circa 30 secondi nel video in risposta a un
avviso di contenuto da YouTube che ha fortemente limitato la portata di questa
intervista.
Quello
che vedi ora è una versione modificata.
Per la
versione non censurata di questa intervista che è andata in onda nel nostro
show, visita democracynow.org.
Al di
là di questa esposizione, rimangono tuttavia molte domande sulla distruzione di
Nord Stream, che è stato inequivocabilmente un atto di guerra o addirittura di
terrorismo, che continuano ad essere senza risposta.
Si consideri, ad esempio, come i paesi della
NATO, gli Stati Uniti e la Norvegia, hanno di fatto attaccato il paese della
NATO, la Germania, che era sia il destinatario designato che un partner
economico nei gasdotti.
Anche
se un certo coinvolgimento britannico nell'operazione, rilevato anche
dall'intelligence russa, è stato rapidamente rivelato pubblicamente dal testo
"It's done" dell'allora primo ministro britannico Elizabeth Truss al
segretario di Stato Antony Blinken sessanta secondi dopo la detonazione.
A quanto pare Berlino non era abbastanza
fidata da avere voce in capitolo nella pianificazione e nell'esecuzione del
bombardamento, anche se ne era gravemente danneggiato.
Inoltre, l'articolo 5 della carta della NATO
dice che un attacco a una nazione richiede che tutti gli altri membri
dell'alleanza aiutino il paese che è stato preso di mira ed è intrigante
considerare se il resto della NATO dovrebbe andare in guerra con gli Stati Uniti
e la Norvegia.
In
alternativa, gli "amici" nell'alleanza difensiva possono attaccarsi a
vicenda senza conseguenze o gli Stati Uniti e la Norvegia dovrebbero ora essere
considerati nazioni canaglia?
L'alleanza stessa sarà in grado di rimanere
unita se diversi Stati membri adottano unilateralmente misure che possono
danneggiare gravemente l'economia di un altro membro?
E come stanno effettivamente rispondendo i
tedeschi al loro crollo economico e al loro tenore di vita, con la chiusura di
fabbriche e celle frigorifere come conseguenza dell'azione USA/Norvegia?
Gli
americani, da parte loro, dovrebbero anche riflettere profondamente sul governo
che abbiamo e sulla mancanza di moderazione con cui si comporta.
Gli
estensori della Costituzione diedero solo al Congresso il potere di dichiarare
guerra, forse immaginando che in una data futura il presidente avrebbe potuto
abbassarsi a usare le forze militari e navali degli Stati Uniti a livello
globale per punire e costringere altre nazioni, impadronirsi del loro
territorio e uccidere il loro popolo.
Ed è
tutto giustificato da qualcosa chiamato "eccezionalismo" che rafforza
un massiccio inganno sostenuto che condurre una guerra continua è in realtà
mantenere la pace in un "ordine internazionale basato sulle regole".
Ma
l'ultima, e più grande, domanda rimane: come reagirà la Russia al Nord Stream?
Sarà un passo avanti verso una possibile guerra
nucleare iniziata dalla mossa sconsiderata di Joe Biden o il Cremlino
persisterà con la sua richiesta che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite indaghi sull'incidente?
Mosca
sarà certamente attenta a scegliere il momento e il luogo giusto, ma l'ultimo
atto di questa commedia rimane sicuramente da scrivere.
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è direttore esecutivo del “Council for the National
Interest”, una fondazione educativa deducibile dalle tasse 501 (c) 3 (Federal
ID Number # 52-1739023) che cerca una politica estera statunitense più basata
sugli interessi in Medio Oriente.)
L'umanità
è diventata un buco nero.
Wired.it
– Matt Simon - Daniel Holz – Intervista – (19-9-2023) – ci dicono:
Il fisico
Daniel Holz, che si occupa degli eventi più catastrofici e dell'orologio
dell'Apocalisse, condivide le sue riflessioni sulla più grave minaccia al
nostro pianeta: l'uomo.
Nell'universo
non c'è catastrofe più grande di un buco nero, che ha una gravità così intensa
che nemmeno la luce può sfuggirgli.
Certo,
una supernova è un'esplosione incredibilmente violenta, ma la distruzione
provocata da un buco nero è totale, annichilente.
Questi mostri si aggirano nello spazio come
Pac-Man, divorando stelle, pianeti e asteroidi.
L'orologio
dell'Apocalisse è fermo, ma non è una buona notizia.
Per il
terzo anno consecutivo il “Doomsday Clock”, l'orologio che segna quanto ci
resta prima della nostra auto-distruzione, è fermo a 100 secondi dalla
mezzanotte. Si tratta del momento più vicino all'apocalisse di sempre.
Nonostante
i nostri sforzi, nessun disastro provocato dall'uomo – cambiamenti climatici,
fame, guerre nucleari – può competere con una devastazione simile.
"Rifletto
su cose che si trovano ai margini dell'universo, eventi accaduti poco dopo il
Big Bang – dice Daniel Holz, fisico dell’University of Chicago –. Siamo in
grado di costruire oggetti fenomenali come i telescopi spaziali che scrutano
nel passato fino all'inizio dei tempi.
È
incredibile. Eppure, siamo sul punto di distruggere la nostra unica casa".
Holz è
membro del “Bulletin of the Atomic Scientist”s, un'organizzazione no-profit
nata in seguito ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki durante la
seconda guerra mondiale.
L'obiettivo dell'organizzazione è quello di
valutare le minacce esistenziali per la nostra specie, siano esse armi nucleari
o cambiamenti climatici, e regolare di conseguenza il” Doomsday Clock” – ovvero
l'orologio dell'Apocalisse - che quest'anno ha compiuto 75 anni.
L'orologio
è la rappresentazione grafica del tempo che secondo gli scienziati del Bulletin
manca alla fine dell'umanità:
più si avvicina la mezzanotte, più la
distruzione del pianeta è imminente.
Al
momento l'orologio segna cento secondi dalla mezzanotte, rispetto ai due minuti
nel 2018.
Scrutare
il cosmo e contemplare quanto siamo insignificanti, tuttavia, ha un fascino
particolare.
“Wired
US” ha incontrato Holz per discutere di catastrofi cosmiche e terrestri, di
come affrontare le sciagure, del perché quello attuale è un momento
particolarmente pericoloso nella storia dell'umanità, ma anche del perché non
tutto è perduto.
La conversazione è stata condensata,
modificata e tradotto allo scopo di garantire maggiore chiarezza.
Daniel
Holz: il Bulletin é stato fondato nel
1947.
Avevamo
capito già allora che ci sarebbe stata una corsa agli armamenti, che ci
sarebbero state bombe H, e che sarebbero state migliaia. L
'intero
pianeta era minacciato.
Non ci
sarebbe stato modo di vincere queste guerre, né di difendersi da queste armi.
Dovevamo trovare un nuovo modo di pensare.
Gli scienziati hanno capito la tecnologia,
hanno capito la minaccia e hanno sentito che bisognava fare qualcosa.
L'orologio
dell'Apocalisse è il nostro modo di dare una forma alle riflessioni su come ci
stiamo comportando a livello globale.
Come
stiamo rispondendo alle minacce esistenti, per come le intendiamo?
Direi
che la minaccia più grande è ovviamente quella nucleare, ma anche la crisi
ambientale e la disinformazione.
I
membri del Bulletin non sono paranoici.
Si
tratta per lo più di scienziati. Sono persone molto calme, razionali e sobrie.
Nessuno di noi partecipa a questa iniziativa perché è entusiasta all'idea di
avvicinare l'orologio alla mezzanotte.
L'obiettivo
è quello di allontanarci. Il nostro sogno più grande, la ragione per cui lo
facciamo, è arrivare a un punto in cui saremo abbastanza lontani dalla
mezzanotte da non dover più avere paura.
Se potessi dedicare tutto il mio tempo ai
buchi neri senza preoccuparmi del futuro della civiltà, sarebbe molto meglio,
senza dubbio.
Uno
dei miei modi di affrontare il caos che ci circonda è quello di pensare che
nell'economia dell'universo siamo insignificanti.
Ma non si può mettere la testa sotto la sabbia
e aspettarsi che il caos sparisca, è necessario interessarsi a ciò che accade.
Siamo
più che insignificanti.
Il pianeta è insignificante. Il sistema
solare, la galassia: solo un piccolo granello nell'universo.
Se
facessimo esplodere noi stessi, il nostro pianeta, lo renderemmo del tutto
invivibile e la civiltà si estinguerebbe in un attimo.
È un evento piccolissimo in una zona noiosa
dell'universo.
L'universo
esiste da quattordici miliardi di anni, la civiltà, da quanto, diecimila?
Ci
sono momenti in cui mi tranquillizza pensare: "Va bene, va tutto bene.
L'universo andrà avanti".
Quasi
certamente c'è vita su altri pianeti. Man mano che impariamo a conoscere
l'universo, scopriamo sempre di più che non siamo speciali. Non c'è alcuna garanzia che saremo
ancora in giro tra cinquanta, cento o mille anni. L'unico fattore determinante
siamo noi stessi e all'universo non può importare di meno. Tutto quello che ci
accade è colpa nostra.
Ma il
nostro pianeta è speciale – almeno nel nostro sistema solare, nel nostro
piccolo angolo di universo – in quanto supporta la vita.
Ci è
stato donato questo incredibile mondo, che stiamo distruggendo.
Per questo è ancora più frustrante sentire chi
già pensa di trasferire l'uomo su Marte.
Perché
ci ritrovassimo qui in questo momento molte cose sono andate nel verso giusto.
La
questione di Marte dimostra un fraintendimento profondo sul funzionamento della
vita sulla Terra e gli innumerevoli fattori che rendono il pianeta perfetto per
la vita umana.
È anche completamente irrealistico: è
fantascienza.
Andarcene
tutti a vivere su un altro pianeta non ci salverà.
Probabilmente
conoscete il paradosso di Fermi [riflettendo sul perché una galassia che
teoricamente potrebbe ospitare molte forme di vita non ha mai mostrato segni di
altri esseri viventi, il fisico Enrico Fermi chiese: "Dove sono
tutti?", nda].
La
risposta più semplice agli interrogativi su dove sono tutte le civiltà aliene è
che si sono fatte esplodere.
Se si
guarda agli ultimi cinquant'anni, non si contano le volte in cui noi stessi ci
siamo andati vicini.
E parliamo solo di cinquant'anni. Quante altre
occasioni avremo di farci saltare in aria nei prossimi cinquanta?
Basta
guardare agli ultimi mesi. Che possibilità abbiamo di superare i prossimi
vent'anni? Ci sono tutte le armi nucleari, tutti i conflitti.
Senza contare i disastri ambientali, la precarietà
alimentare, le guerre per l'acqua, le inondazioni, le migrazioni di massa, gli
sfollamenti, la crisi dei rifugiati: tutto questo su una scala rispetto alla
quale tutto quello che il mondo ha sperimentato finora scompare.
Oppure,
potrebbe essere che l'universo sia troppo grande e che sia troppo difficile
sostenere una forma di vita complessa al suo interno, in quel caso la
probabilità che altre forme di vita siano esistite è abbastanza bassa da far sì
che nella nostra galassia non sia mai accaduto.
Mi sembra più difficile da credere, ma chi lo
sa, altre persone ragionevoli potrebbero non essere d'accordo.
L'unica
cosa che tutte le civiltà umane hanno in comune è che finiscono. Per circa
diecimila anni, questo è stato il fattore comune.
Si può
argomentare che le civiltà tendono a non durare a lungo una volta raggiunto un
certo livello tecnologico.
Quando arrivano al punto di poter inviare
sonde in tutta la galassia o di comunicare alla velocità della luce, non
rimangono a lungo in quello stadio.
Abbiamo
raggiunto molti progressi tecnologici e, adesso che abbiamo le armi nucleari e
siamo in balia dei cambiamenti climatici, iniziamo a essere in grado di avere
un vero impatto sull'intero pianeta.
E una
volta arrivati a questo punto, iniziano a succedere cose brutte.
Con le
armi nucleari, potremmo letteralmente spazzare via l'umanità.
E a causa dei cataclismi ambientali, se ci
avviciniamo agli scenari peggiori, se continuiamo ad andare avanti così, la
civiltà collasserà.
Ampie
porzioni della Terra diventeranno invivibili. Ci sono persone che vivranno su
un pianeta molto diverso da quello attuale.
Sempre se saranno ancora vive, e nel caso di
una guerra nucleare probabilmente non lo saranno.
L'entropia
dell'universo fa sì che diventi sempre più disordinato man mano che il tempo
passa. Ma per la civiltà terrestre non si tratta tanto di entropia quanto di
collasso.
Non è
un processo lento. L'entropia fa il suo dovere e alla fine prevale.
Ma le
tempistiche rilevanti per questi processi, quelle fisiche, sono molto lunghe. Mentre quello di cui stiamo parlando
sta avvenendo molto velocemente.
Per
quanto riguarda il nucleare, in questo momento, se qualcuno – Biden o Putin – decidesse di essersi stufato,
è la fine.
Basta
una persona, una sola persona che decide.
È sufficiente che prema un pulsante. Per come
è strutturato il sistema, non c'è modo di contrastarlo.
In trenta
minuti è tutto finito. Una persona.
Che
razza di civiltà è quella che prevede che una sola persona possa spazzare via
tutti e distruggere l'intero pianeta?
Tutto,
tutti gli esseri viventi, tutto.
È una
cosa un po' diversa dalla semplice entropia e dalla progressione storica.
Non
sto cercando di essere deprimente. È una bella giornata qui a Chicago. È solo
che è molto facile farsi prendere dallo sconforto.
Quando
torno a lavorare sui buchi neri, lo trovo è edificante in un modo molto strano.
Sono
bellissimi. Come lo è il fatto che noi, come specie, possiamo sederci qui e
contemplare l'età dell'universo.
Percepisco
una sorta di nichilismo serpeggiante, perché ci sono così tante cose che
sfuggono al nostro controllo come individui.
Nel mio caso, ho cercato di trasformarlo in
nichilismo costruttivo. Sono molto abbattuto per gli sconvolgimenti planetari.
Ma
pensando all'universo più in generale, credo che sia rassicurante rendersi
conto che siamo insignificanti. Così il problema diventa la tentazione di
arrendersi.
So
esattamente di cosa stai parlando, perché anch'io faccio la stessa cosa. È
molto facile farsi prendere dallo sconforto.
Pensare
che niente abbia importanza, che noi non contiamo, mi consola.
È come
se non dovessi prenderla sul personale.
Per
l'universo le cose andranno bene in ogni caso.
Il
pianeta però ha davvero bisogno che le persone si impegnino di più, questo è
chiaro.
E non
succederà grazie a politici illuminati, a meno che tutti non inizino a spingere
in questa direzione.
Ma
abbiamo bisogno di politici illuminati, di leader di aziende illuminati, e
abbiamo anche bisogno di cittadini illuminati che dicano semplicemente:
“Quando è troppo è troppo.
Vediamo
quello che sta accadendo al pianeta.
Sta
succedendo quello che gli scienziati avevano detto che sarebbe successo, e ci
stanno dicendo che la situazione peggiorerà.
Questo non va bene.”
La
fine del mondo
come
utopia.
Legrandcontinent.eu
- Hans Magnus Enzensberger – (31-12 -2022) -ci dice:
La
fine del mondo non è più quella di una volta.
Ci
accompagna più che perseguitarci. La vediamo scorrere al rallentatore.
L'apocalisse non è una fantasia - è un'utopia.
(Uno
spunto di dottrina firmato Hans Magnus Enzensberger.)
L’apocalisse
fa parte del nostro bagaglio ideologico.
È un
afrodisiaco, un incubo, una merce come un’altra.
Una
metafora del crollo del capitalismo, che come tutti sappiamo è imminente da più
di un secolo.
La
incontriamo nelle forme e nei modi più disparati: come dito di avvertimento e
previsione scientifica, finzione collettiva e grido di protesta settario, come
prodotto dell’industria del tempo libero, come superstizione, come mitologia
volgare, come indovinello, scherzo, proiezione.
È sempre presente, ma mai “attuale”: una
seconda realtà, un’immagine che costruiamo per noi stessi, una produzione
incessante della nostra fantasia, la catastrofe nella mente.
È
tutto questo e molto di più, essendo una delle idee più antiche della specie
umana.
Sulle sue origini si sarebbero potuti scrivere
volumi densi, e ovviamente tali volumi sono stati scritti.
Sappiamo anche molte cose sulla sua storia
travagliata, sul suo periodico flusso e riflusso e sul modo in cui queste
fluttuazioni si collegano al processo materiale della storia.
L’idea dell’apocalisse ha accompagnato il pensiero
utopico fin dalle sue origini, inseguendolo come un’ombra, come un rovescio che
non può essere lasciato alle spalle: senza catastrofe, niente millennio, senza
apocalisse, niente paradiso.
L’idea della fine del mondo è semplicemente
un’utopia negativa.
Senza
catastrofe, niente millennio, senza apocalisse, niente paradiso.
Ma
anche la fine del mondo non è più quella di una volta.
Il
film che si svolge nella nostra testa, e in maniera ancora più disinvolta nel
nostro inconscio, si distingue per molti aspetti dai sogni di un tempo che fu.
Nelle
sue accezioni tradizionali, l’apocalisse era un’idea venerabile, anzi sacra.
Ma la
catastrofe che ci interessa tanto (o che piuttosto ci perseguita) è un fenomeno
completamente secolarizzato.
Ne
leggiamo i segni sui muri degli edifici, dove appaiono da un giorno all’altro,
spruzzati maldestramente;
li leggiamo sulle stampe prodotte dal
computer.
Il nostro mostro a sette teste risponde a
molti nomi: stato di polizia, paranoia, burocrazia, terrore, crisi economica, corsa
agli armamenti, distruzione dell’ambiente.
I suoi quattro cavalieri assomigliano agli
eroi dei film western e vendono sigarette, mentre le trombe che proclamano la
fine del mondo finiscono per essere il tema musicale di una pubblicità.
Un
tempo si vedeva nell’apocalisse l’inconoscibile mano vendicatrice di Dio.
Oggi
appare come il prodotto metodicamente calcolato delle nostre stesse azioni, e
gli spiriti che riteniamo responsabili del suo avvicinarsi li chiamiamo rossi,
sceicchi del petrolio, terroristi, multinazionali;
gli gnomi di Zurigo e i Frankenstein dei
laboratori di biologia;
gli
ufo e le bombe al neutrone;
i
demoni del Cremlino o del Pentagono: un mondo sotterraneo di cospirazioni e
macchinazioni inimmaginabili, i cui fili sono tirati dagli onnipotenti cretini
della polizia segreta.
Anche
l’apocalisse era un tempo un evento unico, da aspettare senza preavviso, come
un fulmine a ciel sereno:
un
momento impensabile che solo veggenti e profeti potevano anticipare – e,
naturalmente, nessuno voleva ascoltare i loro avvertimenti e le loro
previsioni.
La nostra fine del mondo, invece, è cantata
dai tetti anche dai passeri; manca l’elemento sorpresa, sembra solo una
questione di tempo.
Il
destino che ci immaginiamo è insidioso e lento come una tortura nel suo
avvicinarsi, l’apocalisse al rallentatore.
Ricorda
quel classico d’avanguardia del cinema muto, in cui vediamo una gigantesca
ciminiera di una fabbrica rompersi e crollare senza rumore sullo schermo, per
ben venti minuti, mentre gli spettatori, in una sorta di indolente comfort, si
appoggiano alle loro poltrone di velluto e sgranocchiano popcorn e noccioline.
Dopo
lo spettacolo, il futurologo sale sul palco.
Sembra una povera imitazione del dottor
Stranamore, lo scienziato pazzo, solo che è disgustosamente grasso.
Con
molta calma ci informa che la fascia di ozono atmosferico sarà scomparsa tra
vent’anni, per cui saremo sicuramente abbrustoliti dalle radiazioni cosmiche se
saremo abbastanza fortunati da sopravvivere fino ad allora, che sostanze
sconosciute nel nostro latte ci stanno portando alla psicosi e che, con il
ritmo di crescita della popolazione mondiale, presto ci saranno solo posti in
piedi sul nostro pianeta.
Tutto questo con un sigaro Havana in mano, in
un discorso ben composto e dalla logica impeccabile.
Il pubblico reprime uno sbadiglio, anche se, secondo
il professore, la catastrofe è imminente.
Ma non
arriverà questo pomeriggio.
Oggi
pomeriggio tutto andrà avanti come prima, forse un po’ peggio della settimana
scorsa, ma non in modo che qualcuno se ne accorga.
Se
oggi pomeriggio qualcuno di noi dovesse essere un po’ depresso, cosa che
ovviamente non si può escludere, allora potrebbe pensare, indipendentemente dal
fatto che lavori al Pentagono o in metropolitana, che stiri camicie o saldi
lamiere, che sarebbe davvero più semplice se ci liberassimo del problema una
volta per tutte; se la catastrofe arrivasse per davvero.
Tuttavia,
questo è fuori discussione.
La
finalità, che in passato era uno dei principali attributi dell’apocalisse e una
delle ragioni del suo potere di attrazione, non ci è più concessa.
Il
destino che ci immaginiamo è insidioso e lento con una tortura nel suo
avvicinarsi, l’apocalisse al rallentatore.
Anche
un altro aspetto tradizionale della fine del mondo è andato perduto: prima, era
generalmente accettato che l’evento avrebbe colpito tutti contemporaneamente e
senza eccezioni.
Così
la domanda insoddisfatta di uguaglianza e giustizia ha trovato il suo ultimo
rifugio in questa concezione.
Ma come vediamo oggi, il disastro non è più un
fattore di livellamento.
Al
contrario. Varia da Paese a Paese, da classe a classe, dà luogo a luogo.
Mentre
alcuni ne sono già stati travolti, altri lo stanno guardando in televisione.
Si costruiscono bunker, si murano ghetti, si
erigono fortezze, si assumono guardie del corpo, su larga e piccola scala.
Come la casa di campagna con gli allarmi e le
recinzioni elettriche, interi Paesi del mondo vengono rinchiusi mentre altri
cadono a pezzi.
L’incubo della fine del mondo non pone fine a
questa disparità temporale, ma semplicemente la radicalizza.
Le sue
versioni africane e indiane sono ignorate con un’alzata di spalle da chi non è
direttamente interessato, compresi i governi africani e indiani.
È a questo punto, finalmente, che lo scherzo
finisce.
Berlino,
primavera 1978.
Caro
Balthasar,
quando
ho scritto il mio commento sull’apocalisse – un lavoro che, confesso, non era
particolarmente approfondito o serio – non sapevo ancora che anche lei si
occupasse del futuro.
Al telefono mi ha detto che “non riusciva ad arrivare
da nessuna parte”.
Sembrava
quasi un appello di aiuto. La conosco abbastanza bene da capire il suo dilemma.
Oggi
sono solo i tecnocrati ad avanzare verso il 2000 con ottimismo, con l’istinto
infallibile dei lemming, e lei non è uno di loro.
Al contrario, lei è un’anima fedele, sempre
pronta a riunirsi sotto la bandiera dell’utopia.
Vuole più che mai aggrapparsi al principio
della speranza. Ci augura il meglio: non solo a lei e a me, ma a tutta
l’umanità.
Oggi
sono solo i tecnocrati ad avanzare verso il 2000 con ottimismo.
Non si
arrabbi, per favore se questo le suona ironico. Non è colpa mia. Voleva vedere
se fossi venuto in suo aiuto.
La mia
lettera sarà una delusione per lei e forse avrà l’impressione che la stia
attaccando alle spalle.
Non è
questa la mia intenzione. Vorrei solo suggerire di considerare le cose a mani
libere.
La “forza
della teoria di sinistra”, di qualsiasi tipo, da Babeuf a Bloch, cioè per più
di un secolo e mezzo, risiedeva nel fatto che si basava su un’utopia positiva
che non aveva eguali nel mondo esistente.
Socialisti,
comunisti e anarchici condividevano la convinzione che la loro lotta avrebbe
introdotto il regno della libertà in un periodo di tempo prevedibile.
Sapevano
“dove volevano andare e cosa, con l’aiuto della storia, della strategia e dello
sforzo, avrebbero dovuto o dovuto fare per arrivarci.
Ora non lo sanno più”.
Ho
letto di recente queste parole lapidarie in un articolo dello storico inglese
Eric Hobsbawm.
Ma questo vecchio comunista non dimentica di
aggiungere che “In questo senso, non sono soli. I capitalisti non sono in grado
di capire il loro futuro quanto i socialisti, e sono altrettanto perplessi per
il fallimento dei loro teorici e profeti”.
Hobsbawm
ha ragione.
Il
deficit ideologico esiste da entrambe le parti. Tuttavia, la perdita di
certezza sul futuro non si bilancia. È più difficile da sopportare per la
sinistra che per coloro che non hanno mai avuto altra intenzione se non quella
di aggrapparsi ad ogni costo a qualche frammento del proprio potere e dei
propri privilegi.
È per
questo che la sinistra, compreso lei, caro Balthasar, mugugna e si lamenta.
È più
difficile da sopportare per la sinistra che per coloro che non hanno mai avuto
altra intenzione se non quella di aggrapparsi ad ogni costo a qualche frammento
del proprio potere e dei propri privilegi.
Lei
dice che nessuno è più pronto, né è in grado di proporre un’idea positiva che
vada oltre l’orizzonte dello stato di cose esistente.
Al
contrario, dilagano le false coscienze; dominano l’apostasia e la confusione.
Ricordo
la nostra ultima conversazione sul “nuovo irrazionalismo”, il suo lamento per la
rassegnazione che avverte da tutte le parti, e le sue filippiche contro i
catastrofisti disinvolti, i pessimisti spudorati e gli apostoli del
disfattismo.
Mi
guarderò bene dal contraddirla in questa sede. Ma mi chiedo se in tutto questo
non le sia sfuggita una cosa:
il
fatto che in queste espressioni e in questi stati d’animo c’è proprio quello
che lei cercava, un’idea che va oltre i limiti della nostra esistenza attuale.
Perché, in ultima analisi, il mondo non è
certo finito (altrimenti non potremmo parlarne);
e
finora non mi è giunta alcuna prova conclusiva che un evento del genere si
verificherà in un momento chiaramente accertabile.
La conclusione che ne traggo è che siamo di
fronte a un’utopia, anche se negativa; e sostengo inoltre che, per le ragioni
storiche che ho menzionato, la teoria della sinistra non è particolarmente
adatta a trattare questo tipo di utopia.
La sua
reazione è solo un’ulteriore prova a favore di questa mia ipotesi.
La
prima strofa della sua canzone, in cui lamenta la condizione intellettuale
prevalente, è prontamente seguita dalla seconda, in cui enumera capri
espiatori.
Per un
teorico esperto come lei, non è difficile individuare i colpevoli:
l’avversario ideologico, gli agenti
dell’anticomunismo, la manipolazione dei mass media. Le sue argomentazioni non
mi sono affatto nuove.
Mi ricordano un saggio che mi è stato
segnalato qualche anno fa.
L’autore, un marxista americano di nome H. C.
Greisman, giungeva alla conclusione che “le immagini di declino di cui i media
sono così ghiotti sono concepite per ipnotizzare e istupidire le masse in modo
tale che esse arrivino a vedere ogni speranza di rivoluzione come priva di
significato”.
Ciò
che colpisce in questa tesi è soprattutto la sua essenziale difensività.
Per un
centinaio d’anni circa, finché è stata sicura del suo fondamento, la teoria
marxista classica ha sostenuto l’esatto contrario.
Non
vedeva le immagini di catastrofe e le visioni di sventura dell’epoca
semplicemente come menzogne architettate da alcuni seduttori segreti e diffuse
tra il popolo, ma cercava piuttosto di spiegarle in termini sociali, come
rappresentazioni simboliche di un processo assolutamente reale.
Negli
anni Venti, per fare un esempio, la sinistra vedeva l’attrazione che la metafisica
storica di Spengler esercitava sull’intellighenzia borghese proprio in questo
modo:
Il declino dell’Occidente non era in realtà
altro che l’imminente crollo del capitalismo.
Oggi,
invece, chi come lei non sente più le sue opinioni confermate dalla fantasia
apocalittica, ma invece se ne sente minacciato, reagendo con slogan ed estremi
gesti difensivi.
In
tutta franchezza, caro Balthasar, mi sembra che il risultato di queste
obbedienze sia piuttosto misero.
Non intendo dire che sia semplicemente falso.
Lei, naturalmente, non manca di ricorrere alla strada
ben collaudata della critica ideologica.
È un gioco da ragazzi dimostrare che l’ascesa
e il declino degli stati d’animo utopici e apocalittici nella storia
corrispondono alle condizioni politiche, sociali ed economiche dell’epoca.
È
anche incontestabile che siano sfruttati politicamente, proprio come qualsiasi
altra fantasia che esiste su scala di massa.
Non
pensi di dovermi insegnare l’abc.
So
bene quanto lei che la fantasia di sventura suggerisce sempre il desiderio di
una salvezza miracolosa;
ed è
chiaro anche a me che il salvatore bonapartista è sempre in agguato, sotto
forma di dittatura militare e di putsch di destra.
Quando si tratta di sopravvivere, ci sono
sempre state persone fin troppo pronte a riporre la loro fiducia in un uomo
forte.
Non mi
sorprende nemmeno che tra coloro che ne hanno invocato uno più o meno
espressamente, negli ultimi anni, ci siano sia un liberale che uno stalinista:
il sociologo americano Hellbroner e il
filosofo tedesco Harich.
È inoltre indubbio che la metafora
apocalittica promette un sollievo dal pensiero analitico, poiché tende a
mettere tutto insieme nello stesso piatto.
Dal conflitto in Medio Oriente a uno sciopero
delle poste, dal punk al disastro di un reattore nucleare, ogni cosa è
concepita come un segno nascosto di una totalità immaginaria: la catastrofe “in generale”.
La
tendenza alla generalizzazione affrettata danneggia quel residuo di potere di
pensiero chiaro che ancora ci rimane.
In questo senso, il sentimento di sventura non
porta solo alla mistificazione.
Va da
sé che il nuovo irrazionalismo che tanto vi preoccupa non può in alcun modo
risolvere i problemi reali.
Al
contrario, li fa apparire insolubili.
Dal
conflitto in Medio Oriente a uno sciopero delle poste, dal punk al disastro di
un reattore nucleare, ogni cosa è concepita come un segno nascosto di una
totalità immaginaria: la catastrofe “in generale”.
Tutto
questo è molto facile da dire, ma non aiuta più di tanto.
Lei cerca
di combattere le fantasie di distruzione con citazioni dai classici.
Ma
queste vittorie retoriche, caro Balthasar, mi ricordano le imprese eroiche del
barone di Münchhausen.
Come
lui, anche lei vuole raggiungere la meta da solo e senza paura; e per non
allontanarsi dalla retta via, anche lei è pronto, in caso di necessità, a
saltare su una palla di cannone.
Ma il
futuro non è un campo sportivo per ussari, né la critica ideologica è una palla
di cannone.
Dovreste
lasciare ai futurologi il compito di imitare le vanterie di un vecchio soldato
di stagno.
Il futuro che avete in mente non è affatto un
oggetto della scienza.
È
qualcosa che esiste solo nel mezzo della fantasia sociale, e l’organo con cui
viene principalmente sperimentato è l’inconscio.
Da qui
il potere di queste immagini che tutti noi produciamo, giorno e notte: non solo
con la testa, ma con tutto il corpo.
I
nostri sogni collettivi di paura e desiderio pesano quanto, se non
probabilmente più, delle nostre teorie e analisi.
Il
carattere veramente lacunoso della critica ideologica abituale è che ignora
tutto questo e non vuole saperne nulla.
Non è
stata colpita dal fatto che da tempo ha smesso di spiegare le cose che non
rientrano nei suoi schemi e le ha invece rese tabu?
Senza
che ce ne siamo accorti, ha assunto il ruolo di agenzia di adattamento.
Accanto
alla censura di Stato dei tutori della legge e dell’ordine, si sono aggiunti
gli inservienti dell’ospedale psichiatrico della sinistra delle scienze sociali
e umane, che vorrebbero tranquillizzarci con i loro tranquillanti.
Le
loro massime sono:
1. Non
concedere mai nulla.
2. Ridurre il non familiare al familiare.
3. Pensare sempre e solo con la testa.
4.
L’inconscio deve fare ciò che gli viene detto.
L’arroganza
di questi esorcisti accademici è superata solo dalla loro impotenza.
I
nostri sogni collettivi di paura e desiderio pesano quanto, se non probabilmente
più, delle nostre teorie e analisi.
Non
capiscono che i miti non possono essere confutati dai seminari e che i loro
divieti alle idee hanno una portata molto breve.
A cosa
serve loro, per esempio, e a noi, se per la centesima volta dichiarano inammissibile
e reazionario qualsiasi confronto tra processi naturali e sociali?
Il
potere elementare della fantasia insegna a milioni di persone a infrangere
costantemente questo divieto.
I
nostri ideologi sorridono solo quando tentano di cancellare immagini ineffabili
come l’alluvione e il fuoco, il terremoto e l’uragano.
Inoltre,
tra le fila degli scienziati naturali ci sono persone che sono in grado di
elaborare fantasie di questo tipo a modo loro, e di renderle produttive invece
di vietarle:
matematici
che elaborano una teoria topografica della catastrofe, o biochimici che hanno
idee su certe analogie tra evoluzione biologica e sociale.
Stiamo
ancora aspettando invano il sociologo che capirà che, in un senso ancora da decodificare,
non esiste più una catastrofe puramente naturale.
Invece
i nostri teorici, incatenati alle tradizioni filosofiche dell’idealismo
tedesco, si rifiutano di ammettere ancora oggi ciò che ogni spettatore ha
capito da tempo: che non esiste uno spirito del mondo;
che
non conosciamo le leggi della storia; che anche la lotta di classe è un
processo “indigeno”, che nessuna avanguardia può pianificare e guidare
consapevolmente; che l’evoluzione sociale, come quella naturale, non ha un soggetto ed è
quindi imprevedibile;
che di conseguenza, quando agiamo
politicamente, non riusciamo mai a ottenere ciò che avevamo in mente, ma
piuttosto qualcosa di completamente diverso, che un tempo non potevamo nemmeno
immaginare;
e che la crisi di tutte le utopie positive ha
la sua base proprio in questo fatto.
I progetti
del XIX secolo sono stati completamente e senza eccezioni falsificati dalla
storia del XX secolo.
Nel
saggio che ho già citato, Eric Hobsbawm ricorda un congresso tenuto dagli
anarchici spagnoli nel 1898.
Essi delinearono un quadro glorioso della vita
dopo la vittoria della rivoluzione:
un
mondo di alti edifici splendenti con ascensori che avrebbero evitato di salire
le scale, luce elettrica per tutti, tritarifiuti e meravigliosi aggeggi
domestici…
Questa
visione dell’umanità, presentata con pathos messianico, appare oggi
sorprendentemente familiare: in molte parti delle nostre città è già diventata realtà.
Ci
sono vittorie difficili da distinguere dalle sconfitte.
Nessuno
si sente a proprio agio nel ricordare la promessa della rivoluzione d’ottobre
di sessant’anni fa: una volta cacciati i capitalisti dalla Russia, per gli
operai e i contadini sarebbe sorto un futuro luminoso senza sfruttamento e
oppressione. . .
Ci
sono vittorie difficili da distinguere dalle sconfitte. Nessuno si sente a
proprio agio nel ricordare la promessa della rivoluzione d’ottobre.
È
ancora con me, Balthasar? Mi sta ancora ascoltando?
Sono
arrivato alla fine della mia lettera.
Mi perdoni se è diventata un po’ lunga e se le
mie frasi hanno assunto un tono beffardo.
Non ho
voluto inserirlo io, è una sorta di scherno oggettivo, storico, e la risata,
nel bene e nel male, è sempre dalla parte di chi perde.
Dobbiamo
sopportarlo tutti insieme.
L’ottimismo
e il pessimismo, caro amico, sono una coppia solo per chi legge i tarocchi e
per gli editorialisti di moda.
Le
immagini del futuro che l’umanità disegna per sé, sia le utopie positive che
quelle negative, non vanno mai a senso unico.
L’idea
del millennio, lo stato del sole, non era il sogno pallido di una terra di
latte e miele; aveva sempre i suoi elementi di paura, panico, terrore e
distruzione.
E la
fantasia apocalittica, al contrario, non produce solo immagini di decadenza e
disperazione; contiene anche, ineluttabilmente legate al terrore, alla
richiesta di vendetta, di giustizia, impulsi di sollievo e di speranza.
I
farisei, quelli che ne sanno sempre di più, vogliono convincerci che il mondo
tornerebbe a posto se le “forze progressiste” si schierassero con forza contro
le fantasie della gente;
se loro stessi si sedessero nel Comitato
Centrale e le immagini di sventura potessero essere vietate per decreto dal
Partito.
Si
rifiutano di capire che siamo noi stessi a produrre queste immagini, e che le
teniamo strette perché corrispondono alle nostre esperienze, ai nostri desideri
e alle nostre paure:
sull’autostrada
tra Francoforte e Bonn, davanti allo schermo televisivo che mostra che siamo in
guerra, sotto gli elicotteri, nei corridoi delle cliniche, degli uffici di
collocamento e delle prigioni – perché, in una sola parola, sono in questo
senso realistiche.
La
fantasia apocalittica, al contrario, non produce solo immagini di decadenza e
disperazione; contiene anche, ineluttabilmente legate al terrore, alla
richiesta di vendetta, di giustizia, impulsi di sollievo e di speranza.
Non
c’è bisogno che io la rassicuri, caro Balthasar, sul fatto che del futuro io ne
sappia poco quanto lei stesso.
Le
scrivo perché non la considero tra i piccioncini e i bigliettai dello spirito
del mondo.
Quello
che le auguro, come auguro a me stesso e a tutti noi, è un po’ più di chiarezza
sulla nostra confusione, un po’ meno paura della nostra paura e un po’ più di
attenzione, rispetto e modestia di fronte all’ignoto.
Allora saremo in grado di vedere un po’ più
lontano.
(HANS MAGNUS ENZENSBERGER)
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