Perché i padroni del mondo ci vogliono eliminare?

 

Perché i padroni del mondo ci vogliono eliminare?

 

UTOPIA, DIRETTAMENTE

NEL VOSTRO MONDO.

Comedonchisciotte.org - Patrick Corbett – (26 Dicembre 2020) – ci dice: 

(Patrick Corbett - off-guardian.org)

 

(DISTOPIA – BIOSICUREZZA - COVID-19)

Ci è stato detto dai promotori della pandemia, Klaus Schwab, Bill Gates e da altri, che si tratta di un’opportunità per un Grande Reset e che il Covid 19 è la porta d’ingresso.

Giornalisti indipendenti, come Cory Morningstar e Whitney Webb, hanno raccontato una storia simile, senza però il facile ottimismo.

Il WEF [World Economic Forum] ha pubblicato spot pubblicitari che mostrano giovani attraenti che se la spassano e dicono…

“Siamo nel 2030, non possiedo nulla e non sono mai stato così felice.”

Non dicono però chi saranno quelli che possiederanno tutto, ma, siccome non hanno proposto di eliminare il capitalismo, non è difficile indovinarlo.

Secondo il consorzio dei capitalisti e le loro organizzazioni, come il World Economic Forum, la Banca Mondiale e anche l’ONU quella che dobbiamo aspettarci è una rivoluzione tecnocratica guidata dall’IA, dalla robotica e dalle nanotecnologie.

Ci sarà un’enorme riduzione del bisogno di manodopera.

Vengono proposti scenari che anticipano una qualche forma di reddito universale di base per le masse sfortunate.

Per la maggioranza della popolazione sembra un futuro molto grigio e distopico. E forse è proprio questo che vogliono: che le persone che si rendono conto dell’inganno rappresentato dal Covid lo ritengano lo scenario peggiore.

Perché potrebbe esserci qualcosa di molto più sinistro all’interno del Grande Reset: il de-popolamento.

E per de-popolamento intendo uno sfoltimento su grande scala; forse per arrivare, più o meno, ad un miliardo di esseri umani su tutto il pianeta.

Quando avevo avuto per la prima volta questa idea, l’immagine che mi era venuta in mente era stata quella di un orribile, sanguinolento massacro, non dissimile da una scena di “The Walking Dead”.

 Ora, non credo che abbiano pianificato un vero e proprio bagno di sangue, anche se Dio sa che non arretrerebbero di fronte ad una cosa del genere.

Sospetto invece che abbiano escogitato qualcosa di diabolicamente intelligente e che, come accade spesso, lo nascondano in bella vista.

Stanno forse pensando di usare i loro vaccini, obbligatori e incessantemente promossi, per vaccinare praticamente l’intera popolazione planetaria?

E il vaccino sarà programmato per sterilizzare il 60% o più di tutte le donne?

 A questo punto penso che la maggior parte della gente dovrebbe iniziare a ragionarci su, se non addirittura farsi andare il caffè di traverso.

E non sono un pazzo solitario a considerare una cosa del genere o a contemplarne la possibilità.

ll dottor Mike Yeadon e il dottor Wolfgang Wodarg avvertono entrambi che il vaccino Pfizer probabilmente comprometterà la nostra capacità di procreare.

“Il vaccino* contiene una proteina spike… chiamata sincitina-1, vitale per la formazione della placenta umana.

 Se il vaccino dovesse scatenare una risposta immunitaria VERSO questa proteina spike, vorrebbe dire che stiamo addestrando l’organismo femminile ad attaccare la sincitina-1, cosa che potrebbe portare ad un’infertilità femminile a tempo indeterminato.”

Il Dr. Mike Yeadon e il Dr. Wolfgang Wodarg non sono dei medici di secondo piano, divulgatori di una qualche teoria personale partorita durante un delirio febbrile.

 Il Dr. Yeadon è stato Capo della Ricerca e Vicepresidente di Pfizer e il Dr. Wodarg è un laureato in medicina, specialista in epidemiologia e malattie polmonari, nonchè ex Presidente del Comitato per la Salute del Consiglio d’Europa.

Il professor Sir John Bell, uno dei massimi consulenti Covid del Regno Unito e membro del SAGE [Scientific Advisory Group for Emergencies], aveva sorpreso il suo intervistatore quando aveva affermato:

“è improbabile che questi vaccini sterilizzino totalmente una popolazione… diciamo il 60-70%.”

Naturalmente, [il programma di vaccinazione] non includerebbe la classe dei miliardari.

Questi ultimi, insieme ai reali di corte, sembrano essere estremamente prolifici, oltre che longevi.

 E avrebbero bisogno di una coorte di persone che li servano, sia in posizioni di alto che di basso livello.

Sotto di loro (nella classe economica) ci sarebbero i loro operatori politici, i presidenti e, più in basso ancora, i professionisti, gli scienziati e i pochi lavoratori specializzati di cui avranno bisogno.

Usare i vaccini per il controllo delle nascite non è un’idea nuova.

Vengono studiati da tempo, proprio per la loro efficacia verso questo obiettivo.

 

Ecco una preoccupante citazione da un articolo dell’agosto 1994 dal “FASEB” (Federation of American Societies for Experimental Biology) Journal, (“altamente citato e ai primi posti tra le riviste di biologia “).

Gli autori concludono dicendo che i loro “risultati forniscono indicazioni sui possibili effetti endocrinologici di un vaccino anticoncezionale basato sull’hCG 3CTP, promosso dall’OMS, sul quale è già stato completato uno studio clinico di fase I,” vaccino che “potrebbe non soddisfare completamente le principali aspettative in termini di sicurezza ed efficacia.”

Riteniamo che gli autori abbiano fornito solo una ripetizione di vecchie informazioni e speculazioni di parte, che potrebbero essere dannose per il progresso in questo campo.

L’articolo difende l’OMS dalle accuse di alcuni ricercatori sulla sicurezza del suo vaccino anticoncezionale, questo 26 anni fa.

Provate solo ad immaginare quanto una cosa del genere caschi a fagiolo per i loro piani.

 Mentre la maggior parte della gente è terrorizzata, la vaccinano.

 Poi, con la stessa facilità con cui hanno scatenato la loro finta pandemia, la estinguono.

 La gente, la gran massa comunque, viene perennemente tenuta sulla difensiva da bizzarri cambiamenti nelle direttive politiche, sempre nell’interesse della biosicurezza naturalmente.

 Il piano di sterilizzazione generale può così andare avanti per un po’ di tempo prima che la gente se ne renda conto.

Quando sarà evidente che nascono molti meno bambini, avranno pronto un piano per spiegarlo.

È colpa del Covid, sarà colpa di qualcos’altro.

È stato a questo punto che, mentre scrivevo questo articolo, mi sono ricordato (meglio tardi che mai) di una serie televisiva in streaming. UTOPIA.

Grande titolo, fa rima con Distopia.

Attenzione, spoiler: rivelerò trama ed episodi di quella che considero una serie drammatica estremamente ben fatta. Che sia stata creata con uno scopo o che sia solo un parto dello Zeitgeist, non lo so. Potrebbe essere facilmente classificata come “predittiva.”

Nel Regno Unito era inizialmente uscita in una serie di due stagioni, 2013/14, seguita nel 2018 da una versione americana prodotta da Amazon e uscita lo scorso settembre su Amazon Prime (ne parlo ancora fra poco).

La trama delle due versioni è essenzialmente la stessa.

Se la memoria non mi inganna, una coraggiosa banda di disadattati ossessionati da una storia a fumetti intitolata “Utopia” scopre che ne è stato prodotto un sequel e si mette alla sua ricerca.

Sembra che però ne siano interessate anche alcune forze dello “stato profondo”, che sono disposte a menomare, uccidere e rubare pur di ottenerlo.

(Utopia 2020 (Endemol Shine North America, Kudos, Trallume Productions, Picrow, Amazon Studios; Prime Video) Created by Gillian Flynn; Produced by Huey M. Park)

Il racconto a fumetti è apparentemente l’opera di un genio un po’ pazzo che riteneva il mondo troppo popolato e che voleva fare qualcosa al riguardo.

 La sceneggiatura è (a mio giudizio) molto ben curata, avvincente, veloce, raccapricciante quanto basta, con colpi di scena e il giusto epilogo.

Nel Regno Unito [questa serie televisiva] era stata trasmessa per la prima volta su Channel 4.

Come trama, a grandi linee, una spaventosa pandemia di influenza (l’influenza russa) si era scatenata nel mondo, provocando il panico generale. (Vi sembra familiare?)

Nella versione di Amazon, un misterioso “Mr. Rabbit” (miliardario?) ha scatenato una pandemia mortale che uccide i bambini con un tasso di mortalità che il Dr. Fauci sicuramente invidierebbe.

 E il miliardario (interpretato da John Cusak), proprietario di una azienda farmaceutica, ha un vaccino pronto per la cura.

 Ben presto la popolazione marcia per le strade chiedendo di essere vaccinata.

La nostra banda di eroi straccioni pensa che il vaccino sia destinato ad uccidere e a menomare le persone.

Questo fino a quando il personaggio interpretato da John Cusack non dice loro che la cosa positiva del vaccino è che non è stato progettato per uccidere, ma solo per sterilizzare.

Dice (vado a memoria) “Immaginate un mondo con un solo miliardo di persone. Un sacco di spazio per tutti, dove tutti potranno fare il casino che vogliono senza distruggere il pianeta.”

John Cusack non è uno che sbraita come Hitler o [un burocrate] come Klaus Schwab, è più come, beh… Bill Gates. Solo che non riesce ad essere raccapricciante come Gates.

Nella versione inglese, ad un certo punto, c’è un obliquo riferimento al Georgia Guidestones, quando uno dei personaggi afferma che la popolazione ottimale del mondo è di 500 milioni di persone, il 7% circa di quella attuale.

 E un altro personaggio dice che non è stata necessaria una pandemia mortale, è bastato far credere alla gente che ci fosse una pandemia per spaventarli e indurli ad assumere il vaccino.

Nel 2014, HBO aveva in programmato una versione americana di “Utopia”, ma aveva abbandonato il progetto per motivi di budget.

Amazon l’ha ripreso nel 2018 e la versione americana con John Cusak come protagonista è stata rilasciata pochi mesi fa, nel settembre 2020.

 La versione americana mantiene la stessa trama di base e, all’inizio, è quasi identica alla serie originale britannica.

In effetti, la trama diverge un po’ nella seconda parte, ma l’idea centrale rimane.

Amazon Prime ha ora cancellato la serie, anche se la prima stagione è ancora online, così come la versione inglese delle stagioni 1 e 2.

Alcuni giornalisti dicono che è stata cancellata perché…

“non aveva incontrato il favore del pubblico.”

Questa è una pura stronzata. Era stata un successo.

 

La rivista online “SLATE”, molto liberale (Liberal Usa), sostiene con veemenza che “Utopia” non avrebbe mai dovuto essere trasmessa, quindi, come minimo, devono essere felici che sia stata cancellata.

Scommetterei che, dal loro punto di vista, l’hanno già vista in troppi.

“SLATE “ha dichiarato:

i risultati [della trasmissione di Utopia] sono stati catastrofici.

Davvero? Non saremmo capaci di discernere finzione e realtà e se la finzione                         é realtà non dovremmo sapere anche questo?

Questo, secondo SLATE, sarebbe il problema nel permettere la visione di “Utopia” (il grassetto è mio):

Siamo nel mezzo di una vera e propria pandemia, un numero impressionante di Americani crede sinceramente che la pandemia sia una bufala a sfondo politico e un numero altrettanto impressionante credeva nella nocività dei vaccini già anni prima che il Covid-19 facesse la sua comparsa.

Non è colpa dei registi se ci troviamo in questo pasticcio, non è colpa loro se gran parte del pubblico è superstizioso e credulone e non sarà colpa loro se “Utopia” darà a qualche idiota il coraggio necessario per smettere di indossare la mascherina e infettare e uccidere voi o i vostri cari.

Probabilmente non vi sorprenderà sapere che “SLATE” è totalmente d’accordo con la narrativa Covid e pensa di noi, che non siamo idioti, superstiziosi, creduloni e che non portiamo la mascherina, come a pistole cariche pronte ad ammazzare la gente.

Ma, anche dopo la sparata di cui sopra, “SLATE” ha ancora qualcosa da dire, deve a tutti i costi far entrare il presidente Trump dalla porta di servizio, cioè QAnon (il grassetto è mio):

Anche se tutti coloro che hanno visto Utopia fossero in grado di distinguere i fatti dalla fantasia (e questo sembrerebbe improbabile in una nazione che manda i seguaci di QAnon al Congresso) è impossibile godersi una storia in cui gli eroi si autoconvincono che forze oscure abbiano fabbricato una falsa pandemia per convincere la gente a farsi iniettare un pericoloso vaccino, quando queste stesse credenze stanno aiutando ad uccidere centinaia di migliaia di Americani.

Anche se è interessante fare delle congetture, non credo sia di vitale importanza conoscere le motivazioni di un dramma che, senza la patina del film d’azione, si sta svolgendo sotto i nostri occhi proprio mentre ne parliamo.

Lasciando per il momento da parte la finzione, io faccio parte di quel “numero sbalorditivo” di persone che credono che la pandemia di coronavirus sia una grossolana esagerazione e che venga usata come pretesto per una demolizione controllata del nostro sistema di vita così come lo conosciamo.

Quindi la domanda è: pianificano un Grande Reset della popolazione attuale (per portarla ad un miliardo di persone, come nel 1804) così come di tutti i loro sogni bagnati di una “Quarta Rivoluzione Industriale moderna”?

Sto seriamente contemplando la possibilità che, proprio come descritto in “Utopia”, il vaccino che vogliono disperatamente farci assumere (altrimenti perché dovrebbero forzarci?) non uccida la gente.

O almeno questo non sarà il loro obiettivo principale.

 L’obiettivo principale sarà la sterilizzazione.

Se fosse questo il caso, si tratterebbe di un genocidio su una scala mai vista prima.

 Cusak, nella sua interpretazione, lo giustifica come una soluzione benigna al problema della sovrappopolazione.

Ma la famiglia è il cuore pulsante che ci accompagna per la maggior parte della nostra esistenza.

Derubare le persone della possibilità di crearsi una propria famiglia significa privarle di tutto.

 Significa trasformare in zombie quelli che rimarranno.

 

Ma, naturalmente, le persone rimaste saranno troppo deboli e demoralizzate per fare qualcosa.

Potrebbero essere offerte loro distrazioni per una vecchiaia serena, che sarà senza dubbio abbreviata da quegli stessi vaccini e dalla mancanza di assistenza sanitaria.

 Per tutto questo periodo ci saranno pochissimi delitti di stato.

Solo una gocciolina che lentamente si trasforma in un fiume di bambini non nati fino al compimento dell’Utopia programmata:

un mondo senza inutili bocche da sfamare. I miliardari potranno allora godersi il loro “Neverland Ranch sull’intero pianeta”, senza le folle puzzolenti di “homo sapiens” ad appestare il posto.

Penso che questo sia quello che stanno progettando?

Non lo so con certezza, ma è il mio primo sospetto.

Se solo si riesce a concepire l’immensa malvagità della cosa, allora tutto quadra. Non hanno mai avuto molto bisogno di noi.

Il magnate delle ferrovie Jay Gould aveva detto: “Potrei assumere metà della classe operaia e far loro uccidere l’altra metà.”

Le sue riflessioni tradiscono un’orribile voglia di genocidio.

Noi, la classe operaia, nella migliore delle ipotesi, siamo stati tollerati solo per l’uso che potevano fare di noi.

 Ora che non gli serviamo più,” sayonara”.

Però c’è una cosa che mi lascia assai perplesso ed è il ruolo della Cina e della Russia.

Il Grande Reset sembra essere uscito dal bunker del “Fuhrer Klaus Schwab”, l’attuale direttore del WEF, e possiamo essere certi che la classe globalista miliardaria, alias la classe dirigente americana, gli Europei e la banda dei Paesi schifosi (i Five Eyes) sono tutti della partita.

Russia e Cina sembrano stare al gioco, anche se non hanno alcun bisogno di ridurre la propria popolazione.

E perché dovrebbero preoccuparsi se l’Occidente vuole spopolarsi?

In realtà questo potrebbe essere un vantaggio per loro, a meno che l’Occidente non stia progettando di essere la “Sparta del futuro”.

E, ragionando al contrario, questa prospettiva di de-popolamento non potrebbe anche essere un tentativo di ingannarli?

 Voglio dire, perché Russia e Cina dovrebbero assecondarla, quando probabilmente sarebbe vista da loro come un tentativo da parte dell’Occidente di indebolirli?

In ogni caso, ho la strana sensazione che la “banda del Grande Reset” abbia trascurato qualcosa che gli si ritorcerà contro.

 Onestamente, non so bene cosa, tranne che quando distruggeranno ciò che significa essere umani, nel modo in cui lo siamo noi, ma non loro, avranno distrutto la loro stessa umanità e il risultato sarà una dolorosa implosione della loro stessa autostima.

Ma forse è solo un pio desiderio. E se riusciranno ad arrivare così lontano, non rimarrà più nulla di noi.

I dinosauri sono vissuti per centinaia di milioni di anni.

Lo sappiamo perché nella nostra grande arroganza li abbiamo studiati, scoprendo su di essi molto più di quanto sappiamo di noi stessi.

 In confronto, la nostra permanenza qui sulla Terra sarà stata solo una breve, ma spettacolare esibizione.

(Patrick Corbett - off-guardian.org)

(off-guardian.org/2020/12/21/utopia-coming-to-a-world-near-you/)

 

 

 

Il Crimine Assoluto contro l’Umanità.

Conoscenzealconfine.it – (20 Febbraio 2023) -  Maurizio Blondet – ci dice:

 

Un benemerito sito web ha diffuso questa informazione: l’elenco dei paesi che hanno ritirato i propri ambasciatori dalla Turchia, 24 ore prima del terremoto.

Eccolo:

Canada, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Italia, Olanda, Francia.

Strano, eh… Vorremmo sapere: Con quali motivazioni?

 (Fonte: CONSENSO DISINFORMATO).

Le mie Deduzioni, del tutto ovvie.

I nostri governi europei sapevano ciò che si stava per perpetrare al popolo turco. Erano stati avvertiti, e da chi se non dal Grande Alleato?

Quello che stava ed aveva il potere di provocare il sisma?

Sono stati resi complici del più mostruoso crimine contro l’Umanità mai avvenuto o che possa avvenire nella storia, perché commesso contro una popolazione civile ignara e inerme, sterminata a decine di migliaia, provocando in un istante 2-3 milioni di senza tetto, distruggendo col crollo milioni di infrastrutture civili, civili per eccellenza: case d’abitazione, ospedali, strade;

a perfezionare il crimine contro l’umanità, si aggiunga che è stato commesso contro un paese – la Turchia – formalmente alleato e contro cui non si era dichiarata guerra.                                                                               

L’immanità del delitto cambia anche lo stesso concetto di “complicità”: quando il governo italiano o tedesco sa che il Grande Alleato farà lo stesso a te, se imiti Erdogan nella disobbedienza, uccidendo decine di migliaia di tuoi cittadini e milioni delle loro case e infrastrutture civili, con un terremoto provocato a volontà, ma la cui natura artificiale può essere non solo plausibilmente negata, ma derisa e perfino punita come una teoria del complotto delirante ispirata dalla volontà di tradimento filo-putiniano, la tua adesione al crimine del Grande Alleato è ottenuta col puro e semplice Terrore.

Anche l’intensificazione della corsa agli armamenti decisa di botto nell’ultima riunione della NATO a Bruxelles, dove il ministro tedesco Pistorius, deposta ogni esitanza e obiezione precedente, chiede – anzi implora – alle industrie tedesche di armamento di aumentare la produzione, va probabilmente letta nell’adesione terrorizzata che il Grande Alleato ha riscosso con il suo Crimine Assoluto contro l’Umanità perpetrato contro i turchi.

Anche la notizia di fonte norvegese che la Russia ha iniziato a dispiegare navi tattiche con armi nucleari nel Mar Baltico, per la prima volta negli ultimi 30 anni, è una atterrita reazione alla immanità della strage che gli Usa hanno saputo provocare alla Turchia;

una risposta persino patetica, perché armi nucleati “tattiche” sono piccoli calibri insufficienti come deterrente in confronto alla minaccia dell’uso bellico di sismi che sa fare chi sta comandando in America.

Va da sé che questo Crimine Assoluto di Strage è stato commesso nel quadro del mondo “inesorabilmente e irreversibilmente non cristiano” instaurato da “Loro”, e dove nei perpetratori è scomparsa ogni briciola di timor di Dio, se mai ci fu, ogni nozione di “Giudizio post mortem”.

 Costoro sono convinti “irreversibilmente” che non esista alcun Dio, e quindi all’uomo possono fare tutto ciò che lo degrada.

Ma una risposta strana viene proprio dalle macerie turche…

Dio c’è: preghiamo la sua imperscrutabile onnipotenza che venga come Giudice di costoro, imploriamolo che abbrevi questo tempo di prova a “mandi in malora le loro macchinazioni.

(Maurizio Blondet)

(maurizioblondet.it/il-crimine-assoluto-conro-lumanita/)

 

 

 

 

Abbiamo accettato di tutto, ora i padroni

del mondo passano all’incasso definitivo.

Ilcambiamento.it - Paolo Ermani – (18-02-2023) – ci dice:

 

Abbiamo finito per accettare di tutto e ora i "padroni del mondo" passano all'incasso definitivo, completo, totale. Continuiamo ad accettare?

Abbiamo accettato di mangiare cibo avvelenato.

Abbiamo accettato di bere acqua avvelenata.

Abbiamo accettato di respirare aria avvelenata.

Abbiamo accettato di lavorare in luoghi artificiali facendo sempre le stesse inutili, noiose, insensate attività.

Abbiamo accettato di spendere la nostra esistenza di fronte a degli schermi piuttosto che di fronte a esseri vivi.

Abbiamo accettato di vivere in città orrende di asfalto e cemento, inquinate, stressanti, in cui il concetto stesso di vita è un lontano ricordo.

Abbiamo accettato di indebitarci e spendere cifre ingenti per poter comprare quello che comprano gli altri.

Abbiamo accettato di credere che se non compravamo quello che ci diceva la pubblicità eravamo poveri.

Abbiamo accettato di chiuderci in casa a tripla mandata perché la fuori c’è solo pericolo.

Abbiamo accettato di cancellare il concetto di comunità e rimanere da soli contro tutti.

Abbiamo accettato di dare il termine amicizia a emeriti sconosciuti virtuali.

Abbiamo accettato di essere solo merce nelle mani degli esperti di algoritmi.

Abbiamo accettato di dare qualsiasi nostra immagine in pasto al mondo senza alcuna vergogna.

Abbiamo accettato di inquinare mezzo pianeta per passare qualche giorno di vacanza in paesi esotici.

Abbiamo accettato di fare lavori dannosi per noi, gli altri e l’ambiente.

Abbiamo accettato di perdere tutti i diritti in cambio di un'auto nuova, una vacanza di lusso, un televisore grande come una parete.

Abbiamo accettato di dare ai soldi il primo e unico posto nella nostra vita.

Abbiamo accettato di far definire la nostra personalità da un vestito, un orologio, un profumo.

Abbiamo accettato di essere educati e far educare i nostri figli dalla televisione prima e dalla televisione e il cellulare poi.

Abbiamo accettato di non chiederci perché i nostri figli dovessero stare chiusi e immobili in quattro mura a imparare nozioni dalla dubbia utilità per i più vivaci anni della loro vita.

Abbiamo accettato di delegare qualsiasi scelta fondamentale della nostra vita a esperti prezzolati.

Abbiamo accettato di non preoccuparci affatto delle conseguenze delle nostre scelte .

Abbiamo accettato di non pensare mai, se non raramente e solo per beneficenza, al grido di dolore della gran parte dell’umanità che anche grazie a quello che abbiamo accettato si dibatte tra disperazione, miseria, guerra e fame.

Abbiamo accettato di mettere i nostri soldi in banche, assicurazioni, fondi di investimento che li usano in tutti i modi possibili per rendere il mondo un luogo pessimo e invivibile.

Abbiamo accettato che la natura, gli animali, gli habitat venissero distrutti irreparabilmente senza che questo ci interessasse.

Abbiamo accettato di fare dei nostri paesi delle discariche a cielo aperto.

Abbiamo accettato di fare del mare ovunque un tappeto di rifiuti.

Abbiamo accettato di non vedere, non sentire, non parlare.

Abbiamo accettato che la libertà fosse scegliere fra un'automobile blu e una rossa.

Abbiamo accettato di credere alle pubblicità quindi di essere trattati da persone incapaci di intendere e di volere.

Abbiamo accettato di eleggere persone che palesemente, pervicacemente e costantemente ci danneggiano e ci prendono in giro.

Se ora il sistema che ci ha offerto tutto questo, e che noi abbiamo accettato, ci offre una roulette russa con tanto di firma del consenso, per quale motivo dovremmo indignarci?

Se della libertà, dei diritti, della coscienza, della conoscenza, della tutela del nostro ambiente, quindi della nostra casa e della nostra salute, non ci è mai interessato granché, per quale motivo ora dovremmo stupirci di chi, forte del nostro coma profondo, passa all’incasso completo?

Non è il naturale, ovvio, assolutamente prevedibile epilogo di tutte le nostre scelte?

In fondo si tratta solo di aver accettato troppe volte la drammatica banalità del male.

Iniziare a non accettare più è la strada verso un mondo e una vita che abbia un futuro degno di questo nome. Disobbedire. (Gros Frederic).

L'Europa e il padrone

Americano.

Repubblica.it - HELMUT SCHMIDT-(20-1-2022) – ci dice:

 

 

Chi ripercorre con la memoria i primi cinquant' anni della Nato, deve ammettere che senza l'impegno americano per la ricostruzione e la libertà dell' Europa, senza il Patto Atlantico e il piano Marshall, Stalin e Krusciov avrebbero potuto sottomettere anche la metà  occidentale dell' Europa.

George Marshall, Dean Acheson, George Kennan, soprattutto il Presidente Truman e l’intera nazione americana, hanno meritato la gratitudine degli europei. Tuttavia, per chi cerca di considerare i successivi cinquant' anni dell’alleanza atlantica, non é facile far tacere i dubbi sui personaggi di Washington che oggi sono a capo della politica estera.

Nel 1949, quando la Nato é stata fondata - perché l' Europa occidentale, e in seguito gli stessi Usa, erano minacciati da una potente forza militare avversaria - la popolazione del globo era meno di tre miliardi.

 Oggi è di sei miliardi e nel 2050 sarà di oltre dieci miliardi.

Il vertiginoso aumento della popolazione determinerà in molte parti della terra gravi problemi di alimentazione e di occupazione e guerre locali.

Davanti a questi problemi mondiali, la costituzione della Nato, sotto l'egida di Washington, costituisce un aiuto relativo per la formazione di una forza d' intervento militare su scala mondiale, che non potrebbe far fronte alle future crisi in  Asia, in Africa o in America Latina.

Anche nel Kosovo e nella penisola balcanica essa può, in linee generali, reprimere con la forza i conflitti, ma non risolverli in modo duraturo.

 

L' alleanza militare occidentale può essere paragonata a un’assicurazione sulla vita a condizione di reciprocità , che nessuno dei partner desidera mettere in gioco.

Tuttavia, essa non è lo strumento per risolvere tutti i problemi al di fuori dei territori degli stati membri.

L' occidente, nel complesso, è privo di una strategia globale.

 Alla classe politica americana risulta particolarmente arduo immaginarsi la struttura del potere del prossimo secolo.

 Naturalmente, l'America resta una potenza mondiale, anche se per molti anni ha dovuto avvalersi di gigantesche importazioni di capitale netto dal resto del mondo.

Ma anche la Russia rimane una potenza, per il suo stesso enorme territorio, le ricchezze del suo sottosuolo e il suo armamento militare, anche se la debolezza odierna durerà  ancora per più di una generazione.

La Cina si avvia a diventare rapidamente una grande potenza.

Si può immaginare che seguirà poi l'India, mentre il Giappone resta, quanto meno, una grande potenza finanziaria, nonostante la sua attuale crisi.

E l'Unione Europea, nel corso dei prossimi decenni, può diventare una potenza mondiale.

La "nuova Nato", che gli americani vogliono tenere a battesimo, deve fare in modo - così¬ almeno spera qualcuno, dal ministro degli esteri Albright all' ex consigliere per la sicurezza Brzezinski - che gli europei, anche nel nuovo secolo, si facciano guidare da Washington.

Questa aspettativa ha soltanto una probabilità limitata. Poiché l' arroganza, generalmente motivata dalla politica interna, con la quale Washington impone i suoi attuali interessi e la sua preponderanza, dà  sempre più sui nervi a molti europei.

D' altro canto, per gli americani non possono offrire una strategia globale a lungo termine.

Essi non hanno una linea politica chiara sia nei confronti della Russia, sia della Cina, per non parlare dell'India e dell’Islam.

Non hanno neppure alcuna strategia per l'economia mondiale e per l'ecologia del globo.

 Per loro è chiara soltanto l'idea del loro ruolo futuro di potenza mondiale militare e politica.

 L' ampliamento della Nato, con l'annessione della Polonia nonché dell'Ungheria e della Repubblica Ceca, e l' impegno nei Balcani, sono le conseguenze di quest' idea.

I leader politici e militari russi non hanno potuto impedire l'ampliamento della Nato;

dovranno accettare il fatto, ma lo sentiranno come una spina nel fianco.

L' occidente non ha fatto niente che fosse sufficiente a lenire i dolori provocati da questa spina.

 I motivi di ampliamento di Washington erano dettati non soltanto dalla politica di potere, ma anche dalla politica interna: si trattava di voti di americani di origine polacca, ceca e ungherese e anche di commesse per l'industria della difesa americana e dei suoi posti di lavoro.

 A Washington sono stati calcolati per i prossimi quindici anni enormi investimenti militari dei tre nuovi stati membri della Nato: da 60 a oltre 100 miliardi di dollari Usa.

Come se per Varsavia, Praga o Budapest, non fossero molto più importanti investimenti civili e come se niente fosse più superfluo di una corsa agli armamenti.

 In realtà  c' era soprattutto il desiderio impellente della grande maggioranza di quei popoli all' ammissione.

Molti russi vivono come un'umiliazione lo spostamento a oriente del confine del territorio Nato.

Perciò, uno dei più importanti compiti futuri sarà

 quello di creare un buon rapporto di vicinato con la Russia.

Le alleanze formali sancite dall' Ocse, dal trattato Nato-Russia e dalla Conferenza per la sicurezza in Europa, non saranno assolutamente sufficienti a tale scopo.

Un serio attacco militare ai territori degli Stati alleati della Nato - o addirittura una terza guerra mondiale - appare oggi improbabile.

Invece, ci si può aspettare il dilagare - in prevalenza al di fuori dell' Europa - di guerre regionali o anche intestine.

 Spetta in primo luogo alle Nazioni Unite e al Consiglio di Sicurezza stabilire fino a che punto queste guerre siano dominabili dall' esterno;

 quasi tutti gli Stati del mondo hanno sottoscritto la Carta delle Nazioni Unite.

Ma esistono sufficienti esempi di interventi fallimentari delle missioni Onu, che dovrebbero stabilire e garantire la pace.

Per questi casi la Carta delle Nazioni Unite prevede il diritto all' autodifesa.

Essa non legittima alcun intervento da parte di terzi, tranne che su decisione e incarico del Consiglio di Sicurezza dell' Onu.

 Significativo l’esempio della Jugoslavia, Stato artificiale, fondato nel 1919, ripristinato nel 1945 e poi disciolto.

Le potenze mondiale sono intervenute in quella regione con missioni politiche e militari per mettere fine agli assassinii e alle espulsioni - e con il consenso innanzi tutto dell' Onu.

Le bombe che hanno colpito successivamente Belgrado e l' esercito serbo hanno un fondamento molto fragile per quanto riguarda il diritto internazionale. Non hanno l’approvazione del Consiglio di Sicurezza.

Nessuno Stato membro dell'alleanza Nato è impegnato a partecipare attivamente nei Balcani.

L' impegno di assistenza dei partner, contemplato nell' articolo 5 del Patto Atlantico, si riferisce soltanto agli attacchi contro i territori espressamente indicati nell' articolo 6 dei partner dell'alleanza.

 No i croati, no i bosniaci o il Kosovo ne fanno parte.

Chi conosce la storia dei Balcani dal declino dell'Impero ottomano e dalla fine della doppia monarchia austro-ungarica, resterà profondamente scettico nei confronti di ogni intervento militare nei Balcani, inteso a ristabilire la pace.

Nel migliore dei casi - dopo la morte di molti soldati e civili - si arriverà  alla formazione di un protettorato occidentale, sostenuto militarmente.

 Non si può essere certi che l’opinione pubblica degli Stati coinvolti, in considerazione delle perdite dei propri uomini, non porterà  alla sospensione anticipata dell’intervento militare.

Il governo americano scorge negli avvenimenti attuali, sul terreno della ex-Jugoslavia, la possibilità di creare un precedente per futuri casi in altre parti del mondo.

Il Consiglio della Nato ha deliberato nel 1996 l'istituzione delle “Combined Joint Task Forces” (Cjtf), con il compito non dichiarato di effettuare operazioni out of area.

 Il gran numero e la mancanza di chiarezza di tutte le decisioni prese dal Consiglio Nato preoccupano.

Tuttavia, un democratico deve auspicare urgentemente un dibattito pubblico approfondito, prima che venga messo in atto un allargamento sostanziale degli obiettivi dell' alleanza.

 Nel caso si giunga al risultato di ampliare gli incarichi dell’alleanza e gli obblighi dei suoi partner, ogni integrazione del Patto Atlantico dovrà avvenire in conformità con i contenuti della Carta delle Nazioni Unite.

 L' ultima decisione spetta al Consiglio di Sicurezza, anche nei casi di diritto all' autodifesa.

L' atteggiamento americano nelle Nazioni Unite non è stato sempre chiaro nei decenni passati.

Quindi, il Congresso ha impedito che gli Usa pagassero regolarmente i loro contributi finanziari.

 Dall' eliminazione della minaccia sovietica, la classe politica americana non ha più l’omogeneità  in politica estera del passato.

Nel complesso, l’America dimostra, come sempre, una grande vitalità, ma al tempo stesso dà prova di minore avvedutezza e continuità  nella strategia della politica estera rispetto ai decenni passati.

Chi, in quanto europeo, vuole allargare gli incarichi dell' alleanza nordatlantica a livello di contenuti e di territorio, deve mirare a definizioni precise, a causa di possibili oscillazioni delle posizioni e degli obiettivi in politica estera dell' America. Allo stesso modo, un americano lungimirante, nell' interesse della sua Nazione, deve dare il massimo valore a definizioni univoche.

 La visione illusoria della potenza mondiale americana, che, nella sua veste di mediatrice e garante della pace planetaria, mantiene l’ordine nel mondo, non può cancellare i ricordi della Corea o del Vietnam, del "Desert Storm" e di altre "missioni di pace" basate su ingenti spiegamenti di armi.

La nazione americana sarà  portata anche in futuro a diffondere in tutto il mondo il proprio ordine di valori e l' “American way of life”, ma sarà  disposta ad accettare elevate perdite di vite umane in guerre altrui soltanto in casi eccezionali e di portata drammatica:

soltanto nei casi, in cui si trovi in gioco un interesse vitale della nazione.

In tutti gli altri casi, gli Stati Uniti si limiteranno a impiegare la loro alta tecnologia militare e di telecomunicazioni, stando a distanza di sicurezza.

Altrimenti si appoggeranno alle truppe dei loro alleati.

Comunque la strada è ancora lunga.

In considerazione del perdurare dei poteri interni, ancora molto sentiti nelle Nazioni dell’Ue, essa può essere difficilmente accorciata.

 Infine, nella storia del mondo non esiste alcun modello, alcun parallelo per unire politicamente ed economicamente, in modo spontaneo, 20 nazioni autonome con le loro lingue e le loro eredità  storiche e culturali, ricche di molti secoli.

L' integrazione dell’Europa richiederà anche nel XXI secolo molti piccoli e grandi passi.

Nel frattempo, l' alleanza fra Europa e Nord America resta quanto mai auspicabile. Tuttavia, l’Unione Europea non dovrebbe diventare un satellite strategico di Washington.

Perciò il cinquantesimo anniversario della nostra proficua alleanza nord-atlantica non deve portare al prevalere dei sentimenti sull' analisi lucida di futuri compiti e possibilità.

 Per gli europei, come per i canadesi, è rassicurante essere alleati con gli Stati Uniti in un patto di difesa.

Tuttavia, questo patto non può garantire la pace in tutto il globo e neppure risolvere gli enormi problemi di natura non militare, che incombono sull' umanità  nel XXI secolo.

 

 

 

 

Perché l’Italia è così subalterna

a NATO e Stati Uniti?

 Volerelaluna.it – (03-05-2022) - Guido Ortona – ci dice:

 

Dopo oltre due mesi di guerra alcune cose sono ormai chiare.

 Una prima è che la Russia ha incontrato una resistenza superiore a quella attesa, e quindi che non possiamo fare affidamento su una loro ipotetica strategia di guerra breve.

Una seconda è che gli Stati Uniti puntano a una guerra di lunga durata, «anche dieci anni» secondo Zelenski intervistato dalla CNN, e di conseguenza non vogliono trattative (come ha giustamente osservato fra gli altri Domenico Quirico, certo non sospettabile di simpatie putiniane).

Questo del resto era lecito attendersi date le strategie geopolitiche di quel paese e il peso della lobby militare-industriale.

 «Questa guerra, a parte chi la soffre, ha molti, troppi, seguaci.

Perché tutti – il presidente Biden, la Nato, Putin – proclamano che questa guerra sarà lunga?

Intanto perché i fabbricanti di armi ci guadagnano» dice padre Enzo Bianchi intervistato dal Fatto Quotidiano il 20 aprile.

«Dal pacchetto di mischia capeggiato dagli Usa sarebbe ora si levassero voci critiche dei governi europei per chiedere di promuovere la fine delle ostilità, anziché la perentoria campagna per la sconfitta totale di Putin, che potrebbe durare anni» dichiara il generale Leonardo Tricarico, ex-capo di stato maggiore dell’aeronautica italiana (Il Fatto Quotidiano, 22 aprile).

A quanto pare Biden ha già speso più di 4 miliardi in un anno per inviare armi all’Ucraina (di cui 600 milioni prima dell’inizio della guerra: vedi La Stampa del 22 maggio).

4 miliardi spesi sono 4 miliardi incassati da qualcuno, e più la guerra dura più questo qualcuno ne incasserà.

 Ci sono almeno 4 miliardi dollari (per ora) che sperano che la guerra non finisca presto.

In realtà molti di più: la guerra in Ucraina ha contribuito, e molto, a far crescere le spese militari negli USA di circa 40 miliardi, e i padroni di questi miliardi sicuramente preferiscono che la guerra duri a lungo.

Ogni cittadino ucraino ha in media procurato 1000 dollari di ricavi aggiuntivi a costoro:

abbastanza per giustificare il sospetto che il nesso di causalità non vada solo dalla necessità di aiutare gli ucraini a una maggiore spesa militare, ma in grande se non in massima parte nel senso opposto.

La necessità di aumentare le spese militari ha fatto sì che si propiziasse la massima durata della guerra in Ucraina.

 «Se il negoziato non c’è, perché gli Usa non lo vogliono, la guerra va a vanti chissà quanto.

 Ed è una cosa spaventosa» (gen. Marco Bertolini, ex comandante del Vertice interforze e della Brigata Folgore, Il Fatto Quotidiano, 22 aprile).

L’evidenza che dimostra come gli USA vogliono una guerra lunga si accumula giorno dopo giorno:

 il 25 aprile il New York Times scrive che il segretario alla difesa, Lloyd J. Austin III, ha dichiarato

: «Vogliamo vedere la Russia indebolita al punto di non potere fare più le cose che ha fatto invadendo l’Ucraina»,

cosa che certamente richiede parecchio tempo (oltre che parecchi soldi intascati da qualcuno e molte vittime in più).

 Infine, sappiamo che la guerra “fino alla vittoria finale” avrà effetti deleteri, forse catastrofici, sull’Europa, e soprattutto sull’Italia (e forse la Germania).

 «In questi due mesi, Putin ha fatto scelte che non paiono sempre ponderate e ciò lo rende più pericoloso, specie se si sentirà con le spalle al muro» dichiara il generale Antonio Li Gobbi, ex direttore delle operazioni presso lo Stato maggiore della Nato (Il Fatto Quotidiano, 22 maggio).

 E forse non a caso nessuno dice quale dovrà essere questa vittoria finale. Inizialmente Zelenski aveva proposto neutralità dell’Ucraina e riconoscimento dell’autonomia del Donbass;

 se lo dicesse oggi metterebbe la NATO in imbarazzo.

 «Si può e si deve discutere sull’opportunità e sulla moralità per l’Occidente – l’impero americano – di combattere contro i russi fino all’ultimo ucraino.

 Ma almeno bisogna riconoscere a Kiev il diritto ‒ e il dovere ‒ di stabilire che cosa voglia», scrive Lucio Caracciolo (La Stampa, 23 aprile).

Occorre allora domandarsi perché l’Europa adotti questa politica, sia pure con qualche segno di insofferenza:

 credo che l’unica risposta possibile sia che il controllo degli USA sul nostro continente è molto maggiore di quanto pensavamo e speravamo.

 Washington ha ordinato e Bruxelles ha eseguito.

Non so quale bastone e quale carota siano stati usati per convincere (per esempio) il primo ministro tedesco Scholz, che aveva cercato di ribellarsi, e forse preferisco non saperlo.

Come scrive l’Economist (16 aprile), «quando l’America dice ad altri paesi “fate attenzione”, loro capiscono di cosa sta parlando».

 

Quanto sopra solleva un’ulteriore questione, ed è di questa che qui mi occupo: perché ci sono in Italia così tanti natofili?

Con questo termine definisco coloro che pensano che si debba continuare la guerra fino alla sconfitta di Putin, indipendentemente dalla sua durata, anziché cercare una soluzione di compromesso adesso.

La pace comporterà inevitabilmente un compromesso, ed è ovvio che ben difficilmente le migliori condizioni che si otterranno allora compenseranno le vittime che si avranno nel frattempo.

 È certo anche che più a lungo durerà la guerra, maggiori saranno i danni che l’Italia subirà per quanto riguarda la sua indipendenza energetica e militare, vale a dire la sua indipendenza tout court.

È difficile comprendere, perché qualcuno a sinistra possa pensarla così, anche perché ciò va contro quel che predica uno dei leader più amati dalla sinistra, cioè il Papa.

«Non abituiamoci alla guerra», aveva esortato nella sua omelia pasquale.

Eppure a volersi abituare ad essa sono in molti anche a sinistra.

Come mai?

 Escludo da ogni considerazione coloro che pensano che gli USA siano intervenuti per motivi ideali, per difesa della libertà come valore occidentale ecc. (più sotto argomenterò che l’ignoranza è spesso comprensibile e scusabile, ma oltre un certo limite l’ignoranza è imperdonabile).

 Spero, e credo, che siano in pochi a pensarla così.

A parte costoro, penso che i natofili rientrino in cinque categorie, con possibili sovrapposizioni.

La prima è quella degli sciocchi (nel senso di persone che affermano cose contraddittorie o accettano assunti non validi), come coloro che dicono che Putin è un pazzo assassino armato di bombe atomiche, e quindi bisogna combattere fino alla vittoria o quelli che dicono che ci sono solo due alternative, essere agli ordini di Putin o a quelli di Biden (ma su ciò tornerò alla fine).

Con sollievo constato che questa posizione è poco diffusa, a quanto posso giudicare, fra il popolo;

 con rammarico constato che è piuttosto comune fra” i maitres à ne pas penser” che scrivono sui giornaloni.

 «C’è un innamoramento della guerra, un incanto per la forza così diffuso che ci porta a disconoscere la Costituzione e l’umanità» scrive Enzo Bianchi.

Mi pare che Repubblica subisca questo fascino assai più della casalinga di Voghera (almeno per ora: bisogna vedere quanto costei resisterà all’offensiva mediatica).

La seconda categoria è quella di coloro che pensano che una guerra di lunga durata sia condizione necessaria per ottenere la pace migliore possibile.

 L’idea di chi la pensa così non è confutabile:

che dieci anni di guerra portino a una pace migliore per gli ucraini di quella che si potrebbe ottenere adesso se lo si volesse “là dove si puote ciò che si vuole” non può che essere un oggetto di fede, e pertanto non è confutabile.

Se ne riparlerà forse fra dieci anni.

Penso che chi la pensi così preferisca una pace giusta a una pace, quali che siano i costi che ciò comporta, per l’Ucraina e per l’Italia (e per altri).

“ Fiat iustitia pereat mundus”, se necessario.

 A me sembra una posizione sbagliata, ma è coerente.

In questa categoria, quella delle posizioni errate ma coerenti, rientra anche chi crede in buona fede che bastino ancora poche settimane, ancora un piccolo sforzo, ancora pochi miliardi di dollari, ancora poche migliaia di armi e poche migliaia  di vittime perché l’Ucraina vinca la guerra, e che ne valga la pena.

Questa idea era relativamente plausibile fino a qualche settimana fa, ora lo è assai meno.

 Chi lo pensasse in buona fede dovrà correggersi, mentre chi lo pensava per “wishful thinking “probabilmente non lo farà e come tale rientra nella prima o nella terza categoria.

 Infatti le “poche settimane di guerra” iniziano ogni giorno.

Nessuno riporterà in vita i caduti di ieri.

Se e quando (speriamo ovviamente di no) ci sarà stato un milione di morti ci sarà comunque chi penserà che ne bastano solo più diecimila per farla finita (e saranno sempre più numerosi coloro che penseranno che bisogna anche vendicare quel milione di morti, ma chi la pensa così rientra nella categoria di persone con cui è inutile pensare che si possa avere un dibattito sensato).

 

La terza categoria è quella degli ignoranti (non è vero che gli USA non vogliono trattative, possiamo benissimo fare a meno entro pochi mesi del gas russo ecc.).

In questa categoria includo anche coloro, probabilmente piuttosto numerosi, che preferiscono essere ignoranti, per evitare informazioni che li obblighino a cambiare idea.

 Si tratta di un meccanismo psicologico noto e diffuso, certamente presente anche in questo ambito.

Ovviamente la diffusione di questa ignoranza è molto favorita dal sistema dei media italiani (secondo Reporters sans frontières nel 2019 l’Italia era al 41esimo posto nel rango internazionale della libertà di stampa).

Un’ignoranza più dignitosa, che caratterizza anche parecchie persone di cui ho molta stima, è quella di chi rifiuta a un certo punto di continuare a pensare.

Putin è un imperialista sanguinario, bisogna fare qualcosa contro di lui, per motivi di principio e di fatto. Ma che cosa?

 Ammettere che è molto difficile trovare dei rimedi che non siano peggiori del male obbligherebbe ad accettare l’idea che probabilmente non esiste una soluzione giusta.

E di fronte a un problema senza una soluzione accettabile l’atteggiamento che crea meno problemi è pensare che il problema possa essere ignorato o aggirato.

L’idea che siamo condannati a essere sempre più coinvolti in una guerra in Europa che durerà anni, con l’inevitabile aumento del conflitto sociale e della barbarie culturale che sempre accompagna le guerre, e che l’unica soluzione sia un compromesso con un dittatore sanguinario è intollerabile.

È meglio illudersi che una soluzione giusta ci sia, e fermarsi prima di doversi domandare quale è.

Anche questo è un meccanismo psicologico noto e documentato.

 Alcuni pensano che tanto vale fare la guerra ora, perché Putin vuole arrivare a conquistare l’Europa, e quindi bisognerà in ogni caso combattere.

 Ma penso che siano più numerosi coloro che pensano in modo opposto: bisogna in ogni caso combattere, e quindi è giusto pensare che Putin voglia conquistare l’Europa.

Risalendo verso l’alto, abbiamo coloro che hanno da guadagnare dal prolungarsi dello stato di guerra e dalla piaggeria verso gli USA, per motivi politici (a quanto pare Letta vuole diventare segretario della NATO, ma se anche così non è, criticare gli USA gli causerebbe comunque non pochi problemi), o personali (molte carriere richiedono l’assenso di Bruxelles e probabilmente di Washington), o economici (molti affari non si possono fare se Washington è contrario: è di questi giorni la notizia che “Stellantis” ha sospeso la produzione in Russia, e certamente non per motivi ideali).

 Questo naturalmente spiega l’atteggiamento sciovinista dei giornaloni e dei tele giornaloni.

Ma c’è un’ultima categoria: e cioè quella di coloro che pensano che l’Italia è già una colonia degli USA, e che questo stato di cose non può essere modificato.

Se le cose stanno così allora la gara a chi è più servile ha senso: in un’Europa in cui l’esercito americano “proteggerà” le nostre frontiere e l’Europa dovrà comprare gas dagli USA e dall’Arabia Saudita sarà probabilmente conveniente essere i servi più servili, sperando nella bontà del padrone.

 Siamo obbligati a servirlo in una guerra decennale, quindi facciamo finta di essere lieti di ciò.

 Sarei molto contento, veramente molto contento, di sbagliarmi, ma temo che costoro abbiano degli argomenti molto validi a sostegno della loro posizione.

 Più sopra dicevo che chi dice «o saremo servi di Putin o saremo servi di Biden» è uno sciocco perché le alternative sono più di due.

Forse in realtà lo è perché sono solo una, e quindi non ci sono alternative. Forse la grottesca bellicosità di Draghi non dipende dalla sua inettitudine, o non solo da essa, ma in tutto o in parte anche dall’idea che ormai non ci sia più niente da fare.

E temo molto, temo veramente molto che abbia ragione.

Forse davvero non c’è più niente da fare.

E forse coloro che si illudono che la soluzione giusta sia dietro l’angolo hanno ragione: non di pensarlo, ma di illudersi.

 Se non c’è più niente da fare, “Meglio menzogna che riscalda il cuore, piuttosto che del vero il gran furore”.

 La guerra continuerà a lungo.

Le principali basi nucleari degli USA in Europa sono in Italia, è difficile pensare che gli USA ci lascino fare quello che vogliamo.

 Allora è meglio pensare di essere nel giusto o non pensare affatto, almeno si evita lo stress.

 È un atteggiamento profondamente umano e comprensibile per la Casalinga di Voghera e per suo marito, l’Uomo della Strada.

 È un atteggiamento disonesto per chi ritiene di essere un intellettuale di sinistra.

 

 

 

 

IL POTERE PIEGA I POPOLI

ABOLENDO LA PROPRIETÀ PRIVATA.

Opinione.it - Ruggiero Capone – (08 gennaio 2021) – ci dice:

 

Il rapporto tra popolo e potere (o poteri) non è mai stato idilliaco, e storicamente le conflittualità sono sempre state mediate da quelli che oggi definiremmo corpi intermedi, ovvero religioni, tribuni del popolo, mafie, sacerdoti, maghi, sindacalisti…partiti politici.

Va detto che il potere ha sempre cercato di comprare i rappresentanti dei corpi intermedi, quanto meno d’addomesticarli.

 Inutile ribadire che la storia dei popoli è diversa, ma presenta comunque similitudini.

Negli ultimi duecento anni le aristocrazie storiche hanno pian pianino ceduto lo scettro a quelle tecnologico-finanziarie.

Il rapporto tra popolo e nuovi padroni del potere è stato comunque calmierato da corpi intermedi come chiesa, sindacati e partiti politici (negli ultimi settant’anni si sono aggiunte le organizzazioni internazionali).

 Ma oggi siamo ad una svolta epocale, ad una resa di conti, tra popolo e potere.

Questo perché il potere non ha più bisogno del popolo, degli esseri umani.

Il potere non ha più bisogno di braccia che lavorino nei campi o nelle fabbriche, e nemmeno di tanti addetti alle manutenzioni edili ed urbane, troppi sono anche insegnanti ed impiegati, pericolosi gli autonomi dediti ad artigianato e commercio.

Questi ultimi rappresentano per il potere l’insidiosa classe che potrebbe azionare l’ascensore sociale, tentando la prevaricazione economica nei riguardi del potere consolidato.

Per bloccare ogni tumulto, quindi evitare che vengano insidiati i poteri, è stato siglato un patto di stabilità tra i gruppi mondiali che detengono il potere.

 Il patto tra poteri (amministratori di gruppi finanziari, multinazionali tecnologiche ed industria della sicurezza) prende il nome di “Great Reset”, ed è stato siglato al Forum di Davos circa vent’anni fa, nel 2001:

durante quell’appuntamento, dal titolo “Global information technology report”, si definirono a Davos le basi del “Great Reset”.

Il 2 gennaio 2021, Maurizio Blondet ha pubblicato un estratto dell’Economist (settimanale di Sir Evelyn de Rothschild) in cui si acclarano i postulati di quello storico accordo di Davos:

 ovvero soppressione della proprietà privata, limitazione della mobilità dei popoli, limiti al lavoro creativo ed individuale, introduzione della moneta elettronica per scongiurare risparmio individuale ed accumulo di danaro fuori dal controllo dei sistemi bancari, rafforzamento delle norme di sicurezza al fine di controllare l’agire degli individui.

 Norme e metodiche che, i potenti di Davos hanno fatto digerire alle politiche nazionali come antidoto alla distruzione del pianeta.

 In pratica la salvaguardia del Pianeta verrebbe garantita con la schiavitù dei popoli.

Nicoletta Forcheri ha già documentato la mitica riunione di Davos sulla web-tv ByoBlu, determinando l’ira del conformismo mediatico italiano: non dimentichiamo che gran parte dei giornalisti italioti gradivano essere ospiti negli alberghi di Davos.

Nel 2016 il piano del Forum di Davos viene illustrato dall’Istituto Mises: ovvero diviene di dominio pubblico la volontà del potere di abolire la proprietà privata.

 Il titolo di quel rapporto (e programma) è “No privacy, no property: the world in 2030 according to the Wef”.

Quindi entro il 2030 i potenti della terra contano d’aver convinto tutti gli stati del pianeta ad abolite per legge la proprietà di alloggi e strumenti di produzione.

 In questo progetto del potere si rivela provvidenziale la pandemia da Covid, che sta di fatto agevolando la criminalizzazione del lavoro umano (valutato come primo fattore d’inquinamento), del turismo di massa e della socializzazione umana in genere.

 La pandemia sta anche favorendo il depauperamento del risparmio individuale di coloro che non sono parte del sistema: ovvero tutti gli individui che non lavorano per entità statali e multinazionali.

 Perché il Great Reset prevede che debbano essere chiuse tutte le attività individuali artigianali e commerciali, e per favorire l’accordo unico tra grande distribuzione e commercio elettronico.

Obiettivo dei signori di Davos è far decollare il reddito universale (la “povertà sostenibile”) entro il secondo trimestre 2021: sarebbero proprio artigiani e commercianti a dover per primi abbandonare le rispettive attività per piegarsi ad un programma di “povertà sostenibile”.

 La pandemia s’è rivelata fondamentale per l’opera di convincimento al non lavoro.

“Oltre la privacy e la proprietà” è una pubblicazione, per il World economic forum, dell’ecoattivista danese Ida Auken (dal 2011 al 2014 ministro dell’Ambiente della Danimarca, ancora membro del Parlamento danese) e parla d’un mondo “senza privacy o proprietà”: immagina un mondo in cui “non possiedo nulla, non ho privacy e la vita non è mai stata migliore”.

 L’obiettivo è entro il 2030 (scenario di Ida Auken) che “lo shopping e il possesso sono diventati obsoleti, perché tutto ciò che una volta era un prodotto ora è un servizio. In questo suo nuovo mondo idilliaco, le persone hanno libero accesso a mezzi di trasporto, alloggio, cibo e tutte le cose di cui abbiamo bisogno nella nostra vita quotidiana”.

I poteri si sono inseriti in questi disegni utopici e, per fare propri tutti i beni dei popoli, hanno elaborato la trappola della “povertà sostenibile”, il reddito di base garantito.

Antony Peter Mueller (professore tedesco di Economia) sottolinea che questo progetto va oltre il comunismo più estremo.

“L’imminente esproprio andrebbe oltre anche la richiesta comunista – nota Mueller – questa vuole abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma lascia spazio ai beni privati.

 La proiezione del Wef afferma che anche i beni di consumo non sarebbero più proprietà privata (…) secondo le proiezioni dei “Global future Councils” del Wef, la proprietà privata e la privacy saranno abolite nel prossimo decennio.

Le persone non possederanno nulla. Le merci sono gratuite o devono essere prestate dallo Stato”.

“La proprietà privata è di ostacolo al capitalismo”, afferma l’Economist nel suo elogio alle politiche del Forum di Davos.

L’Fmi (Fondo monetario internazionale) ha sposato il programma del Forum di Davos, infatti è partito il programma mondiale di reset del debito: in cambio gli stati con maggiore debito pubblico sarebbero i primi a dover garantire ai poteri dei potenti che i cittadini perdano per sempre la proprietà privata di qualsiasi bene.

E chi gestirebbe i beni confiscati?

Le élite globaliste, che pensano di risolvere il problema abolendo mondialmente la proprietà privata, hanno già predisposto un unico fondo planetario che controlli i diritti sui beni e terreni.

 L’idea, davvero utopica, veniva per la prima volta paventata da George Soros nel 1970, due anni dopo la sua invenzione degli “hedge fund”:

il cosiddetto “sistema finanziario buono” che convinse moltissimi hippie sessantottini a trasformarsi in yuppies finanziari di successo.

Ora che il pianeta è ancor più bruciato dai debiti, gli stessi tentano di reinterpretare Karl Marx e Friedrich Engels, e questa volta lo fanno raccontandoci che c’è in “dispotismo asiatico buono” e che poggia sull’“assenza della proprietà privata…chiave della pace per i popoli”.

Un particolare, non secondario per noi italiani, è che ai passati Forum di Davos era ospite fisso Gianroberto Casaleggio (fondatore dell’omonima azienda che controlla i 5 Stelle): ne deriva che, su noi italiani potrebbe abbattersi la sperimentazione d’abolizione della proprietà privata.

Un programma che partirebbe certamente con una modifica costituzionale: del resto l’Unione europea chiede da almeno un decennio che lo stato ponga limiti alla libertà privata in Italia (circa l’80 per cento dei cittadini italiani vivono in case di proprietà).

Ecco che i pignoramenti europei, che dovrebbero colpire i proprietari anche per minimi importi, agevolerebbero la transizione delle proprietà italiane verso un fondo immobiliare europeo.

Poi la carestia e la mancanza di danaro che decollerebbero entro luglio 2021 (interruzione programmata delle catene di rifornimento) darebbero alla società la grande instabilità economica utile alla svendita dei beni ai grandi gruppi finanziari:

 i “compro casa” (collegati alle grandi finanziarie) stanno affacciandosi al mercato insieme ai “compro oro”.

Di fatto, i potenti della terra stanno riportando l’orologio della storia al tempo di sumeri, babilonesi ed egiziani pre-ellenistici: quindi a prima che il diritto romano desse certezza alla proprietà privata.

Quest’ultima garantiva la libertà dei cittadini, la loro non sudditanza verso un unico padrone, era meritocratica perché costruita da colui che lavorava e risparmiava.

 Ecco perché lo scrivente condivide le parole (e l’appello) di Maurizio Blondet: “Ciò che viene venduto al pubblico come promessa di uguaglianza e sostenibilità ecologica è in realtà un brutale assalto alla dignità umana e alla libertà”.

Del resto, il discorso di buon anno di Angela Merkel non lascia spazio a fraintendimenti:

la potente tedesca ha detto che necessita colpire giudiziariamente i pensatori complottisti, istituendo un reato europeo di negazionismo che permetta di punire chi critica verità processuali, giudiziarie, finanziarie e scientifiche.

 La proprietà privata, ed il lavoro libero ed individuale, danno all’uomo libertà e lo sottraggono all’omologazione ordinata dai potenti.

 L’Occidente sta accettando supinamente una dittatura da cui è difficile sortire, perché sicurezza informatica, forze di polizia (eserciti e security di multinazionali), magistratura e governi sono illuminati dai potenti di Davos.

Ed i potenti gestiscono il potere come la propria fattoria, parafrasando il dittatore paraguaiano Alfredo Stroessner: in Paraguay le forze dell’ordine giuravano fedeltà al potere.

Quest’ultima è consuetudine in tutte le multinazionali, le stesse che oggi stanno subentrando al controllo degli stati democratici.

 

 

 

 

Verso la fine dell'umanità?

Giornalesentire.it - Thierry Vissol – (22 settembre 2022) – ci dice:

(Direttore del Centro di Libera Espressione -Fondazione Giuseppe Di Vagno)

 

 Per la prima volta nella sua lunga storia, l'umanità è in crescente e reale pericolo, forse inevitabile, di estinzione a causa delle attività sconsiderate dell'homo sapiens.

 

La paura della fine del mondo, dalla preistoria fa parte del patrimonio culturale dell'umanità.

Era legata all'osservazione del ciclo della vita, alle catastrofi dovute a cataclismi, al maltempo e alle carestie, alle pandemie, terrificanti e inspiegabili.

Ma fin dall'antichità, il rapporto tra i cambiamenti climatici e le concomitanti catastrofi per le persone e i governi è stato oggetto di analisi e riflessioni.

Ippocrate, Aristotele e i loro seguaci pensavano alla Terra come a un insieme unificato, un sistema di flussi materiali che collegano suolo, oceano, atmosfera e vegetazione.

Plinio, nella sua "Storia naturale", affermava che gli esseri umani potevano contribuire a modificare la pioggia, il calore e il vento.

 Quindi, la questione del rapporto biunivoco tra clima e attività umana è diventata un'importante questione politica, oggetto di studi e dibattiti appassionati.

Dal Settecento, scienziati e politici si sono posti due domande: questi cambiamenti climatici sono spontanei? Oppure derivano dagli effetti dell'azione umana?  

Da meta' del secolo scorso, lo studio sistematico della storia del clima e le ricerche in climatologia hanno permesso di rispondere affermativamente a entrambe le domande.

Sebbene il clima fu relativamente stabile negli ultimi 12.000 anni, ha subito variazioni talvolta significative per decenni o addirittura per secoli, sconvolgendo la vita degli esseri viventi, della fauna e della flora.

Queste variazioni erano dovute principalmente a cause astronomiche, ma anche all'attività umana.

 L'aumento medio della temperatura (+1,2%) dalla fine della "Piccola Era Glaciale" intorno al 1850, i cui effetti si fanno sentire in modo sempre più allarmante, non può essere negato.

Naturalmente, è difficile valutare l'esatta proporzione delle cause astronomiche, che sono indiscutibili, e distinguerle da quelle antropiche.

 Tuttavia, è innegabile che l'attività umana e il progresso tecnico, l'urbanizzazione, l'agricoltura intensiva e la deforestazione hanno sempre avuto un impatto sul clima.

 Tuttavia, mai nella misura in cui lo conosciamo dal 1950, principalmente per tre motivi.

Il primo è che, nonostante la non vincolante Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992,  e gli impegni a parola degli Stati assunti nelle 26 COP (Conferenze dei 197 firmatari), le temperature e le emissioni di gas serra (GES) continuano ad aumentare.

Tra il 2000 e il 2021, i GES prodotti dai combustibili fossili sono aumentati del 47,4% rispetto al 13,1% registrato tra il 1989 e il 2000.

Tutti i Paesi del mondo continuano a promuovere politiche economiche in contraddizione con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi (2015), riaffermato a Glasgow nel 2022, di ridurre le loro emissioni di GES per limitare il riscaldamento globale a meno di 2° C, e se possibile (sic!) a 1,5°C.

La guerra della Federazione Russa contro l'Ucraina, e forse quelle che verranno, stanno spingendo molti Paesi a riaprire o sviluppare centrali elettriche a carbone.

Di conseguenza, l'ultimo rapporto IPCC, pubblicato nel febbraio 2022, prevede che le temperature aumenteranno di 1,5°C entro il 2030 e potrebbero raggiungere i 3,5-5°C entro il 2100 se non si interviene.

Ora, le soluzioni attualmente proposte avranno solo un effetto marginale rispetto alla sfida, sia che si tratti di "transizione energetica", di "crescita sostenibile" (comprese le auto elettriche), sia che siano solo di facciata, del "green washing", perché si basate su tecnologie che non esistono ancora o sono difficili da implementare o sono pericolose, come la "carbon neutrality", proposta per il 2050 dalle multinazionali, responsabili del 70% delle emissioni di GES.

La seconda ragione è l'esistenza di effetti a cascata e di retro-effetti.

 Due esempi tra tanti.

 La riduzione delle superfici ghiacciate riduce l'effetto di riverbero dei raggi solari, aumentando così il riscaldamento della terra e del mare, interagendo negativamente con gli ecosistemi.

Lo scioglimento del permafrost, che si sta verificando per la prima volta dalla fine dell'ultima era glaciale, libera batteri che decompongono la biomassa immagazzinata nel suolo ghiacciato, provocando emissioni di CO2 e di metano, accelerando il riscaldamento globale.

 Inoltre, esiste un'enorme inerzia nei processi climatici e una relazione esponenziale - non lineare - tra l'aumento della temperatura e gli eventi meteorologici estremi.

Tanto che, come nota lo storico della scienza e del clima Pascal Acot: "Se mettiamo insieme tutte le inerzie ecologiche, e quindi climatiche, del pianeta, e tutti i punti di non ritorno in ogni processo di degrado degli equilibri ecosistemici, otteniamo una risultante teorica, cioè un momento davanti a noi in cui non potremo più tornare indietro".

Infine, l'umanità ha intrapreso - a occhi chiusi e nell’indifferenza generale - il cammino verso una società totalmente digitale.

Questa involuzione, oltre all'impatto in termini di libertà individuali e di espressione dovuto a una sorveglianza sistematica delle nostre attività e comunicazioni, presenta, nel peggiore dei casi, un rischio estremo di collasso di questa nuova civiltà o, nel migliore dei casi, una spaccatura delle società tra chi controlla e chi è controllato.

Questa società interconnessa e ancora più interdipendente di quanto non lo sia diventata con lo sviluppo industriale e tecnologico.

La crisi di Covid, e poi la guerra in Ucraina, ci danno un'anticipazione delle conseguenze di tale interdipendenza e iperspecializzazione, quando vengono sconvolte dall'interruzione del commercio e dalla disorganizzazione delle catene del valore.

 Le cascate di effetti e retro effetti dovrebbero incoraggiare la cautela nell'evoluzione verso società sempre più interdipendenti e dipendenti da un'unica tecnologia tanto invasiva quanto fragile.

 Il cyberspazio, oltre al software, ai protocolli e alle informazioni che vi circolano, si basa su infrastrutture fisiche: server DNS, router, cavi, satelliti, ecc.

Esse sono molto complesse, difficili da gestire e proteggere, richiedono una manutenzione costante e sono ad alta intensità energetica (7,3% delle emissioni di GES).

Sono quindi estremamente fragili e suscettibili di guasti sistemici o attacchi distruttivi.

Tali "fallimenti sistemici" porterebbero contribuire al collasso delle nostre società.

La voracità dei nostri sistemi economici e il richiamo del profitto a tutti costi sono i fattori autodistruttivi delle nostre società coercitive e saccheggiatrici.

Gli effetti dell'avidità, della violenza, dell'ignoranza, del fanatismo, della miopia politica, della sovrappopolazione, dell'eccessivo sfruttamento di tutte le risorse disponibili, così come la competizione tra le grandi potenze e le multinazionali per accedervi, sono i presupposti di una catastrofe annunciata.

Qualche anno fa, il fisico e filosofo Jean-Pierre Dupuy, poneva una domanda cruciale:

 "Siamo solo capaci di credere a ciò che sappiamo, di prevedere questa spirale di collasso e di agire per porvi fine?".

Una domanda alla quale, allo stato attuale delle cose, la risposta è ovviamente negativa.

Possiamo fare nostra la sua conclusione:

"La sfortuna è il nostro destino, ma un destino che è tale solo perché gli uomini non riconoscono le conseguenze delle loro azioni ».

 

 

 

Cosa fare per evitare la fine

del Mondo prima del 2050?

Workengo.it – (3-2-2023) – Redazione – ci dice:

“Nel 2050 l’umanità ed il pianeta terra non esisteranno più”.

Un inquietante messaggio inviato dal futuro ci mette in guardia su un’escalation che si sarebbe già innescata e che porterebbe il nostro pianeta e l’intera umanità alla distruzione definitiva.

Troppo pessimistico come scenario?

Questo è lo storytelling che Workengo ha scelto per spiegare al mondo che ci stiamo dirigendo verso un futuro pieno di insidie che può in vorticarsi radicalmente in una apocalisse, sempre che noi non incominciamo a cambiare il nostro atteggiamento verso la tecnologia.

Jarvis:

“Ciao se stai leggendo questo messaggio, è perché nella mia linea temporale l’umanità non esiste più ed il nostro pianeta è finito in cenere.

 Sono nel 2050 ed oggi posso dirti che la tecnologia si è evoluta troppo velocemente e ci ha fatto annientare a vicenda.

Non eravamo pronti.

 Tu hai ancora tempo per salvare la tua realtà.”

La storia che Workengo vuole raccontare.

È lo storytelling che Workengo ha deciso di creare per raccontare come il mondo, sempre più tecnologico e pervasivo, sta cambiando la vita di aziende, persone/cittadini, governi, religioni e di fatto la realtà con effetti diretti che coinvolgono l’umanità intera.

Un uomo del futuro, per ora senza nome, che in uno scenario apocalittico dove tutto è andato storto, ti sta inviando un ultimo messaggio disperato per provare a cambiare il destino dell’umanità.

 Attenzione a prendere poco seriamente questa provocazione poiché l’uomo del futuro potresti essere tu stesso nel 2050 che tenta disperatamente di cambiare gli eventi catastrofici già avvenuti.

 Se avessi una sola occasione di salvare te stesso, i tuoi cari, magari l’umanità intera e potessi comunicare una serie di messaggi per fare la differenza, inviandoli indietro nel tempo, chi sceglieresti?

A chi faresti giungere un avvertimento?

ovvero l’unica speranza per la vita intera?

 Noi abbiamo pensato che lo avresti mandato a te stesso, per non farti commettere gli stessi errori che ti hanno condotto in una situazione spiacevole ed irreversibile.

Da qui nasce il nostro intento: “Le News Moderne per non farti commettere più errori e smettere di subire il Mondo Moderno.”

Il nostro progetto editoriale.

Il progetto editoriale di Workengo ha una sola Mission: trasmettere consapevolezza e dare strumenti concreti alle persone/cittadini, aziende/governi per essere preparati allo tsunami tecnologico inarrestabile dell’innovazione, accompagnandoli verso una trasformazione in digitale sicura, serena e consapevole.

Infatti la tecnologia corre troppo velocemente e ciò implica una complessità:

distinguere ed assorbire ciò che è buono e fa bene da quello che può avere degli effetti collaterali perenni, irreversibili e ben più gravi delle soluzioni che la tecnologia può offrirti.

Tutti i giorni sentiamo di problematiche sociali derivanti dalla maggiore diffusione tecnologica.

Sicuramente avrai sentito parlare di cyberbullismo, cyberstalking, cyberattacchi, propaganda digitale, violazione della privacy, lesione della reputazione online, la diffusione virale di fake news, intelligenze artificiali e robot, Revenge porn, data Beach.

Queste minacce e molte altre provocano effetti disastrosi nella vita di tutti i giorni di persone ed aziende.

 Ciò che Workengo vuole rappresentare è la prevenzione e l’avvertimento che nel “Mondo Moderno” ci sono tantissime opportunità che possono essere colte ma altrettante minacce che gli utilizzatori del web, esperti e non di tecnologie affini, subiscono con elevata semplicità.

Quando diciamo che devi avere una patente per poter guidare la macchina ti può sembrare un’ovvietà.

Allo stesso modo, molto spesso viene da pensare che anche chi utilizza le tecnologie, il web, i social network abbia bisogno di una formazione che lo metta in condizioni di non schiantarsi su un palo oppure far del male al prossimo, solo per un eccesso di ignoranza, inesperienza ed inconsapevolezza con le dinamiche del web.

Non sentirti in minoranza poiché di fronte alla velocità del progresso è quasi impossibile essere sempre aggiornati.

Quindi cos’è il Mondo Moderno?

Il concetto di “Mondo Moderno” rappresenta tutto ciò che è evoluzione costante senza tregua di innovazione tecnologica

. Questa innovazione è pervasiva, persistente e modifica gran parte dei processi con cui si fanno generalmente le cose.

 Quest’ultima provoca mutamento continuo, influenze e reazioni dirette nella società modificando sempre di più il destino dell’umanità intera.

Abbiamo deciso di comunicare il nostro sapere ed i nostri punti di vista attraverso format speciali: – la parola scritta con il nostro web magazine “News Moderne” già fruibile  -il racconto audio con il canale podcast “Notizie dal Mondo Moderno” distribuito con l’aiuto della startup italiana Fortune, specializzata nel settore dei podcast.

Come ci salviamo dall’imminente apocalisse secondo l’uomo del futuro?

Facendoti attivare uno spirito critico che ti permetta di riuscire a leggere gli eventi che ti sono capitati fino adesso, che ti accadono ora e che certamente potrebbero verificarsi nel futuro per imparare a praticare l’approccio più sicuro, sereno e consapevole in questo mondo pieno di modernità, come fa ogni giorno la figura professionale dell’E-Reputation Manager.

Il fine è quello di costruire insieme un futuro guidato dalla consapevolezza delle nostre possibilità, preservando la nostra direzione e non delegano alla tecnologia la nostra felicità ed umanità.

 L’uomo del futuro ci ha lasciato un altro messaggio e se hai a cuore il tuo destino e quello dei tuoi cari potrai leggere qui i motivi per cui egli sostiene che l’escalation verso la fine è iniziata.

 

 

 

La guerra atomica e

la fine dell’umanità.

Quodlibet.it -Giorgio Agamben – Rubrica – (7 ottobre 2022) – ci dice:

 

Nel 1958 Karl Jaspers pubblica col titolo “La bomba atomica e il futuro dell’umanità” un libro in cui intende mettere radicalmente in questione – come recita il sottotitolo – La coscienza politica del nostro tempo.

La bomba atomica – esordisce nella premessa – ha prodotto una situazione assolutamente nuova nella storia dell’umanità, ponendola di fronte all’inaggirabile alternativa:

«o l’intera umanità sarà fisicamente distrutta o l’uomo deve trasformare la sua condizione etico-politica».

 Se in passato, com’era avvenuto agli inizi delle comunità cristiane, gli uomini si erano fatte delle «rappresentazioni irreali» di una fine del mondo, oggi per la prima volta nella sua storia, l’umanità ha la «possibilità reale» di annientare sé stessa e ogni vita sulla terra.

Questa possibilità, anche se gli uomini non sembrano rendersene pienamente conto, non può che segnare per la coscienza politica un nuovo inizio e implicare «una svolta nell’intera storia dell’umanità».

A quasi settant’anni di distanza, la «possibilità reale» di un’autodistruzione dell’umanità, che sembrava scuotere la coscienza del filosofo e coinvolgere immediatamente i suoi lettori (il libro fu ampiamente discusso) sembra diventata un fatto ovvio, che i giornali e gli uomini politici evocano ogni giorno come un’eventualità assolutamente normale.

A furia di parlare di emergenza – in cui l’eccezione diventa come si sa la regola – l’evento che Jaspers considerava come inaudito si presenta come un’occorrenza tutto sommato banale di cui si tratta per gli esperti di valutare l’opportunità e l’imminenza.

Dal momento che la bomba ha cessato di essere una «possibilità» decisiva per la storia dell’umanità e ci riguarda invece da vicino come una «casualità» fra le altre che definiscono una situazione di guerra, sarà bene allora riconsiderare da capo la questione, che forse non era stata posta nei suoi termini propri.

Tredici anni dopo, in un saggio intitolato significativamente “L’apocalisse delude”, Maurice Blanchot è tornato a interrogarsi sul problema della fine dell’umanità.

E lo ha fatto sottoponendo a una critica discreta, ma non per questo meno efficace, le tesi di Jaspers.

Se il tema del libro era la necessità di un cambiamento epocale, sorprende che «da parte di Jaspers, nel libro che dovrebbe essere la coscienza, la ripresa e il commento di questo cambiamento, nulla è mutato – né nel linguaggio, né nel pensiero né nelle formule politiche, che sono conservate e anzi bloccate intorno ai pregiudizi di tutta una vita, alcuni nobilissimi, ma altri molto ristretti… “com’è possibile che una questione che mette in gioco il destino dell’umanità e tale che affrontarla non può che supporre un pensiero interamente nuovo, non ha rinnovato la lingua che l’esprime e non produce che delle considerazioni parziali e partigiane nell’ordine politico o urgenti e emozionanti nell’ordine spirituale, ma identiche a quelle che si sentono ripetere invano da duemila anni?».

 L’obiezione è certamente pertinente, perché non solo il libro di Jaspers si presenta come un’ampia monografia accademica che intende esaminare il problema in tutti i suoi aspetti, ma ciò che l’autore intende opporre alla distruzione è il luogo comune di «una pace universale senza bombe atomiche, con una nuova vita economicamente fondata sull’energia nucleare».

Non meno singolare è che alla bomba atomica sia affiancato come un pericolo altrettanto mortale il dominio totalitario del bolscevismo, con il quale è impossibile venire a patti.

Il fatto è, sembra suggerire Blanchot, che una prospettiva apocalittica del genere è necessariamente deludente, perché presenta come un potere nelle mani dell’umanità qualcosa che, in verità, non è tale.

Si tratta, infatti, di «un potere che non è in nostro potere, che indica una possibilità di cui non siamo padroni, una probabilità – diamola per probabile-improbabile – che esprimerebbe una nostra potenza soltanto se la dominassimo in modo sicuro.

Per ora, tuttavia, noi siamo altrettanto incapaci di dominarla che di volerla, e per una ragione evidente: noi non siamo padroni di noi stessi, perché quest’umanità, capace di essere totalmente distrutta, non esiste ancora come un tutto».

Da una parte un potere che non si può potere, dall’altra come preteso soggetto di questo potere una comunità umana, «che si può sopprimere, ma non affermare o che si potrebbe in qualche modo affermare soltanto dopo la sua sparizione, attraverso il vuoto, impossibile da afferrare, di questa sparizione, qualcosa, dunque, che non si può nemmeno distruggere, perché non esiste» (p. 124).

Se, come sembra innegabile, la distruzione dell’umanità non è una possibilità di cui l’umanità dispone consapevolmente, ma resta affidata alla contingenza delle decisioni e delle valutazioni in buona parte casuali di questo o di quel capo di stato, l’argomentazione di Jaspers è allora distrutta dalle fondamenta, perché degli uomini che non hanno in realtà la facoltà di distruggersi non possono nemmeno prendere coscienza di questa possibilità per trasformare eticamente e politicamente la loro coscienza.

Jaspers sembra qui ripetere lo stesso errore che aveva commesso Husserl quando, in una conferenza del 1935 su «La filosofia e la crisi dell’umanità europea», pur identificando nelle «deviazioni del razionalismo» la causa della crisi, aveva nondimeno affidato a una non meglio definita «ragione» europea il compito di guidare l’umanità nel suo progresso infinito verso la maturità.

L’alternativa qui già chiaramente formulata fra «una scomparsa dell’Europa divenuta sempre più estranea a se stessa e alla sua vocazione razionale» e una «rinascita dell’Europa» in virtù di «un eroismo della ragione», tradisce l’inconfessabile consapevolezza che dove c’è bisogno di un «eroismo» non c’è più posto per quella «vocazione razionale» (di cui si precisa che contraddistingue l’umanità europea «dal selvaggio Papu», almeno quanto questi si differenzia da una bestia).

Ciò che una ragione benpensante non ha il coraggio di accettare è che la fine dell’umanità europea o della stessa umanità, consegnata ad aspirazioni anodine e vane, che lasciano intatto il principio che ne è responsabile, finisce col rovesciarsi, come “Blanchot “aveva intuito, in «un semplice fatto di cui non c’è nulla da dire, se non che è la stessa assenza di significato, qualcosa che non merita né esaltazione, né disperazione e forse nemmeno attenzione».

Nessun evento storico – non la guerra atomica (o, per Husserl, la Prima guerra mondiale), non lo sterminio degli ebrei e certamente non la pandemia – può essere ipostatizzato in un evento epocale, se non si vuole che diventi un incomprensibile e vacuo” idolum historiae”, che non si riesce più né a pensare né a affrontare.

Occorre pertanto lasciar cadere senza riserve l’argomentazione di Jaspers, che sconta l’incapacità della ragione occidentale di pensare il problema di una fine che è stata essa stessa a produrre, ma che non è in grado in alcun modo di padroneggiare.

 Posta davanti alla realtà della propria fine, essa cerca di guadagnar tempo, trasformando questa realtà in una possibilità che rimanda a una realizzazione futura, a una guerra atomica che la ragione può ancora scongiurare.

 Sarebbe forse stato più coerente supporre che un’umanità che ha prodotto la bomba è già spiritualmente morta e che è della consapevolezza della realtà e non della possibilità di questa morte che occorre cominciare a pensare.

 Se il pensiero non può ragionevolmente porre il problema della fine del mondo è perché il pensiero si situa sempre nella fine, è in ogni istante esperienza della realtà e non della possibilità della fine.

La guerra che temiamo è sempre in corso e non è mai finita, come la bomba una volta gettata a Hiroshima e Nagasaki non ha mai smesso di essere gettata.

 Solo a partire da questa consapevolezza la fine dell’umanità, la guerra atomica, le catastrofi climatiche cessano di essere fantasmi che atterriscono e paralizzano una ragione incapace di venirne a capo e appaiono invece per quello che sono: fenomeni politici già sempre attuali nella loro contingenza e nella loro assurdità, che proprio per questo non dobbiamo più temere come fatalità senza alternative, ma possiamo affrontare ogni volta secondo le istanze concrete in cui si presentano e le forze di cui disponiamo per contrastarle o sfuggirle.

 Questo è quanto abbiamo appreso nei due anni appena trascorsi e, di fronte a dei potenti che si rivelano sempre più incapaci di governare l’emergenza che essi stessi hanno prodotto, intendiamo farne tesoro.

(Giorgio Agamben)

 

 

 

L’Impero europeo.

Quodlibet.it - Giorgio Agamben – Rubrica – (6-2-2023) – ci dice:

 

Milos ha osservato una volta che la condizione degli scrittori dell’«altra Europa» (così chiama la Mitteleuropa) era «appena immaginabile» per i cittadini degli stati dell’Europa occidentale.

Parte di questa eterogeneità veniva dalla mancanza di stati nazionali e dalla presenza in loro luogo, per secoli fino alla fine della Prima guerra mondiale, dell’Impero asburgico.

Per noi che siamo nati in uno stato nazionale e non distinguiamo l’essere italiano dall’essere cittadino italiano, non è facile immaginare una situazione in cui essere italiano, ungherese, ceco o ruteno non significava un’identità statuale.

 Il rapporto col luogo e con la lingua dei cittadini per i cittadini dell’impero era certamente diverso e più intenso, libero com’era da ogni implicazione giuridica e da ogni connotazione nazionale.

L’esistenza di una realtà come l’impero asburgico era possibile solo su questa base.

È bene non dimenticarlo quando vediamo oggi che l’Europa, che si è costituita come un patto fra stati nazionali, non solo non ha né ha mai avuto alcuna realtà al di fuori della moneta e dell’economia, ma è oggi ridotta a un fantasma, di fatto integralmente assoggettato agli interessi militari di una potenza ed essa estranea.

Tempo fa, riprendendo un suggerimento di Alexandre Kojève, avevamo proposto la costituzione di un «impero latino», che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e l’Italia) in accordo con la Chiesa cattolica e aperta ai paesi del mediterraneo.

Indipendentemente dal fatto che una tale proposta sia o meno tuttora attuale, vorremmo oggi portare all’attenzione degli interessati che se si vuole che qualcosa come l’Europa acquisisca una realtà politica autonoma, ciò sarà possibile solo attraverso la creazione di un’Impero europeo simile a quello austro-ungarico o all’ “Imperium che Dante nel De monarchia” concepiva come il principio unitario che doveva ordinare come «un ultimo fine» i regni particolari verso la pace.

È possibile, cioè, che, nella situazione estrema in cui ci troviamo, proprio modelli politici che sono considerati del tutto obsoleti possano ritrovare un’inaspettata attualità.

Ma per questo occorrerebbe che i cittadini degli stati nazionali europei ritrovassero un legame con i propri luoghi e con le proprie tradizioni culturali abbastanza forte da poter deporre senza riserve le cittadinanze statuali e sostituirle con un’unica cittadinanza europea, che fosse incarnata non in un parlamento e in commissioni, ma in un potere simbolico in qualche modo simile al Sacro Romano Impero.

Il problema se un tale Impero europeo sia o meno possibile non c’interessa né corrisponde ai nostri ideali:

 nondimeno esso acquisisce un significato particolare se si prende coscienza che l’attuale comunità europea non ha oggi alcuna reale consistenza politica e si è anzi trasformata, come tutti gli stati che ne fanno parte, in un organismo malato che corre più o meno consapevolmente verso la propria autodistruzione.

(Giorgio Agamben)

 

 

 

Crisi climatica:

la fine dell’umanità?

Voxeurop.eu – Thierry Vissol – (21 settembre 2022) – ci dice:

 

"Il giudizio universale" è il tema della 18ª edizione del festival culturale internazionale “Lectorinfabula”, che si tiene a Conversano (Bari) dal 19 al 24 settembre e di cui “Voxeurop” è, come ogni anno, partner.

Per l’occasione pubblichiamo un contributo di Thierry Vissol, direttore del “centro Librexpression”, membro dell'organizzazione del festival e del “comitato scientifico” di Voxeurop.

 

Per la prima volta nella sua lunga storia, l'umanità corre davvero il pericolo di estinzione a causa delle attività sconsiderate dell'homo sapiens

Da Ippocrate in poi la relazione tra gli sviluppi climatici irregolari e i conseguenti disastri per le persone e i governi è stata oggetto di analisi e riflessione.

La relazione univoca tra clima e attività umane è diventata una questione politica importante, oggetto di studi e dibattiti appassionati, molto prima della rivoluzione industriale.

 Sono sorte due domande: i cambiamenti climatici sono stati spontanei o sono il risultato degli effetti dell'azione umana?

Da alcuni decenni studi sistematici sul clima e sulla sua storia hanno permesso di rispondere affermativamente a entrambe le domande.

L'aumento medio della temperatura (+1,2°C) dalla fine della "piccola era glaciale" intorno al 1850, i cui effetti sono sempre più devastanti, non può essere negato.

Naturalmente, è difficile valutare l'esatta proporzione delle cause astronomiche, che sono indiscutibili, e distinguerle da quelle antropiche.

 Tuttavia, è innegabile che il progresso tecnico, l'urbanizzazione, l'agricoltura intensiva e la deforestazione, abbiano sempre avuto un impatto sul clima, ma non nella misura in cui lo hanno avuto a partire dal 1950, principalmente per tre motivi.

Il primo è che, nonostante le 26 COP – Conferenze dei 197 firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UN–CCC) del 1992, che non ha carattere vincolante - le temperature e le emissioni di gas serra continuano ad aumentare.

 Nessun paese sta rispettando gli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra al di sotto dei 2°C e, se possibile (sic!), di 1,5°C, assunti a Parigi (2015) e riaffermati a Glasgow (2022).

Le soluzioni proposte hanno e avranno solo un effetto marginale, che si tratti di "transizione energetica", "crescita sostenibile" (comprese le auto elettriche), oppure non sono altro che greenwashing, in quanto si basano su tecnologie non ancora esistenti o di difficile attuazione e pericolose, come la "carbon neutrality", proposta per il 2050 dalle multinazionali, responsabili del 70 per cento dei gas serra.

L'ultimo rapporto dell'IPCC (febbraio 2022) prevede che le temperature aumenteranno di 1,5°C entro il 2030 e, se non si interviene, potrebbero aumentare di 3,5-5°C entro il 2100.

La seconda ragione è duplice: l'esistenza di effetti e retroazioni a cascata e l'enorme inerzia dei processi climatici.

 Anche se oggi si prendessero le giuste decisioni sulle emissioni di gas serra, gli effetti si farebbero sentire, nella migliore delle ipotesi, solo tra un secolo.

La relazione tra l'aumento delle temperature e gli eventi meteorologici estremi non è lineare, ma esponenziale.

La terza ragione è che l'umanità ha intrapreso – a occhi chiusi – il cammino verso una società totalmente digitale e interconnessa, ancora più interdipendente di quanto non sia diventata con lo sviluppo industriale e lo sviluppo della tecnofibra.

Oltre all'impatto sulle libertà individuali e sulla libertà di espressione, questa involuzione presenta, nel peggiore dei casi, un rischio estremo di collasso di questa nuova civiltà o, nel migliore dei casi, quello di una spaccatura delle società tra chi controlla e chi è controllato.

La crisi del Covid, e poi la guerra in Ucraina, ci hanno permesso di renderci conto delle conseguenze di questa interdipendenza e iperspecializzazione, quando queste vengono interrotte dall'interruzione degli scambi commerciali e dalla disorganizzazione delle catene del valore.

Gli effetti a cascata che ne derivano dovrebbero renderci cauti nel procedere verso società ancor più interdipendenti e dipendenti da un'unica tecnologia tanto pervasiva quanto fragile.

Il cyberspazio si basa su infrastrutture fisiche: server DNS, router, cavi, satelliti, ecc.

 Queste infrastrutture sono molto complesse, difficili da gestire e proteggere, ad alta intensità energetica (7,3 per cento delle emissioni di gas serra) e richiedono una manutenzione costante.

Sono quindi suscettibili di fallimenti sistemici o di attacchi distruttivi che porterebbero al collasso totale delle nostre società.

La voracità dei sistemi economici e l'avidità sono i fattori autodistruttivi delle nostre società coercitive e saccheggiatrici.

Gli effetti dell'avidità, della violenza, dell'ignoranza, del fanatismo, della miopia politica, dello sfruttamento eccessivo di tutte le risorse disponibili e della competizione tra le grandi potenze e le multinazionali per accedervi sono i presupposti di una catastrofe annunciata.

Il fisico e filosofo Jean-Pierre Dupuy pone una domanda cruciale:

 "Siamo solo capaci di credere a ciò che sappiamo, di prevedere questa spirale di collasso e di agire per porvi fine? Una domanda alla quale, allo stato attuale delle cose, la risposta è ovviamente negativa.

 E Dupuy conclude: "L’infelicità è il nostro destino, ma un destino che è tale solo perché gli uomini non riconoscono le conseguenze delle loro azioni”.

 

 

 

La Verità e la Vergogna.

 Fisicaquantistica.it – (27 Gennaio 2023) - Giorgio Agamben-ci dice:

Dopo quanto è successo negli ultimi due anni è difficile non sentirsi in qualche modo diminuiti, non provare – lo si voglia o no – una specie di vergogna.

Non si tratta della vergogna che Marx definiva “una sorta di rabbia rivolta verso di sé”, in cui intravedeva una possibilità di rivoluzione.

Si tratta, piuttosto, di quella “vergogna di essere uomini”, di cui parlava Primo Levi a proposito dei campi, la vergogna di chi ha visto accadere quello che non avrebbe dovuto accadere.

È una vergogna di questa specie – è stato detto a ragione – che, fatte le debite distanze, proviamo davanti a una volgarità troppo grande, davanti a certe trasmissioni televisive, ai volti dei loro conduttori e al sorriso sicuro degli esperti, dei giornalisti e degli uomini politici che hanno consapevolmente sanzionato e diffuso la menzogna, la falsità e il sopruso – e continuano impunemente a farlo.

Chiunque ha provato questa vergogna sa di non essere per questo diventato migliore.

Sa, piuttosto, come usava ripetere Saba, di “essere molto meno di quanto era prima” – più solo, anche se ha cercato amici e sodali;

 più muto, anche se ha provato a testimoniare;

più impotente, anche se qualcuno ha ascoltato la sua parola.

Una cosa, tuttavia, non ha perduto, anzi ha in qualche modo inaspettatamente guadagnato:

una certa vicinanza a qualcosa per cui non sa trovare altro nome che “verità”, la capacità di distinguere il suono di quella parola, che, se l’ascolti, non puoi non credere vera.

Per questo e di questo egli può testimoniare.

È possibile – ma non è sicuro – che il tempo, come vuole l’adagio, finisca col svelare la verità e dargli – chissà quando – ragione.

Ma non è questo che la sua testimonianza ha messo in conto.

 A obbligarlo a non smettere di testimoniare è, piuttosto, proprio quella speciale vergogna di essere, malgrado tutto, un uomo – come, malgrado tutto, uomini sono anche coloro che, con le loro parole e le loro azioni, lo hanno costretto a provare vergogna.

(Giorgio Agamben – filosofo e scrittore)

(quodlibet.it/giorgio-agamben-la-verit-5-la-vergogna)

 

 

 

 

Solo 90 secondi dalla fine.

Un momento di pericolo senza precedenti

ilbolive.unipd.it - Alessandro Pascolini – (25-1-2023) – ci dice:

 

Quest'anno, il “Comitato per la Scienza e la Sicurezza del Bulletin of the Atomic Scientists” ha spostato in avanti le lancette dell'Orologio del Giorno del Giudizio (il Doomsday Clock), soprattutto (anche se non esclusivamente) a causa dei crescenti pericoli posti dalla guerra in Ucraina.

 L'orologio è ora a soli 90 secondi dalla mezzanotte, il momento più vicino alla catastrofe globale che sia mai stato.

Il “Doomsday Clock” ci ricorda quanto sia delicato e incerto l’equilibrio che permette la sopravvivenza dell’umanità in presenza delle armi nucleari e di nuove destabilizzanti tecnologie nell'attuale fase dei cambiamenti climatici che condizionano la vita sul nostro pianeta:

ogni anno dal 1947 segna quanto tempo rimane prima della mezzanotte antecedente al giorno del giudizio.

La prima indicazione all’inizio della guerra fredda (1947) fu di mezzanotte meno sette minuti; con l’acquisizione delle armi nucleari da parte dell’URSS (1949) le lancette vennero portate a 3 minuti da mezzanotte; un ulteriore aggravamento (e siamo a meno due minuti) si ha con lo sviluppo delle armi termonucleari (1953).

Nel corso degli anni, a fronte dell’evoluzione del confronto nucleare fra le superpotenze e la proliferazione in altri paesi, l’orologio si è allontanato e avvicinato alla mezzanotte;

 il momento più sicuro si è avuto nel 1991 alla fine della guerra fredda (17 minuti da mezzanotte) per poi via via aggravarsi negli anni successivi per l’incapacità del mondo politico internazionale di superare il confronto nucleare e di affrontare le problematiche legate al cambiamento climatico globale, fino a raggiungere lo scorso anno la distanza estremamente pericolosa di 100 secondi, ulteriormente aggravata quest'anno.

Il documento presentato oggi risente pesantemente della guerra in Ucraina, con una precisa presa di posizione contro l'invasione russa.

 I temi affrontati sono, oltre alle problematiche della guerra, il rischio degli armamenti nucleari, gli effetti dei cambiamenti climatici, le minacce biologiche e delle tecnologie destabilizzanti.

Di seguito i contenuti principali del documento.

L'orologio aggiornato a meno novanta secondi.

I rischi dovuti alla guerra in Ucraina.

La guerra in Ucraina potrebbe entrare in un secondo terribile anno, ponendo in gioco la sovranità dell'Ucraina e i più ampi accordi di sicurezza europei che hanno ampiamente retto dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Inoltre, la guerra della Russia contro l'Ucraina ha sollevato profondi interrogativi sulle modalità di interazione tra gli Stati, erodendo le norme di condotta internazionali.

In particolare, la Russia ha violato gli accordi di Budapest del 1994 a garanzia dell'integrità territoriale dell'Ucraina a seguito della sua rinuncia alle armi nucleari e l'adesione al trattato di non-proliferazione (NPT).

Le poco velate minacce della Russia di usare le armi nucleari ricordano al mondo che l'escalation del conflitto, per incidente, intenzione o errore di calcolo, è un rischio terribile.

 La possibilità che il conflitto sfugga al controllo rimane alta.

 Ulteriore pericolo nucleare segue dal coinvolgimento russo nella guerra degli impianti nucleari di Chernobyl e Zaporizhzhia, violando i protocolli internazionali e rischiando un rilascio diffuso di materiali radioattivi.

Gli effetti della guerra minano anche gli sforzi globali per combattere il cambiamento climatico:

 i paesi che dipendono dal petrolio e dal gas russo hanno cercato di diversificare le loro forniture, portando a un aumento degli investimenti nel gas naturale proprio quando questi avrebbero dovuto ridursi.

L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia ha aumentato il rischio di utilizzo di armi nucleari, ha sollevato lo spettro dell'uso di armi biologiche e chimiche, ha ostacolato la risposta del mondo al cambiamento climatico e ha ostacolato gli sforzi internazionali per affrontare altri problemi globali.

L'invasione e l'annessione del territorio ucraino hanno violato le norme internazionali e potrebbero incoraggiare altri a intraprendere azioni che minacciano la stabilità.

Non esiste un percorso chiaro per forgiare una pace giusta che scoraggi future aggressioni all'ombra delle armi nucleari.

 Esiste comunque una moltitudine di canali di dialogo che dovrebbero essere esplorati.

Trovare una strada per seri negoziati di pace potrebbe contribuire a ridurre il rischio di escalation.

In questo momento di pericolo globale senza precedenti, è necessaria un'azione concertata e ogni secondo è importante.

Una situazione nucleare estremamente pericolosa.

Le minacce russe di usare armi nucleari nella guerra in Ucraina costituiscono il peggior sviluppo nucleare del 2022, ma sono solo uno dei molteplici aggravamenti del confronto nucleare mondiale.

 

Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina stanno perseguendo programmi di modernizzazione delle armi nucleari, preparando il terreno per una nuova e pericolosa "terza era" di competizione nucleare.

 Le forze nucleari statunitensi e russe sono ancora vincolate dal New START, ma non c'è certezza che il trattato venga esteso oltre il 2026.

Non vi sono prospettive concrete di ulteriori negoziati a rafforzare la sicurezza nucleare.

La considerevole espansione delle capacità nucleari della Cina è particolarmente preoccupante, dato il suo costante rifiuto di prendere in considerazione misure per migliorare la trasparenza e la prevedibilità.

 Qualora giungesse a capacità nucleari equivalenti a quelle di Stati Uniti e Russia, vi sarebbero conseguenze imprevedibili per la stabilità globale.

Vi sono stati scarsi progressi nei negoziati con la Corea del Nord e l'Iran sui loro programmi nucleari.

 La Corea del Nord ha intensificato notevolmente i test missilistici sia a corto raggio che di gittata intermedia e, a fine marzo, ha lanciato con successo un missile balistico intercontinentale per la prima volta dal 2017.

L'Iran continua ad aumentare la sua capacità di arricchimento dell'uranio, al di fuori dei limiti del “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPoA) che un tempo lo limitava.

Ora l'Iran è più vicino alla capacità di dotarsi di armi nucleari, qualora decidesse di varcare quella soglia.

Il ritorno all'accordo nucleare ridurrebbe i rischi, ma l'instabilità in Iran e il sostegno di Teheran alla guerra della Russia contro l'Ucraina complicano il progresso dei negoziati per impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari.

L'India continua a modernizzare il suo arsenale nucleare, che conta circa 160 testate, con nuovi sistemi di lancio in fase di sviluppo per integrare o sostituire gli attuali aerei a capacità nucleare, i sistemi di lancio terrestri e quelli marittimi.

Il Pakistan ha un arsenale di dimensioni simili e continua a espandere il suo arsenale, i sistemi di lancio e la produzione di materiale fissile.

 Le preoccupazioni sulla corsa agli armamenti in Asia meridionale e sulla corsa agli armamenti missilistici in Asia nordorientale completano un quadro desolante che deve essere affrontato.

In via prioritaria, tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbero impegnarsi a fronteggiare i pericoli nucleari attraverso sforzi di controllo degli armamenti e accordi di stabilità strategica.

Al momento opportuno, sarà necessaria un'importante azione di diplomazia nucleare multilaterale proprio a causa della terribile realtà che la crisi ucraina sottolinea:

 la minaccia esistenziale rappresentata dalle armi nucleari persiste anche quando le circostanze politiche cambiano.

Dinamiche contrastanti: affrontare il cambiamento climatico durante l'invasione dell'Ucraina.

Affrontare il cambiamento climatico richiede fiducia nelle istituzioni di governo multilaterale.

 La spaccatura geopolitica aperta dall'invasione dell'Ucraina ha indebolito la volontà globale di cooperare, minando la fiducia nella durata, o addirittura nella fattibilità, di un'ampia collaborazione multilaterale.

L'invasione dell'Ucraina ha innescato una corsa all'indipendenza dalle forniture energetiche russe, soprattutto nell'Unione Europea.

 Dal punto di vista del cambiamento climatico, ciò ha contribuito a due dinamiche contrastanti.

In primo luogo, i prezzi elevati dell'energia hanno stimolato gli investimenti nelle energie rinnovabili e motivato i paesi ad attuare politiche di sostegno al loro sviluppo.

 Grazie a questo aumento, l'”Agenzia Internazionale per l'Energia” prevede che l'energia eolica e solare insieme si avvicineranno al 20% della produzione globale di energia tra cinque anni, con la Cina che installerà quasi la metà della nuova capacità di energia rinnovabile.

Nello stesso tempo, i prezzi hanno spinto a sviluppare nuove forniture di gas, stimolando gli investimenti nella produzione di gas naturale e nelle infrastrutture di esportazione, finanziati in gran parte dalle principali transnazionali del petrolio e del gas e dalle società di investimento.

 Questo capitale privato continua a confluire nello sviluppo di nuove risorse di combustibili fossili.

Tutti i paesi del G7 si sono impegnati a porre fine ai finanziamenti pubblici dei progetti internazionali sui combustibili fossili entro quest'anno e la” Beyond Oil and Gas Alliance”, un gruppo di otto paesi, si è formalmente impegnata a porre fine a nuove concessioni, licenze o leasing per la produzione e l'esplorazione di petrolio e gas e a stabilire un calendario per la cessazione della produzione che sia coerente con gli impegni assunti nell'ambito dell'Accordo di Parigi.

Di conseguenza, le emissioni globali di anidride carbonica derivanti dalla combustione di combustibili fossili, dopo essere risalite dal declino economico dovuto al Covid a un massimo storico nel 2021, hanno continuato ad aumentare nel 2022, raggiungendo un nuovo record.

Il calo delle emissioni cinesi è stato oscurato da un aumento negli Stati Uniti, in India e altrove.

L'aumento delle emissioni nel 2022 ha accelerato il continuo aumento della concentrazione di gas serra nell'atmosfera, che continuerà fino a quando continueranno le emissioni di anidride carbonica.

I fenomeni meteorologici estremi non solo hanno continuato a colpire diverse parti del mondo, ma sono stati attribuiti in modo più evidente al cambiamento climatico.

 I paesi dell'Africa occidentale hanno subito inondazioni tra le più letali della loro storia;

 le temperature estreme registrate la scorsa estate in Europa centrale, Nord America, Cina e altre regioni dell'emisfero settentrionale hanno portato a carenze idriche e a condizioni di siccità del suolo, che a loro volta hanno provocato raccolti scarsi, minando ulteriormente la sicurezza alimentare in un momento in cui il conflitto in Ucraina ha già provocato un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari.

 È stato il Pakistan ad aver affrontato la manifestazione più drammatica dell'anno della crescente volatilità del clima terrestre con intense inondazioni su un terzo del paese, colpendo direttamente 33 milioni di persone e scatenando effetti a cascata, tra cui gravi perdite dei raccolti, un'epidemia di malattie trasmesse dall'acqua inquinata e la distruzione di infrastrutture, case, bestiame e mezzi di sussistenza.

Sullo sfondo delle tragedie legate al clima di quest'anno, le parti alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite a “Sharm el Sheikh” hanno raggiunto un promettente passo avanti con l'accordo di compromesso per la creazione di un fondo per sostenere i paesi poveri e vulnerabili nell'affrontare il crescente impatto dei cambiamenti climatici.

 Tuttavia, i paesi non sono stati in grado di adottare una decisione formale per concordare l'eliminazione graduale dei combustibili fossili e, cosa ancora più deludente, non hanno fatto sostanzialmente nulla per assicurare che i precedenti impegni di raggiungere emissioni nette di gas serra pari a zero venissero rispettati.

Una serie scoraggiante di minacce biologiche.

L'attuale panorama delle minacce biologiche rende evidente che la comunità internazionale deve migliorare la propria capacità di prevenire le epidemie, di individuarle rapidamente quando si verificano e di rispondere efficacemente per limitarne la portata.

Eventi devastanti come la pandemia Covid-19 non possono più essere considerati eventi rari.

Il numero totale e la diversità dei focolai di malattie infettive sono aumentati in modo significativo dal 1980, e più della metà sono causati da malattie che hanno origine negli animali e vengono trasmesse all'uomo.

 Esiste un'immensa varietà e diversità di virus, batteri e altri microbi noti per infettare l'uomo.

La capacità di prevedere quali di questi virus e microbi abbiano maggiori probabilità di causare malattie umane è tristemente inadeguata.

Continuano a verificarsi frequentemente incidenti di laboratorio.

Le possibilità di errore umano, la comprensione limitata delle caratteristiche delle nuove malattie, la scarsa conoscenza da parte delle amministrazioni locali delle ricerche che si svolgono nei laboratori delle loro giurisdizioni e la confusione sui requisiti di sicurezza mettono a dura prova gli attuali programmi di biosicurezza dei laboratori.

Viviamo in un'epoca di progressi rivoluzionari nelle scienze della vita e nelle tecnologie associate.

I ricercatori possono ingegnerizzare gli esseri viventi (soprattutto virus) per acquisire nuove caratteristiche con sempre maggiore facilità e affidabilità.

 Ma i regimi di sorveglianza, le strategie per la valutazione e la mitigazione del rischio e la definizione di norme concordate rimangono arretrati, mentre la scienza e la tecnologia biologiche avanzano sempre più velocemente.

 L'informazione biologica è sempre più un'arma a doppio taglio.

I leader di tutto il mondo devono affrontare la possibilità di rischi biologici catastrofici globali che mettono alla prova o superano la capacità collettiva di controllo dei governi nazionali e internazionali e del settore privato.

Vi sono sospetti che alcuni paesi mantengano programmi biologici militari o sviluppino attività duali, in violazione della convenzione delle armi biologiche.

 Il rischio che la Russia intraprenda una guerra biologica aumenta man mano che le condizioni in Ucraina diventano più caotiche, indebolendo le norme umanitarie in guerra.

 L'escalation bellica in Ucraina pone molte minacce potenzialmente esistenziali all'umanità e una di queste è quella biologica.

Indipendentemente dalla fonte potenziale – naturale, accidentale o intenzionale – ci sono misure che i leader nazionali possono adottare per ridurre i rischi biologici catastrofici.

Ogni paese deve investire maggiormente nella salute pubblica.

 Ogni paese dovrebbe eliminare le armi biologiche e smantellare i programmi che le producono.

 Tutti i paesi possono migliorare notevolmente la capacità di identificare i focolai prima che diventino epidemie e pandemie se investono nei sistemi di sorveglianza delle malattie, se condividono dati, analisi e informazioni sugli eventi biologici e se sviluppano la capacità di identificare rapidamente gli eventi biologici.

Gli agenti patogeni non sono fermati dai confini nazionali.

 Malattie debilitanti, morti diffuse e disastri indotti dalle malattie possono essere evitati se i paesi di tutto il mondo cooperano su strategie sanitarie globali e investono in scienza, tecnologia, ricerca e sviluppo nel settore della biosicurezza.

Tecnologie dirompenti: un ambiente variegato di minacce.

L'anno scorso, gli sviluppi relativi alle potenziali minacce provenienti dalle tecnologie dirompenti raccontano una storia contrastante.

Sul fronte della disinformazione, ci sono state alcune buone notizie: l'elettorato americano ha respinto i negazionisti alle elezioni del 2022 e in Francia il presidente Emmanuel Macron ha superato la storica sfida della candidata di estrema destra Marine Le Pen.

Nel frattempo, l'amministrazione Biden ha continuato a impegnarsi per aumentare il ruolo degli scienziati nell'informare le politiche pubbliche.

D'altro canto, la disinformazione informatica continua senza sosta.

Negli Stati Uniti, l'opposizione politica al "Consiglio per la governance della disinformazione" proposto dal Dipartimento per la sicurezza interna è riuscita a far ritirare al dipartimento la sua proposta.

Questo tipo di attacchi non è certo nuovo, ma è emblematico della corruzione nell'ambiente dell'informazione.

In Russia il controllo governativo dell'ecosistema informativo ha bloccato la diffusione di informazioni veritiere sulla guerra in Ucraina.

 L'uso cinese delle tecnologie di sorveglianza è continuato a ritmo sostenuto nello Xinjiang.

 Come affermato l'anno scorso, l'uso estensivo delle tecnologie di sorveglianza ha implicazioni inquietanti per i diritti umani e rappresenta una chiara minaccia per la società civile.

Per quanto riguarda il conflitto cibernetico, anche in questo caso la storia è un mix di cattive e buone notizie.

Il mondo continua a soffrire di attacchi informatici diffusi, ma i cyberattacchi russi contro gli Stati Uniti e l'Unione Europea come ritorsione per le sanzioni legate all'invasione dell'Ucraina non hanno avuto successo e quelli contro l'Ucraina si sono rivelati inefficaci come strumento coercitivo.

L'intelligence open-source abilitata dalla tecnologia ha avuto un impatto profondo sulla guerra in Ucraina, fornendo immagini che documentano i crimini di guerra russi e forniscono una preziosa conoscenza della situazione per le forze ucraine.

 Le immagini commerciali provenienti dallo spazio sono state ampiamente condivise, raccontando la preparazione russa all'invasione e fornendo ai decisori militari ucraini ulteriori input.

Il sistema “SpaceX di Starlink” è riuscito a mantenere il servizio internet in tutta l'Ucraina e a rispondere in modo rapido ed efficace ai cyberattacchi russi.

 

Starlink ha anche dimostrato la potenziale resilienza di grandi costellazioni di piccoli satelliti in orbita terrestre bassa.

 Tali costellazioni di satelliti sarebbero altamente resistenti agli attacchi anti-satellite e dovrebbero quindi contribuire alla stabilità.

Gli Stati Uniti si sono impegnati unilateralmente ad astenersi da test di armi antisatellite distruttive e hanno invitato altre nazioni ad aderire a questa moratoria.

I piani spaziali statunitensi prevedono il dispiegamento di una serie di sensori satellitari per tracciare i lanciatori di missili e altri obiettivi mobili, consentendo così attacchi preventivi.

Sebbene destinati a contrastare la Corea del Nord, questi gruppi di sensori susciteranno indubbiamente preoccupazione in Russia e in Cina, minacciando potenzialmente la stabilità strategica.

 

Infine, la guerra in Ucraina ha dimostrato il valore delle armi ad alta tecnologia contro piattaforme convenzionali come aerei e carri armati.

Droni armati e munizioni guidate con precisione sono importanti per entrambe le parti in conflitto.

Sebbene queste tecnologie non siano nuove, il loro potenziale dirompente contro le tradizionali forze terrestri è stato dimostrato ancora una volta.

 

 

 

Bill Gates ha insediato un terrorista

genocida a capo dell'OMS.

Lesobservateurs.ch – (24 aprile 2020) - di Pierre Lefevre – ci dice:

Signora, signore, caro amico, caro amico,

L'OMS, guidata dall'eritreo Tedros Adhanom Ghebreyesus, è guidata da un terrorista genocida?

A leggere le rivelazioni fatte da Senta Depuyt in un articolo pubblicato in inglese su “Health Impact News”, la risposta è sì.

Da diverse settimane ormai una feroce lotta ha scosso le fondamenta del tempio della Chiesa globalista genocida, l'OMS.

Dalla presidenza di Bill Clinton, l'OMS si è progressivamente trasformata in un circolo di affari occulti al servizio di Bill Gates e dei suoi amici cinesi (il Sommo Sacerdote ha ammirato l'organizzazione politica ed economica della Cina comunista).

È così che l'OMS è diventata la vetrina degli obiettivi dichiarati del “Nuovo Ordine Mondiale”:

sradicare le malattie per salvare l'umanità attraverso la vaccinazione globale (iniettando veleni che uccidono i bambini, li rendono carenti, accorciano la vita e sterilizzano le donne) e promuovono e attuano la pianificazione familiare strutture (vale a dire organizzare aborti e sterilizzazione delle donne nei paesi poveri).

Da quando Donald Trump ha lanciato la sua controffensiva all'attacco coordinato dei globalisti contro la sua presidenza e, soprattutto, contro la sua rielezione, non passa giorno senza che entrambe le parti chiedano le dimissioni di Tedros Adhanom Ghebreyesus, che è solo le potiche sanguinarie di Bill Gates e dei suoi amici cinesi.

È possibile leggere un articolo di” Fox News” sull'argomento cliccando su “Il terrorista genocida a capo dell'OMS in subbuglio”.

(foxnews.com/politics/who-director-faces-growing-calls-to-resign-over-handling-of-coronavirus-china?fbclid=IwAR3wchPIHXzJ6Xj-yl6zMbDUwvi6fgZS1AJK-sNUxgzdljb0Pu9IwTxIcRE)

Chi è Tedros Adhanom Ghebreyesus, l'attuale direttore dell'OMS?

 

Nato il 3 marzo 1965 ad Asmara (Etiopia), Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato "eletto" Direttore Generale dell'OMS nel 2017.

Quello che ci dice l'articolo di Senta Depuyt è che lui è una pedina al guinzaglio proprio di chi lo ha fatto eleggere, vale a dire nominato, e in prima linea troviamo Bill Gates, la Clinton Foundation, l'ambiguo dottor Fauci e i rappresentanti del governo cinese.

È stato Ministro della Sanità dell'Etiopia dal 2005 al 2012 mentre dal 2009 al 2011 è stato direttore di un programma di lotta contro l'AIDS, la tubercolosi e la malaria, finanziato dalla Bill & Melinda Gates Foundation, nonché direttore del Consiglio di coordinamento del programma UNAIDS e membro del consiglio di amministrazione dell'Alleanza per l'immunizzazione (Gavi), una vera e propria organizzazione criminale che lavora a beneficio dell'industria farmaceutica per imporre la multivaccinazione a tutta la terra (torneremo molto presto in una prossima lettera su questa organizzazione criminale).

Nel 2001, allora capo dell'ufficio sanitario regionale del Tigray, avrebbe intensificato le vaccinazioni forzate, in particolare quella contro il morbillo, che sarebbe stata aumentata al 98%, così come quelle per i bambini sotto i 12 mesi, che sarebbero state aumentate al 74%.

Dal 2012 al 2016 è stato anche Ministro degli Affari Esteri.

Le funzioni che lo legano e lo sottopongono a Bill Gates sono solo la parte visibile di uno spaventoso curriculum vitae.

“Senta Depuyt rivela nel suo articolo che Tedros Adhanom Ghebreyesus era un membro dell'ufficio politico Tigray People's Liberation Front (TPFL), un'organizzazione elencata nella lista delle organizzazioni terroristiche della US Homeland Security.

Ci dice anche che questa organizzazione è elencata nel “Global Terrorism Database” per una serie di rapimenti, attentati e rapine a mano armata.

Per visualizzare il registro della sicurezza interna degli Stati Uniti, fare clic su "Organizzazione terroristica".

(uscis.gov/sites/default/files/USCIS/Laws/TRIG/2014_Implementation_of_New_Discretionary_Exemption_for_Activities_or_Associations_Relating_to_TPLF.pdf)

Per visualizzare il database, fare clic su: "Direttore dell'OMS implicato in attività terroristiche tra cui rapimenti, attentati e rapine a mano armata".

(start.umd.edu/gtd/search/Results.aspx?page=1&search=Tigray&charttype=line&chart=country&ob=GTDID&od=desc&expanded=yes#results-table)

Colmo dell'abominio, il “Tigray People's Liberation Front” è un'organizzazione etnica (etnia Tigres che rappresenta il 4,3% della popolazione eritrea) che in un manifesto del 1975 dichiarò "guerra eterna" contro le etnie Amhara e Oromo che rappresentano rispettivamente il 32,1% e il 30,2% della popolazione eritrea.

Quando è salita al potere, questa organizzazione è stata accusata di:

– aver abusato delle nozioni di “autodeterminazione e democrazia” per saccheggiare l'Etiopia;

– aver utilizzato i 3,5 miliardi di dollari di aiuti ricevuti dall'Etiopia, pari al 60% del bilancio nazionale, per la repressione politica degli oppositori.

Nel 2016, “Human Rights Watch” (HWR), ha accusato il Parlamento europeo di aver trascurato le numerose violazioni commesse dal regime etiope da esso finanziato e che ha sottratto fondi ai programmi di aiuto internazionale per controllare la popolazione e reprimere i suoi oppositori.

 Gli aiuti alimentari, l'agricoltura, il microcredito o i programmi sanitari avrebbero poi beneficiato esclusivamente alcuni gruppi etnici.

Accuse di genocidio.

Nel 2017 un'organizzazione per la difesa dei diritti dell'etnia Amhara, l' “Amhara Professional Union” (Apu), ha accusato Tedros Adhanom Ghebreyesus di aver portato avanti una vera e propria politica di genocidio come Ministro della Salute etiope tra il 2005 e il 2012.

La popolazione di questo gruppo etnico avrebbe perso 2,5 milioni di persone tra i censimenti del 1997 e del 2007.

Mentre gli altri principali gruppi etnici eritrei avrebbero visto la loro popolazione crescere annualmente del 2,6%, questa crescita sarebbe stata solo dell'1,9% tra gli Amhara.

Per il solo programma di sanità pubblica, sembrerebbe che l'etnia Amhara avesse diritto a campagne di contraccezione chimica a Dep-Provera, che erano molto maggiori dell'etnia Tigres (19% per i Tigres contro il 29% per gli Amharas).

Gli Apu hanno accusato il governo etiope di discriminazione razziale spingendo l'uso di “Depo-Provera” sulle loro mogli senza il loro consenso informato.

Si noti che Depo-Provera è noto negli Stati Uniti per promuovere l'osteoporosi e il cancro al seno. Si veda in proposito: “Foglio 1” e “Foglio 2”.

(accessdata.fda.gov/drugsatfda_docs/label/2004/20246s025lbl.pdf)

 

Depo Provera e densità minerale ossea.

Depo-Provera non è stato autorizzato negli USA, e ovunque il suo uso è molto criticato a causa dei suoi molteplici effetti collaterali, ma sarebbe comunque raccomandato dall'OMS e dalla Bill and Melinda Gates Foundation.

Quando l'amministrazione Trump ha deciso di tagliare i finanziamenti al Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e alle organizzazioni che "eseguono o forniscono incitamento all'aborto", a Londra nel 2017, Tedros Adhanom Ghebreyesus ha promesso di "difendere personalmente la questione dei diritti sessuali e riproduttivi come una priorità assoluta".

 (Quando parla di questo, parla di aborto indotto senza il consenso delle donne).

Vedi l'articolo di “Reuters” su questo argomento:

(ceiving.com/article/us-global-contraception-summit/contraceptives-are-one-of-the-greatest-anti-poverty- innovations- melinda-gates-idUSKBN19W0PC?fbclid=IwAR2eyw0zYXRpuOZ8wUbbsCN7Au_K1e3meaNWb8GTS-EVhaaMJD3iO7tKcYU)

Esperto in aborti chimici e vaccinazioni forzate. Per il genocidio Bill Gates, che stimava pubblicamente che "grazie a nuovi farmaci e vaccini ridurremo la popolazione del 15%, ma non basta" Tedros Adhanom Ghebreyesus è un tecnico prezioso, il suo Mengele tenero solo a lui.

Per rivedere il discorso del Sommo Sacerdote della Chiesa globalista, clicca su "Bill Gates usa vaccini e nuovi farmaci per ucciderci":

(tvs24.ru/libre-consentement-eclaire-fr/watch/83/bill -gates -ed-emmanuel-macron-meglio-di-hitler/)

Per saperne di più sul medico Josep Mengele, clicca su “Un istruttivo promemoria di ciò che possono essere coloro che affermano di curarci”.

(fr.wikipedia.org/wiki/Josef_Mengele)

Il Fondo globale come salvadanaio:

Questa organizzazione privata in gran parte finanziata con denaro pubblico è gestita dalla Fondazione Bill e Melinda Gates per combattere ufficialmente l'AIDS, la tubercolosi e la malaria.

Nel luglio 2009, il tecnico in aborti chimici e vaccinazioni forzate di Bill Gates, Tedros Adhanom Ghebreyesus, viene "eletto" (vale a dire designato dal Sommo Sacerdote della Chiesa globalista) a capo di questo giocattolo genocidaires.

Nel 2012 questo Fondo ha erogato 1,3 miliardi di dollari di sussidi all'Etiopia, mentre l'etnico abortista, Tedros Adhanom Ghebreyesus, era Ministro della Salute a meno che non fosse già stato nominato Ministro degli Esteri (nel 2012 è passato dal Ministero della Salute a quello degli Affari Esteri).

I servizi di John Parsons, l'ispettore generale del Fondo globale incaricato dell'audit di gestione generale tra il 2008 e il 2012, hanno rivelato che fino a due terzi di alcune sovvenzioni del Fondo globale potrebbero aver finanziato la corruzione attraverso documenti falsificati, contabilità inappropriata o persino la diversione di farmaci da prescrizione, ma destinati ai neri.

Naturalmente, il Sommo Sacerdote della Chiesa Globalista ha ottenuto la pelle di questo piantagrane e il Consiglio di Amministrazione del Fondo Globale, presieduto dal suo tecnico in aborti chimici e vaccinazioni forzate, ha posto fine alle funzioni di John Parsons nel novembre 2012.

 Per saperne di più John Parsons, clicca su "Stanno scavalcando l'ispettore generale".

 

Gli incredibili risultati del lavoro di Tedros Adhanom Ghebreyesus nel suo paese.

Uno degli audit di John Parsons ha rivelato che in Etiopia, mentre era in carica il tecnico di Bill Gates in aborti chimici e vaccinazioni forzate, il 77% dei centri medici costruiti non aveva accesso all'acqua potabile, il 32% non aveva strutture sanitarie, solo il 14% aveva un microscopio o un lettino da parto e il 12% una farmacia.

Per leggere un rapporto di audit sull'Etiopia:

(theglobalfund.org/media/7033/oig_gf-oig-17-025_report_fr.pdf?u=637166001700000000)

Il sanguinario terrorista del ministro degli Esteri etiope.

Senta Depuyt ci racconta che nel 2013, quando l'Arabia Saudita ha espulso i migranti, l'unico Paese che non ha intrapreso alcuna azione per il rimpatrio e l'assistenza ai suoi cittadini è stata l'Etiopia, il cui ministro incaricato di questa questione era il genocidaire Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Leggi su questo argomento l'articolo pubblicato su “Tadias”.

(tadias.com/11/18/2013/the-ethiopian-migrant-crisis-in-saudi-arabia-taking-accountability/)

Meglio, nel 2014, l'attuale direttore generale dell'OMS, l'ex terrorista del TPLF, il tecnico in aborti chimici e vaccinazione forzata di Bill Gates, avrebbe ordinato e organizzato il sequestro, l'estradizione e la condanna di diversi leader dissidenti yemeniti , così come quella di centinaia di richiedenti asilo in fuga dalla guerra in Yemen.

Su questo argomento cliccando su “I lavori di base del terrorista e del tecnico negli aborti chimici e nella vaccinazione forzata di Bill Gates”. (ecadforum.com/2017/05/05/tedros-adhanom-played-a-key-role-in-kidnapping-of-prominent-dissident/)

E questo è l'uomo che i globalisti hanno messo a capo dell'OMS.

L'agenda globale per la sicurezza sanitaria.

Hai mai sentito parlare dell'agenda globale per la sicurezza sanitaria?

È una scommessa sicura di no, proprio come noi prima di chiedere di scrivere queste righe.

Questo programma, di cui non avete mai sentito parlare, è finanziato dalle tasse dei paesi promotori come Stati Uniti (24%), Regno Unito (11%) e dalla Bill and Melinda Gates Foundation (14%), Gavi ( Global Alliance for Vaccines and Immunization), a sua volta finanziata da Bill Gates (17%), Stati Uniti (11%) e Regno Unito (31%).

Il suo programma è semplice e si può riassumere in poche parole: vaccinare forzatamente tutti gli abitanti del pianeta e impiantare loro chip RFID o altri marcatori che il progresso tecnologico consentirà.

L'agenda della sicurezza sanitaria globale è quella della Chiesa globalista e del suo sommo sacerdote genocida Bill Gates, sostenuto dalla Cina.

"Incontra il medico più potente del mondo: Bill Gates" titolava “Politico “poche settimane prima della nomina del suo tecnico in aborti chimici e vaccinazioni forzate alla guida dell'Oms.

Un articolo interessante che inizia così:

 “Alcuni miliardari si accontentano di comprare un'isola. Bill Gates ha un'agenzia delle Nazioni Unite a Ginevra.

 (Alcuni miliardari sono soddisfatti di comprarsi un'isola. Bill Gates ha ottenuto un'agenzia sanitaria delle Nazioni Unite a Ginevra).

Per leggere l'articolo di Politico, clicca su "Il dottore più potente del mondo non è un dottore"

(politico.eu/article/bill-gates-who-most-powerful-doctor/)

Bill Gates, i cinesi e il Centro africano per la prevenzione e il controllo delle malattie.

La nomina di Tedros Adhanom Ghebreyesus alla guida dell'OMS è stata sostenuta anche dalla Cina, importante partner dello Stato etiope poiché ha finanziato e realizzato il 70% delle sue recenti infrastrutture e finanzia anche la costruzione della sede del futuro Centro africano per Prevenzione e controllo delle malattie.

 

Nel marzo 2017, due mesi prima della sua nomina a capo dell'OMS, il tecnico dell'aborto chimico e della vaccinazione forzata di Bill Gates è stato invitato dal governo cinese a tenere un discorso programmatico all'Università di Pechino.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, l'OMS e la finta pandemia di Covid-19.

Quanto sopra ci permette di comprendere meglio le dichiarazioni del Direttore Generale dell'OMS nella direzione:

"Apprezziamo la serietà della risposta della Cina a questa epidemia, in particolare la forza della sua leadership e la trasparenza che hanno messo in evidenza.»

La Cina esemplifica i nuovi standard nella preparazione e nella risposta alle epidemie.»

Ha anche definito "eroiche" le misure draconiane di sequestro della popolazione cinese mentre sollecitava il mantenimento del traffico aereo con la Cina e ha criticato il 3 febbraio 2020 gli Stati Uniti e i Paesi che hanno chiuso i loro confini.

Interrogato dai giornalisti, il direttore del “National Institute of Allergy and Infectious Diseases” (NIAID) Anthony Fauci ha rifiutato di rispondere quando gli è stato chiesto il suo parere sull'aborto chimico e sulle osservazioni del tecnico della vaccinazione forzata di Bill Gates, che era molto favorevole alla Cina.

Ambiguo dottor Antony Fauci, direttore del NIAID.

Del dottor Fauci, nel 2017 ha detto: Senza dubbio, Trump dovrà affrontare un'epidemia di malattie infettive a sorpresa.

Questa affermazione si unisce a quelle di Bill Gates sullo stesso argomento, e a meno che non abbiano la capacità di leggere nelle viscere dei polli o nei fondi di caffè il futuro dell'umanità, queste affermazioni fanno parte del condizionamento psichico che stanno cercando di imporci, il che equivale a dirci:

"State attenti, ci sarà una pandemia, rischierete tutti di morire, ma non preoccupatevi, noi ci siamo e abbiamo pianificato tutto per salvarvi, troveremo molti vaccini velocemente.”

Dal 1984, Anthony Fauci è direttore del “National Institute of Allergy and Infectious Diseases” (NIAID) che dipende dal “Dipartimento della Salute degli Stati Uniti)”

È un convinto sostenitore dei vaccini e, come ha denunciato nel 2010 il senatore statunitense Tom Coburn (1948-2020), si è fatto un nome nel pantheon dei truffatori che vivono di soldi pubblici riuscendo a spendere oltre 5,2 milioni di dollari in quattro anni per sontuosi eventi di "consapevolezza del vaccino contro l'HIV".

Mentre nel 2013, sotto la presidenza Obama, esaltava le virtù della “clorochina “per combattere un'epidemia virale, smentiva pubblicamente, in modo misurato, il presidente Donald Trump che a sua volta esaltava gli effetti di questa sostanza.

Inoltre, sarebbe associato alla Bill and Melinda Gates Foundation tramite la società “Moderna Inc”. che ha sede a Cambridge, nello Stato del Massachusetts. Moderna è un'azienda di biotecnologie specializzata nella ricerca di nuovi vaccini, a cui hanno dato il nome di "mRNA" (ricordiamo che i Coronavirus sono del tipo a RNA).

La Bill and Melinda Gates Foundation cofinanzierebbe con il NIAID, guidato da Anthony Fauci, il rapido sviluppo di un vaccino contro il Covid-19 (già!).

 Il che fa dire all'economista e giornalista Frederick William Engdalh:

 “Il vaccino Fauci-Gates Moderna Coronavirus, mRNA-1273, è stato messo in atto in settimane, non anni.

Il 24 febbraio è stato inviato direttamente al NIH (National Institutes of Health) di Fauci per essere testato su cavie umane, non sui topi come avviene normalmente”.

Va aggiunto che Wikileaks ha rivelato durante le ultime mail delle elezioni presidenziali americane in cui Anthony Fauci proclamava la sua ammirazione per la "creatura" Hillary Clinton, compresa questa che termina con "Per favore, digli che lo amiamo tutti e che siamo molto orgogliosi conoscerla"

 (Chiunque avesse dubbi sulla capacità di resistenza e capacità della Segretaria dopo la sua malattia, questi dubbi sono stati spazzati via dall'esibizione odierna davanti al Senato e alla Camera.

Ha affrontato circostanze estremamente difficili durante le udienze e tuttavia ha colpito subito parco. Per favore, dille che la amiamo tutti e che siamo molto orgogliosi di conoscerla.)

Per leggere un'e-mail di Anthony Fauci a Hillary Clinton, fare clic su "Wikileaks espone le e-mail di Anthony Fauci a Hillary Clinton".

(wikileaks.org/clinton-emails/emailid/4379)

I legami tra Tedros Adhanom Ghebreyesus e Anthony Fauci.

Entrambi hanno firmato un memorandum d'intesa tra NIAID e OMS nel 2018 per promuovere formalmente la ricerca sulle "risposte a nuovi focolai di malattie infettive ed emergenze di salute pubblica", vale a dire: come imporre i vaccini?

Se glielo permettiamo, la “Chiesa globalista” e il suo sommo sacerdote in Francia, il taglia capelli Emmanuel Macron, ci imporrà il chip e la vaccinazione obbligatoria contro la finta pandemia di Covid-19.

È in nome di questa banda di criminali che il taglia capelli, Emmanuel Macron, così come tutta la classe politica francese, compreso il” Führer della Francia islamica”, il razzista Jean-Luc Mélenchon, ci imporrà la vaccinazione obbligatoria contro il Covid-19, con chip RFID.

(tvs24.ru/libre-consentement-eclaire-fr/watch/67/m-lenchon-raciste-et-antis-mite/)

Il 1° maggio 2020, diciamo "No!"» rifiutiamo il nostro sequestro!

Resistiamo!

Gran parte delle informazioni contenute in questa lettera sono tratte dall'articolo pubblicato su “Health Impact News”.

Per leggere l'articolo (in inglese) di Senta Dupuyt, cliccare su “I genocidi hanno preso il controllo dell'OMS”

(healthimpactnews.com/2020/is-who-director-tedros-a-terrorist-global-ties-to-bill-gates-clinton-foundation-dr-fauci-china-and-genocide/)

(Pierre Lefèvre)

 

 

In Europa cresce la Mortalità in Eccesso.

Per i Media è solo Colpa dello Smog!

Conoscenzealconfine.it – (22 Febbraio 2023) - Arianna Graziato – ci dice:

 

Continua inesorabile l’eccesso di mortalità in Europa.

Secondo i dati appena pubblicati da Eurostat, a dicembre 2022 l’aumento si è attestato ad un +19%, 8% in più rispetto a novembre.

In Germania si è raggiunto lo spaventoso dato del +37%, ma rimangono preoccupanti anche i dati di Austria (+27%), Slovenia (+26%), Irlanda e Francia (+25%). Sotto la media invece l’Italia che segna solo un +0,5%.

Tale incremento, che fra il 2021 e il 2022 ha segnato circa un milione di morti in più, sembra inspiegabile.

O almeno, fino ad ora le giustificazioni che i media generalisti hanno riportato appaiono ridicole.

Prima si è accusato il caldo, poi lo smog e la sedentarietà.

Si è arrivati addirittura a puntare il dito contro i broccoli.

Nel 2021 il compito dei giornalisti era più facile, ancora si poteva parlare di morti da Covid-19.

Man mano però la narrazione pandemica ha perso forza e l’eccesso di mortalità è diventata un’amara verità, è sempre più difficile spiegare questi numeri secondo gli schemi mainstream.

A preoccupare soprattutto sono i numeri delle morti fra i giovani.

Nonostante infatti l’eccesso riguardi tutte le fasce d’età, ad esserne più colpiti sono i bambini.

Guardando i grafici di “Euro Momo”, l’attività europea di monitoraggio della mortalità, si nota come il 2022 abbia fatto strage nella fascia 0-14.

Anche in quella dai 14 ai 44 anni si registra un aumento sostanziale paragonata ai più anziani.

Il Regno Unito, che dopo il brexit rimane escluso da tali statistiche, non se la passa molto meglio.

Nel 2022 si sono registrati 650.000 decessi, quasi 40.000 in più rispetto al 2019. Nelle ultime due settimane in particolare i decessi sono stati di un quinto superiori alla media dal 2016 al 2019.

Si tratta del “livello di morte” più alto negli ultimi 50 anni.

Fra le vicende poi più gravi non si può non ricordare il caso delle Isole Canarie, che l’anno passato hanno registrato il tasso di mortalità più alto di tutto il 21enismo secolo.

 Qui in Italia invece è la Regione Sardegna a denunciare la situazione più preoccupante:

200 morti in più al mese rispetto al 2021 e 250 rispetto alla media degli anni precedenti all’emergenza sanitaria.

Qualcuno ha iniziato a parlare di genocidio, ma nessuno dei grandi media vede una correlazione con la campagna vaccinale anti-Covid.

Interessante da citare il sondaggio della società “Rasmussen Reports”, che viste le numerose morti improvvise registrate anche negli Stati Uniti, ha chiesto ai cittadini quali siano secondo loro i motivi.

Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato che i sieri genici possono essere la causa dell’eccesso di morte.

(Arianna Graziato)

(byoblu.com/2023/02/21/in-europa-cresce-la-mortalita-in-eccesso-per-i-media-e-solo-colpa-dello-smog/)

 

 

 

 

L'America l'inetto.

Unz.com - PHILIP GIRALDI – (21 FEBBRAIO 2023) – ci dice:

 

Le bugie e l'ipocrisia sono al centro della politica estera di Biden.

Si potrebbe pensare che l'esercito degli Stati Uniti che mette in scena un attacco segreto non provocato "plausibilmente negabile" contro una nazione con cui non è in guerra sarebbe almeno considerato degno di nota.

Che l'attacco abbia causato gravi danni a un paese con cui gli Stati Uniti sono strettamente alleati sembrerebbe rendere l'aggressione ancora più impensabile.

E, forse peggio di tutto, che l'attacco è stato organizzato dal capo dell'esecutivo della nazione usando un bypass politico che ha evitato la supervisione del Congresso e l'adesione alla legge sui poteri di guerra che potrebbe essere più riprovevole di tutti in quanto taglia al cuore dell'equilibrio costituzionale dei poteri della nazione.

Si tratta chiaramente di un reato passibile di impeachment.

 E "Sì", per coloro che se lo stanno ancora chiedendo, Joe Biden e la sua squadra di emulatori terroristici hanno fatto tutto questo e altro ancora, e hanno coronato la loro performance con una serie di bugie ed evasioni per far sembrare che non avessero fatto nulla di sbagliato.

E i media mainstream americani, nella loro peggiore performance dall'invasione dell'Iraq, sono serviti da cassa di risonanza per tutto ciò che la Casa Bianca sceglie di far trapelare ad essa.

Alla luce di tutto ciò, era forse del tutto prevedibile che la stampa e i notiziari televisivi servili al governo avrebbero quasi completamente ignorato il devastante rapporto pubblicato dal giornalista investigativo “Seymour Hersh” l'8 febbraio 2023.

L'articolo di Hersh era intitolato "Come l'America ha tirato fuori il gasdotto Nord Stream" con un titolo secondario che recitava "Il New York Times lo ha definito un 'mistero', ma gli Stati Uniti hanno eseguito un'operazione marittima segreta che è stata tenuta segreta, fino ad ora".

 L'articolo, che Hersh ha auto-pubblicato su Internet, descrive in modo molto dettagliato i preparativi e l'esecuzione da parte del “Diving and Salvage Center” della Marina degli Stati Uniti e del Ramo marittimo della Central Intelligence Agency (CIA), coordinato e diretto dalla Casa Bianca, per sabotare e distruggere i quattro gasdotti Nord Stream del Mar Baltico della Russia, un crimine di guerra e un'azione terroristica che avvicina gli Stati Uniti al conflitto armato diretto con la Russia.

Dato il suo potenziale contraccolpo politico, la storia di Hersh potrebbe benissimo essere la più importante esposizione apparsa da quando sono iniziati i combattimenti in Ucraina oltre un anno fa, ma viene ignorata dalla Casa Bianca, che nega il rapporto, con un portavoce che commenta solo che "Questa è una finzione falsa e completa".

 Anche il portavoce della CIA Tammy Thorp ha risposto a Hersh che "Questa affermazione è completamente e assolutamente falsa".

Anche alla Marina degli Stati Uniti sono stati chiesti commenti, ma non ha risposto.

I media, chiaramente evidenti dalla loro inazione, hanno aderito religiosamente a quella linea di governo, probabilmente a causa di qualche idea errata che le nostre forze di sicurezza nazionale debbano essere sostenute quando vanno "in punta di piedi con i russi" sull'Ucraina.

 Al contrario, è proprio quando il governo si comporta in modo sconsiderato, per non parlare del fatto che criminalmente provoca una guerra inutile, che la stampa dovrebbe essere alla ricerca della storia e di ciò che significa.

Ciò è particolarmente vero in quanto il conflitto ucraino si sta intensificando e minaccia di diventare nucleare mentre entrambe le parti scavano in posizioni incompatibili.

 

Conosco Sy Hersh da un certo numero di anni e ho trascorso del tempo insieme a lui e ad altri ex colleghi della CIA aiutando a confermare i dettagli di alcune delle sue precedenti esposizioni sugli abusi del governo degli Stati Uniti e sulle bugie vere e proprie nel suo ruolo in qualche modo non completamente credibile di "guardiano" della sicurezza nazionale.

Hersh è un investigatore meticoloso che mai, nella mia esperienza, ha accettato affermazioni non confermate a sostegno delle sue narrazioni.

Ho una certa comprensione di chi potrebbero essere le sue fonti nelle agenzie di intelligence e nel Dipartimento della Difesa in questo caso e dovrebbe essere accettato che ciò che ha scritto è completamente verificabile e derivato da individui che sono stati effettivamente partecipanti alle attività descritte.

Questo non vuol dire che non ci saranno mancanze nel ricordare con precisione i dettagli che includono aspetti del possibile coinvolgimento norvegese, qualcosa che i critici stanno già indicando, ma la spinta principale di "whodunit" e "come" è abbastanza definitivamente dimostrata.

La relazione è lunga e contiene una grande quantità di informazioni sia sulla pianificazione che sul processo decisionale politico che ha portato alla volontà di distruggere il gasdotto, che descriverò brevemente.

 Sy afferma quanto segue:

Non è stato esattamente un segreto che molti nel governo degli Stati Uniti hanno a lungo considerato i gasdotti Nord Stream come una minaccia alla sicurezza in quanto la fornitura di gas naturale relativamente economico alla Germania come porta d'ingresso in Europa da parte della Russia consentirebbe a Mosca di creare una dipendenza da essa per l'energia che potrebbe essere manipolata per produrre vantaggi politici e strategici.

Mentre la crisi sull'Ucraina si approfondiva nel 2021, la Casa Bianca di Biden ha istituito una task force segreta che ha lavorato su possibili scenari che si sono concentrati sull'utilizzo di risorse militari e di intelligence per distruggere fisicamente gli oleodotti con una certa misura di plausibile negazione della mano degli Stati Uniti nel processo al fine di evitare contraccolpi politici da parte degli alleati europei dell'America o escalation del conflitto.

 La segretezza era necessaria per proteggere Biden dalle accuse di ipocrisia dal momento che aveva ripetutamente promesso che gli Stati Uniti non sarebbero stati direttamente coinvolti in alcun conflitto armato con la Russia sull'Ucraina.

Il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha guidato la task force interagenti, che si è riunita alla fine del 2021 e comprendeva attori chiave del ramo marittimo dell'Agenzia e del Centro immersioni e salvataggio della Marina, entrambi situati a Panama City in Florida, nonché il Dipartimento di Stato, il Tesoro e il Joint Chiefs of Staff.

L'operazione è stata originariamente trattata come un'azione segreta che avrebbe richiesto la supervisione del Congresso, ma quella foglia di fico è stata abbandonata ed è diventata una "operazione di intelligence altamente classificata" quando Biden e altri nell'amministrazione hanno dichiarato pubblicamente e chiaramente le loro intenzioni di fermare il gasdotto, rendendo quella che alla fine ha avuto luogo una politica apertamente dichiarata, forse intesa a inviare un avvertimento ai russi. Sono state discusse diverse opzioni per distruggere i gasdotti.

 Secondo Hersh, i partecipanti all'incontro, molti dei quali erano falchi che si erano fatti le ossa sotto l'amministrazione Obama, capirono chiaramente che stavano proponendo un "atto di guerra" che veniva preso in considerazione nonostante il potenziale contraccolpo perché il presidente lo aveva ordinato.

C'erano molti avvertimenti su ciò che sarebbe potuto accadere.

All'inizio di febbraio 2022, poco prima dell'invasione russa dell'Ucraina, il presidente Biden ha promesso pubblicamente durante una conferenza stampa congiunta accompagnata da un silenzioso e accigliato cancelliere tedesco Olav Scholz che "Se la Russia invade ... non ci sarà più un Nord Stream 2" e, quando gli è stato chiesto come lo avrebbe realizzato, ha risposto: "Saremo – ve lo prometto – saremo in grado di farlo".

Più tardi, dopo la distruzione del gasdotto, il Segretario di Stato Blinken dichiarò che il sabotaggio offrì una "tremenda opportunità per rimuovere una volta per tutte la dipendenza dall'energia russa ...

Questo è molto significativo e offre un'enorme opportunità strategica per gli anni a venire".

 Non che ci fosse bisogno di ulteriori conferme, ma il 22 gennaio  2023 Il sottosegretario di Stato “Victoria Nuland” ha gongolato mentre testimoniava a una commissione del Senato degli Stati Uniti che "l'amministrazione è molto gratificata di sapere che Nord Stream 2 è ora ... un pezzo di metallo in fondo al mare."

L'amministrazione Biden, nella sua arroganza, ha più o meno ammesso di essere dietro il sabotaggio, che certamente aveva il motivo e i mezzi per eseguire, anche se stava accuratamente evitando di lasciare dietro di sé qualsiasi prova reale che avesse effettuato la distruzione.

Come osservato sopra, ha anche deliberatamente evitato qualsiasi coinvolgimento del Congresso, presumibilmente per evitare qualsiasi discussione sui poteri di guerra o anche a causa delle preoccupazioni su possibili fughe di notizie.

Secondo quanto riferito, la meccanica del posizionamento degli esplosivi seguita dall'effettiva distruzione degli oleodotti era la seguente:

Sotto la copertura di un'esercitazione della NATO nel Mar Baltico chiamata BALTOPS-22 nel giugno 2022, la Marina degli Stati Uniti e forse anche le attività speciali della CIA e i sommozzatori norvegesi sono scesi a 260 piedi in un punto al largo dell'isola danese di Bornholm, che era considerato un luogo in cui le condotte convergevano in acque relativamente poco profonde prive di maree ed erano particolarmente vulnerabili.

Hanno attaccato gli esplosivi C-4 sia al Nord Stream 1, che era operativo, sia al Nord Stream 2, che è stato completato ma era in attesa dell'approvazione dei regolatori tedeschi per la sicurezza per diventare attivo.

Gli esplosivi sono stati progettati per essere detonabili a distanza.

Gli esplosivi erano su un timer che creava una finestra di fuga per coloro che iniziavano la detonazione e sono stati segnalati per essere attivati da un segnale sicuro inviato da una boa sonar che è stata lasciata cadere sul sito preparato da un elicottero della marina norvegese.

 I norvegesi erano essenziali in quel ruolo a causa della loro presenza militare vicino alla parte bersaglio del Baltico e della loro notevole esperienza nelle operazioni in acque fredde in acque profonde.

Un elicottero della Marina norvegese nella zona presumibilmente non susciterebbe particolari preoccupazioni, anche da parte dei russi sempre vigili.

Sotto l'ordine di "Go!" da Washington, il 26 settembre 2022 i norvegesi hanno lasciato cadere la boa sonar e poche ore dopo gli esplosivi C-4 sono stati fatti esplodere, mettendo immediatamente fuori uso tre dei quattro oleodotti.

All'indomani del bombardamento, gli Stati Uniti e i loro alleati nei media hanno fatto ogni sforzo per incolpare i russi che sono stati ripetutamente citati come probabili colpevoli.

 Le fughe di notizie dalla Casa Bianca e dal governo britannico non hanno mai stabilito una chiara spiegazione del perché Mosca si sarebbe auto-sabotata di un lucroso accordo commerciale.

 Pochi mesi dopo, quando è stato rivelato che le autorità russe avevano tranquillamente ottenuto stime per il costo per riparare i Nord Streams, intorno ai 10 miliardi di dollari, il New York Times ha apparentemente descritto lo sviluppo come "complicando le teorie su chi c'era dietro" il sabotaggio.

In effetti, non è mai stato chiaro perché la Russia avrebbe cercato di distruggere il proprio prezioso gasdotto che doveva essere una delle principali fonti di reddito per molti anni a venire, una proposta che l'ex diplomatico britannico Craig Murray descrive come "squilibrata".

Ma una logica più eloquente per l'azione del presidente è venuta dal Segretario di Stato Blinken.

Interrogato in una conferenza stampa a settembre sulle conseguenze del peggioramento della crisi energetica globale, più sentita in Europa occidentale, un delirante Blinken ha descritto lo sviluppo in termini positivi, entusiasta di come la distruzione avrebbe "tolto a Vladimir Putin l'armamento dell'energia come mezzo per far avanzare i suoi disegni imperiali".

La storia raccontata da Sy Hersh è l'ennesimo grande tradimento da parte della cosiddetta leadership del paese, un esempio eclatante del governo degli Stati Uniti aiutato dai suoi media cagnolini che mentono ancora una volta ai propri cittadini e al mondo per coprire un atto criminale che non ha in alcun modo reso gli americani più sicuri o più prosperi.

Negli Stati Uniti, il tafano Tucker Carlson, tra i giornalisti di spicco, ha finora osato presentare il resoconto investigativo sviluppato da Hersh in un segmento di cinque minuti del suo programma.

Newsweek ha anche pubblicato un pezzo che esamina le questioni sollevate con l'avvocato costituzionale John Yoo.

Più interessante forse, un'intervista di mezz'ora di Hersh da parte di Amy Goodman su Democracy Now!

Della televisione PBS è andata in onda la scorsa settimana, ma poi è stata parzialmente bloccata perché YouTube l'ha considerata "inappropriata o offensiva".

La piena disponibilità del video dell'intervista a Seymour Hersh è stata ripristinata da allora con il canale Democracy Now!

E che fornisce il seguente messaggio esplicativo:

"AGGIORNAMENTO: abbiamo offuscato alcune immagini circa 30 secondi nel video in risposta a un avviso di contenuto da YouTube che ha fortemente limitato la portata di questa intervista.

Quello che vedi ora è una versione modificata.

Per la versione non censurata di questa intervista che è andata in onda nel nostro show, visita democracynow.org.

Al di là di questa esposizione, rimangono tuttavia molte domande sulla distruzione di Nord Stream, che è stato inequivocabilmente un atto di guerra o addirittura di terrorismo, che continuano ad essere senza risposta.

 Si consideri, ad esempio, come i paesi della NATO, gli Stati Uniti e la Norvegia, hanno di fatto attaccato il paese della NATO, la Germania, che era sia il destinatario designato che un partner economico nei gasdotti.

Anche se un certo coinvolgimento britannico nell'operazione, rilevato anche dall'intelligence russa, è stato rapidamente rivelato pubblicamente dal testo "It's done" dell'allora primo ministro britannico Elizabeth Truss al segretario di Stato Antony Blinken sessanta secondi dopo la detonazione.

 A quanto pare Berlino non era abbastanza fidata da avere voce in capitolo nella pianificazione e nell'esecuzione del bombardamento, anche se ne era gravemente danneggiato.

 Inoltre, l'articolo 5 della carta della NATO dice che un attacco a una nazione richiede che tutti gli altri membri dell'alleanza aiutino il paese che è stato preso di mira ed è intrigante considerare se il resto della NATO dovrebbe andare in guerra con gli Stati Uniti e la Norvegia.

In alternativa, gli "amici" nell'alleanza difensiva possono attaccarsi a vicenda senza conseguenze o gli Stati Uniti e la Norvegia dovrebbero ora essere considerati nazioni canaglia?

 L'alleanza stessa sarà in grado di rimanere unita se diversi Stati membri adottano unilateralmente misure che possono danneggiare gravemente l'economia di un altro membro?

 E come stanno effettivamente rispondendo i tedeschi al loro crollo economico e al loro tenore di vita, con la chiusura di fabbriche e celle frigorifere come conseguenza dell'azione USA/Norvegia?

Gli americani, da parte loro, dovrebbero anche riflettere profondamente sul governo che abbiamo e sulla mancanza di moderazione con cui si comporta.

Gli estensori della Costituzione diedero solo al Congresso il potere di dichiarare guerra, forse immaginando che in una data futura il presidente avrebbe potuto abbassarsi a usare le forze militari e navali degli Stati Uniti a livello globale per punire e costringere altre nazioni, impadronirsi del loro territorio e uccidere il loro popolo.

Ed è tutto giustificato da qualcosa chiamato "eccezionalismo" che rafforza un massiccio inganno sostenuto che condurre una guerra continua è in realtà mantenere la pace in un "ordine internazionale basato sulle regole".

Ma l'ultima, e più grande, domanda rimane: come reagirà la Russia al Nord Stream?

 Sarà un passo avanti verso una possibile guerra nucleare iniziata dalla mossa sconsiderata di Joe Biden o il Cremlino persisterà con la sua richiesta che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite indaghi sull'incidente?

Mosca sarà certamente attenta a scegliere il momento e il luogo giusto, ma l'ultimo atto di questa commedia rimane sicuramente da scrivere.

(Philip M. Giraldi, Ph.D., è direttore esecutivo del “Council for the National Interest”, una fondazione educativa deducibile dalle tasse 501 (c) 3 (Federal ID Number # 52-1739023) che cerca una politica estera statunitense più basata sugli interessi in Medio Oriente.)

 

 

 

L'umanità è diventata un buco nero.

Wired.it – Matt Simon - Daniel Holz – Intervista – (19-9-2023) – ci dicono:

 

Il fisico Daniel Holz, che si occupa degli eventi più catastrofici e dell'orologio dell'Apocalisse, condivide le sue riflessioni sulla più grave minaccia al nostro pianeta: l'uomo.

Nell'universo non c'è catastrofe più grande di un buco nero, che ha una gravità così intensa che nemmeno la luce può sfuggirgli.

Certo, una supernova è un'esplosione incredibilmente violenta, ma la distruzione provocata da un buco nero è totale, annichilente.

 Questi mostri si aggirano nello spazio come Pac-Man, divorando stelle, pianeti e asteroidi.

L'orologio dell'Apocalisse è fermo, ma non è una buona notizia.

Per il terzo anno consecutivo il “Doomsday Clock”, l'orologio che segna quanto ci resta prima della nostra auto-distruzione, è fermo a 100 secondi dalla mezzanotte. Si tratta del momento più vicino all'apocalisse di sempre.

Nonostante i nostri sforzi, nessun disastro provocato dall'uomo – cambiamenti climatici, fame, guerre nucleari – può competere con una devastazione simile.

"Rifletto su cose che si trovano ai margini dell'universo, eventi accaduti poco dopo il Big Bang – dice Daniel Holz, fisico dell’University of Chicago –. Siamo in grado di costruire oggetti fenomenali come i telescopi spaziali che scrutano nel passato fino all'inizio dei tempi.

È incredibile. Eppure, siamo sul punto di distruggere la nostra unica casa".

Holz è membro del “Bulletin of the Atomic Scientist”s, un'organizzazione no-profit nata in seguito ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki durante la seconda guerra mondiale.

 L'obiettivo dell'organizzazione è quello di valutare le minacce esistenziali per la nostra specie, siano esse armi nucleari o cambiamenti climatici, e regolare di conseguenza il” Doomsday Clock” – ovvero l'orologio dell'Apocalisse - che quest'anno ha compiuto 75 anni.

L'orologio è la rappresentazione grafica del tempo che secondo gli scienziati del Bulletin manca alla fine dell'umanità:

 più si avvicina la mezzanotte, più la distruzione del pianeta è imminente.

Al momento l'orologio segna cento secondi dalla mezzanotte, rispetto ai due minuti nel 2018.

Scrutare il cosmo e contemplare quanto siamo insignificanti, tuttavia, ha un fascino particolare.

“Wired US” ha incontrato Holz per discutere di catastrofi cosmiche e terrestri, di come affrontare le sciagure, del perché quello attuale è un momento particolarmente pericoloso nella storia dell'umanità, ma anche del perché non tutto è perduto.

 La conversazione è stata condensata, modificata e tradotto allo scopo di garantire maggiore chiarezza.

 

Daniel Holz: il Bulletin  é stato fondato nel 1947.

Avevamo capito già allora che ci sarebbe stata una corsa agli armamenti, che ci sarebbero state bombe H, e che sarebbero state migliaia. L

'intero pianeta era minacciato.

Non ci sarebbe stato modo di vincere queste guerre, né di difendersi da queste armi. Dovevamo trovare un nuovo modo di pensare.

 Gli scienziati hanno capito la tecnologia, hanno capito la minaccia e hanno sentito che bisognava fare qualcosa.

L'orologio dell'Apocalisse è il nostro modo di dare una forma alle riflessioni su come ci stiamo comportando a livello globale.

Come stiamo rispondendo alle minacce esistenti, per come le intendiamo?

Direi che la minaccia più grande è ovviamente quella nucleare, ma anche la crisi ambientale e la disinformazione.

I membri del Bulletin non sono paranoici.

Si tratta per lo più di scienziati. Sono persone molto calme, razionali e sobrie. Nessuno di noi partecipa a questa iniziativa perché è entusiasta all'idea di avvicinare l'orologio alla mezzanotte.

L'obiettivo è quello di allontanarci. Il nostro sogno più grande, la ragione per cui lo facciamo, è arrivare a un punto in cui saremo abbastanza lontani dalla mezzanotte da non dover più avere paura.

 Se potessi dedicare tutto il mio tempo ai buchi neri senza preoccuparmi del futuro della civiltà, sarebbe molto meglio, senza dubbio.

Uno dei miei modi di affrontare il caos che ci circonda è quello di pensare che nell'economia dell'universo siamo insignificanti.

 Ma non si può mettere la testa sotto la sabbia e aspettarsi che il caos sparisca, è necessario interessarsi a ciò che accade.

Siamo più che insignificanti.

 Il pianeta è insignificante. Il sistema solare, la galassia: solo un piccolo granello nell'universo.

Se facessimo esplodere noi stessi, il nostro pianeta, lo renderemmo del tutto invivibile e la civiltà si estinguerebbe in un attimo.

 È un evento piccolissimo in una zona noiosa dell'universo.

L'universo esiste da quattordici miliardi di anni, la civiltà, da quanto, diecimila?

Ci sono momenti in cui mi tranquillizza pensare: "Va bene, va tutto bene. L'universo andrà avanti".

Quasi certamente c'è vita su altri pianeti. Man mano che impariamo a conoscere l'universo, scopriamo sempre di più che non siamo speciali. Non c'è alcuna garanzia che saremo ancora in giro tra cinquanta, cento o mille anni. L'unico fattore determinante siamo noi stessi e all'universo non può importare di meno. Tutto quello che ci accade è colpa nostra.

Ma il nostro pianeta è speciale – almeno nel nostro sistema solare, nel nostro piccolo angolo di universo – in quanto supporta la vita.

Ci è stato donato questo incredibile mondo, che stiamo distruggendo.

 Per questo è ancora più frustrante sentire chi già pensa di trasferire l'uomo su Marte.

Perché ci ritrovassimo qui in questo momento molte cose sono andate nel verso giusto.

La questione di Marte dimostra un fraintendimento profondo sul funzionamento della vita sulla Terra e gli innumerevoli fattori che rendono il pianeta perfetto per la vita umana.

 È anche completamente irrealistico: è fantascienza.

Andarcene tutti a vivere su un altro pianeta non ci salverà.

Probabilmente conoscete il paradosso di Fermi [riflettendo sul perché una galassia che teoricamente potrebbe ospitare molte forme di vita non ha mai mostrato segni di altri esseri viventi, il fisico Enrico Fermi chiese: "Dove sono tutti?", nda].

La risposta più semplice agli interrogativi su dove sono tutte le civiltà aliene è che si sono fatte esplodere.

Se si guarda agli ultimi cinquant'anni, non si contano le volte in cui noi stessi ci siamo andati vicini.

 E parliamo solo di cinquant'anni. Quante altre occasioni avremo di farci saltare in aria nei prossimi cinquanta?

Basta guardare agli ultimi mesi. Che possibilità abbiamo di superare i prossimi vent'anni? Ci sono tutte le armi nucleari, tutti i conflitti.

 Senza contare i disastri ambientali, la precarietà alimentare, le guerre per l'acqua, le inondazioni, le migrazioni di massa, gli sfollamenti, la crisi dei rifugiati: tutto questo su una scala rispetto alla quale tutto quello che il mondo ha sperimentato finora scompare.

 

Oppure, potrebbe essere che l'universo sia troppo grande e che sia troppo difficile sostenere una forma di vita complessa al suo interno, in quel caso la probabilità che altre forme di vita siano esistite è abbastanza bassa da far sì che nella nostra galassia non sia mai accaduto.

 Mi sembra più difficile da credere, ma chi lo sa, altre persone ragionevoli potrebbero non essere d'accordo.

L'unica cosa che tutte le civiltà umane hanno in comune è che finiscono. Per circa diecimila anni, questo è stato il fattore comune.

Si può argomentare che le civiltà tendono a non durare a lungo una volta raggiunto un certo livello tecnologico.

 Quando arrivano al punto di poter inviare sonde in tutta la galassia o di comunicare alla velocità della luce, non rimangono a lungo in quello stadio.

Abbiamo raggiunto molti progressi tecnologici e, adesso che abbiamo le armi nucleari e siamo in balia dei cambiamenti climatici, iniziamo a essere in grado di avere un vero impatto sull'intero pianeta.

E una volta arrivati a questo punto, iniziano a succedere cose brutte.

Con le armi nucleari, potremmo letteralmente spazzare via l'umanità.

 E a causa dei cataclismi ambientali, se ci avviciniamo agli scenari peggiori, se continuiamo ad andare avanti così, la civiltà collasserà.

Ampie porzioni della Terra diventeranno invivibili. Ci sono persone che vivranno su un pianeta molto diverso da quello attuale.

 Sempre se saranno ancora vive, e nel caso di una guerra nucleare probabilmente non lo saranno.

L'entropia dell'universo fa sì che diventi sempre più disordinato man mano che il tempo passa. Ma per la civiltà terrestre non si tratta tanto di entropia quanto di collasso.

Non è un processo lento. L'entropia fa il suo dovere e alla fine prevale.

Ma le tempistiche rilevanti per questi processi, quelle fisiche, sono molto lunghe. Mentre quello di cui stiamo parlando sta avvenendo molto velocemente.

Per quanto riguarda il nucleare, in questo momento, se qualcuno –  Biden o Putin – decidesse di essersi stufato, è la fine.

Basta una persona, una sola persona che decide.

 È sufficiente che prema un pulsante. Per come è strutturato il sistema, non c'è modo di contrastarlo.

In trenta minuti è tutto finito. Una persona.

Che razza di civiltà è quella che prevede che una sola persona possa spazzare via tutti e distruggere l'intero pianeta?

Tutto, tutti gli esseri viventi, tutto.

È una cosa un po' diversa dalla semplice entropia e dalla progressione storica.

Non sto cercando di essere deprimente. È una bella giornata qui a Chicago. È solo che è molto facile farsi prendere dallo sconforto.

Quando torno a lavorare sui buchi neri, lo trovo è edificante in un modo molto strano.

Sono bellissimi. Come lo è il fatto che noi, come specie, possiamo sederci qui e contemplare l'età dell'universo.

Percepisco una sorta di nichilismo serpeggiante, perché ci sono così tante cose che sfuggono al nostro controllo come individui.

 Nel mio caso, ho cercato di trasformarlo in nichilismo costruttivo. Sono molto abbattuto per gli sconvolgimenti planetari.

Ma pensando all'universo più in generale, credo che sia rassicurante rendersi conto che siamo insignificanti. Così il problema diventa la tentazione di arrendersi.

So esattamente di cosa stai parlando, perché anch'io faccio la stessa cosa. È molto facile farsi prendere dallo sconforto.

Pensare che niente abbia importanza, che noi non contiamo, mi consola.

È come se non dovessi prenderla sul personale.

Per l'universo le cose andranno bene in ogni caso.

Il pianeta però ha davvero bisogno che le persone si impegnino di più, questo è chiaro.

E non succederà grazie a politici illuminati, a meno che tutti non inizino a spingere in questa direzione.

Ma abbiamo bisogno di politici illuminati, di leader di aziende illuminati, e abbiamo anche bisogno di cittadini illuminati che dicano semplicemente:

Quando è troppo è troppo.

Vediamo quello che sta accadendo al pianeta.

Sta succedendo quello che gli scienziati avevano detto che sarebbe successo, e ci stanno dicendo che la situazione peggiorerà.

 Questo non va bene.”

 

 

 

La fine del mondo

come utopia.

Legrandcontinent.eu - Hans Magnus Enzensberger – (31-12 -2022) -ci dice:

 

La fine del mondo non è più quella di una volta.

Ci accompagna più che perseguitarci. La vediamo scorrere al rallentatore. L'apocalisse non è una fantasia - è un'utopia.

(Uno spunto di dottrina firmato Hans Magnus Enzensberger.)

L’apocalisse fa parte del nostro bagaglio ideologico.

È un afrodisiaco, un incubo, una merce come un’altra.

Una metafora del crollo del capitalismo, che come tutti sappiamo è imminente da più di un secolo.

La incontriamo nelle forme e nei modi più disparati: come dito di avvertimento e previsione scientifica, finzione collettiva e grido di protesta settario, come prodotto dell’industria del tempo libero, come superstizione, come mitologia volgare, come indovinello, scherzo, proiezione.

 È sempre presente, ma mai “attuale”: una seconda realtà, un’immagine che costruiamo per noi stessi, una produzione incessante della nostra fantasia, la catastrofe nella mente.

È tutto questo e molto di più, essendo una delle idee più antiche della specie umana.

 Sulle sue origini si sarebbero potuti scrivere volumi densi, e ovviamente tali volumi sono stati scritti.

 Sappiamo anche molte cose sulla sua storia travagliata, sul suo periodico flusso e riflusso e sul modo in cui queste fluttuazioni si collegano al processo materiale della storia.

 L’idea dell’apocalisse ha accompagnato il pensiero utopico fin dalle sue origini, inseguendolo come un’ombra, come un rovescio che non può essere lasciato alle spalle: senza catastrofe, niente millennio, senza apocalisse, niente paradiso.

 L’idea della fine del mondo è semplicemente un’utopia negativa.

Senza catastrofe, niente millennio, senza apocalisse, niente paradiso.

Ma anche la fine del mondo non è più quella di una volta.

Il film che si svolge nella nostra testa, e in maniera ancora più disinvolta nel nostro inconscio, si distingue per molti aspetti dai sogni di un tempo che fu.

Nelle sue accezioni tradizionali, l’apocalisse era un’idea venerabile, anzi sacra.

Ma la catastrofe che ci interessa tanto (o che piuttosto ci perseguita) è un fenomeno completamente secolarizzato.

Ne leggiamo i segni sui muri degli edifici, dove appaiono da un giorno all’altro, spruzzati maldestramente;

 li leggiamo sulle stampe prodotte dal computer.

 Il nostro mostro a sette teste risponde a molti nomi: stato di polizia, paranoia, burocrazia, terrore, crisi economica, corsa agli armamenti, distruzione dell’ambiente.

 I suoi quattro cavalieri assomigliano agli eroi dei film western e vendono sigarette, mentre le trombe che proclamano la fine del mondo finiscono per essere il tema musicale di una pubblicità.

Un tempo si vedeva nell’apocalisse l’inconoscibile mano vendicatrice di Dio.

Oggi appare come il prodotto metodicamente calcolato delle nostre stesse azioni, e gli spiriti che riteniamo responsabili del suo avvicinarsi li chiamiamo rossi, sceicchi del petrolio, terroristi, multinazionali;

 gli gnomi di Zurigo e i Frankenstein dei laboratori di biologia;

gli ufo e le bombe al neutrone;

i demoni del Cremlino o del Pentagono: un mondo sotterraneo di cospirazioni e macchinazioni inimmaginabili, i cui fili sono tirati dagli onnipotenti cretini della polizia segreta.

Anche l’apocalisse era un tempo un evento unico, da aspettare senza preavviso, come un fulmine a ciel sereno:

un momento impensabile che solo veggenti e profeti potevano anticipare – e, naturalmente, nessuno voleva ascoltare i loro avvertimenti e le loro previsioni.

 La nostra fine del mondo, invece, è cantata dai tetti anche dai passeri; manca l’elemento sorpresa, sembra solo una questione di tempo.

Il destino che ci immaginiamo è insidioso e lento come una tortura nel suo avvicinarsi, l’apocalisse al rallentatore.

Ricorda quel classico d’avanguardia del cinema muto, in cui vediamo una gigantesca ciminiera di una fabbrica rompersi e crollare senza rumore sullo schermo, per ben venti minuti, mentre gli spettatori, in una sorta di indolente comfort, si appoggiano alle loro poltrone di velluto e sgranocchiano popcorn e noccioline.

Dopo lo spettacolo, il futurologo sale sul palco.

 Sembra una povera imitazione del dottor Stranamore, lo scienziato pazzo, solo che è disgustosamente grasso.

Con molta calma ci informa che la fascia di ozono atmosferico sarà scomparsa tra vent’anni, per cui saremo sicuramente abbrustoliti dalle radiazioni cosmiche se saremo abbastanza fortunati da sopravvivere fino ad allora, che sostanze sconosciute nel nostro latte ci stanno portando alla psicosi e che, con il ritmo di crescita della popolazione mondiale, presto ci saranno solo posti in piedi sul nostro pianeta.

 Tutto questo con un sigaro Havana in mano, in un discorso ben composto e dalla logica impeccabile.

 Il pubblico reprime uno sbadiglio, anche se, secondo il professore, la catastrofe è imminente.

Ma non arriverà questo pomeriggio.

Oggi pomeriggio tutto andrà avanti come prima, forse un po’ peggio della settimana scorsa, ma non in modo che qualcuno se ne accorga.

Se oggi pomeriggio qualcuno di noi dovesse essere un po’ depresso, cosa che ovviamente non si può escludere, allora potrebbe pensare, indipendentemente dal fatto che lavori al Pentagono o in metropolitana, che stiri camicie o saldi lamiere, che sarebbe davvero più semplice se ci liberassimo del problema una volta per tutte; se la catastrofe arrivasse per davvero.

Tuttavia, questo è fuori discussione.

La finalità, che in passato era uno dei principali attributi dell’apocalisse e una delle ragioni del suo potere di attrazione, non ci è più concessa.

Il destino che ci immaginiamo è insidioso e lento con una tortura nel suo avvicinarsi, l’apocalisse al rallentatore.

Anche un altro aspetto tradizionale della fine del mondo è andato perduto: prima, era generalmente accettato che l’evento avrebbe colpito tutti contemporaneamente e senza eccezioni.

Così la domanda insoddisfatta di uguaglianza e giustizia ha trovato il suo ultimo rifugio in questa concezione.

 Ma come vediamo oggi, il disastro non è più un fattore di livellamento.

Al contrario. Varia da Paese a Paese, da classe a classe, dà luogo a luogo.

Mentre alcuni ne sono già stati travolti, altri lo stanno guardando in televisione.

 Si costruiscono bunker, si murano ghetti, si erigono fortezze, si assumono guardie del corpo, su larga e piccola scala.

 Come la casa di campagna con gli allarmi e le recinzioni elettriche, interi Paesi del mondo vengono rinchiusi mentre altri cadono a pezzi.

 L’incubo della fine del mondo non pone fine a questa disparità temporale, ma semplicemente la radicalizza.

Le sue versioni africane e indiane sono ignorate con un’alzata di spalle da chi non è direttamente interessato, compresi i governi africani e indiani.

 È a questo punto, finalmente, che lo scherzo finisce.

Berlino, primavera 1978.

Caro Balthasar,

quando ho scritto il mio commento sull’apocalisse – un lavoro che, confesso, non era particolarmente approfondito o serio – non sapevo ancora che anche lei si occupasse del futuro.

 Al telefono mi ha detto che “non riusciva ad arrivare da nessuna parte”.

Sembrava quasi un appello di aiuto. La conosco abbastanza bene da capire il suo dilemma.

Oggi sono solo i tecnocrati ad avanzare verso il 2000 con ottimismo, con l’istinto infallibile dei lemming, e lei non è uno di loro.

 Al contrario, lei è un’anima fedele, sempre pronta a riunirsi sotto la bandiera dell’utopia.

 Vuole più che mai aggrapparsi al principio della speranza. Ci augura il meglio: non solo a lei e a me, ma a tutta l’umanità.

 

Oggi sono solo i tecnocrati ad avanzare verso il 2000 con ottimismo.

Non si arrabbi, per favore se questo le suona ironico. Non è colpa mia. Voleva vedere se fossi venuto in suo aiuto.

La mia lettera sarà una delusione per lei e forse avrà l’impressione che la stia attaccando alle spalle.

Non è questa la mia intenzione. Vorrei solo suggerire di considerare le cose a mani libere.

La “forza della teoria di sinistra”, di qualsiasi tipo, da Babeuf a Bloch, cioè per più di un secolo e mezzo, risiedeva nel fatto che si basava su un’utopia positiva che non aveva eguali nel mondo esistente.

Socialisti, comunisti e anarchici condividevano la convinzione che la loro lotta avrebbe introdotto il regno della libertà in un periodo di tempo prevedibile.

Sapevano “dove volevano andare e cosa, con l’aiuto della storia, della strategia e dello sforzo, avrebbero dovuto o dovuto fare per arrivarci.

 Ora non lo sanno più”.

Ho letto di recente queste parole lapidarie in un articolo dello storico inglese Eric Hobsbawm.

 Ma questo vecchio comunista non dimentica di aggiungere che “In questo senso, non sono soli. I capitalisti non sono in grado di capire il loro futuro quanto i socialisti, e sono altrettanto perplessi per il fallimento dei loro teorici e profeti”.

Hobsbawm ha ragione.

Il deficit ideologico esiste da entrambe le parti. Tuttavia, la perdita di certezza sul futuro non si bilancia. È più difficile da sopportare per la sinistra che per coloro che non hanno mai avuto altra intenzione se non quella di aggrapparsi ad ogni costo a qualche frammento del proprio potere e dei propri privilegi.

È per questo che la sinistra, compreso lei, caro Balthasar, mugugna e si lamenta.

È più difficile da sopportare per la sinistra che per coloro che non hanno mai avuto altra intenzione se non quella di aggrapparsi ad ogni costo a qualche frammento del proprio potere e dei propri privilegi.

Lei dice che nessuno è più pronto, né è in grado di proporre un’idea positiva che vada oltre l’orizzonte dello stato di cose esistente.

Al contrario, dilagano le false coscienze; dominano l’apostasia e la confusione.

Ricordo la nostra ultima conversazione sul “nuovo irrazionalismo”, il suo lamento per la rassegnazione che avverte da tutte le parti, e le sue filippiche contro i catastrofisti disinvolti, i pessimisti spudorati e gli apostoli del disfattismo.

Mi guarderò bene dal contraddirla in questa sede. Ma mi chiedo se in tutto questo non le sia sfuggita una cosa:

il fatto che in queste espressioni e in questi stati d’animo c’è proprio quello che lei cercava, un’idea che va oltre i limiti della nostra esistenza attuale.

 Perché, in ultima analisi, il mondo non è certo finito (altrimenti non potremmo parlarne);

e finora non mi è giunta alcuna prova conclusiva che un evento del genere si verificherà in un momento chiaramente accertabile.

 La conclusione che ne traggo è che siamo di fronte a un’utopia, anche se negativa; e sostengo inoltre che, per le ragioni storiche che ho menzionato, la teoria della sinistra non è particolarmente adatta a trattare questo tipo di utopia.

La sua reazione è solo un’ulteriore prova a favore di questa mia ipotesi.

La prima strofa della sua canzone, in cui lamenta la condizione intellettuale prevalente, è prontamente seguita dalla seconda, in cui enumera capri espiatori.

Per un teorico esperto come lei, non è difficile individuare i colpevoli:

 l’avversario ideologico, gli agenti dell’anticomunismo, la manipolazione dei mass media. Le sue argomentazioni non mi sono affatto nuove.

 Mi ricordano un saggio che mi è stato segnalato qualche anno fa.

 L’autore, un marxista americano di nome H. C. Greisman, giungeva alla conclusione che “le immagini di declino di cui i media sono così ghiotti sono concepite per ipnotizzare e istupidire le masse in modo tale che esse arrivino a vedere ogni speranza di rivoluzione come priva di significato”.

Ciò che colpisce in questa tesi è soprattutto la sua essenziale difensività.

Per un centinaio d’anni circa, finché è stata sicura del suo fondamento, la teoria marxista classica ha sostenuto l’esatto contrario.

Non vedeva le immagini di catastrofe e le visioni di sventura dell’epoca semplicemente come menzogne architettate da alcuni seduttori segreti e diffuse tra il popolo, ma cercava piuttosto di spiegarle in termini sociali, come rappresentazioni simboliche di un processo assolutamente reale.

Negli anni Venti, per fare un esempio, la sinistra vedeva l’attrazione che la metafisica storica di Spengler esercitava sull’intellighenzia borghese proprio in questo modo:

 Il declino dell’Occidente non era in realtà altro che l’imminente crollo del capitalismo.

Oggi, invece, chi come lei non sente più le sue opinioni confermate dalla fantasia apocalittica, ma invece se ne sente minacciato, reagendo con slogan ed estremi gesti difensivi.

In tutta franchezza, caro Balthasar, mi sembra che il risultato di queste obbedienze sia piuttosto misero.

 Non intendo dire che sia semplicemente falso.

 Lei, naturalmente, non manca di ricorrere alla strada ben collaudata della critica ideologica.

 È un gioco da ragazzi dimostrare che l’ascesa e il declino degli stati d’animo utopici e apocalittici nella storia corrispondono alle condizioni politiche, sociali ed economiche dell’epoca.

È anche incontestabile che siano sfruttati politicamente, proprio come qualsiasi altra fantasia che esiste su scala di massa.

Non pensi di dovermi insegnare l’abc.

So bene quanto lei che la fantasia di sventura suggerisce sempre il desiderio di una salvezza miracolosa;

ed è chiaro anche a me che il salvatore bonapartista è sempre in agguato, sotto forma di dittatura militare e di putsch di destra.

 Quando si tratta di sopravvivere, ci sono sempre state persone fin troppo pronte a riporre la loro fiducia in un uomo forte.

Non mi sorprende nemmeno che tra coloro che ne hanno invocato uno più o meno espressamente, negli ultimi anni, ci siano sia un liberale che uno stalinista:

 il sociologo americano Hellbroner e il filosofo tedesco Harich.

 È inoltre indubbio che la metafora apocalittica promette un sollievo dal pensiero analitico, poiché tende a mettere tutto insieme nello stesso piatto.

 Dal conflitto in Medio Oriente a uno sciopero delle poste, dal punk al disastro di un reattore nucleare, ogni cosa è concepita come un segno nascosto di una totalità immaginaria: la catastrofe “in generale”.

La tendenza alla generalizzazione affrettata danneggia quel residuo di potere di pensiero chiaro che ancora ci rimane.

 In questo senso, il sentimento di sventura non porta solo alla mistificazione.

Va da sé che il nuovo irrazionalismo che tanto vi preoccupa non può in alcun modo risolvere i problemi reali.

Al contrario, li fa apparire insolubili.

Dal conflitto in Medio Oriente a uno sciopero delle poste, dal punk al disastro di un reattore nucleare, ogni cosa è concepita come un segno nascosto di una totalità immaginaria: la catastrofe “in generale”.

 

Tutto questo è molto facile da dire, ma non aiuta più di tanto.

Lei cerca di combattere le fantasie di distruzione con citazioni dai classici.

Ma queste vittorie retoriche, caro Balthasar, mi ricordano le imprese eroiche del barone di Münchhausen.

Come lui, anche lei vuole raggiungere la meta da solo e senza paura; e per non allontanarsi dalla retta via, anche lei è pronto, in caso di necessità, a saltare su una palla di cannone.

Ma il futuro non è un campo sportivo per ussari, né la critica ideologica è una palla di cannone.

Dovreste lasciare ai futurologi il compito di imitare le vanterie di un vecchio soldato di stagno.

 Il futuro che avete in mente non è affatto un oggetto della scienza.

È qualcosa che esiste solo nel mezzo della fantasia sociale, e l’organo con cui viene principalmente sperimentato è l’inconscio.

Da qui il potere di queste immagini che tutti noi produciamo, giorno e notte: non solo con la testa, ma con tutto il corpo.

I nostri sogni collettivi di paura e desiderio pesano quanto, se non probabilmente più, delle nostre teorie e analisi.

Il carattere veramente lacunoso della critica ideologica abituale è che ignora tutto questo e non vuole saperne nulla.

Non è stata colpita dal fatto che da tempo ha smesso di spiegare le cose che non rientrano nei suoi schemi e le ha invece rese tabu?

Senza che ce ne siamo accorti, ha assunto il ruolo di agenzia di adattamento.

Accanto alla censura di Stato dei tutori della legge e dell’ordine, si sono aggiunti gli inservienti dell’ospedale psichiatrico della sinistra delle scienze sociali e umane, che vorrebbero tranquillizzarci con i loro tranquillanti.

Le loro massime sono:

1. Non concedere mai nulla.

 2. Ridurre il non familiare al familiare.

 3. Pensare sempre e solo con la testa.

4. L’inconscio deve fare ciò che gli viene detto.

L’arroganza di questi esorcisti accademici è superata solo dalla loro impotenza.

I nostri sogni collettivi di paura e desiderio pesano quanto, se non probabilmente più, delle nostre teorie e analisi.

Non capiscono che i miti non possono essere confutati dai seminari e che i loro divieti alle idee hanno una portata molto breve.

A cosa serve loro, per esempio, e a noi, se per la centesima volta dichiarano inammissibile e reazionario qualsiasi confronto tra processi naturali e sociali?

Il potere elementare della fantasia insegna a milioni di persone a infrangere costantemente questo divieto.

I nostri ideologi sorridono solo quando tentano di cancellare immagini ineffabili come l’alluvione e il fuoco, il terremoto e l’uragano.

Inoltre, tra le fila degli scienziati naturali ci sono persone che sono in grado di elaborare fantasie di questo tipo a modo loro, e di renderle produttive invece di vietarle:

matematici che elaborano una teoria topografica della catastrofe, o biochimici che hanno idee su certe analogie tra evoluzione biologica e sociale.

Stiamo ancora aspettando invano il sociologo che capirà che, in un senso ancora da decodificare, non esiste più una catastrofe puramente naturale.

Invece i nostri teorici, incatenati alle tradizioni filosofiche dell’idealismo tedesco, si rifiutano di ammettere ancora oggi ciò che ogni spettatore ha capito da tempo: che non esiste uno spirito del mondo;

che non conosciamo le leggi della storia; che anche la lotta di classe è un processo “indigeno”, che nessuna avanguardia può pianificare e guidare consapevolmente; che l’evoluzione sociale, come quella naturale, non ha un soggetto ed è quindi imprevedibile;

 che di conseguenza, quando agiamo politicamente, non riusciamo mai a ottenere ciò che avevamo in mente, ma piuttosto qualcosa di completamente diverso, che un tempo non potevamo nemmeno immaginare;

 e che la crisi di tutte le utopie positive ha la sua base proprio in questo fatto.

I progetti del XIX secolo sono stati completamente e senza eccezioni falsificati dalla storia del XX secolo.

Nel saggio che ho già citato, Eric Hobsbawm ricorda un congresso tenuto dagli anarchici spagnoli nel 1898.

 Essi delinearono un quadro glorioso della vita dopo la vittoria della rivoluzione:

un mondo di alti edifici splendenti con ascensori che avrebbero evitato di salire le scale, luce elettrica per tutti, tritarifiuti e meravigliosi aggeggi domestici…

Questa visione dell’umanità, presentata con pathos messianico, appare oggi sorprendentemente familiare: in molte parti delle nostre città è già diventata realtà.

Ci sono vittorie difficili da distinguere dalle sconfitte.

Nessuno si sente a proprio agio nel ricordare la promessa della rivoluzione d’ottobre di sessant’anni fa: una volta cacciati i capitalisti dalla Russia, per gli operai e i contadini sarebbe sorto un futuro luminoso senza sfruttamento e oppressione. . .

Ci sono vittorie difficili da distinguere dalle sconfitte. Nessuno si sente a proprio agio nel ricordare la promessa della rivoluzione d’ottobre.

È ancora con me, Balthasar? Mi sta ancora ascoltando?

Sono arrivato alla fine della mia lettera.

 Mi perdoni se è diventata un po’ lunga e se le mie frasi hanno assunto un tono beffardo.

Non ho voluto inserirlo io, è una sorta di scherno oggettivo, storico, e la risata, nel bene e nel male, è sempre dalla parte di chi perde.

Dobbiamo sopportarlo tutti insieme.

L’ottimismo e il pessimismo, caro amico, sono una coppia solo per chi legge i tarocchi e per gli editorialisti di moda.

Le immagini del futuro che l’umanità disegna per sé, sia le utopie positive che quelle negative, non vanno mai a senso unico.

L’idea del millennio, lo stato del sole, non era il sogno pallido di una terra di latte e miele; aveva sempre i suoi elementi di paura, panico, terrore e distruzione.

E la fantasia apocalittica, al contrario, non produce solo immagini di decadenza e disperazione; contiene anche, ineluttabilmente legate al terrore, alla richiesta di vendetta, di giustizia, impulsi di sollievo e di speranza.

I farisei, quelli che ne sanno sempre di più, vogliono convincerci che il mondo tornerebbe a posto se le “forze progressiste” si schierassero con forza contro le fantasie della gente;

 se loro stessi si sedessero nel Comitato Centrale e le immagini di sventura potessero essere vietate per decreto dal Partito.

Si rifiutano di capire che siamo noi stessi a produrre queste immagini, e che le teniamo strette perché corrispondono alle nostre esperienze, ai nostri desideri e alle nostre paure:

sull’autostrada tra Francoforte e Bonn, davanti allo schermo televisivo che mostra che siamo in guerra, sotto gli elicotteri, nei corridoi delle cliniche, degli uffici di collocamento e delle prigioni – perché, in una sola parola, sono in questo senso realistiche.

La fantasia apocalittica, al contrario, non produce solo immagini di decadenza e disperazione; contiene anche, ineluttabilmente legate al terrore, alla richiesta di vendetta, di giustizia, impulsi di sollievo e di speranza.

Non c’è bisogno che io la rassicuri, caro Balthasar, sul fatto che del futuro io ne sappia poco quanto lei stesso.

Le scrivo perché non la considero tra i piccioncini e i bigliettai dello spirito del mondo.

Quello che le auguro, come auguro a me stesso e a tutti noi, è un po’ più di chiarezza sulla nostra confusione, un po’ meno paura della nostra paura e un po’ più di attenzione, rispetto e modestia di fronte all’ignoto.

 Allora saremo in grado di vedere un po’ più lontano.

(HANS MAGNUS ENZENSBERGER)

 

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