LA “UE” È IL NULLA POLITICO.

 

LA “UE” È IL NULLA POLITICO.

 

L’Ue è un nulla politico succube degli Usa,

l'Afghanistan lo conferma.

 

  Huffingtonpost.it – (17 agosto 2021) - Filippo Rossi – ci dice:

 

L’Occidente non è stato migliore dei talebani e ci fa vergognare come mai ci era successo prima.

La storia dà torto e dà ragione, canta Francesco De Gregori.

Eh sì, è proprio così. Normalmente non ce ne rendiamo conto, ma poi all’improvviso “la storia entra dentro le stanze” della nostra illusoria tranquillità, “brucia” le nostre vite, distrugge le nostre convinzioni.

Perché, alle volte è bene ricordarlo, anche se ci sentiamo assolti siamo comunque coinvolti.

È così che, in questo Ferragosto bollente e infernale, la storia ci ha buttato giù dai nostri piedistalli per dirci che, questa volta, ad avere torto, torto marcio, è stato il nostro amatissimo Occidente, e per aggiungere che è sempre il nostro Occidente ad averci fatto vergognare come mai ci era successo prima.

Perché no, non entri senza permesso in grande paese come l’Afghanistan e poi lo abbandoni così, dopo venti anni, perché ti sei stufato, perché costa troppo, perché l’opinione pubblica non vuole più… E poi, maledizione, non illudi tanti uomini e donne di quel paese e poi li getti nel tritarifiuti della geopolitica.

E poi, se proprio decidi di battere in ritirata, non lasci per strada chi ti ha aiutato, chi ha lavorato per te.

No, gli ambasciatori dovevano essere gli ultimi ad andarsene, dopo l’ultimo afghano amico dell’Occidente.

 E invece no, te ne sei fregato, hai sputato sulle loro vite come se fossero nulla.

 Lo hai fatto come i talebani sputano sulle vite delle donne.

No, l’Occidente non è stato migliore dei talebani. E bisogna avere il coraggio di dirlo, di urlarlo.

Nessuno si salva dallo schifo.

Non si salvano gli Stati Uniti che questa guerra l’hanno voluta per pura vendetta ma che non hanno saputo né voluto fare un passo in più, rendendo l’Afghanistan un grande paese sotto l’influenza dei valori occidentali.

Troppo complicato, troppo difficile, troppo faticoso costruire una nazione.

Più facile combattere il terrorismo. Più facile fare gli sceriffi che i costruttori di civiltà.

Ma non si salva, purtroppo, nemmeno la nostra cara Europa, che si è dimostrata un nulla politico totalmente succube della potenza americana.

Gli Yankees vanno in guerra? L’Europa va in guerra. Gli Yankees si ritirano? L’Europa si ritira.

In un gioco di sudditanza che sinceramente non può che essere arrivato alla fine.

 E che stavolta lascia sul campo migliaia di vittime innocenti.

Cosa fare allora, dopo aver raschiato il fondo della vergogna?

Serve uno scarto in avanti. Serve ricominciare a costruire nazioni, a fondare civiltà.

E a farlo deve essere l’Europa che deve conquistare il coraggio di farsi impero contemporaneo, di farsi superpotenza.

Perché, oggi lo abbiamo capito, gli Stati Uniti decisamente non lo sono più.

E allora servono dei nuovi Stati Uniti. Gli Stati Uniti d’Europa.

Perché la storia siamo noi, noi europei.

O almeno così dovrebbe essere.

E solo con i nostri Stati Uniti, l’Europa sarà finalmente sovrana, potrà prendere le decisioni che servono, potrà essere padrona della propria storia.

 

 

 

 

 

"Rifiuto l'idea che nulla si può fare

 e che l'Europa debba rassegnarsi".

Agi.it - Luca Mariani – (01-3-2023) – ci dice:

 

Sulla questione migranti la premier italiana Giorgia Meloni scrive al Presidente del Consiglio Europeo Michel, alla Presidente della Commissione Ue Von der Leyen e al Presidente di turno della Ue Kristersson.

 "È fondamentale e urgente adottare da subito iniziative concrete, forti e innovative".

AGI - "Senza concreti interventi dell'UE, sin dalle prossime settimane e per l'intero anno, la pressione migratoria sarà senza precedenti, posto il difficile contesto che investe vaste zone del Pianeta.

 Rifiuto l'idea che nulla possa esser fatto e che l'Europa debba rassegnarsi a prendersi cura solo di chi riesce ad avvicinarsi alle nostre coste o ai nostri confini dopo aver affidato la propria vita e quella dei propri figli a trafficanti senza scrupoli, pagati profumatamente per accedere a viaggi disperati".

 Lo scrive la premier Giorgia Meloni in una lettera sui migranti al Presidente del Consiglio Europeo Michel, alla Presidente della Commissione Ue Von der Leyen e al Presidente di turno della Ue Kristersson.

Per Meloni "la politica è responsabilità, consapevolezza, capacità di fare delle scelte per gestire fenomeni complessi.

 È quello che dobbiamo fare insieme anche in tema di immigrazione.

Dipende da noi, dalla nostra volontà di introdurre soluzioni che sino a oggi non sono state adottate.

Al Consiglio Europeo straordinario dello scorso febbraio abbiamo individuato alcune misure che vanno nella giusta direzione, ma il fattore tempo è decisivo. È fondamentale e urgente adottare da subito iniziative concrete, forti e innovative per contrastare e disincentivare le partenze illegali, ricorrendo anche a urgenti stanziamenti finanziari straordinari per i Paesi di origine e transito affinché collaborino attivamente.

L'Italia è pronta, a partire dal prossimo Consiglio Europeo, a dare il suo contributo a ogni iniziativa comune che vada in questa direzione, per evitare di ritrovarci a breve a piangere nuove tragedie.

Confido che non sia sola in questa battaglia di civiltà".

Questo il testo completo della lettera scritta da Meloni a Michel, Von der Leyen e Krustersson:

"Caro Presidente del Consiglio Europeo, Caro Charles, Cara Presidente della Commissione Europea, Cara Ursula, Caro Primo Ministro di Svezia, Caro Ulf, il naufragio avvenuto nei giorni scorsi a pochi metri dal litorale di Crotone, nel quale sono morte decine di persone e tra queste molti bambini, ha sconvolto tutti noi. Non si tratta purtroppo di un caso isolato.

 In Italia da molti anni ci ritroviamo a piangere tragedie come quelle di domenica scorsa nelle quali chi prova a raggiungere le nostre coste su imbarcazioni di fortuna perde la vita in mare.

È nostro dovere, morale prima ancora che politico, fare di tutto per evitare che disgrazie come queste si ripetano.

 Si tratta di una sfida difficilissima perché quello delle migrazioni è un fenomeno epocale e complesso, soprattutto quando le imbarcazioni cariche di migranti prendono la via del mare.

Proprio per questo non possiamo cadere nella tentazione di accontentarci di facili soluzioni di facciata, utili forse sul piano comunicativo, ma del tutto inadeguate a risolvere la questione.

Non si tratta di trovare gli strumenti per annullare la migrazione verso l'Europa, ma di stroncare la tratta illegale di esseri umani, e fare in modo che il fenomeno migratorio sia gestito nel rispetto delle regole e della sicurezza (anzitutto nell'interesse degli stessi migranti), e con numeri tali da consentire l'effettiva integrazione di chi viene in Europa con la legittima aspirazione a una vita migliore".

Meloni prosegue:

 "È fondamentale, in primo luogo, distinguere l'accoglienza di profughi e rifugiati dalle politiche migratorie connesse a chi, comprensibilmente, chiede di venire in Europa per ragioni economiche.

Confondere i due piani, come si è spesso fatto fin ora, va a discapito proprio dei più fragili e bisognosi di aiuto. E non è giusto.

Serve una politica unica europea sui rifugiati che preveda il sostegno al di fuori dei confini UE di chi è colpito da guerre e calamità, e corridoi umanitari legali e sicuri per i profughi che gli Stati europei decidono di accogliere sul proprio territorio.

Ma per l'immigrazione, che ribadisco essere materia completamente diversa dai profughi, l'unica possibilità di ingresso deve essere data dalle quote di immigrazione legale che ogni Stato decide liberamente stabilire.

 Così come fatto dal Governo da me presieduto con il decreto flussi con il quale si consente l'arrivo regolare di lavoratori stranieri, secondo necessità preordinate e definite.

Non possono essere le organizzazioni criminali e i trafficanti di esseri umani a gestire i flussi migratori verso l'Europa, come purtroppo accade da diversi anni a questa parte.

Queste organizzazioni criminali si stanno arricchendo a dismisura sulla pelle dei disperati, e più aumentano i loro guadagni più le condizioni di chi tenta di attraversare il Mediterraneo diventano precarie.

 Una civiltà come la nostra non può consentirlo.

Occorre quindi lavorare tutti insieme per ribadire il principio che in Europa si entra solo legalmente, e quindi in condizione di totale sicurezza.

Occorre sviluppare e potenziare i canali legali di migrazione, distinti tra chi ha diritto alla protezione internazionale e chi intende accedere per ragioni di lavoro.

 E occorre contrastare, senza tentennamenti, i clan criminali che alimentano l'immigrazione illegale di massa".

Meloni conclude:

"Senza concreti interventi dell'UE, sin dalle prossime settimane e per l'intero anno, la pressione migratoria sarà senza precedenti, posto il difficile contesto che investe vaste zone del Pianeta.

 Rifiuto l'idea che nulla possa esser fatto e che l'Europa debba rassegnarsi a prendersi cura solo di chi riesce ad avvicinarsi alle nostre coste o ai nostri confini dopo aver affidato la propria vita e quella dei propri figli a trafficanti senza scrupoli, pagati profumatamente per accedere a viaggi disperati.

La politica è responsabilità, consapevolezza, capacità di fare delle scelte per gestire fenomeni complessi.

 È quello che dobbiamo fare insieme anche in tema di immigrazione.

Dipende da noi, dalla nostra volontà di introdurre soluzioni che sino a oggi non sono state adottate.

Al Consiglio Europeo straordinario dello scorso febbraio abbiamo individuato alcune misure che vanno nella giusta direzione, ma il fattore tempo è decisivo.

 È fondamentale e urgente adottare da subito iniziative concrete, forti e innovative per contrastare e disincentivare le partenze illegali, ricorrendo anche a urgenti stanziamenti finanziari straordinari per i Paesi di origine e transito affinché collaborino attivamente.

L'Italia è pronta, a partire dal prossimo Consiglio Europeo, a dare il suo contributo a ogni iniziativa comune che vada in questa direzione, per evitare di ritrovarci a breve a piangere nuove tragedie.

Confido che non sia sola in questa battaglia di civiltà. Un caro saluto".

 

 

 

 

O PIÙ EUROPA O NIENTE FUTURO.

E ANCHE IL MES PUÒ ESSERE CARDINE

DELLA POLITICA INDUSTRIALE UE.

 Fondazionepirelli.org – Antonio Calabrò – (31 GENNAIO 2023) – ci dice:

 

O c’è più Europa o non ci sarà futuro, amava dire Gianni Agnelli, leader storico dell’industria, radici profondamente italiane, convinte inclinazioni europeiste, forti legami americani.

E oggi, a vent’anni dalla sua morte, vale la pena rimemorarne la lezione, proprio nel cuore di una stagione di drammatiche trasformazioni politiche e sociali e di straordinarie sfide economiche, per confermare che bisogna insistere sull’Europa, nonostante tutto.

E guardare dunque verso l’orizzonte di una maggiore e migliore integrazione europea, per costruire sviluppo sostenibile a vantaggio della Next Generation Ue.

Consapevoli come siamo che crescita economica, coesione sociale e difesa della democrazia liberale – il grande patrimonio europeo, appunto – hanno un futuro solo se strettamente intrecciati, in un sistema di valori e scelte politiche coraggiose.

Più aiuti di Stato significa meno Europa.

Più politica industriale comune vuol dire, invece, maggiore e migliore sviluppo”, sostengono concordi le imprese italiane riunite in Confindustria.

 Che, proprio sulla necessità di una risposta efficace ai venti di protezionismo che soffiano sul mondo (ne abbiamo parlato nel blog di due settimane fa) e rischiano di deprimere i commerci internazionali e dunque la crescita, hanno avviato da tempo una iniziativa per coinvolgere anche le associazioni imprenditoriali di Francia e Germania e organizzare una pressione comune sulla Commissione Ue a Bruxelles in nome di una maggiore e migliore competitività di tutto il sistema delle imprese europee.

Ampliare le possibilità di rincorso agli aiuti di Stato, infatti, significherebbe aggravare le asimmetrie tra paesi e strutture d’impresa nazionali, considerando che già adesso più del 77% degli aiuti di Stato riguardano Germania e Francia.

C’è il rischio, insomma, di frammentare il mercato interno Ue, di mettere in crisi il mercato unico.

 E di avvantaggiare solo le economie di quei paesi che hanno spazio di ampliamento del loro debito pubblico.

Meglio, invece, insistere sull’idea, cara per esempio alla Commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager, di un “fondo sovrano” che finanzi settori strategici a livello comunitario, limitando gli aiuti di Stato a “misure mirate”, dato che la difesa del mercato unico è “una linea rossa” da non varcare.

Un “fondo sovrano Ue”, dunque, come strumento da inserire nel contesto delle scelte di politica industriale che si stanne definendo a Bruxelles, con il contributo determinante del vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e del Commissario per l’Economia Paolo Gentiloni.

Una politica industriale green, come chiarisce da tempo la presidente Ursula von der Leyen.

Una scelta di sostenibilità ambientale e sociale come asse della politica che promuova la competitività di tutta l’economia europea.

Se ne parlerà meglio nei vertici Ue ai primi di febbraio.

L’Europa, infatti, si trova nel cuore di un passaggio cruciale per l’economia globale.

C’è una “globalizzazione da ripensare”, come suggerisce con insistenza, da tempo, “The Economist”.

 Ci sono da fronteggiare le chiusure della Cina, che privilegia il mercato interno e le insidiose scelte della Casa Bianca di Trump, che ha messo in moto investimenti pubblici per centinaia di miliardi di dollari con l’Ira (Inflation Reduction Act) e con il “Chips and Science Act” a sostegno dell’impresa Usa e di tutte le altre imprese internazionali che vorranno insediarsi negli Stati Uniti.

E se va evitata, naturalmente, ogni guerra commerciale tra Europa e Usa (anche per gli effetti politici che comporterebbe, in un quadrato geopolitico di forti tensioni e allarmanti fratture), è necessario contemporaneamente difendere l’industria europea da rischi di crisi e declino, nella consapevolezza del nesso forte che lega mercato, libertà d’impresa, responsabilità sociale, benessere popolare e dunque lavoro, welfare e democrazia.

La politica industriale Ue assume così una valenza più generale.

E va pensata nel contesto più generale della ridiscussione del Patto di Stabilità e di una promozione di un ruolo più incisivo dell’Europa nel Mediterraneo e verso l’Africa.

A giudizio di Confindustria potrebbe essere indirizzato in questa direzione anche il Mes (ne ha parlato nei giorni scorsi il presidente Carlo Bonomi durante un convegno a Venezia; “Il Sole24Ore”, 28 gennaio).

E secondo indiscrezioni di buona fonte, anche a Palazzo Chigi si sta discutendo di un “via libera”, finalmente, alla ratifica del Mes nel quadro di un migliore utilizzo di tutti gli strumenti e le strutture europee, compresa la Bei, la Banca Europea degli Investimenti (“La Stampa”, 28 gennaio).

La chiave è sempre lo sviluppo.

Verso cui indirizzare tutte le risorse disponibili, quelle che si possono raccogliere, come Ue, sui mercati finanziari internazionali e quelle, coordinate, dei vari Stati nazionali.

 Una risposta generale con uno spirito tutt’altro che protezionista.

 Una scelta neo-keynesiana sulla qualità degli investimenti pubblici.

 

Il cardine potrebbe essere una intesa tra Berlino, Parigi e Roma (come sostiene Giulio Tremonti, da presidente della Commissione Esteri del Senato; “Corriere della Sera”, 26 gennaio) per fare da motore della nuova politica industriale europea, attenta appunto a promuovere la competitività di sistema, l’innovazione tecnologica, la ricerca, la formazione, il rilancio dell’industria europea e dei servizi collegati.

E dopo il “Recovery Plan”, un Fondo Ue per l’energia, le materie prime strategiche a partire dalle terre rare e i prodotti industriali di base come i microchip potrebbe essere uno strumento essenziale.

Sicurezza, autonomia e sviluppo si tengono insieme.

 

 

 

Pagliarulo: "Non ci rassegniamo alle

scelte dell'UE e del governo italiano,

chiediamo politica e il ripudio della guerra."

   Anpi.it – (26 February 2023) – Gianfranco Pagliarulo – ci dice:

 

Oggi, un anno fa.

Un anno fa è iniziata l’avventura sanguinosa dell’invasione che ha portato, porta e porterà immani distruzioni e lutti spaventosi e che fa seguito ad un conflitto iniziato nel 2014.

 Ancora un invio di armi, in un’Europa percorsa dagli Urali all’Atlantico da un bellicismo che ricorda l’avvio di entrambe le guerre mondiali.

Dalle armi leggere si passa alle armi pesanti, e da queste ai carri armati, e ancora chiedono aerei da combattimento e missili. C’è sempre più voglia di picchiare.

 Il Segretario generale della Nato, ha invitato tutti i Paesi membri a superare il 2% del Pil nelle spese militari.

Il che vuol dire ovviamente meno soldi per la sanità e la scuola e una grande festa per l’industria bellica.

E dietro questa corsa verso l’abisso si parla sempre più spesso del possibile uso di armi nucleari.

Pazzi!

Ci avevano detto che l’invio di armi avrebbe accelerato la fine della guerra.

Invece, com’era ovvio, è successo il contrario.

Si deve fermare questa escalation di morte e distruzione!

Qualcuno dice che non c’è pace senza giustizia, senza libertà, senza democrazia.

 È vero. Ma è ancora più vero che non c’è giustizia, non c’è libertà, non c’è democrazia senza pace.

Va trovato perciò un equilibrio, e si può trovare soltanto se si usa l’arma della politica.

 Nel romanzo di George Orwell 1984 c’è un Ministero della Verità che dispensa slogan politici.

Uno di questi è: la pace è guerra. No grazie.

 La pace è pace. La guerra è guerra.

Nei giorni scorsi abbiamo letto sui giornali le parole di Putin a Mosca e di Biden prima a Varsavia poi a Kiev.

Entrambi affermano che la guerra andrà avanti fino alla vittoria, entrambi esaltano il mito della sconfitta del nemico e intanto, più tempo passa, più ucraini muoiono.

 Pazzi!

Vedete, un conflitto può terminare in due modi:

 o con la vittoria di una delle due parti, o con un negoziato realistico che faccia cessare le ostilità.

Questa guerra non finirà mai con la vittoria di una delle due parti, perché ad ogni accrescimento della potenza militare di un contendente corrisponde l’accrescimento della potenza militare dell’altro contendente, e così via fino al buco nero dell’armamento nucleare.

 Pazzi!

Ma la cosa più grave è che nessuna voce delle parti in conflitto propone una trattativa, un negoziato.

 Eppure un grande europeo, Erasmo da Rotterdam, sosteneva che la pace più ingiusta è meno dannosa della guerra più giusta.

 La parola diplomazia è stata cancellata dal vocabolario della politica.

Anzi, è peggio: è stata cancellata proprio la parola politica, sostituita dalla parola guerra.

 L’unione Europea è scomparsa come soggetto autonomo portatore di moderazione e costruttore di coesistenza pacifica, cioè come soggetto politico.

L’Unione Europea si è appiattita sulla NATO, e la NATO è da sempre legata a doppio filo alla politica estera americana.

L’alto rappresentante europeo degli Affari Esteri Josef Borrel ha affermato:

“L’Ucraina vincerà la guerra sul campo di battaglia”.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha affermato: “Dobbiamo porre fine al dominio degli Stati Uniti sul mondo”.

 Il Segretario Generale della Nato Stoltenberg ha affermato:

 “Pechino è una sfida sistematica alla sicurezza nazionale delle democrazie”.

Biden e Putin si rinfacciano la responsabilità di aprire un nuovo fronte in Moldavia. Siamo a questo punto.

Da un anno è iniziata l’invasione.

Da un anno Papa Francesco invita in ogni modo ad avviare una trattativa.

Da un anno i governi europei decidono tutto senza mai consultare i loro popoli.

Nel buio pesto di questa notte di guerra si è acceso recentemente qualche lumicino:

il Presidente del Brasile Iñacio Lula da Silva ha proposto di dar vita a un forte gruppo di Paesi neutrali che comprenda, per esempio, – ha detto – l’Indonesia, l’India, la Cina, che costringa russi e ucraini a un tavolo di negoziato.

 Non solo:

viviamo un tempo molto simile a quello che ha preceduto la Seconda guerra mondiale, quando la vecchia Società delle Nazioni, nata nel 1919 dopo l’orrore della Prima guerra, fu travolta dagli eventi.

Non facciamo fare all’ONU la stessa fine della Società delle nazioni.

 Ecco, oggi le Nazioni Unite, così come nacquero dopo la fine della Seconda guerra mondiale, non funzionano più.

C’è bisogno di un nuovo Consiglio di Sicurezza, allargato ad altri Paesi, in rappresentanza di un mondo sempre più multipolare, che restituisca così all’Onu la sua autorevolezza.

È quello che ha proposto Lula.

Nella totale assenza di iniziativa per la pace da parte dell’Unione Europea, noi pensiamo che sia giusto approfondire le proposte del Presidente Lula e sostenerle; per questo il direttore dell’Avvenire, Marco Tarquinio, e io come Presidente nazionale dell’ANPI abbiamo richiesto un incontro all’Ambasciatore del Brasile a Roma e saremo ricevuti da lui fra pochi giorni.

C’è un’altra luce che si accesa.

È di oggi sui giornali la proposta di mediazione della Cina.

 Si parla di pieno e integrale rispetto della sovranità di tutti i Paesi, di tutela della sicurezza di ciascun Paese da perseguire senza mettere in discussione la sicurezza di altri Paesi e senza rafforzare ed espandere i blocchi militari;

 si parla di razionalità e di moderazione evitando di gettare benzina sul fuoco e arrivando a un cessate il fuoco globale, di dialogo e negoziato come unica soluzione possibile della crisi ucraina, di messa in sicurezza delle centrali nucleari, di bando delle armi nucleari e chimiche, di blocco delle sanzioni, di protezione dei civili e dei prigionieri.

Anche questo è un tentativo apprezzabile per uscire dal viaggio senza ritorno della guerra a tutti i costi.

Mentre alcuni Paesi come Brasile e Cina cercano di abbassare la tensione internazionale per evitare che si giunga a un punto di non ritorno, in Italia e in Europa viviamo un tempo di propaganda di guerra in cui non si vuole dare spazio ad alcun pensiero critico, si nega qualsiasi equilibrio nell’analisi storica e nell’analisi politica.

 Perché?

 Perché vogliono farci apparire la guerra come una situazione normale, inevitabile. Vogliono normalizzare la guerra.

Per questo chiunque si apponga alla normalizzazione, viene attaccato, ridicolizzato, delegittimato.

 Domina sempre il Ministero della Verità, di cui un altro slogan era “La verità è menzogna”.

Vedete, questa situazione di militarizzazione del dibattito pubblico non è solo italiana; è anche e specialmente russa.

 Ma proprio questo è il punto: nella militarizzazione del dibattito pubblico c’è di fatto un attacco ai principi democratici e un abbandono silenzioso dell’articolo 21 della Costituzione:

 Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

 Noi difendiamo la democrazia e la Costituzione.

In ultima analisi aveva ragione un importante economista, John Kenneth Galbraith, che definì la guerra il più grande fallimento umano.

 Noi non vogliamo essere complici di questo fallimento.

Da un anno ascoltiamo la voce dei governi.

 È giunto il momento di far sentire, come abbiamo già fatto il 5 novembre a Roma, la voce dei popoli.

In questi giorni, “Europe for peace” manifesta per la Pace in 100 città italiane e in altrettante città europee per dare rappresentanza a coloro che non hanno voce. Pensiamo a un percorso che si avvii con la trattativa e con un realistico trattato di Pace, poi, con le armi della diplomazia, a una conferenza internazionale che lo renda stabile e permanente, poi alla smilitarizzazione dei confini della Russia e di tutti i Paesi al suo occidente, poi a una progressiva diminuzione degli armamenti nucleari.

Sappiamo bene che è difficile, difficilissimo, ma sappiamo che questa è l’unica via non solo per evitare l’esplosione di un conflitto globale, ma anche per evitare lunghi anni di una nuova guerra fredda, di odi etnici, di rottura delle relazioni diplomatiche e degli scambi commerciali.

Per fortuna il mondo è molto grande: ci sono forze in America Latina, in Asia, in Africa che ci possono aiutare in questa difficilissima sfida.

Ma non dimentichiamo l’Europa e il nostro Paese.

Non rassegniamoci alle scelte dell’Unione Europea e del governo italiano.

 Per questo stiamo qua oggi, per chiedere il ritorno della politica, per rivendicare il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali come recita l’articolo 11 della Costituzione, per contrastare chi vuole trasformare l’invasione russa in Ucraina in uno scontro di civiltà, occidente contro oriente.

 Il 1° agosto 1917, quando la Prima guerra mondiale aveva già lasciato sul terreno milioni e milioni di morti, Papa Benedetto XV scrisse una nota alle potenze in guerra in cui definiva il conflitto come l’inutile strage.

Oggi torna più forte che nel passato l’autorità morale della Chiesa con le parole di Francesco che ha già definito i protagonisti di questa escalation militare con una sola e definitiva parola, la parola che mi sono permesso di usare già tre volte: pazzi.

E pazzi, mi permetto di aggiungere, sono i governi che non sentono o fanno finta di non sentire la voce di tanta parte dei loro popoli.

 È una voce chiara, semplice e razionale, perché i popoli sanno benissimo che la vera vittima di ogni guerra sono proprio loro.

Sapete che dopo queste mie parole ci sarà una veglia per la Pace, e io voglio dire a chi ci accusa di coltivare un sogno, un’utopia, che il sogno e l’utopia riguardano qualcosa che non è ancora avvenuto, qualcosa che c’è nella fantasia, nel desiderio, nel bisogno, ma non c’è nella realtà.

 Eppure questo qualcosa può avvenire quando il sogno e l’utopia si muovono sulle gambe delle donne e degli uomini in carne ed ossa, ed allora la fantasia, il desiderio, il bisogno può diventare realtà.

E questo si può fare se c’è l’impegno comune, se c’è una lotta unitaria, se si allarga il più possibile il fronte del cessate il fuoco e della trattativa.

 Questo è il compito vostro, il compito nostro.

Questo è l’orizzonte verso cui ci siamo mossi, ci muoviamo e ci muoveremo perché non ci rassegniamo.

 Il più grande crimine di guerra è la guerra.

Ha detto Papa Francesco “Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”.

Questo chiediamo ai governi europei, al governo italiano: siate coraggiosi, siate autonomi, siate liberi.

Ma oggi io mi chiedo e vi chiedo anche di questa nostra Italia, questa Italia con quasi sei milioni di persone ben al di sotto della soglia di povertà , con l’inflazione al 10%, mi chiedo di questa Italia sempre più fondata sul lavoro mal retribuito e precario e sulla flat-tax, l’Italia degli infermieri e dei dottori che hanno perso la vita per assistere i pazienti di Covid, mi chiedo dell’Italia degli studenti del Liceo Michelangelo di Firenze aggrediti da una squadraccia fascista, l’Italia del ministro dell’Istruzione che tace su questa aggressione e minaccia la Preside del Liceo per la sua bellissima lettera agli studenti, mi chiedo di questa Italia che nonostante tutto studia, lavora e si impegna.

Mi chiedo e vi chiedo se questo nostro bellissimo Paese oggi è in guerra o oggi non è in guerra.

Concludo.

Con la guerra non potremo fare più niente. Con la pace potremo fare tutto.

Caro governo russo che hai invaso un altro Paese, caro governo ucraino, caro governo americano, cari governi europei, caro governo italiano, voi dovete la pace.

La dovete ai ragazzi e alle ragazze che stanno morendo in Ucraina, la dovete anche ai ragazzi russi che stanno al fronte, la dovete ai nostri ragazzi, ai ragazzi del mondo, perché il mondo è il loro futuro, e nessuna guerra, nessun governo, nessuno di voi ha il diritto di negare loro il futuro di un mondo migliore.

(Gianfranco Pagliarulo)

 

 

 

Le Ragioni della Vittoria della Schlein

 e cosa si Prepara alla Meloni.

 

Conoscenzealconfine.it – (2 Marzo 2023) - Massimo Viglione – ci dice:

 

Non sono uso a frequentazioni “pidiote”, nemmeno da remoto o a distanza sui giornali.

Ma, con semplici colpi d’occhio, nei giorni scorsi, avevo notato che lo sfidante della Schlein aveva un netto quanto praticamente irraggiungibile vantaggio nei sondaggi interni alla pantomima delle cosiddette primarie per il posto di segretario del partito.

Di colpo, ha vinto invece la Schlein.

 Come non far andare la memoria – almeno a livello di meccanismo – a quanto accaduto nel novembre 2020 nelle presidenziali degli USA?

Come non vedere lo stesso miracoloso intervento da “deus ex machina” della “provvidenza” infernale”?

Ciò che è ancora più confermato dalla placida, serena, quasi entusiastica, accettazione di Bonaccini.

Segno alquanto lampante di obbedienza agli ordini del “deus ex machina”.

(Soros, docet! N.d.R)

Non che, ovviamente, Bonacini fosse più auspicabile della Schlein, ma il punto è proprio questo: è la Schlein che riesce a essere una minaccia perfino peggiore di Bonaccini.

Perché hanno fatto Vincere la Schlein?

Al di là delle sue radici personali e del suo retroterra socio-economico (una sorta di Macron versione spaghetti), la vera ragione si chiama Meloni.

Quanto sta facendo la Meloni è perfettamente in linea con la politica del Pd, al punto tale che perfino alcuni esponenti di spicco sono stati costretti a elogiarla, perfino giornali come Repubblica et similia non riescono a farle veramente guerra, se non su aspetti collaterali.

Pertanto, il Bonaccini di turno era inadatto, in quanto inutile come alternativa alla Meloni.

La Schlein, invece, va a ledere esattamente proprio gli aspetti che ancora mancano alla Meloni per essere perfettamente di casa a sinistra, o, per meglio dire oggi, nel mondo globalista.

Ovvero, l’estremizzazione infernale e folle del gender e di ogni sorta di “diritti civili” luciferianamente sovversivi.

In fondo, Bonaccini non era ancora sufficiente (come Letta, che pur parlò di diritti delle “devianze” per rimanere a galla nello Stige del globalismo), il Pd, per continuare a esistere, necessita di varcare lo Stige fino in bocca a Lucifero:                            la Schlein, in questo, è un traghetto migliore.

Pertanto, e veniamo al dunque, ora alla Meloni non basterà più essere più zelenskiana di Zelenski, più guerrafondaia di Stoltenberg, più traditrice di tutto il suo passato di quanto già lo siano stati gli esponenti della Lega nei tre anni passati.

Ora si troverà costretta, in qualche modo, per continuare anche lei a galleggiare nello Stige, a fare altri passi verso il Nuovo Ordine Mondiale:

 e questa volta non sul piano del totalitarismo sanitario o della politica internazionale, ma specificamente sul piano della sovversione antropologica, bioetica, morale, umana.

La Schlein ha commentato: “Renderemo Dura la Vita alla Meloni”

Ne siamo assolutamente convinti, così come siamo purtroppo convinti che la Meloni non si complicherà ulteriormente la vita, e continuerà a remare avanti nello stagno dello Stige per rimanere dove è arrivata.

 Ovvero, farà qualche apertura ai cosiddetti “diritti civili” più di quanto non abbia già fatto.

 Magari, alla lunga, con un nuovo governo, ancora più aderente al globalismo di quello attuale.

E tanti auguri a tutti i pro-life che hanno esaltato (alcuni a squarciagola), creduto e sostenuto la Meloni e ancora fanno finta di non capire o cercano di far dimenticare.

C’è qualcuno da quelle parti che inizierà a dire la verità?

(Prof. Massimo Viglione -- imolaoggi.it/2023/02/27/ragioni-vittoria-schlein-cosa-si-prepara-meloni/)

 

 

 

Usciamo dalla guerra e dalla sua logica.

Editorialedomani.it - Simone Oggionni – (09 settembre 2022) – ci dice:

Se non abbassiamo le armi da entrambe le parti, quelle militari e quelle economiche, non solo continueremo ad avere una guerra raccapricciante nel cuore del nostro Continente.

Ma da ottobre ci troveremo ovunque a fronteggiare, e in Italia più che in altri Paesi europei, anche problemi drammatici in termini di inflazione, ulteriori aumenti delle bollette per famiglie e imprese, disastri nelle catene di approvvigionamento e conseguenti pesanti contraccolpi sul terreno occupazionale.

Di fronte a questioni fondamentali per il nostro futuro occorre lucidità e onestà intellettuale.

Gazprom pochi giorni fa ha annunciato la sospensione a “tempo indefinito” (dunque, fino a decisione contraria, a tempo indeterminato) delle forniture di gas all’Unione europea tramite il gasdotto Nord Stream 1.

Al contempo l’Unione Europea ha battuto un colpo e, dopo mesi di imbarazzato silenzio, ha posto le basi affinché domani, venerdì 9 settembre, la riunione dei ministri dell’Energia discuta di una ipotesi di riforma del mercato che disaccoppi il valore dell’elettricità da quello del metano e soprattutto della possibilità di introdurre un tetto al prezzo di acquisto del gas.

Peccato che lo farà a rubinetti chiusi.

Il fattore tempo, in politica, è tutto.

 In ogni caso, ammesso che le importazioni via Ucraina compensino almeno una parte di quelle bloccate a nord, molto dipenderà dal tipo di” price cap” che verrà concretamente varato.

 Non è un dettaglio che si tratti alla fine di un intervento sul prezzo all’ingrosso per il complesso dei mercati europei (interrompendo gli acquisti e attingendo agli stoccaggi interni nella misura in cui il tetto è superato) oppure di un tetto solo al prezzo del gas russo (proposta Draghi) oppure ancora - come sostiene la Germania - di un intervento degli Stati a copertura della differenza tra prezzi all’ingrosso e prezzi al dettaglio.

I RICATTI.

Il ministro Cingolani e buona parte della stampa europea parla di un grande e inaccettabile “ricatto” russo.

Ma cosa sono state molte delle nostre sanzioni (dal congelamento dei beni della Banca Centrale russa all’esclusione delle principali istituzioni finanziarie russe dal sistema di scambi internazionali Swift) se non un gigantesco e calcolato “ricatto”? Cosa ci aspettavamo?

Che la spirale si interrompesse per gentile concessione del destino o direttamente di quel Putin che molti leader europei  descrivono - nelle stesse relazioni istituzionali che oggi l’UE vorrebbe preservare sul terreno di quei rapporti commerciali che continuano a essere così essenziali - come un semplice criminale di guerra?

Si badi bene:

 nessuno pensa che Putin e la Russia non portino responsabilità atroci  e ingiustificabili nell’aggressione di febbraio e dunque nessuno pensa che l’Unione Europea non abbia tutto il diritto di agire e reagire.

 Il punto vero è come lo fa e cioè riguarda il senso e l’orientamento strategico di queste azioni e di queste reazioni.

La mia impressione è che l’Europa cammini, un po’ per inerzia e un po’ per disciplina atlantista, sulla strada perigliosa di una guerra da armare, combattere e vincere sul campo (ricordiamo: contro una potenza nucleare) a ogni costo.

Non invece sul terreno di un lavoro di ricostruzione diplomatica delle condizioni della pace e della stabilità internazionale, che consiglierebbe di rimettere al centro il presupposto dell’integrità territoriale ucraina insieme ai protocolli di Minsk e a una nuova riflessione sulla sicurezza dell’area da compiersi di concerto con Mosca.

Dimenticandosi delle proprie origini (quella CECA nata vincolando reciprocamente gli interessi produttivi dei Paesi fondatori e costruendo su questo patto di solidarietà produttiva ed economica sia il progetto politico unitario sia la garanzia di una pace duratura), oggi l’Unione Europea rischia di perseguire un’ambizione diversa.

 Il discorso sull’Europa di Olaf Scholz all’Università Carolina di Praga dello scorso 29 agosto è, con la sua propensione strategicamente oppositiva a Russia e Cina, da leggere e da studiare con attenzione.

ABBASSARE LE ARMI.

Ma, appunto, senza abbassare le armi da entrambe le parti, quelle militari e quelle economiche, e senza rivendicare e praticare una vera autonomia strategica europea, non solo continueremo ad avere una guerra raccapricciante nel cuore del nostro Continente.

Ma da ottobre ci troveremo ovunque a fronteggiare, e in Italia più che in altri Paesi europei, anche problemi drammatici in termini di inflazione, ulteriori aumenti delle bollette per famiglie e imprese, disastri nelle catene di approvvigionamento, come ci sta dicendo l’intero tessuto industriale italiano, e conseguenti pesanti contraccolpi sul terreno occupazionale.

Problemi ulteriori, non inediti:

 basti vedere gli incrementi già registrati dei tassi di interesse e gli indicatori congiunturali che già oggi accendono più di un allarme (dalla diminuzione in giugno del 2,1% rispetto a maggio della produzione industriale all’inflazione all’8.4%).

E poi c’è il secondo tema, che va oltre il gas e la Russia.

 Manca, non da oggi, un piano europeo - condiviso e costruito con tutti gli interlocutori economici, commerciali e industriali dei Paesi dell’Unione - che indichi chiaramente qual è la direzione della transizione energetica ed ecologica.

Che dica poi chi deve farsi carico, nel frattempo, della parte più rilevante dei suoi costi e dei costi del suo rallentamento.

Per esempio: le grandi compagnie energetiche (che stanno maturando immani extra-profitti) o i cittadini, gli utenti e i lavoratori tragicamente impoveriti?

E, infine, che metta in discussione il modello generale, che affida in buona misura ai mercati finanziari, e alla loro vocazione speculativa, la determinazione dei prezzi delle materie prime e dell’energia.

È così indicibile pensare che questi prezzi siano oggetto appunto di una programmazione e di una pianificazione pubblica di tipo europeo?

Lo dico incidentalmente, ma i dati occorre leggerli a fondo.

Il costo delle importazioni energetiche italiane tra il 2021 e il 2022 è salito - ci ha spiegato il ministro Franco - da 43 miliardi a circa 100.

60 miliardi di aumento equivale al 3% del PIL: quindi l’aumento del costo dell’energia trasferisce all’estero 3 punti di ricchezza, azzerando l’avanzo dei conti con l’estero e riducendo le risorse potenzialmente a disposizione.

Al contempo gli effetti delle sanzioni sulle materie prime russe sono oggi - per ammissione condivisa, compreso il FMI - non decisive e non solo perché le stesse sanzioni sono facilmente aggirabili, con effetti negativi per i Paesi europei che comprano da Paesi terzi diretti importatori dalla Russia a prezzi più alti.

 Diversi centri studi (da ultimo il Capital Economics di Londra) sostengono che quand’anche ci fosse una riduzione del 20% delle esportazioni di gas rispetto a quanto previsto dai contratti firmati con i Paesi dell’UE, la Russia potrebbe resistere tre anni.

Perché ha già riorientato i flussi (verso Cina, Egitto, India, Afghanistan e altri Paesi) e perché appunto compensa le minori esportazioni con prezzi più alti (per l’Europa, 7 volte più alti della media 2016-2019).

Questa è la dimensione del problema ed è una dimensione che impone un cambio radicale di strategia.

Mi fermo. Anche in questa campagna elettorale occorrerebbe forse, oltre al rosso e al nero, almeno un pezzo di questa analisi.

 

 

 

 

Usciamo dall’euro per tornare

a essere un paese normale.

 Ilparagone.it – Giulia - Thomas Fazi – (13/07/2020) – ci dice:

 

Ormai, di fronte al fallimento sempre più conclamato dell’UE e della moneta unica e all’insofferenza sempre più diffusa nei confronti di quella che viene (giustamente) percepita come una camicia di forza che da troppo tempo sta soffocando l’economia italiana, l’unica argomentazione rimasta ai difensori dello status quo sembrerebbe essere quella per cui «le cose vanno male, è vero» – ormai neanche loro hanno più il coraggio di negarlo – «ma fidatevi, senza l’euro andrebbero anche peggio».

Un esempio da manuale di questa strategia sempre più disperata è un articoletto uscito l’altro giorno sul Sole 24 Ore a firma di “Innocenzo Cipolletta”, economista e dirigente d’azienda italiano, ex presidente delle Ferrovie dello Stato (2006-2010).

Già dal titolo si intuisce che l’obiettivo dell’autore è uno solo, inculcare il terrore in chi legge:

“COVID+lira = molta inflazione (e zero crescita)”.

L’argomentazione di Cipolletta è semplice quanto prevedibile: se avessimo dovuto affrontare questa pandemia fuori dall’euro, cioè con la vecchia/nuova lira, «avremmo dovuto aumentare il nostro disavanzo pubblico per sostenere l’economia, come tutti gli altri paesi».

A tal fine, continua Cipolletta, «la Banca d’Italia sarebbe stata indotta a comprare il debito italiano, ciò che avrebbe probabilmente tenuto bassi i tassi di interesse per un po’ di tempo, ma la lira si sarebbe immediatamente svalutata come sempre è avvenuto in passato».

A quel punto «l’aumento dell’inflazione interna sarebbe stato automatico, visto che la svalutazione aumenta i costi di rimpiazzo delle nostre importazioni […]. Gli italiani avrebbero così perso, assieme al lavoro falcidiato dalla pandemia, anche potere d’acquisto e sarebbero stati più poveri». Insomma, conclude Cipolletta, «molto (ma molto) meglio abbiamo fatto noi ad aderire all’euro» e ad evitare così questo scenario da incubo.

Siamo di fronte alla solita propaganda di sempre, aggiornata per il COVID:

l’Italia, a differenza di praticamente tutti i paesi del mondo, che dispongono della sovranità monetaria – fanno eccezione i paesi dell’eurozona, i paesi che appartengono alla zona del franco CFA e pochi altri – non può permettersi di avere una sua valuta, perché finirebbe per utilizzare la leva della “stampante monetaria” per finanziare la propria spesa pubblica (o per far fronte a emergenze come il COVID), il che comporterebbe automaticamente la svalutazione della lira e l’aumento dell’inflazione;

 da lì a uno scenario simil-venezuelano, poi, sarebbe un attimo: scaffali vuoti, rivolte di piazza, colpi di Stato.

 Un incubo, appunto. In questo senso, gli eventuali danni collaterali dell’euro, che ha condannato l’Italia a una stagnazione ventennale che ha prodotto miseria e disoccupazione diffusa, nonché una drammatica contrazione del nostro apparato industriale, e che adesso nella fase post-pandemia rischia di dare il colpo finale alla nostra economia, andrebbero visti come il necessario prezzo da pagare in cambio di quella “stabilità monetaria” che, a detta dei vari Cipolletta, dovremmo tutti benedire come una manna dal cielo (perché l’alternativa – così ci dicono – sarebbe comunque peggio).

Viene da chiedersi, però, cosa ci sia di così antropologicamente difettoso nell’Italia da non permettergli di fare, senza produrre gli esiti catastrofici di cui sopra, quello che, per ammissione dello stesso Cipolletta, fanno «tutti gli altri paesi».

 La presunta spirale monetizzazione-svalutazione-inflazione vale solo per noi?

Come nota Cipolletta, tutti i paesi hanno aumentato il proprio disavanzo pubblico per far fronte alla pandemia e più in generale alla recessione economica globale che ne è conseguita.

Quello che però Cipolletta non dice – ed è facile capire perché: perché altrimenti tutto il suo ragionamento andrebbe in fumo – è che quegli stessi paesi hanno tutti fatto ricorso alla propria banca centrale per finanziare (in tutto o in parte) il proprio disavanzo pubblico.

Hanno cioè “monetizzato la spesa”, ovverosia hanno fatto acquistare alla propria banca centrale (sul mercato secondario) i titoli di Stato emessi dai governi per finanziare l’aumento del disavanzo pubblico, in quelle che in gergo tecnico vengono chiamate operazioni di quantitative easing (QE), che hanno anche l’ulteriore beneficio di ridurre i tassi di interesse e dunque di facilitare l’approvvigionamento di fondi sui mercati.

In altre parole, hanno fatto esattamente quello che Cipolletta dice che avrebbe rischiato di fare l’Italia se avesse avuto la propria moneta, con tutte le conseguenze catastrofiche che questo, secondo Cipolletta, avrebbe implicato (e che l’euro, sia santificato il suo nome, ci ha impedito di fare).

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: in qualcuno di questi paesi si sono verificati gli scenari apocalittici preconizzati da Cipolletta?

 Ovviamente no.

Sebbene tutti i paesi avanzati extra-euro – Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Svezia ecc. – abbiano annunciato piani di monetizzazione del disavanzo nell’ordine di diversi punti percentuali del PIL, in nessuno di questi abbiamo assistito a una spirale svalutazione/deprezzamento-inflazione;

anzi, tutte le economie avanzate continuano a combattere contro l’inflazione eccessivamente bassa.

E la ragione è presto detta: l’idea che “stampare moneta”, cioè aumentare la base monetaria, e/o “monetizzare la spesa pubblica” sia intrinsecamente inflazionistico è un vecchio mantra neoliberista ormai completamente smentito dalla realtà: nell’ultimo decennio, dunque da ben prima dell’emergenza COVID, tutte le principali banche centrali hanno “stampato” trilioni di euro, dollari e yen – una parte dei quali è andata ovviamente a finanziare i disavanzi pubblici –, senza che questo abbia provocato alcuna fiammata inflazionistica, anzi.

 Questo perché è la spesa pubblica in sé che ha il potenziale di generare spinte inflazionistiche, indipendentemente da come questa sia finanziata (tramite la tassazione o tramite la vendita di titoli di debito al settore privato e/o alla banca centrale).

 Conseguentemente, l’impatto del finanziamento monetario sulla spesa nominale e quindi potenzialmente sull’inflazione dipende interamente dalle dimensioni dell’operazione: a condizione che la crescita della spesa non superi la capacità produttiva dell’economia, non c’è motivo di attendersi spinte inflazionistiche.

La storia recente ha inoltre categoricamente smentito l’idea che esista un nesso «automatico», come dice Cipolletta, tra svalutazione/deprezzamento e inflazione.

In realtà l’evidenza empirica mostra che per molti paesi «la correlazione tra le variazioni dei prezzi al consumo e le variazioni del tasso di cambio nominale è stata piuttosto bassa e decrescente negli ultimi due decenni».

 Un recente paper della Banca d’Inghilterra conclude che «gli effetti dei movimenti dei tassi di cambio sull’inflazione – e anche solo sui prezzi delle importazioni – non sembrano essere coerenti nel tempo».

Un altro studio sul tema mostra che nei paesi europei di norma solo un terzo della svalutazione si trasferisce sui prezzi interni.

D’altronde sappiamo che nel 1992 una svalutazione improvvisa della lira del 20 per cento non ebbe praticamente alcun impatto sull’inflazione.

Lo stesso euro dall’inizio della crisi finanziaria ha perso circa il 30 per cento del suo valore rispetto al dollaro senza che questo sia stato accompagnato da un’inflazione galoppante in Europa;

al contrario, come è noto, l’inflazione è rimasta costantemente sotto l’obiettivo della BCE del 2 per cento.

In definitiva, pare abbastanza chiaro che, sebbene una politica monetaria accomodante possa indubbiamente determinare un deprezzamento della valuta, e che questo possa creare qualche trasferimento sui prezzi interni, non vi è motivo di ritenere che un deprezzamento della valuta provochi “automaticamente” inflazione, men che meno iperinflazione.

I recenti stimoli fiscali attuati per arginare l’impatto della pandemia confermano questo dato.

Di fronte a queste affermazioni, la risposta dei vari Cipolletta è solitamente la seguente:

 «Questo potrà anche essere vero per le altre economie avanzate, che sono “responsabili” e “affidabili”, ma non per l’Italia, un paese troppo “debole” e “irresponsabile” per poter praticare una condotta monetario-fiscale di questo tipo senza che la propria valuta sia ridotta a carta straccia».

Ora, qualunque lettura che ricorra a categoria antropologiche e socioculturali per spiegare la presunta “diversità” dell’Italia da tutte le altre economie avanzate e dunque la sua incapacità strutturale di gestire in autonomia la propria economia, e la sua conseguente necessità del vincolo esterno europeo, andrebbe rigettata a priori, essendo priva di qualunque fondamento scientifico ed avendo ovviamente uno scopo puramente propagandistico.

Ma vediamo nondimeno di assecondare per un attimo questo ragionamento.

 Se le cose stessero come dicono Cipolletta & co., ne dovremmo dedurre che questo tipo di politiche economiche sia un lusso che può permettersi solo un manipolo di economie altamente sviluppate (in cui, sempre secondo questo ragionamento, non rientrerebbe l’Italia);

alle economie più deboli – quelle solitamente definite “emergenti” –, tra cui l’Italia, questa via sarebbe invece preclusa.

Peccato che un recente studio firmato da un folto gruppo di ricercatori di alcune delle università e degli istituti di ricerca più prestigiosi al mondo (London School of Economics, Harvard Kennedy School, CEPR, NBER e Institute of International Finance) smentisca categoricamente questa affermazione.

Lo studio mostra, dati alla mano, come diverse economie emergenti, tra cui diversi paesi europei che non hanno aderito all’euro – Polonia, Romania, Ungheria, Croazia, Messico, Colombia, Indonesia ecc. –, in risposta alla pandemia, abbiano fatto ricorso esattamente alle stesse politiche monetarie e fiscali “non convenzionali” di cui abbiamo parlato finora:

acquisto di titoli pubblici da parte della banca centrale e finanziamento monetario dei bilanci pubblici.

Eppure, neanche in questi paesi abbiamo assistito agli scenari apocalittici paventati da Cipolletta, anzi.

 Come scrivono gli autori del paper: «Contrariamente alla visione convenzionale su ciò che le economie emergenti possono e non possono fare in termini di politica monetaria, i mercati dei titoli di Stato e gli investitori stranieri hanno risposto in modo abbastanza favorevole a questi annunci. I tassi di interesse a lungo termine sono diminuiti in modo significativo in tutti i casi tranne tre e i tassi di cambio si sono addirittura apprezzati o hanno rallentato il loro deprezzamento, […] e l’inflazione rimane bassa e stabile in tutti i paesi in questione».

 La conclusione degli autori è inequivocabile: «Le economie emergenti che operano in un regime di cambio flessibile, che hanno aspettative inflazionistiche stabili e che emettono debito in valuta locale dovrebbe abbracciare le politiche di quantitative easing in modo più aggressivo, con l’obiettivo di allentare le proprie condizioni finanziarie e fornire un finanziamento monetario ai propri disavanzi pubblici, […] sostenendo così la fornitura dei servizi sanitari e assistenziali necessari per mitigare la crisi del COVID-19 e arginando i rischi di deflazione e stagnazione.

 Finché esiste un’ampia capacità inutilizzata nell’economia, il finanziamento monetario della spesa non comporta rischi inflazionistici».

È chiaro il concetto?

In sostanza, quello che ci stanno dicendo questi autori è che paesi emergenti con PIL pari a una frazione di quello italiano e con valute indubbiamente più instabili di quanto potrebbe mai esserlo la nuova lira, che sarebbe comunque la valuta di uno dei paesi più industrializzati al mondo, stanno già facendo, senza incorrere in alcun danno collaterale, quello che secondo Cipolletta l’Italia non potrebbe permettersi di fare.

Difficile immaginare una smentita più sonora della vergognosa propaganda pro-euro propinataci tutti i giorni dai giornali di regime.

La verità è che fuori dall’euro l’Italia non sarebbe un paese al collasso:

al contrario, tornerebbe ad essere semplicemente un paese “normale”, che potrebbe tornare a fare affidamento su tutti i normalissimi strumenti di politica economica di uno Stato – tra cui il finanziamento monetario della spesa pubblica – per sostenere il proprio sistema sanitario e più in generale il proprio tessuto economico e sociale, senza necessariamente incorrere in conseguenze disastrose, invece di essere ridotto a elemosinare i soldi necessari per vivere ai suoi “partner” europei, che non perdono occasione di umiliare e ricattare il nostro paese.

 Per contro, dentro l’euro, cioè all’interno di un sistema in cui ci siamo ridotti ad un rango di sudditanza e di dipendenza economica e politica inconcepibile anche per economie emergenti – basti pensare a tutto l’assurdo dibattito sul MES e sul Recovery Fund –, il collasso per asfissia finanziaria è garantito.

 Anzi, è già in corso.

 

 

 

 

Rampelli ha la memoria corta:

Meloni voleva l’uscita dall’euro.

Pagellapolitica.it – (17 OTTOBRE 2022) - ANSA/FABIO FRUSTACI – Redazione – ci dice:                                       

Il deputato di Fratelli d’Italia, difendendosi dalle accuse di Carlo Calenda, ha dichiarato che la sua presidente «non ha mai detto» che l’Italia dovesse uscire dalla moneta unica.

Ma non è vero.

Il 15 ottobre, ospite a un evento organizzato dall’HuffPost, il leader di Azione Carlo Calenda si è scontrato (min. 1:25:30) con il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli sulle posizioni passate della presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, in merito all’euro.

Secondo Calenda, un tempo Meloni era favorevole all’uscita dell’Italia dalla moneta unica europea, mentre secondo Rampelli, «Giorgia Meloni non ha mai detto di voler uscire dall’euro».

Abbiamo verificato: il deputato di Fratelli d’Italia ha torto.

Le posizioni di Meloni e Fratelli d’Italia sull’euro.

Fratelli d’Italia è nato alla fine del 2012 e si è presentato per la prima volta alle elezioni politiche nel 2013.

A novembre di quell’anno, in un’intervista con il quotidiano Libero, Meloni aveva ribadito che Fratelli d’Italia era «un movimento euro critico, contrario a questa Europa che ci mette in croce».

«O si rinegoziano i patti – aveva dichiarato la fondatrice di Fratelli d’Italia – o non stiamo nell’euro a costo di uccidere l’Italia».

L’anno successivo, a maggio 2014, si sono poi tenute le elezioni europee, le prime a cui ha partecipato Fratelli d’Italia.

Il programma elettorale del partito di Meloni proponeva, come primo punto, lo «scioglimento concordato dell’eurozona», ossia dell’insieme dei Paesi che utilizzano l’euro come moneta unica.

«L’euro e le sue regole si sono purtroppo rivelati un fattore di disgregazione dell’unità europea, anziché un elemento di rafforzamento della solidarietà tra i popoli d’Europa.

Per queste ragioni, Fratelli d’Italia si impegna a farsi promotore nel prossimo Parlamento europeo di una risoluzione comune a tutti i gruppi “euro critici”, per spingere la Commissione europea a procedere allo scioglimento concordato e controllato dell’eurozona», si legge nel programma per le europee del 2014.

 «In questo modo il processo di integrazione europea potrà procedere senza traumi e senza che sorgano nuove tensioni all’interno della Ue.

 Nel caso questa strada non fosse perseguita dalle istituzioni e dalle cancellerie europee e venisse confermata l’indisponibilità ad un cambio di rotta radicale, l’Italia deve avviare una procedura di recesso unilaterale dall’eurozona».

 A marzo 2014, un paio di mesi prima delle elezioni europee, durante un comizio Meloni aveva dichiarato che l’Italia doveva dire «chiaramente» all’Europa: «Noi vogliamo uscire dall’euro: e se pensate che questo sia un problema per l’euro, allora convinceteci a rimanere».

In quel periodo, Meloni ha poi pubblicato diversi messaggi social contro l’euro.

«Marine Le Pen contro l’euro? Ha ragione», scriveva la presidente di Fratelli d’Italia su Twitter il 14 maggio 2014, riferendosi alla leader del partito francese di destra Rassemblement national.

«Sull’euro abbiamo detto cento volte che SIAMO PER USCIRE», 24 aprile 2014.

 «Io non so come altro dirlo che siamo per uscire dall’euro», 24 aprile 2014.

 «Il 13 dicembre in piazza contro l’euro», 9 novembre 2014.

 «Alla Commissione Ue che dice che l’appartenenza all’euro è irrevocabile dico: niente è irrevocabile in democrazia. Soprattutto la schiavitù», 5 gennaio 2015.

«Cos’altro dobbiamo aspettare? Liberiamoci dalla zavorra dell’euro e vediamo come se la cavano i tedeschi a competere con le imprese italiane ad armi pari», 9 settembre 2016.

«L’euro è una moneta sbagliata destinata a implodere. Vogliamo lo scioglimento concordato e controllato dell’eurozona», 25 marzo 2017.

In vista delle elezioni europee del 2019, la proposta di sciogliere l’euro è stata sostituita nel programma elettorale di Fratelli d’Italia con la richiesta di «misure compensative» per i Paesi svantaggiati dall’introduzione della moneta unica.

Ricapitolando: Rampelli ha torto quando dice che «Giorgia Meloni non ha mai detto di voler uscire dall’euro».

 Per diversi anni, la leader di Fratelli d’Italia ha difeso la necessità di sciogliere l’eurozona o di far uscire l’Italia dall’euro, mentre oggi l’appartenenza del nostro Paese all’euro non è più messa in discussione.

 

 

 

Il Ministro Tajani: «La fermezza paga.

Il segnale è arrivato. Chiedo un accordo Ue».

 (Quotidiano Nazionale).

 

Esteri.it - Redazione – Quotidiano Nazionale – (09 Novembre 2022) – ci dice:

Ministro Tajani, come risponderà l’Italia alla posizione molto netta dell’Unione europea che dà torto al governo sullo sbarco dei migranti?

«Noi rispettiamo il diritto internazionale – afferma il titolare degli Affari Esteri nonché vicepremier. Sono le Organizzazioni non governative che devono rispettare le regole».

 Così si crea un conflitto con l’Europa.

«Non c’è nessun conflitto: noi pure siamo Europa. E molti paesi hanno il nostro problema».

 La Commissione però non è d’accordo, ed è evidente che una soluzione va trovata per il futuro.

«Lunedì prossimo, al consiglio Affari esteri, porrò ai miei colleghi il tema dell’immigrazione.

 Come ha scritto anche Frontex, l’Agenzia europea della vigilanza dei confini, c’è una strategia chiara.

Non siamo di fronte a persone che sono in difficoltà in mare perché hanno fatto naufragio, ma a viaggi organizzati.

 Spesso i trafficanti partono quando sanno che c’è una Ong in giro: non è più soccorso ma una sorta di servizio taxi fatto per sfruttare la disperazione delle persone».

 Insomma, lo sbarco selettivo è un segnale?

«Certo che lo è. E la decisione del presidente Macron di aprire il porto di Marsiglia alla Ocean Viking dimostra che qualcosa si muove.

 Siamo grati alla Francia che si è mostrata disponibile a una decisione che riduce la pressione sull’Italia, dando prova di comprendere la necessità di un approccio concretamente solidale tra paesi Ue.

 E presto mi confronterò con il mio omologo greco: bisogna lavorare perché questi segnali si trasformino in accordo concreto».

 Cosa chiedete all’Europa?

«Un accordo per stabilire, in base alla popolazione, come vengono ricollocati nei vari paesi i migranti che hanno diritto all’asilo».

 Non ci sono già le regole di Dublino?

«Dobbiamo aggiornare Dublino, altrimenti non ne usciamo.

 Se non ci aiutano ad arginare il flusso dei migranti, l’Italia con i suoi 7 mila chilometri di coste si troverà in difficoltà.

Bisogna anche intervenire a monte, cominciando dall’Africa, dove serve un piano Marshall di 100 miliardi per combattere povertà, malattie, terrorismo e guerre in modo da impedire la fuga di chi nasce lì.

Quindi bisogna fare accordi con i paesi del Nord Africa per bloccare le partenze e fermare i trafficanti, distruggendo i motori delle loro barche.

E poi serve una politica ad hoc per i Balcani – altra rotta di immigrazione – per il Mediterraneo, per non parlare dell’Ucraina e dei suoi profughi.

Insomma, i problemi vanno risolti alla radice».

 Intanto, cosa si fa con chi è arrivato?

«Tutti quelli che potevano scendere sono scesi. Ma siccome c’è un disegno chiaro dietro questa vicenda, quello di scaricare in continuazione migranti, chi non risponde ai requisiti deve essere riportato in Norvegia o in Germania».

 Questi due Paesi non la pensano così.

«La nave è territorio nazionale. Pure il Papa dice che l’Italia non può essere lasciata sola».

 Per la Conferenza dei vescovi devono scendere tutti i migranti dalle navi.

«II Papa è la massima autorità della Chiesa. Se c’è un appuntamento tra trafficanti e Ong non siamo di fronte a un naufragio. Dobbiamo stroncare questo traffico. Salvare essere umani sì, intervenire in mare per migliorarne le condizioni okay, ma fare il gioco di chi specula sulla disperazione di queste persone no».

 Ritiene che il codice marittimo debba essere aggiornato? Non è stato scritto avendo in mente le migrazioni di massa, ma i naufragi sic e simpliciter.

«No. Le norme del codice sono chiarissime: ora servono regole sul ricollocamento. Perché, come ho detto, le Ong non incrociano per caso i trafficanti».

 Con il presidente Mattarella, lei è in missione in Olanda, paese tra i più duri verso la richiesta italiana di solidarietà.

 

«Parlerò con il mio collega Wopke Hoekstra anche di questo. Gli spiegherò i nostri problemi e le nostre emergenze».

 Punta a un consiglio europeo dei capi di Stato e di Governo ad hoc?

«Serve tempo per prepararlo: ma credo che nei consigli europei in agenda si parlerà di immigrazione».

 Anche dall’Ucraina, come ha ricordato, arrivano profughi. Bisogna continuare a mandare armi a Kiev?

«Intanto, c’è un testo già approvato. Quando scadrà agiremo in sintonia con Europa e Nato. È essenziale aiutare gli ucraini in ogni modo.

C’è un’aggressione della Russia, noi dobbiamo impedire che ci sia l’invasione e poi sederci a un tavolo per arrivare alla pace giusta, quella che rispetta l’integrità territoriale di un paese.

Non vogliamo la guerra perenne ma che si garantisca l’indipendenza dell’Ucraina e si arrivi alla pace».

 In una fase tanto delicata, era cosi impellente il problema dei rave?

Il governo presenterà modifiche al decreto?

«Il problema è stato affrontato in Consiglio dei Ministri perché c’era un rave in corso.

 Una cosa deve essere chiara: i rave illegali non si possono fare.

La confisca dei beni dei partecipanti è un modo per impedire che si organizzino. Noi di Forza Italia eravamo contrari alle intercettazioni, ma è stato enfatizzato uno scontro inesistente.

Interventi del governo? II Parlamento farà le modifiche che ritiene».

 A proposito di Forza Italia: qual è il nodo fra la sua corrente e quella della Ronzulli?

«Sono contrario a qualsiasi tipo di organizzazione personale. In FI non esistono le correnti: l’unica che esiste è quella di Berlusconi».

 Resterà coordinatore del partito?

«Resterò coordinatore finché sarà giusto. Decide Berlusconi».

 

Parigi in piazza contro la UE,

il caro energia e la Nato al

grido Frexit, fuori dall’Europa.

Presskit.it – Redazione – (11 ottobre 2022) – ci dice:

 

Sabato un’enorme folla di manifestanti ha marciato attraverso il centro della capitale francese per chiedere alla Francia di cambiare radicalmente la sua posizione sulla NATO e sull’UE.

I manifestanti portavano un grande striscione con la scritta “Endurance” e striscioni più piccoli con la scritta “frexit”, un riferimento alla richiesta della Francia di lasciare l’UE.

 Molti manifestanti hanno anche sventolato la bandiera nazionale.

Secondo i video postati da Philippot sui social media, la folla ha cantato: “Usciamo dalla NATO!”

Hanno anche chiesto l’impeachment del presidente francese Emmanuel Macron mentre marciavano vicino all’edificio del parlamento, si vede nel video.

 

I manifestanti hanno denunciato la “guerrafondaia” Nato, così come i “divorzi” economici sì “i vincoli energetici e sanitari”, legati alle sanzioni che l’Ue ha imposto alla Russia per il conflitto in Ucraina.

Tra le motivazioni di questo raduno, gli organizzatori hanno citato su Twitter: l’opposizione al “guerrafondaio” della Nato, l'”affondamento dell’economia” da parte dell’esecutivo e le “restrizioni energetiche e sanitarie”.

Quest’ultimo motivo fa eco al controverso piano di sobrietà presentato di recente dal governo, nel contesto della crisi energetica.

La marcia è stata organizzata dal partito di destra “Les Patriotes” guidato da Florian Philippot, ex vicedirettore del Raduno Nazionale di Marine Le Pen.

La curva “La Rencontre Nationale de la Resistance” ha attirato “migliaia e migliaia” di persone, secondo Philippot, che è stato anche membro del Parlamento europeo tra il 2014 e il 2019.

I funzionari francesi non hanno commentato la protesta e non hanno fornito dati ufficiali sul numero dei manifestanti.

Anche la maggior parte dei media francesi ha ignorato l’evento.

 Secondo il sito web di” Les Patriotes”, manifestazioni simili si sono svolte anche il 3 e 17 settembre.

I disordini arrivano mentre la Francia lotta sempre più per far fronte all’attuale crisi energetica, una delle cause principali della quale è la politica sanzionatoria dell’UE.

 Il mese scorso, il capo del regolatore energetico francese, CRE, ha avvertito che le famiglie private potrebbero dover affrontare interruzioni di corrente questo inverno in caso di forti ondate di freddo.

 

 

 

Lo scandalo in Europa

è appena agli inizi.

Riflessimemorah.com – Massimiliano Boni – (16 dicembre 2022) – ci dice:

I (tanti) soldi pagati da alcuni Stati arabi per condizionare la politica europea scuotono da giorni il mondo della politica.

Renato Coen, inviato per Sky a Bruxelles, esamina le implicazioni dell’“Italian job”, tra pressioni delle lobby e lotte tra servizi di Intelligence.

Renato, lo scandalo scoppiato nel Parlamento europeo, sulle centinaia di migliaia di euro passati dal Qatar e, sembra, dal Marocco a ex eurodeputati (Panzeri), assistenti (Giorgi), l’ex vice presidente Kaili (subito destituita) e altri sta scuotendo i palazzi della politica europea.

Che clima si respira a Bruxelles?

Renato Coen, corrispondente da Bruxelles per Sky:

Si avverte un’aria pesante, molto brutta.

 C’è in generale una grande paura, soprattutto da parte dei parlamentari europei; probabilmente si attendono nuovi sviluppi dell’indagine, quindi altri nomi coinvolti.

Sono stato a Strasburgo nei giorni scorsi, per la plenaria del Parlamento europeo, e ho parlato con molti eurodeputati.

La delusione, la paura e la tensione è molto alta.

Molti temono di essere accostati allo scandalo senza avere responsabilità, magari perché si sono fatti accertamenti sui loro assistenti;

 e poi c’è ancora da assimilare l’effetto sorpresa, praticamente uno shock, perché davvero nessuno si aspettava uno scandalo del genere.

 La paura, come volevo dirti, è che lo scandalo non si fermi al Parlamento europeo, e che vada oltre, perché in molti da giorni si chiedono:

 possibile che siano stati pagati solo gli eurodeputati, cioè i rappresentanti dell’organo che ha meno peso politico in Europa?

Dello scandalo c’è un aspetto purtroppo da non trascurare: i soggetti coinvolti sono tutti italiani o riconducibili a italiani, al tal punto che la stampa europea parla di “Italian Job”.

È vero. È un dato che hanno notato tutti.

Media e osservatori sono tranchant, del resto è un’evidenza che salta agli occhi. Per quanto riguarda i commenti degli europarlamentari, però, devo dire che sono ancora tutti molto prudenti;

per ora sono coinvolti solo parlamentari italiani del gruppo socialista, però noi sappiamo cosa successe nel 1992:

si partì da una piccola tangente e poi si arrivò a travolgere tutto il sistema dei partiti.

 Per questo c’è molta prudenza: nessuno sa ancora cosa succederà, Tangentopoli insegna.

Questo scandalo, paradossalmente, non è anche una risposta a chi sostiene che le istituzioni comunitarie valgono poco nel campo internazionale, in un tempo che vede il ritorno dei nazionalismi?

Posso dirti che la narrativa secondo cui l’Europa non conta nulla sul piano internazionale è finita con la pandemia, che ha mostrato invece quanto sia importante e cosa possa fare.

Del resto, guarda le ultime campagne elettorali, compresa quella in Italia:

ci sono state certo delle critiche alle politiche europee, ma non abbiamo praticamente più sentito dire “usciamo dall’Europa” o “usciamo dall’euro”.

Chi veramente è addentro i lavori europei, compresi i servizi segreti degli Stati stranieri, sa che l’Europa è un mercato di 450 milioni di persone, che ha un peso molto forte.

A proposito di servizi segreti: l’Unione europea ne ha uno tutto suo?

No, non ce l’ha. È una mancanza di cui si parla da tempo.

 Inoltre c’è da dire che, storicamente, le varie Agenzie nazionali di intelligence collaborano malvolentieri;

anche se ora la situazione è migliorata per l’effetto del terrorismo, specie nella fase più acuta dell’azione dell’Isis.

In questo caso specifico, a quanto pare, le informazioni sono arrivate da 5 servizi segreti.

Direi però che la notizia è un’altra.

Quale?

A imbeccare l’intelligence europea sarebbe stata quella degli Emirati arabi uniti, forti competitor del Qatar;

guarda caso, in questo momento proprio gli Emirati sono alla guida dell’Interpool.

Insomma: pare proprio che ci sia stata una forte influenza straniera anche nel dare il via all’indagine.

È attendibile la voce che parla di circa 60 parlamentari europei coinvolti?

Credo che, al di là dei numeri, il numero degli indagati certamente si allargherà. Però non credo che verranno coinvolti solo eurodeputati; il timore è che si possa arrivare alla Commissione europea.

Lo scandalo ha mostrato anche la realtà delle tante lobby che operano in Europa. A questo proposito, Israele ha uffici di rappresentanza? e l’Autorità palestinese?

Conosco bene più la realtà israeliana.

Sai, qui in Europa Israele, sul piano istituzionale, è molto attiva e presente, anche se ha un solo rappresentante sia per i rapporti con la UE che con la Nato.

Gli israeliani sono molto interessati all’Europa, hanno continui incontri istituzionali.

Per quanto riguarda invece il rappresentante palestinese, posso solo dire che anche loro cercano molto una sponda, che trovano trasversalmente, per gruppi parlamentari, con cui tentano ad esempio di ammorbidire le prese di posizione più dure europee nei confronti del loro governo.

Ad esempio, si attivano per bloccare delle risoluzioni sgradite, come ogni lobby.

Allarghiamo un po’ il campo: il nostro commissario, Gentiloni, come sta operando in Europa?

Direi bene. Gentiloni si sa muovere politicamente, ha acquisito rispetto anche per il suo sangue freddo.

All’inizio scontava il fatto di rappresentare un paese che non eccelleva nei conti pubblici [Gentiloni è commissario all’economia, n.d.a.], ma in questi anni non ha mai subito critiche e accuse di favoritismo.

L’Europa da quasi un anno vive con la guerra in casa.

 Come si vede a Bruxelles il conflitto in Ucraina?

Anche su questo fronte tira una pessima aria.

 La realtà è che l’Europa si è resa conto che più di così non può fare.

È in attesa che le sanzioni alla Russia facciano effetto e che succeda qualcosa.

La vera preoccupazione è la tenuta della propria opinione pubblica, da parte di tutti i governi, perché ogni Stato sa che non ci si può permettere un’altra crisi energetica per altro anno.

 Invece la guerra ha suoi tempi, la Russia non ha fretta, l’Ucraina non molla, e intanto l’inflazione sale, e con essa i tassi di interesse e il costo dell’energia.

Veniamo all’Italia. Il governo Meloni che reazione ha provocato in Europa?

Distinguerei.

 La premier Meloni sul piano personale sta facendo in generale buona impressione: ha modo di porsi, sa approcciarsi bene ai suoi interlocutori, al primo impatto risulta anche piacevole.

Umanamente tutto ciò aiuta.

 Il fatto che il primo viaggio all’estero è stato fatto per venire in Europa è stato un segnale positivo.

 Poi, politicamente, rimangono le diffidenze.

Il primo atto del governo è stato aprire una crisi politica con la Francia, la manovra di bilancio ha ricevuto osservazioni critiche non solo di tipo tecnico, perché alcune decisioni, come l’uso del contante e le misure fiscali più permissive rischiano di favorire l’evasione fiscale.

Tutto ciò contrasta con le basi della politica europea.

Ce la faremo con il Pnrr?

È il punto più importante.

I dubbi attualmente riguardano la manovra fiscale, la lotta all’evasione e la riforma fiscale, che sono condizioni per il PNRR.

Oltre a questo ci sono poi le dichiarazioni del governo, che mette le mani avanti, lamenta i ritardi e il caro materiali, il che fa nascere sospetti.

L’Italia ce la farà? Oggi è questa la vera domanda che molti si fanno.

Draghi è un rimpianto?

Nessuno lo dice a livello ufficiale.

 Però, nei vari dossier, prima l’Italia aveva un altro ruolo, perché con la crisi tra Germania e Francia avevamo saputo ritagliarsi uno spazio importante.

 Ora mi sembra che il ruolo del nostro paese sia sceso di livello.

(Massimiliano Boni)

 

 

 

 

La Lega ha deciso: ora non vuole

più uscire dall’Ue e dall’Euro.

Fanpage.it - Stefano Rizzuti – (14-2-2020) – ci dice:

La Lega non ha dubbi: no all’uscita dall’Ue e no all’uscita dall’Euro. Ad assicurarlo è Giancarlo Giorgetti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ora responsabile Esteri del partito guidato da Matteo Salvini. “Se dico che non usciamo, non usciamo. Punto”, afferma ribadendo quanto già detto dal leader del Carroccio.

La Lega non vuole uscire dall’Euro e non vuole lasciare l’Unione europea.

 Parola di Giancarlo Giorgetti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ora responsabile Esteri del partito guidato da Matteo Salvini.

Intervistato dal Corriere della Sera, Giorgetti ribadisce le scelte del Carroccio in tema di Europa, sia da un punto di vista politico che monetario.

“Noi non vogliamo uscire”, sottolinea rimarcando le parole di Salvini in merito.

“Ma – precisa – non siamo più i soli a dire che molto deve cambiare.

Per due ragioni: i trattati sono stati scritti in un’altra era geologica; l’epoca Merkel si avvia a conclusione. Così non si regge.

Come si fa a competere con i colossi cinesi con le nostre attuali regole sugli aiuti di Stato?

Come si fa ad avere un target del 2% di inflazione che oggi non si ottiene più neanche pompando moneta?”.

Giorgetti spiega perché è stato scelto come responsabile Esteri da Salvini:

“Penso che abbia scelto me perché ho esperienza, ho le mie idee, e la politica estera non può essere frutto di improvvisazione.

 Bisogna essere pragmatici, il mondo cambia.

Si è guardato intorno e ha cercato qualcuno che avesse un’immagine di affidabilità. Speriamo non si sia sbagliato”.

E proprio da responsabile Esteri sarà lui a dire l’ultima parola sul tema dell’uscita dall’Ue e dall’euro, nonostante le possibili idee diverse da parte di esponenti di spicco come Borghi e Bagnai: “Se dico che non usciamo, non usciamo. Punto”.

Per quanto riguarda l’approccio con l’Ue, Giorgetti si sofferma anche sul tema dell’immigrazione:

“La politica di fermezza ha avuto risultati. Se ora l’Europa comincia ad accettare l’idea che l’Italia non può essere lasciata da sola, è grazie a Salvini.

 Se il ministro Lamorgese può andare a trattare in Europa è perché Salvini ha fatto il matto.

 Se la lezione è stata capita, si può e si deve collaborare”.

La Lega, al Parlamento europeo, fa parte del gruppo di Afd e Le Pen, ma si pensa a una possibile adesione ai Conservatori, in cui c’è anche Giorgia Meloni con Fdi:

“Per me si può fare anche domani. I tedeschi li conoscevamo poco, e nessun matrimonio è indissolubile.

 Ma non è questo il punto. Il punto è che farà la Cdu-Csu.

Andrà a sinistra, verso verdi e socialisti?

O si alleerà con i liberali?

Da questo dipenderà la politica europea del Partito popolare.

E noi dobbiamo essere “potabili” quando arriverà il momento.

 Per questo voglio che l’Europa ci conosca per quello che siamo e non per le etichette che ci affibbiano.

 Un partito di governo da vent’anni, non una banda di fascisti come stancamente e stupidamente ripete la sinistra”.

(fanpage.it/)

(fanpage.it/politica/la-lega-ha-deciso-ora-non-vuole-piu-uscire-dallue-e-dalleuro/)

 

 

 

 

Perché l’Europa ha bocciato la manovra

della Meloni, cosa cambia nella finanziaria.

  Ilriformista.it -  Claudia Fusani — (15 Dicembre 2022) – ci dice:

Forse perché ha saputo prima che fosse ufficiale e prima di parlare in aula al Senato che Bruxelles ha promosso la legge di bilancio del suo governo ma con molte riserve e su punti bandiera come uso delle carte di credito, tetto al contante e condoni fiscali.

Fatto sta che anche ieri nella replica a palazzo Madama sulle Comunicazioni in vista del Consiglio europeo iniziato ieri sera a Bruxelles, Giorgia Meloni ha usato un sarcasmo e un’aggressività fuori contesto.

Estranea al ruolo istituzionale.

Ha mescolato pericolosamente povertà, reddito di cittadinanza e guerra.

“Voi che volete la pace e non volete che inviamo armi all’Ucraina – ha detto la premier rivolta ai 5 Stelle– potete cortesemente spiegare i contenuti delle vostre proposte?

L’Ucraina deve arrendersi? Oppure chiedete l’immediato ritiro delle truppe russe? E come li convinciamo? Con il reddito di cittadinanza?”.

Ha attaccato una volta di più – ormai lo sta facendo spesso – il governo Draghi.

E se il giorno prima ha denunciato l’“immobilismo” circa alcuni dossier come Lukoil, ieri ha criticato tutta la politica estera degli ultimi anni:

“L’Italia in questi anni ha mancato la triangolazione con la Francia e la Germania, il tavolo barcollava perché le gambe erano due.

Ma ora l’Italia ha un ruolo diverso”.

Perché governa la destra, perché governa Giorgia Meloni, perché, come ebbe a dire nella sua prima conferenza stampa da premier, “non siamo più la repubblica delle banane”.

E chi parla di “isolamento mente sapendo di farlo” ha insistito la premier.

Isolamento come quello nato dopo aver costretto le navi delle ong fuori dai porti italiani salvo poi riaprirli pochi giorni dopo costretti dalle leggi internazionali e dalle convenzioni.

 Il bilaterale con Macron non ci sarà neppure in occasione di questo vertice Europeo.

E nel frattempo il “tavolo” sta tornando a tre ma al posto dell’Italia rischia di esserci la Spagna.

Secondo la premier, invece, “è impossibile isolare l’Italia, nazione fondatrice della Ue, della Nato e protagonista nel Mediterraneo”. Insomma, più o meno schiaffi a tutti.

Tranne al Terzo Polo che Meloni blandisce con qualche promessa circa le proposte contro il caro energia (“Le valuteremo se dalle Ue non arrivano proposte chiare ed immediate”).

L’Europa boccia la manovra Meloni, governo KO su Pos, pensioni e contante: “Mancano progressi sulle riforme strutturali”

Ma l’obiettivo vero è politico, cioè frantumare l’opposizione che anche ieri si è presentata con quattro diverse risoluzioni.

Alla fine, come già il giorno prima alla Camera, quelle di Pd e Terzo Polo passano con le astensioni.

 5 Stelle e Sinistra-Verdi sono lasciati soli nell’angolo a votare contro l’invio delle armi all’Ucraina.

Contro sé stessi e quello che hanno votato dieci mesi fa.

Capito il giochino – una calcolata “captatio benevolentiae” per il Terzo Polo per isolarlo rispetto all’elettorato di centrosinistra – ha provveduto Matteo Renzi ha rimettere in fila le cose.

 Prima ha attaccato l’incoerenza (“non è vero Presidente che lei non ha cambiato idea”) mettendo in fila tutte le volte che Meloni oggi europeista ha detto: “Usciamo dall’euro”.

“La coerenza del presidente Meloni – ha detto il leader di Iv – è messa a dura prova nel momento in cui assume un incarico di governo.

 Sappiamo che si cambia ma non ci venga a fare la morale a noi su questi temi. Dunque a lei decidere tra “Meloni 1” che voleva uscire dall’euro e “Meloni 2” che oggi va a Bruxelles per trattare le regole del gioco per stare in Europa”.

Più in generale Renzi ha ricordato alla premier “la non piacevolissima espressione sulla repubblica delle banane”.

Quella di Draghi, signora presidente “non era la repubblica delle banane.

 E, si ricordi, è stata molto fortunata perché prima di lei non c’era uno scappato di casa ma un signore che ha salvato l’euro e ha portato molta Italia in Europa.

 Se lo ricordi quando va in Europa, è una questione di stile, da paese serio”.

In attesa di vedere cosa deciderà il Consiglio europeo e come sarà l’esordio di Meloni a Bruxelles, è la legge di bilancio che preoccupa la premier e il suo governo.

La Commissione europea promuove la manovra italiana su conti, spesa e caro energia ma la boccia nella lotta all’evasione con preciso riferimento ai pagamenti elettronici e al tetto del contante.

Bocciata anche sul fisco perché non è stata approvata “la legge delega sulla riforma fiscale per promuovere ulteriormente la riduzione delle imposte sul lavoro ed aumentare la riduzione delle imposte sul lavoro”.

Il ministro Giorgetti è molto soddisfatto,

 “hanno promosso dieci paesi tra cui l’Italia, ci mettono a giocare in Champions e voi (giornalisti, ndr) vi soffermate sui dettagli” diceva ieri mentre raggiungeva la sala Tatarella al palazzo dei gruppi alla Camera per un vertice di maggioranza.

C’è da risolvere il problema degli emendamenti.

 I segnalati non possono essere più di 400, forse ancora meno (si parte da oltre tremila).

E occorre cambiare qualcosa su contante e pace fiscale, come Bruxelles ha invitato a fare.

La Lega non molla. E Forza Italia neppure su pensioni e giovani. La ragioneria ha calcolato che gli undici condoni presenti nella legge di bilancio portano un mancato incasso allo Stato di 1,1 miliardi.

Con la penuria di soldi, non sono pochi.

Mentre la maggioranza era riunita a cercare la quadra, il Pd ha occupato la commissione Bilancio perché nessuno della maggioranza era presente (erano tutti riuniti al vertice).

 La sera e la notte devono portare consiglio. Stamani la Commissione deve iniziare a votare.

Il 20 il testo deve andare in aula. Il tempo è poco, i soldi anche, i nodi da risolvere ancora tanti.

(Claudia Fusani)

 

 

 

Investimenti, il “Gruppo Bei” contribuirà con

20 miliardi al fondo di garanzia di InvestEu.

Euractiv.it – (8 mar 2022) - Alessandro Follis – ci dice:

(EURACTIV Italia)

 

La Commissione europea, la Banca europea degli investimenti (Bei) e il Fondo europeo per gli investimenti (Fei) hanno firmato un accordo per un budget Ue da 19,65 miliardi di euro per sostenere progetti di investimento in tutta Europa.

La firma degli accordi di garanzia tra Commissione Ue, Bei e Fei costituisce un traguardo fondamentale nell’implementazione del programma InvestEu, un pilastro fondamentale del pacchetto di ripresa dal Covid-19 dell’Unione europea.

Il programma è costituito da tre componenti:

 Il fondo, lo hub di consulenza e il portale InvestEu.

Fornisce una garanzia di 26,2 miliardi di euro per sostenere operazioni finanziarie e di investimento, con lo scopo di attrarre fondi pubblici e privati per arrivare a un totale di 372 miliardi di euro entro il 2027.

Il gruppo Bei, composto dalla Banca e dal Fondo europeo per gli investimenti, implementerà il 75% della garanzia di bilancio, pari a 19,65 miliardi di euro, e la stessa quota dello hub di consulenza.

Allo stesso tempo, le istituzioni finanziarie attive in Europa e le banche nazionali di promozione potranno usare il 25% della garanzia per sostenere investimenti e progetti.

InvestEu, approvato il programma da 400 miliardi di euro per le Pmi.

Martedì 9 marzo il Parlamento europeo ha approvato due strumenti importanti che fanno parte del Recovery Plan europeo:

il programma InvestEu ed Eu4Health.

Il primo raccoglierà oltre 400 miliardi di euro di investimenti, mentre il secondo potenzierà la risposta alle …

Il programma InvestEu

Il programma InvestEu fornirà all’Ue investimenti cruciali a lungo termine, raccogliendo i fondi dal settore privato.

L’accordo firmato lunedì 7 marzo consente di determinare le regole per la concessione della garanzia di bilancio e per la sua attuazione da parte della Bei e del Fei.

Le aree che beneficeranno del sostegno da parte del programma InvestEu sono quattro:

infrastrutture sostenibili; ricerca, innovazione e digitalizzazione; piccole e medie imprese; investimenti sociali e competenze.

 Almeno il 30% degli investimenti totali saranno attuati in aree che sostengono direttamente la transizione ecologica.

Lo hub di consulenza fornisce invece un punto di accesso per la richiesta di assistenza tecnica, sostenendo i promoter pubblici e privati nell’identificazione, preparazione e implementazione dei progetti InvestEu e delle relative piattaforme.

“Questo accordo arriva al momento giusto, mentre usciamo dalla pandemia e ci troviamo ad affrontare una crescente incertezza geopolitica.

 InvestEu mobiliterà investimenti privati su larga scala per aiutare a sostenere le imprese e i lavori del futuro”, ha detto il vicepresidente dell’Ue con delega al commercio Valdis Dombrovskis.

 

“Gli investimenti di cui abbiamo bisogno nei prossimi anni sono davvero immensi. E confido che InvestEu si dimostri uno strumento importante per affrontare questa sfida.

Oggi apriamo un nuovo capitolo della collaborazione di successo tra Commissione europea e gruppo Bei:

 costruire infrastrutture sostenibili, guidare l’innovazione, sviluppare competenze per il futuro e consentire la crescita delle piccole e medie imprese”, ha detto il commissario all’economia Paolo Gentiloni.

La vicepresidente della Bei Tereza Czerwińska ha dichiarato che “combinando i fondi pubblici con la nostra esperienza e capacità di sostenere i rischi possiamo mobilitare con successo investimenti su larga scala, pubblici e privati, che sostengano l’Europa nella sua ripresa dal Covid-19”.

Infine, il direttore generale del Fei Alain Godard ha detto che “come partner principale in questi sforzi per affrontare le molteplici sfide che le nostre società e l’economia europea stanno affrontando oggi, il Fei è pronto a fare la sua parte nel promuovere l’innovazione, costruire nuovi mercati, rafforzare la competitività e stimolare l’occupazione e la crescita”.

Il contenuto degli articoli di Euractiv è indipendente dalle opinioni dei nostri Sponsor.

 “Euractiv” è gratuito e rimarrà tale.

 

 

 

Come ha fatto Elly Schlein a vincere

 le primarie del Pd: l’analisi del voto.

Fanpage.it – (28-2-2023) – Luca Pons – ci dice:

Elly Schlein è diventata segretaria del Partito democratico contro tutte le aspettative.

Nel voto delle primarie ha aiutato la sua immagine di rottura:

 ha convinto i giovani e gli abitanti delle grandi città, ma anche l’elettorato storico del Pd.

L’analisi del voto di “Lorenzo Regiroli”, sondaggista di “Bidimedia”.

Elly Schlein ha vinto le primarie del Pd in modo del tutto inaspettato:

la maggior parte dei sondaggi la davano nettamente sfavorita, alcuni in modo irrecuperabile.

 Lorenzo Regiroli, sondaggista di Bidimedia, ha spiegato a Fanpage.it cosa ha contribuito a portare la vittoria di Schlein.

Partiamo dalla divisione per Regioni: Schlein è andata bene al Centro-Nord, Bonaccini al Sud, giusto?

Sì, si era visto già nel voto dei circoli.

 Ieri, l'unica Regione del Nord in cui Bonaccini ha tenuto è stata la sua Emilia:

 56% a 44%.

 Però, per essere la sua Regione, non è un buon dato.

Il resto del Centro-Nord ha visto un dominio molto sopra le attese di Schlein.

Ma bisogna sottolineare che lei ha anche recuperato al Sud, tranne in pochissime aree.

Bonaccini in testa con il 50%, Schlein al 36%:

 sulle primarie Pd l'ombra delle tessere fantasma.

Era un risultato inatteso?

Sì, è stato il primo segnale che ha fatto capire che qualcosa non stava andando come previsto, nello spoglio.

Ci si aspettava che andasse bene nelle grandi città, come è successo:

a Palermo, a Napoli, in molti capoluoghi meridionali con l'eccezione di Bari, dove il sindaco Decaro sosteneva Bonaccini.

Ciò che è stato sorprendente è stato che anche al Sud, dove Bonaccini vinceva, vinceva con molti meno punti di vantaggio rispetto ai risultati dei circoli.

Schlein recuperava 20-25 punti quasi ovunque, si vedeva che stava rimontando.

In Puglia ad esempio è finita dietro, ma ha recuperato moltissimo.

È stata una enorme sorpresa che Schlein abbia vinto in Sicilia.

La mappa dei voti alle primarie del Pd per provincia è stata realizzata da Bidimedia.

L'affluenza come è stata?

Attorno a un milione e centomila persone.

Noi avevamo stimato una forchetta ampia, tra 700mila e 1,3 milioni, e la probabilità più alta era nel mezzo, quindi circa un milione.

È stato un risultato tutto sommato buono, non eccezionale.

 L'affluenza è in calo costante da anni, non solo alle primarie ma in tutte le elezioni.

Il dato finale sull'affluenza è in linea con il dato sugli elettori del Pd, si può dire che il partito ha raggiunto il suo obiettivo che era fissato a un milione.

 Certo, il continuo calo pone degli interrogativi per il futuro.

In questo caso, quindi, le attese sono state rispettate.

C'è da dire che, un mese fa, pochi avrebbero scommesso sul superamento del milione di partecipanti.

 Ha aiutato il fatto che fossero le prime primarie competitive del Partito democratico, e le prime che hanno riservato una sorpresa.

L'affluenza più alta ha aiutato Schlein?

Assolutamente sì.

 Avevamo previsto questo: con l'affluenza bassa o media, fino a un milione, Bonaccini era favorito perché andava a votare soprattutto lo zoccolo duro del Pd, più affine al voto dei circoli.

Ma nel nostro sondaggio c'erano tantissimi indecisi, più del 30%, e la maggior parte era indecisa se andare a votare o no.

Tra gli incerti, tra quelli che ‘forse' sarebbero andati, prevaleva Elly Schlein.

Quindi al crescere dell'affluenza vedevamo un recupero di Elly Schlein.

Non abbiamo capito fino a che livello, addirittura fino a superare Bonaccini, ma la dinamica era prevista.

Gli indecisi sono stati decisivi. Questo livello di affluenza era il migliore per Schlein, se fosse salita ancora di più avrebbe potuto andare diversamente, ma non lo sapremo mai.

Sono stati i giovani a far vincere la nuova segretaria?

In realtà, sembra di no.

 I giovani sono la fascia più attiva, anche sui social, ma che poi va a votare meno. Noi avevamo diversi nostri inviati nei circoli, e l'età media che si vedeva era quella del corpo elettorale del Pd, che è composto in gran parte da anziani.

C'erano signore settantenni, nella provincia di Sondrio, che erano da sempre fedeli alla linea del partito e dicevano ‘io stavolta voto Schlein'.

Quindi in realtà a eleggere la nuova segretaria non sembra essere stata tanto una massa giovane, ma il corpo tradizionale dei simpatizzanti e degli elettori del Pd.

Quindi è il contrario di quanto detto da alcuni, cioè che Schlein abbia vinto perché ha portato a votare i giovani lontani dal Pd.

Sembra più probabile che Schlein abbia vinto con gli anziani e con le aree suburbane, dove aveva preso poco nei circoli.

Con gli elettori giovani e delle grandi città è sempre andata bene, ma non sarebbero bastati per vincere.

Ci sono dati impressionanti su alcune province lombarde, penso a Como, Sondrio, Lecco… paesini dove la Lega sta al 50%, ed Elly Schlein ha preso il 70%.

 Lì non ha votato l'elettorato giovanile e urbano, ma il corpo elettorale storico del Pd.

Perché hanno votato per la ‘radicale' Schlein?

Hanno voluto dare un segnale alla dirigenza del Pd, direi anche uno schiaffone.

Un segnale molto forte.

Una specie di voto di protesta contro il Pd?

Non contro il Pd, altrimenti non sarebbero andati a votare.

Sono persone che si sentono del Pd, ma pensano che la dirigenza debba cambiare rotta in maniera radicale.

 Invece di stare a casa hanno trovato un'alternativa, ed Elly Schlein è stata molto brava a incarnare questa alternativa.

In confronto, Bonaccini è apparso come l'usato sicuro, il simbolo della linea del Pd fino a oggi.

Schlein ha fatto la scelta vincente presentandosi come una figura quasi esterna al partito, e con una linea più progressista?

Lei era parte del Pd prima, è stata eletta eurodeputata con il Partito democratico, poi era uscita ed è rientrata.

 Comunque, nonostante avesse a supporto pezzi importanti del partito – come Orlando e Franceschini – si è presentata come una novità di rottura.

 Questo è stato premiato, come anche la radicalità, il voler ritrovare un'identità chiara del partito.

La vittoria di questa ‘radicalità' è una risposta al governo Meloni, che si definisce nettamente come un governo politico di destra?

È un po' un segnale della fine del moderatismo a tutti i costi: quello delle grandi coalizioni, le agende Monti, le agende Draghi… a quanto pare tutto ciò non piace più al popolo del Partito democratico.

E Bonaccini ha incarnato tutto questo.

Come è andato il voto online?

Non ha avuto numeri molto alti, si parla di alcune migliaia di voti.

 Rispetto a 1,1 milioni totali, insomma… è poco, ma è un segnale interessante.

È la prima volta che si vota online in un'elezione italiana.

Il Movimento 5 stelle in passato ha adottato un modello completamente diverso, più vicino al plebiscito online.

 Questa è stata un'elezione vera e propria, in cui si è votato fisicamente e volendo anche online.

Dimostra che è fattibile.

Questo può essere interessante nel dibattito sul voto dei fuorisede, e in generale di chi abita lontano dalla residenza ufficiale.

Sono pochi voti, ma sono comunque alcune migliaia di persone che non avrebbero potuto votare.

(fanpage.it/politica/come-ha-fatto-elly-schlein-a-vincere-le-primarie-del-pd-lanalisi-del-voto/)

(fanpage.it/)

 

 

 

 

Ha vinto Elly Schlein: è finito

 il Pd che abbiamo conosciuto.

  Publicpolicy.it – (27 Febbraio 2023) - David Allegranti – ci dice:

 

ROMA (Public Policy) – Nasce il Pd modello Ecologia & Libertà.

Laddove si dimostra che Dario Franceschini, grande sostenitore della deputata da poco iscritta ai democratici, è come il banco: vince sempre.

 “Un’onda travolgente cui nessuno credeva.

Un’onda di speranze, di rabbia, di orgoglio, di entusiasmo che ha portato il popolo democratico a scegliere di farsi guidare verso il futuro da una giovane donna.

 Oggi inizia davvero una nuova storia”, ha detto Franceschini.

“Se sarò segretaria caccerò via i capibastone e i cacicchi”, aveva detto Schlein pochi giorni fa.

Chissà che fine faranno quelli che governavano il Pd da anni e che stavolta hanno scelto di puntare sulla fine del Lingotto, sostenendo l’ex vicepresidente della Regione Emilia Romagna.

Saremo un grande problema per il Governo”, ha detto Schlein nel suo primo discorso da leader del Pd, spiegando che ci sarà da fortificare l’unione delle opposizioni.

Dopo aver celebrato un congresso sul renzismo e l’anti renzismo, con Stefano Bonaccini timido interprete del primo e Schlein autorevole rappresentante del secondo, dopo aver organizzato primarie che hanno contraddetto il voto degli iscritti (che avevano in maggioranza scelto il presidente dell’Emilia Romagna), ecco dunque che il Pd elegge l’ex leader di OccupyPd.

Il Pd ha insomma occupato sé stesso.

Il Pd ha organizzato nel 2023 un congresso su Matteo Renzi e il renzismo senza Renzi candidato e senza Renzi nel Pd.

 Un congresso sui miraggi, sui fantasmi. Un congresso fantasma, dunque?

 I fantasmi convengono, perché sono rassicuranti come le abitudini.

Il Pd vive in una immensa eterotopia.

 L’utopia del passato, però da guardare con la nostalgia di chi sa che non tornerà, sempre che sia mai esistito, questo mitologico passato.

Quello di Schlein sarà un partito diverso dal Pd del Lingotto.

Una mutazione a tratti pre-politica è d’altronde in corso da anni.

Il rapporto con i 5 stelle in questi anni è stato esiziale ma significativo, perché voluto, cercato e praticato anche dai vertici del Pd, che hanno testimoniato una notevole subalternità culturale al populismo grillino.

Il taglio del numero dei parlamentari è stato solo l’ultimo, anche se il più macroscopico, degli eventi di cui il centrosinistra si è reso corresponsabile, un regalo enorme ai detrattori della democrazia rappresentativa.

Di tutto questo però si è parlato poco nel congresso.

Così come poco si è parlato della guerra in Ucraina scatenata dalla Russia.

 È passato ormai un anno dall’aggressione di Vladimir Putin, la linea di Enrico Letta sulla guerra è stata la migliore posizione politica espressa dalla sua segreteria.

 Dal prossimo Pd ci potremmo aspettare altrettanta nettezza, ma non è detto che ci sarà.

 Nel novembre scorso, parlando a la Repubblica, la futura segretaria del Pd era apparsa molto ambigua sulla questione dell’aggressione alla Russia.

Favorevole a nuovi aiuti militari all’Ucraina?

Le aveva chiesto il quotidiano diretto da Maurizio Molinari.

“Ne discuterà il Parlamento, vengo da una cultura di pace ma non ho mai criticato chi ha scelto di supportare la resistenza ucraina nella prima fase, altrimenti staremmo discutendo del tragico scenario della vittoria di Putin che riscrive militarmente i confini europei.

Ma ora è una fase diversa, sono passati molti mesi e serve uno sforzo politico e diplomatico dell’Ue per il cessate il fuoco e una conferenza di pace”.

Ma intanto aiuti sì o aiuti no?

“Bisogna discutere insieme i due piani, speriamo che la liberazione di Kherson possa aprire la strada a ciò che è mancato in questi mesi e che anche la piazza di Roma chiedeva”.

Senza sforzi da parte dell’aggressore il dibattito sugli aiuti non rischia di essere solo un favore a Mosca?

“Nessuna equidistanza è possibile, Putin può solo essere condannato per ciò che ha fatto.

La pace serve a ristabilire i principi del diritto internazionale che lui ha violato”. Insomma già si capiva da quelle parole che la linea della fermezza di Letta non sarebbe resistita a lungo.

E la scissione?

Bonaccini la esclude: “Da domani tutti dobbiamo dare una mano per il rilancio del Pd, sentiamo la responsabilità di metterci a disposizione, dobbiamo dare una mano a Elly.

Io l’ho sempre detto: se avessi vinto avrei chiesto ad Elly di darmi una mano, ha prevalso Elly e senza chiedere nulla per me sono pronto a dare una mano”.

 Non è detto però che altri siano dello stesso avviso.

Da Giorgio Gori ad Andrea Marcucci, che faranno gli ultimi riformisti del Pd?

(Public Policy--@davidallegranti)

 

 

 

 

"Dimissioni": unica strategia

della sinistra in crisi.

 

Il governo si è insediato da quattro mesi e le opposizioni hanno già chiesto le dimissioni di tre ministri (e non solo).

Un meccanismo collaudato, alimentato mediaticamente, che anziché criticare nel merito mira a demonizzare l'avversario, che siede al posto di chi ha dimostrato di non saper governare e ora dimostra di non saper fare opposizione.

Ormai si tratta di un meccanismo collaudato.

Un gruppo di organi d’informazione di primo piano alza i toni, grida allo scandalo, fomenta le tensioni.

Subito dopo, i partiti di opposizione chiedono le dimissioni di un Ministro o di un altro esponente del governo, accusandolo di non essere in grado di ricoprire quell’incarico.

 È la nuova frontiera della dialettica politica:

anziché criticare l’avversario per le cose che fa, contrapponendovi ricette alternative, si preferisce demonizzarlo qualunque cosa dica o faccia, provare a delegittimarlo, sfruttando la “moral suasion” che alcuni giornali blasonati portano avanti con sistematicità.

In occasione della tragedia dei migranti a Crotone il copione si è ripetuto fedelmente.

 Il massimalismo di alcuni titoli di giornale («Una strage di Stato», «La Guardia Costiera sapeva, ma non ha salvato i migranti», «Nessuno ha voluto salvarli») è davvero un calcio al buon senso e conferma il cortocircuito difficile da governare tra cattiva informazione e strumentalizzazione politica.

Alcuni quotidiani, pur di catturare l’interesse dei potenziali lettori, la sparano grossa perché sanno che fa più notizia una critica che una approvazione.

I partiti antigovernativi cavalcano la protesta e sfruttano quel fango mediatico per i loro biechi interessi propagandistici e il gioco è fatto: chiedere le dimissioni di qualcuno diventa quasi un modo per farsi ascoltare e, soprattutto, per coprire il calo di consensi e il vuoto progettuale.

Il governo si è insediato da quattro mesi e le opposizioni hanno già chiesto le dimissioni di tre ministri e di due rappresentanti di primo piano del principale partito italiano.

 I primi scricchiolii risalgono a gennaio, quando era stata ventilata la possibilità delle dimissioni del Ministro della giustizia, Carlo Nordio, colpevole, secondo le opposizioni, di voler impedire l’utilizzo delle intercettazioni per proteggere i potenti, quando invece il Guardasigilli aveva semplicemente posto una questione di metodo rispetto all’utilizzo di quello strumento di indagine, onde impedire che diventasse un’arma di spionaggio di massa e senza controllo, con conseguente pubblicizzazione dei contenuti delle intercettazioni sui giornali.

 

Più energiche le richieste di dimissioni in occasione delle dichiarazioni in aula del vicepresidente del Copasir, Donzelli, che aveva citato colloqui in carcere tra l’anarchico Cospito ed esponenti della criminalità organizzata, notizie che gli erano state fornite – questa era l’accusa della sinistra – dal sottosegretario alla giustizia, Delmastro, anch’egli di Fratelli d’Italia.

 Furono tanti gli esponenti del Pd che chiesero ai due di lasciare i rispettivi incarichi, dal capogruppo Pd alla Camera, Debora Serracchiani al governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.

 Più di recente la poltrona nell’occhio del ciclone è stata quella del Ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, che aveva stigmatizzato la lettera della preside del Michelangiolo di Firenze ed era stato attaccato in maniera feroce dai giornali più antigovernativi e dalla sinistra, che, tanto per cambiare, gli aveva chiesto di abbandonare la poltrona di ministro.

Da ultimo, ma c’è da scommettere che presto toccherà anche ad altri ministri e rappresentanti della maggioranza di governo, il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi.

Dopo le sue dichiarazioni sul naufragio nel crotonese e sui migranti che “non dovrebbero partire anche se disperati”, da più parti sono state chieste le sue dimissioni.

 Perfino il neosegretario del Pd, Elly Schlein ha esordito con la perentoria richiesta rivolta a Piantedosi di abbandonare il proprio incarico.

Nordio, Valditara, Delmastro, Donzelli, Piantedosi: già 5 impallinati dal cocktail esplosivo di sciacallaggio mediatico e populismo politico.

Nessuno di questi, per fortuna, si è dimesso perché avrebbe finito per avallare il gioco al massacro che da tempo chi sta all’opposizione orchestra con la complicità di certa stampa.

 Ciò impone una riflessione – l’ennesima – sulla correttezza di certa informazione che inasprisce il clima per finalità subdole e offre a una parte politica lo spunto per chiedere le dimissioni del personaggio della maggioranza di volta in volta più in vista sulla base della cronaca di giornata.

Dove andremo a finire con questa insistenza ostinata nella richiesta di dimissioni non è dato saperlo.

Di sicuro il populismo domina e non ci sono più molti spazi per il normale confronto sui programmi.

Chi la spara grossa e chiede le dimissioni di qualche esponente politico in vista ottiene audience, a prescindere dalla fondatezza di quella richiesta.

Ma può un’opposizione definirsi matura, costruttiva e responsabile se vive di richieste di dimissioni senza mai entrare nel merito delle questioni e dei problemi, dimenticando che ora sta all’opposizione proprio perché ha dimostrato di non saper governare?

 

 

 

I vecchi tweet di Elly Schlein

dimostrano che tutti abbiamo un

passato digitale di cui ci potremmo pentire.

Wired.it – Daniele Polidoro - (02-03-2023) – ci dice:

 

I post della neo-segretaria del Pd sono un tema di cui tutti dobbiamo tenere conto: prima o poi qualche messaggio invecchia male e il linguaggio si evolve.

Avete presente quando su Instagram vi compare l'anteprima di quella stories più o meno arancione, con una specie di orologio a forma di freccia?

Qualcosa di simile c'è anche su Facebook, per chi lo usa ancora: arriva una notifica di solito, con scritto: “Hai dei ricordi da rivivere oggi”.

Ecco, quello è il nostro pensatoio.

 Per chi non è pratico con il mondo di Harry Potter, il nostro serbatoio dei ricordi. Cliccando lì, scopriamo di aver lasciato sui social dei ricordi che la nostra memoria ha volutamente cancellato.

Alle volte possono esserci anche delle cose piacevoli, ma in altre occasioni capita anche di ricevere dei sonori schiaffoni dal nostro passato digitale.

Tanto da inorridire al pensiero di essere stati quella persona in foto o di aver scritto “che” con la k.

Succede, a tutti. Non su Twitter, però.

Nonostante il passaggio sotto la proprietà di Elson Must, il social dei cinguettii non ha una funzione in grado di riproporci cose pubblicate in passato.

 E alle volte, proprio quei cinguettii possono tornare indietro come il gracchiare di una cornacchia.

Tutto questo giro di parole per arrivare ai vecchi tweet di Elly Schlein: riemersi dagli abissi del web e tornati in superficie dopo la sua storica vittoria alle primarie del Pd.

Schlein i vecchi tweet dimostrano che tutti abbiamo un passato digitale di cui ci potremmo pentire.

Chi in un modo, chi in un’altro, ha sfruttato i vecchi post di Schlein a proprio uso e consumo.

 Quello che ha fatto più rumore è sicuramente quello contro Enrico Letta e per l'uscita infelice con cui lo ha articolato.

 In risposta a un tweet del 2013 in cui veniva data la notizia di un possibile governo a guida di Enrico Letta o Angelino Alfano, Schlein ci andò giù pesantemente con il segretario che poi l'ha preceduta:

 “Se fanno premier Enrico Letta, con tutti i danni che ha fatto già solo nel Pd, la marcia su Roma la faccio io”, scriveva.

 Ovviamente le polemiche si sono scatenate e questo tweet ha spinto qualche utente più curioso a riportare alla luce anche altri messaggi condivisi dalla neo segretaria del Pd su Twitter: alcuni spassosi e altri meno.

Schlein i vecchi tweet dimostrano che tutti abbiamo un passato digitale di cui ci potremmo pentire.

I tweet tornati a galla.

Dal passato digitale di Schlein ne viene fuori un quadro abbastanza “pop”, che però non è poi così lontano da quello che abbiamo imparato a conoscere più approfonditamente in questi suoi mesi di campagna per le primarie.

Sappiamo che non si fece problemi a criticare la conduzione di Sanremo della coppia Fazio-Littizzetto, che ama la dance anni ‘70, che odia lo schiuma party, che anche Matteo Renzi non fa parte dei suoi politici di riferimento, che non nutre simpatie per la chiesa e che il Grande Fratello non fa certamente parte dei suoi programmi preferiti.

Insomma, tanto basta a delineare una personalità forte, che non si è mai fatta grossi problemi a dire quello che pensava anche in maniera forse spinosa.

In tutto questo vortice di questi giorni in pochi hanno ricordato un altro momento decisamente più virale del passato social di Elly Schlein.

Quello in cui rimase ad aspettare per diversi secondi una risposta da Matteo Salvini.

Il video che diventò molto popolare sui social risale ad appena tre anni fa. “Matteo, sono una tua ex collega al parlamento europeo, ti ricordi?

Volevo farti una domanda: perché non siete mai venuti alle 22 riunioni sui negoziati di Dublino?”,

chiedeva Schlein al leader della Lega, riferendosi alla nota riforma migratoria. Ottanta secondi di silenzio, prima di ricevere una risposta liquidatoria di Salvini: “Io le riunioni importanti le seguivo”.

Contesto e autocritica.

Queste “due vite”, per dirla come Mengoni, di Elly Schlein andrebbero quindi sì registrate, ma comunque contestualizzate.

 La sua figura all'interno di un partito come il Pd è sicuramente nuova:

sia per l'anagrafica, sia per un linguaggio completamente diverso da quello con cui si è comunicato fino a oggi nel Nazareno.

Con il passato digitale politici e personaggi in vista fanno i conti da diverso tempo, perché le scorie lasciate agli albori dell'avvento dei social network sono tante e, di queste, probabilmente nessuno aveva la consapevolezza di potersene pentire un giorno.

Appena poche settimane fa la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni era rimasta vittima di un suo video di propaganda contro le accise del carburante imposte dal governo, salvo poi smentire di non aver mai promesso un taglio sulle accise.

 I due episodi sono allo stesso tempo simili, ma diversi.

 Contestualizzandoli però le sfumature si fanno più nette.

Si può però migliorare: se oggi non ci esprimiamo più come qualche anno fa è perché c'è stata un'evoluzione nel linguaggio e lo stesso è avvenuto nella comunicazione dei social.

Quindi per evitare nuovi scivoloni - e questo vale per tutti quei politici che fanno della propaganda social un'eterna campagna elettorale - forse basterebbe dedicare un po' di tempo a fare pulizia: non si tratta di “cancel culture”, ma della consapevolezza di essere cambiati e di un pizzico di autocritica.

 

 

 

Schlein non è solo

l’anti Meloni, è l’anti realtà.

Tempi.it - Emanuele Boffi – (28/02/2023) - ci dice:

Scegliendo lei, il Pd ha confermato in quale baratro di astrattezza mortifera sia finita la sinistra.

 Quando la politica si fa utopia, non è una buona notizia per nessuno.

Elly Schlein ha vinto le primarie del Partito democratico:

 è il nuovo segretario.

Giorgia Meloni ha esercitato sulla sinistra una così grande fascinazione che si è decisa a contrapporle una copia, ma contraria in tutto.

Elly Schlein, nuovo segretario del Pd, è il negativo in bianco e nero di una foto a colori.

 Di qui abbiamo “una donna, una madre, una cristiana”, cresciuta senza padre nella periferia romana, orgogliosa delle sue idee e della sua comunità d’appartenenza, della sua terra, della sua storia:

 l’underdog che non ha mai fatto del suo essere donna una rivendicazione, una frigna per ottenere una quota, un posto, uno spazio.

 Di là, abbiamo la donna ricca, figlia di docenti universitari, cosmopolita, fluida, bandiera di tutte quelle istanze in cui, come ha detto splendidamente il nostro Vichi Festa, «la frase domina e comprime il pensiero».

Schlein è il mondo della ztl Pd.

Schlein è il mondo della ztl Pd, quello molto urbano e poco popolare che sembra «sfornato da un algoritmo iper politicamente corretto» (Renato Farina).

E il” politicamente corretto” è il mondo delle idee che se ne fotte della realtà, che funziona nelle promesse, ma non nella prassi quotidiana.

 Schlein sembra uscita ieri dall’okkupazione di un qualche liceo romano: vuole la patrimoniale, l’immigrazione incontrollata, la scuola solo statale.

 Vuole la tassa sui grandi patrimoni, un fisco occhiuto e spione, l’obbligo scolastico fino alla maggiore età, l’abolizione dell’obiezione di coscienza per quei farabutti di medici che «negano il diritto d’aborto alle donne».

 Vuole la Ru486, il matrimonio omosessuale, i percorsi sessuali di transizione senza limite alcuno, le carriere alias, le scuole trasformate in laboratori gender.

 Vuole lo Ius soli, l’eutanasia, la cannabis legale.

 

Elly Schlein è la sinistra antifascista in mancanza di fascisti, pacifista e arcobaleno, irenista, senza senso della storia e della geografia, che vive solo nelle chiacchiere di chi la sera va a letto sereno perché sa che con le sue idee da talk show ha messo a posto, anche oggi, il mondo.

 

 

 

 

Il Pd di Elly Schlein sarà più radicale?

 Ignazi: «Sì, ed è una fortuna. Porterà

il centrosinistra fuori da una melassa indefinita»

 L’intervista.

  Open.online – (2 MARZO 2023) - Felice Florio – ci dice:

 

Il politologo a Open: «Conte e Calenda dovranno adeguarsi, inseguire un Pd che è tornato a dare la carte del mazzo delle opposizioni».

Elly Schlein, all’età di 37 anni, si trova alla guida del primo partito di opposizione italiano.

 «Partito che non ha mai smesso di essere il perno del centrosinistra, è ridicolo pensare che avesse abdicato in favore dei grillini», sostiene Piero Ignazi.

 «In confronto, Movimento 5 stelle e Terzo polo sono partiti di pasta frolla».

Per il politologo, esperto in politica comparata, «all’organizzazione e alla capillarità territoriale, adesso, si aggiungono una leadership e una linea politica chiare», che renderanno il Partito democratico ancora più centrale nel contrasto al governo Meloni.

«Giuseppe Conte e Carlo Calenda dovranno adeguarsi, inseguire un Pd che è tornato a dare la carte del mazzo delle opposizioni».

Merito, secondo Ignazi, di una certa radicalità delle posizioni di Schlein, che porterà il centrosinistra fuori «da una specie di melassa indefinita, che ha fatto le sfortune del Partito democratico».

Professore, la vittoria di Schlein non era stata prevista dai sondaggisti. Qual è stato lo snodo che ha fatto cambiare passo alla sfidante di Stefano Bonaccini?

«Con tutto il rispetto per i sondaggisti, se non vengono utilizzati campioni mostruosi è estremamente difficile avvicinarsi alla realtà con gli strumenti dei classici sondaggi.

Comunque, la differenza nel numero di partecipanti tra la consultazione nei circoli, nella prima fase, e il voto aperto ai gazebo contribuisce a spiegare molte delle ragioni.

C’è stata una mobilitazione di persone a sostegno della Schlein che non sono parte integrate del Pd.

 Lo dicono anche le prime ricerche fatte per analizzare le primarie: una quota rilevante di chi ha votato Schlein non è iscritta al Pd. Non si può dire lo stesso per Bonaccini».

Eppure Bonaccini aveva dalla sua parte l’apparato del partito.

«Non lo definirei apparato: i partiti di oggi sembrano degli scheletri rispetto alle strutture imponenti che avevano un tempo.

 Il progetto di Schlein era più “mobilitante” rispetto a quello di Bonaccini.

La figura del presidente dell’Emilia-Romagna è stata considerata dai più alla stregua di “un usato sicuro”.

Per gli elettori, invece, era necessario un cambio di passo: la continuità con il passato non è stata ritenuta utile a risalire la china dove è caduto il Pd.

La figura di Schlein, invece, è stata percepita come estremamente più nuova e innovativa.

 C’è stato processo di identificazione con lei e il suo progetto politico».

C’è anche un tema di polarizzazione dell’elettorato che, nell’ultimo decennio, ha dimostrato di propendere verso gli estremi della proposta politica?

«Finalmente si scopre un po’ di acqua calda. E non è una questione di ultimi anni, è un processo in atto da mezzo secolo.

 L’idea tipica degli anni ’50 e inizi ’60 che si vinceva al centro, con politiche più moderate, è tramontata da molto tempo.

La realtà è che le elezioni si vincono se si presentano posizioni nette, precise, con un buon tasso di radicalità nell’agenda politica.

Inoltre, consideri che non esiste un passaggio di consenso da centrodestra e centrosinistra.

L’elettorato non si muove da uno schieramento ideologico a un altro.

Chi vince lo fa perché pesca nell’astensione della propria area di riferimento».

Ha parlato di radicalità: vede delle assonanze con la parabola di Giorgia Meloni?

«La radicalità ha certamente favorito Meloni nell’imporsi alle scorse elezioni. Il caso di Schlein, però, è molto diverso:

 parliamo di una candidata che non si presentava in continuità con il partito che stava provando a scalare.

Un partito che era qualcosa di indefinito: l’affermazione di Schlein restituisce al Pd un collocamento chiaro a sinistra.

 Capisco che chi proviene da un passato centrista, adesso, possa sentirsi in difficoltà».

Torno a utilizzare il termine apparato perché, quantomeno al Sud, ci si aspettava che le diramazioni territoriali del Pd garantissero la vittoria schiacciante di Bonaccini.

Invece, la Sicilia ha addirittura preferito Schlein.

Allora le propongo un altro termine.

Parliamo di reti notabilari, di reti clientelari ai cui vertici ci sono politici importanti del territorio, ma anche sindaci, assessori, consiglieri regionali.

“Clientelari” senza bisogno di distribuire risorse, ma nel senso di relazioni intessute, meglio essere chiari.

È vero che al Sud i partiti funzionano più così: la rete di persone che controlla le amministrazioni locali e gestisce gli interessi dei cittadini riesce ad avere più influenza.

In Campania e in Puglia, infatti, c’è stato comunque un forte sostegno a Bonaccini. In Sicilia no, ma lì il Pd non è partito di governo.

 In Toscana, ad esempio, dove erano schierati con il governatore emiliano sia il sindaco di Firenze che il presidente di Regione, le cose sono andate diversamente rispetto al Sud.

Forse perché in Toscana esiste una cultura politica profonda.

Sì, questa cultura politica è diversa rispetto alle Regioni del Sud.

Per chiarire meglio e sintetizzare: laddove, in regioni importanti come Campania e Puglia, il Pd è ben presente nelle amministrazioni locali, il Pd è capace di creare una rete di consenso.

Questo grazie alla presenza ramificata, non tanto come partito in sé, ma in quanto partito radicato nelle istituzioni locali».

Guardando avanti, cosa succederà adesso nel campo delle opposizioni?

«Succederà che le opposizioni dovranno confrontarsi con un Pd che è il perno del centrosinistra.

 Lo era anche prima, ovviamente, è ridicolo pensare che avesse abdicato in favore dei grillini.

Ma in generale è ridicolo pensare che i rapporti di forza cambino sulla base dei sondaggi.

 La forza del Pd è che governa un numero rilevante di enti locali e, ancora oggi, è il partito egemone sui territori.

 Stiamo parlando di un’organizzazione fortissimamente impiantata a livello locale, con centinaia di migliaia di iscritti.

Non c’è paragone con gli altri partiti di opposizione che, in confronto, sono fatti di pasta frolla.

A questi rapporti di forza basati sull’organizzazione e la presenza sul territorio, mancava una leadership e una linea politica chiara.

 Adesso che ci sono entrambe, fanno la differenza nell’equilibrio con gli altri due piccoli partner di opposizione».

La leadership di Schlein costituirà un problema più per il Terzo polo o per i 5 stelle?

«Per entrambi. Al Terzo polo si è rivolto un elettorato che era insoddisfatto di una linea politica poco chiara del Pd.

Ai 5 stelle, invece, sono andati i voti di chi era insoddisfatto di un’opposizione poco grintosa dal Pd.

Un male, quest’ultimo, che deriva dal disastro della partecipazione del Pd al governo Draghi, durante la quale il Pd non è riuscito a ottenere nulla».

Il Terzo polo invece sembra esultare per l’appiattimento del Pd su posizioni di sinistra.

«Sono battute che lasciano il tempo che trovano.

Gli elettori moderati, quando votano, votano l’originale di centrodestra, non la fotocopia terzopolista.

Anche perché non si sa bene in cosa si distinguano i centristi del Terzo polo dai componenti non arrembanti del governo attuale».

Come sarà il rapporto tra Conte e Schlein?

«Competitivo. C’è sempre una competizione tra le forze che agiscono all’interno dello stesso campo politico.

 Questo varrà sia per il M5s che per il Terzo polo, la competizione sarà tra tutti. Qualche collaborazione ci sarà su qualche intesa, ma Conte e Calenda dovranno adeguarsi, inseguire un Pd che è tornato a dare le carte del mazzo delle opposizioni.

È finita l’epoca di un Pd in preda agli incerti.

 Questa nuova leadership è in grado di esprimere una linea chiara. È cambiato lo schema, e credo che gli altri partiti di opposizione l’abbiano già capito».

Invece, vede la vittoria di Schlein come un problema per la leadership di Giorgia Meloni?

«È una costruzione mediatica quella che vuole Meloni vincente anche perché è giovane e donna.

Vediamo che costruzione mediatica si farà su Schlein.

 Ma io sono convinto che Meloni non abbia attratto i voti dei giovani perché è giovane o delle donne perché è donna.

Ha attratto i voti del centrodestra, perché ha espresso un’opposizione convinta al governo Draghi.

 Il disastro del Pd di Enrico Letta è stato dare un sostegno a Mario Draghi al punto da dichiarare di fare propria la presunta agenda Draghi.

Non ha capito nulla della direzione in cui soffiava il vento».

Sarà difficile per Schlein cambiare questi paradigmi.

Il Pd è ormai caratterizzato, ad esempio, per l’invio di armi all’Ucraina. Oppure, sul reddito di cittadinanza, il Pd è a favore, ma con delle ambiguità interne.

Schlein, invece, su queste posizioni è quasi più vicina ai 5 stelle.

«Il sistema di welfare deve essere un elemento caratterizzante di ogni partito di sinistra.

Altrimenti, se si hanno dei dubbi sull’assistenzialismo di Stato, si fa parte dello schieramento di centrodestra.

Se il Pd è membro della famiglia socialista europea, allora è meglio non annacquare l’ideologia di sinistra.

Si è parlato tanto di riscoprire l’identità del Pd, in questo congresso. La condizione per riprendere vigore è la radicalità. Salario minimo?

Deve essere la prima battaglia, senza le ambiguità precedenti. Il reddito di cittadinanza? Pure, è un provvedimento di welfare state che hanno tutti i Paesi europei, a dimostrazione che l’Italia è spesso capofila di cortocircuiti logico-politici.

Sul reddito, il Pd ha commesso un grandissimo errore.

 E pensare che era stato Paolo Gentiloni a introdurre la prima forma di questo tipo in Italia, il Rei.

Poi, anziché abbracciare e fare proprio il reddito di cittadinanza, il Pd l’ha criticato. Quindi sì, certamente le posizioni di Schlein faranno esprimere una maggiore radicalità al Pd.

 E direi anche per fortuna: porterà il centrosinistra fuori da una specie di melassa indefinita, che ha fatto le sfortune del Pd».

 

 

 

Auto, Urso: Elettricità non è religione,

perché usare batterie e non biocarburanti?

Gheagency.it – Redazione – (01 Marzo 2023) – ci dice:

 

“Se con gli stessi obiettivi si può utilizzare ancora un motore termico con i biocombustibili, perché bisogna essere costretti a utilizzare soltanto le batterie elettriche, che peraltro per essere realizzate bisogna avere i giacimenti di materie prime necessarie che l’Europa non ha e che sono oggi monopolio in parte della Cina, se è possibile farlo con altre tecnologie?

L’elettricità non è una religione, ma una tecnologia come le altre”.

Lo dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine dell’evento Enel ‘Innovazione per la circolarità’, parlando della sfida per allungare i tempi dello stop alle auto benzina e diesel imposto dall’Europa a partire dal 2035.

 

 

 

 

Auto, il ministro Urso:

“Dall’Europa solo ideologia.”

Agenzianova.com – Adolfo Urso – Stampa- (16 Febbraio 2023) – ci dice:

 

"Lo stop alle auto diesel e benzina dal 2035 decretato dal Parlamento europeo è il frutto di una visione miope, ancora ideologica, che prescinde dalla realtà, come se nulla fosse accaduto nel frattempo"

Lo stop alle auto diesel e benzina dal 2035 decretato dal Parlamento europeo è il frutto di una visione miope, ancora ideologica, che prescinde dalla realtà, come se nulla fosse accaduto nel frattempo”, dice alla “Stampa” il ministro per le Imprese ed in Made in Italy Adolfo Urso, che ora punta a sfruttare la clausola di revisione che matura nel 2026 e intanto dice no ai nuovi motori Euro7.

 “La guerra della Russia dovrebbe averci insegnato qualcosa – spiega-.

Non si può dipendere da altri:

 ieri dalle fonti fossili russe, oggi dalla tecnologia green cinese. Per non citare la dipendenza dalle terre rare.

Dobbiamo avere una visione più adeguata alla realtà, per cambiarla davvero, innovando senza distruggere.

 Noi siamo assolutamente convinti che bisogna raggiungere quegli obiettivi e nei tempi prefissati ma occorre graduare meglio le tappe ed essere più flessibili nelle modalità”.

Per esempio, osserva il ministro, “per quanto riguarda l’uso del biocombustibile, poi del biometano, quindi dell’idrogeno.

 L’elettricità non è una religione ma una tecnologia e noi dobbiamo avere un approccio neutrale sulla tecnologia da usare.

 Qualcuno diceva ‘non importa se il gatto sia bianco o nero purché prenda il topo’”.

In sintesi, troppo furore ideologico senza tener conto delle ricadute:

 “La politica dei feticci non mi è mai appartenuta.

Mio padre mi portava ogni giorno in fabbrica, nei mesi estivi, sin da bambino, per condividere la fatica del lavoro.

 L’AUTOMOTIVA rappresenta circa il 20 per cento del Pil italiano, oltre 260 mila lavoratori, su essa è nato il miracolo economico del dopoguerra.

 La notizia sul voto del Parlamento europeo ci è giunta mentre eravamo a confronto con” Stellantis” e coi sindacati sul piano industriale dell’azienda ma noi non molliamo.

 Noi siamo impegnati ogni giorno per recuperare errori ed omissioni ed attrezzare il Paese a questa decisiva sfida”.

 In Italia ci sono almeno 70 mila posti a rischio nella filiera dell’ automotive, il governo precedente forse ha sottovalutato questo dossier:

 “Non voglio accusare nessuno, non l’ho mai fatto.

Guardo solo ai ritardi accumulati per conoscere la strada che dobbiamo percorrere e invertire subito un declino che non è un destino:

nel 2022 sono stati prodotti in Italia appena 476 mila autoveicoli.

Troppo poco per rispondere alla domanda e sostenere la filiera”.

 

Nel 2026 si apre la finestra per una possibile revisione del piano.

“La clausola di revisione del 2026 sarà una tappa decisiva, per noi dovrà essere di svolta.

Peraltro in quella data avremo una nuova Commissione e un nuovo Parlamento europeo che saranno decisi anche dai lavoratori italiani.

Ci prepariamo sin d’ora con le giuste alleanze, sappiamo di essere dalla parte della ragione”.

 E di qui ad allora “siamo impegnati ogni giorno nell’accelerare la riconversione produttiva.

Proprio per questo – conclude Urso – chiediamo maggiore flessibilità in Europa sull’uso delle risorse comuni per concentrare gli investimenti sulle tecnologie green e digitali: batterie, accumulatori, semiconduttori, carbone di silicio, intelligenza artificiale e ovviamente rete elettrica e colonnine da ricarica.

L’Italia può fare molto e di più. Se avessero sincronizzato gli slogan con gli investimenti in questi ultimi dieci anni non saremmo così clamorosamente in ritardo”.

 

 

 

Francia: 'Si rispetti lo stop

diesel-benzina'. Italia voterà contro.

Ansa.it – Redazione Ansa – (2-3-2023) – ci dice:

Parigi: ''E' un impegno comune che abbiamo preso insieme'.

Urso sarà un segnale anche per altri dossier aperti.

Il ministro francese per l'Industria è Roland Lesure.

 Auto: Parigi, al lavoro per rispettare stop diesel-benzina.

BRUXELLES - Marzo 02, 2023.

  La Francia spinge per lo stop alla vendita di automobili con motori diesel e benzina entro il 2035.

Ma l’Italia si oppone e annuncia un voto contrario all'iniziativa.

    "Stiamo lavorando sui dettagli per assicurarci che questo impegno comune che abbiamo preso tutti insieme" sullo stop alla vendita di nuove auto con motori a benzina e diesel nel 2035 "sia in vigore quando dovrà essere in vigore".

Lo ha detto il ministro francese per l'Industria, Roland Lesure, arrivando al Consiglio Competitività Ue.

 "L'industria sta affrontando le sfide, si sta organizzando per trovare il giusto percorso.

 Ma il percorso dev'essere in linea con l'obiettivo che abbiamo deciso tutti insieme e che i consumatori e i nostri cittadini stanno aspettando", ha evidenziato.

   "Domani l'Italia vota contro" sullo stop alle auto inquinanti dal 2035 e sarà "un segnale per quanto riguarda tutta l'attività che la Commissione, l'Ue, faranno - faremo insieme a loro - sui dossier che sono ancora aperti.

 Non solo l'automotive, ma anche per esempio il packaging piuttosto che l'ecotessile".

Lo ha detto il ministero delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso in un punto stampa a Bruxelles.

"Noi chiediamo ragionevolezza, noi siamo un governo pragmatico che guarda soprattutto alla sostenibilità del nostro sistema sociale", ha spiegato. "In prospettiva sappiamo che il vero grande confronto sarà nel 2026 quando con la clausola di revisione (contenuto nel regolamento, ndr) potremo rimettere in discussione questo percorso in un clima io mi auguro molto diverso.

Con un nuovo Parlamento Ue in cui aumenta la consapevolezza che occorre cambiare e con una nuova Commissione che uscirà il prossimo anno", ha spiegato Urso.

"Noi non mettiamo il dubbio le date, 2035 e 2050.

Ma allo stesso tempo noi tuteliamo i lavoratori e le imprese e per questo chiediamo che siano modificate le tappe e le modalità per raggiungere quegli appuntamenti, affinché siano sostenibili.

 Per esempio non vediamo perché debba essere considerata solo l'elettricità. L'elettricità non è una religione, è una tecnologia come altri.

Se i biocombustibili possono permetterci di raggiungere gli stessi obiettivi perché non usarli", ha osservato.

   "Ho ribadito una presenza assertiva dell'Italia negli organismi europei oggi al Consiglio Competitività.

È stata anche l'occasione per alcuni bilaterali per sviluppare una politica comune che faccia capire alla Commissione che è cambiata un'epoca:

 c'è stata una pandemia, la guerra, l'Europa è minacciata dalla competitività a livella globale.

E per quel che riguarda la duplice transizione, che noi condividiamo negli obiettivi ecologici", serve "una visione pragmatica, concreta, e non ideologica, messianica, frutto di una concezione che appartiene al passato".

 Lo ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso parlando con i cronisti a Bruxelles.

 In vista del voto di domani sullo stop ai motori endotermici dal 2035 "noi attendiamo le riflessioni degli altri Paesi nella piena consapevolezza che il nostro è innanzitutto un segnale da dare, una sveglia a tutta l'Europa, a non dare nulla per scontato. E per dire che l'Italia c'è";

ha spiegato Urso rilevando come Polonia e Bulgaria si siano "unite" alla posizione italiana.

"Noi siamo in Europa, decidiamo in Europa ed esprimiamo in Europa i bisogni, gli interessi, le aspettative, i sogni, le speranze del popolo italiano, che speriamo siano le speranze anche di altri lavoratori", ha ancora aggiunto.

   "Che una certa consapevolezza" sui dossier di politica industria e green, ma anche in generale, "si sia sempre più sviluppando in Europa lo dimostra anche il voto al Pe sullo stop alle auto.

Se si fosse svolto tre mesi ci sarebbe stata una quasi unanimità a favore, invece c'è stata una maggioranza piuttosto esigua.

E sono convinto che nel 2024 emergerà nell'Eurocamera una maggioranza più capace di interpretare a fondo gli interessi e gli ideali della nostra casa comune europea.

 E penso che questo troverà espressione anche nella nuova Commissione": Lo ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso parlando con i cronisti a Bruxelles.

 " Noi lavoriamo anche con questa prospettiva, con una strategia che è ben chiara e si enuclea in ogni atto perché siamo convinti di quali siano gli interessi nazionali che dobbiamo tutelare", ha aggiunto Urso rimarcando:

 "tutti i nostri interlocutori hanno ascoltato la nostra posizione, l'Italia è tornata in campo".

 

 

 

Troppi no sull'auto elettrica.

Salta il voto in Europa.

Agi.it - Brahim Maarad – (03 marzo 2023) – ci dice:

 

Rinviato il voto degli ambasciatori in programma per oggi. A far deragliare l'iter della norma che prevede lo stop della vendita di auto diesel e benzina dal 2035 in poi è stata la contrarietà di Germania, unita quella di Polonia e Italia (e l'astensione di Bulgaria).

AUTO ELETTRICA AUTOMOTIVE EUROPA.

AGI - Il voto alla riunione degli ambasciatori Ue sul Regolamento che prevede lo stop dal 2035 alla vendita di auto nuove diesel e benzina è stato rinviato a data da destinarsi.

"Il Coreper (la riunione degli ambasciatori) tornerà sulla questione a tempo debito".

Lo rende noto un portavoce della presidenza svedese dell'Unione.

Oggi doveva tenersi il voto degli ambasciatori in vista del via libera definitivo in programma al Consiglio di martedì.

 Tuttavia le perplessità della Germania, unita alla contrarietà di Polonia e Italia (e l'astensione di Bulgaria) hanno fatto saltare tutto l'iter.

 Il Parlamento europeo aveva già dato la sua approvazione finale il 14 febbraio scorso.

Il braccio di ferro.

Il rischio è che il provvedimento, uno dei più simbolici e importanti della legislatura, riceva un'imbarazzante bocciatura.

E per evitare questo scenario, la presidenza svedese dell'Ue ha optato per un nuovo rinvio, come già avvenuto mercoledì.

 Prende tempo per fornire ulteriori garanzie a Berlino in particolare sul ruolo che possono avere i biocarburanti per azzerare le emissioni inquinanti.

Il quadro si è complicato da quando - martedì sera - il Governo italiano ha fatto sapere che voterà contro il regolamento.

 Con l'astensione di Germania e Bulgaria e la contrarietà di Polonia e Italia il provvedimento (che richiede una maggioranza qualificata, 55% dei Paesi che rappresentino il 65% della popolazione) non passa.

La posizione dell'Italia. Il ministro per le Imprese e il Made in Italy, a Bruxelles per il Consiglio Competitività, ha confermato la posizione.

E ha chiarito che allo stato attuale non c'è nulla che Bruxelles possa offrire per fargli cambiare idea.

"L'Italia vota contro come segnale per quanto riguarda tutta l'attività che la Commissione, le istituzioni europee, faranno, e faremo insieme a loro, nei prossimi mesi che riguarderanno gli altri dossier che sono ancora aperti.

Non soltanto quelli inerenti l'automotive ma anche quelle inerenti al packaging piuttosto che l'eco-tessile, dossier nei quali noi chiediamo ragionevolezza", ha spiegato l'esponente del Governo Meloni, orgoglioso del fatto che "l'Italia è tornata in campo come grande Paese, fondatore dell'Unione europea, che sa bene quali siano davvero il sentimento e la necessità di questo Continente".

 "Noi siamo un Governo pragmatico che guarda innanzitutto agli interessi nazionali e alla sostenibilità del sistema sociale che è conseguenza della sostenibilità del sistema produttivo.

E vorremmo che altrettanta consapevolezza e ragionevolezza ci siano nelle Istituzioni europee", ha spiegato.

Tuttavia qualche margine di trattativa c'è e soprattutto ci sarà nel 2026 con la revisione generale (prevista nel Regolamento che è ai voti) ma soprattutto perché ci saranno un nuovo Parlamento europeo e una nuova Commissione che secondo Urso sarà "più capace di interpretare a fondo quali siano gli interessi e gli ideali della nostra casa comune europea".

"Non mettiamo in dubbio le date del 2035 o del 2050.

Noi chiediamo che ci sia una riflessione sulla base di dati concreti che sono sotto gli occhi di tutti e che hanno portato le associazioni di imprese europee e i lavoratori europei a chiedere un cambio di passo alla Commissione", ha evidenziato il ministro.

 Noi tuteliamo l'impresa e il lavoro italiano ed europeo e credo che sia questo uno dei punti fondamentali di un'Europa che voglia essere solidale e competitiva a livello globale".

E ciò vale in particolare per la neutralità tecnologica su cui insistono tanto Roma e Berlino.

"Chiediamo che siano modificate le tappe e le modalità a quegli appuntamenti affinché siano sostenibili.

Per esempio non vediamo perché debba essere considerata soltanto l'elettricità. Non è una religione, è una tecnologia come altre.

Se altre tecnologie, per esempio pensiamo ai biocombustibili, possono permetterci di raggiungere lo stesso obiettivo perché non dobbiamo utilizzarle?",

ha chiesto Urso.

L'altro elemento di critica rivolta alla strategia europea attuale è la scarsa disponibilità di terre rare e materie prime, indispensabili per la transizione green, ma attualmente custodite nelle mani della Cina.

"Non possiamo passare dalla subordinazione all'energia fossile della Russia che stiamo pagando a caro prezzo, e lo stanno pagando soprattutto gli ucraini che combattono quella guerra anche a nome nostro, a una subordinazione alle materie prime che sono appannaggio della Cina e alla tecnologia green che oggi in gran parte si realizza in Asia", ha avvertito il ministro per le Imprese.

"Passeremmo dalla padella alla brace.

Non ce lo possiamo permettere, non possiamo lasciare ai nostri figli questa eredità".

 

 

 

 

In ballo c’è il futuro dell’Europa.

La nazione.it - Rosa Maria - Giorgi – (24-3-2022) - ci dicono:

 

La guerra in Ucraina è divampata perché un despota (Putin) ha invaso un Paese libero, democratico, che intende giustamente autodeterminare la propria dimensione internazionale ed il proprio futuro.

 Su questo non possono essere equivoci e va ribadito con chiarezza.

 Quello su cui ora dobbiamo concentrarci è capire in che modo possiamo fermare questo sopruso ed i massacri che si stanno verificando.

 Avendo a cuore innanzitutto le persone inermi coinvolte nel conflitto.

Le donne, i bambini, gli uomini, che stanno patendo le conseguenze di una vicenda tragica e complicata, in cui gli equilibri geopolitici hanno un peso determinante.

 E di quegli equilibri, l’Italia, come potenza industriale ed economica, per la sua storia e la sua stessa collocazione geografica, è attore fondamentale.

Io credo che noi dobbiamo puntare tutto sulla pace, producendo la massima pressione diplomatica per arrivare il più in fretta possibile ad un accordo.

L’alternativa, inutile girarci intorno, sarebbe un conflitto termonucleare che nessuno, spero, vuole.

Dobbiamo cercare con tutte le forze un accordo in cui ognuno degli attori in causa trovi soddisfazione, anche rinunciando a qualcosa in cambio di qualcos’altro.

La pace è sempre un equilibrio dinamico.

 Ed è sulla capacità di tenere in piedi quell’equilibrio che si gioca il futuro dell’Ucraina come di tutto il continente europeo.

Lo scempio e la distruzione del paese non possono continuare.

 Ci vorranno risorse enormi, anche nostre, per la ricostruzione e per la gestione dei milioni di profughi, che presumibilmente cercheranno un nuovo futuro in Occidente.

Abbiamo costruito l’Unione per tenere fuori dai nostri confini la guerra, non possiamo permettere che questa prosperi e dilaghi appena fuori dalle frontiere dell’Ue.

Anche perché abbiamo tutto da perdere.

 La guerra è sempre la soluzione peggiore

 Il mio impegno in Parlamento e fuori sarà dunque sempre, e ora più che mai, quello di ricercare con ogni forza le ragioni della pace.

Affinché tacciano le armi.

(Giorgi, parlamentare del Pd)

 

 

 

La Conferenza sul Futuro dell’Europa

è sempre alla ricerca del giusto compromesso.

Linkiesta.it - Vincenzo Genovese – (11 aprile 2022) – ci dice:

Dalla penultima plenaria escono i contenuti della relazione finale, in una complessa trattativa per trovare il consenso senza votare.

 All’evento conclusivo del 9 maggio potrebbero essere invitati tutti gli 800 cittadini, chiamati in autunno a «verificare» la risposta delle istituzioni alle proprie proposte.

Il traguardo del 9 maggio si avvicina e nella maratona della Conferenza sul Futuro dell’Europa è il momento degli scatti finali.

Politici e cittadini hanno discusso animatamente le proposte sul tavolo nella penultima sessione plenaria al Parlamento di Strasburgo, con una difficoltà aggiuntiva:

il metodo di approvazione, che non prevede votazioni, ma solo un esplicito consenso da parte delle componenti.

I nove gruppi di lavoro hanno elaborato tra l’8 e il 9 aprile i rispettivi documenti conclusivi, che partono dalle raccomandazioni fornite dai cittadini nei quattro Panel europei e nei sei nazionali (Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lituania) e tengono in considerazione il confronto dei loro delegati con europarlamentari, deputati nazionali, ministri, sottosegretari e rappresentanti di parti sociali e società civile.

Le versioni definitive di questi documenti saranno stilate in settimana con la collaborazione del Comitato esecutivo, l’organismo che gestisce la Conferenza e che ha seguito i lavori prendendo nota delle diverse posizioni.

Unite, comporranno la «relazione finale», cioè il documento di sintesi che dovrà essere approvato nella prossima sessione (29/30 aprile) e che verrà presentato formalmente alle istituzioni dell’Unione europea il 9 maggio.

Consenso necessario.

«Sarà una dichiarazione contro la guerra», dice il co-presidente del Comitato esecutivo Guy Verhofstadt, in riferimento all’evento finale, dai contorni ancora incerti, che cade nel giorno della Festa dell’Europa.

 Verhofstadt vorrebbe invitare tutti gli 800 cittadini che hanno partecipato ai quattro Panel europei della Conferenza, anche se fonti comunitarie mettono in risalto le difficoltà di un tale sforzo logistico.

A questa Plenaria, intanto, hanno preso parte 321 membri, ancora meno dell’appuntamento precedente.

 Alcuni lo hanno fatto da remoto, ma questa volta senza la possibilità di intervenire nell’emiciclo.

Chi non ha potuto recarsi di persona a Strasburgo, è stato di fatto escluso dal dibattito:

 «Mi è stato detto che potevo ascoltare, ma non parlare. Una vergogna, dopo tutto l’impegno dei mesi scorsi», lamenta a Linkiesta Ilenia Greco, delegata dei cittadini del Panel 3.

Se l’organizzazione di questo esperimento di democrazia partecipativa resta complessa, lo è altrettanto il processo deliberativo che porterà alla relazione finale.

Secondo le regole procedurali, è necessario che ogni singola proposta contenuta nel documento conclusivo ottenga il consenso (almeno) delle quattro componenti politiche: i tre commissari europei, i 108 eurodeputati, i 108 parlamentari nazionali e i 54 membri dei 27 governi europei che rappresentano il Consiglio dell’Unione.

 Il parere dei 108 delegati dei cittadini non è vincolante sulle conclusioni, ma un’eventuale «posizione divergente» da parte loro deve essere espressa nero su bianco.

Con questo metodo, ogni componente politica disporrà de facto nella prossima sessione plenaria di un diritto di veto su tutte le proposte.

 L’obiettivo nei gruppi di lavoro è stato quindi trovare il maggior grado d’intesa possibile su ogni punto dei documenti, ricercando in alcuni casi un difficile compromesso tra le istanze di tutti i membri.

«Nel mio gruppo ci siamo arenati per quasi due ore sulla prima proposta», racconta a Linkiesta Valentina Balzani, delegata dei cittadini nel working group «Valori, diritti e sicurezza», presieduto dalla commissaria europea Věra Jourová.

«I valori e i principi descritti nei Trattati europei e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sono condizioni irreversibili e non negoziabili per l’accesso dei Paesi all’Unione […].

 Nell’esaminare l’allargamento, bisognerebbe tenere in considerazione il valore aggiunto (dei nuovi Paesi) alla stabilità politica ed economica a lungo termine dell’Unione, insieme a un’analisi costi-benefici sul breve periodo», recitava il testo controverso.

Gli europarlamentari del gruppo volevano eliminare la parte relativa alle considerazioni economiche nell’accettazione di nuovi Stati membri.

Alla fine l’hanno spuntata, ottenendo una riformulazione che esclude l’analisi costi-benefici e riduce a richiesta implicita la stabilità politica ed economica a lungo termine dell’Unione.

Ma anche dentro le componenti stesse, monta spesso il disaccordo.

Solo i tre membri della Commissione che fanno parte della Plenaria parleranno con una voce sola, mentre eurodeputati, parlamentari nazionali, ministri e sottosegretari appartengono a Paesi e partiti politici diversi e offrono dunque visioni differenti su molti dei contenuti della Conferenza.

Uno degli esempi più lampanti riguarda le liste transnazionali per eleggere i parlamentari europei, richieste dai cittadini nel Panel 2 e oggetto di aspro dibattito nelle ultime due sessioni plenarie.

L’eurodeputata Mara Bizzotto della Lega ha fatto sapere che il gruppo” Identità e Democrazia” si opporrà formalmente a questa raccomandazione, ma la sua contrarietà è ininfluente.

La delegazione del Parlamento europeo mette ai voti tra i suoi 108 componenti le questioni più divisive.

 Non è questo il caso: la maggior parte dei deputati nel gruppo di lavoro «Democrazia europea» ha espresso parere favorevole sulla possibilità di comporre liste transnazionali e quindi l’Eurocamera adotterà tale posizione.

Ogni working group include infatti 12 europarlamentari, ripartiti in quote proporzionali tra i gruppi politici dell’emiciclo comunitario.

Quando i membri dei principali (Partito popolare europeo, Socialisti&Democratici, Renew Europe e Verdi/Alleanza Libera per l’Europa) sono d’accordo, è superfluo procedere a una votazione.

 Piuttosto, spiegano a Linkiesta fonti interne, la conta di favorevoli e contrari sarà necessaria sui temi del gruppo «Economia, giustizia sociale e lavoro», dove si profila una divisione tra eurodeputati di destra e di sinistra.

Ogni componente decide in autonomia il proprio modus operandi e nel caso del Consiglio non è nemmeno chiaro come verrà presa la posizione finale su ogni punto.

Non c’è nessuna «griglia regolamentare stringente», dice a Linkiesta il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova. Insieme al collega preposto agli Affari europei Enzo Amendola, rappresenta il governo italiano nei 54 membri di questa componente politica: «Siamo aperti anche a una procedura che preveda, a un certo punto, una votazione».

Una riunione di ministri e sottosegretari degli Affari europei, prevista a Lussemburgo martedì 12 aprile, dovrebbe chiarire le regole interne della delegazione.

L’orientamento, comunque, sembra quello di mantenere il documento conclusivo della Conferenza il più possibile aderente alle richieste dei cittadini:

il Consiglio sceglierà probabilmente un profilo basso, lasciando entrare nella relazione finale tutto ciò che autorizzano le altre componenti.

Verso il 9 maggio, e oltre.

Il fatto che una richiesta venga incluso non significa che le istituzioni la realizzeranno.

Dal 9 maggio comincia anzi un’altra partita, su cui molti fra i partecipanti esprimono scetticismo:

 nella fase successiva alla chiusura della Conferenza, Consiglio, Commissione e Parlamento europeo saranno chiamati ad esaminare i risultati emersi.

 Una prima verifica avverrà tra settembre e ottobre, quando sarà organizzata una nuova sessione «di feedback», in modo da fornire ai cittadini una prova di quanto fatto per esaudire le loro richieste.

 Anche in questo caso, i dettagli dell’evento sono tutti da definire.

L’organo più determinato nell’assicurare un seguito efficace all’esercizio democratico sembra il Parlamento, che potrebbe cogliere l’occasione per chiedere la convocazione di una convenzione europea, attivando cioè la procedura per procedere alla modifica dei trattati dell’Unione.

Sarebbe senza dubbio il risultato più dirompente della Conferenza sul Futuro dell’Europa, un’ipotesi su cui, però, i protagonisti del processo non si sbilanciano.

 

«Si può fare molto anche senza toccare i Trattati: basta guardare l’acquisto comune di vaccini anti-Covid19 o il piano “Next GenerationEu” per la ripresa economica», afferma a Linkiesta la commissaria europea alla “Democrazia e demografia” Dubravka Šuica, spiegando come questo punto della discussione dipenda soprattutto dall’atteggiamento del Consiglio.

Che è un’istituzione tradizionalmente conservatrice per quanto riguarda l’architettura europea e difficilmente si smentirà in questo frangente.

Il co-presidente che rappresenta gli Stati membri nel Comitato esecutivo, il Segretario di Stato agli Affari europei francese Clément Beaune, lascia però aperte tutte le porte, almeno a parole:

 nell’accogliere i suggerimenti di questo esercizio democratico, dice, non ci sarà nessun tabù.

Dunque, non si esclude nemmeno un “coup de théâtre”:

 in caso di vittoria alle imminenti elezioni, Emmanuel Macron continuerà a detenere fino a giugno la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue e sarà «doppio» padrone di casa all’evento finale, previsto nella sede del Parlamento di Strasburgo come tutte le sessioni plenarie della Conferenza.

Fra i funzionari istituzionali si ipotizza un evento in pompa magna, con riti solenni e presenze di Capi di Stato.

 Il 9 maggio ricorre anche la “Giornata della Vittoria russa”, occasione per il governo di Vladimir Putin di celebrare la propria storia, rivendicare le scelte prese e mostrare al mondo l’unità del suo Paese.

Il messaggio dell’Europa, in questo momento storico, non può essere da meno.

 

 

 

 

Difesa europea: la pacchia

 è davvero finita.

  Libertaeguale.it - Alessandro Maran – ( 8 Novembre 2022) – ci dice:

 

L’ombrello americano non funziona più. Se vuole proteggere i propri interessi, l’Unione europea deve accelerare il decollo della Difesa comune.

 In ballo c’è anche l’”european way of life”, e non è poco.

“La questione di come affrontare le autocrazie definirà la nostra capacità di plasmare il nostro futuro comune per molti anni a venire”, ha detto giorni fa Mario Draghi riecheggiando un concetto che Joe Biden va ripetendo fin dalla nomination: “Siamo di nuovo nel mezzo di una battaglia tra democrazie e autocrazie, tra libertà e repressione, tra ordine basato sulle regole e governo della forza bruta”.

Russia e Cina (e diversi altri) stanno cercando di rimodellare il mondo a loro immagine e somiglianza e la guerra in Ucraina fa parte di uno scontro più ampio che punta a ridimensionare il potere dell’occidente per fare del mondo un posto più accogliente per i tiranni.

 “Magari non vogliamo rivaleggiare e nemmeno avere a che fare con loro.

Ma loro si occupano noi.

Capiscono che il linguaggio della democrazia, della lotta alla corruzione e della giustizia è pericoloso per il loro potere dispotico e sanno che quel linguaggio ha origine nel mondo democratico, il nostro mondo”, ha scritto Anne Applebaum.

E se teniamo alla democrazia dobbiamo lottare per essa.

Non è una novità.

In un libro del 2020, “Saving Freedom”, Joe Scarborough ha raccontato quando toccò ad Harry Truman unire il mondo occidentale contro il comunismo sovietico.

Era il 1947.

 Le mire di Stalin erano dirette sulla Turchia e sulla Grecia.

La Grecia si trovava nel pieno di una guerra civile tra comunisti e anticomunisti, che sarebbe terminata nel 1949;

la Turchia, invece, subiva le pressioni sovietiche che puntavano ai territori dei distretti di Kars e Ardahan e alla revisione del regime degli Stretti regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936.

 L’impero britannico era sull’orlo della bancarotta: la guerra contro Hitler gli aveva assestato un colpo mortale.

L’impossibilità di provvedere alla sicurezza del tradizionale alleato greco e di contenere l’avanzata di Mosca verso i mari caldi, indussero perciò Londra a rivolgersi al governo americano.

 Il 21 febbraio 1947 l’ambasciata britannica a Washington informò l’alleato che la Gran Bretagna non era più in grado di prestare aiuto a Grecia e Turchia, lasciando presagire l’affermazione dell’influenza sovietica in quei due paesi.

Solo l’America era in grado di difendere la libertà in occidente e Harry Truman, che assunse la presidenza dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt, intraprese una battaglia politica interna, chiamò a raccolta repubblicani e democratici e riuscì a convincere amici e nemici a unirsi alla sua crociata per difendere la democrazia in tutto il mondo.

 Il 12 marzo 1947 enunciò al Congresso quella che sarà poi chiamata la “dottrina Truman”.

Motivando il suo piano di aiuti per la Grecia e la Turchia, Truman dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero aiutato “ogni popolo libero a resistere ai tentativi di asservimento operati da minoranze interne o da potenze straniere”.

I piani di espansione di Stalin in Europa occidentale furono contrastati dal “containmen”t, dal “Piano Marshal”l, dalla “formazione della Nato”, dal” ponte aereo per Berlino” e la linea di politica estera indicata da Truman segnò una svolta radicale rispetto a 150 anni di isolazionismo, contribuì a un’ulteriore accelerazione della Guerra fredda e garantì la libertà dell’Europa occidentale e il crollo finale dell’Unione sovietica.

Ai suoi tempi, racconta Scarborough, Harry Truman non era molto amato, neppure tra i democratici (il New York Times lo considerava un “provincialotto”).

Eppure, i dodici presidenti che gli sono succeduti hanno ereditato un palcoscenico mondiale forgiato dalle sue politiche.

Oggi, di nuovo, il presidente americano ha assunto la leadership di un occidente un’altra volta unito.

Anche di Biden se ne sono dette di tutti i colori.

Ma fin dalla nomination, Joe Biden ha promesso di restaurare la leadership americana e riparare le alleanze incrinate; e la risposta dell’amministrazione americana all’invasione dell’Ucraina è stata più rapida, coraggiosa ed efficace di quanto si aspettassero perfino i più devoti sostenitori della causa transatlantica.

La Nato è unita dietro alla guida americana e sta rafforzando le difese comuni e le sanzioni imposte all’economia russa sono senza precedenti.

Perfino nella litigiosissima Washington c’è un sostegno robusto all’approccio diplomatico di Biden.

Inoltre, la minaccia rivolta all’Europa dalla Russia ha reso evidente la necessità del contrappeso americano: la caparbia diplomazia di Emmanuel Macron è stata finora un fiasco semplicemente perché non è la risposta adeguata a un dittatore che minaccia di usare le armi nucleari, che cerca deliberatamente di provocare l’aumento dei prezzi, una crisi alimentare e un’ondata di rifugiati per destabilizzare l’Europa e che con questi mezzi pensa di poter “vincere”.

Ora, ovviamente, viene il difficile.

Anche per noi.

 Come hanno ricordato Michele Salvati e Norberto Dilmore, è proprio grazie all’assoluto predominio militare ed economico degli Stati Uniti che, nei trent’anni postbellici, i paesi a regime liberal-democratico sono riusciti a “conciliare tre cose che sino ad allora erano risultate inconciliabili:

 un sistema politico liberal-democratico, un’economia capitalistica, un benessere popolare diffuso”.

 Il guaio è che il paese che Biden si trova a governare è ben lontano dalle condizioni di forza economico-militare di cui disponevano gli Stati Uniti dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale; non ha la chiarezza di visione politica di Roosevelt e dei suoi successori ed è molto più diviso e polarizzato di allora.

Per compensare la maggiore debolezza e incertezza dell’America, il nostro continente, pur mantenendo una stretta alleanza con gli Stati Uniti, dovrebbe assumersi maggiori oneri di leadership.

 Ma se l’Unione europea non riesce a esercitare una maggiore assertività e un maggior protagonismo nei campi cruciali della politica estera e della difesa, è molto difficile che riesca a raggiungere obiettivi avanzati di “liberalismo inclusivo” sul fronte interno.

 Senza contare che malgrado Biden e la sua Amministrazione abbiano rivitalizzato la relazione transatlantica, Trump o qualcosa di simile potrebbe tornare.

Perciò, se vuole proteggere i propri interessi, l’Ue deve accelerare il decollo della difesa comune.

Oltretutto, un esercito europeo rafforzerebbe la Nato, non la indebolirebbe.

L’idea di un esercito europeo distinto e distante dalla Nato non sta in piedi: senza America non c’è Europa.

 Capiamoci: non sprofonda il continente.

Quella che non reggerebbe è l’“unione” europea, quella costruzione artificiale, connessa e interdipendente, fatta di norme e di regole, che ha tenuto insieme, per la prima volta nel dopoguerra, nazioni e popoli diversi perennemente in conflitto. Senza gli Stati Uniti torneremo a sbudellarci allegramente come abbiamo sempre fatto.

C’è perciò un legame strettissimo tra il rafforzamento dell’Unione europea e il rapporto positivo con gli Stati Uniti.

La difesa europea va intesa come il secondo pilastro della Nato secondo lo schema Degasperi-Spinelli della Ced.

 Il che presuppone un occidente coeso e non separato e nessun cedimento alle impostazioni neutraliste che tendono a opporre Ue e Usa.

Basterebbe chiedersi:

senza la presenza degli Stati Uniti come si fa a dire di sì al riarmo della Germania (che, non a caso, avviene nella Nato)?

 E ancora: i paesi dell’Europa centroorientale, di fronte alla prepotenza russa, si fidano di più degli Stati Uniti o dellEuropa (che non è più né può continuare a concepirsi come lEuropa dei sei paesi fondatori)?

Non è un caso che in Germania – e dentro la Commissione europea – si pensi a rilanciare il Ttip, l’accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti che si è cercato di negoziare fino all’arrivo di Donald Trump, ma che era già in difficoltà anche prima per le reticenze di alcuni governi europei e la contrarietà di diversi movimenti sociali.

Ma non sarebbe ora di affrontare il negoziato transatlantico su commercio e investimenti consci della posta in gioco?

E quel che dovrebbe farsi strada è proprio la consapevolezza che in assenza di una nazione democratica sufficientemente forte da essere un punto di riferimento e contrastare le potenze emergenti del capitalismo autoritario, un nuovo “centro” capace di esercitare un ruolo regolatore può emergere soltanto come “alleanza globale tra democrazie”, cementata da un mercato comune.

 Oltretutto, solo se l’Europa e gli Stati Uniti saranno capaci di lavorare insieme per diffondere e far rispettare delle norme comuni in tutto il mondo, i servizi e le industrie europee e americane potranno prosperare e garantire posti di lavoro ben pagati.

Quando gli attuali focolai di crisi saranno solo un ricordo, il fenomeno più importante del nostro tempo rimarrà l’ascesa dell’Asia.

 E il negoziato transatlantico è forse l’ultima occasione politica per l’occidente, per riuscire a influenzare in modo determinante, attraverso un accordo che interessa quasi la metà del pil mondiale, regole e principi di funzionamento dell’economia globale.

Il guaio è che molti europei hanno dimenticato che l’atlantismo è una cosa seria.

Il contenuto della civiltà atlantica è soprattutto etico-culturale.

Si alimenta certo di commerci e di traffici ma quel che le dà il tono è proprio quel complesso di ideali etici e politici:

La comune fede nei diritti inalienabili della persona umana, nella libertà di coscienza e di parola, nella superiorità delle istituzioni libere e delle dottrine costituzionali fondate sul rispetto di una legge voluta dal popolo, non è un’invenzione a posteriori che si cerca di applicare forzatamente dall’esterno ma esisteva assai prima dell’alleanza del ’49 e fu tra le cause che la determinarono”.

Ne ha scritto stupendamente, molto tempo fa, lo storico e giornalista Vittorio de Caprariis.

 E chissà che la guerra di Putin non ci dia una svegliata.

L’Europa vuol essere un gigante economico rimanendo, secondo la felice espressione di un ministro belga, “uno gnomo politico e un verme militare”; senza cioè assumere nessuna responsabilità, neppure sul piano regionale rispetto allo scacchiere balcanico o allo scacchiere mediterraneo.

Ma non si può.

 I leader europei, l’anno scorso, hanno dovuto fare i conti con una realtà umiliante: senza l’aiuto americano, l’Europa non era in condizione di mantenere in funzione l’aeroporto di Kabul e proseguire con le evacuazioni neppure per pochi giorni.

 Del resto, l’Europa non è in grado di occuparsi nemmeno del cortile di casa.

Neppure di fronte alla guerra nella ex Jugoslavia seppe cogliere l’opportunità della crisi per fare un salto di qualità nella sua soggettività politica.

 Senza l’intervento americano si starebbero ancora cavando gli occhi.

 In Libia, gli arei francesi e inglesi, da soli, non erano neppure in grado di acquisire gli obiettivi e il paese è stato rapidamente abbandonato al proprio destino da quegli stessi europei che, dopo aver spinto per la rimozione di Gheddafi, avrebbero dovuto, vista la vicinanza, impegnarsi con il followup.

In Siria abbiamo lasciato che Assad gasasse i bambini senza muovere un dito: allora solo la Francia si dichiarò disponibile a prendere parte a un attacco.

 E la Siria non confina con la California (sono del resto i turchi ad accogliere i profughi siriani: ma, si sa, lo fanno solo per soldi).

In Italia poi abbiamo passato anni a discutere dei caveat: in Afghanistan i nostri Tornado potevano eseguire soltanto missioni di ricognizione.

 In Libia non ci vogliamo andare.

 Ci vanno i turchi (ma quelli sono mossi solo dal proprio tornaconto, mica come noi, direbbero al bar).

 E poi, che c’entra, ci andranno gli americani, no?

Eppure l’Europa è la piattaforma economica più importante del mondo, ha due potenze nucleari (con l’Inghilterra) nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, i membri europei della Nato (senza Stati Uniti e Canada) hanno quasi quattro volte la popolazione della Russia, il loro pil congiunto è più grande di almeno 12 volte e ogni anno spendono per la difesa, anche così combinati, almeno cinque volte più della Russia.

E non si tratta solo di capacità militari ma di politica.

La politica europea nei confronti della radicalizzazione islamista e dei fattori di sottosviluppo che la alimentano è stata un disastro.

Eravamo in pensiero di fronte alla possibilità che le Primavere arabe scacciassero i tiranni (in fondo, per noi “quella gente era una soluzione”) e abbiamo ridotto la sfida migratoria a un problema di polizia.

Il che, come scrive David Herszenhorn, porta a una conclusione che dovrebbe far davvero riflettere:

 “l’Unione europea non è in grado né di proteggere né di promuovere il cosiddetto european way of life”.

Ma ora i leader europei devono raccogliere la sfida.

E forse possiamo imparare qualcosa dagli ucraini.

Ormai da decenni combattiamo una guerra culturale tra valori liberali da un lato e forme di patriottismo muscolare dall’altro”, ha scritto Applebaum.

Gli ucraini ci stanno mostrando un modo per superarla.

 “Non appena sono iniziati gli attacchi, hanno superato le loro numerose divisioni politiche, non meno aspre delle nostre, e hanno impugnato le armi per lottare per la loro sovranità e la loro democrazia.

Hanno dimostrato che si può essere patrioti e credere in una società aperta e che una democrazia può essere più forte e più agguerrita dei suoi avversari”.

 Come ha detto Giorgia Meloni, questo è il tempo della responsabilità, no?

(Alessandro Maran)

(Alessandro Maran è autore del saggio “Nello specchio dell’Ucraina. Lettera a un amico sulla libertà e la pace, sulla collocazione dell’Italia nel mondo e sugli italiani”, edito dalla casa editrice Nuova dimensione.)

 

 

 

Perché il Green Deal Ue

alimenta il “caro-transizione!

Formiche.net - Gianclaudio Terlizzi – (03/03/2023) – ci dice:

L’allarme di Terlizzi.

Non fatevi ingannare dai ribassi temporanei: l’impennata dei prezzi delle commodities ha radici più profonde della guerra russa, sarà più strutturale e persistente di quanto si creda.

 E le” supply chain” rimangono troppo esposte alla volontà di terzi.

Con questo discorso al parlamento Ue, il fondatore di T-Commodity spiega perché serve rimodulare il Green Deal per non soffocare l’industria europea nel nome della transizione ecologica.

Riceviamo e pubblichiamo il discorso al Parlamento europeo (Commissione Commercio Internazionale e Commissione Mercato Interno) di Gianclaudio Terlizzi, fondatore di” T-Commodity”, autore di “Materia rara. Come la pandemia e il green deal hanno stravolto il mercato delle materie prime” e nuovo Consigliere del Ministro della difesa per l’analisi strategica dell’impatto dei mercati delle materie prime e dei materiali rari sulla supply chain e sul comparto industriale della Difesa.

È divenuta ormai assodata consuetudine indicare l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina come il momento in cui gli equilibri di politica estera in vigore dal secondo dopoguerra del secolo scorso e in particolare il processo di globalizzazione mutano in maniera irreversibile.

Certamente vi è una verità in questa interpretazione se si considera lo sfaldamento delle relazioni tra Europa e Federazione Russa e la creazione dell’asse Mosca-Pechino in chiave anti-occidentale.

Tuttavia, il mondo per come lo conoscevamo in realtà inizia a segnalare i primi smottamenti già nel 2016, quando l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama inaugura una politica protezionista contro l’import di acciaio prodotta in Cina, dando così il via a un lungo processo di decoupling che con l’avvento di Donald Trump compie un salto di qualità, almeno nei toni.

Ma è lo scoppio della pandemia a sancire il vero e proprio cambio di paradigma.

La diffusione del virus infatti fa emergere con chiarezza la vulnerabilità in cui sono oramai incappate le economie occidentali, eccessivamente dipendenti dalle forniture asiatiche, come risultato di un’incontrollata azione di delocalizzazione che ha avuto la sua piena legittimazione nell’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio del 2001.

La necessità di rendere le economie autosufficienti si scontra tuttavia con l’accelerazione dei prezzi dell’energia e delle materie prime.

 La decisione da parte dei Governi di contrastare le spinte recessive sulle economie, derivanti dall’adozione delle politiche di contenimento del virus (misure di lockdown), si traduce in una vera e propria inondazione di liquidità che dà il via a un’accelerazione dei consumi, soprattutto di beni durevoli e tecnologici, che la condizione dell’offerta non è in grado di soddisfare a causa delle riduzioni in capacità produttiva a cui si assisteva fin dal 2016.

 Riduzioni, queste, che sono diretta conseguenza della fase ribassista dei prezzi delle materie prime in atto dal 2010/2012 da un lato, ma dall’altro anche dell’attuazione delle politiche Esg (di sostenibilità ambientale, sociale e di governance, ndr).

È in quest’ottica che va ricercata la ragione primaria dietro la nascita del” ciclo rialzista delle commodities”.

Ciclo che raggiunge un primo apice tra il marzo e l’aprile 2022 quando l’aggressione russa dell’Ucraina induce le aziende manifatturiere a incrementare ulteriormente gli acquisti di materiali al fine di creare un cuscinetto di inventario, temendo nuovi shock sul lato dell’offerta.

A esacerbare le tensioni sui mercati giunge inoltre l’azione di restrizione dei flussi di gas intrapresa da Mosca che alimentano la corsa dei prezzi dell’energia.

Davanti alla crescita incontrollata dell’inflazione, le banche centrali reagiscono, seppur in ritardo, producendo un’inversione a ‘U’ di politica monetaria al fine di proteggere lo standing finanziario delle valute.

 Al fine di contrastare l’azione di weaponization sulle materie prime da parte di Mosca, Washington in particolare contrappone l’azione di weaponization del dollaro americano.

A giudicare dal raffreddamento dei prezzi delle materie prime a cui si è assistito nella seconda metà del 2022 sembra che l’obiettivo della banca centrale Usa sia stato raggiunto.

Obiettivo che nel caso dei beni energetici è stato reso possibile dalle alte temperature stagionali.

Tuttavia, è lecito ritenere come la discesa dei prezzi nel secondo semestre 2022 non rappresenti altro che una pausa all’interno di un super ciclo rialzista delle materie prime e dell’energia.

E questo non solo in ragione delle attese di ri-accelerazione dell’economia cinese. Ma soprattutto in ragione del deficit derivante dall’implementazione delle politiche climatiche.

Politiche che, ruotando esclusivamente sull’elettrificazione, comportano un forte aumento dei consumi di acciaio e metalli.

Stando alle stime di Bloomberg, saranno necessari metalli per un controvalore di 10 mila miliardi di dollari per garantire la transizione energetica entro il 2050.

Metalli di cui però l’industria europea è sostanzialmente sprovvista.

Per fare un esempio, il livello delle scorte dei metalli non ferrosi scambiati al London Metals Exchange veleggia sui livelli minimi record.

Il vulnus di natura strutturale ruota attorno al fatto che, non potendo contare su un’adeguata capacità di estrazione e raffinazione di minerali, sia Stati Uniti sia Europa rimarranno fortemente dipendenti dalle importazioni.

 Importazioni che nel caso specifico di alcuni minerali sono addirittura concentrate in un solo Paese: per fare un esempio, attualmente il 27% dell’offerta mondiale di rame proviene dal Cile.

 Il regime di “concentrazione produttiva” riguarda anche il litio se si considera che Australia (50%), Cile (20%) e Argentina (10%) ne controllano attualmente la produzione.

Al di fuori del litio, la fornitura mineraria di elementi critici è concentrata in Cina sia direttamente, come nel caso delle terre rare e della grafite, ma anche indirettamente.

Con una quota di mercato superiore al 60%, la Repubblica Democratica del Congo (Rdc) domina la produzione di cobalto, seguita dall’Indonesia.

 Tuttavia, le società cinesi ora possiedono 15 delle 17 miniere di cobalto nella Rdc e controllano il 97% delle forniture indonesiane.

 Anche nel nichel, la Cina mantiene una posizione di leadership, incidendo circa per il 45% dell’offerta globale di miniere di nichel attraverso la sua proprietà delle operazioni in Indonesia.

Nel frattempo, la Cina continua a stoccare materia prima.

Secondo le stime di JP Morgan, a oggi Pechino detiene il 93% delle scorte mondiali di rame e il 74% di quelle di alluminio.

Le criticità di un’eccessiva dipendenza dalla Cina non riguardano solo il lato estrazione e gli inventari:

anche la bassa capacità di raffinazione dovrebbe rappresentare un elemento di forte preoccupazione per l’Occidente.

La Cina è infatti il leader indiscusso nella raffinazione di una gamma di minerali, controllando l’85% della raffinazione delle terre rare.

 Mentre l’Australia è il principale estrattore di litio, il Paese ne esporta la maggior parte in Cina, che incide per oltre il 70% della capacità mondiale di raffinazione.

L’80% del minerale di cobalto lascia il Congo per essere raffinato in Cina, mentre il 70% della capacità di nichel raffinato è di proprietà di società cinesi. Infine, quasi il 100% della grafite mondiale viene raffinata in Cina.

Questa condizione di leadership da parte di Pechino nella filiera dei metalli aumenta fortemente il rischio di future azioni di weaponization contro l’Occidente come forma di ritorsione contro le sanzioni che iniziano a essere applicate dall’Occidente.

In un contesto di accresciuta competizione geostrategica tra Ue e la Cina, mantenere i piani climatici varati nell’ormai lontano 2019 non farà altro che esercitare continui stress nel mercato delle materie prime.

Il Green deal, infatti, rappresenta un driver rialzista dei prezzi delle commodities non solo perché comporta un forte aumento dei consumi di metalli necessari per accelerare il processo di elettrificazione ma anche perché disincentiva gli investimenti in capacità produttiva che saranno ancora necessari nei prossimi decenni.

È bene evidenziare, a tal proposito, come il Green deal europeo ruoti attorno al principio di imporre a imprese e cittadini il passaggio verso le fonti rinnovabili, rendendo le fonti fossili sempre più insostenibili economicamente.

Un obiettivo questo perseguito attraverso la progressiva riduzione delle allocazioni gratuite di certificati di emissione di CO2 in favore dei settori energivori.

Proprio il raggiungimento del prezzo della CO2 intorno ai €100/tonnellata è una dei driver che contribuisce a mantenere il prezzo dell’elettricità in Francia, Germania e Italia sopra i €100/MWh, malgrado il forte calo del prezzo del gas naturale negli ultimi 6 mesi (determinato in larga misura dal caldo anomalo che ha investito l’Europa nel corso dell’inverno).

Prezzo del gas che comunque, malgrado il forte calo dalla scorsa estate, veleggia attualmente a €50/MWh, cioè oltre il triplo della media registrata nel periodo 2015-2022 di €16/MWh.

È in quest’ottica che va letto l’annuncio del colosso chimico tedesco Basf di licenziare 2600 dipendenti, il ridimensionamento del progetto di gigafactory di Tesla in Germania e la decisione di Audi di insediare uno stabilimento produttivo di auto elettriche negli Usa:

 tutti segnali, questi, che evidenziano il rischio deindustrializzazione determinato dalle modalità con cui vengono perseguite le politiche climatiche europee.

(L‘ attuale governo europeo è retto da “criminali autodidatti” o ignoranti! N.d.R.)

In sostanza, rimodulare le politiche climatiche rappresenta un passaggio necessario, sia per affrancarsi da una pericolosa dipendenza su metalli e gas nei confronti di Pechino, sia per allentare la crisi inflazionistica.

In quest’ottica desta forte preoccupazione l’ampio differenziale inflazionistico sviluppatosi tra la Cina e l’Ue:

appena il 2% contro l’8,6% secondo l’ultima lettura.

Un gap di competitività che Pechino è stata in grado di costruire attraverso il massiccio utilizzo del carbone come fonte energetica.

Gli enormi sforzi che oggi dunque vengono richiesti a imprese e famiglie europee rischiano di finire completamente vanificati dalla politica energetica cinese.

Davanti a una minaccia tanto grave sarebbe tuttavia ingenuo pensare di difendersi utilizzando solo la leva dei dazi e lo strumento della “Carbon Border Adjustment Mechanism” (Cbam).

Il protezionismo dei settori a monte serve infatti a poco se sparisce il consumo a valle!

 In quest’ottica è imperativo adottare un approccio meno ideologico e più pragmatico nei confronti delle politiche climatiche, allentando gli stringenti target di decarbonizzazione al fine di incentivare il più possibile l’offerta e gli investimenti in infrastrutture energetiche (rinnovabili e fossili) e calmierare così le spinte inflazionistiche.

“È in ballo il futuro dell’Europa”.

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