LA “UE” È IL NULLA POLITICO.
LA “UE”
È IL NULLA POLITICO.
L’Ue è
un nulla politico succube degli Usa,
l'Afghanistan
lo conferma.
Huffingtonpost.it – (17 agosto 2021) - Filippo
Rossi – ci dice:
L’Occidente
non è stato migliore dei talebani e ci fa vergognare come mai ci era successo
prima.
La
storia dà torto e dà ragione, canta Francesco De Gregori.
Eh sì,
è proprio così. Normalmente non ce ne rendiamo conto, ma poi all’improvviso “la
storia entra dentro le stanze” della nostra illusoria tranquillità, “brucia” le
nostre vite, distrugge le nostre convinzioni.
Perché,
alle volte è bene ricordarlo, anche se ci sentiamo assolti siamo comunque
coinvolti.
È così
che, in questo Ferragosto bollente e infernale, la storia ci ha buttato giù dai
nostri piedistalli per dirci che, questa volta, ad avere torto, torto marcio, è
stato il nostro amatissimo Occidente, e per aggiungere che è sempre il
nostro Occidente ad averci fatto vergognare come mai ci era successo prima.
Perché
no, non entri senza permesso in grande paese come l’Afghanistan e poi lo
abbandoni così, dopo venti anni, perché ti sei stufato, perché costa troppo,
perché l’opinione pubblica non vuole più… E poi, maledizione, non illudi tanti
uomini e donne di quel paese e poi li getti nel tritarifiuti della geopolitica.
E poi,
se proprio decidi di battere in ritirata, non lasci per strada chi ti ha
aiutato, chi ha lavorato per te.
No,
gli ambasciatori dovevano essere gli ultimi ad andarsene, dopo l’ultimo afghano
amico dell’Occidente.
E invece no, te ne sei fregato, hai sputato
sulle loro vite come se fossero nulla.
Lo hai fatto come i talebani sputano sulle
vite delle donne.
No,
l’Occidente non è stato migliore dei talebani. E bisogna avere il coraggio di
dirlo, di urlarlo.
Nessuno
si salva dallo schifo.
Non si
salvano gli Stati Uniti che questa guerra l’hanno voluta per pura vendetta ma
che non hanno saputo né voluto fare un passo in più, rendendo l’Afghanistan un
grande paese sotto l’influenza dei valori occidentali.
Troppo
complicato, troppo difficile, troppo faticoso costruire una nazione.
Più
facile combattere il terrorismo. Più facile fare gli sceriffi che i costruttori di
civiltà.
Ma non
si salva, purtroppo, nemmeno la nostra cara Europa, che si è dimostrata un
nulla politico totalmente succube della potenza americana.
Gli
Yankees vanno in guerra? L’Europa va in guerra. Gli Yankees si ritirano?
L’Europa si ritira.
In un
gioco di sudditanza che sinceramente non può che essere arrivato alla fine.
E che stavolta lascia sul campo migliaia di
vittime innocenti.
Cosa
fare allora, dopo aver raschiato il fondo della vergogna?
Serve
uno scarto in avanti. Serve ricominciare a costruire nazioni, a fondare
civiltà.
E a
farlo deve essere l’Europa che deve conquistare il coraggio di farsi impero
contemporaneo, di farsi superpotenza.
Perché,
oggi lo abbiamo capito, gli Stati Uniti decisamente non lo sono più.
E
allora servono dei nuovi Stati Uniti. Gli Stati Uniti d’Europa.
Perché
la storia siamo noi, noi europei.
O
almeno così dovrebbe essere.
E solo
con i nostri Stati Uniti, l’Europa sarà finalmente sovrana, potrà prendere le
decisioni che servono, potrà essere padrona della propria storia.
"Rifiuto
l'idea che nulla si può fare
e che l'Europa debba rassegnarsi".
Agi.it
- Luca Mariani – (01-3-2023) – ci dice:
Sulla
questione migranti la premier italiana Giorgia Meloni scrive al Presidente del
Consiglio Europeo Michel, alla Presidente della Commissione Ue Von der Leyen e
al Presidente di turno della Ue Kristersson.
"È fondamentale e urgente adottare da
subito iniziative concrete, forti e innovative".
AGI -
"Senza concreti interventi dell'UE, sin dalle prossime settimane e per
l'intero anno, la pressione migratoria sarà senza precedenti, posto il
difficile contesto che investe vaste zone del Pianeta.
Rifiuto l'idea che nulla possa esser fatto e
che l'Europa debba rassegnarsi a prendersi cura solo di chi riesce ad
avvicinarsi alle nostre coste o ai nostri confini dopo aver affidato la propria
vita e quella dei propri figli a trafficanti senza scrupoli, pagati
profumatamente per accedere a viaggi disperati".
Lo scrive la premier Giorgia Meloni in una
lettera sui migranti al Presidente del Consiglio Europeo Michel, alla
Presidente della Commissione Ue Von der Leyen e al Presidente di turno della Ue
Kristersson.
Per
Meloni "la politica è responsabilità, consapevolezza, capacità di fare
delle scelte per gestire fenomeni complessi.
È quello che dobbiamo fare insieme anche in
tema di immigrazione.
Dipende
da noi, dalla nostra volontà di introdurre soluzioni che sino a oggi non sono
state adottate.
Al
Consiglio Europeo straordinario dello scorso febbraio abbiamo individuato
alcune misure che vanno nella giusta direzione, ma il fattore tempo è decisivo.
È fondamentale e urgente adottare da subito iniziative concrete, forti e
innovative per contrastare e disincentivare le partenze illegali, ricorrendo
anche a urgenti stanziamenti finanziari straordinari per i Paesi di origine e
transito affinché collaborino attivamente.
L'Italia
è pronta, a partire dal prossimo Consiglio Europeo, a dare il suo contributo a
ogni iniziativa comune che vada in questa direzione, per evitare di ritrovarci
a breve a piangere nuove tragedie.
Confido
che non sia sola in questa battaglia di civiltà".
Questo
il testo completo della lettera scritta da Meloni a Michel, Von der Leyen e
Krustersson:
"Caro
Presidente del Consiglio Europeo, Caro Charles, Cara Presidente della
Commissione Europea, Cara Ursula, Caro Primo Ministro di Svezia, Caro Ulf, il
naufragio avvenuto nei giorni scorsi a pochi metri dal litorale di Crotone, nel
quale sono morte decine di persone e tra queste molti bambini, ha sconvolto
tutti noi. Non si tratta purtroppo di un caso isolato.
In Italia da molti anni ci ritroviamo a
piangere tragedie come quelle di domenica scorsa nelle quali chi prova a
raggiungere le nostre coste su imbarcazioni di fortuna perde la vita in mare.
È
nostro dovere, morale prima ancora che politico, fare di tutto per evitare che
disgrazie come queste si ripetano.
Si tratta di una sfida difficilissima perché
quello delle migrazioni è un fenomeno epocale e complesso, soprattutto quando
le imbarcazioni cariche di migranti prendono la via del mare.
Proprio
per questo non possiamo cadere nella tentazione di accontentarci di facili
soluzioni di facciata, utili forse sul piano comunicativo, ma del tutto
inadeguate a risolvere la questione.
Non si
tratta di trovare gli strumenti per annullare la migrazione verso l'Europa, ma
di stroncare la tratta illegale di esseri umani, e fare in modo che il fenomeno
migratorio sia gestito nel rispetto delle regole e della sicurezza (anzitutto
nell'interesse degli stessi migranti), e con numeri tali da consentire
l'effettiva integrazione di chi viene in Europa con la legittima aspirazione a
una vita migliore".
Meloni
prosegue:
"È fondamentale, in primo luogo,
distinguere l'accoglienza di profughi e rifugiati dalle politiche migratorie
connesse a chi, comprensibilmente, chiede di venire in Europa per ragioni
economiche.
Confondere
i due piani, come si è spesso fatto fin ora, va a discapito proprio dei più fragili
e bisognosi di aiuto. E non è giusto.
Serve
una politica unica europea sui rifugiati che preveda il sostegno al di fuori
dei confini UE di chi è colpito da guerre e calamità, e corridoi umanitari
legali e sicuri per i profughi che gli Stati europei decidono di accogliere sul
proprio territorio.
Ma per
l'immigrazione, che ribadisco essere materia completamente diversa dai
profughi, l'unica possibilità di ingresso deve essere data dalle quote di
immigrazione legale che ogni Stato decide liberamente stabilire.
Così come fatto dal Governo da me presieduto
con il decreto flussi con il quale si consente l'arrivo regolare di lavoratori
stranieri, secondo necessità preordinate e definite.
Non
possono essere le organizzazioni criminali e i trafficanti di esseri umani a
gestire i flussi migratori verso l'Europa, come purtroppo accade da diversi
anni a questa parte.
Queste
organizzazioni criminali si stanno arricchendo a dismisura sulla pelle dei
disperati, e più aumentano i loro guadagni più le condizioni di chi tenta di
attraversare il Mediterraneo diventano precarie.
Una civiltà come la nostra non può
consentirlo.
Occorre
quindi lavorare tutti insieme per ribadire il principio che in Europa si entra
solo legalmente, e quindi in condizione di totale sicurezza.
Occorre
sviluppare e potenziare i canali legali di migrazione, distinti tra chi ha
diritto alla protezione internazionale e chi intende accedere per ragioni di
lavoro.
E occorre contrastare, senza tentennamenti, i clan
criminali che alimentano l'immigrazione illegale di massa".
Meloni
conclude:
"Senza
concreti interventi dell'UE, sin dalle prossime settimane e per l'intero anno,
la pressione migratoria sarà senza precedenti, posto il difficile contesto che
investe vaste zone del Pianeta.
Rifiuto l'idea che nulla possa esser fatto e
che l'Europa debba rassegnarsi a prendersi cura solo di chi riesce ad
avvicinarsi alle nostre coste o ai nostri confini dopo aver affidato la propria
vita e quella dei propri figli a trafficanti senza scrupoli, pagati profumatamente
per accedere a viaggi disperati.
La
politica è responsabilità, consapevolezza, capacità di fare delle scelte per
gestire fenomeni complessi.
È quello che dobbiamo fare insieme anche in
tema di immigrazione.
Dipende
da noi, dalla nostra volontà di introdurre soluzioni che sino a oggi non sono
state adottate.
Al
Consiglio Europeo straordinario dello scorso febbraio abbiamo individuato
alcune misure che vanno nella giusta direzione, ma il fattore tempo è decisivo.
È fondamentale e urgente adottare da subito
iniziative concrete, forti e innovative per contrastare e disincentivare le
partenze illegali, ricorrendo anche a urgenti stanziamenti finanziari
straordinari per i Paesi di origine e transito affinché collaborino
attivamente.
L'Italia
è pronta, a partire dal prossimo Consiglio Europeo, a dare il suo contributo a
ogni iniziativa comune che vada in questa direzione, per evitare di ritrovarci
a breve a piangere nuove tragedie.
Confido
che non sia sola in questa battaglia di civiltà. Un caro saluto".
O PIÙ
EUROPA O NIENTE FUTURO.
E
ANCHE IL MES PUÒ ESSERE CARDINE
DELLA
POLITICA INDUSTRIALE UE.
Fondazionepirelli.org – Antonio Calabrò – (31
GENNAIO 2023) – ci dice:
O c’è
più Europa o non ci sarà futuro, amava dire Gianni Agnelli, leader storico
dell’industria, radici profondamente italiane, convinte inclinazioni
europeiste, forti legami americani.
E
oggi, a vent’anni dalla sua morte, vale la pena rimemorarne la lezione, proprio
nel cuore di una stagione di drammatiche trasformazioni politiche e sociali e
di straordinarie sfide economiche, per confermare che bisogna insistere
sull’Europa, nonostante tutto.
E
guardare dunque verso l’orizzonte di una maggiore e migliore integrazione
europea, per costruire sviluppo sostenibile a vantaggio della Next Generation
Ue.
Consapevoli
come siamo che crescita economica, coesione sociale e difesa della democrazia
liberale – il grande patrimonio europeo, appunto – hanno un futuro solo se
strettamente intrecciati, in un sistema di valori e scelte politiche
coraggiose.
“Più aiuti di Stato significa meno
Europa.
Più
politica industriale comune vuol dire, invece, maggiore e migliore sviluppo”,
sostengono concordi le imprese italiane riunite in Confindustria.
Che, proprio sulla necessità di una risposta
efficace ai venti di protezionismo che soffiano sul mondo (ne abbiamo parlato
nel blog di due settimane fa) e rischiano di deprimere i commerci
internazionali e dunque la crescita, hanno avviato da tempo una iniziativa per coinvolgere
anche le associazioni imprenditoriali di Francia e Germania e organizzare una pressione comune
sulla Commissione Ue a Bruxelles in nome di una maggiore e migliore
competitività di tutto il sistema delle imprese europee.
Ampliare
le possibilità di rincorso agli aiuti di Stato, infatti, significherebbe
aggravare le asimmetrie tra paesi e strutture d’impresa nazionali, considerando
che già adesso più del 77% degli aiuti di Stato riguardano Germania e Francia.
C’è il
rischio, insomma, di frammentare il mercato interno Ue, di mettere in crisi il
mercato unico.
E di avvantaggiare solo le economie di quei
paesi che hanno spazio di ampliamento del loro debito pubblico.
Meglio,
invece, insistere sull’idea, cara per esempio alla Commissaria Ue alla Concorrenza
Margrethe Vestager, di un “fondo sovrano” che finanzi settori strategici a
livello comunitario, limitando gli aiuti di Stato a “misure mirate”, dato che
la difesa del mercato unico è “una linea rossa” da non varcare.
Un
“fondo sovrano Ue”, dunque, come strumento da inserire nel contesto delle
scelte di politica industriale che si stanne definendo a Bruxelles, con il
contributo determinante del vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis
e del Commissario per l’Economia Paolo Gentiloni.
Una
politica industriale green, come chiarisce da tempo la presidente Ursula von
der Leyen.
Una
scelta di sostenibilità ambientale e sociale come asse della politica che
promuova la competitività di tutta l’economia europea.
Se ne
parlerà meglio nei vertici Ue ai primi di febbraio.
L’Europa,
infatti, si trova nel cuore di un passaggio cruciale per l’economia globale.
C’è
una “globalizzazione da ripensare”, come suggerisce con insistenza, da tempo,
“The Economist”.
Ci sono da fronteggiare le chiusure della Cina, che
privilegia il mercato interno e le insidiose scelte della Casa Bianca di Trump,
che ha messo in moto investimenti pubblici per centinaia di miliardi di dollari
con l’Ira (Inflation Reduction Act) e con il “Chips and Science Act” a sostegno
dell’impresa Usa e di tutte le altre imprese internazionali che vorranno
insediarsi negli Stati Uniti.
E se
va evitata, naturalmente, ogni guerra commerciale tra Europa e Usa (anche per
gli effetti politici che comporterebbe, in un quadrato geopolitico di forti
tensioni e allarmanti fratture), è necessario contemporaneamente difendere
l’industria europea da rischi di crisi e declino, nella consapevolezza del
nesso forte che lega mercato, libertà d’impresa, responsabilità sociale,
benessere popolare e dunque lavoro, welfare e democrazia.
La
politica industriale Ue assume così una valenza più generale.
E va
pensata nel contesto più generale della ridiscussione del Patto di Stabilità e
di una promozione di un ruolo più incisivo dell’Europa nel Mediterraneo e verso
l’Africa.
A
giudizio di Confindustria potrebbe essere indirizzato in questa direzione anche
il Mes (ne ha parlato nei giorni scorsi il presidente Carlo Bonomi durante un
convegno a Venezia; “Il Sole24Ore”, 28 gennaio).
E
secondo indiscrezioni di buona fonte, anche a Palazzo Chigi si sta discutendo
di un “via libera”, finalmente, alla ratifica del Mes nel quadro di un migliore
utilizzo di tutti gli strumenti e le strutture europee, compresa la Bei, la
Banca Europea degli Investimenti (“La Stampa”, 28 gennaio).
La
chiave è sempre lo sviluppo.
Verso
cui indirizzare tutte le risorse disponibili, quelle che si possono
raccogliere, come Ue, sui mercati finanziari internazionali e quelle,
coordinate, dei vari Stati nazionali.
Una risposta generale con uno spirito
tutt’altro che protezionista.
Una scelta neo-keynesiana sulla qualità degli
investimenti pubblici.
Il
cardine potrebbe essere una intesa tra Berlino, Parigi e Roma (come sostiene
Giulio Tremonti, da presidente della Commissione Esteri del Senato; “Corriere
della Sera”, 26 gennaio) per fare da motore della nuova politica industriale
europea, attenta appunto a promuovere la competitività di sistema,
l’innovazione tecnologica, la ricerca, la formazione, il rilancio dell’industria
europea e dei servizi collegati.
E dopo
il “Recovery Plan”, un Fondo Ue per l’energia, le materie prime strategiche a
partire dalle terre rare e i prodotti industriali di base come i microchip
potrebbe essere uno strumento essenziale.
Sicurezza,
autonomia e sviluppo si tengono insieme.
Pagliarulo:
"Non ci rassegniamo alle
scelte
dell'UE e del governo italiano,
chiediamo
politica e il ripudio della guerra."
Anpi.it – (26 February 2023) – Gianfranco
Pagliarulo – ci dice:
Oggi,
un anno fa.
Un
anno fa è iniziata l’avventura sanguinosa dell’invasione che ha portato, porta
e porterà immani distruzioni e lutti spaventosi e che fa seguito ad un
conflitto iniziato nel 2014.
Ancora un invio di armi, in un’Europa percorsa
dagli Urali all’Atlantico da un bellicismo che ricorda l’avvio di entrambe le
guerre mondiali.
Dalle
armi leggere si passa alle armi pesanti, e da queste ai carri armati, e ancora
chiedono aerei da combattimento e missili. C’è sempre più voglia di picchiare.
Il Segretario generale della Nato, ha invitato
tutti i Paesi membri a superare il 2% del Pil nelle spese militari.
Il che
vuol dire ovviamente meno soldi per la sanità e la scuola e una grande festa
per l’industria bellica.
E
dietro questa corsa verso l’abisso si parla sempre più spesso del possibile uso
di armi nucleari.
Pazzi!
Ci
avevano detto che l’invio di armi avrebbe accelerato la fine della guerra.
Invece,
com’era ovvio, è successo il contrario.
Si
deve fermare questa escalation di morte e distruzione!
Qualcuno
dice che non c’è pace senza giustizia, senza libertà, senza democrazia.
È vero. Ma è ancora più vero che non c’è
giustizia, non c’è libertà, non c’è democrazia senza pace.
Va
trovato perciò un equilibrio, e si può trovare soltanto se si usa l’arma della
politica.
Nel romanzo di George Orwell 1984 c’è un
Ministero della Verità che dispensa slogan politici.
Uno di
questi è: la pace è guerra. No grazie.
La pace è pace. La guerra è guerra.
Nei
giorni scorsi abbiamo letto sui giornali le parole di Putin a Mosca e di Biden
prima a Varsavia poi a Kiev.
Entrambi
affermano che la guerra andrà avanti fino alla vittoria, entrambi esaltano il
mito della sconfitta del nemico e intanto, più tempo passa, più ucraini
muoiono.
Pazzi!
Vedete,
un conflitto può terminare in due modi:
o con la vittoria di una delle due parti, o
con un negoziato realistico che faccia cessare le ostilità.
Questa
guerra non finirà mai con la vittoria di una delle due parti, perché ad ogni
accrescimento della potenza militare di un contendente corrisponde
l’accrescimento della potenza militare dell’altro contendente, e così via fino
al buco nero dell’armamento nucleare.
Pazzi!
Ma la
cosa più grave è che nessuna voce delle parti in conflitto propone una
trattativa, un negoziato.
Eppure un grande europeo, Erasmo da Rotterdam,
sosteneva che la pace più ingiusta è meno dannosa della guerra più giusta.
La parola diplomazia è stata cancellata dal
vocabolario della politica.
Anzi,
è peggio: è stata cancellata proprio la parola politica, sostituita dalla
parola guerra.
L’unione Europea è scomparsa come soggetto
autonomo portatore di moderazione e costruttore di coesistenza pacifica, cioè
come soggetto politico.
L’Unione
Europea si è appiattita sulla NATO, e la NATO è da sempre legata a doppio filo
alla politica estera americana.
L’alto
rappresentante europeo degli Affari Esteri Josef Borrel ha affermato:
“L’Ucraina
vincerà la guerra sul campo di battaglia”.
Il
ministro degli Esteri russo Lavrov ha affermato: “Dobbiamo porre fine al
dominio degli Stati Uniti sul mondo”.
Il Segretario Generale della Nato Stoltenberg
ha affermato:
“Pechino è una sfida sistematica alla
sicurezza nazionale delle democrazie”.
Biden
e Putin si rinfacciano la responsabilità di aprire un nuovo fronte in Moldavia.
Siamo a questo punto.
Da un
anno è iniziata l’invasione.
Da un
anno Papa Francesco invita in ogni modo ad avviare una trattativa.
Da un
anno i governi europei decidono tutto senza mai consultare i loro popoli.
Nel
buio pesto di questa notte di guerra si è acceso recentemente qualche lumicino:
il
Presidente del Brasile Iñacio Lula da Silva ha proposto di dar vita a un forte
gruppo di Paesi neutrali che comprenda, per esempio, – ha detto – l’Indonesia,
l’India, la Cina, che costringa russi e ucraini a un tavolo di negoziato.
Non solo:
viviamo
un tempo molto simile a quello che ha preceduto la Seconda guerra mondiale,
quando la vecchia Società delle Nazioni, nata nel 1919 dopo l’orrore della
Prima guerra, fu travolta dagli eventi.
Non
facciamo fare all’ONU la stessa fine della Società delle nazioni.
Ecco, oggi le Nazioni Unite, così come
nacquero dopo la fine della Seconda guerra mondiale, non funzionano più.
C’è
bisogno di un nuovo Consiglio di Sicurezza, allargato ad altri Paesi, in
rappresentanza di un mondo sempre più multipolare, che restituisca così all’Onu
la sua autorevolezza.
È
quello che ha proposto Lula.
Nella
totale assenza di iniziativa per la pace da parte dell’Unione Europea, noi
pensiamo che sia giusto approfondire le proposte del Presidente Lula e
sostenerle; per questo il direttore dell’Avvenire, Marco Tarquinio, e io come
Presidente nazionale dell’ANPI abbiamo richiesto un incontro all’Ambasciatore
del Brasile a Roma e saremo ricevuti da lui fra pochi giorni.
C’è
un’altra luce che si accesa.
È di
oggi sui giornali la proposta di mediazione della Cina.
Si parla di pieno e integrale rispetto della
sovranità di tutti i Paesi, di tutela della sicurezza di ciascun Paese da
perseguire senza mettere in discussione la sicurezza di altri Paesi e senza
rafforzare ed espandere i blocchi militari;
si parla di razionalità e di moderazione
evitando di gettare benzina sul fuoco e arrivando a un cessate il fuoco
globale, di dialogo e negoziato come unica soluzione possibile della crisi
ucraina, di messa in sicurezza delle centrali nucleari, di bando delle armi
nucleari e chimiche, di blocco delle sanzioni, di protezione dei civili e dei
prigionieri.
Anche
questo è un tentativo apprezzabile per uscire dal viaggio senza ritorno della
guerra a tutti i costi.
Mentre
alcuni Paesi come Brasile e Cina cercano di abbassare la tensione
internazionale per evitare che si giunga a un punto di non ritorno, in Italia e
in Europa viviamo un tempo di propaganda di guerra in cui non si vuole dare
spazio ad alcun pensiero critico, si nega qualsiasi equilibrio nell’analisi
storica e nell’analisi politica.
Perché?
Perché vogliono farci apparire la guerra come
una situazione normale, inevitabile. Vogliono normalizzare la guerra.
Per
questo chiunque si apponga alla normalizzazione, viene attaccato,
ridicolizzato, delegittimato.
Domina sempre il Ministero della Verità, di
cui un altro slogan era “La verità è menzogna”.
Vedete,
questa situazione di militarizzazione del dibattito pubblico non è solo
italiana; è anche e specialmente russa.
Ma proprio questo è il punto: nella
militarizzazione del dibattito pubblico c’è di fatto un attacco ai principi
democratici e un abbandono silenzioso dell’articolo 21 della Costituzione:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Noi difendiamo la democrazia e la
Costituzione.
In
ultima analisi aveva ragione un importante economista, John Kenneth Galbraith,
che definì la guerra il più grande fallimento umano.
Noi non vogliamo essere complici di questo
fallimento.
Da un
anno ascoltiamo la voce dei governi.
È giunto il momento di far sentire, come
abbiamo già fatto il 5 novembre a Roma, la voce dei popoli.
In
questi giorni, “Europe for peace” manifesta per la Pace in 100 città italiane e
in altrettante città europee per dare rappresentanza a coloro che non hanno
voce. Pensiamo a un percorso che si avvii con la trattativa e con un realistico
trattato di Pace, poi, con le armi della diplomazia, a una conferenza internazionale
che lo renda stabile e permanente, poi alla smilitarizzazione dei confini della
Russia e di tutti i Paesi al suo occidente, poi a una progressiva diminuzione
degli armamenti nucleari.
Sappiamo
bene che è difficile, difficilissimo, ma sappiamo che questa è l’unica via non
solo per evitare l’esplosione di un conflitto globale, ma anche per evitare
lunghi anni di una nuova guerra fredda, di odi etnici, di rottura delle
relazioni diplomatiche e degli scambi commerciali.
Per
fortuna il mondo è molto grande: ci sono forze in America Latina, in Asia, in
Africa che ci possono aiutare in questa difficilissima sfida.
Ma non
dimentichiamo l’Europa e il nostro Paese.
Non
rassegniamoci alle scelte dell’Unione Europea e del governo italiano.
Per questo stiamo qua oggi, per chiedere il ritorno
della politica, per rivendicare il ripudio della guerra come strumento di
offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali come recita l’articolo 11 della Costituzione, per
contrastare chi vuole trasformare l’invasione russa in Ucraina in uno scontro
di civiltà, occidente contro oriente.
Il 1° agosto 1917, quando la Prima guerra
mondiale aveva già lasciato sul terreno milioni e milioni di morti, Papa
Benedetto XV scrisse una nota alle potenze in guerra in cui definiva il
conflitto come l’inutile strage.
Oggi
torna più forte che nel passato l’autorità morale della Chiesa con le parole di
Francesco che ha già definito i protagonisti di questa escalation militare con
una sola e definitiva parola, la parola che mi sono permesso di usare già tre
volte: pazzi.
E
pazzi, mi permetto di aggiungere, sono i governi che non sentono o fanno finta
di non sentire la voce di tanta parte dei loro popoli.
È una voce chiara, semplice e razionale,
perché i popoli sanno benissimo che la vera vittima di ogni guerra sono proprio
loro.
Sapete
che dopo queste mie parole ci sarà una veglia per la Pace, e io voglio dire a
chi ci accusa di coltivare un sogno, un’utopia, che il sogno e l’utopia
riguardano qualcosa che non è ancora avvenuto, qualcosa che c’è nella fantasia,
nel desiderio, nel bisogno, ma non c’è nella realtà.
Eppure questo qualcosa può avvenire quando il
sogno e l’utopia si muovono sulle gambe delle donne e degli uomini in carne ed
ossa, ed allora la fantasia, il desiderio, il bisogno può diventare realtà.
E
questo si può fare se c’è l’impegno comune, se c’è una lotta unitaria, se si
allarga il più possibile il fronte del cessate il fuoco e della trattativa.
Questo è il compito vostro, il compito nostro.
Questo
è l’orizzonte verso cui ci siamo mossi, ci muoviamo e ci muoveremo perché non
ci rassegniamo.
Il più grande crimine di guerra è la guerra.
Ha
detto Papa Francesco “Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare
la guerra”.
Questo
chiediamo ai governi europei, al governo italiano: siate coraggiosi, siate autonomi,
siate liberi.
Ma
oggi io mi chiedo e vi chiedo anche di questa nostra Italia, questa Italia con
quasi sei milioni di persone ben al di sotto della soglia di povertà , con
l’inflazione al 10%, mi chiedo di questa Italia sempre più fondata sul lavoro
mal retribuito e precario e sulla flat-tax, l’Italia degli infermieri e dei
dottori che hanno perso la vita per assistere i pazienti di Covid, mi chiedo
dell’Italia degli studenti del Liceo Michelangelo di Firenze aggrediti da una
squadraccia fascista, l’Italia del ministro dell’Istruzione che tace su questa
aggressione e minaccia la Preside del Liceo per la sua bellissima lettera agli
studenti, mi chiedo di questa Italia che nonostante tutto studia, lavora e si
impegna.
Mi
chiedo e vi chiedo se questo nostro bellissimo Paese oggi è in guerra o oggi
non è in guerra.
Concludo.
Con la
guerra non potremo fare più niente. Con la pace potremo fare tutto.
Caro
governo russo che hai invaso un altro Paese, caro governo ucraino, caro governo
americano, cari governi europei, caro governo italiano, voi dovete la pace.
La
dovete ai ragazzi e alle ragazze che stanno morendo in Ucraina, la dovete anche
ai ragazzi russi che stanno al fronte, la dovete ai nostri ragazzi, ai ragazzi
del mondo, perché il mondo è il loro futuro, e nessuna guerra, nessun governo,
nessuno di voi ha il diritto di negare loro il futuro di un mondo migliore.
(Gianfranco
Pagliarulo)
Le
Ragioni della Vittoria della Schlein
e cosa si Prepara alla Meloni.
Conoscenzealconfine.it
– (2 Marzo 2023) - Massimo Viglione – ci dice:
Non
sono uso a frequentazioni “pidiote”, nemmeno da remoto o a distanza sui
giornali.
Ma,
con semplici colpi d’occhio, nei giorni scorsi, avevo notato che lo sfidante
della Schlein aveva un netto quanto praticamente irraggiungibile vantaggio nei
sondaggi interni alla pantomima delle cosiddette primarie per il posto di
segretario del partito.
Di
colpo, ha vinto invece la Schlein.
Come non far andare la memoria – almeno a
livello di meccanismo – a quanto accaduto nel novembre 2020 nelle presidenziali
degli USA?
Come
non vedere lo stesso miracoloso intervento da “deus ex machina” della
“provvidenza” infernale”?
Ciò
che è ancora più confermato dalla placida, serena, quasi entusiastica,
accettazione di Bonaccini.
Segno
alquanto lampante di obbedienza agli ordini del “deus ex machina”.
(Soros,
docet! N.d.R)
Non
che, ovviamente, Bonacini fosse più auspicabile della Schlein, ma il punto è
proprio questo: è la Schlein che riesce a essere una minaccia perfino peggiore di
Bonaccini.
Perché
hanno fatto Vincere la Schlein?
Al di
là delle sue radici personali e del suo retroterra socio-economico (una sorta
di Macron versione spaghetti), la vera ragione si chiama Meloni.
Quanto
sta facendo la Meloni è perfettamente in linea con la politica del Pd, al punto
tale che perfino alcuni esponenti di spicco sono stati costretti a elogiarla,
perfino giornali come Repubblica et similia non riescono a farle veramente
guerra, se non su aspetti collaterali.
Pertanto,
il Bonaccini di turno era inadatto, in quanto inutile come alternativa alla
Meloni.
La
Schlein, invece, va a ledere esattamente proprio gli aspetti che ancora mancano
alla Meloni per essere perfettamente di casa a sinistra, o, per meglio dire
oggi, nel mondo globalista.
Ovvero,
l’estremizzazione infernale e folle del gender e di ogni sorta di “diritti
civili” luciferianamente sovversivi.
In
fondo, Bonaccini non era ancora sufficiente (come Letta, che pur parlò di
diritti delle “devianze” per rimanere a galla nello Stige del globalismo), il
Pd, per continuare a esistere, necessita di varcare lo Stige fino in bocca a Lucifero:
la Schlein, in questo, è un traghetto
migliore.
Pertanto,
e veniamo al dunque, ora alla Meloni non basterà più essere più zelenskiana di
Zelenski, più guerrafondaia di Stoltenberg, più traditrice di tutto il suo
passato di quanto già lo siano stati gli esponenti della Lega nei tre anni
passati.
Ora si
troverà costretta, in qualche modo, per continuare anche lei a galleggiare
nello Stige, a fare altri passi verso il Nuovo Ordine Mondiale:
e questa volta non sul piano del totalitarismo
sanitario o della politica internazionale, ma specificamente sul piano della
sovversione antropologica, bioetica, morale, umana.
La
Schlein ha commentato: “Renderemo Dura la Vita alla Meloni”
Ne
siamo assolutamente convinti, così come siamo purtroppo convinti che la Meloni
non si complicherà ulteriormente la vita, e continuerà a remare avanti nello
stagno dello Stige per rimanere dove è arrivata.
Ovvero, farà qualche apertura ai cosiddetti
“diritti civili” più di quanto non abbia già fatto.
Magari, alla lunga, con un nuovo governo, ancora più
aderente al globalismo di quello attuale.
E
tanti auguri a tutti i pro-life che hanno esaltato (alcuni a squarciagola),
creduto e sostenuto la Meloni e ancora fanno finta di non capire o cercano di
far dimenticare.
C’è
qualcuno da quelle parti che inizierà a dire la verità?
(Prof.
Massimo Viglione -- imolaoggi.it/2023/02/27/ragioni-vittoria-schlein-cosa-si-prepara-meloni/)
Usciamo
dalla guerra e dalla sua logica.
Editorialedomani.it
- Simone Oggionni – (09 settembre 2022) – ci dice:
Se non
abbassiamo le armi da entrambe le parti, quelle militari e quelle economiche,
non solo continueremo ad avere una guerra raccapricciante nel cuore del nostro
Continente.
Ma da
ottobre ci troveremo ovunque a fronteggiare, e in Italia più che in altri Paesi
europei, anche problemi drammatici in termini di inflazione, ulteriori aumenti
delle bollette per famiglie e imprese, disastri nelle catene di
approvvigionamento e conseguenti pesanti contraccolpi sul terreno
occupazionale.
Di
fronte a questioni fondamentali per il nostro futuro occorre lucidità e onestà
intellettuale.
Gazprom
pochi giorni fa ha annunciato la sospensione a “tempo indefinito” (dunque, fino
a decisione contraria, a tempo indeterminato) delle forniture di gas all’Unione
europea tramite il gasdotto Nord Stream 1.
Al
contempo l’Unione Europea ha battuto un colpo e, dopo mesi di imbarazzato
silenzio, ha posto le basi affinché domani, venerdì 9 settembre, la riunione
dei ministri dell’Energia discuta di una ipotesi di riforma del mercato che
disaccoppi il valore dell’elettricità da quello del metano e soprattutto della
possibilità di introdurre un tetto al prezzo di acquisto del gas.
Peccato
che lo farà a rubinetti chiusi.
Il
fattore tempo, in politica, è tutto.
In ogni caso, ammesso che le importazioni via
Ucraina compensino almeno una parte di quelle bloccate a nord, molto dipenderà
dal tipo di” price cap” che verrà concretamente varato.
Non è un dettaglio che si tratti alla fine di
un intervento sul prezzo all’ingrosso per il complesso dei mercati europei
(interrompendo gli acquisti e attingendo agli stoccaggi interni nella misura in
cui il tetto è superato) oppure di un tetto solo al prezzo del gas russo
(proposta Draghi) oppure ancora - come sostiene la Germania - di un intervento
degli Stati a copertura della differenza tra prezzi all’ingrosso e prezzi al
dettaglio.
I
RICATTI.
Il
ministro Cingolani e buona parte della stampa europea parla di un grande e
inaccettabile “ricatto” russo.
Ma
cosa sono state molte delle nostre sanzioni (dal congelamento dei beni della
Banca Centrale russa all’esclusione delle principali istituzioni finanziarie
russe dal sistema di scambi internazionali Swift) se non un gigantesco e
calcolato “ricatto”? Cosa ci aspettavamo?
Che la
spirale si interrompesse per gentile concessione del destino o direttamente di
quel Putin che molti leader europei
descrivono - nelle stesse relazioni istituzionali che oggi l’UE vorrebbe
preservare sul terreno di quei rapporti commerciali che continuano a essere
così essenziali - come un semplice criminale di guerra?
Si
badi bene:
nessuno pensa che Putin e la Russia non
portino responsabilità atroci e
ingiustificabili nell’aggressione di febbraio e dunque nessuno pensa che
l’Unione Europea non abbia tutto il diritto di agire e reagire.
Il punto vero è come lo fa e cioè riguarda il
senso e l’orientamento strategico di queste azioni e di queste reazioni.
La mia
impressione è che l’Europa cammini, un po’ per inerzia e un po’ per disciplina
atlantista, sulla strada perigliosa di una guerra da armare, combattere e
vincere sul campo (ricordiamo: contro una potenza nucleare) a ogni costo.
Non
invece sul terreno di un lavoro di ricostruzione diplomatica delle condizioni
della pace e della stabilità internazionale, che consiglierebbe di rimettere al
centro il presupposto dell’integrità territoriale ucraina insieme ai protocolli
di Minsk e a una nuova riflessione sulla sicurezza dell’area da compiersi di
concerto con Mosca.
Dimenticandosi
delle proprie origini (quella CECA nata vincolando reciprocamente gli interessi
produttivi dei Paesi fondatori e costruendo su questo patto di solidarietà
produttiva ed economica sia il progetto politico unitario sia la garanzia di
una pace duratura), oggi l’Unione Europea rischia di perseguire un’ambizione
diversa.
Il discorso sull’Europa di Olaf Scholz
all’Università Carolina di Praga dello scorso 29 agosto è, con la sua
propensione strategicamente oppositiva a Russia e Cina, da leggere e da
studiare con attenzione.
ABBASSARE
LE ARMI.
Ma,
appunto, senza abbassare le armi da entrambe le parti, quelle militari e quelle
economiche, e senza rivendicare e praticare una vera autonomia strategica
europea, non solo continueremo ad avere una guerra raccapricciante nel cuore
del nostro Continente.
Ma da
ottobre ci troveremo ovunque a fronteggiare, e in Italia più che in altri Paesi
europei, anche problemi drammatici in termini di inflazione, ulteriori aumenti
delle bollette per famiglie e imprese, disastri nelle catene di approvvigionamento,
come ci sta dicendo l’intero tessuto industriale italiano, e conseguenti
pesanti contraccolpi sul terreno occupazionale.
Problemi
ulteriori, non inediti:
basti vedere gli incrementi già registrati dei
tassi di interesse e gli indicatori congiunturali che già oggi accendono più di
un allarme (dalla diminuzione in giugno del 2,1% rispetto a maggio della
produzione industriale all’inflazione all’8.4%).
E poi
c’è il secondo tema, che va oltre il gas e la Russia.
Manca, non da oggi, un piano europeo - condiviso
e costruito con tutti gli interlocutori economici, commerciali e industriali
dei Paesi dell’Unione - che indichi chiaramente qual è la direzione della
transizione energetica ed ecologica.
Che
dica poi chi deve farsi carico, nel frattempo, della parte più rilevante dei
suoi costi e dei costi del suo rallentamento.
Per
esempio: le grandi compagnie energetiche (che stanno maturando immani
extra-profitti) o i cittadini, gli utenti e i lavoratori tragicamente
impoveriti?
E,
infine, che metta in discussione il modello generale, che affida in buona
misura ai mercati finanziari, e alla loro vocazione speculativa, la
determinazione dei prezzi delle materie prime e dell’energia.
È così
indicibile pensare che questi prezzi siano oggetto appunto di una programmazione
e di una pianificazione pubblica di tipo europeo?
Lo
dico incidentalmente, ma i dati occorre leggerli a fondo.
Il
costo delle importazioni energetiche italiane tra il 2021 e il 2022 è salito -
ci ha spiegato il ministro Franco - da 43 miliardi a circa 100.
60
miliardi di aumento equivale al 3% del PIL: quindi l’aumento del costo
dell’energia trasferisce all’estero 3 punti di ricchezza, azzerando l’avanzo
dei conti con l’estero e riducendo le risorse potenzialmente a disposizione.
Al
contempo gli effetti delle sanzioni sulle materie prime russe sono oggi - per
ammissione condivisa, compreso il FMI - non decisive e non solo perché le
stesse sanzioni sono facilmente aggirabili, con effetti negativi per i Paesi
europei che comprano da Paesi terzi diretti importatori dalla Russia a prezzi
più alti.
Diversi centri studi (da ultimo il Capital
Economics di Londra) sostengono che quand’anche ci fosse una riduzione del 20%
delle esportazioni di gas rispetto a quanto previsto dai contratti firmati con
i Paesi dell’UE, la Russia potrebbe resistere tre anni.
Perché
ha già riorientato i flussi (verso Cina, Egitto, India, Afghanistan e altri
Paesi) e perché appunto compensa le minori esportazioni con prezzi più alti
(per l’Europa, 7 volte più alti della media 2016-2019).
Questa
è la dimensione del problema ed è una dimensione che impone un cambio radicale
di strategia.
Mi
fermo. Anche in questa campagna elettorale occorrerebbe forse, oltre al rosso e
al nero, almeno un pezzo di questa analisi.
Usciamo
dall’euro per tornare
a
essere un paese normale.
Ilparagone.it – Giulia - Thomas Fazi – (13/07/2020)
– ci dice:
Ormai,
di fronte al fallimento sempre più conclamato dell’UE e della moneta unica e
all’insofferenza sempre più diffusa nei confronti di quella che viene
(giustamente) percepita come una camicia di forza che da troppo tempo sta
soffocando l’economia italiana, l’unica argomentazione rimasta ai difensori
dello status quo sembrerebbe essere quella per cui «le cose vanno male, è vero»
– ormai neanche loro hanno più il coraggio di negarlo – «ma fidatevi, senza
l’euro andrebbero anche peggio».
Un
esempio da manuale di questa strategia sempre più disperata è un articoletto
uscito l’altro giorno sul Sole 24 Ore a firma di “Innocenzo Cipolletta”,
economista e dirigente d’azienda italiano, ex presidente delle Ferrovie dello
Stato (2006-2010).
Già
dal titolo si intuisce che l’obiettivo dell’autore è uno solo, inculcare il
terrore in chi legge:
“COVID+lira
= molta inflazione (e zero crescita)”.
L’argomentazione
di Cipolletta è semplice quanto prevedibile: se avessimo dovuto affrontare
questa pandemia fuori dall’euro, cioè con la vecchia/nuova lira, «avremmo
dovuto aumentare il nostro disavanzo pubblico per sostenere l’economia, come
tutti gli altri paesi».
A tal
fine, continua Cipolletta, «la Banca d’Italia sarebbe stata indotta a comprare
il debito italiano, ciò che avrebbe probabilmente tenuto bassi i tassi di
interesse per un po’ di tempo, ma la lira si sarebbe immediatamente svalutata
come sempre è avvenuto in passato».
A quel
punto «l’aumento dell’inflazione interna sarebbe stato automatico, visto che la
svalutazione aumenta i costi di rimpiazzo delle nostre importazioni […]. Gli
italiani avrebbero così perso, assieme al lavoro falcidiato dalla pandemia,
anche potere d’acquisto e sarebbero stati più poveri». Insomma, conclude
Cipolletta, «molto (ma molto) meglio abbiamo fatto noi ad aderire all’euro» e
ad evitare così questo scenario da incubo.
Siamo
di fronte alla solita propaganda di sempre, aggiornata per il COVID:
l’Italia,
a differenza di praticamente tutti i paesi del mondo, che dispongono della
sovranità monetaria – fanno eccezione i paesi dell’eurozona, i paesi che
appartengono alla zona del franco CFA e pochi altri – non può permettersi di
avere una sua valuta, perché finirebbe per utilizzare la leva della “stampante
monetaria” per finanziare la propria spesa pubblica (o per far fronte a
emergenze come il COVID), il che comporterebbe automaticamente la svalutazione
della lira e l’aumento dell’inflazione;
da lì a uno scenario simil-venezuelano, poi,
sarebbe un attimo: scaffali vuoti, rivolte di piazza, colpi di Stato.
Un incubo, appunto. In questo senso, gli
eventuali danni collaterali dell’euro, che ha condannato l’Italia a una
stagnazione ventennale che ha prodotto miseria e disoccupazione diffusa, nonché
una drammatica contrazione del nostro apparato industriale, e che adesso nella
fase post-pandemia rischia di dare il colpo finale alla nostra economia,
andrebbero visti come il necessario prezzo da pagare in cambio di quella
“stabilità monetaria” che, a detta dei vari Cipolletta, dovremmo tutti benedire
come una manna dal cielo (perché l’alternativa – così ci dicono – sarebbe
comunque peggio).
Viene
da chiedersi, però, cosa ci sia di così antropologicamente difettoso
nell’Italia da non permettergli di fare, senza produrre gli esiti catastrofici
di cui sopra, quello che, per ammissione dello stesso Cipolletta, fanno «tutti
gli altri paesi».
La presunta spirale
monetizzazione-svalutazione-inflazione vale solo per noi?
Come
nota Cipolletta, tutti i paesi hanno aumentato il proprio disavanzo pubblico
per far fronte alla pandemia e più in generale alla recessione economica
globale che ne è conseguita.
Quello
che però Cipolletta non dice – ed è facile capire perché: perché altrimenti
tutto il suo ragionamento andrebbe in fumo – è che quegli stessi paesi hanno
tutti fatto ricorso alla propria banca centrale per finanziare (in tutto o in
parte) il proprio disavanzo pubblico.
Hanno
cioè “monetizzato la spesa”, ovverosia hanno fatto acquistare alla propria
banca centrale (sul mercato secondario) i titoli di Stato emessi dai governi
per finanziare l’aumento del disavanzo pubblico, in quelle che in gergo tecnico
vengono chiamate operazioni di quantitative easing (QE), che hanno anche
l’ulteriore beneficio di ridurre i tassi di interesse e dunque di facilitare
l’approvvigionamento di fondi sui mercati.
In
altre parole, hanno fatto esattamente quello che Cipolletta dice che avrebbe
rischiato di fare l’Italia se avesse avuto la propria moneta, con tutte le
conseguenze catastrofiche che questo, secondo Cipolletta, avrebbe implicato (e
che l’euro, sia santificato il suo nome, ci ha impedito di fare).
La
domanda, a questo punto, sorge spontanea: in qualcuno di questi paesi si sono
verificati gli scenari apocalittici preconizzati da Cipolletta?
Ovviamente no.
Sebbene
tutti i paesi avanzati extra-euro – Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Canada,
Australia, Nuova Zelanda, Svezia ecc. – abbiano annunciato piani di
monetizzazione del disavanzo nell’ordine di diversi punti percentuali del PIL,
in nessuno di questi abbiamo assistito a una spirale
svalutazione/deprezzamento-inflazione;
anzi,
tutte le economie avanzate continuano a combattere contro l’inflazione
eccessivamente bassa.
E la
ragione è presto detta: l’idea che “stampare moneta”, cioè aumentare la base
monetaria, e/o “monetizzare la spesa pubblica” sia intrinsecamente
inflazionistico è un vecchio mantra neoliberista ormai completamente smentito
dalla realtà: nell’ultimo decennio, dunque da ben prima dell’emergenza COVID,
tutte le principali banche centrali hanno “stampato” trilioni di euro, dollari
e yen – una parte dei quali è andata ovviamente a finanziare i disavanzi
pubblici –, senza che questo abbia provocato alcuna fiammata inflazionistica,
anzi.
Questo perché è la spesa pubblica in sé che ha
il potenziale di generare spinte inflazionistiche, indipendentemente da come
questa sia finanziata (tramite la tassazione o tramite la vendita di titoli di
debito al settore privato e/o alla banca centrale).
Conseguentemente, l’impatto del finanziamento
monetario sulla spesa nominale e quindi potenzialmente sull’inflazione dipende
interamente dalle dimensioni dell’operazione: a condizione che la crescita
della spesa non superi la capacità produttiva dell’economia, non c’è motivo di
attendersi spinte inflazionistiche.
La
storia recente ha inoltre categoricamente smentito l’idea che esista un nesso
«automatico», come dice Cipolletta, tra svalutazione/deprezzamento e
inflazione.
In
realtà l’evidenza empirica mostra che per molti paesi «la correlazione tra le
variazioni dei prezzi al consumo e le variazioni del tasso di cambio nominale è
stata piuttosto bassa e decrescente negli ultimi due decenni».
Un recente paper della Banca d’Inghilterra
conclude che «gli effetti dei movimenti dei tassi di cambio sull’inflazione – e
anche solo sui prezzi delle importazioni – non sembrano essere coerenti nel
tempo».
Un
altro studio sul tema mostra che nei paesi europei di norma solo un terzo della
svalutazione si trasferisce sui prezzi interni.
D’altronde
sappiamo che nel 1992 una svalutazione improvvisa della lira del 20 per cento
non ebbe praticamente alcun impatto sull’inflazione.
Lo
stesso euro dall’inizio della crisi finanziaria ha perso circa il 30 per cento
del suo valore rispetto al dollaro senza che questo sia stato accompagnato da
un’inflazione galoppante in Europa;
al
contrario, come è noto, l’inflazione è rimasta costantemente sotto l’obiettivo
della BCE del 2 per cento.
In
definitiva, pare abbastanza chiaro che, sebbene una politica monetaria
accomodante possa indubbiamente determinare un deprezzamento della valuta, e
che questo possa creare qualche trasferimento sui prezzi interni, non vi è
motivo di ritenere che un deprezzamento della valuta provochi “automaticamente”
inflazione, men che meno iperinflazione.
I
recenti stimoli fiscali attuati per arginare l’impatto della pandemia
confermano questo dato.
Di
fronte a queste affermazioni, la risposta dei vari Cipolletta è solitamente la
seguente:
«Questo potrà anche essere vero per le altre
economie avanzate, che sono “responsabili” e “affidabili”, ma non per l’Italia,
un paese troppo “debole” e “irresponsabile” per poter praticare una condotta
monetario-fiscale di questo tipo senza che la propria valuta sia ridotta a
carta straccia».
Ora,
qualunque lettura che ricorra a categoria antropologiche e socioculturali per
spiegare la presunta “diversità” dell’Italia da tutte le altre economie
avanzate e dunque la sua incapacità strutturale di gestire in autonomia la
propria economia, e la sua conseguente necessità del vincolo esterno europeo,
andrebbe rigettata a priori, essendo priva di qualunque fondamento scientifico
ed avendo ovviamente uno scopo puramente propagandistico.
Ma
vediamo nondimeno di assecondare per un attimo questo ragionamento.
Se le cose stessero come dicono Cipolletta
& co., ne dovremmo dedurre che questo tipo di politiche economiche sia un
lusso che può permettersi solo un manipolo di economie altamente sviluppate (in
cui, sempre secondo questo ragionamento, non rientrerebbe l’Italia);
alle
economie più deboli – quelle solitamente definite “emergenti” –, tra cui
l’Italia, questa via sarebbe invece preclusa.
Peccato
che un recente studio firmato da un folto gruppo di ricercatori di alcune delle
università e degli istituti di ricerca più prestigiosi al mondo (London School
of Economics, Harvard Kennedy School, CEPR, NBER e Institute of International
Finance) smentisca categoricamente questa affermazione.
Lo
studio mostra, dati alla mano, come diverse economie emergenti, tra cui diversi
paesi europei che non hanno aderito all’euro – Polonia, Romania, Ungheria,
Croazia, Messico, Colombia, Indonesia ecc. –, in risposta alla pandemia,
abbiano fatto ricorso esattamente alle stesse politiche monetarie e fiscali
“non convenzionali” di cui abbiamo parlato finora:
acquisto
di titoli pubblici da parte della banca centrale e finanziamento monetario dei
bilanci pubblici.
Eppure,
neanche in questi paesi abbiamo assistito agli scenari apocalittici paventati
da Cipolletta, anzi.
Come scrivono gli autori del paper:
«Contrariamente alla visione convenzionale su ciò che le economie emergenti
possono e non possono fare in termini di politica monetaria, i mercati dei
titoli di Stato e gli investitori stranieri hanno risposto in modo abbastanza
favorevole a questi annunci. I tassi di interesse a lungo termine sono
diminuiti in modo significativo in tutti i casi tranne tre e i tassi di cambio
si sono addirittura apprezzati o hanno rallentato il loro deprezzamento, […] e
l’inflazione rimane bassa e stabile in tutti i paesi in questione».
La conclusione degli autori è inequivocabile:
«Le economie emergenti che operano in un regime di cambio flessibile, che hanno
aspettative inflazionistiche stabili e che emettono debito in valuta locale dovrebbe
abbracciare le politiche di quantitative easing in modo più aggressivo, con
l’obiettivo di allentare le proprie condizioni finanziarie e fornire un
finanziamento monetario ai propri disavanzi pubblici, […] sostenendo così la
fornitura dei servizi sanitari e assistenziali necessari per mitigare la crisi
del COVID-19 e arginando i rischi di deflazione e stagnazione.
Finché esiste un’ampia capacità inutilizzata
nell’economia, il finanziamento monetario della spesa non comporta rischi
inflazionistici».
È
chiaro il concetto?
In
sostanza, quello che ci stanno dicendo questi autori è che paesi emergenti con
PIL pari a una frazione di quello italiano e con valute indubbiamente più
instabili di quanto potrebbe mai esserlo la nuova lira, che sarebbe comunque la
valuta di uno dei paesi più industrializzati al mondo, stanno già facendo,
senza incorrere in alcun danno collaterale, quello che secondo Cipolletta
l’Italia non potrebbe permettersi di fare.
Difficile
immaginare una smentita più sonora della vergognosa propaganda pro-euro
propinataci tutti i giorni dai giornali di regime.
La
verità è che fuori dall’euro l’Italia non sarebbe un paese al collasso:
al
contrario, tornerebbe ad essere semplicemente un paese “normale”, che potrebbe
tornare a fare affidamento su tutti i normalissimi strumenti di politica
economica di uno Stato – tra cui il finanziamento monetario della spesa
pubblica – per sostenere il proprio sistema sanitario e più in generale il
proprio tessuto economico e sociale, senza necessariamente incorrere in
conseguenze disastrose, invece di essere ridotto a elemosinare i soldi
necessari per vivere ai suoi “partner” europei, che non perdono occasione di
umiliare e ricattare il nostro paese.
Per contro, dentro l’euro, cioè all’interno di
un sistema in cui ci siamo ridotti ad un rango di sudditanza e di dipendenza
economica e politica inconcepibile anche per economie emergenti – basti pensare
a tutto l’assurdo dibattito sul MES e sul Recovery Fund –, il collasso per
asfissia finanziaria è garantito.
Anzi, è già in corso.
Rampelli
ha la memoria corta:
Meloni
voleva l’uscita dall’euro.
Pagellapolitica.it
– (17 OTTOBRE 2022) - ANSA/FABIO FRUSTACI – Redazione – ci dice:
Il
deputato di Fratelli d’Italia, difendendosi dalle accuse di Carlo Calenda, ha
dichiarato che la sua presidente «non ha mai detto» che l’Italia dovesse uscire
dalla moneta unica.
Ma non
è vero.
Il 15
ottobre, ospite a un evento organizzato dall’HuffPost, il leader di Azione
Carlo Calenda si è scontrato (min. 1:25:30) con il deputato di Fratelli
d’Italia Fabio Rampelli sulle posizioni passate della presidente di Fratelli
d’Italia, Giorgia Meloni, in merito all’euro.
Secondo
Calenda, un tempo Meloni era favorevole all’uscita dell’Italia dalla moneta
unica europea, mentre secondo Rampelli, «Giorgia Meloni non ha mai detto di
voler uscire dall’euro».
Abbiamo
verificato: il deputato di Fratelli d’Italia ha torto.
Le
posizioni di Meloni e Fratelli d’Italia sull’euro.
Fratelli
d’Italia è nato alla fine del 2012 e si è presentato per la prima volta alle
elezioni politiche nel 2013.
A
novembre di quell’anno, in un’intervista con il quotidiano Libero, Meloni aveva
ribadito che Fratelli d’Italia era «un movimento euro critico, contrario a
questa Europa che ci mette in croce».
«O si
rinegoziano i patti – aveva dichiarato la fondatrice di Fratelli d’Italia – o
non stiamo nell’euro a costo di uccidere l’Italia».
L’anno
successivo, a maggio 2014, si sono poi tenute le elezioni europee, le prime a
cui ha partecipato Fratelli d’Italia.
Il
programma elettorale del partito di Meloni proponeva, come primo punto, lo
«scioglimento concordato dell’eurozona», ossia dell’insieme dei Paesi che
utilizzano l’euro come moneta unica.
«L’euro
e le sue regole si sono purtroppo rivelati un fattore di disgregazione
dell’unità europea, anziché un elemento di rafforzamento della solidarietà tra
i popoli d’Europa.
Per
queste ragioni, Fratelli d’Italia si impegna a farsi promotore nel prossimo
Parlamento europeo di una risoluzione comune a tutti i gruppi “euro critici”,
per spingere la Commissione europea a procedere allo scioglimento concordato e
controllato dell’eurozona», si legge nel programma per le europee del 2014.
«In questo modo il processo di integrazione
europea potrà procedere senza traumi e senza che sorgano nuove tensioni
all’interno della Ue.
Nel caso questa strada non fosse perseguita
dalle istituzioni e dalle cancellerie europee e venisse confermata
l’indisponibilità ad un cambio di rotta radicale, l’Italia deve avviare una
procedura di recesso unilaterale dall’eurozona».
A marzo 2014, un paio di mesi prima delle
elezioni europee, durante un comizio Meloni aveva dichiarato che l’Italia
doveva dire «chiaramente» all’Europa: «Noi vogliamo uscire dall’euro: e se
pensate che questo sia un problema per l’euro, allora convinceteci a rimanere».
In
quel periodo, Meloni ha poi pubblicato diversi messaggi social contro l’euro.
«Marine
Le Pen contro l’euro? Ha ragione», scriveva la presidente di Fratelli d’Italia
su Twitter il 14 maggio 2014, riferendosi alla leader del partito francese di
destra Rassemblement national.
«Sull’euro
abbiamo detto cento volte che SIAMO PER USCIRE», 24 aprile 2014.
«Io non so come altro dirlo che siamo per
uscire dall’euro», 24 aprile 2014.
«Il 13 dicembre in piazza contro l’euro», 9
novembre 2014.
«Alla Commissione Ue che dice che
l’appartenenza all’euro è irrevocabile dico: niente è irrevocabile in
democrazia. Soprattutto la schiavitù», 5 gennaio 2015.
«Cos’altro
dobbiamo aspettare? Liberiamoci dalla zavorra dell’euro e vediamo come se la
cavano i tedeschi a competere con le imprese italiane ad armi pari», 9
settembre 2016.
«L’euro
è una moneta sbagliata destinata a implodere. Vogliamo lo scioglimento
concordato e controllato dell’eurozona», 25 marzo 2017.
In
vista delle elezioni europee del 2019, la proposta di sciogliere l’euro è stata
sostituita nel programma elettorale di Fratelli d’Italia con la richiesta di
«misure compensative» per i Paesi svantaggiati dall’introduzione della moneta
unica.
Ricapitolando:
Rampelli ha torto quando dice che «Giorgia Meloni non ha mai detto di voler
uscire dall’euro».
Per diversi anni, la leader di Fratelli
d’Italia ha difeso la necessità di sciogliere l’eurozona o di far uscire
l’Italia dall’euro, mentre oggi l’appartenenza del nostro Paese all’euro non è
più messa in discussione.
Il
Ministro Tajani: «La fermezza paga.
Il
segnale è arrivato. Chiedo un accordo Ue».
(Quotidiano Nazionale).
Esteri.it - Redazione – Quotidiano Nazionale – (09
Novembre 2022) – ci dice:
Ministro
Tajani, come risponderà l’Italia alla posizione molto netta dell’Unione europea
che dà torto al governo sullo sbarco dei migranti?
«Noi
rispettiamo il diritto internazionale – afferma il titolare degli Affari Esteri
nonché vicepremier. Sono le Organizzazioni non governative che devono
rispettare le regole».
Così si crea un conflitto con l’Europa.
«Non
c’è nessun conflitto: noi pure siamo Europa. E molti paesi hanno il nostro
problema».
La Commissione però non è d’accordo, ed è
evidente che una soluzione va trovata per il futuro.
«Lunedì
prossimo, al consiglio Affari esteri, porrò ai miei colleghi il tema
dell’immigrazione.
Come ha scritto anche Frontex, l’Agenzia
europea della vigilanza dei confini, c’è una strategia chiara.
Non
siamo di fronte a persone che sono in difficoltà in mare perché hanno fatto
naufragio, ma a viaggi organizzati.
Spesso i trafficanti partono quando sanno che
c’è una Ong in giro: non è più soccorso ma una sorta di servizio taxi fatto per
sfruttare la disperazione delle persone».
Insomma, lo sbarco selettivo è un segnale?
«Certo
che lo è. E la decisione del presidente Macron di aprire il porto di Marsiglia
alla Ocean Viking dimostra che qualcosa si muove.
Siamo grati alla Francia che si è mostrata
disponibile a una decisione che riduce la pressione sull’Italia, dando prova di
comprendere la necessità di un approccio concretamente solidale tra paesi Ue.
E presto mi confronterò con il mio omologo
greco: bisogna lavorare perché questi segnali si trasformino in accordo
concreto».
Cosa chiedete all’Europa?
«Un
accordo per stabilire, in base alla popolazione, come vengono ricollocati nei
vari paesi i migranti che hanno diritto all’asilo».
Non ci sono già le regole di Dublino?
«Dobbiamo
aggiornare Dublino, altrimenti non ne usciamo.
Se non ci aiutano ad arginare il flusso dei
migranti, l’Italia con i suoi 7 mila chilometri di coste si troverà in
difficoltà.
Bisogna
anche intervenire a monte, cominciando dall’Africa, dove serve un piano
Marshall di 100 miliardi per combattere povertà, malattie, terrorismo e guerre
in modo da impedire la fuga di chi nasce lì.
Quindi
bisogna fare accordi con i paesi del Nord Africa per bloccare le partenze e
fermare i trafficanti, distruggendo i motori delle loro barche.
E poi
serve una politica ad hoc per i Balcani – altra rotta di immigrazione – per il
Mediterraneo, per non parlare dell’Ucraina e dei suoi profughi.
Insomma,
i problemi vanno risolti alla radice».
Intanto, cosa si fa con chi è arrivato?
«Tutti
quelli che potevano scendere sono scesi. Ma siccome c’è un disegno chiaro
dietro questa vicenda, quello di scaricare in continuazione migranti, chi non
risponde ai requisiti deve essere riportato in Norvegia o in Germania».
Questi due Paesi non la pensano così.
«La
nave è territorio nazionale. Pure il Papa dice che l’Italia non può essere
lasciata sola».
Per la Conferenza dei vescovi devono scendere
tutti i migranti dalle navi.
«II
Papa è la massima autorità della Chiesa. Se c’è un appuntamento tra trafficanti
e Ong non siamo di fronte a un naufragio. Dobbiamo stroncare questo traffico. Salvare essere umani sì, intervenire
in mare per migliorarne le condizioni okay, ma fare il gioco di chi specula
sulla disperazione di queste persone no».
Ritiene che il codice marittimo debba essere
aggiornato? Non è stato scritto avendo in mente le migrazioni di massa, ma i
naufragi sic e simpliciter.
«No.
Le norme del codice sono chiarissime: ora servono regole sul ricollocamento. Perché, come ho detto, le Ong non
incrociano per caso i trafficanti».
Con il presidente Mattarella, lei è in
missione in Olanda, paese tra i più duri verso la richiesta italiana di
solidarietà.
«Parlerò
con il mio collega Wopke Hoekstra anche di questo. Gli spiegherò i nostri
problemi e le nostre emergenze».
Punta a un consiglio europeo dei capi di Stato
e di Governo ad hoc?
«Serve
tempo per prepararlo: ma credo che nei consigli europei in agenda si parlerà di
immigrazione».
Anche dall’Ucraina, come ha ricordato,
arrivano profughi. Bisogna continuare a mandare armi a Kiev?
«Intanto,
c’è un testo già approvato. Quando scadrà agiremo in sintonia con Europa e
Nato. È essenziale aiutare gli ucraini in ogni modo.
C’è
un’aggressione della Russia, noi dobbiamo impedire che ci sia l’invasione e poi
sederci a un tavolo per arrivare alla pace giusta, quella che rispetta
l’integrità territoriale di un paese.
Non
vogliamo la guerra perenne ma che si garantisca l’indipendenza dell’Ucraina e
si arrivi alla pace».
In una fase tanto delicata, era cosi
impellente il problema dei rave?
Il
governo presenterà modifiche al decreto?
«Il
problema è stato affrontato in Consiglio dei Ministri perché c’era un rave in
corso.
Una cosa deve essere chiara: i rave illegali
non si possono fare.
La
confisca dei beni dei partecipanti è un modo per impedire che si organizzino.
Noi di Forza Italia eravamo contrari alle intercettazioni, ma è stato
enfatizzato uno scontro inesistente.
Interventi
del governo? II Parlamento farà le modifiche che ritiene».
A proposito di Forza Italia: qual è il nodo
fra la sua corrente e quella della Ronzulli?
«Sono
contrario a qualsiasi tipo di organizzazione personale. In FI non esistono le
correnti: l’unica che esiste è quella di Berlusconi».
Resterà coordinatore del partito?
«Resterò
coordinatore finché sarà giusto. Decide Berlusconi».
Parigi
in piazza contro la UE,
il
caro energia e la Nato al
grido
Frexit, fuori dall’Europa.
Presskit.it
– Redazione – (11 ottobre 2022) – ci dice:
Sabato
un’enorme folla di manifestanti ha marciato attraverso il centro della capitale
francese per chiedere alla Francia di cambiare radicalmente la sua posizione
sulla NATO e sull’UE.
I
manifestanti portavano un grande striscione con la scritta “Endurance” e
striscioni più piccoli con la scritta “frexit”, un riferimento alla richiesta
della Francia di lasciare l’UE.
Molti manifestanti hanno anche sventolato la
bandiera nazionale.
Secondo
i video postati da Philippot sui social media, la folla ha cantato: “Usciamo
dalla NATO!”
Hanno
anche chiesto l’impeachment del presidente francese Emmanuel Macron mentre
marciavano vicino all’edificio del parlamento, si vede nel video.
I
manifestanti hanno denunciato la “guerrafondaia” Nato, così come i “divorzi”
economici sì “i vincoli energetici e sanitari”, legati alle sanzioni che l’Ue
ha imposto alla Russia per il conflitto in Ucraina.
Tra le
motivazioni di questo raduno, gli organizzatori hanno citato su Twitter:
l’opposizione al “guerrafondaio” della Nato, l'”affondamento dell’economia” da
parte dell’esecutivo e le “restrizioni energetiche e sanitarie”.
Quest’ultimo
motivo fa eco al controverso piano di sobrietà presentato di recente dal
governo, nel contesto della crisi energetica.
La
marcia è stata organizzata dal partito di destra “Les Patriotes” guidato da
Florian Philippot, ex vicedirettore del Raduno Nazionale di Marine Le Pen.
La
curva “La Rencontre Nationale de la Resistance” ha attirato “migliaia e
migliaia” di persone, secondo Philippot, che è stato anche membro del
Parlamento europeo tra il 2014 e il 2019.
I
funzionari francesi non hanno commentato la protesta e non hanno fornito dati
ufficiali sul numero dei manifestanti.
Anche
la maggior parte dei media francesi ha ignorato l’evento.
Secondo il sito web di” Les Patriotes”,
manifestazioni simili si sono svolte anche il 3 e 17 settembre.
I
disordini arrivano mentre la Francia lotta sempre più per far fronte
all’attuale crisi energetica, una delle cause principali della quale è la
politica sanzionatoria dell’UE.
Il mese scorso, il capo del regolatore energetico
francese, CRE, ha avvertito che le famiglie private potrebbero dover affrontare
interruzioni di corrente questo inverno in caso di forti ondate di freddo.
Lo
scandalo in Europa
è
appena agli inizi.
Riflessimemorah.com
– Massimiliano Boni – (16 dicembre 2022) – ci dice:
I
(tanti) soldi pagati da alcuni Stati arabi per condizionare la politica europea
scuotono da giorni il mondo della politica.
Renato
Coen, inviato per Sky a Bruxelles, esamina le implicazioni dell’“Italian job”,
tra pressioni delle lobby e lotte tra servizi di Intelligence.
Renato,
lo scandalo scoppiato nel Parlamento europeo, sulle centinaia di migliaia di euro passati dal Qatar e, sembra,
dal Marocco a ex eurodeputati (Panzeri), assistenti (Giorgi), l’ex vice
presidente Kaili (subito destituita) e altri sta scuotendo i palazzi della
politica europea.
Che
clima si respira a Bruxelles?
Renato
Coen, corrispondente da Bruxelles per Sky:
Si
avverte un’aria pesante, molto brutta.
C’è in generale una grande paura, soprattutto
da parte dei parlamentari europei; probabilmente si attendono nuovi sviluppi
dell’indagine, quindi altri nomi coinvolti.
Sono
stato a Strasburgo nei giorni scorsi, per la plenaria del Parlamento europeo, e
ho parlato con molti eurodeputati.
La
delusione, la paura e la tensione è molto alta.
Molti
temono di essere accostati allo scandalo senza avere responsabilità, magari
perché si sono fatti accertamenti sui loro assistenti;
e poi c’è ancora da assimilare l’effetto
sorpresa, praticamente uno shock, perché davvero nessuno si aspettava uno
scandalo del genere.
La paura, come volevo dirti, è che lo scandalo non si
fermi al Parlamento europeo, e che vada oltre, perché in molti da giorni si
chiedono:
possibile che siano stati pagati solo gli
eurodeputati, cioè i rappresentanti dell’organo che ha meno peso politico in
Europa?
Dello
scandalo c’è un aspetto purtroppo da non trascurare: i soggetti coinvolti sono
tutti italiani o riconducibili a italiani, al tal punto che la stampa europea
parla di “Italian
Job”.
È
vero. È un dato che hanno notato tutti.
Media
e osservatori sono tranchant, del resto è un’evidenza che salta agli occhi. Per
quanto riguarda i commenti degli europarlamentari, però, devo dire che sono ancora
tutti molto prudenti;
per
ora sono coinvolti solo parlamentari italiani del gruppo socialista, però noi
sappiamo cosa successe nel 1992:
si
partì da una piccola tangente e poi si arrivò a travolgere tutto il sistema dei
partiti.
Per questo c’è molta prudenza: nessuno sa ancora cosa
succederà, Tangentopoli insegna.
Questo
scandalo, paradossalmente, non è anche una risposta a chi sostiene che le
istituzioni comunitarie valgono poco nel campo internazionale, in un tempo che
vede il ritorno dei nazionalismi?
Posso
dirti che la narrativa secondo cui l’Europa non conta nulla sul piano
internazionale è finita con la pandemia, che ha mostrato invece quanto sia
importante e cosa possa fare.
Del
resto, guarda le ultime campagne elettorali, compresa quella in Italia:
ci
sono state certo delle critiche alle politiche europee, ma non abbiamo
praticamente più sentito dire “usciamo dall’Europa” o “usciamo dall’euro”.
Chi
veramente è addentro i lavori europei, compresi i servizi segreti degli Stati
stranieri, sa che l’Europa è un mercato di 450 milioni di persone, che ha un
peso molto forte.
A
proposito di servizi segreti: l’Unione europea ne ha uno tutto suo?
No,
non ce l’ha. È una mancanza di cui si parla da tempo.
Inoltre c’è da dire che, storicamente, le
varie Agenzie nazionali di intelligence collaborano malvolentieri;
anche
se ora la situazione è migliorata per l’effetto del terrorismo, specie nella
fase più acuta dell’azione dell’Isis.
In
questo caso specifico, a quanto pare, le informazioni sono arrivate da 5
servizi segreti.
Direi
però che la notizia è un’altra.
Quale?
A
imbeccare l’intelligence europea sarebbe stata quella degli Emirati arabi
uniti, forti competitor del Qatar;
guarda
caso, in questo momento proprio gli Emirati sono alla guida dell’Interpool.
Insomma:
pare proprio che ci sia stata una forte influenza straniera anche nel dare il
via all’indagine.
È
attendibile la voce che parla di circa 60 parlamentari europei coinvolti?
Credo
che, al di là dei numeri, il numero degli indagati certamente si allargherà. Però non credo che verranno coinvolti
solo eurodeputati; il timore è che si possa arrivare alla Commissione europea.
Lo
scandalo ha mostrato anche la realtà delle tante lobby che operano in Europa. A questo proposito, Israele ha uffici
di rappresentanza? e l’Autorità palestinese?
Conosco
bene più la realtà israeliana.
Sai,
qui in Europa Israele, sul piano istituzionale, è molto attiva e presente,
anche se ha un solo rappresentante sia per i rapporti con la UE che con la
Nato.
Gli
israeliani sono molto interessati all’Europa, hanno continui incontri
istituzionali.
Per
quanto riguarda invece il rappresentante palestinese, posso solo dire che anche
loro cercano molto una sponda, che trovano trasversalmente, per gruppi
parlamentari, con cui tentano ad esempio di ammorbidire le prese di posizione
più dure europee nei confronti del loro governo.
Ad
esempio, si attivano per bloccare delle risoluzioni sgradite, come ogni lobby.
Allarghiamo
un po’ il campo: il nostro commissario, Gentiloni, come sta operando in Europa?
Direi
bene. Gentiloni si sa muovere politicamente, ha acquisito rispetto anche per il
suo sangue freddo.
All’inizio
scontava il fatto di rappresentare un paese che non eccelleva nei conti
pubblici [Gentiloni è commissario all’economia, n.d.a.], ma in questi anni non
ha mai subito critiche e accuse di favoritismo.
L’Europa
da quasi un anno vive con la guerra in casa.
Come si vede a Bruxelles il conflitto in
Ucraina?
Anche
su questo fronte tira una pessima aria.
La realtà è che l’Europa si è resa conto che
più di così non può fare.
È in
attesa che le sanzioni alla Russia facciano effetto e che succeda qualcosa.
La
vera preoccupazione è la tenuta della propria opinione pubblica, da parte di
tutti i governi, perché ogni Stato sa che non ci si può permettere un’altra
crisi energetica per altro anno.
Invece la guerra ha suoi tempi, la Russia non
ha fretta, l’Ucraina non molla, e intanto l’inflazione sale, e con essa i tassi
di interesse e il costo dell’energia.
Veniamo
all’Italia. Il governo Meloni che reazione ha provocato in Europa?
Distinguerei.
La premier Meloni sul piano personale sta
facendo in generale buona impressione: ha modo di porsi, sa approcciarsi bene
ai suoi interlocutori, al primo impatto risulta anche piacevole.
Umanamente
tutto ciò aiuta.
Il fatto che il primo viaggio all’estero è
stato fatto per venire in Europa è stato un segnale positivo.
Poi, politicamente, rimangono le diffidenze.
Il
primo atto del governo è stato aprire una crisi politica con la Francia, la
manovra di bilancio ha ricevuto osservazioni critiche non solo di tipo tecnico,
perché alcune decisioni, come l’uso del contante e le misure fiscali più
permissive rischiano di favorire l’evasione fiscale.
Tutto
ciò contrasta con le basi della politica europea.
Ce la
faremo con il Pnrr?
È il
punto più importante.
I
dubbi attualmente riguardano la manovra fiscale, la lotta all’evasione e la
riforma fiscale, che sono condizioni per il PNRR.
Oltre
a questo ci sono poi le dichiarazioni del governo, che mette le mani avanti,
lamenta i ritardi e il caro materiali, il che fa nascere sospetti.
L’Italia
ce la farà? Oggi è questa la vera domanda che molti si fanno.
Draghi
è un rimpianto?
Nessuno
lo dice a livello ufficiale.
Però, nei vari dossier, prima l’Italia aveva
un altro ruolo, perché con la crisi tra Germania e Francia avevamo saputo
ritagliarsi uno spazio importante.
Ora mi sembra che il ruolo del nostro paese
sia sceso di livello.
(Massimiliano
Boni)
La
Lega ha deciso: ora non vuole
più
uscire dall’Ue e dall’Euro.
Fanpage.it
- Stefano Rizzuti – (14-2-2020) – ci dice:
La
Lega non ha dubbi: no all’uscita dall’Ue e no all’uscita dall’Euro. Ad
assicurarlo è Giancarlo Giorgetti, ex sottosegretario alla presidenza del
Consiglio e ora responsabile Esteri del partito guidato da Matteo Salvini. “Se
dico che non usciamo, non usciamo. Punto”, afferma ribadendo quanto già detto
dal leader del Carroccio.
La
Lega non vuole uscire dall’Euro e non vuole lasciare l’Unione europea.
Parola di Giancarlo Giorgetti, ex
sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ora responsabile Esteri del
partito guidato da Matteo Salvini.
Intervistato
dal Corriere della Sera, Giorgetti ribadisce le scelte del Carroccio in tema di
Europa, sia da un punto di vista politico che monetario.
“Noi
non vogliamo uscire”, sottolinea rimarcando le parole di Salvini in merito.
“Ma –
precisa – non siamo più i soli a dire che molto deve cambiare.
Per
due ragioni: i trattati sono stati scritti in un’altra era geologica; l’epoca
Merkel si avvia a conclusione. Così non si regge.
Come
si fa a competere con i colossi cinesi con le nostre attuali regole sugli aiuti
di Stato?
Come
si fa ad avere un target del 2% di inflazione che oggi non si ottiene più
neanche pompando moneta?”.
Giorgetti
spiega perché è stato scelto come responsabile Esteri da Salvini:
“Penso
che abbia scelto me perché ho esperienza, ho le mie idee, e la politica estera
non può essere frutto di improvvisazione.
Bisogna essere pragmatici, il mondo cambia.
Si è
guardato intorno e ha cercato qualcuno che avesse un’immagine di affidabilità.
Speriamo non si sia sbagliato”.
E
proprio da responsabile Esteri sarà lui a dire l’ultima parola sul tema
dell’uscita dall’Ue e dall’euro, nonostante le possibili idee diverse da parte
di esponenti di spicco come Borghi e Bagnai: “Se dico che non usciamo, non
usciamo. Punto”.
Per
quanto riguarda l’approccio con l’Ue, Giorgetti si sofferma anche sul tema
dell’immigrazione:
“La
politica di fermezza ha avuto risultati. Se ora l’Europa comincia ad accettare
l’idea che l’Italia non può essere lasciata da sola, è grazie a Salvini.
Se il ministro Lamorgese può andare a trattare
in Europa è perché Salvini ha fatto il matto.
Se la lezione è stata capita, si può e si deve
collaborare”.
La
Lega, al Parlamento europeo, fa parte del gruppo di Afd e Le Pen, ma si pensa a
una possibile adesione ai Conservatori, in cui c’è anche Giorgia Meloni con Fdi:
“Per
me si può fare anche domani. I tedeschi li conoscevamo poco, e nessun
matrimonio è indissolubile.
Ma non è questo il punto. Il punto è che farà
la Cdu-Csu.
Andrà
a sinistra, verso verdi e socialisti?
O si
alleerà con i liberali?
Da
questo dipenderà la politica europea del Partito popolare.
E noi
dobbiamo essere “potabili” quando arriverà il momento.
Per questo voglio che l’Europa ci conosca per
quello che siamo e non per le etichette che ci affibbiano.
Un partito di governo da vent’anni, non una
banda di fascisti come stancamente e stupidamente ripete la sinistra”.
(fanpage.it/)
(fanpage.it/politica/la-lega-ha-deciso-ora-non-vuole-piu-uscire-dallue-e-dalleuro/)
Perché
l’Europa ha bocciato la manovra
della
Meloni, cosa cambia nella finanziaria.
Ilriformista.it - Claudia Fusani — (15 Dicembre 2022) – ci
dice:
Forse
perché ha saputo prima che fosse ufficiale e prima di parlare in aula al Senato
che Bruxelles ha promosso la legge di bilancio del suo governo ma con molte
riserve e su punti bandiera come uso delle carte di credito, tetto al contante
e condoni fiscali.
Fatto
sta che anche ieri nella replica a palazzo Madama sulle Comunicazioni in vista
del Consiglio europeo iniziato ieri sera a Bruxelles, Giorgia Meloni ha usato
un sarcasmo e un’aggressività fuori contesto.
Estranea
al ruolo istituzionale.
Ha
mescolato pericolosamente povertà, reddito di cittadinanza e guerra.
“Voi
che volete la pace e non volete che inviamo armi all’Ucraina – ha detto la
premier rivolta ai 5 Stelle– potete cortesemente spiegare i contenuti delle
vostre proposte?
L’Ucraina
deve arrendersi? Oppure chiedete l’immediato ritiro delle truppe russe? E come
li convinciamo? Con il reddito di cittadinanza?”.
Ha
attaccato una volta di più – ormai lo sta facendo spesso – il governo Draghi.
E se
il giorno prima ha denunciato l’“immobilismo” circa alcuni dossier come Lukoil,
ieri ha criticato tutta la politica estera degli ultimi anni:
“L’Italia
in questi anni ha mancato la triangolazione con la Francia e la Germania, il
tavolo barcollava perché le gambe erano due.
Ma ora
l’Italia ha un ruolo diverso”.
Perché
governa la destra, perché governa Giorgia Meloni, perché, come ebbe a dire
nella sua prima conferenza stampa da premier, “non siamo più la repubblica
delle banane”.
E chi
parla di “isolamento mente sapendo di farlo” ha insistito la premier.
Isolamento
come quello nato dopo aver costretto le navi delle ong fuori dai porti italiani
salvo poi riaprirli pochi giorni dopo costretti dalle leggi internazionali e
dalle convenzioni.
Il bilaterale con Macron non ci sarà neppure
in occasione di questo vertice Europeo.
E nel
frattempo il “tavolo” sta tornando a tre ma al posto dell’Italia rischia di
esserci la Spagna.
Secondo
la premier, invece, “è impossibile isolare l’Italia, nazione fondatrice della
Ue, della Nato e protagonista nel Mediterraneo”. Insomma, più o meno schiaffi a
tutti.
Tranne
al Terzo Polo che Meloni blandisce con qualche promessa circa le proposte
contro il caro energia (“Le valuteremo se dalle Ue non arrivano proposte chiare
ed immediate”).
L’Europa
boccia la manovra Meloni, governo KO su Pos, pensioni e contante: “Mancano
progressi sulle riforme strutturali”
Ma
l’obiettivo vero è politico, cioè frantumare l’opposizione che anche ieri si è
presentata con quattro diverse risoluzioni.
Alla
fine, come già il giorno prima alla Camera, quelle di Pd e Terzo Polo passano
con le astensioni.
5 Stelle e Sinistra-Verdi sono lasciati soli
nell’angolo a votare contro l’invio delle armi all’Ucraina.
Contro
sé stessi e quello che hanno votato dieci mesi fa.
Capito
il giochino – una calcolata “captatio benevolentiae” per il Terzo Polo per
isolarlo rispetto all’elettorato di centrosinistra – ha provveduto Matteo Renzi
ha rimettere in fila le cose.
Prima ha attaccato l’incoerenza (“non è vero
Presidente che lei non ha cambiato idea”) mettendo in fila tutte le volte che
Meloni oggi europeista ha detto: “Usciamo dall’euro”.
“La
coerenza del presidente Meloni – ha detto il leader di Iv – è messa a dura
prova nel momento in cui assume un incarico di governo.
Sappiamo che si cambia ma non ci venga a fare la
morale a noi su questi temi. Dunque a lei decidere tra “Meloni 1” che voleva
uscire dall’euro e “Meloni 2” che oggi va a Bruxelles per trattare le regole
del gioco per stare in Europa”.
Più in
generale Renzi ha ricordato alla premier “la non piacevolissima espressione
sulla repubblica delle banane”.
Quella
di Draghi, signora presidente “non era la repubblica delle banane.
E, si ricordi, è stata molto fortunata perché
prima di lei non c’era uno scappato di casa ma un signore che ha salvato l’euro
e ha portato molta Italia in Europa.
Se lo ricordi quando va in Europa, è una questione di
stile, da paese serio”.
In
attesa di vedere cosa deciderà il Consiglio europeo e come sarà l’esordio di
Meloni a Bruxelles, è la legge di bilancio che preoccupa la premier e il suo
governo.
La
Commissione europea promuove la manovra italiana su conti, spesa e caro energia
ma la boccia nella lotta all’evasione con preciso riferimento ai pagamenti
elettronici e al tetto del contante.
Bocciata
anche sul fisco perché non è stata approvata “la legge delega sulla riforma
fiscale per promuovere ulteriormente la riduzione delle imposte sul lavoro ed
aumentare la riduzione delle imposte sul lavoro”.
Il
ministro Giorgetti è molto soddisfatto,
“hanno promosso dieci paesi tra cui l’Italia,
ci mettono a giocare in Champions e voi (giornalisti, ndr) vi soffermate sui
dettagli” diceva ieri mentre raggiungeva la sala Tatarella al palazzo dei
gruppi alla Camera per un vertice di maggioranza.
C’è da
risolvere il problema degli emendamenti.
I segnalati non possono essere più di 400,
forse ancora meno (si parte da oltre tremila).
E
occorre cambiare qualcosa su contante e pace fiscale, come Bruxelles ha
invitato a fare.
La
Lega non molla. E Forza Italia neppure su pensioni e giovani. La ragioneria ha
calcolato che gli undici condoni presenti nella legge di bilancio portano un
mancato incasso allo Stato di 1,1 miliardi.
Con la
penuria di soldi, non sono pochi.
Mentre
la maggioranza era riunita a cercare la quadra, il Pd ha occupato la
commissione Bilancio perché nessuno della maggioranza era presente (erano tutti
riuniti al vertice).
La sera e la notte devono portare consiglio.
Stamani la Commissione deve iniziare a votare.
Il 20
il testo deve andare in aula. Il tempo è poco, i soldi anche, i nodi da
risolvere ancora tanti.
(Claudia
Fusani)
Investimenti,
il “Gruppo Bei” contribuirà con
20
miliardi al fondo di garanzia di InvestEu.
Euractiv.it
– (8 mar 2022) - Alessandro Follis – ci dice:
(EURACTIV
Italia)
La
Commissione europea, la Banca europea degli investimenti (Bei) e il Fondo
europeo per gli investimenti (Fei) hanno firmato un accordo per un budget Ue da
19,65 miliardi di euro per sostenere progetti di investimento in tutta Europa.
La
firma degli accordi di garanzia tra Commissione Ue, Bei e Fei costituisce un
traguardo fondamentale nell’implementazione del programma InvestEu, un pilastro
fondamentale del pacchetto di ripresa dal Covid-19 dell’Unione europea.
Il
programma è costituito da tre componenti:
Il fondo, lo hub di consulenza e il portale
InvestEu.
Fornisce
una garanzia di 26,2 miliardi di euro per sostenere operazioni finanziarie e di
investimento, con lo scopo di attrarre fondi pubblici e privati per arrivare a
un totale di 372 miliardi di euro entro il 2027.
Il
gruppo Bei, composto dalla Banca e dal Fondo europeo per gli investimenti,
implementerà il 75% della garanzia di bilancio, pari a 19,65 miliardi di euro,
e la stessa quota dello hub di consulenza.
Allo
stesso tempo, le istituzioni finanziarie attive in Europa e le banche nazionali
di promozione potranno usare il 25% della garanzia per sostenere investimenti e
progetti.
InvestEu,
approvato il programma da 400 miliardi di euro per le Pmi.
Martedì
9 marzo il Parlamento europeo ha approvato due strumenti importanti che fanno
parte del Recovery Plan europeo:
il
programma InvestEu ed Eu4Health.
Il
primo raccoglierà oltre 400 miliardi di euro di investimenti, mentre il secondo
potenzierà la risposta alle …
Il
programma InvestEu
Il
programma InvestEu fornirà all’Ue investimenti cruciali a lungo termine,
raccogliendo i fondi dal settore privato.
L’accordo
firmato lunedì 7 marzo consente di determinare le regole per la concessione
della garanzia di bilancio e per la sua attuazione da parte della Bei e del
Fei.
Le
aree che beneficeranno del sostegno da parte del programma InvestEu sono
quattro:
infrastrutture
sostenibili; ricerca, innovazione e digitalizzazione; piccole e medie imprese;
investimenti sociali e competenze.
Almeno il 30% degli investimenti totali
saranno attuati in aree che sostengono direttamente la transizione ecologica.
Lo hub
di consulenza fornisce invece un punto di accesso per la richiesta di
assistenza tecnica, sostenendo i promoter pubblici e privati
nell’identificazione, preparazione e implementazione dei progetti InvestEu e
delle relative piattaforme.
“Questo
accordo arriva al momento giusto, mentre usciamo dalla pandemia e ci troviamo
ad affrontare una crescente incertezza geopolitica.
InvestEu mobiliterà investimenti privati su
larga scala per aiutare a sostenere le imprese e i lavori del futuro”, ha detto il vicepresidente dell’Ue
con delega al commercio Valdis Dombrovskis.
“Gli
investimenti di cui abbiamo bisogno nei prossimi anni sono davvero immensi. E
confido che InvestEu si dimostri uno strumento importante per affrontare questa
sfida.
Oggi
apriamo un nuovo capitolo della collaborazione di successo tra Commissione
europea e gruppo Bei:
costruire infrastrutture sostenibili, guidare
l’innovazione, sviluppare competenze per il futuro e consentire la crescita
delle piccole e medie imprese”, ha detto il commissario all’economia Paolo
Gentiloni.
La
vicepresidente della Bei Tereza Czerwińska ha dichiarato che “combinando i fondi pubblici con la
nostra esperienza e capacità di sostenere i rischi possiamo mobilitare con
successo investimenti su larga scala, pubblici e privati, che sostengano
l’Europa nella sua ripresa dal Covid-19”.
Infine,
il direttore generale del Fei Alain Godard ha detto che “come partner principale in questi sforzi
per affrontare le molteplici sfide che le nostre società e l’economia europea
stanno affrontando oggi, il Fei è pronto a fare la sua parte nel promuovere
l’innovazione, costruire nuovi mercati, rafforzare la competitività e stimolare
l’occupazione e la crescita”.
Il
contenuto degli articoli di Euractiv è indipendente dalle opinioni dei nostri
Sponsor.
“Euractiv” è gratuito e rimarrà tale.
Come
ha fatto Elly Schlein a vincere
le primarie del Pd: l’analisi del voto.
Fanpage.it
– (28-2-2023) – Luca Pons – ci dice:
Elly
Schlein è diventata segretaria del Partito democratico contro tutte le
aspettative.
Nel
voto delle primarie ha aiutato la sua immagine di rottura:
ha convinto i giovani e gli abitanti delle
grandi città, ma anche l’elettorato storico del Pd.
L’analisi
del voto di “Lorenzo Regiroli”, sondaggista di “Bidimedia”.
Elly
Schlein ha vinto le primarie del Pd in modo del tutto inaspettato:
la
maggior parte dei sondaggi la davano nettamente sfavorita, alcuni in modo
irrecuperabile.
Lorenzo Regiroli, sondaggista di Bidimedia, ha
spiegato a Fanpage.it cosa ha contribuito a portare la vittoria di Schlein.
Partiamo
dalla divisione per Regioni: Schlein è andata bene al Centro-Nord, Bonaccini al
Sud, giusto?
Sì, si
era visto già nel voto dei circoli.
Ieri, l'unica Regione del Nord in cui
Bonaccini ha tenuto è stata la sua Emilia:
56% a 44%.
Però, per essere la sua Regione, non è un buon
dato.
Il
resto del Centro-Nord ha visto un dominio molto sopra le attese di Schlein.
Ma
bisogna sottolineare che lei ha anche recuperato al Sud, tranne in pochissime
aree.
Bonaccini
in testa con il 50%, Schlein al 36%:
sulle primarie Pd l'ombra delle tessere fantasma.
Era un
risultato inatteso?
Sì, è
stato il primo segnale che ha fatto capire che qualcosa non stava andando come
previsto, nello spoglio.
Ci si
aspettava che andasse bene nelle grandi città, come è successo:
a
Palermo, a Napoli, in molti capoluoghi meridionali con l'eccezione di Bari,
dove il sindaco Decaro sosteneva Bonaccini.
Ciò
che è stato sorprendente è stato che anche al Sud, dove Bonaccini vinceva,
vinceva con molti meno punti di vantaggio rispetto ai risultati dei circoli.
Schlein
recuperava 20-25 punti quasi ovunque, si vedeva che stava rimontando.
In
Puglia ad esempio è finita dietro, ma ha recuperato moltissimo.
È
stata una enorme sorpresa che Schlein abbia vinto in Sicilia.
La
mappa dei voti alle primarie del Pd per provincia è stata realizzata da Bidimedia.
L'affluenza
come è stata?
Attorno
a un milione e centomila persone.
Noi
avevamo stimato una forchetta ampia, tra 700mila e 1,3 milioni, e la
probabilità più alta era nel mezzo, quindi circa un milione.
È
stato un risultato tutto sommato buono, non eccezionale.
L'affluenza è in calo costante da anni, non
solo alle primarie ma in tutte le elezioni.
Il
dato finale sull'affluenza è in linea con il dato sugli elettori del Pd, si può
dire che il partito ha raggiunto il suo obiettivo che era fissato a un milione.
Certo, il continuo calo pone degli interrogativi per
il futuro.
In
questo caso, quindi, le attese sono state rispettate.
C'è da
dire che, un mese fa, pochi avrebbero scommesso sul superamento del milione di
partecipanti.
Ha aiutato il fatto che fossero le prime
primarie competitive del Partito democratico, e le prime che hanno riservato
una sorpresa.
L'affluenza
più alta ha aiutato Schlein?
Assolutamente
sì.
Avevamo previsto questo: con l'affluenza bassa
o media, fino a un milione, Bonaccini era favorito perché andava a votare
soprattutto lo zoccolo duro del Pd, più affine al voto dei circoli.
Ma nel
nostro sondaggio c'erano tantissimi indecisi, più del 30%, e la maggior parte
era indecisa se andare a votare o no.
Tra
gli incerti, tra quelli che ‘forse' sarebbero andati, prevaleva Elly Schlein.
Quindi
al crescere dell'affluenza vedevamo un recupero di Elly Schlein.
Non
abbiamo capito fino a che livello, addirittura fino a superare Bonaccini, ma la
dinamica era prevista.
Gli
indecisi sono stati decisivi. Questo livello di affluenza era il migliore per
Schlein, se fosse salita ancora di più avrebbe potuto andare diversamente, ma
non lo sapremo mai.
Sono
stati i giovani a far vincere la nuova segretaria?
In
realtà, sembra di no.
I giovani sono la fascia più attiva,
anche sui social, ma che poi va a votare meno. Noi avevamo diversi nostri
inviati nei circoli, e l'età media che si vedeva era quella del corpo elettorale
del Pd, che è composto in gran parte da anziani.
C'erano
signore settantenni, nella provincia di Sondrio, che erano da sempre fedeli
alla linea del partito e dicevano ‘io stavolta voto Schlein'.
Quindi
in realtà a eleggere la nuova segretaria non sembra essere stata tanto una
massa giovane, ma il corpo tradizionale dei simpatizzanti e degli elettori del
Pd.
Quindi
è il contrario di quanto detto da alcuni, cioè che Schlein abbia vinto perché
ha portato a votare i giovani lontani dal Pd.
Sembra
più probabile che Schlein abbia vinto con gli anziani e con le aree suburbane,
dove aveva preso poco nei circoli.
Con
gli elettori giovani e delle grandi città è sempre andata bene, ma non
sarebbero bastati per vincere.
Ci
sono dati impressionanti su alcune province lombarde, penso a Como, Sondrio,
Lecco… paesini dove la Lega sta al 50%, ed Elly Schlein ha preso il 70%.
Lì non ha votato l'elettorato giovanile e
urbano, ma il corpo elettorale storico del Pd.
Perché
hanno votato per la ‘radicale' Schlein?
Hanno
voluto dare un segnale alla dirigenza del Pd, direi anche uno schiaffone.
Un
segnale molto forte.
Una
specie di voto di protesta contro il Pd?
Non
contro il Pd, altrimenti non sarebbero andati a votare.
Sono
persone che si sentono del Pd, ma pensano che la dirigenza debba cambiare rotta
in maniera radicale.
Invece di stare a casa hanno trovato
un'alternativa, ed Elly Schlein è stata molto brava a incarnare questa
alternativa.
In
confronto, Bonaccini è apparso come l'usato sicuro, il simbolo della linea del
Pd fino a oggi.
Schlein
ha fatto la scelta vincente presentandosi come una figura quasi esterna al
partito, e con una linea più progressista?
Lei
era parte del Pd prima, è stata eletta eurodeputata con il Partito democratico,
poi era uscita ed è rientrata.
Comunque, nonostante avesse a supporto pezzi
importanti del partito – come Orlando e Franceschini – si è presentata come una novità di
rottura.
Questo è stato premiato, come anche la
radicalità, il voler ritrovare un'identità chiara del partito.
La
vittoria di questa ‘radicalità' è una risposta al governo Meloni, che si
definisce nettamente come un governo politico di destra?
È un
po' un segnale della fine del moderatismo a tutti i costi: quello delle grandi
coalizioni, le agende Monti, le agende Draghi… a quanto pare tutto ciò non
piace più al popolo del Partito democratico.
E
Bonaccini ha incarnato tutto questo.
Come è
andato il voto online?
Non ha
avuto numeri molto alti, si parla di alcune migliaia di voti.
Rispetto a 1,1 milioni totali, insomma… è
poco, ma è un segnale interessante.
È la
prima volta che si vota online in un'elezione italiana.
Il
Movimento 5 stelle in passato ha adottato un modello completamente diverso, più
vicino al plebiscito online.
Questa è stata un'elezione vera e propria, in
cui si è votato fisicamente e volendo anche online.
Dimostra
che è fattibile.
Questo
può essere interessante nel dibattito sul voto dei fuorisede, e in generale di
chi abita lontano dalla residenza ufficiale.
Sono
pochi voti, ma sono comunque alcune migliaia di persone che non avrebbero
potuto votare.
(fanpage.it/politica/come-ha-fatto-elly-schlein-a-vincere-le-primarie-del-pd-lanalisi-del-voto/)
(fanpage.it/)
Ha
vinto Elly Schlein: è finito
il Pd che abbiamo conosciuto.
Publicpolicy.it – (27 Febbraio 2023) - David
Allegranti – ci dice:
ROMA
(Public Policy) – Nasce il Pd modello Ecologia & Libertà.
Laddove
si dimostra che Dario Franceschini, grande sostenitore della deputata da poco iscritta
ai democratici, è come il banco: vince sempre.
“Un’onda travolgente cui nessuno credeva.
Un’onda
di speranze, di rabbia, di orgoglio, di entusiasmo che ha portato il popolo
democratico a scegliere di farsi guidare verso il futuro da una giovane donna.
Oggi inizia davvero una nuova storia”, ha
detto Franceschini.
“Se
sarò segretaria caccerò via i capibastone e i cacicchi”, aveva detto Schlein pochi giorni
fa.
Chissà
che fine faranno quelli che governavano il Pd da anni e che stavolta hanno scelto
di puntare sulla fine del Lingotto, sostenendo l’ex vicepresidente della
Regione Emilia Romagna.
“Saremo un grande problema per il
Governo”,
ha detto Schlein nel suo primo discorso da leader del Pd, spiegando che ci sarà da
fortificare l’unione delle opposizioni.
Dopo
aver celebrato un congresso sul renzismo e l’anti renzismo, con Stefano
Bonaccini timido interprete del primo e Schlein autorevole rappresentante del
secondo, dopo aver organizzato primarie che hanno contraddetto il voto degli
iscritti (che avevano in maggioranza scelto il presidente dell’Emilia Romagna),
ecco
dunque che il Pd elegge l’ex leader di OccupyPd.
Il Pd
ha insomma occupato sé stesso.
Il Pd
ha organizzato nel 2023 un congresso su Matteo Renzi e il renzismo senza Renzi
candidato e senza Renzi nel Pd.
Un congresso sui miraggi, sui fantasmi. Un congresso
fantasma, dunque?
I fantasmi convengono, perché sono
rassicuranti come le abitudini.
Il Pd
vive in una immensa eterotopia.
L’utopia del passato, però da guardare con la
nostalgia di chi sa che non tornerà, sempre che sia mai esistito, questo
mitologico passato.
Quello
di Schlein sarà un partito diverso dal Pd del Lingotto.
Una
mutazione a tratti pre-politica è d’altronde in corso da anni.
Il
rapporto con i 5 stelle in questi anni è stato esiziale ma significativo,
perché voluto, cercato e praticato anche dai vertici del Pd, che hanno
testimoniato una notevole subalternità culturale al populismo grillino.
Il
taglio del numero dei parlamentari è stato solo l’ultimo, anche se il più
macroscopico, degli eventi di cui il centrosinistra si è reso corresponsabile,
un regalo enorme ai detrattori della democrazia rappresentativa.
Di
tutto questo però si è parlato poco nel congresso.
Così
come poco si è parlato della guerra in Ucraina scatenata dalla Russia.
È passato ormai un anno dall’aggressione di
Vladimir Putin, la linea di Enrico Letta sulla guerra è stata la migliore
posizione politica espressa dalla sua segreteria.
Dal prossimo Pd ci potremmo aspettare
altrettanta nettezza, ma non è detto che ci sarà.
Nel novembre scorso, parlando a la Repubblica,
la futura segretaria del Pd era apparsa molto ambigua sulla questione
dell’aggressione alla Russia.
Favorevole
a nuovi aiuti militari all’Ucraina?
Le
aveva chiesto il quotidiano diretto da Maurizio Molinari.
“Ne
discuterà il Parlamento, vengo da una cultura di pace ma non ho mai criticato
chi ha scelto di supportare la resistenza ucraina nella prima fase, altrimenti
staremmo discutendo del tragico scenario della vittoria di Putin che riscrive
militarmente i confini europei.
Ma ora
è una fase diversa, sono passati molti mesi e serve uno sforzo politico e
diplomatico dell’Ue per il cessate il fuoco e una conferenza di pace”.
Ma
intanto aiuti sì o aiuti no?
“Bisogna
discutere insieme i due piani, speriamo che la liberazione di Kherson possa
aprire la strada a ciò che è mancato in questi mesi e che anche la piazza di
Roma chiedeva”.
Senza
sforzi da parte dell’aggressore il dibattito sugli aiuti non rischia di essere
solo un favore a Mosca?
“Nessuna
equidistanza è possibile, Putin può solo essere condannato per ciò che ha
fatto.
La
pace serve a ristabilire i principi del diritto internazionale che lui ha
violato”. Insomma
già si capiva da quelle parole che la linea della fermezza di Letta non sarebbe
resistita a lungo.
E la
scissione?
Bonaccini
la esclude: “Da domani tutti dobbiamo dare una mano per il rilancio del Pd,
sentiamo la responsabilità di metterci a disposizione, dobbiamo dare una mano a
Elly.
Io
l’ho sempre detto: se avessi vinto avrei chiesto ad Elly di darmi una mano, ha
prevalso Elly e senza chiedere nulla per me sono pronto a dare una mano”.
Non è detto però che altri siano dello stesso
avviso.
Da
Giorgio Gori ad Andrea Marcucci, che faranno gli ultimi riformisti del Pd?
(Public
Policy--@davidallegranti)
"Dimissioni":
unica strategia
della
sinistra in crisi.
Il
governo si è insediato da quattro mesi e le opposizioni hanno già chiesto le
dimissioni di tre ministri (e non solo).
Un
meccanismo collaudato, alimentato mediaticamente, che anziché criticare nel
merito mira a demonizzare l'avversario, che siede al posto di chi ha dimostrato
di non saper governare e ora dimostra di non saper fare opposizione.
Ormai
si tratta di un meccanismo collaudato.
Un
gruppo di organi d’informazione di primo piano alza i toni, grida allo
scandalo, fomenta le tensioni.
Subito
dopo, i partiti di opposizione chiedono le dimissioni di un Ministro o di un
altro esponente del governo, accusandolo di non essere in grado di ricoprire
quell’incarico.
È la nuova frontiera della dialettica politica:
anziché
criticare l’avversario per le cose che fa, contrapponendovi ricette
alternative, si preferisce demonizzarlo qualunque cosa dica o faccia, provare a
delegittimarlo, sfruttando la “moral suasion” che alcuni giornali blasonati portano
avanti con sistematicità.
In
occasione della tragedia dei migranti a Crotone il copione si è ripetuto
fedelmente.
Il massimalismo di alcuni titoli di giornale
(«Una strage di Stato», «La Guardia Costiera sapeva, ma non ha salvato i
migranti», «Nessuno ha voluto salvarli») è davvero un calcio al buon senso e
conferma il cortocircuito difficile da governare tra cattiva informazione e
strumentalizzazione politica.
Alcuni
quotidiani, pur di catturare l’interesse dei potenziali lettori, la sparano
grossa perché sanno che fa più notizia una critica che una approvazione.
I
partiti antigovernativi cavalcano la protesta e sfruttano quel fango mediatico
per i loro biechi interessi propagandistici e il gioco è fatto: chiedere le
dimissioni di qualcuno diventa quasi un modo per farsi ascoltare e,
soprattutto, per coprire il calo di consensi e il vuoto progettuale.
Il
governo si è insediato da quattro mesi e le opposizioni hanno già chiesto le
dimissioni di tre ministri e di due rappresentanti di primo piano del
principale partito italiano.
I primi scricchiolii risalgono a gennaio,
quando era stata ventilata la possibilità delle dimissioni del Ministro della
giustizia, Carlo Nordio, colpevole, secondo le opposizioni, di voler impedire
l’utilizzo delle intercettazioni per proteggere i potenti, quando invece il
Guardasigilli aveva semplicemente posto una questione di metodo rispetto
all’utilizzo di quello strumento di indagine, onde impedire che diventasse
un’arma di spionaggio di massa e senza controllo, con conseguente
pubblicizzazione dei contenuti delle intercettazioni sui giornali.
Più
energiche le richieste di dimissioni in occasione delle dichiarazioni in aula
del vicepresidente del Copasir, Donzelli, che aveva citato colloqui in carcere
tra l’anarchico Cospito ed esponenti della criminalità organizzata, notizie che
gli erano state fornite – questa era l’accusa della sinistra – dal
sottosegretario alla giustizia, Delmastro, anch’egli di Fratelli d’Italia.
Furono tanti gli esponenti del Pd che chiesero
ai due di lasciare i rispettivi incarichi, dal capogruppo Pd alla Camera,
Debora Serracchiani al governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.
Più di recente la poltrona nell’occhio del
ciclone è stata quella del Ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe
Valditara, che aveva stigmatizzato la lettera della preside del Michelangiolo
di Firenze ed era stato attaccato in maniera feroce dai giornali più
antigovernativi e dalla sinistra, che, tanto per cambiare, gli aveva chiesto di
abbandonare la poltrona di ministro.
Da
ultimo, ma c’è da scommettere che presto toccherà anche ad altri ministri e
rappresentanti della maggioranza di governo, il ministro dell’interno, Matteo
Piantedosi.
Dopo
le sue dichiarazioni sul naufragio nel crotonese e sui migranti che “non dovrebbero partire anche se
disperati”,
da più parti sono state chieste le sue dimissioni.
Perfino il neosegretario del Pd, Elly Schlein
ha esordito con la perentoria richiesta rivolta a Piantedosi di abbandonare il
proprio incarico.
Nordio,
Valditara, Delmastro, Donzelli, Piantedosi: già 5 impallinati dal cocktail
esplosivo di sciacallaggio mediatico e populismo politico.
Nessuno
di questi, per fortuna, si è dimesso perché avrebbe finito per avallare il
gioco al massacro che da tempo chi sta all’opposizione orchestra con la
complicità di certa stampa.
Ciò impone una riflessione – l’ennesima –
sulla correttezza di certa informazione che inasprisce il clima per finalità
subdole e offre a una parte politica lo spunto per chiedere le dimissioni del
personaggio della maggioranza di volta in volta più in vista sulla base della
cronaca di giornata.
Dove
andremo a finire con questa insistenza ostinata nella richiesta di dimissioni
non è dato saperlo.
Di
sicuro il populismo domina e non ci sono più molti spazi per il normale
confronto sui programmi.
Chi la
spara grossa e chiede le dimissioni di qualche esponente politico in vista
ottiene audience, a prescindere dalla fondatezza di quella richiesta.
Ma può
un’opposizione definirsi matura, costruttiva e responsabile se vive di
richieste di dimissioni senza mai entrare nel merito delle questioni e dei problemi,
dimenticando che ora sta all’opposizione proprio perché ha dimostrato di non
saper governare?
I
vecchi tweet di Elly Schlein
dimostrano
che tutti abbiamo un
passato
digitale di cui ci potremmo pentire.
Wired.it
– Daniele Polidoro - (02-03-2023) – ci dice:
I post
della neo-segretaria del Pd sono un tema di cui tutti dobbiamo tenere conto:
prima o poi qualche messaggio invecchia male e il linguaggio si evolve.
Avete
presente quando su Instagram vi compare l'anteprima di quella stories più o
meno arancione, con una specie di orologio a forma di freccia?
Qualcosa
di simile c'è anche su Facebook, per chi lo usa ancora: arriva una notifica di
solito, con scritto: “Hai dei ricordi da rivivere oggi”.
Ecco,
quello è il nostro pensatoio.
Per chi non è pratico con il mondo di Harry
Potter, il nostro serbatoio dei ricordi. Cliccando lì, scopriamo di aver
lasciato sui social dei ricordi che la nostra memoria ha volutamente
cancellato.
Alle
volte possono esserci anche delle cose piacevoli, ma in altre occasioni capita
anche di ricevere dei sonori schiaffoni dal nostro passato digitale.
Tanto
da inorridire al pensiero di essere stati quella persona in foto o di aver
scritto “che” con la k.
Succede,
a tutti. Non su Twitter, però.
Nonostante
il passaggio sotto la proprietà di Elson Must, il social dei cinguettii non ha
una funzione in grado di riproporci cose pubblicate in passato.
E alle volte, proprio quei cinguettii possono
tornare indietro come il gracchiare di una cornacchia.
Tutto
questo giro di parole per arrivare ai vecchi tweet di Elly Schlein: riemersi
dagli abissi del web e tornati in superficie dopo la sua storica vittoria alle
primarie del Pd.
Schlein
i vecchi tweet dimostrano che tutti abbiamo un passato digitale di cui ci
potremmo pentire.
Chi in
un modo, chi in un’altro, ha sfruttato i vecchi post di Schlein a proprio uso e
consumo.
Quello che ha fatto più rumore è sicuramente
quello contro Enrico Letta e per l'uscita infelice con cui lo ha articolato.
In risposta a un tweet del 2013 in cui veniva
data la notizia di un possibile governo a guida di Enrico Letta o Angelino
Alfano, Schlein ci andò giù pesantemente con il segretario che poi l'ha
preceduta:
“Se fanno premier Enrico Letta, con tutti i
danni che ha fatto già solo nel Pd, la marcia su Roma la faccio io”, scriveva.
Ovviamente le polemiche si sono scatenate e
questo tweet ha spinto qualche utente più curioso a riportare alla luce anche
altri messaggi condivisi dalla neo segretaria del Pd su Twitter: alcuni
spassosi e altri meno.
Schlein
i vecchi tweet dimostrano che tutti abbiamo un passato digitale di cui ci
potremmo pentire.
I
tweet tornati a galla.
Dal
passato digitale di Schlein ne viene fuori un quadro abbastanza “pop”, che però
non è poi così lontano da quello che abbiamo imparato a conoscere più
approfonditamente in questi suoi mesi di campagna per le primarie.
Sappiamo
che non si fece problemi a criticare la conduzione di Sanremo della coppia
Fazio-Littizzetto, che ama la dance anni ‘70, che odia lo schiuma party, che
anche Matteo Renzi non fa parte dei suoi politici di riferimento, che non nutre
simpatie per la chiesa e che il Grande Fratello non fa certamente parte dei
suoi programmi preferiti.
Insomma,
tanto basta a delineare una personalità forte, che non si è mai fatta grossi
problemi a dire quello che pensava anche in maniera forse spinosa.
In
tutto questo vortice di questi giorni in pochi hanno ricordato un altro momento
decisamente più virale del passato social di Elly Schlein.
Quello
in cui rimase ad aspettare per diversi secondi una risposta da Matteo Salvini.
Il
video che diventò molto popolare sui social risale ad appena tre anni fa.
“Matteo, sono una tua ex collega al parlamento europeo, ti ricordi?
Volevo
farti una domanda: perché non siete mai venuti alle 22 riunioni sui negoziati
di Dublino?”,
chiedeva
Schlein al leader della Lega, riferendosi alla nota riforma migratoria. Ottanta
secondi di silenzio, prima di ricevere una risposta liquidatoria di Salvini: “Io le riunioni importanti le
seguivo”.
Contesto
e autocritica.
Queste
“due vite”, per dirla come Mengoni, di Elly Schlein andrebbero quindi sì
registrate, ma comunque contestualizzate.
La sua figura all'interno di un partito come
il Pd è sicuramente nuova:
sia
per l'anagrafica, sia per un linguaggio completamente diverso da quello con cui
si è comunicato fino a oggi nel Nazareno.
Con il
passato digitale politici e personaggi in vista fanno i conti da diverso tempo,
perché le scorie lasciate agli albori dell'avvento dei social network sono
tante e, di queste, probabilmente nessuno aveva la consapevolezza di potersene
pentire un giorno.
Appena
poche settimane fa la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni era
rimasta vittima di un suo video di propaganda contro le accise del carburante
imposte dal governo, salvo poi smentire di non aver mai promesso un taglio
sulle accise.
I due episodi sono allo stesso tempo simili,
ma diversi.
Contestualizzandoli però le sfumature si fanno
più nette.
Si può
però migliorare: se oggi non ci esprimiamo più come qualche anno fa è perché
c'è stata un'evoluzione nel linguaggio e lo stesso è avvenuto nella
comunicazione dei social.
Quindi
per evitare nuovi scivoloni - e questo vale per tutti quei politici che fanno
della propaganda social un'eterna campagna elettorale - forse basterebbe
dedicare un po' di tempo a fare pulizia: non si tratta di “cancel culture”, ma della consapevolezza di essere
cambiati e di un pizzico di autocritica.
Schlein
non è solo
l’anti
Meloni, è l’anti realtà.
Tempi.it
- Emanuele Boffi – (28/02/2023) - ci dice:
Scegliendo
lei, il Pd ha confermato in quale baratro di astrattezza mortifera sia finita
la sinistra.
Quando la politica si fa utopia, non è una
buona notizia per nessuno.
Elly Schlein
ha vinto le primarie del Partito democratico:
è il nuovo segretario.
Giorgia
Meloni ha esercitato sulla sinistra una così grande fascinazione che si è
decisa a contrapporle una copia, ma contraria in tutto.
Elly
Schlein, nuovo segretario del Pd, è il negativo in bianco e nero di una foto a
colori.
Di qui abbiamo “una donna, una madre, una
cristiana”, cresciuta senza padre nella periferia romana, orgogliosa delle sue
idee e della sua comunità d’appartenenza, della sua terra, della sua storia:
l’underdog che non ha mai fatto del suo essere
donna una rivendicazione, una frigna per ottenere una quota, un posto, uno
spazio.
Di là, abbiamo la donna ricca, figlia di docenti
universitari, cosmopolita, fluida, bandiera di tutte quelle istanze in cui,
come ha detto splendidamente il nostro Vichi Festa, «la frase domina e comprime
il pensiero».
Schlein
è il mondo della ztl Pd.
Schlein
è il mondo della ztl Pd, quello molto urbano e poco popolare che sembra
«sfornato da un algoritmo iper politicamente corretto» (Renato Farina).
E il”
politicamente corretto” è il mondo delle idee che se ne fotte della realtà, che
funziona nelle promesse, ma non nella prassi quotidiana.
Schlein sembra uscita ieri dall’okkupazione di un
qualche liceo romano: vuole la patrimoniale, l’immigrazione incontrollata, la
scuola solo statale.
Vuole la tassa sui grandi patrimoni, un fisco
occhiuto e spione, l’obbligo scolastico fino alla maggiore età, l’abolizione
dell’obiezione di coscienza per quei farabutti di medici che «negano il diritto
d’aborto alle donne».
Vuole la Ru486, il matrimonio omosessuale, i
percorsi sessuali di transizione senza limite alcuno, le carriere alias, le
scuole trasformate in laboratori gender.
Vuole lo Ius soli, l’eutanasia, la cannabis
legale.
Elly
Schlein è la sinistra antifascista in mancanza di fascisti, pacifista e arcobaleno, irenista, senza senso della storia
e della geografia, che vive solo nelle chiacchiere di chi la sera va a letto sereno perché sa
che con le sue idee da talk show ha messo a posto, anche oggi, il mondo.
Il Pd
di Elly Schlein sarà più radicale?
Ignazi: «Sì, ed è una fortuna. Porterà
il
centrosinistra fuori da una melassa indefinita»
L’intervista.
Open.online – (2 MARZO 2023) - Felice Florio
– ci dice:
Il
politologo a Open: «Conte e Calenda dovranno adeguarsi, inseguire un Pd che è
tornato a dare la carte del mazzo delle opposizioni».
Elly
Schlein, all’età di 37 anni, si trova alla guida del primo partito di
opposizione italiano.
«Partito che non ha mai smesso di essere il
perno del centrosinistra, è ridicolo pensare che avesse abdicato in favore dei
grillini», sostiene Piero Ignazi.
«In confronto, Movimento 5 stelle e Terzo polo
sono partiti di pasta frolla».
Per il
politologo, esperto in politica comparata, «all’organizzazione e alla
capillarità territoriale, adesso, si aggiungono una leadership e una linea
politica chiare», che renderanno il Partito democratico ancora più centrale nel
contrasto al governo Meloni.
«Giuseppe
Conte e Carlo Calenda dovranno adeguarsi, inseguire un Pd che è tornato a dare
la carte del mazzo delle opposizioni».
Merito,
secondo Ignazi, di una certa radicalità delle posizioni di Schlein, che porterà
il centrosinistra fuori «da una specie di melassa indefinita, che ha fatto le
sfortune del Partito democratico».
Professore,
la vittoria di Schlein non era stata prevista dai sondaggisti. Qual è stato lo
snodo che ha fatto cambiare passo alla sfidante di Stefano Bonaccini?
«Con
tutto il rispetto per i sondaggisti, se non vengono utilizzati campioni
mostruosi è estremamente difficile avvicinarsi alla realtà con gli strumenti
dei classici sondaggi.
Comunque,
la differenza nel numero di partecipanti tra la consultazione nei circoli,
nella prima fase, e il voto aperto ai gazebo contribuisce a spiegare molte
delle ragioni.
C’è
stata una mobilitazione di persone a sostegno della Schlein che non sono parte
integrate del Pd.
Lo dicono anche le prime ricerche fatte per
analizzare le primarie: una quota rilevante di chi ha votato Schlein non è
iscritta al Pd. Non si può dire lo stesso per Bonaccini».
Eppure
Bonaccini aveva dalla sua parte l’apparato del partito.
«Non
lo definirei apparato: i partiti di oggi sembrano degli scheletri rispetto alle
strutture imponenti che avevano un tempo.
Il progetto di Schlein era più “mobilitante”
rispetto a quello di Bonaccini.
La
figura del presidente dell’Emilia-Romagna è stata considerata dai più alla
stregua di “un usato sicuro”.
Per
gli elettori, invece, era necessario un cambio di passo: la continuità con il
passato non è stata ritenuta utile a risalire la china dove è caduto il Pd.
La
figura di Schlein, invece, è stata percepita come estremamente più nuova e
innovativa.
C’è stato processo di identificazione con lei
e il suo progetto politico».
C’è
anche un tema di polarizzazione dell’elettorato che, nell’ultimo decennio, ha
dimostrato di propendere verso gli estremi della proposta politica?
«Finalmente
si scopre un po’ di acqua calda. E non è una questione di ultimi anni, è un
processo in atto da mezzo secolo.
L’idea tipica degli anni ’50 e inizi ’60 che
si vinceva al centro, con politiche più moderate, è tramontata da molto tempo.
La
realtà è che le elezioni si vincono se si presentano posizioni nette, precise,
con un buon tasso di radicalità nell’agenda politica.
Inoltre,
consideri che non esiste un passaggio di consenso da centrodestra e
centrosinistra.
L’elettorato
non si muove da uno schieramento ideologico a un altro.
Chi
vince lo fa perché pesca nell’astensione della propria area di riferimento».
Ha
parlato di radicalità: vede delle assonanze con la parabola di Giorgia Meloni?
«La
radicalità ha certamente favorito Meloni nell’imporsi alle scorse elezioni. Il
caso di Schlein, però, è molto diverso:
parliamo di una candidata che non si
presentava in continuità con il partito che stava provando a scalare.
Un
partito che era qualcosa di indefinito: l’affermazione di Schlein restituisce
al Pd un collocamento chiaro a sinistra.
Capisco che chi proviene da un passato
centrista, adesso, possa sentirsi in difficoltà».
Torno
a utilizzare il termine apparato perché, quantomeno al Sud, ci si aspettava che
le diramazioni territoriali del Pd garantissero la vittoria schiacciante di
Bonaccini.
Invece,
la Sicilia ha addirittura preferito Schlein.
Allora
le propongo un altro termine.
Parliamo
di reti notabilari, di reti clientelari ai cui vertici ci sono politici
importanti del territorio, ma anche sindaci, assessori, consiglieri regionali.
“Clientelari”
senza bisogno di distribuire risorse, ma nel senso di relazioni intessute,
meglio essere chiari.
È vero
che al Sud i partiti funzionano più così: la rete di persone che controlla le
amministrazioni locali e gestisce gli interessi dei cittadini riesce ad avere
più influenza.
In
Campania e in Puglia, infatti, c’è stato comunque un forte sostegno a
Bonaccini. In Sicilia no, ma lì il Pd non è partito di governo.
In Toscana, ad esempio, dove erano schierati
con il governatore emiliano sia il sindaco di Firenze che il presidente di
Regione, le cose sono andate diversamente rispetto al Sud.
Forse
perché in Toscana esiste una cultura politica profonda.
Sì,
questa cultura politica è diversa rispetto alle Regioni del Sud.
Per
chiarire meglio e sintetizzare: laddove, in regioni importanti come Campania e
Puglia, il Pd è ben presente nelle amministrazioni locali, il Pd è capace di
creare una rete di consenso.
Questo
grazie alla presenza ramificata, non tanto come partito in sé, ma in quanto
partito radicato nelle istituzioni locali».
Guardando
avanti, cosa succederà adesso nel campo delle opposizioni?
«Succederà
che le opposizioni dovranno confrontarsi con un Pd che è il perno del
centrosinistra.
Lo era anche prima, ovviamente, è ridicolo
pensare che avesse abdicato in favore dei grillini.
Ma in
generale è ridicolo pensare che i rapporti di forza cambino sulla base dei
sondaggi.
La forza del Pd è che governa un numero
rilevante di enti locali e, ancora oggi, è il partito egemone sui territori.
Stiamo parlando di un’organizzazione
fortissimamente impiantata a livello locale, con centinaia di migliaia di
iscritti.
Non
c’è paragone con gli altri partiti di opposizione che, in confronto, sono fatti
di pasta frolla.
A
questi rapporti di forza basati sull’organizzazione e la presenza sul
territorio, mancava una leadership e una linea politica chiara.
Adesso che ci sono entrambe, fanno la
differenza nell’equilibrio con gli altri due piccoli partner di opposizione».
La
leadership di Schlein costituirà un problema più per il Terzo polo o per i 5
stelle?
«Per
entrambi. Al Terzo polo si è rivolto un elettorato che era insoddisfatto di una
linea politica poco chiara del Pd.
Ai 5
stelle, invece, sono andati i voti di chi era insoddisfatto di un’opposizione
poco grintosa dal Pd.
Un
male, quest’ultimo, che deriva dal disastro della partecipazione del Pd al
governo Draghi, durante la quale il Pd non è riuscito a ottenere nulla».
Il
Terzo polo invece sembra esultare per l’appiattimento del Pd su posizioni di
sinistra.
«Sono
battute che lasciano il tempo che trovano.
Gli
elettori moderati, quando votano, votano l’originale di centrodestra, non la
fotocopia terzopolista.
Anche
perché non si sa bene in cosa si distinguano i centristi del Terzo polo dai
componenti non arrembanti del governo attuale».
Come
sarà il rapporto tra Conte e Schlein?
«Competitivo.
C’è sempre una competizione tra le forze che agiscono all’interno dello stesso
campo politico.
Questo varrà sia per il M5s che per il Terzo
polo, la competizione sarà tra tutti. Qualche collaborazione ci sarà su qualche
intesa, ma Conte e Calenda dovranno adeguarsi, inseguire un Pd che è tornato a
dare le carte del mazzo delle opposizioni.
È
finita l’epoca di un Pd in preda agli incerti.
Questa nuova leadership è in grado di esprimere una
linea chiara. È cambiato lo schema, e credo che gli altri partiti di
opposizione l’abbiano già capito».
Invece,
vede la vittoria di Schlein come un problema per la leadership di Giorgia
Meloni?
«È una
costruzione mediatica quella che vuole Meloni vincente anche perché è giovane e
donna.
Vediamo
che costruzione mediatica si farà su Schlein.
Ma io sono convinto che Meloni non abbia
attratto i voti dei giovani perché è giovane o delle donne perché è donna.
Ha
attratto i voti del centrodestra, perché ha espresso un’opposizione convinta al
governo Draghi.
Il disastro del Pd di Enrico Letta è stato dare un
sostegno a Mario Draghi al punto da dichiarare di fare propria la presunta
agenda Draghi.
Non ha
capito nulla della direzione in cui soffiava il vento».
Sarà
difficile per Schlein cambiare questi paradigmi.
Il Pd
è ormai caratterizzato, ad esempio, per l’invio di armi all’Ucraina. Oppure,
sul reddito di cittadinanza, il Pd è a favore, ma con delle ambiguità interne.
Schlein,
invece, su queste posizioni è quasi più vicina ai 5 stelle.
«Il
sistema di welfare deve essere un elemento caratterizzante di ogni partito di
sinistra.
Altrimenti,
se si hanno dei dubbi sull’assistenzialismo di Stato, si fa parte dello
schieramento di centrodestra.
Se il
Pd è membro della famiglia socialista europea, allora è meglio non annacquare
l’ideologia di sinistra.
Si è
parlato tanto di riscoprire l’identità del Pd, in questo congresso. La
condizione per riprendere vigore è la radicalità. Salario minimo?
Deve
essere la prima battaglia, senza le ambiguità precedenti. Il reddito di
cittadinanza? Pure, è un provvedimento di welfare state che hanno tutti i Paesi
europei, a dimostrazione che l’Italia è spesso capofila di cortocircuiti
logico-politici.
Sul
reddito, il Pd ha commesso un grandissimo errore.
E pensare che era stato Paolo Gentiloni a
introdurre la prima forma di questo tipo in Italia, il Rei.
Poi,
anziché abbracciare e fare proprio il reddito di cittadinanza, il Pd l’ha
criticato. Quindi sì, certamente le posizioni di Schlein faranno esprimere una
maggiore radicalità al Pd.
E direi anche per fortuna: porterà il
centrosinistra fuori da una specie di melassa indefinita, che ha fatto le
sfortune del Pd».
Auto,
Urso: Elettricità non è religione,
perché
usare batterie e non biocarburanti?
Gheagency.it
– Redazione – (01 Marzo 2023) – ci dice:
“Se
con gli stessi obiettivi si può utilizzare ancora un motore termico con i
biocombustibili, perché bisogna essere costretti a utilizzare soltanto le
batterie elettriche, che peraltro per essere realizzate bisogna avere i
giacimenti di materie prime necessarie che l’Europa non ha e che sono oggi
monopolio in parte della Cina, se è possibile farlo con altre tecnologie?
L’elettricità
non è una religione, ma una tecnologia come le altre”.
Lo
dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine
dell’evento Enel ‘Innovazione per la circolarità’, parlando della sfida per
allungare i tempi dello stop alle auto benzina e diesel imposto dall’Europa a
partire dal 2035.
Auto,
il ministro Urso:
“Dall’Europa
solo ideologia.”
Agenzianova.com
– Adolfo Urso – Stampa- (16 Febbraio 2023) – ci dice:
"Lo
stop alle auto diesel e benzina dal 2035 decretato dal Parlamento europeo è il
frutto di una visione miope, ancora ideologica, che prescinde dalla realtà,
come se nulla fosse accaduto nel frattempo"
“Lo stop alle auto diesel e benzina
dal 2035 decretato dal Parlamento europeo è il frutto di una visione miope,
ancora ideologica, che prescinde dalla realtà, come se nulla fosse accaduto nel
frattempo”, dice alla “Stampa” il ministro per le Imprese ed in Made in Italy
Adolfo Urso, che ora punta a sfruttare la clausola di revisione che matura nel
2026 e intanto dice no ai nuovi motori Euro7.
“La guerra della Russia dovrebbe averci insegnato
qualcosa – spiega-.
Non si
può dipendere da altri:
ieri dalle fonti fossili russe, oggi dalla
tecnologia green cinese. Per non citare la dipendenza dalle terre rare.
Dobbiamo
avere una visione più adeguata alla realtà, per cambiarla davvero, innovando
senza distruggere.
Noi siamo assolutamente convinti che bisogna
raggiungere quegli obiettivi e nei tempi prefissati ma occorre graduare meglio
le tappe ed essere più flessibili nelle modalità”.
Per
esempio, osserva il ministro, “per quanto riguarda l’uso del biocombustibile,
poi del biometano, quindi dell’idrogeno.
L’elettricità non è una religione ma una
tecnologia e noi dobbiamo avere un approccio neutrale sulla tecnologia da
usare.
Qualcuno diceva ‘non importa se il gatto sia
bianco o nero purché prenda il topo’”.
In
sintesi, troppo furore ideologico senza tener conto delle ricadute:
“La politica dei feticci non mi è mai
appartenuta.
Mio
padre mi portava ogni giorno in fabbrica, nei mesi estivi, sin da bambino, per
condividere la fatica del lavoro.
L’AUTOMOTIVA rappresenta circa il 20 per cento
del Pil italiano, oltre 260 mila lavoratori, su essa è nato il miracolo
economico del dopoguerra.
La notizia sul voto del Parlamento europeo ci
è giunta mentre eravamo a confronto con” Stellantis” e coi sindacati sul piano
industriale dell’azienda ma noi non molliamo.
Noi siamo impegnati ogni giorno per recuperare
errori ed omissioni ed attrezzare il Paese a questa decisiva sfida”.
In Italia ci sono almeno 70 mila posti a
rischio nella filiera dell’ automotive, il governo precedente forse ha
sottovalutato questo dossier:
“Non voglio accusare nessuno, non l’ho mai
fatto.
Guardo
solo ai ritardi accumulati per conoscere la strada che dobbiamo percorrere e
invertire subito un declino che non è un destino:
nel
2022 sono stati prodotti in Italia appena 476 mila autoveicoli.
Troppo
poco per rispondere alla domanda e sostenere la filiera”.
Nel
2026 si apre la finestra per una possibile revisione del piano.
“La
clausola di revisione del 2026 sarà una tappa decisiva, per noi dovrà essere di
svolta.
Peraltro
in quella data avremo una nuova Commissione e un nuovo Parlamento europeo che
saranno decisi anche dai lavoratori italiani.
Ci
prepariamo sin d’ora con le giuste alleanze, sappiamo di essere dalla parte
della ragione”.
E di qui ad allora “siamo impegnati ogni
giorno nell’accelerare la riconversione produttiva.
Proprio
per questo – conclude Urso – chiediamo maggiore flessibilità in Europa sull’uso
delle risorse comuni per concentrare gli investimenti sulle tecnologie green e
digitali:
batterie, accumulatori, semiconduttori, carbone di silicio, intelligenza
artificiale e ovviamente rete elettrica e colonnine da ricarica.
L’Italia
può fare molto e di più. Se avessero sincronizzato gli slogan con gli investimenti in
questi ultimi dieci anni non saremmo così clamorosamente in ritardo”.
Francia:
'Si
rispetti lo stop
diesel-benzina'.
Italia voterà contro.
Ansa.it
– Redazione Ansa – (2-3-2023) – ci dice:
Parigi:
''E' un impegno comune che abbiamo preso insieme'.
Urso
sarà un segnale anche per altri dossier aperti.
Il
ministro francese per l'Industria è Roland Lesure.
Auto: Parigi, al lavoro per rispettare stop
diesel-benzina.
BRUXELLES
- Marzo 02, 2023.
La Francia spinge per lo stop alla vendita di
automobili con motori diesel e benzina entro il 2035.
Ma
l’Italia si oppone e annuncia un voto contrario all'iniziativa.
"Stiamo lavorando sui dettagli per
assicurarci che questo impegno comune che abbiamo preso tutti insieme"
sullo stop alla vendita di nuove auto con motori a benzina e diesel nel 2035
"sia in vigore quando dovrà essere in vigore".
Lo ha
detto il ministro francese per l'Industria, Roland Lesure, arrivando al
Consiglio Competitività Ue.
"L'industria sta affrontando le sfide, si
sta organizzando per trovare il giusto percorso.
Ma il percorso dev'essere in linea con
l'obiettivo che abbiamo deciso tutti insieme e che i consumatori e i nostri
cittadini stanno aspettando", ha evidenziato.
"Domani l'Italia vota contro" sullo stop alle auto inquinanti
dal 2035 e sarà "un segnale per quanto riguarda tutta l'attività che la
Commissione, l'Ue, faranno - faremo insieme a loro - sui dossier che sono
ancora aperti.
Non solo l'automotive, ma anche per esempio il
packaging piuttosto che l'ecotessile".
Lo ha
detto il ministero delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso in un punto
stampa a Bruxelles.
"Noi
chiediamo ragionevolezza, noi siamo un governo pragmatico che guarda
soprattutto alla sostenibilità del nostro sistema sociale", ha spiegato.
"In prospettiva sappiamo che il vero grande confronto sarà nel 2026 quando
con la clausola di revisione (contenuto nel regolamento, ndr) potremo rimettere
in discussione questo percorso in un clima io mi auguro molto diverso.
Con un
nuovo Parlamento Ue in cui aumenta la consapevolezza che occorre cambiare e con
una nuova Commissione che uscirà il prossimo anno", ha spiegato Urso.
"Noi
non mettiamo il dubbio le date, 2035 e 2050.
Ma
allo stesso tempo noi tuteliamo i lavoratori e le imprese e per questo
chiediamo che siano modificate le tappe e le modalità per raggiungere quegli
appuntamenti, affinché siano sostenibili.
Per esempio non vediamo perché debba essere
considerata solo l'elettricità. L'elettricità non è una religione, è una
tecnologia come altri.
Se i
biocombustibili possono permetterci di raggiungere gli stessi obiettivi perché
non usarli", ha osservato.
"Ho ribadito una presenza assertiva
dell'Italia negli organismi europei oggi al Consiglio Competitività.
È
stata anche l'occasione per alcuni bilaterali per sviluppare una politica
comune che faccia capire alla Commissione che è cambiata un'epoca:
c'è stata una pandemia, la guerra, l'Europa è
minacciata dalla competitività a livella globale.
E per
quel che riguarda la duplice transizione, che noi condividiamo negli obiettivi
ecologici", serve "una visione pragmatica, concreta, e non
ideologica, messianica, frutto di una concezione che appartiene al
passato".
Lo ha detto il ministro delle Imprese e del
Made in Italy Adolfo Urso parlando con i cronisti a Bruxelles.
In vista del voto di domani sullo stop ai
motori endotermici dal 2035 "noi attendiamo le riflessioni degli altri
Paesi nella piena consapevolezza che il nostro è innanzitutto un segnale da
dare, una sveglia a tutta l'Europa, a non dare nulla per scontato. E per dire
che l'Italia c'è";
ha
spiegato Urso rilevando come Polonia e Bulgaria si siano "unite" alla
posizione italiana.
"Noi
siamo in Europa, decidiamo in Europa ed esprimiamo in Europa i bisogni, gli
interessi, le aspettative, i sogni, le speranze del popolo italiano, che
speriamo siano le speranze anche di altri lavoratori", ha ancora aggiunto.
"Che una certa consapevolezza" sui
dossier di politica industria e green, ma anche in generale, "si sia
sempre più sviluppando in Europa lo dimostra anche il voto al Pe sullo stop
alle auto.
Se si
fosse svolto tre mesi ci sarebbe stata una quasi unanimità a favore, invece c'è
stata una maggioranza piuttosto esigua.
E sono
convinto che nel 2024 emergerà nell'Eurocamera una maggioranza più capace di
interpretare a fondo gli interessi e gli ideali della nostra casa comune
europea.
E penso che questo troverà espressione anche
nella nuova Commissione": Lo ha detto il ministro delle Imprese e del Made
in Italy Adolfo Urso parlando con i cronisti a Bruxelles.
" Noi lavoriamo anche con questa
prospettiva, con una strategia che è ben chiara e si enuclea in ogni atto
perché siamo convinti di quali siano gli interessi nazionali che dobbiamo
tutelare", ha aggiunto Urso rimarcando:
"tutti i nostri interlocutori hanno
ascoltato la nostra posizione, l'Italia è tornata in campo".
Troppi
no sull'auto elettrica.
Salta
il voto in Europa.
Agi.it
- Brahim Maarad – (03 marzo 2023) – ci dice:
Rinviato
il voto degli ambasciatori in programma per oggi. A far deragliare l'iter della
norma che prevede lo stop della vendita di auto diesel e benzina dal 2035 in
poi è stata la contrarietà di Germania, unita quella di Polonia e Italia (e
l'astensione di Bulgaria).
AUTO
ELETTRICA AUTOMOTIVE EUROPA.
AGI -
Il voto alla riunione degli ambasciatori Ue sul Regolamento che prevede lo stop
dal 2035 alla vendita di auto nuove diesel e benzina è stato rinviato a data da
destinarsi.
"Il
Coreper (la riunione degli ambasciatori) tornerà sulla questione a tempo debito".
Lo
rende noto un portavoce della presidenza svedese dell'Unione.
Oggi
doveva tenersi il voto degli ambasciatori in vista del via libera definitivo in
programma al Consiglio di martedì.
Tuttavia le perplessità della Germania, unita
alla contrarietà di Polonia e Italia (e l'astensione di Bulgaria) hanno fatto
saltare tutto l'iter.
Il Parlamento europeo aveva già dato la sua
approvazione finale il 14 febbraio scorso.
Il
braccio di ferro.
Il
rischio è che il provvedimento, uno dei più simbolici e importanti della
legislatura, riceva un'imbarazzante bocciatura.
E per
evitare questo scenario, la presidenza svedese dell'Ue ha optato per un nuovo
rinvio, come già avvenuto mercoledì.
Prende tempo per fornire ulteriori garanzie a Berlino
in particolare sul ruolo che possono avere i biocarburanti per azzerare le
emissioni inquinanti.
Il
quadro si è complicato da quando - martedì sera - il Governo italiano ha fatto
sapere che voterà contro il regolamento.
Con l'astensione di Germania e Bulgaria e la
contrarietà di Polonia e Italia il provvedimento (che richiede una maggioranza
qualificata, 55% dei Paesi che rappresentino il 65% della popolazione) non
passa.
La
posizione dell'Italia. Il ministro per le Imprese e il Made in Italy, a Bruxelles per
il Consiglio Competitività, ha confermato la posizione.
E ha
chiarito che allo stato attuale non c'è nulla che Bruxelles possa offrire per
fargli cambiare idea.
"L'Italia
vota contro come segnale per quanto riguarda tutta l'attività che la
Commissione, le istituzioni europee, faranno, e faremo insieme a loro, nei
prossimi mesi che riguarderanno gli altri dossier che sono ancora aperti.
Non
soltanto quelli inerenti l'automotive ma anche quelle inerenti al packaging
piuttosto che l'eco-tessile, dossier nei quali noi chiediamo
ragionevolezza", ha spiegato l'esponente del Governo Meloni, orgoglioso
del fatto che "l'Italia è tornata in campo come grande Paese, fondatore
dell'Unione europea, che sa bene quali siano davvero il sentimento e la necessità
di questo Continente".
"Noi siamo un Governo pragmatico che
guarda innanzitutto agli interessi nazionali e alla sostenibilità del sistema
sociale che è conseguenza della sostenibilità del sistema produttivo.
E
vorremmo che altrettanta consapevolezza e ragionevolezza ci siano nelle
Istituzioni europee", ha spiegato.
Tuttavia
qualche margine di trattativa c'è e soprattutto ci sarà nel 2026 con la
revisione generale (prevista nel Regolamento che è ai voti) ma soprattutto perché
ci saranno un nuovo Parlamento europeo e una nuova Commissione che secondo Urso sarà "più capace
di interpretare a fondo quali siano gli interessi e gli ideali della nostra
casa comune europea".
"Non
mettiamo in dubbio le date del 2035 o del 2050.
Noi
chiediamo che ci sia una riflessione sulla base di dati concreti che sono sotto
gli occhi di tutti e che hanno portato le associazioni di imprese europee e i
lavoratori europei a chiedere un cambio di passo alla Commissione", ha
evidenziato il ministro.
Noi tuteliamo l'impresa e il lavoro italiano ed
europeo e credo che sia questo uno dei punti fondamentali di un'Europa che
voglia essere solidale e competitiva a livello globale".
E ciò
vale in particolare per la neutralità tecnologica su cui insistono tanto Roma e
Berlino.
"Chiediamo
che siano modificate le tappe e le modalità a quegli appuntamenti affinché
siano sostenibili.
Per
esempio non vediamo perché debba essere considerata soltanto l'elettricità. Non
è una religione, è una tecnologia come altre.
Se
altre tecnologie, per esempio pensiamo ai biocombustibili, possono permetterci
di raggiungere lo stesso obiettivo perché non dobbiamo utilizzarle?",
ha
chiesto Urso.
L'altro
elemento di critica rivolta alla strategia europea attuale è la scarsa
disponibilità di terre rare e materie prime, indispensabili per la transizione
green, ma attualmente custodite nelle mani della Cina.
"Non
possiamo passare dalla subordinazione all'energia fossile della Russia che
stiamo pagando a caro prezzo, e lo stanno pagando soprattutto gli ucraini che
combattono quella guerra anche a nome nostro, a una subordinazione alle materie
prime che sono appannaggio della Cina e alla tecnologia green che oggi in gran
parte si realizza in Asia", ha avvertito il ministro per le Imprese.
"Passeremmo
dalla padella alla brace.
Non ce
lo possiamo permettere, non possiamo lasciare ai nostri figli questa
eredità".
In
ballo c’è il futuro dell’Europa.
La
nazione.it - Rosa Maria - Giorgi – (24-3-2022) - ci dicono:
La
guerra in Ucraina è divampata perché un despota (Putin) ha invaso un Paese
libero, democratico, che intende giustamente autodeterminare la propria
dimensione internazionale ed il proprio futuro.
Su questo non possono essere equivoci e va
ribadito con chiarezza.
Quello su cui ora dobbiamo concentrarci è
capire in che modo possiamo fermare questo sopruso ed i massacri che si stanno
verificando.
Avendo a cuore innanzitutto le persone inermi
coinvolte nel conflitto.
Le
donne, i bambini, gli uomini, che stanno patendo le conseguenze di una vicenda
tragica e complicata, in cui gli equilibri geopolitici hanno un peso
determinante.
E di quegli equilibri, l’Italia, come potenza
industriale ed economica, per la sua storia e la sua stessa collocazione
geografica, è attore fondamentale.
Io
credo che noi dobbiamo puntare tutto sulla pace, producendo la massima
pressione diplomatica per arrivare il più in fretta possibile ad un accordo.
L’alternativa,
inutile girarci intorno, sarebbe un conflitto termonucleare che nessuno, spero,
vuole.
Dobbiamo
cercare con tutte le forze un accordo in cui ognuno degli attori in causa trovi
soddisfazione, anche rinunciando a qualcosa in cambio di qualcos’altro.
La
pace è sempre un equilibrio dinamico.
Ed è sulla capacità di tenere in piedi
quell’equilibrio che si gioca il futuro dell’Ucraina come di tutto il
continente europeo.
Lo
scempio e la distruzione del paese non possono continuare.
Ci vorranno risorse enormi, anche nostre, per
la ricostruzione e per la gestione dei milioni di profughi, che presumibilmente
cercheranno un nuovo futuro in Occidente.
Abbiamo
costruito l’Unione per tenere fuori dai nostri confini la guerra, non possiamo
permettere che questa prosperi e dilaghi appena fuori dalle frontiere dell’Ue.
Anche
perché abbiamo tutto da perdere.
La guerra è sempre la soluzione peggiore
Il mio impegno in Parlamento e fuori sarà
dunque sempre, e ora più che mai, quello di ricercare con ogni forza le ragioni
della pace.
Affinché
tacciano le armi.
(Giorgi,
parlamentare del Pd)
La Conferenza sul Futuro dell’Europa
è
sempre alla ricerca del giusto compromesso.
Linkiesta.it
- Vincenzo Genovese – (11 aprile 2022) – ci dice:
Dalla
penultima plenaria escono i contenuti della relazione finale, in una complessa
trattativa per trovare il consenso senza votare.
All’evento conclusivo del 9 maggio potrebbero
essere invitati tutti gli 800 cittadini, chiamati in autunno a «verificare» la
risposta delle istituzioni alle proprie proposte.
Il
traguardo del 9 maggio si avvicina e nella maratona della Conferenza sul Futuro
dell’Europa è il momento degli scatti finali.
Politici
e cittadini hanno discusso animatamente le proposte sul tavolo nella penultima
sessione plenaria al Parlamento di Strasburgo, con una difficoltà aggiuntiva:
il
metodo di approvazione, che non prevede votazioni, ma solo un esplicito
consenso da parte delle componenti.
I nove
gruppi di lavoro hanno elaborato tra l’8 e il 9 aprile i rispettivi documenti
conclusivi,
che partono dalle raccomandazioni fornite dai cittadini nei quattro Panel
europei e nei sei nazionali (Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e
Lituania) e tengono in considerazione il confronto dei loro delegati con
europarlamentari, deputati nazionali, ministri, sottosegretari e rappresentanti
di parti sociali e società civile.
Le
versioni definitive di questi documenti saranno stilate in settimana con la
collaborazione del Comitato esecutivo, l’organismo che gestisce la Conferenza e
che ha seguito i lavori prendendo nota delle diverse posizioni.
Unite,
comporranno la «relazione finale», cioè il documento di sintesi che dovrà
essere approvato nella prossima sessione (29/30 aprile) e che verrà presentato
formalmente alle istituzioni dell’Unione europea il 9 maggio.
Consenso
necessario.
«Sarà
una dichiarazione contro la guerra», dice il co-presidente del Comitato
esecutivo Guy Verhofstadt, in riferimento all’evento finale, dai contorni
ancora incerti, che cade nel giorno della Festa dell’Europa.
Verhofstadt vorrebbe invitare tutti gli 800
cittadini che hanno partecipato ai quattro Panel europei della Conferenza,
anche se fonti comunitarie mettono in risalto le difficoltà di un tale sforzo
logistico.
A
questa Plenaria, intanto, hanno preso parte 321 membri, ancora meno
dell’appuntamento precedente.
Alcuni lo hanno fatto da remoto, ma questa
volta senza la possibilità di intervenire nell’emiciclo.
Chi
non ha potuto recarsi di persona a Strasburgo, è stato di fatto escluso dal
dibattito:
«Mi è stato detto che potevo ascoltare, ma non
parlare. Una vergogna, dopo tutto l’impegno dei mesi scorsi», lamenta a
Linkiesta Ilenia Greco, delegata dei cittadini del Panel 3.
Se
l’organizzazione di questo esperimento di democrazia partecipativa resta
complessa, lo è altrettanto il processo deliberativo che porterà alla relazione
finale.
Secondo
le regole procedurali, è necessario che ogni singola proposta contenuta nel
documento conclusivo ottenga il consenso (almeno) delle quattro componenti
politiche: i tre commissari europei, i 108 eurodeputati, i 108 parlamentari
nazionali e i 54 membri dei 27 governi europei che rappresentano il Consiglio
dell’Unione.
Il parere dei 108 delegati dei cittadini non è
vincolante sulle conclusioni, ma un’eventuale «posizione divergente» da parte
loro deve essere espressa nero su bianco.
Con
questo metodo, ogni componente politica disporrà de facto nella prossima
sessione plenaria di un diritto di veto su tutte le proposte.
L’obiettivo nei gruppi di lavoro è stato quindi
trovare il maggior grado d’intesa possibile su ogni punto dei documenti,
ricercando in alcuni casi un difficile compromesso tra le istanze di tutti i
membri.
«Nel
mio gruppo ci siamo arenati per quasi due ore sulla prima proposta», racconta a
Linkiesta Valentina Balzani, delegata dei cittadini nel working group «Valori,
diritti e sicurezza», presieduto dalla commissaria europea Věra Jourová.
«I
valori e i principi descritti nei Trattati europei e nella Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea sono condizioni irreversibili e non
negoziabili per l’accesso dei Paesi all’Unione […].
Nell’esaminare l’allargamento, bisognerebbe
tenere in considerazione il valore aggiunto (dei nuovi Paesi) alla stabilità
politica ed economica a lungo termine dell’Unione, insieme a un’analisi
costi-benefici sul breve periodo», recitava il testo controverso.
Gli
europarlamentari del gruppo volevano eliminare la parte relativa alle
considerazioni economiche nell’accettazione di nuovi Stati membri.
Alla
fine l’hanno spuntata, ottenendo una riformulazione che esclude l’analisi
costi-benefici e riduce a richiesta implicita la stabilità politica ed
economica a lungo termine dell’Unione.
Ma
anche dentro le componenti stesse, monta spesso il disaccordo.
Solo i
tre membri della Commissione che fanno parte della Plenaria parleranno con una
voce sola, mentre eurodeputati, parlamentari nazionali, ministri e
sottosegretari appartengono a Paesi e partiti politici diversi e offrono dunque
visioni differenti su molti dei contenuti della Conferenza.
Uno
degli esempi più lampanti riguarda le liste transnazionali per eleggere i
parlamentari europei, richieste dai cittadini nel Panel 2 e oggetto di aspro
dibattito nelle ultime due sessioni plenarie.
L’eurodeputata
Mara Bizzotto della Lega ha fatto sapere che il gruppo” Identità e Democrazia”
si opporrà formalmente a questa raccomandazione, ma la sua contrarietà è
ininfluente.
La
delegazione del Parlamento europeo mette ai voti tra i suoi 108 componenti le
questioni più divisive.
Non è questo il caso: la maggior parte dei
deputati nel gruppo di lavoro «Democrazia europea» ha espresso parere favorevole sulla
possibilità di comporre liste transnazionali e quindi l’Eurocamera adotterà
tale posizione.
Ogni
working group include infatti 12 europarlamentari, ripartiti in quote
proporzionali tra i gruppi politici dell’emiciclo comunitario.
Quando
i membri dei principali (Partito popolare europeo, Socialisti&Democratici,
Renew Europe e Verdi/Alleanza Libera per l’Europa) sono d’accordo, è superfluo
procedere a una votazione.
Piuttosto, spiegano a Linkiesta fonti interne,
la conta di favorevoli e contrari sarà necessaria sui temi del gruppo «Economia, giustizia sociale e lavoro», dove si profila una divisione tra
eurodeputati di destra e di sinistra.
Ogni
componente decide in autonomia il proprio modus operandi e nel caso del
Consiglio non è nemmeno chiaro come verrà presa la posizione finale su ogni
punto.
Non
c’è nessuna «griglia regolamentare stringente», dice a Linkiesta il
sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova. Insieme al collega
preposto agli Affari europei Enzo Amendola, rappresenta il governo italiano nei
54 membri di questa componente politica: «Siamo aperti anche a una procedura
che preveda, a un certo punto, una votazione».
Una
riunione di ministri e sottosegretari degli Affari europei, prevista a
Lussemburgo martedì 12 aprile, dovrebbe chiarire le regole interne della
delegazione.
L’orientamento,
comunque, sembra quello di mantenere il documento conclusivo della Conferenza
il più possibile aderente alle richieste dei cittadini:
il
Consiglio sceglierà probabilmente un profilo basso, lasciando entrare nella
relazione finale tutto ciò che autorizzano le altre componenti.
Verso
il 9 maggio, e oltre.
Il
fatto che una richiesta venga incluso non significa che le istituzioni la
realizzeranno.
Dal 9
maggio comincia anzi un’altra partita, su cui molti fra i partecipanti
esprimono scetticismo:
nella fase successiva alla chiusura della
Conferenza, Consiglio, Commissione e Parlamento europeo saranno chiamati ad
esaminare i risultati emersi.
Una prima verifica avverrà tra settembre e
ottobre, quando sarà organizzata una nuova sessione «di feedback», in modo da fornire ai cittadini una
prova di quanto fatto per esaudire le loro richieste.
Anche in questo caso, i dettagli dell’evento
sono tutti da definire.
L’organo
più determinato nell’assicurare un seguito efficace all’esercizio democratico
sembra il Parlamento, che potrebbe cogliere l’occasione per chiedere la
convocazione di una convenzione europea, attivando cioè la procedura per
procedere alla modifica dei trattati dell’Unione.
Sarebbe
senza dubbio il risultato più dirompente della Conferenza sul Futuro
dell’Europa, un’ipotesi su cui, però, i protagonisti del processo non si
sbilanciano.
«Si
può fare molto anche senza toccare i Trattati: basta guardare l’acquisto comune
di vaccini anti-Covid19 o il piano “Next GenerationEu” per la ripresa economica», afferma a Linkiesta la commissaria
europea alla “Democrazia e demografia” Dubravka Šuica, spiegando come questo
punto della discussione dipenda soprattutto dall’atteggiamento del Consiglio.
Che è
un’istituzione tradizionalmente conservatrice per quanto riguarda
l’architettura europea e difficilmente si smentirà in questo frangente.
Il
co-presidente che rappresenta gli Stati membri nel Comitato esecutivo, il
Segretario di Stato agli Affari europei francese Clément Beaune, lascia però
aperte tutte le porte, almeno a parole:
nell’accogliere i suggerimenti di questo
esercizio democratico, dice, non ci sarà nessun tabù.
Dunque,
non si esclude nemmeno un “coup de théâtre”:
in caso di vittoria alle imminenti elezioni, Emmanuel
Macron continuerà a detenere fino a giugno la presidenza di turno del Consiglio
dell’Ue e sarà «doppio» padrone di casa all’evento finale, previsto nella sede
del Parlamento di Strasburgo come tutte le sessioni plenarie della Conferenza.
Fra i
funzionari istituzionali si ipotizza un evento in pompa magna, con riti solenni
e presenze di Capi di Stato.
Il 9 maggio ricorre anche la “Giornata della
Vittoria russa”, occasione per il governo di Vladimir Putin di celebrare la
propria storia, rivendicare le scelte prese e mostrare al mondo l’unità del suo
Paese.
Il
messaggio dell’Europa, in questo momento storico, non può essere da meno.
Difesa
europea: la pacchia
è davvero finita.
Libertaeguale.it - Alessandro Maran – ( 8
Novembre 2022) – ci dice:
L’ombrello
americano non funziona più. Se vuole proteggere i propri interessi, l’Unione
europea deve accelerare il decollo della Difesa comune.
In ballo c’è anche l’”european way of life”, e
non è poco.
“La
questione di come affrontare le autocrazie definirà la nostra capacità di
plasmare il nostro futuro comune per molti anni a venire”, ha detto giorni fa
Mario Draghi riecheggiando un concetto che Joe Biden va ripetendo fin dalla
nomination: “Siamo di nuovo nel mezzo di una battaglia tra democrazie e autocrazie,
tra libertà e repressione, tra ordine basato sulle regole e governo della forza
bruta”.
Russia
e Cina (e diversi altri) stanno cercando di rimodellare il mondo a loro
immagine e somiglianza e la guerra in Ucraina fa parte di uno scontro più ampio
che punta a ridimensionare il potere dell’occidente per fare del mondo un posto
più accogliente per i tiranni.
“Magari non vogliamo rivaleggiare e nemmeno
avere a che fare con loro.
Ma
loro si occupano noi.
Capiscono
che il linguaggio della democrazia, della lotta alla corruzione e della
giustizia è pericoloso per il loro potere dispotico e sanno che quel linguaggio
ha origine nel mondo democratico, il nostro mondo”, ha scritto Anne Applebaum.
E se
teniamo alla democrazia dobbiamo lottare per essa.
Non è
una novità.
In un
libro del 2020, “Saving Freedom”, Joe Scarborough ha raccontato quando toccò ad
Harry Truman unire il mondo occidentale contro il comunismo sovietico.
Era il
1947.
Le mire di Stalin erano dirette sulla Turchia
e sulla Grecia.
La
Grecia si trovava nel pieno di una guerra civile tra comunisti e anticomunisti,
che sarebbe terminata nel 1949;
la
Turchia, invece, subiva le pressioni sovietiche che puntavano ai territori dei
distretti di Kars e Ardahan e alla revisione del regime degli Stretti regolato
dalla Convenzione di Montreux del 1936.
L’impero britannico era sull’orlo della
bancarotta: la guerra contro Hitler gli aveva assestato un colpo mortale.
L’impossibilità
di provvedere alla sicurezza del tradizionale alleato greco e di contenere
l’avanzata di Mosca verso i mari caldi, indussero perciò Londra a rivolgersi al
governo americano.
Il 21 febbraio 1947 l’ambasciata britannica a
Washington informò l’alleato che la Gran Bretagna non era più in grado di
prestare aiuto a Grecia e Turchia, lasciando presagire l’affermazione
dell’influenza sovietica in quei due paesi.
Solo
l’America era in grado di difendere la libertà in occidente e Harry Truman, che
assunse la presidenza dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt, intraprese
una battaglia politica interna, chiamò a raccolta repubblicani e democratici e
riuscì a convincere amici e nemici a unirsi alla sua crociata per difendere la
democrazia in tutto il mondo.
Il 12 marzo 1947 enunciò al Congresso quella
che sarà poi chiamata la “dottrina Truman”.
Motivando
il suo piano di aiuti per la Grecia e la Turchia, Truman dichiarò che gli Stati
Uniti avrebbero aiutato “ogni popolo libero a resistere ai tentativi di
asservimento operati da minoranze interne o da potenze straniere”.
I
piani di espansione di Stalin in Europa occidentale furono contrastati dal “containmen”t,
dal “Piano Marshal”l, dalla “formazione della Nato”, dal” ponte aereo per
Berlino” e la linea di politica estera indicata da Truman segnò una svolta
radicale rispetto a 150 anni di isolazionismo, contribuì a un’ulteriore
accelerazione della Guerra fredda e garantì la libertà dell’Europa occidentale
e il crollo finale dell’Unione sovietica.
Ai
suoi tempi, racconta Scarborough, Harry Truman non era molto amato, neppure tra
i democratici (il New York Times lo considerava un “provincialotto”).
Eppure,
i dodici presidenti che gli sono succeduti hanno ereditato un palcoscenico
mondiale forgiato dalle sue politiche.
Oggi,
di nuovo, il presidente americano ha assunto la leadership di un occidente
un’altra volta unito.
Anche
di Biden se ne sono dette di tutti i colori.
Ma fin
dalla nomination, Joe Biden ha promesso di restaurare la leadership americana e
riparare le alleanze incrinate; e la risposta dell’amministrazione americana
all’invasione dell’Ucraina è stata più rapida, coraggiosa ed efficace di quanto
si aspettassero perfino i più devoti sostenitori della causa transatlantica.
La
Nato è unita dietro alla guida americana e sta rafforzando le difese comuni e
le sanzioni imposte all’economia russa sono senza precedenti.
Perfino
nella litigiosissima Washington c’è un sostegno robusto all’approccio
diplomatico di Biden.
Inoltre,
la minaccia rivolta all’Europa dalla Russia ha reso evidente la necessità del
contrappeso americano: la caparbia diplomazia di Emmanuel Macron è stata finora
un fiasco semplicemente perché non è la risposta adeguata a un dittatore che
minaccia di usare le armi nucleari, che cerca deliberatamente di provocare
l’aumento dei prezzi, una crisi alimentare e un’ondata di rifugiati per
destabilizzare l’Europa e che con questi mezzi pensa di poter “vincere”.
Ora,
ovviamente, viene il difficile.
Anche
per noi.
Come hanno ricordato Michele Salvati e
Norberto Dilmore, è proprio grazie all’assoluto predominio militare ed
economico degli Stati Uniti che, nei trent’anni postbellici, i paesi a regime
liberal-democratico sono riusciti a “conciliare tre cose che sino ad allora
erano risultate inconciliabili:
un sistema politico liberal-democratico,
un’economia capitalistica, un benessere popolare diffuso”.
Il guaio è che il paese che Biden si trova a governare
è ben lontano dalle condizioni di forza economico-militare di cui disponevano
gli Stati Uniti dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale; non ha la
chiarezza di visione politica di Roosevelt e dei suoi successori ed è molto più
diviso e polarizzato di allora.
Per
compensare la maggiore debolezza e incertezza dell’America, il nostro
continente, pur mantenendo una stretta alleanza con gli Stati Uniti, dovrebbe
assumersi maggiori oneri di leadership.
Ma se l’Unione europea non riesce a esercitare
una maggiore assertività e un maggior protagonismo nei campi cruciali della
politica estera e della difesa, è molto difficile che riesca a raggiungere
obiettivi avanzati di “liberalismo inclusivo” sul fronte interno.
Senza contare che malgrado Biden e la sua
Amministrazione abbiano rivitalizzato la relazione transatlantica, Trump o
qualcosa di simile potrebbe tornare.
Perciò,
se vuole proteggere i propri interessi, l’Ue deve accelerare il decollo della
difesa comune.
Oltretutto,
un esercito europeo rafforzerebbe la Nato, non la indebolirebbe.
L’idea
di un esercito europeo distinto e distante dalla Nato non sta in piedi: senza
America non c’è Europa.
Capiamoci: non sprofonda il continente.
Quella
che non reggerebbe è l’“unione” europea, quella costruzione artificiale,
connessa e interdipendente, fatta di norme e di regole, che ha tenuto insieme,
per la prima volta nel dopoguerra, nazioni e popoli diversi perennemente in
conflitto. Senza
gli Stati Uniti torneremo a sbudellarci allegramente come abbiamo sempre fatto.
C’è
perciò un legame strettissimo tra il rafforzamento dell’Unione europea e il
rapporto positivo con gli Stati Uniti.
La
difesa europea va intesa come il secondo pilastro della Nato secondo lo schema
Degasperi-Spinelli della Ced.
Il che presuppone un occidente coeso e non
separato e nessun cedimento alle impostazioni neutraliste che tendono a opporre
Ue e Usa.
Basterebbe
chiedersi:
senza
la presenza degli Stati Uniti come si fa a dire di sì al riarmo della Germania
(che, non a caso, avviene nella Nato)?
E ancora: i paesi dell’Europa centro‑orientale, di fronte alla prepotenza
russa, si fidano di più degli Stati Uniti o dell’Europa (che non è più né può continuare a concepirsi come l’Europa dei sei paesi fondatori)?
Non è
un caso che in Germania – e dentro la Commissione europea – si pensi a
rilanciare il Ttip,
l’accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti che si è cercato di negoziare
fino all’arrivo di Donald Trump, ma che era già in difficoltà anche prima per
le reticenze di alcuni governi europei e la contrarietà di diversi movimenti
sociali.
Ma non
sarebbe ora di affrontare il negoziato transatlantico su commercio e
investimenti consci della posta in gioco?
E quel
che dovrebbe farsi strada è proprio la consapevolezza che in assenza di una
nazione democratica sufficientemente forte da essere un punto di riferimento e
contrastare le potenze emergenti del capitalismo autoritario, un nuovo “centro”
capace di esercitare un ruolo regolatore può emergere soltanto come “alleanza
globale tra democrazie”, cementata da un mercato comune.
Oltretutto, solo se l’Europa e gli Stati Uniti
saranno capaci di lavorare insieme per diffondere e far rispettare delle norme
comuni in tutto il mondo, i servizi e le industrie europee e americane potranno
prosperare e garantire posti di lavoro ben pagati.
Quando
gli attuali focolai di crisi saranno solo un ricordo, il fenomeno più
importante del nostro tempo rimarrà l’ascesa dell’Asia.
E il negoziato transatlantico è forse l’ultima occasione politica
per l’occidente, per riuscire a influenzare in modo determinante, attraverso un
accordo che interessa quasi la metà del pil mondiale, regole e principi di
funzionamento dell’economia globale.
Il
guaio è che molti europei hanno dimenticato che l’atlantismo è una cosa seria.
Il
contenuto della civiltà atlantica è soprattutto etico‑-culturale.
Si
alimenta certo di commerci e di traffici ma quel che le dà il tono è proprio quel complesso di ideali
etici e politici:
“La
comune fede nei diritti inalienabili della persona umana, nella libertà di
coscienza e di parola, nella superiorità delle istituzioni libere e delle
dottrine costituzionali fondate sul rispetto di una legge voluta dal popolo,
non è un’invenzione a posteriori che si cerca di applicare forzatamente
dall’esterno ma esisteva assai prima dell’alleanza del ’49 e fu tra le cause
che la determinarono”.
Ne ha
scritto stupendamente, molto tempo fa, lo storico e giornalista Vittorio de
Caprariis.
E chissà che la guerra di Putin non ci dia una
svegliata.
L’Europa
vuol essere un gigante economico rimanendo, secondo la felice espressione di un
ministro belga, “uno gnomo politico e un verme militare”; senza cioè assumere nessuna
responsabilità, neppure sul piano regionale rispetto allo scacchiere balcanico
o allo scacchiere mediterraneo.
Ma non
si può.
I leader europei, l’anno scorso, hanno dovuto
fare i conti con una realtà umiliante: senza l’aiuto americano, l’Europa non
era in condizione di mantenere in funzione l’aeroporto di Kabul e proseguire con
le evacuazioni neppure per pochi giorni.
Del resto, l’Europa non è in grado di
occuparsi nemmeno del cortile di casa.
Neppure
di fronte alla guerra nella ex Jugoslavia seppe cogliere l’opportunità della
crisi per fare un salto di qualità nella sua soggettività politica.
Senza l’intervento americano si starebbero
ancora cavando gli occhi.
In Libia, gli arei francesi e inglesi, da
soli, non erano neppure in grado di acquisire gli obiettivi e il paese è stato
rapidamente abbandonato al proprio destino da quegli stessi europei che, dopo
aver spinto per la rimozione di Gheddafi, avrebbero dovuto, vista la vicinanza,
impegnarsi con il follow‑up.
In
Siria abbiamo lasciato che Assad gasasse i bambini senza muovere un dito:
allora solo la Francia si dichiarò disponibile a prendere parte a un
attacco.
E la Siria non confina con la California (sono
del resto i turchi ad accogliere i profughi siriani: ma, si sa, lo fanno solo
per soldi).
In
Italia poi abbiamo passato anni a discutere dei caveat: in Afghanistan i nostri
Tornado potevano eseguire soltanto missioni di ricognizione.
In Libia non ci vogliamo andare.
Ci vanno i turchi (ma quelli sono mossi solo
dal proprio tornaconto, mica come noi, direbbero al bar).
E poi, che c’entra, ci andranno gli americani,
no?
Eppure
l’Europa è la piattaforma economica più importante del mondo, ha due potenze
nucleari (con l’Inghilterra) nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, i membri
europei della Nato (senza Stati Uniti e Canada) hanno quasi quattro volte la
popolazione della Russia, il loro pil congiunto è più grande di almeno 12 volte
e ogni anno spendono per la difesa, anche così combinati, almeno cinque volte
più della Russia.
E non
si tratta solo di capacità militari ma di politica.
La
politica europea nei confronti della radicalizzazione islamista e dei fattori
di sottosviluppo che la alimentano è stata un disastro.
Eravamo
in pensiero di fronte alla possibilità che le Primavere arabe scacciassero i
tiranni (in fondo, per noi “quella gente era una soluzione”) e abbiamo ridotto la sfida
migratoria a un problema di polizia.
Il
che, come scrive David Herszenhorn, porta a una conclusione che dovrebbe far
davvero riflettere:
“l’Unione europea non è in grado né di
proteggere né di promuovere il cosiddetto european way of life”.
Ma ora
i leader europei devono raccogliere la sfida.
E
forse possiamo imparare qualcosa dagli ucraini.
“Ormai da decenni combattiamo una
guerra culturale tra valori liberali da un lato e forme di patriottismo
muscolare dall’altro”, ha scritto Applebaum.
Gli
ucraini ci stanno mostrando un modo per superarla.
“Non appena sono iniziati gli attacchi, hanno
superato le loro numerose divisioni politiche, non meno aspre delle nostre, e
hanno impugnato le armi per lottare per la loro sovranità e la loro democrazia.
Hanno
dimostrato che si può essere patrioti e credere in una società aperta e che una
democrazia può essere più forte e più agguerrita dei suoi avversari”.
Come ha detto Giorgia Meloni, questo è il tempo della
responsabilità, no?
(Alessandro
Maran)
(Alessandro
Maran è autore del saggio “Nello specchio dell’Ucraina. Lettera a un amico
sulla libertà e la pace, sulla collocazione dell’Italia nel mondo e sugli
italiani”, edito dalla casa editrice Nuova dimensione.)
Perché
il Green Deal Ue
alimenta
il “caro-transizione!
Formiche.net
- Gianclaudio Terlizzi – (03/03/2023) – ci dice:
L’allarme
di Terlizzi.
Non
fatevi ingannare dai ribassi temporanei: l’impennata dei prezzi delle
commodities ha radici più profonde della guerra russa, sarà più strutturale e
persistente di quanto si creda.
E le” supply chain” rimangono troppo esposte
alla volontà di terzi.
Con
questo discorso al parlamento Ue, il fondatore di T-Commodity spiega perché
serve rimodulare il Green Deal per non soffocare l’industria europea nel nome
della transizione ecologica.
Riceviamo
e pubblichiamo il discorso al Parlamento europeo (Commissione Commercio
Internazionale e Commissione Mercato Interno) di Gianclaudio Terlizzi,
fondatore di” T-Commodity”, autore di “Materia rara. Come la pandemia e il
green deal hanno stravolto il mercato delle materie prime” e nuovo Consigliere del Ministro della
difesa per l’analisi strategica dell’impatto dei mercati delle materie prime e
dei materiali rari sulla supply chain e sul comparto industriale della Difesa.
È
divenuta ormai assodata consuetudine indicare l’aggressione russa ai danni
dell’Ucraina come il momento in cui gli equilibri di politica estera in vigore
dal secondo dopoguerra del secolo scorso e in particolare il processo di
globalizzazione mutano in maniera irreversibile.
Certamente
vi è una verità in questa interpretazione se si considera lo sfaldamento delle
relazioni tra Europa e Federazione Russa e la creazione dell’asse Mosca-Pechino
in chiave anti-occidentale.
Tuttavia,
il mondo per come lo conoscevamo in realtà inizia a segnalare i primi
smottamenti già nel 2016, quando l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama
inaugura una politica protezionista contro l’import di acciaio prodotta in
Cina, dando così il via a un lungo processo di decoupling che con l’avvento di Donald Trump
compie un salto di qualità, almeno nei toni.
Ma è
lo scoppio della pandemia a sancire il vero e proprio cambio di paradigma.
La
diffusione del virus infatti fa emergere con chiarezza la vulnerabilità in cui
sono oramai incappate le economie occidentali, eccessivamente dipendenti dalle
forniture asiatiche, come risultato di un’incontrollata azione di delocalizzazione
che ha avuto la sua piena legittimazione nell’ingresso della Cina
nell’Organizzazione mondiale del commercio del 2001.
La
necessità di rendere le economie autosufficienti si scontra tuttavia con
l’accelerazione dei prezzi dell’energia e delle materie prime.
La decisione da parte dei Governi di
contrastare le spinte recessive sulle economie, derivanti dall’adozione delle
politiche di contenimento del virus (misure di lockdown), si traduce in una
vera e propria inondazione di liquidità che dà il via a un’accelerazione dei
consumi, soprattutto di beni durevoli e tecnologici, che la condizione
dell’offerta non è in grado di soddisfare a causa delle riduzioni in capacità
produttiva a cui si assisteva fin dal 2016.
Riduzioni, queste, che sono diretta
conseguenza della fase ribassista dei prezzi delle materie prime in atto dal
2010/2012 da un lato, ma dall’altro anche dell’attuazione delle politiche Esg (di sostenibilità ambientale, sociale
e di governance, ndr).
È in
quest’ottica che va ricercata la ragione primaria dietro la nascita del” ciclo
rialzista delle commodities”.
Ciclo
che raggiunge un primo apice tra il marzo e l’aprile 2022 quando l’aggressione
russa dell’Ucraina induce le aziende manifatturiere a incrementare
ulteriormente gli acquisti di materiali al fine di creare un cuscinetto di
inventario, temendo nuovi shock sul lato dell’offerta.
A
esacerbare le tensioni sui mercati giunge inoltre l’azione di restrizione dei
flussi di gas intrapresa da Mosca che alimentano la corsa dei prezzi dell’energia.
Davanti
alla crescita incontrollata dell’inflazione, le banche centrali reagiscono,
seppur in ritardo, producendo un’inversione a ‘U’ di politica monetaria al fine
di proteggere lo standing finanziario delle valute.
Al fine di contrastare l’azione di weaponization sulle
materie prime da parte di Mosca, Washington in particolare contrappone l’azione
di weaponization del dollaro americano.
A
giudicare dal raffreddamento dei prezzi delle materie prime a cui si è
assistito nella seconda metà del 2022 sembra che l’obiettivo della banca
centrale Usa sia stato raggiunto.
Obiettivo
che nel caso dei beni energetici è stato reso possibile dalle alte temperature
stagionali.
Tuttavia,
è lecito ritenere come la discesa dei prezzi nel secondo semestre 2022 non
rappresenti altro che una pausa all’interno di un super ciclo rialzista delle
materie prime e dell’energia.
E
questo non solo in ragione delle attese di ri-accelerazione dell’economia
cinese. Ma
soprattutto in ragione del deficit derivante dall’implementazione delle
politiche climatiche.
Politiche
che, ruotando esclusivamente sull’elettrificazione, comportano un forte aumento
dei consumi di acciaio e metalli.
Stando
alle stime di Bloomberg, saranno necessari metalli per un controvalore di 10
mila miliardi di dollari per garantire la transizione energetica entro il 2050.
Metalli
di cui però l’industria europea è sostanzialmente sprovvista.
Per
fare un esempio, il livello delle scorte dei metalli non ferrosi scambiati al
London Metals Exchange veleggia sui livelli minimi record.
Il
vulnus di natura strutturale ruota attorno al fatto che, non potendo contare su
un’adeguata capacità di estrazione e raffinazione di minerali, sia Stati Uniti
sia Europa rimarranno fortemente dipendenti dalle importazioni.
Importazioni che nel caso specifico di alcuni
minerali sono addirittura concentrate in un solo Paese: per fare un esempio,
attualmente il 27% dell’offerta mondiale di rame proviene dal Cile.
Il regime di “concentrazione produttiva” riguarda
anche il litio se si considera che Australia (50%), Cile (20%) e Argentina
(10%) ne controllano attualmente la produzione.
Al di
fuori del litio, la fornitura mineraria di elementi critici è concentrata in
Cina sia direttamente, come nel caso delle terre rare e della grafite, ma anche
indirettamente.
Con
una quota di mercato superiore al 60%, la Repubblica Democratica del Congo
(Rdc) domina la produzione di cobalto, seguita dall’Indonesia.
Tuttavia, le società cinesi ora possiedono 15
delle 17 miniere di cobalto nella Rdc e controllano il 97% delle forniture
indonesiane.
Anche nel nichel, la Cina mantiene una posizione di
leadership, incidendo circa per il 45% dell’offerta globale di miniere di nichel
attraverso la sua proprietà delle operazioni in Indonesia.
Nel
frattempo, la Cina continua a stoccare materia prima.
Secondo
le stime di JP Morgan, a oggi Pechino detiene il 93% delle scorte mondiali di
rame e il 74% di quelle di alluminio.
Le
criticità di un’eccessiva dipendenza dalla Cina non riguardano solo il lato
estrazione e gli inventari:
anche
la bassa capacità di raffinazione dovrebbe rappresentare un elemento di forte
preoccupazione per l’Occidente.
La
Cina è infatti il leader indiscusso nella raffinazione di una gamma di
minerali, controllando l’85% della raffinazione delle terre rare.
Mentre l’Australia è il principale estrattore di
litio, il Paese ne esporta la maggior parte in Cina, che incide per oltre il
70% della capacità mondiale di raffinazione.
L’80%
del minerale di cobalto lascia il Congo per essere raffinato in Cina, mentre il
70% della capacità di nichel raffinato è di proprietà di società cinesi.
Infine, quasi il 100% della grafite mondiale viene raffinata in Cina.
Questa
condizione di leadership da parte di Pechino nella filiera dei metalli aumenta
fortemente il rischio di future azioni di weaponization contro l’Occidente come
forma di ritorsione contro le sanzioni che iniziano a essere applicate
dall’Occidente.
In un
contesto di accresciuta competizione geostrategica tra Ue e la Cina, mantenere
i piani climatici varati nell’ormai lontano 2019 non farà altro che esercitare
continui stress nel mercato delle materie prime.
Il
Green deal, infatti, rappresenta un driver rialzista dei prezzi delle commodities non solo perché comporta un forte
aumento dei consumi di metalli necessari per accelerare il processo di
elettrificazione ma anche perché disincentiva gli investimenti in capacità
produttiva che saranno ancora necessari nei prossimi decenni.
È bene
evidenziare, a tal proposito, come il Green deal europeo ruoti attorno al principio di imporre
a imprese e cittadini il passaggio verso le fonti rinnovabili, rendendo le
fonti fossili sempre più insostenibili economicamente.
Un
obiettivo questo perseguito attraverso la progressiva riduzione delle
allocazioni gratuite di certificati di emissione di CO2 in favore dei settori
energivori.
Proprio
il raggiungimento del prezzo della CO2 intorno ai €100/tonnellata è una dei
driver che contribuisce a mantenere il prezzo dell’elettricità in Francia,
Germania e Italia sopra i €100/MWh, malgrado il forte calo del prezzo del gas
naturale negli ultimi 6 mesi (determinato in larga misura dal caldo anomalo che
ha investito l’Europa nel corso dell’inverno).
Prezzo
del gas che comunque, malgrado il forte calo dalla scorsa estate, veleggia
attualmente a €50/MWh, cioè oltre il triplo della media registrata nel periodo
2015-2022 di €16/MWh.
È in
quest’ottica che va letto l’annuncio del colosso chimico tedesco Basf di
licenziare 2600 dipendenti, il ridimensionamento del progetto di gigafactory di Tesla in
Germania e
la decisione di Audi di insediare uno stabilimento produttivo di auto
elettriche negli Usa:
tutti segnali, questi, che evidenziano il rischio deindustrializzazione
determinato dalle modalità con cui vengono perseguite le politiche climatiche
europee.
(L‘
attuale governo europeo è retto da “criminali autodidatti” o ignoranti! N.d.R.)
In
sostanza, rimodulare le politiche climatiche rappresenta un passaggio
necessario, sia per affrancarsi da una pericolosa dipendenza su metalli e gas
nei confronti di Pechino, sia per allentare la crisi inflazionistica.
In
quest’ottica desta forte preoccupazione l’ampio differenziale inflazionistico
sviluppatosi tra la Cina e l’Ue:
appena
il 2% contro l’8,6% secondo l’ultima lettura.
Un gap
di competitività che Pechino è stata in grado di costruire attraverso il
massiccio utilizzo del carbone come fonte energetica.
Gli
enormi sforzi che oggi dunque vengono richiesti a imprese e famiglie europee
rischiano di finire completamente vanificati dalla politica energetica cinese.
Davanti
a una minaccia tanto grave sarebbe tuttavia ingenuo pensare di difendersi
utilizzando solo la leva dei dazi e lo strumento della “Carbon Border Adjustment Mechanism”
(Cbam).
Il
protezionismo dei settori a monte serve infatti a poco se sparisce il consumo a
valle!
In quest’ottica è imperativo adottare un
approccio meno ideologico e più pragmatico nei confronti delle politiche
climatiche, allentando gli stringenti target di decarbonizzazione al fine di
incentivare il più possibile l’offerta e gli investimenti in infrastrutture
energetiche (rinnovabili e fossili) e calmierare così le spinte
inflazionistiche.
“È in
ballo il futuro dell’Europa”.
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