“IL DEEP STATE DEGLI STATI UNITI VUOLE CONQUISTARE IL MONDO CON IL SOFT POWER.”
“IL DEEP STATE DEGLI STATI UNITI VUOLE CONQUISTARE IL
MONDO CON IL SOFT POWER.”
Soft
power, ovvero come conquistare
il
mondo senza l’uso delle armi.
Linesistente.it - Adriano Soldi – (12 Luglio
2021) – ci dice:
L’America è lontana, dall’altra parte della luna,
scriveva Lucio Dalla nel 1979 insieme agli altri versi di Anna e Marco.
In quegli anni sicuramente l’America,
implicitamente intendendo quella del nord, appariva ancora come qualcosa di
lontano ed inarrivabile e forse proprio per questo particolarmente attraente.
Forse esisteva ancora il sogno americano
condito da palazzoni moderni, dalle luci scintillanti dei cartelloni
pubblicitari e delle vetture quasi futuristiche.
Un
immaginario complessivo che si discostava nettamente da un’Europa che allora
appariva più invecchiata di oggi e che è durato per tutta la metà del
novecento.
Un
mondo, quindi, che ancor prima che arrivasse internet ci giungeva soltanto
tramite immagini, per lo più cinematografiche, in grado di farci immaginare il
nuovo continente come una sorta di paradiso del futuro, in cui ogni cosa,
letteralmente, arrivava prima che da noi.
In un
certo senso, possiamo definire in questo modo il “soft power”, ma andiamo per
ordine, perché è molto di più.
Conquistare
con la cultura, non con le armi: cos’è il “soft power”.
La
prima apparizione di questo termine avviene al termine degli anni 80, nel
saggio” The Mean to Success in World Politics” del professore “Joseph Nye”.
L’accademico
utilizza l’espressione per mostrare in che modo si potrebbe aver successo nella
politica estera, abbandonando chiaramente le dinamiche violente che avevano
caratterizzato tutto il secolo.
Secondo
Nye il potere consiste nella capacità di far fare agli altri ciò che chi lo
possiede vorrebbe facessero.
Fino
ad allora, come ben sappiamo, la conquista di questa capacità era avvenuta
tramite la violenza, rappresentata al meglio dalla seconda guerra mondiale, ma
forse ancor di più dalla guerra in Vietnam, che mostrò al mondo come gli Stati
Uniti non fossero più l’unica potenza mondiale.
Un problema che negli anni successivi si
ripropose in maniera ancora più determinante, considerando il potere della
globalizzazione e lo sviluppo rapido che anche altri paesi avevano conosciuto.
In un
contesto simile, dunque, non più armi, ma fascinazione ed attrazione politica e
culturale verso i propri interessi.
Tale
strategia consente di portare dalla propria parte stati minori, ma soprattutto
di guidarli direttamente o meno nella stessa direzione dei propri obiettivi.
Il
caso americano.
Quello
degli Stati Uniti è un caso particolarmente interessante di “soft power”,
poiché ci permette di guardare al fenomeno sia sul piano delle relazioni
internazionali, sia su quello della vita quotidiana, ma non solo.
Osservando ancor prima la storia interna del
paese, possiamo notare come il processo abbia coinvolto prima le popolazioni
già presenti all’interno dei confini nazionali, per poi attraversare l’oceano.
In
sociologia, tale fenomeno ha un nome preciso: americanizzazione.
Questa
è avvenuta in due fasi distinte della storia.
La
prima si è
concretizzata nel periodo della prima guerra mondiale, quando la cultura
americana è riuscita ad assorbire gran parte delle numerose etnie presenti sul
proprio territorio, specialmente quelle europee.
La seconda si ha invece dopo la seconda guerra
mondiale, quando gli Stati Uniti potevano contare su una grandissima
disponibilità economica, ma soprattutto non avevano la necessità di ricostruire
un intero paese devastato dai conflitti, presentandosi dunque ai più piccoli
stati europei come una sorta di paradiso futuristico, non a caso quello
richiamato nell’introduzione.
In questo secondo frangente, tuttavia, in
Europa soprattutto c’era un grande freno che non consentiva agli USA di
penetrare tutti i confini nazionali, ovvero la cortina di ferro, dopo la caduta
della quale gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre un controllo egemone,
basti pensare allo stile di vita occidentale, con i suoi brand, che ha invaso
l’ex Unione Sovietica in pochissimo tempo.
Restringendo
l’attenzione alla nostra piccola Italia, basta osservare il passaggio cruciale
degli anni 80, in cui si assiste ad un cambiamento drastico, anche da un punto
di vista estetico, dello stile di vita dei cittadini, che hanno sposato quasi
interamente l’edonismo a stelle e strisce.
Non è
un caso che proprio in quel periodo storico arrivò in Italia una serie di
prodotti televisivi d’oltreoceano, come “Dallas”, che hanno invaso le tv
presenti in ogni casa italiana, fornendo una nuova prospettiva dopo i terribili
anni 70.
Da lì
in poi la televisione sarebbe cambiata, abbandonando un modello di mezzo
culturale, in particolar modo nel servizio pubblico, favorendo invece un tipo
di intrattenimento leggero, caratterizzato da risate senza impegno ed un
abbigliamento decisamente meno istituzionale, tanto per citare due criteri.
Il
“soft power” della Cina.
Nel
corso del ventesimo secolo, in maniera sempre più profonda lo stile di vita
americano ha penetrato l’Italia e l’Europa intera, rendendo i due continenti
sempre più vicini.
Non
sono stati però soltanto gli Stati Uniti a conquistare altri paesi senza l’uso
della forza fisica.
Al
fianco di quella che per anni è stata per definizione la potenza mondiale,
infatti, è giunta poi anche la Cina.
Con la
crisi del 2008 e con la scoperta, nel corso degli anni, delle ingerenze
statunitensi nella politica degli altri paesi, con mezzi e dinamiche di certo
non legali, il sogno americano è tramontato.
In uno
scenario del genere solo un’altra potenza mondiale ha avuto la stessa forza di
imporsi globalmente, la Cina, la quale ha però dovuto fare i conti con una
reputazione non ottima, specialmente se si considera la distanza a livello
culturale e sociale con il mondo occidentale.
Per riuscire a conquistare l’altra parte del mondo il
governo comunista ha obbligatoriamente dovuto intervenire per ripulire la
propria immagine e mostrarsi al mondo nel miglior modo possibile.
Per
fare ciò, quale migliore via del “soft power”?
Oltre
alle differenze culturali, però, il Partito Comunista Cinese deve tutt’ora fare
i conti con importanti criticità interne che continuano a macchiare l’immagine
pubblica del paese agli occhi degli altri paesi.
Al
primo posto delle difficoltà c’è senza dubbio la questione dei diritti civili,
che comprende il rispetto dei diritti umani della popolazione cinese, ma anche
il rapporto con altre comunità, come quella del Tibet o il controllo
autoritario su Hong Kong.
Non
secondarie, poi, sono le controversie ambientali, poiché la Cina è sì diventata
una potenza mondiale, ma per farlo in così breve tempo ha dovuto pagare un
grandissimo costo in termini di inquinamento, tema che tutt’ora pare non essere
particolarmente a cuore alle autorità cinesi.
Tuttavia,
è proprio tramite l’inosservanza di questi due aspetti che il paese è riuscito
a diventare una potenza economica mondiale, divenendo a tutti gli effetti, la
fabbrica del mondo.
Nel
momento in cui il governo comunista ha però voluto alzare la testa a livello
mondiale, mostrando la propria parte migliore agli occhi di tutto il mondo, ha
dovuto costruire una propaganda ancor più difficoltosa di quella portata avanti
dagli Stati Uniti, poiché aveva come obiettivo l’esportazione di un sistema di
valori che mal si concilia con lo stile di vita occidentale e che comunque non
può in alcun modo nascondere tutti gli aspetti controversi.
Hanno
fallito entrambe?
Come
abbiamo visto, il sogno americano è andato in frantumi ormai da anni.
Gli Stati Uniti non sono più la potenza
mondiale dalla crescita inarrestabile:
la
crisi economica del 2008 ha messo in ginocchio prima il paese e poi il mondo
intero, che a quell’universo di sogni e ricchezze spropositate era inevitabilmente
legato.
Il
colpo finale è stato poi inflitto da Donald Trump, che ha basato la sua intera
campagna elettorale su un messaggio che poneva il proprio paese al primo posto,
con l’intento esplicito di non curarsi degli altri se non nei casi in cui questi
rappresentassero un interesse diretto per l’America.
Infine,
la pandemia ha senza dubbio messo in luce come gli Stati Uniti soffrano delle
stesse debolezze degli altri stati, mostrando agli occhi di tutto il mondo una
gestione della crisi a dir poco fallimentare che ha causato migliaia e migliaia
di morti.
Sulla
Cina ci sarebbero anche poche parole da spendere in merito all’impatto che il
Covid ha avuto sulla sua immagine internazionale, che peraltro continua a
peggiorare a causa della scarsa collaborazione da parte del governo in merito
alle indagini relative all’origine della pandemia.
Oltre
a ciò, però, sulla potenza asiatica hanno di certo impattato le relazioni
internazionali.
Il
paese non è infatti famoso per l’ottima diplomazia e in più di un’occasione non
ha mancato di mostrare i propri muscoli, passando così agli occhi di tutto il
mondo da paese in via di sviluppo alla nuova potenza mondiale in grado di
soppiantare gli Stati Uniti.
In un
contesto simile, dunque, entrambe le potenze sono in realtà uscite sconfitte o
indebolite dalla pandemia, almeno dal punto di vista diplomatico.
Chi
vince oggi?
Se
fare il conto della forza militare di una nazione non è affatto complicato,
poiché concretamente basta rilevare il numero delle forze fisiche su cui questa
può contare, è invece molto più complesso decretare la potenza del “soft power”
di quel paese.
“
Brandirectory” ogni anno stila un report grazie al quale è possibile compilare
una sorta di classifica del “ranking” basato sul “soft power” dei paesi di
tutto il mondo.
Il
report 2020, come per gli altri anni, valuta diversi parametri in base ai quali
calcolare l’effettivo ranking degli stati.
Anche in questo caso, dunque, sono stati presi
in considerazione: Business & Trade, Governance, Internazional Relations,
Culture & Heritage, Media & Communication, Education & Science, People
& Values.
In
base a questi parametri al primo posto della classifica ci sono gli Stati
Uniti, seguiti da Germania, Regno Unito, Giappone e Cina.
Quest’ultima,
dunque, pare non riesca ad arrivare agli USA, che nonostante nel report precedente
non fossero più al primo posto, sono riusciti a riconquistare la vetta della
classifica, mentre altre nazioni europee come Germania e UK stanno facendo la
grande scalata (nel 2019 la Francia, con grande sorpresa per tutti, era
riuscita a conquistare il più alto gradino della vetta).
Il “WEF”
di Davos promuove
l'impossibile
agenda verde
a zero
emissioni di carbonio
globalresearch.ca
- F. William Engdahl – (10 aprile 2023) – ci dice:
(Tema: Ambiente, petrolio ed energia,
Cambiamenti climatici)
Tutto
questo per una
frode scientifica chiamata riscaldamento globale causato dall'uomo?
Perché
i principali governi, le aziende, i think tank e il WEF di Davos stanno tutti
promuovendo un'agenda globale a zero emissioni di carbonio per eliminare l'uso
di petrolio, gas e carbone?
Sanno che il passaggio all'elettricità solare
ed eolica è impossibile.
È
impossibile a causa della domanda di materie prime dal rame al cobalto al litio
al calcestruzzo e all'acciaio che supera l'offerta globale.
È
impossibile a causa degli incredibili trilioni di costi di backup della
batteria per una rete elettrica "affidabile" rinnovabile al 100%.
È
anche impossibile senza causare il collasso del nostro attuale tenore di vita e
un crollo del nostro approvvigionamento alimentare che significherà morte di
massa per fame e malattie.
Tutto
questo per una
frode scientifica chiamata riscaldamento globale causato dall'uomo?
Fa
anche impallidire la sfacciata corruzione che circonda la recente spinta al
vaccino da parte di Big Pharma e dei principali funzionari governativi a livello
globale è la spinta insensata da parte dei governi dell'UE e degli Stati Uniti per far avanzare un'agenda verde i
cui costi vs benefici sono stati raramente esaminati apertamente.
C'è una buona ragione per questo.
Ha a
che fare con un'agenda sinistra per distruggere le economie industriali e
ridurre la popolazione globale di miliardi di esseri umani.
Possiamo
esaminare l'obiettivo dichiarato di Zero Carbon a livello globale entro il
2050, l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, presumibilmente per prevenire ciò che
Al Gore e altri sostengono sarà un ribaltamento irreversibile del livello del
mare, "oceani bollenti", scioglimenti di iceberg, catastrofe globale
e peggio.
In uno
dei suoi primi atti in carica, nel 2021 Joe Biden ha proclamato che l'economia
degli Stati Uniti diventerà Zero Net Carbon entro il 2050 nei trasporti,
nell'elettricità e nella produzione.
L'Unione
Europea, sotto la notoriamente corrotta Ursula von der Leyen, ha annunciato
obiettivi simili nei suoi programmi Fit for 55 e innumerevoli altri programmi
dell'Agenda Verde.
L'agricoltura
e tutti gli aspetti dell'agricoltura moderna sono presi di mira con false
accuse di danni da gas serra al clima. Il petrolio, il gas naturale, il
carbone e persino l'energia nucleare priva di CO2 vengono gradualmente
eliminati.
Per la
prima volta nella storia moderna siamo stati spinti da un'economia più
efficiente dal punto di vista energetico a un'economia drammaticamente meno
efficiente dal punto di vista energetico.
Nessuno
a Washington o Berlino o Bruxelles parla delle vere risorse naturali necessarie per
questa frode, per non parlare del costo.
Energia
verde pulita?
Uno
degli aspetti più notevoli del fraudolento clamore globale per la cosiddetta
energia verde "pulita e rinnovabile" – solare ed eolica – è quanto
sia effettivamente non rinnovabile e sporca dal punto di vista ambientale.
Quasi nessuna attenzione va agli sbalorditivi
costi ambientali che vanno nella realizzazione delle gigantesche torri eoliche
o dei pannelli solari o delle batterie agli ioni di litio EV.
Questa grave omissione è deliberata.
I
pannelli solari e i giganteschi pannelli eolici richiedono enormi quantità di
materie prime.
Una
valutazione ingegneristica standard tra solare ed eolico
"rinnovabile" rispetto all'attuale produzione di elettricità
nucleare, gas o carbone inizierebbe confrontando i materiali sfusi utilizzati
come calcestruzzo, acciaio, alluminio, rame consumati per produzione di Terawattora
(TWh) di elettricità.
L'eolico consuma 5.931 tonnellate di materiale sfuso
per TWh e il solare 2.441 tonnellate, entrambi molte volte superiori a carbone,
gas o nucleare.
La costruzione di una singola turbina eolica richiede
900 tonnellate di acciaio, 2.500 tonnellate di calcestruzzo e 45 tonnellate di
plastica non riciclabile.
Le
fattorie solari richiedono ancora più cemento, acciaio e vetro, per non parlare
di altri metalli.
Tieni presente che l'efficienza energetica dell'eolico
e del solare è notevolmente inferiore rispetto all'elettricità convenzionale.
Un
recente studio dell'Institute for Sustainable Futures descrive in dettaglio le esigenze impossibili
dell'estrazione mineraria non solo per i veicoli EV, ma, in aggiunta, per
l'energia elettrica rinnovabile al 100%, principalmente parchi solari ed
eolici.
Il rapporto rileva che le materie prime per realizzare
pannelli solari fotovoltaici o mulini a vento sono concentrate in un piccolo
numero di paesi:
Cina,
Australia, Repubblica Democratica del Congo, Cile, Bolivia, Argentina.
Sottolineano
che "la
Cina è il più grande produttore di metalli utilizzati nelle tecnologie solari
fotovoltaiche ed eoliche, con la più grande quota di produzione di alluminio,
cadmio, gallio, indio, terre rare, selenio e tellurio.
Inoltre,
la Cina ha anche una grande influenza sul mercato del cobalto e del litio per
le batterie".
Continua:
"Mentre
l'Australia è il più grande produttore di litio ... la più grande miniera di
litio, Greenbushes nell'Australia occidentale, è di proprietà maggioritaria di
una società cinese. Non così bene quando l'Occidente sta
intensificando il confronto con la Cina.
Notano
che per quanto riguarda l'enorme concentrazione di cobalto, la Repubblica
Democratica del Congo estrae più della metà del cobalto mondiale.
L'estrazione
ha portato a "contaminazione da metalli pesanti di aria, acqua e suolo ...
a gravi impatti sulla salute dei minatori e delle comunità circostanti nella
Repubblica Democratica del Congo, e l'area mineraria del cobalto è uno dei
primi dieci luoghi più inquinati al mondo.
Circa
il 20% del cobalto proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo proviene
da minatori artigianali e su piccola scala che lavorano in condizioni
pericolose in miniere scavate a mano e vi è un ampio lavoro minorile. ''
L'estrazione
e la raffinazione dei metalli delle terre rare sono essenziali per la
transizione a zero emissioni di carbonio in batterie, mulini a vento e pannelli
solari.
Secondo
un rapporto dello specialista di energia Paul Driessen,
"La
maggior parte dei minerali di terre rare del mondo vengono estratti vicino a
Baotou, nella Mongolia interna, pompando acido nel terreno, quindi lavorati
utilizzando più acidi e sostanze chimiche.
La produzione di una tonnellata di metalli delle terre
rare rilascia fino a 420.000 piedi cubi di gas tossici, 2.600 piedi cubi di
acque reflue acide e una tonnellata di rifiuti radioattivi.
Il fango nero risultante viene convogliato in un lago
sporco e senza vita.
Numerose
persone locali soffrono di gravi malattie della pelle e respiratorie, i bambini
nascono con ossa molli e i tassi di cancro sono aumentati
vertiginosamente".
Gli Stati Uniti inviano anche la maggior parte
dei loro minerali di terre rare in Cina per la lavorazione da quando hanno
chiuso la lavorazione domestica durante la presidenza Clinton.
Perché
gli stati della NATO commettono "energia Hara Kiri"?
Green Zero Carbon Madness. Collasso
industriale?
Poiché
sono molto meno efficienti dal punto di vista energetico per area, il terreno
utilizzato per produrre la produzione elettrica globale a zero emissioni di
carbonio obbligatoria è sbalorditiva.
L'eolico
e il solare richiedono fino a 300 volte la terra necessaria per produrre la
stessa elettricità di una tipica centrale nucleare.
In
Cina sono necessari 25 chilometri quadrati di un parco solare per generare 850
MW di energia elettrica, le dimensioni di una tipica centrale nucleare.
Costo
totale Zero.
Quasi
nessuno studio della Green Lobby esamina l'intera catena di produzione dall'estrazione
mineraria alla fusione alla produzione di pannelli solari e gruppi eolici.
Invece fanno affermazioni fraudolente sul presunto
costo inferiore per KWh del solare o dell'eolico prodotto a costi altamente
sovvenzionati.
Nel
2021 il professor Simon P. Michaux del Geological Survey of Finland (GTK) ha
pubblicato uno studio insolito sui costi dei materiali in termini di materie
prime per produrre un'economia globale a zero emissioni di carbonio.
I costi sono sbalorditivi.
Michaux indica innanzitutto la realtà
attuale della sfida Net Zero Carbon.
Il sistema energetico globale nel 2018
dipendeva per l'85% dai combustibili a base di carbonio: carbone, gas, petrolio.
Un altro
10% proveniva dal nucleare per un totale del 95% di energia da energia
convenzionale.
Solo
il 4% proveniva da fonti rinnovabili, principalmente solare ed eolico.
Quindi
i nostri politici parlano di sostituire il 95% della nostra attuale produzione
globale di energia entro il 2050, e una parte importante di questa entro il
2030.
In
termini di veicoli elettrici – automobili, camion o autobus – del totale della
flotta globale di veicoli di circa 1,4 miliardi di veicoli, meno dell'1% è ora
elettrico.
Egli stima che "la capacità totale
aggiuntiva di energia elettrica non fossile da aggiungere alla rete globale
dovrà essere di circa 37.670,6 TWh.
Se si
assume lo stesso mix energetico di combustibili non fossili riportato nel 2018,
ciò si traduce in ulteriori 221.594 nuove centrali elettriche che saranno
necessarie per essere costruite ...
Per contestualizzare, la flotta totale di
centrali elettriche nel 2018 (tutti i tipi, compresi gli impianti a
combustibili fossili) era di sole 46.423 stazioni.
Questo
grande numero riflette il più basso rapporto Energy Return on Energy Invested
(ERoEI) di energia rinnovabile rispetto agli attuali combustibili fossili".
Michaux stima inoltre che se dovessimo
andare al totale dei veicoli elettrici, "Per produrre una sola batteria
per ogni veicolo della flotta di trasporto globale (esclusi i camion HCV di
classe 8), richiederebbe il 48,2% delle riserve globali di nichel del 2018 e il
43,8% delle riserve globali di litio.
Inoltre, non c'è abbastanza cobalto nelle
riserve attuali per soddisfare questa domanda... Ciascuna delle 1,39 miliardi
di batterie agli ioni di litio potrebbe avere una vita utile di 8-10 anni.
Quindi,
8-10 anni dopo la produzione, saranno necessarie nuove batterie sostitutive, da
una fonte minerale estratta o da una fonte di metallo riciclato.
È improbabile che questo sia
pratico..." Sta affermando il
problema in modo molto blando.
Michaux
sottolinea
anche la sbalorditiva domanda di rame, osservando che "per il solo rame
sono necessari 4,5 miliardi di tonnellate (1.000 chilogrammi per tonnellata) di
rame.
Questo
è circa sei volte la quantità totale che gli esseri umani hanno finora estratto
dalla Terra.
Il
rapporto roccia-metallo per il rame è superiore a 500, quindi sarebbe necessario
scavare e raffinare più di 2,25 trilioni di tonnellate di minerale".
E le attrezzature minerarie dovrebbero essere
alimentate a diesel per funzionare.
Michaux conclude che semplicemente:
"Per
eliminare gradualmente i prodotti petroliferi e sostituire l'uso del petrolio
nel settore dei trasporti con una flotta di veicoli completamente elettrici, è
necessaria una capacità aggiuntiva di 1,09 x 1013 kWh (10 895,7 TWh) di
generazione elettrica dalla rete elettrica globale per caricare le batterie dei
1,416 miliardi di veicoli della flotta globale.
Poiché la produzione totale globale di
elettricità nel 2018 è stata di 2,66 x 1013 kWh (Appendice B), ciò significa
che per rendere praticabile la rivoluzione dei veicoli elettrici, è necessario
aggiungere una capacità aggiuntiva del 66,7% all'intera capacità globale
esistente di generare elettricità ... Il compito di rivoluzionare la batteria
EV ha una portata molto più ampia di quanto si pensasse in precedenza".
Questo
è solo per sostituire i motori a combustione interna dei veicoli a livello
globale.
Eolico
e solare?
Quindi,
se guardiamo alla proposta di sostituzione dei pannelli solari e dell'energia
eolica onshore e offshore con le attuali fonti di energia elettrica
convenzionale al 95% per arrivare all'assurdo e arbitrario obiettivo di Zero
Carbon nei prossimi anni, il tutto per evitare il falso "punto di non
ritorno" di Al Gore di un aumento di 1,5 ° C della temperatura media
globale (che di per sé è un'idea assurda), Il calcolo diventa ancora più
assurdo.
Il
problema principale con i parchi eolici e solari è il fatto che non sono
affidabili, qualcosa di essenziale per la nostra economia moderna, anche nei
paesi in via di sviluppo.
I
blackout elettrici imprevedibili che influenzano la stabilità della rete erano
quasi inesistenti negli Stati Uniti o in Europa fino all'introduzione di
importanti pannelli solari ed eolici.
Se
insistiamo come fanno gli ideologi di Zero Carbon, che nessuna centrale di
riserva di petrolio, gas o carbone sia autorizzata a stabilizzare la rete in
periodi solari bassi come la notte o i giorni nuvolosi o l'inverno, o i periodi
in cui il vento non soffia alla velocità ottimale, l'unica risposta seria in
discussione è quella di costruire batterie EV, un sacco.
Le
stime dei costi di tale backup di archiviazione della batteria elettrica
variano.
Van
Snyder, un
matematico e ingegnere di sistemi in pensione, calcola il costo per un backup
di batterie così enorme nella rete elettrica degli Stati Uniti per garantire
un'elettricità affidabile e costante al livello odierno:
"Quindi, quanto costerebbero le batterie?
Utilizzando il requisito più ottimistico di
400 wattora – qualcosa che un vero ingegnere non farebbe mai – e supponendo che
l'installazione sia gratuita – un'altra cosa che un vero ingegnere non farebbe
mai – si potrebbe guardare nel catalogo di Tesla e scoprire che il prezzo è di
$ 0,543 per wattora – prima dell'installazione – e il periodo di garanzia,
approssimativamente uguale alla durata, è di dieci anni.
Gli
attivisti insistono sul fatto che un'economia energetica americana
completamente elettrica avrebbe una domanda media di 1.700 gigawatt.
Se si
valuta la formula 1.700.000.000.000 * 400 * 0.543 / 10, la risposta è $ 37
trilioni, o circa il doppio del PIL totale degli Stati Uniti 2020, ogni anno,
per le sole batterie.
Un'altra
stima di Ken
Gregory,
anch'egli ingegnere, è altrettanto incredibilmente alta.
Calcola:
"Se l'energia elettrica alimentata da combustibili fossili non è
disponibile per eseguire il backup dell'energia S + W altamente variabile e
solo le batterie possono essere utilizzate come backup, il backup della
batteria diventa estremamente costoso ...
Il costo totale per elettrificare gli Stati
Uniti è di 258 trilioni di dollari con il profilo del 2019 e di 290 trilioni di
dollari con il profilo del 2020.
L'agenda
nascosta.
Chiaramente,
i poteri
dietro questa “folle agenda Zero Carbon” conoscono tale realtà.
A loro non importa, poiché il loro obiettivo non ha nulla a che
fare con l'ambiente.
Riguarda l'eugenetica e l'abbattimento del
gregge umano, come ha osservato il defunto principe Filippo.
Maurice
Strong,
fondatore del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, nel suo discorso di
apertura del Summit della Terra di Rio del 1992, dichiarò:
"L'unica speranza per il pianeta non è
che le civiltà industrializzate collassano? Non è nostra responsabilità
realizzarlo?"
Al
vertice di Rio Strong ha supervisionato la stesura degli obiettivi delle Nazioni Unite "Ambiente sostenibile",
l'Agenda 21 per lo sviluppo sostenibile che costituisce la base del Grande
Reset di Klaus Schwab, nonché la creazione del Gruppo intergovernativo sui
cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite.
Strong,
un protetto di David Rockefeller è stato di gran lunga la figura più influente
dietro quella che oggi è l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
È
stato co-presidente del Davos World Economic Forum di Klaus Schwab. Nel 2015 alla morte di Strong, il fondatore di Davos Klaus Schwab
scrisse:
"È
stato il mio mentore sin dalla creazione del Forum: un grande amico; un
consulente indispensabile; e, per molti anni, membro del nostro Consiglio di
fondazione."
“F.
William Engdahl è consulente strategico e docente, ha conseguito una laurea in
politica presso l'Università di Princeton ed è un autore di best-seller su
petrolio e geopolitica. È ricercatore associato del Centre for Research on
Globalization - CRG).
Il
concetto di soft power e gli Stati Uniti.
Treccani.it
– Redazione – (2-1-2023) – ci dice:
Il
concetto di soft power si è ormai affermato tanto nella teoria delle relazioni internazionali
quanto nella pratica del linguaggio politico quotidiano:
fu coniato nel 1990 da Joseph Nye, professore statunitense
d’ispirazione liberale, per indicare che la potenza di un attore internazionale
non si compone solo dei più tradizionali aspetti materiali, come quelli
rappresentati dalle risorse economiche e militari a sua disposizione, ma anche
di quelli immateriali, legati per esempio alla cultura e agli ideali che questa
incarna.
Letteralmente
‘potere morbido’, il
soft power diventa capacità di saper spingere gli altri attori a tenere
condotte conformi ai desideri di chi lo possiede, in virtù della forza
attrattiva dei suoi valori, dei suoi modelli culturali e delle sue pratiche
politiche, e
senza il bisogno di impiegare né la forza né puntuali incentivi economici.
In
altre parole seduzione al posto di coercizione e ricompensa, o ancora influenza
contro ‘bastoni e carote’.
In
questo senso il concetto fu riutilizzato da Nye, all’indomani del lancio della
guerra al terrorismo globale nel 2001, come un esplicito monito rivolto ai suoi
connazionali e all’allora amministrazione Bush.
Il
soft power di un soggetto, infatti, trae linfa vitale dalla legittimità delle
sue azioni e
per questo motivo il professore di Harvard poteva denunciare come la scelta di
un corso di politica estera unilaterale da parte degli Stati Uniti – spesso in deroga al diritto
internazionale e all’avallo delle organizzazioni multilaterali – avrebbe potuto dilapidare la
credibilità, il favore e l’ammirazione accumulati dagli Stati Uniti, nel primo
decennio post Guerra fredda, presso buona parte dell’opinione pubblica
mondiale.
Il “Deep
State” statunitense
tra
teorie cospirazioniste e
controllo
del potere.
Orizzontipolitici.it
- Massimiliano Garavalli – (29 Giugno 2021) – ci dice:
Notoriamente
siamo abituati, nelle narrazioni che si ascoltano in Italia, a pensare al Deep
State come qualcosa di “oscuro”, un Governo ombra che manovra le leve del
potere da dietro le quinte.
Lobbies,
massoneria e apparati di controllo che decidono le nostre vite all’infuori del
gioco democratico.
Soprattutto negli Stati Uniti, il concetto di Deep State ha assunto dei contorni polarizzanti
a livello politico:
i Repubblicani si servono da anni dell’idea di
“Deep State” per accusare i Democratici di agire alle spalle del popolo
statunitense impedendo al Gop – “Grand Old Party”, un termine con cui si
definisce il Partito repubblicano – di esprimere la volontà popolare.
Non
solo “Qanon”: anche per i Repubblicani il Partito democratico sarebbe proprio
l’espressione del Deep State, una élite anti-popolare che fa solo i propri
interessi.
Un’idea
che ha attecchito nella base repubblicana anche in virtù dell’ethos tipicamente
statunitense:
gli
americani nutrono da sempre pulsioni anti-stataliste e anti-governative (anche
se il vento sta cambiando).
L’idea di un mega apparato di controllo ha
funzionato e continua a funzionare molto bene a livello propagandistico. Celebre il caso delle ultime
elezioni presidenziali nel novembre scorso:
l’accusa di brogli portata avanti da Trump e
dal Gop muoveva proprio nella direzione di un j’accuse nei confronti dei
Democratici che, tramite il loro controllo degli apparati, avrebbero ribaltato
illegalmente l’esito della votazione.
Già
nel 2016, all’alba dell’elezione che premiò Donald Trump come Presidente degli
Stati Uniti, una delle accuse più frequenti ad Hillary Clinton era proprio
quella di far parte dell’establishment contrario all’interesse del popolo (un modo velato, ma non troppo, di
parlare di Deep
State).
Cos’è
veramente il “Deep State”
Al di
là delle teorie cospirazioniste, cosa intendiamo quando parliamo di “Deep
State”?
Un fondo di verità nella teoria del “Governo
ombra” in effetti c’è, ma solo nel concetto di mega apparato.
Del
Deep State sono state date più definizioni, ma tutte sono concordi nel dire che
si tratta di un esercito di “civil servants” – 9 milioni a livello federale, il
6% della forza lavoro totale, e 16 milioni se si comprendono anche gli statali
e i locali – i funzionari statali che lavorano nei diversi strati della
burocrazia statunitense.
L’esempio
più eclatante è il Pentagono:
con i suoi 3 milioni di dipendenti, è il più
grande datore di lavoro del mondo.
Sono funzionari che lavorano nelle agenzie di
sicurezza federali, come la Cia (Central Intelligence Agency) o l’Fbi (Federal
Bureau of Investigation), come assistenti parlamentari o nelle commissioni del
Congresso, nelle amministrazioni statali che fanno riferimento al Governo
federale, nelle corti di giustizia.
In
contrasto alla teoria cospirazionista, il Deep State, pur non operando sempre alla luce
del sole, non è mai stato segreto.
L’origine
del termine “Deep State” risale in verità ad un contesto extra-statunitense.
Deep
State è
infatti la traduzione letterale di “derin devlet”, un’espressione turca che in
Turchia indica il governo segreto collegato con i poteri industriali e
finanziari deviati e con le organizzazioni criminali.
È un
termine che viene spesso associato a Paesi autocratici, come l’Egitto e proprio la Turchia,
dove il
Deep State in
realtà coincide con il Governo nazionale.
Per
questo motivo l’espressione è stata criticata negli Stati Uniti in virtù della
sua carica negativa.
Negli
Usa l’origine
del mega apparato burocratico si fa risalire al 1871, anno in cui fu introdotta l’idea
della creazione di un servizio civile “non-politico”, proposto da Carl Schurz
(un generale di origine tedesca), con l’obiettivo di far fronte all’enorme mole
di leggi, procedure, burocrazia a cui il Governo federale avrebbe dovuto far fronte
negli anni a venire.
Ma
soprattutto, l’idea alla base era quella di dare una visione di lungo periodo alla
politica americana, dal momento che i presidenti rimanevano in carica per 4 o 8
anni.
Si
trattava altresì di limitare il potere dello stesso presidente:
la creazione di un potere tecnocratico, e quindi svincolato dalle logiche
partitiche interne, doveva essere una garanzia di stabilità.
Prima
di allora, infatti, gran parte dei funzionari federali venivano nominati
direttamente dal presidente in carica.
Croce
e delizia degli Stati Uniti.
Se è
vero che l’intuizione si rivelò giusta, perché da lì in poi il Governo federale
avrebbe avuto a che fare con una complessità sempre crescente, da una parte ciò
ha comportato anche un problema non di poco conto per i presidenti americani.
Trump
non è stato l’unico a lamentarsi del “Deep State”, lo fece anche Obama quando lamentò
che il Pentagono lo costrinse ad inviare altre truppe in Afghanistan, e
addirittura Reagan quando disse che il “Deep State” stava frenando la battaglia
contro i comunisti.
Negli
anni della War
on Terror (guerra
al terrore) dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, l’apparato militare statunitense, la
parte più consistente del Deep State, venne incrementato ulteriormente.
Vennero
versati trilioni di dollari nella Homeland Security (il dipartimento anti-terrorismo), le agenzie di sicurezza
aumentarono fino a diventare 17, e il potere della Cia, dell’Fbi e della Nsa
crebbe.
Anche
se “Deep
State” è
un termine giudicato spesso fuorviante e intrinsecamente negativo, esiste quindi un “Governo
amministrativo” (prevalentemente militare) che coabita con il “Governo politico”.
Si
tratta di un apparato che non si limita solo a gestire l’impianto burocratico
statunitense, ma che influenza (e spesso determina) gli indirizzi politici del
Paese.
In
particolare, lo fa per la politica estera:
nel”
Deep State” ci sono migliaia di giovani praticanti che iniziano quando hanno
poco più di 20 anni a lavorare come assistenti al Congresso o nelle agenzie
federali, e che poi vanno avanti per tutta la vita.
Il
personale di queste agenzie determina quindi l’arco vitale delle strategie
delle agenzie stesse.
Cia,
Fbi e gli altri apparati federali indirizzano le proprie politiche su orizzonti
temporali di 30-40 anni, più di quello delle amministrazioni presidenziali.
Politiche infatti non sempre convergenti con
quelle dell’esecutivo:
in
virtù proprio della stabilità che sono deputate a garantire, devono evitare che
il Paese non abbia una strategia di lungo periodo (che nel caso del cambio di
partito alla presidenza potrebbe mutare).
La
politica estera statunitense dipende quindi fortemente dalla volontà degli
apparati.
Presidente
contro “Deep State”.
Si è
visto con Trump, quando ha provato ad avvicinarsi alla Russia.
Da
sempre alla ricerca di un rapporto più stretto con il Cremlino, l’ex presidente
Usa ha tentato invano di stabilire un punto di contatto con Putin.
Gli
apparati statunitensi, memori ancora della Guerra Fredda con l’Ex Urss, glielo
hanno impedito.
Trump
è stato il presidente che, soprattutto sul fronte della politica estera, ha
avuto più dissidi con il “Deep State”.
Le
agenzie federali lo hanno accusato a più riprese di aver indebolito l’alleanza
della NATO, nonché i rapporti con gli alleati asiatici lungo il litorale del
Pacifico, e
di aver condotto una battaglia contro la scienza che per gli Stati Uniti ha
sempre rappresentato una frontiera di supremazia geopolitica.
Ora
anche Biden che, nonostante le dichiarazioni al vetriolo riguardo a Putin (lo
ha definito “un assassino”), ha tentato un avvicinamento con la Russia.
Una
mossa che converrebbe soprattutto a Mosca, per uscire dall’isolamento e
dall’alleanza improvvisata con la Cina, ma che il Pentagono continua ad
ostacolare.
Sulla
Cina la politica dei presidenti statunitensi converge con la strategia degli
apparati.
Le previsioni dei policy maker americani (e di buona parte degli istituti di
ricerca internazionali) danno la Cina in procinto di sorpassare sul piano della
supremazia geopolitica gli Stati Uniti.
Un
sorpasso che potrebbe avvenire tra molti decenni, ma che pare inevitabile.
Sul
piano economico dovrebbe già verificarsi entro il 2030, sul piano politico e
tecnologico appare tuttavia ancora lontano.
Proprio
per l’incombere del rivale cinese, Joe Biden ha colto l’occasione del G7 in
Cornovaglia di inizio giugno per rinsaldare le alleanze con i Paesi Nato in
funzione anti-cinese, per ricucire lo strappo tra Usa ed Unione Europea con
Trump nella precedente amministrazione.
Il “Deep
State” nel futuro degli Stati Uniti.
Un’indagine
sulle opinioni del popolo americano ha mostrato come la maggioranza creda che
esista un gruppo di ufficiali e funzionari non eletti che influenza
segretamente la politica statunitense, e l’80% crede che le agenzie federali
monitorino le loro vite di nascosto, anche se solo il 27% crede nell’esistenza
del Deep State così come è stato esplicato in questo articolo.
Gli Stati Uniti sono il paradosso di un Paese
il cui popolo storicamente è sempre stato avverso al “Big Government”, ma che nei fatti possiede il più
grande apparato burocratico dell’Occidente.
Un
apparato con cui devono fare i conti tutti i presidenti:
anche
Joe Biden che, seppur più allineato alle agenzie governative rispetto a Trump,
ha avuto non poche difficoltà già nei primi giorni di mandato in alcune scelte
strategiche, come il ritardo del ritiro delle truppe dall’Afghanistan.
Gli
apparati sono ciò che ha permesso agli Stati Uniti di governare il mondo negli
ultimi 70 anni, ma anche la più grande sfida della politica, rappresentata dal
Congresso e dall’Esecutivo, nei confronti dell’esercito di tecnocrati e
funzionari presenti nei meandri di ogni aspetto della vita amministrativa
statunitense.
Un
conflitto che è il cuore della democrazia americana:
il
Deep State non
è solo un grande governo amministrativo, ma è anche il custode delle garanzie
costituzionali statunitensi.
La
missione dei funzionari, al di là della burocrazia, è la preservazione della stabilità
democratica.
Il
Deep State, più che una teoria cospirazionista, è il principale scudo contro
potenziali colpi di stato e complotti interni.
Dall’impiego
del “Soft power”
all’uso
del “Potere Forte”.
Il
conflitto in Ucraina ha riportato alla ribalta le ambizioni del famoso “Progetto
Russia” (descritto da Limes nel 2008) che sembra contrapporsi a quella che
appare come un’altra ambizione condotta in maniera parallela, che si declina in
un’altra idea che sta vagando da qualche tempo per il mondo, l’idea di un Impero americano.
Queste
ambiziose idee hanno usato inconfutabili elementi di propaganda culturale per
promuoversi a vicenda.
Per
decenni, prima gli USA poi la Russia dopo la caduta dell’URSS, hanno impiegato
il “Soft Power quale strumento di Diplomazia Culturale.
Nel
tentativo di influenzare i popoli a proprio vantaggio.
Cioè
cercando di “portarli dalla propria parte” con il potere morbido.
Lo scontro armato ucraino-russo sembra segnare oggi il
passaggio dal “Soft Power” all’”Hard Power” nel perseguimento delle rispettive
ambizioni.
Lo
scienziato Joseph Nye codificò la famosa distinzione tra due forme d’esercizio
di Potere, descrivendo il Soft power come:
“la
capacità di convincere per influenzare attraverso la cultura su valori ed
idee”.
Contrariamente
all’Hard
Power che:
“conquista e costringe con la forza militare”.
Nye
aggiunge nella sua teoria che la miscela tra i due diversi esercizi di potere
diventa “Smart
Power”,
capace di sviluppare una forza maggiore della loro semplice somma: questa potente forza può essere usata
a fin di bene, ma anche per il male.
Peter
Van Ham – senior ricercatore esperto presso il Clingendael Institute per le
Relazioni internazionali concentrato con la sua ricerca sulle questioni di
sicurezza e difesa europea, sulle organizzazioni internazionali e sul futuro
della governance globale – afferma: «ci
stiamo rendendo conto che l’interventismo imperiale statunitense ha fondato le
sue basi essenziali per costituire il suo nuovo ordine in una società post-moderna, evidenziando Azioni
di Potere su ambedue i livelli, mediante
strumenti che sono riusciti fino ad ora a trarre estremo beneficio nella loro
efficacia ed efficienza nella loro interconnessione permanente e globale.. »
Voglio
riflettere dunque su questo tema, proprio con alcune delle parole del
professore Van Ham riportate nella pubblicazione del 2005 “Power, Public
Diplomacy, and the Pax Americana”. Negli ultimi 17 anni il soft power
esercitato dale due nazioni si è oltremodo intensificato, così come altre
potenze sono entrate preponderatamente in questi giochi globali di potere
morbido, per promuovere le loro ambizioni .
La Pax
Americana
Come
lo spettro della rivoluzione comunista di Marx, la possibilità di una Pax
Americana sembra essere accolta da alcuni (noi: una minoranza dell’Umanità) con
favore o guardata (dagli altri che compongono la maggioranza) con grande
preoccupazione. Alcuni Stati sostengono gli Stati Uniti perché li considerano
un potere liberale particolarmente benigno, di cui condividono i valori e le
politiche.
Altri
si risentono del predominio del potere degli Stati Uniti, talvolta in maniera
violenta. Questi Stati infatti accusano gli Stati Uniti di voler assumere il
ruolo di “Globocop”, impegnati in un gioco pericoloso e rischioso di ingegneria
sociale globale.
L’argomento
sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo non è mai stato più controverso come
oggi. Sia all’interno che all’esterno degli Stati Uniti. Poiché gli Stati Uniti
sono il primus inter pares all’interno della comunità internazionale e si
considerano anche più che uguali degli altri, l’idea di ‘impero’ emerge come
metafora e modello esplicativo. La parola Impero si è rapidamente trasformato
nella famigerata ‘e-word‘ della politica estera statunitense: oggetto di accesi
dibattiti e, spesso, fraintendimenti.
L’invasione
americana dell’Iraq e il rovesciamento del regime di Saddam Hussein nel marzo
2003 hanno rafforzato l’immagine dell’unilateralismo statunitense guidato dalla
realpolitik e basato sulla superiorità militare. Washington sembra seguire il
principio di Machiavelli secondo cui è molto meglio essere temuti che amati, e,
meglio costringere che attrarre.
Tuttavia,
come c’insegna la Storia, gli imperi non si basano esclusivamente, o
principalmente, sull’esercizio del
potere militare. Al contrario, gli imperi hanno fatto affidamento un’ampia
gamma di strumenti, incentivi e politiche per stabilire e mantenere il dominio,
che vanno dalla persuasione politica e l’influenza culturale, alla coercizione
e alla forza.
La
maggior parte degli imperi ha ricercato il dominio piuttosto che il completo e
diretto controllo all’interno dei territori loro dipendenti. E sebbene il
potere militare (l’Hard Power) sia stato spesso determinante nella costruzione
dell’impero, l’esercizio del potere morbido, il Soft Power, per attestare
nell’immaginario dei popoli legittimità,
credibilità, superiorità culturale e relativo dominio normativo, è stato essenziale per mantenere la regola.
Probabilmente,
sia l’impero britannico che quello sovietico caddero in declino perché persero
legittimità tra la loro stessa gente. All’interno dell’impero britannico,
l’idea della ‘superiorità bianca’ non era più considerata credibile (come
dimostrò il Mahatma Gandhi) e l’erosione dell’ideologia comunista portò alla
sua definitiva decadenza sotto Mikhail Gorbachev, il quale si rese conto che
nessun numero di carri armati poteva mantenere il controllo sovietico sui suoi
paesi satelliti dell’Europa centrale.
Il
potere imperiale si basa quindi su una miscela di dominio militare e
legittimità offerta dall’ideologia, o religione. L’emergente Impero degli Stati
Uniti persegue un modello simile. I responsabili politici di Washington, oggi
soprattutto, vendono l’idea della leadership e dell’egemonia degli Stati Uniti
come una manna dal cielo, una garanzia per la democrazia, la libertà e la
prosperità, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per il mondo nel suo
insieme.
Il presidente
degli Stati Uniti George W. Bush nel novembre 2003 affermò che: « (…) Libertà è
sia il piano del Cielo per l’Umanità, sia la migliore speranza di progresso qui
sulla Terra. . . Non è un caso che l’ascesa di così tante democrazie sia
avvenuta in un’epoca in cui la nazione più influente del mondo era essa stessa
una democrazia ». Le parole di Bush implicherebbero l’assunto per cui ‘l’imperialismo statunitense’ non è solo da
considerare altruistico, ma anche inevitabile. L’Impero” degli Stati Uniti non
sarebbe una «mera ricerca di petrolio e di risorse, ma di libertà, … e coloro
che si oppongono alla politica estera degli Stati Uniti o sono malvagi o sono
male informati, poiché cercano di fermare la freccia unidirezionale del
progresso del tempo»
Questa
riflessione esamina due questioni. Innanzitutto, quali sono i presupposti
normativi su cui si basa il discorso dominante dell’emergente Pax Americana ?
Qual è la base normativa (o ideologica) dell’eredità imperialista statunitense?
Chiede anche come il soft power degli Stati Uniti sia stato strumentalizzato
per la causa dell’imperialismo liberale dalla rivoluzione strategica dell’11
settembre. In secondo luogo, vuole esaminare il ruolo della diplomazia pubblica
nel dibattito pubblico sul nascente impero degli Stati Uniti.
La
diplomazia pubblica è ampiamente considerata uno strumento essenziale per
conquistare i “cuori e le menti” del pubblico straniero, e per convincerli che i loro valori,
obiettivi e desideri sono simili a quelli degli Stati Uniti.
Dall’11
settembre, l’amministrazione Bush ha quindi avviato una raffica di iniziative
per ridefinire la percezione degli Stati Uniti da ‘un prepotente ad un egemone
compassionevole’. Ad esempio nel tentativo di influenzare positivamente il
cittadino medio dei paesi musulmani, per aprire in particolare la cosiddetta
‘strada araba’, la diplomazia pubblica è considerata cruciale per esercitare
l’ampio potere del soft power degli Stati Uniti. Ciò perchè l’argomento è che
«milioni di persone comuni. . . hanno notevolmente distorto, ed accuratamente
coltivato l’immagine degli [Stati Uniti], con immagini così negative, così
strane, così ostili che si sta creando una giovane generazione di terroristi… »
La
politica degli Stati Uniti nei confronti del mondo musulmano si basa sul
presupposto che queste idee negative dovrebbero essere neutralizzate, e infine
modificate con uno sforzo mirato di diplomazia pubblica. Questo approccio è
rapidamente diventato un elemento centrale della ‘guerra al terrore’ degli
Stati Uniti. Washington ora si rende conto che non puoi uccidere le idee con le
bombe, per quanto queste possano essere guidate dalla precisione della
tecnologia.
Ma
come si può esercitare il soft power come diplomazia pubblica? E quanto è
importante la diplomazia pubblica per stabilire, o mantenere, l’impero
liberale, noto anche come Pax Americana? Soft power, hard power e la ‘Nazione
indispensabile’
L’Impero
è ovviamente un fenomeno complesso, informato dal potere, dagli interessi
economici, nonché dalle idee culturali e religiose. L’imperativo ‘promuovere il
progresso’ è stato particolarmente forte. Il famoso poema di Rudyard Kipling su
quello che ha chiamato ‘il fardello dell’uomo bianco’, bene illustra questa
missione civilizzatrice. Nella sua poesia, Kipling fece riferimento alle
responsabilità dell’impero. Indirizzando la decisione degli Stati Uniti di
entrare in guerra con la Spagna nel 1898. Sebbene gli Stati Uniti siano stati
determinanti nel ridurre i sistemi britannici, olandesi e altri sistemi
imperiali alle modeste dimensioni che oggi sono, Washington ha sempre
giustificato i propri interventi esteri nel modo classico imperiale, vale a
dire come un esercizio di forza positiva.
Come
scrive Max Boot in “The Savage Wars of Peace”, gli Stati Uniti sono stati
coinvolti negli affari interni di altri paesi dal 1805 (molto prima della
succitata famosa riflessione di Kipling). Questa moltitudine di interventi
spesso piccoli – che iniziò con la spedizione di Jefferson contro i Pirati
barbareschi, e fu seguita da piccole guerre imperiali dalle Filippine alla
Russia – ha svolto un ruolo essenziale nell’affermazione degli Stati Uniti come
potenza mondiale.
Ideologicamente,
queste così tante guerre sono state, tra le altre motivazioni, giustificate dal cosiddetto “Corollario
Roosevelt alla Dottrina Monroe” degli Stati Uniti, che affermava che: «… il male cronico, o un’impotenza che si
traduce in un generale allentamento dei legami della società civile, . . . alla
fine richiedono l’intervento di qualche nazione civile». Questo è anche lo
sfondo storico della “dottrina Bush” che richiama all’azione preventiva
militare, che venne proposta nella “Strategia per la sicurezza nazionale degli
Stati Uniti”, del 2002, e che dimostra
che l’invasione e la liberazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti ha in
effetti un lungo pedigree.
Tuttavia,
oggi, nessun politico statunitense andrebbe a verbale sostenendo che Washington
ha in effetti esplicite ambizioni imperiali. Nel gennaio 2004, il
vicepresidente Dick Cheney affermò che gli Stati Uniti non sono un impero,
poiché : « … [se] fossimo un impero,
attualmente presiederemmo un pezzo di superficie terrestre molto più grande di
quello che effettivamente facciamo. Non è questo il modo in cui operiamo». Ma,
come accennato in precedenza, la storia degli Stati Uniti ovviamente ha
sfumature più imperialiste di quanto l’immagine di sé degli Stati Uniti
vorrebbe accettare.
Anche
il ruolo degli Stati Uniti in Europa durante la Guerra Fredda è stato oggetto
di accesi dibattiti: negli anni ’80 Geir Lundestad ha etichettato l’Occidente
controllato dagli Stati Uniti come un “impero su invito”. Mentre Paul Kennedy vide gli Stati Uniti in
declino a causa della “estensione eccessiva dell’impero”.
Si
potrebbe dunque definire gli Stati Uniti
come un ‘Impero in negazione’, o, in mancanza di un nome migliore, un ‘Impero
liberale’. Chiaramente, i tempi di un impero formale sono morti. Il controllo
fisico, diretto di territori al di fuori del proprio – tranne che applicato come espediente
temporaneo in risposta a delle crisi (come accaduto in Afghanistan e in Iraq) –
è quasi sempre un peso, piuttosto che un vantaggio. Quindi, potrebbe essere
possibile riconoscere gli Stati Uniti e la sua sfera di influenza come un
Impero, ma al contempo negare che gli americani siano imperialisti.
Tuttavia,
i nudi fatti devono essere riconosciuti: gli Stati Uniti sono l’unica nazione
che controlla il mondo attraverso cinque comandi militari globali; mantiene più
di un milione di uomini e donne sotto le armi in quattro continenti; schiera
gruppi di portaerei di guardia in ogni oceano; garantisce la sopravvivenza di
diversi paesi, da Israele alla Corea del Sud; guida le ruote del commercio e
del commercio globale; e riempie i cuori e le menti di un intero pianeta con i
suoi sogni e desideri. Inoltre, Washington definisce l’agenda economica,
politica e di sicurezza globale. Se non è questo un impero formale, assomiglia
sicuramente ad una Pax americana.
Questo
implica il tentativo che il sistema internazionale contemporaneo stia cambiando
da una struttura anarchica a una gerarchica. Con gli Stati Uniti saldamente al
comando. Ma come le potenze imperiali del passato, questa nuova gerarchia
guidata dagli Stati Uniti non si basa solo sul potere militare, ma anche su una
nuova struttura narrativa.
La
domanda chiave dunque da porci è: quali presupposti normativi sono alla base
del discorso di una emergente Pax americana? Gli Stati Uniti seguono una
politica a doppio binario, utilizzando sia mezzi performativi (persuasivi) che
discorsivi. Il lato performativo
riguarda il comportamento degli Stati Uniti, in particolare la lunga tradizione
dell’interventismo che gli conferisce la reputazione e l’aura di maschilismo
basato su una mentalità “we can do”. Assumendosi la responsabilità di
poliziotto globale, gli Stati Uniti si affermano de facto come “primus inter
pares”, come “più uguali degli altri” e come “leader del mondo libero”.
Inoltre, la tradizione statunitense di intervento militare la distingue dai
suoi alleati occidentali, come l’Unione Europea.
La
“guerra al terrore” degli Stati Uniti hanno offerto a Washington i massimi
margini di manovra per una vigorosa campagna di imperialismo liberale. Il
presidente Bush ha indicato che i terroristi sono ovunque e da nessuna parte.
Quindi, la “guerra al terrore” degli Stati Uniti « … non finirà finché ogni
gruppo terroristico di portata globale non sarà stato trovato, fermato e
sconfitto… Da questo giorno in poi, qualsiasi nazione che continua a nutrire o
sostenere il terrorismo sarà considerata dagli Stati Uniti Gli Stati come
regime ostile». Come dimostra la guerra contro l’Iraq, questo non è solo un
processo discorsivo, ma anche performativo. Imbarcandosi in questa “guerra al
terrore”, gli Stati Uniti hanno approfittato dell’11 settembre per ampliare la
portata della loro portata egemonica, utilizzando la giustificata causa della
lotta al terrorismo internazionale per ottenere un momento di sostegno critico,
rendendo necessario e più facile per le élite promuovere idee diverse
sull’ordine politico e sul ruolo del proprio stato in una nuova costellazione
di potere. Come indica il “Corollario di Roosevelt”, in generale i leader
statunitensi considerano gli interventi statunitensi moralmente giustificati e
tutt’altro che frivoli o egoistici.
Il
discorso condiviso sull’intervento degli Stati Uniti si concentra sulla loro
legittimità, derivata dalla comprensione che le azioni militari degli Stati
Uniti garantiscono l’ordine internazionale. Gli Stati Uniti si considerano come
il “prestatore di un’ultima istanza” della legge e dell’ordine all’interno del
sistema internazionale, fornendo il bene pubblico della sicurezza per tutti,
anche per i free-rider critici. L’ex
segretario di Stato americano Madeleine Albright definì gli Stati Uniti la
“nazione indispensabile”, l’unico stato che abbia sia la potenza militare che
la volontà politica per svolgere il ruolo di egemone benigno, offrendo
stabilità, prevedibilità e trasparenza.
Gli interventi e le guerre militari statunitensi – siano state
combattute in Corea negli anni ’50, in Vietnam negli anni ’70 o in Iraq negli
anni ’90 – vengono spesso proposte per confermare questo ruolo fondamentale.
Usare
la guerra per rafforzare, o addirittura alterare, l’identità di uno stato non è
una novità. Come sostiene Erik Ringmar (prendendo come case study gli
interventi della Svezia durante la Guerra dei Trent’anni) « … gli Stati possono
combattere guerre principalmente per ottenere il riconoscimento di un’identità
diversa, da prendere “seriamente” come una grande potenza, piuttosto che per
obiettivi, razionali, ragioni realiste di precostituiti interessi nazionali. La
guerra – vinta, persa o semplicemente subita – spesso pone gli Stati di fronte
a una nuova realtà politica, facendo apparire ragionevole, quasi naturale, un
commisurato mutamento identitario …»
Significativi
esempi europei sono il cambiamento dell’identità nazionale della Germania dopo
la seconda guerra mondiale, l’identità postcoloniale del Regno Unito dopo la
dissoluzione del suo impero, così come, più recentemente, il passaggio della
Russia verso un’identità post-imperiale dopo la fine della Guerra Fredda e il
termine di un momento critico durato 50 anni, rendendo necessario e più facile
per le élite promuovere idee diverse sull’ordine politico e sul ruolo del
proprio stato in una nuova costellazione di potere.
Le
guerre successive all’11 settembre in Afghanistan e Iraq hanno confermato il
ruolo degli Stati Uniti di egemone globale. La politica estera degli Stati
Uniti si basa sul presupposto che la sua potenza militare e il coraggio di
utilizzarla effettivamente gli offrano lo status e la credibilità che
costituiscono la base stessa dell’ampio soft power degli Stati Uniti.
Sebbene
spesso si sostiene che l’hard e il soft power siano giustapposti, come se la
durezza del pugno sminuisse l’attrattiva della mano, in effetti, nel caso di
specie della Pax Americana, si potrebbe ben sostenere che l’hard e il soft
power degli Stati Uniti sono dialetticamente correlati: l’interventismo
statunitense richiede il mantello della legittimità morale, o del diritto internazionale,
e senza di esso la coercizione provocherebbe troppa resistenza e sarebbe allo
stesso tempo troppo costosa e in definitiva insostenibile; viceversa, il soft
power richiede le risorse e l’impegno necessari per tradurre le parole nei
fatti. L’imperialismo liberale degli Stati Uniti richiede sia il potere duro
che quello morbido. L’attuale politica estera degli Stati Uniti si basa quindi
sul presupposto che senza l’hard power degli Stati Uniti e il suo status di
“unica superpotenza rimasta al mondo”, l’efficacia del suo soft power si
ridurrebbe prontamente. Senza hard power, l’attrattiva si trasforma in
shadow-boxing e, nel peggiore dei casi, in political bimboism. Nel mondo di
oggi, solo le parole non affondano più le navi. Invece, quando leggiamo le labbra
del presidente Bush, siamo ben consapevoli dell’immensa macchina militare che
sostiene le sue parole.
Il “Soft
Power” e
la
Propaganda.
Vittoriodublinoblog.org
– Vittorio Alberto Dublino – (26-2-2022) – ci dice:
In
questo tragico momento della Storia, in cui il Mondo sta vivendo con
apprensione gli avvenimenti del tragico conflitto Russo-Ucraino, mi piace
riprendere le riflessioni sul “Soft Power”.
Nel
mio primo articolo, introduco il concetto di Soft Power con il contributo di
una lezione di Joseph Nye che ci spiega come il “Potere, lungi dall’impedire il
Sapere, lo produce”.
Nel
secondo articolo introduco il concetto di Diplomazia Culturale descritta come: “quel corso di azioni, che si basano
ed utilizzano lo scambio di idee, di valori, di tradizioni e di altri aspetti
della cultura o delle identità di una comunità territoriale.”
Nel
terzo articolo parlo di come la Cina stia usando lo strumento del Potere
Morbido, il Soft Power, per aumentare la sua influenza all’estero.
Mentre
nel quarto articolo spiego come perfino le celebrità dello sport possono essere
strumenti di questa tecnica della propaganda o della Diplomazia Culturale a
seconda se usata a fin di bene o il contrario.
Con
questo nuovo articolo posto invece un piccolo esempio di come può essere
tentato un engagement su un pubblico specifico creando un apposito storytelling
che lavora su un episodio della Storia.
Senza
alterarne la fattualità dell’evento, cercando tuttavia d’innescare nel
destinatario, con un messaggio subliminale, una percezione cognitiva di
supporto agli interessi di una nazione.
Ho
prima richiamato l’attenzione di un pubblico target italiano sfruttando il
sentimento d’orgoglio dell’italiano medio.
Poi,
citando la vittoria del cristiano sull’invasore ottomano, ho tentato di
sollecitare il potenziale istinto fobico anti-islamico che probabilmente
affligge (anche se inconsciamente) molti italiani.
Concludendo
ho cercato di dare supporto ai temi storici narrati nell’argomentazione
giustificatrice tenuta dal Presidente Putin il giorno prima l’invasione, dando
risalto alla storica territorialità russa dei territori oggi oggetto del
contendere tra Russia e Ucraina.
Non sono un creativo copywriter, tantomeno
esperto di costruzione di storytellig e forse non sarò riuscito a realizzare un
efficace esempio di comunicazione soft power, ma la tecnica funziona così da
decenni.
E
diventa potentissima quando entra nelle mani dei creativi che lavorano
appositamente addestrati alla costruzione della propaganda.
ODESSA:
LA CITTÀ RUSSA DEL MAR NERO COSTRUITA DAGLI ITALIANI ALLA FINE DEL 1700.
Nella
tragedia di questi giorni si sta parlando molto anche delle città ucraine tra
cui Odessa, dove gli Italiani erano di casa.
E
forse, non tutti sanno che questa città fu fondata sulle sponde del Mar Nero a
partire da un piccolo villaggio di pescatori in seguito alla definizione della
cosiddetta Novorossija.
La Nuova Russia che si determinò al termine
della Guerra Russo-Ottomana (1768-1774) il cui risultato fu di liberare dal
dominio dell’impero ottomano, l’Ucraina meridionale, il Caucaso settentrionale
e la Crimea, dando sbocco all’Impero Russo ai mari del sud europa, il
Mediterraneo, attraversando il Mar Nero passando per lo stretto dei Dardanelli.
La
liberazione delle terre cristiane dal giogo dell’impero ottomano da parte della
Russia fu portata avanti sotto l’imperatrice Caterina II e condotta da uno dei
suoi generali: il valoroso militare, e suo amante, Grigorij Aleksandrovič
Potëmkin.
Potëmkin
fu anche l’artefice promotore della fondazione delle maggiori città russe e
porti di sbocco sul Mar Nero tra cui Sebastopoli in Crimea ed Odessa,
nell’allora Russia meridionale, ed oggi terra ucraina.
Per
dirigere la costruzione di Odessa fu chiamato l’ammiraglio napoletano Don
Giuseppe de Ribas y Boyonsin, che dopo il suo viaggio in Russia li vi rimase prendendo
parte alla guerra Russo-Ottomana come ufficiale favorito di Potëmkin,
partecipando alla conquista della Crimea ed alla costruzione della base della
flotta russa del Mar Nero di Sebastopoli.
Potëmkin
personalmente lo trasferì dalla marina e lo pose in carica nell’esercito alle
dirette dipendenze del conte Ivan Vasilievič Gudovič, uno dei generali più noti
e decorati del teatro di guerra meridionale.
Sul finire del 1789, i granatieri di de Ribas
catturarono Khadjibey (il villaggio ove in seguito sorgerà la città di Odessa)
senza combattere: “Fu, difatti, una delle più grandi non-battaglie della
guerra.
L’intero
fatto durò non più di mezz’ora. La guarnigione ottomana, alcune dozzine di
soldati coi loro ufficiali, si arresero praticamente subito.”
Poco
dopo la fine della guerra,il napoletano propose un piano alla zarina Caterina
per trasformare l’ex villaggio ottomano di Khadjibey in uno dei principali
porti russi che annualmente non correvano il rischio di ghiacciarsi in inverno;
la zarina accettò l’idea ed il 27 maggio 1794
emise un editto per la fondazione di un centro commerciale e di scambio
marittimo di cui de Ribas divenne amministratore capo (glavnyi nachal’nik).
L’ammiraglio
iniziò la costruzione di case in pietra ed edifici amministrativi che saranno
poi la base della futura città di Odessa.
La
città in breve tempo divento oltre che porto commerciale un porto culturale,
richiamando artisti e intellettuali da ogni parte.
Come
scrive Manuela Capece: “il governo russo stanziò
fondi per costruire la città di Odessa sotto la guida economica,
architettonica e artistica del popolo italiano, per realizzare il progetto di
una città ideale, la cui vita doveva ruotare intorno al teatro, al piacere,
alla creazione di arte e cultura.
De
Ribas e l’équipe italiana lavorarono sodo e nell’arco di un triennio l’Ausonia
del Mar Nero splendeva come porto commerciale e come porto culturale, ponendo
fine a quell’isolazionismo russo tanto avversato dalla zarina.
Odessa presentava così un mélange di
equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e rigorismo tipico del
Rinascimento.
Artisti
e architetti italiani consideravano la Nuova Russia come luogo dove poter dar libero
sfogo al proprio estro artistico, lontano dall’occhio sprezzante, inquisitorio
della Chiesa;
l’artista
poteva liberare senza remora alcuna istinto e immaginazione.
Le
corti russe e l’amministrazione cittadina di Odessa garantivano la libertà
artistica attraverso una solida sicurezza finanziaria, creando un fenomeno
singolare nella storia culturale e urbanistica europea.”
Ad
Odessa gli italiani erano di casa tanto che la famosa canzone più famosa nel
mondo “O Sole Mio” fu composta qui nel 1898 dal musicista napoletano Edoardo di
Capua e il suo compaesano poeta Giovanni Capurro.
Nel
1994, il giorno del bicentenario della fondazione della città di Odessa, il 2
settembre, venne inaugurato un monumento a de Ribas nella città svelato
all’inizio di via Deribasovskaya.
Per
sottolineare il ruolo avuto dal napoletano nella fondazione della città.
Lo scultore di Odessa Alexander Knyazik ha raffigurato
l’ammiraglio con una pala in una mano e una mappa dettagliata della città
nell’altra.
Il
simbolo più riconoscibile della Città e la famosa scalinata Potëmkin, scenario
del noto film “Corazzata Potëmkin” che narrava la rivolta di Odessa durante la
rivoluzione russa del 1905.
Sulla
scalinata fu ambientata la lunga scena dell’attacco alla folla inerme da parte
dei cosacchi dello zar, di fatto la rivoluzione bolscevica inizio proprio ad
Odessa in seguito all’eccidio dei dimostranti.
“Errare
Humanum est,
Diabolicum
est Perseverare”.
Il Caso Ucraino.
Conoscenzealconfine.it
– (11 Aprile 2023) - Claudio Martinotti Doria – ci dice:
Continuare
questa guerra per gli ucraini è un suicidio collettivo, l’Ucraina rischia di
scomparire dalle carte geografiche.
Ho
scritto poco ultimamente, perché il passare dei mesi ha purtroppo confermato,
seppur gradualmente e lentamente, quasi tutto quello che avevo previsto e
riportato nei miei articoli precedenti, quindi mi domandavo: a che pro scrivere
ancora col rischio di ripetermi?
I
media mainstream con coerenza continuano nella loro propaganda e mistificazione
secondo le direttive dei loro padroni, perdendo sempre più credibilità, al
punto che ormai li seguono solo più i decerebrati o i pigri annoiati che non
vogliono fare alcuno sforzo per informarsi seriamente.
Se ci fosse veramente un libero mercato, tutti
i media mainstream sarebbero già falliti da tempo, reggendosi solo coi
finanziamenti pubblici e dei loro padroni privati.
Quello
che mi duole è rilevare che anche nella cosiddetta “informazione alternativa, libera e indipendente” (si presume, ma non per tutti), si
persista ancora su certe errate convinzioni, che dopo così tanti mesi (anche
anni) non sono più giustificabili con la buona fede, ma rientrano nella
locuzione del titolo di questo mio intervento.
Tali
errori sono numerosi ed elencarli tutti diverrebbe troppo impegnativo e
dilungherebbe il testo allontanando i potenziali lettori, per cui mi limiterò a
citarne solo alcuni, eclatanti.
Prendiamo
ad esempio il numero presunto ma attendibile dei morti nelle forze armate
ucraine durante i quasi 14 mesi dell’aggravamento del conflitto.
Volutamente
non ho detto dall’inizio, perché la guerra in Ucraina è in corso dal 2014, nel
febbraio 2022 il conflitto si è aggravato perché è intervenuta direttamente la
Russia per proteggere i suoi cittadini dalle persecuzioni naziste sui civili
del Donbass, bombardati ogni giorno dall’artiglieria ucraina e per impedire
l’invasione della regione russofona che era in procinto di avvenire: la
concentrazione di truppe e mezzi corazzati ucraini al confine col Donbass era
inequivocabile nelle intenzioni sottese.
Orbene
ben prima che lo scorso autunno si pronunciasse la donnetta corrotta e insulsa
che guida l’UE, rivelando che i caduti ucraini fossero oltre 100mila (poi
correttasi, perché gli hanno riferito che erano troppi quelli da lei
dichiarati, causando senso di disfattismo), personalmente avevo indicato in circa
300mila i morti effettivi, mentre i feriti nei conflitti ad alta intensità in
proporzione sono solitamente il triplo, dei quali la metà probabilmente non
sono più in grado di combattere, quindi già allora avevo indicato che
l’Esercito ucraino aveva già perso (come capacità di combattimento) circa la
metà del suo intero esercito di allora.
Solo
questo dato, se assunto come attendibile, potrebbe spiegare quello che è
avvenuto in seguito.
Ad
esempio il reclutamento forzato casa per casa e per strada di tutti i giovani,
anche adolescenti e anziani ultrasessantacinquenni, per fornirgli un
addestramento minimale e inviarli subito al fronte con un’aspettativa di vita
di pochi giorni o addirittura poche ore.
In
pratica “carne da macello o meglio da cannone”.
Se le
stime che avevo fornito, non certo inventandomele di sana pianta ma consultando
studi accurati condotti da (fanatici, per motivazione e dedizione) matematici e
statistici che hanno elaborato i dati allora ancora accessibili, degli obitori,
pompe funebri, cimiteri, ecc., le riteniamo corrette, secondo voi dopo sei mesi
circa di ulteriori combattimenti, come dovremmo aggiornare queste cifre?
Considerando
che le forze armate russe hanno proseguito imperterrite nella loro strategia
della guerra di logoramento (paradossalmente proprio quella che la NATO voleva
applicare alla Russia), cioè hanno creato delle sacche lungo il confine bellico,
dove si sono concentrate le truppe ucraine e hanno iniziato a massacrarle con
bombardamenti incessanti e mirati, anche con potenti bombe di penetrazione in
profondità, facendo esplodere anche i bunker sotterranei e i depositi di armi e
munizioni.
Probabilmente
nel timore di non essere credibili rispetto alla massa che ancora attinge
all’informazione mainstream, anche l’informazione indipendente che opera in
rete si è lasciata condizionare e ha preso per buona la dichiarazione (seppur poi
smentita) della baronessa a capo dell’UE, semmai correggendola o aggiornandola
con prudenza.
Ancora
oggi la maggioranza degli analisti non allineati al pensiero unico e alla
propaganda, sono convinti che i caduti ucraini siano al massimo 150mila.
Al
tempo stesso ammettono, perché i dati sono ormai ufficializzati da quasi tutti
gli analisti seri occidentali, che nella sola area di combattimenti di Bakhmut
(Artemivs’k) sono morti circa 50mila soldati ucraini.
Temo
che la logica e la capacità analitica e di elaborazione dei dati sia ormai in
fase di estinzione, quantomeno di decadenza, altrimenti ci si dovrebbe
accorgere della palese (grossolana) contraddizione e incongruenza.
Se i morti sono in tutto 150mila com’è
possibile che in una porzione così modesta di territorio, rispetto ai mille km
di fronte bellico, ne siano morti un terzo del totale?
Anziché
il processo deduttivo dovremmo semmai applicare quello induttivo, partendo da
Bakhmut dovremmo risalire al numero presunto ma attendibile delle vittime,
tenendo presente ovviamente che Bakhmut è un caso speciale con un numero
particolarmente elevato di vittime per una sorta di accanimento
politico/strategico di basso e assurdo profilo.
Il
metodo deduttivo invece si potrebbe applicare, e qui purtroppo mi ripeto,
perché lo avevo già scritto in precedenza (repetita iuvant), partendo dalla
popolazione ucraina.
Sintetizzo
al massimo ma vi posso assicurare che i dati sono abbastanza corretti
. La
popolazione ucraina era di 43 milioni di abitanti all’inizio della guerra, intendo
il 2014, alcuni milioni, dai 2,5 ai 3 sono emigrati in Russia per salvarsi
dalle persecuzioni, circa 5 erano nel Donbass, altri 5 o 6 milioni sono
emigrati in Europa negli anni successivi, soprattutto dal febbraio 2022,
perlopiù pagando una mazzetta ai nazisti corrotti che li avrebbero dovuti
controllare al confine.
Quindi
a voler essere ottimisti, durante l’ultima fase del conflitto ad alta intensità
con la Russia (dal punto di vista russo il conflitto sarebbe ancora a bassa
intensità, ma non per l’Occidente che sta esaurendo le sue risorse belliche),
sono rimasti nel paese circa 30 milioni di ucraini, dei quali circa due milioni
sono stati chiamati alle armi in almeno sette fasi successive di richiamo
forzato, ma la metà sono impegnati in aree fuori dal fronte per i più svariati
motivi, diciamo che si tratta di uomini armati, non li definirei certo tutti
quanti soldati, perché non hanno ricevuto un adeguato addestramento.
Di
questi già sei mesi fa circa 300mila erano deceduti e almeno 400/450mila sono
rimasti feriti gravemente e non più abili al combattimento, gli altri feriti li
hanno rimandati al fronte.
Nel
frattempo, negli ultimi sei mesi ne saranno morti, tenendosi prudenti, altri
400/500 al giorno di media, essendo inverno e con combattimenti urbani senza
alcuna offensiva su larga scala non si sono mai raggiunti i mille morti al
giorno del periodo precedente, quindi stimiamo altri 80mila morti all’incirca e
120mila feriti gravi, cioè altri 200mila soldati in meno sottratti al fronte
bellico.
Ricapitolando,
secondo le mie stime, poi se sbaglio m’insulterete fra qualche mese o anno,
quando il conflitto sarà esaurito (non finito), sommando i 300mila morti del
primo periodo con gli 80mila del secondo periodo, arriviamo a 380mila morti,
sommando i feriti gravi e inabili al combattimento arriviamo a 500/550 mila.
Come
sopra riportato circa la metà dell’esercito ucraino è secondo me fuori
combattimento.
Per
tenere il fronte sono costretti a mandare allo sbaraglio le riserve, giovani e
anziani senza adeguato addestramento.
I
veterani, poche migliaia di sopravvissuti, li tengono di riserva nelle retrovie
per eventuali controffensive.
Altri
30mila soldati circa sono stati addestrati dalla NATO fuori dai confini
ucraini, perlopiù in Polonia, per essere impiegati al tempo debito, quando
disporranno di adeguato armamento fornito dalla NATO.
Quindi
l’Ucraina dispone al massimo di una forza d’urto di 50mila soldati veterani,
gli altri sono carne da macello.
Non
occorre essere degli esperti analisti militari per capire che con questi numeri
l’Ucraina è spacciata.
Sul
fronte opposto, sia lungo i mille km del fronte interno, che al confine russo e
con la Bielorussia ci sono ormai circa 800mila soldati russi con dotazioni di
sistemi d’arma almeno 10 volte superiori a quelli ucraini (forniti dalla NATO),
soprattutto come artiglieria e supremazia aerea e munizionamento infinito,
mentre quello fornito dall’Occidente è insufficiente.
Continuare
questa guerra per gli ucraini è un suicidio collettivo, l’Ucraina rischia di
scomparire dalle carte geografiche.
Al
tempo stesso la NATO non può intervenire direttamente sul campo ma semmai
inviare dei volontari, come già hanno fatto, ma pare non durino a lungo, sia
perché la mortalità è eccessiva e sia perché si defilano dopo qualche
esperienza sul campo, perché capiscono che per quanto ben pagati non vale la
pena rischiare la vita. Pertanto la NATO avrà difficoltà a trovare volontari a
sufficienza da inviare al fronte.
Infatti,
negli USA sono già comparsi dei manifesti pubblicitari che cercano di
invogliare ad arruolarsi come volontari per combattere in Ucraina i senza tetto
e gli immigrati clandestini.
Significa
che tra i ranghi dell’esercito regolare non trovano nessuno disposto a
sacrificarsi per l’Ucraina e gli interessi del deep state USA.
Forse
avranno più fortuna tra i paesi baltici e la Polonia, essendo russofobi, ma
l’esperienza maturata finora non incoraggia neppure loro, per quanto motivati
dall’odio per i russi, la sola Polonia ha già avuto oltre 3000 morti tra i loro
mercenari inviati sul campo, perdite molto significative per un contingente che
si stimava di 20/25mila uomini.
Quando
il conflitto diverrà ad alta intensità anche dal punto di vista dei russi, di
quanto saliranno le perdite tra le forze occidentali e ucraine?
Vale
la pena morire per il regime nazista criminale e corrotto ucraino?
Vale
la pena per l’Occidente di continuare questa scellerata, aberrante, sporca
guerra, mandando a combattere anche i morti di fame e gli immigrati clandestini
in cambio di pochi soldi e forse una cittadinanza se sopravvivono abbastanza a
lungo?
Questi
sarebbero i valori che l’Occidente vorrebbe trasmettere?
Perché
è questo il messaggio meschino e vergognoso che passerà al mondo intero.
E in conseguenza delle scelte demenziali e
distruttive della leadership occidentale, il numero dei morti di fame e dei
disgraziati salirà esponenzialmente anche qui in Europa, ma non credano le élite dominanti che
questo li induca ad arruolarsi, semmai dovrebbero temere che gli si rivoltino
contro.
(Cav.
Dottor Claudio Martinotti Doria)
(claudiomartinotti.blogspot.com/2023/03/i-pericoli-che-abbiamo-superato-e.html)
Alle
radici del “soft power”
economico
statunitense
osservatorioglobalizzazione.it
– Giuseppe Gagliano – (23-12-2020) – ci dice:
Christian
Harbulot, direttore e fondatore della Scuola di guerra economica di Parigi,ha
dedicato gran parte della sua attività allo studio sulla guerra economica e al
ruolo che questa ha giocato nella dinamica conflittuale di questo secolo.
Ma accanto alla guerra economica uno strumento
di analoga importanza che ha consentito il conseguimento dell’egemonia
americana nel mondo cosiddetto multipolare è certamente il “soft Power”.Spacciandosi come il paese di punta
della libera concorrenza, gli Stati Uniti hanno realizzato la migliore
operazione di influenza del ventesimo secolo.
Sono stati in grado di mascherare la loro
aggressività economica richiamando l’attenzione sulla denuncia degli imperi
coloniali europei.
Questo
trucco retorico ha funzionato bene.
La
stigmatizzazione delle principali potenze dominanti ha permesso loro di
mascherare le proprie iniziative di conquista come è avvenuto con la
colonizzazione delle Hawaii.
È
nello stesso spirito che sono stati in grado di banalizzare i loro molteplici
interventi militari esterni per operazioni a protezione dei loro cittadini
durante il periodo cruciale tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo.
Il
“soft power economico americano” è stato costruito attorno a questo malinteso.
Gli Stati Uniti hanno sostenuto l’emancipazione delle
persone dall’oppressione coloniale e, allo stesso tempo, hanno sostenuto la
“porta aperta” e il libero scambio.
Una
delle loro principali critiche agli imperi coloniali europei erano gli scambi
privilegiati tra quegli imperi e le loro metropoli.
Il Commonwealth fu particolarmente preso di
mira durante i negoziati GATT (1947) e Washington rifiutò di firmare la Carta
dell’Avana (1948) che aveva desiderato ma che manteneva il principio delle
“preferenze imperiali” tra i paesi europei e le loro colonie.
Presentandosi
come garanti del discorso sulla libera concorrenza e sui mercati aperti, gli
Stati Uniti hanno costruito un’immagine di sé stessi come “giudice di pace” nel
commercio internazionale.
Questo
vantaggio cognitivo ha permesso loro di mascherare le loro iniziative di
conquista.
La
morsa degli Stati Uniti sui giacimenti petroliferi in Medio Oriente e Iran è
stata l’illustrazione più visibile della macchina da guerra economica degli
Stati Uniti.
Il Dipartimento di Stato, le agenzie di
intelligence e le compagnie petrolifere hanno collaborato per imporre la loro
volontà ai paesi interessati e ai potenziali concorrenti.
I
mezzi di azione utilizzati erano spesso basati sul ricorso alla forza
(partecipazione indiretta e poi diretta a conflitti armati in Medio Oriente,
colpi di stato come il rovesciamento di Mossadegh in Iran nel 1953,
destabilizzazione di regimi che sostenevano il nazionalismo arabo.)
Il
“soft power economico” degli Stati Uniti ha preso forma all’indomani della seconda
guerra mondiale.
Armati
della loro decisiva superiorità militare, gli Stati Uniti cercano di stabilire
un processo di dominio in alcuni mercati vitali.
I
progettisti del Piano Marshall hanno incoraggiato l’acquisto di soia americana
per l’alimentazione animale da parte dell’agricoltura europea.
Questo
desiderio di stabilire un rapporto di dipendenza dagli Stati Uniti si
diffonderà successivamente ad altri settori chiave come l’industria informatica
e poi la tecnologia dell’informazione.
La
memorizzazione dei dati (Big Data) è una delle aree in cui il sistema americano
è più determinato a mantenere il suo primato e la sua posizione dominante.
Per “mascherare” queste logiche di dominio e
dipendenza, le élite americane hanno fatto ricorso a due tipi di azione.
Da un
lato, la formattazione della conoscenza.
Le
principali università americane hanno gradualmente imposto la loro visione di
come funziona il commercio mondiale, facendo molta attenzione a non parlare di
lotte di potere geoeconomiche.
Questa
omissione è stata gravida di conseguenze in quanto ha privato le élite europee
di una visione critica della natura dell’aggressività delle imprese americane
nei mercati esteri.
Le
discipline accademiche come le scienze gestionali o l’economia hanno bandito
dal loro campo visivo qualsiasi analisi del fenomeno della guerra economica,
che gli Stati Uniti praticavano tuttavia con discrezione.
Dall’altro,
la cattura della conoscenza.
Per
evitare di essere sopraffatti da dinamiche di innovazione concorrenti, gli
Stati Uniti hanno sviluppato nel tempo un sistema di monitoraggio molto
sofisticato per identificare le fonti di innovazione nel mondo al fine di
contattare quanto prima ricercatori e ingegneri stranieri e offrire loro
soluzioni di espatrio o finanziamento tramite fondi privati.
Se
questo tipo di acquisizione della conoscenza fallisce, il ricorso allo
spionaggio non è escluso.
In
questo contesto, si inserisce l’utilizzo sistemico di disinformazione e
manipolazione.
L’ascesa al potere delle economie europee e
asiatiche a partire dagli anni ’70, ha costretto i difensori degli interessi
economici americani ad adattare le loro tecniche di guerra economica al
contesto post-Guerra Fredda.
Gli
alleati e i principali avversari affrontati prima della fase decisiva
dell’emergere dell’economia cinese.
Negli
anni ’90, gli Stati Uniti hanno aperto diversi fronti.
La più visibile è stata la politica di
sicurezza economica attuata da Bill Clinton con il pretesto che le aziende
d’oltreoceano fossero vittime di “concorrenza sleale “.
Gli europei sono stati i primi bersagli.
Smascherare
la corruzione è diventata una delle armi preferite della diplomazia economica
americana.
Ma dietro questo principio si nascondevano operazioni
molto più offensive.
Nel 1998 il gruppo Alcatel ha subito una serie
di attacchi informativi effettuati su Internet, attraverso indiscrezioni
mediatiche riguardanti la mancanza di trasparenza finanziaria della direzione
generale.
Questa
campagna ha portato alla storica caduta di una quota alla Borsa di Parigi.
Per
dare risonanza a questa domanda, gli industriali americani hanno sostenuto
finanziariamente la creazione di ONG come “Transparency International”.
Questi
sostenitori della moralizzazione degli affari stigmatizzavano paesi che non
rispettavano le regole globali.
D’altra
parte, nessun soggetto di questo movimento era interessato all’opacità delle
modalità di pagamento dei principali attori delle grandi società di revisione
fortemente coinvolte nella sottoscrizione di grandi contratti internazionali.
La strumentalizzazione di un discorso
moralizzante sta ora vivendo il suo apice operativo con l’extraterritorialità
del diritto.
Ma la
principale trasformazione del soft power americano negli ultimi vent’anni è la
strumentalizzazione totale della società dell’informazione.
Tutti
ricordano l’importanza del sistema Echelon o delle dichiarazioni di Snowden
sulla dimensione assunta dallo spionaggio americano attraverso Internet e i
social media.
Al
contrario, le tecniche di guerra dell’informazione applicate in economia sono
ancora poco familiari al grande pubblico.
Gli Stati Uniti sono ora in guerra su come utilizzare
gli attori della società civile per destabilizzare o indebolire i loro
avversari.
“Chat
GPT”: allarme tardivo?
Ispionline.it
– Alberto Guidi – (7 Apr. 2023) – ci dice:
L'inizio
dell'era dei sistemi di “IA generativa! avrà forti ripercussioni sul mondo del
lavoro e non solo.
Imperativo accelerare sulle regole.
Le
mosse europee.
“Quanta
fretta, ma dove corri, dove vai. Se ci ascolti per un momento, capirai”.
Il primo verso de “Il gatto e la volpe” di
Bennato sarebbe il perfetto riassunto della lettera a firma Elon Musk e altri
1.800 tra imprenditori ed esperti (tra cui Steve Wozniak, uno dei fondatori di
Apple) nel settore dell’intelligenza artificiale (IA), per chiedere una pausa
immediata di almeno sei mesi nell’addestramento dei modelli avanzati di “IA”,
che possono “comportare gravi rischi per la società e l’umanità”.
A far
riflettere è innanzitutto la caratura dei firmatari: Musk, fu uno dei
cofondatori di quell’”OpenAI” (poi lasciata nel 2018) che è la compagnia dietro
“Chat GPT” e tra “Autopilot Tesla” e “robot Optimus” non si può certo
considerare un detrattore dell’”IA”.
Non si
tratta inoltre di un caso isolato: nel suo blog Bill Gates ha pubblicato un
pezzo intitolato “L’era dell’”IA” è iniziata” in cui sottolinea il potere
dell’intelligenza artificiale di migliorare il mondo ma anche i possibili abusi
di questa tecnologia.
E lo
stesso Sam Altman, CEO di “OpenAI”, in un post del 24 febbraio sottolineava “un
serio rischio di uso improprio, di incidenti e di disordini sociali” legato
all’uso di sistemi di intelligenza artificiale avanzata.
Inevitabile
quindi chiedersi cosa è e sarà capace di fare l’intelligenza artificiale nei
prossimi anni?
Con
quali impatti sui diversi mercati del lavoro?
E a
che punto siamo nella sua regolamentazione?
Apprendimento
accelerato.
Abbiamo
visto le immagini di Macron che raccoglie la spazzatura, o il Papa con un
insolito piumino bianco.
E
quasi tutti ci abbiamo creduto.
Ormai
sappiamo che si tratta di immagini create attraverso l’”IA” diventate poi
virali sui social. Non abbiamo ancora imparato a fare i conti con le fake news
testuali, non bisogna sorprendersi se ci facciamo ingannare quando queste
prendono la forma di immagini impossibili da distinguere da una foto reale.
Gli
impatti di queste manipolazioni visive sul dibattito pubblico e la democrazia
potrebbero essere quanto mai rilevanti.
Ma la
creazione di immagini è solo una delle tante capacità di modelli di linguaggio
basati sull’intelligenza artificiale come “Chat GPT”, un “Generative
Pre-trained Transformer”:
capace
di creare contenuti pertinenti con l’input che riceve da parte dell’utente
attraverso algoritmi di auto-apprendimento che utilizzano dataset titanici poi
elaborati in maniera sequenziale.
Ovvero è in grado di generare un linguaggio
simile e a tratti indistinguibile da quello umano, superando le barriere della
comunicazione tra umani e macchine.
Questo
contenuto diventa più corretto e pertinente man mano che “Chat GPT” si evolve.
Già la sua versione 3.5 aveva portato
l’Europol a lanciare l’allarme su come potesse essere utilizzata dai
cybercriminali per programmare malware più efficaci o email di phishing più
credibili.
Rischi
accresciuti e non di poco con la versione 4.0
Mentre
la comprensione di “Chat GPT-3 “si limitava ai testi, “GPT-4 “può ricevere
immagini e le elabora per trovare informazioni rilevanti.
Ha diversi stili di scrittura, una capacità di
memoria accresciuta di 8 volte, e ha il 40% di probabilità in più di produrre
risposte accurate.
In pochi secondi può analizzare testi fino a
25mila parole, scrivere sceneggiature, realizzare un sito web da uno schizzo a
mano, una ricetta da una foto degli ingredienti e ricreare giochi come “Pong”.
Risulta
quindi uno studente di gran lunga migliore della media:
GPT-4 si è ad esempio classificata nel 90°
percentile dell’esame per accedere alla professione di avvocato negli Stati
Uniti.
A
confronto GPT-3 si collocava “solo” nel 10° percentile.
In tal
senso, le implicazioni di questa tecnologia sui percorsi scolastici e
accademici appaiono già evidenti, di portata rivoluzionaria e non per forza in
senso negativo (compiti fatti dall’”IA,” verifiche o esami falsati dal suo
utilizzo ecc.).
Ad esempio, si stanno moltiplicando i sistemi
di “IA generativa “per scopi didattici, come quelli del catalogo gestito da “Ben
Tossell”, un imprenditore britannico, tra cui figura” Ask Seneca” che simula
una conversazione con il filosofo stoico sulla base dei suoi scritti.
In
maniera affine, anche l’impatto sul mondo del lavoro sarà disruptive, tra luci
e ombre.
A chi
“ruberà” il lavoro?
Numerosi
studi stanno analizzando i possibili impatti di una diffusa adozione di sistema
di “IA generativa”.
Non
mancano quindi le stime.
Secondo
l’Università della Pennsylvania e la stessa “OpenAI” circa l’80% della forza
lavoro USA vedrà condizionata dall’intelligenza artificiale almeno una mansione
su dieci.
Oltre cinque mansioni su dieci per il restante
20%.
In
maniera affine, “Goldman Sachs” prevede che un’”IA generativa” può svolgere o
supportare tra un quarto e la metà del carico di lavoro di 6 lavoratori
americani su 10, più della metà delle mansioni per un 7% di lavoratori quindi
più esposti a eventuali licenziamenti.
Le percentuali restano simili se si considera
l’Eurozona mentre scendono per le economie in via di sviluppo caratterizzate da
un maggior impiego nel settore primario, meno soggetto a forme di automazione
legate all’intelligenza artificiale generativa.
Niente
di particolarmente sorprendente.
Da
decenni si fanno i conti con le promesse di un mercato del lavoro che sarà
rivoluzionato dal generico concetto di trasformazione digitale:
un “Godot”
che inizialmente pensavamo potesse essere rappresentato dalla diffusione della
robotica, e che ora vediamo invece prendere più le sembianze di un’”IA” che
reputiamo senza pietà nel toglierci il lavoro.
Non fa quindi mai male sottolineare come la
perdita di posti di lavoro legata all’automazione è stata storicamente
compensata dalla creazione di nuove occupazioni:
ad
esempio negli Stati Uniti il 60% dei lavoratori di oggi è impiegato in
professioni che non esistevano nel 1940.
Quindi le previsioni sono sempre utili ma si
scontrano con i limiti nell’immaginare quale sarà lo sviluppo tecnologico
futuro.
Inoltre,
per molti lavoratori più che un competitor l’”IA” potrebbe essere un prezioso
assistente, tanto che sempre secondo le stime di “Goldman Sachs” la sua
adozione generalizzata comporterà un aumento di 1,5 punti percentuali (p.p.) di
produttività negli USA nei prossimi 10 anni.
Anche
in questo caso, i valori delle economie avanzate sono maggiori rispetto a
quelle in via di sviluppo, ma complessivamente a livello mondiale le stime sono
di un aumento della produttività nel decennio simile a quello statunitense (1,4
p.p.) che si tradurrà in una crescita addizionale del Pil globale da 7 punti
percentuali.
La
vera novità da segnalare è la tipologia di lavoratori che sono a rischio
sostituzione.
Se ci
eravamo abituati a considerare le “low skills” quelle più esposte a una
sostituzione tecnologica, con l’avvento dell’”IA generativa” vediamo ora un
ribaltamento in questo senso.
Per esempio, programmatori e analisti dati
saranno le categorie più esposte, con la quasi totalità delle loro mansioni che
potrà essere svolta da una versione futura di “Chat GPT” o chi per lei.
Stesso discorso vale per matematici, analisti
finanziari ma anche per alcuni giornalisti almeno per quanto riguarda la
cronaca.
Il che
pone ulteriori sfide per gli Stati che ancora faticano a capire in che
direzione dovrà andare il “reskilling”.
Quali
regole e quando?
Considerando
le sfide che sta ponendo e porrà l’intelligenza artificiale, si potrebbe
pensare che gli appelli per rallentare il suo sviluppo siano quanto meno
ragionevoli.
Specie considerando come le richieste avanzate
da “Musk & Co” corrispondono ad altrettanti vuoti normativi:
stabilire chi ha la responsabilità per
eventuali danni causati dall’intelligenza artificiale, definire protocolli di
sicurezza per lo sviluppo di sistemi avanzati di “IA”, e istituzioni per far
fronte agli sconvolgimenti economici e politici (soprattutto per la democrazia)
che causeranno.
È però
evidente che fermare lo sviluppo tecnologico appare più come provocazione
piuttosto che come strada percorribile, anche considerando come l’innovazione
sull’”IA” non si spegne con un telecomando e rappresenta uno dei fulcri
dell’economia globale.
Così
come è lampante che gli almeno 6 mesi di interruzione chiesti nella lettera non
sono una finestra temporale adatta per poter trovare soluzioni ai dilemmi posti
dall’intelligenza artificiale, ormai noti da anni.
Basti
pensare all’”Artificial Intelligence Act” proposto dalla “Commissione europea nell’aprile 2021”
e che potrebbe ricevere l’approvazione finale solo alla fine di quest’anno.
L’UE in questo è pioniera:
sarebbe
infatti la prima legge al mondo che tenta di regolamentare l’”IA” in maniera
strutturale, definendo l’elenco delle attività vietate e di quelle ad alto
rischio legate a questa tecnologia.
Ma
rischia di essere obsoleta ancora prima dell’entrata in Gazzetta ufficiale:
il focus è su applicazioni specifiche dell’”IA”
in settori definiti (e ci sarà un capitolo dedicato all’uso di “chatbot” sul
modello di “ChatGpt”) ma non va al cuore dei modelli alla base di queste
applicazioni.
Ergo se anche” Chat GPT” sarà esplicitamente
regolato, un utilizzo diverso e più avanzato della stessa tecnologia di base
potrebbe rientrare facilmente in una zona grigia normativa.
Uno
sviluppo non così improbabile considerando la velocità dell’innovazione in tema
di” IA”.
Anche
e soprattutto per i “first mover”, la sfida regolatoria è quindi immensa e
immensamente complicata.
Aspettiamoci
un iniziale” Far West” normativo per l’”IA”, come era già successo per “social
network” e “Big Tech” che solo dopo quasi un decennio di crescita “libera”
hanno ora conosciuto i primi veri paletti rappresentati dal “Digital Services
Act e dal Digital Markets Act”.
È la
normale dinamica di rincorsa tra regolatore e innovazione tecnologica, in cui
quest’ultima può proliferare anche in virtù di un ambiente normativo meno
ristretto.
Nonostante
queste premesse, visti i potenziali impatti dell’”IA generativa”, esiste un
senso di urgenza nel trovare regole definite e al passo con i tempi.
Tuttavia
è importante sottolineare come in questo senso non si parta da zero: gli
sviluppi degli ultimi anni in termini di protezione dei dati, rappresentano già
un primo set di regole da cui partire per regolare l’”IA”.
Lo dimostra la decisione del” Garante per la privacy
italiano” che ha temporaneamente bloccato l’utilizzo di “OpenaAI” nel nostro
Paese alla luce della mancanza di un filtro per la verifica dell’età degli
utenti (che espone i minori a risposte non idonee al loro grado di sviluppo), e
vista l’assenza di una base giuridica che giustifichi la raccolta massiccia di
dati personali da parte della piattaforma.
In
conclusione, la rivoluzione dell’”IA generativa” ha fretta di cambiare il mondo
dell’educazione e del lavoro, corre verso un mondo in cui umani e macchine
comunicano senza barriere, e va in una direzione potenzialmente incontrollata.
Ai
regolatori il difficile compito di rimetterla sulla strada di un utilizzo
consapevole, senza interromperne la corsa.
“BRICS”:
alleanza (in)evitabile.
Ispionline.it
– Redazione – (23 giugno 2022) – ci dice:
Il
mondo in tasca.
Facciamo
ordine.
Si
apre oggi il 14° summit BRICS, quest’anno ospitato dalla Cina.
Un meeting online, ben diverso dal tête-à-tête
di febbraio tra Xi e Putin che ne ha rinsaldato l’amicizia.
Ma
l’obiettivo rimane lo stesso: condannare l’espansione delle “alleanze
occidentali” (leggasi: NATO) e cercare di puntellare, per quanto possibile,
modelli “alternativi”.
Di
sviluppo, di governo, di convergenze internazionali.
Alla
vigilia del Summit, Xi Jinping ha ribadito che a suo parere l’ordine mondiale è
ormai multipolare, aggiungendo che le sanzioni contro la Russia sono “arbitrarie” e “un
boomerang”.
In
effetti nel forum trova consensi:
solo il Brasile di Bolsonaro all’Onu ha
formalmente condannato l’invasione, la Cina ha votato contro, India e Sudafrica
si sono astenuti.
Il
nemico del mio nemico…?
Anche
se Xi detta la linea, oggi il summit BRICS è un’arma spuntata.
Lanciato
nel 2009, l’anno in cui il G20 diventava essenziale per coordinare il
salvataggio dell’economia mondiale, avrebbe dovuto essere il trampolino di
lancio politico delle potenze emergenti.
E in effetti i cinque BRICS da soli oggi fanno quasi
un quarto (23%) dell’economia mondiale e il 17% degli interscambi.
Il
problema è che i governi BRICS sono un po’ come i 4 di Visegrád: uniti da un
nemico comune (il primato occidentale, l’Europa dei “burocrati”) ma divisi su
quasi tutto il resto.
Particolarmente
tesi i rapporti tra Cina e India, sui lati opposti della barricata
nell’Indo-Pacifico, tanto che New Delhi fa parte del “Quad” (con USA, Giappone
e Australia) e del nuovo “Indo-Pacific Economic Framework” lanciato da Biden,
che mirano proprio a ribilanciare l’egemonia cinese.
Eppure
qualcosa lega Pechino e New Delhi:
le
importazioni di petrolio russo “a sconto” dopo le auto-sanzioni europee.
Specchio
riflesso.
In
effetti, le importazioni di petrolio russo dei Paesi asiatici sono in netto
aumento: quelle cinesi sono aumentate del 55%, tanto che Mosca a maggio è
diventata primo fornitore di Pechino, scalzando l’Arabia Saudita.
E quelle indiane, prima quasi inesistenti,
oggi superano le importazioni di tutti i Paesi dell’Europa
centro-settentrionale.
Così
la Russia dimostra una capacità di trovare acquirenti che prescinde dalle
sanzioni occidentali.
Ecco
perché per l’Occidente il summit BRICS è comunque un segnale.
Certo,
mette sotto ai riflettori le tante divisioni tra i Paesi emergenti.
Ma anche la loro crescente capacità di
controbilanciare le decisioni prese a Washington o nelle capitali europee.
Russia
e Cina alla conquista
dell’America
Latina con
l’aiuto
dei BRICS.
Alleanzacattolica.org – (17 Luglio 2022) -
Stefano Nitoglia – ci dice:
Si
assiste ad una intensa attività politica, economica, diplomatica e militare di
Russia e Cina in America Latina, con l’uso strumentale dei BRICS.
“In
America Latina l’influenza russa e cinese è sempre più forte, a discapito di
quella statunitense”.
Lo scrive la rivista “Il federalista.ch” del
13 luglio 2022.
In effetti l’attività politica, economica,
diplomatica e militare dei due Paesi è notevolmente aumentata in questi ultimi
anni.
In
Venezuela nel prossimo mese di agosto le forze militari di Venezuela, Russia,
Iran e Cina (VRIC), insieme ad altri dieci Paesi alleati (tra cui Vietnam e
Bielorussia) effettueranno una serie di esercitazioni armate all’interno di una
operazione denominata “Frontiera dei cecchini”.
Uno
degli strumenti utilizzati da Russia e Cina in questa opera espansiva è il
BRICS, acronimo usato in economia internazionale per indicare” Brasile, Russia,
India, Cina e Sud Africa”.
Dal 23
al 24 giugno la Cina ha presieduto in modalità virtuale il quattordicesimo
Summit dei paesi BRICS.
Tra i
temi economici discussi, il più rilevante è stato quello di una proposta
alternativa delle economie emergenti rispetto all’ordine mondiale esistente, a
trazione USA.
Nella dichiarazione finale del vertice dei
Paesi BRICS “Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa” hanno espresso in 75
punti fondamentali le loro priorità per il futuro:
il “ritorno del multilateralismo”, “dell’economia
globale contro i protezionismi”, “la riforma del Consiglio di Sicurezza Onu”.
La
Russia vorrebbe allargare la platea dei Paesi Brics.
Pochi
giorni dopo la conclusione del vertice, infatti, fonti governative russe hanno
rivelato che Argentina e Iran hanno fatto richiesta di adesione al BRICS.
Anche in questa prospettiva il 29 giugno, nel
corso del vertice dei Paesi rivieraschi del Mar Caspio in Turkmenistan,
Vladimir Putin ha incontrato il presidente iraniano Ebrahim Raisi nel suo primo
viaggio all’estero dall’inizio della guerra in Ucraina.
L’appuntamento sottolinea i rapporti sempre
più stretti tra Mosca e Teheran e fa parte delle manovre diplomatiche con cui
la Russia cerca di riposizionarsi a livello internazionale.
Mosca
ha stretto ancor più i legami con Venezuela, Nicaragua, Cuba e Argentina (solo
pochi mesi fa il presidente argentino Fernandez dichiarava compiaciuto:
“L’Argentina deve diventare la porta d’ingresso della Russia in America
Latina”) con accordi commerciali e strategici.
E non è un caso se Teheran e Caracas hanno firmato
accordi in diversi settori, vale a dire:
petrolio,
raffinazione, petrolchimico, difesa, turismo, cultura e agricoltura.
In base a questi accordi, tra l’altro il Venezuela
fornirà un milione di ettari di terreno agricolo per i progetti di coltivazione
dell’Iran all’estero.
Secondo un funzionario iraniano, Rezvanizadeh,
l’Iran ha
bisogno di sette milioni di ettari di terreni agricoli all’estero per garantire
la sua sicurezza alimentare, sebbene gli investimenti iraniani siano stati
finora su scala molto più ridotta.
Lo
scorso giugno, nell’ambito della sua tournée internazionale, Nicolás Maduro ha
annunciato che gli accordi di collaborazione con l’Iran, dureranno almeno 20
anni.
In una
conferenza stampa con il suo omologo iraniano, Ebrahim Raisi, al Palazzo Sad
Abad di Teheran, Maduro ha affermato che entrambi i paesi hanno “grandi fronti
di cooperazione” e che si tratta di “una mappa davvero sorprendente”.
Sono
lontani i tempi del “summit di Pratica di Mare del 28 maggio 2002”, sotto la
presidenza Berlusconi, quando, con la firma della “Dichiarazione di Roma” da parte di 19
Paesi Nato e della Russia, le porte dell’Alleanza Atlantica sembravano aperte per la
Russia, in una
politica di coinvolgimento e di non scontro con i resti dell’ex URSS dopo la
guerra fredda.
Da
allora, a parte i timidi tentativi di Trump di riallacciare i rapporti con il
grande Paese euroasiatico, stroncati dalla sorda resistenza di una parte
dell’amministrazione americana, queste porte si sono progressivamente chiuse.
Con il risultato di spingere sempre più la Russia
nelle braccia della Cina.
L'Iran
chiede l'adesione al gruppo
di Paesi emergenti Brics(afp).
Repubblica.it
– Redazione – (22 giugno 2022) – ci dice:
L'acronimo
riferisce all'alleanza commerciale tra Brasile, Russia, India, Cina e
Sudafrica. In lizza anche l'Argentina.
L'Iran
ha presentato domanda per entrare a far parte del gruppo di economie emergenti
noto come Brics, che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
"Sarebbe un valore aggiunto per entrambe le parti", ha affermato il
portavoce del ministero degli Esteri iraniano.
"Mentre
la Casa Bianca stava pensando a cos'altro smantellare nel mondo, vietare o
rovinare, Argentina e Iran hanno chiesto di unirsi ai Brics", ha scritto
Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli esteri russo, su Telegram.
La
Russia ha spinto a lungo per stringere legami più stretti con l'Asia, il Sud
America e il Medio Oriente, ma ha recentemente intensificato i suoi sforzi per
resistere alle sanzioni imposte dall'Europa, dagli Stati Uniti e da altri Paesi
per l'invasione dell'Ucraina.
Lunedì,
gli Stati Uniti e altre nazioni occidentali hanno promesso sostegno duraturo
all'Ucraina dopo che 28 civili sono stati uccisi in diversi attacchi russi,
incluso un attacco missilistico su un affollato centro commerciale.
La
Russia nega di aver preso di mira deliberatamente i civili in quella che
definisce una "operazione militare speciale" per disarmare l'Ucraina
e proteggerla dai "nazisti".
L'Iran
ha finora cercato di mantenere una posizione di equilibrio non schierandosi nel
conflitto, ma ha accusato la Nato e l'Occidente di averlo provocato.
Oggi a
Doha una delegazione iraniana riprenderà i colloqui indiretti con gli Stati
Uniti sul nucleare, con la mediazione degli europei.
GLI
USA HANNO PREPARATO
L’UCRAINA
ALLA GUERRA
CONTRO
LA RUSSIA PER 30 ANNI.
Comedonchisciotte.org
– Redazione CDC – (11 aprile 2023) – ci dice:
(Rnn.world)
Un’indagine
esclusiva di RRN basata su documenti ufficiali americani.
Le
truppe ucraine sono oramai accerchiate e senza speranza, ma resistono nella
rappresentazione in terra di ciò che è l’inferno. Hanno lo stesso carattere dei
russi, in fondo molti lo sono.
Sono
stati reclutati a forza per le strade di Dnipro, Kiev e Odessa, città
storicamente russe.
Quasi
tutti il russo lo parlano, anche se il regime per il quale combattono brucia le
opere degli autori russi e lo vieta all’ interno delle istituzioni.
Non
hanno alternative, gli ultranazionalisti e i nazisti, gli unici a parlare
realmente ucraino, sono pronti a passare per le armi chiunque si rifiuti di
mantenere la posizione.
Come spiegare alle madri e alle vedove come si
è giunti a questa tragedia, a questa guerra fratricida che vede coinvolti due
popoli fratelli?
Molti
oggi sospettano che gli Stati Uniti siano il principale beneficiario nel
conflitto tra Russia e Ucraina.
Per
cui il nostro compito è ora mostrare, basandosi sui fatti e sui documenti ad
oggi disponibili, le prove della partecipazione diretta della Casa Bianca nell’
ideazione, nella partecipazione e nella conduzione della guerra.
La
resistenza da parte delle forze armate ucraine che l’esercito russo ha
incontrato durante la liberazione del Donbass e del resto dei territori non
sarebbe stata nemmeno immaginabile senza l’addestramento e l’equipaggiamento
fornito dagli Stati Uniti fin dal 1992.
Cosa
che, tuttavia, ha iniziato ad essere rivelata al grande pubblico solamente dopo
l’inizio del conflitto militare, l’inverno scorso.
Per
capire gli orrori della guerra del Donbass è dunque necessario tornare indietro
nel tempo, fino al 1992.
“Precludere
sul nascere, la rinascita dell’impero del male” questo era il principale
obiettivo del piano strategico statunitense.
Le
azioni intraprese dal Dipartimento di Stato a partire dal 1992, rivelate per la
prima volta in questa inchiesta, permettono di comprendere come si è giunti
alla situazione attuale da una prospettiva del tutto inedita.
Le
privatizzazioni selvagge avevano aperto il varco al lobbysmo e alla fortissima
influenza straniera, che porterà l’Ucraina al suicidio della guerra contro la
Russia.
Il
piano strategico statunitense del 1992, già citato in precedenza, prevedeva
il rafforzamento delle relazioni Usa-Ucraina con il chiaro scopo di “controvertire l’influenza russa”.
Già in
quell’anno furono stabiliti contatti ufficiali tra gli alti ufficiali dei due
eserciti e due colonnelli dell’esercito ucraino furono inviati a studiare negli
Stati Uniti.
Si può
poi apprezzare l’incremento progressivo delle riunioni tra gli alti gradi
militari dei due paesi che sono passate dalle 30 del 1993 alle 50 del 1995.
Il
Dipartimento degli Stati Uniti per l’educazione militare e l’addestramento ha
formato 500 ufficiali ucraini, e più di 100 civili a partire dal 1992.
Anche
personale non militare che include giuristi e manager ha fatto parte del
programma.
Tale
iniziativa ha permesso al “Dipartimento di Stato USA” di inserire persone di fiducia nei
ruoli chiave dell’amministrazione ucraina, incluso un ministro degli esteri, Il
Capo del servizio di analisi per la sicurezza nazionale dell’Ucraina,
vice-ministri, parlamentari, ambasciatori, molti altri sono stati generali
delle forze armate.
Un
subdolo cappio si è stretto giorno dopo giorno sulla sovranità ucraina.
Un
passo fondamentale verso il baratro della condizione attuale si ebbe nel 1995,
e ne veniamo a conoscenza sempre tramite i documenti in nostro possesso nei
quali si legge come nel piano strategico Statunitense di quell’anno l’ Ucraina
rivesta un’ importanza di primo piano.
Infatti
fu proprio nel 1995 che si tennero le prime esercitazioni militari congiunte
tra i due eserciti.
A prenderne
parte da parte americana fu la terza divisione di fanteria, quella comandata
dal Generale Krawciw nelle fasi finali della guerra fredda.
Il Maggior Generale Nicholas Krawciw fu il
vero protagonista delle manovre USA in Ucraina.
Il
Generale Krawciw fu il “Direttore per le politiche della Nato” per la sicurezza
internazionale presso il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a
Washington nel 1990.
Solo 2
anni dopo nel biennio 1992-1993 prende servizio come consigliere per la
sicurezza per il parlamento ed il ministero della difesa ucraino a Kiev.
Analizzando
i documenti si scopre che Il 27 Luglio 1993 viene firmato un memorandum di
intesa tra i ministeri della difesa di Ucraina e Stati Uniti, prima di quell’
anno non esisteva neanche una politica estera e di difesa ucraina, verrà creata
da zero dal Maggior Generale dell’esercito statunitense Nicholas Krawciw.
Così
l’Ucraina, nel silenzio del mondo, fu commissariata dall’ esercito USA.
Mentre
nel 2022 l’Occidente si interroga su presunte “ingerenze russe” nel Gennaio del
1995 il “Tenente Colonnello Yaro Orishkevyc della Air National Guard “già stava
lavorando per preparare un elenco dei locutori della lingua ucraina all’
interno delle forze armate USA.
Nel frattempo l’esercito americano inviava in
Germania i propri linguisti al fine di imparare l’ucraino.
La Germania è ora lo snodo fondamentale
dell’intelligence della Nato nell’ individuazione e nella selezione dei
bersagli per conto dell’esercito ucraino nella guerra contro la Russia.
Nel
biennio 1996-1997 l’Ucraina è diventato il terzo paese al mondo per assistenza
ricevuta dagli Stati Uniti d’America.
Nel
1996 viene creata una commissione bilaterale tra i due paesi e l’Ucraina viene
definito un “Partner Strategico”.
Vediamo
dunque come l’assistenza militare in termini di addestramento e di invio di
armi sia ben precedente ai conflitti del 2014 e del 2022.
Per
questioni di “brevitas” omettiamo per ora tutti i passaggi intermedi contenuti
nei documenti, i vari accordi, commissioni e trattati siglati dal 1994 al 2000
tra Ucraina e Stati Uniti, e le frequentissime esercitazioni militari,
costantemente accresciute per numero e qualità dei mezzi e degli effettivi
impiegati, dalle truppe aviotrasportate ai fanti di marina.
Ci
soffermiamo invece, in conclusione, sulle decisioni di maggio-luglio 2002 che
suggellano il “Piano Individuale d’ azione Ucraina-Nato”, a seguito del quale verranno poste
le basi per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato.
Washington
è disposta a tutto pur di avere Kiev all’ interno della Nato e sta seguendo un
piano subdolo, determinato e cinico.
Il progetto dell’Ucraina come membro
dell’alleanza atlantica ha dunque origini ben più profonde e lontane nel tempo
rispetto alla richiesta avanzata da Zelensky nel 2022.
Il
conflitto in corso è un mero pretesto.
I
documenti ufficiali fino ad ora disponibili terminano nel 2004, i successivi
appariranno più tardi.
Nonostante
ciò mostrano, anno dopo anno, un aumento progressivo e costante dell’impegno
statunitense in Ucraina.
Vi
sono poi infinite prove giornalistiche, visive ed audiovisive dell’
addestramento occidentale delle truppe ucraine, inclusi i battaglioni dei
neo-nazisti, e delle esercitazioni congiunte con gli americani fino a pochi
mesi prima l’ allargamento del conflitto.
Le
ultime hanno avuto luogo nell’ Ucraina occidentale il 20 settembre del 2021 con
il nome in codice di “Rapid Trident 2021”.
Proprio
nel 2004, anno dal quale non è più disponibile alcun documento open source
americano,
avvenne la “rivoluzione arancione” alla quale l’esercito e le forze di
sicurezza ucraine non si opposero.
Stessa
sorte tocco a Yanukovych, eletto presidente e spodestato da ultranazionalisti,
ultras delle squadre di calcio e neonazisti nel 2014.
Mentre
in Piazza Maidan si scatenava l’inferno l’ esercito ucraino, addestrato,
equipaggiato e comandato dagli Statunitensi non mosse un solo dito a difesa del
proprio presidente e di quelle istituzioni che avevano giurato di proteggere.
Fu
l’inizio della fine e la fine dell’inizio.
Risulta
quindi chiaro che la politica estera statunitense in Ucraina, e nei paesi
dell’ex Unione Sovietica, si basava su figure politiche e militari nominate
direttamente dagli americani per controllare i processi politici interni e le
decisioni strategico-militari.
Tutto
ciò avveniva, e tuttora avviene, in maniera progressiva e latente. Il lobbismo, la privatizzazione
“selvaggia” del mercato e altri elementi di “soft-power” sono stati strumenti
fondamentali per predisporre la sottomissione dell’Ucraina all’egemonia
americana.
La
coltivazione dell’identità nazionale ucraina, l’imposizione di un controllo
permanente sui suoi vertici militari, la fornitura di equipaggiamenti e di
addestramento militare per un costo pari a milioni di dollari sono l’esempio
più eloquente di come gli Stati Uniti abbiano trasformato uno Stato
originariamente sovrano in un Paese satellite soggetto alle loro direttive per
evitare la rinascita di quello che viene definito “l’impero del male”.
Oggi
l’Ucraina è uno stato fallito, devastato dai debiti, senza una sovranità e
senza un futuro.
Le
élite economico-finanziarie occidentali stanno già pianificando la spartizione
di ciò che resterà del paese e dei fondi per la ricostruzione post-bellica.
L’
intervento russo, che in Occidente viene impedito a tutti i costi, potrà forse
essere una nuova opportunità per il popolo ucraino che, a differenza di ciò che
accade nel “giardino democratico europeo” in paesi come i baltici, potrà avere pari diritti,
pari opportunità, libertà culturale e linguistica assieme ai fratelli di sempre.
(RRN.world
è un portale di notizie senza scopo di lucro con sedi editoriali in Germania,
Italia, Spagna e Serbia nato nel marzo 2022.)
Iran e
Arabia Saudita:
una
vittoria per la Cina.
Unz.com
- PEPE ESCOBAR – (7 APRILE 2023) – ci dice:
L'idea
che la Storia abbia un punto finale, come promosso dai neoconservatori incapaci
negli anni 1990 unipolari, è errata, così come lo è in un processo infinito di
rinnovamento.
Il recente incontro ufficiale tra il ministro
degli Esteri saudita Faisal bin Farhan al-Saud e il ministro degli Esteri
iraniano Hossein Amir-Abdollahian a Pechino segna un territorio che prima era
considerato impensabile e che ha indubbiamente causato dolore alla macchina
della guerra.
Questa
singola stretta di mano significa la sepoltura di trilioni di dollari che sono
stati spesi per dividere e governare l'Asia occidentale per oltre quattro
decenni.
Inoltre,
la “Guerra Globale al Terrore” (GWOT), la realtà fabbricata del nuovo
millennio, è stata descritta come primo danno collaterale a Pechino.
L'ottica
di Pechino come capitale della pace è stata impressa in tutto il Sud del
mondo, come dimostra un successivo “side show” in cui un paio di leader
europei, un
presidente e un eurocrate, sono arrivati come supplicanti a Xi Jinping, chiedendogli di unirsi alla linea
della NATO sulla guerra in Ucraina.
Sono
stati educatamente licenziati.Tuttavia, l'ottica era sigillata: Pechino aveva
presentato un piano di pace in 12 punti per l'Ucraina che era stato bollato
come "irrazionale" dai neoconservatori della tangenziale di
Washington.
Gli
europei – ostaggi di una guerra per procura imposta da Washington – almeno
hanno capito che chiunque sia lontanamente interessato alla pace deve passare
attraverso il rituale di inchinarsi al nuovo capo a Pechino.
L'irrilevanza
del JCPOA.
Le
relazioni Teheran-Riyadh, naturalmente, avranno una lunga e accidentata strada da
percorrere – dall'attivazione dei precedenti accordi di cooperazione firmati nel 1998
e nel 2001 al rispetto, in pratica, della loro reciproca sovranità e non
interferenza nei reciproci affari interni.
Tutto
è tutt'altro che risolto – dalla guerra guidata dai sauditi contro lo Yemen
allo scontro frontale delle monarchie arabe del Golfo Persico con Hezbollah e
altri movimenti di resistenza nel Levante.
Eppure
quella stretta di mano è il primo passo che porta, ad esempio, al prossimo
viaggio del ministro degli Esteri saudita a Damasco per invitare formalmente il
presidente Bashar al-Assad al vertice della Lega Araba a Riyadh il mese prossimo.
È
fondamentale sottolineare che questo colpo di stato diplomatico cinese è
iniziato molto tempo fa con Mosca che mediava i negoziati a Baghdad e in Oman;
questo
è stato uno sviluppo naturale della Russia che è intervenuta per aiutare l'Iran
a salvare la Siria da una coalizione incrociata NATO-Consiglio di cooperazione
del Golfo (GCC) di avvoltoi.
Poi il
testimone è passato a Pechino, in totale sincronia diplomatica.
La
spinta a seppellire definitivamente “GWOT” e la miriade di brutte ramificazioni
della guerra del terrore degli Stati Uniti era una parte essenziale del calcolo;
ma ancora più urgente era la necessità di
dimostrare come il “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA), o accordo nucleare iraniano, fosse
diventato irrilevante.
Sia la
Russia che la Cina hanno sperimentato, dentro e fuori, come gli Stati Uniti
riescano sempre a silurare un ritorno al JCPOA, così come è stato concepito e
firmato nel 2015.
Il
loro compito è diventato quello di convincere Riyadh e gli stati del “GCC “che
Teheran non ha alcun interesse ad armare l'energia nucleare – e rimarrà
firmataria del Trattato di non proliferazione (TNP).
Poi è
toccato alla finezza diplomatica cinese chiarire che la paura delle monarchie
del Golfo Persico dello sciismo rivoluzionario è ora controproducente quanto il
timore di Teheran di essere molestata e/o circondata da jihadisti salafiti.
È come
se Pechino avesse coniato un motto: abbandoniamo queste ideologie nebbiose e
facciamo affari.
E il
business è, e sarà: meglio ancora, mediato da Pechino e implicitamente
garantito da entrambe le superpotenze nucleari Russia e Cina.
Sali
sul treno della de-dollarizzazione.
Il
principe ereditario saudita “Mohammed bin Salman” (MbS) può mostrare alcuni
tratti da soprano, ma non è uno sciocco:
ha immediatamente visto come questa offerta
cinese si è trasformata magnificamente nei suoi piani di modernizzazione
interna.
Una
fonte del Golfo a Mosca, che ha familiarità con l'ascesa e il consolidamento
del potere di “MbS”, descrive in dettaglio la spinta del principe ereditario a
fare appello alla giovane generazione saudita che lo idolatra.
Lascia che le ragazze guidino i loro SUV, vadano a
ballare, si lascino andare i capelli, lavorino sodo e facciano parte della
"nuova" Arabia Saudita di Vision 2030: un hub globale del turismo e
dei servizi, una sorta di Dubai sotto steroidi.
E,
soprattutto, questa sarà anche un'Arabia Saudita integrata nell'Eurasia;
futuro, inevitabile membro sia della “Shanghai Cooperation Organization” (SCO)
che dei “BRICS+” – proprio come l'Iran, che siederà anch'esso agli stessi
tavoli comuni.
Dal
punto di vista di Pechino, si tratta della sua ambiziosa “Belt and Road
Initiative (BRI) multimiliardaria”.
Un
corridoio chiave per la connettività “BRI “va dall'Asia centrale all'Iran e poi
oltre, al Caucaso e / o alla Turchia.
Un
altro – in cerca di opportunità di investimento – attraversa il Mar Arabico, il
Mar di Oman e il Golfo Persico, parte della Via della Seta marittima.
Pechino
vuole sviluppare progetti “BRI” in entrambi i corridoi: chiamatela "modernizzazione pacifica" applicata allo sviluppo
sostenibile.
I
cinesi ricordano sempre come le antiche vie della seta attraversassero la
Persia e parti dell'Arabia: in questo caso, abbiamo la storia che si ripete.
Una
rivoluzione geopolitica.
E poi
arriva il Santo Graal: l'energia.
L'Iran è un fornitore primario di gas per la Cina, una questione di sicurezza
nazionale, inestricabilmente legata al loro accordo di partnership strategica
da oltre 400 miliardi di dollari.
E
l'Arabia Saudita è un fornitore primario di petrolio. Relazioni sino-saudite più strette e
interazioni in organizzazioni multipolari chiave come la “SCO” e i “BRICS +”
anticipano il fatidico giorno in cui il petroyuan sarà definitivamente consacrato.
La
Cina e gli Emirati Arabi Uniti hanno già concluso il loro primo accordo sul gas
in yuan.
Il
treno ad alta velocità per la de-dollarizzazione ha già lasciato la stazione.
L'ASEAN
sta già discutendo attivamente su come aggirare il dollaro per privilegiare gli
insediamenti in valute locali – qualcosa di impensabile anche solo pochi mesi
fa.
Il
dollaro USA è già stato gettato in una spirale mortale da mille tagli.
E
quello sarà il giorno in cui il gioco raggiungerà un livello completamente
nuovo e imprevedibile.
L'agenda
distruttiva dei leader neoconservatori responsabili della politica estera degli
Stati Uniti non dovrebbe mai essere sottovalutata.
Hanno
sfruttato il pretesto della "nuova Pearl Harbor" dell'9/11 per lanciare una crociata contro le
terre dell'Islam nel 2001, seguita da una guerra per procura della NATO contro la
Russia nel 2014.
La
loro ambizione finale è quella di muovere guerra alla Cina prima del 2025.
Tuttavia,
ora stanno affrontando una rapida rivolta geopolitica e geoeconomica del cuore
del mondo – dalla Russia e dalla Cina all'Asia occidentale, ed estrapolando
verso l'Asia meridionale, il Sud-Est asiatico, l'Africa e latitudini
selezionate in America Latina.
Il punto
di svolta è arrivato il 26 febbraio 2022, quando i neoconservatori di
Washington – in una palese dimostrazione dei loro intelletti superficiali – hanno deciso di congelare e / o
rubare le riserve dell'unica nazione del pianeta dotata di tutte le merci che
contano davvero, e con il “nous necessario” per scatenare un cambiamento
epocale verso un sistema monetario non ancorato al denaro fiat.
Quello
è stato il fatidico giorno in cui “la cabala”, identificata dal giornalista Seymour Hersh come
responsabile dell'esplosione degli oleodotti Nord Stream, ha effettivamente fischiato che il treno ad alta velocità di
de-dollarizzazione lasciasse la stazione, guidato da Russia, Cina e ora –
benvenuti a bordo – Iran e Arabia Saudita.
Cina,
America ed “Economist”.
Unz.com - RON UNZ – (11 APRILE 2023) – ci
dice:
Il
settimanale più influente del mondo è probabilmente l'Economist, e sono
abbonato ininterrottamente dalla fine del 1979, un periodo di oltre 43 anni.
Negli ultimi due decenni, di solito ho solo
dato un'occhiata a un numero prima di metterlo tra le mie pile di numeri
passati, ma la storia di copertina di questa settimana ha attirato la mia
attenzione:
"America contro Cina: è peggio di quanto
pensi".
Quell'argomento
era di grande interesse per me, quindi ho deciso di dare un'occhiata più da
vicino.
Leggere
alcuni di quegli articoli mi ha ricordato come mi ero sentito quando mi ero
imbattuto per la prima volta in quella pubblicazione quando ero una matricola
del college, una storia che avevo raccontato più di dieci anni fa
Pubblicato
su carta da giornale così sottile da essere quasi traslucida, spedito due volte
ogni quindici giorni strettamente piegato in un semplice involucro marrone, si
definiva un "giornale" piuttosto che una rivista, non portava
sottotitoli per i suoi articoli o testata per i suoi numeri, e nel suo stile a
volte sembrava quasi uno strano residuo intellettuale della vecchia Europa
prebellica, spesso ignorando i molti “shibboleth” e tabù che così infestavano
il rispettabile giornalismo americano.
La sua grande intelligenza e la sua
schiettezza erano enormemente rinfrescanti, e con una minuscola circolazione di
circa 50.000 persone, poche delle quali americane, sentivo di aver scoperto una
meravigliosa fonte segreta di vera conoscenza del mondo.
Tale
era il vecchio London Economist sotto Norman Macrae, il suo vice direttore di
lunga data e influenza plasmante.
Per
quasi vent'anni ho letto avidamente ogni numero quasi da cima a fondo, e sono
stato ben ricompensato per il mio tempo investito.
Inoltre,
nelle pagine colorate di blu della sua newsletter “Economist Intelligence
Report”, ho
letto di Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin come figure sovietiche in ascesa,
anni prima che ricevessero qualsiasi menzione nei media d'élite americani.
Quando
l'Economist pubblicò la sua copertina del 1985 evidenziando il raddoppio della
produzione agricola cinese in soli sette anni, lo mostrai a tutti i miei amici
come prova che avevo avuto ragione durante tutti quegli anni in cui avevo
previsto la rapida ascesa della Cina, e loro prontamente ammisero il punto: l'Oracolo di Londra aveva parlato.
A
partire da quei primi giorni del college, avevo iniziato a competere con uno o
due dei miei amici nel tentativo di far pubblicare lettere all'editore in quel
settimanale di piccola tiratura ma d'élite.
La mia
media di battuta è stata piuttosto buona nel corso degli anni – circa il 70%
credo – e alla fine sono riuscito a piazzarne quattro o cinque, la prima volta
che ho visto le mie parole apparire sulla stampa.
Il mio
più grande successo è arrivato con l'ultimo di questi nel 1986, quando hanno
pubblicato la mia presentazione di 500 parole, tra le lettere più lunghe che
avessero mai pubblicato.
Avevo
esortato i redattori ad aggiungere una sezione Asia in considerazione
dell'enorme e in rapida crescita importanza economica e politica di quella
regione globale.
L'Asia
orientale contiene ben oltre un miliardo e mezzo di persone, e il subcontinente
indiano un altro miliardo; Europa (esclusa Unione Sovietica e Gran Bretagna),
poco più di 400 milioni.
L'Asia
orientale contribuisce con un PIL di oltre 2 trilioni di dollari, e il
subcontinente con un altro paio di centinaia di miliardi di dollari;
Europa (sempre escludendo Russia e Gran
Bretagna), meno di 4 trilioni di dollari.
Inoltre,
dati gli attuali tassi di crescita e il potenziale economico degli stati
asiatici – in particolare Cina e India, come suggerito dal vostro recente
minisondaggio – i prossimi 15 anni dovrebbero vedere l'Estremo Oriente superare
l'Europa in importanza economica.
Sotto
ogni punto di vista, Giappone, Cina e (forse) India sono tre delle circa mezza
dozzina di nazioni più significative del mondo, e la loro importanza è in
costante aumento.
Al
contrario, l'importanza delle principali nazioni europee come la Francia o la
Germania Ovest sta diminuendo.
Pubblichi
una normale sezione sull'Europa, ma continui a raggruppare l'Asia orientale e
il subcontinente indiano sotto "varie", vale a dire la tua sezione
internazionale.
E gli
eterni problemi del Medio Oriente, dell'Africa e dell'America Latina occupano
generalmente la maggior parte di quella sezione.
La
mancanza di un'indagine separata sull'Estremo Oriente (o indagine sull'Asia
orientale) si traduce quindi in una copertura meno che sufficiente di tali
aree.
Un'analisi
non scientifica dei tuoi ultimi sei numeri (dal 15 marzo al 19 aprile) indica
questi totali per le normali pagine di copertura dei sondaggi:
Europa
(esclusa l'Unione Sovietica e la Gran Bretagna), 30; Asia orientale, 11;
Subcontinente indiano, 3.5.
Solo
l'eurocentrico più ostinato affermerebbe che questi totali riflettono
accuratamente l'importanza mondiale di queste tre regioni.
Istituire
una sezione di indagine regolare dedicata all'Estremo Oriente (o all'Asia
orientale) focalizzerebbe correttamente l'aumento dei reportage su quello che
potrebbe essere il centro di gravità economico e politico del mondo tra 30 o 40
anni.
Sono
stato molto gratificato quando la nuova sezione Asia è stata lanciata l'anno
successivo.
Il loro ultimo cambiamento di questo tipo era
stato più di una dozzina di anni prima, quando la pubblicazione britannica aveva
aggiunto una sezione sull'Europa dopo l'adesione della Gran Bretagna alla
Comunità europea.
Fornire
un'adeguata copertura all'Asia potrebbe essere stato un passo importante per
l'Economist nel suo percorso per diventare un settimanale veramente globale.
Ma
come ho sottolineato nell'aprile 2012, quel grande successo potrebbe anche aver
avuto alcune conseguenze sfortunate.
Ahimè,
la qualità e l'unicità della rivista hanno dimostrato la sua rovina.
Con il
passare degli anni, sempre più americani istruiti scoprirono un periodico che
rivelava idee e fatti in gran parte ignorati dai nostri giornali d'élite, per
non parlare di Time e Newsweek rivolto a dieci milioni o più di lettori
settimanali.
Mentre
fino ai primi anni 1990, la sua pubblicità si vantava ancora di non essere
stata letta da milioni di persone, nel 2000 era stata raggiunta la soglia del
milione di copie, insieme all'enorme redditività fornita da un pubblico
decisamente di alto livello e d'élite.
Ma
tutti questi nuovi abbonati erano per lo più americani benestanti, la cui
sensibilità e prospettive erano molto diverse da quelle delle poche decine di
migliaia di britannici che in precedenza avevano costituito il nucleo dei
lettori.
Per
questi nuovi arrivati – e ancora più importante per i ricchi pubblicitari che
attiravano – la realtà era limitata dal “New York Times a sinistra” e dal “Wall
Street Journal a destra”, e tutto ciò che si spingeva troppo oltre quell'involucro di
opinione rispettabile era discordante, forse persino inquietante.
Col
passare del tempo, sempre più delle acute caratteristiche intellettuali che un
tempo avevano dato alla rivista tanta verve e originalità furono gradualmente
levigate, non completamente, ma in misura considerevole.
L'Economist londinese è diventato solo il semplice
economista, raramente disposto a violare i confini o i tabù dell'establishment
americano neoconservatore / neoliberista di Washington / New York, semplicemente una versione più
intelligente, meglio scritta, molto più profonda di “Time” o “Business week”.
Questo
triste declino intellettuale è diventato evidente per me nell'ultimo decennio,
quando le politiche americane post-9/11, sia estere che interne, hanno virato
verso una follia quasi totale, ma hanno continuato a ricevere un misto di
sostegno più qualche occasionale “tut-tutting” da una rivista che una volta
avevo così tanto rispettato.
Forse
i migliori editori hanno ricordato il caso del loro stimato predecessore Francis Hirst, che aveva pubblicamente parlato della
possibilità di una pace negoziata per porre fine all'inutile massacro della
prima guerra mondiale, ed era stato sommariamente licenziato come editore nel 1916
per la sua evidente mancanza di patriottismo.
E gli
infiniti, inimmaginabili disastri che l'America ha sofferto a causa di queste
assurde politiche sembrano non aver lasciato molti segni editoriali.
Un
rapido esame delle copertine recenti rivela storie come: la minaccia delle armi
nucleari iraniane; l'importanza di "liberare la Siria"; l'incombente
crollo del regime di Putin; l'eccessiva regolamentazione dell'economia
americana; e gli orribili problemi affrontati dai ricchi americani.
Basta
cambiare qualche parola qua e là e quelle stesse copertine avrebbero potuto
essere pubblicate cinque o dieci anni fa.
L'Economist
ora si colloca semplicemente tra gli organi mediatici più elitari dello Stato
monopartitico americano.
Quella
critica dolorosamente negativa di una pubblicazione che una volta avevo così
tanto ammirato era stata motivata dalla sua copertura sulla Cina.
Un
paio di settimane prima, avevo pubblicato una lunga analisi sul chiaro
spostamento del potere geopolitico verso la Cina.
E per
pura coincidenza, solo pochi giorni dopo l'Economist aveva pubblicato una
valutazione molto diversa, sostenendo che i fattori demografici favorivano
notevolmente l'America rispetto alla Cina, un verdetto contrario che diverse
persone avevano portato alla mia attenzione come un'apparente confutazione
della mia tesi.
Nella
mia risposta, ho messo in discussione aspramente alcuni dei loro argomenti.
L'affermazione
è che la demografia prevista della Cina costituisce un "punto mortale di
debolezza invisibile", in netto contrasto con la situazione futura
abbastanza sana dell'America.
Ma mentre tali "notizie felici"
possono alleggerire i cuori degli esperti DC e degli “appartchik” che
informano, l'analisi avanzata non mi sembra molto convincente.
Ad
esempio, si sostiene che la Cina "invecchierà prima di diventare
ricca" e avrà un'età media considerevolmente superiore a quella americana
nel 2050, tra 40 anni.
Questo
può essere vero, ma se facciamo avanzare i tassi di crescita economica degli
ultimi decenni, il cinese medio sarà diventato più o meno ricco come l'americano medio
in soli altri 20 anni, molto prima di quel punto. Estrapolando queste tendenze
economiche 20 anni dopo, i cinesi saranno enormemente più ricchi degli
americani nel 2050 ...
L'Economist
sembra considerare lo "schema Ponzi demografico" in corso in America come un
grande asso nella manica per quanto riguarda la nostra crescita economica e le
esigenze sociali.
Ma
mentre è vero che Bernie Madoff ha fatto molto bene finanziariamente per
ragioni simili, le cose non hanno funzionato per lui alla fine.
È
davvero una buona cosa che la popolazione americana stia crescendo più
rapidamente di quella del Messico o dell'Algeria, o che (come dice The
Economist) "nessuno sa quando l'America raggiungerà il suo picco
demografico"?...
Nella
misura in cui questo particolare pezzo è rappresentativo, temo che la lucidità
dell'Economist sia stata sostituita da quel tipo di pio desiderio che ancora
domina le nostre élite dominanti DC / NYC.
Dal
momento che queste stesse élite costituiscono presumibilmente la cerchia
sociale estesa di molti scrittori ed editori dell'Economist, questo forse non è
sorprendente.
Un
anno dopo ho pubblicato un altro lungo articolo che forniva alcuni dei
ragionamenti più profondi dietro le mie aspettative di un enorme successo economico
e tecnologico cinese, che si apriva con i seguenti paragrafi.
Durante
i tre decenni successivi alle riforme di Deng Xiaoping del 1978, la Cina ha
raggiunto il più rapido tasso sostenuto di crescita economica nella storia
umana, con il conseguente aumento di 40 volte delle dimensioni dell'economia
cinese che la lascia pronta a superare quella americana come la più grande del
mondo.
Un
miliardo di cinesi “Han ordinari” si sono sollevati economicamente dai buoi e
dalle biciclette all'orlo delle automobili in una sola generazione.
Il
rendimento accademico della Cina è stato altrettanto sorprendente.
I test del Programma per la valutazione internazionale
degli studenti (PISA) del 2009 hanno posto la gigantesca Shanghai - una
megalopoli di 15 milioni di persone - al vertice assoluto dei risultati degli
studenti mondiali.
I
risultati PISA del resto del paese sono stati quasi altrettanto impressionanti,
con i punteggi medi di centinaia di milioni di cinesi provinciali – per lo più
provenienti da famiglie rurali con redditi annuali inferiori a $ 2.000 – che
corrispondono o superano quelli dei paesi più avanzati e di successo d'Europa,
come Germania, Francia e Svizzera, e si classificano ben al di sopra dei
risultati americani.
Questi
successi seguono da vicino la scia di una precedente generazione di guadagni
economici e tecnologici simili per diversi paesi di origine cinese molto più
piccoli in quella stessa parte del mondo, come Taiwan, Hong Kong e Singapore, e
il grande successo accademico e socioeconomico di piccole popolazioni
minoritarie di discendenza cinese in nazioni prevalentemente bianche, tra cui
America, Canada. e Australia.
I figli dell'Imperatore Giallo sembrano
destinati a svolgere un ruolo enorme nel futuro dell'umanità.
Sebbene
questi sviluppi possano aver scioccato gli occidentali della metà del 20 °
secolo - quando
la Cina era meglio conosciuta per la sua terribile povertà e il fanatismo
rivoluzionario maoista - sarebbero sembrati molto meno inaspettati ai nostri
principali pensatori di 100 anni fa, molti dei quali profetizzavano che il
Regno di Mezzo alla fine avrebbe riguadagnato il suo rango tra le nazioni più
importanti del mondo.
Questa
era certamente l'aspettativa di E.A. Ross, uno dei più grandi sociologi
americani, il cui libro “The Changing Chinese” guardava oltre la miseria, la
miseria e la corruzione della Cina del suo tempo verso una futura Cina
modernizzata, forse alla pari tecnologica con l'America e le principali nazioni
europee.
Le opinioni di Ross furono ampiamente riprese
da intellettuali pubblici come “Northrop Stondar”, che prevedeva il probabile
risveglio della Cina da secoli di sonno interiore come una sfida incombente
all'egemonia mondiale a lungo goduta dalle varie nazioni di discendenza
europea.
Le
radici originali di quell'articolo risalgono a quasi 35 anni fa.
Nel 1978 avevo seguito un seminario di laurea
dell'UCLA sull'economia politica rurale cinese e mi ero rapidamente imbattuto
nell'evidenza inequivocabile di una massiccia pressione selettiva nella società
tradizionale cinese, una conseguenza delle condizioni sociali che erano
continuate senza sosta per mille anni o più, certamente abbastanza a lungo da
rimodellare le caratteristiche umane della razza più numerosa del mondo.
Diversi
anni dopo ho scritto quell'analisi come documento di classe per “E.O. Wilson di
Harvard”, il padre fondatore della sociobiologia, ma dovevano passare tre
decenni prima che fossi finalmente spinto a pubblicare le mie scoperte come
articolo nel 2013.
Un paio
di anni prima mi ero anche imbattuto nel breve libro di Ross sulla Cina, allora
vecchio di un secolo, e insieme a tutti gli altri suoi lavori, l'ho trovato
assolutamente pieno di quel tipo di profonde intuizioni sociologiche che i
potenti tabù dominanti della moderna cultura accademica occidentale avevano da
tempo eliminato dal discorso pubblico.
Consiglio vivamente questo libro a chiunque
sia interessato a capire il popolo cinese e la sua società.
Quando
avevo incontrato per la prima volta l'Economist di Norman Macrae, i suoi scritti contenevano spesso
tracce di idee così controverse, che una volta erano state così comuni durante
l'era della sua giovinezza, e per questo motivo ero rimasto molto colpito.
Ma dopo il suo ritiro nel 1988 e certamente all'inizio
del secolo, tali nozioni eretiche sopravvissute furono quasi completamente
spazzate via dal neoliberismo transatlantico dominante, forse diminuendo
gravemente l'acume predittivo del settimanale.
Penso
che gli eventi degli ultimi anni – e certamente le ultime settimane – abbiano
fortemente confermato il mio confronto del 2012 tra Cina e America rispetto
alla prospettiva contrastante che l'Economist aveva fornito nello stesso
periodo.
Altri
paesi in tutto il mondo sembrano aver chiaramente riconosciuto e reagito a
questa transizione globale in corso.
Il
nostro principale alleato mediorientale dell'Arabia Saudita si è ora spostato
nel campo della Cina, mentre il Brasile ha recentemente deciso di abbandonare
l'uso del dollaro in gran parte del suo commercio internazionale, probabilmente
presto seguito in quella decisione epocale da molti altri importanti paesi.
Nel
frattempo, l'America e i suoi alleati della NATO hanno completamente fallito
nell'infliggere alcun grave danno all'economia russa, nonostante le sanzioni
senza precedenti che avevano imposto, come ho discusso in un recente articolo.
Gran
parte di quel pezzo si era concentrato sull'intrigante analisi economica di “Jacques Sapir”, direttore degli studi presso il
prestigioso istituto francese “EHESS”, che aveva sostenuto che la migliore
misura della forza economica di un paese è la dimensione reale del suo settore
produttivo, un calcolo che esclude i servizi, la cui produzione è spesso non
commerciabile e molto più facilmente manipolabile.
Con
questo in mente, dovremmo riconoscere che già nel 2019 l'economia produttiva
reale della Cina era già tre volte più grande di quella americana, anzi più
grande del totale combinato per l'America, l'Unione Europea e il Giappone.
Data
la plausibile enfasi di Sapir sul PIL produttivo reale come metrica cruciale
del potere economico nazionale, ho costruito una tabella che presenta quelle cifre per
le più grandi trenta economie reali, insieme ai loro PIL nominali e pro capite.
Ho
anche incluso una colonna aggiuntiva che mostra il PIL produttivo reale pro
capite.
Tutti
questi dati sono stati tratti dal “CIA World Facebook”, che fornisce convenientemente
stime del PIL reale corretto per PPP del 2021 per i paesi del mondo, nonché le
cifre più recenti per i PIL nominali, la composizione del settore economico e
le popolazioni nazionali.
Poiché tutte queste stime provengono da anni
leggermente diversi, i risultati sono necessariamente approssimazioni e ho
arrotondato tutti i valori in parte per enfatizzare questo punto.
Molti
di questi risultati sembrano piuttosto interessanti.
Allo
scoppio della guerra in Ucraina, la dimensione nominale dell'economia russa era
piuttosto piccola, essendo a metà strada tra quella della Spagna e dell'Italia,
e quindi sembrava molto vulnerabile a un attacco finanziario coordinato da
parte dell'Occidente.
Ma in
termini produttivi reali, l'economia russa era quasi il 10% più grande di
quella tedesca e quasi delle dimensioni del Giappone, contribuendo a spiegare
perché i tentativi occidentali di paralizzare la Russia con le sanzioni sono
falliti così miseramente e invece hanno portato a gravi carenze energetiche e
alta inflazione nei paesi che stanno aumentando lo sforzo.
In
effetti, l'economia produttiva reale della Russia è quasi il 20% più grande del
totale combinato per Gran Bretagna e Francia.
Anche
un esame dei redditi produttivi reali pro capite è piuttosto intrigante.
Secondo tale misura, il russo medio produce un valore annuo considerevolmente
maggiore rispetto alle sue controparti britanniche o francesi fortemente
orientate al servizio.
Il PIL nominale pro capite dell'America è più
di cinque volte superiore a quello della Russia, il che sembra dimostrare
l'abisso tra la nostra ricchezza e la loro miserabile povertà;
ma
quando ci concentriamo sul PIL produttivo reale pro capite, la differenza si
riduce a un mero 15%.
Ciò suggerisce che gran parte dell'ampio divario nel
nostro attuale tenore di vita potrebbe essere semplicemente un artefatto dello
status di valuta di riserva internazionale del dollaro e potrebbe quindi essere
molto vulnerabile a importanti cambiamenti geopolitici.
La
stessa attenzione al settore produttivo eleva anche i cinesi, e oggi il loro
PIL produttivo reale pro capite è già entro il 10% di quello britannico o
francese.
Le
industrie dei servizi ovviamente generano reddito e valore, e escluderle in un
tale calcolo costituisce semplicemente un esercizio intellettuale che non
dovrebbe essere preso troppo sul serio.
Ma
penso che fornisca un'utile prospettiva economica alternativa, che vale la pena
considerare come supplemento ai confronti più tipici, e queste cifre possono
indicare la fragilità della ricchezza occidentale esistente.
Nonostante
i sentimenti cautelativi dell'Economist del 2012 riguardo alla futura
traiettoria economica della Cina, i redattori hanno certamente riconosciuto gli
enormi progressi che il paese aveva già fatto, ed erano pienamente consapevoli
che si trovava sul punto di superare l'America nelle dimensioni della sua
economia reale.
Pertanto,
nel gennaio dello stesso anno avevano aggiunto una sezione dedicata alla Cina,
la prima dedicata a un singolo paese da quando l'America aveva ricevuto quella
speciale distinzione nel 1942.
Quindi, dopo aver digerito gli articoli sulla
Cina nel numero corrente, ho deciso di esplorare la loro copertura in modo più
approfondito trascorrendo un paio di giorni leggendo attentamente quelle
sezioni degli ultimi otto mesi di numeri, mentre guardavo anche leggermente
altre parti della rivista.
Gli
editori non avevano quasi trascurato argomenti cinesi durante quel periodo,
pubblicando otto storie di copertina separate su quel paese – una ogni quattro
o cinque settimane – oltre a pubblicare due lunghi sondaggi speciali, il primo
sulla Cina stessa e il secondo sul conflitto per Taiwan, ciascuno di circa
10.000 parole, oltre a un sostanziale briefing sul leader cinese Xi Jinping.
Non
leggevo regolarmente l'Economist da quasi vent'anni, e quando ho iniziato a
farlo, sono rimasto molto colpito dalla notevole intelligenza e qualità della
scrittura, che era chiaramente rivolta a un pubblico molto più alto di quello
del mio New York Times mattutino, in questi giorni così gravemente degradato in
"wokeness", partigianeria sputacchiata, e totale frivolezza.
Mi
ricordai presto perché il settimanale britannico era rimasto per così tanti
anni la mia pubblicazione preferita e la mia fonte di informazioni più
affidabile.
Ma ho
anche notato gli stessi difetti dell'establishment che mi avevano profondamente
alienato negli anni successivi agli attacchi dell'9/11.
Gli
scrittori e gli editori erano ancora riluttanti ad avventurarsi al di fuori dei
confini restrittivi del consenso dei media occidentali.
Questa
mancanza era più evidente per quanto riguarda le loro osservazioni disinvolte o
le loro supposizioni tacite, truismi che consideravano così ovvi e ben
consolidati da non richiedere alcuna spiegazione o supporto.
Ad
esempio, un articolo su “TikTok “nel numero corrente ha casualmente suggerito
che l'interferenza russa aveva contribuito a spingere Donald Trump alla Casa
Bianca, dichiarando che "la Russia ha usato Facebook nella corsa presidenziale del
2016 in America".
Questo
rappresenta un elemento importante della ridicola bufala mediatica del Russia
gate.
Un
altro esempio particolarmente assurdo della riluttanza editoriale ad
allontanarsi dalle norme dei media è stato che la Cina è stata regolarmente
descritta come la "seconda più grande" economia del mondo, anche se
lo stesso Economist aveva aperto la strada alla metrica molto più realistica
della parità del potere d'acquisto (PPP) – soprannominata lo standard "Big
Mac" – che giudicava correttamente il PIL cinese molto più grande.
In
effetti, hanno pubblicato un bell'articolo nel 2020 riassumendo esplicitamente
i fatti veri e osservando che, secondo la Banca Mondiale, l'economia reale
cinese aveva superato la nostra tra il 2014 e il 2016.
Ma
questa ovvia realtà è stata successivamente ignorata nei riferimenti casuali
trovati altrove negli articoli sulla Cina.
Anche
se leggevo solo le sezioni sulla Cina, ero spesso costernato dai riferimenti
fatti ad altre questioni attuali, specialmente quelle che riguardano la
politica estera.
Così,
la guerra russa con l'Ucraina è stata invariabilmente descritta come un'aggressione
militare "non provocata" con frasi identiche a quelle del Times e di
ogni altro media occidentale, e i cinesi sono stati ridicolizzati per la loro
"paranoia" nel credere che il conflitto fosse stato causato dalla
continua espansione della NATO.
Ma “John
Mearsheimer”, “Jeffrey Sach”s e numerosi altri esperti accademici hanno
ripetutamente dimostrato che la prospettiva cinese era completamente corretta.
Eppure,
anche in questo esempio particolarmente eclatante, alcune tracce della vecchia
obiettività dell'Economist sono rimaste ancora visibili.
La copertura mediatica occidentale del conflitto
ucraino ha escluso tutte le voci contrarie, non importa quanto accreditate ed
eminenti, ma una conferenza accademica di 75 minuti del Prof. Mearsheimer sulle
origini della polveriera ucraina era rimasta quasi inosservata su YouTube dal
2014, e
una volta iniziata la guerra, è improvvisamente esplosa in popolarità,
attirando molti milioni di spettatori in tutto il mondo.
Poco
dopo gli editori dell'Economist hanno invitato l'illustre studioso a contribuire
con un saggio di 1.500 parole che esponeva la sua analisi contraria della
guerra per i loro lettori, appena sufficiente per bilanciare il loro oceano di
parole che demonizzavano la Russia e Vladimir Putin, ma molto più di quanto
quasi ogni altro organo di stampa occidentale mainstream fosse stato disposto a
consentire.
Sfortunatamente,
tali esempi sembravano piuttosto rari.
In un altro articolo, la Cina è stata denunciata per
essersi unita alla Russia nel porre il veto alle sanzioni delle Nazioni Unite
contro la Siria "per aver usato armi chimiche contro il suo stesso popolo".
Ma sebbene tale accusa fosse stata fortemente
contestata dal professor “Theodore Postol”, uno dei principali esperti di armi,
così come dal giornalista investigativo “Seymour Hersh” e da numerosi altri,
una ricerca non ha rivelato alcuna menzione di quei fatti contrari da nessuna
parte nella pubblicazione.
Oppure
si consideri il lungo sondaggio sulla società di Taiwan, che ha salutato la “promulgazione
del matrimonio gay” come un trionfo della democrazia nella repubblica insulare.
I
fatti reali erano esattamente l'opposto, poiché una grande maggioranza degli
elettori taiwanesi si era opposta a quel cambiamento in un referendum pubblico, mentre la politica era invece
stabilita da una fiat giudiziaria non democratica.
Un
esempio molto più importante sarà probabilmente di grande importanza storica. I
l 26
settembre 2022, massicce esplosioni sottomarine hanno gravemente danneggiato i
gasdotti russo-tedeschi Nord Stream da 30 miliardi di dollari, classificandosi
come forse il più grande atto di terrorismo industriale nella storia del mondo
e giocando un ruolo importante nella devastante crisi energetica dell'Europa.
Un
paio di giorni dopo, l'Economist si è unito al coro dei nostri media
occidentali "Mocking Bird" nel trasmettere docilmente le dichiarazioni di anonimi
funzionari europei secondo cui Vladimir Putin era stato probabilmente responsabile
degli attacchi, ammettendo tranquillamente che non era "chiaro"
perché i russi avrebbero distrutto i propri oleodotti.
Inoltre,
anche quei piccoli dubbi sono rapidamente svaniti e quando il settimanale ha
pubblicato una lunga storia sull'incidente un mese dopo, ci è stato detto
categoricamente:
"La
Russia nega la responsabilità delle esplosioni. Ma pochi dubitano che il
Cremlino l'abbia fatto".
Eppure,
secondo il Prof. Sachs, giornalisti ben informati nei media mainstream
presumevano tranquillamente che l'America fosse responsabile, e la mia analisi
dei fatti puntava esattamente nella stessa direzione.
Poi un
paio di mesi fa il famoso giornalista Seymour Hersh ha pubblicato la sua denuncia di
successo fornendo i dettagli precisi dell'attacco americano agli oleodotti, e le sue rivelazioni sono state
totalmente ignorate, sia dall'Economist che da tutti gli altri media mainstream.
Ma
mentre milioni di persone leggevano la sua storia e iniziava a guadagnare
terreno su Internet, i servizi di intelligence occidentali in preda al panico
hanno rilasciato anonimamente una vaga affermazione concorrente secondo cui una manciata oscura di attivisti
filo-ucraini su una barca a vela noleggiata era stata responsabile di quelle gigantesche
esplosioni sottomarine, un'assurdità ridicola ma che ha attirato una copertura
rispettosa su tutti i media mainstream.
incluso
un lungo articolo sull'Economist.
Forse
imbarazzato dall'evidente bufala che stava riportando, lo scrittore ha anche
incluso un paio di frasi che menzionano il resoconto contrario di Hersh, ma lo
ha pesantemente criticato, sostenendo che l'America non avrebbe un motivo
chiaro per un tale attacco poiché "rischierebbe di inimicarsi gli alleati
europei".
È
ovviamente ingiusto puntare il dito contro l'Economist per essersi attaccato
così strettamente alle sue posizioni dell'establishment su così tanti
argomenti, dal momento che questo fallimento è condiviso da quasi tutti gli
altri nostri media mainstream.
Ma una
volta avevo tenuto la pubblicazione a standard molto più elevati, e con un
piccolo sforzo avrei potuto moltiplicare questi esempi inquietanti dieci volte.
Particolarmente
toccante per me è stato un recente articolo di “Lexington” intitolato "Come la guerra in Iraq è diventata
una minaccia per la democrazia americana" che è apparso intorno al ventesimo
anniversario di quell'evento fondamentale e ha riassunto le disastrose
conseguenze geopolitiche per la popolazione della regione e la posizione del
governo americano, sia in patria che all'estero.
Come ha tristemente spiegato l'editorialista:
Ci
sono state voci sollevate contro l'invasione, naturalmente, ma le élite
politiche, di sicurezza e mediatiche dell'America – il suo establishment – si
sono radunate dietro di essa.
Durante
un dibattito al Senato sull'autorizzazione alla guerra in Iraq, il senatore Joe
Biden ha ricordato "il peccato del Vietnam" e "il fallimento di
due presidenti nel livellare con il popolo americano" sui costi di quella
guerra.
Poi ha votato a favore del provvedimento.
Tre
anni dopo, ha definito quel voto un errore.
Non
tutti i guai dell'America possono essere ricondotti a quella fatidica
invasione, quando l'arroganza dell'America piuttosto che la sua generosità – il
rovescio della medaglia del suo idealismo – divenne il suo biglietto da visita
globale.
Il
tracollo finanziario globale più tardi in quel
decennio ha completato il fallimento dell'establishment.
Ma la
guerra in Iraq ha spinto l'America sulla strada di Donald Trump.
Barack
Obama rappresentava la speranza di un brusco cambiamento da parte di Bush,
eppure quei due leader erano molto più simili l'uno all'altro che come il
presidente che è venuto dopo.
Tutti
questi sentimenti erano assolutamente corretti, ma non ho potuto fare a meno di
ricordare che per tutto il 2002 e il 2003 lo stesso Economist era stato un elemento
guida di quel disastroso consenso dell'establishment dell'élite, sostenendo con
forza quelle decisioni così dannose per l'America e il resto del mondo.
In effetti, questo è stato esattamente il motivo per
cui ho presto smesso di leggerlo o di fidarmi.
Sfortunatamente,
credo che le attuali politiche sostenute dall'Economist riguardo a Cina, Russia
e Ucraina siano altrettanto totalmente sbagliate quanto lo era il suo vigoroso
sostegno ventennale alla guerra in Iraq, e temo che tra dieci o vent'anni potrebbe
essere costretto a pubblicare un articolo simile che denuncia il consenso
dell'élite di oggi che ha fatto così tanto danno agli interessi europei e
americani.
La
nostra ostilità irrazionale nei confronti della Russia ha creato un'alleanza
Cina-Russia enormemente potente che sembra destinata a rimodellare la
geopolitica mondiale a tremendo svantaggio dell'Occidente.
Tre
decenni fa, abbiamo trionfato nella nostra lunga guerra fredda contro l'Unione
Sovietica, ma ora stiamo completamente sprecando i frutti politici di quella
storica vittoria.
Ci
sono poche pubblicazioni cartacee nel mondo di oggi che combinano la
credibilità dell'establishment dell'Economist con il suo enorme e elitario
pubblico globale.
Ma
insieme a tale potere mediatico arriva il peso della responsabilità, in modo
che gli editori e i giornalisti di tale pubblicazione debbano valutare
attentamente le loro parole.
Durante
il 1916, alcuni elementi influenti dell'establishment britannico proposero una
fine negoziata della Grande Guerra, tra cui “Francis Hirst”, allora direttore
dell'Economist.
Gran
parte del governo tedesco aveva una posizione simile, e se l'iniziativa avesse
avuto successo, milioni di vite sarebbero state salvate, mentre i governi
europei castigati probabilmente avrebbero evitato qualsiasi futura Seconda
Guerra Mondiale, salvando così altre decine di milioni di persone.
Ma lo
sforzo fallì e Hirst perse il lavoro di conseguenza.
Fino a
meno di un anno fa, il Prof. “Jeffrey Sachs” della Columbia University
probabilmente sarebbe stato considerato un solido pilastro dell'establishment
dell'élite occidentale come i migliori redattori dell'Economist.
Ma i
suoi decenni di profonda conoscenza personale di Cina, Russia e Ucraina lo
hanno presto portato a rifiutare le nostre attuali politiche come disastrose
per il mondo.
E
sebbene quasi tutti i nostri media abbiano continuato a boicottare la sua
analisi convincente, le sue parole sono state viste e ascoltate da milioni di
persone in tutto il mondo, avendo un impatto importante sul dibattito pubblico.
Se
l'Economist ritenesse opportuno muoversi verso una posizione simile, potrebbe
essere possibile un enorme cambiamento nel sentimento dell'élite.
Il mio
rapporto con l'Economist è talvolta andato oltre quello di un semplice lettore
e ammiratore, e nel corso degli anni molti dei miei progetti politici sono
stati notati dalla pubblicazione.
Durante la mia campagna "English for the Children" del 1998 in California,
l'influente settimanale mi ha offerto un'attenzione favorevole e credo che il
suo sostegno abbia giocato un ruolo importante nel mio sforzo di successo per
trasformare le prospettive educative di molti milioni di giovani bambini
immigrati in tutta l'America.
Meno
di un decennio fa, il sorprendente spostamento dell'Economist verso i benefici
di un salario minimo molto più alto probabilmente ha contribuito a far
oscillare il dibattito politico su quella che era quasi diventata una questione
economica abbandonata, e negli anni successivi sono stati emanati grandi
aumenti del salario minimo in molti dei più grandi stati americani.
Un
paio di anni dopo, importanti articoli dell'Economist sulla forte evidenza
delle quote asiatiche nei college americani d'élite aggiunsero un notevole
slancio alla questione, e non molto tempo dopo un altro articolo descrisse
favorevolmente la campagna che avevo organizzato per il “Board of Overseers “di Harvard in parte su quella
preoccupazione, anche se sfortunatamente non fu all'altezza.
Oggi c'è un'aspettativa diffusa che le preferenze
razziali nelle ammissioni al college possano essere limitate o vietate dalla
Corte Suprema nei prossimi due mesi.
Il mio
coinvolgimento in questa pubblicazione ha radici profonde.
Quando sono diventato abbonato per la prima
volta nel 1979, penso che la tiratura dell'Economist potrebbe essere stata non
molto più di 100.000 (piuttosto che 50.000 come una volta avevo erroneamente
creduto).
Data la probabile età di quei lettori e delle
tabelle attuariali, dubito che più di qualche centinaio di loro abbiano
mantenuto un abbonamento ininterrotto negli ultimi 43 anni.
Anche se sicuramente non sono l'abbonato
continuo più lungo al settimanale, sospetto di andare più indietro del 99,9% o
forse anche del 99,99% dei loro attuali 1,6 milioni di lettori.
In effetti, dubito che quasi nessuno dei loro attuali
redattori possa eguagliare i miei anni nei loro albi di abbonamento, e
probabilmente molti dei loro scrittori non erano nemmeno nati quando ho
ricevuto con entusiasmo il mio primo numero.
Quindi,
come qualcuno che desidera molto bene per la pubblicazione ma si sente anche lo
stesso per il mondo, spero che gli editori dell'Economist riconsiderino
attentamente alcune delle loro attuali posizioni, attingendo alla saggezza di “Norman Macrae” e al coraggio politico di” Francis Hirst”, pur stando attenti a evitare il
destino giornalistico di quest'ultimo.
Oltre
100 altri documenti classificati
appaiono
online: segreti statunitensi
"Dall'Ucraina
al Medio Oriente
alla Cina".
Globalresearch.ca
– Redazione - (11 aprile 2023) - Zero Hedge – ci dice:
Un
“dump” di documenti più esteso e la fuga di materiali altamente classificati
sono stati segnalati sulla scia della divulgazione iniziale che i memo relativi
alla strategia degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina sono apparsi online,
incluso materiale contrassegnato come "Top Secret".
Questa
volta la fuga di notizie appare più ampia:
"Una nuova serie di documenti
classificati che sembrano dettagliare i segreti della sicurezza nazionale
americana dall'Ucraina al Medio Oriente alla Cina è emersa sui siti di social
media venerdì, allarmando il Pentagono e aggiungendo scompiglio a una
situazione che sembrava aver colto alla sprovvista l'amministrazione
Biden", ha riferito il New York Times venerdì sera.
"La
portata della fuga di notizie – gli analisti dicono che potrebbero essere stati
ottenuti più di 100 documenti – insieme alla sensibilità dei documenti stessi,
potrebbe essere estremamente dannosa, hanno detto i funzionari statunitensi", continua il rapporto.
Un
alto funzionario dell'intelligence è stato citato nel rapporto dicendo che la
fuga di notizie è "un incubo per i Five Eyes" – in riferimento alle nazioni
che condividono l'intelligence di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e
Nuova Zelanda.
Come i
piani di guerra in Ucraina precedentemente riportati dal Times, alcuni di
questi ultimi documenti sono apparsi su Twitter e altre piattaforme di social
media, e includono rapporti etichettati con uno dei più alti rating di
classificazione di "Secret / NoForn" - il che significa che sono abbastanza
sensibili da non essere condivisi nemmeno con alleati stranieri.
L'Ucraina
tenta di incolpare la Russia per l'umiliante fuga di notizie del Pentagono.
È
interessante notare che il NY Times osserva che una diapositiva
dell'intelligence che sta circolando presenta "una valutazione allarmante
delle vacillanti capacità di difesa aerea dell'Ucraina".
Ma queste fughe di notizie, alcune delle quali
sono effettivamente apparse su un server “Discord” dedicato a discutere di”
Minecraft “e altri luoghi insoliti, includono più del contenuto iniziale sulla
pianificazione della guerra in Ucraina.
Ma i
documenti trapelati sembrano andare ben oltre il materiale altamente
classificato sui piani di guerra in Ucraina.
Gli analisti della sicurezza che hanno esaminato i
documenti che cadono sui siti di social media dicono che il crescente tesoro
include anche diapositive informative sensibili sulla Cina, il teatro militare
indo-pacifico, il Medio Oriente e il terrorismo.
Il
rapporto cita un analista che avverte che questa è probabilmente "la punta
dell'iceberg" e che altre importanti fughe di notizie stanno arrivando, o
forse sono già avvenute, in qualcosa che potrebbe iniziare a rivaleggiare con i
"Pentagon
Papers"
dell'era della guerra del Vietnam.
Un ex
alto funzionario del Pentagono, “Mick Mulroy”, è stato anche citato per aver detto
che questo potrebbe ostacolare la pianificazione militare ucraina dato che
"molte
di queste erano immagini di documenti" e quindi "sembra che sia stata una
fuga di notizie deliberata fatta da qualcuno che desiderava danneggiare gli
sforzi dell'Ucraina, degli Stati Uniti e della NATO".
Questa
valutazione suggerisce una fuga di notizie dall'interno delle forze alleate, e
non da un avversario straniero, anche se i funzionari statunitensi accusano le
entità collegate alla Russia online di essere i principali diffusori dei
documenti trapelati.
I
funzionari statunitensi stanno anche avvertendo che alcuni dei documenti
potrebbero essere stati modificati digitalmente per adattarsi a una narrativa
più pro-Cremlino, come abbiamo dettagliato in precedenza.
Twitter ha riconosciuto che i funzionari
statunitensi stanno chiedendo di agire per cancellare i materiali classificati
dalla piattaforma.
C'è
una crescente preoccupazione che le fughe di notizie possano provenire
dall'interno dell'esercito ucraino ...
Anche
i funzionari del Pentagono e dell'intelligence degli Stati Uniti stanno
cercando di scoprire la fonte della fuga di notizie in un'indagine in corso.
Probabilmente questo si tradurrà in un maggiore controllo su Kiev e su come la
sua catena di comando gestisce i dati sensibili condivisi dal Pentagono.
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Migranti,
Dichiarato Stato di
Emergenza:
Stanziati 5 Milioni di Euro.
Conoscenzealconfine.it
– (12 Aprile 2023) – Redazione - ci dice:
Prima
creano il Problema… poi offrono la Soluzione…
Il
governo dichiara lo stato di emergenza per sei mesi.
In seguito al boom di arrivi di migranti, il
governo ha dichiarato lo stato di emergenza.
Su proposta del ministro per la “Protezione civile e le Politiche del
mare”,
“Nello Musumeci”, è stato deliberato lo stato di emergenza su tutto il
territorio nazionale a seguito dell’eccezionale incremento dei flussi di
persone migranti attraverso le rotte del Mediterraneo.
Lo
stato di emergenza, sostenuto da un primo finanziamento di cinque milioni di
euro, avrà la durata di sei mesi.
Dall’inizio
dell’anno, secondo il Viminale, sono giunti in Italia 31.292 migranti, quasi
quattro volte e mezzo in più rispetto agli arrivi dello stesso periodo del
2021.
“Abbiamo
aderito volentieri alla richiesta del ministro dell’Interno, “Matteo
Piantedosi, ben consapevoli della gravità di un fenomeno che registra un
aumento del 300% “, ha detto Musumeci.
“Sia
chiaro, non si risolve il problema, la cui soluzione è legata solo a un
intervento consapevole e responsabile dell’Unione europea “.
Stato
di Emergenza per Risposte Tempestive.
Fonti
di governo hanno sottolineato che la dichiarazione dello stato di emergenza
“consente di assicurare risposte più efficaci e tempestive sul piano della
gestione dei migranti e della loro sistemazione sul territorio nazionale”.
Il
numero degli sbarchi è “largamente superiore rispetto al passato e l’esecutivo
risponde prontamente dichiarando su tutto il territorio nazionale per un
periodo di sei mesi lo stato di emergenza.
Per
l’attivazione e l’avvio delle prime misure urgenti sono stati stanziati cinque
milioni di euro previsti dal Fondo per le emergenze nazionali”.
Mandano
armi all’Ucraina a spese nostre, stanziano fondi per i migranti e intanto per
noi italiani…
taglio
pensioni, sanità sempre più a pagamento, costo della vita sempre più alto…
chissà, forse anche seconde case requisite e via dicendo… Senza dubbio:
“Tutto è andato bene e continuerà ad andare
meglio”.
(imolaoggi.it/2023/04/11/migranti-dichiarato-stato-di-emergenza-stanziati-5-milioni-di-euro/)
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