“IL DEEP STATE DEGLI STATI UNITI VUOLE CONQUISTARE IL MONDO CON IL SOFT POWER.”

 

“IL DEEP STATE DEGLI STATI UNITI VUOLE CONQUISTARE IL 

MONDO CON IL SOFT POWER.”

 

 

Soft power, ovvero come conquistare

il mondo senza l’uso delle armi.

 Linesistente.it - Adriano Soldi – (12 Luglio 2021) – ci dice:

 

 L’America è lontana, dall’altra parte della luna, scriveva Lucio Dalla nel 1979 insieme agli altri versi di Anna e Marco.

 In quegli anni sicuramente l’America, implicitamente intendendo quella del nord, appariva ancora come qualcosa di lontano ed inarrivabile e forse proprio per questo particolarmente attraente.

 Forse esisteva ancora il sogno americano condito da palazzoni moderni, dalle luci scintillanti dei cartelloni pubblicitari e delle vetture quasi futuristiche.

Un immaginario complessivo che si discostava nettamente da un’Europa che allora appariva più invecchiata di oggi e che è durato per tutta la metà del novecento.

Un mondo, quindi, che ancor prima che arrivasse internet ci giungeva soltanto tramite immagini, per lo più cinematografiche, in grado di farci immaginare il nuovo continente come una sorta di paradiso del futuro, in cui ogni cosa, letteralmente, arrivava prima che da noi.

In un certo senso, possiamo definire in questo modo il “soft power”, ma andiamo per ordine, perché è molto di più.

Conquistare con la cultura, non con le armi: cos’è il “soft power”.

La prima apparizione di questo termine avviene al termine degli anni 80, nel saggio” The Mean to Success in World Politics” del professore “Joseph Nye”.

L’accademico utilizza l’espressione per mostrare in che modo si potrebbe aver successo nella politica estera, abbandonando chiaramente le dinamiche violente che avevano caratterizzato tutto il secolo.

Secondo Nye il potere consiste nella capacità di far fare agli altri ciò che chi lo possiede vorrebbe facessero.

Fino ad allora, come ben sappiamo, la conquista di questa capacità era avvenuta tramite la violenza, rappresentata al meglio dalla seconda guerra mondiale, ma forse ancor di più dalla guerra in Vietnam, che mostrò al mondo come gli Stati Uniti non fossero più l’unica potenza mondiale.

 Un problema che negli anni successivi si ripropose in maniera ancora più determinante, considerando il potere della globalizzazione e lo sviluppo rapido che anche altri paesi avevano conosciuto.

In un contesto simile, dunque, non più armi, ma fascinazione ed attrazione politica e culturale verso i propri interessi.

Tale strategia consente di portare dalla propria parte stati minori, ma soprattutto di guidarli direttamente o meno nella stessa direzione dei propri obiettivi.

Il caso americano.

Quello degli Stati Uniti è un caso particolarmente interessante di “soft power”, poiché ci permette di guardare al fenomeno sia sul piano delle relazioni internazionali, sia su quello della vita quotidiana, ma non solo.

 Osservando ancor prima la storia interna del paese, possiamo notare come il processo abbia coinvolto prima le popolazioni già presenti all’interno dei confini nazionali, per poi attraversare l’oceano.

In sociologia, tale fenomeno ha un nome preciso: americanizzazione.

Questa è avvenuta in due fasi distinte della storia.

La prima si è concretizzata nel periodo della prima guerra mondiale, quando la cultura americana è riuscita ad assorbire gran parte delle numerose etnie presenti sul proprio territorio, specialmente quelle europee.

 La seconda si ha invece dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti potevano contare su una grandissima disponibilità economica, ma soprattutto non avevano la necessità di ricostruire un intero paese devastato dai conflitti, presentandosi dunque ai più piccoli stati europei come una sorta di paradiso futuristico, non a caso quello richiamato nell’introduzione.

 In questo secondo frangente, tuttavia, in Europa soprattutto c’era un grande freno che non consentiva agli USA di penetrare tutti i confini nazionali, ovvero la cortina di ferro, dopo la caduta della quale gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre un controllo egemone, basti pensare allo stile di vita occidentale, con i suoi brand, che ha invaso l’ex Unione Sovietica in pochissimo tempo.

Restringendo l’attenzione alla nostra piccola Italia, basta osservare il passaggio cruciale degli anni 80, in cui si assiste ad un cambiamento drastico, anche da un punto di vista estetico, dello stile di vita dei cittadini, che hanno sposato quasi interamente l’edonismo a stelle e strisce.

Non è un caso che proprio in quel periodo storico arrivò in Italia una serie di prodotti televisivi d’oltreoceano, come “Dallas”, che hanno invaso le tv presenti in ogni casa italiana, fornendo una nuova prospettiva dopo i terribili anni 70.

Da lì in poi la televisione sarebbe cambiata, abbandonando un modello di mezzo culturale, in particolar modo nel servizio pubblico, favorendo invece un tipo di intrattenimento leggero, caratterizzato da risate senza impegno ed un abbigliamento decisamente meno istituzionale, tanto per citare due criteri.

Il “soft power” della Cina.

Nel corso del ventesimo secolo, in maniera sempre più profonda lo stile di vita americano ha penetrato l’Italia e l’Europa intera, rendendo i due continenti sempre più vicini.

Non sono stati però soltanto gli Stati Uniti a conquistare altri paesi senza l’uso della forza fisica.

Al fianco di quella che per anni è stata per definizione la potenza mondiale, infatti, è giunta poi anche la Cina.

Con la crisi del 2008 e con la scoperta, nel corso degli anni, delle ingerenze statunitensi nella politica degli altri paesi, con mezzi e dinamiche di certo non legali, il sogno americano è tramontato.

In uno scenario del genere solo un’altra potenza mondiale ha avuto la stessa forza di imporsi globalmente, la Cina, la quale ha però dovuto fare i conti con una reputazione non ottima, specialmente se si considera la distanza a livello culturale e sociale con il mondo occidentale.

 Per riuscire a conquistare l’altra parte del mondo il governo comunista ha obbligatoriamente dovuto intervenire per ripulire la propria immagine e mostrarsi al mondo nel miglior modo possibile.

Per fare ciò, quale migliore via del “soft power”?

Oltre alle differenze culturali, però, il Partito Comunista Cinese deve tutt’ora fare i conti con importanti criticità interne che continuano a macchiare l’immagine pubblica del paese agli occhi degli altri paesi.

Al primo posto delle difficoltà c’è senza dubbio la questione dei diritti civili, che comprende il rispetto dei diritti umani della popolazione cinese, ma anche il rapporto con altre comunità, come quella del Tibet o il controllo autoritario su Hong Kong.

Non secondarie, poi, sono le controversie ambientali, poiché la Cina è sì diventata una potenza mondiale, ma per farlo in così breve tempo ha dovuto pagare un grandissimo costo in termini di inquinamento, tema che tutt’ora pare non essere particolarmente a cuore alle autorità cinesi.

Tuttavia, è proprio tramite l’inosservanza di questi due aspetti che il paese è riuscito a diventare una potenza economica mondiale, divenendo a tutti gli effetti, la fabbrica del mondo.

Nel momento in cui il governo comunista ha però voluto alzare la testa a livello mondiale, mostrando la propria parte migliore agli occhi di tutto il mondo, ha dovuto costruire una propaganda ancor più difficoltosa di quella portata avanti dagli Stati Uniti, poiché aveva come obiettivo l’esportazione di un sistema di valori che mal si concilia con lo stile di vita occidentale e che comunque non può in alcun modo nascondere tutti gli aspetti controversi.

Hanno fallito entrambe?

Come abbiamo visto, il sogno americano è andato in frantumi ormai da anni.

 Gli Stati Uniti non sono più la potenza mondiale dalla crescita inarrestabile:

la crisi economica del 2008 ha messo in ginocchio prima il paese e poi il mondo intero, che a quell’universo di sogni e ricchezze spropositate era inevitabilmente legato.

Il colpo finale è stato poi inflitto da Donald Trump, che ha basato la sua intera campagna elettorale su un messaggio che poneva il proprio paese al primo posto, con l’intento esplicito di non curarsi degli altri se non nei casi in cui questi rappresentassero un interesse diretto per l’America.

Infine, la pandemia ha senza dubbio messo in luce come gli Stati Uniti soffrano delle stesse debolezze degli altri stati, mostrando agli occhi di tutto il mondo una gestione della crisi a dir poco fallimentare che ha causato migliaia e migliaia di morti.

Sulla Cina ci sarebbero anche poche parole da spendere in merito all’impatto che il Covid ha avuto sulla sua immagine internazionale, che peraltro continua a peggiorare a causa della scarsa collaborazione da parte del governo in merito alle indagini relative all’origine della pandemia.

Oltre a ciò, però, sulla potenza asiatica hanno di certo impattato le relazioni internazionali.

Il paese non è infatti famoso per l’ottima diplomazia e in più di un’occasione non ha mancato di mostrare i propri muscoli, passando così agli occhi di tutto il mondo da paese in via di sviluppo alla nuova potenza mondiale in grado di soppiantare gli Stati Uniti.

In un contesto simile, dunque, entrambe le potenze sono in realtà uscite sconfitte o indebolite dalla pandemia, almeno dal punto di vista diplomatico.

Chi vince oggi?

Se fare il conto della forza militare di una nazione non è affatto complicato, poiché concretamente basta rilevare il numero delle forze fisiche su cui questa può contare, è invece molto più complesso decretare la potenza del “soft power” di quel paese.

“ Brandirectory” ogni anno stila un report grazie al quale è possibile compilare una sorta di classifica del “ranking” basato sul “soft power” dei paesi di tutto il mondo.

Il report 2020, come per gli altri anni, valuta diversi parametri in base ai quali calcolare l’effettivo ranking degli stati.

 Anche in questo caso, dunque, sono stati presi in considerazione: Business & Trade, Governance, Internazional Relations, Culture & Heritage, Media & Communication, Education & Science, People & Values.

In base a questi parametri al primo posto della classifica ci sono gli Stati Uniti, seguiti da Germania, Regno Unito, Giappone e Cina.

Quest’ultima, dunque, pare non riesca ad arrivare agli USA, che nonostante nel report precedente non fossero più al primo posto, sono riusciti a riconquistare la vetta della classifica, mentre altre nazioni europee come Germania e UK stanno facendo la grande scalata (nel 2019 la Francia, con grande sorpresa per tutti, era riuscita a conquistare il più alto gradino della vetta).

 

 

Il “WEF” di Davos promuove

l'impossibile agenda verde

a zero emissioni di carbonio

 

globalresearch.ca - F. William Engdahl – (10 aprile 2023) – ci dice:

 (Tema: Ambiente, petrolio ed energia, Cambiamenti climatici)

Tutto questo per una frode scientifica chiamata riscaldamento globale causato dall'uomo?

Perché i principali governi, le aziende, i think tank e il WEF di Davos stanno tutti promuovendo un'agenda globale a zero emissioni di carbonio per eliminare l'uso di petrolio, gas e carbone?

 Sanno che il passaggio all'elettricità solare ed eolica è impossibile.

È impossibile a causa della domanda di materie prime dal rame al cobalto al litio al calcestruzzo e all'acciaio che supera l'offerta globale.

È impossibile a causa degli incredibili trilioni di costi di backup della batteria per una rete elettrica "affidabile" rinnovabile al 100%.

È anche impossibile senza causare il collasso del nostro attuale tenore di vita e un crollo del nostro approvvigionamento alimentare che significherà morte di massa per fame e malattie.

Tutto questo per una frode scientifica chiamata riscaldamento globale causato dall'uomo?

Fa anche impallidire la sfacciata corruzione che circonda la recente spinta al vaccino da parte di Big Pharma e dei principali funzionari governativi a livello globale è la spinta insensata da parte dei governi dell'UE e degli Stati Uniti per far avanzare un'agenda verde i cui costi vs benefici sono stati raramente esaminati apertamente.

 C'è una buona ragione per questo.

Ha a che fare con un'agenda sinistra per distruggere le economie industriali e ridurre la popolazione globale di miliardi di esseri umani.

Possiamo esaminare l'obiettivo dichiarato di Zero Carbon a livello globale entro il 2050, l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, presumibilmente per prevenire ciò che Al Gore e altri sostengono sarà un ribaltamento irreversibile del livello del mare, "oceani bollenti", scioglimenti di iceberg, catastrofe globale e peggio.

In uno dei suoi primi atti in carica, nel 2021 Joe Biden ha proclamato che l'economia degli Stati Uniti diventerà Zero Net Carbon entro il 2050 nei trasporti, nell'elettricità e nella produzione.

L'Unione Europea, sotto la notoriamente corrotta Ursula von der Leyen, ha annunciato obiettivi simili nei suoi programmi Fit for 55 e innumerevoli altri programmi dell'Agenda Verde.

L'agricoltura e tutti gli aspetti dell'agricoltura moderna sono presi di mira con false accuse di danni da gas serra al clima.                     Il petrolio, il gas naturale, il carbone e persino l'energia nucleare priva di CO2 vengono gradualmente eliminati.

Per la prima volta nella storia moderna siamo stati spinti da un'economia più efficiente dal punto di vista energetico a un'economia drammaticamente meno efficiente dal punto di vista energetico.

Nessuno a Washington o Berlino o Bruxelles parla delle vere risorse naturali necessarie per questa frode, per non parlare del costo.

Energia verde pulita?

Uno degli aspetti più notevoli del fraudolento clamore globale per la cosiddetta energia verde "pulita e rinnovabile" – solare ed eolica – è quanto sia effettivamente non rinnovabile e sporca dal punto di vista ambientale.

 Quasi nessuna attenzione va agli sbalorditivi costi ambientali che vanno nella realizzazione delle gigantesche torri eoliche o dei pannelli solari o delle batterie agli ioni di litio EV.

 Questa grave omissione è deliberata.

I pannelli solari e i giganteschi pannelli eolici richiedono enormi quantità di materie prime.

Una valutazione ingegneristica standard tra solare ed eolico "rinnovabile" rispetto all'attuale produzione di elettricità nucleare, gas o carbone inizierebbe confrontando i materiali sfusi utilizzati come calcestruzzo, acciaio, alluminio, rame consumati per produzione di Terawattora (TWh) di elettricità.

 L'eolico consuma 5.931 tonnellate di materiale sfuso per TWh e il solare 2.441 tonnellate, entrambi molte volte superiori a carbone, gas o nucleare.

 La costruzione di una singola turbina eolica richiede 900 tonnellate di acciaio, 2.500 tonnellate di calcestruzzo e 45 tonnellate di plastica non riciclabile.

Le fattorie solari richiedono ancora più cemento, acciaio e vetro, per non parlare di altri metalli.

 Tieni presente che l'efficienza energetica dell'eolico e del solare è notevolmente inferiore rispetto all'elettricità convenzionale.

Un recente studio dell'Institute for Sustainable Futures descrive in dettaglio le esigenze impossibili dell'estrazione mineraria non solo per i veicoli EV, ma, in aggiunta, per l'energia elettrica rinnovabile al 100%, principalmente parchi solari ed eolici.

 Il rapporto rileva che le materie prime per realizzare pannelli solari fotovoltaici o mulini a vento sono concentrate in un piccolo numero di paesi:

Cina, Australia, Repubblica Democratica del Congo, Cile, Bolivia, Argentina.

Sottolineano che "la Cina è il più grande produttore di metalli utilizzati nelle tecnologie solari fotovoltaiche ed eoliche, con la più grande quota di produzione di alluminio, cadmio, gallio, indio, terre rare, selenio e tellurio.

Inoltre, la Cina ha anche una grande influenza sul mercato del cobalto e del litio per le batterie".

Continua: "Mentre l'Australia è il più grande produttore di litio ... la più grande miniera di litio, Greenbushes nell'Australia occidentale, è di proprietà maggioritaria di una società cinese.  Non così bene quando l'Occidente sta intensificando il confronto con la Cina.

Notano che per quanto riguarda l'enorme concentrazione di cobalto, la Repubblica Democratica del Congo estrae più della metà del cobalto mondiale.

L'estrazione ha portato a "contaminazione da metalli pesanti di aria, acqua e suolo ... a gravi impatti sulla salute dei minatori e delle comunità circostanti nella Repubblica Democratica del Congo, e l'area mineraria del cobalto è uno dei primi dieci luoghi più inquinati al mondo.

Circa il 20% del cobalto proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo proviene da minatori artigianali e su piccola scala che lavorano in condizioni pericolose in miniere scavate a mano e vi è un ampio lavoro minorile. ''

L'estrazione e la raffinazione dei metalli delle terre rare sono essenziali per la transizione a zero emissioni di carbonio in batterie, mulini a vento e pannelli solari.

Secondo un rapporto dello specialista di energia Paul Driessen,

"La maggior parte dei minerali di terre rare del mondo vengono estratti vicino a Baotou, nella Mongolia interna, pompando acido nel terreno, quindi lavorati utilizzando più acidi e sostanze chimiche.

 La produzione di una tonnellata di metalli delle terre rare rilascia fino a 420.000 piedi cubi di gas tossici, 2.600 piedi cubi di acque reflue acide e una tonnellata di rifiuti radioattivi.

 Il fango nero risultante viene convogliato in un lago sporco e senza vita.

Numerose persone locali soffrono di gravi malattie della pelle e respiratorie, i bambini nascono con ossa molli e i tassi di cancro sono aumentati vertiginosamente".

 Gli Stati Uniti inviano anche la maggior parte dei loro minerali di terre rare in Cina per la lavorazione da quando hanno chiuso la lavorazione domestica durante la presidenza Clinton.

Perché gli stati della NATO commettono "energia Hara Kiri"?

 Green Zero Carbon Madness. Collasso industriale?

Poiché sono molto meno efficienti dal punto di vista energetico per area, il terreno utilizzato per produrre la produzione elettrica globale a zero emissioni di carbonio obbligatoria è sbalorditiva.

L'eolico e il solare richiedono fino a 300 volte la terra necessaria per produrre la stessa elettricità di una tipica centrale nucleare.

In Cina sono necessari 25 chilometri quadrati di un parco solare per generare 850 MW di energia elettrica, le dimensioni di una tipica centrale nucleare.

Costo totale Zero.

Quasi nessuno studio della Green Lobby esamina l'intera catena di produzione dall'estrazione mineraria alla fusione alla produzione di pannelli solari e gruppi eolici.

 Invece fanno affermazioni fraudolente sul presunto costo inferiore per KWh del solare o dell'eolico prodotto a costi altamente sovvenzionati.

Nel 2021 il professor Simon P. Michaux del Geological Survey of Finland (GTK) ha pubblicato uno studio insolito sui costi dei materiali in termini di materie prime per produrre un'economia globale a zero emissioni di carbonio.

 I costi sono sbalorditivi.

Michaux indica innanzitutto la realtà attuale della sfida Net Zero Carbon.

 Il sistema energetico globale nel 2018 dipendeva per l'85% dai combustibili a base di carbonio: carbone, gas, petrolio.

Un altro 10% proveniva dal nucleare per un totale del 95% di energia da energia convenzionale.

Solo il 4% proveniva da fonti rinnovabili, principalmente solare ed eolico.

Quindi i nostri politici parlano di sostituire il 95% della nostra attuale produzione globale di energia entro il 2050, e una parte importante di questa entro il 2030.

In termini di veicoli elettrici – automobili, camion o autobus – del totale della flotta globale di veicoli di circa 1,4 miliardi di veicoli, meno dell'1% è ora elettrico.

 Egli stima che "la capacità totale aggiuntiva di energia elettrica non fossile da aggiungere alla rete globale dovrà essere di circa 37.670,6 TWh.

Se si assume lo stesso mix energetico di combustibili non fossili riportato nel 2018, ciò si traduce in ulteriori 221.594 nuove centrali elettriche che saranno necessarie per essere costruite ...

 Per contestualizzare, la flotta totale di centrali elettriche nel 2018 (tutti i tipi, compresi gli impianti a combustibili fossili) era di sole 46.423 stazioni.

Questo grande numero riflette il più basso rapporto Energy Return on Energy Invested (ERoEI) di energia rinnovabile rispetto agli attuali combustibili fossili".

Michaux stima inoltre che se dovessimo andare al totale dei veicoli elettrici, "Per produrre una sola batteria per ogni veicolo della flotta di trasporto globale (esclusi i camion HCV di classe 8), richiederebbe il 48,2% delle riserve globali di nichel del 2018 e il 43,8% delle riserve globali di litio.

 Inoltre, non c'è abbastanza cobalto nelle riserve attuali per soddisfare questa domanda... Ciascuna delle 1,39 miliardi di batterie agli ioni di litio potrebbe avere una vita utile di 8-10 anni.

Quindi, 8-10 anni dopo la produzione, saranno necessarie nuove batterie sostitutive, da una fonte minerale estratta o da una fonte di metallo riciclato.

 È improbabile che questo sia pratico..."  Sta affermando il problema in modo molto blando.

Michaux sottolinea anche la sbalorditiva domanda di rame, osservando che "per il solo rame sono necessari 4,5 miliardi di tonnellate (1.000 chilogrammi per tonnellata) di rame.

Questo è circa sei volte la quantità totale che gli esseri umani hanno finora estratto dalla Terra.

Il rapporto roccia-metallo per il rame è superiore a 500, quindi sarebbe necessario scavare e raffinare più di 2,25 trilioni di tonnellate di minerale".

 E le attrezzature minerarie dovrebbero essere alimentate a diesel per funzionare.

Michaux conclude che semplicemente:

"Per eliminare gradualmente i prodotti petroliferi e sostituire l'uso del petrolio nel settore dei trasporti con una flotta di veicoli completamente elettrici, è necessaria una capacità aggiuntiva di 1,09 x 1013 kWh (10 895,7 TWh) di generazione elettrica dalla rete elettrica globale per caricare le batterie dei 1,416 miliardi di veicoli della flotta globale.

 Poiché la produzione totale globale di elettricità nel 2018 è stata di 2,66 x 1013 kWh (Appendice B), ciò significa che per rendere praticabile la rivoluzione dei veicoli elettrici, è necessario aggiungere una capacità aggiuntiva del 66,7% all'intera capacità globale esistente di generare elettricità ... Il compito di rivoluzionare la batteria EV ha una portata molto più ampia di quanto si pensasse in precedenza".

Questo è solo per sostituire i motori a combustione interna dei veicoli a livello globale.

Eolico e solare?

Quindi, se guardiamo alla proposta di sostituzione dei pannelli solari e dell'energia eolica onshore e offshore con le attuali fonti di energia elettrica convenzionale al 95% per arrivare all'assurdo e arbitrario obiettivo di Zero Carbon nei prossimi anni, il tutto per evitare il falso "punto di non ritorno" di Al Gore di un aumento di 1,5 ° C della temperatura media globale (che di per sé è un'idea assurda), Il calcolo diventa ancora più assurdo.

Il problema principale con i parchi eolici e solari è il fatto che non sono affidabili, qualcosa di essenziale per la nostra economia moderna, anche nei paesi in via di sviluppo.

I blackout elettrici imprevedibili che influenzano la stabilità della rete erano quasi inesistenti negli Stati Uniti o in Europa fino all'introduzione di importanti pannelli solari ed eolici.

Se insistiamo come fanno gli ideologi di Zero Carbon, che nessuna centrale di riserva di petrolio, gas o carbone sia autorizzata a stabilizzare la rete in periodi solari bassi come la notte o i giorni nuvolosi o l'inverno, o i periodi in cui il vento non soffia alla velocità ottimale, l'unica risposta seria in discussione è quella di costruire batterie EV, un sacco.

Le stime dei costi di tale backup di archiviazione della batteria elettrica variano.

Van Snyder, un matematico e ingegnere di sistemi in pensione, calcola il costo per un backup di batterie così enorme nella rete elettrica degli Stati Uniti per garantire un'elettricità affidabile e costante al livello odierno:

 "Quindi, quanto costerebbero le batterie?

 Utilizzando il requisito più ottimistico di 400 wattora – qualcosa che un vero ingegnere non farebbe mai – e supponendo che l'installazione sia gratuita – un'altra cosa che un vero ingegnere non farebbe mai – si potrebbe guardare nel catalogo di Tesla e scoprire che il prezzo è di $ 0,543 per wattora – prima dell'installazione – e il periodo di garanzia, approssimativamente uguale alla durata, è di dieci anni.

Gli attivisti insistono sul fatto che un'economia energetica americana completamente elettrica avrebbe una domanda media di 1.700 gigawatt.

Se si valuta la formula 1.700.000.000.000 * 400 * 0.543 / 10, la risposta è $ 37 trilioni, o circa il doppio del PIL totale degli Stati Uniti 2020, ogni anno, per le sole batterie.

Un'altra stima di Ken Gregory, anch'egli ingegnere, è altrettanto incredibilmente alta.

Calcola: "Se l'energia elettrica alimentata da combustibili fossili non è disponibile per eseguire il backup dell'energia S + W altamente variabile e solo le batterie possono essere utilizzate come backup, il backup della batteria diventa estremamente costoso ...

 Il costo totale per elettrificare gli Stati Uniti è di 258 trilioni di dollari con il profilo del 2019 e di 290 trilioni di dollari con il profilo del 2020.

 

L'agenda nascosta.

Chiaramente, i poteri dietro questa “folle agenda Zero Carbon” conoscono tale realtà.

 A loro non importa, poiché il loro obiettivo non ha nulla a che fare con l'ambiente.

 Riguarda l'eugenetica e l'abbattimento del gregge umano, come ha osservato il defunto principe Filippo.

Maurice Strong, fondatore del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, nel suo discorso di apertura del Summit della Terra di Rio del 1992, dichiarò:

"L'unica speranza per il pianeta non è che le civiltà industrializzate collassano? Non è nostra responsabilità realizzarlo?"

Al vertice di Rio Strong ha supervisionato la stesura degli obiettivi delle Nazioni Unite "Ambiente sostenibile", l'Agenda 21 per lo sviluppo sostenibile che costituisce la base del Grande Reset di Klaus Schwab, nonché la creazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite.

Strong, un protetto di David Rockefeller è stato di gran lunga la figura più influente dietro quella che oggi è l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

È stato co-presidente del Davos World Economic Forum di Klaus Schwab. Nel 2015 alla morte di Strong, il fondatore di Davos Klaus Schwab scrisse:

"È stato il mio mentore sin dalla creazione del Forum: un grande amico; un consulente indispensabile; e, per molti anni, membro del nostro Consiglio di fondazione."

“F. William Engdahl è consulente strategico e docente, ha conseguito una laurea in politica presso l'Università di Princeton ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica. È ricercatore associato del Centre for Research on Globalization - CRG).

 

 

 

Il concetto di soft power e gli Stati Uniti.

Treccani.it – Redazione – (2-1-2023) – ci dice:

 

Il concetto di soft power si è ormai affermato tanto nella teoria delle relazioni internazionali quanto nella pratica del linguaggio politico quotidiano:

 fu coniato nel 1990 da Joseph Nye, professore statunitense d’ispirazione liberale, per indicare che la potenza di un attore internazionale non si compone solo dei più tradizionali aspetti materiali, come quelli rappresentati dalle risorse economiche e militari a sua disposizione, ma anche di quelli immateriali, legati per esempio alla cultura e agli ideali che questa incarna.

Letteralmente ‘potere morbido’, il soft power diventa capacità di saper spingere gli altri attori a tenere condotte conformi ai desideri di chi lo possiede, in virtù della forza attrattiva dei suoi valori, dei suoi modelli culturali e delle sue pratiche politiche, e senza il bisogno di impiegare né la forza né puntuali incentivi economici.

In altre parole seduzione al posto di coercizione e ricompensa, o ancora influenza contro ‘bastoni e carote’.

In questo senso il concetto fu riutilizzato da Nye, all’indomani del lancio della guerra al terrorismo globale nel 2001, come un esplicito monito rivolto ai suoi connazionali e all’allora amministrazione Bush.

Il soft power di un soggetto, infatti, trae linfa vitale dalla legittimità delle sue azioni e per questo motivo il professore di Harvard poteva denunciare come la scelta di un corso di politica estera unilaterale da parte degli Stati Uniti – spesso in deroga al diritto internazionale e all’avallo delle organizzazioni multilaterali – avrebbe potuto dilapidare la credibilità, il favore e l’ammirazione accumulati dagli Stati Uniti, nel primo decennio post Guerra fredda, presso buona parte dell’opinione pubblica mondiale.

 

 

 

Il “Deep State” statunitense

tra teorie cospirazioniste e

controllo del potere.

Orizzontipolitici.it - Massimiliano Garavalli – (29 Giugno 2021) – ci dice:

 

Notoriamente siamo abituati, nelle narrazioni che si ascoltano in Italia, a pensare al Deep State come qualcosa di “oscuro”, un Governo ombra che manovra le leve del potere da dietro le quinte.

Lobbies, massoneria e apparati di controllo che decidono le nostre vite all’infuori del gioco democratico.

 Soprattutto negli Stati Uniti, il concetto di Deep State ha assunto dei contorni polarizzanti a livello politico:

 i Repubblicani si servono da anni dell’idea di “Deep State” per accusare i Democratici di agire alle spalle del popolo statunitense impedendo al Gop – “Grand Old Party”, un termine con cui si definisce il Partito repubblicano – di esprimere la volontà popolare.

Non solo “Qanon”: anche per i Repubblicani il Partito democratico sarebbe proprio l’espressione del Deep State, una élite anti-popolare che fa solo i propri interessi.

Un’idea che ha attecchito nella base repubblicana anche in virtù dell’ethos tipicamente statunitense:

gli americani nutrono da sempre pulsioni anti-stataliste e anti-governative (anche se il vento sta cambiando).

 L’idea di un mega apparato di controllo ha funzionato e continua a funzionare molto bene a livello propagandistico. Celebre il caso delle ultime elezioni presidenziali nel novembre scorso:

 l’accusa di brogli portata avanti da Trump e dal Gop muoveva proprio nella direzione di un j’accuse nei confronti dei Democratici che, tramite il loro controllo degli apparati, avrebbero ribaltato illegalmente l’esito della votazione.

Già nel 2016, all’alba dell’elezione che premiò Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti, una delle accuse più frequenti ad Hillary Clinton era proprio quella di far parte dell’establishment contrario all’interesse del popolo (un modo velato, ma non troppo, di parlare di Deep State).

Cos’è veramente il “Deep State”

Al di là delle teorie cospirazioniste, cosa intendiamo quando parliamo di “Deep State”?

 Un fondo di verità nella teoria del “Governo ombra” in effetti c’è, ma solo nel concetto di mega apparato.

Del Deep State sono state date più definizioni, ma tutte sono concordi nel dire che si tratta di un esercito di “civil servants” – 9 milioni a livello federale, il 6% della forza lavoro totale, e 16 milioni se si comprendono anche gli statali e i locali – i funzionari statali che lavorano nei diversi strati della burocrazia statunitense.

L’esempio più eclatante è il Pentagono:

 con i suoi 3 milioni di dipendenti, è il più grande datore di lavoro del mondo.

 Sono funzionari che lavorano nelle agenzie di sicurezza federali, come la Cia (Central Intelligence Agency) o l’Fbi (Federal Bureau of Investigation), come assistenti parlamentari o nelle commissioni del Congresso, nelle amministrazioni statali che fanno riferimento al Governo federale, nelle corti di giustizia.

In contrasto alla teoria cospirazionista, il Deep State, pur non operando sempre alla luce del sole, non è mai stato segreto.

L’origine del termine “Deep State” risale in verità ad un contesto extra-statunitense.

Deep State è infatti la traduzione letterale di “derin devlet”, un’espressione turca che in Turchia indica il governo segreto collegato con i poteri industriali e finanziari deviati e con le organizzazioni criminali.

È un termine che viene spesso associato a Paesi autocratici, come l’Egitto e proprio la Turchia, dove il Deep State in realtà coincide con il Governo nazionale.

Per questo motivo l’espressione è stata criticata negli Stati Uniti in virtù della sua carica negativa.

Negli Usa l’origine del mega apparato burocratico si fa risalire al 1871, anno in cui fu introdotta l’idea della creazione di un servizio civile “non-politico”, proposto da Carl Schurz (un generale di origine tedesca), con l’obiettivo di far fronte all’enorme mole di leggi, procedure, burocrazia a cui il Governo federale avrebbe dovuto far fronte negli anni a venire.

Ma soprattutto, l’idea alla base era quella di dare una visione di lungo periodo alla politica americana, dal momento che i presidenti rimanevano in carica per 4 o 8 anni.

Si trattava altresì di limitare il potere dello stesso presidente:

 la creazione di un potere tecnocratico, e quindi svincolato dalle logiche partitiche interne, doveva essere una garanzia di stabilità.

Prima di allora, infatti, gran parte dei funzionari federali venivano nominati direttamente dal presidente in carica.

Croce e delizia degli Stati Uniti.

Se è vero che l’intuizione si rivelò giusta, perché da lì in poi il Governo federale avrebbe avuto a che fare con una complessità sempre crescente, da una parte ciò ha comportato anche un problema non di poco conto per i presidenti americani.

Trump non è stato l’unico a lamentarsi del “Deep State”, lo fece anche Obama quando lamentò che il Pentagono lo costrinse ad inviare altre truppe in Afghanistan, e addirittura Reagan quando disse che il “Deep State” stava frenando la battaglia contro i comunisti.

Negli anni della War on Terror (guerra al terrore) dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, l’apparato militare statunitense, la parte più consistente del Deep State, venne incrementato ulteriormente.

Vennero versati trilioni di dollari nella Homeland Security (il dipartimento anti-terrorismo), le agenzie di sicurezza aumentarono fino a diventare 17, e il potere della Cia, dell’Fbi e della Nsa crebbe.

Anche se “Deep State” è un termine giudicato spesso fuorviante e intrinsecamente negativo, esiste quindi un “Governo amministrativo” (prevalentemente militare) che coabita con il “Governo politico”.

Si tratta di un apparato che non si limita solo a gestire l’impianto burocratico statunitense, ma che influenza (e spesso determina) gli indirizzi politici del Paese.

In particolare, lo fa per la politica estera:

nel” Deep State” ci sono migliaia di giovani praticanti che iniziano quando hanno poco più di 20 anni a lavorare come assistenti al Congresso o nelle agenzie federali, e che poi vanno avanti per tutta la vita.

Il personale di queste agenzie determina quindi l’arco vitale delle strategie delle agenzie stesse.

Cia, Fbi e gli altri apparati federali indirizzano le proprie politiche su orizzonti temporali di 30-40 anni, più di quello delle amministrazioni presidenziali.

 Politiche infatti non sempre convergenti con quelle dell’esecutivo:

in virtù proprio della stabilità che sono deputate a garantire, devono evitare che il Paese non abbia una strategia di lungo periodo (che nel caso del cambio di partito alla presidenza potrebbe mutare).

La politica estera statunitense dipende quindi fortemente dalla volontà degli apparati.

Presidente contro “Deep State”.

Si è visto con Trump, quando ha provato ad avvicinarsi alla Russia.

Da sempre alla ricerca di un rapporto più stretto con il Cremlino, l’ex presidente Usa ha tentato invano di stabilire un punto di contatto con Putin.

Gli apparati statunitensi, memori ancora della Guerra Fredda con l’Ex Urss, glielo hanno impedito.

Trump è stato il presidente che, soprattutto sul fronte della politica estera, ha avuto più dissidi con il “Deep State”.

Le agenzie federali lo hanno accusato a più riprese di aver indebolito l’alleanza della NATO, nonché i rapporti con gli alleati asiatici lungo il litorale del Pacifico, e di aver condotto una battaglia contro la scienza che per gli Stati Uniti ha sempre rappresentato una frontiera di supremazia geopolitica.

Ora anche Biden che, nonostante le dichiarazioni al vetriolo riguardo a Putin (lo ha definito “un assassino”), ha tentato un avvicinamento con la Russia.

Una mossa che converrebbe soprattutto a Mosca, per uscire dall’isolamento e dall’alleanza improvvisata con la Cina, ma che il Pentagono continua ad ostacolare.

Sulla Cina la politica dei presidenti statunitensi converge con la strategia degli apparati.

 Le previsioni dei policy maker americani (e di buona parte degli istituti di ricerca internazionali) danno la Cina in procinto di sorpassare sul piano della supremazia geopolitica gli Stati Uniti.

Un sorpasso che potrebbe avvenire tra molti decenni, ma che pare inevitabile.

Sul piano economico dovrebbe già verificarsi entro il 2030, sul piano politico e tecnologico appare tuttavia ancora lontano.

Proprio per l’incombere del rivale cinese, Joe Biden ha colto l’occasione del G7 in Cornovaglia di inizio giugno per rinsaldare le alleanze con i Paesi Nato in funzione anti-cinese, per ricucire lo strappo tra Usa ed Unione Europea con Trump nella precedente amministrazione.

Il “Deep State” nel futuro degli Stati Uniti.

Un’indagine sulle opinioni del popolo americano ha mostrato come la maggioranza creda che esista un gruppo di ufficiali e funzionari non eletti che influenza segretamente la politica statunitense, e l’80% crede che le agenzie federali monitorino le loro vite di nascosto, anche se solo il 27% crede nell’esistenza del Deep State così come è stato esplicato in questo articolo.

 Gli Stati Uniti sono il paradosso di un Paese il cui popolo storicamente è sempre stato avverso al “Big Government”, ma che nei fatti possiede il più grande apparato burocratico dell’Occidente.

Un apparato con cui devono fare i conti tutti i presidenti:

anche Joe Biden che, seppur più allineato alle agenzie governative rispetto a Trump, ha avuto non poche difficoltà già nei primi giorni di mandato in alcune scelte strategiche, come il ritardo del ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

Gli apparati sono ciò che ha permesso agli Stati Uniti di governare il mondo negli ultimi 70 anni, ma anche la più grande sfida della politica, rappresentata dal Congresso e dall’Esecutivo, nei confronti dell’esercito di tecnocrati e funzionari presenti nei meandri di ogni aspetto della vita amministrativa statunitense.

Un conflitto che è il cuore della democrazia americana:

il Deep State non è solo un grande governo amministrativo, ma è anche il custode delle garanzie costituzionali statunitensi.

La missione dei funzionari, al di là della burocrazia, è la preservazione della stabilità democratica.

Il Deep State, più che una teoria cospirazionista, è il principale scudo contro potenziali colpi di stato e complotti interni.

 

 

 

Dall’impiego del “Soft power”

all’uso del “Potere Forte”.  

 

Il conflitto in Ucraina ha riportato alla ribalta le ambizioni del famoso “Progetto Russia” (descritto da Limes nel 2008) che sembra contrapporsi a quella che appare come un’altra ambizione condotta in maniera parallela, che si declina in un’altra idea che sta vagando da qualche tempo per il mondo, l’idea di un Impero americano.

Queste ambiziose idee hanno usato inconfutabili elementi di propaganda culturale per promuoversi a vicenda.

Per decenni, prima gli USA poi la Russia dopo la caduta dell’URSS, hanno impiegato il “Soft Power quale strumento di Diplomazia Culturale.

Nel tentativo di influenzare i popoli a proprio vantaggio.

Cioè cercando di “portarli dalla propria parte” con il potere morbido.

 Lo scontro armato ucraino-russo sembra segnare oggi il passaggio dal “Soft Power” all’”Hard Power” nel perseguimento delle rispettive ambizioni.

Lo scienziato Joseph Nye codificò la famosa distinzione tra due forme d’esercizio di Potere, descrivendo il Soft power come:

“la capacità di convincere per influenzare attraverso la cultura su valori ed idee”.

Contrariamente all’Hard Power che:

 “conquista e costringe con la forza militare”.

Nye aggiunge nella sua teoria che la miscela tra i due diversi esercizi di potere diventa “Smart Power”, capace di sviluppare una forza maggiore della loro semplice somma: questa potente forza può essere usata a fin di bene, ma anche per il male.   

 

Peter Van Ham – senior ricercatore esperto presso il Clingendael Institute per le Relazioni internazionali concentrato con la sua ricerca sulle questioni di sicurezza e difesa europea, sulle organizzazioni internazionali e sul futuro della governance globale – afferma:  «ci stiamo rendendo conto che l’interventismo imperiale statunitense ha fondato le sue basi essenziali per costituire il suo nuovo ordine in  una società post-moderna, evidenziando Azioni di Potere su ambedue i livelli,  mediante strumenti che sono riusciti fino ad ora a trarre estremo beneficio nella loro efficacia ed efficienza nella loro interconnessione permanente e globale.. »

 

 

Voglio riflettere dunque su questo tema, proprio con alcune delle parole del professore Van Ham riportate nella pubblicazione del 2005 “Power, Public Diplomacy, and the Pax Americana”. Negli ultimi 17 anni il soft power esercitato dale due nazioni si è oltremodo intensificato, così come altre potenze sono entrate preponderatamente in questi giochi globali di potere morbido, per promuovere le loro ambizioni .  

 

La Pax Americana

 

Come lo spettro della rivoluzione comunista di Marx, la possibilità di una Pax Americana sembra essere accolta da alcuni (noi: una minoranza dell’Umanità) con favore o guardata (dagli altri che compongono la maggioranza) con grande preoccupazione. Alcuni Stati sostengono gli Stati Uniti perché li considerano un potere liberale particolarmente benigno, di cui condividono i valori e le politiche.

 

Altri si risentono del predominio del potere degli Stati Uniti, talvolta in maniera violenta. Questi Stati infatti accusano gli Stati Uniti di voler assumere il ruolo di “Globocop”, impegnati in un gioco pericoloso e rischioso di ingegneria sociale globale.

 

L’argomento sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo non è mai stato più controverso come oggi. Sia all’interno che all’esterno degli Stati Uniti. Poiché gli Stati Uniti sono il primus inter pares all’interno della comunità internazionale e si considerano anche più che uguali degli altri, l’idea di ‘impero’ emerge come metafora e modello esplicativo. La parola Impero si è rapidamente trasformato nella famigerata ‘e-word‘ della politica estera statunitense: oggetto di accesi dibattiti e, spesso, fraintendimenti.

 

L’invasione americana dell’Iraq e il rovesciamento del regime di Saddam Hussein nel marzo 2003 hanno rafforzato l’immagine dell’unilateralismo statunitense guidato dalla realpolitik e basato sulla superiorità militare. Washington sembra seguire il principio di Machiavelli secondo cui è molto meglio essere temuti che amati, e, meglio costringere che attrarre.

 

Tuttavia, come c’insegna la Storia, gli imperi non si basano esclusivamente, o principalmente,  sull’esercizio del potere militare. Al contrario, gli imperi hanno fatto affidamento un’ampia gamma di strumenti, incentivi e politiche per stabilire e mantenere il dominio, che vanno dalla persuasione politica e l’influenza culturale, alla coercizione e alla forza.

 

La maggior parte degli imperi ha ricercato il dominio piuttosto che il completo e diretto controllo all’interno dei territori loro dipendenti. E sebbene il potere militare (l’Hard Power) sia stato spesso determinante nella costruzione dell’impero, l’esercizio del potere morbido, il Soft Power, per attestare nell’immaginario  dei popoli legittimità, credibilità, superiorità culturale e relativo dominio normativo,  è stato essenziale per mantenere la regola.

 

Probabilmente, sia l’impero britannico che quello sovietico caddero in declino perché persero legittimità tra la loro stessa gente. All’interno dell’impero britannico, l’idea della ‘superiorità bianca’ non era più considerata credibile (come dimostrò il Mahatma Gandhi) e l’erosione dell’ideologia comunista portò alla sua definitiva decadenza sotto Mikhail Gorbachev, il quale si rese conto che nessun numero di carri armati poteva mantenere il controllo sovietico sui suoi paesi satelliti dell’Europa centrale.

 

Il potere imperiale si basa quindi su una miscela di dominio militare e legittimità offerta dall’ideologia, o religione. L’emergente Impero degli Stati Uniti persegue un modello simile. I responsabili politici di Washington, oggi soprattutto, vendono l’idea della leadership e dell’egemonia degli Stati Uniti come una manna dal cielo, una garanzia per la democrazia, la libertà e la prosperità, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per il mondo nel suo insieme.

 

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush nel novembre 2003 affermò che: « (…) Libertà è sia il piano del Cielo per l’Umanità, sia la migliore speranza di progresso qui sulla Terra. . . Non è un caso che l’ascesa di così tante democrazie sia avvenuta in un’epoca in cui la nazione più influente del mondo era essa stessa una democrazia ». Le parole di Bush implicherebbero l’assunto per cui  ‘l’imperialismo statunitense’ non è solo da considerare altruistico, ma anche inevitabile. L’Impero” degli Stati Uniti non sarebbe una «mera ricerca di petrolio e di risorse, ma di libertà, … e coloro che si oppongono alla politica estera degli Stati Uniti o sono malvagi o sono male informati, poiché cercano di fermare la freccia unidirezionale del progresso del tempo»

 

Questa riflessione esamina due questioni. Innanzitutto, quali sono i presupposti normativi su cui si basa il discorso dominante dell’emergente Pax Americana ? Qual è la base normativa (o ideologica) dell’eredità imperialista statunitense? Chiede anche come il soft power degli Stati Uniti sia stato strumentalizzato per la causa dell’imperialismo liberale dalla rivoluzione strategica dell’11 settembre. In secondo luogo, vuole esaminare il ruolo della diplomazia pubblica nel dibattito pubblico sul nascente impero degli Stati Uniti.

 

La diplomazia pubblica è ampiamente considerata uno strumento essenziale per conquistare i “cuori e le menti” del pubblico straniero,  e per convincerli che i loro valori, obiettivi e desideri sono simili a quelli degli Stati Uniti.

 

Dall’11 settembre, l’amministrazione Bush ha quindi avviato una raffica di iniziative per ridefinire la percezione degli Stati Uniti da ‘un prepotente ad un egemone compassionevole’. Ad esempio nel tentativo di influenzare positivamente il cittadino medio dei paesi musulmani, per aprire in particolare la cosiddetta ‘strada araba’, la diplomazia pubblica è considerata cruciale per esercitare l’ampio potere del soft power degli Stati Uniti. Ciò perchè l’argomento è che «milioni di persone comuni. . . hanno notevolmente distorto, ed accuratamente coltivato l’immagine degli [Stati Uniti], con immagini così negative, così strane, così ostili che si sta creando una giovane generazione di terroristi… »

 

La politica degli Stati Uniti nei confronti del mondo musulmano si basa sul presupposto che queste idee negative dovrebbero essere neutralizzate, e infine modificate con uno sforzo mirato di diplomazia pubblica. Questo approccio è rapidamente diventato un elemento centrale della ‘guerra al terrore’ degli Stati Uniti. Washington ora si rende conto che non puoi uccidere le idee con le bombe, per quanto queste possano essere guidate dalla precisione della tecnologia.

 

Ma come si può esercitare il soft power come diplomazia pubblica? E quanto è importante la diplomazia pubblica per stabilire, o mantenere, l’impero liberale, noto anche come Pax Americana? Soft power, hard power e la ‘Nazione indispensabile’

 

L’Impero è ovviamente un fenomeno complesso, informato dal potere, dagli interessi economici, nonché dalle idee culturali e religiose. L’imperativo ‘promuovere il progresso’ è stato particolarmente forte. Il famoso poema di Rudyard Kipling su quello che ha chiamato ‘il fardello dell’uomo bianco’, bene illustra questa missione civilizzatrice. Nella sua poesia, Kipling fece riferimento alle responsabilità dell’impero. Indirizzando la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra con la Spagna nel 1898. Sebbene gli Stati Uniti siano stati determinanti nel ridurre i sistemi britannici, olandesi e altri sistemi imperiali alle modeste dimensioni che oggi sono, Washington ha sempre giustificato i propri interventi esteri nel modo classico imperiale, vale a dire come un esercizio di forza positiva.

 

Come scrive Max Boot in “The Savage Wars of Peace”, gli Stati Uniti sono stati coinvolti negli affari interni di altri paesi dal 1805 (molto prima della succitata famosa riflessione di Kipling). Questa moltitudine di interventi spesso piccoli – che iniziò con la spedizione di Jefferson contro i Pirati barbareschi, e fu seguita da piccole guerre imperiali dalle Filippine alla Russia – ha svolto un ruolo essenziale nell’affermazione degli Stati Uniti come potenza mondiale.

 

Ideologicamente, queste così tante guerre sono state, tra le altre motivazioni,  giustificate dal cosiddetto “Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe” degli Stati Uniti, che affermava che:  «… il male cronico, o un’impotenza che si traduce in un generale allentamento dei legami della società civile, . . . alla fine richiedono l’intervento di qualche nazione civile». Questo è anche lo sfondo storico della “dottrina Bush” che richiama all’azione preventiva militare, che venne proposta nella “Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”,  del 2002, e che dimostra che l’invasione e la liberazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti ha in effetti un lungo pedigree.

 

Tuttavia, oggi, nessun politico statunitense andrebbe a verbale sostenendo che Washington ha in effetti esplicite ambizioni imperiali. Nel gennaio 2004, il vicepresidente Dick Cheney affermò che gli Stati Uniti non sono un impero, poiché : «  … [se] fossimo un impero, attualmente presiederemmo un pezzo di superficie terrestre molto più grande di quello che effettivamente facciamo. Non è questo il modo in cui operiamo». Ma, come accennato in precedenza, la storia degli Stati Uniti ovviamente ha sfumature più imperialiste di quanto l’immagine di sé degli Stati Uniti vorrebbe accettare.

 

Anche il ruolo degli Stati Uniti in Europa durante la Guerra Fredda è stato oggetto di accesi dibattiti: negli anni ’80 Geir Lundestad ha etichettato l’Occidente controllato dagli Stati Uniti come un “impero su invito”.  Mentre Paul Kennedy vide gli Stati Uniti in declino a causa della “estensione eccessiva dell’impero”.

 

Si potrebbe dunque  definire gli Stati Uniti come un ‘Impero in negazione’, o, in mancanza di un nome migliore, un ‘Impero liberale’. Chiaramente, i tempi di un impero formale sono morti. Il controllo fisico, diretto di territori al di fuori del proprio –  tranne che applicato come espediente temporaneo in risposta a delle crisi (come accaduto in Afghanistan e in Iraq) – è quasi sempre un peso, piuttosto che un vantaggio. Quindi, potrebbe essere possibile riconoscere gli Stati Uniti e la sua sfera di influenza come un Impero, ma al contempo negare che gli americani siano imperialisti.

 

Tuttavia, i nudi fatti devono essere riconosciuti: gli Stati Uniti sono l’unica nazione che controlla il mondo attraverso cinque comandi militari globali; mantiene più di un milione di uomini e donne sotto le armi in quattro continenti; schiera gruppi di portaerei di guardia in ogni oceano; garantisce la sopravvivenza di diversi paesi, da Israele alla Corea del Sud; guida le ruote del commercio e del commercio globale; e riempie i cuori e le menti di un intero pianeta con i suoi sogni e desideri. Inoltre, Washington definisce l’agenda economica, politica e di sicurezza globale. Se non è questo un impero formale, assomiglia sicuramente ad una Pax americana.

 

Questo implica il tentativo che il sistema internazionale contemporaneo stia cambiando da una struttura anarchica a una gerarchica. Con gli Stati Uniti saldamente al comando. Ma come le potenze imperiali del passato, questa nuova gerarchia guidata dagli Stati Uniti non si basa solo sul potere militare, ma anche su una nuova struttura narrativa.

 

La domanda chiave dunque da porci è: quali presupposti normativi sono alla base del discorso di una emergente Pax americana? Gli Stati Uniti seguono una politica a doppio binario, utilizzando sia mezzi performativi (persuasivi) che discorsivi.  Il lato performativo riguarda il comportamento degli Stati Uniti, in particolare la lunga tradizione dell’interventismo che gli conferisce la reputazione e l’aura di maschilismo basato su una mentalità “we can do”. Assumendosi la responsabilità di poliziotto globale, gli Stati Uniti si affermano de facto come “primus inter pares”, come “più uguali degli altri” e come “leader del mondo libero”. Inoltre, la tradizione statunitense di intervento militare la distingue dai suoi alleati occidentali, come l’Unione Europea.

 

La “guerra al terrore” degli Stati Uniti hanno offerto a Washington i massimi margini di manovra per una vigorosa campagna di imperialismo liberale. Il presidente Bush ha indicato che i terroristi sono ovunque e da nessuna parte. Quindi, la “guerra al terrore” degli Stati Uniti « … non finirà finché ogni gruppo terroristico di portata globale non sarà stato trovato, fermato e sconfitto… Da questo giorno in poi, qualsiasi nazione che continua a nutrire o sostenere il terrorismo sarà considerata dagli Stati Uniti Gli Stati come regime ostile». Come dimostra la guerra contro l’Iraq, questo non è solo un processo discorsivo, ma anche performativo. Imbarcandosi in questa “guerra al terrore”, gli Stati Uniti hanno approfittato dell’11 settembre per ampliare la portata della loro portata egemonica, utilizzando la giustificata causa della lotta al terrorismo internazionale per ottenere un momento di sostegno critico, rendendo necessario e più facile per le élite promuovere idee diverse sull’ordine politico e sul ruolo del proprio stato in una nuova costellazione di potere. Come indica il “Corollario di Roosevelt”, in generale i leader statunitensi considerano gli interventi statunitensi moralmente giustificati e tutt’altro che frivoli o egoistici.

 

Il discorso condiviso sull’intervento degli Stati Uniti si concentra sulla loro legittimità, derivata dalla comprensione che le azioni militari degli Stati Uniti garantiscono l’ordine internazionale. Gli Stati Uniti si considerano come il “prestatore di un’ultima istanza” della legge e dell’ordine all’interno del sistema internazionale, fornendo il bene pubblico della sicurezza per tutti, anche per i free-rider critici.  L’ex segretario di Stato americano Madeleine Albright definì gli Stati Uniti la “nazione indispensabile”, l’unico stato che abbia sia la potenza militare che la volontà politica per svolgere il ruolo di egemone benigno, offrendo stabilità, prevedibilità e trasparenza.  Gli interventi e le guerre militari statunitensi – siano state combattute in Corea negli anni ’50, in Vietnam negli anni ’70 o in Iraq negli anni ’90 – vengono spesso proposte per confermare questo ruolo fondamentale.

 

Usare la guerra per rafforzare, o addirittura alterare, l’identità di uno stato non è una novità. Come sostiene Erik Ringmar (prendendo come case study gli interventi della Svezia durante la Guerra dei Trent’anni) « … gli Stati possono combattere guerre principalmente per ottenere il riconoscimento di un’identità diversa, da prendere “seriamente” come una grande potenza, piuttosto che per obiettivi, razionali, ragioni realiste di precostituiti interessi nazionali. La guerra – vinta, persa o semplicemente subita – spesso pone gli Stati di fronte a una nuova realtà politica, facendo apparire ragionevole, quasi naturale, un commisurato mutamento identitario …»

 

Significativi esempi europei sono il cambiamento dell’identità nazionale della Germania dopo la seconda guerra mondiale, l’identità postcoloniale del Regno Unito dopo la dissoluzione del suo impero, così come, più recentemente, il passaggio della Russia verso un’identità post-imperiale dopo la fine della Guerra Fredda e il termine di un momento critico durato 50 anni, rendendo necessario e più facile per le élite promuovere idee diverse sull’ordine politico e sul ruolo del proprio stato in una nuova costellazione di potere.

 

Le guerre successive all’11 settembre in Afghanistan e Iraq hanno confermato il ruolo degli Stati Uniti di egemone globale. La politica estera degli Stati Uniti si basa sul presupposto che la sua potenza militare e il coraggio di utilizzarla effettivamente gli offrano lo status e la credibilità che costituiscono la base stessa dell’ampio soft power degli Stati Uniti.

 

Sebbene spesso si sostiene che l’hard e il soft power siano giustapposti, come se la durezza del pugno sminuisse l’attrattiva della mano, in effetti, nel caso di specie della Pax Americana, si potrebbe ben sostenere che l’hard e il soft power degli Stati Uniti sono dialetticamente correlati: l’interventismo statunitense richiede il mantello della legittimità morale, o del diritto internazionale, e senza di esso la coercizione provocherebbe troppa resistenza e sarebbe allo stesso tempo troppo costosa e in definitiva insostenibile; viceversa, il soft power richiede le risorse e l’impegno necessari per tradurre le parole nei fatti. L’imperialismo liberale degli Stati Uniti richiede sia il potere duro che quello morbido. L’attuale politica estera degli Stati Uniti si basa quindi sul presupposto che senza l’hard power degli Stati Uniti e il suo status di “unica superpotenza rimasta al mondo”, l’efficacia del suo soft power si ridurrebbe prontamente. Senza hard power, l’attrattiva si trasforma in shadow-boxing e, nel peggiore dei casi, in political bimboism. Nel mondo di oggi, solo le parole non affondano più le navi. Invece, quando leggiamo le labbra del presidente Bush, siamo ben consapevoli dell’immensa macchina militare che sostiene le sue parole.

 

 

 

 

Il “Soft Power” e

la Propaganda.

Vittoriodublinoblog.org – Vittorio Alberto Dublino – (26-2-2022) – ci dice:

In questo tragico momento della Storia, in cui il Mondo sta vivendo con apprensione gli avvenimenti del tragico conflitto Russo-Ucraino, mi piace riprendere le riflessioni sul “Soft Power”.

Nel mio primo articolo, introduco il concetto di Soft Power con il contributo di una lezione di Joseph Nye che ci spiega come il “Potere, lungi dall’impedire il Sapere, lo produce”.

Nel secondo articolo introduco il concetto di Diplomazia Culturale descritta come: “quel corso di azioni, che si basano ed utilizzano lo scambio di idee, di valori, di tradizioni e di altri aspetti della cultura o delle identità di una comunità territoriale.”

Nel terzo articolo parlo di come la Cina stia usando lo strumento del Potere Morbido, il Soft Power, per aumentare la sua influenza all’estero.

Mentre nel quarto articolo spiego come perfino le celebrità dello sport possono essere strumenti di questa tecnica della propaganda o della Diplomazia Culturale a seconda se usata a fin di bene o il contrario.

Con questo nuovo articolo posto invece un piccolo esempio di come può essere tentato un engagement su un pubblico specifico creando un apposito storytelling che lavora su un episodio della Storia.

Senza alterarne la fattualità dell’evento, cercando tuttavia d’innescare nel destinatario, con un messaggio subliminale, una percezione cognitiva di supporto agli interessi di una nazione.

Ho prima richiamato l’attenzione di un pubblico target italiano sfruttando il sentimento d’orgoglio dell’italiano medio.

Poi, citando la vittoria del cristiano sull’invasore ottomano, ho tentato di sollecitare il potenziale istinto fobico anti-islamico che probabilmente affligge (anche se inconsciamente) molti italiani.

Concludendo ho cercato di dare supporto ai temi storici narrati nell’argomentazione giustificatrice tenuta dal Presidente Putin il giorno prima l’invasione, dando risalto alla storica territorialità russa dei territori oggi oggetto del contendere tra Russia e Ucraina.

 Non sono un creativo copywriter, tantomeno esperto di costruzione di storytellig e forse non sarò riuscito a realizzare un efficace esempio di comunicazione soft power, ma la tecnica funziona così da decenni.

E diventa potentissima quando entra nelle mani dei creativi che lavorano appositamente addestrati alla costruzione della propaganda.

 

ODESSA: LA CITTÀ RUSSA DEL MAR NERO COSTRUITA DAGLI ITALIANI ALLA FINE DEL 1700.

 

Nella tragedia di questi giorni si sta parlando molto anche delle città ucraine tra cui Odessa, dove gli Italiani erano di casa.

E forse, non tutti sanno che questa città fu fondata sulle sponde del Mar Nero a partire da un piccolo villaggio di pescatori in seguito alla definizione della cosiddetta Novorossija.

 La Nuova Russia che si determinò al termine della Guerra Russo-Ottomana (1768-1774) il cui risultato fu di liberare dal dominio dell’impero ottomano, l’Ucraina meridionale, il Caucaso settentrionale e la Crimea, dando sbocco all’Impero Russo ai mari del sud europa, il Mediterraneo, attraversando il Mar Nero passando per lo stretto dei Dardanelli.

La liberazione delle terre cristiane dal giogo dell’impero ottomano da parte della Russia fu portata avanti sotto l’imperatrice Caterina II e condotta da uno dei suoi generali: il valoroso militare, e suo amante, Grigorij Aleksandrovič Potëmkin.

Potëmkin fu anche l’artefice promotore della fondazione delle maggiori città russe e porti di sbocco sul Mar Nero tra cui Sebastopoli in Crimea ed Odessa, nell’allora Russia meridionale, ed oggi terra ucraina.

Per dirigere la costruzione di Odessa fu chiamato l’ammiraglio napoletano Don Giuseppe de Ribas y Boyonsin, che dopo il suo viaggio in Russia li vi rimase prendendo parte alla guerra Russo-Ottomana come ufficiale favorito di Potëmkin, partecipando alla conquista della Crimea ed alla costruzione della base della flotta russa del Mar Nero di Sebastopoli.

Potëmkin personalmente lo trasferì dalla marina e lo pose in carica nell’esercito alle dirette dipendenze del conte Ivan Vasilievič Gudovič, uno dei generali più noti e decorati del teatro di guerra meridionale.

 Sul finire del 1789, i granatieri di de Ribas catturarono Khadjibey (il villaggio ove in seguito sorgerà la città di Odessa) senza combattere: “Fu, difatti, una delle più grandi non-battaglie della guerra.

L’intero fatto durò non più di mezz’ora. La guarnigione ottomana, alcune dozzine di soldati coi loro ufficiali, si arresero praticamente subito.”

Poco dopo la fine della guerra,il napoletano propose un piano alla zarina Caterina per trasformare l’ex villaggio ottomano di Khadjibey in uno dei principali porti russi che annualmente non correvano il rischio di ghiacciarsi in inverno;

 la zarina accettò l’idea ed il 27 maggio 1794 emise un editto per la fondazione di un centro commerciale e di scambio marittimo di cui de Ribas divenne amministratore capo (glavnyi nachal’nik).

L’ammiraglio iniziò la costruzione di case in pietra ed edifici amministrativi che saranno poi la base della futura città di Odessa.

La città in breve tempo divento oltre che porto commerciale un porto culturale, richiamando artisti e intellettuali da ogni parte.

Come scrive Manuela Capece: “il governo russo stanziò  fondi per costruire la città di Odessa sotto la guida economica, architettonica e artistica del popolo italiano, per realizzare il progetto di una città ideale, la cui vita doveva ruotare intorno al teatro, al piacere, alla creazione di arte e cultura.

De Ribas e l’équipe italiana lavorarono sodo e nell’arco di un triennio l’Ausonia del Mar Nero splendeva come porto commerciale e come porto culturale, ponendo fine a quell’isolazionismo russo tanto avversato dalla zarina.

 Odessa presentava così un mélange di equilibrio, proporzioni, simmetria, monumentalità e rigorismo tipico del Rinascimento.

Artisti e architetti italiani consideravano la Nuova Russia come luogo dove poter dar libero sfogo al proprio estro artistico, lontano dall’occhio sprezzante, inquisitorio della Chiesa;

l’artista poteva liberare senza remora alcuna istinto e immaginazione.

Le corti russe e l’amministrazione cittadina di Odessa garantivano la libertà artistica attraverso una solida sicurezza finanziaria, creando un fenomeno singolare nella storia culturale e urbanistica europea.”

Ad Odessa gli italiani erano di casa tanto che la famosa canzone più famosa nel mondo “O Sole Mio” fu composta qui nel 1898 dal musicista napoletano Edoardo di Capua e il suo compaesano poeta Giovanni Capurro.

Nel 1994, il giorno del bicentenario della fondazione della città di Odessa, il 2 settembre, venne inaugurato un monumento a de Ribas nella città svelato all’inizio di via Deribasovskaya.

Per sottolineare il ruolo avuto dal napoletano nella fondazione della città.

 Lo scultore di Odessa Alexander Knyazik ha raffigurato l’ammiraglio con una pala in una mano e una mappa dettagliata della città nell’altra.

Il simbolo più riconoscibile della Città e la famosa scalinata Potëmkin, scenario del noto film “Corazzata Potëmkin” che narrava la rivolta di Odessa durante la rivoluzione russa del 1905.

Sulla scalinata fu ambientata la lunga scena dell’attacco alla folla inerme da parte dei cosacchi dello zar, di fatto la rivoluzione bolscevica inizio proprio ad Odessa in seguito all’eccidio dei dimostranti.

 

 

 

“Errare Humanum est,

Diabolicum est Perseverare”.

 Il Caso Ucraino.

Conoscenzealconfine.it – (11 Aprile 2023) - Claudio Martinotti Doria – ci dice:

Continuare questa guerra per gli ucraini è un suicidio collettivo, l’Ucraina rischia di scomparire dalle carte geografiche.

Ho scritto poco ultimamente, perché il passare dei mesi ha purtroppo confermato, seppur gradualmente e lentamente, quasi tutto quello che avevo previsto e riportato nei miei articoli precedenti, quindi mi domandavo: a che pro scrivere ancora col rischio di ripetermi?

I media mainstream con coerenza continuano nella loro propaganda e mistificazione secondo le direttive dei loro padroni, perdendo sempre più credibilità, al punto che ormai li seguono solo più i decerebrati o i pigri annoiati che non vogliono fare alcuno sforzo per informarsi seriamente.

 Se ci fosse veramente un libero mercato, tutti i media mainstream sarebbero già falliti da tempo, reggendosi solo coi finanziamenti pubblici e dei loro padroni privati.

Quello che mi duole è rilevare che anche nella cosiddetta “informazione alternativa, libera e indipendente” (si presume, ma non per tutti), si persista ancora su certe errate convinzioni, che dopo così tanti mesi (anche anni) non sono più giustificabili con la buona fede, ma rientrano nella locuzione del titolo di questo mio intervento.

Tali errori sono numerosi ed elencarli tutti diverrebbe troppo impegnativo e dilungherebbe il testo allontanando i potenziali lettori, per cui mi limiterò a citarne solo alcuni, eclatanti.

Prendiamo ad esempio il numero presunto ma attendibile dei morti nelle forze armate ucraine durante i quasi 14 mesi dell’aggravamento del conflitto.

Volutamente non ho detto dall’inizio, perché la guerra in Ucraina è in corso dal 2014, nel febbraio 2022 il conflitto si è aggravato perché è intervenuta direttamente la Russia per proteggere i suoi cittadini dalle persecuzioni naziste sui civili del Donbass, bombardati ogni giorno dall’artiglieria ucraina e per impedire l’invasione della regione russofona che era in procinto di avvenire: la concentrazione di truppe e mezzi corazzati ucraini al confine col Donbass era inequivocabile nelle intenzioni sottese.

Orbene ben prima che lo scorso autunno si pronunciasse la donnetta corrotta e insulsa che guida l’UE, rivelando che i caduti ucraini fossero oltre 100mila (poi correttasi, perché gli hanno riferito che erano troppi quelli da lei dichiarati, causando senso di disfattismo), personalmente avevo indicato in circa 300mila i morti effettivi, mentre i feriti nei conflitti ad alta intensità in proporzione sono solitamente il triplo, dei quali la metà probabilmente non sono più in grado di combattere, quindi già allora avevo indicato che l’Esercito ucraino aveva già perso (come capacità di combattimento) circa la metà del suo intero esercito di allora.

Solo questo dato, se assunto come attendibile, potrebbe spiegare quello che è avvenuto in seguito.

Ad esempio il reclutamento forzato casa per casa e per strada di tutti i giovani, anche adolescenti e anziani ultrasessantacinquenni, per fornirgli un addestramento minimale e inviarli subito al fronte con un’aspettativa di vita di pochi giorni o addirittura poche ore.

In pratica “carne da macello o meglio da cannone”.

Se le stime che avevo fornito, non certo inventandomele di sana pianta ma consultando studi accurati condotti da (fanatici, per motivazione e dedizione) matematici e statistici che hanno elaborato i dati allora ancora accessibili, degli obitori, pompe funebri, cimiteri, ecc., le riteniamo corrette, secondo voi dopo sei mesi circa di ulteriori combattimenti, come dovremmo aggiornare queste cifre?

 

Considerando che le forze armate russe hanno proseguito imperterrite nella loro strategia della guerra di logoramento (paradossalmente proprio quella che la NATO voleva applicare alla Russia), cioè hanno creato delle sacche lungo il confine bellico, dove si sono concentrate le truppe ucraine e hanno iniziato a massacrarle con bombardamenti incessanti e mirati, anche con potenti bombe di penetrazione in profondità, facendo esplodere anche i bunker sotterranei e i depositi di armi e munizioni.

Probabilmente nel timore di non essere credibili rispetto alla massa che ancora attinge all’informazione mainstream, anche l’informazione indipendente che opera in rete si è lasciata condizionare e ha preso per buona la dichiarazione (seppur poi smentita) della baronessa a capo dell’UE, semmai correggendola o aggiornandola con prudenza.

Ancora oggi la maggioranza degli analisti non allineati al pensiero unico e alla propaganda, sono convinti che i caduti ucraini siano al massimo 150mila.

Al tempo stesso ammettono, perché i dati sono ormai ufficializzati da quasi tutti gli analisti seri occidentali, che nella sola area di combattimenti di Bakhmut (Artemivs’k) sono morti circa 50mila soldati ucraini.

Temo che la logica e la capacità analitica e di elaborazione dei dati sia ormai in fase di estinzione, quantomeno di decadenza, altrimenti ci si dovrebbe accorgere della palese (grossolana) contraddizione e incongruenza.

 Se i morti sono in tutto 150mila com’è possibile che in una porzione così modesta di territorio, rispetto ai mille km di fronte bellico, ne siano morti un terzo del totale?

Anziché il processo deduttivo dovremmo semmai applicare quello induttivo, partendo da Bakhmut dovremmo risalire al numero presunto ma attendibile delle vittime, tenendo presente ovviamente che Bakhmut è un caso speciale con un numero particolarmente elevato di vittime per una sorta di accanimento politico/strategico di basso e assurdo profilo.

 

Il metodo deduttivo invece si potrebbe applicare, e qui purtroppo mi ripeto, perché lo avevo già scritto in precedenza (repetita iuvant), partendo dalla popolazione ucraina.

Sintetizzo al massimo ma vi posso assicurare che i dati sono abbastanza corretti

. La popolazione ucraina era di 43 milioni di abitanti all’inizio della guerra, intendo il 2014, alcuni milioni, dai 2,5 ai 3 sono emigrati in Russia per salvarsi dalle persecuzioni, circa 5 erano nel Donbass, altri 5 o 6 milioni sono emigrati in Europa negli anni successivi, soprattutto dal febbraio 2022, perlopiù pagando una mazzetta ai nazisti corrotti che li avrebbero dovuti controllare al confine.

Quindi a voler essere ottimisti, durante l’ultima fase del conflitto ad alta intensità con la Russia (dal punto di vista russo il conflitto sarebbe ancora a bassa intensità, ma non per l’Occidente che sta esaurendo le sue risorse belliche), sono rimasti nel paese circa 30 milioni di ucraini, dei quali circa due milioni sono stati chiamati alle armi in almeno sette fasi successive di richiamo forzato, ma la metà sono impegnati in aree fuori dal fronte per i più svariati motivi, diciamo che si tratta di uomini armati, non li definirei certo tutti quanti soldati, perché non hanno ricevuto un adeguato addestramento.

Di questi già sei mesi fa circa 300mila erano deceduti e almeno 400/450mila sono rimasti feriti gravemente e non più abili al combattimento, gli altri feriti li hanno rimandati al fronte.

Nel frattempo, negli ultimi sei mesi ne saranno morti, tenendosi prudenti, altri 400/500 al giorno di media, essendo inverno e con combattimenti urbani senza alcuna offensiva su larga scala non si sono mai raggiunti i mille morti al giorno del periodo precedente, quindi stimiamo altri 80mila morti all’incirca e 120mila feriti gravi, cioè altri 200mila soldati in meno sottratti al fronte bellico.

 

Ricapitolando, secondo le mie stime, poi se sbaglio m’insulterete fra qualche mese o anno, quando il conflitto sarà esaurito (non finito), sommando i 300mila morti del primo periodo con gli 80mila del secondo periodo, arriviamo a 380mila morti, sommando i feriti gravi e inabili al combattimento arriviamo a 500/550 mila.

Come sopra riportato circa la metà dell’esercito ucraino è secondo me fuori combattimento.

Per tenere il fronte sono costretti a mandare allo sbaraglio le riserve, giovani e anziani senza adeguato addestramento.

I veterani, poche migliaia di sopravvissuti, li tengono di riserva nelle retrovie per eventuali controffensive.

Altri 30mila soldati circa sono stati addestrati dalla NATO fuori dai confini ucraini, perlopiù in Polonia, per essere impiegati al tempo debito, quando disporranno di adeguato armamento fornito dalla NATO.

Quindi l’Ucraina dispone al massimo di una forza d’urto di 50mila soldati veterani, gli altri sono carne da macello.

Non occorre essere degli esperti analisti militari per capire che con questi numeri l’Ucraina è spacciata.

Sul fronte opposto, sia lungo i mille km del fronte interno, che al confine russo e con la Bielorussia ci sono ormai circa 800mila soldati russi con dotazioni di sistemi d’arma almeno 10 volte superiori a quelli ucraini (forniti dalla NATO), soprattutto come artiglieria e supremazia aerea e munizionamento infinito, mentre quello fornito dall’Occidente è insufficiente.

Continuare questa guerra per gli ucraini è un suicidio collettivo, l’Ucraina rischia di scomparire dalle carte geografiche.

Al tempo stesso la NATO non può intervenire direttamente sul campo ma semmai inviare dei volontari, come già hanno fatto, ma pare non durino a lungo, sia perché la mortalità è eccessiva e sia perché si defilano dopo qualche esperienza sul campo, perché capiscono che per quanto ben pagati non vale la pena rischiare la vita. Pertanto la NATO avrà difficoltà a trovare volontari a sufficienza da inviare al fronte.

Infatti, negli USA sono già comparsi dei manifesti pubblicitari che cercano di invogliare ad arruolarsi come volontari per combattere in Ucraina i senza tetto e gli immigrati clandestini.

Significa che tra i ranghi dell’esercito regolare non trovano nessuno disposto a sacrificarsi per l’Ucraina e gli interessi del deep state USA.

Forse avranno più fortuna tra i paesi baltici e la Polonia, essendo russofobi, ma l’esperienza maturata finora non incoraggia neppure loro, per quanto motivati dall’odio per i russi, la sola Polonia ha già avuto oltre 3000 morti tra i loro mercenari inviati sul campo, perdite molto significative per un contingente che si stimava di 20/25mila uomini.

Quando il conflitto diverrà ad alta intensità anche dal punto di vista dei russi, di quanto saliranno le perdite tra le forze occidentali e ucraine?

Vale la pena morire per il regime nazista criminale e corrotto ucraino?

Vale la pena per l’Occidente di continuare questa scellerata, aberrante, sporca guerra, mandando a combattere anche i morti di fame e gli immigrati clandestini in cambio di pochi soldi e forse una cittadinanza se sopravvivono abbastanza a lungo?

Questi sarebbero i valori che l’Occidente vorrebbe trasmettere?

Perché è questo il messaggio meschino e vergognoso che passerà al mondo intero.

 E in conseguenza delle scelte demenziali e distruttive della leadership occidentale, il numero dei morti di fame e dei disgraziati salirà esponenzialmente anche qui in Europa, ma non credano le élite dominanti che questo li induca ad arruolarsi, semmai dovrebbero temere che gli si rivoltino contro.

(Cav. Dottor Claudio Martinotti Doria)

(claudiomartinotti.blogspot.com/2023/03/i-pericoli-che-abbiamo-superato-e.html)

 

 

 

 

Alle radici del “soft power”

economico statunitense

osservatorioglobalizzazione.it – Giuseppe Gagliano – (23-12-2020) – ci dice:

 

Christian Harbulot, direttore e fondatore della Scuola di guerra economica di Parigi,ha dedicato gran parte della sua attività allo studio sulla guerra economica e al ruolo che questa ha giocato nella dinamica conflittuale di questo secolo.

 Ma accanto alla guerra economica uno strumento di analoga importanza che ha consentito il conseguimento dell’egemonia americana nel mondo cosiddetto multipolare è certamente il “soft Power”.Spacciandosi come il paese di punta della libera concorrenza, gli Stati Uniti hanno realizzato la migliore operazione di influenza del ventesimo secolo.

 Sono stati in grado di mascherare la loro aggressività economica richiamando l’attenzione sulla denuncia degli imperi coloniali europei.

Questo trucco retorico ha funzionato bene.

La stigmatizzazione delle principali potenze dominanti ha permesso loro di mascherare le proprie iniziative di conquista come è avvenuto con la colonizzazione delle Hawaii.

È nello stesso spirito che sono stati in grado di banalizzare i loro molteplici interventi militari esterni per operazioni a protezione dei loro cittadini durante il periodo cruciale tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo.

Il “soft power economico americano” è stato costruito attorno a questo malinteso.

 Gli Stati Uniti hanno sostenuto l’emancipazione delle persone dall’oppressione coloniale e, allo stesso tempo, hanno sostenuto la “porta aperta” e il libero scambio.

Una delle loro principali critiche agli imperi coloniali europei erano gli scambi privilegiati tra quegli imperi e le loro metropoli.

 Il Commonwealth fu particolarmente preso di mira durante i negoziati GATT (1947) e Washington rifiutò di firmare la Carta dell’Avana (1948) che aveva desiderato ma che manteneva il principio delle “preferenze imperiali” tra i paesi europei e le loro colonie.

Presentandosi come garanti del discorso sulla libera concorrenza e sui mercati aperti, gli Stati Uniti hanno costruito un’immagine di sé stessi come “giudice di pace” nel commercio internazionale.

Questo vantaggio cognitivo ha permesso loro di mascherare le loro iniziative di conquista.

La morsa degli Stati Uniti sui giacimenti petroliferi in Medio Oriente e Iran è stata l’illustrazione più visibile della macchina da guerra economica degli Stati Uniti.

 Il Dipartimento di Stato, le agenzie di intelligence e le compagnie petrolifere hanno collaborato per imporre la loro volontà ai paesi interessati e ai potenziali concorrenti.

I mezzi di azione utilizzati erano spesso basati sul ricorso alla forza (partecipazione indiretta e poi diretta a conflitti armati in Medio Oriente, colpi di stato come il rovesciamento di Mossadegh in Iran nel 1953, destabilizzazione di regimi che sostenevano il nazionalismo arabo.)

Il “soft power economico” degli Stati Uniti ha preso forma all’indomani della seconda guerra mondiale.

Armati della loro decisiva superiorità militare, gli Stati Uniti cercano di stabilire un processo di dominio in alcuni mercati vitali.

I progettisti del Piano Marshall hanno incoraggiato l’acquisto di soia americana per l’alimentazione animale da parte dell’agricoltura europea.

Questo desiderio di stabilire un rapporto di dipendenza dagli Stati Uniti si diffonderà successivamente ad altri settori chiave come l’industria informatica e poi la tecnologia dell’informazione.

La memorizzazione dei dati (Big Data) è una delle aree in cui il sistema americano è più determinato a mantenere il suo primato e la sua posizione dominante.

 Per “mascherare” queste logiche di dominio e dipendenza, le élite americane hanno fatto ricorso a due tipi di azione.

Da un lato, la formattazione della conoscenza.

Le principali università americane hanno gradualmente imposto la loro visione di come funziona il commercio mondiale, facendo molta attenzione a non parlare di lotte di potere geoeconomiche.

Questa omissione è stata gravida di conseguenze in quanto ha privato le élite europee di una visione critica della natura dell’aggressività delle imprese americane nei mercati esteri.

Le discipline accademiche come le scienze gestionali o l’economia hanno bandito dal loro campo visivo qualsiasi analisi del fenomeno della guerra economica, che gli Stati Uniti praticavano tuttavia con discrezione.

Dall’altro, la cattura della conoscenza.

Per evitare di essere sopraffatti da dinamiche di innovazione concorrenti, gli Stati Uniti hanno sviluppato nel tempo un sistema di monitoraggio molto sofisticato per identificare le fonti di innovazione nel mondo al fine di contattare quanto prima ricercatori e ingegneri stranieri e offrire loro soluzioni di espatrio o finanziamento tramite fondi privati.

Se questo tipo di acquisizione della conoscenza fallisce, il ricorso allo spionaggio non è escluso.

In questo contesto, si inserisce l’utilizzo sistemico di disinformazione e manipolazione.

 L’ascesa al potere delle economie europee e asiatiche a partire dagli anni ’70, ha costretto i difensori degli interessi economici americani ad adattare le loro tecniche di guerra economica al contesto post-Guerra Fredda.

Gli alleati e i principali avversari affrontati prima della fase decisiva dell’emergere dell’economia cinese.

Negli anni ’90, gli Stati Uniti hanno aperto diversi fronti.

 La più visibile è stata la politica di sicurezza economica attuata da Bill Clinton con il pretesto che le aziende d’oltreoceano fossero vittime di “concorrenza sleale “.

 Gli europei sono stati i primi bersagli.

Smascherare la corruzione è diventata una delle armi preferite della diplomazia economica americana.

 Ma dietro questo principio si nascondevano operazioni molto più offensive.

 Nel 1998 il gruppo Alcatel ha subito una serie di attacchi informativi effettuati su Internet, attraverso indiscrezioni mediatiche riguardanti la mancanza di trasparenza finanziaria della direzione generale.

Questa campagna ha portato alla storica caduta di una quota alla Borsa di Parigi.

Per dare risonanza a questa domanda, gli industriali americani hanno sostenuto finanziariamente la creazione di ONG come “Transparency International”.

Questi sostenitori della moralizzazione degli affari stigmatizzavano paesi che non rispettavano le regole globali.

D’altra parte, nessun soggetto di questo movimento era interessato all’opacità delle modalità di pagamento dei principali attori delle grandi società di revisione fortemente coinvolte nella sottoscrizione di grandi contratti internazionali.

 La strumentalizzazione di un discorso moralizzante sta ora vivendo il suo apice operativo con l’extraterritorialità del diritto.

Ma la principale trasformazione del soft power americano negli ultimi vent’anni è la strumentalizzazione totale della società dell’informazione.

Tutti ricordano l’importanza del sistema Echelon o delle dichiarazioni di Snowden sulla dimensione assunta dallo spionaggio americano attraverso Internet e i social media.

Al contrario, le tecniche di guerra dell’informazione applicate in economia sono ancora poco familiari al grande pubblico.

 Gli Stati Uniti sono ora in guerra su come utilizzare gli attori della società civile per destabilizzare o indebolire i loro avversari.

 

 

 

 

“Chat GPT”: allarme tardivo?

Ispionline.it – Alberto Guidi – (7 Apr. 2023) – ci dice:

 

L'inizio dell'era dei sistemi di “IA generativa! avrà forti ripercussioni sul mondo del lavoro e non solo.

 Imperativo accelerare sulle regole.

Le mosse europee.

“Quanta fretta, ma dove corri, dove vai. Se ci ascolti per un momento, capirai”.

 Il primo verso de “Il gatto e la volpe” di Bennato sarebbe il perfetto riassunto della lettera a firma Elon Musk e altri 1.800 tra imprenditori ed esperti (tra cui Steve Wozniak, uno dei fondatori di Apple) nel settore dell’intelligenza artificiale (IA), per chiedere una pausa immediata di almeno sei mesi nell’addestramento dei modelli avanzati di “IA”, che possono “comportare gravi rischi per la società e l’umanità”.

A far riflettere è innanzitutto la caratura dei firmatari: Musk, fu uno dei cofondatori di quell’”OpenAI” (poi lasciata nel 2018) che è la compagnia dietro “Chat GPT” e tra “Autopilot Tesla” e “robot Optimus” non si può certo considerare un detrattore dell’”IA”.

Non si tratta inoltre di un caso isolato: nel suo blog Bill Gates ha pubblicato un pezzo intitolato “L’era dell’”IA” è iniziata” in cui sottolinea il potere dell’intelligenza artificiale di migliorare il mondo ma anche i possibili abusi di questa tecnologia.

E lo stesso Sam Altman, CEO di “OpenAI”, in un post del 24 febbraio sottolineava “un serio rischio di uso improprio, di incidenti e di disordini sociali” legato all’uso di sistemi di intelligenza artificiale avanzata.

Inevitabile quindi chiedersi cosa è e sarà capace di fare l’intelligenza artificiale nei prossimi anni?

Con quali impatti sui diversi mercati del lavoro?

E a che punto siamo nella sua regolamentazione?

Apprendimento accelerato.

Abbiamo visto le immagini di Macron che raccoglie la spazzatura, o il Papa con un insolito piumino bianco.

E quasi tutti ci abbiamo creduto.

Ormai sappiamo che si tratta di immagini create attraverso l’”IA” diventate poi virali sui social. Non abbiamo ancora imparato a fare i conti con le fake news testuali, non bisogna sorprendersi se ci facciamo ingannare quando queste prendono la forma di immagini impossibili da distinguere da una foto reale.

Gli impatti di queste manipolazioni visive sul dibattito pubblico e la democrazia potrebbero essere quanto mai rilevanti.

Ma la creazione di immagini è solo una delle tante capacità di modelli di linguaggio basati sull’intelligenza artificiale come “Chat GPT”, un “Generative Pre-trained Transformer”:

capace di creare contenuti pertinenti con l’input che riceve da parte dell’utente attraverso algoritmi di auto-apprendimento che utilizzano dataset titanici poi elaborati in maniera sequenziale.

 Ovvero è in grado di generare un linguaggio simile e a tratti indistinguibile da quello umano, superando le barriere della comunicazione tra umani e macchine.

Questo contenuto diventa più corretto e pertinente man mano che “Chat GPT” si evolve.

 Già la sua versione 3.5 aveva portato l’Europol a lanciare l’allarme su come potesse essere utilizzata dai cybercriminali per programmare malware più efficaci o email di phishing più credibili.

Rischi accresciuti e non di poco con la versione 4.0

Mentre la comprensione di “Chat GPT-3 “si limitava ai testi, “GPT-4 “può ricevere immagini e le elabora per trovare informazioni rilevanti.

 Ha diversi stili di scrittura, una capacità di memoria accresciuta di 8 volte, e ha il 40% di probabilità in più di produrre risposte accurate.

 In pochi secondi può analizzare testi fino a 25mila parole, scrivere sceneggiature, realizzare un sito web da uno schizzo a mano, una ricetta da una foto degli ingredienti e ricreare giochi come “Pong”.

Risulta quindi uno studente di gran lunga migliore della media:

 GPT-4 si è ad esempio classificata nel 90° percentile dell’esame per accedere alla professione di avvocato negli Stati Uniti.

A confronto GPT-3 si collocava “solo” nel 10° percentile.

In tal senso, le implicazioni di questa tecnologia sui percorsi scolastici e accademici appaiono già evidenti, di portata rivoluzionaria e non per forza in senso negativo (compiti fatti dall’”IA,” verifiche o esami falsati dal suo utilizzo ecc.).

 Ad esempio, si stanno moltiplicando i sistemi di “IA generativa “per scopi didattici, come quelli del catalogo gestito da “Ben Tossell”, un imprenditore britannico, tra cui figura” Ask Seneca” che simula una conversazione con il filosofo stoico sulla base dei suoi scritti.

In maniera affine, anche l’impatto sul mondo del lavoro sarà disruptive, tra luci e ombre.

A chi “ruberà” il lavoro?

Numerosi studi stanno analizzando i possibili impatti di una diffusa adozione di sistema di “IA generativa”.

Non mancano quindi le stime.

Secondo l’Università della Pennsylvania e la stessa “OpenAI” circa l’80% della forza lavoro USA vedrà condizionata dall’intelligenza artificiale almeno una mansione su dieci.

 Oltre cinque mansioni su dieci per il restante 20%.

In maniera affine, “Goldman Sachs” prevede che un’”IA generativa” può svolgere o supportare tra un quarto e la metà del carico di lavoro di 6 lavoratori americani su 10, più della metà delle mansioni per un 7% di lavoratori quindi più esposti a eventuali licenziamenti.

 Le percentuali restano simili se si considera l’Eurozona mentre scendono per le economie in via di sviluppo caratterizzate da un maggior impiego nel settore primario, meno soggetto a forme di automazione legate all’intelligenza artificiale generativa.

Niente di particolarmente sorprendente.

Da decenni si fanno i conti con le promesse di un mercato del lavoro che sarà rivoluzionato dal generico concetto di trasformazione digitale:

un “Godot” che inizialmente pensavamo potesse essere rappresentato dalla diffusione della robotica, e che ora vediamo invece prendere più le sembianze di un’”IA” che reputiamo senza pietà nel toglierci il lavoro.

 Non fa quindi mai male sottolineare come la perdita di posti di lavoro legata all’automazione è stata storicamente compensata dalla creazione di nuove occupazioni:

ad esempio negli Stati Uniti il 60% dei lavoratori di oggi è impiegato in professioni che non esistevano nel 1940.

 Quindi le previsioni sono sempre utili ma si scontrano con i limiti nell’immaginare quale sarà lo sviluppo tecnologico futuro.

Inoltre, per molti lavoratori più che un competitor l’”IA” potrebbe essere un prezioso assistente, tanto che sempre secondo le stime di “Goldman Sachs” la sua adozione generalizzata comporterà un aumento di 1,5 punti percentuali (p.p.) di produttività negli USA nei prossimi 10 anni.

Anche in questo caso, i valori delle economie avanzate sono maggiori rispetto a quelle in via di sviluppo, ma complessivamente a livello mondiale le stime sono di un aumento della produttività nel decennio simile a quello statunitense (1,4 p.p.) che si tradurrà in una crescita addizionale del Pil globale da 7 punti percentuali.

La vera novità da segnalare è la tipologia di lavoratori che sono a rischio sostituzione.

Se ci eravamo abituati a considerare le “low skills” quelle più esposte a una sostituzione tecnologica, con l’avvento dell’”IA generativa” vediamo ora un ribaltamento in questo senso.

 Per esempio, programmatori e analisti dati saranno le categorie più esposte, con la quasi totalità delle loro mansioni che potrà essere svolta da una versione futura di “Chat GPT” o chi per lei.

 Stesso discorso vale per matematici, analisti finanziari ma anche per alcuni giornalisti almeno per quanto riguarda la cronaca.

Il che pone ulteriori sfide per gli Stati che ancora faticano a capire in che direzione dovrà andare il “reskilling”.

Quali regole e quando?

Considerando le sfide che sta ponendo e porrà l’intelligenza artificiale, si potrebbe pensare che gli appelli per rallentare il suo sviluppo siano quanto meno ragionevoli.

 Specie considerando come le richieste avanzate da “Musk & Co” corrispondono ad altrettanti vuoti normativi:

 stabilire chi ha la responsabilità per eventuali danni causati dall’intelligenza artificiale, definire protocolli di sicurezza per lo sviluppo di sistemi avanzati di “IA”, e istituzioni per far fronte agli sconvolgimenti economici e politici (soprattutto per la democrazia) che causeranno.

È però evidente che fermare lo sviluppo tecnologico appare più come provocazione piuttosto che come strada percorribile, anche considerando come l’innovazione sull’”IA” non si spegne con un telecomando e rappresenta uno dei fulcri dell’economia globale.

Così come è lampante che gli almeno 6 mesi di interruzione chiesti nella lettera non sono una finestra temporale adatta per poter trovare soluzioni ai dilemmi posti dall’intelligenza artificiale, ormai noti da anni.

Basti pensare all’”Artificial Intelligence Act” proposto dalla “Commissione europea nell’aprile 2021” e che potrebbe ricevere l’approvazione finale solo alla fine di quest’anno.

 L’UE in questo è pioniera:

sarebbe infatti la prima legge al mondo che tenta di regolamentare l’”IA” in maniera strutturale, definendo l’elenco delle attività vietate e di quelle ad alto rischio legate a questa tecnologia.

Ma rischia di essere obsoleta ancora prima dell’entrata in Gazzetta ufficiale:

 il focus è su applicazioni specifiche dell’”IA” in settori definiti (e ci sarà un capitolo dedicato all’uso di “chatbot” sul modello di “ChatGpt”) ma non va al cuore dei modelli alla base di queste applicazioni.

 Ergo se anche” Chat GPT” sarà esplicitamente regolato, un utilizzo diverso e più avanzato della stessa tecnologia di base potrebbe rientrare facilmente in una zona grigia normativa.

Uno sviluppo non così improbabile considerando la velocità dell’innovazione in tema di” IA”.

 

Anche e soprattutto per i “first mover”, la sfida regolatoria è quindi immensa e immensamente complicata.

Aspettiamoci un iniziale” Far West” normativo per l’”IA”, come era già successo per “social network” e “Big Tech” che solo dopo quasi un decennio di crescita “libera” hanno ora conosciuto i primi veri paletti rappresentati dal “Digital Services Act e dal Digital Markets Act”.

È la normale dinamica di rincorsa tra regolatore e innovazione tecnologica, in cui quest’ultima può proliferare anche in virtù di un ambiente normativo meno ristretto.

Nonostante queste premesse, visti i potenziali impatti dell’”IA generativa”, esiste un senso di urgenza nel trovare regole definite e al passo con i tempi.

Tuttavia è importante sottolineare come in questo senso non si parta da zero: gli sviluppi degli ultimi anni in termini di protezione dei dati, rappresentano già un primo set di regole da cui partire per regolare l’”IA”.

 Lo dimostra la decisione del” Garante per la privacy italiano” che ha temporaneamente bloccato l’utilizzo di “OpenaAI” nel nostro Paese alla luce della mancanza di un filtro per la verifica dell’età degli utenti (che espone i minori a risposte non idonee al loro grado di sviluppo), e vista l’assenza di una base giuridica che giustifichi la raccolta massiccia di dati personali da parte della piattaforma.

In conclusione, la rivoluzione dell’”IA generativa” ha fretta di cambiare il mondo dell’educazione e del lavoro, corre verso un mondo in cui umani e macchine comunicano senza barriere, e va in una direzione potenzialmente incontrollata.

Ai regolatori il difficile compito di rimetterla sulla strada di un utilizzo consapevole, senza interromperne la corsa.

“BRICS”: alleanza (in)evitabile.

Ispionline.it – Redazione – (23 giugno 2022) – ci dice:

 

Il mondo in tasca.

Facciamo ordine.

Si apre oggi il 14° summit BRICS, quest’anno ospitato dalla Cina.

 Un meeting online, ben diverso dal tête-à-tête di febbraio tra Xi e Putin che ne ha rinsaldato l’amicizia.

Ma l’obiettivo rimane lo stesso: condannare l’espansione delle “alleanze occidentali” (leggasi: NATO) e cercare di puntellare, per quanto possibile, modelli “alternativi”.

Di sviluppo, di governo, di convergenze internazionali.

Alla vigilia del Summit, Xi Jinping ha ribadito che a suo parere l’ordine mondiale è ormai multipolare, aggiungendo che le sanzioni contro la Russia sono “arbitrarie” e “un boomerang”.

In effetti nel forum trova consensi:

 solo il Brasile di Bolsonaro all’Onu ha formalmente condannato l’invasione, la Cina ha votato contro, India e Sudafrica si sono astenuti.

Il nemico del mio nemico…?

Anche se Xi detta la linea, oggi il summit BRICS è un’arma spuntata.

Lanciato nel 2009, l’anno in cui il G20 diventava essenziale per coordinare il salvataggio dell’economia mondiale, avrebbe dovuto essere il trampolino di lancio politico delle potenze emergenti.

 E in effetti i cinque BRICS da soli oggi fanno quasi un quarto (23%) dell’economia mondiale e il 17% degli interscambi.

 

Il problema è che i governi BRICS sono un po’ come i 4 di Visegrád: uniti da un nemico comune (il primato occidentale, l’Europa dei “burocrati”) ma divisi su quasi tutto il resto.

Particolarmente tesi i rapporti tra Cina e India, sui lati opposti della barricata nell’Indo-Pacifico, tanto che New Delhi fa parte del “Quad” (con USA, Giappone e Australia) e del nuovo “Indo-Pacific Economic Framework” lanciato da Biden, che mirano proprio a ribilanciare l’egemonia cinese.

Eppure qualcosa lega Pechino e New Delhi:

le importazioni di petrolio russo “a sconto” dopo le auto-sanzioni europee.

Specchio riflesso.

In effetti, le importazioni di petrolio russo dei Paesi asiatici sono in netto aumento: quelle cinesi sono aumentate del 55%, tanto che Mosca a maggio è diventata primo fornitore di Pechino, scalzando l’Arabia Saudita.

 E quelle indiane, prima quasi inesistenti, oggi superano le importazioni di tutti i Paesi dell’Europa centro-settentrionale.

Così la Russia dimostra una capacità di trovare acquirenti che prescinde dalle sanzioni occidentali.

Ecco perché per l’Occidente il summit BRICS è comunque un segnale.

Certo, mette sotto ai riflettori le tante divisioni tra i Paesi emergenti.

 Ma anche la loro crescente capacità di controbilanciare le decisioni prese a Washington o nelle capitali europee.

Russia e Cina alla conquista

dell’America Latina con

l’aiuto dei BRICS.

 Alleanzacattolica.org – (17 Luglio 2022) - Stefano Nitoglia – ci dice:

 

Si assiste ad una intensa attività politica, economica, diplomatica e militare di Russia e Cina in America Latina, con l’uso strumentale dei BRICS.

“In America Latina l’influenza russa e cinese è sempre più forte, a discapito di quella statunitense”.

 Lo scrive la rivista “Il federalista.ch” del 13 luglio 2022.

 In effetti l’attività politica, economica, diplomatica e militare dei due Paesi è notevolmente aumentata in questi ultimi anni.

In Venezuela nel prossimo mese di agosto le forze militari di Venezuela, Russia, Iran e Cina (VRIC), insieme ad altri dieci Paesi alleati (tra cui Vietnam e Bielorussia) effettueranno una serie di esercitazioni armate all’interno di una operazione denominata “Frontiera dei cecchini”.

Uno degli strumenti utilizzati da Russia e Cina in questa opera espansiva è il BRICS, acronimo usato in economia internazionale per indicare” Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa”.

Dal 23 al 24 giugno la Cina ha presieduto in modalità virtuale il quattordicesimo Summit dei paesi BRICS.

Tra i temi economici discussi, il più rilevante è stato quello di una proposta alternativa delle economie emergenti rispetto all’ordine mondiale esistente, a trazione USA.

 Nella dichiarazione finale del vertice dei Paesi BRICS “Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa” hanno espresso in 75 punti fondamentali le loro priorità per il futuro:

 il “ritorno del multilateralismo”, “dell’economia globale contro i protezionismi”, “la riforma del Consiglio di Sicurezza Onu”.

La Russia vorrebbe allargare la platea dei Paesi Brics.

Pochi giorni dopo la conclusione del vertice, infatti, fonti governative russe hanno rivelato che Argentina e Iran hanno fatto richiesta di adesione al BRICS.

 Anche in questa prospettiva il 29 giugno, nel corso del vertice dei Paesi rivieraschi del Mar Caspio in Turkmenistan, Vladimir Putin ha incontrato il presidente iraniano Ebrahim Raisi nel suo primo viaggio all’estero dall’inizio della guerra in Ucraina.

 L’appuntamento sottolinea i rapporti sempre più stretti tra Mosca e Teheran e fa parte delle manovre diplomatiche con cui la Russia cerca di riposizionarsi a livello internazionale.

Mosca ha stretto ancor più i legami con Venezuela, Nicaragua, Cuba e Argentina (solo pochi mesi fa il presidente argentino Fernandez dichiarava compiaciuto: “L’Argentina deve diventare la porta d’ingresso della Russia in America Latina”) con accordi commerciali e strategici.

 E non è un caso se Teheran e Caracas hanno firmato accordi in diversi settori, vale a dire:

petrolio, raffinazione, petrolchimico, difesa, turismo, cultura e agricoltura.

 In base a questi accordi, tra l’altro il Venezuela fornirà un milione di ettari di terreno agricolo per i progetti di coltivazione dell’Iran all’estero.

 Secondo un funzionario iraniano, Rezvanizadeh, l’Iran ha bisogno di sette milioni di ettari di terreni agricoli all’estero per garantire la sua sicurezza alimentare, sebbene gli investimenti iraniani siano stati finora su scala molto più ridotta.

Lo scorso giugno, nell’ambito della sua tournée internazionale, Nicolás Maduro ha annunciato che gli accordi di collaborazione con l’Iran, dureranno almeno 20 anni.

In una conferenza stampa con il suo omologo iraniano, Ebrahim Raisi, al Palazzo Sad Abad di Teheran, Maduro ha affermato che entrambi i paesi hanno “grandi fronti di cooperazione” e che si tratta di “una mappa davvero sorprendente”.

Sono lontani i tempi del “summit di Pratica di Mare del 28 maggio 2002”, sotto la presidenza Berlusconi, quando, con la firma della “Dichiarazione di Roma” da parte di 19 Paesi Nato e della Russia, le porte dell’Alleanza Atlantica sembravano aperte per la Russia, in una politica di coinvolgimento e di non scontro con i resti dell’ex URSS dopo la guerra fredda.

Da allora, a parte i timidi tentativi di Trump di riallacciare i rapporti con il grande Paese euroasiatico, stroncati dalla sorda resistenza di una parte dell’amministrazione americana, queste porte si sono progressivamente chiuse.

 Con il risultato di spingere sempre più la Russia nelle braccia della Cina.

 

 

L'Iran chiede l'adesione al gruppo

 di Paesi emergenti Brics(afp).

Repubblica.it – Redazione – (22 giugno 2022) – ci dice:

 

L'acronimo riferisce all'alleanza commerciale tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. In lizza anche l'Argentina.

L'Iran ha presentato domanda per entrare a far parte del gruppo di economie emergenti noto come Brics, che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. "Sarebbe un valore aggiunto per entrambe le parti", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano.

"Mentre la Casa Bianca stava pensando a cos'altro smantellare nel mondo, vietare o rovinare, Argentina e Iran hanno chiesto di unirsi ai Brics", ha scritto Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli esteri russo, su Telegram.

La Russia ha spinto a lungo per stringere legami più stretti con l'Asia, il Sud America e il Medio Oriente, ma ha recentemente intensificato i suoi sforzi per resistere alle sanzioni imposte dall'Europa, dagli Stati Uniti e da altri Paesi per l'invasione dell'Ucraina.

Lunedì, gli Stati Uniti e altre nazioni occidentali hanno promesso sostegno duraturo all'Ucraina dopo che 28 civili sono stati uccisi in diversi attacchi russi, incluso un attacco missilistico su un affollato centro commerciale.

La Russia nega di aver preso di mira deliberatamente i civili in quella che definisce una "operazione militare speciale" per disarmare l'Ucraina e proteggerla dai "nazisti".

L'Iran ha finora cercato di mantenere una posizione di equilibrio non schierandosi nel conflitto, ma ha accusato la Nato e l'Occidente di averlo provocato.

Oggi a Doha una delegazione iraniana riprenderà i colloqui indiretti con gli Stati Uniti sul nucleare, con la mediazione degli europei.

 

GLI USA HANNO PREPARATO

L’UCRAINA ALLA GUERRA

CONTRO LA RUSSIA PER 30 ANNI.

Comedonchisciotte.org – Redazione CDC – (11 aprile 2023) – ci dice:

(Rnn.world)

Un’indagine esclusiva di RRN basata su documenti ufficiali americani.

Le truppe ucraine sono oramai accerchiate e senza speranza, ma resistono nella rappresentazione in terra di ciò che è l’inferno. Hanno lo stesso carattere dei russi, in fondo molti lo sono.

Sono stati reclutati a forza per le strade di Dnipro, Kiev e Odessa, città storicamente russe.

Quasi tutti il russo lo parlano, anche se il regime per il quale combattono brucia le opere degli autori russi e lo vieta all’ interno delle istituzioni.

Non hanno alternative, gli ultranazionalisti e i nazisti, gli unici a parlare realmente ucraino, sono pronti a passare per le armi chiunque si rifiuti di mantenere la posizione.

 Come spiegare alle madri e alle vedove come si è giunti a questa tragedia, a questa guerra fratricida che vede coinvolti due popoli fratelli?

Molti oggi sospettano che gli Stati Uniti siano il principale beneficiario nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Per cui il nostro compito è ora mostrare, basandosi sui fatti e sui documenti ad oggi disponibili, le prove della partecipazione diretta della Casa Bianca nell’ ideazione, nella partecipazione e nella conduzione della guerra.

 

La resistenza da parte delle forze armate ucraine che l’esercito russo ha incontrato durante la liberazione del Donbass e del resto dei territori non sarebbe stata nemmeno immaginabile senza l’addestramento e l’equipaggiamento fornito dagli Stati Uniti fin dal 1992.

Cosa che, tuttavia, ha iniziato ad essere rivelata al grande pubblico solamente dopo l’inizio del conflitto militare, l’inverno scorso.

Per capire gli orrori della guerra del Donbass è dunque necessario tornare indietro nel tempo, fino al 1992.

“Precludere sul nascere, la rinascita dell’impero del male” questo era il principale obiettivo del piano strategico statunitense.

Le azioni intraprese dal Dipartimento di Stato a partire dal 1992, rivelate per la prima volta in questa inchiesta, permettono di comprendere come si è giunti alla situazione attuale da una prospettiva del tutto inedita.

Le privatizzazioni selvagge avevano aperto il varco al lobbysmo e alla fortissima influenza straniera, che porterà l’Ucraina al suicidio della guerra contro la Russia.

Il piano strategico statunitense del 1992, già citato in precedenza, prevedeva il rafforzamento delle relazioni Usa-Ucraina con il chiaro scopo di “controvertire l’influenza russa”.

Già in quell’anno furono stabiliti contatti ufficiali tra gli alti ufficiali dei due eserciti e due colonnelli dell’esercito ucraino furono inviati a studiare negli Stati Uniti.

Si può poi apprezzare l’incremento progressivo delle riunioni tra gli alti gradi militari dei due paesi che sono passate dalle 30 del 1993 alle 50 del 1995.

Il Dipartimento degli Stati Uniti per l’educazione militare e l’addestramento ha formato 500 ufficiali ucraini, e più di 100 civili a partire dal 1992.

Anche personale non militare che include giuristi e manager ha fatto parte del programma.

Tale iniziativa ha permesso al “Dipartimento di Stato USA” di inserire persone di fiducia nei ruoli chiave dell’amministrazione ucraina, incluso un ministro degli esteri, Il Capo del servizio di analisi per la sicurezza nazionale dell’Ucraina, vice-ministri, parlamentari, ambasciatori, molti altri sono stati generali delle forze armate.

Un subdolo cappio si è stretto giorno dopo giorno sulla sovranità ucraina.

Un passo fondamentale verso il baratro della condizione attuale si ebbe nel 1995, e ne veniamo a conoscenza sempre tramite i documenti in nostro possesso nei quali si legge come nel piano strategico Statunitense di quell’anno l’ Ucraina rivesta un’ importanza di primo piano.

Infatti fu proprio nel 1995 che si tennero le prime esercitazioni militari congiunte tra i due eserciti.

A prenderne parte da parte americana fu la terza divisione di fanteria, quella comandata dal Generale Krawciw nelle fasi finali della guerra fredda.

 Il Maggior Generale Nicholas Krawciw fu il vero protagonista delle manovre USA in Ucraina.

Il Generale Krawciw fu il “Direttore per le politiche della Nato” per la sicurezza internazionale presso il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a Washington nel 1990.

Solo 2 anni dopo nel biennio 1992-1993 prende servizio come consigliere per la sicurezza per il parlamento ed il ministero della difesa ucraino a Kiev.

Analizzando i documenti si scopre che Il 27 Luglio 1993 viene firmato un memorandum di intesa tra i ministeri della difesa di Ucraina e Stati Uniti, prima di quell’ anno non esisteva neanche una politica estera e di difesa ucraina, verrà creata da zero dal Maggior Generale dell’esercito statunitense Nicholas Krawciw.

Così l’Ucraina, nel silenzio del mondo, fu commissariata dall’ esercito USA.

Mentre nel 2022 l’Occidente si interroga su presunte “ingerenze russe” nel Gennaio del 1995 il “Tenente Colonnello Yaro Orishkevyc della Air National Guard “già stava lavorando per preparare un elenco dei locutori della lingua ucraina all’ interno delle forze armate USA.

 Nel frattempo l’esercito americano inviava in Germania i propri linguisti al fine di imparare l’ucraino.

 La Germania è ora lo snodo fondamentale dell’intelligence della Nato nell’ individuazione e nella selezione dei bersagli per conto dell’esercito ucraino nella guerra contro la Russia.

Nel biennio 1996-1997 l’Ucraina è diventato il terzo paese al mondo per assistenza ricevuta dagli Stati Uniti d’America.

Nel 1996 viene creata una commissione bilaterale tra i due paesi e l’Ucraina viene definito un “Partner Strategico”.

Vediamo dunque come l’assistenza militare in termini di addestramento e di invio di armi sia ben precedente ai conflitti del 2014 e del 2022.

Per questioni di “brevitas” omettiamo per ora tutti i passaggi intermedi contenuti nei documenti, i vari accordi, commissioni e trattati siglati dal 1994 al 2000 tra Ucraina e Stati Uniti, e le frequentissime esercitazioni militari, costantemente accresciute per numero e qualità dei mezzi e degli effettivi impiegati, dalle truppe aviotrasportate ai fanti di marina.

Ci soffermiamo invece, in conclusione, sulle decisioni di maggio-luglio 2002 che suggellano il “Piano Individuale d’ azione Ucraina-Nato”, a seguito del quale verranno poste le basi per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

Washington è disposta a tutto pur di avere Kiev all’ interno della Nato e sta seguendo un piano subdolo, determinato e cinico.

 Il progetto dell’Ucraina come membro dell’alleanza atlantica ha dunque origini ben più profonde e lontane nel tempo rispetto alla richiesta avanzata da Zelensky nel 2022.

Il conflitto in corso è un mero pretesto.

I documenti ufficiali fino ad ora disponibili terminano nel 2004, i successivi appariranno più tardi.

Nonostante ciò mostrano, anno dopo anno, un aumento progressivo e costante dell’impegno statunitense in Ucraina.

Vi sono poi infinite prove giornalistiche, visive ed audiovisive dell’ addestramento occidentale delle truppe ucraine, inclusi i battaglioni dei neo-nazisti, e delle esercitazioni congiunte con gli americani fino a pochi mesi prima l’ allargamento del conflitto.

Le ultime hanno avuto luogo nell’ Ucraina occidentale il 20 settembre del 2021 con il nome in codice di “Rapid Trident 2021”.

Proprio nel 2004, anno dal quale non è più disponibile alcun documento open source americano, avvenne la “rivoluzione arancione” alla quale l’esercito e le forze di sicurezza ucraine non si opposero.

Stessa sorte tocco a Yanukovych, eletto presidente e spodestato da ultranazionalisti, ultras delle squadre di calcio e neonazisti nel 2014.

Mentre in Piazza Maidan si scatenava l’inferno l’ esercito ucraino, addestrato, equipaggiato e comandato dagli Statunitensi non mosse un solo dito a difesa del proprio presidente e di quelle istituzioni che avevano giurato di proteggere.

Fu l’inizio della fine e la fine dell’inizio.

Risulta quindi chiaro che la politica estera statunitense in Ucraina, e nei paesi dell’ex Unione Sovietica, si basava su figure politiche e militari nominate direttamente dagli americani per controllare i processi politici interni e le decisioni strategico-militari.

Tutto ciò avveniva, e tuttora avviene, in maniera progressiva e latente. Il lobbismo, la privatizzazione “selvaggia” del mercato e altri elementi di “soft-power” sono stati strumenti fondamentali per predisporre la sottomissione dell’Ucraina all’egemonia americana.

La coltivazione dell’identità nazionale ucraina, l’imposizione di un controllo permanente sui suoi vertici militari, la fornitura di equipaggiamenti e di addestramento militare per un costo pari a milioni di dollari sono l’esempio più eloquente di come gli Stati Uniti abbiano trasformato uno Stato originariamente sovrano in un Paese satellite soggetto alle loro direttive per evitare la rinascita di quello che viene definito “l’impero del male”.

Oggi l’Ucraina è uno stato fallito, devastato dai debiti, senza una sovranità e senza un futuro.

Le élite economico-finanziarie occidentali stanno già pianificando la spartizione di ciò che resterà del paese e dei fondi per la ricostruzione post-bellica.

L’ intervento russo, che in Occidente viene impedito a tutti i costi, potrà forse essere una nuova opportunità per il popolo ucraino che, a differenza di ciò che accade nel “giardino democratico europeo” in paesi come i baltici, potrà avere pari diritti, pari opportunità, libertà culturale e linguistica assieme ai fratelli di sempre.

(RRN.world è un portale di notizie senza scopo di lucro con sedi editoriali in Germania, Italia, Spagna e Serbia nato nel marzo 2022.)

 

 

 

 

Iran e Arabia Saudita:

una vittoria per la Cina.

Unz.com - PEPE ESCOBAR – (7 APRILE 2023) – ci dice:

L'idea che la Storia abbia un punto finale, come promosso dai neoconservatori incapaci negli anni 1990 unipolari, è errata, così come lo è in un processo infinito di rinnovamento.

 Il recente incontro ufficiale tra il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan al-Saud e il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian a Pechino segna un territorio che prima era considerato impensabile e che ha indubbiamente causato dolore alla macchina della guerra.

Questa singola stretta di mano significa la sepoltura di trilioni di dollari che sono stati spesi per dividere e governare l'Asia occidentale per oltre quattro decenni.

Inoltre, la “Guerra Globale al Terrore” (GWOT), la realtà fabbricata del nuovo millennio, è stata descritta come primo danno collaterale a Pechino.

L'ottica di Pechino come capitale della pace è stata impressa in tutto il Sud del mondo, come dimostra un successivo “side show” in cui un paio di leader europei, un presidente e un eurocrate, sono arrivati come supplicanti a Xi Jinping, chiedendogli di unirsi alla linea della NATO sulla guerra in Ucraina.

Sono stati educatamente licenziati.Tuttavia, l'ottica era sigillata: Pechino aveva presentato un piano di pace in 12 punti per l'Ucraina che era stato bollato come "irrazionale" dai neoconservatori della tangenziale di Washington.

Gli europei – ostaggi di una guerra per procura imposta da Washington – almeno hanno capito che chiunque sia lontanamente interessato alla pace deve passare attraverso il rituale di inchinarsi al nuovo capo a Pechino.

L'irrilevanza del JCPOA.

Le relazioni Teheran-Riyadh, naturalmente, avranno una lunga e accidentata strada da percorrere – dall'attivazione dei precedenti accordi di cooperazione firmati nel 1998 e nel 2001 al rispetto, in pratica, della loro reciproca sovranità e non interferenza nei reciproci affari interni.

Tutto è tutt'altro che risolto – dalla guerra guidata dai sauditi contro lo Yemen allo scontro frontale delle monarchie arabe del Golfo Persico con Hezbollah e altri movimenti di resistenza nel Levante.

Eppure quella stretta di mano è il primo passo che porta, ad esempio, al prossimo viaggio del ministro degli Esteri saudita a Damasco per invitare formalmente il presidente Bashar al-Assad al vertice della Lega Araba a Riyadh il mese prossimo.

È fondamentale sottolineare che questo colpo di stato diplomatico cinese è iniziato molto tempo fa con Mosca che mediava i negoziati a Baghdad e in Oman;

questo è stato uno sviluppo naturale della Russia che è intervenuta per aiutare l'Iran a salvare la Siria da una coalizione incrociata NATO-Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) di avvoltoi.

Poi il testimone è passato a Pechino, in totale sincronia diplomatica.

La spinta a seppellire definitivamente “GWOT” e la miriade di brutte ramificazioni della guerra del terrore degli Stati Uniti era una parte essenziale del calcolo;

 ma ancora più urgente era la necessità di dimostrare come il “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA), o accordo nucleare iraniano, fosse diventato irrilevante.

Sia la Russia che la Cina hanno sperimentato, dentro e fuori, come gli Stati Uniti riescano sempre a silurare un ritorno al JCPOA, così come è stato concepito e firmato nel 2015.

Il loro compito è diventato quello di convincere Riyadh e gli stati del “GCC “che Teheran non ha alcun interesse ad armare l'energia nucleare – e rimarrà firmataria del Trattato di non proliferazione (TNP).

Poi è toccato alla finezza diplomatica cinese chiarire che la paura delle monarchie del Golfo Persico dello sciismo rivoluzionario è ora controproducente quanto il timore di Teheran di essere molestata e/o circondata da jihadisti salafiti.

È come se Pechino avesse coniato un motto: abbandoniamo queste ideologie nebbiose e facciamo affari.

E il business è, e sarà: meglio ancora, mediato da Pechino e implicitamente garantito da entrambe le superpotenze nucleari Russia e Cina.

Sali sul treno della de-dollarizzazione.

Il principe ereditario saudita “Mohammed bin Salman” (MbS) può mostrare alcuni tratti da soprano, ma non è uno sciocco:

 ha immediatamente visto come questa offerta cinese si è trasformata magnificamente nei suoi piani di modernizzazione interna.

Una fonte del Golfo a Mosca, che ha familiarità con l'ascesa e il consolidamento del potere di “MbS”, descrive in dettaglio la spinta del principe ereditario a fare appello alla giovane generazione saudita che lo idolatra.

 Lascia che le ragazze guidino i loro SUV, vadano a ballare, si lascino andare i capelli, lavorino sodo e facciano parte della "nuova" Arabia Saudita di Vision 2030: un hub globale del turismo e dei servizi, una sorta di Dubai sotto steroidi.

E, soprattutto, questa sarà anche un'Arabia Saudita integrata nell'Eurasia; futuro, inevitabile membro sia della “Shanghai Cooperation Organization” (SCO) che dei “BRICS+” – proprio come l'Iran, che siederà anch'esso agli stessi tavoli comuni.

Dal punto di vista di Pechino, si tratta della sua ambiziosa “Belt and Road Initiative (BRI) multimiliardaria”.

Un corridoio chiave per la connettività “BRI “va dall'Asia centrale all'Iran e poi oltre, al Caucaso e / o alla Turchia.

Un altro – in cerca di opportunità di investimento – attraversa il Mar Arabico, il Mar di Oman e il Golfo Persico, parte della Via della Seta marittima.

Pechino vuole sviluppare progetti “BRI” in entrambi i corridoi: chiamatela "modernizzazione pacifica" applicata allo sviluppo sostenibile.

I cinesi ricordano sempre come le antiche vie della seta attraversassero la Persia e parti dell'Arabia: in questo caso, abbiamo la storia che si ripete.

Una rivoluzione geopolitica.

E poi arriva il Santo Graal: l'energia.

 L'Iran è un fornitore primario di gas per la Cina, una questione di sicurezza nazionale, inestricabilmente legata al loro accordo di partnership strategica da oltre 400 miliardi di dollari.

E l'Arabia Saudita è un fornitore primario di petrolio. Relazioni sino-saudite più strette e interazioni in organizzazioni multipolari chiave come la “SCO” e i “BRICS +” anticipano il fatidico giorno in cui il petroyuan sarà definitivamente consacrato.

La Cina e gli Emirati Arabi Uniti hanno già concluso il loro primo accordo sul gas in yuan.

Il treno ad alta velocità per la de-dollarizzazione ha già lasciato la stazione.

L'ASEAN sta già discutendo attivamente su come aggirare il dollaro per privilegiare gli insediamenti in valute locali – qualcosa di impensabile anche solo pochi mesi fa.

Il dollaro USA è già stato gettato in una spirale mortale da mille tagli.

E quello sarà il giorno in cui il gioco raggiungerà un livello completamente nuovo e imprevedibile.

L'agenda distruttiva dei leader neoconservatori responsabili della politica estera degli Stati Uniti non dovrebbe mai essere sottovalutata.

Hanno sfruttato il pretesto della "nuova Pearl Harbor" dell'9/11 per lanciare una crociata contro le terre dell'Islam nel 2001, seguita da una guerra per procura della NATO contro la Russia nel 2014.

La loro ambizione finale è quella di muovere guerra alla Cina prima del 2025.

Tuttavia, ora stanno affrontando una rapida rivolta geopolitica e geoeconomica del cuore del mondo – dalla Russia e dalla Cina all'Asia occidentale, ed estrapolando verso l'Asia meridionale, il Sud-Est asiatico, l'Africa e latitudini selezionate in America Latina.

 

 

Il punto di svolta è arrivato il 26 febbraio 2022, quando i neoconservatori di Washington – in una palese dimostrazione dei loro intelletti superficiali – hanno deciso di congelare e / o rubare le riserve dell'unica nazione del pianeta dotata di tutte le merci che contano davvero, e con il “nous necessario” per scatenare un cambiamento epocale verso un sistema monetario non ancorato al denaro fiat.

Quello è stato il fatidico giorno in cui “la cabala”, identificata dal giornalista Seymour Hersh come responsabile dell'esplosione degli oleodotti Nord Stream, ha effettivamente fischiato che il treno ad alta velocità di de-dollarizzazione lasciasse la stazione, guidato da Russia, Cina e ora – benvenuti a bordo – Iran e Arabia Saudita.

 

 

 

Cina, America ed “Economist”.

 Unz.com - RON UNZ – (11 APRILE 2023) – ci dice:

 

Il settimanale più influente del mondo è probabilmente l'Economist, e sono abbonato ininterrottamente dalla fine del 1979, un periodo di oltre 43 anni.

 Negli ultimi due decenni, di solito ho solo dato un'occhiata a un numero prima di metterlo tra le mie pile di numeri passati, ma la storia di copertina di questa settimana ha attirato la mia attenzione:

 "America contro Cina: è peggio di quanto pensi".

Quell'argomento era di grande interesse per me, quindi ho deciso di dare un'occhiata più da vicino.

Leggere alcuni di quegli articoli mi ha ricordato come mi ero sentito quando mi ero imbattuto per la prima volta in quella pubblicazione quando ero una matricola del college, una storia che avevo raccontato più di dieci anni fa

Pubblicato su carta da giornale così sottile da essere quasi traslucida, spedito due volte ogni quindici giorni strettamente piegato in un semplice involucro marrone, si definiva un "giornale" piuttosto che una rivista, non portava sottotitoli per i suoi articoli o testata per i suoi numeri, e nel suo stile a volte sembrava quasi uno strano residuo intellettuale della vecchia Europa prebellica, spesso ignorando i molti “shibboleth” e tabù che così infestavano il rispettabile giornalismo americano.

 La sua grande intelligenza e la sua schiettezza erano enormemente rinfrescanti, e con una minuscola circolazione di circa 50.000 persone, poche delle quali americane, sentivo di aver scoperto una meravigliosa fonte segreta di vera conoscenza del mondo.

Tale era il vecchio London Economist sotto Norman Macrae, il suo vice direttore di lunga data e influenza plasmante.

Per quasi vent'anni ho letto avidamente ogni numero quasi da cima a fondo, e sono stato ben ricompensato per il mio tempo investito.

Inoltre, nelle pagine colorate di blu della sua newsletter “Economist Intelligence Report”, ho letto di Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin come figure sovietiche in ascesa, anni prima che ricevessero qualsiasi menzione nei media d'élite americani.

Quando l'Economist pubblicò la sua copertina del 1985 evidenziando il raddoppio della produzione agricola cinese in soli sette anni, lo mostrai a tutti i miei amici come prova che avevo avuto ragione durante tutti quegli anni in cui avevo previsto la rapida ascesa della Cina, e loro prontamente ammisero il punto: l'Oracolo di Londra aveva parlato.

 

A partire da quei primi giorni del college, avevo iniziato a competere con uno o due dei miei amici nel tentativo di far pubblicare lettere all'editore in quel settimanale di piccola tiratura ma d'élite.

La mia media di battuta è stata piuttosto buona nel corso degli anni – circa il 70% credo – e alla fine sono riuscito a piazzarne quattro o cinque, la prima volta che ho visto le mie parole apparire sulla stampa.

Il mio più grande successo è arrivato con l'ultimo di questi nel 1986, quando hanno pubblicato la mia presentazione di 500 parole, tra le lettere più lunghe che avessero mai pubblicato.

Avevo esortato i redattori ad aggiungere una sezione Asia in considerazione dell'enorme e in rapida crescita importanza economica e politica di quella regione globale.

L'Asia orientale contiene ben oltre un miliardo e mezzo di persone, e il subcontinente indiano un altro miliardo; Europa (esclusa Unione Sovietica e Gran Bretagna), poco più di 400 milioni.

L'Asia orientale contribuisce con un PIL di oltre 2 trilioni di dollari, e il subcontinente con un altro paio di centinaia di miliardi di dollari;

 Europa (sempre escludendo Russia e Gran Bretagna), meno di 4 trilioni di dollari.

Inoltre, dati gli attuali tassi di crescita e il potenziale economico degli stati asiatici – in particolare Cina e India, come suggerito dal vostro recente minisondaggio – i prossimi 15 anni dovrebbero vedere l'Estremo Oriente superare l'Europa in importanza economica.

Sotto ogni punto di vista, Giappone, Cina e (forse) India sono tre delle circa mezza dozzina di nazioni più significative del mondo, e la loro importanza è in costante aumento.

Al contrario, l'importanza delle principali nazioni europee come la Francia o la Germania Ovest sta diminuendo.

Pubblichi una normale sezione sull'Europa, ma continui a raggruppare l'Asia orientale e il subcontinente indiano sotto "varie", vale a dire la tua sezione internazionale.

E gli eterni problemi del Medio Oriente, dell'Africa e dell'America Latina occupano generalmente la maggior parte di quella sezione.

La mancanza di un'indagine separata sull'Estremo Oriente (o indagine sull'Asia orientale) si traduce quindi in una copertura meno che sufficiente di tali aree.

Un'analisi non scientifica dei tuoi ultimi sei numeri (dal 15 marzo al 19 aprile) indica questi totali per le normali pagine di copertura dei sondaggi:

Europa (esclusa l'Unione Sovietica e la Gran Bretagna), 30; Asia orientale, 11; Subcontinente indiano, 3.5.

Solo l'eurocentrico più ostinato affermerebbe che questi totali riflettono accuratamente l'importanza mondiale di queste tre regioni.

Istituire una sezione di indagine regolare dedicata all'Estremo Oriente (o all'Asia orientale) focalizzerebbe correttamente l'aumento dei reportage su quello che potrebbe essere il centro di gravità economico e politico del mondo tra 30 o 40 anni.

Sono stato molto gratificato quando la nuova sezione Asia è stata lanciata l'anno successivo.

 Il loro ultimo cambiamento di questo tipo era stato più di una dozzina di anni prima, quando la pubblicazione britannica aveva aggiunto una sezione sull'Europa dopo l'adesione della Gran Bretagna alla Comunità europea.

Fornire un'adeguata copertura all'Asia potrebbe essere stato un passo importante per l'Economist nel suo percorso per diventare un settimanale veramente globale.

Ma come ho sottolineato nell'aprile 2012, quel grande successo potrebbe anche aver avuto alcune conseguenze sfortunate.

Ahimè, la qualità e l'unicità della rivista hanno dimostrato la sua rovina.

Con il passare degli anni, sempre più americani istruiti scoprirono un periodico che rivelava idee e fatti in gran parte ignorati dai nostri giornali d'élite, per non parlare di Time e Newsweek rivolto a dieci milioni o più di lettori settimanali.

Mentre fino ai primi anni 1990, la sua pubblicità si vantava ancora di non essere stata letta da milioni di persone, nel 2000 era stata raggiunta la soglia del milione di copie, insieme all'enorme redditività fornita da un pubblico decisamente di alto livello e d'élite.

Ma tutti questi nuovi abbonati erano per lo più americani benestanti, la cui sensibilità e prospettive erano molto diverse da quelle delle poche decine di migliaia di britannici che in precedenza avevano costituito il nucleo dei lettori.

Per questi nuovi arrivati – e ancora più importante per i ricchi pubblicitari che attiravano – la realtà era limitata dal “New York Times a sinistra” e dal “Wall Street Journal a destra”, e tutto ciò che si spingeva troppo oltre quell'involucro di opinione rispettabile era discordante, forse persino inquietante.

Col passare del tempo, sempre più delle acute caratteristiche intellettuali che un tempo avevano dato alla rivista tanta verve e originalità furono gradualmente levigate, non completamente, ma in misura considerevole.

 L'Economist londinese è diventato solo il semplice economista, raramente disposto a violare i confini o i tabù dell'establishment americano neoconservatore / neoliberista di Washington / New York, semplicemente una versione più intelligente, meglio scritta, molto più profonda di “Time” o “Business week”.

 

Questo triste declino intellettuale è diventato evidente per me nell'ultimo decennio, quando le politiche americane post-9/11, sia estere che interne, hanno virato verso una follia quasi totale, ma hanno continuato a ricevere un misto di sostegno più qualche occasionale “tut-tutting” da una rivista che una volta avevo così tanto rispettato.

Forse i migliori editori hanno ricordato il caso del loro stimato predecessore Francis Hirst, che aveva pubblicamente parlato della possibilità di una pace negoziata per porre fine all'inutile massacro della prima guerra mondiale, ed era stato sommariamente licenziato come editore nel 1916 per la sua evidente mancanza di patriottismo.

E gli infiniti, inimmaginabili disastri che l'America ha sofferto a causa di queste assurde politiche sembrano non aver lasciato molti segni editoriali.

Un rapido esame delle copertine recenti rivela storie come: la minaccia delle armi nucleari iraniane; l'importanza di "liberare la Siria"; l'incombente crollo del regime di Putin; l'eccessiva regolamentazione dell'economia americana; e gli orribili problemi affrontati dai ricchi americani.

Basta cambiare qualche parola qua e là e quelle stesse copertine avrebbero potuto essere pubblicate cinque o dieci anni fa.

L'Economist ora si colloca semplicemente tra gli organi mediatici più elitari dello Stato monopartitico americano.

Quella critica dolorosamente negativa di una pubblicazione che una volta avevo così tanto ammirato era stata motivata dalla sua copertura sulla Cina.

Un paio di settimane prima, avevo pubblicato una lunga analisi sul chiaro spostamento del potere geopolitico verso la Cina.

E per pura coincidenza, solo pochi giorni dopo l'Economist aveva pubblicato una valutazione molto diversa, sostenendo che i fattori demografici favorivano notevolmente l'America rispetto alla Cina, un verdetto contrario che diverse persone avevano portato alla mia attenzione come un'apparente confutazione della mia tesi.

Nella mia risposta, ho messo in discussione aspramente alcuni dei loro argomenti.

L'affermazione è che la demografia prevista della Cina costituisce un "punto mortale di debolezza invisibile", in netto contrasto con la situazione futura abbastanza sana dell'America.

 Ma mentre tali "notizie felici" possono alleggerire i cuori degli esperti DC e degli “appartchik” che informano, l'analisi avanzata non mi sembra molto convincente.

Ad esempio, si sostiene che la Cina "invecchierà prima di diventare ricca" e avrà un'età media considerevolmente superiore a quella americana nel 2050, tra 40 anni.

Questo può essere vero, ma se facciamo avanzare i tassi di crescita economica degli ultimi decenni, il cinese medio sarà diventato più o meno ricco come l'americano medio in soli altri 20 anni, molto prima di quel punto. Estrapolando queste tendenze economiche 20 anni dopo, i cinesi saranno enormemente più ricchi degli americani nel 2050 ...

L'Economist sembra considerare lo "schema Ponzi demografico" in corso in America come un grande asso nella manica per quanto riguarda la nostra crescita economica e le esigenze sociali.

Ma mentre è vero che Bernie Madoff ha fatto molto bene finanziariamente per ragioni simili, le cose non hanno funzionato per lui alla fine.

È davvero una buona cosa che la popolazione americana stia crescendo più rapidamente di quella del Messico o dell'Algeria, o che (come dice The Economist) "nessuno sa quando l'America raggiungerà il suo picco demografico"?...

Nella misura in cui questo particolare pezzo è rappresentativo, temo che la lucidità dell'Economist sia stata sostituita da quel tipo di pio desiderio che ancora domina le nostre élite dominanti DC / NYC.

Dal momento che queste stesse élite costituiscono presumibilmente la cerchia sociale estesa di molti scrittori ed editori dell'Economist, questo forse non è sorprendente.

Un anno dopo ho pubblicato un altro lungo articolo che forniva alcuni dei ragionamenti più profondi dietro le mie aspettative di un enorme successo economico e tecnologico cinese, che si apriva con i seguenti paragrafi.

Durante i tre decenni successivi alle riforme di Deng Xiaoping del 1978, la Cina ha raggiunto il più rapido tasso sostenuto di crescita economica nella storia umana, con il conseguente aumento di 40 volte delle dimensioni dell'economia cinese che la lascia pronta a superare quella americana come la più grande del mondo.

Un miliardo di cinesi “Han ordinari” si sono sollevati economicamente dai buoi e dalle biciclette all'orlo delle automobili in una sola generazione.

Il rendimento accademico della Cina è stato altrettanto sorprendente.

 I test del Programma per la valutazione internazionale degli studenti (PISA) del 2009 hanno posto la gigantesca Shanghai - una megalopoli di 15 milioni di persone - al vertice assoluto dei risultati degli studenti mondiali.

I risultati PISA del resto del paese sono stati quasi altrettanto impressionanti, con i punteggi medi di centinaia di milioni di cinesi provinciali – per lo più provenienti da famiglie rurali con redditi annuali inferiori a $ 2.000 – che corrispondono o superano quelli dei paesi più avanzati e di successo d'Europa, come Germania, Francia e Svizzera, e si classificano ben al di sopra dei risultati americani.

Questi successi seguono da vicino la scia di una precedente generazione di guadagni economici e tecnologici simili per diversi paesi di origine cinese molto più piccoli in quella stessa parte del mondo, come Taiwan, Hong Kong e Singapore, e il grande successo accademico e socioeconomico di piccole popolazioni minoritarie di discendenza cinese in nazioni prevalentemente bianche, tra cui America, Canada. e Australia.

 I figli dell'Imperatore Giallo sembrano destinati a svolgere un ruolo enorme nel futuro dell'umanità.

Sebbene questi sviluppi possano aver scioccato gli occidentali della metà del 20 ° secolo - quando la Cina era meglio conosciuta per la sua terribile povertà e il fanatismo rivoluzionario maoista - sarebbero sembrati molto meno inaspettati ai nostri principali pensatori di 100 anni fa, molti dei quali profetizzavano che il Regno di Mezzo alla fine avrebbe riguadagnato il suo rango tra le nazioni più importanti del mondo.

Questa era certamente l'aspettativa di E.A. Ross, uno dei più grandi sociologi americani, il cui libro “The Changing Chinese” guardava oltre la miseria, la miseria e la corruzione della Cina del suo tempo verso una futura Cina modernizzata, forse alla pari tecnologica con l'America e le principali nazioni europee.

 Le opinioni di Ross furono ampiamente riprese da intellettuali pubblici come “Northrop Stondar”, che prevedeva il probabile risveglio della Cina da secoli di sonno interiore come una sfida incombente all'egemonia mondiale a lungo goduta dalle varie nazioni di discendenza europea.

Le radici originali di quell'articolo risalgono a quasi 35 anni fa.

 Nel 1978 avevo seguito un seminario di laurea dell'UCLA sull'economia politica rurale cinese e mi ero rapidamente imbattuto nell'evidenza inequivocabile di una massiccia pressione selettiva nella società tradizionale cinese, una conseguenza delle condizioni sociali che erano continuate senza sosta per mille anni o più, certamente abbastanza a lungo da rimodellare le caratteristiche umane della razza più numerosa del mondo.

Diversi anni dopo ho scritto quell'analisi come documento di classe per “E.O. Wilson di Harvard”, il padre fondatore della sociobiologia, ma dovevano passare tre decenni prima che fossi finalmente spinto a pubblicare le mie scoperte come articolo nel 2013.

Un paio di anni prima mi ero anche imbattuto nel breve libro di Ross sulla Cina, allora vecchio di un secolo, e insieme a tutti gli altri suoi lavori, l'ho trovato assolutamente pieno di quel tipo di profonde intuizioni sociologiche che i potenti tabù dominanti della moderna cultura accademica occidentale avevano da tempo eliminato dal discorso pubblico.

 Consiglio vivamente questo libro a chiunque sia interessato a capire il popolo cinese e la sua società.

Quando avevo incontrato per la prima volta l'Economist di Norman Macrae, i suoi scritti contenevano spesso tracce di idee così controverse, che una volta erano state così comuni durante l'era della sua giovinezza, e per questo motivo ero rimasto molto colpito.

 Ma dopo il suo ritiro nel 1988 e certamente all'inizio del secolo, tali nozioni eretiche sopravvissute furono quasi completamente spazzate via dal neoliberismo transatlantico dominante, forse diminuendo gravemente l'acume predittivo del settimanale.

Penso che gli eventi degli ultimi anni – e certamente le ultime settimane – abbiano fortemente confermato il mio confronto del 2012 tra Cina e America rispetto alla prospettiva contrastante che l'Economist aveva fornito nello stesso periodo.

Altri paesi in tutto il mondo sembrano aver chiaramente riconosciuto e reagito a questa transizione globale in corso.                    

Il nostro principale alleato mediorientale dell'Arabia Saudita si è ora spostato nel campo della Cina, mentre il Brasile ha recentemente deciso di abbandonare l'uso del dollaro in gran parte del suo commercio internazionale, probabilmente presto seguito in quella decisione epocale da molti altri importanti paesi.

Nel frattempo, l'America e i suoi alleati della NATO hanno completamente fallito nell'infliggere alcun grave danno all'economia russa, nonostante le sanzioni senza precedenti che avevano imposto, come ho discusso in un recente articolo.

Gran parte di quel pezzo si era concentrato sull'intrigante analisi economica di “Jacques Sapir”, direttore degli studi presso il prestigioso istituto francese “EHESS”, che aveva sostenuto che la migliore misura della forza economica di un paese è la dimensione reale del suo settore produttivo, un calcolo che esclude i servizi, la cui produzione è spesso non commerciabile e molto più facilmente manipolabile.

Con questo in mente, dovremmo riconoscere che già nel 2019 l'economia produttiva reale della Cina era già tre volte più grande di quella americana, anzi più grande del totale combinato per l'America, l'Unione Europea e il Giappone.

Data la plausibile enfasi di Sapir sul PIL produttivo reale come metrica cruciale del potere economico nazionale, ho costruito una tabella che presenta quelle cifre per le più grandi trenta economie reali, insieme ai loro PIL nominali e pro capite.

Ho anche incluso una colonna aggiuntiva che mostra il PIL produttivo reale pro capite.

Tutti questi dati sono stati tratti dal “CIA World Facebook”, che fornisce convenientemente stime del PIL reale corretto per PPP del 2021 per i paesi del mondo, nonché le cifre più recenti per i PIL nominali, la composizione del settore economico e le popolazioni nazionali.

 Poiché tutte queste stime provengono da anni leggermente diversi, i risultati sono necessariamente approssimazioni e ho arrotondato tutti i valori in parte per enfatizzare questo punto.

Molti di questi risultati sembrano piuttosto interessanti.

Allo scoppio della guerra in Ucraina, la dimensione nominale dell'economia russa era piuttosto piccola, essendo a metà strada tra quella della Spagna e dell'Italia, e quindi sembrava molto vulnerabile a un attacco finanziario coordinato da parte dell'Occidente.

Ma in termini produttivi reali, l'economia russa era quasi il 10% più grande di quella tedesca e quasi delle dimensioni del Giappone, contribuendo a spiegare perché i tentativi occidentali di paralizzare la Russia con le sanzioni sono falliti così miseramente e invece hanno portato a gravi carenze energetiche e alta inflazione nei paesi che stanno aumentando lo sforzo.

In effetti, l'economia produttiva reale della Russia è quasi il 20% più grande del totale combinato per Gran Bretagna e Francia.

Anche un esame dei redditi produttivi reali pro capite è piuttosto intrigante. Secondo tale misura, il russo medio produce un valore annuo considerevolmente maggiore rispetto alle sue controparti britanniche o francesi fortemente orientate al servizio.

 Il PIL nominale pro capite dell'America è più di cinque volte superiore a quello della Russia, il che sembra dimostrare l'abisso tra la nostra ricchezza e la loro miserabile povertà;

ma quando ci concentriamo sul PIL produttivo reale pro capite, la differenza si riduce a un mero 15%.

 Ciò suggerisce che gran parte dell'ampio divario nel nostro attuale tenore di vita potrebbe essere semplicemente un artefatto dello status di valuta di riserva internazionale del dollaro e potrebbe quindi essere molto vulnerabile a importanti cambiamenti geopolitici.

La stessa attenzione al settore produttivo eleva anche i cinesi, e oggi il loro PIL produttivo reale pro capite è già entro il 10% di quello britannico o francese.

Le industrie dei servizi ovviamente generano reddito e valore, e escluderle in un tale calcolo costituisce semplicemente un esercizio intellettuale che non dovrebbe essere preso troppo sul serio.

Ma penso che fornisca un'utile prospettiva economica alternativa, che vale la pena considerare come supplemento ai confronti più tipici, e queste cifre possono indicare la fragilità della ricchezza occidentale esistente.

Nonostante i sentimenti cautelativi dell'Economist del 2012 riguardo alla futura traiettoria economica della Cina, i redattori hanno certamente riconosciuto gli enormi progressi che il paese aveva già fatto, ed erano pienamente consapevoli che si trovava sul punto di superare l'America nelle dimensioni della sua economia reale.

Pertanto, nel gennaio dello stesso anno avevano aggiunto una sezione dedicata alla Cina, la prima dedicata a un singolo paese da quando l'America aveva ricevuto quella speciale distinzione nel 1942.

 Quindi, dopo aver digerito gli articoli sulla Cina nel numero corrente, ho deciso di esplorare la loro copertura in modo più approfondito trascorrendo un paio di giorni leggendo attentamente quelle sezioni degli ultimi otto mesi di numeri, mentre guardavo anche leggermente altre parti della rivista.

Gli editori non avevano quasi trascurato argomenti cinesi durante quel periodo, pubblicando otto storie di copertina separate su quel paese – una ogni quattro o cinque settimane – oltre a pubblicare due lunghi sondaggi speciali, il primo sulla Cina stessa e il secondo sul conflitto per Taiwan, ciascuno di circa 10.000 parole, oltre a un sostanziale briefing sul leader cinese Xi Jinping.

Non leggevo regolarmente l'Economist da quasi vent'anni, e quando ho iniziato a farlo, sono rimasto molto colpito dalla notevole intelligenza e qualità della scrittura, che era chiaramente rivolta a un pubblico molto più alto di quello del mio New York Times mattutino, in questi giorni così gravemente degradato in "wokeness", partigianeria sputacchiata, e totale frivolezza.

Mi ricordai presto perché il settimanale britannico era rimasto per così tanti anni la mia pubblicazione preferita e la mia fonte di informazioni più affidabile.

Ma ho anche notato gli stessi difetti dell'establishment che mi avevano profondamente alienato negli anni successivi agli attacchi dell'9/11.

Gli scrittori e gli editori erano ancora riluttanti ad avventurarsi al di fuori dei confini restrittivi del consenso dei media occidentali.

Questa mancanza era più evidente per quanto riguarda le loro osservazioni disinvolte o le loro supposizioni tacite, truismi che consideravano così ovvi e ben consolidati da non richiedere alcuna spiegazione o supporto.

Ad esempio, un articolo su “TikTok “nel numero corrente ha casualmente suggerito che l'interferenza russa aveva contribuito a spingere Donald Trump alla Casa Bianca, dichiarando che "la Russia ha usato Facebook nella corsa presidenziale del 2016 in America".

Questo rappresenta un elemento importante della ridicola bufala mediatica del Russia gate.

Un altro esempio particolarmente assurdo della riluttanza editoriale ad allontanarsi dalle norme dei media è stato che la Cina è stata regolarmente descritta come la "seconda più grande" economia del mondo, anche se lo stesso Economist aveva aperto la strada alla metrica molto più realistica della parità del potere d'acquisto (PPP) – soprannominata lo standard "Big Mac" – che giudicava correttamente il PIL cinese molto più grande.

In effetti, hanno pubblicato un bell'articolo nel 2020 riassumendo esplicitamente i fatti veri e osservando che, secondo la Banca Mondiale, l'economia reale cinese aveva superato la nostra tra il 2014 e il 2016.

Ma questa ovvia realtà è stata successivamente ignorata nei riferimenti casuali trovati altrove negli articoli sulla Cina.

Anche se leggevo solo le sezioni sulla Cina, ero spesso costernato dai riferimenti fatti ad altre questioni attuali, specialmente quelle che riguardano la politica estera.

Così, la guerra russa con l'Ucraina è stata invariabilmente descritta come un'aggressione militare "non provocata" con frasi identiche a quelle del Times e di ogni altro media occidentale, e i cinesi sono stati ridicolizzati per la loro "paranoia" nel credere che il conflitto fosse stato causato dalla continua espansione della NATO.

Ma “John Mearsheimer”, “Jeffrey Sach”s e numerosi altri esperti accademici hanno ripetutamente dimostrato che la prospettiva cinese era completamente corretta.

Eppure, anche in questo esempio particolarmente eclatante, alcune tracce della vecchia obiettività dell'Economist sono rimaste ancora visibili.

 La copertura mediatica occidentale del conflitto ucraino ha escluso tutte le voci contrarie, non importa quanto accreditate ed eminenti, ma una conferenza accademica di 75 minuti del Prof. Mearsheimer sulle origini della polveriera ucraina era rimasta quasi inosservata su YouTube dal 2014, e una volta iniziata la guerra, è improvvisamente esplosa in popolarità, attirando molti milioni di spettatori in tutto il mondo.

Poco dopo gli editori dell'Economist hanno invitato l'illustre studioso a contribuire con un saggio di 1.500 parole che esponeva la sua analisi contraria della guerra per i loro lettori, appena sufficiente per bilanciare il loro oceano di parole che demonizzavano la Russia e Vladimir Putin, ma molto più di quanto quasi ogni altro organo di stampa occidentale mainstream fosse stato disposto a consentire.

Sfortunatamente, tali esempi sembravano piuttosto rari.

 In un altro articolo, la Cina è stata denunciata per essersi unita alla Russia nel porre il veto alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Siria "per aver usato armi chimiche contro il suo stesso popolo".

 Ma sebbene tale accusa fosse stata fortemente contestata dal professor “Theodore Postol”, uno dei principali esperti di armi, così come dal giornalista investigativo “Seymour Hersh” e da numerosi altri, una ricerca non ha rivelato alcuna menzione di quei fatti contrari da nessuna parte nella pubblicazione.

Oppure si consideri il lungo sondaggio sulla società di Taiwan, che ha salutato la “promulgazione del matrimonio gay” come un trionfo della democrazia nella repubblica insulare.

I fatti reali erano esattamente l'opposto, poiché una grande maggioranza degli elettori taiwanesi si era opposta a quel cambiamento in un referendum pubblico, mentre la politica era invece stabilita da una fiat giudiziaria non democratica.

Un esempio molto più importante sarà probabilmente di grande importanza storica. I

l 26 settembre 2022, massicce esplosioni sottomarine hanno gravemente danneggiato i gasdotti russo-tedeschi Nord Stream da 30 miliardi di dollari, classificandosi come forse il più grande atto di terrorismo industriale nella storia del mondo e giocando un ruolo importante nella devastante crisi energetica dell'Europa.

 

Un paio di giorni dopo, l'Economist si è unito al coro dei nostri media occidentali "Mocking Bird" nel trasmettere docilmente le dichiarazioni di anonimi funzionari europei secondo cui Vladimir Putin era stato probabilmente responsabile degli attacchi, ammettendo tranquillamente che non era "chiaro" perché i russi avrebbero distrutto i propri oleodotti.

Inoltre, anche quei piccoli dubbi sono rapidamente svaniti e quando il settimanale ha pubblicato una lunga storia sull'incidente un mese dopo, ci è stato detto categoricamente:

"La Russia nega la responsabilità delle esplosioni. Ma pochi dubitano che il Cremlino l'abbia fatto".

Eppure, secondo il Prof. Sachs, giornalisti ben informati nei media mainstream presumevano tranquillamente che l'America fosse responsabile, e la mia analisi dei fatti puntava esattamente nella stessa direzione.

Poi un paio di mesi fa il famoso giornalista Seymour Hersh ha pubblicato la sua denuncia di successo fornendo i dettagli precisi dell'attacco americano agli oleodotti, e le sue rivelazioni sono state totalmente ignorate, sia dall'Economist che da tutti gli altri media mainstream.

Ma mentre milioni di persone leggevano la sua storia e iniziava a guadagnare terreno su Internet, i servizi di intelligence occidentali in preda al panico hanno rilasciato anonimamente una vaga affermazione concorrente secondo cui una manciata oscura di attivisti filo-ucraini su una barca a vela noleggiata era stata responsabile di quelle gigantesche esplosioni sottomarine, un'assurdità ridicola ma che ha attirato una copertura rispettosa su tutti i media mainstream.

incluso un lungo articolo sull'Economist.

Forse imbarazzato dall'evidente bufala che stava riportando, lo scrittore ha anche incluso un paio di frasi che menzionano il resoconto contrario di Hersh, ma lo ha pesantemente criticato, sostenendo che l'America non avrebbe un motivo chiaro per un tale attacco poiché "rischierebbe di inimicarsi gli alleati europei".

È ovviamente ingiusto puntare il dito contro l'Economist per essersi attaccato così strettamente alle sue posizioni dell'establishment su così tanti argomenti, dal momento che questo fallimento è condiviso da quasi tutti gli altri nostri media mainstream.

Ma una volta avevo tenuto la pubblicazione a standard molto più elevati, e con un piccolo sforzo avrei potuto moltiplicare questi esempi inquietanti dieci volte.

Particolarmente toccante per me è stato un recente articolo di “Lexington” intitolato "Come la guerra in Iraq è diventata una minaccia per la democrazia americana" che è apparso intorno al ventesimo anniversario di quell'evento fondamentale e ha riassunto le disastrose conseguenze geopolitiche per la popolazione della regione e la posizione del governo americano, sia in patria che all'estero.

 Come ha tristemente spiegato l'editorialista:

Ci sono state voci sollevate contro l'invasione, naturalmente, ma le élite politiche, di sicurezza e mediatiche dell'America – il suo establishment – si sono radunate dietro di essa.

Durante un dibattito al Senato sull'autorizzazione alla guerra in Iraq, il senatore Joe Biden ha ricordato "il peccato del Vietnam" e "il fallimento di due presidenti nel livellare con il popolo americano" sui costi di quella guerra.

 Poi ha votato a favore del provvedimento.

Tre anni dopo, ha definito quel voto un errore.

Non tutti i guai dell'America possono essere ricondotti a quella fatidica invasione, quando l'arroganza dell'America piuttosto che la sua generosità – il rovescio della medaglia del suo idealismo – divenne il suo biglietto da visita globale. Il

 tracollo finanziario globale più tardi in quel decennio ha completato il fallimento dell'establishment.

Ma la guerra in Iraq ha spinto l'America sulla strada di Donald Trump.

Barack Obama rappresentava la speranza di un brusco cambiamento da parte di Bush, eppure quei due leader erano molto più simili l'uno all'altro che come il presidente che è venuto dopo.

Tutti questi sentimenti erano assolutamente corretti, ma non ho potuto fare a meno di ricordare che per tutto il 2002 e il 2003 lo stesso Economist era stato un elemento guida di quel disastroso consenso dell'establishment dell'élite, sostenendo con forza quelle decisioni così dannose per l'America e il resto del mondo.

 In effetti, questo è stato esattamente il motivo per cui ho presto smesso di leggerlo o di fidarmi.

Sfortunatamente, credo che le attuali politiche sostenute dall'Economist riguardo a Cina, Russia e Ucraina siano altrettanto totalmente sbagliate quanto lo era il suo vigoroso sostegno ventennale alla guerra in Iraq, e temo che tra dieci o vent'anni potrebbe essere costretto a pubblicare un articolo simile che denuncia il consenso dell'élite di oggi che ha fatto così tanto danno agli interessi europei e americani.

La nostra ostilità irrazionale nei confronti della Russia ha creato un'alleanza Cina-Russia enormemente potente che sembra destinata a rimodellare la geopolitica mondiale a tremendo svantaggio dell'Occidente.

Tre decenni fa, abbiamo trionfato nella nostra lunga guerra fredda contro l'Unione Sovietica, ma ora stiamo completamente sprecando i frutti politici di quella storica vittoria.

Ci sono poche pubblicazioni cartacee nel mondo di oggi che combinano la credibilità dell'establishment dell'Economist con il suo enorme e elitario pubblico globale.

Ma insieme a tale potere mediatico arriva il peso della responsabilità, in modo che gli editori e i giornalisti di tale pubblicazione debbano valutare attentamente le loro parole.

Durante il 1916, alcuni elementi influenti dell'establishment britannico proposero una fine negoziata della Grande Guerra, tra cui “Francis Hirst”, allora direttore dell'Economist.

Gran parte del governo tedesco aveva una posizione simile, e se l'iniziativa avesse avuto successo, milioni di vite sarebbero state salvate, mentre i governi europei castigati probabilmente avrebbero evitato qualsiasi futura Seconda Guerra Mondiale, salvando così altre decine di milioni di persone.

Ma lo sforzo fallì e Hirst perse il lavoro di conseguenza.

 

Fino a meno di un anno fa, il Prof. “Jeffrey Sachs” della Columbia University probabilmente sarebbe stato considerato un solido pilastro dell'establishment dell'élite occidentale come i migliori redattori dell'Economist.

Ma i suoi decenni di profonda conoscenza personale di Cina, Russia e Ucraina lo hanno presto portato a rifiutare le nostre attuali politiche come disastrose per il mondo.

E sebbene quasi tutti i nostri media abbiano continuato a boicottare la sua analisi convincente, le sue parole sono state viste e ascoltate da milioni di persone in tutto il mondo, avendo un impatto importante sul dibattito pubblico.

Se l'Economist ritenesse opportuno muoversi verso una posizione simile, potrebbe essere possibile un enorme cambiamento nel sentimento dell'élite.

Il mio rapporto con l'Economist è talvolta andato oltre quello di un semplice lettore e ammiratore, e nel corso degli anni molti dei miei progetti politici sono stati notati dalla pubblicazione.

 Durante la mia campagna "English for the Children" del 1998 in California, l'influente settimanale mi ha offerto un'attenzione favorevole e credo che il suo sostegno abbia giocato un ruolo importante nel mio sforzo di successo per trasformare le prospettive educative di molti milioni di giovani bambini immigrati in tutta l'America.

Meno di un decennio fa, il sorprendente spostamento dell'Economist verso i benefici di un salario minimo molto più alto probabilmente ha contribuito a far oscillare il dibattito politico su quella che era quasi diventata una questione economica abbandonata, e negli anni successivi sono stati emanati grandi aumenti del salario minimo in molti dei più grandi stati americani.

Un paio di anni dopo, importanti articoli dell'Economist sulla forte evidenza delle quote asiatiche nei college americani d'élite aggiunsero un notevole slancio alla questione, e non molto tempo dopo un altro articolo descrisse favorevolmente la campagna che avevo organizzato per il “Board of Overseers “di Harvard in parte su quella preoccupazione, anche se sfortunatamente non fu all'altezza.

 Oggi c'è un'aspettativa diffusa che le preferenze razziali nelle ammissioni al college possano essere limitate o vietate dalla Corte Suprema nei prossimi due mesi.

Il mio coinvolgimento in questa pubblicazione ha radici profonde.

 Quando sono diventato abbonato per la prima volta nel 1979, penso che la tiratura dell'Economist potrebbe essere stata non molto più di 100.000 (piuttosto che 50.000 come una volta avevo erroneamente creduto).

 Data la probabile età di quei lettori e delle tabelle attuariali, dubito che più di qualche centinaio di loro abbiano mantenuto un abbonamento ininterrotto negli ultimi 43 anni.

 Anche se sicuramente non sono l'abbonato continuo più lungo al settimanale, sospetto di andare più indietro del 99,9% o forse anche del 99,99% dei loro attuali 1,6 milioni di lettori.

 In effetti, dubito che quasi nessuno dei loro attuali redattori possa eguagliare i miei anni nei loro albi di abbonamento, e probabilmente molti dei loro scrittori non erano nemmeno nati quando ho ricevuto con entusiasmo il mio primo numero.

Quindi, come qualcuno che desidera molto bene per la pubblicazione ma si sente anche lo stesso per il mondo, spero che gli editori dell'Economist riconsiderino attentamente alcune delle loro attuali posizioni, attingendo alla saggezza di “Norman Macrae” e al coraggio politico di” Francis Hirst”, pur stando attenti a evitare il destino giornalistico di quest'ultimo.

 

 

 

 

 

Oltre 100 altri documenti classificati

appaiono online: segreti statunitensi

"Dall'Ucraina al Medio Oriente

alla Cina".

Globalresearch.ca – Redazione - (11 aprile 2023) - Zero Hedge – ci dice:

Un “dump” di documenti più esteso e la fuga di materiali altamente classificati sono stati segnalati sulla scia della divulgazione iniziale che i memo relativi alla strategia degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina sono apparsi online, incluso materiale contrassegnato come "Top Secret".

Questa volta la fuga di notizie appare più ampia:

 "Una nuova serie di documenti classificati che sembrano dettagliare i segreti della sicurezza nazionale americana dall'Ucraina al Medio Oriente alla Cina è emersa sui siti di social media venerdì, allarmando il Pentagono e aggiungendo scompiglio a una situazione che sembrava aver colto alla sprovvista l'amministrazione Biden", ha riferito il New York Times venerdì sera.

"La portata della fuga di notizie – gli analisti dicono che potrebbero essere stati ottenuti più di 100 documenti – insieme alla sensibilità dei documenti stessi, potrebbe essere estremamente dannosa, hanno detto i funzionari statunitensi", continua il rapporto.

Un alto funzionario dell'intelligence è stato citato nel rapporto dicendo che la fuga di notizie è "un incubo per i Five Eyes" – in riferimento alle nazioni che condividono l'intelligence di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Come i piani di guerra in Ucraina precedentemente riportati dal Times, alcuni di questi ultimi documenti sono apparsi su Twitter e altre piattaforme di social media, e includono rapporti etichettati con uno dei più alti rating di classificazione di "Secret / NoForn" - il che significa che sono abbastanza sensibili da non essere condivisi nemmeno con alleati stranieri.

L'Ucraina tenta di incolpare la Russia per l'umiliante fuga di notizie del Pentagono.

È interessante notare che il NY Times osserva che una diapositiva dell'intelligence che sta circolando presenta "una valutazione allarmante delle vacillanti capacità di difesa aerea dell'Ucraina".

 Ma queste fughe di notizie, alcune delle quali sono effettivamente apparse su un server “Discord” dedicato a discutere di” Minecraft “e altri luoghi insoliti, includono più del contenuto iniziale sulla pianificazione della guerra in Ucraina.

Ma i documenti trapelati sembrano andare ben oltre il materiale altamente classificato sui piani di guerra in Ucraina.

 Gli analisti della sicurezza che hanno esaminato i documenti che cadono sui siti di social media dicono che il crescente tesoro include anche diapositive informative sensibili sulla Cina, il teatro militare indo-pacifico, il Medio Oriente e il terrorismo.

Il rapporto cita un analista che avverte che questa è probabilmente "la punta dell'iceberg" e che altre importanti fughe di notizie stanno arrivando, o forse sono già avvenute, in qualcosa che potrebbe iniziare a rivaleggiare con i "Pentagon Papers" dell'era della guerra del Vietnam.

 

Un ex alto funzionario del Pentagono, “Mick Mulroy”, è stato anche citato per aver detto che questo potrebbe ostacolare la pianificazione militare ucraina dato che "molte di queste erano immagini di documenti" e quindi "sembra che sia stata una fuga di notizie deliberata fatta da qualcuno che desiderava danneggiare gli sforzi dell'Ucraina, degli Stati Uniti e della NATO".

Questa valutazione suggerisce una fuga di notizie dall'interno delle forze alleate, e non da un avversario straniero, anche se i funzionari statunitensi accusano le entità collegate alla Russia online di essere i principali diffusori dei documenti trapelati.

I funzionari statunitensi stanno anche avvertendo che alcuni dei documenti potrebbero essere stati modificati digitalmente per adattarsi a una narrativa più pro-Cremlino, come abbiamo dettagliato in precedenza.

 Twitter ha riconosciuto che i funzionari statunitensi stanno chiedendo di agire per cancellare i materiali classificati dalla piattaforma.

C'è una crescente preoccupazione che le fughe di notizie possano provenire dall'interno dell'esercito ucraino ...

Anche i funzionari del Pentagono e dell'intelligence degli Stati Uniti stanno cercando di scoprire la fonte della fuga di notizie in un'indagine in corso. Probabilmente questo si tradurrà in un maggiore controllo su Kiev e su come la sua catena di comando gestisce i dati sensibili condivisi dal Pentagono.

 

 

 

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Migranti, Dichiarato Stato di

Emergenza: Stanziati 5 Milioni di Euro.

Conoscenzealconfine.it – (12 Aprile 2023) – Redazione - ci dice:

 

Prima creano il Problema… poi offrono la Soluzione…

Il governo dichiara lo stato di emergenza per sei mesi.

 In seguito al boom di arrivi di migranti, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza.

 Su proposta del ministro per la “Protezione civile e le Politiche del mare”, “Nello Musumeci”, è stato deliberato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale a seguito dell’eccezionale incremento dei flussi di persone migranti attraverso le rotte del Mediterraneo.

Lo stato di emergenza, sostenuto da un primo finanziamento di cinque milioni di euro, avrà la durata di sei mesi.

Dall’inizio dell’anno, secondo il Viminale, sono giunti in Italia 31.292 migranti, quasi quattro volte e mezzo in più rispetto agli arrivi dello stesso periodo del 2021.

“Abbiamo aderito volentieri alla richiesta del ministro dell’Interno, “Matteo Piantedosi, ben consapevoli della gravità di un fenomeno che registra un aumento del 300% “, ha detto Musumeci.

“Sia chiaro, non si risolve il problema, la cui soluzione è legata solo a un intervento consapevole e responsabile dell’Unione europea “.

 

Stato di Emergenza per Risposte Tempestive.

Fonti di governo hanno sottolineato che la dichiarazione dello stato di emergenza “consente di assicurare risposte più efficaci e tempestive sul piano della gestione dei migranti e della loro sistemazione sul territorio nazionale”.

Il numero degli sbarchi è “largamente superiore rispetto al passato e l’esecutivo risponde prontamente dichiarando su tutto il territorio nazionale per un periodo di sei mesi lo stato di emergenza.

Per l’attivazione e l’avvio delle prime misure urgenti sono stati stanziati cinque milioni di euro previsti dal Fondo per le emergenze nazionali”.

Mandano armi all’Ucraina a spese nostre, stanziano fondi per i migranti e intanto per noi italiani…

taglio pensioni, sanità sempre più a pagamento, costo della vita sempre più alto… chissà, forse anche seconde case requisite e via dicendo… Senza dubbio:

 “Tutto è andato bene e continuerà ad andare meglio”.

(imolaoggi.it/2023/04/11/migranti-dichiarato-stato-di-emergenza-stanziati-5-milioni-di-euro/)

 

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