L’ULTIMA BATTAGLIA GLOBALE CHI NE SCRIVERA’ LA STORIA?
L’ULTIMA
BATTAGLIA GLOBALE CHI NE SCRIVERA’ LA STORIA?
Terza
guerra mondiale: 3 miliardi di
persone
(e mezza Africa) con la Russia?
Money.it - Alessandro Cipolla – (24/02/2023) –
ci dice:
Il
voto in sede Onu per una risoluzione sul conflitto in Ucraina fa emergere come,
in caso di terza guerra mondiale, la Russia potrebbe avere 3 miliardi di
persone dalla sua parte.
Come
sarebbero gli schieramenti in caso di una terza guerra mondiale? Una domanda
triste ma purtroppo mai così attuale visto che, un anno dopo l’inizio
dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, tutti i segnali al momento
sembrerebbero propendere per una drammatica escalation del conflitto.
Un indizio
di chi potrebbe stare con chi nel malaugurato caso di una terza guerra mondiale
è arrivato ieri da New York, dove nella sede dell’Onu è stata votata una
risoluzione che adotta a un anno dall’inizio del conflitto in Ucraina “la necessità di raggiungere, il
prima possibile, una pace completa, giusta e duratura in linea con la Carta
delle Nazioni Unite”.
Voto
risoluzione Onu guerra Ucraina 23 febbraio. Fonte Onu.
La
risoluzione è stata approvata con 141 voti favorevoli, tra cui quello
dell’Italia che è stato uno dei Paesi promotori, 7 contrari e 35 astenuti. Più
nel dettaglio il testo “ribadisce l’impegno per la sovranità, l’indipendenza,
l’unità e integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini
internazionalmente riconosciuti”.
A
votare contro oltre la Russia - ca va sans dire - sono stati Siria,
Bielorussia, Eritrea, Nord Corea, Nicaragua e Mali; tra gli astenuti invece
troviamo Paesi come Cina, India, Iran, Cuba, Pakistan, Angola, Etiopia,
Algeria, Sudafrica.
Tra i
membri del “Brics”, l’acronimo dell’associazione economica che unisce Brasile,
Russia, India, Cina e Sudafrica, soltanto Brasilia ha votato a favore della
mozione Onu come già successo anche in precedenza.
Se mai
dovesse scoppiare una terza guerra mondiale, questo voto potrebbe essere una
sorta di base di partenza per capire quali potrebbero essere gli eventuali
schieramenti.
Guerra
in Ucraina, il piano per la pace della Cina (che non funzionerà)
Guerra
in Ucraina, il piano per la pace della Cina (che non funzionerà)
Terza
guerra mondiale: in 3 miliardi con la Russia?
Da un
anno a questa parte viviamo con il costante timore che il conflitto in Ucraina
possa degenerare in una terza guerra mondiale potenzialmente anche nucleare;
uno scenario da incubo, degno del miglior sceneggiatore hollywoodiano, ma
purtroppo tristemente reale.
Le
paure sono dovute soprattutto al fatto che al momento l’unico esito possibile
della guerra sembrerebbe essere quello militare: considerando che né la Russia
né gli Usa possono permettersi di perdere, in ballo infatti non c’è il destino
dell’Ucraina ma il pallino dell’ordine mondiale, cosa potrà accadere in futuro
appare essere una autentica sciarada.
Quanto
accaduto nella giornata di ieri al Palazzo di Vetro dell’Onu ci fa capire come
Cina e India, 3 miliardi di persone in due, siano in qualche modo dalla parte
della Russia in questa guerra:
essendo
delle economie emergenti, avrebbero tutto il vantaggio a spostare il baricentro
mondiale da Occidente verso l’Oriente.
Questo
però non vuol dire che automaticamente accorerebbero in aiuto della Russia in
caso di una terza guerra mondiale - la Cina probabilmente sì ma l’India ha
buoni rapporti anche con gli Usa - con Nuova Delhi che da decenni ha diversi
conti in sospeso con il Pakistan che pure si è astenuto in sede Onu.
Di
certo si andrebbero a schierare con Vladimir Putin la Corea del Nord (altra
potenza nucleare), l’Iran e la Siria, mentre le recenti operazioni militari
congiunte tra la Russia e il Sudafrica, senza dimenticare quelle di qualche mese
fa con l’Algeria, sembrerebbero essere molto indicative a riguardo.
Ricordiamo
che di recente l’Italia si è legata mani e piedi all’Algeria per le forniture
energetiche dopo il bando al gas russo, con buona parte dell’Africa che ormai
sembrerebbe essere sotto la sfera di influenza sino-russa.
La
storia purtroppo ci ha insegnato che ogni grande guerra è la conclusione
naturale di ogni grande crisi e, quella innescata dal Covid, potrebbe condurci verso scenari
apocalittici senza una vera volontà di trovare al più presto una soluzione
diplomatica per il pantano bellico e geopolitico che si è creato in Ucraina.
Cina più o meno pericolosa della Russia?
Chi
bisogna temere di più per la sicurezza mondiale.
Money.it
- Alessandro Nuzzo – (4 Maggio 2023) – ci dice:
Sono
due superpotenze mondiali ma con storia e obiettivi molto diversi. Ecco perché
la Cina è meno pericolosa della Russia.
Sullo
scacchiere internazionale non c'è dubbio che la Cina vuole giocare un ruolo
sempre più di primo piano fino ad arrivare a contendersi il primato con gli
Stati Uniti.
Xi
Jinping, eletto per la terza volta segretario del partito, ha un progetto molto
ambizioso per la sua nazione: far cessare il monopolio statunitense
concedendole al massimo una diarchia.
Quindi
una nazione a capo di tutto il mondo tranne in Occidente.
Ma le
mire espansionistiche della Cina sono solo da un punto di vista commerciale o c'è
da preoccuparsi come fatto dalla Russia con l'Ucraina?
Ecco
la risposta.
La
Cina non ha mire espansionistiche, vuole solo crescere economicamente.
Cina e
Russia, due superpotenze orientali legate anche da rapporti commerciali ma con
progetti diversi.
Se
dovessimo mettere a paragone i progetti di Vladimir Putin con quelli di Xi
Jinping ci renderemmo conto di tante differenze che fanno capire come la Russia
sia molto più pericolosa della Cina in termini di sicurezza internazionale.
Innanzitutto
perché Pechino ha mire espansionistiche molto più commerciali che militari.
Mentre
la Russia cerca di inglobare a sé paesi più civili, la Cina non lo pensa
affatto perché pensa che tutte le nazioni siano inferiori.
La Russia poi con la fine dell'Unione
Sovietica non ha confini naturali, la Cina invece ha più o meno le stesse
frontiere da secoli togliendo Taiwan che è l'unica isola che gli dà problemi e
che vorrebbe assumere un controllo.
Gli
Stati Uniti stanno perdendo la guerra del petrolio, la Cina sta vincendo.
La
Russia ha dei complessi nei confronti dell'Occidente, teme che possa essere
annientata dal blocco occidentale e uno dei motivi per cui ha attaccato
l'Ucraina è proprio questo:
il
timore che la Nato possa allargarsi troppo ad Est.
La Cina invece è tranquilla da questo punto di
vista perché non deve temere proprio nulla.
E poi
le differenze ci sono anche da un punto di vista commerciale.
La Cina è ricchissima e intrattiene rapporti
commerciali con tutto il mondo, Stati Uniti compreso.
La
Russia salvo le materie prima non vende niente a nessuno.
Per
questo in un conflitto anche commerciale la Cina ha tutto da perdere, la Russia
no se non il suo senso di impotenza.
Per
tutte queste ragioni è immaginabile come la Russia faccia molta più paura
rispetto alla Cina.
La Cina ha molto più da perdere rispetto alla
Russia.
Soprattutto
motivi economici e commerciali.
È una superpotenza che ha rapporti con quasi
tutto il mondo.
A parte Taiwan non ha mire espansionistiche.
La
situazione della Russia invece è totalmente diversa.
Ovviamente
bisogna rimanere vigili perché le cose possono cambiare da un momento all'altro.
La
Russia e la Cina sono comunque due paesi alleati.
Xi Jinping ha ribadito la vicinanza alla
Russia anche quando Putin ha deciso di invadere l'Ucraina.
Anche se pubblicamente non ha mai appoggiato
la guerra nel cuore dell'Europa, cosa succederebbe in caso di un conflitto
mondiale?
La
Riduzione in Schiavitù dei
Migranti
Africani: il “Big Business”
in
Libia grazie ai Finanziamenti dell’UE.
Conoscenzealconfine.it
– (5 Maggio 2023) - Alexander Rubinstein – ci dice:
Un’indagine
delle “Nazioni Unite” ha concluso che il denaro fornito dall’”Unione Europea” a
entità statali in Libia ha facilitato crimini contro l’umanità, che vanno dal lavoro
forzato e la schiavitù sessuale e alla tortura.
Secondo
un recente rapporto delle “Nazioni Unite”, attraverso il sostegno finanziario
alla “Guardia costiera libica” e alla “Direzione libica per la lotta alla
migrazione illegale” (DCIM), l’”Unione Europea” ha aiutato e favorito i crimini contro
l’umanità.
Il 27
marzo 2023, le” Nazioni Unite” hanno pubblicato i risultati di un’indagine
durata tre anni, confermando che “la detenzione arbitraria, l’omicidio, lo stupro, la riduzione
in schiavitù, la schiavitù sessuale, l’uccisione extragiudiziale e la
sparizione forzata” sono diventate una “pratica diffusa” nell’ex prospera
nazione della Libia, che è stata immersa nella guerra civile, dalla guerra per
il cambio di regime della “NATO” oltre un decennio fa.
Mentre
i crimini contro l’umanità sono risultati diffusi in tutto il paese, il
rapporto si concentra sulla difficile situazione dei migranti e accusa l’”Unione
Europea” di aver consentito al “governo di unità nazionale” con sede a Tripoli di mettere in atto abusi contro gli africani
che chiedono asilo in Europa.
Il
rapporto afferma nella sua sezione introduttiva:
“La
Missione ha riscontrato che sono stati commessi crimini contro l’umanità contro
migranti in luoghi di detenzione sotto il controllo effettivo o nominale della
“Direzione libica per la lotta alla migrazione illegale”, della “Guardia
costiera libica” e dell’”Apparato di sostegno alla stabilità”.
Queste entità hanno ricevuto supporto tecnico,
logistico e monetario dall’”Unione Europea” e dai suoi Stati membri per, tra
l’altro, l’intercettazione e il rimpatrio dei migranti”.
In
altre parole, piuttosto che intercettare direttamente i migranti che viaggiano
via mare verso l’Europa, l’”Unione Europea” ha esternalizzato il lavoro sporco
alla “Guardia Costiera libica”.
Una
volta che la guardia costiera trattiene i migranti, questi vengono rispediti in
Libia e trasferiti in “prigioni ufficiali e segrete”, dove vengono spesso sfruttati
a scopo di lucro attraverso il lavoro forzato, il riscatto o la schiavitù
sessuale.
“Ci
sono motivi ragionevoli per ritenere che i migranti siano stati ridotti in
schiavitù nei centri di detenzione della Direzione per la lotta alla migrazione
illegale”, afferma il rapporto, aggiungendo che il personale e i funzionari del
“DCIM” e della “Guardia Costiera” sono implicati “a tutti i livelli” mentre
funzionari di alto rango “collusi” con trafficanti e contrabbandieri sia
nell’ambito della detenzione che dell’intercettazione.
“La
Missione ha anche trovato ragionevoli motivi per ritenere che le guardie
abbiano chiesto e ricevuto il pagamento per il rilascio dei migranti.
La tratta, la riduzione in schiavitù, il
lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il contrabbando hanno generato
entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali”, afferma il
rapporto.
Nel
2017, i media internazionali hanno riportato la ripresa della tratta degli
schiavi in Africa, a causa delle continue conseguenze dell’operazione di cambio
di regime sostenuta dalla “NATO”, per deporre il leader libico, Muammar
Gheddafi.
Le
Nazioni Unite hanno ora confermato che la pratica non solo persiste, ma che è
stata abilitata dall’”UE”.
“Il
sostegno fornito dall’”UE” alla guardia costiera libica… ha portato a
violazioni di alcuni diritti umani”, ha detto ai giornalisti l’investigatore
delle “Nazioni Unite”, Chaloka Beyani.
“È anche chiaro che il “DCIM” ha la
responsabilità di una moltitudine di crimini contro l’umanità nei centri di
detenzione che gestisce.
Quindi
il sostegno dato loro dall’”UE” ha facilitato tutto ciò. Anche se non stiamo
dicendo che l’”UE” e i suoi “Stati membri” abbiano commesso questi crimini, il
punto è che il sostegno fornito ha aiutato e favorito la commissione dei
crimini”.
Secondo
un rapporto del 2021 della “Brookings Institution”, dal 2015 l’”UE” ha erogato
455 milioni di dollari alla guardia costiera libica e ad altre agenzie
governative.
Nel
frattempo, un’indagine di “The Outlaw Ocean Project” e “The New Yorker” ha
rilevato che i soldi dell’”UE “
pagano
di tutto, dagli autobus che trasportano i migranti catturati in mare dal porto
alle carceri, ai sacchi per i cadaveri utilizzati per i migranti che muoiono in
mare o mentre sono detenuti”.
Secondo
la loro indagine congiunta, la “direzione libica per la lotta alla migrazione
illegale “ ha ricevuto 30 Toyota Land Cruiser appositamente modificate per
intercettare i migranti nel deserto del sud della Libia”, mentre i soldi dell’”UE
hanno anche aiutato il “DCIM” ad acquistare “10 autobus per spedire i migranti
prigionieri alle carceri dopo che sono stati presi”.
Il
violento rovesciamento del governo di “Gheddafi” da parte della “NATO” e le “bande
di insorti salafiti” da essa sponsorizzate nel 2011 hanno fatto precipitare la
Libia in uno stato di guerra civile, con aree del paese conquistate da “Al
Qaeda” e banditi allineati con l’ “ISIS”.
Mentre la “NATO” e i suoi delegati jihadisti
si abbattevano su di lui, “Gheddafi” ha avvertito che la sua cacciata avrebbe
provocato la destabilizzazione di intere regioni del continente e una nuova
crisi migratoria per l’Europa, con il Mediterraneo trasformato in un “mare di
caos”.
Il
figlio di Gheddafi, all’epoca aveva avvertito allo stesso modo, “la Libia può
diventare la Somalia del Nord Africa, del Mediterraneo. Vedrete i pirati in
Sicilia, a Creta, a Lampedusa. Vedrete milioni di clandestini. Il terrore sarà
nella porta accanto”.
L’investigatore
delle Nazioni Unite, il professor Beyani, ha attribuito l’attuale crisi
libica a una “contesa per il potere”, alludendo al vuoto di potere che l’Occidente ha creato in
Libia con la sua guerra per il cambio di regime, evitando ogni riferimento
diretto ad essa.
“Human
Rights Watch ha anche deviato dalla discussione sull’intervento della “NATO”
nel 2011 nella sua copertura del rapporto delle “Nazioni Unite”, che ha
descritto come “brutale e schiacciante”.
Forse perché il suo direttore all’epoca, “Ken
Roth”, era un prolifico sostenitore dell’assalto.
La
trasformazione della Libia in un “inferno anarchico” ha drasticamente ridotto
il rischio che gli aspiranti migranti verso l’Europa vengano individuati dalle
autorità dell’”UE”.
Il rapporto delle “Nazioni Unite” stima che
più di 670.000 migranti fossero presenti in Libia durante parti della sua
indagine.
La
mancanza di un governo centrale forte e stabile a Tripoli ha permesso lo
sviluppo di un’intera industria con lo sfruttamento dei migranti come modello
di business.
“La detenzione, il traffico di migranti, è un
grande affare in Libia.
È un progetto imprenditoriale”, ha detto “Beyani”
a “France 24” dopo la pubblicazione del rapporto.
Mentre
la “Corte penale internazionale” ha incriminato il presidente russo “Vladimir
Putin” per le accuse inventate dai ricercatori sponsorizzati dal “Dipartimento
di Stato americano”, il nuovo rapporto delle “Nazioni Unite” sulla Libia è stato
trattato dai media statunitensi ed europei in gran parte come una nota a piè di
pagina, nonostante “il ruolo dell’Occidente come architetto chiave” dell’incubo
in corso nel paese.
Alexander
Rubinstein (Substack).
(thegrayzone.com/2023/04/17/enslavement-african-migrants-libya-eu-funding/)
(nritalia.org/2023/04/27/la-riduzione-in-schiavitu-dei-migranti-africani-il-big-business-in-libia-grazie-ai-finanziamenti-dellue).
“Riconoscimento
Facciale”.
Ecco
il Piano “Stazioni Sicure”
di Piantedosi.
Conoscenzealconfine.it
– (4 Maggio 2023) - Luca Sablone – ci dice:
Siamo
sempre lì… prima si crea il problema e poi si offre la soluzione.
E la soluzione va sempre nella direzione di
ridurre la nostra libertà e del controllo sempre più invadente.
Il
ministro dell’Interno traccia la rotta per garantire maggiore sicurezza nelle
stazioni: “Più forze di polizia.
Il ‘riconoscimento facciale’ dà ulteriori
possibilità di prevenzione e di indagine”.
I
recenti fatti di cronaca pongono inevitabilmente centrale il problema
sicurezza.
Nei
quartieri e nelle stazioni si verificano spesso episodi di violenza e
criminalità, motivo per cui “Matteo Piantedosi” ha sottolineato l’urgenza di
incrementare la vigilanza per porre un argine ad eventi di aggressività e
malavita.
Una
proposta avanzata con forza dal ministro dell’Interno, anche in seguito alla
vicenda che ha visto una donna picchiata e violentata alla stazione Centrale di
Milano.
Il
Piano di Piantedosi.
Piantedosi
ha tracciato la rotta per garantire maggiore sicurezza in quei posti in cui si
potrebbero verificare fatti di violenza e che rappresenterebbero un pericolo a
tutti gli effetti:
la volontà è quella di continuare ad aumentare
la presenza delle forze di polizia “nei luoghi ad alta frequentazione” come ad
esempio stazioni, ospedali e aree commerciali.
“Perché
questo ha un impatto positivo sul piano della prevenzione e della dissuasione”,
ha spiegato.
Il
titolare del Viminale, nell’intervista rilasciata a “QN”, ha annunciato
l’intenzione di allargare il piano ad altre aree metropolitane al fine di rafforzare i controlli e
far sì che si possa contare su più sicurezza.
La
vigilanza accresciuta a Milano ha portato – dal 16 gennaio al 27 aprile – a ben
44.714 controlli, 633 denunce, 50 arresti, 301 provvedimenti di espulsione.
Piantedosi
ha riconosciuto che “la situazione sta migliorando” ma al tempo stesso ha aggiunto che
“certamente non basta”.
Tra le
ipotesi sul tavolo vi è anche il riconoscimento facciale.
Un tema che però risulta essere assai
delicato:
è
necessario lavorarci su in sinergia con il Garante, visto che il diritto alla
sicurezza andrebbe bilanciato con il diritto alla privacy.
Su
questo punto comunque Piantedosi si è mostrato ottimista, visto che la
progressiva estensione della videosorveglianza può vantare un consenso
trasversale:
“È uno strumento fondamentale. II riconoscimento facciale dà
ulteriori e significative possibilità di prevenzione e di indagine”.
Pertanto
sono state già avviate “specifiche interlocuzioni” con il Garante per trovare
una soluzione.
L’Allarme
Sicurezza.
Il
tema della sicurezza è legato anche a quello dell’immigrazione.
Per il
ministro dell’Interno non bisogna guardare solamente al carcere, ma lavorare
anche al potenziamento di altri strumenti di natura amministrativa.
Un
esempio riguarda la componente di crimini commessi da cittadini stranieri:
“A Milano dall’inizio del 2023 gli omicidi
volontari sono stati 11 contro i 13 dello stesso periodo del 2022, mentre le
violenze sessuali sono state 87 rispetto alle 116 dell’anno scorso”.
Non a
caso si parla della possibilità di incrementare i rimpatri e le espulsioni,
“necessariamente potenziando i Cpr”.
Lo
stato di emergenza sull’immigrazione serve proprio ad aumentare e rafforzare le
strutture finalizzate al rimpatrio, potenziando così le attività di
identificazione ed espulsione.
Tra
l’altro di recente Piantedosi ha escluso l’apertura di grandi centri di
accoglienza:
per
ridurre la pressione migratoria sulle aree principali di sbarco verranno
potenziati direttamente gli “hotspot” piuttosto che prediligere il modello dei
grandi centri.
(Luca
Sablone)
(ilgiornale.it/news/interni/piano-piantedosi-pi-polizia-nelle-stazioni-s-riconoscimento-2144301.html)
Chi
vincerebbe la Terza Guerra Mondiale?
Argomentando.it
– Redazione – (20-1-2023) – ci dice:
Articolo
aggiornato a gennaio 2023, che tiene conto della nuova situazione mondiale. La
guerra in Ucraina, al tempo della prima stesura di questo articolo, era stata
effettivamente indicata tra le possibili cause di un terzo conflitto mondiale.
E tale, secondo gli esperti di geopolitica e affari internazionali, tuttora
rimane.
Quando
le nazioni europee si sono scontrate, nel 1914-1918, non sapevano di combattere
una guerra mondiale.
Si
riferivano a quel conflitto come la “guerra europea” o in seguito “la grande
guerra”.
La
prima guerra mondiale, negli auspici dei belligeranti, doveva durare poche
settimane, massimo “fino a natale del 1914” e sarebbe stata limitata al fronte
occidentale.
Poi
gli eventi presero una piega differente e il conflitto durò cinque anni. Anni
duri, di distruzione, lutti, malattie e un generale arretramento delle
conquiste liberali e civili degli anni precedenti, che avevano visto, tra le
altre cose, l’emancipazione delle masse operaie.
Sorprendentemente
la Seconda Guerra Mondiale ricalcò la falsariga della prima:
errori
di valutazione non ne impedirono lo scoppio o che si prolungasse oltre la
spartizione della Polonia.
E il
sistema di alleanze già presente nel primo conflitto, mise in moto i meccanismi
che portarono a una guerra di 6 anni, molto più estesa e distruttiva.
Resa
tale dall’asprezza e dalla divisione ideologica tra democrazie e regimi totalitari
e dal coinvolgimento massiccio di URSS, degli USA e del Giappone.
Durante
gli anni della Guerra Fredda (dal 1949 al 1989) si è spesso parlato di scoppio
della terza guerra mondiale, a causa dell’incubo nucleare, ben rappresentato in
film come “Il
Giorno Dopo” o “Wargames”.
Un
combattimento vero e proprio si ebbe durante la Guerra di Corea, quando il
coreano Kim il Sung, nonno dell’attuale leader, ottenne l’aiuto di sovietici e
cinesi, contro gli Americani comandati dal generale MacArthur.
Probabilmente
in questo lungo periodo di confronto tra i due blocchi, quello atlantico e
quello orientale, il momento di maggior scontro c’è stato durante la Crisi di
Cuba del 1962, durata 13 giorni.
In
quel frangente USA e URSS e di conseguenza i loro alleati europei sono andati
molto vicini a far scoppiare la guerra che, considerando gli armamenti a
disposizione, sarebbe stato senz’altro distruttiva, con impiego massiccio di
testate atomiche.
Durante
il sanguinoso conflitto del Vietnam non mancò l’appoggio dei regimi comunisti
ai Vietcong.
Secondo
quanto riporta Limes, autorevole rivista di affari esteri e diplomazia
internazionale, USA e Russia sono andati molto vicini a far scoppiare la Terza
Guerra Mondiale nell’agosto del 2008, in seguito all’invasione russa della
Georgia nel conflitto in Ossezia del Sud.
Ma
dove potrebbe scoppiare la Terza Guerra Mondiale?
Se
analizziamo i maggiori conflitti, su scala internazionale, fin dall’antichità
il “casus belli “è quasi sempre stato circoscritto a un’area geografica o una
singola rivendicazione.
Ad
esempio, il
conflitto globale tra Roma e Cartagine, che coinvolge l’intero bacino del
Mediterraneo, nacque per una questione locale in Sicilia con i mercenari
Mamertini.
La
prima guerra mondiale trovò la proverbiale scintilla nei Balcani.
La
seconda guerra mondiale iniziò per la questione di Danzica, che i Nazisti
chiesero indietro ai Polacchi, che si rifiutarono, forti dell’alleanza con la
Gran Bretagna.
Le
zone attualmente calde del mondo sono almeno quattro.
L’Indocina
e il mar cinese meridionale.
In
questo settore, la Cina sta costruendo isole artificiali dotate di basi aeree
al fine di estendere l’influenza militare su una zona che considera di sua
pertinenza.
È la zona di mare dove avvengono la stragrande
maggioranza degli scambi, è un mare pescoso e ricco.
Ma in
quella zona c’è una cintura di stati tradizionalmente vicina agli Stati Uniti.
L’Australia
a sud, le Filippine, più a nord Corea e Giappone.
Ci
sono anche nuovi alleati come il Vietnam, desiderosi di difendere la propria
influenza su quei mari.
Manovre
militari sono avvenute in quella zona, e la Cina sta spendendo miliardi ogni
anno per rafforzare la propria flotta, attualmente inferiore a quella americana.
L’isola
di Taiwan è l’epicentro dello scontro nel Mar Cinese Meridionale, sul quale
sorge l’ex colonia di Hong Kong.
La Cina vuole costruire una cintura difensiva
allargata, per fermare l’egemonia americana sul Pacifico, che perdura dalla
Seconda Guerra Mondiale.
Osservando
una qualunque mappa, si può notare come la distanza tra Giappone (stretto
alleato USA e di fatto dipendente da esso per la politica estera) e Taiwan sia
più o meno la stessa che intercorre tra Taiwan e la Cina continentale, cosiddetta
“Mainland”.
Nella
mappa si può notare come la prefettura di Okinawa completi una cerniera attorno
alla Cina che arriva fino a Taiwan.
L’isola
di Yonaguni dista solo 111 km da Taiwan.
A
nord, nel Mar Cinese Orientale, il grande arco formato dalle isole
dell’arcipelago giapponese restringe la manovrabilità cinese, che deve
confrontarsi lì con la potente Settima Flotta americana.
Parliamo
della flotta più potente del mondo, con naviglio e aerei da combattimento e
deterrente nucleare in grado di sconvolgere una nazione, potendosi appoggiare
sul Giappone.
Lo
sbocco a sud del Mar Cinese Meridionale vede la Cina competere con gli alleati
degli USA, e con le cosiddette “tigri asiatiche”, cioè i paesi dell’Indocina
che sono passati da essere “in via di sviluppo” a rappresentare dei mercati
importanti.
Quella
è anche l’area di confine dove si fronteggiano le sfere di influenza indiane e
cinesi, ma a Sud ovviamente, tra Filippine e Australia, incombe l’influenza
americana.
La
Cina si è sempre dimostrata molto aggressiva e dichiara che prima o poi Taiwan
tornerà sotto il diretto controllo di Pechino, ma secondo gli esperti,
un’operazione in grande stile su Taiwan non è facile né dal punto di vista
militare, né dal punto di vista logistico.
La
Cina tiene aperta una via non bellica alla riunificazione con Taiwan.
Il
conflitto in Ucraina e lo scontro con la Russia.
L’invasione
russa dell’Ucraina del 2022 certifica semplicemente lo stato di crisi tra
Russia ed Europa e gli americani innescato dall’illegale annessione della
Crimea del 2014, e già sorto al tempo dell’intervento in Georgia nel 2008.
L’allargamento
del conflitto ai paesi “NATO” non è ancora scongiurato.
Come
sempre, dal punto di vista delle operazioni militari, la conclusione politica
deve portare a casa risultati politici per le parti contendenti.
Per l’“Ucraina”
sostenuta dagli “USA”, dall’”UE” e dalla “NATO” una vittoria politica consiste
nel resistere ed esistere come compagine nazionale dopo il conflitto,
riprendendosi i territori ad est dove la Russia ha creato due repubbliche
fantoccio non riconosciute dalla comunità internazionale.
Infliggere
perdite importanti ai russi in modo da prolungare la guerra e generare un
fronte interno in Russia, che diventa molto pericoloso per la leadership di
Mosca, legata a un leader non più giovanissimo.
Per la
Russia, l’eliminazione di quello che loro chiamano” il problema Ucraina” di
fatto non è più possibile, a meno che non riesca ad influenzare la politica
estera americana.
I
paesi europei, a cominciare da Germania e Francia, non hanno la forza
diplomatica per proporre una politica alternativa al confronto serrato imposto
dagli americani, per cui molto dipenderà dalle elezioni americane del 2024 e
dalla capacità di tenuta della democrazia americana, messa in crisi
dall’estremismo di destra trumpiano.
Se gli
Stati Uniti e l’Europa proseguiranno nel loro supporto militare all’Ucraina, la
guerra potrebbe raggiungere un punto di stallo, con la Russia che difende la
Crimea e i territori strappati durante l’invasione del 2022.
Ma dal
punto di vista militare, la controffensiva di Kharkiv di settembre 2022
potrebbe non essere affatto episodica e condurre a una riconquista dei
territori perduti, da parte ucraina.
La
Russia, dal punto di vista politico, ha perso credibilità in Europa e non può
essere considerata un partner strategico pacifico, tanto da aver spinto la
neutralità dei paesi scandinavi verso nuove considerazioni.
Un
altro fronte caldo rimane quello settentrionale, dove la “NATO” ha costruito il
suo braccio orientale (eastern flank) che ora fa perno sulla Polonia e non più
sulla Germania, da qui il ruolo strategico giocato dai polacchi nel confronto
in Ucraina.
Qui la
“NATO” intende assicurarsi la superiorità aerea e una forza di deterrenza in
grado di rispondere a un primo attacco russo.
I più oltranzisti di Mosca ritengono che le
operazioni militari prima o poi debbano rivolgersi anche alle repubbliche
baltiche, indipendenti dal 1991.
Conflitti
minori: Siria e Yemen.
Il
conflitto in Siria: la Russia, la Turchia, gli USA, la Francia sono impegnati
in conflitti incrociati, attraverso milizie di ribelli o regolari, ora contro
ora a favore del presidente siriano Assad.
In
mezzo lo Stato Islamico, quasi sconfitto o comunque indebolito.
In questo confuso teatro c’è un continuo
regolamento di conti (esempio: i Turchi contro i curdi al confine, sostenuti
invece dagli americani, nonostante la Turchia sia un paese NATO) e un tentativo
di sistemare questioni pendenti da anni.
Medio
Oriente, conflitto in Yemen.
Qui
una coalizione guidata dall’Arabia Saudita è impegnata in una guerra dal 2015,
inserendosi nel conflitto civile.
In
realtà questa guerra fa parte della più ampia rivalità tra le due potenze
religiose e militari della regione, Arabia Saudita, tradizionale paese sunnita,
sede dei luoghi sacri dell’Islam, e l’Iran, il grande stato persiano, dunque
non arabo, di religione sciita.
Ma chi
vincerebbe la terza guerra mondiale?
Dipende
dagli schieramenti.
Ma se
fossero quelli attuali, ipotizzando l’impiego di armamenti convenzionali e non
nucleari, basati sulla velocità iper-sonica dei vettori e sulla capacità di
impiego in zone distanti dalla madre patria, non c’è dubbio che la “NATO” sia
nettamente avvantaggiata.
La
tecnologia di intelligence americana sembra davvero superiore.
Va
anche considerato che la Russia è un paese complessivamente debole dal punto di
vista economico:
le sue
ricchezze sono le fonti energetiche da fossili come petrolio e gas naturale,
soprattutto.
I suoi
principali acquirenti sono i paesi europei.
Può vendere, come ha fatto, a prezzi ribassati
a paesi che per la loro vocazione intendono rimanere equidistanti (Cina, India,
Iran, Turchia), ma prima o poi questo dovrebbe avere ripercussioni.
Si
troverebbe dunque a fare la guerra ai suoi partner commerciali con il rischio
di essere avvolta in una spirale insostenibile di spese militari e necessità
tecnologiche.
Il
rapporto tra la capacità economica di Francia, Germania, Italia, Spagna e i
paesi fondatori dell’Unione (includendo la Gran Bretagna ormai uscita dall’UE)
rispetto alla Russia è di 10 a 1 e non sembra diminuire nel prossimo futuro.
Perciò
la capacità produttiva e tecnologica dell’UE basta da sola, se unita, a
contrastare un eventuale attacco russo.
La
dottrina militare russa prevede shock e devastazione del territorio invaso,
grazie all’urto dei carri armati e dell’artiglieria meccanizzata.
Ma nel
conflitto ucraino gli esperti hanno notato – da parte dei russi – un frequente
ricorso ad armamenti e mezzi sorpassati e alla presenza di truppe poco
motivate, tipico dei paesi autocratici dove si annida corruzione, sacche di
potere e privilegio e il denaro è l’unico mezzo di convinzione.
C’è
anche la sensazione che i nuovi armamenti super tecnologici siano usati più per
vetrina e per propaganda che per un mero utilizzo sul campo, in questo diversi
– come impostazione – dagli americani, che utilizzano la superiorità
tecnologica direttamente sul campo, senza annunciarla.
La
Russia rimane una forte potenza nucleare, ma l’utilizzo dell’atomica in un
conflitto convenzionale comporta delle enormi responsabilità politiche, che
nessuno al momento è in grado di accollarsi.
Secondo
gli esperti questo conflitto sta mostrando un mutamento nelle tattiche di
guerra, nelle quali il carro armato potrebbe essere messo in crisi da nuovi
armamenti come i famosi” droni turchi”.
Una
possibile alleanza russo-cinese non può riequilibrare il conflitto con la” NATO”
semplicemente perché i due paesi in realtà hanno due proiezioni differenti.
La
Russia ha una dottrina nella quale la marina è chiamata a difendere i mari
circostanti, ma nel Mar Nero è stata messa in crisi dagli ucraini.
I cinesi stanno costruendo una grande flotta
di proiezione, ma si deve confrontare direttamente con quella americana e
quella giapponese, attualmente in fase di espansione.
Contano
molto gli equilibri interni. La democrazia consente alle opinioni pubbliche di orientarsi
sulla guerra, a differenza delle autocrazie, ma nemmeno in Cina e in Russia si
può dire che nulla cambierà.
Da un
punto di vista prettamente militare, la “NATO” è testata in guerra, soprattutto
gli americani e i turchi e i nuovi armamenti risultano molto efficaci dal punto di
vista difensivo.
La
Cina può aver toccato il suo massimo livello di espansione economica e ha piani
di partnership in tutto il mondo, anche lei dovrebbe trovarsi a fare la guerra
ai propri partner economici.
Dal
punto di vista militare la Cina sta cercando di colmare il “gap” in fatto di
aeronautica e marina, ma le sue forze non sono davvero testate e storicamente i
cinesi – in guerra – non sono esattamente abili come i tedeschi, i giapponesi o
gli inglesi.
Questo
fatto conterà sempre:
gli
europei – loro malgrado – sono abituati a fare la guerra e la sanno fare.
Inglesi
e tedeschi, polacchi e scandinavi, persino francesi e italiani hanno misurato
le loro abilità su tanti campi di battaglia.
I
giapponesi e gli americani la sanno fare.
Gli
americani sono storicamente abili nel vincere le guerre che contano davvero.
I
russi sono sembrati molto forti quando erano alleati a potenze occidentali
(come l’Inghilterra durante le guerre napoleoniche o USA e impero britannico
durante la Seconda Guerra Mondiale), ma deboli in altri contesti.
Nella
Seconda Guerra Mondiale poi non erano solo i russi, ma i sovietici… c’era
quindi l’apporto di molti popoli che oggi sono avversari di Mosca.
Una
simulazione di un conflitto nel mar cinese meridionale, effettuata nel gennaio
2023, prevede solo disastri per la marina americana, quella cinese e la difesa
territoriale di Taiwan.
La
simulazione riguarda un possibile conflitto nel 2026, con la vittoria USA ma a
costo di gravi perdite.
E non
sorprende, in guerra ci si perde tutti.
L’economia è globalizzata, la distruzione
cieca potrebbe portare a fare dei passi indietro, disastrosi per tutti.
L’Africa
e le sue risorse.
Un
fronte sottovalutato, ma che gli esperti di geopolitica e cose militari
segnalano, è quello dell’Africa.
Il
motivo scatenante la terza guerra mondiale potrebbe essere non militare, ma
legato alle risorse primarie e ai cambiamenti climatici.
C’è
solo da sperare in un futuro di pace invece.
Grazie all’Unione Europea, abbiamo conosciuto
decenni di crescita economica e sociale che sarebbe grave perdere per degli
stupidi egoismi nazionali, che nella storia hanno solo causato morte e
distruzione.
E ora
un po’ di domande veloci…
Quali
sarebbero gli schieramenti della Terza Guerra Mondiale?
È
difficile oggi ipotizzare lo svolgimento di una possibile terza guerra mondiale
che ricalchi quello delle due guerre precedenti, e i motivi sono evidenti.
L’interdipendenza
delle nazioni non elimina il fattore politico, cioè l’acquisizione di uno
specifico obiettivo, che non è mai mondiale.
Se la
guerra è mondiale, tali non possono definirsi gli obiettivi di chi la combatte.
Come
detto sopra, le cause sono spesso limitate a zone geografiche ben precise,
nelle quali gli attori della guerra perseguono obiettivi regionali.
Gli
schieramenti dipendono dalle alleanze e dai vantaggi e benefici che esse
procurano al momento di entrare in guerra.
Di
sicuro gli Stati Uniti d’America sono il paese di riferimento, più polarizzante
degli altri, ma ancora il più ammirato e seguito perché propone un modello di
sviluppo che assicura maggiore benessere e ricchezza.
Il
grosso problema della Cina è, infatti, quello di non riuscire a trovare alleati
di simile valore, nemmeno ai suoi confini (come succede agli USA con il
Canada).
Per
cui gli schieramenti sarebbero:
Stati
uniti e alleati europei insieme alle democrazie di stampo “occidentale” sparse
nel mondo (Australia, Canada, Giappone, Corea del Sud), la NATO propriamente
detta, Israele, Arabia Saudita e paesi amici della stessa. È possibile che in
un conflitto contro la Cina altri alleati asiatici si uniscano all’alleanza con
gli americani.
Cina,
Iran, Russia, Corea del Nord.
Difficile
ipotizzare un’alleanza organica tra questi paesi, anche se Cina e Russia
mostrano di volere collaborare sul piano militare (lo stesso vale per l’Iran
con i russi).
Qualche stato africano potrebbe per forza di
cose (accordi di natura commerciale e infrastrutturale) unirsi, ma senza trarre
un vero vantaggio.
Se l’Iran entrasse per davvero in un conflitto,
dovrebbe immediatamente fronteggiare Arabia Saudita e Israele.
Molti
paesi neutrali, ma importanti come India, Egitto e Brasile potrebbero decidere
di starne fuori, ma di certo non hanno alcun interesse a fare la guerra agli
USA.
L’Egitto, ad esempio, sta acquistando naviglio
italiano.
Anche
le altre potenze del golfo dipendono perlopiù da commesse militari dei paesi
occidentali.
Usa
2024, Trump: “Sono l’unico
candidato a poter evitare
una Terza Guerra Mondiale.”
Agenzianova.com
– Redazione – (5-3-2023) – ci dice:
Nel
vivo della corsa alle primarie per le elezioni presidenziali, l'ex inquilino
della Casa Bianca ha parlato di un Paese "in ginocchio", chiamando i
cittadini a lanciare "una lotta epica per toglierlo dalle persone che lo
odiano e che voglio distruggerlo completamente"
Se non
si fa qualcosa in fretta ci sarà una Terza Guerra mondiale, e io sono “l’unico
candidato” a poter promettere di evitarla.
Lo ha detto l’ex presidente degli Usa, Donald
Trump, chiudendo sabato sera la “Conservative Political Action Conference”
(Cpac), tradizionale foro dei Repubblicani, oggi quasi esclusivamente
appannaggio del “suo” Maga (Make America Great Again).
Nel
vivo della corsa alle primarie per le elezioni presidenziali del 2024, Trump ha
parlato di un Paese “in ginocchio”, chiamando i cittadini a lanciare “una lotta
epica per toglierlo dalle persone che lo odiano e che voglio distruggerlo
completamente”.
Prima
del suo arrivo alla Casa Bianca, ha detto,
il “Partito Repubblicano era governato da persone
strane, neoconservatori, globalisti, fanatici delle frontiere aperte e stupidi”.
Gli statunitensi erano peraltro “stanchi delle
dinastie politiche”, presenti in entrambi gli schieramenti, “di politici amanti
della Cina” e di sostenitori di guerre straniere interminabili”.
Lo
stesso schema che, “se non succede qualcosa in fretta” può portare a un novo
conflitto globale:
“Sono
l’unico candidato che può fare questa promessa.
Eviterò la Terza Guerra Mondiale “.
Trump
è quindi tornato su molti dei temi già spesi in altre occasioni, dalla denuncia
di frodi nelle presidenziali del 2020, vinte dal democratico Joe Biden, al
“radicalismo” delle procure “di sinistra” protagoniste – con le indagini
sull’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 – di un tentativo di bloccargli il
ritorno alla Casa Bianca.
Non è
mancato il riferimento al tema del flusso dei migranti. Rivendicando
l’espulsione di migliaia di persone senza documenti eseguita durante il suo
mandato, Trump ha promesso di tornare a riaprire i cantieri del muro alla
frontiera col Messico, che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha chiuso.
Sul
confine, ha detto, c’è una situazione di “caos totale” e molti Paesi ne
approfittano per “vuotare le prigioni e i manicomi, per scaricare tutti i loro
problemi direttamente nella discarica: gli Stati Uniti”.
All’evento
erano assenti i principali possibili sfidanti di Trump alle primarie, dall’ex
vicepresidente Mike Pence, al governatore della Florida “Ron DeSantis”.
Le
potenze che
accelerano
la
marcia verso la Terza Guerra Mondiale.
Piolatorre.it
– (29 ottobre 2022) – Redazione – Pino Scorciapino – ci dice:
Parte
prima. Massimi sistemi: braccio di ferro e letali vettori nucleari.
Negli
ultimi tre mesi abbiamo assistito ad una forsennata accelerazione nella marcia
di avvicinamento alla Terza Guerra Mondiale.
Sul piano
degli assetti strategici, delle alleanze, degli schieramenti.
Sul
piano tecnologico, militare, dei sistemi d’arma convenzionali e nucleari.
Sempre
più “spaziali” (terra, mare, aria, spazio, cyber sono i cinque fronti delle
guerre del presente e del futuro).
Sempre
più incontrollabili ed in intercettabili.
La
battistiana “sensazione di leggera follia” in questo ambito giorno dopo giorno
si traduce in “sensazione di angosciosa follia”.
Ci stiamo avventurando in un clima che ci fa
ripiombare indietro fino a settanta anni fa, al generalizzato terrore della
guerra atomica vissuta dal decennio ’50 al decennio ’90 del secolo scorso.
Cambiano
gli scenari ed i protagonisti della Nuova Guerra Fredda sempre più sul punto di
diventare caldissima, una planetaria esplosione di fuoco.
Non
più contendenti Stati Uniti ed Unione Sovietica, protagonisti del cosiddetto
“equilibrio del terrore” fondato sulla presunta deterrenza atomica.
Ma
soprattutto adesso Stati Uniti e Cina con in aggiunta il terzo incomodo Russia.
Non
vanno sottovalutate inoltre l’imprevedibilità e l’incontrollabilità in fatto di
arsenali nucleari e missilistici della Corea del Nord.
Iniziamo
questo focus partendo dalla notizia inquietante, recente del 17 ottobre: la
Cina ha condotto un nuovo test spaziale con un missile ipersonico in orbita,
secondo quanto riportato dal “Financial Times”.
Citando
fonti a conoscenza del test, il quotidiano britannico rende noto che Pechino
avrebbe lanciato un missile nucleare ipersonico ad agosto.
Secondo
altre fonti del “Financial Times” il missile ipersonico, che può raggiungere
cinque volte la velocità del suono (circa 6.000 chilometri orari), è stato
trasportato da un razzo “Lunga Marcia”, i cui lanci sono generalmente
pubblicizzati.
Mentre
il test di agosto è rimasto segreto.
Dunque
il missile ipersonico è stato testato ad agosto ma è stato mantenuto il massimo
riserbo.
In buona sostanza si tratta di un salto di
qualità tecnologica decisivo: molto più difficile da intercettare rispetto ai
vettori finora schierati, la nuova arma ha messo in crisi i servizi segreti
americani.
Presi in contropiede in quanto convinti che la
Cina fosse più in ritardo nella realizzazione di questa sorta di “Armageddon”.
E invece la Cina, ormai gomito a gomito con
gli Usa nello sviluppo tecnologico militare - se non in qualche settore già in
fase di veloce sorpasso in qualcuno dei cinque scenari di conflitto sopra citati
(terrestre, aereo, marino, spaziale, cyber) – ha sperimentato il suo missile
ipersonico.
Sale a 100 chilometri di altezza e poi da lì
indirizza il suo potenziale esplosivo atomico in qualsiasi angolo del globo
alla inimmaginabile velocità ipersonica.
Teniamo
presente che normalmente i missili a lunga gittata sono armati con più testate
atomiche.
Non c’è verso di intercettare né il vettore né
l’arma.
E a quanto si apprende anche in termini di
precisione la rispondenza è stata soddisfacente visto che dopo la
circumnavigazione del globo il bersaglio non è stato centrato per la bazzecola
di appena 30 chilometri.
In
realtà, stando a queste distanze ed a questi numeri, l’angoscioso esperimento è
stato un pieno successo.
E un
micidiale avvertimento al nemico americano. Al portavoce del Pentagono non è
rimasto che dichiarare: “La Cina è la nostra sfida numero uno”. Sai che novità.
La
Cina è ancora una potenza nucleare “moderata”?
Appena
due settimane prima, l’1° ottobre, Carlo Trezza, analista dell’Istituto Affari
Internazionali, su “AffarInternazionali.it” dedicava al tema un approfondimento
dal titolo assai eloquente:
“La
Cina è ancora una potenza nucleare moderata?”.
Osserva
Trezza: “La crescita della Cina come potenza economica e politica globale e la
moltiplicazione dei suoi interessi rendono inevitabile un rafforzamento della
sua potenza militare che si va estrinsecando in terra, aria, mare ed ora anche
nello spazio extra atmosferico ed in quello cibernetico. È da evitare che ciò
avvenga anche nel settore delle armi nucleari.
Per
quanto il termine “potenza nucleare moderata” sia un ossimoro, poiché non vi è
nulla di “moderato” nel dotarsi dell’arma nucleare, l’espressione appariva
sinora appropriata nel caso della Cina se si mette a confronto la sua politica
nucleare con quella delle altre maggiori potenze.
Sin
dal primo test atomico nel 1964, Pechino dichiarò che non avrebbe impiegato per
prima l’arma atomica (No First Use) né a minacciarne l’uso.
Successivamente
Pechino si impegnò, senza porre condizioni, a non impiegarla contro gli Stati
che non la posseggono.
Anche
altri Stati nucleari lo hanno fatto sottoponendo però tale impegno a condizioni
che ne indeboliscono la credibilità.
Delle
rimanenti potenze nucleari, solo l’India ha adottato sinora la dottrina del non
primo uso nonostante il fatto che il suo rivale, il Pakistan, non escluda
affatto il primo impiego.
La
relativa moderazione cinese viene corroborata sul piano quantitativo dal numero
di testate, presumibilmente circa 300, che è più di dieci volte inferiore a
quelle possedute dalle “superpotenze” nucleari Usa e Russia e si colloca,
almeno per ora, al livello degli arsenali delle potenze nucleari minori come la
Francia il Regno Unito, l’India e il Pakistan.
Essa
ha resistito alle maldestre insistenze di Trump di associarla al negoziato
Usa-Russia sulle riduzioni strategiche che pure avrebbe potuto permettere ai
cinesi di pareggiare il proprio arsenale strategico con quello molto superiore
dei russi e americani.
Pechino
sostiene inoltre di mantenere proprie testate nucleari separate dai loro
vettori il che rende più credibile la sua posizione sul non primo uso e detiene
ancora lanciatori con carburante liquido poco adatti ad un lancio immediato”.
Questo
approccio “moderato” al nucleare perde parte della sua credibilità se si
considera la sua natura prevalentemente unilaterale, il fatto che non è
legalmente vincolante e che è reversibile e non sottoposto a verifiche.
Non vi
è impegno che impedisca a Pechino di ammodernare il proprio arsenale e di
incrementarlo.
Assieme
agli Stati Uniti, la Cina è uno dei pochi paesi a non aver ancora aderito al “Trattato
Ctbt” che proibisce gli esperimenti nucleare, uno dei pilastri della pace e
della sicurezza internazionale”.
Prosegue
l’analista: “La Cina non è mai stata vincolata da accordi come il defunto
Trattato Inf “affondato da Trump, che proibiva i missili nucleari a raggio
intermedio agli Usa e alla Russia.
Risale
a poche settimane fa la notizia, rilevata attraverso immagini satellitari
commerciali, che Pechino starebbe costruendo 120 silos missilistici nella
provincia di Gansu.
Immagini successive rivelano un secondo campo
di silos simili nello Xinjiang orientale che potrebbe includere circa altri 110
silos.
La
costruzione di centinaia di queste costose installazioni nucleari potrebbe
essere l’indicazione dell’intenzione di incrementare il proprio arsenale
missilistico e possibilmente di dispiegare un numero ancora superiore di
testate poiché i moderni missili cinesi sono a testata multipla.
Nulla esclude però che si tratti invece di un
modo per sfuggire ad un eventuale attacco disperdendo tra i numerosi nuovi
silos il relativamente ridotto numero di missili e testate che Pechino
attualmente possiede.
Questa
scoperta non risulta esser stata confermata o smentita da parte di un Paese che
mantiene sulle questioni militari una tradizionale opacità”.
Sul
tema l’analista auspica un ruolo meno marginale dell’Europa. Infatti – nota
Trezza – “l’Unione
europea non può ignorare la nuova realtà militare cinese. Indipendente dal se
la Cina venga definita “partner strategico” o un “rivale sistemico” è
necessario che le questioni nucleari vengano poste sull’agenda del dialogo
strategico che da decenni è stato stabilito tra la Cina e l’Ue, ma che sinora
si è principalmente occupato di questioni economiche e industriali.
Poiché
a tali vertici è stato associato l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli
affari esteri e la politica di sicurezza, attualmente lo spagnolo Josep
Borrell, è necessario che vi si affrontino anche i temi della sicurezza
militare.
Benché non vi sia un consenso totale in seno
all’Ue sui temi nucleari, sussistono questioni su cui vi è in Europa ampia
convergenza.
Tutti i Paesi europei, come anche la Cina,
sostengono pienamente il “Trattato sulla Non proliferazione nucleare” che
celebrerà il prossimo gennaio la sua decima Conferenza di riesame.
La
Cina e l’Ue partecipano ai negoziati per salvare l’intesa Jcpoa sul nucleare
iraniano che sono presieduti da Borrell e sulla quale le posizioni tra
Bruxelles e Pechino sono convergenti.
Tutti
gli Stati membri hanno ratificato la proibizione dei test nucleari ed hanno
titolo per chiedere che Pechino faccia altrettanto senza aspettare che lo
faccia prima Washington.
Tutti i Paesi europei sostengono
l’interruzione della produzione di materiale fossile a scopi bellici e possono
legittimamente chiedere a Pechino di aderire alla moratoria sulla produzione
già mantenuta da Stati Uniti, Regno Unito Francia e Russia.
Non è
necessario appartenere all’area Asia-Pacifico per incoraggiare Pechino ad una
maggiore trasparenza nel campo degli armamenti.
La
Strategia europea contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa
fu lanciata, sotto presidenza italiana, nel 2003 e cioè quasi 20 anni fa,
quando la Cina non veniva ancora vista come un pericolo, e quando alcune
minacce, come quella cibernetica, ancora non esistevano.
È tempo che essa venga aggiornata.
Ma
soprattutto è indispensabile che l’Europa si adoperi affinché Pechino non
faccia passi indietro, come purtroppo hanno fatto altri Paesi nucleari, rispetto
a posizioni più avanzate già assunte nel campo del controllo degli armamenti ed
in particolare quella sul Non Primo Uso dell’arma atomica.
La stabilità strategica va mantenuta
attraverso una riduzione degli armamenti, non attraverso una nuova e costosa
corsa al riarmo”.
Per la
verità crediamo assai poco a questa capacità di convincimento da parte
dell’Unione Europea.
E crediamo poco ad un rallentamento della
corsa agli armamenti da parte della Cina, sempre più leader nel campo della
innovazione tecnologica anche in questo settore.
Sta
recuperando alla grande il ritardo tecnologico in campo militare che aveva
rispetto agli Usa.
Anzi
in determinati sistemi d’arma o vettori il sorpasso pare sia già avvenuto.
Pechino
ad esempio sul piano numerico ha più navi da guerra di Washington.
Sebbene
sia ancora ben salda (15 a 4, tra quelle in servizio o in fase di costruzione)
la supremazia americana in fatto di portaerei d’attacco.
Ma
dall’Asia arrivano altre inquietanti notizie di marca coreana: anche il regime
militar dittatoriale della Corea del Nord il 29 settembre scorso fa sapere di
aver testato con successo un missile ipersonico planante che vola cinque volte
la velocità del suono e rende impossibile la sua intercettazione.
Secondo
le fonti di Pyongyang il lancio del missile “Hwasong-8” ha dimostrato che tutte
le specifiche tecniche soddisfacevano i requisiti di progettazione.
Non
mancando di sottolineare nell’enfatica liturgia propagandistica propria di quel
regime il grande significato strategico del lancio che consente alla Corea del
Nord di “aumentare le sue capacità di difesa per mille volte”.
Il
continente asiatico anno dopo anno diventa l’area più importante economicamente
del mondo. E al contempo la più critica.
Un
poco invidiabile primato lo conquista anche sul piano strategico e militare.
Biden
all’Assemblea Generale dell’Onu e i sommergibili nucleari all’Australia.
Pensare
che, parlando per la prima volta all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il
21 settembre, il presidente americano Joe Biden aveva volutamente prospettato
un quadro non a tinte fosche, quale in effetti è:
“Per
la prima volta negli ultimi vent’anni, gli Stati uniti non sono in guerra.
È
finito il tempo delle guerre senza fine, è venuto il momento di puntare sulla
diplomazia.
Sia chiaro: noi competeremo vigorosamente sui
mercati, difenderemo i nostri interessi vitali e i nostri valori fondamentali.
Ma
useremo la forza militare solo come ultima spiaggia”.
Commenta
Giuseppe Sarcina sul “Corriere della Sera” del 22 settembre in un articolo
intitolato “Biden all’Onu: Decennio decisivo, non vogliamo la Guerra fredda””:
“Il primo messaggio, dunque, è per la Cina, il
nuovo grande avversario, mai evocato esplicitamente: “Non stiamo cercando, lo
ripeto, non stiamo cercando una nuova Guerra fredda”.
E qui
si apre una fessura logica e politica nel ragionamento statunitense. Da una
parte Biden insiste:
“Siamo
pronti a collaborare con tutti per affrontare i problemi globali, anche con
quei Paesi con cui siamo in forte disaccordo”.
Dall’altra
parte, però, il numero uno della Casa Bianca traccia linee precise sulla mappa
geopolitica:
“Dobbiamo
puntare gli occhi sulla regione indo-pacifica, sull’Asia, per ampliare la
diffusione dei nostri valori, per sviluppare i commerci, garantire la libertà
di navigazione”.
Tutte
cose che tradotte significano: un cordone di sicurezza per contenere
l’espansionismo economico e militare della Cina.
Del
resto il discorso all’Onu sembra quasi una parentesi formale nell’intenso
lavorio per costruire quella che Pechino ha definito “la Nato del Pacifico”,
un’operazione ostile guidata dagli americani con la collaborazione di Giappone,
Australia, India ed ora anche Regno Unito.
Però è
oggettivamente complicato chiedere a Pechino di collaborare, mentre si mette in
piedi una gabbia per imbrigliarne la spinta. Ma è così”.
In
queste “grandi manovre” che riguardano i “massimi sistemi” sembra proprio che
non ci sia spazio per l’Unione Europea.
Infatti così conclude Sarcina:
“Nel
pomeriggio Biden ha visto il premier australiano Scott Morrison (già in grande
sintonia con Donald Trump); poi il britannico Boris Johnson alla Casa Bianca.
Infine
venerdì 24 faccia a faccia con il leader indiano Nerendra Modi e con quello
giapponese Yoshihide Suga, a margine del vertice Quad, il formato che dal 2007
raggruppa appunto Stati Uniti, Giappone, India e Australia.
E l’Europa?
Biden
ha concesso solo un rapido cenno al fondamentale “legame con gli europei, anche
della Nato”.
Tutto
qui: il presidente americano chiede ai vecchi alleati di condividere il peso
della lotta mondiale al coronavirus ed ai cambiamenti climatici, ma sembra
proprio escluderli dalla grande partita nell’Indo-Pacifico”.
Pochi
giorni prima, il 16 settembre, aveva scatenato un putiferio di polemiche e
reazioni la notizia della fornitura da parte degli Stati Uniti all’Australia di
sommergibili a propulsione nucleare.
Anzi,
della fornitura della tecnologia necessaria per poterli assemblare nei cantieri
navali di Adelaide.
Otto
in tutto da realizzare nei prossimi anni, poi si vedrà.
Grande arrabbiatura delle Francia che un
contratto con l’Australia di 56 miliardi di euro per la vendita in più anni di
12 moderni sommergibili convenzionali l’aveva già firmato.
Ora di fatto annullato. Carta straccia.
La
nuova alleanza militare così suggellata dai tre paesi di matrice anglosassone
(Usa, Regno Unito e Australia) mira a costituire una cintura navale attorno
alle ambizioni imperiali cinesi nel continente asiatico.
I sommergibili a propulsione nucleare di cui
si doterà l’Australia, prima o poi armabili con missili nucleari e siluri ad
elevatissimo impatto esplosivo, possono restare in immersione, appostati, per
settimane o mesi a ridosso delle coste cinesi e non sarebbero facilmente
intercettabili dalla marina e dall’aeronautica di Pechino.
La Repubblica Popolare Cinese ha reagito con
particolare veemenza nella guerra delle conferenze stampa e dei comunicati alla
nascita di questo nuovo patto militare chiamato “Aukus”, acronimo che salda le iniziali dei
tre paesi.
Ma non
basta. Il 24 settembre, pochi giorni dopo le pseudo tranquillizzanti
dichiarazioni di Biden all’Assemblea Generale dell’Onu, il presidente, come
abbiamo visto, ha riunito alla Casa Bianca il cosiddetto vertice “Quad” ossia i
leader di Australia, Giappone, India per discutere di un piano contro la
debordante espansione di Pechino.
Anche
in questo caso tutto è finalizzato alla creazione di formati di alleanze per
cinture di contenimento attorno alla Cina, ai territori e ai mari asiatici sui
quali la potenza di Pechino si espande a macchia d’olio, non senza
preoccupazione, oltre che dei paesi citati, anche della Corea del Sud e da
parte di quelli dell’Indocina a cominciare dal Vietnam. “Fallirete” sbraitano con tutta
l’indignazione possibile le fonti ufficiali cinesi.
Moriremo
per Taiwan?
Pechino
reagisce accentuando la pressione su quella che da sempre considera una
provincia da riannettere al più presto alla madrepatria: l’isola di Taiwan,
poco meno di una volta e mezza la Sicilia come estensione.
Il
partito comunista cinese si è dato una scadenza improrogabile, il 2049,
centenario della vittoriosa rivoluzione di Mao, entro la quale – costi quel che
costi – Taiwan, la vecchia Formosa come veniva da noi meglio conosciuta fino a
non molti anni fa, dovrà tornare ad essere niente altro che una provincia
insulare della Repubblica Popolare Cinese e non uno stato indipendente.
Ma è
ampiamente prevedibile che si muoverà - sempre costi quel che costi – ben
prima.
Intanto
sono diventate routinarie le azioni di disturbo. A più riprese decine di caccia
cinesi sorvolano la zona di difesa di Taiwan.
Scriveva
il 2 ottobre il corrispondente da Pechino di “Repubblica” Gianluca Modolo in un
articolo dal titolo “Caccia nucleari cinesi su Taiwan: è la replica ai patti
dell’Indo-Pacifico”:
“Il motivo [di questi sorvoli] ha un nome:
anzi, due sigle.
L'Aukus, il nuovo patto tra Usa, Regno Unito
e Australia, e il Quad - l'alleanza tra Washington, Canberra, New Delhi e Tokyo -
con un solo obiettivo: contenere l'avanzata di Pechino nell'Indo-Pacifico.
La Cina, nel giorno della sua festa nazionale,
fa capire allora che Taiwan è "roba sua": da riunificare a tutti i
costi. Se necessario, anche con la forza.
Rispondendo
così, pure, a quei "disegni sinistri" della Gran Bretagna che qualche
giorno fa ha mandato una nave da guerra nello Stretto.
Un
messaggio politico rivolto tanto a Londra quanto a Washington, lo storico
rivale e il principale sostenitore della democratica Taipei, che tradotto suona
così: non immischiatevi nei nostri affari interni.
Del
resto, riprendere il controllo dell'isola è uno degli obiettivi che Xi Jinping
si è dato in vista del 2049 quando il Paese festeggerà i 100 anni della
Repubblica, per diventare "prospero e potente".
"Atti
di bullismo che danneggiano la pace", ha risposto ieri la primo ministro
taiwanese, Su Tseng-chang, aggiungendo: "Il mondo e la comunità
internazionale respingono con forza un simile comportamento".
Ragioni
storiche, geostrategiche ed economiche sono alla base della retorica cinese
dell'annessione.
A
Taiwan, due mesi dopo la vittoria dei comunisti nel '49, si rifugiarono i
nazionalisti continuando a governare la Repubblica di Cina.
E
allora "risolvere la questione e realizzare la riunificazione è un impegno
irremovibile del Partito", come ebbe a dire il 1° luglio Xi, in occasione
del centenario del Pcc.
"Nessuno
può mettere in discussione l'integrità territoriale della Cina".
Tutti
concetti ripresi pochi giorni dopo, l’8 ottobre, dall’imperatore cinese Xi
Jinping in un durissimo discorso pronunciato nell’immensa “Grande Sala del
Popolo” di Piazza Tienanmen a Pechino di fronte a migliaia di dignitari,
dirigenti e quadri politici del partito comunista e dello stato.
“La riunificazione con Taiwan sarà
realizzata e chi si oppone non farà una bella fine” ha detto Xi.
Toni
talmente bellicosi che richiamano alla mente quelli usati in Europa dalla
Germania negli anni che precedono la Seconda Guerra Mondiale.
Una
nuova fiammata nella guerra delle dichiarazioni ufficiali delle due
superpotenze sul tema si è registrata il 22 ottobre.
Gli
Usa difenderanno Taiwan se sarà aggredita dalla Cina.
Lo ha
dichiarato il presidente americano Biden nel corso di un dibattito trasmesso
dalla Cnn.
“Abbiamo
un impegno su questo” ha detto.
“Gli
Stati Uniti hanno preso un sacro impegno per quel che riguarda la difesa degli
alleati della Nato in Canada e in Europa e vale lo stesso per il Giappone, per
la Corea del Sud e per Taiwan” ha puntualizzato Biden ribadendo la posizione
manifestata già ad agosto.
Replica
cinese: nessun compromesso.
Così
il portavoce del Ministero degli Esteri Wang Wenbin che in merito a Taiwan
chiede agli Usa di evitare segnali sbagliati agli indipendentisti dell’isola.
È la risposta alle dichiarazioni del
presidente degli Usa che ha parlato di aiuto a Taiwan in caso di attacco
cinese.
“Nessuno
dovrebbe sottovalutare la forte risolutezza, determinazione e capacità del
popolo cinese di salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità
territoriale.
La Cina non ha margine per compromessi” ha
sottolineato Wenbin.
Se non
è rotta di collisione questa...
Lo
scambio di avvertimenti e minacce avviene peraltro negli stessi giorni in cui
in Alaska fallisce il lancio di prova del nuovo missile ipersonico da 10.000
chilometri orari americano che avrebbe dovuto ribadire la supremazia degli Usa
anche in questo sempre più coltivato settore degli armamenti.
Non
cinque, come il missile cinese, ma otto volte la velocità del suono. Alla Cina,
pochi giorni prima, era andata meglio.
L’assist
di Mosca a Pechino.
Non è
mancato sul tema Taiwan un sontuoso quanto prevedibile assist di Mosca a
Pechino.
Il 12
ottobre la Russia ha annunciato ufficialmente la sua posizione. A favore di
Pechino ovviamente.
“La politica della Russia sulla situazione di
Taiwan si basa sul presupposto che l'isola appartiene alla Cina”.
Lo ha detto il ministro degli Esteri russo
Sergej Lavrov.
"Proprio
come la stragrande maggioranza degli altri Paesi, la Russia vede Taiwan come
parte della Repubblica Popolare Cinese.
Questa
è la premessa da cui procediamo e continueremo a procedere nella nostra
politica", ha detto Lavrov ai giornalisti in risposta a una domanda di
Interfax se la Russia vede l'attuale situazione intorno a Taiwan come una
minaccia alla sicurezza regionale”. (“Repubblica”, 12 ottobre 2022).
A
proposito di interferenze antieuropee ed antioccidentali di Mosca, è del 30
settembre la notizia che – a seguito del disimpegno del contingente militare
francese nell’ex colonia subsahariana del Mali, paese poverissimo da anni in
preda a sovvertimenti interni e colpi di stato – il governo maliano ha chiamato
per sostituire i parà francesi che lo puntellavano i contractor (leggi: i
mercenari) della società russa “Wagner”.
Fondata
dall’ex cuoco di Putin, la “Wagner” è la longa manus dell’espansionismo
militare russo ed ha già operato in Siria ed in Libia. Insomma, per parafrasare
il titolo di un film del 1974 di e con Alberto Sordi, per lo zar del Cremlino e
per il sistema di potere di cui si è circondato “finché c’è guerra c’è
speranza”.
In
tutti i modi: dalla diplomazia alla geografia delle alleanze, alla vendita di
armi, all’impiego diretto di mercenari russi.
Per
quanto accaduto a loro scapito in Mali, per dirla con le parole di una canzone
di Paolo Conte, “ai francesi le palle ancora gli girano”.
Dopo
la perdita secca dei 56 miliardi di euro negli anni a venire nella sfumata
commessa della fornitura dei dodici sottomarini all’Australia, questo nel Sahel
è un altro scacco indigesto per Macron e per il prestigio dell’Eliseo a cui i
nostri cugini d’oltralpe sono molto sensibili.
Perché
Taiwan è così importante per Pechino. E per Washington.
Concludiamo
questo approfondimento con le autorevoli valutazioni di due noti analisti che
lasciano poco spazio all’ottimismo, la prima di Dario Fabbri, la seconda di
Stefano Silvestri.
Scrive Fabbri sul numero 9/2022 di “Limes”,
rivista di geopolitica, in un contributo dal titolo “Taiwan è il principale trofeo nella
competizione tra Stati Uniti e Cina”:
“Se
tra i due sfidanti sarà guerra, si consumerà per l’isola bella. Portaerei
naturale a soli 140 chilometri dalla costa della Repubblica Popolare, consente
a chi la possiede di dominare i mari cinesi, di accedere all’Oceano Pacifico.
Protettorato statunitense, funge da coltello
puntato contro l’impero del Centro.
Per
Pechino la sua (ri)conquista è rottura dell’assedio americano, riscatto
psicologico, passaggio verso l’egemonia.
Per
Washington è inderogabile linea rossa, primo elemento del soffocamento altrui,
emblema della supremazia globale.
Per
Tokyo è estrema ratio che riporta nella storia, dentro il conflitto con il
rivale cinese, là dove l’impero nipponico volle assimilare una nazione.
Nel
corso dei decenni i taiwanesi di principale etnia han e molteplici influenze
coloniali hanno sviluppato una cantata distanza culturale dalla madrepatria,
reinventando dolosamente il colonialismo giapponese, rappresentandosi come “Cina
alternativa”, depositaria di un destino proprio. Spettacolare mutamento che
complica la riunificazione sognata dalla Repubblica Popolare”.
Osserva
Fabbri che “oggi Pechino non dispone delle capacità militari per sbarcare a
Taipei, né di una missione imperiale per persuadere i taiwanesi ad accettare
l’annessione.
Non riuscirebbe a domare il territorio neppure
se vi approdasse. Eppure la dirigenza comunista ha trasformato il recupero di
Formosa in fine irrinunciabile, da realizzarsi entro il 2049, se non addirittura
prima del (possibile) pensionamento di Xi Jinping previsto per il 2032.
Mentre
l’offensiva marittima perseguita da Washington potrebbe presto convincere
Pechino della necessità di usare la forza per sottrarsi al soffocamento, per
trascendere la prima barriera di isole.
Cui si
somma l’inaggirabile impulso di obliterare l’altra Cina, di assurgere a unica
declinazione della propria civiltà.
Quanto
rischia di sconvolgere Formosa prima del previsto, perfino al di là dei
programmi stilati dai soggetti coinvolti”.
Non
meno a tinte fosche la lettura che fa il direttore Stefano Silvestri della
incomunicabilità ormai ai limiti della irreversibilità tra Stati Uniti, Cina e
Russia in un editoriale su “AffarInternazionali” del 23 ottobre scorso. Con un
titolo che si commenta da solo: “Il dialogo tra sordi di Washington con Mosca e
Pechino”.
Silvestri
inizia con una citazione: “Joseph Nye sostiene che gli Stati Uniti corrono il
rischio di andare come sonnambuli verso il precipizio di una guerra con la
Cina.
Le ragioni risiedono nel montante nazionalismo
cinese, che si accompagna ad una politica estera sempre più aggressiva, ma
anche nel sovranismo populista che dilaga negli Usa, e soprattutto nella sempre
più incontenibile ambiguità che caratterizza lo status e la sicurezza di
Taiwan.
Il recente sorvolo dell’isola da parte di
circa 150 aerei militari cinesi era un chiaro messaggio intimidatorio, che
faceva seguito alle ripetute esternazioni di Xi Jinping circa la sua volontà di
mettere fine allo status indipendente di Taiwan “entro il termine del suo
governo”.
E
l’altra sera, parlando in pubblico, il presidente Joe Biden, alla domanda se
gli Usa difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese, ha risposto
per ben due volte di sì.
Apparentemente
Biden non intendeva modificare la posizione ufficiale americana (confermata
durante la sua audizione al Senato anche dal neo-nominato ambasciatore a
Pechino, Nicholas Burns) che riconosce allo stesso tempo l’esistenza di una
sola Cina e il diritto di Taiwan a difendersi se venisse attaccata.
Tuttavia una conferma così netta dell’impegno
militare americano in difesa di Taiwan non c’era mai stata.
Pochi
giorni prima, Putin aveva deciso di chiudere il dialogo con la “Nato”,
ritirando da Bruxelles sia i diplomatici sia i militari accreditati presso
l’Alleanza Atlantica.
In pratica ciò pone termine all’era di quel
Consiglio Nato-Russia, creato dopo la fine della Guerra Fredda, che avrebbe
dovuto favorire un nuovo clima di cooperazione tra europei.
Ma
questo è solo l’ultimo passo di un lungo processo di errori ed incomprensioni
che ha favorito il ritorno dello scontro ideologico, politico e militare.
Durante
la Guerra Fredda la Nato aderiva alla politica codificato nel cosiddetto”
Rapporto Harmel”, del 1967, che coniugava insieme la sicurezza (la dissuasione)
e la distensione.
Ad
assicurare l’equilibrio era da un lato la minaccia (che doveva essere
credibile, e quindi intrinsecamente pericolosa per tutti) e dall’altro lato il
dialogo che assicurava il cosiddetto “controllo degli armamenti”, e cioè le
regole che consentivano di evitare che la minaccia diventasse incontrollabile e
venisse messa in atto.
Purtroppo,
finita la Guerra Fredda, l’Occidente vincitore – lamenta Stefano Silvestri -
non ha saputo amministrare con saggezza il suo successo.
Il rapidissimo allargamento della Nato verso
Est, assorbendo tutti i Paesi già membri del gruppo un tempo nemico (il Patto
di Varsavia), salvo la Russia (ma incluse le tre repubbliche baltiche),
spaventò Mosca, che si preoccupò ancora di più quando si cominciò a parlare di
ingresso nella Nato di Ucraina e Georgia.
Anche l’intervento occidentale contro la
Serbia, benché giustificato da tutte altre ragioni, venne letto in Russia come
un segnale molto negativo.
Il
quadro è peggiorato quando gli americani hanno avviato un processo di abbandono
di alcuni grandi accordi di controllo degli armamenti, iniziando da quello
cruciale sui sistemi antimissile.
Nel frattempo si affermava a Mosca il nuovo
regime autoritario di Putin e la Russia sceglieva di tentare la riconquista del
suo status di grande potenza puntando sul riarmo nucleare e sulla alleanza con
la Cina.
Tra le
conseguenze di tutto questo arrivò la decisione del Cremlino di violare
l’accordo “Inf” sugli euromissili per cercare di riconquistare, almeno in
Europa, la forza di un tempo, nonché le pressioni e gli attacchi militari
contro l’Ucraina e la Georgia, fino all’annessione della Crimea”.
La
conclusione alla quale giunge il professore Silvestri è netta:
“L’attuale fase è quella di un dialogo tra
sordi, che si sta avvicinando pericolosamente all’abisso del non-dialogo,
quando a parlare sono solo le affermazioni e le mosse unilaterali.
Nessuno dei tre maggiori interlocutori sembra
capace o interessato a mettersi nei panni dell’altro.
Tutto
questo però è estremamente pericoloso. La dissuasione da sola non basta a
garantire gli equilibri e quindi la pace (per fredda che sia). La minaccia ha
una grande forza dissuasiva proprio perché è molto minacciosa.
Ma essa non controlla l’evolvere delle crisi e
le decisioni dei governi, che possono sempre sbagliare i loro calcoli o male
interpretare le scelte dell’avversario.
Il dialogo (o, se si vuole chiamarlo
altrimenti, il controllo degli armamenti) è una componente essenziale degli
equilibri perché accresce la loro stabilità.
Apparentemente
ora, tra Nato e Russia, non c’è più dialogo.
Continua
il dialogo/confronto tra Washington e Mosca e tra Washington e Pechino, ma c’è
il rischio concreto che possa improvvisamente irrigidirsi.
Gli
europei dovrebbero preoccuparsi di questa situazione, e non semplicemente farsi
spingere da parte come spettatori.
Non potremmo certo restar fuori da nuove crisi
globali.
È
giunto il momento di assumersi maggiori responsabilità”.
Parte
seconda. L’intelligenza artificiale sempre più protagonista nei conflitti.
In
tutto questo “ribollir di tini”, in tutto questo rombare di armi, in tanto
sfoggio di dichiarazioni e controdichiarazioni, di mosse e contromosse, in
tanto ricorso allo spazio ed alle velocità ipersoniche tipiche dello spazio per
armi sempre più incontrollabili c’è un aspetto che merita un approfondimento.
Non
meno inquietante.
Nei
conflitti, nelle azioni mirate, nei bombardamenti (convenzionali) cosiddetti
“chirurgici” contro forze nemiche e, non meno, contro formazioni terroristiche
come ad esempio l’eliminazione fisica di capi di gruppi terroristici sempre più
si fa ricorso ad armi “guidate” dall’intelligenza artificiale.
Con quali implicazioni? Con quali prospettive?
Con
quali conseguenze e sviluppi negli anni e nei combattimenti del futuro anche immediato
e non proiettato in un tempo lontano e fantascientifico?
Il
tema è stato affrontato da un attento “specialista” di tecnologia e di futuro,
Riccardo Luna.
In un focus su “Repubblica” del 31 agosto
scorso dal titolo “L’afghanistan e il primo conflitto condotto da una
intelligenza artificiale”, il collaboratore del quotidiano romano ha analizzato
situazioni e sviluppi applicativi, non mancando di guardare ai riflessi etici e
morali, prime vittime delle guerre d’ogni tempo e, ancor più, di quelle che
verranno.
“La
scorsa estate, in agosto, alcune dozzine di droni militari e diversi piccoli
robot-carrarmati hanno simulato un attacco di aria e terra ad una cinquantina
di chilometri a sud di Seattle. – scrive Luna - L’obiettivo era colpire dei
terroristi che si nascondevano in alcuni edifici.
L’esercitazione,
organizzata dalla “Darpa”, l’agenzia che si occupa dei progetti tecnologici di
frontiera del Pentagono, serviva a testare la capacità dell’intelligenza
artificiale di gestire situazioni complesse in zone di guerra “alla velocità
della luce”.
Di
fatto, i droni e i robot, una volta individuato l’obiettivo, si facevano da
soli un piano per colpirlo utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale.
L’episodio, riportato da” Wired”, mi è tornato
in mente leggendo le notizie dell’azione militare americana contro presunti
terroristi in Afghanistan tramite droni: è stata usata l’intelligenza
artificiale?
E fino
a che punto? Chi ha premuto davvero il grilletto?
Secondo “Wired”, al Pentagono da tempo ci sarebbe
stato un ripensamento sull’esigenza di tenere “humans in the loop” quando si
tratta di operazioni militari con armi autonome.
Insomma,
si può fare a meno degli umani?
Il
dibattito va avanti da un po’, ufficialmente la regola dice che l’intelligenza artificiale
deve “consentire agli operatori di poter esercitare un appropriato livello di
giudizio umano sull’uso della forza”.
Ma
questo vuol dire che un essere umano deve approvare ogni singola volta in cui
un drone preme il grilletto?
Nel
caso dell’esercitazione di Seattle, la “Darpa” concluse che in certi casi
pretendere che ci siano degli umani a prendere ogni singola decisione avrebbe
portato al fallimento della missione “perché nessuna persona è in grado di
prendere tante decisioni simultaneamente”.
L’intelligenza artificiale in guerra non ha
sempre bisogno di noi, è la tesi che avanza. Anzi, ha sempre meno bisogno di
noi: o almeno ci vogliono convincere che sia così.
Sempre
secondo “Wired”, il generale John Murray (US Army Futures Command), ad una
conferenza di militari, lo scorso aprile ha detto che la possibilità di mandare
all’attacco stormi di robot autonomi ci costringerà tutti a riconsiderare se
una persona possa o debba prendere ogni singola decisione sull’uso della forza.
“E’
nelle possibilità di un essere umano prendere centinaia di decisioni
contemporaneamente? Ed è davvero necessario tenere gli esseri umani nella catena
decisionale?”.
La
prima risposta sul campo – prosegue Riccardo Luna - è arrivata, qualche
settimana dopo, dal violentissimo conflitto fra Israele e Hamas a maggio.
Qualche giorno dopo il cessate fuoco, infatti,
dal governo israeliano sono arrivate le prime conferme che quel conflitto è
stato “the
first artificial intelligence war”, la prima guerra condotta prevalentemente tramite
algoritmi di intelligenza artificiale.
L’intelligenza
artificiale è stata usata sia nella fase difensiva, per determinare le
traiettorie dei missili lanciati contro Israele, intercettando solo quelli
diretti verso zone abitate o obiettivi sensibili, e ignorando gli altri; sia
nella fase di attacco, a Gaza.
Secondo “The Jerusalem Post”, i soldati della
Unità 8200, una unità di élite della divisione intelligence, hanno utilizzato algoritmi per
condurre diverse azioni chiamate “Alchemist, Gospel, Depth of Wisdom”, utilizzando dati che arrivavano in
tempo reale da molte fonti diverse a dei supercomputer i quali generavano raccomandazioni
su dove fossero gli obiettivi da colpire.
In
prima linea, secondo quanto riportato, c’erano spesso “stormi di droni
combattenti” e autonomi. Secondo i militari israeliani questo serve anche a
minimizzare le vittime fra i civili, ma nei giorni del conflitto di maggio sono
state numerose e si sono contati anche molti bambini. Se lo scopo era non
colpire i civili, non è stato raggiunto”.
Droni
che operano senza input umani. La guerra del futuro?
Un videogioco reale.
“In
realtà il conflitto di maggio in Israele avrebbe almeno un precedente:
secondo
un rapporto delle Nazioni Unite, il 27 marzo 2020 il primo ministro libico
al-Sarraj avrebbe ordinato “l’Operazione Peace Stom”, ovvero l’attacco di droni
autonomi, contro le forze di Haftar.
I
droni, dice il rapporto, “sono stati usati in combattimento per diversi anni,
ma quello che rende quell’attacco diverso è che lì i droni operavano senza
input umani”, cioè dopo essere mandati all’attacco, erano autonomi di prendere
decisioni: “The
lethal autonomous weapons systems were programmed to attack targets without requiring
data connectivity between the operator and the munition: in effect, a true
‘fire, forget and find’ capability.””
Alla
luce di queste premesse ecco quali sono le conclusioni alle quali approda
l’esperto:
“Insomma,
i killer-robot sono già fra noi, nonostante le proteste di molte organizzazioni
umanitarie che vedono in questo passaggio una de-umanizzazione della guerra, la
sua trasformazione in un videogioco ma reale.
È lo
stesso che sta capitando in Afghanistan in questi giorni?
Il drone con le lame rotanti usato dagli
americani per colpire presunti terroristi era autonomo, una volta lanciato?
O c’erano ancora “humans in the loop”?
Intanto crescono i timori che gli stessi
terroristi per i loro attacchi usino sistemi di intelligenza artificiale
totalmente autonomi per colpirci meglio.
Un
rapporto, datato 2021, dell’Ufficio Anti-Terrorismo delle Nazioni Unite, titolato
“Algoritmi
e Terrorismo: gli usi cattivi dell’intelligenza artificiale da parte dei
terroristi”,
mette in guardia contro una minaccia che è realistico pensare sia già in atto.
I
terroristi, dice il rapporto, sono sempre degli “early adopters” delle nuove
tecnologie.
Secondo “Max Tegmark,” un professore del “MIT”
citato da Wired che si occupa del “Future Life Institute”, le armi guidate da
sistemi di intelligenza artificiale autonomi andrebbe bandite come le armi
biologiche.
Ma è
una posizione che sembra avere sempre meno consenso nella realtà dei fatti”.
Stiamo
parlando di armi convenzionali. Un domani non lontano le armi guidate da
sistemi di Intelligenza Artificiale potrebbero essere quelle atomiche?
Ci rendiamo conto di quale rischio finale per l’umanità
e per l’intera vita sul pianeta si profilerebbe con una evenienza del genere?
Parte
terza. Italia e nuovi armamenti: “Anche le formiche nel loro piccolo si
incazzano”.
Perdonate
la colloquiale scurrilità del titolo di questa terza parte ma non ci è venuto
di meglio del titolo di un fortunato, pungente libro di battute di Gino &
Michele e di Matteo Molinari del 1991, ripubblicato con crescente successo nel
2004 e nel 2009 da Dalai Editore, per descrivere quanto sta succedendo in
Italia in termini di armamenti.
Nuovi
e diversi rispetto a quelli di cui le nostre forze armate sono dotate. Diciamo
così, più offensive.
Considerate
pure il titolo ironia come arma per reagire al crescente strapotere delle armi.
Anche in paesi come il nostro, storicamente da
quasi ottanta anni di “tranquilla” proiezione nei rapporti con gli stati
vicini.
L’aeronautica militare investirà 168 milioni
di euro per armare i suoi droni “Reaper” finora dall’Italia usati solo per voli
di ricognizione, gli stessi droni impiegati a Kabul dagli americani nei giorni
della disastrosa ritirata dall’Afghanistan.
Come
osserva Gianluca Di Feo (“Repubblica”, 6 settembre 2022), “L’Aeronautica arma i
droni: “Si combatterà così”), “l'Italia ha deciso di armare i suoi droni
militari, trasformandoli da ricognitori in bombardieri.
Ed
entrerà così tra i Paesi in grado di gestire attacchi in continenti lontani,
ordinando il lancio di missili da migliaia di chilometri: in pratica, è un
passo avanti verso la nuova dimensione dei conflitti, che mette in discussione
tutte le regole della guerra.
Gli "aerei senza pilota" infatti
permettono di uccidere l'avversario senza il rischio di subire perdite umane e
possono rimanere in volo anche 24 ore, sorvegliando il bersaglio fino al
momento più opportuno per colpirlo.
I
Predator e i Reaper - "falciatrice", nome che evoca la "triste
mietitrice" ossia la morte - sono stati i primi "velivoli a guida
remota" a venire dotati di missili, diventando dall'autunno 2001 i
protagonisti della "guerra globale contro il terrore" scatenata dagli
Stati Uniti.
Hanno
permesso l'uccisione di decine di terroristi, ma sono ritenuti responsabili
anche della morte di civili innocenti, spesso colpiti in Paesi che non erano
zona di guerra come il Pakistan e lo Yemen.
Per i
critici, si tratta di "un'arma disumana", considerata il simbolo del
nuovo imperialismo americano.
Molti
generali non solo statunitensi invece la ritengono "un'arma
umanitaria", perché permette di osservare a lungo gli obiettivi e ridurre
al massimo i "danni collaterali".
Ma
pure l'ultimo raid condotto da un Reaper contro l'Isis a Kabul, poche ore prima
del ritiro Usa, resta molto discusso: tra le vittime sei bambini”.
Di Feo
svela un retroscena:
“Mentre
in Germania il dibattito sull'eventualità di comprare droni armati tiene banco
nella campagna elettorale per la successione ad Angela Merkel, da noi la scelta
è stata "mimetizzata" in un capitolo del "Documento
programmatico pluriennale" presentato a inizio agosto in Parlamento dal
ministero della Difesa.
La
novità è stata descritta con una formulazione così tecnica che solo gli esperti
del mensile specializzato Rid sono riusciti a decifrarla: "Aggiornamento
del payload MQ-9", dove MQ-9 è la sigla che indica i droni Reaper.
Recita
il Documento:
"Il
velivolo garantirà incrementati livelli di sicurezza e protezione nell'ambito
di missioni di scorta convogli, rendendo disponibile una flessibile capacità di
difesa esprimibile dall'aria. Introdurrà, inoltre, una nuova opzione di
protezione sia diretta alle forze sul terreno che a vantaggio di dispositivi
aerei durante operazioni ad elevata intensità/valenza".
L'operazione
- che include l'aggiornamento di sensori-spia e apparati di trasmissione -
prevede l'investimento di 168 milioni in sette anni.
Non
viene specificato quali siano gli armamenti prescelti: i Reaper statunitensi
usano in genere missili Hellfire e bombe a guida laser.
La
nostra Aeronautica – ricorda Di Feo - è stata la prima tra quelle europee a
dotarsi di droni da ricognizione, adottando i Predator e poi i Reaper made in
Usa:
lì
abbiamo impiegati in maniera massiccia in Afghanistan, Libia, Iraq, Somalia.
Dal
2015 una squadriglia decolla tutti i giorni dal Kuwait per sorvegliare le mosse
dell'Isis mentre due anni fa un Predator italiano è stato abbattuto non lontano
da Tripoli.
Nel
2010, quando fu raggiunto il massimo impegno militare contro i talebani, il
governo Berlusconi chiese a Washington l'autorizzazione ad armare i nostri
droni e acquistare gli apparati guida.
La
domanda venne bocciata perché il sistema era considerato top secret. Il via
libera è arrivato anni dopo, quando però l'interesse italiano si era spento.
Ma gli ultimi conflitti, dalla Libia al
Nagorno Karabakh, sono stati condizionati dal proliferare di droni
lanciamissili, prodotti da Turchia, Cina, Israele e Russia: dozzine di
aviazioni ormai li schierano. Lo Stato maggiore ritiene quindi che i droni da
battaglia siano ormai "irrinunciabili":
"Considerati
i prevedibili scenari di sicurezza globali, gli aeromobili a pilotaggio remoto
si profilano, infatti, come fattori abilitanti dell'intera macchina militare e
sono quindi irrinunciabili per qualsiasi strumento militare moderno".
Oltre ad armare i Reaper, si cercherà un
sostituto per i più vecchi Predator nell'attesa che sia pronto il nuovo
velivolo europeo: un super-drone chiamato “Male”, acronimo inglese che nella
nostra lingua ha un significato decisamente nefasto”.
Riccardo
Annibali su “Il Riformista” il 6 settembre 2022 (“Da ricognizione ad armati, il
ministero della Difesa trasforma i droni: sono pronti a sparare”) aggiunge
ulteriori dati: “
La
trasformazione degli aerei da ricognizione senza pilota in bombardieri
teleguidati, anticipata dal mensile specializzato Rid (Rivista italiana della
Difesa), era ben nascosta nel Documento programmatico pluriennale redatto nello
scorso luglio che contiene i piani di sviluppo dei prossimi anni.
L’operazione del ministero della Difesa che
vede l’Italia dotarsi di una delle armi più controverse usate negli ultimi
conflitti, avrà un costo 168 milioni di euro, e se da una parte diminuisce
l’impiego di uomini ed il conseguente rischio di fatalità per i militari, può
come a volte accaduto dall’altra causare errori e vittime innocenti.
Il
capitolo che li riguarda, sommerso nelle oltre 250 pagine del report, si
intitola “MQ-9 payload”, dove MQ-9 indica i droni Reaper.
Il
General Atomics MQ-9 Reaper conosciuto dagli addetti ai lavori come ‘Predator
B’ fu inizialmente progettato per la sorveglianza a lunga autonomia, fino a 28
ore, a elevate altitudini, fino a 15 mila metri.
Il costo unitario è di circa 10 milioni di
dollari, ha un’apertura alare di 20 metri e una velocità operativa di poco
inferiore ai 500 km/h.
La versione in dotazione al nostro esercito è
equipaggiata con sensori elettrottici, scanner “Ir”, radar ad apertura
sintetica “Sar”.
I
droni italiani disarmati sono stati schierati in Libia, Afghanistan, Kosovo e
Iraq, ma hanno anche effettuato molte missioni umanitarie sulle rotte dei
migranti, con l’operazione ‘Mare Nostrum’.
“Un’operazione
militare ed umanitaria prevede il rafforzamento del dispositivo di sorveglianza
e soccorso in alto mare per incrementare il livello sicurezza delle vite
umane”, dichiarò l’allora ministro della Difesa Mario Mauro, che decise di
impiegare questa tecnologia al termine del vertice di Palazzo Chigi
sull’emergenza immigrazione.
L’ufficialità
è arrivata da pochi giorni ma il ‘permesso’ chiesto dal nostro governo agli
Stati Uniti nel 2010 di armare i Reaper arrivava nel momento di massimo impegno
militare italiano contro i talebani e fu respinto perché la tecnologia era
ancora top secret.
Il via libera è arrivato solo nel 2015, quando
però con la riduzione delle attività militari all’estero l’armamento non fu più
considerato prioritario.
Adesso
che le lezioni degli ultimi conflitti come quello libico e del Nagorno Karabach
sono diventati più pressanti, hanno spinto lo Stato maggiore a procedere
facendo diventare così l’Italia il terzo Paese della Nato, dopo USA e Gran
Bretagna, ad usare l’MQ-9 armato, anche se ancora non è stato reso noto quali
saranno i sistemi d’arma che trasformeranno i nostri droni in sistemi d’attacco
senza pilota.
Potrebbero
essere missili Hellfire americani, dal 2015 la Casa Bianca aveva dato il via
libera, ma anche essere missili di fabbricazione britannica o israeliana”.
“Il
Riformista” nel suo articolo riprende integralmente il testo che all’argomento
dedica il “Documento
programmatico pluriennale”: “Nella mezza pagina dedicata a questo annuncio nel
Documento programmatico pluriennale si legge:
“La
finalità del programma risiede nel garantire l’adeguamento dei sensori, dei
payload e dei sistemi di comando e controllo agli ultimi standard tecnologici,
assicurando un grado di sviluppo prestazionale in linea con l’output capacitivo
ed operativo richiesto dalla Difesa in relazione agli attuali e futuri scenari
di riferimento.
In particolare, il velivolo garantirà
incrementati livelli sicurezza e protezione nell’ambito di missioni di scorta
convogli, rendendo disponibile una flessibile capacità di difesa esprimibile
dall’aria.
Introdurrà,
inoltre, una nuova opzione di protezione sia diretta alle forze sul terreno che
a vantaggio di dispositivi aerei durante operazioni ad elevata
intensità/valenza.
Il programma è di previsto finanziamento sul
bilancio del Ministero della Difesa per mezzo delle risorse recate da capitoli
‘a fabbisogno’.
Il
programma ha un fabbisogno complessivo stimato in 168 milioni di euro di cui
vede finanziata una tranche di 59,0 milioni distribuiti in 7 anni.
È in corso l’iter di approvazione del previsto
DM/DI ai sensi dell’art.536 del C.O.M.”
“Protagonista
della guerra al terrorismo come arma finale di attacchi contro i leader di Al
Qaeda – conclude Annibali - ha anche causato errori che hanno provocato morti
civili e creato situazioni di grande tensione tra gli Stati Uniti e per
esempio, il Pakistan.
Fu proprio un MQ-9 americano decollato
probabilmente dal Qatar a sparare, su ordine dell’amministrazione Trump, i
quattro missili anticarro AGM-114R Hellfire che hanno colpito il convoglio
blindato del generale iraniano “Qassem Soleimani” capo dal 1998 delle Guardie
della rivoluzione iraniane, nei pressi dell’aeroporto di Baghdad in Iraq.
Conosciuto
anche come il ‘Mietitore del Pentagono’, il Reaper è stato usato più
recentemente nella rappresaglia statunitense all’attacco per mano dell’Isis-K
all’aeroporto di Kabul.
Meno
di 24 ore dopo le parole di Joe Biden che disse:
“Sappiamo dove si trovano le menti
dell’attacco, gliela faremo pagare”, è partito il raid che ha ucciso due membri
di ‘altro profilo’ dello stato islamico del Khorasan, braccio afghano
dell’organizzazione”.
“Anche
l’Italia avrà i suoi droni armati. La cosa era nell’aria da tempo – nota
Vincenzo Sinapi sul “Giornale di Sicilia” del 7 settembre 2022 (“Difesa, anche
l’Italia armerà i suoi droni”) - e la conferma è arrivata dal Documento
Programmatico Pluriennale 2022 del ministero della Difesa, come sottolinea la
rivista specializzata Rid, che collega questa novità all’emergere dei nuovi
scenari.
Nuovi teatri operativi che “dal Nagorno
Karabakh, alla Libia hanno mostrato la rilevanza sui campi di battaglia del
drone armato” e hanno fatto cadere “incertezze e resistenze di natura etica che
finora avevano impedito il compimenti di tale passo””.
E così
conclude il quotidiano palermitano: “Ma ora che la Difesa “ha deciso di armare
i propri UAV classe “Male Reaper” i nostri comandanti sul terreno potranno
disporre di una fondamentale opzione per proteggere le forze a terra per
neutralizzare eventuali minacce prima che queste possano manifestarsi”.
Del
drone in questione – il Reaper MQ-9, prodotto dalla statunitense General
Atomics, versione aggiornata del più conosciuto Predator-B – l’Italia ha sei
esemplari in dotazione all’Aeronautica militare (uno di questi, utilizzato per
la missione Mare Sicuro, è precipitato nel novembre 2019 in Libia)”.
Droni
armati per l’Aeronautica. E missili cruise per la Marina.ò
Non è
finita.
Oltre
all’Aeronautica anche la nostra Marina Militare si sta orientando verso nuove
strategie di combattimento, sempre meno difensive e sempre più offensive.
Se la
prima arma i droni, la seconda intende dotare di missili cruise i nostri
sottomarini (al momento disponiamo di sommergibili convenzionali, ne abbiamo
otto in servizio).
Ancora
Gianluca Di Feo (“L’Italia vuole schierare i missili cruise”, “Repubblica” 25
settembre 2022) scrive che è stato “varato il requisito per dotare i
nostri sottomarini di armi in grado di colpire ad oltre mille chilometri. Una
svolta strategica che rivoluzionerà le capacità della nostra difesa”.
“La
Marina Militare italiana intende adottare i missili cruise, moltiplicando il
raggio d’azione dei suoi sistemi d’attacco.
Si tratta infatti di armi con una portata di
oltre mille chilometri, che verrebbero imbarcate sui nuovi sottomarini e
successivamente anche sulle fregate Fremm.
In
questo modo, la capacità di deterrenza contro minacce d’ogni tipo e la
possibilità di tutela dell’interesse nazionale si allargherebbe – ad esempio –
fino a includere l’intero territorio libico, con una possibilità di proiezione
quasi illimitata.
Una
rivoluzione: attualmente i missili “Otomat” arrivano al massimo a duecento
chilometri di distanza e sono solo in dotazione alle unità di superficie.
Mentre
i cruise - per avere un termine di paragone – saranno l’armamento principale
anche dei sottomarini nucleari acquistati dall’Australia, al centro del
dibattito internazionale in questi giorni.
Il
“requisito operativo” della Marina non è stato ancora finanziato, ma è stato
recepito dallo Stato Maggiore della Difesa.
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone lo ha
illustrato in un’intervista al mensile specializzato Rid, spiegando l’esigenza
di migliorare gli strumenti di “naval diplomacy”.
Si
tratta della missione tornata dominante nelle acque turbolente del
Mediterraneo, dove le navi militari si sfidano sempre più spesso per marcare le
aree di interesse economico.
Il
caso più evidente è quello della contesa a largo di Cipro per lo sfruttamento
dei giacimenti sottomarini di gas, con la flotta turca impegnata a imporre le
pretese di Ankara in spazi che ufficialmente sono riconosciuti allo Stato
cipriota.
Una
questione che riguarda direttamente l’Italia, poiché la concessione degli
idrocarburi è stata assegnata anche all’Eni: potenzialmente, si tratta di
scorte di gas del valore di molti miliardi di euro.
Ma il
comandante della Marina ha sottolineato pure un altro aspetto, in apparenza
molto tecnico.
I
missili cruise sono fondamentali per affrontare le nuove “fortezze
elettroniche”, realizzate soprattutto dai russi: “bolle” protette da schermi
radar e da batterie missilistiche anti-aeree e anti-nave, che servono a
sbarrare la strada alle forze avversarie.
Una è
stata allestita intorno alla base siriana di Tartus, condizionando i movimenti
nel Mediterraneo Orientale in un raggio di 3-400 chilometri. Diversi segnali
fanno ipotizzare che altri di questi “castelli hi tech” possano sorgere presto
in Libia:
ad opera dei turchi in Tripolitania e delle
brigate di Mosca in Cirenaica. E se l’Italia vuole ancora contare in quello che
fu “il Mare Nostrum”, allora deve prepararsi a fronteggiare questa minaccia.
Non è
stato deciso ancora quale sarà il modello di cruise che si vuole adottare.
Per il
futuro si pensa al franco-britannico FC/ASW, un progetto innovativo che però è
ancora nella fase di studio e rischia di venire stroncato dalla lite tra Parigi
e Londra per il contratto dei sottomarini australiani.
Le
alternative immediate sul mercato sono lo “Scalp Naval”, prodotto per la
Francia dal consorzio europeo “Mbda”, e l’ultima versione del “Tomahawk”
statunitense, che sulla carta pare la soluzione più probabile.
Il “Tomahawk”
– dal nome dell’ascia dei nativi americani - è un’arma che ha segnato gli
ultimi quarant’anni di storia.
Venne
concepita durante la Guerra Fredda per volare a bassissima quota, sfuggendo ai
radar sovietici, e colpire con una testata nucleare.
Molti
ricordano la mobilitazione pacifista dei primi anni Ottanta per impedire che la
Nato schierasse questi ordigni in Europa: l’aeroporto siciliano di Comiso – fa
memoria il redattore di “Repubblica” - fu l’epicentro italiano delle
manifestazioni contro gli “euromissili”.
Caduto il muro di Berlino, le cruises sono
diventati i protagonisti tecnologici della “Tempesta del Deserto”, devastando i
comandi iracheni nella prima notte dell’operazione per liberare il Kuwait.
Ovviamente, al posto della testata nucleare
utilizzavano una carica di esplosivo convenzionale.
Da allora i Tomahawk si sono trasformati nella
lunga lancia del Pentagono in tutte le missioni belliche: dal 1991 ne sono
stati lanciati ben 2.300.
Vennero
usati nella rappresaglia contro le basi di Al Qaeda in Sudan e in Afghanistan
dopo le stragi nelle ambasciate americane in Africa; per la prima ondata contro
la Jugoslavia nella campagna in Kosovo; per bombardare gli accampamenti afghani
di Osama Bin Laden pochi giorni dopo l’11 settembre 2001 e poi ancora in Iraq
nel conflitto che portò all’occupazione del Paese.
L’ultimo attacco risale al 2018: una salva di
63 ordigni fu scagliata contro la Siria per punire l’impiego di gas tossici da
parte del regime di Damasco.
Attualmente
è in produzione la quinta versione del “Tomahawk”, con una portata che sfiora i
1600 chilometri e con una carica di circa mezza tonnellata di esplosivo.
All’esterno, ha la stessa forma simile a un
siluro volante, lungo quasi sei metri, dei modelli di quarant’anni fa ma i
sistemi elettronici sono completamente nuovi.
Secondo
alcune fonti, sarebbe in grado di arrivare sul target con un margine di errore
di dieci centimetri, la stima però pare assai ottimistica: è più probabile che
si tratti di tre metri.
Il sistema di navigazione si basa su un
apparato “gps” coordinato con un una guida satellitare – entrambi “schermati”
contro le contromisure - che permette di cambiare obiettivo anche durante il
volo: nella fase finale ha un occhio elettronico, con un sensore termico che
individua la sagoma dell’obiettivo.
Inoltre
è programmato per attaccare navi in movimento, gestendo manovre evasive durante
la traiettoria finale per evitare le difese contra-aeree.
E dispone di una ogiva speciale per
distruggere bunker sotterranei o comandi fortificati.
Non ci
sono dati ufficiali sul costo, che dovrebbe aggirarsi sul milione di dollari
per ogni esemplare.
Finora
gli Stati Uniti ne hanno permesso la vendita solo alla Gran Bretagna e
all’Australia, storici alleati.
L’eventuale
cessione all’Italia non dovrebbe però rappresentare un problema, visto
l’interesse della Casa Bianca a potenziare le marine della “Nato” in quadranti
del pianeta da cui l’America si sta progressivamente ritirando”.
Le
implicazioni politiche e geopolitiche del nuovo modello di difesa, anzi
d’attacco.
L’articolo
di Di Feo si chiude con una valutazione d’assieme sul nuovo modello
d’intervento al quale Aeronautica e Marina si sono ispirate e sulle
implicazioni politiche e geopolitiche che inevitabilmente comporta:
“Per
le nostre forze armate l’introduzione dei cruise rappresenterebbe un altro
cambiamento strategico.
Unita
alla recente decisione di armare i droni Predator dell’Aeronautica,
permetterebbe la possibilità di attacco su distanze attualmente inconcepibili,
mettendo a disposizione delle autorità di governo una gamma di azioni di
deterrenza mai viste prima.
Dal
punto di vista teorico, i bombardieri teleguidati e le cruises a bordo dei
sottomarini cambieranno tutti i concetti della nostra Difesa, rendendola capace
di presidiare l’intero “Mediterraneo allargato”: l’area di interesse nazionale
definita nei documenti del governo, che va ben oltre i confini del mare.
Uno sviluppo così radicale da meritare un
dibattito parlamentare, per evitare che siano le innovazioni tecnologiche a
determinare le scelte del Paese”.
Parte
quarta. Conclusioni.
C’è
poco da commentare di fronte ad una notizia del genere, peraltro ottimamente
documentata e riportata dal redattore di temi strategico-militari del
quotidiano romano.
Ci sia
consentita, per concludere, una sola reazione, anzi un solo vocabolo:
preoccupazione.
Per
quanto succede nelle stanze del bottoni – espressione stavolta reale, non
figurata o metaforica – dei massimi sistemi ovvero delle superpotenze armate
con ordigni e vettori nucleari di sempre più inaudita, inimmaginabile velocità
e potenza distruttiva.
Preoccupano
per la galoppante avanzata dell’Intelligenza Artificiale nella individuazione
dei bersagli e nella guida delle azioni belliche.
Se questo approccio si trasferisce più o meno
meccanicamente, nel caso sarebbe più corretto scrivere informaticamente, dalle
applicazioni alle armi convenzionali all’applicazione a quelle nucleari e ad i
loro vettori è il caso di non scommettere neppure un centesimo di euro sul
futuro della vita nel nostro pianeta.
Preoccupazione
– in piccolo, su di un teatro a scala regionale, mediterranea – per le nuove
strategie di riarmo dell’Italia.
Lo
capiamo, imposte non da furia bellica ma dagli scenari che si profilano sul
terreno, ad esempio in Africa settentrionale, Libia in particolare, nostra
scomoda vicina e cruccio perenne.
Ma che
rischiano di annacquare sempre più quell’articolo 11 della Costituzione - “L’Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali (…)” - che bene o male ha fatto da stella polare alla
politica estera e di difesa dell’Italia repubblicana.
Tira
una brutta aria, sempre più brutta, nel mondo.
A
dimensione strategica macro come anche nelle aree regionali in cui si vedono
costretti ad operare paesi come l’Italia.
Della
quale tutto si può dire tranne che sia stata in questi ultimi 75 anni di storia
repubblicana aggressiva o bellicosa.
Finora.
(Pino
Scorciapino)
LE
RELAZIONI TRA GUERRA E
CRISI
CLIMATICA ED ECOLOGICA.
Emergency.it
– (6 maggio 2022) – Roberto Mezzalama – ci dice:
La
trascrizione integrale dell’intervento di Roberto Mezzalama per “Giù le armi”.
Buongiorno,
grazie per questa opportunità.
Oggi
vi parlerò delle relazioni tra guerre e crisi climatica ed ecologica, che sono
delle relazioni piuttosto complicate e che richiederebbero delle analisi molto
complesse e approfondite.
Quindi
oggi, senza nessuna pretesa di completezza, mi limiterò ad esplorare tre
aspetti, che considero fondamentali in questo contesto così complesso.
Il
primo riguarda l’importanza del settore militare nelle emissioni, soprattutto
di gas a effetto serra, che sono la causa principale della crisi climatica ed
ecologica;
il secondo sono gli effetti dei conflitti
armati;
il terzo, perché si fa la guerra in relazione
al petrolio, alle fonti fossili di energia e quindi, la relazione inversa, cioè
la causa della crisi climatica che diventa anche la causa dei conflitti armati.
Gli
effetti delle attività militari in tempo di pace sono già degli effetti
importanti e, tra l’altro, secondo gli accordi internazionali i Governi non
sono soggetti a dei vincoli di misurazione e di comunicazione delle emissioni
di gas a effetto serra del settore militare.
Alcuni governi lo fanno, altri non lo fanno.
Quindi
è difficile ricostruire il vero peso di questo settore, soprattutto quando si
considera che gli eserciti molto grandi sono in Paesi che non hanno una
particolare trasparenza come la Russia, la Cina, ma anche la Turchia, che è un
Paese Nato ed è il secondo esercito della Nato.
Negli
Stati Uniti questi dati sono disponibili e quindi si sa che il Dipartimento
alla Difesa americano, il Pentagono – che è la più grossa organizzazione militare
a livello globale e anche la singola organizzazione globale che consuma più
combustibili fossili nel mondo – utilizzerà quest’anno 82,3 milioni di barili
di petrolio, che sono l’equivalente del consumo annuo della Finlandia, che è
uno Stato di quasi 5 milioni di abitanti.
Tra il
2001 e il 2017 si è stimato che il Dipartimento di Stato americano abbia emesso
1,2 miliardi di tonnellate di CO², che sono più o meno il consumo annuo, o
meglio, le emissioni annue di 257 milioni di macchine, che sono esattamente il
doppio di quelle che circolano negli Stati Uniti.
A
livello europeo siamo messi un po’ meglio, comunque il settore militare emette
– al netto del Regno Unito – più o meno 8 milioni di tonnellate l’anno di CO²,
a cui però bisogna aggiungere anche quelle che arrivano dalle aziende che sono
impegnate nelle attività militari – per l’Italia, ad esempio Leonardo, ma anche
altre aziende – e, quindi, se mettiamo insieme tutto quanto arriviamo a
emissioni di CO2 che sono di quasi 25 milioni di tonnellate l’anno, che
corrispondono più o meno a circa 14 milioni di autovetture oppure al 10% delle
emissioni dell’Italia. Emissioni molto significative.
Le
emissioni dell’apparato militare italiano sono poco più di 2 milioni (tra 1
milione e 2 milioni e mezzo) che comunque coincidono, vuoto per pieno, alle
emissioni di una città come Torino, quindi non così piccola.
Il
settore militare anche in tempo di pace è un settore che emette molte quantità
di gas a effetto serra, che consuma molti combustibili fossili.
Li
consuma nei suoi mezzi: l’aviazione è l’arma che di gran lunga consuma più
combustibili.
Si
stima che quest’anno l’aviazione americana sparerà 5 miliardi di dollari di
combustibili.
E poi
ci sono ovviamente tutte le basi, gli edifici, le infrastrutture che vanno
mantenuti.
Si calcola che tra l’1 e il 6% delle terre
emerse in realtà siano dedicate ad attività militare.
E in
questi posti, poi, dove si svolgono esercitazioni e attività di utilizzo di
armi ci sono effetti anche diversi da quelli delle emissioni di gas a effetto
serra come l’inquinamento da idrocarburi, l’inquinamento da sostanze organiche
o da metalli, ogni tanto anche l’inquinamento da sostanze radioattive, quindi
grandi quantità di materiali pericolosi che vengono emessi durante le
esercitazioni, che prevedono spesso esplosioni, incendi…
E
quindi è chiaro che aumentare le spese militari anche in tempo di pace
significa anche aumentare le emissioni che sono legate alla produzione delle
armi, allo stoccaggio, alla manutenzione, alle esercitazioni, alle manovre
militari…
Quindi,
per dare anche qui un paragone, si stima che le spese militari siano state di 2
miliardi di dollari nel 2021.
Eppure,
durante la “Cop 26” a Glasgow, i Paesi sviluppati non sono riusciti a trovare
100 milioni per costituire un fondo con cui compensare i Paesi più vulnerabili
agli effetti del cambiamento climatico.
C’è da
dire anche un’altra cosa, che almeno l’esercito americano è impegnato a ridurre
i suoi consumi.
Lo fa per ragioni strategiche, non solo per
ragioni ambientali, perché comunque la dipendenza dal petrolio, come più è un
problema e quindi c’è un progetto di investimento, c’è un programma di
investimento di parla di 750 milioni di dollari per passare a energie
rinnovabili, inclusi biocombustibili e motori elettrici per far andare avanti i
mezzi militari, probabilmente non quelli critici per le emissioni, però, questo
è anche un altro processo in corso nell’ambiente militare.
Cosa
succede durante le guerre, durante i conflitti armati?
Le cose ovviamente peggiorano moltissimo.
Intanto
per i mezzi militari, che sono alimentati a fonti fossili e che spesso sono
tenuti negli hangar o nei magazzini e che vengono utilizzati di continuo.
Degli
1,2 miliardi di tonnellate di gas a effetto serra di cui parlavo prima, cioè
dal 2001 al 2017 (per l’esercito americano si è scelto il 2001 perché sono
partite le cosiddette Guerre al terrore di Bush), pensate che 1/3 di quelli
sono stati emessi direttamente durante le attività di combattimento.
Quindi
400 milioni di tonnellate di CO² sono state emesse durante i combattimenti,
soprattutto in Iraq e Afghanistan.
E poi,
ovviamente, quando si combatte si usano esplosivi e questi rilasciano, nel
corso dell’esplosione, degli incendi gas a effetto serra, inquinanti, organici,
inorganici…
Si
polverizzano metalli, inclusi, metalli pesanti.
È
anche il caso di uranio impoverito.
Si sterilizza il suolo perché le esplosioni
causano temperature elevatissime e quindi si sterilizza il suolo e si uccidono
milioni di animali.
Si è
stimato che durante i conflitti in Asia e in Africa fino al 90% dei vertebrati
terrestri vengano uccisi direttamente dalle attività belliche e poi anche
indirettamente, perché in genere i soldati si dedicano anche alla caccia.
Insomma,
ogni tanto da quelle parti restano anche senza viveri e quindi questo è
successo in modo ampio.
I
crateri che vengono lasciati dalle bombe modificano il suolo, spesso espongono
la falda superficiale, gli inquinanti che sono rilasciati durante le
esplosioni.
E
proprio l’esempio più noto da questo punto di vista è quello della guerra del
Vietnam, perché si stima che l’esercito americano lì abbia sganciato più di 7
milioni di bombe, e non solo in Vietnam, ma anche in Laos e in Cambogia.
Queste
hanno sconvolto il paesaggio e molto spesso non è stato possibile ripristinare
le condizioni precedenti, ripristinare le coltivazioni perché la circolazione
della parte superficiale era stata completamente stravolta e, in alcuni casi,
come ripiego sono stati poi trasformati in stagni per allevare dei pesci.
Un
altro esempio famoso di disastro ambientale legato a un conflitto è quello che
è successo durante la prima guerra del Golfo quando, in seguito all’invasione
del Kuwait, gli iracheni hanno fatto saltare in aria 800 pozzi di petrolio e
600 di questi hanno preso fuoco e si stima che le emissioni generate da questi
incendi siano state pari al 3-4% delle emissioni globali di quell’anno.
Questo
è un po’ la proporzione di quello che è successo.
E lì, invece, dai pozzi che non hanno preso
fuoco si sono fuoriusciti costantemente enormi quantità di idrocarburi che
hanno coperto quasi 200 chilometri quadrati di suolo.
E ancora adesso si sta cercando di bonificare
questi terreni a 30 anni di distanza.
Nelle
guerre moderne è abbastanza frequente che vengano presi di mira, in modo più o
meno volontario, obiettivi industriali come impianti chimici, siderurgici,
petrolchimici, per incidere sulla fornitura di materiali all’esercito nemico.
Un caso famoso è quello del bombardamento della
Nato della Serbia nel 1999, quando è stata colpita la raffineria di Novi Sad. E, le Nazioni Unite, hanno stimato che siano
uscite 50.000 tonnellate di petrolio, in parte bruciate, in parte sono andate a
contaminare il terreno circostante.
E
questo, se veniamo all’attualità, è esattamente quel che sta succedendo in
Ucraina.
Continuano
ad arrivare notizie di attacchi a impianti industriali o depositi di
carburante.
E
l’Ucraina è un Paese industrializzato, soprattutto nella regione del Donbass
dove ci sono la gran parte dei combattimenti.
Il
ministero dell’Ambiente ucraino stima che ci siano oltre 23.000 siti nel Paese
che hanno o sostanze tossiche o rifiuti tossici stoccati.
E qui
è probabile che alcune decine di questi siano già stati danneggiati, con il
rilascio conseguente poi delle sostanze tossiche.
È il caso di una fabbrica da bombardamento a
nord dell’Ucraina da cui si è liberata una nuvola di ammoniaca che ha
interessato un raggio di due chilometri e mezzo.
E così, come è noto, anche il caso dei
combattimenti tra una centrale di Chernobyl che hanno provocato il sollevamento
di polveri radioattive.
E pare ci siano stati anche degli effetti sui
soldati russi che erano stati esposti a questa polvere radioattiva.
C’è un
altro effetto dei conflitti, che durante le guerre crollano le strutture che
reggono la vita civile.
Tra
queste ci sono anche le infrastrutture e le istituzioni che si preoccupano di
proteggere l’ambiente.
Durante
la guerra civile del Congo, ad esempio, c’è stato un crollo della popolazione
dei gorilla perché i guardiani del parco non potevano più fare il loro lavoro e
spesso erano stati anche uccisi e quindi c’è stato un effetto molto diretto.
Poi
pensate a tutti gli impianti di presidio dell’ambiente, come gli impianti di
depurazione delle acque, gli impianti di smaltimento dei rifiuti, le
discariche, gli impianti di compostaggio, gli impianti di bonifica di siti
contaminati, sono tutti a rischio di danni fisici, ma anche di abbandono da
parte di chi è stato richiamato a combattere o semplicemente non può rischiare
la vita per andare a farli funzionare.
E
quindi qui siamo di nuovo di fronte a tutta una serie di fenomeni di
inquinamento secondario, se vogliamo il rilascio di gas a effetto serra
secondario, che però sono estremamente importanti e che colpiscono alcuni
comparti ambientali in particolare, ed espongono anche la popolazione poi a
degli effetti secondari.
Perché
poi?
Le acque non depurate, i rifiuti non smaltiti.
Come dire, gli impianti di bonifica non
funzionano, poi al fine generano altro generato inquinamento.
E qui voglio introdurre un altro elemento, a
costo di sembrare molto, molto cinico.
Durante
questi periodi di conflitto cosa succede?
L’altra cosa succede è che si fermano le
normali attività, diciamo così, civili e normali attività produttive.
E
quindi c’è un contraltare a tutto questo.
Quest’anno
stimiamo che il PIL, si stima che il PIL dell’Ucraina crolli del 35-40%.
Questo
provocherà anche un crollo delle emissioni di gas a effetto serra, che però, e
questo è il motivo per cui, per citare questo fatto, spesso queste diminuzioni
legate ai conflitti vengono più che compensate dal dagli investimenti e dalle
attività di ricostruzione che hanno luogo dopo la fine del conflitto.
E
quindi, come dire, alla fine il bilancio netto di tutto questo è un bilancio
gravemente negativo.
E qui
voglio ribadire, al di là e al di sopra di tutte le sofferenze umane, ciò che
queste attività di guerra comportano.
E qui
vengo al terzo angolo, diciamo, dal quale volevo provare un po’ a guardare: il
problema oggi delle relazioni tra attività militari, guerre, conflitti e crisi
climatica ed ecologica, che è quello della motivazione perché si fa la guerra.
Perché?
Perché ci si combatte nel corso della storia?
Molto
spesso ci si è combattuti proprio per il controllo delle fonti fossili di
energia.
E
durante la seconda guerra mondiale ci sono stati – ma addirittura nella prima
guerra mondiale – dei casi emblematici di due battaglie che si sono svolte
intorno a quelle che allora erano le grandi regioni petrolifere: la regione di
Ploiesti in Romania e la regione di Baku in Azerbaigian.
Ci
sono state, prima i tedeschi hanno cercato di controllare Baku, poi i sovietici
hanno preso la regione di Ploiesti e hanno lasciato la Germania nazista senza
una delle sue fonti principali di idrocarburi e quindi diciamo il combattersi
per il controllo delle risorse.
Sostanzialmente
del petrolio, ma anche in maniera crescente anche del gas.
È una
costante che abbiamo trovato in conflitti che possiamo trovare nella nostra
storia, in conflitti, soprattutto nel secondo dopoguerra, ma anche durante la
Seconda guerra mondiale.
Anche
guerre, come dire dimenticate.
Pensate
alla guerra del Biafra in Nigeria, dove abbiamo cercato di rendersi
indipendente dopo, dopo l’indipendenza della Nigeria.
Qui ci
sono stati numerosi combattimenti intorno alle alla regione petrolifera di Port
Harcourt, nella regione del Delta del Niger, dove ancora adesso che è ancora
adesso la capitale petrolifera della Nigeria, dove ancora adesso Eni ha grandi
interessi e grandi e grandi basi.
Poi
c’è, l’ho già citato, forse l’esempio più famoso di conflitto armato contro le
risorse petrolifere, che è quello appunto delle due guerre del Golfo che sono
appunto iniziate con l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e poi
proseguite.
Ci
sono state due ondate o state due guerre del Golfo guidate dagli Stati Uniti e
partecipato a una coalizione nella quale c’era anche l’Italia.
L’origine
di tutto questo è stata il controllo dei, diciamo così, dei giacimenti
petroliferi che stanno al confine tra Kuwait e Iraq.
Questo ha scatenato in qualche modo la prima
guerra del Golfo e poi ha fatto partire anche tra la prima e la seconda guerra
del Golfo.
C’è
stato una fortissima pressione sul governo americano per prendere il controllo
delle risorse petrolifere irachene che erano e sono ancora immense.
Ricordo
che nel governo di George Bush c’erano ai tempi della guerra al Golfo
Condoleezza Rice, che era membro del Consiglio d’amministrazione di Shell
Brown, e Dick Cheney, che era stato l’amministratore delegato di Al Barton,
forse il più grande contractor petrolifero del mondo.
E
quindi ci sono sicuramente state forti pressioni per arrivare a questi a queste
situazioni.
Ma
guardate, ci sono anche, come dire, altre guerre dimenticate.
È
stata una piccola fase della guerra tra il Sudan e il Sud Sudan, che è stata
anche legata al controllo di una località petrolifera.
Un
breve periodo in cui però 100.000 civili hanno dovuto lasciare le loro case.
E le
tensioni nel Mar Cinese Meridionale tra Cina, Indonesia, Malesia, Filippine
sono anche legate al fatto che in quell’area ci sono risorse petrolifere.
Ma anche se veniamo al Mediterraneo, le
esplorazioni petrolifere intorno a Cipro hanno causato tensioni. Il
dispiegamento di navi militari turche nel Mediterraneo occidentale.
Fino a cosa?
Anche
un po’, come dire, folcloristiche.
C’è una tensione diplomatica tra la Danimarca
e il Canada per il controllo di una minuscola isola nell’Artico intorno al
quale c’è petrolio che è stata nominata la guerra del whisky.
Poi chi vuole approfondire potrà cercare
quindi il controllo delle risorse petrolifere.
È una
continua fonte di tensione ed è chiaro che la spinta verso la decarbonizzazione
dell’economia, che deriva dal tentativo di combattere i cambiamenti climatici,
sta mettendo a dura prova gli equilibri geopolitici che si sono stratificati
nel corso nel corso del tempo e quindi anche le relazioni tra Paesi e blocchi,
tra i blocchi di Paesi.
La
transizione ecologica non sarà un gioco a somma zero per tutti.
È chiaro che, ad esempio, le ricchissime
dinastie del Golfo saranno probabilmente tra i perdenti.
E
quindi è chiaro che da un punto di vista politico ci siano forti pressioni per
anche rallentare, modificare, insomma incidere su questo fenomeno storico.
E
quindi, per concludere, credo che tutto questo da portare a riflettere, perché
noi siamo in un momento storico in cui la crisi climatica ecologica dovrebbe
indurre l’umanità intera a unirsi per trovare una soluzione alla crisi
climatica.
E in
tutto questo una ripresa, un’accelerazione della militarizzazione del mondo è
estremamente negativo, estremamente rischioso non solo per i rischi diretti dei
conflitti, ma anche perché questo distrae enormi risorse, enormi capitali
politici, economici, sociali dall’obiettivo comune e crea poi dei solchi, crea
delle divisioni là dove invece bisognerebbe lavorare tutti insieme per trovare
delle soluzioni.
E
quindi questa è, dal mio punto di vista, una riflessione e una preoccupazione
principale che tutti dovremmo avere nel considerare appunto il problema dei
rapporti delle relazioni tra attività militari, guerra e crisi climatica ed
ecologica.
Vi
ringrazio.
GIAPPONE,
L'IMPERO
NATO
DA UNA SPADA.
Difesaonline.it - Gino Lanzara – (03/05/2023) – ci
dice:
Abe Shinzō,
il primo ministro giapponese più rilevante in oltre 60 anni, ha impresso
slancio e lineamenti definiti alla politica estera e della difesa di Tokyo;
le
evoluzioni strategiche indotte dal post Guerra Fredda, con Abe trovano
un’istituzionalizzazione concreta, puntando ad elevare il Giappone nel consesso
internazionale, facendogli abbandonare la postura dell’inward-looking, o
Dottrina Yoshida, e proiettandolo verso un modello strategico degno di un
soggetto politico dalle capacità proporzionate alla propria caratura economica.
È in
quest’ambito che trovano spazio sia l’approfondimento dei rapporti con gli USA
sia la rilettura dell’articolo 9 della Costituzione, finalizzata a consentire
l’esercizio del diritto di autodifesa collettivo.
In
questa dimensione si può meglio inquadrare la diversificazione delle relazioni
indo pacifiche, come quelle tra India e Australia che, con Tokyo e Washington,
compongono il “Quad”, in accordo con la visione di un Indo Pacifico libero e
aperto.
Attenzione
ai primi risvolti di politica estera:
mentre
gli USA appoggiano la nuova postura militare, Cina, Corea del Nord e del Sud
avanzano critiche, ed Israele intravede opportunità di vendita di sistemi di
difesa missilistica, UAV e controllo cibernetico, senza contare l’intelligence
mirata a Pyongyang ed alla sua cooperazione nucleare con l’Iran;
a
questo si aggiunga l’asse con Londra e l’italiana Leonardo per la
partecipazione al programma “Tempest”, con lo sviluppo di un nuovo modello di
cacciabombardiere di prevista entrata in servizio nel 2035.
Con la
fine delle restrizioni anti Covid, il premier Kishida, in breve tempo, si è
recato in 19 paesi o in visita di stato o per vertici internazionali,
delineando le priorità del governo nipponico, aprendo alle potenze emergenti,
consolidando le relazioni con i partner più tradizionali, curando il
multilateralismo e la creazione di assi strategici alternativi.
Questi
aspetti non possono non ricondurre all’”Abenomics”, la base amministrativa in
senso lato degli esecutivi presieduti da” Abe”, che ha inteso far partecipe
Tokyo delle varie iniziative regionali commerciali, multilateralistiche e del
libero scambio, puntando alla realizzazione di catene produttive poste al di
fuori della sfera di influenza degli antagonisti cinesi.
La
visione di “Ab”e è divenuta il testimone passato al premier Kishida che,
confrontandosi con calo demografico, fluttuazione dei prezzi, depressione
salariale, concorrenza aggressiva da parte di Pechino, deve adattare l’eredità
politica precedente a cambiamenti rapidissimi e contingenti.
Il
vincolo del mantenimento delle spese militari entro l’1% del PIL è venuto meno
con la decisione di incrementare le stesse al 2% entro un quinquennio, aumento
che, finanziato con una maggiore tassazione, conferirebbe al Giappone la
medaglia di bronzo dopo USA e Cina; l’obiettivo del 2% del PIL da raggiungere
entro la fine del 2028 allinea peraltro il Giappone agli standard di spesa
della NATO, con cui Tokyo sta stringendo rapporti più stretti.
Per
quanto concerne l’aspetto securitario tengono banco i tre documenti strategici
approvati dal governo Kishida:
la nuova “National Security Strategy” (NSS)7,
che includendo il nesso inscindibile tra economia e sicurezza, sostituisce
quella del 2013 targata Abe;
la “National
Defense Strategy” (NDS) (già nota come National Defense Program Guidelines) e
il “Defense Buildup Program” (DBP) (già Medium-Term Defense Program), per cui
l’incertezza internazionale non potrà che accelerare gli investimenti in campo
difensivo, giungendo ad un bilanciamento tra rischi esterni e consenso politico
interno, cui non è estranea la legge per la promozione della sicurezza
economica, finalizzata a proteggere le infrastrutture, diminuire il grado di
dipendenza dagli altri paesi, evitare pressioni dall’estero.
Quel
che è certo, è che in ambito militare “Abe” ha accentuato l’autonomia
giapponese rispetto all’alleanza con gli Stati Uniti, cosa che ha delineato una
silhouette propria di un soggetto più proattivo sul proscenio internazionale.
La
reinterpretazione dell’art. 9 della Costituzione, che proibisce al Giappone di
possedere un proprio Esercito non riconoscendogli alcun diritto di
belligeranza, legittimerebbe dunque la presenza militare sul territorio
metropolitano e, contestualmente, la maggiore collaborazione con le forze USA
di stanza nel Pacifico, attente alle evoluzioni politico militari nello Stretto
di Taiwan.
La
Costituzione modellata dal generale MacArthur ha consentito una soluzione di
compromesso, ovvero la creazione di forze paramilitari facenti parte delle
forze di polizia, ma equipaggiate di tutto ciò di cui possa aver bisogno una
forza armata;
il
paradosso sta nel fatto che mai agli occupanti americani sarebbe balenata
l’idea che il disarmo giapponese potesse essere posto in discussione proprio da
Washington.
Nessuno, del resto, avrebbe potuto prevedere che
il boom economico di Tokyo avrebbe trovato una delle sue motivazioni proprio in
quell’articolo che, scritto per impedire il riarmo, divenne un’arma per
garantire sicurezza e stabilità economica.
“Abe”
a parte, il progetto di riforma si delineò nell’agosto del 2005 con il premier
Koizumi Junichirō che propose, senza successo, di inserire nell’articolo 9
l’esplicita menzione delle Forze di Auto-Difesa (SDF) conferendo loro la
possibilità di difendere il proprio territorio e che annunciò il sostegno nipponico
all’intervento americano in Afghanistan, cui sono seguite diverse altre
missioni a carattere umanitario, aspetto che ha agevolato il superamento delle
interpretazioni costituzionali ostative, ma che ha rimarcato come il ruolo
militare giapponese sia divenuto sempre più attivo anche alla luce di una
revisione del concetto di legittima difesa.
Di
rilievo il ruolo ricoperto dall’organizzazione “Nippon Kaigi” che, forte
dell’appartenenza di personalità politiche di spicco, si è fatta interprete di
una sorta di revival dell’eredità imperiale giapponese che, tuttavia, non deve
indurre a confondere il riarmo con la ri-militarizzazione.
Il
riformismo di “Abe” non ha condotto al ritorno alla crescita di un’economia
vulnerabile, malgrado la svalutazione utile ad un incremento dell’export.
Politicamente
l’attivismo di “Abe” prima e di “Kishida” ora, è una reazione al relativo
declino giapponese nell’area dell’Asia-Pacifico, dovuto a diverse cause:
l’assertività
marittima cinese che, oltre alla creazione di isole artificiali e trivellazioni
petrolifere, pone in discussione le questioni della sovranità e dell’integrità
territoriale delle Isole Senkaku/Diàoyú;
l’incombente
presenza russa;
l’avanzamento
economico e tecnologico della Corea del Sud;
la
minaccia nucleare di Pyongyang;
la
crescita delle potenze intermedie regionali; l’emersione del terrorismo
jihadista come forza capace di trasformarsi in Stato e di rapire ed uccidere
ostaggi giapponesi.
Il
crescente ruolo strategico del Giappone nel Pacifico si inserisce nel contesto
della delega conferita dagli americani ai propri alleati regionali, volta a
contrastare l’espansionismo cinese intenzionato ad assicurarsi il controllo
delle linee di approvvigionamento grazie ad una maggiore militarizzazione dei
paesi dell’area, anche alla luce delle capacità nucleari nord coreane.
Per
storia, posizione geografica e grado di sviluppo, il Giappone incarna il ruolo
del candidato ideale nel settore marittimo per una partnership strategica con
gli USA.
Di fatto, il contesto asiatico ha indotto
Tokyo ad abbandonare progressivamente il suo pacifismo istituzionale, lo scudo
che, con l’ombrello difensivo statunitense, ha convertito l’originaria spinta
espansionistica in dedizione assoluta al lavoro aziendale;
tuttavia, come già accaduto nel corso della
sua storia, le evoluzioni del contesto geopolitico stanno spingendo il Giappone
ad una modifica della propria politica estera.
L’elemento
esogeno che ha infranto gli equilibri è la Cina, con la sua crescita economica
apparentemente inarrestabile, accompagnata da una postura geopolitica sempre
meno conciliante e sempre più lontana dal concetto di crescita pacifica.
Inevitabile, nel 2014, la nuova
interpretazione ufficiale dell’articolo 9, secondo cui Tokyo avrebbe potuto
impiegare le proprie Forze di Auto-Difesa, di fatto un vero Esercito, per
partecipare al sistema di difesa collettiva riconosciuto dal diritto
internazionale.
Se il
pieno riarmo del Paese non sarà più illegittimo, rimarrà comunque difficile superare
i vincoli procedurali delle modifiche costituzionali; l’allestimento della
nuova portaerei Kaga, che porta lo stesso nome dell’unità che attaccò Pearl
Harbor, costituisce un segnale di riavvicinamento ad una sovranità militare
esclusiva.
Opportuno
rammentare come il concetto di Indo-Pacifico sia nato nei primi anni del secolo
proprio come teorizzazione strategica giapponese enunciata da Abe in un
discorso al Parlamento indiano, volta a compensare l’influenza regionale cinese
e ad attrarre l’attenzione sull’importanza della libera navigazione e della
libera circolazione commerciale;
da qui
l’individuazione degli attori principali dell’area:
Giappone,
Australia, India, ai quali si aggiungevano gli USA:
al “QUAD” è seguito l’ampliamento del raggio
d’azione giapponese verso tutti quei paesi preoccupati dalla crescita cinese
grazie al “FOIP”, in opposizione alla” Belt and Road Initiative”.
Ma la strategia giapponese non si limita alla
sfera economica, si estende anche a quella militare, una tendenza che si è
rafforzata con “Abe”, votato alla modifica della Costituzione, forte anche
dell’indicazione demoscopica per cui il 65% dei giapponesi riteneva necessario
aggiornare la Carta fondamentale.
In
ogni caso l’assassinio di “Abe” non ha fermato il dibattito, benché la
rimozione dei vincoli costituzionali rimanga un interrogativo in attesa di
soluzione, alla luce della necessità di rafforzare le difese, punto reso
sensibile dall’invasione ucraina grazie alla rinnovata percezione della
minaccia che ha portato a considerare la possibilità, per le “SDF”, di ricevere
un formale riconoscimento giuridico e di acquisire la capacità di attaccare le
basi missilistiche nemiche.
Nel
corso degli anni il Giappone, dopo aver costituito un vero e proprio Ministero
della Difesa, ha perseguito uno sviluppo navale costante, giungendo a disporre
di una tra le prime marine militari mondiali dopo quella americana.
Tenuto
conto che la capacità strategica giapponese si è evoluta a partire dall’inizio
del nuovo secolo, è rimasta l’assertività cinese nel Mar Cinese meridionale e
la difesa delle “ZEE”, che Tokyo vuole fissare sulla linea mediana, e Pechino
secondo la regola delle 200 miglia nautiche, cosa che comporterebbe per le
isole di “Okinawa” di godere di appena 20 miglia di acque territoriali.
Come
per ogni nazione marittima, gli interessi giapponesi si poggiano su due basi
fondamentali:
la
protezione delle linee di comunicazione ed il rispetto delle norme di diritto,
visto l’ingente commercio di petrolio, punto sensibile per un’economia che,
dopo il disastro di Fukushima, dipende sempre più dalle importazioni
energetiche.
E qui entra in gioco la “Japan Maritime
Self-Defence Force” dotata di una flotta aggiornata ed operativa, supportata da
aeromobili, con oltre 50.000 uomini e donne;
oltre
all’entrata in servizio delle porta velivoli Izumo lunghe 250 metri e da oltre
27.000 tonnellate, va considerata la forza dei cacciatorpediniere, vero asse
portante della Marina giapponese.
I “destroyer”, con dislocamenti che vanno da
4.000 ad oltre 10.000 tonnellate, danno corpo ad una strategia che punta al “sea
control nel Pacifico Settentrional”e e nei mari adiacenti alle isole
dell’arcipelago nazionale.
Da
considerare quindi la nuova strategia del Ministero della Difesa, che ha
rinunciato alle postazioni terrestri “Aegis Ashore”, per aumentare i caccia
Aegis, con l’allestimento di fregate di nuova generazione (30FFM), per
sostituire le unità più anziane, gli” Abukuma” e gli “Asagiri”.
All'inizio
del 2020 la Marina giapponese disponeva di 48 caccia, unità dotate di armi
idonee a controllare ed interdire lo spazio aereo, garantendo la protezione
dagli attacchi missilistici.
Importante
il ruolo demandato alla flotta di pattugliatori marittimi che riprendono il
concetto della “Air-Sea Battle” americana, in modo da condividere i dati da
piattaforme molteplici consentendo attacchi da fonti differenti ed
intercomunicanti.
Anche
il Giappone è così giunto al concetto di “Multidimensionale Joint Defense Force”,
per cui l'idea di integrazione fra le forze armate, accelerata dalla
geopolitica cinese, è divenuta fondamentale;
il controllo dello spazio è divenuto
esercitabile anche dalle navi operative che interagiscono con i sistemi di
comunicazione satellitare, di navigazione e di “electronic
warfare-support-intelligence”.
Le
attuali navi da combattimento hanno dunque realizzato l'integrazione del campo
di battaglia, e sono pronte per affrontare una guerra multidimensionale.
Le “Izumo”
originariamente non sono state equipaggiate né con catapulte né con lo “ski-jump”
per il decollo corto;
con le
modifiche in corso potranno trasportare la variante a decollo corto e
atterraggio verticale dell’F-35;
intanto Tokyo ha già approvvigionato 42 F-35A,
variante a decollo e atterraggio convenzionale.
Il
ponte di volo è in via di rivestimento con speciale materiale termoresistente
per resistere alle temperature dei flussi generati per il decollo corto dello “JSF”.
Sarà
riconfigurata l’intera griglia difensiva a corto e medio raggio per agevolare
le operazioni di volo degli “F-35B”, e la struttura interna sarà rivista per
ospitarne la linea logistica.
La “Izumo”
ha completato la prima delle due modifiche nel 2021, e ha eseguito il primo
test dimostrativo di atterraggio e decollo di F35-B da parte di velivoli dello
USMC;
la seconda modifica dovrebbe aver luogo nel
2025, con la modifica rettangolare della prora.
Il
potere navale giapponese sta risorgendo, ed i caccia rappresentano un reale
fattore di potenza.
Lo sviluppo cinese e l’aggressività coreana
hanno condotto alla necessità di possedere mezzi in grado di confrontarsi con
qualsiasi tipo di minaccia; da qui la produzione in house di mezzi più pesanti
e performanti.
Oltre
alla forza di superficie il Giappone può vantare una componente subacquea, in
espansione, di almeno 17 battelli che hanno evidenziato una capacità
tecnologica ormai in grado di operare autonomamente.
Il
Giappone ha una sola base aerea ad Okinawa, la “Naha Air Base”, unica struttura
a difesa dell’intera area meridionale; disponendo di portaerei, Tokyo potrebbe
disperdere la forza aerea non più vincolata a strutture fisse, inevitabile
bersaglio primario.
Non a
caso Tokyo ha iniziato a costruire una base sull’isola di Mageshima, nella
prefettura sud-occidentale di Kagoshima, utile a rafforzare le difese nelle
isole Ryukyu ed a fornire una base aerea di riserva in caso di attacco su
Okinawa;
per
effetto della sua posizione Mageshima è divenuta il luogo ideale per gli
atterraggi dei velivoli delle portaerei americane, attualmente indirizzati su “Iwojima”.
Come
riportato da “Asia Times” l’importanza strategica di Mageshima deriva dal fatto
che, per quanto piccola, può fungere da base logistica, barriera protettiva,
base operativa, indicatore geografico per le rivendicazioni marittime.
Come
potrebbe svilupparsi un’ipotetica azione bellica sino-nipponica?
Le
navi cinesi presumibilmente impegnerebbero quelle giapponesi in punti diversi
per impedir loro di concentrarsi nelle zone di attività di sbarco anfibio a sud
delle Ryukyu, e puntare poi ad un’occupazione stabile;
c’è
tuttavia da tenere conto che la dispersione delle unità non considera né il
controllo dello spazio aereo né come esso incida sulle attività marittime,
limitate della libertà di movimento.
La
capacità antinave giapponese, aeronautica e aeronavale, rende rischiosa
un’azione in profondità nelle acque controllate da Tokyo, dato che esporrebbe a
rischi i velivoli decollati da terra;
rischiosa
come l'idea di impegnare interi gruppi da battaglia navali. Data la presenza di
presidi giapponesi sulle Ryukyu, le forze di invasione cinesi rischiano di
andare incontro alle conseguenze della strategia di riduzione graduale, volta
ad infliggere forti perdite.
Da
ricordare infine la strategia della “distributed lethality” volta a garantire
un aumento del potere marittimo aumentando le capacità offensive di ogni
singola unità di superficie,” littoral combat ship”, navi anfibie (destinate a
diventare portaerei leggere dotate di F-35B) e logistiche comprese;
le
unità dovrebbero formare dei gruppi “SAG27” piccoli e disseminati, difficili da
colpire secondo una ratio che riguarderà anche le basi aeree e navali come “Guam”
con la rotazione dei velivoli, cosa porterebbe un eventuale invasore a
disperdere la sua potenza di fuoco come già avvenuto tra il 41 ed il 45 proprio
nel Pacifico.
È una
strategia adeguata?
Va
considerata l’effettiva capacità navale cinese, caratterizzata dalla prevalenza
delle fregate rispetto ai caccia, non tutti evoluti.
Una
maggiore operatività delle “LCS” comporterebbe un vantaggio in grado di
eguagliare l’azione delle fregate cinesi liberando i caccia per l’azione.
Conclusioni.
Date
politica e globalizzazione, anche in Giappone l’invasione ucraina ha ingenerato
sia un timore di vuoto logistico, sia la necessità di riconsiderare le
incertezze poggiate su un intervento difensivo americano in caso di conflitto
con Russia o Cina, o di attacco cinese su Taiwan;
vista
la politica occidentale ecco, giocoforza, il crollo delle convinzioni
costituzionali e pacifiste di un Paese che ha dovuto prendere atto della
mancanza di un’effettiva capacità deterrente o, per meglio dire, di
contrattacco, data la natura esclusivamente difensiva delle sue forze armate
che potrebbero trovarsi comunque coinvolte in un conflitto con armi nucleari
americane condivise.
Tokyo
ha dovuto prendere atto sia della fine delle regole dell’ordine internazionale
vigente, sia delle possibili difficoltà di mantenimento in sicurezza delle vie
di comunicazione marittima specialmente in carenza di alleanze regionali e
globali.
Estendendo
il concetto, si può presumere che il Giappone intenda passare da un pacifismo
passivo ad uno attivo.
Politicamente
il Giappone sta rivendicando un proprio ruolo centrale nel raggiungimento e nel
mantenimento di un nuovo equilibrio regionale e globale, assumendo una
posizione di rilievo nella “global supply chain”. Al momento, come spesso
avviene, spicca la labilità dell’”UE”.
Un
errore da evitare è comunque il considerare solo i maggiori contendenti, USA e Cina,
impegnati nel dar sostanza alla loro trappola di Tucidide, senza valutare la
presenza degli altri attori, ovvero Giappone, India, Vietnam, Filippine,
Indonesia, Australia, impegnati a contrastare l’arbitraria” nine dash line”
cinese.
Sotto
l’aspetto navale, il potere aeronavale indiano rivestirà un ruolo significativo
di contenimento della Cina, in funzione dell’alleanza con Tokyo, l’altro
braccio della tenaglia che serrerebbe Pechino, condizionata da un concetto di
potere marittimo ancora influenzato da visioni continentali;
britannici
e giapponesi, non a caso, hanno dimostrato che flotte più contenute e guidate
da una strategia chiara e pungente spesso prevalgono su flotte più numerose ma
non alla pari nell’addestramento.
Putin,
chi sono i suoi alleati?
Dall'Iran a Venezuela e Cina ecco
chi è a favore (e chi resta neutrale).
Ilmattino.it
– (2-3-2022) – Redazione – ci dice:
Chi è
alleato alla Russia? Venezuela, Iran, Cina ed ex Urss: chi appoggia Putin nel
conflitto con l'Ucraina.
Quali
sono gli stati alleati della Russia?
«Non è una guerra nostra, è già una guerra che
riguarda tutti».
Ieri
Volodymir Zelensky ha provato a "svegliare" l'Occidente sul rischio
di un conflitto più largo.
La
Nato è compatta contro Mosca, mentre Putin continua i colloqui per sondare le
alleanze.
La più stretta è quella con la Bielorussia,
già pronta ad attaccare Kiev da nord.
Lukashenko
è una solida spalla per lo zar russo, che ha però bisogno di altre intese.
Lukashenko,
chi è il presidente della Bielorussia: il fedelissimo di Putin che ha mediato
con Zelensky sui negoziati.
Ucraina-Russia,
Biden sta davvero lasciando la scena ai leader Ue? Critiche Usa e popolarità
che crolla.
Con chi è alleata la Russia?
Ieri
Vladimir Putin ha tenuto un lungo colloquio con il presidente venezuelano
Nicolas Maduro, per parlare di una «partnership strategica», ha fatto sapere il
Cremlino.
Maduro
è sempre stato al fianco della Russia durante la crisi e anche dopo l'inizio dell'invasione:
«Cosa pretende il mondo?
Che
Putin resti a braccia conserte?», le parole di Maduro.
Al
momento però, il sostegno è solo verbale.
A
preoccupare Putin nelle ultime ore è stato il cambio di atteggiamento della
Cina.
A
Pechino resta forte il sentimento anti-USA, ma il ministro degli Esteri Wang Yi
parlando telefonicamente con l'omologo ucraino Kuleba ha fatto sapere che «la Cina deplora la guerra in Ucraina».
Per
Putin la Cina resta la risposta alle sanzioni economiche dell'Unione europea.
Il
presidente russo spera di potersi rivalere sul mercato cinese, quando sarà
totalmente isolato dall'Occidente.
Dalla
sua parte anche la Corea del Nord.
Kim
Jong-un spinge vede l'occasione per la creazione di un nuovo ordine mondiale,
dove gli Stati Uniti non sono più protagonisti.
Dall'Iran
agli ex Urss, fino a Cuba.
Dall'altra
parte dell'oceano anche Cuba ha appoggiato l'avanzata russa in Ucraina,
incolpando gli Stati Uniti dell'escalation.
L'Alleanza
atlantica continua a monitorare anche la posizione dell'Iran. Il presidente
Raisi ha rapporti stretti col Cremlino e punta a contrastare l'espansione di
Stati Uniti e Nato.
Per il
momento però, da Teheran nessun commento ufficiale sulla guerra d'Ucraina, se
non un tweet del ministro degli Esteri che ha parlato di «provocazione della
Nato».
Anche la Siria di Assad resta un'alleata
accertata della Russia.
A
Tartus c’è anche l’unico porto militare del Mediterraneo cui la Russia ha
libero accesso.
Per
quanti riguarda i paesi che facevano parte dell'Urss, fino allo scioglimento
del 1991, al momento non ci sono schieramenti ufficiali pro-Putin, oltre quello
della Bielorussia.
Anzi, persino l'Ungheria di Orban è rimasta
interdetta per l'invasione e ha appoggiato le sanzioni dell'UE a Mosca.
La posizione resta però in bilico.
La
Russia ha rapporti di mutua difesa con diversi Paesi del” CSTO” (Organizzazione
del Trattato di Sicurezza Collettiva).
Ne fanno parte Armenia, Bielorussia,
Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.
Il
timore di ripercussioni in questa fase storica potrebbe fare la differenza per
loro.
Chi
non si è schierato.
Il
Giappone ha fatto sapere di essere favorevole alle sanzioni contro la Russia,
compreso il distaccamento dallo “SWIFT”.
La
Nuova Zelanda ha invece deciso di restare neutrale e di non inviare aiuti
all'Ucraina.
La
stessa posizione la tiene il Brasile di Bolsonaro, che però è tra i sostenitori
di Putin.
SULLA
SECESSIONE E LA GUERRA CIVILE.
Comedonchisciotte.org
– Redazione CDC – (4 maggio 2023) – ci dice:
(simplicius76.substack.com)
Ci
sarà una rottura entro il 2030?
I.)
Questo
è il primo pezzo che ho scritto in cui mi sono reso conto che sarebbe stato
adatto sia a questa pubblicazione che a quella di “Dark Futura”.
Perciò,
per la prima volta, lo pubblicherò su entrambe le testate, in modo da
raggiungere entrambi i pubblici, dato che le due testate si sono ormai separate
nel tempo e ci sono molte persone che sono abbonate solo a una e non all’altra.
Pertanto, mi scuso con chi è abbonato a
entrambi e riceve una doppia e-mail, poiché si tratterà di un evento raro su un
argomento che riguarda entrambe le pubblicazioni.
Spesso
parlo della mia previsione di lunga data, secondo cui prevedo che gli Stati
Uniti si trasformeranno in una guerra civile o in una secessione entro l’anno
2030.
Sentendo questo, molti mi hanno chiesto di
esporre a lungo il mio pensiero, il perché e il modo in cui lo vedo svolgersi.
Ho
quindi deciso di trattare finalmente l’argomento in modo più approfondito di
quanto non permetta la solita risposta ai commenti.
La
verità è che questa è una previsione popolare per molte persone di
“destra/alt-destra”, ma pochi delineano effettivamente i meccanismi specifici
con cui può accadere.
Ed è qui che credo di poter fare luce
sull’esatto processo, già in atto, che credo porterà a questi scenari.
Per
prima cosa, definiamo alcuni termini di base, in modo da essere in sintonia con
il contesto.
Proprio come molte persone dicono
eufemisticamente “terza guerra mondiale” quando in realtà intendono “guerra
nucleare”, quando in realtà la terza guerra mondiale non ha una relazione
diretta e intrinseca con la guerra nucleare di per sé, in quanto può essere
semplicemente un conflitto convenzionale globale simile alla seconda guerra
mondiale, allo stesso modo qui, molte persone invocano vagamente la “guerra
civile” senza capire cosa il termine possa effettivamente implicare.
Soprattutto
nel clima culturale odierno, quando evocano la “guerra civile”, molte persone
si riferiscono inconsciamente a una sorta di conflitto in stile genocidio del
Ruanda tra i due schieramenti opposti dei liberali e dei conservatori, in cui i
civili veri e propri hanno preso le armi e stanno combattendo per le strade.
Questa
nozione di “guerra civile” è alimentata da “infiniti meme” postati da entrambe
le parti che raffigurano cose come” antifa” armati di sinistra contro miliziani
conservatori che si affrontano in un campo di battaglia distopico di periferia,
forse simile alla “zona autonoma” CHAZ di Seattle.
Tuttavia,
il precedente storico della “guerra civile”, almeno per come è conosciuta negli
Stati Uniti, è più sinonimo di secessione, nel senso che si trattava di due
forze governative contrapposte, sostenute da eserciti permanenti convenzionali,
che si impegnavano in un vero e proprio combattimento militare, piuttosto che
di un gruppo di cittadini armati di coltelli da cucina e pistole calibro 22 nel
parco cittadino.
In
realtà, per confondere ulteriormente le idee, la guerra civile americana non
era concettualmente diversa da una guerra rivoluzionaria, come quella del 1776.
E
molti hanno fatto notare che la stessa “Guerra di Rivoluzione” fu in realtà una
“Guerra Civile”, il che significa che in un certo senso gli Stati Uniti sono
già passati attraverso due guerre civili, per fare un’osservazione retorica.
Tutto
questo per sottolineare che ciò su cui mi concentrerò non è il conflitto di
tipo ruandese che i troll di Twitter immaginano come modello di “guerra
civile”, ma piuttosto l’altra varietà.
Quella
in stile ruandese ha meno possibilità di verificarsi perché presuppone una
sorta di “free-for-all” stocastico e de-centralizzato in
cui le persone prendono le armi contro gli altri.
Certo,
ci saranno sporadici conflitti armati a livello regionale, a causa delle
crescenti divisioni razziali e politiche nel Paese.
Ma non
esiste un vero e proprio meccanismo formalizzato con il quale le due parti
possano anche solo coalizzarsi in una parvenza di esercito organizzato e
contrapposto, con un comando centrale, strutture di staff, ecc.
Questa
è per lo più una considerazione giovanile, almeno per il futuro semi-vicino di
cui stiamo parlando.
Si
potrebbe forse immaginare uno scenario del genere molto più in là nel tempo di
quanto sia possibile prevedere:
una
sorta di strano futuro post-apocalittico senza legge e distopico in stile “Mad-Max”
nell’anno 2100, o qualcosa del genere.
Ma per i nostri scopi, questo è irrealistico e
non merita una seria riflessione.
II.)
C’è
una terza opzione a cui alcuni si riferiscono quando invocano la guerra civile:
quella del “popolo contro il governo”.
La
tratterò brevemente da sola, perché qui ci sono alcune considerazioni
importanti.
In
primo luogo, quest’idea ha guadagnato terreno in quanto numerosi politici
americani hanno brandito questo randello come minaccia contro gli americani
ribelli che potrebbero desiderare le loro possibilità in una rivolta.
Lo
stesso Biden ha osservato in almeno due o tre occasioni diverse che “gli americani
hanno bisogno di F-15 e non di AR15 per combattere contro il governo”,
sottintendendo che i cittadini statunitensi non potranno mai sconfiggere il
governo a meno che non siano armati con armi strategiche di alto livello,
invece che con semplici armi leggere.
Il
democratico Eric Swalwell ha tristemente minacciato gli americani di usare le armi
nucleari se si fossero opposti alle politiche di confisca delle armi da lui
promosse.
Tecnicamente,
una simile circostanza non rientrerebbe nella “guerra civile”, ma piuttosto in
una semplice rivoluzione o rivolta armata.
In definitiva, si tratta solo di cavilli
semantici.
Tuttavia, ne parlo per far notare che la
maggior parte delle persone che usano questi termini o discutono di questi
argomenti non sono nemmeno sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda la
coerenza. Ho quindi voluto delineare i vari concetti in modo da poterli affrontare
a turno e da permettere ai lettori di seguire ciò che sto dicendo.
Per
quanto riguarda l’opzione del popolo contro il governo, dirò la seguente cosa:
i detrattori più accaniti di questa
possibilità sono tipicamente gli anti-diritti delle armi di sinistra, che usano
la scusa del “non si può vincere contro gli F-15” come un modo per screditare
la necessità del 2° Emendamento.
Di solito dipingono uno scenario in cui un
gruppo di civili armati di AR15 si scontra con un esercito americano
completamente armato con la sua panoplia completa di jet da combattimento,
missili, carri armati, ecc.
Ma la
sfumatura critica che sfugge a questa ipotesi errata è la seguente domanda:
chi è
che rifornisce questa potente forza militare con tutte le sue armi di lusso?
Chi la
rifornisce di carburante?
Ricordiamo che nell’attuale discorso sulla
disastrosa situazione delle forniture di munizioni in Ucraina, ci sono stati
mostrati segmenti della CNN di operai americani che lavoravano nelle ultime
fabbriche americane rimaste in grado di produrre tali munizioni.
Queste
persone contrarie alle armi credono forse che l’esercito stesso produca queste
armi, e la loro benzina, il carburante, eccetera?
Il punto è che sono le infrastrutture civili a
costituire la spina dorsale della capacità militare degli Stati Uniti.
Senza
il gas, il carburante, le munizioni e così via, la potente macchina da guerra
statunitense va in tilt.
Cosa
faranno i carri armati Abrams quando i civili che gestiscono le raffinerie le
chiuderanno tutte e i civili che trasportano il carburante ai depositi si
ribelleranno?
I civili costruiscono tutti gli F-15, gli F-22
e i bombardieri B-2 che il governo americano brandisce altezzosamente come una
sciabola.
Se si
trattasse di una vera battaglia “civili contro governo”, dove si procurerebbe
il governo tutto l’equipaggiamento?
Anche
le fabbriche di armi leggere sono gestite da lavoratori civili.
Chi
pensate che stia costruendo quegli HIMAR e quei lanciatori M270?
In
breve, il governo e la sua “potente forza militare” non resisterebbero in un
vero conflitto prolungato contro la popolazione degli Stati Uniti.
Naturalmente,
tutto dipende da quante persone sarebbero dalla parte della rivolta in questo
scenario ipotetico.
Ma non
dimentichiamo che gli Stati Uniti hanno circa 400 milioni di armi, e 393
milioni di queste sono in mano ai civili.
Si dice che ci siano qualcosa come 70-100+
milioni di possessori di armi. L’esercito americano ha circa 800.000 truppe di
terra in totale.
Anche con tutti gli aerei e i carri armati del
mondo, possono 800.000 soldati andare contro 100.000.000?
Si
potrebbe sostenere che non sono riusciti a sconfiggere nemmeno i Vietcong, che
erano meno di 1 milione, figuriamoci 100 milioni.
Per non parlare del fatto che la maggior parte
degli americani è armata molto più pesantemente dei tipici Vietcong e dei loro
fucili a otturatore.
Ma
come ho detto, queste sono solo ipotesi un po’ assurde per mettere alcune cose
in prospettiva;
in realtà, questo non è il tipo di scenario
che mi aspetto si verifichi.
Si
tratta semplicemente di due centesimi buttati nel dibattito per confutare la
tipica cantonata della sinistra secondo cui le forze armate statunitensi sono
invincibili, quando in realtà si affidano completamente al settore civile per
funzionare.
III.)
Mentre
ci avviciniamo agli scenari reali che ritengo abbiano una forte possibilità di
verificarsi, gettiamo le basi finali esaminando prima l’attuale clima socio-politico
del Paese:
Fra
tutti i cittadini statunitensi, il 43% ha dichiarato che la guerra civile è
almeno in parte probabile.
Tra i
democratici forti e gli indipendenti la percentuale era del 40%.
Ma tra
i repubblicani forti, il 54% ha dichiarato che la guerra civile è almeno in
qualche modo probabile.
È
innegabile che una parte crescente del Paese stia iniziando non solo a credere
nell’inevitabilità di una “guerra civile”, ma anche a sperarla.
Questi
sono i risultati di uno studio dell’Università di Chicago:
(uchicagopolitics.opalstacked.com/uploads/homepage/Polarization-Poll.pdf)
Il
rapporto mostra che almeno un quinto degli americani concorda, al di là delle
linee di partito, sul fatto che sarà necessario “prima o poi” prendere le armi
contro il governo.
La
percentuale sale al 45% tra i forti sostenitori repubblicani.
La CNN
ha pubblicato un articolo su uno studio che mostra come gli Stati Uniti si
stiano dirigendo verso una forma di guerra civile.
Un
ricercatore dell’Università della California ha utilizzato un sistema di
metriche progettato per valutare la vicinanza e la probabilità di una guerra
civile per altri Paesi stranieri, ma ha applicato gli stessi calcoli agli Stati
Uniti.
La
professoressa Barbara Walter spiega di aver studiato le guerre civili per
trent’anni e di aver lavorato negli ultimi anni per una task force della CIA
che utilizza queste metriche per prevedere “dove si verificherà la prossima
guerra civile” nel mondo.
Il
conduttore riassume: “Ciò che è notevole è che la ricerca non si basa sul
sentimento (o sull’ideologia politica), ma sulle metriche e sui marcatori, sui
segni e sui fatti che gli Stati Uniti usano per determinare lo stato delle
democrazie degli altri Paesi e la loro vicinanza alle rivolte”.
Il
professor Walter spiega che, se rivolti contro gli stessi Stati Uniti, questi
stessi calcoli proprietari rivelano che gli Stati Uniti si trovano al limite di
ciò che la CIA considererebbe la cuspide delle categorie “RISCHIO” e “ALTO
RISCHIO”.
Normalmente,
un Paese ad “alto rischio” verrebbe inserito in una speciale lista di controllo
della CIA, in quanto lo sconvolgimento sarebbe considerato imminente.
Walter,
secondo il Post, conclude che gli Stati Uniti sono passati attraverso fasi di
“pre-insurrezione” e “conflitto incipiente” e potrebbero ora essere in
“conflitto aperto”, a partire dalla rivolta del Campidoglio.
Citando
le analisi del “Center for Systemic Peace”, Walter afferma che gli Stati Uniti
sono diventati una “anocrazia” – “a metà tra una democrazia e uno Stato autocratico”.
Questi
risultati, tuttavia, risalgono già a più di un anno fa e probabilmente il Paese
è scivolato ancora di più nella zona di pericolo. Ora, alcuni politici di
spicco, come “Marjorie Taylor Green”, hanno addirittura iniziato a lanciare appelli a
favore di una “scissione nazionale”, che per certi versi può essere considerata
solo un sicuro eufemismo per dire guerra civile.
Anche
il rappresentante della Carolina del Nord “Madison Cawthorn” è stato visto
invocare lo spettro della guerra civile, affermando di sperare che non si
verifichi, ma
di essere sicuro che i conservatori vincerebbero.
Il
fatto che molti Stati americani abbiano alimentato movimenti secessionisti in
crescita, che negli ultimi anni hanno fatto passi da gigante, è passato
inosservato in queste discussioni.
C’è “CalExit”
o “Yes California”. La loro pagina spiega:
Introduzione
a “Pacifica”.
La
misura elettorale CalExit 3.1 istituisce il “Paese di Pacifica” nell’area della
baia di San Francisco e lungo la costa centrale della California. Avrà una
popolazione di circa 9 milioni di persone, di cui più del 75% sono democratici
e il 61% di razza minoritaria.
Nel
2017, secondo un sondaggio Reuters, il 32% dei californiani era favorevole alla
“CalExit”.
Da allora, però, il dato è calato, perché il
governo, una volta intuita la pericolosità del movimento, è entrato subito in
azione per stroncarlo con la contro-propaganda.
Ma ci
sono molti altri movimenti.
Il più
forte è quello del Texas.
(newsweek.com/texas-secessionists-push-referendum-state-becoming-independent-1786001)
Proprio
il mese scorso, nel marzo 2023, il rappresentante del Texas “Bryan Slaton” ha
presentato la legge “TEXIT”:
Link
to tweet.
Oggi
ho depositato HB 3596, che è comunemente noto come “Texas Independence Referendum Act” o
TEXIT Se
approvato, indirà un referendum sulla votazione durante le prossime elezioni
generali, consentendo al popolo del Texas di votare se lo Stato debba o meno
indagare sulla possibilità dell’indipendenza del Texas e presentare potenziali
piani alla legislatura.
La costituzione del Texas è chiara che tutto
il potere politico risiede nelle persone.
Dopo
decenni di continui abusi dei nostri diritti e libertà da parte del governo
federale, è giunto il momento di far sentire la propria voce al popolo del
Texas.
In questo 187° anniversario della caduta di
Alamo sono orgoglioso di presentare questo disegno di legge per consentire al
popolo del Texas di votare sul futuro del nostro Stato.
Il Texas è nato dal desiderio di libertà e
autogoverno, e quel desiderio continua a bruciare nei cuori di tutti i texani.
Firma la petizione qui sotto:
La
versione ufficiale può essere letta qui sotto: (capitol.texas.gov/tlodocs/88R/billtext/html/HB03596I.htm)
La
parte principale afferma che nelle elezioni generali del 7 novembre, gli
elettori texani saranno autorizzati a votare un referendum sulla questione se
il Texas debba riaffermare il suo status di nazione indipendente.
SEZIONE
1.
(a) Alle elezioni generali che si
terranno il 7 novembre 2023, gli elettori potranno votare un referendum sulla
questione se questo Stato debba riaffermare il suo status di nazione
indipendente.
(b) L’avviso dell’elezione sarà dato con
l’inclusione della proposta nella proclamazione del governatore che ordina
un’elezione su qualsiasi proposta di emendamento costituzionale alla
Costituzione dello Stato e nell’avviso di tale elezione dato da ogni giudice di
contea, oppure, se non viene proposto un emendamento costituzionale, il
governatore ordinerà e ogni giudice di contea darà l’avviso per un’elezione che
proponga il referendum richiesto da questa sezione.
La
sezione 2 del
disegno di legge descrive tutte le azioni che entrerebbero immediatamente in
vigore il 7 dicembre 2023, solo se la risoluzione fosse approvata a maggioranza
dal referendum popolare.
Il
progetto di legge può essere seguito qui:
(fastdemocracy.com/bill-search/tx/88/bills/TXB00063968/)
Tuttavia,
va notato che i precedenti tentativi di proposte di legge simili sono falliti,
a causa del rifiuto dell’assemblea statale del Texas di metterla ai voti.
Ora il
disegno di legge è stato presentato e non si sa se l’assemblea statale lo
voterà o meno;
sembra
che il processo sia piuttosto arbitrario.
Tuttavia,
se voteranno e la legge passerà, si aprirà il referendum per la secessione che
si terrà il 7 novembre di quest’anno.
Il
sondaggio “SurveyUSA” ha rilevato che un numero enorme di texani e di
meridionali in generale è favorevole alla secessione:
Ognuno
dei sei sondaggi sugli Stati del Sud iniziava con la domanda agli intervistati
se sarebbero stati favorevoli a che il loro Stato diventasse pacificamente un
Paese indipendente insieme ad altri Stati conservatori.
Mentre
la maggioranza dei texani è favorevole all’idea, con il 60% di sì (il 32% dice
“decisamente sì”, il 28% dice “sì”), i risultati negli altri Stati sono meno
positivi.
Gli
abitanti della Louisian sono equamente divisi: il 50% dice sì, il 49% no; negli altri quattro
Stati, la maggioranza si oppone, con il “no” e il “decisamente no” in testa di
6 punti in Alabama, di 8 in Mississippi, di 10 in Florida e di 13 punti in
South Carolina.
Ciò
significa che se il referendum si tenesse il 7 novembre in Texas, probabilmente
passerebbe e lo Stato secessionerebbe.
Tuttavia,
i giochi politici delle figure di opposizione dell’establishment lavorano
attivamente per sabotare il progetto di legge preliminare che stabilisce il
referendum.
Il
Texas ha persino avviato un procedimento per la creazione di una propria moneta
aurea, come reazione ai “CBDC” federali e come azione preventiva per
proteggersi esattamente dal tipo di sovvenzionamento assistenziale di Stati blu
molto più deboli.
Questo tipo di azione è solo il primo colpo
d’arco dei molti movimenti tettonici che vedremo nei prossimi anni verso
l’indipendenza.
IV.)
Ora
che abbiamo finito di gettare le basi e stabilito l’attuale clima
socio-politico, possiamo estrapolare ciò che probabilmente accadrà.
Sappiamo,
ad esempio, che negli ultimi anni si è verificata un’enorme ondata di “fuga
dagli Stati blu”.
Gli
Stati blu stanno perdendo la loro base di contribuenti produttivi, il loro
capitale umano a causa della fuga dei cervelli e la loro popolazione in
generale.
È stato chiamato in tutti i modi, dall’esodo
alla “crisi della sinistra”.
I
nuovi dati del Censimento mostrano che nel 2022 circa la metà degli Stati ha
registrato un aumento netto della popolazione e l’altra metà una perdita netta,
grazie alla cosiddetta migrazione interna.
I vincitori sono stati quasi interamente Stati
rossi, i perdenti Stati blu.
Se la coglieranno, i conservatori avranno
un’opportunità enorme.
La
mappa mostra gli Stati con perdite nette e quelli con guadagni migratori netti.
Come
si può notare, la maggior parte degli “Stati rossi “registra grandi guadagni
netti, mentre quelli “blu” subiscono le perdite nette più ingenti.
I numeri possono sembrare piccoli all’inizio,
ma proiettateli su dieci anni o più.
New York può sopportare perdite di 300.000
persone all’anno per dieci anni?
Sarebbero
3 milioni di persone in meno in uno Stato con 19 milioni di abitanti, pari al
16%.
E se il fenomeno dovesse accelerare e
diventare ancora più rapido?
I decenni sono veloci: possono
sopportare tali perdite per due decenni di fila?
Cosa
succederebbe se in due decenni perdessero 6 milioni di persone su 19, il che
equivarrebbe a quasi un terzo della popolazione?
Estrapolando
questo dato per anni, si arriva a uno scenario in cui gli “Stati blu” sono
stati estremamente indeboliti dal punto di vista finanziario e demografico e
sono costretti a fare sempre più affidamento sui sussidi del governo federale.
Ma da
dove provengono questi sussidi?
Dalla
base imponibile dell’intero Paese.
Ciò
significa che gli “Stati rossi” saranno sempre più costretti a sovvenzionare
quelli “blu” che stanno morendo.
I
cittadini degli “Stati rossi “si risentiranno sempre di più, perché in pratica
pagheranno tasse elevate con i loro soldi guadagnati duramente per tenere a
galla le “grottesche città democratiche” che sono scese a livelli distopici di
disperazione e degrado senza legge.
A
questo si aggiungerà una crescente ostilità da parte degli “Stati blu “e del “governo
federale gestito dai blu”, che eserciterà sempre più pressioni e restrizioni
sugli “Stati rossi” al fine di prosciugarli per mantenere a galla i decrepiti “Stati
blu”.
Vedete,
agli Stati rossi non può essere permesso nemmeno di avere l’”ottica” del
successo o della prosperità, perché questo smaschera la truffa di ciò che sono gli “Stati
blu”.
Ciò
significa che, man mano che la disparità cresce nel tempo, gli “Stati rossi”
dovranno essere completamente sabotati dal governo federale per
“ridimensionarli”, secondo la famigerata regola assiomatica dell’equità, in
modo da non fare il giro degli “Stati blu”.
Ciò avverrà sotto forma crescente di “mandati
iniqui contro gli Stati rossi”, alcuni dei quali sono già stati intravisti nel
recente passato.
Per
esempio, durante la “crisi” del Covid, il governo federale ha tristemente
iniziato a confiscare gli anticorpi monoclonali e altre “terapie” anti-covid
agli “Stati rossi” semplicemente perché avevano troppo successo, e agli “Stati
rossi” non poteva essere permesso di curare le loro popolazioni dalla “malattia
truffaldina”, perché ciò avrebbe smascherato “la menzogna”.
Permettere
che la disparità tra “rossi” e “blu” diventi evidente sulla scena nazionale
sarebbe pericoloso per la classe dirigente.
Questa
disparità di trattamento e il “vero e proprio intralcio agli Stati rossi”
aumenteranno di ritmo nei prossimi anni, creando una spirale di risentimento da
parte degli “Stati rossi” nei confronti degli” azzurri e del governo federale”,
che allo stesso modo contribuirà ad accelerare il ritmo del sentimento
secessionista.
Il
governo ha persino minacciato in precedenza di “sanzionare” gli” Stati rossi”
nello stesso modo in cui sanziona le nazioni ostili, il che includerebbe cose
come il blocco del trasporto/consegna di alcuni prodotti critici, non dissimili
dall’episodio degli “anticorpi monoclonali”.
Si
estenderebbe a contratti sfavorevoli per vari progetti infrastrutturali e, in
ultima analisi, potrebbe persino portare a colpire specifici rappresentanti di
Stato con sanzioni personali.
Non è
davvero una forzatura da parte di chi ha messo al bando e impeachment il presidente
degli Stati Uniti e lo ha trascinato attraverso varie procedure legali alla
pari delle “sanzioni”.
Tutto
questo per dire che, man mano che le due parti si rafforzano sempre di più, e
la spirale di ostilità continua a radicalizzare entrambe fino a livelli sempre
maggiori di risentimento reciproco, e insieme al fatto che gli “Stati blu
morenti” diventeranno in effetti delle “sanguisughe vampiresche”, che succhiano
gli “Stati rossi”, i livelli storici di insoddisfazione, risentimento e vera e
propria inimicizia tra rossi e blu aumenteranno.
I”
rossi “vedranno gli “Stati blu” nel loro insieme come regine degenerate del
benessere che succhiano i loro soldi guadagnati con fatica, derubandoli di
fatto.
E man
mano che le questioni nazionali diventeranno sempre più spinose, in particolare
su linee di demarcazione fondamentali come l’aborto, la LGBT, il transgenderismo
e così via,” i rossi” non vedranno altra via d’uscita se non quella di staccarsi o di
avere, come si continuerà a chiamare tranquillamente per ora, un “divorzio nazionale”.
Prima
ho parlato del Texas perché sembra lo Stato più adatto a dare il via al
processo, dato che i suoi movimenti sono i più avanzati.
Ma non
mi sorprenderebbe se molti altri Stati del Sud si unissero al Texas, creando un
effetto domino.
Si
dimentica quanto siamo stati vicini a un potenziale punto di non ritorno
durante il ciclo elettorale del 2020.
Per il
momento, quell’energia rivoluzionaria è stata spenta e messa da parte.
Ma ha
ricominciato a crescere e promette di arrivare a un nuovo punto di svolta.
Anche
se all’inizio può sembrare una cosa di poco conto, negli ultimi anni si sono
sentite voci tranquille di “un’unione degli Stati del Sud”, dal momento che
molti dei principali Stati “vecchi confederati” hanno sempre più spesso stretto
alleanze su questioni chiave.
Questi
sono gli stessi Stati che si sono uniti nel tentativo di contestare i brogli
elettorali e i loro interessi ideologici si sono lentamente allineati in
un’unità politica.
Considerate
anche l’accelerazione della de-dollarizzazione che sta prendendo piede in tutto
il mondo.
Cosa
pensate che accadrà quando il dollaro crollerà fino all’iperinflazione,
causando così un’ulteriore accelerazione del sequestro forzato da parte del
governo federale degli Stati Uniti dei fondi degli “Stati forti” per sostenere
gli “Stati blu” in crisi?
Questo
porterà a un’ulteriore spinta da parte degli Stati forti e indipendenti a
creare le proprie valute, seguendo l’esempio del Texas, e a sganciarsi
gradualmente dall’autorità centrale.
L’era
digitale moderna semplificherà loro questo compito, in quanto potranno creare
la propria moneta digitale senza bisogno di complesse presse di conio
centralizzate, almeno all’inizio.
Quando questi Stati inizieranno a sviluppare,
e persino a effettuare transazioni, le proprie valute, saprete che la fine è
vicina.
V.)
Ma la
grande domanda che tutti si pongono è:
se il
Texas, la Florida e/o altri Stati secessionassero, cosa succederebbe?
Sicuramente non gli verrebbe permesso di farlo e il governo federale interverrebbe, in una riedizione della Guerra
Civile del 1861?
Certamente,
questo è ciò che potrebbe accadere. Naturalmente, a seconda di chi esattamente
secessiona, bisogna ricordare che gran parte delle più importanti
infrastrutture produttive e manifatturiere degli Stati Uniti, in particolare
quelle militari, risiedono in Stati a rischio di secessione.
Il
Texas, ad esempio, possiede la maggior parte degli impianti di produzione di
petrolio del Paese.
Molti
dei più importanti armamenti high-tech dell’esercito americano sono prodotti o
stazionati negli “Stati del Sud”: che si tratti dell’F-35 in Georgia o delle
fabbriche di munizioni critiche in Mississippi e Louisiana, compresa questa.
Inoltre,
l’hardware vero e proprio risiede nelle basi di questi Stati.
Ad esempio, la base di Tyndall, in Florida, è
il luogo in cui vengono addestrati tutti i piloti di F-22 e in cui è ospitato
il più grande contingente di F-22 americani, circa 60 dei circa 180 esemplari
totali.
L’economia
del Texas rispetto ad altri leader mondiali.
In
definitiva, dipende da come si presenta la scena politica al momento
dell’ipotetica secessione.
Se il
governo federale è ancora forte e unito, certamente c’è una forte possibilità
che cerchi di intervenire militarmente e di reprimere rapidamente qualsiasi
tentativo di disgregazione, in particolare se si tratta di un solo Stato che
tenta da solo.
Tuttavia,
se si formasse una coalizione, o una cascata di Stati in rapida successione,
allora potrebbe precludere al governo la possibilità di agire, rischiando una
pericolosa guerra intestina.
L’altro
fattore è: supponiamo che in un ipotetico anno 2030, gli Stati Uniti si siano
degradati in modo esponenziale al punto che la divisione nella società e
all’interno del governo sia ancora peggiore di quella attuale, e che si stiano
manifestando così tanti altri problemi geopolitici che il governo centrale ha
le mani completamente legate.
Per esempio, forse a quel punto la crisi
Taiwan-Cina (tra le altre) è al suo apice, l’esercito americano è in qualche
modo coinvolto e completamente occupato, con la maggior parte delle sue forze
impegnate all’estero – non necessariamente in un conflitto cinetico, ma
svolgendo un importante ruolo di deterrenza intorno a Taiwan e altrove.
È
possibile che uno “Stato forte” come il Texas possa far scattare la secessione
a quel punto, quando il governo è al massimo della distrazione e non sarebbe
realisticamente in grado di fare nulla.
Soprattutto
se a questo seguisse una rapida cascata di” Florida” e altri Stati, si formerebbe
rapidamente una coalizione abbastanza forte da dissuadere il governo federale
degli “Stati Uniti nominali” anche solo dal minacciare di agire.
E la
verità è che, se si guarda a molti dei sondaggi sulla secessione e alle
relative risposte, molti dei commenti da parte della sinistra/democratica sono
pienamente a favore della secessione degli “Stati rossi”.
Dopotutto, l’idea del “divorzio nazionale” è
un’idea entusiasticamente ripresa da molti esponenti della sinistra, un ampio
contingente dei quali preferirebbe in realtà vedere gli “Stati rossi”
abbandonare la “loro” preziosa unione.
Inoltre,
bisogna considerare come sarebbero la presidenza e il Congresso in questo
frangente teorico.
Ci
sono scenari potenziali in cui il Paese si è trasformato in un pantano tale che
gli Stati stanno cercando di secessionare, ma il Congresso (e forse anche la
Presidenza) è abbastanza diviso, o addirittura ha una maggioranza rossa, in
modo tale che qualsiasi azione federale contro gli Stati secessionisti sia
impantanata in un controverso disaccordo congressuale, che impedirebbe o
precluderebbe al Congresso di svolgere qualsiasi forma di azione decisiva, come l’ipotetica risposta “militare”
contro gli Stati secessionisti.
Si può
facilmente immaginare una “tempesta perfetta” di questi scenari, in cui un “Congresso
fortemente diviso” è ostacolato da un esercito statunitense impantanato in
conflitti all’estero (Taiwan, ecc.) e incapace di agire contro gli Stati che
improvvisamente decidono di gettare il cappello e uscire dall’Unione.
Non
dimentichiamo che, se questo scenario dovesse verificarsi, gli “Stati
secessionisti” potrebbero firmare accordi di sostegno con alcuni degli
avversari dell’Unione, come la Cina e forse la Russia, per ricevere assistenza.
Se l’esercito nominale degli Stati Uniti sta a
quel punto aiutando a condurre una guerra contro la Cina nei confronti di
Taiwan, allora perché la Cina non dovrebbe allo stesso modo garantire
assistenza militare al Texas per salvaguardarlo da qualsiasi potenziale attacco
dell’Unione?
Ci
sono infinite iterazioni di come questo potrebbe precipitare.
Ma
l’idea generale è che entro il 2030 e oltre, c’è la possibilità concreta che
gli Stati Uniti “in fase di tardo impero”, fortemente indeboliti e guidati da
politiche “MIC” disastrose, siano maturi per una rottura di questo tipo.
In
particolare, se la tendenza delineata in precedenza, che vede gli “Stati rossi”
crescere economicamente e demograficamente più forti, continuerà a seguire il
percorso previsto, si potrebbe assistere a un’ascesa politica ed economica
della Florida, del Texas e così via, disposta a opporsi a un’autorità centrale
disastrosamente indebolita e in preda alla guerra.
Senza
considerare il caso in cui gli Stati Uniti dovessero effettivamente impegnarsi
in un conflitto regionale su larga scala con la Cina, che non sfocerebbe in un
conflitto nucleare ma vedrebbe la distruzione di una grande percentuale della
flotta e delle capacità navali degli Stati Uniti.
Uno
Stato così rovinato, umiliato e indebolito non avrebbe molto da opporre a un
Texas rinascente e ascendente, e così via.
Per
certi versi, uno scenario del genere sarebbe parallelo alla rivoluzione russa
del 1917 contro un’autorità decrepita e in crisi, impantanata in una guerra
impopolare (la Prima Guerra Mondiale), ma questa volta sotto forma di
secessione piuttosto che di rovesciamento del governo, anche se, naturalmente,
anche questa è una possibilità.
In
ultima analisi, la maggior parte delle cose si riduce all’economia.
In particolare, la situazione socioeconomica
della maggior parte degli “Stati blu” è un fatto compiuto che non può essere
invertito, almeno a breve.
Ciò significa necessariamente che l’”America
Blu “continuerà il suo declino – o il vero e proprio collasso – e una
confluenza di fattori geopolitici ed economici globali non farà che accelerare
questo processo.
Il
fatto che il mondo stia entrando in una mini-epoca buia di recessione
globale, stagnazione, stagflazione e malessere generale causato dal
disaccoppiamento dell’Occidente dall’Oriente, a sua volta provocato dal
disperato tentativo degli Stati Uniti di fermare l’ascesa di Russia e Cina,
significa che non ci sarà un elisir facile (e nemmeno uno difficile) per gli “Stati
blu” degli Stati Uniti.
La
criminalità continuerà ad aumentare costantemente, i fattori socioeconomici
continueranno a degenerare; tutto ciò non farà altro che portare a un ulteriore deflusso
di popolazione.
Questo
porterà necessariamente e deterministicamente a un aumento della pressione
governativa sugli “Stati rossi”, lasciandoli con le mani in mano e facendo un
doppio dovere ingiusto per sovvenzionare gli “Stati blu” in crisi.
In
particolare, ciò ricadrà più duramente sugli “Stati più forti,” di successo e
indipendenti:
ovviamente, il Texas e la Florida stanno
attualmente portando la fiaccola.
Non ci
sarà modo di uscire da questa spirale.
Il governo sarà costretto a rubare a questi
Stati forti e di successo, e a ridurli in modo ingiusto per “consentire agli
azzurri morenti di competere”.
Questo
può portare logicamente solo a una possibile fine, descritta sopra.
VI.)
Come
si può vedere, i tempi hanno inavvertitamente generato una generazione di
candidati sempre più vocali e “radicalizzati”, come “MTG2, “Matt Gaetz”, il già
citato “Cawthorn”, ecc.
Queste figure sono destinate a diventare
sempre più numerose e la tendenza continua.
Tra
qualche anno, molti degli Stati con mentalità indipendente saranno pieni di
marchi di fuoco populisti e incendiari senza precedenti, che faranno apparire “Trump”
e “MTG” del tutto addomesticati.
Questa
nuova era di politici condizionerà vocalmente le masse ad accettare le nozioni
di divorzio nazionale in modo ancora più forte rispetto alle sottigliezze e
agli eufemismi attualmente utilizzati, portando senza dubbio a un aumento delle
richieste pubbliche affinché gli “Stati offesi” si allontanino semplicemente da
una situazione che entrambe le parti identificano come chiaramente
inconciliabile.
C’è da
immaginare che, al di là delle varie questioni socio-economiche e politiche
descritte sopra, le divisioni culturali continueranno a crescere.
Si può
davvero pensare che l’attuale ondata isterica di transgenderismo/LGBT/politiche
identitarie si plachi presto?
Al
contrario, l’intensità non potrà che aumentare.
La
spinta a prendere di mira i bambini in questa guerra culturale, mentre si
ristruttura completamente il sistema educativo del Paese verso l’asservimento al codice
LGBT/transgenderismo, si rafforzerà allo stesso modo, rendendo la situazione
assolutamente inconciliabile per gli Stati bastione che accolgono i rifugiati
di sinistra in fuga.
Ricordiamo
che, come ho scritto qui, l’era delle politiche identitarie è appena entrata
nel suo secondo decennio.
Le sue radici nell’era Obama non sono maturate
del tutto fino al movimento “Occupy” del 2010-2011, che ha gettato le élite nel panico e
nella ricerca di una “bomba di neutroni culturale” che potesse cancellare la
loro complicità nell’imminente collasso del sistema finanziario fraudolento cambiando rapidamente discorso.
Solo
dopo il 2011-2013 le cose hanno cominciato ad accelerare, ma la loro attuale
gravità ci fa sentire come se avessimo sopportato questa follia per secoli.
Ora
immaginate un altro decennio e più.
Quanto
è cambiato nella nostra società da quegli anni cruciali di Obama, quel fugace
decennio o decennio e mezzo di tempo?
Immaginate
la stessa drastica scala di cambiamenti all’inizio del 2030, o addirittura nel
2035.
A quel
punto, la
guerra culturale raggiungerà livelli insondabili di sconvolgimento, follia insostenibile e dissoluzione
della società.
In prospettiva, è facile immaginare che gli “Stati
bastione” decidano finalmente di staccare la spina dalle differenze inconciliabili tra gli “Stati
sani di mente” rimasti e quelli “colpiti dal virus mentale” della sinistra.
C’è
qualche speranza di evitare questi eventi o sono inevitabili?
È
difficile immaginare che la sinistra/democratica possa mai scendere a
compromessi sugli imperativi culturali disastrosi che le vengono ordinati
dall’alto;
hanno
raddoppiato il loro impegno per portare a termine questa cosa fino in fondo.
Il
motivo è che la piccola cabala di “controllori globalisti ultra ricchi” che
detta la loro politica non vede altra via d’uscita.
La
marea culturale che cresce contro di loro è semplicemente troppo forte.
Fare
anche la più piccola concessione significherebbe rischiare il collasso totale
della loro narrativa e della loro iniziativa di “guerra culturale”.
E poiché la guerra culturale in sé è solo una
facciata, un proxy del più grande conflitto del sistema finanziario globale, perdere la guerra culturale
significherebbe perdere il controllo su tutta l’umanità che la cabala bancaria
ha coltivato fin dai primi giorni delle prime banche centrali.
L’unico
modo che vedo per uscire da questa situazione è che una vera figura “svuota
paludi” prenda il comando del Paese.
Ma le
possibilità che ciò accada sono sempre più scarse, dato che il controllo delle
élite globaliste sul processo elettorale è quasi totale.
Alcuni
pensavano che le elezioni del 2020 avrebbero aiutato a “smascherare” le forze
nefaste che hanno in pugno il sistema elettorale, ma al contrario sono servite
solo a rafforzarle e radicarle ulteriormente.
Lo ha
dimostrato il recente “accordo” tra Dominion Systems e FoxNews, che ha portato a enormi ripercussioni
dietro le quinte, compresa la defenestrazione della loro figura più importante.
Ora che hanno ottenuto la loro grande vittoria
in tribunale, probabilmente non potrete più sfidarli, almeno non da questo
punto di vista.
Quindi
non vedo come un candidato veramente anti-establishment possa vincere di nuovo.
Il che significa solo che la polarizzazione
crescerà senza sosta, seguirà una maggiore divisione e la rottura temuta per
tanto tempo sarà inevitabile.
(simplicius76.substack.com).
(Simplicius
The Thinker)
(simplicius76.substack.com/p/on-secession-and-civil-war?utm_source=post-email-title&publication_id=1351274&post_id=117699282&isFreemail=false&utm_medium=email)
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