L’ultimo uomo libero sarà conservatore.

 

L’ultimo uomo libero sarà conservatore.

 

 

Marco Tarchi: “Meloni-Schlein

scontro tra conservatorismo

e progressismo.”

Barbadillo.it – Marco Tarchi - La Stampa – (12 aprile 2023) – ci dice:

 

L'intervista (integrale) del politologo dell'Università di Firenze: dalla destra di governo alla Schlein, passando per il tema dell'egemonia.

Marco Tarchi:

La destra è da sei mesi al governo. Che giudizio dà di questa novità assoluta nel panorama politico italiano?

“Un giudizio interlocutorio.

Da un lato sono emersi alcuni elementi di improvvisazione e qualche passo indietro, se non inversione di rotta, rispetto alle intenzioni avanzate in campagna elettorale (sull’immigrazione si è passati dalla richiesta di blocco navale all’accettazione di fatto di sbarchi continui; con la Commissione europea, i fieri propositi di riforma sono sfumati in sorrisi più o meno di circostanza).

Dall’altro, su qualche punto qualificante del programma conservatore che Meloni aveva annunciato, come le norme riguardanti i cosiddetti temi etici, il governo sembra intenzionato a tenere duro.

E, malgrado la manifesta ostilità di una parte di Forza Italia, pare che la compagine rimanga solida.

Viste le premesse, non è poco”.

Negli ultimi tempi si stanno susseguendo dichiarazioni da parti di figure istituzionali e di primo piano nella compagine politica da La Russa a Meloni, che secondo la sinistra stanno riscrivendo la storia della Resistenza. Che cosa ne pensa? Fa parte davvero di un disegno politico?

“Lo scontro a fini politici della storia – e della memoria storica – non è certamente una novità, ed è anzi attorno ad esso che, gramscianamente, si costruisce un’egemonia culturale come parte integrante di un disegno di conquista e gestione del potere.

 Qualunque opinione se ne abbia, è innegabile che le sinistre, in questo ambito, nell’Italia repubblicana hanno accumulato un enorme vantaggio, anche per l’interpretazione delle vicende del fascismo e dell’antifascismo che hanno proposto.

 Basti pensare ai duri attacchi che Renzo De Felice – non certo un nostalgico della dittatura mussoliniana – subì per aver documentato l’esistenza di un ampio consenso al regime fino all’inizio della guerra.

Che l’elettorato delle destre non condivida gran parte di quella lettura del fenomeno fascista, è sicuro.

Ed è evidente che, riportando lo scontro su quel tema, entrambe le parti pensano di avere qualcosa da guadagnare, soprattutto in termini di mobilitazione dei propri sostenitori.

 Resta il fatto che il grosso dell’opinione pubblica, secondo i sondaggi, dimostra un sempre più marcato disinteresse verso i fatti di ottanta o cento anni fa”.

Il populismo in Italia è passato da Grillo a Salvini. Nella fase attuale c’è un’evoluzione rispetto a quei toni? Si usano parole e argomenti diversi?

“Sia il Movimento Cinque Stelle che la Lega di Salvini hanno, chi più chi meno, moderato i toni rispetto a qualche anno fa, accantonando gli attacchi più diretti all’establishment.

Si è passati dalle invettive alle proposte, spinti un po’ dal clima del dopo-Covid e della guerra russo-ucraina, un po’ da esigenze di coalizione (anche se quella degli ex grillini con il Pd appare ancora problematica e incerta).

Ma se riesplodessero fattori di forte crisi sociale, si può supporre che certi modi di fare politica tipici del populismo tornerebbero a galla”.

C’è ancora uno spazio elettorale al centro come scommette il Terzo Polo?

“Solo se la polarizzazione sempre più in atto tra i due maggiori schieramenti e i loro sostenitori superasse il livello di guardia e si arrivasse a un deterioramento dell’ordine pubblico o delle dinamiche istituzionali – qualcosa di simile, per fare due casi, a quanto sta accadendo in Francia o in Israele.

Ma per adesso ne siamo ben lontani, e il margine di manovra per soggetti che, per loro natura, si assegnano ruoli di mediazione è molto ridotto”.

L’arrivo di Elly Schlein può radicalizzare il panorama politico con una sfida tra due donne lontanissime tra di loro?

“Sì, e non solo e non tanto per il loro profilo femminile, ma perché lo spostamento già evidente dell’asse del conflitto politico dal consueto spartiacque destra-sinistra, che ormai si era in gran parte svuotato degli originari connotati ideologici, alla discriminante conservatorismo-progressismo, che mette di fronte due antitetiche visioni del mondo, della società e dell’uomo, spinge verso un contrasto tra scelte politiche profondamente diverse.

 In cui i terreni di scontro si moltiplicano, toccando questioni da molti sentite con particolare intensità.

 Penso soprattutto a temi come i flussi migratori di massa, e quindi al problema della natura multietnica e multiculturale delle società, nonché – quando intervengono fattori religiosi – dei modi di vita della popolazione, o dei già citati temi etici, da una parte visti come diritti civili di origine naturale e dall’altra come espressione di semplici desideri individuali di limitate minoranze che cercano un riconoscimento pubblico da parte dello Stato”.

Che consigli dà alla destra italiana?

“Non facendone parte, sarebbe improprio che mi mettessi in cattedra. Mi limito a dire che se si vuol condurre una battaglia per la contro-egemonia, come è stato detto più volte da Meloni e dai suoi, bisogna disporre di idee e uomini adatti.

 E, per averli, occorre studiare. Molto”.

(La Stampa – Marco Tarchi - @barbadillo.it)

 

 

 

Il mondo conservatore rende

 omaggio a Joseph Ratzinger.

 Internazionale.it - Sarah Belouezzane, Le Monde - (5 gennaio 2023) – ci dice:

 

Davanti alle spoglie esposte sotto il baldacchino in bronzo dello scultore italiano Bernini, nella basilica di San Pietro a Roma, un uomo era in ginocchio in segno di raccoglimento.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán non è cattolico, ma il 3 gennaio 2023 ha voluto essere presente per rendere personalmente omaggio a Benedetto XVI, papa emerito deceduto sabato 31 dicembre 2022 e le cui esequie si svolgono oggi, 5 gennaio.

Orbán e Benedetto si conoscevano e a quanto pare nutrivano una stima reciproca.

I funerali di Joseph Ratzinger, papa dal 2005 al 2013 prima della sua clamorosa rinuncia, non sono un evento di stato.

 Solo i funzionari italiani e tedeschi sono ufficialmente invitati.

Eppure, al pari di Orbán, molti leader politici e religiosi hanno deciso di venire a inchinarsi, a titolo privato, davanti alla salma del predecessore di Francesco I.

 È un balletto che assume la forma di un tributo alla concezione conservatrice della società e della chiesa incarnata dall’ex cardinale Ratzinger, salito al trono papale con il nome di Benedetto XVI.

Il ruolo di rappresentare l’Ungheria, il 5 gennaio, però, è stato lasciato al presidente “Katalin Novák”.

Ai funerali sono arrivati anche il presidente polacco “Andrzej Duda”, altro esponente conservatore, così come l’arcivescovo emerito di Hong Kong, “Joseph Zen”, il cui passaporto è custodito dalle autorità cinesi, ma che ha ottenuto un’autorizzazione speciale per uscire dal paese.

Critico nei confronti della politica di papa Francesco sulla Cina, il prelato è famoso per aver contestato alcune delle riforme liturgiche introdotte dall’attuale pontefice.

 La sua presenza in Vaticano conferma che Ratzinger era diventato la figura tutelare di un mondo conservatore contrario all’approccio di Francesco, ritenuto troppo legato alle tematiche sociali, a cominciare dai migranti, e poco alla teologia.

A rappresentare la Francia è stato “Gérald Darmanin”, ministro dell’interno incaricato anche dei culti, mentre gli Stati Uniti, nonostante siano guidati dal cattolico” Joe Biden”, hanno mandato solo l’ambasciatore in Vaticano.

Guardiano del tempio cattolico.

“Yann Raison du Cleuziou”, dell’”università di Bordeaux”, sottolinea che Ratzinger, teologo stimato e figura importante della chiesa del ventesimo secolo, aveva attirato l’attenzione del mondo conservatore ben prima della sua elezione a pontefice.

Da prefetto della congregazione per la dottrina della fede si era presentato come guardiano del tempio cattolico, “vedetta intellettuale per difendere l’ortodossia della fede”, spiega “Raison du Cleuziou”.

Le sue prese di posizione sono state molto apprezzate dai conservatori, a cominciare dalla nota con cui nel 2000 aveva sostenuto il primato della chiesa cattolica sulle altre in quanto “unica erede legittima della rivelazione incarnata da Gesù”, o da un testo in cui ha precisato quale dovrebbe essere il comportamento dei cattolici nella vita pubblica.

Dopo l’elezione a papa, Benedetto XVI è intervenuto in modo più deciso sulle questioni liturgiche, soprattutto con la liberalizzazione della possibilità di celebrare la messa in latino, limitata in seguito al Concilio Vaticano II.

Nella Santa Sede qualcuno si interroga sulla modestia (relativa) delle esequie di Benedetto XVI.

È proprio su questi temi liturgici che è arrivata la prima stoccata del campo conservatore contro papa Francesco.

Il corpo di Benedetto XVI era ancora caldo quando “Georg Gänswein”, suo segretario personale, ha concesso un’intervista molto significativa a una testata conservatrice tedesca, spiegando che il suo mentore aveva avuto “il cuore spezzato” dalla nota apostolica con cui Francesco aveva rimesso in discussione la sua decisione di ampliare le possibilità di celebrazione della messa, molto apprezzata dai conservatori.

Alcuni tra i “ratzingeriani” ricordano che il papa emerito era diventato un simbolo suo malgrado, ma riconoscono che, con le sue prese di posizione, era una figura importante per tutti quelli che si interrogano sul futuro della chiesa.

Nella Santa Sede qualcuno si pone delle domande anche sulla modestia (relativa) delle esequie di Benedetto XVI.

Non avrebbero dovuto essere celebrate come funerali di stato?

Perché fare sempre riferimento al suo status di “papa emerito” nonostante avesse ricoperto la funzione di papa per otto anni?

Perché sulle sue spoglie non è stato lasciato il “pallium”, la famosa sciarpa che solo i papi hanno il diritto di portare e che dunque sarebbe spettata pure a lui?

Nell’organizzazione dei funerali alcuni conservatori hanno visto un’ammissione della debolezza di Francesco, a loro parere preoccupato che una cerimonia diversa potesse galvanizzare i suoi oppositori.

Eppure lo svolgimento delle esequie, fatta eccezione per alcuni dettagli, è quello di un papa in attività.

L’evento del 5 gennaio potrebbe essere strumentalizzato dai conservatori, ma segna anche la fine di un’epoca.

Secondo “Massimo Faggioli”, professore di teologia e studi religiosi dell’”università di Villanova”, negli Stati Uniti, con la morte di Benedetto XVI il campo conservatore in Vaticano “perde un leader, una figura attorno a cui compattarsi.

Oggi non emerge alcuna personalità che possa fungere da simbolo o incarnazione”.

Ma Faggioli aggiunge che la chiesa ha perso anche un “moderatore”, un uomo che con la sua presenza riusciva a placare gli ardori di chi vorrebbe che la chiesa tornasse a una versione molto più conservatrice nel pensiero e nei costumi.

Per questo motivo ora molti prevedono una conclusione difficile del pontificato di Francesco.

 

 

 

"Il Cav ci ha visto giusto: così l’Italia

guiderà l’”Ue” Basta inseguire

i dettami della sinistra europea."

Ilgiornale.it - Francesco Boezi – (5 Giugno 2023) – ci dice:

 

Il professor” Raimondo Cubeddu”: «I socialisti verso la scomparsa, stop all’ambientalismo che favorisce solo la Cina».

Il professor “Raimondo Cubeddu”, già ordinario di Filosofia politica all’Università di Pisa, presidente per l’istituto Bruno Leoni del Comitato editoriale e filosofo politico, vede nelle prossime elezioni europee il punto di svolta per l’Italia.

Ma quel che deve accadere - rimarca - è la riproposizione dello schema che ha fatto vincere al centrodestra il governo.

Il Cav., per l’esperto, ha avuto l’intelligenza politica di leggere la situazione in anticipo.

 E a prevalere, sarebbero gli interessi italiani.

Il tutto se e solo se la coalizione presentata non sarà «anti-meloniana».

Il presidente Silvio Berlusconi, intervistato da «Il Giornale», apre al centrodestra europeo, ossia al modello italiano replicato in Ue.

 La vede plausibile?

«Assolutamente sì.

Prima di tutto bisogna essere realisti.

 La profonda crisi dei Partiti Socialisti in tutta Europa - con l’ultimo caso della sconfitta di Pedro Sanchez in Spagna, impone un cambio di rotta.

La Meloni ha intelligenza politica e visione strategia: questa è un’occasione che non si può perdere.

L’Italia diventerebbe protagonista e ne trarrebbe i maggiori vantaggi.

Si tratta - mi ripeto - di cogliere una grande occasione.

 E non bisogna farsi condizionare dal lasciare a piedi Marine Le Pen: ha un’altra impostazione e non è al governo francese.

 E stesso discorso vale per Viktor Orbàn».

E quali sarebbero gli altri interlocutori possibili?

 “Renew Europe di Macron”?

«Certo, bisogna giocare a tutto campo e vedere chi ci sta.

 L’Italia deve, senza preclusione, diventare protagonista per responsabilità europea.

Se vogliamo trasformare l’Europa, questa è la circostanza storica adatta, con una prevalenza di interessi concreti che fino a poco fa tutto erano fuorché quelli italiani».

Una Ue che però deve restare nel campo occidentale.

 «Fuori di dubbio. Non voglio essere ruffiano ma la posizione della Meloni, in questo ambito, è esemplare. Il problema dell’Ucraina è focale, così come quello dei confini, dunque quello della Polonia.

Ma come si è pensato in Ue di trattare la Polonia in questa maniera?

 La svolta dev’essere estromettere i socialisti, che non esistono sostanzialmente più.

Ma deve andare di pari passo con una svolta geopolitica.

 Non possiamo più inseguire la sinistra europea con i suoi dettami ecologisti o con le sue battaglie sui nuovi diritti.

 Esistono anche altri problemi».

Ma una parte del “Partito popolare europeo” viene ritenuto schiacciato sui socialisti no?

 «Vorrà dire che quella parte di popolari virerà verso altre posizioni.

Non si può proporre una politica ambientalista che in fin dei conti favorisce la Cina. Poi di cristiano, in alcuni emisferi, è rimasto poco.

Bisogna fare i conti al proprio interno».

Ma Berlusconi quindi per lei ha ragione.

 «Ha l’intelligenza di comprendere come, per contare, si debba riproporre la coalizione italiana in Europa.

 In questo modo il Belpaese diventerebbe fondamentale nelle e per le logiche continentali».

E la Meloni leader europea del futuro.

 «Anche del presente, se sfrutta l’occasione. Ha l’età, la volontà. Ha tutto».

Cosa dovrebbe fare la Lega di Matteo Salvini?

«Dovrebbe fare un passo verso il “Ppe” o l’”Ecr” per far sì che la rappresentatività italiana diventi più forte.

 Altrimenti non resterebbero molti interlocutori.

E l’Italia perderebbe questo momento, che è invece perfetto».

Se la sente di fare un nome per la presidenza della commissione Ue?

Mario Draghi?

«Se volesse farlo sì, si chiuderebbe il cerchio.

 Ma all’interno dello schema coalizionale che ho presentato.

 Anche perché qualunque altra coalizione finirebbe con l’essere anti-meloniana, dunque in questa fase anti-italiana».

 

Gergely Gulyás: L'Ungheria è la speranza

dei conservatori nel mondo libero.

Magyarnemzet.hu - ÁRON TERNOVACZ – (20.11.2022) – ci dice:

 

L'EVENTO CONSERVATORE PIÙ PRESTIGIOSO SI TERRÀ ANCHE IL PROSSIMO ANNO A BUDAPEST.

 

L'Ungheria è la speranza dei conservatori nel mondo libero.

- Perché siamo interessanti non solo per i nostri amici conservatori, ma anche per i liberali progressisti di tutto il mondo?

Perché i nostri avversari cercano di escluderci dall'arena politica internazionale?

 La risposta è semplice.

Infatti, è perché l'Ungheria è la speranza dei conservatori nel mondo libero, ha detto sabato “Gergely Gulyás” al “CPAC” Messico.

 Il ministro responsabile dell'Ufficio del Primo Ministro ha annunciato all'evento che l'evento conservatore più prestigioso, la” Conservative Political Action Conference” (CPAC), sarà nuovamente organizzato a Budapest nel 2023.

Anno Domini.

- L'Ungheria ha una storia millenaria e una ricca cultura nel cuore dell'Europa. L'Ungheria è un paese con una popolazione di dieci milioni, ma noi siamo una nazione di 15 milioni.

Quindi ci sono il doppio delle persone che vivono qui a Città del Messico rispetto a qui.

 Perché siamo interessanti non solo per i nostri amici conservatori, ma anche per i liberali progressisti di tutto il mondo?

Perché i nostri avversari cercano di escluderci dall'arena politica internazionale?

La risposta è semplice.

 In Ungheria, dal 2010, abbiamo vinto quattro elezioni con una maggioranza schiacciante.

Nel maggio di quest'anno, il 54% delle persone ha votato per noi, cosa che abbiamo ottenuto dopo 12 anni di governo conservatore.

 Se la stampa liberale fornisse un quadro accurato dell'Ungheria, minaccerebbe che molte persone ci seguano.

Questo è il motivo per cui i media liberali mentono tutto il giorno sull'Ungheria.

Ha dettagliato.

Secondo” Gergely Gulyás”, se qualcuno nei” media liberali occidentali” non mente sul nostro paese, non può essere un giornalista, ma almeno non potrebbe scrivere sull'Ungheria.

Come ha detto, nonostante le accuse, l'Ungheria è un paese di successo.

Più di un milione di persone in più lavorano oggi nel nostro Paese rispetto a un decennio fa.

 - La nostra crescita economica è da anni una delle migliori in Europa.

 I salari non sono mai cresciuti così velocemente come negli ultimi dieci anni.

Anno dopo anno, le esportazioni ungheresi hanno stabilito record enormi e le più grandi aziende del mondo sono felici di scegliere l'Ungheria come sede degli investimenti.

Abbiamo un'imposta unica sugli utili societari del 9% e un'aliquota unica del 15% sul reddito delle persone fisiche.

 L'Ungheria spende il cinque per cento del suo PIL per il sostegno alla famiglia. Questo è triplicato dal 2010 ed è il tasso più alto in Europa.

Chi non è un liberale non è un buon democratico.

Secondo “Gergely Gulyás”, mentono perché il nostro Paese ha bisogno di essere attaccato con qualcosa, perché i risultati parlano da soli.

La base dell'attacco è che chi non è liberale nel 2022 non può essere un buon democratico.

Chiunque creda che le persone nascano maschio e femmina è un nemico della libertà.

Chiunque creda che il matrimonio possa essere concluso solo tra un uomo e una donna è un nemico dello stato di diritto.

Chi crede che la migrazione sia pericolosa e che uno Stato possa essere considerato tale fintanto che è in grado di proteggere i propri confini esterni non rispetta i diritti umani fondamentali.

 Chiunque creda che la migrazione senza integrazione rappresenti un pericolo per una società non tiene conto della dignità umana.

 E chiunque pensi che dovrebbe esserci una stampa conservatrice accanto a quella liberale è nemico della libertà di stampa, ha detto.

 Secondo il capo del ministero, il liberalismo - che una volta, nel XIX Ha fatto molto per la libertà nel XIX secolo - oggi è diventato un nemico della libertà.

L'Ungheria ha fatto molto per la libertà.

Il ministro ha ricordato che i leader ungheresi di oggi hanno dimostrato il loro impegno per la libertà e la democrazia più di chiunque altro.

 Nel mondo occidentale, parlano dell'importanza della libertà, della democrazia e dello stato di diritto in modo tale da aver vissuto tutta la loro vita in libertà, democrazia e stato di diritto.

– L'Ungheria è quasi l'unica eccezione.

Anche durante la dittatura comunista, i leader conservatori del nostro paese erano impegnati per la libertà, la democrazia e lo stato di diritto.

Anche quando non era di moda, era una minaccia.

- Disse.

“Gergely Gulyás “ha chiesto ai presenti di essere orgogliosi del fatto che il loro obiettivo più importante è servire il loro paese, e poi li ha invitati a Budapest, al CPAC 2023.

 

 

Conservatorismo.

Nilalienum.com - treccani.it – (20-1-2023) – ci dice:

(Enciclopedia online)

 

Nato dopo la Rivoluzione francese e in polemica con essa, il c. è una corrente politico-culturale che ha assunto fisionomie diverse a seconda dei contesti nazionali in cui si è sviluppato.

 Al di là delle differenze, i conservatori avversano i progetti utopistici di società perfette e i mutamenti troppo radicali, credono nella libertà individuale e nel mercato, sono severi in tema di ordine e legalità e nutrono un particolare rispetto per la tradizione, la famiglia e la religione.

Dizionario di Storia (2010).

Posizione culturale e politica di chi sottolinea il valore della continuità di fronte al cambiamento, contro le ideologie progressiste, difendendo l’ordinamento politico-sociale tradizionale dagli impulsi innovatori.

 Storicamente il c., come ideologia dell’ordine costituito, sorge nel 18° sec. per reazione al fallimento degli ideali di riforma e di progresso impliciti nella filosofia illuminista e nei movimenti rivoluzionari che a questa si ispiravano, in particolare la Rivoluzione francese.

Esso si afferma, sul piano politico, con il programma di restaurazione intrapreso dagli Stati europei nella prima metà dell’Ottocento e a livello concettuale in quei sistemi di pensiero (idealismo filosofico, positivismo sociologico, nazionalismo romantico), il cui tratto comune è rappresentato dalla visione della storia come processo immanentistico e necessario, sottratto al controllo dell’uomo.

 

Il precursore di queste teorie fu “E. Burke,” che contrappose al primato della ragione e del progresso, postulato della Rivoluzione francese, la validità della tradizione e del pragmatismo, elementi ritenuti tipici dell’esperienza britannica e proposti come modelli universali.

Il c. ha assunto fisionomie diverse a seconda dei contesti nazionali in cui si è sviluppato.

Al di là delle differenze, i conservatori avversano i progetti utopistici di società perfette e i mutamenti troppo radicali, credono nella libertà individuale e nel mercato, sono severi in tema di ordine e legalità e nutrono un particolare rispetto per la tradizione, la famiglia e la religione.

Enciclopedia delle Scienze Sociali (1992)

di “Noel O'Sullivan”.

 

Sommario: 1. Definizione di conservatorismo: il conservatorismo come difesa di una 'politica limitata'. 2. La critica conservatrice della politica rivoluzionaria. 3. Tradizioni nazionali nel pensiero conservatore. 4. La crisi del conservatorismo nel XX secolo. 5. La ricerca di una nuova identità conservatrice. 6. La Nuova Destra. 7. Conclusioni.

 

1. Definizione di conservatorismo: il conservatorismo come difesa di una 'politica limitata.'

Volendo dare una definizione di conservatorismo, possiamo attribuire a questo termine il significato di atteggiamento soggettivo di ostilità verso il cambiamento; si tratta allora di una tendenza che può essere riscontrata in ogni tempo e in ogni luogo.

 Ma se gli attribuiamo il senso di filosofia ben definita che si basa su un'esplicita teoria dell'uomo e della società, allora il conservatorismo è un fenomeno prettamente moderno.

 Poiché il nostro articolo verterà sul conservatorismo in questa sua seconda accezione, è importante individuare il momento preciso in cui si è manifestato.

 Esso è apparso negli anni immediatamente successivi al 1789, come critica del nuovo modo rivoluzionario di fare politica che era stato introdotto nel mondo occidentale dalla Rivoluzione francese.

 Il termine 'conservatore' è stato usato per la prima volta in questo senso moderno - come sinonimo, cioè, di opposizione al nuovo modo di fare politica - allorché Chateaubriand chiamò "Le Conservateur" il giornale da lui pubblicato per propagandare la causa della Restaurazione clericale e politica in Francia.

Questo termine venne ben presto adottato da molti altri gruppi che si opponevano al progresso rivoluzionario.

Negli Stati Uniti, ad esempio, gli “American National Republicans” già nel 1830 si definivano 'conservatori', e nel 1832 anche il” partito tory “in Gran Bretagna assunse questo nome.

Le ragioni per le quali i conservatori si opponevano alla nuova politica rivoluzionaria verranno spiegate più in dettaglio in seguito, ma per definire il termine conservatorismo con maggior precisione può essere utile delineare brevemente la situazione.

 Il principale assunto sostenuto dai fautori del nuovo modo di fare politica era che solo un radicale cambiamento sociale e politico avrebbe reso possibile la totale liberazione dell'uomo.

 I conservatori, invece, hanno sempre insistito sul fatto che la libertà e la felicità dell'uomo si possono preservare solo grazie a un modo di fare politica 'limitato', mentre i mutamenti radicali causano immancabilmente la distruzione della 'politica limitata'.

Più in generale, i conservatori hanno tentato di difendere la 'politica limitata' rifiutando come utopistica la fiducia nella perfettibilità umana su cui si basa il sogno di liberazione dei radicali.

A loro avviso, una filosofia politica realistica deve per prima cosa accettare l'idea che l'imperfezione o il conflitto sono componenti ineliminabili della condizione umana.

Il conservatorismo può pertanto essere definito come un modo per tutelare la politica limitata sulla base di una filosofia che mette l'accento sull'imperfezione umana.

Quest'ultima definizione ha diversi meriti.

In primo luogo si adatta al concetto di conservatorismo quale è stato sviluppato da Edmund Burke (cfr., ad esempio, Reflections on the revolution in France, 1790), che viene generalmente ritenuto il padre del conservatorismo moderno.

In particolare, è stato Burke a identificare le sei caratteristiche principali della politica limitata, e cioè:

 1) una costituzione mista o bilanciata;

 2) il principio di legalità;

 3) una magistratura indipendente;

4) un sistema di governo rappresentativo;

 5) l'istituto della proprietà privata;

 6) una politica estera diretta a promuovere l'indipendenza politica attraverso il mantenimento dell'equilibrio del potere a livello internazionale.

In secondo luogo, questa definizione distingue il conservatorismo dalla 'reazione', che è caratterizzata invece dall'avversione per il mutamento in quanto tale, e che implica sempre il richiamo a una situazione utopica (passata o futura) in cui si gode di perfetta stabilità.

 Il conservatorismo, al contrario, non si oppone al mutamento in quanto tale, ma solo a quel tipo di mutamento che è incompatibile con la tutela della politica limitata.

Dato che le condizioni necessarie all'attuazione di una politica limitata ovviamente variano a seconda dei tempi, la posizione conservatrice implica un buon grado di flessibilità.

 Ciò che viene comunque escluso, tuttavia, è proprio quel tipo di utopia alla quale aspirano i reazionari:

 la convinzione dei conservatori che la natura umana è imperfetta è incompatibile con brame distruttive per ciò che è impossibile.

In terzo luogo, definendo il conservatorismo in termini di politica limitata e imperfezione umana, si riconosce la parziale sovrapposizione tra conservatorismo e liberalismo, e allo stesso tempo si mette in evidenza la differenza tra questi due concetti.

Per ciò che riguarda la loro sovrapposizione, bisogna ricordare che Burke stesso era strettamente legato all'ideologia classica liberale connessa alla riforma costituzionale del 1688 (cfr. Appeal from the new to the old Whigs, 1791).

 Egli si discostava invece da questa tradizione in quanto respingeva il razionalismo che ne era la caratteristica principale.

 In seguito il conservatorismo respinse anche l'ottimistica fede nel progresso che gradualmente aveva permeato la filosofia liberale nel XIX secolo, data la sua incompatibilità con la concezione conservatrice relativa alla ineliminabile imperfezione umana.

In quarto luogo, questa definizione permette di effettuare una chiara distinzione tra conservatorismo da una parte, e movimenti politici estremistici come il nazismo e il fascismo dall'altra;

molto spesso, infatti, tali movimenti sono confusi col conservatorismo.

Nazismo e fascismo, contrariamente al conservatorismo, rifiutano la politica limitata, e inoltre attribuiscono alla volontà umana una certa capacità di plasmare la storia, idea che, come vedremo, è del tutto estranea alla filosofia conservatrice.

 

2. La critica conservatrice della politica rivoluzionaria.

Ciò che dobbiamo ancora spiegare in modo più dettagliato è la natura precisa della critica conservatrice del nuovo modo rivoluzionario di fare politica affermatosi col 1789.

Le caratteristiche essenziali di tale critica vengono messe in luce nella maniera più chiara se si individuano i principali assunti intellettuali relativi all'uomo e alla società che avevano contrassegnato la modalità d'azione rivoluzionaria.

Il primo assunto è il razionalismo, ossia il convincimento che le consuetudini e le istituzioni possono venire legittimate solo tramite l'uso consapevole della ragione umana.

 Il conservatorismo considera empio il razionalismo perché fa sì che qualsiasi ordine sociale esistente possa venir completamente sovvertito, indipendentemente dal fatto che coloro che vi sono soggetti l'abbiano trovato insoddisfacente, solo perché il riformatore razionalista considera che tale ordine sociale non corrisponde a ideali astratti quali i diritti dell'uomo o l'utopia comunista.

 I filosofi conservatori, da Burke a Michael Oakeshott (v., 1962), hanno sempre sostenuto che questo genere di ideologia politica attribuisce alla ragione una funzione che essa in realtà non può adempiere.

 In particolare, essi sostengono che gli schemi ideologici sono sempre un 'compendio' (abridgment, per usare la terminologia di Oakeshott) di una tradizione storica preesistente, e che la ragione non è assolutamente in grado di definire dei programmi prescindendo da tale tradizione, come invece asseriscono i razionalisti.

Qualunque tentativo di imporre alla società un programma astratto, secondo i conservatori, sarà soltanto una formula per l'esercizio di un potere arbitrario.

 Il risultato sarà la distruzione dei legami sociali volontari creati dal costume e dalla tradizione e l'insorgere della coercizione come unico mezzo per tenere unita la società.

A sostegno di questo punto di vista i conservatori sottolineano il fatto che tutte le rivoluzioni dal 1789 in poi sono sfociate nel dispotismo.

 

Il secondo assunto dello stile politico rivoluzionario è una nuova teoria del male, che il conservatorismo contesta.

Secondo questa teoria, che fu formulata per la prima volta con chiarezza negli scritti di Rousseau e in particolare nel “Contratto sociale”, il male ha origine nell'ingiusta organizzazione della società, e può pertanto essere eliminato, almeno in teoria, attraverso un appropriato mutamento sociale e politico.

Secondo la filosofia conservatrice, invece, il male è una componente ineliminabile della condizione umana, e la politica ha solo il compito di cercare dei palliativi, non delle soluzioni radicali.

La teoria radicale del male è intimamente connessa con il terzo assunto dello stile rivoluzionario, che consiste in una certa tendenza a trasformare la politica in una crociata quasi religiosa contro quelle che vengono considerate le forze dell'oscurantismo.

 La politica, in altre parole, viene tramutata in una faccenda in cui tutti i partecipanti sono o santi o peccatori e in cui tutte le questioni sono o bianche o nere.

Il conservatorismo rifiuta l'inflessibilità e il dogmatismo della politica ideologica, nella quale non c'è spazio per una pragmatica conciliazione dei conflitti di interesse e delle passioni.

Il quarto assunto è uno sconfinato ottimismo riguardo al fatto che l'uomo sia capace con la sua volontà di plasmare il proprio futuro conformandolo a qualunque programma ideologico egli possa aver elaborato.

 Il culto della volontà e l'estremismo politico che questo determina sono invece essenzialmente estranei alla filosofia conservatrice, che sottolinea i limiti obiettivi che le ineluttabili tensioni dell'esistenza umana pongono alla volontà.

L'ingenua fede nella sovranità popolare è l'ultimo assunto che caratterizza il nuovo modo rivoluzionario di fare politica: l'autogoverno, si sostiene, è di per sé garanzia di buon governo.

 Il conservatorismo rifiuta questa equazione in quanto fa sì che i governi possano portare avanti qualsiasi tipo di politica, per quanto in contrasto con la libertà e la felicità essa possa essere, semplicemente sulla base del fatto che agiscono in rappresentanza del popolo o in adempimento di un mandato elettorale.

Dal 1789 fino alla fine della seconda guerra mondiale, la principale preoccupazione che ha assillato il pensiero conservatore è stata la paura che il nuovo modo rivoluzionario di fare politica potesse avviare un'era contrassegnata da anarchia morale, sterilità culturale e forme dispotiche di governo.

Nell'ambito di questa generale preoccupazione dei conservatori, è possibile individuare tre diverse scuole di pensiero;

benché nessuna di queste sia specificamente riconducibile a una particolare nazione, tuttavia esse riflettono, rispettivamente, le diverse tradizioni intellettuali di Francia, Germania e Gran Bretagna.

3. Tradizioni nazionali nel pensiero conservatore.

 

La caratteristica che distingue la tradizione conservatrice in Francia è l'uso che essa ha fatto della più antica fonte dell'ispirazione conservatrice, cioè la visione cristiana dell'universo.

 Secondo questa visione, i limiti posti all'azione umana sono dovuti al fatto che il mondo costituisce un insieme ordinato e organizzato gerarchicamente nel quale qualunque cosa, incluso l'uomo, occupa il posto specifico che gli è stato assegnato da Dio, creatore dell'universo.

 Nella visione cristiana viene data particolare rilevanza alla capacità dell'uomo di commettere deliberatamente il male, che si spiega con la 'caduta' causata dal peccato di Adamo.

 

È proprio questo pessimismo a caratterizzare la tradizione reazionaria francese che fa capo a “Joseph de Maistre” (cfr. Considérations sur la France, 1796) e a “Louis de Bonald” (cfr. Théorie du pouvoir politique et réligieux dans la société civile, 1796), i quali ritenevano che l'avvento della moderna democrazia di massa fosse un totale disastro dal quale l'uomo poteva esser salvato solo grazie alla restaurazione del potere monarchico ed ecclesiastico.

In forma secolarizzata, questo stesso tipo di pessimismo si riscontra in alcuni pensatori reazionari del XX secolo come “Charles Maurras” (cfr. L'enquête sur les monarchie, 1900), il fondatore dell'”Action Française”.

Il cristianesimo ha avuto un ruolo rilevante anche nel pensiero di conservatori moderati come “Burke”, ma ciò che contraddistingue la posizione reazionaria è l'ossessiva insistenza sull'estrema fragilità di qualsiasi ordine unita a una concezione del tutto statica dell'armonia sociale, un'armonia così pura che nessuna società storica potrebbe mai soddisfare le condizioni della sua realizzazione.

Ne risulta non solo un'utopia di tipo conservatore, ma anche una certa tendenza a impiegare dei mezzi di azione politica al di fuori della costituzione, dato che il rispetto delle forme costituzionali viene scartato dai reazionari (come dai rivoluzionari) perché ritenuto un mezzo per perpetuare un ordine sociale illegittimo.

 

Di conseguenza, benché il reazionario spesso dichiari di essere un difensore della 'politica limitata', il suo concetto di politica tende in realtà a sovvertire profondamente proprio quel modo di fare politica.

In Germania la caratteristica peculiare del pensiero conservatore è di aver sostituito l'interpretazione teologica della condizione umana con un metodo totalmente diverso di stabilire la realtà dell'imperfezione.

 Invece di far ricorso a un mondo creato da Dio di valori assoluti e sopra-storici come origine dei limiti posti alla volontà umana, la filosofia conservatrice si è basata sulla tesi che nella storia possono essere individuate delle leggi obiettive di mutamento e di sviluppo.

Lo scrittore che ha esercitato la maggiore influenza sul conservatorismo tedesco negli anni immediatamente precedenti e successivi alla Rivoluzione francese è stato “Johann Gottfried Herder” (cfr. Sämtliche Werke, 1877-1913), anche se i suoi interessi non possono essere considerati di tipo specificamente conservatore.

Furono pensatori come “Friedrich Schleiermacher” che utilizzarono il metodo storico a fini più direttamente polemici.

Il preciso punto di connessione tra filosofia della storia e conservatorismo viene chiaramente spiegato da Schleiermacher in questi termini:

"Poiché lo Stato [...] è una creazione dell'uomo stesso, si è pensato [...] che l'uomo avrebbe potuto creare lo Stato perfetto in conformità con un modello teorico.

Dobbiamo subito dichiarare che questa è un'illusione; perché ciò che viene realizzato attraverso la natura umana viene spesso erroneamente inteso come ciò che l'uomo fa.

Mai è stato fatto uno Stato, neppure il più imperfetto [...].

Questa illusione, tuttavia, è stata la ragione per la quale gli Stati sono stati considerati di gran lunga troppo poco come formazioni storiche naturali, e sempre, invece, come oggetti sui quali l'uomo deve esercitare la propria ingegnosità" (da una conferenza del 1814, in Sämtliche Werke, 1834-1864, vol. III, t. 2, pp. 246-286).

Una teoria di questo tipo era senz'altro implicita già in “Burke”, ma essa divenne un tema centrale della discussione filosofica solo nel pensiero conservatore tedesco.

“Schleiermacher “sviluppò inoltre una fenomenologia della coscienza politica basata su ciò che egli definì 'metodo genetico'.

 

Tale metodo ha assunto oggi un particolare interesse, poiché può essere considerato un diretto precursore delle obiezioni mosse attualmente alla scienza sociale positivista nella letteratura in certo qual modo esoterica sull'ermeneutica. I

l nuovo metodo storico, tuttavia, fin dall'inizio ha rappresentato un'arma a doppio taglio per la teoria conservatrice;

infatti, stabilendo una connessione tra conservatorismo e filosofia della storia, i filosofi tedeschi hanno reso i principî conservatori ambigui, mutevoli e instabili quanto il flusso della storia stesso.

 Come un conservatorismo di questo tipo possa ritorcersi contro sé stesso risulta evidente dal fatto che un modo di pensare orientato in senso storicistico fu ben presto strettamente collegato col marxismo.

L'ambiguità della tradizione conservatrice tedesca divenne ancora maggiore per il fatto che fu subito associata a una dottrina nazionalista che poneva i requisiti necessari per una società organica al di sopra di quelli della 'politica limitata' (cfr. J.G. Fichte, Reden an die deutsche Nation, 1808, e Adam Müller, Die Elemente der Staatskunst, 1809). Ma il fatto più deleterio è stato che la filosofia conservatrice tedesca è sembrata talvolta fondarsi in definitiva su un ideale di libertà o di autonomia così estremo da essere incompatibile con qualsiasi limite posto dall'esterno (cfr. George Santayana, Egotism in German philosophy, 1916).

Pertanto la tradizione conservatrice tedesca, analogamente a quella francese, si è prestata a interpretazioni estremistiche che spesso non erano assolutamente nelle intenzioni dei suoi principali esponenti.

 

Per metterla in termini un po' diversi, il problema è sempre stato che le aspirazioni a una società organica, all'unità nazionale, alla libertà assoluta, quando sono state messe tutte insieme, hanno talmente estraniato i conservatori tedeschi dalla situazione reale da renderli poco critici nei confronti delle promesse di chiunque si sia offerto di 'pulire le stalle di Augia'.

 Gli elementi che giocarono a favore di Hitler, ad esempio, furono la conseguenza di questo ingenuo idealismo, più che di una calcolata perversità.

Per ciò che riguarda la tradizione culturale conservatrice in Gran Bretagna, solo in pochi casi i suoi esponenti si sono rivelati all'altezza dei colleghi continentali.

In genere, la ricerca di razionalizzazioni teologiche e di sistemi filosofici è stata qui sostituita da un atteggiamento scettico e pragmatico il cui grande merito è stato quello di voler porre ordine nella inevitabile confusione, tensione e in definitiva incoerenza della vita politica.

 Solo raramente, tuttavia, il pragmatismo britannico è degenerato in mero opportunismo privo di principî.

Anzi, l'elemento comune a tutta la tradizione britannica è stato (fino a tempi relativamente recenti) l'impegno volto a mantenere una costituzione mista o bilanciata.

Senza dubbio vi sono sempre stati pensatori conservatori inglesi, come “Thomas Carlyle” (cfr. On heroes, hero-worship and the heroic in history, 1841, e Latter-day pamphlets, 1850), che hanno respinto questo ideale come un assurdo residuo medievale, del tutto inadeguato alle esigenze della moderna società industriale di massa;

 ma l'orientamento prevalente, da “Burke” a “Samuel Taylor Coleridge” (cfr. On the constitution of the Church and State according to the idea of each, 1830), attraverso “Benjamin Disraeli” (cfr. Vindication of the English Constitution, 1835), e lord Salisbury (cfr. Disintegration, 1883, in Smith, 1972), fino a filosofi del XX secolo come “Michael Oakeshott”, è stato quello che considerava il mantenimento della costituzione mista il principale obiettivo della vita politica britannica.

Tuttavia i pensatori conservatori già molto prima della prima guerra mondiale avevano riconosciuto quali difficoltà si incontrino nel perseguire questo ideale. Lord Salis~bury, ad esempio, sosteneva che l'avvento della democrazia di massa e la richiesta di riforme di tipo socialista determinavano tre pericoli quasi insuperabili.

Il primo era il trionfo della dottrina della sovranità popolare, che si manifestava nella concentrazione dell'autorità suprema nella Camera dei Comuni, a spese della tradizionale eguaglianza di status che la Costituzione riconosceva a monarchia e aristocrazia.

 

Il secondo pericolo derivava dal nuovo sistema di governo delle moderne democrazie, basato su partiti politici di massa.

 Se ogni governo doveva assicurarsi il supporto delle masse attraverso i partiti politici, allora era molto probabile che gli affari della nazione in generale, e in particolare le questioni relative alla Costituzione, avrebbero dovuto essere sacrificati agli interessi dei partiti.

 

Il terzo pericolo era di natura sia sociale che politica. “Salisbury”, al pari di “Alexis de Tocqueville” (cfr. De la démocratie en Amérique, 1835-1840), sottolineava il fatto che la moderna democrazia si preoccupava più dell'eguaglianza che della libertà.

 Eguaglianza significa dissoluzione delle classi sociali, ma il risultato finale di tale dissoluzione sarà non la società senza classi sognata dai radicali, quanto piuttosto un ritorno al conflitto primario che ha distrutto le democrazie dell'antichità, il conflitto, cioè, tra abbienti e non abbienti.

Il riformista radicale si presenta come il difensore del povero contro il ricco, ma egli "non dice ai suoi seguaci come faranno a vivere se l'industria langue, o come le industrie e le imprese possano prosperare se gli uomini sono presi dal timore che la messe di ricchezze seminata, mietuta e messa da parte da loro stessi o dai loro congiunti possa per avventura essergli strappata dai politici. [...]

Per coloro che hanno il dono dell'eloquenza in politica, è facile dipingere la spoliazione coi colori della filantropia" (cfr. Disintegration, 1883, in Smith, 1972, p. 352). Durante il XX secolo dubbi come quelli espressi da Salisbury dovevano ulteriormente acuirsi a causa di una serie di eventi che modificarono la natura della politica conservatrice in tutto il mondo occidentale.

 

4. La crisi del conservatorismo nel XX secolo.

 

Durante il XX secolo il corso del conservatorismo doveva venir alterato da due nuovi avvenimenti.

 In primo luogo, lo scoppio delle due guerre mondiali determinò un livello di accentramento e di 'collettivizzazione' nella politica degli Stati europei che sarebbe stato ritenuto impensabile prima d'allora.

 Il secondo avvenimento fu la nascita di un nuovo nemico per i conservatori.

Prima della prima guerra mondiale il conservatorismo era stato definito principalmente in contrapposizione al liberalismo, mentre dopo di allora esso fu essenzialmente contrapposto al socialismo.

Dovendo cercare il sostegno delle masse contro questo nuovo nemico, il conservatorismo gradualmente cedette alla tentazione di ottenere voti vestendosi, almeno in parte, dei panni del nemico.

 Questa strategia, naturalmente, produsse una spinta ancora maggiore verso il 'collettivismo'.

Durante gli anni trenta la tendenza conservatrice verso il 'collettivismo' fu favorita da chi, come “Harold Macmillan”, lo considerò come l'unico mezzo per evitare da un lato i problemi economici della società capitalista, e dall'altro il tipo di vita rigidamente ordinata necessario a una società completamente pianificata.

 In un saggio intitolato “The middle way”, del 1938, “Macmillan” tentò di dare una forma teorica coerente a questo compromesso conservatore.

 Purtroppo egli affrontò alla leggera, senza riuscire quindi a eliminarlo, il problema della conflittualità tra la politica limitata e il tipo di governo manageriale che questo tipo di 'collettivismo' avrebbe richiesto.

Anche se l'ideale di una "via intermedia" fu condiviso solo da una piccola minoranza, tuttavia i conservatori ebbero grandi difficoltà a proporre un'alternativa credibile.

Numerose voci si levarono per lamentare i molti difetti della società di massa, e tra queste una delle più notevoli fu quella di “T.S. Eliot”, che individuava nel declino della religione e della cultura la causa che aveva determinato una "terra desolata" (cfr. The waste land, 1922);

egli sosteneva inoltre (cfr.The idea of a Christian society, 1939) che l'ethos materialista delle democrazie occidentali le rendeva meno spirituali dei loro antagonisti totalitari, le cui ideologie almeno si ponevano dei fini ideali anche se - come “Eliot” ammetteva - distorti.

In Germania “Oswald Spengler” (cfr. Der Untergang des Abendlandes, 1918-1922) manifestava sentimenti analoghi e profetizzava "il tramonto dell'Occidente" e l'avvento del cesarismo.

 In Spagna “Ortega y Gasset” ridusse ai suoi termini minimi la risposta elitaria alla democrazia moderna, annunciando che era vicino il tempo "in cui la società, dalla politica all'arte, si [sarebbe riorganizzata] in due ordini o livelli: gli illustri e i volgari" (cfr. La deshumanización de l’ arte, 1925).

 In Francia” Jacques Maritain” (cfr. Humanisme intégral, 1936) elaborò l'idea di un "umanesimo integrale", individuando il problema della moderna società di massa in un falso "umanesimo antropocentrico" che ha estraniato l'uomo da Dio e che si manifesta in modo particolare nel totalitarismo.

Anche se “Maritain” aveva mostrato una qualche propensione per il socialismo, la sua insistenza sulla necessità di autorità e guida e il suo desiderio di ripristinare i tradizionali valori cristiani della civiltà europea lo pongono tra gli intellettuali conservatori.

 

Comunque, fu proprio il compromesso della 'via intermedia' a dominare la politica conservatrice per circa tre decenni dopo la seconda guerra mondiale.

 Questo deciso spostamento in direzione 'collettivista' si spiega in base a tre motivi.

Il primo fu l'apparente successo ottenuto in tempo di guerra dalle autorità nel porre fine alla massiccia disoccupazione degli anni trenta, un successo che incoraggiò una acritica fiducia nell'efficacia politica di una programmazione economica generale.

Il secondo fu l'introduzione del “Welfare State “e il successivo impegno di tutti i governi del periodo postbellico ad adottare la politica economica detta di 'perfetta sintonia' (fine tuning) così da assicurare la piena occupazione.

Tale impegno trovava la sua legittimazione nella stretta osservanza di una teoria economica postbellica, ispirata dall'opera di “John Maynard Keynes” General theory of employment, interest and money (1936), imperniata sull'accettazione incondizionata del disavanzo pubblico come tecnica base della politica finanziaria del governo.

Il terzo motivo fu il fatto che la via intermedia risultò un metodo efficace per ottenere il successo elettorale.

Questi tre motivi furono così efficaci nel fugare qualsiasi dubbio, che coloro, come “Friedrich von Hayek “(cfr. The servile State, 1944), che ritenevano la via intermedia solo un mezzo per istituzionalizzare la pressione inflattiva e tale da favorire l'incontrollato aumento del potere esecutivo furono del tutto ignorati o considerati degli eccentrici.

Questa situazione si mantenne immutata fino agli anni sessanta, allorché divenne chiaro che il conservatorismo si era spostato tanto a sinistra che gli elettori trovavano sempre più difficile capire se esisteva ancora una precisa identità 'conservatrice'.

Nel 1973 un autorevole politico laburista inglese, “Anthony Wedgwood Benn”, esaltava le scelte politiche del primo ministro conservatore “Edward Heath”, che rimase in carica dal 1970 al 1974, in quanto avevano creato "il più ampio apparato di controlli statali sull'industria privata mai escogitato, di gran lunga superiore a quello ritenuto necessario dall'ultimo governo laburista" ("The Sunday Times", 25 marzo 1973).

 

Ma ciò che risultò ancor più dannoso fu l'opinione che il risultato principale del compromesso della via intermedia dei conservatori fosse la graduale creazione di uno Stato di tipo corporativo.

Alcuni commentatori, giocando deliberatamente sulle connotazioni fasciste di quel concetto, arrivarono a suggerire che si trattava di un "fascismo dal volto umano" (cfr. R.E. Pahl e J.T. Winkler, The coming corporatism, in "New society", 10 ottobre 1974).

Anche se un linguaggio vago ed emotivo di questo tipo può essere ignorato, è tuttavia chiaro che l'ideale della 'politica limitata', che rappresentava un punto focale nella tradizione occidentale del governo parlamentare, veniva rimpiazzato da un nuovo sistema di governo nel quale le vecchie istituzioni rimanevano sì in piedi ma con funzioni completamente diverse.

 In Inghilterra un ben noto pubblicista conservatore,” Samuel Brittan”, chiarì la natura di questo cambiamento in un articolo intitolato “Dangers of the corporate State”, pubblicato sul "Financial Times" del 19 ottobre 1972.

 L'articolo, che attaccava il sistema di governo che si veniva affermando, basato su incontri trilaterali informali tra governo, rappresentanti sindacali e rappresentanti del mondo industriale, si chiedeva:

 "È davvero compito dei sindacati contenere i salari, o dei datori di lavoro tener bassi i prezzi? Questo è il compito dei sindacati nel blocco sovietico".

 

5. La ricerca di una nuova identità conservatrice.

 

All'inizio degli anni settanta i conservatori non potevano ormai nascondersi il fatto che il compromesso della via intermedia era risultato fallimentare, e proprio in questo decennio, in tutto il mondo occidentale, si cercò una nuova identità conservatrice.

 L'elemento che accomunava tutti coloro che si erano impegnati in questa ricerca era soprattutto la violenta critica del 'collettivismo' postbellico.

 A ispirare questa critica fu soprattutto un'affermata dottrina politica liberale, sostenuta a livello internazionale da intellettuali quali gli economisti della Scuola di Chicago diretta da “Milton Friedman” (cfr. Capitalism and freedom, 1962) e dalla “Società Mont Pèlerin” in Svizzera, di cui è stato presidente” Friedrich von Hayek” (che è stato anche il suo più autorevole rappresentante inglese).

 

Una caratteristica interessante degli anni settanta è stata lo sviluppo di un forte legame tra i conservatori britannici e quelli americani, dopo che “Anthony Lejeune” nel 1970 aveva richiamato l'attenzione degli intellettuali inglesi (nella rivista "Solon") sull'analoga ricerca condotta dai loro colleghi negli Stati Uniti.

 La ricerca degli americani, condotta in riviste quali "The national review", "The new republic" e "The public interest", era stata originariamente stimolata dall'ideale proclamato dal “presidente Johnson” di una 'grande società', dai movimenti per i diritti civili e di liberazione delle donne e dai provvedimenti contro qualsiasi tipo di discriminazione sul posto di lavoro.

 Tra gli appartenenti al movimento americano ricordiamo” William F. Buckley jr”. (direttore della rivista "The national review" e autore di libri quale “Up from liberalism”, del 1959), “Russell Kirk” (v., 1953), “Ayn Rand” (v., 1961), “Clinton Rossiter” (v., 1955), e “Peter Viereck” (v., 1949).

 Da un'analisi della letteratura internazionale, i principali argomenti sostenuti dalla critica al 'collettivismo' possono essere raccolti in sei gruppi.

 

1. In primo luogo, era opinione comune che i governi democratici del periodo postbellico avessero alimentato l'illusione che praticamente tutti i mali discendessero da una causa politica e che pertanto potessero trovare una soluzione politica.

 Di conseguenza, lo Stato moderno risultava gravato in modo quasi intollerabile dalla responsabilità di soddisfare delle aspettative assolutamente non realistiche.

A posteriori questa tesi non risulta del tutto convincente, perché i dati a disposizione possono essere interpretati come dimostrazione di una tendenza dei cittadini moderni sia verso un eccessivo stoicismo sia verso eccessive aspettative, di fronte ai progetti e alle richieste dei loro politici.

 

2. Veniva sostenuto anche, e questo è più credibile, che il successo ottenuto dal 'collettivismo' nel periodo postbellico era determinato dall'ingenuo convincimento che la crescita economica si sarebbe verificata d'ora in avanti in modo quasi automatico, e che pertanto sarebbe stata una caratteristica costante della vita moderna;

 si trattava soltanto di trovare una soluzione a problemi di distribuzione.

 Ci si dimenticava, però, fra le altre cose, la possibilità che la ricerca di giustizia sociale uccidesse inavvertitamente la gallina dalle uova d'oro.

3. Strettamente connessa con questa ingenua convinzione era, secondo la critica, un'altra convinzione, altrettanto ingenua, secondo cui la prosperità generale avrebbe automaticamente garantito la felicità generale.

Non veniva neppure presa in considerazione la possibilità che la prosperità portasse invece noia, uso di droghe, aumento dei divorzi e delle nascite illegittime, pornografia, violenza.

 

4. I critici si spinsero ancora oltre sostenendo, sulla base di un gran numero di ricerche empiriche, che anche i programmi assistenziali elaborati con le migliori intenzioni spesso si rivelavano in pratica controproducenti.

Si affermava, ad esempio, che invece di creare una società senza classi i governi stavano creando una nuova sottoclasse, la cui mentalità servile rischiava di ridurla in una condizione di perpetua dipendenza.

5. Tuttavia, quello che fornì alla critica la sua arma più appuntita fu l'affermazione che l'ideale della via intermedia, cioè di una posizione di equilibrio tra il capitalismo e il socialismo, era stato fin dall'inizio frutto di pura fantasia.

In Gran Bretagna, per esempio, “Hayek” (v., 1960), sostenne che la programmazione non può terminare a un teorico punto intermedio, ma deve procedere costantemente così da assicurare l'attuazione dei piani che sono stati elaborati.

 La via intermedia, pertanto, non può essere considerata come una situazione di stabilità, bensì come un fiume impetuoso la cui corrente travolge chiunque vi si immetta (per riprendere l'analogia usata nell'articolo di fondo del "Times" del 10 luglio 1985, “The middle way or muddle way”).

Mentre si può considerare con un certo scetticismo l'affermazione di “Hayek” che la programmazione conduce inesorabilmente al totalitarismo, non sembra esagerato sostenere che essa possa compromettere l'affidabilità politica rendendo le scelte del governo una questione riservata a esperti non soggetti a interferenze politiche di qualsiasi genere.

6. Infine la critica ha sottolineato il fatto che l'inflazione ha origini più morali e politiche che economiche.

In un sistema elettorale democratico, si è sostenuto, si determina inevitabilmente una preferenza dei politici per misure finanziarie 'morbide' piuttosto che 'rigide':

una volta ottenuto il controllo delle risorse monetarie, cioè, quasi sempre essi cedono alla tentazione di manipolare la politica economica per guadagnare il favore degli elettori con offerte 'disinteressate'.

Questa è, per grandi linee, la critica che ha demolito l'ortodossia 'collettivista' postbellica.

 Tuttavia una critica è ben altra cosa che una concezione alternativa e praticabile relativa al modo di governare.

Il più importante sviluppo che si è verificato all'interno del conservatorismo durante l'ultimo decennio è stato il tentativo della cosiddetta “Nuova Destra” di mettere a punto un'alternativa adeguata.

 

6. La Nuova Destra.

 

Va detto subito che la “Nuova Destra” non rappresenta assolutamente un movimento omogeneo che condivide un'unica dottrina.

Al suo interno esistono tre diverse (e in ultima analisi incompatibili) scuole di pensiero che, ai fini della nostra analisi, possiamo definire scuola economica, radicale e politica.

La tesi sostenuta dalla “scuola economica” è che una società libera richiede un libero mercato.

La tesi della “scuola radicale” è che nelle attuali condizioni di decadenza della società non si può stabilire un ordine politico senza che vi sia stata prima una rigenerazione spirituale.

 La “scuola politica”, infine, mette l'accento sui problemi costituzionali, anche se al suo interno i suoi esponenti si dividono in convinti sostenitori del pluralismo, da un lato, e fautori della necessità di creare innanzitutto un ordine sociale organico, dall'altro.

 

Non si tratta naturalmente di temi nuovi;

la novità consiste semmai nel fatto che vengono per la prima volta associati al pensiero conservatore, e anche nel contesto nel quale essi tornano a essere attuali.

Sembra opportuno prendere adesso in considerazione in maniera più dettagliata la dottrina di ognuna di queste scuole, facendo riferimento in particolare alle conseguenze che esse hanno determinato su quel modo di far politica che abbiamo definito 'limitato' e che è stato tradizionalmente proprio del “conservatorismo moderato”.

Prenderemo in considerazione per prima la scuola economica, dato che essa rappresenta non solo la parte più nota della “Nuova Destra”, ma anche quella che ha maggiormente influenzato la politica dello scorso decennio.

 L'argomento centrale sostenuto da questa scuola è, come abbiamo detto, che una società libera richiede un libero mercato.

Per dirla in altre parole, la 'politica limitata' è possibile solo in un sistema capitalista, ossia, per usare un'espressione ancora più concisa, la libertà non è divisibile.

Nel presente articolo ci limiteremo a esaminare il pensiero di “Friedrich von Hayek”, nei cui scritti questa tesi viene sostenuta nella maniera più sistematica.

Non ci soffermeremo sul modo paradossale in cui l'originario asserto marxista del primato dell'ordine economico su quello politico è stato trasformato dalla” Nuova Destra” in un'arma per combattere il marxismo stesso;

 ciò che ha maggiore importanza è l'ambiguità diffusa, evidente negli scritti di Hayek”, con cui la scuola economica porta avanti la sua difesa della 'politica limitata'.

 

Questa ambiguità - che consiste nel fatto che non è mai chiaro se “Hayek” sostenga la 'politica limitata' perché intrinsecamente valida o perché serve a promuovere la prosperità e il progresso - risulta particolarmente evidente, per esempio, nel modo in cui egli cerca di giustificare l'importanza data al “principio di legalità”.

Sotto il profilo etico, il principio di legalità deve garantire la libertà e la dignità dell'uomo abolendo il potere arbitrario; ma “Hayek” purtroppo nasconde il fondamento etico di questo principio cercando invece di sostenerlo in base a due argomentazioni, nessuna delle quali è in grado di conferirgli un valore intrinseco.

 

Una di queste argomentazioni è di tipo naturalistico, e anzi in realtà non è tanto un'argomentazione quanto un richiamo costante ad analogie tra l'adattamento organico al proprio ambiente, riscontrabile in tutti gli animali, e il tipo di adattamento spontaneo che” Hayek” ritiene sia determinato negli uomini da un mercato regolato esclusivamente dal principio di legalità.

 

L'altra argomentazione è un richiamo estremamente sofisticato al valore epistemologico del libero mercato, inteso non tanto come puro sistema economico che favorisce l'efficienza degli scambi, quanto piuttosto come delicato sistema per memorizzare e trasmettere informazioni.

Secondo” Hayek”, il merito di queste argomentazioni consiste in quella che egli ritiene essere la loro natura scientifica;

tuttavia è proprio la loro pretesa natura 'scientifica' che toglie a queste argomentazioni qualsiasi connotazione etica.

In generale, quindi, il punto debole della scuola economica è che, anche se essa riuscisse a fornire un'analisi convincente del rapporto tra capitalismo e 'politica limitata', il tipo di conservatorismo da essa sostenuto non conferirebbe comunque alcuna base logica agli ideali etici a cui implicitamente o esplicitamente si richiama.

Mentre la scuola economica della “Nuova Destra” ha avuto un certo seguito a livello internazionale, la scuola radicale è rimasta un fenomeno esclusivamente continentale.

 In Germania i suoi esponenti sono gli ultimi fautori della 'rivoluzione conservatrice' originariamente propugnata da “Moeller van den Bruch “nel libro “Das Dritte Reich”, del 1923.

In Italia essa è rappresentata dalla “Nuova Destra”.

 

Il suo più noto rappresentante, tuttavia, è forse il pensatore francese “Alain de Benoist”, che ha divulgato le idee della scuola radicale attraverso due giornali, "Éléments" e "Nouvelle école".

“De Benoist”, come quasi tutti gli esponenti della scuola radicale, parte dalla convinzione che il mondo occidentale moderno sia entrato in uno stato di profonda decadenza, di cui la cultura e la politica degli Stati Uniti forniscono l'esempio più chiaro.

La scuola radicale, però, sarebbe disposta a tutto pur di porre termine a questa decadenza, poiché - per usare le parole di de Benoist - "qualunque dittatura è un male, ma qualunque decadenza è un male ancora peggiore".

Questa propensione all'estremismo viene tuttavia nascosta dietro una strategia che distingue immediatamente la “Nuova Destra” dalla destra reazionaria tradizionale, mentre allo stesso tempo la lega ai metodi rivoluzionari sostenuti da teorici di sinistra come Antonio Gramsci (cfr. Quaderni del carcere, 1929-1935).

Secondo questa strategia bisogna rinunciare a qualsiasi aspirazione politica diretta per concentrarsi invece sulla rigenerazione culturale, senza la quale è naturalmente impossibile por fine alla decadenza.

Altre tre caratteristiche distinguono in modo rilevante la “scuola radicale” dalla “vecchia destra”.

In primo luogo, la scuola radicale rifiuta l'eredità cristiana dell'Occidente, e cerca invece di far rivivere e di preservare l'eredità 'pagana'.

 Non sorprende il fatto che questo 'nuovo paganesimo', che si esprime nelle note aspirazioni romantiche all'atto eroico, implichi notevole simpatia per Nietzsche e, più in generale, per una concezione dell'uomo di tipo 'esistenziale', in base alla quale la natura umana non è definita o fissa, ma è soggetta a un continuo processo di creazione.

In secondo luogo, la “scuola radicale” ricerca una identità europea che sia transnazionale, considerata l'unico modo di proteggere la civiltà occidentale dalla minaccia americana da una parte e russa dall'altra.

Tale identità transnazionale viene in genere teorizzata in termini di razza, in particolare facendo riferimento alle origini indoeuropee.

 

In terzo luogo, la “Nuova Destra radicale” ha trovato un elemento di unità nel sostegno a quelli che sono considerati i popoli oppressi del Terzo Mondo, non tanto per bontà d'animo quanto per procurarsi un eventuale appoggio per rovesciare l'ordine capitalista internazionale globalista che favorisce la decadenza.

 

Anche in questo caso è sorprendente come i temi della” Nuova Destra radicale” e quelli della “Nuova Sinistra” finiscano paradossalmente per convergere.

 

La scuola politica cerca di svincolare il conservatorismo sia dalla 'politica economica' della prima scuola, sia dai programmi globali di rigenerazione spirituale della seconda.

 Lo scopo della scuola, i cui esponenti sono prevalentemente americani e inglesi, è stato delineato con chiarezza da uno dei principali accademici inglesi,” Maurice Cowling” (v., 1978):

 la scuola si propone di creare una forma di conservatorismo che sia allo stesso tempo 'meno liberale e più populista' della via intermedia, e 'meno liberale e più politico' del liberalismo economico perseguito dal governo Thatcher.

All'interno dell'unità di intenti relativa al perseguimento di tale obiettivo, tuttavia, possono essere individuati due modi molto diversi di affrontare i principî fondamentali della “filosofia conservatrice”.

 

Uno è la scettica versione libertaria del conservatorismo costituzionale di “Michael Oakeshott”;

anche se la sua opera è precedente alla nascita della “Nuova Destra”, il rifiuto del 'collettivismo' le ha conferito ai nostri giorni una nuova importanza.

Per “Oakeshott”, la politica è essenzialmente una questione poco importante, che ha a che fare con il mantenimento di una struttura formale di norme all'interno delle quali il cittadino può perseguire l'obiettivo che meglio gli aggrada.

Pertanto, come rileva “Oakeshott”, "non è assolutamente incoerente essere conservatore per ciò che riguarda il governo e radicale per ciò che riguarda quasi ogni altro tipo di attività" (v. Oakeshott, 1962, p. 195).

Mentre l'idea generale all'origine di questo tipo di conservatorismo, secondo “Oakeshott”, si desume nella maniera migliore da pensatori come “Montaigne”, “Pascal” e “Hume”, la sua essenza politica è data da una concezione del ruolo del governo come artefice e custode del diritto non strumentale.

 

Nell'adempiere questo compito il governo può intervenire attivamente nella vita della società, così da promuovere quella separazione dei poteri dalla quale dipende la “politica limitata”.

Esso può anche promuovere attivamente delle misure assistenziali, purché siano a beneficio di coloro che sono realmente bisognosi.

Ciò che non è consentito al governo è di abbandonare il proprio ruolo non finalizzato, per divenire un provvidenziale dispensatore di benefici alla società.

Anzi, se al governo vengono assegnate delle funzioni manageriali, queste devono essere chiaramente distinte e tenute ben separate dalle attività che gli sono proprie in quanto governo.

 Anche se il governo nell'esercizio delle proprie funzioni può a buon diritto reclamare una funzione che è in qualche modo economica, tuttavia “Oakeshott” la caratterizza in termini negativi:

in nessun caso deve compromettere la stabilità monetaria.

La seconda linea di pensiero presente all'interno della scuola politica ha il suo rappresentante più autorevole in” Roger Scruton”, direttore di "The Salisbury review".

 Secondo” Scruton”, lo scopo dell'attività politica va ben oltre quello stabilito da “Oakeshott”.

 In un saggio del 1980, “The meaning of conservatism,” egli auspicava la creazione di una società organica in grado di porre termine all'alienazione dell'uomo moderno.

Oltre che da questa esigenza neo-hegeliana di 'totalità' e comunità, il pensiero di “Scruton” è connotato da un lato dall'adesione all'ideale nazionalista e dall'altro dall'affermazione della validità di un ordine civile pluralista basato su istituzioni autonome.

 

Ciò che rendeva ancor più conflittuali gli elementi di questa sintesi proposta da “Scruton”, era il suo insistere sull'idea che la società civile si basa su una unità prepolitica in cui l'identità razziale ha un ruolo essenziale.

Inoltre, si può individuare un'ambigua tendenza potenzialmente anticostituzionale nell'affermazione di “Scruton” che la costituzione, e in particolare il parlamento, sono solo uno strumento per raggiungere "gli scopi opportunistici di una limitata classe di professionisti - la classe dei politici" (v. Scruton, 1980, p. 24):

da ciò si può dedurre che la "fondamentale unità sociale" della nazione può esser messa in luce nella maniera migliore da portavoce privi di posizione o responsabilità nel sistema politico vigente.

Benché “Scruton” si sia sempre dichiarato assolutamente favorevole a certe condizioni necessarie per la 'politica limitata' quali il principio di legalità e l'autonomia delle istituzioni sociali, egli non è finora riuscito a conferire alla “Nuova Destra inglese” quella identità coerente che essa talvolta sostiene di possedere.

Negli Stati Uniti influenti esponenti di queste linee di pensiero interne alla Nuova Destra sono” Irving Kristol” (v., 1972) e “Robert Nisbet” (v., 1986).

 

7. Conclusioni

 

Nell'ultimo decennio abbiamo assistito a una notevole rinascita del conservatorismo, che ha fatto seguito all'insuccesso del 'collettivismo' socialdemocratico dei decenni successivi alla fine della guerra.

 L'aspetto più positivo di questa rinascita consiste nell'aver determinato la fine di quella tendenza verso una programmazione sempre più accentuata che era sembrata quasi inevitabile e irreversibile durante gli anni settanta.

Alla fine degli anni ottanta il successo del thatcherismo aveva obbligato persino gli ideologi socialisti ad adottare la retorica dell'economia di mercato.

Ma una volta che si sia riconosciuto questo successo, cominciano a sorgere dei dubbi sulla reale natura e la portata dei risultati ottenuti dal conservatorismo.

 È fuor di dubbio che il rifiuto dell'esagerata fiducia riposta nella programmazione come soluzione di tutti i mali, e della conseguente convinzione della maggiore razionalità dell'attività pianificata rispetto a quella non pianificata, non ha portato con sé quel nuovo spirito di individualismo a cui aspiravano i fautori del libero mercato.

Anzi, le analisi non solo dimostrano che si continua a credere nel “Welfare State”, ma indicano altresì un crescente livello di indebitamento del consumatore che mal si concilia con i discorsi ottimistici sulla nascita di una classe media dalla mentalità indipendente, generata dalla proprietà privata e dall'attività imprenditoriale in un libero mercato.

Non meno preoccupanti sono le statistiche che cominciano a essere pubblicate in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sulla crescita di una nuova sottoclasse che sembra destinata a dipendere perpetuamente dall'assistenza pubblica.

E adesso che la” Nuova Destra” sta per concludere il primo decennio della sua esistenza, si dubita addirittura che esista davvero quella crescita economica che avrebbe dovuto essere il risultato più consistente e tangibile del “nuovo conservatorismo”.

 In Gran Bretagna, almeno, si comincia a sospettare che la 'rivoluzione thatcheriana' non sia altro che una vuota formula che nasconde una riduzione disastrosa della capacità produttiva e che ha determinato un bilancio commerciale deficitario come mai in precedenza nonostante un avanzo di bilancio.

 Il dilemma che pesa adesso sull'ideologia del libero mercato della Nuova Destra è se, di fronte a questi risultati, la fiducia nel libero mercato sarà sostituita da un ritorno a un interventismo del tipo di quello della via intermedia, adottato a malincuore da un governo conservatore o entusiasticamente da uno socialista.

Più in generale, le ipotesi su quale corso potrà seguire il conservatorismo in futuro devono prendere in considerazione il fatto che l'influenza esercitata dalla “Nuova Destra” negli anni ottanta non è riuscita ad arrestare la principale tendenza politica presente nel mondo occidentale, e cioè quella verso una società manageriale in cui si considera tutto in termini esclusivamente strumentali.

 Questa tendenza è particolarmente pronunciata in Gran Bretagna, dove un decennio di thatcherismo ha visto la rapida dissoluzione dell'indipendenza (o, per esser più precisi, di ciò che ne rimaneva) di autorità locali, giuristi, sindacati, scuola, università.

È stata minacciata anche la libertà dei mezzi di comunicazione, col pretesto della difesa della sicurezza nazionale, e l'indipendenza della Chiesa d'Inghilterra, che si era eretta a tutore (secondo molti impropriamente) della coscienza sociale.

 Vi è stato, infine, un tipo di leadership che, unito all'assenza di una reale opposizione politica, ha reso praticamente inesistenti i vincoli imposti dalle consultazioni di gabinetto e dal governo parlamentare.

Sono proprio considerazioni di questo tipo - che mettono in evidenza l'acuirsi della tendenza manageriale in politica e la concomitante crescita del potere dell'esecutivo, anche se non si tratta più di un potere direttamente interventista - che spiegano l'aspetto più incoraggiante della politica inglese attuale (1989), che consiste nella generale convinzione, espressa oggi sia dalla destra che dalla sinistra, della necessità di riconsiderare alcune questioni costituzionali essenziali o forse addirittura di introdurre una costituzione scritta.

 Se questo recente risveglio di interesse per i problemi costituzionali trova espressione adeguata nell'attuale gestione politica, allora forse potrà essere mantenuto il tradizionale legame tra conservatorismo moderato e difesa della politica limitata.

Ma se il conservatorismo non riuscirà a impedire il progresso incontrollato della tendenza manageriale - e questo, purtroppo, è quello che è successo finora - allora la nuova identità conservatrice potrebbe esprimersi in termini che hanno poco a che fare con la preservazione di una società libera.

Questo pessimismo non è fuor di luogo, in particolare se serve a rievocare i timori di “Alexis de Tocqueville” riguardo al futuro delle moderne democrazie di massa.

Egli riteneva infatti che le democrazie di massa, amando l'eguaglianza, la sicurezza e la prosperità più della libertà, offrissero ben poca resistenza a ciò che oggi definiamo come governo manageriale globalista;

 ed essendo indifferenti alle forme procedurali che rappresentano l'unico mezzo che l'uomo ha a disposizione per proteggersi dal potere arbitrario, realizzassero quando è ormai troppo tardi di non aver più niente che li difenda.

 Noi non dovremmo, rilevava “Tocqueville”, consolarci troppo col pensiero che una “condizione servile” al giorno d'oggi può essere comoda e offrire protezione, perché sono proprio queste condizioni che renderanno più facile ridurre l'uomo in schiavitù.

 

 

 

Roger Scruton,

l'ultimo umanista?

Vitaepensiero.it – Erica Crespi – (28.08.2020) – ci dice:

 

Il “New Yorker”, periodico della raffinata sinistra intellettuale americana, definì il conservatore sir Roger Scruton «il più influente filosofo contemporaneo».

 E, se è indubbiamente difficile stilare una gerarchia dei più influenti pensatori, rileggendo la sua vastissima ed eterogenea produzione saggistica, non possiamo non riconoscerlo come uno degli ultimi umanisti in senso classico dell'Europa.

Sir “Roger Vernon Scruton” nasce a Buslingthorpe, in Inghilterra, il 27 febbraio 1944 e, fin da giovanissimo, si immerge nella musica, nell'arte, nella letteratura (e in particolare nella lettura delle opere di “Kafka”, “Rilke” ed “Eliot”).

Tra il 1954 e il 1961 frequenta la” Royal Grammar School de High Wycombe” dove vince una borsa per proseguire i suoi studi in scienze naturali all’Università di Cambridge.

 Dopo il primo giorno di università decide di cambiare facoltà per dedicarsi alle scienze morali.

 Filosofo di riferimento è Sartre, di cui apprezza il passaggio dall'astratto al concreto e dal generale al particolare e il legame fertile tra filosofia e poesia.

Da Sartre “Scruton” apprese che la vita intellettuale non deve essere confinata all'ambiente universitario ma che le sue manifestazioni più importanti risiedono nell'arte, nella letteratura e nella musica attraverso cui la società acquisisce una coscienza di sé stessa.

Idee che ritroviamo nel saggio” La cultura conta”.

Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, in cui “Scruton” prende le difese della tradizione classica mostrando come la cultura sia non solo una forma di conoscenza, ma una conoscenza ‘emozionale’, che riguarda ben da vicino la nostra vita, le cose che facciamo e i sentimenti che proviamo.

 

Dopo aver ottenuto il “Master of Arts” nel 1967 si trasferisce in Francia e inizia a insegnare al “Collège Universitaire de Pau “dove incontra la sua prima moglie, “Danielle Laffitte”.

 L'anno successivo seguirà a Parigi gli avvenimenti del “Maggio Francese”, maturando (dirà in seguito a proposito di quel periodo) «un vero e proprio disgusto per le ideologie della sinistra».

Torna quindi in Inghilterra, nel 1972 consegue il “dottorato in estetica”, materia che insegnerà al “Birkbeck College di Londra” prima come Lettore poi come Docente.

Tenace difensore dell'importanza assoluta della bellezza come valore reale e universale, ad essa dedica un saggio, “La bellezza”.

Ragione ed esperienza estetica che accompagna il lettore nel mondo della filosofia, della letteratura, dell’arte, del cinema, ma anche della natura e della vita quotidiana, soffermandosi sulle avanguardie, sul rapporto tra erotismo e pornografia, sulla dissacrazione e sul kitsch.

Nel 1982 “Scruton” fonda e dirige la rivista trimestrale “The Salisbury Review”, che ben presto divenne punto di riferimento per il conservatorismo tradizionalista inglese.

La rivista si proponeva di fornire una base intellettuale alla destra conservatrice e per questo avanzò molte critiche nei confronti dei movimenti di protesta dell'epoca (nel mirino il movimento per la pace, la campagna per il disarmo nucleare, l’uguaglianza, il femminismo, l’aiuto ai paesi del terzo mondo, il multiculturalismo e il modernismo).

 In verità il conservatorismo di “Scruton”, come quello di “Burke” e “Eliot”, è dinamico:

le trasformazioni dovrebbero, nella sua concezione, innestarsi su un terreno di continuità e gradualità, rispettando quella "tradizione" nella quale l’uomo ha sedimentato la propria esperienza e quindi la propria civiltà.

 Un tema approfondito nel libro “La tradizione e il sacro”.

 

Tra il 1979 e il 1989 Scruton sostenne attivamente i dissidenti del blocco orientale e in particolare la Cecoslovacchia, allora sotto il governo del Partito Comunista, contribuendo a tessere legami tra gli universitari dissidenti cechi e i loro coetanei in occidente.

In particolare, come membro della “Jan Hus Educational Foundation”, viaggiò spesso per Praga e Brno per aiutare la rete universitaria clandestina fondata dal dissidente ceco “Julius Tomin”.

 Con altri membri della fondazione contribuì alla diffusione dei "samizdat" (libri considerati illegali perché ostili al regime sovietico) che dall'Inghilterra arrivavano in Cecoslovacchia in valigette diplomatiche e offrì agli studenti di seguire a distanza un corso di Cambridge in teologia (dando gli esami in seminterrati clandestini).

Nel 1985 viene arrestato a Brno prima di essere espulso dal paese e il 17 giugno dello stesso anno è nella lista di persone ufficialmente indesiderabili in Cecoslovacchia.

 Per il suo lavoro di sostegno ai dissidenti ricevette nel 1993 il “First of June Prize” dalla città ceca di Plzeň e nel 1998 ricevette la Medaglia al valore dal presidente ceco Václav Havel.

Di sé “Scruto”n amava dire «La mia vita si divide in tre parti, nella prima ero infelice, nella seconda ero a disagio, nella terza cacciavo».

Dal 1992 al 1995 insegna” Elementi di Filosofia e Filosofia della musica” all'Università di Boston ma ogni weekend torna in Inghilterra per la tradizionale "caccia alla volpe".

Una passione che lo accompagnerà per il resto della vita e che considera non solo un'attività sportiva, ma anche un modo per proteggere un'identità sociale in via di distruzione.

 La magione acquistata nel 1993, la” Sunday Hill Farm a Brinkworth”, Wiltshire (un'immensa dimora bicentenaria collocata su un terreno di 35 acri, poi diventati 100), da lui chiamata con il nomignolo “Scrutopia”, è il luogo perfetto per dedicarvisi.

Sarà proprio in questo periodo, durante un ritrovo del “Beaufort's Hunt” che incontrerà la sua seconda moglie, la storica dell'architettura “Sophie Jeffreys”, da cui avrà due figli.

 

Il 12 gennaio 2020, a 75 anni muore il principe del conservatorismo britannico e uno dei più famosi filosofi contemporanei.

Nel 2016 la regina Elisabetta gli aveva concesso il cavalierato per «i servigi resi alla filosofia, all’insegnamento e all’educazione pubblica».

Di lui ci rimangono più di 50 saggi che spaziano dalla filosofia, all'arte, dalla musica, alla politica, dalla letteratura alla sessualità e alla religione, oltre a due romanzi e di due opere musicali.

 Oltre alle opere già citate ricordiamo, tradotte in Italia,” L’Occidente e gli altri”.

“La globalizzazione e la minaccia terroristica”, un saggio sui rapporti tra mondo islamico e Occidente e Il volto di Dio nel quale il filosofo ci guida a ritrovare (nelle relazioni umane, nell’esperienza dell’arte, nel rapporto con il territorio in cui prendiamo dimora) il sacro come custodia della bellezza del mondo, e la visione religiosa della vita come salvaguardia dell’umano oggi messo alla prova.

Riportiamo qui sotto un significativo brano dell'ultimo libro pubblicato in Italia nel 2018, “Sulla natura umana”, eredità preziosa di un vero umanista, perché mosso in tutta la sua opera da un solo interesse: capire l'uomo, e in particolare l'uomo del nostro tempo.

«In quanto persone, ci rendiamo responsabili delle nostre azioni e stati d’animo. L’abitudine stessa di trovare giustificazioni da dare agli altri ci spinge a richiederle anche per noi stessi.

 Veniamo quindi giudicati anche quando nessun altro ci osserva.

La consapevolezza dei nostri errori può abbatterci: aspiriamo all’assoluzione e proviamo spesso rimorso, senza sapere a quale essere umano appellarci per essere perdonati.

È questo ciò che si intende con ‘peccato originale’, ‘il crimine dell’esistere stesso’ come ha detto “Schopenhauer”: “das Schuld des Daseins”, l’errore di esistere come individuo, in un rapporto libero col nostro genere.

Tali sensi di colpa possono essere più o meno intensi.

 E generano il grande anelito che prende voce nell’arte tragica, ma anche nei più intensi amori e timori che proviamo in questo mondo:

l’anelito alla redenzione, alla benedizione che ci libera dalle nostre colpe.

Barlumi di questa benedizione ci sono offerti nelle esperienze di confine come l’innamoramento, la guarigione da una grave malattia, la maternità o paternità e il sacro timore davanti alle meraviglie della natura.

 In simili momenti, siamo sulla soglia del trascendente, protesi verso ciò che è impossibile raggiungere o capire fino in fondo.

E quello che riusciamo a capire, essendo una promessa di redenzione, va compreso in termini personali.

 È l’anima del mondo, la prima persona singolare che parlò a Mosè dal roveto ardente».

(Erica Crespi)

 

 

 

Barack Obama e il sogno americano.

 Cosmopolisonline.it - Giovanna Botteri – (10-2-2021) – ci dice:

 

Il 5 dicembre 1985, all’hotel Plaza di New York, “William F. Buckley”, forse il più famoso degli intellettuali conservatori americani, festeggiava i trent’anni della sua “National Review”.

 L’attore “Charlton Heston” presentava la serata di gala, di fronte ad un pubblico elegante e mondano, che andava da “William J. Casey” a” Nancy Kissinger” e “Tom Selleck”.

Tredici mesi prima Ronald Reagan era stato rieletto, conquistando tutti gli stati meno il Minnesota del suo avversario democratico, “Walter Mondale”.

«Come individuo lei incarna gli ideali americani a tutti i livelli» disse “Buckley” al presidente, «come massima autorità del paese, in ogni momento di grave difficoltà, noi dipendiamo completamente dalle sue scelte».

“Buckley” poi raccontò che aveva solo diciannove anni, quando gli americani sganciarono la bomba atomica su Hiroshima.

 Ne aveva sessanta il giorno della festa e aveva vissuto quegli ultimi quarantuno anni da uomo libero, in un paese libero grazie a quella bomba.

 E si augurava che i suoi figli e i suoi nipoti continuassero a vivere da uomini liberi senza dimenticare che dovevano la loro libertà al sangue dei padri.

Era l’epoca d’ora del reaganismo.

 Le luci scintillanti del Plaza e la guerra fredda che imponeva di non dimenticare mai le minacce in agguato dall’esterno.

Il Partito democratico, distrutto dalla sconfitta di “Mondale”, cercava di riorganizzarsi.

L’idea era di ricominciare dal North Carolina.

Ma il comitato partito da Washington, di cui faceva parte anche “Joe Biden”, incontrava solo ex-elettori delusi, che dicevano che non erano stati loro, ma il partito, a smettere di credere.

Alla fine il comitato decise di annullare tutti gli appuntamenti, e di mantenere solo un fundraising, una raccolta di fondi, in un albergo vicino all’aeroporto di Greensboro, da cui poi sarebbe ripartito.

 La giornata era fredda e piovosa, e la delegazione di democratici era sicura che non si sarebbe presentato nessuno.

Ma quando arrivarono, c’era una fila lunghissima che li aspettava sotto la pioggia.

Per “Jon Meacham”, politologo ed editorialista di “Newsweek”, in questi due momenti, la” festa al Plaza” e l’assemblea a “Greenboro”, si ritrovano le radici della politica americana.

E probabilmente un pezzo di verità della lunga corsa elettorale per la Casa Bianca. La più lunga, la più combattuta e forse la più appassionante che la storia americana abbia mai conosciuto.

Gli otto anni di amministrazione Bush hanno prodotto due guerre sanguinose ed irrisolte, in Iraq e in Afghanistan.

Un’economia in recessione.

Un gigantesco intervento federale che la gente comune vive come un tentativo di salvare la finanza a spese delle famiglie.

 La strada per i democratici dovrebbe essere spianata, ma la realtà è più complessa e contraddittoria, come sempre.

Gli Stati Uniti sono un paese fondamentalmente conservatore, con una solida maggioranza di centro-destra.

E i presidenti democratici che sono riusciti a vincere le elezioni restano ancora un’eccezione.

 Franklin Delano Roosevelt vinse nel 1932, quando il paese era in piena recessione. Gli americani videro in quell’uomo che da sempre lottava e vinceva contro la poliomielite che lo costringeva su una sedia a rotelle, il presidente giusto per capire la sofferenza della grande depressione.

 FDR, come da allora lo chiamò tutto il paese, fece intervenire massicciamente lo stato con denaro e misure radicali di salvataggio.

Con il New Deal gli Stati Uniti uscirono dalla recessione.

“John Fitzgerald Kennedy” vinse le elezioni nel 1960, in un periodo straordinario di fermento culturale e morale.

 A sud la minoranza afroamericana aveva iniziato una lunga marcia per i diritti civili destinata a coinvolgere bianchi e neri, uomini e donne, giovani studenti e vecchi predicatori.

 I sogni di integrazione di Martin Luther King Jr. si mischiavano al rock‘n’roll di Elvis Presley, ai primi Beatles, al ribelle romantico di Marlon Brando.

E quando JFK disse che si poteva avere la luna, bastava semplicemente volerlo, gli americani gli credettero.

Il suo assassinio, e quello di suo fratello e del reverendo King nel 1968, furono una lezione di realismo per chi aveva osato sognare.

In quello stesso anno, gli americani scelsero ancora un repubblicano, Richard Nixon.

William Jefferson “Bill” Clinton, l’ultimo presidente democratico, ce la fece nel 1992 con una linea politica molto moderata e attenta a quello che interessava di più l’elettorato.

“It’s the economy, stupid”, diventò la parola d’ordine della sua campagna elettorale.

 Piaceva così tanto Bill che fu rieletto anche quattro anni dopo, nonostante il tracollo del Partito democratico, che perse il controllo del Congresso.

La moglie di Clinton, l’avvocato “Hillary Rodham”, è una dei primi a candidarsi per le presidenziali del 2008.

Intelligente, determinata, dura, il senatore di New York resta saldamente in testa ai sondaggi tutto il 2007.

 L’idea di una donna per la prima volta presidente degli Stati Uniti sembra il capitolo finale delle lunghe battaglie femministe iniziate negli anni cinquanta.

 Ma ai suoi comizi, ai suoi eventi, la gente va per vedere il marito, per sentire Bill. Che continua ad affascinare le platee, soprattutto quelle femminili, e che resta il simbolo degli anni novanta: anni di pace e prosperità per il paese.

 È la nostalgia di Bill che trascina Hillary Clinton.

 La sua arma straordinaria, quella che all’inizio è la sua forza, finisce per diventare il suo handicap, quando in campo scende Barack Obama.

 Che immediatamente, con i suoi pochi anni, la sua estraneità all’establishment, la sua storia personale così vicina al sogno americano, getta una luce cruda e impietosa sui sessant’anni dell’avversaria.

Otto già passati alla Casa Bianca, ma a ricevere le signore, e comunque parte integrante dell’odiato mondo politico di Washington, quello che il paese accusa per la crisi e le difficoltà.

Quando dalla campagna di Obama, dall’inventore della sua strategia elettorale, David Axelrod, esce la parola d’ordine CHANGE, cambiamento, il destino di Hillary è già segnato.

Quello di Barack, invece, deve appena cominciare.

Mai nella loro storia gli Stati Uniti hanno avuto un candidato come lui.

Giovane, appena quarantaseienne, nato lontano, alle Hawaii, da una diciottenne bianca del Kansas, Stanley (nome da uomo perché il padre avrebbe voluto un maschio) Ann Dunham, e da un giovane studente africano, Barack Obama Sr., arrivato da Kogelo, piccolo villaggio del Kenya, che li abbandonerà meno di due anni dopo.

 Nell’America dei primi anni sessanta non deve esser stato facile per una ragazza con pochi soldi crescere da sola il suo bambino afroamericano.

Ma Ann è uno spirito libero, anticonformista.

Dopo il fallimento del primo matrimonio si risposa con un altro studente, indonesiano, e va a vivere con lui e con il figlio a Jakarta.

 Obama frequenta la scuola in Indonesia, assieme a musulmani e cristiani.

A dieci anni torna nelle Hawaii, e sarà la nonna a crescerlo.

 Al liceo entra nella squadra di basket, si fa chiamare Barry, fuma spinelli, e beve alle feste, dove è sempre l’unico afroamericano del gruppo.

Dopo la maturità cambia vita.

Decide di farsi chiamare con il suo vero nome, Barack, e riesce ad entrare nell’esclusiva “Columbia University di New York”, dove si laurea in scienze politiche con una specializzazione in relazioni internazionali.

 Trova un lavoro come organizzatore sociale e parte per Chicago nel 1987.

Lavora nei ghetti della città, a contatto con quella miseria che già ha conosciuto in Indonesia.

Ma continua a studiare, e viene ammesso alla facoltà di legge di Harvard.

È già un leader.

 Diventa il primo afroamericano direttore della prestigiosa “Harvard Law Review”, e conosce la futura moglie,” Michelle Robinson”.

“Ann Durham” farà in tempo ad assistere al loro matrimonio, ma non alla nascita della prima nipote.

 Un cancro se la porta via, a 52 anni.

Durante la malattia della madre, il futuro presidente vive l’ingiustizia del sistema sanitario americano, che abbandona chi non ha i soldi per pagarsi l’assicurazione.

Nessuno come Obama è riuscito ad incarnare il sogno americano, per cui chiunque, anche un giovane afroamericano senza padre e senza radici può trovare la sua strada, la forza, l’affermazione.

 Il suo programma di cambiamento, il suo rifiuto dell’idea stessa di guerra preventiva, di paura, come diceva Franklin D. Roosevelt, la sua volontà di chiudere per sempre l’immagine di un’America chiusa nella propria superiorità militare e finanziaria, la sua personalità carismatica, le sue idee sociali, creano attorno a lui un movimento di giovani, di intellettuali, di afroamericani, capace di far riscoprire al paese l’amore per la politica e la passione per l’impegno.

Si forma attraverso internet una rete alternativa e parallela, fatta di militanza e creatività.

I volontari si organizzano in piccoli gruppi, presenti in ogni stato, ogni città, ogni quartiere.

A sostenere un apparato che nasce con pochissimi mezzi, il denaro dei piccoli donatori.

 Migliaia, più di un milione di persone che con i loro 25, 50 dollari, consentono ad Obama di fare a meno delle lobbies e dei grandi gruppi di pressione per mettersi nelle mani dei piccoli contributori, rifiutando clamorosamente il denaro pubblico.

E se Barack Obama è il ragazzo che tutta la vita cercherà di convivere con l’abbandono del padre, l’avversario che si trova di fronte è un uomo cresciuto nel culto del padre.

 John Sidney McCain III ha sempre dovuto fare i conti con i primi due “John Sidney McCains”.

Entrambi ammiragli a quattro stelle, la massima onorificenza nella Marina degli Stati uniti, piccoli di statura ma di grande presenza, grandi sostenitori del codice militare.

Dovere, Onore, Patria.

E quasi tutti i 72 anni della sua vita sono stati una battaglia fra il bisogno di rispettare i propri principi, quel codice di onore che gli è stato instillato fin da bambino, e le ambizioni della sua carriera politica.

Per sostenere la sua credibilità di conservatore e vincere in Arizona, votò contro la giornata in onore di Martin Luther King Jr.

Per conquistare voti nella Carolina del Sud, mostrò rispetto alla bandiera confederata, simbolo del segregazionismo sudista.

Spietato giudice di sé stesso, McCain si costrinse a tornare in Carolina, per scusarsi pubblicamente, con un candore raro per un politico.

Ho sbagliato, disse, perché sono venuto meno al codice morale della mia famiglia, mettere avanti a tutto il paese.

 “The country first”, uno degli slogan della sua campagna elettorale.

Nei molti momenti difficili della sua vita ripete lo stesso mantra con cui si è sempre sostenuto.

Quando in Accademia Navale saliva sul ring per gli incontri di boxe, quando i Vietcong lo torturavano per farlo parlare nei cinque anni di prigionia in Vietnam, quando nella sua carriera di repubblicano “maverick”si è ritrovato solo, contro tutti.

“Game, face on!”, ripeteva allora, e sempre durante la campagna elettorale tutta in salita.

Coraggio, rialzati, non mollare, resisti.

E c’è voluto tutto il coraggio di un veterano, e di un eroe di guerra come McCain, per affrontare le presidenziali 2008.

Dopo otto anni alla Casa Bianca, il repubblicano George W. Bush ha un livello di impopolarità da record.

Nessun presidente prima di lui, nemmeno Richard M. Nixon dopo la scoperta del Watergate e l’impeachment nel 1974, arrivò ad essere così tanto detestato.

 A Bush gli americani rimproverano due guerre, dagli esiti incerti ma con un altissimo tributo di sangue, un terrorismo sempre minaccioso, con Osama Bin Laden ancora libero, e quel che più conta, una crisi economica che ha trascinato il paese in recessione.

“McCain” ha l’impossibile missione di convincere lo zoccolo duro del partito repubblicano che lui seguirà le orme del vecchio presidente, e il resto del paese che non lo farà.

Che è un “maverick”, contrario alla tortura e al carcere speciale di Guantanamo, e contemporaneamente rassicurare gli ultraconservatori che hanno sempre diffidato di lui.

 Conquistare voti democratici ma non per questo perdere l’elettorato repubblicano.

 I sondaggi lo danno costantemente in svantaggio di un paio di punti.

 Ma la lezione di Buckley all’hotel Plaza è sempre valida.

Gli Stati uniti sono un paese sostanzialmente conservatore, una nazione di centro-destra.

Non sono i democratici a vincere, ma i repubblicani a perdere.

E per il complicato meccanismo elettorale americano quello che conta non è il voto popolare complessivo, ma il numero dei cosiddetti grandi elettori che ogni stato elegge.

 Nel 2000 Al Gore ebbe più voti di George W. Bush.

Ma i repubblicani vinsero in Florida e in Ohio, e la Casa Bianca fu loro.

Alla vigilia della convention repubblicana, la squadra di John McCain, con testa i suoi top aides, i suoi più stretti consiglieri, “Steve Schmidt” e “Rick Davis”, esce con un colpo di scena clamoroso.

“Sarah Palin”, sconosciuta governatrice dell’Alaska, sarà la candidata repubblicana alla vicepresidenza.

 La scelta nasce durante una crociera in Alaska organizzata dalla “National Review” nell’estate del 2007, a cui partecipa l’élite conservatrice americana.

La governatrice accoglie tutti nella sua casa di Wasilla, grande ma modesta, cucina lei, a tavola ci sono anche i figli piccoli.

Gli intellettuali di Washington vengono conquistati dal suo stile.

 È genuina, profondamente conservatrice da ogni punto di vista, politico, religioso, sociale, è aggressiva, cacciatrice ed antianimalista, è stata una reginetta di bellezza ed è ancora una bella donna.

Il giorno dopo la designazione, i giornali scoprono che la figlia adolescente è incinta, che l’ultimo nato ha la sindrome di down, che lei e il marito hanno cercato di far licenziare l’ex-cognato perché aveva chiesto il divorzio dalla sorella, e che non è mai uscita da Wasilla.

Poco importa.

In casa repubblicana è nata una stella.

Sarah Palin scatena la curiosità e l’interesse di tutti i media americani e stranieri, conquista le prime pagine, i titoli di testa.

Negli Stati Uniti ormai si parla solo di lei.

 L’effetto trascinante riempie i comizi di McCain, dove folle urlanti di fan accolgono la candidata vicepresidente come una cantante o un’attrice.

La Palin lancia l’attacco frontale ad Obama in tutti i meeting elettorali.

È un bugiardo, inesperto, amico di terroristi, antiamericano. Agli elettori degli stati chiave, gli “swing states” che tradizionalmente non sono né repubblicani né democratici e decidono chi sarà il presidente, arrivano telefonate in cui si spiega come” Barack Hussein Obama” sia un arabo, un musulmano, un uomo pericoloso per la sicurezza del paese.

Durante una riunione della Palin in Florida, qualcuno comincia ad urlare “uccidiamolo, uccidiamolo!”.

John McCain raggiunge l’avversario nei sondaggi.

È allora che il sistema finanziario americano crolla.

 I mutui immobiliari a basso tasso di interesse, lanciati dopo l’11 settembre 2001 dal presidente della banca centrale americana Alan Greenspan per mantenere la fiducia nel paese, sono cresciuti talmente che la gente non può più pagare.

Cominciano gli sfratti, e le banche e gli istituti legati ai mutui subprime si ritrovano in bancarotta.

Bear Stearns, Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac, Washington Mutual, AIG.

Wall street precipita, ma la crisi finanziaria si estende presto al settore industriale, alla “main street.”

 In un anno due milioni di persone perdono il lavoro.

Gli Stati Uniti sono in recessione.

Il presidente Bush chiede un aiuto da 700 miliardi di dollari per le banche.

McCain reagisce ancora una volta d’impulso, e annuncia di sospendere la campagna elettorale per occuparsi della crisi.

Ma a Washington scopre che i repubblicani difendono l’ultraliberismo, rifiutano l’idea di un aiuto dello stato, convinti che il mercato ha le sue regole.

Dopo due giorni ammette di essersi sbagliato, e riprende la campagna.

Sarah Palin rivela in un paio di interviste la sua impreparazione, la sua totale inesperienza.

 In un momento così grave, la sua inadeguatezza finisce per spaventare gli americani.

 La gente comune, la “main street”, quella classe media lavoratrice che non ha mai creduto nel giovane senatore afroamericano, comincia ad ascoltarlo, finisce per apprezzare la sua freddezza, la lucidità, l’intelligenza brillante e visionaria, il coraggio di aver puntato sui giovani e le minoranze accompagnato dall’umiltà nella scelta di un vice esperto e rassicurante come “Biden”.

Quando mancano solo pochi giorni al voto, i due candidati concentrano le forze in uno degli stati chiave, la Pennsylvania.

Stato operaio, bianco in maggioranza, dove il razzismo è ancora forte, radicato, e il risultato finale incerto.

 Una serie di temporali violenti si abbatte sulla regione.

 McCain deve rinunciare ai comizi.

Barack Obama invece si presenta, e sotto una pioggia dura e fredda, incurante della tempesta, parla ad una folla che è rimasta ad aspettarlo, per ore, solo per ascoltarlo, per seguirlo.

Siamo qui perché possiamo farcela, ripete Obama, “yes we can”, possiamo vincere insieme la crisi e la guerra, riprendere in mano il nostro futuro. Possiamo conquistare la luna. Realizzare i nostri sogni.

Nella notte fra il 4 e il 5 novembre 2008 Barack Obama diventa il primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti.

 

 

 

LE ANIME IMMORTALI: IL PERCORSO

DELLE ANIME IMMORTALI.

Amazon.com – Gian Mario Seu -autore – (8 -12- 2020) – ci dice:

 

La prima anima e l’anima del Supremo Dio Creatore, Essa è nata dal suo primo pensiero che creò la prima scintilla di luce che nell’espandersi creò il Vento dello Spirito che è la Vita.

La Luce e la Vita sono lo Spirito di Dio, una goccia nell’oceano infinito dello Spirito infinito di Dio.

 L’anima umana che abita nel cuore dell’uomo, è collegata all’anima di Dio, da dove per avvenimenti conseguenti ha avuto origine.

 Quando l’uomo muore e il suo cuore si ferma.

La sua anima si trova smarrita, perché ha perso la sua casa, ma non muore come il corpo, ma continua a vivere.

Il percorso che intraprende è in funzione della sua appartenenza per famiglie e per attrazione vibrazionale energetica che la porta a intraprendere un nuovo percorso nella continuità della vita infinita.

Avrò modo di spiegare anche in seguito il percorso dell’anima dopo la morte che è la ragione di cui ha bisogno l’essere umano.

È giunto il tempo di togliere il velo, per fare progredire il livello di conoscenza e l’evoluzione della comprensione umana.

L’ANIMA E IL CUORE. Il luogo dove risiede l’anima è il cuore.

È nel cuore che nasce l’anima al momento della procreazione durante l’atto sessuale tra un uomo e una donna.

 È nel cuore che abita ‘l’anima e vive la vita insieme all’uomo.

 Quando un uomo riesce, a mezzo del suo cervello, a collegarsi con l’anima, si diventa un tutto uno con Il Supremo Dio Creatore.

 L’anima è una parte di Dio, è tramite lei che possiamo collegarci e dialogare con Dio, come una goccia che si unisce al mare.

 Il mare è la Consapevolezza che nutre l’anima e tramite essa si dà sazietà al cuore che può capire così ogni cosa.

 Quando hai dubbi, pensieri e quesiti per spiegare la vita e ogni cosa, chiedi al tuo cuore, esso conosce tutte le cose e le risposte che giungono direttamente dal tuo cuore e dalla tua anima, sono pura consapevolezza, Dio.

L’ANIMA. L’anima è immortale.

 Essa possiede le chiavi del corpo umano.

 È l’anima che decide di dare i comandi di morte cellulare.

 L’anima ha il potere di influenzare la coscienza che di fatto agisce nel subconscio e comanda il corpo cellulare a mezzo del DNA.

Il perché a un certo punto della vita di un corpo umano la sua anima prende questa decisione è un mistero.

Ma certamente uno dei motivi è che l’anima dentro il corpo ha raggiunto il fine e lo scopo per cui vi è entrata e cioè fare certe esperienze.

Quella precisa esperienza che ha indotto l’anima a fare quella precisa esperienza è quando essa è compiuta e non vi è più ragione per continuarla.

 L’anima decide di influenzare la coscienza e il subconscio che esegue i comandi di morte cellulare così da potersi liberare del corpo e poter andare a fare altre esperienze e continuare a vivere altrove.

Qui ho spiegato perché; si muore fisicamente.

Ma non è questo il fine che io mi pongo quando parlo e spiego.

 Il motivo che mi spinge a spiegare agli altri a che almeno qualcuno comprenda e sempre più comprendano come espandere e allungare la vita.

 Questo è quello che io ho fatto e capito ed è che se l’anima ha le chiavi del corpo umano, la cosa migliore è parlare con la propria anima e darle delle ragioni a che essa trovi convenienze, curiosità, interessi a continuare la vita dentro al corpo che la contiene.

Magari prima che prenda la fatidica e irrevocabile decisione è molto meglio darle nuovi interessi e curiosità che stimolino l’anima che non è ancora il momento, che ancora molte cose rimangono da fare e che si può continuare a fare esperienza nello stesso corpo senza doverne andare alla ricerca di un altro magari più giovane.

 Così si spiega anche perché bisogna essere sempre curiosi e avere stimoli nuovi e motivazioni per continuare a vivere la vita.

 

 

 

 

Chi vuole vivere per sempre?

  Indiscreto.org – Andrea Cassini – (22/01/2019) – ci dice:

L’immortalità attraverso i miti, la Bibbia, l’epopea di Gilgamesh, Il Signore degli Anelli e Dragon Ball.

 E spiegata nell’ “Homo Deus”, di “Yuval Noah Harari”.

Tutti gli uomini sono mortali.

 Socrate è un uomo. Socrate è mortale.

 Così enuncia il sillogismo che avvia l’insegnamento della logica;

 sotto la maschera di una banale constatazione si afferma invece la condizione d’esistenza più forte del nostro genere.

Muoio dunque sono, sembra suggerire.

La vita esiste, e acquista senso, in opposizione alla sua controparte.

Laddove cultura, provenienza, colore della pelle e conto in banca ci differenziano, la morte ci rende tutti uguali.

Nelle parole che Shakespeare metteva in bocca ad Amleto: “un grasso re ed un magro mendicante non sono che due piatti, due portate d’un unico banchetto”. Oppure, più prosaicamente: “God made men. Samuel Colt made them equal”, adagio che accompagnava la diffusione dei revolver calibro 45 nel Far West.

Bene.

Immaginate un mondo e un uomo diverso senza la morte: l’essere umano si potrà ancora definire tale?

Mentre in diversi angoli del pianeta, Italia compresa, ancora ci si interroga sulla definizione legale di morte e si approva la normativa sul testamento biologico dopo mille ritardi, la scienza punta a cancellare la parola stessa dal dizionario.

I primi a-mortali.

Il ricercatore “Josè Luis Cordeiro”, all’ultimo “Congresso su Longevità e Criopreservazione” di Madrid, ha segnato sul calendario una data: 2045.

 A chi lo accusa di covare aspettative troppo ottimistiche risponde citando il ritmo esponenziale con cui la tecnologia trascina gli studi:

 in 7 anni abbiamo mappato l’1% del genoma umano, nei successivi 7 il restante 99%.

“Aubrey de Grey” è forse il più celebre gerontologo in circolazione;

di sicuro è il più riconoscibile, con lo stile trasandato e la barba da profeta biblico. Condivide le tempistiche del collega e anche lui è convinto che i primi uomini a divenire a-mortali camminino già sulla Terra.

(Sono i futuri uomini a capo del governo unico mondiale! N.d.R.)

 Il prefisso scelto è a- anziché in-, perché un evento traumatico potrebbe comunque infliggere al corpo danni tali da interrompere la vita;

 se incontraste un cowboy con una Colt calibro 45, insomma, il suo proiettile continuerebbe a giocare il ruolo del “great equalizer”.

 L’obiettivo di “de Grey” e del suo progetto “SENS “(Strategies for Engineered Negligible Senescence) è combattere l’invecchiamento, la prima e più banale causa di morte, lanciando l’umanità in corsa alla velocità di fuga, sempre un passo avanti all’avversario.

 Si tratterebbe di un processo graduale, teorizza” de Grey”, in grado di riportare un novantenne al fisico di un trentenne riparando i danni dovuti all’invecchiamento.

Rubare qualche lustro a ogni seduta di “ringiovanimento” in attesa che, come confida “de Grey,” nuove scoperte e tecnologie più raffinate permettano di spiccare il grande salto: l’inevitabile non sarà più inevitabile.

A “onor del vero” non tutte le voci sono concordi.

 Lo stesso “SEN”S di “de Grey” ha incassato numerose critiche, una su tutte la polemica con la rivista “Technology Review”.

Pochi mesi fa i ricercatori” Paul Nelson” e “Joan Masel”, della “University of Arizona”, hanno pubblicato un articolo dove sostengono, con l’ausilio di modelli matematici, che nella corsa contro l’invecchiamento saremo sempre destinati a perdere.

 Possiamo agire sulla selezione naturale rendendola perfetta, sfruttando la competizione intracellulare, ma le cellule cancerogene non seguono le regole d’ingaggio.

Imbrogliano, e vincono la partita.

 

Ci sono altre strade percorribili, tuttavia.

Anziché rendere l’umanità una progenie di Matusalemme, i pionieri del “mind-uploading” puntano a trasferire menti coscienti su computer a reti neurali.

 Se il corpo si deteriora basterà traslocare in uno fresco, o sviluppare una completa indipendenza dai supporti organici.

 Per quanto la perfetta emulazione del cervello sia ancora lontana – e ancora più complesse sono le domande intorno l’identità della coscienza – la prospettiva di vivere attraverso un avatar non è così fantascientifica.

L’ultima spiaggia la offre la “crionica”, cioè il preservare il corpo in attesa di tempi migliori:

“James Bedford” attende pazientemente dal 1967, congelato nella sua vasca.

 

Al di là delle tempistiche, più o meno concrete, il fatto rilevante è che la ricerca dell’immortalità si è guadagnata un posto nell’agenda del terzo millennio.

 Sì, prima ancora di ridistribuire cibo e ricchezze, debellare malattie curabili e sconfiggere l’ignoranza tramite l’istruzione.

 Non c’è da stupirsi che la scienza guardi avanti, convinta che ogni problema sia una tessera da domino perfettamente allineata con la successiva.

 È nella sua natura.

 È nelle leggi che enunciava Arthur C. Clarke: “l’unico modo per scoprire i limiti del possibile è spingerci un po’ oltre, verso l’impossibile”.

 

La domanda più interessante è: saremo pronti a un’esistenza” death-proof”?

Abbiamo inventato il divino per spiegare l’ignoto, e lo abbiamo collocato in una sfera diversa; immortale, appunto.

Allo stesso tempo, secondo molte culture condividiamo con quel divino la medesima sostanza, siamo composti “a sua immagine e somiglianza”.

Abitavamo addirittura nello stesso luogo, un tempo.

Per gli animisti, condividiamo anche il destino immortale: semplicemente, la parte di noi che dura in eterno non è il corpo.

Un principio tramandatosi fino alle religioni moderne, ma impossibile da accettare in civiltà complesse, stratificate, dove si bada al pane nel piatto o ai soldi nelle tasche.

Ed ecco che la vita mortale diventa una punizione, e l’immortalità un premio da guadagnare.

Una delle più rosee prospettive per il futuro ci vede attori secondari in un mondo governato da intelligenze artificiali.

 Immortali, coccolati dalle macchine, liberi di dedicarci a svaghi e piaceri.

 Che sia quello il paradiso perduto?

Ma sarà anche ciò che l’uomo vuole, ciò di cui ha bisogno?

“Jorge Luis Borges” ci metteva in guardia.

“Finché durerà” diceva della “Città degli Immortali”, “nessuno al mondo potrà essere prode o felice”.

Il tribuno, protagonista del racconto con la missione di raggiungerla, fu reso sgomento dalla “quiete perfetta” degli abitanti, “invulnerabili alla pietà”, dove la “perfezione della tolleranza” era anche la perfezione del disdegno.

 Corse fino a bagnarsi nelle acque del fiume che lo riconduceva tra i mortali.

Rinato a nuova vita, la apprezzava infine come un dono prezioso; priva di una data di scadenza, si sarebbe dovuta chiamare con un altro nome.

L’elisir di lunga vita.

A poco è valso l’invito di Epicuro:

“abituati a pensare che nulla è per noi la morte”.

Perennemente in ambasce quando si tratta di riconoscerla come chiave della propria identità, l’uomo comincia presto a farsi ossessionare da un futuro oltre la vita.

Quella di “Gilgamesh” nell’omonima epopea, vecchia di 4500 anni, è la prima catabasi nella storia della letteratura.

Quando gli dei condannano alla morte “Enkidu”, prima rivale e poi compagno di mille imprese, il Re incarna tutto lo stupore del primo uomo:

la vita, che credeva eterna, è invece caduca.

“Enkidu” è anche alter ego dello stesso “Gilgamesh”:

 capiamo dunque che l’esperienza della morte spetta a chi sopravvive, costretto a fare i conti con l’idea della propria dipartita.

“Gilgamesh” scavalca mari e monti, sconfigge uomini-scorpione e discute con antichi profeti, per ritrovare l’amico “Enkidu”, ma soprattutto per salvare se stesso.

Non ci riuscirà.

Raccolta la pianta della giovinezza nel più profondo degli abissi, un serpente gliela ruberà sotto il naso prima che possa tornare in superficie.

 L’animale rappresenta il “fato avverso”, lo stesso che polverizzò “Euridice” sotto gli occhi di “Orfeo”, più che il consigliere maligno di Adamo ed Eva.

Simili miti compaiono anche in cicli fondativi di altre culture, persino allontanandosi dall’ambiente indoeuropeo, perché la catabasi è viaggio interiore, nella mente prima che nel territorio, e i miti interpretano quello che l’uomo non sa ammettere:

la nostra identità appartiene alla stessa terra in cui finiamo sepolti.

 Intrappolata nell’aldilà dopo la ribellione di un figlio, la dea giapponese” Izanami” consuma il cibo dei morti e si trasforma in un demone.

 Il marito “Izanagi”, accorso negli inferi per riscattarla, scapperà inorridito e serrerà la porta con un masso.

Quel mostro terrificante non era più la sua compagna.

L’immortalità non è faccenda che compete agli uomini; in certe culture, nemmeno agli dei.

Eppure, da “Gilgamesh” a “Aubrey de Grey”, c’è chi non si rassegna.

Gli antichi imperatori cinesi rincorrevano l’idea con particolare entusiasmo.

Nel terzo secolo a. C. Qin Shi Huang inviò a tale scopo il proprio alchimista di fiducia, Xu Fu, in un viaggio in mare verso l’oriente ignoto, accompagnato da migliaia di vergini.

Non tornò a casa con l’elisir di lunga vita, ma secondo una versione della leggenda scoprì il Giappone.

Altri tentativi sortirono risultati più tragici.

Nella stessa epoca i medici taoisti avevano diffuso l’idea che ingerire sostanze come giada, ematite e soprattutto oro in forma liquida prolungasse la vita.

Il numero di nobili e funzionari morti per avvelenamento da mercurio e arsenico è difficile da calcolare, ma lo storico inglese “Joseph Needham” ha stilato una lista esauriente, che parte col già citato imperatore della dinastia” Qin” per finire solamente nel 1735.

Tra cielo e terra.

Finora abbiamo parlato di miti per il loro valore simbolico, ma essi sono in primo luogo storie.

Una volta dirottata l’attenzione filosofica per l’argomento, l’immortalità continua ad alimentare la letteratura con la potenza dei migliori motori narrativi.

La letteratura fantastica elabora il tema con la consueta versatilità, dal Medioevo fino ai giorni nostri.

L’immaginario cristiano si espande al ciclo arturiano quando “Robert de Boron” definisce sacro il Graal che già inseguiva il cavaliere “Perceval”, integrando la passione di Cristo con la leggenda del Re Pescatore.

La queste du Graal diventa allora l’ennesima variazione sul tema, la ricerca dell’immortalità che si nasconde dietro quella del mistico.

 Nella tradizione nordeuropea, specialmente celtica, non si contano le storie incentrate sulla scoperta di un mondo parallelo, precedenti al cristianesimo e poi inglobate dallo stesso.

L’Irlanda vanta un intero genere dedicato a racconti di avventure per mare, le immrama, che finiscono in un aldilà magico e benevolo.

Paesi dell’abbondanza, imparentati col Valhalla germanico e i Campi Elisi, “Isole della Gioia” dove il tempo scorre diversamente.

Per raggiungerle, a dimostrazione della loro collocazione parallela, è necessario superare un rito:

perdersi, valicare un portale, attraversare un ponte di vetro sospeso in mezzo al mare come nel Viaggio di San Brandano.

 Simili paradisi terrestri sono abitati da una popolazione immortale, talvolta dagli stessi dei, ma immancabilmente il protagonista è costretto a fare ritorno alla civiltà.

Nel fantastico accade però anche il contrario.

 Il mondo fatato può fare visita al nostro, o persino sovrapporsi in particolari circostanze.

 Incontriamo così gli abitanti del faerie, mondo parallelo di cui scriveva Tolkien: dei e demoni, spesso relitti dei culti pagani, ma anche figure ctonie come fauni, silvani, satiri, ninfe.

Longaevi, coloro che vivono a lungo;

li definiva così già l’autore Marziano Capella, nel quinto secolo, e questo rimando ci conduce dritti al fantasy dei giorni nostri. Proprio ai “longaevi” “C. S. Lewis” dedicava un intero capitolo del suo saggio The Discarded Image, preferendo il termine latino a quello scelto dal collega e amico, ma accettandone la collocazione: “their place of residence is ambiguous between air and Earth”.

L’opera dello stesso Tolkien propone un interrogativo penetrante, che si riallaccia a quello che la scienza suggerisce ai giorni nostri.

Cosa fare di una vita che non ha fine?

 Gli elfi di Tolkien sono i potenti eroi del Silmarillion, ma sono anche gli Elrond e le Galadriel, isolati e straniati dal mondo che li ospita.

Hanno intuito che millenni di vita conducono a un ciclo interminabile di gioie e dolori, punteggiato da azioni ininfluenti se osservate da una prospettiva eterna.

Inoltre, c’è da affrontare il rischio di veder morire chi si ama; per questo “Elrond sconsiglia ad “Arwen” l’unione con “Aragorn”, memore dell’esempio di “Beren” e “Lùthien”.

“Aman”, il continente dove risiedono gli dei, è per gli “elfi immortali” l’equivalente del “Tir na nóg” della mitologia irlandese.

Raggiungerlo, come mostra la partenza dai “Porti Grigi “in chiusura del Signore degli Anelli, significa congiungersi con un altro mondo una volta esaurito il proprio ruolo nel corrente.

Una delle tante parafrasi valide anche per la morte.

Poi è stato il turno della fantascienza d’impossessarsi del tema. “Mind-uploading” (“Ubik” di “Philip Dick” è una lettura obbligata), criogenizzazione, manipolazione di tempo e spazio, robot e cyborg: da oggetto di ricerca spesso la vita eterna diventa un dato di fatto, e il succo della narrazione sta nell’affrontare le problematiche che ne susseguono.

Una la evidenzia “Richard K. Morgan” in” Bay City”, del 2002, a cui si ispira l’imminente serie tv “Altered Carbon” programmata da “Netflix” per il 2018.

Nel suo mondo “cyberpunk” è possibile scaricare la propria identità su un supporto elettronico per trasferirla in custodie, corpi organici o sintetici.

 Ma non per tutti è così.

 Come in ogni epoca, lo notavamo già in apertura dell’articolo, dove la morte ci pone sullo stesso piano, ricchezza e cultura ci rendono diversi.

I Cattolici si oppongono alla pratica della ri-custodia per ragioni etiche, mentre chi gode di un reddito medio o basso può comunque permettersene solo una.

 I più ricchi dispongono invece di un backup, rendendosi di fatto immuni anche alla distruzione della matrice: in una parola, immortali.

Interrogato sulla possibilità che le tecnologie da lui propagandate possano alimentare ingiustizia e disparità, “Aubrey de Grey” non mostra segni di preoccupazione.

 In una prima fase solo i benestanti potranno sottoporsi alle sedute di ringiovanimento, sostiene, ma in breve tempo i costi si abbatteranno: la vita eterna sarà roba per tutte le tasche.

Tale è la sua fiducia nel progresso, ed è difficile trovare suoi colleghi che la pensino diversamente.

 Casomai, il problema è l’opposto: che questo progresso ci sfugga di mano e le macchine comincino a operare su basi a noi sconosciute.

 

Eterno ritorno.

Cosa fare dunque di una vita eterna?

Nel recente saggio “Homo Deus”, “Yuval Noah Harari” (filosofo preferito da Klaus Schwab e dagli uomini globalisti di Davos) sfiora un concetto interessante.

Poniamo che il primo uomo a-mortale cammini effettivamente tra noi nel giro di cinquant’anni.

 Che tipo di esistenza potrà condurre, sapendosi immune all’invecchiamento ma a rischio di morte per un qualsiasi scontro autostradale?

Con un’aspettativa di vita che si estende per secoli, le probabilità di finire coinvolti in qualche incidente si alzano.

Condurrà un’esistenza appartata, prudente, attento a non farsi nemici che possano sorprenderlo alle spalle con la succitata Colt calibro 45?

O, al contrario, passata l’eccitazione iniziale e varcata la soglia della noia si getterà in rischi di ogni tipo?

Posto di fronte a un simile dubbio, l’impianto manicheo di un manga come Dragon Ball non ammette indugi.

I villain” del fumetto mettono in pericolo pianeti e galassie, sono loro a dettare legge, e la loro legge consiste in un gioco di potere, spiccatamente marziale. Il potere non è mai abbastanza, e la sua ricerca coincide con quella della vita eterna.

Freezer, dittatore interplanetario, la sfrutterebbe per reiterare il suo dominio fino a esaurire gli avversari, in un eterno ritorno.

 Per quanto potente, egli non è però divino; chiede allora appello al sovrannaturale, nella figura del drago Polunga che, una volta raccolte le sette sfere, esaudisce tre desideri.

L’opposizione degli eroi, capeggiati da “Son Goku”, impedirà a “Freeze”r di raggiungere il proprio scopo, ma il dettaglio più interessante emergerà in seguito: nemmeno i poteri del drago sono infiniti, e non travalicano quelli del dio che lo ha creato.

 Può riportare in vita una persona, come ben sa lo sfortunato “Crilin”, ma solo se è deceduta per cause violente.

Può, insomma, riparare i danni del male, ma non creare il bene.

Akira Toriyama, autore della saga delle sette sfere, ha compreso la lezione della mitologia giapponese e ce la propone in uno “shonen “ricco di botte e di avventura: come nella leggenda di Izanami e Izanagi, l’immortalità non è faccenda per gli uomini e talvolta nemmeno per gli dei.

 

Nell’anime Baccano una congrega di alchimisti evoca un demone che consegna loro l’elisir della vita eterna.

 Gli immortali, obbligati a dichiararsi e chiamarsi per nome quando s’incontrano, attraversano così i secoli impegnati in una lotta fratricida.

Cristallizzati nel giorno in cui hanno bevuto l’elisir, alcuni vecchi e altri bambini, s’inseguono per assorbire anima ed esperienze l’uno dell’altro.

Si tratta proprio di quella prospettiva dominata dall’avarizia che” de Grey “non contempla – ma che non sfugge agli autori più sensibili.

Lui si definisce “un tipo pratico” e alla formula “sconfiggere la morte” preferisce “combattere il dolore”.

 

“Il fatto è che la gente non vuole ammalarsi”, ha detto. “Non m’interessa la longevità, m’interessa la salute delle persone. L’unica differenza tra il mio lavoro e quello di un medico è che io sono convinto che un novantenne, tra breve, potrà godere del fisico di un trentenne”.

Su questa linea di pensiero, che assomiglia a quella di un “Dorian Gray” che lascia il proprio ritratto a invecchiare in soffitta, potremmo impiantare un altro sillogismo, stavolta fondato su una delle colonne portanti del buddismo.

Gli uomini sono bramosi. Socrate è bramoso. Socrate è un uomo.

 È anche questa la nostra identità. Desideriamo sempre quello che non possediamo. Una volta ottenuta la vita eterna, cos’altro potremmo mai volere?

 

 Da immortali a infiniti.

Il cerchio con la domanda posta in apertura sta quasi per chiudersi.

L’uomo immortale sarà probabilmente diverso da quello che ha composto la Bibbia e l’epopea di Gilgamesh, e anche da quello che ha scritto Il Signore degli Anelli e disegnato Dragon Ball.

Il paradiso perduto, una volta ritrovato, verrà chiamato con altro nome e non si nasconderà più dietro ponti di vetro sospesi sull’oceano, o tra le pieghe di un mondo fatato. Una rivoluzione, più potente di quella copernicana, che comporterà la caduta di ideologie, religioni e agglomerati sociali.

Non c’è di mezzo solo la nostra cultura.

Anche nelle sottili linee che congiungono corpo e mente la morte gioca un ruolo importante.

Esistono rari organismi che definiamo autopoietici: batteri, platelminti, forse persino meduse, che si creano e si rigenerano senza l’intervento di agenti esterni.

 L’evoluzione non ci ha plasmati in questa maniera.

La riproduzione sessuale era la strategia vincente per tramandare il patrimonio genetico della specie, e i nostri istinti più forti ci sussurrano costantemente alle orecchie: sopravvivi e riproduciti, sopravvivi e riproduciti.

 Inseguendo la vita eterna e il piacere non facciamo che obbedire. Soddisfatta la sete, che resterà di noi?

Forse Socrate non si fermerà finché non avrà sottratto ogni goccia di vita al suo prossimo, perché quella sete non può mai essere soddisfatta.

 O forse Socrate cesserà di essere uomo.

 O ancora: cesserà di essere un individuo.

 Da uomini a esseri, e da immortali a infiniti, il passo sembra breve e il pensiero corre di nuovo alla “Città degli Immortali di Borges”, dove “nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini”.

“Aubrey de Grey”, dicevamo, è un tipo pratico:

 forse “Borges” non è tra le sue letture preferite, ma in cerca di un ammonimento verso il futuro che ci prospetta potremmo ripescare queste parole: “essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali”.

 

 

 

Gli scienziati vogliono renderci

“immortali”, ecco a che punto sono.

Esquire.com - Andrea Daniele Signorelli – (03/08/2021) – ci dice:

 

 

Dalle innovazioni digitali alle truffe a base di creme miracolose, passando per serissimi studi scientifici.

Nel luglio 2018, l’”Organizzazione Mondiale della Sanità” ha compiuto un passo avanti nella direzione che un domani potrebbe portarci a considerare l’invecchiamento una malattia.

Non poche persone hanno tirato un primo, lungamente atteso, sospiro di sollievo.

Per la precisione, si tratta di gerontologi come “Aubrey De Grey”, rispettati scienziati come “David Sinclair”, imprenditori come “Bill Maris” e altri ancora. Sono coloro i quali ormai da anni lavorano, studiano e investono allo scopo di rendere l’essere umano immortale (o almeno farlo vivere molto più a lungo).

 Ma quali sono gli strumenti per vivere così a lungo?

 Per rispondere a questa domanda, bisogna farsi strada in un dedalo di soluzioni, promesse, truffe e speranze che spaziano dal campo della tecnologia digitale più futuribile e arrivano fino alle medicine più tradizionali.

L’esempio tecnologico classico riguarda le ricerche che mirano, un domani, a replicare digitalmente il cervello umano, con i suoi 86 miliardi di neuroni e 100mila miliardi di sinapsi.

Un obiettivo ancora incredibilmente distante dall’essere raggiunto – al momento si è riusciti a replicare digitalmente i 302 neuroni del cervello di un tipo di verme – ma che una volta conquistato potrebbe permettere di uploadare il cervello di ciascuno di noi all’interno di un computer e consentirci così di vivere per sempre sotto forma di avatar digitale.

 Potete immaginarlo, se volete, come una specie di “Second Lif”e abitato però proprio da noi (sempre che ci si possa considerare se stessi anche quando si è solo una copia digitale).

 

All’altro estremo dello spettro, nel mondo analogico, si trovano rimedi più a portata di mano, che non prevedono il trasferimento dell’umanità in rete, ma il cui esito è decisamente più incerto.

 La giornalista Jacqueline Detwiler ha per esempio fatto una visita alla conferenza annuale “RAADFest” (Revolution Against Aging and Death) ospitata a Las Vegas dalla “Coalition for Radical Life Extension”.

Tra concerti, danze ed esibizioni, il leader “James Strole”, 72 anni, ha tenuto i suoi discorsi su quello che definisce” anti-ageism”:

una sorta di ideologia contro l’importanza attribuita all’età nel determinare i nostri comportamenti, ruoli sociali, aspettative e anche abbigliamento.

 

Una visione per molti versi condivisibile, dietro la quale però si cela un mondo non molto trasparente.

 Nel corso del festival, gli stand più importanti vendevano sistemi di filtraggio dell’aria da oltre 8mila dollari, olii mistici che “riequilibrano le cellule”, iniezioni per potenziare le “sirtuine”, rimedi contro i danni causati dal 5G, creme ringiovanenti e integratori di ogni tipo.

Più che un festival scientifico, l’impressione è di trovarsi alle prese con i venditori ambulanti di magici unguenti che spopolavano nel 1800.

In ogni caso, l’obiettivo di tutti è sempre quello che “Aubrey de Grey” (il nome più noto tra gli scienziati anti-invecchiamento) ha definito “velocità di fuga della longevità”:

l’idea è che individuare rimedi che oggi ci permettano, per esempio, di vivere anche solo dieci anni in più ci consentirebbe di sfruttare poi le innovazioni scientifiche dei prossimi dieci anni.

Una continua rincorsa ai rimedi per l’allungamento della vita che potrebbe – in linea teorica – farci vivere molto più a lungo dell’attuale limite massimo possibile di circa 120 anni, e anche di sconfiggere quella malefica legge matematica secondo la quale, superati i trent’anni, ogni otto anni il rischio di morire raddoppia.

Ma tra sogni digitali e truffe analogiche si trovano anche scienziati seri.

È il caso di “David Sinclair”, 52enne australiano responsabile del “laboratorio di genetica di Harvard” e autore di numerosi studi sul tema dell’invecchiamento pubblicati su” Nature e Science”.

 Siamo quindi lontani anni luce dal “Circo Barnum” di cui sopra: eppure anche “Sinclair”, come si legge su “Popular Mechanics”, “è convinto che riusciremo a risolvere l’invecchiamento” e che “non ci sia un limite massimo alla durata della vita umana”.

Tutto questo non significa che chi già oggi è in vita riuscirà a godere dell’elisir dell’immortalità, ma che si stanno facendo (lenti) passi avanti nella comprensione di cosa causi l’invecchiamento.

 Un domani, quindi, si potrebbe magari anche scoprire come rallentarlo o addirittura sconfiggerlo.

 Stando a Sinclair, l’invecchiamento è un problema di perdita di informazioni, causato dal modo in cui il DNA viene letto e implementato dalle cellule.

Al centro dei suoi studi c’è infatti l’epigenoma, da lui definito “un flessibile interprete del DNA che accende e spegne i geni sulla base delle condizioni ambientali”.

Col passare del tempo, il nostro DNA subisce però danni da raggi ultravioletti, ormoni dello stress, raggi X e da molteplici altri fattori.

 Da un certo punto di vista, invecchiare è come un CD che col passare degli anni si riempie di graffi.

“Il genoma è la musica, il lettore è l’”epigenoma” e i graffi sono ciò che impedisce al lettore di leggere la musica come un tempo”, spiega “Sinclair”. “

Penso che l’invecchiamento impedisca alle cellule di leggere correttamente i geni”.

In poche parole, col tempo le cellule diventano meno brave a svolgere le loro funzioni, anche se le istruzioni sono ancora tutte presenti.

A dimostrazione di questo aspetto, secondo “Sinclair”, c’è il fatto che il trasferimento del vecchio DNA di un animale in una nuova cellula clonata porti alla nascita di un clone neonato, non già vecchio.

Di conseguenza, è plausibile che il DNA continui a contenere tutte le istruzioni corrette.

 In un recente studio pubblicato su “Nature”, “Sinclair” è riuscito a riportare le cellule della visione dell’occhio di un vecchio topo a uno stato epigenetico più giovane: da un certo punto di vista, è come se avesse usato uno di quei vecchi “cd-cleaner”.

Ma siamo ancora agli inizi, e soprattutto molti scienziati sono scettici verso l’idea di “Sinclair” di puntare tutto sull’epigenoma.

Lui stesso, comunque, non consiglia certo di utilizzare già adesso delle terapie genetiche.

Ciò che invece ha più volte raccontato pubblicamente – facendo balzare sulla sedia molti suoi colleghi – è la dieta personale che segue, a base di vitamina D, vitamina K, “metformina” (una medicina contro il diabete che torna sempre quando si parla di contrastare l’invecchiamento), l’estratto dell’uva resveratrolo e altro ancora.

Tra questi, il rimedio più promettente è probabilmente la metformina, un farmaco che sembra davvero in grado di rallentare l’invecchiamento negli animali e di ridurre le malattie neurodegenerative e il cancro negli esseri umani.

 Il problema è che non è semplice prescriverla e studiarne gli effetti a lungo termine tramite apposite ricerche.

 E questo, principalmente, perché il fatto che l’invecchiamento non sia considerato una malattia limita e ostacola la ricerca medica del settore.

Un altro problema è che non ci sono test affidabili per determinare l’età cellulare di un corpo (che è diversa da quella anagrafica), il che rende più complesso comprendere se un dato trattamento sta funzionando.

La strada è lunga e piena di ostacoli, e nonostante alcuni progressi si stanno facendo sia dal punto di vista scientifico sia da quello culturale (vedi i passi avanti dell’OMS nel considerare l’invecchiamento una malattia) è decisamente improbabile che qualcuno di noi possa godere di grandi salti in avanti in termini di longevità.

In questo modo, però, ci risparmieremo almeno di dover affrontare le serissime questioni che tutto ciò potrebbe porre in termini di sovrappopolamento, sostenibilità, economia e magari, anche, noia.

(Andrea Daniele Signorelli)

 

 

La lotta per la libertà di stampa

del giornale russo Meduza.

Ilsole24ore.com - Claudia Radente - (28 Febbraio 2023) – ci dice:

 

“Crediamo che la libertà di parola e l’accesso alle informazioni non siano regali ma risultati duramente conquistati che devono essere protetti.

Siamo pronti a lottare per questo”.

La dichiarazione di resistenza della testata russa Meduza è forte e chiara.

 Meduza è stata inserita a fine gennaio dal governo russo nella lista delle organizzazioni indesiderate.

 La legge sulle organizzazioni indesiderate era passata nel 2015, da quel momento il governo russo si è arrogato il diritto di bollare le organizzazioni e definirle minaccia alle basi dell’ordine costituzionale e alla sicurezza.

Il registro degli agenti stranieri.

La spada di Damocle che aveva già colpito il giornale “Novaja Gazeta” del premio Nobel “Dmitry Muratov” e della giornalista assassinata “Anna Stepanovna “Politkovskaya, con la stessa violenza si è abbattuta su Meduza.

Da anni ormai si era trasferita in Lettonia per continuare il percorso del dissenso e un anno fa era stata inserita nel registro degli agenti stranieri.

Con questo termine sono identificate in Russia tutte le organizzazioni o gli individui impegnati in attività politiche con il sostegno estero.

Questa definizione comprende anche ong, testate giornalistiche, blog e normali utenti di social network che ricevono finanziamenti internazionali o riportano notizie straniere.

La strenua resistenza di Meduza.

La nuova decisione però aggrava la situazione e impedisce a Meduza di lavorare sul territorio russo sotto la minaccia di procedimenti penali e soprattutto mette a rischio i cittadini russi che “partecipano alle attività di Meduza”.

Meduza ha 9 milioni di lettori mensili, milioni dei quali risiedono in Russia.

A questo proposito la redazione ha mandato un messaggio di sostegno  ai propri lettori in cui ha messo a nudo le proprie paure ma anche le più che ferree intenzioni:

Vorremmo dirvi che il nostro nuovo status di ‘indesiderato’ non ci preoccupa, che non significa niente.

Ma non sarebbe vero. Siamo spiacenti.

 Temiamo per i nostri lettori e per coloro che collaborano con Meduza da molti anni.

Temiamo per i nostri cari e i nostri amici. Ma crediamo in quello che facciamo. Crediamo nella libertà di parola.

E noi crediamo in una Russia democratica.

 Maggiore è la pressione contro di noi e contro i nostri valori, più strenuamente resisteremo”.

L’articolo 29 della Costituzione russa vieta la censura.

Eppure la Costituzione russa con l’articolo 29 sancisce la libertà di espressione e vieta la censura.

 A tutti è garantita la libertà di pensiero e di parola.

 Non è consentita la propaganda o l’incitazione all’odio e all’inimicizia sociale, razziale, nazionale o religiosa.

È vietata la propaganda della superiorità sociale, razziale, nazionale, religiosa o linguistica.

Al comma 3 si rimarca che nessuno può essere costretto a esprimere le proprie opinioni e convinzioni o a rinunciarvi.

 Ognuno ha infatti il diritto di cercare, ricevere, trasmettere, produrre e distribuire liberamente informazioni in qualsiasi modo legale.

 L’elenco delle informazioni che costituiscono un segreto di stato è determinato dalla legge federale.

All’ultimo comma si legge infine che la libertà dei media è garantita e che la censura è vietata.

Quando una notizia è considerata fake?

Di fatto la censura lavora a pieno ritmo, visto che solo un anno fa poco dopo l’inizio del conflitto russo-ucraino veniva emanata una legge che avrebbe punito da quel momento in avanti chi avesse scritto fake-news con finanche 15 anni di carcere.

 La vera domanda è: con quale criterio una notizia è considerata fake?

Difficile dare una risposta trasparente, in un momento più torbido di questo dove dal 24 febbraio, il dipartimento Roskomnadzor (l’agenzia governativa russa preposta al monitoraggio, controllo e censura dei mass media) blocca infatti regolarmente tutto ciò che anche lontanamente faccia riferimento alla guerra in Ucraina.

 Perché la guerra, per l’appunto, è una fake news.

Ma cosa rischia chi legge, commenta o chi collabora con Meduza?

Chiunque abbia condiviso post online di Meduza dovrebbe cancellarli, che si debba recare in Russia o a maggior ragione che si trovi già lì.

La legge è retroattiva e si può essere sanzionati con una multa da 5000 a 15000 rubli.

Le donazioni, che sono una delle poche fonti di sostegno di giornali indipendenti come Meduza, possono portare a un’immediata accusa di reato con una pena fino a cinque anni di reclusione.

La redazione consiglia caldamente di eliminare post sui social media che sollecitino a unirsi alla campagna di “crowdfunding”, perché i contenuti potrebbero essere considerati associazione a delinquere per finanziare un’organizzazione indesiderata.

Il dissenso di Meduza come il dissenso di Bulgakov.

L’accorato messaggio di Meduza ai propri lettori ricorda le parole di “Michail Afanas’evič Bulgakov”, autore del celeberrimo “Maestro e Margherita”, a Iosif Stalin, stanco di essere censurato e di non poter scrivere liberamente nella propria patria:

“Io considero la lotta contro la censura, di ogni natura e qualsiasi potere la sostenga, come un dovere dello scrittore allo stesso titolo degli appelli alla libertà di stampa. Io sono un feroce partigiano di questa libertà e dichiaro che uno scrittore che possa farne a meno somiglia ad un pesce che dichiara pubblicamente di poter fare a meno dell’acqua”.

Il pesce senza acqua muore.

 

 

 

El Salvador senza diritti umani.

Rainews.it – Pierluigi Mele – (10/03/2023) – ci dice:

Con il criminologo analizziamo la legislazione di emergenza adottata nella lotta alle organizzazioni criminali locali valutando luci e ombre di una simile scelta. Intervista a Vincenzo Musacchio:

(Vi sono prigionieri seduti nel “Centro di confinamento del terrorismo” CECOT a Tecoluca, El Salvador.”

Professor Musacchio in cosa consiste lo “stato di emergenza attuato dal Presidente “Nayib Bukele” dopo l'escalation di omicidi attribuiti a organizzazioni criminali locali?

Si tratta di una legislazione d’emergenza in deroga a quelli che sono i principi fondamentali dello Stato di diritto.

 Il contesto è maggiormente grave poiché il provvedimento emergenziale è stato prorogato ben sette volte e il Governo ha affermato che continuerà a estenderlo fino a quando non sarà vinta la guerra contro le bande criminali che infestano il Paese.

 Credo sia chiaro che non si possa combattere la criminalità mettendo a rischio sia l’impianto costituzionale di una Nazione, sia il sistema delle sue libertà fondamentali.

In che modo lei ritiene che” lo stato d’emergenza” leda i principi essenziali dello “Stato di diritto”?

Non è tanto una mia opinione ma un dato oggettivo.

 Tra le altre misure insostenibili adottate c’è la limitazione di qualsiasi tipo di assembramento ed è consentito l’arresto senza il mandato di un giudice.

Siamo dunque palesemente di fronte a violazioni dei diritti fondamentali della persona umana.

 Lo strumento della legislazione eccezionale può essere giustificabile solo se utilizzato per una sospensione temporanea delle regole generali e cioè con rigore, misura, equilibrio e proporzionalità rispetto all’emergenza che si deve affrontare.

Non mi sembra sia questo il caso posto alla nostra attenzione.

Qui siamo ben oltre il lecito.

 In El Salvador sono di fatto sospesi i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali sui diritti umani quali, ad esempio, il diritto a un giusto processo, alla difesa legale e il diritto di riunione.

Si sono consentite intercettazioni di cittadini senza la necessaria autorizzazione di un tribunale.

Si è riformato il codice penale soltanto per aumentare le pene detentive contro i membri di bande criminali.

 Si è abbassata l’imputabilità dai quattordici ai dodici anni per portare a giudizio e condannare al pari di un adulto gli adolescenti accusati di essere membri di questi gruppi criminali.

 Sembra di essere sotto la vigenza della legge marziale.

Secondo lei perché sta accadendo tutto questo?

El Salvador è considerato uno dei paesi più violenti del mondo, in particolare per l’attività di gang criminali come “MS-13” e” Barrio-18”, che secondo le autorità salvadoregne contano oltre 70mila affiliati e sono responsabili di reati gravissimi quali omicidi, traffico internazionale di sostanze stupefacenti, estorsioni, riciclaggio e traffico di armi.

Nel biennio 2020-2021 ci sono stati oltre 2500 omicidi riconducibili alle gang criminali.

Una cifra spaventosa non accostabile neanche a quella del periodo stragista di “Cosa Nostra di Totò Riina”.

Forse si è pensato di risolvere il problema criminale scendendo sullo stesso piano della criminalità organizzata.

 Questo naturalmente è inaccettabile.

 

Il Presidente “Bukele” ha affermato che il ridimensionamento ai minimi termini di bande criminali è evidente in El Salvador per la prima volta da molto tempo, c’è un cambiamento fondamentale nella vita di migliaia di salvadoregni. I dati gli danno ragione?

Il prezzo che si sta pagando per questo risultato, però a mio avviso è molto alto.

La cura è sicuramente più dannosa della patologia.

I salvadoregni hanno denunciato molteplici abusi da parte di militari e polizia nei confronti di persone che non avevano alcun vincolo con le gang.

Vogliamo esaltare la lotta alla criminalità organizzata che passi per la soppressione dei diritti fondamentali della persona umana?

Se per battere le mafie questi sono i metodi personalmente non mi trovano assolutamente d’accordo.

 Siamo disposti a rinunciare alla democrazia per sconfiggere le mafie?

Quando i cittadini perdono fiducia nel valore della democrazia, il rischio della deriva autoritaria è altissimo.

 Si vuole probabilmente tornare al “caudillismo”.

Infatti, secondo il sito salvadoregno di giornalismo investigativo “El Faro” le cause che hanno originato le bande criminali non sono state rimosse.

 Allora tutto questo non le sembra un’operazione per la conferma al potere dell’attuale Presidente?

A me sembra che i cittadini salvadoregni abbiano ceduto il potere assoluto al loro Presidente che, nei fatti, sta già manipolando la democrazia privandola dei necessari meccanismi di controllo e di responsabilità politica e giuridica Le organizzazioni criminali salvadoregne erano e sono tuttora il frutto di una società socialmente frantumata, corrotta, che lascia la maggioranza della popolazione in povertà, accrescendo le disuguaglianze, impedendo l’accesso a servizi fondamentali come sanità, istruzione, welfare.

 Ci sono meno bande criminali ma restano in toto le già menzionate condizioni critiche.

Le cause che hanno dato origine alle bande restano e questa tipologia di repressione indiscriminata e assolutamente giustizialista a mio parere non è una soluzione difendibile.

Un simbolo terribile di questa deriva è il nuovo complesso carcerario “CECOT”.

 È così?

È esattamente così.

Da com’è descritto dalle associazioni umanitarie salvadoregne a me sembra più un campo di concentramento che un istituto di reclusione.

Siamo di fronte ad un carcere capace di ospitare fino a 40.000 detenuti ammassati e non divisi per tipologie di reato.

La televisione salvadoregna ha mostrato immagini di detenuti in partenza per la nuova prigione scalzi, con la testa rapata, una cavigliera elettronica e pantaloni di tela neri corti, ammassati e inginocchiati.

Non è accettabile che l’alto tasso di criminalità, di omicidi e di violenza, sia ridotto con mega carceri stile “Auschwitz-Birkenau”.

 Un esempio imitabile invece dovrebbe essere l’istituto di reclusione di “Halden” in Norvegia dove si registra il più basso tasso di recidività in Europa.

Un carcere sarà sempre privativo della libertà individuale, ma dovrebbe sforzarsi di offrire il meglio che la società possa garantire ai detenuti, almeno fino a quando l'umanità non troverà un modo migliore per perdonare chi commette reati.

Esiste una via alternativa a questa del Salvador?

In primis penso che l'uso indiscriminato della forza da parte dello Stato non faccia che peggiorare il problema.

 I passi necessari per affrontare il crimine organizzato in El Salvador non possono comprendere la sospensione dei diritti costituzionali.

 Nel Paese ci sono un sistema giudiziario non autonomo e indipendente e un sistema carcerario dove si pratica la detenzione di massa.

 È necessario compiere uno sforzo concertato proprio per riformare sistema giudiziario e carcerario garantendo che polizia e magistratura abbiano gli strumenti per prevenire e combattere le organizzazioni criminali nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona umana.

 Sarà molto importante anche intensificare la cooperazione internazionale in materia penale come strumento necessario per combattere e prevenire proprio questo tipo di criminalità organizzata presente in El Salvador.

 Questa piccola Nazione non può farcela da sola.

Se potesse consigliare il Governo salvadoregno quali dei nostri strumenti antimafia suggerirebbe di applicare?

La legislazione antimafia dell’Italia è sicuramente, a livello mondiale, tra le più efficaci e all’avanguardia nel contrasto alle organizzazioni mafiose.

 Gli istituti a mio avviso esportabili dovrebbero interessare sia il metodo mafioso, quindi l’aspetto soggettivo, sia il patrimonio delle organizzazioni criminali, quindi l’aspetto oggettivo.

 Uno strumento efficace che esporterei immediatamente sarebbero i collaboratori di giustizia.

Senza Tommaso Buscetta in Italia ancora oggi ci staremmo chiedendo i nomi dei capi di Cosa Nostra.

Utilizzerei anche le intercettazioni con nuove tecniche investigative informatiche.

Esporterei poi gli istituti del sequestro e della confisca dei beni illecitamente conseguiti puntando sul riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e confisca, fondati sulla pericolosità sociale dei soggetti destinatari.

Riformerei subito il settore “giustizia” partendo dal diritto penale e includendo il processo penale, il sistema giudiziario e penitenziario e gli strumenti di prevenzione della corruzione.

Per una criminalità organizzata come quella salvadoregna sarebbero necessari sia il regime del 41bis, sia l’ergastolo ostativo.

Un altro strumento investigativo che esporterei sarebbe quello delle pene accessorie.

 Le moderne organizzazioni criminali non dimentichiamolo sono anche il prodotto di una mentalità perversa.

Per combatterle oggi bisogna lottare anche la corruzione politica poiché esse s’infiltrano nei gangli delle istituzioni pubbliche e nella pubblica amministrazione e da sempre cercano legittimazione e approvazione sociale.

Dal punto di vista della prevenzione invece cosa si potrebbe fare?

Sciocco chi pensasse di sconfiggere il crimine organizzato solo con le forze dell’ordine e la magistratura.

La prevenzione è il presupposto per l’efficacia della repressione.

 Compito primario di uno Stato è prevenire il crimine.

 Dovrebbe essere una priorità dell’agenda politica.

 Le politiche sociali e culturali sarebbero sicuramente il migliore strumento per sconfiggere la criminalità organizzata in quelle zone.

A proposito di prevenzione, mi piace ricordare sempre la frase di Paolo Borsellino quando afferma che la lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

 Forse sarebbe utopico, ma anche in El Salvador si dovrebbe cominciare a impedire qualsiasi incarico politico e amministrativo a chi è rinviato a giudizio per delitti che riguardano criminalità organizzata e corruzione.

 Andrà assolutamente costruita una rete sociale che sfoci nelle buone pratiche contro le mafie e fenomeni corruttivi che hanno in quei territori una dimensione sempre più ampia.

 Sarebbe già un buon inizio per un’ottima attività di prevenzione in una zona ad altissima densità criminale come quella salvadoregna.

(Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). È ricercatore indipendente e membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra.)

 

 

 

 

IL PARLAMENTO EUROPEO APPROVA

IL REGOLAMENTO PER LA PRODUZIONE

DI MUNIZIONI: UNA GRAVISSIMA

VIOLAZIONE DELLA NATURA E DELLE REGOLE DELL’UE.

Libertaegiustizia.it - LEG_EDITORE – (1° GIUGNO 2023) – ci dice:

 

Dopo l’approvazione del regolamento per la produzione di munizioni in Europa, come Libertà e Giustizia, Rete italiana Pace e disarmo, Anpi e Arci, abbiamo emesso una di condanna della votazione

 Annunciando la possibile via di un ricorso giudiziario.

Lo scorso 23 maggio, avevamo lanciato un appello al Parlamento europeo per un uso di pace dei “fondi del Recovery Fund”.

 

Quello che segue è il comunicato di oggi, 1° giugno.

Oggi, 1° giugno 2023, i membri del Parlamento europeo hanno votato con procedura d’urgenza la proposta di Regolamento a sostegno della produzione di munizioni (ASAP).

 Esso prevede lo stanziamento di 500 milioni di euro di fondi del bilancio UE per sovvenzionare l’industria bellica, ed ulteriori stanziamenti provenienti da una collaborazione privato-pubblica.

Questa proposta continuerà il suo iter con una triangolazione tra Consiglio, Commissione e Parlamento europeo.

Una grande quantità di denaro proveniente dalla fiscalità dei contribuenti europei andrà ad imprese che, con il conflitto ucraino ed in altre aree del mondo, stanno già guadagnando superprofitti esorbitanti.

 Il Parlamento, abdicando al proprio ruolo politico ed istituzionale, rischia di avallare la” proposta della Commissione”, che diviene di fatto l’organismo decisore per la strategia e la produzione di armi nei 27 Paesi dell’UE.

L’Unione Europea entra così in regime di” economia di guerra”, con provvedimenti che vengono presentati sotto mentite spoglie di politica industriale, marcando in realtà un ulteriore passaggio nel percorso della sua militarizzazione.

Per produrre un milione di munizioni potrebbero essere utilizzati” i fondi del Recovery Fund” destinati alla ripresa economica, al fine di superare ritardi enormi e diseguaglianze profonde.

 In ragione dell’“urgenza” sarà possibile derogare dalla direttiva sull’orario di lavoro, aumentandolo se e quando necessario;

 si aggirano inoltre “le direttive in materia ambientale e di difesa della salute e sicurezza dei lavoratori”, conquiste fondamentali per tutti i cittadini europei.

Il Regolamento ASAP nasce negli uffici della Commissione Europea e contraddice chiaramente quanto sancito nell’art. 41 del “Trattato sull’Unione europea “che vieta che “le spese derivanti da operazioni aventi implicazioni militari o di difesa” siano a carico del bilancio dell’UE.

Per questo riteniamo che il testo votato oggi dal Parlamento europeo violi il Trattato stesso, nonché la nostra Costituzione che all’art.11, a partire dal “ripudio della guerra”, limita le cessioni di sovranità ad “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”.

 

Siamo davanti a una gravissima violazione della natura e delle regole dell’Unione Europea e per certi aspetti delle norme vigenti in materia di diritto al lavoro, tutela dell’ambiente e della salute.

Per questa ragione, rimane aperta la via del ricorso giudiziario a livello nazionale ed europeo.

Con tutte le associazioni che condividono queste posizioni, nei prossimi mesi ci batteremo per tornare ai valori antifascisti, dunque di pace e di solidarietà, che erano e sono i pilastri del progetto europeo.

 

 

 

 

Spinoza contro” politically

Correct” e discorsi d’odio.

Ritirifilosofici.it – (21-2-2021) – Maurizio Morini – ci dice:

(IL FILOSOFO E LA CITTÀ)

Uno dei temi più rivoluzionari della filosofia di Spinoza (di cui oggi ricorre l’anniversario della morte) è sicuramente il diritto della libertà di pensiero, diritto talmente radicato nell’individuo, così come scrive nel Trattato teologico politico, da non poter essere ceduto, nemmeno se egli lo volesse.

Si tratta di un vero e proprio potere (perché questo significa per Spinoza la parola diritto) che sconfigge all’origine la pretesa totalitaria di qualsiasi Stato che volesse imporre ai suoi cittadini il “proprio pensiero unico”.

Successivo alla libertà di pensiero segue il diritto alla libertà di parola (anche definito come libertà di giudizio o di espressione).

Se tuttavia il primo è universale e assoluto, non altrettanto può dirsi per il secondo.

 il quale ha necessità di esibire le motivazioni per cui deve essere concesso.

Le quali motivazioni, a dire il vero, non sono poche.

In primo luogo perché, anche se si considerasse la libertà di parola un vizio, «chi vuole determinare tutto con le leggi, solleciterà i vizi più che correggerli».

Principio antropologico dunque da cui discende che tutto ciò che non può essere represso (come la libertà di giudizio) deve necessariamente essere concesso.

 In secondo luogo perché reprimendo il diritto di parola si finiscono per promuovere gli istinti umani più bassi come l’adulazione, la perfidia, i tradimenti, tutti comportamenti prodotti dalla fatale divaricazione tra il dire e il pensare.

 In terzo luogo l’introduzione di leggi che limitano il diritto di espressione è del tutto inutile e addirittura controproducente per un duplice ordine di ragioni:

da una parte perché esse finiscono per rendere gli uomini disobbedienti alle leggi (in quanto tra l’opinione e la legge, dice Spinoza, più forte è l’opinione);

 dall’altra perché le leggi fondate sulle opinioni (in quanto tali soggette a continuo mutamento) saranno anche più difficilmente rimosse a causa di coloro che, su di esse, hanno costruito privilegi e abitudini.

Senza poi contare il fatto che le controversie ideologiche e religiose, così come dimostrato da tutte le storie sugli scismi, non possono essere risolte per legge;

sicché, il vero motivo per cui si stabiliscono le leggi sulle opinioni, è quello di colpire gli spiriti liberi e consentire alla plebe, sempre strumentalizzata dal potere, di dare sfogo alla propria invidia contro la parte migliore e più razionale della società.

Un diritto pietra fondante delle altre libertà ma non assoluto.

Se queste sono le ragioni che giustificano la libertà di parola, ciononostante essa va comunque limitata.

 Il motivo di questa restrizione è legato al benessere e alla tranquillità dello Stato: se ognuno avesse licenza di dire quello che pensa, la pace di qualsiasi comunità (dalla famiglia al circolo, dalla classe scolastica fino allo Stato), ne sarebbe compromessa in modo irrimediabile.

 Per questo, al momento del patto, ogni individuo rinuncia al diritto di comportarsi secondo il proprio arbitrio.

Se si tratta di un principio di immediata comprensione, altrettante ed evidenti sono le difficoltà della sua attuazione.

Come stabilire infatti le opinioni che intendono sovvertire la comunità politica da quelle che invece intendono migliorarla?

Come distinguere le critiche costruttive da quelle distruttive?

 Quanta libertà di parola può essere concessa ai cittadini senza compromettere la pace e la stabilità dello Stato?

 Spinoza enuncia un principio a prima vista saldissimo:

un’opinione è sovversiva non tanto per il suo contenuto quanto per le azioni che da tali opinioni seguono.

In altre parole sono i comportamenti che intendono sovvertire lo Stato ad essere presi in considerazione, non le parole che intendono farlo.

Fin qui il discorso è ammissibile:

in definitiva io posso parlare in modo aspro e critico della comunità in cui vivo, anche mettere in questione i suoi fondamenti, senza per questo dare seguito alle mie intenzioni rinnovando la mia affiliazione alla società di cui faccio parte.

 Il problema nasce dal fatto che Spinoza aggiunge alle azioni che mirano alla rottura del patto anche quelli che oggi vengono definiti i discorsi d’odio (hate speech):

essi infatti sono assimilati agli atti di sovversione e in quanto tali da considerare come sediziosi.

Ma come definire i discorsi d’odio?

 Spinoza non si dilunga più di tanto in merito (anzi non li definisce affatto).

L’odio era stato descritto nell’Etica come quella tristezza che vede in qualcosa di esterno la sua causa: si odia una persona perché associo ad essa il mio attuale stare male.

 Se per Spinoza l’odio è frutto di immaginazione, cioè qualcosa di non vero (sebbene certamente percepito), rimane che esso deve essere circoscritto se deve essere la ragione di una limitazione così importante, come quella relativa al diritto di parola.

 I problemi diventano enormi se poi si deve tener conto di tutti quegli affetti correlati strettamente all’odio e cioè l’ira, la vendetta, l’irrisione e il disprezzo.

Tra questi affetti Spinoza aggiunge soltanto la vendetta come motivo per limitare la libertà di parola.

 E questo ci può essere d’aiuto per dirimere il problema più generale: sono discorsi d’odio, e come tali devono essere censurati, tutti quei discorsi che implicano l’azione di distruzione fisica di persone e istituzioni ai quali sono rivolti.

Dove non esiste effettiva e reale minaccia fisica dobbiamo interpretare le parole di Spinoza nel senso di escludere la presenza di un discorso d’odio (sebbene sgradevole e fatto con intenzione cattiva), con la conseguenza che l’opinione, sebbene aspra e addirittura violenta, può e deve essere tollerata.

 Ogni possibilità diversa da questa ci infilerebbe in una strada senza uscita.

Se io esprimo la volontà di uccidere una persona o di distruggere certe istituzioni, l’opinione non si può e non si deve tollerare e deve essere censurata;

ma se io dico (tanto per fare un esempio) che Mosè, Maometto e Gesù Cristo sono degli impostori, allora il mio giudizio sarà ammissibile (per il motivo appunto che discorsi simili non implicano alcuna minaccia fisica nei confronti di altre persone).

Sostenere che questi discorsi non sono tollerati perché violano il diritto a non essere offesi, come vuole l’ultima tendenza del “politically correct”, non è ammissibile in una società libera:

 anzi, un simile principio non è altro che l’inizio del cammino verso la più spietata delle tirannie, quella che implica l’abolizione del diritto di parola. 

Parole come pietre e difficoltà di separare le opinioni dalle azioni.

Certo, il problema della difficoltà di separare le opinioni dalle azioni rimane, e di ciò era ben cosciente l’altro grande filosofo del periodo, “Thomas Hobbes”.

 Egli, sostenendo che il sovrano è il solo giudice delle dottrine che devono essere insegnate al popolo, ne forniva una soluzione che tagliava alla radice qualsiasi discussione.

Infatti, afferma il filosofo inglese, «le azioni degli uomini derivano dalle loro opinioni ed è nel buon governo delle opinioni che consiste il buon governo delle azioni degli uomini in vista della loro pace e della loro concordia. (…)

 Spetta pertanto a colui che ha il potere sovrano di essere giudice o di istituire tutti i giudici delle opinioni e delle dottrine, in quanto cosa necessaria alla pace, onde prevenire con ciò la discordia e la guerra civile».

Come si vede una posizione diametralmente opposta a quella di “Spinoza” la cui dottrina, nonostante alcune voci la considerino come conservatrice e moderata, è in realtà di quanto più liberale e radicale si possa concepire.

 L’individuo infatti è sempre superiore allo Stato e il fondamento è semplice:

 se Hobbes è assertore del patto (che sempre si deve rispettare), Spinoza, negando al patto qualsiasi primato assoluto, finisce per svuotarlo e così facendo purga lo Stato dalle sue prerogative sovrane.

Scrive Spinoza nella lettera all’amico “Jelles” che «la differenza tra me e Hobbes consiste in questo: io lascio il diritto naturale sempre nella sua integrità e sostengo che in una città il potere sovrano ha più diritto sul suddito solo nella misura in cui ha più potere di esso. E questo ha sempre luogo nello stato di natura».

Affermazione quest’ultima sibillina perché se quel principio vale nel diritto di natura (dove i rapporti si misurano con la forza in quanto la moltitudine è più forte dell’individuo), non vale altrettanto nel patto civile il quale, sottoscritto da uomini razionali, nasce per assicurare la libertà e la tranquillità (lasciando così all’individuo il potere ultimo sul fondamento della sua maggiore utilità).

Alcuni problemi nuovi e altri di ritorno.

Molti sono i problemi che rimangono aperti.

Uno dei tanti che segnaliamo è relativo alla possibilità (di fatto oggi una realtà) che il pensiero stesso diventi così omogeneo e uniforme da essere svuotato dall’interno, caso che lo stesso Spinoza prevede quando osserva la possibilità che «il giudizio possa essere influenzato in molti modi, alcuni quasi impensabili, cosicché sebbene non ne subisca il dominio diretto, qualcuno penda dalla bocca di un altro a tal punto che si possa dire propriamente in suo potere».

L’influenza dei media e gli sviluppi della tecnologia hanno dimostrato che il giudizio possa essere uniformato proprio su questi modi prima impensabili;

per di più, l’avvento dell’eremita di massa (per usare un’espressione di “Günther Anders”) e la diminuzione dei contatti sociali (già favorita dai cosiddetti social e aggravata dalla pandemia) ha accentuato la tendenza che rende oggi il pensiero degli individui legato a schemi uniformi e standardizzati e quindi dipendente dal volere dei poteri sovrani.

Sempre attuale rimane quindi il problema, o meglio la necessità, di trovare voci che in maniera autentica siano in grado di esprimere una vera libertà di pensiero.

Difficile nel nostro Paese dove una vera stampa indipendente non esiste da almeno cento anni (come ricordava il grande Luigi Einaudi).

 Questo a maggior ragione in un tempo in cui nel mondo la libertà di parola è sotto attacco in diversi modi, oggi in particolare con la pratica delle notizie false, spesso diffuse dai governi contro la parte migliore della società.

Chissà se “Jake Angeli”, indottrinato a dovere da quel medesimo potere sovrano contro il quale intendeva combattere, se ne sia reso conto dopo l’improbabile quanto ridicola (ancorché preoccupante) performance dello scorso 6 gennaio al Congresso degli Stati Uniti.

 

 

 

 

Perché un’Ucraina protetta dalla

NATO è nell’interesse della “UE”.

 Aspenia-online.it – Adn Kronos - Roberto Menotti – (Jun. 4, 2023) - ci dice:

 

La richiesta ucraina di adesione alla NATO è un dato politico che l’Alleanza non può certo ignorare, a prescindere da ogni legittima considerazione di prudenza.

 Se ne occuperà ufficialmente il vertice di Vilnius dell’11-12 luglio;

ma va intanto ricordato che sono i Paesi membri a decidere, liberamente e in piena autonomia nazionale, sulle richieste di adesione (come di varie forme di partnership e collaborazione che si sono sviluppate negli anni).

Il dibattito è spesso piuttosto vivace e del tutto trasparente in proposito, come si sta vedendo proprio in questi mesi riguardo alle posizioni della Turchia sulla richiesta della Svezia (essendo stata invece approvata quella della Finlandia).

(Anche il Segretario Generale della NATO “Jens Stoltenberg “in visita a Kiyv con il presidente ucraino Volodymir Zelensky, nell’aprile 2023.)

 

Va va anche ricordato – a scanso di equivoci o distorsioni purtroppo ricorrenti – che qualsiasi Paese sovrano ha il diritto di fare richiesta in tal senso;

 in altre parole, né la Federazione Russa né alcun altro governo che non sia già parte della NATO hanno la prerogativa di porre veti sulla sua membership, presente o futura.

Ed è bene che sia così, data la natura fortemente democratico-liberale, aperta e consensuale della più potente alleanza politico-militare al mondo.

Messo in chiaro questo punto fondamentale, si può discutere con più lucidità della questione ucraina, in particolare in un‘ottica europea e più precisamente nell’ottica della UE.

Questa prospettiva è molto rilevante anche se finora sottovalutata perché, se lo si fosse dimenticato, Bruxelles ha assunto un impegno esplicito e piuttosto gravoso verso Kyiv: non solo con il sostegno economico-militare diretto e le sanzioni contro la Russia, ma anche con la disponibilità a gestire un forte flusso di profughi che si tramuterà nel tempo in un flusso bidirezionale di migranti, e soprattutto con la promessa di avviare le procedure per l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea.

Tale processo formale – come sappiamo, assai complesso, e regolato da una sequenza di passaggi tecnici oltre che di valutazioni politiche – è totalmente distinto da qualsiasi decisione verrà presa a livello NATO;

ma sul piano della sicurezza dovrebbe essere evidente che il ruolo dell’”Alleanza Atlantica” farà la differenza per la collocazione strategica dell’Ucraina, e dunque anche per il quadro politico ed economico pan-europeo.

Una UE che voglia davvero adottare un approccio “geopolitico” – che sarebbe forse più semplice definire “razionale e complessivo” – deve necessariamente porsi il quesito di quale assetto e collocazione di sicurezza avrà l’Ucraina nella (lunga e faticosa) fase di avvicinamento all’integrazione europea.

In estrema sintesi, la risposta a questa domanda è che l’Ucraina deve essere in grado di autodifendersi militarmente da attacchi a sorpresa, deve poter ricorrere al sostegno di alleati affidabili nel caso in cui subisse una massiccia e prolungata offensiva militare, e deve parallelamente garantire la tenuta interna del suo sistema politico da eventuali tentativi di destabilizzazione indiretta (campo in cui l’intelligence è chiaramente decisiva, sia in termini tradizionali che cyber).

 Una capacità di autodifesa include, peraltro, l’opzione di realizzare operazioni di rappresaglia mirata e di intervento selettivo al di fuori del territorio nazionale, come per qualsiasi Paese (membro della NATO e non).

 Le capacità militari, tanto strettamente difensive come i sistemi antimissile, quanto potenzialmente offensive, sono ovviamente anche uno strumento di deterrenza: mostrare di possederle e saperle usare significa rendere più costoso un attacco avversario.

 

Questa combinazione di fattori è determinante per evitare che l’Ucraina si trovi in futuro a rivivere l’esperienza del 2014 o del 2022 – eventualità che naturalmente avrebbe costi enormi non soltanto per Kyiv ma anche per tutti i Paesi che ne sostengono oggi gli sforzi bellici e ne sosterranno la ricostruzione e poi l’integrazione economica con i mercati e le istituzioni internazionali.

Deriva da questa semplice analisi che la UE ha tutto l’interesse a vedere garantita la sicurezza dell’Ucraina, mentre Bruxelles traccerà (in piena autonomia da qualunque attore esterno) una strada graduale di aggancio economico e politico.

Ed è qui che l’altra faccia di Bruxelles – cioè la NATO, il cui quartier generale integrato, SHAPE, è in realtà a 70 km dalla capitale belga – diventa insostituibile.

L’Alleanza è infatti stata finora, e continuerà ad essere, il vero “game changer” per l’Ucraina nel suo scontro esistenziale contro la Russia di Putin, come ha scritto recentemente “Julian Lindley-French”.

Da parte sua, l’Unione Europea ha certamente un ruolo fondamentale da svolgere, ma non potrà farlo senza l’apporto degli Stati Uniti.

 E dovrà anzi meglio coordinare in futuro le sue iniziative con Washington:

è il caso di ricordare la lezione del 2013-14, quando la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina fu la causa scatenante della prima invasione russa, sebbene alcune iniziative americane avessero acuito la tensione.

In conclusione, l‘ancoraggio europeo dell’Ucraina sarà visto comunque da Mosca (perfino in presenza di una leadership post-Putin) come un problema politico-strategico, e dunque questa autonoma, legittima, e opportuna decisione degli europei andrà difesa anche attraverso la dissuasione militare.

 E’, in sostanza, un’operazione politica ed economica che certamente corrisponde agli interessi della UE – si pensi alle capacità industriali e agricole dell’Ucraina, di cui ci si è resi conto quasi soltanto nel 2022 – ma che richiede un assetto di sicurezza impossibile da garantire in un’ottica esclusivamente europea.

Ben venga allora una garanzia offerta dalla NATO;

 che poi sia sotto forma di processo di adesione o con un percorso e accordi ad hoc per Kyiv, questo è un aspetto secondario, soprattutto a seguito dell’integrazione accelerata delle forze armate ucraine con quelle occidentali che è in atto da mesi. Intanto, è necessario che la UE e i suoi Paesi membri ragionino in modalità strategica – magari lasciando per ora da parte le ambizioni assai vaghe di “autonomia”, che di strategico hanno solo il nome.

Ciò che conta è articolare (se si vuole, in autonomia, purché con pragmatismo) degli interessi e degli obiettivi operativi che si possano poi perseguire in sinergia con altri, a cominciare dagli USA e dunque dalla NATO.

 È molto positivo, ad esempio, che le diplomazie europee abbiano iniziato a pensare anche al di fuori degli schemi tradizionali, come nel caso del formato “European Political Community”, che include ben 47 Paesi partecipanti (formato paneuropeo dunque, ad esclusione di Russia e Bielorussia).

 L’incontro del 1° giugno si è tenuto a Chisinau, Moldavia: una scelta di “location” per nulla casuale, che indica quantomeno una visione realmente strategica e un ulteriore messaggio di fermezza all’attuale leadership russa.

È questa la strada su cui muoversi nel tracciare il futuro sia della UE che della NATO, anche oltre la stessa questione ucraina.

(Roberto Menotti)

 

 

 

 

Meloni a Tunisi, lungo

incontro con il presidente Saied.

Enti.locali – online.it - AdnkronosAmedeo Gasparini – (6 Giu., 2023) – ci dice:

(Adnkronos) – Il colloquio bilaterale ufficiale tra il presidente tunisino Kais Saied e la premier Giorgia Meloni “è stato molto lungo ed è un segnale di un buon feeling tra i due leader”.

 A sottolinearlo fonti della delegazione italiana mentre è in corso la missione a Tunisi della presidente del Consiglio.

Ulteriore segnale della sintonia, rimarcano le stesse fonti, è il fatto che al termine dell’incontro Meloni e Saied con le delegazioni si siano intrattenuti informalmente nella terrazza per ulteriori scambi di vedute davanti a un caffè.

Una coda di incontro che ancora si sta prolungando.

“Sono molto felice di parlare con lei dei nostri problemi. Lo dico a voce alta: lei è una donna che dice a voce alta ciò che gli altri pensano in silenzio”, ha” Saïed” accogliendo la premier al suo arrivo al Palazzo presidenziale di Tunisi.

Meloni è arrivata a Tunisi in mattinata. Ad accoglierla il primo ministro della Tunisia “Najla Bouden Ramadan”. 

Una visita” di amicizia e di lavoro” quella di oggi a Tunisi:

così la presidenza tunisina in una nota ha definito la visita di Meloni, ricordando che la presidente del Consiglio è stata invitata dal presidente Saied.

Venerdì i due hanno avuto un colloquio telefonico durante il quale, sottolinea la presidenza di Tunisi, sono state sottolineate le” relazioni speciali tra i due Paesi e i legami strategici tra la Tunisia e l’Unione Europea”.

L’agenzia di stampa “Tap” afferma che la telefonata è stata anche l’occasione per discutere dell’iniziativa, lanciata da Saied, di organizzare una conferenza ad alto livello tra i Paesi interessati dalle migrazioni, in particolare i Paesi del Nord Africa, del Sahel e del Sahara, e i Paesi del Mediterraneo settentrionale.

L’obiettivo di questa iniziativa è quello di affrontare le cause della migrazione irregolare e individuare le strategie adeguate da mettere in atto per porre fine alla crisi umanitaria che essa provoca, sottolinea la presidenza di Tunisi in una nota.

La premier Meloni è stata contestata sui social da alcune organizzazioni non governative (ong) locali che l’hanno definita “persona non grata”.

 Nella nota diffusa tramite Facebook dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes) si legge che

 ”il sostegno offerto dall’Italia è finalizzato a frenare le partenze della Tunisia, che si tratti di cittadini tunisini o stranieri, e per facilitare e accelerare i rimpatri forzati dall’Italia.

Le politiche migratorie del governo italiano hanno un impatto diretto sui tunisini in Italia.

 Nel 2020 e nel 2021, i cittadini tunisini sono stati la prima nazionalità a essere detenuti nei Centri italiani di Permanenza di Rimpatrio e la prima nazionalità ad essere rimpatriata”.

Le ong, tra cui anche la Lega tunisina dei diritti umani e l’Associazione delle donne democratiche tunisine, citando una recente indagine che ha anche” messo in luce le cure disumane che soffrono in questi centri i migranti, tra cui molti tunisini.

La cooperazione tra i due paesi non riguarda né le procedure di identificazione dei corpi dei defunti in mare né il rimpatrio dei corpi”. 

Nel comunicato, firmato tra l’altro dagli “Avvocati senza frontiere” e dall’”Associazione di intersezione per i diritti e le libertà”, si parla di” considerevoli finanziamenti concessi dall’Italia, circa 47 milioni dal 2014, che sono stati utilizzati esclusivamente per rafforzare l’apparato di sicurezza tunisino, di cui il ministero dell’Interno e della Difesa sono i principali destinatari.”

 Inoltre, prosegue la nota,”la cooperazione tecnica e commerciale che l’Italia vuole mantenere con la Tunisia non giova in nulla al popolo tunisino, dato che per beneficiarne bisogna ottenere un visto e che rimane per molti tunisini una chimera”.

Il testo, firmato anche dal “Comitato per il rispetto dei diritti umani e delle libertà” in Tunisia e dall’”Organizzazione contro la tortura in Tunisia”, ricorda che l’Italia ha rinnovato la classificazione della Tunisia nell’elenco dei paesi d’origine sicuri”, ma allo stesso tempo” il paese affronta una grave crisi economica, sociale e politica e il governo tunisino ha una sola priorità: perseguire e carcere attivisti, sindacati, giornalisti e oppositori politici”.

Dato il contesto attuale, sostengono le ong,” la Tunisia non può essere considerata un paese sicuro per le persone con mobilità”.

Si afferma poi che” l’obiettivo del governo italiano è fare della Tunisia una guardiana dei suoi confini, soprattutto nelle operazioni di intercettazione delle imbarcazioni nelle acque territoriali e del loro trasferimento in Tunisia, e favorire una stabilizzazione superficiale del paese per evitare che sempre più tunisini la lascino.

Dal primo gennaio al 31 maggio la Tunisia ha intercettato 23.110 migranti (10 volte più dello stesso periodo del 2020)”.

 Le associazioni firmatarie ricordano quindi che” la mobilità è un diritto umano e che proprio a causa di queste politiche di esternalizzazione e di sicurezza adottate dai due Stati migliaia di persone, tunisini e stranieri, stanno perdendo la vita, costrette a prendere strade sempre più pericolose”.

 E che” la cooperazione e le politiche di vicinato devono favorire gli interessi del popolo tunisino ed esorta il governo tunisino ad astenersi dallo svolgere il ruolo di gendarme del Mediterraneo”.

Inoltre viene” ricordato che le discussioni in corso con le autorità italiane sulla cooperazione in materia di controllo delle frontiere e lotta al traffico portano le acque territoriali e il territorio tunisino all’ingerenza delle forze di sicurezza europee”.

 Va anche chiesto che” venga presa in considerazione la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo del 30 marzo, che ha condannato il governo italiano per aver violato i capitoli 3, 5 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo contro 4 migranti tunisini e chiede la cessazione delle espulsioni di massa dei migranti tunisini provenienti dall’Italia”.

 Inoltre si” denuncia il rapporto ideologico tra governi tunisino e italiano, segnato da discorsi xenofobi e razzisti”.

E, concludono le” ong”,” esortiamo i governi a stabilire la verità e a rendere giustizia per la sospetta morte di “Wissem Ben Abdellatif”, deceduto il 28 novembre 2021 attaccato ad un letto dell’ospedale San Camillo di Roma, a seguito del suo trasferimento dalla rianimazione cardiopolmonare da Ponte Galeria”.

 

 

 

 

EDMUND BURKE TRADITO DAL FALSO

CONSERVATORISMO DI OGGI.

Alterphink.it - Amedeo Gasparini – (3 Agosto 2022) – ci dice:

 

Edmund Burke è considerato il padre del conservatorismo moderno.

 Credeva che nelle società non ci dovesse essere né un eccesso di libertà, né un eccesso di democrazia.

 La prima avrebbe condotto all’anarchia, la seconda alla tirannide.

 Burke era molto critico nei confronti della bigottissima Chiesa d’Inghilterra, ma al contempo criticava pure l’ateismo.

Voleva un parlamento forte, eletto e legittimo.

 Istituzioni solide che applicassero la rule of law.

Legislature lunghe non in balia di micropartiti e del caos.

Questo avrebbe portato a suo avviso ad un incremento della corruzione politica e della demagogia

 Ostile alle rivoluzioni e in particolare a quella francese, favoriva l’antico ordine costituzionale britannico, nonché la monarchia.

Spaventato dai moti rivoluzionari, Burke è sempre stato elitario e difese il ceto medio.

Non esitò a difendere anche l’aristocrazia, nell’ora in cui questa vedeva perdere i propri monopoli e privilegi.

Nel conservatorismo delle destre di oggi non c’è nulla del “conservatorismo burkeano”.

 Le nuove destre confondono la libertà con l’anarchia e strizzano l’occhio ai sistemi tirannici e cleptocratici, favorendo populisticamente una democrazia collettivistica che eleva il popolo a supremo decisore.

Le destre di oggi disprezzano i pesi e i contrappesi delle democrazie liberali e sono anti-istituzionaliste.

 Il conservatorismo delle destre di oggi è bigotto e affine ad un clericalismo in nome di un presunto tradizionalismo nazionale – l’ateismo è condannato dai conservatori d’oggi che scomodano perfino Dio e iconograficamente usano la Croce come spada.

Oggi il conservatorismo è anti-elitario e, a tratti antiborghese, fa appello alle classi meno abbienti.

Racimola consenso laddove un tempo si votava per i partiti delle sinistre, che negli anni hanno perso il monopolio del populismo pauperista.

Il conservatorismo di oggi aborrisce le élite e divide la società tra un popolo puro e un’élite corrotta.

Conservatorismo, tuttavia, non è schierarsi aprioristicamente con l’aristocrazia, favorire la Chiesa, elevare lo Stato a discapito dei diritti del cittadino.

Una delle sue forze è di essere trasversale alle classi sociali.

“Michael Oakeshott” ha scritto che

 «essere conservatori […] significa preferire il familiare all’ignoto, preferire il provato al non provato, il fatto al mistero, l’effettivo al possibile, il limitato all’illimitato, il vicino al lontano, il sufficiente al sovrabbondante, il conveniente al perfetto […]; acquisire e ingrandire sarà meno importante che conservare, coltivare e godere; il dolore della perdita sarà più acuto dell’eccitazione della novità o della promessa».

Il conservatorismo odierno basa la sua diffidenza nei confronti della novità in molti per rafforzare privilegi e classi.

Si sente minacciato dalla globalizzazione, dal miscuglio identitario, dall’assenza, virtuale e non, di frontiere, dalla demografia a favore di “diverse” etnie nel paese.

«Il disegno del conservatore è dettato dalla paura del cambiamento e di ciò che è sconosciuto, della sua naturale tendenza all’“autorità” e dalla mancata comprensione delle forze che muovono l’economia», scrive “Mario Vargas Llosa” (Il richiamo della tribù).

Non tragga in inganno il fatto che i conservatori dicano di essere a favore dell’economia di mercato.

Essi adottano il libero mercato non perché questo è espressione della volontà individuale e della libertà del genio umano, ma perché esso è uno strumento che consente di sopraffare l’altro in uno spazio di vuoto legislativo e far west economico.

Tuttavia, se si guarda alla storia del conservatorismo populista moderno, si scoprirà come questi abbia fatto affidamento sempre sulla mano pesante dello Stato.

E non solo nella società, ma anche sull’economia, privilegiando i monopoli (distorsione del libero mercato).

 Il conservatorismo «tende essere benevolo verso la coercizione e il potere arbitrario».

L’arbitrio della coercizione piace alla destra odierna ed è quanto di più distante dal liberalismo.

“Friedrich von Hayek” scrisse di non essere un conservatore:

secondo lui il conservatore è vincolato al bagaglio delle idee che ha ereditato per tradizione e vede l’idea stessa del cambiamento come una grossa minaccia per i propri valori e ideali sociali.

 In questo senso, il rischio di un conservatorismo estremo – ben lontano da quello di Edmund Burke – è il pericolo della fossilizzazione su un ideale.

 «Per questo i conservatori sono spesso oscurantisti, cioè retrogradi a livello politico.

Di solito sono anche nazionalisti […]. Il conservatore difficilmente capisce la differenza tra nazionalismo e patriottismo: considera le due cose identiche».

Edmund Burke non considerava le due parole come sinonimi e non avrebbe approvato il conservatorismo odierno – che, se non altro, non pretende neppure di ispirarsi a lui.

Il conservatorismo delle destre di oggi – specialmente negli Stati Uniti, dove questo viaggia a braccetto con un odioso fanatismo religioso che unisce estremismo cristiano cattolico e cristiano evangelico – è di matrice autoritaria e paternalista, intransigente e vendicativo, reazionario e bigotto, statalista e complottista, oscurantista e pagano, razzista e antirepubblicano, antidemocratico e antistituzionale e quindi profondamente illiberale.

Tutti elementi che sono in antitesi rispetto al conservatorismo di Edmund Burke.

Il conservatorismo di oggi è lontanissimo dal compromesso del conservatorismo liberale e del liberalismo conservatore.

 È, anche dal profilo economico, l’anti-Hayek.

Il vero conservatore (che è l’uomo del dopodomani, a differenza del progressista che è l’uomo del domani, secondo Giuseppe Prezzolini) deve fare il contrario di quello che fanno i conservatori oggi.

 Deve rafforzarsi in un’etica che non sia falsata da idolatrie ed estremismi, da ideologie alternative e lontane dalla realtà, da posture autoritarie e scioviniste.

(Amedeo Gasparini)

(amedeogasparini.com)

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