L’ultimo uomo libero sarà conservatore.
L’ultimo
uomo libero sarà conservatore.
Marco
Tarchi: “Meloni-Schlein
scontro
tra conservatorismo
e
progressismo.”
Barbadillo.it
– Marco Tarchi - La Stampa – (12 aprile 2023) – ci dice:
L'intervista
(integrale) del politologo dell'Università di Firenze: dalla destra di governo
alla Schlein, passando per il tema dell'egemonia.
Marco
Tarchi:
La
destra è da sei mesi al governo. Che giudizio dà di questa novità assoluta nel
panorama politico italiano?
“Un
giudizio interlocutorio.
Da un
lato sono emersi alcuni elementi di improvvisazione e qualche passo indietro,
se non inversione di rotta, rispetto alle intenzioni avanzate in campagna
elettorale (sull’immigrazione si è passati dalla richiesta di blocco navale
all’accettazione di fatto di sbarchi continui; con la Commissione europea, i
fieri propositi di riforma sono sfumati in sorrisi più o meno di circostanza).
Dall’altro,
su qualche punto qualificante del programma conservatore che Meloni aveva
annunciato, come le norme riguardanti i cosiddetti temi etici, il governo
sembra intenzionato a tenere duro.
E,
malgrado la manifesta ostilità di una parte di Forza Italia, pare che la
compagine rimanga solida.
Viste
le premesse, non è poco”.
Negli
ultimi tempi si stanno susseguendo dichiarazioni da parti di figure
istituzionali e di primo piano nella compagine politica da La Russa a Meloni,
che secondo la sinistra stanno riscrivendo la storia della Resistenza. Che cosa
ne pensa? Fa parte davvero di un disegno politico?
“Lo
scontro a fini politici della storia – e della memoria storica – non è
certamente una novità, ed è anzi attorno ad esso che, gramscianamente, si
costruisce un’egemonia culturale come parte integrante di un disegno di
conquista e gestione del potere.
Qualunque opinione se ne abbia, è innegabile
che le sinistre, in questo ambito, nell’Italia repubblicana hanno accumulato un
enorme vantaggio, anche per l’interpretazione delle vicende del fascismo e
dell’antifascismo che hanno proposto.
Basti pensare ai duri attacchi che Renzo De
Felice – non certo un nostalgico della dittatura mussoliniana – subì per aver
documentato l’esistenza di un ampio consenso al regime fino all’inizio della
guerra.
Che
l’elettorato delle destre non condivida gran parte di quella lettura del
fenomeno fascista, è sicuro.
Ed è
evidente che, riportando lo scontro su quel tema, entrambe le parti pensano di
avere qualcosa da guadagnare, soprattutto in termini di mobilitazione dei
propri sostenitori.
Resta il fatto che il grosso dell’opinione
pubblica, secondo i sondaggi, dimostra un sempre più marcato disinteresse verso
i fatti di ottanta o cento anni fa”.
Il
populismo in Italia è passato da Grillo a Salvini. Nella fase attuale c’è un’evoluzione
rispetto a quei toni? Si usano parole e argomenti diversi?
“Sia
il Movimento Cinque Stelle che la Lega di Salvini hanno, chi più chi meno,
moderato i toni rispetto a qualche anno fa, accantonando gli attacchi più
diretti all’establishment.
Si è
passati dalle invettive alle proposte, spinti un po’ dal clima del dopo-Covid e
della guerra russo-ucraina, un po’ da esigenze di coalizione (anche se quella
degli ex grillini con il Pd appare ancora problematica e incerta).
Ma se
riesplodessero fattori di forte crisi sociale, si può supporre che certi modi
di fare politica tipici del populismo tornerebbero a galla”.
C’è
ancora uno spazio elettorale al centro come scommette il Terzo Polo?
“Solo
se la polarizzazione sempre più in atto tra i due maggiori schieramenti e i
loro sostenitori superasse il livello di guardia e si arrivasse a un
deterioramento dell’ordine pubblico o delle dinamiche istituzionali – qualcosa
di simile, per fare due casi, a quanto sta accadendo in Francia o in Israele.
Ma per
adesso ne siamo ben lontani, e il margine di manovra per soggetti che, per loro
natura, si assegnano ruoli di mediazione è molto ridotto”.
L’arrivo
di Elly Schlein può radicalizzare il panorama politico con una sfida tra due
donne lontanissime tra di loro?
“Sì, e
non solo e non tanto per il loro profilo femminile, ma perché lo spostamento
già evidente dell’asse del conflitto politico dal consueto spartiacque
destra-sinistra, che ormai si era in gran parte svuotato degli originari
connotati ideologici, alla discriminante conservatorismo-progressismo, che mette di fronte due antitetiche
visioni del mondo, della società e dell’uomo, spinge verso un contrasto tra
scelte politiche profondamente diverse.
In cui i terreni di scontro si moltiplicano,
toccando questioni da molti sentite con particolare intensità.
Penso soprattutto a temi come i flussi
migratori di massa, e quindi al problema della natura multietnica e
multiculturale delle società, nonché – quando intervengono fattori religiosi –
dei modi di vita della popolazione, o dei già citati temi etici, da una parte
visti come diritti civili di origine naturale e dall’altra come espressione di
semplici desideri individuali di limitate minoranze che cercano un
riconoscimento pubblico da parte dello Stato”.
Che
consigli dà alla destra italiana?
“Non
facendone parte, sarebbe improprio che mi mettessi in cattedra. Mi limito a
dire che se si vuol condurre una battaglia per la contro-egemonia, come è stato
detto più volte da Meloni e dai suoi, bisogna disporre di idee e uomini adatti.
E, per averli, occorre studiare. Molto”.
(La
Stampa – Marco Tarchi - @barbadillo.it)
Il
mondo conservatore rende
omaggio a Joseph Ratzinger.
Internazionale.it - Sarah Belouezzane, Le
Monde - (5 gennaio 2023) – ci dice:
Davanti
alle spoglie esposte sotto il baldacchino in bronzo dello scultore italiano
Bernini, nella basilica di San Pietro a Roma, un uomo era in ginocchio in segno
di raccoglimento.
Il
primo ministro ungherese Viktor Orbán non è cattolico, ma il 3 gennaio 2023 ha
voluto essere presente per rendere personalmente omaggio a Benedetto XVI, papa
emerito deceduto sabato 31 dicembre 2022 e le cui esequie si svolgono oggi, 5
gennaio.
Orbán
e Benedetto si conoscevano e a quanto pare nutrivano una stima reciproca.
I
funerali di Joseph Ratzinger, papa dal 2005 al 2013 prima della sua clamorosa
rinuncia, non sono un evento di stato.
Solo i funzionari italiani e tedeschi sono
ufficialmente invitati.
Eppure,
al pari di Orbán, molti leader politici e religiosi hanno deciso di venire a
inchinarsi, a titolo privato, davanti alla salma del predecessore di Francesco
I.
È un balletto che assume la forma di un
tributo alla concezione conservatrice della società e della chiesa incarnata
dall’ex cardinale Ratzinger, salito al trono papale con il nome di Benedetto
XVI.
Il
ruolo di rappresentare l’Ungheria, il 5 gennaio, però, è stato lasciato al presidente “Katalin Novák”.
Ai
funerali sono arrivati anche il presidente polacco “Andrzej Duda”, altro
esponente conservatore, così come l’arcivescovo emerito di Hong Kong, “Joseph
Zen”, il cui passaporto è custodito dalle autorità cinesi, ma che ha ottenuto
un’autorizzazione speciale per uscire dal paese.
Critico
nei confronti della politica di papa Francesco sulla Cina, il prelato è famoso
per aver contestato alcune delle riforme liturgiche introdotte dall’attuale
pontefice.
La sua presenza in Vaticano conferma che
Ratzinger era diventato la figura tutelare di un mondo conservatore contrario
all’approccio di Francesco, ritenuto troppo legato alle tematiche sociali, a
cominciare dai migranti, e poco alla teologia.
A
rappresentare la Francia è stato “Gérald Darmanin”, ministro dell’interno
incaricato anche dei culti, mentre gli Stati Uniti, nonostante siano guidati
dal cattolico” Joe Biden”, hanno mandato solo l’ambasciatore in Vaticano.
Guardiano
del tempio cattolico.
“Yann
Raison du Cleuziou”, dell’”università di Bordeaux”, sottolinea che Ratzinger,
teologo stimato e figura importante della chiesa del ventesimo secolo, aveva
attirato l’attenzione del mondo conservatore ben prima della sua elezione a
pontefice.
Da
prefetto della congregazione per la dottrina della fede si era presentato come
guardiano del tempio cattolico, “vedetta intellettuale per difendere l’ortodossia della
fede”, spiega “Raison du Cleuziou”.
Le sue
prese di posizione sono state molto apprezzate dai conservatori, a cominciare
dalla nota con cui nel 2000 aveva sostenuto il primato della chiesa cattolica
sulle altre in quanto “unica erede legittima della rivelazione incarnata da
Gesù”, o da un testo in cui ha precisato quale dovrebbe essere il comportamento
dei cattolici nella vita pubblica.
Dopo
l’elezione a papa, Benedetto XVI è intervenuto in modo più deciso sulle
questioni liturgiche, soprattutto con la liberalizzazione della possibilità di
celebrare la messa in latino, limitata in seguito al Concilio Vaticano II.
Nella
Santa Sede qualcuno si interroga sulla modestia (relativa) delle esequie di
Benedetto XVI.
È
proprio su questi temi liturgici che è arrivata la prima stoccata del campo
conservatore contro papa Francesco.
Il
corpo di Benedetto XVI era ancora caldo quando “Georg Gänswein”, suo segretario
personale, ha concesso un’intervista molto significativa a una testata
conservatrice tedesca, spiegando che il suo mentore aveva avuto “il cuore
spezzato” dalla nota apostolica con cui Francesco aveva rimesso in discussione
la sua decisione di ampliare le possibilità di celebrazione della messa, molto
apprezzata dai conservatori.
Alcuni
tra i “ratzingeriani” ricordano che il papa emerito era diventato un simbolo
suo malgrado, ma riconoscono che, con le sue prese di posizione, era una figura
importante per tutti quelli che si interrogano sul futuro della chiesa.
Nella
Santa Sede qualcuno si pone delle domande anche sulla modestia (relativa) delle
esequie di Benedetto XVI.
Non
avrebbero dovuto essere celebrate come funerali di stato?
Perché
fare sempre riferimento al suo status di “papa emerito” nonostante avesse
ricoperto la funzione di papa per otto anni?
Perché
sulle sue spoglie non è stato lasciato il “pallium”, la famosa sciarpa che solo
i papi hanno il diritto di portare e che dunque sarebbe spettata pure a lui?
Nell’organizzazione
dei funerali alcuni conservatori hanno visto un’ammissione della debolezza di
Francesco, a loro parere preoccupato che una cerimonia diversa potesse
galvanizzare i suoi oppositori.
Eppure
lo svolgimento delle esequie, fatta eccezione per alcuni dettagli, è quello di
un papa in attività.
L’evento
del 5 gennaio potrebbe essere strumentalizzato dai conservatori, ma segna anche
la fine di un’epoca.
Secondo
“Massimo Faggioli”, professore di teologia e studi religiosi dell’”università
di Villanova”, negli Stati Uniti, con la morte di Benedetto XVI il campo
conservatore in Vaticano “perde un leader, una figura attorno a cui
compattarsi.
Oggi
non emerge alcuna personalità che possa fungere da simbolo o incarnazione”.
Ma
Faggioli aggiunge che la chiesa ha perso anche un “moderatore”, un uomo che con
la sua presenza riusciva a placare gli ardori di chi vorrebbe che la chiesa
tornasse a una versione molto più conservatrice nel pensiero e nei costumi.
Per
questo motivo ora molti prevedono una conclusione difficile del pontificato di
Francesco.
"Il
Cav ci ha visto giusto: così l’Italia
guiderà
l’”Ue” Basta inseguire
i
dettami della sinistra europea."
Ilgiornale.it
- Francesco Boezi – (5 Giugno 2023) – ci dice:
Il
professor” Raimondo Cubeddu”: «I socialisti verso la scomparsa, stop
all’ambientalismo che favorisce solo la Cina».
Il
professor “Raimondo Cubeddu”, già ordinario di Filosofia politica
all’Università di Pisa, presidente per l’istituto Bruno Leoni del Comitato
editoriale e filosofo politico, vede nelle prossime elezioni europee il punto
di svolta per l’Italia.
Ma
quel che deve accadere - rimarca - è la riproposizione dello schema che ha
fatto vincere al centrodestra il governo.
Il
Cav., per l’esperto, ha avuto l’intelligenza politica di leggere la situazione
in anticipo.
E a prevalere, sarebbero gli interessi
italiani.
Il
tutto se e solo se la coalizione presentata non sarà «anti-meloniana».
Il
presidente Silvio Berlusconi, intervistato da «Il Giornale», apre al centrodestra
europeo, ossia al modello italiano replicato in Ue.
La vede plausibile?
«Assolutamente
sì.
Prima
di tutto bisogna essere realisti.
La profonda crisi dei Partiti Socialisti in
tutta Europa - con l’ultimo caso della sconfitta di Pedro Sanchez in Spagna,
impone un cambio di rotta.
La
Meloni ha intelligenza politica e visione strategia: questa è un’occasione che
non si può perdere.
L’Italia
diventerebbe protagonista e ne trarrebbe i maggiori vantaggi.
Si
tratta - mi ripeto - di cogliere una grande occasione.
E non bisogna farsi condizionare dal lasciare
a piedi Marine Le Pen: ha un’altra impostazione e non è al governo francese.
E stesso discorso vale per Viktor Orbàn».
E
quali sarebbero gli altri interlocutori possibili?
“Renew Europe di Macron”?
«Certo,
bisogna giocare a tutto campo e vedere chi ci sta.
L’Italia deve, senza preclusione, diventare
protagonista per responsabilità europea.
Se
vogliamo trasformare l’Europa, questa è la circostanza storica adatta, con una prevalenza
di interessi concreti che fino a poco fa tutto erano fuorché quelli italiani».
Una Ue
che però deve restare nel campo occidentale.
«Fuori di dubbio. Non voglio essere ruffiano
ma la posizione della Meloni, in questo ambito, è esemplare. Il problema
dell’Ucraina è focale, così come quello dei confini, dunque quello della
Polonia.
Ma
come si è pensato in Ue di trattare la Polonia in questa maniera?
La svolta dev’essere estromettere i
socialisti, che non esistono sostanzialmente più.
Ma
deve andare di pari passo con una svolta geopolitica.
Non possiamo più inseguire la sinistra europea
con i suoi dettami ecologisti o con le sue battaglie sui nuovi diritti.
Esistono anche altri problemi».
Ma una
parte del “Partito popolare europeo” viene ritenuto schiacciato sui socialisti
no?
«Vorrà dire che quella parte di popolari
virerà verso altre posizioni.
Non si
può proporre una politica ambientalista che in fin dei conti favorisce la Cina.
Poi di cristiano, in alcuni emisferi, è rimasto poco.
Bisogna
fare i conti al proprio interno».
Ma
Berlusconi quindi per lei ha ragione.
«Ha l’intelligenza di comprendere come, per contare,
si debba riproporre la coalizione italiana in Europa.
In questo modo il Belpaese diventerebbe
fondamentale nelle e per le logiche continentali».
E la
Meloni leader europea del futuro.
«Anche del presente, se sfrutta l’occasione.
Ha l’età, la volontà. Ha tutto».
Cosa
dovrebbe fare la Lega di Matteo Salvini?
«Dovrebbe
fare un passo verso il “Ppe” o l’”Ecr” per far sì che la rappresentatività
italiana diventi più forte.
Altrimenti non resterebbero molti
interlocutori.
E
l’Italia perderebbe questo momento, che è invece perfetto».
Se la
sente di fare un nome per la presidenza della commissione Ue?
Mario
Draghi?
«Se
volesse farlo sì, si chiuderebbe il cerchio.
Ma all’interno dello schema coalizionale che
ho presentato.
Anche perché qualunque altra coalizione
finirebbe con l’essere anti-meloniana, dunque in questa fase anti-italiana».
Gergely
Gulyás: L'Ungheria è la speranza
dei
conservatori nel mondo libero.
Magyarnemzet.hu
- ÁRON TERNOVACZ – (20.11.2022) – ci dice:
L'EVENTO
CONSERVATORE PIÙ PRESTIGIOSO SI TERRÀ ANCHE IL PROSSIMO ANNO A BUDAPEST.
L'Ungheria
è la speranza dei conservatori nel mondo libero.
-
Perché siamo interessanti non solo per i nostri amici conservatori, ma anche
per i liberali progressisti di tutto il mondo?
Perché
i nostri avversari cercano di escluderci dall'arena politica internazionale?
La risposta è semplice.
Infatti,
è perché l'Ungheria è la speranza dei conservatori nel mondo libero, ha detto
sabato “Gergely Gulyás” al “CPAC” Messico.
Il ministro responsabile dell'Ufficio del
Primo Ministro ha annunciato all'evento che l'evento conservatore più
prestigioso, la” Conservative Political Action Conference” (CPAC), sarà
nuovamente organizzato a Budapest nel 2023.
Anno
Domini.
-
L'Ungheria ha una storia millenaria e una ricca cultura nel cuore dell'Europa.
L'Ungheria è un paese con una popolazione di dieci milioni, ma noi siamo una nazione
di 15 milioni.
Quindi
ci sono il doppio delle persone che vivono qui a Città del Messico rispetto a
qui.
Perché siamo interessanti non solo per i
nostri amici conservatori, ma anche per i liberali progressisti di tutto il
mondo?
Perché
i nostri avversari cercano di escluderci dall'arena politica internazionale?
La
risposta è semplice.
In Ungheria, dal 2010, abbiamo vinto quattro
elezioni con una maggioranza schiacciante.
Nel
maggio di quest'anno, il 54% delle persone ha votato per noi, cosa che abbiamo
ottenuto dopo 12 anni di governo conservatore.
Se la stampa liberale fornisse un quadro
accurato dell'Ungheria, minaccerebbe che molte persone ci seguano.
Questo
è il motivo per cui i media liberali mentono tutto il giorno sull'Ungheria.
Ha
dettagliato.
Secondo”
Gergely Gulyás”, se qualcuno nei” media liberali occidentali” non mente sul
nostro paese, non può essere un giornalista, ma almeno non potrebbe scrivere
sull'Ungheria.
Come
ha detto, nonostante le accuse, l'Ungheria è un paese di successo.
Più di
un milione di persone in più lavorano oggi nel nostro Paese rispetto a un
decennio fa.
- La nostra crescita economica è da anni una
delle migliori in Europa.
I salari non sono mai cresciuti così
velocemente come negli ultimi dieci anni.
Anno
dopo anno, le esportazioni ungheresi hanno stabilito record enormi e le più
grandi aziende del mondo sono felici di scegliere l'Ungheria come sede degli
investimenti.
Abbiamo
un'imposta unica sugli utili societari del 9% e un'aliquota unica del 15% sul
reddito delle persone fisiche.
L'Ungheria spende il cinque per cento del suo
PIL per il sostegno alla famiglia. Questo è triplicato dal 2010 ed è il tasso
più alto in Europa.
Chi
non è un liberale non è un buon democratico.
Secondo
“Gergely Gulyás”, mentono perché il nostro Paese ha bisogno di essere attaccato
con qualcosa, perché i risultati parlano da soli.
La
base dell'attacco è che chi non è liberale nel 2022 non può essere un buon
democratico.
Chiunque
creda che le persone nascano maschio e femmina è un nemico della libertà.
Chiunque
creda che il matrimonio possa essere concluso solo tra un uomo e una donna è un
nemico dello stato di diritto.
Chi
crede che la migrazione sia pericolosa e che uno Stato possa essere considerato
tale fintanto che è in grado di proteggere i propri confini esterni non
rispetta i diritti umani fondamentali.
Chiunque creda che la migrazione senza
integrazione rappresenti un pericolo per una società non tiene conto della
dignità umana.
E chiunque pensi che dovrebbe esserci una
stampa conservatrice accanto a quella liberale è nemico della libertà di
stampa, ha detto.
Secondo il capo del ministero, il liberalismo
- che una volta, nel XIX Ha fatto molto per la libertà nel XIX secolo - oggi è
diventato un nemico della libertà.
L'Ungheria
ha fatto molto per la libertà.
Il
ministro ha ricordato che i leader ungheresi di oggi hanno dimostrato il loro
impegno per la libertà e la democrazia più di chiunque altro.
Nel mondo occidentale, parlano dell'importanza
della libertà, della democrazia e dello stato di diritto in modo tale da aver
vissuto tutta la loro vita in libertà, democrazia e stato di diritto.
–
L'Ungheria è quasi l'unica eccezione.
Anche
durante la dittatura comunista, i leader conservatori del nostro paese erano
impegnati per la libertà, la democrazia e lo stato di diritto.
Anche
quando non era di moda, era una minaccia.
-
Disse.
“Gergely
Gulyás “ha chiesto ai presenti di essere orgogliosi del fatto che il loro
obiettivo più importante è servire il loro paese, e poi li ha invitati a
Budapest, al CPAC 2023.
Conservatorismo.
Nilalienum.com
- treccani.it – (20-1-2023) – ci dice:
(Enciclopedia
online)
Nato
dopo la Rivoluzione francese e in polemica con essa, il c. è una corrente
politico-culturale che ha assunto fisionomie diverse a seconda dei contesti
nazionali in cui si è sviluppato.
Al di là delle differenze, i conservatori
avversano i progetti utopistici di società perfette e i mutamenti troppo
radicali, credono nella libertà individuale e nel mercato, sono severi in tema
di ordine e legalità e nutrono un particolare rispetto per la tradizione, la
famiglia e la religione.
Dizionario
di Storia (2010).
Posizione
culturale e politica di chi sottolinea il valore della continuità di fronte al
cambiamento, contro le ideologie progressiste, difendendo l’ordinamento
politico-sociale tradizionale dagli impulsi innovatori.
Storicamente il c., come ideologia dell’ordine
costituito, sorge nel 18° sec. per reazione al fallimento degli ideali di
riforma e di progresso impliciti nella filosofia illuminista e nei movimenti
rivoluzionari che a questa si ispiravano, in particolare la Rivoluzione
francese.
Esso
si afferma, sul piano politico, con il programma di restaurazione intrapreso
dagli Stati europei nella prima metà dell’Ottocento e a livello concettuale in
quei sistemi di pensiero (idealismo filosofico, positivismo sociologico,
nazionalismo romantico), il cui tratto comune è rappresentato dalla visione della
storia come processo immanentistico e necessario, sottratto al controllo
dell’uomo.
Il
precursore di queste teorie fu “E. Burke,” che contrappose al primato della ragione e del
progresso, postulato della Rivoluzione francese, la validità della tradizione e
del pragmatismo, elementi ritenuti tipici dell’esperienza britannica e proposti
come modelli universali.
Il c.
ha assunto fisionomie diverse a seconda dei contesti nazionali in cui si è
sviluppato.
Al di
là delle differenze, i conservatori avversano i progetti utopistici di società
perfette e i mutamenti troppo radicali, credono nella libertà individuale e nel
mercato, sono severi in tema di ordine e legalità e nutrono un particolare
rispetto per la tradizione, la famiglia e la religione.
Enciclopedia
delle Scienze Sociali (1992)
di “Noel
O'Sullivan”.
Sommario:
1. Definizione di conservatorismo: il conservatorismo come difesa di una
'politica limitata'. 2. La critica conservatrice della politica rivoluzionaria.
3. Tradizioni nazionali nel pensiero conservatore. 4. La crisi del
conservatorismo nel XX secolo. 5. La ricerca di una nuova identità
conservatrice. 6. La Nuova Destra. 7. Conclusioni.
1.
Definizione di conservatorismo: il conservatorismo come difesa di una 'politica
limitata.'
Volendo
dare una definizione di conservatorismo, possiamo attribuire a questo termine
il significato di atteggiamento soggettivo di ostilità verso il cambiamento; si
tratta allora di una tendenza che può essere riscontrata in ogni tempo e in
ogni luogo.
Ma se gli attribuiamo il senso di filosofia
ben definita che si basa su un'esplicita teoria dell'uomo e della società,
allora il conservatorismo è un fenomeno prettamente moderno.
Poiché il nostro articolo verterà sul
conservatorismo in questa sua seconda accezione, è importante individuare il
momento preciso in cui si è manifestato.
Esso è apparso negli anni immediatamente
successivi al 1789, come critica del nuovo modo rivoluzionario di fare politica
che era stato introdotto nel mondo occidentale dalla Rivoluzione francese.
Il termine 'conservatore' è stato usato per la
prima volta in questo senso moderno - come sinonimo, cioè, di opposizione al
nuovo modo di fare politica - allorché Chateaubriand chiamò "Le
Conservateur" il giornale da lui pubblicato per propagandare la causa
della Restaurazione clericale e politica in Francia.
Questo
termine venne ben presto adottato da molti altri gruppi che si opponevano al
progresso rivoluzionario.
Negli
Stati Uniti, ad esempio, gli “American National Republicans” già nel 1830 si
definivano 'conservatori', e nel 1832 anche il” partito tory “in Gran Bretagna
assunse questo nome.
Le
ragioni per le quali i conservatori si opponevano alla nuova politica
rivoluzionaria verranno spiegate più in dettaglio in seguito, ma per definire
il termine conservatorismo con maggior precisione può essere utile delineare
brevemente la situazione.
Il principale assunto sostenuto dai fautori
del nuovo modo di fare politica era che solo un radicale cambiamento sociale e
politico avrebbe reso possibile la totale liberazione dell'uomo.
I conservatori, invece, hanno sempre insistito
sul fatto che la libertà e la felicità dell'uomo si possono preservare solo
grazie a un modo di fare politica 'limitato', mentre i mutamenti radicali
causano immancabilmente la distruzione della 'politica limitata'.
Più in
generale, i conservatori hanno tentato di difendere la 'politica limitata'
rifiutando come utopistica la fiducia nella perfettibilità umana su cui si basa
il sogno di liberazione dei radicali.
A loro
avviso, una filosofia politica realistica deve per prima cosa accettare l'idea
che l'imperfezione o il conflitto sono componenti ineliminabili della
condizione umana.
Il
conservatorismo può pertanto essere definito come un modo per tutelare la
politica limitata sulla base di una filosofia che mette l'accento
sull'imperfezione umana.
Quest'ultima
definizione ha diversi meriti.
In
primo luogo si adatta al concetto di conservatorismo quale è stato sviluppato
da Edmund
Burke (cfr., ad esempio, Reflections on the
revolution in France, 1790), che viene generalmente ritenuto il padre del conservatorismo
moderno.
In
particolare, è stato Burke a identificare le sei caratteristiche principali
della politica limitata, e cioè:
1) una costituzione mista o bilanciata;
2) il principio di legalità;
3) una magistratura indipendente;
4) un
sistema di governo rappresentativo;
5) l'istituto della proprietà privata;
6) una politica estera diretta a promuovere
l'indipendenza politica attraverso il mantenimento dell'equilibrio del potere a
livello internazionale.
In
secondo luogo, questa definizione distingue il conservatorismo dalla
'reazione', che è caratterizzata invece dall'avversione per il mutamento in
quanto tale, e che implica sempre il richiamo a una situazione utopica (passata
o futura) in cui si gode di perfetta stabilità.
Il conservatorismo, al contrario, non si
oppone al mutamento in quanto tale, ma solo a quel tipo di mutamento che è
incompatibile con la tutela della politica limitata.
Dato
che le condizioni necessarie all'attuazione di una politica limitata ovviamente
variano a seconda dei tempi, la posizione conservatrice implica un buon grado
di flessibilità.
Ciò che viene comunque escluso, tuttavia, è
proprio quel tipo di utopia alla quale aspirano i reazionari:
la convinzione dei conservatori che la natura
umana è imperfetta è incompatibile con brame distruttive per ciò che è
impossibile.
In
terzo luogo, definendo il conservatorismo in termini di politica limitata e
imperfezione umana, si riconosce la parziale sovrapposizione tra
conservatorismo e liberalismo, e allo stesso tempo si mette in evidenza la
differenza tra questi due concetti.
Per
ciò che riguarda la loro sovrapposizione, bisogna ricordare che Burke stesso era strettamente legato
all'ideologia classica liberale connessa alla riforma costituzionale del 1688 (cfr. Appeal from the new to the old
Whigs, 1791).
Egli si discostava invece da questa tradizione
in quanto respingeva il razionalismo che ne era la caratteristica principale.
In seguito il conservatorismo respinse anche
l'ottimistica fede nel progresso che gradualmente aveva permeato la filosofia
liberale nel XIX secolo, data la sua incompatibilità con la concezione
conservatrice relativa alla ineliminabile imperfezione umana.
In
quarto luogo, questa definizione permette di effettuare una chiara distinzione
tra conservatorismo da una parte, e movimenti politici estremistici come il
nazismo e il fascismo dall'altra;
molto
spesso, infatti, tali movimenti sono confusi col conservatorismo.
Nazismo
e fascismo, contrariamente al conservatorismo, rifiutano la politica limitata,
e inoltre attribuiscono alla volontà umana una certa capacità di plasmare la
storia, idea che, come vedremo, è del tutto estranea alla filosofia
conservatrice.
2. La
critica conservatrice della politica rivoluzionaria.
Ciò
che dobbiamo ancora spiegare in modo più dettagliato è la natura precisa della
critica conservatrice del nuovo modo rivoluzionario di fare politica
affermatosi col 1789.
Le
caratteristiche essenziali di tale critica vengono messe in luce nella maniera
più chiara se si individuano i principali assunti intellettuali relativi
all'uomo e alla società che avevano contrassegnato la modalità d'azione
rivoluzionaria.
Il
primo assunto è il razionalismo, ossia il convincimento che le consuetudini e le
istituzioni possono venire legittimate solo tramite l'uso consapevole della
ragione umana.
Il conservatorismo considera empio il
razionalismo perché fa sì che qualsiasi ordine sociale esistente possa venir
completamente sovvertito, indipendentemente dal fatto che coloro che vi sono
soggetti l'abbiano trovato insoddisfacente, solo perché il riformatore
razionalista considera che tale ordine sociale non corrisponde a ideali
astratti quali i diritti dell'uomo o l'utopia comunista.
I filosofi conservatori, da Burke a Michael Oakeshott (v., 1962), hanno sempre sostenuto
che questo genere di ideologia politica attribuisce alla ragione una funzione
che essa in realtà non può adempiere.
In particolare, essi sostengono che gli schemi
ideologici sono sempre un 'compendio' (abridgment, per usare la terminologia
di Oakeshott) di una tradizione storica preesistente, e che la ragione non è
assolutamente in grado di definire dei programmi prescindendo da tale
tradizione, come invece asseriscono i razionalisti.
Qualunque
tentativo di imporre alla società un programma astratto, secondo i
conservatori, sarà soltanto una formula per l'esercizio di un potere arbitrario.
Il risultato sarà la distruzione dei legami
sociali volontari creati dal costume e dalla tradizione e l'insorgere della
coercizione come unico mezzo per tenere unita la società.
A
sostegno di questo punto di vista i conservatori sottolineano il fatto che
tutte le rivoluzioni dal 1789 in poi sono sfociate nel dispotismo.
Il
secondo assunto dello stile politico rivoluzionario è una nuova teoria del
male, che il conservatorismo contesta.
Secondo
questa teoria, che fu formulata per la prima volta con chiarezza negli scritti
di Rousseau e in particolare nel “Contratto sociale”, il male ha origine
nell'ingiusta organizzazione della società, e può pertanto essere eliminato,
almeno in teoria, attraverso un appropriato mutamento sociale e politico.
Secondo
la filosofia conservatrice, invece, il male è una componente ineliminabile
della condizione umana, e la politica ha solo il compito di cercare dei
palliativi, non delle soluzioni radicali.
La
teoria radicale del male è intimamente connessa con il terzo assunto dello
stile rivoluzionario, che consiste in una certa tendenza a trasformare la
politica in una crociata quasi religiosa contro quelle che vengono considerate
le forze dell'oscurantismo.
La politica, in altre parole, viene tramutata
in una faccenda in cui tutti i partecipanti sono o santi o peccatori e in cui tutte
le questioni sono o bianche o nere.
Il
conservatorismo rifiuta l'inflessibilità e il dogmatismo della politica
ideologica, nella quale non c'è spazio per una pragmatica conciliazione dei
conflitti di interesse e delle passioni.
Il
quarto assunto è uno sconfinato ottimismo riguardo al fatto che l'uomo sia
capace con la sua volontà di plasmare il proprio futuro conformandolo a
qualunque programma ideologico egli possa aver elaborato.
Il culto della volontà e l'estremismo politico
che questo determina sono invece essenzialmente estranei alla filosofia
conservatrice, che sottolinea i limiti obiettivi che le ineluttabili tensioni
dell'esistenza umana pongono alla volontà.
L'ingenua
fede nella sovranità popolare è l'ultimo assunto che caratterizza il nuovo modo
rivoluzionario di fare politica: l'autogoverno, si sostiene, è di per sé
garanzia di buon governo.
Il conservatorismo rifiuta questa equazione in quanto
fa sì che i governi possano portare avanti qualsiasi tipo di politica, per
quanto in contrasto con la libertà e la felicità essa possa essere,
semplicemente sulla base del fatto che agiscono in rappresentanza del popolo o
in adempimento di un mandato elettorale.
Dal
1789 fino alla fine della seconda guerra mondiale, la principale preoccupazione
che ha assillato il pensiero conservatore è stata la paura che il nuovo modo
rivoluzionario di fare politica potesse avviare un'era contrassegnata da
anarchia morale, sterilità culturale e forme dispotiche di governo.
Nell'ambito
di questa generale preoccupazione dei conservatori, è possibile individuare tre
diverse scuole di pensiero;
benché
nessuna di queste sia specificamente riconducibile a una particolare nazione,
tuttavia esse riflettono, rispettivamente, le diverse tradizioni intellettuali
di Francia, Germania e Gran Bretagna.
3.
Tradizioni nazionali nel pensiero conservatore.
La
caratteristica che distingue la tradizione conservatrice in Francia è l'uso che
essa ha fatto della più antica fonte dell'ispirazione conservatrice, cioè la
visione cristiana dell'universo.
Secondo questa visione, i limiti posti
all'azione umana sono dovuti al fatto che il mondo costituisce un insieme
ordinato e organizzato gerarchicamente nel quale qualunque cosa, incluso
l'uomo, occupa il posto specifico che gli è stato assegnato da Dio, creatore
dell'universo.
Nella visione cristiana viene data particolare
rilevanza alla capacità dell'uomo di commettere deliberatamente il male, che si
spiega con la 'caduta' causata dal peccato di Adamo.
È
proprio questo pessimismo a caratterizzare la tradizione reazionaria francese
che fa capo a “Joseph de Maistre” (cfr. Considérations sur la France, 1796) e a “Louis de Bonald” (cfr. Théorie du pouvoir politique et
réligieux dans la société civile, 1796), i quali ritenevano che l'avvento
della moderna democrazia di massa fosse un totale disastro dal quale l'uomo
poteva esser salvato solo grazie alla restaurazione del potere monarchico ed
ecclesiastico.
In
forma secolarizzata, questo stesso tipo di pessimismo si riscontra in alcuni
pensatori reazionari del XX secolo come “Charles Maurras” (cfr. L'enquête sur les monarchie,
1900), il
fondatore dell'”Action Française”.
Il
cristianesimo ha avuto un ruolo rilevante anche nel pensiero di conservatori
moderati come “Burke”, ma ciò che contraddistingue la posizione reazionaria è
l'ossessiva insistenza sull'estrema fragilità di qualsiasi ordine unita a una
concezione del tutto statica dell'armonia sociale, un'armonia così pura che
nessuna società storica potrebbe mai soddisfare le condizioni della sua
realizzazione.
Ne
risulta non solo un'utopia di tipo conservatore, ma anche una certa tendenza a
impiegare dei mezzi di azione politica al di fuori della costituzione, dato che
il rispetto delle forme costituzionali viene scartato dai reazionari (come dai
rivoluzionari) perché ritenuto un mezzo per perpetuare un ordine sociale
illegittimo.
Di
conseguenza, benché il reazionario spesso dichiari di essere un difensore della
'politica
limitata',
il suo concetto di politica tende in realtà a sovvertire profondamente proprio
quel modo di fare politica.
In
Germania la caratteristica peculiare del pensiero conservatore è di aver
sostituito l'interpretazione teologica della condizione umana con un metodo
totalmente diverso di stabilire la realtà dell'imperfezione.
Invece di far ricorso a un mondo creato da Dio
di valori assoluti e sopra-storici come origine dei limiti posti alla volontà
umana, la
filosofia conservatrice si è basata sulla tesi che nella storia possono essere
individuate delle leggi obiettive di mutamento e di sviluppo.
Lo
scrittore che ha esercitato la maggiore influenza sul conservatorismo tedesco
negli anni immediatamente precedenti e successivi alla Rivoluzione francese è
stato “Johann Gottfried Herder” (cfr. Sämtliche Werke, 1877-1913), anche se i suoi interessi non
possono essere considerati di tipo specificamente conservatore.
Furono
pensatori come “Friedrich Schleiermacher” che utilizzarono il metodo storico a
fini più direttamente polemici.
Il
preciso punto di connessione tra filosofia della storia e conservatorismo viene chiaramente spiegato da
Schleiermacher in questi termini:
"Poiché lo Stato [...] è una creazione
dell'uomo stesso, si è pensato [...] che l'uomo avrebbe potuto creare lo Stato
perfetto in conformità con un modello teorico.
Dobbiamo
subito dichiarare che questa è un'illusione; perché ciò che viene realizzato
attraverso la natura umana viene spesso erroneamente inteso come ciò che l'uomo
fa.
Mai è
stato fatto uno Stato, neppure il più imperfetto [...].
Questa
illusione, tuttavia, è stata la ragione per la quale gli Stati sono stati
considerati di gran lunga troppo poco come formazioni storiche naturali, e
sempre, invece, come oggetti sui quali l'uomo deve esercitare la propria
ingegnosità" (da una conferenza del 1814, in Sämtliche Werke, 1834-1864,
vol. III, t. 2, pp. 246-286).
Una
teoria di questo tipo era senz'altro implicita già in “Burke”, ma essa divenne
un tema centrale della discussione filosofica solo nel pensiero conservatore
tedesco.
“Schleiermacher
“sviluppò inoltre una fenomenologia della coscienza politica basata su ciò che
egli definì 'metodo genetico'.
Tale
metodo ha assunto oggi un particolare interesse, poiché può essere considerato
un diretto precursore delle obiezioni mosse attualmente alla scienza sociale
positivista nella letteratura in certo qual modo esoterica sull'ermeneutica. I
l
nuovo metodo storico, tuttavia, fin dall'inizio ha rappresentato un'arma a
doppio taglio per la teoria conservatrice;
infatti,
stabilendo una connessione tra conservatorismo e filosofia della storia, i
filosofi tedeschi hanno reso i principî conservatori ambigui, mutevoli e
instabili quanto il flusso della storia stesso.
Come un conservatorismo di questo tipo possa
ritorcersi contro sé stesso risulta evidente dal fatto che un modo di pensare
orientato in senso storicistico fu ben presto strettamente collegato col
marxismo.
L'ambiguità
della tradizione conservatrice tedesca divenne ancora maggiore per il fatto che
fu subito associata a una dottrina nazionalista che poneva i requisiti
necessari per una società organica al di sopra di quelli della 'politica
limitata' (cfr. J.G. Fichte, Reden an die deutsche Nation, 1808, e Adam Müller, Die
Elemente der Staatskunst, 1809). Ma il fatto più deleterio è stato che la filosofia
conservatrice tedesca è sembrata talvolta fondarsi in definitiva su un ideale
di libertà o di autonomia così estremo da essere incompatibile con qualsiasi
limite posto dall'esterno (cfr. George Santayana, Egotism in German philosophy, 1916).
Pertanto
la tradizione conservatrice tedesca, analogamente a quella francese, si è
prestata a interpretazioni estremistiche che spesso non erano assolutamente
nelle intenzioni dei suoi principali esponenti.
Per
metterla in termini un po' diversi, il problema è sempre stato che le
aspirazioni a una società organica, all'unità nazionale, alla libertà assoluta,
quando sono state messe tutte insieme, hanno talmente estraniato i conservatori
tedeschi dalla situazione reale da renderli poco critici nei confronti delle
promesse di chiunque si sia offerto di 'pulire le stalle di Augia'.
Gli elementi che giocarono a favore di Hitler, ad esempio,
furono la conseguenza di questo ingenuo idealismo, più che di una calcolata
perversità.
Per
ciò che riguarda la tradizione culturale conservatrice in Gran Bretagna, solo
in pochi casi i suoi esponenti si sono rivelati all'altezza dei colleghi continentali.
In
genere, la ricerca di razionalizzazioni teologiche e di sistemi filosofici è
stata qui sostituita da un atteggiamento scettico e pragmatico il cui grande
merito è stato quello di voler porre ordine nella inevitabile confusione,
tensione e in definitiva incoerenza della vita politica.
Solo raramente, tuttavia, il pragmatismo
britannico è degenerato in mero opportunismo privo di principî.
Anzi,
l'elemento comune a tutta la tradizione britannica è stato (fino a tempi
relativamente recenti) l'impegno volto a mantenere una costituzione mista o
bilanciata.
Senza
dubbio vi sono sempre stati pensatori conservatori inglesi, come “Thomas
Carlyle” (cfr.
On heroes, hero-worship and the heroic in history, 1841, e Latter-day
pamphlets, 1850), che hanno respinto questo ideale come un assurdo residuo medievale,
del tutto inadeguato alle esigenze della moderna società industriale di massa;
ma l'orientamento prevalente, da “Burke” a “Samuel
Taylor Coleridge” (cfr. On the constitution of the Church and State according to
the idea of each, 1830), attraverso “Benjamin Disraeli” (cfr. Vindication of the English
Constitution, 1835), e lord Salisbury (cfr. Disintegration, 1883, in Smith,
1972),
fino a filosofi del XX secolo come “Michael Oakeshott”, è stato quello che considerava il
mantenimento della costituzione mista il principale obiettivo della vita
politica britannica.
Tuttavia
i pensatori conservatori già molto prima della prima guerra mondiale avevano
riconosciuto quali difficoltà si incontrino nel perseguire questo ideale. Lord
Salis~bury, ad esempio, sosteneva che l'avvento della democrazia di massa e la
richiesta di riforme di tipo socialista determinavano tre pericoli quasi
insuperabili.
Il
primo era
il trionfo della dottrina della sovranità popolare, che si manifestava nella
concentrazione dell'autorità suprema nella Camera dei Comuni, a spese della
tradizionale eguaglianza di status che la Costituzione riconosceva a monarchia
e aristocrazia.
Il
secondo pericolo
derivava dal nuovo sistema di governo delle moderne democrazie, basato su
partiti politici di massa.
Se ogni governo doveva assicurarsi il supporto delle masse
attraverso i partiti politici, allora era molto probabile che gli affari della
nazione in generale, e in particolare le questioni relative alla Costituzione,
avrebbero dovuto essere sacrificati agli interessi dei partiti.
Il
terzo pericolo era di natura sia sociale che politica. “Salisbury”, al pari di “Alexis de
Tocqueville” (cfr. De la démocratie en Amérique, 1835-1840), sottolineava il fatto che la moderna
democrazia si preoccupava più dell'eguaglianza che della libertà.
Eguaglianza significa dissoluzione delle classi
sociali, ma il risultato finale di tale dissoluzione sarà non la società senza
classi sognata dai radicali, quanto piuttosto un ritorno al conflitto primario
che ha distrutto le democrazie dell'antichità, il conflitto, cioè, tra abbienti e
non abbienti.
Il
riformista radicale si presenta come il difensore del povero contro il ricco,
ma egli "non dice ai suoi seguaci come faranno a vivere se l'industria
langue, o come le industrie e le imprese possano prosperare se gli uomini sono
presi dal timore che la messe di ricchezze seminata, mietuta e messa da parte
da loro stessi o dai loro congiunti possa per avventura essergli strappata dai
politici. [...]
Per
coloro che hanno il dono dell'eloquenza in politica, è facile dipingere la
spoliazione coi colori della filantropia" (cfr. Disintegration, 1883, in Smith,
1972, p. 352). Durante
il XX secolo dubbi come quelli espressi da Salisbury dovevano ulteriormente
acuirsi a causa di una serie di eventi che modificarono la natura della
politica conservatrice in tutto il mondo occidentale.
4. La
crisi del conservatorismo nel XX secolo.
Durante
il XX secolo il corso del conservatorismo doveva venir alterato da due nuovi
avvenimenti.
In primo luogo, lo scoppio delle due guerre
mondiali determinò un livello di accentramento e di 'collettivizzazione' nella
politica degli Stati europei che sarebbe stato ritenuto impensabile prima
d'allora.
Il secondo avvenimento fu la nascita di un
nuovo nemico per i conservatori.
Prima
della prima guerra mondiale il conservatorismo era stato definito
principalmente in contrapposizione al liberalismo, mentre dopo di allora esso
fu essenzialmente contrapposto al socialismo.
Dovendo
cercare il sostegno delle masse contro questo nuovo nemico, il conservatorismo
gradualmente cedette alla tentazione di ottenere voti vestendosi, almeno in
parte, dei panni del nemico.
Questa strategia, naturalmente, produsse una
spinta ancora maggiore verso il 'collettivismo'.
Durante
gli anni trenta la tendenza conservatrice verso il 'collettivismo' fu favorita
da chi, come “Harold Macmillan”, lo considerò come l'unico mezzo per evitare da
un lato i problemi economici della società capitalista, e dall'altro il tipo di
vita rigidamente ordinata necessario a una società completamente pianificata.
In un saggio intitolato “The middle way”, del
1938, “Macmillan” tentò di dare una forma teorica coerente a questo compromesso
conservatore.
Purtroppo egli affrontò alla leggera, senza riuscire
quindi a eliminarlo, il problema della conflittualità tra la politica limitata
e il tipo di governo manageriale che questo tipo di 'collettivismo' avrebbe
richiesto.
Anche
se l'ideale di una "via intermedia" fu condiviso solo da una piccola
minoranza, tuttavia i conservatori ebbero grandi difficoltà a proporre
un'alternativa credibile.
Numerose
voci si levarono per lamentare i molti difetti della società di massa, e tra
queste una delle più notevoli fu quella di “T.S. Eliot”, che individuava nel
declino della religione e della cultura la causa che aveva determinato una
"terra desolata" (cfr. The waste land, 1922);
egli
sosteneva inoltre (cfr.The idea of a Christian society, 1939) che l'ethos materialista delle
democrazie occidentali le rendeva meno spirituali dei loro antagonisti
totalitari, le cui ideologie almeno si ponevano dei fini ideali anche se - come “Eliot”
ammetteva - distorti.
In
Germania “Oswald Spengler” (cfr. Der Untergang des Abendlandes, 1918-1922) manifestava sentimenti analoghi e
profetizzava "il tramonto dell'Occidente" e l'avvento del cesarismo.
In Spagna “Ortega y Gasset” ridusse ai suoi
termini minimi la risposta elitaria alla democrazia moderna, annunciando che
era vicino il tempo "in cui la società, dalla politica all'arte, si
[sarebbe riorganizzata] in due ordini o livelli: gli illustri e i volgari"
(cfr. La
deshumanización de l’ arte, 1925).
In Francia” Jacques Maritain” (cfr. Humanisme intégral, 1936) elaborò l'idea di un "umanesimo integrale", individuando il problema
della moderna società di massa in un falso "umanesimo antropocentrico" che ha estraniato l'uomo da Dio e che si
manifesta in modo particolare nel totalitarismo.
Anche
se “Maritain” aveva mostrato una qualche propensione per il socialismo, la sua insistenza sulla necessità di
autorità e guida e il suo desiderio di ripristinare i tradizionali valori
cristiani della civiltà europea lo pongono tra gli intellettuali conservatori.
Comunque,
fu proprio il compromesso della 'via intermedia' a dominare la politica
conservatrice per circa tre decenni dopo la seconda guerra mondiale.
Questo deciso spostamento in direzione
'collettivista' si spiega in base a tre motivi.
Il
primo fu l'apparente successo ottenuto in tempo di guerra dalle autorità nel
porre fine alla massiccia disoccupazione degli anni trenta, un successo che
incoraggiò una acritica fiducia nell'efficacia politica di una programmazione
economica generale.
Il
secondo fu l'introduzione del “Welfare State “e il successivo impegno di tutti
i governi del periodo postbellico ad adottare la politica economica detta di
'perfetta sintonia' (fine tuning) così da assicurare la piena occupazione.
Tale
impegno trovava la sua legittimazione nella stretta osservanza di una teoria
economica postbellica, ispirata dall'opera di “John Maynard Keynes” General theory of employment,
interest and money (1936), imperniata sull'accettazione incondizionata del disavanzo
pubblico come tecnica base della politica finanziaria del governo.
Il
terzo motivo fu il fatto che la via intermedia risultò un metodo efficace per
ottenere il successo elettorale.
Questi
tre motivi furono così efficaci nel fugare qualsiasi dubbio, che coloro, come “Friedrich
von Hayek “(cfr.
The servile State, 1944), che ritenevano la via intermedia solo un mezzo per
istituzionalizzare la pressione inflattiva e tale da favorire l'incontrollato
aumento del potere esecutivo furono del tutto ignorati o considerati degli
eccentrici.
Questa
situazione si mantenne immutata fino agli anni sessanta, allorché divenne
chiaro che il conservatorismo si era spostato tanto a sinistra che gli elettori
trovavano sempre più difficile capire se esisteva ancora una precisa identità
'conservatrice'.
Nel
1973 un autorevole politico laburista inglese, “Anthony Wedgwood Benn”,
esaltava le scelte politiche del primo ministro conservatore “Edward Heath”,
che rimase in carica dal 1970 al 1974, in quanto avevano creato "il più ampio apparato di
controlli statali sull'industria privata mai escogitato, di gran lunga
superiore a quello ritenuto necessario dall'ultimo governo laburista" ("The Sunday Times", 25 marzo 1973).
Ma ciò
che risultò ancor più dannoso fu l'opinione che il risultato principale del
compromesso della via intermedia dei conservatori fosse la graduale creazione
di uno Stato di tipo corporativo.
Alcuni
commentatori, giocando deliberatamente sulle connotazioni fasciste di quel
concetto, arrivarono a suggerire che si trattava di un "fascismo dal volto
umano" (cfr.
R.E. Pahl e J.T. Winkler, The coming corporatism, in "New society",
10 ottobre 1974).
Anche
se un linguaggio vago ed emotivo di questo tipo può essere ignorato, è tuttavia
chiaro che l'ideale della 'politica limitata', che rappresentava un punto focale
nella tradizione occidentale del governo parlamentare, veniva rimpiazzato da un
nuovo sistema di governo nel quale le vecchie istituzioni rimanevano sì in
piedi ma con funzioni completamente diverse.
In Inghilterra un ben noto pubblicista
conservatore,” Samuel Brittan”, chiarì la natura di questo cambiamento in un
articolo intitolato “Dangers of the corporate State”, pubblicato sul
"Financial Times" del 19 ottobre 1972.
L'articolo, che attaccava il sistema di
governo che si veniva affermando, basato su incontri trilaterali informali tra
governo, rappresentanti sindacali e rappresentanti del mondo industriale, si
chiedeva:
"È davvero compito dei sindacati
contenere i salari, o dei datori di lavoro tener bassi i prezzi? Questo è il
compito dei sindacati nel blocco sovietico".
5. La
ricerca di una nuova identità conservatrice.
All'inizio
degli anni settanta i conservatori non potevano ormai nascondersi il fatto che
il compromesso della via intermedia era risultato fallimentare, e proprio in
questo decennio, in tutto il mondo occidentale, si cercò una nuova identità
conservatrice.
L'elemento che accomunava tutti coloro che si
erano impegnati in questa ricerca era soprattutto la violenta critica del
'collettivismo' postbellico.
A ispirare questa critica fu soprattutto un'affermata
dottrina politica liberale, sostenuta a livello internazionale da intellettuali
quali gli economisti della Scuola di Chicago diretta da “Milton Friedman” (cfr. Capitalism and freedom, 1962) e dalla “Società Mont Pèlerin” in
Svizzera, di cui è stato presidente” Friedrich von Hayek” (che è stato anche il
suo più autorevole rappresentante inglese).
Una
caratteristica interessante degli anni settanta è stata lo sviluppo di un forte
legame tra i conservatori britannici e quelli americani, dopo che “Anthony
Lejeune” nel 1970 aveva richiamato l'attenzione degli intellettuali inglesi
(nella rivista "Solon") sull'analoga ricerca condotta dai loro
colleghi negli Stati Uniti.
La ricerca degli americani, condotta in
riviste quali "The national review", "The new republic" e
"The public interest", era stata originariamente stimolata
dall'ideale proclamato dal “presidente Johnson” di una 'grande società', dai
movimenti per i diritti civili e di liberazione delle donne e dai provvedimenti
contro qualsiasi tipo di discriminazione sul posto di lavoro.
Tra gli appartenenti al movimento americano
ricordiamo” William F. Buckley jr”. (direttore della rivista "The national
review" e autore di libri quale “Up from liberalism”, del 1959), “Russell
Kirk” (v., 1953), “Ayn Rand” (v., 1961), “Clinton Rossiter” (v., 1955), e “Peter
Viereck” (v., 1949).
Da un'analisi della letteratura
internazionale, i principali argomenti sostenuti dalla critica al
'collettivismo' possono essere raccolti in sei gruppi.
1. In
primo luogo, era opinione comune che i governi democratici del periodo
postbellico avessero alimentato l'illusione che praticamente tutti i mali
discendessero da una causa politica e che pertanto potessero trovare una
soluzione politica.
Di conseguenza, lo Stato moderno risultava
gravato in modo quasi intollerabile dalla responsabilità di soddisfare delle
aspettative assolutamente non realistiche.
A
posteriori questa tesi non risulta del tutto convincente, perché i dati a
disposizione possono essere interpretati come dimostrazione di una tendenza dei
cittadini moderni sia verso un eccessivo stoicismo sia verso eccessive
aspettative, di fronte ai progetti e alle richieste dei loro politici.
2.
Veniva sostenuto anche, e questo è più credibile, che il successo ottenuto dal
'collettivismo' nel periodo postbellico era determinato dall'ingenuo
convincimento che la crescita economica si sarebbe verificata d'ora in avanti
in modo quasi automatico, e che pertanto sarebbe stata una caratteristica
costante della vita moderna;
si trattava soltanto di trovare una soluzione
a problemi di distribuzione.
Ci si dimenticava, però, fra le altre cose, la
possibilità che la ricerca di giustizia sociale uccidesse inavvertitamente la
gallina dalle uova d'oro.
3.
Strettamente connessa con questa ingenua convinzione era, secondo la critica,
un'altra convinzione, altrettanto ingenua, secondo cui la prosperità generale
avrebbe automaticamente garantito la felicità generale.
Non
veniva neppure presa in considerazione la possibilità che la prosperità portasse
invece noia, uso di droghe, aumento dei divorzi e delle nascite illegittime,
pornografia, violenza.
4. I
critici si spinsero ancora oltre sostenendo, sulla base di un gran numero di
ricerche empiriche, che anche i programmi assistenziali elaborati con le
migliori intenzioni spesso si rivelavano in pratica controproducenti.
Si
affermava, ad esempio, che invece di creare una società senza classi i governi
stavano creando una nuova sottoclasse, la cui mentalità servile rischiava di
ridurla in una condizione di perpetua dipendenza.
5.
Tuttavia, quello che fornì alla critica la sua arma più appuntita fu
l'affermazione che l'ideale della via intermedia, cioè di una posizione di
equilibrio tra il capitalismo e il socialismo, era stato fin dall'inizio frutto
di pura fantasia.
In
Gran Bretagna, per esempio, “Hayek” (v., 1960), sostenne che la programmazione
non può terminare a un teorico punto intermedio, ma deve procedere
costantemente così da assicurare l'attuazione dei piani che sono stati
elaborati.
La via intermedia, pertanto, non può essere
considerata come una situazione di stabilità, bensì come un fiume impetuoso la
cui corrente travolge chiunque vi si immetta (per riprendere l'analogia usata
nell'articolo di fondo del "Times" del 10 luglio 1985, “The middle
way or muddle way”).
Mentre
si può considerare con un certo scetticismo l'affermazione di “Hayek” che la
programmazione conduce inesorabilmente al totalitarismo, non sembra esagerato
sostenere che essa possa compromettere l'affidabilità politica rendendo le
scelte del governo una questione riservata a esperti non soggetti a
interferenze politiche di qualsiasi genere.
6.
Infine la critica ha sottolineato il fatto che l'inflazione ha origini più
morali e politiche che economiche.
In un
sistema elettorale democratico, si è sostenuto, si determina inevitabilmente
una preferenza dei politici per misure finanziarie 'morbide' piuttosto che
'rigide':
una
volta ottenuto il controllo delle risorse monetarie, cioè, quasi sempre essi
cedono alla tentazione di manipolare la politica economica per guadagnare il
favore degli elettori con offerte 'disinteressate'.
Questa
è, per grandi linee, la critica che ha demolito l'ortodossia 'collettivista'
postbellica.
Tuttavia una critica è ben altra cosa che una
concezione alternativa e praticabile relativa al modo di governare.
Il più
importante sviluppo che si è verificato all'interno del conservatorismo durante
l'ultimo decennio è stato il tentativo della cosiddetta “Nuova Destra” di
mettere a punto un'alternativa adeguata.
6. La
Nuova Destra.
Va
detto subito che la “Nuova Destra” non rappresenta assolutamente un movimento
omogeneo che condivide un'unica dottrina.
Al suo
interno esistono tre diverse (e in ultima analisi incompatibili) scuole di
pensiero che, ai fini della nostra analisi, possiamo definire scuola economica,
radicale e politica.
La
tesi sostenuta dalla “scuola economica” è che una società libera richiede un
libero mercato.
La
tesi della “scuola radicale” è che nelle attuali condizioni di decadenza della
società non si può stabilire un ordine politico senza che vi sia stata prima
una rigenerazione spirituale.
La “scuola politica”, infine, mette l'accento
sui problemi costituzionali, anche se al suo interno i suoi esponenti si
dividono in convinti sostenitori del pluralismo, da un lato, e fautori della
necessità di creare innanzitutto un ordine sociale organico, dall'altro.
Non si
tratta naturalmente di temi nuovi;
la
novità consiste semmai nel fatto che vengono per la prima volta associati al
pensiero conservatore, e anche nel contesto nel quale essi tornano a essere
attuali.
Sembra
opportuno prendere adesso in considerazione in maniera più dettagliata la
dottrina di ognuna di queste scuole, facendo riferimento in particolare
alle conseguenze che esse hanno determinato su quel modo di far politica che
abbiamo definito 'limitato' e che è stato tradizionalmente proprio del “conservatorismo
moderato”.
Prenderemo
in considerazione per prima la scuola economica, dato che essa rappresenta non
solo la parte più nota della “Nuova Destra”, ma anche quella che ha
maggiormente influenzato la politica dello scorso decennio.
L'argomento centrale sostenuto da questa
scuola è, come abbiamo detto, che una società libera richiede un libero
mercato.
Per
dirla in altre parole, la 'politica limitata' è possibile solo in un sistema
capitalista, ossia, per usare un'espressione ancora più concisa, la libertà non
è divisibile.
Nel
presente articolo ci limiteremo a esaminare il pensiero di “Friedrich von Hayek”,
nei cui scritti questa tesi viene sostenuta nella maniera più sistematica.
Non ci
soffermeremo sul modo paradossale in cui l'originario asserto marxista del
primato dell'ordine economico su quello politico è stato trasformato dalla”
Nuova Destra” in un'arma per combattere il marxismo stesso;
ciò che ha maggiore importanza è l'ambiguità
diffusa, evidente negli scritti di Hayek”, con cui la scuola economica porta
avanti la sua difesa della 'politica limitata'.
Questa
ambiguità - che consiste nel fatto che non è mai chiaro se “Hayek” sostenga la
'politica limitata' perché intrinsecamente valida o perché serve a promuovere
la prosperità e il progresso - risulta particolarmente evidente, per esempio, nel modo in cui egli cerca di
giustificare l'importanza data al “principio di legalità”.
Sotto
il profilo etico, il principio di legalità deve garantire la libertà e la
dignità dell'uomo abolendo il potere arbitrario; ma “Hayek” purtroppo nasconde il
fondamento etico di questo principio cercando invece di sostenerlo in base a
due argomentazioni, nessuna delle quali è in grado di conferirgli un valore
intrinseco.
Una di
queste argomentazioni è di tipo naturalistico, e anzi in realtà non è tanto
un'argomentazione quanto un richiamo costante ad analogie tra l'adattamento organico
al proprio ambiente, riscontrabile in tutti gli animali, e il tipo di
adattamento spontaneo che” Hayek” ritiene sia determinato negli uomini da un
mercato regolato esclusivamente dal principio di legalità.
L'altra
argomentazione è un richiamo estremamente sofisticato al valore epistemologico
del libero mercato, inteso non tanto come puro sistema economico che favorisce
l'efficienza degli scambi, quanto piuttosto come delicato sistema per
memorizzare e trasmettere informazioni.
Secondo”
Hayek”, il merito di queste argomentazioni consiste in quella che egli ritiene
essere la loro natura scientifica;
tuttavia
è proprio la loro pretesa natura 'scientifica' che toglie a queste
argomentazioni qualsiasi connotazione etica.
In
generale, quindi, il punto debole della scuola economica è che, anche se essa
riuscisse a fornire un'analisi convincente del rapporto tra capitalismo e
'politica limitata', il tipo di conservatorismo da essa sostenuto non
conferirebbe comunque alcuna base logica agli ideali etici a cui implicitamente
o esplicitamente si richiama.
Mentre
la scuola economica della “Nuova Destra” ha avuto un certo seguito a livello
internazionale, la scuola radicale è rimasta un fenomeno esclusivamente continentale.
In Germania i suoi esponenti sono gli ultimi fautori
della 'rivoluzione conservatrice' originariamente propugnata da “Moeller van
den Bruch “nel libro “Das Dritte Reich”, del 1923.
In
Italia essa è rappresentata dalla “Nuova Destra”.
Il suo
più noto rappresentante, tuttavia, è forse il pensatore francese “Alain de
Benoist”, che ha divulgato le idee della scuola radicale attraverso due
giornali, "Éléments" e "Nouvelle école".
“De
Benoist”, come quasi tutti gli esponenti della scuola radicale, parte dalla
convinzione che il mondo occidentale moderno sia entrato in uno stato di
profonda decadenza, di cui la cultura e la politica degli Stati Uniti
forniscono l'esempio più chiaro.
La
scuola radicale, però, sarebbe disposta a tutto pur di porre termine a questa
decadenza, poiché - per usare le parole di de Benoist - "qualunque
dittatura è un male, ma qualunque decadenza è un male ancora peggiore".
Questa
propensione all'estremismo viene tuttavia nascosta dietro una strategia che
distingue immediatamente la “Nuova Destra” dalla destra reazionaria
tradizionale, mentre allo stesso tempo la lega ai metodi rivoluzionari
sostenuti da teorici di sinistra come Antonio Gramsci (cfr. Quaderni del carcere, 1929-1935).
Secondo
questa strategia bisogna rinunciare a qualsiasi aspirazione politica diretta
per concentrarsi invece sulla rigenerazione culturale, senza la quale è
naturalmente impossibile por fine alla decadenza.
Altre
tre caratteristiche distinguono in modo rilevante la “scuola radicale” dalla “vecchia
destra”.
In
primo luogo, la scuola radicale rifiuta l'eredità cristiana dell'Occidente, e
cerca invece di far rivivere e di preservare l'eredità 'pagana'.
Non sorprende il fatto che questo 'nuovo paganesimo', che si esprime nelle note aspirazioni
romantiche all'atto eroico, implichi notevole simpatia per Nietzsche e, più in generale,
per una concezione dell'uomo di tipo 'esistenziale', in base alla quale la
natura umana non è definita o fissa, ma è soggetta a un continuo processo di
creazione.
In
secondo luogo, la “scuola radicale” ricerca una identità europea che sia
transnazionale, considerata l'unico modo di proteggere la civiltà occidentale
dalla minaccia americana da una parte e russa dall'altra.
Tale
identità transnazionale viene in genere teorizzata in termini di razza, in
particolare facendo riferimento alle origini indoeuropee.
In
terzo luogo, la “Nuova Destra radicale” ha trovato un elemento di unità nel
sostegno a quelli che sono considerati i popoli oppressi del Terzo Mondo, non
tanto per bontà d'animo quanto per procurarsi un eventuale appoggio per rovesciare l'ordine capitalista
internazionale globalista che favorisce la decadenza.
Anche
in questo caso è sorprendente come i temi della” Nuova Destra radicale” e
quelli della “Nuova Sinistra” finiscano paradossalmente per convergere.
La
scuola politica cerca di svincolare il conservatorismo sia dalla 'politica economica'
della prima scuola, sia dai programmi globali di rigenerazione spirituale della
seconda.
Lo scopo della scuola, i cui esponenti sono
prevalentemente americani e inglesi, è stato delineato con chiarezza da uno dei
principali accademici inglesi,” Maurice Cowling” (v., 1978):
la scuola si propone di creare una forma di
conservatorismo che sia allo stesso tempo 'meno liberale e più populista' della
via intermedia, e 'meno liberale e più politico' del liberalismo economico
perseguito dal governo Thatcher.
All'interno
dell'unità di intenti relativa al perseguimento di tale obiettivo, tuttavia,
possono essere individuati due modi molto diversi di affrontare i principî
fondamentali della “filosofia conservatrice”.
Uno è
la scettica versione libertaria del conservatorismo costituzionale di “Michael
Oakeshott”;
anche
se la sua opera è precedente alla nascita della “Nuova Destra”, il rifiuto del
'collettivismo' le ha conferito ai nostri giorni una nuova importanza.
Per “Oakeshott”,
la
politica è essenzialmente una questione poco importante, che ha a che fare con il
mantenimento di una struttura formale di norme all'interno delle quali il
cittadino può perseguire l'obiettivo che meglio gli aggrada.
Pertanto,
come rileva “Oakeshott”, "non è assolutamente incoerente essere conservatore per
ciò che riguarda il governo e radicale per ciò che riguarda quasi ogni altro
tipo di attività" (v. Oakeshott, 1962, p. 195).
Mentre
l'idea generale all'origine di questo tipo di conservatorismo, secondo “Oakeshott”,
si desume nella maniera migliore da pensatori come “Montaigne”, “Pascal” e “Hume”,
la sua
essenza politica è data da una concezione del ruolo del governo come artefice e
custode del diritto non strumentale.
Nell'adempiere
questo compito il governo può intervenire attivamente nella vita della società,
così da promuovere quella separazione dei poteri dalla quale dipende la “politica
limitata”.
Esso
può anche promuovere attivamente delle misure assistenziali, purché siano a
beneficio di coloro che sono realmente bisognosi.
Ciò
che non è consentito al governo è di abbandonare il proprio ruolo non
finalizzato, per divenire un provvidenziale dispensatore di benefici alla
società.
Anzi,
se al governo vengono assegnate delle funzioni manageriali, queste devono
essere chiaramente distinte e tenute ben separate dalle attività che gli sono
proprie in quanto governo.
Anche se il governo nell'esercizio delle
proprie funzioni può a buon diritto reclamare una funzione che è in qualche
modo economica, tuttavia “Oakeshott” la caratterizza in termini negativi:
in
nessun caso deve compromettere la stabilità monetaria.
La
seconda linea di pensiero presente all'interno della scuola politica ha il suo
rappresentante più autorevole in” Roger Scruton”, direttore di "The
Salisbury review".
Secondo” Scruton”, lo scopo dell'attività
politica va ben oltre quello stabilito da “Oakeshott”.
In un saggio del 1980, “The meaning of
conservatism,” egli auspicava la creazione di una società organica in grado di
porre termine all'alienazione dell'uomo moderno.
Oltre
che da questa esigenza neo-hegeliana di 'totalità' e comunità, il pensiero di “Scruton”
è connotato da un lato dall'adesione all'ideale nazionalista e dall'altro
dall'affermazione della validità di un ordine civile pluralista basato su
istituzioni autonome.
Ciò
che rendeva ancor più conflittuali gli elementi di questa sintesi proposta da “Scruton”,
era il suo
insistere sull'idea che la società civile si basa su una unità prepolitica in
cui l'identità razziale ha un ruolo essenziale.
Inoltre,
si può individuare un'ambigua tendenza potenzialmente anticostituzionale
nell'affermazione di “Scruton” che la costituzione, e in particolare il
parlamento, sono solo uno strumento per raggiungere "gli scopi
opportunistici di una limitata classe di professionisti - la classe dei
politici" (v. Scruton, 1980, p. 24):
da ciò
si può dedurre che la "fondamentale unità sociale" della nazione può
esser messa in luce nella maniera migliore da portavoce privi di posizione o
responsabilità nel sistema politico vigente.
Benché
“Scruton” si sia sempre dichiarato assolutamente favorevole a certe condizioni
necessarie per la 'politica limitata' quali il principio di legalità e
l'autonomia delle istituzioni sociali, egli non è finora riuscito a conferire
alla “Nuova Destra inglese” quella identità coerente che essa talvolta sostiene
di possedere.
Negli Stati
Uniti influenti esponenti di queste linee di pensiero interne alla Nuova Destra
sono” Irving Kristol” (v., 1972) e “Robert Nisbet” (v., 1986).
7.
Conclusioni
Nell'ultimo
decennio abbiamo assistito a una notevole rinascita del conservatorismo, che ha
fatto seguito all'insuccesso del 'collettivismo' socialdemocratico dei decenni
successivi alla fine della guerra.
L'aspetto più positivo di questa rinascita
consiste nell'aver determinato la fine di quella tendenza verso una
programmazione sempre più accentuata che era sembrata quasi inevitabile e
irreversibile durante gli anni settanta.
Alla
fine degli anni ottanta il successo del thatcherismo aveva obbligato persino
gli ideologi socialisti ad adottare la retorica dell'economia di mercato.
Ma una
volta che si sia riconosciuto questo successo, cominciano a sorgere dei dubbi
sulla reale natura e la portata dei risultati ottenuti dal conservatorismo.
È fuor di dubbio che il rifiuto dell'esagerata
fiducia riposta nella programmazione come soluzione di tutti i mali, e della
conseguente convinzione della maggiore razionalità dell'attività pianificata
rispetto a quella non pianificata, non ha portato con sé quel nuovo spirito di
individualismo a cui aspiravano i fautori del libero mercato.
Anzi,
le analisi non solo dimostrano che si continua a credere nel “Welfare State”,
ma indicano altresì un crescente livello di indebitamento del consumatore che
mal si concilia con i discorsi ottimistici sulla nascita di una classe media
dalla mentalità indipendente, generata dalla proprietà privata e dall'attività
imprenditoriale in un libero mercato.
Non
meno preoccupanti sono le statistiche che cominciano a essere pubblicate in
Gran Bretagna e negli Stati Uniti sulla crescita di una nuova sottoclasse che
sembra destinata a dipendere perpetuamente dall'assistenza pubblica.
E
adesso che la” Nuova Destra” sta per concludere il primo decennio della sua
esistenza, si dubita addirittura che esista davvero quella crescita economica
che avrebbe dovuto essere il risultato più consistente e tangibile del “nuovo
conservatorismo”.
In Gran Bretagna, almeno, si comincia a
sospettare che la 'rivoluzione thatcheriana' non sia altro che una vuota
formula che nasconde una riduzione disastrosa della capacità produttiva e che
ha determinato un bilancio commerciale deficitario come mai in precedenza
nonostante un avanzo di bilancio.
Il dilemma che pesa adesso sull'ideologia del libero mercato
della Nuova Destra è se, di fronte a questi risultati, la fiducia nel libero
mercato sarà sostituita da un ritorno a un interventismo del tipo di quello
della via intermedia, adottato a malincuore da un governo conservatore o
entusiasticamente da uno socialista.
Più in
generale, le ipotesi su quale corso potrà seguire il conservatorismo in futuro
devono prendere in considerazione il fatto che l'influenza esercitata dalla “Nuova
Destra” negli anni ottanta non è riuscita ad arrestare la principale tendenza
politica presente nel mondo occidentale, e cioè quella verso una società
manageriale in cui si considera tutto in termini esclusivamente strumentali.
Questa tendenza è particolarmente pronunciata
in Gran Bretagna, dove un decennio di thatcherismo ha visto la rapida
dissoluzione dell'indipendenza (o, per esser più precisi, di ciò che ne
rimaneva) di autorità locali, giuristi, sindacati, scuola, università.
È
stata minacciata anche la libertà dei mezzi di comunicazione, col pretesto
della difesa della sicurezza nazionale, e l'indipendenza della Chiesa
d'Inghilterra, che si era eretta a tutore (secondo molti impropriamente) della
coscienza sociale.
Vi è stato, infine, un tipo di leadership che,
unito all'assenza di una reale opposizione politica, ha reso praticamente inesistenti i
vincoli imposti dalle consultazioni di gabinetto e dal governo parlamentare.
Sono
proprio considerazioni di questo tipo - che mettono in evidenza l'acuirsi della
tendenza manageriale in politica e la concomitante crescita del potere
dell'esecutivo, anche se non si tratta più di un potere direttamente
interventista - che spiegano l'aspetto più incoraggiante della politica inglese
attuale (1989), che consiste nella generale convinzione, espressa oggi sia
dalla destra che dalla sinistra, della necessità di riconsiderare alcune
questioni costituzionali essenziali o forse addirittura di introdurre una
costituzione scritta.
Se questo recente risveglio di interesse per i
problemi costituzionali trova espressione adeguata nell'attuale gestione
politica, allora forse potrà essere mantenuto il tradizionale legame tra
conservatorismo moderato e difesa della politica limitata.
Ma se
il conservatorismo non riuscirà a impedire il progresso incontrollato della
tendenza manageriale - e questo, purtroppo, è quello che è successo finora -
allora la nuova identità conservatrice potrebbe esprimersi in termini che hanno
poco a che fare con la preservazione di una società libera.
Questo
pessimismo non è fuor di luogo, in particolare se serve a rievocare i timori di
“Alexis de Tocqueville” riguardo al futuro delle moderne democrazie di massa.
Egli
riteneva infatti che le democrazie di massa, amando l'eguaglianza, la sicurezza
e la prosperità più della libertà, offrissero ben poca resistenza a ciò che
oggi definiamo come governo manageriale globalista;
ed essendo indifferenti alle forme procedurali
che rappresentano l'unico mezzo che l'uomo ha a disposizione per proteggersi
dal potere arbitrario, realizzassero quando è ormai troppo tardi di non aver
più niente che li difenda.
Noi non dovremmo, rilevava “Tocqueville”,
consolarci troppo col pensiero che una “condizione servile” al giorno d'oggi
può essere comoda e offrire protezione, perché sono proprio queste condizioni
che renderanno più facile ridurre l'uomo in schiavitù.
Roger
Scruton,
l'ultimo
umanista?
Vitaepensiero.it
– Erica Crespi – (28.08.2020) – ci dice:
Il
“New Yorker”, periodico della raffinata sinistra intellettuale americana,
definì il conservatore sir Roger Scruton «il più influente filosofo
contemporaneo».
E, se è indubbiamente difficile stilare una
gerarchia dei più influenti pensatori, rileggendo la sua vastissima ed
eterogenea produzione saggistica, non possiamo non riconoscerlo come uno degli
ultimi umanisti in senso classico dell'Europa.
Sir “Roger
Vernon Scruton” nasce a Buslingthorpe, in Inghilterra, il 27 febbraio 1944 e,
fin da giovanissimo, si immerge nella musica, nell'arte, nella letteratura (e
in particolare nella lettura delle opere di “Kafka”, “Rilke” ed “Eliot”).
Tra il
1954 e il 1961 frequenta la” Royal Grammar School de High Wycombe” dove vince
una borsa per proseguire i suoi studi in scienze naturali all’Università di
Cambridge.
Dopo il primo giorno di università decide di
cambiare facoltà per dedicarsi alle scienze morali.
Filosofo di riferimento è Sartre, di cui apprezza il passaggio
dall'astratto al concreto e dal generale al particolare e il legame fertile tra
filosofia e poesia.
Da
Sartre “Scruton” apprese che la vita intellettuale non deve essere confinata
all'ambiente universitario ma che le sue manifestazioni più importanti
risiedono nell'arte, nella letteratura e nella musica attraverso cui la società
acquisisce una coscienza di sé stessa.
Idee
che ritroviamo nel saggio” La cultura conta”.
Fede e
sentimento in un mondo sotto assedio, in cui “Scruton” prende le difese della
tradizione classica mostrando come la cultura sia non solo una forma di
conoscenza, ma una conoscenza ‘emozionale’, che riguarda ben da vicino la
nostra vita, le cose che facciamo e i sentimenti che proviamo.
Dopo
aver ottenuto il “Master of Arts” nel 1967 si trasferisce in Francia e inizia a
insegnare al “Collège Universitaire de Pau “dove incontra la sua prima moglie, “Danielle
Laffitte”.
L'anno successivo seguirà a Parigi gli
avvenimenti del “Maggio Francese”, maturando (dirà in seguito a proposito di
quel periodo) «un vero e proprio disgusto per le ideologie della sinistra».
Torna
quindi in Inghilterra, nel 1972 consegue il “dottorato in estetica”, materia
che insegnerà al “Birkbeck College di Londra” prima come Lettore poi come
Docente.
Tenace
difensore dell'importanza assoluta della bellezza come valore reale e
universale, ad essa dedica un saggio, “La bellezza”.
Ragione
ed esperienza estetica che accompagna il lettore nel mondo della filosofia,
della letteratura, dell’arte, del cinema, ma anche della natura e della vita
quotidiana, soffermandosi sulle avanguardie, sul rapporto tra erotismo e
pornografia, sulla dissacrazione e sul kitsch.
Nel
1982 “Scruton” fonda e dirige la rivista trimestrale “The Salisbury Review”,
che ben presto divenne punto di riferimento per il conservatorismo
tradizionalista inglese.
La
rivista si proponeva di fornire una base intellettuale alla destra conservatrice
e per questo avanzò molte critiche nei confronti dei movimenti di protesta
dell'epoca (nel mirino il movimento per la pace, la campagna per il disarmo
nucleare, l’uguaglianza, il femminismo, l’aiuto ai paesi del terzo mondo, il
multiculturalismo e il modernismo).
In verità il conservatorismo di “Scruton”,
come quello di “Burke” e “Eliot”, è dinamico:
le
trasformazioni dovrebbero, nella sua concezione, innestarsi su un terreno di
continuità e gradualità, rispettando quella "tradizione" nella quale
l’uomo ha sedimentato la propria esperienza e quindi la propria civiltà.
Un tema approfondito nel libro “La tradizione
e il sacro”.
Tra il
1979 e il 1989 Scruton sostenne attivamente i dissidenti del blocco orientale e
in particolare la Cecoslovacchia, allora sotto il governo del Partito
Comunista, contribuendo a tessere legami tra gli universitari dissidenti cechi
e i loro coetanei in occidente.
In
particolare, come membro della “Jan Hus Educational Foundation”, viaggiò spesso
per Praga e Brno per aiutare la rete universitaria clandestina fondata dal
dissidente ceco “Julius Tomin”.
Con altri membri della fondazione contribuì
alla diffusione dei "samizdat" (libri considerati illegali perché
ostili al regime sovietico) che dall'Inghilterra arrivavano in Cecoslovacchia
in valigette diplomatiche e offrì agli studenti di seguire a distanza un corso
di Cambridge in teologia (dando gli esami in seminterrati clandestini).
Nel
1985 viene arrestato a Brno prima di essere espulso dal paese e il 17 giugno
dello stesso anno è nella lista di persone ufficialmente indesiderabili in
Cecoslovacchia.
Per il suo lavoro di sostegno ai dissidenti
ricevette nel 1993 il “First of June Prize” dalla città ceca di Plzeň e nel 1998 ricevette la Medaglia al
valore dal presidente ceco Václav Havel.
Di sé “Scruto”n
amava dire «La
mia vita si divide in tre parti, nella prima ero infelice, nella seconda ero a
disagio, nella terza cacciavo».
Dal
1992 al 1995 insegna” Elementi di Filosofia e Filosofia della musica”
all'Università di Boston ma ogni weekend torna in Inghilterra per la
tradizionale "caccia alla volpe".
Una
passione che lo accompagnerà per il resto della vita e che considera non solo
un'attività sportiva, ma anche un modo per proteggere un'identità sociale in
via di distruzione.
La magione acquistata nel 1993, la” Sunday
Hill Farm a Brinkworth”, Wiltshire (un'immensa dimora bicentenaria collocata su
un terreno di 35 acri, poi diventati 100), da lui chiamata con il nomignolo
“Scrutopia”, è il luogo perfetto per dedicarvisi.
Sarà
proprio in questo periodo, durante un ritrovo del “Beaufort's Hunt” che
incontrerà la sua seconda moglie, la storica dell'architettura “Sophie Jeffreys”,
da cui avrà due figli.
Il 12
gennaio 2020, a 75 anni muore il principe del conservatorismo britannico e uno
dei più famosi filosofi contemporanei.
Nel
2016 la regina Elisabetta gli aveva concesso il cavalierato per «i servigi resi
alla filosofia, all’insegnamento e all’educazione pubblica».
Di lui
ci rimangono più di 50 saggi che spaziano dalla filosofia, all'arte, dalla
musica, alla politica, dalla letteratura alla sessualità e alla religione,
oltre a due romanzi e di due opere musicali.
Oltre alle opere già citate ricordiamo, tradotte
in Italia,” L’Occidente e gli altri”.
“La
globalizzazione e la minaccia terroristica”, un saggio sui rapporti tra mondo
islamico e Occidente e Il volto di Dio nel quale il filosofo ci guida a
ritrovare (nelle relazioni umane, nell’esperienza dell’arte, nel rapporto con
il territorio in cui prendiamo dimora) il sacro come custodia della bellezza
del mondo, e la visione religiosa della vita come salvaguardia dell’umano oggi
messo alla prova.
Riportiamo
qui sotto un significativo brano dell'ultimo libro pubblicato in Italia nel
2018, “Sulla natura umana”, eredità preziosa di un vero umanista, perché mosso
in tutta la sua opera da un solo interesse: capire l'uomo, e in particolare
l'uomo del nostro tempo.
«In
quanto persone, ci rendiamo responsabili delle nostre azioni e stati d’animo.
L’abitudine stessa di trovare giustificazioni da dare agli altri ci spinge a
richiederle anche per noi stessi.
Veniamo quindi giudicati anche quando nessun
altro ci osserva.
La
consapevolezza dei nostri errori può abbatterci: aspiriamo all’assoluzione e
proviamo spesso rimorso, senza sapere a quale essere umano appellarci per
essere perdonati.
È
questo ciò che si intende con ‘peccato originale’, ‘il crimine dell’esistere stesso’ come ha detto “Schopenhauer”: “das
Schuld des Daseins”, l’errore di esistere come individuo, in un rapporto libero col nostro
genere.
Tali
sensi di colpa possono essere più o meno intensi.
E generano il grande anelito che prende voce
nell’arte tragica, ma anche nei più intensi amori e timori che proviamo in
questo mondo:
l’anelito
alla redenzione, alla benedizione che ci libera dalle nostre colpe.
Barlumi
di questa benedizione ci sono offerti nelle esperienze di confine come
l’innamoramento, la guarigione da una grave malattia, la maternità o paternità
e il sacro timore davanti alle meraviglie della natura.
In simili momenti, siamo sulla soglia del
trascendente, protesi verso ciò che è impossibile raggiungere o capire fino in
fondo.
E quello
che riusciamo a capire, essendo una promessa di redenzione, va compreso in
termini personali.
È l’anima del mondo, la prima persona singolare che
parlò a Mosè dal roveto ardente».
(Erica
Crespi)
Barack
Obama e il sogno americano.
Cosmopolisonline.it - Giovanna Botteri –
(10-2-2021) – ci dice:
Il 5
dicembre 1985, all’hotel Plaza di New York, “William F. Buckley”, forse il più
famoso degli intellettuali conservatori americani, festeggiava i trent’anni
della sua “National Review”.
L’attore “Charlton Heston” presentava la
serata di gala, di fronte ad un pubblico elegante e mondano, che andava da
“William J. Casey” a” Nancy Kissinger” e “Tom Selleck”.
Tredici
mesi prima Ronald Reagan era stato rieletto, conquistando tutti gli stati meno
il Minnesota del suo avversario democratico, “Walter Mondale”.
«Come
individuo lei incarna gli ideali americani a tutti i livelli» disse “Buckley”
al presidente, «come massima autorità del paese, in ogni momento di grave
difficoltà, noi dipendiamo completamente dalle sue scelte».
“Buckley”
poi raccontò che aveva solo diciannove anni, quando gli americani sganciarono
la bomba atomica su Hiroshima.
Ne aveva sessanta il giorno della festa e
aveva vissuto quegli ultimi quarantuno anni da uomo libero, in un paese libero
grazie a quella bomba.
E si augurava che i suoi figli e i suoi nipoti
continuassero a vivere da uomini liberi senza dimenticare che dovevano la loro
libertà al sangue dei padri.
Era
l’epoca d’ora del reaganismo.
Le luci scintillanti del Plaza e la guerra
fredda che imponeva di non dimenticare mai le minacce in agguato dall’esterno.
Il Partito
democratico, distrutto dalla sconfitta di “Mondale”, cercava di riorganizzarsi.
L’idea
era di ricominciare dal North Carolina.
Ma il
comitato partito da Washington, di cui faceva parte anche “Joe Biden”,
incontrava solo ex-elettori delusi, che dicevano che non erano stati loro, ma
il partito, a smettere di credere.
Alla
fine il comitato decise di annullare tutti gli appuntamenti, e di mantenere
solo un fundraising, una raccolta di fondi, in un albergo vicino all’aeroporto
di Greensboro, da cui poi sarebbe ripartito.
La giornata era fredda e piovosa, e la delegazione di
democratici era sicura che non si sarebbe presentato nessuno.
Ma
quando arrivarono, c’era una fila lunghissima che li aspettava sotto la
pioggia.
Per
“Jon Meacham”, politologo ed editorialista di “Newsweek”, in questi due
momenti, la” festa al Plaza” e l’assemblea a “Greenboro”, si ritrovano le
radici della politica americana.
E
probabilmente un pezzo di verità della lunga corsa elettorale per la Casa
Bianca. La più lunga, la più combattuta e forse la più appassionante che la
storia americana abbia mai conosciuto.
Gli
otto anni di amministrazione Bush hanno prodotto due guerre sanguinose ed
irrisolte, in Iraq e in Afghanistan.
Un’economia
in recessione.
Un
gigantesco intervento federale che la gente comune vive come un tentativo di
salvare la finanza a spese delle famiglie.
La strada per i democratici dovrebbe essere
spianata, ma la realtà è più complessa e contraddittoria, come sempre.
Gli
Stati Uniti sono un paese fondamentalmente conservatore, con una solida
maggioranza di centro-destra.
E i
presidenti democratici che sono riusciti a vincere le elezioni restano ancora
un’eccezione.
Franklin Delano Roosevelt vinse nel 1932,
quando il paese era in piena recessione. Gli americani videro in quell’uomo che
da sempre lottava e vinceva contro la poliomielite che lo costringeva su una
sedia a rotelle, il presidente giusto per capire la sofferenza della grande
depressione.
FDR, come da allora lo chiamò tutto il paese,
fece intervenire massicciamente lo stato con denaro e misure radicali di
salvataggio.
Con il
New Deal gli Stati Uniti uscirono dalla recessione.
“John
Fitzgerald Kennedy” vinse le elezioni nel 1960, in un periodo straordinario di
fermento culturale e morale.
A sud la minoranza afroamericana aveva
iniziato una lunga marcia per i diritti civili destinata a coinvolgere bianchi
e neri, uomini e donne, giovani studenti e vecchi predicatori.
I sogni di integrazione di Martin Luther King
Jr. si mischiavano al rock‘n’roll di Elvis Presley, ai primi Beatles, al
ribelle romantico di Marlon Brando.
E
quando JFK disse che si poteva avere la luna, bastava semplicemente volerlo,
gli americani gli credettero.
Il suo
assassinio, e quello di suo fratello e del reverendo King nel 1968, furono una
lezione di realismo per chi aveva osato sognare.
In
quello stesso anno, gli americani scelsero ancora un repubblicano, Richard
Nixon.
William
Jefferson “Bill” Clinton, l’ultimo presidente democratico, ce la fece nel 1992
con una linea politica molto moderata e attenta a quello che interessava di più
l’elettorato.
“It’s
the economy, stupid”, diventò la parola d’ordine della sua campagna elettorale.
Piaceva così tanto Bill che fu rieletto anche
quattro anni dopo, nonostante il tracollo del Partito democratico, che perse il
controllo del Congresso.
La
moglie di Clinton, l’avvocato “Hillary Rodham”, è una dei primi a candidarsi
per le presidenziali del 2008.
Intelligente,
determinata, dura, il senatore di New York resta saldamente in testa ai
sondaggi tutto il 2007.
L’idea di una donna per la prima volta
presidente degli Stati Uniti sembra il capitolo finale delle lunghe battaglie
femministe iniziate negli anni cinquanta.
Ma ai suoi comizi, ai suoi eventi, la gente va
per vedere il marito, per sentire Bill. Che continua ad affascinare le
platee, soprattutto quelle femminili, e che resta il simbolo degli anni
novanta: anni di pace e prosperità per il paese.
È la nostalgia di Bill che trascina Hillary
Clinton.
La sua arma straordinaria, quella che
all’inizio è la sua forza, finisce per diventare il suo handicap, quando in
campo scende Barack Obama.
Che immediatamente, con i suoi pochi anni, la
sua estraneità all’establishment, la sua storia personale così vicina al sogno
americano, getta una luce cruda e impietosa sui sessant’anni dell’avversaria.
Otto
già passati alla Casa Bianca, ma a ricevere le signore, e comunque parte
integrante dell’odiato mondo politico di Washington, quello che il paese accusa
per la crisi e le difficoltà.
Quando
dalla campagna di Obama, dall’inventore della sua strategia elettorale, David
Axelrod, esce la parola d’ordine CHANGE, cambiamento, il destino di Hillary è
già segnato.
Quello
di Barack, invece, deve appena cominciare.
Mai
nella loro storia gli Stati Uniti hanno avuto un candidato come lui.
Giovane,
appena quarantaseienne, nato lontano, alle Hawaii, da una diciottenne bianca
del Kansas, Stanley (nome da uomo perché il padre avrebbe voluto un maschio)
Ann Dunham, e da un giovane studente africano, Barack Obama Sr., arrivato da
Kogelo, piccolo villaggio del Kenya, che li abbandonerà meno di due anni dopo.
Nell’America dei primi anni sessanta non deve
esser stato facile per una ragazza con pochi soldi crescere da sola il suo
bambino afroamericano.
Ma Ann
è uno spirito libero, anticonformista.
Dopo
il fallimento del primo matrimonio si risposa con un altro studente,
indonesiano, e va a vivere con lui e con il figlio a Jakarta.
Obama frequenta la scuola in Indonesia, assieme a
musulmani e cristiani.
A
dieci anni torna nelle Hawaii, e sarà la nonna a crescerlo.
Al liceo entra nella squadra di basket, si fa
chiamare Barry, fuma spinelli, e beve alle feste, dove è sempre l’unico
afroamericano del gruppo.
Dopo
la maturità cambia vita.
Decide
di farsi chiamare con il suo vero nome, Barack, e riesce ad entrare
nell’esclusiva “Columbia University di New York”, dove si laurea in scienze
politiche con una specializzazione in relazioni internazionali.
Trova un lavoro come organizzatore sociale e
parte per Chicago nel 1987.
Lavora
nei ghetti della città, a contatto con quella miseria che già ha conosciuto in
Indonesia.
Ma
continua a studiare, e viene ammesso alla facoltà di legge di Harvard.
È già
un leader.
Diventa il primo afroamericano direttore della
prestigiosa “Harvard Law Review”, e conosce la futura moglie,” Michelle
Robinson”.
“Ann
Durham” farà in tempo ad assistere al loro matrimonio, ma non alla nascita
della prima nipote.
Un cancro se la porta via, a 52 anni.
Durante
la malattia della madre, il futuro presidente vive l’ingiustizia del sistema
sanitario americano, che abbandona chi non ha i soldi per pagarsi
l’assicurazione.
Nessuno
come Obama è riuscito ad incarnare il sogno americano, per cui chiunque, anche
un giovane afroamericano senza padre e senza radici può trovare la sua strada,
la forza, l’affermazione.
Il suo programma di cambiamento, il suo
rifiuto dell’idea stessa di guerra preventiva, di paura, come diceva Franklin
D. Roosevelt, la sua volontà di chiudere per sempre l’immagine di un’America
chiusa nella propria superiorità militare e finanziaria, la sua personalità
carismatica, le sue idee sociali, creano attorno a lui un movimento di giovani,
di intellettuali, di afroamericani, capace di far riscoprire al paese l’amore
per la politica e la passione per l’impegno.
Si
forma attraverso internet una rete alternativa e parallela, fatta di militanza
e creatività.
I
volontari si organizzano in piccoli gruppi, presenti in ogni stato, ogni città,
ogni quartiere.
A
sostenere un apparato che nasce con pochissimi mezzi, il denaro dei piccoli
donatori.
Migliaia, più di un milione di persone che con
i loro 25, 50 dollari, consentono ad Obama di fare a meno delle lobbies e dei
grandi gruppi di pressione per mettersi nelle mani dei piccoli contributori,
rifiutando clamorosamente il denaro pubblico.
E se
Barack Obama è il ragazzo che tutta la vita cercherà di convivere con
l’abbandono del padre, l’avversario che si trova di fronte è un uomo cresciuto
nel culto del padre.
John Sidney McCain III ha sempre dovuto fare i
conti con i primi due “John Sidney McCains”.
Entrambi
ammiragli a quattro stelle, la massima onorificenza nella Marina degli Stati
uniti, piccoli di statura ma di grande presenza, grandi sostenitori del codice
militare.
Dovere,
Onore, Patria.
E quasi
tutti i 72 anni della sua vita sono stati una battaglia fra il bisogno di
rispettare i propri principi, quel codice di onore che gli è stato instillato
fin da bambino, e le ambizioni della sua carriera politica.
Per
sostenere la sua credibilità di conservatore e vincere in Arizona, votò contro
la giornata in onore di Martin Luther King Jr.
Per
conquistare voti nella Carolina del Sud, mostrò rispetto alla bandiera
confederata, simbolo del segregazionismo sudista.
Spietato
giudice di sé stesso, McCain si costrinse a tornare in Carolina, per scusarsi
pubblicamente, con un candore raro per un politico.
Ho
sbagliato, disse, perché sono venuto meno al codice morale della mia famiglia,
mettere avanti a tutto il paese.
“The country first”, uno degli slogan della sua
campagna elettorale.
Nei
molti momenti difficili della sua vita ripete lo stesso mantra con cui si è
sempre sostenuto.
Quando
in Accademia Navale saliva sul ring per gli incontri di boxe, quando i Vietcong
lo torturavano per farlo parlare nei cinque anni di prigionia in Vietnam,
quando nella sua carriera di repubblicano “maverick”si è ritrovato solo, contro
tutti.
“Game,
face on!”, ripeteva
allora, e sempre durante la campagna elettorale tutta in salita.
Coraggio,
rialzati, non mollare, resisti.
E c’è
voluto tutto il coraggio di un veterano, e di un eroe di guerra come McCain,
per affrontare le presidenziali 2008.
Dopo
otto anni alla Casa Bianca, il repubblicano George W. Bush ha un livello di
impopolarità da record.
Nessun
presidente prima di lui, nemmeno Richard M. Nixon dopo la scoperta del
Watergate e l’impeachment nel 1974, arrivò ad essere così tanto detestato.
A Bush gli americani rimproverano due guerre,
dagli esiti incerti ma con un altissimo tributo di sangue, un terrorismo sempre
minaccioso, con Osama Bin Laden ancora libero, e quel che più conta, una crisi
economica che ha trascinato il paese in recessione.
“McCain”
ha l’impossibile missione di convincere lo zoccolo duro del partito
repubblicano che lui seguirà le orme del vecchio presidente, e il resto del
paese che non lo farà.
Che è
un “maverick”, contrario alla tortura e al carcere speciale di Guantanamo, e
contemporaneamente rassicurare gli ultraconservatori che hanno sempre diffidato
di lui.
Conquistare voti democratici ma non per questo
perdere l’elettorato repubblicano.
I sondaggi lo danno costantemente in
svantaggio di un paio di punti.
Ma la lezione di Buckley all’hotel Plaza è sempre
valida.
Gli
Stati uniti sono un paese sostanzialmente conservatore, una nazione di
centro-destra.
Non
sono i democratici a vincere, ma i repubblicani a perdere.
E per
il complicato meccanismo elettorale americano quello che conta non è il voto
popolare complessivo, ma il numero dei cosiddetti grandi elettori che ogni
stato elegge.
Nel 2000 Al Gore ebbe più voti di George W.
Bush.
Ma i
repubblicani vinsero in Florida e in Ohio, e la Casa Bianca fu loro.
Alla
vigilia della convention repubblicana, la squadra di John McCain, con testa i
suoi top aides, i suoi più stretti consiglieri, “Steve Schmidt” e “Rick Davis”,
esce con un colpo di scena clamoroso.
“Sarah
Palin”, sconosciuta governatrice dell’Alaska, sarà la candidata repubblicana
alla vicepresidenza.
La scelta nasce durante una crociera in Alaska
organizzata dalla “National Review” nell’estate del 2007, a cui partecipa
l’élite conservatrice americana.
La
governatrice accoglie tutti nella sua casa di Wasilla, grande ma modesta,
cucina lei, a tavola ci sono anche i figli piccoli.
Gli
intellettuali di Washington vengono conquistati dal suo stile.
È genuina, profondamente conservatrice da ogni
punto di vista, politico, religioso, sociale, è aggressiva, cacciatrice ed
antianimalista, è stata una reginetta di bellezza ed è ancora una bella donna.
Il
giorno dopo la designazione, i giornali scoprono che la figlia adolescente è
incinta, che l’ultimo nato ha la sindrome di down, che lei e il marito hanno
cercato di far licenziare l’ex-cognato perché aveva chiesto il divorzio dalla
sorella, e che non è mai uscita da Wasilla.
Poco
importa.
In
casa repubblicana è nata una stella.
Sarah
Palin scatena la curiosità e l’interesse di tutti i media americani e stranieri,
conquista le prime pagine, i titoli di testa.
Negli
Stati Uniti ormai si parla solo di lei.
L’effetto trascinante riempie i comizi di
McCain, dove folle urlanti di fan accolgono la candidata vicepresidente come
una cantante o un’attrice.
La
Palin lancia l’attacco frontale ad Obama in tutti i meeting elettorali.
È un
bugiardo, inesperto, amico di terroristi, antiamericano. Agli elettori degli
stati chiave, gli “swing states” che tradizionalmente non sono né repubblicani
né democratici e decidono chi sarà il presidente, arrivano telefonate in cui si
spiega come” Barack Hussein Obama” sia un arabo, un musulmano, un uomo
pericoloso per la sicurezza del paese.
Durante
una riunione della Palin in Florida, qualcuno comincia ad urlare “uccidiamolo,
uccidiamolo!”.
John
McCain raggiunge l’avversario nei sondaggi.
È
allora che il sistema finanziario americano crolla.
I mutui immobiliari a basso tasso di
interesse, lanciati dopo l’11 settembre 2001 dal presidente della banca
centrale americana Alan Greenspan per mantenere la fiducia nel paese, sono
cresciuti talmente che la gente non può più pagare.
Cominciano
gli sfratti, e le banche e gli istituti legati ai mutui subprime si ritrovano
in bancarotta.
Bear
Stearns, Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac, Washington Mutual, AIG.
Wall
street precipita, ma la crisi finanziaria si estende presto al settore
industriale, alla “main street.”
In un anno due milioni di persone perdono il
lavoro.
Gli
Stati Uniti sono in recessione.
Il
presidente Bush chiede un aiuto da 700 miliardi di dollari per le banche.
McCain
reagisce ancora una volta d’impulso, e annuncia di sospendere la campagna
elettorale per occuparsi della crisi.
Ma a
Washington scopre che i repubblicani difendono l’ultraliberismo, rifiutano
l’idea di un aiuto dello stato, convinti che il mercato ha le sue regole.
Dopo
due giorni ammette di essersi sbagliato, e riprende la campagna.
Sarah
Palin rivela in un paio di interviste la sua impreparazione, la sua totale
inesperienza.
In un momento così grave, la sua inadeguatezza
finisce per spaventare gli americani.
La gente comune, la “main street”, quella
classe media lavoratrice che non ha mai creduto nel giovane senatore
afroamericano, comincia ad ascoltarlo, finisce per apprezzare la sua freddezza,
la lucidità, l’intelligenza brillante e visionaria, il coraggio di aver puntato
sui giovani e le minoranze accompagnato dall’umiltà nella scelta di un vice
esperto e rassicurante come “Biden”.
Quando
mancano solo pochi giorni al voto, i due candidati concentrano le forze in uno
degli stati chiave, la Pennsylvania.
Stato
operaio, bianco in maggioranza, dove il razzismo è ancora forte, radicato, e il
risultato finale incerto.
Una serie di temporali violenti si abbatte
sulla regione.
McCain deve rinunciare ai comizi.
Barack
Obama invece si presenta, e sotto una pioggia dura e fredda, incurante della
tempesta, parla ad una folla che è rimasta ad aspettarlo, per ore, solo per
ascoltarlo, per seguirlo.
Siamo
qui perché possiamo farcela, ripete Obama, “yes we can”, possiamo vincere
insieme la crisi e la guerra, riprendere in mano il nostro futuro. Possiamo
conquistare la luna. Realizzare i nostri sogni.
Nella
notte fra il 4 e il 5 novembre 2008 Barack Obama diventa il primo presidente
afroamericano nella storia degli Stati Uniti.
LE
ANIME IMMORTALI: IL PERCORSO
DELLE
ANIME IMMORTALI.
Amazon.com
– Gian Mario Seu -autore – (8 -12- 2020) – ci dice:
La
prima anima e l’anima del Supremo Dio Creatore, Essa è nata dal suo primo
pensiero che creò la prima scintilla di luce che nell’espandersi creò il Vento
dello Spirito che è la Vita.
La
Luce e la Vita sono lo Spirito di Dio, una goccia nell’oceano infinito dello
Spirito infinito di Dio.
L’anima umana che abita nel cuore dell’uomo, è
collegata all’anima di Dio, da dove per avvenimenti conseguenti ha avuto
origine.
Quando l’uomo muore e il suo cuore si ferma.
La sua
anima si trova smarrita, perché ha perso la sua casa, ma non muore come il
corpo, ma continua a vivere.
Il
percorso che intraprende è in funzione della sua appartenenza per famiglie e
per attrazione vibrazionale energetica che la porta a intraprendere un nuovo
percorso nella continuità della vita infinita.
Avrò
modo di spiegare anche in seguito il percorso dell’anima dopo la morte che è la
ragione di cui ha bisogno l’essere umano.
È
giunto il tempo di togliere il velo, per fare progredire il livello di
conoscenza e l’evoluzione della comprensione umana.
L’ANIMA
E IL CUORE. Il luogo dove risiede l’anima è il cuore.
È nel
cuore che nasce l’anima al momento della procreazione durante l’atto sessuale
tra un uomo e una donna.
È nel cuore che abita ‘l’anima e vive la vita
insieme all’uomo.
Quando un uomo riesce, a mezzo del suo
cervello, a collegarsi con l’anima, si diventa un tutto uno con Il Supremo Dio
Creatore.
L’anima è una parte di Dio, è tramite lei che
possiamo collegarci e dialogare con Dio, come una goccia che si unisce al mare.
Il mare è la Consapevolezza che nutre l’anima
e tramite essa si dà sazietà al cuore che può capire così ogni cosa.
Quando hai dubbi, pensieri e quesiti per
spiegare la vita e ogni cosa, chiedi al tuo cuore, esso conosce tutte le cose e
le risposte che giungono direttamente dal tuo cuore e dalla tua anima, sono
pura consapevolezza, Dio.
L’ANIMA.
L’anima è
immortale.
Essa possiede le chiavi del corpo umano.
È l’anima che decide di dare i comandi di
morte cellulare.
L’anima ha il potere di influenzare la
coscienza che di fatto agisce nel subconscio e comanda il corpo cellulare a
mezzo del DNA.
Il
perché a un certo punto della vita di un corpo umano la sua anima prende questa
decisione è un mistero.
Ma
certamente uno dei motivi è che l’anima dentro il corpo ha raggiunto il fine e
lo scopo per cui vi è entrata e cioè fare certe esperienze.
Quella
precisa esperienza che ha indotto l’anima a fare quella precisa esperienza è
quando essa è compiuta e non vi è più ragione per continuarla.
L’anima decide di influenzare la coscienza e
il subconscio che esegue i comandi di morte cellulare così da potersi liberare
del corpo e poter andare a fare altre esperienze e continuare a vivere altrove.
Qui ho
spiegato perché; si muore fisicamente.
Ma non
è questo il fine che io mi pongo quando parlo e spiego.
Il motivo che mi spinge a spiegare agli altri
a che almeno qualcuno comprenda e sempre più comprendano come espandere e
allungare la vita.
Questo è quello che io ho fatto e capito ed è che se
l’anima ha le chiavi del corpo umano, la cosa migliore è parlare con la propria
anima e darle delle ragioni a che essa trovi convenienze, curiosità, interessi
a continuare la vita dentro al corpo che la contiene.
Magari
prima che prenda la fatidica e irrevocabile decisione è molto meglio darle
nuovi interessi e curiosità che stimolino l’anima che non è ancora il momento,
che ancora molte cose rimangono da fare e che si può continuare a fare
esperienza nello stesso corpo senza doverne andare alla ricerca di un altro
magari più giovane.
Così si spiega anche perché bisogna essere
sempre curiosi e avere stimoli nuovi e motivazioni per continuare a vivere la
vita.
Chi
vuole vivere per sempre?
Indiscreto.org – Andrea Cassini – (22/01/2019)
– ci dice:
L’immortalità
attraverso i miti, la Bibbia, l’epopea di Gilgamesh, Il Signore degli Anelli e
Dragon Ball.
E spiegata nell’ “Homo Deus”, di “Yuval Noah Harari”.
Tutti
gli uomini sono mortali.
Socrate è un uomo. Socrate è mortale.
Così enuncia il sillogismo che avvia
l’insegnamento della logica;
sotto la maschera di una banale constatazione
si afferma invece la condizione d’esistenza più forte del nostro genere.
Muoio
dunque sono, sembra suggerire.
La
vita esiste, e acquista senso, in opposizione alla sua controparte.
Laddove
cultura, provenienza, colore della pelle e conto in banca ci differenziano, la
morte ci rende tutti uguali.
Nelle
parole che Shakespeare metteva in bocca ad Amleto: “un grasso re ed un magro
mendicante non sono che due piatti, due portate d’un unico banchetto”. Oppure,
più prosaicamente: “God made men. Samuel Colt made them equal”, adagio che
accompagnava la diffusione dei revolver calibro 45 nel Far West.
Bene.
Immaginate
un mondo e un uomo diverso senza la morte: l’essere umano si potrà ancora
definire tale?
Mentre
in diversi angoli del pianeta, Italia compresa, ancora ci si interroga sulla
definizione legale di morte e si approva la normativa sul testamento biologico
dopo mille ritardi, la scienza punta a cancellare la parola stessa dal
dizionario.
I
primi a-mortali.
Il
ricercatore “Josè Luis Cordeiro”, all’ultimo “Congresso su Longevità e
Criopreservazione” di Madrid, ha segnato sul calendario una data: 2045.
A chi lo accusa di covare aspettative troppo
ottimistiche risponde citando il ritmo esponenziale con cui la tecnologia
trascina gli studi:
in 7 anni abbiamo mappato l’1% del genoma
umano, nei successivi 7 il restante 99%.
“Aubrey
de Grey” è forse il più celebre gerontologo in circolazione;
di
sicuro è il più riconoscibile, con lo stile trasandato e la barba da profeta
biblico. Condivide
le tempistiche del collega e anche lui è convinto che i primi uomini a divenire
a-mortali camminino già sulla Terra.
(Sono
i futuri uomini a capo del governo unico mondiale! N.d.R.)
Il prefisso scelto è a- anziché in-, perché un
evento traumatico potrebbe comunque infliggere al corpo danni tali da
interrompere la vita;
se incontraste un cowboy con una Colt calibro
45, insomma, il suo proiettile continuerebbe a giocare il ruolo del “great equalizer”.
L’obiettivo di “de Grey” e del suo progetto “SENS
“(Strategies for Engineered Negligible Senescence) è combattere
l’invecchiamento, la prima e più banale causa di morte, lanciando l’umanità in
corsa alla velocità di fuga, sempre un passo avanti all’avversario.
Si tratterebbe di un processo graduale,
teorizza” de Grey”, in grado di riportare un novantenne al fisico di un
trentenne riparando i danni dovuti all’invecchiamento.
Rubare
qualche lustro a ogni seduta di “ringiovanimento” in attesa che, come confida “de
Grey,” nuove scoperte e tecnologie più raffinate permettano di spiccare il
grande salto: l’inevitabile non sarà più inevitabile.
A “onor
del vero” non tutte le voci sono concordi.
Lo stesso “SEN”S di “de Grey” ha incassato
numerose critiche, una su tutte la polemica con la rivista “Technology Review”.
Pochi
mesi fa i ricercatori” Paul Nelson” e “Joan Masel”, della “University of
Arizona”, hanno pubblicato un articolo dove sostengono, con l’ausilio di
modelli matematici, che nella corsa contro l’invecchiamento saremo sempre
destinati a perdere.
Possiamo agire sulla selezione naturale rendendola
perfetta, sfruttando la competizione intracellulare, ma le cellule cancerogene
non seguono le regole d’ingaggio.
Imbrogliano,
e vincono la partita.
Ci
sono altre strade percorribili, tuttavia.
Anziché
rendere l’umanità una progenie di Matusalemme, i pionieri del “mind-uploading”
puntano a trasferire menti coscienti su computer a reti neurali.
Se il corpo si deteriora basterà traslocare in
uno fresco, o sviluppare una completa indipendenza dai supporti organici.
Per quanto la perfetta emulazione del cervello sia
ancora lontana – e ancora più complesse sono le domande intorno l’identità
della coscienza – la prospettiva di vivere attraverso un avatar non è così
fantascientifica.
L’ultima
spiaggia la offre la “crionica”, cioè il preservare il corpo in attesa di tempi
migliori:
“James
Bedford” attende pazientemente dal 1967, congelato nella sua vasca.
Al di
là delle tempistiche, più o meno concrete, il fatto rilevante è che la ricerca
dell’immortalità si è guadagnata un posto nell’agenda del terzo millennio.
Sì, prima ancora di ridistribuire cibo e
ricchezze, debellare malattie curabili e sconfiggere l’ignoranza tramite
l’istruzione.
Non c’è da stupirsi che la scienza guardi
avanti, convinta che ogni problema sia una tessera da domino perfettamente
allineata con la successiva.
È nella sua natura.
È nelle leggi che enunciava Arthur C. Clarke:
“l’unico modo per scoprire i limiti del possibile è spingerci un po’ oltre,
verso l’impossibile”.
La
domanda più interessante è: saremo pronti a un’esistenza” death-proof”?
Abbiamo
inventato il divino per spiegare l’ignoto, e lo abbiamo collocato in una sfera
diversa; immortale, appunto.
Allo
stesso tempo, secondo molte culture condividiamo con quel divino la medesima
sostanza, siamo composti “a sua immagine e somiglianza”.
Abitavamo
addirittura nello stesso luogo, un tempo.
Per
gli animisti, condividiamo anche il destino immortale: semplicemente, la parte
di noi che dura in eterno non è il corpo.
Un
principio tramandatosi fino alle religioni moderne, ma impossibile da accettare
in civiltà complesse, stratificate, dove si bada al pane nel piatto o ai soldi
nelle tasche.
Ed
ecco che la vita mortale diventa una punizione, e l’immortalità un premio da
guadagnare.
Una
delle più rosee prospettive per il futuro ci vede attori secondari in un mondo
governato da intelligenze artificiali.
Immortali, coccolati dalle macchine, liberi di
dedicarci a svaghi e piaceri.
Che sia quello il paradiso perduto?
Ma
sarà anche ciò che l’uomo vuole, ciò di cui ha bisogno?
“Jorge
Luis Borges” ci metteva in guardia.
“Finché
durerà” diceva della “Città degli Immortali”, “nessuno al mondo potrà essere
prode o felice”.
Il
tribuno, protagonista del racconto con la missione di raggiungerla, fu reso
sgomento dalla “quiete perfetta” degli abitanti, “invulnerabili alla pietà”,
dove la “perfezione della tolleranza” era anche la perfezione del disdegno.
Corse fino a bagnarsi nelle acque del fiume
che lo riconduceva tra i mortali.
Rinato
a nuova vita, la apprezzava infine come un dono prezioso; priva di una data di
scadenza, si sarebbe dovuta chiamare con un altro nome.
L’elisir
di lunga vita.
A poco
è valso l’invito di Epicuro:
“abituati
a pensare che nulla è per noi la morte”.
Perennemente
in ambasce quando si tratta di riconoscerla come chiave della propria identità,
l’uomo comincia presto a farsi ossessionare da un futuro oltre la vita.
Quella
di “Gilgamesh” nell’omonima epopea, vecchia di 4500 anni, è la prima catabasi
nella storia della letteratura.
Quando
gli dei condannano alla morte “Enkidu”, prima rivale e poi compagno di
mille imprese, il Re incarna tutto lo stupore del primo uomo:
la
vita, che credeva eterna, è invece caduca.
“Enkidu”
è anche alter ego dello stesso “Gilgamesh”:
capiamo dunque che l’esperienza della morte spetta a
chi sopravvive, costretto a fare i conti con l’idea della propria dipartita.
“Gilgamesh”
scavalca mari e monti, sconfigge uomini-scorpione e discute con antichi
profeti, per ritrovare l’amico “Enkidu”, ma soprattutto per salvare se stesso.
Non ci
riuscirà.
Raccolta
la pianta della giovinezza nel più profondo degli abissi, un serpente gliela
ruberà sotto il naso prima che possa tornare in superficie.
L’animale rappresenta il “fato avverso”, lo
stesso che polverizzò “Euridice” sotto gli occhi di “Orfeo”, più che il
consigliere maligno di Adamo ed Eva.
Simili
miti compaiono anche in cicli fondativi di altre culture, persino
allontanandosi dall’ambiente indoeuropeo, perché la catabasi è viaggio
interiore, nella mente prima che nel territorio, e i miti interpretano quello
che l’uomo non sa ammettere:
la
nostra identità appartiene alla stessa terra in cui finiamo sepolti.
Intrappolata nell’aldilà dopo la ribellione di
un figlio, la dea giapponese” Izanami” consuma il cibo dei morti e si trasforma
in un demone.
Il marito “Izanagi”, accorso negli inferi per
riscattarla, scapperà inorridito e serrerà la porta con un masso.
Quel
mostro terrificante non era più la sua compagna.
L’immortalità
non è faccenda che compete agli uomini; in certe culture, nemmeno agli dei.
Eppure,
da “Gilgamesh” a “Aubrey de Grey”, c’è chi non si rassegna.
Gli
antichi imperatori cinesi rincorrevano l’idea con particolare entusiasmo.
Nel
terzo secolo a. C. Qin Shi Huang inviò a tale scopo il proprio alchimista di fiducia, Xu Fu, in un viaggio in mare verso
l’oriente ignoto, accompagnato da migliaia di vergini.
Non
tornò a casa con l’elisir di lunga vita, ma secondo una versione della leggenda
scoprì il Giappone.
Altri
tentativi sortirono risultati più tragici.
Nella
stessa epoca i medici taoisti avevano diffuso l’idea che ingerire sostanze come
giada, ematite e soprattutto oro in forma liquida prolungasse la vita.
Il
numero di nobili e funzionari morti per avvelenamento da mercurio e arsenico è
difficile da calcolare, ma lo storico inglese “Joseph Needham” ha stilato una
lista esauriente, che parte col già citato imperatore della dinastia” Qin” per
finire solamente nel 1735.
Tra
cielo e terra.
Finora
abbiamo parlato di miti per il loro valore simbolico, ma essi sono in primo
luogo storie.
Una
volta dirottata l’attenzione filosofica per l’argomento, l’immortalità continua
ad alimentare la letteratura con la potenza dei migliori motori narrativi.
La
letteratura fantastica elabora il tema con la consueta versatilità, dal
Medioevo fino ai giorni nostri.
L’immaginario
cristiano si espande al ciclo arturiano quando “Robert de Boron” definisce sacro il Graal che già inseguiva il cavaliere “Perceval”,
integrando la passione di Cristo con la leggenda del Re Pescatore.
La
queste du Graal diventa allora l’ennesima variazione sul tema, la ricerca dell’immortalità che si
nasconde dietro quella del mistico.
Nella tradizione nordeuropea, specialmente
celtica, non si contano le storie incentrate sulla scoperta di un mondo
parallelo, precedenti al cristianesimo e poi inglobate dallo stesso.
L’Irlanda
vanta un intero genere dedicato a racconti di avventure per mare, le immrama, che finiscono in un aldilà magico e
benevolo.
Paesi
dell’abbondanza, imparentati col Valhalla germanico e i Campi Elisi, “Isole della Gioia” dove il tempo scorre diversamente.
Per
raggiungerle, a dimostrazione della loro collocazione parallela, è necessario
superare un rito:
perdersi,
valicare un portale, attraversare un ponte di vetro sospeso in mezzo al mare
come nel Viaggio
di San Brandano.
Simili paradisi terrestri sono abitati da una
popolazione immortale, talvolta dagli stessi dei, ma immancabilmente il
protagonista è costretto a fare ritorno alla civiltà.
Nel
fantastico accade però anche il contrario.
Il mondo fatato può fare visita al nostro, o
persino sovrapporsi in particolari circostanze.
Incontriamo così gli abitanti del faerie, mondo parallelo di cui scriveva
Tolkien: dei e demoni, spesso relitti dei culti pagani, ma anche figure ctonie
come fauni, silvani, satiri, ninfe.
Longaevi, coloro che vivono a lungo;
li
definiva così già l’autore Marziano Capella, nel quinto secolo, e questo
rimando ci conduce dritti al fantasy dei giorni nostri. Proprio ai “longaevi” “C. S. Lewis”
dedicava un intero capitolo del suo saggio The Discarded Image, preferendo il termine latino a quello
scelto dal collega e amico, ma accettandone la collocazione: “their place of residence is
ambiguous between air and Earth”.
L’opera
dello stesso
Tolkien propone
un interrogativo penetrante, che si riallaccia a quello che la scienza
suggerisce ai giorni nostri.
Cosa
fare di una vita che non ha fine?
Gli elfi di Tolkien sono i potenti eroi del Silmarillion, ma sono anche gli Elrond e le Galadriel, isolati e straniati dal mondo che
li ospita.
Hanno
intuito che millenni di vita conducono a un ciclo interminabile di gioie e
dolori, punteggiato da azioni ininfluenti se osservate da una prospettiva
eterna.
Inoltre,
c’è da affrontare il rischio di veder morire chi si ama; per questo “Elrond
sconsiglia ad “Arwen” l’unione con “Aragorn”, memore dell’esempio di “Beren” e “Lùthien”.
“Aman”,
il continente dove risiedono gli dei, è per gli “elfi immortali” l’equivalente
del “Tir na nóg” della mitologia irlandese.
Raggiungerlo,
come mostra la partenza dai “Porti Grigi “in chiusura del Signore degli Anelli, significa congiungersi con un altro
mondo una volta esaurito il proprio ruolo nel corrente.
Una
delle tante parafrasi valide anche per la morte.
Poi è
stato il turno della fantascienza d’impossessarsi del tema. “Mind-uploading” (“Ubik” di “Philip
Dick” è una lettura obbligata), criogenizzazione, manipolazione di tempo e spazio,
robot e cyborg: da oggetto di ricerca spesso la vita eterna diventa un dato di
fatto, e il succo della narrazione sta nell’affrontare le problematiche che ne
susseguono.
Una la
evidenzia “Richard K. Morgan” in” Bay City”, del 2002, a cui si ispira
l’imminente serie tv “Altered Carbon” programmata da “Netflix” per il 2018.
Nel
suo mondo “cyberpunk” è possibile scaricare la propria identità su un supporto
elettronico per trasferirla in custodie, corpi organici o sintetici.
Ma non per tutti è così.
Come in ogni epoca, lo notavamo già in
apertura dell’articolo, dove la morte ci pone sullo stesso piano, ricchezza e
cultura ci rendono diversi.
I
Cattolici si oppongono alla pratica della ri-custodia per ragioni etiche,
mentre chi gode di un reddito medio o basso può comunque permettersene solo una.
I più ricchi dispongono invece di un backup, rendendosi
di fatto immuni anche alla distruzione della matrice: in una parola, immortali.
Interrogato
sulla possibilità che le tecnologie da lui propagandate possano alimentare
ingiustizia e disparità, “Aubrey de Grey” non mostra segni di preoccupazione.
In una prima fase solo i benestanti potranno
sottoporsi alle sedute di ringiovanimento, sostiene, ma in breve tempo i costi
si abbatteranno: la vita eterna sarà roba per tutte le tasche.
Tale è
la sua fiducia nel progresso, ed è difficile trovare suoi colleghi che la
pensino diversamente.
Casomai, il problema è l’opposto: che questo progresso
ci sfugga di mano e le macchine comincino a operare su basi a noi sconosciute.
Eterno
ritorno.
Cosa
fare dunque di una vita eterna?
Nel
recente saggio “Homo Deus”, “Yuval Noah Harari” (filosofo preferito da Klaus Schwab e
dagli uomini globalisti di Davos) sfiora un concetto interessante.
Poniamo
che il primo uomo a-mortale cammini effettivamente tra noi nel giro di
cinquant’anni.
Che tipo di esistenza potrà condurre,
sapendosi immune all’invecchiamento ma a rischio di morte per un qualsiasi
scontro autostradale?
Con
un’aspettativa di vita che si estende per secoli, le probabilità di finire
coinvolti in qualche incidente si alzano.
Condurrà
un’esistenza appartata, prudente, attento a non farsi nemici che possano
sorprenderlo alle spalle con la succitata Colt calibro 45?
O, al
contrario, passata l’eccitazione iniziale e varcata la soglia della noia si
getterà in rischi di ogni tipo?
Posto
di fronte a un simile dubbio, l’impianto manicheo di un manga come Dragon Ball non ammette
indugi.
I
villain” del fumetto mettono in pericolo pianeti e galassie, sono loro a
dettare legge, e la loro legge consiste in un gioco di potere, spiccatamente
marziale. Il potere non è mai abbastanza, e la sua ricerca coincide con quella
della vita eterna.
Freezer,
dittatore interplanetario, la sfrutterebbe per reiterare il suo dominio fino a
esaurire gli avversari, in un eterno ritorno.
Per quanto potente, egli non è però divino;
chiede allora appello al sovrannaturale, nella figura del drago Polunga che, una volta raccolte le sette
sfere, esaudisce tre desideri.
L’opposizione
degli eroi, capeggiati da “Son Goku”, impedirà a “Freeze”r di raggiungere il
proprio scopo, ma il dettaglio più interessante emergerà in seguito: nemmeno i
poteri del drago sono infiniti, e non travalicano quelli del dio che lo ha
creato.
Può riportare in vita una persona, come ben sa
lo sfortunato “Crilin”, ma solo se è deceduta per cause violente.
Può,
insomma, riparare i danni del male, ma non creare il bene.
Akira
Toriyama,
autore della saga delle sette sfere, ha compreso la lezione della mitologia
giapponese e ce la propone in uno “shonen “ricco di botte e di avventura: come nella leggenda di Izanami e
Izanagi, l’immortalità non è faccenda per gli uomini e talvolta nemmeno per gli
dei.
Nell’anime
Baccano una congrega di alchimisti evoca un demone che consegna loro l’elisir
della vita eterna.
Gli immortali, obbligati a dichiararsi e
chiamarsi per nome quando s’incontrano, attraversano così i secoli impegnati in
una lotta fratricida.
Cristallizzati
nel giorno in cui hanno bevuto l’elisir, alcuni vecchi e altri bambini,
s’inseguono per assorbire anima ed esperienze l’uno dell’altro.
Si
tratta proprio di quella prospettiva dominata dall’avarizia che” de Grey “non
contempla – ma che non sfugge agli autori più sensibili.
Lui si
definisce “un tipo pratico” e alla formula “sconfiggere la morte” preferisce
“combattere il dolore”.
“Il
fatto è che la gente non vuole ammalarsi”, ha detto. “Non m’interessa la
longevità, m’interessa la salute delle persone. L’unica differenza tra il mio
lavoro e quello di un medico è che io sono convinto che un novantenne, tra
breve, potrà godere del fisico di un trentenne”.
Su
questa linea di pensiero, che assomiglia a quella di un “Dorian Gray” che
lascia il proprio ritratto a invecchiare in soffitta, potremmo impiantare un
altro sillogismo, stavolta fondato su una delle colonne portanti del buddismo.
Gli
uomini sono bramosi. Socrate è bramoso. Socrate è un uomo.
È anche questa la nostra identità. Desideriamo
sempre quello che non possediamo. Una volta ottenuta la vita eterna, cos’altro
potremmo mai volere?
Da immortali a infiniti.
Il
cerchio con la domanda posta in apertura sta quasi per chiudersi.
L’uomo
immortale sarà probabilmente diverso da quello che ha composto la Bibbia e
l’epopea di Gilgamesh, e anche da quello che ha scritto Il Signore degli Anelli
e disegnato Dragon Ball.
Il
paradiso perduto, una volta ritrovato, verrà chiamato con altro nome e non si
nasconderà più dietro ponti di vetro sospesi sull’oceano, o tra le pieghe di un
mondo fatato. Una rivoluzione, più potente di quella copernicana, che comporterà la
caduta di ideologie, religioni e agglomerati sociali.
Non
c’è di mezzo solo la nostra cultura.
Anche
nelle sottili linee che congiungono corpo e mente la morte gioca un ruolo
importante.
Esistono
rari organismi che definiamo autopoietici: batteri, platelminti, forse persino
meduse, che si creano e si rigenerano senza l’intervento di agenti esterni.
L’evoluzione non ci ha plasmati in questa maniera.
La
riproduzione sessuale era la strategia vincente per tramandare il patrimonio
genetico della specie, e i nostri istinti più forti ci sussurrano costantemente
alle orecchie: sopravvivi e riproduciti, sopravvivi e riproduciti.
Inseguendo la vita eterna e il piacere non
facciamo che obbedire. Soddisfatta la sete, che resterà di noi?
Forse
Socrate non si fermerà finché non avrà sottratto ogni goccia di vita al suo
prossimo, perché quella sete non può mai essere soddisfatta.
O forse Socrate cesserà di essere uomo.
O ancora: cesserà di essere un individuo.
Da uomini a esseri, e da immortali a infiniti,
il passo sembra breve e il pensiero corre di nuovo alla “Città degli Immortali
di Borges”, dove “nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli
uomini”.
“Aubrey
de Grey”, dicevamo, è un tipo pratico:
forse “Borges” non è tra le sue letture
preferite, ma in cerca di un ammonimento verso il futuro che ci prospetta
potremmo ripescare queste parole: “essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo,
tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile,
incomprensibile, è sapersi immortali”.
Gli
scienziati vogliono renderci
“immortali”,
ecco a che punto sono.
Esquire.com
- Andrea Daniele Signorelli – (03/08/2021) – ci dice:
Dalle
innovazioni digitali alle truffe a base di creme miracolose, passando per
serissimi studi scientifici.
Nel
luglio 2018, l’”Organizzazione Mondiale della Sanità” ha compiuto un passo
avanti nella direzione che un domani potrebbe portarci a considerare
l’invecchiamento una malattia.
Non
poche persone hanno tirato un primo, lungamente atteso, sospiro di sollievo.
Per la
precisione, si tratta di gerontologi come “Aubrey De Grey”, rispettati
scienziati come “David Sinclair”, imprenditori come “Bill Maris” e altri
ancora. Sono coloro i quali ormai da anni lavorano, studiano e investono allo
scopo di rendere l’essere umano immortale (o almeno farlo vivere molto più a
lungo).
Ma quali sono gli strumenti per vivere così a
lungo?
Per rispondere a questa domanda, bisogna farsi
strada in un dedalo di soluzioni, promesse, truffe e speranze che spaziano dal
campo della tecnologia digitale più futuribile e arrivano fino alle medicine
più tradizionali.
L’esempio
tecnologico classico riguarda le ricerche che mirano, un domani, a replicare
digitalmente il cervello umano, con i suoi 86 miliardi di neuroni e 100mila
miliardi di sinapsi.
Un
obiettivo ancora incredibilmente distante dall’essere raggiunto – al momento si
è riusciti a replicare digitalmente i 302 neuroni del cervello di un tipo di
verme – ma che una volta conquistato potrebbe permettere di uploadare il
cervello di ciascuno di noi all’interno di un computer e consentirci così di
vivere per sempre sotto forma di avatar digitale.
Potete immaginarlo, se volete, come una specie di
“Second Lif”e abitato però proprio da noi (sempre che ci si possa considerare
se stessi anche quando si è solo una copia digitale).
All’altro
estremo dello spettro, nel mondo analogico, si trovano rimedi più a portata di
mano, che non prevedono il trasferimento dell’umanità in rete, ma il cui esito
è decisamente più incerto.
La giornalista Jacqueline Detwiler ha per
esempio fatto una visita alla conferenza annuale “RAADFest” (Revolution Against
Aging and Death) ospitata a Las Vegas dalla “Coalition for Radical Life
Extension”.
Tra concerti,
danze ed esibizioni, il leader “James Strole”, 72 anni, ha tenuto i suoi
discorsi su quello che definisce” anti-ageism”:
una
sorta di ideologia contro l’importanza attribuita all’età nel determinare i
nostri comportamenti, ruoli sociali, aspettative e anche abbigliamento.
Una
visione per molti versi condivisibile, dietro la quale però si cela un mondo
non molto trasparente.
Nel corso del festival, gli stand più
importanti vendevano sistemi di filtraggio dell’aria da oltre 8mila dollari,
olii mistici che “riequilibrano le cellule”, iniezioni per potenziare le “sirtuine”,
rimedi
contro i danni causati dal 5G, creme ringiovanenti e integratori di ogni tipo.
Più
che un festival scientifico, l’impressione è di trovarsi alle prese con i
venditori ambulanti di magici unguenti che spopolavano nel 1800.
In
ogni caso, l’obiettivo di tutti è sempre quello che “Aubrey de Grey” (il nome
più noto tra gli scienziati anti-invecchiamento) ha definito “velocità di fuga della longevità”:
l’idea
è che individuare rimedi che oggi ci permettano, per esempio, di vivere anche
solo dieci anni in più ci consentirebbe di sfruttare poi le innovazioni
scientifiche dei prossimi dieci anni.
Una
continua rincorsa ai rimedi per l’allungamento della vita che potrebbe – in
linea teorica – farci vivere molto più a lungo dell’attuale limite massimo
possibile di circa 120 anni, e anche di sconfiggere quella malefica legge
matematica secondo la quale, superati i trent’anni, ogni otto anni il rischio
di morire raddoppia.
Ma tra
sogni digitali e truffe analogiche si trovano anche scienziati seri.
È il
caso di “David Sinclair”, 52enne australiano responsabile del “laboratorio di
genetica di Harvard” e autore di numerosi studi sul tema dell’invecchiamento
pubblicati su” Nature e Science”.
Siamo quindi lontani anni luce dal “Circo
Barnum” di cui sopra: eppure anche “Sinclair”, come si legge su “Popular
Mechanics”, “è convinto che riusciremo a risolvere l’invecchiamento” e che “non
ci sia un limite massimo alla durata della vita umana”.
Tutto
questo non significa che chi già oggi è in vita riuscirà a godere dell’elisir
dell’immortalità, ma che si stanno facendo (lenti) passi avanti nella
comprensione di cosa causi l’invecchiamento.
Un domani, quindi, si potrebbe magari anche
scoprire come rallentarlo o addirittura sconfiggerlo.
Stando a Sinclair, l’invecchiamento è un
problema di perdita di informazioni, causato dal modo in cui il DNA viene letto
e implementato dalle cellule.
Al
centro dei suoi studi c’è infatti l’epigenoma, da lui definito “un flessibile
interprete del DNA che accende e spegne i geni sulla base delle condizioni
ambientali”.
Col
passare del tempo, il nostro DNA subisce però danni da raggi ultravioletti,
ormoni dello stress, raggi X e da molteplici altri fattori.
Da un certo punto di vista, invecchiare è come
un CD che col passare degli anni si riempie di graffi.
“Il
genoma è la musica, il lettore è l’”epigenoma” e i graffi sono ciò che
impedisce al lettore di leggere la musica come un tempo”, spiega “Sinclair”. “
Penso
che l’invecchiamento impedisca alle cellule di leggere correttamente i geni”.
In
poche parole, col tempo le cellule diventano meno brave a svolgere le loro
funzioni, anche se le istruzioni sono ancora tutte presenti.
A
dimostrazione di questo aspetto, secondo “Sinclair”, c’è il fatto che il
trasferimento del vecchio DNA di un animale in una nuova cellula clonata porti
alla nascita di un clone neonato, non già vecchio.
Di
conseguenza, è plausibile che il DNA continui a contenere tutte le istruzioni
corrette.
In un recente studio pubblicato su “Nature”, “Sinclair”
è riuscito a riportare le cellule della visione dell’occhio di un vecchio topo
a uno stato epigenetico più giovane: da un certo punto di vista, è come se
avesse usato uno di quei vecchi “cd-cleaner”.
Ma
siamo ancora agli inizi, e soprattutto molti scienziati sono scettici verso
l’idea di “Sinclair” di puntare tutto sull’epigenoma.
Lui
stesso, comunque, non consiglia certo di utilizzare già adesso delle terapie
genetiche.
Ciò
che invece ha più volte raccontato pubblicamente – facendo balzare sulla sedia
molti suoi colleghi – è la dieta personale che segue, a base di vitamina D,
vitamina K, “metformina” (una medicina contro il diabete che torna sempre quando si
parla di contrastare l’invecchiamento), l’estratto dell’uva resveratrolo e
altro ancora.
Tra
questi, il rimedio più promettente è probabilmente la metformina, un farmaco che sembra davvero in
grado di rallentare l’invecchiamento negli animali e di ridurre le malattie
neurodegenerative e il cancro negli esseri umani.
Il problema è che non è semplice prescriverla
e studiarne gli effetti a lungo termine tramite apposite ricerche.
E questo, principalmente, perché il fatto che
l’invecchiamento non sia considerato una malattia limita e ostacola la ricerca
medica del settore.
Un
altro problema è che non ci sono test affidabili per determinare l’età
cellulare di un corpo (che è diversa da quella anagrafica), il che rende più
complesso comprendere se un dato trattamento sta funzionando.
La
strada è lunga e piena di ostacoli, e nonostante alcuni progressi si stanno
facendo sia dal punto di vista scientifico sia da quello culturale (vedi i
passi avanti dell’OMS nel considerare l’invecchiamento una malattia) è
decisamente improbabile che qualcuno di noi possa godere di grandi salti in
avanti in termini di longevità.
In
questo modo, però, ci risparmieremo almeno di dover affrontare le serissime
questioni che tutto ciò potrebbe porre in termini di sovrappopolamento,
sostenibilità, economia e magari, anche, noia.
(Andrea
Daniele Signorelli)
La
lotta per la libertà di stampa
del
giornale russo Meduza.
Ilsole24ore.com
- Claudia Radente - (28 Febbraio 2023) – ci dice:
“Crediamo
che la libertà di parola e l’accesso alle informazioni non siano regali ma
risultati duramente conquistati che devono essere protetti.
Siamo
pronti a lottare per questo”.
La
dichiarazione di resistenza della testata russa Meduza è forte e chiara.
Meduza è stata inserita a fine gennaio dal
governo russo nella lista delle organizzazioni indesiderate.
La legge sulle organizzazioni indesiderate era
passata nel 2015, da quel momento il governo russo si è arrogato il diritto di
bollare le organizzazioni e definirle minaccia alle basi dell’ordine
costituzionale e alla sicurezza.
Il
registro degli agenti stranieri.
La
spada di Damocle che aveva già colpito il giornale “Novaja Gazeta” del premio
Nobel “Dmitry Muratov” e della giornalista assassinata “Anna Stepanovna “Politkovskaya,
con la stessa violenza si è abbattuta su Meduza.
Da
anni ormai si era trasferita in Lettonia per continuare il percorso del
dissenso e un anno fa era stata inserita nel registro degli agenti stranieri.
Con
questo termine sono identificate in Russia tutte le organizzazioni o gli
individui impegnati in attività politiche con il sostegno estero.
Questa
definizione comprende anche ong, testate giornalistiche, blog e normali utenti
di social network che ricevono finanziamenti internazionali o riportano notizie
straniere.
La
strenua resistenza di Meduza.
La
nuova decisione però aggrava la situazione e impedisce a Meduza di lavorare sul
territorio russo sotto la minaccia di procedimenti penali e soprattutto mette a
rischio i cittadini russi che “partecipano alle attività di Meduza”.
Meduza
ha 9 milioni di lettori mensili, milioni dei quali risiedono in Russia.
A
questo proposito la redazione ha mandato un messaggio di sostegno ai propri lettori in cui ha messo a nudo le
proprie paure ma anche le più che ferree intenzioni:
“Vorremmo dirvi che il nostro nuovo
status di ‘indesiderato’ non ci preoccupa, che non significa niente.
Ma non
sarebbe vero. Siamo spiacenti.
Temiamo per i nostri lettori e per coloro che
collaborano con Meduza da molti anni.
Temiamo
per i nostri cari e i nostri amici. Ma crediamo in quello che facciamo.
Crediamo nella libertà di parola.
E noi
crediamo in una Russia democratica.
Maggiore è la pressione contro di noi e contro
i nostri valori, più strenuamente resisteremo”.
L’articolo
29 della Costituzione russa vieta la censura.
Eppure
la Costituzione russa con l’articolo 29 sancisce la libertà di espressione e
vieta la censura.
A tutti è garantita la libertà di pensiero e
di parola.
Non è consentita la propaganda o l’incitazione
all’odio e all’inimicizia sociale, razziale, nazionale o religiosa.
È
vietata la propaganda della superiorità sociale, razziale, nazionale, religiosa
o linguistica.
Al
comma 3 si rimarca che nessuno può essere costretto a esprimere le proprie
opinioni e convinzioni o a rinunciarvi.
Ognuno ha infatti il diritto di cercare,
ricevere, trasmettere, produrre e distribuire liberamente informazioni in
qualsiasi modo legale.
L’elenco delle informazioni che costituiscono
un segreto di stato è determinato dalla legge federale.
All’ultimo
comma si legge infine che la libertà dei media è garantita e che la censura è
vietata.
Quando
una notizia è considerata fake?
Di
fatto la censura lavora a pieno ritmo, visto che solo un anno fa poco dopo
l’inizio del conflitto russo-ucraino veniva emanata una legge che avrebbe
punito da quel momento in avanti chi avesse scritto fake-news con finanche 15
anni di carcere.
La vera domanda è: con quale criterio una
notizia è considerata fake?
Difficile
dare una risposta trasparente, in un momento più torbido di questo dove dal 24
febbraio, il dipartimento Roskomnadzor (l’agenzia governativa russa preposta al
monitoraggio, controllo e censura dei mass media) blocca infatti regolarmente
tutto ciò che anche lontanamente faccia riferimento alla guerra in Ucraina.
Perché la guerra, per l’appunto, è una fake
news.
Ma
cosa rischia chi legge, commenta o chi collabora con Meduza?
Chiunque
abbia condiviso post online di Meduza dovrebbe cancellarli, che si debba recare
in Russia o a maggior ragione che si trovi già lì.
La
legge è retroattiva e si può essere sanzionati con una multa da 5000 a 15000
rubli.
Le
donazioni, che sono una delle poche fonti di sostegno di giornali indipendenti
come Meduza, possono portare a un’immediata accusa di reato con una pena fino a
cinque anni di reclusione.
La
redazione consiglia caldamente di eliminare post sui social media che
sollecitino a unirsi alla campagna di “crowdfunding”, perché i contenuti
potrebbero essere considerati associazione a delinquere per finanziare
un’organizzazione indesiderata.
Il
dissenso di Meduza come il dissenso di Bulgakov.
L’accorato
messaggio di Meduza ai propri lettori ricorda le parole di “Michail Afanas’evič
Bulgakov”, autore del celeberrimo “Maestro e Margherita”, a Iosif Stalin,
stanco di essere censurato e di non poter scrivere liberamente nella propria
patria:
“Io
considero la lotta contro la censura, di ogni natura e qualsiasi potere la
sostenga, come un dovere dello scrittore allo stesso titolo degli appelli alla
libertà di stampa. Io sono un feroce partigiano di questa libertà e dichiaro
che uno scrittore che possa farne a meno somiglia ad un pesce che dichiara
pubblicamente di poter fare a meno dell’acqua”.
Il
pesce senza acqua muore.
El
Salvador senza diritti umani.
Rainews.it
– Pierluigi Mele – (10/03/2023) – ci dice:
Con il
criminologo analizziamo la legislazione di emergenza adottata nella lotta alle
organizzazioni criminali locali valutando luci e ombre di una simile scelta.
Intervista a Vincenzo Musacchio:
(Vi
sono prigionieri seduti nel “Centro di confinamento del terrorismo” CECOT a
Tecoluca, El Salvador.”
Professor
Musacchio in cosa consiste lo “stato di emergenza attuato dal Presidente “Nayib
Bukele” dopo l'escalation di omicidi attribuiti a organizzazioni criminali
locali?
Si
tratta di una legislazione d’emergenza in deroga a quelli che sono i principi
fondamentali dello Stato di diritto.
Il contesto è maggiormente grave poiché il
provvedimento emergenziale è stato prorogato ben sette volte e il Governo ha
affermato che continuerà a estenderlo fino a quando non sarà vinta la guerra
contro le bande criminali che infestano il Paese.
Credo sia chiaro che non si possa combattere
la criminalità mettendo a rischio sia l’impianto costituzionale di una Nazione,
sia il sistema delle sue libertà fondamentali.
In che
modo lei ritiene che” lo stato d’emergenza” leda i principi essenziali dello “Stato
di diritto”?
Non è
tanto una mia opinione ma un dato oggettivo.
Tra le altre misure insostenibili adottate c’è
la limitazione di qualsiasi tipo di assembramento ed è consentito l’arresto
senza il mandato di un giudice.
Siamo
dunque palesemente di fronte a violazioni dei diritti fondamentali della
persona umana.
Lo strumento della legislazione eccezionale
può essere giustificabile solo se utilizzato per una sospensione temporanea
delle regole generali e cioè con rigore, misura, equilibrio e proporzionalità
rispetto all’emergenza che si deve affrontare.
Non mi
sembra sia questo il caso posto alla nostra attenzione.
Qui
siamo ben oltre il lecito.
In El Salvador sono di fatto sospesi i diritti
fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali
sui diritti umani quali, ad esempio, il diritto a un giusto processo, alla
difesa legale e il diritto di riunione.
Si
sono consentite intercettazioni di cittadini senza la necessaria autorizzazione
di un tribunale.
Si è
riformato il codice penale soltanto per aumentare le pene detentive contro i
membri di bande criminali.
Si è abbassata l’imputabilità dai quattordici
ai dodici anni per portare a giudizio e condannare al pari di un adulto gli
adolescenti accusati di essere membri di questi gruppi criminali.
Sembra di essere sotto la vigenza della legge marziale.
Secondo
lei perché sta accadendo tutto questo?
El
Salvador è considerato uno dei paesi più violenti del mondo, in particolare per
l’attività di gang criminali come “MS-13” e” Barrio-18”, che secondo le
autorità salvadoregne contano oltre 70mila affiliati e sono responsabili di
reati gravissimi quali omicidi, traffico internazionale di sostanze
stupefacenti, estorsioni, riciclaggio e traffico di armi.
Nel
biennio 2020-2021 ci sono stati oltre 2500 omicidi riconducibili alle gang
criminali.
Una
cifra spaventosa non accostabile neanche a quella del periodo stragista di “Cosa
Nostra di Totò Riina”.
Forse
si è pensato di risolvere il problema criminale scendendo sullo stesso piano
della criminalità organizzata.
Questo naturalmente è inaccettabile.
Il
Presidente “Bukele” ha affermato che il ridimensionamento ai minimi termini di bande
criminali è evidente in El Salvador per la prima volta da molto tempo,
c’è un cambiamento fondamentale nella vita di migliaia di salvadoregni. I dati
gli danno ragione?
Il
prezzo che si sta pagando per questo risultato, però a mio avviso è molto alto.
La
cura è sicuramente più dannosa della patologia.
I
salvadoregni hanno denunciato molteplici abusi da parte di militari e polizia
nei confronti di persone che non avevano alcun vincolo con le gang.
Vogliamo
esaltare la lotta alla criminalità organizzata che passi per la soppressione
dei diritti fondamentali della persona umana?
Se per
battere le mafie questi sono i metodi personalmente non mi trovano assolutamente
d’accordo.
Siamo disposti a rinunciare alla democrazia
per sconfiggere le mafie?
Quando
i cittadini perdono fiducia nel valore della democrazia, il rischio della
deriva autoritaria è altissimo.
Si vuole probabilmente tornare al “caudillismo”.
Infatti,
secondo il sito salvadoregno di giornalismo investigativo “El Faro” le cause
che hanno originato le bande criminali non sono state rimosse.
Allora tutto questo non le sembra
un’operazione per la conferma al potere dell’attuale Presidente?
A me
sembra che i cittadini salvadoregni abbiano ceduto il potere assoluto al loro
Presidente che, nei fatti, sta già manipolando la democrazia privandola dei
necessari meccanismi di controllo e di responsabilità politica e giuridica Le
organizzazioni criminali salvadoregne erano e sono tuttora il frutto di una
società socialmente frantumata, corrotta, che lascia la maggioranza della
popolazione in povertà, accrescendo le disuguaglianze, impedendo l’accesso a
servizi fondamentali come sanità, istruzione, welfare.
Ci sono meno bande criminali ma restano in
toto le già menzionate condizioni critiche.
Le
cause che hanno dato origine alle bande restano e questa tipologia di
repressione indiscriminata e assolutamente giustizialista a mio parere non è
una soluzione difendibile.
Un
simbolo terribile di questa deriva è il nuovo complesso carcerario “CECOT”.
È così?
È
esattamente così.
Da
com’è descritto dalle associazioni umanitarie salvadoregne a me sembra più un
campo di concentramento che un istituto di reclusione.
Siamo
di fronte ad un carcere capace di ospitare fino a 40.000 detenuti ammassati e
non divisi per tipologie di reato.
La
televisione salvadoregna ha mostrato immagini di detenuti in partenza per la
nuova prigione scalzi, con la testa rapata, una cavigliera elettronica e
pantaloni di tela neri corti, ammassati e inginocchiati.
Non è
accettabile che l’alto tasso di criminalità, di omicidi e di violenza, sia
ridotto con mega carceri stile “Auschwitz-Birkenau”.
Un esempio imitabile invece dovrebbe essere
l’istituto di reclusione di “Halden” in Norvegia dove si registra il più basso
tasso di recidività in Europa.
Un
carcere sarà sempre privativo della libertà individuale, ma dovrebbe sforzarsi
di offrire il meglio che la società possa garantire ai detenuti, almeno fino a
quando l'umanità non troverà un modo migliore per perdonare chi commette reati.
Esiste
una via alternativa a questa del Salvador?
In
primis penso che l'uso indiscriminato della forza da parte dello Stato non
faccia che peggiorare il problema.
I passi necessari per affrontare il crimine
organizzato in El Salvador non possono comprendere la sospensione dei diritti
costituzionali.
Nel Paese ci sono un sistema giudiziario non
autonomo e indipendente e un sistema carcerario dove si pratica la detenzione
di massa.
È necessario compiere uno sforzo concertato
proprio per riformare sistema giudiziario e carcerario garantendo che polizia e
magistratura abbiano gli strumenti per prevenire e combattere le organizzazioni
criminali nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona umana.
Sarà molto importante anche intensificare la
cooperazione internazionale in materia penale come strumento necessario per
combattere e prevenire proprio questo tipo di criminalità organizzata presente
in El Salvador.
Questa piccola Nazione non può farcela da sola.
Se
potesse consigliare il Governo salvadoregno quali dei nostri strumenti
antimafia suggerirebbe di applicare?
La
legislazione antimafia dell’Italia è sicuramente, a livello mondiale, tra le
più efficaci
e all’avanguardia nel contrasto alle organizzazioni mafiose.
Gli istituti a mio avviso esportabili
dovrebbero interessare sia il metodo mafioso, quindi l’aspetto soggettivo, sia
il patrimonio delle organizzazioni criminali, quindi l’aspetto oggettivo.
Uno strumento efficace che esporterei
immediatamente sarebbero i collaboratori di giustizia.
Senza
Tommaso Buscetta in Italia ancora oggi ci staremmo chiedendo i nomi dei capi di
Cosa Nostra.
Utilizzerei
anche le intercettazioni con nuove tecniche investigative informatiche.
Esporterei
poi gli istituti del sequestro e della confisca dei beni illecitamente
conseguiti puntando sul riconoscimento reciproco dei provvedimenti di
congelamento e confisca, fondati sulla pericolosità sociale dei soggetti
destinatari.
Riformerei
subito il settore “giustizia” partendo dal diritto penale e includendo il
processo penale, il sistema giudiziario e penitenziario e gli strumenti di
prevenzione della corruzione.
Per
una criminalità organizzata come quella salvadoregna sarebbero necessari sia il
regime del 41bis, sia l’ergastolo ostativo.
Un
altro strumento investigativo che esporterei sarebbe quello delle pene
accessorie.
Le moderne organizzazioni criminali non
dimentichiamolo sono anche il prodotto di una mentalità perversa.
Per
combatterle oggi bisogna lottare anche la corruzione politica poiché esse
s’infiltrano nei gangli delle istituzioni pubbliche e nella pubblica
amministrazione e da sempre cercano legittimazione e approvazione sociale.
Dal
punto di vista della prevenzione invece cosa si potrebbe fare?
Sciocco
chi pensasse di sconfiggere il crimine organizzato solo con le forze
dell’ordine e la magistratura.
La
prevenzione è il presupposto per l’efficacia della repressione.
Compito primario di uno Stato è prevenire il
crimine.
Dovrebbe essere una priorità dell’agenda
politica.
Le politiche sociali e culturali sarebbero
sicuramente il migliore strumento per sconfiggere la criminalità organizzata in
quelle zone.
A
proposito di prevenzione, mi piace ricordare sempre la frase di Paolo
Borsellino quando afferma che la lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento
culturale che
abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si
oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e
quindi della complicità.
Forse sarebbe utopico, ma anche in El Salvador si
dovrebbe cominciare a impedire qualsiasi incarico politico e amministrativo a
chi è rinviato a giudizio per delitti che riguardano criminalità organizzata e
corruzione.
Andrà assolutamente costruita una rete sociale
che sfoci nelle buone pratiche contro le mafie e fenomeni corruttivi che hanno
in quei territori una dimensione sempre più ampia.
Sarebbe già un buon inizio per un’ottima
attività di prevenzione in una zona ad altissima densità criminale come quella
salvadoregna.
(Vincenzo
Musacchio, criminologo forense, giurista, associato al Rutgers Institute on
Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). È ricercatore indipendente e
membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del
Royal United Services Institute di Londra.)
IL
PARLAMENTO EUROPEO APPROVA
IL
REGOLAMENTO PER LA PRODUZIONE
DI
MUNIZIONI: UNA GRAVISSIMA
VIOLAZIONE
DELLA NATURA E DELLE REGOLE DELL’UE.
Libertaegiustizia.it
- LEG_EDITORE – (1° GIUGNO 2023) – ci dice:
Dopo
l’approvazione del regolamento per la produzione di munizioni in Europa, come
Libertà e Giustizia, Rete italiana Pace e disarmo, Anpi e Arci, abbiamo emesso
una di condanna della votazione
Annunciando la possibile via di un ricorso
giudiziario.
Lo
scorso 23 maggio, avevamo lanciato un appello al Parlamento europeo per un uso
di pace dei “fondi del Recovery Fund”.
Quello
che segue è il comunicato di oggi, 1° giugno.
Oggi,
1° giugno 2023, i membri del Parlamento europeo hanno votato con procedura
d’urgenza la proposta di Regolamento a sostegno della produzione di munizioni
(ASAP).
Esso prevede lo stanziamento di 500 milioni di
euro di fondi del bilancio UE per sovvenzionare l’industria bellica, ed
ulteriori stanziamenti provenienti da una collaborazione privato-pubblica.
Questa
proposta continuerà il suo iter con una triangolazione tra Consiglio,
Commissione e Parlamento europeo.
Una
grande quantità di denaro proveniente dalla fiscalità dei contribuenti europei
andrà ad imprese che, con il conflitto ucraino ed in altre aree del mondo,
stanno già guadagnando superprofitti esorbitanti.
Il Parlamento, abdicando al proprio ruolo
politico ed istituzionale, rischia di avallare la” proposta della Commissione”, che diviene di fatto l’organismo
decisore per la strategia e la produzione di armi nei 27 Paesi dell’UE.
L’Unione
Europea entra così in regime di” economia di guerra”, con provvedimenti che
vengono presentati sotto mentite spoglie di politica industriale, marcando in
realtà un ulteriore passaggio nel percorso della sua militarizzazione.
Per
produrre un milione di munizioni potrebbero essere utilizzati” i fondi del
Recovery Fund” destinati alla ripresa economica, al fine di superare ritardi
enormi e diseguaglianze profonde.
In ragione dell’“urgenza” sarà possibile derogare
dalla direttiva sull’orario di lavoro, aumentandolo se e quando necessario;
si aggirano inoltre “le direttive in materia
ambientale e di difesa della salute e sicurezza dei lavoratori”, conquiste
fondamentali per tutti i cittadini europei.
Il
Regolamento ASAP nasce negli uffici della Commissione Europea e contraddice
chiaramente quanto sancito nell’art. 41 del “Trattato sull’Unione europea “che vieta che “le spese derivanti da
operazioni aventi implicazioni militari o di difesa” siano a carico del
bilancio dell’UE.
Per
questo riteniamo che il testo votato oggi dal Parlamento europeo violi il
Trattato stesso, nonché la nostra Costituzione che all’art.11, a partire dal
“ripudio della guerra”, limita le cessioni di sovranità ad “un ordinamento che
assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”.
Siamo
davanti a una gravissima violazione della natura e delle regole dell’Unione
Europea e per certi aspetti delle norme vigenti in materia di diritto al
lavoro, tutela dell’ambiente e della salute.
Per
questa ragione, rimane aperta la via del ricorso giudiziario a livello
nazionale ed europeo.
Con
tutte le associazioni che condividono queste posizioni, nei prossimi mesi ci
batteremo per tornare ai valori antifascisti, dunque di pace e di solidarietà,
che erano e sono i pilastri del progetto europeo.
Spinoza
contro” politically
Correct”
e discorsi d’odio.
Ritirifilosofici.it
– (21-2-2021) – Maurizio Morini – ci dice:
(IL
FILOSOFO E LA CITTÀ)
Uno
dei temi più rivoluzionari della filosofia di Spinoza (di cui oggi ricorre
l’anniversario della morte) è sicuramente il diritto della libertà di pensiero,
diritto talmente radicato nell’individuo, così come scrive nel Trattato
teologico politico, da non poter essere ceduto, nemmeno se egli lo volesse.
Si
tratta di un vero e proprio potere (perché questo significa per Spinoza la
parola diritto) che sconfigge all’origine la pretesa totalitaria di qualsiasi
Stato che volesse imporre ai suoi cittadini il “proprio pensiero unico”.
Successivo
alla libertà di pensiero segue il diritto alla libertà di parola (anche
definito come libertà di giudizio o di espressione).
Se
tuttavia il primo è universale e assoluto, non altrettanto può dirsi per il
secondo.
il quale ha necessità di esibire le
motivazioni per cui deve essere concesso.
Le
quali motivazioni, a dire il vero, non sono poche.
In
primo luogo perché, anche se si considerasse la libertà di parola un vizio,
«chi vuole determinare tutto con le leggi, solleciterà i vizi più che
correggerli».
Principio
antropologico dunque da cui discende che tutto ciò che non può essere represso
(come la libertà di giudizio) deve necessariamente essere concesso.
In secondo luogo perché reprimendo il diritto
di parola si finiscono per promuovere gli istinti umani più bassi come
l’adulazione, la perfidia, i tradimenti, tutti comportamenti prodotti dalla
fatale divaricazione tra il dire e il pensare.
In terzo luogo l’introduzione di leggi che
limitano il diritto di espressione è del tutto inutile e addirittura
controproducente per un duplice ordine di ragioni:
da una
parte perché esse finiscono per rendere gli uomini disobbedienti alle leggi (in
quanto tra l’opinione e la legge, dice Spinoza, più forte è l’opinione);
dall’altra perché le leggi fondate sulle
opinioni (in quanto tali soggette a continuo mutamento) saranno anche più
difficilmente rimosse a causa di coloro che, su di esse, hanno costruito
privilegi e abitudini.
Senza
poi contare il fatto che le controversie ideologiche e religiose, così come
dimostrato da tutte le storie sugli scismi, non possono essere risolte per
legge;
sicché,
il vero motivo per cui si stabiliscono le leggi sulle opinioni, è quello di
colpire gli spiriti liberi e consentire alla plebe, sempre strumentalizzata dal
potere, di dare sfogo alla propria invidia contro la parte migliore e più
razionale della società.
Un
diritto pietra fondante delle altre libertà ma non assoluto.
Se
queste sono le ragioni che giustificano la libertà di parola, ciononostante
essa va comunque limitata.
Il motivo di questa restrizione è legato al
benessere e alla tranquillità dello Stato: se ognuno avesse licenza di dire
quello che pensa, la pace di qualsiasi comunità (dalla famiglia al circolo,
dalla classe scolastica fino allo Stato), ne sarebbe compromessa in modo
irrimediabile.
Per questo, al momento del patto, ogni individuo
rinuncia al diritto di comportarsi secondo il proprio arbitrio.
Se si
tratta di un principio di immediata comprensione, altrettante ed evidenti sono
le difficoltà della sua attuazione.
Come
stabilire infatti le opinioni che intendono sovvertire la comunità politica da
quelle che invece intendono migliorarla?
Come
distinguere le critiche costruttive da quelle distruttive?
Quanta libertà di parola può essere concessa
ai cittadini senza compromettere la pace e la stabilità dello Stato?
Spinoza enuncia un principio a prima vista
saldissimo:
un’opinione
è sovversiva non tanto per il suo contenuto quanto per le azioni che da tali
opinioni seguono.
In
altre parole sono i comportamenti che intendono sovvertire lo Stato ad essere
presi in considerazione, non le parole che intendono farlo.
Fin
qui il discorso è ammissibile:
in
definitiva io posso parlare in modo aspro e critico della comunità in cui vivo,
anche mettere in questione i suoi fondamenti, senza per questo dare seguito
alle mie intenzioni rinnovando la mia affiliazione alla società di cui faccio
parte.
Il problema nasce dal fatto che Spinoza
aggiunge alle azioni che mirano alla rottura del patto anche quelli che oggi
vengono definiti i discorsi d’odio (hate speech):
essi
infatti sono assimilati agli atti di sovversione e in quanto tali da
considerare come sediziosi.
Ma
come definire i discorsi d’odio?
Spinoza non si dilunga più di tanto in merito
(anzi non li definisce affatto).
L’odio
era stato descritto nell’Etica come quella tristezza che vede in qualcosa di
esterno la sua causa: si odia una persona perché associo ad essa il mio attuale
stare male.
Se per Spinoza l’odio è frutto di
immaginazione, cioè qualcosa di non vero (sebbene certamente percepito), rimane
che esso deve essere circoscritto se deve essere la ragione di una limitazione
così importante, come quella relativa al diritto di parola.
I problemi diventano enormi se poi si deve tener conto
di tutti quegli affetti correlati strettamente all’odio e cioè l’ira, la
vendetta, l’irrisione e il disprezzo.
Tra
questi affetti Spinoza aggiunge soltanto la vendetta come motivo per limitare
la libertà di parola.
E questo ci può essere d’aiuto per dirimere il
problema più generale: sono discorsi d’odio, e come tali devono essere
censurati, tutti quei discorsi che implicano l’azione di distruzione fisica di
persone e istituzioni ai quali sono rivolti.
Dove
non esiste effettiva e reale minaccia fisica dobbiamo interpretare le parole di
Spinoza nel senso di escludere la presenza di un discorso d’odio (sebbene
sgradevole e fatto con intenzione cattiva), con la conseguenza che l’opinione,
sebbene aspra e addirittura violenta, può e deve essere tollerata.
Ogni possibilità diversa da questa ci
infilerebbe in una strada senza uscita.
Se io
esprimo la volontà di uccidere una persona o di distruggere certe istituzioni,
l’opinione non si può e non si deve tollerare e deve essere censurata;
ma se
io dico (tanto per fare un esempio) che Mosè, Maometto e Gesù Cristo sono degli
impostori, allora il mio giudizio sarà ammissibile (per il motivo appunto che discorsi
simili non implicano alcuna minaccia fisica nei confronti di altre persone).
Sostenere
che questi discorsi non sono tollerati perché violano il diritto a non essere
offesi, come vuole l’ultima tendenza del “politically correct”, non è
ammissibile in una società libera:
anzi, un simile principio non è altro che
l’inizio del cammino verso la più spietata delle tirannie, quella che implica
l’abolizione del diritto di parola.
Parole
come pietre e difficoltà di separare le opinioni dalle azioni.
Certo,
il problema della difficoltà di separare le opinioni dalle azioni rimane, e di
ciò era ben cosciente l’altro grande filosofo del periodo, “Thomas Hobbes”.
Egli, sostenendo che il sovrano è il solo
giudice delle dottrine che devono essere insegnate al popolo, ne forniva una
soluzione che tagliava alla radice qualsiasi discussione.
Infatti,
afferma il filosofo inglese, «le azioni degli uomini derivano dalle loro
opinioni ed è nel buon governo delle opinioni che consiste il buon governo
delle azioni degli uomini in vista della loro pace e della loro concordia. (…)
Spetta pertanto a colui che ha il potere
sovrano di essere giudice o di istituire tutti i giudici delle opinioni e delle
dottrine, in quanto cosa necessaria alla pace, onde prevenire con ciò la
discordia e la guerra civile».
Come
si vede una posizione diametralmente opposta a quella di “Spinoza” la cui
dottrina, nonostante
alcune voci la considerino come conservatrice e moderata, è in realtà di quanto più liberale
e radicale si possa concepire.
L’individuo infatti è sempre superiore allo
Stato e il
fondamento è semplice:
se Hobbes è assertore del patto (che sempre si
deve rispettare), Spinoza, negando al patto qualsiasi primato assoluto, finisce
per svuotarlo e così facendo purga lo Stato dalle sue prerogative sovrane.
Scrive
Spinoza nella lettera all’amico “Jelles” che «la differenza tra me e Hobbes
consiste in questo: io lascio il diritto naturale sempre nella sua integrità e
sostengo che in una città il potere sovrano ha più diritto sul suddito solo
nella misura in cui ha più potere di esso. E questo ha sempre luogo nello stato
di natura».
Affermazione
quest’ultima sibillina perché se quel principio vale nel diritto di natura (dove i rapporti si misurano con la
forza in quanto la moltitudine è più forte dell’individuo), non vale altrettanto nel patto civile
il quale, sottoscritto da uomini razionali, nasce per assicurare la libertà e
la tranquillità (lasciando così all’individuo il potere ultimo sul fondamento della sua
maggiore utilità).
Alcuni
problemi nuovi e altri di ritorno.
Molti
sono i problemi che rimangono aperti.
Uno
dei tanti che segnaliamo è relativo alla possibilità (di fatto oggi una realtà)
che il pensiero stesso diventi così omogeneo e uniforme da essere svuotato
dall’interno, caso che lo stesso Spinoza prevede quando osserva la possibilità
che «il
giudizio possa essere influenzato in molti modi, alcuni quasi impensabili, cosicché
sebbene non ne subisca il dominio diretto, qualcuno penda dalla bocca di un
altro a tal punto che si possa dire propriamente in suo potere».
L’influenza
dei media e gli sviluppi della tecnologia hanno dimostrato che il giudizio
possa essere uniformato proprio su questi modi prima impensabili;
per di
più, l’avvento dell’eremita di massa (per usare un’espressione di “Günther
Anders”) e
la diminuzione dei contatti sociali (già favorita dai cosiddetti social e
aggravata dalla pandemia) ha accentuato la tendenza che rende oggi il pensiero degli
individui legato a schemi uniformi e standardizzati e quindi dipendente dal
volere dei poteri sovrani.
Sempre
attuale rimane quindi il problema, o meglio la necessità, di trovare voci che
in maniera autentica siano in grado di esprimere una vera libertà di pensiero.
Difficile
nel nostro Paese dove una vera stampa indipendente non esiste da almeno cento
anni (come
ricordava il grande Luigi Einaudi).
Questo a maggior ragione in un tempo in cui
nel mondo la libertà di parola è sotto attacco in diversi modi, oggi in
particolare con la pratica delle notizie false, spesso diffuse dai governi
contro la parte migliore della società.
Chissà
se “Jake Angeli”, indottrinato a dovere da quel medesimo potere sovrano contro
il quale intendeva combattere, se ne sia reso conto dopo l’improbabile quanto
ridicola (ancorché preoccupante) performance dello scorso 6 gennaio al
Congresso degli Stati Uniti.
Perché
un’Ucraina protetta dalla
NATO è
nell’interesse della “UE”.
Aspenia-online.it – Adn Kronos - Roberto
Menotti – (Jun. 4, 2023) - ci dice:
La
richiesta ucraina di adesione alla NATO è un dato politico che l’Alleanza non
può certo ignorare, a prescindere da ogni legittima considerazione di prudenza.
Se ne occuperà ufficialmente il vertice di
Vilnius dell’11-12 luglio;
ma va
intanto ricordato che sono i Paesi membri a decidere, liberamente e in piena
autonomia nazionale, sulle richieste di adesione (come di varie forme di
partnership e collaborazione che si sono sviluppate negli anni).
Il
dibattito è spesso piuttosto vivace e del tutto trasparente in proposito, come
si sta vedendo proprio in questi mesi riguardo alle posizioni della Turchia
sulla richiesta della Svezia (essendo stata invece approvata quella della
Finlandia).
(Anche
il Segretario Generale della NATO “Jens Stoltenberg “in visita a Kiyv con il
presidente ucraino Volodymir Zelensky, nell’aprile 2023.)
Va va
anche ricordato – a scanso di equivoci o distorsioni purtroppo ricorrenti – che
qualsiasi Paese sovrano ha il diritto di fare richiesta in tal senso;
in altre parole, né la Federazione Russa né
alcun altro governo che non sia già parte della NATO hanno la prerogativa di
porre veti sulla sua membership, presente o futura.
Ed è
bene che sia così, data la natura fortemente democratico-liberale, aperta e
consensuale della più potente alleanza politico-militare al mondo.
Messo
in chiaro questo punto fondamentale, si può discutere con più lucidità della
questione ucraina, in particolare in un‘ottica europea e più precisamente
nell’ottica della UE.
Questa
prospettiva è molto rilevante anche se finora sottovalutata perché, se lo si
fosse dimenticato, Bruxelles ha assunto un impegno esplicito e piuttosto
gravoso verso Kyiv: non solo con il sostegno economico-militare diretto e le
sanzioni contro la Russia, ma anche con la disponibilità a gestire un forte
flusso di profughi che si tramuterà nel tempo in un flusso bidirezionale di
migranti, e soprattutto con la promessa di avviare le procedure per l’adesione
dell’Ucraina all’Unione Europea.
Tale
processo formale – come sappiamo, assai complesso, e regolato da una sequenza
di passaggi tecnici oltre che di valutazioni politiche – è totalmente distinto
da qualsiasi decisione verrà presa a livello NATO;
ma sul
piano della sicurezza dovrebbe essere evidente che il ruolo dell’”Alleanza
Atlantica” farà la differenza per la collocazione strategica dell’Ucraina, e
dunque anche per il quadro politico ed economico pan-europeo.
Una UE
che voglia davvero adottare un approccio “geopolitico” – che sarebbe forse più
semplice definire “razionale e complessivo” – deve necessariamente porsi il
quesito di quale assetto e collocazione di sicurezza avrà l’Ucraina nella
(lunga e faticosa) fase di avvicinamento all’integrazione europea.
In
estrema sintesi, la risposta a questa domanda è che l’Ucraina deve essere in
grado di autodifendersi militarmente da attacchi a sorpresa, deve poter
ricorrere al sostegno di alleati affidabili nel caso in cui subisse una
massiccia e prolungata offensiva militare, e deve parallelamente garantire la
tenuta interna del suo sistema politico da eventuali tentativi di
destabilizzazione indiretta (campo in cui l’intelligence è chiaramente
decisiva, sia in termini tradizionali che cyber).
Una capacità di autodifesa include, peraltro,
l’opzione di realizzare operazioni di rappresaglia mirata e di intervento
selettivo al di fuori del territorio nazionale, come per qualsiasi Paese
(membro della NATO e non).
Le capacità militari, tanto strettamente difensive
come i sistemi antimissile, quanto potenzialmente offensive, sono ovviamente
anche uno strumento di deterrenza: mostrare di possederle e saperle usare
significa rendere più costoso un attacco avversario.
Questa
combinazione di fattori è determinante per evitare che l’Ucraina si trovi in
futuro a rivivere l’esperienza del 2014 o del 2022 – eventualità che
naturalmente avrebbe costi enormi non soltanto per Kyiv ma anche per tutti i
Paesi che ne sostengono oggi gli sforzi bellici e ne sosterranno la
ricostruzione e poi l’integrazione economica con i mercati e le istituzioni
internazionali.
Deriva
da questa semplice analisi che la UE ha tutto l’interesse a vedere garantita la
sicurezza dell’Ucraina, mentre Bruxelles traccerà (in piena autonomia da
qualunque attore esterno) una strada graduale di aggancio economico e politico.
Ed è
qui che l’altra faccia di Bruxelles – cioè la NATO, il cui quartier generale
integrato, SHAPE, è in realtà a 70 km dalla capitale belga – diventa
insostituibile.
L’Alleanza
è infatti stata finora, e continuerà ad essere, il vero “game changer” per l’Ucraina
nel suo scontro esistenziale contro la Russia di Putin, come ha scritto
recentemente “Julian Lindley-French”.
Da
parte sua, l’Unione Europea ha certamente un ruolo fondamentale da svolgere, ma
non potrà farlo senza l’apporto degli Stati Uniti.
E dovrà anzi meglio coordinare in futuro le
sue iniziative con Washington:
è il
caso di ricordare la lezione del 2013-14, quando la firma dell’Accordo di
Associazione UE-Ucraina fu la causa scatenante della prima invasione russa,
sebbene alcune iniziative americane avessero acuito la tensione.
In
conclusione, l‘ancoraggio europeo dell’Ucraina sarà visto comunque da Mosca
(perfino in presenza di una leadership post-Putin) come un problema
politico-strategico, e dunque questa autonoma, legittima, e opportuna decisione
degli europei andrà difesa anche attraverso la dissuasione militare.
E’, in sostanza, un’operazione politica ed economica
che certamente corrisponde agli interessi della UE – si pensi alle capacità
industriali e agricole dell’Ucraina, di cui ci si è resi conto quasi soltanto
nel 2022 – ma che richiede un assetto di sicurezza impossibile da garantire in
un’ottica esclusivamente europea.
Ben
venga allora una garanzia offerta dalla NATO;
che poi sia sotto forma di processo di
adesione o con un percorso e accordi ad hoc per Kyiv, questo è un aspetto
secondario, soprattutto a seguito dell’integrazione accelerata delle forze
armate ucraine con quelle occidentali che è in atto da mesi. Intanto, è
necessario che la UE e i suoi Paesi membri ragionino in modalità strategica –
magari lasciando per ora da parte le ambizioni assai vaghe di “autonomia”, che
di strategico hanno solo il nome.
Ciò
che conta è articolare (se si vuole, in autonomia, purché con pragmatismo)
degli interessi e degli obiettivi operativi che si possano poi perseguire in
sinergia con altri, a cominciare dagli USA e dunque dalla NATO.
È molto positivo, ad esempio, che le
diplomazie europee abbiano iniziato a pensare anche al di fuori degli schemi
tradizionali, come nel caso del formato “European Political Community”, che include ben 47 Paesi
partecipanti (formato paneuropeo dunque, ad esclusione di Russia e Bielorussia).
L’incontro del 1° giugno si è tenuto a Chisinau,
Moldavia: una scelta di “location” per nulla casuale, che indica quantomeno una
visione realmente strategica e un ulteriore messaggio di fermezza all’attuale
leadership russa.
È
questa la strada su cui muoversi nel tracciare il futuro sia della UE che della
NATO, anche oltre la stessa questione ucraina.
(Roberto
Menotti)
Meloni
a Tunisi, lungo
incontro
con il presidente Saied.
Enti.locali
– online.it - Adnkronos – Amedeo Gasparini – (6 Giu., 2023) –
ci dice:
(Adnkronos)
– Il
colloquio bilaterale ufficiale tra il presidente tunisino Kais Saied e la
premier Giorgia Meloni “è stato molto lungo ed è un segnale di un buon feeling
tra i due leader”.
A sottolinearlo fonti della delegazione
italiana mentre è in corso la missione a Tunisi della presidente del Consiglio.
Ulteriore
segnale della sintonia, rimarcano le stesse fonti, è il fatto che al termine
dell’incontro Meloni e Saied con le delegazioni si siano intrattenuti
informalmente nella terrazza per ulteriori scambi di vedute davanti a un caffè.
Una
coda di incontro che ancora si sta prolungando.
“Sono
molto felice di parlare con lei dei nostri problemi. Lo dico a voce alta: lei è
una donna che dice a voce alta ciò che gli altri pensano in silenzio”, ha”
Saïed” accogliendo la premier al suo arrivo al Palazzo presidenziale di Tunisi.
Meloni
è arrivata a Tunisi in mattinata. Ad accoglierla il primo ministro della Tunisia “Najla
Bouden Ramadan”.
Una
visita” di amicizia e di lavoro” quella di oggi a Tunisi:
così
la presidenza tunisina in una nota ha definito la visita di Meloni, ricordando
che la presidente del Consiglio è stata invitata dal presidente Saied.
Venerdì
i due hanno avuto un colloquio telefonico durante il quale, sottolinea la
presidenza di Tunisi, sono state sottolineate le” relazioni speciali tra i due
Paesi e i legami strategici tra la Tunisia e l’Unione Europea”.
L’agenzia
di stampa “Tap” afferma che la telefonata è stata anche l’occasione per
discutere dell’iniziativa, lanciata da Saied, di organizzare una conferenza ad
alto livello tra i Paesi interessati dalle migrazioni, in particolare i Paesi
del Nord Africa, del Sahel e del Sahara, e i Paesi del Mediterraneo
settentrionale.
L’obiettivo
di questa iniziativa è quello di affrontare le cause della migrazione
irregolare e individuare le strategie adeguate da mettere in atto per porre
fine alla crisi umanitaria che essa provoca, sottolinea la presidenza di Tunisi
in una nota.
La
premier Meloni è stata contestata sui social da alcune organizzazioni non
governative (ong) locali che l’hanno definita “persona non grata”.
Nella nota diffusa tramite Facebook dal Forum
tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes) si legge che
”il sostegno offerto dall’Italia è finalizzato
a frenare le partenze della Tunisia, che si tratti di cittadini tunisini o
stranieri, e per facilitare e accelerare i rimpatri forzati dall’Italia.
Le
politiche migratorie del governo italiano hanno un impatto diretto sui tunisini
in Italia.
Nel 2020 e nel 2021, i cittadini tunisini sono
stati la prima nazionalità a essere detenuti nei Centri italiani di Permanenza
di Rimpatrio e la prima nazionalità ad essere rimpatriata”.
Le ong, tra cui anche la Lega tunisina dei diritti umani e l’Associazione delle donne
democratiche tunisine, citando una recente indagine che ha anche” messo in luce le cure disumane che
soffrono in questi centri i migranti, tra cui molti tunisini.
La
cooperazione tra i due paesi non riguarda né le procedure di identificazione
dei corpi dei defunti in mare né il rimpatrio dei corpi”.
Nel
comunicato, firmato tra l’altro dagli “Avvocati senza frontiere” e dall’”Associazione
di intersezione per i diritti e le libertà”, si parla di” considerevoli
finanziamenti concessi dall’Italia, circa 47 milioni dal 2014, che sono stati
utilizzati esclusivamente per rafforzare l’apparato di sicurezza tunisino, di
cui il ministero dell’Interno e della Difesa sono i principali destinatari.”
Inoltre, prosegue la nota,”la cooperazione
tecnica e commerciale che l’Italia vuole mantenere con la Tunisia non giova in
nulla al popolo tunisino, dato che per beneficiarne bisogna ottenere un visto e
che rimane per molti tunisini una chimera”.
Il
testo, firmato anche dal “Comitato per il rispetto dei diritti umani e delle
libertà” in Tunisia e dall’”Organizzazione contro la tortura in Tunisia”,
ricorda che l’Italia ha rinnovato la classificazione della Tunisia nell’elenco
dei paesi d’origine sicuri”, ma allo stesso tempo” il paese affronta una grave
crisi economica, sociale e politica e il governo tunisino ha una sola priorità:
perseguire e carcere attivisti, sindacati, giornalisti e oppositori politici”.
Dato
il contesto attuale, sostengono le ong,” la Tunisia non può essere considerata
un paese sicuro per le persone con mobilità”.
Si
afferma poi che” l’obiettivo del governo italiano è fare della Tunisia una
guardiana dei suoi confini, soprattutto nelle operazioni di intercettazione
delle imbarcazioni nelle acque territoriali e del loro trasferimento in
Tunisia, e favorire una stabilizzazione superficiale del paese per evitare che
sempre più tunisini la lascino.
Dal primo
gennaio al 31 maggio la Tunisia ha intercettato 23.110 migranti (10 volte più
dello stesso periodo del 2020)”.
Le associazioni firmatarie ricordano quindi
che” la mobilità è un diritto umano e che proprio a causa di queste politiche
di esternalizzazione e di sicurezza adottate dai due Stati migliaia di persone,
tunisini e stranieri, stanno perdendo la vita, costrette a prendere strade
sempre più pericolose”.
E che” la cooperazione e le politiche di
vicinato devono favorire gli interessi del popolo tunisino ed esorta il governo
tunisino ad astenersi dallo svolgere il ruolo di gendarme del Mediterraneo”.
Inoltre
viene” ricordato che le discussioni in corso con le autorità italiane sulla
cooperazione in materia di controllo delle frontiere e lotta al traffico
portano le acque territoriali e il territorio tunisino all’ingerenza delle
forze di sicurezza europee”.
Va anche chiesto che” venga presa in
considerazione la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo del 30
marzo, che ha condannato il governo italiano per aver violato i capitoli 3, 5 e
13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo contro 4 migranti tunisini e
chiede la cessazione delle espulsioni di massa dei migranti tunisini
provenienti dall’Italia”.
Inoltre si” denuncia il rapporto ideologico
tra governi tunisino e italiano, segnato da discorsi xenofobi e razzisti”.
E,
concludono le” ong”,” esortiamo i governi a stabilire la verità e a rendere
giustizia per la sospetta morte di “Wissem Ben Abdellatif”, deceduto il 28
novembre 2021 attaccato ad un letto dell’ospedale San Camillo di Roma, a
seguito del suo trasferimento dalla rianimazione cardiopolmonare da Ponte
Galeria”.
EDMUND
BURKE TRADITO DAL FALSO
CONSERVATORISMO
DI OGGI.
Alterphink.it
- Amedeo Gasparini – (3 Agosto 2022) – ci dice:
Edmund
Burke è considerato il padre del conservatorismo moderno.
Credeva che nelle società non ci dovesse
essere né un eccesso di libertà, né un eccesso di democrazia.
La prima avrebbe condotto all’anarchia, la seconda
alla tirannide.
Burke era molto critico nei confronti della
bigottissima Chiesa d’Inghilterra, ma al contempo criticava pure l’ateismo.
Voleva
un parlamento forte, eletto e legittimo.
Istituzioni solide che applicassero la rule of law.
Legislature
lunghe non in balia di micropartiti e del caos.
Questo
avrebbe portato a suo avviso ad un incremento della corruzione politica e della
demagogia
Ostile alle rivoluzioni e in particolare a
quella francese, favoriva l’antico ordine costituzionale britannico, nonché la
monarchia.
Spaventato
dai moti rivoluzionari, Burke è sempre stato elitario e difese il ceto medio.
Non
esitò a difendere anche l’aristocrazia, nell’ora in cui questa vedeva perdere i
propri monopoli e privilegi.
Nel
conservatorismo delle destre di oggi non c’è nulla del “conservatorismo
burkeano”.
Le nuove destre confondono la libertà con
l’anarchia e strizzano l’occhio ai sistemi tirannici e cleptocratici, favorendo
populisticamente una democrazia collettivistica che eleva il popolo a supremo
decisore.
Le
destre di oggi disprezzano i pesi e i contrappesi delle democrazie liberali e
sono anti-istituzionaliste.
Il conservatorismo delle destre di oggi è
bigotto e affine ad un clericalismo in nome di un presunto tradizionalismo
nazionale – l’ateismo è condannato dai conservatori d’oggi che scomodano
perfino Dio e iconograficamente usano la Croce come spada.
Oggi
il conservatorismo è anti-elitario e, a tratti antiborghese, fa appello alle
classi meno abbienti.
Racimola
consenso laddove un tempo si votava per i partiti delle sinistre, che negli
anni hanno perso il monopolio del populismo pauperista.
Il
conservatorismo di oggi aborrisce le élite e divide la società tra un popolo
puro e un’élite corrotta.
Conservatorismo,
tuttavia, non è schierarsi aprioristicamente con l’aristocrazia, favorire la
Chiesa, elevare lo Stato a discapito dei diritti del cittadino.
Una
delle sue forze è di essere trasversale alle classi sociali.
“Michael
Oakeshott” ha scritto che
«essere conservatori […] significa preferire il
familiare all’ignoto, preferire il provato al non provato, il fatto al mistero,
l’effettivo al possibile, il limitato all’illimitato, il vicino al lontano, il
sufficiente al sovrabbondante, il conveniente al perfetto […]; acquisire e
ingrandire sarà meno importante che conservare, coltivare e godere; il dolore
della perdita sarà più acuto dell’eccitazione della novità o della promessa».
Il
conservatorismo odierno basa la sua diffidenza nei confronti della novità in
molti per rafforzare privilegi e classi.
Si
sente minacciato dalla globalizzazione, dal miscuglio identitario,
dall’assenza, virtuale e non, di frontiere, dalla demografia a favore di
“diverse” etnie nel paese.
«Il disegno del conservatore è dettato
dalla paura del cambiamento e di ciò che è sconosciuto, della sua naturale
tendenza all’“autorità” e dalla mancata comprensione delle forze che muovono
l’economia», scrive “Mario Vargas Llosa” (Il richiamo della tribù).
Non
tragga in inganno il fatto che i conservatori dicano di essere a favore
dell’economia di mercato.
Essi
adottano il libero mercato non perché questo è espressione della volontà
individuale e della libertà del genio umano, ma perché esso è uno strumento che
consente di sopraffare l’altro in uno spazio di vuoto legislativo e far west
economico.
Tuttavia,
se si guarda alla storia del conservatorismo populista moderno, si scoprirà
come questi abbia fatto affidamento sempre sulla mano pesante dello Stato.
E non
solo nella società, ma anche sull’economia, privilegiando i monopoli
(distorsione del libero mercato).
Il conservatorismo «tende essere benevolo
verso la coercizione e il potere arbitrario».
L’arbitrio
della coercizione piace alla destra odierna ed è quanto di più distante dal
liberalismo.
“Friedrich
von Hayek” scrisse di non essere un conservatore:
secondo
lui il conservatore è vincolato al bagaglio delle idee che ha ereditato per
tradizione e vede l’idea stessa del cambiamento come una grossa minaccia per i
propri valori e ideali sociali.
In questo senso, il rischio di un
conservatorismo estremo – ben lontano da quello di Edmund Burke – è il pericolo
della fossilizzazione su un ideale.
«Per questo i conservatori sono spesso
oscurantisti, cioè retrogradi a livello politico.
Di
solito sono anche nazionalisti […]. Il conservatore difficilmente capisce la
differenza tra nazionalismo e patriottismo: considera le due cose identiche».
Edmund
Burke non considerava le due parole come sinonimi e non avrebbe approvato il
conservatorismo odierno – che, se non altro, non pretende neppure di ispirarsi
a lui.
Il
conservatorismo delle destre di oggi – specialmente negli Stati Uniti, dove
questo viaggia a braccetto con un odioso fanatismo religioso che unisce
estremismo cristiano cattolico e cristiano evangelico – è di matrice
autoritaria e paternalista, intransigente e vendicativo, reazionario e bigotto,
statalista e complottista, oscurantista e pagano, razzista e antirepubblicano,
antidemocratico e antistituzionale e quindi profondamente illiberale.
Tutti
elementi che sono in antitesi rispetto al conservatorismo di Edmund Burke.
Il
conservatorismo di oggi è lontanissimo dal compromesso del conservatorismo
liberale e del liberalismo conservatore.
È, anche dal profilo economico, l’anti-Hayek.
Il
vero conservatore (che è l’uomo del dopodomani, a differenza del progressista
che è l’uomo del domani, secondo Giuseppe Prezzolini) deve fare il contrario di
quello che fanno i conservatori oggi.
Deve rafforzarsi in un’etica che non sia
falsata da idolatrie ed estremismi, da ideologie alternative e lontane dalla
realtà, da posture autoritarie e scioviniste.
(Amedeo
Gasparini)
(amedeogasparini.com)
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