L’attuale capitalismo globalista va avanti con l’attenzione rivolta verso il passato, ossia verso il feudalesimo globale.
L’attuale
capitalismo globalista va avanti con l’attenzione rivolta verso il passato,
ossia verso il feudalesimo globale.
DAL
FEUDALESIMO
AL
CAPITALISMO
Storiografia.it
– Enrico Galavotti – (10 -8 - 2023) – ci dice:
(homolaicus.com/)
1 - LA
TRANSIZIONE DAL FEUDALESIMO AL CAPITALISMO.
2 -
PER UNA TEORIA DEL CROLLO DEL FEUDALESIMO.
3 -
VERA E FALSA DEMOCRAZIA.
4 -
DIFFERENZE TRA SCHIAVISMO FEUDALESIMO E CAPITALISMO.
5 - I
VANTAGGI DEL CAPITALISMO.
(Il
grande pittore del ‘900 Giorgio de Chirico nella sua opera immortale “il
cavaliere frigio” -dipinta negli anni 1938-1939 - immaginava già un cavaliere
marciante con il suo corpo rivolto contro il tempo già realizzato, ossia verso
il passato ora indicato come “Feudalesimo”. Il capitalismo attuale progressista
infatti si trasforma così, oggi, in un mondo woke del “mondo al contrario”.
N.D.R).
1 - LA
TRANSIZIONE DAL FEUDALESIMO AL CAPITALISMO.
Nel
passaggio dal feudalesimo al capitalismo furono senz'altro indispensabili il
perfezionamento della tecnica, la divisione del lavoro, vasti mercati, grandi
manifatture, concentrazioni di capitali...
Ma oltre a ciò, fu necessaria anche una buona
dose di fiducia in un futuro migliore, non molto lontano, quella di credere
che, emancipandosi dal servaggio o dalla coercizione corporativa, si potesse
diventare più liberi senza fare alcuna rivoluzione sociale.
In
questo senso contadini e artigiani s'illusero pensando che, per emanciparsi
veramente, fosse sufficiente partecipare con la borghesia alla rivoluzione
politica antifeudale.
L'illusione stava appunto in questo, nel
credere che dalla rivoluzione politica potesse scaturire automaticamente anche
quella sociale, cioè che una mera rivendicazione giuspolitica di diritti fosse
sufficiente per la democrazia sociale.
Era
giusto emanciparsi dalla condizione servile che il feudalesimo imponeva, ma nel
farlo bisognava assicurarsi di non finire in una condizione sociale peggiore.
In che modo?
Impedendo alla borghesia di guidare da sola la
rivoluzione politica o comunque di non gestirne da sola i risultati conseguiti.
L'individualismo
così si è accentuato.
Il
benessere è aumentato solo per pochi.
È
vero, in Europa occidentale il benessere, col tempo, ha riguardato sempre più
persone, ma solo perché, grazie al colonialismo e all'imperialismo, la miseria
e l'indigenza sono state trasferite nel Terzo Mondo.
Se non ci fosse stata la conquista dell'America,
dell'Africa e in parte dell'Asia, l'Europa occidentale sarebbe andata incontro
a una catastrofe economica, o forse il Medioevo sarebbe stato più lungo,
oppure, a fronte delle insanabili crisi del capitalismo emergente, si sarebbe
passati dal feudalesimo al socialismo.
L'Europa occidentale ha potuto supplire alla
mancanza di una "democrazia" interna (che l'Europa ortodossa dell'est
invece parzialmente aveva) grazie appunto al colonialismo.
Gli
storici devono smetterla di considerare il capitalismo come un progresso
rispetto al feudalesimo.
Il feudalesimo poteva evolvere verso il
benessere perfezionando gli strumenti produttivi, da un lato, e compiendo una
riforma agraria dall'altro, tale per cui i contadini fossero veramente padroni
della loro terra, così come tutti gli artigiani, associati in cooperativa,
avrebbero dovuto esserlo della loro corporazione, e gli operai della loro
manifattura.
Non
c'era alcun bisogno di sconvolgere un sistema produttivo sostanzialmente legato
alla natura con un sistema produttivo così artificiale e disumano.
Il
capitalismo ha provocato dei guasti d'incalcolabile portata:
ha
separato il lavoratore dai mezzi di produzione (rendendo tutta la vita sociale
e privata profondamente alienante);
ha separato il produttore dal consumatore,
mettendo quest'ultimo nelle mani dell'altro;
ha subordinato tutto alla logica del profitto
e dell'interesse (rendendo cinici i rapporti umani);
ha
creato delle istituzioni statali, burocratiche e amministrative, politiche,
giudiziarie e militari che tolgono agli individui qualunque forma di libertà,
di sicurezza e di responsabilità;
ha
saccheggiato le risorse di interi Paesi, regioni e continenti senza dare nulla
in cambio, se non tutte quelle cose che servono ad arricchire le metropoli occidentali;
ha danneggiato l'ambiente in maniera irreparabile, nell'illusione di poter
ricostruire con la scienza e la tecnica ambienti sostitutivi di quelli
naturali;
ha scatenato centinaia di guerre, anche
mondiali, con milioni e milioni di morti. Come stupirsi se in queste condizioni
vi sono state nazioni legate al feudalesimo sino al secolo scorso e che dal
feudalesimo sono volute passare direttamente al socialismo?
Ovviamente
non ha senso fare dei confronti con due sistemi così diversi:
qui si
vuole soltanto precisare che non si può "condannare" il feudalesimo
in nome del capitalismo.
Ogni
sistema va esaminato per le proprie contraddizioni interne.
È sulla base di queste contraddizioni che
bisogna cercare di capire quante possibilità c'erano di creare la transizione
da un sistema all'altro.
Perché
la Cina o qualche Paese arabo non sono diventati capitalisti nel XVI sec.?
Se
riusciremo a comprendere i motivi per cui né la Spagna né il Portogallo sono
diventate nazioni capitalistiche, pur avendo inaugurato il moderno
colonialismo, troveremo relativamente facile rispondere alla suddetta domanda.
La
storia ha dimostrato che per entrare nella via del capitalismo non è
sufficiente avere una tecnologia abbastanza sviluppata o dei commerci molto
avanzati, oppure delle contraddizioni feudali molto forti:
occorre anche una mentalità, una forma di
cultura particolare.
Questa
mentalità è mancata alla penisola iberica, troppo cattolica per essere
pienamente, consapevolmente capitalistica, ed è mancata alle due grandi nazioni
asiatiche:
Cina e India, caratterizzate da due religioni
della rassegnazione: Induismo e Buddismo.
Nei
tempi in cui sono nati il capitalismo e il colonialismo, l'ideologia dominante,
in Europa occidentale, era quella religiosa (prima cattolica, poi protestante).
È qui
che vanno ricercati i motivi sovrastrutturali che hanno permesso un fenomeno
così perverso.
Con
uno studio molto approfondito si dovrebbe scoprire in quali enunciati teorici
della teologia e della filosofia cattolica e protestante, si possono
rintracciare le motivazioni culturali che hanno spinto gli uomini (anche
inconsciamente) ad accettare il capitalismo e il colonialismo, nonché quelle
motivazioni che (questa volta consapevolmente) sono state usate per
giustificare la nuova formazione sociale.
Cioè
vanno ricercate quelle motivazioni che sono servite per legittimare
direttamente o indirettamente (involontariamente) il capitalismo, e quelle
motivazioni che sono state usate per contrastarlo praticamente o per
condannarlo solo teoricamente.
Questo
significa che non è più possibile scindere lo studio della storia da quello
dell'ideologia (dominante, soprattutto), sia essa di tipo filosofico, religioso
o politico.
La storia deve diventare anzitutto la storia
dell'economia in stretta correlazione con la storia del pensiero, nel senso
weberiano che l'economia va vista come riflesso del pensiero, e nel senso
marxiano che il pensiero va visto come riflesso dell'economia.
Le
scelte, tra una formazione sociale e l'altra, tra una modalità e l'altra
all'interno di una stessa formazione, si fanno sempre in un contesto di
relativa libertà, altrimenti saremmo costretti ad ammettere l'inevitabilità
della transizione dal feudalesimo al capitalismo.
Certo,
vi possono essere dei processi sociali ed economici che oggettivamente, se non
intervengono delle controtendenze, possono portare al capitalismo, ma se ad un
certo punto non v'è un determinato consenso sociale (di massa), questi processi
non vanno avanti.
Gli
uomini possono dare un consenso inconsapevole a certi fenomeni, ma sino a un
certo punto, poiché ogni fenomeno contiene in sé delle contraddizioni che a
posteriori possono essere individuate e superate (il superamento è tanto più
facile quanto più è veloce l'individuazione e decisa la volontà).
È
assolutamente falso affermare che la storia è un "processo senza
soggetto".
Il
determinismo economico non è certo in grado di spiegare il motivo per cui il
capitalismo s'è sviluppato proprio in Europa occidentale e soprattutto
nell'area geografica di religione protestante.
E neppure è in grado di spiegare perché i
Paesi di religione cattolica sono diventati capitalisti conservando solo la
"forma" della loro religione.
Questo non sta forse a dimostrare che fra
cattolicesimo e protestantesimo non esistono differenze sostanziali, nel senso
che l'uno non è che il rovescio dell'altro?
Solo
così riusciremo a capire il motivo per cui i Paesi che non hanno conosciuto né
il cattolicesimo né il protestantesimo si sono adeguati più facilmente alla
realtà del socialismo, e perché i Paesi che non hanno conosciuto alcuna forma
di cristianesimo, fanno molta fatica ad adeguarsi al capitalismo, volgendo
piuttosto la loro attenzione verso il socialismo.
Non è
forse vero che il socialismo democratico vuole essere il recupero, ovviamente
in forma diverse, più consapevoli, dello spirito del comunismo primitivo?
Il
cristianesimo è la religione col più alto tasso di ambiguità della storia.
La sua dialettica, le sue contraddizioni,
soprattutto fra teoria e pratica, sono assolutamente inconcepibili per
qualunque altra religione.
Non è
infatti immaginabile, in maniera naturale e spontanea, che si possano affermare
le cose più sublimi di questo mondo e nello stesso tempo compiere le azioni più
abominevoli.
Occorre
un livello di alienazione, di sdoppiamento della personalità, particolarmente
elevato, non meno grande del livello di profondità di pensieri e di sentimenti.
Il
cristianesimo ha dato all'umanità un'autoconsapevolezza prima impensabile.
Ma,
proprio per questo motivo, le ha dato anche una sicurezza, un coraggio, una
fiducia in sé stessa che nessun'altra religione ha mai saputo dare.
Ora,
ci si rende facilmente conto che se si vive questa sicurezza non per migliorare
le cose, ma per giustificare un contesto caratterizzato da valori o da
comportamenti negativi, il risultato che si ottiene col cristianesimo sarà
infinitamente più disastroso.
Se
l'ideologia cristiana non viene vissuta in un contesto sociale comunitario (ma
questo implica una revisione totale dell'interpretazione e delle modalità
applicative dei vangeli), la tendenza sarà sempre quella ad usare il
cristianesimo per colmare in misura irrazionale l'insopportabile scarto
esistente fra metodo e contenuto.
2 -
PER UNA TEORIA DEL CROLLO DEL FEUDALESIMO.
Quando
si parla di "crollo del feudalesimo", non si può affermare che le
cause principali sono state quelle esterne al sistema, e cioè il commercio, il
valore di scambio, il denaro ecc.
La
causa principale del crollo di un sistema antagonistico, generalmente va
cercata nell'antagonismo stesso.
Ovviamente
questo non significa che nella lotta delle classi, quella oppressa non possa
servirsi di elementi esterni al sistema (o marginali, periferici) per influire
negativamente su quelli interni, accelerandone la dissoluzione.
Quando
si afferma che il feudalesimo crollò a causa del sempre crescente lusso della
nobiltà, la quale, avendo bisogno di contanti, prese a sfruttare massicciamente
i contadini, che fuggirono verso le città;
quando
cioè si afferma che la causa del crollo fu il commercio a lunga distanza, non
ci si rende conto di confondere la causa con l'effetto.
Lo sviluppo del commercio infatti è già una
conseguenza della crisi del feudalesimo, che è interna al sistema.
Se non
si accetta questa spiegazione, si deve poi attribuire al caso il crollo di un
sistema antagonistico, non avendo alcuna fiducia nelle capacità di lotta delle
classi oppresse.
Il
secondo servaggio, cui andarono incontro alcune nazioni o alcune regioni di
alcune nazioni europee, nel momento in cui in altre nazioni (o in altre
regioni) s'andava sviluppando il capitalismo, dipese appunto dall'arretratezza
della cultura, che non sapeva trovare un'alternativa al servaggio né in modo
borghese, né in modo democratico, ma soltanto modificando il rapporto feudale,
trasformando cioè la rendita in natura in rendita monetaria, ovvero il servo
della gleba in un mezzadro, oppure creando una proprietà fondiaria di tipo
usuraio. Questo fu possibile anche perché il commercio liquidò la classe dei
piccoli contadini indipendenti.
Il
capitalismo industriale delle nazioni borghesi indusse i feudatari ad adeguarsi
alle circostanze, ed essi lo fecero sulla base della loro arretrata cultura.
La
rendita monetaria non faceva che acutizzare le contraddizioni del feudalesimo.
In
Asia invece continuò a prevalere la rendita in natura e da questa rendita,
attraverso la lotta di classe, si passò al socialismo.
3 -
VERA E FALSA DEMOCRAZIA.
E'
semplicistico pensare allo sviluppo del fenomeno comunale medievale come a uno
sviluppo dell'idea di democrazia.
In
realtà si può parlare di democrazia solo nel senso che i ceti urbani più ricchi
cercavano di opporsi allo strapotere dei latifondisti, chierici o laici che
fossero.
E vi
fu sviluppo della democrazia anche là dove i Comuni lottarono contro l'idea di
sacro romano impero (questa lotta agli storici appare, generalmente, come uno
scontro tra poteri, decentrati gli uni, centralizzati gli altri).
Tuttavia,
non dobbiamo mai dimenticare che fu sempre un confronto tra poteri forti, per
una diversa distribuzione di aree di competenza e di dominio.
Il
popolo aderì e si sacrificò convinto di poter trarre dei vantaggi da questo
scontro cruento, ma fu, come al solito, ingannato dalle classi egemoni.
Questo
è un cliché che si ripete tantissime volte nella storia. Basterebbe studiare la
storia per concetti per arrivare a comprenderla senza neppure entrare nei
dettagli.
Ogni
idea e ogni struttura che la rappresenta hanno la loro evoluzione: quando
questa giunge verso il culmine, per poi imboccare la strada discendente,
raramente le istituzioni accettano di farsi superare dal nuovo, e si piomba
così nell'involuzione, dove i progressi acquisiti vengono di fatto
ridimensionati se non perduti.
Non si
cedono mai spontaneamente i poteri acquisiti. Di qui le inevitabili e
sanguinose conflittualità.
Purtroppo
la storia ci dice anche che ogni idea e ogni struttura è soggetta a corruzione
e non c'è modo di porre le basi per alcuna esperienza di lunga durata, e questo
pare tanto più vero quanto più si esaminano le cosiddette "civiltà",
dove al massimo ci si misura sulla lunghezza dei mille anni, mentre nella
cosiddetta "preistoria" la “longue durée” si misurava sulle decine di
migliaia di anni.
L'Italia
comunale, sotto questo aspetto, non arrivò mai a realizzare la democrazia,
proprio perché sul piano economico non arrivò mai a realizzare il socialismo.
Tant'è che se da un lato si arrivò ad affermare una certa autonomia dal potere
feudale (locale o quello universale dell'imperatore), dall'altro si finì
coll'imporre alle zone rurali una forte dipendenza dalle esigenze urbane.
Non ha
senso parlare di democrazia politica quando non si può parlare di contestuale
democrazia economica.
L'importanza
della democrazia economica è stata scoperta dal socialismo, prima utopistico
poi scientifico, non certo dal liberalismo, le cui idee economiche sono
semplicemente quelle della proprietà privata, della competizione, del monopolio
e del libero scambio ecc.
La presenza
di uno Statuto comunale può di per sé far pensare a una forma politica vicina
alla democrazia, ma se si guarda p.es. al fatto che alla stesura di tali
Statuti partecipavano solo quelli che disponevano di un certo patrimonio, per
il quale potevano ottenere cariche politiche o amministrative, si capisce
facilmente come lo sviluppo del fenomeno comunale (che è stato tipico
dell'Italia borghese e che caratterizza ancor oggi buona parte del capitalismo
nazionale) fu in realtà un movimento interno ai ceti borghesi.
Non
avendo fatto la riforma protestante il capitalismo italiano è rimasto per così
dire circoscritto entro limiti di uno sviluppo industriale a gestione
familiare.
Il
timore di cadere in un capitalismo selvaggio è stato scongiurato da una gestione
borghese nei limiti (divenuti sempre più elastici) della morale cattolica.
L'Italia
non è diventata una grande potenza industriale quando doveva diventarlo e oggi
che potrebbe diventarlo, avendo abbandonato nella sostanza (se non nelle forme)
ogni riferimento alla morale cattolica, non ne ha più le possibilità materiali,
in quanto, nel frattempo, nuovi soggetti politici ed economici sono emersi
sulla scena internazionale e questi non le permetterebbero di espandersi oltre
un certo livello.
4 - DIFFERENZE TRA SCHIAVISMO FEUDALESIMO E
CAPITALISMO.
La
principale contraddizione antagonistica della nostra epoca è quella determinata
dall'economia:
i proprietari privati accumulano capitali per
acquisire un potere politico.
Quanti
più ne accumulano, tanto più è grande il potere politico.
Per
poter realizzare tale scopo il capitalista è disposto a tutto.
Nei
confronti del capitale, del denaro, vi è completa soggezione.
Nell'antichità
feudale e schiavista la contraddizione antagonistica prevalente non era di
natura così astratta, così artificiale, così sofisticata:
era di
natura "fisica".
Quanti
più schiavi o servi della gleba si possedevano (da far lavorare come contadini
e artigiani), tanto più potere politico si disponeva.
Il
feudalesimo, in tal senso, è stato molto più vicino allo schiavismo che non al
capitalismo.
Il
capitalismo ha potuto formarsi dentro il feudalesimo euroccidentale, ma ad un
certo punto ha dovuto rompere con la "fisicità" di quella forma
d'antagonismo per poterne creare una nuova.
In un
certo senso il capitalismo ha simbolizzato, materializzandolo nella forma
astratta del capitale, lo sfruttamento del servo della gleba.
Ha cioè dovuto trasformare una contraddizione
"fisica" (la dipendenza personale del servaggio) in una
contraddizione "economica" (la falsa libertà personale del lavoratore
salariato).
Il
capitalismo è stato costretto a questa finzione perché la resistenza del servo
della gleba alla contraddizione "fisica" era ormai diventata molto
grande ed essa non avrebbe permesso la riedizione, più o meno simile, di
quell'antagonismo. L'antagonismo, di fronte alla consapevolezza della necessità
del suo superamento, ha dovuto perfezionarsi per poter sopravvivere.
In quest'ottica andrebbero analizzati tutti i
movimenti contadini di protesta anteriori a quelli borghesi.
Il
denaro resta un'astrazione anche quando permette di acquisire un potere
politico.
Esso non avrà mai la concretezza di uno
schiavo o di un servo della gleba.
Si
possono accumulare capitali all'infinito (sempre che gli operai lo permettano),
non si può sfruttare uno schiavo o un servo oltre un certo limite:
sia perché si rischia di farlo morire (e di
ciò si può non tener conto solo se gli schiavi o i servi a disposizione sono in
grande quantità), sia perché l'accumulo di derrate alimentari superiori al
fabbisogno del proprietario è per forza di cose limitato, specie se esse sono
deperibili.
Con
l'uso del denaro, inteso come scambio equivalente delle merci, tutti questi
problemi sono stati superati.
Allo
sfruttamento "estensivo", relativo, della manodopera si è sostituito
quello "intensivo", assoluto (che diventa relativo solo se la
manodopera si oppone con la forza allo sfruttamento).
L'economia
ha sostituito la fisicità dell'antagonismo, non solo acuendo lo sfruttamento
del lavoratore, ma estendendone anche i confini geografici.
Interi popoli della terra sono entrati nella
storia del capitale solo come "sfruttati". Il servaggio non poteva
avere un'esigenza di universalità, poiché il rapporto di dipendenza personale,
per quanto gerarchizzato fosse, non conosceva la possibilità di usare il denaro
come equivalente universale, cioè non aveva la capacità di servirsi di una
finzione a livelli così elevati.
Oggi
tuttavia per la prima volta un'opposizione all'antagonismo può diventare di
tipo universale.
Ci si
può chiedere se in futuro non esisterà un'altra forma di antagonismo, ancora
più sofisticata di quella economica, che possa permettere l'acquisizione di un
potere politico.
Una
forma analoga a quella stalinista o maoista, basata su una sorta di potere
carismatico (soggettivo) della persona e ideologico (oggettivo)
dell'istituzione ch'essa rappresenta.
Una
forma cioè che dopo essere maturata in un'esperienza collettivistica s'imponga
in maniera individualistica, servendosi del collettivismo in modo burocratico e
militarizzato.
L'acquisizione
del potere a partire da ideali di giustizia sociale e di libertà, e poi l'uso
del potere acquisito contro questi stessi ideali: ecco la sostanza dello
stalinismo.
Solo
delle motivazioni interiori (non legate quindi al denaro né alla proprietà di
alcunché) possono determinare un rivolgimento del genere.
5 - I VANTAGGI DEL CAPITALISMO.
Gli
storici devono cominciare a chiedersi se i vantaggi ottenuti con lo sviluppo
della società borghese, subito dopo il crollo del feudalesimo, potevano essere
considerati sufficienti a legittimare la necessità di una definitiva
transizione, ovvero se gli svantaggi correlati a questa transizione non furono
così grandi da escludere l'idea che non vi fosse un'altra soluzione alla crisi
del feudalesimo.
In effetti,
oggi appare sempre più chiaro che il capitalismo non è che una variante dello
schiavismo (così come d'altra parte lo era il servaggio):
le
differenze sono più formali (cioè giuspolitiche) che sostanziali (cioè
socioeconomiche).
La differenza tra capitalismo e feudalesimo
sta nell'illusione della libertà o della ricchezza e naturalmente nei mezzi
materiali con cui si cerca di alimentare tale illusione.
Nel
feudalesimo la libertà dipendeva da una ricchezza che si acquisiva per nascita:
solo a partire dalle crociate gli esclusi da qualunque forma di eredità (ad es.
i cadetti), cercarono di far fortuna come i borghesi.
Ricchezza
e libertà coincidono sia nello schiavismo, che nel servaggio e nel capitalismo:
nel primo caso il metro di misura è il numero
degli schiavi che si possiede (ma si conosceva anche la ricchezza fondiaria e
quella commerciale); nel secondo caso il metro di misura è la terra; nel terzo
è il capitale.
Il
capitalismo, aumentando l'illusione della libertà, è stato, dal punto di vista
dell'onestà intellettuale, un regresso rispetto allo schiavismo romano, dove
l'illusione era minima.
Il
capitalismo non ha fatto che accentuare al massimo l'illusione del servaggio,
sostituendo la religione con mille altre droghe.
Senza contare il fatto che il capitalismo, per
sopravvivere, ha necessariamente bisogno di colonie da sfruttare, mentre il
feudalesimo -almeno sino alle crociate- si limitava a uno sfruttamento del
lavoro interno.
Da
ultimo bisogna tener conto che il capitalismo, per alimentare le proprie
illusioni, ha bisogno di usare strumenti imponenti e sofisticati, che
comportano una notevole distruzione ambientale (e su scala planetaria).
Il
marxismo da sempre ha detto che il capitalismo sarebbe stato l'ultima illusione.
La storia però ha dimostrato che ne può esistere un'altra ancora più
sofisticata (sul piano politico-ideologico):
quella del socialismo amministrato, di Stato
(che è una riedizione del servaggio, e che oggi si trova ancora in Cina).
Dobbiamo
in sostanza chiederci che possibilità aveva il capitalismo di svilupparsi senza
il colonialismo (iniziato praticamente con le crociate, cioè con un'ideologia
religiosa -quella cattolica- ben marcata).
È
forse giusto esaltare gli aspetti antifeudali del capitalismo, quando, per
affermare tali aspetti, esso ha avuto bisogno di inaugurare nuove forme di
sfruttamento e di oppressione (su larga scala)?
I progressi conseguiti sul piano tecnico,
materiale, scientifico sono sufficienti per giustificare il superamento del feudalesimo?
È
possibile cioè che dal servaggio, attraverso la lotta politica, non si potesse
passare a un'altra forma di società civile, realmente democratica?
Perché
nell'Europa orientale è potuta avvenire la transizione dal feudalesimo al
socialismo (seppure di Stato), senza passare per il capitalismo?
La risposta, probabilmente, va cercata nello
sviluppo diverso delle tre ideologie religiose:
cattolica,
protestante e ortodossa, o comunque nel diverso tipo d'influenza che queste
ideologie hanno esercitato sui rapporti sociali.
Non a caso l'inizio dei rapporti borghesi è
avvenuto in Europa occidentale, quando si era definitivamente consumata la
rottura tra Occidente cattolico e Oriente ortodosso.
Solo
che lo sviluppo di tali rapporti ha trovato la sua maggiore coerenza nell'area
protestantica non in quella cattolica.
La
chiesa romana, infatti, essendo eminentemente politica, non tollera che si
formi al proprio interno una classe che in nome del capitale possa minacciarne
il potere. La chiesa romana è una chiesa feudale il cui potere economico è
sostanzialmente legato alla terra.
L'ideologia
cattolica non favorisce di per sé i rapporti borghesi, ma non ha neppure in sé
la forza (morale) per escludere tale evoluzione:
essa cerca solo di usare la forza politica per
opporsi alla borghesia, ma questo ha potuto farlo in Italia sino
all'unificazione nazionale, in Francia sino alla Rivoluzione dell'89, ecc.
La
capacità di opporsi idealmente al capitalismo è diminuita, nel cattolicesimo,
in misura proporzionale al suo distacco dall'ortodossia.
Il
protestantesimo, dal canto suo, ha potuto perorare al 100% la causa della
borghesia perché, rompendo col cattolicesimo, ha evitato di ricollegarsi
all'ortodossia (infatti ha eliminato il concetto di "tradizione").
E così
oggi è solo la chiesa cattolica che ancora s'illude di poter realizzare sul
piano politico una "terza via" tra socialismo e capitalismo.
Né
l'ortodossia, né, per motivi diversi, il protestantesimo si sono mai
preoccupati di questa cosa.
Nei
Paesi protestanti, sul piano etico, si sono realizzati dei rapporti umani
individualistici e cinici, perché basati sul denaro;
nei Paesi cattolici ancora ci si illude che
l'ideologia religiosa abbia in sé il potere d'impedire che si formino dei rapporti
del genere.
Il
persistere di concetti come "Stato assistenziale" o
"garantista", "capitalismo popolare" ecc. sono appunto il
frutto di questa illusione.
In
Italia le forze conservatrici, che da mezzo secolo stanno al potere (e che
dicono d'ispirarsi al cattolicesimo e che fino a qualche tempo fa s'illudevano
di poter "umanizzare" il capitalismo), si sono sempre meravigliate,
lamentandosene, della grande forza (almeno sul piano quantitativo) delle masse
comuniste.
In
realtà, tale forza trovava la sua ragion d'essere proprio nella presenza
autorevole, nel nostro Paese, del cattolicesimo, il quale, nonostante i suoi
dualismi, ha saputo trasmettere, per un certo periodo di tempo, l'esigenza di
un ideale di giustizia anche in quei soggetti usciti dalla chiesa cattolica.
Paradossalmente,
proprio l'affermazione del socialismo avrebbe permesso agli ideali del
cattolicesimo di sopravvivere meglio (seppure ovviamente in forma laicizzata).
Tuttavia,
la chiesa cattolica non ha mai accettato questa soluzione (almeno in
Occidente), proprio perché è una chiesa sostanzialmente legata al potere
politico: essa ha sempre preferito considerare come suo principale nemico il
comunismo invece del capitalismo.
Salvo poi lamentarsi, con ipocrisia, che dopo
il crollo degli ideali comunisti non s'intravede più in Occidente una lotta
politica per la giustizia.
Viceversa, nel Terzo mondo la chiesa cattolica
(slegata dal potere istituzionale) ha preferito mettersi in rapporto con le
ideologie socialiste.
È
curioso che il crollo "storico" del socialismo stia trascinando con
sé anche quello "ideale" del cattolicesimo.
Tuttavia
il vero crollo "storico" del cattolicesimo avverrà soltanto quando il
socialismo avrà realizzato gli ideali della democrazia sociale e dell'umanesimo
integrale.
Prima di allora il destino del cattolicesimo
occidentale sarà sempre più quello di trasformarsi, all'ovest, in un'ideologia
analoga a quella protestante (con qualche settore interessato all'ortodossia),
e al sud in un'ideologia legata agli ambienti di sinistra.
(Enrico
Galavotti -
homolaicus.com/)
Capitalismo
parassitario
di
Zygmunt Bauman.
Laterza.it
- M. Cupellaro e F. Galimberti (traduzione) – di Zygmunt Bauman – (10-11-2013)
«Quando
gli elefanti litigano, povera l’erba…». In altre parole, quando lo Stato e il
mercato litigano, poveri voi...
«Nella
modernità liquida raramente una cosa mantiene la sua forma abbastanza a lungo
da ispirare fiducia e da solidificarsi in affidabilità.
Camminare
è meglio che rimanere seduti, correre è meglio di camminare e fare surf è ancor
meglio di correre».
La
tempesta perfetta provocata dall’attuale tsunami finanziario si è abbattuta
sulla società liquida di consumatori che aspettava soltanto una nuova onda su
cui ‘surfare’.
Ad andare
in pezzi è l’utopia dominante di questi anni, quella che vedeva il dominio di
un mercato capace di autoregolarsi, in cui esisteva soltanto un contatto
armonioso tra chi vende merci e chi le acquista.
Una
fede che assegnava al credito al consumo un ruolo ‘magico’, finanziando tutti
senza alcuna precauzione, declassando lo Stato semplicemente a garante della
fluidità di questo scambio.
Lo
stesso è avvenuto per la cultura il cui slogan è diventato «massimo impatto e
obsolescenza immediata»:
le idee si sono trasformate in merci da
accatastare sugli scaffali di un supermercato globale dove devono attrarre
l’attenzione dei consumatori immediatamente ed essere sostituite in pochissimo
tempo.
Nella
fase ‘solida’ della modernità un sistema culturale doveva offrire norme rigide
e narrazioni coerenti alle quali conformarsi, nei nostri tempi liquidi,
all’opposto, suggestioni ed emozioni che seducono e non implicano obblighi e
responsabilità. Una massa di informazioni e di sapere colorata e affascinante,
pronta a soddisfare bisogni sempre più parcellizzati ed individuali, in cui non
esiste una gerarchia centrata sull’importanza e la qualità.
Zygmunt
Bauman, con la consueta chiarezza e grazie all’uso di metafore potenti, mostra
come la crisi attuale non riguardi soltanto l’economia, ma la capacità stessa
della nostra società di trasmettere conoscenza e valori attraverso
l’educazione.
Una
sfida incomparabile con quelle del passato e destinata a segnare il nostro
futuro:
«l’arte del vivere in un mondo più che saturo
di informazioni deve essere ancora acquisita.
E ancor di più lo deve la ben più difficile
arte di educare gli esseri umani a questa vita».
Putin
insiste sulla minaccia
nucleare
per un calcolo politico.
Ilfoglio.it
- GIULIA POMPILI – (24 SET. 2022) – ci dice:
“E’ un
mix di minacce implicite ed esplicite, che serve a scoraggiare l’avversario”.
Parla “Rafael Loss” dello “European Council on Foreign Relations”.
La deterrenza che funziona.
L’idea
di una guerra nucleare, un tempo inimmaginabile, adesso è diventata oggetto di
dibattito e questo “è inaccettabile”, ha detto ieri” António Guterres”,
segretario generale delle Nazioni Unite.
Alla
minaccia di Putin si è aggiunta, l’altro ieri, quella del poliziotto cattivo
del Cremlino, l’ex presidente “Dmitri Medvedev”, che ha detto: “La Russia ha
annunciato non solo la mobilitazione, ma pure che qualsiasi arma russa,
comprese le armi nucleari strategiche e le armi basate su nuovi princìpi,
potrebbe essere utilizzata per tale protezione”.
È la
nuova dimensione nucleare, dove citare una guerra atomica in Europa sembra
essere diventata la normalità.
Per la
Russia, soprattutto un’arma politica:
È importante capire, specialmente in relazione
alle dichiarazioni di “Medvedev”, che l’esplicita minaccia nucleare serve
soprattutto a spaventare le persone”, dice al Foglio “Rafael Loss” dello
“European Council on Foreign Relations”, esperto di politiche nucleari.
Per
esempio, quando l’ex presidente russo parla di armi nucleari strategiche sa che
sappiamo bene di cosa parla, spiega Loss, ma l’espressione “armi basate su
nuovi princìpi” lascia volutamente libera l’interpretazione, “potrebbe
trattarsi di siluri nucleari oppure armi ipersoniche”, come quelle che la
propaganda russa, negli ultimi anni, ha mostrato dopo test ed esperimenti.
“E’ un
mix di minacce implicite ed esplicite, che serve a scoraggiare l’avversario”,
dice l’esperto.
L’approccio
del Cremlino però è cambiato negli ultimi mesi:
“La
maggior parte dei paesi usa il nucleare in senso difensivo, perché è una grande
arma deterrente, un equilibrio del terrore tipico del periodo della Guerra
fredda, quando sia l’Urss sia l’America mostravano gli armamenti nucleari.
Adesso
però la situazione è diversa, perché la Russia minaccia una guerra nucleare per
evitare che l’occidente intervenga direttamente nella guerra in Ucraina”.
Secondo”
Loss”, in un certo senso, la deterrenza nucleare ha funzionato da entrambe le
parti di questa guerra:
da una
parte “la coalizione occidentale ha evitato delle azioni di escalation”, per
esempio una no fly zone sull’Ucraina, perché l’ipotesi di una guerra nucleare è
stata un freno.
Dall’altra
parte, l’utilizzo di armi atomiche da parte della Russia è “estremamente poco
probabile” e che la deterrenza occidentale abbia funzionato “l’abbiamo capito
dal fatto che armi chimiche o batteriologiche”, che la Difesa russa possiede,
“finora non sono state usate”.
Il calcolo è sui costi, dice Loss:
non
succede dal 1944 che qualcuno usi il nucleare sul campo di battaglia, e Putin
sa perfettamente che trasformare la sua guerra d’invasione in una guerra
nucleare lo farebbe diventare uno “stato pariah”, isolato diplomaticamente e in
crisi anche militarmente.
Eppure la minaccia nucleare resta uno
strumento di politica estera molto forte e frequentemente usato dalla Russia,
per esempio quando ha condotto esercitazioni nucleari nell’area della Crimea
nel 2014, dopo l’annessione, oppure quando ha minacciato la Danimarca che
voleva entrare nel sistema missilistico difensivo della Nato:
“Per la Russia è lo standard”.
Ma
viviamo nell’era dell’incertezza, e quindi non si può e non si deve escludere a
priori che si passi dalla retorica ai fatti.
“I
leader Nato hanno detto che, nella remota eventualità, abbiamo tutti gli
strumenti per rispondere”, dice Loss, “sono a disposizione armi nucleari e
anche convenzionali, ma la situazione è estremamente complessa, nessuno può
dire quale potrebbe essere la reazione, ci sono parecchie incognite”.
Una di queste, riguarda il calcolo del rischio
di Putin, che potrebbe scegliere non di inviare un missile nucleare di
precisione, ma piuttosto di fare un passo in avanti nelle sue minacce per
dargli concretezza, per esempio eseguendo “un test nucleare o una detonazione
nel Mar nero”.
Tutti
messaggi all’occidente di un dittatore messo all’angolo.
(Giulia Pompili)
Russia,
Medvedev:
«Un’apocalisse
nucleare
è probabile».
Lasrestina.unimi.it
- COSTANZA OLIVA – (Lug 3, 2023) - ci dice:
Preoccupazione
per un'eventuale esplosione nucleare di Zaporizhzhia.
Continua la controffensiva di Kiev, 37
chilometri riconquistati nell'ultima settimana.
Torna
il pericolo atomico.
«Noterò
una cosa che i politici di ogni genere non amano ammettere: un’apocalisse
nucleare non è solo possibile, ma anche abbastanza probabile».
Una previsione che il vicepresidente del Consiglio di
sicurezza russo Dmitry Medvedev spiega su Telegram:
«Ci sono almeno due ragioni.
Primo:
il mondo è in uno scontro molto peggiore che durante la crisi dei Caraibi», e
«la seconda ragione è piuttosto banale: le armi nucleari sono già state
utilizzate, il che significa che non ci sono tabù».
Sono
ore di tensione nel conflitto russo-ucraino.
Fuga
dalla centrale di Zaporizhzhia – Il sindaco della città di Energodar, Dmytro
Orlov, ha dichiarato a Radio Ucraina che circa cento dipendenti del monopolio
nucleare russo Rosatom hanno lasciato la centrale nucleare di Zaporizhzhia,
attualmente occupata dai russi.
E
ricorda che in caso di esplosione nucleare, in città non ci sono rifugi in cui
la gente possa nascondersi:
«Gli
occupanti stanno usando Zaporizhzhia per ricattare il mondo intero».
Controffensiva
ucraina –
Le minacce si intensificano dopo una settimana
di grande difficoltà per Mosca: 5.030 militari russi uccisi dalle forze ucraine
e 37 chilometri riconquistati da Kiev a est e sud del Paese.
La viceministra della Difesa ucraina Hanna
Malyar precisa:
«In totale, l’area sgomberata nel sud è di
158,4 km quadrati».
Ora ci
si muove in direzione Bakhmut, mentre sono in corso duri combattimenti a Lyman,
Avdiivka e Marinka.
«Il
nemico sta cercando di cacciare le nostre truppe dalle loro posizioni, ma
riceve un discreto rifiuto», fa sapere Malyar.
Le sconfitte russe dell’ultima settimana si
aggiungono a un lungo elenco di perdite materiali.
Il
primo viceministro della Difesa dell’Ucraina, il tenente generale Oleksandr
Pavliuk, ha dichiarato su Telegram che l’esercito russo avrebbe perso anche 22
carri armati, 82 veicoli corazzati da combattimento, 154 sistemi di
artiglieria, 13 sistemi di razzi a lancio multiplo, 5 sistemi di difesa aerea,
81 unità di veicoli a motore e 31 unità di equipaggiamento speciale.
Sarebbero anche stati abbattuti un aereo
nemico, due missili e 85 droni.
Negli
ultimi sette giorni Mosca non solo si è trovata ostacolata sul fronte ucraino,
ma ha dovuto affrontare anche il fronte interno con la rivolta di Evgenij
Prigozhin. Il leader della Wagner avrebbe ricevuto dallo Stato russo oltre 17,5
miliardi di euro, divisi in contratti governativi e servizi forniti dalla
holding Concord di Prigozhin, impegnata nella gestione e nella consulenza alle
imprese.
Cifre annunciate dall’opinionista tv Dmitry
Kiselev, nel suo programma televisivo settimanale Rossija 1, durante il quale
ha spiegato:
«Prigozhin è andato fuori di testa a causa dei
grandi soldi.
Pensava
di poter sfidare personalmente il ministero della Difesa, lo Stato stesso e il
presidente».
La
reazione Ue –
Non
resta in silenzio la presidente della Commissione europea, Ursula von der
Leyen:
«L’invasione russa dell’Ucraina continua a
portare ogni giorno orrori indicibili.
Le notizie profondamente preoccupanti sugli
attacchi deliberati contro i civili, compresi i bambini, sono diventate un
crudele promemoria quotidiano dello spargimento di sangue che Putin ha
riportato nel nostro continente».
Nelle
ultime 24 ore i raid russi hanno provocato la morte di altri due civili, come
ha fatto sapere il capo dell’amministrazione militare regionale del Donetsk,
Pavlo Kyrylenko.
La presidente von der Leyen ha proseguito:
«Le prove di innumerevoli crimini
internazionali commessi dalla Russia si stanno accumulando.
Il nuovo centro di persecuzione internazionale
svolgerà un ruolo chiave nell’assicurare che i colpevoli siano assicurati alla
giustizia, anche per il reato di aggressione.
Non
lasceremo nulla di intentato per ritenere Putin e i suoi accoliti
responsabili».
Pechino
cooperante con l’esercito russo –
Resta
invece un alleato importante per Mosca la Cina.
Il
ministro della Difesa cinese Li Shangfu ha incontrato a Pechino il comandante
in capo della Marina russa Nikolay Yevmenov, sostenendo che,
«attraverso
gli sforzi congiunti, il rapporto tra i due eserciti continuerà ad
approfondirsi e a solidificarsi, e continuerà a fare nuovi progressi per
raggiungere un nuovo livello».
TRANSIZIONE
ENERGETICA.
Batterie,
se l’UE si “scopre”
dipendente
dalla Cina.
Agendadigitale.eu
– Gabriele e Nicola Nuvinale – Avvocati - (28 settembre 2023) – ci dice:
Un
documento interno per i leader europei, preparato dalla presidenza di turno
spagnola, avverte che l’Ue potrebbe diventare dipendente dalle batterie agli
ioni di litio e dalle celle a combustibile cinesi entro il 2030. Un allarme già
noto, che mette sempre più a rischio le mire dell’Europa sul mercato mondiale delle
batterie.
Scoppia
una nuova grana in Europa: la dipendenza dalle batterie cinesi.
Un problema, questo, difficilmente risolvibile
nell’immediato e certamente enfatizzato dall’ambizioso – e per certi versi
strategicamente irrazionale – piano del Green Deal europeo volto a rendere l’UE neutrale dal
punto di vista climatico entro il 2050 (anche) con la riduzione delle emissioni
dei trasporti del 90%.
Irrazionale,
perché l’Europa – a conoscenza del problema già prima dell’adozione di tali
politiche di transizione green – non possiede né le materie prime per poter
realizzare le batterie, né una capacità produttiva indigena, entrambe
necessarie – ma difficilmente acquisibili – per realizzare tale gigantesco
progetto nei tempi previsti.
Il
documento che allarma l’Ue.
Eppure
la dipendenza era da tempo nota all’UE.
Secondo
i dati resi pubblici dalla Commissione Europea, infatti, nel 2018 la capacità
di produzione globale di celle di batterie agli ioni di litio era la seguente:
3% nell’UE, 66% in Cina.
20% in
Corea del Sud, Giappone e altri paesi asiatici.
Cosa è
successo ora di nuovo?
Un documento interno per i leader europei, preparato
dalla presidenza spagnola dell’Unione Europea, avverte che l’Unione Europea
potrebbe diventare dipendente dalle batterie agli ioni di litio e dalle celle a
combustibile cinesi entro il 2030, quanto lo era dal petrolio e dal gas
naturale russi prima della guerra in Ucraina, ha riferito Reuters il 17
settembre, dopo aver ottenuto una bozza del documento.
Il
documento sarà discusso in Spagna il 5 ottobre in un incontro incentrato sul
miglioramento della sicurezza energetica ed economica dell’UE.
Cosa
dice il documento.
L’atto
afferma che, a causa della natura intermittente delle fonti energetiche
rinnovabili come quella solare o eolica, l’Europa avrà bisogno di modi per
immagazzinare energia per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette di
anidride carbonica entro il 2050.
(Ma a
che scopo, se il gas CO2 è più pesante dell’atmosfera e quindi non potrà mai
raggiungere la stratosfera dove dovrebbe costituirsi la cupola della cella dei
gas serra? N.D.R).
“Ciò
farà salire alle stelle la nostra domanda di batterie agli ioni di litio, celle
a combustibile ed elettrolizzatori, che si prevede si moltiplicherà tra 10 e 30
volte nei prossimi anni”, afferma il rapporto.
“Senza
l’attuazione di misure forti, entro il 2030 l’ecosistema energetico europeo
potrebbe avere una dipendenza dalla Cina di natura diversa ma con una gravità
simile a quella che aveva dalla Russia prima dell’invasione dell’Ucraina”,
aggiunge il rapporto.
L’UE
produttrice “di norme” (dannose per l’Italia.N.D.R) ma non di beni.
L’Unione
Europea farà fatica a proteggere il proprio settore automobilistico e a ridurre
la propria dipendenza dalla tecnologia cinese delle batterie senza provocare
ritorsioni da Washington o Pechino.
Bruxelles potrebbe imporre restrizioni sui
veicoli elettrici (EV) prodotti in Cina, attraverso indagini o altri
meccanismi, ma qualsiasi mossa volta a proteggere il mercato dell’UE dalla
concorrenza cinese si tradurrebbe probabilmente in alcune ritorsioni (o azioni
giudiziarie presso l’OMC) da parte della Cina, anche se la portata della
reazione dipenderà dai meccanismi messi in atto.
Finora,
i leader tedeschi hanno messo in guardia dall’adottare misure per proteggersi
dalla concorrenza cinese, sostenendo che ciò minerebbe la competitività della
Germania nel settore automobilistico.
Inoltre,
è probabile che anche l’Unione Europea amplierà il proprio sostegno statale ai
veicoli elettrici e alla tecnologia delle batterie.
Ma
anche ciò potrebbe risultare problematico per via delle rigide regole sugli
aiuti di stato.
Impreparazione
generale?
(Certamente,
dovuta alla non conoscenza scientifica che il “gas serra CO2” non potrà mai
raggiungere la cupola del gas serra, essendo la Co2 più pesante dell’atmosfera!
N.D.R)
La
notizia ha colto impreparati in molti, ma non coloro che già in passato avevano
lanciato questo tipo di allarme.
Quid
pluris:
al di
là delle “operazioni di influenza” dello Stato cinese, è notorio che il mercato
delle batterie ad alta capacità è uno dei più critici per gli interessi europei
(e per quelli statunitensi).
Dunque,
cosa è stato fatto finora l’Europa per mitigare i rischi?
Poco,
molto poco, parrebbe di capire dal documento reso noto da Reuters.
L’allarme
già lanciato dalla Corte dei conti europea.
“L’UE
rischia di restare indietro nella corsa per diventare una superpotenza mondiale
delle batterie […]
È vero che negli ultimi anni l’UE ha promosso
efficacemente la propria politica industriale in materia di batterie.
L’accesso
alle materie prime resta però uno scoglio importante, insieme all’aumento dei
costi e all’agguerrita concorrenza mondiale.
Gli sforzi compiuti dall’UE per rafforzare la
propria capacità di produzione di batterie potrebbero quindi non bastare a
soddisfare la domanda crescente e, avvertono gli auditor della Corte dei conti
europea, il raggiungimento dell’obiettivo di zero emissioni entro il 2035 è
dunque a rischio”, ha denunciato a giugno scorso l’ente europeo di vigilanza
dei conti con la relazione speciale 15/2023, intitolata “La politica industriale dell’UE in
materia di batterie – Serve un nuovo slancio strategico”.
(Basato,
però, sull’ignoranza totale relativa al fatto che la CO2 è più pesante
dell’atmosfera dove dovrebbe liberamente volare…! N.D.R.)
“Per
le batterie, l’UE non deve finire nella stessa posizione di dipendenza in cui
si è trovata per il gas naturale;
in gioco c’è la sua sovranità economica” ha
dichiarato “Annemie Turtelboom”, il Membro della Corte responsabile dell’audit.
“Programmando
lo stop alla vendita di auto nuove a benzina e diesel per il 2035, l’UE sta
puntando molto sulle batterie.
Ma
potrebbe partire svantaggiata in termini di accesso alle materie prime,
interesse degli investitori e costi.
“Tra
il 2014 e il 2020, il settore delle batterie ha ricevuto almeno 1,7 miliardi di
euro di sovvenzioni e garanzie sui prestiti UE, in aggiunta a quasi 6 miliardi
di aiuti di Stato autorizzati tra il 2019 e il 2021, principalmente in
Germania, Francia ed Italia”.
Gli
auditor della Corte hanno però riscontrato che la Commissione europea non
disponeva di un quadro d’insieme di tutto il sostegno pubblico offerto al
settore,
“il che ne limita la capacità di garantire un adeguato coordinamento e un
sostegno mirato”.
Le
censure della Corte.
La
capacità di produzione di batterie dell’UE si sta sviluppando rapidamente, con
una potenzialità di crescita da 44 GWh nel 2020 a 1 200 GWh entro il 2030.
Tuttavia, queste proiezioni non sono affatto una certezza e potrebbero essere
messe a rischio da fattori geopolitici ed economici.
I
fabbricanti di batterie potrebbero abbandonare l’UE e trasferirsi in altre
regioni, non da ultimo gli USA, che offrono loro massicci incentivi.
A differenza dell’UE, gli USA sovvenzionano
direttamente la produzione di minerali e batterie, nonché l’acquisto di veicoli
elettrici fabbricati negli Stati Uniti utilizzando componenti americane.
L’UE dipende
fortemente dalle importazioni di materie prime, soprattutto da pochi paesi con
i quali non ha accordi commerciali:
l’87 %
delle importazioni di litio grezzo proviene dall’Australia, l’80 % delle
importazioni di manganese dal Sud Africa e dal Gabon,
il 68
% delle importazioni di cobalto grezzo dalla Repubblica democratica del Congo e
il 40 % delle importazioni di grafite naturale grezza dalla China.
Sebbene
l’Europa disponga di diverse riserve minerarie, tra la scoperta e la produzione
servono almeno 12-16 anni, per cui è impossibile rispondere rapidamente
all’aumento della domanda.
Invece, gli accordi contrattuali esistenti
garantiscono in genere un approvvigionamento di materie prime per soli 2 o 3
anni di produzione futura.
Per affrontare tale situazione, nel marzo di
quest’anno la Commissione europea ha proposto una normativa sulle materie prime
critiche, rilevano gli auditor della Corte.
(Ma è
mai possibile che la Corte Europea non disponga neppure di uno scienziato del
clima - che non sia al soldo della ristretta e rapace élite globalista mondiale - che possa spiegare
ai magistrati della corte che è solo tutta una gigantesca truffa sostenere che
il “gas Co2” possa volare in alto dei cieli essendo più pesante dell’ aria!
N.D.R)
La
competitività della produzione di batterie dell’UE potrebbe essere messa a
rischio dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia.
Alla fine del 2020, il costo di un pacco
batterie (200 euro per kWh) era più che raddoppiato rispetto all’importo
programmato.
Solo negli ultimi due anni, il prezzo del
nichel è aumentato di oltre il 70 % e quello del litio dell’870 %.
Gli
auditor criticano anche la carenza di valori-obiettivo quantificati e vincolati
a scadenze precise.
Entro il 2030, si prevede che sulle strade
europee circoleranno circa 30 milioni di veicoli a emissioni zero e,
potenzialmente, quasi tutti i nuovi veicoli immatricolati a partire dal 2035
dovrebbero essere alimentati da batterie.
L’attuale strategia dell’UE non valuta però se
la sua industria delle batterie sia in grado di soddisfare tale domanda.
Gli
scenari critici prospettai dalla Corte Ue.
Complessivamente,
la Corte mette in guardia contro due potenziali scenari peggiori nel caso la
capacità di produzione dell’industria delle batterie dell’UE non dovesse
crescere come previsto:
nel
primo,
l’UE potrebbe essere costretta a posticipare lo stop ai veicoli con motori
termici al di là del 2035, mancando così gli obiettivi relativi alla neutralità
in termini di emissioni di carbonio (Gas Co2);
nel
secondo, l’UE potrebbe dover dipendere
fortemente da batterie e veicoli elettrici non-UE, a scapito dell’industria
automobilistica europea e della relativa manodopera, per riuscire a disporre di
un parco veicoli a emissioni zero entro il 2035.
(Ma è
mai possibile che la TRUFFA del gas “serra” CO2, più pesante dell’aria, non
venga mai posta in rilievo e quindi che venga aperto subito un processo penale
e civile contro chi vuole distruggere l’economia occidentale attuale basata sulla
realtà e non sulla ideologia fasulla della emergenza climatica, concetto molto
utile solo alla Cina? N.D.R).
Quanto
conta l’influenza di Pechino sulle decisioni dell’Ue.
Quanto
ha inciso l’influenza di Pechino nel processo decisionale europeo in materia?
La
domanda è più che legittima dato che il Partito Comunista Cinese (PCC) ha
condotto all’interno delle istituzioni europee “operazioni di influenza
monetaria” con l’interferenza politica, la cooptazione delle élite, i coinvolgimenti
istituzionali, la diplomazia commerciale e l’uso dei think tank, al fine di
perseguire politiche coerenti con gli interessi del regime cinese.
“Chi è
causa del suo mal, pianga sé stesso”.
Al di
là delle eventuali motivazioni sottese a tale “irrazionale” e “truffaldina” (da un punto di vista dei mezzi a
disposizione, della tempistica e della geopolitica) decisione, il Green Deal rischia seriamente di
consegnare gli Stati membri nelle mani della Cina di Xi Jinping.
Cina
che, peraltro, ha fatto della dipendenza degli Stati, della coercizione e della
cooptazione economica una strategia truffaldina – di valenza anche militare –
per il dominio negli affari globali.
La
dipendenza europea e quella statunitense.
Le
batterie agli ioni di litio sono particolarmente importanti per la produzione
di veicoli elettrici e sono sempre più utilizzate per l’accumulo di energia e
in altre applicazioni industriali come macchinari, utensili elettrici o
carrelli elevatori.
“Le
batterie sono fondamentali per consentire la trasformazione verde e digitale
dell’UE.
Sono
essenziali per realizzare l’ambizione del “Green Deal europeo” di rendere l’UE
neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050”, afferma la Commissione
Europea (ignara
del fatto che la CO2 è un gas “serra” più pesante dell’aria e quindi non potrà
mai raggiungere l’altezza in atmosfera in cui sarebbe posta la cupola
costituita dai gas serra reali! N.D.R)
Tuttavia,
l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno in questo una dipendenza strategica da
Pechino. Idem, come si vedrà, per tutte le materie prime utilizzate per la loro
produzione.
Attualmente,
l’UE importa dalla Cina circa il 70% delle batterie agli ioni di litio. L’UE
produce appena l’1% delle relative materie prime, mentre l’84% dei materiali e
dei componenti lavorati proviene dall’Asia, in particolare dalla Cina.
Litio,
nichel classe 1, cobalto, manganese, grafite e rame sono gli elementi necessari
per la loro realizzazione.
La produzione globale di litio, cobalto e
grafite dipende principalmente dalla Cina, che ne controlla oltre il 60%
I
veicoli elettrici rappresentano tra l’80-85% dell’utilizzo delle batterie agli
ioni di litio.
Pechino,
a sua volta, è anche il più grande mercato mondiale dei veicoli elettrici e
domina la catena di approvvigionamento per la produzione di tali batterie.
A sua
volta, gli Stati Uniti importano dalla Cina circa il 75% delle batterie agli
ioni di litio.
Le
iniziative politiche.
L’UE
ed altri Paesi stanno sviluppando iniziative politiche e programmi per
contrastare la posizione di leadership della Cina e per localizzare le catene
di approvvigionamento al proprio interno.
In particolare, la Commissione europea ha varato nel
2017 la” European Battery Alliance” che prevede la costruzione di almeno
15 stabilimenti per la produzione su vasta scala nell’UE entro il 2025 e
fornire celle di batterie per alimentare 6 milioni di auto elettriche (360
GWh).
L’obiettivo
dichiarato dall’UE è diventare il secondo produttore più grande di celle agli
ioni di litio entro il 2024.
“La nostra quota della capacità di produzione
globale potrebbe aumentare al 14,7% entro il 2024 e al 16,6% entro il 2029,
rispetto al 5,9% nel 2019”.
Il
piano d’azione Ue sulle batterie.
Nel
2018 la Commissione ha adottato un piano d’azione strategico per le batterie (censurato dalla Corte dei Conti UE) che definisce un quadro completo di
misure normative e non normative per supportare tutti i segmenti della catena
del valore delle batterie e comprende le 6 aree prioritarie riportate di
seguito:
Garantire
l’accesso alle materie prime per le batterie;
Sostenere
la produzione europea di celle per batterie e altri investimenti (attraverso la Banca europea per gli
investimenti o lo strumento degli aiuti di Stato per importanti progetti di
comune interesse europeo IPCEI);
Rafforzare
la leadership industriale attraverso programmi accelerati di ricerca e
innovazione;
Garantire
una forza lavoro altamente qualificata lungo l’intera catena del valore (Questo viene fatto attraverso
progetti come ALBATTI, GUIDA e il Progetto COSME Competenze automobilistiche).
L’Automotive
Skills Alliance, guidata dall’industria, è stata lanciata il 10 novembre 2020,
nell’ambito dell’iniziativa della Commissione sul patto per le competenze,
creando un quadro dell’UE che sostiene le iniziative locali e regionali per la
riqualificazione e il miglioramento delle competenze dei lavoratori europei del
settore automobilistico.
Supporta
il settore automobilistico nel soddisfare i requisiti di ristrutturazione a
lungo termine per la transizione verde e digitale in corso.
Questa
alleanza si baserà sul lavoro di DRIVES e ALBATTS;
Sostenere
un’industria europea sostenibile della produzione di celle per batterie (Il
regolamento sulle batterie è stato proposto il 9 dicembre 2020. Vedi: Comunicato stampa sulla
proposta di regolamento sulle batterie, Pagina della proposta di
regolamentazione delle batterie).
Garantire
la coerenza con quadri più ampi, quali la strategia per l’energia pulita, i
pacchetti sulla mobilità, la politica commerciale dell’UE, ecc.
Nel
dicembre 2019, l’UE ha dichiarato che il settore delle batterie è di “interesse
strategico” e ha annunciato un fondo di 3,5 miliardi di dollari per promuovere
la ricerca e lo sviluppo delle batterie per aumentare la competitività globale
dell’Europa.
In
linea con il “Green Deal europeo”, il piano d’azione per l’economia circolare e
la strategia industriale, la Commissione Europea afferma di “lavorare a una
catena del valore competitiva, circolare, sostenibile e sicura per tutte le
batterie immesse sul mercato dell’UE.
La”
European Battery Alliance” si integra con gli interessi della Commissione”.
Supportata
dalla Commissione e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI), la “European
Battery Alliance “(EBA) riunisce le autorità nazionali, le regioni, gli
istituti di ricerca industriale e altri soggetti interessati nella catena del
valore delle batterie dell’UE.
Il 14
marzo 2022, la Commissione e il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti
(DOE) hanno annunciato il sostegno a una collaborazione tra la” European
Battery Alliance” e l’”alleanza statunitense Li-Bridge”
“per accelerare lo sviluppo di solide catene
di approvvigionamento per le batterie agli ioni di litio e di prossima
generazione, comprese le batterie i segmenti critici delle materie prime”.
La
strategia francese.
A
maggio, la Francia ha aperto la sua prima fabbrica di batterie per auto
elettriche, una joint venture tra i giganti industriali europei “Stellantis”, “Total
Energies” e “Mercedes”.
Il ministro delle Finanze francese Bruno Le
Maire ha sottolineato la sfida futura (ignorando totalmente la” truffa”
relativa al fatto che la Co2 è un gas più pesante dell’atmosfera! N.D.R).
“L’obiettivo
non è che ci siano solo fabbriche di batterie”, ha detto Le Maire in una
conferenza stampa dopo l’apertura della fabbrica.
“Dobbiamo
controllare l’intera catena del valore.
Per
prima cosa stiamo lavorando sui materiali critici di cui abbiamo bisogno di
produrne di più, di cui abbiamo bisogno di trovarne di più.
Non possiamo dipendere totalmente dall’Asia
per la fornitura di materiali critici. Quindi dobbiamo riciclare le batterie”.
(secondo
gli “sciocchi” anche le batterie riciclate dovrebbero essere fatte volare
nell’atmosfera e poste sotto la cupola
dei gas serra dove si dovrebbe trovare anche la CO2 più pesante dell’aria!
N.D.R).
Quanto
agli Stati Uniti, le batterie agli ioni di litio sono state riconosciute nei
rapporti sulla catena di approvvigionamento del Dipartimento dell’Energia degli
Stati Uniti (DOE) e del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DOD) come
una tecnologia importante per la sicurezza economica e nazionale.
La
dipendenza dalle relative importazioni cinesi è descritta come seria
vulnerabilità.
La
leadership cinese nella produzione di batterie ad alta capacità.
L’US
Geological Survey (USGS) ha recentemente rilevato che la Cina è il principale
produttore di 16 dei 32 minerali critici, tra cui cobalto, ferro, nichel (C1),
manganese, litio e grafite, necessari per la produzione di batterie agli ioni
di litio.
La
Cina è anche leader mondiale nell’estrazione di materie prime di grafite, con
una quota pari all’82% della produzione globale.
Il DOE ha scoperto che “la Cina ha il
predominio quasi assoluto dell’odierna capacità di raffinazione dei metalli
necessari per le batterie agli ioni di litio”, come solfato di cobalto (62%),
manganese ad alta purezza solfato (95%), idrossido di litio carbonato (61%);
idem per i sottocomponenti, come i catodi (63%), i materiali anodici (84%), i
separatori (66%) e gli elettroliti (69%).
Pechino
è anche leader nella produzione di celle per batterie (80%) e si prevede che
guiderà il mercato del riciclaggio delle batterie (50%).
(Infatti le batterie fabbricate in
Cina sono notoriamente più leggere dell’aria, come la CO2! N.D.R).
Gli
Stati Uniti, come altri Paesi, stanno tentando di mitigare alcune di queste
vulnerabilità.
Sono
attivi in questo il “Critical Minerals Institute”, il programma” Minerals
Sustainability” e il “Consorzio Federale per le Batterie Avanzate”.
Il
dominio globale della Cina è la conseguenza di diversi fattori (tra cui la corruzione sistematica! N.D.R), quali le politiche ambientali
discutibili, le distorsioni dei prezzi, la costituzione di entità statali che
riducono al minimo la concorrenza e gli ingenti sussidi pubblici lungo tutta la
catena di approvvigionamento delle batterie.
Il ferreo controllo economico consente al
governo di Pechino di sviluppare infrastrutture per materiali critici per le
batterie ben prima dei driver di mercato. In particolare negli ultimi anni, le
società cinesi hanno investito molto in questo settore.
(Infatti gli asini occidentali
…volano! N.D.R)
I
prezzi dei materiali dei fornitori cinesi sono inferiori ai normali prezzi di
mercato e, secondo gli USA, la combinazione di ciò con i massicci sussidi del
governo cinese solleva interrogativi commerciali.
Ci sono prove diffuse secondo cui la Cina
starebbe operando al di fuori delle pratiche accettate a livello globale per il
commercio internazionale (OMC).
Gran
parte dei 100 miliardi di dollari di sussidi governativi diretti cinesi erano o
sono disponibili esclusivamente per aziende con sede in Cina o per la
produzione nazionale.
Il
braccio di ferro Usa-Cina.
Per la
Casa Bianca, questi sussidi sono stati inizialmente trattenuti anche dalle
aziende che utilizzavano cellule di società con sede all’estero attraverso una
certificazione opaca dei requisiti.
Tali
requisiti di certificazione sembrano anche volti ad estrarre PI sulla
composizione e sulla costruzione delle celle da fornitori con sede all’estero.
Gli
Stati Uniti accusano la Cina di aver sfruttato la sua posizione sostenuta dallo
Stato come principale produttore e consumatore di celle agli ioni di litio per
limitare ulteriormente la concorrenza nella catena di approvvigionamento.
L’approccio
della Cina, aggiunge l’Amministrazione Biden, consiste nel garantire un accesso
preferenziale alle imprese nazionali, in gran parte statali, per fare
investimenti precompetitivi nella capacità di raffinazione dei materiali e
delle materie prime e lo Stato sovvenziona questa capacità fino a quando non
viene creata una domanda e, a volte, anche per immettere prodotti e materiali
nei mercati internazionali.
Come
si vedrà, le aziende cinesi hanno effettuato numerosi ed ingenti investimenti
in operazioni minerarie in tutto il mondo per garantirsi la fornitura di
materiali critici come cobalto, nichel e litio.
Secondo
“Benchmark Minerals Intelligence”, un’agenzia di rapporti sui prezzi con sede a
Londra, la Cina ha anche un ulteriore vantaggio:
riesce a mantenere una posizione significativa
nella catena di approvvigionamento globale dalla raffinazione fino alla
produzione a valle delle celle per batteria, nonostante produca solo il 23%
della fornitura globale di materie prime.
Il
predominio della Cina nel settore delle batterie si concentra sulla produzione
mid-stream e downstream.
Nel
2019, la produzione chimica cinese di materie prime di Classe 1 si è attestata
all’80% della produzione globale totale.
La Cina è il principale trasformatore mondiale
di carbonato di litio in idrossido di litio, cobalto in solfato di cobalto,
raffinazione del manganese e raffinazione della grafite sferica non rivestita.
Con i
programmi economici a lungo termine Made in China 2025 e Industrie strategiche
emergenti, Pechino ha identificato come “industrie critiche” i veicoli
elettrici e le apparecchiature della rete elettrica (ad esempio i sistemi di
accumulo).
Nel perseguimento di questo obiettivo, la Cina
ha introdotto una serie di politiche per assistere le imprese automobilistiche
e le società energetiche interne nello sviluppo o nell’acquisizione di
tecnologie e nella localizzazione della produzione nel Paese che spesso
generano asimmetrie normative a svantaggio delle imprese straniere.
Un esempio ne è il programma di certificazione
delle batterie, implementato proprio per impedire o ostacolare la vendita
locale di batterie prodotte da società straniere nonché per inibire l’ingresso
di queste imprese nel mercato dei veicoli elettrici cinese e per escluderle dal
beneficio degli incentivi.
Va
anche detto che, sebbene la Cina abbia livelli di produzione elevati di celle
per batterie agli ioni di litio, fino ad oggi una parte sostanziale della
produzione è stata di qualità inferiore rispetto a quelle di altri Paesi.
L’indagine
dell’Ue.
Intanto,
la presidente della Commissione europea “Ursula von der Leyen” ha annunciato
un’indagine sui sussidi cinesi ai produttori di veicoli elettrici, che stanno
cercando di farsi strada nel mercato europeo con prezzi significativamente
inferiori a quelli fissati dai loro concorrenti europei.
“La
Commissione sta avviando un’indagine anti sovvenzioni sui veicoli elettrici
provenienti dalla Cina.
L’Europa
è aperta alla concorrenza, ma non a una corsa al ribasso.
Dobbiamo difenderci dalle pratiche sleali”, ha
affermato” la Von der Leyen” il 13
settembre nel suo discorso sullo stato del sindacato.
Pechino
ha criticato l’indagine dell’UE.
“Le
misure adottate dall’UE violano i principi dell’economia di mercato e le regole
del commercio internazionale.
La [mossa] non favorisce la stabilità della
catena di fornitura globale dell’industria automobilistica e non è
nell’interesse di nessuno, compreso il UE”, ha detto mercoledì ai giornalisti
Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese.
L’approvvigionamento
di terre rare.
Stati
Uniti e Unione Europea dipendono strategicamente anche da un’ampia gamma di
minerali e materiali critici che sono gli elementi costitutivi delle batterie,
oltre che dei prodotti che si utilizzano tutti i giorni.
Gli
elementi delle terre rare (REE) e i minerali critici sono un gruppo di 17
metalli: 15 elementi della serie dei lantanidi e due chimicamente simili, lo
scandio e l’ittrio. Ciascuno con proprietà uniche vitali, essi sono alla base
di produzione, sviluppo, consegna e sostegno di servizi essenziali come
telecomunicazioni e informatica, alimentazione e agricoltura, finanza,
assistenza sanitaria, istruzione, trasporti e pubblica sicurezza.
Si
prevede che la loro domanda aumenterà nei prossimi due decenni, in particolare
quando il mondo agirà per eliminare le emissioni nette di carbonio (gas CO2)
entro il 2050.
(Ma non sarebbe il caso di controllare
il peso della CO2 rispetto all’atmosfera e mettere in luce finalmente se è vero
o no che la CO2 è più pesante dell’aria in cui dovrebbe svolazzare? N.D.R)
La
Cina, sebbene abbia soltanto circa il 30% delle riserve globali di terre rare,
controlla il 50-60% della loro estrazione mondiale e l’80-90% del mercato nella
fase della lavorazione intermedia.
Attualmente,
il 98% della fornitura di terre rare dell’UE proviene dalla Cina. La dipendenza
degli USA si stima, invece, intorno all’80%.
Oggi
la Cina detiene una posizione di comando nella catena di approvvigionamento
globale delle terre rare, dall’estrazione mineraria alla lavorazione fino agli
usi finali.
Pechino
utilizza numerosi strumenti per conservarne il dominio, come i controlli sulle
esportazioni, le quote di produzione, gli investimenti statali nella ricerca di
base, la nazionalizzazione dell’industria e, più recentemente, il consolidamento dello Stato in
una mega-impresa integrata.
Attualmente,
il predominio di Pechino è dovuto più al loro investimento nel processo di
separazione e raffinazione che alle politiche commerciali o industriali. Nel
2012 il governo cinese ha avviato un processo di consolidamento del settore che
ha trasformato l’industria in sei conglomerati statali regionali.
A
dicembre 2021 c’è stato un ulteriore consolidamento del settore con la
creazione di una nuova mega impresa.
Il
China Rare Earth Group è il risultato della fusione di tre grandi conglomerati
minerari e due istituti di ricerca.
Controllerà
le terre rare pesanti e medie della Cina, sotto il controllo della Commissione
statale per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà del
Consiglio di Stato (il più alto livello amministrativo).
Il nuovo conglomerato controllerà il 30-40%
circa dell’offerta globale.
In
futuro saranno consolidate anche le società del nord della Cina, intorno alla
miniera di Baotou nella Mongolia interna e Pechino avrà solo due enormi imprese
statali integrate verticalmente in grado di gestire l’estrazione di terre rare
e la post-elaborazione.
L’azienda
del sud si concentrerà sui minerali pesanti, mentre quella del nord si
concentrerà sui minerali leggeri (compreso il neodimio).
Le
vulnerabilità europee e statunitensi delle relative catene di
approvvigionamento, dunque, derivano dalla concentrazione del mercato in Cina.
Pechino, però, non sarà in grado di soddisfare la propria domanda interna in
aumento, né i bisogni globali, in particolare per il neodimio ed altre terre
rare chiave necessarie per i magneti permanenti.
Senza queste terre rare, diventa di difficile
realizzazione anche la politica della transizione energetica globale.
Sfruttare
l’asimmetria nelle catene di approvvigionamento globali.
Negli
ultimi decenni, il PCC ha condotto una guerra economica contro il resto del
mondo, ha eroso filiere produttive con l’obiettivo di rendere gli Stati
dipendenti da Pechino e questo piano sta riuscendo. Il corollario è che più le
industrie si indeboliscono (semiconduttori, telecomunicazioni, minerali critici
ed elementi delle terre rare, batterie ad alta capacità, prodotti farmaceutici
e attrezzature mediche), più la sicurezza nazionale degli Stati cui appartengono
è a rischio.
Senza
l’accesso a catene di approvvigionamento sicure, nessun Paese è in grado di
sostenere la propria economia e sviluppare sistemi d’arma per la difesa
nazionale.
Tutto
ciò non significa escludere la Cina dalle catene di approvvigionamento globali
che si intersecano con quelle di altri Paesi come USA e UE;
tuttavia, è doveroso capire quali circostanze
creano rischi inaccettabili e quali, invece, rischi tollerabili o benigni.
In particolare, ci si dovrebbe preoccupare
della cosiddetta interdipendenza asimmetrica che Pechino usa come arma
geopolitica.
Sono tali le catene di approvvigionamento
critiche, cioè che generano una dipendenza strategica rischiosa che sorge
quando l’accesso limitato a una categoria di prodotti può sconvolgere
l’economia di un Paese o lasciarlo altrimenti vulnerabile.
Ciò deve tenere conto della tecnologia, del
know-how, dei costi e del tempo necessario per creare fonti alternative per la
produzione industriale vitale.
La preparazione agli shock è solo un fattore e
la diversificazione commerciale, non l’autarchia, è la chiave della soluzione.
L’obiettivo
è triplice: sicurezza, apertura e prosperità delle catene.
Bisogna
formare un’alleanza strategica globale della catena di approvvigionamento, ha
detto “Stephen Ezell”, vice presidente della “Global Innovation Policy
Information Technology and Innovation Foundation” (ITIF).
Le nazioni democratiche che la pensano allo
stesso modo dovrebbero unirsi per formare una “Global Strategic Supply Chain
Alliance” (GSSCA) ed affrontare collettivamente le esigenze di sicurezza
rispetto ad elementi strategici critici, come le reti 5G, i metalli delle terre
rare, i principi farmaceutici attivi, le batterie e, forse, riuscire a
conquistarsi un componente chiave nella catena di approvvigionamento dei
semiconduttori.
Mafia
russa e ucraina sempre più potenti:
la
guerra non le ha indebolite,
e ora
c'è la ricostruzione.
Msn.com
– (2-10-2023) – Prof. Vincenzo Musacchio -Giurista – ci dice:
Professor
Musacchio, la guerra attualmente in corso secondo lei ha in qualche modo
interrotto gli affari tra la mafia russa e quella ucraina?
Secondo
il mio parere no, poiché la rete transfrontaliera del traffico di droga, armi e
esseri umani esistente tra Ucraina e Russia resta ancora oggi una delle più
importanti al mondo.
Questi collegamenti, forieri di affari
lucrosissimi, esistono e persisteranno anche nel prossimo futuro.
L’attuale
guerra ha solo momentaneamente interrotto la “superstrada” dei traffici
illegali che parte da Mosca per arrivare nelle grandi metropoli europee.
Le
forti interconnessioni tra le due mafie - unite oltre che da guadagni illeciti
incommensurabili anche da legami culturali, linguistici e storici - non solo
non scompariranno ma si rigenereranno e si adegueranno immediatamente ai nuovi
scenari di guerra e poi a quelli post-bellici.
La
guerra quindi non è un fattore disgregante per le due mafie?
Assolutamente
no!
Un
sistema criminale così ben collaudato non può scomparire a causa di una guerra,
anzi quest’ultima sarà occasione per rafforzare i legami di interesse
economico.
Lo stato di salute di questo sodalizio
criminale transfrontaliero non è ottimale come in passato soltanto perché la
guerra ha innalzato barriere materiali, sotto forma di combattimenti in prima
linea e posti di blocco alle frontiere, oltre a rabbia per la consistente
distruzione e sofferenza inflitta dall'invasione.
Questa
situazione ripeto è solo momentanea e non è affatto interruttiva dei rapporti
tra le due organizzazioni criminali.
Sono
davvero molto pericolose queste due mafie?
Questi
due gruppi criminali, secondo un’indagine condotta da “InsiderPro” e “StartingFinance”, autorevoli siti di informazione
finanziaria mondiale, sono equiparabili, o comunque si avvicinano, alla Yakuza
giapponese.
Su un
fattore di pericolosità di 5/5, le due mafie hanno un impatto di potenza
economica 4/5; potenza militare: 4/5; transnazionalità 4/5; indice di
pericolosità totale: 4/5.
Tutto questo potere criminale deriva dal
traffico di droga, di armi, dalla prostituzione, dagli omicidi su commissione,
dal traffico di esseri umani, dalle truffe internazionali e dal mondo del cyber
crime.
Esistono
delle stime sulla loro potenza economica?
Siamo
di fronte ad una alleanza criminale che originariamente nasce a Mosca e che poi
ha inglobato per collaborazione la mafia ucraina.
Questa
potente organizzazione opera in almeno quaranta nazioni, tra cui numerose in
Europa, Nord America e Sud Africa.
Il suo
fatturato si aggira sui 70-90 miliardi di dollari annui (Russia-Ucraina).
È di
pochissimo sotto la Yakuza che invece fatturerebbe circa 100 miliardi di
dollari annui.
Questa
alleanza conta oltre seimila clan criminali operanti a pieno regime nel territorio
russo e in quello ucraino.
Tali
profitti aumenteranno notevolmente negli anni a venire grazie al traffico di
armi in tutto il mondo, in particolare i volumi di armi negoziate e detenute
durante la guerra e nella fase post bellica potrebbero essere in grado di
mettere in crisi la sicurezza mondiale e fare di queste mafie le più potenti al
mondo.
Cosa
accadrà nella fase post-bellica?
Se
solo ci proiettassimo alla fase post-bellica, ci renderemmo subito conto che
questa fase sarà in grado di generare ben altri sistemi criminali simili a
quelli operativi alla fine della “guerra fredda” o dopo il conflitto nei
Balcani.
Mi riferisco soprattutto al traffico illegale di armi,
oppure al traffico di esseri umani connesso ai rifugiati e ai rimpatriati.
Per
non parlare della ricostruzione durante la quale le due mafie sicuramente
lucreranno e non poco.
Dal
punto di vista della geopolitica delle mafie invece cosa sta accadendo?
È vero
che con l’inizio delle ostilità tra le due nazioni alcune organizzazioni criminali
hanno lasciato la Russia e l'Ucraina per l'Asia centrale, alcuni Stati del
Golfo e la Turchia, ma questo non ha affatto impedito il continuare dei
rapporti tra la mafia russa e quella ucraina al di fuori dei territori di
guerra.
La
conferma di questo mio ragionamento ha trovato recente conferma anche da parte
di Europol (Relazione speciale 2022) la quale ha sottolineato come i mafiosi
delle due nazioni continuino a collaborare guardando soprattutto a quei
profitti che con la guerra aumentano.
Sembra
tuttavia che siano cambiate le rotte dei traffici illegali, le risulta?
Si
questo corrisponde al vero.
Il
conflitto tuttavia non ha affatto fermato i traffici illegali poiché alla
tratta Mosca-Kiev-Europa, oggi si è sostituita quella che da Mosca passa per la
Turchia fino in Europa.
Pensare
che mafia russa e ucraina rinuncino a simili prospettive di guadagno nonostante
nuovi crocevia criminali significa non conoscere le evoluzioni delle nuove
mafie che si alleano tra loro cercando sempre la migliore convenienza.
Le mafie contemporanee inoltre sono in grado
di costruire relazioni internazionali che, a differenza di quasi tutte le altre
entità criminali, non sono controllabili dal singolo Stato, appartengono ai
domini geopolitici che sono sempre più sovranazionali.
Quali
sono quindi le prospettive future che ci attendono?
Ad
oggi non vedo una possibile una scissione definitiva tra la mafia russa e
quella ucraina.
Ad impedirne la realizzazione come ho ribadito
più volte sono e saranno sicuramente gli ingenti guadagni a cui nessuna delle
due organizzazioni criminali rinuncerà mai.
(Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista,
associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark
(USA). È ricercatore indipendente e membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici
sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra.
Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore
di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool
antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ottanta. È tra
i più accreditati studiosi delle nuove mafie transnazionali. Esperto di
strategie di lotta al crimine organizzato. Autore di numerosi saggi e di una
monografia pubblicata in cinquantaquattro Stati scritta con Franco Roberti dal
titolo “La lotta alle nuove mafie combattuta a livello transnazionale”. È
considerato il maggior esperto europeo di mafia albanese e i suoi lavori di
approfondimento in materia sono stati utilizzati anche da commissioni
legislative in ambito europeo.)
L’Ue
si è svegliata troppo
tardi
su batterie e Cina.
Starmag.it
– Marco dell’Aguzzo – (18 settembre 2023) – ci dice:
La
transizione energetica potrebbe far transitare l'Unione europea da una
dipendenza all'altra: ieri dalla Russia per il gas, domani dalla Cina per le
batterie. La Commissione si è accorta troppo tardi dei rischi politici e
industriali.
Ecco
amnesie e contraddizioni.
Stando
a un documento destinato alla presidenza del Consiglio dell’UE, detenuta dalla
Spagna, e ottenuto da Reuters, entro il 2030 l’Unione europea potrebbe sviluppare
una dipendenza dalla Cina per le batterie agli ioni di litio simile alla
dipendenza dalla Russia per il gas naturale.
Il documento farà da base alle discussioni
sulla sicurezza economica che si terranno il prossimo 5 ottobre a Granada, in
Spagna, durante un incontro tra i capi di stato o di governo europei.
Una
forte espansione delle installazioni di impianti eolici e fotovoltaici, come
previsto dai piani europei per la transizione ecologica, farà aumentare dalle
dieci alle trenta volte la domanda comunitaria di batterie, si legge.
Le
batterie sono necessarie allo stoccaggio dell’energia generata in maniera
intermittente dalle fonti rinnovabili, il cui output dipende dalle condizioni
meteorologiche.
La
manifattura di batterie agli ioni di litio è però dominata con percentuali
altissime dalla Cina, che ne controlla peraltro l’intera filiera, fin dai
metalli di base (litio, cobalto, nichel, grafite).
“Senza
l’attuazione di misure forti”, si sostiene nel paper, “al 2030 l’ecosistema
energetico europeo potrebbe avere una dipendenza dalla Cina di natura diversa,
ma dalla gravità simile, da quella che aveva dalla Russia prima dell’invasione
dell’Ucraina” per gli idrocarburi.
Nel 2021 Mosca forniva oltre il 40 per cento
del gas naturale consumato nell’Unione e valeva il 27 per cento delle
importazioni petrolifere del blocco e il 46 per cento di quelle di carbone.
La
dipendenza dalla Cina per le tecnologie critiche per la transizione ecologica
potrebbe avere ripercussioni negative sul comparto industriale europeo,
sull’occupazione e anche sulla sicurezza economica, qualora ad esempio Pechino
decidesse di limitare o bloccare del tutto le forniture.
La
Commissione europea ha puntato moltissimo sulla transizione ecologica,
sostenendo di voler diventare il primo “blocco carbon-neutral” al mondo entro
il 2050.
Con
carbon-neutral, o neutralità carbonica (Co2), si intende una condizione di
azzeramento netto delle emissioni di gas serra, che Bruxelles – ma anche
Washington, ad esempio – ha intenzione di raggiungere entro la metà del secolo.
(La CO2 non può essere un gas serra in
quanto è più pesante dell’atmosfera e quindi non può volare sotto la cupola dei
gas serra! N.D.R)
La
Commissione ha puntato moltissimo sulla retorica, ma – a differenza della Casa
Bianca, in questo caso – ha dimenticato gli aspetti concreti.
La
decarbonizzazione (Eliminare la CO2! N.D.R ) non la si fa con gli annunci o i
divieti, ma con l’industria:
la
transizione ecologica è a tutti gli effetti una rivoluzione industriale perché
implica la nascita di nuovi settori, lo sviluppo di nuove filiere e la
trasformazione “sostenibile” (nel senso di riduzione dell’impronta carbonica
Co2) del tessuto produttivo esistente.
Il “Green Deal” è stato definito tra il 2019 e
il 2020;
il “Green Deal Industrial Plan” è stato
proposto solo lo scorso febbraio, peraltro circa sei mesi dopo che gli Stati
Uniti di Joe Biden avevano approvato una grande legge per la manifattura di
tecnologie pulite, l’”Inflation Reduction Act”.
Trascurare
il lato industriale della transizione significa rischiare di sviluppare una
dipendenza per le tecnologie critiche non soltanto dagli Stati Uniti, che
grazie all’”Inflation Reduction Act” stanno attirando grandi investimenti, ma
soprattutto dalla Cina, una nazione che Bruxelles considera una “rivale
sistemica” e che è dominante nella produzione di batterie e pannelli solari (e sta avanzando nelle turbine
eoliche, negli elettrolizzatori per l’idrogeno e nei veicoli elettrici).
“L’aspetto
industriale è stato fortemente e colpevolmente sottovalutato dall’approccio
spinto da Timmermans”, l’ex-vicepresidente della Commissione europea per il “Green
Deal”, ha spiegato il consigliere scientifico di Limes, “Alessandro Aresu”, a
Start Magazine:
“È
stato già perso un sacco di tempo inutilmente”, proseguiva l’analista
geopolitico, “e intervenire in questo periodo è ovviamente più difficile, anche
per gli effetti sui prezzi.
Bisognava
pensarci prima”.
“Il futuro del nostro continente passa
anche da un approccio culturale in cui analizziamo con schiettezza il
funzionamento di una filiera industriale, e i suoi aspetti chimici ed
elettronici (che richiedono notevoli investimenti) invece di vivere con
l’autolesionistica illusione (figlia di un ‘pensiero magico’, come è stato scritto) secondo cui schiacciamo un pulsante e
rendiamo tutto elettrico gratis, mentre il resto del mondo ci prende in giro
per questo”,
ha rimarcato “Aresu”!
PULITA
E ACCESSIBILE: L'ENERGIA
SOLARE
SPINGE LA TRANSIZIONE GREEN.
Bancagenerali.com
– Stefano Guidani – (13 luglio 2023) – ci dice:
In
Minnesota (USA) per raccontare come sia possibile sfruttare tecnologie
energetiche pulite per favorire una crescita sostenibile.
Secondo
i dati elaborati dall’ONU, ad oggi una persona su cinque non ha accesso a
moderni servizi energetici e poco meno di 3 miliardi di persone dipendono da
legno e carbone per attività primarie come cucinare e riscaldarsi.
Inoltre,
negli ultimi due anni, secondo la “IEA” (International Energy Agency), circa 1
miliardo di persone nel mondo non ha avuto accesso all’elettricità.
Questi
sono numeri che sottolineano l’urgenza e la necessità di un agire condiviso da
parte di istituzioni e comunità per svincolare la produzione di energia
elettrica dai combustibili fossili.
La
disponibilità di energia resta infatti ancora oggi da un lato la causa del
perdurare di diverse problematiche ambientali e sociali ma dall’altro l’unica
chiave per la loro stessa risoluzione.
Il
Parco Solare di Aurora.
Ed è
proprio l’energia rinnovabile e la relativa accessibilità al centro del
racconto del
sedicesimo, oramai penultimo, scatto di BG4SDGs – “Time to Change”, il progetto
per approfondire lo stato dell’arte del processo di raggiungimento dei 17
obiettivi dell’”Agenda ONU 2030”.
In
questa occasione, il fotografo Stefano Guindani si è recato negli Stati Uniti,
in Minnesota, presso il Parco Solare di Aurora - il più grande impianto
fotovoltaico in Nord America (di proprietà del gruppo italiano Enel) - per
raccontare la situazione relativa al “Sustainable Development Goal” (SDG)
numero 7 che riguarda proprio la transizione energetica e l’efficienza degli
impianti al fine di garantire servizi green accessibili per tutti.
Situato
in una vasta area, il Parco Aurora è pensato per svolgere un ruolo
significativo nella transizione energetica a favore della comunità agricola
locale. Con un'ampia superficie di pannelli solari, converte direttamente
l'energia accumulata dal sole in elettricità ed è in grado in questo modo di
evitare l’emissione in atmosfera di oltre 150.000 tonnellate di CO2 all’anno
rappresentando un'alternativa concreta alle fonti di energia tradizionali
basate sui combustibili fossili.
Ma ciò
che distingue questo impianto è soprattutto la sua dimensione e la sua capacità
di generare una grande quantità di energia.
Infatti, grazie all'utilizzo di tecnologie
avanzate e all'efficienza dei pannelli solari, il parco è in grado di produrre
circa 210 milioni di kWh all’anno, sufficienti ad alimentare migliaia di
abitazioni e aziende nella regione circostante e pari alla domanda di oltre
17.000 famiglie statunitensi.
Innovazione
sociale e tecnologica per la produzione di energia rinnovabile.
“Nel
contesto dell’obiettivo numero 7, che mira ad assicurare a tutti l'accesso a
sistemi di energia economici, affidabili e sostenibili, le fattorie Aurora di Enel in
Minnesota rappresentano
un esempio concreto di innovazione e attenzione ad un futuro migliore.
Queste
centrali solari agro-fotovoltaiche combinano la produzione di energia solare con
agricoltura, allevamento e apicoltura, creando un circolo virtuoso in cui
diverse forme di produzione si supportano reciprocamente.
Mentre
i pannelli solari producono energia pulita, le pecore e le api svolgono un
ruolo cruciale:
le pecore aiutano a mantenere puliti gli spazi
intorno ai pannelli solari (evitando incendi), sfoltendo l'erba in modo
naturale e senza l'uso di carburanti fossili;
le api
promuovono la biodiversità, l'impollinazione, la salvaguardia degli
impollinatori, sostenendo così anche l'obiettivo numero 15 degli SGD’s;
allo
stesso tempo, le api traggono vantaggio dai fiori presenti nell'area,
consentendo loro di produrre miele di alta qualità.
Inoltre,
dopo 20 anni i terreni vengono restituiti ai proprietari in condizioni migliori
rispetto a prima.
Iniziative come queste rappresentano un
esempio di innovazione sociale e tecnologica, che dimostra come sia possibile
conciliare la produzione di energia pulita, l’agricoltura sostenibile e la
conservazione dell’ambiente” ha dichiarato Stefano Guindani, fotografo e
curatore del progetto.
Oltre
ai benefici ambientali derivanti dalla produzione di energia pulita, il Parco
contribuisce anche alla creazione di posti di lavoro locali e al sostegno
dell'economia locale.
Le
cooperative di apicoltori che si trovano oltre la recinzione del parco
sfruttano l’ecosistema ricreato nel sito al fine di aiutare le popolazioni di
api e promuovere la produttività delle colture per le aziende agricole
circostanti.
Inoltre, il miele prodotto dalle api di Aurora
viene venduto all’industria alimentare e a quella delle bevande.
Il progetto prevede infine l’utilizzo di
diverse specie di bestiame per realizzare il piano di pascolo.
Le
pecore trasportano i semi delle piante per il territorio, li spargono in giro e
li calpestano con gli zoccoli; così facendo si ha un aumento del rendimento
agricolo di più del 40%.
SOSTENIBILITÀ.
Transizione
energetica:
cos’è
e come avviene
Energyup.tech
- (13 Apr. 2022) - Gianluigi Torchiani – ci dice:
L’attuale
passaggio a un sistema energetico a basse emissioni prevede l’impiego di
diverse tecnologie e apre a numerose opportunità, che vanno oltre i soli
aspetti ambientali.
La
transizione energetica sta caratterizzando il settore energy nel XXI° secolo.
La transizione
energetica costituisce una delle chiavi per leggere molte delle scelte attuali
degli Stati in materia economica, ambientale e persino geopolitiche.
Non a caso, si tratta di uno dei temi
ricorrenti nel dibattito pubblico, tanto da essere spesso citata da politici ed
esperti di varia natura con un’accezione tipicamente positiva.
Ma di
cosa stiamo esattamente parlando?
Cos’è
la transizione energetica.
Come
avviene la transizione energetica.
Quali
sono le fonti rinnovabili di energia.
Decarbonizzazione
dell’economia.
Vantaggi.
Cos’è
la transizione energetica.
Secondo
ENEA, il termine transizione energetica fa riferimento a “un processo di
trasformazione del quadro di soddisfacimento dei fabbisogni energetici verso
soluzioni caratterizzate da un ridotto impatto ambientale (con particolare
riferimento alle emissioni di gas climalteranti) e, più in generale, da una
maggiore sostenibilità.
Caratteristiche
fondamentali di questo processo sono la transizione verso un portfolio di fonti
energetiche prevalentemente basate sull’utilizzo di risorse rinnovabili, la
diffusione di soluzioni di efficienza in tutti gli utilizzi dell’energia e,
infine, la disponibilità di soluzioni di cattura e sequestro dell’anidride
carbonica, che rendano possibile l’utilizzo sostenibile delle fonti fossili”.
Riassumendo, la transizione energetica che
stiamo vivendo in questi anni prevede il passaggio da un mix energetico
centrato sui combustibili fossili a uno a basse o a zero emissioni di carbonio
(CO2), basato sulle fonti rinnovabili.
Il
climate change è la ragione principale che sta spingendo l’attuale transizione:
la
combustione delle fonti fossili di energia (carbone, petrolio e gas naturale)
causa infatti l’emissione in atmosfera di anidride carbonica e dei gas ad
effetto serra.
(Il
problema nasce dal fatto che il gas CO2 non è un gas serra. Infatti essendo più
pesante dell’atmosfera non potrà mai alzarsi in volo per raggiungere gli altri
gas serra che costituiscono la “calotta della serra” che li racchiude! N.D.R)
Questi
gas (senza
CO2 che è un gas pesante più dell’aria! N.D.R)
sono in grado di aumentare la capacità dell’atmosfera terrestre di
trattenere l’energia ricevuta dal sole, innescando un aumento della temperatura
e il cambiamento del clima.
Quella
attuale non è naturalmente l’unica transizione energetica della storia
dell’umanità:
pensiamo
all’utilizzo del carbone durante la rivoluzione industriale, oppure alla
progressiva introduzione dell’elettricità nel pianeta.
Però,
attualmente, quando si parla di transizione energetica intendiamo unicamente il
percorso in atto verso un sistema energetico green e a zero emissioni.
Come
avviene la transizione energetica.
Come
abbiamo spiegato in precedenza, la transizione energetica avverrà in buona
parte attraverso il passaggio a un sistema energetico basato sulle fonti
rinnovabili, come fotovoltaico, eolico e idroelettrico, diminuendo così
drasticamente i consumi di carbone, gas e petrolio.
Nell’ottica di contenere il surriscaldamento
globale entro gli 1,5 gradi, la comunità scientifica internazionale è concorde
nell’affermare che questo passaggio dovrà avvenire entro e non oltre il 2050.
La “Iea”
(International Energy Agency) ha delineato in uno scenario come potrebbe essere
il settore energetico per quella data:
al 2050 potremmo avere una domanda globale di
energia nel 2050 di circa l’8% inferiore a quella attuale, in grado di
abilitare il funzionamento di un’economia più grande del doppio e una
popolazione di 2 miliardi di unità più numerosa rispetto a oggi.
Invece di essere come oggi dipendente dai
combustibili fossili, il settore energetico si baserebbe in gran parte sulle
energie rinnovabili.
Secondo la “Iea”, circa i due terzi della
fornitura totale di energia nel 2050 proverrebbe infatti da energia eolica,
solare, bioenergetica, geotermica e idroelettrica, mentre il peso dei
combustibili fossili sarebbe ridotto ad appena un quinto entro il 2050.
Inoltre
l’impatto negativo in termini di emissioni di gas serra sarebbe in gran parte
attenuato dall’impiego soluzioni di Carbon & Capture storage (capaci cioè di catturare la CO2
emessa dalle attività umane).
Capofila
di questa transizione energetica a livello globale è sicuramente l’Unione
europea, che con il pacchetto Fit for 55 sta puntando anche a obiettivi più
ambiziosi per il 2030.
In
ottica 2050, l’obiettivo della neutralità climatica del sistema energetico del
Vecchio Continente sarà ottenuto, oltre che con l’apporto delle rinnovabili e
dell’efficienza energetica, con una maggiore integrazione:
i
mercati elettrici dei vari Paesi europei dovranno essere più integrati tra loro
rispetto ad oggi e con i settori d’uso finale, come l’edilizia, i trasporti e
l’industria.
In
effetti, la generazione di energia da fonti rinnovabili è solo una fetta – per
quanto fondamentale – della transizione energetica in atto.
Fondamentale, ad esempio, sarà migliorare la
capacità di stoccaggio e di accumulo delle energie rinnovabili intermittenti,
per assicurare una maggiore solidità al sistema elettrico.
Che
comunque dovrà essere sempre più basato sulle “Smart Grid”, ovvero su reti
intelligenti di nuova generazione capaci di mantenere in equilibrio la domanda
e l’offerta di energia in un contesto profondamente mutato rispetto al passato.
Altro
caposaldo della transizione energetica è l’elettrificazione:
come
si sta già iniziando a vedere nel settore della mobilità, l’elettricità (sempre
più prodotta a partire dalle rinnovabili) sostituirà i carburanti fossili come
vettore energetico.
Una svolta del tutto simile sta già avvenendo
nel riscaldamento, come dimostra la progressiva affermazione delle pompe di
calore.
Più in
generale, per raggiungere l’obiettivo della transizione energetica, i governi,
le società energetiche, gli investitori e i cittadini dovranno essere tutti
sulla stessa lunghezza d’onda.
Le
aziende avranno bisogno di strategie chiare a lungo termine sostenute da
impegni di investimento e da relativi impatti misurabili.
Il
settore finanziario dovrà facilitare un notevole aumento delle tecnologie
pulite, aiutare la transizione delle società di combustibili fossili e delle
imprese ad alta intensità energetica e portare capitali a basso costo ai paesi
e alle comunità che ne hanno più bisogno.
Non meno importante sarà il coinvolgimento e
le scelte individuali dei cittadini in relazione alle loro scelte energetiche.
Infine, le tecnologie digitali svolgono un
ruolo cruciale nell’integrazione dei diversi aspetti del nuovo sistema
energetico, tanto che si può parlare di “Smart Energy”. La gestione delle
piattaforme e dei dati necessari per mantenere in equilibrio questo sistema
elettrico così diverso dal passato sarà una parte centrale della transizione
energetica, così come la mitigazione dei rischi associati alla sicurezza
informatica e alla privacy dei dati.
Quali sono le fonti rinnovabili di energia.
L’Enea
definisce come rinnovabili “le fonti energetiche non fossili che per loro
caratteristica intrinseca si rigenerano almeno alla stessa velocità con cui
vengono consumate, sono liberamente disponibili in natura, non soggette ad
esaurirsi a causa dell’uso o sfruttamento antropico e per le quali esista una
tecnologia che consente il loro utilizzo a fini energetici”.
In
altre parole, al contrario tutte le fonti di origine fossile (gas, petrolio,
carbone, ecc.), che sono legate allo sfruttamento di risorse e giacimenti e
risorse destinati prima o poi a esaurirsi, le fonti rinnovabili di energia sono
potenzialmente inesauribili.
Ovviamente
esistono diverse fonti di energia rinnovabile, legate allo sfruttamento della
risorsa primaria sfruttata.
Restando
al solo ambito elettrico, le principali fonti pulite sono idroelettrico,
fotovoltaico, eolico, biomassa e geotermia.
L’idroelettrico
è la fonte di energia rinnovabile da più tempo utilizzata in maniera massiccia:
la produzione dell’energia idroelettrica,
infatti, sfrutta la forza che l’acqua acquisisce quando è in caduta,
permettendo l’azionamento delle turbine necessarie alla generazione
dell’energia idroelettrica.
In Italia a fine 2020 risultavano installati oltre
19 GW di idroelettrico, capaci di produrre nello stesso anno circa 48 TWH di
elettricità.
Il
fotovoltaico è invece una fonte energia rinnovabile di nuova generazione che,
da una dozzina di anni a questa parte, ha conosciuto una grandissima diffusione
(21,6 GW installati in Italia) e che dovrebbe essere interessata da una
crescita ulteriore nei prossimi anni.
I pannelli fotovoltaici, come raccontiamo nel
dettaglio in questo articolo, sono degli apparecchi in grado di catturare
l’energia dei raggi solari e trasformarla in energia elettrica.
L’eolico è invece una fonte rinnovabile capace
di sfruttare l’energia cinetica del vento, che viene convertita anche in questo
caso in energia elettrica attraverso degli aerogeneratori, che possono essere
collocati a terra (on shore) oppure offshore.
A fine 2020 in Italia risultavano installati
quasi 11 GW di impianti eolici.
Il
termine biomasse/bioenergie fa riferimento all’utilizzo di residui di organismi
vegetali e animali, prodotti nelle lavorazioni agricole e negli allevamenti e
dei rifiuti urbani per la produzione di energia.
Al
2020 in Italia erano installati poco più di 4 GW di impianti, capaci di
produrre però ben 19,6 TWH di energia.
Le geo-termia
invece sfruttano il vapore ad alta temperatura intrappolata nelle profondità della crosta terrestre per
azione turbine adibite alla produzione di energia elettrica.
Si tratta di una forma di energia presente
soprattutto in Toscana: al 2020 erano installati 817 MW per una produzione di
circa 6 TWh.
Decarbonizzazione
dell’economia.
Le
tecnologie pulite nel settore dell’energia e in una vasta gamma di usi finali,
che rappresentano il cuore della transizione energetica, sono diventate la
prima scelta per i consumatori di tutto il mondo, inizialmente grazie al
sostegno delle politiche pubbliche e degli incentivi.
Oggi,
però, in buona parte dei casi rappresentano semplicemente la scelta più
conveniente da un punto di vista economico.
Nella
maggior parte delle regioni, il solare fotovoltaico o l’eolico rappresentano
già la fonte più economica disponibile per la nuova generazione di elettricità.
Anche
le auto elettriche, quando si prende in considerazione il TCO, diventano la
scelta più convincente.
D’altra
parte la transizione energetica non sarebbe praticabile senza tenere conto
degli aspetti economici.
Non a caso, Enea rilascia trimestralmente un
apposito indice, ribattezzato “Ispred”, che valuta le tre dimensioni cruciali
per una transizione energetica: decarbonizzazione, sicurezza
dell’approvvigionamento e prezzo dell’energia.
Tre
ambiti che, se mantenuti in equilibrio, dovrebbero appunto favorire il
passaggio da un’economia – quella attuale – centrata sull’utilizzo di
combustibili fossili a una a basse emissioni di carbonio.
L’Enea
definisce la decarbonizzazione come la progressiva riduzione delle emissioni di
anidride carbonica nei processi di consumo dell’energia.
La
sicurezza fa invece riferimento alla necessità che il sistema di
approvvigionamento garantisca la disponibilità di energia a prezzi accessibili,
indipendentemente da eventi che possono minacciare il flusso e i costi
energetici. Infine, la dimensione dei prezzi serve a monitorare i costi
dell’energia in Italia rispetto a quelli degli altri paesi europei, sia
rispetto alle imprese – in ottica di competitività – che, in misura minore,
alle famiglie.
Una
transizione energetica efficace e stabile infatti non può insomma prescindere
dal bilanciamento di tutti e tre questi aspetti.
L’importante è che la transizione energetica
sia inclusiva e non lasci indietro nessuno.
In particolare, la transizione energetica
globale non potrà infatti dirsi veramente compiuta senza risolvere il problema
della povertà energetica, ovvero la difficoltà di accesso ai beni energetici:
la “Iea” stima che circa 1,1 miliardi di
persone non abbiano ancora oggi accesso all’energia elettrica e che circa 2,8
miliardi – il 38% della popolazione mondiale e quasi il 50% della popolazione
dei paesi in via di sviluppo – non abbiano accesso a forme di “clean cooking”.
Non a
caso garantire alle popolazioni più povere del mondo l’accesso a fonti moderne
di energia è un tema di grande rilevanza, tanto che le Nazioni Unite lo hanno
inserito – assieme alla lotta al cambiamento climatico – tra i 17 obiettivi
dell’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile.
Vantaggi.
Come
abbiamo scritto fin dall’inizio di questo articolo, lo scopo numero uno della
transizione energetica è quello di preservare il nostro Pianeta dagli effetti
del cambiamento climatico che, in buona parte (circa i due terzi) è legato alle
emissioni frutto della produzione, trasporto e consumo di energia.
Senza
la transizione energetica, insomma, la limitazione del riscaldamento a circa
1,5°C o anche 2°C sarà irraggiungibile.
A 2°C
di riscaldamento globale, gli estremi di calore raggiungerebbero sempre più
spesso soglie di tolleranza critiche per l’agricoltura e la salute umana.
I vantaggi di una svolta green dell’energia
sarebbero immediatamente percepibili anche nel breve termine:
fonti rinnovabili, efficienza ed
’elettrificazione riducono l’inquinamento e migliorano la qualità dell’aria
(pensiamo solo alla mobilità elettrica).
Inoltre, la riconversione delle vecchie
centrali a carbone aiuta l’economia e crea nuovi posti di lavoro.
All’evoluzione delle tecnologie rinnovabili è
legata, per esempio, la nascita di nuove figure professionali, i cosiddetti
green jobs, mentre la dismissione delle vecchie centrali a fonti fossili può
essere accompagnata dalla riqualificazione di tecnici e personale operativo che
può essere reimpiegato in altri settori.
La transizione energetica può essere una leva
importante per la lotta alla povertà energetica e garantire un accesso
all’energia pulita, favorendo così un’importante opportunità di sviluppo per le
comunità locali.
Ultimo
ma non meno importante, soprattutto per quei Paesi come l’Italia che sono stati
storicamente caratterizzati da una profonda dipendenza dalle importazioni di
materie prime dall’estero, è la spinta all’indipendenza energetica:
il passaggio alle fonti rinnovabili permette
di affrancarsi da una eccessiva dipendenza e, nel medio lungo termine, di
ottenere prezzi dell’energia più stabili e meno cari.
(Gianluigi
Torchiani)
Perché
la Russia minaccia così tanto
di
fare una guerra nucleare.
Wired.it
– Justin Ling – (13-11-2022) – ci dice:
I toni
apocalittici, le minacce e le accuse infondate a Kiev fanno parte di una
strategia che nasce da lontano e si appoggia molto su tv di stato e Telegram.
In
Russia da mesi i media filo-governativi hanno toni bellicosi e suggeriscono che
il presidente Vladimir Putin prenda la clamorosa decisione di lanciare un
attacco nucleare contro l'Ucraina.
Attraverso
la tv di stato russa e i siti di social media, opinionisti e presentatori hanno
sostenuto che l'Europa potrebbe essere ridotta in cenere se dovesse continuare
a sostenere l'Ucraina (ma per gli esperti sarebbe difficile per Mosca nascondere
operazioni in merito, ndr).
A fine
ottobre il governo russo ha fatto sua questa retorica, conducendo esercitazioni
che hanno coinvolto armi nucleari e accusando Kiev di pianificare un attacco
false flag, magari con l'ausilio di una "bomba sporca".
"Le
nostre informazioni sulle potenziali provocazioni da parte dell'Ucraina che prevedono
l'uso di una bomba nucleare sono sufficientemente affidabili", ha
dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in una conferenza
stampa il 24 ottobre.
Il
ministro della Difesa Sergei Shoigu aveva girato queste informazioni ai leader
di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Turchia, stando ai resoconti dal governo
russo.
L'accusa
eclatante ha suscitato il timore che un attacco nucleare contro l'Ucraina fosse
imminente.
Anche
se negli ultimi giorni il governo russo si è adoperato per placare queste
preoccupazioni, la paura di un possibile attacco nucleare rimane alta.
Se la
Russia usasse un'arma nucleare in Ucraina, sarebbe il primo paese a sferrare a
questo tipo attacco da quando gli Stati Uniti bombardarono Hiroshima e Nagasaki
nel 1945.
Sarebbe
anche un regalo per gli opinionisti e gli influencer sempre più aggressivi che
hanno fatto gli straordinari per mantenere il sostegno alla guerra in patria.
Una
lunga stagione di propaganda.
Il
ricorso a questo tipo di linguaggio apocalittico da parte della tv di stato
russa non è inedito.
Né lo sono le accuse infondate secondo cui
l'Ucraina starebbe lavorando a una bomba sporca.
In realtà, secondo gli esperti, il linguaggio degli
organi di propaganda russi non è cambiato affatto.
La
propaganda nucleare ha lo scopo di "spaventare l'Occidente e
tranquillizzare il pubblico, distogliendolo dai fallimenti", spiega “Kateryna
Stepanenko”, analista che si occupa di Russia presso il think tank statunitense
“Institute for the study of war” e assidua osservatrice della tv russa.
"Per
la televisione russa è abbastanza normale ricorrere a minacce nucleari; è molto
comune per i media russi ricordare al pubblico nazionale che hanno armi
nucleari e che sono ancora uno stato potente", aggiunge “Stepanenko”.
Retorica
incendiaria.
La
retorica intorno a una fantomatica bomba sporca è comparsa sui canali Telegram
filo-russi prima ancora dell'inizio della guerra.
Un
account popolare con quasi 100mila follower ha caricato un video all'inizio di
febbraio che a suo dire mostrava un'organizzazione ucraina di estrema destra
intenta a costruire una bomba sporca.
L'account
avvertiva che sarebbe stata "usata contro le truppe russe in caso di
invasione".
Secondo
l'organizzazione ucraina di fact-checking “StopFake”, il video in lingua
ucraina è pieno di errori di ortografia e mostra comuni attrezzature
industriali. Tuttavia, la tesi ha continuato a essere un riferimento costante
per gli account Telegram pro-Cremlino, comparendo in centinaia di messaggi
negli ultimi otto mesi con centinaia di migliaia di visualizzazioni.
Alcuni
giorni prima che la Russia attraversasse il confine ucraino a febbraio, i
commenti del presidente ucraino Volodmyr Zelensky hanno contribuito a rilanciare le
accuse.
Zelensky ha chiamato in causa gli altri
firmatari del “Memorandum di Budapest del 1994” – Bielorussia, Kazakistan,
Russia, Stati Uniti e Regno Unito – che avevano concordato che i tre stati ex
sovietici avrebbero ceduto le loro armi nucleari alla Russia in cambio di
garanzie sulla loro sovranità.
Senza
un incontro per risolvere le questioni tra Russia e Ucraina, ha detto Zelensky,
l'Ucraina "avrà tutto il diritto di credere che il Memorandum di Budapest
non funzioni e che tutte le decisioni del 1994 siano in discussione".
I
canali telegrafici filorussi si sono accesi e hanno interpretato le
dichiarazioni di Zelensky come una dichiarazione di guerra nucleare.
"Zelensky
è appena impazzito", ha scritto a febbraio su Telegram “Alexander Kots”,
un giornalista filo-governativo russo considerato vicino allo sforzo bellico
russo che spesso ha lavorato al seguito dell'esercito russo.
"Una persona sana di mente […] non
minaccerebbe scherzosamente, e men che meno in modo serio, il mondo con una
bomba nucleare", ha detto Kots, ripetendo la tesi secondo cui Zelensky
sarebbe un accanito consumatore di droga.
Le minacce legate alla bomba sporca hanno
creato "una piattaforma ideologica e politica per lanciare un'operazione
militare", sottolinea una pagina Telegram associata ai separatisti russi
del Donbas.
Questa
retorica è stata amplificata dalla tv di stato russa.
Un
parlamentare, “Andrei Kartapolov”, ha affermato pubblicamente che l'invasione
era necessaria perché le forze russe potessero sequestrare gli impianti
nucleari ucraini e impedire a Zelensky "di costruire una bomba sporca".
Quando
la guerra di Putin è iniziata, lo spettro nucleare ha continuato a essere un
tema utile da propinare al pubblico russo.
All'inizio
di marzo,” Ria Novosti”, un'agenzia di stampa statale, ha citato un funzionario
governativo anonimo che sosteneva che l'Ucraina utilizzasse "la zona della
centrale nucleare di Chernobyl come sito per lo sviluppo di armi
nucleari".
Nuovi
picchi “narrativi”.
Con il
tempo le accuse si sono fatte elaborate:
i canali filo-governativi hanno iniziato a
insinuare che Kyiv non si sarebbe limitata a far esplodere una bomba sporca, ma
che disponeva di sistemi missilistici in grado di raggiungere il territorio
russo.
Questo spauracchio inventato è diventato
rapidamente un pretesto per invocare la minaccia di una guerra nucleare.
Sul
canale statale “Channel One”, un conduttore, davanti alla grafica del drone
nucleare sottomarino russo, ha promesso che l'Europa si sarebbe trasformata in
un "deserto radioattivo" se Mosca avesse deciso di colpire, decisione
che avrebbe potuto essere presa, ha aggiunto giorni dopo, se paese si fosse
sentito eccessivamente minacciato.
Questa retorica è diventata onnipresente con
l'avanzare della guerra.
Gli
intensi combattimenti intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più
grande d'Europa, hanno sollevato il timore che un proiettile d'artiglieria
vagante potesse portare alla diffusione di radiazioni nell'area circostante.
Dopo che le forze russe hanno conquistato la
centrale, Mosca ha accusato l'Ucraina di rischiare una fusione nucleare
continuando a combattere.
La tv
russa, nel frattempo, ha trasformato Zaporizhzhia in una linea rossa,
minacciando che se la centrale "viene danneggiata e si verifica un
disastro, due missili atterreranno istantaneamente nei vostri centri
decisionali – ha detto il commentatore Yuri Kot –.
Uno a
Washington e l'altro a Londra".
Per tutta l'estate e l'autunno, alcuni
opinionisti della tv di Stato russa hanno parlato della guerra nucleare come di
un'eventualità, sostenendo in un caso che mancassero "giorni o una
settimana" alla guerra nucleare.
Dall'inizio
della guerra, il governo russo ha accusato l'Ucraina di gestire strutture per
la produzione di armi biologiche finanziate dagli Stati Uniti, suggerendo che
Kyiv fosse pronta a diffondere un virus letale tra la popolazione russa.
La Russia ha ripetutamente presentato queste
tesi alle Nazioni Unite.
Secondo
“Stepanenko”, i picchi di questa narrazione si sono registrati dopo i successi
ucraini.
Ricordare
al pubblico la potenza della Russia è particolarmente importante in questo
momento, racconta “Stepanenko”, visto il numero di soldati – compresi quelli
arruolati con la recente "mobilitazione parziale" di Putin – che
"stanno tornando all'interno di bare".
E se da una parte ricevono gli argomenti di
discussione da trattare dal governo di Putin,i conduttori televisivi godono di
grande libertà per dare il proprio tocco drammatico.
Spaventare
l'Occidente è stato un obiettivo fin dall'inizio della guerra, ma finora si è
rivelato relativamente inefficace.
I
governi occidentali sono rimasti in gran parte uniti nella decisione di imporre
sanzioni senza precedenti alla Russia e hanno continuato a fornire sostanziosi
quantitativi di armi all'Ucraina.
Stanno
emergendo però anche voci fuori dal coro.
Silvio Berlusconi è considerato amico di Putin
e il governo di centro-sinistra tedesco ha rinunciato a impegnarsi per la causa
ucraina.
Ma è
negli Stati Uniti che è emerso il più forte scetticismo nei confronti
dell'armamento e del sostegno all'Ucraina:
sia l'ala più progressista dei Democratici che
la destra del Partito Repubblicano hanno criticato il sostegno del presidente
Joe Biden a Kyiv, spesso citando la minaccia di una guerra nucleare.
I
media russi hanno una controparte preferita negli Stati Uniti:
il celebre e controverso conduttore di Fox
News “Tucker Carlson”, che ha riproposto la teoria del complotto russa sui
laboratori di armi biologiche in diverse puntate del suo show.
Il suo
messaggio era così in linea con la narrazione del Cremlino che i media statali
russi sono stati incaricati di mandare in onda spezzoni del programma di
Carlson.
Il
ruolo dei mi blogger.
Molti
dei canali Telegram filo-governativi, come quello di Kots, sono gestiti da
corrispondenti di guerra o sono strettamente legati alle unità che combattono
in Ucraina. L'Istituto per lo studio della guerra ha deciso di ribattezzarli
"mi blogger".
Questi
account tendono a identificarsi con le fazioni ultranazionaliste di Mosca, in
particolare con il fondatore del “Gruppo Wagner” Yevgeny Prigozhin.
Stepanenko e i suoi colleghi hanno notato che
questi mi blogger hanno attaccato senza sosta il ministro della Difesa russo
Shoigu, suggerendo Prigozhin come sostituto.
Sebbene il regime di Putin tenda a non
tollerare il dissenso, il Cremlino tende a prestare particolare attenzione alle
critiche di questi mi blogger.
Più
recentemente, alcuni di questi mi blogger hanno iniziato ad apparire anche
sulla tv di Stato.
Una
delle ultime puntate di “The Big Game”, il programma di punta di “Channel One”,
si è aperta con un'intervista a “Semen Pegov” – noto anche come War Gonzo –
dall'esterno dell'ospedale in cui era in cura.
Pegov,
il cui canale Telegram vanta 1,3 milioni di iscritti, è stato ferito questo
mese dopo aver calpestato una mina.
Ha
detto ai presentatori che desiderava tornare in prima linea per "raccontare
le storie eroiche dei ragazzi che combattono".
Secondo
“Stepanenko”, sempre più spesso queste storie rappresentano cattive notizie per
Mosca:
"Vanno
alla televisione di stato dal fronte e dicono che sta cadendo".
In
alcuni casi, sembra che la strategia militare venga elaborata in risposta alle
critiche dei mi blogger:
gli
avvicendamenti al comando dei ranghi russi sembrano essere avvenuti dopo
un'intensa disamina su Telegram, per esempio. “Stepanenko” sottolinea che su
Telegram gli account filo-russi sono concordi nel pensare che la Russia
dovrebbe prendere di mira le infrastrutture energetiche ucraine.
Nelle
ultime settimane, prosegue “Stepanenko”, "Putin l'ha fatto".
"Ogni volta che criticano qualcuno di particolarmente importante, vediamo
una reazione da parte del governo russo o, almeno, del [Ministero della Difesa,
nda]".
L'aspetto
interessante è che gli sforzi di Mosca per placare questi mi blogger sembrano
essere sempre meno efficaci.
Gli
avvertimenti di Shoigu su una bomba sporca hanno suscitato solo pochi giorni di
entusiasmo sommesso su Telegram, prima che la conversazione si spostasse
altrove.
La frustrazione per la mobilitazione caotica e
per i continui problemi di equipaggiamento e di leadership in prima linea sta
montando.
"Quello
che vediamo è che il Ministero della Difesa russo non riesce a frenare la
narrazione, almeno online", spiega “Stepanenko”.
“Shoigu
"non riesce a convincerli".
Crollato
il tabù nucleare, minaccia
che
incombe sulla storia umana.
Vocoglobali.it
– (14 Novembre 2022) - Clara Geraci – ci dice:
Ha
appena iniziato a compiere i suoi primi passi la quarta generazione dell’Era
atomica.
Il tabù nucleare è crollato.
Il
conflitto d’Ucraina si combatte ormai a sciabolate atomiche tra i potenti della
Terra.
Per
tutti, tra un annuncio e la sua smentita, l’ipotesi nucleare è sul tavolo del
grande gioco geopolitico internazionale.
Giocano
tutti.
La
Federazione Russa e la Nato in prima linea, certo.
Ma
anche la Corea del Nord fa la sua mossa con i test missilistici a mostrare i
muscoli a Corea del Sud e USA di rimando.
E la
Cina fa il gioco del silenzio mentre ingrossa i suoi arsenali, sviluppa la
triade, e si prepara a rivendicare il ruolo da terzo polo nel sistema nucleare
mondiale.
Sono
passati tre quarti di secolo da quando “The Little Boy “e “The Fat Man”
cadevano su Hiroshima e Nagasaki e dichiaravano la capacità distruttiva totale
della specie umana:
all’ombra del fungo atomico restavano oltre
200 mila persone uccise, un incalcolabile numero di ereditieri degli effetti
termici e radioattivi per i mesi e gli anni a seguire, e un nuovo assetto
globale – che abbiamo imparato a chiamare Guerra Fredda – consacrato alla politica
della potenza per il tramite della corsa agli armamenti di distruzione di
massa, e all’affermazione della superiorità ideologica anche a costo della fine
della civiltà umana.
Era
l’ottobre del 1962 quando il “Sabato nero della Crisi dei missili di Cuba”
segnava nelle parole dello storico “Arthur Schlesinger” “il momento più
pericoloso nella storia dell’umanità “.
Ed erano trentasette anni fa quando, di fronte
agli studi che teorizzavano l’inverno e la fame nucleare quali matematiche
conseguenze di una guerra combattuta con le armi totali, Michail Gorbačëv e
Ronald Reagan imboccavano la strada per la riduzione degli arsenali atomici
(erano ormai oltre 70mila le testate a disposizione delle due superpotenze)
nella convinzione che “una guerra nucleare non può essere vinta, e dunque non
deve mai essere combattuta “.
Dobbiamo
soffrire una grave perdita di memoria collettiva se ancora circa 13 mila
ordigni nucleari sono in giro per il mondo (posseduti ancora per il 93% da
Russia e Stati Uniti, dislocati anche sul territorio italiano tra le basi aeree
di Aviano e Ghedi).
Se la minaccia atomica è ancora l’arma che
decide le crisi globali, e batte 100 secondi alla mezzanotte l’”Orologio
dell’Apocalisse del Bullettin of Atomic Scientists dell’Università di Chicago”
che da settantatré anni guarda allo stato degli affari mondiali e tiene il
tempo per il collasso dell’umanità.
“Ci
siamo trasformati da tempo in una specie potenzialmente suicida:
affidare ad armi di distruzione di massa come
le armi nucleari il mantenimento della pace – una pace fondata sul terrore
della distruzione reciproca garantita – è stata una scelta miope e in mala
fede.
E
imperdonabile dopo Hiroshima e Nagasaki“, dice a Voci Globali la direttrice del
Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace (CISP) dell’Università di Pisa, la
professoressa” Enza Pellecchia”.
“Gli
eventi di questi mesi, il progressivo indebolimento del tabù nucleare, il
passaggio dalla deterrenza alla minaccia d’uso delle armi nucleari dimostrano
quanto sia menzognera e fallace la narrativa della deterrenza, che oltre tutto
non contempla il rischio della guerra nucleare non intenzionale o delle
esplosioni per malfunzionamento o per errore“, ci spiega la giurista a capo
della Rete delle Università italiane per la Pace (RUniPace).
“Siamo
sull’orlo del baratro per responsabilità delle potenze nucleari e dei loro
alleati che non hanno voluto intraprendere un percorso serio di smantellamento
totale degli arsenali nucleari che l’ art. 6 del Trattato di non proliferazione
(TPN) indicava come naturale sviluppo“, sostiene.
“Missili
nucleari”, di “Daniel Foster”, licenza CC\Flickr.
Alla
domanda su quale sia il peso specifico del vento atomico che soffia ancora sul
mondo e sull’Europa, l’esperta risponde:
“la minaccia d’uso delle armi nucleari è un
modo di usare le armi nucleari, non a caso si tratta di una condotta vietata
dal Trattato per la messa al bando delle armi nucleari (TPWN).
Anche
se si trattasse solo di retorica politica, sarebbe ed è inaccettabile: vivere
sotto minaccia non è senza conseguenze – in termini di angoscia, paura,
condizionamento delle decisioni, impatto sull’autodeterminazione individuale e
collettiva – se guardiamo dal lato di chi subisce la minaccia.
E non
è solo retorica dal lato di chi formula la minaccia, perché formulare quella
minaccia significa essere disposti ad annichilire la vita di milioni di
persone, distruggere l’ambiente, lasciare in eredità alle generazioni
successive malformazioni, povertà e cambiamento climatico “.
Pellecchia
tiene a che sia chiaro:
inaccettabile
e intollerabile sono giudizi da riferire al paradigma della deterrenza in
quanto tale.
Non
riguarda solo Putin.
Non
riguarda solo le ultime settimane.
“Noi viviamo da secoli in una cultura
che dice ‘se vuoi la pace, prepara la guerra.
E possibilmente dotati di armi più numerose e
più potenti di quelle del tuo nemico’.
Non c’è deterrenza vera se la minaccia non è
così credibile da essere presa sul serio, e per essere credibili sostanzialmente
ci si dichiara pronti a coltivare l’opzione ‘distruzione totale del nemico’.
Dobbiamo
reagire come cittadini e cittadine dicendo con chiarezza NO ALLE ARMI
NUCLEARI“, ammonisce dichiarando il suo manifesto per un disarmo da costruire
sulla nuova prospettiva, forse l’unica e l’ultima possibile, del “se vuoi la
pace, prepara la pace“.
L’autrice
del volume “Per un mondo libero dalle armi nucleari” pone l’accento
sull’urgenza di azioni radicali individuali e di comunità perché si scongiuri
l’olocausto nucleare riportando il fuoco su quanto di fondamentale rischia di
perdersi di vista nel gran discutersi di bluff e di dottrine strategiche.
Che le
armi nucleari sono innanzitutto una questione umanitaria, e la minaccia
nucleare è una minaccia alla sicurezza umana.
Di
umanitario, nel caso per follia, avaria o errore una guerra nucleare dovesse
mai esplodere, non resterebbe nemmeno il soccorso.
Fosse
anche (soltanto) un conflitto localizzato.
È
chiaro per la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa Internazionale
che nessun sistema sanitario, nessun governo, nessuna organizzazione umanitaria
al mondo sarebbe in grado di rispondere ai bisogni di assistenza immediati e di
lungo termine che rimarrebbero sul terreno di uno scontro nucleare.
Ai sopravvissuti non resterebbe al mondo un
posto in cui nascondersi, per parafrasare il titolo del più recente rapporto
della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican).
Tanto
non basta per ribaltare la logica “aberrante ai principi di umanità e ai
dettami della coscienza pubblica” che regge il sistema nucleare, e considerare
piuttosto l’imperativo morale e umanitario della scelta non armata?
La
firma della professoressa della pace si legge anche a margine della lunga e
allarmante dichiarazione rilasciata lo scorso ottobre dal “Gruppo di lavoro per
la Sicurezza internazionale e il controllo degli armamenti” (SICA)
dell’Accademia dei Lincei.
Un
avvertimento sugli “scenari altamente inquietanti” sollevati da ” la sola
menzione del possibile impiego di armi nucleari tattiche“.
E un
appello non solo alla ripresa immediata dei negoziati sul disarmo nucleare, ma
anche a una forte presa di responsabilità nella comunicazione politica e
scientifica internazionale perché non si normalizzi la minaccia nucleare e si
evitino “pericolosi effetti di assuefazione dell’opinione pubblica“.
Il
professor “Roberto Antonelli”, presidente dell’”Accademia dei Lincei”, la più
antica accademia scientifica al mondo, chiarisce così a “Voci Globali” la
posizione della commissione di esperti:
“anche
solo il parlare con tanta frequenza e facilità di un possibile uso di armi
nucleari è segno della pericolosità della situazione, poiché induce a pensare
alle armi nucleari come a una delle tante forme di utilizzazione delle armi.
Non è così: con le armi atomiche si
realizzerebbe un salto radicale negli scontri tra potenze, al di là del quale
c’è il nulla“.
Mettendo
al centro l’auspicio perché dialogo, ragionevolezza e diritto prevalgano
“nell’interesse dell’umanità“, il filologo precisa:
“se si
utilizzassero armi nucleari, in qualunque forma, si tratterebbe effettivamente
dell’annientamento dell’intera specie umana.
È proprio questa sicura fine che viene
utilizzata come minaccia definitiva per risolvere a proprio vantaggio una
guerra in cui il Paese aggressore si trova in difficoltà:
una
forma di ricatto da tavolo da poker in una tragedia di dimensioni globali.
Ma la
detonazione di un’arma nucleare potrebbe innescare quasi automaticamente una
reazione a catena dopo la quale non vi sarebbe più nulla da salvare.
Non
confondiamo il tavolo da poker con la vita reale!“.
Insomma,
un’arma nucleare è un’arma nucleare.
Distruttiva, disumana, sempre sproporzionata e
indiscriminata, e per il lascito radioattivo alle generazioni a venire diversa
da qualsiasi altra arma.
Di umanità sotto scacco e di futuro del
sistema umano globale abbiamo parlato con “Daniele Santi”, presidente di “Senzatomica”,
partner italiano di Ican – Premio nobel per la pace nel 2017.
Gli
chiediamo quale impatto concreto avrebbe la detonazione di un ordigno atomico
sul mondo come lo conosciamo oggi.
Per
risponderci richiama il nostro sguardo su una fotografia degli “Hibakusha”, i
sopravvissuti ai bombardamenti atomici:
“Vediamo ancora le conseguenze delle
radiazioni nelle seconde, terze, addirittura quarte generazioni, che hanno
ereditato malattie genetiche che portano sofferenze inenarrabili“.
E poi
cita uno studio dell’Università di Princeton con la previsione di 90 milioni di
morti in meno di un’ora e conseguenze catastrofiche anche per le persone che
vivono dall’altra parte del globo nei giro di pochi mesi nell’ipotesi che una
guerra nucleare scoppi in Europa per l’escalation della guerra convenzionale
tra Stati Uniti e Russia.
Il
Plan A (che
gli scienziati della Princeton Science and Global Security non abbiano previsto
un Plan B basterebbe già a rendere l’idea di cosa sarebbe un ipotetico futuro
atomico) è il dipinto di un quadro apocalittico per il pianeta intero, avverte
Santi:
“A
livello climatico, la nube di polveri radioattive schermerebbe i raggi solari e
causerebbe un abbassamento delle temperature (l’inverno nucleare) tale da
rendere impossibile la crescita di piantagioni, l’allevamento e la pesca,
generando una carestia che influenzerebbe tutta la popolazione mondiale“.
“La
guerra nucleare: 45 minuti dal First use“, screenshot dal video PLAN A
pubblicato dalla Princeton Science and Global Security.
Il
presidente di “Senzatomica”, che insieme alla Rete italiana pace e disarmo
(RIPD) ha lanciato la mobilitazione “Italia, ripensaci” per sostenere la
ratifica del TPNW anche da parte del nostro Paese a significare il rifiuto che
il conflitto atomico rimanga una possibilità, ci racconta anche lui di una
minaccia lunga 75 anni e da sempre reale che deve essere “una questione urgente
per tutte le persone “.
E
chiosa:
“È
fondamentale che la comunità internazionale direzioni i suoi sforzi adottando
una visione che non si limita alla cessazione di atti ostili, ma che è
orientata a salvare vite. Questa potrebbe essere la base utile per individuare
un rimedio in grado di trasformare radicalmente la società. Come viene
sottolineato nell’Agenda sul disarmo delle Nazioni Unite, bisogna perseguire
tre tipi disarmo: il disarmo per salvare l’umanità, il disarmo che salva vite
umane, e il disarmo per le generazioni future.
Il
dibattito sulla sicurezza, in cui tanto peso viene attribuito alle questioni di
sovranità nazionale, deve prendere in considerazione fattori come l’ambiente,
lo sviluppo socioeconomico, l’economia globale, la sicurezza alimentare, la
salute, il benessere delle generazioni attuali e future, i diritti umani e la
parità di genere. Il dibattito sul disarmo nucleare deve essere basato sulla
consapevolezza che non si può raggiungere una vera sicurezza a meno che ognuno
di questi temi interconnessi non venga adeguatamente affrontato“.
Ad
offrire a “Voci Globali” una lettura delle dinamiche geopolitiche che muovono
la questione nucleare è il giornalista “Ugo Tramballi”, editorialista di affari
internazionali e autore del blog “SlowNews” di Sole24Ore, nonché membro dell”’Istituto
affari internazionali “(IAI).
“Sono
curioso di vedere a fine gennaio a quanti secondi dall’Armageddon si fermerà il
Doomsday Clock.
È una
misura relativa, ma molto efficace.
Insieme
al centro studi sul disarmo, fu creato – in qualche modo per redimersi – dagli stessi
scienziati che parteciparono al progetto Manhattan:
quello che costruì la bomba da 20 Kilotoni di
TNT scagliata su Hiroshima“, apre la nostra chiacchierata.
Mentre
si dice dubbioso su quanto siamo realmente vicini a una guerra nucleare
considerando che “Putin sa che se usasse l’atomica sull’Ucraina perderebbe
anche la necessaria amicizia della Cina“, Tramballi non manca di evidenziare
che “l’atomica non è solo retorica negoziale: è una potente arma della
politica. Nella geopolitica globale chi ha un programma militare conta di più
di chi non lo ha. Il mondo in cui viviamo continua a essere quello hobbesiano
del Leviatano“.
Il
Senior advisor dell’Istituto per gli affari di politica internazionale (ISPI)
fotografa per noi la complessità dell’armeria nucleare globale, per potenze e
modalità di lancio. L’ormai nota bomba tattica, di teatro o da campo di
battaglia: da uno a 50 Kilotoni buoni a distruggere da una brigata corazzata a
una zona abitata di circa due miglia quadrate. L’ordigno strategico che può
radere al suolo intere metropoli. E poi le armi non nucleari ipersoniche in
sperimentazione in molti Paesi, Cina e Russia in testa, egualmente devastanti
ma senza fallout (la ricaduta radioattiva).
E
decifra così il messaggio che arriva dal “club dei nove” – che include anche
Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan e Israele: “in sostanza, si sta
erodendo quel tabù che politicamente, psicologicamente e moralmente rendeva
impossibile l’uso dell’arma di distruzione di massa“.
Se si
parla di deterrenza, l’esperto incalza: “Non è un caso che per definire la
mutua distruzione garantita gli americani abbiano usato l’acronimo MAD, cioè
pazzo in inglese. Se io lancio le mie testate contro il mio nemico, prima di
essere distrutto quello lancerà le sue e mi distruggerà. In effetti per gran
parte della Guerra Fredda gli arsenali atomici, che arrivarono fino a 80 mila
testate, ebbero un paradossale ma importante effetto pacificatore. Tuttavia
allora c’erano solo due superpotenze: oggi il nucleare è più diffuso. Poi ci
sono anche le bombe tattiche che in teoria esulano dal terrore dell’Armageddon.
In realtà, se qualcuno le usasse, anche le meno potenti, aprirebbe
un’escalation difficile da fermare”.
E
sulla smilitarizzazione nucleare ci lascia un’ultima considerazione su cui
riflettere: “era più facile da raggiungere fra due superpotenze. Oggi gli
attori sono molti di più e con diverse preoccupazioni e ambizioni” – dice
riferendosi alla posizione di Pechino, lontana da sempre da ogni negoziato
sulla riduzione degli arsenali nucleari – “Appena Joe Biden è diventato
presidente ha rinnovato con Vladimir Putin il New Start Treaty sulle armi
strategiche, l’unico rimasto ancora in vigore nella nutrita schiera di accordi
di questi decenni. Era una buona notizia. Ma il trattato prevede che le parti
facciano reciproche ispezioni, diano le informazioni che la controparte
richiede. In sostanza che fra USA e Russia ci sia una mutua fiducia perché il
trattato funzioni. Pensa che nel mezzo del conflitto ucraino esista ancora un
po’ di quella fiducia? Io non credo“.
In
chiusura della nostra intervista la professoressa “Pellecchia” ci riporta al
1955 e alla scelta pacifista per l’umanità che il Manifesto Russell – Einstein
chiedeva a tutti i Governi del mondo.
“Non
parliamo, in questa occasione, come appartenenti a questa o a quella nazione,
continente o credo, bensì come esseri umani, membri del genere umano la cui
stessa sopravvivenza è ora in pericolo. Noi vi chiediamo, se vi riesce, di
mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto
membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui
scomparsa nessuno di noi può desiderare. Gli uomini sono tutti in pericolo, e
solo se tale pericolo viene compreso, vi è la speranza che, tutti insieme, lo
si possa scongiurare.
Dobbiamo
imparare a pensare in modo nuovo. […] La domanda che dobbiamo porci è: Quali
misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe
catastrofico per tutti? Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema
grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere
umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? […] Ci attende, se lo
vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e
saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di
dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri
esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto“.
Sessantacinque
anni dopo, con 2mila testate nucleari in massima allerta, quella chiamata alla
coscienza di un’appartenenza umana comune sta per scadere. Un minuto e 40
secondi alla mezzanotte. Risponderemo in tempo? Tic, tac.
Zelensky
avrebbe dovuto
rimanere
a casa.
Unz.com - PHILIP GIRALDI – (3 OTTOBRE 2023) –
ci dice:
La
visita per partecipare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite e incontrare
Biden si rivela un male.
La
maggior parte degli americani non capisce come funzionano le Nazioni Unite, o
non funzionano come potrebbe essere, preferendo pensarle come una sorta di
società di dibattito in cui le 193 nazioni membri che rappresentano la comunità
mondiale possono sfogarsi su questioni su cui raramente hanno il controllo.
Tuttavia,
nonostante il torrente di parole e la mancanza di un vero programma, è sempre
interessante guardare e ascoltare la riunione annuale dell'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite, che si tiene a New York nel mese di settembre.
L'incontro
di quest'anno è stato particolarmente interessante in quanto è stato completato
da una grande guerra che divampava nell'Europa orientale, nonché da turbolenze
politiche in Africa e crescenti tensioni con la Cina.
Presenta anche i brontolii provenienti da un
nuovo movimento economico globale emergente, i cosiddetti BRICS che si
sviluppano come campioni di una sfida valutaria mondiale multipolare al sistema
monetario e bancario internazionale dominato dal dollaro USA-Europa.
E con
l'unione economica, c'è anche un certo riallineamento politico, con la Cina che
rafforza i suoi legami con il mondo in via di sviluppo e la Russia che entra in
accordi di difesa con l'Iran.
Il
presidente Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin si incontreranno a
Pechino alla fine di questo mese per discutere di preoccupazioni comuni.
E, come al solito, il primo ministro
israeliano Benjamin Netanyahu si è presentato per sfogare la sua ostilità nei
confronti dell'Iran con richieste che il presunto "programma
nucleare" di quel paese sia affrontato militarmente e prima è, meglio è,
proprio come ha sostenuto negli ultimi vent'anni.
In
effetti, diversi retroscena che si sono verificati durante l'incontro di
quest'anno lo hanno reso più interessante del solito.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva
sperato di trasformare il raduno in una festa dell'odio anti-russo, ma sebbene
ci siano state molte lamentele sull'attacco di Mosca all'Ucraina proveniente
dagli Stati baltici e da altri, il terreno continua a spostarsi contro Zelensky
per le preoccupazioni che la guerra sia diventata un pozzo di denaro
invincibile che potrebbe facilmente degenerare in uno scambio nucleare.
Parlando
prima di una sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Zelensky
è stato ridotto a criticare duramente le stesse Nazioni Unite per non aver
impedito o risolto i conflitti prima di chiedere che Mosca fosse spogliata del
suo potere di veto sul Consiglio di sicurezza.
Zelensky,
con la voce che si alzava di rabbia, si lamentava di come "è impossibile
fermare la guerra perché tutte le azioni sono bloccate dall'aggressore".
Gli osservatori hanno notato immediatamente
che la denuncia di Zelensky non ha aiutato la sua causa.
Mentre
ci sono state richieste di riforme delle Nazioni Unite in passato, incluso il
potere di veto, l'esistenza del veto per un numero limitato di maggiori poteri
post-1945 era l'unica ragione per cui le Nazioni Unite potevano essere create
in primo luogo.
Zelensky
ha anche fatto un danno reale alla sua posizione quando ha detto che mentre i
rifugiati ucraini in Europa si sono "comportati bene... e sono grati"
a coloro che hanno dato loro rifugio, non sarebbe una "bella storia"
per l'Europa se una sconfitta ucraina "dovesse spingere il popolo in un
angolo".
Era abbastanza ragionevolmente visto dai
critici come niente di meno che una minaccia di possibili disordini che
producevano terrorismo interno, nonché una possibile insurrezione interna
incontrollabile da qualsiasi governo ucraino sopravvivesse alla sconfitta.
Tali
disordini potrebbero coinvolgere i milioni di rifugiati ucraini senza case e
posti di lavoro già esistenti in altre nazioni europee se Zelensky non riceve
tutto il sostegno che apparentemente crede gli sia dovuto.
Il
vero messaggio di Zelensky all'Assemblea Generale non è stato così incendiario
e impulsivo come le sue altre interazioni durante la sua visita, ma ha offerto
poco di nuovo.
Secondo quanto riferito, ha ricevuto un
"caloroso benvenuto" obbligatorio dai presenti, ma "ha
consegnato il suo discorso a una sala mezza piena, con molte delegazioni che si
sono rifiutate di apparire e ascoltare ciò che aveva da dire".
Ha
avvertito i presenti che "L'obiettivo dell'attuale guerra contro l'Ucraina
è trasformare la nostra terra, il nostro popolo, le nostre vite, le nostre
risorse in un'arma contro di voi, contro l'ordine internazionale basato sulle
regole.
Dobbiamo
fermarlo.
Dobbiamo
agire uniti per sconfiggere l'aggressore".
Zelensky
ha esagerato quando si è riferito alla Russia e ai russi come
"malvagi" e come "terroristi" e li ha accusati di compiere
un "genocidio" contro l'Ucraina.
Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha
risposto ai commenti fatti sia dal presidente Joe Biden che da Zelensky
ribaltando l'argomento e osservando che sono gli Stati Uniti e i loro
"burattini" della NATO che già "stanno conducendo guerra contro
di noi".
Le
frustrazioni di Zelensky si sono riversate a Washington il giorno seguente,
dove ha incontrato sia Biden che alcuni membri del Congresso e anche lasciato
fiori al National 9/11 Pentagon Memorial ad Arlington in Virginia.
Il suo
incontro alla Casa Bianca con il presidente è andato relativamente bene con
l'annuncio di un nuovo pacchetto di aiuti in cantiere che include
"significative capacità di difesa aerea" e, secondo un rapporto,
anche alcuni dei tanto ricercati sistemi missilistici a lungo raggio ATACMS.
Tuttavia,
con sua evidente delusione, Zelensky non ha ricevuto il benvenuto di un eroe
come ha ricevuto l'anno scorso.
Ha incontrato privatamente Kevin McCarthy,
speaker della Camera, e molti altri falchi del GOP che saranno determinanti
nell'approvare qualsiasi aiuto, così come i senatori Mitch McConnell e Chuck
Schumer che hanno promesso di essere "nel suo angolo".
McCarthy
chiese coraggiosamente di cosa avesse bisogno Zelensky per vincere la guerra e
fornire ai legislatori "una visione di un piano per la vittoria".
Tuttavia,
sembra che molti repubblicani conservatori e alcuni democratici progressisti
siano stufi della guerra e siano preoccupati per la mancanza di responsabilità
combinata con il livello fin troppo evidente di corruzione all'interno del
governo ucraino.
Ci
sono mosse da parte di alcuni nel GOP per separare i finanziamenti dell'Ucraina
da altri stanziamenti per la difesa, che richiedono un voto separato, e altre
proposte della Casa Bianca per garantire il denaro anche se il governo chiude.
Ci si chiede se qualcuno abbia avuto la grinta
di chiedere a Zelensky quante dimore possiede in Israele, Europa e Stati Uniti,
ma questo è esattamente il tipo di storia che viene sempre più scritta sul
comico ucraino diventato eroe di guerra, dimostrando che il pubblico e persino
i media si sono stancati della farsa.
Un
continuo flusso di cassa multimiliardario, visto da Joe Biden come necessario
per mantenere la guerra in corso fino alle elezioni del 2024 per rivendicare la
sua politica, è ancora probabile, ma non è più uno slam-dunk.
Altri
due resoconti dei media suggeriscono anche che l'insoddisfazione per Zelensky e
la guerra sta rompendo la narrativa accettabile autoimposta sulla guerra, che
Vladimir Putin è un aggressore senza alcuna vera provocazione da parte di Kiev,
un despota e il mostro umano.
Uno è
venuto sorprendentemente dal New York Times ed è apparentemente una fuga di
notizie dalla Casa Bianca o dal Pentagono il 6 giugno.esimo attacco
missilistico sul villaggio ucraino di Kostiantynivka che ha ucciso almeno 18
persone.
L'attacco
è stato rapidamente etichettato da Zelensky come un crimine di guerra compiuto
da "terroristi" russi, che è stato ripreso dai media statunitensi, ma
un'indagine, presumibilmente condotta dall'esercito e dall'intelligence statunitensi
utilizzando il satellite e altri metodi tecnici, ha ora determinato che il
missile è stato sparato dall'Ucraina.
Questo
è simile all'attacco missilistico che ha colpito la Polonia nel novembre 2022,
che è stato anche attribuito da Zelensky alla Russia, ma si è rivelato
provenire dall'Ucraina, entrambi gli incidenti riflettono quanto Zelensky sia
disposto a mentire e imbrogliare per ottenere un intervento della NATO e degli
Stati Uniti in una guerra su vasta scala con la Russia, che potrebbe facilmente
diventare nucleare.
L'altra
storia racconta come la Polonia non fornirà più armi all'Ucraina, in parte
perché ora sta costruendo le proprie difese e anche sui tentativi ucraini di
inondare il mercato agricolo polacco con grano a basso costo di bassa qualità
che non può vendere altrove.
Descrivere
l'azione polacca come deludente per Zelensky sarebbe un eufemismo, ma è
un'ulteriore indicazione che molti ex alleati ora vedono l'Ucraina come una
causa persa e guardano alla propria sicurezza nazionale e ai propri interessi
economici.
Entrambe
queste storie sono state, per inciso, pubblicate mentre Zelensky era negli
Stati Uniti con il cappello in mano, e bisogna considerare che la tempistica è
stata deliberata per danneggiare la credibilità del presidente ucraino in
coincidenza con la visita dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il
viaggio a Washington.
Il
viaggio di Zelensky in Nord America si è concluso a Ottawa, dove apparentemente
ha recuperato parte della sua spavalderia durante un discorso al governo e al
parlamento canadesi che ha provocato standing ovation.
O almeno così sembrava.
I
canadesi hanno prodotto un veterano ungherese di 98 anni della seconda guerra
mondiale di nome “Yaroslav Hunka” che aveva combattuto contro i russi ed era
emigrato in Canada dopo la fine della guerra.
Anche
lui è stato acclamato dai politici canadesi riuniti.
L'intenzione
era chiaramente quella di presentare la narrazione di un coraggioso ucraino che
ha combattuto valorosamente per liberare il suo paese dalla dominazione russa,
ma non ha funzionato in questo modo.
Per
combattere i russi era necessario essere nelle forze armate della Germania
nazista e si scoprì che “Hunka” aveva prestato servizio nella 14a divisione
granatieri delle Waffen-SS, nota anche come divisione della Galizia, un'unità
di volontari composta principalmente da ucraini etnici comandati da ufficiali
tedeschi che è stata giustamente o erroneamente accreditata con una serie di
atrocità in tempo di guerra contro i russi.
Polacchi
ed ebrei.
I soldati della divisione giurarono fedeltà
personale ad Adolf Hitler.
Il cattivo giudizio mostrato dal governo
canadese nel produrre “Hunka “senza indagare a fondo sulla sua storia ha
successivamente prodotto un enorme tumulto in Canada, con il capo del
parlamento che si è dimesso, il primo ministro Justin Trudeau in gravi problemi
politici e il governo polacco che ha chiesto che “Hunka” fosse estradato per un
processo per crimini di guerra.
C'è
stato qualche sospetto che Zelensky possa essere stato determinante
nell'organizzare la vicenda in attesa che avrebbe rafforzato il sostegno
canadese alla sua causa.
Invece,
ha compiuto il contrario e Zelensky è tornato a casa con poco o nulla di fatto.
Zelensky
deve anche affrontare in patria una guerra che sta decisamente perdendo e un
paese in rovina.
E Joe Biden ha chiarito nel suo discorso
rivolto all'Assemblea generale delle Nazioni Unite che i negoziati con la
Russia per porre fine ai combattimenti in Ucraina non sarebbero stati presi in
considerazione.
Joe ha
incluso un impegno a sostenere il conflitto fino a quando non sarà la Russia a
fare la resa:
"Gli
Stati Uniti, insieme ai nostri alleati e partner in tutto il mondo,
continueranno a stare con il coraggioso popolo dell'Ucraina mentre difendono la
loro sovranità, integrità territoriale e la loro libertà ... Solo la Russia è
responsabile della guerra.
Solo
la Russia ha il potere di porre immediatamente fine a questa guerra.
Ed è solo la Russia che ostacola la pace,
perché il prezzo della Russia per la pace è la capitolazione dell'Ucraina, il
territorio dell'Ucraina e i figli dell'Ucraina".
In
breve, il discorso è stato molto simile a Joe Biden e alla banda di furfanti e
furfanti che ha raccolto intorno a sé alla Casa Bianca, carichi di bellicosità
ma a corto di qualsiasi seria pianificazione o strategia per rendere il mondo e
questo paese un posto migliore.
Joe
vorrebbe vedere la guerra continuare a portare la sua fine finale molto più vicino
alle elezioni americane, dove spera di identificarsi come un leader forte e un
"vincitore" che affronta i nemici dell'America.
Buona
fortuna Joe.
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è direttore esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa deducibile dalle tasse 501c)
L'omicidio
interrazziale sta raggiungendo
livelli
record, ma i tribunali
continuano
a non condannare.
Unz.com - ERIC STRIKER – (27 SETTEMBRE 2023)
– ci dice:
Gli
Stati Uniti sono la nazione più pericolosa tra gli stati industrializzati e
sempre più pericolosa di gran parte del mondo in via di sviluppo.
Mentre
il crimine violento aumenta, il nostro sistema di giustizia penale si è
rivelato incapace e non disposto a rispondere.
Quest'anno
è stato annunciato che il tasso nazionale di autorizzazione per omicidi, che
tiene traccia degli arresti di sospetti ma non necessariamente delle condanne,
è sceso al di sotto del 50%, il più basso della storia.
Questa
cifra rappresenta un notevole fallimento a livello di sistema, specialmente
quando si prendono in considerazione i salti nella scienza forense e nelle
tecniche investigative.
Quando
confrontiamo gli Stati Uniti con nazioni che soffrono di un problema razziale e
criminale simile, come il Regno Unito, scopriamo che solo il 20% degli
assassini sfugge alla responsabilità.
Nel
resto dell'Europa occidentale, il tasso di liquidazione raramente scende al di
sotto dell'80%, mentre nazioni relativamente omogenee come la Finlandia
arrestano un sospetto di omicidio in quasi il 100% dei casi.
È
risaputo che un numero sproporzionato di omicidi in America equivale a neri che
uccidono neri, ma negli ultimi anni si è visto anche un drammatico aumento
degli omicidi interrazziali.
Secondo
i dati monitorati dal “National Incident-Based Reporting System” (NIBRS), gli
omicidi nero su bianco sono passati da un totale di 2299 nel 2019 a 2914 nel
2021, un salto di oltre il 20%. La tempistica non è una coincidenza, il tasso
di omicidi interrazziali è immediatamente aumentato nel 2020 in seguito
all'attuazione delle riforme della polizia e delle carceri dopo le rivolte di
George Floyd, così come la dedizione dei media a demonizzare apertamente i
bianchi.
Gli
ultimi dati NIBRS non sono un prodotto di progressione naturale. I numeri del
2020 e del 2021 non hanno equivalenti moderni.
Nel
1995, l'ultima volta che gli omicidi interrazziali hanno superato il tasso
attuale, 3072 bianchi sono stati uccisi dai neri.
Sebbene
questa cifra superi solo leggermente l'attuale tasso di omicidi interrazziali,
i media hanno coperto il crimine in modo molto più aggressivo 26 anni fa, il
che è parte del motivo per cui promuovere la legge e l'ordine era un consenso
politico.
Dopo
l'approvazione del “Violent Crime Control and Law Enforcement Act del 1994”,
contro cui sia i democratici che i repubblicani oggi si scagliano come
razzisti, gli omicidi interrazziali sono andati in caduta libera, scendendo di
un terzo tra il 1994 e il 1999.
Alla
fine, tecniche di lotta al crimine relativamente efficaci che ora sono state
completamente invertite sono culminate in tassi storicamente bassi di omicidi
interrazziali.
Questi
numeri si sono mantenuti costantemente negli anni 2000 e 2010, raggiungendo
minimi che non si vedevano dal 1960.
Ciò
che è sorprendente di questo ritorno ai tassi di criminalità degli anni 1980 e dei primi
anni 1990 è che i bianchi sono significativamente più segregati dai neri oggi
rispetto a 35 anni fa, il che significa che si verificano più omicidi
nonostante meno opportunità.
La
razzializzazione e la politicizzazione del nostro sistema di giustizia penale,
che ha infettato avvocati, giurie, giudici e non solo, sta anche lottando per
punire le persone non bianche accusate di uccidere i bianchi, indipendentemente
dalle prove e dalle circostanze.
Mentre
attualmente non esistono dati su questo argomento, gli aneddoti si stanno
accumulando.
Il
rifiuto di una giuria di Akron di condannare due uomini neri per omicidio
colposo dopo aver brutalmente calpestato a morte un giovane bianco,” Ethan
Liming”, per una disputa con armi ad acqua è circolato sui social media in
misura limitata, ma questa è solo la punta dell'iceberg.
È noto
che gli omicidi neri su neri hanno maggiori probabilità di finire in processi
sbagliati, spesso a causa del fatto che sono legati alle bande e ai codici
urbani del silenzio, ma una rapida ricerca delle notizie locali degli ultimi
tre mesi rivela che da qualche parte circa un quarto delle storie a livello
nazionale riguardanti i pubblici ministeri che lottano per condannare un
imputato di omicidio hanno un aggressore non bianco e una vittima bianca,
Nonostante tali crimini le dinamiche siano molto meno comuni degli omicidi
intrarazziali.
Non
sembra esserci un meccanismo specifico che possiamo indicare come responsabile
della forzatura di tali risultati, ma un modello sistematico è evidente.
C'è
uno spettro di assurdità:
un
giudice concederà un processo errato basato su un argomento difensivo ridicolo,
un pubblico ministero commetterà errori non forzati e idioti, o un giurato di
minoranza o di sinistra si impegnerà nell'annullamento o permetterà solo al
crimine di livello più basso di rimanere, a volte dichiarando apertamente che
si rifiutano di mandare in prigione un uomo nero, non importa quale.
Questo
è accaduto in un'aula di tribunale di Baltimora lo scorso luglio nel caso di un
adolescente nero che ha sparato e ucciso un uomo bianco con una pistola
illegale.
Alla
giuria di Baltimora è stato mostrato l'intero incidente, dove le riprese video
hanno catturato il sospetto sparare alla vittima più volte alla schiena.
Tuttavia, i giurati neri si rifiutarono di
arrivare a un verdetto fino a quando non furono costretti quando il giudice
emise un'accusa di Allen.
Hanno
trasmesso le opzioni raccomandate di omicidio di primo o secondo grado e hanno
optato per trovare l'aggressore colpevole dell'accusa minima, che era omicidio
volontario.
In
un'altra debacle estiva, la 28enne nera “Shayla Baylor” è stata rilasciata
dalla custodia dopo due processi sbagliati.
Nel 2021, Baylor ha pugnalato a morte un uomo
bianco di 62 anni di nome Greg McKnight durante una lite nel parcheggio di un
supermercato di Oakland, in California.
McKnight,
che era costretto su una sedia a rotelle, non poteva uscire dalla sua auto dopo
che Baylor aveva parcheggiato illegalmente accanto a lui in un parcheggio per
disabili, che lo aveva inscatolato nella sua auto.
La
difesa di Baylor si basava sul fatto che McKnight l'aveva chiamata
"negra" durante la discussione prima dell'incidente, che gli amici di
McKnight hanno detto che era impossibile a causa del fatto che era un attivista
di sinistra per tutta la vita.
Tuttavia, la giuria di Oakland ha rifiutato di
condannarla due volte, costringendo i pubblici ministeri a perorare la sua
causa e rilasciarla nella società con il tempo scontato.
In un
altro processo sbagliato di luglio, un uomo portoricano di 25 anni nel
Massachusetts di nome “Emanuel Lopes” è stato in grado di vincere un processo
sbagliato dopo aver ucciso due bianchi, il sergente della polizia di Weymouth
Michael Chesna e un anziano passante, Vera Adams.
La
difesa di Lopes ha sostenuto che stava attraversando un esaurimento mentale e
quindi non era responsabile.
L'intera
giuria di Worcester votò per condannarlo, ma una persona, descritta solo come
una "giovane donna", resistette.
I
giurati hanno detto alla stampa che si è rifiutata di guardare qualsiasi prova
e ha ostinatamente mantenuto la sua posizione senza spiegazioni.
Piuttosto
che forzare un verdetto attraverso un'accusa di Allen, il giudice Beverly
Cannone ha concesso un processo errato nel processo per duplice omicidio.
Questo
tipo di fallimento sistematico non è affatto relegato ai tribunali statali blu.
Lo scorso maggio, un giudice di Huntsville, in Alabama, ha concesso un processo
errato nel caso di omicidio di X'Zavier Kamontae Scott dopo che la
testimonianza relativa agli abusi sulla sua ragazza è uscita in tribunale.
Spesso
i giudici che sovrintendono a un processo penale serio diranno semplicemente ai
giurati di ignorare tali errori, ma in questo caso, il giudice è stato
descritto come svanire nelle sue camere per "pensarci" prima di
decidere di terminare il processo su questo tecnicismo.
Nel
2018, Scott e la sua ragazza, “Domanek Jackson”, si sono avvicinati casualmente
a una donna bianca, “Tiffany Kelley”, dicendo che stavano soffrendo di
un'emergenza e avevano bisogno di un passaggio.
La donna, moglie e madre, ha accettato di
aiutarli.
Una volta all'interno del veicolo di Kelley,
Scott e Jackson l'hanno ripetutamente pugnalata al collo e le hanno rubato
l'auto.
Anche
se il caso di Scott sarà riprocessato il mese prossimo, una giuria separata nel
2022 ha trovato la sua complice innocente di omicidio e ha deciso di lasciarla
andare con una semplice accusa di rapina.
Forse
il processo più assurdo in questa lista è il caso del criminale ripetuto di
razza mista, Juan Garibaldo a Toledo, Ohio.
Garibaldo
è accusato di aver ucciso la sua fidanzata bianca, “Sarah Schulte”, nel 2022.
Durante
il procedimento giudiziario dello scorso luglio, la testimonianza di uno degli
amici di Schulte che accusava Garibaldo di aver ucciso il cucciolo della
vittima prima dell'incidente è stata, senza sollecitazione dell'accusa,
erroneamente inclusa nel verbale.
L'avvocato
di Garibaldo, il cui cliente è stato precedentemente condannato per aver
picchiato brutalmente altre donne bianche con cui aveva rapporti e una miriade
di altri crimini, ha sostenuto in una mozione nichilista per il processo errato
che la giuria era ingiustamente prevenuta contro il carattere dell'imputato
perché "ogni giurato ama i cuccioli, e nessun giurato mancherebbe di
condannare qualsiasi persona che ucciderebbe un cucciolo".
Il
giudice della contea di Lucas che supervisiona il caso ha sbalordito sia il
pubblico ministero che la famiglia della vittima accogliendo la stupida
richiesta della difesa e prendendo la straordinaria misura di porre fine al
processo su una singola frase su Garibaldo che potrebbe aver ferito un animale.
L'annullamento
della giuria come strumento di vendetta razziale contro i bianchi non è un'idea
che viene dalla strada, ma una vera e propria strategia politica approvata e
promossa da intellettuali neri tradizionali come il professore di legge di
Georgetown “Paul Butler”.
Butler,
che è spesso descritto come collaboratore ospite nei media neri e liberali, ha
chiesto per decenni ai neri di annullare le giurie quando decidono il destino
degli imputati neri come strategia per costruire il potere nero.
Promuovere
l'annullamento della giuria è in una zona grigia legale, e promuovere la teoria
direttamente ai giurati – un tipo di attivismo libertario che è caduto in
disgrazia – ha portato in passato ad accuse di ostruzione criminale.
Come minimo, ci sono questioni etiche che le
scuole di legge come Georgetown dovrebbero affrontare quando promuovono un
teorico legale che usa i media nazionali per dire ai neri che non dovrebbero
mai trovare criminali neri colpevoli al fine di punire collettivamente i
bianchi.
Ciò
che è forse più sorprendente è che, mentre Butler ha promosso queste idee dai
margini dal 1990, ora è considerato un'autorità mainstream presente sui canali
di notizie via cavo come MSNBC per promuovere le sue teorie.
Il
sistema di giustizia penale americano è grottesco e imprevedibile, un abominio.
Non sembrano esserci regole o principi applicati in modo cieco e coerente, se
sei bianco – che tu sia un imputato o una vittima – avrai sempre la bilancia
della giustizia contro di te.
Vincono
i repubblicani,
perdono
Biden e l'Ucraina.
Globalresearch.ca – (02 ottobre 2023) -
Karsten Riise – ci dice:
Letteralmente
negli ultimi minuti prima di mezzanotte, in una sorprendente svolta degli
eventi, il Congresso degli Stati Uniti ha votato per un cosiddetto stop-gap o
Continuing Resolution (CR) per continuare temporaneamente a finanziare il
governo degli Stati Uniti fino al 17 novembre 2023.
Molti
repubblicani e i loro media Breitbart sono felici, perché la misura stop-gap è
una grande vittoria per i repubblicani.
Alcuni
senatori repubblicani individualisti che vogliono ancora fermare
l'irresponsabile spesa eccessiva da parte del governo degli Stati Uniti, hanno
preso in considerazione l'idea di ritardare la mozione tampone al Senato, ma alla fine hanno deciso di
lasciarla passare perché riconoscono che è una grande vittoria per i
repubblicani.
I
senatori Mike Lee (R-Utah) e Rand Paul (R-Kentucky) avevano pianificato di
impiegare tattiche di ritardo parlamentare su un voto CR [Risoluzione continua,
la misura tampone], ma in un segno di quanto sia grande la vittoria del disegno
di legge del presidente della Camera repubblicana Kevin McCarthy per i
conservatori, il duo ha indicato che consentirà una rapida considerazione del disegno
di legge al Senato.
McCarthy
e i conservatori meritano di festeggiare oggi.
Ma la
battaglia per maggiori finanziamenti per l'Ucraina riprenderà presto se il
disegno di legge passerà al Senato questo fine settimana come previsto.
La
cosa più importante del disegno di legge dell'ultimo minuto è che 6 miliardi di
dollari in aiuti per l'Ucraina sono stati finanziati dagli Stati Uniti fino al
17 novembre 2023.
Dopotutto, quando sono costretti a scegliere, anche i
democratici preferiscono la spesa per la popolazione interna e per gli Stati
Uniti rispetto alla spesa per l'Ucraina, un paese lontano.
In un
inchino alla vasta e crescente resistenza repubblicana al finanziamento dello
sforzo bellico di Kiev, il disegno di legge di McCarthy non includeva alcun
denaro per questo nella sua patch di spesa temporanea.
I
democratici sapevano che se si fossero opposti al disegno di legge, i repubblicani
avrebbero affermato che si preoccupavano più di inviare denaro all'Ucraina che
di finanziare il governo americano.
Per
buone ragioni, la Russia è felice e l'Ucraina è nervosa.
Per
mantenere un po' alto l'umore a Kiev, l'Ucraina cerca di ricordare a sé stessa
che "gli aiuti già annunciati" per l'Ucraina continueranno.
Con i
finanziamenti per l'Ucraina fermati per il momento, il presidente Joe Biden e i
democratici sperano di ottenere una legge di spesa separata per l'Ucraina.
Ma una legge di spesa separata per l'Ucraina
potrebbe facilmente essere sostanzialmente ritardata, causando danni
significativi al regime fallimentare di Kiev.
E anche con una legge di spesa separata per l'Ucraina,
i soldi per l'Ucraina potrebbero essere ridotti dai 6 miliardi di dollari di
cui l'Ucraina ha bisogno solo a breve termine.
Zelensky
affronta un momento difficile a Washington D.C.
Nei
negoziati politici al Congresso, per qualsiasi denaro i democratici vogliano
andare in Ucraina, i repubblicani chiederanno – e otterranno – qualcosa
all'interno degli Stati Uniti in cambio.
Come risponderanno i democratici se i
repubblicani diranno: "Ok, ottieni $ 2 miliardi (non $ 6 miliardi) per
l'Ucraina, ma in cambio di mantenere bassa la spesa complessiva, vogliamo un
taglio in uno dei tuoi programmi di spesa preferiti di $ 4 miliardi?"
Non
c'è bisogno di indovinare: in una situazione del genere, i democratici daranno
la priorità ai bisogni degli americani.
Dopo
tutto, solo gli americani pagano le tasse statunitensi e votano alle elezioni
statunitensi, non gli ucraini.
Questa
è una sconfitta enorme e umiliante non solo per l'Ucraina, ma anche
personalmente per il presidente ucraino Zelensky.
Nella
precedente visita di Zelensky al Congresso degli Stati Uniti, è stato ricevuto
come un eroe e ha ricevuto standing ovation dalla legislatura. Ora è finita.
Nell'ultima
visita di Zelensky al Congresso, pochi giorni fa, è arrivato con una fallita
"controffensiva".
L'accoglienza di Zelensky al Congresso è stata
piuttosto fredda e non gli è stato nemmeno permesso di parlare a tutto il
corpo.
E ora
abbiamo il risultato: quando si tratta di fare scelte reali, il Congresso non dà
più priorità all'invio di più denaro in Ucraina.
Questo
è il bacio della morte sia per l'Ucraina che per Zelensky personalmente.
Dopo
qualche altra contrattazione nel bazar chiamato Congresso, potremmo vedere
alcuni nuovi round di finanziamenti per l'Ucraina, ma il rubinetto dei grandi
fondi per l'Ucraina viene spento.
L'Ucraina è al verde.
Poiché
l'UE fornisce solo fondi limitati per l'Ucraina, il paese è completamente
dipendente da infiniti miliardi che fluiscono continuamente dagli Stati Uniti.
Qualsiasi
riduzione dai 6 miliardi di dollari necessari potrebbe avere conseguenze
devastanti per la capacità dell'Ucraina di continuare a funzionare.
C'è
ancora una reale possibilità che il governo degli Stati Uniti venga chiuso
senza finanziamenti dopo il 17 novembre 2023, quando scadrà la misura tampone.
Prima
di tutto, McCarthy potrebbe essere estromesso la prossima settimana dai
repubblicani individualisti della Camera.
McCarthy
è stato eletto presidente della Camera solo dopo infiniti tentativi falliti di
colmare le differenze politiche tra i repubblicani.
Se
McCarthy viene estromesso è molto dubbio che l'Assemblea sarà in grado di
concordare un nuovo oratore per molto tempo.
E se McCarthy viene estromesso dall'assenza di
un presidente della Camera metterà in pericolo le prospettive di qualsiasi
nuova legge di finanziamento per il governo degli Stati Uniti dopo che il
disegno di legge tampone scade il 17 novembre 2023.
In secondo luogo, rimane incerto se
repubblicani e democratici possano mettersi d'accordo su qualsiasi budget per
il prossimo anno fiscale.
Il
risultato del dramma che circonda la legge stop-gap promulgata ieri (30
settembre) è una devastante sconfitta inflitta al presidente Biden dai
repubblicani della Camera:
L'esclusione
dei finanziamenti per l'Ucraina è una perdita livida per il presidente che ha
fatto del sostegno a Kiev una priorità durante tutto il suo mandato.
Contrariamente
a quanto dichiarato infondatamente dal presidente Biden, il presidente della
Camera McCarthy non ha rilasciato alcuna garanzia per presentare una legge di
finanziamento separata per l'Ucraina nei prossimi giorni o settimane.
E con le mosse dei repubblicani individualisti
alla Camera per estromettere McCarthy dalla presidenza, qualsiasi disegno di
legge separato portato avanti da McCarthy nei prossimi tempi per finanziare
l'Ucraina con i 6 miliardi di dollari che è stato appena tolto, sembra a dir
poco incerto.
L'organo
di stampa democratico "The Hill" dichiara che l'individualista
repubblicano della Camera” Matt Gaetz” è un "perdente" – ma questo è
completamente sbagliato.
Il
rappresentante della Camera Matt Gaetz è il grande vincitore, anche se è
arrabbiato per non aver ottenuto una vittoria ancora più grande chiudendo il
governo di Biden.
Anche se il repubblicano Gaetz (R-Fla.) non ha
fermato i finanziamenti al governo, con l'esclusione dei finanziamenti per
l'Ucraina, ha ottenuto una grande impronta digitale sul risultato – e con ciò i repubblicani hanno
inferto un duro colpo al presidente Biden e al partito della guerra
democratico.
Anche
in Europa, il sostegno a Zelensky e all'Ucraina si sta sgretolando. In
Germania, sia la politica di sinistra “Sarah Waagenknecht” che il partito di
destra “Alternativa per la Germania” hanno ricevuto un enorme sostegno dagli
elettori per le loro critiche alla politica tedesca nei confronti dell'Ucraina.
Anche
se i repubblicani della Camera negli Stati Uniti questo fine settimana hanno
tagliato gli aiuti per l'Ucraina, in Europa, la Slovacchia ha ottenuto un nuovo
governo filo-russo che taglierà anche gli aiuti per l'Ucraina.
È
stato davvero un brutto fine settimana per il presidente Biden e l'Ucraina.
(Karsten
Riise è un Master of Science (Econ) presso la Copenhagen Business School)
QUANDO
NASCERÀ UN NUOVO
INTERNET,
FINIRÀ L’IMPERO AMERICANO
Comedonchiosciotte.org
- Eric Zuesse - southfront.press - (02
Ottobre 2023) - ci dice:
In
questo articolo verranno spiegati molti misteri riguardanti l’opinione
pubblica, tra cui (ma non solo) questo concetto molto importante: mentre la
Russia è ampiamente condannata per aver invaso un Paese confinante, l’Ucraina,
un Paese che ha una chiara importanza per la sicurezza nazionale russa (in
quanto potenziale base di sosta per i missili statunitensi da posizionare lì a
soli 300 chilometri dal Cremlino – evitando che si metta fuori gioco il comando
centrale russo troppo velocemente perché il presidente possa avere il tempo
sufficiente per autorizzare una rappresaglia), e viene severamente sanzionata
dagli Stati Uniti e dai Paesi alleati e dai loro media, per averlo fatto (per
aver fatto ciò che la Russia aveva bisogno di fare).
E dai
Paesi alleati e dai loro media, per averlo fatto (per aver fatto ciò che la
Russia aveva bisogno di fare).
L’America
e alcuni dei suoi alleati non sono stati condannati e sanzionati da nessun
Paese per aver invaso il 20 marzo 2003 un Paese lontano, l’Iraq, che (in netto
contrasto con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio
2022) non aveva alcuna importanza per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti
o dei Paesi alleati (solo le bugie sulle “armi di distruzione di massa di
Saddam”, ecc. avevano affermato il contrario). La Russia non ha analogamente
‘giustificato’ con le menzogne la sua invasione dell’Ucraina.
L’America
e i suoi alleati invasori non sono stati sanzionati nemmeno dopo che la loro
invasione dell’Iraq è diventata ampiamente nota per essere stata basata su
scuse di sicurezza nazionale completamente fraudolente da parte degli Stati
Uniti e degli alleati (come il fatto che all’Iraq mancavano solo sei mesi per
avere una bomba nucleare).
Questa
evidente, e del tutto ingiustificabile, disuguaglianza nell’opinione pubblica
di tutto il mondo (che è stata pesantemente propagandata contro la Russia per
aver fatto ciò che la NATO l’aveva di fatto costretta a fare), viene ignorata
dai media, ma richiede una spiegazione, soprattutto perché gli stessi media
censurano l’argomento stesso di questa disuguaglianza, e fingono che non esista
– che l’opinione pubblica non sia stata da loro ingannata in questa paura della
Russia (come è stato esemplificato dalla Svezia e dalla Finlandia che hanno
cercato di entrare nella NATO).
La
democrazia all’interno delle nazioni e il raggiungimento della pace tra le
nazioni sono impossibili se questo argomento – la censura stessa – non viene
discussa apertamente e onestamente.
Dato
che questa censura è quasi universalmente oscurata, il presente articolo
presenterà al lettore l’accesso immediato agli elementi chiave delle sue prove
(tramite link alla documentazione relativa a qualsiasi affermazione
ragionevolmente discutibile qui riportata), in modo che egli possa giudicarle
da solo.
Questo
è il mistero; l’iniquità è il mistero; ed ecco la sua spiegazione.
INTRODUZIONE.
Come
verrà dimostrato in questa sede, il Governo degli Stati Uniti controlla il Web;
e
questo significa che controlla indirettamente anche i media (come verrà
documentato in questa sede, attraverso le prove che verranno linkate).
Queste prove chiariranno la portata e i mezzi con cui
il Governo degli Stati Uniti, attraverso la censura, controlla efficacemente
l’opinione pubblica in tutte le nazioni alleate (o vassalle) degli Stati Uniti,
ma anche in gran parte del mondo al di fuori degli Stati Uniti e delle sue
nazioni vassalle (o colonie, come tutte le nazioni della NATO).
La
censura è uno strumento essenziale di qualsiasi dittatura ed è un pericolo
mortale per qualsiasi democrazia, perché la censura consente ai proprietari che
controllano i media – e al Governo che questi proprietari controllano anche
attraverso le loro massicce donazioni per le campagne politiche – di
controllare l’opinione pubblica, e quindi di plasmare i risultati delle
votazioni, producendo così ‘democrazia’ invece di democrazia.
Tale
controllo monopolistico delle informazioni rivolte al grande pubblico, da parte
dei miliardari, produce il risultato che ogni candidato ad alte cariche statali
deve scegliere di servire alcuni miliardari, altrimenti perderà le ‘elezioni’
(‘selezione’ da parte dei miliardari, e poi elezione da parte degli elettori
tra i candidati preselezionati e approvati dai miliardari).
Questa
è aristocrazia (un dollaro-un voto), invece di democrazia (una persona-un
voto).
Il
Governo degli Stati Uniti (i miliardari americani e i loro milioni di agenti
assunti) ha attualmente il controllo monopolistico del web (il world-wide web, la parte di
Internet disponibile al pubblico che comprende anche le pagine private, quelle
che non possono essere visualizzate dal pubblico).
Soprattutto
per quanto riguarda le notizie internazionali, la maggior parte delle persone
riceve le notizie principalmente dal Web;
quindi, la censura del Web è particolarmente
importante per convincere il pubblico a sostenere le politiche internazionali
del Governo (dei suoi miliardari) (come l’invasione dell’Iraq e della Libia,
l’attacco alla Russia e l’armamento dell’Ucraina e di Taiwan).
Inoltre,
Google detiene un monopolio virtuale sulla navigazione o la ricerca sul Web ed
è stato creato congiuntamente dalla CIA e dal Dipartimento della Difesa degli
Stati Uniti;
quindi,
non solo
il Governo degli Stati Uniti (i miliardari americani) controlla direttamente il
Web, ma controlla indirettamente i risultati di quasi tutte le ricerche sul Web
(e i pochi
concorrenti di Google sono ancora meno bravi di Google, e per di più non stanno
facendo nulla per fornire nei loro risultati le pagine Web che gli algoritmi di
ricerca di Google escludono in modo particolare dai loro risultati).
Chiunque
ritenga incredibile che Google manipoli i risultati elettorali degli Stati
Uniti, dovrebbe vedere il video esplicativo del 18 settembre 2023 “How Google Shifted 6 MILLION Votes To
Joe Biden! w/ Dr. Robert Epstein” – anche qui -, in cui questo prestigiosissimo
ricercatore-psicologo istruito ad Harvard, che aveva votato per Biden contro
Trump, riferisce le sue scoperte impeccabilmente studiate, che hanno scioccato
lui stesso e che hanno fatto prevedere che probabilmente ci sarà un attacco
pagato da Google contro di lui per fermare la sua ricerca.
La
portata della censura del Governo degli Stati Uniti sarà documentata nei
seguenti casi:
le azioni specifiche di censura da parte del Governo
degli Stati Uniti e dei suoi agenti saranno linkate in modo che il lettore
possa verificarle di persona. (di conseguenza, questo articolo, che viene inviato
gratuitamente a tutti i media, sarà pubblicato da pochi, se non da nessuno, e il lettore è quindi invitato a
diffondere questo articolo ad altri).
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