L’attuale capitalismo globalista va avanti con l’attenzione rivolta verso il passato, ossia verso il feudalesimo globale.

 

L’attuale capitalismo globalista va avanti con l’attenzione rivolta verso il passato, ossia verso il feudalesimo globale.

 

 

 

DAL FEUDALESIMO

AL CAPITALISMO

Storiografia.it – Enrico Galavotti – (10 -8 - 2023) – ci dice:

(homolaicus.com/)

 

1 - LA TRANSIZIONE DAL FEUDALESIMO AL CAPITALISMO.

2 - PER UNA TEORIA DEL CROLLO DEL FEUDALESIMO.

3 - VERA E FALSA DEMOCRAZIA.

4 - DIFFERENZE TRA SCHIAVISMO FEUDALESIMO E CAPITALISMO.

5 - I VANTAGGI DEL CAPITALISMO.

 

 

(Il grande pittore del ‘900 Giorgio de Chirico nella sua opera immortale “il cavaliere frigio” -dipinta negli anni 1938-1939 - immaginava già un cavaliere marciante con il suo corpo rivolto contro il tempo già realizzato, ossia verso il passato ora indicato come “Feudalesimo”. Il capitalismo attuale progressista infatti si trasforma così, oggi, in un mondo woke del “mondo al contrario”. N.D.R).

 

1 - LA TRANSIZIONE DAL FEUDALESIMO AL CAPITALISMO.

Nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo furono senz'altro indispensabili il perfezionamento della tecnica, la divisione del lavoro, vasti mercati, grandi manifatture, concentrazioni di capitali...

 Ma oltre a ciò, fu necessaria anche una buona dose di fiducia in un futuro migliore, non molto lontano, quella di credere che, emancipandosi dal servaggio o dalla coercizione corporativa, si potesse diventare più liberi senza fare alcuna rivoluzione sociale.

In questo senso contadini e artigiani s'illusero pensando che, per emanciparsi veramente, fosse sufficiente partecipare con la borghesia alla rivoluzione politica antifeudale.

 L'illusione stava appunto in questo, nel credere che dalla rivoluzione politica potesse scaturire automaticamente anche quella sociale, cioè che una mera rivendicazione giuspolitica di diritti fosse sufficiente per la democrazia sociale.

Era giusto emanciparsi dalla condizione servile che il feudalesimo imponeva, ma nel farlo bisognava assicurarsi di non finire in una condizione sociale peggiore.

 In che modo?

 Impedendo alla borghesia di guidare da sola la rivoluzione politica o comunque di non gestirne da sola i risultati conseguiti.

L'individualismo così si è accentuato.

Il benessere è aumentato solo per pochi.

È vero, in Europa occidentale il benessere, col tempo, ha riguardato sempre più persone, ma solo perché, grazie al colonialismo e all'imperialismo, la miseria e l'indigenza sono state trasferite nel Terzo Mondo.

 Se non ci fosse stata la conquista dell'America, dell'Africa e in parte dell'Asia, l'Europa occidentale sarebbe andata incontro a una catastrofe economica, o forse il Medioevo sarebbe stato più lungo, oppure, a fronte delle insanabili crisi del capitalismo emergente, si sarebbe passati dal feudalesimo al socialismo.

 L'Europa occidentale ha potuto supplire alla mancanza di una "democrazia" interna (che l'Europa ortodossa dell'est invece parzialmente aveva) grazie appunto al colonialismo.

Gli storici devono smetterla di considerare il capitalismo come un progresso rispetto al feudalesimo.

 Il feudalesimo poteva evolvere verso il benessere perfezionando gli strumenti produttivi, da un lato, e compiendo una riforma agraria dall'altro, tale per cui i contadini fossero veramente padroni della loro terra, così come tutti gli artigiani, associati in cooperativa, avrebbero dovuto esserlo della loro corporazione, e gli operai della loro manifattura.

Non c'era alcun bisogno di sconvolgere un sistema produttivo sostanzialmente legato alla natura con un sistema produttivo così artificiale e disumano.

 

Il capitalismo ha provocato dei guasti d'incalcolabile portata:

ha separato il lavoratore dai mezzi di produzione (rendendo tutta la vita sociale e privata profondamente alienante);

 ha separato il produttore dal consumatore, mettendo quest'ultimo nelle mani dell'altro;

 ha subordinato tutto alla logica del profitto e dell'interesse (rendendo cinici i rapporti umani);

ha creato delle istituzioni statali, burocratiche e amministrative, politiche, giudiziarie e militari che tolgono agli individui qualunque forma di libertà, di sicurezza e di responsabilità;

ha saccheggiato le risorse di interi Paesi, regioni e continenti senza dare nulla in cambio, se non tutte quelle cose che servono ad arricchire le metropoli occidentali; ha danneggiato l'ambiente in maniera irreparabile, nell'illusione di poter ricostruire con la scienza e la tecnica ambienti sostitutivi di quelli naturali;

 ha scatenato centinaia di guerre, anche mondiali, con milioni e milioni di morti. Come stupirsi se in queste condizioni vi sono state nazioni legate al feudalesimo sino al secolo scorso e che dal feudalesimo sono volute passare direttamente al socialismo?

Ovviamente non ha senso fare dei confronti con due sistemi così diversi:

qui si vuole soltanto precisare che non si può "condannare" il feudalesimo in nome del capitalismo.

Ogni sistema va esaminato per le proprie contraddizioni interne.

 È sulla base di queste contraddizioni che bisogna cercare di capire quante possibilità c'erano di creare la transizione da un sistema all'altro.

Perché la Cina o qualche Paese arabo non sono diventati capitalisti nel XVI sec.?

Se riusciremo a comprendere i motivi per cui né la Spagna né il Portogallo sono diventate nazioni capitalistiche, pur avendo inaugurato il moderno colonialismo, troveremo relativamente facile rispondere alla suddetta domanda.

La storia ha dimostrato che per entrare nella via del capitalismo non è sufficiente avere una tecnologia abbastanza sviluppata o dei commerci molto avanzati, oppure delle contraddizioni feudali molto forti:

 occorre anche una mentalità, una forma di cultura particolare.

Questa mentalità è mancata alla penisola iberica, troppo cattolica per essere pienamente, consapevolmente capitalistica, ed è mancata alle due grandi nazioni asiatiche:

 Cina e India, caratterizzate da due religioni della rassegnazione: Induismo e Buddismo.

Nei tempi in cui sono nati il capitalismo e il colonialismo, l'ideologia dominante, in Europa occidentale, era quella religiosa (prima cattolica, poi protestante).

È qui che vanno ricercati i motivi sovrastrutturali che hanno permesso un fenomeno così perverso.

Con uno studio molto approfondito si dovrebbe scoprire in quali enunciati teorici della teologia e della filosofia cattolica e protestante, si possono rintracciare le motivazioni culturali che hanno spinto gli uomini (anche inconsciamente) ad accettare il capitalismo e il colonialismo, nonché quelle motivazioni che (questa volta consapevolmente) sono state usate per giustificare la nuova formazione sociale.

Cioè vanno ricercate quelle motivazioni che sono servite per legittimare direttamente o indirettamente (involontariamente) il capitalismo, e quelle motivazioni che sono state usate per contrastarlo praticamente o per condannarlo solo teoricamente.

Questo significa che non è più possibile scindere lo studio della storia da quello dell'ideologia (dominante, soprattutto), sia essa di tipo filosofico, religioso o politico.

 La storia deve diventare anzitutto la storia dell'economia in stretta correlazione con la storia del pensiero, nel senso weberiano che l'economia va vista come riflesso del pensiero, e nel senso marxiano che il pensiero va visto come riflesso dell'economia.

Le scelte, tra una formazione sociale e l'altra, tra una modalità e l'altra all'interno di una stessa formazione, si fanno sempre in un contesto di relativa libertà, altrimenti saremmo costretti ad ammettere l'inevitabilità della transizione dal feudalesimo al capitalismo.

Certo, vi possono essere dei processi sociali ed economici che oggettivamente, se non intervengono delle controtendenze, possono portare al capitalismo, ma se ad un certo punto non v'è un determinato consenso sociale (di massa), questi processi non vanno avanti.

Gli uomini possono dare un consenso inconsapevole a certi fenomeni, ma sino a un certo punto, poiché ogni fenomeno contiene in sé delle contraddizioni che a posteriori possono essere individuate e superate (il superamento è tanto più facile quanto più è veloce l'individuazione e decisa la volontà).

È assolutamente falso affermare che la storia è un "processo senza soggetto".

Il determinismo economico non è certo in grado di spiegare il motivo per cui il capitalismo s'è sviluppato proprio in Europa occidentale e soprattutto nell'area geografica di religione protestante.

 E neppure è in grado di spiegare perché i Paesi di religione cattolica sono diventati capitalisti conservando solo la "forma" della loro religione.

 Questo non sta forse a dimostrare che fra cattolicesimo e protestantesimo non esistono differenze sostanziali, nel senso che l'uno non è che il rovescio dell'altro?

Solo così riusciremo a capire il motivo per cui i Paesi che non hanno conosciuto né il cattolicesimo né il protestantesimo si sono adeguati più facilmente alla realtà del socialismo, e perché i Paesi che non hanno conosciuto alcuna forma di cristianesimo, fanno molta fatica ad adeguarsi al capitalismo, volgendo piuttosto la loro attenzione verso il socialismo.

Non è forse vero che il socialismo democratico vuole essere il recupero, ovviamente in forma diverse, più consapevoli, dello spirito del comunismo primitivo?

Il cristianesimo è la religione col più alto tasso di ambiguità della storia.

 La sua dialettica, le sue contraddizioni, soprattutto fra teoria e pratica, sono assolutamente inconcepibili per qualunque altra religione.

Non è infatti immaginabile, in maniera naturale e spontanea, che si possano affermare le cose più sublimi di questo mondo e nello stesso tempo compiere le azioni più abominevoli.

Occorre un livello di alienazione, di sdoppiamento della personalità, particolarmente elevato, non meno grande del livello di profondità di pensieri e di sentimenti.

Il cristianesimo ha dato all'umanità un'autoconsapevolezza prima impensabile.

Ma, proprio per questo motivo, le ha dato anche una sicurezza, un coraggio, una fiducia in sé stessa che nessun'altra religione ha mai saputo dare.

Ora, ci si rende facilmente conto che se si vive questa sicurezza non per migliorare le cose, ma per giustificare un contesto caratterizzato da valori o da comportamenti negativi, il risultato che si ottiene col cristianesimo sarà infinitamente più disastroso.

Se l'ideologia cristiana non viene vissuta in un contesto sociale comunitario (ma questo implica una revisione totale dell'interpretazione e delle modalità applicative dei vangeli), la tendenza sarà sempre quella ad usare il cristianesimo per colmare in misura irrazionale l'insopportabile scarto esistente fra metodo e contenuto.

2 - PER UNA TEORIA DEL CROLLO DEL FEUDALESIMO.

Quando si parla di "crollo del feudalesimo", non si può affermare che le cause principali sono state quelle esterne al sistema, e cioè il commercio, il valore di scambio, il denaro ecc.

La causa principale del crollo di un sistema antagonistico, generalmente va cercata nell'antagonismo stesso.

Ovviamente questo non significa che nella lotta delle classi, quella oppressa non possa servirsi di elementi esterni al sistema (o marginali, periferici) per influire negativamente su quelli interni, accelerandone la dissoluzione.

 

Quando si afferma che il feudalesimo crollò a causa del sempre crescente lusso della nobiltà, la quale, avendo bisogno di contanti, prese a sfruttare massicciamente i contadini, che fuggirono verso le città;

quando cioè si afferma che la causa del crollo fu il commercio a lunga distanza, non ci si rende conto di confondere la causa con l'effetto.

 Lo sviluppo del commercio infatti è già una conseguenza della crisi del feudalesimo, che è interna al sistema.

Se non si accetta questa spiegazione, si deve poi attribuire al caso il crollo di un sistema antagonistico, non avendo alcuna fiducia nelle capacità di lotta delle classi oppresse.

Il secondo servaggio, cui andarono incontro alcune nazioni o alcune regioni di alcune nazioni europee, nel momento in cui in altre nazioni (o in altre regioni) s'andava sviluppando il capitalismo, dipese appunto dall'arretratezza della cultura, che non sapeva trovare un'alternativa al servaggio né in modo borghese, né in modo democratico, ma soltanto modificando il rapporto feudale, trasformando cioè la rendita in natura in rendita monetaria, ovvero il servo della gleba in un mezzadro, oppure creando una proprietà fondiaria di tipo usuraio. Questo fu possibile anche perché il commercio liquidò la classe dei piccoli contadini indipendenti.

Il capitalismo industriale delle nazioni borghesi indusse i feudatari ad adeguarsi alle circostanze, ed essi lo fecero sulla base della loro arretrata cultura.

La rendita monetaria non faceva che acutizzare le contraddizioni del feudalesimo.

In Asia invece continuò a prevalere la rendita in natura e da questa rendita, attraverso la lotta di classe, si passò al socialismo.

3 - VERA E FALSA DEMOCRAZIA.

E' semplicistico pensare allo sviluppo del fenomeno comunale medievale come a uno sviluppo dell'idea di democrazia.

In realtà si può parlare di democrazia solo nel senso che i ceti urbani più ricchi cercavano di opporsi allo strapotere dei latifondisti, chierici o laici che fossero.

 

E vi fu sviluppo della democrazia anche là dove i Comuni lottarono contro l'idea di sacro romano impero (questa lotta agli storici appare, generalmente, come uno scontro tra poteri, decentrati gli uni, centralizzati gli altri).

Tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare che fu sempre un confronto tra poteri forti, per una diversa distribuzione di aree di competenza e di dominio.

Il popolo aderì e si sacrificò convinto di poter trarre dei vantaggi da questo scontro cruento, ma fu, come al solito, ingannato dalle classi egemoni.

Questo è un cliché che si ripete tantissime volte nella storia. Basterebbe studiare la storia per concetti per arrivare a comprenderla senza neppure entrare nei dettagli.

Ogni idea e ogni struttura che la rappresenta hanno la loro evoluzione: quando questa giunge verso il culmine, per poi imboccare la strada discendente, raramente le istituzioni accettano di farsi superare dal nuovo, e si piomba così nell'involuzione, dove i progressi acquisiti vengono di fatto ridimensionati se non perduti.

Non si cedono mai spontaneamente i poteri acquisiti. Di qui le inevitabili e sanguinose conflittualità.

Purtroppo la storia ci dice anche che ogni idea e ogni struttura è soggetta a corruzione e non c'è modo di porre le basi per alcuna esperienza di lunga durata, e questo pare tanto più vero quanto più si esaminano le cosiddette "civiltà", dove al massimo ci si misura sulla lunghezza dei mille anni, mentre nella cosiddetta "preistoria" la “longue durée” si misurava sulle decine di migliaia di anni.

 

L'Italia comunale, sotto questo aspetto, non arrivò mai a realizzare la democrazia, proprio perché sul piano economico non arrivò mai a realizzare il socialismo. Tant'è che se da un lato si arrivò ad affermare una certa autonomia dal potere feudale (locale o quello universale dell'imperatore), dall'altro si finì coll'imporre alle zone rurali una forte dipendenza dalle esigenze urbane.

Non ha senso parlare di democrazia politica quando non si può parlare di contestuale democrazia economica.

L'importanza della democrazia economica è stata scoperta dal socialismo, prima utopistico poi scientifico, non certo dal liberalismo, le cui idee economiche sono semplicemente quelle della proprietà privata, della competizione, del monopolio e del libero scambio ecc.

 

La presenza di uno Statuto comunale può di per sé far pensare a una forma politica vicina alla democrazia, ma se si guarda p.es. al fatto che alla stesura di tali Statuti partecipavano solo quelli che disponevano di un certo patrimonio, per il quale potevano ottenere cariche politiche o amministrative, si capisce facilmente come lo sviluppo del fenomeno comunale (che è stato tipico dell'Italia borghese e che caratterizza ancor oggi buona parte del capitalismo nazionale) fu in realtà un movimento interno ai ceti borghesi.

Non avendo fatto la riforma protestante il capitalismo italiano è rimasto per così dire circoscritto entro limiti di uno sviluppo industriale a gestione familiare.

Il timore di cadere in un capitalismo selvaggio è stato scongiurato da una gestione borghese nei limiti (divenuti sempre più elastici) della morale cattolica.

L'Italia non è diventata una grande potenza industriale quando doveva diventarlo e oggi che potrebbe diventarlo, avendo abbandonato nella sostanza (se non nelle forme) ogni riferimento alla morale cattolica, non ne ha più le possibilità materiali, in quanto, nel frattempo, nuovi soggetti politici ed economici sono emersi sulla scena internazionale e questi non le permetterebbero di espandersi oltre un certo livello.

 

 4 - DIFFERENZE TRA SCHIAVISMO FEUDALESIMO E CAPITALISMO.

La principale contraddizione antagonistica della nostra epoca è quella determinata dall'economia:

 i proprietari privati accumulano capitali per acquisire un potere politico.

Quanti più ne accumulano, tanto più è grande il potere politico.

Per poter realizzare tale scopo il capitalista è disposto a tutto.

Nei confronti del capitale, del denaro, vi è completa soggezione.

Nell'antichità feudale e schiavista la contraddizione antagonistica prevalente non era di natura così astratta, così artificiale, così sofisticata:

era di natura "fisica".

Quanti più schiavi o servi della gleba si possedevano (da far lavorare come contadini e artigiani), tanto più potere politico si disponeva.

 

Il feudalesimo, in tal senso, è stato molto più vicino allo schiavismo che non al capitalismo.

Il capitalismo ha potuto formarsi dentro il feudalesimo euroccidentale, ma ad un certo punto ha dovuto rompere con la "fisicità" di quella forma d'antagonismo per poterne creare una nuova.

In un certo senso il capitalismo ha simbolizzato, materializzandolo nella forma astratta del capitale, lo sfruttamento del servo della gleba.

 Ha cioè dovuto trasformare una contraddizione "fisica" (la dipendenza personale del servaggio) in una contraddizione "economica" (la falsa libertà personale del lavoratore salariato).

Il capitalismo è stato costretto a questa finzione perché la resistenza del servo della gleba alla contraddizione "fisica" era ormai diventata molto grande ed essa non avrebbe permesso la riedizione, più o meno simile, di quell'antagonismo. L'antagonismo, di fronte alla consapevolezza della necessità del suo superamento, ha dovuto perfezionarsi per poter sopravvivere.

 In quest'ottica andrebbero analizzati tutti i movimenti contadini di protesta anteriori a quelli borghesi.

Il denaro resta un'astrazione anche quando permette di acquisire un potere politico.

 Esso non avrà mai la concretezza di uno schiavo o di un servo della gleba.

Si possono accumulare capitali all'infinito (sempre che gli operai lo permettano), non si può sfruttare uno schiavo o un servo oltre un certo limite:

 sia perché si rischia di farlo morire (e di ciò si può non tener conto solo se gli schiavi o i servi a disposizione sono in grande quantità), sia perché l'accumulo di derrate alimentari superiori al fabbisogno del proprietario è per forza di cose limitato, specie se esse sono deperibili.

Con l'uso del denaro, inteso come scambio equivalente delle merci, tutti questi problemi sono stati superati.

Allo sfruttamento "estensivo", relativo, della manodopera si è sostituito quello "intensivo", assoluto (che diventa relativo solo se la manodopera si oppone con la forza allo sfruttamento).

 

L'economia ha sostituito la fisicità dell'antagonismo, non solo acuendo lo sfruttamento del lavoratore, ma estendendone anche i confini geografici.

 Interi popoli della terra sono entrati nella storia del capitale solo come "sfruttati". Il servaggio non poteva avere un'esigenza di universalità, poiché il rapporto di dipendenza personale, per quanto gerarchizzato fosse, non conosceva la possibilità di usare il denaro come equivalente universale, cioè non aveva la capacità di servirsi di una finzione a livelli così elevati.

Oggi tuttavia per la prima volta un'opposizione all'antagonismo può diventare di tipo universale.

Ci si può chiedere se in futuro non esisterà un'altra forma di antagonismo, ancora più sofisticata di quella economica, che possa permettere l'acquisizione di un potere politico.

Una forma analoga a quella stalinista o maoista, basata su una sorta di potere carismatico (soggettivo) della persona e ideologico (oggettivo) dell'istituzione ch'essa rappresenta.

Una forma cioè che dopo essere maturata in un'esperienza collettivistica s'imponga in maniera individualistica, servendosi del collettivismo in modo burocratico e militarizzato.

L'acquisizione del potere a partire da ideali di giustizia sociale e di libertà, e poi l'uso del potere acquisito contro questi stessi ideali: ecco la sostanza dello stalinismo.

Solo delle motivazioni interiori (non legate quindi al denaro né alla proprietà di alcunché) possono determinare un rivolgimento del genere.

 

 5 - I VANTAGGI DEL CAPITALISMO.

Gli storici devono cominciare a chiedersi se i vantaggi ottenuti con lo sviluppo della società borghese, subito dopo il crollo del feudalesimo, potevano essere considerati sufficienti a legittimare la necessità di una definitiva transizione, ovvero se gli svantaggi correlati a questa transizione non furono così grandi da escludere l'idea che non vi fosse un'altra soluzione alla crisi del feudalesimo.

In effetti, oggi appare sempre più chiaro che il capitalismo non è che una variante dello schiavismo (così come d'altra parte lo era il servaggio):

le differenze sono più formali (cioè giuspolitiche) che sostanziali (cioè socioeconomiche).

 La differenza tra capitalismo e feudalesimo sta nell'illusione della libertà o della ricchezza e naturalmente nei mezzi materiali con cui si cerca di alimentare tale illusione.

Nel feudalesimo la libertà dipendeva da una ricchezza che si acquisiva per nascita: solo a partire dalle crociate gli esclusi da qualunque forma di eredità (ad es. i cadetti), cercarono di far fortuna come i borghesi.

Ricchezza e libertà coincidono sia nello schiavismo, che nel servaggio e nel capitalismo:

 nel primo caso il metro di misura è il numero degli schiavi che si possiede (ma si conosceva anche la ricchezza fondiaria e quella commerciale); nel secondo caso il metro di misura è la terra; nel terzo è il capitale.

Il capitalismo, aumentando l'illusione della libertà, è stato, dal punto di vista dell'onestà intellettuale, un regresso rispetto allo schiavismo romano, dove l'illusione era minima.

Il capitalismo non ha fatto che accentuare al massimo l'illusione del servaggio, sostituendo la religione con mille altre droghe.

 Senza contare il fatto che il capitalismo, per sopravvivere, ha necessariamente bisogno di colonie da sfruttare, mentre il feudalesimo -almeno sino alle crociate- si limitava a uno sfruttamento del lavoro interno.

Da ultimo bisogna tener conto che il capitalismo, per alimentare le proprie illusioni, ha bisogno di usare strumenti imponenti e sofisticati, che comportano una notevole distruzione ambientale (e su scala planetaria).

Il marxismo da sempre ha detto che il capitalismo sarebbe stato l'ultima illusione. La storia però ha dimostrato che ne può esistere un'altra ancora più sofisticata (sul piano politico-ideologico):

 quella del socialismo amministrato, di Stato (che è una riedizione del servaggio, e che oggi si trova ancora in Cina).

Dobbiamo in sostanza chiederci che possibilità aveva il capitalismo di svilupparsi senza il colonialismo (iniziato praticamente con le crociate, cioè con un'ideologia religiosa -quella cattolica- ben marcata).

È forse giusto esaltare gli aspetti antifeudali del capitalismo, quando, per affermare tali aspetti, esso ha avuto bisogno di inaugurare nuove forme di sfruttamento e di oppressione (su larga scala)?

 I progressi conseguiti sul piano tecnico, materiale, scientifico sono sufficienti per giustificare il superamento del feudalesimo?

È possibile cioè che dal servaggio, attraverso la lotta politica, non si potesse passare a un'altra forma di società civile, realmente democratica?

Perché nell'Europa orientale è potuta avvenire la transizione dal feudalesimo al socialismo (seppure di Stato), senza passare per il capitalismo?

 La risposta, probabilmente, va cercata nello sviluppo diverso delle tre ideologie religiose:

cattolica, protestante e ortodossa, o comunque nel diverso tipo d'influenza che queste ideologie hanno esercitato sui rapporti sociali.

 Non a caso l'inizio dei rapporti borghesi è avvenuto in Europa occidentale, quando si era definitivamente consumata la rottura tra Occidente cattolico e Oriente ortodosso.

Solo che lo sviluppo di tali rapporti ha trovato la sua maggiore coerenza nell'area protestantica non in quella cattolica.

La chiesa romana, infatti, essendo eminentemente politica, non tollera che si formi al proprio interno una classe che in nome del capitale possa minacciarne il potere. La chiesa romana è una chiesa feudale il cui potere economico è sostanzialmente legato alla terra.

L'ideologia cattolica non favorisce di per sé i rapporti borghesi, ma non ha neppure in sé la forza (morale) per escludere tale evoluzione:

 essa cerca solo di usare la forza politica per opporsi alla borghesia, ma questo ha potuto farlo in Italia sino all'unificazione nazionale, in Francia sino alla Rivoluzione dell'89, ecc.

La capacità di opporsi idealmente al capitalismo è diminuita, nel cattolicesimo, in misura proporzionale al suo distacco dall'ortodossia.

Il protestantesimo, dal canto suo, ha potuto perorare al 100% la causa della borghesia perché, rompendo col cattolicesimo, ha evitato di ricollegarsi all'ortodossia (infatti ha eliminato il concetto di "tradizione").

E così oggi è solo la chiesa cattolica che ancora s'illude di poter realizzare sul piano politico una "terza via" tra socialismo e capitalismo.

Né l'ortodossia, né, per motivi diversi, il protestantesimo si sono mai preoccupati di questa cosa.

Nei Paesi protestanti, sul piano etico, si sono realizzati dei rapporti umani individualistici e cinici, perché basati sul denaro;

 nei Paesi cattolici ancora ci si illude che l'ideologia religiosa abbia in sé il potere d'impedire che si formino dei rapporti del genere.

Il persistere di concetti come "Stato assistenziale" o "garantista", "capitalismo popolare" ecc. sono appunto il frutto di questa illusione.

In Italia le forze conservatrici, che da mezzo secolo stanno al potere (e che dicono d'ispirarsi al cattolicesimo e che fino a qualche tempo fa s'illudevano di poter "umanizzare" il capitalismo), si sono sempre meravigliate, lamentandosene, della grande forza (almeno sul piano quantitativo) delle masse comuniste.

In realtà, tale forza trovava la sua ragion d'essere proprio nella presenza autorevole, nel nostro Paese, del cattolicesimo, il quale, nonostante i suoi dualismi, ha saputo trasmettere, per un certo periodo di tempo, l'esigenza di un ideale di giustizia anche in quei soggetti usciti dalla chiesa cattolica.

Paradossalmente, proprio l'affermazione del socialismo avrebbe permesso agli ideali del cattolicesimo di sopravvivere meglio (seppure ovviamente in forma laicizzata).

Tuttavia, la chiesa cattolica non ha mai accettato questa soluzione (almeno in Occidente), proprio perché è una chiesa sostanzialmente legata al potere politico: essa ha sempre preferito considerare come suo principale nemico il comunismo invece del capitalismo.

 Salvo poi lamentarsi, con ipocrisia, che dopo il crollo degli ideali comunisti non s'intravede più in Occidente una lotta politica per la giustizia.

 Viceversa, nel Terzo mondo la chiesa cattolica (slegata dal potere istituzionale) ha preferito mettersi in rapporto con le ideologie socialiste.

È curioso che il crollo "storico" del socialismo stia trascinando con sé anche quello "ideale" del cattolicesimo.

Tuttavia il vero crollo "storico" del cattolicesimo avverrà soltanto quando il socialismo avrà realizzato gli ideali della democrazia sociale e dell'umanesimo integrale.

 Prima di allora il destino del cattolicesimo occidentale sarà sempre più quello di trasformarsi, all'ovest, in un'ideologia analoga a quella protestante (con qualche settore interessato all'ortodossia), e al sud in un'ideologia legata agli ambienti di sinistra.

(Enrico Galavotti - homolaicus.com/)

 

 

 

Capitalismo parassitario

di Zygmunt Bauman.

Laterza.it - M. Cupellaro e F. Galimberti (traduzione) – di Zygmunt Bauman – (10-11-2013)

 

«Quando gli elefanti litigano, povera l’erba…». In altre parole, quando lo Stato e il mercato litigano, poveri voi...

«Nella modernità liquida raramente una cosa mantiene la sua forma abbastanza a lungo da ispirare fiducia e da solidificarsi in affidabilità.

Camminare è meglio che rimanere seduti, correre è meglio di camminare e fare surf è ancor meglio di correre».

La tempesta perfetta provocata dall’attuale tsunami finanziario si è abbattuta sulla società liquida di consumatori che aspettava soltanto una nuova onda su cui ‘surfare’.

Ad andare in pezzi è l’utopia dominante di questi anni, quella che vedeva il dominio di un mercato capace di autoregolarsi, in cui esisteva soltanto un contatto armonioso tra chi vende merci e chi le acquista.

Una fede che assegnava al credito al consumo un ruolo ‘magico’, finanziando tutti senza alcuna precauzione, declassando lo Stato semplicemente a garante della fluidità di questo scambio.

Lo stesso è avvenuto per la cultura il cui slogan è diventato «massimo impatto e obsolescenza immediata»:

 le idee si sono trasformate in merci da accatastare sugli scaffali di un supermercato globale dove devono attrarre l’attenzione dei consumatori immediatamente ed essere sostituite in pochissimo tempo.

Nella fase ‘solida’ della modernità un sistema culturale doveva offrire norme rigide e narrazioni coerenti alle quali conformarsi, nei nostri tempi liquidi, all’opposto, suggestioni ed emozioni che seducono e non implicano obblighi e responsabilità. Una massa di informazioni e di sapere colorata e affascinante, pronta a soddisfare bisogni sempre più parcellizzati ed individuali, in cui non esiste una gerarchia centrata sull’importanza e la qualità.

Zygmunt Bauman, con la consueta chiarezza e grazie all’uso di metafore potenti, mostra come la crisi attuale non riguardi soltanto l’economia, ma la capacità stessa della nostra società di trasmettere conoscenza e valori attraverso l’educazione.

Una sfida incomparabile con quelle del passato e destinata a segnare il nostro futuro:

 «l’arte del vivere in un mondo più che saturo di informazioni deve essere ancora acquisita.

 E ancor di più lo deve la ben più difficile arte di educare gli esseri umani a questa vita».

 

 

 

 

Putin insiste sulla minaccia

nucleare per un calcolo politico.

Ilfoglio.it - GIULIA POMPILI – (24 SET. 2022) – ci dice:

    

“E’ un mix di minacce implicite ed esplicite, che serve a scoraggiare l’avversario”. Parla “Rafael Loss” dello “European Council on Foreign Relations”.

 La deterrenza che funziona.

L’idea di una guerra nucleare, un tempo inimmaginabile, adesso è diventata oggetto di dibattito e questo “è inaccettabile”, ha detto ieri” António Guterres”, segretario generale delle Nazioni Unite.

Alla minaccia di Putin si è aggiunta, l’altro ieri, quella del poliziotto cattivo del Cremlino, l’ex presidente “Dmitri Medvedev”, che ha detto: “La Russia ha annunciato non solo la mobilitazione, ma pure che qualsiasi arma russa, comprese le armi nucleari strategiche e le armi basate su nuovi princìpi, potrebbe essere utilizzata per tale protezione”.

È la nuova dimensione nucleare, dove citare una guerra atomica in Europa sembra essere diventata la normalità.

Per la Russia, soprattutto un’arma politica:

 È importante capire, specialmente in relazione alle dichiarazioni di “Medvedev”, che l’esplicita minaccia nucleare serve soprattutto a spaventare le persone”, dice al Foglio “Rafael Loss” dello “European Council on Foreign Relations”, esperto di politiche nucleari.

Per esempio, quando l’ex presidente russo parla di armi nucleari strategiche sa che sappiamo bene di cosa parla, spiega Loss, ma l’espressione “armi basate su nuovi princìpi” lascia volutamente libera l’interpretazione, “potrebbe trattarsi di siluri nucleari oppure armi ipersoniche”, come quelle che la propaganda russa, negli ultimi anni, ha mostrato dopo test ed esperimenti.

“E’ un mix di minacce implicite ed esplicite, che serve a scoraggiare l’avversario”, dice l’esperto. 

L’approccio del Cremlino però è cambiato negli ultimi mesi:

“La maggior parte dei paesi usa il nucleare in senso difensivo, perché è una grande arma deterrente, un equilibrio del terrore tipico del periodo della Guerra fredda, quando sia l’Urss sia l’America mostravano gli armamenti nucleari.

Adesso però la situazione è diversa, perché la Russia minaccia una guerra nucleare per evitare che l’occidente intervenga direttamente nella guerra in Ucraina”.

Secondo” Loss”, in un certo senso, la deterrenza nucleare ha funzionato da entrambe le parti di questa guerra:

da una parte “la coalizione occidentale ha evitato delle azioni di escalation”, per esempio una no fly zone sull’Ucraina, perché l’ipotesi di una guerra nucleare è stata un freno.

Dall’altra parte, l’utilizzo di armi atomiche da parte della Russia è “estremamente poco probabile” e che la deterrenza occidentale abbia funzionato “l’abbiamo capito dal fatto che armi chimiche o batteriologiche”, che la Difesa russa possiede, “finora non sono state usate”.

 Il calcolo è sui costi, dice Loss:

non succede dal 1944 che qualcuno usi il nucleare sul campo di battaglia, e Putin sa perfettamente che trasformare la sua guerra d’invasione in una guerra nucleare lo farebbe diventare uno “stato pariah”, isolato diplomaticamente e in crisi anche militarmente.

 Eppure la minaccia nucleare resta uno strumento di politica estera molto forte e frequentemente usato dalla Russia, per esempio quando ha condotto esercitazioni nucleari nell’area della Crimea nel 2014, dopo l’annessione, oppure quando ha minacciato la Danimarca che voleva entrare nel sistema missilistico difensivo della Nato:

 “Per la Russia è lo standard”.

Ma viviamo nell’era dell’incertezza, e quindi non si può e non si deve escludere a priori che si passi dalla retorica ai fatti.

“I leader Nato hanno detto che, nella remota eventualità, abbiamo tutti gli strumenti per rispondere”, dice Loss, “sono a disposizione armi nucleari e anche convenzionali, ma la situazione è estremamente complessa, nessuno può dire quale potrebbe essere la reazione, ci sono parecchie incognite”.

 Una di queste, riguarda il calcolo del rischio di Putin, che potrebbe scegliere non di inviare un missile nucleare di precisione, ma piuttosto di fare un passo in avanti nelle sue minacce per dargli concretezza, per esempio eseguendo “un test nucleare o una detonazione nel Mar nero”.

Tutti messaggi all’occidente di un dittatore messo all’angolo.

(Giulia Pompili)

 

 

 

Russia, Medvedev:

«Un’apocalisse nucleare

 è probabile».

Lasrestina.unimi.it - COSTANZA OLIVA – (Lug 3, 2023) - ci dice:

 

Preoccupazione per un'eventuale esplosione nucleare di Zaporizhzhia.

 Continua la controffensiva di Kiev, 37 chilometri riconquistati nell'ultima settimana.

Torna il pericolo atomico.

«Noterò una cosa che i politici di ogni genere non amano ammettere: un’apocalisse nucleare non è solo possibile, ma anche abbastanza probabile».

 Una previsione che il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev spiega su Telegram:

 «Ci sono almeno due ragioni.

Primo: il mondo è in uno scontro molto peggiore che durante la crisi dei Caraibi», e «la seconda ragione è piuttosto banale: le armi nucleari sono già state utilizzate, il che significa che non ci sono tabù».

Sono ore di tensione nel conflitto russo-ucraino.

Fuga dalla centrale di Zaporizhzhia – Il sindaco della città di Energodar, Dmytro Orlov, ha dichiarato a Radio Ucraina che circa cento dipendenti del monopolio nucleare russo Rosatom hanno lasciato la centrale nucleare di Zaporizhzhia, attualmente occupata dai russi.

E ricorda che in caso di esplosione nucleare, in città non ci sono rifugi in cui la gente possa nascondersi:

«Gli occupanti stanno usando Zaporizhzhia per ricattare il mondo intero».

Controffensiva ucraina –

 Le minacce si intensificano dopo una settimana di grande difficoltà per Mosca: 5.030 militari russi uccisi dalle forze ucraine e 37 chilometri riconquistati da Kiev a est e sud del Paese.

 La viceministra della Difesa ucraina Hanna Malyar precisa:

 «In totale, l’area sgomberata nel sud è di 158,4 km quadrati».

Ora ci si muove in direzione Bakhmut, mentre sono in corso duri combattimenti a Lyman, Avdiivka e Marinka.

«Il nemico sta cercando di cacciare le nostre truppe dalle loro posizioni, ma riceve un discreto rifiuto», fa sapere Malyar.

 Le sconfitte russe dell’ultima settimana si aggiungono a un lungo elenco di perdite materiali.

Il primo viceministro della Difesa dell’Ucraina, il tenente generale Oleksandr Pavliuk, ha dichiarato su Telegram che l’esercito russo avrebbe perso anche 22 carri armati, 82 veicoli corazzati da combattimento, 154 sistemi di artiglieria, 13 sistemi di razzi a lancio multiplo, 5 sistemi di difesa aerea, 81 unità di veicoli a motore e 31 unità di equipaggiamento speciale.

 Sarebbero anche stati abbattuti un aereo nemico, due missili e 85 droni.

Negli ultimi sette giorni Mosca non solo si è trovata ostacolata sul fronte ucraino, ma ha dovuto affrontare anche il fronte interno con la rivolta di Evgenij Prigozhin. Il leader della Wagner avrebbe ricevuto dallo Stato russo oltre 17,5 miliardi di euro, divisi in contratti governativi e servizi forniti dalla holding Concord di Prigozhin, impegnata nella gestione e nella consulenza alle imprese.

 Cifre annunciate dall’opinionista tv Dmitry Kiselev, nel suo programma televisivo settimanale Rossija 1, durante il quale ha spiegato:

 «Prigozhin è andato fuori di testa a causa dei grandi soldi.

Pensava di poter sfidare personalmente il ministero della Difesa, lo Stato stesso e il presidente».

La reazione Ue –

Non resta in silenzio la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen:

 «L’invasione russa dell’Ucraina continua a portare ogni giorno orrori indicibili.

 Le notizie profondamente preoccupanti sugli attacchi deliberati contro i civili, compresi i bambini, sono diventate un crudele promemoria quotidiano dello spargimento di sangue che Putin ha riportato nel nostro continente».

Nelle ultime 24 ore i raid russi hanno provocato la morte di altri due civili, come ha fatto sapere il capo dell’amministrazione militare regionale del Donetsk, Pavlo Kyrylenko.

 La presidente von der Leyen ha proseguito:

 «Le prove di innumerevoli crimini internazionali commessi dalla Russia si stanno accumulando.

 Il nuovo centro di persecuzione internazionale svolgerà un ruolo chiave nell’assicurare che i colpevoli siano assicurati alla giustizia, anche per il reato di aggressione.

Non lasceremo nulla di intentato per ritenere Putin e i suoi accoliti responsabili».

Pechino cooperante con l’esercito russo –

Resta invece un alleato importante per Mosca la Cina.

Il ministro della Difesa cinese Li Shangfu ha incontrato a Pechino il comandante in capo della Marina russa Nikolay Yevmenov, sostenendo che,

«attraverso gli sforzi congiunti, il rapporto tra i due eserciti continuerà ad approfondirsi e a solidificarsi, e continuerà a fare nuovi progressi per raggiungere un nuovo livello».

 

 

 

TRANSIZIONE ENERGETICA.

Batterie, se l’UE si “scopre”

dipendente dalla Cina.

Agendadigitale.eu – Gabriele e Nicola Nuvinale – Avvocati - (28 settembre 2023) – ci dice:

Un documento interno per i leader europei, preparato dalla presidenza di turno spagnola, avverte che l’Ue potrebbe diventare dipendente dalle batterie agli ioni di litio e dalle celle a combustibile cinesi entro il 2030. Un allarme già noto, che mette sempre più a rischio le mire dell’Europa sul mercato mondiale delle batterie.

Scoppia una nuova grana in Europa: la dipendenza dalle batterie cinesi.

 Un problema, questo, difficilmente risolvibile nell’immediato e certamente enfatizzato dall’ambizioso – e per certi versi strategicamente irrazionale – piano del Green Deal europeo volto a rendere l’UE neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050 (anche) con la riduzione delle emissioni dei trasporti del 90%.

Irrazionale, perché l’Europa – a conoscenza del problema già prima dell’adozione di tali politiche di transizione green – non possiede né le materie prime per poter realizzare le batterie, né una capacità produttiva indigena, entrambe necessarie – ma difficilmente acquisibili – per realizzare tale gigantesco progetto nei tempi previsti.

 

Il documento che allarma l’Ue.

Eppure la dipendenza era da tempo nota all’UE.

Secondo i dati resi pubblici dalla Commissione Europea, infatti, nel 2018 la capacità di produzione globale di celle di batterie agli ioni di litio era la seguente: 3% nell’UE, 66% in Cina.

20% in Corea del Sud, Giappone e altri paesi asiatici.

Cosa è successo ora di nuovo?

 Un documento interno per i leader europei, preparato dalla presidenza spagnola dell’Unione Europea, avverte che l’Unione Europea potrebbe diventare dipendente dalle batterie agli ioni di litio e dalle celle a combustibile cinesi entro il 2030, quanto lo era dal petrolio e dal gas naturale russi prima della guerra in Ucraina, ha riferito Reuters il 17 settembre, dopo aver ottenuto una bozza del documento.

Il documento sarà discusso in Spagna il 5 ottobre in un incontro incentrato sul miglioramento della sicurezza energetica ed economica dell’UE.

 

Cosa dice il documento.

L’atto afferma che, a causa della natura intermittente delle fonti energetiche rinnovabili come quella solare o eolica, l’Europa avrà bisogno di modi per immagazzinare energia per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050.

(Ma a che scopo, se il gas CO2 è più pesante dell’atmosfera e quindi non potrà mai raggiungere la stratosfera dove dovrebbe costituirsi la cupola della cella dei gas serra? N.D.R).

“Ciò farà salire alle stelle la nostra domanda di batterie agli ioni di litio, celle a combustibile ed elettrolizzatori, che si prevede si moltiplicherà tra 10 e 30 volte nei prossimi anni”, afferma il rapporto.

“Senza l’attuazione di misure forti, entro il 2030 l’ecosistema energetico europeo potrebbe avere una dipendenza dalla Cina di natura diversa ma con una gravità simile a quella che aveva dalla Russia prima dell’invasione dell’Ucraina”, aggiunge il rapporto.

L’UE produttrice “di norme” (dannose per l’Italia.N.D.R) ma non di beni.

L’Unione Europea farà fatica a proteggere il proprio settore automobilistico e a ridurre la propria dipendenza dalla tecnologia cinese delle batterie senza provocare ritorsioni da Washington o Pechino.

 Bruxelles potrebbe imporre restrizioni sui veicoli elettrici (EV) prodotti in Cina, attraverso indagini o altri meccanismi, ma qualsiasi mossa volta a proteggere il mercato dell’UE dalla concorrenza cinese si tradurrebbe probabilmente in alcune ritorsioni (o azioni giudiziarie presso l’OMC) da parte della Cina, anche se la portata della reazione dipenderà dai meccanismi messi in atto.

 

Finora, i leader tedeschi hanno messo in guardia dall’adottare misure per proteggersi dalla concorrenza cinese, sostenendo che ciò minerebbe la competitività della Germania nel settore automobilistico.

Inoltre, è probabile che anche l’Unione Europea amplierà il proprio sostegno statale ai veicoli elettrici e alla tecnologia delle batterie.

Ma anche ciò potrebbe risultare problematico per via delle rigide regole sugli aiuti di stato.

 

Impreparazione generale?

(Certamente, dovuta alla non conoscenza scientifica che il “gas serra CO2” non potrà mai raggiungere la cupola del gas serra, essendo la Co2 più pesante dell’atmosfera! N.D.R)

La notizia ha colto impreparati in molti, ma non coloro che già in passato avevano lanciato questo tipo di allarme.

Quid pluris:

al di là delle “operazioni di influenza” dello Stato cinese, è notorio che il mercato delle batterie ad alta capacità è uno dei più critici per gli interessi europei (e per quelli statunitensi).

Dunque, cosa è stato fatto finora l’Europa per mitigare i rischi?

Poco, molto poco, parrebbe di capire dal documento reso noto da Reuters.

L’allarme già lanciato dalla Corte dei conti europea.

“L’UE rischia di restare indietro nella corsa per diventare una superpotenza mondiale delle batterie […]

 È vero che negli ultimi anni l’UE ha promosso efficacemente la propria politica industriale in materia di batterie.

L’accesso alle materie prime resta però uno scoglio importante, insieme all’aumento dei costi e all’agguerrita concorrenza mondiale.

 Gli sforzi compiuti dall’UE per rafforzare la propria capacità di produzione di batterie potrebbero quindi non bastare a soddisfare la domanda crescente e, avvertono gli auditor della Corte dei conti europea, il raggiungimento dell’obiettivo di zero emissioni entro il 2035 è dunque a rischio”, ha denunciato a giugno scorso l’ente europeo di vigilanza dei conti con la relazione speciale 15/2023, intitolata “La politica industriale dell’UE in materia di batterie – Serve un nuovo slancio strategico”.

(Basato, però, sull’ignoranza totale relativa al fatto che la CO2 è più pesante dell’atmosfera dove dovrebbe liberamente volare…! N.D.R.)

“Per le batterie, l’UE non deve finire nella stessa posizione di dipendenza in cui si è trovata per il gas naturale;

 in gioco c’è la sua sovranità economica” ha dichiarato “Annemie Turtelboom”, il Membro della Corte responsabile dell’audit.

“Programmando lo stop alla vendita di auto nuove a benzina e diesel per il 2035, l’UE sta puntando molto sulle batterie.

Ma potrebbe partire svantaggiata in termini di accesso alle materie prime, interesse degli investitori e costi.

“Tra il 2014 e il 2020, il settore delle batterie ha ricevuto almeno 1,7 miliardi di euro di sovvenzioni e garanzie sui prestiti UE, in aggiunta a quasi 6 miliardi di aiuti di Stato autorizzati tra il 2019 e il 2021, principalmente in Germania, Francia ed Italia”.

Gli auditor della Corte hanno però riscontrato che la Commissione europea non disponeva di un quadro d’insieme di tutto il sostegno pubblico offerto al settore, “il che ne limita la capacità di garantire un adeguato coordinamento e un sostegno mirato”.

Le censure della Corte.

La capacità di produzione di batterie dell’UE si sta sviluppando rapidamente, con una potenzialità di crescita da 44 GWh nel 2020 a 1 200 GWh entro il 2030. Tuttavia, queste proiezioni non sono affatto una certezza e potrebbero essere messe a rischio da fattori geopolitici ed economici.

I fabbricanti di batterie potrebbero abbandonare l’UE e trasferirsi in altre regioni, non da ultimo gli USA, che offrono loro massicci incentivi.

 A differenza dell’UE, gli USA sovvenzionano direttamente la produzione di minerali e batterie, nonché l’acquisto di veicoli elettrici fabbricati negli Stati Uniti utilizzando componenti americane.

L’UE dipende fortemente dalle importazioni di materie prime, soprattutto da pochi paesi con i quali non ha accordi commerciali:

l’87 % delle importazioni di litio grezzo proviene dall’Australia, l’80 % delle importazioni di manganese dal Sud Africa e dal Gabon,

il 68 % delle importazioni di cobalto grezzo dalla Repubblica democratica del Congo e il 40 % delle importazioni di grafite naturale grezza dalla China.

Sebbene l’Europa disponga di diverse riserve minerarie, tra la scoperta e la produzione servono almeno 12-16 anni, per cui è impossibile rispondere rapidamente all’aumento della domanda.

 Invece, gli accordi contrattuali esistenti garantiscono in genere un approvvigionamento di materie prime per soli 2 o 3 anni di produzione futura.

 Per affrontare tale situazione, nel marzo di quest’anno la Commissione europea ha proposto una normativa sulle materie prime critiche, rilevano gli auditor della Corte.

(Ma è mai possibile che la Corte Europea non disponga neppure di uno scienziato del clima - che non sia al soldo della ristretta e rapace  élite globalista mondiale - che possa spiegare ai magistrati della corte che è solo tutta una gigantesca truffa sostenere che il “gas Co2” possa volare in alto dei cieli essendo più pesante dell’ aria! N.D.R)

La competitività della produzione di batterie dell’UE potrebbe essere messa a rischio dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia.

 Alla fine del 2020, il costo di un pacco batterie (200 euro per kWh) era più che raddoppiato rispetto all’importo programmato.

 Solo negli ultimi due anni, il prezzo del nichel è aumentato di oltre il 70 % e quello del litio dell’870 %.

Gli auditor criticano anche la carenza di valori-obiettivo quantificati e vincolati a scadenze precise.

 Entro il 2030, si prevede che sulle strade europee circoleranno circa 30 milioni di veicoli a emissioni zero e, potenzialmente, quasi tutti i nuovi veicoli immatricolati a partire dal 2035 dovrebbero essere alimentati da batterie.

 L’attuale strategia dell’UE non valuta però se la sua industria delle batterie sia in grado di soddisfare tale domanda.

Gli scenari critici prospettai dalla Corte Ue.

Complessivamente, la Corte mette in guardia contro due potenziali scenari peggiori nel caso la capacità di produzione dell’industria delle batterie dell’UE non dovesse crescere come previsto:

nel primo, l’UE potrebbe essere costretta a posticipare lo stop ai veicoli con motori termici al di là del 2035, mancando così gli obiettivi relativi alla neutralità in termini di emissioni di carbonio (Gas Co2);

nel secondo, l’UE potrebbe dover dipendere fortemente da batterie e veicoli elettrici non-UE, a scapito dell’industria automobilistica europea e della relativa manodopera, per riuscire a disporre di un parco veicoli a emissioni zero entro il 2035.

(Ma è mai possibile che la TRUFFA del gas “serra” CO2, più pesante dell’aria, non venga mai posta in rilievo e quindi che venga aperto subito un processo penale e civile contro chi vuole distruggere l’economia occidentale attuale basata sulla realtà e non sulla ideologia fasulla della emergenza climatica, concetto molto utile solo alla Cina? N.D.R).

Quanto conta l’influenza di Pechino sulle decisioni dell’Ue.

Quanto ha inciso l’influenza di Pechino nel processo decisionale europeo in materia?

La domanda è più che legittima dato che il Partito Comunista Cinese (PCC) ha condotto all’interno delle istituzioni europee “operazioni di influenza monetaria” con l’interferenza politica, la cooptazione delle élite, i coinvolgimenti istituzionali, la diplomazia commerciale e l’uso dei think tank, al fine di perseguire politiche coerenti con gli interessi del regime cinese.

“Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”.

Al di là delle eventuali motivazioni sottese a tale “irrazionale” e “truffaldina”  (da un punto di vista dei mezzi a disposizione, della tempistica e della geopolitica) decisione, il Green Deal rischia seriamente di consegnare gli Stati membri nelle mani della Cina di Xi Jinping.

Cina che, peraltro, ha fatto della dipendenza degli Stati, della coercizione e della cooptazione economica una strategia truffaldina – di valenza anche militare – per il dominio negli affari globali.

La dipendenza europea e quella statunitense.

Le batterie agli ioni di litio sono particolarmente importanti per la produzione di veicoli elettrici e sono sempre più utilizzate per l’accumulo di energia e in altre applicazioni industriali come macchinari, utensili elettrici o carrelli elevatori.

“Le batterie sono fondamentali per consentire la trasformazione verde e digitale dell’UE.

Sono essenziali per realizzare l’ambizione del “Green Deal europeo” di rendere l’UE neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050”, afferma la Commissione Europea (ignara del fatto che la CO2 è un gas “serra” più pesante dell’aria e quindi non potrà mai raggiungere l’altezza in atmosfera in cui sarebbe posta la cupola costituita  dai gas serra reali! N.D.R)

Tuttavia, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno in questo una dipendenza strategica da Pechino. Idem, come si vedrà, per tutte le materie prime utilizzate per la loro produzione.

Attualmente, l’UE importa dalla Cina circa il 70% delle batterie agli ioni di litio. L’UE produce appena l’1% delle relative materie prime, mentre l’84% dei materiali e dei componenti lavorati proviene dall’Asia, in particolare dalla Cina.

Litio, nichel classe 1, cobalto, manganese, grafite e rame sono gli elementi necessari per la loro realizzazione.

 La produzione globale di litio, cobalto e grafite dipende principalmente dalla Cina, che ne controlla oltre il 60%

I veicoli elettrici rappresentano tra l’80-85% dell’utilizzo delle batterie agli ioni di litio.

Pechino, a sua volta, è anche il più grande mercato mondiale dei veicoli elettrici e domina la catena di approvvigionamento per la produzione di tali batterie.

A sua volta, gli Stati Uniti importano dalla Cina circa il 75% delle batterie agli ioni di litio.

Le iniziative politiche.

L’UE ed altri Paesi stanno sviluppando iniziative politiche e programmi per contrastare la posizione di leadership della Cina e per localizzare le catene di approvvigionamento al proprio interno.

 In particolare, la Commissione europea ha varato nel 2017 laEuropean Battery Alliance che prevede la costruzione di almeno 15 stabilimenti per la produzione su vasta scala nell’UE entro il 2025 e fornire celle di batterie per alimentare 6 milioni di auto elettriche (360 GWh).

L’obiettivo dichiarato dall’UE è diventare il secondo produttore più grande di celle agli ioni di litio entro il 2024.

 “La nostra quota della capacità di produzione globale potrebbe aumentare al 14,7% entro il 2024 e al 16,6% entro il 2029, rispetto al 5,9% nel 2019”.

Il piano d’azione Ue sulle batterie.

Nel 2018 la Commissione ha adottato un piano d’azione strategico per le batterie (censurato dalla Corte dei Conti UE) che definisce un quadro completo di misure normative e non normative per supportare tutti i segmenti della catena del valore delle batterie e comprende le 6 aree prioritarie riportate di seguito:

Garantire l’accesso alle materie prime per le batterie;

Sostenere la produzione europea di celle per batterie e altri investimenti (attraverso la Banca europea per gli investimenti o lo strumento degli aiuti di Stato per importanti progetti di comune interesse europeo IPCEI);

Rafforzare la leadership industriale attraverso programmi accelerati di ricerca e innovazione;

Garantire una forza lavoro altamente qualificata lungo l’intera catena del valore (Questo viene fatto attraverso progetti come ALBATTI, GUIDA e il Progetto COSME Competenze automobilistiche).

L’Automotive Skills Alliance, guidata dall’industria, è stata lanciata il 10 novembre 2020, nell’ambito dell’iniziativa della Commissione sul patto per le competenze, creando un quadro dell’UE che sostiene le iniziative locali e regionali per la riqualificazione e il miglioramento delle competenze dei lavoratori europei del settore automobilistico.

Supporta il settore automobilistico nel soddisfare i requisiti di ristrutturazione a lungo termine per la transizione verde e digitale in corso.

Questa alleanza si baserà sul lavoro di DRIVES e ALBATTS;

Sostenere un’industria europea sostenibile della produzione di celle per batterie (Il regolamento sulle batterie è stato proposto il 9 dicembre 2020. Vedi: Comunicato stampa sulla proposta di regolamento sulle batterie, Pagina della proposta di regolamentazione delle batterie).

Garantire la coerenza con quadri più ampi, quali la strategia per l’energia pulita, i pacchetti sulla mobilità, la politica commerciale dell’UE, ecc.

Nel dicembre 2019, l’UE ha dichiarato che il settore delle batterie è di “interesse strategico” e ha annunciato un fondo di 3,5 miliardi di dollari per promuovere la ricerca e lo sviluppo delle batterie per aumentare la competitività globale dell’Europa.

In linea con il “Green Deal europeo”, il piano d’azione per l’economia circolare e la strategia industriale, la Commissione Europea afferma di “lavorare a una catena del valore competitiva, circolare, sostenibile e sicura per tutte le batterie immesse sul mercato dell’UE.

La” European Battery Alliance” si integra con gli interessi della Commissione”.

Supportata dalla Commissione e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI), la “European Battery Alliance “(EBA) riunisce le autorità nazionali, le regioni, gli istituti di ricerca industriale e altri soggetti interessati nella catena del valore delle batterie dell’UE.

Il 14 marzo 2022, la Commissione e il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) hanno annunciato il sostegno a una collaborazione tra la” European Battery Alliance” e l’”alleanza statunitense Li-Bridge”

 “per accelerare lo sviluppo di solide catene di approvvigionamento per le batterie agli ioni di litio e di prossima generazione, comprese le batterie i segmenti critici delle materie prime”.

 

La strategia francese.

A maggio, la Francia ha aperto la sua prima fabbrica di batterie per auto elettriche, una joint venture tra i giganti industriali europei “Stellantis”, “Total Energies” e “Mercedes”.

 Il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire ha sottolineato la sfida futura (ignorando totalmente la” truffa” relativa al fatto che la Co2 è un gas più pesante dell’atmosfera! N.D.R).

 

“L’obiettivo non è che ci siano solo fabbriche di batterie”, ha detto Le Maire in una conferenza stampa dopo l’apertura della fabbrica.

“Dobbiamo controllare l’intera catena del valore.

Per prima cosa stiamo lavorando sui materiali critici di cui abbiamo bisogno di produrne di più, di cui abbiamo bisogno di trovarne di più.

 Non possiamo dipendere totalmente dall’Asia per la fornitura di materiali critici. Quindi dobbiamo riciclare le batterie”.

(secondo gli “sciocchi” anche le batterie riciclate dovrebbero essere fatte volare nell’atmosfera   e poste sotto la cupola dei gas serra dove si dovrebbe trovare anche la CO2 più pesante dell’aria! N.D.R).

Quanto agli Stati Uniti, le batterie agli ioni di litio sono state riconosciute nei rapporti sulla catena di approvvigionamento del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) e del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DOD) come una tecnologia importante per la sicurezza economica e nazionale.

La dipendenza dalle relative importazioni cinesi è descritta come seria vulnerabilità.

La leadership cinese nella produzione di batterie ad alta capacità.

L’US Geological Survey (USGS) ha recentemente rilevato che la Cina è il principale produttore di 16 dei 32 minerali critici, tra cui cobalto, ferro, nichel (C1), manganese, litio e grafite, necessari per la produzione di batterie agli ioni di litio.

 

La Cina è anche leader mondiale nell’estrazione di materie prime di grafite, con una quota pari all’82% della produzione globale.

 Il DOE ha scoperto che “la Cina ha il predominio quasi assoluto dell’odierna capacità di raffinazione dei metalli necessari per le batterie agli ioni di litio”, come solfato di cobalto (62%), manganese ad alta purezza solfato (95%), idrossido di litio carbonato (61%); idem per i sottocomponenti, come i catodi (63%), i materiali anodici (84%), i separatori (66%) e gli elettroliti (69%).

Pechino è anche leader nella produzione di celle per batterie (80%) e si prevede che guiderà il mercato del riciclaggio delle batterie (50%).

(Infatti le batterie fabbricate in Cina sono notoriamente più leggere dell’aria, come la CO2! N.D.R).

Gli Stati Uniti, come altri Paesi, stanno tentando di mitigare alcune di queste vulnerabilità.

Sono attivi in questo il “Critical Minerals Institute”, il programma” Minerals Sustainability” e il “Consorzio Federale per le Batterie Avanzate”.

Il dominio globale della Cina è la conseguenza di diversi fattori (tra cui la corruzione sistematica! N.D.R), quali le politiche ambientali discutibili, le distorsioni dei prezzi, la costituzione di entità statali che riducono al minimo la concorrenza e gli ingenti sussidi pubblici lungo tutta la catena di approvvigionamento delle batterie.

 Il ferreo controllo economico consente al governo di Pechino di sviluppare infrastrutture per materiali critici per le batterie ben prima dei driver di mercato. In particolare negli ultimi anni, le società cinesi hanno investito molto in questo settore.

(Infatti gli asini occidentali …volano! N.D.R)

I prezzi dei materiali dei fornitori cinesi sono inferiori ai normali prezzi di mercato e, secondo gli USA, la combinazione di ciò con i massicci sussidi del governo cinese solleva interrogativi commerciali.

 Ci sono prove diffuse secondo cui la Cina starebbe operando al di fuori delle pratiche accettate a livello globale per il commercio internazionale (OMC).

Gran parte dei 100 miliardi di dollari di sussidi governativi diretti cinesi erano o sono disponibili esclusivamente per aziende con sede in Cina o per la produzione nazionale.

Il braccio di ferro Usa-Cina.

Per la Casa Bianca, questi sussidi sono stati inizialmente trattenuti anche dalle aziende che utilizzavano cellule di società con sede all’estero attraverso una certificazione opaca dei requisiti.

Tali requisiti di certificazione sembrano anche volti ad estrarre PI sulla composizione e sulla costruzione delle celle da fornitori con sede all’estero.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di aver sfruttato la sua posizione sostenuta dallo Stato come principale produttore e consumatore di celle agli ioni di litio per limitare ulteriormente la concorrenza nella catena di approvvigionamento.

L’approccio della Cina, aggiunge l’Amministrazione Biden, consiste nel garantire un accesso preferenziale alle imprese nazionali, in gran parte statali, per fare investimenti precompetitivi nella capacità di raffinazione dei materiali e delle materie prime e lo Stato sovvenziona questa capacità fino a quando non viene creata una domanda e, a volte, anche per immettere prodotti e materiali nei mercati internazionali.

Come si vedrà, le aziende cinesi hanno effettuato numerosi ed ingenti investimenti in operazioni minerarie in tutto il mondo per garantirsi la fornitura di materiali critici come cobalto, nichel e litio.

Secondo “Benchmark Minerals Intelligence”, un’agenzia di rapporti sui prezzi con sede a Londra, la Cina ha anche un ulteriore vantaggio:

 riesce a mantenere una posizione significativa nella catena di approvvigionamento globale dalla raffinazione fino alla produzione a valle delle celle per batteria, nonostante produca solo il 23% della fornitura globale di materie prime.

Il predominio della Cina nel settore delle batterie si concentra sulla produzione mid-stream e downstream.

Nel 2019, la produzione chimica cinese di materie prime di Classe 1 si è attestata all’80% della produzione globale totale.

 La Cina è il principale trasformatore mondiale di carbonato di litio in idrossido di litio, cobalto in solfato di cobalto, raffinazione del manganese e raffinazione della grafite sferica non rivestita.

Con i programmi economici a lungo termine Made in China 2025 e Industrie strategiche emergenti, Pechino ha identificato come “industrie critiche” i veicoli elettrici e le apparecchiature della rete elettrica (ad esempio i sistemi di accumulo).

 Nel perseguimento di questo obiettivo, la Cina ha introdotto una serie di politiche per assistere le imprese automobilistiche e le società energetiche interne nello sviluppo o nell’acquisizione di tecnologie e nella localizzazione della produzione nel Paese che spesso generano asimmetrie normative a svantaggio delle imprese straniere.

 Un esempio ne è il programma di certificazione delle batterie, implementato proprio per impedire o ostacolare la vendita locale di batterie prodotte da società straniere nonché per inibire l’ingresso di queste imprese nel mercato dei veicoli elettrici cinese e per escluderle dal beneficio degli incentivi.

Va anche detto che, sebbene la Cina abbia livelli di produzione elevati di celle per batterie agli ioni di litio, fino ad oggi una parte sostanziale della produzione è stata di qualità inferiore rispetto a quelle di altri Paesi.

L’indagine dell’Ue.

Intanto, la presidente della Commissione europea “Ursula von der Leyen” ha annunciato un’indagine sui sussidi cinesi ai produttori di veicoli elettrici, che stanno cercando di farsi strada nel mercato europeo con prezzi significativamente inferiori a quelli fissati dai loro concorrenti europei.

“La Commissione sta avviando un’indagine anti sovvenzioni sui veicoli elettrici provenienti dalla Cina.

L’Europa è aperta alla concorrenza, ma non a una corsa al ribasso.

 Dobbiamo difenderci dalle pratiche sleali”, ha affermato” la  Von der Leyen” il 13 settembre nel suo discorso sullo stato del sindacato.

 

Pechino ha criticato l’indagine dell’UE.

“Le misure adottate dall’UE violano i principi dell’economia di mercato e le regole del commercio internazionale.

 La [mossa] non favorisce la stabilità della catena di fornitura globale dell’industria automobilistica e non è nell’interesse di nessuno, compreso il UE”, ha detto mercoledì ai giornalisti Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese.

L’approvvigionamento di terre rare.

Stati Uniti e Unione Europea dipendono strategicamente anche da un’ampia gamma di minerali e materiali critici che sono gli elementi costitutivi delle batterie, oltre che dei prodotti che si utilizzano tutti i giorni.

Gli elementi delle terre rare (REE) e i minerali critici sono un gruppo di 17 metalli: 15 elementi della serie dei lantanidi e due chimicamente simili, lo scandio e l’ittrio. Ciascuno con proprietà uniche vitali, essi sono alla base di produzione, sviluppo, consegna e sostegno di servizi essenziali come telecomunicazioni e informatica, alimentazione e agricoltura, finanza, assistenza sanitaria, istruzione, trasporti e pubblica sicurezza.

Si prevede che la loro domanda aumenterà nei prossimi due decenni, in particolare quando il mondo agirà per eliminare le emissioni nette di carbonio (gas CO2) entro il 2050.

(Ma non sarebbe il caso di controllare il peso della CO2 rispetto all’atmosfera e mettere in luce finalmente se è vero o no che la CO2 è più pesante dell’aria in cui dovrebbe svolazzare? N.D.R)

La Cina, sebbene abbia soltanto circa il 30% delle riserve globali di terre rare, controlla il 50-60% della loro estrazione mondiale e l’80-90% del mercato nella fase della lavorazione intermedia.

Attualmente, il 98% della fornitura di terre rare dell’UE proviene dalla Cina. La dipendenza degli USA si stima, invece, intorno all’80%.

Oggi la Cina detiene una posizione di comando nella catena di approvvigionamento globale delle terre rare, dall’estrazione mineraria alla lavorazione fino agli usi finali.

Pechino utilizza numerosi strumenti per conservarne il dominio, come i controlli sulle esportazioni, le quote di produzione, gli investimenti statali nella ricerca di base, la nazionalizzazione dell’industria e, più recentemente, il consolidamento dello Stato in una mega-impresa integrata.

Attualmente, il predominio di Pechino è dovuto più al loro investimento nel processo di separazione e raffinazione che alle politiche commerciali o industriali. Nel 2012 il governo cinese ha avviato un processo di consolidamento del settore che ha trasformato l’industria in sei conglomerati statali regionali.

A dicembre 2021 c’è stato un ulteriore consolidamento del settore con la creazione di una nuova mega impresa.

Il China Rare Earth Group è il risultato della fusione di tre grandi conglomerati minerari e due istituti di ricerca.

Controllerà le terre rare pesanti e medie della Cina, sotto il controllo della Commissione statale per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà del Consiglio di Stato (il più alto livello amministrativo).

 Il nuovo conglomerato controllerà il 30-40% circa dell’offerta globale.

In futuro saranno consolidate anche le società del nord della Cina, intorno alla miniera di Baotou nella Mongolia interna e Pechino avrà solo due enormi imprese statali integrate verticalmente in grado di gestire l’estrazione di terre rare e la post-elaborazione.

L’azienda del sud si concentrerà sui minerali pesanti, mentre quella del nord si concentrerà sui minerali leggeri (compreso il neodimio).

Le vulnerabilità europee e statunitensi delle relative catene di approvvigionamento, dunque, derivano dalla concentrazione del mercato in Cina. Pechino, però, non sarà in grado di soddisfare la propria domanda interna in aumento, né i bisogni globali, in particolare per il neodimio ed altre terre rare chiave necessarie per i magneti permanenti.

 Senza queste terre rare, diventa di difficile realizzazione anche la politica della transizione energetica globale.

Sfruttare l’asimmetria nelle catene di approvvigionamento globali.

Negli ultimi decenni, il PCC ha condotto una guerra economica contro il resto del mondo, ha eroso filiere produttive con l’obiettivo di rendere gli Stati dipendenti da Pechino e questo piano sta riuscendo. Il corollario è che più le industrie si indeboliscono (semiconduttori, telecomunicazioni, minerali critici ed elementi delle terre rare, batterie ad alta capacità, prodotti farmaceutici e attrezzature mediche), più la sicurezza nazionale degli Stati cui appartengono è a rischio.

Senza l’accesso a catene di approvvigionamento sicure, nessun Paese è in grado di sostenere la propria economia e sviluppare sistemi d’arma per la difesa nazionale.

Tutto ciò non significa escludere la Cina dalle catene di approvvigionamento globali che si intersecano con quelle di altri Paesi come USA e UE;

 tuttavia, è doveroso capire quali circostanze creano rischi inaccettabili e quali, invece, rischi tollerabili o benigni.

 In particolare, ci si dovrebbe preoccupare della cosiddetta interdipendenza asimmetrica che Pechino usa come arma geopolitica.

 Sono tali le catene di approvvigionamento critiche, cioè che generano una dipendenza strategica rischiosa che sorge quando l’accesso limitato a una categoria di prodotti può sconvolgere l’economia di un Paese o lasciarlo altrimenti vulnerabile.

 Ciò deve tenere conto della tecnologia, del know-how, dei costi e del tempo necessario per creare fonti alternative per la produzione industriale vitale.

 La preparazione agli shock è solo un fattore e la diversificazione commerciale, non l’autarchia, è la chiave della soluzione.

L’obiettivo è triplice: sicurezza, apertura e prosperità delle catene.

Bisogna formare un’alleanza strategica globale della catena di approvvigionamento, ha detto “Stephen Ezell”, vice presidente della “Global Innovation Policy Information Technology and Innovation Foundation” (ITIF).

 Le nazioni democratiche che la pensano allo stesso modo dovrebbero unirsi per formare una “Global Strategic Supply Chain Alliance” (GSSCA) ed affrontare collettivamente le esigenze di sicurezza rispetto ad elementi strategici critici, come le reti 5G, i metalli delle terre rare, i principi farmaceutici attivi, le batterie e, forse, riuscire a conquistarsi un componente chiave nella catena di approvvigionamento dei semiconduttori.

 

 

Mafia russa e ucraina sempre più potenti:

la guerra non le ha indebolite,

e ora c'è la ricostruzione.

Msn.com – (2-10-2023) – Prof. Vincenzo Musacchio -Giurista – ci dice:

 

Professor Musacchio, la guerra attualmente in corso secondo lei ha in qualche modo interrotto gli affari tra la mafia russa e quella ucraina?

Secondo il mio parere no, poiché la rete transfrontaliera del traffico di droga, armi e esseri umani esistente tra Ucraina e Russia resta ancora oggi una delle più importanti al mondo.

 Questi collegamenti, forieri di affari lucrosissimi, esistono e persisteranno anche nel prossimo futuro.

L’attuale guerra ha solo momentaneamente interrotto la “superstrada” dei traffici illegali che parte da Mosca per arrivare nelle grandi metropoli europee.

Le forti interconnessioni tra le due mafie - unite oltre che da guadagni illeciti incommensurabili anche da legami culturali, linguistici e storici - non solo non scompariranno ma si rigenereranno e si adegueranno immediatamente ai nuovi scenari di guerra e poi a quelli post-bellici.

La guerra quindi non è un fattore disgregante per le due mafie?

Assolutamente no!

Un sistema criminale così ben collaudato non può scomparire a causa di una guerra, anzi quest’ultima sarà occasione per rafforzare i legami di interesse economico.

 Lo stato di salute di questo sodalizio criminale transfrontaliero non è ottimale come in passato soltanto perché la guerra ha innalzato barriere materiali, sotto forma di combattimenti in prima linea e posti di blocco alle frontiere, oltre a rabbia per la consistente distruzione e sofferenza inflitta dall'invasione.

Questa situazione ripeto è solo momentanea e non è affatto interruttiva dei rapporti tra le due organizzazioni criminali.

Sono davvero molto pericolose queste due mafie?

Questi due gruppi criminali, secondo un’indagine condotta da “InsiderPro” e “StartingFinance”, autorevoli siti di informazione finanziaria mondiale, sono equiparabili, o comunque si avvicinano, alla Yakuza giapponese.

Su un fattore di pericolosità di 5/5, le due mafie hanno un impatto di potenza economica 4/5; potenza militare: 4/5; transnazionalità 4/5; indice di pericolosità totale: 4/5.

 Tutto questo potere criminale deriva dal traffico di droga, di armi, dalla prostituzione, dagli omicidi su commissione, dal traffico di esseri umani, dalle truffe internazionali e dal mondo del cyber crime.

 

Esistono delle stime sulla loro potenza economica?

Siamo di fronte ad una alleanza criminale che originariamente nasce a Mosca e che poi ha inglobato per collaborazione la mafia ucraina.

Questa potente organizzazione opera in almeno quaranta nazioni, tra cui numerose in Europa, Nord America e Sud Africa.

Il suo fatturato si aggira sui 70-90 miliardi di dollari annui (Russia-Ucraina).

È di pochissimo sotto la Yakuza che invece fatturerebbe circa 100 miliardi di dollari annui.

Questa alleanza conta oltre seimila clan criminali operanti a pieno regime nel territorio russo e in quello ucraino.

Tali profitti aumenteranno notevolmente negli anni a venire grazie al traffico di armi in tutto il mondo, in particolare i volumi di armi negoziate e detenute durante la guerra e nella fase post bellica potrebbero essere in grado di mettere in crisi la sicurezza mondiale e fare di queste mafie le più potenti al mondo.

Cosa accadrà nella fase post-bellica?

Se solo ci proiettassimo alla fase post-bellica, ci renderemmo subito conto che questa fase sarà in grado di generare ben altri sistemi criminali simili a quelli operativi alla fine della “guerra fredda” o dopo il conflitto nei Balcani.

 Mi riferisco soprattutto al traffico illegale di armi, oppure al traffico di esseri umani connesso ai rifugiati e ai rimpatriati.

Per non parlare della ricostruzione durante la quale le due mafie sicuramente lucreranno e non poco.

Dal punto di vista della geopolitica delle mafie invece cosa sta accadendo?

È vero che con l’inizio delle ostilità tra le due nazioni alcune organizzazioni criminali hanno lasciato la Russia e l'Ucraina per l'Asia centrale, alcuni Stati del Golfo e la Turchia, ma questo non ha affatto impedito il continuare dei rapporti tra la mafia russa e quella ucraina al di fuori dei territori di guerra.

La conferma di questo mio ragionamento ha trovato recente conferma anche da parte di Europol (Relazione speciale 2022) la quale ha sottolineato come i mafiosi delle due nazioni continuino a collaborare guardando soprattutto a quei profitti che con la guerra aumentano.

Sembra tuttavia che siano cambiate le rotte dei traffici illegali, le risulta?

Si questo corrisponde al vero.

Il conflitto tuttavia non ha affatto fermato i traffici illegali poiché alla tratta Mosca-Kiev-Europa, oggi si è sostituita quella che da Mosca passa per la Turchia fino in Europa.

Pensare che mafia russa e ucraina rinuncino a simili prospettive di guadagno nonostante nuovi crocevia criminali significa non conoscere le evoluzioni delle nuove mafie che si alleano tra loro cercando sempre la migliore convenienza.

 Le mafie contemporanee inoltre sono in grado di costruire relazioni internazionali che, a differenza di quasi tutte le altre entità criminali, non sono controllabili dal singolo Stato, appartengono ai domini geopolitici che sono sempre più sovranazionali.

Quali sono quindi le prospettive future che ci attendono?

Ad oggi non vedo una possibile una scissione definitiva tra la mafia russa e quella ucraina.

 Ad impedirne la realizzazione come ho ribadito più volte sono e saranno sicuramente gli ingenti guadagni a cui nessuna delle due organizzazioni criminali rinuncerà mai.

 (Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). È ricercatore indipendente e membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ottanta. È tra i più accreditati studiosi delle nuove mafie transnazionali. Esperto di strategie di lotta al crimine organizzato. Autore di numerosi saggi e di una monografia pubblicata in cinquantaquattro Stati scritta con Franco Roberti dal titolo “La lotta alle nuove mafie combattuta a livello transnazionale”. È considerato il maggior esperto europeo di mafia albanese e i suoi lavori di approfondimento in materia sono stati utilizzati anche da commissioni legislative in ambito europeo.)

 

 

 

 

 

L’Ue si è svegliata troppo

tardi su batterie e Cina.

Starmag.it – Marco dell’Aguzzo (18 settembre 2023) – ci dice:

La transizione energetica potrebbe far transitare l'Unione europea da una dipendenza all'altra: ieri dalla Russia per il gas, domani dalla Cina per le batterie. La Commissione si è accorta troppo tardi dei rischi politici e industriali.

Ecco amnesie e contraddizioni.

Stando a un documento destinato alla presidenza del Consiglio dell’UE, detenuta dalla Spagna, e ottenuto da Reuters, entro il 2030 l’Unione europea potrebbe sviluppare una dipendenza dalla Cina per le batterie agli ioni di litio simile alla dipendenza dalla Russia per il gas naturale.

 Il documento farà da base alle discussioni sulla sicurezza economica che si terranno il prossimo 5 ottobre a Granada, in Spagna, durante un incontro tra i capi di stato o di governo europei.

Una forte espansione delle installazioni di impianti eolici e fotovoltaici, come previsto dai piani europei per la transizione ecologica, farà aumentare dalle dieci alle trenta volte la domanda comunitaria di batterie, si legge.

Le batterie sono necessarie allo stoccaggio dell’energia generata in maniera intermittente dalle fonti rinnovabili, il cui output dipende dalle condizioni meteorologiche.

La manifattura di batterie agli ioni di litio è però dominata con percentuali altissime dalla Cina, che ne controlla peraltro l’intera filiera, fin dai metalli di base (litio, cobalto, nichel, grafite).

 

“Senza l’attuazione di misure forti”, si sostiene nel paper, “al 2030 l’ecosistema energetico europeo potrebbe avere una dipendenza dalla Cina di natura diversa, ma dalla gravità simile, da quella che aveva dalla Russia prima dell’invasione dell’Ucraina” per gli idrocarburi.

 Nel 2021 Mosca forniva oltre il 40 per cento del gas naturale consumato nell’Unione e valeva il 27 per cento delle importazioni petrolifere del blocco e il 46 per cento di quelle di carbone.

 

La dipendenza dalla Cina per le tecnologie critiche per la transizione ecologica potrebbe avere ripercussioni negative sul comparto industriale europeo, sull’occupazione e anche sulla sicurezza economica, qualora ad esempio Pechino decidesse di limitare o bloccare del tutto le forniture.

La Commissione europea ha puntato moltissimo sulla transizione ecologica, sostenendo di voler diventare il primo “blocco carbon-neutral” al mondo entro il 2050.

Con carbon-neutral, o neutralità carbonica (Co2), si intende una condizione di azzeramento netto delle emissioni di gas serra, che Bruxelles – ma anche Washington, ad esempio – ha intenzione di raggiungere entro la metà del secolo.

(La CO2 non può essere un gas serra in quanto è più pesante dell’atmosfera e quindi non può volare sotto la cupola dei gas serra! N.D.R)

La Commissione ha puntato moltissimo sulla retorica, ma – a differenza della Casa Bianca, in questo caso – ha dimenticato gli aspetti concreti.

La decarbonizzazione (Eliminare la CO2! N.D.R ) non la si fa con gli annunci o i divieti, ma con l’industria:

la transizione ecologica è a tutti gli effetti una rivoluzione industriale perché implica la nascita di nuovi settori, lo sviluppo di nuove filiere e la trasformazione “sostenibile” (nel senso di riduzione dell’impronta carbonica Co2) del tessuto produttivo esistente.

 Il “Green Deal” è stato definito tra il 2019 e il 2020;

 il “Green Deal Industrial Plan” è stato proposto solo lo scorso febbraio, peraltro circa sei mesi dopo che gli Stati Uniti di Joe Biden avevano approvato una grande legge per la manifattura di tecnologie pulite, l’”Inflation Reduction Act”.

Trascurare il lato industriale della transizione significa rischiare di sviluppare una dipendenza per le tecnologie critiche non soltanto dagli Stati Uniti, che grazie all’”Inflation Reduction Act” stanno attirando grandi investimenti, ma soprattutto dalla Cina, una nazione che Bruxelles considera una “rivale sistemica” e che è dominante nella produzione di batterie e pannelli solari (e sta avanzando nelle turbine eoliche, negli elettrolizzatori per l’idrogeno e nei veicoli elettrici).

“L’aspetto industriale è stato fortemente e colpevolmente sottovalutato dall’approccio spinto da Timmermans”, l’ex-vicepresidente della Commissione europea per il “Green Deal”, ha spiegato il consigliere scientifico di Limes, “Alessandro Aresu”, a Start Magazine:

“È stato già perso un sacco di tempo inutilmente”, proseguiva l’analista geopolitico, “e intervenire in questo periodo è ovviamente più difficile, anche per gli effetti sui prezzi.

Bisognava pensarci prima”.

Il futuro del nostro continente passa anche da un approccio culturale in cui analizziamo con schiettezza il funzionamento di una filiera industriale, e i suoi aspetti chimici ed elettronici (che richiedono notevoli investimenti) invece di vivere con l’autolesionistica illusione (figlia di un ‘pensiero magico’, come è stato scritto) secondo cui schiacciamo un pulsante e rendiamo tutto elettrico gratis, mentre il resto del mondo ci prende in giro per questo”, ha rimarcato “Aresu”!  

 

 

 

 

PULITA E ACCESSIBILE: L'ENERGIA

SOLARE SPINGE LA TRANSIZIONE GREEN.

Bancagenerali.com – Stefano Guidani – (13 luglio 2023) – ci dice:

In Minnesota (USA) per raccontare come sia possibile sfruttare tecnologie energetiche pulite per favorire una crescita sostenibile.

Secondo i dati elaborati dall’ONU, ad oggi una persona su cinque non ha accesso a moderni servizi energetici e poco meno di 3 miliardi di persone dipendono da legno e carbone per attività primarie come cucinare e riscaldarsi.

Inoltre, negli ultimi due anni, secondo la “IEA” (International Energy Agency), circa 1 miliardo di persone nel mondo non ha avuto accesso all’elettricità.

Questi sono numeri che sottolineano l’urgenza e la necessità di un agire condiviso da parte di istituzioni e comunità per svincolare la produzione di energia elettrica dai combustibili fossili.

La disponibilità di energia resta infatti ancora oggi da un lato la causa del perdurare di diverse problematiche ambientali e sociali ma dall’altro l’unica chiave per la loro stessa risoluzione.

 

Il Parco Solare di Aurora.

Ed è proprio l’energia rinnovabile e la relativa accessibilità al centro del racconto del sedicesimo, oramai penultimo, scatto di BG4SDGs – “Time to Change”, il progetto per approfondire lo stato dell’arte del processo di raggiungimento dei 17 obiettivi dell’”Agenda ONU 2030”.

In questa occasione, il fotografo Stefano Guindani si è recato negli Stati Uniti, in Minnesota, presso il Parco Solare di Aurora - il più grande impianto fotovoltaico in Nord America (di proprietà del gruppo italiano Enel) - per raccontare la situazione relativa al “Sustainable Development Goal” (SDG) numero 7 che riguarda proprio la transizione energetica e l’efficienza degli impianti al fine di garantire servizi green accessibili per tutti.

Situato in una vasta area, il Parco Aurora è pensato per svolgere un ruolo significativo nella transizione energetica a favore della comunità agricola locale. Con un'ampia superficie di pannelli solari, converte direttamente l'energia accumulata dal sole in elettricità ed è in grado in questo modo di evitare l’emissione in atmosfera di oltre 150.000 tonnellate di CO2 all’anno rappresentando un'alternativa concreta alle fonti di energia tradizionali basate sui combustibili fossili.

Ma ciò che distingue questo impianto è soprattutto la sua dimensione e la sua capacità di generare una grande quantità di energia.

 Infatti, grazie all'utilizzo di tecnologie avanzate e all'efficienza dei pannelli solari, il parco è in grado di produrre circa 210 milioni di kWh all’anno, sufficienti ad alimentare migliaia di abitazioni e aziende nella regione circostante e pari alla domanda di oltre 17.000 famiglie statunitensi.

Innovazione sociale e tecnologica per la produzione di energia rinnovabile.

“Nel contesto dell’obiettivo numero 7, che mira ad assicurare a tutti l'accesso a sistemi di energia economici, affidabili e sostenibili, le fattorie Aurora di Enel in Minnesota rappresentano un esempio concreto di innovazione e attenzione ad un futuro migliore.

Queste centrali solari agro-fotovoltaiche combinano la produzione di energia solare con agricoltura, allevamento e apicoltura, creando un circolo virtuoso in cui diverse forme di produzione si supportano reciprocamente.

Mentre i pannelli solari producono energia pulita, le pecore e le api svolgono un ruolo cruciale:

 le pecore aiutano a mantenere puliti gli spazi intorno ai pannelli solari (evitando incendi), sfoltendo l'erba in modo naturale e senza l'uso di carburanti fossili;

le api promuovono la biodiversità, l'impollinazione, la salvaguardia degli impollinatori, sostenendo così anche l'obiettivo numero 15 degli SGD’s;

allo stesso tempo, le api traggono vantaggio dai fiori presenti nell'area, consentendo loro di produrre miele di alta qualità.

Inoltre, dopo 20 anni i terreni vengono restituiti ai proprietari in condizioni migliori rispetto a prima.

 Iniziative come queste rappresentano un esempio di innovazione sociale e tecnologica, che dimostra come sia possibile conciliare la produzione di energia pulita, l’agricoltura sostenibile e la conservazione dell’ambiente” ha dichiarato Stefano Guindani, fotografo e curatore del progetto.

Oltre ai benefici ambientali derivanti dalla produzione di energia pulita, il Parco contribuisce anche alla creazione di posti di lavoro locali e al sostegno dell'economia locale.

Le cooperative di apicoltori che si trovano oltre la recinzione del parco sfruttano l’ecosistema ricreato nel sito al fine di aiutare le popolazioni di api e promuovere la produttività delle colture per le aziende agricole circostanti.

 Inoltre, il miele prodotto dalle api di Aurora viene venduto all’industria alimentare e a quella delle bevande.

 Il progetto prevede infine l’utilizzo di diverse specie di bestiame per realizzare il piano di pascolo.

Le pecore trasportano i semi delle piante per il territorio, li spargono in giro e li calpestano con gli zoccoli; così facendo si ha un aumento del rendimento agricolo di più del 40%.

 

 

 

 

SOSTENIBILITÀ.

Transizione energetica:

cos’è e come avviene

Energyup.tech - (13 Apr. 2022) - Gianluigi Torchiani – ci dice:

 

L’attuale passaggio a un sistema energetico a basse emissioni prevede l’impiego di diverse tecnologie e apre a numerose opportunità, che vanno oltre i soli aspetti ambientali.

La transizione energetica sta caratterizzando il settore energy nel XXI° secolo.

La transizione energetica costituisce una delle chiavi per leggere molte delle scelte attuali degli Stati in materia economica, ambientale e persino geopolitiche.

 Non a caso, si tratta di uno dei temi ricorrenti nel dibattito pubblico, tanto da essere spesso citata da politici ed esperti di varia natura con un’accezione tipicamente positiva.

Ma di cosa stiamo esattamente parlando?

Cos’è la transizione energetica.

Come avviene la transizione energetica.

Quali sono le fonti rinnovabili di energia.

Decarbonizzazione dell’economia.

Vantaggi.

Cos’è la transizione energetica.

Secondo ENEA, il termine transizione energetica fa riferimento a “un processo di trasformazione del quadro di soddisfacimento dei fabbisogni energetici verso soluzioni caratterizzate da un ridotto impatto ambientale (con particolare riferimento alle emissioni di gas climalteranti) e, più in generale, da una maggiore sostenibilità.

Caratteristiche fondamentali di questo processo sono la transizione verso un portfolio di fonti energetiche prevalentemente basate sull’utilizzo di risorse rinnovabili, la diffusione di soluzioni di efficienza in tutti gli utilizzi dell’energia e, infine, la disponibilità di soluzioni di cattura e sequestro dell’anidride carbonica, che rendano possibile l’utilizzo sostenibile delle fonti fossili”.

 Riassumendo, la transizione energetica che stiamo vivendo in questi anni prevede il passaggio da un mix energetico centrato sui combustibili fossili a uno a basse o a zero emissioni di carbonio (CO2), basato sulle fonti rinnovabili.

Il climate change è la ragione principale che sta spingendo l’attuale transizione:

la combustione delle fonti fossili di energia (carbone, petrolio e gas naturale) causa infatti l’emissione in atmosfera di anidride carbonica e dei gas ad effetto serra.

(Il problema nasce dal fatto che il gas CO2 non è un gas serra. Infatti essendo più pesante dell’atmosfera non potrà mai alzarsi in volo per raggiungere gli altri gas serra che costituiscono la “calotta della serra” che li racchiude! N.D.R)

Questi gas (senza CO2 che è un gas pesante più dell’aria! N.D.R)   sono in grado di aumentare la capacità dell’atmosfera terrestre di trattenere l’energia ricevuta dal sole, innescando un aumento della temperatura e il cambiamento del clima.

Quella attuale non è naturalmente l’unica transizione energetica della storia dell’umanità:

pensiamo all’utilizzo del carbone durante la rivoluzione industriale, oppure alla progressiva introduzione dell’elettricità nel pianeta.

Però, attualmente, quando si parla di transizione energetica intendiamo unicamente il percorso in atto verso un sistema energetico green e a zero emissioni.

Come avviene la transizione energetica.

Come abbiamo spiegato in precedenza, la transizione energetica avverrà in buona parte attraverso il passaggio a un sistema energetico basato sulle fonti rinnovabili, come fotovoltaico, eolico e idroelettrico, diminuendo così drasticamente i consumi di carbone, gas e petrolio.

 Nell’ottica di contenere il surriscaldamento globale entro gli 1,5 gradi, la comunità scientifica internazionale è concorde nell’affermare che questo passaggio dovrà avvenire entro e non oltre il 2050.

La “Iea” (International Energy Agency) ha delineato in uno scenario come potrebbe essere il settore energetico per quella data:

 al 2050 potremmo avere una domanda globale di energia nel 2050 di circa l’8% inferiore a quella attuale, in grado di abilitare il funzionamento di un’economia più grande del doppio e una popolazione di 2 miliardi di unità più numerosa rispetto a oggi.

 Invece di essere come oggi dipendente dai combustibili fossili, il settore energetico si baserebbe in gran parte sulle energie rinnovabili.

 Secondo la “Iea”, circa i due terzi della fornitura totale di energia nel 2050 proverrebbe infatti da energia eolica, solare, bioenergetica, geotermica e idroelettrica, mentre il peso dei combustibili fossili sarebbe ridotto ad appena un quinto entro il 2050.

Inoltre l’impatto negativo in termini di emissioni di gas serra sarebbe in gran parte attenuato dall’impiego soluzioni di Carbon & Capture storage (capaci cioè di catturare la CO2 emessa dalle attività umane).

Capofila di questa transizione energetica a livello globale è sicuramente l’Unione europea, che con il pacchetto Fit for 55 sta puntando anche a obiettivi più ambiziosi per il 2030.

In ottica 2050, l’obiettivo della neutralità climatica del sistema energetico del Vecchio Continente sarà ottenuto, oltre che con l’apporto delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, con una maggiore integrazione:

i mercati elettrici dei vari Paesi europei dovranno essere più integrati tra loro rispetto ad oggi e con i settori d’uso finale, come l’edilizia, i trasporti e l’industria.

In effetti, la generazione di energia da fonti rinnovabili è solo una fetta – per quanto fondamentale – della transizione energetica in atto.

 Fondamentale, ad esempio, sarà migliorare la capacità di stoccaggio e di accumulo delle energie rinnovabili intermittenti, per assicurare una maggiore solidità al sistema elettrico.

Che comunque dovrà essere sempre più basato sulle “Smart Grid”, ovvero su reti intelligenti di nuova generazione capaci di mantenere in equilibrio la domanda e l’offerta di energia in un contesto profondamente mutato rispetto al passato.

Altro caposaldo della transizione energetica è l’elettrificazione:

come si sta già iniziando a vedere nel settore della mobilità, l’elettricità (sempre più prodotta a partire dalle rinnovabili) sostituirà i carburanti fossili come vettore energetico.

 Una svolta del tutto simile sta già avvenendo nel riscaldamento, come dimostra la progressiva affermazione delle pompe di calore.

Più in generale, per raggiungere l’obiettivo della transizione energetica, i governi, le società energetiche, gli investitori e i cittadini dovranno essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda.

Le aziende avranno bisogno di strategie chiare a lungo termine sostenute da impegni di investimento e da relativi impatti misurabili.

Il settore finanziario dovrà facilitare un notevole aumento delle tecnologie pulite, aiutare la transizione delle società di combustibili fossili e delle imprese ad alta intensità energetica e portare capitali a basso costo ai paesi e alle comunità che ne hanno più bisogno.

 Non meno importante sarà il coinvolgimento e le scelte individuali dei cittadini in relazione alle loro scelte energetiche.

 Infine, le tecnologie digitali svolgono un ruolo cruciale nell’integrazione dei diversi aspetti del nuovo sistema energetico, tanto che si può parlare di “Smart Energy”. La gestione delle piattaforme e dei dati necessari per mantenere in equilibrio questo sistema elettrico così diverso dal passato sarà una parte centrale della transizione energetica, così come la mitigazione dei rischi associati alla sicurezza informatica e alla privacy dei dati.

 Quali sono le fonti rinnovabili di energia.

L’Enea definisce come rinnovabili “le fonti energetiche non fossili che per loro caratteristica intrinseca si rigenerano almeno alla stessa velocità con cui vengono consumate, sono liberamente disponibili in natura, non soggette ad esaurirsi a causa dell’uso o sfruttamento antropico e per le quali esista una tecnologia che consente il loro utilizzo a fini energetici”.

In altre parole, al contrario tutte le fonti di origine fossile (gas, petrolio, carbone, ecc.), che sono legate allo sfruttamento di risorse e giacimenti e risorse destinati prima o poi a esaurirsi, le fonti rinnovabili di energia sono potenzialmente inesauribili.

Ovviamente esistono diverse fonti di energia rinnovabile, legate allo sfruttamento della risorsa primaria sfruttata.

Restando al solo ambito elettrico, le principali fonti pulite sono idroelettrico, fotovoltaico, eolico, biomassa e geotermia.

L’idroelettrico è la fonte di energia rinnovabile da più tempo utilizzata in maniera massiccia:

 la produzione dell’energia idroelettrica, infatti, sfrutta la forza che l’acqua acquisisce quando è in caduta, permettendo l’azionamento delle turbine necessarie alla generazione dell’energia idroelettrica.

 In Italia a fine 2020 risultavano installati oltre 19 GW di idroelettrico, capaci di produrre nello stesso anno circa 48 TWH di elettricità.

Il fotovoltaico è invece una fonte energia rinnovabile di nuova generazione che, da una dozzina di anni a questa parte, ha conosciuto una grandissima diffusione (21,6 GW installati in Italia) e che dovrebbe essere interessata da una crescita ulteriore nei prossimi anni.

 I pannelli fotovoltaici, come raccontiamo nel dettaglio in questo articolo, sono degli apparecchi in grado di catturare l’energia dei raggi solari e trasformarla in energia elettrica.

 L’eolico è invece una fonte rinnovabile capace di sfruttare l’energia cinetica del vento, che viene convertita anche in questo caso in energia elettrica attraverso degli aerogeneratori, che possono essere collocati a terra (on shore) oppure offshore.

 A fine 2020 in Italia risultavano installati quasi 11 GW di impianti eolici.

Il termine biomasse/bioenergie fa riferimento all’utilizzo di residui di organismi vegetali e animali, prodotti nelle lavorazioni agricole e negli allevamenti e dei rifiuti urbani per la produzione di energia.

Al 2020 in Italia erano installati poco più di 4 GW di impianti, capaci di produrre però ben 19,6 TWH di energia.

Le geo-termia invece sfruttano il vapore ad alta temperatura intrappolata nelle profondità della crosta terrestre per azione turbine adibite alla produzione di energia elettrica.

 Si tratta di una forma di energia presente soprattutto in Toscana: al 2020 erano installati 817 MW per una produzione di circa 6 TWh.

 

Decarbonizzazione dell’economia.

Le tecnologie pulite nel settore dell’energia e in una vasta gamma di usi finali, che rappresentano il cuore della transizione energetica, sono diventate la prima scelta per i consumatori di tutto il mondo, inizialmente grazie al sostegno delle politiche pubbliche e degli incentivi.

Oggi, però, in buona parte dei casi rappresentano semplicemente la scelta più conveniente da un punto di vista economico.

Nella maggior parte delle regioni, il solare fotovoltaico o l’eolico rappresentano già la fonte più economica disponibile per la nuova generazione di elettricità.

Anche le auto elettriche, quando si prende in considerazione il TCO, diventano la scelta più convincente.

D’altra parte la transizione energetica non sarebbe praticabile senza tenere conto degli aspetti economici.

 Non a caso, Enea rilascia trimestralmente un apposito indice, ribattezzato “Ispred”, che valuta le tre dimensioni cruciali per una transizione energetica: decarbonizzazione, sicurezza dell’approvvigionamento e prezzo dell’energia.

Tre ambiti che, se mantenuti in equilibrio, dovrebbero appunto favorire il passaggio da un’economia – quella attuale – centrata sull’utilizzo di combustibili fossili a una a basse emissioni di carbonio.

L’Enea definisce la decarbonizzazione come la progressiva riduzione delle emissioni di anidride carbonica nei processi di consumo dell’energia.

La sicurezza fa invece riferimento alla necessità che il sistema di approvvigionamento garantisca la disponibilità di energia a prezzi accessibili, indipendentemente da eventi che possono minacciare il flusso e i costi energetici. Infine, la dimensione dei prezzi serve a monitorare i costi dell’energia in Italia rispetto a quelli degli altri paesi europei, sia rispetto alle imprese – in ottica di competitività – che, in misura minore, alle famiglie.

Una transizione energetica efficace e stabile infatti non può insomma prescindere dal bilanciamento di tutti e tre questi aspetti.

 L’importante è che la transizione energetica sia inclusiva e non lasci indietro nessuno.

 In particolare, la transizione energetica globale non potrà infatti dirsi veramente compiuta senza risolvere il problema della povertà energetica, ovvero la difficoltà di accesso ai beni energetici:

 la “Iea” stima che circa 1,1 miliardi di persone non abbiano ancora oggi accesso all’energia elettrica e che circa 2,8 miliardi – il 38% della popolazione mondiale e quasi il 50% della popolazione dei paesi in via di sviluppo – non abbiano accesso a forme di “clean cooking”.

Non a caso garantire alle popolazioni più povere del mondo l’accesso a fonti moderne di energia è un tema di grande rilevanza, tanto che le Nazioni Unite lo hanno inserito – assieme alla lotta al cambiamento climatico – tra i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile.

Vantaggi.

Come abbiamo scritto fin dall’inizio di questo articolo, lo scopo numero uno della transizione energetica è quello di preservare il nostro Pianeta dagli effetti del cambiamento climatico che, in buona parte (circa i due terzi) è legato alle emissioni frutto della produzione, trasporto e consumo di energia.

Senza la transizione energetica, insomma, la limitazione del riscaldamento a circa 1,5°C o anche 2°C sarà irraggiungibile.

A 2°C di riscaldamento globale, gli estremi di calore raggiungerebbero sempre più spesso soglie di tolleranza critiche per l’agricoltura e la salute umana.

 I vantaggi di una svolta green dell’energia sarebbero immediatamente percepibili anche nel breve termine:

 fonti rinnovabili, efficienza ed ’elettrificazione riducono l’inquinamento e migliorano la qualità dell’aria (pensiamo solo alla mobilità elettrica).

 Inoltre, la riconversione delle vecchie centrali a carbone aiuta l’economia e crea nuovi posti di lavoro.

 All’evoluzione delle tecnologie rinnovabili è legata, per esempio, la nascita di nuove figure professionali, i cosiddetti green jobs, mentre la dismissione delle vecchie centrali a fonti fossili può essere accompagnata dalla riqualificazione di tecnici e personale operativo che può essere reimpiegato in altri settori.

 La transizione energetica può essere una leva importante per la lotta alla povertà energetica e garantire un accesso all’energia pulita, favorendo così un’importante opportunità di sviluppo per le comunità locali.

Ultimo ma non meno importante, soprattutto per quei Paesi come l’Italia che sono stati storicamente caratterizzati da una profonda dipendenza dalle importazioni di materie prime dall’estero, è la spinta all’indipendenza energetica:

 il passaggio alle fonti rinnovabili permette di affrancarsi da una eccessiva dipendenza e, nel medio lungo termine, di ottenere prezzi dell’energia più stabili e meno cari.

(Gianluigi Torchiani)

Perché la Russia minaccia così tanto

di fare una guerra nucleare.

Wired.it – Justin Ling – (13-11-2022) – ci dice:

 

I toni apocalittici, le minacce e le accuse infondate a Kiev fanno parte di una strategia che nasce da lontano e si appoggia molto su tv di stato e Telegram.

In Russia da mesi i media filo-governativi hanno toni bellicosi e suggeriscono che il presidente Vladimir Putin prenda la clamorosa decisione di lanciare un attacco nucleare contro l'Ucraina.

Attraverso la tv di stato russa e i siti di social media, opinionisti e presentatori hanno sostenuto che l'Europa potrebbe essere ridotta in cenere se dovesse continuare a sostenere l'Ucraina (ma per gli esperti sarebbe difficile per Mosca nascondere operazioni in merito, ndr).

A fine ottobre il governo russo ha fatto sua questa retorica, conducendo esercitazioni che hanno coinvolto armi nucleari e accusando Kiev di pianificare un attacco false flag, magari con l'ausilio di una "bomba sporca".

"Le nostre informazioni sulle potenziali provocazioni da parte dell'Ucraina che prevedono l'uso di una bomba nucleare sono sufficientemente affidabili", ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in una conferenza stampa il 24 ottobre.

Il ministro della Difesa Sergei Shoigu aveva girato queste informazioni ai leader di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Turchia, stando ai resoconti dal governo russo.

 

L'accusa eclatante ha suscitato il timore che un attacco nucleare contro l'Ucraina fosse imminente.

Anche se negli ultimi giorni il governo russo si è adoperato per placare queste preoccupazioni, la paura di un possibile attacco nucleare rimane alta.

Se la Russia usasse un'arma nucleare in Ucraina, sarebbe il primo paese a sferrare a questo tipo attacco da quando gli Stati Uniti bombardarono Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

Sarebbe anche un regalo per gli opinionisti e gli influencer sempre più aggressivi che hanno fatto gli straordinari per mantenere il sostegno alla guerra in patria.

Una lunga stagione di propaganda.

Il ricorso a questo tipo di linguaggio apocalittico da parte della tv di stato russa non è inedito.

 Né lo sono le accuse infondate secondo cui l'Ucraina starebbe lavorando a una bomba sporca.

 In realtà, secondo gli esperti, il linguaggio degli organi di propaganda russi non è cambiato affatto.

La propaganda nucleare ha lo scopo di "spaventare l'Occidente e tranquillizzare il pubblico, distogliendolo dai fallimenti", spiega “Kateryna Stepanenko”, analista che si occupa di Russia presso il think tank statunitense “Institute for the study of war” e assidua osservatrice della tv russa.

"Per la televisione russa è abbastanza normale ricorrere a minacce nucleari; è molto comune per i media russi ricordare al pubblico nazionale che hanno armi nucleari e che sono ancora uno stato potente", aggiunge “Stepanenko”.

 

Retorica incendiaria.

La retorica intorno a una fantomatica bomba sporca è comparsa sui canali Telegram filo-russi prima ancora dell'inizio della guerra.

Un account popolare con quasi 100mila follower ha caricato un video all'inizio di febbraio che a suo dire mostrava un'organizzazione ucraina di estrema destra intenta a costruire una bomba sporca. 

L'account avvertiva che sarebbe stata "usata contro le truppe russe in caso di invasione".

Secondo l'organizzazione ucraina di fact-checking “StopFake”, il video in lingua ucraina è pieno di errori di ortografia e mostra comuni attrezzature industriali. Tuttavia, la tesi ha continuato a essere un riferimento costante per gli account Telegram pro-Cremlino, comparendo in centinaia di messaggi negli ultimi otto mesi con centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Alcuni giorni prima che la Russia attraversasse il confine ucraino a febbraio, i commenti del presidente ucraino Volodmyr Zelensky hanno contribuito a rilanciare le accuse.

 Zelensky ha chiamato in causa gli altri firmatari del “Memorandum di Budapest del 1994” – Bielorussia, Kazakistan, Russia, Stati Uniti e Regno Unito – che avevano concordato che i tre stati ex sovietici avrebbero ceduto le loro armi nucleari alla Russia in cambio di garanzie sulla loro sovranità.

Senza un incontro per risolvere le questioni tra Russia e Ucraina, ha detto Zelensky, l'Ucraina "avrà tutto il diritto di credere che il Memorandum di Budapest non funzioni e che tutte le decisioni del 1994 siano in discussione".

I canali telegrafici filorussi si sono accesi e hanno interpretato le dichiarazioni di Zelensky come una dichiarazione di guerra nucleare.

"Zelensky è appena impazzito", ha scritto a febbraio su Telegram “Alexander Kots”, un giornalista filo-governativo russo considerato vicino allo sforzo bellico russo che spesso ha lavorato al seguito dell'esercito russo.

"Una persona sana di mente […] non minaccerebbe scherzosamente, e men che meno in modo serio, il mondo con una bomba nucleare", ha detto Kots, ripetendo la tesi secondo cui Zelensky sarebbe un accanito consumatore di droga.

 Le minacce legate alla bomba sporca hanno creato "una piattaforma ideologica e politica per lanciare un'operazione militare", sottolinea una pagina Telegram associata ai separatisti russi del Donbas.

Questa retorica è stata amplificata dalla tv di stato russa.

Un parlamentare, “Andrei Kartapolov”, ha affermato pubblicamente che l'invasione era necessaria perché le forze russe potessero sequestrare gli impianti nucleari ucraini e impedire a Zelensky "di costruire una bomba sporca".

Quando la guerra di Putin è iniziata, lo spettro nucleare ha continuato a essere un tema utile da propinare al pubblico russo.

All'inizio di marzo,” Ria Novosti”, un'agenzia di stampa statale, ha citato un funzionario governativo anonimo che sosteneva che l'Ucraina utilizzasse "la zona della centrale nucleare di Chernobyl come sito per lo sviluppo di armi nucleari".

Nuovi picchi “narrativi”.

Con il tempo le accuse si sono fatte elaborate:

 i canali filo-governativi hanno iniziato a insinuare che Kyiv non si sarebbe limitata a far esplodere una bomba sporca, ma che disponeva di sistemi missilistici in grado di raggiungere il territorio russo.

 Questo spauracchio inventato è diventato rapidamente un pretesto per invocare la minaccia di una guerra nucleare.

 

Sul canale statale “Channel One”, un conduttore, davanti alla grafica del drone nucleare sottomarino russo, ha promesso che l'Europa si sarebbe trasformata in un "deserto radioattivo" se Mosca avesse deciso di colpire, decisione che avrebbe potuto essere presa, ha aggiunto giorni dopo, se paese si fosse sentito eccessivamente minacciato.

 Questa retorica è diventata onnipresente con l'avanzare della guerra.

Gli intensi combattimenti intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d'Europa, hanno sollevato il timore che un proiettile d'artiglieria vagante potesse portare alla diffusione di radiazioni nell'area circostante.

 Dopo che le forze russe hanno conquistato la centrale, Mosca ha accusato l'Ucraina di rischiare una fusione nucleare continuando a combattere.

La tv russa, nel frattempo, ha trasformato Zaporizhzhia in una linea rossa, minacciando che se la centrale "viene danneggiata e si verifica un disastro, due missili atterreranno istantaneamente nei vostri centri decisionali – ha detto il commentatore Yuri Kot –.

Uno a Washington e l'altro a Londra".

 Per tutta l'estate e l'autunno, alcuni opinionisti della tv di Stato russa hanno parlato della guerra nucleare come di un'eventualità, sostenendo in un caso che mancassero "giorni o una settimana" alla guerra nucleare.

Dall'inizio della guerra, il governo russo ha accusato l'Ucraina di gestire strutture per la produzione di armi biologiche finanziate dagli Stati Uniti, suggerendo che Kyiv fosse pronta a diffondere un virus letale tra la popolazione russa.

 La Russia ha ripetutamente presentato queste tesi alle Nazioni Unite.

 

Secondo “Stepanenko”, i picchi di questa narrazione si sono registrati dopo i successi ucraini.

Ricordare al pubblico la potenza della Russia è particolarmente importante in questo momento, racconta “Stepanenko”, visto il numero di soldati – compresi quelli arruolati con la recente "mobilitazione parziale" di Putin – che "stanno tornando all'interno di bare".

 E se da una parte ricevono gli argomenti di discussione da trattare dal governo di Putin,i conduttori televisivi godono di grande libertà per dare il proprio tocco drammatico.

Spaventare l'Occidente è stato un obiettivo fin dall'inizio della guerra, ma finora si è rivelato relativamente inefficace.

I governi occidentali sono rimasti in gran parte uniti nella decisione di imporre sanzioni senza precedenti alla Russia e hanno continuato a fornire sostanziosi quantitativi di armi all'Ucraina.

Stanno emergendo però anche voci fuori dal coro.

 Silvio Berlusconi è considerato amico di Putin e il governo di centro-sinistra tedesco ha rinunciato a impegnarsi per la causa ucraina.

Ma è negli Stati Uniti che è emerso il più forte scetticismo nei confronti dell'armamento e del sostegno all'Ucraina:

 sia l'ala più progressista dei Democratici che la destra del Partito Repubblicano hanno criticato il sostegno del presidente Joe Biden a Kyiv, spesso citando la minaccia di una guerra nucleare.

I media russi hanno una controparte preferita negli Stati Uniti:

 il celebre e controverso conduttore di Fox News “Tucker Carlson”, che ha riproposto la teoria del complotto russa sui laboratori di armi biologiche in diverse puntate del suo show.

Il suo messaggio era così in linea con la narrazione del Cremlino che i media statali russi sono stati incaricati di mandare in onda spezzoni del programma di Carlson.

Il ruolo dei mi blogger.

Molti dei canali Telegram filo-governativi, come quello di Kots, sono gestiti da corrispondenti di guerra o sono strettamente legati alle unità che combattono in Ucraina. L'Istituto per lo studio della guerra ha deciso di ribattezzarli "mi blogger".

Questi account tendono a identificarsi con le fazioni ultranazionaliste di Mosca, in particolare con il fondatore del “Gruppo Wagner” Yevgeny Prigozhin.

 Stepanenko e i suoi colleghi hanno notato che questi mi blogger hanno attaccato senza sosta il ministro della Difesa russo Shoigu, suggerendo Prigozhin come sostituto.

 Sebbene il regime di Putin tenda a non tollerare il dissenso, il Cremlino tende a prestare particolare attenzione alle critiche di questi mi blogger.

Più recentemente, alcuni di questi mi blogger hanno iniziato ad apparire anche sulla tv di Stato.

Una delle ultime puntate di “The Big Game”, il programma di punta di “Channel One”, si è aperta con un'intervista a “Semen Pegov” – noto anche come War Gonzo – dall'esterno dell'ospedale in cui era in cura.

Pegov, il cui canale Telegram vanta 1,3 milioni di iscritti, è stato ferito questo mese dopo aver calpestato una mina.

Ha detto ai presentatori che desiderava tornare in prima linea per "raccontare le storie eroiche dei ragazzi che combattono".

Secondo “Stepanenko”, sempre più spesso queste storie rappresentano cattive notizie per Mosca:

"Vanno alla televisione di stato dal fronte e dicono che sta cadendo".

In alcuni casi, sembra che la strategia militare venga elaborata in risposta alle critiche dei mi blogger:

gli avvicendamenti al comando dei ranghi russi sembrano essere avvenuti dopo un'intensa disamina su Telegram, per esempio. “Stepanenko” sottolinea che su Telegram gli account filo-russi sono concordi nel pensare che la Russia dovrebbe prendere di mira le infrastrutture energetiche ucraine.

Nelle ultime settimane, prosegue “Stepanenko”, "Putin l'ha fatto". "Ogni volta che criticano qualcuno di particolarmente importante, vediamo una reazione da parte del governo russo o, almeno, del [Ministero della Difesa, nda]".

L'aspetto interessante è che gli sforzi di Mosca per placare questi mi blogger sembrano essere sempre meno efficaci.

Gli avvertimenti di Shoigu su una bomba sporca hanno suscitato solo pochi giorni di entusiasmo sommesso su Telegram, prima che la conversazione si spostasse altrove.

 La frustrazione per la mobilitazione caotica e per i continui problemi di equipaggiamento e di leadership in prima linea sta montando.

"Quello che vediamo è che il Ministero della Difesa russo non riesce a frenare la narrazione, almeno online", spiega “Stepanenko”.

“Shoigu "non riesce a convincerli".

  

 

 

 

Crollato il tabù nucleare, minaccia

che incombe sulla storia umana.

Vocoglobali.it – (14 Novembre 2022) - Clara Geraci – ci dice:

 

Ha appena iniziato a compiere i suoi primi passi la quarta generazione dell’Era atomica.

 Il tabù nucleare è crollato.

Il conflitto d’Ucraina si combatte ormai a sciabolate atomiche tra i potenti della Terra.

Per tutti, tra un annuncio e la sua smentita, l’ipotesi nucleare è sul tavolo del grande gioco geopolitico internazionale.

Giocano tutti.

La Federazione Russa e la Nato in prima linea, certo.

Ma anche la Corea del Nord fa la sua mossa con i test missilistici a mostrare i muscoli a Corea del Sud e USA di rimando.

E la Cina fa il gioco del silenzio mentre ingrossa i suoi arsenali, sviluppa la triade, e si prepara a rivendicare il ruolo da terzo polo nel sistema nucleare mondiale.

Sono passati tre quarti di secolo da quando “The Little Boy “e “The Fat Man” cadevano su Hiroshima e Nagasaki e dichiaravano la capacità distruttiva totale della specie umana:

 all’ombra del fungo atomico restavano oltre 200 mila persone uccise, un incalcolabile numero di ereditieri degli effetti termici e radioattivi per i mesi e gli anni a seguire, e un nuovo assetto globale – che abbiamo imparato a chiamare Guerra Fredda – consacrato alla politica della potenza per il tramite della corsa agli armamenti di distruzione di massa, e all’affermazione della superiorità ideologica anche a costo della fine della civiltà umana.

Era l’ottobre del 1962 quando il “Sabato nero della Crisi dei missili di Cuba” segnava nelle parole dello storico “Arthur Schlesinger” “il momento più pericoloso nella storia dell’umanità “.

 Ed erano trentasette anni fa quando, di fronte agli studi che teorizzavano l’inverno e la fame nucleare quali matematiche conseguenze di una guerra combattuta con le armi totali, Michail Gorbačëv e Ronald Reagan imboccavano la strada per la riduzione degli arsenali atomici (erano ormai oltre 70mila le testate a disposizione delle due superpotenze) nella convinzione che “una guerra nucleare non può essere vinta, e dunque non deve mai essere combattuta “.

Dobbiamo soffrire una grave perdita di memoria collettiva se ancora circa 13 mila ordigni nucleari sono in giro per il mondo (posseduti ancora per il 93% da Russia e Stati Uniti, dislocati anche sul territorio italiano tra le basi aeree di Aviano e Ghedi).

 Se la minaccia atomica è ancora l’arma che decide le crisi globali, e batte 100 secondi alla mezzanotte l’”Orologio dell’Apocalisse del Bullettin of Atomic Scientists dell’Università di Chicago” che da settantatré anni guarda allo stato degli affari mondiali e tiene il tempo per il collasso dell’umanità.

“Ci siamo trasformati da tempo in una specie potenzialmente suicida:

 affidare ad armi di distruzione di massa come le armi nucleari il mantenimento della pace – una pace fondata sul terrore della distruzione reciproca garantita – è stata una scelta miope e in mala fede.

E imperdonabile dopo Hiroshima e Nagasaki“, dice a Voci Globali la direttrice del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace (CISP) dell’Università di Pisa, la professoressa” Enza Pellecchia”.

“Gli eventi di questi mesi, il progressivo indebolimento del tabù nucleare, il passaggio dalla deterrenza alla minaccia d’uso delle armi nucleari dimostrano quanto sia menzognera e fallace la narrativa della deterrenza, che oltre tutto non contempla il rischio della guerra nucleare non intenzionale o delle esplosioni per malfunzionamento o per errore“, ci spiega la giurista a capo della Rete delle Università italiane per la Pace (RUniPace).

“Siamo sull’orlo del baratro per responsabilità delle potenze nucleari e dei loro alleati che non hanno voluto intraprendere un percorso serio di smantellamento totale degli arsenali nucleari che l’ art. 6 del Trattato di non proliferazione (TPN) indicava come naturale sviluppo“, sostiene.

“Missili nucleari”, di “Daniel Foster”, licenza CC\Flickr.

Alla domanda su quale sia il peso specifico del vento atomico che soffia ancora sul mondo e sull’Europa, l’esperta risponde:

 “la minaccia d’uso delle armi nucleari è un modo di usare le armi nucleari, non a caso si tratta di una condotta vietata dal Trattato per la messa al bando delle armi nucleari (TPWN).

Anche se si trattasse solo di retorica politica, sarebbe ed è inaccettabile: vivere sotto minaccia non è senza conseguenze – in termini di angoscia, paura, condizionamento delle decisioni, impatto sull’autodeterminazione individuale e collettiva – se guardiamo dal lato di chi subisce la minaccia.

E non è solo retorica dal lato di chi formula la minaccia, perché formulare quella minaccia significa essere disposti ad annichilire la vita di milioni di persone, distruggere l’ambiente, lasciare in eredità alle generazioni successive malformazioni, povertà e cambiamento climatico “.

Pellecchia tiene a che sia chiaro:

inaccettabile e intollerabile sono giudizi da riferire al paradigma della deterrenza in quanto tale.

Non riguarda solo Putin.

Non riguarda solo le ultime settimane.

Noi viviamo da secoli in una cultura che dice ‘se vuoi la pace, prepara la guerra.

 E possibilmente dotati di armi più numerose e più potenti di quelle del tuo nemico’.

 Non c’è deterrenza vera se la minaccia non è così credibile da essere presa sul serio, e per essere credibili sostanzialmente ci si dichiara pronti a coltivare l’opzione ‘distruzione totale del nemico’.

Dobbiamo reagire come cittadini e cittadine dicendo con chiarezza NO ALLE ARMI NUCLEARI“, ammonisce dichiarando il suo manifesto per un disarmo da costruire sulla nuova prospettiva, forse l’unica e l’ultima possibile, del “se vuoi la pace, prepara la pace“.

L’autrice del volume “Per un mondo libero dalle armi nucleari” pone l’accento sull’urgenza di azioni radicali individuali e di comunità perché si scongiuri l’olocausto nucleare riportando il fuoco su quanto di fondamentale rischia di perdersi di vista nel gran discutersi di bluff e di dottrine strategiche.

Che le armi nucleari sono innanzitutto una questione umanitaria, e la minaccia nucleare è una minaccia alla sicurezza umana.

 

Di umanitario, nel caso per follia, avaria o errore una guerra nucleare dovesse mai esplodere, non resterebbe nemmeno il soccorso.

Fosse anche (soltanto) un conflitto localizzato.

È chiaro per la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa Internazionale che nessun sistema sanitario, nessun governo, nessuna organizzazione umanitaria al mondo sarebbe in grado di rispondere ai bisogni di assistenza immediati e di lungo termine che rimarrebbero sul terreno di uno scontro nucleare.

 Ai sopravvissuti non resterebbe al mondo un posto in cui nascondersi, per parafrasare il titolo del più recente rapporto della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican).

Tanto non basta per ribaltare la logica “aberrante ai principi di umanità e ai dettami della coscienza pubblica” che regge il sistema nucleare, e considerare piuttosto l’imperativo morale e umanitario della scelta non armata?

La firma della professoressa della pace si legge anche a margine della lunga e allarmante dichiarazione rilasciata lo scorso ottobre dal “Gruppo di lavoro per la Sicurezza internazionale e il controllo degli armamenti” (SICA) dell’Accademia dei Lincei.

Un avvertimento sugli “scenari altamente inquietanti” sollevati da ” la sola menzione del possibile impiego di armi nucleari tattiche“.

E un appello non solo alla ripresa immediata dei negoziati sul disarmo nucleare, ma anche a una forte presa di responsabilità nella comunicazione politica e scientifica internazionale perché non si normalizzi la minaccia nucleare e si evitino “pericolosi effetti di assuefazione dell’opinione pubblica“.

 

Il professor “Roberto Antonelli”, presidente dell’”Accademia dei Lincei”, la più antica accademia scientifica al mondo, chiarisce così a “Voci Globali” la posizione della commissione di esperti:

“anche solo il parlare con tanta frequenza e facilità di un possibile uso di armi nucleari è segno della pericolosità della situazione, poiché induce a pensare alle armi nucleari come a una delle tante forme di utilizzazione delle armi.

 Non è così: con le armi atomiche si realizzerebbe un salto radicale negli scontri tra potenze, al di là del quale c’è il nulla“.

Mettendo al centro l’auspicio perché dialogo, ragionevolezza e diritto prevalgano “nell’interesse dell’umanità“, il filologo precisa:

“se si utilizzassero armi nucleari, in qualunque forma, si tratterebbe effettivamente dell’annientamento dell’intera specie umana.

 È proprio questa sicura fine che viene utilizzata come minaccia definitiva per risolvere a proprio vantaggio una guerra in cui il Paese aggressore si trova in difficoltà:

una forma di ricatto da tavolo da poker in una tragedia di dimensioni globali.

Ma la detonazione di un’arma nucleare potrebbe innescare quasi automaticamente una reazione a catena dopo la quale non vi sarebbe più nulla da salvare.

Non confondiamo il tavolo da poker con la vita reale!“.

Insomma, un’arma nucleare è un’arma nucleare.

 Distruttiva, disumana, sempre sproporzionata e indiscriminata, e per il lascito radioattivo alle generazioni a venire diversa da qualsiasi altra arma.

 Di umanità sotto scacco e di futuro del sistema umano globale abbiamo parlato con “Daniele Santi”, presidente di “Senzatomica”, partner italiano di Ican – Premio nobel per la pace nel 2017.

Gli chiediamo quale impatto concreto avrebbe la detonazione di un ordigno atomico sul mondo come lo conosciamo oggi.

Per risponderci richiama il nostro sguardo su una fotografia degli “Hibakusha”, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici:

 “Vediamo ancora le conseguenze delle radiazioni nelle seconde, terze, addirittura quarte generazioni, che hanno ereditato malattie genetiche che portano sofferenze inenarrabili“.

E poi cita uno studio dell’Università di Princeton con la previsione di 90 milioni di morti in meno di un’ora e conseguenze catastrofiche anche per le persone che vivono dall’altra parte del globo nei giro di pochi mesi nell’ipotesi che una guerra nucleare scoppi in Europa per l’escalation della guerra convenzionale tra Stati Uniti e Russia.

Il Plan A (che gli scienziati della Princeton Science and Global Security non abbiano previsto un Plan B basterebbe già a rendere l’idea di cosa sarebbe un ipotetico futuro atomico) è il dipinto di un quadro apocalittico per il pianeta intero, avverte Santi:

“A livello climatico, la nube di polveri radioattive schermerebbe i raggi solari e causerebbe un abbassamento delle temperature (l’inverno nucleare) tale da rendere impossibile la crescita di piantagioni, l’allevamento e la pesca, generando una carestia che influenzerebbe tutta la popolazione mondiale“.

 

“La guerra nucleare: 45 minuti dal First use“, screenshot dal video PLAN A pubblicato dalla Princeton Science and Global Security.

Il presidente di “Senzatomica”, che insieme alla Rete italiana pace e disarmo (RIPD) ha lanciato la mobilitazione “Italia, ripensaci” per sostenere la ratifica del TPNW anche da parte del nostro Paese a significare il rifiuto che il conflitto atomico rimanga una possibilità, ci racconta anche lui di una minaccia lunga 75 anni e da sempre reale che deve essere “una questione urgente per tutte le persone “.

E chiosa:

“È fondamentale che la comunità internazionale direzioni i suoi sforzi adottando una visione che non si limita alla cessazione di atti ostili, ma che è orientata a salvare vite. Questa potrebbe essere la base utile per individuare un rimedio in grado di trasformare radicalmente la società. Come viene sottolineato nell’Agenda sul disarmo delle Nazioni Unite, bisogna perseguire tre tipi disarmo: il disarmo per salvare l’umanità, il disarmo che salva vite umane, e il disarmo per le generazioni future.

 

Il dibattito sulla sicurezza, in cui tanto peso viene attribuito alle questioni di sovranità nazionale, deve prendere in considerazione fattori come l’ambiente, lo sviluppo socioeconomico, l’economia globale, la sicurezza alimentare, la salute, il benessere delle generazioni attuali e future, i diritti umani e la parità di genere. Il dibattito sul disarmo nucleare deve essere basato sulla consapevolezza che non si può raggiungere una vera sicurezza a meno che ognuno di questi temi interconnessi non venga adeguatamente affrontato“.

Ad offrire a “Voci Globali” una lettura delle dinamiche geopolitiche che muovono la questione nucleare è il giornalista “Ugo Tramballi”, editorialista di affari internazionali e autore del blog “SlowNews” di Sole24Ore, nonché membro dell”’Istituto affari internazionali “(IAI).

 

“Sono curioso di vedere a fine gennaio a quanti secondi dall’Armageddon si fermerà il Doomsday Clock.

È una misura relativa, ma molto efficace.

Insieme al centro studi sul disarmo, fu creato – in qualche modo per redimersi – dagli stessi scienziati che parteciparono al progetto Manhattan:

 quello che costruì la bomba da 20 Kilotoni di TNT scagliata su Hiroshima“, apre la nostra chiacchierata.

Mentre si dice dubbioso su quanto siamo realmente vicini a una guerra nucleare considerando che “Putin sa che se usasse l’atomica sull’Ucraina perderebbe anche la necessaria amicizia della Cina“, Tramballi non manca di evidenziare che “l’atomica non è solo retorica negoziale: è una potente arma della politica. Nella geopolitica globale chi ha un programma militare conta di più di chi non lo ha. Il mondo in cui viviamo continua a essere quello hobbesiano del Leviatano“.

 

Il Senior advisor dell’Istituto per gli affari di politica internazionale (ISPI) fotografa per noi la complessità dell’armeria nucleare globale, per potenze e modalità di lancio. L’ormai nota bomba tattica, di teatro o da campo di battaglia: da uno a 50 Kilotoni buoni a distruggere da una brigata corazzata a una zona abitata di circa due miglia quadrate. L’ordigno strategico che può radere al suolo intere metropoli. E poi le armi non nucleari ipersoniche in sperimentazione in molti Paesi, Cina e Russia in testa, egualmente devastanti ma senza fallout (la ricaduta radioattiva).

E decifra così il messaggio che arriva dal “club dei nove” – che include anche Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan e Israele: “in sostanza, si sta erodendo quel tabù che politicamente, psicologicamente e moralmente rendeva impossibile l’uso dell’arma di distruzione di massa“.

Se si parla di deterrenza, l’esperto incalza: “Non è un caso che per definire la mutua distruzione garantita gli americani abbiano usato l’acronimo MAD, cioè pazzo in inglese. Se io lancio le mie testate contro il mio nemico, prima di essere distrutto quello lancerà le sue e mi distruggerà. In effetti per gran parte della Guerra Fredda gli arsenali atomici, che arrivarono fino a 80 mila testate, ebbero un paradossale ma importante effetto pacificatore. Tuttavia allora c’erano solo due superpotenze: oggi il nucleare è più diffuso. Poi ci sono anche le bombe tattiche che in teoria esulano dal terrore dell’Armageddon. In realtà, se qualcuno le usasse, anche le meno potenti, aprirebbe un’escalation difficile da fermare”.

E sulla smilitarizzazione nucleare ci lascia un’ultima considerazione su cui riflettere: “era più facile da raggiungere fra due superpotenze. Oggi gli attori sono molti di più e con diverse preoccupazioni e ambizioni” – dice riferendosi alla posizione di Pechino, lontana da sempre da ogni negoziato sulla riduzione degli arsenali nucleari – “Appena Joe Biden è diventato presidente ha rinnovato con Vladimir Putin il New Start Treaty sulle armi strategiche, l’unico rimasto ancora in vigore nella nutrita schiera di accordi di questi decenni. Era una buona notizia. Ma il trattato prevede che le parti facciano reciproche ispezioni, diano le informazioni che la controparte richiede. In sostanza che fra USA e Russia ci sia una mutua fiducia perché il trattato funzioni. Pensa che nel mezzo del conflitto ucraino esista ancora un po’ di quella fiducia? Io non credo“.

In chiusura della nostra intervista la professoressa “Pellecchia” ci riporta al 1955 e alla scelta pacifista per l’umanità che il Manifesto Russell – Einstein chiedeva a tutti i Governi del mondo.

“Non parliamo, in questa occasione, come appartenenti a questa o a quella nazione, continente o credo, bensì come esseri umani, membri del genere umano la cui stessa sopravvivenza è ora in pericolo. Noi vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare. Gli uomini sono tutti in pericolo, e solo se tale pericolo viene compreso, vi è la speranza che, tutti insieme, lo si possa scongiurare.

Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. […] La domanda che dobbiamo porci è: Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti? Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? […] Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto“.

 

Sessantacinque anni dopo, con 2mila testate nucleari in massima allerta, quella chiamata alla coscienza di un’appartenenza umana comune sta per scadere. Un minuto e 40 secondi alla mezzanotte. Risponderemo in tempo? Tic, tac.

 

 

 

 

Zelensky avrebbe dovuto

rimanere a casa.

 Unz.com - PHILIP GIRALDI – (3 OTTOBRE 2023) – ci dice:

 

La visita per partecipare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite e incontrare Biden si rivela un male.

La maggior parte degli americani non capisce come funzionano le Nazioni Unite, o non funzionano come potrebbe essere, preferendo pensarle come una sorta di società di dibattito in cui le 193 nazioni membri che rappresentano la comunità mondiale possono sfogarsi su questioni su cui raramente hanno il controllo.

Tuttavia, nonostante il torrente di parole e la mancanza di un vero programma, è sempre interessante guardare e ascoltare la riunione annuale dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si tiene a New York nel mese di settembre.

L'incontro di quest'anno è stato particolarmente interessante in quanto è stato completato da una grande guerra che divampava nell'Europa orientale, nonché da turbolenze politiche in Africa e crescenti tensioni con la Cina.

 Presenta anche i brontolii provenienti da un nuovo movimento economico globale emergente, i cosiddetti BRICS che si sviluppano come campioni di una sfida valutaria mondiale multipolare al sistema monetario e bancario internazionale dominato dal dollaro USA-Europa.

E con l'unione economica, c'è anche un certo riallineamento politico, con la Cina che rafforza i suoi legami con il mondo in via di sviluppo e la Russia che entra in accordi di difesa con l'Iran.

Il presidente Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin si incontreranno a Pechino alla fine di questo mese per discutere di preoccupazioni comuni.

 E, come al solito, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è presentato per sfogare la sua ostilità nei confronti dell'Iran con richieste che il presunto "programma nucleare" di quel paese sia affrontato militarmente e prima è, meglio è, proprio come ha sostenuto negli ultimi vent'anni.

In effetti, diversi retroscena che si sono verificati durante l'incontro di quest'anno lo hanno reso più interessante del solito.

 Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva sperato di trasformare il raduno in una festa dell'odio anti-russo, ma sebbene ci siano state molte lamentele sull'attacco di Mosca all'Ucraina proveniente dagli Stati baltici e da altri, il terreno continua a spostarsi contro Zelensky per le preoccupazioni che la guerra sia diventata un pozzo di denaro invincibile che potrebbe facilmente degenerare in uno scambio nucleare.

Parlando prima di una sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Zelensky è stato ridotto a criticare duramente le stesse Nazioni Unite per non aver impedito o risolto i conflitti prima di chiedere che Mosca fosse spogliata del suo potere di veto sul Consiglio di sicurezza.

Zelensky, con la voce che si alzava di rabbia, si lamentava di come "è impossibile fermare la guerra perché tutte le azioni sono bloccate dall'aggressore".

 Gli osservatori hanno notato immediatamente che la denuncia di Zelensky non ha aiutato la sua causa.

Mentre ci sono state richieste di riforme delle Nazioni Unite in passato, incluso il potere di veto, l'esistenza del veto per un numero limitato di maggiori poteri post-1945 era l'unica ragione per cui le Nazioni Unite potevano essere create in primo luogo.

Zelensky ha anche fatto un danno reale alla sua posizione quando ha detto che mentre i rifugiati ucraini in Europa si sono "comportati bene... e sono grati" a coloro che hanno dato loro rifugio, non sarebbe una "bella storia" per l'Europa se una sconfitta ucraina "dovesse spingere il popolo in un angolo".

 Era abbastanza ragionevolmente visto dai critici come niente di meno che una minaccia di possibili disordini che producevano terrorismo interno, nonché una possibile insurrezione interna incontrollabile da qualsiasi governo ucraino sopravvivesse alla sconfitta.

Tali disordini potrebbero coinvolgere i milioni di rifugiati ucraini senza case e posti di lavoro già esistenti in altre nazioni europee se Zelensky non riceve tutto il sostegno che apparentemente crede gli sia dovuto.

Il vero messaggio di Zelensky all'Assemblea Generale non è stato così incendiario e impulsivo come le sue altre interazioni durante la sua visita, ma ha offerto poco di nuovo.

 Secondo quanto riferito, ha ricevuto un "caloroso benvenuto" obbligatorio dai presenti, ma "ha consegnato il suo discorso a una sala mezza piena, con molte delegazioni che si sono rifiutate di apparire e ascoltare ciò che aveva da dire".

Ha avvertito i presenti che "L'obiettivo dell'attuale guerra contro l'Ucraina è trasformare la nostra terra, il nostro popolo, le nostre vite, le nostre risorse in un'arma contro di voi, contro l'ordine internazionale basato sulle regole.

Dobbiamo fermarlo.

Dobbiamo agire uniti per sconfiggere l'aggressore".

Zelensky ha esagerato quando si è riferito alla Russia e ai russi come "malvagi" e come "terroristi" e li ha accusati di compiere un "genocidio" contro l'Ucraina.

 Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha risposto ai commenti fatti sia dal presidente Joe Biden che da Zelensky ribaltando l'argomento e osservando che sono gli Stati Uniti e i loro "burattini" della NATO che già "stanno conducendo guerra contro di noi".

Le frustrazioni di Zelensky si sono riversate a Washington il giorno seguente, dove ha incontrato sia Biden che alcuni membri del Congresso e anche lasciato fiori al National 9/11 Pentagon Memorial ad Arlington in Virginia.

Il suo incontro alla Casa Bianca con il presidente è andato relativamente bene con l'annuncio di un nuovo pacchetto di aiuti in cantiere che include "significative capacità di difesa aerea" e, secondo un rapporto, anche alcuni dei tanto ricercati sistemi missilistici a lungo raggio ATACMS.

Tuttavia, con sua evidente delusione, Zelensky non ha ricevuto il benvenuto di un eroe come ha ricevuto l'anno scorso.

 Ha incontrato privatamente Kevin McCarthy, speaker della Camera, e molti altri falchi del GOP che saranno determinanti nell'approvare qualsiasi aiuto, così come i senatori Mitch McConnell e Chuck Schumer che hanno promesso di essere "nel suo angolo".

McCarthy chiese coraggiosamente di cosa avesse bisogno Zelensky per vincere la guerra e fornire ai legislatori "una visione di un piano per la vittoria".

Tuttavia, sembra che molti repubblicani conservatori e alcuni democratici progressisti siano stufi della guerra e siano preoccupati per la mancanza di responsabilità combinata con il livello fin troppo evidente di corruzione all'interno del governo ucraino.

Ci sono mosse da parte di alcuni nel GOP per separare i finanziamenti dell'Ucraina da altri stanziamenti per la difesa, che richiedono un voto separato, e altre proposte della Casa Bianca per garantire il denaro anche se il governo chiude.

 Ci si chiede se qualcuno abbia avuto la grinta di chiedere a Zelensky quante dimore possiede in Israele, Europa e Stati Uniti, ma questo è esattamente il tipo di storia che viene sempre più scritta sul comico ucraino diventato eroe di guerra, dimostrando che il pubblico e persino i media si sono stancati della farsa.

Un continuo flusso di cassa multimiliardario, visto da Joe Biden come necessario per mantenere la guerra in corso fino alle elezioni del 2024 per rivendicare la sua politica, è ancora probabile, ma non è più uno slam-dunk.

Altri due resoconti dei media suggeriscono anche che l'insoddisfazione per Zelensky e la guerra sta rompendo la narrativa accettabile autoimposta sulla guerra, che Vladimir Putin è un aggressore senza alcuna vera provocazione da parte di Kiev, un despota e il mostro umano.

Uno è venuto sorprendentemente dal New York Times ed è apparentemente una fuga di notizie dalla Casa Bianca o dal Pentagono il 6 giugno.esimo attacco missilistico sul villaggio ucraino di Kostiantynivka che ha ucciso almeno 18 persone.

L'attacco è stato rapidamente etichettato da Zelensky come un crimine di guerra compiuto da "terroristi" russi, che è stato ripreso dai media statunitensi, ma un'indagine, presumibilmente condotta dall'esercito e dall'intelligence statunitensi utilizzando il satellite e altri metodi tecnici, ha ora determinato che il missile è stato sparato dall'Ucraina.

Questo è simile all'attacco missilistico che ha colpito la Polonia nel novembre 2022, che è stato anche attribuito da Zelensky alla Russia, ma si è rivelato provenire dall'Ucraina, entrambi gli incidenti riflettono quanto Zelensky sia disposto a mentire e imbrogliare per ottenere un intervento della NATO e degli Stati Uniti in una guerra su vasta scala con la Russia, che potrebbe facilmente diventare nucleare.

L'altra storia racconta come la Polonia non fornirà più armi all'Ucraina, in parte perché ora sta costruendo le proprie difese e anche sui tentativi ucraini di inondare il mercato agricolo polacco con grano a basso costo di bassa qualità che non può vendere altrove.

Descrivere l'azione polacca come deludente per Zelensky sarebbe un eufemismo, ma è un'ulteriore indicazione che molti ex alleati ora vedono l'Ucraina come una causa persa e guardano alla propria sicurezza nazionale e ai propri interessi economici.

Entrambe queste storie sono state, per inciso, pubblicate mentre Zelensky era negli Stati Uniti con il cappello in mano, e bisogna considerare che la tempistica è stata deliberata per danneggiare la credibilità del presidente ucraino in coincidenza con la visita dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il viaggio a Washington.

 

Il viaggio di Zelensky in Nord America si è concluso a Ottawa, dove apparentemente ha recuperato parte della sua spavalderia durante un discorso al governo e al parlamento canadesi che ha provocato standing ovation.

 O almeno così sembrava.

I canadesi hanno prodotto un veterano ungherese di 98 anni della seconda guerra mondiale di nome “Yaroslav Hunka” che aveva combattuto contro i russi ed era emigrato in Canada dopo la fine della guerra.

Anche lui è stato acclamato dai politici canadesi riuniti.

L'intenzione era chiaramente quella di presentare la narrazione di un coraggioso ucraino che ha combattuto valorosamente per liberare il suo paese dalla dominazione russa, ma non ha funzionato in questo modo.

Per combattere i russi era necessario essere nelle forze armate della Germania nazista e si scoprì che “Hunka” aveva prestato servizio nella 14a divisione granatieri delle Waffen-SS, nota anche come divisione della Galizia, un'unità di volontari composta principalmente da ucraini etnici comandati da ufficiali tedeschi che è stata giustamente o erroneamente accreditata con una serie di atrocità in tempo di guerra contro i russi.

Polacchi ed ebrei.

 I soldati della divisione giurarono fedeltà personale ad Adolf Hitler.

 Il cattivo giudizio mostrato dal governo canadese nel produrre “Hunka “senza indagare a fondo sulla sua storia ha successivamente prodotto un enorme tumulto in Canada, con il capo del parlamento che si è dimesso, il primo ministro Justin Trudeau in gravi problemi politici e il governo polacco che ha chiesto che “Hunka” fosse estradato per un processo per crimini di guerra.

C'è stato qualche sospetto che Zelensky possa essere stato determinante nell'organizzare la vicenda in attesa che avrebbe rafforzato il sostegno canadese alla sua causa.

Invece, ha compiuto il contrario e Zelensky è tornato a casa con poco o nulla di fatto.

Zelensky deve anche affrontare in patria una guerra che sta decisamente perdendo e un paese in rovina.

 E Joe Biden ha chiarito nel suo discorso rivolto all'Assemblea generale delle Nazioni Unite che i negoziati con la Russia per porre fine ai combattimenti in Ucraina non sarebbero stati presi in considerazione.

Joe ha incluso un impegno a sostenere il conflitto fino a quando non sarà la Russia a fare la resa:

"Gli Stati Uniti, insieme ai nostri alleati e partner in tutto il mondo, continueranno a stare con il coraggioso popolo dell'Ucraina mentre difendono la loro sovranità, integrità territoriale e la loro libertà ... Solo la Russia è responsabile della guerra.

Solo la Russia ha il potere di porre immediatamente fine a questa guerra.

 Ed è solo la Russia che ostacola la pace, perché il prezzo della Russia per la pace è la capitolazione dell'Ucraina, il territorio dell'Ucraina e i figli dell'Ucraina".

In breve, il discorso è stato molto simile a Joe Biden e alla banda di furfanti e furfanti che ha raccolto intorno a sé alla Casa Bianca, carichi di bellicosità ma a corto di qualsiasi seria pianificazione o strategia per rendere il mondo e questo paese un posto migliore.

Joe vorrebbe vedere la guerra continuare a portare la sua fine finale molto più vicino alle elezioni americane, dove spera di identificarsi come un leader forte e un "vincitore" che affronta i nemici dell'America.

Buona fortuna Joe.

(Philip M. Giraldi, Ph.D., è direttore esecutivo del Council for the National Interest, una fondazione educativa deducibile dalle tasse 501c)

 

 

 

 

L'omicidio interrazziale sta raggiungendo

livelli record, ma i tribunali

continuano a non condannare.

  Unz.com - ERIC STRIKER – (27 SETTEMBRE 2023) – ci dice:

 

Gli Stati Uniti sono la nazione più pericolosa tra gli stati industrializzati e sempre più pericolosa di gran parte del mondo in via di sviluppo.

Mentre il crimine violento aumenta, il nostro sistema di giustizia penale si è rivelato incapace e non disposto a rispondere.

Quest'anno è stato annunciato che il tasso nazionale di autorizzazione per omicidi, che tiene traccia degli arresti di sospetti ma non necessariamente delle condanne, è sceso al di sotto del 50%, il più basso della storia.

Questa cifra rappresenta un notevole fallimento a livello di sistema, specialmente quando si prendono in considerazione i salti nella scienza forense e nelle tecniche investigative.

Quando confrontiamo gli Stati Uniti con nazioni che soffrono di un problema razziale e criminale simile, come il Regno Unito, scopriamo che solo il 20% degli assassini sfugge alla responsabilità.

Nel resto dell'Europa occidentale, il tasso di liquidazione raramente scende al di sotto dell'80%, mentre nazioni relativamente omogenee come la Finlandia arrestano un sospetto di omicidio in quasi il 100% dei casi.

È risaputo che un numero sproporzionato di omicidi in America equivale a neri che uccidono neri, ma negli ultimi anni si è visto anche un drammatico aumento degli omicidi interrazziali.

Secondo i dati monitorati dal “National Incident-Based Reporting System” (NIBRS), gli omicidi nero su bianco sono passati da un totale di 2299 nel 2019 a 2914 nel 2021, un salto di oltre il 20%. La tempistica non è una coincidenza, il tasso di omicidi interrazziali è immediatamente aumentato nel 2020 in seguito all'attuazione delle riforme della polizia e delle carceri dopo le rivolte di George Floyd, così come la dedizione dei media a demonizzare apertamente i bianchi.

 

Gli ultimi dati NIBRS non sono un prodotto di progressione naturale. I numeri del 2020 e del 2021 non hanno equivalenti moderni.

Nel 1995, l'ultima volta che gli omicidi interrazziali hanno superato il tasso attuale, 3072 bianchi sono stati uccisi dai neri.

Sebbene questa cifra superi solo leggermente l'attuale tasso di omicidi interrazziali, i media hanno coperto il crimine in modo molto più aggressivo 26 anni fa, il che è parte del motivo per cui promuovere la legge e l'ordine era un consenso politico.

Dopo l'approvazione del “Violent Crime Control and Law Enforcement Act del 1994”, contro cui sia i democratici che i repubblicani oggi si scagliano come razzisti, gli omicidi interrazziali sono andati in caduta libera, scendendo di un terzo tra il 1994 e il 1999.

Alla fine, tecniche di lotta al crimine relativamente efficaci che ora sono state completamente invertite sono culminate in tassi storicamente bassi di omicidi interrazziali.

Questi numeri si sono mantenuti costantemente negli anni 2000 e 2010, raggiungendo minimi che non si vedevano dal 1960.

 

Ciò che è sorprendente di questo ritorno ai tassi di criminalità degli anni 1980 e dei primi anni 1990 è che i bianchi sono significativamente più segregati dai neri oggi rispetto a 35 anni fa, il che significa che si verificano più omicidi nonostante meno opportunità.

La razzializzazione e la politicizzazione del nostro sistema di giustizia penale, che ha infettato avvocati, giurie, giudici e non solo, sta anche lottando per punire le persone non bianche accusate di uccidere i bianchi, indipendentemente dalle prove e dalle circostanze.

Mentre attualmente non esistono dati su questo argomento, gli aneddoti si stanno accumulando.

Il rifiuto di una giuria di Akron di condannare due uomini neri per omicidio colposo dopo aver brutalmente calpestato a morte un giovane bianco,” Ethan Liming”, per una disputa con armi ad acqua è circolato sui social media in misura limitata, ma questa è solo la punta dell'iceberg.

È noto che gli omicidi neri su neri hanno maggiori probabilità di finire in processi sbagliati, spesso a causa del fatto che sono legati alle bande e ai codici urbani del silenzio, ma una rapida ricerca delle notizie locali degli ultimi tre mesi rivela che da qualche parte circa un quarto delle storie a livello nazionale riguardanti i pubblici ministeri che lottano per condannare un imputato di omicidio hanno un aggressore non bianco e una vittima bianca, Nonostante tali crimini le dinamiche siano molto meno comuni degli omicidi intrarazziali.

Non sembra esserci un meccanismo specifico che possiamo indicare come responsabile della forzatura di tali risultati, ma un modello sistematico è evidente.

C'è uno spettro di assurdità:

un giudice concederà un processo errato basato su un argomento difensivo ridicolo, un pubblico ministero commetterà errori non forzati e idioti, o un giurato di minoranza o di sinistra si impegnerà nell'annullamento o permetterà solo al crimine di livello più basso di rimanere, a volte dichiarando apertamente che si rifiutano di mandare in prigione un uomo nero, non importa quale.

 

Questo è accaduto in un'aula di tribunale di Baltimora lo scorso luglio nel caso di un adolescente nero che ha sparato e ucciso un uomo bianco con una pistola illegale.

Alla giuria di Baltimora è stato mostrato l'intero incidente, dove le riprese video hanno catturato il sospetto sparare alla vittima più volte alla schiena.

 Tuttavia, i giurati neri si rifiutarono di arrivare a un verdetto fino a quando non furono costretti quando il giudice emise un'accusa di Allen.

Hanno trasmesso le opzioni raccomandate di omicidio di primo o secondo grado e hanno optato per trovare l'aggressore colpevole dell'accusa minima, che era omicidio volontario.

In un'altra debacle estiva, la 28enne nera “Shayla Baylor” è stata rilasciata dalla custodia dopo due processi sbagliati.

 Nel 2021, Baylor ha pugnalato a morte un uomo bianco di 62 anni di nome Greg McKnight durante una lite nel parcheggio di un supermercato di Oakland, in California.

McKnight, che era costretto su una sedia a rotelle, non poteva uscire dalla sua auto dopo che Baylor aveva parcheggiato illegalmente accanto a lui in un parcheggio per disabili, che lo aveva inscatolato nella sua auto.

La difesa di Baylor si basava sul fatto che McKnight l'aveva chiamata "negra" durante la discussione prima dell'incidente, che gli amici di McKnight hanno detto che era impossibile a causa del fatto che era un attivista di sinistra per tutta la vita.

 Tuttavia, la giuria di Oakland ha rifiutato di condannarla due volte, costringendo i pubblici ministeri a perorare la sua causa e rilasciarla nella società con il tempo scontato.

In un altro processo sbagliato di luglio, un uomo portoricano di 25 anni nel Massachusetts di nome “Emanuel Lopes” è stato in grado di vincere un processo sbagliato dopo aver ucciso due bianchi, il sergente della polizia di Weymouth Michael Chesna e un anziano passante, Vera Adams.

La difesa di Lopes ha sostenuto che stava attraversando un esaurimento mentale e quindi non era responsabile.

L'intera giuria di Worcester votò per condannarlo, ma una persona, descritta solo come una "giovane donna", resistette.

I giurati hanno detto alla stampa che si è rifiutata di guardare qualsiasi prova e ha ostinatamente mantenuto la sua posizione senza spiegazioni.

Piuttosto che forzare un verdetto attraverso un'accusa di Allen, il giudice Beverly Cannone ha concesso un processo errato nel processo per duplice omicidio.

Questo tipo di fallimento sistematico non è affatto relegato ai tribunali statali blu. Lo scorso maggio, un giudice di Huntsville, in Alabama, ha concesso un processo errato nel caso di omicidio di X'Zavier Kamontae Scott dopo che la testimonianza relativa agli abusi sulla sua ragazza è uscita in tribunale.

Spesso i giudici che sovrintendono a un processo penale serio diranno semplicemente ai giurati di ignorare tali errori, ma in questo caso, il giudice è stato descritto come svanire nelle sue camere per "pensarci" prima di decidere di terminare il processo su questo tecnicismo.

Nel 2018, Scott e la sua ragazza, “Domanek Jackson”, si sono avvicinati casualmente a una donna bianca, “Tiffany Kelley”, dicendo che stavano soffrendo di un'emergenza e avevano bisogno di un passaggio.

 La donna, moglie e madre, ha accettato di aiutarli.

 Una volta all'interno del veicolo di Kelley, Scott e Jackson l'hanno ripetutamente pugnalata al collo e le hanno rubato l'auto.

Anche se il caso di Scott sarà riprocessato il mese prossimo, una giuria separata nel 2022 ha trovato la sua complice innocente di omicidio e ha deciso di lasciarla andare con una semplice accusa di rapina.

Forse il processo più assurdo in questa lista è il caso del criminale ripetuto di razza mista, Juan Garibaldo a Toledo, Ohio.

Garibaldo è accusato di aver ucciso la sua fidanzata bianca, “Sarah Schulte”, nel 2022.

Durante il procedimento giudiziario dello scorso luglio, la testimonianza di uno degli amici di Schulte che accusava Garibaldo di aver ucciso il cucciolo della vittima prima dell'incidente è stata, senza sollecitazione dell'accusa, erroneamente inclusa nel verbale.

L'avvocato di Garibaldo, il cui cliente è stato precedentemente condannato per aver picchiato brutalmente altre donne bianche con cui aveva rapporti e una miriade di altri crimini, ha sostenuto in una mozione nichilista per il processo errato che la giuria era ingiustamente prevenuta contro il carattere dell'imputato perché "ogni giurato ama i cuccioli, e nessun giurato mancherebbe di condannare qualsiasi persona che ucciderebbe un cucciolo".

Il giudice della contea di Lucas che supervisiona il caso ha sbalordito sia il pubblico ministero che la famiglia della vittima accogliendo la stupida richiesta della difesa e prendendo la straordinaria misura di porre fine al processo su una singola frase su Garibaldo che potrebbe aver ferito un animale.

L'annullamento della giuria come strumento di vendetta razziale contro i bianchi non è un'idea che viene dalla strada, ma una vera e propria strategia politica approvata e promossa da intellettuali neri tradizionali come il professore di legge di Georgetown “Paul Butler”.

Butler, che è spesso descritto come collaboratore ospite nei media neri e liberali, ha chiesto per decenni ai neri di annullare le giurie quando decidono il destino degli imputati neri come strategia per costruire il potere nero.

Promuovere l'annullamento della giuria è in una zona grigia legale, e promuovere la teoria direttamente ai giurati – un tipo di attivismo libertario che è caduto in disgrazia – ha portato in passato ad accuse di ostruzione criminale.

 Come minimo, ci sono questioni etiche che le scuole di legge come Georgetown dovrebbero affrontare quando promuovono un teorico legale che usa i media nazionali per dire ai neri che non dovrebbero mai trovare criminali neri colpevoli al fine di punire collettivamente i bianchi.

Ciò che è forse più sorprendente è che, mentre Butler ha promosso queste idee dai margini dal 1990, ora è considerato un'autorità mainstream presente sui canali di notizie via cavo come MSNBC per promuovere le sue teorie.

Il sistema di giustizia penale americano è grottesco e imprevedibile, un abominio. Non sembrano esserci regole o principi applicati in modo cieco e coerente, se sei bianco – che tu sia un imputato o una vittima – avrai sempre la bilancia della giustizia contro di te.

 

 

 

 

Vincono i repubblicani,

perdono Biden e l'Ucraina.

 Globalresearch.ca – (02 ottobre 2023) - Karsten Riise – ci dice:

 

Letteralmente negli ultimi minuti prima di mezzanotte, in una sorprendente svolta degli eventi, il Congresso degli Stati Uniti ha votato per un cosiddetto stop-gap o Continuing Resolution (CR) per continuare temporaneamente a finanziare il governo degli Stati Uniti fino al 17 novembre 2023.

Molti repubblicani e i loro media Breitbart sono felici, perché la misura stop-gap è una grande vittoria per i repubblicani.

Alcuni senatori repubblicani individualisti che vogliono ancora fermare l'irresponsabile spesa eccessiva da parte del governo degli Stati Uniti, hanno preso in considerazione l'idea di ritardare la mozione tampone al Senato, ma alla fine hanno deciso di lasciarla passare perché riconoscono che è una grande vittoria per i repubblicani.

I senatori Mike Lee (R-Utah) e Rand Paul (R-Kentucky) avevano pianificato di impiegare tattiche di ritardo parlamentare su un voto CR [Risoluzione continua, la misura tampone], ma in un segno di quanto sia grande la vittoria del disegno di legge del presidente della Camera repubblicana Kevin McCarthy per i conservatori, il duo ha indicato che consentirà una rapida considerazione del disegno di legge al Senato.

McCarthy e i conservatori meritano di festeggiare oggi.

Ma la battaglia per maggiori finanziamenti per l'Ucraina riprenderà presto se il disegno di legge passerà al Senato questo fine settimana come previsto.

La cosa più importante del disegno di legge dell'ultimo minuto è che 6 miliardi di dollari in aiuti per l'Ucraina sono stati finanziati dagli Stati Uniti fino al 17 novembre 2023.

 Dopotutto, quando sono costretti a scegliere, anche i democratici preferiscono la spesa per la popolazione interna e per gli Stati Uniti rispetto alla spesa per l'Ucraina, un paese lontano.

In un inchino alla vasta e crescente resistenza repubblicana al finanziamento dello sforzo bellico di Kiev, il disegno di legge di McCarthy non includeva alcun denaro per questo nella sua patch di spesa temporanea.

I democratici sapevano che se si fossero opposti al disegno di legge, i repubblicani avrebbero affermato che si preoccupavano più di inviare denaro all'Ucraina che di finanziare il governo americano.

Per buone ragioni, la Russia è felice e l'Ucraina è nervosa.

Per mantenere un po' alto l'umore a Kiev, l'Ucraina cerca di ricordare a sé stessa che "gli aiuti già annunciati" per l'Ucraina continueranno.

Con i finanziamenti per l'Ucraina fermati per il momento, il presidente Joe Biden e i democratici sperano di ottenere una legge di spesa separata per l'Ucraina.

 Ma una legge di spesa separata per l'Ucraina potrebbe facilmente essere sostanzialmente ritardata, causando danni significativi al regime fallimentare di Kiev.

 E anche con una legge di spesa separata per l'Ucraina, i soldi per l'Ucraina potrebbero essere ridotti dai 6 miliardi di dollari di cui l'Ucraina ha bisogno solo a breve termine.

Zelensky affronta un momento difficile a Washington D.C.

Nei negoziati politici al Congresso, per qualsiasi denaro i democratici vogliano andare in Ucraina, i repubblicani chiederanno – e otterranno – qualcosa all'interno degli Stati Uniti in cambio.

 Come risponderanno i democratici se i repubblicani diranno: "Ok, ottieni $ 2 miliardi (non $ 6 miliardi) per l'Ucraina, ma in cambio di mantenere bassa la spesa complessiva, vogliamo un taglio in uno dei tuoi programmi di spesa preferiti di $ 4 miliardi?"

Non c'è bisogno di indovinare: in una situazione del genere, i democratici daranno la priorità ai bisogni degli americani.

Dopo tutto, solo gli americani pagano le tasse statunitensi e votano alle elezioni statunitensi, non gli ucraini.

Questa è una sconfitta enorme e umiliante non solo per l'Ucraina, ma anche personalmente per il presidente ucraino Zelensky.

Nella precedente visita di Zelensky al Congresso degli Stati Uniti, è stato ricevuto come un eroe e ha ricevuto standing ovation dalla legislatura. Ora è finita.

Nell'ultima visita di Zelensky al Congresso, pochi giorni fa, è arrivato con una fallita "controffensiva".

 L'accoglienza di Zelensky al Congresso è stata piuttosto fredda e non gli è stato nemmeno permesso di parlare a tutto il corpo.

E ora abbiamo il risultato: quando si tratta di fare scelte reali, il Congresso non dà più priorità all'invio di più denaro in Ucraina.

Questo è il bacio della morte sia per l'Ucraina che per Zelensky personalmente.

Dopo qualche altra contrattazione nel bazar chiamato Congresso, potremmo vedere alcuni nuovi round di finanziamenti per l'Ucraina, ma il rubinetto dei grandi fondi per l'Ucraina viene spento.

 L'Ucraina è al verde.

Poiché l'UE fornisce solo fondi limitati per l'Ucraina, il paese è completamente dipendente da infiniti miliardi che fluiscono continuamente dagli Stati Uniti.

Qualsiasi riduzione dai 6 miliardi di dollari necessari potrebbe avere conseguenze devastanti per la capacità dell'Ucraina di continuare a funzionare.

C'è ancora una reale possibilità che il governo degli Stati Uniti venga chiuso senza finanziamenti dopo il 17 novembre 2023, quando scadrà la misura tampone.

Prima di tutto, McCarthy potrebbe essere estromesso la prossima settimana dai repubblicani individualisti della Camera.

McCarthy è stato eletto presidente della Camera solo dopo infiniti tentativi falliti di colmare le differenze politiche tra i repubblicani.

Se McCarthy viene estromesso è molto dubbio che l'Assemblea sarà in grado di concordare un nuovo oratore per molto tempo.

 E se McCarthy viene estromesso dall'assenza di un presidente della Camera metterà in pericolo le prospettive di qualsiasi nuova legge di finanziamento per il governo degli Stati Uniti dopo che il disegno di legge tampone scade il 17 novembre 2023.

 In secondo luogo, rimane incerto se repubblicani e democratici possano mettersi d'accordo su qualsiasi budget per il prossimo anno fiscale.

Il risultato del dramma che circonda la legge stop-gap promulgata ieri (30 settembre) è una devastante sconfitta inflitta al presidente Biden dai repubblicani della Camera:

L'esclusione dei finanziamenti per l'Ucraina è una perdita livida per il presidente che ha fatto del sostegno a Kiev una priorità durante tutto il suo mandato.

Contrariamente a quanto dichiarato infondatamente dal presidente Biden, il presidente della Camera McCarthy non ha rilasciato alcuna garanzia per presentare una legge di finanziamento separata per l'Ucraina nei prossimi giorni o settimane.

 E con le mosse dei repubblicani individualisti alla Camera per estromettere McCarthy dalla presidenza, qualsiasi disegno di legge separato portato avanti da McCarthy nei prossimi tempi per finanziare l'Ucraina con i 6 miliardi di dollari che è stato appena tolto, sembra a dir poco incerto.

L'organo di stampa democratico "The Hill" dichiara che l'individualista repubblicano della Camera” Matt Gaetz” è un "perdente" – ma questo è completamente sbagliato.

Il rappresentante della Camera Matt Gaetz è il grande vincitore, anche se è arrabbiato per non aver ottenuto una vittoria ancora più grande chiudendo il governo di Biden.

 Anche se il repubblicano Gaetz (R-Fla.) non ha fermato i finanziamenti al governo, con l'esclusione dei finanziamenti per l'Ucraina, ha ottenuto una grande impronta digitale sul risultato – e con ciò i repubblicani hanno inferto un duro colpo al presidente Biden e al partito della guerra democratico.

Anche in Europa, il sostegno a Zelensky e all'Ucraina si sta sgretolando. In Germania, sia la politica di sinistra “Sarah Waagenknecht” che il partito di destra “Alternativa per la Germania” hanno ricevuto un enorme sostegno dagli elettori per le loro critiche alla politica tedesca nei confronti dell'Ucraina.

Anche se i repubblicani della Camera negli Stati Uniti questo fine settimana hanno tagliato gli aiuti per l'Ucraina, in Europa, la Slovacchia ha ottenuto un nuovo governo filo-russo che taglierà anche gli aiuti per l'Ucraina.

È stato davvero un brutto fine settimana per il presidente Biden e l'Ucraina.

(Karsten Riise è un Master of Science (Econ) presso la Copenhagen Business School)

 

 

 

 

QUANDO NASCERÀ UN NUOVO

INTERNET, FINIRÀ L’IMPERO AMERICANO

Comedonchiosciotte.org - Eric Zuesse - southfront.press  - (02 Ottobre 2023) -  ci dice:                                                                            

 

In questo articolo verranno spiegati molti misteri riguardanti l’opinione pubblica, tra cui (ma non solo) questo concetto molto importante: mentre la Russia è ampiamente condannata per aver invaso un Paese confinante, l’Ucraina, un Paese che ha una chiara importanza per la sicurezza nazionale russa (in quanto potenziale base di sosta per i missili statunitensi da posizionare lì a soli 300 chilometri dal Cremlino – evitando che si metta fuori gioco il comando centrale russo troppo velocemente perché il presidente possa avere il tempo sufficiente per autorizzare una rappresaglia), e viene severamente sanzionata dagli Stati Uniti e dai Paesi alleati e dai loro media, per averlo fatto (per aver fatto ciò che la Russia aveva bisogno di fare).

E dai Paesi alleati e dai loro media, per averlo fatto (per aver fatto ciò che la Russia aveva bisogno di fare).

L’America e alcuni dei suoi alleati non sono stati condannati e sanzionati da nessun Paese per aver invaso il 20 marzo 2003 un Paese lontano, l’Iraq, che (in netto contrasto con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio 2022) non aveva alcuna importanza per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti o dei Paesi alleati (solo le bugie sulle “armi di distruzione di massa di Saddam”, ecc. avevano affermato il contrario). La Russia non ha analogamente ‘giustificato’ con le menzogne la sua invasione dell’Ucraina.

L’America e i suoi alleati invasori non sono stati sanzionati nemmeno dopo che la loro invasione dell’Iraq è diventata ampiamente nota per essere stata basata su scuse di sicurezza nazionale completamente fraudolente da parte degli Stati Uniti e degli alleati (come il fatto che all’Iraq mancavano solo sei mesi per avere una bomba nucleare).

Questa evidente, e del tutto ingiustificabile, disuguaglianza nell’opinione pubblica di tutto il mondo (che è stata pesantemente propagandata contro la Russia per aver fatto ciò che la NATO l’aveva di fatto costretta a fare), viene ignorata dai media, ma richiede una spiegazione, soprattutto perché gli stessi media censurano l’argomento stesso di questa disuguaglianza, e fingono che non esista – che l’opinione pubblica non sia stata da loro ingannata in questa paura della Russia (come è stato esemplificato dalla Svezia e dalla Finlandia che hanno cercato di entrare nella NATO).

La democrazia all’interno delle nazioni e il raggiungimento della pace tra le nazioni sono impossibili se questo argomento – la censura stessa – non viene discussa apertamente e onestamente.

Dato che questa censura è quasi universalmente oscurata, il presente articolo presenterà al lettore l’accesso immediato agli elementi chiave delle sue prove (tramite link alla documentazione relativa a qualsiasi affermazione ragionevolmente discutibile qui riportata), in modo che egli possa giudicarle da solo.

Questo è il mistero; l’iniquità è il mistero; ed ecco la sua spiegazione.

INTRODUZIONE.

Come verrà dimostrato in questa sede, il Governo degli Stati Uniti controlla il Web;

e questo significa che controlla indirettamente anche i media (come verrà documentato in questa sede, attraverso le prove che verranno linkate).

 Queste prove chiariranno la portata e i mezzi con cui il Governo degli Stati Uniti, attraverso la censura, controlla efficacemente l’opinione pubblica in tutte le nazioni alleate (o vassalle) degli Stati Uniti, ma anche in gran parte del mondo al di fuori degli Stati Uniti e delle sue nazioni vassalle (o colonie, come tutte le nazioni della NATO).

La censura è uno strumento essenziale di qualsiasi dittatura ed è un pericolo mortale per qualsiasi democrazia, perché la censura consente ai proprietari che controllano i media – e al Governo che questi proprietari controllano anche attraverso le loro massicce donazioni per le campagne politiche – di controllare l’opinione pubblica, e quindi di plasmare i risultati delle votazioni, producendo così ‘democrazia’ invece di democrazia.

Tale controllo monopolistico delle informazioni rivolte al grande pubblico, da parte dei miliardari, produce il risultato che ogni candidato ad alte cariche statali deve scegliere di servire alcuni miliardari, altrimenti perderà le ‘elezioni’ (‘selezione’ da parte dei miliardari, e poi elezione da parte degli elettori tra i candidati preselezionati e approvati dai miliardari).

Questa è aristocrazia (un dollaro-un voto), invece di democrazia (una persona-un voto).

Il Governo degli Stati Uniti (i miliardari americani e i loro milioni di agenti assunti) ha attualmente il controllo monopolistico del web (il world-wide web, la parte di Internet disponibile al pubblico che comprende anche le pagine private, quelle che non possono essere visualizzate dal pubblico).

Soprattutto per quanto riguarda le notizie internazionali, la maggior parte delle persone riceve le notizie principalmente dal Web;

 quindi, la censura del Web è particolarmente importante per convincere il pubblico a sostenere le politiche internazionali del Governo (dei suoi miliardari) (come l’invasione dell’Iraq e della Libia, l’attacco alla Russia e l’armamento dell’Ucraina e di Taiwan).

Inoltre, Google detiene un monopolio virtuale sulla navigazione o la ricerca sul Web ed è stato creato congiuntamente dalla CIA e dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti;

quindi, non solo il Governo degli Stati Uniti (i miliardari americani) controlla direttamente il Web, ma controlla indirettamente i risultati di quasi tutte le ricerche sul Web (e i pochi concorrenti di Google sono ancora meno bravi di Google, e per di più non stanno facendo nulla per fornire nei loro risultati le pagine Web che gli algoritmi di ricerca di Google escludono in modo particolare dai loro risultati).

Chiunque ritenga incredibile che Google manipoli i risultati elettorali degli Stati Uniti, dovrebbe vedere il video esplicativo del 18 settembre 2023 “How Google Shifted 6 MILLION Votes To Joe Biden! w/ Dr. Robert Epstein” – anche qui -, in cui questo prestigiosissimo ricercatore-psicologo istruito ad Harvard, che aveva votato per Biden contro Trump, riferisce le sue scoperte impeccabilmente studiate, che hanno scioccato lui stesso e che hanno fatto prevedere che probabilmente ci sarà un attacco pagato da Google contro di lui per fermare la sua ricerca.

La portata della censura del Governo degli Stati Uniti sarà documentata nei seguenti casi:

 le azioni specifiche di censura da parte del Governo degli Stati Uniti e dei suoi agenti saranno linkate in modo che il lettore possa verificarle di persona. (di conseguenza, questo articolo, che viene inviato gratuitamente a tutti i media, sarà pubblicato da pochi, se non da nessuno, e il lettore è quindi invitato a diffondere questo articolo ad altri).

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