Leggi a difesa degli interessi globali delle grandi multinazionali non debbono danneggiare solo il popolo a basso reddito.
Leggi
a difesa degli interessi globali delle grandi multinazionali non debbono
danneggiare solo il popolo a basso reddito.
E in
Scozia Arrivò l’Ordine:
“Non
Rianimate i Disabili”
Conoscenzealconfine.it
– (28 Novembre 2023) - Gioia Locati – ci dice:
L’inchiesta
scozzese sul Covid sta scoperchiando l’inferno…
Dell’inchiesta
parlamentare sulla pandemia approvata il 10 novembre dal Senato al momento si
sa molto poco.
Qualche commento sui giornali però c’è stato,
giusto per chiarire su cosa non si indagherà.
Intanto, come ha messo bene in chiaro la
procura di Roma, i ministri non hanno responsabilità di nulla (che li paghiamo
a fare…).
Ma
avremo modo di parlarne.
Al
contrario, l’inchiesta scozzese sul Covid sta scoperchiando l’inferno. Sì
proprio l’inferno di cui ci parlavano da bambini:
si vede che lo creiamo noi per noialtri e Dio
ce ne scampi…
Da
Glasgow la notizia:
l’indagine condotta da “Lord Brailsford” sta
mostrando che gli ospedali hanno ricevuto precisi ordini di non rianimare i
pazienti disabili.
Queste
direttive tenute segrete si chiamano “DNR”.
Pare
che sin dall’inizio della pandemia gli addetti alla reception dei medici di
base abbiano
chiamato le persone con disabilità per cercare di convincerle a firmare il
modulo con l’avviso di non essere rianimati in caso di emergenza.
“Tressa
Burke”, amministratore
delegato della “Disability Alliance” che segue 5.500 persone con disabilità, ha raccontato che “molti scozzesi sono stati costretti
a firmare un DNR inserito poi nella cartella clinica” e che la giustificazione messa per
iscritto sulla fine vita di queste persone era “che avevano una condizione
preesistente” – come
se questo in qualche modo svalutasse il loro vivere e dovessimo aspettarci che
tutte le persone disabili muoiano comunque, e non vale la pena salvarle”.
L’inchiesta
sta divulgando anche le esperienze di persone a cui è stato detto che non
sarebbero state portate in ospedale se avessero contratto il Covid e non
avrebbero avuto accesso ai ventilatori.
(Questa
sembra però una mezza verità per coprire una bugia ben peggiore, perché qui in
Italia almeno, è venuto fuori da tante testimonianze che le persone venivano
uccise proprio con i ventilatori.
In
Scozia è risultato forse utile far venire fuori una mezza verità, uno scandalo
minore, ovvero un protocollo che appare disumano nei confronti delle persone
disabili, ma per coprirne uno ancora peggiore, ovvero che le persone venivano
in realtà uccise proprio con la pratica dell’intubazione…
E
questo perché ovunque avevano bisogno di tanti pazienti da etichettare come
morti per covid… e se no come la tiravano su la fanta pandemia? – nota di conoscenzealconfine).
Quante
persone quindi si sono convinte (per ingenuità, per solitudine o perché hanno
creduto vere le parole ‘non esistono alternative’) o sono state d’accordo?
Eccolo l’inferno in terra.
Mistificato
da mille scuse, l’emergenza, il caos, le direttive superiori (pronunciate da
chi sarà sempre assolto, of course).
La
disumanità come nuova normalità. Le legge applicata senza valori di riferimento
solo per amministrare e “arrivare all’obbiettivo”. Ci si chiede quale sarà
l’obiettivo…
Da Noi
invece Cosa
è Successo ad Anziani e Disabili?
Sappiamo
che i secondi sono stati chiamati per primi a ricevere la vaccinazione.
Sappiamo che chi ha sviluppato eventi avversi si è sentito rispondere che i
malesseri più o meno severi “sono dipesi dalla sua condizione”.
Secondo
il principio diffuso dal “prof Burioni” in cattedra ai corsi di aggiornamento
per giornalismo, (18 mesi prima dello scoppio della pandemia) “su un vaccino
non si deve mai indagare perché non nuoce mai”.
E gli
anziani?
Chi ha avuto la sfortuna di avere avuto un parente
ricoverato nei tre anni di pandemia ha sperimentato anche da noi l’inferno in
terra: proibite le visite o i controlli dei parenti; sedazioni ogni oltre
limite (per
poi passare all’intubazione che spesso ha portato alla morte – nota di
conoscenza al confine); cibo inadeguato; immobilità e piaghe sul corpo. La
mancanza di una sepoltura dignitosa e di un’ultima carezza hanno scavato ancor
più l’abisso.
Domanda
ai parlamentari: anche su questo scempio tutti immuni?
Così chi ha più bisogno di amore, l’anziano
che si ritrova solo o la persona che ha convissuto con handicap e malattie, ha
ricevuto un calcio in faccia in nome dell’ “emergenza”, se non un vero e
proprio viatico per la morte.
Ricordate la rupe Taigeto? Gli spartani ci gettavano i
bambini deformi. Quanto ci manca per arrivare lì?
(Gioia
Locati)
(blog.ilgiornale.it/locati/2023/11/26/e-in-scozia-arrivo-lordine-non-rianimate-i-disabili/)
Multinazionali
nel mirino dell’Onu:
devono
rispettare i diritti umani.
Altreconomia.it - Duccio Facchini — (1
Dicembre 2017) – ci dice:
(Altreconomia
199)
Intervista
a “Guillaume Long”, coordinatore del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite che
sta negoziando un nuovo regolamento vincolante:
“Le imprese devono essere responsabili
dovunque operino: non solo dove sono domiciliate.”
“Guillaume
Long”, 40 anni, tra il marzo 2015 e il maggio 2017 ha retto due diversi
ministeri in Ecuador sotto la presidenza di Rafael Correa: Cultura e Affari
esteri -
“Purtroppo
nel mondo di oggi gli esseri umani sono un mezzo per un fine: l’accumulazione
del capitale.
Noi
crediamo invece che il capitale dovrebbe essere un mezzo per l’accumulazione
della felicità, dell’emancipazione, della libertà”.
“Guillaume
Long” è il rappresentante permanente dell’Ecuador presso le Nazioni Unite.
Quarant’anni
compiuti nel febbraio scorso, già ministro degli Esteri, oggi è il coordinatore
del gruppo di lavoro intergovernativo (Open ended inter-governmental working
group) che
ha il
mandato di negoziare una regolamentazione vincolante per le imprese
multinazionali in materia di diritti umani.
Dal 23 al 27 ottobre 2017, durante la terza
sessione di lavoro a Ginevra, si sono confrontati oltre cento Stati, attori non governativi e portatori
d’interessi.
Il risultato è stato un documento di 29 pagine
(draft) aperto a contributi e osservazioni fino alla fine del febbraio 2018.
È un testo coraggioso perché affronta senza retorica
il tema della responsabilità delle grandi imprese private, puntando
l’attenzione -come si legge nel draft– “lungo tutta la catena di
approvvigionamento”.
Il
percorso diplomatico promosso tra gli altri da “Ecuador” e “Sudafrica” segna un
punto di netta discontinuità con il passato, specialmente con quegli “UN Guiding principles on business and
human rights” che dal 2011 hanno dato forma a un regime volontaristico per misurare la
responsabilità sociale d’impresa.
Signor
Long, perché le Nazioni Unite hanno rimesso al centro dell’attenzione il tema
della responsabilità delle imprese multinazionali?
GL.
Credo
che tutto ciò derivi dalla consapevolezza generale che non sono solo gli Stati
a poter violare i diritti umani, ma anche le grandi aziende.
E che
anche dietro gli abusi statali ci siano spesso interessi aziendali.
Talvolta
le violazioni dei diritti umani non registrano nemmeno alcun coinvolgimento
attivo degli Stati, come nel caso di Chevron-Texaco, che ha distrutto gran parte
della foresta amazzonica in Ecuador.
Ecco, sempre più Paesi hanno compreso questa dinamica
e richiedono uno strumento vincolante per affrontare efficacemente il problema.
Come è
possibile costruire un quadro normativo internazionale efficace a fronte delle
diverse giurisdizioni dei singoli Stati?
GL.
Semplice: come è già stato fatto in diversi
settori. Quando si tratta di agevolare gli investimenti privati o difendere i
grandi capitali si parla molto meno di sovranità, o di autonomia individuale
degli Stati.
Le
imprese transnazionali, oggi, possono rivolgersi direttamente agli organi
internazionali e ai meccanismi di arbitrato se ritengono che i loro interessi
siano stati influenzati o danneggiati dagli Stati.
Penso
al sistema” ISDS”,” Investor-state dispute settlement”.
Se un
Paese del “Terzo mondo” fa qualcosa che non è previsto nel contratto, o
nazionalizza un settore o un bene, allora l’impresa può rivolgersi a una corte
speciale di arbitrato, ad esempio in Europa, in forza di trattati bilaterali di
investimento che la proteggono dalla legislazione nazionale del Paese in cui ha
investito.
Una
delle cose che ho avuto l’onore di fare mentre ero ministro degli Esteri
dell’Ecuador è stato porre fine a 16 trattati bilaterali di investimento.
Ma
ricorrere alla giurisdizione internazionale è semplicemente una questione di
volontà politica.
Mi
chiedo:
c’è la
stessa determinazione che c’è stata nella difesa degli interessi del capitale
delle grandi imprese quando si tratta di difendere i diritti umani delle
persone comuni?
16
trattati bilaterali di investimento che “Guillaume Long” ha cancellato durante
il suo mandato come ministro degli Esteri dell’Ecuador.
Nel
corso dei lavori del gruppo che coordina sono emersi i limiti del sistema dei
principi volontari in vigore dal 2011.
GL.
L’Ecuador ha detto chiaramente che i principi
guida dell’ONU in materia di business e diritti umani non dovrebbero essere
considerati incompatibili con lo strumento vincolante, e che sono parte dello
stesso processo storico che cerca di rendere le imprese transnazionali
responsabili e rispettose dei diritti umani.
Tuttavia, quei principi non dovrebbero essere
utilizzati per impedire la definizione di norme vincolanti e non dovrebbero
essere considerati sostitutivi del diritto internazionale.
Se
mirano a dare una buona coscienza agli attori egemonici nelle relazioni
internazionali e non a modificare realmente i modelli comportamentali, possono
essere più un problema che una soluzione.
Allo
stesso tempo, i principi volontari non tengono conto in alcun modo della
necessità di riparare e risarcire le violazioni e garantire alle vittime
l’accesso alla giustizia.
Nel “draft”
c’è un passaggio dedicato agli obblighi fiscali delle multinazionali nei
confronti dei Paesi in cui operano.
Perché
è decisivo intervenire sulla leva fiscale?
GL.
Esiste un legame intrinseco tra la giustizia
fiscale e lo strumento vincolante per i giganti privati perché entrambi puntano
a proteggere i diritti umani.
L’elusione fiscale è uno degli ostacoli
principali per gli Stati per poter disporre delle risorse e della capacità di
proteggere i diritti del loro popolo.
Ed
entrambi gli elementi hanno a che fare con la lotta per la supremazia degli
esseri umani sul capitale.
È per questo che il mio Paese ha proposto
all’ONU di dotarsi di un organismo intergovernativo impegnato nella giustizia
fiscale.
Pochi lo sanno, ma l’Ecuador è probabilmente
il Paese che negli ultimi dieci anni ha maggiormente aumentato la riscossione
delle imposte.
Non lo
ha fatto alzando le tasse, ma adoperandosi per far emergere le dichiarazioni e
combattere la fuga di capitali:
siamo
passati da circa 3,5 miliardi di euro nel 2006 a oltre 13 miliardi di euro
quest’anno.
E grazie a un referendum tenutosi lo scorso
febbraio, qualsiasi funzionario pubblico, che sia presidente, sindaco, deputato
al Parlamento o funzionario pubblico di qualsiasi tipo, che si fosse scoperto
aver tenuto nascosto denaro nei paradisi fiscali, sarà sospeso, per legge.
Ancora
oggi gli abitanti della foresta amazzonica che vivono nei pressi del “lago
Agrio” (Ecuador) devono fare i conti con i danni procurati dalla Chevron-Texaco
a causa delle perdite di greggio.
Negli
anni Novanta la compagnia ha lasciato la zona, senza mai ripagare le
popolazioni locali.
Il
caso Chevron-Texaco segna un legame tra paradisi fiscali e impunità per quanto
riguarda le violazioni dei diritti umani.
GL.
Ha ragione.
Chevron-Texaco
ha distrutto l’Amazzonia e poi, quando una sentenza è stata pronunciata dalla
magistratura ecuadoriana contro la multinazionale, beh, aveva già lasciato il
Paese senza lasciare alcun patrimonio.
Ma
quando Chevron viene portata in tribunale in altri Paesi, si nasconde dietro la
maschera delle società di comodo registrate nei paradisi fiscali, il che
complica molto renderla responsabile in giurisdizioni in cui non ha una sede
formale.
I paradisi fiscali hanno questo duplice scopo:
l’evasione fiscale e l’elusione giudiziaria.
Per
questo motivo lo strumento vincolante deve far sì che le imprese siano
responsabili ovunque operino e non solo nel luogo in cui sono domiciliate.
È una
visione radicale la sua?
GL.
Non dovrebbe esserlo.
Quando il presidente Rafael Correa ha detto:
“Non
vogliamo una società di mercato, quanto piuttosto una società con un mercato”,
certamente non ha negato l’esistenza del mercato.
Il punto, tuttavia, è chiarire il rapporto
causale. Il mercato non può essere fine a sé stesso.
È uno strumento. Ancora una volta, citando il
presidente Correa, il mercato è un ottimo servitore, ma è un terribile maestro.
Perché
è così difficile realizzare un sistema di responsabilità vincolanti a carico
delle multinazionali?
GL.
Quando un Paese come l’Ecuador o il Sudafrica,
o chiunque altro, propone uno strumento vincolante, ci si trova di fronte a un
atteggiamento molto reticente.
Ci
dicono:
“Non siamo sicuri perché potrebbe scoraggiare gli investimenti e ostacolare
l’economia”.
Inoltre,
al giorno d’oggi c’è una pressione fortissima delle multinazionali.
Accade
nei singoli governi, dove le aziende hanno ampio margine di manovra e di
potere, ma
anche nelle Nazioni Unite, alle quali le grandi aziende riconoscono importanti
donazioni.
Queste ingenti donazioni apparentemente altruistiche,
per conto di grandi milionari, hanno un riflesso su ciò che accade in ambito
multilaterale.
Consentitemi
di fare un esempio:
a metà
novembre si è svolta una discussione in seno all’”Organizzazione internazionale
del lavoro (ILO) sull’industria del tabacco”.
Uno
degli obiettivi che stavamo cercando di raggiungere era impedire all’industria
del tabacco di donare denaro all’ILO.
Alla
fine abbiamo fallito, e la questione è stata rinviata a marzo. Perché? Perché
l’industria del tabacco era in agguato, da qualche parte, sullo sfondo.
Come
si è comportata l’Unione europea alle sessioni del gruppo di lavoro
intergovernativo che ha coordinato?
GL.
L’ultima sessione, la terza, ha visto la
partecipazione di un numero senza precedenti di Stati, 101.
Ciò
dimostra che vi è un crescente interesse per lo strumento vincolante.
A
differenza delle sessioni precedenti, l’Unione europea è stata molto presente e
ha formulato una serie di osservazioni sul “documento degli elementi” in
discussione.
L’atteggiamento generale dell’Ue è ancora
molto critico, ma si tratta comunque di uno sviluppo positivo e importante.
Il
processo di negazione è terminato e c’è finalmente un impegno attivo con il
gruppo di lavoro.
Anche l’Australia si è fatta presente, per la
prima volta.
Gli
Stati Uniti sono invece ancora assenti, anche se c’è stato un loro tentativo
fallito a margine della terza sessione per far deragliare il processo.
2023,
cambia la tassazione
delle
multinazionali.
Lavoce.info - TOMMASO DI TANNO – (08/11/2021)
- FISCO, REFRESH – ci dice:
Sotto
l’egida dell’Ocse, il cammino per arrivare a una tassazione più equa delle
multinazionali ha fatto un altro passo avanti. Le principali economie mondiali
hanno raggiunto un nuovo accordo che definisce meglio i contorni di quanto
stabilito a luglio.
Il
nuovo accordo.
L’agognato
accordo fra le principali economie mondiali, riunite sotto l’egida dell’Ocse,
per una tassazione più equa delle multinazionali ha fatto un ulteriore passo
avanti.
Nel
luglio scorso si era concordato di procedere con la “Two-Pillar Solution”, cioè
con la proposta:
(i) -
di tassare nei paesi-mercato i profitti delle multinazionali indipendentemente
dall’esistenza di una entità fisica nel paese-mercato (Pillar One) e quella
(ii) di applicare una minimum tax del 15 per
cento sui profitti tassati localmente con aliquota inferiore a questa, così da
ridurre l’appetibilità dei paesi a troppo bassa tassazione (Pillar Two).
L’accordo
tuttavia, ancorché decisivo, presentava una evidente matrice politica e
lasciava un po’ troppo nel vago le concrete soluzioni che lo avrebbero dovuto
accompagnare.
Ma
ecco che l’8 ottobre scorso l’”Ocse” torna sul punto e fa l’atteso passo avanti.
Viene
confermato, innanzitutto, che il “Pillar One” si applica solo alle
multinazionali con più di 20 miliardi di euro di volume d’affari e con profitti
superiori al 10 per cento del relativo fatturato.
La soglia di ingresso basata sul fatturato
verrà abbassata a 10 miliardi di euro fra sette anni se la soluzione ora
prevista darà buoni risultati.
Ne sono escluse le imprese estrattive (leggi
petrolifere) e quelle soggette a regimi regolati (leggi banche e
assicurazioni).
Mentre, all’origine, questo sistema di
tassazione era riservato alle imprese “digitali” – con tutte le complicazioni
di identificazione -, parrebbe oggi esteso a tutte quelle che realizzano ricavi
e profitti delle dimensioni citate indipendentemente dal settore operativo.
Sono,
peraltro, escluse le attività realizzate in paesi da cui deriva un fatturato
minimale (meno di 1 milione di euro; 0,25 milioni se il Pil è inferiore a 40
miliardi). L’”Ocse”
indica in circa cento le multinazionali che presentano oggi queste
caratteristiche e in 125 miliardi di dollari l’anno la fetta di profitto
attribuibile ai paesi-mercato.
La
ripartizione tra paesi-mercato.
Il
regime in questione prevede una ripartizione convenzionale del diritto a
tassare il profitto mondiale come segue.
Il
profitto mondiale viene segmentato in più parti.
Una prima quota, misurata in un importo pari
al 10 per cento del fatturato globale, è tassabile nel paese di provenienza
della multinazionale.
La parte che residua (residual profit) – che
sarà molto significativa per le imprese più profittevoli; trascurabile per le
altre – è tassabile per il suo 25 per cento nei paesi-mercato anche se ivi
manca un’entità fisica.
Questi
indicatori – necessari per definire il cosiddetto “Amount ‘A’ del Pillar One” –
erano forniti in modo assai generico a luglio, mentre sono precisati oggi in
termini ben più netti.
I
danni della rottamazione.
La
conseguenza principale è che il profitto globale suscettibile di questa
attribuzione – un importo valutato dall’Ocse in ben 125 miliardi di dollari –
sarà assegnato ai paesi-mercato per la relativa tassazione (taxing rights).
Se
queste valutazioni sono fondate, significa che un importo dell’ordine di 31,25
miliardi di dollari l’anno verrà attribuito, per essere ivi tassato, ai
paesi-mercato con le aliquote a essi proprie.
La
divisione dell’importo totale fra i vari paesi-mercato avverrà sulla base del
fatturato quivi realizzato.
Il
computo in questione, che potrebbe risultare non semplicissimo, è affidato a
una entità giuridica designata dalla multinazionale che dovrebbe rapportarsi a
una entità amministrativa da definire.
Originariamente si era ipotizzata una entità
sovranazionale composta da funzionari appartenenti a una pluralità di stati.
Le attuali comunicazioni non vi fanno
menzione, anche se si afferma che la definizione dell’”Amount A” e della
relativa ripartizione avverrà in maniera definitiva così da non far emergere
contestazioni (auguri!).
Nulla
si dice con riferimento alla parte che ulteriormente residua:
cioè
al 75 per cento del “residual profit” che non forma oggetto di” taxing rights”
attribuiti ai paesi-mercato.
In
assenza di altre indicazioni, dovrebbe essere tassato secondo i meccanismi
convenzionali attuali (che non vengono revocati).
Il che
vuol dire: tassazione nel paese della casa madre, salvo che vi siano
controllate estere o stabili organizzazioni dichiarate in paesi esteri che
verrebbero ordinariamente tassate in base agli eventuali redditi ivi
dichiarati.
In
cambio dell’adozione del nuovo regime gli stati membri si impegnano ad abrogare
la “digital service tax” – se ne hanno adottata una, come nel nostro caso –
ovvero a rinunciare al suo varo se ne avessero manifestato l’intenzione.
Il
nuovo regime entrerebbe in vigore nel 2023.
A tal
fine si prevede la redazione di una sorta di convenzione multilaterale che gli
stati aderenti approverebbero quale integrazione dei vigenti trattati contro le
doppie imposizioni.
Operazione
che in Italia comporterebbe l’approvazione di una legge ad hoc modificativa di
tutte le leggi di recepimento dei Trattati attualmente operanti con l’aggiunta
dell’abrogazione dell’attuale imposta sui servizi digitali.
La
Global Minimun Tax.
Per la
Global Minimum Tax (Pillar Two) si conferma, innanzitutto, che ha un’estensione
ben diversa spaziando sulle multinazionali con volume di ricavi superiore solo
a 750 milioni di euro.
Renderebbe disponibile per la sua applicazione
un importo dell’ordine di 150 miliardi di dollari l’anno.
Il meccanismo pare abbastanza semplice.
Se nel
paese X si paga meno del 15 per cento, il paese d’origine della multinazionale
(Y) ha diritto a prelevare sui redditi prodotti nel paese X un importo
aggiuntivo tale da raggiungere complessivamente un prelievo pari al 15 per
cento del reddito prodotto in X.
Importante, però, è la specificazione che la
base di calcolo della sua applicazione è l’imposta effettivamente applicata e
non l’aliquota nominale applicabile nel paese X.
Il che finirà per attrarre nel regime in
questione anche filiali operanti in paesi apparentemente “normali”.
La bassa aliquota effettiva potrà trovare
accettabili giustificazioni (Ace, terremoti, pandemie, coordinamento col GILTI americano,
e così via).
Questa materia è tuttavia solo accennata e
richiede evidenti perfezionamenti.
La Minimum Tax prevede, infine, alcune eccezioni (non
si applica alle attività di shipping) e un approccio temporale gradualistico –
basato sulle dimensioni delle immobilizzazioni e le spese di personale – per
non danneggiare eccessivamente imprese che si affacciano solo ora sui mercati
internazionali.
Approccio
comprensibile, ma inevitabilmente destinato a suscitare sgradevoli confronti e
discussioni.
La
via, però, sembra ormai tracciata.
Si
applicherà dal 2023.
Dove
Vogliono Andare
a
Parare?
Conoscenzealconfine.it
– (29 Novembre 2023) - Andrea Tosatto – ci dice:
Come
mai l’emergenza patriarcato viene fuori adesso?
In
Italia ogni due settimane un genitore ha ucciso un figlio.
È così
da 12 anni.
Quando
le vittime sono neonati o bambini molto piccoli, il killer è quasi sempre la
madre.
E
allora come la mettiamo con la storia del patriarcato?
Una
volta si fischiava alle donne molto più di adesso.
Si
pretendeva che la donna fosse vergine.
Oggi
ci accontentiamo che lo sia nelle orecchie.
La
società era molto più patriarcale di oggi.
Come
mai l’emergenza patriarcato viene fuori adesso?
Dire che fischiare ad una donna è il preludio
al femminicidio è come dire che giocare a tombola a Natale è il preludio della
rovina economica al casinò.
È
chiaro che si sta creando un caso sul nulla. E allora dove si vuole andare a
parare?
Due
sono gli obbiettivi:
1)
Entrare nelle scuole a lavare il cervello ai bambini, facendo in modo che siano
le famiglie a chiederlo.
2)
Promuovere il controllo orizzontale.
La
sorella di Giulia ha detto: “Controllate l’amico, controllate il vicino”.
Sono
ossessionati dal controllo.
Hanno
un bisogno fottuto di controllarci e vogliono dividerci per fare in modo che ci
controlliamo tra di noi.
Vi
dico una cosa:
la bomba gli sta per scoppiare in mano!
Il Re
è nudo.
(Andrea
Tosatto)
(t.me/AndreaTosattoOfficial)
Lavrov
al summit Osce spacca l’Europa.
I
Paesi baltici e l’Ucraina boicottano il vertice.
msn.com
– Corriere della Sera - Paolo Valentino – Redazione – (29-11-2023) – ci dice:
«Tutti
mi chiedono, tutti mi vogliono».
Come il Figaro del Barbiere di Siviglia, “Sergei
Lavrov” fa sapere che sono in molti a volerlo incontrare al vertice dell’Osce
che si apre domani in Nord Macedonia. «Posso confermare che abbiamo un sacco di
richieste di incontri bilaterali», dice la sua portavoce, “Maria Zakharova”.
Il
ministro degli Esteri russo arriva oggi a Skopje, per un summit dell’”Organizzazione per la Sicurezza e la
Cooperazione in Europa”, che rischia di fotografare una grave spaccatura tra i
Paesi europei.
La partecipazione di “Lavrov”, la prima a un
consesso internazionale in Europa dall’inizio della guerra in Ucraina, ha infatti spinto Kiev e i tre Paesi
baltici ad annunciare che i loro ministri degli Esteri boicotteranno
l’appuntamento.
«La
delegazione ucraina non parteciperà al vertice ministeriale dell’Osce», ha
detto “Oleg Nikolenko”, portavoce del ministero degli Esteri di Kiev, che ha
accusato la Russia di voler «sfruttare l’occasione a fini di propaganda e per
minare l’unità dell’Occidente».
La
Russia ha avuto un «atteggiamento ostruzionistico» dentro l’”Osce” «cercando di
bloccarne le attività e impedendone ogni attività di monitoraggio in Ucraina»,
si legge in un comunicato dei capi delle diplomazie di Estonia, Lituania e
Lettonia.
Secondo
“Margus Tsahkna”, ministro degli Esteri estone, «rischia di legittimare l’aggressore
russo come membro di diritto della nostra comunità di libere nazioni,
banalizzando i crimini atroci che la Russia commette in Ucraina».
“Tsahkna” ha anche sollecitato gli
altri Paesi membri dell’Osce a «non accettare il ricatto di Mosca», ricordando
anche che tre rappresentanti dell’”Osce ucraini” sono detenuti nelle carceri
russe da oltre 500 giorni.
La
partecipazione di Lavrov al vertice nella Macedonia del Nord è infatti frutto
di un’abilissima manovra di aggiramento della diplomazia russa, che ha
sfruttato la regola del consenso vigente all’Osce per paralizzarne il
funzionamento interno.
Mosca
prima ha messo il veto sulla candidatura dell’Estonia alla presidenza nel 2024,
facendola saltare, poi si è detta d’accordo su quella di Malta, ma si è
rifiutata di votarla a livello di ambasciatori insistendo che dovevano essere i
ministri a decidere.
Questo
rendeva inevitabile la presenza di Lavrov.
A differenza della Polonia, che lo scorso anno
quando deteneva la presidenza aveva messo il veto alla partecipazione del
rappresentante di Mosca, le autorità di Skopje hanno dato il loro assenso.
Ma per
arrivare nella capitale nord-macedone, Lavrov ha dovuto ottenere anche il
permesso della Bulgaria a sorvolare il suo spazio aereo, facendo un’eccezione
al divieto europeo.
Al
vertice di Skopje parteciperà anche il segretario di Stato americano, Antony Blinken, il quale però non incontrerà il
ministro russo.
Secondo
un portavoce del Dipartimento di Stato, con la sua presenza Blinken vuole
esprimere solidarietà agli ospiti nord-macedoni e all’Osce, definita «una
importante organizzazione per affrontare i temi dei diritti umani e politici in
Europa».
L’Osce,
nata nel 1994, è figlia della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in
Europa, creata a Helsinki nel 1975, che fu il punto più alto del dialogo tra
Est e Ovest al tempo della Guerra Fredda.
Nonostante
l’ostruzionismo russo, l’Osce è attiva in dodici missioni in Asia Centrale, Balcani
Occidentali, Ucraina e Moldavia, dove monitora il rispetto dei diritti umani, la lotta
alla corruzione, il contrasto ai mercanti di vite umane e al traffico di droga.
L'Europa
è in guerra ma l'Italia
è neutrale:
chi ha torto?
Repubblica.it - Eugenio Scalfari – (29
NOVEMBRE 2015) – ci dice:
NELL'AMBITO
d'una società globale dal punto di vista economico e tecnologico permangono
tuttavia notevoli differenze per quanto riguarda la politica, la cultura e la
distribuzione delle risorse tra i vari livelli delle categorie sociali, quelle
che un tempo si chiamavano classi.
Nasce
da queste profonde diversità del benessere la mobilità dei popoli ed anche
l'andamento del tasso demografico delle varie popolazioni.
Politica,
cultura, mobilità dei popoli, religioni:
sono
questi i fattori dinamici che animano il pianeta, ai quali è doveroso
aggiungere la necessità di tutelare il clima, visto che dobbiamo fronteggiare
un sempre più elevato inquinamento dell'aria che respiriamo, dei venti, delle
tempeste e dello scioglimento dei ghiacciai.
In
questo quadro deflagrano anche le guerre, una delle quali sta insanguinando
l'Occidente e il Medio Oriente con punte anche nel Maghreb, in Arabia,
nell'Africa centrale, nelle Filippine, in Bangladesh.
Noi
europei siamo al centro di questa guerra che, nonostante le apparenze, non è
tra civiltà e neppure tra religioni.
È una guerra tra fondamentalisti e liberali,
tra classi evolute e periferie, tra benestanti e poveri, tra corrotti e onesti
e perfino tra giovani scapestrati e giovani consapevoli.
Insomma
è la crisi di un'epoca ed è anch'essa una crisi globale perché i suoi fuochi
sono sparsi in tutti i continenti e si intrecciano e si alimentano tra loro.
L'Europa
è ampiamente sconvolta da questa crisi e dalla guerra che ne deriva, il
fondamentalismo e il terrorismo;
per
combatterlo in nome della libertà anche la libertà è costretta a limiti più
restrittivi.
Avveniva
anche nell'antica Roma:
quando
la guerra era più intensa e l'esito incerto, i consoli venivano sostituiti da
un dittatore con pieni poteri per combatterla.
Non
siamo a questo, ma i poteri politici tendono a concentrarsi in poche mani e le
alleanze ad essere guidate da chi agisce sul terreno e dove la guerra è più
intensa.
In
Europa, almeno finora, il teatro tragico si svolge in Francia, nel Medio
Oriente in Siria e in Iraq, in Turchia e nel Kurdistan.
La
coalizione contro il Califfato comprende non soltanto l'Occidente, ma anche la
Russia ed è questa la grande novità:
Putin
ha come principale interlocutore Hollande, almeno in apparenza, ma in realtà è
Obama il vero interlocutore e il ruolo del presidente francese è quello di
mediare tra i due, in Europa comunque il leader di questa fase è Hollande e
l'inno di guerra la Marsigliese.
Questa
è la situazione e i fatti le danno forma.
L'Italia
è il solo Paese che, pur sostenendo la necessità d'una grande coalizione che
comprenda anche la Russia rifiuta di scendere sul terreno militare al di là
degli impegni già da tempo assunti, che consistono in tre Tornado in missione
quasi quotidiana di avvistamento e indicazione di obiettivi da colpire.
Tre
giorni fa Hollande ha incontrato all'Eliseo Renzi e si sono parlati per venti
minuti.
La
richiesta francese consiste nella sostituzione di cento militari con
altrettanti soldati italiani nel contingente di "caschi blu" dell'Onu
in Libano.
Renzi ha accettato previa l'eventuale
approvazione del Parlamento e questo è tutto.
Il
nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, in una conferenza stampa di
venerdì scorso ha ricordato la tradizionale politica italiana degli ultimi
quarant'anni: abbiamo sempre sostenuto una politica di amicizia nei confronti
del mondo arabo e iraniano a partire dai tempi di Fanfani e di Andreotti e non
è nostra intenzione allontanarci da questa tradizione.
Gentiloni
ha dimenticato o forse ha preferito non ricordarlo un altro personaggio che in
realtà decideva la nostra politica verso quei Paesi:
Enrico
Mattei, presidente dell'Eni.
Era
lui che decideva la nostra politica in quei Paesi per assicurarsi
l'utilizzazione del petrolio che veniva estratto dai pozzi e faceva a quei
Paesi condizioni di facilitazione economica e politica tali da estromettere la
potenza fino allora esercitata da quelle che venivano chiamate le "Sette
sorelle", multinazionali americane, inglesi, olandesi.
Mattei
aveva poteri assoluti per quanto riguarda l'Eni.
In
Italia finanziava la Democrazia cristiana ma non trascurava i socialisti e
neppure i comunisti e i fascisti del Msi.
Decideva
lui chi doveva essere nominato ministro delle Partecipazioni statali e era lui
che diceva al ministro che cosa dovesse fare anziché l'inverso.
Finanziò
perfino il movimento algerino di liberazione nazionale puntando sul fatto che
nel momento in cui i francesi se ne fossero andati dall'Algeria, quel nuovo
Stato avrebbe concesso all'Eni l'uso del petrolio e del gas e fabbricato i
necessari oleodotti per portare la materia prima alle raffinerie italiane
dell'Eni.
Poi
Mattei per un incidente aereo dovuto al maltempo o forse ad altre cause, morì.
Nemici ne aveva soltanto due, le "Sette sorelle" e la mafia.
Queste
cose Gentiloni non le sa o più probabilmente le sa ma non le dice, ma la nostra
politica in Medio Oriente si spiega soltanto così.
Comunque
dal punto di vista attuale siamo sostanzialmente irrilevanti in Medio Oriente e
non abbiamo un gran peso in Europa.
Renzi rivendica un ruolo di mediatore in Libia
per mettere d'accordo le varie fazioni che si combattono.
Non
c'è riuscito Leon dopo molti mesi di lavoro sotto l'egida dell'Onu.
Sembra difficile che possa riuscirci Renzi.
Mi
permetto ora di aggiungere un mio suggerimento contenuto nell'articolo di
domenica scorsa nei confronti del nostro presidente del Consiglio.
Credo che dovrebbe aprire, dopo aver ottenuto
le necessarie autorizzazioni, campi di accoglienza sulla costiera libica, dove
i migranti dovrebbero essere trattati con decenza e dignità, mobilitando medici
e anche psicologi e avviando rapidi riconoscimenti di identità e di
accertamento dello status di ciascuna delle persone ospitate dai campi di
accoglienza: quelli che invocano il diritto d'asilo ed hanno solide motivazioni
per richiederlo potrebbero essere trasferiti sulle coste meridionali europee su
navi italiane o straniere;
gli
altri dovrebbero essere rimpatriati nei Paesi d'origine dove la nostra
diplomazia ne tratterebbe il rientro con tutte le garanzie del caso.
Naturalmente
i campi d'accoglienza dovrebbero essere militarmente difesi contro eventuali
incursioni di ladri o facinorosi da un contingente militare di due o tremila
uomini, ampiamente sufficienti a tutelare la sicurezza.
Ho
anche suggerito in quel mio articolo a Renzi di farsi promotore della cessione
di sovranità alle autorità europee dei poteri relativi alla difesa comune e
alla politica estera, analoghe alle cessioni di sovranità già effettuate in
materia economica delle quali opportunamente si avvale la Banca centrale e
Mario Draghi che la presiede.
È del
tutto improbabile che i membri dell'Unione accettino in questo momento cessioni
di sovranità dei singoli Stati ad un'Europa che diventerebbe in tal modo sempre
più federata di quanto non sia ora ma è soprattutto improbabile che Renzi
condivida questa ipotesi perché - pensa lui - questo declasserebbe gli Stati
nazionali, privandoli di una parte molto importante dei loro attuali poteri.
Se la
pensa così, ed io credo che lo pensi, non vede molto lontano;
che
l'Europa diventi federale in una società globale dove gli Stati hanno
dimensioni continentali, significherebbe che preferisce staterelli privi di
peso internazionale dove però ciascuno è padrone in casa propria.
Un'Europa
così fatta non resisterebbe molto e l'Italia meno ancora degli altri ma chi è
"padroncino" in casa propria obbedisce al detto "chi si contenta
gode" (ma il Paese no).
Concludo
con tutt'altro argomento. Ho visto pochi giorni fa in visione privata un film
molto bello ed anche commovente, intitolato "Chiamatemi Francesco"
diretto da Daniele Luchetti, prodotto da Valsecchi e come primi attori Rodrigo
de la Serna e Sergio Hernandez.
Il
film, che sarà nelle sale il 3 dicembre, racconta la vita di Jorge Mario
Bergoglio nella sua giovinezza e poi nella maturità, da quando era un semplice
prete poi promosso capo provinciale della Compagnia di Gesù, successivamente
coadiutore del vescovo di Buenos Aires e infine arcivescovo e cardinale di
Argentina.
Come
si scontrò con il regime dittatoriale di Videla, autore di orribili e continui
delitti; il suo amore verso i poveri, il suo riserbo verso preti e teologi
della teologia della liberazione, ritenuti para-comunisti e poi scomunicati da
papa Giovanni Paolo II.
Bergoglio
nel film è fondamentalmente schierato con i poveri e sulle vicende drammatiche
di questa sua posizione il demonio è Videla dal quale in tutti i modi, anche i
più drammatici, Bergoglio cerca di mettere in salvo quelli che Videla minaccia.
Non so fino a che punto corrisponda a verità
il suo distacco dai preti di sinistra;
sta di
fatto che poche settimane dopo che Bergoglio divenne Papa beatificò il vescovo
Romero che era stato ucciso mentre celebrava la messa nella chiesa cattedrale
di San Salvador.
Papa
Wojtyla aveva espresso questa intenzione ma non l'aveva mai attuata;
papa
Francesco la fece subito e Romero era certamente un vescovo politicamente di
sinistra.
Papa
Francesco tornerà domani dal suo viaggio africano, dal Kenya all'Uganda dove è
stato accolto da milioni di fedeli. Ha riaffermato ancora una volta la
diffusione addirittura capillare della corruzione e la necessità di combatterla
anche in Vaticano.
Questo
Papa è quello che sostiene e l'ha fatto anche nel corso di questo viaggio
l'esistenza di un unico Dio e questo lo porta ad affratellarsi non solo con
tutte le varie comunità cristiane ma anche con gli ebrei e soprattutto con i
musulmani e a combattere contro i fondamentalismi dovunque affiorino, Chiesa
cattolica compresa.
Credo
sia inutile sottolineare l'importanza di questo Pontificato e la fratellanza
delle religioni per combattere il fondamentalismo e il terrorismo che ne
deriva.
La
Chiesa di Francesco è quella della pace, dell'amore per i poveri, per gli
esclusi e per tutte le persone consapevoli e orientate vero il bene del
prossimo. È mondiale nel senso profondo del termine e mai come in questi
tristissimi tempi d'un uomo di questa tempra e di questa autorevolezza il mondo
ha avuto bisogno.
Comunicato
Stampa del Coordinamento
Romano di Solidarietà con la Palestina.
Conoscenzealconfine.it
– (30 Novembre 2023) – Redazione – ci dice:
In
quanto utenti del servizio pubblico, chiediamo alle redazioni giornalistiche
RAI la lettura del seguente breve comunicato, invitandole a riconoscere e
quindi rifiutare la faziosità fin qui dimostrata.
L’informazione
data dalle redazioni giornalistiche della RAI sul genocidio in corso a Gaza
distorce gravemente e mistifica persino i fatti, a causa dell’acritica e ampia
diffusione che fa delle comunicazioni del governo di Tel Aviv.
Le
forze armate israeliane hanno compiuto gravissimi crimini di guerra (denunciati
anche dal Segretario Generale dell’ONU), in quasi due mesi di continui
bombardamenti contro la popolazione palestinese di Gaza – totalmente sotto
assedio, con azzeramento delle forniture di acqua, energia elettrica,
carburante; blocco quasi totale dell’ingresso di cibo e medicinali –
distruggendo tutte le infrastrutture civili, compresi gli ospedali; utilizzando
armi proibite, come bombe al fosforo e a grappolo; colpendo 250mila abitazioni,
di cui 50mila distrutte.
Oltre
16mila uccisi, di cui più di 6mila bambini, 35mila feriti, in parte destinati a
morire presto non potendo essere curati, 6.500 dispersi sotto le macerie.
Tra i
morti, anche 207 medici e infermieri e 70 giornalisti.
Tutto
questo viene giustificato dal “diritto di autodifesa” di Israele:
è invece pulizia etnica e terrorismo di stato,
impunito e di dimensioni apocalittiche.
(t.me/lantidiplomatico)
Cosa
significa "neutrale"?
Swissinfo.ch
– Sibilla Mondolfi – Redazione – (09 luglio 2022) - ci dice:
La
Svizzera sta cercando di ridefinire la sua neutralità. Il termine ha varie
connotazioni e può essere interpretato in vari modi, come dimostra un confronto
con altre nazioni.
Dall'attacco
dell'Ucraina da parte della Russia, Putin chiede a Zelensky di proclamare la
neutralità del proprio Paese.
Una
condizione giuridica che impedirebbe all'ex Repubblica sovietica di diventare
membro della NATO.
Secondo
l'esperto in materia di neutralità Pascal Lottaz, l'obiettivo è neutralizzare
l'Ucraina.
"La Svizzera ha vissuto una situazione
analoga nel 1815. La Confederazione voleva però diventare neutrale; è questa la
sostanziale differenza".
"Al
momento, la neutralità è in perdita di consensi."
(“Pascal
Lottaz”, esperto di neutralità).
Nel
caso in cui dovesse diventare neutrale, l'Ucraina chiede che la sua sicurezza
venga garantita da altri Stati, in maniera particolare da quelli che fanno
parte della NATO.
"Una questione contro cui si sono arenate
le trattative di pace con la Russia, poiché si tratterebbe praticamente di
un'adesione alla NATO", dice “Lottaz”.
Nel
1815, durante i negoziati, la Svizzera non ottenne alcuna protezione militare.
Inoltre, la Confederazione non è membro della NATO.
Per questo motivo si è dotata di un esercito
per difendersi.
Ciò
dimostra che la neutralità ha varie facce.
Gli
Stati e le organizzazioni, come il “CICR” o l'”ONU”, interpretano il concetto
di neutralità in maniera diversa.
Bisogna
inoltre ricordare che c'è la neutralità imposta da altri o quella che è stata
abbracciata per libera scelta.
Le
superpotenze hanno sempre voluto che ci fossero degli Stati cuscinetto tra le
principali zone d'influenza.
Vari
tipi di neutralità.
La
maggior parte delle nazioni neutrali si sono dotate di un esercito per
difendersi e impedire a truppe straniere di violare i loro confini o di usare
il loro territorio come corridoio di transito.
Stati
come il Costa Rica, il Liechtenstein o il Vaticano conoscono, invece, una
neutralità non armata.
Il
Costa Rica si affida alla protezione degli Stati Uniti, il Liechtenstein al
sostegno della Svizzera, mentre il Vaticano è un'eccezione da vari punti di
vista.
Ci
sono Stati che scelgono la neutralità per chiudersi a riccio su sé stessi, ad
esempio il Turkmenistan, Paese retto da una dittatura totalitaria.
"Per
lo Stato dell'Asia centrale, la neutralità è un pretesto per non fare parte dei
consessi internazionali, evitando così che qualcuno si intrometta nelle sue
questioni di politica interna", indica “Lottaz”.
Una
strategia adottata fino al 2012 anche dal Myanmar o dall'Albania durante la
Guerra fredda.
Per
altri Stati, invece, come la Svizzera, l'Austria e, fino a poco tempo fa, la
Svezia e la Finlandia, la neutralità è una sorta di lasciapassare per accedere
alla scena internazionale e promuovere i buoni uffici.
Secondo
“Lottaz”, questi Paesi hanno adottato un approccio integrativo.
"Da tempo, la Svezia e la Finlandia non
si definiscono più neutrali, rimanendo però Paesi non allineati.
Ora,
con l'adesione alla NATO, rinunciano anche a questo statuto", spiega
l'esperto.
“Lottaz”
dice che il conflitto sta vivendo un'escalation che mette in pericolo la
stabilità del continente europeo.
La discussione a livello nazionale e
internazionale intorno alla neutralità è sicuramente utile e interessante.
Il
dibattito non deve però portare a una diminuzione degli Stati neutrali perché
questa tendenza non favorirebbe certo la pace.
"Al
momento, la neutralità è in perdita di consensi.
Soprattutto
in Occidente si ritiene che la Svizzera stia aiutando la Russia, un
comportamento giudicato moralmente riprovevole".
C'è
chi parla di una svolta, altri di un ritorno alla Guerra fredda.
Un'evoluzione
che potrebbe promuovere la riapparizione sulla scena internazionale del “Movimento degli Stati non allineati”, a cui, tra il 2010 e il 2014
apparteneva anche l'Ucraina su volere della Russia.
L'organizzazione
internazionale è stata creata durante il periodo in cui USA e Unione sovietica
si contendevano l'egemonia del pianeta.
L'idea
è stata promossa da Egitto, India e Jugoslavia.
Al movimento aderirono soprattutto Paesi
africani e asiatici che volevano rimanere neutrali nel conflitto tra Est ed
Ovest e non intendevano aderire a uno dei due blocchi.
Dopo
la caduta del muro di Berlino nel 1989, l'istituzione ha perso importanza.
"L'invasione dell'Ucraina ha ricompattato la NATO.
La
stessa cosa potrebbe succedere con il “Movimento degli Stati non allineati”,
ciò che favorirebbe un suo ritorno sulla scena internazionale.
Si
nota un certo attivismo", dice “Lottaz”.
Ad
esempio, la Cina, l'India, l'Indonesia, il Ghana e i Paesi sudamericani non
hanno ripreso le sanzioni contro la Russia.
India
e Cina hanno adottato una “posizione neutrale situazionale”, anche se
ufficialmente non usano questo termine. Non vogliono immischiarsi nel
conflitto.
Contrariamente
all'approccio di altri Stati che sono sempre neutrali, come la Svizzera, loro
decidono a seconda delle circostanze.
È un
comportamento che possiamo paragonare all'isolazionismo adottato dagli Stati
Uniti all'inizio della Seconda guerra mondiale.
Allora si parlava di neutralismo, dottrina che
venne abbonata durante il conflitto. Gli USA sono rimasti neutrali per 150
anni.
"Possiamo
paragonare gli Stati Uniti del XIX secolo con la Cina odierna", dice “Lottaz”.
La
Cina non vuole stringere alleanze militari, non è per nulla contenta del
conflitto in Ucraina e non vuole essere coinvolta in una guerra.
"Sarebbe
disposta a imbracciare le armi solo per risolvere la contesa con Taiwan".
“Lottaz”
ricorda che le superpotenze sono sempre state neutrali se potevano trarne
qualche vantaggio.
Le convenzioni dell'Aia sono state scritte per
loro e non per gli Stati piccoli come la Svizzera e l'Austria.
"Per
questo motivo, il diritto della neutralità lascia spazio all'interpretazione e
permette ai Paesi neutrali di vendere armi se ciò non favorisce una parte in
conflitto".
Risalenti
al 1907, le “Convenzioni dell'Aia sono obsolete” visto che sono state
aggiornate solo in maniera sporadica.
Ad esempio, il diritto della neutralità non
contempla l'uso dei missili o la cyberguerra poiché all'inizio del secolo
scorso non esistevano.
"Gli
accordi devono essere aggiornati per rispecchiare le condizioni del XXI
secolo", ribadisce “Lottaz”.
Pro e
contro della neutralità.
(swissinfo.ch)
La
neutralità svizzera è sempre stata malleabile.
Stando
alla ricercatrice in materia di sicurezza” Lea Schaad”, molte persone non sanno
che c'è una sostanziale differenza tra diritto della neutralità e politica di
neutralità.
Il
diritto della neutralità, definito nelle “Convenzioni dell'Aia”, prevede che
gli Stati neutrali non partecipino a conflitti armati.
La
politica di neutralità facoltativa ha quale obiettivo convincere altri Paesi a
non entrare in guerra e per questo motivo è più flessibile.
(Micheline
Calmy-Rey)
(Ha
coniato il termine "neutralità attiva" e ha sostenuto il
multilateralismo:
L'ex
consigliera federale Micheline Calmy-Rey, del Partito Socialista -PS).
Schaad
spiega che
la politica di neutralità della Svizzera non è stata iscritta nella
Costituzione federale affinché fosse possibile interpretarla in maniera diversa
a dipendenza della situazione.
"Durante
la Guerra fredda, la Confederazione l'applicava in maniera rigorosa. In
seguito, la ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey ha iniziato a parlare di “neutralità
attiva”.
Dalla
caduta del Muro di Berlino, la Svizzera ha ripreso regolarmente le sanzioni
economiche decise a livello internazionale".
Anche “Lottaz”
ricorda che la Svizzera ha adeguato la sua neutralità a dipendenza della
situazione.
Tra le
due guerre mondiali, quando faceva parte della Società delle nazioni, la
Confederazione ha perseguito una "neutralità differenziata" e ha
ripreso le sanzioni economiche, senza partecipare però militarmente ai
conflitti.
Quando l'Italia ha attaccato l'Etiopia nel 1935, la
Svizzera ha dovuto cambiare approccio poiché l'applicazione delle sanzioni
avrebbe isolato il Ticino.
Per
questo motivo è ritornata alla neutralità integrale.
Reinterpretazione
della neutralità svizzera.
(Ignazio
Cassis)
Punta alla "neutralità cooperativa":
il presidente Ignazio Cassis del Partito liberale radicale (PLR).
“Schaad”
ritiene molto interessante il dibattito lanciato dal ministro degli esteri “Ignazio
Cassis “alla fine di maggio durante il Forum economico di Davos.
Il
presidente della Confederazione ha parlato di "neutralità
cooperativa", un termine che ha suscitato un certo clamore.
“Lottaz”
indica che "neutralità attiva", "neutralità impegnata" o
"neutralità cooperativa" sono termini politici, creati per dare una
nuova connotazione alla neutralità.
Un'idea
condivisa da Schaad: "Probabilmente si tratta di un primo tentativo da parte
di “Cassis” di reinterpretare la neutralità".
Visto
che la politica di neutralità è malleabile, le varie correnti politiche in
Svizzera si scontrano sulla sua interpretazione:
da una
parte c'è chi chiede che la Confederazione sia neutrale con tutte le parti in
conflitto, sia da un punto di vista militare che economico.
Per
questo motivo non dovrebbe riprendere le sanzioni.
"Oggi
alcuni politici domandano un ritorno alla neutralità integrale", dice “Lottaz”.
Dall'altra,
c'è chi chiede alla Svizzera di abbandonare l'atteggiamento isolazionista e di
prendere attivamente posizione.
"Non
sarebbe male se riuscissimo a definire chiaramente la nostra linea
politica", dice “Schaad”, ricordando che così si eviterebbero le
discussioni quando si è confrontati con nuovo evento geopolitico.
La
Svizzera potrebbe reagire più in fretta.
(Christoph
Blocher)
Sostiene un'interpretazione rigorosa della neutralità
che vorrebbe iscrivere nella Costituzione: l'ex consigliere federale Christoph
Blocher dell'Unione democratica di centro (UDC).
Anche
il Consiglio federale vuole definire in maniera più chiara la politica di
neutralità della Svizzera.
Per
questo motivo sta elaborando un nuovo rapporto.
Nell'ultimo
documento, risalente al 1993, il governo aveva illustrato come intendeva
interpretare il concetto di neutralità.
Secondo
“Schaad”,
il documento del Dipartimento federale degli affari esteri e che sarà
probabilmente presentato in estate coinciderà con un cambiamento di rotta
rispetto al passato, analogamente a quanto è avvenuto alla fine della Guerra
fredda. La mutata situazione geopolitica, come allora, richiede una
ridefinizione della neutralità.
Una
tale reinterpretazione del concetto di "neutralità" viene seguita con
interesse anche all'estero.
"L'augurio è che la Svizzera sia in grado
di reagire più in fretta", sostiene Schaad.
Dopo
lo scoppio della guerra in Ucraina, la Confederazione era stata criticata dagli
Stati Uniti e dagli alleati per la sua titubanza nel riprendere le sanzioni
internazionali.
A
mettere un bastone tra le ruote del governo, ci potrebbe pensare l'ex
consigliere federale Christoph Blocher.
Il
leader carismatico dell'Unione democratica di centro intende lanciare
un'iniziativa affinché la neutralità venga ancorata nella Costituzione federale.
In questo modo, vincolerebbe il governo a
promuovere una neutralità rigorosa. L'ultima parola sulla neutralità spetterà
quindi al popolo.
Bye-Bye…
Alfred Henry Heinz Kissinger!
Conoscenzealconfine.it
– (30 Novembre 2023) - Marcello Pamio – ci dice:
Morto
Kissinger: il Criminale Sionista è Tornato all’Inferno!
Non
basterebbe una enciclopedia per elencare tutti i crimini commessi da Henry
(Heinz) Alfred Kissinger l’ashkenazita di punta del sionismo radicale.
È
stato Dirigente della Fondazione Rockefeller e membro permanente di gruppi
elitari come:
Pilgrims
Society, Bilderberg, Commissione Trilaterale, Aspen Institute, Bohemian Club,
Hollinger Corporation.
Ha
redatto il “Memorandum 200”, un documento per la de popolazione attraverso
eugenetica, aborti, guerre, carestie e crisi varie! Insomma, quello che sta
avvenendo.
Nonostante
le centinaia di accuse per crimini non sono mai riusciti a portarlo in
tribunale per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio.
Ovviamente
il motivo era la sua genetica d’elezione…
Ha sul
groppone più crimini lui di “Pol Pot”, e ora lo venerano come un saggio
statista.
Ma le
porte dell’Inferno si sono schiuse anche per lui…
Ovviamente
il “mainstream
celebrerà l’ebreo ashkenazita”, punta di diamante del sionismo radicale, come un grande
statista, quando invece è stato uno dei più grandi criminali dell’ultimo
secolo, è morto infatti alla veneranda età di 100 anni.
È proprio vero che l’erba cattiva non muore
mai.
Mi
verrebbe da vomitare se avessi ancora le ghiandole parietali dello stomaco…
Marcello
Pamio.
(t.me/marcellopamio)
La neutralità
nel diritto internazionale:
l’esempio
di Malta.
Affarinternazionali.it - Fabio Caffio – (31
Marzo 2022) – ci dice:
La
neutralità dell’Ucraina è stata una delle prime condizioni poste dalla Russia
per il cessate il fuoco.
Molte le soluzioni ipotizzate, prevedendo
comunque l’adesione dei membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
(Russia esclusa, forse) oltre che di Germania, Turchia, Israele.
Nel momento in cui si immagina che anche
l’Italia se ne faccia garante è opportuna una riflessione sul modello della
neutralità maltese in cui abbiamo avuto un ruolo primario.
Neutralità
e diritto internazionale.
La
neutralità come diritto di uno Stato a non partecipare alle ostilità per
preservare la sua integrità territoriale è disciplinata sul piano militare
dalle Convenzioni dell’Aja del 1907 relative, rispettivamente, alla guerra
terrestre ed a quella marittima.
Completavano
il quadro anteguerra le norme consuetudinarie contenute in altri strumenti.
Con
l’entrata in vigore della “Carta delle Nazioni Unite” che ha vietato la guerra come mezzo
di risoluzione delle controversie e ha previsto l’adozione di misure coercitive
verso gli Stati aggressori, si è posto in dubbio la possibilità che alcuni Paesi
facciano leva sulla loro neutralità permanente per non osservare le decisioni
del “Consiglio di sicurezza”.
Certo
è che l’assunzione di uno status di neutralità, per essere efficace
internazionalmente, presuppone un accordo con altri Stati, anche bilaterale.
Diverso
quindi il caso di dichiarazioni politiche di neutralità assunte solo in atti
costituzionali.
Esclusivamente politica sembra essere la
matrice del “Movimento che unisce i Paesi “non allineati” i quali non
aderiscono ai blocchi delle Superpotenze e alle Alleanze politico-militari.
La
casistica europea.
Per
l’Ucraina, i più hanno indicato il precedente del “Memorandum del 1955” in cui
l’Austria si impegnò, col consenso di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ad
adottare in perpetuo «una neutralità del tipo praticato dalla Svizzera».
Com’è
noto, la neutralità della Confederazione fu sancita dal Congresso di Vienna del
1815.
Qualcuno
ha anche richiamato l’esperienza della Finlandia o quella della Svezia, anche
se la loro neutralità ha una configurazione politica di “non allineamento
militare” che, al pari del caso dell’Austria, non ha impedito l’adesione all’Ue.
Non va
dimenticata, inoltre, l’Irlanda che fa tuttora della sua “neutralità militare”
(il Paese non ha solo Forze di Difesa) un punto di forza.
Un
caso a sé è la neutralità dello Stato della Città del Vaticano affermata
dall’art. 24 del Trattato con l’Italia del 1929.
La
relazione italo-maltese.
Esiste
un filo comune che lega l’allentamento dei vincoli coloniali maltesi dal Regno
Unito alla progressiva uscita dell’Ucraina dall’orbita dell’ex Unione Sovietica
dopo la sua dissoluzione.
Dom Mintoff condusse, a partire dal 1971, una
violenta campagna contro il rinnovo della concessione di basi militari a
Londra, culminata poi nel 1977 nel
trasferimento del Comando Nato delle forze navali alleate per il sud (Navsouth)
a Napoli.
Insomma,
qualcosa di simile alla questione della spartizione della Flotta di
Sebastopoli che indusse il presidente
ucraino Viktor Iushenko (sostenitore della Nato) a denunciare nel 2005
l’accordo del 1997 che consentiva alla Marina Russa di utilizzare la base navale di Sebastopoli
in Crimea.
Nel
1980 Malta fu al centro di manovre libiche volte a minarne l’indipendenza.
L’Italia, per evitare che l’aggressività di Tripoli lambisse la Sicilia, favorì
l’assunzione da parte maltese di un impegno unilaterale di neutralità di cui si
fece garante.
L’iniziativa
italiana fu formalizzata nel 1980 con accordo ratificato con Legge 15 aprile 1981, n. 149).
Analogo
riconoscimento bilaterale fu fatto nel 1981 dalla Francia, seguito poi, da
quello di Unione Sovietica e Cina a testimonianza del grande dinamismo della
politica estera maltese.
Attualmente
la Costituzione di Malta stabilisce
solennemente (Chap. 1, Sect. 1) che «Malta è uno stato neutrale….
aderendo a una politica di non allineamento e rifiutando di partecipare a
qualsiasi alleanza militare.
Tale status implicherà, in particolare, che:
(a) nessuna base militare straniera sarà
ammessa sul territorio maltese
(b)
nessuna struttura militare a Malta potrà essere utilizzata da forze straniere
se non su richiesta del governo di Malta, e solo nei seguenti casi:
(i) nell’esercizio del diritto inerente
all’autodifesa (…)».
Nella
stessa Costituzione si fa anche riferimento al fatto che «i cantieri navali
della Repubblica di Malta saranno negati alle navi militari delle due
superpotenze [al tempo, Stati Uniti ed Unione Sovietica]».
A lungo, durante la Guerra Fredda, Malta era
stata infatti oggetto di mire dall’URSS che cercava di farne una sua base
navale.
Il
modello Maltese di neutralità costituisce indubbiamente un unicum.
Possiamo infatti dire che Malta sia ad un tempo
demilitarizzata, armata per proprie esigenze difensive e potenzialmente
assistita da Stati terzi.
Valletta
(membro della Ue e del Commonwealth) non aderisce perciò ad alcuna alleanza
militare pur avendo una sua Forza armata; se attaccata potrebbe richiedere
l’aiuto dell’Italia o di altri Stati che si sono impegnati a sostenerla: in tal
caso, il nostro Paese dovrebbe forse intervenire senza coinvolgere la Nato. (V. Natalino Ronzitti, GMF
Mediterranean Paper 2010, 24).
Lo
status quo del Mar Nero.
Quando
le armi taceranno tra Russia e Ucraina sarà necessario far ricorso a soluzioni
diplomatiche.
Nonostante
il quadro di situazione della crisi non accenni a migliorare, l’opzione della
neutralità ucraina conserva tuttavia una sua forza attrattiva quale extrema
ratio per la cessazione del conflitto.
Gioca
a suo favore la carta della difesa dell’integrità territoriale di Kiev che sarà
assunta dai Paesi garanti.
Un
ulteriore elemento di valenza prioritaria è l’esigenza di non alterare lo
status quo del Mar Nero di cui la Turchia si pone come garante sulla base della
Convenzione di Montreux del 1936.
Questo
spiega l’attivismo di Ankara.
Non a
caso, proprio l’esigenza di stabilizzare il Mediterraneo fu alla base della
scelta della neutralità maltese favorita dall’Italia quarant’anni fa.
Non
c’è dubbio infatti che la neutralità, per essere efficace, vada sempre
proiettata in una dimensione futura ed in un contesto geopolitico di ampia
portata che includa anche gli scenari marittimi.
Il
ruolo dell’Unione europea
nella
diplomazia climatica.
Affarinternazionali.it
- Joseph Earsom – (30 novembre 2023) – ci dice:
COP28Unione
Europea.
Si è
aperta a Dubai la 28a edizione della “United Nations Framework Convention on
Climate Change” (UNFCC).
Si
prevede che il meeting annuale dedicato alla “governance internazionale sul
clima “si concentri su questioni chiave come le “perdite e danni”, il processo
di eliminazione dei combustibili fossili e i risultati del primo “Global
Stocktake” dell’Accordo di Parigi.
È
importante che attraverso queste negoziazioni le parti inviino segnali sugli
attuali livelli di ambizione della loro azione climatica e sul più ampio
potenziale per la cooperazione internazionale in un momento di alta tensione
geopolitica.
Mentre
gli impatti della crisi climatica continuano a manifestarsi in Europa e nel
mondo, le azioni e gli impegni attuali rimangono incredibilmente insufficienti
a raggiungere l’obiettivo di 1.5 C° concordato a Glasgow.
Le
negoziazioni rimangono tese su questioni cruciali come il fondo per perdite e
danni creato alla COP27.
Inoltre, l’invasione russa dell’Ucraina
continua a erodere la cooperazione internazionale sul clima, sia a livello dei
fora, come il G20, sia indirettamente attraverso le conseguenti crisi
energetiche.
La guerra a Gaza ha ulteriormente aumentato le
tensioni e ha potenzialmente spostato le questioni climatiche fuori dall’agenda
diplomatica di alto livello.
In
questo senso, nonostante gli allarmi accorati del mondo scientifico, la probabilità
di raggiungere risultati ambiziosi a Dubai rimane limitata.
I temi
centrali e le priorità dell’Ue
Questo
contesto è particolarmente impegnativo per le parti che cercano guidare le
negoziazioni della COP28, come l’Unione Europea (Ue).
Le
priorità dell’Ue nelle negoziazioni includono far impegnare le parti a
triplicare la capacità globale di energia rinnovabile e a duplicare
l’efficienza energetica entro il 2030, insieme alla definizione di un processo
di eliminazione delle fonti fossili “non abbattute” e alla fine immediata dei
sussidi associati a queste ultime (Council of the European Union, 2023).
Inoltre,
il Commissario per il clima “Wopke Hoekstra” ha promesso un “contributo
finanziario sostanziale da parte dell’Ue e degli Stati membri per il fondo
perdite e danni alla COP 28” (European Commission, 2023).
Difatti,
nel passato, la diplomazia dell’Ue si è adattata con successo a contesti
difficili sia dentro che fuori l’UNFCCC, specialmente dopo il fiasco della
COP15 di Copenhagen nel 2009 e l’elezione di Donald Trump (Bäckstrand &
Elgström, 2013; Earsom & Delreux, 2021; Tobin et al., 2023).
Per
fare ciò, l’Ue si è affidata alla combinazione di più componenti: la sua
ambiziosa legislazione interna, la sua azione ‘esemplare’, l’impegno
diplomatico e la creazione di relazioni con le parti di tutto il mondo
(Oberthür & Dupont, 2021). Dunque, da una parte, esistono i precedenti per
ritenere l’UE in grado di adattarsi al teso contesto di negoziazioni e di
raggiungere con successo i suoi obiettivi.
Dall’altra,
tuttavia, gli sviluppi interni all’UE e l’incoerenza del suo raggio di azione
nelle questioni climatiche mettono in discussione fino a che punto l’Ue potrà
esercitare un ruolo guida nell’azione climatica internazionale nel 2023.
Dal
“Green Deal” a “Fit for 55.”
Internamente,
il Green Deal europeo costituisce sicuramente un passo avanti senza precedenti
dell’azione climatica dell’Ue.
La relativa European Climate Law, che rende giuridicamente vincolante
l’azzeramento delle emissioni entro il 2050, così come l’obiettivo di ridurre i
gas serra del 55% entro il 2030, insieme al pacchetto “Fit for 55”, dimostrano
le ambizioni interne dell’UE e il suo impegno nei confronti dell’azione
climatica. Tuttavia, cominciano ad emergere delle crepe.
La
richiesta del presidente francese Emmanuel Macron a maggio 2023 di una pausa
alla regolamentazione ambientale e la recente opposizione parlamentare alla
legge sul ripristino della natura rivelano crescenti contraccolpi politici nei
confronti del “Green Deal europeo” e forse sono anche indicative di un ridotto
interesse pubblico per la regolamentazione climatica, in vista delle elezioni
europee a giugno 2024.
Nel
contesto della COP, questi sviluppi potrebbero influenzare il sostegno politico
di alto livello, interno all’UE, su argomenti di negoziazione cruciali, così
come il modo in cui l’UE è percepita dalle altre parti.
Per
quanto riguarda l’azione esterna, due sviluppi potrebbero influenzare il
successo dell’Ue alla COP28. In primo luogo, la legislazione climatica dell’Ue
a forte dimensione esterna, come il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), la proposta del Net Zero Industrial Act e strumenti di azione esterna come il
Global
Gateway,
non hanno solamente sollevato dubbi sull’incoerenza delle posizioni dell’Ue
nell’UNFCCC ma hanno anche irritato alcuni paesi partner e sollevato accuse di
protezionismo e di colonialismo climatico (van Schaik & Cretti, 2023).
Infatti,
i tentativi dell’Ue di promuovere il clima nel complesso delle sue
regolamentazioni e politiche influenzano altre aree della sua azione esterna,
come il commercio e lo sviluppo.
Conseguenze
potenzialmente inattese e priorità discordanti, particolarmente legate alla
giustizia e all’equità, potrebbero compromettere la cooperazione con i partner
del Sud globale e mettere alla prova la naturale tendenza della diplomazia
europea a costruire ponti (Smith et al., 2023).
In
secondo luogo, l’Ue è priva di un centro di gravità forte capace di guidare la
sua diplomazia climatica in un contesto caratterizzato dal mainstreaming
dell’agenda climatica.
Come
dimostrano gli esempi precedenti, la diplomazia climatica è sempre più
intersettoriale ed è presente nell’agenda di un numero sempre maggiore di fora
internazionali.
In
questo senso, essa riunisce un numero ancora maggiore di stakeholder rispetto a
quanto avvenuto, ad esempio, nella fase precedente l’Accordo di Parigi, dove
l’UE aveva condotto con successo la fase di preparazione diplomatica attraverso
le sue strutture di coordinamento interno (Delreux & Earsom, 2023).
Possibili
prospettive.
Realizzare
una diplomazia climatica così completa richiede un forte coordinamento tra i
numerosi soggetti e settori interessati e un centro di gravità politico
(Oberthür & Dupont, 2021).
Ad esempio, il mio recente articolo su “The
International Spectator” illustra le sfide che l’UE ha incontrato nella
decarbonizzazione dei trasporti internazionali.
Dato
che il Consiglio Affari Esteri stabilisce l’agenda della diplomazia climatica
UE in senso più generale mentre la Commissione e il Gruppo di lavoro sulle
Questioni Ambientali Internazionali guidano i negoziati UNFCCC, c’è un forte
potenziale di disallineamento nella comunicazione e nelle priorità nel momento
in cui i negoziati toccano quasi tutti gli aspetti della società e della
governance.
L’armonizzazione sarebbe impegnativa in
circostanze normali, ma le dimissioni dell’ex Commissario per il clima “Frans
Timmermans”, per aspirazioni politiche olandesi, hanno probabilmente reso il
compito ancora più arduo.
Con
ciò non voglio dire che l’UE non potrà o non avrà successo alla COP28.
Piuttosto, ho cercato di evidenziare che gli elementi
su cui l’UE ha storicamente fatto affidamento per superare le circostanze
difficili e guidare l’azione internazionale per il clima, forse, non sono
presenti nel 2023 nella stessa misura in cui lo erano nei precedenti negoziati.
A questo proposito, resta da vedere se le crepe identificate sopra sono solo
superficiali o se sono in realtà più profonde.
Considerando
il contesto geopolitico incredibilmente impegnativo della COP28, ritengo che il
successo dell’UE non dipenda tanto dalla misura in cui raggiungerà i suoi
obiettivi nei negoziati, quanto piuttosto da come verrà percepita, in
particolare tra le parti più vulnerabili;
dal
fatto che riesca o meno a “costruire ponti “;
e
dalla misura in cui verrà coinvolta nella spinta finale per elaborare il
comunicato conclusivo e la decisione di copertura.
Considerare questi elementi può fornire
un’utile prospettiva sulla posizione dell’UE come leader climatico nel 2023 in
un momento in cui abbiamo “una finestra che si sta rapidamente restringendo per
aumentare le ambizioni e attuare gli impegni esistenti al fine di limitare il
riscaldamento a 1.5 C”.
(Joseph Earsom è Assistant Professor
of Environmental and climate change policy presso EspolLille.)
COP28:
dall’assenza di Joe Biden
ai
dati inquietanti sul clima
Affarinternazionali.it
– (30 Novembre 2023) – Redazione – ci dice:
Cambiamento
climaticoCOP28.
Giovedì
30 novembre 2023 apre i battenti la Cop28 a Dubai, l’annuale conferenza delle
Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, con una serie di dati inquietanti che
sottolineano l’urgenza di azioni concrete per affrontare la crisi climatica.
La
“Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico” (COP) rappresenta uno degli
eventi più cruciali a livello globale e si presenta come un’opportunità unica
per la comunità internazionale di affrontare con decisione le sfide climatiche
sempre più urgenti.
I dati
più importanti.
Il
cambiamento climatico è ormai una realtà innegabile, con impatti devastanti su
ecosistemi, comunità e economie in tutto il mondo.
La COP28 si svolge in un momento critico, con
la necessità di adottare misure ambiziose e concrete per mitigare gli effetti
dei gas serra e rallentare l’aumento delle temperature globali.
I dati
più inquietanti e impossibili da non tener conto possono essere riassunti in
cinque punti fondamentali:
Anno
Record di Calore nel 2023:
La
conferenza si apre con la certezza che il 2023, spinto dall’evento climatico El
Niño, sarà l’anno più caldo mai registrato.
Giorno
Record di Calore:
Il 6
luglio ha segnato il giorno più caldo sulla Terra con una temperatura media
globale di 17,23 gradi, un record nella storia delle misurazioni.
Record
di Temperatura dei Mari:
Il 1°
agosto ha registrato la temperatura più alta mai misurata nei mari tra le
latitudini di 60° N e 60° S, con 20,96 gradi.
Sorpassati
i 2 Gradi:
Il 17
novembre è stata superata per la prima volta la soglia di 2 gradi sopra i
livelli pre-industriali del 1850-1900, un traguardo critico.
Ritardo
negli Obiettivi di Parigi:
Gli obiettivi degli Accordi di Parigi del 2015
sono lontani:
entro
il 2030, le emissioni di gas serra dovrebbero ridursi del 43%, ma le azioni
finora intraprese porteranno solo a una riduzione del 2%.
Si
prevede un acceso confronto tra Paesi più e meno industrializzati sulla
questione del finanziamento del “Fondo Loss & Damage”.
Tuttavia, sembra che nelle riunioni pre-COP28
si stia cercando un compromesso. Al di là dei dati, dunque, i temi principali della
COP28 sono il bilancio a otto anni dall’accordo di Parigi (COP21) e il Fondo
Loss & Damage.
Quest’ultimo, finanziato dai Paesi più ricchi,
mira a compensare le perdite e i danni causati dai cambiamenti climatici nei
paesi più poveri.
Nonostante
le promesse di 100 miliardi di dollari all’anno, la pandemia e la guerra in
Ucraina hanno dirottato risorse altrove, mettendo in discussione l’effettiva
disponibilità di fondi.
L’assenza
di Joe Biden e altre controversie.
Il
presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha ufficialmente annunciato la sua
assenza dalla Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico.
La notizia è stata confermata dalla Casa Bianca,
svelando che Biden sarà assente durante l’incontro che si terrà a Dubai dal 30
novembre al 12 dicembre.
Il motivo sarebbe la necessità di bilanciare
le esigenze di una guerra in Medio Oriente e di una campagna presidenziale che
si intensificherà a gennaio.
La
decisione di Biden assume una rilevanza particolare quest’anno, poiché, secondo
indiscrezioni, diverse nazioni intendono spingere per il primo accordo mondiale
mirato all’eliminazione graduale di carbone, petrolio e gas responsabili delle
emissioni di anidride carbonica (Co2).
Secondo
la BBC, emerge un caso eclatante di conflitto di interessi tra la presidenza
della COP e gli obiettivi dell’incontro:
il
capo designato della Conferenza di Dubai, Sultan al Jaber, ricopre
contemporaneamente un ruolo di rilievo nella “Abu Dhabi National Oil Company”
(Adnoc), un’azienda petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti.
La BBC, citando documenti del “Centre for Climate
Reporting” (Ccr), afferma che Al Jaber avrebbe utilizzato la sua posizione per
negoziare accordi nel settore dei combustibili fossili.
Riunioni
commerciali avrebbero coinvolto rappresentanti di almeno 27 governi, e l’Adnoc
avrebbe proposto alla Cina di collaborare a progetti nel settore del gas
naturale liquefatto in Mozambico, Canada e Australia.
Tuttavia,
un portavoce della presidenza della COP28 ha respinto le accuse, dichiarando
che i documenti riportati sono inesatti e non sono stati utilizzati nelle
riunioni preparatorie della conferenza.
La
controversia sulla partecipazione di Biden e i dubbi sulla neutralità del capo
designato della COP28 gettano un’ombra sulla conferenza, sottolineando
l’urgente necessità di affrontare non solo le sfide climatiche ma anche
questioni di trasparenza e integrità nell’affrontare una delle sfide più
pressanti del nostro tempo.
Mentre
la prossima sede della COP29 rimane incerta, la COP30 nel 2025 è prevista a
Belem, in Brasile, indicando che la comunità internazionale è chiamata a
mantenere la sua attenzione sulla lotta contro il cambiamento climatico per gli
anni a venire.
(I”
buffoni del clima” non sanno neppure che la “CO2 essendo” un gas più pesante
dell’aria non può “volare nell’atmosfera” e raggiungere i veri gas serra! N.D.R).
La
bufala dell'antisemitismo è ufficialmente crollata. Gli ebrei non lo sanno ancora, ma è
finita.
Unz.com
- ANDREW ANGLIN – (29 NOVEMBRE 2023) – ci dice:
La
trasformazione è avvenuta così velocemente che non credo che le persone
l'abbiano ancora afferrata:
La
definizione ufficiale di "antisemitismo" prima del 7 ottobre 2023 era
"odiare gli ebrei senza motivo".
La
definizione di "antisemitismo" post-7/10 è "dire che gli ebrei
dovrebbero smettere di uccidere i bambini".
È una
trasformazione davvero enorme.
So che
la maggior parte dei non ebrei non lo capisce, ma ciò che è ancora più folle è
che la maggior parte degli ebrei non sembra capirlo.
Gli
ebrei hanno una psicosi in cui vedono qualsiasi critica al loro comportamento
come "odio".
Dovrei
essere il miglior antisemita del mondo, ma tutto quello che ho fatto è stato
critico il loro comportamento. Tuttavia, gli ebrei avevano un certo grado di
negazione plausibile per quanto riguarda il loro programma di promuovere
l'omosessualità sui bambini, o il loro programma di inondare i paesi bianchi di
immigrati poveri e analfabeti non bianchi.
Potevano
anche affermare che queste cose erano buone.
Ora,
stanno prendendo la stessa strada ("se critici il nostro comportamento,
significa che ci odi, e quindi sei malvagio"), ma stanno prendendo questa
posizione nel contesto di "massacriamo i bambini".
In
pratica, hanno distrutto l'intero racket dell'antisemitismo, in modo
permanente.
È
davvero irresponsabile da parte loro. Questo ha dato loro tanto, così tanto
potere, e l'hanno fatto incazzare.
"La
gente ci odia senza motivo perché uccidiamo i bambini" semplicemente non è
una strategia di relazioni pubbliche praticabile.
Alberino
di New York:
Gli
studenti ebrei hanno intentato una causa federale per i diritti civili
accusando l'Università della California di consentire la "diffusione
incontrollata e di lunga data dell'antisemitismo" nel suo campus di
Berkeley.
La
causa sostiene che l'odio per gli ebrei è "esploso" in seguito
all'attacco furtivo del gruppo terroristico Hamas contro Israele il 7 ottobre,
citando anche le dichiarazioni nella denuncia del presidente della facoltà di
legge di “Cal-Berkeley, Erwin Chemerinsky.”
Nella
causa depositata martedì presso la Corte Distrettuale della California del Nord
a San Francisco, i querelanti che rappresentano gli studenti ebrei – il Louis D. Brandeis Center for Human
Rights Under Law e gli Ebrei Americani per l'Equità nell'Istruzione – hanno osservato che circa due
dozzine di gruppi studenteschi vietano gli oratori sionisti.
Il
divieto è una palese discriminazione dal momento che quasi tutti gli ebrei si
identificano come sionisti o credenti nello stato ebraico di Israele, si legge
nella denuncia.
Sì,
questo è... È molto confuso. La fede nel sionismo non è un tratto intrinseco,
come avere la pelle nera. È una scelta, e il sostegno al sionismo è un
comportamento. Pertanto, se essere contro il sionismo è
"antisemitismo", allora per definizione, "antisemitismo"
non significa "odiare gli ebrei senza motivo".
Sono
stati in grado di farla franca con questa roba quando hanno potuto nascondersi
dietro l'Olocausto.
Non
doveva avere senso, perché poteva semplicemente mostrare la foto di un ragazzo
con un tatuaggio e dire "mio zio è stato trasformato in un paralume".
Sono stati in grado di usare lo sfruttamento emotivo per costringere le persone
al silenzio.
L'intera
faccenda si sta ora sgretolando.
Dal 7
ottobre, l'antisemitismo è dilagante nella scuola, si legge nella denuncia,
citando numerosi episodi di intimidazione, molestie e violenze fisiche contro
gli studenti ebrei.
Ad
esempio, durante una delle numerose manifestazioni tenutesi alla W”UC Berkeley
per celebrare Hamas” , uno studente universitario ebreo avvolto in una bandiera
israeliana è stato aggredito da due manifestanti che lo hanno colpito alla
testa con una bottiglia d'acqua di metallo.
Ma è
stato aggredito perché era avvolto in una bandiera israeliana, una bandiera che
ora è equiparata all'omicidio di massa di bambini. Non è stato aggredito perché
"la gente lo odia senza motivo".
Anche
studenti e professori ebrei ricevono lettere di odio che chiedono la loro gas azione
e omicidio . Molti studenti ebrei riferiscono di aver paura di andare a
lezione, si legge nella denuncia.
Secondo
l'accusa, i manifestanti filo-palestinesi – che spesso cantano "Intifada,
Intifada" e "Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera" –
hanno interrotto un incontro di preghiera di studenti ebrei.
SÌ.
La
gente pensa che gli ebrei dovrebbero restituire la terra rubata. Questa è una
posizione politica. Non ha nulla a che fare con l'odio.
Il
termine "antisemitismo" non ha mai avuto alcun significato. Era
sempre solo un modo per proteggere gli ebrei dalle critiche, dicendo che
chiunque criticava gli ebrei li odiava senza motivo.
Ancora
una volta, sono stato etichettato dall'ADL come "il più importante
antisemita americano".
Non ho
odiato gli ebrei senza motivo. In realtà non sarei d'accordo con la parola
"odio", perché che gli ebrei trovino Gesù e si pentano di questo male
che spero. Mi sono guadagnato questa etichetta di "antisemita" perché
ho criticato gli ebrei.
Ecco
alcuni esempi di comportamento ebraico con cui ho avuto da ridere:
Lavorare
per minare e distruggere la religione cristiana.
Controllare
i mezzi di informazione e usarli per indebolire gli Stati Uniti.
Controllare
i media di intrattenimento e usarli per minare i valori familiari e il morale
di base.
Infiltrarsi
nel governo degli Stati Uniti e usare la nostra politica estera per promuovere
l'agenda degli ebrei, incluso l'invio di americani in molte guerre in Medio
Oriente
Produzione
e distribuzione di materiale pornografico.
Spingere
il femminismo come un modo per minare la famiglia.
Promuovere
e normalizzare l'omosessualità.
Spingendo
l'agenda trans e tranny bambino.
Utilizzare
il "movimento per i diritti civili" per promuovere il conflitto
razziale.
Spingere
l'immigrazione di massa con l'obiettivo esplicito di rendere i bianchi
minoranze nei loro paesi.
Spingere
la censura di massa, non solo delle critiche dirette agli ebrei, ma di tutte le
agende ebraiche.
Promuovere
l'aborto.
Spingere
per il controllo delle armi.
Creare
il comunismo.
Impegnarsi
in truffe finanziarie orientate all'usura attraverso il sistema della Federal
Reserve e Wall Street.
Impegnarsi
in una diffusa corruzione politica, anche attraverso l'AIPAC, che corrompe i
politici che giurano fedeltà a Israele e distrugge i politici che non lo fanno.
L'elenco
ovviamente potrebbe continuare.
E,
naturalmente, potremmo parlare di questi problemi. Sono aperto a parlare con
gli ebrei di questi problemi e ad ascoltare le loro spiegazioni sul perché sono
coinvolti in questi comportamenti.
Tuttavia,
gli ebrei non hanno alcun interesse a parlare di nessuno di questi problemi.
Invece, vogliono semplicemente mettere a tacere chiunque chieda perché sono
coinvolti in questi comportamenti, quindi li etichettano come
"antisemiti". Funziona perché evocano l'Olocausto e affermano che
chiunque non sia d'accordo con il loro comportamento sta pianificando di
sterminarli. Dopotutto, Hitler non era d'accordo con il loro comportamento.
Voglio
dire, guarda cosa ha fatto quel vecchio disgustoso Hitler a quel povero vecchio”
Magnus Hirschfeld”, un ebreo gay che era il pioniere degli interventi
chirurgici di mutilazione genitale!
Quel
vecchio e cattivo Hitler odiava “Hirschfeld” senza motivo perché promuoveva la
pederastia e le mutilazioni genitali.
Tutti
vedono la bufala dell'antisemitismo ora.
Da
oltre un decennio dice che "l'antisemitismo" è una bufala. Le persone
criticano gli ebrei per il loro comportamento, e gli ebrei poi affermano che
tutte le critiche sono "odio" ed esistono senza motivo.
Questa
cosa che gli ebrei stanno facendo a Gaza, tuttavia, è troppo estrema.
È la
cosa più estrema che qualcuno abbia mai fatto. Forse questo tipo di massacro di
massa di bambini è accaduto nella storia (anche se ne dubito seriamente), ma
certamente non è mai successo in TV in questo modo.
Se gli
ebrei non fossero sconvolti completamente, cercherebbero di mitigare questo
fenomeno. Ogni ebreo americano sarebbe uscito allo scoperto dicendo "Gli
ebrei americani non stanno con Israele e il suo barbaro massacro". Anche se sono d'accordo, dovrebbero
dire che non lo fanno.
Invece,
gli ebrei stanno girando intorno ai carri e giurano di distruggere chiunque
metta in discussione il diritto ebraico di macellare i bambini. Dicono che
chiunque sostenga i bambini palestinesi è malvagio.
Il
problema qui è: gli ebrei non possono andare in guerra con il mondo intero. Non
ce ne sono abbastanza.
Gli
unici non ebrei che sostengono gli ebrei sono i baby boomer, e si stanno
rapidamente estinguendo.
I
sondaggi dicono che oltre il 40% degli americani sostiene ancora gli ebrei. Ma
tra i giovani, quel numero è inferiore al 20%.
Il
fatto è che, con più della metà che non sostiene gli ebrei, ora siamo in una
situazione in cui possiamo parlare degli ebrei.
Possiamo criticarli senza essere completamente
chiusi.
I
sostenitori degli ebrei sono ritardati "conservatori" che pensano che
questi ebrei abbiano qualcosa a che fare con il cristianesimo (al di là
dell'assassinio di Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo).
Ora che possiamo parlare degli ebrei, questi
"cristiani sionisti" saranno costretti a confrontarsi con il fatto
che gli ebrei sono dietro i bambini trans, l'immigrazione di massa, i diritti
dei gay, il BLM e ogni altra cosa che ho elencato sopra.
Una
buona parte dei cristiani sionisti sono semplicemente satanici, e in realtà si
divertono a massacrare persone innocenti. Ma un'altra parte di loro è
legittimamente confusa, perché è stupida, e quando scoprirà cosa combinato
hanno questi ebrei, ne saranno tutt'altro che felici.
Poi,
naturalmente, c'è il resto del mondo, dove tutta questa faccenda dei
"cristiani sionisti" non esiste.
Gli
ebrei si sono davvero scavati la fossa da soli.
L'obiettivo
di Israele nella
guerra
di
Gaza:
uccidere gli edifici
Unz.com
- TED RALL – (24 NOVEMBRE 2023) – ci dice:
I
sostenitori di Israele, che sono per lo più di destra, credono alla versione ufficiale del
governo israeliano, secondo cui la campagna di bombardamenti dello Stato
ebraico e l'invasione di terra di Gaza hanno un obiettivo:
deporre Hamas in modo che i suoi combattenti e
il suo governo non rappresentino più una minaccia.
Secondo
questa narrazione, le morti di civili palestinesi sono inevitabili danni
collaterali in un ambiente urbano densamente popolato.
Coloro
che non sono isolati in “Team Politics” sul conflitto, come i gruppi per i
diritti umani, sono convinti che i bombardamenti siano indiscriminati – che
Israele stia bombardando volenti o nolenti perché stanno reagendo con rabbia
cieca all'attacco di Hamas del 7 ottobre.
I
sostenitori della Palestina, per lo più di sinistra, pensano che Israele stia
attivamente prendendo di mira i civili in una sanguinosa campagna di genocidio,
cercando di massacrare il maggior numero possibile di innocenti.
Hanno
tutti torto.
Israele
non sta cercando di uccidere le persone.
Sta
cercando di distruggere gli edifici.
Le
persone muoiono quando gli edifici vengono bombardati.
Ma
uccidere le persone non è l'obiettivo degli israeliani.
Vogliono
radere al suolo Gaza.
L'appiattimento
di alcuni abitanti di Gaza è un effetto collaterale dell'appiattimento degli
edifici.
La
maggior parte delle specie non si estingue dopo essere stata cacciata fino alla
morte.
Il
loro habitat è distrutto.
L'obiettivo
di guerra di Israele a Gaza, credo, è quello di distruggere così tanti
condomini, negozi, scuole, ospedali e altre infrastrutture che il territorio
diventi inabitabile.
Le
Forze di Difesa Israeliane potrebbero averlo già realizzato. Secondo le Nazioni Unite, il 45% del
patrimonio abitativo nella Striscia di Gaza è stato distrutto.
Oltre
1,5 milioni su una popolazione totale di 2,3 milioni sono "sfollati
interni", cioè senzatetto e vivono per strada.
Solo uno dei 18 ospedali nel nord di Gaza,
fino a sei settimane fa l'area più popolosa della Striscia, è ancora in
funzione. A quattro settimane dall'inizio della guerra, il 61% di tutti i posti
di lavoro a Gaza era scomparso, in un luogo precedentemente impoverito con una
disoccupazione alle stelle.
Immaginate
se i manifestanti che chiedevano un cessate il fuoco riuscissero a ottenere ciò
che vogliono.
Che un cessate il fuoco permanente entri in
vigore domani.
Immaginate
che la guerra sia finita, che Israele dica agli abitanti di Gaza che possono
tornare a casa sani e salvi.
Tornare
a cosa?
Metà
della popolazione non ha una casa in cui tornare. (Quel numero aumenta con ogni bomba
israeliana.)
Al
ritorno alle loro case, molti di loro danneggiati, l'altra metà non avrebbe
avuto acqua o elettricità o carburante o telefono o servizio internet, nessun
negozio o negozio per comprare cibo o vestiti o qualsiasi altra cosa, nessun
reddito e quindi nessun denaro con cui comprarlo, nessuna scuola in cui mandare
i propri figli, nessun ospedale per curarli quando si ammalavano o erano
feriti.
Un
reporter del New York Times, che si è detto "sbalordito" e che aveva
vissuto a Gaza prima dell'ultima guerra, ha descritto "un paesaggio così
sfigurato da 42 giorni di attacchi aerei e quasi tre settimane di guerra
terrestre che a volte era difficile capire dove eravamo".
“David
Ignatius” del “Washington Post” riferisce che il nord di Gaza "è stato
ridotto a uno scheletro.
Una
settimana fa, trovandomi in via Salah al-Din a Gaza City, ho visto edifici in
frantumi in ogni direzione". Sarà impossibile per chiunque vivere in una
zona così disastrata. Non è che Israele o i sauditi o chiunque altro si
precipiteranno a ripulire il pasticcio.
La
sinistra antisionista pensa che Israele stia pianificando la “Nakba 2.0”, una
rimozione forzata della popolazione palestinese da Gaza in cui l'IDF li farebbe
uscire con camion o con le armi da fuoco.
I
politici israeliani teste calde hanno alimentato questa teoria. Lo stesso vale
per un memorandum interno del governo israeliano trapelato che pubblicizza
"un'opportunità unica e rara di evacuare l'intera Striscia di Gaza in
coordinamento con il governo egiziano".
In un
replay del 1948, il governo israeliano si rifiuta di garantire il "diritto
al ritorno" a casa dopo la conclusione delle operazioni militari.
Tutto
ciò porta a una conclusione inevitabile:
dopo che la Striscia di Gaza sarà stata oggetto di
pulizia etnica della popolazione palestinese, Israele la annetterà.
Mentre
l'annessione è certamente l'obiettivo, non credo che gli israeliani intendano
uccidere tutti i palestinesi o espellerli nel deserto con la forza.
Israele sta già affrontando un grave obbrobrio
internazionale; Una mossa così radicale lo trasformerebbe in uno stato paria.
Anche gli Stati Uniti avrebbero tagliato i legami.
Israele
ha in mente qualcos'altro: i palestinesi lasceranno Gaza di loro spontanea
volontà.
La
Striscia di Gaza è ora un paesaggio infernale invivibile pieno di cumuli di
macerie che coprono migliaia di cadaveri.
I corpi in decomposizione accelerano la
trasmissione di malattie sgradevoli come la tubercolosi e il colera.
Secondo Euro-Med Monitor, il contatto con
cadaveri che perdono feci, indumenti sporchi e strumenti o veicoli contaminati
può diffondere l'epatite, la tubercolosi e l'HIV e rovinare le riserve idriche
sotterranee.
Uccelli, roditori e insetti mangiano i corpi e
diffondono altre malattie, tra cui la malaria.
La
guerra continua a uccidere persone anni dopo il ritorno della "pace".
Le
macerie sono pericolose.
Le
bombe e gli ordigni inesplosi devono essere rimossi professionalmente, un
processo che richiede anni, persino decenni.
Poco
dopo il 7 ottobre, l'esercito israeliano ha lanciato volantini sul nord di Gaza
ordinando alla popolazione di evacuare a sud, in una "zona sicura".
La
maggior parte delle persone ha obbedito.
L'IDF ora controlla il nord.
Ora
una seconda ondata di volantini sta cadendo sulla parte orientale di Khan
Younis, la più grande città nel sud di Gaza, ordinando alla gente di fuggire da
sud-est a sud-ovest in preparazione dei bombardamenti a tappeto dell'IDF anche
lì.
Uno
sguardo a una mappa rivela cosa stanno facendo gli israeliani: stanno radunando
i palestinesi a sud-ovest.
Cos'è
il sud-ovest? Il valico di frontiera di Rafah con l'Egitto.
Una
volta che i profughi di Gaza saranno ammassati contro le porte di Rafah,
Israele aprirà il confine.
I palestinesi si riverseranno dentro e
attraverso la penisola del Sinai in cerca di villaggi, paesi e città dove
potrebbero avere una sorta di futuro.
Il
presidente Abdel
Fattah al-Sisi vede il prossimo futuro.
"Quello che sta accadendo ora a Gaza è un
tentativo di costringere i residenti civili a rifugiarsi e migrare in Egitto,
cosa che non dovrebbe essere accettata", lamenta Sisi.
Ma non
può fare nulla per impedirlo.
Una
tale eventualità significherebbe "che spostiamo l'idea di resistenza, di
combattimento, dalla Striscia di Gaza al Sinai, e così il Sinai diventerebbe la
base per lanciare operazioni contro Israele", avverte al-Sisi in un
messaggio che lascia intendere che vede la palestinizzazione del Sinai come
inevitabile.
Se la
previsione di al-Sisi si avvererà, sarà una grande vittoria per Israele.
Ancora
più importante, Israele annetterebbe Gaza.
Avrebbero
ripulito le macerie, portato via le macerie e trasformato Gaza in lussuose
località balneari e case per le vacanze.
Se e quando gli abitanti di Gaza ri-sfollati
riusciranno a ricostituirsi abbastanza da lanciare ancora una volta attacchi
aerei su Israele, i razzi di Hamas (o di qualsiasi altra nuova organizzazione
lo sostituirà) saranno più lontani dai principali centri abitati israeliani.
Costringere
la popolazione di Gaza a fuggire distruggendo le infrastrutture del territorio
è il crimine di guerra della pulizia etnica, definito in un rapporto delle
Nazioni Unite sul collasso della Jugoslavia come "rendere un'area etnicamente
omogenea usando la forza o l'intimidazione per rimuovere persone di determinati
gruppi dall'area".
Un'organizzazione
di resistenza indigena incorporata in una popolazione civile come Hamas non può
essere bombardata fino all'oblio;
l'esperienza
degli Stati Uniti contro i talebani dimostra che un'azione militare
indiscriminata non fa che aumentare il sostegno al nemico.
L'IDF
ne è consapevole;
i loro
alleati degli Stati Uniti continuano a ricordare loro le fallite operazioni
antiterrorismo americane dopo l'9 settembre.
Israele
è troppo consapevole della sua dipendenza dal sostegno politico e finanziario
degli Stati Uniti per pensare di uccidere tutti i 11,2 milioni di palestinesi
di Gaza – il che, inoltre, disgusterebbe e alienerebbe anche la maggior parte
dei cittadini israeliani, non importa quanto siano arrabbiati con Hamas.
La
pulizia etnica con l'obiettivo di annettere Gaza è l'unica spiegazione plausibile per
il comportamento di Israele dal 7 ottobre.
Israele
è disposto a uccidere il popolo.
Ma in
realtà vogliono distruggere gli edifici.
(Ted
Rall -Twitter: @tedrall-, vignettista politico, editorialista.)
Ristrutturazione
dell'economia
globale.
Unz.com - MICHAEL HUDSON – (17 NOVEMBRE 2023)
– ci dice:
GLENN
DIESEN: Benvenuti al programma di oggi.
Il mio
nome è Glenn Diesen. Sono professore presso l'Università della Norvegia
sudorientale.
Con me c'è il mio collega Alexander Mercouris
dell'istruttivo e popolare “Duran”.
L'ospite
di oggi è nientemeno che l'ottimo “Michael Hudson”, economista di famosissima
fama.
Ha
scritto libri brillanti, che non posso raccomandare abbastanza, sull'economia
industriale, l'economia finanziaria, il processo del debito, l'impero, il
collasso. Quindi è davvero uno dei più grandi economisti del nostro tempo.
Quindi
il motivo per cui beneficiare davvero di parlare con lui oggi è perché viviamo
in un'epoca in cui il mondo sta subendo un'enorme trasformazione.
Direi
che molti dei conflitti e delle guerre che attualmente abbiamo almeno una certa
origine nell'economia.
E ciò che è andato storto, e quali saranno le
nuove alternative in arrivo, è davvero qualcosa che vogliamo esplorare oggi,
poiché vediamo che la tendenza principale di questi giorni sembra essere il
relativo declino dell'Occidente, sia degli Stati Uniti che dell'Europa.
E vediamo anche l'ascesa dell'Oriente,
soprattutto allora con la Cina in prima linea.
Spesso
l'analisi che ci viene presentata dai media è spesso limitata al PIL, il che
non ci aiuta molto a capire perché gli Stati Uniti, ad esempio, hanno perso la
loro competitività, la loro forza industriale, la loro capacità di competere,
soprattutto con i cinesi.
E mentre tendiamo a riferirci ai cinesi come,
sapete, un paese comunista, ha sottolineato che in larga misura, sembrano
assomigliare all'economia industriale degli Stati Uniti nel 19° secolo, quella
del sistema americano, in particolare del sistema americano, di ieri.
E non dobbiamo limitarci alla Cina, sembra che
la Russia stia costruendo un'economia simile, beh, seguendo una formula
economica simile, se vogliamo.
Quindi
ho voluto consegnarlo prima a Michael Hudson.
E ho pensato che possiamo iniziare a spiegare,
immagino, cosa significa questa transizione degli Stati Uniti da un'economia
industriale a un'economia finanziaria? E perché è così importante capire
questo in termini di ciò che è successo con il debito e l'estensione o la
sovraestensione dell'impero?
MICHAEL
HUDSON:
Ebbene,
lei ha detto che gli Stati Uniti hanno perso competitività.
E in
realtà, è peggio, gli Stati Uniti hanno deciso di non voler competere.
E
questo risale all'amministrazione Clinton negli anni '1990.
L'obiettivo dell'amministrazione Clinton, e
del Partito Democratico, era fondamentalmente una guerra di classe contro il
lavoro.
Come possiamo abbassare lo stipendio del
lavoro in modo da poter aumentare la redditività?
Ebbene,
il modo in cui l'America ha abbassato i salari del lavoro è stato: assumiamo
manodopera asiatica, in particolare manodopera cinese.
Lasciamo che i cinesi entrino in una relazione
commerciale con noi nell'OMC.
E poi,
invece di dover aumentare il prezzo del lavoro nei nostri centri industriali, a
Detroit, nel Sud e nel Midwest, assumeremo prodotti realizzati con manodopera cinese che
manterranno bassi i salari qui.
E
l'America può trovarsi in un'economia post-industriale.
Durante
gli anni '1980 e '90, tutte le discussioni economiche erano: come si fa ad
avere un'economia post-industriale?
Non volevano industrializzarsi. Pensavano che
il lavoro industriale fosse un lavoro operaio.
E in
America, non ci saranno laureati o diplomati delle scuole superiori che
vogliono avere un lavoro da colletti blu.
Voglio
un lavoro nel settore dei servizi.
Voglio
fare posti di lavoro, qualcosa che non sia industriale, un lavoro manageriale.
Così è
nata una nuova espressione, la classe manageriale professionale.
L'idea
della crescita economica americana dagli anni '1990 in poi è stata: invece di
produrre manufatti, svilupperemo monopoli di proprietà intellettuale,
specialmente nella tecnologia dell'informazione, nei prodotti farmaceutici.
E
l'America farà crescere la sua economia in termini di PIL, non fare profitti
per impiegare manodopera per produrre sempre più beni e servizi, ma per avere
rendite di monopolio per i nostri prodotti farmaceutici.
Quindi
possiamo fare pillole che costano 10 centesimi l'una e venderle a 500 dollari
l'una.
Possiamo
fare programmi per computer per l'intelligenza artificiale automatica e per i
chip dei computer e per tutta la tecnologia dell'informazione che abbiamo a
enormi ricarichi.
E noi
possiamo vivere delle nostre rendite economiche, vivere del grasso della terra,
come si diceva una volta.
Non
dobbiamo avere un lavoro da colletti blu.
Tutti
possono lavorare in un ufficio e fare soldi in questo modo.
Quindi,
in un certo senso, quello che è successo oggi è esattamente quello che
l'America voleva.
E all'improvviso, si sono svegliati al fatto e hanno
detto, come può l'America governare il mondo ed essere il numero uno se non ha
una potenza manifatturiera, se dipende da altri paesi per la sua produzione e
ora per la sua tecnologia, e se tutto questo è finanziato dal debito che
l'economia accumula per le spese militari all'estero per impedire ad altri
paesi di competere con gli Stati Uniti?
Quando
in realtà sono gli Stati Uniti che hanno deciso che vogliamo che competano
perché la tua produzione e la tua competizione con noi è ciò che sta vincendo
la guerra di classe contro il lavoro.
La concorrenza è ciò che tiene basso il prezzo
del lavoro.
Quindi
non hanno davvero pensato, cosa significa un'economia postindustriale? Ebbene,
risulta essere un'economia finanziarizzata.
C'è
oggi, mentre si preparano le elezioni per il 2024, lo sconcerto del Partito
Democratico.
Se
guardi il PIL, dice il presidente Biden, stai andando così bene, guarda il PIL.
E la
stragrande maggioranza degli americani, secondo tutti i sondaggi in ogni parte
del paese, dice che non stiamo affatto bene.
Stiamo
andando malissimo.
E si
scopre che quando si guarda a quello che è il PIL americano, beh, quasi tutto è
la crescita della prosperità, la crescita dei benefici finanziari per l'1%,
forse per il 10% della popolazione.
E l'1% e il 10% hanno aumentato la loro
ricchezza così tanto dal 2008 che ha portato la Federal Reserve a tagliare i
tassi di interesse che il guadagno dell'1% e del 10% è maggiore della perdita
per il 90%.
Quindi
tutto ciò che il presidente Biden può dire è: a chi credere?
Guarderete le statistiche o guarderete alla
vostra vita e a quello che dovete spendere al supermercato e a quello che
dovete spendere per l'affitto e la casa mentre l'America si allontana
dall'economia di un proprietario di casa in un'economia di affitto?
C'è
un'enorme concentrazione di terreni e abitazioni nelle mani di proprietari
assenti invece che di acquirenti privati che ora non possono permettersi di
acquistare una casa quando i tassi di interesse salgono a oltre il 7,5%, nel
qual caso, se si acquista una casa con un mutuo di 10 anni, in soli 10 anni, la banca guadagna più soldi per il
mutuo di quanto non faccia il venditore della casa.
Quindi,
in effetti, l'America ha scoperto che, sì, cos'è l'economia post-industriale? È
un'economia finanziaria.
E
un'economia finanziaria ha fatto risparmi sul lato delle attività del bilancio
e del debito sul lato delle passività.
Ma i
risparmi sul lato patrimoniale sono detenuti principalmente dall'1%.
E il debito dal lato passivo è dovuto al 99%.
Così,
quando il presidente Biden ha detto, e la professione degli economisti, Paul
Krugman e i vincitori del premio Nobel hanno tutti detto, beh, non c'è bisogno
di guardare al debito perché dobbiamo a noi stessi.
Ebbene,
il noi che lo dobbiamo è il 99%. E noi stessi siamo l'1%.
E
questo è ciò che sta portando gli Stati Uniti ad essere un'economia non molto
felice in questi giorni.
ALEXANDER
MERCOURIS:
Quello
che hai descritto a un orecchio britannico, e io vivo in Gran Bretagna, sono a
Londra, non è del tutto sconosciuto.
Voglio
dire, è come il tipo di ciclo che abbiamo attraversato noi stessi in Gran
Bretagna.
Voglio dire, c'era questo sistema che gli
inglesi crearono, fondamentalmente, alla fine del 19° secolo.
Abbiamo
materie prime che fluiscono. Penso che sia stato Keynes a parlare di come se
fossi stato una persona di una certa agiatezza in Gran Bretagna, poco prima
della Prima Guerra Mondiale, potevi ordinare cose da tutto il mondo e sarebbero
venute da te.
E avevamo un sistema pesantemente
finanziarizzato.
Avevamo
la Banca d'Inghilterra, avevamo la City di Londra, avevamo la nostra valuta
ancorata all'oro.
Abbiamo
insistito sul fatto che le persone, in larga misura, commerciassero con la
nostra moneta.
Abbiamo
iniziato a trascurare la nostra base industriale e a fare sempre più
affidamento sui profitti del nostro impero. E, sai, i sistemi di noleggio hanno
iniziato a prendere piede.
E una
delle cose che è successo in Gran Bretagna è che, naturalmente, la ricchezza ha
iniziato gradualmente a prosciugare verso l'alto.
Era
come se all'interno del sistema sociale si vedessero alcune persone alla fine
del 19° secolo, all'inizio del 20° secolo, diventare incredibilmente ricche e
costruire le loro case e comprare le loro Rolls-Royce Silver Ghost e mandare i
loro figli nelle scuole costose e vivere una vita molto piacevole.
Ma il
resto del paese stava attraversando un periodo, diciamo, di atrofia economica.
E,
naturalmente, questo è accaduto in un quadro di impero e di controllo
imperiale.
E mi
sembra che una delle grandi differenze con gli Stati Uniti oggi, sia che almeno
con gli inglesi potessero controllarli in una certa misura perché in realtà
avevano un vero e proprio impero formale.
Gli
Stati Uniti non ce l'hanno esattamente allo stesso modo.
Quindi si sta innestando una struttura
britannica tardo-imperiale senza avere i meccanismi dell'impero ben definiti
come quelli britannici. Sto sbagliando completamente?
MICHAEL
HUDSON:
No,
ciao capito.
La spiegazione di quello che è successo è che gli
imperi non pagano. Se si guardava alla Gran Bretagna negli anni '1930,
certamente stava consolidando il suo impero con l'adorabile imperiale e l'India
e altri paesi dovettero risparmiare tutti i loro soldi e l'Inghilterra. Ma tutto il denaro che la Gran
Bretagna ha guadagnato dal suo impero ha finito per essere usato per pagare gli
Stati Uniti.
Quindi la Gran Bretagna aveva un surplus con
il suo impero e un deficit con il commercio con gli Stati Uniti e con le
imprese statunitensi.
Così
si scoprì che già negli anni '1930 gli Stati Uniti erano i beneficiari
dell'impero.
E, naturalmente, questo permesso agli Stati
Uniti di scrivere le regole del commercio mondiale e del Fondo monetario
internazionale e del prestito britannico nel 1944 e nel 1945, in modo che
l'Inghilterra dovette essenzialmente cedere il suo impero agli Stati Uniti.
Doveva porre fine alla decorazione imperiale.
Doveva
introdurre il libero scambio e il libero investimento, il che significava che
l'India e l'impero potevano spendere tutti i soldi che avevano guadagnato
durante la seconda guerra mondiale ovunque volessero. Cioè, dove volevano?
Ebbene,
l'unico paese che aveva abbastanza industria per dare loro ciò che volevano
erano gli Stati Uniti.
Ebbene,
gli Stati Uniti stanno attraversando quello che l'Inghilterra ha attraversato
oggi.
L'impero non ha pagato.
E a partire dalla guerra di Corea nel 1951,
gli Stati Uniti sono passati da una posizione in cui erano partiti nel 1950 con
il 75% dell'oro mondiale detenuto negli Stati Uniti.
La
guerra di Corea spinge gli Stati Uniti in un deficit cronico della bilancia dei
pagamenti.
E ho fatto le statistiche che ho pubblicato in
“Super Imperialismo”, e l'intero deficit della bilancia dei pagamenti americana
era costituito da spese militari all'estero per proteggere l'impero.
Il settore privato in America era esattamente
in equilibrio.
Il
commercio, gli investimenti esteri, i prestiti, il turismo, tutto questo era
bilanciato.
L'intero deficit era costituito da spese
militari, e sembrava di bloccare l'impero. Bene, oggi lo state vedendo
accelerare.
E il
problema è:
come può l'America finanziare le spese
militari all'estero?
Beh, ironia della sorte, quello che è successo
è che le spese militari in Vietnam e nel sud-est asiatico hanno costretto
l'America fuori dal gold standard, come sapete, nel 1971.
E cosa
avrebbero fatto le banche centrali straniere con tutti i dollari che stavano
affluendo?
Non
avrebbero fatto quello che il generale De Gaulle e la Germania stavano facendo
comprando oro.
Tutto quello che poteva fare era dire, beh,
dobbiamo investire i nostri soldi in titoli.
Compreremo
titoli del Tesoro degli Stati Uniti. E così tutto il denaro che l'America
spendeva militarmente all'estero veniva rispedito negli Stati Uniti dalle
banche centrali europee e da altri paesi in surplus di pagamento per finanziare
il deficit della bilancia dei pagamenti per la guerra. Quindi, in effetti,
l'intero sistema monetario internazionale era basato su pagherò per le spese
militari americane in tutto il mondo.
Beh,
potete immaginare cosa è successo oggi ora che gli Stati Uniti hanno assunto
una posizione molto belligerante nel mondo, dicendo che è la nostra strada o
distruggeremo le cose.
Gli Stati Uniti, questo sistema, ha diviso il
mondo in due campi opposti, come penso tu abbia detto in questo spettacolo.
Guardo
regolarmente il tuo spettacolo, ed è di questo che hai parlato settimana dopo
settimana dopo settimana, di come il mondo si sta dividendo e quali sono le
dinamiche di questo.
Questo è ciò di cui hai parlato.
Ovviamente,
altri paesi pensano che si tratti di una sorta di folle sistema finanziario
internazionale quando sono minacciati dall'avventurismo militare americano
della Cina nel Vicino Oriente e in tutto il mondo. Non dovremmo avere un
sistema che non si basi sul dollaro e si basi sul loro commercio e investimenti
reciproci?
Questo
è ciò che sta cambiando l'intera economia mondiale oggi.
ALEXANDER
MERCOURIS:
Assolutamente.
E sta
anche influenzando i flussi commerciali perché, ancora una volta, e torno ora a
ciò che gli inglesi stavano facendo con il loro impero, uno degli aspetti dell’abbellimento
imperiale britannica è, naturalmente, che le colonie erano obbligate a
commerciare con l'impero alle condizioni dell'impero, alle condizioni della
Gran Bretagna. E questo ha avuto un effetto. Ha distorto il modo in cui le
economie si sono comportate.
Voglio
dire, lo si può vedere in India.
Una
delle campagne di Gandhi, il Mahatma Gandhi, riguardava le importazioni nel
modo in cui funzionava il commercio del cotone tra l'India e la Gran Bretagna,
e funzionava interamente a beneficio della Gran Bretagna.
E in
realtà non era vantaggioso per la gente in India, o almeno così pensava. E
oltre un certo punto si rivelò negativo anche per le colonie. E hanno iniziato
a respingere tutto questo.
E mi
sbaglio a pensare che anche questa faccia parte di quello che hai appena detto,
che stanno dicendo a sè stessi, beh, guarda, perché devono pagare gli americani
in modo che gli americani possano minacciarci?
Ma
anche che forse ci stanno anche dicendo, beh, perché dovremmo lavorare tutto il
tempo mentre, sapete, costruiamo le nostre fabbriche, lavoriamo sodo per
fornire agli americani i beni che vogliono, e allo stesso tempo otteniamo
denaro da loro che ci si aspetta che ricicliamo negli Stati Uniti?
MICHAEL
HUDSON:
Beh, è
certamente vero che per ballare il tango bisogna essere in debito.
Ma
penso che la forza trainante oggi non siano gli altri paesi che respingono così
tanto, è l'America che li sta allontanando.
Sono
gli Stati Uniti che non lasciano loro altra alternativa se non quella di
proteggersi dalle sanzioni, e dagli Stati Uniti che semplicemente si
accaparrano le loro valute estere.
Si è
impossessato di 300 miliardi di denaro russo. Si è impossessato dei soldi
dell'Iran molto tempo fa.
Ha
preso l'oro del Venezuela dalla Banca d'Inghilterra. C'è un cambiamento di
coscienza. C'è tutta la consapevolezza che il mondo ha bisogno di avere
un'alternativa allo standard del dollaro USA.
E la
creazione di un'alternativa significa non solo non usare il dollaro, ma
significa creare un diverso tipo di fondo monetario internazionale per il
commercio per finanziare la bilancia dei pagamenti e gli obblighi commerciali
tra il resto del mondo, la maggioranza globale.
Richiede
un'alternativa alla Banca Mondiale, non basata sulla privatizzazione delle
infrastrutture, ma sul finanziamento pubblico delle infrastrutture per rendere
i loro prezzi bassi, non alti, e non un vantaggio delle opportunità di
profitto.
Significa
un intero sistema finanziario alternativo, e un sistema commerciale, e
probabilmente un'alternativa alle Nazioni Unite, che vedete paralizzate in
questi giorni.
Ora,
ci vuole un enorme sforzo per dire, beh, è davvero difficile staccarsi da un
sistema basato sugli Stati Uniti, il sistema unipolare.
Almeno
sapevamo cosa stava succedendo.
È
difficile creare un'alternativa, ma gli Stati Uniti hanno davvero forzato la
questione, e li hanno costretti, Cina, Russia, Iran, Asia Centrale, Africa, Sud
America, tutti a rendere conto che non possiamo vivere in questo tipo di mondo
in cui il sistema unipolare prenderà tutti i nostri surplus economici e li
trasferirà agli Stati Uniti.
E ha
un sistema commerciale in cui dipendiamo dalle esportazioni agricole americane
per il nostro cibo.
Dobbiamo essere autosufficienti dal punto di
vista alimentare.
Dipendiamo
dall'America per tutta la tecnologia di cui abbiamo bisogno e per il petrolio,
così che se l'America decide di imporre sanzioni sul petrolio, tutte le nostre
fabbriche e le nostre utenze elettriche devono chiudere.
Non
vogliamo trovarci in una posizione in cui altri paesi possono usare il
commercio, la finanza e gli investimenti come una sorta di guerra economica.
Questo
li ha costretti ad accelerare la creazione di quello che è davvero un nuovo
ordine economico, ed è quello che stiamo vedendo ora.
Un
insieme completamente diverso di istituzioni che non sono, come hanno detto il
presidente Xi e il presidente Putin, non unipolari ma multipolari.
E
multipolare significa guadagno reciproco per noi stessi, invece che il tuo
guadagno è la nostra perdita, un guadagno a somma zero, che è la strategia
unipolare degli Stati Uniti.
GLENN
DIESEN:
Volevo
solo chiederle un po' quale sarebbe una politica alternativa da determinante
per gli Stati Uniti, perché quando lei ha parlato della Divisione
Internazionale del Lavoro, mi ricorda in qualche modo gli inglesi che
abrogarono le leggi sul grano nel 1840, l’ idea era che gli inglesi avrebbero
dovuto monopolizzare i prodotti manifatturieri e cercare di ottenere una resa
da questo.
E
allora il resto del mondo potrebbe competere, abbassando i prezzi
dell'agricoltura.
Ma a
partire dagli anni '1990, naturalmente, gli Stati Uniti hanno spinto per
monopolizzare in gran parte la finanza e le industrie high-tech, estendendo i
diritti di proprietà intellettuale in cambio della cessione della sua
produzione, come stavi parlando.
Ma
guardate, 30 anni dopo, possiamo valutare che non è andata molto bene, perché
tutte quelle persone negli Stati Uniti che lavoravano nel settore
manifatturiero, non hanno fatto lavori altamente qualificati e ad alto
stipendio, la maggior parte di loro è andata nella vendita al dettaglio, quindi
poco qualificata, a basso salario, creando questo enorme divario all'interno
degli Stati Uniti, intensificando persino questa polarizzazione tra i
super-ricchi ei super-poveri.
Quindi
questo è ciò che accade a livello nazionale, ma a livello internazionale non è
stato nemmeno in grado di mantenere questo livello superiore, perché i cinesi
stavano scalando le catene globali del valore e, come hai sottolineato, la
risposta è stata quella di raddoppiare, cioè continuare l'economia finanziaria
e anche allontanare il resto del mondo.
Così,
quando i cinesi sfidano gli Stati Uniti, si impadroniscono delle loro
tecnologie, dei loro chip, sequestrano i soldi della Banca Centrale Russa,
dimostrando loro che non possono più vivere in questo sistema dominato dagli
Stati Uniti. Quindi sembra che stiano sbagliando tutto.
Quindi
immagino che la mia domanda sia: quale sarebbe la cosa giusta da fare? Cosa
dovrebbero fare gli Stati Uniti a questo punto?
MICHAEL
HUDSON:
Mi
dispiace deludervi, ma non c'è una cosa giusta che gli Stati Uniti possano
fare.
È in trappola.
È in quella che gli economisti chiamano la
posizione ottimale. I matematici dicono che è ottimale perché qualsiasi cosa tu
faccia peggiorerà le cose.
E gli
Stati Uniti si sono messi all'angolo.
E
l'unico modo per tirarsi fuori dall'angolo sarebbe quello di essere un diverso
tipo di paese, un diverso tipo di economia.
Per
esempio, fino a quando gli Stati Uniti avranno un'enorme spesa militare in
tutto il resto del mondo, questo pomperà dollari nell'economia mondiale.
E se
altri paesi non prestano questo denaro al Tesoro degli Stati Uniti o
all'economia degli Stati Uniti, allora il dollaro scenderà sempre di più.
Gli Stati Uniti non possono davvero competere
dato il modo in cui sono strutturati, le loro cure mediche, le loro abitazioni
e le loro finanze.
Ad
esempio, il 18% del PIL americano è destinato alla spesa medica.
Se gli
americani, salariati, ricevessero tutti i loro beni per niente, tutti i loro
trasporti, tutto il loro cibo, tutti i loro vestiti per niente, non potrebbero
comunque competere dato il fatto che devono pagare un'enorme quantità di
denaro, circa 20.000 dollari all'anno, solo per l'assicurazione medica.
E gli
affitti negli Stati Uniti assorbono ora circa il 40% del reddito dei salariati.
Qui a
New York, l'affitto medio è di 4.500 dollari al mese.
Beh, puoi immaginare, $ 60.000 all'anno solo
per l'affitto. Come diavolo possono gli Stati Uniti finanziare il loro
commercio ei loro investimenti quando il costo della vita e il costo di fare
affari sono così alti?
I
datori di lavoro devono pagare gran parte delle cure mediche per i loro
dipendenti, e vogliono che sia così.
Vogliono
un'alta spesa medica per il proprio lavoro perché ciò significa che i
lavoratori soffrono di quella che Alan Greenspan, il presidente della Federal
Reserve, ha chiamato la sindrome del lavoratore traumatizzato.
Se un lavoratore sciopera, non riceve le cure
mediche.
All'improvviso
devono pagare enormi cure mediche.
Non
possono pagare l'estratto conto mensile della carta di credito. E negli Stati
Uniti, la maggior parte dei salariati ha un saldo negativo della carta di
credito.
Il
saldo della carta di credito è fisso al 19%.
Ma se
si salta un pagamento, il tasso di interesse vendita al 30% o al 31%.
Bene,
immagina se stai pagando così tanti soldi su ciò che devi, e se il tuo debito
sale sempre di più, non avrai abbastanza soldi per acquistare beni e servizi.
Quindi,
come può l'America diventare un paese industriale e far tornare indietro la
macchina del tempo e diventare l'economia industriale che era prima se non può
vendere alla propria popolazione perché i suoi salariati spendono i loro soldi
per l'assistenza sanitaria, per il servizio del debito e per la casa?
E
altri paesi si difendono producendo il proprio cibo, i propri produttori, e non
vogliono essere soggetti a un'America che usa il suo commercio ei suoi
investimenti come una sorta di blocco del suo potere politico e militare
unipolare. Non si può fare.
Quindi
gli Stati Uniti non hanno davvero una cura.
E ha deciso che l'unica cosa che può provare a
fare, è rinunciare alla maggioranza globale.
L'unica parte del mondo da cui gli Stati Uniti
sono ancora in grado di ottenere sostegno è l'Europa.
Ed è
per questo che ha tagliato il gasdotto Nord Stream.
Voleva
rendere l'Europa completamente dipendente dall'energia americana, trasformarla
in quel tipo di colonia dipendente che l'Inghilterra e gli olandesi hanno
cercato di fare nei secoli passati.
Così si scopre che l'economia post-industriale è
davvero ricaduta nella vecchia economia imperiale feudale, e non funzionerà
finché gli altri paesi avranno un ruolo da svolgere nel proprio sviluppo.
ALEXANDER
MERCOURIS:
L'ex
colonia trasforma il suo padrone imperiale in una colonia a sé stante.
C'è
una sorta di giustizia ironica, suppongo.
Ma in ogni caso, questo è un quadro desolante,
ma è comprensibile, forse, che altri paesi in tutto il mondo stanno rispondendo
contro di esso.
E la
Cina non si è mai lasciata, mi sembra, entrare a far parte di questo sistema.
E i
cinesi messi hanno insieme politiche che ora sono, credo, viste da molte
persone in tutto il mondo come potenziali alternative.
E ho
notato che Xi Jinping, secondo la lettura cinese, in realtà ha alluso a questo
quando ha parlato con Biden oggi.
Ha
detto:
"Sai,
dobbiamo capire che una cosa che non vogliamo diventare è ciò che sei.
In realtà l'ha detto. In realtà c'è nella
lettura cinese. Non vogliamo soppiantare, superare o diventare come gli Stati
Uniti.
Stiamo
cercando di ringiovanire noi stessi attraverso un processo di modernizzazione.
Ed è
un insieme di parole piuttosto interessante, in realtà.
Vuoi
parlarci un po' della Cina?
Perché
per molti versi sembra essere un paese non solo diverso, ma quasi opposto al
modo in cui gli Stati Uniti si sono sviluppati, almeno nel dopoguerra.
MICHAEL
HUDSON:
Ebbene,
le parole sono molto importanti.
E qui
negli Stati Uniti abbiamo a che fare con una sorta di vocabolario orwelliano.
Più e più volte, il presidente Biden ha detto che gli Stati Uniti sono una
democrazia e la Cina è un'autocrazia.
E
proprio ieri, alla fine del suo incontro con il presidente Xi, il presidente
Biden è andato in televisione e ha detto:
"Beh,
ho appena avuto a che fare con un dittatore".
Ora,
cosa rende la Cina un'autocrazia?
Sta
facendo esattamente quello che fanno gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la
Germania e ogni altro paese.
Ha
investimenti pubblici in infrastrutture.
Non ha
privatizzato le sue infrastrutture.
La cosa più importante che la Cina ha fatto è
mantenere la creazione di moneta e il credito come un servizio pubblico in modo
che la Cina non debba prendere in prestito da una classe benestante di
obbligazionisti e pagare.
La
Cina può semplicemente stampare il denaro per finanziare la sua crescita
economica.
Quindi, la sua crescita economica si è
autofinanziata.
Beh,
gli Stati Uniti dicono che è autocratico.
Il
modo democratico di fare le cose è che il governo prenderà in prestito dal
settore privato e questa porta le banche a dire al governo:
vi
daremo soldi solo se farete quello che vogliamo fare.
Quindi,
ciò che gli Stati Uniti chiamano democrazia è ciò che Aristotele e tutti gli
altri chiamano oligarchia.
E l'ironia è che è la Cina che si sta rivelando il
paese più democratico non avendo un'oligarchia, ma avendo un governo centrale
che agisce praticamente con la comprensione di gruppo.
L'intero
comitato centrale, tutti parlano insieme.
Non è
affatto una regola di un solo uomo.
È
un'idea molto precisa di ciò che vogliamo fornire al cuore dell'economia al
prezzo più basso possibile.
Bene,
avete visto cosa hanno fatto con i trasporti.
Si
tratta di un servizio pubblico, come lo era in Inghilterra e in tutti gli altri
paesi, tranne gli Stati Uniti, per assicurarsi che il costo del trasporto sia
il più basso possibile.
Le
comunicazioni sono un servizio di pubblica utilità. L'istruzione, negli Stati
Uniti, costa $ 40.000 ora per ottenere un'istruzione.
Altri paesi hanno un'istruzione gratuita.
Quindi, negli Stati Uniti ora, se non si ereditano i soldi per pagare
l'università, se non si eredita un fondo fiduciario dal 10%, allora si deve
contrarre un debito studentesco che è così grande che una volta che ci si
laurea al college, non ci si può permettere di comprare la propria casa perché
la banca dirà:
Mi dispiace, stai già spendendo così tanti
soldi per il tuo debito studentesco che non hai abbastanza soldi per pagare
anche il mutuo.
Dovrai
affittare.
Ebbene,
la Cina lo evita grazie all'istruzione gratuita.
È
l'assistenza medica. Puoi andare fino in fondo.
Ci
sono alcuni bisogni di base di cui negli Stati Uniti, e immagino anche in
Inghilterra, i lavoratori ei loro datori di lavoro devono sostenere il costo.
Non devono farlo in Cina.
C'è un
certo prezzo minimo garantito della vita.
L'unico
problema, ovviamente, è che la Cina non ha fatto dell'edilizia abitativa un
servizio pubblico.
E la
ragione è che, come parte della politica cinese di far sbocciare cento fiori,
lascia la politica economica alle località, ai distretti locali e alle città in
tutta la Cina.
E la
teoria di 30 anni fa, 20 anni fa, era che ogni città cercava di sviluppare i
propri mezzi di finanziamento.
Ebbene,
dato il costo di costruzione delle infrastrutture, quasi tutte le città ei
piccoli paesi della Cina e le località hanno dovuto finanziarsi vendendo
terreni ai promotori immobiliari.
E così
c'era un'enorme propensione in Cina per l'edilizia finanziarizzata, proprio
come stava accadendo negli Stati Uniti.
Quindi l'unico modo in cui l'economia cinese
non si è liberata dal modello occidentale è in questa finanziarizzazione del
settore immobiliare.
Beh,
normalmente questo non sarebbe un problema per la Cina, perché essa stessa è la
creatrice di denaro e debito.
Quindi
la Cina è in grado di fare qualcosa che gli Stati Uniti non possono fare.
Se
un'azienda industriale o una società in Cina ha un problema come ha avuto con
il COVID e non può pagare i suoi debiti, non viene venduta e costretta a
chiudere e licenziare i suoi lavoratori.
La
Cina svaluta il debito.
È
molto facile per un governo svalutare il debito societario quando il debito è
dovuto a sé stesso.
Molto
più difficile scriverlo quando il debito è dovuto a un banchiere privato che
sta per urlare.
Beh,
la stessa cosa nel settore immobiliare.
La
Cina fondamentalmente potrebbe cancellare il debito che Evergrande e il Country
Garden e altri grandi costruttori e sviluppatori immobiliari hanno accumulato,
tranne per il fatto che per qualche ragione, penso che sia l'insistenza dei
neoliberisti di Shanghai.
Il governo cinese ha garantito il debito in
dollari a queste società per emettere il loro debito.
Beh,
non c'è alcuna ragione per cui aver mai emesso debito in dollari, perché la
maggior parte del denaro cinese è stata spesa in patria, ad eccezione di quello
che ha dovuto importare per acciaio, cemento e altri materiali da costruzione.
Ma la
Cina ha fatto più o meno quello che ha fatto Fannie Mae degli Stati Uniti,
garantendo il debito ipotecario.
Questo
lo lega in un nodo.
La mia
ipotesi è che ciò di cui il governo cinese sta discutendo in questo momento è:
ora
che non siamo in grado di guadagnare i dollari per pagare il debito in dollari
a causa delle sanzioni su cui gli Stati Uniti insistono, vogliamo rimuovere la
promessa del governo, lo contratta per le banche che hanno garantito questo
debito in dollari?
Bene,
la Cina ha l'opzione, e questa è la sua bomba atomica finanziaria che ha.
Può
dire, beh, siamo terribilmente dispiaciuti.
Lasceremo
andare in bancarotta le banche che hanno fatto questo debito in dollari. Le
società immobiliari non possono pagare.
Ciò
significa che si tratta di crediti inesigibili.
Le
banche non possono pagare. Li lasceremo andare in bancarotta.
Ma, naturalmente, abbiamo, fortunatamente,
un'assicurazione sui depositi per tutti i depositanti fino a, diciamo, un
determinato importo che copra il 90% di tutti i depositi delle famiglie, dei
lavoratori e delle imprese cinesi, e lasciamo che il debito vada in rovina e
ricominci tutto da capo.
Questo, credo, è ciò di cui si sta discutendo
in questo momento in Cina. E potete solo immaginare cosa farà ai detentori del
dollaro.
Questo,
per me, è l'ultimo tipo di de-dollarizzazione di cui stiamo parlando.
E
potete solo immaginare dove questo lascerà non solo gli Stati Uniti, ma anche
altri paesi che hanno cercato di detenere in dollari la ricchezza del loro 1% e
delle loro oligarchie clienti nazionali.
ALEXANDER
MERCOURIS:
Posso
solo dire dei costi economici delle cose?
Hai
assolutamente ragione. Sono andato in Cina, e in realtà... c'erano un sacco di
cose che ho visto lì.
Ma ho
visto, ad esempio, il sistema ferroviario cinese, i treni ad alta velocità.
E ho
notato, prima di tutto, che erano entrambi molto economici su cui viaggiare, ma
che erano stati progettati per essere così nel senso che l'ingegneria era
eccezionale.
Ma non
c'era questo sistema enormemente complicato di prima classe, seconda classe e
terza classe che si avrebbe avuto in Europa, i posti molto costosi che si
sarebbero avuti per le persone che avrebbero pagato di più.
Era
tutto davvero impressionante e molto funzionale.
E
questo è qualcosa che si è notato su tutta la linea in termini di beni e
servizi che vengono forniti alla popolazione cinese.
Era qualcosa che, almeno per la Gran Bretagna,
era molto sorprendente.
E ora,
tornando a tutto questo, naturalmente, un altro paese, forse quello che Glenn e
io conosciamo molto meglio, la Russia, negli anni '1990, è andato nella
direzione diametralmente opposta a quella che ha preso la Cina.
Hanno privatizzato tutto. Hanno aperto la loro
economia in ogni modo immaginabile.
Hanno
permesso alle banche, alle banche private, di essere stabili.
Hanno
reso la loro valuta interamente convertibile. Privatizzarono il loro patrimonio
abitativo, che fino ad allora era stato di proprietà pubblica.
E,
naturalmente, quello che è successo è che quando Putin è diventato presidente,
aveva un piccolo gruppo di persone che erano immensamente ricche.
Stavano anche estraendo rendite dall'economia
russa. Li abbiamo visti entrambi. Entrambi l'abbiamo visto con i nostri occhi. A Mosca si poteva vedere un lusso
immenso per questo piccolo gruppo di persone.
Erano
in grado di farlo, perché il rublo era convertibile e il governo sosteneva il
prezzo del rublo usando le rendite petrolifere che riceveva.
Sono
stati in grado di convertire i loro soldi in dollari a tassi molto
preferenziali.
E,
naturalmente, stavano investendo quei soldi nel mercato immobiliare di Londra,
a New York, e compravano obbligazioni.
Stavano
anche, naturalmente, prendendo prestiti in Occidente.
Così
andarono nella direzione diametralmente opposta a quella presa dai cinesi. Puoi
dirci qualcosa a riguardo?
MICHAEL
HUDSON:
La
cleptocrazia russa ha fatto i suoi soldi con la rendita economica,
fondamentalmente con la rendita delle risorse naturali.
La promessa degli Stati Uniti ai russi era:
"Beh,
se si dà tutta la proprietà ai proprietari, si dà ogni fabbrica al direttore
della fabbrica, si dà la compagnia del gas ai capi dei manager di Gazprom, se
la si dà a loro, allora la natura farà il suo corso e saranno tutti guidati
dalla mano invisibile a investire e ad agire proprio come hanno fatto gli Stati
Uniti.
Ma, in
realtà, questo è l'esatto opposto di tutti i modi in cui gli Stati Uniti si
sono arricchiti. E i russi non avevano nemmeno un'imposta progressiva sul
reddito per tutto questo.
Bene,
ecco cosa è successo nel 1994, 1995, quando la Russia ha deciso di
privatizzare, essenzialmente, c'era un piano che è stato messo nelle sue mani
per privatizzare tutto il nichel e le materie prime e le compagnie petrolifere.
E così
il governo ha preso in prestito denaro dalle banche.
Le
banche avrebbero firmato un assegno al governo, diciamo, per 5 miliardi di
dollari.
Il
governo avrebbe preso questo assegno, e ha dato in pegno come garanzia, le
partecipazioni e il “nichel Neurolch” e altro petrolio e altri.
E il
governo ha poi depositato questo assegno da 500 miliardi di dollari nella banca
che lo ha scritto.
Così
la banca ha scritto un assegno, è stato ridepositato lì, era gratuito.
Le
banche hanno creato denaro gratuito. Questo è ciò che fanno le banche.
Lo
creano sui loro computer, su un bilancio.
E
infatti, la Russia ha finito per dare tutta la sua resa di risorse naturali ai
cleptocrati.
Beh,
lei ha detto che volevano ottenere dollari.
Bene,
come verranno i dollari?
Qui
hanno le scorte di “nichel Neurolch” e “olio Yukos”.
L'unico
modo per ottenere denaro dalle azioni è venderle all'estero, in Inghilterra e
in America, perché i risparmi russi sono stati spazzati via dall'iper vendita.
Quindi
i russi non avevano alcuna capacità di acquistare le proprie risorse naturali
che fruttavano rendita.
Solo
gli stranieri lo fecero.
E dal 1995 al 1997, il mercato azionario russo
è stato il principale mercato azionario del mondo. E questo perché era una
miniera d'oro.
Era
denaro gratuito dal settore pubblico.
E se
si guarda agli ultimi 2.000 anni di storia, quasi tutte le fortune in ogni
paese in ogni secolo sono state fatte ottenendo denaro dal settore pubblico.
Le
fortune si fanno privatizzando ciò che era nel settore pubblico e dagli addetti
ai lavori che se lo danno a sé stessi.
È così
che l'Impero Romano ha fatto i suoi soldi, sequestrando la terra fino agli
Stati Uniti, strappando terra ai nativi americani.
Quindi
c'è stata tutta questa privatizzazione e, inutile dirlo, il modus operandi dei
cleptocrati era quello di un rentier.
Era
un'economia di ricerca di rendita quella che i neoliberisti consigliavano alla
Russia di fare, non un'economia a scopo di lucro in cui gli industriali
avrebbero dovuto assumere manodopera per produrre più beni e servizi.
Il
fatto è che le fabbriche, come sapete, hanno smesso di pagare il lavoro.
E
l'unica cosa che la Russia non ha privatizzato e ceduto liberamente è stata
l'edilizia abitativa.
Ho
tenuto tre discorsi davanti alla Duma nel 1994 e nel 1995, e ho chiamato a
chiamare l'ex procuratore generale americano “Ramsey Clark” e altri, cercando
di convincerli che dovresti dare a tutti il loro alloggio, semplicemente a nome
proprio, così non lo farebbero doverlo comprare.
Creereste
almeno delle case proprie, creereste un mercato interno.
Ciò è
stato fatto solo molto, molto tardi, fino a quando non si è raggiunto un punto
in cui i russi, gli stati baltici e tutti gli stati post-sovietici hanno dovuto
pagare enormi quantità di denaro solo per avere un alloggio, mentre tutti il
resto della terra e la ricchezza delle risorse naturali furono ceduti
liberamente dai cleptocrati. Questa è stata la parodia neoliberista del
capitalismo rentier.
Penso
che sia questo il motivo per cui, leggendo oggi i discorsi del presidente Putin
o del segretario Lavrov, si può vedere il disgusto che provano quasi per se
stessi per essere stati intrappolati in questo tipo di piano neoliberista.
Penso
che questo li abbia spinti a dire, beh, guarda, dobbiamo girare a est, non a
ovest.
È così
che tutta l'Europa e l'America guadagnano soldi.
Si
stanno trasformando in un'economia rentier.
Abbiamo
visto cosa questo ci ha fatto e, come ha detto il presidente Putin, la Russia
ha perso più popolazione economicamente negli anni '90 a causa della politica
neoliberista dei rentier di quanta ne abbia persa militarmente durante la
seconda guerra mondiale.
Ebbene,
non lo farà mai più, ed è per questo che si è concentrato così tanto sulla
creazione di un'alternativa.
Quando c'è la volontà, c'è un modo, e ora c'è la
volontà, e questa è stata la precondizione per creare una base molto più solida
per la crescita in Russia, Cina e nel resto della maggioranza globale.
GLENN
DIESEN:
Lei ha
parlato della volontà, ma quale sarebbe la strada, perché lei vede, immagino,
che la Russia sta seguendo lo stesso percorso della Cina?
Perché
quando abbiamo iniziato questo programma, ho menzionato il sistema americano,
perché a volte sento che questo è il modello forse almeno la Cina, ma anche, in
larga misura, la Russia potrebbe seguire perché si trovavano in una situazione
molto simile a quella degli americani all'inizio del 19° secolo, in cui
l'economia hamiltoniana si è trasformata in questo sistema americano in cui gli
americani dicevano: non possiamo dipendere dall'industria manifatturiera
britannica, dalle sue infrastrutture, dai suoi porti e così via, dalle sue
banche nazionali e, più tardi, dalla moneta. Così hanno iniziato a sviluppare
il proprio sistema attraverso un sacco di politiche protezionistiche,
bisognerebbe aggiungere.
E hai
anche visto, verso la fine del 19esimo secolo, come le persone, so che hai
fatto riferimento molte volte a economisti come “Simon Patten”, che
consideravano l'idea di costruire un'industria fisica, o almeno
un'infrastruttura, come qualcosa di imperativo per gli investimenti.
spetta
al governo farlo, perché ha un duplice effetto, da un lato rende le industrie
più competitive grazie alla presenza delle infrastrutture, ma è anche qualcosa
che eleva il tenore di vita del cittadino medio.
Sembra
quindi che, almeno per i cinesi, le industrie fisiche siano state un obiettivo
chiave della loro politica economica.
Ma ero
quindi curioso di sapere se è lo stesso in Russia, perché gli stessi tre
pilastri del sistema americano, mi sembra di vederli in entrambi i paesi, in
una mano, dove cercano la sovranità tecnologica, questo è ciò su cui si sarebbe
concentrato Alexander Hamilton produzione.
Ma
ora, ovviamente, guardano alle piattaforme digitali e alle proprie, beh, è
nelle industrie e nelle tecnologie critiche che c'è un certo livello di
autonomia, entrambi cercano progetti infrastrutturali molto vasti per trovare
nuove aree di connettività da evitare, sai, Punti di strozzatura americani.
E
infine, entrambi si concentrano sulla de-dollarizzazione delle proprie banche,
per non finire per pagare tutto l'affitto non solo agli americani, ma anche
agli europei.
Quindi
ero solo curioso di sapere se puoi dire qualcosa a riguardo.
Ritieni
che la Russia abbia effettivamente imparato la lezione dagli anni '90 e stia
seguendo quella strada, oppure qual è la direzione che stanno seguendo cinesi e
russi?
MICHAEL
HUDSON:
Ebbene,
sia l'economia russa che quella cinese operano su base ad hoc.
Non
esiste alcuna teoria o dottrina economica sviluppata da entrambi i paesi per
spiegare ciò che stanno facendo.
In
effetti, la Cina continua a mandare i suoi studenti di economia negli Stati
Uniti dove imparano la politica finanziaria neoliberista.
E i miei studenti mi dicono che gli studenti
americani istruiti hanno la priorità nell'essere assunti rispetto agli studenti
nazionali.
Quindi
Cina e Russia stanno agendo in modo pragmatico per creare un'alternativa alla
crescita neoliberista.
Ma non
l'hanno fatto, non l'hanno sistematizzato nel modo in cui lo hanno spiegato i
capitalisti industriali negli Stati Uniti e in Inghilterra. Ecco la nostra
strategia.
Ecco
il nostro insieme di leggi che abbiamo.
Immagino
che si possa dire che quello che sta facendo il presidente Putin è sbalordire i
cleptocrati, la classe benestante, che va bene, potete tenervi i vostri soldi,
ma dovete investirli in modi che siamo d'accordo per aiutare l'economia russa a
diventare auto sufficiente, indipendente, produttiva e più prospera. Quindi è
tutto fatto su base ad hoc.
Uno
dei problemi è che negli anni Novanta la Russia era probabilmente l'unico paese
al mondo a non avere alcun background nel marxismo.
In
gran parte, questo fu il risultato della divulgazione da parte di Stalin del
primo volume del Capitale per dire che, beh, il capitalismo è uno sfruttamento
dei lavoratori da parte dei loro datori di lavoro.
Bene, tutto questo in effetti era nel primo
volume, ma Marx ha scritto i volumi due e tre tutti sulla finanza e sulla
ricerca di rendita.
E
l'unica cosa che la Russia non aveva previsto negli anni '90 era la ricerca di
rendite, la finanziarizzazione e il semplice utilizzo delle banche come mezzo
per creare e sostenere i monopoli come fonte di reddito in modo non
industriale.
Marx
lo avrebbe definito un modo preindustriale.
E Marx
disse che, beh, il contributo rivoluzionario del capitalismo industriale è
stato quello di liberare l'Europa dal feudalesimo, dall'eredità del
feudalesimo, dalla classe ereditaria dei proprietari terrieri.
Ci libereremo dei proprietari terrieri
affinché possa esserci la proprietà popolare. Eppure c'è ancora, non si sono
mai sbarazzati della rendita fondiaria.
Ma la rendita fondiaria ora, invece di essere
tassata come base imponibile, viene pagata alle banche come interessi ipotecari
negli Stati Uniti.
E in
Russia e Cina, se si vuole comprare una casa, il terreno continua a essere
affittato, man mano che la Cina diventa più prospera, le persone possono
permettersi di pagare sempre di più per le case che acquistano. E questo,
chiedono un prestito più grande per comprare la casa e l'affitto viene pagato
alla banca.
Quindi
la Cina sta lasciando che un settore finanziario rentier si sviluppi al suo
interno perché non ha davvero definito quale sia il modello di crescita che
vogliamo avere.
Lo stanno facendo sperimentando, ad hoc,
credo.
E ciò che deve essere fatto, e che ovviamente emergerà
in questo senso, è una consapevolezza di come rendere l'economia più
produttiva, più efficiente, e useranno il surplus economico per aumentare gli
standard di vita invece di creare un ricco monopolista della classe dei
proprietari terrieri in cerca di rendite finanziarie e di rendita come si sta
vedendo in Europa e negli Stati Uniti.
Quindi
puoi vedere questo. Lo si può vedere, ad esempio, nel sistema bancario.
Voglio dire, il sistema bancario, di cui la
gente non sa o non ci pensa molto, voglio dire, il sistema bancario è stato
completamente cambiato in Russia negli ultimi 30 anni.
Voglio
dire, è diventato... è diventato quasi completamente privato.
La “Sverbank” funzionava ancora come banca
statale, ma c'era sempre la possibilità che venisse privatizzata. Ora, siamo
passati da un sistema bancario in gran parte privato con banche... una volta un
banchiere russo mi ha detto, le banche russe sono buchi neri, sono buchi neri
nell'economia, sono un disastro così come sono. Siamo passati da un sistema
bancario privato a uno quasi interamente di proprietà statale.
Esistono
ancora alcune banche private russe, ma le grandi banche, quelle veramente
importanti, sono di proprietà statale.
Abbiamo
anche... ma sono accadute anche altre cose. Ora assistiamo all'emergere della
politica industriale.
Ma
tutto questo è stato una reazione, e in una certa misura è stato... è avvenuto
in risposta alle pressioni dell'Occidente.
Quindi
abbiamo sanzioni finanziarie, che di fatto obbligano quasi ad una sorta di
controllo statale sul sistema finanziario.
Abbiamo
assistito a un cambiamento nel modo in cui viene gestito il rublo, passando da
una politica alla piena convertibilità verso il ritorno al controllo dei
capitali. Stiamo iniziando a vedere una sorta di protezionismo imposto
all'economia dall'esterno. Ma fino ad ora è tutto completamente reattivo.
MICHAEL
HUDSON:
Beh,
penso che la politica ad hoc sia stata deliberata, sicuramente nel caso della
Cina.
Negli anni '70 lavoravo per diverse agenzie
governative statunitensi come consulente economico e ho parlato con un
funzionario cinese, il rappresentante della Banca Mondiale, e lui ha detto:
guarda,
amiamo davvero le tue idee.
Dobbiamo
portarti a Shanghai per il nostro” Futures Institute” lì e, sai, raccontaci un
po' del tuo background.
Ebbene,
gli ho raccontato del mio passato, e sono cresciuto in una famiglia marxista.
Mio padre era un prigioniero politico negli Stati Uniti. E il funzionario
cinese ha detto:
"Oh,
caro, penso che faresti meglio a non andare in Cina".
L'unica
cosa che non vogliono è qualcuno con un background marxista.
Vogliono davvero sviluppare qualcosa di nuovo. E
potevo capire perché, perché pensavano che la maggior parte delle persone con
un background marxista fossero i vecchi tipi stalinisti.
L'unica
cosa che la Cina non voleva fare era seguire la vecchia pianificazione centrale
della Russia.
Volevano far sbocciare un centinaio di fiori,
e pensavano che chiunque avesse un background marxista, sarebbe stato a favore
di quel tipo di pianificazione centralizzata.
Beh,
non lo ero, ma in realtà hanno detto che la mia vita poteva essere in pericolo.
Non volevano che interferissi negli affari interni cinesi, quindi non ci sono
andato. E potevo capire perché lo facevano.
L'ironia
è che ciò che realmente aiutò la Cina a svilupparsi così tanto non fu altro che
il grande distruttore del capitalismo americano, Milton Friedman e la Scuola di
Chicago, a cui la gente di Shanghai fece venire Milton Friedman per parlare del
libero mercato e tutto il resto.
E
l'unica cosa che Friedman e i ragazzi di Chicago sono riusciti a convincere la
Cina è che saranno sempre persone ambiziose e intelligenti che vedono la
necessità di qualcosa che i governi non possono davvero innovare.
Che ci
sia innovazione.
Lascia
che le persone provino a fare soldi ovunque.
E se
ci riescono, lascia che abbiano successo fino a un certo punto e diventino
ricchi fino a un certo punto.
Lasciamoli seguire. E poi siete voi a decidere
chi aiutare, chi sovvenzionare e come partecipare.
Ma voi
diventate i loro finanziatori, non i finanziamenti privati. Ha funzionato
davvero.
Lo era
con la politica di Deng, gatto nero, gatto bianco, purché catturino i topi,
questa è la cosa importante.
Ebbene,
questa politica ad hoc è ciò che ha permesso alla Cina di esprimere un buon
giudizio perché il giudizio è stato espresso da un comitato centrale piuttosto
ampio che ha finito per avere un buon giudizio su quali industrie sostenere,
come la ferrovia ad alta velocità che hai menzionato e altre industrie. Quindi
tutto ha funzionato.
Ora
che sta funzionando nel loro modo ad hoc, penso che il passo successivo sarebbe
per loro dire, ecco perché ha funzionato.
Ha funzionato perché questi sono i principi di
base che vogliamo avere come piattaforma economica, sia che lo si chiami
socialismo o capitalismo industriale o qualcosa di completamente diverso.
Il
nome non ha importanza, ma dovremmo davvero collegarlo insieme nel nuovo
sistema economico che riguarda la Russia, la Cina, l'Eurasia nel suo complesso
e anche l'intero sud del mondo.
Questo
è ciò che stiamo aspettando di vedere, e penso che sarà molto simile a quello
che accadde nel XIX secolo nell'economia politica classica britannica, una
distinzione tra profitti e rendita, una distinzione tra reddito guadagnato e
reddito non guadagnato, e lavoro produttivo. e lavoro improduttivo e finanza
pubblica contro finanza privata.
Penso
che tutto questo stia per essere codificato, e sarebbe davvero d'aiuto se la
gente guardasse... Tutto questo è stato discusso per un secolo nel 19° secolo,
e tu non lo farai...
In
America, hanno
eliminato l'intera storia del pensiero economico dal curriculum di economia perché, come diceva Margaret
Thatcher, non c'è alternativa, e il modo in cui ci si assicura che non ci sia
alternativa è non lasciare che nessuna conoscenza che c 'era un'alternativa, e
che era il capitalismo industriale, che le persone possono sviluppare.
GLENN
DIESEN:
Beh,
volevo solo commentare più di una domanda.
Penso
che sembri che l'ideologia del capitalismo si sia ristretta in ciò che potrebbe
realmente significare, perché il capitalismo industriale che abbiamo avuto,
sembra essere stato quasi dirottato dall'ideologia in questi giorni, perché
ogni volta che parliamo di capitalismo adesso, serviamo solo una versione, che
è quella di Friedrich Hayek o Milton Friedman, e spesso le persone usano gli
esempi di Adam Smith o David Ricardo per suggerire che questo sia il fondamento
ideologico del capitalismo.
Ma
David Ricardo, nel suo libro, ha persino scritto, con sua grande sorpresa, che
sì, con ogni innovazione tecnologica, il ritorno dell'investimento si
concentrerà nelle mani del capitale, sconvolgendo l'equilibrio con il lavoro.
Quindi
lo riconobbe, e fece lo stesso con Adam Smith, naturalmente.
Stava
anche riconoscendo che sì, la mano nascosta o l'economia flessibile massima è
molto efficiente al fine di ottenere maggiori entrate.
Tuttavia, ha anche riconosciuto che una volta che
l'economia cresce, ci dovrebbero essere alcune riforme del capitalismo per
sostenere e aiutare i più poveri, in modo da non avere questa distribuzione
molto disuguale.
Anche
se non mi sbaglio, Adam Smith era anche un po' cauto riguardo allo sviluppo di
coloro che cercano rendite nell'economia, qualcuno che può togliere ed
essenzialmente non solo togliere profitti dalla produzione, ma quindi anche
rendere la produzione meno competitiva.
Quindi, ancora una volta, molti dei problemi
che gli Stati Uniti hanno oggi, in cui c'è una classe oligarchia che sottrae
ricchezza e, nel processo, rende l'intera economia americana meno produttiva.
Ma
sembra che ogni volta che parliamo di capitalismo oggi, questa sia la versione
di Friedman Hayek, questa è l'unica interpretazione, e l'alternativa
significherebbe che saresti uno stalinista, un marxista, o qualcosa che si
trova completamente dall'altra parte dello spettro.
Hai
visto qualcosa di tutto questo cambiare, forse?
C'è
qualche altro intellettuale emergente che sia in grado di distinguere tra
capitalismo industriale e capitalismo finanziario?
Come
un Friedrich Liszt del nostro tempo, qualcuno o un altro modello?
MICHAEL
HUDSON:
Bene,
hai detto la parola magica, affitto.
Ma
Adam Smith, Ricardo, John Stuart Mill, Marx e gli altri parlavano tutti della
teoria del valore e dei prezzi.
E
hanno definito il prezzo come l'eccesso del prezzo rispetto al valore di costo
intrinseco dei prodotti. E quella differenza di prezzo in eccesso rispetto al
valore è resa economica.
E
l'obiettivo di Adam Smith e Ricardo era quello di dire che la rendita non è
guadagnata, è un privilegio speciale, è un retaggio del feudalesimo, e un
compito storico del capitalismo industriale è quello di liberare la società
dalla rendita economica.
Ed è
per questo che il concetto di sfruttamento sotto forma di rendita è culminato
in Marx.
La
lotta contro il marxismo è una lotta contro Adam Smith e Ricardo. E ciò che
Marx ha fatto è stato spingere Ricardo, Smith, Malthus, John Stuart Mill alla
sua logica conclusione. E Marx ha mostrato come tutto ciò si stesse muovendo
verso il socialismo, ovvero un'economia senza rendita, dove tutti guadagnavano
ciò che producevano e non c'era pasto gratis.
Quello
che è successo, ovviamente, è stato che i cercatori di rendita hanno reagito. E
nel 1890 si ebbe la scuola austriaca, una scuola reazionaria che divenne il
popolo di von Misesiani e Hayek in Austria.
E in America c'era John Bates Clark che diceva
che non c'è differenza tra l'affitto, non c'è differenza tra prezzo e valore.
La rendita economica non esiste. Tutti guadagnano
quello che vogliono, qualunque cosa ottengano, non importa come lo guadagnano.
E questa è diventata la base della contabilità del reddito nazionale.
Quindi,
se si guardano i conti del PIL nazionale lordo degli Stati Uniti e dell'Europa,
contano la rendita economica come se fosse un'aggiunta al prodotto, al PIL.
Gli
interessi e le penalità per il ritardo sono un'aggiunta al PIL.
L'aumento degli affitti pagati dalle persone
man mano che aumentano gli affitti per le loro case è tutto PIL.
Hanno
cancellato l'intera spinta dell'economia classica distinguendo tra reddito
guadagnato e non guadagnato.
E,
naturalmente, questo è esattamente ciò che Cina, Russia e il resto del mondo
vogliono distinguere.
Vogliono
avere un'economia in cui le persone siano produttive, non in cui si facciano
fortune essendo parassiti cercatori di rendita che guadagnano soldi nel sonno,
come John Stuart Mill definiva l'affitto dei proprietari e le plusvalenze dei
proprietari.
E a quanto pare, l'unica cosa che il PIL non
riporta sono le plusvalenze.
In
altre parole, l'aumento del prezzo della ricchezza, l'aumento del prezzo dei
beni. La maggior parte della ricchezza negli Stati Uniti e in Europa non viene
creata, e certamente in Russia, non è stata creata producendo più beni e
servizi.
È
stato aumentando il valore della proprietà che possedevi, della proprietà
immobiliare, delle azioni e delle obbligazioni, dei privilegi di affitto che ti
hanno permesso di prendere i soldi che guadagni dal petrolio, dal nichel, dai
diamanti o da altri prodotti.
Ciò di
cui c'è bisogno è una serie di statistiche economiche che dicano effettivamente
alla Russia, alla Cina e ad altri paesi quanto stiamo producendo è prodotto
reale e quanto è in sovraccarico.
Il PIL occidentale e la teoria post-classica
negano che esiste qualcosa come il sovraccarico economico.
I prezzi di monopolio non sono un
sovraccarico.
Gli
affitti più alti non sono un sovraccarico. Questa è l'unica cosa che Russia e
Cina stanno cercando di minimizzare.
Ebbene,
questo comportamento intuitivo che stanno facendo dovrebbe riflettersi in una
riformulazione delle statistiche economiche esattamente come stanno facendo.
Questo
è quello che sto aspettando.
La
maggior parte dei miei sforzi nel parlare con i cinesi e gli articoli che sto
pubblicando lì e gli articoli che ho fatto in Russia attraverso l'Accademia
delle Scienze sono stati tutti su questo argomento.
MICHAEL
HUDSON:
Penso
che tu stia facendo dei progressi, in realtà, perché ricordo che un paio di
anni fa andai a Perm, che è negli Urali, visitai l'università lì e incontrai
persone nei dipartimenti di economia. E lì cominciavano a parlare di questo.
Voglio dire, c'era... ricordo una sorta di, sai, discussione proprio su questi
argomenti.
E in
parte, e sono sicuro che questa sia in parte una conseguenza anche della
recente esperienza in Russia, perché lì l'affitto era così rozzo e selvaggio,
sai, il senso di presa di rendita dall'economia.
Era
così aperto, e le persone che erano i rentier, gli oligarchi, erano così...
così detestati che quasi si preparò, se vuoi, affinché la gente iniziasse a
discutere contro di esso e in una sorta di rivolta contro di esso. Eppure il
potere di queste persone in Russia è riuscito a rallentare in larga misura i
processi di cambiamento.
Ed
è... uno dei grandi paradossi è che si vede che l'Occidente ha effettivamente
aiutato, in un modo piuttosto curioso, quelle persone in Russia... e di questo
si parla nella stessa Russia... che volevano vedere cose come questo
cambiamento.
Quindi
la Russia è stata costretta ad acquistare i suoi aerei dall'Occidente, dagli
Stati Uniti, dalla Boeing, dall'Airbus.
Ora non sono più in grado di farlo, quindi
devono costruire il proprio aereo.
E hanno scoperto in modo sorprendente di
possedere effettivamente le risorse e le competenze di persone che sanno come
costruire aerei.
Lo
stesso sta cominciando ad accadere nel settore della costruzione di macchine e
delle macchine utensili.
Li importavano dall'Occidente, ora devono
iniziare a produrli da soli. Viene loro imposto una sorta di sistema di
protezione.
Stanno
scoprendo anche che gli oligarchi che sono così potenti... in realtà, non sono
affatto così potenti, dopo tutto.
Sono,
infatti, persone impopolari perché viste come filo-occidentali.
Ma il
fatto stesso che mantenessero gran parte del loro denaro in Occidente sta
iniziando a indebolirli.
Ed è
questa cosa molto strana che... Mi chiedo se le persone negli Stati Uniti abbiano
capito fino a che punto stanno effettivamente spingendo la Russia in una
direzione in cui molte, molte persone in Russia, incluso, credo, lo stesso
Putin, hanno sempre voluto andare, ma verso la quale avevano molta paura di
andare.
MICHAEL
HUDSON:
Beh, i
politici certamente non lo capiscono, perché supponiamo che ci sia qualcuno nel
Dipartimento di Stato o nella massa che capisce quello che hai detto.
Si
chiameranno, beh, non sei un giocatore di squadra. Ciò che diciamo va bene.
Siamo il paese eccezionale.
Qualunque
cosa diciamo può fare.
Sai, penso che saresti più felice con un altro
lavoro.
Quindi,
non capire cosa sta succedendo è una precondizione per mantenere il proprio
lavoro nel Dipartimento di Stato e nel blob.
Questa
è l'ironia. E tutto sta andando per il meglio.
Hai ragione. Dove sarebbe la Russia senza che il
presidente Biden la sollecitasse?
GLENN
DIESEN: V
oglio
solo aggiungere, perché sono completamente d'accordo con entrambi, perché se si
guarda alle politiche in cui sono emerse le grandi economie industriali,
difficilmente sono state su mercati completamente liberi o liberi,
completamente, e non neoliberista almeno.
Vedete,
dall'Occidente al Giappone, avete sempre avuto la consapevolezza che se si
vuole avere una libera concorrenza sui mercati internazionali, bisogna essere
in grado di competere.
Quindi,
in altre parole, si forniscono sussidi temporanei e tariffe di protezione per
costruire le industrie nascenti rispetto alle industrie mature sui mercati
internazionali.
E,
naturalmente, a volte questo accade, beh, storicamente, almeno dal 19° secolo
in Occidente e in Giappone, abbiamo dovuto adottare politiche specifiche per
proteggerli.
Ma
questo, con le sanzioni, non solo contro i russi, ma anche contro i cinesi, ha
imposto lo sviluppo di industrie nascenti.
Voglio
dire, guarda l'industria cinese dei chip. Questo è sorprendente. Avrebbero
dovuto succedere qualcosa di molto inaspettato... Gli americani hanno
minacciato di... Beh, gli hanno tagliato l'accesso ai chip.
E ora i cinesi, in tempi record, sono stati in
grado di fornire tutti i finanziamenti e i sussidi e sostanzialmente rimuovere
tutta questa enorme industria, che dipendeva dagli Stati Uniti, portandola
sotto la completa sovranità tecnologica, sotto il controllo sovrano su di essa.
E ora
questo è, sì, quasi... Beh, stavano già andando in questa direzione,
naturalmente, ma costringendoli ad accelerarla.
E,
ancora, vedo lo stesso in Russia dai prodotti agricoli, dai loro formaggi, dai
loro ecosistemi digitali che stanno emergendo, dalle macchine utensili oltre
confine, dalle banche, dal commercio nelle loro valute.
Tutto
questo avrebbe richiesto forse 10, 20 anni, ed è stato ridotto a due anni per
accelerare questo processo semplicemente per necessità.
Ma,
sì, sono molto d'accordo con Michael Hudson anche sul fatto che questo è stato
qualcosa che è diventato un requisito, forzato.
E dato
che non hanno specifiche politiche che guidano in questa direzione, spesso
reagendo in modo ad hoc, penso che ci sia poco riconoscimento per il modo in
cui noi stessi abbiamo contribuito a questo disaccoppiamento dall'Occidente.
Ad
ogni modo, continuo a notare che potresti presto esaurire il tempo. Quindi,
prima di concludere, dobbiamo... Vi passo la parola.
ALEXANDER
MERCOURIS:
Solo una domanda che volevo davvero fare.
È
proprio l'ultimo, perché lei parla del concettuale che non hanno ancora
elaborato, né in Cina né in Russia, un sistema alternativo di pensiero
economico. E questa è potenzialmente, per certi versi, una cosa pericolosa.
Ma sia
Glenn che io, credo, abbiamo notato che in Russia stanno improvvisamente
riscoprendo Friedrich List.
E
Friedrich List è stato, nella Russia di fine Ottocento, inizio Novecento, il
pensatore economico dominante.
Non
solo “Sergei Witte”, che all'epoca era ministro delle finanze, che era un
discepolo aperto e dichiarato, ma se si legge, per esempio, il tipo di corsi di
economia che insegnava la scuola del ministero degli esteri in Russia, molto
basato su “List”, guardando anche al sistema americano del 19° secolo, dicendo
che questo è il modello che, sai, la Russia dovrebbe seguire.
Ed entrambi, credo, abbiamo notato che i russi
si guardano improvvisamente indietro e pensano a lui.
Voglio
dire, non ho letto “List”. Devo dirlo molto chiaramente. È qualcuno che forse
potrebbe fornire alcune delle risposte, un po' del quadro, o è solo un caso di
nostalgia per un altro tempo, che purtroppo si vede anche in Russia?
MICHAEL
HUDSON:
Ebbene,
List è stata la prima generazione di protezionisti americani. Sviluppò le sue
idee negli Stati Uniti con Matthew Carey nel 1820. Ma poi è andato in Germania,
dove, naturalmente, ha davvero sviluppato la sua teoria secondo cui la Germania
aveva bisogno di infrastrutture ferroviarie e aveva bisogno di un'iniziativa “Belt
and Road”, fondamentalmente. Quindi penso che sia stato attraverso la Germania
che List è arrivato in Russia.
Ma la
seconda generazione di protezionisti negli anni '1840 e '50 dell'Ottocento
negli Stati Uniti andò ben oltre la Lista.
E così
hanno tradotto il libro di List e hanno detto, beh, non ha davvero preso in
considerazione, non ha davvero spiegato come fosse necessario sviluppare un
sistema industriale basato su manodopera ad alto salario.
È
necessario aumentare la produttività del lavoro aumentando i suoi stipendi e
rendendolo più sano, meglio vestito, meglio alloggiato e tutto il resto. Quindi
List era solo la prima fase dei protezionisti.
E ho
scritto un libro su questo, “America's Protectionist Takeoff”, dove parlo di
List e dei suoi seguaci.
Voglio
dire una cosa su ciò che Glenn ha detto sugli Stati Uniti che è rilevante per
questo.
Gli
Stati Uniti non tengono mai conto del fatto che altri paesi potrebbero avere
una reazione a ciò che fanno gli Stati Uniti.
Hanno
perso il treno ogni volta.
Non
avevano mai sognato che la Russia avrebbe avuto un'alternativa o che la Cina
avrebbe avuto un'alternativa su cosa fare.
E
questo perché non pensare all'economia negli Stati Uniti come a un sistema.
Per
loro, un mercato esiste senza che il governo svolga alcun ruolo, senza che la
politica svolga alcun ruolo.
E se non hai un mercato, allora, ovviamente, non c'è
un sistema.
C'è solo un tutti contro tutti e una grabitizzazione.
Eppure l'economia del diciannovesimo secolo
era un sistema. Questo è ciò che è il marxismo. L'economia è sociale e
politica. Ecco
perché gli inglesi chiamavano le loro opere economia politica. Il libro di
Ricardo era Principi di economia politica, non un'economia di mercato.
E così
questa idea del mercato della libera impresa secondo cui i governi non
dovrebbero svolgere alcun ruolo, nessuna sovvenzione, e certamente non
dovrebbero tassare, questa idea anti-governativa ha messo i paraocchi sulla
politica estera americana, quindi non hanno alcuna immaginazione che la Russia
possa fare esattamente ciò di cui [Alex] sta parlando, che, naturalmente, hanno
fatto, come avrebbe fatto qualsiasi persona ragionevole, come ha fatto la Cina.
Questa è l'ironia di tutto questo.
Quindi
sono contento che, sì, penso che “Frederick List” sia probabilmente nelle
biblioteche russe, il libro più diffuso sulle idee protezionistiche, ma anche
Glenn ha menzionato la politica produttiva del Giappone.
Il
principale protezionista americano negli anni '1850 dell'Ottocento fu William
Seward, il partner legale del Segretario di Stato Seward, Erasmus Peshine
Smith.
E gli americani aspettavano che l'ambasciatore
britannico in Giappone tornasse in Inghilterra per una vacanza, e poi Peshine
Smith andò in Giappone, divenne consigliere del Mikado, e tradussero tutte le
opere protezioniste americane, e questa divenne la linea guida per il modo in
cui il Giappone sviluppò il suo protezionismo alla fine del XIX secolo.
Qualcosa
del genere deve accadere in Russia e in Cina, ma dovrà avvenire attraverso la
gente che legge i libri, perché non c'è nessuno vivente che ci andrà.
Quindi
tutto ciò che possiamo fare è raccomandare loro libri da leggere e includere
una storia del pensiero economico e dire:
come
hanno fatto gli altri paesi ad affrontare un problema che la Russia ha oggi? In
che modo gli altri paesi sono cresciuti e hanno sostituito l'Inghilterra per
liberarsi dal controllo inglese del commercio internazionale?
Vediamo
come hanno fatto gli altri paesi e vedremo cosa funziona e cosa non funziona.
GLENN
DIESEN:
Sì,
questa è la reazione a cui ti riferivi, perché quando Peshine Smith è andato in
Giappone su invito, i giapponesi, naturalmente, hanno guardato agli orrori con
la Gran Bretagna che ha distrutto la Cina nelle guerre dell'oppio dal 1840 al
60. Quindi questa è, ancora una volta, una reazione al sistema che cambia
intorno a loro.
Qualche
parola finale prima di concludere?
ALEXANDER
MERCOURIS:
È
stata una discussione stimolante.
Avremmo
potuto andare avanti per ore, credo, ma penso che questo sia un buon punto di
sosta perché, sai, abbiamo anche scoperto, voglio dire, non lo sapevo, che c'è
questo corpo di pensiero economico.
Forse
qualcuno dovrebbe scrivere al Cremlino e dirglielo, e a Zhong Nanhai.
MICHAEL
HUDSON: Questo è il tuo reparto, credo.
GLENN
DIESEN: Grazie pure. Lo apprezzo molto. Questo è stato immensamente
interessante.
MICHAEL
HUDSON: Sono contento che abbiamo scelto un argomento che non è sulla maggior
parte dei blog di discussione.
GLENN
DIESEN: Grazie ancora.
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