L’inno alla libertà dai tiranni dell’élite globalista.

 

L’inno alla libertà dai tiranni dell’élite globalista.

 

 

MASSONI PER LA LIBERTÀ, CONTRO

 OGNI TIRANNIDE PALESE O NASCOSTA.

 

  Nuovogiornalenazionale.com - Silvano Danesi – (12 Novembre 2023) – ci dice:

 

Le Cattedrali per il Terzo millennio non possono che essere, per i Liberi Massoni, Cattedrali alla libertà, alla democrazia e alla difesa dell’essenza spirituale dell’essere umano, senza la quale non c’è l’Umanità e, tanto meno, il suo progresso, ma un transumanesimo illiberale e totalitario.

Per costruire queste cattedrali è necessario fare i conti con ciò che la realtà ci pone di fronte in questo momento storico di grande cambiamento.

Nel testo di Salvatore Farina, “Il Libro completo dei Riti massonici” (Gherardo Casini Editore) si legge che, nel Rituale di Apprendista, in apertura dei lavori nel Tempio, il Maestro Venerabile avverte che non è più permesso ad alcuno “di intrattenersi in questioni di politica e di religione”.

Cosa significa? Ha ancora senso?

Ha ancora senso, in questo primo scorcio di terzo millennio, affermare che nelle Tornate nel Tempio non si deve parlare di politica e di religione?

Non ha forse più senso chiarire il concetto, affermando che non si deve parlare di partiti, di politici, di fazioni elettorali e che è invece più che mai opportuno riprendere in mano il bandolo della matassa per ritessere la trama della politica sull’ordito dei principi e per riscoprirne il valore essenziale per il progresso dell’Umanità?

Non ha altrettanto senso chiarire, se si intende difendere l’essenza spirituale dell’essere umano, che è necessario parlare di religione, nell’accezione di accesso al sacro e alla ricerca del Fondamento, non di religioni, ossia di sistemi di credenze, più o meno strutturati, e del loro sviluppo sulla scena della storia?

È sufficiente fare un passo in avanti nella lettura dei Rituali della Massoneria per trovarci immersi nel tema dei principi relativi alle forme di governo e alla tentazione, tanto assurda, quanto ricorrente, di fare di un’eteria iniziatica un soggetto di governo.

Nel testo del Farina, infatti, in riferimento al secondo grado, si legge che durante la cerimonia di passaggio, all’Apprendista, che sta per diventare Compagno, sono fatti leggere alcuni cartelli e su uno di questi si trovano i nomi di Solone, di Licurgo e di Pitagora.

Il Maestro Venerabile spiega che Solone era uno dei sette saggi della Grecia, poeta e grande oratore, il quale diede ad Atene una costituzione democratica e partì per un volontario esilio quando vide i suoi concittadini accettare il giogo di Pisistrato. Riguardo a Licurgo, il Maestro Venerabile afferma che egli era nato a Sparta due secoli prima di Solone e che con le sue leggi fu l’artefice della grandezza di quella città dell’antica Grecia.

Pitagora, afferma il Maestro Venerabile, creò quella scuola filosofica italiana che diede così splendidi frutti.

La riforma di Solone, nota anche come riforma timocratica o censuaria consistette in una serie di provvedimenti volti al mantenimento dello status quo, ma al contempo votati a risollevare i ceti più bassi dalle condizioni in cui versavano e a garantire loro una, pur limitata e circoscritta, rappresentanza politica.

L’ideale che Solone cercò di realizzare nelle sue riforme costituzionali fu quello dell’eunomìa, del buon ordinamento, cioè di un sistema di leggi che garantisse la giustizia, cercando di ridimensionare il potere e l’arbitrio indiscriminato degli aristocratici. Gli antichi attribuivano a Licurgo, personaggio di incerta storicità e datazione (variabile tra l’XI e il VII secolo a.C.) l’elaborazione della legge che fissava l’ordinamento politico di Sparta. Secondo la tradizione, tale legislazione, chiamata Grande Rhetra, sarebbe stata dettata a Licurgo dalla Pizia, sacerdotessa di Apollo a Delfi, con l’obbligo di mantenerla immutata nei secoli a venire.

L’ordinamento politico di Sparta prevedeva due re (diarchìa), appartenenti a due famiglie (gli Agiadi e gli Euripontidi), le quali si ritenevano discendenti di Eracle, l’eroe mitico fondatore di Sparta; avevano compiti militari (comando dell’esercito) e religiosi.

Vi erano, inoltre, cinque èfori (in greco, «custodi», «sorveglianti»), eletti fra tutti i cittadini, che restavano in carica un anno e avevano poteri molto estesi, compreso quello di giudicare gli stessi re.

La gherusìa (o gerusìa), un consiglio degli anziani composto da 28 spartiati sopra i 60 anni, più i due re, preparava le leggi da approvare in assemblea e giudicava i reati più gravi. I membri della gherusìa si chiamavano geronti.

 L’assemblea, chiamata a Sparta apélla, comprendeva tutti gli spartiati (e solo loro) con più di 30 anni, si riuniva una sola volta al mese, eleggeva gli èfori e i geronti, decideva sulla pace e la guerra, non poteva discutere, ma solo approvare o respingere le proposte di legge.

Quanto al riferimento a Pitagora, questo ci porta a riflettere su una concezione del governo della polis che ha connotato di sé i secoli e che rappresenta la parte del deposito pitagorico più discutibile e controversa, nonostante il valore dei suoi insegnamenti filosofici.

Pitagora, infatti, ha dato avvio all’utopia di un’élite che comanda il “gregge” degli umani in virtù di una propria sedicente competenza e di una propria sedicente saggezza.

Un’utopia che ha ben poco di moderno e risponde all’archetipo del “Patriarca” a capo di una tribù di nomadi pastori; è pertanto un’idea tribale antica che oggi si veste con i panni del Nuovo Ordine Mondiale il quale vuole non migliorare l’Umanità, ma costruire una Nuova Umanità, composta da uomini nuovi, senza storia e senza radici.

 Non una società aperta, ma una società senza identità, al servizio di pochi ricchi sedicenti eletti che, se anticamente erano i proprietari del gregge (pecus), oggi sono i proprietari della pecunia.

L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo, in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buon fine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.

 “Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – scrive Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. 

 

La costituzione di un’élite di governo ripropone il concetto di società chiusa, ossia tribale, che è la notte della ragione e il trionfo della tracotanza.

 Karl R. Popper, nel suo saggio “La società aperta e i suoi nemici”, sostiene il concetto, del tutto condivisibile, che “la democrazia fornisce una struttura istituzionale che permette non solo l’attuazione di riforme senza violenza, ma anche l’uso della ragione in campo politico”.

 

L’eteria pitagorica, con la sua pretesa di esercitare il potere delle élite, ha fatto da paradigma alle teorie platoniche e a quelle successive da queste derivanti, le quali si appoggiano sul concetto di “popolo eletto”, che emerge dalla forma tribale della vita sociale e dall’esempio di società antica, dalla quale Platone trasse il suo modello. 

L’ottimo Stato di Platone è uno Stato di casta, ove la classe dirigente governa il suo gregge o armento umano.

“Per quanto riguarda l’origine della classe dirigente – scrive Popper -, si può ricordare che Platone parla nel Politico di un’epoca anteriore anche a quella del suo stato ottimo, quando «la divinità stessa guidava [gli uomini] al pascolo e presiedeva loro, come fanno ora gli uomini, i quali guidano al pascolo altri generi di viventi di loro meno nobili…»”.

 E aggiunge: “Non si tratta affatto di una similitudine del buon pastore; alla luce di ciò che Platone dice nelle Leggi, questo passo deve essere interpretato assolutamente alla lettera. Infatti si afferma che questa società primitiva, che è anteriore anche alla prima e ottima città, è quella dei pastori nomadi sotto un patriarca”.

 

“Queste tribù nomadi, egli dice – continua Popper a proposito di Platone – si insediarono nelle città del Peloponneso, specialmente a Sparta, sotto il nome di «Dori»”, artefici, come ben fa notare Popper “del soggiogamento di una popolazione sedentaria ad opera di un’orda guerriera conquistatrice”, che ha come paradigma del governante il pastore patriarcale e la cui “arte di governare è una specie di arte del mandriano”.

Oggi l’arte del mandriano è incarnata dal modello cinese, ultimo sopravvissuto dei totalitarismi del ‘900.

Non a caso il modello cinese è guardato con simpatia dalle élite finanziarie che, proclamando la open society, di fatto vogliono realizzare una società governata da loro stesse.

La simulazione, il mascheramento è proprio di chi agisce occultando la natura del proprio gioco.

Il progetto platonico di città viene esposto in un lungo dialogo, la Repubblica. L’idea della Repubblica è quella di una polis fondata su un ordinamento tripartito: a capo i filosofi, che sanno agire in vista del bene comune; poi i guardiani, che si occupano di proteggere lo Stato; e infine il popolo.

 A ognuno di questi gruppi corrisponde una parte dell’anima: razionale, irascibile, concupiscibile; a ogni parte dell’anima corrisponde una virtù: sapienza, coraggio, temperanza.

La virtù della giustizia consiste nell’equilibrio delle componenti della polis, così come la giustizia nella singola persona consiste nell’equilibrio delle componenti dell’anima.

 

La realizzazione dello Stato giusto o perfetto platonico richiedeva alcune condizioni che per l’epoca erano piuttosto insolite: identità di compiti e di educazione tra uomini e donne, compresi gli esercizi ginnici e i doveri militari; una comunanza, per i guardiani, di donne e di figli, con la conseguente abolizione della famiglia e la trasformazione dello Stato in una grande famiglia e l’affidamento del potere ai filosofi.

“Perciò le donne dei guardiani – afferma Platone – devono spogliarsi, dato che si vestiranno di virtù anziché di abiti; e cooperare alla guerra e negli altri compiti di guardia dello Stato, senza occuparsi di altro”. […]. “Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore”.

Queste linee guida del rapporto tra uomini e donne non significavano il libero amore, ma accoppiamenti programmati dallo Stato al fine di ottenere la prole migliore, allevamento dei figli in istituzioni pubbliche, organizzate in modo tale che tutti potessero sentirsi membri di un’unica famiglia.

Lo Stato, secondo Platone, deve essere governato dai filosofi, in quanto: “A meno che i filosofi non regnino negli Stati o coloro che oggi sono detti re o signori non facciano genuina e valida filosofia, e non si riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia”, non ci può essere “tregua di mali per gli Stati”.

Così prosegue Platone in vari passi della Repubblica:

“Se, dissi io, o i filosofi non siano re nella loro città, o quelli che ora si dicono re e potentati non si diano onestamente e convenientemente a filosofare, e l’unica cosa e l’altra non coincidano nella stessa persona, (cioè) la potenza politica e la filosofia, e se quei molti che ora tendono separatamente all’una o all’altra cosa, non ne siano eliminati assolutamente, non ci sarà, caro Glaucone, riposo dai mali per lo Stato, e credo nenache per il genere umano, non che germogli nel (mondo del ) possibile e veda la luce del sole quell’ordinamento che ora nel discorso abbiamo descritto”.  […].

 “Questo intanto sulle nature filosofiche sia per noi stabilito, chì esse sono amanti sempre della scienza che può chiarirli intorno a quella sostanza che sempre è e non varia mai per generazione o corruzione”. […]. “Il vero amante del sapere dovrebbe esser maturato in modo da tendere tutto verso l’essere, e che non si dovrebbe fermare alla molteplicità delle singole cose che sono oggetto di opinione, ma andrebbe diritto e non lascerebbe rintuzzare e non cesserebbe del suo amore prima di raggiungere la natura dello stesso in ciascuna sua manifestazione….”.

 

La Repubblica di Platone non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e propedeutico alla loro continuazione.

In particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta (404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico», hanno continuato a ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di un esperimento da migliorare e riproporre”.

 

Luciano Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in vari luoghi

. “In Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”.

 

Canfora ricorda le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di Aristofane.

Sotto tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli.

Canfora ricorda inoltre la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) qualcuno dice, forse rivolto a Platone medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”.

 

Significativo l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia, grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”.

 “In altri termini – sostiene ancora Canfora – l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle essere anche una fucina di  potenziali «governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare in nome di allarmanti progetti”.

 

La teorizzazione iniziata dai pitagorici, proseguita nei secoli nella Repubblica di Platone, nella Città del Sole di Tommaso Campanella, nell’Utopia di Tommaso Moro, nella Nuova Atlantide di Francesco Bacone ha ispirato totalitarismi e dittature.

 

La libertà, la democrazia e il welfare sono oggi in pericolo di estinzione.

 

E qui arriviamo ad uno dei punti centrali del nostro ragionamento: il pericolo che libertà, democrazia e conquiste sociali siano condotte verso l’estinzione.

 

“Mai la libertà, dacché è divenuta il diritto moderno, ha corso maggiori pericoli di quanti ne corra ora”.

Tale affermazione, contenuta nel Rituale del 30° del Rito Scozzese Antico e Accettato, così come ce lo propone il testo del Farina (Il libro completo dei Riti massonici), ha il sapore di una profezia riguardante la drammatica attualità.

 

Una pandemia devastante ha posto l’essere umano di fronte alla sua fragilità e ne ha messo a nudo i deliri di onnipotenza.

Gli umani, braccati da un nemico forse sconosciuto, mentre tentano di frenarne la ferocia e di combatterne la potenza, si sono asserragliati nelle loro moderne grotte.

La pandemia ha messo a nudo un’idea di progresso falsa, in quanto basata sul potere di pochi e su un uso della tecnologia che, progressivamente e subdolamente, sta mettendo limiti sempre più stretti alla libertà individuale e di pensiero e sembra indirizzata ad un asservimento generale dell’Umanità, in un moderno Medioevo, dove pochissimi comandano, pochi eseguono le direttive di chi comanda e la gran massa degli esseri umani subisce ed ubbidisce.

 

Nel mondo odierno si confrontano sistemi democratici, alla cui costruzione la Massoneria ha dato un contributo determinante e sistemi totalitari, che la Massoneria ha combattuto e ha il dovere di combattere.

 

Oggi, a fronte del tentativo globalista di instaurare uno governo mondiale orwelliano, a chi chiama in causa la Massoneria va detto a chiare lettere che la Massoneria è universale, in quanto pratica la conoscenza guardando alle leggi dell’Universo, ma non è per nulla globalista, in quanto ritiene la Patria uno dei pilastri sui quali costruire un armonico dialogo tra gli esseri umani che nei secoli si sono associati in nazioni, stati, patrie (luoghi dei padri).

 

La Massoneria ama la libertà, così come è scritto nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, di chiara ispirazione massonica:

“Noi teniamo per certo che queste verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà ed il Perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti tra gli Uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che quando un qualsiasi Sistema di Governo diventa distruttivo di questi fini, è Diritto del Popolo di alterarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo Governo, ponendone il fondamento su questi princìpi ed organizzandone i poteri in una forma tale che gli sembri la più adeguata per garantire la propria sicurezza e la propria Felicità”.

 

In questo inizio del Terzo millennio è in discussione il concetto di fratellanza, che nei sistemi democratici ha assunto le vesti concrete del welfare, ossia di uno Stato che guarda alla salute psicofisica dei suoi cittadini, attuando presidi, come la scuola, il sistema sanitario, la difesa dei più deboli, la cura degli anziani.

 

La tragedia pandemica ha messo a nudo uno degli aspetti più crudeli della progressiva perdita del concetto di fratellanza: il rispetto e la cura degli anziani, che sono i nostri padri e che diventano i nostri Avi. Chi non ha cura dei propri Avi, chi non li onora, è un’anima velenosa e di questi tempi si sono sentite voci e si è assisto a pratiche nefande che considerano gli anziani scarti di produzione, pesi da eliminare, perché costosi per un’idea di progresso che è fatta di produttori e consumatori asserviti al mercato, assurto a nuovo dio al quale rendere omaggio.

 

La decimazione degli anziani e le carenze dei sistemi sanitari hanno messo a nudo la progressiva eliminazione del welfare che, in altri termini, si chiama fratellanza.

 

Il concetto di progresso dell’Umanità è stato contrabbandato per progresso economico, produttivo e tecnologico, sempre più affidato all’automatismo algido degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, che già si ipotizza sostituirà quella umana, in una logica disumanizzante e illiberale che può sfociare in uno Stato totalitario mondiale, già ipotizzato profeticamente da Orwell e ben descritto in un film famoso: Matrix, dai risvolti iniziatici.

 

Sta tornando, come non si era visto da tempo, la censura, accompagnata dall’idea che sia lo Stato a decider cosa sia vero e cosa non lo sia, con sistemi di controllo che evocano quelli degli Stati totalitari dello scorso secolo e della Santa Inquisizione. All’informazione si vuol sostituire la formazione, con intenti pedagogici tipici dei regimi illiberali.

 

La libertà di espressione è un diritto inalienabile del cittadino in uno Stato democratico.

Il concetto di uguaglianza, conquista della democrazia, intesa come parità di opportunità per tutti i cittadini, da corroborare con il merito e la verifica, è messo drasticamente a rischio con il declino del welfare.

 

A questa deriva la Massoneria ha il dovere di opporsi, con idee, progetti, azioni, per costruire le cattedrali del Terzo millennio che, come le cattedrali del primo e del secondo dell’era volgare, devono essere un inno all’armonia e alle leggi della natura.

La libertà è il bene principale dell’essere umano, affermato sin dal momento nel quale un profano bussa alla porta del Tempio. Gli si chiede, infatti, se è un essere umano libero, perché la libertà è la qualità prima, imprescindibile, irrinunciabile di ogni Massone.

Ad affermarlo in modo chiaro e fuor da ogni dubbio sono i Rituali massonici dei primi tre gradi e, in forma dichiarativa esplicita ed impegnativa, in quelli del Rito Scozzese Antico ed Accettato nelle formulazioni che ci offre il Farina.

Il massone, avvocato del debole e del popolo, è agente di riforma e di progresso.

 

Nel 9° grado, il Massone è “un agente di riforma e di progresso: è l’avvocato del debole e del popolo: odia il potere insolente, impudente, l’usurpatore: ha la missione di istruire gli ignoranti, di soccorrere i disgraziati, di rialzare tutti coloro che sono caduti in basso.

 Per raggiungere tal fine il Massone agisce, combina le sue azioni in maniera di riuscire, detesta la vana agitazione, il turbamento inutile e lo sforzo inane”.

“La Massoneria insegna che il potere è una delega avuta dal popolo: la delega cessa quando l’interesse del popolo lo richiede.

 Il contratto è rotto se il potere non osserva la sua missione: la resistenza al potere usurpato è un’obbligazione sorgente dall’obbligo di mantenere intatto il progresso raggiunto dallo spirito umano”.

 

Non solo: “È vergognoso soffrire volontariamente e mettere ai piedi di un tiranno l’indipendenza acquistata dalla coscienza dell’uomo”.

La Massoneria dice ai suoi Fratelli:

«Se l’intelligenza o la fortuna vi chiameranno a delle posizioni elevate, ricordatevi che colà i vostri interessi e quelli della vostra famiglia cessano di aver diritto su di voi avendo voi alienato a profitto del pubblico il vostro riposo e la vostra personalità, non avendo voi conquistato il posto, ma avendo il posto conquistato voi, il vostro tempo e la vostra forza. Accetterete lealmente le conseguenze di tale alienazione che avete fatta volontariamente: la vostra coscienza soltanto dovrà dominare le vostre azioni e funzioni: sarete al servizio del vostro paese, ma non potrete servirlo che secondo la vostra ragione. Se occorrerà affrontare persone più potenti di voi, il vostro dovere sarà di lottare anche se avrete la certezza di soccombere: se il pubblico si ingannerà, il vostro dovere sarà quello di sacrificare e di rinunciare alla vostra popolarità, di cedere il posto a coloro che potranno accettare le sue decisioni con la sincerità delle loro proprie convinzioni”.

 

Infine: «Non nascondete mai la vostra opinione: commettereste un abuso di fiducia se non vi ritiraste dalla vita pubblica quando vi trovaste ad avere delle idee diverse da quelle dei vostri mandanti”.

 

Nel 18° Grado è contenuto un insegnamento impegnativo: l’idea della difesa del diritto anche, se necessario, per mezzo delle armi, vale a dire l’idea cavalleresca.

 

“Durante l’oscura epoca medioevale – è scritto – la Cavalleria rappresentava la rivendicazione del diritto individuale: la difesa del debole, il giusto orgoglio del buon diritto, la protesta contro l’arbitrio. Nei tempi in cui tanti pregiudizi regnavano come despoti, sembra che l’uomo abbia avuto bisogno di dividere il lavoro: ad alcuni incombe l’idea scientifica, ad altri l’addolcimento dei costumi, ad altri ancora la conservazione dell’energia. Occorsero queste tre cose, amore, coraggio e scienza, per aver ragione del nemico, per giungere alla risoluzione pacifica, quando poté esserlo, violenta, quando fu necessario. Al naturalista laborioso, al dolce apostolo della tolleranza, la Massoneria aggiunse il Cavaliere. Dei tre, essa fece il Massone Rosa Croce. Dopo averlo armato di scienza e di libertà, gli dette una spada”.

 

Al Massone Rosa Croce, conseguentemente, è detto:

 “Che il debole e l’oppresso trovino in te un difensore risoluto; se occorrerà, dovrai salvare la Patria dalla tirannide da qualunque parte venga, sia dall’alto, sia dal basso. Che la tua intelligenza penetri le leggi del mondo. Che la giustizia esalti l’animo tuo. Sii libero! Sii felice nelle tue azioni …”.

 

La Massoneria segue la legge del lógos e contrasta assolutismo e tirannia.

 

Nel 30° Grado, il Massone riceve dalla tradizione templare il dovere di lottare contro l’assolutismo.

“Così – si legge nel testo del Farina – uscendo dalla tortura, il Procuratore Generale del Tempio, Pierre de Bononia, diceva: «Il più gran bene che è dato all’uomo di possedere è il libero arbitrio».

Un tal bene, il più prezioso fra tutti, non lo vogliamo per noi soli, vogliamo concederlo anche agli altri, ma sopra tutto, noi intendiamo proteggerlo e difenderlo presso coloro ai quali sarà contestato, lo fosse anche dai nostri stessi amici”.

Nel Rituale del 4° Grado si legge: “Noi abbiamo giurato fedeltà al dovere, qualunque esso sia. Il dovere comprende l’obbedienza alla Legge e, di conseguenza, la lotta contro la tirannia, poiché ogni tirannia è la negazione della Legge”.

Di quale Legge si tratta? Lo spiega lo stesso Rituale laddove è scritto: “Al di sopra di ciò voi sentirete l’immutabile ed eterna «legge che rappresenta la Massoneria, la legge del lavoro, la legge della trasformazione, la legge del movimento».

Più esplicito il 30° Grado dove, dopo un accenno ad un “focolare misterioso”, è scritto, sempre nel testo offerto dal Farina:

 “Tale è probabilmente il miglior simbolo della Realtà assoluta della quale la logica proclama l’esistenza, quando a mezzo del pensiero si sopprimono tutti i limiti di durata e di spazio. Vi è là un’immagine che può egualmente venire accettata dalla religione e dalla scienza. Se tale Realtà non è riconoscibile, noi possiamo almeno definire il suo modo d’azione nel tempo e nello spazio; è ciò che noi chiamiamo Lógos; è ciò che nel linguaggio simbolico della filosofia contemporanea viene chiamato Energia. Anche qui noi siamo impotenti a scoprire la natura intima di questo primo fattore; tuttavia, ciò che più è importante, noi possiamo stabilire che l’Energia opera secondo delle leggi fisse, accessibili al nostro intelletto”.

 

E ancora: “Così l’Energia, a mezzo della quale si rivela la Realtà che serve di base all’universo, appare, tanto nel mondo morale che in quello fisico, come il Potere eterno che lavora per l’armonia”.

Il 30° Grado ci parla di Energia, la stessa della quale si parla nei testi antichi della sapienza egizia, alla quale si richiama la tradizione massonica.

Nei testi egizi antichi troviamo infatti, a questo proposito, due definizioni molto interessanti: “Sono il Dio grande venuto al mondo da solo. Chi è? L’energia. L’oceano di energia primordiale. Il padre degli dèi”. Tomba della regina Nefertari.

Nei testi attribuiti a Ermete Trismegisto (La rivelazione di Ermete Trismegisto, Lorenzo Valla) si legge: “Dio energia che tutto comprende (CHII). L’energia di Dio è costituita dall’intelletto e dall’anima (CHXI). Dio è tutte le forme (Trattati X).

Riguardo al Demiurgo, ossia all’Artefice, al Logos (azione dell’Arché) i testi egizi sono altrettanto interessanti:

“Io sono l’Eterno, sono la luce divina che è uscita dall’energia primordiale con il nome di Divenire. La mia anima (Ba) è di natura divina. Sono colui che ha creato il verbo. Vengo alla luce da solo, ogni giorno la mia vita è l’eternità”. Testi dei Sarcofagi.

La religione del Logos è ricerca del fondamento.

 

Da quanto sin qui esposto è chiaro che la Massoneria ricerca il fondamento, il “primo fattore” e identifica nel Logos l’agente della manifestazione di tutto quello che chiamiamo realtà.

 

Non è senza un preciso motivo che sull’Ara, all’apertura dei lavori massonici, si trovi il Vangelo di Giovanni aperto al Prologo.

Quella della Massoneria non è un’opzione religiosa nel senso di adesione ad una credenza specifica, ma è la presa di coscienza che in un testo sapienziale è contenuta, in forma sintetica e mirabilmente scientifica, la spiegazione della dinamica con la quale il Principio (Arché) dà luogo alla molteplice realtà per mezzo del Logos, che è la sua azione attuativa.

 

Soffermiamoci sul concetto di religione, che il latino ci consegna con religio, religionem che ha il significato di “considerazione” o “cura riguardosa” e deriverebbe da un supposto verbo religere, composto dalla particella re- che accenna a frequenza e legere, scegliere. In senso figurativo è cercare e guardare con attenzione.

In questo senso la Massoneria potrebbe essere considerata una religione: la religione del cercare e del guardare con attenzione; la religione della continua ricerca per risalire dal molteplice al Fondamento, per accedere al sacro, per conoscere l’essenza, a partire dall’essenza propria di ogni essere umano.

L’Enciclopedia Treccani, a proposito del termine religione, ci avverte che

“l’origine storica del concetto ha per lungo tempo impedito un’adeguata comprensione di quelle formazioni culturali che comunemente si chiamano religioni e che sono di origini particolari e diverse: non è necessario infatti che una religione implichi un concetto di Dio, abbia articoli di fede, comprenda azioni di culto, né forme di carattere morale; come massimo comune denominatore di ogni complesso chiamato religione si può ritenere il rapporto di un gruppo umano con ciò che esso ritiene ‘sacro’, tenendo tuttavia presente che anche quest’ultimo concetto è indefinibile e storicamente condizionato”.

 

“Il termine religione – scrive a sua volta Umberto Gorel Porciatti – deriva dal latino religio ed è di etimologia incerta.

 Secondo la più accreditata etimologia la radice comune è quella del verbo relegere che vale anche aggomitolar di nuovo, scorrere di nuovo, risolcare; come tale è data da Cicerone (De Nat. Deorum, II, 28)…L’etimologia da religare – rilegare, legar dietro, attaccare, aggiogare – è quella di Lattanzio (Instit. VI, 28)”.

 

Tra le possibili etimologie preferisco quella che fa discendere il vocabolo religione dalla particella re, che significa frequenza, e dal verbo legere, che equivale a scegliere e, in senso figurato, a cercare, guardare con scrupolosa cura. Cercare è il modo essenziale per conoscere.

Per questo motivo un massone non può essere un libertino (colui che esercita il libero pensiero) irreligioso, in quanto il suo operare è costante ricerca, rilettura, osservazione scrupolosa, sulla via illimitata della Conoscenza.

Nulla a che fare, dunque, la sua religiosità con le “religioni”, ossia con i sistemi ideologici che si occupano, a vario titolo, del Divino. Tali sistemi ideologici, che hanno origine in pensieri frutto della mente umana eretti allo status di verità rivelate, assiomatiche, dogmatiche, elaborano in seguito scolastiche che costituiscono il tentativo di trovare ad essi vie d’accesso razionali.

La Massoneria, come già detto, postula l’esistenza di un Fondamento, ma ne ricerca la conoscenza seguendo la via della sua azione e della sua manifestazione, senza sentirsi limitata dall’idea della rivelazione.

Transumanesimo: il virtuale surrogato dell’anima e dello spirito

In questo scorcio di inizio del terzo millennio, l’essere umano è disorientato e rischia di essere costretto nello spazio tempo della sua vita terrena, schiavo di illusioni transumananti.

La Massoneria ha oggi il compito sacro di riportarlo all’Oriente, al suo oriente, ossia alla presa di coscienza della sua essenza.

È questo un compito immane, ma necessario, in quanto siamo in presenza di teorie come il cosmismo e il transumanesimo che rischiano di snaturare l’essere umano e, conseguentemente l’Umanità intera.

Il virtuale al posto dell’animico e dello spirituale apre le porte ad una religione cibernetica, perfettamente funzionale alla finanza, che è, a sua volta, la virtualità dell’economia reale.

Il confronto in atto non è solo politico, geostrategico, finanziario; è di mutamento antropologico.

La cibernetica e la genetica stanno diventando sempre più invasive della sfera relativa all’essenza dell’essere umano.

Le applicazioni della cibernetica sono arrivate ad un punto cruciale.

 

Cibernetica deriva dal greco kybernḗtēs, dal significato di pilota di nave e, oggi, in discussione, da parte dell’avanzare della cibernetica, è proprio il pilota che, in altri termini, è il complesso conoscitivo, sensoriale e coscienziale dell’essere umano, a partire dal suo cervello.

Il vascello, ossia il corpo umano, nella sua complessità omeostatica, è oggi messo a dura prova dalla genetica che, se da un lato lo aiuta a risolvere molte malattie, dall’altro lo può modificare nella sostanza.

La genetica, infatti, è arrivata al codice.

 

Un esempio eclatante viene dalla Cina, che starebbe conducendo esperimenti su esseri umani, nello specifico membri dell’Esercito Popolare di Liberazione, al fine di sviluppare soldati che possano vantare capacità biologiche che superino anche quelle del più addestrato soldato, qualcosa che, in fin dei conti, abbiamo visto solo in qualche film di fantascienza o di supereroi.

Per ottenere questo scopo i cinesi starebbero utilizzando la tecnologia CRISPR, una delle tecnologie di manipolazione genetica tra le più avanzate, ma anche tra le più discusse.

 In campo medico la tecnologia CRISPR viene usata per modificare i genomi e, ad oggi, è uno degli strumenti genetici più importanti in assoluto.

 Lo strumento può essere utilizzato per alterare in maniera relativamente facile le sequenze di DNA e ciò ha portato a molte applicazioni, tra le quali la correzione di difetti genetici e il contrasto e la prevenzione di malattie che vedono proprio nei geni le loro cause principali.

 Le preoccupazioni riguardano soprattutto eventuali applicazioni che si possono fare di questa tecnologia per modificare i geni al fine di aumentare le prestazioni di una persona o modificare le sue caratteristiche genetiche per scopi non medici.

Semnotei, perché l’etica sia compagna di genetica e di cibernetica.

La Massoneria, in questo contesto, ha di fronte a sé nuove prove, così come le ha avute nei secoli passati, e ha il compito di combattere la tendenza disumanante, riportando costantemente l’essere umano a conoscersi come tale.

In questa nuova temperie la Massoneria deve mettere a guardia della cibernetica e della genetica l’etica, secondo le accezioni eraclitea e heideggeriana di “soggiorno”, di abitare alla presenza del divino.

L’eracliteo «Ηθος Ανθρωπῳ Δαιμων», «Ethos anthropoi daimon» (frammento 119 Diels Kranz), tradotto solitamente con un riferimento al carattere., è apertura verso il daimon.Anche nella versione heideggeriana, che introduce il concetto di etica come soggiorno, il rapporto essere umano-daimon si propone come apertura dellessere umano incarnato alla presenza del daimon, cosicché letica, da non confondere con la morale, diviene la conoscenza di se stessi come daimones, angeli, scintille del fuoco sempre vivo, al che acquista significato preciso l’imperativo scritto sul frontone del Tempio di Delphi: “Conosci te stesso”.

 

Conoscere sé stessi nelle accezioni eraclitea e heideggeriana significa essere semnotei.

Così erano definiti dai greci i druidi, i grandi saggi del mondo celtico.

I druidi erano in primo luogo filosofi, conoscitori delle leggi della natura e dell’etica. Erano inoltre medici, giuristi e giudici, astronomi, profeti, in quanto la loro conoscenza permetteva loro di prevedere il corso degli avvenimenti e veggenti, in quanto capaci di vedere chiaro e a fondo nella dinamica della realtà, nell’anima degli uomini, nelle grandi leggi che presiedono alla manifestazione dello Spirito.

Che fossero veggenti lo dice il loro stesso nome, dru-wid, molto vedenti, dove il vedere è strettamente connesso con la conoscenza della parte più intima della realtà, oltre l’apparenza. Erano anche considerati semnnotei e su questa loro caratteristica mi soffermo, in quanto attiene al tema dell’etica.

 

L’etimo di semnoteo conosce varie possibili definizioni. Sul prefisso sem non ci sono versioni diverse tra di loro: deriva da sim (quella particolare molteplicità che è l’unità), dalla radice indoeuropea *sem dal significato di uno o assieme o tutt’uno. Theós potrebbe riferirsi alla radice Thýo, sacrificare. Mircea Eliade (Storia delle credenze religiose) ne esclude l’appartenenza all’area dayus. “Esso – scrive – deriva dal radicale indicante l’anima, lo spirito del morto” e lo confronta con il lituano dwesiu, respirare, con lo slavo duch, respirazione, con dusa, anima. “Possiamo dunque supporre – afferma Mircea Eliade – che theós, dio, derivi dall’idea dei morti divinizzati”. V’è, tuttavia, un’interpretazione che maggiormente mi convince e che si riferisce alla radice thea, che significa vedere, contemplare, da cui theáomai: guardo, contemplo, sono spettatore. E’ un’interpretazione del significato di semnoteo che meglio si addice al druida e che collima con il suo praticare l’etica.

 

Il soggiornare presso l’Essere, questo farsi ospitare, è proprio del semnoteo, ossia del druida, nella sua tensione verso l’unità con l’Essere e nel suo essere osservatore, contemplatore dell’Essere.

L’etica è, dunque, un soggiornare che implica una tensione conoscitiva verso l’unità che si esplica nell’osservazione e nella contemplazione, ossia in una costante apertura, disponibilità al darsi dell’Essere. L’etica è tensione verso la conoscenza della sapienza del divino, dell’infinito campo informativo dal quale scaturiscono le realtà dei mondi.

Se l’universo, come ipotizzano gli scienziati, è essenzialmente informazione e i frammenti fondamentali di informazione che generano l’universo vivono alla scala di Plank in forma di bit, il semnoteo modernamente inteso è colui che sa ricevere le informazioni che promanano dal campo informativo che chiamiamo l’Essere.

Praticare l’etica, come facevano i druidi, è praticare il soggiorno ed è rendersi disponibili alla conoscenza.

L’essere umano etico è colui che segue la via della conoscenza, la quale presuppone libero pensiero, scevro da dogmi, verità rivelate, schemi mentali e pregiudizi.

L’etica non è una costellazione valoriale, derivante da un Superente, come ad esempio il Sommo Bene, ma tensione conoscitiva, un aprirsi alla conoscenza, un’accettazione del costante sopravvenire del nuovo.

Essere semnotei significa essere disponibili ad ascoltare l’Essere, la voce dell’Essere che nell’orizzonte dell’apparire dà all’uomo notizie degli enti.

Qui incontriamo la Natura, la Phýsis che, nel pensiero dei presocratici, è l’apparire dell’Essere.

Quando “i primi filosofi pronunciano la parola phýsis, essi – scrive Emanuele Severino – non la sentono come indicante quella parte del Tutto che è il mondo diveniente. ….Phýsis è costruita dalla radice indoeuropea bhu, che significa essere e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzitutto) alla radice bha, che significa «luce» e sulla quale è appunto costruita la parola saphés”[xi], dove saphés significa chiaro, manifesto, evidente, vero.

 

“La vecchia parola phýsis significa «essere» e «luce» e cioè l’essere nel suo illuminarsi”.] Vera Luce.

 

Phýsis è “il Tutto che si mostra come verità incontrovertibile.

 

Severino ci ricorda che kósmos deriva dalla radice indoeuropea kens. “Essa – scrive il filosofo bresciano – si ritrova anche nel latino censeo che, nel suo significato pregnante significa «annunzio con autorità»: l’annunziare qualcosa che non può essere smentito, il dire qualcosa che si impone. Ci si avvicina al significato originario di kósmos se si traduce questa parola con «ciò che annunziandosi si impone con autorità». Anche l’annunziarsi è un modo di rendersi luminoso. Nel suo linguaggio più antico, la filosofia indica con la parola kósmos quello che essa indica con la parola phýsis: il Tutto, che nel suo apparire è la verità innegabile e indubitabile”. Kosmos non è mondo, ma “invisibile armonia sottesa al chaós”. La Vera Luce è armonia sottesa al chaós.

 

La phýsis, dunque, è kósmos e l’antica Dea Madre Universale era kosmós, cosmica.

Sempre Severino, alla cui chiarezza espositiva ci affidiamo, scrive che epistéme, comunemente tradotto con scienza, è “lo «stare» (stéme) che si impone «su» (epí) tutto ciò che pretende negare ciò che «sta»: lo «stare» che è proprio del sapere innegabile e indubitabile e che per sua innegabilità e indubitabilità si impone «su» ogni avversario che intenda negarlo o metterlo in dubbio. Il contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamarono kósmos e phýsis.[xvi]

La vera scienza è comprensione della Phýsis: il tutto che si mostra.

La vera scienza è, dunque, la comprensione della  phýsis, della Natura, del Tutto che si mostra.

Phýsis è kósmos ed è epistéme e phýsis è il rendersi evidente, l’apparire dell’Essere che, tuttavia, rimane nascosto.

“Se il mondo è phýsis che «dischiudendosi si manifesta», l’uomo si lascia sorprendere dallo stupore proprio di chi si meraviglia di fronte allo spettacolo cosmico che si dispiega”.

 

È questa la condizione del semnoteo, del druida, dell’iniziato.

Nel pensiero filosofico antico troviamo la parola archè, “dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano”, ma anche “forza che determina il divenire del mondo”, quindi anche legge che lo governa (in altre parole Ritam, Recht).

 

L’Arché è, nel pensiero dei primi pensatori greci, “l’unità da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano”. Un’unità intesa come identità che ogni singolo ha con ogni altro.

Arché o archi, come archei, dal significato di principio, di essere a capo, di essere il primo di una serie e primo nel tempo e dal tempo (archaîos=antico) derivano dalla radice *arh dal significato di valere, meritare, potere, esser degno, superiorità, eccellente, primeggiare, grado superlativo. Tutti significati attribuiti alla Dea che è Potnia (potente), eccelsa (Brighit) e che è la prima e il principio.

 

Se analizziamo ora la parola archetipo, notiamo come sia composta da archè e typos (immagine, impronta). Gli archetipi sono dunque le immagini, le impronte dell’Arché, ossia della dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano e la forza che determina il divenire del mondo.

 

Il massonico concetto di Architetto dell’Universo (archi-tékton, capo costruttore) è dunque traducibile nell’azione del Principio che costruisce l’esistente: il Logos.

 

La phýsis è (Anassimando) apeiron, ossia infinito, illimitato, immenso, originaria unità degli opposti ed è non solo arché, ma anche stoichéion, elemento unificatore del molteplice.

 

“Anche in Eraclito – scrive Severino – la phýsis è sia stoichéion, sia arché: sia l’identità delle cose diverse e opposte (ossia la loro legge e il loro ordine), sia il luogo divino dove tutti gli opposti sono originariamente ed eternamente raccolti e dove la legge delle cose è il contenuto della suprema sapienza del Dio, da cui procede ed è governato il divenire cosmico”. [xxi]

Essendo la phýsis, come s’è visto, l’apparire dell’Essere, la phýsis rimane sul confine del Tutto. Questo apparire sul confine è un’immagine che ben si attaglia alla druidica Nona Onda, “estremo confine della Terra, al di là del quale – scrive Philip Carr Gomm – si estendono i mari neutrali”.

La Nona Onda è l’estremo confine del soggiorno: un confine non statico, ma estremamente diveniente, poiché le onde continuamente si creano e si infrangono, rappresentando esse stesse il trasformarsi dello spirito (soffio divino) in vibrazione energetica, che è anche materia. Oltre la Nona Onda (il 9 è anche il numero della Dea, della Virgo, dell’energia) si estendono i mari neutrali, l’Oceano primordiale, il Punto Zero, Ceugant, l’Essere, la infinita informazione.  

Navigare sulla Nona Onda è solcare le acque del soggiorno, le stesse dove è nata Afrodite, spuma del mare primordiale.

 

Analizziamo ora anche il vocabolo caos. Il caos, dalla radice indoeuropea cha o gha indica apertura, dischiudersi.

 

Il caos, scrive Severino, è “l’immensità dello spazio originario, l’apertura immensa, cioè non misurabile, illimitata. Tutti gli dei e tutti i mondi si pensano al suo interno. Il caos è la dimensione più ampia che il mito greco sia riuscito a pensare. Ciò che gli manca, per possedere il significato filosofico del Tutto, è il motivo in base al quale poter escludere che qualcosa si trovi al di fuori di esso”.

 

L’Essere non è caos e non è l’Uno (identità di ogni singola cosa con le altre: archè e stoichéion). L’Essere è Tutto.

 E’ Ceugant, il cerchio vuoto che tutto comprende. E’ zero.

 

Essere, da  *es,  in sanscrito “asus” che significa vita, vivente, ciò che in sé e per sé sussiste (la radice indogermanica bhû-bhue, si ricollega al greco phýo, che significa schiudersi, imporsi, predominare, da cui phýsis e phýein).

“Fondamento dell’essere – scrive Umberto Galimberti – è il fondo abissale (Abground) che si dischiude”.

 

Phýsis (phýo, dischiudersi),  il rendersi evidente del Nascosto, se vogliamo usare un simbolo sacro del mondo druidico, è rappresentabile con un triskel, che appunto rappresenta il dischiudersi, lo sbocciare e il tenersi dell’essere nel suo sbocciare in una trinità dicibile con: Skiant, Nerz, Karantez, dove Skiant è la sapienza dell’Essere (informazione proiettata, progetto), Nerz è la sua  forza (energia) e Karantez è l’amore (a-mors= vita), energia che si fa materia.

 

Tradotto in chiave massonica: Minerva (sapienza che illumina), Ercole (forza che rende saldo, impronta e stabilizza) e Venere (natura, vita, che irradia e compie nella bellezza).

 

Possiamo dire, in altri termini, che phýsis è il rendersi manifesto dell’Essere con la Sapienza, la Forza e l’Amore (Vita).

SKIANT

Soggiornare presso l’Essere, essere semnotei, druidi, significa sapersi collegare al livello profondo da cui emana la consapevolezza, poiché il Tutto è intelligenza cosciente. 

In quest’ottica, in base a questo approccio, anche la Natura, intesa come la Grande Dea Madre Universale, assume un significato che ci riporta all’etica, ad una tensione conoscitiva che coglie i vari stati dell’Essere nella sua incessante manifestazione. 

La conoscenza iniziatica è Theoria e episteme.

 

Un cammino iniziatico ha come obbiettivo la conoscenza, intesa come theoría e come episteme (la Vera Luce, la luce sacra della somma sapienza) e la ricerca come progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento.Theoria è contemplazione del Logos e, essendo il Logos lazione e il mostrarsi dellarchè, ossia del Fondamento, contestualmente e necessariamente, è la Theoria dellarchè, della phýsis e, infine, dell’ólos, il Tutto.

 

Riassumendo il contenuto di alcuni frammenti eraclitei, Miroslav Marcovich, scrive che “a livello logico il Logos è valido universalmente e opera in tutte le cose” (114 + 2 DK), che “a livello ontologico, il Logos è un sostrato al di sotto della pluralità sensoriale delle cose: è una unità sottostante a questo ordinamento del mondo”; che “a livello epistemologico, riconoscere il Logos, è condizione necessaria per una reale e corretta conoscenza dell’ordinamento del mondo” (30DK) e, infine, che “a livello etico di comportamento, il Logos, è una regola di corretta condotta di vita (…)“

 Scrive Eraclito: “Le cose di cui c’è vista e udito e percezione queste in verità io preferisco” (fr.55DK) e aggiunge: “Gli occhi sono testimoni più fedeli degli orecchi” (Fr 101 a DK). Tuttavia Eraclito ci avverte che: “Cattivi testimoni sono occhi ed orecchi per gli uomini, se questi hanno anime che non ne comprendono il linguaggio” (fr.107 DK) e che: “L’apprendere molte cose non insegna l’intelligenza; altrimenti l’avrebbe insegnato a Esiodo e Pitagora; e anche a Senofane e Ecateo”. “La percezione sensibile e l’esperienza – commenta Miroslav Marchovic – richiamano la condizione basilare per l’apprendimento del Logos onnipresente, ma questa non è la sola condizione: altre ne sono richieste, fra cui l’intelligenza, la facoltà di interpretare correttamente i dati dell’esperienza e l’intuizione. Senza tali condizioni l’uomo non può raggiungere il Logos, né ottenere la sapienza (nous), rimanendo ad uno stadio sterile”. [xxv]

 

La Verità secondo cui il Tutto si costituisce è Dike, la giustizia. Adika è l’ingiustizia, il non avere timore di Dike, la Verità secondo cui il Tutto si costituisce.

 

Eschilo, nelle Eumenidi, afferma: “Chi potrà ancora, città o mortale, venerare la giustizia, se non nutre la mente nella luce”.Eschilo nellAgamennone afferma che nutrire la mente con questa luce è darle la potenza.

 

E la Vera Luce è la sapienza, che è episteme.

“La vita della città e del mortale – afferma Severino – ha “potenza” solo se si sottomette all’archè della verità che salva” e questa vita è quella dove il deinón-arché [il timore dell’archè] sorveglia la mente e le dà la luce del sapere che salva (sōphroneîn)”. [xxvi]

 

La hýbris è la “volontà di ogni singola forza del mondo di imporsi alle altre forze, senza tener conto dell’Ordinamento eterno di Dike”.Nel linguaggio di Eraclito, hýbris indica il raddoppiamento di adikía [] che «deve essere spento» (Fr.43).

 

Nella temperie odierna la hýbris è in azione in molteplici forme ed è compito del Massone opporre alla hýbris il cammino iniziatico che ha come obbiettivo la conoscenza, intesa come Theoria e come episteme (la vera luce, la luce sacra della somma sapienza) e la ricerca come progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento.

 

E questo perché l’iniziato è conscio del fatto che la “vera potenza non è hýbris, la prevaricazione che si oppone all’Ordinamento divino del mondo, ma è la potenza che da tale Ordinamento è concessa all’uomo, così come nell’«Inno a Zeus» si dice che il sapere che salva è un «dono» (cháris, v.182) dei demoni che siedono sul vero trono di Dio”. [xxvii]

 

“In quanto organizzata e dominata da hýbris, la vita è «oppressa dal padrone» (bíos despotoúmenos)”. [xxviii]

 

L’agire secondo Dike e seguendo la Vera Luce ha una conseguenza soteriologica. Chi è «giusto» è un «essente» che «non verrà completamente annientato». “Questo significa, certamente, che il giusto, a differenza dell’ingiusto, può rimanere nel mondo sino ai limiti estremi del tempo che è concesso ai mortali. Ma il suo «non essere completamente annientato» significa anche che vi è qualcosa di lui, e non dell’ingiusto, che sfugge all’annientamento, e cioè appartiene all’Essere, eternamente salvo dal niente, in cui è custodita l’essenza di tutte le cose”. [xxix]

 

Chi non vede secondo l’occhio di Dike (o di Maat, se il concetto è declinato nell’antico linguaggio degli egizi) è soggetto all’empietà e all’annientamento. La hýbris (l’empietà) è, infatti, connessa con l’ingiustizia, cosicché “la radicalità dell’annientamento dei mortali” riguarda coloro i quali si sono “lasciati dominare da hýbris, “mentre chi è “«giusto» […] è un «essente» […] che «non verrà completamente annientato»”.

 

Il tema dell’annientamento e della salvezza è presente nel rito osiriaco, che è all’origine dei riti eleusini, dove il cuore del defunto, sede dell’intelligenza, posto sulla bilancia di Maat, la Giustizia (come Dike) deve essere più leggero (esente da ingiustizia e da hýbris) della piuma della stessa Maat. Se il cuore è più leggero, il defunto si trasmuta in un Osiride giustificato, immortale e con un corpo di luce; se, al contrario, il suo cuore è più pesante della piuma di Maat, il defunto è annientato e la sua essenza non è salva. Il cuore che viene pesato non è il cardio, ma JB (o AB), il cuore energetico, il cuore di luce, che per essere tale, e quindi più leggero di qualsiasi elemento materiale, si deve essere svestito di ogni attaccamento materiale. Attaccamento che è la conseguenza di ingiustizia e di hýbris, cosicchè chi crede di essere potente in base alla hýbris e all’ingiustizia è condannato a rimanere nella materialità alla quale si è così fortemente affezionato.

 

La virtualità, con la quale si vorrebbe sostituire la dimensione animica del “corpo di luce”, che avvolge l’essenza, non salva dall’estinzione e dall’annientamento.

 

I venerabili custodiscono il timore di Dike.

L’agire secondo Dike e seguendo la Vera Luce, nella consapevolezza della conseguenza soteriologica, è il dono che l’iniziato riceve dal suo percorso ed è anche l’imperativo categorico che egli acquisisce man mano procede sulla via.

Tanto più, questo imperativo categorico, che deriva dalla conoscenza di se stessi, è il viatico dei venerabili.

Infatti, il sébas, il venerabile, è anzitutto il deinón (il timore di Dike) e venerabili sono coloro che custodiscono il timore e sono pertanto dikastaí (giudici e giudici anzitutto di se stessi).

Il giuramento che i giudici sapienti rispettano è dunque la volontà di rimanere nella verità, di mantenersi stabilmente al culmine della sapienza e della vera potenza.

E rimanere nella via della Vera Luce non significa sempre andar bene a questo mondo, così come lo vuole il pensiero dominante.

“Essendo in questo mondo –  afferma Meng Tzu – ci si deve comportare in una maniera che piaccia a questo mondo. Fintanto che una persona è buona tutto va bene…Se si volesse biasimare una tal persona non si troverebbe niente a cui rifarsi…essa condivide con gli altri le pratiche quotidiane ed è in armonia con le meschinità del mondo…essa piace alla moltitudine ed è retta con se stessa. E’ impossibile imbarcarsi sulla via di Yago e Shunt [due famosi saggi] con una persona del genere. Da qui il nome di “nemico della virtù”. Confucio disse: “…Non mi piace l’onest’uomo del villaggio, potrebbe essere confuso con il virtuoso”.

 

“Soltanto coloro che agiscono a partire da disposizioni che essi risultano avere da un lungo processo di coltivazione proprio nel momento dell’azione – commenta F.J.Varela – meritano, secondo Meng Tzu, l’appellativo di veramente virtuose. […] Il tratto più importante che distingue il vero e proprio comportamento etico è allora il fatto che esso non nasce da semplici modelli abituali di regole”.

 

 Sin dai primi passi sulla via iniziatica proposta dalla Massoneria troviamo alcune indicazioni precise relative al percorso che colui che bussa alla porta del Tempio (il pro fanum) intraprenderà.

Se tu tieni alle distinzioni umane, esci: qui non se ne conoscono.

Se tu temi di essere scoperto e corretto dei tuoi difetti, ti troverai male fra noi. Se la tua anima ha sentito lo spavento, non andare più oltre. Se tu sei capace di simulazioni, trema: sarai scoperto. Vigilanza e Perseveranza. Se tu perseveri, sarai purificato; uscirai dall’abisso delle tenebre e vedrai la Luce. Se la curiosità ti ha condotto qui, vattene. Sin dal suo esordio sulla via, colui che vuole percorrere il sentiero iniziatico dovrà rispondere a tre domande: 

Che cosa dovete allUmanità? Che cosa dovete alla Patria? Che cosa dovete a voi stessi?. 

Non sono domande poste una volta per sempre. Ogni giorno della sua esistenza il Massone deve rispondere a queste tre domande e le risposte non possono essere solo concettuali, ma parole di potenza, ossia azione consapevole, pensiero che si fa verbo, Logos e che produce lavoro per le cattedrali del terzo millennio.

 

 

 

L’UNIONE EUROPEA, COORDINATA

DALLA NATO, È LO STRUMENTO

DEGLI USA NEL CONFLITTO STRATEGICO

DELLA FASE MULTICENTRICA.

Italiaeilmondo.com – (13-1-2024) - Giuseppe Germinario - Luigi Longo – ci dicono:

 

[…] l’Europa è diventata una Eurolandia priva di sovranità economica e soprattutto geopolitica e militare.

Al suo interno è insediato un corpo di occupazione straniero, denominato NATO, inviato da tempo come mercenario soldatesco in Asia Centrale, pronto a minacciare ed a rischiare una guerra mondiale in Georgia ed in Ucraina.

Se questo è anche in parte vero, allora che senso ha elencare la tiritera del nostro grande profilo europeo, dalla filosofia greca al diritto romano, dalle cattedrali romaniche e gotiche dell’umanesimo rinascimentale, dalla rivoluzione scientifica all’illuminismo, dall’eredità classica greco-romana al cristianesimo, eccetera?

Pura ipocrisia.

(Costanzo Preve).

 

Avanzerò alcune riflessioni sull’Europa, non a partire dalla storia dell’Europa delle Nazioni, che si formarono dopo la dissoluzione dell’impero di Carlo Magno, ma a partire dalla guerra Russia-Ucraina (cioè l’aggressione Usa alla Russia via Nato-Europa), che di fatto sancisce la fine del progetto dell’Unione Europea (avanzato e realizzato dopo la seconda guerra mondiale, anche se pensato intorno agli anni trenta del secolo scorso dagli Stati Uniti d’America) sostituito dal nuovo ruolo della NATO che meglio si addice alle nuove strategie statunitensi nella fase multicentrica [conflitto tra potenza egemone in declino (USA) e potenze consolidate (Russia, Cina) e in ascesa (India)] .

Una << […] Europa occidentale (anche l’Europa orientale, mia precisazione LL) sottomessa ad una occupazione militare USA accettata dagli attuali governi fantocci, che appunto per questa ragione considero del tutto illegittimi, non importa se sanzionati o meno da elezioni manipolate >>.

(Raniero La Valle) coglie il senso della metamorfosi, avviata già da anni, della NATO quando sostiene:

<< Da Washington a Vilnius infatti tutto torna, tutto vale per l’America e per la sua “impareggiabile” Corte: gli stessi nemici, la Russia, la Cina, l’Iran, la Corea del Nord, il “terrorismo”, la stessa vittima che unifica tutti intorno all’altare del sacrificio, l’Ucraina, la stessa determinazione all’uso anche per primi dell’arma nucleare perché la deterrenza non basta più, la stessa idea che il vecchio concetto di difesa è superato, perché oggi con le armi della guerra non si decidono solo le guerre, ma le alternative di ogni tipo, la gestione delle crisi, le politiche industriali, l’economia, il clima, i temi della “sicurezza umana”, perfino la questione dell’uguaglianza di genere e la partecipazione delle donne: tutto ha a che fare con la NATO, il nuovo sovrano, perché il suo approccio è “a 360 gradi” e i suoi tre compiti fondamentali, “deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza cooperativa”, devono essere adempiuti con assoluta discrezionalità: “risponderemo a qualsiasi minaccia alla nostra sicurezza come e quando lo riterremo opportuno, nell’area di nostra scelta, utilizzando strumenti militari e non militari in modo proporzionato, coerente e integrato”; e, come pare, a decidere nell’emergenza (ma questo non è stato scritto) può essere anche il generale comandante della NATO senza interpellare “la struttura”; insomma c’è il nucleare libero all’esercizio. […]

L’Ucraina è stata totalmente integrata nella NATO, ma bisogna far finta che non lo sia, per non costringere la Russia a usare l’arma nucleare; Putin accusa il colpo, deve stare al gioco, e si dice “pronto a trattare separatamente le garanzie di sicurezza dell’Ucraina, ma non nel contesto della sua adesione alla NATO”.

E a Vilnius si assicura che questo non avverrà, che l’Ucraina entrerà nella NATO solo a guerra finita, ed è la ragione per cui essa, come Biden ha voluto fin dal principio, non deve avere fine;

e Zelensky dopo la prima arrabbiatura che gli è valsa l’accusa di “ingratitudine” da parte del ministro della difesa inglese, è passato all’incasso ed ha lietamente manifestato il suo entusiasmo.

[…] (così il) colonnello dello stato maggiore ucraino e analista militare “Oleg Zhdanov”:

“negli ultimi 16 mesi noi ci siamo integrati nella macchina militare atlantica come mai avremmo neppure sognato prima del 24 febbraio 2022;

pur non appartenendo ufficialmente alla NATO ormai il 90 per cento delle nostre procedure militari segue i parametri NATO.

Ma c’è di più, ormai la metà dei nostri armamenti sono NATO, i circa 40.000 uomini pronti a sfondare le linee russe sono vestiti, armati, trasportati, addestrati dalla NATO;

perfino le loro armi personali sono state fornite dagli alleati”, e via enumerando:

“i carri armati tedeschi Leopard 2, i gipponi Humvee americani o i corazzati Bradley e Strykes, decine di tipi diversi di blindati trasporto truppe, i cannoni francesi a lunga gittata Caesar o quelli USA M777, i lanciarazzi americani Himars, gli obici semoventi Krab polacchi”, tutto corredato da assistenza, pezzi di ricambio, personale specializzato, con una catena di interscambio e cooperazione nel lungo periodo, anche se “è difficile dire quando l’Ucraina entrerà nella NATO, forse mai” >>.

 

La NATO è fondamentale per le strategie mondiali degli Stati Uniti d’America.

La sua trasformazione, da strumento di difesa dal cosiddetto comunismo sovietico a quello di aggressione e di penetrazione nelle aree di influenza della Russia e della Cina per impedire il consolidarsi del polo asiatico (ormai in fase di decollo con le sue strutture di funzionamento e di coordinamento come, per esempio, i Brics) in grado di mettere in discussione l’egemonia mondiale statunitense con il suo modello di legame sociale della produzione e riproduzione della vita.

Gli USA non accettano un mondo multicentrico, la loro storia di nazione è emblematica e dovrebbe essere di insegnamento;

riporto, a tal proposito, quanto già sottolineato in altri scritti:

è difficile che gli Stati Uniti rinuncino al dominio mondiale assoluto, ammantato di democrazia, diritti e menzogne varie, considerata la loro storia che dal 4 luglio 1776 (anno della dichiarazione di indipendenza) li ha visti in pace solo 18 anni su 246 anni nei quali si sono gradualmente evoluti:

da neo-nazione in lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna (1775–1783), passando attraverso la monumentale Guerra civile americana (1861–1865) fino a trasformarsi, dopo aver collaborato al trionfo durante la Seconda Guerra Mondiale (1941-1945), nella più grande potenza al mondo dalla fine del XX secolo ad oggi, anche se, per nostra fortuna, in chiaro declino relativo.

Alain Badiou non molto tempo fa sosteneva che:

<< La potenza imperiale americana nella rappresentazione formale che fa di sé stessa, ha la guerra come forma privilegiata, se non addirittura unica, di attestazione della sua esistenza. >>.

La loro passione è comandare, usurpare, sottomettere ogni popolo;

la loro missione è il dominio assoluto.

Gli USA hanno un peso specifico maggiore che è quello del mandato divino che li porta a dominare il mondo in maniera assoluta (monocentrismo), al contrario delle altre potenze che sono per un dominio condiviso del mondo (multicentrismo).

Il fattore determinante di questo sciagurato scenario sono le relazioni di potere e di dominio, le più stupide che l’essere umano sessuato si sia mai date.

Altro è l’autorità! (ma questo è un altro discorso da approfondire).

Siamo, in questa fase multicentrica, in piena guerra “in senso largo”.

Per esempio, si veda il ruolo della Norvegia/Finlandia/Svezia/Danimarca, Paesi del Nord Europa facenti parte sia della UE (ad eccezione della Norvegia) sia della NATO (ad eccezione della Svezia), che hanno firmato accordi bilaterali, in materia di difesa, con gli Stati Uniti d’America in caso di conflitto con la Russia.

 

Alberto Bradanini (ex ambasciatore a Pechino dal 2013 al 2015) così chiarisce

<< […] poiché qualsiasi conflitto anche lontano genera insidiose turbolenze, la dirigenza cinese condivide nella sostanza il giudizio di Mosca:

che la genesi del conflitto vada attribuita alla strategia americana di destrutturare la Russia con una guerra per procura (combattuta dagli ucraini con armi e finanziamenti Nato-Usa), provocarne un cambiamento di regime e se possibile causarne persino la frantumazione, rendendola facile preda degli avvoltoi di Wall Street […]

Nel giudizio di Pechino […]

gli Usa mirano poi a impedire la saldatura Russia-Cina e a provocare un’analoga guerra per procura anticinese, questa volta combattuta fino all’ultimo taiwanese”.

A suo avviso, gli Usa non accettano l’emergere di un mondo multipolare che fiorisce intorno all’alleanza russo-cinese, cui si aggiungerebbero “l’India e altre nazioni cosiddette emergenti che, infatti, non intendono seguire Washington nella politica sanzionatoria contro Mosca […]

L’espansionismo Nato/Washington verso Est ha dunque l’obiettivo strategico di impedire quel percorso di pacificazione/integrazione euroasiatica che era emerso quale promessa di pace e sviluppo alla caduta dell’Unione Sovietica”.

Una svolta che aveva determinato una nuova convergenza tra Cina e Russia, non più accomunate dall’ideologia anticapitalista come ai tempi di Mao e Stalin, ma da comuni interessi economici e strategici, e dalla medesima necessità di contenere l’espansionismo americano [corsivo mio, LL] >> .

 In sintesi, per dirla con l’economista marxiano “Richard D. Wolff”, che racchiude bene quanto sopra riportato, si può dire che:

<< […] l’impero americano, inteso come primato capitalistico e geopolitico, è finito. Ma l’America non vuole accertarlo […]

La Cina ha invece creato un ecosistema produttivo mastodontico da cui il mondo non può prescindere e pertanto co-determina ormai le sorti del capitalismo.

In modo consensuale prima e conflittuale ora, ma mai subordinato […] il capitalismo si è “sinizzato” (così come in Russia si è russizzato, mia specificazione, LL) in modi che l’America non riteneva possibile, stante il perdurare della crasi tra economia di mercato e Partito comunista >> .

Le difficoltà statunitensi, che evidenziano sia il declino sia l’incapacità strategica di raggiungere gli obiettivi nel tempo e nello spazio, sono evidenti nei due conflitti aperti in Ucraina (via Nato-Europa) prevalentemente contro la Russia e in Palestina (via Nato-Europa-Israele) prevalentemente contro la Cina.

La debolezza USA si evince anche nel gioco di rimessa (perché non hanno un’idea sul nuovo mondo che si sta configurando, impegnati come sono nella quarta rivoluzione industriale, quella del transumanesimo, cioè la fine della dimensione umana dell’umanità, una rivoluzione nichilista del genere umano sessuato) tentando di contrastare i progetti di respiro mondiale della Cina (le vie della seta) e della Russia (il corridoio Nord-Sud russo-indiano “International North-South Transport Corridor”, INSTC) avanzando il suo progetto IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor):

 1) guidando l’egemonia israeliana nel Nuovo Medio Oriente, come potenza regionale, con il suo progetto del canale di Gurion, concorrente del canale di Suez, con tutte le conseguenze nefaste sulla eliminazione della popolazione palestinese di Gaza per permettere lo sbocco nel Mediterraneo,

2) ridimensionando l’Egitto,

3) assestando un duro colpo alla direttrice di trasporto energetico e commerciale Bassora-Europa incentrata sulla Turchia.

Dietro le infrastrutture e il controllo delle risorse energetiche si gioca una partita fondamentale nello scontro tra le potenze mondiali (USA, Cina, Russia e indirettamente la potenza in ascesa l’India) con le loro sub-potenze regionali (Israele, Iran, Turchia).

 

 La Russia e la Cina, che sono i due centri (per ora) del costituendo polo asiatico, vogliono costruire un mondo multicentrico e sono in grado di mettere in discussione l’egemonia mondiale statunitense la quale è per un mondo monocentrico.

Un polo asiatico che già nel 1956 lo storico “Arnold Toynbee” così configurava

 << Se, dopo aver così perduto l’amicizia del sotto- continente cinese, il nostro mondo occidentale dovesse perdere anche l’amicizia del sotto-continente indiano, l’Occidente avrebbe perduto a favore della Russia la maggior parte del Continente Antico tranne un paio di teste di ponte in Europa occidentale e in Africa;

 e questo potrebbe essere un evento decisivo nella lotta per il potere fra “mondo libero” e comunismo >> (una riflessione attuale nella sostanza se precisiamo i concetti di mondo libero e di comunismo e li rapportiamo allo storicamente dato).

“Costanzo Preve” ha ragione quando sostiene che

<< […] Si tratta di una decisione (la decisione di resistere all’americanismo, mia precisazione LL) nutrita dalla consapevolezza della principale caratteristica dell’americanismo stesso, cioè della sua arroganza. […]

Non si tratta solo della pura forza militare di tipo “imperiale” (Alessandro il Grande, Giulio Cesare, Gengis Khan, Napoleone).

 Si tratta di qualcosa di più profondo e di immensamente più abbietto, l’arroganza di essere il portatore di una civiltà superiore garantita addirittura da un mandato divino che legittima con la sua elezione inverificabile questa pretesa di superiorità.

Oggi il solo portatore al mondo di questa intollerabile arroganza sono gli Stati Uniti d’America.

Lo sono forse […] stati in passato l’Europa, la Russia, i mongoli, gli arabi, la Cina eccetera, ma è sicuro che nelle attuali condizioni geopolitiche non lo sono più.

 Questo è il dato da cui partire. >>.

Un mandato divino di un Dio un po’ strano

<< […] il Dio di George Bush e del messianesimo ideocratico americano dei neo-conservatori (neocons) […]

 il Dio esclusivo e legato di fatto ad un singolo popolo eletto (un tempo gli ebrei, oggi gli americani del Destino Manifesto e della Casa sulla Collina, il popolo che lo svergognato bestemmiatore Bill Clinton ha spudoratamente definito nel suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca “l’unico popolo indispensabile nel mondo”),

il Dio in nome del quale si gettano le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e si invade l’Irak nel 2003, il Dio in nome del quale si moltiplicano le basi militari in tutti i paesi del mondo, pianificando ossessivamente la prossima guerra con la convivenza di un’Europa asservita e terrorizzata […] >>.

È così forte la totale servitù volontaria delle Nazioni europee (e della sua sovrastruttura rappresentata dall’Unione europea) verso le strategie statunitensi che sulle guerre Russia-Ucraina e Israele-Palestina si è verificata una omogeneità così compatta nel velare la realtà.

Bisogna risalire alla storia di Catilina di cui ci è giunta una sola verità: rare volte una tradizione così abbondante è stata così compatta nell’offuscare la realtà.

L’aggredita Ucraina si trasforma in vittima dopo aver represso le regioni delle repubbliche popolari separatiste del Donetsk e Lugansk, una repressione iniziata nel 2014 contro le regioni di lingua russa (Odessa, Dnepropetrovsk, Kharkov, Luhansk e Donetsk) che condusse ad una militarizzazione del contesto e ad alcuni massacri (a Odessa e Mariupol, i più importanti) e dopo essere stata lo strumento USA, tramite l’entrata di fatto nella NATO, della guerra alla Russia;

così come l’aggredito Israele da parte di Hamas si trasforma in vittima dopo che dal 1948 (proclamazione della nascita dello Stato di Israele) ha occupato la Palestina cacciando con violenza e metodi inenarrabili i palestinesi (originariamente costituiti da arabi musulmani, arabi cristiani, ebrei e minoranze turche ed armene).

 (La menzogna sistematica che si fa verità dei dominanti!).

È efficace l’osservazione di Luciano Canfora, a proposito del modello europeo pieno di democrazia, di libertà e diritti universali dei popoli con riferimento alla cosiddetta invasione russa all’Ucraina (e al piano di attacco di Hamas ad Israele), che ricorda la ferocia delle potenze europee nel perseguire il dominio del mondo:

<< Certo, se si pensa con quale determinazione gli europei perseguirono il dominio nel mondo, è piuttosto buffo che ora si mostrino come modello di virtù e facciano la predica agli altri.

Una certa retorica europeista rassomiglia alla preghiera contrita di chi ne ha fatte di tutti i colori e improvvisamente diventa pio e virtuoso >>.

Si passa, cioè, da una fase storica monocentrica, a coordinamento occidentale USA fino al 1990-1991(implosione dell’ex URSS) e a coordinamento mondiale fino al 2011(ascesa delle potenze Russia e Cina), nella quale l’Europa ha avuto un ruolo da protagonista subordinato e incastrato nel sistema statunitense (americanizzazione del territorio europeo) e nelle sue strategie di dominio mondiale;

 ad una fase multicentrica dove l’Europa, governata e gestita dalla nuova NATO, diviene una espressione geografica di metternichiana memoria, nonché campo di battaglia dello scontro tra potenze mondiali.

L’Unione europea non esiste!

Ciò che appare sono istituzioni (luoghi istituzionali) gestite da sub-decisori delle diverse nazioni che utilizzano le risorse delle diverse sfere sociali e realizzano le strategie di sviluppo (in alleanza o in conflitto tra loro) inserite in quelle statunitensi.

Un esempio sono le sanzioni contro la Russia che hanno avuto un effetto negativo sull’Europa (l’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche soprattutto per le imprese energivore e gasivore, la riduzione delle relazioni economiche, la recessione e l’accentuata perdita di potere d’acquisto, la sicurezza nelle nuove infrastrutture energetiche, eccetera);

hanno portato vantaggi agli USA (il contenimento del calo della domanda di dollari per il commercio internazionale, la vendita del gas a prezzi multipli di quelli russi, l’attrazione delle imprese europee, eccetera);

hanno stimolato l’economia russa aggirando le sanzioni: costruendo nuove relazioni in Asia (Cina, India, Iran), promuovendo lo sviluppo autosufficiente (nei settori alimentare, manifatturiero, beni di consumo, eccetera).

Un altro esempio è il disastro dell’economia europea

<< […] il 2024 sarà un disastro per l’economia reale europea. Gli indicatori economici previsionali manifatturieri, i PMI, sono praticamente tutti negativi per i paesi Europei […]

Quindi le premesse congiunturali sono pessime, ma c’è di peggio:

le nuove norme europee di bilancio, quelle su cui è stato raggiunto un accordo, prevedono vincoli fortissimi allo spiegamento di politiche espansive fiscali.

Il fatto che il deficit non possa superare l’uno per cento del PIL per quasi tutti i paesi europei viene a rendere impossibile qualsiasi politica di carattere anticiclico, anzi verrà a imporre tagli e aumenti delle tasse che saranno pro-ciclici.

Quindi la crisi congiunturale non solo non sarà contrastata dalle politiche economiche della UE, ma perfino sarà accentuata.

La crisi del 2011-2014 non ha insegnato proprio nulla […] >>.

L’Europa come soggetto politico unitario non è mai esistita.

Sottolineo, con Luciano Canfora, che << l’Europa occidentale si divide molto presto e resta divisa: l’idea che sia un continente unitario è un’invenzione.

Nel corso dei secoli la vediamo dilaniata, attraversata da conflitti di potenza, alle prese con una autorità spirituale, quella del pontefice romano, che era anche temporale e interloquiva con i governi dei singoli Stati.

Ciò ha favorito una dialettica più vivace, ma anche una frantumazione strutturale, foriera di problemi >>.

Le potenze europee si sono sempre scontrate per l’egemonia del continente Europa:

si pensi, a mo’ di esempio, al tentativo fallito di Napoleone Bonaparte che con rammarico affermava che

<< Non avevo finita la mia opera. L’Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune…Tale unione dovrà venire un giorno o l’altro per forza di eventi…Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di cassazione europea, di un sistema monetario unico, di pesi e misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta l’Europa.

Avrei voluto dare di tutti i popoli europei un unico popolo…Ecco l’unica soluzione >>.

 Non si può scambiare l’Europa delle diverse nazioni in concorrenza-conflitto tra loro (che pure hanno avuto un ruolo di scambio sulla religione, sull’arte, sulla cultura, sulla natura, sulla scienza, eccetera, così come è oggi) con un soggetto politico coordinato!

Si pensi, a mo’ di esempio, al Rinascimento italiano ed europeo che, per dirla con” Fernand Braudel”,

<< […] è quella lenta trasformazione, che non finisce di compiersi, attraverso la quale la civiltà occidentale passa dalle forme tradizionali del Medioevo alle forme nuove, già attuali, della prima modernità, ancora vitali in questa stessa civiltà occidentale in cui viviamo oggi, che appena uscita dalle sue antiche contraddizioni, ne fabbrica allegramente delle altre. >>.

L’ipocrisia dell’Europa come soggetto politico e unitario.

Non è da condividere la riflessione dello storico “Paul Kennedy” quando afferma che

«Beh, l’Europa di certo non sparisce. Avrà anche in futuro un ruolo politico centrale. Se nel 2030 avremo un’Unione Europea che comprenderà anche l’Ucraina, assisteremo a una trasformazione storica delle dinamiche politiche internazionali.

Anche tutta l’area del Caucaso sarà attratta verso la Ue.

Con un conseguente maggiore isolamento della Russia».

 Per avere un ruolo politico centrale l’Europa dovrebbe essere autonoma, indipendente, sovrana, in grado di pensare e di realizzare una strategia progettuale per un modello di sviluppo e di relazioni sociali in una società europea dei popoli, con un ruolo centrale nello scambio culturale, politico, economico e sociale tra Occidente e Oriente nel rispetto delle diverse storie territoriali.

Ma l’Europa è serva delle strategie di potenza degli USA per il dominio monocentrico mondiale.

Quindi occorre ripensarla con lo sguardo ad Oriente dove sono presenti potenze consolidate, come la Cina e la Russia, e potenze in ascesa, come l’India, che sono per un mondo multicentrico  e possono essere portatrici di un modello di sviluppo sociale diverso, sia pure in una logica sistemica capitalistica (i diversi capitalismi), capaci ancora di stare negli equilibri naturali e umani per le loro storie, culture, tradizioni, religioni, eccetera, al contrario dell’Occidente, a guida USA che è proiettato nel transumano (andare oltre l’umano) che significa la fine dell’umanità così come la conosciamo noi:

<< Trasumanar significar per verba non si porìa […] il passare ad una condizione, o modo di essere, superiore a quella normalmente propria dell’uomo che non si può esprimere […] per mezzo di parole >>.

Il modo di produzione e riproduzione della vita statunitense, espressione di un modello di sviluppo egemonico, ma in fase di declino per l’avanzare del multi centrismo con altri modelli di sviluppo che propongono le altre potenze mondiali (si pensi al modello cinese delle vie della seta), ha penetrato e plasmato quello europeo.

L’Europa è diventata uno strumento importante (una sorta di testa di ariete) per le proiezioni strategiche contro l’Oriente e le sue potenze.

Di fatto l’Europa non c’è più, quella che appare è espressione di servitù volontaria dei sub-decisori che non vogliono perdere il loro potere derivato dalla fase gestionale e da quella esecutiva delle strategie dei pre-dominanti statunitensi nei rispettivi territori nazionali.

I sub-decisori decidono le linee strategiche dello sviluppo dei rispettivi territori nazionali inglobate in quella egemonica degli Stati Uniti d’America.

 L’americanizzazione del territorio europeo (di cui conosciamo poco) è emblematica dei processi di penetrazione del modello di sviluppo egemonico degli USA.

 Tale modello incide profondamente e incorpora lo sviluppo delle nazioni europee nelle strategie di egemonia mondiale statunitense.

 Si pensi alle trasformazioni delle città e dei territori/NATO e all’approntamento delle infrastrutture territoriali (Tav, corridoi di mobilità, basi, logistica, porti, eccetera).

 Nella fase multicentrica l’Unione europea non serve come collante e aggregato per le strategie statunitensi così come è stato nella fase monocentrica del mondo Occidentale (e bipolare a livello mondiale), perché è stata sostituita dal progetto NATO.

Non è un caso che l’Europa, come innanzi detto, non è stata mai autonoma e sempre subordinata agli Stati Uniti d’America a partire dalla seconda guerra mondiale.

Riporto una buona sintesi di quanto sopra detto sull’Europa non sovrana, di “Giorgio Agamben”

 << […] Unione Europea concepita solo su ragioni economiche che ignorano non solo quelle spirituali e culturali, ma anche quelle politiche e giuridiche […]

 l’Unione Europea è tecnicamente un trattato fra Stati che viene fatta passare per una costituzione democratica […] La cosiddetta Costituzione europea è illegittima […]

Il giurista tedesco “Dieter Grimm” ha ricordato che la costituzione europea manca il fondamentale elemento democratico, perché essa non è in alcun modo il frutto dell’autodeterminazione dei cittadini europei […]

La sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli Stati Uniti, partecipando a guerre che non corrispondono in alcun modo a interessi comuni e ancor meno alla volontà popolare.

Del resto alcuni degli Stati firmatari del trattato, come l’Italia, per il numero di basi militari che ospitano, sono tecnicamente dei protettorati e non degli Stati sovrani.

In politica estera, esiste, a volte, un occidente atlantico, ma non certo l’Europa.

Come non esiste sul piano costituzionale, l’Europa non esiste sul piano politico e militare […] I

l Medio Evo aveva capito, una unità formata da società politiche dev’essere qualcosa di più o di diverso di una società politica.

Il Medio Evo ne cercava il criterio nella cristianità.

L’uomo europeo-a differenza degli asiatici e degli americani, per i quali la storia e il passato hanno un significato completamente diverso-può accedere alla sua verità solo attraverso un confronto col suo passato, solo facendo i conti con la propria storia.

 Il passato non è, cioè, per lui soltanto un patrimonio di beni e di tradizioni, ma anche e innanzitutto una componente antropologica essenziale, che fa sì che egli possa accedere al presente solo archeologicamente, solo guardando a ciò che di volta in volta è stato.

Questo significa che per gli Europei il passato è innanzitutto una forma di vita.

Di qui il rapporto speciale che l’Europa ha con le sue città, con le sue opere d’arte, col suo passaggio:

non si tratta di conservare dei beni più o meno preziosi, ma comunque esteriori e disponibili:

in questione è la realtà stessa dell’Europa, la sua indisponibile sopravvivenza […]

Distruggendo, ieri, le città tedesche, gli americani sapevano di demolire in qualche modo l’identità stessa della Germania;

per questo, oggi, distruggendo col cemento, le autostrade e l’Alta Velocità il paesaggio italiano, gli speculatori non ci privano soltanto di un bene, ma distruggono la nostra stessa realtà storica […]

Un tempo l’ideale comune di una Europa fu espresso politicamente nell’idea romana dell’impero e poi germanica di un Impero, che lasciava intatte le specificità dei popoli […]

Mentre sarebbe urgente riflettere al difficile compito di costruire una unità preservando le diversità, vediamo al contrario che in tutti i paesi europei è in corso al contrario un vero e proprio smantellamento delle scuole e delle Università, cioè delle istituzioni che, trasmettendo la cultura dovrebbero vegliare al rapporto vivente fra il passato e il presente.

A questo smantellamento, corrisponde una crescente museificazione del passato, a cominciare dalle stesse città, trasformate in centri storici, i cui abitanti sono trasformati in qualche modo in turisti nella propria stessa cultura […]

Un alto funzionario dell’Europa nascente, “Alexandre Kojevè”, sosteneva che l’Homo sapiens era giunto alla fine della sua storia e non aveva ormai davanti a sé che due possibilità:

l’accesso a un’animalità post storica (incarnata dall’american way of life) o lo snobismo (incarnato dai giapponesi, che continuano a celebrare le loro cerimonie del tè, svuotate, però, da ogni significato storico).

 Tra un’America integralmente ri-animalizzata e un Giappone che si mantiene umano solo a patto di rinunciare a ogni contenuto storico, l’Europa potrebbe offrire l’alternativa di una cultura che resta umana e vitale, perché è capace di confrontarsi con la sua stessa storia nella sua totalità e di attingere da questo confronto una nuova vita >>.

L’accentramento del potere nella fase multicentrica è funzionale a ridurre la filiera del comando che diventa essenziale nelle fasi (multicentriche e policentriche) di aperto conflitto tra le potenze mondiali. Ù

Per esempio, si veda il tentativo di riforma, a partire dal 2015, dell’Unione europea per quanto riguarda l’allargamento e l’approfondimento dei settori di intervento verso la costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

Si vuole riformare l’Unione europea per renderla più affidabile e servile eliminando i vassalli e i valvassori che facevano da collante e da coordinamento nella esecuzione e nella gestione delle strategie statunitensi contro le potenze che mettono in discussione il loro ordine mondiale monocentrico (Mario Draghi è uno dei protagonisti, per conto dei pre-dominanti statunitensi, di questa riforma verso la costruzione degli Stati Uniti d’Europa).

È emblematico che uno dei settori interessati maggiormente dalla riforma sia quello militare.

Un settore che deve essere assorbito e coordinato da quello statunitense e da quello della NATO e deve svolgere un ruolo di minaccia, di intimidazioni e di potenziale conflitto contro la Russia e la Cina (e le loro aree di influenza) per indebolirle e ridimensionarle.

L’Europa ha la necessità di essere ri-pensata e ri-costruita, a partire da un processo di liberazione dalla servitù volontaria  verso gli Stati Uniti, che passa dalla smilitarizzazione delle basi USA e USA-NATO sul suo territorio (l’occupazione militare, tramite basi e accordi, è la forza che ha permesso alla potenza statunitense di coordinare lo sviluppo a livello mondiale fino al 2011, fine della fase monocentrica) e dall’uscita dal sistema euro incardinato nell’egemone sistema del dollaro (in fase di messa in discussione da altri sistemi monetari che esprimono altri modelli di sviluppo e di relazioni sociali, da capire e approfondire).

 

Occorre ripartire dalla cesura rappresentata dalla de-americanizzazione del territorio europeo (così come, con la dottrina Monroe (30), gli Stati Uniti d’America imposero, la de-europeizzazione del continente America);

è necessario, per dirla con “Costanzo Preve”, “un radicale riorientamento gestaltico” che faccia uscire l’Europa dalla servitù volontaria statunitense e pensare ad un’altra Europa di nazioni autodeterminate e libere.

Una rottura forte e qualitativa che può essere realizzata volgendo lo sguardo ad Est, al costruendo polo asiatico allargato che racchiude il 70% della popolazione mondiale, ben sapendo che

<< […] Nella realtà sociale le espressioni sì e no sono inscindibilmente connesse fra loro in un rapporto dialettico.

Nella realtà sociale non esiste alcun no che non contenga qualcosa di essenzialmente positivo. >>.

Un ripensamento e una ricostruzione che ponga le basi per una Europa autodeterminata che guardi ad Oriente dove le potenze mondiali in ascesa avanzano proposte di multi centrismo per un nuovo equilibrio (un nuovo nomos) di dominio mondiale.

Che fare?

Ci sono le condizioni soggettive e oggettive per pensare, progettare e costruire un’altra Europa e non continuare nella pura ipocrisia?

 

 

 

Sovranismo o fine della storia:

e se dietro ci fosse la “rivoluzione

dei funzionari”?

giornalismoestoria.it - Teo Dalavecuras – (13 – 1- 2020) – ci dice:

Le grandi strategie di politica internazionale sono morte? O nel dibattito tra chi difende i “professionisti” della politica estera e chi considera il loro compito finito si cela la lotta tra i burocrati e i nuovi decisori?

 

Parlare in termini di “popolarità” di una rivista per studiosi, cultori o attori della politica internazionale come Foreign Affairs suona – ed è – incongruo.

 Tuttavia, quando si dice che Foreign Affairs non è particolarmente popolare in Europa si vuol dire, in forma abbreviata, che non riflette necessariamente quella parte, non da oggi predominante, dell’opinione pubblica soprattutto europea, che distingue un’America “buona”, quella multilaterale, ispirata ai diritti umani e al politicamente corretto, tendenzialmente “esportatrice di democrazia”, in una parola l’America che secondo la vulgata condivisa 75 anni fa ha salvato l’Europa da se stessa, da quella isolazionista, conservatrice, “repubblicana”.

 Oggi “trumpiana”.

Quell’opinione pubblica, insomma, che si riconosce piuttosto in organi di stampa come il New York Times o in media non cartacei come “Project Syndicate”, per fare solo due esempi.

Da anni gli studiosi di geopolitica e di relazioni internazionali, perfino nei talk show, si sforzano di spiegare che negli Stati Uniti la politica estera è sostanzialmente “bipartisan”, nel senso che non è né democratica né repubblicana, ma può contare su una maggioranza trasversale tendenzialmente stabile e cospicua.

Ma inutilmente. Nei media italiani, quanto meno, il messaggio non passa, la forza dell’abitudine prevale.

Nella guerra ormai senza quartiere tra i sostenitori di Trump e i suoi avversari, l’opinione pubblica europea si schiera con la stessa passione di quella degli States che – almeno in teoria – dovrebbe sentirsi più coinvolta.

Perfino Angela Merkel, leader pragmatica se ce n’è una, partendo proprio dai temi di politica internazionale aveva scelto anni fa di polemizzare con Donald Trump;

 ironia della storia, proprio la Germania ha subito le conseguenze della politica estera dell’America quando nel dicembre dell’anno scorso, con voto bipartisan appunto, il Congresso ha disposto sanzioni contro le aziende costruttrici del “Nord Stream-2”, il raddoppio del gasdotto che trasporta in Germania il gas siberiano.

 

È facile prevedere che, qualche anno dopo aver proclamato l’esigenza per l’Europa di organizzare autonomamente la difesa dei propri interessi strategici la signora Merkel finirà, in questa fase di acuta disarticolazione del “progetto europeo”, per allineare ancora più di prima la Germania alle posizioni del Paese-guida.

Un indizio in questo  senso può sembrare l’avvio, nello scorso aprile e in pieno lock-down da coronavirus, del processo per crimini di guerra nei confronti di “Anwar Raslan”, responsabile secondo le accuse di avere svolto un ruolo di rilievo negli apparati di sicurezza del regime di “Bashir Assad”, dove si praticava sistematicamente la tortura, ma dimorante dal 2014 in un campo profughi in Germania.

 

 

Di questo nucleo bipartisan della politica estera americana “Foreign Affairs” è la voce forse più autorevole, così come il “Council on Foreign Relations”, l’organizzazione della “società civile” (diremmo noi) che la pubblica, fondata all’indomani della Grande Guerra e sede di ricerca, e di confronto interrotto tra esponenti del mondo delle imprese, delle professioni, dell’università e delle istituzioni, insomma dell’establishment, secondo una modalità consueta nel mondo anglosassone, ne è una delle fucine più importanti.

Si parla di Foreign Affairs perché, in una delle ultime edizioni online settimanali, ha pubblicato un saggio firmato da tre studiosi di politica internazionale, tutti noti docenti universitari, “Daniel W. Drezner, “Ronald R. Krebs” e “Randall Schweller,” che si intitola, tanto per non lasciare nel  dubbio i lettori, “The End of Grand Strategy” (La fine della grande strategia).

La composizione del terzetto è interessante, perché mentre “Drezner” è dichiaratamente anti-trumpiano, “Schweller” è altrettanto dichiaratamente filo-trumpiano e “Krebsnon è schierato. Infatti, i tre mettono subito in chiaro che “sono poche le cose su cui ci troviamo d’accordo quando si tratta di politica, di politiche o di ideologia”. Su che cosa sono d’accordo, dunque, i tre studiosi, visto che hanno deciso di firmare lo stesso articolo?

Su una cosa concettualmente semplice che si riassume in una frase: “è finito il tempo delle grandi strategie”.

Per arrivare a questa conclusione, i tre partono dalla “disruption trumpiana” di quelli che per decenni sono stati i riferimenti di fondo della (bipartisan) politica estera di Washington:

“internazionalismo liberale”, l’idea che l’America debba sostenere e espandere un ordine globale che promuova mercati aperti, sistemi politici aperti e istituzioni multilaterali.

L’attacco frontale di Trump a questi “pilastri” ha se non altro alimentato – notano gli autori – un animato dibattito sulle grandi strategie internazionali degli Stati Uniti.

 Mentre fiorivano questi dibattiti, tuttavia, il concetto stesso della  grande strategia sarebbe diventato una “chimera”. 

Una grande strategia – si fa notare nell’articolo – è una “road map” che serve a assicurare la coerenza dei mezzi con gli scopi.

 Funziona al meglio su un terreno noto, in un mondo dove i dirigenti politici possiedono una chiara comprensione della natura e della distribuzione del potere, un robusto consenso all’interno del proprio paese sugli obiettivi e sull’identità comune, stabili istituzioni politiche e altrettanto stabili istituzioni della sicurezza nazionale.

Nel 2020 nulla di tutto ciò esisterebbe più.

Oggi il terreno è ovunque accidentato, gli Stati Uniti sono spaccati e nel mondo il potere è diffuso, frammentato ed è piuttosto potere di interdizione che non potere di realizzare grandi disegni come – si lascia intendere – è stato nei primi decenni del secondo dopoguerra:

“quando il potere tradizionale non riesce più a tradursi in influenza, di ordine globale e di cooperazione ce n’è poco”.

In conclusione: “La grande strategia è morta. La radicale incertezza di una politica globale priva di poli la rende meno utile, perfino pericolosa”.

“Procedere senza grande strategia vuol dire adottare due principi: decentramento e incrementalismo”, neologismo, quest’ultimo, che sembra significare perseguimento di vantaggi incrementali ovvero del decremento degli svantaggi, in ogni situazione data, rinunciando all’ambizione di capovolgere la situazione stessa.

In parole povere pragmatismo, capacità di adeguarsi a circostanze mutevoli.

Perché decentramento? Per l’ovvio motivo che in un mondo imprevedibile e instabile dove le decisioni vanno prese rapidamente, è preferibile che queste siano affidate a chi si trova là dove si manifesta l’esigenza di intervenire.

Nelle parole degli autori, “gli aspiranti consiglieri per la sicurezza nazionale dovrebbero rinunciare a competere per il titolo di prossimo “George Kennan”.

Inventarsi qualcosa che possa prendere il posto della politica del containment (formulata da Kennan nel 1947, ndr) non è né importante né possibile nel prossimo futuro. Far fare passi avanti alla politica estera degli Stati Uniti lo è”.

 

Il saggio che si è qui ridotto all’essenziale, è naturalmente più ricco e articolato, e contiene valutazioni argomentate in modo persuasivo – questa è almeno l’opinione di chi scrive – ma sempre di valutazioni si tratta.

 Sono, peraltro, valutazioni che sfociano in esplicite raccomandazioni dirette a quella che in America si chiama la comunità della politica estera e di sicurezza;

in buona sostanza, un perentorio invito a prendere atto che il mondo della globalizzazione ispirata ai principi dell’internazionalismo liberale e del multilateralismo non c’è più e si deve, quindi, lavorare concretamente ai miglioramenti possibili di una politica estera considerata insoddisfacente.

 

Soprattutto, si deve aggiungere, si tratta di raccomandazioni divisive.

 

Anche se con apparente paradosso, visto che i tre autori dell’articolo solo su queste valutazioni/raccomandazioni si trovano interamente d’accordo, queste sono oggettivamente divisive, come cercherò di argomentare nel prosieguo.

La posizione degli autori e, in particolare, lo scenario del mondo di oggi su cui questa si fonda, comporta un problema non da poco, che prescinde dalla condivisibilità o meno della loro analisi.

Anche se è vero infatti che la visione del mondo globalizzato liberal-democratico e multilaterale ha caratterizzato nella fase “post Guerra Fredda” (e qui di virgolette ce ne vorrebbero tante…) il “comune sentire” degli addetti ai lavori della politica estera e di sicurezza americana, quindi di un ceto professionale almeno teoricamente a-politico e a-ideologico, questa stessa visione è anche qualcos’altro, di fatto ha avuto e ha una precisa funzione:

 è l’ideologia dell’establishment liberal che non è né non partisan né bipartisan, ma dichiaratamente partisan, e attorno a questa ideologia ha costruito un forte consenso transnazionale.

 

Con questa considerazione si torna all’inizio di questo scritto, ma la considerazione deve essere sviluppata con una non breve digressione di cui mi scuso ma che considero necessaria.

Nessuna ideologia prende la realtà per quello che è, tutte la ricostruiscono in coerenza con gli interessi che la esprimono e gli obiettivi che questi stessi interessi perseguono.

 Non da oggi si usa parlare di “narrazioni”, perché si dà evidentemente per scontato che l’elettore dei nostri tempi sia regredito a uno stadio infantile e vada quindi alimentato con racconti, ma il concetto non cambia poi molto.

Nelle fiabe, e nelle ideologie, la rivendicazione della coerenza è cruciale.

 

La narrazione liberal-democratica e globalista è passata dall’annuncio della “fine della storia” (e quindi, in buona sostanza, della politica) proclamata un po’ frettolosamente dopo la caduta del Muro di Berlino, alla denuncia del “sovranismo” quale minaccia incombente sul processo di espansione della democrazia e sulla salvaguardia del processo di globalizzazione.

Il punto debole di questa narrazione non è il significato, pur assai fluttuante, del termine “sovranismo”, che può significare tanto il valore attribuito alla sovranità degli stati, quanto il connotato quasi fatalmente autoritario del culto della sovranità.

Spesso le “narrazioni” contengono elementi ambigui.

 

Il vero punto debole è che in questa visione si dà per scontato e si accetta che alcuni stati, in primo luogo gli Stati Uniti d’America, ma anche la Russia almeno dopo l’avvento di Putin, per non parlare della Cina, dell’India, del Brasile, della Turchia, dell’Arabia Saudita e così via, siano sovrani nel più puro significato westfaliano, e intendano rimanerlo.

 

Il che fa sorgere inevitabilmente una domanda: quali sono i Paesi rispetto ai quali la rivendicazione di sovranità giustifica l’accusa di “sovranismo”, e perché? Domanda rimasta sinora, e destinata a restare, senza risposta. Almeno in prima battuta.

Nel caso dell’America, l’attributo della sovranità è fuori discussione e si giustifica con la circostanza che gli USA sono il centro da cui il disegno di affermazione della democrazia liberale e di parallela globalizzazione si irradia e questa è anche l’immagine che molti dem americani hanno di sé stessi e dell’America, il culto dell’eccezionalismo americano.

 

Quanto poi alle derive autoritarie che autorizzano a condannare il sovranismo, l’intensità della critica è proporzionale alla distanza del singolo paese dall’ortodossia “occidentale”, sicché le tendenze autocratiche di un Putin sono, di fatto, molto più biasimevoli della propensione di un Erdogan a rinchiudere in gattabuia (nei casi più favorevoli) i giornalisti disallineati, per non parlare di Al Sisi, della famiglia dei Saud e chi più ne ha più ne metta.

Comunque sia la risposta è nei fatti: a dispetto della genericità del termine, il peccato di sovranismo è specificamente quello delle forze politiche dei paesi europei che rivendicano un’antistorica e antieuropea sovranità nazionale.

A prima vista quella ora formulata è una posizione che potrebbe trovare d’accordo quasi tutti, salvo frange estreme di nostalgici o disadattati che debbono dirigere contro qualche obiettivo le loro pulsioni antisistema.

Il fatto è, però, che alla parziale perdita di sovranità degli stati membri non è seguito, né seguirà, verosimilmente, un corrispondente acquisto di sovranità dell’Unione Europea, e a questo riguardo è probante un episodio recente e molto significativo subito rimosso dalla narrazione di ciò che l’Europa è e deve essere. 

 

Ben prima delle elezioni del Parlamento europeo del maggio 2019, il presidente francese Emmanuel Macron (col sostegno anche del governo italiano) aveva proposto che almeno i seggi lasciati liberi dal Brexit, circa un decimo del totale, venissero riservati a una costituenda circoscrizione elettorale europea, così da rappresentare un primo, minuscolo, nucleo di istituzione elettiva legittimata direttamente dai cittadini europei, anziché dalla somma degli elettorati nazionali.

 

Nel febbraio del 2018 la proposta venne bocciata nell’indifferenza dell’opinione pubblica dallo stesso Europarlamento, che così dimostrò di essere poco interessato alla propria credibilità democratica.

Per concludere, il peccato dei sovranisti europei non è di perseguire una superata e oggettivamente velleitaria rivendicazione di sovranità nazionale ma, tout-court, la pretesa di voler vivere in una comunità politica dotata dell’attributo della sovranità.

Ne è comprova che l’incredibile decisione di qualche mese fa del parlamento ungherese di “auto sciogliersi” a tempo indeterminato, dopo qualche polemica sui media è stata “digerita” senza conseguenze. In buona sostanza, in attesa che l’Europa diventi nel 2050 “carbon-free”, si vuole che resti uno spazio “sovereignty-free”, sicché sulle credenziali democratiche degli stati membri bisogna sì essere vigili, ma senza tirare troppo la corda.

 

Viceversa, il veto francese all’allargamento dell’Ue a Macedonia del Nord e Albania non è stato digerito in alcun modo, anzi ne è stata imposta la implicita revoca, perché in questo caso si tratta di prevenire l’ampliamento della sfera d’influenza russa ai danni di quella dello stato-guida dell’Occidente.

Ancora una volta si tocca con mano come la condanna del sovranismo non sia un” leit motiv”, ma solo un motivo d’occasione per dare, quando serve, un tocco di internazionalismo liberale al discorso pubblico; un motivo che non pone in discussione la sovranità dei paesi protagonisti del grande gioco della Realpolitik.

 

Semmai, lo slogan della “democrazia illiberale” lanciato da Victor Orbàn e ripreso da suo mentore Putin conferisce alla retorica che si sviluppa attorno al dilemma sovranismo/antisovranismo un’ulteriore sfumatura di grottesco.

Se la situazione è quella che si è ora cercato di richiamare per sommi capi, è inevitabile che nella narrazione di cui ci si sta occupando il vuoto di sovranità che si è creato in Europa non sia visto negativamente ma al contrario lo si additi come il modello virtuoso di un’area che è definita solo da un sistema di regole e di valori condivisi (Unione europea), che quindi non ha bisogno né di veri confini, né di un vero esercito, né di istituzioni comuni genuinamente politiche.

È, a suo modo, cioè di ripetizione della tragedia in forma di farsa, l’antico sogno marxiano del dissolvimento della politica in amministrazione, che dà a ognuno secondo il bisogno e chiede a ciascuno secondo le possibilità materializzatosi nel tragico ma grandioso esperimento bolscevico.

Perché si parla di modello anche se, a prima vista, questo assetto non è destinato a essere imitato?

 Forse l’idea sottotraccia, in una dimensione ideologica ma anche programmatica, è che attraverso la pressione del sistema internazionale dei media nel quale questa narrazione è solidamente insediata, e che a propria volta la alimenta, si possa affermare quella sorta di sistema normativo transnazionale che va sotto il nome di “politicamente corretto” e che riesce a imporre regole di condotta legittimate dal loro stigma “progressista”, senza i tempi lenti e macchinosi dell’evoluzione del costume e della giurisprudenza, come richiederebbero i canoni dello stato di diritto, troppo legato peraltro alla storia dello stato sovrano per non essere vittima del medesimo processo di obsolescenza (si noterà che termini come “democrazia parlamentare” sono passati di moda, si preferisce parlare di “modello” liberal-democratico che ha dalla sua una confortevole vaghezza).

 

In questa prospettiva si può anche capire che l’atroce eliminazione fisica di “Jamal Khassoghi” nel consolato saudita di Istanbul, così come il sequestro del premier libanese “Saad Al Hariri” a Riad finiscano sostanzialmente nel dimenticatoio, perché in una prospettiva storica è decisamente più importante che nel regno saudita sia consentita la guida dell’automobile anche alle donne:

una posizione non priva di una sua logica, che però postula la sostanziale continuità degli assetti di potere che hanno condotto trentun anni fa alla caduta del Muro di Berlino e quindi al trionfo della globalizzazione a guida americana attraverso strumenti almeno in parte multilaterali.

Se diventasse di pubblica ragione il fatto che questo mondo, come sostengono Drezner, Krebs e Schweller, è tramontato, le crepe nell’impalcatura ideologica di quella che potremmo chiamare la faccia “buona” del globalismo diventerebbero vistose.

Anche perché questa lettura della evoluzione in corso nell’assetto del potere mondiale è condivisa.

Per esempio, la condivide una personalità di indiscussa fede liberal-democratica e progressista, come “Romano Prodi”, che in termini non diversi – nella sostanza – da quelli dei tre studiosi americani, si era espresso pochi mesi fa in una conferenza nella sede milanese dell’”Istituto per gli Studi di Politica Internazionale” (ISPI); anche se lo stesso professor Prodi, nel colloquio con media più convenzionali come il  Foglio e altri, preferisce parlare della liberal-democrazia come del “vaccino” che salverà il mondo dalla minaccia del sovranismo e dell’autoritarismo.

 

Pur se l’analisi di “The End of Grand Strategy” fosse condivisibile, se resistesse all’esame di realtà, resterebbe insomma incompatibile con la retorica largamente dominante, quanto meno nel mondo occidentale e certamente in tutti gli apparati in senso lato burocratici (dalle pubbliche amministrazioni alle università agli eserciti ai grandi media alle banche centrali alle grandi multinazionali e in genere le grandi imprese) di questo stesso mondo occidentale.

Detto in forma di slogan: anche se non si può più dire che “la storia è finita”, bisogna seguitare a credere che ci si sta lavorando e ci si arriverà. E nasce il sospetto che sia questa la posta in gioco nello scontro in atto.

 

Non stupisce quindi che, passata una settimana dalla pubblicazione di “The End of Grand Strategy”, sempre sul sito di Foreign Affairs (che il suo status non partisan lo prende sul serio) altri tre autorevoli professori, Hal Brands, Peter Feaver e William Inboden, abbiano firmato un articolo dal titolo non meno lapidario di quello che si è illustrato più sopra: In Defense of the Blob (In difesa del Blob).

Può essere utile preliminarmente una breve spiegazione del significato di “Blob”, un termine americano non facilmente traducibile, ma che in questo caso si può rendere con “persone inutili/incapaci”.

L’incipit dell’articolo di Brands, Feaver e Inboden, infatti,  si riferisce, apertis verbis, al termine (“Blob”) con il quale l’establishment della politica estera americana era stato ridicolizzato, anni fa, da “Ben Rhodes”, vice consigliere per la sicurezza nazionale durane la presidenza di Barack Obama.

 Dopo Rhodes, osservano gli autori, “al coro si sono uniti i repubblicani” finché il presidente Trump ha liquidato chi criticava la sua politica estera parlando della “elite fallita di Washington che si preoccupa soltanto di conservare il proprio potere”.

Ma questa è solo la premessa per arrivare a ciò che visibilmente sta a cuore ai tre studiosi:

“Su questo punto perfino alcuni dei più aspri critici di Trump nel mondo accademico condividono il suo giudizio”.

 

L’allusione a “Drezner” è palese, ma nell’articolo “in difesa del Blob” non c’è ovviamente nessun riferimento al saggio che lo ha preceduto e che intona il “De profundis per le grandi strategie”, né agli studiosi che lo hanno firmato: non solo nella Vecchia Europa l’accademia ha i suoi riti e i suoi metodi.

Al netto di questi aspetti cerimoniali, tuttavia, la contrapposizione è irriducibile, e il titolo è da prendere alla lettera.

 

“The End of Grand Strategy” si concentra sul fatto che sia per motivi interni agli States (la spaccatura del paese) sia per motivi esterni (trasformazioni nella natura e nelle dinamiche del potere nel mondo) l’elaborazione di grandi disegni strategici è nel migliore dei casi pura perdita di tempo ma rimane tuttavia la principale occupazione della comunità di esperti cui è affidata la politica estera e di sicurezza, e questo spiega i risultati insoddisfacenti di questa politica negli ultimi anni.

In “Defense of the Blob”, peraltro, salta a piè pari l’analisi che fa da premessa e si rivolge con grande vis polemica e perfino con sincero pathos alle conclusioni, innanzitutto alla prima di queste, che si compendia nel termine “Blob”:

la comunità degli addetti alla politica estera e alla sicurezza nazionale non è affatto una élite autoreferenziale (ma nel testo si parla addirittura di “cabal”, di conventicola di complottisti, attribuendo ovviamente il termine ai critici dell’establishment).

“L’establishment della politica estera è una risorsa dell’America, non una debolezza”.

 Più avanti, per chiarire ancora meglio il concetto:

“Sia in termini assoluti che in termini relativi, la comunità di esperti che trattano le questioni di politica estera e di sicurezza nazionale negli Stati Uniti è notevolmente ampia e eterogenea…Inoltre, diversamente dalle comunità corrispondenti di altre grandi potenze, l’establishment americano di politica estera non è separato dalla società ma connesso a questa, in quanto gli strati superiori delle burocrazie della sicurezza nazionale Usa sono staffate con personale di nomina politica piuttosto che con funzionari.

Il Blob comprende funzionari del governo, esperti esterni, e molte persone che vanno e vengono tra le due sponde”.

Dopo aver difeso con grande convinzione la qualità, l’apertura alla società e la ricchezza del dibattito interno che contraddistingue la comunità degli esperti di politica estera e di sicurezza nazionale, l’articolo si dedica, nella seconda parte, con altrettanta decisione a sviluppare un quadro positivo dei risultati della politica estera americana dei decenni “post-Guerra Fredda”, senza nascondere alcune “delusioni”.

 

Si legge, per esempio, che

 “Globalizzazione e democratizzazione dovevano far maturare Cina e Russia e aiutarle a inserirsi facilmente nell’ordine (mondiale, ndr) a guida americana.

Non ha funzionato così bene come si era sperato”, e più avanti, tentando di redigere un bilancio del post-Guerra Fredda:

“da una parte alcuni fallimenti, dall’altra un successo gigantesco, l’emergere di un sistema internazionale molto più pacifico, prospero e liberale al centro del quale si collocano gli Stati Uniti, sicuri e prosperi”.

 

Avviandosi alla conclusione, Brands, Feaver e Inboden affrontano di petto quello che sembra essere, ancora più della “difesa del Blob”, il cuore del loro argomento: Trump.

“L’amministrazione Trump ha emarginato i professionisti della sicurezza nazionale, e la professionalità, in una misura senza precedenti nell’era moderna.

 Il presidente ha regolarmente disatteso il parere dei funzionari di carriera apolitici, li ha accusati di slealtà e perfino di tradimento, e ha epurato dai vertici dell’amministrazione chiunque non fosse disposto a adeguarsi alla linea ufficiale del giorno (quale che fosse).

 I risultati di questo esperimento non sono incoraggianti. Sinora ha prodotto politiche scadenti, attuate in maniera scadente e con risultati scadenti”.

 

È interessante che l’articolo, partito dalla rievocazione dell’attacco di un esponente dell’amministrazione Obama,” Ben Rhodes”, alla” burocrazia, o tecnocrazia”, delle relazioni internazionali e della sicurezza, si concluda con una requisitoria nei confronti dell’amministrazione Trump che avrebbe introdotto una gestione capricciosa e non professionale di queste stesse relazioni.

Ci si potrebbe chiedere se la vera ragione del contendere sia il contenuto della politica estera o di sicurezza Usa o non sia piuttosto l’identità del soggetto che la determina:

 al netto delle accuse di stile dispotico, che non è questa la sede di valutare, l’alternativa è tra un decisore politico, oppure un apparato tecnico-burocratico che elabora scenari, sulla base degli scenari elabora strategie e procedure per attuarle.

La prima alternativa sembrerebbe più compatibile con la posizione di “The End of Grand Strategy”, la seconda è quella esplicitamente raccomandata dagli autori di” In defense of the Blob”.

E la seconda è incompatibile col riconoscimento del ritorno della Realpolitik nelle relazioni internazionali, una conseguenza del fallimento del tentativo di “assimilare” in modo non conflittuale i sistemi non ancora omogenei alla comunità occidentale (dove “occidentale” si riferisce non alla geografia, naturalmente, ma alle sfere d’influenza politica) come la Russia post-Eltsin e la Cina.

Il caparbio rifiuto di dare ingresso, nel discorso pubblico del mondo occidentale, all’ovvia verità che gli attori del gioco politico internazionale sono soggetti sovrani e non incorporee istituzioni multilaterali, ricorda però – e questo è inquietante – le “pie banalità” in materia di liberalismo e umanesimo di cui parla “Hannah Arendt” in” Le origini del totalitarismo” (citato da Tim Schenk su Tablet Magazine del 6 dicembre 2018), a proposito dell’attrazione dei giovani intellettuali tedeschi per Hitler al momento dell’ascesa al potere, e questo sento il dovere di dirlo senza nascondermi dietro un’imparzialità di facciata.

Comunque sia, tre cose sembrano chiare.

La prima, che tra le due opzioni rappresentate dai due saggi commentati in questo articolo, è in corso uno scontro senza quartiere che, benché focalizzato principalmente sulla politica estera e di sicurezza investe, in realtà, i fondamenti del governo, l’alternativa tra il governo legittimato dal consenso e il governo legittimato dalla competenza:

una contrapposizione di cui non sfuggirà la connotazione “sovrastrutturale” e di cui sarebbe interessante esplorare i fondamenti “strutturali”, considerato da un lato che le burocrazie che si confrontano con la leadership politica sono a pieno titolo una classe sociale, anzi la classe sociale che sinora, nella storia, non ha mai perso nessuna battaglia;

dall’altro lato che l’alternativa tra la decisione (inevitabilmente “responsabile” in quanto riconducibile a un autore) e l’esecuzione di una procedura (per propria natura irresponsabile perché riconducibile a una regola), una volta posta diventa irriducibile, e sembra che ormai questa sia l’alternativa sul tappeto.

E mi chiedo se dopo la rivoluzione del proletariato (1917), dopo la rivoluzione dei manager (1941) non si avvicini il momento della rivoluzione dei funzionari.

 

Che altro è la polemica contro il sovranismo, in ultima analisi e a prescindere dal suo uso strumentale, se non la contestazione della ineludibile presenza, in uno stato sovrano e proprio perché sovrano, di un potere di ultima istanza sovraordinato a tutte le posizioni gerarchiche in cui si materializza la struttura dello stato?

 

La seconda, che questo scontro, che conserva il suo epicentro nella potenza-guida, gli Usa, si ripercuote inevitabilmente sugli equilibri dei paesi del resto del mondo, che non possono non schierarsi:

 e se lo fanno in una logica di alleanze (e di potenza relativa) gli attori sovrani della scena internazionale, sono costretti a farlo a rimorchio di logiche lobbistiche le aree contraddistinte da un vuoto di sovranità, e si sta pensando – è ovvio – all’Europa.

La terza, che “leggere” lo scontro nei termini attualmente in voga di progressismo (o modello liberal-democratico) versus conservatorismo (modello sovranista) non pare promettente se l’obiettivo è quello di esplorare le ragioni profonde, di lungo termine, dello scontro stesso, e le coalizioni di potere che lo determinano, ma si giustifica solo in una logica “militante”.

“Teo Dalavecuras”

 

 

 

 

LOSCHI TRAFFICI DI ARMI DEL PENTAGONO.

Spariti Missili per 1 Miliardo di Dollari.

Nuove Forniture in Kosovo per Infiammare i Balcani.

Gospanews.net - Fabio Giuseppe Carlo Carisio – (14 Gennaio 2024) – ci dice: 

Basta collegare i diversi episodi inquietanti per capire che dietro la fornitura di armi all’Ucraina si alimenta un traffico misterioso e vorticoso.

Per capirlo basta mettere insieme due reportage di “Russia Toda”y insieme alle inchieste del ciclo “CIA-Gates” pubblicate da” Gospa News” e basate su informatori anonimi del controspionaggio americano della “Central Intelligence Agency”.

Mentre il “Pentagono” rivela di aver “perso” missili e altre armi per un valore di 1 miliardo di dollari destinati all’Ucraina, restano senza risposta le domande sulle armi americane finite nelle mani di “Hamas” e che apparentemente provengono da un mercato nero alimentato dalla stessa “CIA”.

Come accaduto con le forniture di “missili anticarro TOW” alle formazioni jihadiste “anti-Assad in Siria “finite poi nelle mani dei terroristi di “Al Qaeda” e “Isis”.

Analogo problema sulla mancata supervisione della destinazione delle armi è stato sollevato da “Der Spiegel” in relazione alla Germania…

Allo stesso tempo apprendiamo che, come anticipato nella nostra indagine “CIA-Gate n. 5”, razzi simili, i famosi “Javelins” per lancio “manpad” o da postazione fissa, verranno venduti al “Kosovo” in previsione di un’escalation di tensione in” Serbia” già annunciata dai tentativi di “Rivoluzione Colorata” innescati dagli USA (secondo Mosca) dopo l recenti elezioni in cui è stato riconfermato il governo filo-russo.

 

Ecco il pericolo concreto che si apra nei Balcani un altro fronte di guerra tra Russia e paesi NATO guidati da USA-Regno Unito, dopo quello in Ucraina, innescato dal sanguinoso colpo di stato di Kiev del 2014 e dalla pesante militarizzazione dell’Europa dell’Est prevista nel progetto “CEPA” del 2020, uno in Palestina con il genocidio israeliano a Gaza consentito dai burattini occidentali del “Nuovo Ordine Mondiale sionista-massonico”.

Ed infine il più recente inasprimento delle tensioni nel Mar Rosso per i bombardamenti dello Yemen “arbitrariamente e illegalmente decisi da Usa e Regno Unito” secondo Russia, Iran e Turchia.

Il rapporto del Pentagono non rileva $ 1 miliardo di armi per l’Ucraina

da “Russia Today”.

 

Oltre 1 miliardo di dollari di armi sofisticate inviate in Ucraina dagli Stati Uniti sono state scarsamente monitorate, secondo un nuovo rapporto dell’”ispettore generale del Pentagono”.

La versione redatta delle scoperte dell’indagine è stata resa pubblica giovedì, un giorno dopo che è stata presentata al “Congresso degli Stati Uniti”.

L’indagine si concentra sull’implementazione delle procedure di monitoraggio dell’uso finale (EEUM) migliorato da parte del Pentagono. Queste procedure si applicano a una gamma limitata di attrezzature e armi altamente sensibili e sofisticate, tra cui sistemi missilistici montati sulle spalle, droni Kamikaze, dispositivi di visione notturna e altri hardware.

La mancanza di un’adeguata responsabilità “può aumentare il rischio di furto e diversione” delle sofisticate apparecchiature progettate dall’”EEUM”, osserva il rapporto.

 Finora, l’ispettore generale non è stato effettivamente incaricato di scoprire se l’hardware non rintracciato è stato effettivamente rubato.

 

Analogo problema in Germania… Il governo tedesco ha controllato solo due volte dove sono finite le armi che aveva inviato all’estero nel 2023, ha riferito venerdì “Der Spiegel”, citando funzionari.

 Nel frattempo, anche la massiccia assistenza militare di Berlino a Kiev è stata lasciata senza supervisione, con i politici tedeschi che si affidavano alle assicurazioni dei funzionari ucraini.

“Deluso ma non sorpreso” – La Serbia reagisce ai nuovi armamenti USA ai separatisti del Kosovo.

Belgrado non è contento della decisione di Washington di vendere missili anticarro alla provincia fuga del Kosovo e intende rafforzare i suoi militari in risposta, ha detto venerdì il ministro della Difesa serbo “Milos Vucevic”.

L’ambasciatore degli Stati Uniti a Belgrado, “Christopher Hill”, ha informato il presidente serbo” Aleksandar Vucic “della potenziale vendita durante il loro incontro di giovedì.

 Il Dipartimento di Stato ha l’accordo, coinvolgendo 246 armi per un valore stimato di $ 75 milioni.

“Gli Stati Uniti sono un alleato di lunga data di “Pristina”, quindi non siamo sorpresi da questa mossa, ma ovviamente siamo delusi e abbiamo espresso apertamente il nostro dispiacere”, ha detto “Vucevic” al” Daily Kurir”.

Mentre la Serbia non può cambiare la politica statunitense, risponderà rafforzando le sue capacità militari, ha aggiunto.

 

 

PERCHÉ LA MONETA

È DEL POPOLO.

Comedonchisciotte.org - Alberto Conti -  (14 Gennaio 2024) ci dice:

 

(La prova storica che stiamo ancora vivendo, per poco).

L’attuale sistema monetario mondiale è l’erede del fallimento di “Bretton Woods”, l’ultimo gold standard, l’ultima truffa contabile questa volta ideata per sdoganare l’egemonia del dollaro, la valuta USA dell’egemone.

Tale fallimento ha simbolicamente una data storica precisa, il ferragosto del 1971, quando Nixon dichiarò al mondo: “avevamo scherzato”, cioè le riserve in dollari dei vari Paesi aderenti agli accordi del luglio 1944 non erano più convertibili in oro da parte della FED.

Dopo l’annuncio clamoroso non accadde nulla di eclatante, semplicemente i sistemi monetari dei vari Paesi ispirati alla “FED “e coordinati dalla “Banca per i regolamenti internazionali”, la “BIS” di Basilea (Svizzera), scivolarono progressivamente verso un regime di “moneta FIAT”, ovvero “creata dal nulla” dalle “banche commerciali”, oltre che dalle” banche centrali” in caso di gravi squilibri del sistema, tali da metterne a rischio la stabilità.

In realtà anche la costola speculativa delle banche, categoria nota come “banche d’affari”, prese a sfornare titoli d’ogni sorta, fondi d’investimento, prodotti finanziari frutto di fantasia sfrenata, da offrire alla clientela dei risparmiatori in cerca di sicurezza e rendimento, due cose tra loro inversamente proporzionali.

Tutta questa smodata creazione di “ricchezza finanziaria” è comunque, in qualche modo, riconducibile all’emissione di moneta, e ne gonfia la massa aggregata ben oltre qualsiasi logica di stabilità, o regime di inflazione moderata.

Una inflazione che però non esplode essendo “ricchezza finanziaria” confinata nel recinto del casinò speculativo globale, un gigantesco circo privato dove può espandersi a dismisura purché non ne varchi i confini a ritroso, cioè riconvertendosi in moneta liquida liberamente spendibile dai risparmiatori.

È così che è andata, e il mondo si è spaccato sempre più in due parti diseguali:

molti debitori impoveriti da un lato e pochi creditori molto arricchiti dall’altro lato, di uno stesso libro contabile.

Ora però si annuncia da più parti un cambiamento radicale, l’introduzione della moneta digitale di Banca Centrale.

Ma non c’era già, come dimostrano i vari “Quantitative Easing” o manovre analoghe di salvataggio del sistema?

Certamente, ma erano emissioni monetarie “provvisorie” e comunque destinate alle banche, che ne potevano anche riversare gli eccessi nel circo speculativo di cui sopra, del resto gestito da loro stesse in regime privatistico.

Ora invece si parla di moneta emessa direttamente dalle banche centrali per i mercati fisici, quelli della gente vera che spende per vivere, per investire nel lavoro e per pagare le tasse.

Moneta tracciabile al fine di monitorare i consumi personali, con tutto il controllo potenzialmente totalitario che ne consegue, e che, guarda caso, diventa sempre più un’esigenza vitale dei sistemi vigenti in ogni Paese globalizzato, per sopravvivere alle proprie e altrui contraddizioni e tensioni economico-sociali.

In altre parole stiamo vivendo un periodo di mezzo, una fase di transizione che corrisponde anche ad una finestra più unica che rara per poter comprendere un passato discutibile e prevenire un futuro ancora più distopico.

È come una fermata “tecnica” di un treno impazzito, l’ultima occasione per svegliarsi e scendere, per salvarsi dal prossimo inesorabile schianto.

Restiamo quindi al presente:

 la notizia ufficiale è che oggi la quasi totalità della moneta circolante nei mercati fisici è stata generata come moneta FIAT emessa dalle banche commerciali nell’erogare prestiti alla clientela.

È un dato di fatto, come pure è un dato di fatto che bene o male tale procedura funziona da decenni e le successive crisi, a rischio crescente di tenuta del sistema, non originano tanto dai mercati fisici, quanto dai suddetti mercati finanziari e dalle loro spericolate, irresponsabili e impunite manovre speculative.

A ben vedere però i soldi che guadagniamo e spendiamo per la vita quotidiana non nascono proprio dal nulla di una banca che ci ha erogato un mutuo con un click sul computer, bensì dal concretissimo sudore della fronte della popolazione attiva, che quotidianamente lavora per vivere e ripagare i propri debiti con la banca.

E questo costituisce anche il principale meccanismo automatico di autoregolazione della massa monetaria circolante.

 Infatti in questo modo se ne emette quanta il sistema fisico, quello che rappresenta i “fondamentali” dell’economia ed è impersonato dalla popolazione attiva, è in grado di sostenere, essenzialmente tramite il lavoro che produce ricchezza per ripagare i debiti.

Se tale sistema venisse liberato da contaminazioni speculative nessun Paese potrebbe vivere al di sopra o al di sotto delle proprie possibilità.

 In altre parole la moneta utilizzata dal Popolo è anche creata dal Popolo, che quindi ne è il proprietario naturale e ne dovrebbe essere il gestore unico ed esclusivo, per evitare strumentalizzazioni truffaldine da parte di gestori “indipendenti”.

Altro che scoperta dell’acqua calda, o uovo di Colombo, o rivelazione divina.

Questa è una realtà inconfutabile, ben nota agli attuali gestori privati della moneta fin dal principio dei loro maneggi contabili, degli arricchimenti smodati che hanno decretato la loro ascesa al potere verticistico di un sistema piramidale globalizzato, reso così sempre più totalitario e distopico.

 

È la padronanza della meccanica monetaria che ha consentito agli attuali “padroni universali” di strumentalizzarla per acquisire “legalmente” smodate ricchezze e poteri, mentre incredibilmente sono proprio i popoli ad ignorare questi tecnicismi monetari a proprio danno, visto che si sono lasciati ingannare impunemente fino alla negazione dei propri diritti naturali, riducibili in estrema sintesi ad un solo punto:

non lasciarsi derubare tramite una gestione della moneta privatistica e strumentalmente espropriante.

E visto che ormai è andato troppo oltre, per essere socialmente sostenibile, il processo di indebitamento e impoverimento pubblico e privato a favore dell’élite dei potenti, ecco che questi s’inventano la sostituzione del circolante FIAT prodotto dal sistema delle banche commerciali (sotto tutela e controllo discrezionale di Banca Centrale) con circolante FIAT emesso e controllato direttamente da Banca Centrale.

Una nuova e più diretta leva di comando per dominare ancor più sfacciatamente le istituzioni pubbliche, ormai svuotate di ogni sostanziale prerogativa democratica e ridotte a paravento formale di un vero potere elitario, dispotico e antipopolare, in grado di controllare non solo gli Stati, ma d’ora in poi anche ogni singolo cittadino vessato e impoverito, per sedarne preventivamente qualsiasi velleità democratica.

Si osservi in particolare l’evoluzione storica, o per meglio dire l’involuzione storica, dei criteri di controllo dell’emissione monetaria in funzione anti-inflattiva, infine affidati ad un centro di potere rappresentato da una Banca Centrale “indipendente”, cioè sempre più privatizzata di fatto, per sottrarlo al controllo di uno Stato opportunamente stigmatizzato come “irresponsabile spendaccione” e perciò stesso accusato di fomentare inflazione e instabilità (percorso avviato col divorzio tra Tesoro e Banca Centrale).

E dato che per salvare la situazione non basta più neppure la privatizzazione dell’intero sistema bancario, ecco la necessità di concentrare tutto il potere politico derivante dalla gestione della moneta nella sola Banca Centrale, grazie all’inedito tecnicismo dell’emissione diretta e centralizzata di moneta digitale unica, destinata a sostituire ogni altra forma di denaro circolante.

Si tratta in realtà di un perfezionamento ulteriore del furto della moneta ai danni del legittimo proprietario, il Popolo ex-sovrano.

Un consolidamento della gestione elitaria della moneta come strumento di dominio sulla popolazione, costretta a farne un uso condizionato dagli stessi che la gestiscono legalmente (visto che usurpano anche il ruolo di legislatore) quanto illecitamente.

Questa è la madre di tutte le distopie dispotiche presenti e ancor più future, che danno corpo ai peggiori incubi sociali, ove il concetto stesso di democrazia perderà anche ogni parvenza formale, dopo essere stato progressivamente svuotato dal predominio delle politiche restauratrici, che finiranno per cancellare definitivamente ogni conquista di civiltà della nostra storia.

 E tutto ciò “grazie” ad una pesante lacuna nella cultura popolare in tema di moneta, che induce le masse ad un comportamento passivo e rassegnato di fronte all’esproprio di ciò che naturalmente appartiene loro.

I motivi per i quali la moneta appartiene al popolo che la usa obbligatoriamente sono molti, ma il più evidente ed inoppugnabile è al presente proprio questo, cioè il fatto che è il popolo stesso a creare la moneta, sia pure tramite intermediazione bancaria, nell’atto di richiedere mutui bancari.

Quando invece la quasi totalità della moneta sarà emessa non più dalle banche locali, su richiesta sostenibile della clientela, bensì direttamente dalla Banca Centrale, verrà meno l’automatismo di regolazione della massa monetaria circolante, sia pure drogato dalla manipolazione centralizzata dei tassi d’interesse.

Al suo posto ci sarà solo il controllo diretto e discrezionale della Banca Centrale, quartier generale dell’élite finanziaria, che, non dimentichiamolo, può anche, controllando la politica e i sindacati, moderare l’inflazione moderando la domanda popolare di beni e servizi, cioè moderando i salari anche se non più sufficienti per vivere dignitosamente (Monti docet).

Occorre impedire che tutto questo potere al servizio di una ideologia antiumana prevalga, che venga abolito il contante, ultimo baluardo ideologico rimasto a sostegno di una moneta popolare, che continui il processo di privatizzazione delle banche (gestori della moneta), oltre che dei servizi essenziali, della produzione industriale strategica, della sanità e dell’istruzione.

 In una parola la privatizzazione espropriante di tutto ciò che occorre per vivere in una società civile organizzata. L’impoverimento di massa a favore di un arricchimento elitario non è segno di civiltà, ma di barbarie.

 Non è solo ingiusto, è disumanizzante, e porterà alla rovina l’umanità intera, travolta da una potenza tecnologica il cui utilizzo non sarà più per il bene di tutti e di ciascuno, ma al contrario finalizzato all’insostenibile privilegio di una casta di arricchiti senza merito quanto senza freni inibitori, cioè i peggiori governanti possibili, che porteranno il mondo intero alla rovina.

Occorre comprendere che il comandamento “non rubare” a fondamento di qualunque civiltà viene oggi violato in mille forme subdole, tutte facenti capo ad una impropria gestione della moneta che, anziché essere controllata dal Popolo che ne è il legittimo proprietario naturale, è stata incoscientemente affidata ad una fantomatica “indipendenza” dell’istituzione più centralizzata e scalabile del mondo, che è la Banca Centrale, degenerata fino a diventare simbolo della concentrazione privata di ricchezza e di potere comunque ottenuti, soprattutto col crimine.

Al grido di “giustizia, libertà, verità” riprendiamoci quel che è nostro, ridando così nuova linfa vitale alla rivoluzione democratica, soffocata sul nascere dalle maligne forze restauratrici di un”ancien regime” che non ha più alcuna giustificazione d’esistere nel mondo moderno.

L’élite di banchieri e politici askenaziti che ha cavalcato la gestione della moneta per prevalere su un mondo d’ingenui è una realtà ormai anacronistica, da congelare nel museo degli orrori della storia umana.

Non occorre rispondere a violenza con la violenza, basta svegliarsi, aprire gli occhi e riscoprire l’acqua calda, con tutti i suoi banali vantaggi.

 È solo così che i demoni verranno scacciati dai nostri incubi peggiori, che potranno tornare ad essere sogni di pace, d’amore e di bellezza, in armonia col nostro prossimo e col creato, nel segno dell’umiltà e del rispetto universale.

La attuale domanda rivoluzionaria non è tanto “chi sono io per giudicare?” quanto “chi siete voi per comandare?”.

Concludo parafrasando una boutade di autorevoli “maître à penser”:

 la moneta è una questione troppo importante per lasciarla in mano ad economisti e banchieri, per quanto titolati, competenti e talvolta bugiardi come il “nostro” recidivo Mario Draghi.

Tutti noi abbiamo il diritto-dovere di interessarci all’argomento ed avere un’opinione autonoma in materia, perché ci compete in quanto utenti, e in questo frangente anche vittime del cattivo uso della moneta.

Purtroppo quel che manca all’opinione pubblica è l’informazione veritiera sui fatti, condizione necessaria alla formazione di un proprio punto di vista critico e consapevole.

 In questo caso però l’informazione storica essenziale c’è, ed è a nostra disposizione.

 Consiste nell’esperienza consolidata di un sistema di emissione monetaria che a suo modo, nonostante le premesse tutt’altro che rassicuranti, ha funzionato autoregolandosi, pur nei limiti delle distorsioni economiche indotte da un percorso storico avverso agli interessi popolari.

La moneta digitale emessa dalle banche commerciali, che hanno come clientela famiglie e imprese, è stata per lunghi anni la forma quasi totalitaria di moneta circolante nell’economia fisica, sopravvissuta alla malapolitica finanziaria privatistica, di stampo neoliberista.

Possiamo quindi affermare senza tema di smentita che questa particolare forma di emissione monetaria, fondata sulle reali esigenze e capacità economiche della popolazione attiva, ha superato la fase sperimentale pur tra mille difficoltà esogene.

Vi è quindi fondato motivo di credere che ogni altra forma di emissione monetaria legata agli interessi popolari abbia successo e stabilità, a maggior ragione se affidata a rappresentanti autentici del Popolo sovrano, che non possono essere altro che istituzioni pubbliche non solo di nome ma anche di fatto, finalmente liberate dalla occupazione abusiva dei rappresentanti della “grande finanza”.

Questo è il primo passo indispensabile per avviare un percorso di risanamento dell’economia in funzione sociale ed umana, che dovrà proseguire con il riprendersi le “chiavi di casa” in tutti gli altri settori del vivere civile:

la politica, la produzione fondata sul lavoro, la cultura, la difesa, l’informazione, ecc. ecc.

Tutto il contrario del percorso ventennale dell’euro, sul quale si fonda una” UE” diabolicamente degenerata nei fatti ad anti-unione europea, al servizio di usurpatori esterni ed interni, impropriamente detti “signori” della finanza.

Distinguiamo finalmente un vero Signore, persona onesta degna di questo nome, dagli impostori e dai criminali che signori non possono essere, per quanto indebitamente arricchiti e aggregati in mafie potentissime.

Che ritornino loro ai margini della società, ove meritano di restarci fino a naturale estinzione, come i dinosauri quando hanno lasciato spazio al nuovo mondo.

(Alberto Conti).

 

 

 

 

IL CASO LEGALE DI GENOCIDIO.

Comedonchisciotte.org - Markus – (14 Gennaio 2024) - chrishedges.substack.com – ci dice:

 

La Corte internazionale di giustizia potrebbe essere tutto ciò che si frappone tra i palestinesi di Gaza e il genocidio.

L’esauriente memoria di 84 pagine presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che accusa Israele di genocidio è difficile da confutare.

La campagna israeliana di uccisioni indiscriminate, la distruzione su larga scala di infrastrutture, tra cui abitazioni, ospedali e impianti per il trattamento dell’acqua, insieme all’uso della fame come arma, accompagnata da una retorica genocida da parte dei suoi leader politici e militari che parlano di distruggere Gaza e di eradicare i 2,3 milioni di palestinesi, sono tutte ottime ragioni per arrivare alla condanna di Israele per genocidio.

Il fatto che Israele abbia diffamato il Sudafrica definendolo il “braccio legale” di Hamas esemplifica il fallimento della sua difesa, una diffamazione a cui hanno fatto eco quelli che sostengono che le manifestazioni organizzate per chiedere un cessate il fuoco e proteggere i diritti umani dei palestinesi sarebbero “antisemite”.

 Israele, con il suo genocidio trasmesso in diretta al mondo intero, non ha argomenti sostanziali per controbattere.

Ma questo non significa che i giudici del tribunale si pronunceranno a favore del Sudafrica.

La pressione degli Stati Uniti – il Segretario di Stato “Antony Blinken” ha definito le accuse sudafricane “prive di merito” – sui giudici, scelti tra gli Stati membri dell’ONU, sarà intensa.

Una sentenza di genocidio è una macchia che Israele – che utilizza l’Olocausto come arma per giustificare la brutalizzazione dei palestinesi – avrebbe difficoltà a rimuovere.

 Sarebbe una sconfitta per l’insistenza di Israele che gli Ebrei sono le eterne vittime.

Distruggerebbe la giustificazione per l’uccisione indiscriminata di palestinesi disarmati da parte di Israele e per la costruzione a Gaza della più grande prigione a cielo aperto del mondo, insieme all’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

 Spazzerebbe via l’immunità alle critiche di cui godono la lobby israeliana e i suoi sostenitori sionisti negli Stati Uniti, che sono riusciti ad equiparare all’antisemitismo le critiche allo “Stato ebraico” e il sostegno ai diritti dei palestinesi.

Oltre 23.700 palestinesi, tra cui più di 10.000 bambini, sono stati uccisi a Gaza dal 7 ottobre, quando Hamas e altri combattenti della resistenza avevano violato le barriere di sicurezza intorno a Gaza.

Circa 1.200 persone sono state uccise – forti prove indicano che molte delle vittime erano state causate da equipaggi di carri armati ed elicotteri israeliani che avevano intenzionalmente preso di mira circa 200 ostaggi, insieme ai loro rapitori.

Altre migliaia di palestinesi sono dispersi, presumibilmente sepolti sotto le macerie.

 Gli attacchi israeliani hanno lasciato oltre 60.000 palestinesi feriti e mutilati, la maggior parte dei quali donne e bambini.

Altre migliaia di civili palestinesi, compresi i bambini, sono stati arrestati, bendati, numerati, picchiati, costretti a spogliarsi fino alla biancheria intima, caricati su camion e trasportati in luoghi sconosciuti.

La sentenza della Corte potrebbe essere lontana anni.

Ma il Sudafrica chiede misure provvisorie che impongano a Israele di cessare l’attacco militare – in sostanza un cessate il fuoco permanente.

La decisione potrebbe arrivare entro due o tre settimane.

 Si tratta di una decisione che non si basa sulla sentenza finale del tribunale, ma sul merito della causa intentata dal Sudafrica.

Chiedendo ad Israele di porre fine alle ostilità a Gaza, la Corte non definirebbe la campagna israeliana a Gaza un genocidio. Confermerebbe però che esiste la possibilità di un genocidio, quelli che gli avvocati sudafricani chiamano atti “a carattere genocida”.

Il caso non sarà determinato dalla documentazione di crimini specifici, nemmeno di quelli definiti come crimini di guerra.

Sarà determinato dall’intento genocida – l’intento di sradicare in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso – come definito nella “Convenzione sul genocidio”.

Questi atti includono collettivamente il bombardamento di campi profughi e di altre aree civili densamente popolate con bombe da 2.000 libbre, il blocco degli aiuti umanitari, la distruzione del sistema sanitario e i suoi effetti sui bambini e sulle donne incinte – le Nazioni Unite stimano che ci siano circa 50.000 donne incinte a Gaza e che più di 160 bambini vengano partoriti ogni giorno – così come le ripetute dichiarazioni genocide da parte di politici e generali israeliani di primo piano.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha equiparato Gaza ad Amalek, una biblica nazione ostile agli israeliti, e ha citato l’ingiunzione biblica di uccidere ogni uomo, donna, bambino o animale di Amalek.

 Il ministro della Difesa “Yoav Gallant” ha definito i palestinesi “animali umani“.

 Il presidente israeliano “Isaac Herzog” ha dichiarato, come hanno riferito gli avvocati sudafricani alla corte, che tutti a Gaza sono responsabili di ciò che è accaduto il 7 ottobre perché avevano votato per Hamas, anche se metà della popolazione di Gaza è composta da bambini troppo piccoli per votare.

Ma anche se l’intera popolazione di Gaza avesse votato per Hamas, ciò non la renderebbe un obiettivo militare legittimo.

Secondo le regole della guerra, sono ancora civili e hanno diritto alla protezione.

 Inoltre, secondo il diritto internazionale, hanno il diritto di resistere all’occupazione attraverso la lotta armata.

Gli avvocati sudafricani, che hanno paragonato i crimini di Israele a quelli compiuti dal regime dell’apartheid in Sudafrica, hanno mostrato alla corte un video di soldati israeliani che festeggiavano e invocavano la morte dei palestinesi – ballavano e cantavano “non ci sono civili non coinvolti” – come prova che l’intento genocida discende dall’alto verso il basso della macchina da guerra e del sistema politico israeliano.

Hanno fornito alla corte foto di fosse comuni dove sono stati sepolti corpi “spesso non identificati”.

Nessuno – compresi i neonati – è stato risparmiato, ha spiegato alla corte l’avvocato sudafricano “Adila Hassim”, “Senior Counsel”.

Gli avvocati sudafricani hanno dichiarato alla corte che il “primo atto genocida è l’uccisione di massa dei palestinesi a Gaza”.

Il secondo atto genocida, hanno dichiarato, è il grave danno fisico o mentale inflitto ai palestinesi di Gaza, in violazione dell’articolo 2B della Convenzione sul genocidio.

“ Tembeka Ngcukaitobi, un altro avvocato e studioso di diritto che rappresenta il Sudafrica, ha sostenuto che “i leader politici di Israele, i comandanti militari e le persone che ricoprono posizioni ufficiali hanno sistematicamente e in termini espliciti dichiarato il loro intento genocida”.

“Lior Haiat”, portavoce del “Ministero degli Affari Esteri israeliano”, ha definito le tre ore di udienza di giovedì uno dei “più grandi spettacoli di ipocrisia della storia, aggravati da una serie di affermazioni false e prive di fondamento”.

Ha accusato il Sudafrica di voler permettere ad “Hamas” di tornare in Israele per “commettere crimini di guerra”.

 

I giuristi israeliani, nella loro risposta di venerdì, hanno definito le accuse sudafricane “infondate, “assurde” e “diffamanti”.

 Il team legale israeliano ha affermato di non aver impedito l’assistenza umanitaria, nonostante i rapporti delle Nazioni Unite sulla fame e sulle malattie infettive causate dal crollo dei servizi igienici e dalla carenza di acqua potabile.

Israele ha difeso gli attacchi agli ospedali, definendoli “centri di comando di Hamas”.

 Ha dichiarato alla corte di aver agito per autodifesa.

 “Le inevitabili morti e sofferenze umane di ogni conflitto non sono di per sé un modello di condotta che dimostri plausibilmente un intento genocida”, ha dichiarato “Christopher Staker”, avvocato di Israele.

I leader israeliani accusano “Hamas” di aver compiuto un genocidio, anche se, dal punto di vista legale, se si è vittime di un genocidio non si può commettere un genocidio.

“Hamas”, inoltre, non è uno Stato.

 Non fa quindi parte della Convenzione sul genocidio.

L’Aia, per questo motivo, non ha giurisdizione sull’organizzazione. Israele sostiene inoltre che i palestinesi vengono avvertiti di evacuare le aree che verranno attaccate e che vengono loro fornite “aree sicure”, anche se, come hanno documentato gli avvocati sudafricani, le “aree sicure” vengono regolarmente bombardate da Israele, e questo provoca numerose vittime civili.

Israele e l’amministrazione Biden intendono impedire qualsiasi ingiunzione temporanea da parte della Corte, non perché la Corte possa costringere Israele a fermare i suoi attacchi militari, ma a causa dei suoi effetti sull’opinione pubblica, già abbastanza compromessa.

 Per la sua applicazione, la “sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dipende dal Consiglio di Sicurezza “– il che, dato il potere di veto degli Stati Uniti, rende vana qualsiasi sentenza contro Israele.

Il secondo obiettivo dell’amministrazione Biden è assicurarsi che Israele non venga riconosciuto colpevole di aver commesso un genocidio. L’amministrazione Biden sarà implacabile in questa campagna ed eserciterà forti pressioni sui governi che hanno giuristi in tribunale affinché non giudichino Israele colpevole.

La Russia e la Cina, che hanno giuristi all’Aia, stanno già combattendo contro accuse di genocidio nei loro confronti e potrebbero decidere che non è nel loro interesse giudicare Israele colpevole.

L’amministrazione Biden sta giocando un gioco molto cinico.

 Dice che sta cercando di fermare quello che, per sua stessa ammissione, è il bombardamento indiscriminato dei palestinesi da parte di Israele, mentre aggira il Congresso per accelerare la fornitura di armi a Israele, comprese le bombe non guidate [e quindi imprecise].

Insiste nel volere la fine dei combattimenti a Gaza mentre pone il veto alle risoluzioni per il cessate il fuoco all’ONU.

Insiste nel sostenere lo stato di diritto mentre sovverte il meccanismo legale che potrebbe fermare il genocidio.

Il cinismo pervade ogni parola pronunciata da Biden e Blinken.

 Questo cinismo si estende anche a noi.

 La nostra repulsione per Donald Trump, secondo la Casa Bianca di Biden, ci spingerà a mantenere Biden in carica.

 Su qualsiasi altra questione potrebbe essere così.

Ma non può essere così per il genocidio.

Il genocidio non è un problema politico. È un problema morale.

 Non possiamo, a qualunque costo, sostenere chi commette o è complice di un genocidio.

Il genocidio è il crimine di tutti i crimini.

È l’espressione più pura del male.

Dobbiamo stare inequivocabilmente dalla parte dei palestinesi e dei giuristi sudafricani.

Dobbiamo chiedere giustizia.

 Dobbiamo ritenere Biden responsabile del genocidio di Gaza.

(Chris Hedges)

(chrishedges.substack.com)

(chrishedges.substack.com/p/the-case-for-genocide).

(Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per 15 anni per il “New York Times,” periodo in cui è stato capo ufficio per il Medio Oriente e capo ufficio per i Balcani.)

 

 

 

 

 

Il mondo al contrario degli

orfani della dittatura sanitaria.

Nicolaporro.it - Gianluca Spera – (16 Settembre 2023) – ci dice:

 

Virologi e giornalisti, da “Burioni” a “Severgnini”, ripartito il circo Covid con il suo campionario di paradossi. Intanto, perse le tracce della “Commissione d’inchiesta”.

Calate le temperature e ridimensionato un po’ il catastrofismo climatico, siamo di nuovo alle prese con l’allarmismo sul Covid.

È stato sufficiente che i principali quotidiani e i telegiornali abbiano enfatizzato l’aumento dei contagi e subito si è rimessa in moto la giostra.

Più che di un riflesso pavloviano, si tratta di una strategia ormai evidente.

Uso politico del virus.

Nel suo libro poi rimasto inedito, l’ex ministro “Roberto Speranza” discettava di una nuova egemonia culturale da costruire sulla pandemia.

Sfumata quell’opportunità, non resta che usare in chiave politica qualsiasi risalita (più o meno grave) delle infezioni.

Lo schema è collaudato:

 chiunque non si omologhi ai precetti della cattedrale sanitaria è considerato un negazionista in combutta con l’universo no-vax.

Non serve nemmeno citare la pletora di virologi tornati alla carica sui mezzi di informazione per comprendere l’aria che tira.

Prendiamo, per esempio, il pezzo su” La Stampa” a firma di “Eugenia Tognotti” la quale si è lamentata del ritorno del complottismo che porta a “sottovalutare la minaccia”.

 Nel suo mirino, ci sono i social e i giornali vicini al governo.

Dunque, da un lato se l’è presa col “popolo bue” che, in assenza di obblighi e divieti, non si piega più ai diktat dei profeti di sventura e blatera di restrizioni su “Facebook” o “X”.

Dall’altro, ne ha approfittato per attaccare direttamente le pubblicazioni filo-governative e, indirettamente, lo stesso “Esecutivo” che sarebbe insensibile di fronte a queste accorate grida di allarme.

Tanto è vero che un altro ex ministro della salute, “Beatrice Lorenzin”, sta incalzando” Schillaci” invitandolo a chiarire la situazione epidemiologica e a illustrare le eventuali azioni di contrasto.

Insomma, non siamo dalle parti dell’egemonia culturale cara al compagno di partito della “Lorenzin” ma, sicuramente, nell’ambito dell’”uso politico del virus”.

 

Ministro timido.

Peraltro, finora il comportamento dell’attuale ministro è stato a dir poco timido non riuscendosi ad affrancare da tutto l’armamentario di regole e regolette pandemiche che ha ereditato.

 Ancora oggi capita di doversi recare presso strutture sanitarie che impongono l’uso della mascherina o addirittura pretendono un test negativo per l’accesso.

Ergo, proprio “Schillaci” non può essere iscritto al partito degli irresponsabili complottisti di cui scrive la “Tognotti.

 Non è, dunque, l’attuale ministro a disincentivare l’uso dei dispositivi di protezione attraverso “la disinformazione sui benefici medico-sanitari” e non riconoscere “il ruolo sociale della scienza”.

Chissà a quale scienza si riferisce la “Tognotti”, visto e considerato che proprio sulle famigerate mascherine esiste ampia letteratura scientifica che le ritiene sostanzialmente inutili (se non dannose in alcuni ambiti, tipo quello scolastico).

Ma tant’è, la Tognotti non si schioda dalla sua posizione granitica nonostante tutte le evoluzioni che si sono verificate nell’ultimo triennio.

 

Fuga dal laboratorio.

Le sarà sfuggito anche quanto riportato dal suo stesso giornale su un presunto intervento della CIA per impedire la diffusione di scoperte scientifiche relative alla fuga del virus dal laboratorio di Wuhan.

 È stato il “New York Post” – riportando le confidenze al Congresso di una “gola profonda” – per primo a far rimbalzare la notizia che è poi stata ripresa dai principali media a stelle e strisce.

 

Peraltro, su “Atlantic Quotidiano”, in diverse occasioni a partire già dal marzo 2020, abbiamo trattato la questione pure a dimostrazione dell’inconsistenza di alcune teorie che all’inizio dell’epidemia non potevano essere messe in discussione pena la censura o il biasimo collettivo.

Eppure, non sono bastate neppure le smentite clamorose su alcuni teoremi (quello draghiano resterà nella storia: il “Green Pass” è la garanzia di trovarsi tra persone non contagiate o non contagiose) per provocare un ripensamento rispetto a certi atteggiamenti fin troppo intransigenti.

Al contrario, si persevera nella narrazione a senso unico.

 

I censori social.

L’onnipresente “Roberto Burioni,” riferendosi a chi lo contesta, ha perfino accusato i suoi detrattori di aver libertà di opinione.

 D’altronde, se la scienza non è democratica come da assioma burioniano, allora pure l’informazione può essere “somministrata con modalità meno democratiche”, ricordando le parole dell’ex premier “Mario Monti” a “La7”.

 

Per non dire del lavoro di filtro effettuato dai “fact-checkers” in servizio permanente sui social.

Qualsiasi teoria, anche autorevole, contraria al “pandemicamente corretto” è stata rimossa dal web.

Una di queste riguardava proprio l’incidente nel laboratorio di Wuhan. Ma, nel “mondo al contrario” prodotto dallo stato di emergenza permanente, i libertari sono considerati dei pericolosi fanatici mentre i censori si atteggiano a sinceri democratici che agiscono per il bene della comunità.

Severgnini.

Per cui, in questo campionario di paradossi, capita di leggere con sconcerto quanto scritto da “Beppe Severgnini” qualche giorno fa sul “Corriere della Sera” a proposito di un sentimento di stanchezza verso la libertà.

Da cosa deriva questa preoccupazione?

 Non solo dalla possibile rielezione di “Donald Trump” per lui indigesta ma anche da questa Italia “edonista e distratta” che si affiderebbe pigramente all’autorità come ai tempi del fascismo.

 Per cui, secondo l’”ardita tesi severgniniana”, il pericolo è che si baratti la libertà con la tranquillità di affidarsi al dittatore di turno.

Non contento del livello di parossismo raggiunto, si è scagliato pure contro quelli che avrebbero un’idea grottesca di libertà citando a esempio – udite e tremate – la “libertà di non vaccinarsi” e la “libertà di imbottirsi di cocaina”.

Come se le due cose fossero assimilabili, come se il rifiuto di un trattamento sanitario obbligatorio (peraltro, in linea con il dettato costituzionale) possa essere paragonato all’assunzione di sostanze stupefacenti (al di là del fatto che il mero consumo – pur deprecabile – non è più attività considerata illecita nel nostro ordinamento).

Ergo, “Severgnini” non solo non centra il bersaglio ma si attorciglia in un ragionamento sconclusionato.

Basterebbe ricordargli quali sono stati i Paesi (non propriamente democratici) ad aver introdotto come l’Italia (unica nel panorama occidentale) la vaccinazione obbligatoria o strumenti oppressivi e discriminatori come “il Green Pass”.

Così come bisognerebbe rammentargli l’inutilità di tutti questi obblighi stante il dato incontrovertibile che questi vaccini non arrestano la trasmissione del virus.

 Chissà se è più amante della libertà chi guarda i fatti in maniera laica o chi cede alla tentazione dell’approccio dogmatico.

 Magari ci illuminerà in uno dei suoi prossimi corsivi.

 

Di nuovo in pericolo.

Sorprende che pure “Riccardo Mazzoni” su” Il Tempo” abbia magnificato il “Green Pass” indicato come “un passo necessario per spingere le vaccinazioni e far ripartite le aziende”.

A suo dire, la misura non è da considerare illiberale perché “il certificato verde tutelava un diritto naturale, quello di non essere contagiati”.

Peccato che pure i possessori della tanto agognata tessera potessero infettarsi e contagiare a loro volta.

 

E peccato che quest’allarmismo generalizzato rischi di mettere nuovamente in pericolo le nostre libertà e i nostri diritti.

 Peccato pure che si siano perse le tracce della “Commissione d’inchiesta” che sarebbe il luogo deputato per discutere ancora del “virus arrivato dalla Cina” e delle “assurde misure di contrasto” che ne sono seguite.

 

 

 

 

IL MONDO VERSO L’ARMAGEDDON,

LA CONTA FINALE TRA IL BENE E IL MALE.

Ducadeitempi.it – Nicola - Z. – (06 - Novembre -2023) -Massimo Nava – ci dicono:

 

 

IL MONDO VERSO L’ARMAGEDDON, LA CONTA FINALE TRA IL BENE E IL MALE.

(Massimo Nava)

 

Armageddon, la fine del mondo secondo il Nuovo Testamento (Apocalisse di Giovanni).

È la domanda che circola nei commenti dei più importanti giornali internazionali, compreso il” Corriere della Sera”, che non nasce solo dalla moltiplicazione di conflitti e aree di crisi (dall’Ucraina al Medio Oriente, dall’Armenia all’Africa), «ma anche dal senso di impotenza, vuoto politico e contrapposizione ideologica in cui sembrano essere precipitati i principali attori, le leadership, le istituzioni internazionali, le diplomazie, la Ue, le Nazioni Unite», denuncia “Massimo Nava”.

«La narrazione ufficiale sgorga da opposti estremismi e pregiudizi storici e culturali, umilia le possibilità di dialogo, la ricerca di soluzioni, persino l’analisi dei contraccolpi che in realtà saranno pagati da tutti».

DALLA GUERRA FREDDA A TANTE GUERRE CALDE.

 

In questo caos (viene da sorridere ripensando a quei saggisti che dopo la fine della Guerra Fredda teorizzavano la pace mondiale), c’è un solo vincitore, il mercato delle armi con il corollario indiretto di traffici illegali e provocazione di nuovi conflitti.

Ma perdiamo tutti, compresi quanti credono di vincere e ritengono di essere dalla parte giusta.

E sorge qualche dubbio sulla sanità mentale di coloro che hanno provocato scenari così apocalittici nell’era della globalizzazione economica, della presunta distensione internazionale e di gravissime emergenze (clima, sanità, fame) oggi messe nel cassetto per i posteri.

 

ONU, THE CRITIC, E DEGRADO USA.

Chi può ancora fare qualche cosa ed esprimere una posizione condivisa?

Non l’Onu, «che ha dimostrato la sua impotenza, come in passato», scrive il mensile londinese “The Critic”.

 E che oggi è lacerata e al centro di feroci polemiche dopo le critiche del “segretario generale Guterres” a Israele.

Non gli Usa, «per tanto tempo potenza dominante in Medio Oriente», ma visti come sostenitori di parte.

 Sarebbe ancora possibile una mediazione multilaterale e multipolare, magari con la Cina e con altri giganti di questo secolo?

«Questa guerra — aggiunge la rivista — sarebbe l’occasione ideale per cinesi e americani di mostrarsi pragmatici».

 

IL MONDO ANTI OCCIDENTALE.

“Handelsblatt”, quotidiano economico tedesco, si preoccupa per le ripercussioni della guerra in Medio Oriente sulle opinioni pubbliche interne.

Al di là del Reno, le scene di gioia di una manifestazione pro-palestinese hanno riacceso il dibattito sull’antisemitismo in Germania e sull’integrazione degli immigrati arabi in un Paese che considera «la sicurezza di Israele una ragion di Stato».

«Queste tensioni interne stanno indebolendo le democrazie liberali in un momento in cui devono affrontare un asse di opposizione all’Occidente, che va da Teheran a Mosca passando per Pechino.

 

OCCIDENTE DI MEZZE CALZETTE.

I vari protagonisti non hanno concluso un’alleanza formale, avendo interessi divergenti, ma tutti condividono il desiderio di rimescolare le carte dell’ordine mondiale.

Inoltre, il conflitto offre a questi Paesi l’opportunità di intervenire come mediatori, offuscando l’immagine dell’Europa e degli Stati Uniti nei Sud del mondo e nel mondo arabo.

«Per adattarsi a un contesto geopolitico in rapida riconfigurazione, i leader occidentali devono ora pensare l’impensabile», auspica il quotidiano tedesco.

 

STRAGE DI GAZA E UCRAINA.

La domanda chiave è se le relazioni diplomatiche di Israele nella regione e l’influenza dei suoi sostenitori occidentali sulla scena internazionale possano sopravvivere alle crescenti vittime civili a Gaza.

 E, in subordine, quanto la crisi mediorientale possa condizionare politicamente l’andamento della guerra in Ucraina.

 

WASHINGTON STRA-POTENZA.

Cina, Russia e Iran hanno a lungo cercato di minare il sistema internazionale sostenuto da Washington.

 Citando il numero crescente di morti da parte palestinese, il Cremlino «si permette di denunciare quella che considera l’ipocrisia dei governi occidentali, che hanno condannato i massacri di civili commessi dai russi in Ucraina, ma che a malapena, se non per nulla, criticano le azioni israeliane a Gaza».

 Anche la Cina ha sposato la causa palestinese come non faceva da decenni.

Le relazioni, un tempo cordiali, con Israele sono deteriorate.

 «Pechino non ha mai smesso di invocare la necessità di combattere il terrorismo per reprimere gli uiguri nello Xinjiang, ma si è astenuta dall’usare la parola ‘terrorismo’ per l’attacco di Hamas».

 

LA MAI NATA ‘VIA INDIANA DELLA SETA.’

La guerra provocata da Hamas interessa anche l’India, principale rivale della Cina in Asia, che negli ultimi anni si era avvicinata molto a Israele.

 India e Stati Uniti hanno annunciato nei mesi scorsi piani per un corridoio che colleghi l’India, il Medio Oriente e l’Europa attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele, in concorrenza con il progetto cinese delle Nuove vie della seta.

Tuttavia, i colloqui sulla normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita — elemento chiave del piano — sono stati silurati dalla guerra di Gaza.

 

PAESI EUROPEI SPARSI E KIEV ADDIO.

Gli incubi sul futuro si moltiplicano nei Paesi europei, poiché un’escalation del conflitto aumenterebbe le tensioni regionali, distoglierebbe l’attenzione dall’Ucraina e creerebbe una nuova crisi energetica, privandoli dell’alternativa mediorientale al petrolio e al gas russo.

 Inoltre, il sangue che scorre in Medio Oriente aumenta il rischio di violenze provocate da gruppi militanti islamisti.

 «Se il conflitto in Medio Oriente coinvolgerà il Libano e poi, forse, direttamente l’Iran e gli Stati Uniti, le risorse militari per l’Ucraina, che già scarseggiano, potrebbero diventare ancora più scarse.

 Un pericolo di cui Kiev è ben consapevole».

 

PAESE PARIA DEL MONDO NON È PIÙ MOSCA.

 

Nel Sud del mondo, il conflitto in Medio Oriente sta influenzando la percezione dell’invasione russa.

«La smania dell’Occidente di sostenere Israele sta erodendo il sostegno all’Ucraina tra i Paesi in via di sviluppo», osserva il “Financial Times”.

La reazione occidentale «ha vanificato mesi di lavoro per rendere Mosca un paria colpevole di aver violato il diritto internazionale», secondo le fonti del quotidiano britannico.

Un alto diplomatico anonimo di un Paese del G7 si è detto amareggiato:

«Abbiamo definitivamente perso la battaglia per il Sud globale. Dimenticate le regole, dimenticate l’ordine mondiale. Non ci ascolteranno mai più».

 

MONDO ARABO, ADDIO OCCIDENTE.

Infine, a complicare lo scenario, ci sono le reazioni del mondo arabo, anche nelle opinioni pubbliche più moderate e disposte a condannare Hamas.

 La rotta di collisione con l’Occidente è evidente.

Tra il mondo arabo e l’Occidente, «ci sono due universi che non si capiscono, non si guardano, non usano le stesse parole o gli stessi simboli», lamenta il quotidiano libanese “L’ORIENT-LE-JOUR.”

«Per alcuni, l’angolo di approccio è quello della lotta al terrorismo; per altri, quello della resistenza all’oppressione».

 «C’è un’immensa rabbia nel mondo arabo, anche tra coloro che non sostengono Hamas — ha dichiarato al” New York Times” “Nabil Fahmi”, ex ministro degli Esteri egiziano.

 Stanno dando il via libera a Israele. […] L’Occidente avrà le mani sporche di sangue».

Lo slogan ‘Morte all’America’ avrebbe trovato «una nuova eco nella regione».

 

CASA BIANCA SENZA CREDIBILITÀ MORALE.

E anche se la Casa Bianca ha cambiato tono negli ultimi giorni, sottolineando l’emergenza umanitaria a Gaza, il danno è già stato fatto, secondo “Hafsa Halawa”, ricercatrice del “Middle East Institute” di “Washington”, «gli americani non hanno assolutamente alcuna credibilità morale in Medio Oriente». L’ampio tour diplomatico del Segretario di Stato “Antony Blinken” in Israele e in cinque Paesi della regione, tra cui Egitto, Giordania e Arabia Saudita, ha prodotto uno spettacolo insolito:

 «autocrati arabi che tengono lezioni ai dignitari americani sui diritti umani».

 «Molti arabi hanno trovato le parole usate dai funzionari americani e israeliani disumanizzanti e bellicose», aggiunge il” New York Times”.

 

UCRAINA SOTTO OCCUPAZIONE, E I PALESTINESI?

Molti paragonano anche la risposta occidentale all’invasione dell’Ucraina con quella all’assedio di Gaza.

«Siete contro l’occupazione dell’Ucraina. Potete negare che i palestinesi siano sotto occupazione?», ha chiesto un intellettuale saudita,” Khalid Al-Dakhil”, che ha denunciato la «cieca adozione della narrazione israeliana degli eventi».

 Sul sito web “Al-Modon”, il romanziere e intellettuale egiziano “Chadi Louis” ha espresso sorpresa per il fatto che i colori della bandiera israeliana siano stati proiettati «sulla residenza del primo ministro britannico, sulla Torre Eiffel, sulla Porta di Brandeburgo a Berlino, su edifici pubblici a Vienna e così via».

 A suo avviso, i Paesi occidentali sembrano affermare di «formare un fronte unito nella guerra a fianco di Israele», invece di protestare quando il governo Netanyahu dichiara un assedio a oltranza contro la Striscia di Gaza, descrivendo i suoi abitanti come «animali umani».

‘MONDO LIBERO’ PRIGIONIERO DELLA SUA IPOCRISIA.

«Quello che sta accadendo nel ‘mondo libero’ è spaventoso», aggiunge la scrittrice libanese “Najwa Barakat” sul sito del quotidiano qatariota “Al-Araby Al-Jadid”, sottolineando che, mentre si espongono i colori di Israele, è «vietato innalzare la bandiera palestinese, e chiunque cerchi di ricordare alla gente che le cose sono accadute prima viene accusato di antisemitismo».

 I toni sono ancora più virulenti sul sito indipendente algerino” Twala”, che titola: «Israele-Palestina: il genocidio che il mondo sta guardando commettere».

 E il sottotitolo: «Una barbara guerra di sterminio che l’Occidente, con la sua macchina mediatica, sta cercando di giustificare».

«Palestina, l’ipocrisia occidentale smascherata», si legge in una rubrica della rivista tunisina “Business News”.

«Si accende la televisione sui canali occidentali e si ha l’impressione che tutto sia iniziato in un certo sabato 7 ottobre 2023».

 «Nessun contesto, […] nessuna sfumatura, scrive l’editorialista” Ikhlas Latif”. L’ipocrisia è tale che, riferendosi al trattamento mediatico della guerra russo-ucraina, le incongruenze si conterebbero a centinaia».

«La bellezza salverà il mondo», ha scritto “Dostoevskij”.

Ma Dostoevskij era russo e di questi tempi non è credibile nemmeno lui.

(remocontro.it/2023/10/31/il-mondo-verso-larmageddon-la-conta-finale-tra-bene-e-male-e-non-gira-bene/).

 

 

 

 ISRAELE-HAMAS SI TROVANO ORA IN UNA POSIZIONE DI GUERRA MONDIALE?

di “Thomas Oysmüller”.

 

Se Israele volesse davvero ripulire Gaza, probabilmente ne seguirebbe un conflitto globale. Anche adesso la situazione geopolitica è estremamente tesa.

Se dovesse effettivamente scoppiare un conflitto globale, gli storici probabilmente avrebbero difficoltà a determinare esattamente quando ebbe inizio.

Dal punto di vista della guerra di quinta generazione, la politica Covid ha già tutte le caratteristiche della guerra.

 Poi è arrivata la guerra economica contro la Russia.

 Ma non esiste (ancora) un conflitto militare aperto tra i due grandi blocchi, USA/UE/Israele da un lato e Russia/Cina/Iran dall’altro.

 

Guerra globale?

In questo caso, l’escalation continua in Medio Oriente.

Giovedì i ribelli “Houthi “dello Yemen hanno attaccato Israele con missili cruise e droni kamikaze.

Mercoledì è stata dichiarata guerra a Israele.

 Il giornalista e autore “THOMAS FAZI “scrive attualmente su “UnHerd” che molte persone in Medio Oriente si stanno rendendo conto “che le cose potrebbero presto andare molto, molto peggio.

 Enormi spostamenti tettonici ora minacciano di sconvolgere lo status quo – e persino di innescare una guerra globale”.

Oltre all’entrata in guerra degli “Houthi “ – a “Julian Reichelt” che chiama tali combattenti “mulattieri”, risponde, “Julian Röpcke”, il più importante reporter ucraino pro-NATO della “Bild,” mostrando le dimensioni dell’arsenale delle armi dei Ribelli  – ci sono anche scontri quotidiani con “Hezbollah”.

I “mulattieri”, i cui arsenali di missili balistici e di droni kamikaze, superano quelli di 25 Paesi della NATO (messi insieme).

(pic.twitter.com/SjniRufFM2).

 

Julian Röpcke (@JulianRoepcke) November 1, 2023.

Le portaerei statunitensi sono al largo di Israele e sono già state coinvolte intercettando missili.

 Le forze americane nella regione sono state anche vittime di una serie di attacchi di droni e missili, ai quali hanno risposto con attacchi aerei su due strutture legate alle milizie appoggiate dall’Iran in Siria.

Il lancio missilistico degli Houthi dello Yemen su Israele. Questo il giorno dopo la dichiarazione di  guerra…(pic.twitter.com/S9N058O6Bx).

 

— Richard (@ricwe123) November 1, 2023.

Erdogan agita spesso le sue sciabole. Comanda il secondo esercito più grande della NATO e ha definito il bombardamento di civili a Gaza da parte di Israele, un  “genocidio” e ha affermato che Hamas non è un gruppo terroristico ma “liberatori che proteggono la loro terra”. 

Erdogan vuole rafforzare il suo ruolo di leadership nella regione e rifiuta di estradare diversi funzionari di” Hamas” che si trovano in Turchia.

 

Piani statunitensi:

il corridoio economico IMEC dall’India, per limitare la Cina e isolare l’Iran.

Poi abbiamo il “Qatar”.

 Lì si trova la più grande base militare americana del Medio Oriente, ma dove risiede anche la leadership politica di Hamas.

 “Il Qatar è particolarmente adatto a fungere da intermediario tra Israele e Hamas e gli viene riconosciuto il ruolo cruciale nel rilascio di quattro ostaggi israeliani”, scrive” Fazi”.

Per quanto riguarda l’Iran, che da tempo sostiene direttamente Hamas, l’autore scrive:

“Mentre funzionari statunitensi e israeliani hanno affermato che non vi è alcuna prova di un coinvolgimento diretto iraniano nel massacro, non c’è dubbio che l’Iran abbia tratto profitto dall’attacco in diversi modi e potrebbe usare persino i suoi seguaci – in Libano, Siria e Yemen – per massimizzare ulteriormente i suoi profitti”.

E gli Stati Uniti?

 L’attacco di Hamas ha minato la strategia americana di promuovere il riavvicinamento arabo-israeliano per rafforzare l’influenza americana nella regione a spese dell’Iran e della Cina, dice l’analista.

 Ciò concorda con la famigerata presentazione di Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre.

 La sua mappa, intitolata “IL NUOVO MEDIO ORIENTE”, mostrava una porzione ombreggiata in verde:

i paesi arabi con i quali Israele era in procinto di “normalizzare” le sue relazioni.

Lo stesso Israele è stato descritto come un territorio che si estende dal Giordano al Mediterraneo – “dal fiume al mare” – escludendo i territori palestinesi occupati.

In merito a ciò “Thomas Fazi”, prosegue:

Netanyahu ha poi tracciato una linea rossa sulla mappa dal Mar Arabico all’Europa meridionale e ha parlato di un “nuovo CORRIDOIO DI PACE E PROSPERITÀ che collega l’Asia all’Europa attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele “.

 Sia l’amministrazione Trump che quella Biden, con gli Accordi di Abramo e altri accordi, hanno svolto un ruolo importante nel promuovere questa idea di un “NUOVO MEDIO ORIENTE” in cui, come ha detto Biden, Israele sperimenterebbe “una maggiore normalizzazione e connettività economica”.

Uno dei pilastri chiave di questo progetto è stato IL CORRIDOIO ECONOMICO INDIA – MEDIO ORIENTE -EUROPA (IMEC), il “CORRIDOIO DI PACE E PROSPERITÀ” menzionato da Netanyahu.

Il progetto, presentato il mese scorso al vertice del G20 a Delhi, prevede la creazione di un corridoio logistico che colleghi l’Oceano Indiano nordoccidentale attraverso porti, ferrovie e strade che passando per Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Israele e connettere il Mediterraneo orientale.

Gli Stati Uniti hanno esplicitamente descritto il corridoio come un concorrente della NUOVA VIA DELLA SETA CINESE in Medio Oriente.

L’obiettivo era ovvio: limitare l’influenza della Cina nella regione e isolare l’Iran.

L’IMEC sembra essere un sogno occidentale perché si basa sull’illusione che “i palestinesi possano rimanere intrappolati a Gaza per sempre”.

Marwan Kabalan”, direttore dell’analisi politica presso il “Centro arabo per la ricerca e gli studi politici”, afferma che gli accordi mediati dagli Stati Uniti per normalizzare le relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein minano la posizione panaraba di lunga data, in base alla quale l’”istituzione dello Stato Palestinese” è un prerequisito per stabilire relazioni normali con Israele.

Dal 7 ottobre c’è il caos.

Ciascuna Potenza cerca di far valere i propri interessi.

Si è sviluppato un gioco geopolitico complesso.

Un “insider di Washington2 ha dichiarato al “FINANCIAL TIMES” :

“Tutti i Paesi coinvolti hanno dei limiti di soglia, superati i quali si ritengono in diritto di dover agire. Ma nessuno conosce davvero quale sia il limite di soglia dell’altra parte”.

Una grande offensiva di terra israeliana a Gaza potrebbe essere uno di questi limiti di soglia.

 L’Iran e Hezbollah, ad esempio, hanno dichiarato che un’invasione terrestre su vasta scala della Striscia di Gaza – in particolare con l’obiettivo di distruggere completamente “Hamas”, unitamente all’espulsione forzata di parte della popolazione della Striscia di Gaza – è una “linea rossa”.

L’Iran è una minaccia, ma non solo dal 7 ottobre.

Durante il fine settimana, il presidente iraniano “Ebrahim Raisi” ha dichiarato:

“I crimini del regime sionista hanno oltrepassato di gran lunga la linea rossa, per la quale chiunque sarebbe forzato ad agire. Washington ci chiede di non fare nulla, ma intanto continuano a sostenere Israele su larga scala”.

Inoltre è trapelato un documento dei servizi segreti israeliani in cui si ritiene che i palestinesi possano essere cacciati da Gaza – ha riferito il portale “TKP”.

Il presidente egiziano aveva già affermato in precedenza:

 “Ciò che sta accadendo ora a Gaza è un tentativo di costringere la popolazione civile a fuggire in Egitto, cosa che non dovrebbe mai essere accettata”.

Ma se questo è effettivamente il piano, allora “la situazione potrebbe degenerare rapidamente.

Non solo Israele risponderebbe con pesanti bombardamenti contro le forze appoggiate dall’Iran in Libano e altrove, ma quasi certamente verrebbero coinvolti anche gli Stati Uniti”, ha detto “Thomas Fazi”.

 

Il suo riassunto finale:

Non è difficile immaginare come tutto ciò potrebbe finire.

 Con tutte le maggiori potenze mondiali presenti in Medio Oriente, è quasi certo che gli Stati Uniti e la NATO sarebbero coinvolti in un conflitto con Russia e Cina in caso di escalation.

Le conseguenze sarebbero catastrofiche e le ripercussioni economiche, militari e umanitarie si ripercuoterebbero in tutto l’Occidente.

 Considerato questo rischio, chiedere un cessate il fuoco non è più solo nell’interesse della popolazione di Gaza, ma nell’interesse del mondo intero.

(tkp.at/2023/11/01/fuehrt-israel-hamas-zum-offenen-weltkrieg/)

 

 

ISRAELE, IRAN E IL RISCHIO DI UN CONFLITTO ALLARGATO.

PORTAEREI, SOLDATI E MARINES:

 ECCO LA MOSSA DEGLI STATI UNITI.

I numeri parlano chiaro: gli Sttai Uniti hanno rafforzato significativamente la loro posizione militare in Medio Oriente preoccupati dal fatto che la guerra in atto tra Israele e Hamas possa innescare un conflitto regionale più ampio.

 La “Cnn” riporta che gli Usa hanno «trasferito nella regione circa 1.200 membri del servizio militare statunitense, insieme a migliaia di altri soldati a bordo di gruppi d’attacco di portaerei della Marina e di un’unità di spedizione della Marina composta da circa 2.000 persone».

Il messaggio ai nemici.

Dietro alla preoccupazione si cela anche un altro messaggio:

«Lo spostamento di una significativa potenza di fuoco nella regione mira a inviare un chiaro messaggio agli avversari».

Si sono verificati frequenti attacchi di basso livello contro le forze statunitensi in Iraq e Siria da parte di gruppi sostenuti dall’Iran,

 «ma gli Stati Uniti mirano a chiarire che attacchi più ampi provocherebbero una risposta importante».

 Il segretario alla Difesa “Lloyd Austin” ha affermato che le forze aggiuntive avrebbero lo scopo di «rafforzare gli sforzi di deterrenza regionale, aumentare la protezione delle forze statunitensi nella regione e assistere nella difesa di Israele».

Il conflitto allargato.

«Faremo tutto e prenderemo tutte le misure necessarie per proteggere le forze americane e i nostri interessi all’estero», ha confermato anche il portavoce del Pentagono, il generale “Pat Ryder”, che il 23 ottobre scorso ha dichiarato:

«Ancora una volta, nessuno vuole vedere un conflitto allargato, e questo è il nostro obiettivo primario, ma non esiteremo mai a proteggere le nostre forze».

Le portaerei.

Il gruppo d’attacco “USS Gerald R. Ford Carrier Strike Group” è attualmente nel Mediterraneo orientale dopo essere stato schierato il mese scorso.

Del gruppo d’attacco fanno parte 6.000 marinai, la “USS Gerald R. Ford” – descritta da un portavoce della Marina come la “piattaforma di combattimento più adattabile e letale al mondo” – l’incrociatore lanciamissili classe “Ticonderoga USS Normandy “(CG 60) e l’”Arleigh Cacciatorpediniere lanciamissili classe Burke USS Thomas Hudner” (DDG 116), “USS Ramage” (DDG 61), “USS Carney “(DDG 64) e “USS Roosevelt” (DDG 80).

 Il gruppo d’attacco comprende anche il “Carrier Wing 8”, che è composto da 9 squadroni, tra cui uno squadrone d’attacco marittimo per elicotteri, 4 squadroni di caccia d’attacco e uno squadrone d’attacco elettronico.

La “USS Dwight D. Eisenhower Carrier Strike Group “è entrata nel Mar Mediterraneo lo scorso fine settimana dopo essere stata dirottata dal teatro europeo.

Attualmente si trova nel Mediterraneo orientale, ma presto raggiungerà il Medio Oriente attraverso il Canale di Suez.

Il gruppo, guidato dalla “portaerei di classe Nimitz USS Dwight D. Eisenhower”, comprende 6.000 marinai, l’incrociatore lanciamissili di classe Ticonderoga USS Philippine Sea (CG 58) e i cacciatorpediniere lanciamissili di classe Arleigh Burke USS Mason (DDG 87) e USS Gravely (DDG 107).

Comprende anche il “Carrier Air Wing Three”, composto da nove squadroni, inclusi quattro squadroni di caccia d’attacco.

I Marines.

I Marines e i marinai della “Marine Expeditionary Unit” – circa 2.000 dei 4.000 soldati totali nell’ARG –

«sono una delle principali forze di risposta alle crisi dell’esercito americano, in grado di condurre operazioni anfibie, risposta alle crisi e operazioni di emergenza limitate, comprese le operazioni di abilitazione l’introduzione di forze di follow-on e di operazioni speciali designate», secondo un portavoce della Marina.

 La forza di risposta rapida dei Marines è inoltre addestrata per assistere nelle operazioni di evacuazione.

Un totale di 1.200 militari statunitensi sono stati dispiegati o stanno dispiegandosi in Medio Oriente.

Tra questo gruppo ci sono membri in servizio assegnati alle batterie THAAD e Patriot.

(ilmessaggero.it/schede/portaerei_soldati_marines_mossa_usa_israele_iran_conflitto_allargato_cosa_succede-i_marines-5-7735444.html).

 

 

ISRAELE-GAZA, IRAN: “TREGUA O USA VERRANNO COLPITI”.

LEADER HAMAS A TEHERAN.

L’Iran sostiene che gli Stati Uniti siano “militarmente coinvolti” nella guerra.

L’Iran minaccia gli Stati Uniti: verranno “colpiti duramente” se non otterranno il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, colpita da 4 settimane dagli attacchi di Israele.

Il leader di Hamas, intanto, è stato avvisato a Teheran.

LE MINACCE DELL’IRAN.

L’Iran prende nuovamente posizione con le parole del ministro della Difesa, “Mohammad-Reza Ashtiani”, citato dall’agenzia “Tasnim”, mentre il segretario di Stato americano “Antony Blinken” è in missione in Medio Oriente.

Il consiglio dell’Iran agli Stati Uniti – ha affermato – è quello di “fermare immediatamente la guerra a Gaza e attuare un cessate il fuoco, altrimenti saranno colpiti duramente”.

L’Iran – che sostiene Hamas e altre organizzazioni militanti nella regione, tra cui Hezbollah e la Jihad islamica palestinese – ha dichiarato in precedenza di considerare gli Stati Uniti “militarmente coinvolti” nella guerra.

Intanto, rimbalza la news secondo cui “Ismail Haniyeh”, capo dell’ufficio politico di Hamas, si sarebbe recato a Teheran nei giorni scorsi e nella capitale iraniana avrebbe incontrato la “Guida Suprema dell’Iran”, l’ayatollah “Ali Khamenei”. La notizia si basa su dichiarazioni di un esponente di Hamas in Libano, Osama Hamdan.

(adnkronos.com/internazionale/esteri/israele-gaza-iran-tregua-o-usa-verranno-colpiti-duramente_3TdGhdiMUPLJ3G0gKeie0y? refresh ce).

 

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