L’inno alla libertà dai tiranni dell’élite globalista.
L’inno
alla libertà dai tiranni dell’élite globalista.
MASSONI
PER LA LIBERTÀ, CONTRO
OGNI TIRANNIDE PALESE O NASCOSTA.
Nuovogiornalenazionale.com - Silvano Danesi –
(12 Novembre 2023) – ci dice:
Le
Cattedrali per il Terzo millennio non possono che essere, per i Liberi Massoni,
Cattedrali alla libertà, alla democrazia e alla difesa dell’essenza spirituale dell’essere
umano, senza la quale non c’è l’Umanità e, tanto meno, il suo progresso, ma un
transumanesimo illiberale e totalitario.
Per
costruire queste cattedrali è necessario fare i conti con ciò che la realtà ci
pone di fronte in questo momento storico di grande cambiamento.
Nel
testo di Salvatore Farina, “Il Libro completo dei Riti massonici” (Gherardo
Casini Editore) si legge che, nel Rituale di Apprendista, in apertura dei
lavori nel Tempio, il Maestro Venerabile avverte che non è più permesso ad
alcuno “di intrattenersi in questioni di politica e di religione”.
Cosa
significa? Ha ancora senso?
Ha
ancora senso, in questo primo scorcio di terzo millennio, affermare che nelle
Tornate nel Tempio non si deve parlare di politica e di religione?
Non ha
forse più senso chiarire il concetto, affermando che non si deve parlare di
partiti, di politici, di fazioni elettorali e che è invece più che mai
opportuno riprendere in mano il bandolo della matassa per ritessere la trama
della politica sull’ordito dei principi e per riscoprirne il valore essenziale
per il progresso dell’Umanità?
Non ha
altrettanto senso chiarire, se si intende difendere l’essenza spirituale
dell’essere umano, che è necessario parlare di religione, nell’accezione di
accesso al sacro e alla ricerca del Fondamento, non di religioni, ossia di
sistemi di credenze, più o meno strutturati, e del loro sviluppo sulla scena
della storia?
È
sufficiente fare un passo in avanti nella lettura dei Rituali della Massoneria
per trovarci immersi nel tema dei principi relativi alle forme di governo e
alla tentazione, tanto assurda, quanto ricorrente, di fare di un’eteria
iniziatica un soggetto di governo.
Nel
testo del Farina, infatti, in riferimento al secondo grado, si legge che
durante la cerimonia di passaggio, all’Apprendista, che sta per diventare
Compagno, sono fatti leggere alcuni cartelli e su uno di questi si trovano i
nomi di Solone, di Licurgo e di Pitagora.
Il
Maestro Venerabile spiega che Solone era uno dei sette saggi della Grecia,
poeta e grande oratore, il quale diede ad Atene una costituzione democratica e
partì per un volontario esilio quando vide i suoi concittadini accettare il
giogo di Pisistrato. Riguardo a Licurgo, il Maestro Venerabile afferma che egli
era nato a Sparta due secoli prima di Solone e che con le sue leggi fu
l’artefice della grandezza di quella città dell’antica Grecia.
Pitagora,
afferma il Maestro Venerabile, creò quella scuola filosofica italiana che diede
così splendidi frutti.
La
riforma di Solone, nota anche come riforma timocratica o censuaria consistette
in una serie di provvedimenti volti al mantenimento dello status quo, ma al
contempo votati a risollevare i ceti più bassi dalle condizioni in cui
versavano e a garantire loro una, pur limitata e circoscritta, rappresentanza
politica.
L’ideale
che Solone cercò di realizzare nelle sue riforme costituzionali fu quello
dell’eunomìa, del buon ordinamento, cioè di un sistema di leggi che garantisse
la giustizia, cercando di ridimensionare il potere e l’arbitrio indiscriminato
degli aristocratici. Gli antichi attribuivano a Licurgo, personaggio di incerta
storicità e datazione (variabile tra l’XI e il VII secolo a.C.) l’elaborazione
della legge che fissava l’ordinamento politico di Sparta. Secondo la
tradizione, tale legislazione, chiamata Grande Rhetra, sarebbe stata dettata a
Licurgo dalla Pizia, sacerdotessa di Apollo a Delfi, con l’obbligo di
mantenerla immutata nei secoli a venire.
L’ordinamento
politico di Sparta prevedeva due re (diarchìa), appartenenti a due famiglie
(gli Agiadi e gli Euripontidi), le quali si ritenevano discendenti di Eracle,
l’eroe mitico fondatore di Sparta; avevano compiti militari (comando
dell’esercito) e religiosi.
Vi
erano, inoltre, cinque èfori (in greco, «custodi», «sorveglianti»), eletti fra
tutti i cittadini, che restavano in carica un anno e avevano poteri molto
estesi, compreso quello di giudicare gli stessi re.
La
gherusìa (o gerusìa), un consiglio degli anziani composto da 28 spartiati sopra
i 60 anni, più i due re, preparava le leggi da approvare in assemblea e
giudicava i reati più gravi. I membri della gherusìa si chiamavano geronti.
L’assemblea, chiamata a Sparta apélla,
comprendeva tutti gli spartiati (e solo loro) con più di 30 anni, si riuniva
una sola volta al mese, eleggeva gli èfori e i geronti, decideva sulla pace e
la guerra, non poteva discutere, ma solo approvare o respingere le proposte di
legge.
Quanto
al riferimento a Pitagora, questo ci porta a riflettere su una concezione del
governo della polis che ha connotato di sé i secoli e che rappresenta la parte
del deposito pitagorico più discutibile e controversa, nonostante il valore dei
suoi insegnamenti filosofici.
Pitagora,
infatti, ha dato avvio all’utopia di un’élite che comanda il “gregge” degli
umani in virtù di una propria sedicente competenza e di una propria sedicente
saggezza.
Un’utopia
che ha ben poco di moderno e risponde all’archetipo del “Patriarca” a capo di
una tribù di nomadi pastori; è pertanto un’idea tribale antica che oggi si
veste con i panni del Nuovo Ordine Mondiale il quale vuole non migliorare
l’Umanità, ma costruire una Nuova Umanità, composta da uomini nuovi, senza
storia e senza radici.
Non una società aperta, ma una società senza
identità, al servizio di pochi ricchi sedicenti eletti che, se anticamente
erano i proprietari del gregge (pecus), oggi sono i proprietari della pecunia.
L’utopismo,
secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo, in quanto il piano di
governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad
un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buon
fine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche
ragionevoli e quindi al controllo delle menti.
“Ma questo tentativo di esercitare il potere
sulle menti – scrive Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di
scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile
con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza
distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore
sarà pure la perdita di conoscenza”.
La
costituzione di un’élite di governo ripropone il concetto di società chiusa,
ossia tribale, che è la notte della ragione e il trionfo della tracotanza.
Karl R. Popper, nel suo saggio “La società
aperta e i suoi nemici”, sostiene il concetto, del tutto condivisibile, che “la
democrazia fornisce una struttura istituzionale che permette non solo
l’attuazione di riforme senza violenza, ma anche l’uso della ragione in campo
politico”.
L’eteria
pitagorica, con la sua pretesa di esercitare il potere delle élite, ha fatto da
paradigma alle teorie platoniche e a quelle successive da queste derivanti, le
quali si appoggiano sul concetto di “popolo eletto”, che emerge dalla forma
tribale della vita sociale e dall’esempio di società antica, dalla quale
Platone trasse il suo modello.
L’ottimo
Stato di Platone è uno Stato di casta, ove la classe dirigente governa il suo
gregge o armento umano.
“Per
quanto riguarda l’origine della classe dirigente – scrive Popper -, si può
ricordare che Platone parla nel Politico di un’epoca anteriore anche a quella
del suo stato ottimo, quando «la divinità stessa guidava [gli uomini] al
pascolo e presiedeva loro, come fanno ora gli uomini, i quali guidano al
pascolo altri generi di viventi di loro meno nobili…»”.
E aggiunge: “Non si tratta affatto di una
similitudine del buon pastore; alla luce di ciò che Platone dice nelle Leggi,
questo passo deve essere interpretato assolutamente alla lettera. Infatti si
afferma che questa società primitiva, che è anteriore anche alla prima e ottima
città, è quella dei pastori nomadi sotto un patriarca”.
“Queste
tribù nomadi, egli dice – continua Popper a proposito di Platone – si
insediarono nelle città del Peloponneso, specialmente a Sparta, sotto il nome
di «Dori»”, artefici, come ben fa notare Popper “del soggiogamento di una
popolazione sedentaria ad opera di un’orda guerriera conquistatrice”, che ha
come paradigma del governante il pastore patriarcale e la cui “arte di
governare è una specie di arte del mandriano”.
Oggi
l’arte del mandriano è incarnata dal modello cinese, ultimo sopravvissuto dei
totalitarismi del ‘900.
Non a
caso il modello cinese è guardato con simpatia dalle élite finanziarie che,
proclamando la open society, di fatto vogliono realizzare una società governata
da loro stesse.
La
simulazione, il mascheramento è proprio di chi agisce occultando la natura del
proprio gioco.
Il
progetto platonico di città viene esposto in un lungo dialogo, la Repubblica.
L’idea della Repubblica è quella di una polis fondata su un ordinamento
tripartito: a capo i filosofi, che sanno agire in vista del bene comune; poi i
guardiani, che si occupano di proteggere lo Stato; e infine il popolo.
A ognuno di questi gruppi corrisponde una
parte dell’anima: razionale, irascibile, concupiscibile; a ogni parte
dell’anima corrisponde una virtù: sapienza, coraggio, temperanza.
La
virtù della giustizia consiste nell’equilibrio delle componenti della polis,
così come la giustizia nella singola persona consiste nell’equilibrio delle
componenti dell’anima.
La
realizzazione dello Stato giusto o perfetto platonico richiedeva alcune
condizioni che per l’epoca erano piuttosto insolite: identità di compiti e di
educazione tra uomini e donne, compresi gli esercizi ginnici e i doveri
militari; una comunanza, per i guardiani, di donne e di figli, con la
conseguente abolizione della famiglia e la trasformazione dello Stato in una
grande famiglia e l’affidamento del potere ai filosofi.
“Perciò
le donne dei guardiani – afferma Platone – devono spogliarsi, dato che si
vestiranno di virtù anziché di abiti; e cooperare alla guerra e negli altri
compiti di guardia dello Stato, senza occuparsi di altro”. […]. “Queste donne
di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente
con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria
prole, né il figlio il genitore”.
Queste
linee guida del rapporto tra uomini e donne non significavano il libero amore,
ma accoppiamenti programmati dallo Stato al fine di ottenere la prole migliore,
allevamento dei figli in istituzioni pubbliche, organizzate in modo tale che
tutti potessero sentirsi membri di un’unica famiglia.
Lo
Stato, secondo Platone, deve essere governato dai filosofi, in quanto: “A meno
che i filosofi non regnino negli Stati o coloro che oggi sono detti re o
signori non facciano genuina e valida filosofia, e non si riuniscano nella
stessa persona la potenza politica e la filosofia”, non ci può essere “tregua
di mali per gli Stati”.
Così
prosegue Platone in vari passi della Repubblica:
“Se,
dissi io, o i filosofi non siano re nella loro città, o quelli che ora si dicono
re e potentati non si diano onestamente e convenientemente a filosofare, e
l’unica cosa e l’altra non coincidano nella stessa persona, (cioè) la potenza
politica e la filosofia, e se quei molti che ora tendono separatamente all’una
o all’altra cosa, non ne siano eliminati assolutamente, non ci sarà, caro
Glaucone, riposo dai mali per lo Stato, e credo nenache per il genere umano,
non che germogli nel (mondo del ) possibile e veda la luce del sole
quell’ordinamento che ora nel discorso abbiamo descritto”. […].
“Questo intanto sulle nature filosofiche sia
per noi stabilito, chì esse sono amanti sempre della scienza che può chiarirli
intorno a quella sostanza che sempre è e non varia mai per generazione o
corruzione”. […]. “Il vero amante del sapere dovrebbe esser maturato in modo da
tendere tutto verso l’essere, e che non si dovrebbe fermare alla molteplicità
delle singole cose che sono oggetto di opinione, ma andrebbe diritto e non
lascerebbe rintuzzare e non cesserebbe del suo amore prima di raggiungere la
natura dello stesso in ciascuna sua manifestazione….”.
La
Repubblica di Platone non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si
pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e
propedeutico alla loro continuazione.
In
particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore
emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta
(404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta
e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico», hanno continuato a
ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di
un esperimento da migliorare e riproporre”.
Luciano
Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in
vari luoghi
. “In
Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo
pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento
ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la
Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”.
Canfora
ricorda le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di
Aristofane.
Sotto
tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico
esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i
totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli.
Canfora
ricorda inoltre la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di
sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto
Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al
solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) qualcuno dice, forse rivolto a Platone
medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”.
Significativo
l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia,
grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti
su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa
platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e
la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città
greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”.
“In altri termini – sostiene ancora Canfora –
l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la
meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle
essere anche una fucina di potenziali
«governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con
sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare
in nome di allarmanti progetti”.
La
teorizzazione iniziata dai pitagorici, proseguita nei secoli nella Repubblica
di Platone, nella Città del Sole di Tommaso Campanella, nell’Utopia di Tommaso
Moro, nella Nuova Atlantide di Francesco Bacone ha ispirato totalitarismi e
dittature.
La
libertà, la democrazia e il welfare sono oggi in pericolo di estinzione.
E qui
arriviamo ad uno dei punti centrali del nostro ragionamento: il pericolo che
libertà, democrazia e conquiste sociali siano condotte verso l’estinzione.
“Mai
la libertà, dacché è divenuta il diritto moderno, ha corso maggiori pericoli di
quanti ne corra ora”.
Tale
affermazione, contenuta nel Rituale del 30° del Rito Scozzese Antico e
Accettato, così come ce lo propone il testo del Farina (Il libro completo dei
Riti massonici), ha il sapore di una profezia riguardante la drammatica
attualità.
Una
pandemia devastante ha posto l’essere umano di fronte alla sua fragilità e ne
ha messo a nudo i deliri di onnipotenza.
Gli
umani, braccati da un nemico forse sconosciuto, mentre tentano di frenarne la
ferocia e di combatterne la potenza, si sono asserragliati nelle loro moderne
grotte.
La
pandemia ha messo a nudo un’idea di progresso falsa, in quanto basata sul
potere di pochi e su un uso della tecnologia che, progressivamente e
subdolamente, sta mettendo limiti sempre più stretti alla libertà individuale e
di pensiero e sembra indirizzata ad un asservimento generale dell’Umanità, in
un moderno Medioevo, dove pochissimi comandano, pochi eseguono le direttive di
chi comanda e la gran massa degli esseri umani subisce ed ubbidisce.
Nel
mondo odierno si confrontano sistemi democratici, alla cui costruzione la
Massoneria ha dato un contributo determinante e sistemi totalitari, che la
Massoneria ha combattuto e ha il dovere di combattere.
Oggi,
a fronte del tentativo globalista di instaurare uno governo mondiale
orwelliano, a chi chiama in causa la Massoneria va detto a chiare lettere che
la Massoneria è universale, in quanto pratica la conoscenza guardando alle
leggi dell’Universo, ma non è per nulla globalista, in quanto ritiene la Patria
uno dei pilastri sui quali costruire un armonico dialogo tra gli esseri umani
che nei secoli si sono associati in nazioni, stati, patrie (luoghi dei padri).
La
Massoneria ama la libertà, così come è scritto nella Dichiarazione di
Indipendenza degli Stati Uniti d’America, di chiara ispirazione massonica:
“Noi
teniamo per certo che queste verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti
gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi
Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà ed il
Perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti
tra gli Uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso
dei governati. Che quando un qualsiasi Sistema di Governo diventa distruttivo
di questi fini, è Diritto del Popolo di alterarlo o di abolirlo e di istituire
un nuovo Governo, ponendone il fondamento su questi princìpi ed organizzandone
i poteri in una forma tale che gli sembri la più adeguata per garantire la
propria sicurezza e la propria Felicità”.
In
questo inizio del Terzo millennio è in discussione il concetto di fratellanza,
che nei sistemi democratici ha assunto le vesti concrete del welfare, ossia di
uno Stato che guarda alla salute psicofisica dei suoi cittadini, attuando
presidi, come la scuola, il sistema sanitario, la difesa dei più deboli, la
cura degli anziani.
La
tragedia pandemica ha messo a nudo uno degli aspetti più crudeli della
progressiva perdita del concetto di fratellanza: il rispetto e la cura degli
anziani, che sono i nostri padri e che diventano i nostri Avi. Chi non ha cura
dei propri Avi, chi non li onora, è un’anima velenosa e di questi tempi si sono
sentite voci e si è assisto a pratiche nefande che considerano gli anziani
scarti di produzione, pesi da eliminare, perché costosi per un’idea di
progresso che è fatta di produttori e consumatori asserviti al mercato, assurto
a nuovo dio al quale rendere omaggio.
La
decimazione degli anziani e le carenze dei sistemi sanitari hanno messo a nudo
la progressiva eliminazione del welfare che, in altri termini, si chiama
fratellanza.
Il
concetto di progresso dell’Umanità è stato contrabbandato per progresso
economico, produttivo e tecnologico, sempre più affidato all’automatismo algido
degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, che già si ipotizza sostituirà
quella umana, in una logica disumanizzante e illiberale che può sfociare in uno
Stato totalitario mondiale, già ipotizzato profeticamente da Orwell e ben
descritto in un film famoso: Matrix, dai risvolti iniziatici.
Sta
tornando, come non si era visto da tempo, la censura, accompagnata dall’idea
che sia lo Stato a decider cosa sia vero e cosa non lo sia, con sistemi di
controllo che evocano quelli degli Stati totalitari dello scorso secolo e della
Santa Inquisizione. All’informazione si vuol sostituire la formazione, con
intenti pedagogici tipici dei regimi illiberali.
La
libertà di espressione è un diritto inalienabile del cittadino in uno Stato
democratico.
Il
concetto di uguaglianza, conquista della democrazia, intesa come parità di
opportunità per tutti i cittadini, da corroborare con il merito e la verifica,
è messo drasticamente a rischio con il declino del welfare.
A
questa deriva la Massoneria ha il dovere di opporsi, con idee, progetti,
azioni, per costruire le cattedrali del Terzo millennio che, come le cattedrali
del primo e del secondo dell’era volgare, devono essere un inno all’armonia e
alle leggi della natura.
La
libertà è il bene principale dell’essere umano, affermato sin dal momento nel
quale un profano bussa alla porta del Tempio. Gli si chiede, infatti, se è un
essere umano libero, perché la libertà è la qualità prima, imprescindibile,
irrinunciabile di ogni Massone.
Ad
affermarlo in modo chiaro e fuor da ogni dubbio sono i Rituali massonici dei
primi tre gradi e, in forma dichiarativa esplicita ed impegnativa, in quelli
del Rito Scozzese Antico ed Accettato nelle formulazioni che ci offre il
Farina.
Il
massone, avvocato del debole e del popolo, è agente di riforma e di progresso.
Nel 9°
grado, il Massone è “un agente di riforma e di progresso: è l’avvocato del
debole e del popolo: odia il potere insolente, impudente, l’usurpatore: ha la
missione di istruire gli ignoranti, di soccorrere i disgraziati, di rialzare
tutti coloro che sono caduti in basso.
Per raggiungere tal fine il Massone agisce,
combina le sue azioni in maniera di riuscire, detesta la vana agitazione, il
turbamento inutile e lo sforzo inane”.
“La
Massoneria insegna che il potere è una delega avuta dal popolo: la delega cessa
quando l’interesse del popolo lo richiede.
Il contratto è rotto se il potere non osserva
la sua missione: la resistenza al potere usurpato è un’obbligazione sorgente
dall’obbligo di mantenere intatto il progresso raggiunto dallo spirito umano”.
Non
solo: “È vergognoso soffrire volontariamente e mettere ai piedi di un tiranno
l’indipendenza acquistata dalla coscienza dell’uomo”.
La
Massoneria dice ai suoi Fratelli:
«Se
l’intelligenza o la fortuna vi chiameranno a delle posizioni elevate,
ricordatevi che colà i vostri interessi e quelli della vostra famiglia cessano
di aver diritto su di voi avendo voi alienato a profitto del pubblico il vostro
riposo e la vostra personalità, non avendo voi conquistato il posto, ma avendo
il posto conquistato voi, il vostro tempo e la vostra forza. Accetterete
lealmente le conseguenze di tale alienazione che avete fatta volontariamente:
la vostra coscienza soltanto dovrà dominare le vostre azioni e funzioni: sarete
al servizio del vostro paese, ma non potrete servirlo che secondo la vostra
ragione. Se occorrerà affrontare persone più potenti di voi, il vostro dovere
sarà di lottare anche se avrete la certezza di soccombere: se il pubblico si
ingannerà, il vostro dovere sarà quello di sacrificare e di rinunciare alla
vostra popolarità, di cedere il posto a coloro che potranno accettare le sue
decisioni con la sincerità delle loro proprie convinzioni”.
Infine:
«Non
nascondete mai la vostra opinione: commettereste un abuso di fiducia se non vi
ritiraste dalla vita pubblica quando vi trovaste ad avere delle idee diverse da
quelle dei vostri mandanti”.
Nel
18° Grado è contenuto un insegnamento impegnativo: l’idea della difesa del
diritto anche, se necessario, per mezzo delle armi, vale a dire l’idea
cavalleresca.
“Durante
l’oscura epoca medioevale – è scritto – la Cavalleria rappresentava la
rivendicazione del diritto individuale: la difesa del debole, il giusto
orgoglio del buon diritto, la protesta contro l’arbitrio. Nei tempi in cui
tanti pregiudizi regnavano come despoti, sembra che l’uomo abbia avuto bisogno
di dividere il lavoro: ad alcuni incombe l’idea scientifica, ad altri
l’addolcimento dei costumi, ad altri ancora la conservazione dell’energia.
Occorsero queste tre cose, amore, coraggio e scienza, per aver ragione del
nemico, per giungere alla risoluzione pacifica, quando poté esserlo, violenta,
quando fu necessario. Al naturalista laborioso, al dolce apostolo della
tolleranza, la Massoneria aggiunse il Cavaliere. Dei tre, essa fece il Massone
Rosa Croce. Dopo averlo armato di scienza e di libertà, gli dette una spada”.
Al
Massone Rosa Croce, conseguentemente, è detto:
“Che il debole e l’oppresso trovino in te un
difensore risoluto; se occorrerà, dovrai salvare la Patria dalla tirannide da
qualunque parte venga, sia dall’alto, sia dal basso. Che la tua intelligenza
penetri le leggi del mondo. Che la giustizia esalti l’animo tuo. Sii libero!
Sii felice nelle tue azioni …”.
La
Massoneria segue la legge del lógos e contrasta assolutismo e tirannia.
Nel
30° Grado, il Massone riceve dalla tradizione templare il dovere di lottare
contro l’assolutismo.
“Così
– si legge nel testo del Farina – uscendo dalla tortura, il Procuratore
Generale del Tempio, Pierre de Bononia, diceva: «Il più gran bene che è dato
all’uomo di possedere è il libero arbitrio».
Un tal
bene, il più prezioso fra tutti, non lo vogliamo per noi soli, vogliamo
concederlo anche agli altri, ma sopra tutto, noi intendiamo proteggerlo e
difenderlo presso coloro ai quali sarà contestato, lo fosse anche dai nostri
stessi amici”.
Nel
Rituale del 4° Grado si legge: “Noi abbiamo giurato fedeltà al dovere,
qualunque esso sia. Il dovere comprende l’obbedienza alla Legge e, di
conseguenza, la lotta contro la tirannia, poiché ogni tirannia è la negazione
della Legge”.
Di
quale Legge si tratta? Lo spiega lo stesso Rituale laddove è scritto: “Al di
sopra di ciò voi sentirete l’immutabile ed eterna «legge che rappresenta la
Massoneria, la legge del lavoro, la legge della trasformazione, la legge del
movimento».
Più
esplicito il 30° Grado dove, dopo un accenno ad un “focolare misterioso”, è
scritto, sempre nel testo offerto dal Farina:
“Tale è probabilmente il miglior simbolo della
Realtà assoluta della quale la logica proclama l’esistenza, quando a mezzo del
pensiero si sopprimono tutti i limiti di durata e di spazio. Vi è là
un’immagine che può egualmente venire accettata dalla religione e dalla
scienza. Se tale Realtà non è riconoscibile, noi possiamo almeno definire il
suo modo d’azione nel tempo e nello spazio; è ciò che noi chiamiamo Lógos; è
ciò che nel linguaggio simbolico della filosofia contemporanea viene chiamato
Energia. Anche qui noi siamo impotenti a scoprire la natura intima di questo
primo fattore; tuttavia, ciò che più è importante, noi possiamo stabilire che
l’Energia opera secondo delle leggi fisse, accessibili al nostro intelletto”.
E
ancora: “Così l’Energia, a mezzo della quale si rivela la Realtà che serve di
base all’universo, appare, tanto nel mondo morale che in quello fisico, come il
Potere eterno che lavora per l’armonia”.
Il 30°
Grado ci parla di Energia, la stessa della quale si parla nei testi antichi
della sapienza egizia, alla quale si richiama la tradizione massonica.
Nei
testi egizi antichi troviamo infatti, a questo proposito, due definizioni molto
interessanti: “Sono il Dio grande venuto al mondo da solo. Chi è? L’energia. L’oceano
di energia primordiale. Il padre degli dèi”. Tomba della regina Nefertari.
Nei
testi attribuiti a Ermete Trismegisto (La rivelazione di Ermete Trismegisto,
Lorenzo Valla) si legge: “Dio energia che tutto comprende (CHII). L’energia di
Dio è costituita dall’intelletto e dall’anima (CHXI). Dio è tutte le forme
(Trattati X).
Riguardo
al Demiurgo, ossia all’Artefice, al Logos (azione dell’Arché) i testi egizi
sono altrettanto interessanti:
“Io
sono l’Eterno, sono la luce divina che è uscita dall’energia primordiale con il
nome di Divenire. La mia anima (Ba) è di natura divina. Sono colui che ha
creato il verbo. Vengo alla luce da solo, ogni giorno la mia vita è
l’eternità”. Testi dei Sarcofagi.
La
religione del Logos è ricerca del fondamento.
Da
quanto sin qui esposto è chiaro che la Massoneria ricerca il fondamento, il
“primo fattore” e identifica nel Logos l’agente della manifestazione di tutto
quello che chiamiamo realtà.
Non è
senza un preciso motivo che sull’Ara, all’apertura dei lavori massonici, si
trovi il Vangelo di Giovanni aperto al Prologo.
Quella
della Massoneria non è un’opzione religiosa nel senso di adesione ad una
credenza specifica, ma è la presa di coscienza che in un testo sapienziale è
contenuta, in forma sintetica e mirabilmente scientifica, la spiegazione della
dinamica con la quale il Principio (Arché) dà luogo alla molteplice realtà per
mezzo del Logos, che è la sua azione attuativa.
Soffermiamoci
sul concetto di religione, che il latino ci consegna con religio, religionem
che ha il significato di “considerazione” o “cura riguardosa” e deriverebbe da
un supposto verbo religere, composto dalla particella re- che accenna a
frequenza e legere, scegliere. In senso figurativo è cercare e guardare con
attenzione.
In
questo senso la Massoneria potrebbe essere considerata una religione: la
religione del cercare e del guardare con attenzione; la religione della
continua ricerca per risalire dal molteplice al Fondamento, per accedere al
sacro, per conoscere l’essenza, a partire dall’essenza propria di ogni essere
umano.
L’Enciclopedia
Treccani, a proposito del termine religione, ci avverte che
“l’origine
storica del concetto ha per lungo tempo impedito un’adeguata comprensione di
quelle formazioni culturali che comunemente si chiamano religioni e che sono di
origini particolari e diverse: non è necessario infatti che una religione
implichi un concetto di Dio, abbia articoli di fede, comprenda azioni di culto,
né forme di carattere morale; come massimo comune denominatore di ogni
complesso chiamato religione si può ritenere il rapporto di un gruppo umano con
ciò che esso ritiene ‘sacro’, tenendo tuttavia presente che anche quest’ultimo
concetto è indefinibile e storicamente condizionato”.
“Il
termine religione – scrive a sua volta Umberto Gorel Porciatti – deriva dal
latino religio ed è di etimologia incerta.
Secondo la più accreditata etimologia la
radice comune è quella del verbo relegere che vale anche aggomitolar di nuovo,
scorrere di nuovo, risolcare; come tale è data da Cicerone (De Nat. Deorum, II,
28)…L’etimologia da religare – rilegare, legar dietro, attaccare, aggiogare – è
quella di Lattanzio (Instit. VI, 28)”.
Tra le
possibili etimologie preferisco quella che fa discendere il vocabolo religione
dalla particella re, che significa frequenza, e dal verbo legere, che equivale
a scegliere e, in senso figurato, a cercare, guardare con scrupolosa cura.
Cercare è il modo essenziale per conoscere.
Per
questo motivo un massone non può essere un libertino (colui che esercita il
libero pensiero) irreligioso, in quanto il suo operare è costante ricerca,
rilettura, osservazione scrupolosa, sulla via illimitata della Conoscenza.
Nulla
a che fare, dunque, la sua religiosità con le “religioni”, ossia con i sistemi
ideologici che si occupano, a vario titolo, del Divino. Tali sistemi
ideologici, che hanno origine in pensieri frutto della mente umana eretti allo
status di verità rivelate, assiomatiche, dogmatiche, elaborano in seguito
scolastiche che costituiscono il tentativo di trovare ad essi vie d’accesso
razionali.
La
Massoneria, come già detto, postula l’esistenza di un Fondamento, ma ne ricerca
la conoscenza seguendo la via della sua azione e della sua manifestazione,
senza sentirsi limitata dall’idea della rivelazione.
Transumanesimo:
il virtuale surrogato dell’anima e dello spirito
In
questo scorcio di inizio del terzo millennio, l’essere umano è disorientato e
rischia di essere costretto nello spazio tempo della sua vita terrena, schiavo
di illusioni transumananti.
La
Massoneria ha oggi il compito sacro di riportarlo all’Oriente, al suo oriente,
ossia alla presa di coscienza della sua essenza.
È
questo un compito immane, ma necessario, in quanto siamo in presenza di teorie
come il cosmismo e il transumanesimo che rischiano di snaturare l’essere umano
e, conseguentemente l’Umanità intera.
Il
virtuale al posto dell’animico e dello spirituale apre le porte ad una
religione cibernetica, perfettamente funzionale alla finanza, che è, a sua
volta, la virtualità dell’economia reale.
Il
confronto in atto non è solo politico, geostrategico, finanziario; è di
mutamento antropologico.
La
cibernetica e la genetica stanno diventando sempre più invasive della sfera
relativa all’essenza dell’essere umano.
Le
applicazioni della cibernetica sono arrivate ad un punto cruciale.
Cibernetica
deriva dal greco kybernḗtēs, dal significato di pilota di nave e, oggi, in
discussione, da parte dell’avanzare della cibernetica, è proprio il pilota che,
in altri termini, è il complesso conoscitivo, sensoriale e coscienziale
dell’essere umano, a partire dal suo cervello.
Il
vascello, ossia il corpo umano, nella sua complessità omeostatica, è oggi messo
a dura prova dalla genetica che, se da un lato lo aiuta a risolvere molte
malattie, dall’altro lo può modificare nella sostanza.
La
genetica, infatti, è arrivata al codice.
Un
esempio eclatante viene dalla Cina, che starebbe conducendo esperimenti su
esseri umani, nello specifico membri dell’Esercito Popolare di Liberazione, al
fine di sviluppare soldati che possano vantare capacità biologiche che superino
anche quelle del più addestrato soldato, qualcosa che, in fin dei conti,
abbiamo visto solo in qualche film di fantascienza o di supereroi.
Per
ottenere questo scopo i cinesi starebbero utilizzando la tecnologia CRISPR, una delle tecnologie di
manipolazione genetica tra le più avanzate, ma anche tra le più discusse.
In campo medico la tecnologia CRISPR viene
usata per modificare i genomi e, ad oggi, è uno degli strumenti genetici più
importanti in assoluto.
Lo strumento può essere utilizzato per
alterare in maniera relativamente facile le sequenze di DNA e ciò ha portato a
molte applicazioni, tra le quali la correzione di difetti genetici e il
contrasto e la prevenzione di malattie che vedono proprio nei geni le loro
cause principali.
Le preoccupazioni riguardano soprattutto
eventuali applicazioni che si possono fare di questa tecnologia per modificare
i geni al fine di aumentare le prestazioni di una persona o modificare le sue
caratteristiche genetiche per scopi non medici.
Semnotei,
perché l’etica sia compagna di genetica e di cibernetica.
La
Massoneria, in questo contesto, ha di fronte a sé nuove prove, così come le ha
avute nei secoli passati, e ha il compito di combattere la tendenza
disumanante, riportando costantemente l’essere umano a conoscersi come tale.
In
questa nuova temperie la Massoneria deve mettere a guardia della cibernetica e
della genetica l’etica, secondo le accezioni eraclitea e heideggeriana di
“soggiorno”, di abitare alla presenza del divino.
L’eracliteo
«Ηθος Ανθρωπῳ Δαιμων», «Ethos anthropoi daimon» (frammento 119 Diels Kranz),
tradotto solitamente con un riferimento al carattere., è apertura verso il
daimon.
Anche nella versione heideggeriana, che introduce il
concetto di etica come soggiorno, il rapporto essere umano-daimon si propone
come apertura dell’essere umano incarnato alla presenza del daimon,
cosicché
l’etica,
da non confondere con la morale, diviene la conoscenza di se stessi come
daimones, angeli, scintille del fuoco sempre vivo, al che acquista significato
preciso l’imperativo scritto sul frontone del Tempio di Delphi: “Conosci te
stesso”.
Conoscere
sé stessi nelle accezioni eraclitea e heideggeriana significa essere semnotei.
Così
erano definiti dai greci i druidi, i grandi saggi del mondo celtico.
I
druidi erano in primo luogo filosofi, conoscitori delle leggi della natura e
dell’etica. Erano inoltre medici, giuristi e giudici, astronomi, profeti, in
quanto la loro conoscenza permetteva loro di prevedere il corso degli
avvenimenti e veggenti, in quanto capaci di vedere chiaro e a fondo nella
dinamica della realtà, nell’anima degli uomini, nelle grandi leggi che
presiedono alla manifestazione dello Spirito.
Che
fossero veggenti lo dice il loro stesso nome, dru-wid, molto vedenti, dove il
vedere è strettamente connesso con la conoscenza della parte più intima della
realtà, oltre l’apparenza. Erano anche considerati semnnotei e su questa loro
caratteristica mi soffermo, in quanto attiene al tema dell’etica.
L’etimo
di semnoteo conosce varie possibili definizioni. Sul prefisso sem non ci sono
versioni diverse tra di loro: deriva da sim (quella particolare molteplicità
che è l’unità), dalla radice indoeuropea *sem dal significato di uno o assieme
o tutt’uno. Theós potrebbe riferirsi alla radice Thýo, sacrificare. Mircea
Eliade (Storia delle credenze religiose) ne esclude l’appartenenza all’area
dayus. “Esso – scrive – deriva dal radicale indicante l’anima, lo spirito del
morto” e lo confronta con il lituano dwesiu, respirare, con lo slavo duch,
respirazione, con dusa, anima. “Possiamo dunque supporre – afferma Mircea
Eliade – che theós, dio, derivi dall’idea dei morti divinizzati”. V’è,
tuttavia, un’interpretazione che maggiormente mi convince e che si riferisce
alla radice thea, che significa vedere, contemplare, da cui theáomai: guardo,
contemplo, sono spettatore. E’ un’interpretazione del significato di semnoteo
che meglio si addice al druida e che collima con il suo praticare l’etica.
Il
soggiornare presso l’Essere, questo farsi ospitare, è proprio del semnoteo,
ossia del druida, nella sua tensione verso l’unità con l’Essere e nel suo
essere osservatore, contemplatore dell’Essere.
L’etica
è, dunque, un soggiornare che implica una tensione conoscitiva verso l’unità
che si esplica nell’osservazione e nella contemplazione, ossia in una costante
apertura, disponibilità al darsi dell’Essere. L’etica è tensione verso la
conoscenza della sapienza del divino, dell’infinito campo informativo dal quale
scaturiscono le realtà dei mondi.
Se
l’universo, come ipotizzano gli scienziati, è essenzialmente informazione e i
frammenti fondamentali di informazione che generano l’universo vivono alla
scala di Plank in forma di bit, il semnoteo modernamente inteso è colui che sa
ricevere le informazioni che promanano dal campo informativo che chiamiamo
l’Essere.
Praticare
l’etica, come facevano i druidi, è praticare il soggiorno ed è rendersi
disponibili alla conoscenza.
L’essere
umano etico è colui che segue la via della conoscenza, la quale presuppone
libero pensiero, scevro da dogmi, verità rivelate, schemi mentali e pregiudizi.
L’etica
non è una costellazione valoriale, derivante da un Superente, come ad esempio
il Sommo Bene, ma tensione conoscitiva, un aprirsi alla conoscenza,
un’accettazione del costante sopravvenire del nuovo.
Essere
semnotei significa essere disponibili ad ascoltare l’Essere, la voce
dell’Essere che nell’orizzonte dell’apparire dà all’uomo notizie degli enti.
Qui
incontriamo la Natura, la Phýsis che, nel pensiero dei presocratici, è
l’apparire dell’Essere.
Quando
“i primi filosofi pronunciano la parola phýsis, essi – scrive Emanuele Severino
– non la sentono come indicante quella parte del Tutto che è il mondo
diveniente. ….Phýsis è costruita dalla radice indoeuropea bhu, che significa
essere e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma
innanzitutto) alla radice bha, che significa «luce» e sulla quale è appunto
costruita la parola saphés”[xi], dove saphés significa chiaro, manifesto,
evidente, vero.
“La
vecchia parola phýsis significa «essere» e «luce» e cioè l’essere nel suo
illuminarsi”.] Vera Luce.
Phýsis
è “il Tutto che si mostra come verità incontrovertibile.
Severino
ci ricorda che kósmos deriva dalla radice indoeuropea kens. “Essa – scrive il
filosofo bresciano – si ritrova anche nel latino censeo che, nel suo
significato pregnante significa «annunzio con autorità»: l’annunziare qualcosa
che non può essere smentito, il dire qualcosa che si impone. Ci si avvicina al
significato originario di kósmos se si traduce questa parola con «ciò che
annunziandosi si impone con autorità». Anche l’annunziarsi è un modo di
rendersi luminoso. Nel suo linguaggio più antico, la filosofia indica con la
parola kósmos quello che essa indica con la parola phýsis: il Tutto, che nel
suo apparire è la verità innegabile e indubitabile”. Kosmos non è mondo, ma
“invisibile armonia sottesa al chaós”. La Vera Luce è armonia sottesa al chaós.
La
phýsis, dunque, è kósmos e l’antica Dea Madre Universale era kosmós, cosmica.
Sempre
Severino, alla cui chiarezza espositiva ci affidiamo, scrive che epistéme,
comunemente tradotto con scienza, è “lo «stare» (stéme) che si impone «su»
(epí) tutto ciò che pretende negare ciò che «sta»: lo «stare» che è proprio del
sapere innegabile e indubitabile e che per sua innegabilità e indubitabilità si
impone «su» ogni avversario che intenda negarlo o metterlo in dubbio. Il
contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò
che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamarono kósmos e
phýsis.[xvi]
La
vera scienza è comprensione della Phýsis: il tutto che si mostra.
La
vera scienza è, dunque, la comprensione della
phýsis, della Natura, del Tutto che si mostra.
Phýsis
è kósmos ed è epistéme e phýsis è il rendersi evidente, l’apparire dell’Essere
che, tuttavia, rimane nascosto.
“Se il
mondo è phýsis che «dischiudendosi si manifesta», l’uomo si lascia sorprendere
dallo stupore proprio di chi si meraviglia di fronte allo spettacolo cosmico
che si dispiega”.
È
questa la condizione del semnoteo, del druida, dell’iniziato.
Nel
pensiero filosofico antico troviamo la parola archè, “dimensione da cui tutte
le cose provengono e in cui tutte ritornano”, ma anche “forza che determina il
divenire del mondo”, quindi anche legge che lo governa (in altre parole Ritam,
Recht).
L’Arché
è, nel pensiero dei primi pensatori greci, “l’unità da cui tutte le cose
provengono e in cui tutte ritornano”. Un’unità intesa come identità che ogni
singolo ha con ogni altro.
Arché
o archi, come archei, dal significato di principio, di essere a capo, di essere
il primo di una serie e primo nel tempo e dal tempo (archaîos=antico) derivano
dalla radice *arh dal significato di valere, meritare, potere, esser degno,
superiorità, eccellente, primeggiare, grado superlativo. Tutti significati
attribuiti alla Dea che è Potnia (potente), eccelsa (Brighit) e che è la prima
e il principio.
Se
analizziamo ora la parola archetipo, notiamo come sia composta da archè e typos
(immagine, impronta). Gli archetipi sono dunque le immagini, le impronte
dell’Arché, ossia della dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui
tutte ritornano e la forza che determina il divenire del mondo.
Il
massonico concetto di Architetto dell’Universo (archi-tékton, capo costruttore)
è dunque traducibile nell’azione del Principio che costruisce l’esistente: il Logos.
La
phýsis è (Anassimando) apeiron, ossia infinito, illimitato, immenso, originaria
unità degli opposti ed è non solo arché, ma anche stoichéion, elemento
unificatore del molteplice.
“Anche
in Eraclito – scrive Severino – la phýsis è sia stoichéion, sia arché: sia
l’identità delle cose diverse e opposte (ossia la loro legge e il loro ordine),
sia il luogo divino dove tutti gli opposti sono originariamente ed eternamente
raccolti e dove la legge delle cose è il contenuto della suprema sapienza del
Dio, da cui procede ed è governato il divenire cosmico”. [xxi]
Essendo
la phýsis, come s’è visto, l’apparire dell’Essere, la phýsis rimane sul confine
del Tutto. Questo apparire sul confine è un’immagine che ben si attaglia alla
druidica Nona Onda, “estremo confine della Terra, al di là del quale – scrive
Philip Carr Gomm – si estendono i mari neutrali”.
La
Nona Onda è l’estremo confine del soggiorno: un confine non statico, ma
estremamente diveniente, poiché le onde continuamente si creano e si
infrangono, rappresentando esse stesse il trasformarsi dello spirito (soffio
divino) in vibrazione energetica, che è anche materia. Oltre la Nona Onda (il 9
è anche il numero della Dea, della Virgo, dell’energia) si estendono i mari
neutrali, l’Oceano primordiale, il Punto Zero, Ceugant, l’Essere, la infinita
informazione.
Navigare
sulla Nona Onda è solcare le acque del soggiorno, le stesse dove è nata
Afrodite, spuma del mare primordiale.
Analizziamo
ora anche il vocabolo caos. Il caos, dalla radice indoeuropea cha o gha indica
apertura, dischiudersi.
Il caos,
scrive Severino, è “l’immensità dello spazio originario, l’apertura immensa,
cioè non misurabile, illimitata. Tutti gli dei e tutti i mondi si pensano al
suo interno. Il caos è la dimensione più ampia che il mito greco sia riuscito a
pensare. Ciò che gli manca, per possedere il significato filosofico del Tutto,
è il motivo in base al quale poter escludere che qualcosa si trovi al di fuori
di esso”.
L’Essere
non è caos e non è l’Uno (identità di ogni singola cosa con le altre: archè e
stoichéion). L’Essere è Tutto.
E’ Ceugant, il cerchio vuoto che tutto
comprende. E’ zero.
Essere,
da *es,
in sanscrito “asus” che significa vita, vivente, ciò che in sé e per sé
sussiste (la radice indogermanica bhû-bhue, si ricollega al greco phýo, che
significa schiudersi, imporsi, predominare, da cui phýsis e phýein).
“Fondamento
dell’essere – scrive Umberto Galimberti – è il fondo abissale (Abground) che si
dischiude”.
Phýsis
(phýo, dischiudersi), il rendersi
evidente del Nascosto, se vogliamo usare un simbolo sacro del mondo druidico, è
rappresentabile con un triskel, che appunto rappresenta il dischiudersi, lo
sbocciare e il tenersi dell’essere nel suo sbocciare in una trinità dicibile
con: Skiant, Nerz, Karantez, dove Skiant è la sapienza dell’Essere
(informazione proiettata, progetto), Nerz è la sua forza (energia) e Karantez è l’amore (a-mors=
vita), energia che si fa materia.
Tradotto
in chiave massonica: Minerva (sapienza che illumina), Ercole (forza che rende
saldo, impronta e stabilizza) e Venere (natura, vita, che irradia e compie
nella bellezza).
Possiamo
dire, in altri termini, che phýsis è il rendersi manifesto dell’Essere con la
Sapienza, la Forza e l’Amore (Vita).
SKIANT
Soggiornare
presso l’Essere, essere semnotei, druidi, significa sapersi collegare al
livello profondo da cui emana la consapevolezza, poiché il Tutto è intelligenza
cosciente.
In
quest’ottica, in base a questo approccio, anche la Natura, intesa come la
Grande Dea Madre Universale, assume un significato che ci riporta all’etica, ad
una tensione conoscitiva che coglie i vari stati dell’Essere nella sua
incessante manifestazione.
La
conoscenza iniziatica è Theoria e episteme.
Un
cammino iniziatico ha come obbiettivo la conoscenza, intesa come theoría e come
episteme (la Vera Luce, la luce sacra della somma sapienza) e la ricerca come
progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento.
Theoria è contemplazione del Logos e, essendo il Logos l’azione e il mostrarsi dell’archè, ossia del Fondamento,
contestualmente e necessariamente, è la Theoria dell’archè, della phýsis e, infine, dell’ólos, il Tutto.
Riassumendo
il contenuto di alcuni frammenti eraclitei, Miroslav Marcovich, scrive che “a
livello logico il Logos è valido universalmente e opera in tutte le cose” (114
+ 2 DK), che “a livello ontologico, il Logos è un sostrato al di sotto della
pluralità sensoriale delle cose: è una unità sottostante a questo ordinamento
del mondo”; che “a livello epistemologico, riconoscere il Logos, è condizione
necessaria per una reale e corretta conoscenza dell’ordinamento del mondo”
(30DK) e, infine, che “a livello etico di comportamento, il Logos, è una regola
di corretta condotta di vita (…)“
Scrive Eraclito: “Le cose di cui c’è vista e
udito e percezione queste in verità io preferisco” (fr.55DK) e aggiunge: “Gli
occhi sono testimoni più fedeli degli orecchi” (Fr 101 a DK). Tuttavia Eraclito
ci avverte che: “Cattivi testimoni sono occhi ed orecchi per gli uomini, se
questi hanno anime che non ne comprendono il linguaggio” (fr.107 DK) e che:
“L’apprendere molte cose non insegna l’intelligenza; altrimenti l’avrebbe
insegnato a Esiodo e Pitagora; e anche a Senofane e Ecateo”. “La percezione
sensibile e l’esperienza – commenta Miroslav Marchovic – richiamano la
condizione basilare per l’apprendimento del Logos onnipresente, ma questa non è
la sola condizione: altre ne sono richieste, fra cui l’intelligenza, la facoltà
di interpretare correttamente i dati dell’esperienza e l’intuizione. Senza tali
condizioni l’uomo non può raggiungere il Logos, né ottenere la sapienza (nous),
rimanendo ad uno stadio sterile”. [xxv]
La
Verità secondo cui il Tutto si costituisce è Dike, la giustizia. Adika è
l’ingiustizia, il non avere timore di Dike, la Verità secondo cui il Tutto si
costituisce.
Eschilo,
nelle Eumenidi, afferma: “Chi potrà ancora, città o mortale, venerare la
giustizia, se non nutre la mente nella luce”.Eschilo nell’Agamennone afferma che nutrire la
mente con questa luce è darle la potenza.
E la
Vera Luce è la sapienza, che è episteme.
“La
vita della città e del mortale – afferma Severino – ha “potenza” solo se si
sottomette all’archè della verità che salva” e questa vita è quella dove il
deinón-arché [il timore dell’archè] sorveglia la mente e le dà la luce del
sapere che salva (sōphroneîn)”. [xxvi]
La
hýbris è la “volontà di ogni singola forza del mondo di imporsi alle altre
forze, senza tener conto dell’Ordinamento eterno di Dike”.
Nel linguaggio di Eraclito, hýbris indica il raddoppiamento di adikía […] che «deve essere spento» (Fr.43)”.
Nella
temperie odierna la hýbris è in azione in molteplici forme ed è compito del
Massone opporre alla hýbris il cammino iniziatico che ha come obbiettivo la
conoscenza, intesa come Theoria e come episteme (la vera luce, la luce sacra
della somma sapienza) e la ricerca come progressivo avvicinamento alla verità
del Fondamento.
E
questo perché l’iniziato è conscio del fatto che la “vera potenza non è hýbris,
la prevaricazione che si oppone all’Ordinamento divino del mondo, ma è la
potenza che da tale Ordinamento è concessa all’uomo, così come nell’«Inno a
Zeus» si dice che il sapere che salva è un «dono» (cháris, v.182) dei demoni
che siedono sul vero trono di Dio”. [xxvii]
“In
quanto organizzata e dominata da hýbris, la vita è «oppressa dal padrone» (bíos
despotoúmenos)”. [xxviii]
L’agire
secondo Dike e seguendo la Vera Luce ha una conseguenza soteriologica. Chi è
«giusto» è un «essente» che «non verrà completamente annientato». “Questo
significa, certamente, che il giusto, a differenza dell’ingiusto, può rimanere
nel mondo sino ai limiti estremi del tempo che è concesso ai mortali. Ma il suo
«non essere completamente annientato» significa anche che vi è qualcosa di lui,
e non dell’ingiusto, che sfugge all’annientamento, e cioè appartiene
all’Essere, eternamente salvo dal niente, in cui è custodita l’essenza di tutte
le cose”. [xxix]
Chi
non vede secondo l’occhio di Dike (o di Maat, se il concetto è declinato
nell’antico linguaggio degli egizi) è soggetto all’empietà e all’annientamento.
La hýbris (l’empietà) è, infatti, connessa con l’ingiustizia, cosicché “la
radicalità dell’annientamento dei mortali” riguarda coloro i quali si sono
“lasciati dominare da hýbris, “mentre chi è “«giusto» […] è un «essente» […]
che «non verrà completamente annientato»”.
Il
tema dell’annientamento e della salvezza è presente nel rito osiriaco, che è
all’origine dei riti eleusini, dove il cuore del defunto, sede
dell’intelligenza, posto sulla bilancia di Maat, la Giustizia (come Dike) deve
essere più leggero (esente da ingiustizia e da hýbris) della piuma della stessa
Maat. Se il cuore è più leggero, il defunto si trasmuta in un Osiride
giustificato, immortale e con un corpo di luce; se, al contrario, il suo cuore
è più pesante della piuma di Maat, il defunto è annientato e la sua essenza non
è salva. Il cuore che viene pesato non è il cardio, ma JB (o AB), il cuore
energetico, il cuore di luce, che per essere tale, e quindi più leggero di
qualsiasi elemento materiale, si deve essere svestito di ogni attaccamento
materiale. Attaccamento che è la conseguenza di ingiustizia e di hýbris,
cosicchè chi crede di essere potente in base alla hýbris e all’ingiustizia è
condannato a rimanere nella materialità alla quale si è così fortemente
affezionato.
La
virtualità, con la quale si vorrebbe sostituire la dimensione animica del
“corpo di luce”, che avvolge l’essenza, non salva dall’estinzione e
dall’annientamento.
I
venerabili custodiscono il timore di Dike.
L’agire
secondo Dike e seguendo la Vera Luce, nella consapevolezza della conseguenza
soteriologica, è il dono che l’iniziato riceve dal suo percorso ed è anche
l’imperativo categorico che egli acquisisce man mano procede sulla via.
Tanto
più, questo imperativo categorico, che deriva dalla conoscenza di se stessi, è
il viatico dei venerabili.
Infatti,
il sébas, il venerabile, è anzitutto il deinón (il timore di Dike) e venerabili
sono coloro che custodiscono il timore e sono pertanto dikastaí (giudici e
giudici anzitutto di se stessi).
Il
giuramento che i giudici sapienti rispettano è dunque la volontà di rimanere
nella verità, di mantenersi stabilmente al culmine della sapienza e della vera
potenza.
E
rimanere nella via della Vera Luce non significa sempre andar bene a questo
mondo, così come lo vuole il pensiero dominante.
“Essendo
in questo mondo – afferma Meng Tzu – ci
si deve comportare in una maniera che piaccia a questo mondo. Fintanto che una
persona è buona tutto va bene…Se si volesse biasimare una tal persona non si
troverebbe niente a cui rifarsi…essa condivide con gli altri le pratiche
quotidiane ed è in armonia con le meschinità del mondo…essa piace alla
moltitudine ed è retta con se stessa. E’ impossibile imbarcarsi sulla via di Yago
e Shunt [due famosi saggi] con una persona del genere. Da qui il nome di
“nemico della virtù”. Confucio disse: “…Non mi piace l’onest’uomo del
villaggio, potrebbe essere confuso con il virtuoso”.
“Soltanto
coloro che agiscono a partire da disposizioni che essi risultano avere da un
lungo processo di coltivazione proprio nel momento dell’azione – commenta
F.J.Varela – meritano, secondo Meng Tzu, l’appellativo di veramente virtuose.
[…] Il tratto più importante che distingue il vero e proprio comportamento
etico è allora il fatto che esso non nasce da semplici modelli abituali di
regole”.
Sin dai primi passi sulla via iniziatica
proposta dalla Massoneria troviamo alcune indicazioni precise relative al
percorso che colui che bussa alla porta del Tempio (il pro fanum)
intraprenderà.
Se tu
tieni alle distinzioni umane, esci: qui non se ne conoscono.
Se tu
temi di essere scoperto e corretto dei tuoi difetti, ti troverai male fra noi.
Se la tua anima ha sentito lo spavento, non andare più oltre. Se tu sei capace di
simulazioni, trema: sarai scoperto. Vigilanza e Perseveranza. Se tu perseveri,
sarai purificato; uscirai dall’abisso delle tenebre e vedrai la Luce. Se la
curiosità ti ha condotto qui, vattene. Sin dal suo esordio sulla via, colui che
vuole percorrere il sentiero iniziatico dovrà rispondere a tre domande:
“Che
cosa dovete all’Umanità? Che cosa dovete alla Patria? Che
cosa dovete a voi stessi?”.
Non
sono domande poste una volta per sempre. Ogni giorno della sua esistenza il
Massone deve rispondere a queste tre domande e le risposte non possono essere
solo concettuali, ma parole di potenza, ossia azione consapevole, pensiero che
si fa verbo, Logos e che produce lavoro per le cattedrali del terzo millennio.
L’UNIONE
EUROPEA, COORDINATA
DALLA
NATO, È LO STRUMENTO
DEGLI
USA NEL CONFLITTO STRATEGICO
DELLA
FASE MULTICENTRICA.
Italiaeilmondo.com
– (13-1-2024) - Giuseppe Germinario - Luigi Longo – ci dicono:
[…]
l’Europa è diventata una Eurolandia priva di sovranità economica e soprattutto
geopolitica e militare.
Al suo
interno è insediato un corpo di occupazione straniero, denominato NATO, inviato
da tempo come mercenario soldatesco in Asia Centrale, pronto a minacciare ed a
rischiare una guerra mondiale in Georgia ed in Ucraina.
Se
questo è anche in parte vero, allora che senso ha elencare la tiritera del
nostro grande profilo europeo, dalla filosofia greca al diritto romano, dalle
cattedrali romaniche e gotiche dell’umanesimo rinascimentale, dalla rivoluzione
scientifica all’illuminismo, dall’eredità classica greco-romana al
cristianesimo, eccetera?
Pura
ipocrisia.
(Costanzo
Preve).
Avanzerò
alcune riflessioni sull’Europa, non a partire dalla storia dell’Europa delle Nazioni,
che si formarono dopo la dissoluzione dell’impero di Carlo Magno, ma a partire
dalla guerra Russia-Ucraina (cioè l’aggressione Usa alla Russia via
Nato-Europa), che di fatto sancisce la fine del progetto dell’Unione Europea
(avanzato e realizzato dopo la seconda guerra mondiale, anche se pensato
intorno agli anni trenta del secolo scorso dagli Stati Uniti d’America)
sostituito dal nuovo ruolo della NATO che meglio si addice alle nuove strategie
statunitensi nella fase multicentrica [conflitto tra potenza egemone in declino
(USA) e potenze consolidate (Russia, Cina) e in ascesa (India)] .
Una
<< […] Europa occidentale (anche l’Europa orientale, mia precisazione LL)
sottomessa ad una occupazione militare USA accettata dagli attuali governi
fantocci, che appunto per questa ragione considero del tutto illegittimi, non
importa se sanzionati o meno da elezioni manipolate >>.
(Raniero
La Valle) coglie il senso della metamorfosi, avviata già da anni, della NATO
quando sostiene:
<<
Da Washington a Vilnius infatti tutto torna, tutto vale per l’America e per la
sua “impareggiabile” Corte: gli stessi nemici, la Russia, la Cina, l’Iran, la
Corea del Nord, il “terrorismo”, la stessa vittima che unifica tutti intorno
all’altare del sacrificio, l’Ucraina, la stessa determinazione all’uso anche
per primi dell’arma nucleare perché la deterrenza non basta più, la stessa idea
che il vecchio concetto di difesa è superato, perché oggi con le armi della
guerra non si decidono solo le guerre, ma le alternative di ogni tipo, la
gestione delle crisi, le politiche industriali, l’economia, il clima, i temi
della “sicurezza umana”, perfino la questione dell’uguaglianza di genere e la
partecipazione delle donne: tutto ha a che fare con la NATO, il nuovo sovrano,
perché il suo approccio è “a 360 gradi” e i suoi tre compiti fondamentali,
“deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza
cooperativa”, devono essere adempiuti con assoluta discrezionalità:
“risponderemo a qualsiasi minaccia alla nostra sicurezza come e quando lo
riterremo opportuno, nell’area di nostra scelta, utilizzando strumenti militari
e non militari in modo proporzionato, coerente e integrato”; e, come pare, a
decidere nell’emergenza (ma questo non è stato scritto) può essere anche il
generale comandante della NATO senza interpellare “la struttura”; insomma c’è
il nucleare libero all’esercizio. […]
L’Ucraina
è stata totalmente integrata nella NATO, ma bisogna far finta che non lo sia,
per non costringere la Russia a usare l’arma nucleare; Putin accusa il colpo,
deve stare al gioco, e si dice “pronto a trattare separatamente le garanzie di
sicurezza dell’Ucraina, ma non nel contesto della sua adesione alla NATO”.
E a
Vilnius si assicura che questo non avverrà, che l’Ucraina entrerà nella NATO
solo a guerra finita, ed è la ragione per cui essa, come Biden ha voluto fin
dal principio, non deve avere fine;
e
Zelensky dopo la prima arrabbiatura che gli è valsa l’accusa di “ingratitudine”
da parte del ministro della difesa inglese, è passato all’incasso ed ha
lietamente manifestato il suo entusiasmo.
[…]
(così il) colonnello dello stato maggiore ucraino e analista militare “Oleg
Zhdanov”:
“negli
ultimi 16 mesi noi ci siamo integrati nella macchina militare atlantica come
mai avremmo neppure sognato prima del 24 febbraio 2022;
pur
non appartenendo ufficialmente alla NATO ormai il 90 per cento delle nostre
procedure militari segue i parametri NATO.
Ma c’è
di più, ormai la metà dei nostri armamenti sono NATO, i circa 40.000 uomini
pronti a sfondare le linee russe sono vestiti, armati, trasportati, addestrati
dalla NATO;
perfino
le loro armi personali sono state fornite dagli alleati”, e via enumerando:
“i
carri armati tedeschi Leopard 2, i gipponi Humvee americani o i corazzati
Bradley e Strykes, decine di tipi diversi di blindati trasporto truppe, i
cannoni francesi a lunga gittata Caesar o quelli USA M777, i lanciarazzi
americani Himars, gli obici semoventi Krab polacchi”, tutto corredato da
assistenza, pezzi di ricambio, personale specializzato, con una catena di
interscambio e cooperazione nel lungo periodo, anche se “è difficile dire
quando l’Ucraina entrerà nella NATO, forse mai” >>.
La
NATO è fondamentale per le strategie mondiali degli Stati Uniti d’America.
La sua
trasformazione, da strumento di difesa dal cosiddetto comunismo sovietico a
quello di aggressione e di penetrazione nelle aree di influenza della Russia e
della Cina per impedire il consolidarsi del polo asiatico (ormai in fase di
decollo con le sue strutture di funzionamento e di coordinamento come, per
esempio, i Brics) in grado di mettere in discussione l’egemonia mondiale
statunitense con il suo modello di legame sociale della produzione e
riproduzione della vita.
Gli
USA non accettano un mondo multicentrico, la loro storia di nazione è
emblematica e dovrebbe essere di insegnamento;
riporto,
a tal proposito, quanto già sottolineato in altri scritti:
è
difficile che gli Stati Uniti rinuncino al dominio mondiale assoluto, ammantato
di democrazia, diritti e menzogne varie, considerata la loro storia che dal 4
luglio 1776 (anno della dichiarazione di indipendenza) li ha visti in pace solo 18 anni su
246 anni nei quali si sono gradualmente evoluti:
da
neo-nazione in lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna (1775–1783),
passando attraverso la monumentale Guerra civile americana (1861–1865) fino a
trasformarsi, dopo aver collaborato al trionfo durante la Seconda Guerra
Mondiale (1941-1945), nella più grande potenza al mondo dalla fine del XX
secolo ad oggi, anche se, per nostra fortuna, in chiaro declino relativo.
Alain
Badiou non molto tempo fa sosteneva che:
<<
La potenza imperiale americana nella rappresentazione formale che fa di sé
stessa, ha la guerra come forma privilegiata, se non addirittura unica, di
attestazione della sua esistenza. >>.
La
loro passione è comandare, usurpare, sottomettere ogni popolo;
la
loro missione è il dominio assoluto.
Gli
USA hanno un peso specifico maggiore che è quello del mandato divino che li
porta a dominare il mondo in maniera assoluta (monocentrismo), al contrario
delle altre potenze che sono per un dominio condiviso del mondo
(multicentrismo).
Il
fattore determinante di questo sciagurato scenario sono le relazioni di potere
e di dominio, le più stupide che l’essere umano sessuato si sia mai date.
Altro
è l’autorità! (ma questo è un altro discorso da approfondire).
Siamo,
in questa fase multicentrica, in piena guerra “in senso largo”.
Per
esempio, si veda il ruolo della Norvegia/Finlandia/Svezia/Danimarca, Paesi del
Nord Europa facenti parte sia della UE (ad eccezione della Norvegia) sia della
NATO (ad eccezione della Svezia), che hanno firmato accordi bilaterali, in
materia di difesa, con gli Stati Uniti d’America in caso di conflitto con la
Russia.
Alberto
Bradanini (ex ambasciatore a Pechino dal 2013 al 2015) così chiarisce
<<
[…] poiché qualsiasi conflitto anche lontano genera insidiose turbolenze, la
dirigenza cinese condivide nella sostanza il giudizio di Mosca:
che la
genesi del conflitto vada attribuita alla strategia americana di destrutturare
la Russia con una guerra per procura (combattuta dagli ucraini con armi e
finanziamenti Nato-Usa), provocarne un cambiamento di regime e se possibile
causarne persino la frantumazione, rendendola facile preda degli avvoltoi di
Wall Street […]
Nel
giudizio di Pechino […]
gli
Usa mirano poi a impedire la saldatura Russia-Cina e a provocare un’analoga
guerra per procura anticinese, questa volta combattuta fino all’ultimo
taiwanese”.
A suo
avviso, gli Usa non accettano l’emergere di un mondo multipolare che fiorisce
intorno all’alleanza russo-cinese, cui si aggiungerebbero “l’India e altre
nazioni cosiddette emergenti che, infatti, non intendono seguire Washington
nella politica sanzionatoria contro Mosca […]
L’espansionismo
Nato/Washington verso Est ha dunque l’obiettivo strategico di impedire quel
percorso di pacificazione/integrazione euroasiatica che era emerso quale
promessa di pace e sviluppo alla caduta dell’Unione Sovietica”.
Una
svolta che aveva determinato una nuova convergenza tra Cina e Russia, non più
accomunate dall’ideologia anticapitalista come ai tempi di Mao e Stalin, ma da
comuni interessi economici e strategici, e dalla medesima necessità di
contenere l’espansionismo americano [corsivo mio, LL] >> .
In sintesi, per dirla con l’economista
marxiano “Richard D. Wolff”, che racchiude bene quanto sopra riportato, si può
dire che:
<<
[…] l’impero
americano, inteso come primato capitalistico e geopolitico, è finito. Ma
l’America non vuole accertarlo […]
La
Cina ha invece creato un ecosistema produttivo mastodontico da cui il mondo non
può prescindere e pertanto co-determina ormai le sorti del capitalismo.
In
modo consensuale prima e conflittuale ora, ma mai subordinato […] il
capitalismo si è “sinizzato” (così come in Russia si è russizzato, mia
specificazione, LL) in modi che l’America non riteneva possibile, stante il
perdurare della crasi tra economia di mercato e Partito comunista >> .
Le
difficoltà statunitensi, che evidenziano sia il declino sia l’incapacità
strategica di raggiungere gli obiettivi nel tempo e nello spazio, sono evidenti
nei due conflitti aperti in Ucraina (via Nato-Europa) prevalentemente contro la
Russia e in Palestina (via Nato-Europa-Israele) prevalentemente contro la Cina.
La
debolezza USA si evince anche nel gioco di rimessa (perché non hanno un’idea sul nuovo
mondo che si sta configurando, impegnati come sono nella quarta rivoluzione
industriale, quella del transumanesimo, cioè la fine della dimensione umana
dell’umanità, una rivoluzione nichilista del genere umano sessuato) tentando di contrastare i progetti
di respiro mondiale della Cina (le vie della seta) e della Russia (il corridoio
Nord-Sud russo-indiano “International North-South Transport Corridor”, INSTC)
avanzando il suo progetto IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor):
1) guidando l’egemonia israeliana nel Nuovo Medio
Oriente, come potenza regionale, con il suo progetto del canale di Gurion,
concorrente del canale di Suez, con tutte le conseguenze nefaste sulla
eliminazione della popolazione palestinese di Gaza per permettere lo sbocco nel
Mediterraneo,
2)
ridimensionando l’Egitto,
3)
assestando un duro colpo alla direttrice di trasporto energetico e commerciale
Bassora-Europa incentrata sulla Turchia.
Dietro
le infrastrutture e il controllo delle risorse energetiche si gioca una partita
fondamentale nello scontro tra le potenze mondiali (USA, Cina, Russia e
indirettamente la potenza in ascesa l’India) con le loro sub-potenze regionali
(Israele, Iran, Turchia).
La Russia e la Cina, che sono i due centri
(per ora) del costituendo polo asiatico, vogliono costruire un mondo
multicentrico e sono in grado di mettere in discussione l’egemonia mondiale
statunitense la quale è per un mondo monocentrico.
Un
polo asiatico che già nel 1956 lo storico “Arnold Toynbee” così configurava
<< Se, dopo aver così perduto l’amicizia
del sotto- continente cinese, il nostro mondo occidentale dovesse perdere anche
l’amicizia del sotto-continente indiano, l’Occidente avrebbe perduto a favore
della Russia la maggior parte del Continente Antico tranne un paio di teste di
ponte in Europa occidentale e in Africa;
e questo potrebbe essere un evento decisivo nella
lotta per il potere fra “mondo libero” e comunismo >> (una riflessione attuale nella
sostanza se precisiamo i concetti di mondo libero e di comunismo e li
rapportiamo allo storicamente dato).
“Costanzo
Preve” ha ragione quando sostiene che
<<
[…] Si tratta di una decisione (la decisione di resistere all’americanismo, mia
precisazione LL) nutrita dalla consapevolezza della principale caratteristica
dell’americanismo stesso, cioè della sua arroganza. […]
Non si
tratta solo della pura forza militare di tipo “imperiale” (Alessandro il
Grande, Giulio Cesare, Gengis Khan, Napoleone).
Si tratta di qualcosa di più profondo e di
immensamente più abbietto, l’arroganza di essere il portatore di una civiltà
superiore garantita addirittura da un mandato divino che legittima con la sua
elezione inverificabile questa pretesa di superiorità.
Oggi
il solo portatore al mondo di questa intollerabile arroganza sono gli Stati
Uniti d’America.
Lo
sono forse […] stati in passato l’Europa, la Russia, i mongoli, gli arabi, la
Cina eccetera, ma è sicuro che nelle attuali condizioni geopolitiche non lo
sono più.
Questo è il dato da cui partire. >>.
Un
mandato divino di un Dio un po’ strano
<<
[…] il Dio di George Bush e del messianesimo ideocratico americano dei
neo-conservatori (neocons) […]
il Dio esclusivo e legato di fatto ad un
singolo popolo eletto (un tempo gli ebrei, oggi gli americani del Destino
Manifesto e della Casa sulla Collina, il popolo che lo svergognato
bestemmiatore Bill Clinton ha spudoratamente definito nel suo discorso
d’insediamento alla Casa Bianca “l’unico popolo indispensabile nel mondo”),
il Dio
in nome del quale si gettano le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e si
invade l’Irak nel 2003, il Dio in nome del quale si moltiplicano le basi
militari in tutti i paesi del mondo, pianificando ossessivamente la prossima
guerra con la convivenza di un’Europa asservita e terrorizzata […] >>.
È così
forte la totale servitù volontaria delle Nazioni europee (e della sua
sovrastruttura rappresentata dall’Unione europea) verso le strategie
statunitensi che sulle guerre Russia-Ucraina e Israele-Palestina si è
verificata una omogeneità così compatta nel velare la realtà.
Bisogna
risalire alla storia di Catilina di cui ci è giunta una sola verità: rare volte
una tradizione così abbondante è stata così compatta nell’offuscare la realtà.
L’aggredita
Ucraina si trasforma in vittima dopo aver represso le regioni delle repubbliche
popolari separatiste del Donetsk e Lugansk, una repressione iniziata nel 2014
contro le regioni di lingua russa (Odessa, Dnepropetrovsk, Kharkov, Luhansk e
Donetsk) che condusse ad una militarizzazione del contesto e ad alcuni massacri
(a Odessa e Mariupol, i più importanti) e dopo essere stata lo strumento USA,
tramite l’entrata di fatto nella NATO, della guerra alla Russia;
così
come l’aggredito Israele da parte di Hamas si trasforma in vittima dopo che dal
1948 (proclamazione della nascita dello Stato di Israele) ha occupato la
Palestina cacciando con violenza e metodi inenarrabili i palestinesi (originariamente costituiti da arabi
musulmani, arabi cristiani, ebrei e minoranze turche ed armene).
(La menzogna sistematica che si fa verità dei
dominanti!).
È
efficace l’osservazione di Luciano Canfora, a proposito del modello europeo
pieno di democrazia, di libertà e diritti universali dei popoli con riferimento
alla cosiddetta invasione russa all’Ucraina (e al piano di attacco di Hamas ad
Israele), che ricorda la ferocia delle potenze europee nel perseguire il
dominio del mondo:
<<
Certo, se si pensa con quale determinazione gli europei perseguirono il dominio
nel mondo, è piuttosto buffo che ora si mostrino come modello di virtù e
facciano la predica agli altri.
Una
certa retorica europeista rassomiglia alla preghiera contrita di chi ne ha
fatte di tutti i colori e improvvisamente diventa pio e virtuoso >>.
Si
passa, cioè, da una fase storica monocentrica, a coordinamento occidentale USA
fino al 1990-1991(implosione dell’ex URSS) e a coordinamento mondiale fino al
2011(ascesa delle potenze Russia e Cina), nella quale l’Europa ha avuto un
ruolo da protagonista subordinato e incastrato nel sistema statunitense
(americanizzazione del territorio europeo) e nelle sue strategie di dominio
mondiale;
ad una fase multicentrica dove l’Europa, governata e
gestita dalla nuova NATO, diviene una espressione geografica di metternichiana
memoria, nonché campo di battaglia dello scontro tra potenze mondiali.
L’Unione
europea non esiste!
Ciò
che appare sono istituzioni (luoghi istituzionali) gestite da sub-decisori
delle diverse nazioni che utilizzano le risorse delle diverse sfere sociali e
realizzano le strategie di sviluppo (in alleanza o in conflitto tra loro)
inserite in quelle statunitensi.
Un
esempio sono le sanzioni contro la Russia che hanno avuto un effetto negativo
sull’Europa (l’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche soprattutto
per le imprese energivore e gasivore, la riduzione delle relazioni economiche,
la recessione e l’accentuata perdita di potere d’acquisto, la sicurezza nelle
nuove infrastrutture energetiche, eccetera);
hanno
portato vantaggi agli USA (il contenimento del calo della domanda di dollari
per il commercio internazionale, la vendita del gas a prezzi multipli di quelli
russi, l’attrazione delle imprese europee, eccetera);
hanno
stimolato l’economia russa aggirando le sanzioni: costruendo nuove relazioni in
Asia (Cina, India, Iran), promuovendo lo sviluppo autosufficiente (nei settori
alimentare, manifatturiero, beni di consumo, eccetera).
Un
altro esempio è il disastro dell’economia europea
<<
[…] il 2024 sarà un disastro per l’economia reale europea. Gli indicatori
economici previsionali manifatturieri, i PMI, sono praticamente tutti negativi
per i paesi Europei […]
Quindi
le premesse congiunturali sono pessime, ma c’è di peggio:
le
nuove norme europee di bilancio, quelle su cui è stato raggiunto un accordo,
prevedono vincoli fortissimi allo spiegamento di politiche espansive fiscali.
Il
fatto che il deficit non possa superare l’uno per cento del PIL per quasi tutti
i paesi europei viene a rendere impossibile qualsiasi politica di carattere
anticiclico, anzi verrà a imporre tagli e aumenti delle tasse che saranno
pro-ciclici.
Quindi
la crisi congiunturale non solo non sarà contrastata dalle politiche economiche
della UE, ma perfino sarà accentuata.
La
crisi del 2011-2014 non ha insegnato proprio nulla […] >>.
L’Europa
come soggetto politico unitario non è mai esistita.
Sottolineo,
con Luciano Canfora, che << l’Europa occidentale si divide molto presto e
resta divisa: l’idea che sia un continente unitario è un’invenzione.
Nel
corso dei secoli la vediamo dilaniata, attraversata da conflitti di potenza,
alle prese con una autorità spirituale, quella del pontefice romano, che era
anche temporale e interloquiva con i governi dei singoli Stati.
Ciò ha
favorito una dialettica più vivace, ma anche una frantumazione strutturale,
foriera di problemi >>.
Le
potenze europee si sono sempre scontrate per l’egemonia del continente Europa:
si
pensi, a mo’ di esempio, al tentativo fallito di Napoleone Bonaparte che con
rammarico affermava che
<<
Non avevo finita la mia opera. L’Europa sarebbe diventata di fatto un popolo
solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune…Tale unione
dovrà venire un giorno o l’altro per forza di eventi…Abbiamo bisogno di una
legge europea, di una Corte di cassazione europea, di un sistema monetario
unico, di pesi e misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta
l’Europa.
Avrei
voluto dare di tutti i popoli europei un unico popolo…Ecco l’unica soluzione
>>.
Non si può scambiare l’Europa delle diverse
nazioni in concorrenza-conflitto tra loro (che pure hanno avuto un ruolo di
scambio sulla religione, sull’arte, sulla cultura, sulla natura, sulla scienza,
eccetera, così come è oggi) con un soggetto politico coordinato!
Si
pensi, a mo’ di esempio, al Rinascimento italiano ed europeo che, per dirla con”
Fernand Braudel”,
<<
[…] è quella lenta trasformazione, che non finisce di compiersi, attraverso la
quale la civiltà occidentale passa dalle forme tradizionali del Medioevo alle
forme nuove, già attuali, della prima modernità, ancora vitali in questa stessa
civiltà occidentale in cui viviamo oggi, che appena uscita dalle sue antiche
contraddizioni, ne fabbrica allegramente delle altre. >>.
L’ipocrisia
dell’Europa come soggetto politico e unitario.
Non è
da condividere la riflessione dello storico “Paul Kennedy” quando afferma che
«Beh,
l’Europa di certo non sparisce. Avrà anche in futuro un ruolo politico
centrale. Se nel 2030 avremo un’Unione Europea che comprenderà anche l’Ucraina,
assisteremo a una trasformazione storica delle dinamiche politiche
internazionali.
Anche
tutta l’area del Caucaso sarà attratta verso la Ue.
Con un
conseguente maggiore isolamento della Russia».
Per avere un ruolo politico centrale l’Europa dovrebbe
essere autonoma, indipendente, sovrana, in grado di pensare e di realizzare una
strategia progettuale per un modello di sviluppo e di relazioni sociali in una
società europea dei popoli, con un ruolo centrale nello scambio culturale,
politico, economico e sociale tra Occidente e Oriente nel rispetto delle
diverse storie territoriali.
Ma
l’Europa è serva delle strategie di potenza degli USA per il dominio
monocentrico mondiale.
Quindi
occorre ripensarla con lo sguardo ad Oriente dove sono presenti potenze
consolidate, come la Cina e la Russia, e potenze in ascesa, come l’India, che
sono per un mondo multicentrico e
possono essere portatrici di un modello di sviluppo sociale diverso, sia pure
in una logica sistemica capitalistica (i diversi capitalismi), capaci ancora di
stare negli equilibri naturali e umani per le loro storie, culture, tradizioni,
religioni, eccetera, al contrario dell’Occidente, a guida USA che è proiettato
nel transumano (andare oltre l’umano) che significa la fine dell’umanità così
come la conosciamo noi:
<<
Trasumanar significar per verba non si porìa […] il passare ad una condizione,
o modo di essere, superiore a quella normalmente propria dell’uomo che non si
può esprimere […] per mezzo di parole >>.
Il
modo di produzione e riproduzione della vita statunitense, espressione di un
modello di sviluppo egemonico, ma in fase di declino per l’avanzare del multi centrismo
con altri modelli di sviluppo che propongono le altre potenze mondiali (si
pensi al modello cinese delle vie della seta), ha penetrato e plasmato quello
europeo.
L’Europa
è diventata uno strumento importante (una sorta di testa di ariete) per le
proiezioni strategiche contro l’Oriente e le sue potenze.
Di
fatto l’Europa non c’è più, quella che appare è espressione di servitù
volontaria dei sub-decisori che non vogliono perdere il loro potere derivato
dalla fase gestionale e da quella esecutiva delle strategie dei pre-dominanti
statunitensi nei rispettivi territori nazionali.
I
sub-decisori decidono le linee strategiche dello sviluppo dei rispettivi
territori nazionali inglobate in quella egemonica degli Stati Uniti d’America.
L’americanizzazione del territorio europeo (di
cui conosciamo poco) è emblematica dei processi di penetrazione del modello di
sviluppo egemonico degli USA.
Tale modello incide profondamente e incorpora
lo sviluppo delle nazioni europee nelle strategie di egemonia mondiale
statunitense.
Si pensi alle trasformazioni delle città e dei
territori/NATO e all’approntamento delle infrastrutture territoriali (Tav,
corridoi di mobilità, basi, logistica, porti, eccetera).
Nella fase multicentrica l’Unione europea non
serve come collante e aggregato per le strategie statunitensi così come è stato
nella fase monocentrica del mondo Occidentale (e bipolare a livello mondiale),
perché è stata sostituita dal progetto NATO.
Non è
un caso che l’Europa, come innanzi detto, non è stata mai autonoma e sempre
subordinata agli Stati Uniti d’America a partire dalla seconda guerra mondiale.
Riporto
una buona sintesi di quanto sopra detto sull’Europa non sovrana, di “Giorgio
Agamben”
<< […] Unione Europea concepita solo su
ragioni economiche che ignorano non solo quelle spirituali e culturali, ma
anche quelle politiche e giuridiche […]
l’Unione Europea è tecnicamente un trattato fra Stati
che viene fatta passare per una costituzione democratica […] La cosiddetta
Costituzione europea è illegittima […]
Il
giurista tedesco “Dieter Grimm” ha ricordato che la costituzione europea manca
il fondamentale elemento democratico, perché essa non è in alcun modo il frutto
dell’autodeterminazione dei cittadini europei […]
La
sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli
Stati Uniti, partecipando a guerre che non corrispondono in alcun modo a
interessi comuni e ancor meno alla volontà popolare.
Del
resto alcuni degli Stati firmatari del trattato, come l’Italia, per il numero
di basi militari che ospitano, sono tecnicamente dei protettorati e non degli
Stati sovrani.
In
politica estera, esiste, a volte, un occidente atlantico, ma non certo
l’Europa.
Come
non esiste sul piano costituzionale, l’Europa non esiste sul piano politico e
militare […]
I
l
Medio Evo aveva capito, una unità formata da società politiche dev’essere
qualcosa di più o di diverso di una società politica.
Il
Medio Evo ne cercava il criterio nella cristianità.
L’uomo
europeo-a differenza degli asiatici e degli americani, per i quali la storia e
il passato hanno un significato completamente diverso-può accedere alla sua
verità solo attraverso un confronto col suo passato, solo facendo i conti con
la propria storia.
Il passato non è, cioè, per lui soltanto un
patrimonio di beni e di tradizioni, ma anche e innanzitutto una componente
antropologica essenziale, che fa sì che egli possa accedere al presente solo
archeologicamente, solo guardando a ciò che di volta in volta è stato.
Questo
significa che per gli Europei il passato è innanzitutto una forma di vita.
Di qui
il rapporto speciale che l’Europa ha con le sue città, con le sue opere d’arte,
col suo passaggio:
non si
tratta di conservare dei beni più o meno preziosi, ma comunque esteriori e
disponibili:
in
questione è la realtà stessa dell’Europa, la sua indisponibile sopravvivenza
[…]
Distruggendo,
ieri, le città tedesche, gli americani sapevano di demolire in qualche modo
l’identità stessa della Germania;
per
questo, oggi, distruggendo col cemento, le autostrade e l’Alta Velocità il
paesaggio italiano, gli speculatori non ci privano soltanto di un bene, ma
distruggono la nostra stessa realtà storica […]
Un
tempo l’ideale comune di una Europa fu espresso politicamente nell’idea romana
dell’impero e poi germanica di un Impero, che lasciava intatte le specificità
dei popoli […]
Mentre
sarebbe urgente riflettere al difficile compito di costruire una unità
preservando le diversità, vediamo al contrario che in tutti i paesi europei è
in corso al contrario un vero e proprio smantellamento delle scuole e delle
Università, cioè delle istituzioni che, trasmettendo la cultura dovrebbero
vegliare al rapporto vivente fra il passato e il presente.
A
questo smantellamento, corrisponde una crescente museificazione del passato, a
cominciare dalle stesse città, trasformate in centri storici, i cui abitanti
sono trasformati in qualche modo in turisti nella propria stessa cultura […]
Un
alto funzionario dell’Europa nascente, “Alexandre Kojevè”, sosteneva che l’Homo
sapiens era giunto alla fine della sua storia e non aveva ormai davanti a sé
che due possibilità:
l’accesso
a un’animalità post storica (incarnata dall’american way of life) o lo snobismo
(incarnato dai giapponesi, che continuano a celebrare le loro cerimonie del tè,
svuotate, però, da ogni significato storico).
Tra un’America integralmente ri-animalizzata e
un Giappone che si mantiene umano solo a patto di rinunciare a ogni contenuto
storico, l’Europa potrebbe offrire l’alternativa di una cultura che resta umana
e vitale, perché è capace di confrontarsi con la sua stessa storia nella sua
totalità e di attingere da questo confronto una nuova vita >>.
L’accentramento
del potere nella fase multicentrica è funzionale a ridurre la filiera del
comando che diventa essenziale nelle fasi (multicentriche e policentriche) di
aperto conflitto tra le potenze mondiali. Ù
Per
esempio, si veda il tentativo di riforma, a partire dal 2015, dell’Unione
europea per quanto riguarda l’allargamento e l’approfondimento dei settori di
intervento verso la costituzione degli Stati Uniti d’Europa.
Si
vuole riformare l’Unione europea per renderla più affidabile e servile
eliminando i vassalli e i valvassori che facevano da collante e da
coordinamento nella esecuzione e nella gestione delle strategie statunitensi
contro le potenze che mettono in discussione il loro ordine mondiale
monocentrico (Mario Draghi è uno dei protagonisti, per conto dei pre-dominanti
statunitensi, di questa riforma verso la costruzione degli Stati Uniti
d’Europa).
È
emblematico che uno dei settori interessati maggiormente dalla riforma sia
quello militare.
Un
settore che deve essere assorbito e coordinato da quello statunitense e da
quello della NATO e deve svolgere un ruolo di minaccia, di intimidazioni e di
potenziale conflitto contro la Russia e la Cina (e le loro aree di influenza)
per indebolirle e ridimensionarle.
L’Europa
ha la necessità di essere ri-pensata e ri-costruita, a partire da un processo
di liberazione dalla servitù volontaria
verso gli Stati Uniti, che passa dalla smilitarizzazione delle basi USA
e USA-NATO sul suo territorio (l’occupazione militare, tramite basi e accordi,
è la forza che ha permesso alla potenza statunitense di coordinare lo sviluppo
a livello mondiale fino al 2011, fine della fase monocentrica) e dall’uscita
dal sistema euro incardinato nell’egemone sistema del dollaro (in fase di messa in discussione da
altri sistemi monetari che esprimono altri modelli di sviluppo e di relazioni
sociali, da capire e approfondire).
Occorre
ripartire dalla cesura rappresentata dalla de-americanizzazione del territorio
europeo (così
come, con la dottrina Monroe (30), gli Stati Uniti d’America imposero, la
de-europeizzazione del continente America);
è
necessario, per dirla con “Costanzo Preve”, “un radicale riorientamento
gestaltico” che faccia uscire l’Europa dalla servitù volontaria statunitense e
pensare ad un’altra Europa di nazioni autodeterminate e libere.
Una
rottura forte e qualitativa che può essere realizzata volgendo lo sguardo ad
Est, al costruendo polo asiatico allargato che racchiude il 70% della
popolazione mondiale, ben sapendo che
<<
[…] Nella realtà sociale le espressioni sì e no sono inscindibilmente connesse
fra loro in un rapporto dialettico.
Nella
realtà sociale non esiste alcun no che non contenga qualcosa di essenzialmente
positivo. >>.
Un
ripensamento e una ricostruzione che ponga le basi per una Europa
autodeterminata che guardi ad Oriente dove le potenze mondiali in ascesa
avanzano proposte di multi centrismo per un nuovo equilibrio (un nuovo nomos)
di dominio mondiale.
Che
fare?
Ci
sono le condizioni soggettive e oggettive per pensare, progettare e costruire
un’altra Europa e non continuare nella pura ipocrisia?
Sovranismo
o fine della storia:
e se
dietro ci fosse la “rivoluzione
dei
funzionari”?
giornalismoestoria.it
- Teo Dalavecuras – (13 – 1- 2020) – ci dice:
Le
grandi strategie di politica internazionale sono morte? O nel dibattito tra chi
difende i “professionisti” della politica estera e chi considera il loro
compito finito si cela la lotta tra i burocrati e i nuovi decisori?
Parlare
in termini di “popolarità” di una rivista per studiosi, cultori o attori della
politica internazionale come Foreign Affairs suona – ed è – incongruo.
Tuttavia, quando si dice che Foreign Affairs
non è particolarmente popolare in Europa si vuol dire, in forma abbreviata, che
non riflette necessariamente quella parte, non da oggi predominante,
dell’opinione pubblica soprattutto europea, che distingue un’America “buona”,
quella multilaterale, ispirata ai diritti umani e al politicamente corretto,
tendenzialmente “esportatrice di democrazia”, in una parola l’America che
secondo la vulgata condivisa 75 anni fa ha salvato l’Europa da se stessa, da
quella isolazionista, conservatrice, “repubblicana”.
Oggi “trumpiana”.
Quell’opinione
pubblica, insomma, che si riconosce piuttosto in organi di stampa come il New
York Times o in media non cartacei come “Project Syndicate”, per fare solo due
esempi.
Da
anni gli studiosi di geopolitica e di relazioni internazionali, perfino nei
talk show, si sforzano di spiegare che negli Stati Uniti la politica estera è
sostanzialmente “bipartisan”, nel senso che non è né democratica né
repubblicana, ma può contare su una maggioranza trasversale tendenzialmente
stabile e cospicua.
Ma
inutilmente. Nei media italiani, quanto meno, il messaggio non passa, la forza
dell’abitudine prevale.
Nella
guerra ormai senza quartiere tra i sostenitori di Trump e i suoi avversari,
l’opinione pubblica europea si schiera con la stessa passione di quella degli
States che – almeno in teoria – dovrebbe sentirsi più coinvolta.
Perfino
Angela Merkel, leader pragmatica se ce n’è una, partendo proprio dai temi di
politica internazionale aveva scelto anni fa di polemizzare con Donald Trump;
ironia della storia, proprio la Germania ha
subito le conseguenze della politica estera dell’America quando nel dicembre
dell’anno scorso, con voto bipartisan appunto, il Congresso ha disposto
sanzioni contro le aziende costruttrici del “Nord Stream-2”, il raddoppio del
gasdotto che trasporta in Germania il gas siberiano.
È
facile prevedere che, qualche anno dopo aver proclamato l’esigenza per l’Europa
di organizzare autonomamente la difesa dei propri interessi strategici la
signora Merkel finirà, in questa fase di acuta disarticolazione del “progetto
europeo”, per allineare ancora più di prima la Germania alle posizioni del
Paese-guida.
Un
indizio in questo senso può sembrare
l’avvio, nello scorso aprile e in pieno lock-down da coronavirus, del processo
per crimini di guerra nei confronti di “Anwar Raslan”, responsabile secondo le
accuse di avere svolto un ruolo di rilievo negli apparati di sicurezza del
regime di “Bashir Assad”, dove si praticava sistematicamente la tortura, ma
dimorante dal 2014 in un campo profughi in Germania.
Di
questo nucleo bipartisan della politica estera americana “Foreign Affairs” è la
voce forse più autorevole, così come il “Council on Foreign Relations”,
l’organizzazione della “società civile” (diremmo noi) che la pubblica, fondata
all’indomani della Grande Guerra e sede di ricerca, e di confronto interrotto
tra esponenti del mondo delle imprese, delle professioni, dell’università e
delle istituzioni, insomma dell’establishment, secondo una modalità consueta
nel mondo anglosassone, ne è una delle fucine più importanti.
Si
parla di Foreign Affairs perché, in una delle ultime edizioni online
settimanali, ha pubblicato un saggio firmato da tre studiosi di politica
internazionale, tutti noti docenti universitari, “Daniel W. Drezner, “Ronald R.
Krebs” e “Randall Schweller,” che si intitola, tanto per non lasciare nel dubbio i lettori, “The End of Grand Strategy”
(La fine della grande strategia).
La
composizione del terzetto è interessante, perché mentre “Drezner” è
dichiaratamente anti-trumpiano, “Schweller” è altrettanto dichiaratamente
filo-trumpiano e “Krebsnon è schierato. Infatti, i tre mettono subito in chiaro
che “sono poche le cose su cui ci troviamo d’accordo quando si tratta di
politica, di politiche o di ideologia”. Su che cosa sono d’accordo, dunque, i
tre studiosi, visto che hanno deciso di firmare lo stesso articolo?
Su una
cosa concettualmente semplice che si riassume in una frase: “è finito il tempo delle grandi
strategie”.
Per
arrivare a questa conclusione, i tre partono dalla “disruption trumpiana” di
quelli che per decenni sono stati i riferimenti di fondo della (bipartisan)
politica estera di Washington:
“internazionalismo
liberale”, l’idea che l’America debba sostenere e espandere un ordine globale
che promuova mercati aperti, sistemi politici aperti e istituzioni
multilaterali.
L’attacco
frontale di Trump a questi “pilastri” ha se non altro alimentato – notano gli
autori – un animato dibattito sulle grandi strategie internazionali degli Stati
Uniti.
Mentre fiorivano questi dibattiti, tuttavia,
il concetto stesso della grande
strategia sarebbe diventato una “chimera”.
Una
grande strategia – si fa notare nell’articolo – è una “road map” che serve a
assicurare la coerenza dei mezzi con gli scopi.
Funziona al meglio su un terreno noto, in un
mondo dove i dirigenti politici possiedono una chiara comprensione della natura
e della distribuzione del potere, un robusto consenso all’interno del proprio
paese sugli obiettivi e sull’identità comune, stabili istituzioni politiche e
altrettanto stabili istituzioni della sicurezza nazionale.
Nel
2020 nulla di tutto ciò esisterebbe più.
Oggi
il terreno è ovunque accidentato, gli Stati Uniti sono spaccati e nel mondo il
potere è diffuso, frammentato ed è piuttosto potere di interdizione che non
potere di realizzare grandi disegni come – si lascia intendere – è stato nei
primi decenni del secondo dopoguerra:
“quando
il potere tradizionale non riesce più a tradursi in influenza, di ordine
globale e di cooperazione ce n’è poco”.
In
conclusione: “La grande strategia è morta. La radicale incertezza di una
politica globale priva di poli la rende meno utile, perfino pericolosa”.
“Procedere
senza grande strategia vuol dire adottare due principi: decentramento e
incrementalismo”, neologismo, quest’ultimo, che sembra significare
perseguimento di vantaggi incrementali ovvero del decremento degli svantaggi,
in ogni situazione data, rinunciando all’ambizione di capovolgere la situazione
stessa.
In
parole povere pragmatismo, capacità di adeguarsi a circostanze mutevoli.
Perché
decentramento? Per l’ovvio motivo che in un mondo imprevedibile e instabile
dove le decisioni vanno prese rapidamente, è preferibile che queste siano
affidate a chi si trova là dove si manifesta l’esigenza di intervenire.
Nelle
parole degli autori, “gli aspiranti consiglieri per la sicurezza nazionale
dovrebbero rinunciare a competere per il titolo di prossimo “George Kennan”.
Inventarsi
qualcosa che possa prendere il posto della politica del containment (formulata
da Kennan nel 1947, ndr) non è né importante né possibile nel prossimo futuro.
Far fare passi avanti alla politica estera degli Stati Uniti lo è”.
Il
saggio che si è qui ridotto all’essenziale, è naturalmente più ricco e
articolato, e contiene valutazioni argomentate in modo persuasivo – questa è
almeno l’opinione di chi scrive – ma sempre di valutazioni si tratta.
Sono, peraltro, valutazioni che sfociano in
esplicite raccomandazioni dirette a quella che in America si chiama la comunità
della politica estera e di sicurezza;
in
buona sostanza, un perentorio invito a prendere atto che il mondo della
globalizzazione ispirata ai principi dell’internazionalismo liberale e del
multilateralismo non c’è più e si deve, quindi, lavorare concretamente ai
miglioramenti possibili di una politica estera considerata insoddisfacente.
Soprattutto,
si deve aggiungere, si tratta di raccomandazioni divisive.
Anche
se con apparente paradosso, visto che i tre autori dell’articolo solo su queste
valutazioni/raccomandazioni si trovano interamente d’accordo, queste sono
oggettivamente divisive, come cercherò di argomentare nel prosieguo.
La
posizione degli autori e, in particolare, lo scenario del mondo di oggi su cui
questa si fonda, comporta un problema non da poco, che prescinde dalla
condivisibilità o meno della loro analisi.
Anche
se è vero infatti che la visione del mondo globalizzato liberal-democratico e
multilaterale ha caratterizzato nella fase “post Guerra Fredda” (e qui di
virgolette ce ne vorrebbero tante…) il “comune sentire” degli addetti ai lavori
della politica estera e di sicurezza americana, quindi di un ceto professionale
almeno teoricamente a-politico e a-ideologico, questa stessa visione è anche
qualcos’altro, di fatto ha avuto e ha una precisa funzione:
è l’ideologia dell’establishment liberal che non è né
non partisan né bipartisan, ma dichiaratamente partisan, e attorno a questa
ideologia ha costruito un forte consenso transnazionale.
Con
questa considerazione si torna all’inizio di questo scritto, ma la
considerazione deve essere sviluppata con una non breve digressione di cui mi
scuso ma che considero necessaria.
Nessuna
ideologia prende la realtà per quello che è, tutte la ricostruiscono in
coerenza con gli interessi che la esprimono e gli obiettivi che questi stessi
interessi perseguono.
Non da oggi si usa parlare di “narrazioni”,
perché si dà evidentemente per scontato che l’elettore dei nostri tempi sia
regredito a uno stadio infantile e vada quindi alimentato con racconti, ma il
concetto non cambia poi molto.
Nelle
fiabe, e nelle ideologie, la rivendicazione della coerenza è cruciale.
La
narrazione liberal-democratica e globalista è passata dall’annuncio della “fine
della storia” (e quindi, in buona sostanza, della politica) proclamata un po’
frettolosamente dopo la caduta del Muro di Berlino, alla denuncia del “sovranismo” quale
minaccia incombente sul processo di espansione della democrazia e sulla
salvaguardia del processo di globalizzazione.
Il
punto debole di questa narrazione non è il significato, pur assai fluttuante,
del termine “sovranismo”, che può significare tanto il valore attribuito alla
sovranità degli stati, quanto il connotato quasi fatalmente autoritario del
culto della sovranità.
Spesso
le “narrazioni” contengono elementi ambigui.
Il
vero punto debole è che in questa visione si dà per scontato e si accetta che
alcuni stati, in primo luogo gli Stati Uniti d’America, ma anche la Russia
almeno dopo l’avvento di Putin, per non parlare della Cina, dell’India, del
Brasile, della Turchia, dell’Arabia Saudita e così via, siano sovrani nel più
puro significato westfaliano, e intendano rimanerlo.
Il che
fa sorgere inevitabilmente una domanda: quali sono i Paesi rispetto ai quali la
rivendicazione di sovranità giustifica l’accusa di “sovranismo”, e perché?
Domanda rimasta sinora, e destinata a restare, senza risposta. Almeno in prima
battuta.
Nel
caso dell’America, l’attributo della sovranità è fuori discussione e si
giustifica con la circostanza che gli USA sono il centro da cui il disegno di
affermazione della democrazia liberale e di parallela globalizzazione si
irradia e questa è anche l’immagine che molti dem americani hanno di sé stessi
e dell’America, il culto dell’eccezionalismo americano.
Quanto
poi alle derive autoritarie che autorizzano a condannare il sovranismo,
l’intensità della critica è proporzionale alla distanza del singolo paese
dall’ortodossia “occidentale”, sicché le tendenze autocratiche di un Putin
sono, di fatto, molto più biasimevoli della propensione di un Erdogan a
rinchiudere in gattabuia (nei casi più favorevoli) i giornalisti disallineati,
per non parlare di Al Sisi, della famiglia dei Saud e chi più ne ha più ne
metta.
Comunque
sia la risposta è nei fatti: a dispetto della genericità del termine, il peccato di sovranismo è
specificamente quello delle forze politiche dei paesi europei che rivendicano
un’antistorica e antieuropea sovranità nazionale.
A
prima vista quella ora formulata è una posizione che potrebbe trovare d’accordo
quasi tutti, salvo frange estreme di nostalgici o disadattati che debbono
dirigere contro qualche obiettivo le loro pulsioni antisistema.
Il
fatto è, però, che alla parziale perdita di sovranità degli stati membri non è
seguito, né seguirà, verosimilmente, un corrispondente acquisto di sovranità
dell’Unione Europea, e a questo riguardo è probante un episodio recente e molto
significativo subito rimosso dalla narrazione di ciò che l’Europa è e deve
essere.
Ben
prima delle elezioni del Parlamento europeo del maggio 2019, il presidente
francese Emmanuel Macron (col sostegno anche del governo italiano) aveva
proposto che almeno i seggi lasciati liberi dal Brexit, circa un decimo del
totale, venissero riservati a una costituenda circoscrizione elettorale
europea, così da rappresentare un primo, minuscolo, nucleo di istituzione
elettiva legittimata direttamente dai cittadini europei, anziché dalla somma
degli elettorati nazionali.
Nel
febbraio del 2018 la proposta venne bocciata nell’indifferenza dell’opinione
pubblica dallo stesso Europarlamento, che così dimostrò di essere poco
interessato alla propria credibilità democratica.
Per
concludere, il peccato dei sovranisti europei non è di perseguire una superata
e oggettivamente velleitaria rivendicazione di sovranità nazionale ma, tout-court, la pretesa di voler
vivere in una comunità politica dotata dell’attributo della sovranità.
Ne è
comprova che l’incredibile decisione di qualche mese fa del parlamento
ungherese di “auto sciogliersi” a tempo indeterminato, dopo qualche polemica
sui media è stata “digerita” senza conseguenze. In buona sostanza, in attesa che
l’Europa diventi nel 2050 “carbon-free”, si vuole che resti uno spazio
“sovereignty-free”, sicché sulle credenziali democratiche degli stati membri
bisogna sì essere vigili, ma senza tirare troppo la corda.
Viceversa,
il veto francese all’allargamento dell’Ue a Macedonia del Nord e Albania non è
stato digerito in alcun modo, anzi ne è stata imposta la implicita revoca, perché in questo caso si tratta di
prevenire l’ampliamento della sfera d’influenza russa ai danni di quella dello
stato-guida dell’Occidente.
Ancora
una volta si tocca con mano come la condanna del sovranismo non sia un” leit
motiv”, ma solo un motivo d’occasione per dare, quando serve, un tocco di
internazionalismo liberale al discorso pubblico; un motivo che non pone in discussione
la sovranità dei paesi protagonisti del grande gioco della Realpolitik.
Semmai,
lo slogan della “democrazia illiberale” lanciato da Victor Orbàn e ripreso da
suo mentore Putin conferisce alla retorica che si sviluppa attorno al dilemma
sovranismo/antisovranismo un’ulteriore sfumatura di grottesco.
Se la
situazione è quella che si è ora cercato di richiamare per sommi capi, è
inevitabile che nella narrazione di cui ci si sta occupando il vuoto di
sovranità che si è creato in Europa non sia visto negativamente ma al contrario
lo si additi come il modello virtuoso di un’area che è definita solo da un
sistema di regole e di valori condivisi (Unione europea), che quindi non ha
bisogno né di veri confini, né di un vero esercito, né di istituzioni comuni
genuinamente politiche.
È, a
suo modo, cioè di ripetizione della tragedia in forma di farsa, l’antico sogno
marxiano del dissolvimento della politica in amministrazione, che dà a ognuno
secondo il bisogno e chiede a ciascuno secondo le possibilità materializzatosi
nel tragico ma grandioso esperimento bolscevico.
Perché
si parla di modello anche se, a prima vista, questo assetto non è destinato a
essere imitato?
Forse l’idea sottotraccia, in una dimensione
ideologica ma anche programmatica, è che attraverso la pressione del sistema
internazionale dei media nel quale questa narrazione è solidamente insediata, e
che a propria volta la alimenta, si possa affermare quella sorta di sistema
normativo transnazionale che va sotto il nome di “politicamente corretto” e che
riesce a imporre regole di condotta legittimate dal loro stigma “progressista”,
senza i tempi lenti e macchinosi dell’evoluzione del costume e della giurisprudenza,
come richiederebbero i canoni dello stato di diritto, troppo legato peraltro
alla storia dello stato sovrano per non essere vittima del medesimo processo di
obsolescenza (si noterà che termini come “democrazia parlamentare” sono passati
di moda, si preferisce parlare di “modello” liberal-democratico che ha dalla
sua una confortevole vaghezza).
In
questa prospettiva si può anche capire che l’atroce eliminazione fisica di “Jamal
Khassoghi” nel consolato saudita di Istanbul, così come il sequestro del
premier libanese “Saad Al Hariri” a Riad finiscano sostanzialmente nel
dimenticatoio, perché in una prospettiva storica è decisamente più importante
che nel regno saudita sia consentita la guida dell’automobile anche alle donne:
una
posizione non priva di una sua logica, che però postula la sostanziale
continuità degli assetti di potere che hanno condotto trentun anni fa alla
caduta del Muro di Berlino e quindi al trionfo della globalizzazione a guida americana
attraverso strumenti almeno in parte multilaterali.
Se
diventasse di pubblica ragione il fatto che questo mondo, come sostengono Drezner, Krebs e Schweller, è tramontato, le crepe nell’impalcatura ideologica
di quella che potremmo chiamare la faccia “buona” del globalismo diventerebbero
vistose.
Anche
perché questa lettura della evoluzione in corso nell’assetto del potere
mondiale è condivisa.
Per
esempio, la condivide una personalità di indiscussa fede liberal-democratica e
progressista, come “Romano Prodi”, che in termini non diversi – nella sostanza
– da quelli dei tre studiosi americani, si era espresso pochi mesi fa in una
conferenza nella sede milanese dell’”Istituto per gli Studi di Politica Internazionale”
(ISPI); anche se lo stesso professor Prodi, nel colloquio con media più
convenzionali come il Foglio e altri, preferisce parlare della
liberal-democrazia come del “vaccino” che salverà il mondo dalla minaccia del
sovranismo e dell’autoritarismo.
Pur se
l’analisi di “The End of Grand Strategy” fosse condivisibile, se resistesse
all’esame di realtà, resterebbe insomma incompatibile con la retorica
largamente dominante, quanto meno nel mondo occidentale e certamente in tutti
gli apparati in senso lato burocratici (dalle pubbliche amministrazioni alle
università agli eserciti ai grandi media alle banche centrali alle grandi
multinazionali e in genere le grandi imprese) di questo stesso mondo
occidentale.
Detto
in forma di slogan: anche se non si può più dire che “la storia è finita”,
bisogna seguitare a credere che ci si sta lavorando e ci si arriverà. E nasce
il sospetto che sia questa la posta in gioco nello scontro in atto.
Non
stupisce quindi che, passata una settimana dalla pubblicazione di “The End of
Grand Strategy”, sempre sul sito di Foreign Affairs (che il suo status non partisan
lo prende sul serio) altri tre autorevoli professori, Hal Brands, Peter Feaver e William
Inboden,
abbiano firmato un articolo dal titolo non meno lapidario di quello che si è
illustrato più sopra: In Defense of the Blob (In difesa del Blob).
Può
essere utile preliminarmente una breve spiegazione del significato di “Blob”,
un termine americano non facilmente traducibile, ma che in questo caso si può
rendere con “persone inutili/incapaci”.
L’incipit
dell’articolo di Brands, Feaver e Inboden, infatti, si
riferisce, apertis verbis, al termine (“Blob”) con il quale l’establishment
della politica estera americana era stato ridicolizzato, anni fa, da “Ben
Rhodes”, vice consigliere per la sicurezza nazionale durane la presidenza di
Barack Obama.
Dopo Rhodes, osservano gli autori, “al coro si
sono uniti i repubblicani” finché il presidente Trump ha liquidato chi
criticava la sua politica estera parlando della “elite fallita di Washington che si
preoccupa soltanto di conservare il proprio potere”.
Ma
questa è solo la premessa per arrivare a ciò che visibilmente sta a cuore ai
tre studiosi:
“Su
questo punto perfino alcuni dei più aspri critici di Trump nel mondo accademico
condividono il suo giudizio”.
L’allusione
a “Drezner” è palese, ma nell’articolo “in difesa del Blob” non c’è ovviamente
nessun riferimento al saggio che lo ha preceduto e che intona il “De profundis
per le grandi strategie”, né agli studiosi che lo hanno firmato: non solo nella
Vecchia Europa l’accademia ha i suoi riti e i suoi metodi.
Al
netto di questi aspetti cerimoniali, tuttavia, la contrapposizione è
irriducibile, e il titolo è da prendere alla lettera.
“The
End of Grand Strategy” si concentra sul fatto che sia per motivi interni agli
States (la spaccatura del paese) sia per motivi esterni (trasformazioni nella
natura e nelle dinamiche del potere nel mondo) l’elaborazione di grandi disegni
strategici è nel migliore dei casi pura perdita di tempo ma rimane tuttavia la
principale occupazione della comunità di esperti cui è affidata la politica
estera e di sicurezza, e questo spiega i risultati insoddisfacenti di questa
politica negli ultimi anni.
In “Defense
of the Blob”, peraltro, salta a piè pari l’analisi che fa da premessa e si
rivolge con grande vis polemica e perfino con sincero pathos alle conclusioni,
innanzitutto alla prima di queste, che si compendia nel termine “Blob”:
la
comunità degli addetti alla politica estera e alla sicurezza nazionale non è
affatto una élite autoreferenziale (ma nel testo si parla addirittura di “cabal”, di conventicola di complottisti,
attribuendo ovviamente il termine ai critici dell’establishment).
“L’establishment
della politica estera è una risorsa dell’America, non una debolezza”.
Più avanti, per chiarire ancora meglio il
concetto:
“Sia
in termini assoluti che in termini relativi, la comunità di esperti che
trattano le questioni di politica estera e di sicurezza nazionale negli Stati
Uniti è notevolmente ampia e eterogenea…Inoltre, diversamente dalle comunità
corrispondenti di altre grandi potenze, l’establishment americano di politica
estera non è separato dalla società ma connesso a questa, in quanto gli strati
superiori delle burocrazie della sicurezza nazionale Usa sono staffate con
personale di nomina politica piuttosto che con funzionari.
Il
Blob comprende funzionari del governo, esperti esterni, e molte persone che
vanno e vengono tra le due sponde”.
Dopo
aver difeso con grande convinzione la qualità, l’apertura alla società e la
ricchezza del dibattito interno che contraddistingue la comunità degli esperti
di politica estera e di sicurezza nazionale, l’articolo si dedica, nella
seconda parte, con altrettanta decisione a sviluppare un quadro positivo dei
risultati della politica estera americana dei decenni “post-Guerra Fredda”,
senza nascondere alcune “delusioni”.
Si
legge, per esempio, che
“Globalizzazione e democratizzazione dovevano
far maturare Cina e Russia e aiutarle a inserirsi facilmente nell’ordine
(mondiale, ndr) a guida americana.
Non ha
funzionato così bene come si era sperato”, e più avanti, tentando di redigere
un bilancio del post-Guerra Fredda:
“da
una parte alcuni fallimenti, dall’altra un successo gigantesco, l’emergere di
un sistema internazionale molto più pacifico, prospero e liberale al centro del
quale si collocano gli Stati Uniti, sicuri e prosperi”.
Avviandosi
alla conclusione, Brands, Feaver e Inboden affrontano di petto quello che sembra
essere, ancora più della “difesa del Blob”, il cuore del loro argomento: Trump.
“L’amministrazione
Trump ha emarginato i professionisti della sicurezza nazionale, e la
professionalità, in una misura senza precedenti nell’era moderna.
Il presidente ha regolarmente disatteso il
parere dei funzionari di carriera apolitici, li ha accusati di slealtà e
perfino di tradimento, e ha epurato dai vertici dell’amministrazione chiunque
non fosse disposto a adeguarsi alla linea ufficiale del giorno (quale che
fosse).
I risultati di questo esperimento non sono
incoraggianti. Sinora ha prodotto politiche scadenti, attuate in maniera
scadente e con risultati scadenti”.
È
interessante che l’articolo, partito dalla rievocazione dell’attacco di un
esponente dell’amministrazione Obama,” Ben Rhodes”, alla” burocrazia, o
tecnocrazia”, delle relazioni internazionali e della sicurezza, si concluda con
una requisitoria nei confronti dell’amministrazione Trump che avrebbe
introdotto una gestione capricciosa e non professionale di queste stesse
relazioni.
Ci si
potrebbe chiedere se la vera ragione del contendere sia il contenuto della
politica estera o di sicurezza Usa o non sia piuttosto l’identità del soggetto
che la determina:
al netto delle accuse di stile dispotico, che
non è questa la sede di valutare, l’alternativa è tra un decisore politico,
oppure un apparato tecnico-burocratico che elabora scenari, sulla base degli
scenari elabora strategie e procedure per attuarle.
La
prima alternativa sembrerebbe più compatibile con la posizione di “The End of
Grand Strategy”, la seconda è quella esplicitamente raccomandata dagli autori
di” In defense of the Blob”.
E la
seconda è incompatibile col riconoscimento del ritorno della Realpolitik nelle
relazioni internazionali, una conseguenza del fallimento del tentativo di
“assimilare” in modo non conflittuale i sistemi non ancora omogenei alla
comunità occidentale (dove “occidentale” si riferisce non alla geografia,
naturalmente, ma alle sfere d’influenza politica) come la Russia post-Eltsin e
la Cina.
Il
caparbio rifiuto di dare ingresso, nel discorso pubblico del mondo occidentale,
all’ovvia verità che gli attori del gioco politico internazionale sono soggetti
sovrani e non incorporee istituzioni multilaterali, ricorda però – e questo è
inquietante – le “pie banalità” in materia di liberalismo e umanesimo di cui
parla “Hannah Arendt” in” Le origini del totalitarismo” (citato da Tim Schenk
su Tablet Magazine del 6 dicembre 2018), a proposito dell’attrazione dei
giovani intellettuali tedeschi per Hitler al momento dell’ascesa al potere, e questo sento il dovere di dirlo
senza nascondermi dietro un’imparzialità di facciata.
Comunque
sia, tre cose sembrano chiare.
La
prima, che tra le due opzioni rappresentate dai due saggi commentati in questo
articolo, è in corso uno scontro senza quartiere che, benché focalizzato
principalmente sulla politica estera e di sicurezza investe, in realtà, i
fondamenti del governo, l’alternativa tra il governo legittimato dal consenso e il
governo legittimato dalla competenza:
una
contrapposizione di cui non sfuggirà la connotazione “sovrastrutturale” e di
cui sarebbe interessante esplorare i fondamenti “strutturali”, considerato da
un lato che le burocrazie che si confrontano con la leadership politica sono a
pieno titolo una classe sociale, anzi la classe sociale che sinora, nella
storia, non ha mai perso nessuna battaglia;
dall’altro
lato che l’alternativa tra la decisione (inevitabilmente “responsabile” in
quanto riconducibile a un autore) e l’esecuzione di una procedura (per propria
natura irresponsabile perché riconducibile a una regola), una volta posta
diventa irriducibile, e sembra che ormai questa sia l’alternativa sul tappeto.
E mi
chiedo se dopo la rivoluzione del proletariato (1917), dopo la rivoluzione dei
manager (1941) non si avvicini il momento della rivoluzione dei funzionari.
Che
altro è la polemica contro il sovranismo, in ultima analisi e a prescindere dal
suo uso strumentale, se non la contestazione della ineludibile presenza, in uno
stato sovrano e proprio perché sovrano, di un potere di ultima istanza
sovraordinato a tutte le posizioni gerarchiche in cui si materializza la
struttura dello stato?
La seconda,
che questo scontro, che conserva il suo epicentro nella potenza-guida, gli Usa,
si ripercuote inevitabilmente sugli equilibri dei paesi del resto del mondo,
che non possono non schierarsi:
e se lo fanno in una logica di alleanze (e di
potenza relativa) gli attori sovrani della scena internazionale, sono costretti
a farlo a rimorchio di logiche lobbistiche le aree contraddistinte da un vuoto
di sovranità, e si sta pensando – è ovvio – all’Europa.
La
terza, che “leggere” lo scontro nei termini attualmente in voga di progressismo
(o modello liberal-democratico) versus conservatorismo (modello sovranista) non
pare promettente se l’obiettivo è quello di esplorare le ragioni profonde, di
lungo termine, dello scontro stesso, e le coalizioni di potere che lo
determinano, ma si giustifica solo in una logica “militante”.
“Teo
Dalavecuras”
LOSCHI
TRAFFICI DI ARMI DEL PENTAGONO.
Spariti
Missili per 1 Miliardo di Dollari.
Nuove
Forniture in Kosovo per Infiammare i Balcani.
Gospanews.net
- Fabio Giuseppe Carlo Carisio – (14 Gennaio 2024) – ci dice:
Basta
collegare i diversi episodi inquietanti per capire che dietro la fornitura di
armi all’Ucraina si alimenta un traffico misterioso e vorticoso.
Per
capirlo basta mettere insieme due reportage di “Russia Toda”y insieme alle
inchieste del ciclo “CIA-Gates” pubblicate da” Gospa News” e basate su
informatori anonimi del controspionaggio americano della “Central Intelligence
Agency”.
Mentre
il “Pentagono” rivela di aver “perso” missili e altre armi per un valore di 1
miliardo di dollari destinati all’Ucraina, restano senza risposta le domande
sulle armi americane finite nelle mani di “Hamas” e che apparentemente
provengono da un mercato nero alimentato dalla stessa “CIA”.
Come
accaduto con le forniture di “missili anticarro TOW” alle formazioni jihadiste “anti-Assad
in Siria “finite poi nelle mani dei terroristi di “Al Qaeda” e “Isis”.
Analogo
problema sulla mancata supervisione della destinazione delle armi è stato
sollevato da “Der Spiegel” in relazione alla Germania…
Allo
stesso tempo apprendiamo che, come anticipato nella nostra indagine “CIA-Gate
n. 5”, razzi simili, i famosi “Javelins” per lancio “manpad” o da postazione
fissa, verranno venduti al “Kosovo” in previsione di un’escalation di tensione
in” Serbia” già annunciata dai tentativi di “Rivoluzione Colorata” innescati
dagli USA (secondo Mosca) dopo l recenti elezioni in cui è stato riconfermato
il governo filo-russo.
Ecco
il pericolo concreto che si apra nei Balcani un altro fronte di guerra tra
Russia e paesi NATO guidati da USA-Regno Unito, dopo quello in Ucraina,
innescato dal sanguinoso colpo di stato di Kiev del 2014 e dalla pesante
militarizzazione dell’Europa dell’Est prevista nel progetto “CEPA” del 2020,
uno in Palestina con il genocidio israeliano a Gaza consentito dai burattini
occidentali del “Nuovo Ordine Mondiale sionista-massonico”.
Ed
infine il più recente inasprimento delle tensioni nel Mar Rosso per i
bombardamenti dello Yemen “arbitrariamente e illegalmente decisi da Usa e Regno
Unito” secondo Russia, Iran e Turchia.
Il
rapporto del Pentagono non rileva $ 1 miliardo di armi per l’Ucraina
da “Russia
Today”.
Oltre
1 miliardo di dollari di armi sofisticate inviate in Ucraina dagli Stati Uniti
sono state scarsamente monitorate, secondo un nuovo rapporto dell’”ispettore
generale del Pentagono”.
La
versione redatta delle scoperte dell’indagine è stata resa pubblica giovedì, un
giorno dopo che è stata presentata al “Congresso degli Stati Uniti”.
L’indagine
si concentra sull’implementazione delle procedure di monitoraggio dell’uso
finale (EEUM) migliorato da parte del Pentagono. Queste procedure si applicano
a una gamma limitata di attrezzature e armi altamente sensibili e sofisticate,
tra cui sistemi missilistici montati sulle spalle, droni Kamikaze, dispositivi
di visione notturna e altri hardware.
La
mancanza di un’adeguata responsabilità “può aumentare il rischio di furto e diversione”
delle sofisticate apparecchiature progettate dall’”EEUM”, osserva il rapporto.
Finora, l’ispettore generale non è stato
effettivamente incaricato di scoprire se l’hardware non rintracciato è stato
effettivamente rubato.
Analogo
problema in Germania… Il governo tedesco ha controllato solo due volte dove
sono finite le armi che aveva inviato all’estero nel 2023, ha riferito venerdì “Der
Spiegel”, citando funzionari.
Nel frattempo, anche la massiccia assistenza
militare di Berlino a Kiev è stata lasciata senza supervisione, con i politici
tedeschi che si affidavano alle assicurazioni dei funzionari ucraini.
“Deluso
ma non sorpreso” – La Serbia reagisce ai nuovi armamenti USA ai separatisti del
Kosovo.
Belgrado
non è contento della decisione di Washington di vendere missili anticarro alla
provincia fuga del Kosovo e intende rafforzare i suoi militari in risposta, ha
detto venerdì il ministro della Difesa serbo “Milos Vucevic”.
L’ambasciatore
degli Stati Uniti a Belgrado, “Christopher Hill”, ha informato il presidente
serbo” Aleksandar Vucic “della potenziale vendita durante il loro incontro di
giovedì.
Il Dipartimento di Stato ha l’accordo, coinvolgendo
246 armi per un valore stimato di $ 75 milioni.
“Gli
Stati Uniti sono un alleato di lunga data di “Pristina”, quindi non siamo
sorpresi da questa mossa, ma ovviamente siamo delusi e abbiamo espresso
apertamente il nostro dispiacere”, ha detto “Vucevic” al” Daily Kurir”.
Mentre
la Serbia non può cambiare la politica statunitense, risponderà rafforzando le
sue capacità militari, ha aggiunto.
PERCHÉ
LA MONETA
È DEL
POPOLO.
Comedonchisciotte.org
- Alberto Conti - (14 Gennaio 2024) ci
dice:
(La
prova storica che stiamo ancora vivendo, per poco).
L’attuale
sistema monetario mondiale è l’erede del fallimento di “Bretton Woods”, l’ultimo gold standard, l’ultima
truffa contabile questa volta ideata per sdoganare l’egemonia del dollaro, la
valuta USA dell’egemone.
Tale
fallimento ha simbolicamente una data storica precisa, il ferragosto del 1971,
quando Nixon dichiarò al mondo: “avevamo scherzato”, cioè le riserve in dollari
dei vari Paesi aderenti agli accordi del luglio 1944 non erano più convertibili
in oro da parte della FED.
Dopo
l’annuncio clamoroso non accadde nulla di eclatante, semplicemente i sistemi
monetari dei vari Paesi ispirati alla “FED “e coordinati dalla “Banca per i
regolamenti internazionali”, la “BIS” di Basilea (Svizzera), scivolarono progressivamente verso
un regime di “moneta FIAT”, ovvero “creata dal nulla” dalle “banche
commerciali”, oltre che dalle” banche centrali” in caso di gravi squilibri del
sistema, tali da metterne a rischio la stabilità.
In
realtà anche la costola speculativa delle banche, categoria nota come “banche
d’affari”, prese a sfornare titoli d’ogni sorta, fondi d’investimento, prodotti
finanziari frutto di fantasia sfrenata, da offrire alla clientela dei
risparmiatori in cerca di sicurezza e rendimento, due cose tra loro
inversamente proporzionali.
Tutta
questa smodata creazione di “ricchezza finanziaria” è comunque, in qualche
modo, riconducibile all’emissione di moneta, e ne gonfia la massa aggregata ben
oltre qualsiasi logica di stabilità, o regime di inflazione moderata.
Una
inflazione che però non esplode essendo “ricchezza finanziaria” confinata nel
recinto del casinò speculativo globale, un gigantesco circo privato dove può
espandersi a dismisura purché non ne varchi i confini a ritroso, cioè riconvertendosi in moneta
liquida liberamente spendibile dai risparmiatori.
È così
che è andata, e il mondo si è spaccato sempre più in due parti diseguali:
molti
debitori impoveriti da un lato e pochi creditori molto arricchiti dall’altro
lato, di uno stesso libro contabile.
Ora
però si annuncia da più parti un cambiamento radicale, l’introduzione della
moneta digitale di Banca Centrale.
Ma non
c’era già, come dimostrano i vari “Quantitative Easing” o manovre analoghe di
salvataggio del sistema?
Certamente,
ma erano emissioni monetarie “provvisorie” e comunque destinate alle banche, che ne potevano anche riversare gli
eccessi nel circo speculativo di cui sopra, del resto gestito da loro stesse in
regime privatistico.
Ora
invece si parla di moneta emessa direttamente dalle banche centrali per i
mercati fisici, quelli della gente vera che spende per vivere, per investire
nel lavoro e per pagare le tasse.
Moneta
tracciabile al fine di monitorare i consumi personali, con tutto il controllo
potenzialmente totalitario che ne consegue, e che, guarda caso, diventa sempre
più un’esigenza vitale dei sistemi vigenti in ogni Paese globalizzato, per
sopravvivere alle proprie e altrui contraddizioni e tensioni economico-sociali.
In
altre parole stiamo vivendo un periodo di mezzo, una fase di transizione che
corrisponde anche ad una finestra più unica che rara per poter comprendere un
passato discutibile e prevenire un futuro ancora più distopico.
È come
una fermata “tecnica” di un treno impazzito, l’ultima occasione per svegliarsi
e scendere, per salvarsi dal prossimo inesorabile schianto.
Restiamo
quindi al presente:
la notizia ufficiale è che oggi la quasi
totalità della moneta circolante nei mercati fisici è stata generata come
moneta FIAT emessa dalle banche commerciali nell’erogare prestiti alla
clientela.
È un
dato di fatto, come pure è un dato di fatto che bene o male tale procedura
funziona da decenni e le successive crisi, a rischio crescente di tenuta del
sistema, non originano tanto dai mercati fisici, quanto dai suddetti mercati
finanziari e dalle loro spericolate, irresponsabili e impunite manovre
speculative.
A ben
vedere però i soldi che guadagniamo e spendiamo per la vita quotidiana non
nascono proprio dal nulla di una banca che ci ha erogato un mutuo con un click
sul computer, bensì dal concretissimo sudore della fronte della popolazione
attiva, che quotidianamente lavora per vivere e ripagare i propri debiti con la
banca.
E
questo costituisce anche il principale meccanismo automatico di autoregolazione
della massa monetaria circolante.
Infatti in questo modo se ne emette quanta il
sistema fisico, quello che rappresenta i “fondamentali” dell’economia ed è
impersonato dalla popolazione attiva, è in grado di sostenere, essenzialmente
tramite il lavoro che produce ricchezza per ripagare i debiti.
Se
tale sistema venisse liberato da contaminazioni speculative nessun Paese
potrebbe vivere al di sopra o al di sotto delle proprie possibilità.
In altre parole la moneta utilizzata dal Popolo è anche creata dal Popolo, che quindi ne è il proprietario
naturale e ne dovrebbe essere il gestore unico ed esclusivo, per evitare
strumentalizzazioni truffaldine da parte di gestori “indipendenti”.
Altro
che scoperta dell’acqua calda, o uovo di Colombo, o rivelazione divina.
Questa
è una realtà inconfutabile, ben nota agli attuali gestori privati della moneta
fin dal principio dei loro maneggi contabili, degli arricchimenti smodati che
hanno decretato la loro ascesa al potere verticistico di un sistema piramidale
globalizzato, reso così sempre più totalitario e distopico.
È la
padronanza della meccanica monetaria che ha consentito agli attuali “padroni
universali” di strumentalizzarla per acquisire “legalmente” smodate ricchezze e
poteri, mentre incredibilmente sono proprio i popoli ad ignorare questi
tecnicismi monetari a proprio danno, visto che si sono lasciati ingannare
impunemente fino alla negazione dei propri diritti naturali, riducibili in
estrema sintesi ad un solo punto:
non
lasciarsi derubare tramite una gestione della moneta privatistica e
strumentalmente espropriante.
E
visto che ormai è andato troppo oltre, per essere socialmente sostenibile, il
processo di indebitamento e impoverimento pubblico e privato a favore dell’élite
dei potenti, ecco che questi s’inventano la sostituzione del circolante FIAT
prodotto dal sistema delle banche commerciali (sotto tutela e controllo
discrezionale di Banca Centrale) con circolante FIAT emesso e controllato
direttamente da Banca Centrale.
Una
nuova e più diretta leva di comando per dominare ancor più sfacciatamente le
istituzioni pubbliche, ormai svuotate di ogni sostanziale prerogativa
democratica e ridotte a paravento formale di un vero potere elitario, dispotico
e antipopolare, in grado di controllare non solo gli Stati, ma d’ora in poi
anche ogni singolo cittadino vessato e impoverito, per sedarne preventivamente
qualsiasi velleità democratica.
Si
osservi in particolare l’evoluzione storica, o per meglio dire l’involuzione
storica, dei criteri di controllo dell’emissione monetaria in funzione
anti-inflattiva, infine affidati ad un centro di potere rappresentato da una
Banca Centrale “indipendente”, cioè sempre più privatizzata di fatto, per
sottrarlo al controllo di uno Stato opportunamente stigmatizzato come
“irresponsabile spendaccione” e perciò stesso accusato di fomentare inflazione
e instabilità (percorso avviato col divorzio tra Tesoro e Banca Centrale).
E dato
che per salvare la situazione non basta più neppure la privatizzazione
dell’intero sistema bancario, ecco la necessità di concentrare tutto il potere
politico derivante dalla gestione della moneta nella sola Banca Centrale,
grazie all’inedito tecnicismo dell’emissione diretta e centralizzata di moneta
digitale unica, destinata a sostituire ogni altra forma di denaro circolante.
Si
tratta in realtà di un perfezionamento ulteriore del furto della moneta ai
danni del legittimo proprietario, il Popolo ex-sovrano.
Un
consolidamento della gestione elitaria della moneta come strumento di dominio
sulla popolazione, costretta a farne un uso condizionato dagli stessi che la
gestiscono legalmente (visto che usurpano anche il ruolo di legislatore) quanto
illecitamente.
Questa
è la madre di tutte le distopie dispotiche presenti e ancor più future, che
danno corpo ai peggiori incubi sociali, ove il concetto stesso di democrazia
perderà anche ogni parvenza formale, dopo essere stato progressivamente
svuotato dal predominio delle politiche restauratrici, che finiranno per
cancellare definitivamente ogni conquista di civiltà della nostra storia.
E tutto ciò “grazie” ad una pesante lacuna
nella cultura popolare in tema di moneta, che induce le masse ad un
comportamento passivo e rassegnato di fronte all’esproprio di ciò che
naturalmente appartiene loro.
I
motivi per i quali la moneta appartiene al popolo che la usa obbligatoriamente
sono molti, ma il più evidente ed inoppugnabile è al presente proprio questo,
cioè il fatto che è il popolo stesso a creare la moneta, sia pure tramite
intermediazione bancaria, nell’atto di richiedere mutui bancari.
Quando
invece la quasi totalità della moneta sarà emessa non più dalle banche locali,
su richiesta sostenibile della clientela, bensì direttamente dalla Banca
Centrale, verrà meno l’automatismo di regolazione della massa monetaria
circolante, sia pure drogato dalla manipolazione centralizzata dei tassi
d’interesse.
Al suo
posto ci sarà solo il controllo diretto e discrezionale della Banca Centrale,
quartier generale dell’élite finanziaria, che, non dimentichiamolo, può anche,
controllando la politica e i sindacati, moderare l’inflazione moderando la
domanda popolare di beni e servizi, cioè moderando i salari anche se non più
sufficienti per vivere dignitosamente (Monti docet).
Occorre
impedire che tutto questo potere al servizio di una ideologia antiumana
prevalga, che venga abolito il contante, ultimo baluardo ideologico rimasto a
sostegno di una moneta popolare, che continui il processo di privatizzazione delle
banche (gestori della moneta), oltre che dei servizi essenziali, della
produzione industriale strategica, della sanità e dell’istruzione.
In una parola la privatizzazione espropriante
di tutto ciò che occorre per vivere in una società civile organizzata.
L’impoverimento di massa a favore di un arricchimento elitario non è segno di
civiltà, ma di barbarie.
Non è solo ingiusto, è disumanizzante, e
porterà alla rovina l’umanità intera, travolta da una potenza tecnologica il
cui utilizzo non sarà più per il bene di tutti e di ciascuno, ma al contrario finalizzato
all’insostenibile privilegio di una casta di arricchiti senza merito quanto
senza freni inibitori, cioè i peggiori governanti possibili, che porteranno il
mondo intero alla rovina.
Occorre
comprendere che il comandamento “non rubare” a fondamento di qualunque civiltà
viene oggi violato in mille forme subdole, tutte facenti capo ad una impropria
gestione della moneta che, anziché essere controllata dal Popolo che ne è il legittimo
proprietario naturale, è stata incoscientemente affidata ad una fantomatica
“indipendenza” dell’istituzione più centralizzata e scalabile del mondo, che è
la Banca Centrale, degenerata fino a diventare simbolo della concentrazione
privata di ricchezza e di potere comunque ottenuti, soprattutto col crimine.
Al
grido di “giustizia, libertà, verità” riprendiamoci quel che è nostro, ridando
così nuova linfa vitale alla rivoluzione democratica, soffocata sul nascere
dalle maligne forze restauratrici di un”ancien regime” che non ha più alcuna
giustificazione d’esistere nel mondo moderno.
L’élite
di banchieri e politici askenaziti che ha cavalcato la gestione della moneta
per prevalere su un mondo d’ingenui è una realtà ormai anacronistica, da
congelare nel museo degli orrori della storia umana.
Non
occorre rispondere a violenza con la violenza, basta svegliarsi, aprire gli
occhi e riscoprire l’acqua calda, con tutti i suoi banali vantaggi.
È solo così che i demoni verranno scacciati
dai nostri incubi peggiori, che potranno tornare ad essere sogni di pace,
d’amore e di bellezza, in armonia col nostro prossimo e col creato, nel segno
dell’umiltà e del rispetto universale.
La
attuale domanda rivoluzionaria non è tanto “chi sono io per giudicare?” quanto
“chi siete voi per comandare?”.
Concludo
parafrasando una boutade di autorevoli “maître à penser”:
la moneta è una questione troppo importante
per lasciarla in mano ad economisti e banchieri, per quanto titolati,
competenti e talvolta bugiardi come il “nostro” recidivo Mario Draghi.
Tutti
noi abbiamo il diritto-dovere di interessarci all’argomento ed avere
un’opinione autonoma in materia, perché ci compete in quanto utenti, e in
questo frangente anche vittime del cattivo uso della moneta.
Purtroppo
quel che manca all’opinione pubblica è l’informazione veritiera sui fatti,
condizione necessaria alla formazione di un proprio punto di vista critico e
consapevole.
In questo caso però l’informazione storica
essenziale c’è, ed è a nostra disposizione.
Consiste nell’esperienza consolidata di un
sistema di emissione monetaria che a suo modo, nonostante le premesse
tutt’altro che rassicuranti, ha funzionato autoregolandosi, pur nei limiti
delle distorsioni economiche indotte da un percorso storico avverso agli
interessi popolari.
La
moneta digitale emessa dalle banche commerciali, che hanno come clientela
famiglie e imprese, è stata per lunghi anni la forma quasi totalitaria di
moneta circolante nell’economia fisica, sopravvissuta alla malapolitica
finanziaria privatistica, di stampo neoliberista.
Possiamo
quindi affermare senza tema di smentita che questa particolare forma di
emissione monetaria, fondata sulle reali esigenze e capacità economiche della
popolazione attiva, ha superato la fase sperimentale pur tra mille difficoltà
esogene.
Vi è
quindi fondato motivo di credere che ogni altra forma di emissione monetaria
legata agli interessi popolari abbia successo e stabilità, a maggior ragione se
affidata a rappresentanti autentici del Popolo sovrano, che non possono essere
altro che istituzioni pubbliche non solo di nome ma anche di fatto, finalmente
liberate dalla occupazione abusiva dei rappresentanti della “grande finanza”.
Questo
è il primo passo indispensabile per avviare un percorso di risanamento
dell’economia in funzione sociale ed umana, che dovrà proseguire con il
riprendersi le “chiavi di casa” in tutti gli altri settori del vivere civile:
la
politica, la produzione fondata sul lavoro, la cultura, la difesa,
l’informazione, ecc. ecc.
Tutto
il contrario del percorso ventennale dell’euro, sul quale si fonda una” UE”
diabolicamente degenerata nei fatti ad anti-unione europea, al servizio di
usurpatori esterni ed interni, impropriamente detti “signori” della finanza.
Distinguiamo
finalmente un vero Signore, persona onesta degna di questo nome, dagli
impostori e dai criminali che signori non possono essere, per quanto
indebitamente arricchiti e aggregati in mafie potentissime.
Che
ritornino loro ai margini della società, ove meritano di restarci fino a
naturale estinzione, come i dinosauri quando hanno lasciato spazio al nuovo
mondo.
(Alberto
Conti).
IL
CASO LEGALE DI GENOCIDIO.
Comedonchisciotte.org
- Markus – (14 Gennaio 2024) - chrishedges.substack.com – ci dice:
La
Corte internazionale di giustizia potrebbe essere tutto ciò che si frappone tra
i palestinesi di Gaza e il genocidio.
L’esauriente
memoria di 84 pagine presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di
Giustizia (ICJ) che accusa Israele di genocidio è difficile da confutare.
La
campagna israeliana di uccisioni indiscriminate, la distruzione su larga scala
di infrastrutture, tra cui abitazioni, ospedali e impianti per il trattamento
dell’acqua, insieme all’uso della fame come arma, accompagnata da una retorica
genocida da parte dei suoi leader politici e militari che parlano di
distruggere Gaza e di eradicare i 2,3 milioni di palestinesi, sono tutte ottime
ragioni per arrivare alla condanna di Israele per genocidio.
Il
fatto che Israele abbia diffamato il Sudafrica definendolo il “braccio legale”
di Hamas esemplifica il fallimento della sua difesa, una diffamazione a cui
hanno fatto eco quelli che sostengono che le manifestazioni organizzate per
chiedere un cessate il fuoco e proteggere i diritti umani dei palestinesi
sarebbero “antisemite”.
Israele, con il suo genocidio trasmesso in
diretta al mondo intero, non ha argomenti sostanziali per controbattere.
Ma
questo non significa che i giudici del tribunale si pronunceranno a favore del
Sudafrica.
La
pressione degli Stati Uniti – il Segretario di Stato “Antony Blinken” ha
definito le accuse sudafricane “prive di merito” – sui giudici, scelti tra gli
Stati membri dell’ONU, sarà intensa.
Una
sentenza di genocidio è una macchia che Israele – che utilizza l’Olocausto come
arma per giustificare la brutalizzazione dei palestinesi – avrebbe difficoltà a
rimuovere.
Sarebbe una sconfitta per l’insistenza di
Israele che gli Ebrei sono le eterne vittime.
Distruggerebbe
la giustificazione per l’uccisione indiscriminata di palestinesi disarmati da
parte di Israele e per la costruzione a Gaza della più grande prigione a cielo
aperto del mondo, insieme all’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme
Est.
Spazzerebbe via l’immunità alle critiche di
cui godono la lobby israeliana e i suoi sostenitori sionisti negli Stati Uniti,
che sono riusciti ad equiparare all’antisemitismo le critiche allo “Stato
ebraico” e il sostegno ai diritti dei palestinesi.
Oltre
23.700 palestinesi, tra cui più di 10.000 bambini, sono stati uccisi a Gaza dal
7 ottobre, quando Hamas e altri combattenti della resistenza avevano violato le
barriere di sicurezza intorno a Gaza.
Circa
1.200 persone sono state uccise – forti prove indicano che molte delle vittime
erano state causate da equipaggi di carri armati ed elicotteri israeliani che
avevano intenzionalmente preso di mira circa 200 ostaggi, insieme ai loro
rapitori.
Altre
migliaia di palestinesi sono dispersi, presumibilmente sepolti sotto le
macerie.
Gli attacchi israeliani hanno lasciato oltre
60.000 palestinesi feriti e mutilati, la maggior parte dei quali donne e
bambini.
Altre
migliaia di civili palestinesi, compresi i bambini, sono stati arrestati,
bendati, numerati, picchiati, costretti a spogliarsi fino alla biancheria
intima, caricati su camion e trasportati in luoghi sconosciuti.
La
sentenza della Corte potrebbe essere lontana anni.
Ma il
Sudafrica chiede misure provvisorie che impongano a Israele di cessare
l’attacco militare – in sostanza un cessate il fuoco permanente.
La
decisione potrebbe arrivare entro due o tre settimane.
Si tratta di una decisione che non si basa
sulla sentenza finale del tribunale, ma sul merito della causa intentata dal
Sudafrica.
Chiedendo
ad Israele di porre fine alle ostilità a Gaza, la Corte non definirebbe la
campagna israeliana a Gaza un genocidio. Confermerebbe però che esiste la
possibilità di un genocidio, quelli che gli avvocati sudafricani chiamano atti
“a carattere genocida”.
Il
caso non sarà determinato dalla documentazione di crimini specifici, nemmeno di
quelli definiti come crimini di guerra.
Sarà
determinato dall’intento genocida – l’intento di sradicare in tutto o in parte
un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso – come definito nella “Convenzione
sul genocidio”.
Questi
atti includono collettivamente il bombardamento di campi profughi e di altre
aree civili densamente popolate con bombe da 2.000 libbre, il blocco degli
aiuti umanitari, la distruzione del sistema sanitario e i suoi effetti sui
bambini e sulle donne incinte – le Nazioni Unite stimano che ci siano circa
50.000 donne incinte a Gaza e che più di 160 bambini vengano partoriti ogni
giorno – così come le ripetute dichiarazioni genocide da parte di politici e
generali israeliani di primo piano.
Il
Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha equiparato Gaza ad Amalek, una biblica
nazione ostile agli israeliti, e ha citato l’ingiunzione biblica di uccidere
ogni uomo, donna, bambino o animale di Amalek.
Il ministro della Difesa “Yoav Gallant” ha
definito i palestinesi “animali umani“.
Il presidente israeliano “Isaac Herzog” ha
dichiarato, come hanno riferito gli avvocati sudafricani alla corte, che tutti
a Gaza sono responsabili di ciò che è accaduto il 7 ottobre perché avevano
votato per Hamas, anche se metà della popolazione di Gaza è composta da bambini
troppo piccoli per votare.
Ma
anche se l’intera popolazione di Gaza avesse votato per Hamas, ciò non la
renderebbe un obiettivo militare legittimo.
Secondo
le regole della guerra, sono ancora civili e hanno diritto alla protezione.
Inoltre, secondo il diritto internazionale,
hanno il diritto di resistere all’occupazione attraverso la lotta armata.
Gli
avvocati sudafricani, che hanno paragonato i crimini di Israele a quelli
compiuti dal regime dell’apartheid in Sudafrica, hanno mostrato alla corte un
video di soldati israeliani che festeggiavano e invocavano la morte dei palestinesi –
ballavano e cantavano “non ci sono civili non coinvolti” – come prova che l’intento genocida
discende dall’alto verso il basso della macchina da guerra e del sistema
politico israeliano.
Hanno
fornito alla corte foto di fosse comuni dove sono stati sepolti corpi “spesso
non identificati”.
Nessuno
– compresi i neonati – è stato risparmiato, ha spiegato alla corte l’avvocato
sudafricano “Adila Hassim”, “Senior Counsel”.
Gli
avvocati sudafricani hanno dichiarato alla corte che il “primo atto genocida è
l’uccisione di massa dei palestinesi a Gaza”.
Il
secondo atto genocida, hanno dichiarato, è il grave danno fisico o mentale
inflitto ai palestinesi di Gaza, in violazione dell’articolo 2B della
Convenzione sul genocidio.
“
Tembeka Ngcukaitobi, un altro avvocato e studioso di diritto che rappresenta il
Sudafrica, ha sostenuto che “i leader politici di Israele, i comandanti
militari e le persone che ricoprono posizioni ufficiali hanno sistematicamente
e in termini espliciti dichiarato il loro intento genocida”.
“Lior
Haiat”, portavoce del “Ministero degli Affari Esteri israeliano”, ha definito
le tre ore di udienza di giovedì uno dei “più grandi spettacoli di ipocrisia della
storia, aggravati da una serie di affermazioni false e prive di fondamento”.
Ha
accusato il Sudafrica di voler permettere ad “Hamas” di tornare in Israele per
“commettere crimini di guerra”.
I
giuristi israeliani, nella loro risposta di venerdì, hanno definito le accuse sudafricane
“infondate, “assurde” e “diffamanti”.
Il team legale israeliano ha affermato di non
aver impedito l’assistenza umanitaria, nonostante i rapporti delle Nazioni
Unite sulla fame e sulle malattie infettive causate dal crollo dei servizi
igienici e dalla carenza di acqua potabile.
Israele
ha difeso gli attacchi agli ospedali, definendoli “centri di comando di Hamas”.
Ha dichiarato alla corte di aver agito per
autodifesa.
“Le inevitabili morti e sofferenze umane di
ogni conflitto non sono di per sé un modello di condotta che dimostri
plausibilmente un intento genocida”, ha dichiarato “Christopher Staker”,
avvocato di Israele.
I
leader israeliani accusano “Hamas” di aver compiuto un genocidio, anche se, dal
punto di vista legale, se si è vittime di un genocidio non si può commettere un
genocidio.
“Hamas”,
inoltre, non è uno Stato.
Non fa quindi parte della Convenzione sul
genocidio.
L’Aia,
per questo motivo, non ha giurisdizione sull’organizzazione. Israele sostiene
inoltre che i palestinesi vengono avvertiti di evacuare le aree che verranno
attaccate e che vengono loro fornite “aree sicure”, anche se, come hanno
documentato gli avvocati sudafricani, le “aree sicure” vengono regolarmente
bombardate da Israele, e questo provoca numerose vittime civili.
Israele
e l’amministrazione Biden intendono impedire qualsiasi ingiunzione temporanea
da parte della Corte, non perché la Corte possa costringere Israele a fermare i
suoi attacchi militari, ma a causa dei suoi effetti sull’opinione pubblica, già
abbastanza compromessa.
Per la sua applicazione, la “sentenza della
Corte Internazionale di Giustizia dipende dal Consiglio di Sicurezza “– il che,
dato il potere di veto degli Stati Uniti, rende vana qualsiasi sentenza contro
Israele.
Il
secondo obiettivo dell’amministrazione Biden è assicurarsi che Israele non
venga riconosciuto colpevole di aver commesso un genocidio. L’amministrazione
Biden sarà implacabile in questa campagna ed eserciterà forti pressioni sui
governi che hanno giuristi in tribunale affinché non giudichino Israele
colpevole.
La
Russia e la Cina, che hanno giuristi all’Aia, stanno già combattendo contro
accuse di genocidio nei loro confronti e potrebbero decidere che non è nel loro
interesse giudicare Israele colpevole.
L’amministrazione
Biden sta giocando un gioco molto cinico.
Dice che sta cercando di fermare quello che,
per sua stessa ammissione, è il bombardamento indiscriminato dei palestinesi da
parte di Israele, mentre aggira il Congresso per accelerare la fornitura di
armi a Israele, comprese le bombe non guidate [e quindi imprecise].
Insiste
nel volere la fine dei combattimenti a Gaza mentre pone il veto alle
risoluzioni per il cessate il fuoco all’ONU.
Insiste
nel sostenere lo stato di diritto mentre sovverte il meccanismo legale che
potrebbe fermare il genocidio.
Il
cinismo pervade ogni parola pronunciata da Biden e Blinken.
Questo cinismo si estende anche a noi.
La nostra repulsione per Donald Trump, secondo
la Casa Bianca di Biden, ci spingerà a mantenere Biden in carica.
Su qualsiasi altra questione potrebbe essere
così.
Ma non
può essere così per il genocidio.
Il
genocidio non è un problema politico. È un problema morale.
Non possiamo, a qualunque costo, sostenere chi
commette o è complice di un genocidio.
Il
genocidio è il crimine di tutti i crimini.
È
l’espressione più pura del male.
Dobbiamo
stare inequivocabilmente dalla parte dei palestinesi e dei giuristi
sudafricani.
Dobbiamo
chiedere giustizia.
Dobbiamo ritenere Biden responsabile del
genocidio di Gaza.
(Chris
Hedges)
(chrishedges.substack.com)
(chrishedges.substack.com/p/the-case-for-genocide).
(Chris
Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente
estero per 15 anni per il “New York Times,” periodo in cui è stato capo ufficio
per il Medio Oriente e capo ufficio per i Balcani.)
Il
mondo al contrario degli
orfani
della dittatura sanitaria.
Nicolaporro.it
- Gianluca Spera – (16 Settembre 2023) – ci dice:
Virologi
e giornalisti, da “Burioni” a “Severgnini”, ripartito il circo Covid con il suo
campionario di paradossi. Intanto, perse le tracce della “Commissione
d’inchiesta”.
Calate
le temperature e ridimensionato un po’ il catastrofismo climatico, siamo di
nuovo alle prese con l’allarmismo sul Covid.
È
stato sufficiente che i principali quotidiani e i telegiornali abbiano
enfatizzato l’aumento dei contagi e subito si è rimessa in moto la giostra.
Più
che di un riflesso pavloviano, si tratta di una strategia ormai evidente.
Uso
politico del virus.
Nel
suo libro poi rimasto inedito, l’ex ministro “Roberto Speranza” discettava di
una nuova egemonia culturale da costruire sulla pandemia.
Sfumata
quell’opportunità, non resta che usare in chiave politica qualsiasi risalita
(più o meno grave) delle infezioni.
Lo
schema è collaudato:
chiunque non si omologhi ai precetti della
cattedrale sanitaria è considerato un negazionista in combutta con l’universo
no-vax.
Non
serve nemmeno citare la pletora di virologi tornati alla carica sui mezzi di
informazione per comprendere l’aria che tira.
Prendiamo,
per esempio, il pezzo su” La Stampa” a firma di “Eugenia Tognotti” la quale si
è lamentata del ritorno del complottismo che porta a “sottovalutare la
minaccia”.
Nel suo mirino, ci sono i social e i giornali
vicini al governo.
Dunque,
da un lato se l’è presa col “popolo bue” che, in assenza di obblighi e divieti,
non si piega più ai diktat dei profeti di sventura e blatera di restrizioni su “Facebook”
o “X”.
Dall’altro,
ne ha approfittato per attaccare direttamente le pubblicazioni filo-governative
e, indirettamente, lo stesso “Esecutivo” che sarebbe insensibile di fronte a
queste accorate grida di allarme.
Tanto
è vero che un altro ex ministro della salute, “Beatrice Lorenzin”, sta
incalzando” Schillaci” invitandolo a chiarire la situazione epidemiologica e a
illustrare le eventuali azioni di contrasto.
Insomma,
non siamo dalle parti dell’egemonia culturale cara al compagno di partito della
“Lorenzin” ma,
sicuramente, nell’ambito dell’”uso politico del virus”.
Ministro
timido.
Peraltro,
finora il comportamento dell’attuale ministro è stato a dir poco timido non
riuscendosi ad affrancare da tutto l’armamentario di regole e regolette
pandemiche che ha ereditato.
Ancora oggi capita di doversi recare presso
strutture sanitarie che impongono l’uso della mascherina o addirittura
pretendono un test negativo per l’accesso.
Ergo,
proprio “Schillaci” non può essere iscritto al partito degli irresponsabili
complottisti di cui scrive la “Tognotti.
Non è, dunque, l’attuale ministro a disincentivare
l’uso dei dispositivi di protezione attraverso “la disinformazione sui benefici
medico-sanitari” e non riconoscere “il ruolo sociale della scienza”.
Chissà
a quale scienza si riferisce la “Tognotti”, visto e considerato che proprio sulle famigerate mascherine esiste
ampia letteratura scientifica che le ritiene sostanzialmente inutili (se non dannose in alcuni ambiti,
tipo quello scolastico).
Ma
tant’è, la
Tognotti non
si schioda dalla sua posizione granitica nonostante tutte le evoluzioni che si
sono verificate nell’ultimo triennio.
Fuga
dal laboratorio.
Le
sarà sfuggito anche quanto riportato dal suo stesso giornale su un presunto
intervento della CIA per impedire la diffusione di scoperte scientifiche
relative alla fuga del virus dal laboratorio di Wuhan.
È stato il “New York Post” – riportando le confidenze al
Congresso di una “gola profonda” – per primo a far rimbalzare la notizia che è poi stata
ripresa dai principali media a stelle e strisce.
Peraltro,
su “Atlantic Quotidiano”, in diverse occasioni a partire già dal marzo 2020,
abbiamo trattato la questione pure a dimostrazione dell’inconsistenza di alcune
teorie che all’inizio dell’epidemia non potevano essere messe in discussione
pena la censura o il biasimo collettivo.
Eppure,
non sono bastate neppure le smentite clamorose su alcuni teoremi (quello draghiano resterà nella
storia: il “Green Pass” è la garanzia di trovarsi tra persone non contagiate o
non contagiose) per provocare un ripensamento rispetto a certi atteggiamenti fin troppo
intransigenti.
Al
contrario, si persevera nella narrazione a senso unico.
I
censori social.
L’onnipresente
“Roberto Burioni,” riferendosi a chi lo contesta, ha perfino accusato i suoi detrattori
di aver libertà di opinione.
D’altronde, se la scienza non è democratica come da
assioma burioniano, allora pure l’informazione può essere “somministrata con
modalità meno democratiche”, ricordando le parole dell’ex premier “Mario Monti”
a “La7”.
Per
non dire del lavoro di filtro effettuato dai “fact-checkers” in servizio
permanente sui social.
Qualsiasi
teoria, anche autorevole, contraria al “pandemicamente corretto” è stata
rimossa dal web.
Una di
queste riguardava proprio l’incidente nel laboratorio di Wuhan. Ma, nel “mondo al contrario” prodotto
dallo stato di emergenza permanente, i libertari sono considerati dei
pericolosi fanatici mentre i censori si atteggiano a sinceri democratici che
agiscono per il bene della comunità.
Severgnini.
Per
cui, in questo campionario di paradossi, capita di leggere con sconcerto
quanto scritto da “Beppe Severgnini” qualche giorno fa sul “Corriere della Sera”
a proposito di un sentimento di stanchezza verso la libertà.
Da
cosa deriva questa preoccupazione?
Non solo dalla possibile rielezione di “Donald
Trump” per lui indigesta ma anche da questa Italia “edonista e distratta” che
si affiderebbe pigramente all’autorità come ai tempi del fascismo.
Per cui, secondo l’”ardita tesi severgniniana”, il
pericolo è che si baratti la libertà con la tranquillità di affidarsi al
dittatore di turno.
Non
contento del livello di parossismo raggiunto, si è scagliato pure contro quelli
che avrebbero un’idea grottesca di libertà citando a esempio – udite e tremate
– la “libertà di non vaccinarsi” e la “libertà di imbottirsi di cocaina”.
Come
se le due cose fossero assimilabili, come se il rifiuto di un trattamento
sanitario obbligatorio (peraltro, in linea con il dettato costituzionale) possa
essere paragonato all’assunzione di sostanze stupefacenti (al di là del fatto
che il mero consumo – pur deprecabile – non è più attività considerata illecita
nel nostro ordinamento).
Ergo, “Severgnini”
non solo non centra il bersaglio ma si attorciglia in un ragionamento
sconclusionato.
Basterebbe
ricordargli quali sono stati i Paesi (non propriamente democratici) ad aver
introdotto come l’Italia (unica nel panorama occidentale) la vaccinazione
obbligatoria o strumenti oppressivi e discriminatori come “il Green Pass”.
Così
come bisognerebbe rammentargli l’inutilità di tutti questi obblighi stante il
dato incontrovertibile che questi vaccini non arrestano la trasmissione del
virus.
Chissà se è più amante della libertà chi
guarda i fatti in maniera laica o chi cede alla tentazione dell’approccio
dogmatico.
Magari ci illuminerà in uno dei suoi prossimi
corsivi.
Di
nuovo in pericolo.
Sorprende
che pure “Riccardo Mazzoni” su” Il Tempo” abbia magnificato il “Green Pass”
indicato come “un passo necessario per spingere le vaccinazioni e far ripartite
le aziende”.
A suo
dire, la misura non è da considerare illiberale perché “il certificato verde tutelava un
diritto naturale, quello di non essere contagiati”.
Peccato
che pure i possessori della tanto agognata tessera potessero infettarsi e
contagiare a loro volta.
E
peccato che quest’allarmismo generalizzato rischi di mettere nuovamente in
pericolo le nostre libertà e i nostri diritti.
Peccato pure che si siano perse le tracce
della “Commissione d’inchiesta” che sarebbe il luogo deputato per discutere
ancora del “virus arrivato dalla Cina” e delle “assurde misure di contrasto”
che ne sono seguite.
IL
MONDO VERSO L’ARMAGEDDON,
LA
CONTA FINALE TRA IL BENE E IL MALE.
Ducadeitempi.it
– Nicola - Z. – (06 - Novembre -2023) -Massimo Nava – ci dicono:
IL
MONDO VERSO L’ARMAGEDDON, LA CONTA FINALE TRA IL BENE E IL MALE.
(Massimo
Nava)
Armageddon,
la fine del mondo secondo il Nuovo Testamento (Apocalisse di Giovanni).
È la
domanda che circola nei commenti dei più importanti giornali internazionali,
compreso il” Corriere della Sera”, che non nasce solo dalla moltiplicazione di
conflitti e aree di crisi (dall’Ucraina al Medio Oriente, dall’Armenia
all’Africa),
«ma anche dal senso di impotenza, vuoto politico e contrapposizione ideologica
in cui sembrano essere precipitati i principali attori, le leadership, le
istituzioni internazionali, le diplomazie, la Ue, le Nazioni Unite», denuncia “Massimo Nava”.
«La
narrazione ufficiale sgorga da opposti estremismi e pregiudizi storici e
culturali, umilia le possibilità di dialogo, la ricerca di soluzioni, persino
l’analisi dei contraccolpi che in realtà saranno pagati da tutti».
DALLA
GUERRA FREDDA A TANTE GUERRE CALDE.
In
questo caos (viene da sorridere ripensando a quei saggisti che dopo la fine
della Guerra Fredda teorizzavano la pace mondiale), c’è un solo vincitore, il
mercato delle armi con il corollario indiretto di traffici illegali e
provocazione di nuovi conflitti.
Ma
perdiamo tutti, compresi quanti credono di vincere e ritengono di essere dalla
parte giusta.
E
sorge qualche dubbio sulla sanità mentale di coloro che hanno provocato scenari
così apocalittici nell’era della globalizzazione economica, della presunta
distensione internazionale e di gravissime emergenze (clima, sanità, fame) oggi
messe nel cassetto per i posteri.
ONU,
THE CRITIC, E DEGRADO USA.
Chi
può ancora fare qualche cosa ed esprimere una posizione condivisa?
Non
l’Onu, «che ha dimostrato la sua impotenza, come in passato», scrive il mensile
londinese “The Critic”.
E che oggi è lacerata e al centro di feroci
polemiche dopo le critiche del “segretario generale Guterres” a Israele.
Non
gli Usa, «per tanto tempo potenza dominante in Medio Oriente», ma visti come
sostenitori di parte.
Sarebbe ancora possibile una mediazione
multilaterale e multipolare, magari con la Cina e con altri giganti di questo
secolo?
«Questa
guerra — aggiunge la rivista — sarebbe l’occasione ideale per cinesi e americani
di mostrarsi pragmatici».
IL
MONDO ANTI OCCIDENTALE.
“Handelsblatt”,
quotidiano economico tedesco, si preoccupa per le ripercussioni della guerra in
Medio Oriente sulle opinioni pubbliche interne.
Al di
là del Reno, le scene di gioia di una manifestazione pro-palestinese hanno
riacceso il dibattito sull’antisemitismo in Germania e sull’integrazione degli immigrati
arabi in un Paese che considera «la sicurezza di Israele una ragion di Stato».
«Queste
tensioni interne stanno indebolendo le democrazie liberali in un momento in cui
devono affrontare un asse di opposizione all’Occidente, che va da Teheran a
Mosca passando per Pechino.
OCCIDENTE
DI MEZZE CALZETTE.
I vari
protagonisti non hanno concluso un’alleanza formale, avendo interessi
divergenti, ma tutti condividono il desiderio di rimescolare le carte
dell’ordine mondiale.
Inoltre,
il conflitto offre a questi Paesi l’opportunità di intervenire come mediatori,
offuscando l’immagine dell’Europa e degli Stati Uniti nei Sud del mondo e nel
mondo arabo.
«Per
adattarsi a un contesto geopolitico in rapida riconfigurazione, i leader
occidentali devono ora pensare l’impensabile», auspica il quotidiano tedesco.
STRAGE
DI GAZA E UCRAINA.
La
domanda chiave è se le relazioni diplomatiche di Israele nella regione e
l’influenza dei suoi sostenitori occidentali sulla scena internazionale possano
sopravvivere alle crescenti vittime civili a Gaza.
E, in subordine, quanto la crisi mediorientale
possa condizionare politicamente l’andamento della guerra in Ucraina.
WASHINGTON
STRA-POTENZA.
Cina,
Russia e Iran hanno a lungo cercato di minare il sistema internazionale
sostenuto da Washington.
Citando il numero crescente di morti da parte
palestinese, il Cremlino «si permette di denunciare quella che considera
l’ipocrisia dei governi occidentali, che hanno condannato i massacri di civili
commessi dai russi in Ucraina, ma che a malapena, se non per nulla, criticano
le azioni israeliane a Gaza».
Anche la Cina ha sposato la causa palestinese come non
faceva da decenni.
Le
relazioni, un tempo cordiali, con Israele sono deteriorate.
«Pechino non ha mai smesso di invocare la
necessità di combattere il terrorismo per reprimere gli uiguri nello Xinjiang,
ma si è astenuta dall’usare la parola ‘terrorismo’ per l’attacco di Hamas».
LA MAI
NATA ‘VIA INDIANA DELLA SETA.’
La
guerra provocata da Hamas interessa anche l’India, principale rivale della Cina
in Asia, che negli ultimi anni si era avvicinata molto a Israele.
India e Stati Uniti hanno annunciato nei mesi
scorsi piani per un corridoio che colleghi l’India, il Medio Oriente e l’Europa
attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele,
in concorrenza con il progetto cinese delle Nuove vie della seta.
Tuttavia,
i colloqui sulla normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita —
elemento chiave del piano — sono stati silurati dalla guerra di Gaza.
PAESI
EUROPEI SPARSI E KIEV ADDIO.
Gli
incubi sul futuro si moltiplicano nei Paesi europei, poiché un’escalation del
conflitto aumenterebbe le tensioni regionali, distoglierebbe l’attenzione
dall’Ucraina e creerebbe una nuova crisi energetica, privandoli dell’alternativa
mediorientale al petrolio e al gas russo.
Inoltre, il sangue che scorre in Medio Oriente
aumenta il rischio di violenze provocate da gruppi militanti islamisti.
«Se il conflitto in Medio Oriente coinvolgerà
il Libano e poi, forse, direttamente l’Iran e gli Stati Uniti, le risorse
militari per l’Ucraina, che già scarseggiano, potrebbero diventare ancora più
scarse.
Un pericolo di cui Kiev è ben consapevole».
PAESE
PARIA DEL MONDO NON È PIÙ MOSCA.
Nel
Sud del mondo, il conflitto in Medio Oriente sta influenzando la percezione
dell’invasione russa.
«La
smania dell’Occidente di sostenere Israele sta erodendo il sostegno all’Ucraina
tra i Paesi in via di sviluppo», osserva il “Financial Times”.
La
reazione occidentale «ha vanificato mesi di lavoro per rendere Mosca un paria
colpevole di aver violato il diritto internazionale», secondo le fonti del
quotidiano britannico.
Un
alto diplomatico anonimo di un Paese del G7 si è detto amareggiato:
«Abbiamo
definitivamente perso la battaglia per il Sud globale. Dimenticate le regole,
dimenticate l’ordine mondiale. Non ci ascolteranno mai più».
MONDO
ARABO, ADDIO OCCIDENTE.
Infine,
a complicare lo scenario, ci sono le reazioni del mondo arabo, anche nelle
opinioni pubbliche più moderate e disposte a condannare Hamas.
La rotta di collisione con l’Occidente è
evidente.
Tra il
mondo arabo e l’Occidente, «ci sono due universi che non si capiscono, non si
guardano, non usano le stesse parole o gli stessi simboli», lamenta il
quotidiano libanese “L’ORIENT-LE-JOUR.”
«Per
alcuni, l’angolo di approccio è quello della lotta al terrorismo; per altri,
quello della resistenza all’oppressione».
«C’è un’immensa rabbia nel mondo arabo, anche tra
coloro che non sostengono Hamas — ha dichiarato al” New York Times” “Nabil
Fahmi”, ex ministro degli Esteri egiziano.
Stanno dando il via libera a Israele. […]
L’Occidente avrà le mani sporche di sangue».
Lo
slogan ‘Morte all’America’ avrebbe trovato «una nuova eco nella regione».
CASA
BIANCA SENZA CREDIBILITÀ MORALE.
E
anche se la Casa Bianca ha cambiato tono negli ultimi giorni, sottolineando
l’emergenza umanitaria a Gaza, il danno è già stato fatto, secondo “Hafsa
Halawa”, ricercatrice del “Middle East Institute” di “Washington”, «gli
americani non hanno assolutamente alcuna credibilità morale in Medio Oriente». L’ampio tour diplomatico del
Segretario di Stato “Antony Blinken” in Israele e in cinque Paesi della
regione, tra cui Egitto, Giordania e Arabia Saudita, ha prodotto uno spettacolo
insolito:
«autocrati arabi che tengono lezioni ai dignitari
americani sui diritti umani».
«Molti arabi hanno trovato le parole usate dai
funzionari americani e israeliani disumanizzanti e bellicose», aggiunge il” New
York Times”.
UCRAINA
SOTTO OCCUPAZIONE, E I PALESTINESI?
Molti
paragonano anche la risposta occidentale all’invasione dell’Ucraina con quella
all’assedio di Gaza.
«Siete
contro l’occupazione dell’Ucraina. Potete negare che i palestinesi siano sotto
occupazione?», ha chiesto un intellettuale saudita,” Khalid Al-Dakhil”, che ha
denunciato la «cieca adozione della narrazione israeliana degli eventi».
Sul sito web “Al-Modon”, il romanziere e
intellettuale egiziano “Chadi Louis” ha espresso sorpresa per il fatto che i
colori della bandiera israeliana siano stati proiettati «sulla residenza del
primo ministro britannico, sulla Torre Eiffel, sulla Porta di Brandeburgo a
Berlino, su edifici pubblici a Vienna e così via».
A suo avviso, i Paesi occidentali sembrano
affermare di «formare un fronte unito nella guerra a fianco di Israele», invece
di protestare quando il governo Netanyahu dichiara un assedio a oltranza contro
la Striscia di Gaza, descrivendo i suoi abitanti come «animali umani».
‘MONDO
LIBERO’ PRIGIONIERO DELLA SUA IPOCRISIA.
«Quello
che sta accadendo nel ‘mondo libero’ è spaventoso», aggiunge la scrittrice
libanese “Najwa Barakat” sul sito del quotidiano qatariota “Al-Araby Al-Jadid”,
sottolineando che, mentre si espongono i colori di Israele, è «vietato
innalzare la bandiera palestinese, e chiunque cerchi di ricordare alla gente
che le cose sono accadute prima viene accusato di antisemitismo».
I toni sono ancora più virulenti sul sito
indipendente algerino” Twala”, che titola: «Israele-Palestina: il genocidio che
il mondo sta guardando commettere».
E il sottotitolo: «Una barbara guerra di
sterminio che l’Occidente, con la sua macchina mediatica, sta cercando di
giustificare».
«Palestina, l’ipocrisia occidentale
smascherata», si legge in una rubrica della rivista tunisina “Business News”.
«Si
accende la televisione sui canali occidentali e si ha l’impressione che tutto
sia iniziato in un certo sabato 7 ottobre 2023».
«Nessun contesto, […] nessuna sfumatura,
scrive l’editorialista” Ikhlas Latif”. L’ipocrisia è tale che, riferendosi al
trattamento mediatico della guerra russo-ucraina, le incongruenze si
conterebbero a centinaia».
«La
bellezza salverà il mondo», ha scritto “Dostoevskij”.
Ma
Dostoevskij era russo e di questi tempi non è credibile nemmeno lui.
(remocontro.it/2023/10/31/il-mondo-verso-larmageddon-la-conta-finale-tra-bene-e-male-e-non-gira-bene/).
ISRAELE-HAMAS SI TROVANO ORA IN UNA POSIZIONE DI
GUERRA MONDIALE?
di “Thomas
Oysmüller”.
Se
Israele volesse davvero ripulire Gaza, probabilmente ne seguirebbe un conflitto
globale. Anche adesso la situazione geopolitica è estremamente tesa.
Se
dovesse effettivamente scoppiare un conflitto globale, gli storici
probabilmente avrebbero difficoltà a determinare esattamente quando ebbe
inizio.
Dal
punto di vista della guerra di quinta generazione, la politica Covid ha già
tutte le caratteristiche della guerra.
Poi è arrivata la guerra economica contro la
Russia.
Ma non esiste (ancora) un conflitto militare
aperto tra i due grandi blocchi, USA/UE/Israele da un lato e Russia/Cina/Iran
dall’altro.
Guerra
globale?
In
questo caso, l’escalation continua in Medio Oriente.
Giovedì
i ribelli “Houthi “dello Yemen hanno attaccato Israele con missili cruise e
droni kamikaze.
Mercoledì
è stata dichiarata guerra a Israele.
Il giornalista e autore “THOMAS FAZI “scrive
attualmente su “UnHerd” che molte persone in Medio Oriente si stanno rendendo
conto “che le cose potrebbero presto andare molto, molto peggio.
Enormi spostamenti tettonici ora minacciano di
sconvolgere lo status quo – e persino di innescare una guerra globale”.
Oltre
all’entrata in guerra degli “Houthi “ – a “Julian Reichelt” che chiama tali
combattenti “mulattieri”, risponde, “Julian Röpcke”, il più importante reporter
ucraino pro-NATO della “Bild,” mostrando le dimensioni dell’arsenale delle armi
dei Ribelli – ci sono anche scontri
quotidiani con “Hezbollah”.
I
“mulattieri”, i cui arsenali di missili balistici e di droni kamikaze, superano
quelli di 25 Paesi della NATO (messi insieme).
(pic.twitter.com/SjniRufFM2).
— Julian Röpcke (@JulianRoepcke)
November 1, 2023.
Le
portaerei statunitensi sono al largo di Israele e sono già state coinvolte
intercettando missili.
Le forze americane nella regione sono state
anche vittime di una serie di attacchi di droni e missili, ai quali hanno
risposto con attacchi aerei su due strutture legate alle milizie appoggiate
dall’Iran in Siria.
Il
lancio missilistico degli Houthi dello Yemen su Israele. Questo il giorno dopo
la dichiarazione di guerra…(pic.twitter.com/S9N058O6Bx).
—
Richard (@ricwe123) November 1, 2023.
Erdogan
agita spesso le sue sciabole. Comanda il secondo esercito più grande della NATO
e ha definito il bombardamento di civili a Gaza da parte di Israele, un “genocidio” e ha affermato che Hamas non è un
gruppo terroristico ma “liberatori che proteggono la loro terra”.
Erdogan
vuole rafforzare il suo ruolo di leadership nella regione e rifiuta di
estradare diversi funzionari di” Hamas” che si trovano in Turchia.
Piani
statunitensi:
il
corridoio economico IMEC dall’India, per limitare la Cina e isolare l’Iran.
Poi
abbiamo il “Qatar”.
Lì si trova la più grande base militare
americana del Medio Oriente, ma dove risiede anche la leadership politica di
Hamas.
“Il Qatar è particolarmente adatto a fungere
da intermediario tra Israele e Hamas e gli viene riconosciuto il ruolo cruciale
nel rilascio di quattro ostaggi israeliani”, scrive” Fazi”.
Per
quanto riguarda l’Iran, che da tempo sostiene direttamente Hamas, l’autore
scrive:
“Mentre
funzionari statunitensi e israeliani hanno affermato che non vi è alcuna prova
di un coinvolgimento diretto iraniano nel massacro, non c’è dubbio che l’Iran abbia
tratto profitto dall’attacco in diversi modi e potrebbe usare persino i suoi
seguaci – in Libano, Siria e Yemen – per massimizzare ulteriormente i suoi
profitti”.
E gli
Stati Uniti?
L’attacco di Hamas ha minato la strategia
americana di promuovere il riavvicinamento arabo-israeliano per rafforzare
l’influenza americana nella regione a spese dell’Iran e della Cina, dice
l’analista.
Ciò concorda con la famigerata presentazione di
Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre.
La sua mappa, intitolata “IL NUOVO MEDIO
ORIENTE”, mostrava una porzione ombreggiata in verde:
i
paesi arabi con i quali Israele era in procinto di “normalizzare” le sue
relazioni.
Lo
stesso Israele è stato descritto come un territorio che si estende dal Giordano
al Mediterraneo – “dal fiume al mare” – escludendo i territori palestinesi
occupati.
In
merito a ciò “Thomas Fazi”, prosegue:
Netanyahu
ha poi tracciato una linea rossa sulla mappa dal Mar Arabico all’Europa
meridionale e ha parlato di un “nuovo CORRIDOIO DI PACE E PROSPERITÀ che
collega l’Asia all’Europa attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita,
la Giordania e Israele “.
Sia l’amministrazione Trump che quella Biden,
con gli Accordi di Abramo e altri accordi, hanno svolto un ruolo importante nel
promuovere questa idea di un “NUOVO MEDIO ORIENTE” in cui, come ha detto Biden,
Israele sperimenterebbe “una maggiore normalizzazione e connettività
economica”.
Uno
dei pilastri chiave di questo progetto è stato IL CORRIDOIO ECONOMICO INDIA –
MEDIO ORIENTE -EUROPA (IMEC), il “CORRIDOIO DI PACE E PROSPERITÀ” menzionato da
Netanyahu.
Il
progetto, presentato il mese scorso al vertice del G20 a Delhi, prevede la
creazione di un corridoio logistico che colleghi l’Oceano Indiano
nordoccidentale attraverso porti, ferrovie e strade che passando per Emirati
Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Israele e connettere il Mediterraneo
orientale.
Gli
Stati Uniti hanno esplicitamente descritto il corridoio come un concorrente
della NUOVA VIA DELLA SETA CINESE in Medio Oriente.
L’obiettivo
era ovvio: limitare l’influenza della Cina nella regione e isolare l’Iran.
L’IMEC
sembra essere un sogno occidentale perché si basa sull’illusione che “i
palestinesi possano rimanere intrappolati a Gaza per sempre”.
“Marwan Kabalan”, direttore
dell’analisi politica presso il “Centro arabo per la ricerca e gli studi
politici”, afferma che gli accordi mediati dagli Stati Uniti per normalizzare
le relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein minano la posizione
panaraba di lunga data, in base alla quale l’”istituzione dello Stato
Palestinese” è un prerequisito per stabilire relazioni normali con Israele.
Dal 7
ottobre c’è il caos.
Ciascuna
Potenza cerca di far valere i propri interessi.
Si è
sviluppato un gioco geopolitico complesso.
Un “insider
di Washington2 ha dichiarato al “FINANCIAL TIMES” :
“Tutti
i Paesi coinvolti hanno dei limiti di soglia, superati i quali si ritengono in
diritto di dover agire. Ma nessuno conosce davvero quale sia il limite di
soglia dell’altra parte”.
Una
grande offensiva di terra israeliana a Gaza potrebbe essere uno di questi
limiti di soglia.
L’Iran e Hezbollah, ad esempio, hanno
dichiarato che un’invasione terrestre su vasta scala della Striscia di Gaza –
in particolare con l’obiettivo di distruggere completamente “Hamas”, unitamente
all’espulsione forzata di parte della popolazione della Striscia di Gaza – è
una “linea rossa”.
L’Iran
è una minaccia, ma non solo dal 7 ottobre.
Durante
il fine settimana, il presidente iraniano “Ebrahim Raisi” ha dichiarato:
“I
crimini del regime sionista hanno oltrepassato di gran lunga la linea rossa,
per la quale chiunque sarebbe forzato ad agire. Washington ci chiede di non
fare nulla, ma intanto continuano a sostenere Israele su larga scala”.
Inoltre
è trapelato un documento dei servizi segreti israeliani in cui si ritiene che i
palestinesi possano essere cacciati da Gaza – ha riferito il portale “TKP”.
Il
presidente egiziano aveva già affermato in precedenza:
“Ciò che sta accadendo ora a Gaza è un
tentativo di costringere la popolazione civile a fuggire in Egitto, cosa che
non dovrebbe mai essere accettata”.
Ma se
questo è effettivamente il piano, allora “la situazione potrebbe degenerare
rapidamente.
Non
solo Israele risponderebbe con pesanti bombardamenti contro le forze appoggiate
dall’Iran in Libano e altrove, ma quasi certamente verrebbero coinvolti anche
gli Stati Uniti”, ha detto “Thomas Fazi”.
Il suo
riassunto finale:
Non è
difficile immaginare come tutto ciò potrebbe finire.
Con tutte le maggiori potenze mondiali
presenti in Medio Oriente, è quasi certo che gli Stati Uniti e la NATO
sarebbero coinvolti in un conflitto con Russia e Cina in caso di escalation.
Le
conseguenze sarebbero catastrofiche e le ripercussioni economiche, militari e
umanitarie si ripercuoterebbero in tutto l’Occidente.
Considerato questo rischio, chiedere un
cessate il fuoco non è più solo nell’interesse della popolazione di Gaza, ma
nell’interesse del mondo intero.
(tkp.at/2023/11/01/fuehrt-israel-hamas-zum-offenen-weltkrieg/)
ISRAELE,
IRAN E IL RISCHIO DI UN CONFLITTO ALLARGATO.
PORTAEREI,
SOLDATI E MARINES:
ECCO LA MOSSA DEGLI STATI UNITI.
I
numeri parlano chiaro: gli Sttai Uniti hanno rafforzato significativamente la
loro posizione militare in Medio Oriente preoccupati dal fatto che la guerra in
atto tra Israele e Hamas possa innescare un conflitto regionale più ampio.
La “Cnn” riporta che gli Usa hanno «trasferito
nella regione circa 1.200 membri del servizio militare statunitense, insieme a
migliaia di altri soldati a bordo di gruppi d’attacco di portaerei della Marina
e di un’unità di spedizione della Marina composta da circa 2.000 persone».
Il
messaggio ai nemici.
Dietro
alla preoccupazione si cela anche un altro messaggio:
«Lo
spostamento di una significativa potenza di fuoco nella regione mira a inviare
un chiaro messaggio agli avversari».
Si
sono verificati frequenti attacchi di basso livello contro le forze
statunitensi in Iraq e Siria da parte di gruppi sostenuti dall’Iran,
«ma gli Stati Uniti mirano a chiarire che
attacchi più ampi provocherebbero una risposta importante».
Il segretario alla Difesa “Lloyd Austin” ha
affermato che le forze aggiuntive avrebbero lo scopo di «rafforzare gli sforzi
di deterrenza regionale, aumentare la protezione delle forze statunitensi nella
regione e assistere nella difesa di Israele».
Il
conflitto allargato.
«Faremo
tutto e prenderemo tutte le misure necessarie per proteggere le forze americane
e i nostri interessi all’estero», ha confermato anche il portavoce del
Pentagono, il generale “Pat Ryder”, che il 23 ottobre scorso ha dichiarato:
«Ancora
una volta, nessuno vuole vedere un conflitto allargato, e questo è il nostro
obiettivo primario, ma non esiteremo mai a proteggere le nostre forze».
Le
portaerei.
Il
gruppo d’attacco “USS Gerald R. Ford Carrier Strike Group” è attualmente nel
Mediterraneo orientale dopo essere stato schierato il mese scorso.
Del
gruppo d’attacco fanno parte 6.000 marinai, la “USS Gerald R. Ford” – descritta
da un portavoce della Marina come la “piattaforma di combattimento più
adattabile e letale al mondo” – l’incrociatore lanciamissili classe “Ticonderoga
USS Normandy “(CG 60) e l’”Arleigh Cacciatorpediniere lanciamissili classe
Burke USS Thomas Hudner” (DDG 116), “USS Ramage” (DDG 61), “USS Carney “(DDG
64) e “USS Roosevelt” (DDG 80).
Il gruppo d’attacco comprende anche il “Carrier
Wing 8”, che è composto da 9 squadroni, tra cui uno squadrone d’attacco
marittimo per elicotteri, 4 squadroni di caccia d’attacco e uno squadrone
d’attacco elettronico.
La “USS
Dwight D. Eisenhower Carrier Strike Group “è entrata nel Mar Mediterraneo lo
scorso fine settimana dopo essere stata dirottata dal teatro europeo.
Attualmente
si trova nel Mediterraneo orientale, ma presto raggiungerà il Medio Oriente
attraverso il Canale di Suez.
Il
gruppo, guidato dalla “portaerei di classe Nimitz USS Dwight D. Eisenhower”,
comprende 6.000 marinai, l’incrociatore lanciamissili di classe Ticonderoga USS
Philippine Sea (CG 58) e i cacciatorpediniere lanciamissili di classe Arleigh
Burke USS Mason (DDG 87) e USS Gravely (DDG 107).
Comprende
anche il “Carrier Air Wing Three”, composto da nove squadroni, inclusi quattro
squadroni di caccia d’attacco.
I
Marines.
I
Marines e i marinai della “Marine Expeditionary Unit” – circa 2.000 dei 4.000
soldati totali nell’ARG –
«sono
una delle principali forze di risposta alle crisi dell’esercito americano, in
grado di condurre operazioni anfibie, risposta alle crisi e operazioni di
emergenza limitate, comprese le operazioni di abilitazione l’introduzione di
forze di follow-on e di operazioni speciali designate», secondo un portavoce
della Marina.
La forza di risposta rapida dei Marines è
inoltre addestrata per assistere nelle operazioni di evacuazione.
Un
totale di 1.200 militari statunitensi sono stati dispiegati o stanno
dispiegandosi in Medio Oriente.
Tra
questo gruppo ci sono membri in servizio assegnati alle batterie THAAD e
Patriot.
(ilmessaggero.it/schede/portaerei_soldati_marines_mossa_usa_israele_iran_conflitto_allargato_cosa_succede-i_marines-5-7735444.html).
ISRAELE-GAZA,
IRAN: “TREGUA O USA VERRANNO COLPITI”.
LEADER
HAMAS A TEHERAN.
L’Iran
sostiene che gli Stati Uniti siano “militarmente coinvolti” nella guerra.
L’Iran
minaccia gli Stati Uniti: verranno “colpiti duramente” se non otterranno il
cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, colpita da 4 settimane dagli attacchi
di Israele.
Il
leader di Hamas, intanto, è stato avvisato a Teheran.
LE
MINACCE DELL’IRAN.
L’Iran
prende nuovamente posizione con le parole del ministro della Difesa, “Mohammad-Reza
Ashtiani”, citato dall’agenzia “Tasnim”, mentre il segretario di Stato
americano “Antony Blinken” è in missione in Medio Oriente.
Il
consiglio dell’Iran agli Stati Uniti – ha affermato – è quello di “fermare
immediatamente la guerra a Gaza e attuare un cessate il fuoco, altrimenti
saranno colpiti duramente”.
L’Iran
– che sostiene Hamas e altre organizzazioni militanti nella regione, tra cui
Hezbollah e la Jihad islamica palestinese – ha dichiarato in precedenza di
considerare gli Stati Uniti “militarmente coinvolti” nella guerra.
Intanto,
rimbalza la news secondo cui “Ismail Haniyeh”, capo dell’ufficio politico di
Hamas, si sarebbe recato a Teheran nei giorni scorsi e nella capitale iraniana
avrebbe incontrato la “Guida Suprema dell’Iran”, l’ayatollah “Ali Khamenei”. La
notizia si basa su dichiarazioni di un esponente di Hamas in Libano, Osama
Hamdan.
(adnkronos.com/internazionale/esteri/israele-gaza-iran-tregua-o-usa-verranno-colpiti-duramente_3TdGhdiMUPLJ3G0gKeie0y?
refresh ce).
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