Crollo dell’impero americano?
Crollo
dell’impero americano?
L’allarme
del capo della “CIA”
e le ragioni per le quali “Biden”
sta
facendo crollare l’impero americano.
Lacrunadellago.net
– (02-02 -2024 ) – Cesare Sacchetti – ci dice:
Quando si leggono
gli articoli della rivista americana “Foreign Affairs” si deve avere presente
che attraverso queste pubblicazioni non passano solamente i singoli messaggi
dei suoi autori.
“Foreign
Affairs” è qualcosa di più.
“Foreign
Affairs” è la rivista edita dal” Council on Foreign Relations” (CFR), un
istituto con il quale forse non tutti hanno famigliarità ma che è stato il
dominus indiscusso della politica estera americana per quasi 100 anni.
Nato
nel 1921 dopo la fine della prima guerra mondiale e all’alba dell’era
internazionalista degli Stati Uniti inaugurata da” Woodrow Wilson”, questo
“think- tank” finanziato dalla “famiglia Rockefeller “è stato il motore della
politica estera americana.
Talmente
elevata è l’influenza che la famiglia di finanzieri ha su di esso che il “CFR”
si è dotato di un programma chiamato” David Rockefeller Studies Program”, che
sul sito dell’istituto viene descritto come quel serbatoio di idee che vengono
poi trasmesse ai presidenti e ai membri del Congresso.
È
sostanzialmente un modo alquanto ipocrita, tipico dell’universo liberale, per
affermare che il “CFR” è il “mezzo per trasmettere le direttive impartite dai
Rockefeller” alla classe politica degli Stati Uniti che si ritrova ad essere
soltanto uno strumento nelle mani dei capitalisti di New York.
In
quest’occasione è interessante prendere in considerazione un articolo
pubblicato recentemente proprio dall’istituto in questione per comprendere
meglio lo stato d’animo e i pensieri di quella che è stata una delle lobby più
potenti in America, che ha scelto in anticipo tutti i presidenti che si sono
insediati alla Casa Bianca dalla sua fondazione con la nota eccezione di Trump.
L’articolo
in questione è firmato da “Bill Burns”, “capo della CIA” – altro organo sin dal
principio “controllato dai Rockefeller” – che si sofferma ad analizzare il
divario tecnologico che l’agenzia di intelligence si trova a dover affrontare
nel futuro.
Dopo
essersi soffermato sui progressi tecnologici in corso e sui metodi di
spionaggio utilizzati nel passato,” Burns” prende in esame le sfide
tecnologiche del futuro e manifesta una evidente preoccupazione poiché
Washington non sembra più stare al passo coi suoi rivali, su tutti Russia e
Cina che nel corso degli ultimi anni hanno compiuto enormi avanzamenti
tecnologici e militari.
Soprattutto
ciò che sembra angosciare “Burns”, al netto di alcune sue uscite
propagandistiche “contro Putin” descritto come “impaurito” ma non si sa bene da
chi, è il fatto che gli Stati Uniti non riescono più a presidiare quello che è
stato un pilastro della storia e delle relazioni internazionali del 900, ovvero
il famigerato impero americano.
Quando
il capo della CIA scrive infatti che dopo l’11 settembre “l’ascesa della Cina e
il revanscismo della Russia pongono delle scoraggianti sfide geopolitiche in un
mondo di intensa competizione strategica nel quale gli Stati Uniti non godono
più di un’incontestata supremazia strategica e nel quale “le minacce climatiche
esistenziali “stanno crescendo” è costretto ad ammettere che gli USA non hanno
più la supremazia di un tempo.
Il
crollo dell’URSS e la supremazia assoluta di Washington.
Per
poter comprendere come si è giunti a questa nuova condizione, occorre prima
fare un passo indietro alla conformazione geopolitica assunta dalla storia e
dalle relazioni internazionali nei primissimi anni della globalizzazione.
Una
volta avviato il processo di dismissione dell’URSS, creatura della finanza
anglosassone che ne ha poi decretato l’estinzione attraverso l’aiuto del suo
emissario, “Gorbachev”, sullo scacchiere internazionale si è creato un enorme
vuoto geopolitico nel quale gli Stati Uniti non avevano nessun serio
concorrente alla sua supremazia politica e militare.
In
Russia, si instaurava un governo fantoccio presieduto dal famigerato “Boris
Eltsin”, che consegnò di fatto le chiavi del potere a Washington e alla CIA.
L’impero
americano appariva più forte che mai e sfrutta questo periodo di transizione
per elaborare la sua strategia di dominio attraverso l’elaborazione della
teoria delle guerre preventive, elaborata dai famigerati neocon attraverso il”
Project for the New American Century”, una lobby sionista, nata esplicitamente
per concepire la base ideologica necessaria per aggredire gli avversari dello
stato di Israele.
A fare
parte di questo gruppo sono personaggi come “John Bolton”, “Paul Wolfowitz” e “Bill
Kristol” , tutti di origine askenazita e futuri membri dell’amministrazione
Bush che scatenerà poi l’inferno in Medio Oriente.
La
strategia della guerra preventiva poteva avere solo successo se ci fosse stato
una sorta di crisi artificiale così imponente da dare a Washington il pretesto
di attaccare i nemici dello stato ebraico.
Nei
documenti del “PNAC” che risalgono alla fine degli anni 90 si parla
esplicitamente di un “evento catalizzatore simile ad una nuova Pearl Harbor” per giungere a tale fine, e nel 2001 arriva puntuale l’attacco
dell’11 settembre nel quale Israele ha avuto un ruolo di primo piano, e a
questo riguardo si può ricordare, tra le altre cose, la storia degli agenti del
Mossad danzanti di fronte al crollo delle Torri.
L’impero
dunque avanza incontrastato e attacca Afghanistan e Iraq negli anni 2000 per
poi arrivare ai bombardamenti della Libia con l’esecuzione pubblica di Gheddafi
e gli attacchi terroristici contro Assad dopo.
Le
differenze tra l’ascesa di Russia e Cina.
In
questo lasso di tempo però, lo scenario che il mondo neocon e sionista tanto
temeva si manifesta.
La
Russia passa dalla dimensione di stato fantoccio a quella di nazione leader
delle relazioni internazionali in grado di costruire un’alternativa geopolitica
all’impero che non sia quella della completa sottomissione ai voleri
dell’anglosfera e del sionismo, ma quella di rapporti dove le nazioni vengono
trattate da pari e non come colonie da sottomettere.
Sono i
primi germogli di quelli che oggi sono il “mondo multipolare e i BRICS”.
L’ascesa
della Cina, soprattutto da un punto di vista commerciale, invece non è stata in
alcun modo contrastata dagli Stati Uniti, ma al contrario è stata fortemente
favorita dall’impero americano.
La
globalizzazione per poter avere successo e giungere ad un mercato dominato da
un gruppo di pochissimi oligopolisti aveva bisogno di un enorme mercato a basso
costo e non esisteva altro Paese al mondo con caratteristiche più ideali della
Cina per attuare la visione neoliberale.
L’amministrazione
Clinton fu quella che diede il via libera all’ingresso della Cina nell’”Organizzazione
mondiale del commercio”, e fu quella che avviò il processo di
deindustrializzazione americana ed europea a tutto vantaggio del gigante
cinese.
La
Cina, potremmo dire, faceva parte del club mondialista ed era stata invitata al
tavolo.
Ciò
che ha portato ad un suo allontanamento dall’anglosfera è stato il suo
disinteresse e la sua ostilità di cedere del tutto la sua sovranità ad una
futura governance globale nella quale la Cina si sarebbe ritrovata a sua volta
come un mero vassallo dei signori della finanza internazionale.
Questo
spiega anche il divorzio tra Pechino e Wall Street con la fuga dei capitali
anglosassoni dalla Cina e il ritorno negli Stati Uniti.
L’elemento
decisivo che ha consentito però di avviare la stagione della fine
dell’imperialismo americano è stato sicuramente Donald Trump.
Se è
vero che nel mondo sono sorti nuovi attori con visioni antitetiche a quelle del
“CFR” e dello “stato profondo di Washington” è altrettanto vero che ciò è stato
possibile anche grazie alla “nuova filosofia di Trump fondata non sulla
preservazione dell’impero e del suo disegno globalista, ma sugli interessi
americani e sulla difesa della sovranità nazionale”.
C’è
stato indubbiamente un passaggio degli Stati Uniti passati da una dimensione
internazionalista ad una nazionale che ha sconvolto completamente la storia
mondiale e i precedenti equilibri.
La
presidenza Biden e la mancata restaurazione dell’impero.
Quello
che ancora diversi osservatori faticano a spiegarsi è il mancato ritorno allo
status quo precedente a Trump che avrebbe dovuto attuarsi con la presa del
potere di Biden.
La
frode elettorale alla quale hanno partecipato tutte le più importanti
corporation e gruppi finanziari d’America – come da loro stessi riconosciuto
seppur chiamandola per via della loro incurabile dissonanza cognitiva lotta per
la “democrazia” – era stata concepita proprio per questo.
Lo “stato
profondo” aveva la disperata esigenza di riportare le lancette dell’orologio
della storia alla situazione che precedeva il 2016, l’anno di elezione di
Trump, e si è messa in atto di conseguenza la più grossa frode della storia
nella quale il governo italiano sembra aver avuto un ruolo altrettanto decisivo
con il famigerato scandalo dell”’Italia gate”.
Biden
serviva a questo. Biden serviva a rinsaldare nuovamente quel rapporto tra
l’America e il globalismo interrotto da Trump e invece assistiamo al fenomeno
opposto.
Assistiamo
al proseguimento dei fondamentali della politica estera di Trump attraverso il
ritiro delle truppe dall’Afghanistan e quello imminente e definitivo dalla
Siria.
Su
questo ultimo scenario ha lanciato l’allarme “Foreign Policy”, un’altra rivista
dell’”universo dello stato profondo” di proprietà del “Washington Post”.
Così
come assistiamo allo stesso modo al rifiuto degli Stati Uniti di venire in
soccorso del “regime nazista di Zelensky” con il mancato invio di truppe
americane, come ci si attendeva da un’amministrazione democratica, e dal
rifiuto di sostenere anche economicamente Kiev.
L’impero
non torna ad essere impero ma continua a disgregarsi poiché il suo presidente
non fa evidentemente nulla per attuare le volontà del “CFR”.
Quest’anomalia
politica riporta agli accadimenti del gennaio 2021 quando molti ebbero
l’impressione che l’inaugurazione di Biden fosse alquanto anomala e le
perplessità aumentarono nelle settimane successive quando il presidente nemmeno
teneva le conferenze stampa che si tengono nella tradizionale sala stampa della
Casa Bianca.
Questo
senza contare le interminabili gaffe commesse da Biden in patria e all’estero
seguite poi dai rifiuti senza precedenti di vari capi di Stato di parlare al
telefono con lui, come se il presidente degli Stati Uniti fosse una sorta di
fastidioso promoter telefonico al quale gli statisti di mezzo mondo si fanno
negare.
Non ci
sono precedenti del genere ovviamente e questa situazione di limbo potrebbe
spiegarsi con quanto accaduto nel gennaio del 2021.
Alcune
fonti militari e diplomatiche, che hanno raggiunto anche questo blog,
sostengono che in quel frangente Trump abbia firmato una legge speciale nota
come” atto contro le insurrezioni “che consente al presidente di ricorrere ad
una serie di poteri straordinari per reprimere un tentativo di eversione ai
suoi danni.
Ciò
prevede il coinvolgimento delle forze armate che da quel momento in poi
assumono il potere.
Il Paese in questo caso sarebbe passato da
un’amministrazione civile ad una militare e questo passaggio non è nemmeno
necessario che venga reso noto al Parlamento, poiché lo stesso atto contro le
insurrezioni non lo prevede affatto.
Il
presidente degli Stati Uniti ha poteri ampi e speciali che gli sono stati dati
in passato dagli stessi membri dello “stato profondo” che oggi stanno facendo
di tutto per impedire un ritorno ufficiale di Trump.
Ora
lasciamo che siano i lettori a valutare le informazioni che ci sono state
trasmesse, ma è un fatto indiscutibile che” Joe Biden” non stia soddisfacendo
in nulla coloro che lo hanno messo lì e che invece che restaurare l’impero stia
portando al suo inevitabile declino.
L’elemento
che emerge indirettamente dall’analisi di “Burns” è questo. Lo “stato profondo” ha preso atto a
malincuore di aver perduto il comando della superpotenza americana” senza la
quale nessun governo mondiale è attuabile”.
Il
momento storico attuale registra la fine dell’impero americano e
dell’anglosfera e una nuova fase epocale nella quale gli assetti del XX secolo
sono definitivamente giunti al termine.
Il
secolo americano, e soprattutto sionista, è giunto al termine ed è questo che
tormenta non solo uomini come “Burns” ma anche tutti coloro che a tale apparato
come la classe politica in Italia che senza l’esistenza dell’impero non ha
alcuna possibilità di sopravvivere a tale congiuntura storica.
Il 900
è stato certamente il secolo degli imperi e delle organizzazioni sovranazionali
che comandavano la politica delle nazioni.
Quello
attuale invece si profila invece come il secolo delle nazioni e del
multipolarismo.
D’Alema,
uomo da sempre appartenente all’establishment globalista, ne prese atto a
malincuore e parlò esplicitamente di fallimento del Nuovo Ordine Mondiale.
Il
mondialismo ha perso la sua partita e, a quanto pare, fa una tremenda fatica ad
accettare la sua scomparsa.
Come
successe all’antica Roma
l’impero
americano è al declino.
Ildubbio.news
- LANFRANCO CAMINITI – (19 agosto, 2021) – ci dice:
Troppe
frontiere da sorvegliare, troppi avversari. I gendarmi del mondo non hanno più
le risorse. Successe all'antica Roma, ora tocca all'impero americano.
«How
many more American lives is it worth?/ quante altre vite americane ancora
vale?» – chiede il presidente Biden, mentre spiega perché ha deciso di andare
via dall’Afghanistan, e perché non si poteva fare altrimenti.
D’altronde,
il 70 percento degli americani, di quella guerra non voleva più saperne.
Per
quante bandiere americane sventolino nei vialetti residenziali, per quanti
nastri gialli si appuntino sui baveri di giacche e cappotti, per quante
scariche a salve si possano sparare nel cimitero di Arlington – la questione
poi è sempre quella, dannata, della guerra in Vietnam: quante bare regge
l’opinione pubblica americana?
C’era un film cubano con una marcetta che
faceva “And they’re coming to take me away” – stanno venendo a prendermi – e si
vedeva l’immagine del presidente Johnson e una fila di bare coperte con la
bandiera a stelle e strisce che sfilavano nella sua testa.
Ogni volta che le immagini delle bare dei
soldati caduti giravano nei telegiornali, ogni volta cresceva l’insofferenza
americana per quella guerra.
Johnson non resse e si ritirò, non si poteva
fare altrimenti.
È lì,
nella fuga caotica dall’ambasciata di Saigon, 1975, che è iniziato il declino
americano?
Sono decenni
che ci si interroga sul declino dell’impero americano.
Una trentina d’anni fa ebbe uno straordinario
successo editoriale con stupore generale, restando in cima alle classifiche per
mesi, “The Rise and Fall of the Great Powers”, “Ascesa e declino delle Grandi
Potenze”, di “Paul Kennedy,” uno storico inglese che insegna alla “University
of East Anglia”, “Norwich”, un ponderoso saggio di taglio accademico con
migliaia di note e riferimenti bibliografici.
Kennedy,
dopo aver analizzato l’ascesa e il declino dei grandi imperi del passato,
sosteneva che gli imperi crollano, paradossalmente, a causa delle loro stesse
vittorie in termini di espansione e conquiste territoriali.
Troppi
confini da sorvegliare, troppi nemici da tenere a bada, quindi una macchina
militare sempre più grande e costosa che alla fine con la sua stessa esistenza
schiaccia la macchina economica che la sostiene.
Alla
conclusione del suo libro, “Kennedy” volgeva lo sguardo al futuro dell’America:
«Gli
Stati Uniti corrono ora il rischio, tanto familiare agli storici dell’ascesa e
della caduta delle grandi potenze del passato, di quella che si potrebbe
approssimativamente chiamare “eccessiva estensione imperiale”:
vale a dire che i governanti di Washington
devono affrontare lo spiacevole e assodato fatto che il numero degli interessi
e impegni degli Stati Uniti va oggi ben oltre le effettive possibilità che il
paese ha di proteggerli e mantenerli».
In
poche parole, l’inevitabile declino americano era “scontato”:
gli Stati Uniti avevano imboccato la parte discendente
della loro parabola, come tutte le altre grandi potenze del passato.
In realtà, gli Stati uniti nascono
“costitutivamente” isolazionisti e, soprattutto, avevano in gran odio la
guerra:
i Padri pellegrini venivano dalle persecuzioni
e dalle guerre di religione e di stati che avevano dilaniato l’Europa, e che
ciclicamente continuavano a dilaniarla.
“Washington” e “Jefferson” furono i maggiori esponenti
di una dottrina isolazionista.
Quando
“Jefferson” fece il suo discorso di inaugurazione nel 1801 auspicò «pace, commercio, e amicizia sincera
con tutte le nazioni, alleanze intricate con nessuna».
Agli Stati uniti d’America interessava concentrarsi
sugli Stati uniti d’America.
È con
la “dottrina Monroe”, 1823, che le cose cambiano: gli Stati uniti (che tali in realtà
ancora non erano) non avrebbero tollerato per l’avvenire alcun tentativo delle
potenze europee di fondare colonie nel continente americano;
che
eventuali ingerenze dei governi europei negli affari interni delle nazioni
americane sarebbero state considerate dagli USA come una minaccia alla loro
sicurezza e alla pace;
che a
sua volta Washington si sarebbe astenuta dall’intervenire nelle questioni
politiche e nei conflitti europei.
La
dottrina aveva un sapore anti- colonialista (c’erano ancora “territori” sotto
le corone europee nell’America del nord).
Ma –
dopo l’annessione del Texas nella guerra contro la Spagna, 1846- 48 – si
trasformò presto, con “Theodore Roosevelt”, nel praticare una propria forma di
egemonia nel continente americano, fondamento dell'idea di protettorato
sull'area centroamericana e caraibica.
Con
l’intervento nella “Prima guerra mondiale”, gli Stati uniti rompono
l’isolamento “americano” – erano ormai diventati una potenza economica e i loro
interessi in prestiti a Francia e Gran Bretagna erano rilevanti e andavano
“garantiti”.
Eppure,
è proprio con il presidente “Wilson” che prende forma l’idea di una” Società
delle nazioni” che garantisca la pace nel mondo – soprattutto dopo la
contemporanea fine dei tre imperi, russo, austriaco e ottomano.
Solo
che il” Congresso americano” bocciò la “Società delle nazioni” voluta dal suo
presidente.
Con la
partecipazione alla Seconda guerra mondiale, le cose cambiano radicalmente.
L’economia registrò una crescita senza
precedenti, aggiungendo più di 17 milioni posti di lavoro e aumentando la
produzione industriale di oltre il 90 percento:
si
raggiungeva il livello di prosperità a cui Roosevelt aveva ambito con il New
Deal.
Dalla produzione delle automobili alle navi di guerra:
tutto ciò rese l’America non solo una potenza bellica formidabile, ma anche la
prima economia al mondo. Decisero di non tornare all’isolazionismo:
il paese era pronto ad assumere il ruolo di
leader economico e politico. Iniziava, a ritroso e in avanti, il secolo
americano.
Il
Piano Marshall – una
montagna di denaro, di aiuti, di tecnologie e know- how perché l’Europa si
riprendesse dalle devastazioni della guerra – ne fu parte integrante.
Questa
decisione fu dettata anche dalla temuta crescente influenza sovietica.
La guerra al comunismo divenne un’ossessione,
gli Stati uniti diventarono il poliziotto del mondo.
E spesso erano il poliziotto cattivo.
Quando
è iniziato il declino?
E
d’altronde, quand’è che l’impero romano ha cominciato ad andare a rotoli?
Fu nel 410 quando Alarico saccheggiò Roma, o nel 451
dopo l’effimera vittoria ai Campi catalauni quando le truppe del generale
romano Ezio, reclutate soprattutto tra i popoli Germani e affiancate dagli
alleati Visigoti di “Teodorico I”, prevalsero sugli “Unni di Attila”?
Stessa domanda per l’impero britannico:
sparì
con l’indipendenza dell’India e del Pakistan nel 1947, “la perla dell’Impero”,
o nel 1968 con la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi a est del Canale
di Suez?
Proveremo
a scoprirlo.
Le ragioni
del trionfo della strategia
USA in
Europa e nel mondo.
Periscopioonline.it
– (4 gennaio 2023) – Claudio Pisapia – ci dice:
Chi
aveva pronosticato un imminente crollo dell’impero americano dopo la ritirata
dall’Afghanistan è stato presto smentito.
A due
anni da quegli accordi, la guerra in Ucraina e i fatti di Taiwan evidenziano
tutta la vitalità e il vigore della strategia degli Stati Uniti.
A ben
vedere gli” accordi di Doha” stessi, che sancirono la fine di venti anni di
ostilità, furono una prova di forza.
Tutti
i cosiddetti alleati furono esclusi dall’incontro e dalle decisioni, senza che
nessuno di essi se ne lamentasse.
In
“Qatar” furono invitati solo “i talebani”, quelli che Europa e Nato si erano
impegnati a combattere con ingenti perdite in termini di vite umane e di
denaro.
L’ingloriosa pace fu tale, cioè ingloriosa, solo per
la popolazione civile afghana, in particolare ne soffriranno i diritti delle
donne, e per l’orgoglio occidentale, compensato con l’auto-elogio della
“perfetta” evacuazione.
In
pratica noi europei riuscimmo a scappare con classe e tempestività appena fu
dato l’ordine, lasciando sul terreno, oltre a un po’ di dignità, anche un bel
po’ di armi e attrezzature per le future avventure talebane.
Gli
americani avevano deciso avventurosamente di invadere, inspiegabilmente di
rimanere per vent’anni e improvvisamente di rientrare, seguiti a ruota dagli
eserciti europei e dagli altri paesi della coalizione.
Beninteso
nessuna obiezione, tutto rientra nell’ottica di come gira il mondo dal secondo
dopoguerra, ma ciò che è interessante sono i dibattiti infiniti con tema “il
nulla cosmico”, che ignorano puntualmente gli inizi e le inconfessabili cause
per dedicarsi al colore delle tende delle finestre, un po’ come succede con la
nuova guerra europea in Ucraina.
Ma sarebbero permessi seri dibattiti che
mettessero a nudo cause e pretesti?
“Nuova
guerra europea” perché è la prima dalla fine dell’ultima grande guerra solo se
cancelliamo dalla storia le vicende degli anni ’90 dei Balcani, dove la Nato
intervenne in prima persona, bombardando e colpendo obiettivi militari e
civili, persino l’Ambasciata cinese.
Prima
esperienza della “Nato” fuori dai confini dell’”articolo 5 del Trattato
Atlantico”, inizio dell’era dell’interventismo globale a fianco della bandiera
a stelle e strisce.
Ma il
successo americano in questa ultima guerra è rappresentato prima di tutto dalla
risposta europea.
L’Europa appena tornata dall’Afghanistan con
la coda tra le gambe, ignorata e bastonata da amici e nemici, che si è stretta
intorno alle ragioni americane oltre ogni legittima aspettativa, più realista
del re.
Assicurando
fedeltà alla strategia globale a stelle e strisce.
Trasformando
l’Ucraina in “una grande democrazia europea”, cosa che almeno fino al febbraio
2022 nessuno avrebbe nemmeno provato a immaginare.
Poi
tutto è cambiato, perché nulla cambiasse (artisti di casa nostra).
Gli
Stati Uniti hanno due nemici.
Uno
potenziale, la Russia, e l’altro reale, la Cina.
Con
l’operazione Ucraina sono riusciti, senza rimetterci un solo uomo, a rendere
inoffensivo uno di questi.
Tra
l’altro con il fortunoso aiuto di qualche calcolo sbagliato dello stesso Putin,
che ha permesso di svelare al mondo qualche considerevole pecca in
quell’esercito considerato secondo solo a quello americano.
Almeno fino all’invasione.
La
Russia si sta affossando dietro uno sforzo bellico e un isolamento
internazionale da cui difficilmente si riprenderà e se mai ci riuscisse si
ritroverà alle porte una “Nato rinforzata”, nuove basi militari a ridosso dei
suoi confini e pochi dei vecchi legami/dipendenze tra le materie prime russe e
l’economia europea e occidentale.
Persino il “Nord Stream 2”, come aveva
preannunciato il “Presidente Biden”, è stato distrutto, nonostante fosse un
investimento anche tedesco.
Legame tubolare senza intermediari Est-Ovest (Russia –
Germania) attraverso il Mar Baltico che gli Usa non avevano mai visto con
favore.
Quindi
in Europa la strategia funziona, tutti intorno al Paese guida che da oltre
settant’anni ci preserva e protegge facendoci vivere di economia e Pil in
crescita.
Alla
Cina ci ha pensato “Nancy Pelosi” l’ultimo agosto, con visita a sorpresa a
Taiwan, a ricordare che anche da quelle parti c’è una sola grande potenza.
Xi
Jinping ha protestato con veemenza, comandato esercitazioni militari in grande
stile, ha mostrato i muscoli, ma tant’è.
Taiwan
non si tocca, l’accesso ai mari per la Cina rimane condizionato e anche lì si
sono rafforzati i legami tra i sodali, Giappone in primis, che come la Germania
promette di riarmarsi, ma intanto si stringe agli antichi protettori e promette
fedeltà mentre il Pil continua a crescere. Gli Usa vincono ancora.
Gli
Stati Uniti vincono su tutta la linea, solo qualche pazzia atomica potrebbe
scalfirne la leadership e tutti speriamo di non vederla mai, anche perché
probabilmente sarebbe l’ultima cosa che vedremmo.
Vincono
lasciandoci un po’ al freddo, ma vuoi mettere quello che stanno soffrendo altri
sotto le bombe?
E in fondo si tratta di sacrificare qualche
pensionato al minimo o qualche precario, gli altri stringono la cinghia e vanno
avanti.
Meglio
questo che cadere nel girone dei barbari, di quelli oltre frontiera.
Chi
vorrebbe mai morire cinese o sotto qualche terribile tirannia dopo essere
cresciuto nel mondo del possibile per tutti, insieme a John Wayne e Tom Cruise?
E
questo forse lo pensava anche Putin che fino agli inizi del nuovo millennio
cercò di avvicinarsi all’Occidente.
Ma gli
abbiamo detto di no.
Il problema non è che avesse qualcosa in meno
rispetto ai paesi dell’Est che pur abbiamo accettato sia nella Nato che nella
Ue, anzi.
Il problema era quel qualcosa in più.
Materie
prime in abbondanza che se unite alle capacità industriali e tecnologiche
europee potevano rappresentare un problema strategico per gli Usa.
Agli
Usa serve che ognuno resti nel proprio recinto, in perpetua contrapposizione
tra di loro in maniera che nessuno si rafforzi tanto da diventare un problema.
Per il
resto, rimangono a guardare.
Le migliori guerre sono quelle combattute per
te dagli altri.
Vietnam
e Afghanistan docet.
Ci
sono due modi attraverso i quali le potenze creano legami indissolubili con i
paesi satelliti.
Lo facevano anche i grandi imperi del passato,
i romani in particolare.
Il primo attiene alla forza, è necessario essere il
paese con una potenza militare superiore a tutti gli altri.
Per questo gli americani spendono cifre enormi
in armamenti, nel 2021 ben 801 miliardi di dollari.
Contano
su 11 portaerei che assicurano il dominio dei mari laddove i paesi che
inseguono ne hanno mediamente una.
Per
fare un confronto, il secondo paese che ha speso di più in armamenti nello
stesso anno è la Cina con 293 miliardi, segue l’India con 76 e il Regno Unito
con 68 miliardi di dollari, primo dei paesi europei.
Il
secondo punto attiene alla dipendenza economica.
Tutto
il mondo, con rare eccezioni, dipende economicamente dagli Stati Uniti che
provvedono a fornire benessere, dando protezione in modo che i paesi amici
possano occuparsi molto di economia e poco di politica estera.
La moneta
globale che misura le transazioni è il dollaro, e tutti lo vogliono.
Le transazioni avvengono attraverso circuiti
di pagamento americani e di questo se n’è accorta la Russia che con l’embargo
non ha potuto più ricevere o fare pagamenti risultando fuori da tutti i
circuiti.
Si è
vista persino congelare le sue riserve all’estero, con conseguenze per il
commercio internazionale ancora inesplorate e che per ora si preferisce
ignorare.
Come
si può ben apprezzare da questo grafico gli Stati Uniti hanno quello che noi
chiameremmo “un enorme buco di bilancio” estero, oltre 800 miliardi di dollari
di deficit delle partite correnti cumulato nel 2021, ovvero nel commercio con
l’estero (differenza tra import ed export).
In pratica comprano tutto ciò che il mondo vende, lo
fanno creando quei dollari che sono sostenuti e resi credibili non dall’oro ma
dagli investimenti in armamenti di cui sopra.
Comprano
merci distribuendo dipendenza.
L’America offre sicurezza, stabilità e crescita
economica comprando, con soldi che in realtà non ha ma che funzionano comunque,
ogni sorta di beni a paesi che vuole tenere legati a sé.
Nell’ordine
da destra Cina, Giappone, Corea fino all’Italia e oltre.
Eh
già, anche la Cina ha crediti, quindi dipendenza, dagli Usa.
Lascia
insomma l’economia agli altri (controllandola) e si cimenta in quello che conta
veramente per rimanere il numero uno, la forza militare, il controllo,
l’esercizio del potere.
La strategia.
Gli
Stati Uniti sono ancora, e lo rimarranno per molto tempo, la potenza egemone
del mondo.
Nessuno
ad oggi ha abbastanza voglia (l’Europa unita, che non esiste) o potenza
sufficiente (Cina e tantomeno la Russia) per toglierle il primato.
Il
Crollo dell’Impero Usa.
Come e
Perché.
Vincenzo
Fedele.
Marcotosatti.com
– Vincenzo Fedele - Pubblicato da Marco Tosatti – (10 Gennaio 2024) – ci dice:
Cari
amici e nemici di Stilum Curiae (Papi e dintorni),
Vincenzo
fedele, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione le sue
riflessioni sulla situazione geopolitica.
Buona
lettura e condivisione.
Marco
Tosatti.
IL
CROLLO DELL’IMPERO USA.
Pur se
molti ancora non lo percepiscono, stiamo assistendo al crollo dell’impero USA.
Per
meglio capire la situazione odierna occorre vedere come ci si è arrivati.
La prima guerra mondiale pose le basi della
travolgente ascesa degli Stati Uniti consacrata poi dalla seconda guerra
mondiale.
Poi
venne la guerra fredda.
Il
mondo diviso in due blocchi contrapposti: USA e URSS.
L’implosione
improvvisa dell’impero sovietico, simbolicamente rappresentata dal crollo del
muro di Berlino nel 1989, pone fine al dualismo obbligatorio.
Il
mondo si scopre all’improvviso unipolare.
Dominio
assoluto USA.
Potenza
militare, tecnologica, finanziaria, economica, industriale.
Il
dollaro come moneta unica mondiale di scambio garantito dagli accordi di
Bretton Wood.
Quando
Nixon dichiara (inizio anni 70) la fine del rapporto di conversione aurea del
dollaro, si creano i petrodollari che da quel momento muoveranno l’economia.
Il
mondo unipolare viene globalizzato.
Cioè il mondo deve allinearsi agli usi e costumi
americani.
La favola del villaggio globale sul modello USA viene alimentata dai nuovi potenti
mezzi TV, dalle connessioni satellitari, dalla potenza di Hollywood e dei media
informativi ed informatici che dominano lo scenario mondiale condizionandone
sviluppo, vita e modo di vivere.
Il
liquidatore dell’URSS, Gorbaciov, viene osannato, portato sugli altari per
meglio cantare le lodi USA e sostituito con Eltsin il cui unico pregio era
l’amore per le bottiglie di vodka.
L’URSS
sparisce, i suoi satelliti vengono catturati e riassegnati nel nuovo scacchiere
mondiale mentre la stessa Russia viene smembrata e depredata dei propri beni e
della propria identità.
La tanto osannata libertà e democrazia, insieme a
glasnost e perestroika vengono declinate in decentramento ed anarchia in tutta
la Federazione russa.
Ogni
governatore regionale si trasforma in un piccolo despota onnipotente.
In
tutta la Russia si vive per bande nel caos assoluto dove imperversano gli
avvoltoi di Wall Street con i loro trilioni di dollari a comperarne le spoglie
per un tozzo di pane.
(La fine attuale prevista della nostra Italia?
N.D.R)
L’ascesa
di Putin in Russia, però, stravolge i piani del nuovo, unico, direttore
d’orchestra e governatore mondiale.
La strada corretta sarebbe stata quella
prospettata da un certo Berlusconi che aveva sognato ed attuato il capolavoro di
Pratica di Mare:
La Russia che entra nella NATO e che è
accettata nel consesso mondiale per uno sviluppo armonico e condiviso che
avrebbe portato 6 miliardi di persone(allora) ad uno sviluppo ordinato e
garantito dal vincitore incontrastato.
Appena
rientrato negli USA, i falchi fanno cambiare idea a Bush padre.
Una
nazione sola al comando è l’imperativo da perpetuare in eterno.
Si
rompe il giocattolo virtuoso ed inizia il percorso dell’unico polo e della
globalizzazione ad immagine e somiglianza del capo unico.
La Cina, emarginata ed appena uscita
dall’epoca agricola, diviene la manifattura a basso costo del mondo. La Russia inizia a riprendersi
dallo sfacelo eltsiniano.
Nasce
il primo accordo tra Brasile, India, Cina, Russia e Sudafrica, chiamati BRICS
con intento derisorio.
Una
nullità in confronto al G7. Viene anche varato il G20, per comunicare e rendere
esecutivo nel mondo quanto il G7, cioè gli USA, decideva di volta in volta.
La
Cina, intanto, faceva pazientemente tesoro di ogni nuova tecnologia che veniva
trasferita al dragone per produrre merce a basso costo per il mercato
occidentale.
Non
solo le fotocopiatrici funzionavano a pieno regime per duplicare progetti e
tecnologie, anche la formazione dei giovani subisce una vigorosa accelerazione
per formare una nuova generazione e competere al massimo livello culturale e
tecnologico.
Gli
studenti cinesi vengono inviati nelle migliori università americane ed europee,
vengono finanziati centri tecnologici cinesi in ogni paese occidentale.
Il “centro
di ricerca Huawei “vicino Milano impiegava centinaia di ingegneri elettronici,
così in ogni altra capitale europea.
Dal brutale furto legalizzato di tecnologia importata
si passa ai brevetti avanzati made in Pechino.
In
parallelo la Cina inizia a guardare all’Africa, dove entra in punta di piedi
per non impensierire USA, Francia e Inghilterra che, da ex dominatori coloniali
continuano lo sfruttamento indiscriminato dietro paraventi di governi
fantoccio, corrotti e telecomandati.
L’esperienza attuata in Cina, con una società agricola
e rurale portata in pochi anni sulla via dell’industrializzazione, viene
esportata con successo nell’arretrato e tribale mondo africano.
Investimenti mirati, finanziamenti diretti e
realizzazione di infrastrutture consentono una penetrazione capillare e di
basso profilo di Pechino in tutto il continente africano.
La
Russia segue una strada diversa da quella cinese.
Non
sviluppa una propria industria manifatturiera a meno di quella orientata al
mondo militare.
Cerca
di valorizzare le proprie materie prime, minerarie ed energetiche, gas e
petrolio.
Sviluppa
l’agricoltura per la propria autonomia e per l’esportazione.
Riprende
i contatti della vecchia URSS, ma a condizioni paritarie accantonando gli
intenti dominatori dei sovietici che, invece, vengono perpetuati dagli USA e
dal mondo occidentale con Francia ed Inghilterra in testa.
I
vecchi contatti della Russia, modernizzati ed attualizzati da Putin, ed i nuovi
contatti e progetti cinesi iniziano a smuovere tutta l’Africa che, pur nella
corruzione di governi asserviti, vede la possibilità di affrancamento oltre il
vassallaggio ed ai finti aiuti pelosi del” Fondo Monetario Internazionale”
indirizzati dove vuole il nocchiero americano ed alle sue condizioni.
L’India
è ancora più indietro, ma la sua formidabile propensione per le scienze
matematiche e la lungimiranza dei leader che si succedono al governo, fanno
imboccare anche a Nuova Delhi la strada dello sviluppo autonomo, della
valorizzazione delle proprie risorse e del proprio capitale umano.
Con la
complicità degli errori della politica cinese del figlio unico, diviene la
nazione più popolosa del mondo.
Il
vaso di Pandora è scoperchiato, ma gli USA e l’Europa neanche se ne accorgono.
Sottovalutano gli effetti devastanti della
nuova situazione e non sanno gestirla, continuando a delegare la produzione di
beni e tecnologie a quelli che ritengono ancora paesi emergenti da guardare
dalla torre inaccessibile del primato tecnologico.
Anche
le multinazionali ed i colossi finanziari continuano a lucrare sulle rendite
monopolistiche senza rendersi conto che si stanno demolendo le fondamenta di
costruzioni ritenute inattaccabili.
Istituzioni
come “Blackrock” muovono trilioni di dollari con disinvoltura condizionando
governi alleati, facendo cadere governi dubbiosi o eliminando fisicamente
leader indesiderati.
Non
bisogna pensare solo a quelli più eclatanti, come Gheddafi e Saddam, ma anche a
tutti i piccoli despoti africani assassinati sino ad arrivare, parlando di casa
nostra, allo stesso Berlusconi, sepolto sotto i sorrisini della Merkel e di Sarkosì, prima che la scure del potere si abbatta anche su di loro
intercettati e condizionati da oltre oceano a loro insaputa.
L’allargamento
ad est della NATO, strategicamente inutile a livello militare dopo il
disfacimento del patto di Varsavia, doveva completarsi con il colpo di stato in
Ucraina del 2014.
I
maneggi dei vari “Soros”, “Nuland” e compagnia raggiungono gli obiettivi
immediati, ed il governo ucraino democraticamente eletto viene sostituito con
uno in cui i ministri sono designati dall’ambasciata USA a Kiev.
Da lì,
però, inizia l’evidenza (cominciata molto prima) della lenta decadenza dei
sogni imperiali delle élite del comando e del pensiero unico.
Putin
si riprende la Crimea che, in un contesto molto diverso, Kruscev aveva
assegnato amministrativamente all’Ucraina, pur non avendone mai fatto parte.
La
Cina procede nel proprio sviluppo trattando direttamente con i produttori
energetici e si allarga all’Arabia Saudita ed a tutto il mondo arabo.
I rapporti tra i BRICS si allargano e si
intensificano unendo la diplomazia ai sostegni militari ed agli aiuti
finanziari, progettuali, economici e tecnologici ai paesi detti del terzo
mondo, principalmente quelli africani che hanno quantità enormi di materie
prime del loro sottosuolo.
Il
COVID sembra interrompere questo percorso.
Gli
USA, che stavano per entrare in recessione, riprendono a stampare dollari a
spron battuto inondando il mondo di carta straccia al valore facciale stampato
sopra, con la scusa dell’inevitabile sostegno all’economia sacrificata e messa
in difficoltà dalla pandemia che in modo inatteso (inatteso ?) ha invaso il
mondo.
La
Cina ha il timore che, pur se il virus è stato ingegnerizzato nei suoi
laboratori, la pandemia colpisca la sua popolazione e la indebolisca
militarmente, non essendo ancora tecnologicamente alla pari con il mondo
occidentale, decimando la propria popolazione e, quindi, il proprio esercito
che, non potendo competere con l’avanguardia dei mezzi tecnici, può incutere
timore solo con la superiorità numerica minacciata dalla nuova peste
planetaria.
La
politica della tolleranza zero, con segregazioni forzate di intere regioni, con
centinaia di milioni di cinesi costretti a casa, con aziende, porti ed
aeroporti chiusi, ferma il dragone e lo costringe a riprogrammare il proprio
sviluppo.
I contatti diplomatici, militari e di
cooperazione in generale, però non si fermano, anzi si intensificano.
Il
mondo BRICS si apre ad accordi di cooperazione esterna con altre nazioni che
vogliono affrancarsi dal tallone del potere unico.
Putin,
intanto, si rende conto che l’accerchiamento NATO sta per completarsi.
Gli
accordi di Minsk e poi di Minsk 2, sottoscritti anche dalle nazioni
occidentali, servivano solo a far guadagnare tempo per armare adeguatamente
l’Ucraina e metterla in condizione di combattere una potenziale guerra con la
Federazione Russa.
Rompe
gli indugi ed ordina la sua “operazione speciale” per “liberare” le regioni
russofone che dal 2014 sono sotto il tiro delle artiglierie di Kiev nel
silenzio di tutto l’occidente.
Partono
le sanzioni contro la Russia, dopo quelle già operative dal 2014, cioè
dall’annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Oltre al blocco dei commerci con Mosca, vengono
requisiti anche i fondi russi nelle banche occidentali, sia quelli pubblici che
quelli privati.
Viene
bloccata la possibilità di transazioni nel circuito “SWIFT,” cioè nel circuito
finanziario mondiale, blocco già subìto dal Vaticano subito prima delle
dimissioni storiche di Benedetto XVI e subito ripristinate appena il Papa aveva
comunicato al mondo la propria rinuncia al papato.
Arriviamo
al 2023, con l’evidenza del cambio di spartito e suonatori, ma con un processo
ed una rincorsa che inizia da lontano.
Forse
è la nemesi storica che ogni secolo richiede un diverso conduttore. Gli USA
hanno guidato il XX secolo ereditandolo dagli inglesi che a loro volta lo
avevano strappato ai francesi nel secolo precedente.
La
“disciplina” imposta dal mondo bipolare scaturito dal 1945 è stata molto mal
interpretata dalle élite statunitensi tanto che, quando la costrizione doveva
essere eliminata, per rinuncia dell’antagonista sovietico, e trasformata in
amicizia collaborativa, pure se fortemente “consigliata” dai primati tecnici ed
economici USA, è invece continuata in modo subdolo ed impositivo.
La
stessa autopercezione USA di gendarme del mondo anche contro il desiderio di
autonomia di chi “doveva” essere protetto ha contribuito a questa corsa verso
il baratro ed alla ricerca, da parte dei governati controvoglia a ricercare
alternative e, in assenza, inventarle.
L’attacco
alle torri gemelle segna un altro spartiacque nel perpetuare questa fallace
utopia che ha portato Washington a reazioni compulsive iniziate con le bugie
sull’Iraq, tacitate con la complicità dei media mondiali e proseguite con le
vittorie iniziali in Iraq e poi via via con debacle sempre più evidenti.
Dallo
stop in Siria alla creazione dell’ISIS ed al boomerang conseguente e giù sino a
dover permettere alla Turchia di giocare su più tavoli anche avversi ed alla
conclusione con la fuga ignominiosa dall’Afganistan.
Un
Paese che esporta democrazia targata stelle e strisce ed occulta potenziali
brogli nelle elezioni interne.
Che
cerca di emarginare un candidato alla Casa Bianca, quasi certamente vincente,
combattendolo con accuse speciose nelle aule giudiziarie per evitare il
verdetto delle urne.
Il delirio
di onnipotenza si concretizza infine nell’attuale crisi ucraina prima con una
ricerca spasmodica di un governo amico anche contro gli alleati europei.”
Rimarrà nella storia il “si fotta l’Europa” di
“Victoria Nuland”.
Poi
con la farsa degli accordi di Minsk e Minsk 2 per avere il tempo di rifornire
di armi l’Ucraina.
Infine
con il diniego al governo ucraino di firmare gli accordi di pace nel marzo 2022
certi del collasso russo e della presunta superiorità tecnologica occidentale.
Il
resto del mondo vede la crisi ucraina come l’ennesima prevaricazione
occidentale, Usa ed Europa, per imporre le proprie scelte al resto del mondo
anche se l’Europa è, in realtà, succube dei diktat USA.
Lo
stesso attacco di “Hamas” e la tragica ed eccessiva risposta israeliana sono
emblematici sia degli errori USA in Medio Oriente, sia della perdita di
leadership americana.
Mai
nel mondo sono stati accettati genocidi come quelli che si stanno perpetrando a
Gaza davanti alla platea mondiale.
Nel breve sembra che tutto taccia e tutto si
accetti nell’illusione di distruggere così “Hamas”.
Ma tutte le migliaia di morti innocenti saranno
ricordate negli anni e nei secoli avvenire a imperitura vergogna del popolo
ebreo che sarà sempre confuso con i sionisti di Netanyahu coperto dalla follia
di Biden.
La
crisi di un impero si vede anche dal livello di influenza che i presunti
vassalli, o pretoriani, hanno sull’imperatore.
Israele
è certo che soprattutto negli anni di elezioni, anche quelli di metà mandato,
può fare quello che vuole visto che l’influenza della lobby ebraica condiziona
pesantemente il Presidente USA.
Questo
non da oggi, bensì da sempre.
J. F.
Kennedy aveva messo con le spalle al muro “Ben Gurion” che cercava di occultare
agli Stati Uniti gli esperimenti per avere la bomba atomica mascherati da
centrali elettriche civili.
Aveva imposto visite semestrali a garanzia di
cosa si stesse realmente svolgendo nei siti riservati israeliani.
Stranamente Kennedy venne ucciso prima che le
visite iniziassero.
Con “Lindon
Johnson” non se ne fece più niente e nessuno più parlò dell’atomica israeliana.
La tattica di fare quello che si vuole negli
anni di elezioni è stata ampiamente praticata da molti altri, compresi “Begin”
ed “Ariel Sharon”.
Netanyahu ha imparato molto bene da loro e già
all’epoca di Clinton si vantava apertamente di prendere in giro il Presidente
USA fingendo di attuare gli accordi di Oslo mentre in realtà li affossava.
Oggi
si ripete, con esiti tragici, il medesimo copione.
Si sorvola sui genocidi nel silenzio ottuso e
complice dell’imperatore alla fine del suo mandato e, forse, dell’impero che
rappresenta.
Leggevo
un impressionante studio dell’”Università di Cambridge” su come sono valutate
Russia e Cina nel mondo.
Per il
mondo occidentale, cioè poco più di 1 miliardo di persone, La Cina è vista
negativamente dal 75 %, della popolazione.
Percentuale
che sale addirittura all’87 % nei confronti della Russia.
Valutazione
esattamente opposta per i quasi 7 miliardi del resto del mondo che valuta
positivamente l’operato cinese al 70 % e per il 66 % apprezza il comportamento
di Mosca.
Una
totale sfiducia nelle democrazie occidentali che adattano le regole ai propri
interessi e che ha anche perso i propri valori di riferimento su cui si è
fondata, nel bene e nel male, la rinascita dopo la tragedia della seconda
guerra mondiale.
Il
mondo non è più unipolare.
Forse
non è ancora multipolare, quindi entriamo in un periodo di disordine planetario
da governare con una nuova saggezza che al momento non si vede all’orizzonte.
Da
questo caos competitivo penso che non uscirà vittorioso un singolo Stato, tanto
meno la Cina.
Penso ad una futura governante diffusa
incentrata sul modello BRICS, con baricentro ad est, con importanza sempre
maggiore del Pacifico a scapito dell’Atlantico.
Paesi
collegati tra loro ma singolarmente sovrani, che dovranno cercare di produrre
regole vere e durature, che siano competitivi e sensibili ai propri interessi
nazionali in un quadro generale realmente multipolare.
La
competizione, anche forte e realista, sarà il nuovo motore di sviluppo in sostituzione di un anacronistico
potere basato solo sulla potenza economica pregressa che permette di spostare trilioni di
valuta verdastra per affossare o esaltare regimi utili o da emarginare in base
alle convenienze del momento o del tiranno occulto di turno.
L’Europa,
in primis, dovrà cambiare totalmente la propria idea di governance di sviluppo
e di convivenza.
Dal
caos si uscirà, ma come ne usciremo dipende da noi.
Purtroppo
non solo da noi, ma certamente anche da noi.
(Vincenzo
Fedele)
La
strategia dell’impero
Americano.
Lanuovabq.it
- Rino Cammilleri -Libro di Daniel Gander – (15-1-2021) – ci dice:
Lo
storico svizzero Daniele Gander ha appena pubblicato un libro per “Fazi”, “Breve
storia dell’impero americano”.
Una
potenza senza scrupoli, in cui sostiene che chi comanda davvero negli Usa è
un’oligarchia economica” superiorem non recognoscens”.
Un
libro utile e interessante, con qualche riserva...
Dal 1945 «nessun’altra nazione ha bombardato
così tanti stati stranieri e rovesciato così tanti governi quanto gli Usa.
Nessun’altra nazione ha più avamposti militari, esporta più armi e possiede una
quantità maggiore di armamenti».
E
questo si sapeva, visto che dell’impero americano facciamo parte.
Però
il libro parte dall’inizio, da quel 1776 del “Boston Tea Party,” quando i
coloni americani buttarono in mare le casse del tè inglese su cui non volevano
pagare le tasse.
Notare
che si erano travestiti da indiani, per scaricare la colpa su questi ultimi e
ben sapendo che gli inglesi li avrebbero massacrati senza neppure disturbarsi a
indagare.
Gli
inglesi, almeno, le due guerre contro la Cina per costringere quest’ultima ad
acquistare il loro oppio nepalese le avevano scatenate senza infingimenti.
E l’accorata lettera dell’imperatore cinese
alla regina Vittoria, in cui chiedeva se lei avrebbe sopportato una cosa simile
in casa sua, restò senza risposta.
Il
libro di Gander, tuttavia, ha un limite ai miei occhi: l
a
sperticata professione di pacifismo senza se senza ma dell’autore, accompagnata
da una lode alla “mindfulness”, qualunque cosa sia, come soluzione di tutti i
mali.
Certe
analisi storiche, poi sono affrettate e di parte, come quella riguardante il
complotto della Cia per far vincere la Dc in Italia nelle elezioni del 1948.
La Dc
non era una creatura americana, né c’era bisogno di diffamare i comunisti
italiani perché chi fossero lo sapevano tutti.
Ecco,
se il lettore terrà conto di queste riserve, senza dubbio potrà apprezzare il
vademecum storico che descrive come è sorto l’impero americano, con quali
metodi si è condotto e ancora si conduce a pro, tra l’altro, non del popolo
americano ma di quell’oligarchia di cui si è detto e che nel denaro ha il suo
solo e unico dio.
Il
problema adesso è la Cina? Anche.
Ma il
problema eterno, per l’impero, è sempre e solo un altro, problema superiore a
quello cinese:
«impedire
la creazione di uno spazio economico eurasiatico».
In
soldoni, «fondamentale per gli Usa è che Germania e Russia non collaborino, ma
si scontrino tra loro».
Il
rischio fu forte col crollo dell’Urss.
«Il segretario di stato americano, “James Baker”, il 9
febbraio 1990 promise al cospetto di Gorbačëv che la Nato non si sarebbe
espansa di un centimetro».
Il
presidente Clinton, democratico (l’oligarchia di cui sopra è rigorosamente
bipartisan), se ne impipò subito e oggi la Russia è letteralmente circondata,
con basi Nato (a conduzione sempre americana) fin sotto il naso della sua
capitale.
Non
tutte le ciambelle americane, però, riescono col buco, come dimostrano i
falliti tentativi col Nicaragua e il più recente caso della Siria.
Ma la
partita è sempre aperta.
Uno
per tutti, il Messico, la cui prossimità con gli Usa è diventata proverbiale:
«Povero
Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti!», recita un ormai
vecchio adagio.
Fin da
quel lontano 1843 quando, nazione cattolica, ebbe l’infelice idea di abolire la
schiavitù.
Già,
peccato che i coloni texani di schiavi ne avevano tanti.
Così, Remember the Alamo!,
e il
Messico perse metà (metà) del suo territorio, compresa quella California ai cui
porti pacifici gli Usa agognavano.
E poi, “Remember the Maine!”, “Remember the
Lusitania!”, “Remember Pearl Harbor! “Eccetera, per convincere un popolo restio a
indossare l’elmetto per andare a morire chissà dove.
Ah, se
cercate puntuali riscontri su Wikipedia, ecco cosa ne pensa Gander:
«Wikipedia
è attendibile nelle voci scientifiche o per i risultati delle partite di
calcio, ma non quando si ha a che fare con denaro, geopolitica e visioni del
mondo».
Buona
lettura (con le riserve che si è detto).
“Carl
Icahn” ha paragonato
l’inflazione
del 2022 alla
caduta
dell’Impero Romano.
fortuneita.com
- WILL DANIEL – (SETTEMBRE 24, 2023) – ci dice:
Lo
sapevate gli uomini pensano molto all’antica Roma?
C’è
una nuova tendenza virale di” Tik Tok” in cui le donne chiedono agli uomini
della loro vita quanto spesso pensano all’Impero Romano.
Le
risposte sono piuttosto sorprendenti, con alcuni che ammettono di pensare
all’influenza e all’ampiezza dell’antico stato più volte alla settimana, o
anche più volte al giorno.
La
tendenza è ora così popolare che l’”hashtag #RomanEmpire su TikTok “ha superato
1,2 miliardi di visualizzazioni.
E
guarda caso, i miliardari non sono immuni dal fascino del ripensare ai giorni
dei combattimenti tra gladiatori e delle corse dei carri.
Basti
pensare a “Mark Zuckerberg di Meta”, che ha ripetutamente espresso la sua
ammirazione per “Augusto”, uno dei più grandi dittatori del mondo antico, e
anche il primo imperatore di Roma dopo l’assassinio di Giulio Cesare.
“Non
so se penso troppo all’Impero Romano.
Mi
chiedo cosa ne pensino le mie figlie Maxima, August e Aurelia”, ha postato il
miliardario su “Threads” martedì, unendosi alla recente tendenza su “TikTok”.
Altri
miliardari sembrano pensare più alla caduta dell’Impero Romano che all’impero
stesso.
“Carl Icahn”, il miliardario fondatore
di” Icahn Enterprises” che è diventato famoso come l’archetipo dello “scalatore
di aziende” nel 1980, ha addirittura avvertito l’anno scorso che l’aumento
dell’inflazione degli Stati Uniti durante la pandemia assomigliava molto a
quello che si è verificato durante la caduta dell’Impero Romano.
“Il peggio deve ancora venire”, ha detto” Icahn” al
festival “MarketWatch at the Best New Ideas in Money” lo scorso settembre.
“L’inflazione è una cosa terribile. Non puoi farci nulla”.
“Ray
Dalio”, il fondatore del più grande fondo
speculativo del mondo, “Bridgewater Associates”, è un altro miliardario con una
diagnosi sinistramente simile.
“Dalio”,
che ha pubblicato un libro sull’ascesa e la caduta degli imperi nel 2021
intitolato ‘Principles for Dealing with The Changing World Order: Why Nations Succeed
and Fail’, ha
spiegato a giugno 2022 in un episodio del podcast “Rachman Review” del”
Financial Times “che l’aumento della liquidità deciso negli Stati Uniti dalla
“Federal Reserve” durante la pandemia presentava una similitudine con ciò che
si era visto durante la caduta dell’Impero romano.
“Storicamente,
quando i paesi non hanno abbastanza denaro, allora stampano denaro, fin dai
tempi dell’Impero Romano”, ha detto.
Come è
noto, l’Impero romano sperimentò l’iperinflazione dopo che una serie di
imperatori aveva abbassato la quantità di argento nella loro valuta, il
denario, nel tentativo di rafforzare i fondi statali.
Ebbe inizio dopo che il cosiddetto “Grande Incendio”
aveva distrutto metà della città di Roma nel 64 d.C., spingendo l’imperatore
Nerone a cercare un metodo veloce per ottenere il denaro necessario a
ricostruire la città.
La
svalutazione della moneta degli imperatori romani alla fine portò a un tasso di
inflazione del 15.000% tra il 200 e il 300 d.C., secondo le stime di alcuni
storici.
“Dalio”, che ha lasciato il controllo
di “Bridgewater” nel 2022 ma, a quanto riferito, ha avviato una battaglia per
riconquistare il suo ruolo nell’azienda, ha accennato all’idea che la decisione
del governo federale di finanziare programmi di spesa attraverso il debito
durante la pandemia potrebbe dare il via a una replica di quella drammatica
situazione.
“E’
una dinamica classica che ho visto per una vita, che vediamo sempre, ma è anche
alla base degli aumenti e dei cali delle valute”, ha detto al “Financial
Times”.
Anche
“Marc Andreessen”, l’imprenditore miliardario e programmatore che ha co-fondato
la “società di venture capital Andreessen Horowitz”, ha recentemente fatto
riferimento alla caduta dell’Impero Romano, paragonando la sua esperienza in
California alla vita tra le “rovine di una società una volta grande”.
In un
post pubblicato sui social lo scorso ottobre ha scritto “Come Roma forse nel
250 d.C., viviamo in mezzo a un’enorme fioritura di cultura e creatività, ma le
strade stanno diventando insicure e nessuno sa con certezza perché”.
Anche
se è difficile generalizzare sulle tendenze di lettura della storia di una
classe di miliardari, per non parlare dell’intero genere maschile, c’è un
precedente riguardo all’ossessione per il declino e la caduta dell’Impero
Romano tra i super-ricchi.
“Edward
Gibbon”, che alla fine fu eletto al “Parlamento del Regno Unito”, era nato in
una famiglia inglese di possidenti che aveva perso la maggior parte della sua
fortuna nella “South Sea Bubble” del 1720, ma che in seguito aveva
riconquistato.
“Gibbon”
è noto come una figura chiave dell’Illuminismo, in gran parte grazie alla sua
dettagliata opera storica in più volumi, appropriatamente intitolata “Storia del declino e della caduta
dell’Impero Romano”.
Il
libro, da allora, ha fatto parte di molte biblioteche personali, e potrebbe
anche essere in possesso di “Icahn”, “Dalio” ed altri.
La sua tesi non tocca l’iperinflazione e oggi è
considerata da molta problematica, poiché ha sostenuto che l’aver abbracciato il
cristianesimo abbia fatalmente indebolito la virtù civica dell’Impero, e perché le sue critiche alla
religione hanno portato in tempi più recenti ad accuse di antisemitismo.
(Vale tuttavia la pena evidenziare che
le tendenze anticattoliche di Gibbon erano un segno distintivo del pensiero
illuminista in generale).
L’ossessione
per caduta dell’Impero romano tra i super-ricchi può anche essere legata
all’ascesa dei competitor economici degli Stati Uniti dopo la seconda guerra
mondiale.
Dopo la fine della guerra, l’economia
statunitense rappresentava circa il 50% del PIL globale.
Ma nel
2022, dopo anni di sviluppo nei mercati emergenti e di risalita di altre
economie avanzate, la percentuale è scesa ad appena il 13,5%.
Il segnale, nella narrativa, del declino e
della caduta.
Nel
1992, la Harvard Business Review parlò per la prima volta di una nuova tendenza
che toccava questo punto, che definì “declinismo” americano, osservando che i
pronostici, le élite e persino molti membri del pubblico in generale avevano
iniziato a temere che qualcosa fosse “fondamentalmente sbagliato” negli Stati
Uniti in mezzo alla crescente concorrenza economica. Questi timori possono
essere giustificati, ma potrebbero anche essere semplicemente un riflesso della
mutata posizione degli Stati Uniti sulla scena mondiale, piuttosto che il
crollo di un “impero” economico.
Tuttavia
è curioso osservare come, nel corso della storia, il pensiero spesso torni agli
antichi romani, nella mente degli uomini di tutto il mondo, siano essi
miliardari o meno.
‘L’impero
americano è finito,
ma
l’America non lo accetta.’
Remocontro.it
– Redazione - rem - (24 Maggio 2023) –
ci dice:
Tutta
colpa del capitalismo afferma il massimo studioso di marxismo negli Stati
Uniti, “Richard D. Wolff”, professore emerito di Economia alla “University of
Massachusetts”, che ne parla con “Limes”.
«Capitalismo, sistema economico storicamente e
intrinsecamente espansionistico.
Molto
più dello schiavismo, del colonialismo o di altri sistemi economici precedenti
l’industrializzazione e l’avvento del capitalistico».
Grazie a “Fabrizio Maronta”, l’intervistatore:
«I
meccanismi di accumulazione e competizione del capitalismo implicano una spinta
espansionistica».
Una
nostra sintesi difficile e speriamo non troppo traditrice.
Globalizzazione
figlia del capitalismo.
Dalla
nascita della prima forma di capitalismo, nell’Inghilterra del XVII secolo,
quella dell’economia capitalistica è storia di crescita ed espansione costanti.
Prima nel resto delle Isole Britanniche, poi
nell’Europa continentale, poi in quelli che diverranno gli Stati Uniti
d’America, infine -specie per mezzo di questi ultimi nel XX secolo- nel mondo
intero.
Nel “Manifesto
del Partito comunista”, “Marx ed Engels” dicono chiaramente che gli imperativi
della produzione capitalistica «spingono la borghesia per tutto il globo terrestre.
Dappertutto essa si deve ficcare, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere
relazioni».
La
globalizzazione non è un semplice sottoprodotto del capitalismo, è il
capitalismo in azione.
A
trarre in inganno è il fatto che, storicamente, a questa tendenza
espansionistica siano stati dati nomi diversi, come colonialismo e
imperialismo.
Il
capitalismo coloniale.
Nella
prima globalizzazione i capitalisti europei e statunitensi erano in condizione
di estrarre risorse nel Terzo Mondo da una posizione di superiorità economica,
finanziaria, politica e militare incontrastata.
Raramente
dovevano scendere a patti, limitandosi a mascherare la spoliazione con una
diplomazia di facciata, e spesso nemmeno quello.
Ora
invece il capitalismo occidentale, specie quello statunitense, deve fare
concessioni vere, sempre maggiori.
Una
situazione imprevista e sconcertante.
Perché le controparti sono sempre meno
economie sottosviluppate, ma a loro volta capitalistiche, con mezzi e metodi
sempre più simili al prototipo occidentale.
Asia e
Cina.
Quarant’anni
fa Washington ha stretto un patto con il “Partito comunista cinese”:
il
capitalismo americano ha ottenuto accesso a un enorme bacino di manodopera
economica e al più promettente mercato della Terra, ma in cambio ha dovuto condividere la
gestione delle imprese attraverso innumerevoli joint ventures oggi accusate
d’essere il mezzo di un colossale, metodico spionaggio industriale.
Con il
suo crescente peso di produttore e consumatore, la Cina sta modificando i
termini del rapporto tra Occidente e resto del mondo. Lo fa da decenni, ma
negli ultimi anni è diventato particolarmente evidente.
Non
solo all’America, ma anche ad altre economie emergenti come India, Brasile,
Turchia o i paesi del Sud-Est asiatico, che come Pechino accettano sempre meno
il rapporto ineguale con gli Stati Uniti e le altre principali potenze
capitalistiche.
Primato
capitalistico e geopolitico finito.
La
globalizzazione è stata un gigantesco affare per il capitalismo americano e per
gran parte delle economie europee.
Ma ha
un risvolto:
la modernizzazione della Cina e la sua trasformazione
in potenza economica, finanziaria, politica, militare e sempre più culturale.
Oltre
gli aspetti specifici, puntuali della battaglia senza quartiere ingaggiata da
Washington con la Cina sotto il profilo tecnologico e commerciale, si staglia
una realtà ineludibile:
l’impero
americano, inteso come primato capitalistico e geopolitico, è finito.
Ma
l’America non vuole accettarlo.
Il
capitalismo versione cinese.
A
differenza dell’Urss, la Cina non ha interesse a superare il capitalismo, ma a
padroneggiarlo per farne strumento di potenza al servizio dell’interesse
nazionale.
Senza
però alterare la propria natura politica e dunque il ruolo del Partito
comunista, circostanza che gli Stati Uniti hanno compreso appieno solo negli
ultimi anni.
Colti
alla sprovvista da questa tardiva epifania, ora reagiscono in modo muscolare e
autolesionistico.
Lotta
di potere ammantata di ideologie.
Ora, a
differenza della guerra fredda, a contrapporsi non sono più capitalismo ed
economie «socialiste», cioè capitalismo privato e capitalismo di Stato.
Il confronto è fra economie di mercato
espressione di sistemi politici e culturali diversi, rivali, ma integrati in
una rete di interdipendenze che rende la competizione per certi versi ancor più
difficile
Conflitto
di classe bandito, quello sociale esplode.
L’ideologia
neoliberista, che al primo vero ostacolo – la sfida cinese – è stata rimpiazzata da un
nazionalismo isterico intriso di protezionismo.
Siamo passati dalle delocalizzazioni forsennate che hanno
ucciso la classe media al «riportiamo il lavoro in America!» a suon di sussidi, pagati
ovviamente dal contribuente.
Cioè
dai lavoratori, che così scontano due volte il prezzo della globalizzazione.
Liberismo
e protezionismo.
La
storia del capitalismo è un alternarsi di fasi liberiste e protezionistiche,
normalmente associate alle esigenze della grande impresa.
Nella
fase competitiva prevale il libero commercio, in quella oligopolistica – frutto
del consolidarsi di pochi «grandi campioni» a scapito di tutti gli altri –
subentra il protezionismo, «complice l’influenza spropositata che il capitale è
in grado di esercitare sul processo democratico».
Negli
Stati Uniti, conflitto di classe latente.
La
disfunzionalità del capitalismo americano e le enormi sperequazioni che
produce, con un “establishment” in confusione totale, che risponde con “politiche
reazionarie”.
Sussidi
alle grandi corporations perché portino sul suolo americano la competizione al
ribasso con le economie asiatiche:
troppo tardi, perché c’è sempre qualcuno che
produrrà in modo più economico, dall’India al Messico.
L’inflazione
da ‘decoupling’, distanze dalla Cina.
Altra
mazzata alla classe media, destabilizzazione delle banche da salvare con i
soldi… dei lavoratori, ovviamente.
Il
problema è che dopo oltre mezzo secolo di demonizzazione della sinistra e delle
sue istanze sociali, la classe lavoratrice è troppo disarticolata e incosciente
di sé stessa per fare massa critica.
Il capitalismo americano ha vinto, ma ora la sua
nemesi asiatica ne minaccia gli interessi fondamentali.
La
storia non perdona.
Per
800 funzionari Usa-Ue: Israele
criminale
a Gaza con Biden complice.
Remocontro.it
– Redazione - rem – (3 Febbraio 2024) - ci dice:
Più di
800 funzionari in servizio negli Stati Uniti e in Europa hanno firmato una
dichiarazione ‘transatlantica’ in cui si sostiene che Israele non abbia
rispettato alcun limite nelle sue operazioni militari a Gaza, «che hanno provocato decine di
migliaia di morti civili prevenibili», e denunciano anche «il blocco deliberato degli aiuti
nell’enclave palestinese che ha messo migliaia di civili a rischio fame e morte
lenta».
Mentre
negli Stati Uniti esplode la possibilità giuridica di accusare il presidente
Biden di complicità in genocidio e altri guai ancora.
E in
Cisgiordania “Hamas” non scompare.
La
guerra morale che Israele ha già perso.
«Esiste
il rischio plausibile che le politiche dei nostri governi stiano contribuendo a
gravi violazioni del diritto internazionale, crimini di guerra e persino
pulizia etnica o genocidio»,
la sintesi più efficace della ‘Dichiarazione transatlantica‘ inviata alla “Bbc”,
e divulgata nel mondo.
Complici
di una catastrofe umana.
Secondo
i funzionari pubblici di Stati Uniti, Ue ed 11 Paesi europei tra cui Regno
Unito, Francia e Germania, le loro amministrazioni rischiano di essere complici
«di una
delle peggiori catastrofi umane di questo secolo», sottolineando che i loro consigli di
esperti sono stati messi da parte.
Per
l’emittente britannica, solo il più recente tra più segnali di dissenso
all’interno dei governi di alcuni dei principali alleati occidentali di
Israele.
Per
uno dei firmatari, esperto del governo Usa, «il continuo rigetto delle loro
preoccupazioni. Le voci di coloro che comprendono la regione e le sue dinamiche
non sono state ascoltate».
Da “Gaza”
a “Rafah” orrore in campo.
Giovedì
il ministro della Difesa israeliano “Yoav Gallant” ha annunciato che l’esercito
ora si dirigerà a “Rafah”, tra le ultime aree non ancora travolte pienamente
dall’offensiva di terra.
«Stiamo terminando le missioni a “Khan Yunis”,
poi raggiungeremo “Rafah” ed elimineremo gli elementi terroristici che ci
minacciano», ha detto Gallant.
«Se
davvero andrà così le conseguenze saranno catastrofiche», avverte “Michele
Giorgio” dal “Manifesto”.
La
fuga verso l’Egitto.
Facile
prevedere che tanti, in cerca di scampo, proveranno a passare la frontiera e a
riversarsi nel Sinai.
Difficile
prevedere la reazione del Cairo che già all’inizio della guerra aveva ammonito “Netanyahu”
dallo spingere i palestinesi nel territorio egiziano.
Nessuna
«Nakba di Gaza» che non pochi ministri e deputati israeliani ancora invocano.
Il presidente egiziano ora chiama in causa gli
Stati Uniti arrendevoli verso gli estremismi israeliani, con “Biden” che da
quel fronte corre anche altri pericoli.
Crisi
parallela ma forse più grave negli Stati Uniti.
Il
giudice federale di “Oakland”, in “California,” respinge una causa contro il
presidente “Biden”, affermando che il sostegno militare statunitense a Israele
è al di fuori della giurisdizione della corte.
Ma assieme sentenzia che è plausibile che
Israele stia commettendo genocidio a Gaza.
Ed ecco i giuristi israeliani più accorti -e “Haaretz”
riferisce-,
«Molto altro potrà accadere, negli Stati Unito
o altrove, dopo la sentenza della California sul ‘plausibile genocidio a
Gaza’».
La
Corte Californiana.
Nel
resoconto della decisione sul sito web del “Centro per i diritti costituzionali”.
«La corte ha affermato che ciò che sta
sopportando la popolazione palestinese di Gaza è una campagna per sradicare un
intero popolo – il genocidio – e che il sostegno instancabile degli Stati Uniti
a Israele sta consentendo l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi e la
carestia».
L’annuncio
su cosa si deve preparare ad affrontare l’amministrazione “Biden” in piena
campagna elettorale:
«Insieme ai nostri querelanti, perseguiremo tutte le
vie legali per fermare il genocidio e salvare vite palestinesi».
Allarme
massimo da Tel Aviv.
Per il
professor “Eliav Lieblich”, esperto di diritto internazionale all’Università di
Tel Aviv, la decisione in California potrebbe avere un effetto devastante
contro Israele nelle controversie in tutto il mondo.
«Se
Israele non si atterrà di buon grado alle indicazioni dalla Corte
Internazionale dell’Aia, soprattutto per l’aumento degli aiuti umanitari a
Gaza, sarà il primo segno di molteplici cause legali che saranno intentate in
vari luoghi in tutto il mondo».
“Biden”
bloccato negli aiuti.
«Questo
tipo di decisione rischia di rendere più difficile per l’amministrazione Biden
continuare ad aiutare Israele», aggiunge il professore, ricordando ai suoi
‘distratti governanti’ ciò che la Corte internazionale dell’Aia ha ‘ordinato’ a
Israele:
«Adottare tutte le misure in suo potere per
prevenire il genocidio contro i palestinesi, consentire l’ingresso di aiuti
umanitari nella Striscia di Gaza per alleggerire le condizioni di vita lì,
impedire la cancellazione delle prove del genocidio e punire gli istigatori del
genocidio».
Non
certo le operazioni di sistematico abbattimento degli edifici non spianati dai
bombardamenti, la cancellazione di Gaza, con corollario di incendi.
Pulizia etnica per un impossibile ritorno.
“Abu
Rudeineh”, vicepremier “ANP”.
“Nabil
Abu Rudeineh”, definito ‘l’osso duro’ della politica ‘molto/troppo morbida’
dell’Autorità palestinese, parla con “Avvenire”.
‘Friendly
and frankly’.
«Franchezza nei toni, amichevole nei
modi. Ferreo nelle convinzioni».
Vicepremier,
portavoce del presidente “Abu Mazen”, lo era stato anche di” Yasser Arafat”.
Ministro dell’Informazione, ma di fatto, molto
di più.
Israele
e Stati Uniti isolati in Medio Oriente.
«Non
ci può essere negoziato se non c’è un cessate il fuoco.
Speriamo
che gli americani forzino Israele e li convincano.
Ma
finora gli americani non stanno facendo il loro lavoro.
Se volessero la guerra si fermerebbe in una
notte», dichiara “Abu Rudeineh” a “Nello Scavo”.
«Gli Usa dicono di essere favorevoli alla
soluzione dei due Stati. Affermano di essere contrari alla violenza dei coloni
israeliani.
Ci ripetono di essere interessati alla pace.
Cosa
aspettano a riconoscere lo Stato Palestinese? Quello che gli chiediamo è di
essere più seri».
La
poco credibile “ANP “in Cisgiordania.
L’autorità
nazionale palestinese molto criticata anche dall’interno. Soprattutto in
Cisgiordania.
«La colpa principale è dell’occupazione
israeliana. La gente vede gli insediamenti illegali che si moltiplicano, vedono
le retate, vedono le continue e crescenti limitazioni alla vita quotidiana,
alla libertà di spostarsi nelle proprie città e villaggi e questo contribuisce
a creare un clima di sfiducia».
In Cisgiordania non si vota dal 2006, la
contestazione chiave ad “Abu Mazen”, alla formazione politica di “Al Fatah”, e
quindi allo stesso “Abu Rudeineh”.
“Hamas”
il solo diavolo?
Avete
paura di una vittoria di “Hamas”?
la
domanda chiave.
«Noi
pensiamo che se Hamas accetta le regole che sono alla base delle istituzioni
palestinesi, può partecipare alla vita politica pubblica».
Anche
perché, ad elezioni veramente libere, “Hamas”, oggi come ieri, le vincerebbe a
man bassa, ma questo e in questa fase tragica di guerra mascherata anche nei
territori palestinesi occupati, non si può dire apertamente.
Tregua,
ostaggi e prigionieri.
Attraverso
uno dei suoi leader all’estero, “Osama Hamdan”, “Hamas” ha fatto sapere di aver
chiesto la scarcerazione di prigionieri politici di spicco come “Marwan
Barghouti” (il «Mandela palestinese») e “Ahmad Saadat “(il leader del Fronte
popolare) in cambio della liberazione degli ostaggi israeliani rimasti.
Non è
la fine della Storia.
Semmai
la fine dell'Occidente.
Ilgiornale.it
- Stenio Solinas – (8 Dicembre 2022) – ci dice:
Il
grande abbaglio è sempre più evidente. E la presunta superiorità sul resto del
mondo si rivela autolesionista...
Nella
«fine della storia», che contempla «il fine della storia», ma si conclude con
«la storia della fine» c'è molto di più di un gioco di parole più o meno
elegante o più o meno noioso.
C'è il prendere atto di un abbaglio di fine
secolo, il XX, e del brusco risveglio che il nuovo secolo, quello ancora
relativamente giovane, ma già sottoposto a usura, ha comportato, e con esso la
constatazione non solo che la storia non è finita e tanto meno che procede in
progressione verso uno scopo ultimo quanto universale di pace democratica
realizzata, ma anche che è proprio il canone occidentale interpretativo a non
reggere più.
Come
spiega bene “Lucio Caracciolo” nel suo “La pace è finita” (Feltrinelli, pagg.
140)
«l'ideologia che fissa un termine alla progressione
della storia umana è smaccatamente occidentale.
Proprio
perché occidentale-illuminista tale filosofia non può che pretendersi
universale.
Contraddizione che la rende inapplicabile, a
meno di non postulare la progressiva identificazione del Resto del Mondo con
l'Occidente.
Operazione
anche demograficamente improbabile oggi, quando noi occidentali (europei e
nordamericani) siamo circa un miliardo contro i sette di non occidentali,
mediamente più giovani e in aumento vertiginoso, specie in Africa.
Sicché ogni buon missionario della fine della
storia dovrebbe convertire sette non occidentali alla sua fede.
E al suo impero».
Già,
perché la fine della storia implicava di per sé il trionfo dell'impero
americano che in essa si incarnava, sublimato in ordine ecumenico.
La sua
rimessa in discussione a livello egemonico non comporta, naturalmente, il suo
venir meno quanto a rango di superpotenza o, se si vuole, di prima potenza
mondiale, ma, e non è un paradosso, contribuisce, come scrive Caracciolo, a
svelare
«il bluff europeista, che ci aveva traslato
nell'ipnotico universo della pace assicurata, non è chiaro da chi e cosa».
Crolla insomma l'illusorio castello di carte in cui
l'Europa si voleva vedere come potenza civile, con tanto di tonalità
universalistica, che però si offriva al mondo
«via
Nato, come secondo braccio dell'Occidente a guida americana, equilibrato dalla
saggezza dell'antica civiltà vetero-continentale.
Oggi il principio europeistico di irrealtà
stenta a mascherare la tragica condizione geopolitica in cui noi europei ci
troviamo.
Siamo
fuori gioco. Oggetto di giochi altrui».
Se
dunque la pace è finita, come recita il titolo del “saggio di Caracciolo!,
autore tanto più significativo se si pensa che si deve a lui, grazie alla sua
“rivista Limes”, l'aver riportato al centro del dibattito scientifico-culturale
quel concetto di «geopolitica» disinvoltamente silenziato nel nome e al tempo
dell'astrattismo universale, ne consegue, come osserva un altro analista di
vaglia, “Alessandro Colombo”, che quello che viene a configurarsi è proprio
l'opposto di ciò che la fine della storia pretendeva di realizzare, ovvero una
fine della storia di senso contrario, dove a essere universale non è la pace,
ma l'emergenza.
“ Il
governo mondiale dell'emergenza (Raffaello Cortina, pagg. 221) si intitola
infatti il suo libro e «Dall'apoteosi della sicurezza all'epidemia
dell'insicurezza» è il sottotitolo che l'accompagna, una frustrazione
securitaria subentrata alla promessa liberale di pace, benessere e tranquillità
a livello globale.
La prima domanda che ragionevolmente viene da
porsi è perché quell'ordine liberale che portava con sé la fine della storia
sia entrato in crisi.
Le
risposte che ne rintracciano i motivi in qualche «tradimento» interno e/o
esterno del progetto risultano parziali, allo stesso modo di come si imputata
la crisi delle democrazie rappresentative ai «populismi» che le minacciano,
come se questi fossero la causa e non l'effetto della crisi stessa.
Come
scrive Colombo, «ciò che non viene mai preso in considerazione è la possibilità
che l'ordine liberale sia entrato in crisi per le sue stesse contraddizioni
interne:
di
più, che la crisi del progetto liberale possa non essere altro che un prodotto
del suo stesso successo».
“Colombo”
suggerisce al riguardo più di un indizio: per esempio, il ricorso «sempre più
irresponsabile all'uso della forza», culminato nelle disastrose imprese
militari in Iraq, Afghanistan e Libia;
per
esempio, «il rapporto storicamente ripetitivo tra finanziarizzazione
dell'economia e aumento delle diseguaglianze»;
per esempio, «le sospettose coincidenze tra il
ritiro dei diritti sociali distribuiti nel corso del Novecento e il rifluire
dello spettro della rivoluzione».
Soprattutto
però, e questo lega strettamente l'analisi di “Colombo” a quella di
“Caracciolo”, tanto che i due libri possono essere letti come un unicum, quella
crisi è insita proprio nell'idea di modernità occidentale che ne è il supporto,
per certi versi «l'ultima (e, forse, la decisiva) manifestazione del ruolo
occidentale di centro di irradiazione di istituzioni, linguaggi e relazioni di
potere».
Detto
in altri termini, la lettura di un possibile “Nuovo ordine mondiale” come la
più completa manifestazione di un grande progetto di riordino della vita
internazionale risalente alla metà del Novecento, se non addirittura al suo
inizio, fa acqua proprio nei suoi presupposti.
Il Novecento infatti è stato ben altro.
Innanzitutto, è stato «il secolo della fine
della centralità dell'Europa e più in generale del riflusso dell'impeto
occidentale sul mondo», una «rivolta contro l'Occidente» approdata agli
sconvolgimenti della decolonizzazione e di fatto non ancora esauriti nel loro
intrecciarsi con le contraddizioni del potere su scala internazionale.
Sicché viene da chiedersi se il XX secolo non
segni proprio «la fine della fase occidentale della storia del mondo» e quindi
in prospettiva dello scontro, di segno quasi perfettamente opposto, tra la
marea montante dei grandi Paesi non occidentali in ascesa e «un Occidente
sempre più rinchiuso nella postura strategica e persino nell'attitudine
psicologica dell'assedio».
Che in
questo Occidente in vena di esaurimento quanto a supremazia, l'Europa sia una
semplice appendice, è la chiave di volta, ne abbiamo già accennato,
dell'analisi di Caracciolo, che ne dà però una lettura controcorrente rispetto
al mainstream dello stesso pensiero occidentale.
«Non
solo il soggetto Europa non esiste né appare alla vista, ma l'organizzazione
dello spazio europeo è ispirato al principio di impedire che si formi.
Perché è questo l'interesse degli Stati Uniti
d'America:
un continente stabile, ma non troppo, da loro
strategicamente dipendente».
L'Europa
per come è venuta a identificarsi, è in fondo un prodotto dell'europeismo
americano.
In
senso geopolitico, perché la incardina oltreoceano impedendole di essere un
contropotere.
In senso ideologico, in quanto sostiene un
europeismo europeo «incapace di unire gli europei», ma «utile per pacificarli,
adagiarli nel declassamento inevitabile dopo aver perso due guerre mondiali.
Parcheggiandoli nella post-storia».
Tre
generazioni dopo l'invenzione del «progetto europeo», è l'amara conclusione di
Caracciolo, «quello che avrebbe dovuto evolvere la nostra potenza decaduta in
un soggetto geopolitico unitario, constatiamo di essere oggetti di attori e di
dinamiche che ci trascendono.
E oppongono gli uni agli altri. Niente di
straordinario.
Storie
ordinarie, anzi, che riempiono il vuoto dell'europeistica fine della storia,
talmente eccezionale da non appartenere a questo mondo».
Ciò
che resta sullo sfondo è la mobilitazione delle frasi fatte, ovvero la chiamata
alle armi, settant'anni dopo, come scrive “Colombo”, «non soltanto ovunque
contro lo stesso nemico, ma addirittura contro lo stesso di sempre - il
fanatismo, il fascismo (islamico o di Vladimir Putin), le autocrazie,
espressione di una indifferenza senza limiti alle specificità storiche e
culturali, oltre che di una vocazione narcisistica a interpretare qualunque
vicenda storica e politica come proiezione della propria».
Da una
promessa irrealistica di sicurezza, la parabola dell'ascesa e declino
dell'ordine liberale si è concretizzata in una percezione esagerata
dell'insicurezza.
Ma era proprio «la vacanza liberale dal
pericolo», e dalla storia stessa sentita come pericolo, a essere un'anomalia.
Ed è a
questa anomalia che dobbiamo l'estremo paradosso del nuovo secolo, ovvero la
trasformazione di una propensione dichiaratamente pacifica alla sicurezza in
una bellicosa disponibilità alla mobilitazione permanente.
Come
aveva detto, prefigurando il futuro, “Carl Schmitt”, la guerra dietro
l'apparenza della pace si trasforma in «un provvedimento pacifico accompagnato
da battaglie di più o meno grande portata» ...
Il
crollo di Israele
e
degli Stati Uniti.
Appelloalpopolo.it - ANDREA BOVENGA – (PUBBLICATO
17 NOVEMBRE 2023) – ci dice:
RETE
VOLTAIRE (Thierry Meyssan).
Per la
prima volta il mondo assiste in diretta, in televisione, a un crimine contro
l’umanità.
Gli Stati Uniti e Israele, che da tempo hanno
legato i propri destini, saranno ritenuti entrambi responsabili dei massacri di
massa a Gaza.
Gli
alleati di Washington, tranne l’Europa, richiamano gli ambasciatori da Tel
Aviv.
Domani
li richiameranno anche da Washington.
Si ripete quanto accadde con lo smembramento
dell’URSS e l’esito sarà il medesimo:
è minacciata l’esistenza stessa dell’Impero
americano.
Il
processo innescato non potrà essere fermato.
Gli
Stati Uniti e Israele sono percepiti come unica entità. Saranno chiamati a
rispondere in solido dei crimini commessi.
Con
gli occhi inchiodati sui massacri di civili in Israele e a Gaza, non ci
accorgiamo delle divisioni interne in Israele e negli Stati Uniti, né degli
importanti cambiamenti che questo dramma sta provocando nel mondo.
Per la
prima volta nella Storia si uccidono civili in massa e in diretta tv.
Ovunque
— tranne che in Europa — ebrei e arabi si uniscono per gridare il loro dolore e
invocare la pace.
Ovunque
le popolazioni si rendono conto che questo genocidio non sarebbe possibile se
gli Stati Uniti non ripristinassero in tempo reale gli arsenali di Israele.
Ovunque
gli Stati richiamano gli ambasciatori da Tel Aviv e cominciano a chiedersi se
non sarebbe opportuno richiamarli anche da Washington.
Inutile
dire che gli Stati Uniti hanno accettato a malincuore questo spettacolo,
tuttavia non si sono limitati ad autorizzarlo, l’hanno reso possibile con
sovvenzioni e armi.
Dopo
la sconfitta in Siria, la sconfitta in Ucraina e forse quella in Palestina,
temono di perdere il Potere:
se le
armi dell’Impero non fanno più paura quale Paese continuerà a fare transazioni
in dollari invece che nella propria moneta?
E
allora come potrà Washington continuare ad addossare ad altri i costi della sua
politica?
Come
potranno gli statunitensi mantenere il proprio tenore di vita?
Ma
cosa accadrà alla fine di questa storia?
Quale sarà l’esito nel caso il Medio Oriente
si ribellasse o Israele schiacciasse “Hamas” al prezzo di decine di migliaia di
vite?
Ci si
ricordi che in un primo tempo il “presidente Biden” aveva ingiunto a Israele di
rinunciare all’ipotesi di evacuare in Egitto la popolazione di Gaza o, in
alternativa, di cancellare il popolo palestinese dalla faccia della Terra;
ci si
ricordi anche che Tel Aviv non gli ha obbedito.
Gli
“ebrei suprematisti” si stanno comportando come nel 1948.
Quando
all’epoca le Nazioni Unite votarono la creazione di due Stati federati in
Palestina, ebraico e arabo, le forze armate ebraiche autoproclamarono lo Stato
d’Israele prima che le sue frontiere venissero definite.
Gli
“ebrei suprematisti” espulsero immediatamente milioni di palestinesi dalla loro
terra (la Nakhba) e uccisero il rappresentante speciale dell’Onu per la
costituzione dello Stato palestinese.
Le forze armate dei sette Paesi arabi che
cercarono di opporsi (Arabia Saudita, Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Siria e
Yemen del Nord) furono rapidamente spazzate via.
Anche
oggi gli “ebrei suprematisti” non obbediscono ai loro protettori: massacrano di
nuovo, senza rendersi conto che questa volta il mondo li osserva e che nessuno
correrà in loro soccorso.
In un momento in cui gli sciiti ammettono il
principio di uno Stato ebraico, la follia dei suprematisti ne mette in pericolo
l’esistenza stessa.
Rammentiamoci
di come avvenne il crollo dell’Unione Sovietica.
Lo
Stato non fu capace di proteggere la popolazione durante un avvenimento
catastrofico:
4.000
sovietici morirono alla centrale nucleare di Cernobyl (1986), salvando i loro
connazionali.
I sopravvissuti iniziarono a chiedersi per
quale ragione continuare ad accettare, a 69 anni dalla Rivoluzione di Ottobre,
un regime autoritario.
Il
Primo segretario del PCUS, Mikhail Gorbaciov, modificò la Costituzione per
estromettere la vecchia guardia del Partito.
Ma le
riforme non bastarono:
l’incendio
si propagò in Azerbaijan, Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia.
Il sollevamento dei “Giovani comunisti della
Germania orientale” portò alla caduta del Muro di Berlino (1989).
Con la disgregazione del Potere a Mosca
cessarono gli aiuti agli alleati, tra cui Cuba (1990).
Infine
si dissolse il Patto di Varsavia e l’Unione si disgregò (1991).
Un Impero ritenuto eterno è imploso in poco
più di cinque anni.
Lo
stesso ineluttabile processo è iniziato per l’“Impero americano”.
Il problema non è fin dove si spingeranno i
“sionisti revisionisti” di “Benjamin Netanyahu”, ma fino a che punto gli
imperialisti statunitensi li sosterranno.
Quale sarà il momento in cui Washington
riterrà meno conveniente lasciare massacrare i civili palestinesi che mettere
in riga i dirigenti israeliani?
L’“Impero
americano” deve fare i conti con lo stesso problema in Ucraina.
La
controffensiva militare del governo di Volodymyr Zelensky è stata un
fallimento.
Ora la
Russia non mira più a distruggere le armi ucraine, che sono immediatamente
sostituite da quelle inviate da Washington, ma a uccidere i soldati che le
usano.
Le
forze armate russe agiscono come una gigantesca macchina trituratrice che,
lentamente e inesorabilmente, uccide tutti i soldati ucraini che si avvicinano
alle linee di difesa russe.
Kiev
non riesce più a mobilitare nuove leve e i soldati si rifiutano di obbedire a
ordini che li condannano a morte certa.
Gli
ufficiali non hanno altra scelta che fucilare i pacifisti.
Già
molti leader statunitensi, ucraini e israeliani parlano di rimpiazzare la
coalizione “nazionalista integralista” ucraina e la coalizione “suprematista
ebraica”, ma il periodo di guerra non è propizio.
Tuttavia
presto sarà inevitabile.
Il
presidente “Joe Biden” deve sostituire la marionetta ucraina e i barbari
alleati israeliani, come il “Primo segretario Mikhail Gorbaciov “dovette
sostituire l’insensibile rappresentante in Kazakistan, aprendo la strada alla
generalizzazione della contestazione dei dirigenti corrotti.
Quando”
Zelensky” e “Netanyahu” saranno destituiti, ciascuno saprà che è possibile
ottenere la testa di un rappresentante di Washington; ogni rappresentante di
Washington saprà a sua volta che è bene fuggire prima di venire sacrificato.
Questo
processo è non solo ineluttabile, ma anche inesorabile. Il presidente “Biden”
può rallentarlo, protrarlo, ma non fermarlo.
Le
popolazioni e le classi dirigenti occidentali devono prendere subito
l’iniziativa per uscire da questo vespaio prima di venire abbandonati, come
fece Cuba pagando il prezzo delle pesanti privazioni del «periodo speciale».
È
urgente: gli ultimi a reagire pagheranno il conto per tutti.
Già ora molti Stati del “resto del mondo”
fuggono.
Si
mettono in coda per entrare nei BRICS o nell’Organizzazione di cooperazione di
Shangai.
Piu
ancora della Russia, che dovette separarsi dagli Stati baltici, gli Stati Uniti
devono prepararsi a sollevamenti interni.
Quando Washington non riuscirà più a imporre il
dollaro negli scambi internazionali e il tenore di vita degli statunitensi
crollerà, le regioni povere si rifiuteranno di obbedire, mentre quelle ricche
si dichiareranno indipendenti, a cominciare dal Texas e dalla California (gli
unici Stati che, secondo i Trattati, ne hanno facoltà legale).
È
probabile che dalla frantumazione degli USA nasca una guerra civile.
La
sparizione degli Stati Uniti provocherà la sparizione della Nato e dell’Unione
Europea.
Germania,
Francia e Regno Unito dovranno fare i conti con le vecchie rivalità, che non
seppero affrontare a suo tempo.
In
qualche anno Israele e l’Impero americano spariranno.
Chi
tenterà di resistere al corso della Storia provocherà guerre e un gran numero
di inutili morti.
(voltairenet.org/article219988.html)
(Thierry
Meyssan.)
Tutti
gli imperi sono mortali e
quello
americano non fa eccezione.
Voltairenet.org
– (18 aprile 2023) - Thierry Meyssan – ci dice:
La
scorsa settimana m’interrogavo su quanto sia reale la rivalità tra Stati Uniti
e Cina.
La “trappola di Tucidide” potrebbe essere un
paravento che nasconde l’imminente disintegrazione dell’“impero americano”.
In
questo articolo ne riassumo il percorso, che gli Occidentali non hanno
compreso, e invito i lettori a riflettere su cosa potrà accadere dopo la sua
sparizione.
L’impero
americano crollerà?
L’URSS
crolla su sé stessa non a partire dalla guerra di Afghanistan (1979-89), ma
dalla catastrofe di Chernobyl (26 aprile 1986).
I sovietici si rendono improvvisamente conto
che lo Stato non ha più il controllo di nulla.
I membri del Patto di Varsavia, che Leonid
Breznev ha ridotto a vassalli, si ribellano.
Le
Chiese, la Gioventù Comunista e le comunità gay della Germania dell’Est fanno
cadere il Muro di Berlino.
Non soltanto l’URSS non reagisce, ma abbandona
anche gli alleati fuori dell’Europa, in particolare Cuba.
Il
Primo segretario del PCUS, Mikhail Gorbaciov, si trasforma da riformatore in
liquidatore.
L’URSS va in frantumi e nascono molti nuovi
Stati indipendenti.
Inizia la discesa agli inferi.
Pochi “Nuovi russi” si appropriano dei beni
collettivi e si affrontano a raffiche di mitra nelle strade di Mosca e San
Pietroburgo.
La produzione precipita.
In
molte regioni si fatica a trovare di che sfamarsi.
La
speranza di vita della popolazione diminuisce di colpo di quindici anni.
Il
crollo è talmente repentino che nessuno può immaginare che il Paese in pochi
anni si risolleverà.
Nel
frattempo gli Stati Uniti cominciano a riflettere su cosa fare ora che il
rivale si è disintegrato.
L’11 settembre 1990 il presidente “George H.
Bush sr”., pronunciandosi davanti al Congresso in seduta plenaria, lancia
l’idea di un «Nuovo Ordine Mondiale».
Ha giustappunto allestito la Guerra del Golfo,
cui non mancano di associarsi gli Stati di quasi tutto il mondo.
Gli
Stati Uniti sono l’incontestata superpotenza mondiale già da prima della caduta
dell’URSS .
Lo
straussiano “Paul Wolfowitz” elabora una teoria per scongiurare l’insorgenza di
un nuovo rivale che occupi il posto lasciato dall’Unione Sovietica.
Non ha
dubbi:
individua
nel progetto politico di François Mitterrand e Helmut Kohl – l’Unione Europea –
il nemico da abbattere.
La UE è però inficiata da due vizi originari:
il
vincolo dell’adesione di tutti gli Stati del Patto di Varsavia e dell’ex URSS –
che porterà all’impraticabilità delle sue istituzioni – e l’iscrizione nel
Trattato di Maastricht della difesa della UE da parte di Washington.
Il
Pentagono è a tal punto sicuro di non aver più avversari di pari rango che,
schiacciato l’Iraq, smobilita un milione di soldati e smantella le unità di
ricerca e sviluppo tecnologico degli armamenti.
Il “presidente Bush padre” è convinto che la
Guerra del Golfo sia stato l’ultimo conflitto e che ora inizi un’era di
prosperità.
Benché
non ci siano rivali che ne minacciano la supremazia, gli Usa percepiscono che
l’equilibrio interno è fragile.
Le
imprese delocalizzano e l’economia si basa più sull’internazionalizzazione del
dollaro che sulla produzione di ricchezza.
Nel
2001 gli straussiani organizzano gli attentati dell’11 Settembre e adottano la
dottrina Rumsfeld/Cebrowsky .
Al
proprio interno sospendono le libertà fondamentali con l’Usa Patriot Act;
all’esterno
danno il via alla “guerra senza fine” che devasterà il Medio Oriente Allargato.
Ma la
Russia non la vede allo stesso modo.
In un
discorso pronunciato l’11 febbraio 2007 alla Conferenza sulla Sicurezza di
Monaco , il presidente Vladimir Putin denuncia il “Nuovo Ordine Mondiale” dei
Bush, che definisce «unipolare», anzi «monopolare», e che, lungi dal portare la
pace, semina sventura.
In
seguito alla crisi dei sub-prime, l’intellettuale russo” Igor Panarin”, che
all’epoca lavora per i servizi segreti, elabora l’ipotesi del crollo del
dollaro e della divisione della popolazione statunitense su base etnica, fino
alla disintegrazione del Paese.
L’analisi
di “Panarin “viene a torto interpretata come replica all’ipotesi della francese”
Hélène Carrière d’Encausse,” che aveva congetturato la scissione dell’Unione
Sovietica su base etnica.
Le
previsioni di Panarin non si sono avverate, così come non ha trovato conferma
la mia ipotesi di non-sopravvivenza dell’impero americano all’impero sovietico.
Cos’è
successo?
Nei 15
anni successivi al discorso di Putin a Monaco, la Russia si è per prima cosa
preoccupata di ricostruire la propria potenza militare.
Nel
2012 promette alla Siria di proteggerla dagli jihadisti, sostenuti dagli
anglosassoni (la cosiddetta primavera araba), ma attende due anni prima
d’intervenire.
Quando
esce allo scoperto mostra di possedere armi tecnologicamente avanzate in
abbondanza.
Il campo di battaglia siriano è l’opportunità
di testarle e di addestrare il personale militare, che viene rinnovato ogni sei
mesi.
Nel
discorso di Monaco, Putin aveva indicato in Brasile, India e Cina i partner
privilegiati per la costruzione di un mondo multipolare, ma aspetta a lungo
prima di suggellare un rapporto privilegiato con Beijing.
All’epoca
la Cina, non ancora pienamente sviluppata, esercita una forte pressione
demografica sulla Siberia russa, ma sa che per uscire dalla «dittatura
monopolare» deve allearsi con Mosca.
Entrambi
i Paesi hanno subìto gli Occidentali, per le cui menzogne hanno pagato un
prezzo pesante.
Sanno di non aver futuro l’uno senza l’altro.
La
disfatta che si delinea in Ucraina dovrebbe aprire gli occhi agli statunitensi.
Le
tensioni analizzate da Igor Panarin sembrano riemergere.
Gli attentati dell’11 Settembre e la “guerra
senza fine” dovrebbero infine palesarsi come semplici diversivi, che hanno
concesso all’impero americano niente di più di una semplice tregua.
Nei 35
anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono
crogiolati nella convinzione, errata, di aver sconfitto il rivale.
In realtà sono stati i sovietici stessi gli
artefici del proprio crollo.
Gli
americani erano convinti che ai russi sarebbe servito un secolo per
risollevarsi dagli errori.
Sono
invece diventati la prima potenza militare mondiale.
Gli Stati Uniti sono certamente riusciti a
vassallizzare l’Europa Occidentale e Centrale, ma oggi sono costretti a fare i
conti con gli Stati in precedenza bistrattati, guidati da Russia e Cina.
In
questo periodo i Repubblicani e i Democratici hanno fatto spazio a due nuove
correnti di pensiero:
rispettivamente ai “jacksoniani”, attorno a
Donald Trump, e ai “wokisti,” puritani senza Dio.
Attualmente negli Usa s’intensificano gli
spostamenti di popoli.
Gli esperti elettorali costatano che molti
statunitensi lasciano le regioni “woke “per raggiungere quelle “jacksoniane .
Secondo
le aziende di traslochi i clienti lasciano le grandi città per spostarsi in
città più piccole, dove la vita è meno cara e più gradevole. Ma tutte notano
anche che sempre più spesso i clienti avanzano una nuova motivazione: si
spostano per riunirsi a parte della famiglia.
Un fenomeno già rilevato dieci anni fa da “Colin
Woodard”:
gli
statunitensi tendono a raggrupparsi per comunità di origine.
I
promotori immobiliari rilevano da parte loro il moltiplicarsi di quartieri
protetti (Gates communities):
i clienti si raggruppano con gente a loro
simile, proveniente dalla medesima cultura e appartenente alla stessa classe
sociale;
spesso si dichiarano preoccupati dell’aumento
dell’insicurezza e accennano alla possibilità di una guerra civile.
Apriamo
gli occhi.
Tutti
gli imperi sono mortali e quello americano non fa eccezione.
(Thierry
Meyssan)
Il
declino economico degli
Stati
Uniti e l’instabilità globale.
Lafionda.org
– (20 Set. 2022) - Fabrizio Russo – ci
dice:
Le
minacce ai pilastri su cui si reggono gli USA.
Gli
Stati Uniti sono emersi dalla Seconda Guerra Mondiale come la principale
potenza economica e militare del mondo.
Settanta
anni dopo, circa, il potere americano è in declino, una diretta conseguenza di
decenni di politiche economiche neoliberiste, che spendono ingenti somme di
denaro pubblico per l’esercito e il raggiungimento della “parità”
economico/militare con Russia e Cina.
Queste
politiche hanno eroso la forza economica degli USA e stanno minando il ruolo
del dollaro in veste di valuta di riserva mondiale, pilastri chiave del loro
potere globale.
In realtà, tutti i pilastri che sostengono il
potere degli Stati Uniti sono ora minacciati dai decenni di politiche
economiche neoliberiste sconsiderate.
Il punto nodale è il collegamento tra il
continuo declino economico e sociale negli Stati Uniti/UE (collettivamente
indicati come “l’Occidente”) ed una politica estera statunitense sempre più
sconsiderata, oltre al ruolo svolto dalle” Media Corporation” nel promuovere
queste politiche presso il pubblico americano/UE di fronte all’ascesa di
Russia, Cina assieme ad altri paesi del sud del mondo.
Ruolo
delle “Media Corporation”.
Primo
emendamento della costituzione degli Stati Uniti:
“Il Congresso non promulgherà alcuna legge sul
rispetto di un’istituzione religiosa, o vietandone il libero esercizio; o
abbreviare la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di
riunirsi pacificamente e di presentare una petizione al governo per una
riparazione delle lamentele.”
È
luogo comune, da tempo affermato, che la stampa (alias il proverbiale “quarto
potere”) negli Stati Uniti è “libera” e “indipendente” ed “essenziale per il
funzionamento di una società libera”, rivestendo la funzione di “cane da
guardia” sulle azioni e sulle politiche del governo.
Un
ruolo, quindi, vitale per proteggere la “libertà” dei cittadini americani.
Una
volta, quando a ragione nasceva il mito degli USA paladini della libertà, era
effettivamente così.
Purtroppo
oggi è diverso e, come spesso accade, le cose non sono sempre come sembrano.
In una
recente intervista con “Brian Berletic”, “Mark Sleboda “ha commentato che “i
media occidentali sono allineati ai desiderata dell’Esecutivo, sui temi di
politica estera, a un livello tale che farebbe arrossire i dittatori
conclamati”.
Assodato
che non vi siano dubbi sul fatto che i media occidentali (leggi “media
corporativi”) stiano effettivamente promuovendo la politica estera degli Stati
Uniti, bisogna aggiungere che non è il governo degli Stati Uniti a formulare
queste politiche, ma è piuttosto l’élite al potere che le formula e sviluppa,
utilizzando fondazioni finanziate da aziende e “think tank” ‘, istituzioni
accademiche e politici di spicco.
Tra
questi, i principali includono:
il “Council
on Foreign Relations” (CFR), “Rand Corporation”, “Rockefeller Foundation”, “American
Heritage Foundation”, “Atlantic Council”, “Brookings”,” Center for Strategic
and International Studies “(CSIS).
Istituzioni
accademiche come “The Kennedy School” (Harvard), “Hoover Institution”
(Stanford), “Walsh School of Foreign Service” (Georgetown) e la “School of
Advanced International Studies” (Johns Hopkins), che non solo forniscono
“esperti” e funzionari governativi.
Una
volta formulate, queste politiche vengono “vendute” al pubblico americano da
media compiacenti e ben allineati.
Come?
Beh
qualche particolare per dedurlo con facilità:
circa
il 90% dei media statunitensi è controllato da sei grandi società: “Comcast”, “Walt
Disney”, “AT&T”,” Paramount Global”, “Sony e Fox”, con una capitalizzazione
di mercato combinata di circa $ 500 miliardi.
Come
altre grandi società, i “conglomerati dei media” hanno gli stessi interessi di
classe dell’élite finanziaria, cioè promuovere politiche che aumentino il
potere e i profitti delle corporazioni e mantengano l’egemonia globale degli
Stati Uniti.
I
cosiddetti media “pubblici”, come la “National Public Radio” (NPR) e la “BBC”,
nel Regno Unito, funzionano in modo simile.
I
media, che funzionano con logiche aziendali, sono strettamente integrati con
grandi interessi finanziari, fungendo da “cheerleader” per il Pentagono e la
politica estera degli Stati Uniti.
Non
sorprende quindi che le principali emittenti radiotelevisive, il “The New York
Times “(NYT), il “Wall St. Journal” (WSJ), il “Washington Post”, etc. etc.,
siano poco più che una cassa di risonanza per l’élite dominante USA e quindi
funzionino principalmente come il “ministero della propaganda”.
‘ per i molti grandi interessi finanziari.
Qualsiasi
giornalista, analista militare, alias ‘generale della TV’, ecc. che ‘esce dalla
linea’ – ad esempio dicendo la verità sulla debacle militare che sta
affrontando l’Ucraina, in mezzo a pochi e ben orchestrati successi – sarà
severamente rimproverato o si ritroverà senza lavoro. Qualche esempio:
1)- La”
CBS” ha recentemente pubblicato un documentario in cui afferma che solo il 30%
degli “aiuti militari” inviati in Ucraina è effettivamente arrivato.
Il
video è stato rimosso in seguito alle denunce del governo ucraino.
2)- “David
Sanger “(laureato ad Harvard) è il principale corrispondente da Washington per
il “NYT” e anche un membro del “Council on Foreign Relations” (CFR), i cui
membri includono dirigenti aziendali, banchieri e altri rappresentanti
dell’élite dominante.
3) “David
Ignatius” (laureato ad Harvard) è un editorialista di affari esteri per il “WaPo”
e ha stretti legami con la “comunità dell’intelligence”, la “CIA e il “Pentagono”.
Sanger
e Ignatius servono come esperti per il predominio globale degli Stati Uniti,
promuovendo l’uso della forza militare per sostenere gli interessi americani.
Quando
non segui la linea aziendale…
4) –“Gary
Webb” era un giornalista che lavorava per il “San Jose Mercury News”.
Nel
1996, Webb ha pubblicato una serie di articoli, “Dark Alliance”, descrivendo
come” i
ribelli dei Contra nicaraguensi, lavorando a stretto contatto con la CIA, hanno
fornito crack alla comunità nera di Los Angeles e hanno utilizzato i proventi
di queste vendite per acquistare armi e rovesciare il governo del Fronte di
Liberazione Nazionale Sandinista di Daniel Ortega”.
Dopo
la pubblicazione della serie “Dark Alliance£, le Media Corporation sono diventate
“isteriche”, denunciando Webb e rovinando di fatto la sua carriera;
si è suicidato nel 2004.
5)- “Julian
Assange” – Nel 2010, Wikileaks, fondata da Julian Assange, ha pubblicato una
serie di indiscrezioni ottenute da “Chelsea Manning”, analista
dell’intelligence dell’esercito americano, che documentano i crimini di guerra
statunitensi in Iraq e Afghanistan.
Dopo la pubblicazione di queste fughe di
notizie, il governo americano ha avviato un’indagine penale su “WikiLeaks”.
Nel
2010, la Svezia ha emesso un mandato d’arresto per Assange per accuse di
cattiva condotta sessuale.
Per evitare l’estradizione, Assange ha cercato
rifugio presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra.
Nel
2019, Assange è stato arrestato dalla polizia britannica presso l’ambasciata
ecuadoriana e trasferito a “Belmarsh”, una prigione maschile di categoria A in
Londra.
Fino a
quel momento, Julian Assange non era stato formalmente accusato.
Gli
Stati Uniti sono stati quasi continuamente coinvolti in conflitti militari
palesi e nascosti dal 1940 e, di conseguenza, la guerra e la violenza associata
sono state normalizzate e istituzionalizzate dai media “corporativi”, al punto
che queste politiche sono prontamente accettate da un pubblico americano
relativamente docile e ignorante.
Quando
i governi stranieri ritenuti ostili agli interessi corporativi statunitensi
limitano la “libertà” di stampa, vengono immediatamente etichettati come regimi
repressivi/terroristici e potenziali candidati per un attacco diretto e un
cambio di “regime” dal “Dipartimento di Stato USA”.
Parafrasando un detto statunitense:
Apparentemente,
ciò che è “buono per l’oca” è “non buono per l’uomo”. Come sottolineato in precedenza,
qualsiasi giornalista che minacci l’impero americano rischia di perdere il
lavoro, o peggio rischia la reclusione e/o la morte.
Declino
accelerato del capitalismo americano in fase avanzata.
Molteplici
fattori hanno contribuito al declino del potere economico americano.
Questi includono le politiche economiche, la spesa astronomica
di denaro dei contribuenti per l’esercito e la guerra, l’instabilità sociale e
l’ascesa dell’asse Cina-Russia-Iran.
Politiche
economiche.
Dalla
metà degli anni ’70, i responsabili politici statunitensi hanno perseguito
politiche economiche neoliberiste:
deregolamentazione
finanziaria, austerità, tagli alle tasse per i ricchi, attacchi al lavoro e
delocalizzazione del lavoro, che hanno portato alla massiccia crescita del
settore “FIRE” dell’economia composto da finanza, assicurazioni e immobili.
Queste
politiche hanno accelerato la crisi finanziaria globale (GFC) 2007-2008, il più
grande shock finanziario dalla Grande Depressione.
Invece
che risolvere i gravi problemi strutturali che deve affrontare il capitalismo
americano che ha creato questa crisi, la FED ha utilizzato il Tesoro come un
“salvadanaio” di fatto, supportato dai contribuenti, per sostenere i mercati
azionari, le obbligazioni, i prezzi reali eccessivi di banche ed immobili e
[ancora] molti titoli Corporate “insolventi”.
In
prospettiva, dal 2009 la FED ha iniettato oltre $ 40 trilioni nei mercati
finanziari, aumentando così la ricchezza dell’élite finanziaria, il proverbiale
‘1%’.
Non
sorprende che negli ultimi 5 anni i disavanzi del governo statunitense siano
aumentati di circa 2 trilioni di dollari all’anno, superando attualmente i 30
trilioni di dollari.
Questa
cifra non include il debito degli enti locali, delle imprese o dei consumatori.
Ciò
spinge a porsi l’ovvia domanda: per quanto tempo la FED può continuare questo
comportamento “orgiastico”, stampando denaro e accrescendo il debito?
Spesa
militare e guerra.
Fin
dall’inizio, gli Stati Uniti sono stati costruiti su furti e violenze,
giustificati dalla religione “cristiana” e dalla “supremazia dell’uomo bianco”.
Il
primo insediamento britannico permanente in Nord America fu fondato a “Jamestown”,
in Virginia, nel 1607.
Un
decennio dopo, gli schiavi africani furono introdotti dai commercianti di
schiavi olandesi.
Nel
corso dei successivi 250 anni, il governo degli Stati Uniti avrebbe continuato
a rubare terre ed a trasferire/uccidere circa il 90% della popolazione
indigena.
A metà
del 19° secolo, gli Stati Uniti erano la principale economia mondiale, in gran
parte costruita sul cotone prodotto dagli schiavi neri.
Avanti
veloce di 150 anni ed osserviamo che, gli Stati Uniti, sono stati quasi
continuamente in guerra dal 1940.
Il 9/11 è stato una manna dal cielo per i
militari:
i contribuenti statunitensi hanno speso circa
21 trilioni di dollari (7,2 trilioni di dollari destinati agli appaltatori
militari) per la militarizzazione post-9/11.
Lo
stanziamento militare per il 2023 supera i 760 miliardi di dollari. Nonostante
questa generosità dei contribuenti, il Pentagono non ha “vinto” una guerra dal
1945, è stato costretto a lasciare l’Afghanistan dopo aver speso 2 trilioni di
dollari e deve affrontare le incombenti debacle strategiche in Iraq, Siria,
Libia, Yemen e (probabilmente) Ucraina.
Questo
ha mostrato vividamente, al resto del mondo, i limiti della potenza militare
americana.
Sfortunatamente, dopo aver speso così tanto
capitale finanziario e umano, il Pentagono sembra incapace di districarsi da
questi conflitti poiché farlo sarebbe un’ammissione di fallimento e, per
estensione, debolezza militare.
Ciò è chiaramente sotteso alla decisione di “Joe
Biden” di rimuovere le truppe statunitensi dall’Afghanistan nel 2021 e dalla
“reprimenda” che ha ricevuto dalle “media corporations” e dal “popolo” del
Congresso.
Caos
politico e instabilità sociale.
Sentiamo
spesso dire che la società statunitense è progredita al punto che il paese
sembra essere sempre più ingovernabile.
In effetti, la società americana è afflitta
dalla disuguaglianza economica, da razzismo e da violenza onnipresente.
La
classe operaia americana ha assistito al crollo del proprio tenore di vita,
risultato di decenni di politiche economiche neoliberiste, tra cui
l’esternalizzazione del lavoro, austerità, crescita stagnante del reddito e,
dopo la pandemia di Covid 19, inflazione elevata, riflessa dall’aumento dei
costi di affitto, trasporti, energia, generi alimentari, cure mediche ed altri
generi di prima necessità.
Per mettere tutto ciò in prospettiva, il 60%
degli americani non ha $ 500 di risparmi e quindi una costosa riparazione auto,
un’emergenza medica o la perdita di lavoro corrispondono, praticamente, alla
rovina finanziaria.
Contemporaneamente,
la ricchezza dei miliardari americani è aumentata di circa 1 trilione di
dollari durante la pandemia di Covid19.
Rafforzamento
della contrapposizione BRICS/SCO vs. USA/NATO.
Dall’altro
lato, stiamo assistendo al continuo aumento del potere globale e dell’influenza
di Russia, Cina e nazioni alleate, su più fronti, compreso quello
organizzativo, economico e militare.
I “BRICS” e la” Shanghai Cooperation
Organization” (SCO) si stanno espandendo.
I
membri originari dei BRICS includevano Brasile, Russia, India, Cina e Sud
Africa.
Iran e Argentina hanno recentemente presentato
domanda di ammissione, mentre il Regno dell’Arabia Saudita (KSA), la Turchia e
l’Egitto stanno preparando la domanda d’ingresso per il prossimo anno.
SCO è
la più grande istituzione economica regionale del mondo:
copre il 60% dell’Eurasia con una popolazione
che supera i 3,2 miliardi e un PIL combinato degli stati membri pari a circa il
25% del totale globale.
Il commercio tra BRICS e gli stati membri
della SCO viene inoltre effettuato utilizzando sempre di più valute locali.
Il
sistema di pagamento “Mir” gestito dal “Russian National Card Payment System” è
un concorrente diretto di “Visa” e “Mastercard” ed ora accettato in tutta la
Federazione Russa e in 13 paesi tra cui India, Turchia e Corea del Sud e sarà
presto utilizzato in Iran.
Le
nazioni BRICS stanno sviluppando una valuta globale per il commercio
internazionale che competerà direttamente con il dollaro.
La
Russia sta sviluppando una nuova piattaforma commerciale internazionale per i
metalli preziosi:
il “Moscow
World Standard” (MWS).
Il ministero delle finanze russo ritiene che
questa nuova struttura internazionale indipendente “normalizzerà il
funzionamento dell’industria dei metalli preziosi” e fungerà da alternativa
alla” London Bullion Market Association” (LBMA; lbma.org.uk), che da anni è
accusato di manipolare, sistematicamente, il prezzo di mercato dei metalli
preziosi per deprimerne i corsi.
Nel
complesso, queste politiche sono state progettate per ridurre
significativamente la dipendenza delle economie in Russia, Cina, India ed altri
paesi del Sud del mondo dagli Stati Uniti/UE ed eliminare la dipendenza dal
dollaro USA e dal Sistema della “Society for Worldwide Interbank Financial
Telecommunications” (SWIFT) nei pagamenti collegati al commercio
internazionale.
Senza
dubbio ciò viene realizzato in stretta sintonia con la “Belt and Road
Initiative” (BRI) cinese, il cui obiettivo è collegare l’Asia con l’Africa e
l’Europa tramite reti terrestri e marittime al fine di migliorare
l’integrazione regionale, aumentare il commercio e stimolare la crescita
economica.
Questo
processo ha ricevuto un’accelerazione con l’emanazione delle sanzioni USA/EU
nei confronti di Russia, Iran e Cina (per motivi diversi).
Nell’ultimo
decennio, la potenza militare di Russia, Cina e Iran si è notevolmente
rafforzata.
L’esercito
russo è un leader mondiale nei sistemi di difesa aerea e nelle armi
ipersoniche, che sono “impermeabili” a qualsiasi sistema di difesa aerea
attualmente dispiegato da USA/NATO.
Negli
ultimi 25 anni, la Cina ha modernizzato le sue forze armate, concentrandosi
sulla Marina di liberazione popolare e sull’aeronautica militare.
La
Cina ha sviluppato un robusto arsenale missilistico che include missili
balistici intercontinentali (ICBM).
Il Pentagono ora considera la Cina una “forza
militare formidabile” e una “grande sfida” per la Marina degli Stati Uniti nel
Pacifico occidentale.
La Repubblica islamica dell’Iran ha anche
sviluppato una formidabile capacità militare difensiva, che pone l’Iran tra i
principali “intermediari di potere” nella regione.
Il “Center
for Strategic and International Studies “(CSIS) ha concluso: “L’Iran possiede il più grande e
diversificato arsenale missilistico del Medio Oriente, con migliaia di missili
balistici e da crociera, alcuni in grado di colpire anche Israele e l’Europa
sudorientale”.
L’Iran
ha ripetutamente avvertito gli USA/NATO che può prendere di mira le basi
militari statunitensi nella regione, inclusa la base di “Al Udeid” in Qatar, la
più grande base statunitense in Medio Oriente.
Stiamo
assistendo, quindi, a una maggiore assertività dall’asse Russia-Cina-Iran in
Siria, Ucraina e Pacifico occidentale.
Tendenza
chiaramente confermata dal discorso del presidente russo Vladimir Putin al
Forum economico internazionale di San Pietroburgo a giugno, quando il medesimo
ha dichiarato la fine dell’ “era del mondo unipolare”.
Il
Pentagono viene sfidato sempre più spesso dall’asse Russia-Cina-Iran in Europa
orientale, Medio Oriente e Pacifico occidentale.
Ucraina:
un’altra debacle di USA/NATO.
Per
un’informazione storica di base riguardo l’Ucraina e le sue relazioni con la
Russia, ricordiamo che è il secondo paese più grande d’Europa dopo la Russia e
occupa una posizione strategica nell’Europa orientale, condividendo un confine
di circa 2300 km (1227 mi) con la Russia.
Nel
2021, l’Ucraina aveva il secondo esercito più grande (circa 200.000 militari),
dopo le forze armate russe, in Europa e ha il non invidiabile primato di
essere uno dei paesi più corrotti al mondo.
Storicamente, la popolazione prevalentemente
di lingua russa nella regione del Donbas, nell’Ucraina orientale, ha sempre
mantenuto stretti legami con la Russia.
Nel
febbraio 2014 ha avuto luogo il colpo di stato di Maidan, supportato e
“sollecitato” dagli Stati Uniti, che ha sostituito il presidente eletto
democraticamente Victor Yanukovich con un politico/economista/avvocato di
estrema destra fobico per la Russia, “Arseniy Yatsenyuk.”
Non
sorprende quindi che il governo ucraino sia stato presto dominato da
un’alleanza di organizzazioni fasciste/di estrema destra tra cui il Settore
Destro e Svoboda e partiti oligarchici, come la Patria.
Questo
era prevedibile, visto che questi gruppi erano le fazioni più violentemente
anti-russe in Ucraina e sono ancora molto attivi nel governo e nell’esercito.
Subito
dopo il colpo di stato, le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk
dichiararono la loro indipendenza, dando inizio alla guerra nel Donbas.
Negli
8 anni successivi, gli USA/NATO avrebbero addestrato circa 100.000 soldati
ucraini e incanalato miliardi di dollari in aiuti militari, che sono stati
utilizzati per equipaggiare l’esercito ucraino e fortificare le posizioni
adiacenti alle Repubbliche di Donetsk e Luhansk.
Questo incremento di forze terrestri è stato
accompagnato da un aumento dei bombardamenti delle aree residenziali nella
regione del Donbas da parte dell’esercito ucraino, creando le premesse per una
potenziale invasione di questa regione.
In risposta all’escalation degli attacchi
delle forze ucraine, la Russia ha riconosciuto le Repubbliche popolari di
Donetsk e Luhansk come stati sovrani il 21 febbraio 2022, appena prima
dell’invasione russa del 24 febbraio 2022, descrivendo questa campagna come
un’operazione militare speciale (SMO).
Affrontando
un esercito ucraino ben addestrato, ben equipaggiato e trincerato, le forze
russe sono riuscite a prendere il controllo di circa il 20% (~47.000 miglia
quadrate) dell’Ucraina meridionale e stanno rimuovendo gradualmente le forze
ucraine da questa regione.
Questo territorio contiene terreni agricoli di
prim’ordine e ricchi di risorse.
Sembra
che la Russia abbia pianificato l’annessione del territorio litoraneo che si
estende dalla regione di Donetsk/Luhansk a Odessa.
Una
volta che ciò dovesse accadere, qualsiasi futuro stato ucraino non avrà più uno
sbocco sul mare e non accederà direttamente al Mar Nero, oltre a perdere anche
territori economicamente assai preziosi.
L’analista
militare” Andrei Martyanov “ha affermato che ‘l’Occidente combinato non ha i
mezzi materiali e tecnologici per combattere la Russia nell’Europa orientale
senza perdere in modo catastrofico.
Le armi occidentali si sono rivelate, in larga
parte, nient’altro che articoli commerciali non progettati per combattere la
guerra moderna, inoltre nessuna economia occidentale, compresi gli Stati Uniti,
ha comunque la capacità di produrle oggi nelle quantità necessarie.’
L’Occidente
nel suo insieme ha risposto all’invasione russa bloccando l’apertura del
gasdotto Nord Stream 2, che doveva fornire gas naturale russo direttamente alla
Germania, ha imposto sanzioni alle esportazioni di energia russe e ha
disconnesso le banche russe dal sistema SWIFT.
Con
“sbigottimento” di USA/NATO (“ma dove vivono? Su Marte?”),
queste
azioni hanno portato a forti aumenti dei costi energetici dell’UE, rafforzando
allo stesso tempo – almeno sul breve termine – l’economia russa.
Il “The New York Times” (NYT) ha però pubblicato di recente un editoriale
lamentando il fatto che, nonostante le sanzioni occidentali, la Russia sta
facendo più soldi che mai con le esportazioni di energia in Cina, India e altri
paesi.
Nonostante
la continua condanna, da parte di USA e della UE, della SMO russa in Ucraina,
molte nazioni non hanno criticato la guerra:
solo 1/3 dei membri delle Nazioni Unite ha
sostenuto una nuova risoluzione anti-russa votata in agosto.
Pertanto,
il calo del sostegno internazionale all’Ucraina, insieme al successo della SMO russo,
indica che il paese, verosimilmente, in futuro non avrà i suoi confini attuali
(ante-conflitto).
Osservazioni
conclusive.
Il
declino del capitalismo americano è in fase avanzata ed è in corso dalla metà
degli anni ’70, ma è stato accelerato dalla GFC, dalla pandemia di Covid-19,
dai cambiamenti climatici e dalla SMO russo in Ucraina.
Non
sorprende che l’élite al potere e i suoi rappresentanti a Washington abbiano
risposto spostando i costi di questo declino sul pubblico, che ha visto il loro
tenore di vita precipitare – con l’aumento, anche, dei senzatetto – ha imposto
una legislazione di stampo reazionario come la criminalizzazione della
gravidanza da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha aumentato la
violenza di stato contro i lavoratori e le persone di colore, mentre si
impegnava in una politica estera astronomicamente costosa e sconsiderata.
Pare
che l’élite dominante veda l’asse Russia-Cina-Iran come un intollerabile
ostacolo al mantenimento del potere globale USA, riflesso nella guerra in corso
in Ucraina, che è di fatto una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia.
Ovviamente,
le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’energia russa hanno fatto salire i
prezzi globali dell’energia:
i
prezzi del gas naturale nell’UE sono 14 volte superiori alla media degli ultimi
10 anni.
Di
conseguenza, il Regno Unito e l’UE rischiano di non disporre di quantità
sufficienti di gas naturale per l’inverno, mentre l’industria dell’UE non sarà
in grado di competere con i suoi rivali in Asia, ai quali viene fornita energia
russa a condizioni assai più economiche.
La
continua presenza delle truppe statunitensi in Iraq e in Siria è un tentativo
disperato di mantenere il controllo sulle riserve energetiche del Medio
Oriente.
L’incoscienza di questa occupazione si
manifesta con i continui attacchi israeliani alle forze siriane e alleate
iraniane (attacchi sostenuti da Israele e USA), aumentando le possibilità di
una guerra con l’Iran, che può rapidamente intensificarsi, incendiando
potenzialmente l’intera regione del Golfo Persico.
Sembra,
infine, che gli Stati Uniti stiano abbandonando la politica “Una Cina” che ha
guidato le relazioni tra i due paesi per quasi cinque decenni e si stiano
preparando a riconoscere Taiwan come uno stato “indipendente”, una linea rossa
invalicabile per la Repubblica popolare cinese.
Senza
dubbio, questa è stata una delle motivazioni dell’invio della Presidente della
Camera Nancy Pelosi, una persona con un patrimonio netto superiore a $ 100
milioni dalla “liberale” San Francisco, in visita Taiwan.
Il
Pentagono incoraggia inoltre attivamente il Giappone, ad armarsi per un
eventuale opposizione all’espansione cinese nell’area.
Questo
pone la domanda ovvia:
il
Giappone ha imparato qualcosa dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale?
Come
ha sottolineato “Glen Ford,” gli egemoni non hanno “alleati”, hanno solo
subordinati.
Il
declino del capitalismo americano in fase avanzata è progredito al punto che la
sopravvivenza stessa dell’impero americano è ora subordinata alla stampa
infinita di denaro per sostenere i mercati finanziari e l’esercito.
Questo filo a cui sono appesi sta però
diventando sempre più tenue, poiché l’ “orgiastica” tornata di stampa di denaro
e debito ha creato bolle gigantesche in ogni classe di attività – “tutto in
bolla”, si potrebbe dire – alimentando l’inflazione e minacciando di far
deragliare il ruolo di valuta di riserva mondiale del dollaro e la vitalità del
capitalismo occidentale.
Considerando
lo stato di debolezza delle economie USA/EU, quali incentivi economici hanno
gli USA per incoraggiare i paesi dell’Indo-Pacifico a ridurre il commercio con
la Cina?
Ovviamente, questo è un argomento nato morto!
L’oligarchia
al potere è ben consapevole del declino economico degli Stati Uniti e,
disperata, sta tentando di affrontare direttamente l’asse Russia-Cina-Iran, che
ha raggiunto la parità economica e militare (superiorità?) con USA/NATO.
Si
profilano tempi pericolosi davanti a noi e serve un elevato grado di
consapevolezza per affrontarli correttamente e proficuamente.
(Fabrizio
Russo)
Il
golpe del regime di Biden
contro
l'America costituzionale
sta
portando alla guerra civile.
Unz.com
- PAUL CRAIG ROBERTS – (29 GENNAIO 2024) – ci dice:
Sembra
che gli americani possano salvare il loro paese e la loro libertà solo vincendo
una guerra civile che sconfigga il colpo di stato del Partito Democratico
contro gli Stati Uniti.
Il
"presidente" “Joe Biden”, che è in carica solo per frode elettorale,
ha commesso alto tradimento contro gli Stati Uniti d'America.
Perché non è stato arrestato e processato?
Nel
giuramento Biden ha giurato di proteggere la Costituzione degli Stati Uniti, ma
ha violato la Costituzione, che richiede la sua rimozione dall'incarico e la
punizione per alto tradimento contro gli Stati Uniti.
Oltre
a violare la Costituzione e il giuramento d'ufficio, Biden ha violato gli
standard morali ed etici e, secondo abbondanti prove, le leggi sui reati, dalle
cui conseguenze è protetto dal Dipartimento di Giustizia (sic), dall'FBI, dai
media e dal Congresso degli Stati Uniti.
Questo
articolo non illustrerà l'intero caso contro Biden.
Si concentrerà su due importanti atti di
tradizione.
Uno è
che Biden non solo si è rifiutato di difendere i confini degli Stati Uniti, ma
ha anche lavorato costantemente per mantenere i confini degli Stati Uniti
aperti a una massiccia invasione, pienamente assistita dal suo regime, di
milioni di invasori che stanno invadendo le città e le comunità americane.
L'altra è che, pur lasciando indifesi i
confini dell'America, Biden ha incostituzionalmente impegnato gli americani in
tre guerre in difesa dei confini di altri paesi senza la necessaria
approvazione del Congresso.
Il
fatto che i crimini straordinari e le violazioni della Costituzione di Biden
restano impuniti è la prova che il sistema costituzionale americano di governo
è crollato.
Gli Stati Uniti non sono più una repubblica
con una democrazia e uno stato di diritto.
L'America è una dittatura irresponsabile in
cui i patrioti americani sono condannati al carcere per aver esercitato i loro
diritti sanciti dal Primo.
I sostenitori di Trump che hanno esercitato i
loro diritti di libertà di parola e di riunione sanciti dal Primo sono stati
falsamente etichettati come "insurrezionalisti" e condannati senza
provare al carcere.
L'accusa
da sola serviva come "prova".
L'articolo
IV, sezione 4 della Costituzione degli Stati Uniti richiede al governo federale
di proteggere ogni stato dall'invasione.
Questo
il regime di Biden si è fermamente rifiutato di fare, aiutando invece e
favorendo gli immigrati-invasori che stanno invadendo il Texas e altri stati.
Senza
alcun dubbio, il regime di Biden ha rotto il contratto tra il governo federale
e quello statale.
Biden
ha apertamente invitato alla guerra civile ripetendo la violazione da parte di “Abraham
Lincoln” del contratto costituzionale tra il governo federale e gli Stati.
Mentre”
Lincoln” ha preso di mira solo gli Stati del Sud, “Biden” ha violato la sua
responsabilità nei confronti di tutti gli Stati.
Sotto
la politica delle frontiere aperte di “Biden”, anche le città blu, come
“Denver”, chiedono aiuto contro gli immigrati-invasori che il governo federale
sta aiutando e incoraggiando.
(coloradopolitics.com/denver/denver-city-council-immigration-help/article_48177344-5d38-5c7d-9833-c442863ccec9.html)
L'Articolo
I, sezione 10, clausola 3 della Costituzione degli Stati Uniti afferma che gli
stati hanno "interesse sovrano nel proteggere i propri confini".
In
risposta al rifiuto del governo federale di proteggere i confini americani, il
governatore del Texas “Greg Abbott” ha adottato misure per difendere il confine
del Texas.
Altri venticinque governatori lo hanno
sostenuto, alcuni si sono offerti di inviare la guardia nazionale dello stato a
difesa del Texas.
Il
traditore della Casa Bianca ha detto che avrebbe arrestato ogni ufficiale di
polizia e ogni guardia nazionale che avesse interferito con il successo
dell'invasione degli invasori immigrati, sostenuta da Washington.
In
altre parole, per essere chiari, il traditore regime di” Biden” si è fermamente
e completamente allineato con gli invasori stranieri contro i cittadini
americani.
Un
tale palese alto tradimento è la prova lampante che il vero nemico del popolo
americano è Washington.
Tre
ricercatori liberal-democratici dell'Università di Yale hanno pubblicato un
rapporto secondo cui il numero di immigrati illegali negli Stati Uniti è più
del doppio del numero degli 11 milioni segnalati.
La loro cifra è superiore ai 22 milioni.
La
politica annunciata dal Partito Democratico è quella di legalizzare tutti
questi clandestini e dare loro il diritto di voto, nell'aspettativa che
voteranno Democratico come i Democratici li hanno fatti entrare e hanno dato
loro il potere.
Ciò significa uno stato permanente a partito
unico, che è una tirannia.
Quindi
un altro crimine commesso da “Biden” e dall'intero Partito Democratico è l'atto
intenzionale di creare una tirannia da una Repubblica Costituzionale.
“Simplicicus”
scrive a lungo su questo fornendo abbondanti informazioni e la dichiarazione
del governatore del Texas “Greg Abbott “che invoca il diritto costituzionale
del Texas di proteggere il confine del Texas, un diritto sfidato dal traditore
alla Casa Bianca e dal partito democratico anti-americano e anti-americano
bianco, il cui obiettivo principale è quello di sostituire la popolazione
americana.
(simplicius76.substack.com/p/border-crisis-heats-up-as-biden-admin).
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