Crollo dell’impero americano?

 

Crollo dell’impero americano?

 

 

L’allarme del capo della “CIA”

e le ragioni per le quali “Biden”

sta facendo crollare l’impero americano.

Lacrunadellago.net – (02-02 -2024 ) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Quando si leggono gli articoli della rivista americana “Foreign Affairs” si deve avere presente che attraverso queste pubblicazioni non passano solamente i singoli messaggi dei suoi autori.

 

“Foreign Affairs” è qualcosa di più.

“Foreign Affairs” è la rivista edita dal” Council on Foreign Relations” (CFR), un istituto con il quale forse non tutti hanno famigliarità ma che è stato il dominus indiscusso della politica estera americana per quasi 100 anni.

 

Nato nel 1921 dopo la fine della prima guerra mondiale e all’alba dell’era internazionalista degli Stati Uniti inaugurata da” Woodrow Wilson”, questo “think- tank” finanziato dalla “famiglia Rockefeller “è stato il motore della politica estera americana.

Talmente elevata è l’influenza che la famiglia di finanzieri ha su di esso che il “CFR” si è dotato di un programma chiamato” David Rockefeller Studies Program”, che sul sito dell’istituto viene descritto come quel serbatoio di idee che vengono poi trasmesse ai presidenti e ai membri del Congresso.

È sostanzialmente un modo alquanto ipocrita, tipico dell’universo liberale, per affermare che il “CFR” è il “mezzo per trasmettere le direttive impartite dai Rockefeller” alla classe politica degli Stati Uniti che si ritrova ad essere soltanto uno strumento nelle mani dei capitalisti di New York.

In quest’occasione è interessante prendere in considerazione un articolo pubblicato recentemente proprio dall’istituto in questione per comprendere meglio lo stato d’animo e i pensieri di quella che è stata una delle lobby più potenti in America, che ha scelto in anticipo tutti i presidenti che si sono insediati alla Casa Bianca dalla sua fondazione con la nota eccezione di Trump.

L’articolo in questione è firmato da “Bill Burns”, “capo della CIA” – altro organo sin dal principio “controllato dai Rockefeller” – che si sofferma ad analizzare il divario tecnologico che l’agenzia di intelligence si trova a dover affrontare nel futuro.

Dopo essersi soffermato sui progressi tecnologici in corso e sui metodi di spionaggio utilizzati nel passato,” Burns” prende in esame le sfide tecnologiche del futuro e manifesta una evidente preoccupazione poiché Washington non sembra più stare al passo coi suoi rivali, su tutti Russia e Cina che nel corso degli ultimi anni hanno compiuto enormi avanzamenti tecnologici e militari.

Soprattutto ciò che sembra angosciare “Burns”, al netto di alcune sue uscite propagandistiche “contro Putin” descritto come “impaurito” ma non si sa bene da chi, è il fatto che gli Stati Uniti non riescono più a presidiare quello che è stato un pilastro della storia e delle relazioni internazionali del 900, ovvero il famigerato impero americano.

Quando il capo della CIA scrive infatti che dopo l’11 settembre “l’ascesa della Cina e il revanscismo della Russia pongono delle scoraggianti sfide geopolitiche in un mondo di intensa competizione strategica nel quale gli Stati Uniti non godono più di un’incontestata supremazia strategica e nel quale “le minacce climatiche esistenziali “stanno crescendo” è costretto ad ammettere che gli USA non hanno più la supremazia di un tempo.

 

Il crollo dell’URSS e la supremazia assoluta di Washington.

Per poter comprendere come si è giunti a questa nuova condizione, occorre prima fare un passo indietro alla conformazione geopolitica assunta dalla storia e dalle relazioni internazionali nei primissimi anni della globalizzazione.

Una volta avviato il processo di dismissione dell’URSS, creatura della finanza anglosassone che ne ha poi decretato l’estinzione attraverso l’aiuto del suo emissario, “Gorbachev”, sullo scacchiere internazionale si è creato un enorme vuoto geopolitico nel quale gli Stati Uniti non avevano nessun serio concorrente alla sua supremazia politica e militare.

In Russia, si instaurava un governo fantoccio presieduto dal famigerato “Boris Eltsin”, che consegnò di fatto le chiavi del potere a Washington e alla CIA.

L’impero americano appariva più forte che mai e sfrutta questo periodo di transizione per elaborare la sua strategia di dominio attraverso l’elaborazione della teoria delle guerre preventive, elaborata dai famigerati neocon attraverso il” Project for the New American Century”, una lobby sionista, nata esplicitamente per concepire la base ideologica necessaria per aggredire gli avversari dello stato di Israele.

A fare parte di questo gruppo sono personaggi come “John Bolton”, “Paul Wolfowitz” e “Bill Kristol” , tutti di origine askenazita e futuri membri dell’amministrazione Bush che scatenerà poi l’inferno in Medio Oriente.

La strategia della guerra preventiva poteva avere solo successo se ci fosse stato una sorta di crisi artificiale così imponente da dare a Washington il pretesto di attaccare i nemici dello stato ebraico.

Nei documenti del “PNAC” che risalgono alla fine degli anni 90 si parla esplicitamente di un “evento catalizzatore simile ad una nuova Pearl Harbor” per giungere a tale fine, e nel 2001 arriva puntuale l’attacco dell’11 settembre nel quale Israele ha avuto un ruolo di primo piano, e a questo riguardo si può ricordare, tra le altre cose, la storia degli agenti del Mossad danzanti di fronte al crollo delle Torri.

L’impero dunque avanza incontrastato e attacca Afghanistan e Iraq negli anni 2000 per poi arrivare ai bombardamenti della Libia con l’esecuzione pubblica di Gheddafi e gli attacchi terroristici contro Assad dopo.

 

Le differenze tra l’ascesa di Russia e Cina.

In questo lasso di tempo però, lo scenario che il mondo neocon e sionista tanto temeva si manifesta.

La Russia passa dalla dimensione di stato fantoccio a quella di nazione leader delle relazioni internazionali in grado di costruire un’alternativa geopolitica all’impero che non sia quella della completa sottomissione ai voleri dell’anglosfera e del sionismo, ma quella di rapporti dove le nazioni vengono trattate da pari e non come colonie da sottomettere.

Sono i primi germogli di quelli che oggi sono il “mondo multipolare e i BRICS”.

L’ascesa della Cina, soprattutto da un punto di vista commerciale, invece non è stata in alcun modo contrastata dagli Stati Uniti, ma al contrario è stata fortemente favorita dall’impero americano.

La globalizzazione per poter avere successo e giungere ad un mercato dominato da un gruppo di pochissimi oligopolisti aveva bisogno di un enorme mercato a basso costo e non esisteva altro Paese al mondo con caratteristiche più ideali della Cina per attuare la visione neoliberale.

L’amministrazione Clinton fu quella che diede il via libera all’ingresso della Cina nell’”Organizzazione mondiale del commercio”, e fu quella che avviò il processo di deindustrializzazione americana ed europea a tutto vantaggio del gigante cinese.

La Cina, potremmo dire, faceva parte del club mondialista ed era stata invitata al tavolo.

Ciò che ha portato ad un suo allontanamento dall’anglosfera è stato il suo disinteresse e la sua ostilità di cedere del tutto la sua sovranità ad una futura governance globale nella quale la Cina si sarebbe ritrovata a sua volta come un mero vassallo dei signori della finanza internazionale.

Questo spiega anche il divorzio tra Pechino e Wall Street con la fuga dei capitali anglosassoni dalla Cina e il ritorno negli Stati Uniti.

L’elemento decisivo che ha consentito però di avviare la stagione della fine dell’imperialismo americano è stato sicuramente Donald Trump.

Se è vero che nel mondo sono sorti nuovi attori con visioni antitetiche a quelle del “CFR” e dello “stato profondo di Washington” è altrettanto vero che ciò è stato possibile anche grazie alla “nuova filosofia di Trump fondata non sulla preservazione dell’impero e del suo disegno globalista, ma sugli interessi americani e sulla difesa della sovranità nazionale”.

C’è stato indubbiamente un passaggio degli Stati Uniti passati da una dimensione internazionalista ad una nazionale che ha sconvolto completamente la storia mondiale e i precedenti equilibri.

La presidenza Biden e la mancata restaurazione dell’impero.

Quello che ancora diversi osservatori faticano a spiegarsi è il mancato ritorno allo status quo precedente a Trump che avrebbe dovuto attuarsi con la presa del potere di Biden.

La frode elettorale alla quale hanno partecipato tutte le più importanti corporation e gruppi finanziari d’America – come da loro stessi riconosciuto seppur chiamandola per via della loro incurabile dissonanza cognitiva lotta per la “democrazia” – era stata concepita proprio per questo.

Lo “stato profondo” aveva la disperata esigenza di riportare le lancette dell’orologio della storia alla situazione che precedeva il 2016, l’anno di elezione di Trump, e si è messa in atto di conseguenza la più grossa frode della storia nella quale il governo italiano sembra aver avuto un ruolo altrettanto decisivo con il famigerato scandalo dell”’Italia gate”.

 

Biden serviva a questo. Biden serviva a rinsaldare nuovamente quel rapporto tra l’America e il globalismo interrotto da Trump e invece assistiamo al fenomeno opposto.

Assistiamo al proseguimento dei fondamentali della politica estera di Trump attraverso il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e quello imminente e definitivo dalla Siria.

Su questo ultimo scenario ha lanciato l’allarme “Foreign Policy”, un’altra rivista dell’”universo dello stato profondo” di proprietà del “Washington Post”.

Così come assistiamo allo stesso modo al rifiuto degli Stati Uniti di venire in soccorso del “regime nazista di Zelensky” con il mancato invio di truppe americane, come ci si attendeva da un’amministrazione democratica, e dal rifiuto di sostenere anche economicamente Kiev.

L’impero non torna ad essere impero ma continua a disgregarsi poiché il suo presidente non fa evidentemente nulla per attuare le volontà del “CFR”.

Quest’anomalia politica riporta agli accadimenti del gennaio 2021 quando molti ebbero l’impressione che l’inaugurazione di Biden fosse alquanto anomala e le perplessità aumentarono nelle settimane successive quando il presidente nemmeno teneva le conferenze stampa che si tengono nella tradizionale sala stampa della Casa Bianca.

Questo senza contare le interminabili gaffe commesse da Biden in patria e all’estero seguite poi dai rifiuti senza precedenti di vari capi di Stato di parlare al telefono con lui, come se il presidente degli Stati Uniti fosse una sorta di fastidioso promoter telefonico al quale gli statisti di mezzo mondo si fanno negare.

Non ci sono precedenti del genere ovviamente e questa situazione di limbo potrebbe spiegarsi con quanto accaduto nel gennaio del 2021.

Alcune fonti militari e diplomatiche, che hanno raggiunto anche questo blog, sostengono che in quel frangente Trump abbia firmato una legge speciale nota come” atto contro le insurrezioni “che consente al presidente di ricorrere ad una serie di poteri straordinari per reprimere un tentativo di eversione ai suoi danni.

Ciò prevede il coinvolgimento delle forze armate che da quel momento in poi assumono il potere.

 Il Paese in questo caso sarebbe passato da un’amministrazione civile ad una militare e questo passaggio non è nemmeno necessario che venga reso noto al Parlamento, poiché lo stesso atto contro le insurrezioni non lo prevede affatto.

Il presidente degli Stati Uniti ha poteri ampi e speciali che gli sono stati dati in passato dagli stessi membri dello “stato profondo” che oggi stanno facendo di tutto per impedire un ritorno ufficiale di Trump.

Ora lasciamo che siano i lettori a valutare le informazioni che ci sono state trasmesse, ma è un fatto indiscutibile che” Joe Biden” non stia soddisfacendo in nulla coloro che lo hanno messo lì e che invece che restaurare l’impero stia portando al suo inevitabile declino.

L’elemento che emerge indirettamente dall’analisi di “Burns” è questo. Lo “stato profondo” ha preso atto a malincuore di aver perduto il comando della superpotenza americana” senza la quale nessun governo mondiale è attuabile”.

Il momento storico attuale registra la fine dell’impero americano e dell’anglosfera e una nuova fase epocale nella quale gli assetti del XX secolo sono definitivamente giunti al termine.

Il secolo americano, e soprattutto sionista, è giunto al termine ed è questo che tormenta non solo uomini come “Burns” ma anche tutti coloro che a tale apparato come la classe politica in Italia che senza l’esistenza dell’impero non ha alcuna possibilità di sopravvivere a tale congiuntura storica.

Il 900 è stato certamente il secolo degli imperi e delle organizzazioni sovranazionali che comandavano la politica delle nazioni.

Quello attuale invece si profila invece come il secolo delle nazioni e del multipolarismo.

D’Alema, uomo da sempre appartenente all’establishment globalista, ne prese atto a malincuore e parlò esplicitamente di fallimento del Nuovo Ordine Mondiale.

Il mondialismo ha perso la sua partita e, a quanto pare, fa una tremenda fatica ad accettare la sua scomparsa.

Come successe all’antica Roma

l’impero americano è al declino.

Ildubbio.news - LANFRANCO CAMINITI – (19 agosto, 2021) – ci dice:

 

Troppe frontiere da sorvegliare, troppi avversari. I gendarmi del mondo non hanno più le risorse. Successe all'antica Roma, ora tocca all'impero americano.

«How many more American lives is it worth?/ quante altre vite americane ancora vale?» – chiede il presidente Biden, mentre spiega perché ha deciso di andare via dall’Afghanistan, e perché non si poteva fare altrimenti.

D’altronde, il 70 percento degli americani, di quella guerra non voleva più saperne.

Per quante bandiere americane sventolino nei vialetti residenziali, per quanti nastri gialli si appuntino sui baveri di giacche e cappotti, per quante scariche a salve si possano sparare nel cimitero di Arlington – la questione poi è sempre quella, dannata, della guerra in Vietnam: quante bare regge l’opinione pubblica americana?

 C’era un film cubano con una marcetta che faceva “And they’re coming to take me away” – stanno venendo a prendermi – e si vedeva l’immagine del presidente Johnson e una fila di bare coperte con la bandiera a stelle e strisce che sfilavano nella sua testa.

 Ogni volta che le immagini delle bare dei soldati caduti giravano nei telegiornali, ogni volta cresceva l’insofferenza americana per quella guerra.

 Johnson non resse e si ritirò, non si poteva fare altrimenti.

È lì, nella fuga caotica dall’ambasciata di Saigon, 1975, che è iniziato il declino americano?

Sono decenni che ci si interroga sul declino dell’impero americano.

 Una trentina d’anni fa ebbe uno straordinario successo editoriale con stupore generale, restando in cima alle classifiche per mesi, “The Rise and Fall of the Great Powers”, “Ascesa e declino delle Grandi Potenze”, di “Paul Kennedy,” uno storico inglese che insegna alla “University of East Anglia”, “Norwich”, un ponderoso saggio di taglio accademico con migliaia di note e riferimenti bibliografici.

Kennedy, dopo aver analizzato l’ascesa e il declino dei grandi imperi del passato, sosteneva che gli imperi crollano, paradossalmente, a causa delle loro stesse vittorie in termini di espansione e conquiste territoriali.

Troppi confini da sorvegliare, troppi nemici da tenere a bada, quindi una macchina militare sempre più grande e costosa che alla fine con la sua stessa esistenza schiaccia la macchina economica che la sostiene.

Alla conclusione del suo libro, “Kennedy” volgeva lo sguardo al futuro dell’America:

«Gli Stati Uniti corrono ora il rischio, tanto familiare agli storici dell’ascesa e della caduta delle grandi potenze del passato, di quella che si potrebbe approssimativamente chiamare “eccessiva estensione imperiale”:

 vale a dire che i governanti di Washington devono affrontare lo spiacevole e assodato fatto che il numero degli interessi e impegni degli Stati Uniti va oggi ben oltre le effettive possibilità che il paese ha di proteggerli e mantenerli».

In poche parole, l’inevitabile declino americano era “scontato”:

 gli Stati Uniti avevano imboccato la parte discendente della loro parabola, come tutte le altre grandi potenze del passato.

 In realtà, gli Stati uniti nascono “costitutivamente” isolazionisti e, soprattutto, avevano in gran odio la guerra:

 i Padri pellegrini venivano dalle persecuzioni e dalle guerre di religione e di stati che avevano dilaniato l’Europa, e che ciclicamente continuavano a dilaniarla.

 Washington” e “Jefferson” furono i maggiori esponenti di una dottrina isolazionista.

Quando “Jefferson” fece il suo discorso di inaugurazione nel 1801 auspicò «pace, commercio, e amicizia sincera con tutte le nazioni, alleanze intricate con nessuna».

 Agli Stati uniti d’America interessava concentrarsi sugli Stati uniti d’America.

 

È con la “dottrina Monroe”, 1823, che le cose cambiano: gli Stati uniti (che tali in realtà ancora non erano) non avrebbero tollerato per l’avvenire alcun tentativo delle potenze europee di fondare colonie nel continente americano;

che eventuali ingerenze dei governi europei negli affari interni delle nazioni americane sarebbero state considerate dagli USA come una minaccia alla loro sicurezza e alla pace;

che a sua volta Washington si sarebbe astenuta dall’intervenire nelle questioni politiche e nei conflitti europei.

La dottrina aveva un sapore anti- colonialista (c’erano ancora “territori” sotto le corone europee nell’America del nord).

Ma – dopo l’annessione del Texas nella guerra contro la Spagna, 1846- 48 – si trasformò presto, con “Theodore Roosevelt”, nel praticare una propria forma di egemonia nel continente americano, fondamento dell'idea di protettorato sull'area centroamericana e caraibica.

Con l’intervento nella “Prima guerra mondiale”, gli Stati uniti rompono l’isolamento “americano” – erano ormai diventati una potenza economica e i loro interessi in prestiti a Francia e Gran Bretagna erano rilevanti e andavano “garantiti”.

Eppure, è proprio con il presidente “Wilson” che prende forma l’idea di una” Società delle nazioni” che garantisca la pace nel mondo – soprattutto dopo la contemporanea fine dei tre imperi, russo, austriaco e ottomano.

Solo che il” Congresso americano” bocciò la “Società delle nazioni” voluta dal suo presidente.

Con la partecipazione alla Seconda guerra mondiale, le cose cambiano radicalmente.

 L’economia registrò una crescita senza precedenti, aggiungendo più di 17 milioni posti di lavoro e aumentando la produzione industriale di oltre il 90 percento:

si raggiungeva il livello di prosperità a cui Roosevelt aveva ambito con il New Deal.

 Dalla produzione delle automobili alle navi di guerra: tutto ciò rese l’America non solo una potenza bellica formidabile, ma anche la prima economia al mondo. Decisero di non tornare all’isolazionismo:

 il paese era pronto ad assumere il ruolo di leader economico e politico. Iniziava, a ritroso e in avanti, il secolo americano.

Il Piano Marshall una montagna di denaro, di aiuti, di tecnologie e know- how perché l’Europa si riprendesse dalle devastazioni della guerra – ne fu parte integrante.

Questa decisione fu dettata anche dalla temuta crescente influenza sovietica.

 La guerra al comunismo divenne un’ossessione, gli Stati uniti diventarono il poliziotto del mondo.

 E spesso erano il poliziotto cattivo.

Quando è iniziato il declino?

E d’altronde, quand’è che l’impero romano ha cominciato ad andare a rotoli?

 Fu nel 410 quando Alarico saccheggiò Roma, o nel 451 dopo l’effimera vittoria ai Campi catalauni quando le truppe del generale romano Ezio, reclutate soprattutto tra i popoli Germani e affiancate dagli alleati Visigoti di “Teodorico I”, prevalsero sugli “Unni di Attila”?

 Stessa domanda per l’impero britannico:

sparì con l’indipendenza dell’India e del Pakistan nel 1947, “la perla dell’Impero”, o nel 1968 con la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi a est del Canale di Suez?

Proveremo a scoprirlo.

 

 

 

Le ragioni del trionfo della strategia

USA in Europa e nel mondo.

Periscopioonline.it – (4 gennaio 2023) – Claudio Pisapia – ci dice:

 

Chi aveva pronosticato un imminente crollo dell’impero americano dopo la ritirata dall’Afghanistan è stato presto smentito.

A due anni da quegli accordi, la guerra in Ucraina e i fatti di Taiwan evidenziano tutta la vitalità e il vigore della strategia degli Stati Uniti.

A ben vedere gli” accordi di Doha” stessi, che sancirono la fine di venti anni di ostilità, furono una prova di forza.

Tutti i cosiddetti alleati furono esclusi dall’incontro e dalle decisioni, senza che nessuno di essi se ne lamentasse.

In “Qatar” furono invitati solo “i talebani”, quelli che Europa e Nato si erano impegnati a combattere con ingenti perdite in termini di vite umane e di denaro.

 L’ingloriosa pace fu tale, cioè ingloriosa, solo per la popolazione civile afghana, in particolare ne soffriranno i diritti delle donne, e per l’orgoglio occidentale, compensato con l’auto-elogio della “perfetta” evacuazione.

In pratica noi europei riuscimmo a scappare con classe e tempestività appena fu dato l’ordine, lasciando sul terreno, oltre a un po’ di dignità, anche un bel po’ di armi e attrezzature per le future avventure talebane.

Gli americani avevano deciso avventurosamente di invadere, inspiegabilmente di rimanere per vent’anni e improvvisamente di rientrare, seguiti a ruota dagli eserciti europei e dagli altri paesi della coalizione.

Beninteso nessuna obiezione, tutto rientra nell’ottica di come gira il mondo dal secondo dopoguerra, ma ciò che è interessante sono i dibattiti infiniti con tema “il nulla cosmico”, che ignorano puntualmente gli inizi e le inconfessabili cause per dedicarsi al colore delle tende delle finestre, un po’ come succede con la nuova guerra europea in Ucraina.

 Ma sarebbero permessi seri dibattiti che mettessero a nudo cause e pretesti?

“Nuova guerra europea” perché è la prima dalla fine dell’ultima grande guerra solo se cancelliamo dalla storia le vicende degli anni ’90 dei Balcani, dove la Nato intervenne in prima persona, bombardando e colpendo obiettivi militari e civili, persino l’Ambasciata cinese.

Prima esperienza della “Nato” fuori dai confini dell’”articolo 5 del Trattato Atlantico”, inizio dell’era dell’interventismo globale a fianco della bandiera a stelle e strisce.

Ma il successo americano in questa ultima guerra è rappresentato prima di tutto dalla risposta europea.

 L’Europa appena tornata dall’Afghanistan con la coda tra le gambe, ignorata e bastonata da amici e nemici, che si è stretta intorno alle ragioni americane oltre ogni legittima aspettativa, più realista del re.

Assicurando fedeltà alla strategia globale a stelle e strisce.

Trasformando l’Ucraina in “una grande democrazia europea”, cosa che almeno fino al febbraio 2022 nessuno avrebbe nemmeno provato a immaginare.

Poi tutto è cambiato, perché nulla cambiasse (artisti di casa nostra).

Gli Stati Uniti hanno due nemici.

Uno potenziale, la Russia, e l’altro reale, la Cina.

Con l’operazione Ucraina sono riusciti, senza rimetterci un solo uomo, a rendere inoffensivo uno di questi.

Tra l’altro con il fortunoso aiuto di qualche calcolo sbagliato dello stesso Putin, che ha permesso di svelare al mondo qualche considerevole pecca in quell’esercito considerato secondo solo a quello americano.

 Almeno fino all’invasione.

La Russia si sta affossando dietro uno sforzo bellico e un isolamento internazionale da cui difficilmente si riprenderà e se mai ci riuscisse si ritroverà alle porte una “Nato rinforzata”, nuove basi militari a ridosso dei suoi confini e pochi dei vecchi legami/dipendenze tra le materie prime russe e l’economia europea e occidentale.

 Persino il “Nord Stream 2”, come aveva preannunciato il “Presidente Biden”, è stato distrutto, nonostante fosse un investimento anche tedesco.

 Legame tubolare senza intermediari Est-Ovest (Russia – Germania) attraverso il Mar Baltico che gli Usa non avevano mai visto con favore.

Quindi in Europa la strategia funziona, tutti intorno al Paese guida che da oltre settant’anni ci preserva e protegge facendoci vivere di economia e Pil in crescita.

Alla Cina ci ha pensato “Nancy Pelosi” l’ultimo agosto, con visita a sorpresa a Taiwan, a ricordare che anche da quelle parti c’è una sola grande potenza.

Xi Jinping ha protestato con veemenza, comandato esercitazioni militari in grande stile, ha mostrato i muscoli, ma tant’è.

Taiwan non si tocca, l’accesso ai mari per la Cina rimane condizionato e anche lì si sono rafforzati i legami tra i sodali, Giappone in primis, che come la Germania promette di riarmarsi, ma intanto si stringe agli antichi protettori e promette fedeltà mentre il Pil continua a crescere. Gli Usa vincono ancora.

Gli Stati Uniti vincono su tutta la linea, solo qualche pazzia atomica potrebbe scalfirne la leadership e tutti speriamo di non vederla mai, anche perché probabilmente sarebbe l’ultima cosa che vedremmo.

Vincono lasciandoci un po’ al freddo, ma vuoi mettere quello che stanno soffrendo altri sotto le bombe?

 E in fondo si tratta di sacrificare qualche pensionato al minimo o qualche precario, gli altri stringono la cinghia e vanno avanti.

Meglio questo che cadere nel girone dei barbari, di quelli oltre frontiera.

Chi vorrebbe mai morire cinese o sotto qualche terribile tirannia dopo essere cresciuto nel mondo del possibile per tutti, insieme a John Wayne e Tom Cruise?

E questo forse lo pensava anche Putin che fino agli inizi del nuovo millennio cercò di avvicinarsi all’Occidente.

Ma gli abbiamo detto di no.

 Il problema non è che avesse qualcosa in meno rispetto ai paesi dell’Est che pur abbiamo accettato sia nella Nato che nella Ue, anzi.

 Il problema era quel qualcosa in più.

Materie prime in abbondanza che se unite alle capacità industriali e tecnologiche europee potevano rappresentare un problema strategico per gli Usa.

Agli Usa serve che ognuno resti nel proprio recinto, in perpetua contrapposizione tra di loro in maniera che nessuno si rafforzi tanto da diventare un problema.

Per il resto, rimangono a guardare.

 Le migliori guerre sono quelle combattute per te dagli altri.

Vietnam e Afghanistan docet.

Ci sono due modi attraverso i quali le potenze creano legami indissolubili con i paesi satelliti.

 Lo facevano anche i grandi imperi del passato, i romani in particolare.

 Il primo attiene alla forza, è necessario essere il paese con una potenza militare superiore a tutti gli altri.

 Per questo gli americani spendono cifre enormi in armamenti, nel 2021 ben 801 miliardi di dollari.

Contano su 11 portaerei che assicurano il dominio dei mari laddove i paesi che inseguono ne hanno mediamente una.

Per fare un confronto, il secondo paese che ha speso di più in armamenti nello stesso anno è la Cina con 293 miliardi, segue l’India con 76 e il Regno Unito con 68 miliardi di dollari, primo dei paesi europei.

Il secondo punto attiene alla dipendenza economica.

Tutto il mondo, con rare eccezioni, dipende economicamente dagli Stati Uniti che provvedono a fornire benessere, dando protezione in modo che i paesi amici possano occuparsi molto di economia e poco di politica estera.

La moneta globale che misura le transazioni è il dollaro, e tutti lo vogliono.

 Le transazioni avvengono attraverso circuiti di pagamento americani e di questo se n’è accorta la Russia che con l’embargo non ha potuto più ricevere o fare pagamenti risultando fuori da tutti i circuiti.

Si è vista persino congelare le sue riserve all’estero, con conseguenze per il commercio internazionale ancora inesplorate e che per ora si preferisce ignorare.

Come si può ben apprezzare da questo grafico gli Stati Uniti hanno quello che noi chiameremmo “un enorme buco di bilancio” estero, oltre 800 miliardi di dollari di deficit delle partite correnti cumulato nel 2021, ovvero nel commercio con l’estero (differenza tra import ed export).

 In pratica comprano tutto ciò che il mondo vende, lo fanno creando quei dollari che sono sostenuti e resi credibili non dall’oro ma dagli investimenti in armamenti di cui sopra.

Comprano merci distribuendo dipendenza.

 L’America offre sicurezza, stabilità e crescita economica comprando, con soldi che in realtà non ha ma che funzionano comunque, ogni sorta di beni a paesi che vuole tenere legati a sé.

Nell’ordine da destra Cina, Giappone, Corea fino all’Italia e oltre.

Eh già, anche la Cina ha crediti, quindi dipendenza, dagli Usa.

Lascia insomma l’economia agli altri (controllandola) e si cimenta in quello che conta veramente per rimanere il numero uno, la forza militare, il controllo, l’esercizio del potere.

 La strategia.

Gli Stati Uniti sono ancora, e lo rimarranno per molto tempo, la potenza egemone del mondo.

Nessuno ad oggi ha abbastanza voglia (l’Europa unita, che non esiste) o potenza sufficiente (Cina e tantomeno la Russia) per toglierle il primato.

 

 

 

 

 

Il Crollo dell’Impero Usa.

Come e Perché.

Vincenzo Fedele.

Marcotosatti.com – Vincenzo Fedele - Pubblicato da Marco Tosatti – (10 Gennaio 2024) – ci dice:

                                                        

Cari amici e nemici di Stilum Curiae (Papi e dintorni),

Vincenzo fedele, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione le sue riflessioni sulla situazione geopolitica.

Buona lettura e condivisione.

Marco Tosatti.

IL CROLLO DELL’IMPERO USA.

Pur se molti ancora non lo percepiscono, stiamo assistendo al crollo dell’impero USA.

Per meglio capire la situazione odierna occorre vedere come ci si è arrivati.

 La prima guerra mondiale pose le basi della travolgente ascesa degli Stati Uniti consacrata poi dalla seconda guerra mondiale.

Poi venne la guerra fredda.

Il mondo diviso in due blocchi contrapposti: USA e URSS.

L’implosione improvvisa dell’impero sovietico, simbolicamente rappresentata dal crollo del muro di Berlino nel 1989, pone fine al dualismo obbligatorio.

Il mondo si scopre all’improvviso unipolare.

Dominio assoluto USA.

Potenza militare, tecnologica, finanziaria, economica, industriale.

Il dollaro come moneta unica mondiale di scambio garantito dagli accordi di Bretton Wood.

Quando Nixon dichiara (inizio anni 70) la fine del rapporto di conversione aurea del dollaro, si creano i petrodollari che da quel momento muoveranno l’economia.

Il mondo unipolare viene globalizzato.

 Cioè il mondo deve allinearsi agli usi e costumi americani.

 La favola del villaggio globale sul modello USA viene alimentata dai nuovi potenti mezzi TV, dalle connessioni satellitari, dalla potenza di Hollywood e dei media informativi ed informatici che dominano lo scenario mondiale condizionandone sviluppo, vita e modo di vivere.

Il liquidatore dell’URSS, Gorbaciov, viene osannato, portato sugli altari per meglio cantare le lodi USA e sostituito con Eltsin il cui unico pregio era l’amore per le bottiglie di vodka. 

L’URSS sparisce, i suoi satelliti vengono catturati e riassegnati nel nuovo scacchiere mondiale mentre la stessa Russia viene smembrata e depredata dei propri beni e della propria identità.

 La tanto osannata libertà e democrazia, insieme a glasnost e perestroika vengono declinate in decentramento ed anarchia in tutta la Federazione russa.

Ogni governatore regionale si trasforma in un piccolo despota onnipotente.

In tutta la Russia si vive per bande nel caos assoluto dove imperversano gli avvoltoi di Wall Street con i loro trilioni di dollari a comperarne le spoglie per un tozzo di pane.

 (La fine attuale prevista della nostra Italia? N.D.R)

L’ascesa di Putin in Russia, però, stravolge i piani del nuovo, unico, direttore d’orchestra e governatore mondiale.

 La strada corretta sarebbe stata quella prospettata da un certo Berlusconi che aveva sognato ed attuato il capolavoro di Pratica di Mare:

 La Russia che entra nella NATO e che è accettata nel consesso mondiale per uno sviluppo armonico e condiviso che avrebbe portato 6 miliardi di persone(allora) ad uno sviluppo ordinato e garantito dal vincitore incontrastato.

Appena rientrato negli USA, i falchi fanno cambiare idea a Bush padre.

Una nazione sola al comando è l’imperativo da perpetuare in eterno.

Si rompe il giocattolo virtuoso ed inizia il percorso dell’unico polo e della globalizzazione ad immagine e somiglianza del capo unico.

 La Cina, emarginata ed appena uscita dall’epoca agricola, diviene la manifattura a basso costo del mondo. La Russia inizia a riprendersi dallo sfacelo eltsiniano.

Nasce il primo accordo tra Brasile, India, Cina, Russia e Sudafrica, chiamati BRICS con intento derisorio.

Una nullità in confronto al G7. Viene anche varato il G20, per comunicare e rendere esecutivo nel mondo quanto il G7, cioè gli USA, decideva di volta in volta.

La Cina, intanto, faceva pazientemente tesoro di ogni nuova tecnologia che veniva trasferita al dragone per produrre merce a basso costo per il mercato occidentale.

Non solo le fotocopiatrici funzionavano a pieno regime per duplicare progetti e tecnologie, anche la formazione dei giovani subisce una vigorosa accelerazione per formare una nuova generazione e competere al massimo livello culturale e tecnologico.

Gli studenti cinesi vengono inviati nelle migliori università americane ed europee, vengono finanziati centri tecnologici cinesi in ogni paese occidentale.

Il “centro di ricerca Huawei “vicino Milano impiegava centinaia di ingegneri elettronici, così in ogni altra capitale europea.

 Dal brutale furto legalizzato di tecnologia importata si passa ai brevetti avanzati made in Pechino.

In parallelo la Cina inizia a guardare all’Africa, dove entra in punta di piedi per non impensierire USA, Francia e Inghilterra che, da ex dominatori coloniali continuano lo sfruttamento indiscriminato dietro paraventi di governi fantoccio, corrotti e telecomandati.

 L’esperienza attuata in Cina, con una società agricola e rurale portata in pochi anni sulla via dell’industrializzazione, viene esportata con successo nell’arretrato e tribale mondo africano.

 Investimenti mirati, finanziamenti diretti e realizzazione di infrastrutture consentono una penetrazione capillare e di basso profilo di Pechino in tutto il continente africano.

La Russia segue una strada diversa da quella cinese.

Non sviluppa una propria industria manifatturiera a meno di quella orientata al mondo militare.

Cerca di valorizzare le proprie materie prime, minerarie ed energetiche, gas e petrolio.

Sviluppa l’agricoltura per la propria autonomia e per l’esportazione.

Riprende i contatti della vecchia URSS, ma a condizioni paritarie accantonando gli intenti dominatori dei sovietici che, invece, vengono perpetuati dagli USA e dal mondo occidentale con Francia ed Inghilterra in testa.

I vecchi contatti della Russia, modernizzati ed attualizzati da Putin, ed i nuovi contatti e progetti cinesi iniziano a smuovere tutta l’Africa che, pur nella corruzione di governi asserviti, vede la possibilità di affrancamento oltre il vassallaggio ed ai finti aiuti pelosi del” Fondo Monetario Internazionale” indirizzati dove vuole il nocchiero americano ed alle sue condizioni.

L’India è ancora più indietro, ma la sua formidabile propensione per le scienze matematiche e la lungimiranza dei leader che si succedono al governo, fanno imboccare anche a Nuova Delhi la strada dello sviluppo autonomo, della valorizzazione delle proprie risorse e del proprio capitale umano.

Con la complicità degli errori della politica cinese del figlio unico, diviene la nazione più popolosa del mondo.

Il vaso di Pandora è scoperchiato, ma gli USA e l’Europa neanche se ne accorgono.

 Sottovalutano gli effetti devastanti della nuova situazione e non sanno gestirla, continuando a delegare la produzione di beni e tecnologie a quelli che ritengono ancora paesi emergenti da guardare dalla torre inaccessibile del primato tecnologico.

Anche le multinazionali ed i colossi finanziari continuano a lucrare sulle rendite monopolistiche senza rendersi conto che si stanno demolendo le fondamenta di costruzioni ritenute inattaccabili.

Istituzioni come “Blackrock” muovono trilioni di dollari con disinvoltura condizionando governi alleati, facendo cadere governi dubbiosi o eliminando fisicamente leader indesiderati.

Non bisogna pensare solo a quelli più eclatanti, come Gheddafi e Saddam, ma anche a tutti i piccoli despoti africani assassinati sino ad arrivare, parlando di casa nostra, allo stesso Berlusconi, sepolto sotto i sorrisini della Merkel e di Sarkosì, prima che la scure del potere si abbatta anche su di loro intercettati e condizionati da oltre oceano a loro insaputa.

 

L’allargamento ad est della NATO, strategicamente inutile a livello militare dopo il disfacimento del patto di Varsavia, doveva completarsi con il colpo di stato in Ucraina del 2014.

I maneggi dei vari “Soros”, “Nuland” e compagnia raggiungono gli obiettivi immediati, ed il governo ucraino democraticamente eletto viene sostituito con uno in cui i ministri sono designati dall’ambasciata USA a Kiev.

Da lì, però, inizia l’evidenza (cominciata molto prima) della lenta decadenza dei sogni imperiali delle élite del comando e del pensiero unico.

Putin si riprende la Crimea che, in un contesto molto diverso, Kruscev aveva assegnato amministrativamente all’Ucraina, pur non avendone mai fatto parte.

La Cina procede nel proprio sviluppo trattando direttamente con i produttori energetici e si allarga all’Arabia Saudita ed a tutto il mondo arabo.

 I rapporti tra i BRICS si allargano e si intensificano unendo la diplomazia ai sostegni militari ed agli aiuti finanziari, progettuali, economici e tecnologici ai paesi detti del terzo mondo, principalmente quelli africani che hanno quantità enormi di materie prime del loro sottosuolo.

Il COVID sembra interrompere questo percorso.

Gli USA, che stavano per entrare in recessione, riprendono a stampare dollari a spron battuto inondando il mondo di carta straccia al valore facciale stampato sopra, con la scusa dell’inevitabile sostegno all’economia sacrificata e messa in difficoltà dalla pandemia che in modo inatteso (inatteso ?) ha invaso il mondo.

 

La Cina ha il timore che, pur se il virus è stato ingegnerizzato nei suoi laboratori, la pandemia colpisca la sua popolazione e la indebolisca militarmente, non essendo ancora tecnologicamente alla pari con il mondo occidentale, decimando la propria popolazione e, quindi, il proprio esercito che, non potendo competere con l’avanguardia dei mezzi tecnici, può incutere timore solo con la superiorità numerica minacciata dalla nuova peste planetaria.

La politica della tolleranza zero, con segregazioni forzate di intere regioni, con centinaia di milioni di cinesi costretti a casa, con aziende, porti ed aeroporti chiusi, ferma il dragone e lo costringe a riprogrammare il proprio sviluppo.

 I contatti diplomatici, militari e di cooperazione in generale, però non si fermano, anzi si intensificano.

Il mondo BRICS si apre ad accordi di cooperazione esterna con altre nazioni che vogliono affrancarsi dal tallone del potere unico.

Putin, intanto, si rende conto che l’accerchiamento NATO sta per completarsi.

Gli accordi di Minsk e poi di Minsk 2, sottoscritti anche dalle nazioni occidentali, servivano solo a far guadagnare tempo per armare adeguatamente l’Ucraina e metterla in condizione di combattere una potenziale guerra con la Federazione Russa.

Rompe gli indugi ed ordina la sua “operazione speciale” per “liberare” le regioni russofone che dal 2014 sono sotto il tiro delle artiglierie di Kiev nel silenzio di tutto l’occidente.

Partono le sanzioni contro la Russia, dopo quelle già operative dal 2014, cioè dall’annessione della Crimea alla Federazione Russa.

 Oltre al blocco dei commerci con Mosca, vengono requisiti anche i fondi russi nelle banche occidentali, sia quelli pubblici che quelli privati.

Viene bloccata la possibilità di transazioni nel circuito “SWIFT,” cioè nel circuito finanziario mondiale, blocco già subìto dal Vaticano subito prima delle dimissioni storiche di Benedetto XVI e subito ripristinate appena il Papa aveva comunicato al mondo la propria rinuncia al papato.

Arriviamo al 2023, con l’evidenza del cambio di spartito e suonatori, ma con un processo ed una rincorsa che inizia da lontano.

Forse è la nemesi storica che ogni secolo richiede un diverso conduttore. Gli USA hanno guidato il XX secolo ereditandolo dagli inglesi che a loro volta lo avevano strappato ai francesi nel secolo precedente.

La “disciplina” imposta dal mondo bipolare scaturito dal 1945 è stata molto mal interpretata dalle élite statunitensi tanto che, quando la costrizione doveva essere eliminata, per rinuncia dell’antagonista sovietico, e trasformata in amicizia collaborativa, pure se fortemente “consigliata” dai primati tecnici ed economici USA, è invece continuata in modo subdolo ed impositivo.

La stessa autopercezione USA di gendarme del mondo anche contro il desiderio di autonomia di chi “doveva” essere protetto ha contribuito a questa corsa verso il baratro ed alla ricerca, da parte dei governati controvoglia a ricercare alternative e, in assenza, inventarle.

L’attacco alle torri gemelle segna un altro spartiacque nel perpetuare questa fallace utopia che ha portato Washington a reazioni compulsive iniziate con le bugie sull’Iraq, tacitate con la complicità dei media mondiali e proseguite con le vittorie iniziali in Iraq e poi via via con debacle sempre più evidenti.

Dallo stop in Siria alla creazione dell’ISIS ed al boomerang conseguente e giù sino a dover permettere alla Turchia di giocare su più tavoli anche avversi ed alla conclusione con la fuga ignominiosa dall’Afganistan.

Un Paese che esporta democrazia targata stelle e strisce ed occulta potenziali brogli nelle elezioni interne.

Che cerca di emarginare un candidato alla Casa Bianca, quasi certamente vincente, combattendolo con accuse speciose nelle aule giudiziarie per evitare il verdetto delle urne.

Il delirio di onnipotenza si concretizza infine nell’attuale crisi ucraina prima con una ricerca spasmodica di un governo amico anche contro gli alleati europei.”

 Rimarrà nella storia il “si fotta l’Europa” di “Victoria Nuland”.

Poi con la farsa degli accordi di Minsk e Minsk 2 per avere il tempo di rifornire di armi l’Ucraina.

Infine con il diniego al governo ucraino di firmare gli accordi di pace nel marzo 2022 certi del collasso russo e della presunta superiorità tecnologica occidentale.

Il resto del mondo vede la crisi ucraina come l’ennesima prevaricazione occidentale, Usa ed Europa, per imporre le proprie scelte al resto del mondo anche se l’Europa è, in realtà, succube dei diktat USA.

Lo stesso attacco di “Hamas” e la tragica ed eccessiva risposta israeliana sono emblematici sia degli errori USA in Medio Oriente, sia della perdita di leadership americana.

Mai nel mondo sono stati accettati genocidi come quelli che si stanno perpetrando a Gaza davanti alla platea mondiale.

 Nel breve sembra che tutto taccia e tutto si accetti nell’illusione di distruggere così “Hamas”.

 Ma tutte le migliaia di morti innocenti saranno ricordate negli anni e nei secoli avvenire a imperitura vergogna del popolo ebreo che sarà sempre confuso con i sionisti di Netanyahu coperto dalla follia di Biden.

La crisi di un impero si vede anche dal livello di influenza che i presunti vassalli, o pretoriani, hanno sull’imperatore.

Israele è certo che soprattutto negli anni di elezioni, anche quelli di metà mandato, può fare quello che vuole visto che l’influenza della lobby ebraica condiziona pesantemente il Presidente USA. 

Questo non da oggi, bensì da sempre.

J. F. Kennedy aveva messo con le spalle al muro “Ben Gurion” che cercava di occultare agli Stati Uniti gli esperimenti per avere la bomba atomica mascherati da centrali elettriche civili.

 Aveva imposto visite semestrali a garanzia di cosa si stesse realmente svolgendo nei siti riservati israeliani.

 Stranamente Kennedy venne ucciso prima che le visite iniziassero.

Con “Lindon Johnson” non se ne fece più niente e nessuno più parlò dell’atomica israeliana.

 La tattica di fare quello che si vuole negli anni di elezioni è stata ampiamente praticata da molti altri, compresi “Begin” ed “Ariel Sharon”.

 Netanyahu ha imparato molto bene da loro e già all’epoca di Clinton si vantava apertamente di prendere in giro il Presidente USA fingendo di attuare gli accordi di Oslo mentre in realtà li affossava.

Oggi si ripete, con esiti tragici, il medesimo copione.

 Si sorvola sui genocidi nel silenzio ottuso e complice dell’imperatore alla fine del suo mandato e, forse, dell’impero che rappresenta.

 

Leggevo un impressionante studio dell’”Università di Cambridge” su come sono valutate Russia e Cina nel mondo.

Per il mondo occidentale, cioè poco più di 1 miliardo di persone, La Cina è vista negativamente dal 75 %, della popolazione.

Percentuale che sale addirittura all’87 % nei confronti della Russia.

Valutazione esattamente opposta per i quasi 7 miliardi del resto del mondo che valuta positivamente l’operato cinese al 70 % e per il 66 % apprezza il comportamento di Mosca.

Una totale sfiducia nelle democrazie occidentali che adattano le regole ai propri interessi e che ha anche perso i propri valori di riferimento su cui si è fondata, nel bene e nel male, la rinascita dopo la tragedia della seconda guerra mondiale.

Il mondo non è più unipolare.

Forse non è ancora multipolare, quindi entriamo in un periodo di disordine planetario da governare con una nuova saggezza che al momento non si vede all’orizzonte.

Da questo caos competitivo penso che non uscirà vittorioso un singolo Stato, tanto meno la Cina.

 Penso ad una futura governante diffusa incentrata sul modello BRICS, con baricentro ad est, con importanza sempre maggiore del Pacifico a scapito dell’Atlantico.

Paesi collegati tra loro ma singolarmente sovrani, che dovranno cercare di produrre regole vere e durature, che siano competitivi e sensibili ai propri interessi nazionali in un quadro generale realmente multipolare.

La competizione, anche forte e realista, sarà il nuovo motore di sviluppo in sostituzione di un anacronistico potere basato solo sulla potenza economica pregressa che permette di spostare trilioni di valuta verdastra per affossare o esaltare regimi utili o da emarginare in base alle convenienze del momento o del tiranno occulto di turno.

L’Europa, in primis, dovrà cambiare totalmente la propria idea di governance di sviluppo e di convivenza.

Dal caos si uscirà, ma come ne usciremo dipende da noi.

Purtroppo non solo da noi, ma certamente anche da noi.

(Vincenzo Fedele)

 

 

 

 

La strategia dell’impero

Americano.

Lanuovabq.it - Rino Cammilleri -Libro di Daniel Gander – (15-1-2021) – ci dice:

 

Lo storico svizzero Daniele Gander ha appena pubblicato un libro per “Fazi”, “Breve storia dell’impero americano”.

Una potenza senza scrupoli, in cui sostiene che chi comanda davvero negli Usa è un’oligarchia economica” superiorem non recognoscens”.

Un libro utile e interessante, con qualche riserva...

 

 Dal 1945 «nessun’altra nazione ha bombardato così tanti stati stranieri e rovesciato così tanti governi quanto gli Usa. Nessun’altra nazione ha più avamposti militari, esporta più armi e possiede una quantità maggiore di armamenti».

E questo si sapeva, visto che dell’impero americano facciamo parte.

Però il libro parte dall’inizio, da quel 1776 del “Boston Tea Party,” quando i coloni americani buttarono in mare le casse del tè inglese su cui non volevano pagare le tasse.

Notare che si erano travestiti da indiani, per scaricare la colpa su questi ultimi e ben sapendo che gli inglesi li avrebbero massacrati senza neppure disturbarsi a indagare.

Gli inglesi, almeno, le due guerre contro la Cina per costringere quest’ultima ad acquistare il loro oppio nepalese le avevano scatenate senza infingimenti.

 E l’accorata lettera dell’imperatore cinese alla regina Vittoria, in cui chiedeva se lei avrebbe sopportato una cosa simile in casa sua, restò senza risposta.

Il libro di Gander, tuttavia, ha un limite ai miei occhi: l

a sperticata professione di pacifismo senza se senza ma dell’autore, accompagnata da una lode alla “mindfulness”, qualunque cosa sia, come soluzione di tutti i mali.

Certe analisi storiche, poi sono affrettate e di parte, come quella riguardante il complotto della Cia per far vincere la Dc in Italia nelle elezioni del 1948.

La Dc non era una creatura americana, né c’era bisogno di diffamare i comunisti italiani perché chi fossero lo sapevano tutti.

Ecco, se il lettore terrà conto di queste riserve, senza dubbio potrà apprezzare il vademecum storico che descrive come è sorto l’impero americano, con quali metodi si è condotto e ancora si conduce a pro, tra l’altro, non del popolo americano ma di quell’oligarchia di cui si è detto e che nel denaro ha il suo solo e unico dio.

Il problema adesso è la Cina? Anche.

Ma il problema eterno, per l’impero, è sempre e solo un altro, problema superiore a quello cinese:

«impedire la creazione di uno spazio economico eurasiatico».

In soldoni, «fondamentale per gli Usa è che Germania e Russia non collaborino, ma si scontrino tra loro».

Il rischio fu forte col crollo dell’Urss.

 «Il segretario di stato americano, “James Baker”, il 9 febbraio 1990 promise al cospetto di Gorbačëv che la Nato non si sarebbe espansa di un centimetro».

Il presidente Clinton, democratico (l’oligarchia di cui sopra è rigorosamente bipartisan), se ne impipò subito e oggi la Russia è letteralmente circondata, con basi Nato (a conduzione sempre americana) fin sotto il naso della sua capitale.

Non tutte le ciambelle americane, però, riescono col buco, come dimostrano i falliti tentativi col Nicaragua e il più recente caso della Siria.

Ma la partita è sempre aperta.

Uno per tutti, il Messico, la cui prossimità con gli Usa è diventata proverbiale:

«Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti!», recita un ormai vecchio adagio.

Fin da quel lontano 1843 quando, nazione cattolica, ebbe l’infelice idea di abolire la schiavitù.

Già, peccato che i coloni texani di schiavi ne avevano tanti.

 Così, Remember the Alamo!,

e il Messico perse metà (metà) del suo territorio, compresa quella California ai cui porti pacifici gli Usa agognavano.

 E poi, “Remember the Maine!”, “Remember the Lusitania!”, “Remember Pearl Harbor! “Eccetera, per convincere un popolo restio a indossare l’elmetto per andare a morire chissà dove.

Ah, se cercate puntuali riscontri su Wikipedia, ecco cosa ne pensa Gander:

«Wikipedia è attendibile nelle voci scientifiche o per i risultati delle partite di calcio, ma non quando si ha a che fare con denaro, geopolitica e visioni del mondo».

Buona lettura (con le riserve che si è detto).

 

 

 

 

“Carl Icahn” ha paragonato

l’inflazione del 2022 alla

caduta dell’Impero Romano.

fortuneita.com - WILL DANIEL – (SETTEMBRE 24, 2023) – ci dice:

 

Lo sapevate gli uomini pensano molto all’antica Roma?

C’è una nuova tendenza virale di” Tik Tok” in cui le donne chiedono agli uomini della loro vita quanto spesso pensano all’Impero Romano.

Le risposte sono piuttosto sorprendenti, con alcuni che ammettono di pensare all’influenza e all’ampiezza dell’antico stato più volte alla settimana, o anche più volte al giorno.

 

La tendenza è ora così popolare che l’”hashtag #RomanEmpire su TikTok “ha superato 1,2 miliardi di visualizzazioni.

E guarda caso, i miliardari non sono immuni dal fascino del ripensare ai giorni dei combattimenti tra gladiatori e delle corse dei carri.

Basti pensare a “Mark Zuckerberg di Meta”, che ha ripetutamente espresso la sua ammirazione per “Augusto”, uno dei più grandi dittatori del mondo antico, e anche il primo imperatore di Roma dopo l’assassinio di Giulio Cesare.

“Non so se penso troppo all’Impero Romano.

Mi chiedo cosa ne pensino le mie figlie Maxima, August e Aurelia”, ha postato il miliardario su “Threads” martedì, unendosi alla recente tendenza su “TikTok”.

Altri miliardari sembrano pensare più alla caduta dell’Impero Romano che all’impero stesso.

Carl Icahn”, il miliardario fondatore di” Icahn Enterprises” che è diventato famoso come l’archetipo dello “scalatore di aziende” nel 1980, ha addirittura avvertito l’anno scorso che l’aumento dell’inflazione degli Stati Uniti durante la pandemia assomigliava molto a quello che si è verificato durante la caduta dell’Impero Romano.

 “Il peggio deve ancora venire”, ha detto” Icahn” al festival “MarketWatch at the Best New Ideas in Money” lo scorso settembre. “L’inflazione è una cosa terribile. Non puoi farci nulla”.

“Ray Dalio”, il fondatore del più grande fondo speculativo del mondo, “Bridgewater Associates”, è un altro miliardario con una diagnosi sinistramente simile.

“Dalio”, che ha pubblicato un libro sull’ascesa e la caduta degli imperi nel 2021 intitolato ‘Principles for Dealing with The Changing World Order: Why Nations Succeed and Fail’, ha spiegato a giugno 2022 in un episodio del podcast “Rachman Review” del” Financial Times “che l’aumento della liquidità deciso negli Stati Uniti dalla “Federal Reserve” durante la pandemia presentava una similitudine con ciò che si era visto durante la caduta dell’Impero romano.

“Storicamente, quando i paesi non hanno abbastanza denaro, allora stampano denaro, fin dai tempi dell’Impero Romano”, ha detto.

Come è noto, l’Impero romano sperimentò l’iperinflazione dopo che una serie di imperatori aveva abbassato la quantità di argento nella loro valuta, il denario, nel tentativo di rafforzare i fondi statali.

 Ebbe inizio dopo che il cosiddetto “Grande Incendio” aveva distrutto metà della città di Roma nel 64 d.C., spingendo l’imperatore Nerone a cercare un metodo veloce per ottenere il denaro necessario a ricostruire la città.

La svalutazione della moneta degli imperatori romani alla fine portò a un tasso di inflazione del 15.000% tra il 200 e il 300 d.C., secondo le stime di alcuni storici.

Dalio”, che ha lasciato il controllo di “Bridgewater” nel 2022 ma, a quanto riferito, ha avviato una battaglia per riconquistare il suo ruolo nell’azienda, ha accennato all’idea che la decisione del governo federale di finanziare programmi di spesa attraverso il debito durante la pandemia potrebbe dare il via a una replica di quella drammatica situazione.

“E’ una dinamica classica che ho visto per una vita, che vediamo sempre, ma è anche alla base degli aumenti e dei cali delle valute”, ha detto al “Financial Times”.

Anche “Marc Andreessen”, l’imprenditore miliardario e programmatore che ha co-fondato la “società di venture capital Andreessen Horowitz”, ha recentemente fatto riferimento alla caduta dell’Impero Romano, paragonando la sua esperienza in California alla vita tra le “rovine di una società una volta grande”.

In un post pubblicato sui social lo scorso ottobre ha scritto “Come Roma forse nel 250 d.C., viviamo in mezzo a un’enorme fioritura di cultura e creatività, ma le strade stanno diventando insicure e nessuno sa con certezza perché”.

Anche se è difficile generalizzare sulle tendenze di lettura della storia di una classe di miliardari, per non parlare dell’intero genere maschile, c’è un precedente riguardo all’ossessione per il declino e la caduta dell’Impero Romano tra i super-ricchi.

“Edward Gibbon”, che alla fine fu eletto al “Parlamento del Regno Unito”, era nato in una famiglia inglese di possidenti che aveva perso la maggior parte della sua fortuna nella “South Sea Bubble” del 1720, ma che in seguito aveva riconquistato.

“Gibbon” è noto come una figura chiave dell’Illuminismo, in gran parte grazie alla sua dettagliata opera storica in più volumi, appropriatamente intitolata “Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano”.

Il libro, da allora, ha fatto parte di molte biblioteche personali, e potrebbe anche essere in possesso di “Icahn”, “Dalio” ed altri.

 La sua tesi non tocca l’iperinflazione e oggi è considerata da molta problematica, poiché ha sostenuto che l’aver abbracciato il cristianesimo abbia fatalmente indebolito la virtù civica dell’Impero, e perché le sue critiche alla religione hanno portato in tempi più recenti ad accuse di antisemitismo.

(Vale tuttavia la pena evidenziare che le tendenze anticattoliche di Gibbon erano un segno distintivo del pensiero illuminista in generale).

L’ossessione per caduta dell’Impero romano tra i super-ricchi può anche essere legata all’ascesa dei competitor economici degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale.

 Dopo la fine della guerra, l’economia statunitense rappresentava circa il 50% del PIL globale.

Ma nel 2022, dopo anni di sviluppo nei mercati emergenti e di risalita di altre economie avanzate, la percentuale è scesa ad appena il 13,5%.

 Il segnale, nella narrativa, del declino e della caduta.

 

Nel 1992, la Harvard Business Review parlò per la prima volta di una nuova tendenza che toccava questo punto, che definì “declinismo” americano, osservando che i pronostici, le élite e persino molti membri del pubblico in generale avevano iniziato a temere che qualcosa fosse “fondamentalmente sbagliato” negli Stati Uniti in mezzo alla crescente concorrenza economica. Questi timori possono essere giustificati, ma potrebbero anche essere semplicemente un riflesso della mutata posizione degli Stati Uniti sulla scena mondiale, piuttosto che il crollo di un “impero” economico.

 

Tuttavia è curioso osservare come, nel corso della storia, il pensiero spesso torni agli antichi romani, nella mente degli uomini di tutto il mondo, siano essi miliardari o meno.

 

 

 

 

‘L’impero americano è finito,

ma l’America non lo accetta.’

Remocontro.it – Redazione - rem -  (24 Maggio 2023) – ci dice:

  

Tutta colpa del capitalismo afferma il massimo studioso di marxismo negli Stati Uniti, “Richard D. Wolff”, professore emerito di Economia alla “University of Massachusetts”, che ne parla con “Limes”.

 «Capitalismo, sistema economico storicamente e intrinsecamente espansionistico.

Molto più dello schiavismo, del colonialismo o di altri sistemi economici precedenti l’industrializzazione e l’avvento del capitalistico».

 Grazie a “Fabrizio Maronta”, l’intervistatore:

«I meccanismi di accumulazione e competizione del capitalismo implicano una spinta espansionistica».

Una nostra sintesi difficile e speriamo non troppo traditrice.

Globalizzazione figlia del capitalismo.

Dalla nascita della prima forma di capitalismo, nell’Inghilterra del XVII secolo, quella dell’economia capitalistica è storia di crescita ed espansione costanti.

 Prima nel resto delle Isole Britanniche, poi nell’Europa continentale, poi in quelli che diverranno gli Stati Uniti d’America, infine -specie per mezzo di questi ultimi nel XX secolo- nel mondo intero.

Nel “Manifesto del Partito comunista”, “Marx ed Engels” dicono chiaramente che gli imperativi della produzione capitalistica «spingono la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa si deve ficcare, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni».

La globalizzazione non è un semplice sottoprodotto del capitalismo, è il capitalismo in azione.

A trarre in inganno è il fatto che, storicamente, a questa tendenza espansionistica siano stati dati nomi diversi, come colonialismo e imperialismo.

Il capitalismo coloniale.

Nella prima globalizzazione i capitalisti europei e statunitensi erano in condizione di estrarre risorse nel Terzo Mondo da una posizione di superiorità economica, finanziaria, politica e militare incontrastata.

Raramente dovevano scendere a patti, limitandosi a mascherare la spoliazione con una diplomazia di facciata, e spesso nemmeno quello.

Ora invece il capitalismo occidentale, specie quello statunitense, deve fare concessioni vere, sempre maggiori.

Una situazione imprevista e sconcertante.

 Perché le controparti sono sempre meno economie sottosviluppate, ma a loro volta capitalistiche, con mezzi e metodi sempre più simili al prototipo occidentale.

Asia e Cina.

Quarant’anni fa Washington ha stretto un patto con il “Partito comunista cinese”:

il capitalismo americano ha ottenuto accesso a un enorme bacino di manodopera economica e al più promettente mercato della Terra, ma in cambio ha dovuto condividere la gestione delle imprese attraverso innumerevoli joint ventures oggi accusate d’essere il mezzo di un colossale, metodico spionaggio industriale.

Con il suo crescente peso di produttore e consumatore, la Cina sta modificando i termini del rapporto tra Occidente e resto del mondo. Lo fa da decenni, ma negli ultimi anni è diventato particolarmente evidente.

Non solo all’America, ma anche ad altre economie emergenti come India, Brasile, Turchia o i paesi del Sud-Est asiatico, che come Pechino accettano sempre meno il rapporto ineguale con gli Stati Uniti e le altre principali potenze capitalistiche.

Primato capitalistico e geopolitico finito.

La globalizzazione è stata un gigantesco affare per il capitalismo americano e per gran parte delle economie europee.

Ma ha un risvolto:

 la modernizzazione della Cina e la sua trasformazione in potenza economica, finanziaria, politica, militare e sempre più culturale.

Oltre gli aspetti specifici, puntuali della battaglia senza quartiere ingaggiata da Washington con la Cina sotto il profilo tecnologico e commerciale, si staglia una realtà ineludibile:

l’impero americano, inteso come primato capitalistico e geopolitico, è finito.

Ma l’America non vuole accettarlo.

Il capitalismo versione cinese.

A differenza dell’Urss, la Cina non ha interesse a superare il capitalismo, ma a padroneggiarlo per farne strumento di potenza al servizio dell’interesse nazionale.

Senza però alterare la propria natura politica e dunque il ruolo del Partito comunista, circostanza che gli Stati Uniti hanno compreso appieno solo negli ultimi anni.

Colti alla sprovvista da questa tardiva epifania, ora reagiscono in modo muscolare e autolesionistico.

Lotta di potere ammantata di ideologie.

Ora, a differenza della guerra fredda, a contrapporsi non sono più capitalismo ed economie «socialiste», cioè capitalismo privato e capitalismo di Stato.

 Il confronto è fra economie di mercato espressione di sistemi politici e culturali diversi, rivali, ma integrati in una rete di interdipendenze che rende la competizione per certi versi ancor più difficile

Conflitto di classe bandito, quello sociale esplode.

L’ideologia neoliberista, che al primo vero ostacolo – la sfida cinese – è stata rimpiazzata da un nazionalismo isterico intriso di protezionismo.

 Siamo passati dalle delocalizzazioni forsennate che hanno ucciso la classe media al «riportiamo il lavoro in America!» a suon di sussidi, pagati ovviamente dal contribuente.

Cioè dai lavoratori, che così scontano due volte il prezzo della globalizzazione.

Liberismo e protezionismo.

La storia del capitalismo è un alternarsi di fasi liberiste e protezionistiche, normalmente associate alle esigenze della grande impresa.

Nella fase competitiva prevale il libero commercio, in quella oligopolistica – frutto del consolidarsi di pochi «grandi campioni» a scapito di tutti gli altri – subentra il protezionismo, «complice l’influenza spropositata che il capitale è in grado di esercitare sul processo democratico».

Negli Stati Uniti, conflitto di classe latente.

La disfunzionalità del capitalismo americano e le enormi sperequazioni che produce, con un “establishment” in confusione totale, che risponde con “politiche reazionarie”.

Sussidi alle grandi corporations perché portino sul suolo americano la competizione al ribasso con le economie asiatiche:

 troppo tardi, perché c’è sempre qualcuno che produrrà in modo più economico, dall’India al Messico.

L’inflazione da ‘decoupling’, distanze dalla Cina.

Altra mazzata alla classe media, destabilizzazione delle banche da salvare con i soldi… dei lavoratori, ovviamente.

Il problema è che dopo oltre mezzo secolo di demonizzazione della sinistra e delle sue istanze sociali, la classe lavoratrice è troppo disarticolata e incosciente di sé stessa per fare massa critica.

 Il capitalismo americano ha vinto, ma ora la sua nemesi asiatica ne minaccia gli interessi fondamentali.

La storia non perdona.

 

 

 

Per 800 funzionari Usa-Ue: Israele

criminale a Gaza con Biden complice.

Remocontro.it – Redazione - rem – (3 Febbraio 2024) - ci dice:

 

Più di 800 funzionari in servizio negli Stati Uniti e in Europa hanno firmato una dichiarazione ‘transatlantica’ in cui si sostiene che Israele non abbia rispettato alcun limite nelle sue operazioni militari a Gaza, «che hanno provocato decine di migliaia di morti civili prevenibili», e denunciano anche «il blocco deliberato degli aiuti nell’enclave palestinese che ha messo migliaia di civili a rischio fame e morte lenta».

Mentre negli Stati Uniti esplode la possibilità giuridica di accusare il presidente Biden di complicità in genocidio e altri guai ancora.

E in Cisgiordania “Hamas” non scompare.

La guerra morale che Israele ha già perso.

«Esiste il rischio plausibile che le politiche dei nostri governi stiano contribuendo a gravi violazioni del diritto internazionale, crimini di guerra e persino pulizia etnica o genocidio»,

 la sintesi più efficace della  ‘Dichiarazione transatlantica‘ inviata alla “Bbc”, e divulgata nel mondo.

Complici di una catastrofe umana.

Secondo i funzionari pubblici di Stati Uniti, Ue ed 11 Paesi europei tra cui Regno Unito, Francia e Germania, le loro amministrazioni rischiano di essere complici «di una delle peggiori catastrofi umane di questo secolo», sottolineando che i loro consigli di esperti sono stati messi da parte.

Per l’emittente britannica, solo il più recente tra più segnali di dissenso all’interno dei governi di alcuni dei principali alleati occidentali di Israele.

Per uno dei firmatari, esperto del governo Usa, «il continuo rigetto delle loro preoccupazioni. Le voci di coloro che comprendono la regione e le sue dinamiche non sono state ascoltate».

Da “Gaza” a “Rafah” orrore in campo.

Giovedì il ministro della Difesa israeliano “Yoav Gallant” ha annunciato che l’esercito ora si dirigerà a “Rafah”, tra le ultime aree non ancora travolte pienamente dall’offensiva di terra.

 «Stiamo terminando le missioni a “Khan Yunis”, poi raggiungeremo “Rafah” ed elimineremo gli elementi terroristici che ci minacciano», ha detto Gallant.

«Se davvero andrà così le conseguenze saranno catastrofiche», avverte “Michele Giorgio” dal “Manifesto”.

La fuga verso l’Egitto.

Facile prevedere che tanti, in cerca di scampo, proveranno a passare la frontiera e a riversarsi nel Sinai.

Difficile prevedere la reazione del Cairo che già all’inizio della guerra aveva ammonito “Netanyahu” dallo spingere i palestinesi nel territorio egiziano.

Nessuna «Nakba di Gaza» che non pochi ministri e deputati israeliani ancora invocano.

 Il presidente egiziano ora chiama in causa gli Stati Uniti arrendevoli verso gli estremismi israeliani, con “Biden” che da quel fronte corre anche altri pericoli.

Crisi parallela ma forse più grave negli Stati Uniti.

Il giudice federale di “Oakland”, in “California,” respinge una causa contro il presidente “Biden”, affermando che il sostegno militare statunitense a Israele è al di fuori della giurisdizione della corte.

 Ma assieme sentenzia che è plausibile che Israele stia commettendo genocidio a Gaza.

 Ed ecco i giuristi israeliani più accorti -e “Haaretz” riferisce-,

 «Molto altro potrà accadere, negli Stati Unito o altrove, dopo la sentenza della California sul ‘plausibile genocidio a Gaza’».

La Corte Californiana.

Nel resoconto della decisione sul sito web del “Centro per i diritti costituzionali”.

 «La corte ha affermato che ciò che sta sopportando la popolazione palestinese di Gaza è una campagna per sradicare un intero popolo – il genocidio – e che il sostegno instancabile degli Stati Uniti a Israele sta consentendo l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi e la carestia».

L’annuncio su cosa si deve preparare ad affrontare l’amministrazione “Biden” in piena campagna elettorale:

 «Insieme ai nostri querelanti, perseguiremo tutte le vie legali per fermare il genocidio e salvare vite palestinesi».

Allarme massimo da Tel Aviv.

Per il professor “Eliav Lieblich”, esperto di diritto internazionale all’Università di Tel Aviv, la decisione in California potrebbe avere un effetto devastante contro Israele nelle controversie in tutto il mondo.

«Se Israele non si atterrà di buon grado alle indicazioni dalla Corte Internazionale dell’Aia, soprattutto per l’aumento degli aiuti umanitari a Gaza, sarà il primo segno di molteplici cause legali che saranno intentate in vari luoghi in tutto il mondo».

“Biden” bloccato negli aiuti.

«Questo tipo di decisione rischia di rendere più difficile per l’amministrazione Biden continuare ad aiutare Israele», aggiunge il professore, ricordando ai suoi ‘distratti governanti’ ciò che la Corte internazionale dell’Aia ha ‘ordinato’ a Israele:

 «Adottare tutte le misure in suo potere per prevenire il genocidio contro i palestinesi, consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza per alleggerire le condizioni di vita lì, impedire la cancellazione delle prove del genocidio e punire gli istigatori del genocidio».

Non certo le operazioni di sistematico abbattimento degli edifici non spianati dai bombardamenti, la cancellazione di Gaza, con corollario di incendi.

 Pulizia etnica per un impossibile ritorno.

“Abu Rudeineh”, vicepremier “ANP”.

“Nabil Abu Rudeineh”, definito ‘l’osso duro’ della politica ‘molto/troppo morbida’ dell’Autorità palestinese, parla con “Avvenire”.

‘Friendly and frankly’.

«Franchezza nei toni, amichevole nei modi. Ferreo nelle convinzioni».

Vicepremier, portavoce del presidente “Abu Mazen”, lo era stato anche di” Yasser Arafat”.

 Ministro dell’Informazione, ma di fatto, molto di più.

Israele e Stati Uniti isolati in Medio Oriente.

«Non ci può essere negoziato se non c’è un cessate il fuoco.

Speriamo che gli americani forzino Israele e li convincano.

Ma finora gli americani non stanno facendo il loro lavoro.

 Se volessero la guerra si fermerebbe in una notte», dichiara “Abu Rudeineh” a “Nello Scavo”.

 «Gli Usa dicono di essere favorevoli alla soluzione dei due Stati. Affermano di essere contrari alla violenza dei coloni israeliani.

 Ci ripetono di essere interessati alla pace.

Cosa aspettano a riconoscere lo Stato Palestinese? Quello che gli chiediamo è di essere più seri».

La poco credibile “ANP “in Cisgiordania.

L’autorità nazionale palestinese molto criticata anche dall’interno. Soprattutto in Cisgiordania.

 «La colpa principale è dell’occupazione israeliana. La gente vede gli insediamenti illegali che si moltiplicano, vedono le retate, vedono le continue e crescenti limitazioni alla vita quotidiana, alla libertà di spostarsi nelle proprie città e villaggi e questo contribuisce a creare un clima di sfiducia».

 In Cisgiordania non si vota dal 2006, la contestazione chiave ad “Abu Mazen”, alla formazione politica di “Al Fatah”, e quindi allo stesso “Abu Rudeineh”.

“Hamas” il solo diavolo?

Avete paura di una vittoria di “Hamas”?

la domanda chiave.

«Noi pensiamo che se Hamas accetta le regole che sono alla base delle istituzioni palestinesi, può partecipare alla vita politica pubblica».

Anche perché, ad elezioni veramente libere, “Hamas”, oggi come ieri, le vincerebbe a man bassa, ma questo e in questa fase tragica di guerra mascherata anche nei territori palestinesi occupati, non si può dire apertamente.

Tregua, ostaggi e prigionieri.

Attraverso uno dei suoi leader all’estero, “Osama Hamdan”, “Hamas” ha fatto sapere di aver chiesto la scarcerazione di prigionieri politici di spicco come “Marwan Barghouti” (il «Mandela palestinese») e “Ahmad Saadat “(il leader del Fronte popolare) in cambio della liberazione degli ostaggi israeliani rimasti.

 

 

Non è la fine della Storia.

Semmai la fine dell'Occidente.

Ilgiornale.it - Stenio Solinas – (8 Dicembre 2022) – ci dice:

Il grande abbaglio è sempre più evidente. E la presunta superiorità sul resto del mondo si rivela autolesionista...

Nella «fine della storia», che contempla «il fine della storia», ma si conclude con «la storia della fine» c'è molto di più di un gioco di parole più o meno elegante o più o meno noioso.

 C'è il prendere atto di un abbaglio di fine secolo, il XX, e del brusco risveglio che il nuovo secolo, quello ancora relativamente giovane, ma già sottoposto a usura, ha comportato, e con esso la constatazione non solo che la storia non è finita e tanto meno che procede in progressione verso uno scopo ultimo quanto universale di pace democratica realizzata, ma anche che è proprio il canone occidentale interpretativo a non reggere più.

 

Come spiega bene “Lucio Caracciolo” nel suo “La pace è finita” (Feltrinelli, pagg. 140)

 «l'ideologia che fissa un termine alla progressione della storia umana è smaccatamente occidentale.

Proprio perché occidentale-illuminista tale filosofia non può che pretendersi universale.

 Contraddizione che la rende inapplicabile, a meno di non postulare la progressiva identificazione del Resto del Mondo con l'Occidente.

Operazione anche demograficamente improbabile oggi, quando noi occidentali (europei e nordamericani) siamo circa un miliardo contro i sette di non occidentali, mediamente più giovani e in aumento vertiginoso, specie in Africa.

 Sicché ogni buon missionario della fine della storia dovrebbe convertire sette non occidentali alla sua fede.

 E al suo impero».

 

Già, perché la fine della storia implicava di per sé il trionfo dell'impero americano che in essa si incarnava, sublimato in ordine ecumenico.

La sua rimessa in discussione a livello egemonico non comporta, naturalmente, il suo venir meno quanto a rango di superpotenza o, se si vuole, di prima potenza mondiale, ma, e non è un paradosso, contribuisce, come scrive Caracciolo, a svelare

 «il bluff europeista, che ci aveva traslato nell'ipnotico universo della pace assicurata, non è chiaro da chi e cosa».

 Crolla insomma l'illusorio castello di carte in cui l'Europa si voleva vedere come potenza civile, con tanto di tonalità universalistica, che però si offriva al mondo

«via Nato, come secondo braccio dell'Occidente a guida americana, equilibrato dalla saggezza dell'antica civiltà vetero-continentale.

 Oggi il principio europeistico di irrealtà stenta a mascherare la tragica condizione geopolitica in cui noi europei ci troviamo.

Siamo fuori gioco. Oggetto di giochi altrui».

Se dunque la pace è finita, come recita il titolo del “saggio di Caracciolo!, autore tanto più significativo se si pensa che si deve a lui, grazie alla sua “rivista Limes”, l'aver riportato al centro del dibattito scientifico-culturale quel concetto di «geopolitica» disinvoltamente silenziato nel nome e al tempo dell'astrattismo universale, ne consegue, come osserva un altro analista di vaglia, “Alessandro Colombo”, che quello che viene a configurarsi è proprio l'opposto di ciò che la fine della storia pretendeva di realizzare, ovvero una fine della storia di senso contrario, dove a essere universale non è la pace, ma l'emergenza.

“ Il governo mondiale dell'emergenza (Raffaello Cortina, pagg. 221) si intitola infatti il suo libro e «Dall'apoteosi della sicurezza all'epidemia dell'insicurezza» è il sottotitolo che l'accompagna, una frustrazione securitaria subentrata alla promessa liberale di pace, benessere e tranquillità a livello globale.

 La prima domanda che ragionevolmente viene da porsi è perché quell'ordine liberale che portava con sé la fine della storia sia entrato in crisi.

Le risposte che ne rintracciano i motivi in qualche «tradimento» interno e/o esterno del progetto risultano parziali, allo stesso modo di come si imputata la crisi delle democrazie rappresentative ai «populismi» che le minacciano, come se questi fossero la causa e non l'effetto della crisi stessa.

Come scrive Colombo, «ciò che non viene mai preso in considerazione è la possibilità che l'ordine liberale sia entrato in crisi per le sue stesse contraddizioni interne:

di più, che la crisi del progetto liberale possa non essere altro che un prodotto del suo stesso successo».

“Colombo” suggerisce al riguardo più di un indizio: per esempio, il ricorso «sempre più irresponsabile all'uso della forza», culminato nelle disastrose imprese militari in Iraq, Afghanistan e Libia;

per esempio, «il rapporto storicamente ripetitivo tra finanziarizzazione dell'economia e aumento delle diseguaglianze»;

 per esempio, «le sospettose coincidenze tra il ritiro dei diritti sociali distribuiti nel corso del Novecento e il rifluire dello spettro della rivoluzione».

Soprattutto però, e questo lega strettamente l'analisi di “Colombo” a quella di “Caracciolo”, tanto che i due libri possono essere letti come un unicum, quella crisi è insita proprio nell'idea di modernità occidentale che ne è il supporto, per certi versi «l'ultima (e, forse, la decisiva) manifestazione del ruolo occidentale di centro di irradiazione di istituzioni, linguaggi e relazioni di potere».

Detto in altri termini, la lettura di un possibile “Nuovo ordine mondiale” come la più completa manifestazione di un grande progetto di riordino della vita internazionale risalente alla metà del Novecento, se non addirittura al suo inizio, fa acqua proprio nei suoi presupposti.

 Il Novecento infatti è stato ben altro.

 Innanzitutto, è stato «il secolo della fine della centralità dell'Europa e più in generale del riflusso dell'impeto occidentale sul mondo», una «rivolta contro l'Occidente» approdata agli sconvolgimenti della decolonizzazione e di fatto non ancora esauriti nel loro intrecciarsi con le contraddizioni del potere su scala internazionale.

 Sicché viene da chiedersi se il XX secolo non segni proprio «la fine della fase occidentale della storia del mondo» e quindi in prospettiva dello scontro, di segno quasi perfettamente opposto, tra la marea montante dei grandi Paesi non occidentali in ascesa e «un Occidente sempre più rinchiuso nella postura strategica e persino nell'attitudine psicologica dell'assedio».

Che in questo Occidente in vena di esaurimento quanto a supremazia, l'Europa sia una semplice appendice, è la chiave di volta, ne abbiamo già accennato, dell'analisi di Caracciolo, che ne dà però una lettura controcorrente rispetto al mainstream dello stesso pensiero occidentale.

«Non solo il soggetto Europa non esiste né appare alla vista, ma l'organizzazione dello spazio europeo è ispirato al principio di impedire che si formi.

 Perché è questo l'interesse degli Stati Uniti d'America:

 un continente stabile, ma non troppo, da loro strategicamente dipendente».

L'Europa per come è venuta a identificarsi, è in fondo un prodotto dell'europeismo americano.

In senso geopolitico, perché la incardina oltreoceano impedendole di essere un contropotere.

 In senso ideologico, in quanto sostiene un europeismo europeo «incapace di unire gli europei», ma «utile per pacificarli, adagiarli nel declassamento inevitabile dopo aver perso due guerre mondiali. Parcheggiandoli nella post-storia».

Tre generazioni dopo l'invenzione del «progetto europeo», è l'amara conclusione di Caracciolo, «quello che avrebbe dovuto evolvere la nostra potenza decaduta in un soggetto geopolitico unitario, constatiamo di essere oggetti di attori e di dinamiche che ci trascendono.

 E oppongono gli uni agli altri. Niente di straordinario.

Storie ordinarie, anzi, che riempiono il vuoto dell'europeistica fine della storia, talmente eccezionale da non appartenere a questo mondo».

Ciò che resta sullo sfondo è la mobilitazione delle frasi fatte, ovvero la chiamata alle armi, settant'anni dopo, come scrive “Colombo”, «non soltanto ovunque contro lo stesso nemico, ma addirittura contro lo stesso di sempre - il fanatismo, il fascismo (islamico o di Vladimir Putin), le autocrazie, espressione di una indifferenza senza limiti alle specificità storiche e culturali, oltre che di una vocazione narcisistica a interpretare qualunque vicenda storica e politica come proiezione della propria».

Da una promessa irrealistica di sicurezza, la parabola dell'ascesa e declino dell'ordine liberale si è concretizzata in una percezione esagerata dell'insicurezza.

 Ma era proprio «la vacanza liberale dal pericolo», e dalla storia stessa sentita come pericolo, a essere un'anomalia.

Ed è a questa anomalia che dobbiamo l'estremo paradosso del nuovo secolo, ovvero la trasformazione di una propensione dichiaratamente pacifica alla sicurezza in una bellicosa disponibilità alla mobilitazione permanente.

Come aveva detto, prefigurando il futuro, “Carl Schmitt”, la guerra dietro l'apparenza della pace si trasforma in «un provvedimento pacifico accompagnato da battaglie di più o meno grande portata» ...

 

 

 

Il crollo di Israele

e degli Stati Uniti.

 Appelloalpopolo.it - ANDREA BOVENGA – (PUBBLICATO 17 NOVEMBRE 2023) – ci dice:   

RETE VOLTAIRE (Thierry Meyssan).

 

Per la prima volta il mondo assiste in diretta, in televisione, a un crimine contro l’umanità.

 Gli Stati Uniti e Israele, che da tempo hanno legato i propri destini, saranno ritenuti entrambi responsabili dei massacri di massa a Gaza.

Gli alleati di Washington, tranne l’Europa, richiamano gli ambasciatori da Tel Aviv.

Domani li richiameranno anche da Washington.

 Si ripete quanto accadde con lo smembramento dell’URSS e l’esito sarà il medesimo:

 è minacciata l’esistenza stessa dell’Impero americano.

Il processo innescato non potrà essere fermato.

Gli Stati Uniti e Israele sono percepiti come unica entità. Saranno chiamati a rispondere in solido dei crimini commessi.

Con gli occhi inchiodati sui massacri di civili in Israele e a Gaza, non ci accorgiamo delle divisioni interne in Israele e negli Stati Uniti, né degli importanti cambiamenti che questo dramma sta provocando nel mondo.

Per la prima volta nella Storia si uccidono civili in massa e in diretta tv.

Ovunque — tranne che in Europa — ebrei e arabi si uniscono per gridare il loro dolore e invocare la pace.

Ovunque le popolazioni si rendono conto che questo genocidio non sarebbe possibile se gli Stati Uniti non ripristinassero in tempo reale gli arsenali di Israele.

Ovunque gli Stati richiamano gli ambasciatori da Tel Aviv e cominciano a chiedersi se non sarebbe opportuno richiamarli anche da Washington.

Inutile dire che gli Stati Uniti hanno accettato a malincuore questo spettacolo, tuttavia non si sono limitati ad autorizzarlo, l’hanno reso possibile con sovvenzioni e armi.

Dopo la sconfitta in Siria, la sconfitta in Ucraina e forse quella in Palestina, temono di perdere il Potere:

se le armi dell’Impero non fanno più paura quale Paese continuerà a fare transazioni in dollari invece che nella propria moneta?

E allora come potrà Washington continuare ad addossare ad altri i costi della sua politica?

Come potranno gli statunitensi mantenere il proprio tenore di vita?

Ma cosa accadrà alla fine di questa storia?

 Quale sarà l’esito nel caso il Medio Oriente si ribellasse o Israele schiacciasse “Hamas” al prezzo di decine di migliaia di vite?

Ci si ricordi che in un primo tempo il “presidente Biden” aveva ingiunto a Israele di rinunciare all’ipotesi di evacuare in Egitto la popolazione di Gaza o, in alternativa, di cancellare il popolo palestinese dalla faccia della Terra;

ci si ricordi anche che Tel Aviv non gli ha obbedito.

Gli “ebrei suprematisti” si stanno comportando come nel 1948.

Quando all’epoca le Nazioni Unite votarono la creazione di due Stati federati in Palestina, ebraico e arabo, le forze armate ebraiche autoproclamarono lo Stato d’Israele prima che le sue frontiere venissero definite.

Gli “ebrei suprematisti” espulsero immediatamente milioni di palestinesi dalla loro terra (la Nakhba) e uccisero il rappresentante speciale dell’Onu per la costituzione dello Stato palestinese.

 Le forze armate dei sette Paesi arabi che cercarono di opporsi (Arabia Saudita, Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Siria e Yemen del Nord) furono rapidamente spazzate via.

 

Anche oggi gli “ebrei suprematisti” non obbediscono ai loro protettori: massacrano di nuovo, senza rendersi conto che questa volta il mondo li osserva e che nessuno correrà in loro soccorso.

 In un momento in cui gli sciiti ammettono il principio di uno Stato ebraico, la follia dei suprematisti ne mette in pericolo l’esistenza stessa.

Rammentiamoci di come avvenne il crollo dell’Unione Sovietica.

Lo Stato non fu capace di proteggere la popolazione durante un avvenimento catastrofico:

4.000 sovietici morirono alla centrale nucleare di Cernobyl (1986), salvando i loro connazionali.

 I sopravvissuti iniziarono a chiedersi per quale ragione continuare ad accettare, a 69 anni dalla Rivoluzione di Ottobre, un regime autoritario.

Il Primo segretario del PCUS, Mikhail Gorbaciov, modificò la Costituzione per estromettere la vecchia guardia del Partito.

Ma le riforme non bastarono:

l’incendio si propagò in Azerbaijan, Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia.

 Il sollevamento dei “Giovani comunisti della Germania orientale” portò alla caduta del Muro di Berlino (1989).

 Con la disgregazione del Potere a Mosca cessarono gli aiuti agli alleati, tra cui Cuba (1990).

Infine si dissolse il Patto di Varsavia e l’Unione si disgregò (1991).

 Un Impero ritenuto eterno è imploso in poco più di cinque anni.

Lo stesso ineluttabile processo è iniziato per l’“Impero americano”.

 Il problema non è fin dove si spingeranno i “sionisti revisionisti” di “Benjamin Netanyahu”, ma fino a che punto gli imperialisti statunitensi li sosterranno.

 Quale sarà il momento in cui Washington riterrà meno conveniente lasciare massacrare i civili palestinesi che mettere in riga i dirigenti israeliani?

L’“Impero americano” deve fare i conti con lo stesso problema in Ucraina.

La controffensiva militare del governo di Volodymyr Zelensky è stata un fallimento.

Ora la Russia non mira più a distruggere le armi ucraine, che sono immediatamente sostituite da quelle inviate da Washington, ma a uccidere i soldati che le usano.

Le forze armate russe agiscono come una gigantesca macchina trituratrice che, lentamente e inesorabilmente, uccide tutti i soldati ucraini che si avvicinano alle linee di difesa russe.

Kiev non riesce più a mobilitare nuove leve e i soldati si rifiutano di obbedire a ordini che li condannano a morte certa.

Gli ufficiali non hanno altra scelta che fucilare i pacifisti.

Già molti leader statunitensi, ucraini e israeliani parlano di rimpiazzare la coalizione “nazionalista integralista” ucraina e la coalizione “suprematista ebraica”, ma il periodo di guerra non è propizio.

Tuttavia presto sarà inevitabile.

Il presidente “Joe Biden” deve sostituire la marionetta ucraina e i barbari alleati israeliani, come il “Primo segretario Mikhail Gorbaciov “dovette sostituire l’insensibile rappresentante in Kazakistan, aprendo la strada alla generalizzazione della contestazione dei dirigenti corrotti.

Quando” Zelensky” e “Netanyahu” saranno destituiti, ciascuno saprà che è possibile ottenere la testa di un rappresentante di Washington; ogni rappresentante di Washington saprà a sua volta che è bene fuggire prima di venire sacrificato.

Questo processo è non solo ineluttabile, ma anche inesorabile. Il presidente “Biden” può rallentarlo, protrarlo, ma non fermarlo.

Le popolazioni e le classi dirigenti occidentali devono prendere subito l’iniziativa per uscire da questo vespaio prima di venire abbandonati, come fece Cuba pagando il prezzo delle pesanti privazioni del «periodo speciale».

È urgente: gli ultimi a reagire pagheranno il conto per tutti.

 Già ora molti Stati del “resto del mondo” fuggono.

Si mettono in coda per entrare nei BRICS o nell’Organizzazione di cooperazione di Shangai.

Piu ancora della Russia, che dovette separarsi dagli Stati baltici, gli Stati Uniti devono prepararsi a sollevamenti interni.

 Quando Washington non riuscirà più a imporre il dollaro negli scambi internazionali e il tenore di vita degli statunitensi crollerà, le regioni povere si rifiuteranno di obbedire, mentre quelle ricche si dichiareranno indipendenti, a cominciare dal Texas e dalla California (gli unici Stati che, secondo i Trattati, ne hanno facoltà legale).

È probabile che dalla frantumazione degli USA nasca una guerra civile.

La sparizione degli Stati Uniti provocherà la sparizione della Nato e dell’Unione Europea.

Germania, Francia e Regno Unito dovranno fare i conti con le vecchie rivalità, che non seppero affrontare a suo tempo.

In qualche anno Israele e l’Impero americano spariranno.

Chi tenterà di resistere al corso della Storia provocherà guerre e un gran numero di inutili morti.

(voltairenet.org/article219988.html)

(Thierry Meyssan.)

 

 

 

 

Tutti gli imperi sono mortali e

quello americano non fa eccezione.

Voltairenet.org – (18 aprile 2023) - Thierry Meyssan – ci dice:

 

La scorsa settimana m’interrogavo su quanto sia reale la rivalità tra Stati Uniti e Cina.

 La “trappola di Tucidide” potrebbe essere un paravento che nasconde l’imminente disintegrazione dell’“impero americano”.

In questo articolo ne riassumo il percorso, che gli Occidentali non hanno compreso, e invito i lettori a riflettere su cosa potrà accadere dopo la sua sparizione.

L’impero americano crollerà?

L’URSS crolla su sé stessa non a partire dalla guerra di Afghanistan (1979-89), ma dalla catastrofe di Chernobyl (26 aprile 1986).

 I sovietici si rendono improvvisamente conto che lo Stato non ha più il controllo di nulla.

 I membri del Patto di Varsavia, che Leonid Breznev ha ridotto a vassalli, si ribellano.

Le Chiese, la Gioventù Comunista e le comunità gay della Germania dell’Est fanno cadere il Muro di Berlino.

 Non soltanto l’URSS non reagisce, ma abbandona anche gli alleati fuori dell’Europa, in particolare Cuba.

Il Primo segretario del PCUS, Mikhail Gorbaciov, si trasforma da riformatore in liquidatore.

 L’URSS va in frantumi e nascono molti nuovi Stati indipendenti.

 Inizia la discesa agli inferi.

 Pochi “Nuovi russi” si appropriano dei beni collettivi e si affrontano a raffiche di mitra nelle strade di Mosca e San Pietroburgo.

 La produzione precipita.

In molte regioni si fatica a trovare di che sfamarsi.

La speranza di vita della popolazione diminuisce di colpo di quindici anni.

Il crollo è talmente repentino che nessuno può immaginare che il Paese in pochi anni si risolleverà.

Nel frattempo gli Stati Uniti cominciano a riflettere su cosa fare ora che il rivale si è disintegrato.

 L’11 settembre 1990 il presidente “George H. Bush sr”., pronunciandosi davanti al Congresso in seduta plenaria, lancia l’idea di un «Nuovo Ordine Mondiale».

 Ha giustappunto allestito la Guerra del Golfo, cui non mancano di associarsi gli Stati di quasi tutto il mondo.

Gli Stati Uniti sono l’incontestata superpotenza mondiale già da prima della caduta dell’URSS .

 

Lo straussiano “Paul Wolfowitz” elabora una teoria per scongiurare l’insorgenza di un nuovo rivale che occupi il posto lasciato dall’Unione Sovietica.

Non ha dubbi:

individua nel progetto politico di François Mitterrand e Helmut Kohl – l’Unione Europea – il nemico da abbattere.

 La UE è però inficiata da due vizi originari:

il vincolo dell’adesione di tutti gli Stati del Patto di Varsavia e dell’ex URSS – che porterà all’impraticabilità delle sue istituzioni – e l’iscrizione nel Trattato di Maastricht della difesa della UE da parte di Washington.

Il Pentagono è a tal punto sicuro di non aver più avversari di pari rango che, schiacciato l’Iraq, smobilita un milione di soldati e smantella le unità di ricerca e sviluppo tecnologico degli armamenti.

 Il “presidente Bush padre” è convinto che la Guerra del Golfo sia stato l’ultimo conflitto e che ora inizi un’era di prosperità.

Benché non ci siano rivali che ne minacciano la supremazia, gli Usa percepiscono che l’equilibrio interno è fragile.

Le imprese delocalizzano e l’economia si basa più sull’internazionalizzazione del dollaro che sulla produzione di ricchezza.

Nel 2001 gli straussiani organizzano gli attentati dell’11 Settembre e adottano la dottrina Rumsfeld/Cebrowsky .

Al proprio interno sospendono le libertà fondamentali con l’Usa Patriot Act;

all’esterno danno il via alla “guerra senza fine” che devasterà il Medio Oriente Allargato.

Ma la Russia non la vede allo stesso modo.

In un discorso pronunciato l’11 febbraio 2007 alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco , il presidente Vladimir Putin denuncia il “Nuovo Ordine Mondiale” dei Bush, che definisce «unipolare», anzi «monopolare», e che, lungi dal portare la pace, semina sventura.

In seguito alla crisi dei sub-prime, l’intellettuale russo” Igor Panarin”, che all’epoca lavora per i servizi segreti, elabora l’ipotesi del crollo del dollaro e della divisione della popolazione statunitense su base etnica, fino alla disintegrazione del Paese.

L’analisi di “Panarin “viene a torto interpretata come replica all’ipotesi della francese” Hélène Carrière d’Encausse,” che aveva congetturato la scissione dell’Unione Sovietica su base etnica.

Le previsioni di Panarin non si sono avverate, così come non ha trovato conferma la mia ipotesi di non-sopravvivenza dell’impero americano all’impero sovietico.

Cos’è successo?

Nei 15 anni successivi al discorso di Putin a Monaco, la Russia si è per prima cosa preoccupata di ricostruire la propria potenza militare.

Nel 2012 promette alla Siria di proteggerla dagli jihadisti, sostenuti dagli anglosassoni (la cosiddetta primavera araba), ma attende due anni prima d’intervenire.

Quando esce allo scoperto mostra di possedere armi tecnologicamente avanzate in abbondanza.

 Il campo di battaglia siriano è l’opportunità di testarle e di addestrare il personale militare, che viene rinnovato ogni sei mesi.

Nel discorso di Monaco, Putin aveva indicato in Brasile, India e Cina i partner privilegiati per la costruzione di un mondo multipolare, ma aspetta a lungo prima di suggellare un rapporto privilegiato con Beijing.

All’epoca la Cina, non ancora pienamente sviluppata, esercita una forte pressione demografica sulla Siberia russa, ma sa che per uscire dalla «dittatura monopolare» deve allearsi con Mosca.

Entrambi i Paesi hanno subìto gli Occidentali, per le cui menzogne hanno pagato un prezzo pesante.

 Sanno di non aver futuro l’uno senza l’altro.

La disfatta che si delinea in Ucraina dovrebbe aprire gli occhi agli statunitensi.

Le tensioni analizzate da Igor Panarin sembrano riemergere.

 Gli attentati dell’11 Settembre e la “guerra senza fine” dovrebbero infine palesarsi come semplici diversivi, che hanno concesso all’impero americano niente di più di una semplice tregua.

Nei 35 anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono crogiolati nella convinzione, errata, di aver sconfitto il rivale.

 In realtà sono stati i sovietici stessi gli artefici del proprio crollo.

Gli americani erano convinti che ai russi sarebbe servito un secolo per risollevarsi dagli errori.

Sono invece diventati la prima potenza militare mondiale.

 Gli Stati Uniti sono certamente riusciti a vassallizzare l’Europa Occidentale e Centrale, ma oggi sono costretti a fare i conti con gli Stati in precedenza bistrattati, guidati da Russia e Cina.

In questo periodo i Repubblicani e i Democratici hanno fatto spazio a due nuove correnti di pensiero:

 rispettivamente ai “jacksoniani”, attorno a Donald Trump, e ai “wokisti,” puritani senza Dio.

 Attualmente negli Usa s’intensificano gli spostamenti di popoli.

 Gli esperti elettorali costatano che molti statunitensi lasciano le regioni “woke “per raggiungere quelle “jacksoniane .

Secondo le aziende di traslochi i clienti lasciano le grandi città per spostarsi in città più piccole, dove la vita è meno cara e più gradevole. Ma tutte notano anche che sempre più spesso i clienti avanzano una nuova motivazione: si spostano per riunirsi a parte della famiglia.

 Un fenomeno già rilevato dieci anni fa da “Colin Woodard”:

gli statunitensi tendono a raggrupparsi per comunità di origine.

I promotori immobiliari rilevano da parte loro il moltiplicarsi di quartieri protetti (Gates communities):

 i clienti si raggruppano con gente a loro simile, proveniente dalla medesima cultura e appartenente alla stessa classe sociale;

 spesso si dichiarano preoccupati dell’aumento dell’insicurezza e accennano alla possibilità di una guerra civile.

Apriamo gli occhi.

Tutti gli imperi sono mortali e quello americano non fa eccezione.

(Thierry Meyssan)

 

 

 

 

Il declino economico degli

Stati Uniti e l’instabilità globale.

Lafionda.org – (20 Set.  2022) - Fabrizio Russo – ci dice:

 

Le minacce ai pilastri su cui si reggono gli USA.

 

Gli Stati Uniti sono emersi dalla Seconda Guerra Mondiale come la principale potenza economica e militare del mondo.

Settanta anni dopo, circa, il potere americano è in declino, una diretta conseguenza di decenni di politiche economiche neoliberiste, che spendono ingenti somme di denaro pubblico per l’esercito e il raggiungimento della “parità” economico/militare con Russia e Cina.

Queste politiche hanno eroso la forza economica degli USA e stanno minando il ruolo del dollaro in veste di valuta di riserva mondiale, pilastri chiave del loro potere globale.

 In realtà, tutti i pilastri che sostengono il potere degli Stati Uniti sono ora minacciati dai decenni di politiche economiche neoliberiste sconsiderate.

 Il punto nodale è il collegamento tra il continuo declino economico e sociale negli Stati Uniti/UE (collettivamente indicati come “l’Occidente”) ed una politica estera statunitense sempre più sconsiderata, oltre al ruolo svolto dalle” Media Corporation” nel promuovere queste politiche presso il pubblico americano/UE di fronte all’ascesa di Russia, Cina assieme ad altri paesi del sud del mondo.

 

Ruolo delle “Media Corporation”.

Primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti:

 “Il Congresso non promulgherà alcuna legge sul rispetto di un’istituzione religiosa, o vietandone il libero esercizio; o abbreviare la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente e di presentare una petizione al governo per una riparazione delle lamentele.”

 

È luogo comune, da tempo affermato, che la stampa (alias il proverbiale “quarto potere”) negli Stati Uniti è “libera” e “indipendente” ed “essenziale per il funzionamento di una società libera”, rivestendo la funzione di “cane da guardia” sulle azioni e sulle politiche del governo.

Un ruolo, quindi, vitale per proteggere la “libertà” dei cittadini americani.

Una volta, quando a ragione nasceva il mito degli USA paladini della libertà, era effettivamente così.

Purtroppo oggi è diverso e, come spesso accade, le cose non sono sempre come sembrano.

 

In una recente intervista con “Brian Berletic”, “Mark Sleboda “ha commentato che “i media occidentali sono allineati ai desiderata dell’Esecutivo, sui temi di politica estera, a un livello tale che farebbe arrossire i dittatori conclamati”.

Assodato che non vi siano dubbi sul fatto che i media occidentali (leggi “media corporativi”) stiano effettivamente promuovendo la politica estera degli Stati Uniti, bisogna aggiungere che non è il governo degli Stati Uniti a formulare queste politiche, ma è piuttosto l’élite al potere che le formula e sviluppa, utilizzando fondazioni finanziate da aziende e “think tank” ‘, istituzioni accademiche e politici di spicco.

Tra questi, i principali includono:

il “Council on Foreign Relations” (CFR), “Rand Corporation”, “Rockefeller Foundation”, “American Heritage Foundation”, “Atlantic Council”, “Brookings”,” Center for Strategic and International Studies “(CSIS).

Istituzioni accademiche come “The Kennedy School” (Harvard), “Hoover Institution” (Stanford), “Walsh School of Foreign Service” (Georgetown) e la “School of Advanced International Studies” (Johns Hopkins), che non solo forniscono “esperti” e funzionari governativi.

Una volta formulate, queste politiche vengono “vendute” al pubblico americano da media compiacenti e ben allineati.

 Come?

Beh qualche particolare per dedurlo con facilità:

circa il 90% dei media statunitensi è controllato da sei grandi società: “Comcast”, “Walt Disney”, “AT&T”,” Paramount Global”, “Sony e Fox”, con una capitalizzazione di mercato combinata di circa $ 500 miliardi.

Come altre grandi società, i “conglomerati dei media” hanno gli stessi interessi di classe dell’élite finanziaria, cioè promuovere politiche che aumentino il potere e i profitti delle corporazioni e mantengano l’egemonia globale degli Stati Uniti.

I cosiddetti media “pubblici”, come la “National Public Radio” (NPR) e la “BBC”, nel Regno Unito, funzionano in modo simile.

I media, che funzionano con logiche aziendali, sono strettamente integrati con grandi interessi finanziari, fungendo da “cheerleader” per il Pentagono e la politica estera degli Stati Uniti.

Non sorprende quindi che le principali emittenti radiotelevisive, il “The New York Times “(NYT), il “Wall St. Journal” (WSJ), il “Washington Post”, etc. etc., siano poco più che una cassa di risonanza per l’élite dominante USA e quindi funzionino principalmente come il “ministero della propaganda”.

 ‘ per i molti grandi interessi finanziari.

Qualsiasi giornalista, analista militare, alias ‘generale della TV’, ecc. che ‘esce dalla linea’ – ad esempio dicendo la verità sulla debacle militare che sta affrontando l’Ucraina, in mezzo a pochi e ben orchestrati successi – sarà severamente rimproverato o si ritroverà senza lavoro. Qualche esempio:

1)- La” CBS” ha recentemente pubblicato un documentario in cui afferma che solo il 30% degli “aiuti militari” inviati in Ucraina è effettivamente arrivato.

Il video è stato rimosso in seguito alle denunce del governo ucraino.

 

2)- “David Sanger “(laureato ad Harvard) è il principale corrispondente da Washington per il “NYT” e anche un membro del “Council on Foreign Relations” (CFR), i cui membri includono dirigenti aziendali, banchieri e altri rappresentanti dell’élite dominante.

 

3) “David Ignatius” (laureato ad Harvard) è un editorialista di affari esteri per il “WaPo” e ha stretti legami con la “comunità dell’intelligence”, la “CIA e il “Pentagono”.

 

Sanger e Ignatius servono come esperti per il predominio globale degli Stati Uniti, promuovendo l’uso della forza militare per sostenere gli interessi americani.

 

Quando non segui la linea aziendale…

 

4) –“Gary Webb” era un giornalista che lavorava per il “San Jose Mercury News”.

Nel 1996, Webb ha pubblicato una serie di articoli, “Dark Alliance”, descrivendo come” i ribelli dei Contra nicaraguensi, lavorando a stretto contatto con la CIA, hanno fornito crack alla comunità nera di Los Angeles e hanno utilizzato i proventi di queste vendite per acquistare armi e rovesciare il governo del Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista di Daniel Ortega”.

Dopo la pubblicazione della serie “Dark Alliance£, le Media Corporation sono diventate “isteriche”, denunciando Webb e rovinando di fatto la sua carriera;

 si è suicidato nel 2004.

 

5)- “Julian Assange” – Nel 2010, Wikileaks, fondata da Julian Assange, ha pubblicato una serie di indiscrezioni ottenute da “Chelsea Manning”, analista dell’intelligence dell’esercito americano, che documentano i crimini di guerra statunitensi in Iraq e Afghanistan.

 Dopo la pubblicazione di queste fughe di notizie, il governo americano ha avviato un’indagine penale su “WikiLeaks”.

Nel 2010, la Svezia ha emesso un mandato d’arresto per Assange per accuse di cattiva condotta sessuale.

 Per evitare l’estradizione, Assange ha cercato rifugio presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra.

Nel 2019, Assange è stato arrestato dalla polizia britannica presso l’ambasciata ecuadoriana e trasferito a “Belmarsh”, una prigione maschile di categoria A in Londra.

Fino a quel momento, Julian Assange non era stato formalmente accusato.

 

Gli Stati Uniti sono stati quasi continuamente coinvolti in conflitti militari palesi e nascosti dal 1940 e, di conseguenza, la guerra e la violenza associata sono state normalizzate e istituzionalizzate dai media “corporativi”, al punto che queste politiche sono prontamente accettate da un pubblico americano relativamente docile e ignorante.

Quando i governi stranieri ritenuti ostili agli interessi corporativi statunitensi limitano la “libertà” di stampa, vengono immediatamente etichettati come regimi repressivi/terroristici e potenziali candidati per un attacco diretto e un cambio di “regime” dal “Dipartimento di Stato USA”.

 Parafrasando un detto statunitense:

Apparentemente, ciò che è “buono per l’oca” è “non buono per l’uomo”. Come sottolineato in precedenza, qualsiasi giornalista che minacci l’impero americano rischia di perdere il lavoro, o peggio rischia la reclusione e/o la morte.

 

Declino accelerato del capitalismo americano in fase avanzata.

 

Molteplici fattori hanno contribuito al declino del potere economico americano.

 Questi includono le politiche economiche, la spesa astronomica di denaro dei contribuenti per l’esercito e la guerra, l’instabilità sociale e l’ascesa dell’asse Cina-Russia-Iran.

 

Politiche economiche.

 

Dalla metà degli anni ’70, i responsabili politici statunitensi hanno perseguito politiche economiche neoliberiste:

deregolamentazione finanziaria, austerità, tagli alle tasse per i ricchi, attacchi al lavoro e delocalizzazione del lavoro, che hanno portato alla massiccia crescita del settore “FIRE” dell’economia composto da finanza, assicurazioni e immobili.

Queste politiche hanno accelerato la crisi finanziaria globale (GFC) 2007-2008, il più grande shock finanziario dalla Grande Depressione.

Invece che risolvere i gravi problemi strutturali che deve affrontare il capitalismo americano che ha creato questa crisi, la FED ha utilizzato il Tesoro come un “salvadanaio” di fatto, supportato dai contribuenti, per sostenere i mercati azionari, le obbligazioni, i prezzi reali eccessivi di banche ed immobili e [ancora] molti titoli Corporate “insolventi”.

In prospettiva, dal 2009 la FED ha iniettato oltre $ 40 trilioni nei mercati finanziari, aumentando così la ricchezza dell’élite finanziaria, il proverbiale ‘1%’.

Non sorprende che negli ultimi 5 anni i disavanzi del governo statunitense siano aumentati di circa 2 trilioni di dollari all’anno, superando attualmente i 30 trilioni di dollari.

Questa cifra non include il debito degli enti locali, delle imprese o dei consumatori.

Ciò spinge a porsi l’ovvia domanda: per quanto tempo la FED può continuare questo comportamento “orgiastico”, stampando denaro e accrescendo il debito?

 

Spesa militare e guerra.

 

Fin dall’inizio, gli Stati Uniti sono stati costruiti su furti e violenze, giustificati dalla religione “cristiana” e dalla “supremazia dell’uomo bianco”.

Il primo insediamento britannico permanente in Nord America fu fondato a “Jamestown”, in Virginia, nel 1607.

Un decennio dopo, gli schiavi africani furono introdotti dai commercianti di schiavi olandesi.

Nel corso dei successivi 250 anni, il governo degli Stati Uniti avrebbe continuato a rubare terre ed a trasferire/uccidere circa il 90% della popolazione indigena.

A metà del 19° secolo, gli Stati Uniti erano la principale economia mondiale, in gran parte costruita sul cotone prodotto dagli schiavi neri.

Avanti veloce di 150 anni ed osserviamo che, gli Stati Uniti, sono stati quasi continuamente in guerra dal 1940.

 Il 9/11 è stato una manna dal cielo per i militari:

 i contribuenti statunitensi hanno speso circa 21 trilioni di dollari (7,2 trilioni di dollari destinati agli appaltatori militari) per la militarizzazione post-9/11.

Lo stanziamento militare per il 2023 supera i 760 miliardi di dollari. Nonostante questa generosità dei contribuenti, il Pentagono non ha “vinto” una guerra dal 1945, è stato costretto a lasciare l’Afghanistan dopo aver speso 2 trilioni di dollari e deve affrontare le incombenti debacle strategiche in Iraq, Siria, Libia, Yemen e (probabilmente) Ucraina.

Questo ha mostrato vividamente, al resto del mondo, i limiti della potenza militare americana.

 Sfortunatamente, dopo aver speso così tanto capitale finanziario e umano, il Pentagono sembra incapace di districarsi da questi conflitti poiché farlo sarebbe un’ammissione di fallimento e, per estensione, debolezza militare.

 Ciò è chiaramente sotteso alla decisione di “Joe Biden” di rimuovere le truppe statunitensi dall’Afghanistan nel 2021 e dalla “reprimenda” che ha ricevuto dalle “media corporations” e dal “popolo” del Congresso.

Caos politico e instabilità sociale.

Sentiamo spesso dire che la società statunitense è progredita al punto che il paese sembra essere sempre più ingovernabile.

 In effetti, la società americana è afflitta dalla disuguaglianza economica, da razzismo e da violenza onnipresente.

La classe operaia americana ha assistito al crollo del proprio tenore di vita, risultato di decenni di politiche economiche neoliberiste, tra cui l’esternalizzazione del lavoro, austerità, crescita stagnante del reddito e, dopo la pandemia di Covid 19, inflazione elevata, riflessa dall’aumento dei costi di affitto, trasporti, energia, generi alimentari, cure mediche ed altri generi di prima necessità.

 Per mettere tutto ciò in prospettiva, il 60% degli americani non ha $ 500 di risparmi e quindi una costosa riparazione auto, un’emergenza medica o la perdita di lavoro corrispondono, praticamente, alla rovina finanziaria.

Contemporaneamente, la ricchezza dei miliardari americani è aumentata di circa 1 trilione di dollari durante la pandemia di Covid19.

 

Rafforzamento della contrapposizione BRICS/SCO vs. USA/NATO.

 

Dall’altro lato, stiamo assistendo al continuo aumento del potere globale e dell’influenza di Russia, Cina e nazioni alleate, su più fronti, compreso quello organizzativo, economico e militare.

 I “BRICS” e la” Shanghai Cooperation Organization” (SCO) si stanno espandendo.

I membri originari dei BRICS includevano Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

 Iran e Argentina hanno recentemente presentato domanda di ammissione, mentre il Regno dell’Arabia Saudita (KSA), la Turchia e l’Egitto stanno preparando la domanda d’ingresso per il prossimo anno.

SCO è la più grande istituzione economica regionale del mondo:

 copre il 60% dell’Eurasia con una popolazione che supera i 3,2 miliardi e un PIL combinato degli stati membri pari a circa il 25% del totale globale.

 Il commercio tra BRICS e gli stati membri della SCO viene inoltre effettuato utilizzando sempre di più valute locali.

Il sistema di pagamento “Mir” gestito dal “Russian National Card Payment System” è un concorrente diretto di “Visa” e “Mastercard” ed ora accettato in tutta la Federazione Russa e in 13 paesi tra cui India, Turchia e Corea del Sud e sarà presto utilizzato in Iran.

Le nazioni BRICS stanno sviluppando una valuta globale per il commercio internazionale che competerà direttamente con il dollaro.

La Russia sta sviluppando una nuova piattaforma commerciale internazionale per i metalli preziosi:

il “Moscow World Standard” (MWS).

 Il ministero delle finanze russo ritiene che questa nuova struttura internazionale indipendente “normalizzerà il funzionamento dell’industria dei metalli preziosi” e fungerà da alternativa alla” London Bullion Market Association” (LBMA; lbma.org.uk), che da anni è accusato di manipolare, sistematicamente, il prezzo di mercato dei metalli preziosi per deprimerne i corsi.

Nel complesso, queste politiche sono state progettate per ridurre significativamente la dipendenza delle economie in Russia, Cina, India ed altri paesi del Sud del mondo dagli Stati Uniti/UE ed eliminare la dipendenza dal dollaro USA e dal Sistema della “Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications” (SWIFT) nei pagamenti collegati al commercio internazionale.

Senza dubbio ciò viene realizzato in stretta sintonia con la “Belt and Road Initiative” (BRI) cinese, il cui obiettivo è collegare l’Asia con l’Africa e l’Europa tramite reti terrestri e marittime al fine di migliorare l’integrazione regionale, aumentare il commercio e stimolare la crescita economica.

Questo processo ha ricevuto un’accelerazione con l’emanazione delle sanzioni USA/EU nei confronti di Russia, Iran e Cina (per motivi diversi).

Nell’ultimo decennio, la potenza militare di Russia, Cina e Iran si è notevolmente rafforzata.

L’esercito russo è un leader mondiale nei sistemi di difesa aerea e nelle armi ipersoniche, che sono “impermeabili” a qualsiasi sistema di difesa aerea attualmente dispiegato da USA/NATO.

Negli ultimi 25 anni, la Cina ha modernizzato le sue forze armate, concentrandosi sulla Marina di liberazione popolare e sull’aeronautica militare.

La Cina ha sviluppato un robusto arsenale missilistico che include missili balistici intercontinentali (ICBM).

 Il Pentagono ora considera la Cina una “forza militare formidabile” e una “grande sfida” per la Marina degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale.

 La Repubblica islamica dell’Iran ha anche sviluppato una formidabile capacità militare difensiva, che pone l’Iran tra i principali “intermediari di potere” nella regione.

Il “Center for Strategic and International Studies “(CSIS) ha concluso: “L’Iran possiede il più grande e diversificato arsenale missilistico del Medio Oriente, con migliaia di missili balistici e da crociera, alcuni in grado di colpire anche Israele e l’Europa sudorientale”.

L’Iran ha ripetutamente avvertito gli USA/NATO che può prendere di mira le basi militari statunitensi nella regione, inclusa la base di “Al Udeid” in Qatar, la più grande base statunitense in Medio Oriente.

Stiamo assistendo, quindi, a una maggiore assertività dall’asse Russia-Cina-Iran in Siria, Ucraina e Pacifico occidentale.

Tendenza chiaramente confermata dal discorso del presidente russo Vladimir Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo a giugno, quando il medesimo ha dichiarato la fine dell’ “era del mondo unipolare”.

Il Pentagono viene sfidato sempre più spesso dall’asse Russia-Cina-Iran in Europa orientale, Medio Oriente e Pacifico occidentale.

 

Ucraina: un’altra debacle di USA/NATO.

 

Per un’informazione storica di base riguardo l’Ucraina e le sue relazioni con la Russia, ricordiamo che è il secondo paese più grande d’Europa dopo la Russia e occupa una posizione strategica nell’Europa orientale, condividendo un confine di circa 2300 km (1227 mi) con la Russia.

Nel 2021, l’Ucraina aveva il secondo esercito più grande (circa 200.000 militari), dopo le forze armate russe, in Europa e ha il non invidiabile primato di essere uno dei paesi più corrotti al mondo.

 Storicamente, la popolazione prevalentemente di lingua russa nella regione del Donbas, nell’Ucraina orientale, ha sempre mantenuto stretti legami con la Russia.

Nel febbraio 2014 ha avuto luogo il colpo di stato di Maidan, supportato e “sollecitato” dagli Stati Uniti, che ha sostituito il presidente eletto democraticamente Victor Yanukovich con un politico/economista/avvocato di estrema destra fobico per la Russia, “Arseniy Yatsenyuk.”

Non sorprende quindi che il governo ucraino sia stato presto dominato da un’alleanza di organizzazioni fasciste/di estrema destra tra cui il Settore Destro e Svoboda e partiti oligarchici, come la Patria.

Questo era prevedibile, visto che questi gruppi erano le fazioni più violentemente anti-russe in Ucraina e sono ancora molto attivi nel governo e nell’esercito.

Subito dopo il colpo di stato, le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk dichiararono la loro indipendenza, dando inizio alla guerra nel Donbas.

Negli 8 anni successivi, gli USA/NATO avrebbero addestrato circa 100.000 soldati ucraini e incanalato miliardi di dollari in aiuti militari, che sono stati utilizzati per equipaggiare l’esercito ucraino e fortificare le posizioni adiacenti alle Repubbliche di Donetsk e Luhansk.

 Questo incremento di forze terrestri è stato accompagnato da un aumento dei bombardamenti delle aree residenziali nella regione del Donbas da parte dell’esercito ucraino, creando le premesse per una potenziale invasione di questa regione.

 In risposta all’escalation degli attacchi delle forze ucraine, la Russia ha riconosciuto le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk come stati sovrani il 21 febbraio 2022, appena prima dell’invasione russa del 24 febbraio 2022, descrivendo questa campagna come un’operazione militare speciale (SMO).

Affrontando un esercito ucraino ben addestrato, ben equipaggiato e trincerato, le forze russe sono riuscite a prendere il controllo di circa il 20% (~47.000 miglia quadrate) dell’Ucraina meridionale e stanno rimuovendo gradualmente le forze ucraine da questa regione.

 Questo territorio contiene terreni agricoli di prim’ordine e ricchi di risorse.

Sembra che la Russia abbia pianificato l’annessione del territorio litoraneo che si estende dalla regione di Donetsk/Luhansk a Odessa.

Una volta che ciò dovesse accadere, qualsiasi futuro stato ucraino non avrà più uno sbocco sul mare e non accederà direttamente al Mar Nero, oltre a perdere anche territori economicamente assai preziosi.

L’analista militare” Andrei Martyanov “ha affermato che ‘l’Occidente combinato non ha i mezzi materiali e tecnologici per combattere la Russia nell’Europa orientale senza perdere in modo catastrofico.

 Le armi occidentali si sono rivelate, in larga parte, nient’altro che articoli commerciali non progettati per combattere la guerra moderna, inoltre nessuna economia occidentale, compresi gli Stati Uniti, ha comunque la capacità di produrle oggi nelle quantità necessarie.’

 

L’Occidente nel suo insieme ha risposto all’invasione russa bloccando l’apertura del gasdotto Nord Stream 2, che doveva fornire gas naturale russo direttamente alla Germania, ha imposto sanzioni alle esportazioni di energia russe e ha disconnesso le banche russe dal sistema SWIFT.

Con “sbigottimento” di USA/NATO (“ma dove vivono? Su Marte?”),

queste azioni hanno portato a forti aumenti dei costi energetici dell’UE, rafforzando allo stesso tempo – almeno sul breve termine – l’economia russa.

 Il “The New York Times” (NYT) ha però  pubblicato di recente un editoriale lamentando il fatto che, nonostante le sanzioni occidentali, la Russia sta facendo più soldi che mai con le esportazioni di energia in Cina, India e altri paesi.

Nonostante la continua condanna, da parte di USA e della UE, della SMO russa in Ucraina, molte nazioni non hanno criticato la guerra:

 solo 1/3 dei membri delle Nazioni Unite ha sostenuto una nuova risoluzione anti-russa votata in agosto.

Pertanto, il calo del sostegno internazionale all’Ucraina, insieme al successo della SMO russo, indica che il paese, verosimilmente, in futuro non avrà i suoi confini attuali (ante-conflitto).

 

Osservazioni conclusive.

 

Il declino del capitalismo americano è in fase avanzata ed è in corso dalla metà degli anni ’70, ma è stato accelerato dalla GFC, dalla pandemia di Covid-19, dai cambiamenti climatici e dalla SMO russo in Ucraina.

Non sorprende che l’élite al potere e i suoi rappresentanti a Washington abbiano risposto spostando i costi di questo declino sul pubblico, che ha visto il loro tenore di vita precipitare – con l’aumento, anche, dei senzatetto – ha imposto una legislazione di stampo reazionario come la criminalizzazione della gravidanza da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha aumentato la violenza di stato contro i lavoratori e le persone di colore, mentre si impegnava in una politica estera astronomicamente costosa e sconsiderata.

Pare che l’élite dominante veda l’asse Russia-Cina-Iran come un intollerabile ostacolo al mantenimento del potere globale USA, riflesso nella guerra in corso in Ucraina, che è di fatto una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia.

Ovviamente, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’energia russa hanno fatto salire i prezzi globali dell’energia:

i prezzi del gas naturale nell’UE sono 14 volte superiori alla media degli ultimi 10 anni.

Di conseguenza, il Regno Unito e l’UE rischiano di non disporre di quantità sufficienti di gas naturale per l’inverno, mentre l’industria dell’UE non sarà in grado di competere con i suoi rivali in Asia, ai quali viene fornita energia russa a condizioni assai più economiche.

La continua presenza delle truppe statunitensi in Iraq e in Siria è un tentativo disperato di mantenere il controllo sulle riserve energetiche del Medio Oriente.

 L’incoscienza di questa occupazione si manifesta con i continui attacchi israeliani alle forze siriane e alleate iraniane (attacchi sostenuti da Israele e USA), aumentando le possibilità di una guerra con l’Iran, che può rapidamente intensificarsi, incendiando potenzialmente l’intera regione del Golfo Persico.

Sembra, infine, che gli Stati Uniti stiano abbandonando la politica “Una Cina” che ha guidato le relazioni tra i due paesi per quasi cinque decenni e si stiano preparando a riconoscere Taiwan come uno stato “indipendente”, una linea rossa invalicabile per la Repubblica popolare cinese.

Senza dubbio, questa è stata una delle motivazioni dell’invio della Presidente della Camera Nancy Pelosi, una persona con un patrimonio netto superiore a $ 100 milioni dalla “liberale” San Francisco, in visita Taiwan.

Il Pentagono incoraggia inoltre attivamente il Giappone, ad armarsi per un eventuale opposizione all’espansione cinese nell’area.

Questo pone la domanda ovvia:

il Giappone ha imparato qualcosa dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale?

Come ha sottolineato “Glen Ford,” gli egemoni non hanno “alleati”, hanno solo subordinati.

Il declino del capitalismo americano in fase avanzata è progredito al punto che la sopravvivenza stessa dell’impero americano è ora subordinata alla stampa infinita di denaro per sostenere i mercati finanziari e l’esercito.

 Questo filo a cui sono appesi sta però diventando sempre più tenue, poiché l’ “orgiastica” tornata di stampa di denaro e debito ha creato bolle gigantesche in ogni classe di attività – “tutto in bolla”, si potrebbe dire – alimentando l’inflazione e minacciando di far deragliare il ruolo di valuta di riserva mondiale del dollaro e la vitalità del capitalismo occidentale.

Considerando lo stato di debolezza delle economie USA/EU, quali incentivi economici hanno gli USA per incoraggiare i paesi dell’Indo-Pacifico a ridurre il commercio con la Cina?

 Ovviamente, questo è un argomento nato morto!

L’oligarchia al potere è ben consapevole del declino economico degli Stati Uniti e, disperata, sta tentando di affrontare direttamente l’asse Russia-Cina-Iran, che ha raggiunto la parità economica e militare (superiorità?) con USA/NATO.

Si profilano tempi pericolosi davanti a noi e serve un elevato grado di consapevolezza per affrontarli correttamente e proficuamente.

(Fabrizio Russo)

 

 

Il golpe del regime di Biden

contro l'America costituzionale

sta portando alla guerra civile.

Unz.com - PAUL CRAIG ROBERTS – (29 GENNAIO 2024) – ci dice:

 

Sembra che gli americani possano salvare il loro paese e la loro libertà solo vincendo una guerra civile che sconfigga il colpo di stato del Partito Democratico contro gli Stati Uniti.

Il "presidente" “Joe Biden”, che è in carica solo per frode elettorale, ha commesso alto tradimento contro gli Stati Uniti d'America.

 Perché non è stato arrestato e processato?

Nel giuramento Biden ha giurato di proteggere la Costituzione degli Stati Uniti, ma ha violato la Costituzione, che richiede la sua rimozione dall'incarico e la punizione per alto tradimento contro gli Stati Uniti.

Oltre a violare la Costituzione e il giuramento d'ufficio, Biden ha violato gli standard morali ed etici e, secondo abbondanti prove, le leggi sui reati, dalle cui conseguenze è protetto dal Dipartimento di Giustizia (sic), dall'FBI, dai media e dal Congresso degli Stati Uniti.

 

Questo articolo non illustrerà l'intero caso contro Biden.

 Si concentrerà su due importanti atti di tradizione.

Uno è che Biden non solo si è rifiutato di difendere i confini degli Stati Uniti, ma ha anche lavorato costantemente per mantenere i confini degli Stati Uniti aperti a una massiccia invasione, pienamente assistita dal suo regime, di milioni di invasori che stanno invadendo le città e le comunità americane.

 L'altra è che, pur lasciando indifesi i confini dell'America, Biden ha incostituzionalmente impegnato gli americani in tre guerre in difesa dei confini di altri paesi senza la necessaria approvazione del Congresso.

Il fatto che i crimini straordinari e le violazioni della Costituzione di Biden restano impuniti è la prova che il sistema costituzionale americano di governo è crollato.

 Gli Stati Uniti non sono più una repubblica con una democrazia e uno stato di diritto.

 L'America è una dittatura irresponsabile in cui i patrioti americani sono condannati al carcere per aver esercitato i loro diritti sanciti dal Primo.

 I sostenitori di Trump che hanno esercitato i loro diritti di libertà di parola e di riunione sanciti dal Primo sono stati falsamente etichettati come "insurrezionalisti" e condannati senza provare al carcere.

L'accusa da sola serviva come "prova".

 

L'articolo IV, sezione 4 della Costituzione degli Stati Uniti richiede al governo federale di proteggere ogni stato dall'invasione.

Questo il regime di Biden si è fermamente rifiutato di fare, aiutando invece e favorendo gli immigrati-invasori che stanno invadendo il Texas e altri stati.

Senza alcun dubbio, il regime di Biden ha rotto il contratto tra il governo federale e quello statale.

Biden ha apertamente invitato alla guerra civile ripetendo la violazione da parte di “Abraham Lincoln” del contratto costituzionale tra il governo federale e gli Stati.

Mentre” Lincoln” ha preso di mira solo gli Stati del Sud, “Biden” ha violato la sua responsabilità nei confronti di tutti gli Stati.

Sotto la politica delle frontiere aperte di “Biden”, anche le città blu, come “Denver”, chiedono aiuto contro gli immigrati-invasori che il governo federale sta aiutando e incoraggiando.

(coloradopolitics.com/denver/denver-city-council-immigration-help/article_48177344-5d38-5c7d-9833-c442863ccec9.html)

L'Articolo I, sezione 10, clausola 3 della Costituzione degli Stati Uniti afferma che gli stati hanno "interesse sovrano nel proteggere i propri confini".

In risposta al rifiuto del governo federale di proteggere i confini americani, il governatore del Texas “Greg Abbott” ha adottato misure per difendere il confine del Texas.

 Altri venticinque governatori lo hanno sostenuto, alcuni si sono offerti di inviare la guardia nazionale dello stato a difesa del Texas.

Il traditore della Casa Bianca ha detto che avrebbe arrestato ogni ufficiale di polizia e ogni guardia nazionale che avesse interferito con il successo dell'invasione degli invasori immigrati, sostenuta da Washington.

In altre parole, per essere chiari, il traditore regime di” Biden” si è fermamente e completamente allineato con gli invasori stranieri contro i cittadini americani.

Un tale palese alto tradimento è la prova lampante che il vero nemico del popolo americano è Washington.

Tre ricercatori liberal-democratici dell'Università di Yale hanno pubblicato un rapporto secondo cui il numero di immigrati illegali negli Stati Uniti è più del doppio del numero degli 11 milioni segnalati.

 La loro cifra è superiore ai 22 milioni.

La politica annunciata dal Partito Democratico è quella di legalizzare tutti questi clandestini e dare loro il diritto di voto, nell'aspettativa che voteranno Democratico come i Democratici li hanno fatti entrare e hanno dato loro il potere.

 Ciò significa uno stato permanente a partito unico, che è una tirannia.

Quindi un altro crimine commesso da “Biden” e dall'intero Partito Democratico è l'atto intenzionale di creare una tirannia da una Repubblica Costituzionale.

“Simplicicus” scrive a lungo su questo fornendo abbondanti informazioni e la dichiarazione del governatore del Texas “Greg Abbott “che invoca il diritto costituzionale del Texas di proteggere il confine del Texas, un diritto sfidato dal traditore alla Casa Bianca e dal partito democratico anti-americano e anti-americano bianco, il cui obiettivo principale è quello di sostituire la popolazione americana.

(simplicius76.substack.com/p/border-crisis-heats-up-as-biden-admin).

 

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