Il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.

 

Il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.

 

 

A Gaza stiamo assistendo a un genocidio?

10 punti sull’accusa del Sudafrica a Israele.

Legrandcontinent.eu – (2 gennaio 2024) – Redazione – ci dice:

(Studi Israele, Hamas: la guerra del Sukkot).

 

Il 29 dicembre, il Sudafrica si è rivolto alla Corte internazionale di giustizia, accusando Israele di aver commesso atti «genocidi» contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

La prima udienza, alla quale Israele ha accettato di presentarsi denunciando le accuse «infondate», si terrà l’11 e il 12 gennaio all’Aia. 10 punti e 8 mappe e grafici per aiutarvi a capire la posta in gioco di questa procedura straordinaria.

 

(I Palestinesi di riuniscono attorno al luogo di un bombardamento israeliano su una casa a Rafah, nel Sud della striscia di Gaza.)

1 – Che cos’è un genocidio?

Il 29 dicembre il Sudafrica ha ufficialmente avviato un procedimento contro lo Stato di Israele presso la Corte internazionale di giustizia per atti di genocidio contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

La Convenzione sul genocidio, adottata nel 1948, definisce questo crimine come la commissione di uno dei cinque atti elencati nell’articolo.

2 – omicidio di membri del gruppo;

grave danno all’integrità fisica e mentale dei membri del gruppo;

infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica in tutto o in parte;

imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo; trasferire con la forza bambini del gruppo a un altro gruppo – con l’intento di commettere l’atto in questione.

La petizione sudafricana, presentata a dicembre, denuncia il «carattere genocida» degli «atti e delle omissioni» di Israele, rilevando la presenza del «necessario intento specifico […] di distruggere i palestinesi di Gaza».

La richiesta denuncia anche il mancato rispetto da parte di Israele «dell’obbligo di prevenire il genocidio, nonché dell’obbligo di punire l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio», anch’esso sancito dalla Convenzione del 1948.

Sebbene l’esito di tale procedimento possa richiedere diversi anni, gli effetti potrebbero essere raggiunti in tempi più brevi attraverso l’indicazione di «misure provvisorie» da parte della “Corte internazionale di giustizia”, con cui quest’ultima potrebbe richiedere ufficialmente la sospensione dei combattimenti nella Striscia di Gaza – come è avvenuto in relazione all’invasione russa dell’Ucraina nel marzo 2022.

 Israele, che ha denunciato «senza fondamento» la causa tramite il ministero degli Affari Esteri, ha accettato di comparire davanti alla Corte;

 le prime udienze sono previste per l’11 e il 12 gennaio 2024.

 

2 – Chi accusa Israele di aver commesso un genocidio?

Il 2 novembre, un gruppo di relatori indipendenti presso le Nazioni Unite ha avvertito di un «serio rischio di genocidio» contro il popolo palestinese.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva già accusato Israele di «genocidio» durante un vertice straordinario dei “BRICS” sulla situazione a Gaza il 21 novembre, ma gli Stati membri dei BRICS non hanno accettato di includere il termine in una dichiarazione congiunta. A prima vista, quindi, i” BRICS” non sembrano sostenere in modo unanime il termine.

Tra i leader della regione, il presidente turco Erdoğan, che inizialmente aveva adottato una posizione che invitava alla de-escalation, ha gradualmente indurito la sua posizione contro Israele.

 A metà novembre ha anche dichiarato che nella Striscia di Gaza è in atto un «genocidio».

In seguito alla petizione del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia, il rappresentante permanente della Francia presso le Nazioni Unite ha dichiarato il 2 gennaio che Parigi è una «fervente sostenitrice della Corte internazionale di giustizia» e che appoggerà la decisione della Corte.

 Il portavoce del “Dipartimento di Stato americano “Matthew Miller” ha invece reagito dichiarando che gli Stati Uniti «non osservano atti che costituiscono genocidio» da parte di Israele.

Mercoledì, il Brasile di Lula, la Colombia di Petro e la Lega Araba hanno dichiarato ufficialmente il loro sostegno all’iniziativa del Sudafrica.

3 – Il bilancio umano.

Il bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre è di oltre 23.357, secondo il Ministero della Sanità di Gaza controllato da Hamas, con altri 59.410 feriti – una cifra definita credibile da “Michel Goya” a novembre, data l’intensità e la natura dei bombardamenti.

 

 

Le Nazioni Unite stimano inoltre che alla fine di dicembre nella Striscia di Gaza ci fossero 1,9 milioni di sfollati interni.

 Si ritiene che più di un milione di persone si trovino nel governatorato di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, «il principale luogo di rifugio oggi».

4 – Chi sono i morti?

Secondo la stessa fonte, il 70% delle persone uccise dal 7 ottobre sono donne e bambini.

 La popolazione della Striscia di Gaza è tra le più giovani al mondo: nel 2023, l’età media dei 2,1 milioni di abitanti dell’enclave era di 19,2 anni.

In totale, il 40% della popolazione era composto da bambini di età inferiore ai 14 anni, nati dopo l’inizio del blocco israeliano della Striscia di Gaza nel 2007.

 

5 – «Assedio completo»: una situazione di blocco prolungato.

Oltre ai bombardamenti, la popolazione è ancora sotto un «assedio completo» imposto dal governo israeliano dopo gli attacchi del 7 ottobre.

 Il 9 ottobre, il ministro della Difesa “Yoav Gallan”t ha chiesto che «non entrino nella Striscia di Gaza elettricità, cibo, acqua o carburante».

I primi camion che trasportano aiuti umanitari hanno iniziato a entrare nella Striscia di Gaza solo il 21 ottobre.

Inoltre, il numero di consegne giornaliere è ancora ben al di sotto delle 500 consegne necessarie alla popolazione, la quota che entrava nell’enclave ogni giorno prima dell’inizio dell’assedio.

Per quanto riguarda la legalità del blocco, diverse organizzazioni, tra cui “Human Rights Watch”, hanno sottolineato che i metodi utilizzati per privare i civili del cibo costituiscono un crimine di guerra secondo lo “Statuto di Roma della Corte penale internazionale”.

L’”Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani”, “Volker Türk”, ha sottolineato in ottobre che

«le misure adottate da Israele per negare ai civili l’accesso a beni e servizi essenziali, come forma di punizione collettiva, sono anche contrarie al diritto internazionale».

 

6 – Oltre i bombardamenti: morti nel medio e lungo termine.

Oltre alle morti causate dai bombardamenti, le conseguenze a medio e lungo termine del blocco potrebbero portare a un aumento significativo del bilancio umano nella Striscia di Gaza.

Il blocco del carburante ha molteplici conseguenze umanitarie, in particolare limita il corretto funzionamento degli ospedali, dei sistemi di trasporto per la consegna degli aiuti umanitari, della desalinizzazione e della produzione di elettricità.

 Secondo l’”UNRWA”, a metà novembre il 70% delle famiglie beveva acqua salata o contaminata, aumentando il rischio di disidratazione e lo sviluppo di malattie.

A proposito di alimentazione, secondo le ultime stime sulla sicurezza alimentare dell’”IPC “(Integrated Food Security Phase Classification), l’intera popolazione della Striscia di Gaza sta affrontando una situazione di elevata insicurezza alimentare (raggiungendo i livelli IPC di Fase 3, «Crisi», Fase 4, «Emergenza» o Fase 5, «Catastrofe») – ad eccezione del 5% dei residenti nei governatorati meridionali, che si trovano al livello di Fase 2, «Stress»).

 Più della metà della popolazione (53%) si trova in una situazione di emergenza (Fase 4) e più di un quarto (26%) in una situazione catastrofica (Fase 5).

Secondo il capo economista del” Programma alimentare mondiale”, che ha descritto la situazione come «senza precedenti», 4 su 5 delle persone che vivono in una situazione di insicurezza alimentare catastrofica sono abitanti di Gaza.

 

Infine, il sovraffollamento nei luoghi di rifugio delle popolazioni sfollate e la mancanza di accesso alle strutture igieniche aumentano il rischio di epidemie.

 L’”OMS” ha rilevato un aumento del numero di casi di malattie infettive, che aumentano il rischio di morte tra i bambini sotto i 5 anni.

In particolare, dalla metà di ottobre sono stati segnalati 50.000 casi di diarrea tra i bambini di questa fascia d’età, 25 volte di più rispetto a prima dell’inizio dell’assedio su larga scala.

7 – L’entità delle distruzioni materiali.

Nel gennaio 2023, la percentuale di residenti della Striscia di Gaza che non erano riusciti a trovare un alloggio nei dodici mesi precedenti era già del 29%, secondo “Gallup”.

Al 30 dicembre, il numero di unità abitative distrutte o rese inabitabili era stimato in 65.000, oltre alle 290.000 danneggiate, secondo le autorità della “Striscia di Gaza”.

Anche le infrastrutture hanno subito danni ingenti.

 A novembre, il 60% delle infrastrutture di telecomunicazione aveva subito danni e distruzioni, così come il 70% delle infrastrutture commerciali e quasi la metà delle strade.

8 – La distruzione dell’economia di Gaza

La guerra e l’assedio totale stanno peggiorando una situazione economica già critica nella “Striscia di Gaza”.

Nel terzo trimestre del 2023, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 45,1%.

All’inizio di novembre, l’”Organizzazione Internazionale del Lavoro” ha stimato che almeno il 66% dei posti di lavoro nell’enclave sono stati persi dal 7 ottobre, per un totale di 192.000 unità.

Secondo la “Banca Mondiale”, nel 2023 il PIL dei territori palestinesi (Striscia di Gaza e Cisgiordania) – la cui crescita era inizialmente stimata al 3,2% – dovrebbe diminuire del 3,7%, annullando i guadagni economici ottenuti dalla fine della pandemia.

Le carenze stanno anche facendo aumentare i prezzi:

 a ottobre, l’inflazione su base mensile ha raggiunto il 12%, il prezzo dell’acqua in bottiglia è aumentato del 75% e quello della benzina di quasi il 120%.

 

9 – Il ruolo della retorica del governo di estrema destra di Netanyahu nell’appello del Sudafrica alla “Corte Internazionale di Giustizia”.

La sintesi di questi dati e la valutazione della situazione umanitaria nella “Striscia di Gaza” permettono di stabilire il contesto in cui la “Corte di giustizia” potrebbe indicare misure temporanee che chiedono la sospensione delle operazioni militari israeliane a Gaza.

Per quanto riguarda l’accusa di genocidio, che richiede la prova di una dimensione intenzionale, l’azione del Sudafrica si basa in parte – oltre che sull’affermazione che

«questa intenzione deve essere dedotta anche dalla natura e dalla condotta dell’operazione militare israeliana a Gaza» – su «ripetute dichiarazioni di rappresentanti dello Stato israeliano, anche ai più alti livelli» che «esprime[rebbe] un’intenzione genocida».

(I Palestinesi osservano le distruzioni dopo un bombardamento israeliano a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, mercoledì 3 gennaio 224.)

Alcuni membri del governo Netanyahu appartenenti ai partiti di estrema destra israeliani – come l’assai visibile “ministro della Sicurezza nazionale “Ben Gvir” – usavano pubblicamente una retorica che poteva negare l’esistenza di un «popolo palestinese» già prima del 7 ottobre.

Nel marzo 2023, ad esempio, il ministro delle Finanze e “presidente del Partito sionista religioso”, “Bezalel Smotrich”, ha dichiarato che «non esiste un popolo palestinese» – un’affermazione che ha provocato le reprimende del “Dipartimento di Stato americano” e dell’”Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione Europea”.

In un discorso straordinario del 9 ottobre, il “ministro della Difesa israeliano” Yoav Gallant” ha accompagnato l’annuncio dell’assedio totale della Striscia di Gaza con la dichiarazione:

«Stiamo combattendo contro degli animali e agiamo di conseguenza».

A dicembre, un gruppo di personalità pubbliche israeliane ha inviato una lettera alle autorità giudiziarie del Paese invitandole ad agire contro la normalizzazione di un discorso di

«annientamento, espulsione e vendetta» e la diffusione di «inviti espliciti a commettere crimini atroci» in Israele, riporta il “Guardian”.

10 – Normalizzazione dei piani di sfollamento forzato della popolazione della” Striscia di Gaza”.

Dal 7 ottobre, diversi funzionari israeliani hanno difeso pubblicamente ed esplicitamente l’idea di «incoraggiare» la migrazione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Anche recentemente, due ministri del governo Netanyahu, “Bezalel Smotrich” e” Itamar Ben Gvir”, hanno difeso questa idea.

Diversi Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno condannato le osservazioni dei ministri, che il 2 gennaio sono state definite «incendiarie e irresponsabili» dal portavoce del “Dipartimento di Stato americano” “Matthew Miller”.

“Ben Gvir” sostiene anche l’eventuale «rimpatrio» dei coloni israeliani nella” Striscia di Gaza”, tornando indietro rispetto al piano di disimpegno dei coloni portato avanti dal Primo Ministro “Ariel Sharon” nel 2005.

Già a ottobre, l’opzione di «trasferire» i palestinesi nella regione egiziana del Sinai era stata menzionata in un documento di lavoro del ministero dell’Intelligence israeliano, autenticato dall’ufficio del Primo Ministro, che successivamente ne ha minimizzato l’importanza definendolo «non vincolante».

 Fin dall’inizio del conflitto, l’Egitto ha adottato una posizione di rifiuto di fronte a una potenziale «seconda Nakba» e a un massiccio afflusso di rifugiati palestinesi.

In un articolo pubblicato sul “Jerusalem Post” il 19 novembre, la ministra dell’Intelligence israeliana “Gila Gamliel “aveva anche chiesto di incoraggiare il trasferimento internazionale della popolazione di  Gaza, definendolo una soluzione «win-win».

Il testo del ministro, presentato come proposta aperta al dibattito, chiedeva in particolare di riorientare gli aiuti internazionali in questa direzione:

 «invece di iniettare denaro nella ricostruzione di “Gaza” o nell’UNRWA, che ha fallito, la comunità internazionale può contribuire ai costi del reinsediamento, aiutando gli abitanti di Gaza a costruirsi una nuova vita nel loro nuovo Paese ospitante».

Il sito web di notizie “Zmar Israel “ha rivelato all’inizio di gennaio che il governo israeliano aveva discusso sul trasferimento «volontario» dei palestinesi con Paesi terzi, tra cui la Repubblica del Congo, che si era detta «pronta a ricevere i migranti».

Secondo la stessa fonte, sono in corso discussioni guidate da funzionari del” Mossad “e del “Ministero degli Esteri” anche con il Ruanda e il Ciad.

 

Il concetto di «pulizia etnica», diffusosi dopo le guerre in Jugoslavia negli anni ’90, non è giuridicamente definito e non costituisce un crimine autonomo ai sensi del diritto internazionale.

Tuttavia, viene ancora utilizzato per designare atti volti a sradicare una popolazione da un’area geografica ed è stato utilizzato in questo contesto da diversi attori che hanno messo in guardia dai rischi che gravano sulla popolazione della Striscia di Gaza – da ultimo la relatrice speciale delle “Nazioni Unite” “Francesca Albanese” sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati.

Riferendosi alla dichiarazione rilasciata dai suoi ministri a seguito di un incontro con il Segretario di Stato americano “Antony Blinken” alla vigilia dell’udienza di mercoledì 10 gennaio, il “Primo Ministro Netanyahu” ha affermato che “Israele” non ha «alcuna intenzione di occupare la Striscia di Gaza in modo permanente o di sfollare la sua popolazione civile».

 

 

 

 

A GAZA È GENOCIDIO? CHE COS’È

UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ?

LE PAROLE PER CAPIRE IL CONFLITTO.

It.gariwo.it - Joshua Evangelista – intervista a Marcello Flores – (12 – 1 -2024) – ci dice:

 

Lo storico “Marcello Flores” è tra i principali esperti di “Genocide Studies”.

 

Giovedì 11 gennaio, presso la “Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite” all'Aja, sono iniziate le udienze sul caso presentato dal Sudafrica, secondo il quale la guerra nella Striscia di Gaza costituirebbe un atto di genocidio contro il popolo palestinese.

Si tratta in un processo complesso, dall'alto significato politico:

mai la “Corte internazionale di giustizia”, fino ad oggi, ha condannato per genocidio nessuno stato.

A prescindere da come si pronuncerà la Corte - probabilmente ci vorranno molti anni -, si può dire che a Gaza è in corso un atto genocidario?

 Se no, come si può definire quello che sta accadendo?

 Dopo l'attacco di “Hamas” dello scorso 7 ottobre e della successiva guerra condotta da Israele, nei media e sui social network è aumentato in maniera esponenziale l'utilizzo dei termini "genocidio", "crimini di guerra", "crimini contro l'umanità", "pogrom".

 Abbiamo chiesto al professore “Marcello Flores”, uno dei maggiori esperti italiani di “Genocide Studies,” il suo punto di vista su ciascuno di questi termini e sulla applicazione al contesto mediorientale.

 

Marcello Flores, facciamo chiarezza sulle parole. Che cos'è il genocidio?

Per la Convenzione sul genocidio che è stata promulgata il 9 dicembre 1948, genocidio è la distruzione parziale o completa di un gruppo etnico, religioso o nazionale.

Nel caso in cui, però, c'è l'intenzione da parte di chi commette quella violenza di distruggere il gruppo in quanto tale.

Che cosa significa questo? Cosa cambia rispetto agli altri crimini?

Significa che non si tratta di una violenza, sia pure terribile, dovuta a motivazioni quali possono essere una guerra, una volontà di conquista, una sopraffazione di potere.

Deve essere il risultato di una volontà di far scomparire dall'umanità un preciso gruppo etnico, religioso o nazionale.

 Evidentemente, i carnefici che stanno compiendo quella violenza ritengono che quel gruppo non possa e non debba avere il diritto di vivere.

 

L'attacco del 7 ottobre di “Hamas” può essere considerato una pratica genocidaria?

Quando i giuristi affronteranno questa questione lo faranno con estrema difficoltà e insieme delicatezza, come in genere è accaduto in tutti i vari momenti in cui la giustizia internazionale ha dovuto decidere se qualche episodio di violenza fosse o meno un genocidio.

Personalmente non ritengo che possa essere considerata un'opera di genocidio, ma un crimine contro l'umanità, perché è la volontà di compiere un massacro indiscriminato che colpisce coloro che si incontrano, andandoli a cercare nei kibbutz e nel rave – che presumibilmente i massacratori sapevano che si stesse svolgendo in quel momento.

 È stato fatto con una programmazione sicuramente generale, ma senza la volontà di compiere qualche cosa che andasse, oltre a un massacro violento, dimostrativo, fatto per colpire improvvisamente e probabilmente anche per suscitare una reazione.

 

La risposta di Israele a Gaza può essere considerata genocidaria?

Che cosa possiamo dire della denuncia del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia?

 

La denuncia del Sudafrica credo che rappresenti la volontà di portare al più presto possibile il governo di Israele di fronte alla giustizia internazionale.

 L'accusa di genocidio è l'accusa più grave, quindi è quella che in qualche modo smuove più rapidamente la possibilità di un giudizio, sia pure di tipo iniziale.

 Ricordiamo, per esempio, che dopo l'operazione “Piombo Fuso” perpetuata una quindicina d'anni fa dall'esercito israeliano a Gaza, una commissione delle Nazioni Unite aveva individuato sia le azioni dell'esercito israeliano sia quelle di “Hamas” come crimini contro l'umanità.

 Ma non era intervenuta la “Corte internazionale di giustizia”.

Io credo che la reazione - sicuramente sproporzionata in termini di diritto internazionale - che l'esercito israeliano ha fatto e sta facendo a Gaza, non possa essere considerata genocidio, ma possa essere sicuramente considerata un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità.

Perché l'attacco e il coinvolgimento di civili sono assolutamente evidenti da tutte le documentazioni che abbiamo, anche se dovremmo analizzare meglio le informazioni che ricaviamo in modo generico dai media. Escluderei però che si possa parlare di genocidio, se non da un punto di vista propagandistico che secondo me serve a poco.

 

A proposito di chiarezza sull’uso dei termini, che differenza c’è tra un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità?

 

I crimini di guerra sono elencati nelle convenzioni di Ginevra.

Se si va a vedere lo “statuto della Corte penale Internazionale”, ci sono decine di atti che possono essere considerati crimini di guerra.

Ad esempio il bombardamento e la distruzione di ospedali, di scuole, di edifici religiosi, di culto o di edifici culturali, così come il coinvolgimento di civili nelle uccisioni.

Analizzare è estremamente complicato:

almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale ogni guerra è in larga parte rivolta contro i civili.

Però sicuramente rientrano nei crimini di guerra una serie di torture nei confronti di prigionieri.

 I crimini contro l'umanità si hanno quando le popolazioni civili sono maggiormente colpite in quanto tali, non in quanto vittime secondarie di azioni militari, magari perché ritenute in qualche modo corresponsabili di quel potere che si vuole colpire.

 Ma ci sono delle evoluzioni giuridiche.

Quali?

Per esempio, dalla seconda metà degli anni ‘90 lo stupro di massa è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e può essere anche considerato come “un mezzo di genocidio”.

Lo è stato nel caso del Ruanda, in un paio di sentenze.

E questa è una delle novità più rilevanti del diritto internazionale, se pensiamo che nelle prime due guerre mondiali le centinaia di migliaia di stupri che ci sono stati erano considerati in qualche modo una inevitabile necessità o comunque una parte della guerra.

Da questo punto di vista credo che la lunga inchiesta del “New York Times” sulla violenza nei confronti delle donne perpetrata da “Hamas” il 7 ottobre, sia una raccolta di prove significative per la giustizia internazionale.

 

A proposito di parole legate al 7 ottobre, molti hanno descritto l’attacco di” Hamas” come un pogrom.

Pogrom è diventato a livello simbolico un termine che indica un massacro indiscriminato.

 Se vogliamo essere rigorosi, quello del 7 ottobre non mi sembra un pogrom.

I pogrom erano violenze spontanee di massa accadute verso la fine dell'800 in una serie di città della Russia e della Polonia nei confronti di comunità ebree locali, in cui ci fu la tolleranza e a volte anche la stessa sollecitazione delle forze dell'ordine.

 Ma erano il frutto di qualcosa di abbastanza spontaneo.

 In risposta al ferimento accidentale da parte di ebrei di un bambino non ebreo, la comunità ebraica veniva assalita, molti venivano feriti o uccisi, la sinagoga veniva bruciata e così via.

 In quel clima molto particolare nasce il termine pogrom.

Nel caso del 7 ottobre il carattere spontaneo manca del tutto, nel senso che è stato un'azione organizzata di tipo militare, sebbene vi abbiano partecipato non solo militari, da quello che si è capito, ma anche cittadini della Striscia di Gaza non organizzati militarmente.

Però il cuore di quella azione non è stata una rivolta spontanea.

 Sono anche dell'idea che questa parola sia diventata un modo per definire una violenza di massa concentrata nei confronti di qualcuno. Ma siccome non tutti sanno davvero che cosa vuol dire e come sia nata, si può tollerare questo utilizzo.

 

Un’altra parola utilizzata per descrivere le gravi discriminazioni subite dai palestinesi è apartheid.

 Nel corso della sua carriera lei si è occupato molto di apartheid in Sudafrica.

Apartheid è qualcosa di molto preciso che appartiene alla storia del Sudafrica.

 Si riferisce a quella legislazione nata negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, che tende a codificare e a concretizzare quella che era una politica razzista già esistente precedentemente.

 Implica una separazione netta e totale, da tutti i punti di vista, della popolazione nera - che in quel caso era la popolazione di maggioranza – da quella bianca che era quella minoritaria e dominante.

 Dal punto di vista del potere politico, questo significava che i neri non potevano vivere nelle stesse parti della città dei bianchi, tant'è vero che furono costruite le “township” come “Soweto”, che era la più famosa.

C'erano mezzi di trasporto per neri e altri per i bianchi.

 Negli Stati Uniti del caso di “Rosa Parks”, che dette inizio alla lotta per i diritti civili nel 1954, nello stesso mezzo di trasporto c'era una parte riservata ai bianchi e una parte ai neri.

In Sudafrica, invece, un nero non poteva salire in nessun mezzo di trasporto dei bianchi.

I neri per lavorare avevano dei permessi e dei percorsi obbligatori, quindi c'era veramente questa separazione voluta e completa, che era anche e forte da un punto di vista simbolico.

Ora mi sembra che si possono dare vari giudizi sull'occupazione o l'oppressione dello Stato di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e in parte anche della Cisgiordania, ma direi che non si tratta di apartheid.

Da una parte perché all'interno dello Stato di Israele, per esempio, i cittadini arabi e palestinesi israeliani hanno diritti di voto come gli altri cittadini.

Quelli che vivono nei territori occupati hanno intanto un margine di autorganizzazione che si può giudicare essere più o meno fittizio, ma che comunque esiste.

Ad esempio, se ci fosse una politica di apartheid i palestinesi non potrebbero entrare negli ospedali israeliani.

 Quindi direi che è una forzatura ideologico-propagandistica da parte di tutti quelli che vogliono sottolineare le colpe dello Stato di Israele, alla luce delle sofferenze che effettivamente i palestinesi da decenni hanno in quei territori.

 

Se secondo lei non possiamo parlare di apartheid, dal momento che questa parola ha un perimetro così preciso, quale termine può definire la condizione dei palestinesi oggi?

 

Le difficoltà di accesso a servizi di base sono forme di discriminazione e di oppressione diversificate.

Anche perché negli ultimi venti trent'anni le condizioni sono cambiate.

Sono diverse da quando la Striscia di Gaza era occupata militarmente dallo Stato di Israele e ha lasciato l’autonomia.

Nei primi anni c'era una un'oppressione generale, ma non quel controllo che, per esempio, aumenterà molto di più dopo con l'operazione “Piombo Fuso”, una reazione violenta a degli attacchi missilistici di “Hamas” e che ha provocato questa struttura di contenimento/oppressione della Striscia nel suo insieme.

Non riesco a trovare una parola simbolo, se non “forme di oppressione e di discriminazione”, che vanno elencate e valutate e che sono difficili da riassumere.

 

Un'altra parola molto evocativa è ghetto.

“Masha Gessen” sul “New Yorker “ha paragonato “Gaza “ai ghetti della seconda guerra mondiale e ne è scaturita un’ampia polemica.

 Che cos’è un ghetto?

Si può dire che Gaza sia un ghetto?

I ghetti hanno una storia molto precisa.

 Ci sono quelli dell'epoca medievale o inizio dell'età moderna e quelli della Seconda guerra mondiale, che l'occupazione tedesca ha instaurato nelle città europee.

 Di nuovo.

 Credo che sia un modo per cercare di dare un'idea emotiva forte di una condizione che sicuramente è spesso analoga a quella di un ghetto, nel senso che è non facile se non addirittura impossibile, per la gran parte dei palestinesi, uscire quando vogliono.

Però la struttura del ghetto era molto diversa e quindi se si usano questi paralleli storici bisognerebbe adeguarli e spiegarli in questo modo.

 Il rischio è proprio di non far capire la diversità che c'è tra una struttura di oppressione di oggi rispetto a strutture di oppressione che erano presenti nel passato.

Del resto il ghetto di Varsavia era diverso dal ghetto di Venezia del 1400.

 Il nome era lo stesso solo perché riguardava gli ebrei.

 

Torniamo a parlare di genocidio.

“Raphael Lemkin,” il coniatore di questo termine, scrisse anche degli aspetti culturali delle politiche genocidarie.

 Alla fine, però, nella “Convenzione sul genocidio” del 1948 questo concetto fu lasciato cadere.

Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina si è parlato dell’intenzione del Cremlino di perpetuare un genocidio culturale verso le popolazioni invase.

 Dal momento che questa definizione non fa parte della Convenzione, secondo lei ha senso parlare di genocidio culturale e quindi denunciarlo?

L’dea che “Lemkin” aveva di genocidio culturale era molto ampia e non particolarmente specificata.

Il genocidio culturale non fu inserito nella Convenzione del ’48 perché grandi potenze come la Francia e la Gran Bretagna erano all'epoca potenze coloniali e quindi rischiavano di poter essere accusate di genocidio culturale.

Inoltre ci fu l'intervento del delegato siriano alle Nazioni Unite che disse che non si possono equiparare la distruzione di una biblioteca e la distruzione di un gruppo umano.

 La risposta ovvia è che le cose sono collegate, perché nel momento in cui si distrugge la biblioteca di un gruppo spesso si sta anche distruggendo il gruppo stesso.

Oggi ci sono giudizi della giustizia internazionale e una serie di prese di posizione che hanno ampliato la possibilità di considerare il genocidio culturale.

Credo che sia difficile che possa essere usato come elemento del genocidio, se non in presenza di una volontà di sterminio fisico anche del gruppo stesso.

Per quello che riguarda l’Ucraina, io credo che forse l'unico esempio in cui si potrebbe parlare di genocidio è il caso di “Bucha”, che è analogo a quello di “Srebrenica”.

 Sono casi in cui un evento particolare ha avuto un carattere genocida. Per quanto riguarda la Russia di Putin, al netto di questo singolo episodio, sicuramente ci sono stati crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

 

L’ultima domanda non può che essere sulla prevenzione del genocidio oggi.

Quali sono i contesti più a rischio oggi, di cui si parla però meno a livello mediatico?

Se guardiamo alle violenze nei confronti di minoranze o gruppi specifici che stanno accadendo oggi nel mondo, ci accorgiamo che quelle che - da un punto di vista numerico e spesso anche dal punto di vista della potenza distruttrice - sono totalmente messe in silenzio rispetto ai due casi più in vista, quello israelo-palestinese e quello russo-ucraino.

Anche quest’ultimo, tra l'altro, dopo l'attacco del 7 ottobre è diventato in qualche modo meno rilevante.

Se noi pensiamo che il numero di uccisi ogni giorno in Siria o nello Yemen era decine di volte superiore, capiamo che c'è un una diversità di atteggiamento che rende estremamente complicato poter affrontare il tema della prevenzione dei genocidi.

Nei confronti di quello che sta accadendo in Medio Oriente l'attenzione mediatica del mondo intero rende di fatto impossibile un genocidio, tant’è vero che si parla di genocidio già prima che questo venga compiuto.

 Negli altri casi non sappiamo se sta avvenendo o no, perché non sappiamo se i gruppi che sono colpiti oggi in Siria, nello Yemen o in altre parti del mondo, pensiamo all'Africa e altre parti dell'Asia, siano dei gruppi che rischiano davvero.

 Perché c'è una logica geopolitica e mediatica che ovviamente fa una forte distinzione.

 

In questo contesto, quali sono gli strumenti concreti che si hanno oggi per prevenire un genocidio?

 

La prevenzione può esistere su due piani.

 Mettendo in evidenza i primi livelli di discriminazione che avvengono nei confronti di qualche gruppo.

E oggi avviene per lo meno in una cinquantina di Paesi, nei confronti dei quali però la comunità internazionale non ha gli strumenti o non vuole avere gli strumenti per poter far nulla.

L'altra è quella di poter intervenire nei momenti in cui la violenza diventa più forte e in cui l'intervento può essere possibile.

Non solo per il genocidio, ma anche per i crimini di guerra o per i crimini contro l'umanità.

 Ricordiamo il caso della Siria, uno dei luoghi con il numero maggiore di vittime degli ultimi anni, in cui il presidente Obama aveva annunciato un intervento qualora si fosse superata la linea dell'uso ripetuto di un'arma letale e proibita come i gas.

Poi invece non se ne fece nulla, continuarono i massacri indiscriminati di civili e in più venne lasciata alla Russia di Putin la possibilità di inserirsi in quella zona come potenza rilevante.

Credo che questo vada ricondotto alla difficoltà che oggi esiste a livello interno nazionale di garantire un equilibrio e un diritto che, per quanto parziali, nel corso della Guerra fredda avevano avuto delle proprie regole grazie alle due superpotenze e che in questo secolo, invece, sono messe continuamente in discussione.

 Il nuovo mondo multipolare non ha ancora trovato le sue fondamenta dal punto di vista sia politico sia del diritto.

(Joshua Evangelista, Comunicazione Gariwo - Intervista con Marcello Flores storico.)

 

 

Il primo verdetto sull'accusa

di genocidio contro Israele.

Wired.it – Kevin Carboni – (26-1-2024) – ci dice:

 

La” Corte internazionale di giustizia” ha rifiutato la richiesta di Israele di respingere il caso e imposto alcune misure di emergenza per tutelare i palestinesi dal pericolo di genocidio.

Tuttavia non ha chiesto il cessate il fuoco.

La “Corte internazionale di giustizia dell’Aja” ha emesso la sua sentenza provvisoria nel caso aperto dal Sudafrica contro Israele, accusato di aver violato la Convenzione sul genocidio del 1948 nella Striscia di Gaza.

Il pronunciamento della Corte non ha stabilito una volta per tutte se” Tel Aviv” sia o meno responsabile di un genocidio contro il popolo palestinese, ma ha sancito l’accettazione del caso, il diritto dei palestinesi di essere protetti dagli atti di genocidio e ha ordinato a Israele di prevenire qualunque atto che possa essere ricondotto a genocidio a Gaza.

 

La sentenza finale sulle accuse di genocidio potrebbe richiedere anni per giungere a una conclusione, ma il Sudafrica ha espressamente richiesto alla Corte di intervenire tempestivamente per proteggere i palestinesi da possibili ulteriori violazioni della Convenzione.

 La sentenza di oggi ha risposto positivamente in questo senso, pur non avendo ordinato un cessate il fuoco o il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, ma potrebbe comunque contribuire a fermare il massacro che a Gaza va avanti da tre mesi, con più di 25mila persone uccise, di cui oltre 10mila minori.

Cosa ha detto la Corte.

Nel suo pronunciamento, la Corte ha rifiutato la richiesta di Israele di respingere il caso presentato del Sudafrica, precisando come diverse accuse elencate da Pretoria siano plausibili.

 Inoltre, ha riconosciuto l’esistenza delle condizioni necessarie per imporre misure di emergenza sul caso.

In particolare, i giudici hanno evidenziato come l’assenza di un intervento potrebbe mettere ulteriormente in pericolo di genocidio il popolo palestinese, a causa della drammatica assenza di aiuti umanitari e della distruzione del sistema sanitario che hanno messo Gaza in una “situazione umanitaria catastrofica”.

Pertanto, la Corte ha stabilito che Israele debba prendere ogni misura necessaria per prevenire un genocidio a Gaza, proteggere i palestinesi dal rischio di genocidio fermando le uccisioni, prevenire ogni causa di dolore mentale o fisico alla popolazione, punire e prevenire qualunque dichiarazione o atto pubblico che possa incitare al genocidio e attivarsi per preservare ogni prova che possa essere utile al caso per genocidio.

 Israele avrà un mese di tempo per sottoporre alla Corte un report in cui dia prova di aver agito conseguentemente alla sentenza della Corte.

Ma Israele è obbligato a rispettarla?

Secondo il Sudafrica la campagna militare di Israele, iniziata a seguito dell’attacco dei miliziani di “Hamas” del 7 ottobre 2023, ha “carattere di genocidio, in quanto mira alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale ed etnico palestinese”.

Al contrario, Israele ha respinto le accuse come “distorte”, sostenendo come la sua offensiva sia rivolta solamente contro “Hamas” e non verso il popolo palestinese nel suo complesso.

 

Una posizione difficile da difendere a causa dei numerosi interventi sui media e sui social, in cui diversi funzionari israeliani hanno più volte predicato la completa distruzione di Gaza, la volontà di deportare i palestinesi, o che a Gaza siano tutti terroristi e nessuno sia innocente.

Dichiarazioni riportate nella lunga relazione del Sudafrica alla Corte.

La decisione della più alta “Corte della Nazioni Unite” ha carattere vincolante e non può essere impugnata o sottoposta a ricorso.

Tuttavia, la Corte non ha il potere di farla rispettare o di imporla con la forza, come potrebbe fare un normale tribunale nei confronti di un individuo, ma starà ai paesi della comunità internazionale farla valere, anche attraverso l’uso di sanzioni contro Israele.

 

 

 

In Palestina è in corso un genocidio?

L’opinione dello storico Omer Bartov

 Magazine.cispunipi.it – Omer Bartov , Storico – Redazione - (20 Novembre 2023) – ci dice:

 

In un editoriale pubblicato sul “New York Times”, Omer Bartov, professore di “studi sull’Olocausto” e sui genocidi alla” Brown University di Providence”, offre un’analisi critica delle operazioni militari israeliane in corso a Gaza, discutendo la possibilità di inquadrare quanto sta avvenendo come un genocidio.

 Riconoscendo le difficoltà di identificare, in termini giuridicamente certi, l’esistenza di un genocidio in corso,” Bartov” afferma che le azioni avviate dall’esercito israeliano in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre rappresentano delle violazioni evidenti del diritto internazionale umanitario e che possono costituire, per i responsabili, dei crimini di guerra e contro l’umanità.

Invitando alla prudenza nell’usare la pesante categoria di genocidio, “Bartov” sottolinea l’assoluta necessità di intervenire prontamente per fermare le uccisioni indiscriminate di civili a Gaza.

 In conclusione, “Omer Bartov” invita le istituzioni internazionali, specialmente quelle deputate alla memoria dello sterminio, a prendere una posizione pubblica su quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania:

è giunto il momento di prendere posizione innanzitutto contro la retorica vendicativa e disumanizzante che, legittimando le violazioni del diritto internazionale umanitario, potrebbe portare a conseguenze irreparabili.

 La storia può e deve, a suo avviso, essere utilizzata in modo critico per riconoscere e fermare le intenzioni di genocidio prima che si concretizzino.

(Omer Bartov)

Le operazioni militari israeliane hanno prodotto una crisi umanitaria insostenibile, destinata a peggiorare nel tempo.

 Ma le azioni di Israele – come sostengono gli oppositori del governo – stanno rasentando la “pulizia etnica” o, in modo più grave ed esplosivo, il “genocidio”?

Come storico dei genocidi, ritengo che non ci siano prove sufficienti che un genocidio sia attualmente in corso a Gaza, anche se è molto probabile che si stiano verificando crimini di guerra e persino crimini contro l’umanità.

Ciò comporta, però, due conseguenze che ritengo importanti:

in primo luogo, dobbiamo definire cosa stiamo vedendo e, in secondo luogo, abbiamo la possibilità di fermare la situazione prima che peggiori.

Sappiamo dalla storia che è fondamentale avvertire del potenziale genocidio prima che si verifichi, piuttosto che condannarlo tardivamente, dopo che è avvenuto.

Credo che abbiamo ancora questo tempo.

È chiaro che la violenza quotidiana scatenata su Gaza è insopportabile e insostenibile.

Dal massacro del 7 ottobre da parte di “Hamas” – esso stesso un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità – l’assalto militare aereo e terrestre di Israele su Gaza ha ucciso più di 10.500 palestinesi, secondo il Ministero della Salute di Gaza, un numero che include migliaia di bambini [al 20 novembre, le stime parlano di 13.300 persone uccise a Gaza, di cui 5.500 minori, ndr].

 Si tratta di un numero di persone ben cinque volte superiore a quello delle oltre 1.400 persone uccise da “Hamas” in Israele [le autorità di Tel Aviv hanno recentemente quantificato in circa 1.200 le vittime israeliane, ndr].

Nel giustificare l’attacco su Gaza, i leader e i generali israeliani hanno fatto dichiarazioni terrificanti, che indicano un intento genocida.

Tuttavia, l’orrore collettivo per ciò che stiamo osservando non significa che un genocidio, secondo la definizione legale internazionale del termine, sia già in corso.

Poiché il genocidio, talvolta definito “il crimine di tutti i crimini“, è percepito da molti come il più estremo di tutti i crimini, c’è spesso l’impulso a descrivere qualsiasi caso di omicidio e massacro di massa come genocidio.

 Ma questo impulso a etichettare tutti gli eventi atroci come genocidi tende a offuscare la realtà piuttosto che a spiegarla.

Il diritto internazionale umanitario identifica diversi crimini gravi nei conflitti armati.

 I crimini di guerra sono definiti nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei successivi protocolli come gravi violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra nei conflitti armati internazionali, sia contro i combattenti che contro i civili.

 Lo Statuto di Roma, che ha istituito la “Corte penale internazionale”, definisce i crimini contro l’umanità come lo sterminio o altri crimini di massa contro qualsiasi popolazione civile.

Il crimine di genocidio è stato definito nel 1948 dalle Nazioni Unite come “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”.

Quindi, per dimostrare che è in atto un genocidio, dobbiamo dimostrare sia l’intenzione di distruggere, sia che l’azione distruttiva si sta svolgendo contro un particolare gruppo.

Il genocidio come concetto giuridico si differenzia dalla pulizia etnica in quanto quest’ultima, che non è stata riconosciuta come crimine a sé stante dal diritto internazionale, mira a rimuovere una popolazione da un territorio, spesso in modo violento, mentre il genocidio mira a distruggere quella popolazione ovunque essa si trovi.

In realtà, ognuna di queste situazioni – e in particolare la pulizia etnica – può degenerare in genocidio, come è accaduto nell’Olocausto, che è iniziato con l’intenzione di rimuovere gli ebrei dai territori controllati dalla Germania e si è trasformato nell’intenzione di sterminarli fisicamente.

La mia più grande preoccupazione nell’assistere allo svolgimento del conflitto armato tra “Israele” e “Hamas” è che ci sia un intento genocida, che può facilmente trasformarsi in un’azione genocida.

 Il 7 ottobre, il “Primo Ministro Benjamin Netanyahu “ha dichiarato che gli abitanti di Gaza avrebbero pagato un “prezzo enorme” per le azioni di “Hamas” e che le “Forze di Difesa Israeliane” (IDF) avrebbero trasformato intere parti dei centri urbani densamente popolati di Gaza “in macerie“.

Il 28 ottobre, citando il “Deuteronomio”, ha aggiunto:

 “Dovete ricordare ciò che” Amalek” vi ha fatto”.

Come molti israeliani sanno, per “vendicare l’attacco di Amalek”, la Bibbia invita a “uccidere uomini e donne, neonati e lattanti”.

Il linguaggio profondamente allarmante non finisce qui.

Il 9 ottobre, il Ministro della Difesa israeliano, “Yoav Gallant”, ha dichiarato:

“Stiamo combattendo contro animali umani e ci comportiamo di conseguenza”.

Un’affermazione che indica disumanizzazione e che ha echi di genocidio. Il giorno dopo, il Coordinatore delle attività governative nei territori occupati, “Ghassan Alian”, si è rivolto alla popolazione di Gaza in arabo: “Gli animali umani devono essere trattati come tali”, aggiungendo: “Non ci saranno né elettricità né acqua.

 Ci sarà solo distruzione.

Volevate l’inferno, avrete l’inferno”.

 

Lo stesso giorno, il “General Maggiore in pensione “Giora Eiland “ha scritto sul quotidiano "Yedioth Ahronoth”:

“Lo Stato di Israele non ha altra scelta che trasformare Gaza in un luogo in cui sia temporaneamente o permanentemente impossibile vivere”.

Ha aggiunto:

 “Creare una grave crisi umanitaria a Gaza è un mezzo necessario per raggiungere l’obiettivo”.

In un altro articolo ha scritto che “Gaza diventerà un luogo dove nessun essere umano potrà più esistere”.

A quanto pare, nessun rappresentante dell’esercito o politico ha denunciato questa dichiarazione.

Potrei citare molte altre dichiarazioni del genere.

Nel loro insieme, queste affermazioni potrebbero essere facilmente interpretate come indicative di un intento genocida.

 Ma il genocidio è effettivamente in atto?

I comandanti militari israeliani insistono sul fatto che stanno cercando di “limitare le vittime civili” e attribuiscono il gran numero di morti e feriti palestinesi alle tattiche di “Hamas” di usare i civili come “scudi umani” e di collocare i loro centri di comando “sotto strutture umanitarie come gli ospedali .“

[la BBC e altre testate occidentali hanno messo in evidenza la mancanza di prove conclusive a sostegno delle affermazioni dell’esercito israeliano circa la presenza di un “centro di comando di “Hamas” sotto l’ospedale Al-Shifa, ndr].

Eppure il 13 ottobre, secondo le notizie riportate da varie testate, il “Ministero dell’Intelligence israeliano” ha presentato una proposta per trasferire l’intera popolazione della Striscia di Gaza nella penisola del Sinai, controllata dall’Egitto.

L’ufficio di Netanyahu ha detto che si trattava di un “concept paper”.

Gli elementi di estrema destra del governo – presenti anche nell’IDF – celebrano la guerra come un’opportunità per liberarsi completamente dei palestinesi.

Questo mese è emerso sui social media un video in cui il capitano “Amichai Friedman”, un rabbino della “Brigata Nahal”, diceva a un gruppo di soldati che era ormai chiaro che “questa terra è nostra, tutta la terra, compresa Gaza, compreso il Libano”.

Le truppe hanno applaudito con entusiasmo.

L’esercito ha dichiarato che il suo comportamento “non è in linea” con i propri valori e le proprie direttive.

Quindi, anche se non possiamo dire che l’esercito stia prendendo deliberatamente di mira i civili palestinesi, sia dal punto di vista funzionale che dal punto di vista retorico potremmo dire di assistere a un’operazione di pulizia etnica, che potrebbe rapidamente degenerare in genocidio, come è accaduto più di una volta in passato.

Niente di tutto questo è accaduto nel vuoto.

Negli ultimi mesi ho sofferto molto per l’evolversi degli eventi in Israele. Il 4 agosto io e diversi colleghi abbiamo diffuso una petizione in cui si avvertiva che il tentativo di colpo di Stato da parte del governo Netanyahu [l’autore si riferisce alla contestata riforma del sistema giudiziario israeliano, che ha suscitato grandi manifestazioni di protesta in tutto il paese, ndr] aveva lo scopo di perpetuare l’occupazione israeliana della terra palestinese.

 La petizione è stata firmata da circa 2.500 studiosi, membri del clero e personalità pubbliche, disgustati dalla retorica razzista dei membri del governo, dai suoi tentativi antidemocratici e dalla crescente violenza dei coloni, apparentemente sostenuti dall’IDF, contro i palestinesi in Cisgiordania.

Ciò che avevamo avvertito – che sarebbe stato impossibile ignorare l’occupazione e l’oppressione di milioni di persone per 56 anni e l’assedio di Gaza per 16 anni, senza conseguenze – ci è esploso in faccia il 7 ottobre.

Dopo il massacro di civili ebrei innocenti da parte di “Hamas”, il nostro stesso gruppo ha pubblicato una seconda petizione che denunciava i crimini commessi da “Hamas” e chiedeva al governo israeliano di desistere dal perpetrare violenze e uccisioni di massa su civili palestinesi innocenti a Gaza in risposta alla crisi.

Abbiamo scritto che l’unico modo per porre fine a questi cicli di violenza è quello di cercare un compromesso politico con i palestinesi e porre fine all’occupazione.

È tempo che i responsabili e gli studiosi attivi nelle istituzioni dedicate alla ricerca e alla commemorazione dell’Olocausto mettano pubblicamente in guardia dalla retorica piena di rabbia e vendetta che disumanizza la popolazione di Gaza e ne chiede l’estinzione.

È tempo di parlare contro l’escalation di violenza in Cisgiordania, perpetrata dai coloni israeliani e dalle truppe dell’esercito israeliano, che ora sembra scivolare verso la pulizia etnica approfittando della guerra su Gaza.

Secondo quanto riferito dalla stampa, diversi villaggi palestinesi si sono “auto-evacuati” sotto le minacce dei coloni.

 

Esorto istituzioni venerabili come lo “United States Holocaust Memorial Museum di Washington “e lo “Yad Vashem di Gerusalemme” [il Centro globale per la memoria dell’Olocausto, ndr] a intervenire ora e a essere in prima fila nel mettere in guardia contro i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, la pulizia etnica e il crimine di tutti i crimini: il genocidio.

Se crediamo davvero che l’Olocausto ci abbia insegnato una lezione sulla necessità – o, in realtà, sul dovere – di preservare la nostra umanità e la nostra dignità proteggendo quelle degli altri, questo è il momento di alzarsi in piedi e di alzare la voce, prima che la leadership di Israele faccia sprofondare il paese e i suoi vicini nell’abisso.

C’è ancora tempo per impedire che Israele permetta che le sue azioni diventino un genocidio.

Non possiamo aspettare un momento di più.

(New York Times, 10 novembre 2023).

 

 

 

Gaza, si apre il caso di genocidio

a carico di Israele davanti

alla Corte di Giustizia Onu.

It.euronews.com - Giulia Carbonaro & Gabriele Barbati – (11-1-2024) – ci dicono:

I Palestinesi piangono i parenti uccisi dai bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza davanti a un obitorio di Khan Younis, domenica 24 dicembre 2023.

Prima giornata di udienze nella causa presentata alla Corte di giustizia internazionale dal Sudafrica contro Israele per genocidio.

Cosa potrebbe accadere in tribunale?

Alla “Corte internazionale di giustizia dell'Aia” si è tenuta la prima delle due giornate di udienze sulla causa per genocidio intentata contro Israele dal Sudafrica, che chiede al governo israeliano di fermare le operazioni in corso a Gaza.

La “Cig “è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.

Il dibattimento è cruciale per Israele:

per la prima volta dopo anni di boicottaggio infatti ha accettato di difendersi di fronte ai 15 giudici della Corte, che sono eletti dall'”Assemblea generale” e dal” Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

“Ogni giorno a più di dieci bambini palestinesi vengono amputate una o entrambe le gambe, in molti casi senza anestesia."

 “Blinne ni Ghralaigh “: Avvocato dell'accusa.

Quali sono le accuse contro Israele?

Il “Sudafrica” ha presentato il caso alla “Corte internazionale di giustizia” a fine dicembre, sostenendo che Israele ha commesso "atti di genocidio" a Gaza durante la guerra dichiarata contro “Hamas”.

La prima richiesta alla “Corte” (secondo l'articolo 41 del suo statuto) è di approvare misure provvisorie per impedire all'esercito israeliano di continuare le loro operazioni militari nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania a danno dei palestinesi.

Secondo il Paese africano, “Israele” avrebbe violato gli obblighi previsti dalla “Convenzione sul genocidio”.

 Il ricorso di 84 pagine lo accusa di avere commesso atti di "carattere genocida perché mirano alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese".

La “Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”, approvata nel 1948 e di cui Sud Africa e Israele sono firmatari, qualifica come atti di questo tipo:

 uccisione di membri del gruppo;

lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;

trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Più di 23mila palestinesi, la maggior parte dei quali donne e bambini, sono stati uccisi a Gaza dall'inizio del conflitto, secondo il “ministero della Sanità palestinese” e le “condizioni umanitarie nella striscia sono catastrofiche”.

“Ogni giorno a più di dieci bambini palestinesi vengono amputate una o entrambe le gambe, in molti casi senza anestesia.

Ogni giorno, ai ritmi attuali, verranno danneggiate o distrutte in media 3.900 case", ha detto una degli avvocati dell'accusa, “Blinne ni Ghralaigh”, durante l'udienza.

Come si difenderà Israele?

Israele ha respinto "con disgusto" le accuse del Sudafrica, definendole "prive di fondamento" e annunciando che si difenderà in tribunale.

“Oggi abbiamo assistito a uno Stato che difende un’organizzazione terroristica.

Il Sudafrica dovrebbe vergognarsi.

Israele sta esercitando il proprio diritto all’autodifesa dopo il massacro del 7 ottobre e ci sono ancora 136 ostaggi israeliani prigionieri di Hamas”, ha detto a “Euronews” “Lior Haiat”, portavoce della delegazione israeliana.

Il Sudafrica sostiene che la "l'intento genocida", un elemento necessario a configurare il crimine di genocidio, in questo caso specifico "può essere dimostrato dal modello di condotta dell'esercito israeliano, ma anche da diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate da vari rappresentanti e funzionari israeliani" ha dichiarato a “Euronews” “Maria Varaki”, docente di “diritto internazionale” presso il “Dipartimento di studi sulla guerra del” King's College” di Londra.

Proprio questo il punto su cui Israele potrebbe scegliere di difendersi, secondo “Alonso Gurmendi Dunkelberg”, docente di Relazioni internazionali al “King's College”.

"Per parlare di genocidio, è necessario che il crimine sia stato commesso con l'intenzione specifica di distruggere un gruppo in quanto tale" ha spiegato l'esperto a “Euronews”.

"È questa la parte difficile e mi aspetto che la “difesa di Israele “si concentri su questo punto.

 O sosterrà di non aver commesso l'atto in sé, o sosterrà di non aver creato le condizioni per rendere “Gaza inabitabile”, ricordando magari di aver lasciato passare i camion che trasportavano gli aiuti".

Quanto tempo ci vorrà prima di una decisione della Corte?

Le udienze di questa settimana tratteranno solamente le argomentazioni iniziali del caso e le misure provvisorie e urgenti richieste dal Sudafrica.

Secondo gli esperti quest'ultima decisione, per cui è non è richiesto un giudizio definitivo sui fatti ma solo che la” violazione della Convenzione contro il genocidio” sia "plausibile", potrebbe arrivare tra un paio di settimane e uno o due mesi dopo l'udienza.

A Gaza oltre 22mila morti in tre mesi, “Netanyahu”: "La guerra non va fermata".

"Se la Corte seguirà quanto fatto nei precedenti casi, come “Gambia” contro “Myanmar” o “Ucraina contro Russia”, tra un paio di settimane la Corte potrebbe ordinare le misure provvisorie [richieste dal Sudafrica]" ha detto “Varaki”.

Per quanto riguarda il” caso di genocidio”, “Gurmendi” ha spiegato che potrebbero "passare diversi anni" prima che il tribunale arrivi a un verdetto.

Cosa significherebbe una condanna per Israele?

La” Corte internazionale di giustizia” non ha il potere di avviare procedimenti giudiziari o di rendere esecutive le sue sentenze, anche se le sue pronunce hanno un certo peso nella comunità internazionale.

Una “condanna per genocidio” ha un impatto enorme sulla posizione di un Paese sulla scena internazionale.

"La Convenzione sul genocidio riguarda il crimine più grave di tutti.

È per questo che molte persone vogliono questa condanna" ha sottolineato “Varaki”.

"E non sto parlando solo del caso attuale. In generale, sono molti i casi in cui si vuole ottenere una condanna per genocidio, perché è la peggiore".

Gaza,” Antony Blinken “da Tel Aviv:

 "Le accuse di genocidio contro Israele sono prive di merito".

Sebbene Israele abbia l'obbligo legale di dare seguito all'eventuale approvazione da parte della “Cig” della misura provvisoria richiesta dal Sudafrica, “Gurmendi Dunkelberg” ha affermato che ci sono stati precedenti di casi di non conformità, anche da parte degli Stati Uniti.

"Il problema è che non esiste una” polizia internazionale” che verifichi l'applicazione della sentenza della Corte.

Quindi, in realtà, l'applicazione dipende soprattutto dalla reazione degli altri Stati" ha spiegato l'esperto.

 "Supponendo che Israele non ottemperi all'ordine, allora gli altri Stati potrebbero scegliere di esercitare pressioni perché lo faccia".

 

 

 

 

 

Non Solo Carne, anche Latte

e Formaggi Sintetici.

Un Business USA-Cina.

 

 Conoscenzealconfine.it – (8 Febbraio 2024) - Gloria Callarelli – ci dice:

Dopo carne e pesce in provetta arrivano anche latte e prodotti caseari.

Dunque yogurt, formaggi, formaggi spalmabili:

se avete paura di inquinare, ma non di rischiare di ammalarvi con prodotti fatti in laboratorio, eccovi accontentati.

Il mito panteista e satanista per cui la Natura sta andando in malora a causa dell’uomo e quindi va preservata e venerata come fosse una divinità sta producendo i nuovi mostri (mentre dell’uomo e dell’ordine naturale delle cose voluto da Dio” chi se ne…”, anzi non dimenticate: siamo troppi nel mondo);

e così il “food kestein”, come l’abbiamo ribattezzato, si allarga di nuovi prodotti.

Tutti rigorosamente fatti in vitro.

Un’azienda “all’avanguardia” su questo è la statunitense “Perfect Day” che vanta nel cda tra gli altri” Robert Iger”, già amministratore delegato della “Disney”, “Amy Chang” anch’essa nella Disney e già dirigente di “Google”, una sorta di “guru dell’AI”, e via via “esperti” vari.

Figura nel portale dell’azienda, tra i volti che sostengono la causa del sistema alimentare più “equo”, anche “Leonardo Di Caprio”.

Ma come funziona la produzione?

Si utilizza una microflora geneticamente modificata in grado di produrre caseina e siero di latte attraverso un processo di fermentazione.

 L’azienda spiega:

“Mettiamo la nostra microflora in una vasca piena di brodo fatto di acqua, sostanze nutritive e zucchero.

E poiché hanno l’imprinting, quando la nostra microflora fermenta, il brodo produce una proteina animale pura.

 La proteina viene separata dalla microflora, filtrata, purificata e infine essiccata.

 Il prodotto finale è una polvere proteica estremamente pura pronta per essere utilizzata dai produttori di alimenti per produrre latte (o formaggio, o yogurt, o crema di formaggio…) identico a quello classico.

Con la giusta sequenza di DNA, la microflora naturale può utilizzare la fermentazione per produrre quasi qualsiasi cosa.

Ciò significa che possiamo immaginare un futuro in cui smetteremo di esaurire le risorse della terra per produrre il cibo che mangiamo, i vestiti che indossiamo e altro ancora”.

Quindi:

dal siero del latte di mucca è stato isolato il DNA che con muffe, funghi e batteri vari viene poi trasformato in latte artificiale.

Che dire a questo punto: viva la dieta…

Ad ogni modo: sul sito della “Tomorrow farms,” azienda che utilizza il latte sintetico della” Perfect Day”, viene esplicitamente dichiarato che la loro realtà

non utilizza ingredienti dannosi o artificiali, non sfrutta o abusa degli animali, non compromette la nostra salute, né quella del pianeta”.

Encomiabile.

 Altro che noi impenitenti che continuiamo a cibarci di prodotti della Terra…

Dunque:

 queste entità sono in grado di affermare con certezza che quello che producono non farà del male all’essere umano.

Come fanno a esserne certi?

Come possono fare previsioni nel lungo periodo considerate le tecniche genetiche?

 Siamo ai limiti della frode alimentare.

Ma quale è il fine?

 Questione di potere?

 Volontà di onnipotenza?

Distruzione delle altre economie?

 Controllo delle popolazioni a partire da un bene primario quale il cibo?

 O peggio?

 Non solo il mero business, visto che parliamo di investimenti fatti da entità miliardarie:

“Perfect Day”, infatti, beneficia degli investimenti della “Horizon Ventures”, holding guidata dall’uomo cinese più ricco del pianeta, tale “Sir Li Ka Shing”, e da altre società d’investimento.

 Al 2020 parliamo di un totale di 360 milioni di dollari investiti.

Tutto questo mentre gli agricoltori vengono strozzati, vessati, obbligati a sostenere costi e modalità di produzione che a tutto servono tranne che a proteggere il lavoro e il consumatore.

Da una parte, dove vogliono e per chi vogliono, soldi a valanga.

Dall’altra il nulla.

 È proprio il caso di dirlo, cifre… folli.

 Del resto, pensandoci bene, vi sembra normale tutto questo?

(Gloria Callarelli)

(fahrenheit2022.it/2024/01/30/non-solo-carne-anche-latte-e-formaggi-sintetici-un-business-usa-cina/).

 

 

 

 

Gli Stati Uniti e l'Europa sono

decisivi a scatenare

la Terza Guerra Mondiale.

Unz.com - LARRY JOHNSON – (7 FEBBRAIO 2024) – ci dice:

 

Gli Stati Uniti e l'Europa – i britannici in particolare – sono fuori controllo e si fanno beffe del diritto internazionale mentre effettuano attacchi militari in Yemen, Siria e Iraq.

 L'Occidente sostiene che si tratta di un atto di autodifesa, ma invece di uccidere o arrestare specifici individui responsabili di attacchi, sono impegnati in una punizione collettiva.

Penso che stiamo arrivando a un punto in cui la rabbia contro l'Occidente ribollirà e gli Stati Uniti e l'Europa avranno un assaggio della loro stessa medicina.

Tutto questo era evitabile, ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno convinto i loro cittadini che gli attacchi contro paesi stranieri senza il sostegno delle Nazioni Unite sono del tutto appropriati.

 Non lo è.

Queste azioni distruggono il sostegno internazionale per l'"ordine internazionale basato sulle regole" proclamato dagli Stati Uniti.

L'ultimo incidente che ha suscitato indignazione è stato un attacco missilistico infernale a Baghdad.

Secondo il “CENTCOM”,” Abu al-Saadi” era l'unico obiettivo dell'assassinio a Baghdad.

 Secondo loro, è stato responsabile di attacchi contro basi americane.

Secondo una fonte pro-resistenza vicina alle PMU, al-Saadi è stato assassinato da solo in un'auto senza che altri compagni fossero stati assassinati, contrariamente a quanto riferito inizialmente da una seconda persona.

[Altro] I rapporti affermano che l'assassinio mirato ha colpito i veicoli dei comandanti di “Kataib Hezbollah”, vale a dire “Abu Baqir al-Saadi” e “Hajj Arkan al-Alaywi.

 

Gli Stati Uniti apparentemente hanno relazioni amichevoli con il governo iracheno.

La procedura normale secondo l'"ordine internazionale basato sulle regole" richiede che gli Stati Uniti emettano un atto d'accusa contro i presunti autori dell'attentato alla “Torre 22” e poi lo presentino al governo iracheno e ne chiedano l'arresto e l'estradizione.

Piuttosto che seguire una via diplomatica, gli Stati Uniti hanno compiuto un atto di guerra sul territorio sovrano dell'Iraq.

 Questa legge dà all'Iraq – sempre in base all'"ordine internazionale basato sulle regole" proclamato come sacrosanto dagli Stati Uniti – il diritto di contrattaccare gli obiettivi statunitensi.

Subito dopo l'assassinio, gli iracheni scesero per le strade di Baghdad cantando:

 "Dio è grande, l'America è il grande Satana".

Non vorrei essere un diplomatico americano o un ufficiale della CIA a Baghdad.

Saranno presi di mira e non sarei sorpreso se venissero attaccati.

Questo tipo di azione non diminuisce l'entusiasmo per l'attacco alle basi e al personale americano in Iraq.

Esattamente il contrario.

Con l'Hezbollah di “£Harakat al-Nujaba” in testa in solidarietà con l'Hezbollah di” Kata'ib,” la Resistenza Islamica in Iraq ha appena colpito la base illegale dello “ZOG” statunitense sul giacimento petrolifero di Al-Omar a Deir Ezzor, in Siria!

I droni suicidi hanno causato enormi esplosioni!

Non pensate a questo solo come al contraccolpo di “Hajj Abou Baqir al-Saadi”,

(t.me/Cultures_of_Resistance/25916?single) (RA ) !

No, occupanti! Questo è solo l'inizio!

Credo che nei prossimi giorni si assisterà a un aumento significativo degli attacchi alle basi e al personale statunitense nella regione.

Questo molto probabilmente porterà a ulteriori attacchi da parte delle forze statunitensi contro obiettivi all'interno dell'Iraq, che non faranno altro che far infuriare il popolo iracheno e costringere il governo iracheno a chiedere che gli Stati Uniti ritirino le loro forze.

Nel peggiore dei casi, l'Iraq rompe le relazioni con Washington.

L'Iraq non è l'unico ad essere incazzato per le buffonate di Washington.

Il portavoce della sicurezza nazionale di Biden,” John Kirby”, ha fatto seri danni nelle ultime ventiquattr'ore con questo stupido commento:

Conferenza stampa ufficiale del coordinatore NSC per le comunicazioni strategiche John Kirby - Casa Bianca , 6 febbraio 2024 :

 

D: Ehi,” Kirby”. Grazie mille per averlo fatto.

 Quando l'America parla di un accordo sugli ostaggi, fa parte di un più ampio accordo di normalizzazione con l'Arabia Saudita, o stiamo parlando di due percorsi diversi?

Kirby: No, sono due cose diverse. [...]

...

Allo stesso tempo, prima del 7 ottobre, stavamo discutendo con le nostre controparti nella regione, Israele e Arabia Saudita – ovviamente, le due principali – per cercare di andare avanti con un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita.

Quindi anche queste discussioni sono in corso.

Abbiamo sicuramente ricevuto feedback positivi da entrambe le parti che sono disposte per continuare a tenere queste discussioni.

Ma questo è un percorso separato e non è specificamente correlato al tentativo di mettere in atto questa prolungata pausa umanitaria. Entrambi sono davvero importanti.

I sauditi non hanno perso tempo e hanno lanciato una dura denuncia:

Risposta saudita:

La lettera è un linguaggio diplomatico per definire gli Stati Uniti un bugiardo dalla faccia sfacciata.

 Il” team di Biden” non è riuscito a imparare che non si può fare una mousse al cioccolato appetibile con il letame di mucca.

La rabbia contro l'Occidente non è limitata al Medio Oriente.

Stanotte è stato pubblicato un video che mostra una coppia di gentiluomini russi che affrontano i diplomatici britannici in un ristorante di Mosca.

 La rabbia è reale e cresce.

Se la scarpa fosse sull'altro piede e un governo straniero compisse un attacco a Washington o a Londra, gli Stati Uniti o gli inglesi si siederebbero e non farebbero nulla?

 Certo che no.

Gli Stati Uniti si sono abituati a usare arbitrariamente la forza militare senza un chiaro obiettivo strategico.

Questo non è qualcosa di unico per Biden.

 Lo ha fatto Obama, lo ha fatto George W. Bush e lo ha fatto Bill Clinton. Gli Stati Uniti l'hanno fatta franca in passato senza subito alcun contraccolpo significativo che abbia messo in discussione l'efficacia e la competenza della loro potenza militare.

Stiamo assistendo a un punto di svolta.

L'uso da parte degli Stati Uniti di agenti militari in Ucraina e Siria gli sta letteralmente esplodendo in faccia. Idem nello Yemen.

 Gli Stati Uniti continueranno a bombardare e gli “Houthi” continueranno a lanciare missili antinave e droni.

Questo è diretto verso un'escalation che gli Stati Uniti non possono permettersi di combattere, soprattutto in un anno elettorale.

Gli americani non sono psicologicamente preparati a perdere.

Questo era il messaggio di “George Patton”.

Tuttavia, se gli Stati Uniti continuano sulla loro attuale strada verso la pace, falliranno e falliranno in modo spettacolare.

Sia in Ucraina che nel Medio Oriente.

Quando ciò accadrà, l'America sarà capovolta.

Non sto dicendo che gli Stati Uniti non sono in grado di ottenere una vittoria militare in teoria, ma questa linea d'azione richiederebbe agli Stati Uniti di sottoporsi a una massiccia mobilitazione e a una ristrutturazione dell'economia al fine di ricreare una base industriale competente che possa sostenere e sostenere un racconto di sforzo.

Questo non accadrà.

È più probabile che le attuali campagne militari statunitensi distruggano l'influenza americana all'estero e scatenino disordini interni che creeranno il caos in tutta l'America.

Il popolo degli Stati Uniti imparerà una dura lezione:

ci sono limiti a ciò che può essere ottenuto con la forza militare convenzionale.

 

 

 

Israele-Palestina:

discutere la guerra.

Laterza.it – Redazione – (31-1-2024) – ci dice:

 

Sono passati quasi quattro mesi dal massacro di civili israeliani da parte di “Hamas” e dall’inizio dell’operazione militare lanciata da Israele a Gaza.

Della guerra, che ha provocato decine di migliaia di morti, non si intravede la conclusione.

Rigettando tutti gli appelli per il cessate il fuoco, a partire da quelli delle Nazioni Unite, il primo ministro israeliano, “Benjamin Netanyahu” ha dichiarato più volte che il conflitto durerà a lungo, tutto il tempo necessario ad eliminare completamente “Hamas”.

Ha inoltre escluso che quando la guerra sarà finita si possa comunque creare uno” Stato palestinese”, perché “la sicurezza di Israele richiede il controllo militare di tutto il territorio dal Giordano al mare”.

Per parte sua “Hamas”, pur essendo in corso una trattativa per un temporaneo cessate il fuoco per favorire il rilascio degli ostaggi israeliani, non recede dal suo obiettivo di “cancellare lo stato di Israele”.

L’amministrazione “Biden” dal canto suo continua a oscillare tra il rifiuto della richiesta di cessate il fuoco (con la motivazione che ciò favorirebbe “Hamas”) e l’invito a Israele a tener maggiormente conto delle regole internazionali sul rispetto dei diritti umani.

Regole evocate anche dalla “Corte internazionale di giustizia dell’Aja” che (su iniziativa del Sudafrica) verificherà l’”esistenza di un genocidio dei palestinesi” a Gaza.

 

L’aspetto di tragico di non componibilità del conflitto nella striscia di Gaza sembra anche questo:

che gli attuali protagonisti dello scontro non hanno interesse alla sua cessazione.

“Hamas” – non l’intera comunità palestinese di Gaza – ha scientemente provocato la reazione israeliana con il selvaggio attacco del 7 ottobre.

Il governo “Netanyahu “– non l’intera comunità israeliana – ha scientemente scatenato una risposta militare a tutto campo che tratta i morti civili come ‘danni collaterali’.

Ma non tutti gli israeliani la pensano così:

nelle ultime settimane le voci critiche, anche in Israele si sono moltiplicate.

Su “Haaretz” l’ex primo ministro “Olmert” ha scritto che tutta l’efficienza dell’esercito israeliano non basterà a sconfiggere “Hamas”.

E comunque, la guerra in corso ha alimentato l’odio verso Israele, anche nelle nuove generazioni di palestinesi (i sondaggi dicono che il consenso verso “Hamas” è aumentato anche nella” West Bank”).

 Possiamo aspettare – come sostenuto dal leader del partito della “Nuova Destra” “Naftali Bennett” in una intervista alla “BBC” – che i bambini palestinesi siano educati su nuovi libri di testo e, potremmo aggiungere, che si dimentichino dei loro genitori, dei fratelli, delle sorelle, e degli amici uccisi dai soldati israeliani?

Ma il tempo lungo della guerra non sembra essere un problema per “Netanyahu”, forse anche perché la sua carriera politica sembra ormai appesa al conflitto militare.

È certo alcuni esponenti del suo governo contano proprio su una guerra lunga per ridurre drasticamente la popolazione palestinese residente in Palestina, fino al punto da farla diventare una minoranza trascurabile.

‘Dobbiamo incoraggiare l’emigrazione dalla striscia di Gaza’ ha dichiarato alla radio militare israeliana il ministro delle finanze” Bezalel Smotrich” in una intervista ripresa dal “New York Times”.

 ‘Se a Gaza ci fossero 100 o 200.000 arabi anziché 2.000.000 la questione si porrebbe in modo molto diverso ’.

Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro della sicurezza nazionale, “Itamar Ben Gvir”.

Idee che certamente condividono molti tra i coloni che, ogni giorno, sostengono in armi il progetto di conquista di ogni parte della Palestina.

E con loro gli israeliani che hanno votato per i partiti di destra oggi al governo, impauriti ed esasperati dalla sequenza di atti terroristici compiuti negli anni da “Hamas” e da “altre organizzazioni militari e terroristiche palestinesi”, convinti che la stragrande maggioranza dei palestinesi non accetterà mai l’esistenza dello Stato d’Israele.

Ma altri israeliani non la pensano così:

non quelli che leggono “Haaretz”, su cui “Amira Hass” ha scritto che occorre dire basta alla guerra e” Gideon Levy” ha denunciato la disumanizzazione dei palestinesi da parte dei media del suo paese.

Nelle settimane scorse l’opinione di questi israeliani ha cominciato ad esprimersi di nuovo attraverso manifestazioni di piazza – come era avvenuto prima del 7 ottobre – che chiedono a gran voce tanto la “liberazione degli ostaggi” quanto le “dimissioni di Netanyahu”.

Ma i sondaggi continuano a indicare che la maggioranza degli israeliani è a favore della continuazione della guerra.

 E quale sarà l’atteggiamento degli ebrei della diaspora, la cui opinione influisce in maniera significativa sui governi dei paesi occidentali?

Come ha dichiarato uno dei maggiori studiosi palestinesi del conflitto, “Rashid Khalidi”, le guerre si concludono non solo in base ai risultati militari ma anche alle reazioni dell’opinione pubblica.

Se è vero che questa non è una guerra locale, perché potrebbe allargarsi e coinvolgere molti altri paesi, come reagirà l’opinione pubblica occidentale?

Saremo in grado di discutere in maniera lucida e fondata un tema così complesso e divisivo?

 

 

 

 

Gaza, smettiamola di fare ‘la scorta’

al genocidio dei palestinesi.

Ilfattoquotidiano.it -Paolo Ferrero – (9 gennaio 2024) – ci dice:

 

Quello che sta succedendo a “Gaza” in questi ultimi tre mesi è indicibile. Sotto gli occhi di tutti e tutte sono state assassinate oltre 20.000 persone di cui oltre 10.000 bambini.

Gli ospedali non funzionano più ed ogni giorno tra i bambini sopravvissuti ve ne sono dieci che subiscono un’amputazione.

Le scene di violenze gratuite dell’esercito israeliano sulla popolazione civile palestinese non si contano più.

Ministri israeliani hanno parlato esplicitamente dei palestinesi come di bestie e le strategie militari attuate sono fondate sulla violenza da infliggere alla popolazione civile.

 Parte integrante di questa strategia militare è basata sulla distruzione delle case di abitazione e delle infrastrutture civili in modo da rendere impossibile la vita agli abitanti di Gaza e di porre le condizioni per una deportazione di massa della popolazione palestinese.

 Siamo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, al genocidio deliberato e pianificato finalizzato alla pulizia etnica e alla deportazione della popolazione palestinese.

Mentre scrivo inorridisco, perché i crimini posti in essere con tragica e regolare pianificazione, sono puro orrore che accade alla luce del sole.

Inorridisco e penso che molti di voi lettori smetteranno di leggere oppure non avranno nemmeno cominciato l’articolo perché infastiditi da questo orrore:

quante persone non riescono più a reggere il livello di violenza che quotidianamente entra nelle nostre case attraverso gli schermi televisivi…

Perché quanto sta accadendo a Gaza accade sotto i nostri occhi, accade in diretta, tra una pubblicità e l’altra.

 La banalità del male dei campi di concentramento nazisti è venuta alla luce pienamente dopo la guerra:

 si è saputo dopo, quando non erano più.

A Gaza la banalità del male va in onda in contemporanea e mentre guardiamo il telegiornale delle 19 sappiamo che il domani sarà uguale, carico di orrore disumano come ieri.

Tutto ciò è inaccettabile.

 

 

 

 

Corte Internazionale di Giustizia:

misure cautelari contro Israele

per impedire il genocidio.

Altalex.com – Sara Occhipinti, Avvocato– (9-2-2024) – ci dice:

L'uccisione di quasi 26.000 palestinesi in risposta all’attacco sferrato da “Hamas” il 7 ottobre 2023 aveva mosso il Sudafrica a presentare il ricorso.

Con l’ordinanza n. 192 del 26 gennaio 2024 (testo in calce) la Corte internazionale di Giustizia, ha adottato misure cautelari nei confronti dello stato di Israele, accusato con ricorso del Sud Africa di violazioni della Convenzione contro il crimine di genocidio.

Era stato presentato a dicembre dalla Repubblica del Sud Africa il ricorso alla Corte internazionale di Giustizia contro Israele per le violazioni della Convenzione contro il crimine di genocidio.

L’uccisione di quasi ventiseimila palestinesi in risposta all’attacco sferrato da Hamas in Israele il 7 ottobre scorso,  ha mosso Il Sud Africa a presentare ricorso alla “Corte Internazionale di Giustizia” per chiedere di accertare le violazioni di Israele e adottare adeguate misure cautelari per sospendere le operazioni militari nella “Striscia di Gaza”.

Israele ha respinto ogni accusa, ribadendo come già aveva fatto negli ultimi mesi, in altri contesti e documenti, che gli atti di cui si lamenta il Sudafrica non sono in grado di rientrare nelle disposizioni della Convenzione sul genocidio, perché non sarebbe provata, nemmeno su una base” prima facie”, l’intenzione specifica necessaria di distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese come tale.

Israele difende le operazioni militari degli ultimi mesi come animate dalla sola intenzione di reagire alle atrocità del 7 ottobre 2023, di porre fine alle minacce e di liberare gli ostaggi.

L’assistenza umanitaria e le pratiche di riduzione del danno civile, dimostrerebbero l’assenza di qualsiasi intento genocida.

La Corte di Giustizia, pur rinviando alla “fase di merito” la verifica sulla esistenza di violazioni da parte di Israele degli obblighi della “Convenzione sul genocidio”, con l’ordinanza del 26 gennaio 2024 ha deciso comunque di adottare alcune delle misure cautelari richieste dal Sud Africa, ritenendo “plausibile” l’esistenza di un genocidio.

“I Palestinesi” si legge nell’ordinanza “sembrano costituire un gruppo distintivo nazionale, etnico, razziale o religioso e quindi un gruppo protetto nel significato dell’”Articolo II della Convenzione sul Genocidio”, “la popolazione nella striscia di Gaza supera i 2 milioni di persone” e “i palestinesi nella striscia di Gaza costituiscono una parte sostanziale del gruppo protetto”.

L’operazione militare di Israele, prosegue la Corte, ha determinato, in base ai dati dell’ufficio delle “Nazioni unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari”, l’uccisione di  25700 palestinesi, 63 mila feriti, 260 mila case distrutte e 1,7 milioni di sfollati.

 Pertanto, spiega la Corte “almeno alcuni dei diritti sostenuti dal Sudafrica e per i quali cerca protezione sono plausibili.”

 E plausibili sono anche, secondo la Corte, alcune delle misure cautelari richieste per garantire l’ottemperanza di Israele agli obblighi della “Convenzione” ed impedire pregiudizi irreparabili.

Il provvedimento del 26 gennaio 2024 ordina ad Israele di impedire la commissione di tutti gli atti che rientrano nel campo di applicazione dell’”articolo II della Convenzione” (uccisione, gravi lesioni, inflizione di condizioni di vita che determinano la distruzione fisica e misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo; atti che devono essere commessi con l’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo come tale).

 Israele dovrà anche garantire con effetto immediato che le sue forze militari non commettano nessuno degli atti sopra descritti, e adottare tutte le misure a sua disposizione per prevenire e punire l’istigazione diretta e pubblica di atti di genocidio contro il gruppo palestinese.

L’”ordinanza impone ad Israele” di adottare immediate misure per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria in favore dei palestinesi, e misure efficaci per prevenire la distruzione e garantire la conservazione delle prove relative all’accusa di genocidio.

Israele dovrà presentare un “rapporto alla Corte” su tutte le misure adottate per dare attuazione all’ordinanza entro un mese.

 L’ordinanza tuttavia non ordina ad Israele il cessate il fuoco, come invece chiedeva il ricorrente Sud Africa.

Ad ogni modo il provvedimento ai sensi dell’”art. 41 dello Statuto di Roma”, ha effetto vincolante e crea un vero e proprio obbligo giuridico internazionale che lo Stato israeliano dovrà onorare.

 

 

 

“Gazacaust”: attribuire la colpa

al posto giusto - 36 milioni.

Unz.com - Intervista di “Mike Whitney” con” Ron Unz” – (5-2-2024) – ci dicono:

 

"Israele non ha assolutamente alcun motivo legittimo per i suoi attacchi a Gaza".

 

Domanda 1: La sentenza della “Corte Internazionale di Giustizia” sul genocidio.

Secondo lei la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul "genocidio" è convincente o sopravvalutata?

Ron Unz:

Fin dall'inizio sono stato estremamente riluttante a caratterizzare l'attacco israeliano a Gaza come un "genocidio" perché l'uso di quel termine è diventato così selvaggiamente gonfiato e distorto negli ultimi anni, convertito dai disonesti governi occidentali e dai loro media mainstream lacchè in un'arma di propaganda usata per diffamare i paesi i cui governi cercano di indebolire.

La maggior parte delle persone intende per "genocidio" l'uccisione di un'ampia frazione di un dato gruppo di popolazione come parte di uno sforzo mirato allo sterminio totale.

 Ma all'inizio del 2021, l'amministrazione Trump uscente e i funzionari entranti Biden hanno entrambi dichiarato pubblicamente che il governo cinese stava commettendo un "genocidio" contro il popolo uiguro della provincia dello Xinjiang nonostante non avesse fornito alcuna prova che un numero significativo di uiguri fosse stato effettivamente ucciso.

E i media hanno fortemente promosso quelle accuse.

 Se i leader politici bipartisan dell'America e i nostri media mainstream complici possono dichiarare un "genocidio" senza alcun omicidio apparente, la parola è diventata così totalmente corrotta che sono riluttante a prendere in considerazione l'idea di usarla.

Tuttavia, in senso strettamente tecnico, questa situazione ridicola è effettivamente possibile.

 Il termine "genocidio" fu originariamente inventato intorno al 1944 da un propagandista ebreo di nome “Raphael Lemkin” , che lo usò come mezzo per stigmatizzare e diffamare la Germania nazista.

 L'inizio del lungo articolo di “Wikipedia “sul “Genocidio” spiega come la definizione presto adottata ufficialmente dalle Nazioni Unite includesse situazioni che comportavano pochi o nessun omicidi reali.

Nel 1948, la Convenzione delle Nazioni Unite” sul genocidio ha definito il  genocidio e definiva “il genocidio” come uno qualsiasi dei cinque "atti commessi con l'intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso".

Questi cinque atti erano:

uccidere membri del gruppo, causare loro gravi danni fisici o mentali, imporre condizioni di vita intese a distruggere il gruppo, impedire le nascite e trasferire con la forza i bambini fuori dal gruppo.

Le vittime vengono prese di mira a causa della loro appartenenza reale o percepita a un gruppo, non in modo casuale.

Data la nebulosa definizione di "grave danno fisico o mentale", nel corso dei decenni gli accademici di sinistra hanno spesso denunciato il "genocidio culturale", in cui un governo usa il suo potere per assimilare un gruppo minoritario nella lingua e nelle pratiche culturali della maggioranza.

Ad esempio, un secolo fa il Canada istituì un sistema di scuole pubbliche residenziali per insegnare l'inglese e gli stili di vita moderni ai bambini amerindi provenienti da ambienti tribali svantaggiati.

 All'epoca, la politica era considerata uno sforzo benevolo e illuminato per aiutarli a integrarli nella società canadese tradizionale, ma negli ultimi anni quel progetto educativo è stato denunciato come "genocidio culturale".

Un problema evidente con questa definizione così ampia di "genocidio" è che include troppi casi storici.

Usato in modo così ampio, potrebbero esserci state molte dozzine o addirittura centinaia di diversi "genocidi" in tutto il mondo negli ultimi dieci o vent'anni, e se tutto è un "genocidio ", allora niente è un "genocidio", con i potenti termine politico svuotato di ogni impatto.

Tuttavia, nonostante tutte queste serie preoccupazioni, penso che le azioni militari israeliane a Gaza siano state così estreme, così indiscriminate e così massicce da rientrare in una categoria completamente diversa.

Quasi il 70% degli abitanti di Gaza uccisi erano donne o bambini, un profilo demografico molto vicino a quello della popolazione generale di Gaza.

Dal momento che “Hamas” è composto interamente da maschi adulti, ciò indica che quasi tutte le morti sono state di civili disarmati, il che è quasi senza precedenti nei conflitti militari degli ultimi decenni.

 

Tuttavia, tale carneficina non sorprende affatto, dato il bombardamento enormemente pesante da parte di Israele di quel centro urbano densamente popolato con le più grandi bombe non guidate del suo arsenale.

Dopo meno di un mese, gli israeliani avevano già sganciato più esplosivi del tonnellaggio corrispondente alle armi nucleari usate a Hiroshima e Nagasaki, e da allora hanno accelerato i loro attacchi, distruggendo 100.000 edifici locali e lasciando quasi due milioni di abitanti di Gaza senza casa.

 

All'inizio di dicembre, il “Financial Times” ha riferito che la distruzione inflitta all'indifesa zona settentrionale di Gaza dopo appena sette settimane di attacchi israeliani era simile a quella subita dalle città tedesche più colpite dopo anni di bombardamenti a tappeto alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, un paragone sorprendente.

 

Alla base di una combinazione di fatti da raccontare, penso che fosse molto ragionevole per la sentenza quasi unanime della “Corte Internazionale di Giustizia” che c'erano prove evidenti che gli abitanti di Gaza erano a serio rischio di subire un potenziale genocidio per mano degli israeliani.

 Lo stesso governo israeliano ha nominato uno dei giudici della Corte Internazionale di Giustizia che si occupava del caso, scegliendo un ex presidente della “Corte Suprema israeliana,” ma ha votato insieme agli altri giudici che il governo israeliano deve prendere tutte le misure per prevenire e punire l'incitamento al genocidio contro i palestinesi di Gaza.

 

Domanda 2: Possibile giustificazione israeliana.

Secondo lei, c'è qualche difesa per il comportamento di Israele a Gaza?

 E lei è in qualche modo in sintonia con la posizione dichiarata di Israele (che ha bisogno di sconfiggere “Hamas” per difendere la propria sicurezza nazionale)?

 

Ron Unz:

 Israele non ha assolutamente alcun motivo legittimo per i suoi attacchi a Gaza negli ultimi quattro mesi, e man mano che vengono alla luce sempre più fatti, i tentativi di giustificazione sono diventati sempre più deboli.

“Hamas” è salito al potere nel 2007 in seguito a libere elezioni organizzate e giudicate giuste dagli americani, ma dopo quella sorprendente vittoria alle urne, Israele e l'Occidente hanno orchestrato un tentativo fallito di ribaltare il voto con la forza militare.

Come ho spiegato a dicembre, il fallimento di quel colpo di stato ha portato Israele a imporre un blocco e un assedio molto duri su Gaza.

Per oltre quindici anni, più di due milioni di abitanti palestinesi di Gaza sono stati rigidamente confinati in quello che “Human Rights Watch” e altre importanti organizzazioni internazionali hanno ampiamente descritto come la prigione o campo di concentramento a cielo aperto più grande del mondo, con tutto il loro cibo, carburante, medicine, e il movimento verso l'esterno strettamente controllato dai loro sequestratori israeliani.

 

Quando nel 2018 gli abitanti di Gaza iniziarono a organizzare per mesi grandi marce pacifiche e disarmate per protestare contro la loro terribile situazione, furono massacrati dalle truppe israeliane, con molte migliaia di morti o feriti.

Nel 1960, durante l'apartheid in Sud Africa, un'unica marcia di protesta piuttosto violenta contro alcuni aspetti del governo della minoranza bianca provocò 69 morti e inorridì il mondo intero, che lo proclamò "il massacro di Sharpesville".

Ma dato lo stretto controllo sui media globali da parte degli ebrei e di altre forze filo-israeliane, il numero enormemente maggiore di morti inflitte ai manifestanti di Gaza, totalmente disarmati, è stato quasi del tutto ignorato.

 Questa storia straordinaria è stata raccontata in un documentario sull'argomento ampiamente apprezzato nel 2019 dalla regista “Abby Martin”, un'americana solidale con gli abitanti di Gaza, nonché nella sua più recente intervista sullo stesso argomento.

Il governo americano e i media americani glorificano incessantemente le marce di protesta per i diritti civili degli anni '50 guidate da Martin Luther King, Jr. e altri e hanno ferocemente denunciato i brutali pestaggi che quei manifestanti illegali a volte ricevevano per mano della polizia del Sud.

Ma immaginare la reazione se migliaia di quei manifestanti neri fossero stati abbattuti dai cecchini militari americani.

La differenza fondamentale è che i “media globali occidentali”, uniformemente filo-israeliani, hanno nascosto per decenni questi fatti, permettendo agli israeliani di farla letteralmente franca con gli omicidi.

Nel frattempo, il governo israeliano aveva speso centinaia di milioni di dollari per costruire massicce difese fortificate intorno a Gaza, che secondo loro avevano completamente eliminato la possibilità di qualsiasi incursione da parte di” Hamas”.

Pertanto, quando l'attacco di “Hamas,” di grande successo, ha violato quelle difese, gli israeliani compiacenti e troppo sicuri di sé sono stati completamente presi dal panico, e ai loro elicotteri Apache è stato ordinato di far esplodere qualsiasi cosa si muovesse con missili Hellfire, uccidendo un gran numero di civili israeliani.

 I totali esatti sono incerti, ma sulla base delle prove penso che la maggioranza, probabilmente una sostanziale maggioranza di tutti i civili israeliani disarmati uccisi il 7 ottobre siano effettivamente morti per mano delle loro stesse forze militari dal grilletto facile, e forse solo pochi -da 100 a 200 persone - uccise dai combattenti di “Hamas”, in molti casi inavvertitamente.

Questi fatti probabilmente non sorprendono dal momento che l'obiettivo principale dell'attacco di “Hamas” era quello di catturare ostaggi israeliani che potevano poi essere scambiati con le migliaia di prigionieri palestinesi detenuti senza processo nelle carceri israeliane, a volte per anni e in condizioni brutali.

Ho discusso di questi problemi in diversi articoli, a partire dalla fine di ottobre, spiegando anche che, dal momento che i combattenti di “Hamas “avevano apparentemente ucciso così pochi civili, Israele e i suoi alleati mediatici avevano disperatamente fatto ricorso alla promozione delle più oltraggiose bufale delle atrocità per sostenere la loro causa morale per i massicci bombardamenti di rappresaglia su Gaza che stavano scatenando.

L'ultima ondata di affermazioni molto dubbie si è concentrata su storie di seconda mano di stupri di gruppo e mutilazioni sessuali di “Hamas”.

Questi resoconti sono venuti alla luce solo due mesi dopo gli eventi in questione e mancavano di qualsiasi prova forense a sostegno, con molte delle affermazioni provenienti dagli stessi individui dietro la bufala dei bambini decapitati, suggerendo che si tratta di stratagemmi propagandistici altrettanto disperati.

 I giornalisti “Max Blumenthal”, “Aaron Mate” e altri hanno discusso dell'estrema credulità del” Times” e di altri “media” nel promuovere queste storie palesemente fraudolente.

 Molti di questi punti sono riassunti in una breve discussione video.

Nel frattempo, consideriamo la prova molto forte del silenzio.

Secondo le notizie, i militanti di “Hamas” attaccanti indossavano “piccole videocamere GoPro”, che registravano tutte le loro attività, e gli israeliani ne recuperarono molte dai loro corpi e iniziarono ad esaminare attentamente centinaia di ore di questo ampio filmato.

Sicuramente avrebbero presto pubblicato una raccolta di video che fornisse tutte le prove incriminanti che avessero trovato, ma non sono a conoscenza di un singolo clip pubblico che mostri tali brutali atrocità o uccisioni di massa, suggerendo fortemente che molto poco di ciò sia accaduto.

In effetti, la Zona Grigia ha scoperto che la fotografia principale fornita di una donna israeliana presumibilmente violentata e uccisa si è rivelata in realtà essere quella di una combattente curda di anni prima che era stata recuperata da Internet, dimostrando l'apparente disperazione e disonestà dei professionisti e propagandisti israeliani che promuovono queste storie.

Ma data l'umiliazione nazionale totale, la reazione militare israeliana volta a punire i civili indifesi di Gaza è stata enormemente brutale, probabilmente già uccidendo oltre 30.000 vittime, in maggioranza donne e bambini.

 Quasi tutti gli ospedali di Gaza sono stati distrutti, insieme alle università locali, alle scuole, alle moschee, alle chiese e agli edifici amministrativi.

 Pochi giorni fa, il “New York Times” ha pubblicato un articolo in cui evidenziava il diffuso ricorso israeliano alle demolizioni controllate per distruggere deliberatamente tutte queste infrastrutture civili.

L'intento evidente è quello di rendere l'intera area inabitabile e scacciare permanentemente i palestinesi da Gaza.

È utile confrontare questa campagna di ritorsione israeliana di distruzione massiccia con il modo in cui altri paesi hanno reagito sulla scia di eventi simili.

 Ad esempio, nel 1946 militanti sionisti vestiti da arabi bombardarono il “King David Hotel” di Gerusalemme, uccidendo 91 persone in uno dei peggiori attacchi terroristici della storia fino a quella data, con la stragrande maggioranza delle vittime civili.

Sarebbe stato impensabile che gli inglesi avessero risposto lanciando una massiccia campagna di bombardamenti contro i centri abitati ebraici della Palestina, uccidendo migliaia o decine di migliaia di ebrei, e sarebbero stati universalmente condannati dal mondo come il peggior tipo di guerra criminale se lo avessero fatto.

Allo stesso modo, a partire dai primi anni '70, l'IRA lanciò un'enorme ondata di terrorismo contro obiettivi militari e civili britannici, compresi bombardamenti nel centro di Londra, e di conseguenza molte centinaia di persone morirono.

Nel 1984, l'IRA piazzò un'enorme bomba nell'”hotel di Brighton” utilizzato per una conferenza del partito conservatore, uccidendo o ferendo gravemente molti importanti funzionari britannici, con il primo ministro “Margaret Thatcher” e gran parte del suo governo che scamparono per un pelo alla morte.

L'IRA godeva di un notevole sostegno popolare tra i cattolici sia dell'Irlanda del Nord che della Repubblica Irlandese, eppure gli inglesi sarebbero stati considerati totalmente pazzi se avessero risposto con una massiccia campagna di bombardamenti strategici contro quei centri abitati civili irlandesi.

Quando i paesi si comportano come cani rabbiosi davanti agli occhi del mondo intero, possono incolpare solo se stessi per le conseguenze finali.

Domanda 3: Ragioni demografiche.

Ci sono ragioni demografiche per cui Israele vorrebbe espellere i palestinesi da Gaza o è tutta una questione di “Hamas”?

 

Ron Unz:

 L'obiettivo sionista è sempre stato quello di stabilire Israele come uno stato ebraico etnicamente puro, scacciando tutti i palestinesi nativi.

Nel 1948, le milizie sioniste sfiorarono il raggiungimento di quell'obiettivo, conquistando quasi l'80% del territorio ed espellendo violentemente quasi un milione di palestinesi dalla loro antica patria, uccidendone molti in quel brutale processo di pulizia etnica.

 Il rammarico principale era che alcuni palestinesi fossero ancora rimasti quando una tregua pose fine ai combattimenti, ma il risultato fu comunque la creazione di uno stato a maggioranza ebraica.

Sebbene le “Nazioni Unite” abbiano richiesto a Israele di consentire ai rifugiati palestinesi di tornare alle case da cui erano fuggiti giorni o settimane prima, il governo israeliano ha sempre ignorato tale richiesta, spesso sparando e uccidendo qualsiasi civile palestinese che tentasse di farlo.

Ho discusso della storia delle origini di Israele in un lungo articolo di dicembre.

 

(American Pravda: La Nakba e l'Olocausto).

Tuttavia, nel 1967, gli israeliani lanciarono improvvisamente un attacco a sorpresa contro l'Egitto e gli altri vicini arabi, conquistando Gaza e la Cisgiordania con i loro milioni di palestinesi, molti dei quali erano rifugiati che erano stati precedentemente espulsi dalle loro case in Israele due decenni prima.

 L'annessione di questi nuovi territori avrebbe richiesto a Israele di concedere la cittadinanza ai suoi residenti non ebrei, spostando gravemente l'equilibrio demografico complessivo, quindi nonostante gli infiniti negoziati di pace, sono rimasti di fatto sotto l'occupazione israeliana per più di mezzo secolo, anche se i loro territori palestinesi le popolazioni sono in costante aumento.

Un ulteriore vincolo politico sui governi israeliani è stato il crescente potere politico del blocco elettorale religioso di destra, che considera quei territori occupati come le terre sacre e divinamente ordinate del loro “Grande Israele” ed è quindi assolutamente contrario a rinunciare a qualsiasi parte di esso, soprattutto al fine di creare uno Stato palestinese.

 Inoltre, durante quei lunghi decenni di occupazione, i governi israeliani hanno creato molti insediamenti ebraici, la maggior parte dei quali erano fanatici religiosi, determinati a conservare la terra e a scacciare i palestinesi esistenti.

 

Nelle ultime tre generazioni, il numero dei palestinesi è cresciuto più rapidamente di quello degli ebrei, e ora costituiscono quasi esattamente la metà della popolazione del previsto “Grande Israele”, che ora comprende 7,2 milioni di ebrei e 7,2 milioni di palestinesi.

 Quindi, se ai palestinesi venissero concessi i diritti civili, Israele cesserebbe immediatamente di essere uno stato ebraico.

Pertanto, prima del 7 ottobre 2023, la strategia israeliana era stata quella di mantenere uno stato di apartheid in Cisgiordania, confinando i palestinesi di Gaza in quella che equivaleva ad una prigione a cielo aperto.

 

Ma il sorprendente successo del “raid di Hamas” ha distrutto queste illusioni politiche, infliggendo perdite molto pesanti alle forze militari israeliane e causando anche la morte di molti civili.

Con l'apartheid che non è più considerata un'opzione praticabile a lungo termine.

Avevo discusso alcuni di questi problemi in un'intervista podcast di ottobre.

Domanda 4: L'UNRWA e la fame palestinese.

I leader israeliani sanno che se riusciranno a togliere i fondi all'”UNRWA”, decine di migliaia di palestinesi moriranno di fama. Eppure, tra i membri della” Knesset”, c'è un sostegno quasi unanime per questa politica.

Che cosa dobbiamo pensare di tutto ciò?

Israele vuole davvero far morire di fama due milioni di palestinesi o ha qualche altro obiettivo in mente?

Ron Unz:

Negli ultimi mesi, gli israeliani hanno severamente limitato l'importazione di cibo, acqua e medicine a Gaza così che ci sono già fame e sete diffuse, con un alto funzionario delle Nazioni Unite che descrive la conseguente carestia come " crisi senza precedenti".

Secondo questi rapporti, i palestinesi di Gaza costituiscono oggi circa l'80% di tutte le persone nel mondo che affrontano una fame catastrofica.

Inoltre, numerosi importanti leader israeliani hanno utilizzato un linguaggio esplicitamente genocida nei confronti di questa popolazione palestinese.

Secondo “Max Blumenthal”, i sondaggi sull'opinione pubblica israeliana hanno mostrato che il 98% degli ebrei israeliani sostiene la massiccia distruzione inflitta a Gaza e in effetti oltre il 40% pensa che gli attacchi militari del governo israeliano siano stati troppo contenuti e dovrebbero essere più forti.

Combinando queste diverse prove, dubito che molti membri della “Knesset” rimarrebbero sgomenti se un gran numero di abitanti di Gaza cominciassero a morire di fame, soprattutto se tali condizioni terrificanti alla fine riuscissero a spingerli in Egitto e costringere il governo egiziano ad accettarli, svuotando così l'enclave e consentendo a Israele di occuparla e annetterla permanentemente.

Come minimo, i leader israeliani potrebbero credere che una simile fame di massa tra i civili di Gaza costringerebbe “Hamas” ad accettare la sconfitta e ad accettare di rilasciare i restanti prigionieri.

Quindi il piano dietro la sospensione occidentale del sostegno finanziario all'”UNRWA” potrebbe basarsi su obiettivi israeliani, che includono un misto di punizione e ulteriore pressione per l'espulsione dei palestinesi o la resa di “Hamas”.

 Nel frattempo, i media occidentali hanno sfruttato la pesante copertura di quelle accuse infondate contro l'”UNRWA” per evitare di riportare il drammatico voto contro Israele da parte dell'”IJC “che lo aveva immediatamente proceduto.

Le vere ragioni addotte dagli Stati Uniti e da molti dei loro alleati per tagliare i finanziamenti all'”UNRWA” e iniziare a far morire di fama i palestinesi sembravano del tutto irragionevoli.

Secondo i resoconti dei media, l'”UNRWA” impiega circa 30.000 residenti di Gaza.

Con così tanta Gaza distrutta e con così tanti abitanti di Gaza sull'orlo della fame, ci sono video che mostrano gruppi di attivisti israeliani che bloccano l'ingresso di camion che trasportano cibo e acqua a quella popolazione disperata, e sicuramente quasi tutti nel mondo condannano quel mostruoso comportamento.

 Eppure i leader politici di America, Gran Bretagna, Germania e molte altre nazioni occidentali che si vantano incessantemente dei propri principi umanitari stanno ora facendo più o meno la stessa cosa, cercando di tagliare le forniture di cibo a milioni di civili affamati, azioni assolutamente oltraggiose ignorate dalla maggior parte dei paesi.

il pubblico è americano, a cui è stato fatto con successo il lavaggio del cervello da parte dei nostri media mainstream.

 

Domanda 5: Una guerra di narrazioni.

L'operazione di Israele a Gaza è, in larga misura, una guerra di narrazioni.

Da un lato abbiamo il termine altamente politicizzato "genocidio" e dall'altro abbiamo il termine altrettanto politicizzato "antisemitismo".

Non riesco a ricordare nessun conflitto in cui la lingua abbia giocato un ruolo più importante o abbia riassunto le opinioni delle parti in conflitto.

Sei d'accordo sul fatto che, al di là delle reali ostilità e violenze, è in corso una battaglia narrativa in cui i due principali nemici brandiscono la propria particolare terminologia per sopraffare l'altro?

Chi pensi che stia vincendo quella guerra?

 

Ron Unz:

 Penso che gli attivisti politici che condannano l'attacco militare israeliano a Gaza abbiano rapidamente iniziato a usare l'accusa incendiaria di "genocidio" per drammatizzare il loro caso e anche per contrastare le pesanti accuse di "antisemitismo" che hanno dovuto affrontare da parte dei loro oppositori filo-israeliani.

 Ma questo approccio ha comportato alcuni gravi insuccessi.

 

Ad esempio, quando gli studenti manifestanti ad” Harvard” e in altri “college d'élite” hanno esposto cartelli che denunciavano il "genocidio" o lo hanno gridato durante le loro manifestazioni pubbliche, i loro oppositori hanno affermato disonestamente che stavano pubblicamente chiedendo il genocidio degli ebrei.

 Ciò ha permesso alle forze filo-israeliane di impiegare il loro schiacciante potere politico e mediatico per promuovere quella ridicola argomentazione e usarla per forzare le dimissioni dei presidenti di “Harvard” e” U Penn”, determinando un'epurazione ideologica senza precedenti dei vertici delle scuole della “Ivy League”.

Penso anche che l'introduzione di quel termine possa aver contribuito a fare pressione su “Elon Musk “per bannare su “Twitter” chiunque abbia usato il popolare slogan progressista "Dal fiume al mare", sostenendo che rappresentava un appello al "genocidio ebraico" piuttosto che semplicemente la sostituzione di Israele con uno stato democratico laico con uguali diritti sia per gli ebrei che per i palestinesi.

 

D'altra parte, ora che una maggioranza quasi unanime della “Corte Internazionale di Giustizia” ha stabilito che i palestinesi di Gaza sono effettivamente potenzialmente a rischio di subire un simile genocidio per mano di Israele, tali accuse sono diventate molto più sostanziali e legittime, anche se i media mainstream occidentali hanno fatto tutto il possibile per evitare di riportare quella storia importante, probabilmente impedendo alla maggior parte del pubblico di venirne a conoscenza.

 

C'è anche un divario molto forte basato sull'età e sulle fonti di informazione.

Per generazioni, la carta stampata e i media radiotelevisivi americani hanno presentato un resoconto estremamente unilaterale e filo-israeliano del conflitto in Medio Oriente, ed è improbabile che individui immersi per decenni in una propaganda così potente cambino improvvisamente le loro opinioni, quindi i sondaggi mostrano che loro sono ancora molto favorevoli a Israele.

 

Tuttavia, gli americani più giovani sono meno radicati nelle loro convinzioni e spesso ottengono la loro conoscenza degli eventi dai social media e dalle piattaforme video, che sono molto meno sotto il controllo totale dei propagandisti filo-israeliani.

 Pertanto, i sondaggi rivelano che le loro opinioni sono molto più equamente divise, o addirittura propendono maggiormente per la parte palestinese.

Nel frattempo, nel resto del mondo, al di fuori dell'influenza dei principali media occidentali, il sostegno alla causa palestinese sembra assolutamente schiacciante, certamente tra i due miliardi di arabi e musulmani, ma anche altrove.

Ad esempio, la Cina e i suoi media hanno tentato di fornire una copertura imparziale del conflitto in corso, cercando di mantenere buone relazioni sia con Israele che con il mondo arabo.

 Ma quando un importante influencer sui social media cinesi ha intervistato il suo milione di “follower Weibo” subito dopo gli attacchi di “Hamas” del 7 ottobre 2023, il 98% di loro ha pensato che i palestinesi fossero quelli che avevano la giustizia dalla loro parte.

Ho discusso alcuni di questi argomenti in diverse recenti interviste in podcast.

 

Domanda 6: Incitamento alla guerra con l'Iran.

Secondo lei, Netanyahu sta cercando di incitare una guerra tra Stati Uniti e Iran?

In che modo Israele trarrebbe beneficio da una guerra del genere?

 

Ron Unz :

È assolutamente ovvio che sta cercando di farlo.

In effetti, Netanyahu e i suoi alleati politici, compresi i neoconservatori americani, hanno fatto del loro meglio per incitare un attacco americano contro l'Iran per decenni, usando provocazioni militari, propaganda disonesta e pressioni politiche per raggiungere questo obiettivo.

 Per più di trent'anni, il leader israeliano ha dichiarato che l'Iran è sul punto di produrre un'arma nucleare e deve essere fermato, mostrando una famosa illustrazione colorita della terribile minaccia iraniana all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2012.

 

Il problema che devono affrontare è che tutti gli esperti militari competenti concordano sul fatto che una tale guerra sarebbe assolutamente disastrosa per gli Stati Uniti e i nostri alleati occidentali, così come per il mondo intero.

 L'Iran è una nazione grande e popolosa e le sue ragionevoli preoccupazioni per un possibile attacco americano lo hanno indotto a costruire una forza militare molto formidabile, tra cui un enorme arsenale di missili da crociera ad alta precisione che potrebbero facilmente sopraffare le nostre difese nella regione.

Se attaccassimo, gli attacchi di rappresaglia dell'Iran potrebbero probabilmente distruggere tutte le nostre basi locali nella regione, uccidendo un enorme numero di americani, affondando molte delle nostre navi in mare, forse anche le portaerei che forniscono la nostra proiezione globale di potenza.

Nelle ultime settimane, le milizie “Houthi” dello “Yemen”, equipaggiate semplicemente con armi di secondo e terzo livello, hanno dimostrato di poter sbarrare con successo il Mar Rosso a qualsiasi nave desiderino, e la nostra decantata potenza navale e aerea si è dimostrata impotente nel contrastare questo fenomeno, fermateli.

Quindi, in caso di guerra, gli iraniani – che possiedono un arsenale molto più vasto di armi di prima classe, che presumibilmente include anche i missili ipersonici che noi stessi non siamo ancora stati in grado di produrre – potrebbero facilmente bloccare lo Stretto di Hormuz alle petroliere, facendo così crollare gran parte delle navi dell'economia mondiale in un colpo solo, includendo soprattutto i nostri alleati della NATO e il Giappone.

 

Date le infinite minacce di attacco americane, gli iraniani hanno lavorato molto duramente negli ultimi due decenni per migliorare notevolmente le loro capacità militari, mentre nonostante il nostro enorme budget per la difesa, il nostro arsenale convenzionale è rimasto in gran parte stagnante a causa della nostra schiacciante attenzione alla contro-guerra con sforzi di insurrezione in Afghanistan e Iraq.

 Più di due decenni fa, i giochi di guerra del Pentagono del” Millennium Challenge” del 2002 hanno scoperto che gli iraniani potrebbero sconfiggere l'America in una guerra, e l'Iran è molto più forte oggi.

Nel frattempo, gli iraniani hanno recentemente concluso un accordo ventennale globale con la Russia che include la cooperazione in materia di difesa, e dato il nostro enorme sostegno alle forze ucraine negli ultimi due anni, Mosca sarebbe certamente molto disposta a ricambiare il favore sostenendo e rifornendo l ‘ Iran.

Quindi in realtà penso che il pericolo più grande che affrontiamo è che un'amministrazione Biden sufficientemente ignorante o arrogante, sotto un'enorme pressione interna ed esterna da parte delle forze politiche filo-israeliane, possa essere coinvolta in una guerra totalmente irrazionale con l'Iran.

E se i risultati fossero sufficientemente disastrosi, con enormi perdite umane americane dovute ai missili iraniani lanciati contro le nostre basi militari e alle navi affondate in mare, forse comprese le portaerei, il nostro governo potrebbe trovarsi costretto a minacciare o utilizzare armi nucleari per salvare la sua posizione, in tal modo spingendo il mondo intero sull'orlo della distruzione.

 

 

 

Corte internazionale di giustizia:

 prevenire atti di genocidio contro

 i palestinesi nella Striscia di Gaza.

 

Greenreport.it – (26 gennaio 2024) – Redazione – ci dice:

Sudafrica: sentenza storica, Israele la rispetti. I palestinesi: è una sentenza in stile don Abbondio e non chiede la fine della guerra.

Oggi, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha dichiarato che i palestinesi hanno il diritto di essere protetti da atti di genocidio e ha invitato Israele ad «Adottare tutte le misure in suo potere» per prevenire tali azioni e consentire l’ingresso nel Paese degli aiuti umanitari di cui c’è disperatamente bisogno nell’l’enclave palestinese devastata dalla guerra.

Anche se la sentenza del Palazzo della Pace dell’Aia – in risposta alle accuse di genocidio contro Israele da parte del Sud Africa, che Israele nega – non rappresenta la condanna totale di Israele è un pesante monito   e la presidente della “ICJ” “Joan Donoghue “ha anche chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani ancora nelle mani di” Hamas” dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, quando sono state massacrate circa 1.200 persone.

 

Non c’è  stata alcuna richiesta esplicita per l’immediata sospensione dell’operazione militare su vasta scala israeliana nella Striscia di Gaza che si ritiene abbia provocato più di 26.000 morti, soprattutto bambini e donne, ma la Corte Internazionale di Giustizia si è detta «Profondamente consapevole della portata della tragedia umana che si sta verificando nella regione» e la “Donoghue” ha affermato che «La corte è profondamente preoccupata per la continua perdita di vite umane e sofferenza umana».

Durissimo il primo commento dell’agenzia stampa palestinese “InfoPal”: «Pur contenendo alcune parti positive, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) è in stile don Abbondio contro i Bravi, nel romanzo di manzoniana memoria, cioè un bel nulla di fatto. Il genocida continuerà a massacrare, piagnucolando nei media che la ICJ è antisemita e via dicendo.

L’Onu è morta, insieme a tutti i suoi organismi, giustizia compresa, perché ciò che emerge è il solito doppio standard.

Dire all’”assassino psicopatico sionista” di essere più umano con le vittime è come dire a un “serial killer” di trattenersi un po’ e essere meno seriale.

 L’Occidente, con tutte le sue fasulle istituzioni, non può fermare i genocidi perché fanno parte della sua natura coloniale.

Questa sentenza “politicamente corretta” che non ferma un genocidio in atto lo dimostra definitivamente.

 La speranza è nell’ascesa rapida e radicale del” Sud Globale e del mondo dei BRICS” senza l’Egemone occidentale di cui il sionismo è parte».

 

Di diverso tenore il commento del governo del Sudafrica:

«La giornata di oggi segna una vittoria decisiva per lo stato di diritto internazionale e una pietra miliare significativa nella ricerca della giustizia per il popolo palestinese.

 In una sentenza storica, la “Corte Internazionale di Giustizia” (ICJ) ha stabilito che le azioni di Israele a Gaza sono plausibilmente genocide e ha indicato misure provvisorie su tale base.

Per l’attuazione dello “Stato di diritto internazionale”, la decisione è fondamentale.

Il Sudafrica ringrazia la Corte per la sua rapida sentenza.

Il “Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite” sarà ora formalmente informato dell’ordinanza della Corte ai sensi dell’articolo 41(2) dello Statuto della Corte.

Non si può permettere che il potere di veto esercitato dai singoli Stati ostacoli la giustizia internazionale, anche alla luce del peggioramento della situazione a Gaza causato dagli atti e dalle omissioni di Israele in violazione della Convenzione sul genocidio.

 Gli Stati terzi sono ora consapevoli dell’esistenza di un grave rischio di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza.

Devono, quindi, anche agire in modo indipendente e immediato per prevenire il genocidio da parte di Israele e per garantire di non violare essi stessi la “Convenzione sul genocidio”, anche aiutando o assistendo nella “commissione del genocidio”.

Ciò impone necessariamente l’obbligo per tutti gli Stati di cessare di finanziare e facilitare le azioni militari di Israele, che sono plausibilmente genocide. 

Soprattutto, le misure provvisorie sono direttamente vincolanti per Israele, che è tenuto, in base all’ordinanza della Corte e alla stessa “Convenzione sul genocidio”, a fermare tutti i suoi atti plausibilmente genocidi, come quelli sollevati dal Sud Africa nella sua domanda e richiesta di indicazione di misure provvisorie.

 Non esiste alcuna base credibile perché Israele continui a sostenere che le sue azioni militari siano nel pieno rispetto del diritto internazionale, inclusa la Convenzione sul Genocidio, tenendo conto della sentenza della Corte.

Il Sudafrica spera sinceramente che Israele non agisca per frustrare l’applicazione di questo Ordine, come ha pubblicamente minacciato di fare, ma che agisca invece per rispettarlo pienamente, come è tenuto a fare.

 Il Sudafrica continuerà ad agire nell’ambito delle istituzioni di governance globale per proteggere i diritti, compreso il diritto fondamentale alla vita, dei palestinesi di Gaza – che continuano a rimanere a rischio urgente, anche a causa dell’assalto militare israeliano, della fame e delle malattie – e per ottenere l ‘applicazione giusta ed equa del diritto internazionale a tutti, nell’interesse della nostra umanità collettiva.

 In particolare, il Sudafrica continuerà a fare tutto ciò che è in suo potere per preservare l’esistenza del popolo palestinese come gruppo, per porre fine a tutti gli atti di apartheid e genocidio contro il popolo palestinese e per camminare con lui verso la realizzazione del suo diritto collettivo all’autodeterminazione. -determinazione, perché, come ha dichiarato Nelson Mandela, “la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

L’indicazione da parte di questa Corte di misure provvisorie ai sensi della Convenzione sul genocidio segna un significativo passo storico verso tale obiettivo».

 

Non entra quasi nel merito della sentenza ma continua nella sua tattica vittimistica il primo ministro israeliano” Benjamin Netanyahu” che sulla decisione della Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha dichiarato: «L’impegno di Israele nei confronti del diritto internazionale è incrollabile.

 Altrettanto incrollabile è il nostro sacro impegno a continuare a difendere il nostro Paese e il nostro popolo.

Come ogni Paese, Israele ha il diritto intrinseco di difendersi.

Il vile tentativo di negare a Israele questo diritto fondamentale costituisce una palese discriminazione contro lo Stato ebraico ed è stato giustamente respinto.

 L’accusa di genocidio mossa contro Israele non solo è falsa, è oltraggiosa, e le persone perbene ovunque dovrebbero respingerla.

 Alla vigilia della “Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto”, mi impegno nuovamente come Primo Ministro di Israele: Mai più.

 Israele continuerà a difendersi da “Hamas”, un’organizzazione terroristica genocida.

Il 7 ottobre 2023, Hamas ha perpetrato le più orribili atrocità contro il popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto, e promette di ripetere queste atrocità ancora e ancora e ancora.

 La nostra guerra è contro i terroristi di Hamas, non contro i civili palestinesi.

 Continueremo a facilitare l’assistenza umanitaria e a fare del nostro meglio per tenere i civili lontani dai pericoli, anche se Hamas usa i civili come scudi umani.

Continueremo a fare ciò che è necessario per difendere il nostro Paese e difendere il nostro popolo».

Il Sudafrica aveva chiesto alla Corte di indicare misure provvisorie per «Proteggere da ulteriori danni gravi e irreparabili ai diritti del popolo palestinese ai sensi della legge Convenzione sul genocidio» e tra le misure chieste dal governo sudafricano c’era la sospensione immediata delle operazioni militari da parte di Israele nella Striscia di Gaza e «L’adozione di tutte le misure ragionevoli per prevenire il genocidio».

 

Il Sudafrica ha anche chiesto alla Corte internazionale di ordinare a Israele di impedire lo sfollamento forzato dei palestinesi, di consentire rifornimenti adeguati di cibo e acqua per i civili e di garantire che le prove di qualsiasi potenziale genocidio siano preservate.

 

Una news ricorda che «Le misure provvisorie sono un tipo di ingiunzione temporanea o misura di sospensione prima di una decisione definitiva sulla controversia.

 Probabilmente ci vorranno anni prima che si giunga a una sentenza.

Le misure sono considerate “obbligatorie per l’attuazione”, ma la Corte non ha i mezzi per farle rispettare».

 

Israele si è opposta alle richieste del Sudafrica sostenendo che la guerra contro Hamas è puramente difensiva e «Non contro il popolo palestinese» e gli avvocati di Israele hanno affermato che le misure provvisorie, se concesse, equivarrebbero a «Un tentativo di negare a Israele la capacità di adempiere ai propri obblighi di difesa dei suoi cittadini, degli ostaggi e degli oltre 110.000 israeliani sfollati».

Sul perché per difendersi dai miliziani jihadisti di Hamas si debbano bombardare a tappeto intere città e massacrare migliaia di bambini e è un mistero che nemmeno il più bravo avvocato israeliano riuscirebbe a spiegare.

 

Descrivendo nel dettaglio le misure provvisorie che Israele dovrebbe attuare, il giudice della Corte internazionale di giustizia ha osservato che «Sia il Sudafrica che Israele sono Stati parti della Convenzione sul genocidio e pertanto avevano concordato di prevenire e punire il crimine di genocidio». Citando l’articolo 2 di questo fondamentale trattato internazionale firmato all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la “Donoghue” ha spiegato che

«Per genocidio si intendono atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e secondo la Corte, i due milioni di palestinesi costituiscono effettivamente un gruppo distinto».

 

Passando all’”articolo 3 della Convenzione sul genocidio” che proibisce la «Cospirazione per commettere un genocidio» e l’incitamento pubblico a commettere un genocidio, la “Donoghue “ha affermato che «l’ICJ aveva preso nota di una serie di dichiarazioni rilasciate da alti funzionari israeliani», tra i quali figurano quelle di “Yoav Galant”, il “ministro della Difesa israeliano”, che ha detto alle truppe al confine con Gaza che stavano combattendo «Animali umani» che erano «l’ISIS di Gaza».

 

La “Donoghue”  ha detto che «Questi esempi sono sufficienti per indicare che le affermazioni del Sudafrica possono essere molto realistiche. La corte ha ritenuto che i rapporti e le prove forniti dal Sud Africa sono ragionevoli».

 

La ICJ ha preso atto delle preoccupazioni della comunità internazionale riguardo al deterioramento della situazione umanitaria nell’enclave palestinese, compreso l’avvertimento scritto del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres al Consiglio di sicurezza il 6 dicembre 2023 in cui affermava che «Nessun luogo è sicuro a Gaza in mezzo ai continui bombardamenti da parte delle forze di difesa israeliane» e che la situazione si stava «rapidamente deteriorando fino a diventare una catastrofe, con implicazioni potenzialmente irreversibili per i palestinesi nel loro insieme e per la pace e la sicurezza nella regione».

Nella decisione della corte sono stati citati direttamente anche i resoconti sulla terribile situazione a Gaza forniti dal coordinatore dei soccorsi di emergenza dell’Onu Martin Griffiths, i rapporti sulla situazione a Gaza dell’Organizzazione mondiale della sanità e del capo dell’”UNRWA”, L’agenzia di soccorso Onu per la Palestina, “Philippe Lazzarini”.

 

Riepilogando, la maggioranza dei 17 giudici ha votato a favore di azioni urgenti, soddisfacendo la maggior parte delle richieste del Sudafrica, con l’eccezione significativa, e attesa da molti, dell’ordine per fermare la guerra a Gaza.

 Alcune delle azioni israeliane a Gaza, denunciate dal Sud Africa, rientrano nelle disposizioni della Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite e” lsa Corte” ha detto che non può «Accettare la richiesta di Israele di archiviare la causa intentata dal Sud Africa».

 

La ICJ ha però riconosciuto il diritto dei palestinesi di Gaza ad essere protetti da atti di genocidio.

La” Donoghue”, ha dichiarato: «La Corte internazionale di giustizia è molto consapevole della tragedia che ha luogo a Gaza e condanna le uccisioni in corso» e ha sottolineato che l’attacco israeliano a Gaza

«Ha portato a una distruzione su vasta scala e all’uccisione di un gran numero di cittadini. Ha portato anche alla morte di oltre 25.000 persone, al ferimento di circa 60.000 e allo sfollamento di un gran numero di cittadini».

 

La corte ha affermato che «il popolo palestinese nella Striscia di Gaza è soggetto a protezione ai sensi della Convenzione sul genocidio.

 La Corte garantisce il diritto di entrambe le parti di presentare relazioni e prove e di fornire rapporti emessi dai comitati di ricerca e indagine».

Ma, nonostante tutto questo, la Corte non ha invitato Israele a sospendere la sua campagna militare a Gaza né ha raccomandato un cessate il fuoco, sottolineando solo che gli aiuti umanitari dovrebbero essere ammessi nell’enclave ormai distrutta e alla fame.

 

 

 

 

Israele-Palestina: contro

la disumanizzazione.

Valigiablu.it – (19 Gennaio 2024) – Redazione – ci dice:

 

"Pro Human", una coalizione guidata da “Amnesty International Israele”, ha pubblicato una lettera in cui dichiara il proprio impegno in qualcosa che dovrebbe essere ovvio:

combattere la disumanizzazione degli abitanti di Gaza, dei palestinesi e dei musulmani, nonché degli israeliani e degli ebrei.

Tra i firmatari ci sono, tra gli altri, il regista “Nadav Lapid”, il regista “Ari Folman”, l'attrice “Shira Geffen”, il coreografo “Ohad Naharin, ” lo scrittore “David Grossman”, la cantante Noa.

Esiste il testo completo della lettera.

Dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, antisemitismo e islamofobia sono in aumento nel mondo.

"La disumanizzazione di israeliani ed ebrei", si legge nella lettera, "così come di palestinesi e musulmani, è inaccettabile.

Una persona non è semplicemente una rappresentazione di un'identità collettiva, della sua storia, dei suoi accadimenti o del suo orientamento politico.

 Un approccio umanistico coerente deve affrontare tutti questi sviluppi inaccettabili".

Gli esempi di disumanizzazione citati sono tanti.

A metà ottobre, un sondaggio condotto dal “Centro di studi politici americani” di “Harvard” e da "The Harris Poll" ha mostrato che quasi la metà dei giovani americani (di età compresa tra i 18 e i 34 anni) ritiene che l'attacco terroristico di “Hamas “contro i civili "possa essere giustificato dalle sofferenze dei palestinesi".

In un sondaggio simile, condotto a dicembre, la percentuale dei giovani americani che giustifica l'attacco di “Hamas” sale al 60%.

Durante un'audizione del “Congresso statunitense”, i rettori di tre grandi università – “Harvard”, “UPenn” e “MIT” - non sono stati in grado di fornire una risposta chiara sul fatto che gli appelli al genocidio degli ebrei violino i codici di condotta delle università.

 In linea di massima sostengono che dipende dal contesto.

 

In Israele, prosegue la lettera, la percezione pubblica dominante vede tutti gli abitanti di GAZA  come affiliati ad “Hamas”, giustificando così uccisioni di massa e indiscriminate.

 Un sondaggio dell'”Israel Democracy Institute”, condotto nel novembre 2023, ha mostrato che dopo il cessate il fuoco temporaneo solo un'esigua minoranza di ebrei (il 7%) era favorevole a una de-escalation degli attacchi per ridurre le vittime civili palestinesi e allentare la pressione internazionale.

 Rappresentanti governativi e dei media hanno contribuito ad alimentare questo clima pubblico di disumanizzazione dei palestinesi, che è un incitamento al genocidio.

 Come il parlamentare” Yitzhak Kroizer,” che ha invitato "a radere al suolo la Striscia di Gaza", o “Tally Gotliv”, del partito” Likud” di Benjamin Netanyahu, che ha chiesto al primo ministro di usare una bomba nucleare su Gaza come “deterrente strategico”, o “Boaz Bismuth”, un altro deputato del “Likud”, che ha evocato il massacro biblico di “Amalek”.

 

Importanti figure della società civile israeliana sono contro l’incitamento al genocidio dei palestinesi.

Questa iniziativa non è isolata.

È in corso, all’interno della società civile israeliana, un intenso dibattito per uscire dalla tenaglia della logica binaria che oppone israeliani e palestinesi e cercare di problematizzare il linguaggio e la strategia del governo di estrema destra guidato da Benjamin Netanyahu.

 A inizio gennaio, un gruppo di importanti figure israeliane ha scritto una lettera per prendere posizione contro l’incitamento “esteso e palese” al genocidio e alla pulizia etnica da parte di ministri del governo e membri del parlamento israeliano, ex alti ufficiali militari, accademici, personaggi famosi e influencer, e chiedere al procuratore generale e ai procuratori statali di intervenire per fermare la normalizzazione di un linguaggio che viola la legge israeliana e internazionale.

Tra i firmatari c’erano scienziati, accademici, ex diplomatici, ex parlamentari, giornalisti e attivisti.

Una comunità di persone, anche tra ebrei della diaspora in altri Stati, che cerca una strada e uno spazio dove trovino una casa chi cerca di costruire ponti e non muri.

 

C'è un aspetto terapeutico. E anche un aspetto di solitudine in questo momento. Essere un cercatore di pace in un mare di guerrafondai. Molti di noi hanno bisogno di quella comunità”, racconta “Ben Linder”, un “israelo-americano” tra gli organizzatori di “una veglia di pace a Oakland”, in California, negli Stati Uniti.

“C'è anche la sensazione che, in questo momento, possa fare paura essere un costruttore di pace in Israele, e sicuramente a Gaza, in entrambi i luoghi.

Sentiamo di avere il dovere di fare da battistrada”.

 E questi sforzi, prosegue “Linder”, sono ancora più importanti considerando la “persecuzione politica della libertà di parola in Israele”, dove molti palestinesi sono stati arrestati.

E semplicemente per aver rilasciato dichiarazioni sui social media e le manifestazioni guidate da ebrei israeliani per un cessate il fuoco sono state impedite dalla polizia.

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