Il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Il
genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
A Gaza
stiamo assistendo a un genocidio?
10
punti sull’accusa del Sudafrica a Israele.
Legrandcontinent.eu
– (2 gennaio 2024) – Redazione – ci dice:
(Studi
Israele, Hamas: la guerra del Sukkot).
Il 29
dicembre, il Sudafrica si è rivolto alla Corte internazionale di giustizia,
accusando Israele di aver commesso atti «genocidi» contro i palestinesi della
Striscia di Gaza.
La
prima udienza, alla quale Israele ha accettato di presentarsi denunciando le
accuse «infondate», si terrà l’11 e il 12 gennaio all’Aia. 10 punti e 8 mappe e
grafici per aiutarvi a capire la posta in gioco di questa procedura
straordinaria.
(I Palestinesi di riuniscono attorno
al luogo di un bombardamento israeliano su una casa a Rafah, nel Sud della
striscia di Gaza.)
1 –
Che cos’è un genocidio?
Il 29
dicembre il Sudafrica ha ufficialmente avviato un procedimento contro lo Stato
di Israele presso la Corte internazionale di giustizia per atti di genocidio
contro i palestinesi della Striscia di Gaza.
La
Convenzione sul genocidio, adottata nel 1948, definisce questo crimine come la
commissione di uno dei cinque atti elencati nell’articolo.
2 –
omicidio di membri del gruppo;
grave
danno all’integrità fisica e mentale dei membri del gruppo;
infliggere
deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla
distruzione fisica in tutto o in parte;
imporre
misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo; trasferire con la
forza bambini del gruppo a un altro gruppo – con l’intento di commettere l’atto
in questione.
La
petizione sudafricana, presentata a dicembre, denuncia il «carattere genocida»
degli «atti e delle omissioni» di Israele, rilevando la presenza del
«necessario intento specifico […] di distruggere i palestinesi di Gaza».
La
richiesta denuncia anche il mancato rispetto da parte di Israele «dell’obbligo
di prevenire il genocidio, nonché dell’obbligo di punire l’incitamento diretto
e pubblico a commettere genocidio», anch’esso sancito dalla Convenzione del
1948.
Sebbene
l’esito di tale procedimento possa richiedere diversi anni, gli effetti
potrebbero essere raggiunti in tempi più brevi attraverso l’indicazione di
«misure provvisorie» da parte della “Corte internazionale di giustizia”, con cui quest’ultima potrebbe
richiedere ufficialmente la sospensione dei combattimenti nella Striscia di
Gaza – come è avvenuto in relazione all’invasione russa dell’Ucraina nel marzo
2022.
Israele, che ha denunciato «senza fondamento»
la causa tramite il ministero degli Affari Esteri, ha accettato di comparire
davanti alla Corte;
le prime udienze sono previste per l’11 e il
12 gennaio 2024.
2 –
Chi accusa Israele di aver commesso un genocidio?
Il 2
novembre, un gruppo di relatori indipendenti presso le Nazioni Unite ha
avvertito di un «serio rischio di genocidio» contro il popolo palestinese.
Il
presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva già accusato Israele di
«genocidio» durante un vertice straordinario dei “BRICS” sulla situazione a
Gaza il 21 novembre, ma gli Stati membri dei BRICS non hanno accettato di
includere il termine in una dichiarazione congiunta. A prima vista, quindi, i”
BRICS” non sembrano sostenere in modo unanime il termine.
Tra i
leader della regione, il presidente turco Erdoğan, che inizialmente aveva
adottato una posizione che invitava alla de-escalation, ha gradualmente
indurito la sua posizione contro Israele.
A metà novembre ha anche dichiarato che nella
Striscia di Gaza è in atto un «genocidio».
In
seguito alla petizione del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia, il
rappresentante permanente della Francia presso le Nazioni Unite ha dichiarato
il 2 gennaio che Parigi è una «fervente sostenitrice della Corte internazionale
di giustizia» e che appoggerà la decisione della Corte.
Il portavoce del “Dipartimento di Stato
americano “Matthew Miller” ha invece reagito dichiarando che gli Stati Uniti
«non osservano atti che costituiscono genocidio» da parte di Israele.
Mercoledì,
il Brasile di Lula, la Colombia di Petro e la Lega Araba hanno dichiarato
ufficialmente il loro sostegno all’iniziativa del Sudafrica.
3 – Il
bilancio umano.
Il
bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre è di oltre 23.357,
secondo il Ministero della Sanità di Gaza controllato da Hamas, con altri
59.410 feriti – una cifra definita credibile da “Michel Goya” a novembre, data
l’intensità e la natura dei bombardamenti.
Le
Nazioni Unite stimano inoltre che alla fine di dicembre nella Striscia di Gaza
ci fossero 1,9 milioni di sfollati interni.
Si ritiene che più di un milione di persone si
trovino nel governatorato di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, «il
principale luogo di rifugio oggi».
4 –
Chi sono i morti?
Secondo
la stessa fonte, il 70% delle persone uccise dal 7 ottobre sono donne e
bambini.
La popolazione della Striscia di Gaza è tra le
più giovani al mondo: nel 2023, l’età media dei 2,1 milioni di abitanti
dell’enclave era di 19,2 anni.
In
totale, il 40% della popolazione era composto da bambini di età inferiore ai 14
anni, nati dopo l’inizio del blocco israeliano della Striscia di Gaza nel 2007.
5 –
«Assedio completo»: una situazione di blocco prolungato.
Oltre
ai bombardamenti, la popolazione è ancora sotto un «assedio completo» imposto
dal governo israeliano dopo gli attacchi del 7 ottobre.
Il 9 ottobre, il ministro della Difesa “Yoav
Gallan”t ha chiesto che «non entrino nella Striscia di Gaza elettricità, cibo,
acqua o carburante».
I
primi camion che trasportano aiuti umanitari hanno iniziato a entrare nella
Striscia di Gaza solo il 21 ottobre.
Inoltre,
il numero di consegne giornaliere è ancora ben al di sotto delle 500 consegne
necessarie alla popolazione, la quota che entrava nell’enclave ogni giorno
prima dell’inizio dell’assedio.
Per
quanto riguarda la legalità del blocco, diverse organizzazioni, tra cui “Human
Rights Watch”, hanno sottolineato che i metodi utilizzati per privare i civili
del cibo costituiscono un crimine di guerra secondo lo “Statuto di Roma della
Corte penale internazionale”.
L’”Alto
Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani”, “Volker Türk”, ha
sottolineato in ottobre che
«le
misure adottate da Israele per negare ai civili l’accesso a beni e servizi
essenziali, come forma di punizione collettiva, sono anche contrarie al diritto
internazionale».
6 –
Oltre i bombardamenti: morti nel medio e lungo termine.
Oltre
alle morti causate dai bombardamenti, le conseguenze a medio e lungo termine
del blocco potrebbero portare a un aumento significativo del bilancio umano
nella Striscia di Gaza.
Il
blocco del carburante ha molteplici conseguenze umanitarie, in particolare
limita il corretto funzionamento degli ospedali, dei sistemi di trasporto per
la consegna degli aiuti umanitari, della desalinizzazione e della produzione di
elettricità.
Secondo l’”UNRWA”, a metà novembre il 70%
delle famiglie beveva acqua salata o contaminata, aumentando il rischio di
disidratazione e lo sviluppo di malattie.
A
proposito di alimentazione, secondo le ultime stime sulla sicurezza alimentare
dell’”IPC “(Integrated Food Security Phase
Classification), l’intera popolazione della Striscia di Gaza sta affrontando
una situazione di elevata insicurezza alimentare (raggiungendo i livelli IPC di
Fase 3, «Crisi», Fase 4, «Emergenza» o Fase 5, «Catastrofe») – ad eccezione del
5% dei residenti nei governatorati meridionali, che si trovano al livello di
Fase 2, «Stress»).
Più della metà della popolazione (53%) si
trova in una situazione di emergenza (Fase 4) e più di un quarto (26%) in una
situazione catastrofica (Fase 5).
Secondo
il capo economista del” Programma alimentare mondiale”, che ha descritto la
situazione come «senza precedenti», 4 su 5 delle persone che vivono in una
situazione di insicurezza alimentare catastrofica sono abitanti di Gaza.
Infine,
il sovraffollamento nei luoghi di rifugio delle popolazioni sfollate e la
mancanza di accesso alle strutture igieniche aumentano il rischio di epidemie.
L’”OMS” ha rilevato un aumento del numero di
casi di malattie infettive, che aumentano il rischio di morte tra i bambini
sotto i 5 anni.
In
particolare, dalla metà di ottobre sono stati segnalati 50.000 casi di diarrea
tra i bambini di questa fascia d’età, 25 volte di più rispetto a prima
dell’inizio dell’assedio su larga scala.
7 –
L’entità delle distruzioni materiali.
Nel
gennaio 2023, la percentuale di residenti della Striscia di Gaza che non erano
riusciti a trovare un alloggio nei dodici mesi precedenti era già del 29%,
secondo “Gallup”.
Al 30
dicembre, il numero di unità abitative distrutte o rese inabitabili era stimato
in 65.000, oltre alle 290.000 danneggiate, secondo le autorità della “Striscia
di Gaza”.
Anche
le infrastrutture hanno subito danni ingenti.
A novembre, il 60% delle infrastrutture di
telecomunicazione aveva subito danni e distruzioni, così come il 70% delle
infrastrutture commerciali e quasi la metà delle strade.
8 – La
distruzione dell’economia di Gaza
La
guerra e l’assedio totale stanno peggiorando una situazione economica già
critica nella “Striscia di Gaza”.
Nel
terzo trimestre del 2023, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 45,1%.
All’inizio
di novembre, l’”Organizzazione Internazionale del Lavoro” ha stimato che almeno
il 66% dei posti di lavoro nell’enclave sono stati persi dal 7 ottobre, per un
totale di 192.000 unità.
Secondo
la “Banca Mondiale”, nel 2023 il PIL dei territori palestinesi (Striscia di Gaza e Cisgiordania) – la cui crescita era inizialmente stimata al 3,2% – dovrebbe diminuire
del 3,7%, annullando i guadagni economici ottenuti dalla fine della pandemia.
Le
carenze stanno anche facendo aumentare i prezzi:
a ottobre, l’inflazione su base mensile ha
raggiunto il 12%, il prezzo dell’acqua in bottiglia è aumentato del 75% e
quello della benzina di quasi il 120%.
9 – Il
ruolo della retorica del governo di estrema destra di Netanyahu nell’appello
del Sudafrica alla “Corte Internazionale di Giustizia”.
La
sintesi di questi dati e la valutazione della situazione umanitaria nella “Striscia
di Gaza” permettono di stabilire il contesto in cui la “Corte di giustizia”
potrebbe indicare misure temporanee che chiedono la sospensione delle
operazioni militari israeliane a Gaza.
Per
quanto riguarda l’accusa di genocidio, che richiede la prova di una dimensione
intenzionale, l’azione del Sudafrica si basa in parte – oltre che
sull’affermazione che
«questa
intenzione deve essere dedotta anche dalla natura e dalla condotta
dell’operazione militare israeliana a Gaza» – su «ripetute dichiarazioni di
rappresentanti dello Stato israeliano, anche ai più alti livelli» che
«esprime[rebbe] un’intenzione genocida».
(I Palestinesi
osservano le distruzioni dopo un bombardamento israeliano a Rafah, nel sud
della Striscia di Gaza, mercoledì 3 gennaio 224.)
Alcuni
membri del governo Netanyahu appartenenti ai partiti di estrema destra
israeliani – come l’assai visibile “ministro della Sicurezza nazionale “Ben
Gvir” – usavano pubblicamente una retorica che poteva negare l’esistenza di un
«popolo palestinese» già prima del 7 ottobre.
Nel
marzo 2023, ad esempio, il ministro delle Finanze e “presidente del Partito
sionista religioso”, “Bezalel Smotrich”, ha dichiarato che «non esiste un
popolo palestinese» – un’affermazione che ha provocato le reprimende del “Dipartimento
di Stato americano” e dell’”Alto rappresentante per gli Affari esteri
dell’Unione Europea”.
In un
discorso straordinario del 9 ottobre, il “ministro della Difesa israeliano”
Yoav Gallant” ha accompagnato l’annuncio dell’assedio totale della Striscia di
Gaza con la dichiarazione:
«Stiamo
combattendo contro degli animali e agiamo di conseguenza».
A
dicembre, un gruppo di personalità pubbliche israeliane ha inviato una lettera
alle autorità giudiziarie del Paese invitandole ad agire contro la
normalizzazione di un discorso di
«annientamento,
espulsione e vendetta» e la diffusione di «inviti espliciti a commettere crimini
atroci» in
Israele, riporta il “Guardian”.
10 –
Normalizzazione dei piani di sfollamento forzato della popolazione della”
Striscia di Gaza”.
Dal 7
ottobre, diversi funzionari israeliani hanno difeso pubblicamente ed
esplicitamente l’idea di «incoraggiare» la migrazione dei palestinesi dalla
Striscia di Gaza.
Anche
recentemente, due ministri del governo Netanyahu, “Bezalel Smotrich” e” Itamar
Ben Gvir”, hanno difeso questa idea.
Diversi
Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno condannato le osservazioni dei ministri,
che il 2 gennaio sono state definite «incendiarie e irresponsabili» dal
portavoce del “Dipartimento di Stato americano” “Matthew Miller”.
“Ben
Gvir” sostiene anche l’eventuale «rimpatrio» dei coloni israeliani nella”
Striscia di Gaza”, tornando indietro rispetto al piano di disimpegno dei coloni
portato avanti dal Primo Ministro “Ariel Sharon” nel 2005.
Già a
ottobre, l’opzione di «trasferire» i palestinesi nella regione egiziana del
Sinai era stata menzionata in un documento di lavoro del ministero
dell’Intelligence israeliano, autenticato dall’ufficio del Primo Ministro, che
successivamente ne ha minimizzato l’importanza definendolo «non vincolante».
Fin dall’inizio del conflitto, l’Egitto ha
adottato una posizione di rifiuto di fronte a una potenziale «seconda Nakba» e
a un massiccio afflusso di rifugiati palestinesi.
In un
articolo pubblicato sul “Jerusalem Post” il 19 novembre, la ministra
dell’Intelligence israeliana “Gila Gamliel “aveva anche chiesto di incoraggiare
il trasferimento internazionale della popolazione di Gaza, definendolo una soluzione «win-win».
Il
testo del ministro, presentato come proposta aperta al dibattito, chiedeva in
particolare di riorientare gli aiuti internazionali in questa direzione:
«invece di iniettare denaro nella
ricostruzione di “Gaza” o nell’UNRWA, che ha fallito, la comunità
internazionale può contribuire ai costi del reinsediamento, aiutando gli
abitanti di Gaza a costruirsi una nuova vita nel loro nuovo Paese ospitante».
Il
sito web di notizie “Zmar Israel “ha rivelato all’inizio di gennaio che il
governo israeliano aveva discusso sul trasferimento «volontario» dei
palestinesi con Paesi terzi, tra cui la Repubblica del Congo, che si era detta
«pronta a ricevere i migranti».
Secondo
la stessa fonte, sono in corso discussioni guidate da funzionari del” Mossad “e
del “Ministero degli Esteri” anche con il Ruanda e il Ciad.
Il
concetto di «pulizia etnica», diffusosi dopo le guerre in Jugoslavia negli anni
’90, non è giuridicamente definito e non costituisce un crimine autonomo ai
sensi del diritto internazionale.
Tuttavia,
viene ancora utilizzato per designare atti volti a sradicare una popolazione da
un’area geografica ed è stato utilizzato in questo contesto da diversi attori
che hanno messo in guardia dai rischi che gravano sulla popolazione della
Striscia di Gaza – da ultimo la relatrice speciale delle “Nazioni Unite” “Francesca
Albanese” sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi
occupati.
Riferendosi
alla dichiarazione rilasciata dai suoi ministri a seguito di un incontro con il
Segretario di Stato americano “Antony Blinken” alla vigilia dell’udienza di
mercoledì 10 gennaio, il “Primo Ministro Netanyahu” ha affermato che “Israele”
non ha «alcuna intenzione di occupare la Striscia di Gaza in modo permanente o
di sfollare la sua popolazione civile».
A GAZA
È GENOCIDIO? CHE COS’È
UN
CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ?
LE
PAROLE PER CAPIRE IL CONFLITTO.
It.gariwo.it
- Joshua Evangelista – intervista a Marcello Flores – (12 – 1 -2024) – ci dice:
Lo
storico “Marcello Flores” è tra i principali esperti di “Genocide Studies”.
Giovedì
11 gennaio, presso la “Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite”
all'Aja, sono iniziate le udienze sul caso presentato dal Sudafrica, secondo il
quale la guerra nella Striscia di Gaza costituirebbe un atto di genocidio
contro il popolo palestinese.
Si
tratta in un processo complesso, dall'alto significato politico:
mai la
“Corte internazionale di giustizia”, fino ad oggi, ha condannato per genocidio
nessuno stato.
A
prescindere da come si pronuncerà la Corte - probabilmente ci vorranno molti
anni -, si può dire che a Gaza è in corso un atto genocidario?
Se no, come si può definire quello che sta
accadendo?
Dopo l'attacco di “Hamas” dello scorso 7
ottobre e della successiva guerra condotta da Israele, nei media e sui social
network è aumentato in maniera esponenziale l'utilizzo dei termini
"genocidio", "crimini di guerra", "crimini contro
l'umanità", "pogrom".
Abbiamo chiesto al professore “Marcello Flores”,
uno dei maggiori esperti italiani di “Genocide Studies,” il suo punto di vista
su ciascuno di questi termini e sulla applicazione al contesto mediorientale.
Marcello
Flores, facciamo chiarezza sulle parole. Che cos'è il genocidio?
Per la
Convenzione sul genocidio che è stata promulgata il 9 dicembre 1948, genocidio
è la distruzione parziale o completa di un gruppo etnico, religioso o
nazionale.
Nel
caso in cui, però, c'è l'intenzione da parte di chi commette quella violenza di
distruggere il gruppo in quanto tale.
Che
cosa significa questo? Cosa cambia rispetto agli altri crimini?
Significa
che non si tratta di una violenza, sia pure terribile, dovuta a motivazioni
quali possono essere una guerra, una volontà di conquista, una sopraffazione di
potere.
Deve
essere il risultato di una volontà di far scomparire dall'umanità un preciso
gruppo etnico, religioso o nazionale.
Evidentemente, i carnefici che stanno
compiendo quella violenza ritengono che quel gruppo non possa e non debba avere
il diritto di vivere.
L'attacco
del 7 ottobre di “Hamas” può essere considerato una pratica genocidaria?
Quando
i giuristi affronteranno questa questione lo faranno con estrema difficoltà e
insieme delicatezza, come in genere è accaduto in tutti i vari momenti in cui
la giustizia internazionale ha dovuto decidere se qualche episodio di violenza
fosse o meno un genocidio.
Personalmente
non ritengo che possa essere considerata un'opera di genocidio, ma un crimine
contro l'umanità, perché è la volontà di compiere un massacro indiscriminato
che colpisce coloro che si incontrano, andandoli a cercare nei kibbutz e nel
rave – che presumibilmente i massacratori sapevano che si stesse svolgendo in
quel momento.
È stato fatto con una programmazione sicuramente
generale, ma senza la volontà di compiere qualche cosa che andasse, oltre a un
massacro violento, dimostrativo, fatto per colpire improvvisamente e
probabilmente anche per suscitare una reazione.
La risposta di Israele a Gaza può
essere considerata genocidaria?
Che
cosa possiamo dire della denuncia del Sudafrica alla Corte internazionale di
giustizia dell’Aia?
La
denuncia del Sudafrica credo che rappresenti la volontà di portare al più
presto possibile il governo di Israele di fronte alla giustizia internazionale.
L'accusa di genocidio è l'accusa più grave,
quindi è quella che in qualche modo smuove più rapidamente la possibilità di un
giudizio, sia pure di tipo iniziale.
Ricordiamo, per esempio, che dopo l'operazione
“Piombo Fuso” perpetuata una quindicina d'anni fa dall'esercito israeliano a
Gaza, una commissione delle Nazioni Unite aveva individuato sia le azioni
dell'esercito israeliano sia quelle di “Hamas” come crimini contro l'umanità.
Ma non era intervenuta la “Corte
internazionale di giustizia”.
Io
credo che la reazione - sicuramente sproporzionata in termini di diritto
internazionale - che l'esercito israeliano ha fatto e sta facendo a Gaza, non
possa essere considerata genocidio, ma possa essere sicuramente considerata un
crimine di guerra o un crimine contro l'umanità.
Perché
l'attacco e il coinvolgimento di civili sono assolutamente evidenti da tutte le
documentazioni che abbiamo, anche se dovremmo analizzare meglio le informazioni
che ricaviamo in modo generico dai media. Escluderei però che si possa parlare
di genocidio, se non da un punto di vista propagandistico che secondo me serve
a poco.
A
proposito di chiarezza sull’uso dei termini, che differenza c’è tra un crimine
di guerra e un crimine contro l’umanità?
I
crimini di guerra sono elencati nelle convenzioni di Ginevra.
Se si
va a vedere lo “statuto della Corte penale Internazionale”, ci sono decine di
atti che possono essere considerati crimini di guerra.
Ad
esempio il bombardamento e la distruzione di ospedali, di scuole, di edifici
religiosi, di culto o di edifici culturali, così come il coinvolgimento di
civili nelle uccisioni.
Analizzare
è estremamente complicato:
almeno
a partire dalla Seconda guerra mondiale ogni guerra è in larga parte rivolta
contro i civili.
Però
sicuramente rientrano nei crimini di guerra una serie di torture nei confronti
di prigionieri.
I crimini contro l'umanità si hanno quando le
popolazioni civili sono maggiormente colpite in quanto tali, non in quanto
vittime secondarie di azioni militari, magari perché ritenute in qualche modo
corresponsabili di quel potere che si vuole colpire.
Ma ci sono delle evoluzioni giuridiche.
Quali?
Per
esempio, dalla seconda metà degli anni ‘90 lo stupro di massa è un crimine di
guerra e un crimine contro l'umanità e può essere anche considerato come “un
mezzo di genocidio”.
Lo è
stato nel caso del Ruanda, in un paio di sentenze.
E
questa è una delle novità più rilevanti del diritto internazionale, se pensiamo
che nelle prime due guerre mondiali le centinaia di migliaia di stupri che ci
sono stati erano considerati in qualche modo una inevitabile necessità o
comunque una parte della guerra.
Da
questo punto di vista credo che la lunga inchiesta del “New York Times” sulla
violenza nei confronti delle donne perpetrata da “Hamas” il 7 ottobre, sia una
raccolta di prove significative per la giustizia internazionale.
A
proposito di parole legate al 7 ottobre, molti hanno descritto l’attacco di”
Hamas” come un pogrom.
Pogrom
è diventato a livello simbolico un termine che indica un massacro
indiscriminato.
Se vogliamo essere rigorosi, quello del 7
ottobre non mi sembra un pogrom.
I
pogrom erano violenze spontanee di massa accadute verso la fine dell'800 in una
serie di città della Russia e della Polonia nei confronti di comunità ebree
locali, in cui ci fu la tolleranza e a volte anche la stessa sollecitazione
delle forze dell'ordine.
Ma erano il frutto di qualcosa di abbastanza
spontaneo.
In risposta al ferimento accidentale da parte
di ebrei di un bambino non ebreo, la comunità ebraica veniva assalita, molti
venivano feriti o uccisi, la sinagoga veniva bruciata e così via.
In quel clima molto particolare nasce il
termine pogrom.
Nel
caso del 7 ottobre il carattere spontaneo manca del tutto, nel senso che è
stato un'azione organizzata di tipo militare, sebbene vi abbiano partecipato
non solo militari, da quello che si è capito, ma anche cittadini della Striscia
di Gaza non organizzati militarmente.
Però
il cuore di quella azione non è stata una rivolta spontanea.
Sono anche dell'idea che questa parola sia
diventata un modo per definire una violenza di massa concentrata nei confronti
di qualcuno. Ma siccome non tutti sanno davvero che cosa vuol dire e come sia
nata, si può tollerare questo utilizzo.
Un’altra
parola utilizzata per descrivere le gravi discriminazioni subite dai
palestinesi è apartheid.
Nel corso della sua carriera lei si è occupato
molto di apartheid in Sudafrica.
Apartheid
è qualcosa di molto preciso che appartiene alla storia del Sudafrica.
Si riferisce a quella legislazione nata negli
anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, che tende a
codificare e a concretizzare quella che era una politica razzista già esistente
precedentemente.
Implica una separazione netta e totale, da
tutti i punti di vista, della popolazione nera - che in quel caso era la
popolazione di maggioranza – da quella bianca che era quella minoritaria e
dominante.
Dal punto di vista del potere politico, questo
significava che i neri non potevano vivere nelle stesse parti della città dei
bianchi, tant'è vero che furono costruite le “township” come “Soweto”, che era
la più famosa.
C'erano
mezzi di trasporto per neri e altri per i bianchi.
Negli Stati Uniti del caso di “Rosa Parks”,
che dette inizio alla lotta per i diritti civili nel 1954, nello stesso mezzo
di trasporto c'era una parte riservata ai bianchi e una parte ai neri.
In
Sudafrica, invece, un nero non poteva salire in nessun mezzo di trasporto dei
bianchi.
I neri
per lavorare avevano dei permessi e dei percorsi obbligatori, quindi c'era
veramente questa separazione voluta e completa, che era anche e forte da un
punto di vista simbolico.
Ora mi
sembra che si possono dare vari giudizi sull'occupazione o l'oppressione dello
Stato di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e in parte anche della
Cisgiordania, ma direi che non si tratta di apartheid.
Da una
parte perché all'interno dello Stato di Israele, per esempio, i cittadini arabi
e palestinesi israeliani hanno diritti di voto come gli altri cittadini.
Quelli
che vivono nei territori occupati hanno intanto un margine di autorganizzazione
che si può giudicare essere più o meno fittizio, ma che comunque esiste.
Ad
esempio, se ci fosse una politica di apartheid i palestinesi non potrebbero
entrare negli ospedali israeliani.
Quindi direi che è una forzatura
ideologico-propagandistica da parte di tutti quelli che vogliono sottolineare
le colpe dello Stato di Israele, alla luce delle sofferenze che effettivamente
i palestinesi da decenni hanno in quei territori.
Se
secondo lei non possiamo parlare di apartheid, dal momento che questa parola ha
un perimetro così preciso, quale termine può definire la condizione dei
palestinesi oggi?
Le
difficoltà di accesso a servizi di base sono forme di discriminazione e di
oppressione diversificate.
Anche
perché negli ultimi venti trent'anni le condizioni sono cambiate.
Sono
diverse da quando la Striscia di Gaza era occupata militarmente dallo Stato di
Israele e ha lasciato l’autonomia.
Nei
primi anni c'era una un'oppressione generale, ma non quel controllo che, per
esempio, aumenterà molto di più dopo con l'operazione “Piombo Fuso”, una
reazione violenta a degli attacchi missilistici di “Hamas” e che ha provocato
questa struttura di contenimento/oppressione della Striscia nel suo insieme.
Non
riesco a trovare una parola simbolo, se non “forme di oppressione e di
discriminazione”, che vanno elencate e valutate e che sono difficili da
riassumere.
Un'altra
parola molto evocativa è ghetto.
“Masha
Gessen” sul “New Yorker “ha paragonato “Gaza “ai ghetti della seconda guerra
mondiale e ne è scaturita un’ampia polemica.
Che cos’è un ghetto?
Si può
dire che Gaza sia un ghetto?
I
ghetti hanno una storia molto precisa.
Ci sono quelli dell'epoca medievale o inizio
dell'età moderna e quelli della Seconda guerra mondiale, che l'occupazione
tedesca ha instaurato nelle città europee.
Di nuovo.
Credo che sia un modo per cercare di dare
un'idea emotiva forte di una condizione che sicuramente è spesso analoga a
quella di un ghetto, nel senso che è non facile se non addirittura impossibile,
per la gran parte dei palestinesi, uscire quando vogliono.
Però
la struttura del ghetto era molto diversa e quindi se si usano questi paralleli
storici bisognerebbe adeguarli e spiegarli in questo modo.
Il rischio è proprio di non far capire la
diversità che c'è tra una struttura di oppressione di oggi rispetto a strutture
di oppressione che erano presenti nel passato.
Del
resto il ghetto di Varsavia era diverso dal ghetto di Venezia del 1400.
Il nome era lo stesso solo perché riguardava
gli ebrei.
Torniamo
a parlare di genocidio.
“Raphael
Lemkin,” il coniatore di questo termine, scrisse anche degli aspetti culturali
delle politiche genocidarie.
Alla fine, però, nella “Convenzione sul
genocidio” del 1948 questo concetto fu lasciato cadere.
Dopo
l’invasione su larga scala dell’Ucraina si è parlato dell’intenzione del
Cremlino di perpetuare un genocidio culturale verso le popolazioni invase.
Dal momento che questa definizione non fa parte della
Convenzione, secondo lei ha senso parlare di genocidio culturale e quindi
denunciarlo?
L’dea
che “Lemkin” aveva di genocidio culturale era molto ampia e non particolarmente
specificata.
Il
genocidio culturale non fu inserito nella Convenzione del ’48 perché grandi
potenze come la Francia e la Gran Bretagna erano all'epoca potenze coloniali e
quindi rischiavano di poter essere accusate di genocidio culturale.
Inoltre
ci fu l'intervento del delegato siriano alle Nazioni Unite che disse che non si
possono equiparare la distruzione di una biblioteca e la distruzione di un
gruppo umano.
La risposta ovvia è che le cose sono
collegate, perché nel momento in cui si distrugge la biblioteca di un gruppo
spesso si sta anche distruggendo il gruppo stesso.
Oggi
ci sono giudizi della giustizia internazionale e una serie di prese di
posizione che hanno ampliato la possibilità di considerare il genocidio
culturale.
Credo
che sia difficile che possa essere usato come elemento del genocidio, se non in
presenza di una volontà di sterminio fisico anche del gruppo stesso.
Per
quello che riguarda l’Ucraina, io credo che forse l'unico esempio in cui si
potrebbe parlare di genocidio è il caso di “Bucha”, che è analogo a quello di “Srebrenica”.
Sono casi in cui un evento particolare ha
avuto un carattere genocida. Per quanto riguarda la Russia di Putin, al netto
di questo singolo episodio, sicuramente ci sono stati crimini di guerra e
crimini contro l'umanità.
L’ultima
domanda non può che essere sulla prevenzione del genocidio oggi.
Quali
sono i contesti più a rischio oggi, di cui si parla però meno a livello
mediatico?
Se guardiamo
alle violenze nei confronti di minoranze o gruppi specifici che stanno
accadendo oggi nel mondo, ci accorgiamo che quelle che - da un punto di vista
numerico e spesso anche dal punto di vista della potenza distruttrice - sono
totalmente messe in silenzio rispetto ai due casi più in vista, quello
israelo-palestinese e quello russo-ucraino.
Anche
quest’ultimo, tra l'altro, dopo l'attacco del 7 ottobre è diventato in qualche
modo meno rilevante.
Se noi
pensiamo che il numero di uccisi ogni giorno in Siria o nello Yemen era decine
di volte superiore, capiamo che c'è un una diversità di atteggiamento che rende
estremamente complicato poter affrontare il tema della prevenzione dei
genocidi.
Nei
confronti di quello che sta accadendo in Medio Oriente l'attenzione mediatica
del mondo intero rende di fatto impossibile un genocidio, tant’è vero che si
parla di genocidio già prima che questo venga compiuto.
Negli altri casi non sappiamo se sta avvenendo
o no, perché non sappiamo se i gruppi che sono colpiti oggi in Siria, nello
Yemen o in altre parti del mondo, pensiamo all'Africa e altre parti dell'Asia,
siano dei gruppi che rischiano davvero.
Perché c'è una logica geopolitica e mediatica
che ovviamente fa una forte distinzione.
In
questo contesto, quali sono gli strumenti concreti che si hanno oggi per
prevenire un genocidio?
La
prevenzione può esistere su due piani.
Mettendo in evidenza i primi livelli di
discriminazione che avvengono nei confronti di qualche gruppo.
E oggi
avviene per lo meno in una cinquantina di Paesi, nei confronti dei quali però
la comunità internazionale non ha gli strumenti o non vuole avere gli strumenti
per poter far nulla.
L'altra
è quella di poter intervenire nei momenti in cui la violenza diventa più forte
e in cui l'intervento può essere possibile.
Non
solo per il genocidio, ma anche per i crimini di guerra o per i crimini contro
l'umanità.
Ricordiamo il caso della Siria, uno dei luoghi con il
numero maggiore di vittime degli ultimi anni, in cui il presidente Obama aveva
annunciato un intervento qualora si fosse superata la linea dell'uso ripetuto
di un'arma letale e proibita come i gas.
Poi
invece non se ne fece nulla, continuarono i massacri indiscriminati di civili e
in più venne lasciata alla Russia di Putin la possibilità di inserirsi in
quella zona come potenza rilevante.
Credo
che questo vada ricondotto alla difficoltà che oggi esiste a livello interno
nazionale di garantire un equilibrio e un diritto che, per quanto parziali, nel
corso della Guerra fredda avevano avuto delle proprie regole grazie alle due
superpotenze e che in questo secolo, invece, sono messe continuamente in
discussione.
Il nuovo mondo multipolare non ha ancora
trovato le sue fondamenta dal punto di vista sia politico sia del diritto.
(Joshua
Evangelista, Comunicazione Gariwo - Intervista con Marcello Flores storico.)
Il
primo verdetto sull'accusa
di
genocidio contro Israele.
Wired.it
– Kevin Carboni – (26-1-2024) – ci dice:
La”
Corte internazionale di giustizia” ha rifiutato la richiesta di Israele di
respingere il caso e imposto alcune misure di emergenza per tutelare i
palestinesi dal pericolo di genocidio.
Tuttavia
non ha chiesto il cessate il fuoco.
La
“Corte internazionale di giustizia dell’Aja” ha emesso la sua sentenza
provvisoria nel caso aperto dal Sudafrica contro Israele, accusato di aver
violato la Convenzione sul genocidio del 1948 nella Striscia di Gaza.
Il
pronunciamento della Corte non ha stabilito una volta per tutte se” Tel Aviv”
sia o meno responsabile di un genocidio contro il popolo palestinese, ma ha
sancito l’accettazione del caso, il diritto dei palestinesi di essere protetti
dagli atti di genocidio e ha ordinato a Israele di prevenire qualunque atto che
possa essere ricondotto a genocidio a Gaza.
La
sentenza finale sulle accuse di genocidio potrebbe richiedere anni per giungere
a una conclusione, ma il Sudafrica ha espressamente richiesto alla Corte di
intervenire tempestivamente per proteggere i palestinesi da possibili ulteriori
violazioni della Convenzione.
La sentenza di oggi ha risposto positivamente
in questo senso, pur non avendo ordinato un cessate il fuoco o il ritiro delle
truppe israeliane da Gaza, ma potrebbe comunque contribuire a fermare il
massacro che a Gaza va avanti da tre mesi, con più di 25mila persone uccise, di
cui oltre 10mila minori.
Cosa
ha detto la Corte.
Nel
suo pronunciamento, la Corte ha rifiutato la richiesta di Israele di respingere
il caso presentato del Sudafrica, precisando come diverse accuse elencate da
Pretoria siano plausibili.
Inoltre, ha riconosciuto l’esistenza delle
condizioni necessarie per imporre misure di emergenza sul caso.
In
particolare, i giudici hanno evidenziato come l’assenza di un intervento
potrebbe mettere ulteriormente in pericolo di genocidio il popolo palestinese,
a causa della drammatica assenza di aiuti umanitari e della distruzione del
sistema sanitario che hanno messo Gaza in una “situazione umanitaria
catastrofica”.
Pertanto,
la Corte ha stabilito che Israele debba prendere ogni misura necessaria per
prevenire un genocidio a Gaza, proteggere i palestinesi dal rischio di
genocidio fermando le uccisioni, prevenire ogni causa di dolore mentale o
fisico alla popolazione, punire e prevenire qualunque dichiarazione o atto
pubblico che possa incitare al genocidio e attivarsi per preservare ogni prova
che possa essere utile al caso per genocidio.
Israele avrà un mese di tempo per sottoporre
alla Corte un report in cui dia prova di aver agito conseguentemente alla
sentenza della Corte.
Ma
Israele è obbligato a rispettarla?
Secondo
il Sudafrica la campagna militare di Israele, iniziata a seguito dell’attacco
dei miliziani di “Hamas” del 7 ottobre 2023, ha “carattere di genocidio, in
quanto mira alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale ed
etnico palestinese”.
Al
contrario, Israele ha respinto le accuse come “distorte”, sostenendo come la
sua offensiva sia rivolta solamente contro “Hamas” e non verso il popolo
palestinese nel suo complesso.
Una
posizione difficile da difendere a causa dei numerosi interventi sui media e
sui social, in cui diversi funzionari israeliani hanno più volte predicato la
completa distruzione di Gaza, la volontà di deportare i palestinesi, o che a
Gaza siano tutti terroristi e nessuno sia innocente.
Dichiarazioni
riportate nella lunga relazione del Sudafrica alla Corte.
La
decisione della più alta “Corte della Nazioni Unite” ha carattere vincolante e
non può essere impugnata o sottoposta a ricorso.
Tuttavia,
la Corte non ha il potere di farla rispettare o di imporla con la forza, come
potrebbe fare un normale tribunale nei confronti di un individuo, ma starà ai
paesi della comunità internazionale farla valere, anche attraverso l’uso di
sanzioni contro Israele.
In
Palestina è in corso un genocidio?
L’opinione
dello storico Omer Bartov
Magazine.cispunipi.it – Omer Bartov , Storico
– Redazione - (20 Novembre 2023) – ci dice:
In un
editoriale pubblicato sul “New York Times”, Omer Bartov, professore di “studi sull’Olocausto”
e sui genocidi alla” Brown University di Providence”, offre un’analisi critica
delle operazioni militari israeliane in corso a Gaza, discutendo la possibilità
di inquadrare quanto sta avvenendo come un genocidio.
Riconoscendo le difficoltà di identificare, in
termini giuridicamente certi, l’esistenza di un genocidio in corso,” Bartov”
afferma che le azioni avviate dall’esercito israeliano in risposta all’attacco
di Hamas del 7 ottobre rappresentano delle violazioni evidenti del diritto
internazionale umanitario e che possono costituire, per i responsabili, dei
crimini di guerra e contro l’umanità.
Invitando
alla prudenza nell’usare la pesante categoria di genocidio, “Bartov” sottolinea
l’assoluta necessità di intervenire prontamente per fermare le uccisioni
indiscriminate di civili a Gaza.
In conclusione, “Omer Bartov” invita le
istituzioni internazionali, specialmente quelle deputate alla memoria dello
sterminio, a prendere una posizione pubblica su quanto sta accadendo a Gaza e
in Cisgiordania:
è
giunto il momento di prendere posizione innanzitutto contro la retorica
vendicativa e disumanizzante che, legittimando le violazioni del diritto
internazionale umanitario, potrebbe portare a conseguenze irreparabili.
La storia può e deve, a suo avviso, essere utilizzata
in modo critico per riconoscere e fermare le intenzioni di genocidio prima che
si concretizzino.
(Omer
Bartov)
Le
operazioni militari israeliane hanno prodotto una crisi umanitaria insostenibile, destinata a peggiorare
nel tempo.
Ma le azioni di Israele – come sostengono gli
oppositori del governo – stanno rasentando la “pulizia etnica” o, in modo più
grave ed esplosivo, il “genocidio”?
Come
storico dei genocidi, ritengo che non ci siano prove sufficienti che un
genocidio sia attualmente in corso a Gaza, anche se è molto probabile che si
stiano verificando crimini di guerra e persino crimini contro l’umanità.
Ciò
comporta, però, due conseguenze che ritengo importanti:
in
primo luogo, dobbiamo definire cosa stiamo vedendo e, in secondo luogo, abbiamo
la possibilità di fermare la situazione prima che peggiori.
Sappiamo
dalla storia che è fondamentale avvertire del potenziale genocidio prima che si
verifichi, piuttosto che condannarlo tardivamente, dopo che è avvenuto.
Credo
che abbiamo ancora questo tempo.
È
chiaro che la violenza quotidiana scatenata su Gaza è insopportabile e
insostenibile.
Dal
massacro del 7 ottobre da parte di “Hamas” – esso stesso un crimine di guerra e
un crimine contro l’umanità – l’assalto militare aereo e terrestre di Israele
su Gaza ha ucciso più di 10.500 palestinesi, secondo il Ministero della Salute
di Gaza, un numero che include migliaia di bambini [al 20 novembre, le stime
parlano di 13.300 persone uccise a Gaza, di cui 5.500 minori, ndr].
Si tratta di un numero di persone ben cinque
volte superiore a quello delle oltre 1.400 persone uccise da “Hamas” in Israele
[le autorità di Tel Aviv hanno recentemente quantificato in circa 1.200 le
vittime israeliane, ndr].
Nel
giustificare l’attacco su Gaza, i leader e i generali israeliani hanno fatto
dichiarazioni terrificanti, che indicano un intento genocida.
Tuttavia,
l’orrore collettivo per ciò che stiamo osservando non significa che un
genocidio, secondo la definizione legale internazionale del termine, sia già in
corso.
Poiché
il genocidio, talvolta definito “il crimine di tutti i crimini“, è percepito da
molti come il più estremo di tutti i crimini, c’è spesso l’impulso a descrivere
qualsiasi caso di omicidio e massacro di massa come genocidio.
Ma questo impulso a etichettare tutti gli
eventi atroci come genocidi tende a offuscare la realtà piuttosto che a
spiegarla.
Il
diritto internazionale umanitario identifica diversi crimini gravi nei
conflitti armati.
I crimini di guerra sono definiti nelle
Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei successivi protocolli come gravi
violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra nei conflitti armati
internazionali, sia contro i combattenti che contro i civili.
Lo Statuto di Roma, che ha istituito la “Corte
penale internazionale”, definisce i crimini contro l’umanità come lo sterminio
o altri crimini di massa contro qualsiasi popolazione civile.
Il
crimine di genocidio è stato definito nel 1948 dalle Nazioni Unite come
“l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico,
razziale o religioso, in quanto tale”.
Quindi,
per dimostrare che è in atto un genocidio, dobbiamo dimostrare sia l’intenzione
di distruggere, sia che l’azione distruttiva si sta svolgendo contro un
particolare gruppo.
Il
genocidio come concetto giuridico si differenzia dalla pulizia etnica in quanto
quest’ultima, che non è stata riconosciuta come crimine a sé stante dal diritto
internazionale, mira a rimuovere una popolazione da un territorio, spesso in
modo violento, mentre il genocidio mira a distruggere quella popolazione
ovunque essa si trovi.
In
realtà, ognuna di queste situazioni – e in particolare la pulizia etnica – può
degenerare in genocidio, come è accaduto nell’Olocausto, che è iniziato con
l’intenzione di rimuovere gli ebrei dai territori controllati dalla Germania e
si è trasformato nell’intenzione di sterminarli fisicamente.
La mia
più grande preoccupazione nell’assistere allo svolgimento del conflitto armato
tra “Israele” e “Hamas” è che ci sia un intento genocida, che può facilmente
trasformarsi in un’azione genocida.
Il 7 ottobre, il “Primo Ministro Benjamin
Netanyahu “ha dichiarato che gli abitanti di Gaza avrebbero pagato un “prezzo
enorme” per le azioni di “Hamas” e che le “Forze di Difesa Israeliane” (IDF)
avrebbero trasformato intere parti dei centri urbani densamente popolati di
Gaza “in macerie“.
Il 28
ottobre, citando il “Deuteronomio”, ha aggiunto:
“Dovete ricordare ciò che” Amalek” vi ha
fatto”.
Come
molti israeliani sanno, per “vendicare l’attacco di Amalek”, la Bibbia invita a
“uccidere uomini e donne, neonati e lattanti”.
Il
linguaggio profondamente allarmante non finisce qui.
Il 9
ottobre, il Ministro della Difesa israeliano, “Yoav Gallant”, ha dichiarato:
“Stiamo
combattendo contro animali umani e ci comportiamo di conseguenza”.
Un’affermazione
che indica disumanizzazione e che ha echi di genocidio. Il giorno dopo, il
Coordinatore delle attività governative nei territori occupati, “Ghassan Alian”,
si è rivolto alla popolazione di Gaza in arabo: “Gli animali umani devono
essere trattati come tali”, aggiungendo: “Non ci saranno né elettricità né
acqua.
Ci sarà solo distruzione.
Volevate
l’inferno, avrete l’inferno”.
Lo
stesso giorno, il “General Maggiore in pensione “Giora Eiland “ha scritto sul
quotidiano "Yedioth Ahronoth”:
“Lo
Stato di Israele non ha altra scelta che trasformare Gaza in un luogo in cui
sia temporaneamente o permanentemente impossibile vivere”.
Ha
aggiunto:
“Creare una grave crisi umanitaria a Gaza è un
mezzo necessario per raggiungere l’obiettivo”.
In un
altro articolo ha scritto che “Gaza diventerà un luogo dove nessun essere umano
potrà più esistere”.
A
quanto pare, nessun rappresentante dell’esercito o politico ha denunciato
questa dichiarazione.
Potrei
citare molte altre dichiarazioni del genere.
Nel
loro insieme, queste affermazioni potrebbero essere facilmente interpretate
come indicative di un intento genocida.
Ma il genocidio è effettivamente in atto?
I
comandanti militari israeliani insistono sul fatto che stanno cercando di
“limitare le vittime civili” e attribuiscono il gran numero di morti e feriti
palestinesi alle tattiche di “Hamas” di usare i civili come “scudi umani” e di
collocare i loro centri di comando “sotto strutture umanitarie come gli
ospedali .“
[la
BBC e altre testate occidentali hanno messo in evidenza la mancanza di prove
conclusive a sostegno delle affermazioni dell’esercito israeliano circa la
presenza di un “centro di comando di “Hamas” sotto l’ospedale Al-Shifa, ndr].
Eppure
il 13 ottobre, secondo le notizie riportate da varie testate, il “Ministero
dell’Intelligence israeliano” ha presentato una proposta per trasferire
l’intera popolazione della Striscia di Gaza nella penisola del Sinai,
controllata dall’Egitto.
L’ufficio
di Netanyahu ha detto che si trattava di un “concept paper”.
Gli
elementi di estrema destra del governo – presenti anche nell’IDF – celebrano la
guerra come un’opportunità per liberarsi completamente dei palestinesi.
Questo
mese è emerso sui social media un video in cui il capitano “Amichai Friedman”,
un rabbino della “Brigata Nahal”, diceva a un gruppo di soldati che era ormai
chiaro che “questa terra è nostra, tutta la terra, compresa Gaza, compreso il
Libano”.
Le
truppe hanno applaudito con entusiasmo.
L’esercito
ha dichiarato che il suo comportamento “non è in linea” con i propri valori e
le proprie direttive.
Quindi,
anche se non possiamo dire che l’esercito stia prendendo deliberatamente di
mira i civili palestinesi, sia dal punto di vista funzionale che dal punto di
vista retorico potremmo dire di assistere a un’operazione di pulizia etnica,
che potrebbe rapidamente degenerare in genocidio, come è accaduto più di una
volta in passato.
Niente
di tutto questo è accaduto nel vuoto.
Negli
ultimi mesi ho sofferto molto per l’evolversi degli eventi in Israele. Il 4
agosto io e diversi colleghi abbiamo diffuso una petizione in cui si avvertiva
che il tentativo di colpo di Stato da parte del governo Netanyahu [l’autore si riferisce alla contestata
riforma del sistema giudiziario israeliano, che ha suscitato grandi
manifestazioni di protesta in tutto il paese, ndr] aveva lo scopo di perpetuare
l’occupazione israeliana della terra palestinese.
La petizione è stata firmata da circa 2.500 studiosi,
membri del clero e personalità pubbliche, disgustati dalla retorica razzista
dei membri del governo, dai suoi tentativi antidemocratici e dalla crescente
violenza dei coloni, apparentemente sostenuti dall’IDF, contro i palestinesi in
Cisgiordania.
Ciò
che avevamo avvertito – che sarebbe stato impossibile ignorare l’occupazione e
l’oppressione di milioni di persone per 56 anni e l’assedio di Gaza per 16
anni, senza conseguenze – ci è esploso in faccia il 7 ottobre.
Dopo
il massacro di civili ebrei innocenti da parte di “Hamas”, il nostro stesso
gruppo ha pubblicato una seconda petizione che denunciava i crimini commessi da
“Hamas” e chiedeva al governo israeliano di desistere dal perpetrare violenze e
uccisioni di massa su civili palestinesi innocenti a Gaza in risposta alla
crisi.
Abbiamo
scritto che l’unico modo per porre fine a questi cicli di violenza è quello di
cercare un compromesso politico con i palestinesi e porre fine all’occupazione.
È
tempo che i responsabili e gli studiosi attivi nelle istituzioni dedicate alla
ricerca e alla commemorazione dell’Olocausto mettano pubblicamente in guardia
dalla retorica piena di rabbia e vendetta che disumanizza la popolazione di
Gaza e ne chiede l’estinzione.
È
tempo di parlare contro l’escalation di violenza in Cisgiordania, perpetrata
dai coloni israeliani e dalle truppe dell’esercito israeliano, che ora sembra
scivolare verso la pulizia etnica approfittando della guerra su Gaza.
Secondo
quanto riferito dalla stampa, diversi villaggi palestinesi si sono
“auto-evacuati” sotto le minacce dei coloni.
Esorto
istituzioni venerabili come lo “United States Holocaust Memorial Museum di
Washington “e lo “Yad Vashem di Gerusalemme” [il Centro globale per la memoria
dell’Olocausto, ndr] a intervenire ora e a essere in prima fila nel mettere in
guardia contro i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, la pulizia etnica e il crimine di
tutti i crimini: il genocidio.
Se
crediamo davvero che l’Olocausto ci abbia insegnato una lezione sulla necessità
– o, in realtà, sul dovere – di preservare la nostra umanità e la nostra
dignità proteggendo quelle degli altri, questo è il momento di alzarsi in piedi
e di alzare la voce, prima che la leadership di Israele faccia sprofondare il
paese e i suoi vicini nell’abisso.
C’è
ancora tempo per impedire che Israele permetta che le sue azioni diventino un
genocidio.
Non
possiamo aspettare un momento di più.
(New
York Times, 10 novembre 2023).
Gaza,
si apre il caso di genocidio
a
carico di Israele davanti
alla
Corte di Giustizia Onu.
It.euronews.com
- Giulia Carbonaro & Gabriele Barbati – (11-1-2024) – ci dicono:
I Palestinesi
piangono i parenti uccisi dai bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza
davanti a un obitorio di Khan Younis, domenica 24 dicembre 2023.
Prima
giornata di udienze nella causa presentata alla Corte di giustizia
internazionale dal Sudafrica contro Israele per genocidio.
Cosa
potrebbe accadere in tribunale?
Alla “Corte
internazionale di giustizia dell'Aia” si è tenuta la prima delle due giornate
di udienze sulla causa per genocidio intentata contro Israele dal Sudafrica,
che chiede al governo israeliano di fermare le operazioni in corso a Gaza.
La “Cig
“è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.
Il
dibattimento è cruciale per Israele:
per la
prima volta dopo anni di boicottaggio infatti ha accettato di difendersi di
fronte ai 15 giudici della Corte, che sono eletti dall'”Assemblea generale” e
dal” Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
“Ogni
giorno a più di dieci bambini palestinesi vengono amputate una o entrambe le
gambe, in molti casi senza anestesia."
“Blinne ni Ghralaigh “: Avvocato dell'accusa.
Quali
sono le accuse contro Israele?
Il “Sudafrica”
ha presentato il caso alla “Corte internazionale di giustizia” a fine dicembre,
sostenendo che Israele ha commesso "atti di genocidio" a Gaza durante
la guerra dichiarata contro “Hamas”.
La
prima richiesta alla “Corte” (secondo l'articolo 41 del suo statuto) è di approvare
misure provvisorie per impedire all'esercito israeliano di continuare le loro
operazioni militari nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania a danno dei
palestinesi.
Secondo
il Paese africano, “Israele” avrebbe violato gli obblighi previsti dalla “Convenzione sul
genocidio”.
Il ricorso di 84 pagine lo accusa di avere
commesso atti di "carattere genocida perché mirano alla distruzione di una parte
sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese".
La “Convenzione
per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”, approvata nel
1948 e di cui Sud Africa e Israele sono firmatari, qualifica come atti di questo tipo:
uccisione di membri del gruppo;
lesioni
gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
il
fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a
provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
misure
miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;
trasferimento
forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
Più di
23mila palestinesi, la maggior parte dei quali donne e bambini, sono stati
uccisi a Gaza dall'inizio del conflitto, secondo il “ministero della Sanità
palestinese” e le “condizioni umanitarie nella striscia sono catastrofiche”.
“Ogni
giorno a più di dieci bambini palestinesi vengono amputate una o entrambe le
gambe, in molti casi senza anestesia.
Ogni
giorno, ai ritmi attuali, verranno danneggiate o distrutte in media 3.900
case", ha detto una degli avvocati dell'accusa, “Blinne ni Ghralaigh”,
durante l'udienza.
Come
si difenderà Israele?
Israele
ha respinto "con disgusto" le accuse del Sudafrica, definendole
"prive di fondamento" e annunciando che si difenderà in tribunale.
“Oggi
abbiamo assistito a uno Stato che difende un’organizzazione terroristica.
Il
Sudafrica dovrebbe vergognarsi.
Israele
sta esercitando il proprio diritto all’autodifesa dopo il massacro del 7
ottobre e ci sono ancora 136 ostaggi israeliani prigionieri di Hamas”, ha detto
a “Euronews” “Lior Haiat”, portavoce della delegazione israeliana.
Il
Sudafrica sostiene che la "l'intento genocida", un elemento
necessario a configurare il crimine di genocidio, in questo caso specifico
"può essere dimostrato dal modello di condotta dell'esercito israeliano,
ma anche da diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate da vari rappresentanti e
funzionari israeliani" ha dichiarato a “Euronews” “Maria Varaki”, docente
di “diritto internazionale” presso il “Dipartimento di studi sulla guerra del”
King's College” di Londra.
Proprio
questo il punto su cui Israele potrebbe scegliere di difendersi, secondo “Alonso
Gurmendi Dunkelberg”, docente di Relazioni internazionali al “King's College”.
"Per
parlare di genocidio, è necessario che il crimine sia stato commesso con
l'intenzione specifica di distruggere un gruppo in quanto tale" ha
spiegato l'esperto a “Euronews”.
"È
questa la parte difficile e mi aspetto che la “difesa di Israele “si concentri
su questo punto.
O sosterrà di non aver commesso l'atto in sé,
o sosterrà di non aver creato le condizioni per rendere “Gaza inabitabile”,
ricordando magari di aver lasciato passare i camion che trasportavano gli
aiuti".
Quanto
tempo ci vorrà prima di una decisione della Corte?
Le
udienze di questa settimana tratteranno solamente le argomentazioni iniziali
del caso e le misure provvisorie e urgenti richieste dal Sudafrica.
Secondo
gli esperti quest'ultima decisione, per cui è non è richiesto un giudizio
definitivo sui fatti ma solo che la” violazione della Convenzione contro il
genocidio” sia "plausibile", potrebbe arrivare tra un paio di
settimane e uno o due mesi dopo l'udienza.
A Gaza
oltre 22mila morti in tre mesi, “Netanyahu”: "La guerra non va
fermata".
"Se
la Corte seguirà quanto fatto nei precedenti casi, come “Gambia” contro “Myanmar”
o “Ucraina contro Russia”, tra un paio di settimane la Corte potrebbe ordinare
le misure provvisorie [richieste dal Sudafrica]" ha detto “Varaki”.
Per
quanto riguarda il” caso di genocidio”, “Gurmendi” ha spiegato che potrebbero
"passare diversi anni" prima che il tribunale arrivi a un verdetto.
Cosa
significherebbe una condanna per Israele?
La”
Corte internazionale di giustizia” non ha il potere di avviare procedimenti
giudiziari o di rendere esecutive le sue sentenze, anche se le sue pronunce
hanno un certo peso nella comunità internazionale.
Una “condanna
per genocidio” ha un impatto enorme sulla posizione di un Paese sulla scena
internazionale.
"La Convenzione sul genocidio riguarda
il crimine più grave di tutti.
È per
questo che molte persone vogliono questa condanna" ha sottolineato “Varaki”.
"E
non sto parlando solo del caso attuale. In generale, sono molti i casi in cui
si vuole ottenere una condanna per genocidio, perché è la peggiore".
Gaza,”
Antony Blinken “da Tel Aviv:
"Le accuse di genocidio contro Israele
sono prive di merito".
Sebbene
Israele abbia l'obbligo legale di dare seguito all'eventuale approvazione da
parte della “Cig” della misura provvisoria richiesta dal Sudafrica, “Gurmendi
Dunkelberg” ha affermato che ci sono stati precedenti di casi di non
conformità, anche da parte degli Stati Uniti.
"Il
problema è che non esiste una” polizia internazionale” che verifichi
l'applicazione della sentenza della Corte.
Quindi,
in realtà, l'applicazione dipende soprattutto dalla reazione degli altri
Stati" ha spiegato l'esperto.
"Supponendo che Israele non ottemperi
all'ordine, allora gli altri Stati potrebbero scegliere di esercitare pressioni
perché lo faccia".
Non
Solo Carne, anche Latte
e
Formaggi Sintetici.
Un
Business USA-Cina.
Conoscenzealconfine.it – (8 Febbraio 2024) -
Gloria Callarelli – ci dice:
Dopo
carne e pesce in provetta arrivano anche latte e prodotti caseari.
Dunque
yogurt, formaggi, formaggi spalmabili:
se
avete paura di inquinare, ma non di rischiare di ammalarvi con prodotti fatti
in laboratorio, eccovi accontentati.
Il
mito panteista e satanista per cui la Natura sta andando in malora a causa
dell’uomo e quindi va preservata e venerata come fosse una divinità sta
producendo i nuovi mostri (mentre dell’uomo e dell’ordine naturale delle cose
voluto da Dio” chi se ne…”, anzi non dimenticate: siamo troppi nel mondo);
e così
il “food kestein”, come l’abbiamo ribattezzato, si
allarga di nuovi prodotti.
Tutti
rigorosamente fatti in vitro.
Un’azienda
“all’avanguardia” su questo è la statunitense “Perfect Day” che vanta nel cda tra gli altri”
Robert Iger”, già amministratore delegato della “Disney”, “Amy Chang” anch’essa
nella Disney e già dirigente di “Google”, una sorta di “guru dell’AI”, e via
via “esperti” vari.
Figura
nel portale dell’azienda, tra i volti che sostengono la causa del sistema
alimentare più “equo”, anche “Leonardo Di Caprio”.
Ma
come funziona la produzione?
Si
utilizza una microflora geneticamente modificata in grado di produrre caseina e
siero di latte attraverso un processo di fermentazione.
L’azienda spiega:
“Mettiamo
la nostra microflora in una vasca piena di brodo fatto di acqua, sostanze
nutritive e zucchero.
E
poiché hanno l’imprinting, quando la nostra microflora fermenta, il brodo
produce una proteina animale pura.
La proteina viene separata dalla microflora,
filtrata, purificata e infine essiccata.
Il prodotto finale è una polvere proteica
estremamente pura pronta per essere utilizzata dai produttori di alimenti per
produrre latte (o formaggio, o yogurt, o crema di formaggio…) identico a quello
classico.
Con la
giusta sequenza di DNA, la microflora naturale può utilizzare la fermentazione
per produrre quasi qualsiasi cosa.
Ciò
significa che possiamo immaginare un futuro in cui smetteremo di esaurire le
risorse della terra per produrre il cibo che mangiamo, i vestiti che indossiamo
e altro ancora”.
Quindi:
dal
siero del latte di mucca è stato isolato il DNA che con muffe, funghi e batteri
vari viene poi trasformato in latte artificiale.
Che
dire a questo punto: viva la dieta…
Ad
ogni modo: sul sito della “Tomorrow farms,” azienda che utilizza il latte sintetico della”
Perfect Day”, viene esplicitamente dichiarato che la loro realtà
“non utilizza ingredienti dannosi o
artificiali, non sfrutta o abusa degli animali, non compromette la nostra
salute, né quella del pianeta”.
Encomiabile.
Altro che noi impenitenti che continuiamo a
cibarci di prodotti della Terra…
Dunque:
queste entità sono in grado di affermare con certezza
che quello che producono non farà del male all’essere umano.
Come
fanno a esserne certi?
Come
possono fare previsioni nel lungo periodo considerate le tecniche genetiche?
Siamo ai limiti della frode alimentare.
Ma
quale è il fine?
Questione di potere?
Volontà di onnipotenza?
Distruzione
delle altre economie?
Controllo delle popolazioni a partire da un
bene primario quale il cibo?
O peggio?
Non solo il mero business, visto che parliamo di investimenti
fatti da entità miliardarie:
“Perfect
Day”,
infatti, beneficia degli investimenti della “Horizon Ventures”, holding guidata dall’uomo cinese
più ricco del pianeta, tale “Sir Li Ka Shing”, e da altre società d’investimento.
Al 2020 parliamo di un totale di 360 milioni
di dollari investiti.
Tutto
questo mentre gli agricoltori vengono strozzati, vessati, obbligati a sostenere
costi e modalità di produzione che a tutto servono tranne che a proteggere il
lavoro e il consumatore.
Da una
parte, dove vogliono e per chi vogliono, soldi a valanga.
Dall’altra
il nulla.
È proprio il caso di dirlo, cifre… folli.
Del resto, pensandoci bene, vi sembra normale
tutto questo?
(Gloria
Callarelli)
(fahrenheit2022.it/2024/01/30/non-solo-carne-anche-latte-e-formaggi-sintetici-un-business-usa-cina/).
Gli
Stati Uniti e l'Europa sono
decisivi
a scatenare
la
Terza Guerra Mondiale.
Unz.com
- LARRY JOHNSON – (7 FEBBRAIO 2024) – ci dice:
Gli
Stati Uniti e l'Europa – i britannici in particolare – sono fuori controllo e
si fanno beffe del diritto internazionale mentre effettuano attacchi militari
in Yemen, Siria e Iraq.
L'Occidente sostiene che si tratta di un atto
di autodifesa, ma invece di uccidere o arrestare specifici individui
responsabili di attacchi, sono impegnati in una punizione collettiva.
Penso
che stiamo arrivando a un punto in cui la rabbia contro l'Occidente ribollirà e
gli Stati Uniti e l'Europa avranno un assaggio della loro stessa medicina.
Tutto
questo era evitabile, ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno convinto i
loro cittadini che gli attacchi contro paesi stranieri senza il sostegno delle
Nazioni Unite sono del tutto appropriati.
Non lo è.
Queste
azioni distruggono il sostegno internazionale per l'"ordine internazionale
basato sulle regole" proclamato dagli Stati Uniti.
L'ultimo
incidente che ha suscitato indignazione è stato un attacco missilistico
infernale a Baghdad.
Secondo
il “CENTCOM”,” Abu al-Saadi” era l'unico obiettivo dell'assassinio a Baghdad.
Secondo loro, è stato responsabile di attacchi contro
basi americane.
Secondo
una fonte pro-resistenza vicina alle PMU, al-Saadi è stato assassinato da solo
in un'auto senza che altri compagni fossero stati assassinati, contrariamente a
quanto riferito inizialmente da una seconda persona.
[Altro] I rapporti affermano che
l'assassinio mirato ha colpito i veicoli dei comandanti di “Kataib Hezbollah”,
vale a dire “Abu Baqir al-Saadi” e “Hajj Arkan al-Alaywi.
Gli
Stati Uniti apparentemente hanno relazioni amichevoli con il governo iracheno.
La
procedura normale secondo l'"ordine internazionale basato sulle
regole" richiede che gli Stati Uniti emettano un atto d'accusa contro i
presunti autori dell'attentato alla “Torre 22” e poi lo presentino al governo
iracheno e ne chiedano l'arresto e l'estradizione.
Piuttosto
che seguire una via diplomatica, gli Stati Uniti hanno compiuto un atto di
guerra sul territorio sovrano dell'Iraq.
Questa legge dà all'Iraq – sempre in base
all'"ordine internazionale basato sulle regole" proclamato come
sacrosanto dagli Stati Uniti – il diritto di contrattaccare gli obiettivi
statunitensi.
Subito
dopo l'assassinio, gli iracheni scesero per le strade di Baghdad cantando:
"Dio è grande, l'America è il grande
Satana".
Non
vorrei essere un diplomatico americano o un ufficiale della CIA a Baghdad.
Saranno
presi di mira e non sarei sorpreso se venissero attaccati.
Questo
tipo di azione non diminuisce l'entusiasmo per l'attacco alle basi e al
personale americano in Iraq.
Esattamente
il contrario.
Con
l'Hezbollah di “£Harakat al-Nujaba” in testa in solidarietà con l'Hezbollah di”
Kata'ib,” la Resistenza Islamica in Iraq ha appena colpito la base illegale
dello “ZOG” statunitense sul giacimento petrolifero di Al-Omar a Deir Ezzor, in
Siria!
I
droni suicidi hanno causato enormi esplosioni!
Non
pensate a questo solo come al contraccolpo di “Hajj Abou Baqir al-Saadi”,
(t.me/Cultures_of_Resistance/25916?single)
(RA ) !
No, occupanti!
Questo è solo l'inizio!
Credo
che nei prossimi giorni si assisterà a un aumento significativo degli attacchi
alle basi e al personale statunitense nella regione.
Questo
molto probabilmente porterà a ulteriori attacchi da parte delle forze
statunitensi contro obiettivi all'interno dell'Iraq, che non faranno altro che
far infuriare il popolo iracheno e costringere il governo iracheno a chiedere
che gli Stati Uniti ritirino le loro forze.
Nel
peggiore dei casi, l'Iraq rompe le relazioni con Washington.
L'Iraq
non è l'unico ad essere incazzato per le buffonate di Washington.
Il
portavoce della sicurezza nazionale di Biden,” John Kirby”, ha fatto seri danni
nelle ultime ventiquattr'ore con questo stupido commento:
Conferenza
stampa ufficiale del coordinatore NSC per le comunicazioni strategiche John
Kirby - Casa Bianca , 6 febbraio 2024 :
D:
Ehi,” Kirby”. Grazie mille per averlo fatto.
Quando l'America parla di un accordo sugli
ostaggi, fa parte di un più ampio accordo di normalizzazione con l'Arabia
Saudita, o stiamo parlando di due percorsi diversi?
Kirby:
No, sono due cose diverse. [...]
...
Allo
stesso tempo, prima del 7 ottobre, stavamo discutendo con le nostre controparti
nella regione, Israele e Arabia Saudita – ovviamente, le due principali – per
cercare di andare avanti con un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia
Saudita.
Quindi
anche queste discussioni sono in corso.
Abbiamo
sicuramente ricevuto feedback positivi da entrambe le parti che sono disposte
per continuare a tenere queste discussioni.
Ma
questo è un percorso separato e non è specificamente correlato al tentativo di
mettere in atto questa prolungata pausa umanitaria. Entrambi sono davvero
importanti.
I
sauditi non hanno perso tempo e hanno lanciato una dura denuncia:
Risposta
saudita:
La lettera
è un linguaggio diplomatico per definire gli Stati Uniti un bugiardo dalla
faccia sfacciata.
Il” team di Biden” non è riuscito a imparare
che non si può fare una mousse al cioccolato appetibile con il letame di mucca.
La
rabbia contro l'Occidente non è limitata al Medio Oriente.
Stanotte
è stato pubblicato un video che mostra una coppia di gentiluomini russi che
affrontano i diplomatici britannici in un ristorante di Mosca.
La rabbia è reale e cresce.
Se la
scarpa fosse sull'altro piede e un governo straniero compisse un attacco a
Washington o a Londra, gli Stati Uniti o gli inglesi si siederebbero e non
farebbero nulla?
Certo che no.
Gli
Stati Uniti si sono abituati a usare arbitrariamente la forza militare senza un
chiaro obiettivo strategico.
Questo
non è qualcosa di unico per Biden.
Lo ha fatto Obama, lo ha fatto George W. Bush
e lo ha fatto Bill Clinton. Gli Stati Uniti l'hanno fatta franca in passato
senza subito alcun contraccolpo significativo che abbia messo in discussione
l'efficacia e la competenza della loro potenza militare.
Stiamo
assistendo a un punto di svolta.
L'uso
da parte degli Stati Uniti di agenti militari in Ucraina e Siria gli sta
letteralmente esplodendo in faccia. Idem nello Yemen.
Gli Stati Uniti continueranno a bombardare e gli “Houthi”
continueranno a lanciare missili antinave e droni.
Questo
è diretto verso un'escalation che gli Stati Uniti non possono permettersi di
combattere, soprattutto in un anno elettorale.
Gli
americani non sono psicologicamente preparati a perdere.
Questo
era il messaggio di “George Patton”.
Tuttavia,
se gli Stati Uniti continuano sulla loro attuale strada verso la pace,
falliranno e falliranno in modo spettacolare.
Sia in
Ucraina che nel Medio Oriente.
Quando
ciò accadrà, l'America sarà capovolta.
Non
sto dicendo che gli Stati Uniti non sono in grado di ottenere una vittoria
militare in teoria, ma questa linea d'azione richiederebbe agli Stati Uniti di
sottoporsi a una massiccia mobilitazione e a una ristrutturazione dell'economia
al fine di ricreare una base industriale competente che possa sostenere e
sostenere un racconto di sforzo.
Questo
non accadrà.
È più
probabile che le attuali campagne militari statunitensi distruggano l'influenza
americana all'estero e scatenino disordini interni che creeranno il caos in
tutta l'America.
Il
popolo degli Stati Uniti imparerà una dura lezione:
ci
sono limiti a ciò che può essere ottenuto con la forza militare convenzionale.
Israele-Palestina:
discutere
la guerra.
Laterza.it
– Redazione – (31-1-2024) – ci dice:
Sono
passati quasi quattro mesi dal massacro di civili israeliani da parte di
“Hamas” e dall’inizio dell’operazione militare lanciata da Israele a Gaza.
Della
guerra, che ha provocato decine di migliaia di morti, non si intravede la
conclusione.
Rigettando
tutti gli appelli per il cessate il fuoco, a partire da quelli delle Nazioni
Unite, il primo ministro israeliano, “Benjamin Netanyahu” ha dichiarato più
volte che il conflitto durerà a lungo, tutto il tempo necessario ad eliminare
completamente “Hamas”.
Ha
inoltre escluso che quando la guerra sarà finita si possa comunque creare uno”
Stato palestinese”, perché “la sicurezza di Israele richiede il controllo
militare di tutto il territorio dal Giordano al mare”.
Per
parte sua “Hamas”, pur essendo in corso una trattativa per un temporaneo
cessate il fuoco per favorire il rilascio degli ostaggi israeliani, non recede
dal suo obiettivo di “cancellare lo stato di Israele”.
L’amministrazione
“Biden” dal canto suo continua a oscillare tra il rifiuto della richiesta di
cessate il fuoco (con la motivazione che ciò favorirebbe “Hamas”) e l’invito a Israele a tener
maggiormente conto delle regole internazionali sul rispetto dei diritti umani.
Regole
evocate anche dalla “Corte internazionale di giustizia dell’Aja” che (su
iniziativa del Sudafrica) verificherà l’”esistenza di un genocidio dei
palestinesi” a Gaza.
L’aspetto
di tragico di non componibilità del conflitto nella striscia di Gaza sembra
anche questo:
che
gli attuali protagonisti dello scontro non hanno interesse alla sua cessazione.
“Hamas”
– non l’intera comunità palestinese di Gaza – ha scientemente provocato la
reazione israeliana con il selvaggio attacco del 7 ottobre.
Il
governo “Netanyahu “– non l’intera comunità israeliana – ha scientemente
scatenato una risposta militare a tutto campo che tratta i morti civili come
‘danni collaterali’.
Ma non
tutti gli israeliani la pensano così:
nelle
ultime settimane le voci critiche, anche in Israele si sono moltiplicate.
Su
“Haaretz” l’ex primo ministro “Olmert” ha scritto che tutta l’efficienza
dell’esercito israeliano non basterà a sconfiggere “Hamas”.
E
comunque, la guerra in corso ha alimentato l’odio verso Israele, anche nelle
nuove generazioni di palestinesi (i sondaggi dicono che il consenso verso “Hamas” è
aumentato anche nella” West Bank”).
Possiamo aspettare – come sostenuto dal leader
del partito della “Nuova Destra” “Naftali Bennett” in una intervista alla “BBC”
– che i bambini palestinesi siano educati su nuovi libri di testo e, potremmo
aggiungere, che si dimentichino dei loro genitori, dei fratelli, delle sorelle,
e degli amici uccisi dai soldati israeliani?
Ma il
tempo lungo della guerra non sembra essere un problema per “Netanyahu”, forse
anche perché la sua carriera politica sembra ormai appesa al conflitto militare.
È
certo alcuni esponenti del suo governo contano proprio su una guerra lunga per
ridurre drasticamente la popolazione palestinese residente in Palestina, fino
al punto da farla diventare una minoranza trascurabile.
‘Dobbiamo
incoraggiare l’emigrazione dalla striscia di Gaza’ ha dichiarato alla radio
militare israeliana il ministro delle finanze” Bezalel Smotrich” in una
intervista ripresa dal “New York Times”.
‘Se a Gaza ci fossero 100 o 200.000 arabi
anziché 2.000.000 la questione si porrebbe in modo molto diverso ’.
Dello
stesso tenore le dichiarazioni del ministro della sicurezza nazionale, “Itamar
Ben Gvir”.
Idee
che certamente condividono molti tra i coloni che, ogni giorno, sostengono in armi il progetto di
conquista di ogni parte della Palestina.
E con
loro gli israeliani che hanno votato per i partiti di destra oggi al governo,
impauriti ed esasperati dalla sequenza di atti terroristici compiuti negli anni
da “Hamas” e da “altre organizzazioni militari e terroristiche palestinesi”,
convinti che la stragrande maggioranza dei palestinesi non accetterà mai
l’esistenza dello Stato d’Israele.
Ma
altri israeliani non la pensano così:
non
quelli che leggono “Haaretz”, su cui “Amira Hass” ha scritto che occorre dire
basta alla guerra e” Gideon Levy” ha denunciato la disumanizzazione dei
palestinesi da parte dei media del suo paese.
Nelle
settimane scorse l’opinione di questi israeliani ha cominciato ad esprimersi di
nuovo attraverso manifestazioni di piazza – come era avvenuto prima del 7
ottobre – che chiedono a gran voce tanto la “liberazione degli ostaggi” quanto
le “dimissioni di Netanyahu”.
Ma i
sondaggi continuano a indicare che la maggioranza degli israeliani è a favore
della continuazione della guerra.
E quale sarà l’atteggiamento degli ebrei della
diaspora, la cui opinione influisce in maniera significativa sui governi dei
paesi occidentali?
Come
ha dichiarato uno dei maggiori studiosi palestinesi del conflitto, “Rashid
Khalidi”, le guerre si concludono non solo in base ai risultati militari ma
anche alle reazioni dell’opinione pubblica.
Se è
vero che questa non è una guerra locale, perché potrebbe allargarsi e
coinvolgere molti altri paesi, come reagirà l’opinione pubblica occidentale?
Saremo
in grado di discutere in maniera lucida e fondata un tema così complesso e
divisivo?
Gaza,
smettiamola di fare ‘la scorta’
al
genocidio dei palestinesi.
Ilfattoquotidiano.it
-Paolo Ferrero – (9 gennaio 2024) – ci dice:
Quello
che sta succedendo a “Gaza” in questi ultimi tre mesi è indicibile. Sotto gli
occhi di tutti e tutte sono state assassinate oltre 20.000 persone di cui oltre
10.000 bambini.
Gli
ospedali non funzionano più ed ogni giorno tra i bambini sopravvissuti ve ne
sono dieci che subiscono un’amputazione.
Le
scene di violenze gratuite dell’esercito israeliano sulla popolazione civile
palestinese non si contano più.
Ministri
israeliani hanno parlato esplicitamente dei palestinesi come di bestie e le
strategie militari attuate sono fondate sulla violenza da infliggere alla
popolazione civile.
Parte integrante di questa strategia militare
è basata sulla distruzione delle case di abitazione e delle infrastrutture
civili in modo da rendere impossibile la vita agli abitanti di Gaza e di porre
le condizioni per una deportazione di massa della popolazione palestinese.
Siamo, giorno dopo giorno, settimana dopo
settimana, mese dopo mese, al genocidio deliberato e pianificato finalizzato
alla pulizia etnica e alla deportazione della popolazione palestinese.
Mentre
scrivo inorridisco, perché i crimini posti in essere con tragica e regolare
pianificazione, sono puro orrore che accade alla luce del sole.
Inorridisco
e penso che molti di voi lettori smetteranno di leggere oppure non avranno
nemmeno cominciato l’articolo perché infastiditi da questo orrore:
quante
persone non riescono più a reggere il livello di violenza che quotidianamente
entra nelle nostre case attraverso gli schermi televisivi…
Perché
quanto sta accadendo a Gaza accade sotto i nostri occhi, accade in diretta, tra
una pubblicità e l’altra.
La banalità del male dei campi di
concentramento nazisti è venuta alla luce pienamente dopo la guerra:
si è saputo dopo, quando non erano più.
A Gaza
la banalità del male va in onda in contemporanea e mentre guardiamo il
telegiornale delle 19 sappiamo che il domani sarà uguale, carico di orrore
disumano come ieri.
Tutto
ciò è inaccettabile.
Corte
Internazionale di Giustizia:
misure
cautelari contro Israele
per
impedire il genocidio.
Altalex.com
– Sara Occhipinti, Avvocato– (9-2-2024) – ci dice:
L'uccisione
di quasi 26.000 palestinesi in risposta all’attacco sferrato da “Hamas” il 7
ottobre 2023 aveva mosso il Sudafrica a presentare il ricorso.
Con
l’ordinanza n. 192 del 26 gennaio 2024 (testo in calce) la Corte internazionale
di Giustizia, ha adottato misure cautelari nei confronti dello stato di
Israele, accusato con ricorso del Sud Africa di violazioni della Convenzione
contro il crimine di genocidio.
Era
stato presentato a dicembre dalla Repubblica del Sud Africa il ricorso alla
Corte internazionale di Giustizia contro Israele per le violazioni della
Convenzione contro il crimine di genocidio.
L’uccisione
di quasi ventiseimila palestinesi in risposta all’attacco sferrato da Hamas in
Israele il 7 ottobre scorso, ha mosso Il
Sud Africa a presentare ricorso alla “Corte Internazionale di Giustizia” per
chiedere di accertare le violazioni di Israele e adottare adeguate misure
cautelari per sospendere le operazioni militari nella “Striscia di Gaza”.
Israele
ha respinto ogni accusa, ribadendo come già aveva fatto negli ultimi mesi, in
altri contesti e documenti, che gli atti di cui si lamenta il Sudafrica non
sono in grado di rientrare nelle disposizioni della Convenzione sul genocidio,
perché non sarebbe provata, nemmeno su una base” prima facie”, l’intenzione
specifica necessaria di distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese
come tale.
Israele
difende le operazioni militari degli ultimi mesi come animate dalla sola
intenzione di reagire alle atrocità del 7 ottobre 2023, di porre fine alle
minacce e di liberare gli ostaggi.
L’assistenza
umanitaria e le pratiche di riduzione del danno civile, dimostrerebbero
l’assenza di qualsiasi intento genocida.
La
Corte di Giustizia, pur rinviando alla “fase di merito” la verifica sulla
esistenza di violazioni da parte di Israele degli obblighi della “Convenzione
sul genocidio”, con l’ordinanza del 26 gennaio 2024 ha deciso comunque di
adottare alcune delle misure cautelari richieste dal Sud Africa, ritenendo
“plausibile” l’esistenza di un genocidio.
“I
Palestinesi” si legge nell’ordinanza “sembrano costituire un gruppo distintivo
nazionale, etnico, razziale o religioso e quindi un gruppo protetto nel
significato dell’”Articolo II della Convenzione sul Genocidio”, “la popolazione
nella striscia di Gaza supera i 2 milioni di persone” e “i palestinesi nella
striscia di Gaza costituiscono una parte sostanziale del gruppo protetto”.
L’operazione
militare di Israele, prosegue la Corte, ha determinato, in base ai dati
dell’ufficio delle “Nazioni unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari”,
l’uccisione di 25700 palestinesi, 63
mila feriti, 260 mila case distrutte e 1,7 milioni di sfollati.
Pertanto, spiega la Corte “almeno alcuni dei
diritti sostenuti dal Sudafrica e per i quali cerca protezione sono
plausibili.”
E plausibili sono anche, secondo la Corte,
alcune delle misure cautelari richieste per garantire l’ottemperanza di Israele
agli obblighi della “Convenzione” ed impedire pregiudizi irreparabili.
Il
provvedimento del 26 gennaio 2024 ordina ad Israele di impedire la commissione
di tutti gli atti che rientrano nel campo di applicazione dell’”articolo II
della Convenzione” (uccisione, gravi lesioni, inflizione di condizioni di vita che
determinano la distruzione fisica e misure intese a prevenire le nascite
all’interno del gruppo; atti che devono essere commessi con l’intento di
distruggere in tutto o in parte un gruppo come tale).
Israele dovrà anche garantire con effetto immediato
che le sue forze militari non commettano nessuno degli atti sopra descritti, e
adottare tutte le misure a sua disposizione per prevenire e punire
l’istigazione diretta e pubblica di atti di genocidio contro il gruppo palestinese.
L’”ordinanza
impone ad Israele” di adottare immediate misure per consentire la fornitura di
servizi di base e assistenza umanitaria in favore dei palestinesi, e misure
efficaci per prevenire la distruzione e garantire la conservazione delle prove
relative all’accusa di genocidio.
Israele
dovrà presentare un “rapporto alla Corte” su tutte le misure adottate per dare
attuazione all’ordinanza entro un mese.
L’ordinanza tuttavia non ordina ad Israele il
cessate il fuoco, come invece chiedeva il ricorrente Sud Africa.
Ad
ogni modo il provvedimento ai sensi dell’”art. 41 dello Statuto di Roma”, ha
effetto vincolante e crea un vero e proprio obbligo giuridico internazionale
che lo Stato israeliano dovrà onorare.
“Gazacaust”:
attribuire la colpa
al
posto giusto - 36 milioni.
Unz.com
- Intervista di “Mike Whitney” con” Ron Unz” – (5-2-2024) – ci dicono:
"Israele
non ha assolutamente alcun motivo legittimo per i suoi attacchi a Gaza".
Domanda
1: La sentenza della “Corte Internazionale di Giustizia” sul genocidio.
Secondo
lei la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul
"genocidio" è convincente o sopravvalutata?
Ron
Unz:
Fin
dall'inizio sono stato estremamente riluttante a caratterizzare l'attacco israeliano a Gaza come un
"genocidio" perché l'uso di quel termine è diventato così
selvaggiamente gonfiato e distorto negli ultimi anni, convertito dai disonesti
governi occidentali e dai loro media mainstream lacchè in un'arma di propaganda
usata per diffamare i paesi i cui governi cercano di indebolire.
La
maggior parte delle persone intende per "genocidio" l'uccisione di
un'ampia frazione di un dato gruppo di popolazione come parte di uno sforzo
mirato allo sterminio totale.
Ma all'inizio del 2021, l'amministrazione
Trump uscente e i funzionari entranti Biden hanno entrambi dichiarato
pubblicamente che il governo cinese stava commettendo un "genocidio"
contro il popolo uiguro della provincia dello Xinjiang nonostante non avesse
fornito alcuna prova che un numero significativo di uiguri fosse stato
effettivamente ucciso.
E i
media hanno fortemente promosso quelle accuse.
Se i leader politici bipartisan dell'America e
i nostri media mainstream complici possono dichiarare un "genocidio"
senza alcun omicidio apparente, la parola è diventata così totalmente corrotta
che sono riluttante a prendere in considerazione l'idea di usarla.
Tuttavia,
in senso strettamente tecnico, questa situazione ridicola è effettivamente
possibile.
Il termine "genocidio" fu
originariamente inventato intorno al 1944 da un propagandista ebreo di nome
“Raphael Lemkin” , che lo usò come mezzo per stigmatizzare e diffamare la
Germania nazista.
L'inizio del lungo articolo di “Wikipedia “sul
“Genocidio” spiega come la definizione presto adottata ufficialmente dalle
Nazioni Unite includesse situazioni che comportavano pochi o nessun omicidi
reali.
Nel
1948, la Convenzione delle Nazioni Unite” sul genocidio ha definito il genocidio e definiva “il genocidio” come uno
qualsiasi dei cinque "atti commessi con l'intento di distruggere, in tutto
o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso".
Questi
cinque atti erano:
uccidere
membri del gruppo, causare loro gravi danni fisici o mentali, imporre
condizioni di vita intese a distruggere il gruppo, impedire le nascite e
trasferire con la forza i bambini fuori dal gruppo.
Le
vittime vengono prese di mira a causa della loro appartenenza reale o percepita
a un gruppo, non in modo casuale.
Data
la nebulosa definizione di "grave danno fisico o mentale", nel corso
dei decenni gli accademici di sinistra hanno spesso denunciato il "genocidio culturale", in cui un governo usa il suo
potere per assimilare un gruppo minoritario nella lingua e nelle pratiche
culturali della maggioranza.
Ad
esempio, un secolo fa il Canada istituì un sistema di scuole pubbliche
residenziali per insegnare l'inglese e gli stili di vita moderni ai bambini
amerindi provenienti da ambienti tribali svantaggiati.
All'epoca, la politica era considerata uno
sforzo benevolo e illuminato per aiutarli a integrarli nella società canadese
tradizionale, ma negli ultimi anni quel progetto educativo è stato denunciato
come "genocidio
culturale".
Un
problema evidente con questa definizione così ampia di "genocidio" è
che include troppi casi storici.
Usato
in modo così ampio, potrebbero esserci state molte dozzine o addirittura
centinaia di diversi "genocidi" in tutto il mondo negli ultimi dieci
o vent'anni, e se tutto è un "genocidio ", allora niente è un
"genocidio", con i potenti termine politico svuotato di ogni impatto.
Tuttavia,
nonostante tutte queste serie preoccupazioni, penso che le azioni militari
israeliane a Gaza siano state così estreme, così indiscriminate e così massicce
da rientrare in una categoria completamente diversa.
Quasi
il 70% degli abitanti di Gaza uccisi erano donne o bambini, un profilo
demografico molto vicino a quello della popolazione generale di Gaza.
Dal
momento che “Hamas” è composto interamente da maschi adulti, ciò indica che
quasi tutte le morti sono state di civili disarmati, il che è quasi senza
precedenti nei conflitti militari degli ultimi decenni.
Tuttavia,
tale carneficina non sorprende affatto, dato il bombardamento enormemente
pesante da parte di Israele di quel centro urbano densamente popolato con le
più grandi bombe non guidate del suo arsenale.
Dopo
meno di un mese, gli israeliani avevano già sganciato più esplosivi del
tonnellaggio corrispondente alle armi nucleari usate a Hiroshima e Nagasaki, e
da allora hanno accelerato i loro attacchi, distruggendo 100.000 edifici locali
e lasciando quasi due milioni di abitanti di Gaza senza casa.
All'inizio
di dicembre, il “Financial Times” ha riferito che la distruzione inflitta
all'indifesa zona settentrionale di Gaza dopo appena sette settimane di
attacchi israeliani era simile a quella subita dalle città tedesche più colpite
dopo anni di bombardamenti a tappeto alleati durante la Seconda Guerra
Mondiale, un paragone sorprendente.
Alla
base di una combinazione di fatti da raccontare, penso che fosse molto
ragionevole per la sentenza quasi unanime della “Corte Internazionale di
Giustizia” che c'erano prove evidenti che gli abitanti di Gaza erano a serio
rischio di subire un potenziale genocidio per mano degli israeliani.
Lo stesso governo israeliano ha nominato uno
dei giudici della Corte Internazionale di Giustizia che si occupava del caso,
scegliendo un ex presidente della “Corte Suprema israeliana,” ma ha votato
insieme agli altri giudici che il governo israeliano deve prendere tutte le
misure per prevenire e punire l'incitamento al genocidio contro i palestinesi
di Gaza.
Domanda
2: Possibile giustificazione israeliana.
Secondo
lei, c'è qualche difesa per il comportamento di Israele a Gaza?
E lei è in qualche modo in sintonia con la
posizione dichiarata di Israele (che ha bisogno di sconfiggere “Hamas” per difendere
la propria sicurezza nazionale)?
Ron
Unz:
Israele non ha assolutamente alcun motivo
legittimo per i suoi attacchi a Gaza negli ultimi quattro mesi, e man mano che
vengono alla luce sempre più fatti, i tentativi di giustificazione sono
diventati sempre più deboli.
“Hamas”
è salito al potere nel 2007 in seguito a libere elezioni organizzate e
giudicate giuste dagli americani, ma dopo quella sorprendente vittoria alle
urne, Israele e l'Occidente hanno orchestrato un tentativo fallito di ribaltare
il voto con la forza militare.
Come
ho spiegato a dicembre, il fallimento di quel colpo di stato ha portato Israele
a imporre un blocco e un assedio molto duri su Gaza.
Per
oltre quindici anni, più di due milioni di abitanti palestinesi di Gaza sono
stati rigidamente confinati in quello che “Human Rights Watch” e altre
importanti organizzazioni internazionali hanno ampiamente descritto come la prigione o campo di concentramento
a cielo aperto più grande del mondo, con tutto il loro cibo, carburante, medicine, e il
movimento verso l'esterno strettamente controllato dai loro sequestratori
israeliani.
Quando
nel 2018 gli abitanti di Gaza iniziarono a organizzare per mesi grandi marce
pacifiche e disarmate per protestare contro la loro terribile situazione,
furono massacrati dalle truppe israeliane, con molte migliaia di morti o
feriti.
Nel
1960, durante l'apartheid in Sud Africa, un'unica marcia di protesta piuttosto
violenta contro alcuni aspetti del governo della minoranza bianca provocò 69
morti e inorridì il mondo intero, che lo proclamò "il massacro di
Sharpesville".
Ma
dato lo stretto controllo sui media globali da parte degli ebrei e di altre
forze filo-israeliane, il numero enormemente maggiore di morti inflitte ai
manifestanti di Gaza, totalmente disarmati, è stato quasi del tutto ignorato.
Questa storia straordinaria è stata raccontata
in un documentario sull'argomento ampiamente apprezzato nel 2019 dalla regista “Abby
Martin”, un'americana solidale con gli abitanti di Gaza, nonché nella sua più
recente intervista sullo stesso argomento.
Il
governo americano e i media americani glorificano incessantemente le marce di
protesta per i diritti civili degli anni '50 guidate da Martin Luther King, Jr.
e altri e hanno ferocemente denunciato i brutali pestaggi che quei manifestanti
illegali a volte ricevevano per mano della polizia del Sud.
Ma
immaginare la reazione se migliaia di quei manifestanti neri fossero stati
abbattuti dai cecchini militari americani.
La
differenza fondamentale è che i “media globali occidentali”, uniformemente
filo-israeliani, hanno nascosto per decenni questi fatti, permettendo agli
israeliani di farla letteralmente franca con gli omicidi.
Nel
frattempo, il governo israeliano aveva speso centinaia di milioni di dollari
per costruire massicce difese fortificate intorno a Gaza, che secondo loro
avevano completamente eliminato la possibilità di qualsiasi incursione da parte
di” Hamas”.
Pertanto,
quando l'attacco di “Hamas,” di grande successo, ha violato quelle difese, gli
israeliani compiacenti e troppo sicuri di sé sono stati completamente presi dal
panico, e ai loro elicotteri Apache è stato ordinato di far esplodere qualsiasi
cosa si muovesse con missili Hellfire, uccidendo un gran numero di civili
israeliani.
I totali esatti sono incerti, ma sulla base
delle prove penso che la maggioranza, probabilmente una sostanziale maggioranza
di tutti i civili israeliani disarmati uccisi il 7 ottobre siano effettivamente
morti per mano delle loro stesse forze militari dal grilletto facile, e forse
solo pochi -da 100 a 200 persone - uccise dai combattenti di “Hamas”, in molti
casi inavvertitamente.
Questi
fatti probabilmente non sorprendono dal momento che l'obiettivo principale
dell'attacco di “Hamas” era quello di catturare ostaggi israeliani che potevano
poi essere scambiati con le migliaia di prigionieri palestinesi detenuti senza
processo nelle carceri israeliane, a volte per anni e in condizioni brutali.
Ho
discusso di questi problemi in diversi articoli, a partire dalla fine di
ottobre, spiegando anche che, dal momento che i combattenti di “Hamas “avevano
apparentemente ucciso così pochi civili, Israele e i suoi alleati mediatici
avevano disperatamente fatto ricorso alla promozione delle più oltraggiose
bufale delle atrocità per sostenere la loro causa morale per i massicci
bombardamenti di rappresaglia su Gaza che stavano scatenando.
L'ultima
ondata di affermazioni molto dubbie si è concentrata su storie di seconda mano
di stupri di gruppo e mutilazioni sessuali di “Hamas”.
Questi
resoconti sono venuti alla luce solo due mesi dopo gli eventi in questione e
mancavano di qualsiasi prova forense a sostegno, con molte delle affermazioni
provenienti dagli stessi individui dietro la bufala dei bambini decapitati,
suggerendo che si tratta di stratagemmi propagandistici altrettanto disperati.
I giornalisti “Max Blumenthal”, “Aaron Mate” e
altri hanno discusso dell'estrema credulità del” Times” e di altri “media” nel
promuovere queste storie palesemente fraudolente.
Molti di questi punti sono riassunti in una
breve discussione video.
Nel
frattempo, consideriamo la prova molto forte del silenzio.
Secondo
le notizie, i militanti di “Hamas” attaccanti indossavano “piccole videocamere
GoPro”, che registravano tutte le loro attività, e gli israeliani ne
recuperarono molte dai loro corpi e iniziarono ad esaminare attentamente
centinaia di ore di questo ampio filmato.
Sicuramente
avrebbero presto pubblicato una raccolta di video che fornisse tutte le prove
incriminanti che avessero trovato, ma non sono a conoscenza di un singolo clip
pubblico che mostri tali brutali atrocità o uccisioni di massa, suggerendo
fortemente che molto poco di ciò sia accaduto.
In
effetti, la Zona Grigia ha scoperto che la fotografia principale fornita di una
donna israeliana presumibilmente violentata e uccisa si è rivelata in realtà
essere quella di una combattente curda di anni prima che era stata recuperata
da Internet, dimostrando l'apparente disperazione e disonestà dei
professionisti e propagandisti israeliani che promuovono queste storie.
Ma
data l'umiliazione nazionale totale, la reazione militare israeliana volta a
punire i civili indifesi di Gaza è stata enormemente brutale, probabilmente già
uccidendo oltre 30.000 vittime, in maggioranza donne e bambini.
Quasi tutti gli ospedali di Gaza sono stati
distrutti, insieme alle università locali, alle scuole, alle moschee, alle
chiese e agli edifici amministrativi.
Pochi giorni fa, il “New York Times” ha
pubblicato un articolo in cui evidenziava il diffuso ricorso israeliano alle
demolizioni controllate per distruggere deliberatamente tutte queste
infrastrutture civili.
L'intento
evidente è quello di rendere l'intera area inabitabile e scacciare
permanentemente i palestinesi da Gaza.
È
utile confrontare questa campagna di ritorsione israeliana di distruzione
massiccia con il modo in cui altri paesi hanno reagito sulla scia di eventi
simili.
Ad esempio, nel 1946 militanti sionisti
vestiti da arabi bombardarono il “King David Hotel” di Gerusalemme, uccidendo
91 persone in uno dei peggiori attacchi terroristici della storia fino a quella
data, con la stragrande maggioranza delle vittime civili.
Sarebbe
stato impensabile che gli inglesi avessero risposto lanciando una massiccia
campagna di bombardamenti contro i centri abitati ebraici della Palestina,
uccidendo migliaia o decine di migliaia di ebrei, e sarebbero stati
universalmente condannati dal mondo come il peggior tipo di guerra criminale se
lo avessero fatto.
Allo
stesso modo, a partire dai primi anni '70, l'IRA lanciò un'enorme ondata di
terrorismo contro obiettivi militari e civili britannici, compresi
bombardamenti nel centro di Londra, e di conseguenza molte centinaia di persone
morirono.
Nel
1984, l'IRA piazzò un'enorme bomba nell'”hotel di Brighton” utilizzato per una
conferenza del partito conservatore, uccidendo o ferendo gravemente molti
importanti funzionari britannici, con il primo ministro “Margaret Thatcher” e
gran parte del suo governo che scamparono per un pelo alla morte.
L'IRA
godeva di un notevole sostegno popolare tra i cattolici sia dell'Irlanda del
Nord che della Repubblica Irlandese, eppure gli inglesi sarebbero stati
considerati totalmente pazzi se avessero risposto con una massiccia campagna di
bombardamenti strategici contro quei centri abitati civili irlandesi.
Quando
i paesi si comportano come cani rabbiosi davanti agli occhi del mondo intero,
possono incolpare solo se stessi per le conseguenze finali.
Domanda
3: Ragioni demografiche.
Ci
sono ragioni demografiche per cui Israele vorrebbe espellere i palestinesi da
Gaza o è tutta una questione di “Hamas”?
Ron
Unz:
L'obiettivo sionista è sempre stato quello di
stabilire Israele come uno stato ebraico etnicamente puro, scacciando tutti i
palestinesi nativi.
Nel
1948, le milizie sioniste sfiorarono il raggiungimento di quell'obiettivo,
conquistando quasi l'80% del territorio ed espellendo violentemente quasi un
milione di palestinesi dalla loro antica patria, uccidendone molti in quel
brutale processo di pulizia etnica.
Il rammarico principale era che alcuni
palestinesi fossero ancora rimasti quando una tregua pose fine ai
combattimenti, ma il risultato fu comunque la creazione di uno stato a
maggioranza ebraica.
Sebbene
le “Nazioni Unite” abbiano richiesto a Israele di consentire ai rifugiati
palestinesi di tornare alle case da cui erano fuggiti giorni o settimane prima,
il governo israeliano ha sempre ignorato tale richiesta, spesso sparando e
uccidendo qualsiasi civile palestinese che tentasse di farlo.
Ho
discusso della storia delle origini di Israele in un lungo articolo di
dicembre.
(American
Pravda: La Nakba e l'Olocausto).
Tuttavia,
nel 1967, gli israeliani lanciarono improvvisamente un attacco a sorpresa
contro l'Egitto e gli altri vicini arabi, conquistando Gaza e la Cisgiordania
con i loro milioni di palestinesi, molti dei quali erano rifugiati che erano
stati precedentemente espulsi dalle loro case in Israele due decenni prima.
L'annessione di questi nuovi territori avrebbe
richiesto a Israele di concedere la cittadinanza ai suoi residenti non ebrei,
spostando gravemente l'equilibrio demografico complessivo, quindi nonostante
gli infiniti negoziati di pace, sono rimasti di fatto sotto l'occupazione
israeliana per più di mezzo secolo, anche se i loro territori palestinesi le
popolazioni sono in costante aumento.
Un
ulteriore vincolo politico sui governi israeliani è stato il crescente potere
politico del blocco elettorale religioso di destra, che considera quei
territori occupati come le terre sacre e divinamente ordinate del loro “Grande
Israele” ed è quindi assolutamente contrario a rinunciare a qualsiasi parte di
esso, soprattutto al fine di creare uno Stato palestinese.
Inoltre, durante quei lunghi decenni di
occupazione, i governi israeliani hanno creato molti insediamenti ebraici, la
maggior parte dei quali erano fanatici religiosi, determinati a conservare la
terra e a scacciare i palestinesi esistenti.
Nelle
ultime tre generazioni, il numero dei palestinesi è cresciuto più rapidamente
di quello degli ebrei, e ora costituiscono quasi esattamente la metà della
popolazione del previsto “Grande Israele”, che ora comprende 7,2 milioni di
ebrei e 7,2 milioni di palestinesi.
Quindi, se ai palestinesi venissero concessi i
diritti civili, Israele cesserebbe immediatamente di essere uno stato ebraico.
Pertanto,
prima del 7 ottobre 2023, la strategia israeliana era stata quella di mantenere
uno stato di apartheid in Cisgiordania, confinando i palestinesi di Gaza in
quella che equivaleva ad una prigione a cielo aperto.
Ma il
sorprendente successo del “raid di Hamas” ha distrutto queste illusioni
politiche, infliggendo perdite molto pesanti alle forze militari israeliane e
causando anche la morte di molti civili.
Con
l'apartheid che non è più considerata un'opzione praticabile a lungo termine.
Avevo
discusso alcuni di questi problemi in un'intervista podcast di ottobre.
Domanda
4: L'UNRWA e la fame palestinese.
I
leader israeliani sanno che se riusciranno a togliere i fondi all'”UNRWA”,
decine di migliaia di palestinesi moriranno di fama. Eppure, tra i membri della”
Knesset”, c'è un sostegno quasi unanime per questa politica.
Che
cosa dobbiamo pensare di tutto ciò?
Israele
vuole davvero far morire di fama due milioni di palestinesi o ha qualche altro
obiettivo in mente?
Ron
Unz:
Negli
ultimi mesi, gli israeliani hanno severamente limitato l'importazione di cibo,
acqua e medicine a Gaza così che ci sono già fame e sete diffuse, con un alto
funzionario delle Nazioni Unite che descrive la conseguente carestia come
" crisi senza precedenti".
Secondo
questi rapporti, i palestinesi di Gaza costituiscono oggi circa l'80% di tutte
le persone nel mondo che affrontano una fame catastrofica.
Inoltre,
numerosi importanti leader israeliani hanno utilizzato un linguaggio
esplicitamente genocida nei confronti di questa popolazione palestinese.
Secondo
“Max Blumenthal”, i sondaggi sull'opinione pubblica israeliana hanno mostrato
che il 98% degli ebrei israeliani sostiene la massiccia distruzione inflitta a
Gaza e in effetti oltre il 40% pensa che gli attacchi militari del governo
israeliano siano stati troppo contenuti e dovrebbero essere più forti.
Combinando
queste diverse prove, dubito che molti membri della “Knesset” rimarrebbero
sgomenti se un gran numero di abitanti di Gaza cominciassero a morire di fame,
soprattutto se tali condizioni terrificanti alla fine riuscissero a spingerli
in Egitto e costringere il governo egiziano ad accettarli, svuotando così
l'enclave e consentendo a Israele di occuparla e annetterla permanentemente.
Come
minimo, i leader israeliani potrebbero credere che una simile fame di massa tra
i civili di Gaza costringerebbe “Hamas” ad accettare la sconfitta e ad
accettare di rilasciare i restanti prigionieri.
Quindi
il piano dietro la sospensione occidentale del sostegno finanziario all'”UNRWA”
potrebbe basarsi su obiettivi israeliani, che includono un misto di punizione e
ulteriore pressione per l'espulsione dei palestinesi o la resa di “Hamas”.
Nel frattempo, i media occidentali hanno
sfruttato la pesante copertura di quelle accuse infondate contro l'”UNRWA” per
evitare di riportare il drammatico voto contro Israele da parte dell'”IJC “che
lo aveva immediatamente proceduto.
Le
vere ragioni addotte dagli Stati Uniti e da molti dei loro alleati per tagliare
i finanziamenti all'”UNRWA” e iniziare a far morire di fama i palestinesi
sembravano del tutto irragionevoli.
Secondo
i resoconti dei media, l'”UNRWA” impiega circa 30.000 residenti di Gaza.
Con
così tanta Gaza distrutta e con così tanti abitanti di Gaza sull'orlo della
fame, ci sono video che mostrano gruppi di attivisti israeliani che bloccano
l'ingresso di camion che trasportano cibo e acqua a quella popolazione
disperata, e sicuramente quasi tutti nel mondo condannano quel mostruoso
comportamento.
Eppure i leader politici di America, Gran
Bretagna, Germania e molte altre nazioni occidentali che si vantano
incessantemente dei propri principi umanitari stanno ora facendo più o meno la
stessa cosa, cercando di tagliare le forniture di cibo a milioni di civili
affamati, azioni assolutamente oltraggiose ignorate dalla maggior parte dei
paesi.
il
pubblico è americano, a cui è stato fatto con successo il lavaggio del cervello
da parte dei nostri media mainstream.
Domanda
5: Una guerra di narrazioni.
L'operazione
di Israele a Gaza è, in larga misura, una guerra di narrazioni.
Da un
lato abbiamo il termine altamente politicizzato "genocidio" e
dall'altro abbiamo il termine altrettanto politicizzato "antisemitismo".
Non
riesco a ricordare nessun conflitto in cui la lingua abbia giocato un ruolo più
importante o abbia riassunto le opinioni delle parti in conflitto.
Sei
d'accordo sul fatto che, al di là delle reali ostilità e violenze, è in corso
una battaglia narrativa in cui i due principali nemici brandiscono la propria
particolare terminologia per sopraffare l'altro?
Chi
pensi che stia vincendo quella guerra?
Ron
Unz:
Penso che gli attivisti politici che
condannano l'attacco militare israeliano a Gaza abbiano rapidamente iniziato a
usare l'accusa incendiaria di "genocidio" per drammatizzare il loro
caso e anche per contrastare le pesanti accuse di "antisemitismo" che
hanno dovuto affrontare da parte dei loro oppositori filo-israeliani.
Ma questo approccio ha comportato alcuni gravi
insuccessi.
Ad
esempio, quando gli studenti manifestanti ad” Harvard” e in altri “college
d'élite” hanno esposto cartelli che denunciavano il "genocidio" o lo
hanno gridato durante le loro manifestazioni pubbliche, i loro oppositori hanno
affermato disonestamente che stavano pubblicamente chiedendo il genocidio degli
ebrei.
Ciò ha permesso alle forze filo-israeliane di
impiegare il loro schiacciante potere politico e mediatico per promuovere
quella ridicola argomentazione e usarla per forzare le dimissioni dei
presidenti di “Harvard” e” U Penn”, determinando un'epurazione ideologica senza
precedenti dei vertici delle scuole della “Ivy League”.
Penso
anche che l'introduzione di quel termine possa aver contribuito a fare
pressione su “Elon Musk “per bannare su “Twitter” chiunque abbia usato il
popolare slogan progressista "Dal fiume al mare", sostenendo che
rappresentava un appello al "genocidio ebraico" piuttosto che
semplicemente la sostituzione di Israele con uno stato democratico laico con
uguali diritti sia per gli ebrei che per i palestinesi.
D'altra
parte, ora che una maggioranza quasi unanime della “Corte Internazionale di
Giustizia” ha stabilito che i palestinesi di Gaza sono effettivamente
potenzialmente a rischio di subire un simile genocidio per mano di Israele,
tali accuse sono diventate molto più sostanziali e legittime, anche se i media
mainstream occidentali hanno fatto tutto il possibile per evitare di riportare
quella storia importante, probabilmente impedendo alla maggior parte del
pubblico di venirne a conoscenza.
C'è
anche un divario molto forte basato sull'età e sulle fonti di informazione.
Per
generazioni, la carta stampata e i media radiotelevisivi americani hanno
presentato un resoconto estremamente unilaterale e filo-israeliano del
conflitto in Medio Oriente, ed è improbabile che individui immersi per decenni
in una propaganda così potente cambino improvvisamente le loro opinioni, quindi
i sondaggi mostrano che loro sono ancora molto favorevoli a Israele.
Tuttavia,
gli americani più giovani sono meno radicati nelle loro convinzioni e spesso
ottengono la loro conoscenza degli eventi dai social media e dalle piattaforme
video, che sono molto meno sotto il controllo totale dei propagandisti
filo-israeliani.
Pertanto, i sondaggi rivelano che le loro
opinioni sono molto più equamente divise, o addirittura propendono maggiormente
per la parte palestinese.
Nel
frattempo, nel resto del mondo, al di fuori dell'influenza dei principali media
occidentali, il sostegno alla causa palestinese sembra assolutamente
schiacciante, certamente tra i due miliardi di arabi e musulmani, ma anche
altrove.
Ad
esempio, la Cina e i suoi media hanno tentato di fornire una copertura
imparziale del conflitto in corso, cercando di mantenere buone relazioni sia
con Israele che con il mondo arabo.
Ma quando un importante influencer sui social
media cinesi ha intervistato il suo milione di “follower Weibo” subito dopo gli
attacchi di “Hamas” del 7 ottobre 2023, il 98% di loro ha pensato che i
palestinesi fossero quelli che avevano la giustizia dalla loro parte.
Ho
discusso alcuni di questi argomenti in diverse recenti interviste in podcast.
Domanda
6: Incitamento alla guerra con l'Iran.
Secondo
lei, Netanyahu sta cercando di incitare una guerra tra Stati Uniti e Iran?
In che
modo Israele trarrebbe beneficio da una guerra del genere?
Ron
Unz :
È
assolutamente ovvio che sta cercando di farlo.
In
effetti, Netanyahu e i suoi alleati politici, compresi i neoconservatori
americani, hanno fatto del loro meglio per incitare un attacco americano contro
l'Iran per decenni, usando provocazioni militari, propaganda disonesta e
pressioni politiche per raggiungere questo obiettivo.
Per più di trent'anni, il leader israeliano ha
dichiarato che l'Iran è sul punto di produrre un'arma nucleare e deve essere
fermato, mostrando una famosa illustrazione colorita della terribile minaccia
iraniana all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2012.
Il
problema che devono affrontare è che tutti gli esperti militari competenti
concordano sul fatto che una tale guerra sarebbe assolutamente disastrosa per
gli Stati Uniti e i nostri alleati occidentali, così come per il mondo intero.
L'Iran è una nazione grande e popolosa e le
sue ragionevoli preoccupazioni per un possibile attacco americano lo hanno
indotto a costruire una forza militare molto formidabile, tra cui un enorme
arsenale di missili da crociera ad alta precisione che potrebbero facilmente
sopraffare le nostre difese nella regione.
Se
attaccassimo, gli attacchi di rappresaglia dell'Iran potrebbero probabilmente
distruggere tutte le nostre basi locali nella regione, uccidendo un enorme
numero di americani, affondando molte delle nostre navi in mare, forse anche le
portaerei che forniscono la nostra proiezione globale di potenza.
Nelle
ultime settimane, le milizie “Houthi” dello “Yemen”, equipaggiate semplicemente
con armi di secondo e terzo livello, hanno dimostrato di poter sbarrare con
successo il Mar Rosso a qualsiasi nave desiderino, e la nostra decantata
potenza navale e aerea si è dimostrata impotente nel contrastare questo fenomeno,
fermateli.
Quindi,
in caso di guerra, gli iraniani – che possiedono un arsenale molto più vasto di
armi di prima classe, che presumibilmente include anche i missili ipersonici
che noi stessi non siamo ancora stati in grado di produrre – potrebbero
facilmente bloccare lo Stretto di Hormuz alle petroliere, facendo così crollare
gran parte delle navi dell'economia mondiale in un colpo solo, includendo
soprattutto i nostri alleati della NATO e il Giappone.
Date
le infinite minacce di attacco americane, gli iraniani hanno lavorato molto
duramente negli ultimi due decenni per migliorare notevolmente le loro capacità
militari, mentre nonostante il nostro enorme budget per la difesa, il nostro
arsenale convenzionale è rimasto in gran parte stagnante a causa della nostra
schiacciante attenzione alla contro-guerra con sforzi di insurrezione in
Afghanistan e Iraq.
Più di due decenni fa, i giochi di guerra del
Pentagono del” Millennium Challenge” del 2002 hanno scoperto che gli iraniani
potrebbero sconfiggere l'America in una guerra, e l'Iran è molto più forte
oggi.
Nel
frattempo, gli iraniani hanno recentemente concluso un accordo ventennale
globale con la Russia che include la cooperazione in materia di difesa, e dato
il nostro enorme sostegno alle forze ucraine negli ultimi due anni, Mosca
sarebbe certamente molto disposta a ricambiare il favore sostenendo e rifornendo
l ‘ Iran.
Quindi
in realtà penso che il pericolo più grande che affrontiamo è che
un'amministrazione Biden sufficientemente ignorante o arrogante, sotto
un'enorme pressione interna ed esterna da parte delle forze politiche
filo-israeliane, possa essere coinvolta in una guerra totalmente irrazionale
con l'Iran.
E se i
risultati fossero sufficientemente disastrosi, con enormi perdite umane
americane dovute ai missili iraniani lanciati contro le nostre basi militari e
alle navi affondate in mare, forse comprese le portaerei, il nostro governo potrebbe trovarsi
costretto a minacciare o utilizzare armi nucleari per salvare la sua posizione, in tal modo spingendo il mondo
intero sull'orlo della distruzione.
Corte
internazionale di giustizia:
prevenire atti di genocidio contro
i palestinesi nella Striscia di Gaza.
Greenreport.it
– (26 gennaio 2024) – Redazione – ci dice:
Sudafrica:
sentenza storica, Israele la rispetti. I palestinesi: è una sentenza in stile
don Abbondio e non chiede la fine della guerra.
Oggi,
la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha dichiarato che i palestinesi
hanno il diritto di essere protetti da atti di genocidio e ha invitato Israele
ad «Adottare tutte le misure in suo potere» per prevenire tali azioni e
consentire l’ingresso nel Paese degli aiuti umanitari di cui c’è disperatamente
bisogno nell’l’enclave palestinese devastata dalla guerra.
Anche
se la sentenza del Palazzo della Pace dell’Aia – in risposta alle accuse di
genocidio contro Israele da parte del Sud Africa, che Israele nega – non
rappresenta la condanna totale di Israele è un pesante monito e la presidente della “ICJ” “Joan Donoghue
“ha anche chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani ancora nelle mani
di” Hamas” dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, quando sono state massacrate
circa 1.200 persone.
Non
c’è stata alcuna richiesta esplicita per
l’immediata sospensione dell’operazione militare su vasta scala israeliana
nella Striscia di Gaza che si ritiene abbia provocato più di 26.000 morti,
soprattutto bambini e donne, ma la Corte Internazionale di Giustizia si è detta
«Profondamente consapevole della portata della tragedia umana che si sta
verificando nella regione» e la “Donoghue” ha affermato che «La corte è
profondamente preoccupata per la continua perdita di vite umane e sofferenza
umana».
Durissimo
il primo commento dell’agenzia stampa palestinese “InfoPal”: «Pur contenendo alcune parti
positive, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) è in stile
don Abbondio contro i Bravi, nel romanzo di manzoniana memoria, cioè un bel
nulla di fatto. Il genocida continuerà a massacrare, piagnucolando nei media
che la ICJ è antisemita e via dicendo.
L’Onu
è morta, insieme a tutti i suoi organismi, giustizia compresa, perché ciò che
emerge è il solito doppio standard.
Dire
all’”assassino psicopatico sionista” di essere più umano con le vittime è come
dire a un “serial killer” di trattenersi un po’ e essere meno seriale.
L’Occidente, con tutte le sue fasulle
istituzioni, non può fermare i genocidi perché fanno parte della sua natura
coloniale.
Questa
sentenza “politicamente corretta” che non ferma un genocidio in atto lo
dimostra definitivamente.
La speranza è nell’ascesa rapida e radicale
del” Sud Globale e del mondo dei BRICS” senza l’Egemone occidentale di cui il
sionismo è parte».
Di
diverso tenore il commento del governo del Sudafrica:
«La
giornata di oggi segna una vittoria decisiva per lo stato di diritto
internazionale e una pietra miliare significativa nella ricerca della giustizia
per il popolo palestinese.
In una sentenza storica, la “Corte
Internazionale di Giustizia” (ICJ) ha stabilito che le azioni di Israele a Gaza
sono plausibilmente genocide e ha indicato misure provvisorie su tale base.
Per
l’attuazione dello “Stato di diritto internazionale”, la decisione è
fondamentale.
Il
Sudafrica ringrazia la Corte per la sua rapida sentenza.
Il “Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite” sarà ora formalmente informato dell’ordinanza
della Corte ai sensi dell’articolo 41(2) dello Statuto della Corte.
Non si
può permettere che il potere di veto esercitato dai singoli Stati ostacoli la
giustizia internazionale, anche alla luce del peggioramento della situazione a
Gaza causato dagli atti e dalle omissioni di Israele in violazione della
Convenzione sul genocidio.
Gli Stati terzi sono ora consapevoli
dell’esistenza di un grave rischio di genocidio contro il popolo palestinese a
Gaza.
Devono,
quindi, anche agire in modo indipendente e immediato per prevenire il genocidio
da parte di Israele e per garantire di non violare essi stessi la “Convenzione
sul genocidio”, anche aiutando o assistendo nella “commissione del genocidio”.
Ciò
impone necessariamente l’obbligo per tutti gli Stati di cessare di finanziare e
facilitare le azioni militari di Israele, che sono plausibilmente
genocide.
Soprattutto,
le misure provvisorie sono direttamente vincolanti per Israele, che è tenuto,
in base all’ordinanza della Corte e alla stessa “Convenzione sul genocidio”, a
fermare tutti i suoi atti plausibilmente genocidi, come quelli sollevati dal
Sud Africa nella sua domanda e richiesta di indicazione di misure provvisorie.
Non esiste alcuna base credibile perché
Israele continui a sostenere che le sue azioni militari siano nel pieno
rispetto del diritto internazionale, inclusa la Convenzione sul Genocidio,
tenendo conto della sentenza della Corte.
Il
Sudafrica spera sinceramente che Israele non agisca per frustrare
l’applicazione di questo Ordine, come ha pubblicamente minacciato di fare, ma
che agisca invece per rispettarlo pienamente, come è tenuto a fare.
Il Sudafrica continuerà ad agire nell’ambito
delle istituzioni di governance globale per proteggere i diritti, compreso il
diritto fondamentale alla vita, dei palestinesi di Gaza – che continuano a
rimanere a rischio urgente, anche a causa dell’assalto militare israeliano,
della fame e delle malattie – e per ottenere l ‘applicazione giusta ed equa del
diritto internazionale a tutti, nell’interesse della nostra umanità collettiva.
In particolare, il Sudafrica continuerà a fare
tutto ciò che è in suo potere per preservare l’esistenza del popolo palestinese
come gruppo, per porre fine a tutti gli atti di apartheid e genocidio contro il
popolo palestinese e per camminare con lui verso la realizzazione del suo
diritto collettivo all’autodeterminazione. -determinazione, perché, come ha
dichiarato Nelson Mandela, “la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei
palestinesi”.
L’indicazione
da parte di questa Corte di misure provvisorie ai sensi della Convenzione sul
genocidio segna un significativo passo storico verso tale obiettivo».
Non
entra quasi nel merito della sentenza ma continua nella sua tattica
vittimistica il primo ministro israeliano” Benjamin Netanyahu” che sulla
decisione della Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha dichiarato:
«L’impegno di Israele nei confronti del diritto internazionale è incrollabile.
Altrettanto incrollabile è il nostro sacro
impegno a continuare a difendere il nostro Paese e il nostro popolo.
Come
ogni Paese, Israele ha il diritto intrinseco di difendersi.
Il
vile tentativo di negare a Israele questo diritto fondamentale costituisce una
palese discriminazione contro lo Stato ebraico ed è stato giustamente respinto.
L’accusa di genocidio mossa contro Israele non
solo è falsa, è oltraggiosa, e le persone perbene ovunque dovrebbero
respingerla.
Alla vigilia della “Giornata internazionale
della memoria dell’Olocausto”, mi impegno nuovamente come Primo Ministro di
Israele: Mai più.
Israele continuerà a difendersi da “Hamas”,
un’organizzazione terroristica genocida.
Il 7
ottobre 2023, Hamas ha perpetrato le più orribili atrocità contro il popolo
ebraico dai tempi dell’Olocausto, e promette di ripetere queste atrocità ancora
e ancora e ancora.
La nostra guerra è contro i terroristi di
Hamas, non contro i civili palestinesi.
Continueremo a facilitare l’assistenza
umanitaria e a fare del nostro meglio per tenere i civili lontani dai pericoli,
anche se Hamas usa i civili come scudi umani.
Continueremo
a fare ciò che è necessario per difendere il nostro Paese e difendere il nostro
popolo».
Il
Sudafrica aveva chiesto alla Corte di indicare misure provvisorie per
«Proteggere da ulteriori danni gravi e irreparabili ai diritti del popolo
palestinese ai sensi della legge Convenzione sul genocidio» e tra le misure
chieste dal governo sudafricano c’era la sospensione immediata delle operazioni
militari da parte di Israele nella Striscia di Gaza e «L’adozione di tutte le
misure ragionevoli per prevenire il genocidio».
Il
Sudafrica ha anche chiesto alla Corte internazionale di ordinare a Israele di
impedire lo sfollamento forzato dei palestinesi, di consentire rifornimenti
adeguati di cibo e acqua per i civili e di garantire che le prove di qualsiasi
potenziale genocidio siano preservate.
Una
news ricorda che «Le misure provvisorie sono un tipo di ingiunzione temporanea
o misura di sospensione prima di una decisione definitiva sulla controversia.
Probabilmente ci vorranno anni prima che si
giunga a una sentenza.
Le
misure sono considerate “obbligatorie per l’attuazione”, ma la Corte non ha i
mezzi per farle rispettare».
Israele
si è opposta alle richieste del Sudafrica sostenendo che la guerra contro Hamas
è puramente difensiva e «Non contro il popolo palestinese» e gli avvocati di
Israele hanno affermato che le misure provvisorie, se concesse, equivarrebbero
a «Un tentativo di negare a Israele la capacità di adempiere ai propri obblighi
di difesa dei suoi cittadini, degli ostaggi e degli oltre 110.000 israeliani
sfollati».
Sul perché
per difendersi dai miliziani jihadisti di Hamas si debbano bombardare a tappeto
intere città e massacrare migliaia di bambini e è un mistero che nemmeno il più
bravo avvocato israeliano riuscirebbe a spiegare.
Descrivendo
nel dettaglio le misure provvisorie che Israele dovrebbe attuare, il giudice
della Corte internazionale di giustizia ha osservato che «Sia il Sudafrica che
Israele sono Stati parti della Convenzione sul genocidio e pertanto avevano
concordato di prevenire e punire il crimine di genocidio». Citando l’articolo 2
di questo fondamentale trattato internazionale firmato all’indomani della
Seconda Guerra Mondiale, la “Donoghue” ha spiegato che
«Per
genocidio si intendono atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o
in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e secondo la Corte,
i due milioni di palestinesi costituiscono effettivamente un gruppo distinto».
Passando
all’”articolo 3 della Convenzione sul genocidio” che proibisce la «Cospirazione
per commettere un genocidio» e l’incitamento pubblico a commettere un
genocidio, la “Donoghue “ha affermato che «l’ICJ aveva preso nota di una serie
di dichiarazioni rilasciate da alti funzionari israeliani», tra i quali
figurano quelle di “Yoav Galant”, il “ministro della Difesa israeliano”, che ha
detto alle truppe al confine con Gaza che stavano combattendo «Animali umani»
che erano «l’ISIS di Gaza».
La “Donoghue” ha detto che «Questi esempi sono sufficienti
per indicare che le affermazioni del Sudafrica possono essere molto
realistiche. La corte ha ritenuto che i rapporti e le prove forniti dal Sud
Africa sono ragionevoli».
La ICJ
ha preso atto delle preoccupazioni della comunità internazionale riguardo al deterioramento della
situazione umanitaria nell’enclave palestinese, compreso l’avvertimento scritto
del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres al Consiglio di
sicurezza il 6 dicembre 2023 in cui affermava che «Nessun luogo è sicuro a Gaza
in mezzo ai continui bombardamenti da parte delle forze di difesa israeliane» e
che la situazione si stava «rapidamente deteriorando fino a diventare una
catastrofe, con implicazioni potenzialmente irreversibili per i palestinesi nel
loro insieme e per la pace e la sicurezza nella regione».
Nella
decisione della corte sono stati citati direttamente anche i resoconti sulla
terribile situazione a Gaza forniti dal coordinatore dei soccorsi di emergenza
dell’Onu Martin Griffiths, i rapporti sulla situazione a Gaza
dell’Organizzazione mondiale della sanità e del capo dell’”UNRWA”, L’agenzia di
soccorso Onu per la Palestina, “Philippe Lazzarini”.
Riepilogando,
la maggioranza dei 17 giudici ha votato a favore di azioni urgenti,
soddisfacendo la maggior parte delle richieste del Sudafrica, con l’eccezione
significativa, e attesa da molti, dell’ordine per fermare la guerra a Gaza.
Alcune delle azioni israeliane a Gaza,
denunciate dal Sud Africa, rientrano nelle disposizioni della Convenzione sul
genocidio delle Nazioni Unite e” lsa Corte” ha detto che non può «Accettare la
richiesta di Israele di archiviare la causa intentata dal Sud Africa».
La ICJ
ha però riconosciuto il diritto dei palestinesi di Gaza ad essere protetti da
atti di genocidio.
La”
Donoghue”, ha dichiarato: «La Corte internazionale di giustizia è molto
consapevole della tragedia che ha luogo a Gaza e condanna le uccisioni in
corso» e ha sottolineato che l’attacco israeliano a Gaza
«Ha
portato a una distruzione su vasta scala e all’uccisione di un gran numero di
cittadini. Ha portato anche alla morte di oltre 25.000 persone, al ferimento di
circa 60.000 e allo sfollamento di un gran numero di cittadini».
La
corte ha affermato che «il popolo palestinese nella Striscia di Gaza è soggetto
a protezione ai sensi della Convenzione sul genocidio.
La Corte garantisce il diritto di entrambe le
parti di presentare relazioni e prove e di fornire rapporti emessi dai comitati
di ricerca e indagine».
Ma,
nonostante tutto questo, la Corte non ha invitato Israele a sospendere la sua
campagna militare a Gaza né ha raccomandato un cessate il fuoco, sottolineando
solo che gli aiuti umanitari dovrebbero essere ammessi nell’enclave ormai
distrutta e alla fame.
Israele-Palestina:
contro
la
disumanizzazione.
Valigiablu.it
– (19 Gennaio 2024) – Redazione – ci dice:
"Pro
Human", una coalizione guidata da “Amnesty International Israele”, ha
pubblicato una lettera in cui dichiara il proprio impegno in qualcosa che
dovrebbe essere ovvio:
combattere
la disumanizzazione degli abitanti di Gaza, dei palestinesi e dei musulmani,
nonché degli israeliani e degli ebrei.
Tra i
firmatari ci sono, tra gli altri, il regista “Nadav Lapid”, il regista “Ari
Folman”, l'attrice “Shira Geffen”, il coreografo “Ohad Naharin, ” lo scrittore
“David Grossman”, la cantante Noa.
Esiste
il testo completo della lettera.
Dopo
l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, antisemitismo e islamofobia
sono in aumento nel mondo.
"La
disumanizzazione di israeliani ed ebrei", si legge nella lettera,
"così come di palestinesi e musulmani, è inaccettabile.
Una
persona non è semplicemente una rappresentazione di un'identità collettiva,
della sua storia, dei suoi accadimenti o del suo orientamento politico.
Un approccio umanistico coerente deve
affrontare tutti questi sviluppi inaccettabili".
Gli
esempi di disumanizzazione citati sono tanti.
A metà
ottobre, un sondaggio condotto dal “Centro di studi politici americani” di “Harvard”
e da "The Harris Poll" ha mostrato che quasi la metà dei giovani
americani (di età compresa tra i 18 e i 34 anni) ritiene che l'attacco
terroristico di “Hamas “contro i civili "possa essere giustificato dalle
sofferenze dei palestinesi".
In un
sondaggio simile, condotto a dicembre, la percentuale dei giovani americani che
giustifica l'attacco di “Hamas” sale al 60%.
Durante
un'audizione del “Congresso statunitense”, i rettori di tre grandi università –
“Harvard”, “UPenn” e “MIT” - non sono stati in grado di fornire una risposta
chiara sul fatto che gli appelli al genocidio degli ebrei violino i codici di
condotta delle università.
In linea di massima sostengono che dipende dal
contesto.
In
Israele, prosegue la lettera, la percezione pubblica dominante vede tutti gli
abitanti di GAZA come affiliati ad “Hamas”,
giustificando così uccisioni di massa e indiscriminate.
Un sondaggio dell'”Israel Democracy Institute”,
condotto nel novembre 2023, ha mostrato che dopo il cessate il fuoco temporaneo
solo un'esigua minoranza di ebrei (il 7%) era favorevole a una de-escalation
degli attacchi per ridurre le vittime civili palestinesi e allentare la
pressione internazionale.
Rappresentanti governativi e dei media hanno
contribuito ad alimentare questo clima pubblico di disumanizzazione dei
palestinesi, che è un incitamento al genocidio.
Come il parlamentare” Yitzhak Kroizer,” che ha
invitato "a radere al suolo la Striscia di Gaza", o “Tally Gotliv”,
del partito” Likud” di Benjamin Netanyahu, che ha chiesto al primo ministro di
usare una bomba nucleare su Gaza come “deterrente strategico”, o “Boaz Bismuth”,
un altro deputato del “Likud”, che ha evocato il massacro biblico di “Amalek”.
Importanti
figure della società civile israeliana sono contro l’incitamento al genocidio
dei palestinesi.
Questa
iniziativa non è isolata.
È in
corso, all’interno della società civile israeliana, un intenso dibattito per
uscire dalla tenaglia della logica binaria che oppone israeliani e palestinesi
e cercare di problematizzare il linguaggio e la strategia del governo di
estrema destra guidato da Benjamin Netanyahu.
A inizio gennaio, un gruppo di importanti
figure israeliane ha scritto una lettera per prendere posizione contro
l’incitamento “esteso e palese” al genocidio e alla pulizia etnica da parte di
ministri del governo e membri del parlamento israeliano, ex alti ufficiali
militari, accademici, personaggi famosi e influencer, e chiedere al procuratore
generale e ai procuratori statali di intervenire per fermare la normalizzazione
di un linguaggio che viola la legge israeliana e internazionale.
Tra i
firmatari c’erano scienziati, accademici, ex diplomatici, ex parlamentari,
giornalisti e attivisti.
Una
comunità di persone, anche tra ebrei della diaspora in altri Stati, che cerca
una strada e uno spazio dove trovino una casa chi cerca di costruire ponti e
non muri.
“C'è un aspetto terapeutico. E anche
un aspetto di solitudine in questo momento. Essere un cercatore di pace in un
mare di guerrafondai. Molti di noi hanno bisogno di quella comunità”, racconta “Ben
Linder”, un “israelo-americano” tra gli organizzatori di “una veglia di pace a
Oakland”, in California, negli Stati Uniti.
“C'è
anche la sensazione che, in questo momento, possa fare paura essere un
costruttore di pace in Israele, e sicuramente a Gaza, in entrambi i luoghi.
Sentiamo
di avere il dovere di fare da battistrada”.
E questi sforzi, prosegue “Linder”, sono ancora più
importanti considerando la “persecuzione politica della libertà di parola in
Israele”, dove molti palestinesi sono stati arrestati.
E semplicemente
per aver rilasciato dichiarazioni sui social media e le manifestazioni guidate
da ebrei israeliani per un cessate il fuoco sono state impedite dalla polizia.
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