La schiavitù per tutti.

 

La schiavitù per tutti.

 

 

Che Cos’è il Great Reset?

“Vogliono Rendervi Tutti Schiavi!”

 

Conoscenzealconfine.it – (3 Marzo 2024) - Kim Dotcom – Redazione – ci dice:

 

Che cos’è il “Grande Reset”? L’Occidente vuole sostituire il proprio sistema fallito con un nuovo sistema globale di controllo totalitario.

“David Webb” lo descrive meglio nel suo libro “The Great Taking”.

È un collasso deliberato progettato dalle “élite” tramite il “Deep State” e le “banche centrali” per costringere le persone alla povertà e renderle dipendenti dalla loro nuova valuta digitale (CBDC) dando loro il controllo su tutto.

 

Il quadro giuridico per farlo esiste già.

Molte persone in Europa e negli Stati Uniti si chiedono perché i loro governi adottino comportamenti che danneggiano i loro cittadini.

Guerre, immigrazione incontrollata, restrizioni imposte agli agricoltori col pretesto del “cambiamento climatico”, attacchi ai valori familiari, creazione infinita di divisioni da parte dei media e destabilizzazione dell’industria.

Non è Per Caso, è Intenzionale?

Le élite globaliste comprendono che il sistema occidentale di debito insostenibile e di stampa di denaro sta volgendo al termine.

Anche i paesi “BRICS” lo sanno e hanno creato un sistema finanziario globale alternativo.

Questa è la vera fonte delle tensioni tra l’Occidente e la Russia/Cina.

La de-dollarizzazione del commercio globale rende il “Global Reset” non globale e fornisce un’alternativa a coloro che rifiutano di parteciparvi.

Crea un ostacolo alla remissione del debito globale che l’Occidente cerca di ottenere imponendo al mondo il suo nuovo sistema finanziario.

 Non hanno intenzione di pagare i loro debiti.

L’Occidente vuole sostituire il proprio sistema fallito con un “nuovo sistema globale di controllo totalitario”.

Le valute digitali (CBDC) abbinate alla sorveglianza e a un sistema di credito sociale limiterà l’accesso al denaro se agisci “contro le loro regole”.

Vogliono la possibilità di sanzionarti a livello individuale proprio come sanzionano i paesi che non obbediscono all’ordine basato sulle “regole degli Stati Uniti”.

La carta moneta smetterà di esistere.

Le valute digitali indipendenti saranno vietate.

 La tua capacità di pagare le bollette e acquistare cibo dipenderà dal tuo comportamento.

 È la fine della libertà di parola e delle proteste.

L’intelligenza artificiale sarà addestrata a controllare il comportamento di miliardi di persone.

Sarete tutti schiavi…

 

Ma prima, perché tu possa accettare un sistema del genere, le cose devono mettersi davvero male.

Guerre, pandemie, povertà, carenza di cibo e aumento del tasso di criminalità.

Utilizzerai il loro nuovo sistema solo se pensi che sia la migliore via d’uscita dall’inferno.

 Stanno creando volontariamente quell’inferno.

Credo che molti leader si siano assicurati un posto in questo sogno totalitario.

 Stanno eseguendo il piano sinistro delle élite del WEF.

 Vivranno vite privilegiate e governeranno senza interferenze.

Non saranno ritenuti responsabili dei loro crimini né saranno soggetti a critiche.

 Credono che questo nuovo sistema sia una necessità per un mondo migliore… Migliore per loro, non per te…

Questo è il futuro che vogliono.

 Cosa farai al riguardo?

(Kim Dotcom)

(imolaoggi.it/2024/02/26/che-cose-il-great-reset-sarete-tutti-schiavi/)

 

 

 

 

50 milioni di persone nel mondo

in condizioni di schiavitù moderna.

 

Unric.org – (12 Settembre, 2022) – Redazione – ci dice:

Il lavoro forzato e il matrimonio forzato sono aumentati significativamente negli ultimi cinque anni, riportano le stime aggiornate dell’”Organizzazione internazionale del lavoro”, “Walk Free” e “Organizzazione internazionale per le migrazioni”.

 

GINEVRA (notizie “OIL”) — Secondo il rapporto “Global estimates of modern slavery: Forced labour and forced marriage”  (“Stime globali della schiavitù moderna: Lavoro forzato e matrimonio forzato”), nel 2021 erano 50 milioni le  persone che vivevano in condizioni di schiavitù moderna.

 Di queste persone, 28 milioni erano costrette al lavoro forzato e 22 milioni erano costrette in matrimonio forzato.

Il numero di persone in forme di schiavitù moderna è aumentato significativamente negli ultimi cinque anni.

Nel 2021 le persone in schiavitù moderna erano 10 milioni in più rispetto a quanto registrato dalle stime globali del 2016.

Donne e bambini sono maggiormente vulnerabili.

La schiavitù moderna è presente in quasi tutti i paesi del mondo e non conosce frontiere etniche, culturali o religiose.

Più della metà (52 per cento) del lavoro forzato e un quarto di tutti i matrimoni forzati si concentrano nei paesi a reddito medio-alto o alto.

Lavoro forzato.

La maggior parte dei casi di lavoro forzato (86 per cento) si registra nel settore privato.

Il lavoro forzato in settori diversi dallo sfruttamento sessuale commerciale rappresenta il 63 per cento di tutto il lavoro forzato, mentre lo sfruttamento sessuale ai fini commerciali rappresenta il 23 per cento di tutto il lavoro forzato.

 Quasi quattro su cinque delle persone vittime di sfruttamento sessuale ai fini commerciali sono donne o ragazze.

Il lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il 14 per cento che lavoro contro la loro volontà.

Quasi uno su otto di tutti i lavoratori forzati sono bambini (3,3 milioni) e più della metà di essi sono vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali.

Matrimonio forzato

Si stima che, in qualsiasi giorno del 2021, circa 22 milioni di persone si trovino in una situazione di matrimonio forzato, un aumento di 6,6 milioni rispetto alle stime globali del 2016.

L’incidenza reale dei matrimoni forzati, in particolare quelli che coinvolgono minori di 16 anni o meno, è probabilmente molto più alta di quanto registrato dalle stime attuali, che si basano su una definizione maggiormente ristretta e non includono tutte le tipologie di matrimoni infantili.

 I matrimoni infantili sono considerati forzati perché un bambino non può dare legalmente il proprio consenso al matrimonio.

Il matrimonio forzato è strettamente legato a consuetudini e pratiche patriarcali consolidati nel tempo e assume delle caratteristiche specifiche in base ai contesti.

 La stragrande maggioranza dei matrimoni forzati (oltre l’85 per cento) è stata determinata da pressioni familiari.

Sebbene due terzi (65 per cento) dei matrimoni forzati si verifichino in Asia e nel Pacifico, se si considerano le dimensioni della popolazione regionale, la prevalenza delle persone costrette a sposarsi è più alta negli Stati arabi, con 4,8 persone su 1.000 nella regione.

I migranti sono particolarmente vulnerabili al lavoro forzato.

I lavoratori migranti hanno una probabilità più che tripla di essere sottoposti a lavoro forzato rispetto ai lavoratori adulti non migranti.

Sebbene la migrazione per lavoro abbia un effetto ampiamente positivo su individui, famiglie, comunità e società, questo dato dimostra la maggiore vulnerabilità dei migranti al lavoro forzato e alla tratta, sia a causa di una migrazione irregolare o mal governata, sia a causa di pratiche di reclutamento illecite e non etiche.

“È sconvolgente che la schiavitù moderna continui ad esistere.

Nulla può giustificare la persistenza di questo abuso fondamentale dei diritti umani”, ha dichiarato il “Direttore Generale dell’OIL”, “Guy Ryder.”

 “Sappiamo cosa bisogna fare e sappiamo che si può fare.

Politiche e normative nazionali efficaci sono fondamentali ma i governi non possono farlo da soli.

Le norme internazionali forniscono una base solida ed è necessario un approccio che coinvolga tutti.

 I sindacati, le organizzazioni dei datori di lavoro, la società civile e la gente comune hanno tutti un ruolo fondamentale da svolgere”.

 

“Antonio Vitorino”, Direttore Generale dell’”OIM”, ha dichiarato: “Questo rapporto sottolinea l’urgenza di garantire che tutte le migrazioni siano sicure, ordinate e regolari.

 La riduzione della vulnerabilità dei migranti al lavoro forzato e alla tratta di esseri umani dipende innanzitutto da politiche nazionali e quadri normativi che rispettino, proteggano e realizzino i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i migranti — e potenziali migranti — in tutte le fasi del processo migratorio, indipendentemente dallo status migratorio.

 Le società devono lavorare insieme per invertire queste tendenze, anche attraverso l’attuazione del” Patto globale sulla migrazione”.

“Grace Forrest”, Direttrice fondatrice di “Walk Free”, ha dichiarato:

“La schiavitù moderna è l’antitesi dello sviluppo sostenibile.

Eppure, nel 2022, essa continua ad essere parte dell’economia globale.

 Il problema è causato dall’uomo, legato sia alla schiavitù come fenomeno storico che alla persistenza di disuguaglianze strutturali.

 In un periodo in cui di crisi interconnesse, una vera volontà politica è la chiave per porre fine a queste violazioni dei diritti umani”.

Porre fine alla schiavitù moderna.

Il rapporto propone una serie di raccomandazioni che, se adottate in tempi rapidi, segnerebbero un progresso significativo verso la fine della schiavitù moderna.

Si tratta in particolare di:

 migliorare l’applicazione delle leggi e delle ispezioni del lavoro;

porre fine al lavoro forzato imposto dallo Stato;

 adottare misure più incisive per combattere il lavoro forzato e la tratta nelle imprese e nelle filiere di fornitura;

estendere la protezione sociale e rafforzare le tutele legali, compreso l’innalzamento dell’età legale del matrimonio a 18 anni senza eccezioni. Altre misure prevedono di contrastare l’aumento della tratta e del lavoro forzato per i lavoratori migranti, di promuovere un reclutamento equo ed etico e di fornire un maggiore sostegno alle donne, alle ragazze e alle persone maggiormente vulnerabili.

Nota.

La schiavitù moderna, come definita nel rapporto, si caratterizza da due componenti principali:

il lavoro forzato e il matrimonio forzato.

Entrambe si riferiscono a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare a causa di minacce, violenza, coercizione, inganno o abuso di potere.

Il lavoro forzato, come definito nella “Convenzione dell’OIL sul lavoro forzato del 1930” (n. 29), si riferisce a

 “ogni lavoro o servizio estorto a una persona sotto minaccia di una punizione o per il quale detta persona non si sia offerta spontaneamente”.

L’“economia privata” comprende tutte le forme di lavoro forzato diverse dal lavoro forzato imposto dallo Stato.

 

 

 

 

La schiavitù moderna: giornata

mondiale contro la tratta

degli esseri umani.

 Weworld.it – (26 LUGLIO 2021) – Redazione – ci dice:

 

Il prossimo 30 luglio 2021 ricorrerà la giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani.

Ancora oggi, molte delle persone vittime di tratta finiscono nel circolo della schiavitù moderna, una pratica purtroppo antica che nel tempo ha cambiato spesso pelle, ma che mantiene radici profonde.

 La schiavitù esiste ancora in molte forme eterogenee che l’ “ILO” (International Labour Organization) definisce come “situazioni di sfruttamento dalle quali una persona non può sottrarsi a causa di minacce, violenze, costrizione, inganno e/o abusi di potere”. 

Queste situazioni di schiavitù moderna includono lo sfruttamento sessuale, la servitù domestica (detta più comunemente “schiavitù domestica”) ed il lavoro forzato nell’edilizia o nell’agricoltura.

 In merito, la responsabile del dipartimento programmi internazionali di WeWorld, “Stefania Piccinelli” spiega:

“Donne e bambine sono tra le categorie più colpite dalle forme di schiavitù moderna, rappresentando il 77% delle vittime a livello globale. Una delle maggiori manifestazioni del loro sfruttamento è la schiavitù domestica, di cui la gran parte delle vittime sono bambine sotto i 16 anni.

 Nella maggior parte dei casi è la diretta conseguenza di matrimoni forzati, che nel mondo coinvolge quasi 16 milioni di persone.

 Le spose bambine, infatti, sono costrette dal partner a vivere in condizioni di semi-schiavitù e a prendersi cura di faccende domestiche, dei figli spesso avuti prematuramente e dei genitori anziani a carico. 

L’educazione è un fondamentale fattore protettivo, che preserva da queste forme di sfruttamento.

Investire nell’educazione di bambine è lo strumento più forte che abbiamo per combattere le schiavitù moderne.”

 

La Pandemia e la recessione aumentano il fenomeno della schiavitù moderna.

La recessione economica dovuta alla pandemia e la crisi sanitaria hanno di sicuro avuto un impatto negativo sulla povertà delle famiglie, delineando un fattore di rischio per bambini, bambine ed adolescenti.

 La forzata chiusura delle scuole ed il conseguente effetto d’isolamento sociale dovuto al dilagare del Covid-19 - soprattutto nella prima fase - hanno aumentato di molto il rischio per gli under 18 di diventare vittime di tratta e di sfruttamento sessuale o lavorativo.

 Andare a scuola è infatti un fondamentale fattore protettivo, che preserva da queste forme di sfruttamento.

Secondo gli ultimi dati disponibili dal “Global Report on Trafficking in Persons 2020” di “UNODC” (United Nation Office in Drugs and Crime), per ogni 10 vittime di tratta - identificate a livello globale - 5 sono donne e 2 sono bambine.

Nell'insieme, il 50% delle vittime identificate è oggetto di tratta per sfruttamento sessuale, il 38% soggetto a lavoro forzato (circa 25 milioni di persone), mentre il 6% è stato sottoposto ad attività criminali forzate ed oltre l'1% all'accattonaggio. 

 

In numero percentuale minore - ma comunque considerevole se paragonato rispetto il totale delle vittime registrate - è oggetto di tratta per matrimoni forzati (circa 16 milioni), espianti di organi ed altri scopi.

Si stima che nel mondo 1 donna su 5 sia stata costretta a sposarsi da bambina.

Riguardo la schiavitù domestica, sebbene non ci siano dati precisi vista la natura più nascosta del fenomeno, possiamo dire con certezza che il fenomeno coinvolge soprattutto donne e bambine al di sotto dei 16 anni.

E in Italia?

Il fenomeno è presente anche in Italia, dove - tra il 2016 de il 2019 - le vittime censite sono state principalmente oggetto di mantenimento in schiavitù o servitù (circa il 63% del totale), tratta di persone (circa 26% del totale) ed acquisto e alienazione di schiavi (10% del totale).

Tra le vittime, i più colpiti sono i minorenni oggetto dei reati di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù (all’11% circa del totale), tratta di persone (oltre il 26% del totale) ed acquisto e alienazione di schiavi (il 29,5% circa del totale).

Lo sfruttamento sessuale è purtroppo un fenomeno particolarmente diffuso nel nostro paese, coinvolgendo donne e ragazze scarsamente scolarizzate e provenienti da contesti molto poveri, come ad esempio la Nigeria.

 Cosa ancora più preoccupante è che questa forma di sfruttamento riguarda sempre più spesso ragazze tra i 15 ed i 17 anni (a volte anche 13 o 14 anni), spesso adescate attraverso la promessa di un lavoro o la possibilità di studiare in Europa.

 La scarsa scolarizzazione ed il contesto di povertà da cui provengono, diventano altresì leve su cui la criminalità tende ad avere ancora più in pugno il futuro di queste giovani:

intimidazioni attraverso” riti voodoo” o “juju”, minacce a causa dell’accrescimento del debito del viaggio una volta che le ragazze sono in Italia, sono solo alcune delle più comuni. 

Il fenomeno della schiavitù moderna è ancora oggi molto esteso ed è da sempre difficile dare una stima precisa del numero di persone coinvolte, proprio perché risulta spesso difficile identificarle.

 Le vittime sono quanto più disarmate allo sfruttamento quanto più la vulnerabilità psicologica, il contesto di povertà e disagio economico-sociale sono presenti quotidianamente:

cosa che la recessione economica dovuta al COVID-19 può solo amplificare. 

 

Per contrastare questo fenomeno, siamo a fianco delle vittime in molti dei Paesi dove interveniamo, come per esempio in Cambogia e in Tanzania.

 In Cambogia, siamo presenti dal 2013 dove insieme ai nostri #EUAidVolunteers, abbiamo protetto 1 milione di persone contro nuove schiavitù ed abbiamo creato 100 gruppi di auto-aiuto che forniscono alle comunità.

Attraverso testimonianze dirette di ex vittime, forniamo gli strumenti necessari per proteggersi dagli sfruttamenti.

 Lavoriamo nel paese per incentivare canali e pratiche sicure di migrazione e sosteniamo, con attività di formazione e networking, le autorità cambogiane e thailandesi perché implementino più adeguate politiche e normative di prevenzione e protezione delle vittime.

 

 

 

LA SCHIAVITÙ: UNA CONDIZIONE CHE

VIOLA I DIRITTI UMANI

MAI TOTALMENTE ABOLITA.

Lexacivis.com -(2 DICEMBRE 2020) – Avv. GLORIA VINDIGNI – ci dice:

 

La storia ci insegna che ogni popolo desideroso di espandersi e conquistare nuovi territori attraverso continue invasioni, numerose battaglie e secoli di guerre, ha dato origine al sistema della schiavitù, ovvero una forma di dominio mirato ad assumere il controllo della popolazione e imporre alla stessa le proprie condizioni.

Uno schiavo, per sua stessa definizione, era un uomo proprietà di un altro uomo, un uomo senza libertà soggiogato politicamente e socialmente.

A ben vedere, la schiavitù è stata esercitata in maniere differenti; difatti, non tutti i popoli hanno voluto imporsi nello stesso modo: alcuni si sono imposti assumendo il controllo totale di un altro popolo, altri si sono imposti lasciando però una libertà parziale; alcuni popoli, poi, sono stati ridotti in schiavitù solo temporaneamente, mentre altri sono stati schiavi a vita.

La riduzione in schiavitù nasce dall’idea che possedere un uomo significa possedere forza lavoro in grado di generare ricchezza economica, non a caso gli schiavi erano molto spesso impiegati nella costruzione delle piramidi, nel lavoro in miniera, nelle fabbriche o per la coltivazione dei campi.

Si può dunque affermare che la schiavitù è stato un fenomeno che si è ripetuto nel corso della storia cambiando nella forma ma rimanendo identico nella sostanza.

Solo con la Convenzione di Ginevra nel 1926 (ratificata nel nostro Paese nel 1928) viene abolita la schiavitù a livello normativo.

Tale convenzione all’articolo 1 definisce la schiavitù «lo stato o condizione di un individuo sul quale si esercitano le prerogative del diritto di proprietà» e si prefigge l’intento di prevenire la soppressione progressiva della schiavitù in ogni sua forma.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha istituito a partire dal 1949 la “Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù”, il 2 dicembre.

Tale data segna la soppressione del traffico di persone, dello sfruttamento della prostituzione, dello sfruttamento sessuale, del lavoro minorile, del matrimonio forzato e del reclutamento forzato dei bambini nei conflitti armati.

In particolare l’ONU ha posto l’attenzione sia sulle forme di schiavitù persistenti, ormai radicate nelle credenze e nei costumi tradizionali, sia su quelle contemporanee; per quel che riguarda le forme persistenti, esse derivano da discriminazioni di lunga data nei confronti delle minoranze della società.

Certamente il lavoro forzato rientra tra le forme di schiavitù persistenti che oggi riscontriamo nel lavoro forzato dei lavoratori migranti, della servitù domestica, nell’industria edile, nell’industria alimentare, nell’abbigliamento, nell’agricoltura e nella prostituzione forzata.

Da quanto fin qui detto emerge un’evidente violazione dei diritti umani quali:

il dritto alla vita, all’uguaglianza, alla libertà, alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla libertà economica, all’integrità fisica ecc.

Come si legge infatti nella “Dichiarazione dei Diritti Umani” l’articolo 4 sancisce che “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”.

Il nostro codice penale, al fine di tutelare la libertà e la dignità umana, punisce la riduzione e il mantenimento in schiavitù;

 nello specifico il legislatore all’articolo 600 persegue chiunque esercita sulla persona poteri assimilabili a quelli del diritto di proprietà e chiunque provochi nella vittima uno stato di soggezione continuativa tale da indurla a comportamenti riconducibili allo sfruttamento.

Al comma 1 del medesimo articolo vengono elencate una serie di condotte riconducibili allo stato di schiavitù:

attività lavorative o sessuali, accattonaggio, attività illecite che comportino lo sfruttamento o il prelievo di organi.

Al comma 2 invece vengono precisate le modalità di mantenimento dello stato di soggezione, in particolare esso è attuato attraverso violenza, minaccia, inganno, promessa di denaro, abuso dell’autorità o approfittare di una situazione di inferiorità fisica o psichica.

 Per la fattispecie in esame è prevista la pena della reclusione da otto a vent’anni.

 

Un’ulteriore fattispecie punita nel nostro ordinamento è quella disciplinata dall’articolo 601 del codice penale, rubricata “tratta di persone”.

In questo caso il legislatore persegue chi recluta, introduce, trasferisce, cede o ospita all’interno o al difuori del territorio persone che soggiacciono alle condizioni di cui all’articolo 600.

La pena comminata è la stessa prevista per la riduzione e il mantenimento in schiavitù, ma se a commettere uno dei fatti sopracitati è il comandante/ufficiale della nave essa aumenta fino ad un terzo (per il personale dell’equipaggio la pena è la reclusione da tre a dieci anni). Quest’ultima è una circostanza aggravante che dispone una differenza di trattamento tra comandante/ufficiale e membri dell’equipaggio.

Una forma di sfruttamento presente ancor oggi nel nostro Paese è il caporalato ossia una forma di sfruttamento sul luogo di lavoro.

Il caporale infatti è colui che fa da intermediario tra il soggetto bisognoso di lavoro e il datore di lavoro; il caporale dunque recluta la manodopera che viene sfruttata dal datore.

La fattispecie disciplinata dall’art. 603 bis punisce sia il caporale sia il datore di lavoro:

 è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da mille a duemila euro per ciascun lavoratore reclutato.

È previsto un aggravamento di pena fino alla metà qualora siano stati reclutati lavoratori superiori a un numero di tre, o siano stati reclutati minorenni oppure il fatto è stato commesso esponendo i lavoratori a grave pericolo.

In questa disamina si è cercato di affrontare, seppur brevemente, il fenomeno della schiavitù dal punto di vista giuridico ponendo luce sul fatto che nonostante esistano diverse Convenzioni a tutela del genere umano volte a prevenire ogni forma di scontro tra gli Stati aderenti ad esse, la problematica continua a persistere in misura preoccupante, tanto nei Paesi in via di sviluppo quanto in quelli sviluppati.

 

Sarebbe dunque opportuno che i governi di tutte le nazioni, in maniera indistinta adottassero misure necessarie a garantire il rispetto della dignità umana, della libertà, dell’integrità fisica, della libertà economica.

Soprattutto occorre cambiare la visione dell’uomo come merce di scambio sulla quale basare la propria ricchezza economica.

Soltanto quando gli Stati smetteranno di imporsi militarmente, politicamente, culturalmente ed economicamente gli uni sugli altri, garantendo così la piena attuazione del principio di uguaglianza, la schiavitù in tutte le sue forme potrà (finalmente) dirsi abolita.

 

 

 

Schiavitù antiche e moderne,

oggi sono ancora tante,

in quantità e qualità.

Ilbolive.unipd.it – (19 aprile 2023) - Valerio Calzolaio - ci dice:

 

 La schiavitù, risultare assoggettato al potere assoluto di un altro sapiens (uno o più padroni), è una condizione umana di solito naturalmente associata a conflitti, guerre ed emigrazioni forzate.

L’eliminazione fisica, lo sterminio, la morte in battaglia e in guerra nella storia neolitica (stanziale) della nostra specie potevano non riguardare tutti gli stranieri sconfitti, alcuni furono “conquistati” come nullatenenti privi di diritti, ridotti schiavi o servi o vendibili piuttosto che deportati, proprietà privata (almeno da quando esiste storicamente), utilissimi (non necessariamente in loco) per i lavori agricoli e edilizi d’infrastrutturazione agricola, politica, religiosa, commerciale, militare, le donne (senza assoluta esclusività) anche per funzioni domestiche, riproduttive e sessuali.

Quasi tutte le civiltà e i popoli del lunghissimo periodo agricolo (non tutte, per esempio anticamente non nelle valli dell’Indo) conobbero prima o dopo massicce deportazioni, forme di schiavitù conseguenti a conquiste e conflitti armati (ora qui ora là, c’erano anche altre premesse più o meno temporanee, come l’insolvenza per debiti o la condanna per gravi reati), quasi un modo di produzione in talune fasi e in talune città, per esempio in molte di quelle dell’antica Grecia (anche la metà della popolazione).

 

Le storiografie sulla schiavitù e la sua evoluzione, sui molteplici possibili gradi e forme di proprietà su altro/altra/altri/altre sapiens, sui caratteri sociali, fisici, psichici e psicologici (talora autonomi e non interdipendenti) dell’assoggettamento umano, su differenze e nessi con il servaggio, l’apartheid, la prigionia, il vassallaggio, le semilibertà, la mezzadria, la casta inferiore, il maschilismo padronale sono così ampie che non è pensabile una trattazione unitaria e individuale, riassuntiva di tutte le epoche e i periodi.

Lo stesso grande “Marc Bloch” concentrò l’attenzione sulla servitù nella società medievale, oppure sono stati fatti spesso singoli paralleli storici fra la situazione di vari popoli distanti nel tempo e nello spazio.

Vi è tornato sopra recentemente (a fine 2022) il bravissimo storico “Alessandro Barbero “con conferenze molto seguite.

 Se ne è talora parlato anche qui, esaminando varie rotte e tappe cronologiche rispetto alla più nota schiavitù contro gli africani gestita da africani e poi dai colonizzatori europei, soprattutto a partire dagli studi della bravissima docente sarda “Bianca Maria Carcangiu” e riflettendo pure su alcuni aspetti o momenti particolari.

Nell’antichità greca (per fare un esempio) la vittoria giustificava un diritto di cattura del vinto e i vincitori attribuivano a una sorta d’inferiorità climatica la naturalità della schiavitù.

Qualcuno riusciva a fuggire prima della conquista o dopo la riduzione in schiavitù, emigrava (fuggiva) altrove;

la schiavitù è strettamente connessa alla grande variabilità dei fenomeni migratori, siano essi armate invasioni immigratorie nei confronti di comunità e popoli, fughe dei residenti non uccisi né resi prigionieri (perlopiù schiavi), emigrazioni forzate dei residenti prigionieri.

 E, ovviamente, molto hanno inciso condizioni e cambiamenti climatici. In Asia, per altro, la deportazione di schiavi era cominciata prima che in Africa e risultò poi quantitativamente simile.

 La deportazione di africani dall’Africa sub sahariana, soprattutto dalle zone interne distanti dalla costa (occidentale), come lavoratori coatti (esercito agricolo di riserva e integrazione rispetto agli indios) ridotti in schiavitù (o già parzialmente schiavi), barattati soprattutto con acquavite, fucili, zucchero (energia e gusto) è la più grande migrazione intercontinentale forzata mai esistita, molto influenzata dalle condizioni climatiche.

Comunque, almeno 10 milioni di africani in circa tre secoli (soprattutto alla fine del Settecento) vengono deportati solo nell’America meridionale (circa metà nelle isole caraibiche, circa metà in Brasile, ma una percentuale fra il 10 e il 20% muore in viaggio), altri (milioni) nell’America del Nord, nei paesi dell’Oceano Indiano e del Mar Mediterraneo, altri (milioni) vengono uccisi fra il luogo di cattura e quello d’imbarco, su un totale di popolazione dell’Africa sub sahariana di circa 50 milioni nel 1500 e di circa 200 nel 1900, cifre enormi e molto studiate (con esiti non univoci) per gli effetti e assetti demografici e genetici di lungo periodo.

Partivano soprattutto dalle coste occidentali, più uomini giovani che altro.

Sempre meno e solo all’inizio arrivano in Europa (anche se portoghesi e europei continuano a dirigere il tutto, complici alcuni trafficanti africani che si arricchiscono e imparano a commerciare), solo pochi (meno del 5%) dell’incredibile cifra complessiva di forzati a migrare sono schiavi negli Stati Uniti.

La schiavitù ha un suo proprio sistema demografico capitalistico, legato a come si ripaga il capitale investito.

Servono continue immigrazioni perché la mortalità è altissima e modesta la riproduttività (di schiavi).

 Per generazioni è triste e conveniente acquistare nel luogo di emigrazioni piuttosto che consentire riproduzione e cure parentali nel luogo di immigrazione.

 Migrazioni forzate, lavori forzati, morti uccisi.

Questi “forced displaced people transcontinentali” andrebbero sommati a quelli africani interni:

per quanto in una forma non devastante socialmente e demograficamente (maggiore coesione comunitaria e territoriale), la schiavitù continua a lungo ad alimentare anche le economie africane.

Solo nel corso del XIX° secolo sarebbero stati fatti schiavi interni almeno 600 mila africani da parte di poterselo scegliere in ogni momento. L’abolizione della tratta dall’Africa dell’Ovest non impedì che poi il traffico (anche lecito) di schiavi partisse dalle coste orientali del continente verso altre destinazioni.

Gli storici hanno stabilito una differenza molto netta tra società con schiavi e società schiavistiche, tra comunità dove poteva essere considerata inaccettabile e comunità (in genere più antiche) dove veniva data per scontata.

 Comunque, solo un paio di secoli fa l’istituto della schiavitù cominciò a essere davvero giuridicamente abolito dai primi Stati occidentali (Inghilterra 1807, USA 1808, Olanda 1814, Francia 1814, ecc.) e dai nuovi stati indipendenti della Meso America (Cuba 1860, Brasile 1888, ecc.), più tardi l’apartheid legale negli USA.

 Continuò comunque in lungo e in largo, 1.300.000 africani ancora poi venduti, clandestinamente, assumendo anche forme infracontinentali, come a cavallo fra Ottocento e Novecento la” tratta dei coolis”, popolazioni indiane e cinesi forzate a migrare dai colonizzatori europei, con l’aiuto di trafficanti locali, verso miniere, piantagioni, fabbriche in Thailandia, Indonesia, Filippine, Oceania.

La questione cruciale riguarda l’esistenza della schiavitù dopo la colonizzazione europea occidentale, dopo la formale abolizione, dopo la “Dichiarazione Universale dei diritti umani”, dopo la fine del Novecento e pure ai giorni nostri, in corso.

I lunghi secoli del crescente impegno abolizionista, tradottosi lentamente nel consenso maggioritario fra la popolazione libera e fra gli Stati democratici, infine sanzionato con voti e norme, si è immediatamente dovuto trasformare in impegno di verificazione dell’effettiva fine e nel contrasto con forme nuove, per quanto internazionalmente illegali, di schiavismo padronale e schiavitù umana.

Allo stesso tempo, si sono sempre più analizzate da una parte le dinamiche di potere assoluto interumano prima del capitalismo e della legale proprietà privata, nella preistoria e nella storia, dall’altra i meccanismi che determinano la tolleranza, il consenso e talora l’accettazione del potere assoluto, pubblico o privato, proprio o altrui, nei contesti comunitari o nelle relazioni private.

Fenomeni schiavistici e di apartheid sono certamente diffusi ancor oggi, capitalisticamente rilevanti, anche molto dopo l’organizzazione e la legislazione delle nazioni unite, anche dopo la straordinaria rivoluzione pacifica e riconciliazione istituzionale del Sudafrica di “Mandela”. 

L’elemento costrittivo può non avere un corrispettivo vitale.

Altri scelgono:

 in quel momento da quel luogo si può essere proprio costretti ad andarsene se non si vuole diventare “schiavi” di quel potere e rinunciare alla propria identità (in particolare culturale visto che razziale non significa nulla, religiosa, politica, sessuale, civile, sono questi i cinque casi previsti per il diritto d’asilo).

 La relatività, la complessità, le reti, l’evoluzione, lo stesso rifiuto di determinismi non possono impedirci di vedere costrizioni assolute a migrare e di indagarle negli effetti istituzionali, sociali, culturali, ecologici.

 Vi sono vecchie e nuove costrizioni assolute e dirette, nel senso proprio che umani spostano con la forza altri umani. Non per gusto, non solo per denaro, come offerta rispetto a una domanda che sta altrove.

Per gli schiavi contemporanei la condizione di schiavitù preesiste (purtroppo) e prosegue (purtroppo) rispetto alla migrazione forzata (interna o internazionale), resta la costrizione assoluta;

 ancora oggi arricchisce illegalmente tanti, più di quel che crediamo, con funzioni moderne e complicate, per quanto disgustose (e disgustosamente funzionali a libertà di chi li compra):

la tratta delle donne (magari con qualche consenso estorto, spesso con il volontario miraggio dell’immigrazione altrove),

 la tratta dei bambini e delle bambine (magari con il consenso di genitori).

 L’associazione americana” Free the Slaves” ne stimava un decennio fa circa 28 milioni, 1,2 costretti al traffico della prostituzione.

 Il dipartimento di Stato americano ne stimava solo nel 2004 quasi ottocentomila ridotti in schiavitù, un fenomeno globale, più fra paesi dello stesso continente, un terzo in Asia, quasi un terzo in Europa.

La migrazione forzata è una delle tante violenze che possono subire.

 E, probabilmente, sono molti di più.

Uno dei primi a riparlarne esplicitamente e pubblicamente in Italia all’inizio del terzo millennio fu il grande compianto giornalista e intellettuale “Alessandro Leogrande “(1977 - 2017).

 Era vicedirettore del mensile” Lo straniero”, collaborava con quotidiani e riviste, conduceva trasmissioni per “Radiotre” e pubblicava vari libri di documentazione giornalistica su fatti e misfatti contemporanei, insistendo spesso sulla triste modernità della schiavitù.

 A fine 2010 così recensiva gli allora recenti volumi dello studioso americano “Benjamin Skinner” (1976), che aveva contato 27 milioni di sapiens barbaramente schiavi coevi (2008), e della studiosa messicana “Lydia Cacho” (1963), che aveva contato circa 1.400.000 donne ridotte schiave ogni anno (2010), entrambi subito tradotti:

 “Oggi nel mondo ci sono più schiavi di quanti ve ne fossero prima della Guerra di Secessione, più che in qualsiasi altra epoca del passato. Ci sono schiavi del lavoro forzato. Ci sono schiavi del sesso, o meglio “schiave del sesso” perché nella quasi totalità sono donne, e sono le ultime tra gli ultimi. Vi sono schiavi per debito, e schiavi bambini. Sono milioni…”

(E tra poco tempo saranno miliardi … tutti a disposizione dei “padroni del mondo globalisti”! N.D.R.)

Riprendendo i due documentati saggi e riferendosi alla schiavitù come soggezione continuativa, “Leogrande” denunciava anche quanto accadeva (e accade) in Italia:

“Queste cose non riguardano solo il Sud del mondo. Sono forme di dominio che si stanno diffondendo anche nel Nord del mondo, anche nei paesi del G8, e - come nel caso del lavoro forzato - rischiano di diventare la base di interi settori della nostra economia… La schiavitù da lavoro (presente anche, nelle medesime forme estreme, nell’agricoltura del nostro paese) è qualcosa che sta a metà strada tra il vecchio caporalato e le nuove schiavitù per fini sessuali.

Se dal primo ha mutuato l’intermediazione di manodopera e l’ha portata su scala globale, impiegando braccia migranti, è dal secondo che ha assunto le forme del dominio.

Basta leggere le poche inchieste della magistratura italiana su alcuni casi di riduzione in schiavitù nel mondo del lavoro per rendersene conto.

C’è un salto di qualità rispetto al caporalato classico che non è spiegabile solo in termini di regressione o imbarbarimento delle relazioni del sotto-lavoro.

C’è invece un preciso modo di sottomettere le vittime, di assoggettarle in modo continuativo, di renderle oggetto di tratta e di sfruttamento, che rimanda ad altre forme di schiavitù…

… Anche in Italia, con la legge 228 del 2003, è stato riformulato il reato di riduzione in schiavitù (art. 600 del nostro codice penale), secondo un’accezione molto simile a quella proposta dai due autori nei loro libri: facendo leva sull’idea di costrizione fisica e psicologica, sull’inganno, sul ricatto, sulla violenza, sulla non volontarietà, sulla promessa di un pagamento dilazionato nel tempo.

 Anche da noi, come negli Usa, le denunce per riduzione in schiavitù si sono moltiplicate.

Ma il sentiero giuridico è più che accidentato:

in meno del 10% dei casi si riesce ad arrivare al rinvio a giudizio, e in una percentuale ancora più bassa a una sentenza di condanna in primo grado.

Questo ci dice non solo che è difficile incastrare i nuovi schiavisti, perché è difficile provare un reato che spesso avviene nell’ombra, e su scala trans-nazionale, ma che è di estrema importanza proteggere le vittime dalle minacce dei loro aguzzini per garantire loro la possibilità di denunciarli.

 È fondamentale far intravedere alle vittime un altro orizzonte di vita, un diverso reinserimento sociale, perché altrimenti il rischio di ricadere nello stesso girone da cui sono miracolosamente uscite diventa elevatissimo…”

 

Tutto ciò vale ancor oggi, nel 2023, drammaticamente.

Sono tanti i paesi del mondo dove la schiavitù di fatto viene tollerata, o nella forma in caste della discriminazione sociale, o nelle forme moderne ricordate da “Leogrande”.

Tutto ciò ci riguarda ancora da vicino.

La tratta delle prostitute è florida, la maggioranza delle attuali oltre 100.000 praticanti italiane (quasi esclusivamente donne, perlopiù straniere, immigrate irregolari tramite schiavisti) subisce un potere assoluto (e spesso solo maschile e violento).

E l’associazione” Slaves no more” ha recentemente presentato in Senato un rapporto che alla schiavitù sessuale aggiunge una frequente enorme vulnerabilità femminile (disparità salariale e soggezione continuativa) in molti altri lavori come quelli di cura e assistenza.

 Le condizioni di lavoro agricolo “schiavistiche” che ricordano le piantagioni di cotone in Virginia (dove lavorarono ovviamente anche immigrati italiani) riguardano adesso centinaia di migliaia di italiani e stranieri nel nostro paese, secondo l’ultimo rapporto “Agromafie e caporalato” dell’”Osservatorio Placido Rizzotto”.

 La stima attuale è che vi siano 366.000 bimbi (tra 7 e 15 anni) minorenni lavoratori in Italia (rapporto “Save the Children”, presente la ministra italiana).

Non vi è lavoro “congruo” che tenga.

Bisogna contrastare la forma e la sostanza delle orride schiavitù a noi contemporanee.

 

 

 

La schiavitù moderna

è invisibile.

Lasvolta.it – (1-5-2023) - Costanza Giannelli – ci dice:

 

Lavori forzati, sfruttamento di donne e bambini, matrimoni precoci: la maggior parte dei Paesi (tanto i ricchi quanto i meno abbienti) ne sono interessati.

 Anche se noi non vediamo nulla di tutto ciò.

Indice dei contenuti:

Il volto moderno della schiavitù.

Cosa non vogliamo vedere.

Se le leggi non bastano.

Nel nostro immaginario la parola “schiavitù” evoca navi, piantagioni di cotone, catene.

 Celebriamo la sua abolizione e le leggi che la vietano, eppure la schiavitù non è mai andata via.

È cambiata per adattarsi ai tempi, ma è sempre qui, più vicina di quanto possiamo pensare.

Si chiama “schiavitù moderna” ed è tutta intorno a noi, anche se non la vediamo, o non vogliamo vederla.

Secondo il rapporto “Global Estimates of Modern Slavery”, nel 2021 quasi 50 milioni di persone erano in stato di schiavitù in tutto il mondo (circa 1 su 150):

più della popolazione di Paesi come la Spagna o l’Argentina.

 A essere preoccupante non è solo il numero, ma la velocità con cui stanno crescendo:

rispetto alle stime del 2016, 2 anni fa gli schiavi erano 10 milioni in più.

Dati sottostimati, che non catturano tutte le forme di schiavitù moderna (come il traffico di organi) o che non riescono a dare la misura esatta di fenomeni come il lavoro minorile e i matrimoni precoci.

Il volto moderno della schiavitù.

“Schiavitù moderna” è un termine ombrello che abbraccia diverse situazioni, dove gli individui non possono andarsene a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere:

 non solo il lavoro forzato, quindi, ma una serie di pratiche di sfruttamento che riducono di fatto le vittime in condizioni di schiavitù.

“Ciò che accomuna tutti questi abusi - ha spiegato” Grace Forrest”, direttrice e fondatrice dell’organizzazione antischiavista “Walk Free”, è - la rimozione sistematica della libertà di una persona, dove una persona è sfruttata da un’altra o da una società per guadagno personale o finanziario”.

Donne, migranti e bambini sono i più vulnerabili.

 

Meloni ha annunciato misure straordinarie.

È il settore privato quello in cui si riscontra la grande maggioranza del lavoro forzato (86%). Lo sfruttamento sessuale commerciale forzato rappresenta il 23% (quasi 4 vittime su 5 sono donne o ragazze) e coinvolge oltre 1,5 milioni di bambini.

La forma più comune di sfruttamento è il lavoro per riparare i debiti, che colpisce circa 27,6 milioni di persone in tutto il mondo.

Segue il lavoro minorile, compreso il reclutamento illegale di bambini soldato, che colpisce almeno 12,5 milioni di minori.

Ma dietro il termine “schiavitù moderna” si nascondono anche altre realtà, meno note ma altrettanto drammatiche, come la servitù domestica (che si verifica quando alle persone assunte per svolgere lavori domestici vengono confiscati i documenti per impedire loro di scappare) e i matrimoni forzati.

Nel 2021, le persone coinvolte in un matrimonio forzato erano almeno 22 milioni, 6,6 milioni in più rispetto al 2016.

Le stime di questo fenomeno, che coinvolge in particolare bambini di età pari o inferiore a 16 anni, sono probabilmente molto più basse della realtà: si basano, infatti, su una definizione ristretta e non includono tutti i matrimoni precoci, che devono invece essere considerati forzati poiché i bambini non possono dare il proprio consenso.

Se pensi che sia un fenomeno dei Paesi “arretrati” o “del terzo mondo”, ti sbagli.

 Tutti i Paesi del mondo sono interessati, senza eccezioni etniche, culturali e religiose.

 Più della metà (52%) di tutto il lavoro e un quarto di tutti i matrimoni forzati sono in Paesi a reddito medio-alto o ad alto reddito.

Il vero problema della schiavitù moderna, ha spiegato “Sophie Otiende”, “Chief Executive Officer” del” Global Fund to End Modern Slavery”, è che di moderno non ha niente ma che, anzi, riproduce lo stesso modello di sfruttamento che affonda le radici tra chi “ha” e chi “non ha”, quindi nella disuguaglianza (che è invisibile).

Le stime dicono che tra i 10 e i 12 milioni di africani furono ridotti in schiavitù come parte della tratta transatlantica: oggi gli schiavi sono 5 volte di più che quelli coinvolti nella tratta stessa, eppure non li vediamo.

“La realtà è che in questo momento le persone non vengono trattenute in catene, quindi non è facile vederli.

Queste persone sono quelle che ti servono negli hotel.

Sono persone che ti stanno servendo in casa.

Di nuovo, non si vede perché in questo momento, le catene non ci sono. Non sono lì per ricordarci che stiamo sfruttando le persone.

 È anche invisibile perché è conveniente”.

Cosa non vogliamo vedere.

Eppure, basterebbe guardare per vedere: “Guarda i vestiti che indossi. Guarda il cibo che stai mangiando - continua “Otiende” - Nessuno di noi fa queste domande perché, non appena ciò comporta un lieve inconveniente per la nostra vita personale, non appena significa che dovrò pagare uno scellino in più per il cibo sulla mia tavola, le persone non hanno problemi con i diritti umani fintanto che non li disturba personalmente”.

Così ci limitiamo a dire che “in quelle culture è normale”, senza voler vedere che anche siamo noi e lo stile di vita che vogliamo strenuamente mantenere ad alimentare il ciclo letale della schiavitù moderna.

 

Non ci credi?

“ChatGPT,” con i suoi 13 milioni di utenti giornalieri, è stato sviluppato appaltando lavori disumanizzanti a “imprese Keniote” che pagano tra gli 1,32 e i 2 dollari l’ora:

 lo sfruttamento dei lavoratori nel mondo dell’intelligenza artificiale è decisamente reale.

Ma anche le “supply chain” di “fast fashion” che riempiono le nostre vetrine e i nostri armadi non sono solo una enorme fonte di rifiuti, ma anche un laboratorio di sfruttamento e schiavitù.

(La prof. Daniela Tafani (Università di Pisa) ci informa - tramite “La verità - “che l’“IA” viola le leggi ed i nostri diritti. Il Business della sorveglianza sostiene la tesi del vuoto giuridico e si appella all’etica. Ma i sistemi” IA” non sono attendibili! N.D.R.)

Conosciamo le condizioni dei lavoratori sfruttati dal caporalato che portano sulle nostre tavole il cibo che mangiamo, ma non vogliamo vederlo, come ci tappiamo le orecchie per non sentire che nel 2019, alcuni bambini in età scolare sono stati costretti a lavorare durante la notte presso Foxconn, un fornitore di Amazon, in Cina per raggiungere gli obiettivi di produzione dei dispositivi Alexa.

 O che i rider e driver che soddisfano le nostre voglie a ogni ora del giorno e della notte in molti casi non hanno alcun controllo o libertà sui loro diritti fondamentali e vengono costantemente sorvegliati per assicurare il massimo delle performance, anche a rischio della loro sicurezza personale e, a volte, della loro stessa vita.

Il rischio, ha spiegato “Forrest”, è che anche la transizione verde venga fatta sulle spalle degli schiavi moderni:

“Quando guardiamo al contesto di una transizione verde in questa crisi climatica che stiamo vivendo, abbiamo una grande paura che lo sfruttamento venga cimentato nella green economy attraverso filiere di batterie, catene di approvvigionamento di pannelli solari e turbine eoliche, che in questo momento, se non vengono presi provvedimenti urgenti, saranno costruiti con il lavoro forzato e minorile in tutto il mondo”.

Già oggi un terzo della fornitura mondiale di cobalto, fondamentale per i veicoli elettrici, proviene da miniere associate a condizioni di lavoro pericolose e abusi sul lavoro.

Se le leggi non bastano.

Secondo una ricerca del 2020 (riportata da “The Conversation”) non è vero, come ci sentiamo ripetere da decenni “che la schiavitù è illegale in tutto il mondo”:

certo, la proprietà legale delle persone è stata abolita in tutti i Paesi nel corso degli ultimi 2 secoli, ma in molti di questi non è stata manualizzata.

“In quasi la metà dei Paesi del mondo non esiste un diritto che penalizzi né la schiavitù né la tratta degli schiavi.

 In 94 Paesi, non puoi essere perseguito e punito in un tribunale penale per aver ridotto in schiavitù un altro essere umano”.

È se è vero che ci sono stati dei tentativi di introdurre leggi contro la schiavitù moderna, solo 24 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite hanno disposizioni che affrontano ogni forma di sfruttamento e solo 5 hanno norme penali che affrontano ciascuno dei 5 strumenti internazionali contro lo sfruttamento umano.

 Solo 2 Stati al mondo hanno disposizioni penali per tutte le pratiche di schiavitù.

Ma il problema più urgente è che anche quando le leggi ci sono non funzionano.

“Gli sforzi del Regno Unito per affrontare la schiavitù moderna stanno diminuendo” titolava il “Guardian” poche settimane fa, spiegando che “il numero di aziende che rivelano misure anti-schiavitù all’interno delle catene di approvvigionamento è quasi dimezzato, secondo le analisi del “Chartered Institute of Procurement and Supply” (Cips)”.

Ma anche nell’altro emisfero le cose non vanno meglio: “La legge australiana sulla schiavitù moderna non funziona”, spiegava a novembre “Aljazeera” riportando i risultati dell’indagine condotta da diversi gruppi per i diritti umani a 4 anni dall’introduzione di una nuova normativa.

 

 

Abolire sfruttamento e precarietà.

Così si ferma la strage sul lavoro.

 

Left.it – (2-3-2024) – Giuliano Granato - ci dice:

 

La battaglia contro la logica del profitto che prospera nella giungla degli appalti e nei contratti irregolari è la prima misura contro gli omicidi sul lavoro.

 Oggi a Firenze la manifestazione per chiedere giustizia per le vittime del cantiere Esselunga.

“Una legge che introduca il reato di omicidio sul lavoro”.

È la richiesta al centro della manifestazione di oggi, 2 marzo, a Firenze (piazza Dalmazia, ore 14.30) promossa da “ Unione Sindacale di Base”,” Cub”, “Cambiare Rotta”, “Potere al Popolo”, “Rifondazione Comunista”, “Collettivo Gkn” e” Rete dei Comunisti”.

 Il 23 marzo alle 15.30 la città si mobilita contro le morti sul lavoro e per la costruzione di un parco pubblico al posto del centro commerciale nel cui cantiere hanno perso la vita cinque operai.

Sulla strage del 16 febbraio pubblichiamo la versione in italiano dell’articolo di “Giuliano Granato” uscito su “Canal Red”, diretto da “Pablo Iglesias”.

 

Sono le 8:52 di venerdì 16 febbraio.

Siamo a Firenze.

 Più precisamente sull’enorme area dove un tempo sorgeva il panificio militare e oggi un cantiere edile.

Almeno 50 operai sono al lavoro. C’è da avanzare nella costruzione di un supermercato Esselunga, una delle principali imprese della Grande distribuzione organizzata.

Sono le 8:52 e si sente un boato.

Passano pochissimi minuti: “Pronto emergenza? Correte, è crollato tutto”.

È una delle prime telefonate al 118, il numero per richiedere soccorso.

Una trave di cemento di 15 metri di lunghezza e 5 tonnellate di peso è crollata e ha trascinato con sé tre piani dello scheletro del supermercato.

Sotto le macerie sono coinvolti in otto. Per tre, per fortuna, la vita è salva. Non così per gli altri cinque.

Si tratta di Luigi Coclite, 60 anni; Mohamed Toukabri, 54 anni, tunisino; Mohamed El Farhane, 24 anni, marocchino; Taoufik Haidar, 43 anni, marocchino; Bouzekri Rachimi, 56 anni, marocchino.

Il cadavere di quest’ultimo viene ritrovato solo il 20 febbraio.

Una strage operaia.

L’ennesima in questi ultimi anni in Italia.

L’ultima era avvenuta nella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023 presso la stazione ferroviaria di Brandizzo, sulla tratta Torino-Milano: un treno passeggeri aveva travolto e ucciso una squadra di operai al lavoro sui binari.

Il bilancio fu di 5 morti e 2 feriti.

 

In realtà, però, la strage è quotidiana.

Nel 2023 in Italia ben 1.485 lavoratori e lavoratrici sono morti sui posti di lavoro o in itinere, cioè nel viaggio verso e dal luogo di lavoro.

Una media di 4 morti ammazzati ogni giorno.

 Tutti i giorni, Capodanno, Pasqua e Natale inclusi.

Solo che l’occhio del potere mediatico e del potere politico ci si posa solo quando i lavoratori muoiono tutti insieme nello stesso posto.

E ci si inizia a chiedere il perché di quello specifico dramma. Come sia potuto accadere. Quale sia stata la dinamica precisa. Chi abbia sbagliato e cosa.

Politici ed esponenti istituzionali si affrettano a mostrarsi a favore di telecamera tristi e commossi, rilasciando dichiarazioni tratte da un copione sempre identico:

 “non è accettabile”; “non si può morire per andare a lavorare”; “mai più”.

Salvo che poi tutto continua esattamente come prima, in una tragica ripetizione quotidiana.

Se si ripete è perché il problema, checché ne pensi chi denuncia che “su troppi posti di lavoro manca la cultura della sicurezza”, è in realtà strutturale e strettamente legato a come agisce la logica del profitto.

Il cantiere Esselunga di Firenze non è eccezione; al contrario, è lo specchio del mondo del lavoro oggi in Italia.

 

Il supermercato, una volta concluso, sarà di Esselunga, grande impresa della distribuzione organizzata.

L’impresa committente dei lavori è Vallata S.p.A., partecipata al 100% da Esselunga, e il cui presidente è “Angelino Alfano”, ex ministro, prima con Berlusconi (ministro della Giustizia), poi con il centrosinistra di Letta, Renzi e Gentiloni (ministro dell’Interno e infine degli Esteri).

 A proposito di porte girevoli tra politica ed economia…

L’impresa appaltatrice, invece, è la “Aep”, Attività edilizie pavesi srl, con sede a Pieve del Cairo (Pavia). Già coinvolta in ben due episodi di incidenti sul lavoro negli ultimi anni.

La Babele di appalti e subappalti è comunque appena iniziata. Nel complesso delle attività del cantiere di Firenze ci sono addirittura 64 imprese. Molte di piccole o piccolissime dimensioni.

Come spiega “Alessandro Genovesi”, segretario della “Fillea”, federazione della “Cgil”, il principale sindacato italiano:

 “È sempre più evidente il fenomeno delle imprese individuali, ovvero operai che non vengono assunti ma costretti ad aprire la Partita Iva (lavoratori autonomi) e presi in subappalto per realizzare l’impianto elettrico o la colata di cemento”.

Insomma, lavoratori salariati a tutti gli effetti, ma che risultano come lavoratori autonomi.

Così le imprese che ne utilizzano i servizi scaricano su di loro tutte le rogne, dalle questioni salariali a quelle relative alla sicurezza.

 

Sempre per risparmiare sugli oneri per la salute e la sicurezza tante imprese dell’edilizia non fanno firmare ai dipendenti il contratto nazionale (Ccnl) del settore edile, bensì quello dei metalmeccanici o, addirittura, quello dei giardinieri.

 Perché così possono risparmiare sulla busta paga, offrendo stipendi più bassi, ma soprattutto evitare di adempiere agli obblighi di formazione per la sicurezza, previsti dal Ccnl edilizia e non dagli altri.

Perché è così che funziona la giungla degli appalti e dei subappalti:

 ogni anello della catena, cioè ogni impresa, deve portare a casa un suo profitto.

Gli appalti si vincono al “massimo ribasso”: vince cioè chi offre il prezzo più basso.

Un prezzo che si può praticare solo schiacciando fin sotto terra le condizioni offerte ai “propri” lavoratori.

A partire dagli stipendi.

Al cantiere Esselunga di Firenze, ad esempio, l’ “imam Izzedin Elzir” spiega che alcuni lavoratori erano sottoposti a pratiche assolutamente illegali:

“Tre ragazzi egiziani che lavoravano nel cantiere mi hanno raccontato che, pur avendo un contratto regolare, dovevano dare metà del loro stipendio a chi aveva trovato loro il lavoro”. Caporalato, così si chiama.

Punito dalla legge. Ma troppo spesso solo sulla carta.

 

Pare poi che due dei cinque morti un contratto non ce l’avessero proprio.

Lavoratori irregolari al 100%. Lavoratori in nero.

 Fantasmi che si possono cacciare o far sparire quando più fa comodo.

Lavoro irregolare che nelle costruzioni è la norma.

 Il 93% di 4.200 grandi, medie e piccole imprese controllate nel 2023 dall’ “Ispettorato nazionale del lavoro” sono risultate irregolari.

Nel 2022 su 10.500 cantieri visitati ben 8.648 non rispettano le norme, per più di 15mila violazioni.

I contratti irregolari si affiancano all’assoluta irregolarità nel rispetto e applicazione delle misure di sicurezza.

“Quella mattina dicemmo al responsabile che sarebbe stato meglio aspettare un giorno prima di lavorare al piano terra, visto che sopra c’erano altri che preparavano una gettata.

Rispose: ‘Cosa dici! Qui si lavora. Se non ti va bene, prendi i documenti e te ne vai!’”.

È la testimonianza di un lavoratore rumeno del cantiere fiorentino, raccolta dal quotidiano “Il Manifesto”.

Non può dunque sorprendere il dato dell’Inail (Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro), che riporta che le denunce di infortuni nel settore costruzioni aumentano anno dopo anno. Nel 2020 se ne contavano 32.700, 39mila del 2021, 40.135 nel 2022 e nel 2023 pare che i risultati, non ancora definitivi, segnino un ulteriore aumento del 4,1% sull’anno precedente.

Purtroppo non tutti i lavoratori infortunati riescono a portare la pelle a casa.

 Nel 2023 l’edilizia è risultato il settore col maggior numero di “omicidi bianchi”, cioè di morti sul lavoro, ben 150.

E in questa stima dell’Inail non sono conteggiati i lavoratori in nero.

Infine, dei cinque operai morti ammazzati al cantiere Esselunga di Firenze, ben quattro erano stranieri.

La terribile riprova di quanto scrive l’ “Osservatorio sicurezza sul lavoro e ambiente” Vega Engineering” di Mestre, che registra 59 morti ogni milione di lavoratori stranieri contro le 29 italiane.

I lavoratori migranti, insomma, sono l’ultimo anello della catena.

Carne da macello da sacrificare sull’altare dei profitti degli imprenditori.

Come e più dei colleghi autoctoni.

È questo il sistema dentro cui si produce il meccanismo di morti quotidiane.

 La logica del profitto che si impone sulla logica della vita.

Di fronte a questo scenario l’indignazione del momento non basta.

Men che meno le lacrime di coccodrillo di politici e personaggi pubblici.

A mancare, in Italia, non è la cultura della sicurezza.

La verità è che quando si rivendica più sicurezza l’imprenditore di turno passa subito alla minaccia di metterti alla porta.

E se sei un lavoratore precario o, peggio ancora, in nero, la forza del loro ricatto (“zitto o a casa”) è maggiore.

Per questo la prima misura contro gli omicidi sul lavoro, prima ancora dell’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e del rafforzamento dell’Ispettorato del Lavoro, è l’abolizione della precarietà e la battaglia contro la logica del profitto.

 

 

 

 

Sorveglianza di massa,

la Cina è un sistema a “diritti

affievoliti”: perché lo tolleriamo e cosa rischiamo.

Agendadigitale.eu - Avv. Barbara Calderini – (22 nov.2022) – ci dice:

Da tempo, i cittadini cinesi si sono abituati all’idea di essere costantemente sorvegliati in cambio di una governance che, idealmente, rende le loro vite più sicure e facili.

Ma la Cina non è sola: anche l’Europa deve rispondere delle proprie responsabilità, finora sottaciute, per lo sviluppo di tecnologie di sorveglianza.

Il Partito Comunista cinese, peraltro con la partecipazione della Silicon Valley, Intel, IBM, Seagate, Cisco e Sun Technologies (che hanno contribuito a rendere i sistemi di sorveglianza all’avanguardia accessibili e convenienti), è riuscito a costruire un nuovo contratto sociale con i suoi cittadini.

Una sorta di stato di polizia distopico presidiato dalle forze di sicurezza nazionale, armate di intelligenza artificiale:

 sostenuti da pensatori scientifici cinesi fondamentali come “Qian Xuesen”, i cinesi si sottomettono alla sorveglianza digitale in cambio di una governance più precisa che, idealmente, rende le loro vite più sicure e più facili; dai modelli di traffico alla sicurezza alimentare, alla risposta alle emergenze.

Uno stato di cose delineato chiaramente dai giornalisti del “Wall Street Journal” Josh Chin e Liza Lin, autori di “Surveillance State: Inside China’s Quest to Launch a New Era of Social Control”.

 

“China’s Surveillance State: Why You Should Be Worried” .

Indice degli argomenti.

Surveillance State:

il controllo sociale in Cina che plasma la volontà delle persone.

Leadership confuciana.

L’IoT offre l’infrastruttura necessaria per la sorveglianza .

Censura e propaganda.

Il sistema nazionale di credito sociale.

Ubi data ibi imperium.

Sorveglianza di Stato e Capitalismo di sorveglianza ovunque.

Conclusioni.

Surveillance State: il controllo sociale in Cina che plasma la volontà delle persone.

“Alibaba” e “Tencent”, giganti tech cinesi, tornati sotto il controllo del Partito Comunista a seguito del “giro di vite” intrapreso dalla Cina contro le società tecnologiche più potenti, controllano enormi quantità di dati comportamentali; tutti accessibili al governo.

 Sin dal 2016 nella città di “Hangzhou”, Alibaba ha sviluppato una piattaforma cloud chiamata “City Brain” che monitora le condizioni del traffico, rileva incidenti stradali, regola i semafori per ridurre i tempi di viaggio e persino i tempi di risposta dei veicoli di emergenza.

L’intelligenza artificiale di City Brain, asservita alle velleità del governo, è solo una delle tante applicazioni in grado controllare i veicoli di un’intera città.

Grandi quantità di dati, (la Cina ha già superato gli Stati Uniti per quanto riguarda la quantità totale di dati che è in grado di trattare e produrre) vengono raccolte, elaborate da algoritmi nei supercomputer, quindi reinserite nei sistemi della città, resi disponibili all’autorità.

Leadership confuciana.

Ogni espressione dell’autorità di governo in Cina viene intesa dai cinesi alla stregua di un assioma ontologico:

 l’interesse pubblico prevale su quello del singolo;

il capillare controllo della società e le esigenze di pubblica sicurezza si impongono sui diritti degli individui.

Non è un caso che la Repubblica Popolare Cinese sia oggi il più importante esempio di Stato socialista ancora esistente, sebbene con alcune evidenti peculiarità che ne hanno caratterizzato il discostamento rispetto alla concezione tradizionale:

 prima fra tutte la capacità della classe dirigente cinese di interpretare le dinamiche dell’attuale fase storica della globalizzazione e di volgerle a proprio favore consentendole di emergere come protagonisti indiscussi della scena economica internazionale.

 

È certo, il fatto che la Cina, in tale contesto, si ponga come un sistema a “diritti affievoliti” non stupisce.

 Tanto è connaturato alla sua stessa storia e tradizione.

È altresì sancito espressamente nella Carta costituzionale cinese dove, a fronte di un elenco di diritti e doveri fondamentali, è infatti previsto che “i cittadini nell’esercizio dei loro diritti e libertà, non possano violare gli interessi dello Stato, della società o della collettività” (art.li 51, 53 e 54).

Il Partito è l’interprete unico dell’uniformità di intenti che deve contraddistinguere l’azione statale a tutti i livelli;

 le assemblee popolari, dal parlamento a quelle dei diversi enti locali, province regioni autonome, prefetture e contee, assurgono al ruolo di “organi e strumenti del potere statale”.

Ed è in tale contesto che trovano terreno fertile le molteplici applicazioni e i sistemi di sorveglianza che rendono le città cinesi le più monitorate al mondo:

“Golden Shield”, “Skynet”, “Safe Cites”, “Police Clouds”, “Project Sharp Eyes”, e altri.

Da tempo i cittadini cinesi si sono adattati a tale forzosa convivenza.

E la leadership cinese, forte degli strumenti di governance derivanti dalla dottrina della “Grande Armonia”, ha in tal modo potuto perseguire i nuovi programmi di sviluppo e di soft power culturale globale, radicandoli proprio nella tradizione e nella ferrea obbedienza dei cinesi ai capisaldi dell’etica confuciana.

Un sofisticato database nazionale collega documenti di identificazione, telecamere a circuito chiuso, sistemi di riconoscimento di aziende cinesi come “Huawei”, “Sensetime”,” Megvii” e” China Electronics Technology Group Corporation”, registrazioni di impronte digitali, campioni di DNA, scansioni dell’iride e gruppi sanguigni, cronologie di viaggio, tracciamento dei telefoni, monitoraggio degli acquisti online e meccanismi di decrittazione dei messaggi scambiati dagli individui: tutte informazioni sottomesse al monitoraggio del governo cinese.

“Xue Liang”, ovvero “Occhio di falco” è il nome del programma di videosorveglianza a tappeto del presidente Xi Jinping e di Pechino. Spyware nei cellulari, telecamere per il riconoscimento facciale, wi-fi sniffer: si basa su un mix di tecnologie vecchie e nuove la grande rete voluta dal presidente “Xi” che punta a “controllare” 1,4 mld di abitanti in Cina.

 

Diffusione e pervasività della sorveglianza sociale che” la società di sicurezza Comparitech” ha voluto classificare a livello mondiale:

 la Cina ospita oltre 540 milioni di telecamere di sorveglianza, circa la metà di tutte le telecamere del mondo e detiene il primato con otto delle prime 10 città più sorvegliate al mondo.

 L’apice si tocca a “Chongqing”, grande agglomerato urbano situato nel sud-ovest del paese, dove confluiscono i fiumi Azzurro e Jialing, con quasi 2,6 milioni di telecamere, ovvero 168,03 per 1.000 persone. Seguono “Shenzhen”, nella provincia meridionale del “Guangdong” e “Urumqi”, nota capitale della regione autonoma cinese dello” Xinjiang Uygur”.

Apposite telecamere vengono posizionate dove le persone si recano per soddisfare i loro bisogni comuni, come mangiare, viaggiare, fare shopping e divertirsi;

 telecamere per il riconoscimento facciale si trovano all’interno di spazi privati, come edifici residenziali, sale karaoke e hotel;

dispositivi, noti come “wi-fi sniffer “e “catcher IMSI”, raccolgono informazioni dagli smartphone consentendo alla polizia di tracciare i movimenti di un dato bersaglio.

Due giornalisti del “New York Times”, “Paul Mozur” e Aaron Krolik”, hanno descritto il modo in cui i vari strumenti di sorveglianza vengono combinati all’interno di un vasto sistema integrato e connesso, alimentato da un insieme di tecnologie, alcune all’avanguardia ed altre piuttosto datate.

 

L’articolo del “NYT “presenta, con ricchezza di particolari e riscontri video, come tutte queste funzionalità siano diventate largamente disponibili per le Autorità di polizia di ogni livello e come i dati raccolti possano essere resi accessibili ad una vasta gamma di terze parti sia pubbliche, per scopi di intelligence e sicurezza pubblica, che private, per scopi commerciali e di marketing.

 Il tutto, peraltro, attraverso pratiche di sicurezza del tutto assenti se non inadeguate, livelli di fallacia algoritmica piuttosto significativi e un livello inquietante di pregiudizi sistemici.

Human Rights Watch (HRW), con sede a New York, riporta l’esistenza di un documento ufficiale, risalente al 2017, chiamato “The [Xinjiang Uyghur Autonomous] Region Working Guidelines on the Accurate Registration and Verification of Population” (全区人口精准登记核实工作指南, “The Population Registration Program”), che descrive il funzionamento di una banca dati biometrica, destinata in modo specifico al controllo delle minoranza etnica Uiguri, che aggrega e archivia su server governativi le delicate informazioni degli individui coinvolti in nome di apparenti politiche antiterrorismo:

 operazioni che le Nazioni Unite hanno già dichiarato idonee a costituire crimini contro l’umanità.

Le stesse applicazioni di monitoraggio sviluppate in costanza di pandemia, come quella chiamata Health Code (Codice sanitario), lanciata dalla città cinese di “Hangzhou”, sembrerebbero essere destinate a non esaurire la loro funzione con la fine dell’emergenza sanitaria ma a diventare veri e propri “passaporti digitali” dei cittadini in pianta stabile.

Come dire un upgrade permanente della sorveglianza di massa che grava sui cittadini in Cina.

 

L’IoT offre l’infrastruttura necessaria per la sorveglianza.

“Edward Schwarck”, uno studente in sicurezza pubblica cinese presso l’Università di Oxford, ha approfondito il ruolo del ministero della Pubblica Sicurezza Cinese descrivendone lo sviluppo nel corso del tempo in chiave di intelligence.

Le sue analisi hanno evidenziato come il ministero iniziò a riformare ed aggiornare le sue strutture di intelligence all’inizio degli anni 2000 con l’intento di ristabilire il “dominio dell’informazione” su una società sempre più fluida e tecnologicamente sofisticata.

Le evidenze raccolte hanno dimostrato come lo stesso si sia adattato allo sviluppo tecnologico trasformando ed adeguando, alle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie, le proprie procedure di raccolta, analisi e diffusione delle informazioni, fino a dare forma all’attuale sistema di intelligence di pubblica sicurezza.

 

Ebbene, secondo “Schwarck” “definire un modello simile come sistema di polizia basato sull’intelligence o sulle analisi predittive distoglie l’attenzione dal fatto che ciò che sta accadendo in alcune aree del Paese, come nello “Xinjiang”:

non riguarda affatto la polizia, ma una forma di vera e propria ingegneria sociale”.

Nel frattempo, mentre da una parte le reazioni della comunità internazionale sulla questione dei diritti umani nello Xinjiang e di altri crimini umanitari nel mondo rimangono piuttosto deboli e poco coordinate, rivelando ben più di una frattura a seconda degli interessi economici con Pechino, dall’altra, le tattiche di propaganda e disinformazione dei regimi autoritari, tra cui la Cina, evolvono in forme sempre più sofisticate, e al centro di questi sforzi globali di repressione e controllo dell’informazione ci sono sempre i social media: “Twitter”, “Facebook,” “YouTube”, oltre naturalmente a “TikTok”.

 

Chiaro, dunque, che applicazioni omnicomprensive “di fatto insostituibili” come “WeChat” assumono, nell’alveo del loro terreno d’elezione – lo spazio digitale – un ruolo strategico sinergico e cruciale, con effetti calamitanti dentro e fuori dal territorio cinese.

Un universo non solo di sorveglianza ferrea ma anche “geo mediatico”, peraltro, ben sedimentato:

 le prime interferenze governative riscontrate su “Wechat” risalgono al 2013, con la censura dei post e delle chat contenenti le parole “Falun Gong” (轮功) e “Southern Weekend” (南方周末).

 

Più di un miliardo di smartphone in tutto il mondo dove l’app interagisce con gli apparati di polizia fornendo l’accesso a query di ricerca e contrassegni di tag specifici e dove persino l’inattività digitale stessa può destare sospetti.

Censura e propaganda.

Il controllo dell’informazione è un elemento ritenuto cruciale; l’apparato di propaganda “visibile” della Cina è ben radicato e la gestione della verifica dei contenuti informativi sia interna che esterna riveste una priorità assoluta per il PCC.

Censura, insomma.

 Ma non solo, perché alla censura si accompagna l’attività di propaganda:

gli obiettivi di controllo sulle informazioni della Cina abbracciano tanto operazioni di influenza negli ecosistemi tradizionali quanto nei social media, ritenuti non a caso percorsi preferenziali usati per deviare il dibattito come veri e propri distrattori sociali.

Luoghi virtuali di condivisione in cui l’utilizzo di contenuti di terze parti rivela un potenziale di amplificazione ed effetti di rete talmente appetibili da porsi in perfetta sinergia con l’operato interno dei media governativi, strategicamente coordinati per orientare il discorso pubblico e la governance internazionale, a scapito dei diritti e delle libertà fondamentali universali.

 

Una sorta di “censura inversa” che si oppone al dissenso politico anticinese con il rumore creato dall’effetto cascata dei post governativi appositamente costruiti.

Tutte circostanze queste ben descritte nello studio sulle operazioni di informazione a spettro completo della Cina, analizzato dall’ “Hoover Institution” e dall’ “Osservatorio Internet” di Stanford, di cui sono autrici “Renèe Diresta”, “Carly Miller”, “Vanessa Molter”, “Jhon Pomfret e Glenn Tiffert”, ma anche nel rapporto di “Recorded Futur”e e nell’analisi dell’ “Australian Strategic Policy Institute”, che documentano in modo esauriente e con dovizia di particolari le armi di propaganda e censura del governo cinese.

Il “Great Firewall” è l’ulteriore strumento di sorveglianza che blocca decine di migliaia di siti Web invisi al Partito.

 Proprio il rafforzamento della “sfera ideologica” nel contesto di quella che la Cina stessa definisce una “Guerra globale dell’informazione” viene esplicitamente identificato dal Comitato centrale del Partito comunista tra gli obiettivi cardine, imprescindibile per l’affermazione della supremazia del Paese, nonché baluardo contro i pericoli derivanti dalla minaccia delle avverse forze occidentali:

dai valori universali e fondamentali espressione della democrazia costituzionale di matrice neoliberalista, alla concezione occidentale dell’ecosistema informativo che sfida il principio cinese secondo cui i media e il sistema editoriale dovrebbero essere soggetti alla disciplina del Partito.

Sotto la leadership del Presidente”Xi”, la repressione di qualsiasi voce dissenziente ha, infatti, ricevuto una svolta ulteriormente restrittiva e rigorosa.

Non è un mistero che proprio la Cina detenga oggi il primato di giornalisti incarcerati, ponendosi al primo posto nella classifica dei Paesi con il maggior numero di reporter reclusi, prima di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto.

Una situazione che lo stesso “Comitato per la protezione dei giornalisti” (Cpj) ha definito “in costante peggioramento”. E

 altrettanto significative in tal senso risultano le numerose “espulsioni” dei giornalisti occidentali ritenuti spesso “ostili”:

ne sono coinvolti testate come il “Wall Street Journal”, “Bloomberg” e il “New York Times”.

 

Il sistema nazionale di credito sociale.

Non ultimo rileva, in termini di controllo, il sistema nazionale di credito sociale (un insieme di «modelli» per verificare l’«affidabilità» delle persone associandole a un punteggio e a blacklist) finalizzato a valutare “e dunque prevenire” la condotta di ogni cittadino cinese, in ogni ambito:

dall’accesso al credito alla tendenza alla commissione dei crimini.

E il “sistema dei crediti sociali” rappresenta solo uno dei tanti aspetti oscuri e distopici dei piani di ingegnerizzazione sociale in Cina.

Se infatti da una parte i crediti sociali mirano a creare una società basata sulla fiducia dove però cosa è virtuoso e morale lo decide il partito comunista, un’ulteriore “griglia sociale” viene stabilita dalle smart city, a loro volta governate socialmente attraverso crediti sociali e capacità tecnologiche che consentono raccolta ed elaborazioni di dati continua.

Forme di iper-sorveglianza nei confronti della quale milioni di cinesi nel mondo, e non solo, stanno divenendo ormai insensibili e dove la libertà personale ha un costo inimmaginabile.

E le possibilità di scelta sono inesistenti.

Dall’ “IA” alle “smart cities”, passando per le “applicazioni social” come “WeChat”, la Cina ha infatti assunto una posizione pesantemente sfidante e per il momento vincente rispetto alla supremazia tecnologica filoccidentale.

Nella “hall” dell’“Institute of Automation”, il campus di laboratori nazionali dell’”Accademia cinese delle scienze”, un poster gigante del “Presidente Xi Jinping” in abito nero, convalida quanto l’obiettivo del potenziamento del sistema digitale di controllo sociale – pattugliato da algoritmi precognitivi addestrati al riconoscimento dell’iride, alla sintesi vocale basata su cloud e al controllo dei potenziali dissidenti in tempo reale – rappresenti per la nazione la priorità assoluta.

I” Big Data “costituiscono la risorsa inestimabile per fare tali previsioni.

I funzionari possono attingere a questa capacità per gestire crimini, proteste o impennate dell’opinione pubblica online.

Un network, quindi, dove la repressione del crimine va di pari passo con l’analisi di polizia predittiva e la censura con la propaganda:

coloro che esprimono opinioni non ortodosse online possono diventare soggetti di attacchi personali mirati nei media statali.

 La sorveglianza e l’intimidazione sono ulteriormente integrate da una vera e propria coercizione, tra cui visite di polizia, arresti, “confinamenti rieducativi”.

“Ubi data ivi imperium”

In tutto ciò il Partito Comunista è stato straordinariamente abile nel plasmare la conversazione sulla privacy.

In tal senso uno degli eventi normativi significativi dell’ultimo periodo è senza dubbio l’introduzione della legge sulla privacy cinese, “Personal information protection law” (“Pipl”) cinese, che interessa molte aziende internazionali operanti in Cina o intenzionate a coltivare relazioni commerciali con il territorio cinese.

Una legge che si inserisce in un sistema regolatorio in costante evoluzione, di cui fanno parte anche la “Cybersecurity Law”, in vigore dal primo giugno 2017 e la “Data Security Law”, approvata il 10 giugno 2021, in vigore da settembre 2021, con impatti a livello domestico e internazionale estremamente imprevedibili, specie per i riflessi in fatto di circolazione internazionale dei dati e dell’adozione di misure destinate allo sviluppo di tecnologie relative al riconoscimento facciale, all’intelligenza artificiale e all’analisi dei dati.

Parliamo di un sistema giuridico solido dove impiantare il regime di sicurezza delle informazioni e dei dati in Cina, mira, in modo specifico, a potenziare le esigenze di sovranità digitale ritenute prioritarie da Pechino, a maggior ragione nel contesto dell’attuale competizione tecnologica e commerciale con gli USA.

Lo Stato, Pechino, sede del potere politico, diviene a tutti gli effetti il tutore della salvaguardia dei dati e della sovranità digitale della società cinese.

Sorveglianza di Stato e Capitalismo di sorveglianza, ovunque.

Ma la Cina non è l’unico paese ad utilizzare e ad offrire una visione chiara di come gli Stati dovrebbero utilizzare le tecnologie di sorveglianza (i sistemi di controllo della polizia cinese vengono venduti in più di 80 paesi in tutto il mondo, comprese diverse democrazie).

 

La stessa Europa viene chiamata a rispondere delle proprie responsabilità, finora sottaciute, per lo sviluppo di tecnologie di sorveglianza.

Negli anni, la collaborazione dell’“Ue” con i “Paesi limitrofi “per il controllo delle migrazioni ha rafforzato i regimi autoritari, fornito un boom di profitti per le imprese della sicurezza e ai produttori di armamenti, distolto risorse dallo sviluppo e indebolito i diritti umani.

 

A settembre 2020 “Amnesty International”, auspicando il divieto assoluto dell’uso indiscriminato delle tecnologie di riconoscimento facciale, ha diffuso il rapporto “Out of Control: Failing EU Laws for Digital Surveillance Export”, in cui ha reso evidente come tre aziende europee con sede in Francia, Svezia e Paesi Bassi abbiano venduto sistemi di sorveglianza ad agenzie di sicurezza cinesi coinvolte nelle violazioni dei diritti umani.

Il caso più conosciuto è quello che riguarda la minoranza musulmana uiguri nella regione dello Xinjiang.

E il riferimento è rispettivamente a Morpho (ora “Idemia”), “Axis Communications” e “Noldus Information.

Ma tra tutti il rapporto che ha destato il rumore maggiore, per l’ampiezza e specificità delle denunce (tutte documentate) è senza dubbio lo studio “Surveillance Disclosures Show Urgent Need for Reforms to EU Aid Programmes” pubblicato il “10 novembre 2020” da “Privacy International” di cui si consiglia l’attenta lettura.

Sono molte le organizzazioni europee coinvolte nelle recriminazioni: dall’”Agenzia di frontiera Frontex” al “Servizio europeo per l’azione esterna”, dal “Fondo fiduciario dell’UE per l’Africa” all’ “Agenzia dell’Unione europea” per la formazione delle forze dell’ordine (CEPOL) e all’EUROPOL;

comprese le istanze di chiarimento rivolte all’EDPS quanto all’Opinion 2/2018 relativa agli otto mandati negoziali volti alla conclusione di accordi internazionale che consentirebbero lo scambio di dati tra Europol e paesi terzi.

Il riconoscimento facciale è sedimentato e certo “ben sovvenzionato” da tempo.

 In Europa, Cina e ovunque: in Florida, l’ufficio dello sceriffo della contea di Pinellas (PCSO) gestisce uno dei più grandi database di riconoscimento facciale in America.

Se dunque i governi dei paesi autocratici e semi-autocratici sono più inclini ad abusare della sorveglianza dell’IA rispetto ai governi delle democrazie liberali, queste restano comunque i principali utilizzatori e fornitori della sorveglianza dell’IA.

 

L’origine dell”’odierno Panopticon cinese” e la sua inarrestabile evoluzione non sono altro che il risultato di un’accelerazione resa possibile dalla grande trasformazione tecnologica del paese (e con essa la nuova straordinaria capacità di raccogliere dati biometrici da parte di Pechino).

 La diffusione della sorveglianza, in particolar modo applicata all’ “AI”, continua senza sosta.

E se il suo utilizzo da parte di regimi autoritari per progettare repressioni contro popolazioni mirate ha già suonato campanelli d’allarme, tuttavia anche in paesi con forti tradizioni di stato di diritto, l’ “IA” fa sorgere “problematiche etiche fastidiose ed urgenti”.

Un numero crescente di stati nel mondo oltre alla Cina sta implementando strumenti avanzati di sorveglianza dell’IA per monitorare, rintracciare e sorvegliare i cittadini per raggiungere una serie di obiettivi politici: alcuni legali, altri che violano palesemente i diritti umani e molti che cadono in una via di mezzo oscura.

Questo è il quadro descritto da” Carnegie Endowment for International Peace”, uno dei più antichi e autorevoli” think tank statunitensi” di studi internazionali.

La tecnologia legata alle società cinesi – in particolare Huawei, Hikvision, Dahua e ZTE – fornisce la tecnologia di sorveglianza dell’IA in 63 paesi, 36 dei quali hanno aderito alla “Belt and Road Initiative cinese” afferma il Rapporto.

Oltre alle società cinesi, la giapponese NEC fornisce la tecnologia di sorveglianza dell’IA a 14 paesi e IBM in 11 paesi, secondo il rapporto Carnegie.

 “Anche altre società con sede in democrazie liberali – Francia, Germania, Israele, Giappone – svolgono un ruolo importante nel proliferare di questa tecnologia”.

Tutti questi paesi, evidenzia il Rapporto “non stanno però adottando misure adeguate a monitorare e controllare la diffusione di tecnologie sofisticate collegate a una serie di importanti violazioni.

Gli esperti esprimono preoccupazione in merito ai tassi di errore del riconoscimento facciale e all’aumento dei falsi positivi per le popolazioni minoritarie.

 Il pubblico è sempre più consapevole dei pregiudizi algoritmici nei set di dati di addestramento di AI e del loro impatto pregiudizievole sugli algoritmi di polizia predittiva e altri strumenti analitici utilizzati dalle forze dell’ordine.

Anche applicazioni “IoT “benigne – altoparlanti intelligenti, blocchi di accesso remoti senza chiave, display con trattino intelligente per autoveicoli – possono aprire percorsi problematici alla sorveglianza.

Le tecnologie pilota che gli Stati stanno testando ai loro confini – come il sistema di riconoscimento affettivo d”i iBorderCtrl “– si stanno espandendo nonostante le critiche che si basano su scienza difettosa e ricerca non comprovata.

Inevitabilmente sorgono le domande inquietanti sull’accuratezza, correttezza, coerenza metodologica e impatto pregiudizievole delle tecnologie di sorveglianza avanzate.

Conclusioni.

Dal momento che gli algoritmi non sono neutrali, imparziali ed oggettivi e che molto difficilmente le loro implementazioni potranno tradursi in mere scelte amministrative, di ordine pubblico e sicurezza nazionale o di business, allora la domanda è:

perché si continuano a tollerare, se non addirittura a favorire, scelte “politiche” che prestano il fianco alle ambizioni degli stati dispotici, o anche democratici, primattori dei diversi approcci di sorveglianza a vantaggio dello sfruttamento commerciale, governativo e a scapito dei diritti umani?

La risposta a questa domanda è complessa. E per le democrazie avanzate la sfida lanciata da queste problematiche è globale e immensa.

I soli adeguamenti normativi, sebbene necessari, non basteranno a garantire trasparenza e correttezza.

Ugualmente non saranno sufficienti le pronunce delle alte Corti per definire precisi ambiti di responsabilità e, neppure i progressi tecnologici, tesi ad abbattere il margine di fallacia dei processi algoritmici, potranno arginare adeguatamente i rischi di discriminazione.

Neppure sarà sufficiente “tagliare la catena di approvvigionamento globale della tecnologia di sorveglianza”.

In tanti, non solo negli stati autoritari, continueranno a “fidarsi supinamente” degli (ab)usi promossi da queste tecnologie, vittime di un approccio incauto che rende la sorveglianza parte integrante e naturale del panorama contemporaneo.

Quello tra l’Occidente e la Cina non è un rapporto di sole relazioni tra governi, è altresì una connessione, ancora per nulla compresa, tra le diverse percezioni, che i rispettivi cittadini hanno su temi divisivi, come può esserlo quello dei diritti fondamentali e del potere che promana dall’autorità.

La necessità di pensare in modo critico e consapevole sui sistemi di sorveglianza e certo sugli algoritmi di “AI” in generale diventa evidente.

Non servono, però, approcci solo teorici, di parte o peggio solo distopici.

Se da una parte la strategia cinese mira al controllo totalitario della propria società e al predominio in campo scientifico entro il 2030 e quella russa si concentra sulle applicazioni in materia di intelligence, dall’altra, negli Stati Uniti, il modello liberista crea una biforcazione tra settore pubblico e privato, in cui i colossi tecnologici della Silicon Valley puntano alla mercificazione deregolata delle opportunità tecnologiche.

E, ancora oggi, il ruolo dell’ “Unione europea” nell’”ecosistema digitale globale” è in gran parte ancora da decidere.

Parlando di intelligenza artificiale – ci riferiamo a qualcosa che in realtà ha zero intelligenza e zero semantica:

il significato e il senso lo danno le persone.

Che si parli di stato totalitario o di sorveglianza di massa piuttosto che di monopolio digitale e di capitalismo di sorveglianza, il solo discrimine e la vera ricchezza tra ciò che ci consentirà o meno di guidare consapevolmente ed efficacemente il percorso verso un progetto umano sostenibile e la necessaria riconciliazione tra l’umanità e lo sviluppo tecnologico, dipende in primis dall’uomo stesso, dalle sue scelte.

E dunque ampio spazio all’alta politica che rivela “l’arte dei migliori”, capace di generare una cultura diffusa in grado potenziare valori radicati ed impregnati di umanità così da fornire adeguate risposte ai sonori biasimi sollevati.

Poiché l’avanzata dei modelli di sorveglianza sociale rischia di farci perdere una guerra che non è di predomino economico e politico, ma di civiltà.

(IL “Deep State” delle democrazie occidentali è pari – ormai - al totalitarismo culturale dei Paesi autoritari -di fatto fascisti - tutti retti da poteri centralizzati e distopici! N.D.R.)

 

 

 

 

È l’inizio di un

nuovo mondo.

Varesefocus.it – Redazione - Luca Mari e Francesco Bertolotti – (23 – 6- 2023) – ci dicono:

 

Luca Mari e Francesco Bertolotti (Professore e ricercatore Scuola di Ingegneria Industriale LIUC – Università Cattaneo), pubblicato il 23 Giugno 2023 in “Scienza e digitale”.

Di sistemi artificiali intelligenti si parla ormai da oltre 50 anni.

Quali sono allora i motivi del grande interesse nato negli ultimi mesi intorno a diversi “chatbot”, potenzialmente in grado di operare come comunicatori o persino artisti?

“ Varese focus” inizia un viaggio sugli utilizzi e le funzionalità di “ChatGPT”, tra miti da sfatare e cambi di paradigma in atto .

La vicenda dei sistemi artificiali progettati per dialogare in lingue naturali, come l’italiano e l’inglese, ha ormai oltre 50 anni, da quando, nel 1966,” Joseph Weizenbaum” sviluppò” Eliza”, quello che pare sia il primo” chatbot” della storia, cioè un (ro)bot capace di chat e di dialogo.

Da allora questi sistemi sono stati parte del panorama dell’Intelligenza artificiale, per altro con un ruolo modesto nella percezione sociale.

Anche per questo, quanto sta succedendo dal 30 novembre scorso, con l’annuncio della possibilità di interagire liberamente con “ChatGPT,” appunto un “chatbot”, merita un’attenta considerazione e non solo per il fatto che a fine gennaio 2023, dunque solo due mesi dopo la sua apertura, pare che questo sistema fosse stato usato già da oltre 100 milioni di persone, arrivando ad essere il sistema digitale che ha raggiunto più velocemente nella storia questo traguardo.

Ciò ha colto di sorpresa molti, anche perché il nucleo del “chatbo”t (chiamato “GPT”, ovvero” Generative Pre-trained Transformer”, inizialmente in versione 3 e da metà marzo 2023 anche in versione 4) era disponibile dal 2020 e già nel settembre di quell’anno un quotidiano inglese aveva pubblicato un articolo, intitolato

“A robot wrote this entire article. Are you scared yet, human?” (“Un robot ha scritto integralmente questo articolo. Sei spaventato ora, umano?”), scritto per l’appunto da “GPT”.

Se poi si aggiunge che le fonti da cui “ChatGPT” attinge si fermano tuttora a settembre 2021, e quindi che il sistema non è in grado di fornire informazione su eventi recenti, ci si ritrova davvero a chiedersi quali siano le cause dell’estremo interesse che si sta manifestando.

D’altra parte, quello che sta succedendo non è il risultato di una campagna pubblicitaria di massa da parte di una grande azienda:

fino a qualche settimana fa, infatti, in pochi conoscevano “OpenAI”, l’organizzazione, un po’ azienda e un po’ no-profit, che ha sviluppato “GPT” e “ChatGP”T (e “Dall-E”, un sistema per generare immagini a partire da descrizioni testuali, che ha raggiunto una certa popolarità dallo scorso autunno).

Dunque, la domanda sulle ragioni di tutto questo fervore rimane. Cominceremo a esplorarne qui il senso, cercando di giustificare la congettura che quanto sta succedendo intorno a “ChatGPT” segnala che stiamo plausibilmente vivendo un cambio di paradigma.

 A tal proposito, proponiamo quella che ci sembra ormai una constatazione:

per la prima volta nella storia, è ampiamente diffusa nella società umana un’entità non-umana che mostra di essere in grado di dialogare con noi nelle nostre lingue con proprietà lessicale e semantica, grande eloquenza, abilità argomentativa e accesso a una enorme quantità di informazione.

Insomma, sappiamo quanto sia socialmente rilevante la capacità di una conversazione contestuale, specifica e colta, e, per la prima volta noi “Sapiens” abbiamo la prova di non essere gli unici ad avere questa capacità.

 C’è già qui una prima indicazione delle ragioni che potrebbero spiegare l’interesse per “ChatGPT” rispetto a “GPT”, che rimane lo strumento alla base di “ChatGPT”.

GPT è capace di interazioni singole (una richiesta, una risposta) e quindi ogni volta che una richiesta produce una risposta, brillante o sbagliata che sia, può rimanere il dubbio che questo sia il risultato di una causa estrinseca e contingente, per esempio che la richiesta fosse semplice da soddisfare o, al contrario, non fosse sufficientemente chiara.

Ma “ChatGPT” è in grado di dialogare, mantenendo il contesto dei contenuti precedenti.

 L’impressione che il sistema stia comprendendo ciò di cui si sta scrivendo è evidente già al primo uso.

Concretamente, ecco un breve e semplice dialogo, realizzato con “ChatGPT”:

Vorrei che mi aiutassi in una questione di aritmetica. Cominciamo supponendo che x=5, ok?

Certo, posso aiutarti con la tua domanda di aritmetica. Ora che abbiamo stabilito che x=5, quale operazione o problema vorresti risolvere?

Vorrei sapere quanto fa x*2.

Sicuro, posso farlo per te. Se x=5, allora x*2 è uguale a 5*2. Quindi, il risultato è: 5*2=10. Quindi x*2=10 quando x=5.

 

“ChatGPT” è in grado di dialogare, mantenendo il contesto dei contenuti precedenti.

L’impressione che il sistema stia comprendendo ciò di cui si sta scrivendo è evidente già al primo utilizzo

Prima che “ChatGPT” fosse reso disponibile, un dialogo come questo (o come quello contenuto nell’articolo “Quando è l’Intelligenza artificiale a scrivere l’articolo”, pubblicato nel numero di febbraio 2023 di Varese focus, o come quelli che stiamo realizzando e raccogliendo nella pagina web lmari.github.io/chatting) sarebbe stato considerato irrealizzabile (notando tra l’altro che è in italiano e non in inglese), se non forse mediante sistemi accessibili solo a pochi ricercatori.

Da qualche mese, invece, è diventata la quotidianità per chiunque abbia avuto anche solo la curiosità di provare.

 Ci stiamo dunque forse affacciando a un mondo nuovo e ciò grazie al fatto (concettualmente semplice ma dalle conseguenze che solo ora si sta cominciando ad intuire) che queste reti neurali artificiali sono sì sistemi software, ma di un genere completamente diverso da quello a cui siamo abituati:

sono sistemi il cui comportamento dipende non dall’esecuzione di regole imposte mediante programmazione, ma da un addestramento realizzato su grandi quantità di dati.

Un comportamento di questo genere sarebbe possibile se “ChatGPT “non pensasse, capisse, ragionasse.

Se siamo abituati da tempo ad agenti artificiali che risolvono specifici problemi complessi, come giocare a scacchi o convertire testi pronunciati in testi scritti, siamo con ciò arrivati a sistemi dotati di Intelligenza artificiale generale, quella che in inglese si chiama” AGI,” cioè “Artificial General Intelligence”?

Le posizioni al proposito sono diverse.

Nell’introduzione di un ampio rapporto tecnico, pubblicato alla fine di marzo 2023 con il significativo titolo “Sparks of Artificial General Intelligence: Early experiments with GPT-4” (“Scintille di Intelligenza Artificiale Generale: primi esperimenti con GPT-4”), un gruppo di ricercatori di Microsoft ha scritto che ChatGPT “dimostra notevoli capacità in vari ambiti e in vari compiti, tra cui l’astrazione, la visione, il coding, la matematica, la medicina, la giurisprudenza, la comprensione di motivazioni ed emozioni umane”.

D’altra parte, altri hanno sostenuto che questi “chatbot” non sono altro che splendidi sistemi di auto completamento e “pappagalli statistici” e che qualsiasi espressione antropomorfa per parlare di essi e del loro funzionamento è inadeguata:

la loro non può che essere una “falsa promessa”, perché sono entità capaci di operare ma senza intelligenza.

Queste controversie da decenni accompagnano lo sviluppo dei sistemi cosiddetti di Intelligenza artificiale (per altro senza contribuire in modo così significativo a un chiarimento), tanto che sono spesso trascurate.

Infatti, la domanda “Un agente artificiale può pensare?” può tranquillamente essere paragonata alla domanda “Un sommergibile può nuotare?”:

si tratta di un quesito mal posto, che potrebbe avere una risposta del tipo “I sommergibili non nuotano, ma fanno qualcosa di funzionalmente analogo”. 

Non stiamo dunque sostenendo che ChatGPT e i suoi fratelli pensino, comprendano, siano intelligenti “davvero”, anche considerando che non abbiamo dei criteri sufficientemente oggettivi per stabilire cosa debba accadere perché un’entità pensi, capisca e sia intelligente “davvero”.

Solo constatiamo che le entità che sono tra noi, spesso mostrano un comportamento che fino a qualche mese fa sarebbe stato considerato proprio dei “Sapiens”.

Il suggerimento, perciò, è minimizzare i pregiudizi e partecipare attivamente a quello che sta succedendo, cercando di capire, sperimentando e confrontandoci (con i “chatbot”) e tra di noi.

 

 

 

 

La Terra sta registrando temperature

da record. Ma in futuro sarà

molto più calda.

Nationalgeograpkic.it - MADELEINE STONE – (18-01-2024) – ci dice:

 

Le temperature continuano ad aumentare rendendo la Terra sempre più calda. Ma quanto "più calda", esattamente?

La Terra sta registrando temperature da record. Ma in futuro sarà molto più calda.

 Tra i cambiamenti climatici e il clima di El Niño, nel 2023 la Terra ha vissuto il giorno più caldo mai registrato.

Ad Agosto 2021 un’ondata di calore “arrostiva” la costa occidentale degli Stati Uniti, le temperature nella “Death Valley” in California toccavano il rovente picco di 54 gradi centigradi, facendo registrare la temperatura più calda misurata sulla Terra dal 1931 e la terza giornata più calda mai registrata in assoluto sul nostro pianeta.

 Questo primato è stato battuto solo due anni dopo quando, nel 2023, il 3 e il 4 luglio sono diventati i «giorni più caldi della storia», così come li ha definiti il WMO (Organizzazione meteorologica mondiale).

Ma in passato la Terra ha visto giorni più caldi, e in futuro ne vedrà ancora.

 Durante i periodi in cui si verificava il cosiddetto “effetto serra” (ossia quando l’atmosfera era sovraccarica di gas responsabili di questo effetto) il pianeta era molto più caldo di quanto non sia oggi, e le peggiori ondate di calore erano di portata proporzionale.

Se le emissioni di anidride carbonica da parte dell’uomo non hanno ancora spinto la Terra verso una nuova condizione di quel tipo, il cambiamento climatico rende le ondate di calore più frequenti e gravi, e ciò significa che le temperature estreme, registrate lo scorso anno, non rimarranno difficilmente imbattute a lungo.

Nell’immediato futuro la Terra non diventerà rovente e inospitale come Venere (dove le temperature sono sufficientemente elevate da fondere il piombo) ma, secondo gli scienziati, nel corso di questo secolo picchi di calore che sfidano i limiti della tolleranza umana si verificheranno più spesso.

E in un futuro molto, molto lontano, la Terra potrebbe davvero diventare come Venere.

Un passato rovente.

Forse a chi abita in California o in Giappone non sembra, ma la Terra al momento si trova in quello che i geologi considerano un clima glaciale:

un periodo abbastanza freddo da supportare un ciclo dell’era glaciale, in cui grandi lastre di ghiaccio continentali aumentano e diminuiscono vicino ai poli (quella nell’emisfero settentrionale si è ritirata fino alla Groenlandia).

Per avere un’idea di come potrebbe apparire un mondo molto più caldo dobbiamo tornare indietro di almeno 50 milioni di anni, al primo Eocene.

“Probabilmente è stato l’ultimo periodo di clima veramente caldo che la Terra ha vissuto”, afferma “Jessica Tierney”, paleoclimatologa dell'Università dell’Arizona.

La temperatura media si attesta intorno ai 15 gradi centigradi.

Durante il primo Eocene era attorno ai 21 gradi e la Terra era un luogo molto diverso:

 i poli erano privi di ghiaccio; gli oceani tropicali raggiungevano temperature di 35 gradi (come le attuali sorgenti termali).

Nell’Artico c’erano palme e coccodrilli.

Diversi milioni di anni prima di allora, durante il Massimo termico del Paleocene-Eocene (PETM, dall’inglese Paleocene-Eocene Thermal Maximum) la Terra era ancora più calda.

Per trovare periodi in cui l’effetto serra era ancora più estremo occorre andare a scavare nei meandri più profondi delle ere geologiche.

Durante il “super effetto serra” del Cretaceo 92 milioni di anni fa, la temperatura superficiale della Terra salì fino a 29 °C e rimase calda per milioni di anni, permettendo lo sviluppo delle foreste pluviali temperate vicino al Polo sud.

Inoltre, secondo una ricostruzione preliminare dello “Smithsonian Institution”, all’incirca 250 milioni di anni fa il passaggio dal Permiano al Triassico fu contraddistinto da un evento di riscaldamento globale estremo, in cui la temperatura media della Terra si avvicinò a 32 °C per milioni di anni.

In quell’infernale intervallo di tempo la Terra sperimentò la peggiore morìa di esseri viventi nella sua storia.

 Gli oceani tropicali assomigliavano a una vasca idromassaggio. Ovviamente non disponiamo dei dati meteorologici del Permiano (così come di nessun altro capitolo della storia antica della Terra), ma è probabile che nell’ampia porzione interna arida del supercontinente Pangea l’ondata di calore sperimentata nella “Death Valley “non sarebbe stata nulla di eccezionale.

Secondo “Tierney”, “quanto più calde sono queste condizioni medie, tanto più spesso si verificano ondate di calore veramente estreme”.

Nei giorni più caldi dei periodi più caldi “luoghi come i deserti sono stati incredibilmente roventi”.

Un futuro sempre più caldo.

Tutti i periodi recenti in cui la Terra ha sperimentato l’effetto serra sembrano avere una caratteristica comune:

 sono stati preceduti da un rilascio massiccio di gas a effetto serra nell’atmosfera, provenienti da eruzioni vulcaniche che rilasciavano anidride carbonica (CO2) oppure da metano che sgorgava da sotto i fondali marini.

L’uomo sta conducendo un simile “esperimento” a livello planetario bruciando enormi riserve di carbon fossile, “innalzando il quantitativo di anidride carbonica nell’atmosfera” a livelli mai visti dall’estinzione dei dinosauri, 65 milioni di anni fa, o forse anche da prima.

(La co2 è un gas più pesante dell’aria e quindi non si comprende come possa essere volato nella stratosfera! N.D.R.)

“In genere, nel passato una rapida trasformazione del clima è stata sempre dovuta a meccanismi simili”, afferma la geologa del MIT “Kristin Bergmann”.

“Si verifica un cambiamento piuttosto rapido nei gas serra che riscaldano il nostro pianeta”.

Come in passato, le temperature medie globali stanno di nuovo aumentando rapidamente, e anche le giornate di caldo estremo hanno subito un’impennata.

 Intanto, sempre più studi concludono che le recenti temperature da record sarebbero state praticamente impossibili da raggiungere senza l’influenza dell’uomo.

Secondo gli esperti è difficile prevedere esattamente quanto potrebbe riscaldarsi la Terra se continuiamo a riversare carbonio nell’atmosfera.

Dello stesso parere è “Michael Wehner”, ricercatore specializzato in condizioni climatiche estreme presso il “Lawrence Berkeley National Laboratory”, che in un’e-mail scrive:

“L’aumento delle temperature dei futuri episodi di canicola dipende molto da quanta anidride carbonica (CO2) emetteremo e per quanto tempo”.

Ma ricerche condotte da” Wehner” e dai suoi colleghi offrono uno sguardo su come potrebbero essere le ondate di calore se non riduciamo per nulla le nostre emissioni di carbonio (CO2):

entro la fine del secolo le ondate di caldo in California potrebbero arrivare a toccare temperature di 5-8 gradi in più.

E la temperatura epocale registrata nell'estate 2021 nella “Death Valley”?

 Wehner spiega: “Mi aspetto che un evento raro come quello dei 54 °C possa toccare circa i 60 °C in un eventuale futuro carico di emissioni”.

La Terra diventerà come Venere?

I nichilisti potrebbero sottolineare che questi dati non sono nulla in confronto a ciò che la Terra probabilmente sperimenterà nel futuro più remoto.

Gli astronomi hanno predetto da tempo che man mano che il sole invecchierà e diventerà più luminoso, la superficie della Terra si riscalderà di conseguenza, fino al punto in cui gli oceani inizieranno a sobbollire come acqua sul fuoco.

 Il vapore acqueo, un potente gas serra, si riverserà nell’atmosfera, scatenando un effetto serra fuori controllo che, in un miliardo di anni, potrebbe trasformare il nostro pianeta in un corpo celeste non molto diverso dal nostro vicino, Venere.

 Lì, sotto un’atmosfera spessa, tossica e sulfurea, le temperature superficiali si avvicinano ai 480 gradi centigradi.

“Abbiamo sempre pensato che, mentre il sole continua a splendere, la stessa cosa succederà sulla Terra”, afferma l’astronomo dell’Università statale della Carolina del Nord, “Paul Byrne”, e aggiunge che miliardi di anni fa il nostro vicino pianeta potrebbe aver avuto un clima piacevole e degli oceani.

Venere potrebbe non essere stato affatto rovinato dal sole.

Un recente lavoro di modellizzazione suggerisce che il colpevole sia da ricercare in una serie di parossismi vulcanici che hanno causato “il rilascio di quantità apocalittiche di (CO2) nell’atmosfera”, prosegue Byrne.

 Ma entrambi gli scenari – morte termica del pianeta causata dal sole o dai vulcani – ci indicano una strada in cui eventi ben al di fuori del nostro controllo potrebbero far precipitare il futuro clima terrestre in una spirale drammaticamente calda.

“Non posso sapere se raggiungeremo esattamente 475 gradi o meno”, afferma “Byrne” riferendosi alla temperatura sulla superficie di Venere. Ma se la Terra affronterà una transizione simile a quella di Venere, “sarà molto, molto calda”.

Anche se la nostra “biglia blu” sfuggirà al destino di Venere, non riuscirà a evitare di andare a fuoco tra circa cinque miliardi di anni.

A quel punto il sole si espanderà diventando una stella gigante rossa avvolgendo la Terra in un’ardente fiammata.

“L’ipotesi più diffusa è che il sole ingloberà la Terra”, conclude “Byrne”. “Per dirlo in parole povere… saremo fritti”.

 

 

 

 

L'ossessione del WEF per

l'intelligenza artificiale e

il “brain chiping”.

Noi” possiamo creare un sistema di intelligenza artificiale “dove non abbiamo nemmeno bisogno di elezioni democratiche”,” Klaus Schwab”.

Globalresearch.ca - Peter Koenig – (3 marzo 2024) – ci dice:

 

Ricordate l'intervista di Klaus Schwab del 2016 con un moderatore della TV svizzera francese, in cui Schwab disse qualcosa del genere: "Immaginate che entro il 2025 potremmo tutti avere un chip impiantato da qualche parte nel nostro corpo o nel cervello e potremmo essere in grado di comunicare tra loro" e senza telefono, anche senza usare la voce…”?

 Klaus Schwab la definisce una fusione tra il mondo fisico, digitale e biologico.

Parla anche di avere “maggiordomi” personalizzati sotto forma di robot, che non sono solo schiavi, ma piuttosto assistenti, poiché funzionano con l’intelligenza artificiale (AI) e impareranno da noi….

L'ossessione di Schwab per la Quarta Rivoluzione Industriale – la completa digitalizzazione di ogni cosa – sembra essere sconfinata.

Tutto ciò si sta muovendo verso la globalizzazione e un governo mondiale unico, per il quale è necessaria una popolazione mondiale drasticamente ridotta.

Questo rimane l'obiettivo numero UNO del WEF, secondo The Great Reset e l'Agenda ONU 2030.

Il sogno di Klaus Schwab della Quarta Rivoluzione Industriale, l'intelligenza artificiale e la digitalizzazione di tutto sono solo strumenti per arrivarci più velocemente.

 

Un altro strumento è stato il covid e i “vaccini” contro le armi biologiche, e forse il “WEF Davos24” ha propagato il nuovo virus “X” – non ancora esistente, ma che vaga da qualche parte là fuori (Gates, Tedros OMS) e, ridicolosamente, i “vaxx” sono già in circolazione sviluppato – e uno dei principali strumenti di questo “genocidio globalista” è la tremenda bufala climatica.

La menzogna climatica è in atto, almeno a partire dal devastante Rapporto sui “Limiti della crescita” del Club di Roma, che è ancora il modello di gran parte di ciò che sta accadendo oggi, inclusa la riduzione della popolazione.

Sotto il cambiamento climatico ogni sogno eugenista può realizzarsi.

Se noi, il Popolo, glielo permetteremo.

Anche il Club di Roma, un’invenzione di Rockefeller, ha sede in Svizzera (Winterthur), così come il WEF, l’OMS, la GAVI (l’alleanza vaccinale-farmaceutica) e – la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), detta anche Banca Centrale di tutte le Banche Centrali. Il tutto con piena immunità diplomatica ed esentasse.

 Una coincidenza?

L'intervista di Klaus Schwab alla TV svizzera è avvenuta il 10 gennaio 2016, poco prima del WEF di Davos16, il 46 ° WEF, svoltosi sotto il tema “Padroneggiare la quarta rivoluzione industriale”.

 

Otto anni dopo, il 54 ° “WEF Davos24”, conclusosi appena 6 giorni fa, portava il titolo “Rebuilding Trust”.

All’inizio, si potrebbe essere tentati di credere che il WEF si renda conto che sta cadendo in un disordine sempre più profondo con le persone in tutto il mondo, comprese le grandi imprese e gli aderenti precedentemente orgogliosi del WEF, e in effetti, ha bisogno di “ricostruire la fiducia”.

Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità.

 Gli stessi argomenti discussi alle plenarie del WEF, "Cambiamenti climatici", l'avvento di una nuova malattia ancora sconosciuta, la "X", che è "già là fuori", e l'ammirazione quasi settaria per un'intelligenza artificiale sempre più perfezionata, non hanno fatto molto per “Ricostruire la fiducia”.

Soprattutto quando si guardano alcune sessioni appartate, con un pubblico limitato, dove l'ossessione di Klaus Schwab per gli impianti di microchip, l'intelligenza artificiale e la lettura della mente vengono alla ribalta.

Questi sono sicuramente alcuni dei momenti più terrificanti del WEF Davos24.

 Ad esempio, quando parla con “Sergey Brin”, co-fondatore di Google ed ex presidente di “Alphabet”, la società madre di Google.

Un patrimonio netto di 118 miliardi di dollari (2024) rende Brin la nona persona più ricca del mondo (Forbes).

Klaus Schwab pretende di fantasticare:

“Immagina di essere seduto qui tra dieci anni e di avere un impianto nel cervello, e posso immediatamente sentire, poiché tutti abbiamo degli impianti, posso misurare le tue onde cerebrali e posso immediatamente dirti come le persone reagiscono al tuo risposte… è immaginabile?”

“Sergey Brin” sembra piuttosto stordito dalla domanda, visibilmente a disagio, non sa cosa dire, poi alza gli occhi al cielo, poi un po' imbarazzato alza le braccia in aria e dice esitante..."Penso che sia immaginabile..." È uno spettacolo per il circo.

E ricorda l'intervista di Klaus Schwab del 2016 alla TV svizzera francese.

Il fondatore e presidente del WEF fa poi un ulteriore passo avanti nella sua ossessione, suggerendo:

“Possiamo creare un sistema in cui non abbiamo nemmeno bisogno di elezioni democratiche, perché possiamo prevedere come penserete e vi sentirete…”.

Non importa che le elezioni democratiche appartengano al lontano passato.

 Negli ultimi vent’anni circa non c’è stata quasi nessuna elezione in tutto il mondo che non sia stata in qualche modo manipolata dai Padroni dell’Universo… anche nella patria dei Maestri e dei sedicenti imperatori.

È interessante notare che Schwab si riferisce sempre a Noi, poiché in NOI controlliamo te, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, ti mettiamo in una modalità “predittiva”.

 

Ciò che il signor Schwab non dice mai, però, è fortemente implicito, è che i “ Noi ” che controllano le onde cerebrali elettroniche influenzeranno il tuo pensiero nel modo in cui vogliamo che sia.

Guarda di seguito un videoclip di 5 minuti per i momenti terrificanti completi della folle "pianificazione predittiva".

Poiché è un rituale di culto, Klaus Schwab – e altri della sua specie dell'età oscura, predire, dire e avvertire le persone di ciò che stanno progettando di fare con noi, Noi, il Popolo, è un MUST, affinché loro siano riusciti.

In un’altra sessione del WEF Davos24, qualcuno ha chiesto: “Cosa possiamo fare per evitare che venga eletto il presidente sbagliato?”

Non sono stati fatti nomi, ma era ovvio che il commentatore si riferiva a “Donald Trump”, un anti-globalista, che porterebbe gli Stati Uniti in una valanga di voti, se oggi si tenessero elezioni GIUSTE .

Attualmente viviamo nel mondo occidentale sotto una dittatura del culto e la maggior parte di noi non se ne è ancora accorta.

 Impregnate da un pensiero settario vecchio di migliaia di anni, le azioni oscure avranno successo solo se verranno raccontate in un modo o nell'altro alle persone che ne saranno colpite.

Spesso viene fatto sotto mentite spoglie, o in un modo di fantasticare, o attraverso i film (Hollywood fa parte della cultura di culto), in modo che le persone se la prendano con calma e non si ribelleranno. Quando li colpisce, è troppo tardi.

L’ossessione per i chip impiantati e per l’intelligenza artificiale che governano la nostra vita quotidiana, e per i robot che sostituiscono gli esseri umani nel mercato del lavoro, va avanti da molto tempo.

L’indottrinamento o ingegneria sociale, come lo chiama una delle principali agenzie di manipolazione mentale, come lo chiama il “Tavistock Institute” con sede nel Regno Unito, è stato eseguito alla perfezione.

“Tavistock” probabilmente lavorerà insieme a Hollywood, prendendo il polso di eventi come il” WEF-Davos,” l' “Assemblea generale delle Nazioni Unite “e molti altri eventi internazionali, così come locali, imparando a conoscere le reazioni e gli impulsi delle persone.

Ecco perché oggi è così difficile vedere la bufala, ad esempio, la farsa sul clima e perfino riconoscere di essere stati ingannati.

Ammettere a sé stessi e agli altri di essersi innamorati di una bugia o di una manipolazione mentale è l'ostacolo più difficile da superare – e da cui risvegliarsi.

Gli ingegneri sociali lo sanno.

Viviamo in una dissonanza cognitiva in un ambiente distopico, dove tutto va e diventa “normale”.

 Siamo ben oltre il 1984 di George Orwell, dove la guerra è pace e l'odio è amore.

 

Al WEF di Davos24 qualcuno ha detto:

“Dobbiamo bombardare la nostra via verso la pace”.

 Siamo spiacenti, il riferimento non è più disponibile.

 È diventato vittima dei “fact-checker” che eliminano le “false informazioni”.

DOBBIAMO essere consapevoli e attenti a ciò che accade intorno a noi. Mentre a Bruxelles stanno allarmando sull’imminente implementazione dell’ID digitale che sarebbe collegato a tutto ciò che è personale, documenti sanitari, documenti vaxx, documenti bancari e, in definitiva, alla valuta digitale programmabile della Banca centrale (CBDC) che controlla tutto.

Quando ciò accade, e lo lasciamo accadere per negligenza, allora siamo cotti.

L'ID digitale, termine improprio perché non è semplicemente un documento d'identità, viene costruito sotto forma di travestimento al contrario.

 In Svizzera e altrove in Europa, le persone vengono costrette a utilizzare il codice QR/e-banking su smartphone, che è il primo passo per controllare il denaro, cosa si compra e dove si compra o si effettua qualsiasi transazione monetaria, perché si viene tracciati lo smartphone. Il codice QR raccoglie tutti i dati.

La tirannia bancaria è già qui.

 Se vuoi continuare a utilizzare il tuo conto bancario, devi rispettare le regole del sistema finanziario.

Niente a che vedere con le leggi: è l’ordine basato sulle regole.

Il codice QR può contenere una quantità quasi illimitata di dati personali, nonché dati relativi a dove e per cosa spendi i tuoi soldi – eventualmente conoscendo di più di te stesso.

Restiamo vigili, consapevoli e pronti a costruire un sistema monetario e bancario alternativo, gestito dal Popolo e per il Popolo.

Non è più destra o sinistra.

DOBBIAMO combattere il globalismo.

(Peter Koenig  è un analista geopolitico ed ex economista senior presso la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per oltre 30 anni in tutto il mondo.)

 

 

 

 

 

La Casa Bianca ammette che

l’Ucraina perderà più territorio

entro i prossimi due mesi.

Globalresearch.ca - Ahmed Adel – (29 febbraio 2024) – ci dice:

L’Ucraina perderà ulteriore territorio nei prossimi mesi a causa della mancanza di sostegno militare statunitense, ha lamentato il 27 febbraio il coordinatore delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, “John Kirby”.

 Ciò avviene mentre Washington confermava che le truppe statunitensi non sarebbero state inviate a combattere in Ucraina nemmeno se si discutesse con la Francia su questa possibilità.

“Se continuano a non ricevere sostegno dagli Stati Uniti, tra un mese o due, è molto probabile che i russi otterranno maggiori guadagni territoriali e avranno più successo contro le linee del fronte ucraine”, ha detto” Kirby ai giornalisti”, aggiungendo che ciò potrebbe accadere in futuro e non solo nell’Ucraina orientale ma potenzialmente anche nel sud del paese”.

Nella stessa conferenza stampa, l’addetta stampa “Karine Jean-Pierre “ha ripetutamente sottolineato che la situazione è “terribile” per l’Ucraina e ha ricordato come il direttore della CIA “ha esposto le conseguenze, quanto fossero terribili” e “cosa stava succedendo nel paese” in battaglia – su un campo di battaglia, ovviamente, e come l’Ucraina stava perdendo terreno, il che è importante”.

Lo stesso giorno, anche il presidente degli Stati Uniti “Joe Biden”  ha affermato che è urgente la necessità di fornire ulteriore sostegno all’Ucraina.

Tuttavia, i repubblicani hanno bloccato qualsiasi ulteriore finanziamento per l’Ucraina a meno che Biden non allenti la sua politica di apertura delle frontiere, cosa che apparentemente non è disposto a fare.

 

L’invio di truppe NATO in Ucraina “non è escluso”.

La mancanza di armi e l’ammissione che la Russia è in procinto di liberare più territorio aggravano le frustrazioni di Kiev, soprattutto dopo che Washington ha confermato che le truppe americane non sarebbero state inviate a combattere in Ucraina.

 Secondo una fonte militare intervistata dall'agenzia di stampa “AFP”, gli Stati Uniti hanno discusso per settimane i piani per inviare truppe con la Francia, ma alla fine hanno ritenuto che il rischio fosse troppo alto.

Il 26 febbraio, il presidente francese” Emmanuel Macron” ha sollevato l’idea di inviare truppe in Ucraina, una dichiarazione sorprendente dal momento che lo schieramento di combattenti non è mai stato discusso o previsto pubblicamente.

Dopo l’allarmante dichiarazione di “Macron”, numerosi paesi europei si sono dissociati dall’idea, tra cui Germania, Polonia, Spagna, Grecia e Repubblica Ceca.

 

Adesso è toccato alla Casa Bianca negare lo schieramento di truppe americane in Ucraina.

In una dichiarazione alla stampa, il portavoce del Dipartimento di Stato “Matthew Miller” ha dichiarato che “gli Stati Uniti non invieranno truppe a combattere in Ucraina”.

Secondo una fonte militare citata dall'AFP, i paesi della NATO stanno discutendo da settimane sulla possibilità di inviare propri soldati a sostegno degli ucraini, e gli Stati Uniti sono tra quelli che hanno sostenuto l'idea.

Rispondendo alla dichiarazione di Macron, il Cremlino ha detto:

“Il fatto stesso di discutere la possibilità di inviare in Ucraina determinati contingenti dai paesi della “NATO” è un elemento nuovo molto importante”.

Il portavoce presidenziale russo “Dmitry Peskov”  ha affermato che se verranno inviate truppe,

“dovremmo parlare non della probabilità, ma dell’inevitabilità (di un conflitto diretto)”.

Macron sembra voler iniziare una guerra Russia-NATO, una guerra che porterebbe inevitabilmente ad attacchi nucleari e senza vincitori, e per questo è ovvio il motivo per cui il presidente francese si è subito isolato, tanto che anche Washington si è rannicchiata e ha preso le distanze. stesso dall'idea.

Il 28 febbraio il ministro degli Esteri francese “Stéphane Séjourné” ha tentato di attenuare il colpo umiliante sostenendo che Macron aveva in mente di inviare truppe per compiti specifici come aiutare nello sminamento, nella produzione di armi sul posto e nella difesa informatica.

“[Ciò] potrebbe richiedere una presenza [militare] sul territorio ucraino senza varcare la soglia dei combattimenti”, ha detto “Sejourne” ai legislatori francesi. “Non si tratta di inviare truppe per fare la guerra contro la Russia”.

Si tratta ovviamente di una storia di copertura poiché Macron è stato isolato quasi immediatamente e, come ha sottolineato la portavoce del ministero degli Esteri russo” Maria Zakharova” , gli alleati della Francia non hanno né capito né sostenuto l'idea del presidente francese.

“Questa stessa affermazione ha scioccato i loro alleati della NATO. Poche ore dopo, sono stati rilasciati una serie di dichiarazioni da parte dei leader dei paesi della NATO, dei ministri degli Esteri e dei ministri della Difesa, i quali hanno affermato che […] si dissociano dalla dichiarazione di Macron.

Che loro stessi non pianificano nulla di tutto questo, non pianificano di mandare nessuno e capiscono che questa sarà già una storia diversa”, ha detto.

Con l’Occidente che non riesce a mantenere le promesse di fornitura di armi fatte a Kiev, ulteriori finanziamenti statunitensi bloccati al Congresso e, cosa ancora più importante, la recente liberazione della città fortezza di “Avdeyevka”, l’Ucraina perderà inevitabilmente territorio a un ritmo rapido.

 Dato che la Casa Bianca ammette apertamente questa realtà, ci si aspetterebbe che il regime di Kiev cerchi di porre fine al conflitto, ma sceglie ancora di riporre le proprie speranze nelle armi che non arrivano in tempo o, più in modo deludente, che L’Occidente finalmente interverrà direttamente nel conflitto.

 

 

 

La guerra psicologica di

Israele è implacabile, feroce

e deliberata.

Unz.com - MIKE WHITNEY – (3 MARZO 2024) – ci dice:

(twitter.com/Anela_shah/status/1763876238458810648)

 

Una parte dell’operazione militare israeliana a Gaza che è stata ampiamente ignorata dai media mainstream è la guerra psicologica estremamente sofisticata che viene intrapresa contro il popolo palestinese.

Se osserviamo attentamente alcuni degli elementi più insoliti della strategia israeliana, vediamo le linee generali del piano che mira chiaramente a infliggere il massimo danno psicologico alle sue vittime.

Prendiamo, ad esempio, la ripetuta richiesta di Israele che i civili lascino una determinata città ad un orario prestabilito.

 Ogni volta che veniva avanzata questa richiesta, seguivano poco dopo attacchi aerei sui civili in fuga.

Potremmo facilmente liquidare questa sfortunata azione come un errore operativo attribuibile a un errore umano, ma non sembra essere così.

Dopotutto, questi attacchi aerei non sono avvenuti solo una o due volte, ma più e più volte.

Ciò suggerisce che si tratta di una politica ufficiale.

 Lo stesso vale per l’uccisione apparentemente casuale di civili da parte di cecchini israeliani (alcuni dei quali sventolano bandiere bianche) o per il cosiddetto “bombardamento indiscriminato” di case, ospedali e campi profughi, o per le dichiarazioni iper belligeranti di leader politici, o il massacro di massa di civili che raccoglievano pacificamente cibo sui camion degli aiuti umanitari.

Quello che stiamo dicendo è che nessuna di queste cose ha alcun valore tattico apparente, piuttosto la loro efficacia può essere misurata solo in termini di come aiutano Israele a raggiungere il suo obiettivo strategico generale che è l'espulsione dell'intera popolazione araba.

A questo proposito, la strategia sembra funzionare abbastanza bene perché la maggioranza della popolazione è ormai convinta che “nessun posto è sicuro”.

Questa, infatti, è la pietra angolare su cui Israele ha sviluppato il suo piano di battaglia psicologico, per sradicare ogni senso di sicurezza personale che susciti sentimenti di ansia, confusione e disperazione.

Tieni presente che questa mentalità non è apparsa dal nulla.

Questa mentalità è il prodotto di un piano meticolosamente pianificato e assolutamente sinistro per infliggere il massimo danno psicologico a 2 milioni di persone in modo che siano più facili da espellere dalla loro patria storica.

Questo è l'obiettivo di fondo dell'operazione israeliana: la pulizia etnica. E l’aspetto psicologico della campagna potrebbe essere più critico per il suo successo rispetto agli implacabili attacchi aerei o alla nascente guerra di terra.

Questo è tratto da un articolo di “Save The Children” :

 

“In tempo di guerra, le persone di solito cercano rifugio in luoghi sicuri. Non ci sono posti sicuri a Gaza in questo momento, e non c’è modo di raggiungere la sicurezza fuori.

Con un senso di sicurezza, la costante presenza rassicurante della famiglia, una sorta di routine e un trattamento appropriato, i bambini possono riprendersi.

Ma tanti bambini hanno già perso membri della famiglia, alcuni hanno perso tutto, e la violenza e gli sfollamenti sono implacabili”, ha affermato “Jason Lee”, direttore di “Save the Children” per i territori palestinesi occupati.

La salute mentale dei bambini è spinta oltre il punto di rottura, “Save The Children”

Sebbene “Lee” riconosca l’importanza dei “luoghi sicuri”, non riesce a unire i punti.

Sembra pensare che la situazione attuale sia un incidente di guerra, ma non è un incidente di guerra.

I leader israeliani hanno senza dubbio lavorato fianco a fianco con gruppi di psicologi comportamentali per stabilire un piano che potesse raggiungere i loro obiettivi politici riducendo al minimo le vittime.

 (Le vittime di massa portano a una feroce opposizione politica che Israele voleva evitare.)

Le attuali” psyops “raggiungono entrambi gli obiettivi, motivo per cui dovremmo presumere che non siano "accidentali".

In breve, la campagna di bombardamenti israeliana è più focalizzata sul terrorizzare e sul traumatizzare che sull'uccidere.

Puoi vedere che?

Una volta che ci rendiamo conto che esiste un motivo razionale per la violenza apparentemente casuale di Israele, cominciamo a vederlo ovunque.

 Ogni giorno si verificano nuovi attacchi aerei su tendopoli e campi profughi che non hanno alcun valore strategico.

Perché?

I leader israeliani hanno perso la testa?

No, non hanno perso la testa.

Stanno deliberatamente terrorizzando i palestinesi in modo che si precipitino in Egitto non appena il muro verrà sfondato.

 Questo è il vero scopo della guerra psicologica di Israele.

 

Allora, quali sono le conseguenze della guerra psicologica di Israele sui palestinesi?

Ebbene, se esaminiamo i dati del passato, vediamo che le frequenti incursioni di Israele sono state a dir poco catastrofiche.

Dai un'occhiata a questo estratto da un rapporto di un gruppo di studiosi dell'Università di Washington nel 2009:

“Un recente rapporto ha rilevato che il 91,4% dei bambini nella Striscia di Gaza soffre di sintomi da moderati a gravi di disturbo da stress post-traumatico.…

Gli studi più recenti indicano che la stragrande maggioranza dei bambini di Gaza presenta sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD)…

Di un campione rappresentativo di bambini di Gaza, più del 95% ha subito bombardamenti di artiglieria nella propria zona o boom sonici a bassa intensità. -jet volanti.

Inoltre, il 94% ricordava di aver visto cadaveri mutilati in TV e il 93% di aver assistito agli effetti dei bombardamenti aerei sul terreno.

 La stragrande maggioranza dei bambini di Gaza soffre di sintomi di disturbo da stress post-traumatico, Intifada elettronica.

Ripetiamo: “il 91,4% dei bambini nella Striscia di Gaza” presenta già “sintomi da moderati a gravi di disturbo da stress post-traumatico”.

Quindi, anche nel 2009, i palestinesi stavano sperimentando un “livello sconcertante di trauma psicologico”.

Immaginate quante altre persone saranno gravemente colpite dalla sanguinosa furia di oggi.

Vale la pena notare che il danno psicologico derivante dall'attuale conflitto non scomparirà con la fine delle ostilità.

Molte di queste persone trascorreranno il resto della loro vita lottando contro i propri demoni in un inferno interamente creato da Israele.

Ecco qualcosa di più da un articolo di 4 mesi pubblicato sul “Guardian” :

Secondo uno psichiatra palestinese, i bambini di Gaza stanno sviluppando gravi sintomi traumatici insieme al rischio di morte e lesioni.

L'impatto psicologico della guerra sui bambini è evidente, ha detto “Fadel Abu Heen”, uno psichiatra di Gaza.

I bambini avevano "iniziato a sviluppare gravi sintomi traumatici come convulsioni, bagnare il letto, paura, comportamento aggressivo, nervosismo e tendenza a non allontanarsi dai genitori".

La “mancanza di un luogo sicuro ha creato un senso generale di paura e orrore tra l’intera popolazione e i bambini sono i più colpiti”, ha affermato…

Studi condotti dopo i precedenti conflitti hanno mostrato che la maggioranza dei bambini di Gaza presentavano sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

Tra gli altri risultati dell'Unicef ​​figurano: il 91% dei bambini ha riportato disturbi del sonno durante il conflitto;

Il 94% ha dichiarato di aver dormito con i genitori;

L'85% ha riferito cambiamenti nell'appetito;

 L'82% si sentiva arrabbiato; Il 97% si sentiva insicuro;

Il 38% si è sentito in colpa; il 47% si mangiava le unghie;

 Il 76% ha riferito prurito o sensazione di malessere….

Un rapporto dello scorso anno di” Save the Children” sull’impatto di 15 anni di blocco e di ripetuti conflitti sulla salute mentale dei bambini a Gaza ha rilevato che il loro benessere psico-sociale era “drammaticamente diminuito a livelli allarmanti”.

I bambini intervistati dall’organizzazione umanitaria “hanno parlato di paura, nervosismo, ansia, stress e rabbia, e hanno elencato i problemi familiari, la violenza, la morte, gli incubi, la povertà, la guerra e l’occupazione, compreso il blocco, come le cose che meno apprezzavano nella loro vita.”

Il rapporto cita “António Guterres”, segretario generale delle Nazioni Unite, che descrive la vita dei bambini a Gaza come “l’inferno in terra”.

 I bambini di Gaza "sviluppano gravi traumi" dopo 16 giorni di bombardamenti , “The Guardian”.

Tendiamo a pensare ai sopravvissuti (alla guerra) come ai “fortunati”, ma non è sempre così.

Quando si spoglia un bambino di ogni senso di sicurezza personale e lo si getta in un mondo di incertezza, violenza e morte, la sua capacità di provare gioia, amore o autorealizzazione viene notevolmente compromessa.

Riteniamo che i pianificatori della guerra israeliani abbiano deliberatamente creato le condizioni necessarie per infliggere il massimo danno psicologico ai palestinesi che vivono a Gaza.

 Non pensiamo che ci sia nulla di “accidentale” in ciò che stiamo vedendo.

Pensiamo che questa sia l’unica spiegazione razionale per un piano di battaglia irregolare che si concentra meno sulla sconfitta del nemico che sul terrorizzare la popolazione.

Per Israele cacciare i palestinesi da Gaza semplicemente non è sufficiente.

Vogliono garantire che le loro vittime affrontino anni di agonizzante dolore psicologico fino al giorno della morte.

Anche se non disponiamo ancora di dati sufficienti per valutare con precisione l’entità del danno, possiamo tranquillamente affermare che il massacro in corso supera di gran lunga quelli del passato.

A tutti gli effetti pratici, Israele ha distrutto la vita di ogni uomo, donna e bambino a Gaza.

Ma quando vediamo i video della terra desolata che Israele ha creato – con le macerie che si estendono in tutte le direzioni – dovremmo ricordare che il danno psicologico che hanno inflitto è di gran lunga maggiore.

 Queste sono le ferite invisibili che non guariranno mai e che spingeranno un’intera popolazione in un mondo di ansia cronica, depressione e disperazione.

Solo Israele è responsabile delle loro sofferenze.

 

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