La schiavitù per tutti.
La
schiavitù per tutti.
Che
Cos’è il Great Reset?
“Vogliono
Rendervi Tutti Schiavi!”
Conoscenzealconfine.it
– (3 Marzo 2024) - Kim Dotcom – Redazione – ci dice:
Che
cos’è il “Grande Reset”? L’Occidente vuole sostituire il proprio sistema
fallito con un nuovo sistema globale di controllo totalitario.
“David
Webb” lo descrive meglio nel suo libro “The Great Taking”.
È un
collasso deliberato progettato dalle “élite” tramite il “Deep State” e le
“banche centrali” per costringere le persone alla povertà e renderle dipendenti
dalla loro nuova valuta digitale (CBDC) dando loro il controllo su tutto.
Il
quadro giuridico per farlo esiste già.
Molte
persone in Europa e negli Stati Uniti si chiedono perché i loro governi
adottino comportamenti che danneggiano i loro cittadini.
Guerre,
immigrazione incontrollata, restrizioni imposte agli agricoltori col pretesto
del “cambiamento climatico”, attacchi ai valori familiari, creazione infinita
di divisioni da parte dei media e destabilizzazione dell’industria.
Non è
Per Caso, è Intenzionale?
Le
élite globaliste comprendono che il sistema occidentale di debito insostenibile
e di stampa di denaro sta volgendo al termine.
Anche
i paesi “BRICS” lo sanno e hanno creato un sistema finanziario globale
alternativo.
Questa
è la vera fonte delle tensioni tra l’Occidente e la Russia/Cina.
La
de-dollarizzazione del commercio globale rende il “Global Reset” non globale e
fornisce un’alternativa a coloro che rifiutano di parteciparvi.
Crea
un ostacolo alla remissione del debito globale che l’Occidente cerca di
ottenere imponendo al mondo il suo nuovo sistema finanziario.
Non hanno intenzione di pagare i loro debiti.
L’Occidente
vuole sostituire il proprio sistema fallito con un “nuovo sistema globale di
controllo totalitario”.
Le
valute digitali (CBDC) abbinate alla sorveglianza e a un sistema di credito
sociale limiterà l’accesso al denaro se agisci “contro le loro regole”.
Vogliono
la possibilità di sanzionarti a livello individuale proprio come sanzionano i
paesi che non obbediscono all’ordine basato sulle “regole degli Stati Uniti”.
La
carta moneta smetterà di esistere.
Le
valute digitali indipendenti saranno vietate.
La tua capacità di pagare le bollette e
acquistare cibo dipenderà dal tuo comportamento.
È la fine della libertà di parola e delle proteste.
L’intelligenza
artificiale sarà addestrata a controllare il comportamento di miliardi di
persone.
Sarete
tutti schiavi…
Ma
prima, perché tu possa accettare un sistema del genere, le cose devono mettersi
davvero male.
Guerre,
pandemie, povertà, carenza di cibo e aumento del tasso di criminalità.
Utilizzerai
il loro nuovo sistema solo se pensi che sia la migliore via d’uscita
dall’inferno.
Stanno creando volontariamente quell’inferno.
Credo
che molti leader si siano assicurati un posto in questo sogno totalitario.
Stanno eseguendo il piano sinistro delle élite del WEF.
Vivranno vite privilegiate e governeranno
senza interferenze.
Non
saranno ritenuti responsabili dei loro crimini né saranno soggetti a critiche.
Credono che questo nuovo sistema sia una
necessità per un mondo migliore… Migliore per loro, non per te…
Questo
è il futuro che vogliono.
Cosa farai al riguardo?
(Kim
Dotcom)
(imolaoggi.it/2024/02/26/che-cose-il-great-reset-sarete-tutti-schiavi/)
50
milioni di persone nel mondo
in
condizioni di schiavitù moderna.
Unric.org
– (12 Settembre, 2022) – Redazione – ci dice:
Il
lavoro forzato e il matrimonio forzato sono aumentati significativamente negli
ultimi cinque anni, riportano le stime aggiornate dell’”Organizzazione
internazionale del lavoro”, “Walk Free” e “Organizzazione internazionale per le
migrazioni”.
GINEVRA
(notizie “OIL”) — Secondo il rapporto “Global estimates of modern slavery:
Forced labour and forced marriage”
(“Stime globali della schiavitù moderna: Lavoro forzato e matrimonio
forzato”), nel
2021 erano 50 milioni le persone che
vivevano in condizioni di schiavitù moderna.
Di queste persone, 28 milioni erano costrette al
lavoro forzato e 22 milioni erano costrette in matrimonio forzato.
Il
numero di persone in forme di schiavitù moderna è aumentato significativamente
negli ultimi cinque anni.
Nel
2021 le persone in schiavitù moderna erano 10 milioni in più rispetto a quanto
registrato dalle stime globali del 2016.
Donne
e bambini sono maggiormente vulnerabili.
La
schiavitù moderna è presente in quasi tutti i paesi del mondo e non conosce
frontiere etniche, culturali o religiose.
Più
della metà (52 per cento) del lavoro forzato e un quarto di tutti i matrimoni
forzati si concentrano nei paesi a reddito medio-alto o alto.
Lavoro
forzato.
La
maggior parte dei casi di lavoro forzato (86 per cento) si registra nel settore
privato.
Il
lavoro forzato in settori diversi dallo sfruttamento sessuale commerciale
rappresenta il 63 per cento di tutto il lavoro forzato, mentre lo sfruttamento
sessuale ai fini commerciali rappresenta il 23 per cento di tutto il lavoro forzato.
Quasi quattro su cinque delle persone vittime
di sfruttamento sessuale ai fini commerciali sono donne o ragazze.
Il
lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il 14 per cento che lavoro
contro la loro volontà.
Quasi
uno su otto di tutti i lavoratori forzati sono bambini (3,3 milioni) e più
della metà di essi sono vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali.
Matrimonio
forzato
Si
stima che, in qualsiasi giorno del 2021, circa 22 milioni di persone si trovino
in una situazione di matrimonio forzato, un aumento di 6,6 milioni rispetto
alle stime globali del 2016.
L’incidenza
reale dei matrimoni forzati, in particolare quelli che coinvolgono minori di 16
anni o meno, è probabilmente molto più alta di quanto registrato dalle stime
attuali, che si basano su una definizione maggiormente ristretta e non
includono tutte le tipologie di matrimoni infantili.
I matrimoni infantili sono considerati forzati
perché un bambino non può dare legalmente il proprio consenso al matrimonio.
Il
matrimonio forzato è strettamente legato a consuetudini e pratiche patriarcali
consolidati nel tempo e assume delle caratteristiche specifiche in base ai
contesti.
La stragrande maggioranza dei matrimoni
forzati (oltre l’85 per cento) è stata determinata da pressioni familiari.
Sebbene
due terzi (65 per cento) dei matrimoni forzati si verifichino in Asia e nel
Pacifico, se si considerano le dimensioni della popolazione regionale, la
prevalenza delle persone costrette a sposarsi è più alta negli Stati arabi, con
4,8 persone su 1.000 nella regione.
I
migranti sono particolarmente vulnerabili al lavoro forzato.
I
lavoratori migranti hanno una probabilità più che tripla di essere sottoposti a
lavoro forzato rispetto ai lavoratori adulti non migranti.
Sebbene
la migrazione per lavoro abbia un effetto ampiamente positivo su individui,
famiglie, comunità e società, questo dato dimostra la maggiore vulnerabilità
dei migranti al lavoro forzato e alla tratta, sia a causa di una migrazione
irregolare o mal governata, sia a causa di pratiche di reclutamento illecite e
non etiche.
“È
sconvolgente che la schiavitù moderna continui ad esistere.
Nulla
può giustificare la persistenza di questo abuso fondamentale dei diritti
umani”, ha dichiarato il “Direttore Generale dell’OIL”, “Guy Ryder.”
“Sappiamo cosa bisogna fare e sappiamo che si
può fare.
Politiche
e normative nazionali efficaci sono fondamentali ma i governi non possono farlo
da soli.
Le
norme internazionali forniscono una base solida ed è necessario un approccio
che coinvolga tutti.
I sindacati, le organizzazioni dei datori di
lavoro, la società civile e la gente comune hanno tutti un ruolo fondamentale
da svolgere”.
“Antonio
Vitorino”, Direttore Generale dell’”OIM”, ha dichiarato: “Questo rapporto
sottolinea l’urgenza di garantire che tutte le migrazioni siano sicure,
ordinate e regolari.
La riduzione della vulnerabilità dei migranti
al lavoro forzato e alla tratta di esseri umani dipende innanzitutto da
politiche nazionali e quadri normativi che rispettino, proteggano e realizzino
i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i migranti — e potenziali
migranti — in tutte le fasi del processo migratorio, indipendentemente dallo
status migratorio.
Le società devono lavorare insieme per
invertire queste tendenze, anche attraverso l’attuazione del” Patto globale
sulla migrazione”.
“Grace
Forrest”, Direttrice fondatrice di “Walk Free”, ha dichiarato:
“La
schiavitù moderna è l’antitesi dello sviluppo sostenibile.
Eppure,
nel 2022, essa continua ad essere parte dell’economia globale.
Il problema è causato dall’uomo, legato sia
alla schiavitù come fenomeno storico che alla persistenza di disuguaglianze
strutturali.
In un periodo in cui di crisi interconnesse,
una vera volontà politica è la chiave per porre fine a queste violazioni dei
diritti umani”.
Porre
fine alla schiavitù moderna.
Il
rapporto propone una serie di raccomandazioni che, se adottate in tempi rapidi,
segnerebbero un progresso significativo verso la fine della schiavitù moderna.
Si
tratta in particolare di:
migliorare l’applicazione delle leggi e delle
ispezioni del lavoro;
porre
fine al lavoro forzato imposto dallo Stato;
adottare misure più incisive per combattere il
lavoro forzato e la tratta nelle imprese e nelle filiere di fornitura;
estendere
la protezione sociale e rafforzare le tutele legali, compreso l’innalzamento
dell’età legale del matrimonio a 18 anni senza eccezioni. Altre misure
prevedono di contrastare l’aumento della tratta e del lavoro forzato per i
lavoratori migranti, di promuovere un reclutamento equo ed etico e di fornire
un maggiore sostegno alle donne, alle ragazze e alle persone maggiormente
vulnerabili.
Nota.
La
schiavitù moderna, come definita nel rapporto, si caratterizza da due
componenti principali:
il
lavoro forzato e il matrimonio forzato.
Entrambe
si riferiscono a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare a
causa di minacce, violenza, coercizione, inganno o abuso di potere.
Il
lavoro forzato, come definito nella “Convenzione dell’OIL sul lavoro forzato
del 1930” (n. 29), si riferisce a
“ogni lavoro o servizio estorto a una persona
sotto minaccia di una punizione o per il quale detta persona non si sia offerta
spontaneamente”.
L’“economia
privata” comprende tutte le forme di lavoro forzato diverse dal lavoro forzato
imposto dallo Stato.
La
schiavitù moderna: giornata
mondiale
contro la tratta
degli
esseri umani.
Weworld.it – (26 LUGLIO 2021) – Redazione – ci
dice:
Il
prossimo 30 luglio 2021 ricorrerà la giornata mondiale contro la tratta degli
esseri umani.
Ancora
oggi, molte delle persone vittime di tratta finiscono nel circolo della
schiavitù moderna, una pratica purtroppo antica che nel tempo ha cambiato
spesso pelle, ma che mantiene radici profonde.
La schiavitù esiste ancora in molte forme
eterogenee che l’ “ILO” (International Labour Organization) definisce come “situazioni di sfruttamento dalle
quali una persona non può sottrarsi a causa di minacce, violenze, costrizione,
inganno e/o abusi di potere”.
Queste
situazioni di schiavitù moderna includono lo sfruttamento sessuale, la servitù
domestica (detta più comunemente “schiavitù domestica”) ed il lavoro forzato
nell’edilizia o nell’agricoltura.
In merito, la responsabile del dipartimento
programmi internazionali di WeWorld, “Stefania Piccinelli” spiega:
“Donne
e bambine sono tra le categorie più colpite dalle forme di schiavitù moderna,
rappresentando il 77% delle vittime a livello globale. Una delle maggiori
manifestazioni del loro sfruttamento è la schiavitù domestica, di cui la gran
parte delle vittime sono bambine sotto i 16 anni.
Nella maggior parte dei casi è la diretta
conseguenza di matrimoni forzati, che nel mondo coinvolge quasi 16 milioni di
persone.
Le spose bambine, infatti, sono costrette dal
partner a vivere in condizioni di semi-schiavitù e a prendersi cura di faccende
domestiche, dei figli spesso avuti prematuramente e dei genitori anziani a
carico.
L’educazione
è un fondamentale fattore protettivo, che preserva da queste forme di
sfruttamento.
Investire
nell’educazione di bambine è lo strumento più forte che abbiamo per combattere
le schiavitù moderne.”
La
Pandemia e la recessione aumentano il fenomeno della schiavitù moderna.
La
recessione economica dovuta alla pandemia e la crisi sanitaria hanno di sicuro
avuto un impatto negativo sulla povertà delle famiglie, delineando un fattore
di rischio per bambini, bambine ed adolescenti.
La forzata chiusura delle scuole ed il
conseguente effetto d’isolamento sociale dovuto al dilagare del Covid-19 -
soprattutto nella prima fase - hanno aumentato di molto il rischio per gli
under 18 di diventare vittime di tratta e di sfruttamento sessuale o
lavorativo.
Andare a scuola è infatti un fondamentale
fattore protettivo, che preserva da queste forme di sfruttamento.
Secondo
gli ultimi dati disponibili dal “Global Report on Trafficking in Persons 2020”
di “UNODC” (United Nation Office in Drugs and Crime), per ogni 10 vittime di
tratta - identificate a livello globale - 5 sono donne e 2 sono bambine.
Nell'insieme,
il 50% delle vittime identificate è oggetto di tratta per sfruttamento
sessuale, il 38% soggetto a lavoro forzato (circa 25 milioni di persone),
mentre il 6% è stato sottoposto ad attività criminali forzate ed oltre l'1%
all'accattonaggio.
In
numero percentuale minore - ma comunque considerevole se paragonato rispetto il
totale delle vittime registrate - è oggetto di tratta per matrimoni forzati
(circa 16 milioni), espianti di organi ed altri scopi.
Si
stima che nel mondo 1 donna su 5 sia stata costretta a sposarsi da bambina.
Riguardo
la schiavitù domestica, sebbene non ci siano dati precisi vista la natura più
nascosta del fenomeno, possiamo dire con certezza che il fenomeno coinvolge
soprattutto donne e bambine al di sotto dei 16 anni.
E in
Italia?
Il
fenomeno è presente anche in Italia, dove - tra il 2016 de il 2019 - le vittime
censite sono state principalmente oggetto di mantenimento in schiavitù o
servitù (circa il 63% del totale), tratta di persone (circa 26% del totale) ed
acquisto e alienazione di schiavi (10% del totale).
Tra le
vittime, i più colpiti sono i minorenni oggetto dei reati di riduzione o
mantenimento in schiavitù o servitù (all’11% circa del totale), tratta di
persone (oltre il 26% del totale) ed acquisto e alienazione di schiavi (il
29,5% circa del totale).
Lo
sfruttamento sessuale è purtroppo un fenomeno particolarmente diffuso nel
nostro paese, coinvolgendo donne e ragazze scarsamente scolarizzate e
provenienti da contesti molto poveri, come ad esempio la Nigeria.
Cosa ancora più preoccupante è che questa
forma di sfruttamento riguarda sempre più spesso ragazze tra i 15 ed i 17 anni
(a volte anche 13 o 14 anni), spesso adescate attraverso la promessa di un
lavoro o la possibilità di studiare in Europa.
La scarsa scolarizzazione ed il contesto di
povertà da cui provengono, diventano altresì leve su cui la criminalità tende
ad avere ancora più in pugno il futuro di queste giovani:
intimidazioni
attraverso” riti voodoo” o “juju”, minacce a causa dell’accrescimento del
debito del viaggio una volta che le ragazze sono in Italia, sono solo alcune
delle più comuni.
Il
fenomeno della schiavitù moderna è ancora oggi molto esteso ed è da sempre
difficile dare una stima precisa del numero di persone coinvolte, proprio
perché risulta spesso difficile identificarle.
Le vittime sono quanto più disarmate allo
sfruttamento quanto più la vulnerabilità psicologica, il contesto di povertà e
disagio economico-sociale sono presenti quotidianamente:
cosa
che la recessione economica dovuta al COVID-19 può solo amplificare.
Per
contrastare questo fenomeno, siamo a fianco delle vittime in molti dei Paesi
dove interveniamo, come per esempio in Cambogia e in Tanzania.
In Cambogia, siamo presenti dal 2013 dove
insieme ai nostri #EUAidVolunteers, abbiamo protetto 1 milione di persone
contro nuove schiavitù ed abbiamo creato 100 gruppi di auto-aiuto che
forniscono alle comunità.
Attraverso
testimonianze dirette di ex vittime, forniamo gli strumenti necessari per
proteggersi dagli sfruttamenti.
Lavoriamo nel paese per incentivare canali e
pratiche sicure di migrazione e sosteniamo, con attività di formazione e
networking, le autorità cambogiane e thailandesi perché implementino più
adeguate politiche e normative di prevenzione e protezione delle vittime.
LA
SCHIAVITÙ:
UNA CONDIZIONE CHE
VIOLA
I DIRITTI UMANI
MAI
TOTALMENTE ABOLITA.
Lexacivis.com
-(2 DICEMBRE 2020) – Avv. GLORIA VINDIGNI – ci dice:
La
storia ci insegna che ogni popolo desideroso di espandersi e conquistare nuovi territori
attraverso continue invasioni, numerose battaglie e secoli di guerre, ha dato
origine al sistema della schiavitù, ovvero una forma di dominio mirato ad
assumere il controllo della popolazione e imporre alla stessa le proprie
condizioni.
Uno schiavo,
per sua stessa definizione, era un uomo proprietà di un altro uomo, un uomo
senza libertà soggiogato politicamente e socialmente.
A ben
vedere, la schiavitù è stata esercitata in maniere differenti; difatti, non
tutti i popoli hanno voluto imporsi nello stesso modo: alcuni si sono imposti
assumendo il controllo totale di un altro popolo, altri si sono imposti
lasciando però una libertà parziale; alcuni popoli, poi, sono stati ridotti in
schiavitù solo temporaneamente, mentre altri sono stati schiavi a vita.
La
riduzione in schiavitù nasce dall’idea che possedere un uomo significa
possedere forza lavoro in grado di generare ricchezza economica, non a caso gli
schiavi erano molto spesso impiegati nella costruzione delle piramidi, nel
lavoro in miniera, nelle fabbriche o per la coltivazione dei campi.
Si può
dunque affermare che la schiavitù è stato un fenomeno che si è ripetuto nel
corso della storia cambiando nella forma ma rimanendo identico nella sostanza.
Solo
con la Convenzione di Ginevra nel 1926 (ratificata nel nostro Paese nel 1928)
viene abolita la schiavitù a livello normativo.
Tale
convenzione all’articolo 1 definisce la schiavitù «lo stato o condizione di un
individuo sul quale si esercitano le prerogative del diritto di proprietà» e si prefigge l’intento di
prevenire la soppressione progressiva della schiavitù in ogni sua forma.
L’Organizzazione
delle Nazioni Unite (ONU) ha istituito a partire dal 1949 la “Giornata
internazionale per l’abolizione della schiavitù”, il 2 dicembre.
Tale
data segna la soppressione del traffico di persone, dello sfruttamento della
prostituzione, dello sfruttamento sessuale, del lavoro minorile, del matrimonio
forzato e del reclutamento forzato dei bambini nei conflitti armati.
In
particolare l’ONU ha posto l’attenzione sia sulle forme di schiavitù
persistenti, ormai radicate nelle credenze e nei costumi tradizionali, sia su
quelle contemporanee; per quel che riguarda le forme persistenti, esse derivano
da discriminazioni di lunga data nei confronti delle minoranze della società.
Certamente
il lavoro forzato rientra tra le forme di schiavitù persistenti che oggi
riscontriamo nel lavoro forzato dei lavoratori migranti, della servitù
domestica, nell’industria edile, nell’industria alimentare, nell’abbigliamento,
nell’agricoltura e nella prostituzione forzata.
Da
quanto fin qui detto emerge un’evidente violazione dei diritti umani quali:
il
dritto alla vita, all’uguaglianza, alla libertà, alla salute, all’istruzione,
al lavoro, alla libertà economica, all’integrità fisica ecc.
Come
si legge infatti nella “Dichiarazione dei Diritti Umani” l’articolo 4 sancisce
che “Nessun
individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù
e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”.
Il
nostro codice penale, al fine di tutelare la libertà e la dignità umana,
punisce la riduzione e il mantenimento in schiavitù;
nello specifico il legislatore all’articolo
600 persegue chiunque esercita sulla persona poteri assimilabili a quelli del
diritto di proprietà e chiunque provochi nella vittima uno stato di soggezione
continuativa tale da indurla a comportamenti riconducibili allo sfruttamento.
Al
comma 1 del medesimo articolo vengono elencate una serie di condotte
riconducibili allo stato di schiavitù:
attività
lavorative o sessuali, accattonaggio, attività illecite che comportino lo
sfruttamento o il prelievo di organi.
Al
comma 2 invece vengono precisate le modalità di mantenimento dello stato di
soggezione, in particolare esso è attuato attraverso violenza, minaccia,
inganno, promessa di denaro, abuso dell’autorità o approfittare di una situazione di
inferiorità fisica o psichica.
Per la fattispecie in esame è prevista la pena
della reclusione da otto a vent’anni.
Un’ulteriore
fattispecie punita nel nostro ordinamento è quella disciplinata dall’articolo
601 del codice penale, rubricata “tratta di persone”.
In
questo caso il legislatore persegue chi recluta, introduce, trasferisce, cede o
ospita all’interno o al difuori del territorio persone che soggiacciono alle
condizioni di cui all’articolo 600.
La
pena comminata è la stessa prevista per la riduzione e il mantenimento in
schiavitù, ma se a commettere uno dei fatti sopracitati è il
comandante/ufficiale della nave essa aumenta fino ad un terzo (per il personale
dell’equipaggio la pena è la reclusione da tre a dieci anni). Quest’ultima è
una circostanza aggravante che dispone una differenza di trattamento tra
comandante/ufficiale e membri dell’equipaggio.
Una
forma di sfruttamento presente ancor oggi nel nostro Paese è il caporalato
ossia una forma di sfruttamento sul luogo di lavoro.
Il
caporale infatti è colui che fa da intermediario tra il soggetto bisognoso di
lavoro e il datore di lavoro; il caporale dunque recluta la manodopera che
viene sfruttata dal datore.
La
fattispecie disciplinata dall’art. 603 bis punisce sia il caporale sia il
datore di lavoro:
è punito con la reclusione da uno a sei anni e
con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, se i fatti
sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione
da cinque a otto anni e la multa da mille a duemila euro per ciascun lavoratore
reclutato.
È
previsto un aggravamento di pena fino alla metà qualora siano stati reclutati
lavoratori superiori a un numero di tre, o siano stati reclutati minorenni
oppure il fatto è stato commesso esponendo i lavoratori a grave pericolo.
In
questa disamina si è cercato di affrontare, seppur brevemente, il fenomeno
della schiavitù dal punto di vista giuridico ponendo luce sul fatto che
nonostante esistano diverse Convenzioni a tutela del genere umano volte a
prevenire ogni forma di scontro tra gli Stati aderenti ad esse, la problematica
continua a persistere in misura preoccupante, tanto nei Paesi in via di
sviluppo quanto in quelli sviluppati.
Sarebbe
dunque opportuno che i governi di tutte le nazioni, in maniera indistinta
adottassero misure necessarie a garantire il rispetto della dignità umana,
della libertà, dell’integrità fisica, della libertà economica.
Soprattutto
occorre cambiare la visione dell’uomo come merce di scambio sulla quale basare
la propria ricchezza economica.
Soltanto
quando gli Stati smetteranno di imporsi militarmente, politicamente,
culturalmente ed economicamente gli uni sugli altri, garantendo così la piena
attuazione del principio di uguaglianza, la schiavitù in tutte le sue forme
potrà (finalmente) dirsi abolita.
Schiavitù
antiche e moderne,
oggi
sono ancora tante,
in
quantità e qualità.
Ilbolive.unipd.it
– (19 aprile 2023) - Valerio Calzolaio - ci dice:
La schiavitù, risultare assoggettato al potere
assoluto di un altro sapiens (uno o più padroni), è una condizione umana di
solito naturalmente associata a conflitti, guerre ed emigrazioni forzate.
L’eliminazione
fisica, lo sterminio, la morte in battaglia e in guerra nella storia neolitica
(stanziale) della nostra specie potevano non riguardare tutti gli stranieri
sconfitti, alcuni furono “conquistati” come nullatenenti privi di diritti,
ridotti schiavi o servi o vendibili piuttosto che deportati, proprietà privata
(almeno da quando esiste storicamente), utilissimi (non necessariamente in
loco) per i lavori agricoli e edilizi d’infrastrutturazione agricola, politica,
religiosa, commerciale, militare, le donne (senza assoluta esclusività) anche
per funzioni domestiche, riproduttive e sessuali.
Quasi
tutte le civiltà e i popoli del lunghissimo periodo agricolo (non tutte, per
esempio anticamente non nelle valli dell’Indo) conobbero prima o dopo massicce
deportazioni, forme di schiavitù conseguenti a conquiste e conflitti armati
(ora qui ora là, c’erano anche altre premesse più o meno temporanee, come
l’insolvenza per debiti o la condanna per gravi reati), quasi un modo di
produzione in talune fasi e in talune città, per esempio in molte di quelle
dell’antica Grecia (anche la metà della popolazione).
Le
storiografie sulla schiavitù e la sua evoluzione, sui molteplici possibili
gradi e forme di proprietà su altro/altra/altri/altre sapiens, sui caratteri
sociali, fisici, psichici e psicologici (talora autonomi e non interdipendenti)
dell’assoggettamento umano, su differenze e nessi con il servaggio,
l’apartheid, la prigionia, il vassallaggio, le semilibertà, la mezzadria, la
casta inferiore, il maschilismo padronale sono così ampie che non è pensabile
una trattazione unitaria e individuale, riassuntiva di tutte le epoche e i
periodi.
Lo
stesso grande “Marc Bloch” concentrò l’attenzione sulla servitù nella società
medievale, oppure sono stati fatti spesso singoli paralleli storici fra la
situazione di vari popoli distanti nel tempo e nello spazio.
Vi è
tornato sopra recentemente (a fine 2022) il bravissimo storico “Alessandro
Barbero “con conferenze molto seguite.
Se ne è talora parlato anche qui, esaminando
varie rotte e tappe cronologiche rispetto alla più nota schiavitù contro gli
africani gestita da africani e poi dai colonizzatori europei, soprattutto a
partire dagli studi della bravissima docente sarda “Bianca Maria Carcangiu” e
riflettendo pure su alcuni aspetti o momenti particolari.
Nell’antichità
greca (per fare un esempio) la vittoria giustificava un diritto di cattura del
vinto e i vincitori attribuivano a una sorta d’inferiorità climatica la
naturalità della schiavitù.
Qualcuno
riusciva a fuggire prima della conquista o dopo la riduzione in schiavitù,
emigrava (fuggiva) altrove;
la
schiavitù è strettamente connessa alla grande variabilità dei fenomeni
migratori, siano essi armate invasioni immigratorie nei confronti di comunità e
popoli, fughe dei residenti non uccisi né resi prigionieri (perlopiù schiavi),
emigrazioni forzate dei residenti prigionieri.
E, ovviamente, molto hanno inciso condizioni e
cambiamenti climatici. In Asia, per altro, la deportazione di schiavi era
cominciata prima che in Africa e risultò poi quantitativamente simile.
La deportazione di africani dall’Africa sub
sahariana, soprattutto dalle zone interne distanti dalla costa (occidentale),
come lavoratori coatti (esercito agricolo di riserva e integrazione rispetto
agli indios) ridotti in schiavitù (o già parzialmente schiavi), barattati
soprattutto con acquavite, fucili, zucchero (energia e gusto) è la più grande
migrazione intercontinentale forzata mai esistita, molto influenzata dalle
condizioni climatiche.
Comunque,
almeno 10 milioni di africani in circa tre secoli (soprattutto alla fine del
Settecento) vengono deportati solo nell’America meridionale (circa metà nelle
isole caraibiche, circa metà in Brasile, ma una percentuale fra il 10 e il 20%
muore in viaggio), altri (milioni) nell’America del Nord, nei paesi dell’Oceano
Indiano e del Mar Mediterraneo, altri (milioni) vengono uccisi fra il luogo di
cattura e quello d’imbarco, su un totale di popolazione dell’Africa sub
sahariana di circa 50 milioni nel 1500 e di circa 200 nel 1900, cifre enormi e
molto studiate (con esiti non univoci) per gli effetti e assetti demografici e
genetici di lungo periodo.
Partivano
soprattutto dalle coste occidentali, più uomini giovani che altro.
Sempre
meno e solo all’inizio arrivano in Europa (anche se portoghesi e europei
continuano a dirigere il tutto, complici alcuni trafficanti africani che si
arricchiscono e imparano a commerciare), solo pochi (meno del 5%)
dell’incredibile cifra complessiva di forzati a migrare sono schiavi negli
Stati Uniti.
La
schiavitù ha un suo proprio sistema demografico capitalistico, legato a come si
ripaga il capitale investito.
Servono
continue immigrazioni perché la mortalità è altissima e modesta la
riproduttività (di schiavi).
Per generazioni è triste e conveniente
acquistare nel luogo di emigrazioni piuttosto che consentire riproduzione e
cure parentali nel luogo di immigrazione.
Migrazioni forzate, lavori forzati, morti
uccisi.
Questi
“forced displaced people transcontinentali” andrebbero sommati a quelli
africani interni:
per
quanto in una forma non devastante socialmente e demograficamente (maggiore
coesione comunitaria e territoriale), la schiavitù continua a lungo ad
alimentare anche le economie africane.
Solo
nel corso del XIX° secolo sarebbero stati fatti schiavi interni almeno 600 mila
africani da parte di poterselo scegliere in ogni momento. L’abolizione della
tratta dall’Africa dell’Ovest non impedì che poi il traffico (anche lecito) di
schiavi partisse dalle coste orientali del continente verso altre destinazioni.
Gli
storici hanno stabilito una differenza molto netta tra società con schiavi e
società schiavistiche, tra comunità dove poteva essere considerata
inaccettabile e comunità (in genere più antiche) dove veniva data per scontata.
Comunque, solo un paio di secoli fa l’istituto
della schiavitù cominciò a essere davvero giuridicamente abolito dai primi
Stati occidentali (Inghilterra 1807, USA 1808, Olanda 1814, Francia 1814, ecc.)
e dai nuovi stati indipendenti della Meso America (Cuba 1860, Brasile 1888,
ecc.), più tardi l’apartheid legale negli USA.
Continuò comunque in lungo e in largo,
1.300.000 africani ancora poi venduti, clandestinamente, assumendo anche forme
infracontinentali, come a cavallo fra Ottocento e Novecento la” tratta dei
coolis”, popolazioni indiane e cinesi forzate a migrare dai colonizzatori
europei, con l’aiuto di trafficanti locali, verso miniere, piantagioni,
fabbriche in Thailandia, Indonesia, Filippine, Oceania.
La
questione cruciale riguarda l’esistenza della schiavitù dopo la colonizzazione
europea occidentale, dopo la formale abolizione, dopo la “Dichiarazione
Universale dei diritti umani”, dopo la fine del Novecento e pure ai giorni
nostri, in corso.
I
lunghi secoli del crescente impegno abolizionista, tradottosi lentamente nel
consenso maggioritario fra la popolazione libera e fra gli Stati democratici,
infine sanzionato con voti e norme, si è immediatamente dovuto trasformare in
impegno di verificazione dell’effettiva fine e nel contrasto con forme nuove,
per quanto internazionalmente illegali, di schiavismo padronale e schiavitù
umana.
Allo
stesso tempo, si sono sempre più analizzate da una parte le dinamiche di potere
assoluto interumano prima del capitalismo e della legale proprietà privata,
nella preistoria e nella storia, dall’altra i meccanismi che determinano la
tolleranza, il consenso e talora l’accettazione del potere assoluto, pubblico o
privato, proprio o altrui, nei contesti comunitari o nelle relazioni private.
Fenomeni
schiavistici e di apartheid sono certamente diffusi ancor oggi,
capitalisticamente rilevanti, anche molto dopo l’organizzazione e la
legislazione delle nazioni unite, anche dopo la straordinaria rivoluzione
pacifica e riconciliazione istituzionale del Sudafrica di “Mandela”.
L’elemento
costrittivo può non avere un corrispettivo vitale.
Altri
scelgono:
in quel momento da quel luogo si può essere
proprio costretti ad andarsene se non si vuole diventare “schiavi” di quel
potere e rinunciare alla propria identità (in particolare culturale visto che
razziale non significa nulla, religiosa, politica, sessuale, civile, sono
questi i cinque casi previsti per il diritto d’asilo).
La relatività, la complessità, le reti,
l’evoluzione, lo stesso rifiuto di determinismi non possono impedirci di vedere
costrizioni assolute a migrare e di indagarle negli effetti istituzionali,
sociali, culturali, ecologici.
Vi sono vecchie e nuove costrizioni assolute e
dirette, nel senso proprio che umani spostano con la forza altri umani. Non per
gusto, non solo per denaro, come offerta rispetto a una domanda che sta
altrove.
Per
gli schiavi contemporanei la condizione di schiavitù preesiste (purtroppo) e
prosegue (purtroppo) rispetto alla migrazione forzata (interna o
internazionale), resta la costrizione assoluta;
ancora oggi arricchisce illegalmente tanti,
più di quel che crediamo, con funzioni moderne e complicate, per quanto
disgustose (e disgustosamente funzionali a libertà di chi li compra):
la
tratta delle donne (magari con qualche consenso estorto, spesso con il
volontario miraggio dell’immigrazione altrove),
la tratta dei bambini e delle bambine (magari
con il consenso di genitori).
L’associazione americana” Free the Slaves” ne
stimava un decennio fa circa 28 milioni, 1,2 costretti al traffico della
prostituzione.
Il dipartimento di Stato americano ne stimava
solo nel 2004 quasi ottocentomila ridotti in schiavitù, un fenomeno globale,
più fra paesi dello stesso continente, un terzo in Asia, quasi un terzo in
Europa.
La
migrazione forzata è una delle tante violenze che possono subire.
E, probabilmente, sono molti di più.
Uno
dei primi a riparlarne esplicitamente e pubblicamente in Italia all’inizio del
terzo millennio fu il grande compianto giornalista e intellettuale “Alessandro
Leogrande “(1977 - 2017).
Era vicedirettore del mensile” Lo straniero”,
collaborava con quotidiani e riviste, conduceva trasmissioni per “Radiotre” e
pubblicava vari libri di documentazione giornalistica su fatti e misfatti
contemporanei, insistendo spesso sulla triste modernità della schiavitù.
A fine 2010 così recensiva gli allora recenti
volumi dello studioso americano “Benjamin Skinner” (1976), che aveva contato 27
milioni di sapiens barbaramente schiavi coevi (2008), e della studiosa
messicana “Lydia Cacho” (1963), che aveva contato circa 1.400.000 donne ridotte
schiave ogni anno (2010), entrambi subito tradotti:
“Oggi nel mondo ci sono più schiavi di quanti
ve ne fossero prima della Guerra di Secessione, più che in qualsiasi altra
epoca del passato. Ci sono schiavi del lavoro forzato. Ci sono schiavi del
sesso, o meglio “schiave del sesso” perché nella quasi totalità sono donne, e
sono le ultime tra gli ultimi. Vi sono schiavi per debito, e schiavi bambini.
Sono milioni…”
(E tra poco tempo saranno miliardi … tutti
a disposizione dei “padroni del mondo globalisti”! N.D.R.)
Riprendendo
i due documentati saggi e riferendosi alla schiavitù come soggezione
continuativa, “Leogrande” denunciava anche quanto accadeva (e accade) in
Italia:
“Queste
cose non riguardano solo il Sud del mondo. Sono forme di dominio che si stanno
diffondendo anche nel Nord del mondo, anche nei paesi del G8, e - come nel caso
del lavoro forzato - rischiano di diventare la base di interi settori della
nostra economia… La schiavitù da lavoro (presente anche, nelle medesime forme
estreme, nell’agricoltura del nostro paese) è qualcosa che sta a metà strada
tra il vecchio caporalato e le nuove schiavitù per fini sessuali.
Se dal
primo ha mutuato l’intermediazione di manodopera e l’ha portata su scala
globale, impiegando braccia migranti, è dal secondo che ha assunto le forme del
dominio.
Basta
leggere le poche inchieste della magistratura italiana su alcuni casi di
riduzione in schiavitù nel mondo del lavoro per rendersene conto.
C’è un
salto di qualità rispetto al caporalato classico che non è spiegabile solo in
termini di regressione o imbarbarimento delle relazioni del sotto-lavoro.
C’è
invece un preciso modo di sottomettere le vittime, di assoggettarle in modo
continuativo, di renderle oggetto di tratta e di sfruttamento, che rimanda ad
altre forme di schiavitù…
…
Anche in Italia, con la legge 228 del 2003, è stato riformulato il reato di
riduzione in schiavitù (art. 600 del nostro codice penale), secondo
un’accezione molto simile a quella proposta dai due autori nei loro libri:
facendo leva sull’idea di costrizione fisica e psicologica, sull’inganno, sul
ricatto, sulla violenza, sulla non volontarietà, sulla promessa di un pagamento
dilazionato nel tempo.
Anche da noi, come negli Usa, le denunce per
riduzione in schiavitù si sono moltiplicate.
Ma il
sentiero giuridico è più che accidentato:
in
meno del 10% dei casi si riesce ad arrivare al rinvio a giudizio, e in una
percentuale ancora più bassa a una sentenza di condanna in primo grado.
Questo
ci dice non solo che è difficile incastrare i nuovi schiavisti, perché è
difficile provare un reato che spesso avviene nell’ombra, e su scala
trans-nazionale, ma che è di estrema importanza proteggere le vittime dalle
minacce dei loro aguzzini per garantire loro la possibilità di denunciarli.
È fondamentale far intravedere alle vittime un
altro orizzonte di vita, un diverso reinserimento sociale, perché altrimenti il
rischio di ricadere nello stesso girone da cui sono miracolosamente uscite
diventa elevatissimo…”
Tutto
ciò vale ancor oggi, nel 2023, drammaticamente.
Sono
tanti i paesi del mondo dove la schiavitù di fatto viene tollerata, o nella
forma in caste della discriminazione sociale, o nelle forme moderne ricordate
da “Leogrande”.
Tutto
ciò ci riguarda ancora da vicino.
La
tratta delle prostitute è florida, la maggioranza delle attuali oltre 100.000
praticanti italiane (quasi esclusivamente donne, perlopiù straniere, immigrate
irregolari tramite schiavisti) subisce un potere assoluto (e spesso solo
maschile e violento).
E
l’associazione” Slaves no more” ha recentemente presentato in Senato un
rapporto che alla schiavitù sessuale aggiunge una frequente enorme
vulnerabilità femminile (disparità salariale e soggezione continuativa) in
molti altri lavori come quelli di cura e assistenza.
Le condizioni di lavoro agricolo
“schiavistiche” che ricordano le piantagioni di cotone in Virginia (dove
lavorarono ovviamente anche immigrati italiani) riguardano adesso centinaia di
migliaia di italiani e stranieri nel nostro paese, secondo l’ultimo rapporto
“Agromafie e caporalato” dell’”Osservatorio Placido Rizzotto”.
La stima attuale è che vi siano 366.000 bimbi
(tra 7 e 15 anni) minorenni lavoratori in Italia (rapporto “Save the Children”,
presente la ministra italiana).
Non vi
è lavoro “congruo” che tenga.
Bisogna
contrastare la forma e la sostanza delle orride schiavitù a noi contemporanee.
La
schiavitù moderna
è
invisibile.
Lasvolta.it
– (1-5-2023) - Costanza Giannelli – ci dice:
Lavori
forzati, sfruttamento di donne e bambini, matrimoni precoci: la maggior parte
dei Paesi (tanto i ricchi quanto i meno abbienti) ne sono interessati.
Anche se noi non vediamo nulla di tutto ciò.
Indice
dei contenuti:
Il
volto moderno della schiavitù.
Cosa
non vogliamo vedere.
Se le
leggi non bastano.
Nel
nostro immaginario la parola “schiavitù” evoca navi, piantagioni di cotone,
catene.
Celebriamo la sua abolizione e le leggi che la
vietano, eppure la schiavitù non è mai andata via.
È
cambiata per adattarsi ai tempi, ma è sempre qui, più vicina di quanto possiamo
pensare.
Si
chiama “schiavitù moderna” ed è tutta intorno a noi, anche se non la vediamo, o
non vogliamo vederla.
Secondo
il rapporto “Global Estimates of Modern Slavery”, nel 2021 quasi 50 milioni di
persone erano in stato di schiavitù in tutto il mondo (circa 1 su 150):
più
della popolazione di Paesi come la Spagna o l’Argentina.
A essere preoccupante non è solo il numero, ma
la velocità con cui stanno crescendo:
rispetto
alle stime del 2016, 2 anni fa gli schiavi erano 10 milioni in più.
Dati
sottostimati, che non catturano tutte le forme di schiavitù moderna (come il
traffico di organi) o che non riescono a dare la misura esatta di fenomeni come
il lavoro minorile e i matrimoni precoci.
Il
volto moderno della schiavitù.
“Schiavitù
moderna” è un termine ombrello che abbraccia diverse situazioni, dove gli
individui non possono andarsene a causa di minacce, violenza, coercizione o
abuso di potere:
non solo il lavoro forzato, quindi, ma una
serie di pratiche di sfruttamento che riducono di fatto le vittime in
condizioni di schiavitù.
“Ciò
che accomuna tutti questi abusi - ha spiegato” Grace Forrest”, direttrice e
fondatrice dell’organizzazione antischiavista “Walk Free”, è - la rimozione
sistematica della libertà di una persona, dove una persona è sfruttata da
un’altra o da una società per guadagno personale o finanziario”.
Donne,
migranti e bambini sono i più vulnerabili.
Meloni
ha annunciato misure straordinarie.
È il
settore privato quello in cui si riscontra la grande maggioranza del lavoro
forzato (86%). Lo sfruttamento sessuale commerciale forzato rappresenta il 23%
(quasi 4 vittime su 5 sono donne o ragazze) e coinvolge oltre 1,5 milioni di
bambini.
La
forma più comune di sfruttamento è il lavoro per riparare i debiti, che
colpisce circa 27,6 milioni di persone in tutto il mondo.
Segue
il lavoro minorile, compreso il reclutamento illegale di bambini soldato, che
colpisce almeno 12,5 milioni di minori.
Ma
dietro il termine “schiavitù moderna” si nascondono anche altre realtà, meno
note ma altrettanto drammatiche, come la servitù domestica (che si verifica
quando alle persone assunte per svolgere lavori domestici vengono confiscati i
documenti per impedire loro di scappare) e i matrimoni forzati.
Nel
2021, le persone coinvolte in un matrimonio forzato erano almeno 22 milioni,
6,6 milioni in più rispetto al 2016.
Le stime
di questo fenomeno, che coinvolge in particolare bambini di età pari o
inferiore a 16 anni, sono probabilmente molto più basse della realtà: si
basano, infatti, su una definizione ristretta e non includono tutti i matrimoni
precoci, che devono invece essere considerati forzati poiché i bambini non
possono dare il proprio consenso.
Se
pensi che sia un fenomeno dei Paesi “arretrati” o “del terzo mondo”, ti sbagli.
Tutti i Paesi del mondo sono interessati,
senza eccezioni etniche, culturali e religiose.
Più della metà (52%) di tutto il lavoro e un
quarto di tutti i matrimoni forzati sono in Paesi a reddito medio-alto o ad
alto reddito.
Il
vero problema della schiavitù moderna, ha spiegato “Sophie Otiende”, “Chief
Executive Officer” del” Global Fund to End Modern Slavery”, è che di moderno
non ha niente ma che, anzi, riproduce lo stesso modello di sfruttamento che
affonda le radici tra chi “ha” e chi “non ha”, quindi nella disuguaglianza (che
è invisibile).
Le
stime dicono che tra i 10 e i 12 milioni di africani furono ridotti in
schiavitù come parte della tratta transatlantica: oggi gli schiavi sono 5 volte
di più che quelli coinvolti nella tratta stessa, eppure non li vediamo.
“La
realtà è che in questo momento le persone non vengono trattenute in catene,
quindi non è facile vederli.
Queste
persone sono quelle che ti servono negli hotel.
Sono
persone che ti stanno servendo in casa.
Di
nuovo, non si vede perché in questo momento, le catene non ci sono. Non sono lì
per ricordarci che stiamo sfruttando le persone.
È anche invisibile perché è conveniente”.
Cosa
non vogliamo vedere.
Eppure,
basterebbe guardare per vedere: “Guarda i vestiti che indossi. Guarda il cibo
che stai mangiando - continua “Otiende” - Nessuno di noi fa queste domande
perché, non appena ciò comporta un lieve inconveniente per la nostra vita
personale, non appena significa che dovrò pagare uno scellino in più per il
cibo sulla mia tavola, le persone non hanno problemi con i diritti umani
fintanto che non li disturba personalmente”.
Così
ci limitiamo a dire che “in quelle culture è normale”, senza voler vedere che
anche siamo noi e lo stile di vita che vogliamo strenuamente mantenere ad
alimentare il ciclo letale della schiavitù moderna.
Non ci
credi?
“ChatGPT,”
con i suoi 13 milioni di utenti giornalieri, è stato sviluppato appaltando
lavori disumanizzanti a “imprese Keniote” che pagano tra gli 1,32 e i 2 dollari
l’ora:
lo sfruttamento dei lavoratori nel mondo
dell’intelligenza artificiale è decisamente reale.
Ma
anche le “supply chain” di “fast fashion” che riempiono le nostre vetrine e i
nostri armadi non sono solo una enorme fonte di rifiuti, ma anche un
laboratorio di sfruttamento e schiavitù.
(La prof. Daniela Tafani (Università
di Pisa) ci informa - tramite “La verità - “che l’“IA” viola le leggi ed i
nostri diritti. Il Business della sorveglianza sostiene la tesi del vuoto
giuridico e si appella all’etica. Ma i sistemi” IA” non sono attendibili!
N.D.R.)
Conosciamo
le condizioni dei lavoratori sfruttati dal caporalato che portano sulle nostre
tavole il cibo che mangiamo, ma non vogliamo vederlo, come ci tappiamo le
orecchie per non sentire che nel 2019, alcuni bambini in età scolare sono stati
costretti a lavorare durante la notte presso Foxconn, un fornitore di Amazon,
in Cina per raggiungere gli obiettivi di produzione dei dispositivi Alexa.
O che i rider e driver che soddisfano le
nostre voglie a ogni ora del giorno e della notte in molti casi non hanno alcun
controllo o libertà sui loro diritti fondamentali e vengono costantemente
sorvegliati per assicurare il massimo delle performance, anche a rischio della
loro sicurezza personale e, a volte, della loro stessa vita.
Il
rischio, ha spiegato “Forrest”, è che anche la transizione verde venga fatta
sulle spalle degli schiavi moderni:
“Quando
guardiamo al contesto di una transizione verde in questa crisi climatica che
stiamo vivendo, abbiamo una grande paura che lo sfruttamento venga cimentato
nella green economy attraverso filiere di batterie, catene di
approvvigionamento di pannelli solari e turbine eoliche, che in questo momento,
se non vengono presi provvedimenti urgenti, saranno costruiti con il lavoro
forzato e minorile in tutto il mondo”.
Già
oggi un terzo della fornitura mondiale di cobalto, fondamentale per i veicoli
elettrici, proviene da miniere associate a condizioni di lavoro pericolose e
abusi sul lavoro.
Se le
leggi non bastano.
Secondo
una ricerca del 2020 (riportata da “The Conversation”) non è vero, come ci
sentiamo ripetere da decenni “che la schiavitù è illegale in tutto il mondo”:
certo,
la proprietà legale delle persone è stata abolita in tutti i Paesi nel corso
degli ultimi 2 secoli, ma in molti di questi non è stata manualizzata.
“In
quasi la metà dei Paesi del mondo non esiste un diritto che penalizzi né la schiavitù
né la tratta degli schiavi.
In 94 Paesi, non puoi essere perseguito e
punito in un tribunale penale per aver ridotto in schiavitù un altro essere
umano”.
È se è
vero che ci sono stati dei tentativi di introdurre leggi contro la schiavitù
moderna, solo 24 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite hanno disposizioni
che affrontano ogni forma di sfruttamento e solo 5 hanno norme penali che
affrontano ciascuno dei 5 strumenti internazionali contro lo sfruttamento
umano.
Solo 2 Stati al mondo hanno disposizioni
penali per tutte le pratiche di schiavitù.
Ma il
problema più urgente è che anche quando le leggi ci sono non funzionano.
“Gli
sforzi del Regno Unito per affrontare la schiavitù moderna stanno diminuendo”
titolava il “Guardian” poche settimane fa, spiegando che “il numero di aziende
che rivelano misure anti-schiavitù all’interno delle catene di
approvvigionamento è quasi dimezzato, secondo le analisi del “Chartered
Institute of Procurement and Supply” (Cips)”.
Ma
anche nell’altro emisfero le cose non vanno meglio: “La legge australiana sulla
schiavitù moderna non funziona”, spiegava a novembre “Aljazeera” riportando i
risultati dell’indagine condotta da diversi gruppi per i diritti umani a 4 anni
dall’introduzione di una nuova normativa.
Abolire
sfruttamento e precarietà.
Così
si ferma la strage sul lavoro.
Left.it
– (2-3-2024) – Giuliano Granato - ci dice:
La
battaglia contro la logica del profitto che prospera nella giungla degli
appalti e nei contratti irregolari è la prima misura contro gli omicidi sul
lavoro.
Oggi a Firenze la manifestazione per chiedere
giustizia per le vittime del cantiere Esselunga.
“Una
legge che introduca il reato di omicidio sul lavoro”.
È la
richiesta al centro della manifestazione di oggi, 2 marzo, a Firenze (piazza
Dalmazia, ore 14.30) promossa da “ Unione Sindacale di Base”,” Cub”, “Cambiare
Rotta”, “Potere al Popolo”, “Rifondazione Comunista”, “Collettivo Gkn” e” Rete
dei Comunisti”.
Il 23 marzo alle 15.30 la città si mobilita
contro le morti sul lavoro e per la costruzione di un parco pubblico al posto
del centro commerciale nel cui cantiere hanno perso la vita cinque operai.
Sulla
strage del 16 febbraio pubblichiamo la versione in italiano dell’articolo di “Giuliano
Granato” uscito su “Canal Red”, diretto da “Pablo Iglesias”.
Sono
le 8:52 di venerdì 16 febbraio.
Siamo
a Firenze.
Più precisamente sull’enorme area dove un
tempo sorgeva il panificio militare e oggi un cantiere edile.
Almeno
50 operai sono al lavoro. C’è da avanzare nella costruzione di un supermercato
Esselunga, una delle principali imprese della Grande distribuzione organizzata.
Sono
le 8:52 e si sente un boato.
Passano
pochissimi minuti: “Pronto emergenza? Correte, è crollato tutto”.
È una
delle prime telefonate al 118, il numero per richiedere soccorso.
Una
trave di cemento di 15 metri di lunghezza e 5 tonnellate di peso è crollata e
ha trascinato con sé tre piani dello scheletro del supermercato.
Sotto
le macerie sono coinvolti in otto. Per tre, per fortuna, la vita è salva. Non
così per gli altri cinque.
Si
tratta di Luigi Coclite, 60 anni; Mohamed Toukabri, 54 anni, tunisino; Mohamed
El Farhane, 24 anni, marocchino; Taoufik Haidar, 43 anni, marocchino; Bouzekri
Rachimi, 56 anni, marocchino.
Il
cadavere di quest’ultimo viene ritrovato solo il 20 febbraio.
Una
strage operaia.
L’ennesima
in questi ultimi anni in Italia.
L’ultima
era avvenuta nella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023 presso la stazione
ferroviaria di Brandizzo, sulla tratta Torino-Milano: un treno passeggeri aveva
travolto e ucciso una squadra di operai al lavoro sui binari.
Il
bilancio fu di 5 morti e 2 feriti.
In
realtà, però, la strage è quotidiana.
Nel
2023 in Italia ben 1.485 lavoratori e lavoratrici sono morti sui posti di
lavoro o in itinere, cioè nel viaggio verso e dal luogo di lavoro.
Una
media di 4 morti ammazzati ogni giorno.
Tutti i giorni, Capodanno, Pasqua e Natale
inclusi.
Solo
che l’occhio del potere mediatico e del potere politico ci si posa solo quando
i lavoratori muoiono tutti insieme nello stesso posto.
E ci
si inizia a chiedere il perché di quello specifico dramma. Come sia potuto
accadere. Quale sia stata la dinamica precisa. Chi abbia sbagliato e cosa.
Politici
ed esponenti istituzionali si affrettano a mostrarsi a favore di telecamera
tristi e commossi, rilasciando dichiarazioni tratte da un copione sempre
identico:
“non è accettabile”; “non si può morire per
andare a lavorare”; “mai più”.
Salvo
che poi tutto continua esattamente come prima, in una tragica ripetizione
quotidiana.
Se si
ripete è perché il problema, checché ne pensi chi denuncia che “su troppi posti
di lavoro manca la cultura della sicurezza”, è in realtà strutturale e
strettamente legato a come agisce la logica del profitto.
Il
cantiere Esselunga di Firenze non è eccezione; al contrario, è lo specchio del
mondo del lavoro oggi in Italia.
Il
supermercato, una volta concluso, sarà di Esselunga, grande impresa della
distribuzione organizzata.
L’impresa
committente dei lavori è Vallata S.p.A., partecipata al 100% da Esselunga, e il
cui presidente è “Angelino Alfano”, ex ministro, prima con Berlusconi (ministro
della Giustizia), poi con il centrosinistra di Letta, Renzi e Gentiloni
(ministro dell’Interno e infine degli Esteri).
A proposito di porte girevoli tra politica ed
economia…
L’impresa
appaltatrice, invece, è la “Aep”, Attività edilizie pavesi srl, con sede a
Pieve del Cairo (Pavia). Già coinvolta in ben due episodi di incidenti sul
lavoro negli ultimi anni.
La
Babele di appalti e subappalti è comunque appena iniziata. Nel complesso delle
attività del cantiere di Firenze ci sono addirittura 64 imprese. Molte di
piccole o piccolissime dimensioni.
Come
spiega “Alessandro Genovesi”, segretario della “Fillea”, federazione della “Cgil”,
il principale sindacato italiano:
“È sempre più evidente il fenomeno delle
imprese individuali, ovvero operai che non vengono assunti ma costretti ad
aprire la Partita Iva (lavoratori autonomi) e presi in subappalto per
realizzare l’impianto elettrico o la colata di cemento”.
Insomma,
lavoratori salariati a tutti gli effetti, ma che risultano come lavoratori
autonomi.
Così
le imprese che ne utilizzano i servizi scaricano su di loro tutte le rogne,
dalle questioni salariali a quelle relative alla sicurezza.
Sempre
per risparmiare sugli oneri per la salute e la sicurezza tante imprese
dell’edilizia non fanno firmare ai dipendenti il contratto nazionale (Ccnl) del
settore edile, bensì quello dei metalmeccanici o, addirittura, quello dei
giardinieri.
Perché così possono risparmiare sulla busta
paga, offrendo stipendi più bassi, ma soprattutto evitare di adempiere agli
obblighi di formazione per la sicurezza, previsti dal Ccnl edilizia e non dagli
altri.
Perché
è così che funziona la giungla degli appalti e dei subappalti:
ogni anello della catena, cioè ogni impresa,
deve portare a casa un suo profitto.
Gli
appalti si vincono al “massimo ribasso”: vince cioè chi offre il prezzo più
basso.
Un
prezzo che si può praticare solo schiacciando fin sotto terra le condizioni
offerte ai “propri” lavoratori.
A
partire dagli stipendi.
Al
cantiere Esselunga di Firenze, ad esempio, l’ “imam Izzedin Elzir” spiega che
alcuni lavoratori erano sottoposti a pratiche assolutamente illegali:
“Tre
ragazzi egiziani che lavoravano nel cantiere mi hanno raccontato che, pur
avendo un contratto regolare, dovevano dare metà del loro stipendio a chi aveva
trovato loro il lavoro”. Caporalato, così si chiama.
Punito
dalla legge. Ma troppo spesso solo sulla carta.
Pare
poi che due dei cinque morti un contratto non ce l’avessero proprio.
Lavoratori
irregolari al 100%. Lavoratori in nero.
Fantasmi che si possono cacciare o far sparire
quando più fa comodo.
Lavoro
irregolare che nelle costruzioni è la norma.
Il 93% di 4.200 grandi, medie e piccole
imprese controllate nel 2023 dall’ “Ispettorato nazionale del lavoro” sono
risultate irregolari.
Nel
2022 su 10.500 cantieri visitati ben 8.648 non rispettano le norme, per più di
15mila violazioni.
I
contratti irregolari si affiancano all’assoluta irregolarità nel rispetto e
applicazione delle misure di sicurezza.
“Quella
mattina dicemmo al responsabile che sarebbe stato meglio aspettare un giorno
prima di lavorare al piano terra, visto che sopra c’erano altri che preparavano
una gettata.
Rispose:
‘Cosa dici! Qui si lavora. Se non ti va bene, prendi i documenti e te ne
vai!’”.
È la
testimonianza di un lavoratore rumeno del cantiere fiorentino, raccolta dal
quotidiano “Il Manifesto”.
Non
può dunque sorprendere il dato dell’Inail (Istituto nazionale assicurazione
infortuni sul lavoro), che riporta che le denunce di infortuni nel settore
costruzioni aumentano anno dopo anno. Nel 2020 se ne contavano 32.700, 39mila
del 2021, 40.135 nel 2022 e nel 2023 pare che i risultati, non ancora
definitivi, segnino un ulteriore aumento del 4,1% sull’anno precedente.
Purtroppo
non tutti i lavoratori infortunati riescono a portare la pelle a casa.
Nel 2023 l’edilizia è risultato il settore col
maggior numero di “omicidi bianchi”, cioè di morti sul lavoro, ben 150.
E in
questa stima dell’Inail non sono conteggiati i lavoratori in nero.
Infine,
dei cinque operai morti ammazzati al cantiere Esselunga di Firenze, ben quattro
erano stranieri.
La
terribile riprova di quanto scrive l’ “Osservatorio sicurezza sul lavoro e
ambiente” Vega Engineering” di Mestre, che registra 59 morti ogni milione di
lavoratori stranieri contro le 29 italiane.
I
lavoratori migranti, insomma, sono l’ultimo anello della catena.
Carne
da macello da sacrificare sull’altare dei profitti degli imprenditori.
Come e
più dei colleghi autoctoni.
È
questo il sistema dentro cui si produce il meccanismo di morti quotidiane.
La logica del profitto che si impone sulla
logica della vita.
Di
fronte a questo scenario l’indignazione del momento non basta.
Men
che meno le lacrime di coccodrillo di politici e personaggi pubblici.
A
mancare, in Italia, non è la cultura della sicurezza.
La
verità è che quando si rivendica più sicurezza l’imprenditore di turno passa
subito alla minaccia di metterti alla porta.
E se
sei un lavoratore precario o, peggio ancora, in nero, la forza del loro ricatto
(“zitto o a casa”) è maggiore.
Per
questo la prima misura contro gli omicidi sul lavoro, prima ancora
dell’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e del rafforzamento
dell’Ispettorato del Lavoro, è l’abolizione della precarietà e la battaglia
contro la logica del profitto.
Sorveglianza
di massa,
la
Cina è un sistema a “diritti
affievoliti”: perché lo tolleriamo e cosa
rischiamo.
Agendadigitale.eu
- Avv. Barbara Calderini – (22 nov.2022) – ci dice:
Da
tempo, i cittadini cinesi si sono abituati all’idea di essere costantemente
sorvegliati in cambio di una governance che, idealmente, rende le loro vite più
sicure e facili.
Ma la
Cina non è sola: anche l’Europa deve rispondere delle proprie responsabilità,
finora sottaciute, per lo sviluppo di tecnologie di sorveglianza.
Il
Partito Comunista cinese, peraltro con la partecipazione della Silicon Valley,
Intel, IBM, Seagate, Cisco e Sun Technologies (che hanno contribuito a rendere
i sistemi di sorveglianza all’avanguardia accessibili e convenienti), è
riuscito a costruire un nuovo contratto sociale con i suoi cittadini.
Una
sorta di stato di polizia distopico presidiato dalle forze di sicurezza
nazionale, armate di intelligenza artificiale:
sostenuti da pensatori scientifici cinesi
fondamentali come “Qian Xuesen”, i cinesi si sottomettono alla sorveglianza
digitale in cambio di una governance più precisa che, idealmente, rende le loro
vite più sicure e più facili; dai modelli di traffico alla sicurezza
alimentare, alla risposta alle emergenze.
Uno
stato di cose delineato chiaramente dai giornalisti del “Wall Street Journal”
Josh Chin e Liza Lin, autori di “Surveillance State: Inside China’s Quest to
Launch a New Era of Social Control”.
“China’s
Surveillance State: Why You Should Be Worried” .
Indice
degli argomenti.
Surveillance
State:
il
controllo sociale in Cina che plasma la volontà delle persone.
Leadership
confuciana.
L’IoT
offre l’infrastruttura necessaria per la sorveglianza .
Censura
e propaganda.
Il
sistema nazionale di credito sociale.
Ubi
data ibi imperium.
Sorveglianza
di Stato e Capitalismo di sorveglianza ovunque.
Conclusioni.
Surveillance
State: il controllo sociale in Cina che plasma la volontà delle persone.
“Alibaba”
e “Tencent”, giganti tech cinesi, tornati sotto il controllo del Partito
Comunista a seguito del “giro di vite” intrapreso dalla Cina contro le società
tecnologiche più potenti, controllano enormi quantità di dati comportamentali;
tutti accessibili al governo.
Sin dal 2016 nella città di “Hangzhou”,
Alibaba ha sviluppato una piattaforma cloud chiamata “City Brain” che monitora
le condizioni del traffico, rileva incidenti stradali, regola i semafori per
ridurre i tempi di viaggio e persino i tempi di risposta dei veicoli di
emergenza.
L’intelligenza
artificiale di City Brain, asservita alle velleità del governo, è solo una
delle tante applicazioni in grado controllare i veicoli di un’intera città.
Grandi
quantità di dati, (la Cina ha già superato gli Stati Uniti per quanto riguarda
la quantità totale di dati che è in grado di trattare e produrre) vengono
raccolte, elaborate da algoritmi nei supercomputer, quindi reinserite nei
sistemi della città, resi disponibili all’autorità.
Leadership
confuciana.
Ogni
espressione dell’autorità di governo in Cina viene intesa dai cinesi alla
stregua di un assioma ontologico:
l’interesse pubblico prevale su quello del
singolo;
il
capillare controllo della società e le esigenze di pubblica sicurezza si
impongono sui diritti degli individui.
Non è
un caso che la Repubblica Popolare Cinese sia oggi il più importante esempio di
Stato socialista ancora esistente, sebbene con alcune evidenti peculiarità che
ne hanno caratterizzato il discostamento rispetto alla concezione tradizionale:
prima fra tutte la capacità della classe
dirigente cinese di interpretare le dinamiche dell’attuale fase storica della
globalizzazione e di volgerle a proprio favore consentendole di emergere come
protagonisti indiscussi della scena economica internazionale.
È
certo, il fatto che la Cina, in tale contesto, si ponga come un sistema a
“diritti affievoliti” non stupisce.
Tanto è connaturato alla sua stessa storia e
tradizione.
È
altresì sancito espressamente nella Carta costituzionale cinese dove, a fronte
di un elenco di diritti e doveri fondamentali, è infatti previsto che “i
cittadini nell’esercizio dei loro diritti e libertà, non possano violare gli
interessi dello Stato, della società o della collettività” (art.li 51, 53 e 54).
Il
Partito è l’interprete unico dell’uniformità di intenti che deve
contraddistinguere l’azione statale a tutti i livelli;
le assemblee popolari, dal parlamento a quelle
dei diversi enti locali, province regioni autonome, prefetture e contee,
assurgono al ruolo di “organi e strumenti del potere statale”.
Ed è
in tale contesto che trovano terreno fertile le molteplici applicazioni e i
sistemi di sorveglianza che rendono le città cinesi le più monitorate al mondo:
“Golden
Shield”, “Skynet”, “Safe Cites”, “Police Clouds”, “Project Sharp Eyes”, e
altri.
Da
tempo i cittadini cinesi si sono adattati a tale forzosa convivenza.
E la
leadership cinese, forte degli strumenti di governance derivanti dalla dottrina
della “Grande Armonia”, ha in tal modo potuto perseguire i nuovi programmi di
sviluppo e di soft power culturale globale, radicandoli proprio nella
tradizione e nella ferrea obbedienza dei cinesi ai capisaldi dell’etica
confuciana.
Un
sofisticato database nazionale collega documenti di identificazione, telecamere
a circuito chiuso, sistemi di riconoscimento di aziende cinesi come “Huawei”, “Sensetime”,”
Megvii” e” China Electronics Technology Group Corporation”, registrazioni di
impronte digitali, campioni di DNA, scansioni dell’iride e gruppi sanguigni,
cronologie di viaggio, tracciamento dei telefoni, monitoraggio degli acquisti
online e meccanismi di decrittazione dei messaggi scambiati dagli individui:
tutte informazioni sottomesse al monitoraggio del governo cinese.
“Xue
Liang”, ovvero “Occhio di falco” è il nome del programma di videosorveglianza a
tappeto del presidente Xi Jinping e di Pechino. Spyware nei cellulari,
telecamere per il riconoscimento facciale, wi-fi sniffer: si basa su un mix di
tecnologie vecchie e nuove la grande rete voluta dal presidente “Xi” che punta
a “controllare” 1,4 mld di abitanti in Cina.
Diffusione
e pervasività della sorveglianza sociale che” la società di sicurezza
Comparitech” ha voluto classificare a livello mondiale:
la Cina ospita oltre 540 milioni di telecamere
di sorveglianza, circa la metà di tutte le telecamere del mondo e detiene il
primato con otto delle prime 10 città più sorvegliate al mondo.
L’apice si tocca a “Chongqing”, grande
agglomerato urbano situato nel sud-ovest del paese, dove confluiscono i fiumi
Azzurro e Jialing, con quasi 2,6 milioni di telecamere, ovvero 168,03 per 1.000
persone. Seguono “Shenzhen”, nella provincia meridionale del “Guangdong” e “Urumqi”,
nota capitale della regione autonoma cinese dello” Xinjiang Uygur”.
Apposite
telecamere vengono posizionate dove le persone si recano per soddisfare i loro
bisogni comuni, come mangiare, viaggiare, fare shopping e divertirsi;
telecamere per il riconoscimento facciale si
trovano all’interno di spazi privati, come edifici residenziali, sale karaoke e
hotel;
dispositivi,
noti come “wi-fi sniffer “e “catcher IMSI”, raccolgono informazioni dagli smartphone
consentendo alla polizia di tracciare i movimenti di un dato bersaglio.
Due
giornalisti del “New York Times”, “Paul Mozur” e Aaron Krolik”, hanno descritto
il modo in cui i vari strumenti di sorveglianza vengono combinati all’interno
di un vasto sistema integrato e connesso, alimentato da un insieme di
tecnologie, alcune all’avanguardia ed altre piuttosto datate.
L’articolo
del “NYT “presenta, con ricchezza di particolari e riscontri video, come tutte
queste funzionalità siano diventate largamente disponibili per le Autorità di
polizia di ogni livello e come i dati raccolti possano essere resi accessibili
ad una vasta gamma di terze parti sia pubbliche, per scopi di intelligence e
sicurezza pubblica, che private, per scopi commerciali e di marketing.
Il tutto, peraltro, attraverso pratiche di
sicurezza del tutto assenti se non inadeguate, livelli di fallacia algoritmica
piuttosto significativi e un livello inquietante di pregiudizi sistemici.
Human
Rights Watch (HRW), con sede a New York, riporta l’esistenza di un documento
ufficiale, risalente al 2017, chiamato “The [Xinjiang Uyghur Autonomous] Region
Working Guidelines on the Accurate Registration and Verification of Population”
(全区人口精准登记核实工作指南, “The Population Registration
Program”), che
descrive il funzionamento di una banca dati biometrica, destinata in modo
specifico al controllo delle minoranza etnica Uiguri, che aggrega e archivia su
server governativi le delicate informazioni degli individui coinvolti in nome
di apparenti politiche antiterrorismo:
operazioni che le Nazioni Unite hanno già
dichiarato idonee a costituire crimini contro l’umanità.
Le
stesse applicazioni di monitoraggio sviluppate in costanza di pandemia, come
quella chiamata Health Code (Codice sanitario), lanciata dalla città cinese di “Hangzhou”,
sembrerebbero essere destinate a non esaurire la loro funzione con la fine
dell’emergenza sanitaria ma a diventare veri e propri “passaporti digitali” dei
cittadini in pianta stabile.
Come
dire un upgrade permanente della sorveglianza di massa che grava sui cittadini
in Cina.
L’IoT
offre l’infrastruttura necessaria per la sorveglianza.
“Edward
Schwarck”, uno studente in sicurezza pubblica cinese presso l’Università di
Oxford, ha approfondito il ruolo del ministero della Pubblica Sicurezza Cinese
descrivendone lo sviluppo nel corso del tempo in chiave di intelligence.
Le sue
analisi hanno evidenziato come il ministero iniziò a riformare ed aggiornare le
sue strutture di intelligence all’inizio degli anni 2000 con l’intento di
ristabilire il “dominio dell’informazione” su una società sempre più fluida e
tecnologicamente sofisticata.
Le
evidenze raccolte hanno dimostrato come lo stesso si sia adattato allo sviluppo
tecnologico trasformando ed adeguando, alle potenzialità offerte dalle nuove
tecnologie, le proprie procedure di raccolta, analisi e diffusione delle
informazioni, fino a dare forma all’attuale sistema di intelligence di pubblica
sicurezza.
Ebbene,
secondo “Schwarck” “definire un modello simile come sistema di polizia basato
sull’intelligence o sulle analisi predittive distoglie l’attenzione dal fatto
che ciò che sta accadendo in alcune aree del Paese, come nello “Xinjiang”:
non
riguarda affatto la polizia, ma una forma di vera e propria ingegneria
sociale”.
Nel
frattempo, mentre da una parte le reazioni della comunità internazionale sulla
questione dei diritti umani nello Xinjiang e di altri crimini umanitari nel
mondo rimangono piuttosto deboli e poco coordinate, rivelando ben più di una
frattura a seconda degli interessi economici con Pechino, dall’altra, le
tattiche di propaganda e disinformazione dei regimi autoritari, tra cui la
Cina, evolvono in forme sempre più sofisticate, e al centro di questi sforzi
globali di repressione e controllo dell’informazione ci sono sempre i social
media: “Twitter”, “Facebook,” “YouTube”, oltre naturalmente a “TikTok”.
Chiaro,
dunque, che applicazioni omnicomprensive “di fatto insostituibili” come “WeChat”
assumono, nell’alveo del loro terreno d’elezione – lo spazio digitale – un
ruolo strategico sinergico e cruciale, con effetti calamitanti dentro e fuori
dal territorio cinese.
Un
universo non solo di sorveglianza ferrea ma anche “geo mediatico”, peraltro,
ben sedimentato:
le prime interferenze governative riscontrate
su “Wechat” risalgono al 2013, con la censura dei post e delle chat contenenti
le parole “Falun
Gong” (法轮功) e “Southern Weekend” (南方周末).
Più di
un miliardo di smartphone in tutto il mondo dove l’app interagisce con gli
apparati di polizia fornendo l’accesso a query di ricerca e contrassegni di tag
specifici e dove persino l’inattività digitale stessa può destare sospetti.
Censura
e propaganda.
Il
controllo dell’informazione è un elemento ritenuto cruciale; l’apparato di
propaganda “visibile” della Cina è ben radicato e la gestione della verifica
dei contenuti informativi sia interna che esterna riveste una priorità assoluta
per il PCC.
Censura,
insomma.
Ma non solo, perché alla censura si accompagna
l’attività di propaganda:
gli
obiettivi di controllo sulle informazioni della Cina abbracciano tanto
operazioni di influenza negli ecosistemi tradizionali quanto nei social media,
ritenuti non a caso percorsi preferenziali usati per deviare il dibattito come
veri e propri distrattori sociali.
Luoghi
virtuali di condivisione in cui l’utilizzo di contenuti di terze parti rivela
un potenziale di amplificazione ed effetti di rete talmente appetibili da porsi
in perfetta sinergia con l’operato interno dei media governativi,
strategicamente coordinati per orientare il discorso pubblico e la governance
internazionale, a scapito dei diritti e delle libertà fondamentali universali.
Una
sorta di “censura inversa” che si oppone al dissenso politico anticinese con il
rumore creato dall’effetto cascata dei post governativi appositamente
costruiti.
Tutte
circostanze queste ben descritte nello studio sulle operazioni di informazione
a spettro completo della Cina, analizzato dall’ “Hoover Institution” e dall’ “Osservatorio
Internet” di Stanford, di cui sono autrici “Renèe Diresta”, “Carly Miller”, “Vanessa
Molter”, “Jhon Pomfret e Glenn Tiffert”, ma anche nel rapporto di “Recorded
Futur”e e nell’analisi dell’ “Australian Strategic Policy Institute”, che documentano in modo esauriente e
con dovizia di particolari le armi di propaganda e censura del governo cinese.
Il “Great
Firewall” è l’ulteriore strumento di sorveglianza che blocca decine di migliaia
di siti Web invisi al Partito.
Proprio il rafforzamento della “sfera
ideologica” nel contesto di quella che la Cina stessa definisce una “Guerra
globale dell’informazione” viene esplicitamente identificato dal Comitato
centrale del Partito comunista tra gli obiettivi cardine, imprescindibile per
l’affermazione della supremazia del Paese, nonché baluardo contro i pericoli
derivanti dalla minaccia delle avverse forze occidentali:
dai
valori universali e fondamentali espressione della democrazia costituzionale di
matrice neoliberalista, alla concezione occidentale dell’ecosistema informativo
che sfida il principio cinese secondo cui i media e il sistema editoriale
dovrebbero essere soggetti alla disciplina del Partito.
Sotto
la leadership del Presidente”Xi”, la repressione di qualsiasi voce dissenziente
ha, infatti, ricevuto una svolta ulteriormente restrittiva e rigorosa.
Non è
un mistero che proprio la Cina detenga oggi il primato di giornalisti
incarcerati, ponendosi al primo posto nella classifica dei Paesi con il maggior
numero di reporter reclusi, prima di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto.
Una
situazione che lo stesso “Comitato per la protezione dei giornalisti” (Cpj) ha
definito “in costante peggioramento”. E
altrettanto significative in tal senso
risultano le numerose “espulsioni” dei giornalisti occidentali ritenuti spesso
“ostili”:
ne
sono coinvolti testate come il “Wall Street Journal”, “Bloomberg” e il “New
York Times”.
Il
sistema nazionale di credito sociale.
Non
ultimo rileva, in termini di controllo, il sistema nazionale di credito sociale
(un insieme di «modelli» per verificare l’«affidabilità» delle persone
associandole a un punteggio e a blacklist) finalizzato a valutare “e dunque
prevenire” la condotta di ogni cittadino cinese, in ogni ambito:
dall’accesso
al credito alla tendenza alla commissione dei crimini.
E il
“sistema dei crediti sociali” rappresenta solo uno dei tanti aspetti oscuri e
distopici dei piani di ingegnerizzazione sociale in Cina.
Se
infatti da una parte i crediti sociali mirano a creare una società basata sulla
fiducia dove però cosa è virtuoso e morale lo decide il partito comunista,
un’ulteriore “griglia sociale” viene stabilita dalle smart city, a loro volta
governate socialmente attraverso crediti sociali e capacità tecnologiche che
consentono raccolta ed elaborazioni di dati continua.
Forme
di iper-sorveglianza nei confronti della quale milioni di cinesi nel mondo, e
non solo, stanno divenendo ormai insensibili e dove la libertà personale ha un
costo inimmaginabile.
E le
possibilità di scelta sono inesistenti.
Dall’
“IA” alle “smart cities”, passando per le “applicazioni social” come “WeChat”,
la Cina ha infatti assunto una posizione pesantemente sfidante e per il momento
vincente rispetto alla supremazia tecnologica filoccidentale.
Nella “hall”
dell’“Institute of Automation”, il campus di laboratori nazionali dell’”Accademia
cinese delle scienze”, un poster gigante del “Presidente Xi Jinping” in abito
nero, convalida quanto l’obiettivo del potenziamento del sistema digitale di
controllo sociale – pattugliato da algoritmi precognitivi addestrati al
riconoscimento dell’iride, alla sintesi vocale basata su cloud e al controllo
dei potenziali dissidenti in tempo reale – rappresenti per la nazione la
priorità assoluta.
I” Big
Data “costituiscono la risorsa inestimabile per fare tali previsioni.
I
funzionari possono attingere a questa capacità per gestire crimini, proteste o
impennate dell’opinione pubblica online.
Un
network, quindi, dove la repressione del crimine va di pari passo con l’analisi
di polizia predittiva e la censura con la propaganda:
coloro
che esprimono opinioni non ortodosse online possono diventare soggetti di
attacchi personali mirati nei media statali.
La sorveglianza e l’intimidazione sono
ulteriormente integrate da una vera e propria coercizione, tra cui visite di
polizia, arresti, “confinamenti rieducativi”.
“Ubi
data ivi imperium”
In
tutto ciò il Partito Comunista è stato straordinariamente abile nel plasmare la
conversazione sulla privacy.
In tal
senso uno degli eventi normativi significativi dell’ultimo periodo è senza
dubbio l’introduzione della legge sulla privacy cinese, “Personal information
protection law” (“Pipl”) cinese, che interessa molte aziende internazionali
operanti in Cina o intenzionate a coltivare relazioni commerciali con il
territorio cinese.
Una
legge che si inserisce in un sistema regolatorio in costante evoluzione, di cui
fanno parte anche la “Cybersecurity Law”, in vigore dal primo giugno 2017 e la “Data
Security Law”, approvata il 10 giugno 2021, in vigore da settembre 2021, con
impatti a livello domestico e internazionale estremamente imprevedibili, specie
per i riflessi in fatto di circolazione internazionale dei dati e dell’adozione
di misure destinate allo sviluppo di tecnologie relative al riconoscimento
facciale, all’intelligenza artificiale e all’analisi dei dati.
Parliamo
di un sistema giuridico solido dove impiantare il regime di sicurezza delle
informazioni e dei dati in Cina, mira, in modo specifico, a potenziare le
esigenze di sovranità digitale ritenute prioritarie da Pechino, a maggior
ragione nel contesto dell’attuale competizione tecnologica e commerciale con
gli USA.
Lo
Stato, Pechino, sede del potere politico, diviene a tutti gli effetti il tutore
della salvaguardia dei dati e della sovranità digitale della società cinese.
Sorveglianza
di Stato e Capitalismo di sorveglianza, ovunque.
Ma la
Cina non è l’unico paese ad utilizzare e ad offrire una visione chiara di come
gli Stati dovrebbero utilizzare le tecnologie di sorveglianza (i sistemi di controllo della polizia
cinese vengono venduti in più di 80 paesi in tutto il mondo, comprese diverse
democrazie).
La
stessa Europa viene chiamata a rispondere delle proprie responsabilità, finora
sottaciute, per lo sviluppo di tecnologie di sorveglianza.
Negli
anni, la collaborazione dell’“Ue” con i “Paesi limitrofi “per il controllo
delle migrazioni ha rafforzato i regimi autoritari, fornito un boom di profitti
per le imprese della sicurezza e ai produttori di armamenti, distolto risorse
dallo sviluppo e indebolito i diritti umani.
A
settembre 2020 “Amnesty International”, auspicando il divieto assoluto dell’uso
indiscriminato delle tecnologie di riconoscimento facciale, ha diffuso il
rapporto “Out of Control: Failing EU Laws for Digital Surveillance Export”, in
cui ha reso evidente come tre aziende europee con sede in Francia, Svezia e
Paesi Bassi abbiano venduto sistemi di sorveglianza ad agenzie di sicurezza
cinesi coinvolte nelle violazioni dei diritti umani.
Il
caso più conosciuto è quello che riguarda la minoranza musulmana uiguri nella
regione dello Xinjiang.
E il
riferimento è rispettivamente a Morpho (ora “Idemia”), “Axis Communications” e “Noldus
Information.
Ma tra
tutti il rapporto che ha destato il rumore maggiore, per l’ampiezza e
specificità delle denunce (tutte documentate) è senza dubbio lo studio
“Surveillance Disclosures Show Urgent Need for Reforms to EU Aid Programmes”
pubblicato il “10 novembre 2020” da “Privacy International” di cui si consiglia
l’attenta lettura.
Sono
molte le organizzazioni europee coinvolte nelle recriminazioni: dall’”Agenzia
di frontiera Frontex” al “Servizio europeo per l’azione esterna”, dal “Fondo
fiduciario dell’UE per l’Africa” all’ “Agenzia dell’Unione europea” per la
formazione delle forze dell’ordine (CEPOL) e all’EUROPOL;
comprese
le istanze di chiarimento rivolte all’EDPS quanto all’Opinion 2/2018 relativa
agli otto mandati negoziali volti alla conclusione di accordi internazionale
che consentirebbero lo scambio di dati tra Europol e paesi terzi.
Il
riconoscimento facciale è sedimentato e certo “ben sovvenzionato” da tempo.
In Europa, Cina e ovunque: in Florida,
l’ufficio dello sceriffo della contea di Pinellas (PCSO) gestisce uno dei più
grandi database di riconoscimento facciale in America.
Se
dunque i governi dei paesi autocratici e semi-autocratici sono più inclini ad
abusare della sorveglianza dell’IA rispetto ai governi delle democrazie
liberali, queste restano comunque i principali utilizzatori e fornitori della
sorveglianza dell’IA.
L’origine
dell”’odierno Panopticon cinese” e la sua inarrestabile evoluzione non sono
altro che il risultato di un’accelerazione resa possibile dalla grande
trasformazione tecnologica del paese (e con essa la nuova straordinaria
capacità di raccogliere dati biometrici da parte di Pechino).
La diffusione della sorveglianza, in
particolar modo applicata all’ “AI”, continua senza sosta.
E se
il suo utilizzo da parte di regimi autoritari per progettare repressioni contro
popolazioni mirate ha già suonato campanelli d’allarme, tuttavia anche in paesi
con forti tradizioni di stato di diritto, l’ “IA” fa sorgere “problematiche
etiche fastidiose ed urgenti”.
Un
numero crescente di stati nel mondo oltre alla Cina sta implementando strumenti
avanzati di sorveglianza dell’IA per monitorare, rintracciare e sorvegliare i
cittadini per raggiungere una serie di obiettivi politici: alcuni legali, altri
che violano palesemente i diritti umani e molti che cadono in una via di mezzo
oscura.
Questo
è il quadro descritto da” Carnegie Endowment for International Peace”, uno dei
più antichi e autorevoli” think tank statunitensi” di studi internazionali.
“La
tecnologia legata alle società cinesi – in particolare Huawei, Hikvision, Dahua
e ZTE – fornisce la tecnologia di sorveglianza dell’IA in 63 paesi, 36 dei
quali hanno aderito alla “Belt and Road Initiative cinese” afferma il Rapporto.
Oltre
alle società cinesi, la giapponese NEC fornisce la tecnologia di sorveglianza
dell’IA a 14 paesi e IBM in 11 paesi, secondo il rapporto Carnegie.
“Anche altre società con sede in democrazie
liberali – Francia, Germania, Israele, Giappone – svolgono un ruolo importante
nel proliferare di questa tecnologia”.
Tutti
questi paesi, evidenzia il Rapporto “non stanno però adottando misure adeguate
a monitorare e controllare la diffusione di tecnologie sofisticate collegate a
una serie di importanti violazioni”.
Gli
esperti esprimono preoccupazione in merito ai tassi di errore del
riconoscimento facciale e all’aumento dei falsi positivi per le popolazioni
minoritarie.
Il pubblico è sempre più consapevole dei
pregiudizi algoritmici nei set di dati di addestramento di AI e del loro
impatto pregiudizievole sugli algoritmi di polizia predittiva e altri strumenti
analitici utilizzati dalle forze dell’ordine.
Anche
applicazioni “IoT “benigne – altoparlanti intelligenti, blocchi di accesso
remoti senza chiave, display con trattino intelligente per autoveicoli –
possono aprire percorsi problematici alla sorveglianza.
Le
tecnologie pilota che gli Stati stanno testando ai loro confini – come il
sistema di riconoscimento affettivo d”i iBorderCtrl “– si stanno espandendo
nonostante le critiche che si basano su scienza difettosa e ricerca non
comprovata.
Inevitabilmente
sorgono le domande inquietanti sull’accuratezza, correttezza, coerenza
metodologica e impatto pregiudizievole delle tecnologie di sorveglianza
avanzate.
Conclusioni.
Dal
momento che gli algoritmi non sono neutrali, imparziali ed oggettivi e che
molto difficilmente le loro implementazioni potranno tradursi in mere scelte
amministrative, di ordine pubblico e sicurezza nazionale o di business, allora
la domanda è:
perché
si continuano a tollerare, se non addirittura a favorire, scelte “politiche”
che prestano il fianco alle ambizioni degli stati dispotici, o anche
democratici, primattori dei diversi approcci di sorveglianza a vantaggio dello
sfruttamento commerciale, governativo e a scapito dei diritti umani?
La
risposta a questa domanda è complessa. E per le democrazie avanzate la sfida
lanciata da queste problematiche è globale e immensa.
I soli
adeguamenti normativi, sebbene necessari, non basteranno a garantire
trasparenza e correttezza.
Ugualmente
non saranno sufficienti le pronunce delle alte Corti per definire precisi
ambiti di responsabilità e, neppure i progressi tecnologici, tesi ad abbattere
il margine di fallacia dei processi algoritmici, potranno arginare
adeguatamente i rischi di discriminazione.
Neppure
sarà sufficiente “tagliare la catena di approvvigionamento globale della tecnologia di
sorveglianza”.
In
tanti, non solo negli stati autoritari, continueranno a “fidarsi supinamente”
degli (ab)usi promossi da queste tecnologie, vittime di un approccio incauto
che rende la sorveglianza parte integrante e naturale del panorama
contemporaneo.
Quello
tra l’Occidente e la Cina non è un rapporto di sole relazioni tra governi, è
altresì una connessione, ancora per nulla compresa, tra le diverse percezioni,
che i rispettivi cittadini hanno su temi divisivi, come può esserlo quello dei diritti fondamentali e del potere
che promana dall’autorità.
La
necessità di pensare in modo critico e consapevole sui sistemi di sorveglianza
e certo sugli algoritmi di “AI” in generale diventa evidente.
Non
servono, però, approcci solo teorici, di parte o peggio solo distopici.
Se da
una parte la strategia cinese mira al controllo totalitario della propria
società e al predominio in campo scientifico entro il 2030 e quella russa si
concentra sulle applicazioni in materia di intelligence, dall’altra, negli
Stati Uniti, il modello liberista crea una biforcazione tra settore pubblico e
privato, in cui i colossi tecnologici della Silicon Valley puntano alla
mercificazione deregolata delle opportunità tecnologiche.
E,
ancora oggi, il ruolo dell’ “Unione europea” nell’”ecosistema digitale globale”
è in gran parte ancora da decidere.
Parlando
di intelligenza artificiale – ci riferiamo a qualcosa che in realtà ha zero
intelligenza e zero semantica:
il
significato e il senso lo danno le persone.
Che si
parli di stato totalitario o di sorveglianza di massa piuttosto che di
monopolio digitale e di capitalismo di sorveglianza, il solo discrimine e la
vera ricchezza tra ciò che ci consentirà o meno di guidare consapevolmente ed
efficacemente il percorso verso un progetto umano sostenibile e la necessaria
riconciliazione tra l’umanità e lo sviluppo tecnologico, dipende in primis
dall’uomo stesso, dalle sue scelte.
E
dunque ampio spazio all’alta politica che rivela “l’arte dei migliori”, capace
di generare una cultura diffusa in grado potenziare valori radicati ed
impregnati di umanità così da fornire adeguate risposte ai sonori biasimi
sollevati.
Poiché
l’avanzata dei modelli di sorveglianza sociale rischia di farci perdere una
guerra che non è di predomino economico e politico, ma di civiltà.
(IL “Deep
State” delle democrazie occidentali è pari – ormai - al totalitarismo culturale
dei Paesi autoritari -di fatto fascisti - tutti retti da poteri centralizzati e
distopici! N.D.R.)
È
l’inizio di un
nuovo
mondo.
Varesefocus.it
– Redazione - Luca Mari e Francesco Bertolotti – (23 – 6- 2023) – ci dicono:
Luca
Mari e Francesco Bertolotti (Professore e ricercatore Scuola di Ingegneria
Industriale LIUC – Università Cattaneo), pubblicato il 23 Giugno 2023 in “Scienza
e digitale”.
Di
sistemi artificiali intelligenti si parla ormai da oltre 50 anni.
Quali
sono allora i motivi del grande interesse nato negli ultimi mesi intorno a
diversi “chatbot”, potenzialmente in grado di operare come comunicatori o
persino artisti?
“
Varese focus” inizia un viaggio sugli utilizzi e le funzionalità di “ChatGPT”,
tra miti da sfatare e cambi di paradigma in atto .
La
vicenda dei sistemi artificiali progettati per dialogare in lingue naturali,
come l’italiano e l’inglese, ha ormai oltre 50 anni, da quando, nel 1966,”
Joseph Weizenbaum” sviluppò” Eliza”, quello che pare sia il primo” chatbot”
della storia, cioè un (ro)bot capace di chat e di dialogo.
Da
allora questi sistemi sono stati parte del panorama dell’Intelligenza
artificiale, per altro con un ruolo modesto nella percezione sociale.
Anche
per questo, quanto sta succedendo dal 30 novembre scorso, con l’annuncio della
possibilità di interagire liberamente con “ChatGPT,” appunto un “chatbot”,
merita un’attenta considerazione e non solo per il fatto che a fine gennaio
2023, dunque solo due mesi dopo la sua apertura, pare che questo sistema fosse
stato usato già da oltre 100 milioni di persone, arrivando ad essere il sistema
digitale che ha raggiunto più velocemente nella storia questo traguardo.
Ciò ha
colto di sorpresa molti, anche perché il nucleo del “chatbo”t (chiamato “GPT”,
ovvero” Generative Pre-trained Transformer”, inizialmente in versione 3 e da
metà marzo 2023 anche in versione 4) era disponibile dal 2020 e già nel
settembre di quell’anno un quotidiano inglese aveva pubblicato un articolo,
intitolato
“A
robot wrote this entire article. Are you scared yet, human?” (“Un robot ha
scritto integralmente questo articolo. Sei spaventato ora, umano?”), scritto
per l’appunto da “GPT”.
Se poi
si aggiunge che le fonti da cui “ChatGPT” attinge si fermano tuttora a
settembre 2021, e quindi che il sistema non è in grado di fornire informazione
su eventi recenti, ci si ritrova davvero a chiedersi quali siano le cause
dell’estremo interesse che si sta manifestando.
D’altra
parte, quello che sta succedendo non è il risultato di una campagna
pubblicitaria di massa da parte di una grande azienda:
fino a
qualche settimana fa, infatti, in pochi conoscevano “OpenAI”, l’organizzazione,
un po’ azienda e un po’ no-profit, che ha sviluppato “GPT” e “ChatGP”T (e “Dall-E”,
un sistema per generare immagini a partire da descrizioni testuali, che ha
raggiunto una certa popolarità dallo scorso autunno).
Dunque,
la domanda sulle ragioni di tutto questo fervore rimane. Cominceremo a
esplorarne qui il senso, cercando di giustificare la congettura che quanto sta
succedendo intorno a “ChatGPT” segnala che stiamo plausibilmente vivendo un
cambio di paradigma.
A tal proposito, proponiamo quella che ci
sembra ormai una constatazione:
per la
prima volta nella storia, è ampiamente diffusa nella società umana un’entità
non-umana che mostra di essere in grado di dialogare con noi nelle nostre
lingue con proprietà lessicale e semantica, grande eloquenza, abilità
argomentativa e accesso a una enorme quantità di informazione.
Insomma,
sappiamo quanto sia socialmente rilevante la capacità di una conversazione
contestuale, specifica e colta, e, per la prima volta noi “Sapiens” abbiamo la
prova di non essere gli unici ad avere questa capacità.
C’è già qui una prima indicazione delle
ragioni che potrebbero spiegare l’interesse per “ChatGPT” rispetto a “GPT”, che
rimane lo strumento alla base di “ChatGPT”.
GPT è
capace di interazioni singole (una richiesta, una risposta) e quindi ogni volta
che una richiesta produce una risposta, brillante o sbagliata che sia, può
rimanere il dubbio che questo sia il risultato di una causa estrinseca e
contingente, per esempio che la richiesta fosse semplice da soddisfare o, al
contrario, non fosse sufficientemente chiara.
Ma “ChatGPT”
è in grado di dialogare, mantenendo il contesto dei contenuti precedenti.
L’impressione che il sistema stia comprendendo
ciò di cui si sta scrivendo è evidente già al primo uso.
Concretamente,
ecco un breve e semplice dialogo, realizzato con “ChatGPT”:
Vorrei
che mi aiutassi in una questione di aritmetica. Cominciamo supponendo che x=5,
ok?
Certo,
posso aiutarti con la tua domanda di aritmetica. Ora che abbiamo stabilito che
x=5, quale operazione o problema vorresti risolvere?
Vorrei
sapere quanto fa x*2.
Sicuro,
posso farlo per te. Se x=5, allora x*2 è uguale a 5*2. Quindi, il risultato è:
5*2=10. Quindi x*2=10 quando x=5.
“ChatGPT”
è in grado di dialogare, mantenendo il contesto dei contenuti precedenti.
L’impressione
che il sistema stia comprendendo ciò di cui si sta scrivendo è evidente già al
primo utilizzo
Prima
che “ChatGPT” fosse reso disponibile, un dialogo come questo (o come quello
contenuto nell’articolo “Quando è l’Intelligenza artificiale a scrivere
l’articolo”, pubblicato nel numero di febbraio 2023 di Varese focus, o come
quelli che stiamo realizzando e raccogliendo nella pagina web
lmari.github.io/chatting) sarebbe stato considerato irrealizzabile (notando tra
l’altro che è in italiano e non in inglese), se non forse mediante sistemi
accessibili solo a pochi ricercatori.
Da
qualche mese, invece, è diventata la quotidianità per chiunque abbia avuto
anche solo la curiosità di provare.
Ci stiamo dunque forse affacciando a un mondo
nuovo e ciò grazie al fatto (concettualmente semplice ma dalle conseguenze che
solo ora si sta cominciando ad intuire) che queste reti neurali artificiali
sono sì sistemi software, ma di un genere completamente diverso da quello a cui
siamo abituati:
sono
sistemi il cui comportamento dipende non dall’esecuzione di regole imposte
mediante programmazione, ma da un addestramento realizzato su grandi quantità
di dati.
Un
comportamento di questo genere sarebbe possibile se “ChatGPT “non pensasse,
capisse, ragionasse.
Se
siamo abituati da tempo ad agenti artificiali che risolvono specifici problemi
complessi, come giocare a scacchi o convertire testi pronunciati in testi
scritti, siamo con ciò arrivati a sistemi dotati di Intelligenza artificiale
generale, quella che in inglese si chiama” AGI,” cioè “Artificial General
Intelligence”?
Le
posizioni al proposito sono diverse.
Nell’introduzione
di un ampio rapporto tecnico, pubblicato alla fine di marzo 2023 con il
significativo titolo “Sparks of Artificial General Intelligence: Early
experiments with GPT-4” (“Scintille di Intelligenza Artificiale Generale: primi
esperimenti con GPT-4”), un gruppo di ricercatori di Microsoft ha scritto che
ChatGPT “dimostra notevoli capacità in vari ambiti e in vari compiti, tra cui
l’astrazione, la visione, il coding, la matematica, la medicina, la
giurisprudenza, la comprensione di motivazioni ed emozioni umane”.
D’altra
parte, altri hanno sostenuto che questi “chatbot” non sono altro che splendidi
sistemi di auto completamento e “pappagalli statistici” e che qualsiasi
espressione antropomorfa per parlare di essi e del loro funzionamento è
inadeguata:
la
loro non può che essere una “falsa promessa”, perché sono entità capaci di
operare ma senza intelligenza.
Queste
controversie da decenni accompagnano lo sviluppo dei sistemi cosiddetti di
Intelligenza artificiale (per altro senza contribuire in modo così
significativo a un chiarimento), tanto che sono spesso trascurate.
Infatti,
la domanda “Un agente artificiale può pensare?” può tranquillamente essere
paragonata alla domanda “Un sommergibile può nuotare?”:
si
tratta di un quesito mal posto, che potrebbe avere una risposta del tipo “I
sommergibili non nuotano, ma fanno qualcosa di funzionalmente analogo”.
Non
stiamo dunque sostenendo che ChatGPT e i suoi fratelli pensino, comprendano,
siano intelligenti “davvero”, anche considerando che non abbiamo dei criteri
sufficientemente oggettivi per stabilire cosa debba accadere perché un’entità
pensi, capisca e sia intelligente “davvero”.
Solo
constatiamo che le entità che sono tra noi, spesso mostrano un comportamento
che fino a qualche mese fa sarebbe stato considerato proprio dei “Sapiens”.
Il
suggerimento, perciò, è minimizzare i pregiudizi e partecipare attivamente a
quello che sta succedendo, cercando di capire, sperimentando e confrontandoci
(con i “chatbot”) e tra di noi.
La
Terra sta registrando temperature
da
record. Ma in futuro sarà
molto
più calda.
Nationalgeograpkic.it
- MADELEINE STONE – (18-01-2024) – ci dice:
Le
temperature continuano ad aumentare rendendo la Terra sempre più calda. Ma
quanto "più calda", esattamente?
La
Terra sta registrando temperature da record. Ma in futuro sarà molto più calda.
Tra i cambiamenti climatici e il clima di El
Niño, nel 2023 la Terra ha vissuto il giorno più caldo mai registrato.
Ad
Agosto 2021 un’ondata di calore “arrostiva” la costa occidentale degli Stati
Uniti, le temperature nella “Death Valley” in California toccavano il rovente
picco di 54 gradi centigradi, facendo registrare la temperatura più calda
misurata sulla Terra dal 1931 e la terza giornata più calda mai registrata in
assoluto sul nostro pianeta.
Questo primato è stato battuto solo due anni
dopo quando, nel 2023, il 3 e il 4 luglio sono diventati i «giorni più caldi
della storia», così come li ha definiti il WMO (Organizzazione meteorologica
mondiale).
Ma in
passato la Terra ha visto giorni più caldi, e in futuro ne vedrà ancora.
Durante i periodi in cui si verificava il
cosiddetto “effetto serra” (ossia quando l’atmosfera era sovraccarica di gas
responsabili di questo effetto) il pianeta era molto più caldo di quanto non
sia oggi, e le peggiori ondate di calore erano di portata proporzionale.
Se le
emissioni di anidride carbonica da parte dell’uomo non hanno ancora spinto la
Terra verso una nuova condizione di quel tipo, il cambiamento climatico rende
le ondate di calore più frequenti e gravi, e ciò significa che le temperature
estreme, registrate lo scorso anno, non rimarranno difficilmente imbattute a
lungo.
Nell’immediato
futuro la Terra non diventerà rovente e inospitale come Venere (dove le
temperature sono sufficientemente elevate da fondere il piombo) ma, secondo gli
scienziati, nel corso di questo secolo picchi di calore che sfidano i limiti
della tolleranza umana si verificheranno più spesso.
E in
un futuro molto, molto lontano, la Terra potrebbe davvero diventare come
Venere.
Un
passato rovente.
Forse
a chi abita in California o in Giappone non sembra, ma la Terra al momento si
trova in quello che i geologi considerano un clima glaciale:
un
periodo abbastanza freddo da supportare un ciclo dell’era glaciale, in cui
grandi lastre di ghiaccio continentali aumentano e diminuiscono vicino ai poli
(quella nell’emisfero settentrionale si è ritirata fino alla Groenlandia).
Per
avere un’idea di come potrebbe apparire un mondo molto più caldo dobbiamo
tornare indietro di almeno 50 milioni di anni, al primo Eocene.
“Probabilmente
è stato l’ultimo periodo di clima veramente caldo che la Terra ha vissuto”,
afferma “Jessica Tierney”, paleoclimatologa dell'Università dell’Arizona.
La
temperatura media si attesta intorno ai 15 gradi centigradi.
Durante
il primo Eocene era attorno ai 21 gradi e la Terra era un luogo molto diverso:
i poli erano privi di ghiaccio; gli oceani
tropicali raggiungevano temperature di 35 gradi (come le attuali sorgenti
termali).
Nell’Artico
c’erano palme e coccodrilli.
Diversi
milioni di anni prima di allora, durante il Massimo termico del
Paleocene-Eocene (PETM, dall’inglese Paleocene-Eocene Thermal Maximum) la Terra
era ancora più calda.
Per
trovare periodi in cui l’effetto serra era ancora più estremo occorre andare a
scavare nei meandri più profondi delle ere geologiche.
Durante
il “super effetto serra” del Cretaceo 92 milioni di anni fa, la temperatura
superficiale della Terra salì fino a 29 °C e rimase calda per milioni di anni,
permettendo lo sviluppo delle foreste pluviali temperate vicino al Polo sud.
Inoltre,
secondo una ricostruzione preliminare dello “Smithsonian Institution”,
all’incirca 250 milioni di anni fa il passaggio dal Permiano al Triassico fu
contraddistinto da un evento di riscaldamento globale estremo, in cui la
temperatura media della Terra si avvicinò a 32 °C per milioni di anni.
In
quell’infernale intervallo di tempo la Terra sperimentò la peggiore morìa di
esseri viventi nella sua storia.
Gli oceani tropicali assomigliavano a una
vasca idromassaggio. Ovviamente non disponiamo dei dati meteorologici del
Permiano (così come di nessun altro capitolo della storia antica della Terra),
ma è probabile che nell’ampia porzione interna arida del supercontinente Pangea
l’ondata di calore sperimentata nella “Death Valley “non sarebbe stata nulla di
eccezionale.
Secondo
“Tierney”, “quanto più calde sono queste condizioni medie, tanto più spesso si
verificano ondate di calore veramente estreme”.
Nei
giorni più caldi dei periodi più caldi “luoghi come i deserti sono stati
incredibilmente roventi”.
Un
futuro sempre più caldo.
Tutti
i periodi recenti in cui la Terra ha sperimentato l’effetto serra sembrano
avere una caratteristica comune:
sono stati preceduti da un rilascio massiccio
di gas a effetto serra nell’atmosfera, provenienti da eruzioni vulcaniche che
rilasciavano anidride carbonica (CO2) oppure da metano che sgorgava da sotto i
fondali marini.
L’uomo
sta conducendo un simile “esperimento” a livello planetario bruciando enormi
riserve di carbon fossile, “innalzando il quantitativo di anidride carbonica
nell’atmosfera” a livelli mai visti dall’estinzione dei dinosauri, 65 milioni
di anni fa, o forse anche da prima.
(La co2 è un gas più pesante dell’aria
e quindi non si comprende come possa essere volato nella stratosfera! N.D.R.)
“In
genere, nel passato una rapida trasformazione del clima è stata sempre dovuta a
meccanismi simili”, afferma la geologa del MIT “Kristin Bergmann”.
“Si
verifica un cambiamento piuttosto rapido nei gas serra che riscaldano il nostro
pianeta”.
Come
in passato, le temperature medie globali stanno di nuovo aumentando
rapidamente, e anche le giornate di caldo estremo hanno subito un’impennata.
Intanto, sempre più studi concludono che le
recenti temperature da record sarebbero state praticamente impossibili da
raggiungere senza l’influenza dell’uomo.
Secondo
gli esperti è difficile prevedere esattamente quanto potrebbe riscaldarsi la
Terra se continuiamo a riversare carbonio nell’atmosfera.
Dello
stesso parere è “Michael Wehner”, ricercatore specializzato in condizioni
climatiche estreme presso il “Lawrence Berkeley National Laboratory”, che in
un’e-mail scrive:
“L’aumento
delle temperature dei futuri episodi di canicola dipende molto da quanta
anidride carbonica (CO2) emetteremo e per quanto tempo”.
Ma
ricerche condotte da” Wehner” e dai suoi colleghi offrono uno sguardo su come
potrebbero essere le ondate di calore se non riduciamo per nulla le nostre
emissioni di carbonio (CO2):
entro
la fine del secolo le ondate di caldo in California potrebbero arrivare a
toccare temperature di 5-8 gradi in più.
E la
temperatura epocale registrata nell'estate 2021 nella “Death Valley”?
Wehner spiega: “Mi aspetto che un evento raro
come quello dei 54 °C possa toccare circa i 60 °C in un eventuale futuro carico
di emissioni”.
La
Terra diventerà come Venere?
I
nichilisti potrebbero sottolineare che questi dati non sono nulla in confronto
a ciò che la Terra probabilmente sperimenterà nel futuro più remoto.
Gli
astronomi hanno predetto da tempo che man mano che il sole invecchierà e
diventerà più luminoso, la superficie della Terra si riscalderà di conseguenza,
fino al punto in cui gli oceani inizieranno a sobbollire come acqua sul fuoco.
Il vapore acqueo, un potente gas serra, si
riverserà nell’atmosfera, scatenando un effetto serra fuori controllo che, in
un miliardo di anni, potrebbe trasformare il nostro pianeta in un corpo celeste
non molto diverso dal nostro vicino, Venere.
Lì, sotto un’atmosfera spessa, tossica e
sulfurea, le temperature superficiali si avvicinano ai 480 gradi centigradi.
“Abbiamo
sempre pensato che, mentre il sole continua a splendere, la stessa cosa
succederà sulla Terra”, afferma l’astronomo dell’Università statale della
Carolina del Nord, “Paul Byrne”, e aggiunge che miliardi di anni fa il nostro
vicino pianeta potrebbe aver avuto un clima piacevole e degli oceani.
Venere
potrebbe non essere stato affatto rovinato dal sole.
Un
recente lavoro di modellizzazione suggerisce che il colpevole sia da ricercare
in una serie di parossismi vulcanici che hanno causato “il rilascio di quantità
apocalittiche di (CO2) nell’atmosfera”, prosegue Byrne.
Ma entrambi gli scenari – morte termica del
pianeta causata dal sole o dai vulcani – ci indicano una strada in cui eventi
ben al di fuori del nostro controllo potrebbero far precipitare il futuro clima
terrestre in una spirale drammaticamente calda.
“Non
posso sapere se raggiungeremo esattamente 475 gradi o meno”, afferma “Byrne”
riferendosi alla temperatura sulla superficie di Venere. Ma se la Terra
affronterà una transizione simile a quella di Venere, “sarà molto, molto
calda”.
Anche
se la nostra “biglia blu” sfuggirà al destino di Venere, non riuscirà a evitare
di andare a fuoco tra circa cinque miliardi di anni.
A quel
punto il sole si espanderà diventando una stella gigante rossa avvolgendo la
Terra in un’ardente fiammata.
“L’ipotesi
più diffusa è che il sole ingloberà la Terra”, conclude “Byrne”. “Per dirlo in
parole povere… saremo fritti”.
L'ossessione
del WEF per
l'intelligenza
artificiale e
il “brain
chiping”.
“Noi” possiamo creare un sistema di
intelligenza artificiale “dove non abbiamo nemmeno bisogno di elezioni
democratiche”,” Klaus Schwab”.
Globalresearch.ca
- Peter Koenig – (3 marzo 2024) – ci dice:
Ricordate
l'intervista di Klaus Schwab del 2016 con un moderatore della TV svizzera
francese, in cui Schwab disse qualcosa del genere: "Immaginate che entro
il 2025 potremmo tutti avere un chip impiantato da qualche parte nel nostro
corpo o nel cervello e potremmo essere in grado di comunicare tra loro" e
senza telefono, anche senza usare la voce…”?
Klaus Schwab la definisce una fusione tra il
mondo fisico, digitale e biologico.
Parla
anche di avere “maggiordomi” personalizzati sotto forma di robot, che non sono
solo schiavi, ma piuttosto assistenti, poiché funzionano con l’intelligenza
artificiale (AI) e impareranno da noi….
L'ossessione
di Schwab per la Quarta Rivoluzione Industriale – la completa digitalizzazione
di ogni cosa – sembra essere sconfinata.
Tutto
ciò si sta muovendo verso la globalizzazione e un governo mondiale unico, per il quale è necessaria una
popolazione mondiale drasticamente ridotta.
Questo
rimane l'obiettivo numero UNO del WEF, secondo The Great Reset e l'Agenda ONU
2030.
Il
sogno di Klaus Schwab della Quarta Rivoluzione Industriale, l'intelligenza
artificiale e la digitalizzazione di tutto sono solo strumenti per arrivarci
più velocemente.
Un
altro strumento è stato il covid e i “vaccini” contro le armi biologiche, e
forse il “WEF Davos24” ha propagato il nuovo virus “X” – non ancora esistente,
ma che vaga da qualche parte là fuori (Gates, Tedros OMS) e, ridicolosamente, i
“vaxx” sono già in circolazione sviluppato – e uno dei principali strumenti di
questo “genocidio globalista” è la tremenda bufala climatica.
La
menzogna climatica è in atto, almeno a partire dal devastante Rapporto sui
“Limiti della crescita” del Club di Roma, che è ancora il modello di gran parte
di ciò che sta accadendo oggi, inclusa la riduzione della popolazione.
Sotto
il cambiamento climatico ogni sogno eugenista può realizzarsi.
Se
noi, il Popolo, glielo permetteremo.
Anche
il Club di Roma, un’invenzione di Rockefeller, ha sede in Svizzera
(Winterthur), così come il WEF, l’OMS, la GAVI (l’alleanza vaccinale-farmaceutica)
e – la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), detta anche Banca Centrale
di tutte le Banche Centrali. Il tutto con piena immunità diplomatica ed
esentasse.
Una coincidenza?
L'intervista
di Klaus Schwab alla TV svizzera è avvenuta il 10 gennaio 2016, poco prima del
WEF di Davos16, il 46 ° WEF, svoltosi sotto il tema “Padroneggiare la quarta
rivoluzione industriale”.
Otto
anni dopo, il 54 ° “WEF Davos24”, conclusosi appena 6 giorni fa, portava il
titolo “Rebuilding Trust”.
All’inizio,
si potrebbe essere tentati di credere che il WEF si renda conto che sta cadendo
in un disordine sempre più profondo con le persone in tutto il mondo, comprese
le grandi imprese e gli aderenti precedentemente orgogliosi del WEF, e in
effetti, ha bisogno di “ricostruire la fiducia”.
Nulla
potrebbe essere più lontano dalla verità.
Gli stessi argomenti discussi alle plenarie del WEF,
"Cambiamenti climatici", l'avvento di una nuova malattia ancora
sconosciuta, la "X", che è "già là fuori", e l'ammirazione
quasi settaria per un'intelligenza artificiale sempre più perfezionata, non
hanno fatto molto per “Ricostruire la fiducia”.
Soprattutto
quando si guardano alcune sessioni appartate, con un pubblico limitato, dove
l'ossessione di Klaus Schwab per gli impianti di microchip, l'intelligenza
artificiale e la lettura della mente vengono alla ribalta.
Questi
sono sicuramente alcuni dei momenti più terrificanti del WEF Davos24.
Ad esempio, quando parla con “Sergey Brin”,
co-fondatore di Google ed ex presidente di “Alphabet”, la società madre di
Google.
Un
patrimonio netto di 118 miliardi di dollari (2024) rende Brin la nona persona
più ricca del mondo (Forbes).
Klaus
Schwab pretende di fantasticare:
“Immagina
di essere seduto qui tra dieci anni e di avere un impianto nel cervello, e
posso immediatamente sentire, poiché tutti abbiamo degli impianti, posso
misurare le tue onde cerebrali e posso immediatamente dirti come le persone
reagiscono al tuo risposte… è immaginabile?”
“Sergey
Brin” sembra piuttosto stordito dalla domanda, visibilmente a disagio, non sa
cosa dire, poi alza gli occhi al cielo, poi un po' imbarazzato alza le braccia
in aria e dice esitante..."Penso che sia immaginabile..." È uno spettacolo
per il circo.
E
ricorda l'intervista di Klaus Schwab del 2016 alla TV svizzera francese.
Il
fondatore e presidente del WEF fa poi un ulteriore passo avanti nella sua
ossessione, suggerendo:
“Possiamo
creare un sistema in cui non abbiamo nemmeno bisogno di elezioni democratiche,
perché possiamo prevedere come penserete e vi sentirete…”.
Non
importa che le elezioni democratiche appartengano al lontano passato.
Negli ultimi vent’anni circa non c’è stata
quasi nessuna elezione in tutto il mondo che non sia stata in qualche modo
manipolata dai Padroni dell’Universo… anche nella patria dei Maestri e dei
sedicenti imperatori.
È
interessante notare che Schwab si riferisce sempre a Noi, poiché in NOI
controlliamo te, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, ti mettiamo in una
modalità “predittiva”.
Ciò
che il signor Schwab non dice mai, però, è fortemente implicito, è che i “ Noi
” che controllano le onde cerebrali elettroniche influenzeranno il tuo pensiero
nel modo in cui vogliamo che sia.
Guarda
di seguito un videoclip di 5 minuti per i momenti terrificanti completi della
folle "pianificazione predittiva".
Poiché
è un rituale di culto, Klaus Schwab – e altri della sua specie dell'età oscura,
predire, dire e avvertire le persone di ciò che stanno progettando di fare con
noi, Noi, il Popolo, è un MUST, affinché loro siano riusciti.
In
un’altra sessione del WEF Davos24, qualcuno ha chiesto: “Cosa possiamo fare per evitare che
venga eletto il presidente sbagliato?”
Non
sono stati fatti nomi, ma era ovvio che il commentatore si riferiva a “Donald
Trump”, un anti-globalista, che porterebbe gli Stati Uniti in una valanga di
voti, se oggi si tenessero elezioni GIUSTE .
Attualmente
viviamo nel mondo occidentale sotto una dittatura del culto e la maggior parte
di noi non se ne è ancora accorta.
Impregnate da un pensiero settario vecchio di migliaia
di anni, le azioni oscure avranno successo solo se verranno raccontate in un
modo o nell'altro alle persone che ne saranno colpite.
Spesso
viene fatto sotto mentite spoglie, o in un modo di fantasticare, o attraverso i
film (Hollywood fa parte della cultura di culto), in modo che le persone se la
prendano con calma e non si ribelleranno. Quando li colpisce, è troppo tardi.
L’ossessione
per i chip impiantati e per l’intelligenza artificiale che governano la nostra
vita quotidiana, e per i robot che sostituiscono gli esseri umani nel mercato
del lavoro, va avanti da molto tempo.
L’indottrinamento
o ingegneria sociale, come lo chiama una delle principali agenzie di
manipolazione mentale, come lo chiama il “Tavistock Institute” con sede nel
Regno Unito, è stato eseguito alla perfezione.
“Tavistock”
probabilmente lavorerà insieme a Hollywood, prendendo il polso di eventi come
il” WEF-Davos,” l' “Assemblea generale delle Nazioni Unite “e molti altri
eventi internazionali, così come locali, imparando a conoscere le reazioni e
gli impulsi delle persone.
Ecco
perché oggi è così difficile vedere la bufala, ad esempio, la farsa sul clima e
perfino riconoscere di essere stati ingannati.
Ammettere
a sé stessi e agli altri di essersi innamorati di una bugia o di una
manipolazione mentale è l'ostacolo più difficile da superare – e da cui
risvegliarsi.
Gli
ingegneri sociali lo sanno.
Viviamo
in una dissonanza cognitiva in un ambiente distopico, dove tutto va e diventa
“normale”.
Siamo ben oltre il 1984 di George Orwell, dove la
guerra è pace e l'odio è amore.
Al WEF
di Davos24 qualcuno ha detto:
“Dobbiamo
bombardare la nostra via verso la pace”.
Siamo spiacenti, il riferimento non è più
disponibile.
È diventato vittima dei “fact-checker” che
eliminano le “false informazioni”.
DOBBIAMO
essere consapevoli e attenti a ciò che accade intorno a noi. Mentre a Bruxelles stanno allarmando
sull’imminente implementazione dell’ID digitale che sarebbe collegato a tutto
ciò che è personale, documenti sanitari, documenti vaxx, documenti bancari e,
in definitiva, alla valuta digitale programmabile della Banca centrale (CBDC)
che controlla tutto.
Quando
ciò accade, e lo lasciamo accadere per negligenza, allora siamo cotti.
L'ID
digitale, termine improprio perché non è semplicemente un documento d'identità,
viene costruito sotto forma di travestimento al contrario.
In Svizzera e altrove in Europa, le persone
vengono costrette a utilizzare il codice QR/e-banking su smartphone, che è il
primo passo per controllare il denaro, cosa si compra e dove si compra o si
effettua qualsiasi transazione monetaria, perché si viene tracciati lo
smartphone. Il codice QR raccoglie tutti i dati.
La
tirannia bancaria è già qui.
Se vuoi continuare a utilizzare il tuo conto
bancario, devi rispettare le regole del sistema finanziario.
Niente
a che vedere con le leggi: è l’ordine basato sulle regole.
Il
codice QR può contenere una quantità quasi illimitata di dati personali, nonché
dati relativi a dove e per cosa spendi i tuoi soldi – eventualmente conoscendo
di più di te stesso.
Restiamo
vigili, consapevoli e pronti a costruire un sistema monetario e bancario
alternativo, gestito dal Popolo e per il Popolo.
Non è
più destra o sinistra.
DOBBIAMO
combattere il globalismo.
(Peter
Koenig è un analista geopolitico ed ex
economista senior presso la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS), dove ha lavorato per oltre 30 anni in tutto il mondo.)
La
Casa Bianca ammette che
l’Ucraina
perderà più territorio
entro
i prossimi due mesi.
Globalresearch.ca
- Ahmed Adel – (29 febbraio 2024) – ci dice:
L’Ucraina
perderà ulteriore territorio nei prossimi mesi a causa della mancanza di
sostegno militare statunitense, ha lamentato il 27 febbraio il coordinatore
delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa
Bianca, “John Kirby”.
Ciò avviene mentre Washington confermava che le truppe
statunitensi non sarebbero state inviate a combattere in Ucraina nemmeno se si
discutesse con la Francia su questa possibilità.
“Se
continuano a non ricevere sostegno dagli Stati Uniti, tra un mese o due, è
molto probabile che i russi otterranno maggiori guadagni territoriali e avranno
più successo contro le linee del fronte ucraine”, ha detto” Kirby ai
giornalisti”, aggiungendo che ciò potrebbe accadere in futuro e non solo
nell’Ucraina orientale ma potenzialmente anche nel sud del paese”.
Nella
stessa conferenza stampa, l’addetta stampa “Karine Jean-Pierre “ha
ripetutamente sottolineato che la situazione è “terribile” per l’Ucraina e ha
ricordato come il direttore della CIA “ha esposto le conseguenze, quanto
fossero terribili” e “cosa stava succedendo nel paese” in battaglia – su un
campo di battaglia, ovviamente, e come l’Ucraina stava perdendo terreno, il che
è importante”.
Lo
stesso giorno, anche il presidente degli Stati Uniti “Joe Biden” ha affermato che è urgente la necessità di
fornire ulteriore sostegno all’Ucraina.
Tuttavia,
i repubblicani hanno bloccato qualsiasi ulteriore finanziamento per l’Ucraina a
meno che Biden non allenti la sua politica di apertura delle frontiere, cosa
che apparentemente non è disposto a fare.
L’invio
di truppe NATO in Ucraina “non è escluso”.
La
mancanza di armi e l’ammissione che la Russia è in procinto di liberare più
territorio aggravano le frustrazioni di Kiev, soprattutto dopo che Washington
ha confermato che le truppe americane non sarebbero state inviate a combattere
in Ucraina.
Secondo una fonte militare intervistata
dall'agenzia di stampa “AFP”, gli Stati Uniti hanno discusso per settimane i
piani per inviare truppe con la Francia, ma alla fine hanno ritenuto che il
rischio fosse troppo alto.
Il 26
febbraio, il presidente francese” Emmanuel Macron” ha sollevato l’idea di
inviare truppe in Ucraina, una dichiarazione sorprendente dal momento che lo
schieramento di combattenti non è mai stato discusso o previsto pubblicamente.
Dopo
l’allarmante dichiarazione di “Macron”, numerosi paesi europei si sono
dissociati dall’idea, tra cui Germania, Polonia, Spagna, Grecia e Repubblica
Ceca.
Adesso
è toccato alla Casa Bianca negare lo schieramento di truppe americane in
Ucraina.
In una
dichiarazione alla stampa, il portavoce del Dipartimento di Stato “Matthew
Miller” ha dichiarato che “gli Stati Uniti non invieranno truppe a combattere
in Ucraina”.
Secondo
una fonte militare citata dall'AFP, i paesi della NATO stanno discutendo da
settimane sulla possibilità di inviare propri soldati a sostegno degli ucraini,
e gli Stati Uniti sono tra quelli che hanno sostenuto l'idea.
Rispondendo
alla dichiarazione di Macron, il Cremlino ha detto:
“Il
fatto stesso di discutere la possibilità di inviare in Ucraina determinati
contingenti dai paesi della “NATO” è un elemento nuovo molto importante”.
Il
portavoce presidenziale russo “Dmitry Peskov”
ha affermato che se verranno inviate truppe,
“dovremmo
parlare non della probabilità, ma dell’inevitabilità (di un conflitto
diretto)”.
Macron
sembra voler iniziare una guerra Russia-NATO, una guerra che porterebbe
inevitabilmente ad attacchi nucleari e senza vincitori, e per questo è ovvio il
motivo per cui il presidente francese si è subito isolato, tanto che anche
Washington si è rannicchiata e ha preso le distanze. stesso dall'idea.
Il 28
febbraio il ministro degli Esteri francese “Stéphane Séjourné” ha tentato di
attenuare il colpo umiliante sostenendo che Macron aveva in mente di inviare
truppe per compiti specifici come aiutare nello sminamento, nella produzione di
armi sul posto e nella difesa informatica.
“[Ciò]
potrebbe richiedere una presenza [militare] sul territorio ucraino senza
varcare la soglia dei combattimenti”, ha detto “Sejourne” ai legislatori
francesi. “Non si tratta di inviare truppe per fare la guerra contro la
Russia”.
Si
tratta ovviamente di una storia di copertura poiché Macron è stato isolato
quasi immediatamente e, come ha sottolineato la portavoce del ministero degli
Esteri russo” Maria Zakharova” , gli alleati della Francia non hanno né capito
né sostenuto l'idea del presidente francese.
“Questa
stessa affermazione ha scioccato i loro alleati della NATO. Poche ore dopo,
sono stati rilasciati una serie di dichiarazioni da parte dei leader dei paesi
della NATO, dei ministri degli Esteri e dei ministri della Difesa, i quali
hanno affermato che […] si dissociano dalla dichiarazione di Macron.
Che
loro stessi non pianificano nulla di tutto questo, non pianificano di mandare
nessuno e capiscono che questa sarà già una storia diversa”, ha detto.
Con
l’Occidente che non riesce a mantenere le promesse di fornitura di armi fatte a
Kiev, ulteriori finanziamenti statunitensi bloccati al Congresso e, cosa ancora
più importante, la recente liberazione della città fortezza di “Avdeyevka”,
l’Ucraina perderà inevitabilmente territorio a un ritmo rapido.
Dato che la Casa Bianca ammette apertamente
questa realtà, ci si aspetterebbe che il regime di Kiev cerchi di porre fine al
conflitto, ma sceglie ancora di riporre le proprie speranze nelle armi che non
arrivano in tempo o, più in modo deludente, che L’Occidente finalmente
interverrà direttamente nel conflitto.
La
guerra psicologica di
Israele
è implacabile, feroce
e
deliberata.
Unz.com
- MIKE WHITNEY – (3 MARZO 2024) – ci dice:
(twitter.com/Anela_shah/status/1763876238458810648)
Una
parte dell’operazione militare israeliana a Gaza che è stata ampiamente
ignorata dai media mainstream è la guerra psicologica estremamente sofisticata
che viene intrapresa contro il popolo palestinese.
Se
osserviamo attentamente alcuni degli elementi più insoliti della strategia
israeliana, vediamo le linee generali del piano che mira chiaramente a
infliggere il massimo danno psicologico alle sue vittime.
Prendiamo,
ad esempio, la ripetuta richiesta di Israele che i civili lascino una
determinata città ad un orario prestabilito.
Ogni volta che veniva avanzata questa
richiesta, seguivano poco dopo attacchi aerei sui civili in fuga.
Potremmo
facilmente liquidare questa sfortunata azione come un errore operativo
attribuibile a un errore umano, ma non sembra essere così.
Dopotutto,
questi attacchi aerei non sono avvenuti solo una o due volte, ma più e più
volte.
Ciò
suggerisce che si tratta di una politica ufficiale.
Lo stesso vale per l’uccisione apparentemente
casuale di civili da parte di cecchini israeliani (alcuni dei quali sventolano
bandiere bianche) o per il cosiddetto “bombardamento indiscriminato” di case,
ospedali e campi profughi, o per le dichiarazioni iper belligeranti di leader
politici, o il massacro di massa di civili che raccoglievano pacificamente cibo
sui camion degli aiuti umanitari.
Quello
che stiamo dicendo è che nessuna di queste cose ha alcun valore tattico
apparente, piuttosto la loro efficacia può essere misurata solo in termini di
come aiutano Israele a raggiungere il suo obiettivo strategico generale che è
l'espulsione dell'intera popolazione araba.
A
questo proposito, la strategia sembra funzionare abbastanza bene perché la
maggioranza della popolazione è ormai convinta che “nessun posto è sicuro”.
Questa,
infatti, è la pietra angolare su cui Israele ha sviluppato il suo piano di
battaglia psicologico, per sradicare ogni senso di sicurezza personale che
susciti sentimenti di ansia, confusione e disperazione.
Tieni
presente che questa mentalità non è apparsa dal nulla.
Questa
mentalità è il prodotto di un piano meticolosamente pianificato e assolutamente
sinistro per infliggere il massimo danno psicologico a 2 milioni di persone in
modo che siano più facili da espellere dalla loro patria storica.
Questo
è l'obiettivo di fondo dell'operazione israeliana: la pulizia etnica. E
l’aspetto psicologico della campagna potrebbe essere più critico per il suo
successo rispetto agli implacabili attacchi aerei o alla nascente guerra di
terra.
Questo
è tratto da un articolo di “Save The Children” :
“In
tempo di guerra, le persone di solito cercano rifugio in luoghi sicuri. Non ci
sono posti sicuri a Gaza in questo momento, e non c’è modo di raggiungere la
sicurezza fuori.
Con un
senso di sicurezza, la costante presenza rassicurante della famiglia, una sorta
di routine e un trattamento appropriato, i bambini possono riprendersi.
Ma
tanti bambini hanno già perso membri della famiglia, alcuni hanno perso tutto,
e la violenza e gli sfollamenti sono implacabili”, ha affermato “Jason Lee”,
direttore di “Save the Children” per i territori palestinesi occupati.
La
salute mentale dei bambini è spinta oltre il punto di rottura, “Save The
Children”
Sebbene
“Lee” riconosca l’importanza dei “luoghi sicuri”, non riesce a unire i punti.
Sembra
pensare che la situazione attuale sia un incidente di guerra, ma non è un
incidente di guerra.
I
leader israeliani hanno senza dubbio lavorato fianco a fianco con gruppi di
psicologi comportamentali per stabilire un piano che potesse raggiungere i loro
obiettivi politici riducendo al minimo le vittime.
(Le vittime di massa portano a una feroce
opposizione politica che Israele voleva evitare.)
Le
attuali” psyops “raggiungono entrambi gli obiettivi, motivo per cui dovremmo
presumere che non siano "accidentali".
In
breve, la campagna di bombardamenti israeliana è più focalizzata sul
terrorizzare e sul traumatizzare che sull'uccidere.
Puoi
vedere che?
Una
volta che ci rendiamo conto che esiste un motivo razionale per la violenza
apparentemente casuale di Israele, cominciamo a vederlo ovunque.
Ogni giorno si verificano nuovi attacchi aerei
su tendopoli e campi profughi che non hanno alcun valore strategico.
Perché?
I
leader israeliani hanno perso la testa?
No,
non hanno perso la testa.
Stanno
deliberatamente terrorizzando i palestinesi in modo che si precipitino in
Egitto non appena il muro verrà sfondato.
Questo è il vero scopo della guerra
psicologica di Israele.
Allora,
quali sono le conseguenze della guerra psicologica di Israele sui palestinesi?
Ebbene,
se esaminiamo i dati del passato, vediamo che le frequenti incursioni di
Israele sono state a dir poco catastrofiche.
Dai
un'occhiata a questo estratto da un rapporto di un gruppo di studiosi
dell'Università di Washington nel 2009:
“Un
recente rapporto ha rilevato che il 91,4% dei bambini nella Striscia di Gaza
soffre di sintomi da moderati a gravi di disturbo da stress post-traumatico.…
Gli
studi più recenti indicano che la stragrande maggioranza dei bambini di Gaza
presenta sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD)…
Di un
campione rappresentativo di bambini di Gaza, più del 95% ha subito
bombardamenti di artiglieria nella propria zona o boom sonici a bassa
intensità. -jet volanti.
Inoltre,
il 94% ricordava di aver visto cadaveri mutilati in TV e il 93% di aver
assistito agli effetti dei bombardamenti aerei sul terreno.
La stragrande maggioranza dei bambini di Gaza
soffre di sintomi di disturbo da stress post-traumatico, Intifada elettronica.
Ripetiamo:
“il 91,4% dei bambini nella Striscia di Gaza” presenta già “sintomi da moderati
a gravi di disturbo da stress post-traumatico”.
Quindi,
anche nel 2009, i palestinesi stavano sperimentando un “livello sconcertante di
trauma psicologico”.
Immaginate
quante altre persone saranno gravemente colpite dalla sanguinosa furia di oggi.
Vale
la pena notare che il danno psicologico derivante dall'attuale conflitto non
scomparirà con la fine delle ostilità.
Molte
di queste persone trascorreranno il resto della loro vita lottando contro i
propri demoni in un inferno interamente creato da Israele.
Ecco
qualcosa di più da un articolo di 4 mesi pubblicato sul “Guardian” :
Secondo
uno psichiatra palestinese, i bambini di Gaza stanno sviluppando gravi sintomi
traumatici insieme al rischio di morte e lesioni.
L'impatto
psicologico della guerra sui bambini è evidente, ha detto “Fadel Abu Heen”, uno
psichiatra di Gaza.
I
bambini avevano "iniziato a sviluppare gravi sintomi traumatici come
convulsioni, bagnare il letto, paura, comportamento aggressivo, nervosismo e
tendenza a non allontanarsi dai genitori".
La
“mancanza di un luogo sicuro ha creato un senso generale di paura e orrore tra
l’intera popolazione e i bambini sono i più colpiti”, ha affermato…
Studi
condotti dopo i precedenti conflitti hanno mostrato che la maggioranza dei
bambini di Gaza presentavano sintomi di disturbo da stress post-traumatico
(PTSD).
Tra
gli altri risultati dell'Unicef figurano: il 91% dei bambini ha riportato
disturbi del sonno durante il conflitto;
Il 94%
ha dichiarato di aver dormito con i genitori;
L'85%
ha riferito cambiamenti nell'appetito;
L'82% si sentiva arrabbiato; Il 97% si sentiva
insicuro;
Il 38%
si è sentito in colpa; il 47% si mangiava le unghie;
Il 76% ha riferito prurito o sensazione di
malessere….
Un
rapporto dello scorso anno di” Save the Children” sull’impatto di 15 anni di
blocco e di ripetuti conflitti sulla salute mentale dei bambini a Gaza ha
rilevato che il loro benessere psico-sociale era “drammaticamente diminuito a
livelli allarmanti”.
I
bambini intervistati dall’organizzazione umanitaria “hanno parlato di paura,
nervosismo, ansia, stress e rabbia, e hanno elencato i problemi familiari, la
violenza, la morte, gli incubi, la povertà, la guerra e l’occupazione, compreso
il blocco, come le cose che meno apprezzavano nella loro vita.”
Il
rapporto cita “António Guterres”, segretario generale delle Nazioni Unite, che
descrive la vita dei bambini a Gaza come “l’inferno in terra”.
I bambini di Gaza "sviluppano gravi
traumi" dopo 16 giorni di bombardamenti , “The Guardian”.
Tendiamo
a pensare ai sopravvissuti (alla guerra) come ai “fortunati”, ma non è sempre
così.
Quando
si spoglia un bambino di ogni senso di sicurezza personale e lo si getta in un
mondo di incertezza, violenza e morte, la sua capacità di provare gioia, amore
o autorealizzazione viene notevolmente compromessa.
Riteniamo
che i pianificatori della guerra israeliani abbiano deliberatamente creato le
condizioni necessarie per infliggere il massimo danno psicologico ai
palestinesi che vivono a Gaza.
Non pensiamo che ci sia nulla di “accidentale”
in ciò che stiamo vedendo.
Pensiamo
che questa sia l’unica spiegazione razionale per un piano di battaglia
irregolare che si concentra meno sulla sconfitta del nemico che sul
terrorizzare la popolazione.
Per
Israele cacciare i palestinesi da Gaza semplicemente non è sufficiente.
Vogliono
garantire che le loro vittime affrontino anni di agonizzante dolore psicologico
fino al giorno della morte.
Anche
se non disponiamo ancora di dati sufficienti per valutare con precisione
l’entità del danno, possiamo tranquillamente affermare che il massacro in corso
supera di gran lunga quelli del passato.
A
tutti gli effetti pratici, Israele ha distrutto la vita di ogni uomo, donna e
bambino a Gaza.
Ma
quando vediamo i video della terra desolata che Israele ha creato – con le
macerie che si estendono in tutte le direzioni – dovremmo ricordare che il
danno psicologico che hanno inflitto è di gran lunga maggiore.
Queste sono le ferite invisibili che non
guariranno mai e che spingeranno un’intera popolazione in un mondo di ansia
cronica, depressione e disperazione.
Solo
Israele è responsabile delle loro sofferenze.
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