La Scienza di Stato.
La
Scienza di Stato.
Francia:
Macron Prevede
il
Carcere per la “Vaccine Hesitancy”
sui
Vaccini Anti-Covid.
Conoscenzealconfine.it
– (23 Febbraio 2024) - Lorenzo Poli – ci dice:
In
Francia, con la scusa di reprimere le “sette”, si cerca di imporre la “scienza
di Stato”.
Il
Parlamento francese, su proposta del governo Macron, ha infatti approvato nei
giorni scorsi un emendamento all’articolo 4 della legge sulla “Lotta alle
aberrazioni settarie “, che introduce una pena fino a tre anni di reclusione e
un’ammenda fino a 45.000 euro per chiunque esprima “esitazione vaccinale” sui
vaccini anti-Covid.
Secondo
la legge – votata in blocco dalla destra, dall’estrema destra e dai socialisti
francesi – si può dibattere su tutto:
chemioterapici vari, libertà di scelta
vaccinale, obbligatorietà vaccinale, vaccinazioni in generale, ma non sui
vaccini m-RNA.
Quest’ultimi
sono stati legalmente blindati, protetti con una sorta di scudo penale che non
consentirà a nessuno di metterne in discussione l’efficacia o la sicurezza,
nemmeno davanti a prove contrarie.
È
punita con un anno di reclusione e un’ammenda di 15.000 euro anche il semplice
invito “ad astenersi” dal seguire un trattamento medico terapeutico o
profilattico, come ad esempio un vaccino, allorché tale abbandono o astensione
venga presentato come benefico per la salute delle persone interessate quando
invece, allo stato delle conoscenze mediche, ciò sia chiaramente suscettibile
di comportare gravi conseguenze per la loro salute fisica o psicologica, tenuto
conto della patologia di cui soffrono.
È
punibile con le stesse sanzioni la provocazione ad adottare pratiche presentate
come aventi scopo terapeutico o profilattico nei confronti delle persone
interessate allorché è evidente, allo stato delle conoscenze mediche, che tali
pratiche espongono le stesse ad un rischio immediato di morte o di lesioni tali
da comportare mutilazioni o invalidità permanente.
Questo
significa che anche terapie considerate alternative ai protocolli ufficiali non
devono essere utilizzate, prevedendo la sanzione per chi le raccomanda.
Insomma,
la Francia non tollererà più comportamenti come quello del professor “Didier
Raoult”, ex-primario infettivologo dell’“IHU Mediterranee” di Marsiglia, che
fin dagli inizi della Covid-19 curò con successo i suoi pazienti grazie
all’idrossiclorochina, all’eparina e agli antinfiammatori.
“È
qualcosa che non si è mai visto nella storia della Medicina, ovvero la
promulgazione di un dogma laico dell’infallibilità di un prodotto farmaceutico”
– ha affermato il dottor “Paolo Gulisano”, tra i più grandi sostenitori delle
cure domiciliari in fase precoce ai tempi della Covid-19.”
Questo
provvedimento legislativo è stato ironicamente definito “emendamento Pfizer” in
quanto di fatto equipara la “libertà di scelta terapeutica, di trattamento e di
cura” a una “deriva settaria” e criminalizza chiunque sconsigli trattamenti
medici che siano “evidentemente idonei” sulla base delle attuali conoscenze
mediche. In realtà, viene sancita una sorta di “verità scientifica di Stato”.
Se
questo significa “lotta alle derive settarie”, la deriva opposta è quella verso
un controllo dispotico della scienza in favore di uno scientismo dogmatico,
dell’informazione a discapito dell’informazione nonviolenta e critica, del
pensiero in favore del conformismo.
L’unico ad opporsi criticamente è stato “La
France Insoumise”, partito di sinistra guidato da “Jean-Luc Mélenchon”, che ha
denunciato questo provvedimento (traduzione in italiano) come una “minaccia per la libertà”.
Le
nostre libertà costituzionali fondate sui principi di libertà di scelta e
diritti umani, tra cui in primis l’inviolabilità dell’integrità umana,
l’intangibilità del corpo, la dignità umana e la libertà di espressione,
vengono completamente erose, sacrificate sull’altare del “progresso scientifico” e
rinnegate dai rappresentanti che il popolo sovrano aveva eletto.
Sembra
quasi che la difesa dell’intoccabilità della tecnologia mRNA, già canonizzata
con i Premi Nobel per la Medicina 2023 al soldo di Pfizer (nonostante le enormi
lacune e precedenti fallimenti), stia diventando sempre più intransigente.
“La
giustificazione governativa è quella di fermare la ‘disinformazione’, ovvero
una informazione diversa da quella ufficiale.
È una
indicazione precisa che viene dall’”Organizzazione Mondiale della Salute”, ed è
uno dei punti fondamentali del “Trattato Pandemico” che dovrà a breve essere
approvato.
Quanto
è stato deciso dal Parlamento francese, può costituire un significativo
precedente” – ha scritto il “Dottor Gulisano”.
Proprio
in base a questa legge, la Francia sarà uno dei cinque Paesi in cui “Google”
lancerà una campagna “anti-disinformazione” in vista delle elezioni europee, quando i cittadini dell’UE
eleggeranno un nuovo Parlamento europeo per approvare politiche e leggi, e molti temono che la diffusione
della controinformazione online possa influenzare gli elettori.
“Jigsaw”
di Google pubblicherà annunci su “TikTok” e “YouTube” in Belgio, Francia,
Germania, Polonia e infine anche in Italia, utilizzando tecniche di “prebunking”
per aiutare gli spettatori a identificare i “contenuti manipolativi” prima di
incontrarli.
Agli
spettatori che guardano gli annunci su “YouTube” verrà chiesto di compilare un
questionario su ciò che hanno appreso sulla disinformazione.
Da
molti anni, prima nelle situazioni di conflitto e poi con la crisi sanitaria da
Covid-19, la “lotta alle fake news” non ha agito contro la disinformazione ma è
diventata un’arma politica strumentale per fabbricare consenso e reprimere il
dissenso,
arrivando anche a oscurare e censurare i siti di controinformazione
indipendente.
Per opporsi
al dominio delle opinioni e all’omologazione dell’informazione mainstream
sarebbe opportuno organizzarsi in siti di contro-debunking per difendere
l’autorevolezza della controinformazione indipendente.
(Lorenzo
Poli).
(assis.it/le-modifiche-al-regolamento-sanitario-internazionale-delloms-un-bene-o-un-male/)
(pressenza.com/it/2024/02/francia-macron-prevede-il-carcere-per-la-vaccine-hesitancy-sui-vaccini-anti-covid/).
Vaccini
obbligatori per decreto legge:
scienza moderna e "scienza di Stato"
Altalex.com
– (08/06/2017) - Riccardo Bianchini – ci dice:
(Riccardo Bianchini è Avvocato del Foro di
Prato).
Pochi
temi impegnano le coscienze, portando a schierarsi sulle sponde della
contrapposizione fra giusto e sbagliato (per non dire fra Bene e Male), come
quello della vaccinazione dei bambini. Un contrasto dai toni sempre più accessi
e all'interno del quale sembra destinata a soccombere, prima di tutti, una
corretta idea di Scienza, la quale rischia di diventare – come meglio si dirà
nel prosieguo – un simulacro di sé stessa.
Da un
lato la maggioranza rumorosa dell'establishment medico e la maggioranza (molto
meno rumorosa) dei genitori che hanno ritenuto di aderire, più o meno
criticamente, alle linee dettate dalla posizione dominante nel campo della
politica medica.
Dall'altro
lato una minoranza di medici - oramai molto poco rumorosa perché relegata al
silenzio, pena il rischio della radiazione dall'albo professionale - e una
minoranza di genitori che hanno deciso di discostarsi, più o meno
consapevolmente, dalle linee dettate dalla posizione dominante nel campo della
politica medica.
Si è
usato volutamente questa locuzione di “posizione dominante nel campo della
politica medica” e occorre soffermarsi sul perché non si è usato, ad esempio e più
semplicemente, quella di “posizione dominante in campo medico”. Ciò poiché il campo medico, come
ogni altro ambito scientifico, non può conoscere una posizione “dominante”.
Perlomeno
non se si assegna a tale termine un significato connotato in termini di potere.
Il
portato della cultura scientifica moderna è proprio quello di un sano
scetticismo che avvolge tanto opzioni credenziale quanto opinioni scientifiche:
opinioni che possono definirsi “scientifiche”
proprio perché mai portatrici di una verità assoluta e incontrastabile, ma
sempre verificabili, falsificabili e criticabili, e accettate come migliore
approssimazione alla verità fintantoché non sopraggiunga una spiegazione in
senso causale (o in senso nomologico, perché anche la nozione di “spiegazione”
è discussa e discutibile in un ambito autenticamente scientifico) ritenuta
migliore.
Concetti di verità assoluta e di certezza
definitiva non sono compatibili, soprattutto nella loro variante di verità e
certezza non contestabili, con la cultura moderna e con l'idea di scienza ad
essa connaturata.
Nemmeno
si è voluto usare la locuzione “dominante in campo politico”.
Questo
perché non si vuol neppur minimamente cedere all'idea di dirottare l'intero
dibattito verso una deriva dal sapore populista o, peggio, complottista.
Quella
in gioco non è una questione riducibile al solo terreno politico ed a un
rapporto di forze, in quanto una disposizione normativa emanata su questa
tematica non potrebbe essere il frutto del solo potere politico.
Se una
disposizione normativa fosse palesemente contrastante con la migliore scienza
ed esperienza medica, non si potrebbe che rigettarla in quanto viziata da un
dogmatismo che ci auguriamo sia stato relegato al passato.
La
questione che ci occupa investe dunque necessariamente due campi, quello
medico-scientifico e quello politico-normativo, che in questa occasione si
intrecciano indissolubilmente:
ecco
perché si è usato la faticosa locuzione “dominante nel campo della politica
medica”.
Tuttavia,
tali due campi hanno caratteristiche completamente opposte.
La
scienza non può mai dirsi portatrice di certezze assolute, pena una
contraddizione con la definizione stessa di scienza intesa in senso moderno.
In campo medico, come in ogni campo
scientifico, il ruolo primario spetta alla pratica del dubbio scettico, dovendo invece essere evitato ogni
approccio di natura dogmatica.
La
scienza medica deve essere intesa (dal potere politico, dalla società civile e,
soprattutto, da sé stessa), qui come altrove, come portatrice della migliore
esperienza oggi disponibile, i cui esiti siano sempre migliorabili e
suscettibili di revisione:
e
dunque sempre contestabili.
Il
diritto, quello dei Governi e dei Tribunali, al contrario, non può che
conoscere certezze, perché per decidere di una controversia il giudice ha
necessità di fondare la propria sentenza su di un qualcosa di stabile: una norma che, in ultima analisi, in
quanto divenuta legittimamente norma è appunto indiscutibile, non contestabile.
Scienza
e diritto sono quindi contrapposti strutturalmente, in quanto implicano un
atteggiamento culturale e psicologico l'uno opposto dell'altro.
La scienza, per essere autenticamente tale, deve
continuamente coltivare il dubbio in ordine ai migliori risultati raggiunti,
che per quanto ben accreditati rimangono per sempre teorie, opinioni. Il diritto, per dirimere una
controversia, ha necessità di certezze e non di opinioni.
Ecco
allora che quando tali due mondi entrano in contatto accade questo: che una opinione – quella scientifica
– deve tramutarsi in una certezza da porre alla base della decisione.
E ciò
è quel che accade quando l'oggetto di un giudizio sia la conferma o la smentita
di una teoria scientifica.
Fatte
queste premesse di ordine generale, può osservarsi, sul piano dell'attualità
giuridica, come l'opinione che vede come giusta (per non dire un Bene)
l'obbligo vaccinale abbia forti supporter istituzionali: il Governo e i vertici degli Ordini
dei medici quanto meno.
Solo
poche settimane fa è assurta agli onori della cronaca la radiazione di un
medico anti-vaccini da parte dell'Ordine dei Medici di Treviso (presumibilmente, ma le motivazioni
non sono state ancora rese note, proprio per la militanza di questi sul fronte
anti-vaccini).
Radiazione che faceva seguito al fermo
documento emanato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi
e degli Odontoiatri (FNOMCeO) del 8.7.2016 in cui veniva espresso in modo
chiaro il punto di vista della Federazione stessa, laddove, dopo aver
argomentato in ordine alla necessarietà della pratica vaccinale, testualmente
si affermava quanto segue
“Solo
in casi specifici, quali ad esempio alcuni stati di deficit immunitario, il
medico può sconsigliare un intervento vaccinale.
Il consiglio di non vaccinarsi nelle restanti
condizioni,
in particolare se fornito al pubblico con qualsiasi mezzo, costituisce infrazione deontologica” (Vaccini: la FNOMCeO scende in
campo e presenta il suo documento).
Vi è
poi da dire che sul web circola una “lettera aperta”, sottoscritta da una
nutrita serie di medici, indirizzata al “Presidente dell'istituto Superiore
della Sanità”, volta ad argomentare, in modo piano e discorsivo, la propria perplessità relativa
all'uso delle terapie vaccinali di massa.
Il
primo firmatario di tale lettera è stato il primo medico radiato, mentre altro firmatario della stessa,
si apprende proprio in queste ore, sarebbe stato radiato dall'Ordine dei Medici
di Milano)
Ecco
perché in apertura di questo scritto si è detto che la minoranza dei medici che
vede nella vaccinazione massiva obbligatoria un errore (per non dire un Male) è
stata relegata al silenzio: esporsi, per un medico anti-vaccini, significa rischiare
niente meno che la radiazione dall'albo professionale.
Al
contempo, però, una nota trasmissione televisiva ha recentemente diffuso una
indagine giornalistica volta a porre sotto una luce tutt'altro che benevola la
pratica della vaccinazione di massa, destando un forte clamore negli utenti del
servizi0 sanitario.
E, al contempo, il “Presidente dell'ordine dei
Medici” di Bologna, si è espresso apertamente («La situazione richiede
equilibrio da parte di tutti») contro la Legge regionale dell'Emilia Romagna
distinguendo la propria posizione dal coro, ed attirando su di sé, nonostante
la pacatezza dei toni usati, fortissime critiche.
Passando
rapidamente al contesto giurisprudenziale, può poi notarsi come da un lato vi
siano pronunce rese da Tribunali italiani che – ad esempio – attestano la
sussistenza di un nesso di causalità fra vaccinazione e autismo (ad es.
Tribunale Pesaro, Sez. Lav., 11 novembre 2013, n. 624, Tribunale di Milano,
Sez. Lav., 23 settembre 2014) e dall'altro sentenze che negano tale nesso
causale (Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 16 giugno 2016, n. 12427).
Vi
sono poi pronunce recentissime del Giudice Amministrativo che affermano la
legittimità della scelta di un Comune di legare l'iscrizione agli asili
comunali all'adempimento all'obbligo vaccinale (Consiglio di Stato, sez. III,
ordinanza 20 aprile 2017, n. 1662).
Il
contesto, come è facile vedere, è estremamente frastagliato e la società civile
risulta divisa: probabilmente non in parti uguali, ma comunque divisa.
Una
divisione lacerante, in quanto da una parte si ritiene che il mancato
raggiungimento di una percentuale di soggetti vaccinati renda la vaccinazione
stessa meno efficace, e dall'altra parte che la vaccinazione di massa possa arrecare
un pregiudizio alla salute del singolo e, in alcune versioni del fronte
anti-vaccino, ad un potenziamento degli effetti nocivi delle malattie che si
intenderebbe debellare.
In
sostanza, i due fronti si accusano reciprocamente di attentare ciascuno alla
salute dell'altro. Peggio: alla salute dei figli dell'altro.
Le due
parti in causa, però, non sono poste su di un medesimo piano: l'una, quella pro-vaccini, in quanto
“dominante nel campo della politica medica”, ha avuto in mano il potere di
definire come contrario all'ordinamento deontologico medico l'atteggiamento di
chi esprima posizioni anti-vaccino, ed ha esercitato tale potere.
I due
campi, quello della scienza (fatta di sole opinioni e teorie) e quello del
diritto (necessariamente teso alla ricerca di certezze) si sono toccati, e una “opinione
scientifica”, quella prevalente, è divenuta sotto il profilo deontologico norma
giuridica.
Una
opinione scientifica, da tesi sottoposta al vaglio critico della comunità
scientifica, è diventata norma deontologica, e dunque si è sottratta ad ogni
tipo di dibattito e possibilità di contestazione.
Ma
così facendo, ossia trasformando una opinione scientifica (per quanto
prevalente) in una certezza incontestabile, la comunità scientifica tradisce
l'idea stessa di scienza moderna.
A
quanto fin qui evidenziato occorre aggiungere qualche precisazione.
È
chiaro che la comunità medica deve avere al proprio interno una qualche forma
di antidoto per evitare che improvvisati ciarlatani convincano pazienti ingenui o mal
informati a sottoporsi a cure stravaganti.
Ed è
chiaro che in un tale scenario l'opinione scientifica prevalente, in quanto
pressoché unanime, non possa che diventare regola deontologica.
Ma qui
non pare proprio che sussista tale unanimità, in quanto il fronte anti-vaccini
appare come una schiera di medici numericamente significativa:
tant'è,
appunto, che la “FNOMCeO” ha adottato un apposito atto a tale riguardo, di cui non vi sarebbe stato bisogno
se a sostenere la tesi anti-vaccino fosse stato solo qualche elemento isolato.
Per
meglio intendersi, pare ben diverso assumere come regola deontologica il
divieto di pratiche non seguite dalla quasi unanimità della comunità medica, da
quella di vietare, ad esempio, pratiche come l'omeopatia, oramai assai diffusa
nella comunità medica stessa.
È
evidente che vi è una tensione fra due contrapposte esigenze: quella di garantire che i pazienti
non siano indotti a pratiche palesemente errate, e quella di garantire la libertà di
scelta del paziente e il libero sviluppo della ricerca scientifica (che potrebbe passare anche
attraverso opinioni ritenute, prima face, stravaganti come quella che affermava
che la Terra non fosse né piatta né posta al centro dell'universo...).
Una
tensione irrisolvibile, e che dunque dovrebbe guidare chi detiene il potere di
dettare la norma deontologica ad un esercizio estremamente prudente di tale
potere ed estraneo anche al solo sospetto di una sua strumentalizzazione (finanziariamente interessata!
N.D.R.).
Su
questo scenario interviene un atto normativo del Governo, un decreto legge che
disciplina l'intera materia (D.L. 73/2017), prevedendo una estensione
dell'elenco dei vaccini obbligatori (portandoli da 4 a 12) e imponendo pesanti
“sanzioni” per il caso di mancato rispetto dell'obbligo.
“Sanzioni”,
appunto, fra virgolette, perché il termine non pare giuridicamente corretto.
La conseguenza della mancata vaccinazione va
infatti dalle sanzioni pecuniarie propriamente dette, alla impossibilità di accedere al
sistema scolastico e giunge fino alla perdita della potestà genitoriale.
Già
sul tema delle conseguenze del mancato rispetto dei nuovi obblighi vi sarebbe
molo da dire, ma l'oggetto del presente scritto è un altro.
Abbiamo
ricostruito lo scenario di fondo su cui è intervenuto il Governo e, lasciando
ad altri (o meglio, per le ragioni che si dirà, sperando che ci sia per altri)
spazio per un dibattito nel merito delle pratiche mediche obbligatorie e delle
relative modalità applicative, giungiamo alle considerazioni che più ci
premono: considerazioni
di stampo strettamente giuridico e che danno senso al titolo scelto.
Due
elementi, infatti, sembrano stridere fortemente con il patrimonio culturale che
dovrebbe essere proprio di ogni giurista:
che il
Governo sia intervenuto con un decreto legge su questo tema e in questo
contesto;
e, prima di ciò, che la comunità medica abbia privato
i medici anti-vaccino della piena libertà di espressione del loro pensiero.
Chi
scrive non ha difficoltà a vivere né in una legislazione che lasci al completo
arbitrio di ciascuno l'accesso alla vaccinazione né in una legislazione che
imponga un obbligo vaccinale (più o meno esteso che sia, ma queste già
sarebbero considerazioni di merito).
Ma una
qualsiasi decisione sul tema dovrebbe essere presa – anzi, non può che essere
presa – attraverso un atto legislativo preceduto da un aperto dibattito
pubblico, esente da censure o limitazioni di qualsiasi sorta.
Infatti,
se non vi sono difficoltà ad accettare una legge democraticamente e
legittimamente approvata, le difficoltà divengono estreme quando si avverta un
contrasto fra ciò che sta avvenendo ed i valori fondanti la cultura giuridica,
italiana ed europea, contemporanea.
E non
si può non avvertire tale contrasto allorquando un Governo intervenga su un
tema così fortemente segnato dal contrasto sociale con un mezzo, il decreto legge, che niente dovrebbe
aver a che fare con questioni di scelta di coscienza.
Un mezzo violento, quello del decreto legge, che
esclude ogni possibilità di dialogo preventivo.
Un
mezzo violento, sotto il profilo giuridico, che pare molto poco compatibile con
il parametro costituzionale volto a limitarlo a casi di urgenza ed
eccezionalità.
Ma
tutto questo trova un secondo elemento di forte contrasto con la cultura delle
libertà e della democrazia che aggrava l'operato del Governo:
il
precostituito silenzio a cui è stata relegata la parte (esigua o cospicua che sia, a questo
punto non è più dato saperlo) dei medici che hanno una opinione diversa rispetto a quella
dominante nel campo della politica medica.
Stiamo
assistendo a un dibattito pubblico, vertente su posizioni medico-scientifiche, in cui una parte ha zittito l'altra, riuscendo ad ottenere che al
dissenso corrisponda l'esclusione dalla comunità scientifica stessa (si è detto
infatti del documento della FNOMCeO e della già intervenuta radiazione di un
esponente del fronte anti-vaccino).
Se –
come sopra accennato - la scienza medica rischia di tradire se stessa laddove venga
affermato che vi sono “certezze” e “verità” assolute in ambito scientifico,
sottratte al diritto di critica, sicuramente sta travolgendo i più semplici criteri
della democrazia laddove il dibattito viene raso al suolo attraverso la privazione
dello status di medico per chi levi voci contrarie a quella dell'opinione
dominante in campo di politica medica.
Ben
venga un provvedimento normativo volto a regolare la materia, ma che questo
provvedimento sia adottato con mezzi adeguati (ossia una legge, o quantomeno un
decreto legislativo preceduto da una legge delega, e non un decreto legge) e solo all'esito di un effettivo
contraddittorio fra le varie posizioni in campo.
Altrimenti
- ed questa la gravità massima insita in
un meccanismo che si è innescato, un cortocircuito fra diritto e scienza che
ricorda troppo da vicino ciò che in un passato che davamo per superato accadeva
fra diritto e religione – si lascia campo libero alla possibilità che prima si
facciano tacere i dissenzienti, e poi in questa forzata unanimità di vedute si
affermi che la “scienza medica unanime concorda con l'impostazione della norma”.
La
scienza ha per secoli dato lezioni di democrazia alla politica, mostrando come proprio la cultura
del dialogo, del dubbio scettico e della ferma condanna di forme vecchie e
nuove di dogmatismo e di “scomunica” siano i principali antidoti per
preservare la libertà del pensiero e delle istituzioni.
Oggi è
una comunità scientifica, quella dei medici, ad usare il proprio potere per
zittire il dissenso scientifico, per annientare le voci contrarie,
verosimilmente in una prospettiva pur anche ben animata dall'intento di
perseguire un “Bene superiore”: ossia la migliore tutela della salute.
Ma, si
è detto, proprio l'idea moderna di sapere scientifico ha portato la società a
comprendere come nessun “Bene superiore” debba mai ostacolare il libero esercizio
dell'espressione del pensiero.
Vorrei
che una legge sui vaccini chiara in Italia ci fosse, ma che essa passasse attraverso un
dibattito, pubblico e politico, effettivo, ossia non influenzato
dall'azzeramento delle posizioni ritenute - a questo punto non possiamo usare
che un termine - “eretiche”.
Il
rischio, mettendolo a fuoco chiaramente, è di dare spazio ad una idea di
scienza che non sia più autentica scienza intesa in senso moderno, ma una pericolosa variante
dogmatica che potremo solo chiamare “scienza di Stato”, in quanto legata al potere normativo e alle regole
deontologiche.
Se si
prosegue su questa strada, si pone uno strappo a principi talmente basilari che
vi è il rischio di dare per buono un modo di operare - che oggi riguarda il
tema dei vaccini, già fortemente legato a quello dei valori e libertà
costituzionali, e che domani potrà riguardare qualsiasi cosa – che pone
finanche in discussione la tenuta democratica del sistema.
Il
senso di ingiustizia che si avverte è fortissimo.
Tutto
quello che avreste voluto
sapere sulla “diplomazia scientifica”
(ma
non avete mai osato chiedere)
Scienzainrete.it - Luca Carra – (02/03/2023) – ci
dice:
In un
momento in cui c’è particolare bisogno di diplomazia, arriva sugli scaffali il
libro “Ragione di Stato, ragione di scienza” di “Giacomo Destro” (Codice
edizioni, 2023), dedicato per buona parte alla “diplomazia scientifica”.
Ma
anche, come vedremo, alle varie forme - non tutte entusiasmanti - in cui si è
declinato il rapporto fra scienza e politica negli ultimi due secoli.
Con “diplomazia
scientifica” si intendono parecchie cose, ma in prima approssimazione possiamo
dire che ci troviamo nel campo dei rapporti fra scienza e politica
internazionale, vale a dire quelle attività gestite tipicamente da agenzie
internazionali che si sostanziano in accordi e trattati sui più diversi temi ed
emergenze planetarie.
La
ricerca scientifica ha spesso bisogno della diplomazia per proiettarsi sulla
scena internazionale con grandi sfide e progetti.
La
politica a sua volta ha bisogno della scienza, per esempio per tenere aperto un
dialogo altrimenti difficile fra Paesi in conflitto, oppure per governare alla luce di
dati e conoscenze situazioni complesse come il cambiamento climatico o una
pandemia.
Dalla
lettura del libro “Ragione di Stato, ragione di scienza “di “Giacomo Destro”
(Codice edizioni, 2023) si può affermare grossolanamente che se la scienza è
stata negli ultimi secoli il motore dei grandi cambiamenti tecnologici e quindi
sociali ed economici, ma con un rapporto ancillare con la politica, con il passare del tempo è cresciuto
anche il suo peso nella governance delle questioni di rilievo internazionale, com’è normale che sia in una “società della conoscenza”, o, come
preferisce chiamarla Destro, “dei Big Data”.
Tuttavia
sarebbe un errore pensare che gli scienziati si possano sostituire a
diplomatici e politici, come vedremo nella disamina del libro.
Il “Technion”
e la politica scientifica del “Sionismo”.
Il
libro si apre con la suggestiva ricostruzione della nascita del Technion nel
1912 a Haifa.
Ben prima che nascesse lo Stato di Israele nel 1948,
la tessitura diplomatica delle cancellerie europee e mediorientali consentì
infatti l’”istituzione del primo Politecnic”o voluto dalla comunità ebraica
proprio in Palestina, affinché, almeno nelle intenzioni dell’epoca, tutti
potessero godere dei frutti dell’innovazione tecnologica.
Ragione
per cui anche le autorità arabe presenziarono alla posa della prima pietra del “Technion”
a Haifa.
Poi,
come noto, la storia si andò complicando con la nascita dello Stato d’Israele,
ma probabilmente la situazione dei rapporti arabo-israeliani sarebbe ancora più
critica senza le collaborazioni scientifiche della rete di atenei in Medio
Oriente.
Uno
dei centri di maggior collaborazione fra israeliani, palestinesi e ricercatori
di stati arabi è l’acceleratore di particelle “SESAME “(Synchrotron-light for
Experimental Science and Applications in the Middle East), attivo da pochi anni
in Giordania dopo una lunga gestazione.
“SESAME”
in realtà non è altro che il “vecchio" “Sincrotrone BESSY1” di Berlino,
che, grazie all’iniziativa del “CERN” e dell’ “Unesco” si decise di ricollocare
in Giordania proprio per favorire la cooperazione scientifica in Medio Oriente.
Il
capolavoro diplomatico del “CERN”.
Il
libro di “Giacomo Destro” fa luce anche sulla storia politica de”l CERN”,
pietra miliare della diplomazia scientifica.
Con quello che nel 1954 venne chiamato “Consiglio
Europeo per le Ricerche Nucleari”, infatti, la nascente “Comunità Europea” vide
la possibilità di avviare un programma di ricerca di respiro continentale
costruendo a Ginevra “un acceleratore di particelle” che doveva essere più
potente di quello in costruzione a Berkeley, in California, e che oggi ospita
il “Large Hadron Collider “(LHC).
Con le
sue migliaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo, il “CERN”
rappresenta una sorta di” ONU della ricerca” e di fatto tiene aperta una
collaborazione nel campo neutro della” fisica delle particelle”.
Anche se con qualche problema, vista l’impasse
sulle affiliazioni dei ricercatori russi e bielorussi negli articoli che
riguardano gli esperimenti condotti nell’ “LHC” dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, e al momento risolta con un compromesso.
Altri
grandi progetti come “ITER” sulla fusione nucleare, il “radiotelescopio SKA” in
costruzione in Sudafrica e Australia, e la “Stazione spaziale internazionale”
(ISS) sono esempi di collaborazione scientifica dopo la Guerra Fredda.
Solo
con un grande impulso diplomatico sono potute sorgere - spiega “Destro” - queste cattedrali della “Big Science”, che a loro modo costituiscono
occasioni di dialogo e coesione in un mondo tutt’altro che pacificato.
Ma
certo la diplomazia non può tutto, a volte nemmeno salvaguardare i buoni
rapporti fra le diverse comunità scientifiche nazionali investite dalla guerra.
Un
esempio l’abbiamo proprio ora sotto gli occhi: dalla prima invasione russa
della Crimea (2014), e ancora di più dopo l’invasione iniziata il 24 febbraio
scorso, le collaborazioni scientifiche dei ricercatori russi e ucraini sono
profondamente cambiate.
Come
documenta una analisi condotta da “Nature”, gli ucraini hanno via via
abbandonato i lavori in comune con i russi per aumentare quelli con i polacchi,
mentre i russi hanno aumentato decisamente le collaborazioni con cinesi e
indiani e ridotto quelle con Stati Uniti e Germania.
Il
difficile equilibrio fra scienza e politica e la figura del “mediatore onesto”.
La
geopolitica può interferire non poco sull’attività scientifica e la sua
aspirazione alla neutralità e all’universalismo.
In alcuni ambiti, tuttavia, come la ricerca
spaziale e la sfida climatica, la diplomazia scientifica può contare su
istituzioni capaci di garantire un processo politico e scientifico condiviso.
È il caso per esempio dell’ “Intergovernmental
Panel on Climate Change” (IPCC), di cui “Giacomo Destro” ricostruisce la genesi
nel 1988 e il complesso modus operandi dei suoi periodici rapporti, che
costituiscono poi la base dei “Riassunti per i decisori politici” (Summary for policy makers) e dei negoziati climatici che hanno
luogo nelle Conferenze delle parti (COP).
In
questo denso e interessantissimo capitolo del libro si possono apprezzare i
diversi ruoli degli attori che partecipano alle COP, dai lobbisti e attivisti,
agli esperti scientifici, ai veri e propri negoziatori:
ciascuno a suo modo un insostituibile
ingrediente di quella che “Destro” chiama la “zuppa della diplomazia”.
«Una zuppa che si cucina molto lentamente. Ma
spesso, una volta cotta, è assai nutriente».
I ricercatori giocano un ruolo chiave
nei negoziati sul clima, in diverse vesti a seconda delle attitudini:
scienziati
puri e volutamente impolitici, scienziati lobbisti al servizio di qualche causa
o interesse, quindi particolarmente “vocali” e schierati.
Oppure,
ricorda “Destro”, consulenti scientifici al servizio delle decisioni politiche
che possono essere ricompresi nella figura ideale del “mediatore onesto” (honest broker), proposta anni fa da” Roger Pielke jr”
nel suo omonimo libro.
Scrive
“Destro”:
«La caratteristica principale del mediatore onesto
appare quella di sforzarsi di rendere esplicite le varie opzioni per il”
decision maker”. Se il lobbista si presenta come portatore di una risposta
universale (anche se ciò è parzialmente falso) e l’arbitro invece si ritira nel
proprio recinto di conoscenza laddove la domanda sia troppo “politica”, il
mediatore onesto, nel modello di “Pielke”, è colui il quale chiarisce che
esistono più opzioni di risposta, ma contestualmente fornisce anche gli
strumenti per ridurre tale scelta».
Sembra
quindi essere questa la figura chiave che rende le competenze scientifiche
necessarie, anche se non sufficienti, alla deliberazione politica.
Le
quattro sfide della” diplomazia scientifica”.
Ma
quali sono le sfide principali che deve affrontare oggi la diplomazia
scientifica?
Se il
clima è al momento la più visibile, secondo” Destro” se ne possono citare almeno altre
tre:
la
regolamentazione dell’esplorazione e colonizzazione dello spazio, che vede crescere la competizione
privata in una sfera gestita solo fino a pochi anni fa da grandi programmi
nazionali pubblici;
la
regolamentazione dei dati e delle tecnologie che su di essi si basano; altra dimensione in cui i grandi
monopoli digitali privati giocano un ruolo cruciale, con risvolti etici,
economici e politici altrettanto rilevanti;
infine
il pieno coinvolgimento delle comunità scientifiche dei Paesi in via di
sviluppo, ancora ai margini del progresso della conoscenza scientifica globale.
Su
questo ultimo punto, in particolare, l’Italia può giocare un ruolo importante, sia per la
sua posizione geografica, sia per l’esistenza di istituzioni come la “Sissa” (dove peraltro lavora l'autore del
libro) e il” Centro internazionale di fisica teorica “Abdus Salam” di Trieste,
che richiamano molti ricercatori e studenti anche dai Paesi in via di sviluppo.
La
scienza alle prese con la volontà di potenza degli Stati-Leviatano.
Come
suggerito dal titolo “Ragione di Stato, ragione di scienza”, il libro di “Giacomo
Destro” non tocca solo il tema della diplomazia, ma più in generale il rapporto fra scienza e politica che fra Ottocento e Novecento è
segnata dal coinvolgimento degli scienziati sia nell'avventura imperialista,
sia nella due guerre mondiali, con la lunga coda della guerra fredda.
Soprattutto
in questa parte del libro,” Destro” racconta con felice vena narrativa alcuni
episodi e personaggi che ci mostrano il volto obliquo e talora agghiacciante
della ricerca.
La mente corre al progetto Manhattan e alle
successive conversioni pacifiste di molti fisici.
Per
restare nella galleria delle infamie, pochi invece conoscono la storia del
medico e generale dell’esercito giapponese “Ishi Shirō” che a capo di circa
tremila fra scienziati e tecnici dell’”Unità 731” sperimentò epidemie provocate
da vari patogeni su villaggi della Manciuria dal 1939 al 1945, sterminando in
veri e propri esperimenti di guerra batteriologica circa mezzo milione di
cinesi.
Proprio come i volenterosi carnefici di “Josef
Mengele” nella Germania nazista.
Sulla
scorta di queste conoscenze, “Shirō” architettò un’offensiva finale contro gli
Stati Uniti, nota con il nome di “Operazione fiori di ciliegio nella notte”,
che fu tuttavia bruciata sul tempo dalle atomiche su Hiroshima e Nagasaki il 6
e 9 agosto 1945.
Il
medico giapponese, pur consapevole di venir meno al giuramento di Ippocrate,
non rinnegò mai la superiore istanza di fedeltà all’Impero del Sol Levante.
Che lo ricompensò lasciandolo uomo libero fino
alla morte per malattia nel 1959, non prima di aver riferito al responsabile medico
dell’Esercito statunitense “Murray Sanders” tutto quello che aveva appreso con
i suoi mortiferi esperimenti.
Si
dipanano quindi nel libro altre avvincenti storie di guerra, spionaggio e
intrighi internazionali, dove la ricerca scientifica è piegata di volta in
volta agli interessi del colonialismo, del nazionalismo o dell’ideologia, come la surreale vicenda della” biologia
anticapitalista di Lysenko”, responsabile di carestie e milioni di morti in
terra sovietica.
La
scienza come professione (e vocazione).
Il
pensiero di Max Weber a 100 anni
dalla
sua scomparsa.
Ilbolive.unipd.it
- Federica DʹAuria – Matteo Bertolini - (14 giugno 2020) – ci dicono:
Fare
scienza, secondo “Max Weber”, conteneva qualcosa di intrinsecamente assurdo:
gli
scienziati, infatti, lavorano per formulare delle ipotesi che sono destinate ad
essere smentite e superate nel corso del tempo.
Questo, però, non è certo un buon motivo
perché non seguano la loro vocazione, anzi.
Il 14
giugno di 100 anni fa si spegneva per sempre “Max Weber”, le cui idee sulla
situazione intellettuale e politica del suo tempo hanno influenzato il lavoro
delle successive generazioni di sociologi, e non solo.
Qual’
è stato il contributo di “Weber” alla storia del pensiero sociologico?
E qual era l'importanza che aveva, secondo la
sua opinione, la figura dello scienziato?
Ce lo
ha raccontato “Matteo Bortolini”, professore di logica delle scienze sociali
all'università di Padova.
Servizio
di Federica D'Auria.
Montaggio
di Elisa Speronello.
“Max
Weber è stato sicuramente uno dei più importanti scienziati sociali a cavallo
tra Ottocento e Novecento, ma oggi, nel 2020 è qualcosa di più.
Il suo
lavoro ha ispirato non solo i sociologi, ma anche gli storici dell'economia, i
filosofi della politica e innumerevoli altri intellettuali, studenti e studiosi
che vogliono capire la nostra società”, spiega il professor “Bortolini”.
“Di
fatto, “Weber” ha scritto tantissimi articoli, ma mai un libro intero.
Il suo lavoro, quindi, è molto frammentato e
mai univoco, ma sempre ambiguo e dialettico, proprio come lui voleva che fosse.
Ed è
questo che permette a persone diverse di interpretarlo e discuterlo in modi
differenti”.
“Weber” osservava attorno a sé una
società che si “spezzettava”, e nella quale non c'erano valori comuni, le
scienze andavano specializzandosi e la politica cambiava continuamente.
“Il
suo lavoro, per questo motivo, riflette l'idea che sia quasi impossibile
ritrovare un'unità non solo del sapere, ma anche della realtà, come appare
evidente in uno dei suoi testi più importanti e famosi:
“La
scienza come professione”, nel cui titolo originale (Wissenschaft als Beruf),
il termine tedesco” beruf “può essere tradotto nella nostra lingua sia come
“professione” che come “vocazione”, commenta il professor “Bortolini”.
“In
questa conferenza, Weber si trova a riflettere sul senso di fare scienza.
Un'attività
assurda, secondo il suo punto di vista, perché prevede che gli scienziati
lavorino per cercare dati e interpretazioni che verranno superate nel giro di
qualche mese o di qualche anno.
Pensiamo
a quante notizie scientifiche si succedevano continuamente nel periodo del
lockdown durante la pandemia, anche contraddicendosi una con l'altra, dando al cittadino
comune l'idea che gli scienziati non sapessero che pesci pigliare.
In
realtà, invece, è proprio questa l'idea della scienza: una conoscenza che
continuamente si muove e nega sé stessa.
Inoltre,
l'attività scientifica, diceva” Weber”, è in gran parte lasciata al caso,
perché il duro lavoro e l'ispirazione non sostituiscono mai la scintilla
dell'idea, che, se si è fortunati, può capitare una volta nella vita”.
Che
senso ha, allora, la vita dello scienziato?
È una vita che non solo comporta fatica e conduce a
dei risultati che saranno presto superati, ma durante la quale è anche
possibile che la scintilla dell'idea non arrivi mai.
Come
spiega il professor” Bortolini”,
“la cosa più bella che ci dice “Weber” nella
conferenza in questione è che la vita scientifica ha valore per due motivi:
perché
ognuno di noi ha una sua passione, un “demone”, e le persone che lo trovano
nella scienza fanno bene a proseguire in quel campo;
e poi
perché fare gli scienziati, e poi insegnare, serve a raggiungere la chiarezza:
che consiste nell'essere consapevoli di ciò che si sta facendo.
La
cosa più importante che un docente può fare per i suoi studenti è proprio
aiutarli a raggiungere la chiarezza:
a
capire, cioè, se quello che stanno facendo e che vogliono fare nella loro vita
è coerente con le scelte che hanno fatto e con i loro valori”.
La
maggioranza conservatrice
della “Corte
Suprema” sposta
gli
USA sempre più a destra.
Transform – italia.it – (05/07/2023) -
Alessandro Scassellati – ci dice:
Grazie
alla spinta del Partito repubblicano, ormai in gran parte dominato dai seguaci
di Donald J. Trump e da bianchi evangelici “born again” e cattolici
tradizionalisti reazionari, e alle sentenze della Corte Suprema, controllata da
una solida maggioranza conservatrice, gli Stati Uniti continuano nella loro
torsione verso la costruzione di un sistema giuridico, politico e ideologico
che (ri)legittima razzismo istituzionale e suprematismo bianco, disuguaglianze
economiche e sociali, patriarcato e misoginia, xenofobia, sessismo e
discriminazioni verso tutte le minoranze, la comunità LGBTQI+, i poveri di
diritti e i richiedenti asilo, in una deriva verso un sistema politico di
stampo sempre più illiberale, autoritario e semi-fascista.
In questo articolo si riprendono anche alcune
delle considerazioni discusse e approfondite dall’autore nel libro”
Suprematismo bianco”. Alle radici di economia, cultura e ideologia della
società occidentale, “DeriveApprodi”, Roma 2023.
Le
nuove sentenze della Corte Suprema: una ulteriore erosione dei diritti civili e
sociali.
Il 30
giugno la “Corte Suprema degli Stati Uniti” ha concluso un’altra sessione di
lavoro (iniziata nell’ottobre 2022) in cui la maggioranza conservatrice dei
suoi giudici (6 a 3) ha nuovamente mostrato i muscoli, dopo le importanti
decisioni sul diritto all’aborto (lo smantellamento il 24 giugno 2022 della
sentenza “Roe vs Wade” del 1973 che aveva legalizzato l’aborto a livello
nazionale) e sul diritto di portare armi nello spazio pubblico dell’anno
scorso, producendo decisioni che hanno respinto l’”affirmative action” (la
“discriminazione positiva” su basi razziali) nelle ammissioni al college,
ristretto i diritti LGBTQI+ e bocciato il piano di alleggerimento del debito
studentesco da $ 430 miliardi del presidente Biden.
Con un
caso sul diritto di possedere armi e diversi casi che potrebbero limitare
l’autorità delle agenzie federali (il cosiddetto “Stato amministrativo”
federale demonizzato da Donald J. Trump e Steve Bannon) di emanare regolamenti
e far rispettare le leggi in settori che vanno dalla finanza alla pesca già in
programma per il suo prossimo mandato, a partire da ottobre, la Corte potrebbe
orientare il sistema giuridico ulteriormente verso destra, facilitata dalle
nomine di tre giudici ultraconservatori – “Neil Gorsuch”, “Brett Kavanaugh” e “Amy
Coney Barret”t – da parte dell’ex presidente repubblicano” Donald J. Trump” che
hanno portato ad una schiacciante maggioranza conservatrice.
I giudici progressisti, compresa
l’afroamericana “Ketanji Brown Jackson” nominata da Biden, si sono trovati a
rivestire il ruolo della minoranza dissenziente in quasi tutte le principali
sentenze emesse dalla Corte quest’anno.
La
volontà dei sei giudici di destra di imprimere il proprio segno su sfere
essenziali della vita americana, andando contro la corrente dell’opinione
pubblica e distruggendo mezzo secolo di precedenti e di diritto consolidato, ha
confermato l’eccezionalità dell’attuale Corte.
Il 29
giugno, la Corte ha dichiarato incostituzionali i programmi di ammissione che
tenevano conto della razza come un fattore addizionale presso l’Università di
Harvard e l’Università della Carolina del Nord (UNC), proibendo di fatto le
politiche di discriminazione positiva utilizzate da circa 60 anni (ma già
indebolite da decenni di cause nei tribunali e di precedenti sentenze della
Corte) per aumentare il numero di studenti neri, ispanici e di altre minoranze
sottorappresentate nei campus delle università pubbliche e private.
La sentenza ha sostenuto che politiche di
ammissione come quelle delle due università d’élite violano la promessa del”
XIV Emendamento della Costituzione” della pari protezione ai sensi della legge
(il XIV Emendamento scritto dopo la Guerra Civile per eliminare la
discriminazione razziale praticata dai bianchi contro i neri).
Secondo
la Corte, offrire agli studenti neri, latini o nativi americani un miraggio di
pari opportunità costituisce una discriminazione nei confronti dei bianchi e
degli asiatici-americani, il che ha tanto senso quanto dire che le rampe per
sedie a rotelle discriminano le persone non disabili o che offrire lezioni di
inglese come seconda lingua discrimina i madre lingua inglesi.
Il paradosso, poi, è che la sentenza della
Corte stabilisce che mentre l’azione affermativa non va bene per l’ammissione
ad Harvard, è perfetta per accademie militari come West Point e Annapolis.
In
dissenso, i giudici progressisti “Sonia Sotomayor” e “ Ketanji Brown Jackson
hanno accusato la maggioranza della Corte di ignorare la storia americana e di
continuare il razzismo oggi.
“Il nostro paese non è mai stato daltonico
[colorblind]“, ha scritto “Jackson”, e “ritenere che la razza sia irrilevante
nella legge non la rende tale nella vita.“
“Oggi, questa Corte si frappone e riporta
indietro di decenni dopo precedenti e epocali progressi,“ha scritto “Sotomayor”,
affiancata dalla giudice “Elena Kagan.”
“La Corte rende una regola superficiale del
daltonismo un principio costituzionale in una società endemicamente segregata
in cui la razza ha sempre avuto importanza e continua ad avere importanza“.
Senza
la “discriminazione positiva”, neri e latini saranno inevitabilmente
sottorappresentati all’interno della popolazione degli studenti universitari.
Il 30
giugno, la Corte ha inferto un duro colpo ai diritti LGBTQI+ stabilendo che le
protezioni per la “libertà di parola del “Primo Emendamento della Costituzione”
consentono a una “web designer” cristiana evangelica “born again”,” Lorie Smith”,
che non ha neanche iniziato la sua attività e che si oppone per motivi
religiosi al matrimonio gay (ossia che ritiene che il matrimonio dovrebbe
essere riservato alle unioni tra un uomo e una donna) di rifiutarsi di fornire
servizi per i matrimoni tra persone dello stesso sesso (il caso 303 Creative
LLC vs Elenis che è stato istigato dall”’Alliance Defending Freedom”, un gruppo
cristiano di destra che è stato classificato come “gruppo estremista “dal “Southern
Poverty Law Center”) – nonostante una legge anti-discriminatoria dello Stato
(del Colorado).
La
decisione sulla legge del Colorado è arrivata l’ultimo giorno del mese del “Pride”,
che ogni anno celebra i successi LGBTQI+ e commemora la rivolta di “Stonewall”
del 1969 a New York, un momento chiave nel movimento per i “diritti civili
della comunità”.
I critici della decisione della Corte
affermano che questa inaugura una nuova era di pregiudizi in America perché la
Corte ha esteso il diritto alla libertà di parola al diritto delle imprese di
discriminare.
“Questa
decisione avrà un devastante effetto a catena in tutto il Paese creando una
struttura di autorizzazione, sostenuta dalla forza della legge, per
discriminare e mettere in pericolo le persone LGBTQI+ e i giovani trans che
sono già così a rischio “, ha dichiarato il reverendo “Paul Brandeis
Raushenbush”, presidente dell’”Alleanza Interreligiosa”.
“La
discriminazione con il pretesto della libertà religiosa non è solo
incostituzionale, ma antitetica ai nostri valori “, ha aggiunto “Darcy Hirsh”,
direttore per la politica e l’”advocacy del gruppo”.
“Proprio
come le persone sono libere di esplorare questioni di fede e coscienza
personale, le persone dovrebbero anche essere libere di esprimere il proprio
orientamento sessuale e identità di genere senza timore di discriminazioni o
danni “.
“La nostra nazione ha intrapreso un” percorso
di progresso”, decidendo nel corso di molti decenni che le imprese dovrebbero
essere aperte indipendentemente da razza, disabilità o religione.
Le
persone meritano di avere spazi commerciali sicuri e accoglienti “, ha
dichiarato in una nota “Kelley Robinson”, il presidente della “Human Rights
Campaign”, una delle più grandi organizzazioni di “advocacy LGBTQI+”.
Sempre
il 30 giugno, la Corte ha bloccato il piano di Biden annunciato nell’agosto
2022 di cancellare $ 430 miliardi di debiti per i prestiti studenteschi di 40
milioni di americani (il caso “Biden vs Nebraska” è stato sollevato da 6 Stati
a guida repubblicana).
I giudici conservatori hanno invocato la “dottrina delle questioni importanti“, un approccio giudiziario muscolare
che concede ai giudici un ampio potere discrezionale per invalidare le azioni
del potere esecutivo di “vasto significato economico e politico” a meno che il Congresso non le
abbia esplicitamente autorizzate (mentre il piano di Biden era stato imposto
con un ordine esecutivo – ossia un decreto presidenziale – e non attraverso una”
legge ad hoc”, anche se faceva leva sullo “Heroes Act del 2003”, la cui
utilizzazione da parte della Casa Bianca è stata invocata sulla base dell’”emergenza
pandemica CoVid-197”).
Aiutare
a combattere il debito studentesco era una delle promesse elettorali di Biden,
soprattutto per gli elettori progressisti nella sua base.
Poche ore dopo che la Corte ha annullato il
suo piano, Biden ha delineato un nuovo piano di alleggerimento del debito degli
studenti con l’intenzione di utilizzare una legge diversa (l’Higher Education
Act del 1965).
Verso
una crisi della legittimità della Corte Suprema?
In
tutte le maggiori decisioni della Corte, i 6 giudici della super maggioranza
conservatrice hanno votato compatti, mentre i 3 giudici della minoranza
progressista hanno potuto solo dissentire dalle loro sentenze.
Questa
sessione di lavoro della Corte sarà ricordata soprattutto per le decisioni
degli ultimi due giorni che hanno spostato il sistema giuridico statunitense in
una direzione fortemente conservatrice, secondo la maggioranza di analisti
e commentatori.
Inoltre,
il 25 maggio la Corte ha anche intaccato ulteriormente la portata normativa
dell’”Agenzia per la protezione ambientale “(EPA), avallando un nuovo severo
test per dichiarare le zone umide protette ai sensi di una storica legge
federale anti-inquinamento.
In
quel caso, ai giudici progressisti si è unito un giudice conservatore, il
nominato da “Trump Brett Kavanaugh”, nel dissentire dal nuovo test.
Ci
sono state anche alcune vittorie per i progressisti durante la sessione
2022-2023 che hanno mostrato che la Corte è anche in grado di intervenire con
moderazione (rifiutando alcune posizioni estremiste radicali).
Queste hanno incluso sentenze secondo cui una
legge elettorale dello Stato dell’Alabama violava la legge federale contro la
discriminazione razziale nel voto (presa 5 a 4), una decisione non daltonica
che è in contrasto con quella daltonica presa “contro la discriminazione
positiva”;
la
bocciatura del tentativo di mettere in discussione l’ “Indian Child Welfare Act
del 1978” che impone la preferenza per i nativi americani e i membri tribali
nell’adozione o nell’affidamento di bambini nativi americani (presa 7 a 2);
il respingimento (deciso 8 a 1) di un
tentativo degli Stati del Texas e della Louisiana di contrasto alla politica
sull’immigrazione di Biden (in riferimento all’arresto e alla detenzione di
persone che vivono illegalmente nel paese);
e il
respingimento di una teoria legale radicale (la cosiddetta “teoria del legislatore statale
indipendente“) che stava per consegnare un potere praticamente illimitato ai legislatori
statali di stabilire regole riguardanti le elezioni federali, potenzialmente
anche il potere di annullare le elezioni contestate, proprio come Trump e i
suoi alleati hanno cercato di fare nel novembre/dicembre 2020 e poi con
l’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio 2021.
Se
queste decisioni hanno cercato di preservare una patina di rispettabilità
intorno alla Corte – da tempo al centro di controversie legate al conflitto di
interessi di tre dei principali giudici conservatori per l’emersione dei loro
rapporti con uomini d’affari miliardari e a bassi indici di approvazione da
parte dell’opinione pubblica-, il progetto della super-maggioranza
conservatrice che mira a rimodellare radicalmente il sistema giuridico e vaste
aree della vita pubblica statunitense va avanti e le tre sentenze degli ultimi
due giorni della sessione lo dimostrano.
L’assalto
della super maggioranza ai valori e alle norme americane è così feroce che sta
crescendo la rabbia nei confronti della Corte e la fiducia nei suoi confronti è
ai minimi storici.
“La Corte Suprema è diventata così
indipendente dall’opinione pubblica e dai desideri americani – e certamente
dalla nostra comprensione della Costituzione – che rischia di danneggiare la
democrazia in modo significativo.
È un approccio molto radicale al governo,
avere una Corte che può agire come una monarchia “, ha affermato “Caroline
Fredrickson”, professore di diritto alla “Georgetown University” vicino ai
Democratici.
Alla
domanda se la Corte sia diventata “rouge” (“canaglia“) e stia minando la
propria legittimità, Biden ha risposto:
“Questa
non è una Corte normale “.
Biden,
che ha dissentito riguardo all’approvazione di importanti modifiche introdotte
dalla Corte, non ha sollecitato la sfida alla decisione sull’ “affirmative
action” della Corte, ma ci è andato vicino:
“Non
possiamo lasciare che questa decisione sia l’ultima parola. Sebbene la Corte
possa prendere una decisione, non può cambiare ciò che l’America rappresenta “.
In
un’intervista,” Biden” ha affermato di ritenere che la Corte sia andata oltre i
precetti anche della conservatrice “Federalist Society” ribaltando decisioni
precedenti.
“Ha
fatto di più per mettere in discussione i diritti fondamentali e le decisioni
fondamentali di qualsiasi Corte nella storia recente“, ha detto a” Nicolle
Wallace” su “MSNBC”.
Tuttavia,
Biden si rifiuta di fare qualsiasi sforzo significativo di riforma della Corte.
Ha detto che non cercherà di ampliare la Corte
perché così facendo la “politicizzerebbe” in modo malsano (ma la Corte è già
iper politicizzata).
Inoltre,
secondo Biden una misura del genere non passerebbe mai un Congresso fortemente
polarizzato.
Sostiene di aver fatto molto di più
alimentando (attraverso le nomine) la magistratura federale con giudici di
mentalità liberal.
Infine,
Biden invita gli americani a votare alle prossime elezioni presidenziali e
parlamentari del 2024 per candidati che lavorerebbero per tutelare i diritti
piuttosto che revocarli.
“Hank
Johnson”, un membro democratico del “Congresso della Georgia”, invece, sta
sponsorizzando un disegno di legge che amplierebbe la Corte da 9 a 13 giudici
come mezzo per allentare la presa sul potere dell’estrema destra.
Un’iniziativa appoggiata anche dalla deputata
di “New York” “Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), la quale propone anche
l’impeachment dei 3 giudici coinvolti negli scandali, sostenendo che le ultime
sentenze della Corte “segnalano un pericoloso strisciamento verso l’autoritarismo
e la centralizzazione del potere nella Corte” che sta iniziando ad assumere il
potere del legislatore, ossia del Congresso.
La deputata democratica progressista “Rashida
Tlaib” ha chiesto di introdurre anche dei limiti di mandato per i giudici della
Corte (con la fine delle nomine a vita.)
Secondo
Biden e la maggioranza dei centristi moderati, appelli alle barricate come
quelli di “Johnson”, AOC e del resto dell’ala sinistra del partito democratico
(il “Congressional Progressive Caucus”, un gruppo di oltre 100 deputati),
mettono in discussione la reputazione e minacciano la stabilità della Corte
Suprema.
Attualmente,
la posizione di un giudice è considerata essere particolarmente in pericolo:
il giudice capo” John Roberts”, l’estensore di
due delle sentenze più controverse (quella contro l’”affirmative action” e
quella sul “blocco della remissione dei prestiti studenteschi”) e uno dei 6
favorevoli a quella che ha attaccato i diritti LGBTQI+.
Il
netto spostamento della Corte a destra ha portato gli osservatori a chiedersi
se “Roberts” abbia ceduto la leadership al suo collega più estremo,” Clarence
Thomas”.
“Roberts
ha perso il controllo della Corte Suprema“, ha avvertito la pagina di opinione
del New York Times.
“La Corte Thomas “, ha proclamato il gruppo
conservatore anti-Trump, il “Lincoln Project.”
Repubblicani
e conservatori, tuttavia, vedono la traiettoria della Corte in modo molto
diverso.
Le sue
recenti sentenze, dicono, hanno solo iniziato a ripristinare l’ordine
costituzionale dopo quelli che dicono sono stati decenni in cui la Corte era
inclinata a sinistra.
“La maggior parte degli americani concorda sul
fatto che la discriminazione razziale non dovrebbe svolgere alcun ruolo nel
processo di ammissione al college “, ha dichiarato il leader della minoranza al
Senato “Mitch McConnell” (R-Ky.) dopo la decisione sull’azione affermativa.
“Ora che la Corte ha riaffermato quella
posizione di buon senso, gli studenti possono avere una buona possibilità al
college e al sogno americano per i loro meriti “.
Detto
questo, i repubblicani sostengono che la spinta dei liberali a rivedere la
Corte è poco più di una reazione infondata a sentenze legittime che capita di
non gradire.
Quello
che ormai appare chiaro è che se non ci sarà una forte mobilitazione popolare e
una decisa reazione politica da parte del Partito democratico (ad esempio,
attraverso la nomina di giudici addizionali e/o l’imposizione di un termine
massimo del mandato dei giudici della Corte Suprema, con una sentenza dopo
l’altra, l’attuale Corte Suprema a maggioranza conservatrice attuerà una
controrivoluzione e smantellerà il sistema delle politiche e dei diritti
consolidatosi nel paese dagli anni ’60 del secolo scorso.
Il”
contro movimento conservatore bianco” e il precedente storico del “nadir delle
relazioni razziali” (1877-1964).
Nel
2024, un eventuale ritorno al potere del partito repubblicano, ispirato dal
trumpismo (anche senza Trump), dalle “guerre culturali” e dalle sentenze
antidemocratiche e divisive su aborto, armi, ambiente, istruzione, LGBTQI+ e
religione della Corte Suprema, la cui maggioranza ultraconservatrice Trump ha
contribuito a creare attraverso la selezione di tre giudici, significherebbe
l’implementazione di un’agenda politico-ideologica, coltivata per decenni,
basata sulle idee anti-egalitarie, autoritarie, nazionaliste, patriarcali,
misogine e razziste della destra radicale e del suprematismo bianco (quasi
sette repubblicani su 10 sono bianchi e cristiani in un paese che è solo per il
44% bianco e cristiano).
Un’agenda
che fa leva, da un lato, su una disponibilità di grandi risorse
economico-finanziarie e dall’altro sull’alleanza conservatrice bianca tra
evangelici “born again” e cattolici tradizionalisti che si è suggellata a
partire dalle elezioni di midterm del 1978 sul tema della lotta contro il
diritto all’aborto (la sentenza “Roe vs Wade”), scelto in larga parte come
«bandiera» politica, evitando di accentrare l’attenzione su altre motivazioni:
fermare l’integrazione razziale e preservare
lo status di esenzione fiscale – che l’amministrazione Nixon aveva deciso di
rimuovere – delle scuole e università cristiane private segregazioniste bianche
sorte dopo la storica sentenza della Corte Suprema, “Brown vs Board of
Education” del 1954, che aveva desegregato le scuole pubbliche americane.
Questo”
contro-movimento conservatore” ha potuto contare sulle azioni di migliaia di
attivisti di base, leader religiosi e pensatori conservatori che hanno
trascorso quasi due decenni a costruire le reti e le idee della destra
religiosa, opponendosi alla proposta di emendamento della costituzione sulla
parità dei diritti tra uomini e donne (Equal Rights Emendment) e battendosi per
la preghiera a scuola, contro l’integrazione scolastica e il cambiamento degli
atteggiamenti nei confronti delle questioni di genere e sessualità e i
crescenti diritti del “movimento gay and lesbian”.
La
Corte Suprema ha una maggioranza composta da giudici conservatori della scuola
«originalista»19 e/o testuale di “Antonin Scalia” e “Robert Bork” (come i tre
nominati da Trump alla Corte Suprema – Neil Gorsuch nel 2017, Brett Kavanaugh
nel 2018 e Amy Coney Barrett nel 2020) che sono disposti ad annullare tutti i
diritti non ritenuti tali ai tempi dei «padri fondatori» nel 1787, dal
contratto sociale dell’era del New Deal/diritti civili ai poteri federali in
tutti i campi, compresi l’ambiente, il ruolo della religione nella vita
pubblica e gli interessi dei nativi americani, acquisiti a spese degli Stati, e
alla soppressione del diritto di voto delle minoranze di colore.
Smantellando
di fatto l’intera agenda progressista che si era affermata a partire dalla
seconda metà del XX secolo con la crescita di una società multietnica,
multiculturale e più equa e paritaria per quanto riguarda i rapporti di genere.
La
Corte Suprema è ora nel pieno controllo di giudici ultraconservatori:
5 su 6 cattolici conservatori radicali (ossia
con un orientamento ideologico fondamentalista pre-Concilio Vaticano II) che
credono che anche un embrione abbia un’anima e quindi sia sacrosanto,
considerano il secolarismo una minaccia all’ordine morale tradizionale, pensano
di essere in missione per conto di Dio (una «retrotopia teocratica», un’utopia
integralista religiosa rivolta all’indietro) per riportare l’America ai tempi
della seconda metà del XIX secolo.
Se non addirittura alla fine del XVIII, quando
la schiavitù degli africani e il genocidio degli indigeni costituivano i
pilastri fondativi dell’economia politica della nuova repubblica americana,
quando i datori di lavoro erano liberi di frustare i loro schiavi/dipendenti e
ovunque gli uomini americani giravano armati, mentre le donne non votavano
(fino al 1920, con il passaggio del XIX Emendamento) e restavano a casa a fare
bambini e cucinare, completamente sottomesse all’autorità patriarcale dei loro
mariti.
Si
direbbe che i giudici conservatori della Corte Suprema, insieme a politici
reazionari del Partito repubblicano, suprematisti bianchi sparatori di massa
armati con armi da guerra, milizie di estrema destra anch’esse armate e
poliziotti ultra violenti ed assassini, stiano cercando di trasformare la
società americana in una società dominata dal suprematismo bianco, maschile e
cristiano.
A
questo proposito, è bene ricordare il precedente storico relativo alla
legittimazione del razzismo istituzionale e del suprematismo bianco dopo la
Guerra Civile, una guerra sanguinosa che aveva portato all’abolizione dello
schiavismo e alla speranza di costruire una società in cui le differenze
razziali, etniche e culturali potessero convivere pacificamente.
Infatti, solo con il “XIV emendamento della
Costituzione”, ratificato nel 1868, dopo la sconfitta degli Stati schiavisti
del sud da parte di quelli abolizionisti del nord, fu stabilito che la
cittadinanza per diritto di nascita si applicava anche ai neri, questo quando i
primi schiavi africani erano stati fatti sbarcare nell’agosto 1619, un anno
prima dell’arrivo dei «Padri Pellegrini» della “May Flower” a Cape Cod.
La schiavitù era stata abolita nel 1865 con il
XIII emendamento, approvato dopo la conclusione di una Guerra Civile che ha
causato 620-750 mila morti (in gran parte bianchi, in un paese che allora aveva
33 milioni di abitanti) tra i soldati sui campi di battaglia e per malattie,
con un numero imprecisato di morti civili.
Nel
1866, i neri americani, esercitando il loro nuovo potere politico, spinsero i
legislatori bianchi del Partito repubblicano ad approvare il “Civil Rights Act “(votato
sotto la presidenza di “Andrew Johnson” e passato nonostante il suo veto), la
prima legge del genere e uno dei più estesi atti legislativi sui diritti civili
che il Congresso abbia mai approvato.
Ha
codificato per la prima volta la cittadinanza americana nera, ha proibito la
discriminazione abitativa e ha concesso a tutti gli americani il diritto di
acquistare ed ereditare proprietà, stipulare e far rispettare contratti e
chiedere giustizia nei tribunali.
Infine,
nel 1870, il Congresso approvò il “XV emendamento”, garantendo l’aspetto più
critico della democrazia e della cittadinanza – il diritto di voto – a tutti
gli uomini indipendentemente da «razza, colore o precedente condizione di
servitù» (ma gran parte dei nativi americani, gli indiani, sono rimasti esclusi).
Circa
5 milioni di afroamericani divennero persone libere a fronte di 33 milioni di
abitanti, ossia il 12,7% della popolazione totale, senza che a loro fossero
dati terra da coltivare (attraverso una riforma agraria che avesse smembrato le
piantagioni come avvenuto con l’emancipazione dei contadini poveri e dei servi
della gleba in Francia, Germania e Russia) o un indennizzo monetario o venisse
offerto un lavoro alternativo.
Da
schiavi divennero proletari, braccianti, lavoratori manuali senza qualifiche, e
mezzadri precari (sharecroppers), presto indebitati.
Ma,
tra il 1865 e il 1877, durante il breve periodo della “Ricostruzione
Repubblicana”, gli ex schiavi si impegnarono con zelo nel processo democratico,
protetti dalla presenza delle truppe federali negli Stati del sud.
Nelle
file del Partito repubblicano, neri americani vennero eletti in posizioni
pubbliche locali, statali e federali. Sembrava proprio che dalle ceneri della
Guerra Civile si sarebbe potuta creare una democrazia multirazziale.
Ma il
potere economico della classe aristocratica latifondista delle piantagioni, la
violenta reazione razzista bianca guidata dal “Ku Klux Klan” e dal Partito
democratico e le leggi segregazioniste “Jim Crow, emanate a livello statale e
locale nel sud, egemonizzato dal Partito democratico, tra il 1877 e il 1964,
hanno di fatto privato la popolazione afroamericana dei diritti civili e
politici, istituzionalizzando e legittimando l’apartheid, la segregazione
razziale.
Un sistema la cui legalità costituzionale
(nonostante il XIV Emendamento) è stata riconosciuta dalla decisione della
Corte Suprema nel caso “Plessy vs Ferguson” sotto la dottrina dei «separati ma
uguali» nel 1896 (rimasta egemone fino agli anni 1950-60), per cui il trasporto
ferroviario poteva segregare neri e bianchi se le strutture segregate erano
uguali.
Il nuovo ordine razziale era inesorabilmente
dicotomico – bianco-nero – e applicato in tutti gli Stati Uniti (non solo nel
sud) attraverso una combinazione di leggi e codici di comportamento, la
promozione attiva della segregazione da parte del governo federale piuttosto
che un mero riflesso delle forze sociali, e soprattutto la violenza legale e
illegale che terrorizzava i trasgressori dell’ordine razziale.
In particolare, i politici bianchi del sud si
sono impegnati ad eliminare tutti gli spazi in cui i bianchi e i neri avrebbero
potuto riunirsi e sviluppare un senso sia di comunità sia di solidarietà.
Hanno fatto in modo che i bianchi poveri
avessero meno contatti possibili con i loro vicini neri, in modo che dovessero
essere dipendenti dalle élite bianche.
Ancora
negli anni ’50 del secolo scorso,” Louis Armstrong” (come altre celebrità
afroamericane amate anche da un pubblico bianco), uno dei padri fondatori del
jazz, un virtuoso della tromba e un cantante dalla voce grave venerato in tutto
il mondo, con “Mack the Knife” e “Hello”, Dolly”! tra i suoi successi duraturi,
mentre era letteralmente la persona più famosa del mondo, allo stesso tempo,
negli Stati Uniti non poteva varcare la soglia di alcuni hotel e avere un posto
in alcuni ristoranti e bar a causa del colore della sua pelle.
Le”
leggi segregazioniste Jim Crow”, approvate negli Stati del Sud dopo la Guerra
Civile, avevano reso illegale anche il matrimonio interrazziale negli Stati del
sud degli Stati Uniti come disperato tentativo di evitare il «suicidio
razziale», preservare la «purezza bianca» e mantenere il potere basato sulla
nascita nella «razza dalla pelle bianca».
Alcuni
Stati hanno mantenuto in vigore queste leggi fino al 1967, allorquando la Corte
Suprema ha invalidato una di queste leggi sulla base del fatto che si trattava
«ovviamente di un avallo della dottrina della supremazia bianca».
Per
quasi due secoli la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha ritenuto che
schiavismo e discriminazione razziale fossero legali e costituzionali.
Il “sistema
segregazionista razzista Jim Crow” non ha avuto solo un peso decisivo sul piano
politico e dei diritti civili, ma anche su quello economico (salari, mercato
del lavoro, accesso alla formazione, etc.).
Basti
pensare che le riforme economiche del “New Deal rooseveltiano” (1933-1937) sono
state centrate sui lavori effettivamente più stabili che erano appannaggio dei “white
e blue collars workers bianchi maschi”, mentre altri settori economici come
l’agricoltura e il lavoro domestico in cui i lavoratori afroamericani e le
donne erano prevalenti (negli anni ’30 costituivano più del 60% della forza
lavoro nera e quasi il 75% di quelli che erano occupati nel sud), sono rimasti
esclusi dalla legislazione che ha creato i sindacati moderni, dalle leggi che
fissavano i salari minimi e regolavano l’orario di lavoro, e dal” Social
Security Act” (1935) fino agli anni ’50.
Un
prezzo teso a tutelare i privilegi della «bianchezza» e del maschilismo imposti
dai legislatori democratici del «Jim Crow South» per il loro sostegno alla
legge e al “New Deal di Roosevelt”.
Anche
l’esercito americano che combatté nella Seconda guerra mondiale era segregato e
solo l’ordine esecutivo 9981 del presidente Truman ha posto fine alla
segregazione nel 1948.
Il
razzismo strutturale ha frenato il progresso economico degli afroamericani
anche nel dopoguerra.
I vantaggi del “GI Bill”, la generosa legge
federale per i veterani di guerra del 1944 che supportava, oltre alla casa di
proprietà, la formazione universitaria del personale militare smobilitato, e
che ha alimentato la grande crescita della classe media americana, furono in gran
parte negati agli 1,2 milioni di veterani afroamericani su insistenza dei
membri bianchi del Congresso del sud che cercavano disperatamente di mantenere
la segregazione razziale, eroi di guerra o meno.
L’attuazione
della legge, infatti, venne demandata ai singoli Stati che, soprattutto al sud,
erano segregati secondo il “sistema Jim Crow”.
Inoltre,
la «Redlining», la pratica di contrassegnare le mappe urbane per razza per
caratterizzare i rischi di prestare denaro e fornire mutui e assicurazioni, ha
reso l’acquisto di una casa molto più difficile per i veterani neri.
La”
Federal Housing Administration” si rifiutava di assicurare i mutui nei
quartieri neri e in questo modo ha escluso gli afroamericani da uno dei
percorsi più comuni per accumulare ricchezza, la proprietà della casa.
Le
politiche abitative federali hanno contribuito alla segregazione all’interno
delle città americane nel ventesimo secolo, anche se sono stati gli interessi
privati ad aprire la strada in risposta allo sconvolgimento demografico della “Grande
Migrazione della popolazione afroamericana” (circa 5 milioni) dagli Stati del
sud agricolo profondamente segregato a quelli del nord e del” midwest “industriali
e meno segregati (in particolare verso Harlem a New York, le «cinture nere» di
Chicago e Detroit) dal 1900 al 1970, per cui nel 1965 il 50% della popolazione
afroamericana viveva nel nord e l’80% nelle città.
Ancora
oggi, in tutti gli Stati Uniti, anche se nessuna legge impone esplicitamente la
segregazione razziale, la separazione razziale rimane una caratteristica comune
della vita collettiva (lavoro, sindacato, scuola, residenza, etc.).
E
questa condizione inibisce la costruzione di una maggioranza politica
multirazziale progressista delle classi lavoratrici (anche all’interno del
Partito democratico).
Il
presidente “Biden”, un centrista moderato che non ha alcun interesse a cambiare
più di tanto il modo in cui il paese funziona e che ha passato inutilmente i
quasi tre anni in carica a farsi in quattro per dimostrare che il Partito
repubblicano può ancora essere un partner di governo ragionevole, firmando un
primo ordine esecutivo sull’aborto aveva affermato:
«Non possiamo permettere che una Corte Suprema
fuori controllo, che lavora in collaborazione con elementi estremisti del
Partito repubblicano, ci tolga le libertà e la nostra autonomia personale. La
scelta che dobbiamo affrontare come nazione è tra il mainstream e l’estremo».
Durante
la campagna per le elezioni di midterm dell’8 novembre 2022 Biden ha provato a
combattere per «l’anima della nazione», trasformando i «Repubblicani MAGA», i
trumpiani del “Make America Great Again”, in un’etichetta per tutto ciò che gli
elettori mainstream trovano politicamente tossico sul Partito repubblicano, ed
esortando gli americani a «votare, votare, votare» per i candidati democratici
(ma anche per quelli che sono dei repubblicani mainstream).
Sappiamo
bene come è andata a finire:
i
repubblicani hanno preso un risicato controllo della Camera dei Rappresentanti
(e ora sono impegnati in azioni di “guerriglia” politico-parlamentare contro il
presidente e i Democratici), mentre i Democratici hanno tenuto un risicato
controllo del Senato.
L’opinione
pubblica di massa americana del dopo 6 gennaio 2021 appare segnata da una
crescente ricettività delle idee estremiste razziste favorita dalla narrazione
di personaggi televisivi, delle aggressive campagne condotte sui social media,
di Trump e dei trumpiani del Partito repubblicano che blandiscono il crescente
auto-vittimismo bianco in una fase storica caratterizzata dall’esplosione delle
disuguaglianze socio-economiche e dall’incipiente declino della potenza
economica e politica globale degli Stati Uniti, lasciando terreno fertile ai
suprematisti bianchi.
Inoltre, ormai dal 2018 la popolazione bianca
diminuisce (più morti che nascite).
In proporzione, i bianchi americani sono ai
minimi storici, costituendo il 61,6% della popolazione, rispetto al 72,4% nel
2010 e quasi il 90% nel 1940.
Sulla
base degli attuali trend demografici, si prevede che i bianchi americani
passeranno ad essere minoranza entro il 2045.
E
questo rappresenta una «minaccia esistenziale» per la popolazione bianca in
generale, ma soprattutto per i suprematisti bianchi.
Da
questo punto di vista è interessante considerare l’uso ideologico che viene
fatto dalla destra repubblicana del termine «unamerican», ossia «contrario ai
valori americani».
È diventato un dogma definire «noi» (cristiani
bianchi conservatori) come gli unici sostenitori della «vera America» – e
«loro» (Democratici, liberal, «la sinistra») come fondamentalmente illegittimi,
una minaccia «contraria ai valori americani».
Secondo questi suprematisti bianchi della
destra – e il Partito repubblicano che li rappresenta – «noi» abbiamo il
diritto di governare in America, mentre il governo dei Democratici è
intrinsecamente illegittimo.
La
narrazione di questa destra è che i «veri americani» sono costantemente delle
vittime, costretti a subire il giogo di una folle politica di sinistra,
assediati dalle forze «contrarie ai valori americani» della sinistra radicale;
per cui «noi» dobbiamo difenderci e combattere, con qualsiasi mezzo.
Nella loro mente, non sono mai gli aggressori,
ma sempre quelli assaliti e sotto assedio.
La costruzione di questa narrativa sulla
presunta minaccia totalitaria e violenta da parte della «sinistra» e
dell’agenda progressista promossa dal Partito democratico, consente loro di
giustificare azioni sempre più sfrontate, provocatorie ed aggressive (non solo
sul piano retorico, ma anche su quelli della violenza politica e dei
comportamenti criminali) all’interno di un quadro consolidato di
auto-vittimizzazione conservatrice.
Si
determina una spirale di paura, razzismo e pseudo-patriottismo sciovinista in
continua accelerazione che minaccia l’assetto costituzionale democratico della
repubblica di fronte alla quale i Democratici denunciano come «contrario ai
valori americani» il «semi-fascismo» dei Repubblicani MAGA, esortano a tornare
alla «civiltà» e alla «decenza» nel confronto politico e riaffermano la loro
fiducia nel sistema politico-istituzionale, ma appaiono incapaci di articolare
una visione alternativa persuasiva che non sia quella della pura conservazione
dello status quo, senza quindi riuscire a riconciliare e riunificare un paese
profondamente lacerato e iper polarizzato.
(Alessandro
Scassellati).
“Cancel
culture”, un nemico immaginario
che unisce la destra e divide la sinistra.
Ytali.com - MATTEO ANGELI – (17 Maggio 2021) –
ci dice:
Storia
di come un concetto, nato sull’onda dei nuovi movimenti per i diritti civili, è
diventato il mantra dei conservatori americani.
E non
solo.
Vogliono
censurarci e cancellare la nostra cultura:
è
questo in America il nuovo mantra della destra post-trumpiana, schiacciata
sulla difensiva di fronte all’avanzata delle battaglie progressiste.
I conservatori fanno terrorismo psicologico,
esasperando a suon di” fake news” le istanze di chi è stato a lungo oppresso e
ora ha voce.
The
Donald, i suoi discepoli e la loro macchina da guerra politico-mediatica
agitano così lo spauracchio della “cancel culture”, la cultura della cancellazione,
concetto funzionale a ridicolizzare e deformare le battaglie dei loro
avversari.
Si
tratta di una strategia che funziona e si diffonde a macchia d’olio, tanto che
le medesime tattiche sono riprese dalla politica e dalla stampa italiana.
Con
parte di coloro che si definiscono” progressisti” che cascano puntualmente nel
tranello.
Come
nasce questo dibattito?
Negli
Stati Uniti, il concetto di “cancellare una persona” è fatto risalire al 1991,
quando comparve per la prima volta nel film “New Jack City”.
Il termine, però, cominciò a circolare in
maniera diffusa solo nel 2014, sul “Black Twitter”.
Questo
indica un gruppo di utenti costituito principalmente da persone africano
americane, che utilizzano il social per esprimersi su temi che interessano la
loro comunità.
“Sei cancellato”, nel suo uso iniziale,
indicava una presa di posizione personale, una reazione – seria o scherzosa –
nei confronti di qualcuno del quale non si approvava il comportamento.
Rapidamente,
però, l’espressione venne impiegata non solo per rispondere ad amici e
conoscenti, ma anche per colpire celebrità o personaggi pubblici, responsabili
di aver assunto un atteggiamento offensivo nei confronti di un determinato
gruppo.
Diventa quindi una forma per invitare a boicottare
chi, nonostante il suo comportamento riprovevole, continua indisturbato a
calcare la scena pubblica.
Una strategia di comunicazione adottata da
#MeToo e #BlackLivesMatter, grandi movimenti che portano la società americana,
e non solo, a mettersi in discussione.
Il loro fine è di ribaltare la tradizionale narrativa
di vittime e colpevoli, puntando il dito contro predatori sessuali e forze di
polizia fuori controllo.
“Cancellare
qualcuno” diventa quindi uno strumento di giustizia sociale, un modo per
combattere, attraverso l’azione collettiva, gli squilibri di potere che
esistono tra chi gode di fama e pubblico smisurati e chi è ferito dalle sue
parole o azioni.
C’è
chi paga perdendo il lavoro.
Si
pensi al “comico” “Kevin Hart”, che rinunciò a presentare gli Oscar del 2019.
“Hart”,
solo qualche anno prima, aveva pubblicato una serie di orrendi tweet omofobi.
Quando
nel 2018 l’Academy annunciò che avrebbe condotto il prestigioso premio
cinematografico, si sollevò un polverone su Twitter, con gli utenti che
ripubblicavano, indignati, le parole omofobe di Hart.
Il comico, piuttosto che scusarsi, preferì
rinunciare alla presentazione degli Oscar.
Un
altro caso emblematico è quello di “Woody Allen”.
e
regista è stato accusato per anni dalla ex moglie “Mia Farrow” di aver
violentato la figlia adottiva “Dylan”.
Diverse
indagini hanno indicato l’assenza di prove.
Ciononostante,
a causa delle rinnovate campagne di protesta contro “Allen”, Amazon ha
annullato un accordo di produzione e distribuzione per i suoi nuovi film e la
casa editrice “Hachette” ha cancellato l’uscita della sua biografia, a
proposito di niente, negli Stati Uniti.
La
questione è prettamente economica:
l’opinione
pubblica è sempre più consapevole (“woke”, come dicono in maniera spregiativa i
conservatori americani) e le grandi aziende si adeguano ai nuovi gusti della
popolazione.
Sullo
stesso tema:
Biancaneve
e il cospirazionismo della stampa italiana
Scrittura
inclusiva, davvero per tutti.
Che
genere di parole?
La
battaglia per un linguaggio inclusivo nelle scuole
La
guerra culturale che fa litigare conservatori e grandi imprese.
Coloro
che possono definirsi veramente “cancellati” sono però davvero pochi.
Potremmo
citare il trio “Harvey Weinstein”, “Bill Cosby” e “Kevin Spacey”, tutti e tre
accusati di aggressioni sessuali.
I primi due sono ormai dietro le sbarre, il
terzo marchiato dalle pesanti accuse che gli sono state mosse contro.
Per
tutti gli altri, è molto complesso misurare le conseguenze degli appelli di
coloro che gridano al boicottaggio.
Si
pensi alla vicenda di “J.K. Rowling”, l’autrice di “Harry Potter”, al centro di
una rumorosa polemica a causa di una serie di affermazioni definite come
transfobiche, che hanno fatto di lei uno dei personaggi più famosi nella bufera
sulla” cancel culture”.
Le vendite dei suoi libri non hanno
praticamente subito conseguenze.
Il
dibattito, ovviamente, non riguarda solo i personaggi famosi, ma è ormai esteso
a sempre più sfere della nostra vita:
le
parole che usiamo, la storia che studiamo, i personaggi che celebriamo, i libri
che leggiamo.
In uno
sforzo di decostruzione, ad esempio, sempre più persone si chiedono se è
opportuno leggere certe favole ai propri figli o s’interrogano sul sessismo che
si cela nel linguaggio quotidiano.
E’ uno
sforzo complesso, multiforme, aperto, che viene però banalizzato da una certa
politica e trattato in maniera superficiale da certi media, con lo scopo più o
meno volontario di delegittimarlo.
Come
fa notare” Meredith D. Clark” della “University of Virginia”, parlando della
nascita della disputa sulla “cancel culture”,
Il
riferimento [alla cancellazione di una persona, sviluppatosi come già detto nel
“Black Twitter”] è stato colto prontamente da osservatori esterni, in
particolare giornalisti con una capacità smisurata di amplificare il loro
sguardo bianco.
Politici, esperti, celebrità, accademici e
anche persone normali hanno cominciato a interpretare l’essere cancellati come
una sorta di panico morale, simile a un danno reale, aggiungendo un’accezione
al termine originario, associandolo a una paura ingiustificata di essere
censurati o messi a tacere.
Ma essere cancellati – un’espressione, va
notato, solitamente riservata a celebrità, marchi e figure altrimenti fuori
portata – dovrebbe essere letto come un ultimo disperato appello alla
giustizia.
La
“cancel culture” è figlia di questo panico morale, che tenta di discreditare
uno strumento – il “boicottaggio online”, nato per obbligare i potenti a
rispondere delle proprie azioni – e farlo passare per una forma d’intimidazione
insensata.
In
altre parole, i carnefici – siano essi razzisti, misogini, omofobi o qualunque
altro tipo di promotori della discriminazione – cercano di spacciarsi per
vittime.
Usa.
Discriminazione, quando l’impresa si schiera. Dalla parte giusta Dr. Seuss è di sinistra. Ma a difenderlo si erge la destra.
Boicottiamo
Disney o chi parla a vanvera di censura e intolleranza?
L’autocensura
di Disney? Decisione corretta ed esemplare.
La
chiesa anglicana accoglie le istanze di #BlackLivesMatter
“Cancel
culture” in questo senso è solo l’ennesimo termine inventato dalla destra per
colpire i suoi avversari.
È una continuazione del più noto
“politicamente corretto”, nemico immaginario contro cui s’è scagliato lo stesso
Trump per giustificare alcune delle sue uscite più razziste.
Ma
nella stessa logica s’inseriscono anche il “buonisti”, dato gratuitamente dalla
destra italiana a chi chiede una gestione umana dei fenomeni migratori, o l’“ideologia del gender”, altra
finzione creata ad arte per decredibilizzare gli studi importanti e numerosi
che negli anni sono stati fatti in materia.
Non
stupisce quindi che, durante la convention repubblicana del 2020, Trump si sia
scagliato contro la “cancel culture”, dicendo, tra le altre cose:
Gli
americani sono esausti a forza di cercare di restare al passo con le ultime
liste di parole e frasi che si possono dire…
L’obiettivo della “cancel culture” è far
vivere gli americani onesti nel terrore di essere licenziati, umiliati e
cacciati dalla società così come la conosciamo.
Un
concentrato puro di terrorismo psicologico, che in Italia tanto ricorda gli
argomenti odierni dei detrattori del ddl Zan, che tentano di dipingere la legge
contro l’omolesbobitransfobia come una “legge bavaglio”.
Se
funziona, in America lo spauracchio della cancel culture rischia di essere la
chiave di volta per unire il Grand Old Party e dividere i Democratici, non
tutti pronti a seguire i progressisti nelle loro battaglie. E la stessa dinamica rischia di
riprodursi altrove.
Puntare
sulla lotta alla “cancel culture”, permette ai conservatori di scagliarsi
contro gli avversari senza apparire bigotti, normalizzando e mettendo in
secondo piano la loro misoginia, il loro razzismo e la loro omofobia.
Questo rischia di consentire loro di
conquistare parte dei voti moderati, anche sottraendoli al campo democratico.
Ed è
una scusa micidiale per ripulire il proprio passato e giustificare ogni
malefatta futura.
Trump bloccato dai principali social media?
Non è perché ha incitato alla violenza e al
rovesciamento di elezioni democratiche, ma perché i media liberal hanno
scelto deliberatamente di censurarlo e metterlo a tacere. I Repubblicani non rispettano il risultato delle
elezioni?
Con
dei Democratici talmente estremisti, che vogliono eliminare la polizia per
permettere ai criminali di scorrazzare liberamente, non bisogna andarci per il leggero.
Possiamo
già immaginare come, con toni apocalittici di questo tipo, gli eredi di Trump
cercheranno di trasformare il panico morale in un tentativo di giocare sporco.
Che
cos’è il” Partito Democratico Americano”.
It.insideover.com
- Andrea Muratore – (6 GENNAIO 2022) – ci dice:
Il
Partito Democratico americano vanta quasi duecento anni di storia e, essendo in
attività dal 1828, può definirsi come la formazione politica oggigiorno più
antica al mondo.
La
formazione dell’attuale presidente “Joe Biden” e della vicepresidente Kamala
Harris” ha alle spalle una lunga storia che l’ha vista attraversare, nella sua
lunga storia, l’intero arco politico negli Stati Uniti.
Dalle
origini come formazione conservatrice, attenta alla difesa dello schiavismo
negli Stati del Sud e segregazionista, il Partito Democratico è poi diventato
il contenitore politico artefice del New Deal, della svolta dei diritti civili,
infine del multiculturalismo.
La sua storia, assieme a quella del Partito
Repubblicano, racconta due secoli di evoluzione degli States.
Una
storia articolata.
Il
Partito Democratico è il diretto erede del dallo storico Partito
Democratico-Repubblicano fondato da “Thomas Jefferson” nel 1792 come
espressione dei piccoli proprietari degli Stati del Sud, ostili al centralismo
predicato dalle ex colonie britanniche del New England in senso federalista.
Dal
1800 al 1824 “Jefferson”, “James Madison” e “James Monroe” furono eletti alla
presidenza come espressione di questa formazione, che fu la principale
portavoce dell’ideologia dell’espansione a Ovest e dell’accrescimento
dimensionale dell’Unione, al cui dilatarsi iniziarono a esprimersi diverse
posizioni politiche.
Fu
l’ascesa del primo presidente populista, “Andrew Jackson”, a sancire la
scissione tra il “Partito Democratico e una serie di formazioni minori tra cui
si sarebbe distinto, in seguito, il “Partito Whig”, espressione della borghesia
finanziaria del Nord da cui nel 1854 sarebbe emerso il “Partito Repubblicano”.
All’elezione
di “Abrahm Lincoln”, repubblicano, avvenuta nel 1860, la principale divisione
tra Repubblicani e Democratici era palese:
i Repubblicani, oggi definibili “a sinistra” dello
spettro politico, erano a favore del protezionismo, della crescita industriale,
degli investimenti interni, del superamento della schiavitù;
i
Democratici,
invece, difendevano il latifondo agrario e la schiavitù, guidando la secessione
e dando fuoco alle polveri della Guerra Civile tra il 1861 e il 1865.
Dopo
l’assassinio di “Lincoln”, a livello nazionale la politica americana fu
monopolizzata dai” Repubblicani”, che sospesero temporaneamente dall’Unione
alcuni Stati meridionali e ammisero al voto gli ex schiavi afroamericani, per
cui il” Partito Democratico” fu per qualche tempo fuori gioco.
In cambio, però, il partito potè consolidare
le sue roccaforti negli Stati segregazionisti del Sud;
sarebbe stato” Grover Cleveland” ad
aggiungere, a conquista della frontiera in via di completamento, frange di
proletariato urbano, di immigrati cattolici e esponenti della piccola
imprenditoria al blocco elettorale democratico, consentendo ai Democratici la
riconquista della Casa Bianca nel 1884.
Iniziò
l’inesorabile spostamento al centro prima e a sinistra poi del partito:
dapprima con la forma populista di “William
Bryan” e in seguito con quella istituzionale di “Woodrow Wilson”, i democratici
tra fine Ottocento e inizio Novecento coniugarono conservatorismo
identitario, frange crescenti di progressismo sociale e internazionalismo, mentre i Repubblicani erano più
conservatori sul piano sociale e isolazionisti.
Anche
il più progressista “Franklin Delano Roosevelt “poté costruire il “New Deal”
puntando sull’alleanza con le classi conservatrici.
“Roosevelt”
seppe iniziare a far sfondare i” Dem” nel nuovo elettorato afroamericano con le
sue politiche economiche keynesiane e a partire dal Secondo dopoguerra iniziò a
cambiare la coalizione sociale con l’uscita dei Democratici sudisti dal
partito.
In genere, gli abitanti bianchi del Sud
continuarono a votare per i Democratici nelle elezioni locali e in quelle per
il Congresso (in cui molti Democratici sudisti erano conservatori), ma ad abbandonare il partito o a
favore dei Repubblicani o di candidati del Sud indipendenti alle elezioni
presidenziali.
Nella
Guerra Fredda i democratici furono il partito del più ferreo anticomunismo (con
John Fitzgerald Kennedy) e del progetto della “great society”; con Lyndon
Johnson promossero l’apertura delle prime misure di sanità pubblica e chiusero
il cerchio promuovendo la legge sui diritti civili.
L’ascesa
della questione ambientalista e del progressismo liberal” a favore delle
minoranze a partire dalla metà degli Anni Settanta ha definitivamente fatto
transitare nel centro-sinistra i democratici, divenuti infine il partito-sponsor
della globalizzazione neoliberista con Bill Clinton e del tentativo di governarla dopo i
disastri delle guerre afghane e irachene e la crisi finanziaria del 2007-2008
prima (presidenze di Barack Obama) e la tempesta pandemica da Covid-19 poi
(attuale presidenza Biden).
I
presidenti democratici
Diversi
presidenti democratici tra i quindici che il partito ha eletto nel corso degli
ultimi due secoli hanno segnato profondamente la storia degli Usa.
Andrew
Jackson fu
presidente dal 1828 al 1836. Da capo dello Stato lanciò una profonda operazione
di democratizzazione delle strutture politiche statunitensi, precedentemente
dominate dalle ristrette oligarchie terriere del Sud e da quelle finanziarie
del Nord.
Andando
spesso anche contro l’interesse dei suoi referenti al Sud, tentò di aumentare
la centralizzazione politica offrendo, in cambio, spazio alle correnti più
libertarie abolendo la “Bank of United States”, antesignana della” Federal
Reserve”;
durante
il suo mandato furono progressivamente abolite le restrizioni di voto e
introdotto il voto segreto;
molte
cariche pubbliche, statali e locali, divennero elettive; si intensificarono
infine le campagne contro gli Indiani d’America.
Nella
Grande Guerra il presidente che condusse alla vittoria fu “Woodrow Wilson”, alfiere di un interventismo
“missionario” che echeggiava il sostegno del suo partito al destino manifesto
quale ideologia di espansione di Washington.
Wilson del resto fu un convintissimo sudista
che fece però passare leggi progressiste, come quella sull’antimonopolio e la
riforma costituzionale che diede il voto alle donne, senza tuttavia promuovere
i diritti degli afroamericani, al contrario sostenendo e promuovendo la
segregazione razziale come gli altri Democratici suoi coevi.
Franklin
Delano Roosevelt si impegnò per superare l’estasi liberista dei governi repubblicani degli
Anni Venti che condusse alla Grande Depressione.
Fautore di politiche di intervento pubblico
molto massicce il governo del presidente democratico potè superare veramente la
Grande Depressione solo con l’effetto leva garantito dallo scoppio della
Seconda guerra mondiale e dal compattamento del Paese nel regime di economia
bellica.
Il
sostegno di figure come padre “Charles Couglin”, il radio-predicatore nemico di
Wall Street, alla sua figura, è sintomatico di un’evoluzione sociale avvenuta
nella base elettorale dei dem, sempre meno elitisti, durante i suoi lunghi
mandati.
John
Kennedy tradusse
definitivamente in realtà questi propositi e inaugurò un’apertura dei dem verso
la conquista della maggioranza dell’elettorato delle minoranze.
Questo
avrebbe portato, infine, i” dem “a essere il primo partito capace di eleggere
un afroamericano, Barack Obama, alla Casa Bianca, nel 2008.
“Kennedy”
e l’attuale inquilino della Casa Bianca,” Joe Biden”, sono altresì gli unici
cattolici eletti presidenti nella storia americana.
Le
correnti attuali.
Oggigiorno
il Partito Democratico è una formazione liberal-progressista con correnti
interne estremamente diversificate a seconda delle basi politiche e
territoriali di riferimento.
Scomparsa
la corrente dei” Democratici del Sud” passata nei Repubblicani, esiste tuttavia
una fascia di centristi, liberali in politica economica e più conservatori
della media del partito sui diritti civili, che consentono ai “dem” di
presidiare fasce di elettorato a lungo ostili negli ultimi decenni: un esempio
classico è “Joe Manchin”, Senatore dello Stato della West Virginia.
Negli
ultimi anni sta prendendo piede la corrente dei “Progressive Democrats”,
esponenti della sinistra interna e aperti alla lotta ai monopoli finanziari e
tecnologici, alla sanità universale, alla democratizzazione del sistema
politico, a un welfare all’Europea e a tutte le battaglie proprie della cultura
liberal predominante tra gli studenti e la nuova borghesia urbana.
L’esponente
tipico di questa corrente è stato, negli ultimi anni, il Senatore del Vermont “Bernie
Sanders”.
Relativamente
maggioritaria resta, comunque, la corrente dei Democratici Centristi, così chiamati in quanto non si
professano propriamente di sinistra e si rifanno piuttosto al centrismo
liberale e alla terza via di ispirazione blairiana.
Tra
questi vi sono importanti personaggi quali i presidenti Bill Clinton, Barack
Obama e Joe Biden.
Essi
rappresentano l’ossatura del partito e di parte della classe dirigente
americana.
I
maggiori custodi di una lunga storia che deve sempre essere mediata con le
spinte provenienti dall’esterno.
Come
del resto “Biden” ha ben dovuto comprendere, bilanciandosi tra pressioni dei
radicali e mediazioni con i conservatori, fin dai primi giorni del suo mandato.
Il
sistema in(visibile), così
le
élite manipolano i popoli.
Lanuovabq.it
– Fabio Piemonte – Marcello Foa -autore libro – (15-2-2023) – ci dicono:
Nel
saggio “Il sistema in(visibile)”, Marcello Foa analizza il ruolo delle élite
sovranazionali nella manipolazione mediatica, mostrando come sia possibile
modellare le masse, cambiare i valori, orientare la politica, l’economia e i
media stessi, avvalendosi anche delle tecniche di influenza psicologica.
«Pensavamo
di essere padroni del nostro destino, mentre altri, in luoghi che nemmeno
immaginavamo e che non necessariamente coincidevano con governi e parlamenti,
decidevano per noi».
È
questa la tesi di fondo del saggio Il sistema in(visibile) (Guerini e Associati
2022, pp. 256) di Marcello Foa - docente di comunicazione, giornalista ed ex
presidente della Rai - che illustra con chiarezza le influenze socioculturali
di un sistema visibile e allo stesso tempo intenzionalmente invisibile, dettato
dalle agende delle lobby.
Foa
analizza in sostanza il ruolo delle élite, mostrando come sia possibile
modellare le masse, cambiare i valori, orientare la politica, l’economia e i
media avvalendosi anche delle tecniche di influenza psicologica.
D’altra parte «il giornalismo subisce ormai la
passione compulsiva del mondo digitale, che oltre a permettere una
moltiplicazione delle fonti - ed è senz’altro un bene - ha però generato nuove
metriche del successo, ovvero un’ossessione per il consenso, per le pagine
viste, per i “like” ricevuti, per il numero delle condivisioni:
dunque
per un approccio che diventa sempre più superficiale, al contempo omologato e
omologante, privilegiando una lettura istituzionale della realtà», osserva Foa.
Quando,
dopo il crollo dell’Urss comunista, gli Stati Uniti diventano di fatto l’unica
superpotenza mondiale, si fa avanti l’ “idea di globalizzazione” anche se
«in
teoria una governance democratica avrebbe dovuto reggersi su un Parlamento del
mondo.
Washington,
allora, ha optato per un sistema di delega alle organizzazioni sovranazionali.
Queste,
tuttavia, non si basano sulla sovranità popolare e ciò pone un problema al
contempo delicato e complesso, che poteva essere risolto solo in due modi:
promuovendo
una collaborazione internazionale volta a stabilire regole comuni minime,
mirate e condivise nel rispetto delle prerogative degli Stati (ed è la
multilateralità propriamente intesa), oppure favorendo
un’internazionalizzazione spinta, coercitiva, tale da creare progressivamente
condizionamenti ineludibili per i singoli Paesi (ed è il nuovo concetto di
multilateralismo)».
L’ha
spuntata purtroppo la seconda opzione, incentivando la tensione tra gli Stati
attraverso la guerra finanziaria (speculazioni per gettare sul lastrico le
economie di interi Paesi), culturale e tecnologica per il dominio globale.
Il mantra “lo chiede l’Europa”, anche e
soprattutto in relazione al bilancio di uno Stato, conferma infatti quanto i
governi nazionali debbano sottostare a logiche sovranazionali decise a
Bruxelles od oltreoceano.
Tali logiche sono fortemente orientate se non
imposte, tra i vari enti, dalla “Banca Mondiale”, dal “Fondo Monetario
Internazionale”, dall’”Ocse”, dalla “Nato”, dall’”Organizzazione Mondiale del
Commercio”, da “Onu”, “Unicef”,” Unhcr”, “Fao”, tutte (o quasi) a trazione
statunitense.
Il
processo è quasi sempre il medesimo:
«In
consessi internazionali, quale per esempio il “World Economic Forum”, le élite
pubbliche e private riflettono sui destini del mondo, ma al contempo
individuano le possibili soluzioni.
Poi
passano all’azione.
Preparano
l’opinione pubblica con un’adeguata campagna di comunicazione (solitamente
ammantata di buone intenzioni, di cause nobili e di altruismo, ovvero facendo
passare il messaggio che si agisce per il bene dell’umanità o per porre rimedio
a un’incombente tragedia).
Successivamente,
si attiva la” governance internazionale”, secondo “Davis” “tipicamente
attraverso un distributore di politiche che funge da intermediario, come il “Fmi”
o l’”Ipcc “(Intergovernmental Panel on Climate Change) che ha il potere di
indurre i governi nazionali a uniformarsi alle decisioni prese”.
Quindi
sulla scena appaiono i “partner privati”, top manager e grandi aziende
dichiarano la volontà di contribuire al successo di questa buona e onorevole
causa (che in realtà essi stessi hanno contribuito a ideare) e offrono la loro
collaborazione ottenendone - ovviamente - anche un ritorno economico, oltre che
strategico e di sistema.
I media, stante l’importanza delle fonti,
rilanciano questi temi […]. E le decisioni ricadono sui popoli, che restano
inconsapevoli del processo».
Non è
forse questo quanto accaduto, in relazione alla recente pandemia, ossia che
quanto stabilito dall’”Oms”, «forma di partenariato pubblica-privata»
(finanziata tra gli altri anche da Bill Gates per il 15%, con la stessa
percentuale degli Stati Uniti!), è stato poi pedissequamente assecondato dai
diversi Paesi?
Per
non parlare dello strapotere degli oligopoli in ogni ambito, nell’abbigliamento
sportivo con “Nike e “Adidas;
nei
sistemi operativi con “iOs” e “Android”;
nella
finanza con BlackRock, Vanguard e State Street; nell’e-commerce con Amazon;
nei
social con Meta di Zuckerberg che detiene Facebook, WhatsApp e Instagram, e
YouTube che è un marchio Google.
In
sostanza «il
mercato è libero e per i giganti più libero di altri».
Basti
pensare che solo Apple e Microsoft hanno una capitalizzazione in borsa pari al
Pil di almeno il 92% dei Paesi del mondo.
Foa
approfondisce il meccanismo della propaganda, alla luce della psicologia delle
masse, per la quale si agisce su sentimenti e idee, sollecitandone emozioni,
bisogni e volontà, tanto nella dimensione pubblica quanto in quella privata.
Una
volta erano televisione, musica e Hollywood a contribuire a rendere popolare e
desiderabile lo stile di vita americano;
«nell’era
digitale, gli influencer sui social media, rendendo partecipi i follower della
propria vita privata, stabiliscono un rapporto ancora più intimo […] un “Truman
Show” all’ennesima potenza».
Riguardo
ai temi portanti sposati dalle lobby, quali il matrimonio omosessuale o la
maternità surrogata, la strategia dello sdoganamento prevede che ciò che è
inconcepibile sia prima vietato con delle eccezioni; poi gradualmente diventi
sensato, socialmente accettabile e persino legalizzato, fino a divenire
addirittura un valore condiviso.
Relativamente
al ruolo dei media, si punta a costruire una cornice emotiva nella quale viene
poi a svilupparsi tutta la narrazione di un determinato fenomeno, all’insegna
del «prima pubblico, poi semmai rettifico», basta che «il titolo o l’articolo,
meglio se ottimizzato “SEO”, conquisti la fiducia dell’algoritmo».
Di
qui, come si è visto, dalla “mucca pazza” al Covid, si fa leva in particolar
modo sulla «paura
della malattia mortale quale forma di condizionamento assoluta che può essere
strumentalizzata per ragioni politiche, economiche, di controllo sociale o per
far avanzare agende».
L’inganno
del «Sud Globale».
Legrandcontinent.eu
– (4 ottobre 2023) –Redazione - autore Bruno Tertrais – ci dice:
Prospettive:
Il nuovo ordine dei BRICS.
Non ha
senso parlare di una rivolta del Sud contro l’Occidente.
Davanti al tentativo di essenzializzare il
«Sud globale», Bruno Tertrais descrive un mondo dalle linee di faglia molto più
complesse.
Superare questa facile narrazione significa
anche darci i mezzi per agire più efficacemente — in maniera costruttiva.
Vent’anni
fa,” Avishai Margalit” e” Ian Buruma “coniarono l’espressione «occidentalismo»,
in uno straordinario libretto dal titolo omonimo, per descrivere la visione
stereotipata dell’Occidente — borghese, moderno, decadente — sostenuta dai suoi
oppositori.
Oggi,
potremmo senza dubbio parlare di una nuova forma di “Meridionalismo”:
esperti,
commentatori e leader politici parlano dell’esistenza di un «Sud globale»
esigente, persino vendicativo, che sconvolgerebbe l’equilibrio globale e
segnerebbe il passaggio definitivo a un mondo post-occidentale.
Le
origini di questa espressione sono ben note.
All’apice della” Guerra del Vietnam”, lo
scrittore e attivista” Carl Oglesby” propose di sostituire l’espressione «Terzo
Mondo», coniata da “Alfred Sauvy” sul calco di «Terzo Stato», a volte ritenuta
sprezzante e troppo strettamente associata alle sole condizioni economiche, con
quella di un «Sud globale» che soffre di un «ordine sociale» ingiustamente
imposto dal «Nord».
Dopo
la” Guerra Fredda”, è emersa l’idea di un «West versus the rest», espressa in
vari modi, ad esempio da “Jean—Christophe Rufin” in “L’Empire et les nouveaux
barbares”.
Il termine si è imposto attraverso l’attivismo
post-coloniale, rilanciato dalle istituzioni internazionali, ed è oggi in voga.
In
gran parte per le stesse ragioni di sempre.
Siamo
però davanti a una trappola intellettuale e politica.
Non
solo questa espressione non è rilevante né efficace nel caratterizzare
l’evoluzione delle principali relazioni di potere internazionali, ma blocca il
discorso in una semplificazione pericolosa e controproducente.
La posta in gioco oggi è più complessa e più
interessante.
Ne
propongo un quadro di lettura nel libro “La Guerre des mondes”. “Le retour de
la géopolitique” et “le choc des empires ”.
(Bruno
Tertrais, La guerre des mondes. Le retour de la géopolitique et le choc des
empires, Éditions de l’Observatoire, 2023.)
Né
rilevante né efficace.
Cominciamo
col sottolineare l’ovvio:
i termini «Nord» e «Sud» non hanno senso
quando si descrivono i principali raggruppamenti politici coinvolti.
Cina e India si trovano nell’emisfero
settentrionale, Australia e Nuova Zelanda in quello meridionale.
Un altro fatto ovvio è che il mondo non è più
lo stesso degli anni ’70.
La
decolonizzazione è un processo completato da tempo e alcuni Paesi emergenti
hanno acquisito un notevole potere economico e diplomatico.
La
nozione di «Sud globale» non riveste alcuna coerenza o unità, politica o
economica.
La Repubblica Popolare Cinese supera tutti gli
altri, non solo perché è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dal
1971 (anno in cui Pechino ha sostituito Taipei), ma anche, ovviamente, perché
si erge altissima tra gli altri Paesi emergenti.
In
termini diplomatici, come possiamo trattare con gli Stati che reclamano un
atteggiamento apertamente conflittuale nei confronti dell’Occidente e quelli
che vogliono tenersi fuori dalle principali lotte di potere, o cercare una
posizione di equilibrio?
Il Sud
globale è il connubio tra la carpa anti-occidentale e il coniglio non
allineato, tra gli alleati della Russia e gli Stati che propendono per
l’Occidente.
Si
suppone che includa la Siria e l’Iran, notoriamente vicini a Mosca, così come
l’Arabia Saudita, che attualmente sta facendo tutto il possibile per ottenere
garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti, e l’India, che afferma di essere «non
occidentale, ma non anti-occidentale».
La Malesia è nel mezzo di un decollo
economico, lo Zambia ha un reddito pro capite dieci volte inferiore, l’Uruguay
è democratico, mentre il Sud Sudan è in fondo alla scala dello sviluppo
politico.
Il “Sud
Globale” è il connubio tra la carpa anti-occidentale e il coniglio non
allineato, tra gli alleati della Russia e gli Stati che propendono per
l’Occidente.
(BRUNO
TERTRAIS)
Gli
atteggiamenti dei singoli Stati nei confronti della guerra in Ucraina sono un
buon indicatore della grande diversità politica dei Paesi generalmente
considerati parte del «Sud Globale».
Se osserviamo da vicino la distribuzione della
popolazione mondiale rappresentata dalle opinioni dei loro governi, vediamo
che, in linea di massima, coloro che sostengono la Russia costituiscono un
terzo della popolazione, coloro che sono neutrali un altro terzo e coloro che
propendono per l’Occidente costituiscono l’ultimo terzo.
Il Gruppo di contatto che riunisce i Paesi che
assistono l’Ucraina include Kenya, Liberia e Tunisia, mentre altri ancora hanno
fornito aiuti militari a Kiev, come Giordania, Marocco, Pakistan e persino
Sudan.
Infine,
le grandi dispute tra vicini sono un ostacolo all’unità del Sud.
Ci
riferiamo soprattutto alla lampante rivalità sino—indiana, ma anche alle
relazioni tra Brasile e Argentina, Marocco e Algeria, Etiopia ed Eritrea, Iran
e Arabia Saudita, e così via.
Questi sono i principali ostacoli alla riforma
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Questa
diversità e queste controversie spiegano perché il «Sud globale» non può
pretendere di essere rappresentato da alcuna istituzione o gruppo di Paesi.
L”’Organizzazione
per la Cooperazione di Shanghai” (SCO) non incarna il «Sud»:
questa
associazione di leader autoritari, il cui lavoro principale si concentra sulla
repressione attraverso la sua struttura dal bizzarro nome di” RATS” (Regional
Antiterrorist Structure), non è qualificata a rappresentare il «Sud globale»,
perché include la Russia, ma non può nemmeno essere descritta come un «blocco
anti-occidentale», visto che include l’India.
Le
grandi dispute tra vicini sono un ostacolo all’unità del Sud
(BRUNO
TERTRAIS)
Lo
stesso vale, per identici motivi, per il raggruppamento BRICS (Brasile, Russia, India, Cina,
Sudafrica).
Formatosi
come risposta al G8 (di cui, tra l’altro, la Russia era all’epoca membro), i BRICS si sono espansi in modo
spettacolare nel 2023 per includere sei nuovi membri — è anche vero che il costo di
ingresso è basso — e nuovi candidati si precipitano alla porta.
Le sue dimensioni ridotte, tuttavia, non le
consentono di rappresentare il cosiddetto «Sud globale».
È
interessante notare che l’Indonesia, padrone di casa nella “famosa conferenza
di Bandung”, che inaugurò il non allineamento (1955), ha rifiutato di diventare
membro, sottolineando che il suo obiettivo era piuttosto quello di aderire all’”Organizzazione
per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico” (OCSE).
L’unico
Sud che ha una qualche coerenza è quello rappresentato dal gruppo dei “134
Paesi del Gruppo dei 77” (1964) — il «sindacato dei poveri» come lo chiamava “Julius
Nyerere” — e
in misura minore dai 120 membri del “Movimento dei Non Allineati” (NAM) creato tre anni prima.
«Proprio come “Mao”, che arrivò al potere a
Pechino aggirando le città che gli erano ostili e affidandosi alle campagne, “Xi”
intende affidarsi al ‘Sud globale’ per aggirare un “Nord ostile” e affermarsi
come potenza imprescindibile entro metà del secolo»,
scrive
giustamente “Frédéric Lemaître”.
La Repubblica Popolare è elencata dal G77 come membro
del gruppo… ma il G77 stesso non la considera un membro!
Da qui
l’ambiguo «G77 più Cina», con Pechino che vota quasi sistematicamente con il
gruppo.
Per
quanto riguarda il “NAM”, diversi Paesi importanti spesso citati come parte del
«Sud globale» sono solo osservatori, in particolare l’Argentina, il Brasile, il
Messico e la stessa Cina.
Inoltre,
queste organizzazioni non hanno dimostrato la loro efficacia.
I BRICS hanno certamente creato la “Nuova
banca di sviluppo”, ma il suo ruolo rimane modesto rispetto a quello delle
istituzioni finanziarie internazionali.
Hanno
abbandonato i loro piani per una moneta comune.
Non
stanno coordinando le loro politiche energetiche.
E il G77 e il NAM?
Organizzati
per armonizzare le loro posizioni nelle istituzioni internazionali, i Paesi
interessati hanno avuto un discreto successo nelle questioni non vincolanti
(per il G77, 75% di votazioni congiunte all’ONU negli anni 2000), ma votano
spesso in ordine sparso sulle questioni più sensibili.
Inoltre, non si tratta di organizzazioni
strutturate.
Lo si è visto nelle mozioni di condanna della
Russia, dove la maggioranza dei Paesi ha votato con l’Occidente, altri hanno
adottato una posizione neutrale e solo un numero molto ridotto si è schierato a
favore di Mosca.
Decostruire
l’opposizione all’Occidente.
È vero
che tre quarti dei Paesi del mondo si rifiutano di attuare le sanzioni contro
la Russia, nonostante le pressioni dell’Occidente.
Ma è
importante decostruire la narrativa di un’opposizione senza sfumature
all’Occidente, per un’ampia varietà di ragioni che confermano l’eterogeneità
del «Sud globale» e, in definitiva, l’inadeguatezza della nozione stessa.
Queste
ragioni sono politiche, economiche, strategiche e ideologiche, a volte
sentimentali o addirittura passionali, e variano da Paese a Paese: alcune sono
primordiali per uno Stato, accessorie o inesistenti per altri.
Rifiutare
di seguire l’Occidente è innanzitutto una semplice dichiarazione di
indipendenza — niente sanzioni se non vengono decise dall’ONU — e di non
appartenenza a un campo determinato — si vuole poter «avere un McDonald’s e un
Burger King nella stessa strada».
Molti
Stati sono ancora più gelosi di preservare la loro autonomia strategica, o
quello che Delhi chiama multi allineamento, perché la loro sovranità è
relativamente recente.
Inoltre,
le loro opinioni nazionali sono spesso divise:
nei
sondaggi, brasiliani, sudafricani e indiani sono divisi tra la preferenza per
le regole e gli standard americani, europei e del mondo in via di sviluppo.
Israele
ha lo stesso numero di cittadini di origine ucraina che di origine russa.
Le
ragioni economiche sono ben note e spesso abbastanza comprensibili.
Il Brasile e l’India acquistano i loro
fertilizzanti dalla Russia.
L’India, l’Algeria e altri vogliono poter
continuare ad acquistare i loro sistemi di difesa da Mosca.
Gli Stati del Golfo non vogliono che i
capitali russi fuggano.
L’Egitto, come la Turchia, conta su “Rosatom”
per le sue future centrali nucleari.
In altre parole, non vogliono imporre sanzioni
per paura di essere sanzionati a loro volta.
Rifiutare
di seguire l’Occidente è prima di tutto una semplice dichiarazione di
indipendenza — niente sanzioni se non vengono decise dall’ONU — e di non
appartenenza a un campo determinato
(BRUNO
TERTRAIS)
Il
desiderio di non scontentare la Russia può essere giustificato da calcoli
geopolitici:
l’India
ha bisogno di Mosca per il confronto con la Cina, il Brasile ritiene che la
Russia sia un elemento essenziale in un mondo multipolare.
I BRICS e i Paesi non allineati non vogliono
un Occidente troppo forte.
Non
siamo lontani dal cinismo: molti Stati emergenti o meno sviluppati stanno
aspettando di vedere chi avrà la meglio.
Sono hedgers, come si dice nel mondo della
finanza, e potrebbero diventare, se la competizione sino—americana dovesse
acuirsi, l’equivalente degli Swing States delle elezioni americane.
Per usare le categorie della teoria realista
delle relazioni internazionali, si tratta di” hedging” (copertura) piuttosto che di “balancing” (bilanciamento) o bandwagoning (salire sul carro dei vincitori).
Infine, molti di loro non detestano il concetto di
sfere di influenza: dopotutto considerano normale che Mosca o Pechino facciano
ciò che più vogliono nel loro contesto regionale, come fa l’Arabia Saudita in
Yemen, per esempio.
Si
sente anche in queste reazioni un’eco lontana della Guerra Fredda: dal
Sudafrica all’India, Mosca rimane l’alleato fedele, l’«anticolonialista», che
sostiene i movimenti di liberazione.
La
propaganda russa sa come utilizzare questo ricordo romantico. Sa anche come
presentare il discorso del Cremlino come quello di un uomo forte che si appella
a valori conservatori, che non mancano di attrarre determinate popolazioni.
«Il risentimento è un elemento importante per
comprendere il rapporto tra Africa e Occidente:
la realtà del passato coloniale è ancora molto
recente e continua a produrre conseguenze ed effetti.
Questo
offre un punto di ingresso per i Paesi che non sono interessati da questo
passato coloniale, come la Russia e la Turchia», si dice in Africa. «Mosca ci
mostra rispetto», si dice invece in Brasile, Paese la cui élite, come spesso
accade in America Latina, rimane segnata dall’antiamericanismo.
Infine,
non dobbiamo trascurare l’importanza del sentimento tossico noto come “Schadenfreude”,
il godimento della sofferenza altrui.
Il motivo?
Un presunto doppio standard, in riferimento
all’invasione dell’Iraq o all’annessione delle Alture del Golan, come se le
turpitudini di alcuni fossero una scusa per quelle di altri, o una presunta
mancanza di attenzione da parte dell’Occidente ai propri problemi, che
permetterebbe ai Paesi interessati di trascurare la sofferenza ucraina e le
norme internazionali.
L’Occidente
deve espiare e pagare per le sue colpe, reali o presunte. Come ha scritto “Pierre
Hassner” nel 2005, ogni volta che l’Occidente viene colpito, le reazioni in gran
parte del mondo vanno dalla «Schadenfreude a un senso di equilibrio
ristabilito, dal risentimento e dallo spirito di vendetta all’idea di “hybris
punita”».
Il sostegno implicito alla Russia è quindi
un’espressione per procura del disappunto nei confronti di Washington, così
come del rispetto per la Cina.
La
guerra in Ucraina è quindi il prisma attraverso il quale si rivelano gli
interessi e i calcoli degli Stati, ma anche tutte le frustrazioni e le passioni
delle nazioni.
Diagnosi
sbagliata, strategia sbagliata.
«Non
sappiamo come definire il “Sud Globale”, ma nessuno può negare che esista», ha
detto a chi scrive una diplomatica di un Paese latinoamericano durante un forum
internazionale nel dicembre 2022.
Questo
è più che discutibile da un punto di vista epistemologico.
Deve
essere possibile definire ciò che esiste, altrimenti l’espressione rappresenta
più uno slogan polemico che una realtà politica.
Si
potrebbe sostenere che lo stesso vale per l’Occidente.
Questo
non è del tutto falso.
Ci è
stata ricordata l’esistenza di questo «occidentalismo», che consiste
nell’immaginare un Occidente uniforme e coerente — quello che oggi Mosca chiama
‘Occidente collettivo’.
Ma la simmetria è solo apparente.
In
primo luogo, perché l’invocazione dell’Occidente in Europa e negli Stati Uniti
e la pretesa di appartenervi sono, senza essere caduti in disuso, meno diffusi
oggi di quanto lo fossero durante la Guerra Fredda.
In
secondo luogo, perché l’Occidente è ancora meglio rappresentato dalla NATO e
dall’OCSE di quanto il Sud globale sia rappresentato dalla “SCO”, dai “BRICS”,
dal “G77” o dal “NAM”.
Che
molti Paesi si oppongano all’Occidente, e che la guerra in Ucraina ne sia la
causa e l’indicatore, è indiscutibile.
Riunirli
tutti sotto un’unica etichetta è controproducente, perché porta a errori di
diagnosi e di strategia.
L’Occidente
è ancora meglio rappresentato dalla NATO e dall’OCSE di quanto il Sud globale
sia rappresentato dalla SCO, dai BRICS, dal G77 o dal NAM.
(BRUNO
TERTRAIS)
Si
tratta di una diagnosi errata, perché non c’è una grande rivolta nel Sud contro
questo Occidente.
Con
l’emergere politico ed economico di nuovi attori e potenze intermedie e il
ritorno in primo piano delle rivalità internazionali, il mondo sta in qualche
modo tornando un po’ «normale», come ha scritto “Robert Kagan” qualche anno fa.
Tuttavia, parlare di un mondo post-occidentale è
un’esagerazione.
È
stato alla fine degli anni ’50 che i Paesi in via di sviluppo sono diventati
una forza politica, con la Conferenza di Bandung (1955) e la creazione del
Movimento dei Non Allineati.
Durante
la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica — non esattamente un Paese occidentale — è
stata un attore politico formidabile (e una forza di blocco nel Consiglio di
Sicurezza).
Anche negli anni ’90, spesso descritti come il
trionfo dell’unipolarismo americano, le relazioni con la Russia, la Cina,
l’Iran e altri Paesi sono rimaste difficili.
L’Occidente non aveva il mondo in pugno.
Da molto tempo ormai non domina più il mondo
senza condividerlo. «L’Occidente capisce che i suoi club esclusivi non possono
più risolvere tutti i problemi del mondo», afferma un esperto indiano.
Ma è mai stato il caso dal 1945 in poi?
L’eterno «declino dell’Occidente», che «non è più solo
nel mondo», dice molto di più sulle nostre ansie e sulla nostra capacità di
autoflagellazione, oltre che sulle legittime rivendicazioni delle potenze
emergenti, che su una reale trasformazione del mondo.
All’ONU,
non meno di 141 Paesi, tra cui Perù, Mauritania, Repubblica Democratica del
Congo, Somalia, Yemen e Bangladesh, hanno condannato l’aggressione russa, per
due volte.
Nel
2023, secondo i calcoli dell’”Economist Intelligence Unit”, i Paesi che si
oppongono apertamente alla politica russa rappresenteranno il 60% del Prodotto
Interno Lordo (PIL) mondiale, rispetto al 3,3% di quelli che la sostengono.
I Paesi inclini a sostenere l’Occidente rappresentano
il 35% della popolazione mondiale, rispetto al 33% di quelli che tendono a
sostenere Mosca.
L’eterno
«declino dell’Occidente», che non è «più solo nel mondo», dice molto di più
sulle nostre ansie e sulla nostra capacità di autoflagellazione, oltre che
sulle legittime rivendicazioni delle potenze emergenti, che su una reale
trasformazione del mondo.
(BRUNO
TERTRAIS)
Questo
Occidente ha comunque” belle rovine”.
Per
PIL nominale pro capite — un criterio essenziale — il G7 continua ad essere in
testa.
I 38
Paesi dell’OCSE — tutte democrazie, anche se alcune molto imperfette —
rappresentano unite ancora più del 40% del PIL mondiale in termini di parità di
potere d’acquisto.
Registrano quasi tutti i brevetti triadici e i
dieci Paesi più innovativi al mondo, ad eccezione di Singapore, appartengono
tutti all’organizzazione.
Sul
fronte sanitario, la pandemia ha dimostrato ancora una volta la capacità di
reazione della scienza e dell’industria occidentale:
i
vaccini più efficaci sono stati sviluppati in Europa e negli Stati Uniti.
Dal
punto di vista militare, i Paesi occidentali dispongono di una rete di basi e
alleanze che non ha eguali nel mondo.
E
l’America ha un’esperienza di combattimento di cui la Cina è priva.
Possiamo
ridere dei fallimenti diplomatici dell’Occidente, ma i Paesi del Sud sono in
grado di rappresentare un’alternativa?
Le
ambizioni brasiliane e sudafricane di porre fine alla guerra in Ucraina si sono
infrante contro i muri del Cremlino.
L’incontro del G20 organizzato da Delhi ha
mostrato i limiti del «potere di riunire» indiano:
né
Putin né Xi Jinping si sono presentati.
Dobbiamo
anche ricordare che non si tratta di un gioco a somma zero: non è tanto
l’Occidente che sta declinando, quanto il resto del mondo che sta crescendo in
potenza.
Cosa
che va accolta con favore dato che il loro sviluppo ha contribuito a migliorare
la vita di centinaia di milioni di persone.
Ciò
che è vero per l’Occidente è ancora più vero per gli Stati Uniti, la cui quota
del PIL mondiale a prezzi correnti è la stessa oggi — un quarto — di quella del
1980 o del 1995.
Ci
sono stati innumerevoli autori e libri che hanno previsto il declino
dell’America.
Ricordiamo
il fenomenale successo di “Paul Kennedy”, che in “Ascesa e declino delle grandi
potenze” (1987) profetizzò il suo crollo e predisse che la prossima potenza
mondiale sarebbe stata… il Giappone?
Trentasei
anni dopo, l’America continua ad occupare un posto unico nella geopolitica
mondiale, grazie alle sue risorse strutturali, naturali e culturali.
La de—dollarizzazione è ancora lontana:
la valuta statunitense è utilizzata in quasi
il 90% delle transazioni in valuta estera, nel 60% delle riserve di valuta
estera, nel 50% delle fatture commerciali, in quasi la metà dei titoli di
debito internazionali, in oltre il 40% dei pagamenti “SWIFT “e nel 40% dei
prestiti internazionali.
Anche
quando gli acquisti vengono effettuati in euro, yuan o rubli, il prezzo viene
spesso fissato in dollari (come nel caso del petrolio).
L’Arabia Saudita sta impostando la sua
produzione di petrolio senza preoccuparsi dei consumatori americani?
Questo
accade regolarmente dalla fine della Guerra Fredda.
Gli eccessi di coloro che dall’altra parte
dell’Atlantico vedono l’Arabia Saudita come l’unico Paese «in grado di
contenere le forze naturali della storia» non dovrebbero oscurare gli elementi
fondamentali del loro potere e della loro attrattiva, che rimangono
ineguagliati.
Per non parlare del fatto che,
demograficamente, rimangono in una posizione molto migliore rispetto al suo
principale concorrente, la Cina.
Ricordiamo
anche che non si tratta di un gioco a somma zero: non è tanto l’Occidente che
sta declinando, quanto il resto del mondo che sta crescendo in potenza.
(BRUNO
TERTRAIS)
Parlare
di «Sud globale» è anche un errore strategico, perché l’espressione suggerisce
che è possibile avere un’unica politica nei confronti dei Paesi interessati,
mentre i loro reclami e i loro bisogni sono eterogenei.
Peggio ancora, il suo uso è controproducente:
più la si usa, più si crea una realtà.
La
nostra interlocutrice non aveva del tutto torto.
Come
sottolinea” Sarang Shidore”, che ci piaccia o no, il “Sud globale” è già un
«fatto geopolitico».
Questo
ricorda, “mutatis mutandis”, il concetto di «razza» nel dibattito pubblico:
può
non rappresentare alcuna realtà genetica, ma il suo utilizzo crea un fatto
sociale che costruisce distinzioni artificiali.
Parlare di «Sud globale» promuove l’idea di un
confronto politico con l’Occidente.
A
vantaggio della Cina, che interpreta il ruolo di leader naturale…
Che
fare?
Insieme
ad altri, suggeriamo di evitare o addirittura rifiutare il termine «Sud
globale» nel discorso politico, senza cercare di sostituirlo.
In
effetti, la “Banca Mondiale” ha abbandonato la categoria di «Paese in via di
sviluppo», anche se potrebbe essere definita sulla base di criteri oggettivi
come il PIL o il reddito pro capite.
Non
dobbiamo nemmeno parlare di «resto del mondo», un’espressione che non è molto
attraente e che suggerisce un confronto («The West versus the Rest»), anche se
i Paesi interessati formano un’area di competizione tra l’Occidente e i suoi
avversari — che noi analizziamo in “La Guerre des mondes” come la competizione
di due famiglie, una eurasiatica, piuttosto autoritaria, e l’altra
euro—atlantica e indo—pacifica, piuttosto liberale.
Ma evitiamo anche di evocare uno scontro tra regimi
democratici e Stati autoritari:
a
parte il fatto che sappiamo quanto le lezioni di democrazia possano essere
controproducenti, conosciamo alcuni Stati che si dichiarano del Sud che sono
democratici almeno quanto alcuni appartenenti al blocco occidentale.
I
leader e i popoli che dicono di «volere rispetto» devono naturalmente essere
ascoltati.
Ma
comprendere non significa accettare, e non dobbiamo prendere per buona la
retorica di un’umiliazione di cui gli occidentali sarebbero sistematicamente
responsabili.
“Raymond
Aron” ha scritto:
«Dobbiamo
convincere i popoli europei che non si può vivere del proprio passato, che non
tutto ci è dovuto solo perché si sono vissute delle tragedie».
Questo consiglio rimane valido anche per gli
altri.
A
questo proposito, è importante non permettere all’accusa di «due pesi e due
misure» di prevalere.
Ricordando
che può essere invertita:
quello
che gli anglofoni chiamano «doppio standard» esiste almeno altrettanto dalla
parte di coloro che denunciano l’imperialismo americano e si astengono dal fare
lo stesso verso quello russo.
Sono gli occidentali a difendere una riforma
del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre la Cina non vuole sentire parlare
di adesione permanente dell’India.
E spesso sono loro a essere in prima linea
nella promozione della sicurezza umana e nella protezione dei beni comuni, che
si tratti di aiuti allo sviluppo, della lotta al riscaldamento globale o della
difesa delle popolazioni minacciate.
Il
doppio standard non si trova forse tra chi si lamenta dell’Occidente quando
interviene e dell’Occidente quando non interviene?
Non è
contraddittorio accogliere con favore l’intervento del 1991 sotto la guida
americana per “liberare il Kuwait”, che era stato annesso dall’Iraq, ma contestare il sostegno militare
dell’Occidente all’Ucraina, il cui territorio era stato anch’esso annesso dalla
Russia?
Quanto
al sottolineare che anche le “alture del Golan” erano state annesse, significa
dimenticare che l’aggressore era in quel caso la “Siria”.
Il
rimprovero di egoismo non potrebbe essere rivolto anche alla Cina, che è
riluttante a ridurre le sue emissioni di gas serra, o all’India, che ha vietato
tutte le esportazioni di vaccini nel bel mezzo della crisi del Covid-19?
La
presunta ipocrisia dell’Occidente può quindi essere rivolta contro i suoi
critici, che a volte sono i primi a richiedere un visto per l’Europa o gli
Stati Uniti, o a investire lì i loro patrimoni.
Possiamo
anche mettere tutti d’accordo suggerendo, come ha fatto “Richard Haas, allora”
Direttore del “Foresight” presso il Dipartimento di Stato americano”, nei primi
anni 2000, che «la coerenza è un lusso che non possiamo permetterci in politica
estera».
Non è
contraddittorio accogliere con favore l’intervento del 1991 sotto la guida
americana per “liberare il Kuwait”, che era stato annesso dall’Iraq, ma
contestare il sostegno militare dell’Occidente all’Ucraina, parte del cui
territorio era stato annesso dalla Russia?
“BRUNO
TERTRAIS”
Le
critiche dei Paesi emergenti al cosiddetto ordine liberale — la rete di
istituzioni e standard internazionali sviluppati dal 1945 — sono spesso
eccessive.
Dobbiamo sottolineare, ad esempio, che
quest’ordine ha incoraggiato la decolonizzazione attraverso l’esercizio del
«diritto dei popoli all’autodeterminazione»?
E che,
sebbene le origini di questo ordine siano essenzialmente occidentali, ha
beneficiato di altri contributi, come la «Responsabilità di proteggere»
ispirata dal diplomatico sudanese “Francis Deng”?
Si
tratta quindi di accettare il dibattito senza necessariamente accettare i
continui rimproveri rivolti a un Occidente che è responsabile di tutte le
disgrazie del mondo, ma senza nemmeno pensare che basti spiegarsi meglio perché
i popoli che, a torto o a ragione, si sentono disprezzati comprendano le nostre
posizioni.
In breve: né negligenza, né pentimento, né
condiscendenza.
D’altra
parte, abbiamo tutte le ragioni per lamentarci della “sclerosi delle principali
istituzioni internazionali”, il cui modus operandi riflette un mondo superato.
Viene subito in mente il “Consiglio di
Sicurezza dell’ONU”.
Ma,
come è stato detto, una sua approfondita riforma presupporrebbe un accordo… tra
i “Paesi del Sud”.
Quindi la necessità più urgente diventa quella di
riformare “il Fondo Monetario Internazionale” e la “Banca Mondiale”, dove gli
Stati Uniti hanno il 30% dei voti contro il 15% dei BRICS.
Ridare
legittimità all’ordine liberale significherebbe, per gli occidentali,
impegnarsi alla guida di questo processo.
Prestare
la nostra massima attenzione a questo tema non è solo una questione di
giustizia:
è anche nel nostro interesse, perché è proprio
ponendosi come concorrente di queste istituzioni finanziarie che la Cina sta
muovendo le sue pedine.
“Epstein”:
il caso che
fa
tremare il mondo.
Inchiostro.unipv.it - Francesca Braga – (Giugno
15, 2023) – ci dice:
Un
nuovo caso sta facendo tremare il mondo intero. Un caso dapprima sussurrato nei
corridoi dei grattacieli e dei palazzi, che poi è trapelato su Internet per
finire a riempire i mass media.
Un uomo è al centro di questa vicenda
scioccante, “Jeffrey Epstein”, e un reato è imputato alla sua figura: quello di pedofilia.
Con
questo termine è indicata quella devianza sessuale caratterizzata da
un’attrazione erotica e/o amorosa nei confronti di bambini e neonati, da parte
di persone maggiorenni.
Essa è da sempre considerata uno dei crimini
più odiati e scandalosi della storia dell’uomo, ed è rimasta un vero e proprio
tabù sociale fino al secolo scorso.
Sono
molte le indagini, nella medicina e nella psicologia, che hanno tentano di
studiare tale pratica, la quale ha ispirato anche film e romanzi, tra cui il
celebre “Lolita” dello scrittore russo “Vladimir Nabokov” (1899-1977), che
racconta appunto della passione proibita di un uomo adulto nei confronti di una
bambina di 12 anni.
Uno
scandalo durato 20 anni.
Esiste
l’appartamento di Epstein a New York, dove avrebbe gestito un traffico sessuale
di minori.
Fin
dall’inizio delle indagini nei suoi confronti, avviate nel 2005 dalla polizia
di Palm Beach in Florida per molestie subite da una ragazzina di 14 anni,
Jeffrey Epstein era impiegato nei circoli della finanza e nelle frenetiche
frequentazioni tra banchieri, politici ed élite globali.
Nel
2008 egli ha subito una prima condanna a 13 mesi di detenzione:
i funzionari federali avevano identificato 36
minorenni, di cui il magnate avrebbe abusato sessualmente.
Nel
corso degli anni, sono state numerose le ragazze e le donne che hanno sostenuto
di essere state approcciate e aggredite da Epstein: nell’aprile del 2016, una
donna californiana ha intentato una causa federale per violenza sessuale che
lei avrebbe subito quando aveva 12 anni in una delle feste tenutesi nella
residenza dell’uomo, a Manhattan.
La
causa venne ritirata il 4 novembre 2016, per via delle presunte minacce che
ella ha dichiarato di avere ricevuto.
Nel
2017, la giovane “Sarah Ransome” ha intentato un’ulteriore causa contro “Epstein”,
sostenendo di essere stata abusata nella di lui dimora a New York.
La
donna ha anche fatto il nome dell’imprenditrice britannica “Ghislaine Maxwell”,
compagna di Epstein, accusandola di avere partecipato agli abusi.
La
faccenda è stata risolta nel 2018 a condizioni non divulgate.
Jeffrey
Epstein e Ghislaine Maxwell.
Successivamente,
altre tre donne dichiararono di avere incontrato Epstein quando avevano 17 e 20
anni, e di essere state reclutate, costrette a partecipare ad atti sessuali
indesiderati da parte del tycoon e “altri cospiratori”.
Poco
tempo dopo, una quarta donna di nome “Teala Davies”, annunciò la propria azione
legale per essere stata “sfruttata sessualmente” nel 2002 in Francia, a New
York, nel New Mexico, in Florida e nella Isole Vergini.
Sono
proprio le Isole Vergini a essere tornate al centro di una ennesima inchiesta,
intentata a gennaio del 2020 presso la Corte Superiore del luogo dal
procuratore” Denise George”;
questa volta, è stata la banca statunitense
J.P. Morgan a finire sotto torchio, con l’accusa di avere finanziato le
attività di Epstein per oltre un decennio.
La scioccante dichiarazione rivela infatti che l’uomo,
con la complicità della “Maxwell”, avrebbe gestito nella sua isola privata, la”
Little St. James”, dal 1998 al 2018 un traffico di minorenni ai danni di
bambini e bambine la cui età partiva dagli 11 anni.
Un
raid avviato dall’FBI per perlustrare “The Island of Sin” (“L’isola del
peccato”) ha ritrovato inoltre svariate telecamere nascoste, forse installate
proprio da” Epstein” per filmare le attività sessuali svolte sui minorenni come
forma “d’intrattenimento” o di ricatto.
La
Little St. James, “The Island of sin“.
Ancora
più inquietante è quanto rilasciato dallo stesso finanziere, agli inizi del
2019, in un colloquio con il giornalista del “New York Times” “James Stewart”:
una lunga lista di nomi di alte personalità della
politica, della finanza e dei circoli di Hollywood, che avrebbero partecipato
ai festini organizzati nelle sue lussuose dimore a Parigi, a New York e,
ovviamente, alla “Little St. James”.
Nonostante non sia ancora chiaro fino a che punto
siano coinvolte nelle indagini, dalla “lista nera” emergono figure come l’ex
presidente USA Bill Clinton, il fondatore di Microsoft Bill Gates, Henry
Kissinger, Woody Allen, il principe Andrea Windsor e la di lui ex moglie Sarah
Ferguson, Tony Blair e perfino Charles Spencer, fratello della più nota Diana
Spencer.
Insomma,
una rete intricata di contatti che avrebbe garantito per un lungo periodo a
Epstein l’immunità da qualsiasi accusa e il mantenimento della sua reputazione.
Il
principe Andrea e Sarah Ferguson, sono presenti nella lista.
L’imprenditore
è stato arrestato il 6 luglio 2019 dalla procura di New York, e detenuto al”
Metropolitan Correctional Center”, dove è stato trovato morto il 10 agosto del
2019.
L’autopsia
ha in seguito classificato la morte come un suicidio.
La
principale complice del miliardario,” Ghislaine Maxwell”, è stata invece
condannata a 20 anni di carcere nel giugno 2022 dalla “corte federale di
Manhattan”.
La donna è attualmente detenuta nell’istituto
penitenziario” Tallahassee Federal Correctional Institution”, in Florida.
La
pedofilia su scala globale.
Purtroppo,
i crimini commessi da “Jeffrey Epstein” e “Ghislaine Maxwell” non sono che
punti di un quadro molto più ampio.
Secondo
le stime dell’”UNICEF” circa 2 milioni di minorenni sarebbero sfruttati ogni
anno all’interno dell’“industria del sesso”, con il Brasile che gode di un
triste primato:
viene stimato in 250.000 il numero di bambini
che “lavorano” nel settore della prostituzione minorile e della
pedopornografia.
Gli altri paesi più interessati dal fenomeno
sono la Cambogia, gli Stati Uniti d’America, la Cina, la Nigeria e la Tunisia.
Anche
la “Chiesa Cattolica a Città del Vaticano” è stata spesso accusata di violenze
sessuali su minorenni e possesso di materiale pedopornografico da parte di
sacerdoti, vescovi e catechisti.
Una serie di scandali fra il 1990 e il 2010 ha
travolto più di una diocesi in Irlanda, in Canada, negli USA e nella stessa
Italia.
Tuttavia,
la “Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” di Strasburgo, con una sentenza del 12
ottobre 2021, ha vietato di rivolgersi al Vaticano per quanto perpetrato da
alcuni dei suoi rappresentanti nella penisola o all’estero.
Uno
studio condotto dall’”organizzazione Ecpat “(End child prostitution and
trafficking) rivela inoltre che solo in Italia i turisti sessuali, persone che
viaggiano in cerca di sesso a pagamento con minori, sarebbero circa 80 mila,
per la maggior parte uomini di un’età compresa fra i 20 e i 40 anni.
A
peggiorare la situazione ci sono poi gli 8 milioni di bambini che ogni anno
scompaiono nel nulla senza lasciare traccia:
stando alla” Missing Children Europe”, la rete
di monitoraggio delle ONG europee, la Romania e più in generale l’Europa
dell’Est corrisponderebbero ai territori più colpiti.
Sebbene
per ora non sono state trovate prove a dimostrarlo, è possibile che i minorenni
scomparsi finiscano in larga parte coinvolti proprio nel traffico di pedofilia
internazionale.
Un
famoso detto afferma che i panni sporchi si lavano a casa propria. Quando però
a essere sporchi sono i retroscena di intere nazioni, come si può definire
l’intero fatto?
Dove
si deve guardare, cosa è giusto pensare?
Forse
non c’è una vera risposta.
È chiaro però che, di fronte a pratiche come
la pedofilia – che ledono i diritti, la libertà, la sicurezza dei più piccoli e
non solo – non ci si possa né ci si debba risparmiare.
I diritti fondamentali dell’essere umano
dovrebbero essere la priorità su qualunque altra cosa.
Trattato
Oms, Schillaci: “Faremo gli
interessi degli italiani”.
“Azioni
in continuità con il governo Meloni.”
Ilsussidiario.net
– (23.02.2024) - Josephine Carinci – ci dice:
Il
“nuovo trattato Oms” preoccupa vari governi come quello italiano:
il ministro della salute “Schillaci” ha
promesso che tutto verrà fatto negli interessi degli italiani.
Il
governo tutelerà gli interessi dell’Italia sul “Trattato pandemico” e sulle
norme da inserire nei “regolamenti sanitari internazionali”.
L’assicurazione
è arrivata da “Orazio Schillaci,” ministro della Salute, in risposta alle
preoccupazioni arrivate dal mondo della politica e non solamente.
Le norme, secondo alcuni, “potrebbero
consentire all’Oms “di imporre nuovi lockdown o vaccini anche in Italia ma il
capo del ministero ne è sicuro: verranno tutelati gli interessi degli italiani.
La risposta è arrivata dopo un’interrogazione
presentata in Aula dal senatore della Lega” Claudio Borghi “e dal capogruppo al
Senato “Massimiliano Romeo”.
L’Italia,
come spiegato da Schillaci, partecipa ai negoziati che coinvolgono l’Oms “anche
nell’ambito del coordinamento europeo, attraverso la rappresentanza permanente
a Ginevra, con la collaborazione tecnica del ministero della Salute,
assicurando la difesa e la tutela degli interessi nazionali, primi fra tutti i
principi di equità, uguaglianza e universalità, che sono alla base dei nostri
fondamenti costituzionali”.
L’impegno
più importante, spiega” La Verità”, il ministro lo ha assunto spiegando che “il tema è presidiato e che le nostre
azioni, anche data la nostra presidenza del” G7”, saranno in continuità con
quanto già iniziato da questo governo. Siamo in piena continuità con quanto il
presidente “Giorgia Meloni” ha già affermato in Giappone e in tutte le sedi non
mancheremo di portare avanti gli interessi dell’Italia e degli italiani”.
“Trattato
Oms”, go
verni
preoccupati.
Schillaci
lo ha promesso: sarà tutelato l’interesse dell’Italia e degli italiani nel “nuovo
trattato Oms”.
Borghi
ha chiesto al ministro della Salute di fare in modo che “si intervenga sulla
palla prima che diventi una valanga”.
Come ricorda “La Verità”, nel 2021 i 194 Stati che
aderiscono all’”Oms” hanno deciso di creare “un organismo di negoziazione
intergovernativo” per scrivere il “Trattato pandemico internazionale” sulle
forme di prevenzione e risposta a nuove emergenze.
Il tutto sotto forma di accordo, convenzione o
“altro strumento internazionale”.
“Il
Trattato”, spiega “La Verità”, non dovrebbe coinvolgere direttamente l’”Oms” quanto
più gli Stati membri.
In
ogni caso l’Organizzazione è “regista” dell’operazione.
Vari i
punti che non piacciono ai più come quello che l’”Oms” possa, in caso di “nuova
pandemia”, prendere in mano la situazione a livello globale, mondiale.
Le norme potrebbero arrivare nei prossimi mesi
e detteranno la “linea ai piani pandemici nazionali”, non solo con “il trattato” ma anche attraverso l’”aggiornamento
dei regolamenti sanitari internazionali”.
Dunque
vorrebbe dire che tutto verrebbe deciso a Ginevra e i governi statali
verrebbero ridotti “SOLO “ad una semplice autorità in grado di sorvegliare sul
rispetto di tali norme.
(Infatti
“non sarebbe necessaria alcuna votazione in merito alla modifica dei
regolamenti sanitari internazionali esistenti.” E questo sarebbe un totale
abuso non democratico! N.D.R.)
Trattato
pandemico ed emendamenti
ai Regolamenti di Sanità Internazionale (RSI).
Cmsindipendente.it
– Redazione – (20 – 2 -2024) – ci dice:
No ad
un inutile e costoso nuovo “Trattato Pandemico”.
Maggiore
trasparenza nel processo di negoziazione degli emendamenti ai RSI.
No ad
una cessione di poteri ad una “Organizzazione Mondiale della Sanità” fortemente
influenzata dal settore privato.
(Corruzione!
N.D.R)
Prima
di introdurre riforme per affrontare le emergenze sanitarie si assicuri una
valutazione indipendente e scevra da conflitti d’interesse della gestione
dell’OMS.
L’Italia
rigetti entro il 27 novembre 2023 gli emendamenti approvati dall’Assemblea
Mondiale della Sanità nel 2022, tesi ad accelerare il processo di approvazione dei nuovi
emendamenti ai RSI che saranno presentati nel maggio 2024.
L’Italia
si astenga dal sottoscrivere il nuovo strumento e gli emendamenti ai RSI;
“esiga
la trasparenza del processo in atto” e una valutazione indipendente
dell’operato dell’OMS ed assicuri allo stesso tempo ampia informazione e
dibattito pubblico a livello nazionale, “prima di impegnarsi al rispetto di
strumenti vincolanti”.
Un
coordinamento globale di preparazione e risposta alle pandemie è essenziale.
Tuttavia, prima di impegnarsi in un nuovo
strumento legale o nella modifica di quello esistente, che fornisca
all'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nuove o più ampie responsabilità
e agli Stati membri nuovi obblighi, l'intera gestione delle pandemie dell'OMS
(2020-2023) dovrebbe essere analizzata attraverso un'indagine internazionale e
indipendente.
Tale
valutazione non è stata ancora realizzata.
Sono
invece in corso due processi presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità
(OMS) con l'obiettivo di affrontare le possibili sfide future in materia di
salute pubblica, sebbene la preparazione e la risposta alle pandemie,
coordinate a livello globale, possano essere adeguatamente gestite nell'ambito
dei RSI 2005, eventualmente modificati sulla base delle lezioni apprese.
Per
comprendere alcune delle preoccupazioni è importante sottolineare che l'OMS ha
perso negli anni la sua indipendenza, non solo a causa del congelamento del suo
bilancio ordinario e della necessità di fare affidamento per oltre l'80% su
contributi volontari fortemente condizionati dai donatori, ma anche a causa di
un'alta percentuale di tali contributi provenienti dal settore privato.
Osserviamo una progressiva "cattura del
regolatore" da parte di interessi privati attraverso meccanismi complessi
ma ben studiati, tra cui e sempre più “il ruolo del multistakeholderismo previsto
da Klaus Schwab del Word Economic Forum”, che distolgono risorse e frammentano
lo scenario sanitario globale.
Se non
si corregge questa situazione, non sarebbe saggio aumentare il potere dell'OMS
a scapito della sovranità degli Stati membri.
Un
nuovo trattato pandemico aggiungerebbe confusione piuttosto che semplificare e
rendere più efficace la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie.
(Documento
completo della CMSi sul Trattato pandemico - download PDF -)
L'ERA
DELLE PANDEMIE.
«Italia
attenta, col trattato
pandemico rischi l'esproprio».
Lanuovabq.it
– Andrea Zambrano – Francesca Donato -
(9 -12-2023) – ci dicono:
Nel
silenzio generale l'Oms sta pianificando la gestione di prossime pandemie
sottraendo sovranità ai singoli Stati.
Lockdown,
Green pass, vaccini: tutto sarà diretto dall'alto senza possibilità di opporsi.
Ecco
come.
Intervista all'eurodeputata “Francesca Donato”.
L’ingerenza
dell’”Organizzazione Mondiale della Sanità” (Oms) nelle politiche dei singoli
stati sta diventando qualcosa di pervasivo e oppressivo.
Due
sono gli strumenti attraverso i quali l’”organizzazione sovranazionale “detta
le condizioni per una gestione centralizzata e globalista della sanità:
il “trattato
pandemico” e il “Regolamento Internazionale della Sanità”, uno strumento scritto nel 2005 ed
emendato nel 2022 con un accrescimento esponenziale dei poteri dell’Oms a cui
gli Stati dovranno sottostare.
Entrambi
gli strumenti devono essere pienamente adottati.
È
questo il motivo per cui da diverso tempo se ne parla con preoccupazione.
La
gestione globalizzata della pandemia, infatti, ha accresciuto a dismisura
il potere dell’Oms, che giova ricordarlo, è finanziata solo per un misero 15%
dagli Stati membri che sono 192.
La
restante parte dei finanziamenti è frutto di ingenti donazioni di privati che
vedono ai primi posti la Bill & Melinda Gates Foundation e la Gavi
Alliance, nata per la promozione dei vaccini.
In
questo quadro di pesante interferenza anche economica nell’indipendenza
dell’Oms,
si inseriscono i due strumenti che i singoli Stati dovranno accettare e
adottare in maniera vincolante.
Con
l’aiuto di “Francesca Donato”, europarlamentare indipendente, vediamo di che
cosa si tratta.
«Del
Trattato Pandemico si è iniziato a parlare dopo il Covid. Attualmente è in fase
di definizione una bozza che viene continuamente aggiornata e modificata in un
processo molto opaco che deriva dalla delega che il Consiglio europeo ha dato
alla Commissione Europea. Pertanto, e qui sta il primo problema, non arrivano
informazioni all’Europarlamento».
La
versione finale di questa bozza verrà approvata a maggio 2024 nel corso
dell’Assemblea generale annuale dopo di che i paesi membri dovranno dichiarare
se lo accettano o no e ratificare in Parlamento.
È per questo motivo che è più che mai
necessario informare l’opinione pubblica su quanto sta accadendo.
Le
prescrizioni che sono indicate, intanto, sono decisamente folli.
«Con
questo trattato – prosegue Donato - la sovranità nazionale sarà definitivamente
azzerata e tutte le decisioni saranno prese dalla conferenza delle parti senza
possibilità di veto.
In questo modo la volontà dei popoli sarà
tradita».
Vediamo
alcuni punti salienti, che l’eurodeputata ha illustrato in un video sul suo
canale “Youtube”.
Anzitutto
sarà vincolante per gli Stati membri e in esso si riconoscerà il ruolo centrale
dell’Oms come direzione e coordinamento sanitario internazionale nelle pandemie
e nella generazione di prove scientifiche.
Questo
significa che le prove scientifiche di una pandemia o di una strategia
vaccinale saranno accettate solo se provengono dall’Oms.
In
secondo luogo, gli Stati dovranno collaborare alla pari con i finanziatori
privati, tra i quali, come abbiamo visto, siedono Ong e lobby, ciascuna con
interessi che potrebbero non coincidere con l’interesse pubblico o mascherarlo
abilmente.
«Ciò
che desta sconcerto – prosegue – è che le ripercussioni delle pandemie
coinvolgeranno anche gli impatti socio-economici facendo passare il concetto
che la diffusione del virus sia causata dalla mancanza di effetti e restrizioni
decise dai governi, quando invece sappiamo che è piuttosto il contrario».
Il
documento, inoltre, disegna uno scenario temporale di pandemia e di intra
pandemia e gli investimenti degli Stati dovranno essere orientati per mantenere
la struttura di controllo anche a livello economico:
il 5% della spesa sanitaria degli Stati dovrà
essere versata proprio per la preparazione e gestione della future pandemie.
Tradotto:
vivremo nell’era delle pandemie, o perché l’Oms ne dichiarerà una o in attesa
di una prossima, imminente, pandemia.
Si
afferma inoltre uno stretto legame tra la scienza e i decisori politici. Ma
quale scienza?
Dato
che le pressioni lobbystiche delle case farmaceutiche nelle politiche dell’Oms
sono massicce, la scienza coinciderà con gli esperti allineati alle stesse
lobby, chiamati a esercitare un apporto di tipo consultivo sempre più
vincolante.
«Così
gli interessi – insiste l’eurodeputata – saranno calpestati dalle esigenze
della cosiddetta scienza».
Nella
bozza si parla anche dell’”approccio One healt”:
una
sola salute che deve tenere conto di tutte le “emergenze” autoproclamate, dal
cambiamento climatico all’uso del suolo, dal commercio della fauna selvatica
alla desertificazione.
Questo
per quanto riguarda la preparazione alle prossime pandemie che, sembra già dato
per scontato, arriveranno.
Ma che
cosa succede quando arriverà la pandemia?
«Anzitutto
è bene rimarcare che nel trattato pandemico spetterà solo al direttore generale
Oms il proclamarla, ma nella sua definizione si ignora completamente
l’estensione geografica optando per un’estensione globale che rimanda così a
interventi su scala mondiale».
Questi
sono solo alcuni degli aspetti critici che emergono dal nuovo trattato
pandemico.
Ma che cosa si può fare di fronte a questa ingerenza
sovranazionale che imporrà arbitrariamente lockdown, campagne vaccinali, diffusione di strumenti di controllo
come il green pass?
«È
bene ricordare che l’Oms non è scesa dal cielo, è un’organizzazione di stati
membri dove ognuno di essi ha un rappresentante pro quota, così come per tutte
le altre organizzazioni internazionali.
Io sono la prima a denunciare le cessioni di
sovranità a queste organizzazioni, ma se accade tutto questo è con i singoli
governi che dobbiamo prendercela».
Anche
il Governo italiano?
«Certo
e credo che il Ministro della Salute Schillaci dovrebbe dire qualcosa per
esercitare una sovranità che ancora c’è, ma se il Paese membro non la esercita
e non esprime nessun parere contrario durante i lavori le cose sono due:
o la accetta o ha già deciso di rigettare
tutto quanto quando sarà il momento dell’approvazione finale.
Non
possiamo permetterci un esproprio dei cittadini».
Lo
stesso esproprio dei diritti dei cittadini potrebbe verificarsi con il “Regolamento
internazionale della sanità”.
Le attuali proposte riducono i termini dei
paesi membri per rigettare le modifiche e se non vengono rigettate diventano
automaticamente valide.
Dato che nel trattato del 2005 era previsto
che gli emendamenti fossero trattati con questo sistema, ne consegue che
accorciare questi termini toglie spazio e tempo ai Paesi per riflettere sugli
emendamenti e le modifiche del 2022, che contengono, e questo è il problema,
elementi che possono essere penalizzanti per gli stati.
«Neanche
stavolta è stato coinvolto il Parlamento, ma neppure la Commissione.
Le decisioni sono state prese dall’”Oms”, dove
i rappresentanti degli Stati non hanno detto nulla.
Noi
come eurodeputati, abbiamo ritenuto necessario sollevare questo tema.
Perciò, perché siano validi questi
emendamenti, è necessario che l'Oms dimostri che è stata rispettata la
procedura e che quindi sia stata decisa con la maggioranza dei voti presenti,
ma l’organizzazione non ci ha mandato nessun elemento che comprovasse
l’esistenza di questa maggioranza».
In
sostanza, mancando le prove di voto la data di cui si è parlato del “30
novembre 2023” come termine perentorio per un suo rigetto, è da ritenersi
invalida e pertanto quella revisione, completamente nulla.
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