La Scienza di Stato.

 

La Scienza di Stato.

 

 

Francia: Macron Prevede

il Carcere per la “Vaccine Hesitancy”

sui Vaccini Anti-Covid.

Conoscenzealconfine.it – (23 Febbraio 2024) - Lorenzo Poli – ci dice:

 

In Francia, con la scusa di reprimere le “sette”, si cerca di imporre la “scienza di Stato”.

Il Parlamento francese, su proposta del governo Macron, ha infatti approvato nei giorni scorsi un emendamento all’articolo 4 della legge sulla “Lotta alle aberrazioni settarie “, che introduce una pena fino a tre anni di reclusione e un’ammenda fino a 45.000 euro per chiunque esprima “esitazione vaccinale” sui vaccini anti-Covid.

Secondo la legge – votata in blocco dalla destra, dall’estrema destra e dai socialisti francesi – si può dibattere su tutto:

 chemioterapici vari, libertà di scelta vaccinale, obbligatorietà vaccinale, vaccinazioni in generale, ma non sui vaccini m-RNA.

Quest’ultimi sono stati legalmente blindati, protetti con una sorta di scudo penale che non consentirà a nessuno di metterne in discussione l’efficacia o la sicurezza, nemmeno davanti a prove contrarie.

È punita con un anno di reclusione e un’ammenda di 15.000 euro anche il semplice invito “ad astenersi” dal seguire un trattamento medico terapeutico o profilattico, come ad esempio un vaccino, allorché tale abbandono o astensione venga presentato come benefico per la salute delle persone interessate quando invece, allo stato delle conoscenze mediche, ciò sia chiaramente suscettibile di comportare gravi conseguenze per la loro salute fisica o psicologica, tenuto conto della patologia di cui soffrono.

È punibile con le stesse sanzioni la provocazione ad adottare pratiche presentate come aventi scopo terapeutico o profilattico nei confronti delle persone interessate allorché è evidente, allo stato delle conoscenze mediche, che tali pratiche espongono le stesse ad un rischio immediato di morte o di lesioni tali da comportare mutilazioni o invalidità permanente.

Questo significa che anche terapie considerate alternative ai protocolli ufficiali non devono essere utilizzate, prevedendo la sanzione per chi le raccomanda.

Insomma, la Francia non tollererà più comportamenti come quello del professor “Didier Raoult”, ex-primario infettivologo dell’“IHU Mediterranee” di Marsiglia, che fin dagli inizi della Covid-19 curò con successo i suoi pazienti grazie all’idrossiclorochina, all’eparina e agli antinfiammatori.

“È qualcosa che non si è mai visto nella storia della Medicina, ovvero la promulgazione di un dogma laico dell’infallibilità di un prodotto farmaceutico” – ha affermato il dottor “Paolo Gulisano”, tra i più grandi sostenitori delle cure domiciliari in fase precoce ai tempi della Covid-19.”

 

Questo provvedimento legislativo è stato ironicamente definito “emendamento Pfizer” in quanto di fatto equipara la “libertà di scelta terapeutica, di trattamento e di cura” a una “deriva settaria” e criminalizza chiunque sconsigli trattamenti medici che siano “evidentemente idonei” sulla base delle attuali conoscenze mediche. In realtà, viene sancita una sorta di “verità scientifica di Stato”.

 

Se questo significa “lotta alle derive settarie”, la deriva opposta è quella verso un controllo dispotico della scienza in favore di uno scientismo dogmatico, dell’informazione a discapito dell’informazione nonviolenta e critica, del pensiero in favore del conformismo.

 L’unico ad opporsi criticamente è stato “La France Insoumise”, partito di sinistra guidato da “Jean-Luc Mélenchon”, che ha denunciato questo provvedimento (traduzione in italiano) come una “minaccia per la libertà”.

Le nostre libertà costituzionali fondate sui principi di libertà di scelta e diritti umani, tra cui in primis l’inviolabilità dell’integrità umana, l’intangibilità del corpo, la dignità umana e la libertà di espressione, vengono completamente erose, sacrificate sull’altare del “progresso scientifico” e rinnegate dai rappresentanti che il popolo sovrano aveva eletto.

Sembra quasi che la difesa dell’intoccabilità della tecnologia mRNA, già canonizzata con i Premi Nobel per la Medicina 2023 al soldo di Pfizer (nonostante le enormi lacune e precedenti fallimenti), stia diventando sempre più intransigente.

“La giustificazione governativa è quella di fermare la ‘disinformazione’, ovvero una informazione diversa da quella ufficiale.

È una indicazione precisa che viene dall’”Organizzazione Mondiale della Salute”, ed è uno dei punti fondamentali del “Trattato Pandemico” che dovrà a breve essere approvato.

Quanto è stato deciso dal Parlamento francese, può costituire un significativo precedente” – ha scritto il “Dottor Gulisano”.

Proprio in base a questa legge, la Francia sarà uno dei cinque Paesi in cui “Google” lancerà una campagna “anti-disinformazione” in vista delle elezioni europee, quando i cittadini dell’UE eleggeranno un nuovo Parlamento europeo per approvare politiche e leggi, e molti temono che la diffusione della controinformazione online possa influenzare gli elettori.

“Jigsaw” di Google pubblicherà annunci su “TikTok” e “YouTube” in Belgio, Francia, Germania, Polonia e infine anche in Italia, utilizzando tecniche di “prebunking” per aiutare gli spettatori a identificare i “contenuti manipolativi” prima di incontrarli.

Agli spettatori che guardano gli annunci su “YouTube” verrà chiesto di compilare un questionario su ciò che hanno appreso sulla disinformazione.

Da molti anni, prima nelle situazioni di conflitto e poi con la crisi sanitaria da Covid-19, la “lotta alle fake news” non ha agito contro la disinformazione ma è diventata un’arma politica strumentale per fabbricare consenso e reprimere il dissenso, arrivando anche a oscurare e censurare i siti di controinformazione indipendente.

Per opporsi al dominio delle opinioni e all’omologazione dell’informazione mainstream sarebbe opportuno organizzarsi in siti di contro-debunking per difendere l’autorevolezza della controinformazione indipendente.

(Lorenzo Poli).

(assis.it/le-modifiche-al-regolamento-sanitario-internazionale-delloms-un-bene-o-un-male/)

(pressenza.com/it/2024/02/francia-macron-prevede-il-carcere-per-la-vaccine-hesitancy-sui-vaccini-anti-covid/).

 

 

 

Vaccini obbligatori per decreto legge:

 scienza moderna e "scienza di Stato"

 

Altalex.com – (08/06/2017) - Riccardo Bianchini – ci dice:

 (Riccardo Bianchini è Avvocato del Foro di Prato).

Pochi temi impegnano le coscienze, portando a schierarsi sulle sponde della contrapposizione fra giusto e sbagliato (per non dire fra Bene e Male), come quello della vaccinazione dei bambini. Un contrasto dai toni sempre più accessi e all'interno del quale sembra destinata a soccombere, prima di tutti, una corretta idea di Scienza, la quale rischia di diventare – come meglio si dirà nel prosieguo – un simulacro di sé stessa.

Da un lato la maggioranza rumorosa dell'establishment medico e la maggioranza (molto meno rumorosa) dei genitori che hanno ritenuto di aderire, più o meno criticamente, alle linee dettate dalla posizione dominante nel campo della politica medica.

Dall'altro lato una minoranza di medici - oramai molto poco rumorosa perché relegata al silenzio, pena il rischio della radiazione dall'albo professionale - e una minoranza di genitori che hanno deciso di discostarsi, più o meno consapevolmente, dalle linee dettate dalla posizione dominante nel campo della politica medica.

Si è usato volutamente questa locuzione di “posizione dominante nel campo della politica medica” e occorre soffermarsi sul perché non si è usato, ad esempio e più semplicemente, quella di “posizione dominante in campo medico”. Ciò poiché il campo medico, come ogni altro ambito scientifico, non può conoscere una posizione “dominante”.

Perlomeno non se si assegna a tale termine un significato connotato in termini di potere.

Il portato della cultura scientifica moderna è proprio quello di un sano scetticismo che avvolge tanto opzioni credenziale quanto opinioni scientifiche:

 opinioni che possono definirsi “scientifiche” proprio perché mai portatrici di una verità assoluta e incontrastabile, ma sempre verificabili, falsificabili e criticabili, e accettate come migliore approssimazione alla verità fintantoché non sopraggiunga una spiegazione in senso causale (o in senso nomologico, perché anche la nozione di “spiegazione” è discussa e discutibile in un ambito autenticamente scientifico) ritenuta migliore.

 Concetti di verità assoluta e di certezza definitiva non sono compatibili, soprattutto nella loro variante di verità e certezza non contestabili, con la cultura moderna e con l'idea di scienza ad essa connaturata.

Nemmeno si è voluto usare la locuzione “dominante in campo politico”.

Questo perché non si vuol neppur minimamente cedere all'idea di dirottare l'intero dibattito verso una deriva dal sapore populista o, peggio, complottista.

Quella in gioco non è una questione riducibile al solo terreno politico ed a un rapporto di forze, in quanto una disposizione normativa emanata su questa tematica non potrebbe essere il frutto del solo potere politico.

Se una disposizione normativa fosse palesemente contrastante con la migliore scienza ed esperienza medica, non si potrebbe che rigettarla in quanto viziata da un dogmatismo che ci auguriamo sia stato relegato al passato.

La questione che ci occupa investe dunque necessariamente due campi, quello medico-scientifico e quello politico-normativo, che in questa occasione si intrecciano indissolubilmente:

ecco perché si è usato la faticosa locuzione “dominante nel campo della politica medica”.

Tuttavia, tali due campi hanno caratteristiche completamente opposte.

La scienza non può mai dirsi portatrice di certezze assolute, pena una contraddizione con la definizione stessa di scienza intesa in senso moderno.

 In campo medico, come in ogni campo scientifico, il ruolo primario spetta alla pratica del dubbio scettico, dovendo invece essere evitato ogni approccio di natura dogmatica.

La scienza medica deve essere intesa (dal potere politico, dalla società civile e, soprattutto, da sé stessa), qui come altrove, come portatrice della migliore esperienza oggi disponibile, i cui esiti siano sempre migliorabili e suscettibili di revisione:

e dunque sempre contestabili.

Il diritto, quello dei Governi e dei Tribunali, al contrario, non può che conoscere certezze, perché per decidere di una controversia il giudice ha necessità di fondare la propria sentenza su di un qualcosa di stabile: una norma che, in ultima analisi, in quanto divenuta legittimamente norma è appunto indiscutibile, non contestabile.

Scienza e diritto sono quindi contrapposti strutturalmente, in quanto implicano un atteggiamento culturale e psicologico l'uno opposto dell'altro.

 La scienza, per essere autenticamente tale, deve continuamente coltivare il dubbio in ordine ai migliori risultati raggiunti, che per quanto ben accreditati rimangono per sempre teorie, opinioni. Il diritto, per dirimere una controversia, ha necessità di certezze e non di opinioni.

Ecco allora che quando tali due mondi entrano in contatto accade questo: che una opinione – quella scientifica – deve tramutarsi in una certezza da porre alla base della decisione.

E ciò è quel che accade quando l'oggetto di un giudizio sia la conferma o la smentita di una teoria scientifica.

Fatte queste premesse di ordine generale, può osservarsi, sul piano dell'attualità giuridica, come l'opinione che vede come giusta (per non dire un Bene) l'obbligo vaccinale abbia forti supporter istituzionali: il Governo e i vertici degli Ordini dei medici quanto meno.

Solo poche settimane fa è assurta agli onori della cronaca la radiazione di un medico anti-vaccini da parte dell'Ordine dei Medici di Treviso (presumibilmente, ma le motivazioni non sono state ancora rese note, proprio per la militanza di questi sul fronte anti-vaccini).

 Radiazione che faceva seguito al fermo documento emanato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) del 8.7.2016 in cui veniva espresso in modo chiaro il punto di vista della Federazione stessa, laddove, dopo aver argomentato in ordine alla necessarietà della pratica vaccinale, testualmente si affermava quanto segue

“Solo in casi specifici, quali ad esempio alcuni stati di deficit immunitario, il medico può sconsigliare un intervento vaccinale.

 Il consiglio di non vaccinarsi nelle restanti condizioni, in particolare se fornito al pubblico con qualsiasi mezzo, costituisce infrazione deontologica” (Vaccini: la FNOMCeO scende in campo e presenta il suo documento).

Vi è poi da dire che sul web circola una “lettera aperta”, sottoscritta da una nutrita serie di medici, indirizzata al “Presidente dell'istituto Superiore della Sanità”, volta ad argomentare, in modo piano e discorsivo, la propria perplessità relativa all'uso delle terapie vaccinali di massa.

Il primo firmatario di tale lettera è stato il primo medico radiato, mentre altro firmatario della stessa, si apprende proprio in queste ore, sarebbe stato radiato dall'Ordine dei Medici di Milano)

Ecco perché in apertura di questo scritto si è detto che la minoranza dei medici che vede nella vaccinazione massiva obbligatoria un errore (per non dire un Male) è stata relegata al silenzio: esporsi, per un medico anti-vaccini, significa rischiare niente meno che la radiazione dall'albo professionale.

Al contempo, però, una nota trasmissione televisiva ha recentemente diffuso una indagine giornalistica volta a porre sotto una luce tutt'altro che benevola la pratica della vaccinazione di massa, destando un forte clamore negli utenti del servizi0 sanitario.

 E, al contempo, il “Presidente dell'ordine dei Medici” di Bologna, si è espresso apertamente («La situazione richiede equilibrio da parte di tutti») contro la Legge regionale dell'Emilia Romagna distinguendo la propria posizione dal coro, ed attirando su di sé, nonostante la pacatezza dei toni usati, fortissime critiche.

Passando rapidamente al contesto giurisprudenziale, può poi notarsi come da un lato vi siano pronunce rese da Tribunali italiani che – ad esempio – attestano la sussistenza di un nesso di causalità fra vaccinazione e autismo (ad es. Tribunale Pesaro, Sez. Lav., 11 novembre 2013, n. 624, Tribunale di Milano, Sez. Lav., 23 settembre 2014) e dall'altro sentenze che negano tale nesso causale (Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 16 giugno 2016, n. 12427).

Vi sono poi pronunce recentissime del Giudice Amministrativo che affermano la legittimità della scelta di un Comune di legare l'iscrizione agli asili comunali all'adempimento all'obbligo vaccinale (Consiglio di Stato, sez. III, ordinanza 20 aprile 2017, n. 1662).

 

Il contesto, come è facile vedere, è estremamente frastagliato e la società civile risulta divisa: probabilmente non in parti uguali, ma comunque divisa.

Una divisione lacerante, in quanto da una parte si ritiene che il mancato raggiungimento di una percentuale di soggetti vaccinati renda la vaccinazione stessa meno efficace, e dall'altra parte che la vaccinazione di massa possa arrecare un pregiudizio alla salute del singolo e, in alcune versioni del fronte anti-vaccino, ad un potenziamento degli effetti nocivi delle malattie che si intenderebbe debellare.

In sostanza, i due fronti si accusano reciprocamente di attentare ciascuno alla salute dell'altro. Peggio: alla salute dei figli dell'altro.

Le due parti in causa, però, non sono poste su di un medesimo piano: l'una, quella pro-vaccini, in quanto “dominante nel campo della politica medica”, ha avuto in mano il potere di definire come contrario all'ordinamento deontologico medico l'atteggiamento di chi esprima posizioni anti-vaccino, ed ha esercitato tale potere.

I due campi, quello della scienza (fatta di sole opinioni e teorie) e quello del diritto (necessariamente teso alla ricerca di certezze) si sono toccati, e una “opinione scientifica”, quella prevalente, è divenuta sotto il profilo deontologico norma giuridica.

Una opinione scientifica, da tesi sottoposta al vaglio critico della comunità scientifica, è diventata norma deontologica, e dunque si è sottratta ad ogni tipo di dibattito e possibilità di contestazione.

Ma così facendo, ossia trasformando una opinione scientifica (per quanto prevalente) in una certezza incontestabile, la comunità scientifica tradisce l'idea stessa di scienza moderna.

A quanto fin qui evidenziato occorre aggiungere qualche precisazione.

È chiaro che la comunità medica deve avere al proprio interno una qualche forma di antidoto per evitare che improvvisati ciarlatani convincano pazienti ingenui o mal informati a sottoporsi a cure stravaganti.

Ed è chiaro che in un tale scenario l'opinione scientifica prevalente, in quanto pressoché unanime, non possa che diventare regola deontologica.

Ma qui non pare proprio che sussista tale unanimità, in quanto il fronte anti-vaccini appare come una schiera di medici numericamente significativa:

tant'è, appunto, che la “FNOMCeO” ha adottato un apposito atto a tale riguardo, di cui non vi sarebbe stato bisogno se a sostenere la tesi anti-vaccino fosse stato solo qualche elemento isolato.

Per meglio intendersi, pare ben diverso assumere come regola deontologica il divieto di pratiche non seguite dalla quasi unanimità della comunità medica, da quella di vietare, ad esempio, pratiche come l'omeopatia, oramai assai diffusa nella comunità medica stessa.

 

È evidente che vi è una tensione fra due contrapposte esigenze: quella di garantire che i pazienti non siano indotti a pratiche palesemente errate, e quella di garantire la libertà di scelta del paziente e il libero sviluppo della ricerca scientifica (che potrebbe passare anche attraverso opinioni ritenute, prima face, stravaganti come quella che affermava che la Terra non fosse né piatta né posta al centro dell'universo...).

Una tensione irrisolvibile, e che dunque dovrebbe guidare chi detiene il potere di dettare la norma deontologica ad un esercizio estremamente prudente di tale potere ed estraneo anche al solo sospetto di una sua strumentalizzazione (finanziariamente interessata! N.D.R.).

 

Su questo scenario interviene un atto normativo del Governo, un decreto legge che disciplina l'intera materia (D.L. 73/2017), prevedendo una estensione dell'elenco dei vaccini obbligatori (portandoli da 4 a 12) e imponendo pesanti “sanzioni” per il caso di mancato rispetto dell'obbligo.

“Sanzioni”, appunto, fra virgolette, perché il termine non pare giuridicamente corretto.

 La conseguenza della mancata vaccinazione va infatti dalle sanzioni pecuniarie propriamente dette, alla impossibilità di accedere al sistema scolastico e giunge fino alla perdita della potestà genitoriale.

Già sul tema delle conseguenze del mancato rispetto dei nuovi obblighi vi sarebbe molo da dire, ma l'oggetto del presente scritto è un altro.

 

Abbiamo ricostruito lo scenario di fondo su cui è intervenuto il Governo e, lasciando ad altri (o meglio, per le ragioni che si dirà, sperando che ci sia per altri) spazio per un dibattito nel merito delle pratiche mediche obbligatorie e delle relative modalità applicative, giungiamo alle considerazioni che più ci premono: considerazioni di stampo strettamente giuridico e che danno senso al titolo scelto.

Due elementi, infatti, sembrano stridere fortemente con il patrimonio culturale che dovrebbe essere proprio di ogni giurista:

che il Governo sia intervenuto con un decreto legge su questo tema e in questo contesto;

 e, prima di ciò, che la comunità medica abbia privato i medici anti-vaccino della piena libertà di espressione del loro pensiero.

Chi scrive non ha difficoltà a vivere né in una legislazione che lasci al completo arbitrio di ciascuno l'accesso alla vaccinazione né in una legislazione che imponga un obbligo vaccinale (più o meno esteso che sia, ma queste già sarebbero considerazioni di merito).

Ma una qualsiasi decisione sul tema dovrebbe essere presa – anzi, non può che essere presa – attraverso un atto legislativo preceduto da un aperto dibattito pubblico, esente da censure o limitazioni di qualsiasi sorta.

Infatti, se non vi sono difficoltà ad accettare una legge democraticamente e legittimamente approvata, le difficoltà divengono estreme quando si avverta un contrasto fra ciò che sta avvenendo ed i valori fondanti la cultura giuridica, italiana ed europea, contemporanea.

E non si può non avvertire tale contrasto allorquando un Governo intervenga su un tema così fortemente segnato dal contrasto sociale con un mezzo, il decreto legge, che niente dovrebbe aver a che fare con questioni di scelta di coscienza.

 Un mezzo violento, quello del decreto legge, che esclude ogni possibilità di dialogo preventivo.

Un mezzo violento, sotto il profilo giuridico, che pare molto poco compatibile con il parametro costituzionale volto a limitarlo a casi di urgenza ed eccezionalità.

Ma tutto questo trova un secondo elemento di forte contrasto con la cultura delle libertà e della democrazia che aggrava l'operato del Governo:

il precostituito silenzio a cui è stata relegata la parte (esigua o cospicua che sia, a questo punto non è più dato saperlo) dei medici che hanno una opinione diversa rispetto a quella dominante nel campo della politica medica.

Stiamo assistendo a un dibattito pubblico, vertente su posizioni medico-scientifiche, in cui una parte ha zittito l'altra, riuscendo ad ottenere che al dissenso corrisponda l'esclusione dalla comunità scientifica stessa (si è detto infatti del documento della FNOMCeO e della già intervenuta radiazione di un esponente del fronte anti-vaccino).

Se – come sopra accennato - la scienza medica rischia di tradire se stessa laddove venga affermato che vi sono “certezze” e “verità” assolute in ambito scientifico, sottratte al diritto di critica, sicuramente sta travolgendo i più semplici criteri della democrazia laddove il dibattito viene raso al suolo attraverso la privazione dello status di medico per chi levi voci contrarie a quella dell'opinione dominante in campo di politica medica.

Ben venga un provvedimento normativo volto a regolare la materia, ma che questo provvedimento sia adottato con mezzi adeguati (ossia una legge, o quantomeno un decreto legislativo preceduto da una legge delega, e non un decreto legge) e solo all'esito di un effettivo contraddittorio fra le varie posizioni in campo.

Altrimenti - ed  questa la gravità massima insita in un meccanismo che si è innescato, un cortocircuito fra diritto e scienza che ricorda troppo da vicino ciò che in un passato che davamo per superato accadeva fra diritto e religione – si lascia campo libero alla possibilità che prima si facciano tacere i dissenzienti, e poi in questa forzata unanimità di vedute si affermi che la “scienza medica unanime concorda con l'impostazione della norma”.

La scienza ha per secoli dato lezioni di democrazia alla politica, mostrando come proprio la cultura del dialogo, del dubbio scettico e della ferma condanna di forme vecchie e nuove di dogmatismo e di “scomunica” siano i principali antidoti per preservare la libertà del pensiero e delle istituzioni.

Oggi è una comunità scientifica, quella dei medici, ad usare il proprio potere per zittire il dissenso scientifico, per annientare le voci contrarie, verosimilmente in una prospettiva pur anche ben animata dall'intento di perseguire un “Bene superiore”: ossia la migliore tutela della salute.

Ma, si è detto, proprio l'idea moderna di sapere scientifico ha portato la società a comprendere come nessun “Bene superiore” debba mai ostacolare il libero esercizio dell'espressione del pensiero.

Vorrei che una legge sui vaccini chiara in Italia ci fosse, ma che essa passasse attraverso un dibattito, pubblico e politico, effettivo, ossia non influenzato dall'azzeramento delle posizioni ritenute - a questo punto non possiamo usare che un termine - “eretiche”.

Il rischio, mettendolo a fuoco chiaramente, è di dare spazio ad una idea di scienza che non sia più autentica scienza intesa in senso moderno, ma una pericolosa variante dogmatica che potremo solo chiamare “scienza di Stato”, in quanto legata al potere normativo e alle regole deontologiche.

Se si prosegue su questa strada, si pone uno strappo a principi talmente basilari che vi è il rischio di dare per buono un modo di operare - che oggi riguarda il tema dei vaccini, già fortemente legato a quello dei valori e libertà costituzionali, e che domani potrà riguardare qualsiasi cosa – che pone finanche in discussione la tenuta democratica del sistema.

Il senso di ingiustizia che si avverte è fortissimo.

 

 

 

 

Tutto quello che avreste voluto

 sapere sulla “diplomazia scientifica”

(ma non avete mai osato chiedere)

 Scienzainrete.it - Luca Carra – (02/03/2023) – ci dice:

 

In un momento in cui c’è particolare bisogno di diplomazia, arriva sugli scaffali il libro “Ragione di Stato, ragione di scienza” di “Giacomo Destro” (Codice edizioni, 2023), dedicato per buona parte alla “diplomazia scientifica”.

Ma anche, come vedremo, alle varie forme - non tutte entusiasmanti - in cui si è declinato il rapporto fra scienza e politica negli ultimi due secoli.

Con “diplomazia scientifica” si intendono parecchie cose, ma in prima approssimazione possiamo dire che ci troviamo nel campo dei rapporti fra scienza e politica internazionale, vale a dire quelle attività gestite tipicamente da agenzie internazionali che si sostanziano in accordi e trattati sui più diversi temi ed emergenze planetarie.

La ricerca scientifica ha spesso bisogno della diplomazia per proiettarsi sulla scena internazionale con grandi sfide e progetti.

La politica a sua volta ha bisogno della scienza, per esempio per tenere aperto un dialogo altrimenti difficile fra Paesi in conflitto, oppure per governare alla luce di dati e conoscenze situazioni complesse come il cambiamento climatico o una pandemia.

Dalla lettura del libro “Ragione di Stato, ragione di scienza “di “Giacomo Destro” (Codice edizioni, 2023) si può affermare grossolanamente che se la scienza è stata negli ultimi secoli il motore dei grandi cambiamenti tecnologici e quindi sociali ed economici, ma con un rapporto ancillare con la politica, con il passare del tempo è cresciuto anche il suo peso nella governance delle questioni di rilievo internazionale, com’è normale che sia in una “società della conoscenza”, o, come preferisce chiamarla Destro, “dei Big Data”. 

Tuttavia sarebbe un errore pensare che gli scienziati si possano sostituire a diplomatici e politici, come vedremo nella disamina del libro.

Il “Technion” e la politica scientifica del “Sionismo”.

Il libro si apre con la suggestiva ricostruzione della nascita del Technion nel 1912 a Haifa.

 Ben prima che nascesse lo Stato di Israele nel 1948, la tessitura diplomatica delle cancellerie europee e mediorientali consentì infatti l’”istituzione del primo Politecnic”o voluto dalla comunità ebraica proprio in Palestina, affinché, almeno nelle intenzioni dell’epoca, tutti potessero godere dei frutti dell’innovazione tecnologica.

Ragione per cui anche le autorità arabe presenziarono alla posa della prima pietra del “Technion” a Haifa.

Poi, come noto, la storia si andò complicando con la nascita dello Stato d’Israele, ma probabilmente la situazione dei rapporti arabo-israeliani sarebbe ancora più critica senza le collaborazioni scientifiche della rete di atenei in Medio Oriente.

Uno dei centri di maggior collaborazione fra israeliani, palestinesi e ricercatori di stati arabi è l’acceleratore di particelle “SESAME “(Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East), attivo da pochi anni in Giordania dopo una lunga gestazione.

“SESAME” in realtà non è altro che il “vecchio" “Sincrotrone BESSY1” di Berlino, che, grazie all’iniziativa del “CERN” e dell’ “Unesco” si decise di ricollocare in Giordania proprio per favorire la cooperazione scientifica in Medio Oriente.

Il capolavoro diplomatico del “CERN”.

Il libro di “Giacomo Destro” fa luce anche sulla storia politica de”l CERN”, pietra miliare della diplomazia scientifica.

 Con quello che nel 1954 venne chiamato “Consiglio Europeo per le Ricerche Nucleari”, infatti, la nascente “Comunità Europea” vide la possibilità di avviare un programma di ricerca di respiro continentale costruendo a Ginevra “un acceleratore di particelle” che doveva essere più potente di quello in costruzione a Berkeley, in California, e che oggi ospita il “Large Hadron Collider “(LHC).

 

Con le sue migliaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo, il “CERN” rappresenta una sorta di” ONU della ricerca” e di fatto tiene aperta una collaborazione nel campo neutro della” fisica delle particelle”.

 Anche se con qualche problema, vista l’impasse sulle affiliazioni dei ricercatori russi e bielorussi negli articoli che riguardano gli esperimenti condotti nell’ “LHC” dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e al momento risolta con un compromesso.

Altri grandi progetti come “ITER” sulla fusione nucleare, il “radiotelescopio SKA” in costruzione in Sudafrica e Australia, e la “Stazione spaziale internazionale” (ISS) sono esempi di collaborazione scientifica dopo la Guerra Fredda.

Solo con un grande impulso diplomatico sono potute sorgere - spiega “Destro” - queste cattedrali della “Big Science”, che a loro modo costituiscono occasioni di dialogo e coesione in un mondo tutt’altro che pacificato.

 

Ma certo la diplomazia non può tutto, a volte nemmeno salvaguardare i buoni rapporti fra le diverse comunità scientifiche nazionali investite dalla guerra.

Un esempio l’abbiamo proprio ora sotto gli occhi: dalla prima invasione russa della Crimea (2014), e ancora di più dopo l’invasione iniziata il 24 febbraio scorso, le collaborazioni scientifiche dei ricercatori russi e ucraini sono profondamente cambiate.

Come documenta una analisi condotta da “Nature”, gli ucraini hanno via via abbandonato i lavori in comune con i russi per aumentare quelli con i polacchi, mentre i russi hanno aumentato decisamente le collaborazioni con cinesi e indiani e ridotto quelle con Stati Uniti e Germania.

Il difficile equilibrio fra scienza e politica e la figura del “mediatore onesto”.

La geopolitica può interferire non poco sull’attività scientifica e la sua aspirazione alla neutralità e all’universalismo.

 In alcuni ambiti, tuttavia, come la ricerca spaziale e la sfida climatica, la diplomazia scientifica può contare su istituzioni capaci di garantire un processo politico e scientifico condiviso.

 È il caso per esempio dell’ “Intergovernmental Panel on Climate Change” (IPCC), di cui “Giacomo Destro” ricostruisce la genesi nel 1988 e il complesso modus operandi dei suoi periodici rapporti, che costituiscono poi la base dei “Riassunti per i decisori politici” (Summary for policy makers) e dei negoziati climatici che hanno luogo nelle Conferenze delle parti (COP).

 

In questo denso e interessantissimo capitolo del libro si possono apprezzare i diversi ruoli degli attori che partecipano alle COP, dai lobbisti e attivisti, agli esperti scientifici, ai veri e propri negoziatori:

 ciascuno a suo modo un insostituibile ingrediente di quella che “Destro” chiama la “zuppa della diplomazia”.

 «Una zuppa che si cucina molto lentamente. Ma spesso, una volta cotta, è assai nutriente».

I ricercatori giocano un ruolo chiave nei negoziati sul clima, in diverse vesti a seconda delle attitudini:

scienziati puri e volutamente impolitici, scienziati lobbisti al servizio di qualche causa o interesse, quindi particolarmente “vocali” e schierati.

Oppure, ricorda “Destro”, consulenti scientifici al servizio delle decisioni politiche che possono essere ricompresi nella figura ideale del “mediatore onesto” (honest broker), proposta anni fa da” Roger Pielke jr” nel suo omonimo libro.

 

Scrive “Destro”:

 «La caratteristica principale del mediatore onesto appare quella di sforzarsi di rendere esplicite le varie opzioni per il” decision maker”. Se il lobbista si presenta come portatore di una risposta universale (anche se ciò è parzialmente falso) e l’arbitro invece si ritira nel proprio recinto di conoscenza laddove la domanda sia troppo “politica”, il mediatore onesto, nel modello di “Pielke”, è colui il quale chiarisce che esistono più opzioni di risposta, ma contestualmente fornisce anche gli strumenti per ridurre tale scelta».

Sembra quindi essere questa la figura chiave che rende le competenze scientifiche necessarie, anche se non sufficienti, alla deliberazione politica.

Le quattro sfide della” diplomazia scientifica”.

Ma quali sono le sfide principali che deve affrontare oggi la diplomazia scientifica?

Se il clima è al momento la più visibile, secondo” Destro” se ne possono citare almeno altre tre:

 

la regolamentazione dell’esplorazione e colonizzazione dello spazio, che vede crescere la competizione privata in una sfera gestita solo fino a pochi anni fa da grandi programmi nazionali pubblici;

la regolamentazione dei dati e delle tecnologie che su di essi si basano; altra dimensione in cui i grandi monopoli digitali privati giocano un ruolo cruciale, con risvolti etici, economici e politici altrettanto rilevanti;

infine il pieno coinvolgimento delle comunità scientifiche dei Paesi in via di sviluppo, ancora ai margini del progresso della conoscenza scientifica globale.

Su questo ultimo punto, in particolare, l’Italia può giocare un ruolo importante, sia per la sua posizione geografica, sia per l’esistenza di istituzioni come la “Sissa” (dove peraltro lavora l'autore del libro) e il” Centro internazionale di fisica teorica “Abdus Salam” di Trieste, che richiamano molti ricercatori e studenti anche dai Paesi in via di sviluppo.

 

La scienza alle prese con la volontà di potenza degli Stati-Leviatano.

Come suggerito dal titolo “Ragione di Stato, ragione di scienza”, il libro di “Giacomo Destro” non tocca solo il tema della diplomazia, ma più in generale il rapporto fra scienza e politica che fra Ottocento e Novecento è segnata dal coinvolgimento degli scienziati sia nell'avventura imperialista, sia nella due guerre mondiali, con la lunga coda della guerra fredda.

Soprattutto in questa parte del libro,” Destro” racconta con felice vena narrativa alcuni episodi e personaggi che ci mostrano il volto obliquo e talora agghiacciante della ricerca.

 La mente corre al progetto Manhattan e alle successive conversioni pacifiste di molti fisici.

Per restare nella galleria delle infamie, pochi invece conoscono la storia del medico e generale dell’esercito giapponese “Ishi Shirō” che a capo di circa tremila fra scienziati e tecnici dell’”Unità 731” sperimentò epidemie provocate da vari patogeni su villaggi della Manciuria dal 1939 al 1945, sterminando in veri e propri esperimenti di guerra batteriologica circa mezzo milione di cinesi.

 Proprio come i volenterosi carnefici di “Josef Mengele” nella Germania nazista.

Sulla scorta di queste conoscenze, “Shirō” architettò un’offensiva finale contro gli Stati Uniti, nota con il nome di “Operazione fiori di ciliegio nella notte”, che fu tuttavia bruciata sul tempo dalle atomiche su Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto 1945.

Il medico giapponese, pur consapevole di venir meno al giuramento di Ippocrate, non rinnegò mai la superiore istanza di fedeltà all’Impero del Sol Levante.

 Che lo ricompensò lasciandolo uomo libero fino alla morte per malattia nel 1959, non prima di aver riferito al responsabile medico dell’Esercito statunitense “Murray Sanders” tutto quello che aveva appreso con i suoi mortiferi esperimenti.

Si dipanano quindi nel libro altre avvincenti storie di guerra, spionaggio e intrighi internazionali, dove la ricerca scientifica è piegata di volta in volta agli interessi del colonialismo, del nazionalismo o dell’ideologia, come la surreale vicenda della” biologia anticapitalista di Lysenko”, responsabile di carestie e milioni di morti in terra sovietica.

 

 

 

 

La scienza come professione (e vocazione).

Il pensiero di Max Weber a 100 anni

dalla sua scomparsa.

Ilbolive.unipd.it - Federica DʹAuria – Matteo Bertolini - (14 giugno 2020) – ci dicono:

 

Fare scienza, secondo “Max Weber”, conteneva qualcosa di intrinsecamente assurdo:

gli scienziati, infatti, lavorano per formulare delle ipotesi che sono destinate ad essere smentite e superate nel corso del tempo.

 Questo, però, non è certo un buon motivo perché non seguano la loro vocazione, anzi.

Il 14 giugno di 100 anni fa si spegneva per sempre “Max Weber”, le cui idee sulla situazione intellettuale e politica del suo tempo hanno influenzato il lavoro delle successive generazioni di sociologi, e non solo.

Qual’ è stato il contributo di “Weber” alla storia del pensiero sociologico?

 E qual era l'importanza che aveva, secondo la sua opinione, la figura dello scienziato?

Ce lo ha raccontato “Matteo Bortolini”, professore di logica delle scienze sociali all'università di Padova.

 

Servizio di Federica D'Auria.

Montaggio di Elisa Speronello.

“Max Weber è stato sicuramente uno dei più importanti scienziati sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma oggi, nel 2020 è qualcosa di più.

Il suo lavoro ha ispirato non solo i sociologi, ma anche gli storici dell'economia, i filosofi della politica e innumerevoli altri intellettuali, studenti e studiosi che vogliono capire la nostra società”, spiega il professor “Bortolini”.

“Di fatto, “Weber” ha scritto tantissimi articoli, ma mai un libro intero.

 Il suo lavoro, quindi, è molto frammentato e mai univoco, ma sempre ambiguo e dialettico, proprio come lui voleva che fosse.

Ed è questo che permette a persone diverse di interpretarlo e discuterlo in modi differenti”.

Weber” osservava attorno a sé una società che si “spezzettava”, e nella quale non c'erano valori comuni, le scienze andavano specializzandosi e la politica cambiava continuamente.

“Il suo lavoro, per questo motivo, riflette l'idea che sia quasi impossibile ritrovare un'unità non solo del sapere, ma anche della realtà, come appare evidente in uno dei suoi testi più importanti e famosi:

“La scienza come professione”, nel cui titolo originale (Wissenschaft als Beruf), il termine tedesco” beruf “può essere tradotto nella nostra lingua sia come “professione” che come “vocazione”, commenta il professor “Bortolini”.

“In questa conferenza, Weber si trova a riflettere sul senso di fare scienza.

Un'attività assurda, secondo il suo punto di vista, perché prevede che gli scienziati lavorino per cercare dati e interpretazioni che verranno superate nel giro di qualche mese o di qualche anno.

Pensiamo a quante notizie scientifiche si succedevano continuamente nel periodo del lockdown durante la pandemia, anche contraddicendosi una con l'altra, dando al cittadino comune l'idea che gli scienziati non sapessero che pesci pigliare.

In realtà, invece, è proprio questa l'idea della scienza: una conoscenza che continuamente si muove e nega sé stessa.

Inoltre, l'attività scientifica, diceva” Weber”, è in gran parte lasciata al caso, perché il duro lavoro e l'ispirazione non sostituiscono mai la scintilla dell'idea, che, se si è fortunati, può capitare una volta nella vita”.

Che senso ha, allora, la vita dello scienziato?

 È una vita che non solo comporta fatica e conduce a dei risultati che saranno presto superati, ma durante la quale è anche possibile che la scintilla dell'idea non arrivi mai.

Come spiega il professor” Bortolini”,

 “la cosa più bella che ci dice “Weber” nella conferenza in questione è che la vita scientifica ha valore per due motivi:

perché ognuno di noi ha una sua passione, un “demone”, e le persone che lo trovano nella scienza fanno bene a proseguire in quel campo;

e poi perché fare gli scienziati, e poi insegnare, serve a raggiungere la chiarezza: che consiste nell'essere consapevoli di ciò che si sta facendo.

La cosa più importante che un docente può fare per i suoi studenti è proprio aiutarli a raggiungere la chiarezza:

a capire, cioè, se quello che stanno facendo e che vogliono fare nella loro vita è coerente con le scelte che hanno fatto e con i loro valori”.

 

 

 

La maggioranza conservatrice

della “Corte Suprema” sposta

gli USA sempre più a destra.

 Transform – italia.it – (05/07/2023) - Alessandro Scassellati – ci dice:

 

Grazie alla spinta del Partito repubblicano, ormai in gran parte dominato dai seguaci di Donald J. Trump e da bianchi evangelici “born again” e cattolici tradizionalisti reazionari, e alle sentenze della Corte Suprema, controllata da una solida maggioranza conservatrice, gli Stati Uniti continuano nella loro torsione verso la costruzione di un sistema giuridico, politico e ideologico che (ri)legittima razzismo istituzionale e suprematismo bianco, disuguaglianze economiche e sociali, patriarcato e misoginia, xenofobia, sessismo e discriminazioni verso tutte le minoranze, la comunità LGBTQI+, i poveri di diritti e i richiedenti asilo, in una deriva verso un sistema politico di stampo sempre più illiberale, autoritario e semi-fascista.

 In questo articolo si riprendono anche alcune delle considerazioni discusse e approfondite dall’autore nel libro” Suprematismo bianco”. Alle radici di economia, cultura e ideologia della società occidentale, “DeriveApprodi”, Roma 2023.

 

Le nuove sentenze della Corte Suprema: una ulteriore erosione dei diritti civili e sociali.

Il 30 giugno la “Corte Suprema degli Stati Uniti” ha concluso un’altra sessione di lavoro (iniziata nell’ottobre 2022) in cui la maggioranza conservatrice dei suoi giudici (6 a 3) ha nuovamente mostrato i muscoli, dopo le importanti decisioni sul diritto all’aborto (lo smantellamento il 24 giugno 2022 della sentenza “Roe vs Wade” del 1973 che aveva legalizzato l’aborto a livello nazionale) e sul diritto di portare armi nello spazio pubblico dell’anno scorso, producendo decisioni che hanno respinto l’”affirmative action” (la “discriminazione positiva” su basi razziali) nelle ammissioni al college, ristretto i diritti LGBTQI+ e bocciato il piano di alleggerimento del debito studentesco da $ 430 miliardi del presidente Biden.

Con un caso sul diritto di possedere armi e diversi casi che potrebbero limitare l’autorità delle agenzie federali (il cosiddetto “Stato amministrativo” federale demonizzato da Donald J. Trump e Steve Bannon) di emanare regolamenti e far rispettare le leggi in settori che vanno dalla finanza alla pesca già in programma per il suo prossimo mandato, a partire da ottobre, la Corte potrebbe orientare il sistema giuridico ulteriormente verso destra, facilitata dalle nomine di tre giudici ultraconservatori – “Neil Gorsuch”, “Brett Kavanaugh” e “Amy Coney Barret”t – da parte dell’ex presidente repubblicano” Donald J. Trump” che hanno portato ad una schiacciante maggioranza conservatrice.

 I giudici progressisti, compresa l’afroamericana “Ketanji Brown Jackson” nominata da Biden, si sono trovati a rivestire il ruolo della minoranza dissenziente in quasi tutte le principali sentenze emesse dalla Corte quest’anno.

La volontà dei sei giudici di destra di imprimere il proprio segno su sfere essenziali della vita americana, andando contro la corrente dell’opinione pubblica e distruggendo mezzo secolo di precedenti e di diritto consolidato, ha confermato l’eccezionalità dell’attuale Corte.

Il 29 giugno, la Corte ha dichiarato incostituzionali i programmi di ammissione che tenevano conto della razza come un fattore addizionale presso l’Università di Harvard e l’Università della Carolina del Nord (UNC), proibendo di fatto le politiche di discriminazione positiva utilizzate da circa 60 anni (ma già indebolite da decenni di cause nei tribunali e di precedenti sentenze della Corte) per aumentare il numero di studenti neri, ispanici e di altre minoranze sottorappresentate nei campus delle università pubbliche e private.

 La sentenza ha sostenuto che politiche di ammissione come quelle delle due università d’élite violano la promessa del” XIV Emendamento della Costituzione” della pari protezione ai sensi della legge (il XIV Emendamento scritto dopo la Guerra Civile per eliminare la discriminazione razziale praticata dai bianchi contro i neri).

Secondo la Corte, offrire agli studenti neri, latini o nativi americani un miraggio di pari opportunità costituisce una discriminazione nei confronti dei bianchi e degli asiatici-americani, il che ha tanto senso quanto dire che le rampe per sedie a rotelle discriminano le persone non disabili o che offrire lezioni di inglese come seconda lingua discrimina i madre lingua inglesi.

 Il paradosso, poi, è che la sentenza della Corte stabilisce che mentre l’azione affermativa non va bene per l’ammissione ad Harvard, è perfetta per accademie militari come West Point e Annapolis.

In dissenso, i giudici progressisti “Sonia Sotomayor” e “ Ketanji Brown Jackson hanno accusato la maggioranza della Corte di ignorare la storia americana e di continuare il razzismo oggi.

 “Il nostro paese non è mai stato daltonico [colorblind]“, ha scritto “Jackson”, e “ritenere che la razza sia irrilevante nella legge non la rende tale nella vita.“

 “Oggi, questa Corte si frappone e riporta indietro di decenni dopo precedenti e epocali progressi,“ha scritto “Sotomayor”, affiancata dalla giudice “Elena Kagan.”

 “La Corte rende una regola superficiale del daltonismo un principio costituzionale in una società endemicamente segregata in cui la razza ha sempre avuto importanza e continua ad avere importanza“.

Senza la “discriminazione positiva”, neri e latini saranno inevitabilmente sottorappresentati all’interno della popolazione degli studenti universitari.

Il 30 giugno, la Corte ha inferto un duro colpo ai diritti LGBTQI+ stabilendo che le protezioni per la “libertà di parola del “Primo Emendamento della Costituzione” consentono a una “web designer” cristiana evangelica “born again”,” Lorie Smith”, che non ha neanche iniziato la sua attività e che si oppone per motivi religiosi al matrimonio gay (ossia che ritiene che il matrimonio dovrebbe essere riservato alle unioni tra un uomo e una donna) di rifiutarsi di fornire servizi per i matrimoni tra persone dello stesso sesso (il caso 303 Creative LLC vs Elenis che è stato istigato dall”’Alliance Defending Freedom”, un gruppo cristiano di destra che è stato classificato come “gruppo estremista “dal “Southern Poverty Law Center”) – nonostante una legge anti-discriminatoria dello Stato (del Colorado).

La decisione sulla legge del Colorado è arrivata l’ultimo giorno del mese del “Pride”, che ogni anno celebra i successi LGBTQI+ e commemora la rivolta di “Stonewall” del 1969 a New York, un momento chiave nel movimento per i “diritti civili della comunità”.

 I critici della decisione della Corte affermano che questa inaugura una nuova era di pregiudizi in America perché la Corte ha esteso il diritto alla libertà di parola al diritto delle imprese di discriminare.

“Questa decisione avrà un devastante effetto a catena in tutto il Paese creando una struttura di autorizzazione, sostenuta dalla forza della legge, per discriminare e mettere in pericolo le persone LGBTQI+ e i giovani trans che sono già così a rischio “, ha dichiarato il reverendo “Paul Brandeis Raushenbush”, presidente dell’”Alleanza Interreligiosa”.  

“La discriminazione con il pretesto della libertà religiosa non è solo incostituzionale, ma antitetica ai nostri valori “, ha aggiunto “Darcy Hirsh”, direttore per la politica e l’”advocacy del gruppo”.

“Proprio come le persone sono libere di esplorare questioni di fede e coscienza personale, le persone dovrebbero anche essere libere di esprimere il proprio orientamento sessuale e identità di genere senza timore di discriminazioni o danni “.

 “La nostra nazione ha intrapreso un” percorso di progresso”, decidendo nel corso di molti decenni che le imprese dovrebbero essere aperte indipendentemente da razza, disabilità o religione.

Le persone meritano di avere spazi commerciali sicuri e accoglienti “, ha dichiarato in una nota “Kelley Robinson”, il presidente della “Human Rights Campaign”, una delle più grandi organizzazioni di “advocacy LGBTQI+”.

Sempre il 30 giugno, la Corte ha bloccato il piano di Biden annunciato nell’agosto 2022 di cancellare $ 430 miliardi di debiti per i prestiti studenteschi di 40 milioni di americani (il caso “Biden vs Nebraska” è stato sollevato da 6 Stati a guida repubblicana).

 I giudici conservatori hanno invocato la “dottrina delle questioni importanti“, un approccio giudiziario muscolare che concede ai giudici un ampio potere discrezionale per invalidare le azioni del potere esecutivo di “vasto significato economico e politico” a meno che il Congresso non le abbia esplicitamente autorizzate (mentre il piano di Biden era stato imposto con un ordine esecutivo – ossia un decreto presidenziale – e non attraverso una” legge ad hoc”, anche se faceva leva sullo “Heroes Act del 2003”, la cui utilizzazione da parte della Casa Bianca è stata invocata sulla base dell’”emergenza pandemica CoVid-197”).

Aiutare a combattere il debito studentesco era una delle promesse elettorali di Biden, soprattutto per gli elettori progressisti nella sua base.

 Poche ore dopo che la Corte ha annullato il suo piano, Biden ha delineato un nuovo piano di alleggerimento del debito degli studenti con l’intenzione di utilizzare una legge diversa (l’Higher Education Act del 1965).

Verso una crisi della legittimità della Corte Suprema?

In tutte le maggiori decisioni della Corte, i 6 giudici della super maggioranza conservatrice hanno votato compatti, mentre i 3 giudici della minoranza progressista hanno potuto solo dissentire dalle loro sentenze.

Questa sessione di lavoro della Corte sarà ricordata soprattutto per le decisioni degli ultimi due giorni che hanno spostato il sistema giuridico statunitense in una direzione fortemente conservatrice, secondo la maggioranza di analisti e commentatori.

Inoltre, il 25 maggio la Corte ha anche intaccato ulteriormente la portata normativa dell’”Agenzia per la protezione ambientale “(EPA), avallando un nuovo severo test per dichiarare le zone umide protette ai sensi di una storica legge federale anti-inquinamento.

In quel caso, ai giudici progressisti si è unito un giudice conservatore, il nominato da “Trump Brett Kavanaugh”, nel dissentire dal nuovo test.

Ci sono state anche alcune vittorie per i progressisti durante la sessione 2022-2023 che hanno mostrato che la Corte è anche in grado di intervenire con moderazione (rifiutando alcune posizioni estremiste radicali).

 Queste hanno incluso sentenze secondo cui una legge elettorale dello Stato dell’Alabama violava la legge federale contro la discriminazione razziale nel voto (presa 5 a 4), una decisione non daltonica che è in contrasto con quella daltonica presa “contro la discriminazione positiva”;

la bocciatura del tentativo di mettere in discussione l’ “Indian Child Welfare Act del 1978” che impone la preferenza per i nativi americani e i membri tribali nell’adozione o nell’affidamento di bambini nativi americani (presa 7 a 2);

 il respingimento (deciso 8 a 1) di un tentativo degli Stati del Texas e della Louisiana di contrasto alla politica sull’immigrazione di Biden (in riferimento all’arresto e alla detenzione di persone che vivono illegalmente nel paese);

e il respingimento di una teoria legale radicale (la cosiddetta “teoria del legislatore statale indipendente“) che stava per consegnare un potere praticamente illimitato ai legislatori statali di stabilire regole riguardanti le elezioni federali, potenzialmente anche il potere di annullare le elezioni contestate, proprio come Trump e i suoi alleati hanno cercato di fare nel novembre/dicembre 2020 e poi con l’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio 2021.

Se queste decisioni hanno cercato di preservare una patina di rispettabilità intorno alla Corte – da tempo al centro di controversie legate al conflitto di interessi di tre dei principali giudici conservatori per l’emersione dei loro rapporti con uomini d’affari miliardari e a bassi indici di approvazione da parte dell’opinione pubblica-, il progetto della super-maggioranza conservatrice che mira a rimodellare radicalmente il sistema giuridico e vaste aree della vita pubblica statunitense va avanti e le tre sentenze degli ultimi due giorni della sessione lo dimostrano.

L’assalto della super maggioranza ai valori e alle norme americane è così feroce che sta crescendo la rabbia nei confronti della Corte e la fiducia nei suoi confronti è ai minimi storici.

 “La Corte Suprema è diventata così indipendente dall’opinione pubblica e dai desideri americani – e certamente dalla nostra comprensione della Costituzione – che rischia di danneggiare la democrazia in modo significativo.

 È un approccio molto radicale al governo, avere una Corte che può agire come una monarchia “, ha affermato “Caroline Fredrickson”, professore di diritto alla “Georgetown University” vicino ai Democratici.

Alla domanda se la Corte sia diventata “rouge” (“canaglia“) e stia minando la propria legittimità, Biden ha risposto:

“Questa non è una Corte normale “.

Biden, che ha dissentito riguardo all’approvazione di importanti modifiche introdotte dalla Corte, non ha sollecitato la sfida alla decisione sull’ “affirmative action” della Corte, ma ci è andato vicino:

“Non possiamo lasciare che questa decisione sia l’ultima parola. Sebbene la Corte possa prendere una decisione, non può cambiare ciò che l’America rappresenta “.

In un’intervista,” Biden” ha affermato di ritenere che la Corte sia andata oltre i precetti anche della conservatrice “Federalist Society” ribaltando decisioni precedenti.

“Ha fatto di più per mettere in discussione i diritti fondamentali e le decisioni fondamentali di qualsiasi Corte nella storia recente“, ha detto a” Nicolle Wallace” su “MSNBC”.

Tuttavia, Biden si rifiuta di fare qualsiasi sforzo significativo di riforma della Corte.

 Ha detto che non cercherà di ampliare la Corte perché così facendo la “politicizzerebbe” in modo malsano (ma la Corte è già iper politicizzata).

Inoltre, secondo Biden una misura del genere non passerebbe mai un Congresso fortemente polarizzato.

 Sostiene di aver fatto molto di più alimentando (attraverso le nomine) la magistratura federale con giudici di mentalità liberal.

Infine, Biden invita gli americani a votare alle prossime elezioni presidenziali e parlamentari del 2024 per candidati che lavorerebbero per tutelare i diritti piuttosto che revocarli.

“Hank Johnson”, un membro democratico del “Congresso della Georgia”, invece, sta sponsorizzando un disegno di legge che amplierebbe la Corte da 9 a 13 giudici come mezzo per allentare la presa sul potere dell’estrema destra.

 Un’iniziativa appoggiata anche dalla deputata di “New York” “Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), la quale propone anche l’impeachment dei 3 giudici coinvolti negli scandali, sostenendo che le ultime sentenze della Corte “segnalano un pericoloso strisciamento verso l’autoritarismo e la centralizzazione del potere nella Corte” che sta iniziando ad assumere il potere del legislatore, ossia del Congresso.

 La deputata democratica progressista “Rashida Tlaib” ha chiesto di introdurre anche dei limiti di mandato per i giudici della Corte (con la fine delle nomine a vita.)

Secondo Biden e la maggioranza dei centristi moderati, appelli alle barricate come quelli di “Johnson”, AOC e del resto dell’ala sinistra del partito democratico (il “Congressional Progressive Caucus”, un gruppo di oltre 100 deputati), mettono in discussione la reputazione e minacciano la stabilità della Corte Suprema.

Attualmente, la posizione di un giudice è considerata essere particolarmente in pericolo:

 il giudice capo” John Roberts”, l’estensore di due delle sentenze più controverse (quella contro l’”affirmative action” e quella sul “blocco della remissione dei prestiti studenteschi”) e uno dei 6 favorevoli a quella che ha attaccato i diritti LGBTQI+.

Il netto spostamento della Corte a destra ha portato gli osservatori a chiedersi se “Roberts” abbia ceduto la leadership al suo collega più estremo,” Clarence Thomas”.

“Roberts ha perso il controllo della Corte Suprema“, ha avvertito la pagina di opinione del New York Times.

 “La Corte Thomas “, ha proclamato il gruppo conservatore anti-Trump, il “Lincoln Project.”

Repubblicani e conservatori, tuttavia, vedono la traiettoria della Corte in modo molto diverso.

Le sue recenti sentenze, dicono, hanno solo iniziato a ripristinare l’ordine costituzionale dopo quelli che dicono sono stati decenni in cui la Corte era inclinata a sinistra.

 “La maggior parte degli americani concorda sul fatto che la discriminazione razziale non dovrebbe svolgere alcun ruolo nel processo di ammissione al college “, ha dichiarato il leader della minoranza al Senato “Mitch McConnell” (R-Ky.) dopo la decisione sull’azione affermativa.

 “Ora che la Corte ha riaffermato quella posizione di buon senso, gli studenti possono avere una buona possibilità al college e al sogno americano per i loro meriti “.

Detto questo, i repubblicani sostengono che la spinta dei liberali a rivedere la Corte è poco più di una reazione infondata a sentenze legittime che capita di non gradire.

Quello che ormai appare chiaro è che se non ci sarà una forte mobilitazione popolare e una decisa reazione politica da parte del Partito democratico (ad esempio, attraverso la nomina di giudici addizionali e/o l’imposizione di un termine massimo del mandato dei giudici della Corte Suprema, con una sentenza dopo l’altra, l’attuale Corte Suprema a maggioranza conservatrice attuerà una controrivoluzione e smantellerà il sistema delle politiche e dei diritti consolidatosi nel paese dagli anni ’60 del secolo scorso.

Il” contro movimento conservatore bianco” e il precedente storico del “nadir delle relazioni razziali” (1877-1964).

Nel 2024, un eventuale ritorno al potere del partito repubblicano, ispirato dal trumpismo (anche senza Trump), dalle “guerre culturali” e dalle sentenze antidemocratiche e divisive su aborto, armi, ambiente, istruzione, LGBTQI+ e religione della Corte Suprema, la cui maggioranza ultraconservatrice Trump ha contribuito a creare attraverso la selezione di tre giudici, significherebbe l’implementazione di un’agenda politico-ideologica, coltivata per decenni, basata sulle idee anti-egalitarie, autoritarie, nazionaliste, patriarcali, misogine e razziste della destra radicale e del suprematismo bianco (quasi sette repubblicani su 10 sono bianchi e cristiani in un paese che è solo per il 44% bianco e cristiano).

Un’agenda che fa leva, da un lato, su una disponibilità di grandi risorse economico-finanziarie e dall’altro sull’alleanza conservatrice bianca tra evangelici “born again” e cattolici tradizionalisti che si è suggellata a partire dalle elezioni di midterm del 1978 sul tema della lotta contro il diritto all’aborto (la sentenza “Roe vs Wade”), scelto in larga parte come «bandiera» politica, evitando di accentrare l’attenzione su altre motivazioni:

 fermare l’integrazione razziale e preservare lo status di esenzione fiscale – che l’amministrazione Nixon aveva deciso di rimuovere – delle scuole e università cristiane private segregazioniste bianche sorte dopo la storica sentenza della Corte Suprema, “Brown vs Board of Education” del 1954, che aveva desegregato le scuole pubbliche americane.

Questo” contro-movimento conservatore” ha potuto contare sulle azioni di migliaia di attivisti di base, leader religiosi e pensatori conservatori che hanno trascorso quasi due decenni a costruire le reti e le idee della destra religiosa, opponendosi alla proposta di emendamento della costituzione sulla parità dei diritti tra uomini e donne (Equal Rights Emendment) e battendosi per la preghiera a scuola, contro l’integrazione scolastica e il cambiamento degli atteggiamenti nei confronti delle questioni di genere e sessualità e i crescenti diritti del “movimento gay and lesbian”.

La Corte Suprema ha una maggioranza composta da giudici conservatori della scuola «originalista»19 e/o testuale di “Antonin Scalia” e “Robert Bork” (come i tre nominati da Trump alla Corte Suprema – Neil Gorsuch nel 2017, Brett Kavanaugh nel 2018 e Amy Coney Barrett nel 2020) che sono disposti ad annullare tutti i diritti non ritenuti tali ai tempi dei «padri fondatori» nel 1787, dal contratto sociale dell’era del New Deal/diritti civili ai poteri federali in tutti i campi, compresi l’ambiente, il ruolo della religione nella vita pubblica e gli interessi dei nativi americani, acquisiti a spese degli Stati, e alla soppressione del diritto di voto delle minoranze di colore.

Smantellando di fatto l’intera agenda progressista che si era affermata a partire dalla seconda metà del XX secolo con la crescita di una società multietnica, multiculturale e più equa e paritaria per quanto riguarda i rapporti di genere.

La Corte Suprema è ora nel pieno controllo di giudici ultraconservatori:

 5 su 6 cattolici conservatori radicali (ossia con un orientamento ideologico fondamentalista pre-Concilio Vaticano II) che credono che anche un embrione abbia un’anima e quindi sia sacrosanto, considerano il secolarismo una minaccia all’ordine morale tradizionale, pensano di essere in missione per conto di Dio (una «retrotopia teocratica», un’utopia integralista religiosa rivolta all’indietro) per riportare l’America ai tempi della seconda metà del XIX secolo.

 Se non addirittura alla fine del XVIII, quando la schiavitù degli africani e il genocidio degli indigeni costituivano i pilastri fondativi dell’economia politica della nuova repubblica americana, quando i datori di lavoro erano liberi di frustare i loro schiavi/dipendenti e ovunque gli uomini americani giravano armati, mentre le donne non votavano (fino al 1920, con il passaggio del XIX Emendamento) e restavano a casa a fare bambini e cucinare, completamente sottomesse all’autorità patriarcale dei loro mariti.

Si direbbe che i giudici conservatori della Corte Suprema, insieme a politici reazionari del Partito repubblicano, suprematisti bianchi sparatori di massa armati con armi da guerra, milizie di estrema destra anch’esse armate e poliziotti ultra violenti ed assassini, stiano cercando di trasformare la società americana in una società dominata dal suprematismo bianco, maschile e cristiano.

A questo proposito, è bene ricordare il precedente storico relativo alla legittimazione del razzismo istituzionale e del suprematismo bianco dopo la Guerra Civile, una guerra sanguinosa che aveva portato all’abolizione dello schiavismo e alla speranza di costruire una società in cui le differenze razziali, etniche e culturali potessero convivere pacificamente.

 Infatti, solo con il “XIV emendamento della Costituzione”, ratificato nel 1868, dopo la sconfitta degli Stati schiavisti del sud da parte di quelli abolizionisti del nord, fu stabilito che la cittadinanza per diritto di nascita si applicava anche ai neri, questo quando i primi schiavi africani erano stati fatti sbarcare nell’agosto 1619, un anno prima dell’arrivo dei «Padri Pellegrini» della “May Flower” a Cape Cod.

 La schiavitù era stata abolita nel 1865 con il XIII emendamento, approvato dopo la conclusione di una Guerra Civile che ha causato 620-750 mila morti (in gran parte bianchi, in un paese che allora aveva 33 milioni di abitanti) tra i soldati sui campi di battaglia e per malattie, con un numero imprecisato di morti civili.

Nel 1866, i neri americani, esercitando il loro nuovo potere politico, spinsero i legislatori bianchi del Partito repubblicano ad approvare il “Civil Rights Act “(votato sotto la presidenza di “Andrew Johnson” e passato nonostante il suo veto), la prima legge del genere e uno dei più estesi atti legislativi sui diritti civili che il Congresso abbia mai approvato.

Ha codificato per la prima volta la cittadinanza americana nera, ha proibito la discriminazione abitativa e ha concesso a tutti gli americani il diritto di acquistare ed ereditare proprietà, stipulare e far rispettare contratti e chiedere giustizia nei tribunali.

Infine, nel 1870, il Congresso approvò il “XV emendamento”, garantendo l’aspetto più critico della democrazia e della cittadinanza – il diritto di voto – a tutti gli uomini indipendentemente da «razza, colore o precedente condizione di servitù» (ma gran parte dei nativi americani, gli indiani, sono rimasti esclusi).

Circa 5 milioni di afroamericani divennero persone libere a fronte di 33 milioni di abitanti, ossia il 12,7% della popolazione totale, senza che a loro fossero dati terra da coltivare (attraverso una riforma agraria che avesse smembrato le piantagioni come avvenuto con l’emancipazione dei contadini poveri e dei servi della gleba in Francia, Germania e Russia) o un indennizzo monetario o venisse offerto un lavoro alternativo.

Da schiavi divennero proletari, braccianti, lavoratori manuali senza qualifiche, e mezzadri precari (sharecroppers), presto indebitati.

Ma, tra il 1865 e il 1877, durante il breve periodo della “Ricostruzione Repubblicana”, gli ex schiavi si impegnarono con zelo nel processo democratico, protetti dalla presenza delle truppe federali negli Stati del sud.

Nelle file del Partito repubblicano, neri americani vennero eletti in posizioni pubbliche locali, statali e federali. Sembrava proprio che dalle ceneri della Guerra Civile si sarebbe potuta creare una democrazia multirazziale.

Ma il potere economico della classe aristocratica latifondista delle piantagioni, la violenta reazione razzista bianca guidata dal “Ku Klux Klan” e dal Partito democratico e le leggi segregazioniste “Jim Crow, emanate a livello statale e locale nel sud, egemonizzato dal Partito democratico, tra il 1877 e il 1964, hanno di fatto privato la popolazione afroamericana dei diritti civili e politici, istituzionalizzando e legittimando l’apartheid, la segregazione razziale.

 Un sistema la cui legalità costituzionale (nonostante il XIV Emendamento) è stata riconosciuta dalla decisione della Corte Suprema nel caso “Plessy vs Ferguson” sotto la dottrina dei «separati ma uguali» nel 1896 (rimasta egemone fino agli anni 1950-60), per cui il trasporto ferroviario poteva segregare neri e bianchi se le strutture segregate erano uguali.

 Il nuovo ordine razziale era inesorabilmente dicotomico – bianco-nero – e applicato in tutti gli Stati Uniti (non solo nel sud) attraverso una combinazione di leggi e codici di comportamento, la promozione attiva della segregazione da parte del governo federale piuttosto che un mero riflesso delle forze sociali, e soprattutto la violenza legale e illegale che terrorizzava i trasgressori dell’ordine razziale.

 In particolare, i politici bianchi del sud si sono impegnati ad eliminare tutti gli spazi in cui i bianchi e i neri avrebbero potuto riunirsi e sviluppare un senso sia di comunità sia di solidarietà.

 Hanno fatto in modo che i bianchi poveri avessero meno contatti possibili con i loro vicini neri, in modo che dovessero essere dipendenti dalle élite bianche.

Ancora negli anni ’50 del secolo scorso,” Louis Armstrong” (come altre celebrità afroamericane amate anche da un pubblico bianco), uno dei padri fondatori del jazz, un virtuoso della tromba e un cantante dalla voce grave venerato in tutto il mondo, con “Mack the Knife” e “Hello”, Dolly”! tra i suoi successi duraturi, mentre era letteralmente la persona più famosa del mondo, allo stesso tempo, negli Stati Uniti non poteva varcare la soglia di alcuni hotel e avere un posto in alcuni ristoranti e bar a causa del colore della sua pelle.

Le” leggi segregazioniste Jim Crow”, approvate negli Stati del Sud dopo la Guerra Civile, avevano reso illegale anche il matrimonio interrazziale negli Stati del sud degli Stati Uniti come disperato tentativo di evitare il «suicidio razziale», preservare la «purezza bianca» e mantenere il potere basato sulla nascita nella «razza dalla pelle bianca».

Alcuni Stati hanno mantenuto in vigore queste leggi fino al 1967, allorquando la Corte Suprema ha invalidato una di queste leggi sulla base del fatto che si trattava «ovviamente di un avallo della dottrina della supremazia bianca».

Per quasi due secoli la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha ritenuto che schiavismo e discriminazione razziale fossero legali e costituzionali.

Il “sistema segregazionista razzista Jim Crow” non ha avuto solo un peso decisivo sul piano politico e dei diritti civili, ma anche su quello economico (salari, mercato del lavoro, accesso alla formazione, etc.).

Basti pensare che le riforme economiche del “New Deal rooseveltiano” (1933-1937) sono state centrate sui lavori effettivamente più stabili che erano appannaggio dei “white e blue collars workers bianchi maschi”, mentre altri settori economici come l’agricoltura e il lavoro domestico in cui i lavoratori afroamericani e le donne erano prevalenti (negli anni ’30 costituivano più del 60% della forza lavoro nera e quasi il 75% di quelli che erano occupati nel sud), sono rimasti esclusi dalla legislazione che ha creato i sindacati moderni, dalle leggi che fissavano i salari minimi e regolavano l’orario di lavoro, e dal” Social Security Act” (1935) fino agli anni ’50.

Un prezzo teso a tutelare i privilegi della «bianchezza» e del maschilismo imposti dai legislatori democratici del «Jim Crow South» per il loro sostegno alla legge e al “New Deal di Roosevelt”.

Anche l’esercito americano che combatté nella Seconda guerra mondiale era segregato e solo l’ordine esecutivo 9981 del presidente Truman ha posto fine alla segregazione nel 1948.

Il razzismo strutturale ha frenato il progresso economico degli afroamericani anche nel dopoguerra.

 I vantaggi del “GI Bill”, la generosa legge federale per i veterani di guerra del 1944 che supportava, oltre alla casa di proprietà, la formazione universitaria del personale militare smobilitato, e che ha alimentato la grande crescita della classe media americana, furono in gran parte negati agli 1,2 milioni di veterani afroamericani su insistenza dei membri bianchi del Congresso del sud che cercavano disperatamente di mantenere la segregazione razziale, eroi di guerra o meno.

L’attuazione della legge, infatti, venne demandata ai singoli Stati che, soprattutto al sud, erano segregati secondo il “sistema Jim Crow”.

Inoltre, la «Redlining», la pratica di contrassegnare le mappe urbane per razza per caratterizzare i rischi di prestare denaro e fornire mutui e assicurazioni, ha reso l’acquisto di una casa molto più difficile per i veterani neri.

La” Federal Housing Administration” si rifiutava di assicurare i mutui nei quartieri neri e in questo modo ha escluso gli afroamericani da uno dei percorsi più comuni per accumulare ricchezza, la proprietà della casa.

Le politiche abitative federali hanno contribuito alla segregazione all’interno delle città americane nel ventesimo secolo, anche se sono stati gli interessi privati ad aprire la strada in risposta allo sconvolgimento demografico della “Grande Migrazione della popolazione afroamericana” (circa 5 milioni) dagli Stati del sud agricolo profondamente segregato a quelli del nord e del” midwest “industriali e meno segregati (in particolare verso Harlem a New York, le «cinture nere» di Chicago e Detroit) dal 1900 al 1970, per cui nel 1965 il 50% della popolazione afroamericana viveva nel nord e l’80% nelle città.

Ancora oggi, in tutti gli Stati Uniti, anche se nessuna legge impone esplicitamente la segregazione razziale, la separazione razziale rimane una caratteristica comune della vita collettiva (lavoro, sindacato, scuola, residenza, etc.).

E questa condizione inibisce la costruzione di una maggioranza politica multirazziale progressista delle classi lavoratrici (anche all’interno del Partito democratico).

Il presidente “Biden”, un centrista moderato che non ha alcun interesse a cambiare più di tanto il modo in cui il paese funziona e che ha passato inutilmente i quasi tre anni in carica a farsi in quattro per dimostrare che il Partito repubblicano può ancora essere un partner di governo ragionevole, firmando un primo ordine esecutivo sull’aborto aveva affermato:

 «Non possiamo permettere che una Corte Suprema fuori controllo, che lavora in collaborazione con elementi estremisti del Partito repubblicano, ci tolga le libertà e la nostra autonomia personale. La scelta che dobbiamo affrontare come nazione è tra il mainstream e l’estremo».

Durante la campagna per le elezioni di midterm dell’8 novembre 2022 Biden ha provato a combattere per «l’anima della nazione», trasformando i «Repubblicani MAGA», i trumpiani del “Make America Great Again”, in un’etichetta per tutto ciò che gli elettori mainstream trovano politicamente tossico sul Partito repubblicano, ed esortando gli americani a «votare, votare, votare» per i candidati democratici (ma anche per quelli che sono dei repubblicani mainstream).

Sappiamo bene come è andata a finire:

i repubblicani hanno preso un risicato controllo della Camera dei Rappresentanti (e ora sono impegnati in azioni di “guerriglia” politico-parlamentare contro il presidente e i Democratici), mentre i Democratici hanno tenuto un risicato controllo del Senato.

L’opinione pubblica di massa americana del dopo 6 gennaio 2021 appare segnata da una crescente ricettività delle idee estremiste razziste favorita dalla narrazione di personaggi televisivi, delle aggressive campagne condotte sui social media, di Trump e dei trumpiani del Partito repubblicano che blandiscono il crescente auto-vittimismo bianco in una fase storica caratterizzata dall’esplosione delle disuguaglianze socio-economiche e dall’incipiente declino della potenza economica e politica globale degli Stati Uniti, lasciando terreno fertile ai suprematisti bianchi.

 Inoltre, ormai dal 2018 la popolazione bianca diminuisce (più morti che nascite).

 In proporzione, i bianchi americani sono ai minimi storici, costituendo il 61,6% della popolazione, rispetto al 72,4% nel 2010 e quasi il 90% nel 1940.

Sulla base degli attuali trend demografici, si prevede che i bianchi americani passeranno ad essere minoranza entro il 2045.

E questo rappresenta una «minaccia esistenziale» per la popolazione bianca in generale, ma soprattutto per i suprematisti bianchi.

Da questo punto di vista è interessante considerare l’uso ideologico che viene fatto dalla destra repubblicana del termine «unamerican», ossia «contrario ai valori americani».

 È diventato un dogma definire «noi» (cristiani bianchi conservatori) come gli unici sostenitori della «vera America» – e «loro» (Democratici, liberal, «la sinistra») come fondamentalmente illegittimi, una minaccia «contraria ai valori americani».

 Secondo questi suprematisti bianchi della destra – e il Partito repubblicano che li rappresenta – «noi» abbiamo il diritto di governare in America, mentre il governo dei Democratici è intrinsecamente illegittimo.

La narrazione di questa destra è che i «veri americani» sono costantemente delle vittime, costretti a subire il giogo di una folle politica di sinistra, assediati dalle forze «contrarie ai valori americani» della sinistra radicale; per cui «noi» dobbiamo difenderci e combattere, con qualsiasi mezzo.

 Nella loro mente, non sono mai gli aggressori, ma sempre quelli assaliti e sotto assedio.

 La costruzione di questa narrativa sulla presunta minaccia totalitaria e violenta da parte della «sinistra» e dell’agenda progressista promossa dal Partito democratico, consente loro di giustificare azioni sempre più sfrontate, provocatorie ed aggressive (non solo sul piano retorico, ma anche su quelli della violenza politica e dei comportamenti criminali) all’interno di un quadro consolidato di auto-vittimizzazione conservatrice.

Si determina una spirale di paura, razzismo e pseudo-patriottismo sciovinista in continua accelerazione che minaccia l’assetto costituzionale democratico della repubblica di fronte alla quale i Democratici denunciano come «contrario ai valori americani» il «semi-fascismo» dei Repubblicani MAGA, esortano a tornare alla «civiltà» e alla «decenza» nel confronto politico e riaffermano la loro fiducia nel sistema politico-istituzionale, ma appaiono incapaci di articolare una visione alternativa persuasiva che non sia quella della pura conservazione dello status quo, senza quindi riuscire a riconciliare e riunificare un paese profondamente lacerato e iper polarizzato.

(Alessandro Scassellati).

 

 

 

 

“Cancel culture”, un nemico immaginario

 che unisce la destra e divide la sinistra.

 

 Ytali.com - MATTEO ANGELI – (17 Maggio 2021) – ci dice:

 

Storia di come un concetto, nato sull’onda dei nuovi movimenti per i diritti civili, è diventato il mantra dei conservatori americani.

E non solo.

Vogliono censurarci e cancellare la nostra cultura:

è questo in America il nuovo mantra della destra post-trumpiana, schiacciata sulla difensiva di fronte all’avanzata delle battaglie progressiste.

 I conservatori fanno terrorismo psicologico, esasperando a suon di” fake news” le istanze di chi è stato a lungo oppresso e ora ha voce.

The Donald, i suoi discepoli e la loro macchina da guerra politico-mediatica agitano così lo spauracchio della “cancel culture”, la cultura della cancellazione, concetto funzionale a ridicolizzare e deformare le battaglie dei loro avversari.

Si tratta di una strategia che funziona e si diffonde a macchia d’olio, tanto che le medesime tattiche sono riprese dalla politica e dalla stampa italiana.

Con parte di coloro che si definiscono” progressisti” che cascano puntualmente nel tranello.

 

Come nasce questo dibattito?

Negli Stati Uniti, il concetto di “cancellare una persona” è fatto risalire al 1991, quando comparve per la prima volta nel film “New Jack City”.

 Il termine, però, cominciò a circolare in maniera diffusa solo nel 2014, sul “Black Twitter”.

Questo indica un gruppo di utenti costituito principalmente da persone africano americane, che utilizzano il social per esprimersi su temi che interessano la loro comunità.

 “Sei cancellato”, nel suo uso iniziale, indicava una presa di posizione personale, una reazione – seria o scherzosa – nei confronti di qualcuno del quale non si approvava il comportamento.

Rapidamente, però, l’espressione venne impiegata non solo per rispondere ad amici e conoscenti, ma anche per colpire celebrità o personaggi pubblici, responsabili di aver assunto un atteggiamento offensivo nei confronti di un determinato gruppo.

 Diventa quindi una forma per invitare a boicottare chi, nonostante il suo comportamento riprovevole, continua indisturbato a calcare la scena pubblica.

 Una strategia di comunicazione adottata da #MeToo e #BlackLivesMatter, grandi movimenti che portano la società americana, e non solo, a mettersi in discussione.

 Il loro fine è di ribaltare la tradizionale narrativa di vittime e colpevoli, puntando il dito contro predatori sessuali e forze di polizia fuori controllo.

“Cancellare qualcuno” diventa quindi uno strumento di giustizia sociale, un modo per combattere, attraverso l’azione collettiva, gli squilibri di potere che esistono tra chi gode di fama e pubblico smisurati e chi è ferito dalle sue parole o azioni.

C’è chi paga perdendo il lavoro.

Si pensi al “comico” “Kevin Hart”, che rinunciò a presentare gli Oscar del 2019.

“Hart”, solo qualche anno prima, aveva pubblicato una serie di orrendi tweet omofobi.

Quando nel 2018 l’Academy annunciò che avrebbe condotto il prestigioso premio cinematografico, si sollevò un polverone su Twitter, con gli utenti che ripubblicavano, indignati, le parole omofobe di Hart.

 Il comico, piuttosto che scusarsi, preferì rinunciare alla presentazione degli Oscar.

Un altro caso emblematico è quello di “Woody Allen”.

e regista è stato accusato per anni dalla ex moglie “Mia Farrow” di aver violentato la figlia adottiva “Dylan”.

Diverse indagini hanno indicato l’assenza di prove.

Ciononostante, a causa delle rinnovate campagne di protesta contro “Allen”, Amazon ha annullato un accordo di produzione e distribuzione per i suoi nuovi film e la casa editrice “Hachette” ha cancellato l’uscita della sua biografia, a proposito di niente, negli Stati Uniti.

La questione è prettamente economica:

l’opinione pubblica è sempre più consapevole (“woke”, come dicono in maniera spregiativa i conservatori americani) e le grandi aziende si adeguano ai nuovi gusti della popolazione.

Sullo stesso tema:

Biancaneve e il cospirazionismo della stampa italiana

Scrittura inclusiva, davvero per tutti.

Che genere di parole?

La battaglia per un linguaggio inclusivo nelle scuole

La guerra culturale che fa litigare conservatori e grandi imprese.

Coloro che possono definirsi veramente “cancellati” sono però davvero pochi.

Potremmo citare il trio “Harvey Weinstein”, “Bill Cosby” e “Kevin Spacey”, tutti e tre accusati di aggressioni sessuali.

 I primi due sono ormai dietro le sbarre, il terzo marchiato dalle pesanti accuse che gli sono state mosse contro.

Per tutti gli altri, è molto complesso misurare le conseguenze degli appelli di coloro che gridano al boicottaggio.

Si pensi alla vicenda di “J.K. Rowling”, l’autrice di “Harry Potter”, al centro di una rumorosa polemica a causa di una serie di affermazioni definite come transfobiche, che hanno fatto di lei uno dei personaggi più famosi nella bufera sulla” cancel culture”.

 Le vendite dei suoi libri non hanno praticamente subito conseguenze.

Il dibattito, ovviamente, non riguarda solo i personaggi famosi, ma è ormai esteso a sempre più sfere della nostra vita:

le parole che usiamo, la storia che studiamo, i personaggi che celebriamo, i libri che leggiamo.

In uno sforzo di decostruzione, ad esempio, sempre più persone si chiedono se è opportuno leggere certe favole ai propri figli o s’interrogano sul sessismo che si cela nel linguaggio quotidiano.

E’ uno sforzo complesso, multiforme, aperto, che viene però banalizzato da una certa politica e trattato in maniera superficiale da certi media, con lo scopo più o meno volontario di delegittimarlo. 

Come fa notare” Meredith D. Clark” della “University of Virginia”, parlando della nascita della disputa sulla “cancel culture”,

Il riferimento [alla cancellazione di una persona, sviluppatosi come già detto nel “Black Twitter”] è stato colto prontamente da osservatori esterni, in particolare giornalisti con una capacità smisurata di amplificare il loro sguardo bianco.

 Politici, esperti, celebrità, accademici e anche persone normali hanno cominciato a interpretare l’essere cancellati come una sorta di panico morale, simile a un danno reale, aggiungendo un’accezione al termine originario, associandolo a una paura ingiustificata di essere censurati o messi a tacere.

 Ma essere cancellati – un’espressione, va notato, solitamente riservata a celebrità, marchi e figure altrimenti fuori portata – dovrebbe essere letto come un ultimo disperato appello alla giustizia.

La “cancel culture” è figlia di questo panico morale, che tenta di discreditare uno strumento – il “boicottaggio online”, nato per obbligare i potenti a rispondere delle proprie azioni – e farlo passare per una forma d’intimidazione insensata.

In altre parole, i carnefici – siano essi razzisti, misogini, omofobi o qualunque altro tipo di promotori della discriminazione – cercano di spacciarsi per vittime.

Usa. Discriminazione, quando l’impresa si schiera. Dalla parte giusta Dr. Seuss è di sinistra. Ma a difenderlo si erge la destra.

Boicottiamo Disney o chi parla a vanvera di censura e intolleranza?

L’autocensura di Disney? Decisione corretta ed esemplare.

La chiesa anglicana accoglie le istanze di #BlackLivesMatter

“Cancel culture” in questo senso è solo l’ennesimo termine inventato dalla destra per colpire i suoi avversari.

 È una continuazione del più noto “politicamente corretto”, nemico immaginario contro cui s’è scagliato lo stesso Trump per giustificare alcune delle sue uscite più razziste.

Ma nella stessa logica s’inseriscono anche il “buonisti”, dato gratuitamente dalla destra italiana a chi chiede una gestione umana dei fenomeni migratori, o l’“ideologia del gender”, altra finzione creata ad arte per decredibilizzare gli studi importanti e numerosi che negli anni sono stati fatti in materia.

Non stupisce quindi che, durante la convention repubblicana del 2020, Trump si sia scagliato contro la “cancel culture”, dicendo, tra le altre cose:

Gli americani sono esausti a forza di cercare di restare al passo con le ultime liste di parole e frasi che si possono dire…

 L’obiettivo della “cancel culture” è far vivere gli americani onesti nel terrore di essere licenziati, umiliati e cacciati dalla società così come la conosciamo.

Un concentrato puro di terrorismo psicologico, che in Italia tanto ricorda gli argomenti odierni dei detrattori del ddl Zan, che tentano di dipingere la legge contro l’omolesbobitransfobia come una “legge bavaglio”.

 

Se funziona, in America lo spauracchio della cancel culture rischia di essere la chiave di volta per unire il Grand Old Party e dividere i Democratici, non tutti pronti a seguire i progressisti nelle loro battaglie. E la stessa dinamica rischia di riprodursi altrove.

Puntare sulla lotta alla “cancel culture”, permette ai conservatori di scagliarsi contro gli avversari senza apparire bigotti, normalizzando e mettendo in secondo piano la loro misoginia, il loro razzismo e la loro omofobia.

 Questo rischia di consentire loro di conquistare parte dei voti moderati, anche sottraendoli al campo democratico.

 

Ed è una scusa micidiale per ripulire il proprio passato e giustificare ogni malefatta futura.

 Trump bloccato dai principali social media?

 Non è perché ha incitato alla violenza e al rovesciamento di elezioni democratiche, ma perché i media liberal hanno scelto deliberatamente di censurarlo e metterlo a tacere.               I Repubblicani non rispettano il risultato delle elezioni?

Con dei Democratici talmente estremisti, che vogliono eliminare la polizia per permettere ai criminali di scorrazzare liberamente, non bisogna andarci per il leggero.

Possiamo già immaginare come, con toni apocalittici di questo tipo, gli eredi di Trump cercheranno di trasformare il panico morale in un tentativo di giocare sporco.

 

Che cos’è il” Partito Democratico  Americano”.

It.insideover.com - Andrea Muratore – (6 GENNAIO 2022) – ci dice:

 

Il Partito Democratico americano vanta quasi duecento anni di storia e, essendo in attività dal 1828, può definirsi come la formazione politica oggigiorno più antica al mondo.

La formazione dell’attuale presidente “Joe Biden” e della vicepresidente Kamala Harris” ha alle spalle una lunga storia che l’ha vista attraversare, nella sua lunga storia, l’intero arco politico negli Stati Uniti.

Dalle origini come formazione conservatrice, attenta alla difesa dello schiavismo negli Stati del Sud e segregazionista, il Partito Democratico è poi diventato il contenitore politico artefice del New Deal, della svolta dei diritti civili, infine del multiculturalismo.

 La sua storia, assieme a quella del Partito Repubblicano, racconta due secoli di evoluzione degli States.

Una storia articolata.

Il Partito Democratico è il diretto erede del dallo storico Partito Democratico-Repubblicano fondato da “Thomas Jefferson” nel 1792 come espressione dei piccoli proprietari degli Stati del Sud, ostili al centralismo predicato dalle ex colonie britanniche del New England in senso federalista.

Dal 1800 al 1824 “Jefferson”, “James Madison” e “James Monroe” furono eletti alla presidenza come espressione di questa formazione, che fu la principale portavoce dell’ideologia dell’espansione a Ovest e dell’accrescimento dimensionale dell’Unione, al cui dilatarsi iniziarono a esprimersi diverse posizioni politiche.

Fu l’ascesa del primo presidente populista, “Andrew Jackson”, a sancire la scissione tra il “Partito Democratico e una serie di formazioni minori tra cui si sarebbe distinto, in seguito, il “Partito Whig”, espressione della borghesia finanziaria del Nord da cui nel 1854 sarebbe emerso il “Partito Repubblicano”.

All’elezione di “Abrahm Lincoln”, repubblicano, avvenuta nel 1860, la principale divisione tra Repubblicani e Democratici era palese:

 i Repubblicani, oggi definibili “a sinistra” dello spettro politico, erano a favore del protezionismo, della crescita industriale, degli investimenti interni, del superamento della schiavitù;

i Democratici, invece, difendevano il latifondo agrario e la schiavitù, guidando la secessione e dando fuoco alle polveri della Guerra Civile tra il 1861 e il 1865.

Dopo l’assassinio di “Lincoln”, a livello nazionale la politica americana fu monopolizzata dai” Repubblicani”, che sospesero temporaneamente dall’Unione alcuni Stati meridionali e ammisero al voto gli ex schiavi afroamericani, per cui il” Partito Democratico” fu per qualche tempo fuori gioco.

 In cambio, però, il partito potè consolidare le sue roccaforti negli Stati segregazionisti del Sud;

 sarebbe stato” Grover Cleveland” ad aggiungere, a conquista della frontiera in via di completamento, frange di proletariato urbano, di immigrati cattolici e esponenti della piccola imprenditoria al blocco elettorale democratico, consentendo ai Democratici la riconquista della Casa Bianca nel 1884.

Iniziò l’inesorabile spostamento al centro prima e a sinistra poi del partito:

 dapprima con la forma populista di “William Bryan” e in seguito con quella istituzionale di “Woodrow Wilson”, i democratici tra fine Ottocento e inizio Novecento coniugarono conservatorismo identitario, frange crescenti di progressismo sociale e internazionalismo, mentre i Repubblicani erano più conservatori sul piano sociale e isolazionisti.

Anche il più progressista “Franklin Delano Roosevelt “poté costruire il “New Deal” puntando sull’alleanza con le classi conservatrici.

“Roosevelt” seppe iniziare a far sfondare i” Dem” nel nuovo elettorato afroamericano con le sue politiche economiche keynesiane e a partire dal Secondo dopoguerra iniziò a cambiare la coalizione sociale con l’uscita dei Democratici sudisti dal partito.

 In genere, gli abitanti bianchi del Sud continuarono a votare per i Democratici nelle elezioni locali e in quelle per il Congresso (in cui molti Democratici sudisti erano conservatori), ma ad abbandonare il partito o a favore dei Repubblicani o di candidati del Sud indipendenti alle elezioni presidenziali.

Nella Guerra Fredda i democratici furono il partito del più ferreo anticomunismo (con John Fitzgerald Kennedy) e del progetto della “great society”; con Lyndon Johnson promossero l’apertura delle prime misure di sanità pubblica e chiusero il cerchio promuovendo la legge sui diritti civili.

L’ascesa della questione ambientalista e del progressismo liberal” a favore delle minoranze a partire dalla metà degli Anni Settanta ha definitivamente fatto transitare nel centro-sinistra i democratici, divenuti infine il partito-sponsor della globalizzazione neoliberista con Bill Clinton e del tentativo di governarla dopo i disastri delle guerre afghane e irachene e la crisi finanziaria del 2007-2008 prima (presidenze di Barack Obama) e la tempesta pandemica da Covid-19 poi (attuale presidenza Biden).

I presidenti democratici

Diversi presidenti democratici tra i quindici che il partito ha eletto nel corso degli ultimi due secoli hanno segnato profondamente la storia degli Usa.

Andrew Jackson fu presidente dal 1828 al 1836. Da capo dello Stato lanciò una profonda operazione di democratizzazione delle strutture politiche statunitensi, precedentemente dominate dalle ristrette oligarchie terriere del Sud e da quelle finanziarie del Nord.

Andando spesso anche contro l’interesse dei suoi referenti al Sud, tentò di aumentare la centralizzazione politica offrendo, in cambio, spazio alle correnti più libertarie abolendo la “Bank of United States”, antesignana della” Federal Reserve”;

durante il suo mandato furono progressivamente abolite le restrizioni di voto e introdotto il voto segreto;

molte cariche pubbliche, statali e locali, divennero elettive; si intensificarono infine le campagne contro gli Indiani d’America.

Nella Grande Guerra il presidente che condusse alla vittoria fu “Woodrow Wilson”, alfiere di un interventismo “missionario” che echeggiava il sostegno del suo partito al destino manifesto quale ideologia di espansione di Washington.

 Wilson del resto fu un convintissimo sudista che fece però passare leggi progressiste, come quella sull’antimonopolio e la riforma costituzionale che diede il voto alle donne, senza tuttavia promuovere i diritti degli afroamericani, al contrario sostenendo e promuovendo la segregazione razziale come gli altri Democratici suoi coevi.

Franklin Delano Roosevelt si impegnò per superare l’estasi liberista dei governi repubblicani degli Anni Venti che condusse alla Grande Depressione.

 Fautore di politiche di intervento pubblico molto massicce il governo del presidente democratico potè superare veramente la Grande Depressione solo con l’effetto leva garantito dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e dal compattamento del Paese nel regime di economia bellica.

Il sostegno di figure come padre “Charles Couglin”, il radio-predicatore nemico di Wall Street, alla sua figura, è sintomatico di un’evoluzione sociale avvenuta nella base elettorale dei dem, sempre meno elitisti, durante i suoi lunghi mandati.

John Kennedy tradusse definitivamente in realtà questi propositi e inaugurò un’apertura dei dem verso la conquista della maggioranza dell’elettorato delle minoranze.

Questo avrebbe portato, infine, i” dem “a essere il primo partito capace di eleggere un afroamericano, Barack Obama, alla Casa Bianca, nel 2008.

“Kennedy” e l’attuale inquilino della Casa Bianca,” Joe Biden”, sono altresì gli unici cattolici eletti presidenti nella storia americana.

Le correnti attuali.

Oggigiorno il Partito Democratico è una formazione liberal-progressista con correnti interne estremamente diversificate a seconda delle basi politiche e territoriali di riferimento.

Scomparsa la corrente dei” Democratici del Sud” passata nei Repubblicani, esiste tuttavia una fascia di centristi, liberali in politica economica e più conservatori della media del partito sui diritti civili, che consentono ai “dem” di presidiare fasce di elettorato a lungo ostili negli ultimi decenni: un esempio classico è “Joe Manchin”, Senatore dello Stato della West Virginia.

Negli ultimi anni sta prendendo piede la corrente dei “Progressive Democrats”, esponenti della sinistra interna e aperti alla lotta ai monopoli finanziari e tecnologici, alla sanità universale, alla democratizzazione del sistema politico, a un welfare all’Europea e a tutte le battaglie proprie della cultura liberal predominante tra gli studenti e la nuova borghesia urbana.

L’esponente tipico di questa corrente è stato, negli ultimi anni, il Senatore del Vermont “Bernie Sanders”.

Relativamente maggioritaria resta, comunque, la corrente dei Democratici Centristi, così chiamati in quanto non si professano propriamente di sinistra e si rifanno piuttosto al centrismo liberale e alla terza via di ispirazione blairiana.

Tra questi vi sono importanti personaggi quali i presidenti Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden.

Essi rappresentano l’ossatura del partito e di parte della classe dirigente americana.

I maggiori custodi di una lunga storia che deve sempre essere mediata con le spinte provenienti dall’esterno.

Come del resto “Biden” ha ben dovuto comprendere, bilanciandosi tra pressioni dei radicali e mediazioni con i conservatori, fin dai primi giorni del suo mandato.

 

 

Il sistema in(visibile), così

le élite manipolano i popoli.

Lanuovabq.it – Fabio Piemonte – Marcello Foa -autore libro – (15-2-2023) – ci dicono:

 

Nel saggio “Il sistema in(visibile)”, Marcello Foa analizza il ruolo delle élite sovranazionali nella manipolazione mediatica, mostrando come sia possibile modellare le masse, cambiare i valori, orientare la politica, l’economia e i media stessi, avvalendosi anche delle tecniche di influenza psicologica.

«Pensavamo di essere padroni del nostro destino, mentre altri, in luoghi che nemmeno immaginavamo e che non necessariamente coincidevano con governi e parlamenti, decidevano per noi».

È questa la tesi di fondo del saggio Il sistema in(visibile) (Guerini e Associati 2022, pp. 256) di Marcello Foa - docente di comunicazione, giornalista ed ex presidente della Rai - che illustra con chiarezza le influenze socioculturali di un sistema visibile e allo stesso tempo intenzionalmente invisibile, dettato dalle agende delle lobby.

Foa analizza in sostanza il ruolo delle élite, mostrando come sia possibile modellare le masse, cambiare i valori, orientare la politica, l’economia e i media avvalendosi anche delle tecniche di influenza psicologica.

 D’altra parte «il giornalismo subisce ormai la passione compulsiva del mondo digitale, che oltre a permettere una moltiplicazione delle fonti - ed è senz’altro un bene - ha però generato nuove metriche del successo, ovvero un’ossessione per il consenso, per le pagine viste, per i “like” ricevuti, per il numero delle condivisioni:

dunque per un approccio che diventa sempre più superficiale, al contempo omologato e omologante, privilegiando una lettura istituzionale della realtà», osserva Foa.

Quando, dopo il crollo dell’Urss comunista, gli Stati Uniti diventano di fatto l’unica superpotenza mondiale, si fa avanti l’ “idea di globalizzazione” anche se

«in teoria una governance democratica avrebbe dovuto reggersi su un Parlamento del mondo.

Washington, allora, ha optato per un sistema di delega alle organizzazioni sovranazionali.

Queste, tuttavia, non si basano sulla sovranità popolare e ciò pone un problema al contempo delicato e complesso, che poteva essere risolto solo in due modi:

promuovendo una collaborazione internazionale volta a stabilire regole comuni minime, mirate e condivise nel rispetto delle prerogative degli Stati (ed è la multilateralità propriamente intesa), oppure favorendo un’internazionalizzazione spinta, coercitiva, tale da creare progressivamente condizionamenti ineludibili per i singoli Paesi (ed è il nuovo concetto di multilateralismo)».

L’ha spuntata purtroppo la seconda opzione, incentivando la tensione tra gli Stati attraverso la guerra finanziaria (speculazioni per gettare sul lastrico le economie di interi Paesi), culturale e tecnologica per il dominio globale.

 Il mantra “lo chiede l’Europa”, anche e soprattutto in relazione al bilancio di uno Stato, conferma infatti quanto i governi nazionali debbano sottostare a logiche sovranazionali decise a Bruxelles od oltreoceano.

 Tali logiche sono fortemente orientate se non imposte, tra i vari enti, dalla “Banca Mondiale”, dal “Fondo Monetario Internazionale”, dall’”Ocse”, dalla “Nato”, dall’”Organizzazione Mondiale del Commercio”, da “Onu”, “Unicef”,” Unhcr”, “Fao”, tutte (o quasi) a trazione statunitense.

Il processo è quasi sempre il medesimo:

«In consessi internazionali, quale per esempio il “World Economic Forum”, le élite pubbliche e private riflettono sui destini del mondo, ma al contempo individuano le possibili soluzioni.

Poi passano all’azione.

Preparano l’opinione pubblica con un’adeguata campagna di comunicazione (solitamente ammantata di buone intenzioni, di cause nobili e di altruismo, ovvero facendo passare il messaggio che si agisce per il bene dell’umanità o per porre rimedio a un’incombente tragedia).

Successivamente, si attiva la” governance internazionale”, secondo “Davis” “tipicamente attraverso un distributore di politiche che funge da intermediario, come il “Fmi” o l’”Ipcc “(Intergovernmental Panel on Climate Change) che ha il potere di indurre i governi nazionali a uniformarsi alle decisioni prese”.

Quindi sulla scena appaiono i “partner privati”, top manager e grandi aziende dichiarano la volontà di contribuire al successo di questa buona e onorevole causa (che in realtà essi stessi hanno contribuito a ideare) e offrono la loro collaborazione ottenendone - ovviamente - anche un ritorno economico, oltre che strategico e di sistema.

 I media, stante l’importanza delle fonti, rilanciano questi temi […]. E le decisioni ricadono sui popoli, che restano inconsapevoli del processo».

Non è forse questo quanto accaduto, in relazione alla recente pandemia, ossia che quanto stabilito dall’”Oms”, «forma di partenariato pubblica-privata» (finanziata tra gli altri anche da Bill Gates per il 15%, con la stessa percentuale degli Stati Uniti!), è stato poi pedissequamente assecondato dai diversi Paesi?

Per non parlare dello strapotere degli oligopoli in ogni ambito, nell’abbigliamento sportivo con “Nike e “Adidas;

nei sistemi operativi con “iOs” e “Android”;

nella finanza con BlackRock, Vanguard e State Street; nell’e-commerce con Amazon;

nei social con Meta di Zuckerberg che detiene Facebook, WhatsApp e Instagram, e YouTube che è un marchio Google.

In sostanza «il mercato è libero e per i giganti più libero di altri».

Basti pensare che solo Apple e Microsoft hanno una capitalizzazione in borsa pari al Pil di almeno il 92% dei Paesi del mondo.

Foa approfondisce il meccanismo della propaganda, alla luce della psicologia delle masse, per la quale si agisce su sentimenti e idee, sollecitandone emozioni, bisogni e volontà, tanto nella dimensione pubblica quanto in quella privata.

Una volta erano televisione, musica e Hollywood a contribuire a rendere popolare e desiderabile lo stile di vita americano;

«nell’era digitale, gli influencer sui social media, rendendo partecipi i follower della propria vita privata, stabiliscono un rapporto ancora più intimo […] un “Truman Show” all’ennesima potenza».

Riguardo ai temi portanti sposati dalle lobby, quali il matrimonio omosessuale o la maternità surrogata, la strategia dello sdoganamento prevede che ciò che è inconcepibile sia prima vietato con delle eccezioni; poi gradualmente diventi sensato, socialmente accettabile e persino legalizzato, fino a divenire addirittura un valore condiviso.

Relativamente al ruolo dei media, si punta a costruire una cornice emotiva nella quale viene poi a svilupparsi tutta la narrazione di un determinato fenomeno, all’insegna del «prima pubblico, poi semmai rettifico», basta che «il titolo o l’articolo, meglio se ottimizzato “SEO”, conquisti la fiducia dell’algoritmo».

Di qui, come si è visto, dalla “mucca pazza” al Covid, si fa leva in particolar modo sulla «paura della malattia mortale quale forma di condizionamento assoluta che può essere strumentalizzata per ragioni politiche, economiche, di controllo sociale o per far avanzare agende».

 

 

 

L’inganno del «Sud Globale».

 

Legrandcontinent.eu – (4 ottobre 2023) –Redazione - autore Bruno Tertrais – ci dice:

Prospettive: Il nuovo ordine dei BRICS.

Non ha senso parlare di una rivolta del Sud contro l’Occidente.

 Davanti al tentativo di essenzializzare il «Sud globale», Bruno Tertrais descrive un mondo dalle linee di faglia molto più complesse.

 Superare questa facile narrazione significa anche darci i mezzi per agire più efficacemente — in maniera costruttiva.

Vent’anni fa,” Avishai Margalit” e” Ian Buruma “coniarono l’espressione «occidentalismo», in uno straordinario libretto dal titolo omonimo, per descrivere la visione stereotipata dell’Occidente — borghese, moderno, decadente — sostenuta dai suoi oppositori.

Oggi, potremmo senza dubbio parlare di una nuova forma di “Meridionalismo”:

esperti, commentatori e leader politici parlano dell’esistenza di un «Sud globale» esigente, persino vendicativo, che sconvolgerebbe l’equilibrio globale e segnerebbe il passaggio definitivo a un mondo post-occidentale.

Le origini di questa espressione sono ben note.

 All’apice della” Guerra del Vietnam”, lo scrittore e attivista” Carl Oglesby” propose di sostituire l’espressione «Terzo Mondo», coniata da “Alfred Sauvy” sul calco di «Terzo Stato», a volte ritenuta sprezzante e troppo strettamente associata alle sole condizioni economiche, con quella di un «Sud globale» che soffre di un «ordine sociale» ingiustamente imposto dal «Nord».

Dopo la” Guerra Fredda”, è emersa l’idea di un «West versus the rest», espressa in vari modi, ad esempio da “Jean—Christophe Rufin” in “L’Empire et les nouveaux barbares”.

 Il termine si è imposto attraverso l’attivismo post-coloniale, rilanciato dalle istituzioni internazionali, ed è oggi in voga.

In gran parte per le stesse ragioni di sempre.

Siamo però davanti a una trappola intellettuale e politica.

Non solo questa espressione non è rilevante né efficace nel caratterizzare l’evoluzione delle principali relazioni di potere internazionali, ma blocca il discorso in una semplificazione pericolosa e controproducente.

 La posta in gioco oggi è più complessa e più interessante.

Ne propongo un quadro di lettura nel libro “La Guerre des mondes”. “Le retour de la géopolitique” et “le choc des empires ”.

(Bruno Tertrais, La guerre des mondes. Le retour de la géopolitique et le choc des empires, Éditions de l’Observatoire, 2023.)

Né rilevante né efficace.

Cominciamo col sottolineare l’ovvio:

 i termini «Nord» e «Sud» non hanno senso quando si descrivono i principali raggruppamenti politici coinvolti.

 Cina e India si trovano nell’emisfero settentrionale, Australia e Nuova Zelanda in quello meridionale.

 Un altro fatto ovvio è che il mondo non è più lo stesso degli anni ’70.

La decolonizzazione è un processo completato da tempo e alcuni Paesi emergenti hanno acquisito un notevole potere economico e diplomatico.

La nozione di «Sud globale» non riveste alcuna coerenza o unità, politica o economica.

 La Repubblica Popolare Cinese supera tutti gli altri, non solo perché è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dal 1971 (anno in cui Pechino ha sostituito Taipei), ma anche, ovviamente, perché si erge altissima tra gli altri Paesi emergenti.

In termini diplomatici, come possiamo trattare con gli Stati che reclamano un atteggiamento apertamente conflittuale nei confronti dell’Occidente e quelli che vogliono tenersi fuori dalle principali lotte di potere, o cercare una posizione di equilibrio?

Il Sud globale è il connubio tra la carpa anti-occidentale e il coniglio non allineato, tra gli alleati della Russia e gli Stati che propendono per l’Occidente.

Si suppone che includa la Siria e l’Iran, notoriamente vicini a Mosca, così come l’Arabia Saudita, che attualmente sta facendo tutto il possibile per ottenere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti, e l’India, che afferma di essere «non occidentale, ma non anti-occidentale».

 La Malesia è nel mezzo di un decollo economico, lo Zambia ha un reddito pro capite dieci volte inferiore, l’Uruguay è democratico, mentre il Sud Sudan è in fondo alla scala dello sviluppo politico.

Il “Sud Globale” è il connubio tra la carpa anti-occidentale e il coniglio non allineato, tra gli alleati della Russia e gli Stati che propendono per l’Occidente.

(BRUNO TERTRAIS)

 

Gli atteggiamenti dei singoli Stati nei confronti della guerra in Ucraina sono un buon indicatore della grande diversità politica dei Paesi generalmente considerati parte del «Sud Globale».

 Se osserviamo da vicino la distribuzione della popolazione mondiale rappresentata dalle opinioni dei loro governi, vediamo che, in linea di massima, coloro che sostengono la Russia costituiscono un terzo della popolazione, coloro che sono neutrali un altro terzo e coloro che propendono per l’Occidente costituiscono l’ultimo terzo.

 Il Gruppo di contatto che riunisce i Paesi che assistono l’Ucraina include Kenya, Liberia e Tunisia, mentre altri ancora hanno fornito aiuti militari a Kiev, come Giordania, Marocco, Pakistan e persino Sudan.

 

Infine, le grandi dispute tra vicini sono un ostacolo all’unità del Sud.

Ci riferiamo soprattutto alla lampante rivalità sino—indiana, ma anche alle relazioni tra Brasile e Argentina, Marocco e Algeria, Etiopia ed Eritrea, Iran e Arabia Saudita, e così via.

 Questi sono i principali ostacoli alla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Questa diversità e queste controversie spiegano perché il «Sud globale» non può pretendere di essere rappresentato da alcuna istituzione o gruppo di Paesi.

L”’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai” (SCO) non incarna il «Sud»:

questa associazione di leader autoritari, il cui lavoro principale si concentra sulla repressione attraverso la sua struttura dal bizzarro nome di” RATS” (Regional Antiterrorist Structure), non è qualificata a rappresentare il «Sud globale», perché include la Russia, ma non può nemmeno essere descritta come un «blocco anti-occidentale», visto che include l’India.

 

Le grandi dispute tra vicini sono un ostacolo all’unità del Sud

(BRUNO TERTRAIS)

Lo stesso vale, per identici motivi, per il raggruppamento BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Formatosi come risposta al G8 (di cui, tra l’altro, la Russia era all’epoca membro), i BRICS si sono espansi in modo spettacolare nel 2023 per includere sei nuovi membri — è anche vero che il costo di ingresso è basso — e nuovi candidati si precipitano alla porta.

 Le sue dimensioni ridotte, tuttavia, non le consentono di rappresentare il cosiddetto «Sud globale».

È interessante notare che l’Indonesia, padrone di casa nella “famosa conferenza di Bandung”, che inaugurò il non allineamento (1955), ha rifiutato di diventare membro, sottolineando che il suo obiettivo era piuttosto quello di aderire all’”Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico” (OCSE).

 

L’unico Sud che ha una qualche coerenza è quello rappresentato dal gruppo dei “134 Paesi del Gruppo dei 77” (1964) — il «sindacato dei poveri» come lo chiamava “Julius Nyerere” — e in misura minore dai 120 membri del “Movimento dei Non Allineati” (NAM) creato tre anni prima.

 «Proprio come “Mao”, che arrivò al potere a Pechino aggirando le città che gli erano ostili e affidandosi alle campagne, “Xi” intende affidarsi al ‘Sud globale’ per aggirare un “Nord ostile” e affermarsi come potenza imprescindibile entro metà del secolo»,

scrive giustamente “Frédéric Lemaître”.

 La Repubblica Popolare è elencata dal G77 come membro del gruppo… ma il G77 stesso non la considera un membro!

Da qui l’ambiguo «G77 più Cina», con Pechino che vota quasi sistematicamente con il gruppo.

Per quanto riguarda il “NAM”, diversi Paesi importanti spesso citati come parte del «Sud globale» sono solo osservatori, in particolare l’Argentina, il Brasile, il Messico e la stessa Cina.

 

Inoltre, queste organizzazioni non hanno dimostrato la loro efficacia.

 I BRICS hanno certamente creato la “Nuova banca di sviluppo”, ma il suo ruolo rimane modesto rispetto a quello delle istituzioni finanziarie internazionali.

Hanno abbandonato i loro piani per una moneta comune.

Non stanno coordinando le loro politiche energetiche.

 E il G77 e il NAM?

Organizzati per armonizzare le loro posizioni nelle istituzioni internazionali, i Paesi interessati hanno avuto un discreto successo nelle questioni non vincolanti (per il G77, 75% di votazioni congiunte all’ONU negli anni 2000), ma votano spesso in ordine sparso sulle questioni più sensibili.

 Inoltre, non si tratta di organizzazioni strutturate.

 Lo si è visto nelle mozioni di condanna della Russia, dove la maggioranza dei Paesi ha votato con l’Occidente, altri hanno adottato una posizione neutrale e solo un numero molto ridotto si è schierato a favore di Mosca. 

Decostruire l’opposizione all’Occidente.

È vero che tre quarti dei Paesi del mondo si rifiutano di attuare le sanzioni contro la Russia, nonostante le pressioni dell’Occidente.

Ma è importante decostruire la narrativa di un’opposizione senza sfumature all’Occidente, per un’ampia varietà di ragioni che confermano l’eterogeneità del «Sud globale» e, in definitiva, l’inadeguatezza della nozione stessa.

Queste ragioni sono politiche, economiche, strategiche e ideologiche, a volte sentimentali o addirittura passionali, e variano da Paese a Paese: alcune sono primordiali per uno Stato, accessorie o inesistenti per altri.

 

Rifiutare di seguire l’Occidente è innanzitutto una semplice dichiarazione di indipendenza — niente sanzioni se non vengono decise dall’ONU — e di non appartenenza a un campo determinato — si vuole poter «avere un McDonald’s e un Burger King nella stessa strada».

Molti Stati sono ancora più gelosi di preservare la loro autonomia strategica, o quello che Delhi chiama multi allineamento, perché la loro sovranità è relativamente recente.

Inoltre, le loro opinioni nazionali sono spesso divise:

nei sondaggi, brasiliani, sudafricani e indiani sono divisi tra la preferenza per le regole e gli standard americani, europei e del mondo in via di sviluppo.

Israele ha lo stesso numero di cittadini di origine ucraina che di origine russa.

 

Le ragioni economiche sono ben note e spesso abbastanza comprensibili.

 Il Brasile e l’India acquistano i loro fertilizzanti dalla Russia.

 L’India, l’Algeria e altri vogliono poter continuare ad acquistare i loro sistemi di difesa da Mosca.

 Gli Stati del Golfo non vogliono che i capitali russi fuggano.

 L’Egitto, come la Turchia, conta su “Rosatom” per le sue future centrali nucleari.

 In altre parole, non vogliono imporre sanzioni per paura di essere sanzionati a loro volta.

Rifiutare di seguire l’Occidente è prima di tutto una semplice dichiarazione di indipendenza — niente sanzioni se non vengono decise dall’ONU — e di non appartenenza a un campo determinato

(BRUNO TERTRAIS)

Il desiderio di non scontentare la Russia può essere giustificato da calcoli geopolitici:

l’India ha bisogno di Mosca per il confronto con la Cina, il Brasile ritiene che la Russia sia un elemento essenziale in un mondo multipolare.

 I BRICS e i Paesi non allineati non vogliono un Occidente troppo forte.

Non siamo lontani dal cinismo: molti Stati emergenti o meno sviluppati stanno aspettando di vedere chi avrà la meglio.

 Sono hedgers, come si dice nel mondo della finanza, e potrebbero diventare, se la competizione sino—americana dovesse acuirsi, l’equivalente degli Swing States delle elezioni americane.

 Per usare le categorie della teoria realista delle relazioni internazionali, si tratta di” hedging” (copertura) piuttosto che di “balancing” (bilanciamento) o bandwagoning (salire sul carro dei vincitori).

 Infine, molti di loro non detestano il concetto di sfere di influenza: dopotutto considerano normale che Mosca o Pechino facciano ciò che più vogliono nel loro contesto regionale, come fa l’Arabia Saudita in Yemen, per esempio.

Si sente anche in queste reazioni un’eco lontana della Guerra Fredda: dal Sudafrica all’India, Mosca rimane l’alleato fedele, l’«anticolonialista», che sostiene i movimenti di liberazione.

La propaganda russa sa come utilizzare questo ricordo romantico. Sa anche come presentare il discorso del Cremlino come quello di un uomo forte che si appella a valori conservatori, che non mancano di attrarre determinate popolazioni.

 «Il risentimento è un elemento importante per comprendere il rapporto tra Africa e Occidente:

 la realtà del passato coloniale è ancora molto recente e continua a produrre conseguenze ed effetti.

Questo offre un punto di ingresso per i Paesi che non sono interessati da questo passato coloniale, come la Russia e la Turchia», si dice in Africa. «Mosca ci mostra rispetto», si dice invece in Brasile, Paese la cui élite, come spesso accade in America Latina, rimane segnata dall’antiamericanismo.

 

Infine, non dobbiamo trascurare l’importanza del sentimento tossico noto come “Schadenfreude”, il godimento della sofferenza altrui.

 Il motivo?

 Un presunto doppio standard, in riferimento all’invasione dell’Iraq o all’annessione delle Alture del Golan, come se le turpitudini di alcuni fossero una scusa per quelle di altri, o una presunta mancanza di attenzione da parte dell’Occidente ai propri problemi, che permetterebbe ai Paesi interessati di trascurare la sofferenza ucraina e le norme internazionali.

L’Occidente deve espiare e pagare per le sue colpe, reali o presunte. Come ha scritto “Pierre Hassner” nel 2005, ogni volta che l’Occidente viene colpito, le reazioni in gran parte del mondo vanno dalla «Schadenfreude a un senso di equilibrio ristabilito, dal risentimento e dallo spirito di vendetta all’idea di “hybris punita”».

 Il sostegno implicito alla Russia è quindi un’espressione per procura del disappunto nei confronti di Washington, così come del rispetto per la Cina.

La guerra in Ucraina è quindi il prisma attraverso il quale si rivelano gli interessi e i calcoli degli Stati, ma anche tutte le frustrazioni e le passioni delle nazioni.

Diagnosi sbagliata, strategia sbagliata.

«Non sappiamo come definire il “Sud Globale”, ma nessuno può negare che esista», ha detto a chi scrive una diplomatica di un Paese latinoamericano durante un forum internazionale nel dicembre 2022.

Questo è più che discutibile da un punto di vista epistemologico.

Deve essere possibile definire ciò che esiste, altrimenti l’espressione rappresenta più uno slogan polemico che una realtà politica.

Si potrebbe sostenere che lo stesso vale per l’Occidente.

Questo non è del tutto falso.

Ci è stata ricordata l’esistenza di questo «occidentalismo», che consiste nell’immaginare un Occidente uniforme e coerente — quello che oggi Mosca chiama ‘Occidente collettivo’.

 Ma la simmetria è solo apparente.

In primo luogo, perché l’invocazione dell’Occidente in Europa e negli Stati Uniti e la pretesa di appartenervi sono, senza essere caduti in disuso, meno diffusi oggi di quanto lo fossero durante la Guerra Fredda.

In secondo luogo, perché l’Occidente è ancora meglio rappresentato dalla NATO e dall’OCSE di quanto il Sud globale sia rappresentato dalla “SCO”, dai “BRICS”, dal “G77” o dal “NAM”.

 

Che molti Paesi si oppongano all’Occidente, e che la guerra in Ucraina ne sia la causa e l’indicatore, è indiscutibile.

Riunirli tutti sotto un’unica etichetta è controproducente, perché porta a errori di diagnosi e di strategia.

L’Occidente è ancora meglio rappresentato dalla NATO e dall’OCSE di quanto il Sud globale sia rappresentato dalla SCO, dai BRICS, dal G77 o dal NAM.

(BRUNO TERTRAIS)

 

Si tratta di una diagnosi errata, perché non c’è una grande rivolta nel Sud contro questo Occidente.

Con l’emergere politico ed economico di nuovi attori e potenze intermedie e il ritorno in primo piano delle rivalità internazionali, il mondo sta in qualche modo tornando un po’ «normale», come ha scritto “Robert Kagan” qualche anno fa.

 Tuttavia, parlare di un mondo post-occidentale è un’esagerazione.

È stato alla fine degli anni ’50 che i Paesi in via di sviluppo sono diventati una forza politica, con la Conferenza di Bandung (1955) e la creazione del Movimento dei Non Allineati.

Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica — non esattamente un Paese occidentale — è stata un attore politico formidabile (e una forza di blocco nel Consiglio di Sicurezza).

 Anche negli anni ’90, spesso descritti come il trionfo dell’unipolarismo americano, le relazioni con la Russia, la Cina, l’Iran e altri Paesi sono rimaste difficili.

 L’Occidente non aveva il mondo in pugno.

 Da molto tempo ormai non domina più il mondo senza condividerlo. «L’Occidente capisce che i suoi club esclusivi non possono più risolvere tutti i problemi del mondo», afferma un esperto indiano.

 Ma è mai stato il caso dal 1945 in poi?

 L’eterno «declino dell’Occidente», che «non è più solo nel mondo», dice molto di più sulle nostre ansie e sulla nostra capacità di autoflagellazione, oltre che sulle legittime rivendicazioni delle potenze emergenti, che su una reale trasformazione del mondo.

All’ONU, non meno di 141 Paesi, tra cui Perù, Mauritania, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Yemen e Bangladesh, hanno condannato l’aggressione russa, per due volte.

Nel 2023, secondo i calcoli dell’”Economist Intelligence Unit”, i Paesi che si oppongono apertamente alla politica russa rappresenteranno il 60% del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale, rispetto al 3,3% di quelli che la sostengono.

 I Paesi inclini a sostenere l’Occidente rappresentano il 35% della popolazione mondiale, rispetto al 33% di quelli che tendono a sostenere Mosca.

L’eterno «declino dell’Occidente», che non è «più solo nel mondo», dice molto di più sulle nostre ansie e sulla nostra capacità di autoflagellazione, oltre che sulle legittime rivendicazioni delle potenze emergenti, che su una reale trasformazione del mondo.

(BRUNO TERTRAIS)

Questo Occidente ha comunque” belle rovine”.

Per PIL nominale pro capite — un criterio essenziale — il G7 continua ad essere in testa.

I 38 Paesi dell’OCSE — tutte democrazie, anche se alcune molto imperfette — rappresentano unite ancora più del 40% del PIL mondiale in termini di parità di potere d’acquisto.

 Registrano quasi tutti i brevetti triadici e i dieci Paesi più innovativi al mondo, ad eccezione di Singapore, appartengono tutti all’organizzazione.

Sul fronte sanitario, la pandemia ha dimostrato ancora una volta la capacità di reazione della scienza e dell’industria occidentale:

i vaccini più efficaci sono stati sviluppati in Europa e negli Stati Uniti.

Dal punto di vista militare, i Paesi occidentali dispongono di una rete di basi e alleanze che non ha eguali nel mondo.

E l’America ha un’esperienza di combattimento di cui la Cina è priva.

Possiamo ridere dei fallimenti diplomatici dell’Occidente, ma i Paesi del Sud sono in grado di rappresentare un’alternativa?

Le ambizioni brasiliane e sudafricane di porre fine alla guerra in Ucraina si sono infrante contro i muri del Cremlino.

 L’incontro del G20 organizzato da Delhi ha mostrato i limiti del «potere di riunire» indiano:

né Putin né Xi Jinping si sono presentati.

Dobbiamo anche ricordare che non si tratta di un gioco a somma zero: non è tanto l’Occidente che sta declinando, quanto il resto del mondo che sta crescendo in potenza.

Cosa che va accolta con favore dato che il loro sviluppo ha contribuito a migliorare la vita di centinaia di milioni di persone.

Ciò che è vero per l’Occidente è ancora più vero per gli Stati Uniti, la cui quota del PIL mondiale a prezzi correnti è la stessa oggi — un quarto — di quella del 1980 o del 1995.

Ci sono stati innumerevoli autori e libri che hanno previsto il declino dell’America.

Ricordiamo il fenomenale successo di “Paul Kennedy”, che in “Ascesa e declino delle grandi potenze” (1987) profetizzò il suo crollo e predisse che la prossima potenza mondiale sarebbe stata… il Giappone?

Trentasei anni dopo, l’America continua ad occupare un posto unico nella geopolitica mondiale, grazie alle sue risorse strutturali, naturali e culturali.

 La de—dollarizzazione è ancora lontana:

 la valuta statunitense è utilizzata in quasi il 90% delle transazioni in valuta estera, nel 60% delle riserve di valuta estera, nel 50% delle fatture commerciali, in quasi la metà dei titoli di debito internazionali, in oltre il 40% dei pagamenti “SWIFT “e nel 40% dei prestiti internazionali.

Anche quando gli acquisti vengono effettuati in euro, yuan o rubli, il prezzo viene spesso fissato in dollari (come nel caso del petrolio).

 L’Arabia Saudita sta impostando la sua produzione di petrolio senza preoccuparsi dei consumatori americani?

Questo accade regolarmente dalla fine della Guerra Fredda.

 Gli eccessi di coloro che dall’altra parte dell’Atlantico vedono l’Arabia Saudita come l’unico Paese «in grado di contenere le forze naturali della storia» non dovrebbero oscurare gli elementi fondamentali del loro potere e della loro attrattiva, che rimangono ineguagliati.

 Per non parlare del fatto che, demograficamente, rimangono in una posizione molto migliore rispetto al suo principale concorrente, la Cina.

Ricordiamo anche che non si tratta di un gioco a somma zero: non è tanto l’Occidente che sta declinando, quanto il resto del mondo che sta crescendo in potenza.

(BRUNO TERTRAIS)

Parlare di «Sud globale» è anche un errore strategico, perché l’espressione suggerisce che è possibile avere un’unica politica nei confronti dei Paesi interessati, mentre i loro reclami e i loro bisogni sono eterogenei.

 Peggio ancora, il suo uso è controproducente:

 più la si usa, più si crea una realtà.

La nostra interlocutrice non aveva del tutto torto.

Come sottolinea” Sarang Shidore”, che ci piaccia o no, il “Sud globale” è già un «fatto geopolitico».

Questo ricorda, “mutatis mutandis”, il concetto di «razza» nel dibattito pubblico:

può non rappresentare alcuna realtà genetica, ma il suo utilizzo crea un fatto sociale che costruisce distinzioni artificiali.

 Parlare di «Sud globale» promuove l’idea di un confronto politico con l’Occidente.

A vantaggio della Cina, che interpreta il ruolo di leader naturale…

Che fare?

Insieme ad altri, suggeriamo di evitare o addirittura rifiutare il termine «Sud globale» nel discorso politico, senza cercare di sostituirlo.

In effetti, la “Banca Mondiale” ha abbandonato la categoria di «Paese in via di sviluppo», anche se potrebbe essere definita sulla base di criteri oggettivi come il PIL o il reddito pro capite.

Non dobbiamo nemmeno parlare di «resto del mondo», un’espressione che non è molto attraente e che suggerisce un confronto («The West versus the Rest»), anche se i Paesi interessati formano un’area di competizione tra l’Occidente e i suoi avversari — che noi analizziamo in “La Guerre des mondes” come la competizione di due famiglie, una eurasiatica, piuttosto autoritaria, e l’altra euro—atlantica e indo—pacifica, piuttosto liberale.

 Ma evitiamo anche di evocare uno scontro tra regimi democratici e Stati autoritari:

a parte il fatto che sappiamo quanto le lezioni di democrazia possano essere controproducenti, conosciamo alcuni Stati che si dichiarano del Sud che sono democratici almeno quanto alcuni appartenenti al blocco occidentale.

I leader e i popoli che dicono di «volere rispetto» devono naturalmente essere ascoltati.

Ma comprendere non significa accettare, e non dobbiamo prendere per buona la retorica di un’umiliazione di cui gli occidentali sarebbero sistematicamente responsabili.

“Raymond Aron” ha scritto:

«Dobbiamo convincere i popoli europei che non si può vivere del proprio passato, che non tutto ci è dovuto solo perché si sono vissute delle tragedie».

 Questo consiglio rimane valido anche per gli altri.

A questo proposito, è importante non permettere all’accusa di «due pesi e due misure» di prevalere.

Ricordando che può essere invertita:

quello che gli anglofoni chiamano «doppio standard» esiste almeno altrettanto dalla parte di coloro che denunciano l’imperialismo americano e si astengono dal fare lo stesso verso quello russo.

 Sono gli occidentali a difendere una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre la Cina non vuole sentire parlare di adesione permanente dell’India.

 E spesso sono loro a essere in prima linea nella promozione della sicurezza umana e nella protezione dei beni comuni, che si tratti di aiuti allo sviluppo, della lotta al riscaldamento globale o della difesa delle popolazioni minacciate.

Il doppio standard non si trova forse tra chi si lamenta dell’Occidente quando interviene e dell’Occidente quando non interviene?

Non è contraddittorio accogliere con favore l’intervento del 1991 sotto la guida americana per “liberare il Kuwait”, che era stato annesso dall’Iraq, ma contestare il sostegno militare dell’Occidente all’Ucraina, il cui territorio era stato anch’esso annesso dalla Russia?

Quanto al sottolineare che anche le “alture del Golan” erano state annesse, significa dimenticare che l’aggressore era in quel caso la “Siria”.

Il rimprovero di egoismo non potrebbe essere rivolto anche alla Cina, che è riluttante a ridurre le sue emissioni di gas serra, o all’India, che ha vietato tutte le esportazioni di vaccini nel bel mezzo della crisi del Covid-19?

 

La presunta ipocrisia dell’Occidente può quindi essere rivolta contro i suoi critici, che a volte sono i primi a richiedere un visto per l’Europa o gli Stati Uniti, o a investire lì i loro patrimoni.

Possiamo anche mettere tutti d’accordo suggerendo, come ha fatto “Richard Haas, allora” Direttore del “Foresight” presso il Dipartimento di Stato americano”, nei primi anni 2000, che «la coerenza è un lusso che non possiamo permetterci in politica estera».

Non è contraddittorio accogliere con favore l’intervento del 1991 sotto la guida americana per “liberare il Kuwait”, che era stato annesso dall’Iraq, ma contestare il sostegno militare dell’Occidente all’Ucraina, parte del cui territorio era stato annesso dalla Russia?

“BRUNO TERTRAIS”

Le critiche dei Paesi emergenti al cosiddetto ordine liberale — la rete di istituzioni e standard internazionali sviluppati dal 1945 — sono spesso eccessive.

 Dobbiamo sottolineare, ad esempio, che quest’ordine ha incoraggiato la decolonizzazione attraverso l’esercizio del «diritto dei popoli all’autodeterminazione»?

E che, sebbene le origini di questo ordine siano essenzialmente occidentali, ha beneficiato di altri contributi, come la «Responsabilità di proteggere» ispirata dal diplomatico sudanese “Francis Deng”?

Si tratta quindi di accettare il dibattito senza necessariamente accettare i continui rimproveri rivolti a un Occidente che è responsabile di tutte le disgrazie del mondo, ma senza nemmeno pensare che basti spiegarsi meglio perché i popoli che, a torto o a ragione, si sentono disprezzati comprendano le nostre posizioni.

 In breve: né negligenza, né pentimento, né condiscendenza.

D’altra parte, abbiamo tutte le ragioni per lamentarci della “sclerosi delle principali istituzioni internazionali”, il cui modus operandi riflette un mondo superato.

 Viene subito in mente il “Consiglio di Sicurezza dell’ONU”.

Ma, come è stato detto, una sua approfondita riforma presupporrebbe un accordo… tra i “Paesi del Sud”.

 Quindi la necessità più urgente diventa quella di riformare “il Fondo Monetario Internazionale” e la “Banca Mondiale”, dove gli Stati Uniti hanno il 30% dei voti contro il 15% dei BRICS.

Ridare legittimità all’ordine liberale significherebbe, per gli occidentali, impegnarsi alla guida di questo processo.

Prestare la nostra massima attenzione a questo tema non è solo una questione di giustizia:

 è anche nel nostro interesse, perché è proprio ponendosi come concorrente di queste istituzioni finanziarie che la Cina sta muovendo le sue pedine.

 

 

 

“Epstein”: il caso che

fa tremare il mondo.

 Inchiostro.unipv.it - Francesca Braga – (Giugno 15, 2023) – ci dice:

 

Un nuovo caso sta facendo tremare il mondo intero. Un caso dapprima sussurrato nei corridoi dei grattacieli e dei palazzi, che poi è trapelato su Internet per finire a riempire i mass media.

 Un uomo è al centro di questa vicenda scioccante, “Jeffrey Epstein”, e un reato è imputato alla sua figura: quello di pedofilia.

Con questo termine è indicata quella devianza sessuale caratterizzata da un’attrazione erotica e/o amorosa nei confronti di bambini e neonati, da parte di persone maggiorenni.

 Essa è da sempre considerata uno dei crimini più odiati e scandalosi della storia dell’uomo, ed è rimasta un vero e proprio tabù sociale fino al secolo scorso.

Sono molte le indagini, nella medicina e nella psicologia, che hanno tentano di studiare tale pratica, la quale ha ispirato anche film e romanzi, tra cui il celebre “Lolita” dello scrittore russo “Vladimir Nabokov” (1899-1977), che racconta appunto della passione proibita di un uomo adulto nei confronti di una bambina di 12 anni.

Uno scandalo durato 20 anni.

Esiste l’appartamento di Epstein a New York, dove avrebbe gestito un traffico sessuale di minori.

Fin dall’inizio delle indagini nei suoi confronti, avviate nel 2005 dalla polizia di Palm Beach in Florida per molestie subite da una ragazzina di 14 anni, Jeffrey Epstein era impiegato nei circoli della finanza e nelle frenetiche frequentazioni tra banchieri, politici ed élite globali.

Nel 2008 egli ha subito una prima condanna a 13 mesi di detenzione:

 i funzionari federali avevano identificato 36 minorenni, di cui il magnate avrebbe abusato sessualmente.

Nel corso degli anni, sono state numerose le ragazze e le donne che hanno sostenuto di essere state approcciate e aggredite da Epstein: nell’aprile del 2016, una donna californiana ha intentato una causa federale per violenza sessuale che lei avrebbe subito quando aveva 12 anni in una delle feste tenutesi nella residenza dell’uomo, a Manhattan.

La causa venne ritirata il 4 novembre 2016, per via delle presunte minacce che ella ha dichiarato di avere ricevuto.

Nel 2017, la giovane “Sarah Ransome” ha intentato un’ulteriore causa contro “Epstein”, sostenendo di essere stata abusata nella di lui dimora a New York.

La donna ha anche fatto il nome dell’imprenditrice britannica “Ghislaine Maxwell”, compagna di Epstein, accusandola di avere partecipato agli abusi.

La faccenda è stata risolta nel 2018 a condizioni non divulgate.

Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell.

Successivamente, altre tre donne dichiararono di avere incontrato Epstein quando avevano 17 e 20 anni, e di essere state reclutate, costrette a partecipare ad atti sessuali indesiderati da parte del tycoon e “altri cospiratori”.

Poco tempo dopo, una quarta donna di nome “Teala Davies”, annunciò la propria azione legale per essere stata “sfruttata sessualmente” nel 2002 in Francia, a New York, nel New Mexico, in Florida e nella Isole Vergini.

Sono proprio le Isole Vergini a essere tornate al centro di una ennesima inchiesta, intentata a gennaio del 2020 presso la Corte Superiore del luogo dal procuratore” Denise George”;

 questa volta, è stata la banca statunitense J.P. Morgan a finire sotto torchio, con l’accusa di avere finanziato le attività di Epstein per oltre un decennio.

 La scioccante dichiarazione rivela infatti che l’uomo, con la complicità della “Maxwell”, avrebbe gestito nella sua isola privata, la” Little St. James”, dal 1998 al 2018 un traffico di minorenni ai danni di bambini e bambine la cui età partiva dagli 11 anni.

Un raid avviato dall’FBI per perlustrare “The Island of Sin” (“L’isola del peccato”) ha ritrovato inoltre svariate telecamere nascoste, forse installate proprio da” Epstein” per filmare le attività sessuali svolte sui minorenni come forma “d’intrattenimento” o di ricatto.

La Little St. James, “The Island of sin“.

Ancora più inquietante è quanto rilasciato dallo stesso finanziere, agli inizi del 2019, in un colloquio con il giornalista del “New York Times” “James Stewart”:

 una lunga lista di nomi di alte personalità della politica, della finanza e dei circoli di Hollywood, che avrebbero partecipato ai festini organizzati nelle sue lussuose dimore a Parigi, a New York e, ovviamente, alla “Little St. James”.

 Nonostante non sia ancora chiaro fino a che punto siano coinvolte nelle indagini, dalla “lista nera” emergono figure come l’ex presidente USA Bill Clinton, il fondatore di Microsoft Bill Gates, Henry Kissinger, Woody Allen, il principe Andrea Windsor e la di lui ex moglie Sarah Ferguson, Tony Blair e perfino Charles Spencer, fratello della più nota Diana Spencer.

Insomma, una rete intricata di contatti che avrebbe garantito per un lungo periodo a Epstein l’immunità da qualsiasi accusa e il mantenimento della sua reputazione.

Il principe Andrea e Sarah Ferguson, sono presenti nella lista.

L’imprenditore è stato arrestato il 6 luglio 2019 dalla procura di New York, e detenuto al” Metropolitan Correctional Center”, dove è stato trovato morto il 10 agosto del 2019.

L’autopsia ha in seguito classificato la morte come un suicidio.

La principale complice del miliardario,” Ghislaine Maxwell”, è stata invece condannata a 20 anni di carcere nel giugno 2022 dalla “corte federale di Manhattan”.

 La donna è attualmente detenuta nell’istituto penitenziario” Tallahassee Federal Correctional Institution”, in Florida.

 

La pedofilia su scala globale.

Purtroppo, i crimini commessi da “Jeffrey Epstein” e “Ghislaine Maxwell” non sono che punti di un quadro molto più ampio.

 

Secondo le stime dell’”UNICEF” circa 2 milioni di minorenni sarebbero sfruttati ogni anno all’interno dell’“industria del sesso”, con il Brasile che gode di un triste primato:

 viene stimato in 250.000 il numero di bambini che “lavorano” nel settore della prostituzione minorile e della pedopornografia.

 Gli altri paesi più interessati dal fenomeno sono la Cambogia, gli Stati Uniti d’America, la Cina, la Nigeria e la Tunisia.

Anche la “Chiesa Cattolica a Città del Vaticano” è stata spesso accusata di violenze sessuali su minorenni e possesso di materiale pedopornografico da parte di sacerdoti, vescovi e catechisti.

 Una serie di scandali fra il 1990 e il 2010 ha travolto più di una diocesi in Irlanda, in Canada, negli USA e nella stessa Italia.

Tuttavia, la “Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” di Strasburgo, con una sentenza del 12 ottobre 2021, ha vietato di rivolgersi al Vaticano per quanto perpetrato da alcuni dei suoi rappresentanti nella penisola o all’estero.

Uno studio condotto dall’”organizzazione Ecpat “(End child prostitution and trafficking) rivela inoltre che solo in Italia i turisti sessuali, persone che viaggiano in cerca di sesso a pagamento con minori, sarebbero circa 80 mila, per la maggior parte uomini di un’età compresa fra i 20 e i 40 anni.

 

A peggiorare la situazione ci sono poi gli 8 milioni di bambini che ogni anno scompaiono nel nulla senza lasciare traccia:

 stando alla” Missing Children Europe”, la rete di monitoraggio delle ONG europee, la Romania e più in generale l’Europa dell’Est corrisponderebbero ai territori più colpiti.

Sebbene per ora non sono state trovate prove a dimostrarlo, è possibile che i minorenni scomparsi finiscano in larga parte coinvolti proprio nel traffico di pedofilia internazionale.

Un famoso detto afferma che i panni sporchi si lavano a casa propria. Quando però a essere sporchi sono i retroscena di intere nazioni, come si può definire l’intero fatto?

Dove si deve guardare, cosa è giusto pensare?

Forse non c’è una vera risposta.

 È chiaro però che, di fronte a pratiche come la pedofilia – che ledono i diritti, la libertà, la sicurezza dei più piccoli e non solo – non ci si possa né ci si debba risparmiare.

 I diritti fondamentali dell’essere umano dovrebbero essere la priorità su qualunque altra cosa.

 

 

 

 

Trattato Oms, Schillaci: “Faremo gli

 interessi degli italiani”.

“Azioni in continuità con il governo Meloni.”

  

Ilsussidiario.net – (23.02.2024) - Josephine Carinci – ci dice:

Il “nuovo trattato Oms” preoccupa vari governi come quello italiano:

 il ministro della salute “Schillaci” ha promesso che tutto verrà fatto negli interessi degli italiani.

Il governo tutelerà gli interessi dell’Italia sul “Trattato pandemico” e sulle norme da inserire nei “regolamenti sanitari internazionali”.

L’assicurazione è arrivata da “Orazio Schillaci,” ministro della Salute, in risposta alle preoccupazioni arrivate dal mondo della politica e non solamente.

 Le norme, secondo alcuni, “potrebbero consentire all’Oms “di imporre nuovi lockdown o vaccini anche in Italia ma il capo del ministero ne è sicuro: verranno tutelati gli interessi degli italiani.

 La risposta è arrivata dopo un’interrogazione presentata in Aula dal senatore della Lega” Claudio Borghi “e dal capogruppo al Senato “Massimiliano Romeo”.

L’Italia, come spiegato da Schillaci, partecipa ai negoziati che coinvolgono l’Oms “anche nell’ambito del coordinamento europeo, attraverso la rappresentanza permanente a Ginevra, con la collaborazione tecnica del ministero della Salute, assicurando la difesa e la tutela degli interessi nazionali, primi fra tutti i principi di equità, uguaglianza e universalità, che sono alla base dei nostri fondamenti costituzionali”.

L’impegno più importante, spiega” La Verità”, il ministro lo ha assunto spiegando che “il tema è presidiato e che le nostre azioni, anche data la nostra presidenza del” G7”, saranno in continuità con quanto già iniziato da questo governo. Siamo in piena continuità con quanto il presidente “Giorgia Meloni” ha già affermato in Giappone e in tutte le sedi non mancheremo di portare avanti gli interessi dell’Italia e degli italiani”.

“Trattato Oms”, go

verni preoccupati.

Schillaci lo ha promesso: sarà tutelato l’interesse dell’Italia e degli italiani nel “nuovo trattato Oms”.

Borghi ha chiesto al ministro della Salute di fare in modo che “si intervenga sulla palla prima che diventi una valanga”.

 Come ricorda “La Verità”, nel 2021 i 194 Stati che aderiscono all’”Oms” hanno deciso di creare “un organismo di negoziazione intergovernativo” per scrivere il “Trattato pandemico internazionale” sulle forme di prevenzione e risposta a nuove emergenze.

 Il tutto sotto forma di accordo, convenzione o “altro strumento internazionale”.

“Il Trattato”, spiega “La Verità”, non dovrebbe coinvolgere direttamente l’”Oms” quanto più gli Stati membri.

In ogni caso l’Organizzazione è “regista” dell’operazione.

Vari i punti che non piacciono ai più come quello che l’”Oms” possa, in caso di “nuova pandemia”, prendere in mano la situazione a livello globale, mondiale.

 Le norme potrebbero arrivare nei prossimi mesi e detteranno la “linea ai piani pandemici nazionali”, non solo con “il trattato” ma anche attraverso l’”aggiornamento dei regolamenti sanitari internazionali”.

Dunque vorrebbe dire che tutto verrebbe deciso a Ginevra e i governi statali verrebbero ridotti “SOLO “ad una semplice autorità in grado di sorvegliare sul rispetto di tali norme.

(Infatti “non sarebbe necessaria alcuna votazione in merito alla modifica dei regolamenti sanitari internazionali esistenti.” E questo sarebbe un totale abuso non democratico! N.D.R.)

 

 

 

Trattato pandemico ed emendamenti

 ai Regolamenti di Sanità Internazionale (RSI).

Cmsindipendente.it – Redazione – (20 – 2 -2024) – ci dice:

No ad un inutile e costoso nuovo “Trattato Pandemico”.

Maggiore trasparenza nel processo di negoziazione degli emendamenti ai RSI.

No ad una cessione di poteri ad una “Organizzazione Mondiale della Sanità” fortemente influenzata dal settore privato.

(Corruzione! N.D.R)

Prima di introdurre riforme per affrontare le emergenze sanitarie si assicuri una valutazione indipendente e scevra da conflitti d’interesse della gestione dell’OMS.

L’Italia rigetti entro il 27 novembre 2023 gli emendamenti approvati dall’Assemblea Mondiale della Sanità nel 2022, tesi ad accelerare il processo di approvazione dei nuovi emendamenti ai RSI che saranno presentati nel maggio 2024.

L’Italia si astenga dal sottoscrivere il nuovo strumento e gli emendamenti ai RSI;

“esiga la trasparenza del processo in atto” e una valutazione indipendente dell’operato dell’OMS ed assicuri allo stesso tempo ampia informazione e dibattito pubblico a livello nazionale, “prima di impegnarsi al rispetto di strumenti vincolanti”.

Un coordinamento globale di preparazione e risposta alle pandemie è essenziale.

 Tuttavia, prima di impegnarsi in un nuovo strumento legale o nella modifica di quello esistente, che fornisca all'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nuove o più ampie responsabilità e agli Stati membri nuovi obblighi, l'intera gestione delle pandemie dell'OMS (2020-2023) dovrebbe essere analizzata attraverso un'indagine internazionale e indipendente.

Tale valutazione non è stata ancora realizzata.

Sono invece in corso due processi presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con l'obiettivo di affrontare le possibili sfide future in materia di salute pubblica, sebbene la preparazione e la risposta alle pandemie, coordinate a livello globale, possano essere adeguatamente gestite nell'ambito dei RSI 2005, eventualmente modificati sulla base delle lezioni apprese.

Per comprendere alcune delle preoccupazioni è importante sottolineare che l'OMS ha perso negli anni la sua indipendenza, non solo a causa del congelamento del suo bilancio ordinario e della necessità di fare affidamento per oltre l'80% su contributi volontari fortemente condizionati dai donatori, ma anche a causa di un'alta percentuale di tali contributi provenienti dal settore privato.

 Osserviamo una progressiva "cattura del regolatore" da parte di interessi privati attraverso meccanismi complessi ma ben studiati, tra cui e sempre più “il ruolo del multistakeholderismo previsto da Klaus Schwab del Word Economic Forum”, che distolgono risorse e frammentano lo scenario sanitario globale.

Se non si corregge questa situazione, non sarebbe saggio aumentare il potere dell'OMS a scapito della sovranità degli Stati membri.

Un nuovo trattato pandemico aggiungerebbe confusione piuttosto che semplificare e rendere più efficace la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie.

(Documento completo della CMSi sul Trattato pandemico - download PDF -)

 

 

 

 

L'ERA DELLE PANDEMIE.

«Italia attenta, col trattato

 pandemico rischi l'esproprio».

Lanuovabq.it – Andrea Zambrano –  Francesca Donato - (9 -12-2023) – ci dicono:

 

Nel silenzio generale l'Oms sta pianificando la gestione di prossime pandemie sottraendo sovranità ai singoli Stati.

Lockdown, Green pass, vaccini: tutto sarà diretto dall'alto senza possibilità di opporsi.

Ecco come.

 Intervista all'eurodeputata “Francesca Donato”.

L’ingerenza dell’”Organizzazione Mondiale della Sanità” (Oms) nelle politiche dei singoli stati sta diventando qualcosa di pervasivo e oppressivo.

Due sono gli strumenti attraverso i quali l’”organizzazione sovranazionale “detta le condizioni per una gestione centralizzata e globalista della sanità:

il “trattato pandemico” e il “Regolamento Internazionale della Sanità”, uno strumento scritto nel 2005 ed emendato nel 2022 con un accrescimento esponenziale dei poteri dell’Oms a cui gli Stati dovranno sottostare.

Entrambi gli strumenti devono essere pienamente adottati.

È questo il motivo per cui da diverso tempo se ne parla con preoccupazione.

La gestione globalizzata della pandemia, infatti, ha accresciuto a dismisura il potere dell’Oms, che giova ricordarlo, è finanziata solo per un misero 15% dagli Stati membri che sono 192.

La restante parte dei finanziamenti è frutto di ingenti donazioni di privati che vedono ai primi posti la Bill & Melinda Gates Foundation e la Gavi Alliance, nata per la promozione dei vaccini.

In questo quadro di pesante interferenza anche economica nell’indipendenza dell’Oms, si inseriscono i due strumenti che i singoli Stati dovranno accettare e adottare in maniera vincolante.

Con l’aiuto di “Francesca Donato”, europarlamentare indipendente, vediamo di che cosa si tratta.

«Del Trattato Pandemico si è iniziato a parlare dopo il Covid. Attualmente è in fase di definizione una bozza che viene continuamente aggiornata e modificata in un processo molto opaco che deriva dalla delega che il Consiglio europeo ha dato alla Commissione Europea. Pertanto, e qui sta il primo problema, non arrivano informazioni all’Europarlamento».

 

La versione finale di questa bozza verrà approvata a maggio 2024 nel corso dell’Assemblea generale annuale dopo di che i paesi membri dovranno dichiarare se lo accettano o no e ratificare in Parlamento.

 È per questo motivo che è più che mai necessario informare l’opinione pubblica su quanto sta accadendo.

Le prescrizioni che sono indicate, intanto, sono decisamente folli.

«Con questo trattato – prosegue Donato - la sovranità nazionale sarà definitivamente azzerata e tutte le decisioni saranno prese dalla conferenza delle parti senza possibilità di veto.

 In questo modo la volontà dei popoli sarà tradita».

 

Vediamo alcuni punti salienti, che l’eurodeputata ha illustrato in un video sul suo canale “Youtube”.

Anzitutto sarà vincolante per gli Stati membri e in esso si riconoscerà il ruolo centrale dell’Oms come direzione e coordinamento sanitario internazionale nelle pandemie e nella generazione di prove scientifiche.

Questo significa che le prove scientifiche di una pandemia o di una strategia vaccinale saranno accettate solo se provengono dall’Oms.

In secondo luogo, gli Stati dovranno collaborare alla pari con i finanziatori privati, tra i quali, come abbiamo visto, siedono Ong e lobby, ciascuna con interessi che potrebbero non coincidere con l’interesse pubblico o mascherarlo abilmente.

«Ciò che desta sconcerto – prosegue – è che le ripercussioni delle pandemie coinvolgeranno anche gli impatti socio-economici facendo passare il concetto che la diffusione del virus sia causata dalla mancanza di effetti e restrizioni decise dai governi, quando invece sappiamo che è piuttosto il contrario».

Il documento, inoltre, disegna uno scenario temporale di pandemia e di intra pandemia e gli investimenti degli Stati dovranno essere orientati per mantenere la struttura di controllo anche a livello economico:

 il 5% della spesa sanitaria degli Stati dovrà essere versata proprio per la preparazione e gestione della future pandemie.

Tradotto: vivremo nell’era delle pandemie, o perché l’Oms ne dichiarerà una o in attesa di una prossima, imminente, pandemia.

Si afferma inoltre uno stretto legame tra la scienza e i decisori politici. Ma quale scienza?

Dato che le pressioni lobbystiche delle case farmaceutiche nelle politiche dell’Oms sono massicce, la scienza coinciderà con gli esperti allineati alle stesse lobby, chiamati a esercitare un apporto di tipo consultivo sempre più vincolante.

«Così gli interessi – insiste l’eurodeputata – saranno calpestati dalle esigenze della cosiddetta scienza».

Nella bozza si parla anche dell’”approccio One healt”:

una sola salute che deve tenere conto di tutte le “emergenze” autoproclamate, dal cambiamento climatico all’uso del suolo, dal commercio della fauna selvatica alla desertificazione.

Questo per quanto riguarda la preparazione alle prossime pandemie che, sembra già dato per scontato, arriveranno.

Ma che cosa succede quando arriverà la pandemia?

«Anzitutto è bene rimarcare che nel trattato pandemico spetterà solo al direttore generale Oms il proclamarla, ma nella sua definizione si ignora completamente l’estensione geografica optando per un’estensione globale che rimanda così a interventi su scala mondiale».

Questi sono solo alcuni degli aspetti critici che emergono dal nuovo trattato pandemico.

 Ma che cosa si può fare di fronte a questa ingerenza sovranazionale che imporrà arbitrariamente lockdown, campagne vaccinali, diffusione di strumenti di controllo come il green pass?

 

«È bene ricordare che l’Oms non è scesa dal cielo, è un’organizzazione di stati membri dove ognuno di essi ha un rappresentante pro quota, così come per tutte le altre organizzazioni internazionali.

 Io sono la prima a denunciare le cessioni di sovranità a queste organizzazioni, ma se accade tutto questo è con i singoli governi che dobbiamo prendercela».

Anche il Governo italiano?

«Certo e credo che il Ministro della Salute Schillaci dovrebbe dire qualcosa per esercitare una sovranità che ancora c’è, ma se il Paese membro non la esercita e non esprime nessun parere contrario durante i lavori le cose sono due:

 o la accetta o ha già deciso di rigettare tutto quanto quando sarà il momento dell’approvazione finale.

Non possiamo permetterci un esproprio dei cittadini».

Lo stesso esproprio dei diritti dei cittadini potrebbe verificarsi con il “Regolamento internazionale della sanità”.

 Le attuali proposte riducono i termini dei paesi membri per rigettare le modifiche e se non vengono rigettate diventano automaticamente valide.

 Dato che nel trattato del 2005 era previsto che gli emendamenti fossero trattati con questo sistema, ne consegue che accorciare questi termini toglie spazio e tempo ai Paesi per riflettere sugli emendamenti e le modifiche del 2022, che contengono, e questo è il problema, elementi che possono essere penalizzanti per gli stati.

«Neanche stavolta è stato coinvolto il Parlamento, ma neppure la Commissione.

 Le decisioni sono state prese dall’”Oms”, dove i rappresentanti degli Stati non hanno detto nulla.

Noi come eurodeputati, abbiamo ritenuto necessario sollevare questo tema.

 Perciò, perché siano validi questi emendamenti, è necessario che l'Oms dimostri che è stata rispettata la procedura e che quindi sia stata decisa con la maggioranza dei voti presenti, ma l’organizzazione non ci ha mandato nessun elemento che comprovasse l’esistenza di questa maggioranza».

In sostanza, mancando le prove di voto la data di cui si è parlato del “30 novembre 2023” come termine perentorio per un suo rigetto, è da ritenersi invalida e pertanto quella revisione, completamente nulla.

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