Le crisi sono un’occasione per trasferire sovranità all’ Europa.

 

Le crisi sono un’occasione per trasferire sovranità all’ Europa.

 

 

 

Europa sovrana?

Intervista a Dieter Grimm.

Pandorarivista.it - Matteo Bozzon - Interviste – (13 Luglio 2023) – ci dice:

 

Pubblichiamo questa intervista con l’intento di presentare al lettore una posizione significativa all’interno della discussione sulle forme giuridiche e politiche dell’integrazione europea, sostenuta da “Dieter Grimm”, esponente di rilievo del dibattito tedesco sul tema, uno dei più vivi ancorché poco conosciuto in Italia.

“Grimm” è professore emerito di Diritto pubblico della “Humboldt-Universität “di Berlino ed è stato giudice della “Corte costituzionale” della Repubblica federale tedesca.

(Per “Laterza” è recentemente uscito “Sovranità. Origine e futuro di un concetto chiave”.)

 

In un articolo apparso sulla” Frankfurter Allgemeine Zeitung” il 13 settembre dello scorso anno dal titolo “Quale sovranità?”, lei ha preso posizione rispetto alla proposta di creare una “Europa sovrana”.

Come è noto, tale richiesta non solo è stata posta all’ordine del giorno dal Presidente francese “Emmanuel Macron” fin dal suo discorso alla Sorbona nel 2017 (e ribadita nel corso della sua presidenza dell’Unione, così come, non senza polemiche, recentemente nel suo discorso al” Nexus Institute dell’Aia”), ma è stata fatta propria anche dal “Cancelliere tedesco Olaf Scholz” nel suo discorso sull’Europa presso l’”Università Carolina di Praga”, sullo sfondo della tragedia della guerra in Ucraina.

In occasione delle celebrazioni per il “60º anniversario del Trattato dell’Eliseo a Parigi il 22 gennaio” di quest’anno, l’esigenza di un’Europa sovrana è stata avanzata da entrambi all’unisono.

Nel suo articolo, lei poneva l’accento sulla natura sfuggente del concetto di sovranità, da un lato, e sull’importanza di distinguere un significato giuridico e uno politico del termine, dall’altro.

Può aiutarci a capire questa distinzione e per quale ragione è rilevante per il dibattito attuale?

 

Dieter Grimm:

Ci sono in effetti due concetti di sovranità tra loro non coincidenti, uno giuridico e uno politico.

 Con il concetto giuridico di sovranità ci si riferisce al diritto di autodeterminazione degli Stati, sia all’interno sia verso l’esterno. All’interno, ci si riferisce anzitutto all’autonoma determinazione dell’ordinamento politico e giuridico di uno Stato;

verso l’esterno, alla configurazione da parte di uno Stato, secondo la propria visione, delle relazioni con gli altri Stati e le organizzazioni internazionali.

Con il concetto politico di sovranità, invece, ci si riferisce alla forza di un Paese di imporsi nel contesto internazionale, vale a dire alla capacità di far valere i propri interessi nei confronti di altre potenze.

 La differenza tra i due concetti è quindi quella tra “potere” nel senso di “avere il permesso di fare qualcosa” e “potere” nel senso di “avere la capacità di fare qualcosa”.

Il diritto di autodeterminazione spetta ugualmente a tutti gli Stati, cionondimeno i rapporti di forza tra di essi differiscono.

 Sotto il profilo giuridico, o si è sovrani o non lo si è;

sotto il profilo politico, si può essere più o meno sovrani a seconda delle circostanze.

Per chiarire ciò con un esempio:

dal punto di vista giuridico, il Liechtenstein è sovrano tanto quanto lo è la Cina;

tuttavia, dal punto di vista politico, il Liechtenstein può forse competere con il Principato di Monaco, non di certo con la Cina.

Nei discorsi pronunciati da Macron e Scholz non è sempre chiaro a quale delle due sovranità si alluda.

È probabile che per lo più si intenda la sovranità politica.

Questo si può ammettere soprattutto quando è in discussione una maggiore sovranità in determinati settori:

quando si richiede per l’Europa una maggiore sovranità militare, digitale, finanziaria.

Nei riguardi di tali rivendicazioni non ho alcuna obiezione.

Quando però si parla di sovranità dell’Unione Europea come entità politica, come affermato nell’accordo di coalizione dell’attuale governo tedesco, si intende la sovranità in senso giuridico.

 Ritengo che questo sia molto più problematico.

 

 Le sue riserve e i suoi timori sono dunque relativi all’ipotesi di un trasferimento della sovranità giuridica a livello europeo:

quali sarebbero le implicazioni di questo trasferimento?

 

Dieter Grimm:

Se l’elemento distintivo della sovranità in senso giuridico è l’autodeterminazione di un’unità politica, allora, con il conseguimento della sovranità, l’Unione Europea si libererebbe dalla sua attuale dipendenza dagli Stati membri, divenendo un’entità del tutto autonoma e autosufficiente.

Finora non è stato così.

 In tutte le questioni essenziali, non si è determinata da sé, ma è stata determinata dall’esterno – vale a dire che è stata l’opposto di un’entità sovrana.

 La sua esistenza, le sue finalità, il suo fondamento giuridico, la sua organizzazione e i suoi poteri sono determinati esclusivamente dagli Stati membri.

L’Unione è l’oggetto, non il soggetto.

In un’Europa sovrana, il rapporto sarebbe invertito:

l’UE otterrebbe il diritto di autodeterminazione, mentre gli Stati membri lo perderebbero.

Non solo rinuncerebbero al potere di disporre dell’Ue, ma non sarebbero più liberi di determinare i propri compiti.

Non sarebbero più gli Stati membri a stabilire quali poteri trasferire all’Ue, sarebbe invece l’Europa a decidere quali poteri sottrarre agli Stati membri.

 In questo modo, però, l’Unione stessa diverrebbe uno Stato, indipendentemente dal fatto che si sia o meno consapevoli di ciò. Europa sovrana in senso giuridico è sinonimo di Stato europeo.

La vera questione in relazione alla sovranità è pertanto se uno Stato europeo sia o meno desiderabile.

 

 Mettendo da parte le richieste di” Macron e Scholz,” sul concetto di sovranità si è soffermata la Corte costituzionale federale tedesca nella nota sentenza su Lisbona:

 la Corte ha ribadito con forza come la Repubblica Federale avrebbe conservato la propria sovranità anche dopo la ratifica del Trattato di Lisbona.

Può aiutarci a comprendere la posizione della Corte a questo proposito, soffermandosi in particolare da una parte sulla distinzione tra “sovranità” e “prerogative sovrane” e, dall’altra, sulle ragioni dell’impiego di questo concetto da parte della Corte?

 

Dieter Grimm:

In effetti, la Corte distingue tra il trasferimento della sovranità, cioè del diritto di autodeterminazione, e il trasferimento di singole prerogative sovrane all’Unione Europea.

La base giuridica è l’articolo 23 della Legge fondamentale, il quale permette il trasferimento di prerogative sovrane all’UE.

 Di contro, se ne deduce che la sovranità non possa essere ceduta.

Secondo la Corte, questo impedimento non può essere superato con una modifica della Legge fondamentale, perché in Germania gli emendamenti costituzionali sono decisi dai rappresentanti del popolo, e non dal popolo direttamente.

Tuttavia, il popolo non avrebbe autorizzato i suoi rappresentanti a rinunciare alla statualità sovrana della Germania.

Questa decisione potrebbe essere presa solamente dal popolo tedesco: richiederebbe pertanto una nuova Costituzione.

 

 Al tema della sovranità lei ha dedicato un contributo fondamentale dal titolo “Souveränität. Herkunft und Zukunft eines Schlüsselbegriffs “(“Sovranità. Origine e futuro di un concetto chiave”), del 2009.

Come specificato nella prefazione, il libro non intende ricostruire la storia della sovranità o del concetto di sovranità, ma rispondere, attraverso un approccio storicamente consapevole, alla domanda se a tale concetto corrisponda ancora un oggetto e se, all’inizio del XXI secolo, esso assolva ancora una funzione che ne giustifichi l’utilizzo.

Tra le ragioni che motivano l’urgenza di riconsiderare il concetto di sovranità, lei menziona il venir meno dell’identità tra “autorità pubblica” e “potere statale”, che segna la storia del concetto nel secondo Dopoguerra.

Sebbene l’attuale Unione non sia uno Stato, il processo di integrazione europea ha avuto un notevole impatto sulla sovranità dei suoi membri e ha contribuito a rendere problematica la capacità del concetto di sovranità di dare ragione della realtà politica europea:

come devono essere comprese le trasformazioni della sovranità degli Stati membri indotte dal diritto europeo?

 

Dieter Grimm:

Nel suo senso originario, sovranità significava il pieno possesso dell’autorità pubblica, quindi non il possesso di alcune, singole, prerogative sovrane.

Oggi questo vale solamente per gli Stati che non sono membri dell’ONU. Tutti gli Stati appartenenti all’ONU non sono più sovrani in senso classico perché hanno ceduto prerogative sovrane, che l’ONU può ora esercitare in modo indipendente nei loro confronti, senza che gli Stati possano invocare la loro sovranità contro le sue decisioni.

 Successivamente si sono formate altre istituzioni sovranazionali, a cui sono state trasferite prerogative sovrane da parte degli Stati, prima fra tutte l’UE.

Chi tiene fermo il concetto classico di sovranità deve quindi concludere che con il venir meno dell’identità tra “autorità pubblica” e “potere statale”, che perdurava da trecento anni, è scomparsa anche la sovranità.

Quando ho scritto il libro sulla sovranità, tuttavia, il mio intento era quello di dimostrare come questo concetto non sia mai stato del tutto fuori discussione.

E questo già solo per il fatto che nel XVI secolo, quando si è formato, pressoché nessuna entità politica concentrava in sé le prerogative sovrane tutte insieme.

 Nella maggior parte delle unità politiche, esse si trovavano piuttosto ripartite tra numerosi detentori indipendenti gli uni dagli altri.

 Questi sistemi di governo non costituivano dunque ancora uno Stato.

Il termine “Stato” come concetto per le entità politiche è emerso piuttosto solo sulla scorta della sovranità.

Un’unità politica, in cui le prerogative sovrane, prima disperse, si erano condensate in un’autorità pubblica onnicomprensiva, si qualificava allora come Stato.

 L’idea di sovranità, tuttavia, ha dispiegato da subito un’enorme forza attrattiva.

Anche entità in cui le prerogative sovrane erano ancora frammentate volevano essere uno Stato.

Ma questo era possibile solo se ci si discostava dal concetto classico di sovranità.

Pertanto, è sempre esistita l’idea di una sovranità parziale, divisibile o relativa.

Particolari difficoltà poneva la formazione degli Stati federali, vale a dire di Stati composti di Stati.

Supponendo che la sovranità potesse essere divisa, era sufficiente che lo Stato centrale e gli Stati membri possedessero il diritto di autodeterminazione nel rispettivo ambito di competenza.

 Se si manteneva il concetto classico di sovranità, bisognava chiarire a chi fosse attribuibile la sovranità:

 se spettava agli Stati membri, si parlava di confederazione di Stati;

se spettava allo Stato centrale, si parlava di Stato federale.

Carl Schmitt volle discostarsi da tale dicotomia con lo sviluppo del concetto di “federazione” (Bund), che si caratterizzava per il fatto di lasciare aperta la questione della sovranità – e di venir meno non appena tale questione veniva posta.

 Tuttavia, tale questione non può essere aggirata, perché da essa ne dipendono di ulteriori che richiedono di essere sciolte.

Nell’Impero tedesco, la discussione sulla sovranità, che fu condotta con grande intensità, terminò con l’affermazione di “Georg Jellinek” secondo cui, in uno Stato federale, sovrano è chi possiede la cosiddetta competenza sulla competenza:

 sovrano è dunque chi decide sulla ripartizione delle competenze tra Stato centrale e Stati membri.

Questo è anche il modo in cui la Corte costituzionale federale considera oggi la questione nei confronti dell’Unione Europea, a mio parere giustamente.

È vero che l’UE sopravanza tutte le altre istituzioni sovranazionali sia per numero di competenze sia per la densità della sua organizzazione.

Essa fa saltare lo schema binario di confederazione di Stati e Stato federale.

 La questione della sovranità si pone quindi in modo nuovo in Europa.

In tale situazione, molti fanno ricorso al concetto di sovranità (con)divisa.

Sovranità (con)divisa, tuttavia, vuol dire pur sempre sovranità.

 Ritengo tuttavia che sia difficile considerare sovrana un’entità politica come l’UE che non può determinare la propria esistenza, le proprie finalità, il proprio fondamento giuridico, la propria organizzazione, i propri poteri.

 La sovranità continua a rimanere piuttosto nelle mani degli Stati membri.

Tuttavia, si può immaginare una situazione in cui gli Stati membri abbiano ceduto così tante competenze da non potere essere più considerati sovrani.

La Corte costituzionale tedesca cerca di impedire che una situazione del genere si verifichi proprio ponendo dei limiti alla cessione di competenze nell’interesse della sovranità nazionale e della democrazia.

In relazione a quest’ultimo scenario, c’è un modo per determinare in anticipo il verificarsi di uno svuotamento irreversibile della sovranità?

 

Dieter Grimm:

 Ritengo che questo sia difficile, ma non impossibile.

 L’opzione più semplice sarebbe quella di individuare alcuni settori che devono necessariamente rimanere di competenza degli Stati membri, affinché possano ancora essere definiti sovrani (ad esempio, la difesa).

 Ma la Corte costituzionale non vuole seguire questa strada.

Se si esclude ciò, l’unica opzione che resta è la ponderazione.

 Le competenze che rimangono allo Stato devono essere messe a confronto con quelle cedute, in termini di numero e di importanza.

In questo modo sarebbe possibile stabilire da che parte pende l’ago della bilancia.

 

Anche in Italia ha trovato grande eco la diatriba tra lei e Jürgen Habermas risalente alla metà degli anni Novanta sulla questione se l’Europa abbia (o meno) bisogno di una costituzione.

Meno noti, forse, sono gli sviluppi più recenti di tale confronto, che si condensano proprio intorno al tema della sovranità.

In relazione alla configurazione assunta dall’Unione col Trattato di Lisbona, “Habermas” ha suggerito il concetto di sovranità (con)divisa, già ricordato, ma anche di “pouvoir constituant mixte”, (con)diviso tra i popoli degli Stati membri e i cittadini dell’Unione.

 Il suo intento è quello di immaginare una federazione sovranazionale non statale, in cui la democrazia sarebbe transnazionalizzata.

 Come valuta la “proposta di Habermas”? Quali punti critici e quali punti di forza presenta a suo avviso?

 

Dieter Grimm:

 La avverto: la domanda non è facile e la risposta pertanto non sarà breve.

“Habermas” vuole dimostrare che anche un’organizzazione sovranazionale come l’Unione Europea può essere posta su una base a pieno titolo democratica.

 Il suo ordinamento giuridico fondamentale deve quindi avere origine dal popolo, non dagli Stati membri come è stato finora.

Il popolo deve avere nelle proprie mani, per così dire, il potere costituente dell’UE (specifico “per così dire”, in quanto il fondamento giuridico dell’UE non è una costituzione in senso stretto).

Tuttavia, un’istituzione sovranazionale come l’Unione non conosce un “popolo” nel senso del popolo dello Stato, come quello degli Stati membri.

 Essa ha nondimeno dei “cittadini dell’Unione”.

Ecco perché” Habermas” propone un doppio potere costituente per l’UE: esso è formato dai cittadini dell’Unione, da un lato, e dai popoli degli Stati membri, dall’altro.

Poiché, tuttavia, i cittadini dell’Unione e cittadini degli Stati sono identici, la conseguenza è che l’elettore esprime due voti:

una volta in qualità di cittadino dell’Unione e una volta in qualità di cittadino dello Stato membro.

 Nell’attuale stato giuridico dell’Unione, cioè nel “Trattato di Lisbona”, il concetto dualistico di Habermas non trova alcun riscontro.

Non c’è alcun potere costituente (con)diviso tra i popoli degli Stati membri e i cittadini dell’Unione.

Il banco di prova è rappresentato dalla procedura di revisione del Trattato.

Chi è autorizzato a modificare i trattati detiene, per così dire, il potere costituente dell’UE ed esercita, dunque, il diritto di sovranità.

 Il “Trattato di Lisbona” ha introdotto una variazione in proposito rispetto al “Trattato di Maastricht”, ma solo per quanto concerne l’approntamento degli emendamenti, che è affidato a una” Convenzione”, la quale, tuttavia, non è né eletta dai cittadini, né formata da essi.

La decisione finale continua a spettare alla “Conferenza dei Capi di Stato e di Governo degli Stati membri”, seguita dalla ratifica in base alle disposizioni delle rispettive costituzioni nazionali.

 Quindi, a parte alcune insignificanti questioni marginali, restano ancora gli Stati membri a decidere sulle modifiche dei trattati.

 I cittadini hanno voce in capitolo solo in quanto cittadini degli Stati membri, non in quanto cittadini dell’Unione – e, in quanto cittadini degli Stati membri, solo se le costituzioni nazionali prevedono l’istituto referendario per le modifiche dei trattati.

Se” Habermas” ritenesse quindi la sua idea di un potere costituente (con)diviso tra l’UE e gli Stati membri già realizzata nel “Trattato di Lisbona”, si sbaglierebbe.

Ma “Habermas” non è un giurista, è un filosofo, e pertanto ci si deve chiedere se sarebbe possibile una concezione secondo cui gli individui decidono sul fondamento giuridico dell’UE nella loro duplice veste di cittadini dello Stato e di cittadini dell’Unione.

Tradotto praticamente, ciò equivarrebbe probabilmente a due referendum (uno in ciascun Stato nazionale e uno nell’Unione), i quali, ci si potrebbe figurare, si svolgerebbero in contemporanea.

L’elettore dovrebbe rispondere due volte alla stessa domanda:

sei d’accordo con il Trattato X? Sì o no.

Questo svela l’artificialità della costruzione.

Naturalmente, l’elettore potrebbe anche votare in modo differente nei due casi:

in quanto cittadino dell’Unione, con il sì;

in quanto cittadino di uno Stato membro, con il no – o viceversa.

Se i referendum si tenessero nello stesso momento, sarebbe improbabile, ma non sarebbe di per sé vietato.

Se si svolgessero in tempi diversi, tra i due referendum potrebbero verificarsi eventi tali da indurre gli elettori a mutare la propria opinione. Con questa soluzione di compromesso, il potere costituente per l’UE sarebbe effettivamente passato ai cittadini, ma non solo ai cittadini in quanto cittadini dell’Unione, bensì anche ai cittadini in quanto cittadini dello Stato.

Ci sarebbe quindi un potere costituente (con)diviso.

Gli Stati avrebbero rinunciato al loro potere costituente esclusivo, l’UE non lo avrebbe ottenuto a sua volta. Indubbiamente, entrambe le parti dovrebbero essere d’accordo nel loro sì a un nuovo trattato o ad una modifica di quello in essere.

Se una delle parti è per il no, la modifica non entra in vigore.

Per il “lato dell’Unione”, regna in tal senso la chiarezza: a decidere è la maggioranza di coloro che votano o hanno diritto di voto.

Ma quale è la situazione dal lato degli Stati membri?

La decisione scaturisce dalla somma dei referendum nazionali, cioè dalla maggioranza complessiva dei cittadini?

Oppure il Trattato fallisce già nel momento in cui un singolo referendum nazionale o un certo numero di referendum nazionali hanno esito negativo?

Nel primo caso, il voto dei popoli degli Stati membri diventerebbe un secondo referendum a livello dell’Unione.

L’obiettivo del potere costituente (con)diviso verrebbe mancato.

Nel secondo caso, alcuni popoli degli Stati potrebbero essere messi in minoranza, quindi la loro volontà democratica nazionale sarebbe irrilevante.

 Il principio dello Stato verrebbe così infranto, l’uguaglianza dei due processi elettorali verrebbe meno.

Il referendum nello Stato membro conterebbe meno del referendum nell’Unione.

La “doppia” sovranità sarebbe quindi una sovranità “claudicante”. Questo, a sua volta, richiederebbe una giustificazione, e “Habermas” dovrebbe prendere posizione a riguardo.

Pensata fino in fondo, la sua concezione non mi sembra funzionare.

Nel suo libro Europa ja – aber welches? (“Europa sì – ma quale?”) del 2016, lei constata una carenza di fiducia nell’Unione da parte dei suoi cittadini;

al contempo sostiene la necessità dell’integrazione europea, la quale dovrebbe però prendere una strada diversa da quella attuale.

A ben vedere, già nel suo noto saggio “Una costituzione per l’Europa” (Braucht Europa eine Verfassung?, 1995), lei sottolineava l’esigenza di sviluppare l’Unione «nella sua specificità di istituzione sovranazionale», al di là dell’imitazione del modello dello Stato nazionale.

 In che direzione è allora pensabile, in termini concreti e (pro)positivi, un’effettiva politicizzazione dell’Europa, che possa superare la disaffezione dei cittadini?

 

Dieter Grimm:

Ho due proposte in merito.

La prima conduce in modo indiretto ad un rafforzamento della partecipazione dei cittadini dell’Unione,

 la seconda in modo diretto.

 La prima proposta mira a frenare le conseguenze de-democratizzanti della costituzionalizzazione dei Trattati.

 La costituzionalizzazione dei Trattati è l’esito di due importanti sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), risalenti al 1963 e al 1964, le quali hanno conferito ai Trattati l’efficacia diretta e il primato sul diritto nazionale:

in altre parole, esse hanno dato ai trattati l’effetto di una costituzione.

Tuttavia, tutto ciò che è regolato sul piano costituzionale è così sottratto al processo democratico.

 In rapporto a ciò, le elezioni restano senza seguito.

A causa del loro effetto restrittivo sulla democrazia, tuttavia, le costituzioni si limitano a regolare formalmente e materialmente il processo decisionale democratico, lasciando le decisioni stesse alla politica, che le prende in base alle preferenze espresse dagli elettori attraverso il voto.

I trattati europei, invece, non sono caratterizzati da una limitazione di questo tipo.

Sono loro stessi a prendere decisioni politiche.

Sono pieni di materie e questioni che in qualsiasi Stato sarebbero regolate sul piano della legge ordinaria, in modo tale da poter essere modificate in qualsiasi momento con una decisione a maggioranza.

Nell’UE, invece, tutte queste norme assumono il rango costituzionale dei Trattati e sono quindi rese immuni dal processo democratico.

Ciò conferisce alla CGUE una posizione del tutto peculiare:

essa decide su tutto ciò che è regolato a livello dei trattati, da sola e senza possibilità di rettifica.

Di conseguenza, le questioni di maggior peso politico – ad esempio, la questione di ciò che deve essere lasciato al mercato, di ciò che lo Stato deve mantenere nelle proprie mani – vengono sottratte agli organi legittimati e responsabili democraticamente, dunque anche all’influenza dei cittadini, e decise in modo non politico.

Questa è una delle cause più importanti, ma al contempo più trascurate, della debolezza democratica dell’UE.

Nell’interesse della democrazia, è necessario riaprire tutto questo ambito in favore delle decisioni democratiche e, quindi, all’influenza dei cittadini.

Per fare questo, tuttavia, tutto ciò che per sua natura non è diritto costituzionale, bensì diritto ordinario, deve essere espunto dai trattati e abbassato al rango del cosiddetto diritto europeo “derivato”.

Naturalmente questo può essere fatto solo modificando i trattati: perciò non è facilmente realizzabile.

La seconda proposta riguarda le elezioni del Parlamento europeo.

Nella loro forma attuale, esse danno ai cittadini poche possibilità di influenzare la politica dell’Unione.

 Le elezioni si svolgono in base alle leggi elettorali nazionali, in modo nazionalmente frazionato;

possono candidarsi solo i partiti nazionali, i quali fanno campagna elettorale su questioni nazionali.

Dopo le elezioni, tuttavia, questi partiti – attualmente più di 200 – non svolgono alcun ruolo nel Parlamento europeo.

Un ruolo è svolto piuttosto dai gruppi parlamentari europei, che riuniscono partiti nazionali tra loro affini, senza che questi gruppi possano essere votati a loro volta e senza che siano radicati o in contatto con alcuna società.

 La legittimità democratica veicolata dalle elezioni alla politica europea è quindi relativamente bassa.

 Ecco perché sarebbe urgente europeizzare le elezioni europee in modo che fin dall’inizio si candidino solo partiti europei, offrendo agli elettori programmi europei, sui quali poter decidere.

 Questa proposta non richiede alcuna modifica dei Trattati, in quanto tutti i presupposti sono già fissati in essi.

È quindi più facile da realizzare rispetto alla prima.

Ma un tale sviluppo non sarebbe in un certo senso ancora una replica del modello di democrazia dello Stato nazionale?

E l’idea di un tale rafforzamento della democrazia non porterebbe inevitabilmente a un conflitto tra il piano sovranazionale e nazionale?

 

Dieter Grimm:

No, non esattamente. La proposta di riorganizzare l’Unione Europea secondo il modello statale, che molti auspicano possa porre rimedio al deficit democratico dell’Europa, è a mio avviso inappropriata.

Secondo questa proposta, il Parlamento europeo verrebbe posto al centro della struttura istituzionale, la Commissione diventerebbe un governo dipendente dal Parlamento e il Consiglio, l’unica istituzione in cui sono rappresentati gli Stati membri, decadrebbe al livello di una seconda Camera del Parlamento europeo.

Ciò significa che l’UE passerebbe da una legittimazione dualistica – mediata, in parte, dagli Stati membri, che sono essi stessi democratici, nel Consiglio e, in parte, attraverso il Parlamento europeo, che è eletto dai cittadini dell’Unione – a una legittimazione monistica.

Finora l’UE ha attinto principalmente la propria legittimazione democratica da quella che le deriva dagli Stati membri.

Questo flusso di legittimazione verrebbe ora interrotto:

l’onere della legittimazione sarebbe sostenuto esclusivamente dall’elezione del Parlamento europeo.

 Ma è ben noto che le elezioni, pur essendo la condizione minima per una democrazia, non garantiscono da sole una democrazia sostanziale.

Per poter garantire ciò, devono essere parte, a livello europeo, di una discussione permanente della società, che devono rappresentare.

Questo discorso esteso a tutta l’Europa dipende a sua volta dall’esistenza di mezzi di comunicazione europei, in grado di mantenerlo in vita.

 Tuttavia, i presupposti per tutto questo sono straordinariamente deboli nell’UE e non possono essere prodotti nel breve periodo.

Sotto il profilo democratico, senza questo presupposto, un’Unione europea organizzata secondo il modello degli Stati sarebbe quindi più debole di quella attuale.

 

È stato fatto notare (penso in particolare ad alcune osservazioni critiche di “Christoph Möllers”) che, nel suo modo di intendere il nesso tra sovranità e costituzione, la considerazione dell’elemento specificamente federale passa del tutto in secondo piano e rischia di venir riassorbito in quella contrapposizione tra Stato federale e confederazione di Stati, che, tuttavia, non è in grado di dare ragione dell’Unione come unità politica.

La valorizzazione dell’elemento federale non potrebbe essere una chiave per lo sviluppo dell’integrazione nella direzione da lei suggerita?

Dieter Grimm:

L’UE è un’entità federale straordinariamente innovativa, che non rientra nello schema della confederazione e dello Stato federale.

Questo è ciò che ho sempre sottolineato.

Ma questa struttura non è organizzata come uno Stato:

 è proprio qui che sta l’aspetto innovativo.

Tuttavia, ciò si traduce anche in un limite per l’intensificazione dell’elemento federale (se questo va a detrimento dell’esistenza politica degli Stati membri).

 

Per concludere, vorrei porle una domanda ancora sul tema della democrazia europea.

Quando si dibatte in merito ad essa si possono trascurare tutte quelle linee di discussione che pongono l’attenzione sulla crisi della democrazia rappresentativa a livello nazionale, come accade per lo più?

E la consapevolezza di ciò può aiutare nel compito di pensare a una democrazia europea?

 

Dieter Grimm:

 No, non è possibile trascurarle. Per quale ragione proprio il Parlamento europeo dovrebbe essere immune dalle debolezze della rappresentanza parlamentare che hanno attanagliato tutti gli Stati democratici?

Nonostante tutti i deficit della democrazia statale, le condizioni per la partecipazione democratica restano nondimeno ancora notevolmente più favorevoli negli Stati che nelle istituzioni sovranazionali.

(Matteo Bozzon)

 

 

 

 

 

Riprendiamo in mano le redini

della globalizzazione: la sovranità

attraverso l’integrazione europea.

Ecb.europa.eu – (28 – 3- 2018) – Redazione-Banca Centrale Europea – ci dice:

 

Contributo di Benoît Cœuré, Membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, allo Schuman Report on Europe 2018, 28 marzo 2018.

Negli ultimi anni la globalizzazione e la cooperazione internazionale hanno suscitato forti reazioni.

 In Europa, la Brexit e l’euroscetticismo hanno rimesso in discussione il concetto stesso di Unione europea come costruzione politica basata sulla condivisione della sovranità, sulla libera circolazione attraverso i confini e sull’integrazione economica nel rispetto di un quadro normativo comune.

Allo stesso tempo, negli Stati Uniti i benefici del libero scambio sono stati apertamente messi in dubbio.

La percezione generale era che, in questo clima, l’Europa fosse quella più a rischio.

Anche se gli Stati Uniti dovessero tirarsi indietro dal processo di globalizzazione, l’integrità stessa del paese non ne risentirebbe.

In Europa, invece, l’UE e l’impegno a favore di valori condivisi e di una società aperta sono inscindibili sotto molti punti di vista.

 

Di recente è migliorato il sentimento generale nei confronti dell’UE grazie al rafforzamento della crescita e alla diminuzione della disoccupazione.

In base all’ultima indagine di “Eurobarometro”, in Europa sette persone su dieci si considerano ora cittadini dell’Unione europea, il livello più elevato mai registrato per questo indicatore.

Ancor più significativo è il fatto che ad oggi tre cittadini dell’area dell’euro su quattro si dichiarino a favore dell’euro, il massimo dal 2004. In Europa un numero crescente di persone è ottimista riguardo al futuro dell’Unione e la percentuale degli intervistati che reputano l’UE “un luogo di stabilità in un mondo tormentato” si colloca ora al 71%, in aumento di cinque punti percentuali dal 2016.

 

Dobbiamo cogliere questa opportunità per consentire all’Europa di segnare un ulteriore passo avanti.

In caso contrario, presto o tardi il progetto europeo si potrebbe trovare di nuovo a rischio.

La motivazione per agire è evidente: i timori di fondo dei cittadini riguardo ai rischi dell’apertura non si sono realmente dissipati.

 Il miglioramento delle prospettive economiche può aiutare a lenire queste paure, che tuttavia riemergeranno in tempi difficili.

L’Unione europea è in grado di dare una risposta che può resistere alla prova del tempo.

Infatti, pur subendo la minaccia delle opposizioni alla globalizzazione, l’UE può al tempo stesso proporre un modo per gestirla.

Del resto, non è la prima volta che la globalizzazione si trova sotto processo:

 il primo dopoguerra aveva già dimostrato che in assenza di regolamentazione i mercati mondiali potevano precipitare nella spirale del protezionismo e del nazionalismo.

 La conclusione da trarre è che l’integrazione transfrontaliera è sostenibile soltanto se disciplinata e organizzata da istituzioni che salvaguardino la stabilità del sistema economico e finanziario, assicurino pari condizioni, dirimano le controversie e incoraggino la solidarietà tra i membri.

Questo è precisamente ciò che l’UE offre ai cittadini d’Europa: un mezzo per sostenere un ordine internazionale aperto, assicurando al tempo stesso che i risultati rispondano al loro volere.

Considerare seriamente i timori riguardo alla globalizzazione.

La globalizzazione e l’apertura dei mercati preoccupano i cittadini d’Europa e del mondo essenzialmente per quattro motivi.

La prima fonte di preoccupazione riguarda la stabilità:

 la globalizzazione ha reso i paesi più vulnerabili alle ripercussioni negative di fenomeni esterni e alle crisi internazionali?

 Questo vale per settori come l’agricoltura, l’industria farmaceutica e le biotecnologie, ma forse risulta molto più evidente per i flussi internazionali di capitali (ovvero la globalizzazione finanziaria).

Dalla crisi finanziaria asiatica della fine degli anni ’90 alla crisi finanziaria globale della fine del primo decennio del 2000, fino alla crisi del debito sovrano dell’area dell’euro all’inizio del decennio 2010, l’integrazione finanziaria internazionale ha sistematicamente innescato e amplificato gli shock.

 Tra il 1945 e il 1980, in un dato anno un paese al mondo su cento attraversava in media una crisi bancaria;

 si è passati a un paese su cinque nel periodo compreso tra il 1980 e il 2008, che ha visto crescere considerevolmente l’integrazione finanziaria internazionale.

 

La seconda fonte di apprensione riguarda le condizioni di equità: tutti i paesi rispettano le stesse norme e gli stessi standard?

Questo interrogativo si pone in modo evidente a livello mondiale;

 si pensi alle accuse di manipolazione dei cambi o pratiche di dumping, oppure ai timori di una rincorsa alla riduzione degli standard ambientali e sociali.

Paure di questo tipo si sono manifestate in Europa riguardo alla libera circolazione delle persone e dei lavoratori distaccati.

Le disuguaglianze sono il terzo motivo di preoccupazione.

Sono in molti a pensare che l’apertura dei mercati abbia avvantaggiato i ricchi e i capitalisti a scapito dei poveri e dei lavoratori.

Le catene globali del valore (ovvero la distribuzione delle catene produttive su più paesi) avrebbero ridotto il potere di contrattazione dei lavoratori.

In base all’evidenza empirica sembrerebbe anche che la globalizzazione finanziaria sia stata associata a un incremento delle disuguaglianze di reddito all’interno dei singoli paesi.

 I dati OCSE mostrano che negli ultimi vent’anni nei paesi ricchi i redditi da lavoro in rapporto al reddito nazionale si sono ridotti per il 99% dei percettori di redditi più bassi, mentre sono aumentati del 20% per l’1% dei percettori di redditi più elevati.

 Analogamente, con l’integrazione mondiale gli individui e le imprese possono eludere più facilmente il fisco sfruttando le scappatoie internazionali.

 Si è erosa la base imponibile per le società a causa dei prezzi di trasferimento all’interno delle catene del valore, mentre la concorrenza fiscale tra i paesi ha innescato una corsa al ribasso in termini di aliquote.

 Una questione al centro di un acceso dibattito tra gli economisti è attualmente la seguente:

 le disuguaglianze di profitto derivanti dagli scambi internazionali possono essere tutte risolte attraverso trasferimenti sociali oppure occorre cambiare le regole del gioco a livello globale?

Tutti si troverebbero comunque d’accordo su un punto:

le entrate che sono venute meno a causa dell’elusione fiscale e dell’ottimizzazione fiscale avrebbero aiutato i governi quanto meno a mitigare gli effetti distributivi avversi della globalizzazione.

Infine, la quarta fonte di preoccupazione riguarda la democrazia.

In molti si chiedono se il mercato aperto sia veramente soggetto al controllo democratico.

 Poiché i mercati internazionali si estendono oltre i confini degli Stati-nazione, diventa meno chiaro da chi siano governati.

Alcuni temono che a causa dell’apertura le autorità elette abbiano ceduto sovranità agli investitori internazionali o alle multinazionali, ad esempio attraverso i meccanismi di risoluzione delle controversie investitore-Stato.

 La cooperazione internazionale tra governi democraticamente eletti ha riacquistato vigore in seguito alla crisi finanziaria mondiale (soprattutto nel contesto del G20), anche se, al di là della risposta immediata alla crisi, è rimasta sostanzialmente circoscritta alla regolamentazione finanziaria (e in tempi più recenti alla cooperazione in materia fiscale).

Anche in presenza di chiare strutture di controllo democratico (come nel caso dell’UE), alcuni politici ne hanno criticato l’eccessiva distanza dalla vita dell’elettorato e sono riusciti a ottenere consensi promettendo di riprendere il controllo attraverso la reintegrazione di poteri a livello nazionale.

Alcuni di questi timori si basano più su percezioni che su fatti.

La maggiore sensibilità agli shock finanziari e le crescenti disparità di reddito potrebbero essere, ad esempio, imputabili a una serie di altri fattori, fra cui il cambiamento tecnologico con un’interconnessione sempre più stretta fra questi processi.

 Tuttavia, così come è opportuno evitare reazioni eccessive alle critiche sulla globalizzazione, altrettanto importante è mantenere una certa umiltà, riconoscendo che la globalizzazione solleva questioni di fondo in termini di condizioni di equità, stabilità, uguaglianza e democrazia, questioni che vanno discusse seriamente e, se necessario, affrontate attraverso politiche pubbliche efficaci.

Riconquistare la sovranità.

Alcuni suggeriscono che la soluzione sia trincerarsi dietro i confini nazionali.

Questa opzione è destinata a fallire per due ragioni.

In primo luogo priverebbe i popoli dei benefici economici degli scambi commerciali e dell’integrazione. In base a una stima, il PIL pro capite dell’UE sarebbe inferiore di ben un quinto senza il processo di integrazione avvenuto a partire dal 1950.

Più di 30 milioni di posti di lavoro nell’UE (cioè uno su sette) dipendono dalle esportazioni verso il resto del mondo.

 In secondo luogo, la rinazionalizzazione di determinate politiche non consentirebbe ai paesi di sfuggire alla concorrenza mondiale: l’isolamento dalle catene globali del valore accrescerebbe i prezzi degli input, ridurrebbe la competitività delle esportazioni e l’interesse degli investitori, finendo per indebolire l’economia sia dal lato dell’offerta che dal lato della domanda.

Allo stesso modo, un paese che si ritirasse dalla cooperazione internazionale non si sottrarrebbe alla concorrenza fiscale e probabilmente risulterebbe meno efficace nella lotta all’evasione.

 

La storia ci insegna che esiste un’unica soluzione.

Ogni volta che in passato la globalizzazione è sfociata in eccessi e ha dato luogo a un ripiegamento nel protezionismo, si è giunti alla conclusione che la globalizzazione non è sostenibile senza istituzioni forti.

 Le Nazioni unite e quanto ne è derivato (ad esempio il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Accordo generale su tariffe e commercio) hanno rappresentato una risposta diretta alla spirale protezionistica del periodo tra le due guerre.

Analogamente, il G5 è il risultato della crisi petrolifera degli anni ’70, mentre il G20 è nato dalla crisi finanziaria asiatica degli anni ’90, per poi essere investito di un nuovo ruolo di salvaguardia del commercio mondiale e rafforzamento dell’architettura finanziaria globale in seguito al crollo di Lehman Brothers.

Tuttavia, in termini di gestione della globalizzazione la costruzione politica più avanzata e meglio riuscita è stata di gran lunga l’Unione europea.

 

I padri fondatori dell’UE hanno concepito un metodo di gestione collettiva delle sfide poste dall’apertura dei mercati, evitando di trincerarsi dietro le frontiere nazionali.

Hanno dotato gli Stati membri di una piattaforma unica che consentisse loro di riprendere il controllo di alcuni poteri sovrani erosi dalla globalizzazione.

Anziché dover scegliere tra apertura e sovranità, i paesi hanno potuto riconquistare la sovranità condividendola all’interno delle istituzioni europee.

 In altre parole, l’Unione europea dà una risposta regionale al “trilemma politico” reso celebre dall’economista “Dani Rodrik”, secondo cui non è possibile perseguire simultaneamente democrazia, sovranità nazionale e integrazione economica.

Ciò non significa che l’Unione europea sia perfetta.

 Le molteplici crisi che ha dovuto affrontare negli ultimi anni hanno posto in evidenza numerosi problemi da risolvere sul piano dell’efficacia e della legittimità.

Tuttavia, l’UE ha retto un ordine aperto nel continente europeo per più di sessant’anni.

Dal 1960 l’Europa occidentale registra una crescita cumulata del PIL pro capite in termini reali che supera di un terzo quella degli Stati Uniti. Inoltre l’Europa ha accumulato una maggiore ricchezza in percentuale del reddito annuo (più del 500%) rispetto agli Stati Uniti (400%).

Al tempo stesso, ha dato prova di maggiore consapevolezza riguardo al problema della sostenibilità, ad esempio assumendo un ruolo di primo piano nella promozione di accordi internazionali sul cambiamento climatico nel contesto dell’ONU, dal Protocollo di Kyoto all’Accordo di Parigi.

 Se incontriamo uno scoglio, non dobbiamo rimettere in causa l’Unione europea e tutto ciò che ha permesso di realizzare;

al contrario, dobbiamo impegnarci per costruire istituzioni politiche migliori a livello europeo, che rispondano direttamente ai timori dei cittadini dell’UE e guidino la globalizzazione nella direzione che essi auspicano, tenendo conto delle quattro considerazioni esposte in precedenza.

Riconciliare integrazione economica e condizioni di equità.

È probabilmente negli sforzi profusi per creare condizioni di equità nell’integrazione economica, cioè per assicurare che tutti si conformassero alle stesse regole e agli stessi standard, che l’Unione europea ha ottenuto i maggiori risultati.

 In questo ambito il contributo fondamentale dell’UE consiste nell’avere stabilito pari condizioni attraverso le proprie disposizioni legislative e le proprie istituzioni preposte ad assicurarne il rispetto, in particolare la” Corte di giustizia dell’Unione europea”.

Questa è la migliore garanzia possibile che l’apertura non vada a scapito della concorrenza leale e della protezione dei consumatori.

 Inoltre, dato l’obbligo vigente per le esportazioni verso l’UE di rispettare gli standard da essa definiti e viste le dimensioni del mercato europeo (l’Unione rappresenta il primo partner commerciale per non meno di 80 paesi), l’UE tende a influenzare gli standard in uso anche in altre parti del mondo (cosiddetto “effetto Bruxelles”).

 L’UE, con i suoi poteri normativi, non soltanto può evitare che la globalizzazione precipiti in un’inevitabile rincorsa alla riduzione degli standard, ma può di fatto favorire un processo virtuoso di innalzamento degli standard a livello mondiale, che a lungo termine potrà soltanto giovare alla globalizzazione stessa.

 

La lealtà della concorrenza in relazione alla libera circolazione dei lavoratori è stata al centro di crescenti polemiche.

Anche in questo caso, tuttavia, l’Unione europea ha istituito un quadro di riferimento, che può ulteriormente sviluppare, per conciliare mobilità e condizioni di equità.

I sistemi di protezione al centro del modello sociale europeo sono stati progressivamente iscritti nella legislazione europea, in particolare attraverso la “Carta dei diritti fondamentali”.

 Inoltre, quando si configurano manifestazioni più sottili di compressione salariale, il quadro di riferimento dell’Unione consente alle autorità nazionali di fissare salari minimi e limiti agli orari di lavoro nell’ambito delle rispettive giurisdizioni.

Peraltro, su temi controversi (ad esempio quello dei lavoratori distaccati) le disposizioni legislative dell’UE sono state modificate sulla scorta di un intenso dibattito politico.

 

In Europa l’equità degli scambi commerciali è stata anche favorita dalla moneta unica, che ha rafforzato la salvaguardia della concorrenza leale, precludendo la possibilità di cicli ricorrenti di svalutazioni concorrenziali delle monete nazionali.

In questo modo sono stati dissipati i timori di manipolazione dei cambi, si è ridotta la tentazione del protezionismo e il mercato unico ne ha tratto beneficio.

 Non essendo più possibile ricorrere alla svalutazione, i paesi dell’area dell’euro devono affrontare qualsiasi problema di competitività alla radice.

A volte questa può sembrare una medicina amara, poiché i necessari aggiustamenti possono richiedere una forma più sottile di svalutazione attraverso la compressione dei salari.

Molti paesi dell’area dell’euro hanno imboccato questa via per cercare di riacquistare competitività in termini di costo in seguito alla crisi finanziaria mondiale e la maggior parte di essi ha già registrato un pieno recupero.

 Sarebbe tuttavia opportuno approfondire la riflessione sul possibile sviluppo di strumenti europei per assicurare che i sistemi di sicurezza sociale impediscano a tali aggiustamenti di aggravare la povertà e compromettere la crescita nel lungo periodo.

Ciò contribuirà a sostenere il progetto europeo nei paesi che devono affrontare simili aggiustamenti, in particolare nel contesto dei programmi di assistenza finanziaria.

Gli strumenti a disposizione dell’Europa per contrastare le crisi risultano notevolmente potenziati grazie alla creazione del “Meccanismo europeo di stabilità” (MES), ma permangono lacune significative in assenza di uno strumento di sostegno finanziario per i sistemi di sicurezza sociale nei paesi destinatari di un programma o della possibilità di stanziare fondi rilevanti dal bilancio dell’UE.

 

Proteggere l’Europa dall’instabilità.

Per quanto riguarda il mercato dei beni e servizi, l’Unione europea è stata fondamentale nell’assicurare che l’integrazione economica fosse percepita come sicura e quindi sostenibile.

 La convergenza della regolamentazione per gli standard applicabili a beni e servizi, unitamente a un approccio comune nella sorveglianza sui mercati, ha sostenuto la fiducia nell’apertura dei mercati all’interno dell’Europa, come anche la capacità dell’UE di rispondere rapidamente al profilarsi di rischi per la protezione dei consumatori.

Il mercato interno dei prodotti alimentari surgelati, ad esempio, è riuscito a superare lo scandalo del 2013, concernente la vendita di carne equina dichiarata come bovina, soprattutto grazie a un miglioramento dell’etichettatura dei prodotti e a un sistema di ispezioni a livello dell’EU che hanno ripristinato un clima di fiducia.

Al contrario, la percezione di una mancanza di convergenza sul piano della regolamentazione tra UE e paesi terzi, in particolare sul piano della sicurezza alimentare, è motivo di opposizione agli accordi commerciali preferenziali, come il “partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti” (TTIP).

 

Nel settore finanziario, fino a tempi recenti il contributo dell’UE a un’integrazione stabile è stato più limitato.

Abbiamo imparato a nostre spese che forme di instabilità possono emergere da un’unione monetaria incompleta, così come da mercati dei capitali integrati in assenza di un livello analogo di integrazione sul piano della regolamentazione e della vigilanza del settore finanziario.

Tuttavia, negli ultimi anni l’Europa ha compiuto importanti passi avanti in questo ambito.

Ha istituito il “MES”, che, con una capacità di prestito di 500 miliardi di euro (appena inferiore a quella dell’FMI per la sua azione su scala mondiale), può intervenire in aiuto degli Stati membri confrontati da vincoli di liquidità.

Altrettanto ampia è stata la portata della decisione di creare un’unione bancaria allo scopo di mitigare il rischio di crisi bancarie sistemiche.

L’80% degli attivi bancari nell’area dell’euro è ormai soggetto alla vigilanza europea e disponiamo di un meccanismo unico per la risoluzione dei dissesti bancari.

Per la prima volta abbiamo realizzato una governance autenticamente sovranazionale del settore bancario, basata su un corpus unico di norme, e siamo quindi certi che non si verificherà un livellamento verso il basso dal punto di vista della regolamentazione.

 

Tuttavia non bisogna abbassare il livello di guardia.

 I rischi per la stabilità finanziaria, inclusa la nuova dimensione della cybersicurezza, richiedono un’attenzione continua.

L’instaurazione di un’unione dei mercati dei capitali è ancora agli albori e richiede il superamento di sfide particolarmente complesse sul piano giuridico (ad esempio per quanto riguarda l’armonizzazione, se non l’unificazione, delle normative fallimentari nazionali).

 Occorre inoltre completare l’unione bancaria assicurando che i contribuenti, la clientela e i depositanti siano protetti da meccanismi di difesa europei perfettamente solidi.

 Si discute anche della possibilità di conferire una capacità di bilancio all’area dell’euro, con punti di vista differenti riguardo al fatto che debba fungere soprattutto da meccanismo di protezione e strumento per la tutela degli investimenti in tempi di crisi, essere volta principalmente alla stabilizzazione del ciclo economico, oppure finanziare la fornitura di beni pubblici in via permanente.

 Al tempo stesso il dibattito riguarda anche il modo appropriato di assicurare la responsabilità democratica.

Se da un lato è importante compiere le scelte giuste e impegnarsi per ripristinare margini di bilancio a livello nazionale, dall’altro non si dovrebbe aspettare all’infinito per progredire verso una stabilizzazione di bilancio più centralizzata.

 

La solidità del nostro quadro di riferimento per la risoluzione delle crisi non sarà messa veramente alla prova finché non scoppierà la prossima grande crisi, ma i segnali che abbiamo già osservato sono incoraggianti.

Il sistema finanziario europeo è riuscito a superare le turbolenze che hanno scosso i mercati finanziari mondiali nel 2015 e agli inizi del 2016, mentre lo shock del voto a favore della Brexit è stato assorbito senza danni visibili.

Fondamentalmente, il cammino intrapreso dall’Europa rappresenta finora il tentativo più avanzato di riconciliare i benefici dell’integrazione finanziaria transfrontaliera, in termini di condivisione dei rischi e accesso al finanziamento, e i suoi potenziali inconvenienti.

 

Promuovere un’integrazione all’insegna dell’uguaglianza.

Per quanto riguarda il terzo punto (fare in modo che l’integrazione sia all’insegna dell’uguaglianza), finora il ruolo delle politiche a livello dell’UE è stato meno enfatizzato.

La ragione principale è che gli Stati membri dispongono già dei sistemi previdenziali nazionali più ampi e articolati al mondo.

Come ha rilevato la” Cancelliera Merkel” in numerose occasioni, l’Europa rappresenta il 7% della popolazione del pianeta, il 25% del PIL mondiale e il 50% della spesa per la previdenza sociale.

Se da un lato i sistemi previdenziali richiedono numerosi aggiustamenti per risultare sostenibili dal punto di vista economico, dall’altro forniscono una solida base per proteggere coloro che risultano penalizzati dalla globalizzazione.

Di fatto, la storia ci insegna che la sostenibilità della globalizzazione spesso dipende dal rafforzamento dello Stato sociale.

 

L’erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili delle imprese mettono a dura prova la capacità ridistributiva degli Stati membri, ma l’Unione europea dispone di un considerevole vantaggio potenziale:

nessuna grande impresa, neanche la Apple, può minacciare di abbandonare completamente il più grande mercato mondiale.

Di fatto, la Commissione europea utilizza già strumenti di politica della concorrenza per rispondere a possibili arbitraggi fiscali da parte delle multinazionali, mentre la proposta di una base imponibile consolidata comune per le società è in grado di precludere l’elusione fiscale attraverso il trasferimento degli utili all’interno dell’Europa.

 In entrambi i settori le istituzioni europee possono fare leva sulle grandi società, in un modo che non sarebbe possibile per i singoli paesi.

 

Con il passare del tempo, per l’Unione europea sarà essenziale definire la misura in cui il suo ruolo ridistributivo diretto debba essere rafforzato. Nel 2007 è stato creato il “Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione “per coadiuvare i lavoratori e le imprese nel processo di transizione, ma risente di risorse troppo limitate e di un eccesso di burocrazia.

Il Fondo sociale europeo, che dispone di risorse molto più ingenti, si è dimostrato efficace nel supportare il reinserimento dei cittadini nel mercato del lavoro.

Vi è ragione di sostenere che questi due programmi vadano ampliati ulteriormente, in termini di scala e di portata.

 

Assicurare la legittimità democratica.

Sotto molti punti di vista l’UE conferisce ai suoi cittadini un controllo democratico sulla globalizzazione maggiore rispetto a quanto sia consentito ai cittadini di altre parti del mondo.

 Rispetto ad altre zone di libero scambio, l’Unione europea possiede una struttura politica molto più avanzata:

le decisioni concernenti l’insieme dell’UE sono adottate congiuntamente dai rappresentanti eletti a livello nazionale che si riuniscono nel “Consiglio dell’Unione europea” e dal “Parlamento europeo” eletto a suffragio diretto.

Inoltre, le sue competenze in materia di concorrenza e di regolamentazione finanziaria permettono all’UE di assicurare ai suoi cittadini un maggiore controllo sulle multinazionali e sui mercati finanziari.

Un’Europa unita, che parla con una sola voce a livello mondiale, è anche più efficace nel comunicare le proprie preferenze sul piano commerciale, nonché in termini di standard finanziari, tributari, sociali e ambientali.

 

Occorre tuttavia consolidare la governance e la legittimità democratica. Il MES e le decisioni sui programmi di assistenza finanziaria si basano, ad esempio, su accordi intergovernativi che non ricadono nella sfera di responsabilità democratica del Parlamento europeo.

Ciò può generare l’impressione che siano state trasferite competenze a livello europeo, mentre di fatto queste continuano ad essere esercitate in ampia misura dagli Stati membri.

 

Di conseguenza, gli organismi intergovernativi, come il “MES”, dovranno infine essere integrati nei “Trattati dell’UE” per migliorare sia il controllo democratico, sia i mezzi e la percezione di condivisione delle competenze e del processo decisionale.

Se ciò non accadrà, rischiamo che le sfide comuni continuino ad essere viste in una prospettiva nazionale, conducendo inevitabilmente a una frammentazione del dibattito democratico europeo e alimentando le divisioni che minano gli sforzi tesi all’attuazione di politiche europee efficaci.

 

L’assenza di uno spazio pubblico autenticamente europeo rende più ardua tale evoluzione.

 Eppure, ironicamente, proprio la globalizzazione potrebbe venire in aiuto dell’Unione europea.

La diffusione delle tecnologie digitali, soprattutto fra i giovani, potrebbe finire per agevolare un dibattito di natura diversa sul ruolo dell’Europa, meno incentrato sul piano nazionale.

 

La sfida per l’Unione europea è preservare i contratti sociali all’interno dei paesi in un contesto di globalizzazione, il che richiede di fatto un contratto sociale fra i paesi.

Questo è ciò che offre l’UE a livello europeo, attraverso i suoi poteri sul piano legislativo, esecutivo e giudiziario.

Se questi poteri saranno ben utilizzati e se si apporteranno miglioramenti anche al quadro economico, sociale e giuridico di ciascun paese a livello nazionale, l’UE potrà dare un contributo decisivo alla sostenibilità della globalizzazione, entro e oltre i confini europei.

In questo modo l’UE potrebbe anche compiere notevoli passi avanti verso la risoluzione dei suoi problemi di legittimazione popolare.

Se riuscirà a valorizzare maggiormente la propria capacità di ricondurre la globalizzazione alla volontà democratica, e se potrà essere riformata in modo da realizzare appieno il suo potenziale, non vi è ragione per cui parte della percezione negativa che attualmente la circonda non si possa rapidamente dissipare.

È incoraggiante che i leader europei lavorino alla definizione di una visione di maggiore integrazione per affrontare le sfide comuni a livello mondiale.

Malgrado i messaggi lanciati da pessimisti e disfattisti, questo potrebbe essere il momento dell’Europa.

 Dobbiamo cogliere questa opportunità, e farlo senza indugio.

 

 

L’Uscita a Sorpresa di Putin:

“Macron, Organizza

Tu il Negoziato.”

ConoscenzealConfine.it – (20 Marzo 2024) - Fulvio Scaglione – ci dice:

 

Putin: “Sono ovviamente disponibile a un negoziato con l’Ucraina”, dice, “e mi piacerebbe che la Francia facesse da mediatore”.

Sorpresa…sorpresa.

Mentre celebra nel quartier generale elettorale il plebiscitario 87% raccolto nelle presidenziali, e si aggira tra i massimi sistemi del destino eterno della Russia e le più prosaiche questioni della politica politicante (“Navalny? Volevo scambiarlo ma è morto, sono cose che succedono”), Vladimir Putin lascia cadere una sorpresa delle sue.

 

“Sono ovviamente disponibile a un negoziato con l’Ucraina”, dice, “e mi piacerebbe che la Francia facesse da mediatore”.

Stupore tra i giornalisti.

 La Francia? Quella di Emmanuel Macron?

 Del Presidente che vuole mandare le truppe Nato in Ucraina?

Che con Polonia e Germania vuole organizzare una santa alleanza dei fornitori di missili a lunga gittata per colpire la Russia?

Quello che un giorno sì e un altro pure dice che bisogna in qualunque modo impedire alla Russia di vincere la guerra?

La Francia che ha deciso di aprire una missione militare permanente in Moldavia e che fornisce armi all’Armenia sempre meno amica di Mosca?

 

Ebbene sì, proprio quella Francia e proprio quel Macron.

 A questo punto, però, serve un classico riassunto delle puntate precedenti.

Alla vigilia del voto russo Emmanuel Macron rilascia una lunga intervista televisiva in cui sostanzialmente dice due cose.

Una molto francese:

 sarebbe bello se la Russia dichiarasse una tregua durante le ormai prossime Olimpiadi di Parigi, cioè dal 26 luglio all’11 agosto.

 Si capisce bene che l’Eliseo ci tenga, i Giochi si svolgeranno a Parigi a distanza di 100 anni esatti dalla precedente edizione parigina.

 Non si capisce bene, però, perché dovrebbero tenerci anche i russi, che tra l’altro ai Giochi olimpici non potranno partecipare se non come singoli senza inno né bandiera, specie di innominabili apolidi del salto e della corsa.

Poi, però, Macron dice una cosa più seria.

 Alla domanda se lui sarebbe disposto a mediare tra russi e ucraini risponde con decisione sì, pur aggiungendo che i colloqui sostanziali dovrebbero svolgersi tra Putin e Zelensky.

L’uscita di Putin, allora, comincia a diventare più spiegabile.

Al Cremlino si convincono che le sortite belliciste di Macron (mandiamo in Ucraina le truppe, i missili, non possiamo escludere nulla, noi francesi siamo gli unici con la bomba atomica, “allons enfants” e tutto il resto) non hanno davvero lo scopo di inasprire il confronto con la Russia ma, semmai, di rifilare qualche pugnalata alle spalle della Germania, l’ex potenza economica d’Europa che oggi, nella Ue, viene spintonata un po’ da tutti.

Tra poco si vota in Europa, ci saranno cariche da distribuire ed equilibri politici da ricostituire e tutta un’Europa mediterranea e dell’Ovest da rappresentare, a meno di voler davvero lasciare la leadership dell’Unione ai polacchi e ai baltici.

Visto lo stato politicamente semicomatoso della Germania di Scholz, chi meglio della Francia di Macron potrebbe svolgere quel ruolo?

Così, tra il serio e il faceto, Vladimir Putin offre a Macron, sulla cui vanità di può sempre contare, una polpetta avvelenata.

Fai l’amore e non la guerra.

Altro che truppe Nato o missili in Ucraina, organizza il negoziato, diventa il mediatore della pace, l’Europa ti incoronerà e la storia ti ricorderà per sempre.

Putin e Macron si conoscono bene, si sono incontrati molte volte e, in ogni caso, il presidente francese è stato il più tenace, due anni e mezzo fa, nel cercare di aprire una breccia nelle intenzioni drammatiche del collega russo.

Il Cremlino ignorò i suoi sforzi, come sappiamo, ma lo prese più sul serio di altri.

 Certo non gli riservò lo sprezzo rivolto invece, per fare solo qualche esempio, a Josep Borrell (Alto commissario Ue per la politica estera e di sicurezza) o a Liz Truss (allora “solo” ministro degli Esteri del Regno Unito).

E ora la palla è di nuovo nel campo di Macron.

Quella di Putin è stata una vera apertura o una beffa?

Le sue parole offrono una prospettiva o un trappolone?

A Macron non manca l’astuzia e saprà ben decidere.

Ma a naso, non pare che il Cremlino abbia tanta voglia di aprire un negoziato.

(Fulvio Scaglione)

(it.insideover.com/politica/macron-organizza-tu-il-negoziato-luscita-a-sorpresa-di-putin-e-le-ambizioni-del-presidente-francese.html)

 

 

 

 

La pecora nera: l’Italia

di oggi e l’Eurozona.

 Lavoce.info - SILVIA MERLER - (19/11/2020) – ci dice:

Perché uno shock economico senza precedenti come la pandemia non è stato sufficiente per superare definitivamente la frattura Nord-Sud nell’Unione monetaria?

 Un libro analizza le responsabilità dell’Italia nel definire il futuro dell’integrazione europea.

L’Europa di fronte a due crisi.

Negli ultimi anni, due grandi crisi hanno definito l’Europa: quella del debito sovrano dell’Eurozona nel 2010 e quella del Covid-19 del 2020.

Dal punto di vista economico, si tratta di due eventi diametralmente opposti.

La crisi del debito sovrano è stata un evento asimmetrico, le cui origini erano profondamente radicate in scelte di politica economica nazionale.

È stato il prodotto di un decennio di divergenza, ma ha innescato una convergenza senza precedenti dei paesi dell’euro-Sud verso il modello macroeconomico dei paesi dell’euro-Nord.

 Dal punto di vista politico, ha aperto una profonda frattura sul tema della solidarietà all’interno dell’Unione economica e monetaria e fatto emergere la narrativa di un’Europa divisa tra “santi” e “peccatori”.

Questa narrativa ha immobilizzato il dibattito degli ultimi anni sulla riforma della governance macroeconomica dell’UE, benché l’esperienza dei paesi euro dopo la crisi finanziaria globale dimostri chiaramente che i modelli di crescita siano tutto fuorché statici.

Tramite una dolorosa svalutazione reale e una serie di riforme strutturali che hanno stravolto il loro modello economico, i paesi soggetti a programma di aggiustamento macroeconomico di Unione europea e Fondo monetario hanno riguadagnato competitività esterna e – cosa fondamentale – sono tornati a crescere dal 2014.

Ciò ha permesso di ridurre progressivamente la disoccupazione e di mettere il debito pubblico su una traiettoria discendente.

Per l’Italia l’aggiustamento profondo non c’è stato e la crisi è stata un’occasione mancata per mettere mano a debolezze strutturali note da lunga data.

La “pecora nera”, come la definisco in un libro appena pubblicato, già prima del Covid-19 rischiava infatti di rimanere imprigionata in un circolo vizioso di stagnazione economica, emigrazione, elevata disoccupazione, povertà, e disuguaglianza.

 Le conseguenze sociali di questo “eccezionalismo” economico sono profonde e quelle politiche dirompenti – come evidente nel successo eccezionale di partiti e movimenti populisti ed euroscettici negli ultimi anni.

Questa era la situazione del nostro paese quando è arrivata la pandemia.

 Il Covid-19 è uno shock diametralmente opposto a quello della crisi del debito sovrano.

 Si tratta infatti di un evento simmetrico con origini completamente esogene alla politica economica.

Dal punto di vista economico, rischia di innescare una ripresa asimmetrica e acuire le diseguaglianze economiche e sociali preesistenti all’interno di singoli paesi – il nostro in particolare, come evidente nei dati più recenti sulle dinamiche reddituali del 2020.

 Dal punto di vista politico, è una crisi che a prima vista sembra costituire un’occasione non controversa per dispiegare solidarietà fiscale a livello europeo – proprio per non compromettere quella convergenza difficilmente raggiunta negli ultimi anni.

 

Ma se l’accordo su “Next Generation EU è storico”, non si spinge però a mutualizzare il debito, come auspicato da chi sperava in un “momento hamiltoniano” europeo, e la sua negoziazione è stata dominata da recriminazioni e tensioni fin troppo familiari.

 

La “questione Italia.”

Perché questo shock economico esogeno e di proporzioni storicamente senza precedenti non è stato sufficiente a produrre un definitivo superamento della frattura tra euro Nord e Sud, sul tema della solidarietà fiscale nell’UE?

 Nel mio libro cerco di mettere in luce come per rispondere alla domanda sia necessario analizzare con lucidità la situazione in cui si trova oggi l’Italia.

Il nostro paese è il fulcro di un dilemma economico e politico per Bruxelles.

 Da un lato, a causa delle condizioni macroeconomiche preesistenti al Covid-19, l’Italia è il paese che oggi ha più bisogno della solidarietà fiscale Ue.

Dall’altro, trovare un accordo sulla solidarietà si è rivelato particolarmente difficile proprio perché ad averne più bisogno è l’Italia.

Il fatto che il nostro paese incarni oggi un chiaro caso di mancato aggiustamento economico, ci priva del capitale politico necessario per avanzare rivendicazioni forti in tema di solidarietà fiscale.

Storicamente, un leitmotiv dell’approccio italiano alle relazioni di economia politica internazionale è l’idea che i nostri creditori non possano permettersi di farci fallire.

È un tema che, come molti ricorderanno, ha dominato la narrativa della crisi del 2011-2012.

Ma nel 2020, siamo ancora sicuri che sia così?

Il libro è un tentativo di stimolare la consapevolezza che questo approccio al ruolo dell’Italia in Europa oggi non è più sostenibile.

La solidarietà fiscale europea che politici e commentatori nostrani spesso si affannano ad invocare come panacea ai problemi del paese, oggi c’è.

E la sua manifestazione più chiara risiede proprio nel fatto che l’Italia è l’unico paese contribuente netto al bilancio UE a beneficiare di un trasferimento fiscale netto nel contesto del pacchetto “Next Generation EU”.

 Ma si tratta di un atto di fede da parte dei nostri partner europei in quello che oggi rischia di diventare l’anello più debole dell’Ue – o forse lo è già.

 Dal nostro punto di vista, la solidarietà che ci è stata garantita crea la responsabilità di assicurarci che la fiducia non sia stata mal riposta.

Il rischio non sarebbe solo quello di sprecare fondi europei – come già ampiamente successo in passato – ma di arrestare sul nascere il primo timido passo in direzione di un’unione fiscale e di cristallizzare il nostro isolamento.

Questa responsabilità passa inevitabilmente dall’ammettere che l’Italia oggi è diventata un’idiosincrasia – economica e politica – nell’Ue.

La mia speranza nello scrivere il libro è che possa servire a mettere in luce chiaramente gli aspetti più problematici dell’“eccezionalismo” che oggi caratterizza il nostro paese e le priorità che dobbiamo darci per superarlo.

Sovranità digitale: perché serve

 all’Europa (e all’Italia),

e come arrivarci.

Agendadigitale.eu – Michele Gentili – (26 agosto 2020) – ci dice:

 

Cittadinanza Digitale.

L’Europa deve (e può) ambire a essere un’economia digitale ai vertici mondiali: non può permettersi di essere subalterna a Usa e Cina.

 Ma deve farlo in modo responsabile e sostenibile:

 la strada da seguire.

Allo stesso tempo, l’Italia non può più essere fanalino di coda nell’Ue in fatto di digitale: cosa ci serve.

La prima lezione che dovremmo imparare dall’emergenza sanitaria del covid-19 sembra abbastanza lampante: l’Europa, e con essa gli Stati membri, deve rafforzare la sua sovranità digitale al fine di affrontare meglio le sfide del futuro, garantire mezzi di sussistenza e garantire la fruibilità dei servizi e la sicurezza ai suoi cittadini.

L’Europa deve fare affidamento sulla forza economica che ha ampiamente dimostrato in questi mesi, sulle potenzialità della ricerca, sostenendo con forza la sua crescente infrastruttura tecnologica e finanziando poderosamente l’economia digitale;

allo stesso tempo, deve riuscire a garantire che i valori democratici che la contraddistinguono, continuino ad essere la solida del continente e che si possano applicare anche nell’era digitale.

L’Europa può e deve posizionarsi in un ruolo di primo piano in nell’era tecnologica – che non ci può vedere schiacciati tra USA e Cina – ma lo deve fare in modo responsabile e sostenibile.

 

Indice degli argomenti:

Perché è essenziale la sovranità digitale europea.

Cos’è la sovranità digitale, nell’era del covid-19.

La “Cyber Diplomazia”: norme, valori e regolamentazione necessari nel cyber spazio.

Politica sui dati per la sovranità digitale: innovativa, sicura e sostenibile.

“Digital Transformation”: aumentare la competitività dell’Europa.

Una nuova era digitale per il cittadino europeo.

Perché è essenziale la sovranità digitale europea.

Per sostenere e “guidare” questo cambiamento, un’infrastruttura digitale sicura e “sovrana”, resiliente e sostenibile situata in Europa è essenziale.

 È essenziale che l’Unione Europea incrementi la competitività in un settore così strategico, attualmente dominato dagli Stati Uniti e dalla Cina, passando per la creazione di una economia digitale europea dedicata.

Proprio per questo sarebbe fondamentale agire su alcune leve fondamentali sostenendo dei passi prioritari:

rafforzare l’economia digitale della UE attraverso un miglioramento dei requisiti di sicurezza per le piattaforme e i fornitori di servizi digitali;

Promuovere un ecosistema per collegare le “infrastrutture Cloud europee” per poter mettere in relazione ancora più dati strutturati ed interoperabili;

approfondire e ampliare la regolamentazione normativa sulla progettazione che tenga conto dell’impatto ambientale e l’uso sostenibile e socialmente responsabile dell’IA nella UE, nonché sul potenziale di questa tecnologia, in particolare nel settore sanitario;

promuovere lo sviluppo di un’unica strategia a livello di UE per la protezione della proprietà intellettuale, che promuove l’innovazione e la creatività e che garantisce un accesso equo al mercato interno;

costruire una rete di “Diplomazia digitale” tra Ministri degli esteri europei per poi promuovere un’unica diplomazia europea comune nell’era digitale;

accelerare la connessione alle reti Gigabit incluso il 5G;

Aprire e sostenere una discussione per stimolare misure adeguate che possano combinare digitalizzazione e sostenibilità.

Promuovere l’alfabetizzazione digitale nei paesi europei con un più basso sviluppo su questo fronte.

 Purtroppo, l’Italia è tra questi e bisogna uscire al più presto dalle vette di questa classifica;

Cos’è la sovranità digitale, nell’era del covid-19.

L’ “ECFR” in un recente paper definisce la sovranità digitale la capacità, di un Paese, “di controllare le nuove tecnologie digitali e i loro effetti sulla società”.

 Ne ribadisce l’importanza dopo il covid-19 – che ha confermato con forza l’importanza del digitale e dei dati per decidere del proprio futuro, come individui e come nazioni (per la propria resilienza economica e sanitaria); ma che anche spinge l’Europa per il rilancio economico a sfruttare, senza più indugi, la leva dei dati su cui riprogettare il proprio sistema produttivo.

L’aumento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina è un ulteriore incentivo per l’Europa a sviluppare la propria sovranità digitale, altrimenti rischia di diventare un mero campo di battaglia nello scontro tra le due potenze.

 La sovranità digitale è a tutela anche dei Governi democratici e del modello “etico” europeo, alternativa agli approcci degli Stati Uniti e della Cina.

A questo scopo, riflette l’ “ECFR” ma ne possiamo sposare qui le conclusioni,

“L’UE non può continuare a fare affidamento sul proprio potere regolamentare ma deve diventare una tecnologia superpotenza a sé stante.

Gli arbitri non vincono la partita.

L’Europa ha perso la prima ondata di tecnologia, ma deve approfittare della prossima, in cui presenta vantaggi competitivi come il “edge computing”.

A questo scopo, il primo passo è stabilire finalmente una posizione comune su questioni tecnologiche e giuridiche tra i Paesi membri.

La “Cyber Diplomazia”: norme, valori e regolamentazione necessari nel cyber spazio.

L’esercizio del potere e l’acquisizione del consenso per ottenerlo, sono sempre più esercitate a livello internazionale utilizzando tecnologie digitali.

L’UE e i suoi Stati membri devono essere attivamente coinvolte nelle discussioni in corso sugli standard digitali, in particolare nelle sedi ONU pertinenti come l’”Open Working Group” (OEWG) o il” Group of Government Experts” (GGE);

 allo stesso tempo, devono rafforzare la loro capacità di rispondere in modo efficace, tempestivo ed efficiente, alle attività dei criminali informatici, per ovviare a possibili azioni dannose che minerebbero alle fondamenta qualsiasi politica di sviluppo digitale.

Anche i rapporti internazionali, con lo sviluppo del digitale, si devono “aprire” a nuove metodologie di relazione che consentano di dialogare in modo corretto e sui nuovi temi di interesse aprendo il dialogo ad una vera e propria “Cyber Diplomazia”.

Sostanzialmente con questo termine si intende delimitare e conoscere tutti gli attori coinvolti nel cyber spazio, identificarne il ruolo e il comportamento, stabilire a priori quali siano le azioni che in questo spazio risultano fraudolente o criminose e qualora quest’ultime si manifestino, avere gli strumenti comuni di identificazione e le regole di ingaggio e di intervento concordate e condivise con gli altri Stati, per poter agire con mezzi opportuni, rapidi e congrui sia di carattere informatico, sia di carattere legislativo.

È evidente come risulti determinante avere un insieme di regole che valgano al di fuori dei confini nazionali, visto che lo spazio virtuale della comunicazione digitale è di fatto unico e globale.

Proprio in quest’ottica sarebbe determinante che l’Italia, insieme agli altri paesi fondatori, mi riferisco in particolar moda a Francia e Germania, proponga e sostenga, in sede internazionale, una linea comune tesa a:

sviluppare un quadro d’azione dell’UE per la cyber diplomazia globale per i prossimi dieci anni.

L’uso di cyber diplomazia, compreso il regime sanzionatorio per i Cyber crimini, della UE deve essere sviluppato e diventare un modello/guida internazionale come avvenuto per il GDPR;

sviluppare una posizione Europea comune (netta e forte) nei forum delle Nazioni Unite OEWG, GGE e nel comitato di esperti sulla criminalità informatica;

Politica sui dati per la sovranità digitale: innovativa, sicura e sostenibile.

I dati sono al centro dell’economia e degli ecosistemi digitali.

Ormai tutto quello che si “auto genera” al di fuori dei database aziendali sono Big Data e chi li sa usare e dominare, soprattutto con tecniche e algoritmi di Intelligenza Artificiale (AI), riesce a prendere in breve tempo il sopravvento.

L’uso “ragionevole” e regolamentato di questa ricchezza di informazioni può rendere le organizzazioni, sia private ma anche e soprattutto quelle pubbliche, pensiamo a quelle con una importanza sociale centrale come l’assistenza sanitaria, l’agricoltura e i trasporti, ad esempio, più efficienti, sostenibili e flessibili.

Siamo sulla buona strada per un’economia e una società basate sui dati, ma dovremo delineare in maniera più efficace come dovrebbe essere questo futuro, soprattutto intervenendo e concordando le regole anche al di fuori della UE.

Altrimenti non saremo mai “sovrani” dei nostri dati.

Come cittadini e come cittadini dell’UE in particolare.

Vediamo bene come, soprattutto una Cina a “briglie sciolte”, stia prendendo il sopravvento nell’uso di tecnologie pericolose, come il controllo e la sorveglianza sull’operato dei cittadini (e non è garantito che sia solo di quelli cinesi) tramite tecniche di riconoscimento del volto o sorveglianza continuativa, piuttosto che la limitazione indiscriminata sull’uso di piattaforme tecnologiche a fini politici.

L’uso dei dati a beneficio della società è un delicato compromesso da raggiungere e di certo ancora di là da essere trovato.

La protezione della privacy e la protezione dei cittadini devono essere garantite nell’ambiente digitale come in tutti gli altri settori della politica dell’UE, settori nei quali c’è una base molto più solida frutto di tantissimi anni di mediazioni e concordati.

In quest’ottica, sarebbe molto importante sviluppare un orientamento europeo unico che consenta di:

gettare le basi per un Cyber Spazio europeo unico dei dati sanitari per promuovere lo scambio e la condivisione di fascicoli sanitari elettronici e altri dati sanitari e sviluppare un codice di condotta sull’uso dei dati sanitari, superando così il fascicolo sanitario nazionale e aprendolo veramente ed in modo compiuto all’utilizzo da parte dei cittadini.

Proprio su questo, guardando i dati disponibili sul sito “AgID”, apro una piccola ma importante parentesi, si ha un quadro veramente scoraggiante:

In regioni in cui l’attuazione è del 100%, ad esempio Lombardia e Toscana, l’utilizzo reale (monitorato verificando l’accesso negli ultimi 90 giorni) da parte dei cittadini è ben sotto al 20% per quello che riguarda la Toscana e poco oltre il 40% per quello che riguarda la Lombardia che, come ben sappiamo, è la prima regione Italiana ad averlo implementato e in cui è operativo da tantissimi anni;

Promuovere tavoli di discussione per linee guida sugli spazi comuni di “dati europei” nei settori dei trasporti, dell’agricoltura e dell’economia circolare, con i quali vengono mantenuti e regolamentato l’utilizzo e la protezione dei dati dei cittadini.

Sono questi i pilastri per una sovranità digitale europea.

Digital Transformation: aumentare la competitività dell’Europa.

L’Europa può (potenzialmente) ambire a essere un’economia digitale ai vertici mondiali.

Già dal 2015 la Commissione ha avviato un ambizioso progetto per evolvere il successo del mercato tradizionale interno dell’UE anche nell’era del digitale.

 Secondo i dati del Parlamento europeo, misure come la regolamentazione del commercio elettronico e una migliore disponibilità della banda larga e delle reti 5G genereranno entrate annuali supplementari di circa 180 miliardi di euro a patto che tutte le misure della strategia per un mercato unico digitale saranno pienamente attuate.

Tale somma potrebbe incrementare ulteriormente se l’Europa continuasse nel processo di digitalizzazione in linea con gli sviluppi dell’intelligenza artificiale (AI), delle reti di calcolo ad alte prestazioni, nel Cloud e nella tecnologia blockchain.

Con la nuova strategia “Un’Europa dell’era digitale”, la Commissione ha presentato la sua nuova strategia digitale europea per i prossimi cinque anni, i suoi piani strategici per la strategia europea in materia di dati e il Libro bianco sull’intelligenza artificiale.

L’obiettivo generale rimane quello di sviluppare rapidamente e con successo l’Europa in un’economia e una società full digital.

L’Italia dovrebbe “abbracciare” con convinzione questi ambiziosi obiettivi perseguiti da questa strategia e portarli avanti con forza, facendo così la sua parte.

 

Una nuova era digitale per il cittadino europeo.

Ma non basta.

Il cambiamento tecnologico e digitale sta influenzando e influenzerà sempre di più tutta la nostra società, dalla politica a tutte le aree del settore privato, all’economia e alla sanità.

Questo cambiamento può e deve essere modellato con successo solo con la partecipazione attiva dei cittadini che possano contare su delle regole certe ed uno spazio sicuro.

Fondamentale dunque promuovere le componenti sociali chiave della strategia per “un’Europa dell’era digitale”:

la promozione di programmi di riqualificazione delle competenze e delle tecnologie digitali necessarie per le professioni sistemicamente rilevanti del futuro;

il trasferimento garantito degli elevati standard europei nei settori della sicurezza sociale e delle condizioni di lavoro nell’era digitale.

Soprattutto su questo l’Italia avrebbe bisogno di un vero e proprio salto di qualità anche per avere la forza e la credibilità di portare la propria voce in ambito internazionale.

Qualche buono spunto, recentemente, è venuto dal “Piano Colao”, che propone incentivi per la formazione digitale dei lavoratori e per assunzioni di profili specialistici, un programma didattico sperimentale per migliorare le competenze digitali degli insegnanti, un generico “incremento della digitalizzazione del comparto scuola e università” un coinvolgimento del Servizio Civile per ridurre il “digital divide” dei bambini e delle famiglie più povere.

 Tutto questo va nella direzione giusta, ma per migliorare la cultura digitale in Italia servono interventi più completi, che agiscano su tutte le fasce d’età, dai primi giorni di scuola fino alla pensione, per migliorare e rafforzare le competenze digitali.

Finché saremo tra gli ultimi paesi in Europa per cultura digitale, non potremo avere il giusto peso che ci dovrebbe competere per “guidare” le decisioni e le scelte così importanti.

Serve soprattutto poi, che qualunque siano le misure intraprese, queste siano facilmente fruibili, perché come sempre alla fase normativa, deve seguire una verifica e un controllo della fase implementativa che è quella nella quale il nostro Paese, nonostante le buone intenzioni, spesso fallisce.

Nessuno sviluppo digitale sarà reale e concreto, né per l’Italia e né per l’Europa, se non sarà pervasivo e portatore di reali benefici per tutti.

 

 

 

 

Élite e democrazia nel pensiero

politico moderno.

  Pandorarivista.it - Lorenzo Mesini – (13 marzo 2020) -

 

Punto di partenza per i teorici delle élite è il semplice fatto che in ogni formazione sociale sono sempre riscontrabili due classi di persone: governanti e governati, dominatori e dominati.

I primi costituiscono una minoranza più o meno ristretta, che tende a concentrare nelle proprie mani una grande quantità di potere e di risorse (sia materiali che simboliche).

 I secondi, invece, rappresentano la maggioranza soggetta al dominio dei governanti, prevalentemente priva di potere e risorse.

 Obiettivo principale della teoria delle élite, a partire da “Gaetano Mosca” e “Vilfredo Pareto”, è stato quello di elaborare una giustificazione teorica a questa indiscutibile uniformità che, con forme diverse, attraversa la storia e le società umane.

La distinzione tra governanti e governati non è tuttavia una scoperta della scienza politica tra Otto e Novecento, ma è sempre stata oggetto delle varie tradizioni che attraversano la storia del pensiero politico.

In questo contributo verranno inquadrate alcune delle principali linee di sviluppo del pensiero politico moderno in merito al rapporto che lega élite e democrazia.

Ci si concentrerà, innanzitutto, sulle modalità con cui il rapporto tra i governanti e i governati viene declinato nei diversi filoni del razionalismo politico moderno.

Si procederà con l’opera di “Gaetano Mosca”, esponente dell’elitismo classico, per poi affrontare la critica dialettica svolta nei suoi confronti da “Antonio Gramsci”.

 In conclusione si proporranno alcune riflessioni sulla prospettiva sviluppata dall’”elitismo democratico” nel Novecento.

Ripercorrendo queste tappe si cercherà di illustrare come il rapporto tra governati e governanti, tra élite e democrazia sia stato declinato con esiti e modalità diverse, a seconda degli orizzonti valoriali e concettuali attraverso cui è stata di volta in volta pensata la politica, le relazioni sociali e la storia.

 

Il pensiero politico moderno affronta il tema delle élite operando uno scarto radicale nei confronti delle concezioni antiche e medievali della politica.

 Se l’ordine politico antico e cristiano era concepito come un ordine naturale (oggettivo e gerarchico) posto a stabile fondamento della politica, l’età moderna pensa invece l’ordine come prodotto umano e artificiale, fondato sull’attività razionale degli individui, soggetto al conflitto e al mutamento.

L’idea di fondo da cui muove il pensiero politico moderno (e la sua futura concezione della democrazia) è il rifiuto di ogni gerarchia naturale tra gli uomini.

 I grandi esponenti del razionalismo politico moderno da “Hobbes” a “Kant”, passando per “Spinoza”, “Locke e “Rousseau”, sviluppano la propria idea di ordine politico a partire dal concetto di uguaglianza, rifiutando l’idea di ogni gerarchia naturale tra gli uomini.

 L’assenza di un ordine naturale tra gli individui costituisce il problema da cui muove il pensiero politico moderno:

la naturale uguaglianza tra gli uomini è infatti foriera di conflitti virtualmente infiniti (il bellum omnium contra omnes dello stato di natura).

La necessità dell’ordine politico nasce quindi dall’esigenza di difendere l’uguaglianza che sussiste naturalmente tra gli uomini, uguaglianza che deve essere tutelata dai suoi stessi effetti collaterali.

 

Attraverso il dispositivo razionale del contratto tutti gli individui concorrono a edificare lo Stato, ordine politico unitario in cui vige la legge universalmente valida al suo interno.

Gli autori del potere (gli individui) tuttavia, non lo esercitano in maniera diretta, ma attraverso istituzioni rappresentative (il sovrano rappresentativo o un’assemblea parlamentare) che sono superiori a coloro che rappresentano.

Gli autori del potere non coincidono quindi in maniera diretta con i suoi attori (le istituzioni rappresentative).

Questo elemento di disuguaglianza all’interno del corpo politico moderno non deriva da alcuna superiorità di carattere ontologico o naturale ma è di carattere prettamente funzionale, volta a garantire l’unità dello Stato.

In linea di principio nessuna distinzione sociale deve giustificare alcuna distinzione politica, dato che la politica è il prodotto della razionalità comune di cittadini uguali.

 A esercitare il potere non sono i ‘migliori’, ma coloro che rappresentano l’unità del corpo politico e che governano mediante leggi universalmente valide al suo interno.

Ovviamente nel corso dell’età moderna la nascita e lo sviluppo effettivo dello Stato non è avvenuto senza il contributo decisivo di diverse élite (politiche, amministrative, economiche, religiose) spesso in lotta e in competizione reciproca.

Il pensiero politico moderno e la sua idea di democrazia (sia nella sua versione liberale che socialista) traggono la propria forza da:

 a) l’idea che nessuna differenza pre-politica (naturale o sociale) possa giustificare in linea di principio la superiorità politica di nessun cittadino, b) la necessaria distinzione tra rappresentanti e rappresentati.

 

Questo, beninteso, nella ferma consapevolezza del ruolo strategico giocato da una particolare élite sociale nello sviluppo dello Stato e del capitalismo (la borghesia).

 L’importanza della distinzione fra rappresentanti e rappresentati risiede nel suo carattere funzionale a garantire la convivenza pacifica tra i cittadini e l’unità dello Stato.

 Per il pensiero politico moderno risulta infatti illegittima ogni forma di ordine politico in cui i cittadini soggetti al potere non ne siano al contempo gli stessi autori.

 Legittimo è quel potere che nasce e si concepisce come autogoverno di cittadini uguali, obbedienti a leggi universali.

A questa convinzione, il pensiero politico moderno non può rinunciare, quanto meno a livello teorico.

Ogni forma di ordine che voglia trarre la propria legittimità dalla pretesa di rappresentare solo una ‘parte’ del corpo sociale non può che essere considerata dispotica o tirannica.

 

Nei confronti del razionalismo politico moderno e delle sue principali declinazioni politiche (liberalismo, democrazia e socialismo) i teorici classici delle élite (Mosca, Pareto, Michels) si pongono in maniera fortemente critica e polemica.

Muovendo dalla constatazione che in ogni contesto sociale ad esercitare il potere sono sempre gruppi ristretti, i teorici delle élite mostrano come la storia e il reale funzionamento delle istituzioni e della politica smentiscano di fatto la teoria liberale parlamentare, il principio di uguaglianza democratica e le dottrine socialiste.

Gaetano Mosca (1858-1941), con l’elaborazione della teoria della classe politica, è il primo a sostenere in maniera sistematica che ad essere protagonisti della storia e della politica sono sempre state le élite.

 La distinzione tra governanti e governati costituisce una struttura della politica.

 La dinamica storica consiste per “Mosca “essenzialmente nelle lotte combattute tra le diverse classi politiche per assicurarsi maggior potere.

Nella Teorica dei governi e governo parlamentare (1883) si sottolinea come ogni governo consista in una minoranza organizzata (la classe politica) che si impone su una maggioranza divisa e disorganizzata.

“Mosca” distingue inoltre la classe politica in senso stretto (ossia l’insieme di quelle persone che svolgono funzioni propriamente politiche) dalla più ampia classe dirigente che raccoglie coloro che ricoprono ruoli dominanti nei diversi ambiti della società.

Il fatto che ogni corpo politico sia governato da ristrette minoranze organizzate costituisce il punto di partenza per una critica radicale alle tradizionali classificazioni delle forme di governo.

Le principali classificazioni tradizionali, quella di “matrice aristotelica” (monarchia, aristocrazia, democrazia) e quella elaborata di “Montesquieu” (monarchia, repubblica, dispotismo), vengono a cadere sotto le critiche di “Mosca”.

Le classiche forme di governo non sono semplicemente il risultato di classificazioni false o mistificatorie ma rappresentano la maschera legale dietro la quale si cela il fatto che un piccolo gruppo di persone esercita effettivamente il potere.

 “Mosca” è consapevole del fatto non sia possibile esercitare il potere politico solo mediante metodi coercitivi ma siano necessarie forme di consenso da parte dei governati.

 Con la teoria della formula politica Mosca intende individuare quelli che a suo avviso sono i principi astratti che consentono ai governanti di giustificare il proprio potere, in accordo con le convinzioni più diffuse nella società.

Le ‘formule politiche’ non costituiscono semplici mistificazioni ma rispondono all’esigenza umana di giustificare la propria obbedienza richiamandosi a norme generali.

 “Mosca” riconduce la molteplicità di formule politiche a due principi: uno soprannaturale e uno (apparentemente) razionale.

“Democrazia” è per Mosca solo una delle formule politiche razionali con cui determinate élite giustificano il proprio potere.

Il principio della sovranità popolare è contraddetto nei fatti dalla natura oligarchica di ogni governo.

Al di sopra delle molteplici formule politiche, per Mosca c’è sempre il potere di un’élite.

Anche quando i ceti popolari credono di esercitare il potere sono sempre minoranze organizzate ad essere in gioco (partiti popolari o socialisti). Queste, lungi dall’essere promotrici di emancipazione, sono le effettive detentrici del potere.

 

L’indagine moschiana sulle élite nacque nel corso di un’analisi approfondita del parlamentarismo, delle dinamiche sottese al suo effettivo funzionamento e del suo intreccio con la democrazia.

Consapevole dell’origine aristocratica del parlamentarismo inglese, Mosca ne ripercorre le vicende che lo hanno reso adeguato alle rivendicazioni della classe borghese in espansione contro i vecchi ceti dominanti.

 Mediante l’uso di principi universali (libertà, uguaglianza e fratellanza) la borghesia ha coinvolto il popolo nella sua ascesa al potere, legittimandosi come rappresentativa di tutta la nazione e non come classe particolare.

Dall’analisi di “Mosca” emerge la differenza non solo storica ma anche logica tra parlamentarismo e democrazia, tra governo parlamentare e governo del popolo:

la legittimazione democratica del parlamento non è che la formula politica con cui un’élite cela la realtà effettiva del proprio potere.

Contrariamente a quanto rivendicato dalle teorie liberali e democratiche, ad essere rappresentati in parlamento non sono gli interessi generali della nazione ma gli interessi particolari del ceto politico o, peggio, dei suoi singoli membri.

La ricca riflessione condotta da “Antonio Gramsci “nei “Quaderni del carcere” si confronta con la scienza politica élitista con l’intenzione di superare le sue obiezioni alla democrazia e al socialismo, pur conservandone la carica critica nei confronti della declinazione liberale del razionalismo politico moderno.

 La critica gramsciana all’elitismo si inserisce nell’orizzonte di una scienza politica integralmente storicizzata e incentrata sul concetto di egemonia, come categoria generale della politica e della storia. Obiettivo di Gramsci è quello di superare dialetticamente la teoria delle élite, sviluppandola in una prospettiva radicalmente democratica.

È soprattutto sulle opere di “Gaetano Mosca” (e in misura minore quelle di Michels e Pareto) che ricade l’attenzione di Gramsci.

Le sue critiche riguardano sia l’impianto analitico della teoria moschiana sia il suo implicito orientamento politico conservatore.

 Gramsci condivide il principio secondo cui in ogni formazione sociale «esistono davvero governati e governanti, dirigenti e diretti», come condivide il fatto che «tutta la scienza e l’arte politica si basano su questo fatto primordiale, irriducibile (in certe condizioni generali)». Anche per quanto riguarda l’importanza delle minoranze organizzate nel dirigere la lotta politica Gramsci è sostanzialmente concorde con gli élitisti.

 La critica gramsciana all’elitismo riguarda il suo impianto positivista, che si limita a registrare meccanicamente determinati fatti e processi per poi elevarli a ‘leggi’ immutabili della politica e della storia.

Tale approccio risulta funzionale a giustificare l’orientamento conservatore e oligarchico dello stesso Mosca e della borghesia italiana, interessata a mantenere le disuguaglianze proprie di un assetto sociale autoritario.

 Secondo Gramsci, le analisi svolte da Mosca, sia nella “Teorica” sia negli “Elementi di scienza politica” (1896, 1923), accumulano in modo confuso grandi quantità di materiale storico e fanno uso di concetti vaghi.

Quello che gli élitisti italiani non sono in grado di comprendere sono la natura e le dinamiche delle élite nel momento in cui le masse irrompono sulla scena politica europea, in particolare con l’avvento del primo conflitto mondiale.

Per questo “Gramsci” intende indagare la nascita, la selezione e le dinamiche politiche delle élite in una prospettiva essenzialmente storicista e dialettica.

 Questa deve elaborare spiegazioni pregnanti non solo dei processi storici attraverso cui si opera la partizione tra governati e governanti ma soprattutto comprendere le modalità grazie a cui i diversi attori sociali prendono coscienza di sé e del proprio ruolo politico attraverso la funzione dirigente degli intellettuali.

Nelle ricerche condotte nei “Quaderni” Gramsci non intende limitarsi a constatare la divisione tra governanti e governati, ma mira a comprendere quali siano quelle minoranze attive in grado di guidare in senso progressivo la società italiana.

Per questo si domanda «come si può dirigere nel modo più efficace (dati certi fini) e come pertanto preparare nel modo migliore i dirigenti».

 Formazione dei dirigenti che deve avvenire muovendo dal presupposto che la distinzione tra governanti e governati non rappresenti un destino immutabile, ma «sia solo un fatto storico, rispondente a certe condizioni».

Il problema che Gramsci si pone è quello di tutta la tradizione del pensiero dialettico, ossia quello di una compiuta mediazione reciproca tra i principali attori della politica moderna: il soggetto e lo Stato.

Questi permangono contrapposti in modo conflittuale e contraddittorio nelle architetture istituzionali liberal-democratiche.

L’elitismo approfondisce tale contrapposizione e la utilizza in chiave conservatrice, affermando il carattere naturale e perenne della distinzione tra governanti e governati.

 Per Gramsci il partito politico (nello specifico, il partito comunista) si costituisce come quell’élite collettiva che rappresenta il punto di articolazione più avanzato per una compiuta mediazione tra società e stato.

Nel partito politico Gramsci individua il mezzo «più adeguato per elaborare i dirigenti e le capacità di direzione» in vista di un’educazione delle masse capace di integrarle nel progetto di una piena autodeterminazione del corpo sociale («società regolata»).

 Nel partito come «moderno Principe», l’esercizio delle funzioni politiche da parte delle proprie élite non è semplice dominio sulle masse.

 Al contrario costituisce quella combinazione di direzione, produzione di consenso, senso storico e organizzazione che ne determina la capacità egemonica nella società.

La prospettiva radicalmente democratica di Gramsci consiste nel tentativo di una mediazione progressiva delle contraddizioni proprie dello Stato moderno, liberale e borghese.

 Superamento della contrapposizione netta tra governanti e governati attraverso le funzioni organizzative di un partito che ha l’ambizione di porsi come l’elemento rappresentativo e direttivo dello sviluppo dei conflitti e delle forze sociali.

 

Il pensiero politico contemporaneo ha cercato di interpretare in maniera virtuosa il problema del rapporto tra élite e democrazia.

Se per” Mosca” e “Pareto” il principio di uguaglianza proprio della democrazia moderna era di fatto smentito dalla continua presenza di élite nella società e se per “Antonio Gramsci” la soluzione del problema indicato dagli élitisti consisteva nel superamento dell’orizzonte liberal-democratico della Modernità, i teorici contemporanei (Lasswell, Wright Mills, Burnham, Schumpeter, Dahl, Sartori ecc.) hanno elaborato un concetto di democrazia che non ignorasse le critiche dell’elitismo alla teoria democratica ma che ne salvasse al contempo il valore in una prospettiva liberale.

 Obiettivo comune a questi autori è stato mostrare, attraverso percorsi diversi, che la presenza di una pluralità di élite non compromette la possibilità di un sistema democratico.

L’immagine di democrazia che ne emerge, specialmente dall’opera di “Schumpeter”, è quella di uno strumento istituzionale in cui avviene la competizione e la selezione di diversi gruppi di élite, elette attraverso il voto popolare.

La democrazia viene a configurarsi quindi come lo strumento per una competizione pacifica e per una selezione regolata costituzionalmente tra differenti élite.

Ne emerge un’idea di democrazia in cui gioca un ruolo fondamentale la leadership:

i cittadini dispongono del diritto di scegliere chi si assumerà la responsabilità di prendere le decisioni politiche e solo indirettamente cosa deciderà per la comunità intera.

 Se, come ha suggerito “Schumpeter”, vi è democrazia dove vi sono diverse élite in competizione per il voto popolare, restano comunque aperte diverse questioni:

la loro selezione, la fonte del loro potere e non da ultimo quella di una legittimazione che sia non unicamente formale e concentrata in un unico momento (le elezioni).

In altre parole resta aperto il problema, già posto da “Gramsci”, della mediazione tra élite e società.

 

 

 

 

L'intelligenza artificiale sta

cambiando il modo di fare la guerra.

Wired.it – (4-3-2023) – Andrea Indiano – ci dice:

Lo dimostra il conflitto in Ucraina, che vede il coinvolgimento di un colosso come “Palantir”, che sfrutta algoritmi di analisi dei dati per dire all'”esercito di Kyiv” cosa, dove e quando colpire.

L'interesse recente dell'opinione pubblica verso l'intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto sugli aspetti ricreativi, ma la nuova tecnologia ha un'applicazione molto più seria e preoccupante che riguarda le guerre.

L'Ai viene già utilizzata in Ucraina:

 il conflitto ha di fatto anticipato l'uso dell'intelligenza artificiale in guerra, portando sul campo di battaglia strumenti e programmi ancora da perfezionare.

Ora l'innovazione è nell'agenda dei leader militari e politici di tutto il mondo;

per questo si è svolto il primo vertice internazionale sull'uso militare responsabile dell'Ai che ha stimolato una discussione etica e le principali preoccupazioni riguardanti l'arrivo dell'Ai nei conflitti.

 

Il “summit Reaim” in Olanda.

Ha avuto luogo a L' “Aia”, in Olanda, il “Reaim Summit”, manifestazione organizzata dal governo olandese per posizionare il tema dell'Ai nel mondo militare più in alto nell'agenda politica internazionale.

All'evento hanno partecipato delegati di 50 Paesi, fra cui Stati Uniti e Cina, ma i Paesi Bassi e la Corea del Sud co-organizzatrice non hanno invitato la Russia.

 Erano presenti anche aziende private: l'amministratore delegato di “Palantir”, compagnia statunitense specializzata nelle nuove tecnologie e nell'analisi di big data, non ha nascosto il coinvolgimento della propria azienda nel conflitto in Ucraina.

 “Siamo responsabili della maggior parte degli attacchi” ha detto “Alex Karp” di Palantir.

La sua impresa sfrutta l'intelligenza artificiale per colpire obiettivi russi ed è quindi a supporto della nazione di Kiev.

Fra i servizi di” Palantir” la possibilità di analizzare i movimenti satellitari e i feed dei social media per aiutare a visualizzare la posizione di un nemico, consentendo all'esercito ucraino di prendere di mira carri armati e artiglieria nemica.

 L' “Ai” riesce ad analizzare una grande quantità di dati in poco tempo, velocizzando gli attacchi e favorendo un approccio ostile in minor tempo.

"Siamo agli albori dell'intelligenza artificiale, ma una delle cose principali che dobbiamo fare in Occidente è renderci conto che questa novità è stata completamente compresa anche da Cina e Russia" ha affermato “Karp”.

Sul fatto che l'Ai in guerra sia una realtà non ci sono dubbi:

 i governi devono esaminare quale parte dei loro budget per la difesa sarà destinata ai progressi della tecnologia, soprattutto perché la conversazione è cambiata negli ultimi sei mesi.

“Ai” e guerre.

L'intelligenza artificiale offre un importante vantaggio strategico nei contesti di guerra, in quanto favorisce la possibilità di automatizzare compiti ripetitivi e consente una maggiore accuratezza e precisione nelle operazioni di combattimento.

 Pertanto, non sorprende che sia una delle innovazioni più ricercate utilizzate oggi nelle guerre.

 I “sistemi di imaging” basati sull'intelligenza artificiale possono fornire un'immagine precisa di ciò che sta accadendo in una situazione di combattimento, consentendo colpi più precisi e meno danni collaterali.

Inoltre, i sistemi di posizionamento basati sull'intelligenza artificiale consentono una maggiore precisione nel puntamento di munizioni esplosive e nella navigazione di aerei da combattimento e altre unità di combattimento.

 Il software e gli algoritmi basati sull'intelligenza artificiale offrono la possibilità di elaborare grandi quantità di dati in modo rapido e accurato per ottenere informazioni preziose.

L'invisibile cyber guerra della Russia per piegare l'Ucraina.

Circa 4.500 attacchi informatici nel 2022, più del triplo rispetto all'anno prima.

Bombardamenti coordinati con infezioni malware e dodos per aumentare i danni dell'offensiva.

Le infrastrutture energetiche nel mirino. I dati di un anno di conflitto informatico scatenato da Mosca contro Kyiv.

Già nelle innovazioni di tendenza di recente come “ChatGPT” e programmi simili, l'intelligenza artificiale ha dimostrato di assorbire i nostri “bias”, i pregiudizi attraverso cui elaboriamo la realtà che ci circonda.

Lo stesso problema non può che essere aggravato in situazioni dove c'è di mezzo la vita di singoli individui.

Durante una tavola rotonda di Reaim fra il capo della difesa olandese e un dirigente della azienda produttrice di armi “Lockheed Martin”, il segretario generale di Amnesty International “Agnès Callamard” ha respinto l'idea che sia possibile rimuovere i pregiudizi dall' “Ai” se utilizzata in un contesto militare.

 E ha affermato che può portare alcuni gruppi a essere presi di mira più di altri.

Non possiamo semplicemente pensare che in questa stanza ci siano solo brave persone che useranno questa intelligenza per la difesa”, ha detto Callamard.

La maggior parte delle delegazioni presenti al summit olandese dovrebbe approvare una dichiarazione di principi nelle prossime settimane o mesi, anche se le regole internazionali o un trattato per limitare l'uso dell'“Ai” in guerra sono indicate come ancora lontane.

Intanto, gli effetti dell'uso bellico dell'intelligenza artificiale sono già evidenti nel territorio ucraino.

 

 

 

IL VERO VOLTO DELL’INTELLIGENZA

ARTIFICIALE IN GUERRA.

Iari.site.it - Chiara Chiolerio – (11 Dicembre 2023) – ci dice:

(notizie.ai/luso-dellintelligenza-artificiale-nella-guerra-fra-russia-e-ucraina/)

 

È ormai innegabile che l’intelligenza artificiale (IA) stia prendendo il sopravvento su numerosi settori del “warfare”, venendo applicata ormai in tutti i sistemi di sorveglianza, ricognizione, analisi dati e difesa antimissilistica all’avanguardia.

Tuttavia, al contrario di quanto la maggior parte dell’opinione pubblica ritiene, non siamo ancora davanti alla creazione di eserciti guidati da autonomi in grado di prendere decisioni in maniera indipendente.

Negli ultimi anni, intorno al tema dell’intelligenza artificiale si è creato un enorme clamore mediatico.

 Non sono mancati rifermenti vaghi, se non allarmisti, in merito a una qualche applicazione dell’intelligenza artificiale nei prossimi conflitti, in cui sembrerebbe che si combatteranno presto guerre con robot o automi simili a quelli dei film di fantascienza.

 Se, da un lato, è vero che l’ “IA” sta cambiando il modo di fare la guerra, dall’altro, non si tratta di robot assassini dotati di forza sovraumana o automi dalle sembianze umane che imbracciano armi di ultima generazione.

Esiste una differenza fondamentale tra i due tipi di intelligenza artificiale a cui si fa riferimento oggigiorno: quella ristretta (narrow) e quella ampia o generale (general).

 

L’intelligenza artificiale che conosciamo oggi è la “narrow AI”, che comprende tutti quegli strumenti di “problem-solving” progettati per eseguire compiti specifici e circoscritti ad ambiti fissi e precisi:

gli attuali sistemi di intelligenza artificiale falliscono il loro compito se applicati al di fuori del contesto per cui sono stati creati.

Infatti, le macchine che definiamo intelligenti mancano delle capacità di ragionamento che gli umani usano quotidianamente.

 

L’obiettivo ultimo sarebbe invece quello di riuscire a raggiungere quella che viene definita “general AI”, che comprende tutte quelle tecnologie designate a imitare e ricreare tutte le funzioni del cervello umano.

Tuttavia, gli esperti affermano che l’umanità è lontana dal riuscire a replicare nelle macchine il ragionamento umano nelle sue molteplici dimensioni in quanto le inferenze che i sistemi richiedono per tale intelligenza non sono né programmabili né realizzabili con la nostra attuale conoscenza sull’ “IA”.

 

Per questo motivo, l’applicazione dell’intelligenza artificiale in guerra è molto più cautelativa di quanto non si pensi.

Senza dubbio, comandanti e generali delle forze armate di ultima generazione sono consapevoli dei ben noti vantaggi che l’ “IA” apporta ai sistemi, come l’essere dotati di tempi di reazione e abilità di precisione sovraumani andando oltre la fatica, la confusione, il sonno, la fame e la sete, o il fatto che riducono il carico di lavoro umano e minimizzano il rischio di perdite umane, garantendo versatilità, resistenza, sopravvivenza, tenacia, soprattutto in quelle operazioni che sono considerate pericolose e “scomode”.

 

Tuttavia, non mancano limiti e complessità.

 In primis, le macchine ragionano seguendo lo schema “a un dato input corrisponde un dato output”:

non riescono ancora a ragionare tenendo a mente la vasta gamma di situazioni possibili e tutte le possibili sfumature della realtà del “warfare”.

Risulta perciò impossibile addestrare un sistema guidato dall’ “IA “nel prevederle e anticiparle tutte.

In secondo luogo, l’esistenza stessa dell’incertezza e dell’imprevisto sono concetti incomprensibili da parte dell’intelligenza artificiale.

 Infine, la natura emozionale, caotica e politica della guerra – che non si basa solo su ciò che è direttamente osservabile – confondono il modo di ragionare dell’intelligenza artificiale come la conosciamo oggi.

Per riuscire a soddisfare le aspettative, l’intelligenza artificiale dovrebbe riflettere fedelmente la percezione umana del conflitto, che è però in continua evoluzione.

 

Come viene applicata l’intelligenza artificiale nei conflitti?

 

A livello militare, quando si parla degli usi dell’intelligenza artificiale si fa quindi riferimento all’intelligenza artificiale ristretta, applicata ai cosiddetti “Unmanned System “(letteralmente “sistemi senza uomo”), meglio conosciuti con la denominazione di “droni”, ovvero tutti quei sistemi che entrano in azione senza la presenza fisica dell’uomo.

Questo tipo di applicazione dell’“IA” è però “limitato” a funzioni ausiliarie e di supporto all’esercito.

Si tratta di “sistemi di difesa”, solitamente antimissilistica (che non prevedono alcuna azione di tipo offensivo) e di “droni”, velivoli e sistemi per pattugliamento, ricognizione, sorveglianza e riconoscimento che aiutano e accompagnano l’operatore nell’eseguire al meglio la missione, ma non vengono mai “lasciati soli”, essendo sempre guidati o monitorati da remoto.

 

Ad esempio, gli “Unmanned Ground Vehicle” (UGV) sono usati per le operazioni di ricognizione, per definire gli obiettivi e regolare la potenza di fuoco;

possono essere usati per trasportare i feriti o come bersaglio fittizio per identificare le posizioni nemiche;

 ancora, trovano applicazione per l’individuazione di agenti chimici, biologici e nucleari così come per il piazzamento o disinnesco di ordigni.

Esistono anche gli “Unmanned Surface Vehicle” (USV) e gli “Unmanned Underwater Vehicle” (UUV), piccole unità di superficie o sottomarine, solitamente pattugliatori dotati di radar e sensori infrarossi, come lo “Spartan Scout” della marina statunitense, e si occupano di sicurezza dei porti, sminamento marittimo e pattugliamento costiero.

Un altro ambito in cui l’intelligenza artificiale è ormai ampiamente applicata è quello della difesa antimissilistica.

 Particolare attenzione va posta sulla cosiddetta” tecnica swarming “(dove “swarming” sta per “sciame”), in cui diversi piccoli droni abbattono in volo i target designati.

Un esempio è l’evoluzione e l’impiego del celebre “Iron Dome”, il sistema d’arma mobile per la difesa antimissile progettato da Israele, in grado di intercettare e distruggere interi “sciami” di razzi in volo.

Infine, molti dei sistemi d’ “IA” vengono utilizzati nelle missioni cosiddette “ISTAR” (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition, and Reconnaissance), proprio per il fatto che non prevedono il tipo di responsabilità che sarebbe invece implicata in un attacco offensivo. Infatti, in generale, l’IA è adatta per tutte quelle attività di intelligence di analisi dati e identificazione di schemi e modelli, generalmente molto usate per rilevare attività terroristiche grazie ad algoritmi di riconoscimento facciale e/o di predizione delle emozioni. A fare da capolino tra le missioni” ISTAR”, c’è il “Progetto Maven” del Dipartimento della Difesa americano, che mira a implementare l’IA a tecniche per l’elaborazione dei big data per la messa a punto di sistemi con i quali analizzare i dati video acquisiti dai droni.

Se i “sistemi unmanned” sono quei sistemi che prevedono sempre un’esecuzione da remoto da parte di esseri umani, accanto a questi esiste un tipo particolare di sistemi totalmente autonomi:

i “Lethal Autonomous Weapon System” (LAWS), letteralmente “i sistemi d’arma letali autonomi”.

Secondo una direttiva del Dipartimento della Difesa statunitense, i sistemi d’arma autonomi sono sistemi d’arma che possono selezionare e abbattere bersagli senza ulteriori interventi da parte dell’operatore umano.

Attualmente, però, questi sono sistemi ancora nelle prime fasi di sperimentazione ed è in corso un acceso dibattito in sede ONU per trovarne una regolamentazione che metta d’accordo tutta la Comunità Internazionale, per ora orientata verso una direttiva che preveda la limitazione dell’autonomia nelle fasi di ingaggio e abbattimento del target e una costante e stretta collaborazione tra uomo e macchina.

 

I limiti dell’intelligenza artificiale.

 

È bene precisare che l’applicazione dell’intelligenza artificiale non è del tutto vana, anzi, i diversi sistemi d’IA sono utilissimi in numerose operazioni militari.

Tuttavia, a meno che non si raggiunga la “general AI”, quelli guidati dall’intelligenza artificiale saranno sempre sistemi ausiliari che supportano l’elaborato umano senza mai prendere il sopravvento.

 Questo perché applicare sistemi totalmente autonomi significherebbe, tra le altre cose, inserire le macchine nel processo decisionale, per la cui attuazione non hanno le capacità cognitive sufficienti.

 Infatti, la mente umana prende decisioni attraverso un ragionamento astratto estremamente complesso, che non nasce da meri calcoli probabilistici:

subentrano esperienza, etica, buon senso, istinto ed emozioni assenti e non progettabili nei robot.

Un altro dei limiti chiave all’applicazione di sistemi totalmente autonomi è il carattere stesso dei conflitti, di per sé non lineare, complesso, in continua evoluzione e caotico, ovvero un ambiente in cui l’intelligenza artificiale non riesce a giostrarsi, essendo basata su concetti opposti di linearità, staticità e ordine.

Inoltre, i dati, cuore pulsante delle macchine intelligenti, sono un’arma a doppio taglio a causa della loro vulnerabilità, mole e complessità: un’intelligenza artificiale, infatti, opera perfettamente solo quando le sono forniti dati perfetti, ma tale livello di perfezione è per natura irraggiungibile.

 I dati possono così presentare” bias”, non essere sufficienti o essere scorretti, se non manomessi.

 Infine, sono numerose le complessità tecniche intrinseche dei sistemi guidati dall’intelligenza artificiale:

dalle interferenze di segnale alle difficoltà operative in ambienti ostili (come quelli urbani e sottomarini).

Se poi qualcosa va storto nell’applicazione di tali sistemi, non si hanno ancora le idee chiare su chi sia da considerarsi responsabile.

In conclusione, possiamo affermare che, contrariamente alle preoccupazioni dell’opinione pubblica e al clamore mediatico, a meno che le capacità dell’intelligenza artificiale non raggiungano veramente livelli fantascientifici, l’avvento di un’intelligenza artificiale autonoma in campo strategico-militare, soprattutto nelle guerre interstatali, risulta verosimilmente improbabile.

 Ciò a cui si assisterà sarà invece una sempre maggiore collaborazione tra uomo e macchina in missioni in cui entrambi intervengono compensando le mancanze reciproche.

 

 

 

“IA” e nuovo ordine mondiale.

Il punto su economia e guerra.

 

Formiche.net - Giancarlo Elia Valori – (24/07/2023) – ci dice:

 

Oltre alla questione economica, l’intelligenza artificiale cambierà militarmente l’equilibrio di potere tra i Paesi.

 I sostenitori dell’IA militare credono che essa sovvertirà la forma e lo stile della guerra.

L’analisi di Giancarlo Elia Valori.

Nel luglio 2017, il “Belfort Center for Science and International Affairs “della “Harvard Kennedy School” ha pubblicato il rapporto “Artificial Intelligence and National Security”, sostenendo che in futuro l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un mezzo di trasformazione paragonabile ad armi nucleari, aerei, computer e tecnologia di sicurezza biotecnologica.

Pertanto, è ragionevole includere l’intelligenza artificiale nelle discussioni che possono influenzare le relazioni internazionali.

L’ordine internazionale contiene due aspetti di base, uno è la struttura del potere e il confronto di forza dei principali Paesi e gruppi di Stati, e l’altro sono le norme che dovrebbero essere seguite nella gestione delle relazioni tra i Paesi medesimi.

L’ordine internazionale è uno stato di fatto in cui i Paesi del sistema globale dovrebbero adottare metodi non violenti per risolvere i conflitti in conformità con le norme internazionali;

e i suoi elementi costitutivi sono lo “jus gentium”, le norme e i regolamenti condivisi e le istituzioni preposte.

 

I cambiamenti in questo sistema sono essenzialmente causati da mutamenti nella struttura internazionale, ma la struttura non è un elemento costitutivo dell’ordine internazionale;

 per cui se si vuole cambiare il già menzionato fallace sistema occorre stabilire un nuovo ordine internazionale, che non è altro che la ridistribuzione del potere, ossia il contenuto centrale del riassetto delle istituzioni internazionali.

 

L’intelligenza artificiale può avere un impatto sulle norme internazionali esistenti e dare vita ad un nuovo “jus gentium” modificando l’equilibrio di potere e le relazioni reciproche degli attori internazionali, influenzando così i cambiamenti.

 

Prima di tutto, l’intelligenza artificiale influenzerà economicamente l’equilibrio di potere tra i Paesi e innescherà persino un nuovo ciclo di influenza e cogestione da parte delle grandi potenze.

 

Ne il “The Rise and Fall of Great Powers. Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000”, “Paul Kennedy” già nel 1989 sosteneva che nel lungo periodo esiste un ovvio legame tra l’ascesa e la caduta economica di ogni grande potenza mondiale.

Nel giugno 2017, “Pricewaterhouse Coopers” ha pubblicato il “Seize the Opportunity”, 2017 Summer Davos Forum Report” prevedendo che entro il 2030 il contributo dell’intelligenza artificiale all’economia mondiale raggiungerà i 15,7 trilioni di dollari statunitensi e che la Repubblica Popolare della Cina e il Nord America dovrebbero diventare i maggiori beneficiari, per un totale pari a 10,7 trilioni di dollari statunitensi.

Nel settembre 2018, il” rapporto Frontier Notes”:

“Using Models to Analyze the Impact of Artificial Intelligence on the World Economy” pubblicato dal” McKinsey Global Institute” ritiene che l’intelligenza artificiale migliorerà in modo significativo la produttività globale complessiva.

Escludendo l’impatto della concorrenza e dei fattori di costo della trasformazione, entro il 2030 l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire con altri 13 trilioni di dollari alla crescita del Pil globale, con una crescita media annua dello stesso di circa l’1,2%.

 

Questo è paragonabile o maggiore dell’impatto trasformativo di molte altre tecnologie di genere nella storia, come il motore a vapore nel sec. XIX secolo, la produzione industriale nel sec. XX e la tecnologia dell’informazione nel secolo attuale.

Il rapporto ha anche sottolineato che i Paesi e le regioni (principalmente le economie sviluppate) che occupano posizioni di primo piano nell’intelligenza artificiale possono raggiungere una crescita economica dal 20% al 25% sulla base attuale, mentre le economie emergenti possono avere solo la metà di questo rapporto.

Il divario dell’intelligenza artificiale può portare all’ulteriore approfondimento del divario digitale.

L’intelligenza artificiale può cambiare la catena industriale globale.

La nuova industrializzazione rappresentata dai robot industriali e dalla produzione intelligente attirerà l’industria manifatturiera a ritornare alle economie sviluppate, e avrà un impatto sulla deindustrializzazione di molti Paesi in via di sviluppo prima del previsto, per cui le opportunità resterebbero bloccate nel Paese che fornisce “solo” la risorsa o materia prima.

Lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale richiedono molti fondi, alto contenuto tecnologico e possono condurre a cambiamenti nella struttura occupazionale, facendo gradualmente scomparire posti di lavoro altamente ripetitivi e a bassa tecnologia.

Inoltre, in un altro rapporto McKinsey del 2017, basato su ricerche su 46 Paesi, è stato previsto che entro il 2030 ben 800 milioni di persone in tutto il mondo perderanno il lavoro e saranno sostituite da robot automatizzati.

Ci sarà un massiccio spostamento di posti di lavoro in tutto il mondo simile a quello visto all’inizio del sec. XX, quando la maggior parte dei posti di lavoro nel mondo si spostò dall’agricoltura all’industria.

 Allo stesso tempo, l’applicazione diffusa della tecnologia dell’intelligenza artificiale aumenterà anche la domanda di professionisti in questo settore.

Secondo la ricerca, ci sono tre tipi di Paesi che hanno maggiori probabilità di beneficiare dello sviluppo della tecnologia dell’intelligenza artificiale.

La prima categoria è costituita dai Paesi con vantaggi di prima grado nell’intelligenza artificiale – quali gli Stati Uniti d’America e la Cina – e sono tutti favoriti.

La seconda categoria è rappresentata da Paesi ad alta intensità di capitale e tecnologia con una popolazione ridotta o una tendenza al ribasso, come Giappone, Corea del Sud e Singapore, che non solo hanno il capitale e le condizioni tecniche per sviluppare l’intelligenza artificiale, ma possono anche utilizzare lo sviluppo di intelligenza artificiale per compensare la mancanza di popolazione totale o una tendenza al ribasso, come anche l’invecchiamento della struttura della popolazione e altri svantaggi.

La terza categoria comprende Paesi con più scienziati, matematici, ingegneri o Stati che apprezzano l’istruzione professionale correlata a scienza, tecnologia, ingegneria, matematica (Stem).

Oltre alla questione economica, l’intelligenza artificiale cambierà militarmente l’equilibrio di potere tra i Paesi.

I sostenitori dell’IA militare credono che essa sovvertirà la forma e lo stile della guerra.

 La guerra meccanizzata utilizza materiali per rilasciare energia, basandosi su petrolio e acciaio;

la guerra informatizzata utilizza reti per raccogliere energia, basandosi su informazioni e collegamenti.

Secondo le aspettative attuali, una volta che la guerra entrerà nell’era dell’IA, sarà un confronto di robot e automazione, controllati dall’IA predetta.

È prevedibile che nelle condizioni dell’IA, elementi di guerra come combattenti, concetti di lotta e meccanismi vincenti cambieranno del tutto.

 In una guerra tradizionale, anche se c’è un divario in termini di armi e livelli di addestramento tra le parti opposte, la parte svantaggiata può comunque combattere con tempi e luoghi favorevoli, strategie superiori e tattiche avanzate.

 Ad esempio, durante le guerre in Iraq e in Afghanistan, gli ordigni esplosivi improvvisati hanno fatto soffrire l’esercito statunitense e quello sovietico prima nel secondo Paese.

 Invece nelle condizioni della guerra intelligente, l’apporto tecnologico di una parte attraverso l’IA formerà rapidamente un vantaggio schiacciante sul campo di battaglia, rendendo impossibile per la parte più debole formare un efficace ciclo di osservazione-giudizio-decisione-azione, restando sempre in una situazione di posizione passiva.

La” Brookings Institution” ha avanzato il concetto di «hyperwar» nel rapporto “Artificial Intelligence Changing the World”, ovvero la guerra è un processo di corsa contro il tempo e di solito prevarrà la parte con il processo decisionale e l’esecuzione più rapidi.

La velocità decisionale del sistema di comando e controllo assistito dall’IA supererà di gran lunga quella della modalità di guerra tradizionale – unita al sistema d’arma automatico che può decidere autonomamente di lanciare armi letali – e accelererà notevolmente il processo di guerra, in modo che sarà ed è necessario coniare un nuovo termine «guerra a velocità estrema» per descrivere tale modalità bellica.

Per quanto riguarda quest’ultimo, l’articolo «What Happens When Your Bomb-Defusing Robot Becomes a Weapon» (Quello che succede quando il tuo robot che disinnesca bombe diventa esso stesso un’arma) pubblicato da “Caroline Lester “sul sito web «The Atlantic» il 26 aprile 2018, ha utilizzato molte analisi per dimostrare che i robot militari possono ridurre significativamente la minaccia delle bombe sui cigli stradali e addio patrioti iracheni e afgani.

L’intelligenza artificiale porterà anche a cambiamenti rivoluzionari nell’equipaggiamento militare e il combattimento a grappolo di armi letali automatiche senza pilota, potrebbe diventare il protagonista e il principale metodo di combattimento delle guerre future.

Una volta che il drone aereo, il sottomarino senza equipaggio, il robot di terra, il carro armato privo di uomini, la guerra di logoramento e le tattiche marine saranno perfezionale, renderanno complesse e costose le piattaforme d’arma su larga scala come portaerei e aerei da combattimento, meno vantaggiosi dal punto di vista del costo della guerra e dell’efficacia del combattimento.

È come se un jet da combattimento F-35 con un costo singolo di centinaia di milioni di dollari con un uomo a bordo che combatte contro un gruppo di droni armati di basso prezzo, equivalga a sparare alle zanzare.

Ciò che deve essere spiegato è che c’è ancora una grande incertezza sull’impatto dell’IA sugli eserciti:

 non si sa quanto e come questo impatto si manifesterà.

Nella discussione al convegno “Artificial Intelligence and Security”” del “VII World Peace Forum dell’Università Tsinghua” nel luglio 2018, alcuni esperti hanno sottolineato che sebbene le tendenze di sviluppo futuro dell’apprendimento automatico dei robot industriali, della scienza dei materiali e di altre tecnologie può essere generalmente studiato, tuttavia l’impatto specifico della combinazione di queste tecnologie sulla guerra futura non può essere valutato con precisione.

Nei primi trent’anni del sec. XX, potenze militari europee come Germania, Gran Bretagna, Unione Sovietica Francia e Italia svilupparono tutte tecnologie di carri armati, aerei, missili e comunicazioni radio.

Tuttavia, è stato solo dopo che la Germania ha effettuato il Blitzkrieg nella II Guerra Mondiale che il mondo ha scoperto che queste nuove tecnologie nel loro insieme potevano portare tali cambiamenti inimmaginabili alla guerra.

Ora, indipendentemente dalla guerra algoritmica o da tattiche similari, il dibattito acceso nel circolo strategico è ancora quello di analizzare l’impatto dell’IA sulle operazioni di una singola tecnologia.

Senza una comprensione olistica delle applicazioni militari della tecnologia IA, le contromisure previste potrebbero diventare una nuova costosa e inutile linea Maginot.

 

 

 

 

Come l'Intelligenza artificiale

 potrebbe sfuggire di mano e

causare danni: dai sistemi di

sorveglianza all'uso in guerra.

Corriere.it – Velia Alvich – (13 – 2- 2024) – ci dice:

 

Ci sono già esempi reali:

l'algoritmo usato da una compagnia assicurativa sbagliava nove volte su dieci nel valutare le necessità mediche dei pazienti, gli errori dell'IA potrebbero avere colpito decine di migliaia di americani.

 

L'IA come strumento.

L’intelligenza artificiale è uno strumento.

 E, come tutti gli strumenti, può essere usato per fare del bene o del male.

Dipende da come viene addestrata o come viene utilizzata.

 Nella maggior parte dei casi, aiuta a risolvere piccoli problemi della vita quotidiana (come per esempio assistere gli universitari nello studio).

In altri casi, l’uso che ne viene fatto è, nella migliore delle ipotesi, discutibile.

Oppure, semplicemente pericoloso.

 Ma quali sono i punti potenzialmente critici di questa tecnologia dalle enormi potenzialità trasformative per il mondo, secondo gli osservatori e gli esperti del settore?

Si va dall'impiego in contesti di guerra, agli errori (già avvenuti) nelle assicurazioni sanitarie, dai pregiudizi che impattano sui sistemi di riconoscimento del volto ai rischi per privacy e sicurezza informatica. Affrontiamo questi temi punto per punto.(…)

 

I veri pericoli dell’”IA” generativa.

Ansa.it – (12 luglio 2023) – Redazione Ansa – Alessio Jacono – ci dice:

 

Dai deepfake ai pregiudizi, dalla disinformazione al disimpegno democratico, Andrew McIntyre (SOLARIS) spiega quali sono i problemi reali che questa tecnologia porta in dote.

 E cosa si sta facendo per risolverli.

 

L’intelligenza artificiale è qui per aiutare l’umanità oppure per distruggerla?

 Con il successo e la diffusione crescenti di questa tecnologia, il dibattito sul suo utilizzo sembra sempre più polarizzato tra pro e contro, tra entusiasti e catastrofici.

Ma la questione è davvero così semplice?

 «Contrariamente agli avvertimenti apocalittici dei magnati della tecnologia, l'IA non è un nemico fantascientifico che vuole distruggere il suo creatore - spiega “Andrew McIntyre” ricercatore post-dottorato presso l'“Università di Amsterdam” (UvA) e membro del “Progetto SOLARIS” –

Piuttosto, l'IA riflette e amplifica lo stato di fragilità della nostra società e queste paure esagerate non fanno altro che distrarre dai problemi reali e complessi che la tecnologia pone:

 dai pregiudizi alla discriminazione, dalla disinformazione al disimpegno democratico».

 

“SOLARIS” è un progetto di ricerca europeo, di cui fa parte anche “ANSA”, che nei prossimi tre anni punta e definire metodi e strategie per gestire i rischi, le minacce ma anche le opportunità che le intelligenze artificiali generative portano alla democrazia, all'impegno politico e alla cittadinanza digitale.

Come ricercatore, “McIntyre “studia l’impatto culturale dell'arte e dei media generati dall'intelligenza artificiale;

nell’ambito specifico di “SOLARIS”, dove lavora a fianco di “Federica Russo”, la sua ricerca si concentra sulle sfide e le opportunità democratiche che i media generati dall' “IA” possono presentare, in particolare i “deep fakes”.

 

«L'intelligenza artificiale non è un semplice problema tecnologico - spiega - ma piuttosto un problema sociale ricco di sfumature e per risolverlo abbiamo bisogno di un dibattito e di una discussione pubblica più articolati.

Tra i tanti progetti di ricerca,” Solaris” sta cercando di contribuire a questa discussione sviluppando una comprensione più dettagliata dell' “IA generativa” che comprenda i vari fattori sociali, culturali e politici in gioco».

Il progetto durerà tre anni ed è appena iniziato: su cosa vi state concentrando in questa fase?

Poiché Solaris è ancora agli inizi, stiamo lavorando per comprendere i fattori che possono influenzare le modalità di produzione, circolazione e ricezione dei” deep fakes”.

Si tratta di una serie di fattori eterogenei, tra cui le qualità tecniche, i quadri giuridici e le influenze sociali, politiche e psicologiche.

All' “UvA” stiamo lavorando per riunire tutti questi diversi fattori in un nuovo approccio di sistema, in modo da poter capire esattamente perché le persone sono più o meno propense a fidarsi di un “deepfake”.

Spesso si parte dal presupposto che se un “deepfake” è tecnicamente abbastanza accurato, sarà facile ingannare le persone.

 Tuttavia, stiamo scoprendo che ci sono molti fattori diversi in gioco nell'ambiente sociale di una persona, tra cui le sue convinzioni personali o politiche, l'uso dei social media e la cultura in cui vive.

Ha un esempio?

Ciò che mi interessa particolarmente è il ruolo delle narrazioni mediatiche in generale.

Per esempio, dato ciò che ho letto e visto dell'attore “Tom Cruise” nei media, è probabile che io creda che un “deepfake” che lo mostra mentre balla su “TikTok “sia reale.

Tuttavia, è improbabile che creda a un analogo “deepfake” di “Vladimir Putin” che balla, sulla base di ciò che conosco dell'uomo, indipendentemente da quanto possa apparire accurato o convincente.

Si tratta di un aspetto difficile da discutere, per non dire da quantificare e misurare, così come molti altri fattori sociali che stiamo analizzando.

Una volta identificati i fattori in gioco, dobbiamo trovare un modo per testarli e analizzarli per capire quali sono importanti e da lì possiamo iniziare a formulare raccomandazioni d'impatto.

Ma questo è molto più avanti.

È vero, come affermano alcuni magnati della tecnologia, che l'IA è una minaccia e un pericolo per l'esistenza umana?

L'IA presenta innegabili pericoli e certamente è necessaria una maggiore regolamentazione e cooperazione tra i governi per garantire la sicurezza.

Tuttavia, molti di questi pericoli derivano dall'eccessivo affidarsi all'IA, dal suo uso inappropriato e dalla sopravvalutazione delle sue capacità. In breve, derivano dal fraintendimento di ciò che l'IA è davvero.

 

Purtroppo, la narrazione popolare che molti esponenti dell'industria tecnologica, dei media e della politica stanno portando avanti in questo momento sembrerebbe travisare l'IA come una sorta di “villain cinematografico” in stile “Skynet” che un giorno sfuggirà di mano, si ribellerà ai suoi padroni e distruggerà l'umanità.

È una bella storia semplice che unisce tutta l'umanità contro un male comune, ma appartiene alle pagine della fantascienza piuttosto che alla realtà.

Questa concezione comune dell'IA è completamente diversa dalle diverse tecnologie del mondo reale denominate "IA" che utilizziamo ogni giorno e che hanno un impatto negativo sulla vita delle persone, in particolare di quelle più vulnerabili e sottorappresentate nella società.

 

Di quali impatti negativi stiamo parlando?

Sebbene questi avvertimenti apocalittici possano avere buone intenzioni, essi generalizzano eccessivamente i problemi dell'IA come una minaccia esistenziale ed esclusivamente tecnologica per tutta l'umanità e, così facendo, mettono in ombra le ingiustizie sociali più complesse e specifiche che le tecnologie dell'IA esacerbano, come la sorveglianza, la discriminazione e la manipolazione.

 Le risorse per la ricerca e la politica sono limitate e quindi, concentrandosi sulla minaccia esistenziale dell'IA, molti di questi problemi immediati vengono messi da parte. Inoltre, questa narrazione apocalittica rischia anche di ispirare paura nel pubblico e una riluttanza ad accettare gli usi positivi delle tecnologie dell'IA.

Nel corso degli anni, sono stati lanciati molti appelli per affrontare questi problemi da parte di” eminenti eticisti dell'IA” come “Timnit Gebru”, “Emily Bender” e “Meredith Whittaker”, ma troppo spesso questi appelli sono stati ignorati a favore della narrazione della minaccia esistenziale.

Quindi sì, l'IA potrebbe essere una minaccia, ma in un modo molto diverso da quello che potremmo pensare.

 E l'unico modo per garantire che non sia una minaccia per gli esseri umani è avere una discussione pubblica più equilibrata e articolata. Purtroppo, questi appelli dei magnati della tecnologia e di altri stanno rendendo tutto ciò molto più difficile.

 

Quali sono i problemi reali e immediati che le tecnologie AI stanno ponendo?

Potrebbe fornire alcuni esempi?

Con “Solaris” crediamo che l'impatto dell'“IA generativa” sulla democrazia sia un problema reale e immediato.

Non nel senso che qualche IA dominatrice sorgerà per opprimere l'umanità, ma piuttosto perché le attuali tecnologie dell'IA stanno contribuendo a una graduale erosione dei valori e delle istituzioni democratiche.

 Naturalmente, questa erosione non è direttamente osservabile, ma è il risultato di una serie di altri problemi.

Il principale è il fatto, ben documentato, che molte tecnologie di IA perpetuano e amplificano pregiudizi e discriminazioni.

 Ad esempio, i programmi di riconoscimento facciale sono diventati famosi per aver identificato erroneamente uomini di colore come criminali, mentre programmi linguistici come” ChatGPT “continuano a mostrare pregiudizi espliciti e impliciti nei loro risultati, nonostante le protezioni e i filtri.

 I pregiudizi e le discriminazioni sono un problema immediato e incredibilmente dannoso per gli individui e le comunità, e contribuiscono ulteriormente all'erosione della democrazia diffondendo falsità divisive e scoraggiando i membri delle comunità sottorappresentate dal partecipare alla politica.

 

E poi c'è la disinformazione...

Oltre ai pregiudizi, l'IA generativa può anche esacerbare i problemi di disinformazione.

Probabilmente tutti abbiamo visto dei “deepfakes online”, come “Putin£ che apparentemente annunciava l'evacuazione delle regioni russe confinanti con l'Ucraina o “Volodymyr Zelenskyy” che annunciava la resa delle forze ucraine, ma questi casi di alto profilo sono spesso facilmente sfatati.

Tuttavia, man mano che questa tecnologia diventa più accessibile, potrebbero esserci più disinformazioni su scala minore che passano inosservate, come le interferenze nelle elezioni locali.

 Inoltre, con la crescente sofisticazione dei modelli linguistici come “ChatGPT”, Internet potrebbe essere inondato di articoli di notizie artificiali, fotografie e documenti accademici che sostengono concetti falsi e promuovono narrazioni politiche estremiste.

Ancora più preoccupante, tuttavia, è il clima di incertezza in cui viviamo. L'arrivo dei media generati dall'intelligenza artificiale sta rendendo più difficile per la persona media decidere cosa è reale e sta incoraggiando le persone a mettere in discussione fonti di informazione e istituzioni precedentemente fidate, con conseguenze potenzialmente disastrose.

 Questo è già successo nel 2018 quando, dopo una prolungata assenza dalla vita pubblica, il presidente gabonese “Ali Bongo Ondimba” ha pubblicato un discorso video che molti sospettavano essere un “deepfake” per nascondere la salute o la morte del presidente.

Citando questo come prova dell'inganno, l'esercito gabonese ha lanciato un fallito colpo di stato contro il governo.

Tuttavia, incidenti violenti come questo sono un caso estremo.

È più probabile che si tratti di un lento declino della partecipazione democratica, poiché i cittadini iniziano a sentirsi incapaci di credere ai propri occhi e di prendere decisioni politiche, diventando più suscettibili all'influenza di figure autoritarie e populiste.

In che modo il” progetto Solaris” affronterà questi problemi e come contribuirà a risolverli?

Qual è la vostra tabella di marcia in questo primo anno?

 

Come già detto, l'impatto democratico dell'IA generativa è un problema molto ampio e complesso, che in realtà si compone di vari problemi distinti.

 Per iniziare ad affrontare la questione, dobbiamo capire perché le persone si fidano o meno dei” deepfakes” e quali sono i fattori importanti in gioco nella loro produzione, circolazione e ricezione.

Una volta compreso questo, potremo iniziare a sperimentare e a conoscere più nel dettaglio questi diversi fattori e sviluppare innovazioni normative per mitigare i rischi politici e promuovere la democrazia digitale.

In questo primo anno, ci siamo concentrati sull'apprendimento di ciò che possiamo sull'IA generativa e sulla diffusione dei media generati dall'IA online, mentre altri colleghi stanno lavorando alla modellazione tecnica per i nostri esperimenti del prossimo anno.

 Nel frattempo, osserviamo gli sviluppi, poiché la discussione sull'IA si sta muovendo rapidamente e chissà dove sarà il dibattito tra qualche mese.

 

L’”AI Act” è quasi pronto: come pensa che influirà sul mercato dell'IA? Avrà un impatto sul progetto Solaris? Se sì, come?

 

Su come influirà sul mercato dell'IA:

 non ne sono del tutto sicuro, ma credo che qualsiasi nuova normativa che affronti in modo specifico le problematiche uniche delle tecnologie di IA sia positiva.

 Potrebbe rendere le cose più difficili per le aziende nel breve periodo ma, in ultima analisi, credo che una regolamentazione più severa aiuterà a combattere i rischi che ho menzionato e incoraggerà anche le persone a credere che questa tecnologia possa essere gestita e utilizzata in modo appropriato per il bene.

 

Per quanto riguarda l'impatto di Solaris, siamo molto ansiosi di scoprirlo nei prossimi mesi, poiché la regolamentazione è il modo migliore per iniziare ad affrontare questi ampi problemi sociali.

 Oltre alla nostra ricerca, stiamo iniziando a contattare altre organizzazioni all'interno dell'UE per vedere come la nostra ricerca possa allinearsi con l'“AI Act” e i suoi obiettivi, e anche come le nostre future innovazioni normative possano svilupparsi su di esso.

 

 

 

 

LA BATTAGLIA DI CONFEDILIZIA

SULLA DIRETTIVA UE “CASE GREEN”

  Opinioni.it – Redazione – (20 marzo 2024) – ci dice:

 

La battaglia di Confedilizia sulla direttiva Ue “case green”.

“Giorgio Spaziani Testa”, presidente della Confedilizia, intervenendo a Treviso al convegno” Locazione e fiscalità”, organizzato dalla locale associazione territoriale della “Confederazione della proprietà edilizia “ha lanciato un appello sulla “direttiva Ue case green”.

“Oggi in molti hanno scoperto la “direttiva Ue case green”, contro la quale la Confedilizia si è battuta fin dal 2021.

La battaglia ha portato i frutti che ha potuto portare, visti gli equilibri esistenti in sede europea.

Frutti tutt’altro che disprezzabili, ma evidentemente lontani dall’ideale. Ora bisogna puntare a modificare quegli equilibri, per cambiare la direttiva case green ma – più ampiamente – per portare l’Unione europea a non essere più il tempio del dirigismo e a trasformarsi in qualcosa di molto diverso.

Con la speranza (o forse l’illusione) di non dover più leggere regolamentazioni di 200 pagine come quella in questione.

 All’interno delle quali – oltre a quanto già noto – si possono trovare anche chicche come l’invito ai governi ad applicare una sorta di equo canone per impedire che i costi degli interventi da effettuarsi sugli immobili locati ricadano sugli inquilini (inviti che non basta ignorare, come andrà fatto, ma che bisogna impedire di far scrivere in futuro)”.

“Spaziani Testa”, ospite della trasmissione di “Cusano Italia Tv,” condotta da “Stefano Bandecchi, L’imprenditore e gli altri”, sul tema delle case green ribadisce:

“Questo provvedimento lo abbiamo combattuto fin dall’inizio, e mi riferisco non all’ultimo anno ma ad almeno due anni e mezzo. Non perché antiambientalisti, negazionisti, o perché vogliamo evitare solo gli obblighi per i proprietari, ma perché se si vuole raggiungere un obiettivo di miglioramento dell’ambiente quello del 2050 mi sembra fuori dal mondo.

 Se si vogliono raggiungere quegli obiettivi, gli stati nazionali e il sovrastato europeo non devono imporre obblighi”.

Nello specifico, il presidente di Confedilizia osserva:

“A meno che non lo si faccia per gli edifici nuovi, si deve incentivare, aiutare, spingere, anche nello stesso interesse di chi tanto si batte per il green, cioè per l’ambiente.

Poi andrebbero fatte delle distinzioni, perché si può essere ambientalisti senza essere estremisti.

Questa direttiva è stata cambiata molto nel corso di questi anni, soprattutto grazie a i tre partiti di maggioranza in Italia:

Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega”.

Alla domanda in merito alla possibilità di vedersi aumentare il valore catastale e di conseguenza un aumento anche delle tasse, “Spaziani Testa” indica:

 “Ne sono certo. Il punto è chi riuscirà a pagare questi interventi?

Perché le risorse pubbliche nazionali non ci sono, quelle europee nemmeno, non è stato previsto alcun fondo specifico”.

 A seguire, sulle Europee, evidenzia:

“Queste sono le elezioni nelle quali bisogna veramente battersi, non solo su questa direttiva, ma su “tutto il Green deal europeo” e su altri temi.

 Spero che venga modificato nella prossima legislatura”.

 In ultimo, circa l’assenza di una legge per la messa in sicurezza antisisma di tutti i palazzi, “Spaziani Testa” ammette:

 “Anche lì, non bisogna agire con gli obblighi ma ci vogliono forti incentivi.

 L’urgenza in Italia non è quella del miglioramento energetico ma quella del miglioramento sismico, ma ai paesi del nord Europa questo non interessa”.

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