Le crisi sono un’occasione per trasferire sovranità all’ Europa.
Le
crisi sono un’occasione per trasferire sovranità all’ Europa.
Europa
sovrana?
Intervista
a Dieter Grimm.
Pandorarivista.it
- Matteo Bozzon - Interviste – (13 Luglio 2023) – ci dice:
Pubblichiamo
questa intervista con l’intento di presentare al lettore una posizione
significativa all’interno della discussione sulle forme giuridiche e politiche
dell’integrazione europea, sostenuta da “Dieter Grimm”, esponente di rilievo
del dibattito tedesco sul tema, uno dei più vivi ancorché poco conosciuto in
Italia.
“Grimm”
è professore emerito di Diritto pubblico della “Humboldt-Universität “di
Berlino ed è stato giudice della “Corte costituzionale” della Repubblica
federale tedesca.
(Per “Laterza”
è recentemente uscito “Sovranità. Origine e futuro di un concetto chiave”.)
In un
articolo apparso sulla” Frankfurter Allgemeine Zeitung” il 13 settembre dello
scorso anno dal titolo “Quale sovranità?”, lei ha preso posizione rispetto alla
proposta di creare una “Europa sovrana”.
Come è
noto, tale richiesta non solo è stata posta all’ordine del giorno dal
Presidente francese “Emmanuel Macron” fin dal suo discorso alla Sorbona nel
2017 (e ribadita nel corso della sua presidenza dell’Unione, così come, non
senza polemiche, recentemente nel suo discorso al” Nexus Institute dell’Aia”),
ma è stata fatta propria anche dal “Cancelliere tedesco Olaf Scholz” nel suo
discorso sull’Europa presso l’”Università Carolina di Praga”, sullo sfondo
della tragedia della guerra in Ucraina.
In
occasione delle celebrazioni per il “60º anniversario del Trattato dell’Eliseo
a Parigi il 22 gennaio” di quest’anno, l’esigenza di un’Europa sovrana è
stata avanzata da entrambi all’unisono.
Nel
suo articolo, lei poneva l’accento sulla natura sfuggente del concetto di
sovranità, da un lato, e sull’importanza di distinguere un significato
giuridico e uno politico del termine, dall’altro.
Può
aiutarci a capire questa distinzione e per quale ragione è rilevante per il
dibattito attuale?
Dieter
Grimm:
Ci
sono in effetti due concetti di sovranità tra loro non coincidenti, uno
giuridico e uno politico.
Con il concetto giuridico di sovranità ci si riferisce al diritto di
autodeterminazione degli Stati, sia all’interno sia verso l’esterno. All’interno, ci si riferisce anzitutto
all’autonoma determinazione dell’ordinamento politico e giuridico di uno Stato;
verso
l’esterno,
alla configurazione da parte di uno Stato, secondo la propria visione, delle
relazioni con gli altri Stati e le organizzazioni internazionali.
Con il
concetto politico di sovranità, invece, ci si riferisce alla forza di un Paese di imporsi
nel contesto internazionale, vale a dire alla capacità di far valere i propri
interessi nei confronti di altre potenze.
La differenza tra i due concetti è quindi
quella tra “potere” nel senso di “avere il permesso di fare qualcosa” e
“potere” nel senso di “avere la capacità di fare qualcosa”.
Il
diritto di autodeterminazione spetta ugualmente a tutti gli Stati, cionondimeno
i rapporti di forza tra di essi differiscono.
Sotto il profilo giuridico, o si è sovrani o
non lo si è;
sotto
il profilo politico, si può essere più o meno sovrani a seconda delle
circostanze.
Per
chiarire ciò con un esempio:
dal
punto di vista giuridico, il Liechtenstein è sovrano tanto quanto lo è la Cina;
tuttavia,
dal punto di vista politico, il Liechtenstein può forse competere con il
Principato di Monaco, non di certo con la Cina.
Nei
discorsi pronunciati da Macron e Scholz non è sempre chiaro a quale delle due
sovranità si alluda.
È
probabile che per lo più si intenda la sovranità politica.
Questo
si può ammettere soprattutto quando è in discussione una maggiore sovranità in
determinati settori:
quando
si richiede per l’Europa una maggiore sovranità militare, digitale,
finanziaria.
Nei
riguardi di tali rivendicazioni non ho alcuna obiezione.
Quando
però si parla di sovranità dell’Unione Europea come entità politica, come
affermato nell’accordo di coalizione dell’attuale governo tedesco, si intende
la sovranità in senso giuridico.
Ritengo che questo sia molto più problematico.
Le sue riserve e i suoi timori sono dunque
relativi all’ipotesi di un trasferimento della sovranità giuridica a livello
europeo:
quali
sarebbero le implicazioni di questo trasferimento?
Dieter
Grimm:
Se
l’elemento distintivo della sovranità in senso giuridico è l’autodeterminazione
di un’unità politica, allora, con il conseguimento della sovranità, l’Unione
Europea si libererebbe dalla sua attuale dipendenza dagli Stati membri,
divenendo un’entità del tutto autonoma e autosufficiente.
Finora
non è stato così.
In tutte le questioni essenziali, non si è
determinata da sé, ma è stata determinata dall’esterno – vale a dire che è
stata l’opposto di un’entità sovrana.
La sua esistenza, le sue finalità, il suo
fondamento giuridico, la sua organizzazione e i suoi poteri sono determinati
esclusivamente dagli Stati membri.
L’Unione
è l’oggetto, non il soggetto.
In
un’Europa sovrana, il rapporto sarebbe invertito:
l’UE
otterrebbe il diritto di autodeterminazione, mentre gli Stati membri lo
perderebbero.
Non
solo rinuncerebbero al potere di disporre dell’Ue, ma non sarebbero più liberi
di determinare i propri compiti.
Non
sarebbero più gli Stati membri a stabilire quali poteri trasferire all’Ue,
sarebbe invece l’Europa a decidere quali poteri sottrarre agli Stati membri.
In questo modo, però, l’Unione stessa
diverrebbe uno Stato, indipendentemente dal fatto che si sia o meno consapevoli
di ciò. Europa
sovrana in senso giuridico è sinonimo di Stato europeo.
La
vera questione in relazione alla sovranità è pertanto se uno Stato europeo sia
o meno desiderabile.
Mettendo da parte le richieste di” Macron e
Scholz,” sul concetto di sovranità si è soffermata la Corte costituzionale
federale tedesca nella nota sentenza su Lisbona:
la Corte ha ribadito con forza come la Repubblica
Federale avrebbe conservato la propria sovranità anche dopo la ratifica del
Trattato di Lisbona.
Può
aiutarci a comprendere la posizione della Corte a questo proposito,
soffermandosi in particolare da una parte sulla distinzione tra “sovranità” e
“prerogative sovrane” e, dall’altra, sulle ragioni dell’impiego di questo
concetto da parte della Corte?
Dieter
Grimm:
In
effetti, la Corte distingue tra il trasferimento della sovranità, cioè del
diritto di autodeterminazione, e il trasferimento di singole prerogative
sovrane all’Unione Europea.
La
base giuridica è l’articolo 23 della Legge fondamentale, il quale permette il
trasferimento di prerogative sovrane all’UE.
Di contro, se ne deduce che la sovranità non
possa essere ceduta.
Secondo
la Corte, questo impedimento non può essere superato con una modifica della
Legge fondamentale, perché in Germania gli emendamenti costituzionali sono
decisi dai rappresentanti del popolo, e non dal popolo direttamente.
Tuttavia,
il popolo non avrebbe autorizzato i suoi rappresentanti a rinunciare alla
statualità sovrana della Germania.
Questa
decisione potrebbe essere presa solamente dal popolo tedesco: richiederebbe
pertanto una nuova Costituzione.
Al tema della sovranità lei ha dedicato un
contributo fondamentale dal titolo “Souveränität. Herkunft und Zukunft eines
Schlüsselbegriffs “(“Sovranità. Origine e futuro di un concetto chiave”), del
2009.
Come
specificato nella prefazione, il libro non intende ricostruire la storia della
sovranità o del concetto di sovranità, ma rispondere, attraverso un approccio
storicamente consapevole, alla domanda se a tale concetto corrisponda ancora un
oggetto e se, all’inizio del XXI secolo, esso assolva ancora una funzione che
ne giustifichi l’utilizzo.
Tra le
ragioni che motivano l’urgenza di riconsiderare il concetto di sovranità, lei
menziona il venir meno dell’identità tra “autorità pubblica” e “potere
statale”, che segna la storia del concetto nel secondo Dopoguerra.
Sebbene
l’attuale Unione non sia uno Stato, il processo di integrazione europea ha avuto un
notevole impatto sulla sovranità dei suoi membri e ha contribuito a rendere
problematica la capacità del concetto di sovranità di dare ragione della realtà
politica europea:
come
devono essere comprese le trasformazioni della sovranità degli Stati membri
indotte dal diritto europeo?
Dieter
Grimm:
Nel
suo senso originario, sovranità significava il pieno possesso dell’autorità
pubblica, quindi non il possesso di alcune, singole, prerogative sovrane.
Oggi
questo vale solamente per gli Stati che non sono membri dell’ONU. Tutti gli Stati appartenenti all’ONU
non sono più sovrani in senso classico perché hanno ceduto prerogative sovrane,
che l’ONU può ora esercitare in modo indipendente nei loro confronti, senza che
gli Stati possano invocare la loro sovranità contro le sue decisioni.
Successivamente si sono formate altre istituzioni
sovranazionali, a cui sono state trasferite prerogative sovrane da parte degli
Stati, prima fra tutte l’UE.
Chi
tiene fermo il concetto classico di sovranità deve quindi concludere che con il
venir meno dell’identità tra “autorità pubblica” e “potere statale”, che
perdurava da trecento anni, è scomparsa anche la sovranità.
Quando
ho scritto il libro sulla sovranità, tuttavia, il mio intento era quello di
dimostrare come questo concetto non sia mai stato del tutto fuori discussione.
E
questo già solo per il fatto che nel XVI secolo, quando si è formato, pressoché
nessuna entità politica concentrava in sé le prerogative sovrane tutte insieme.
Nella maggior parte delle unità politiche,
esse si trovavano piuttosto ripartite tra numerosi detentori indipendenti gli
uni dagli altri.
Questi sistemi di governo non costituivano
dunque ancora uno Stato.
Il
termine “Stato” come concetto per le entità politiche è emerso piuttosto solo
sulla scorta della sovranità.
Un’unità
politica, in cui le prerogative sovrane, prima disperse, si erano condensate in
un’autorità pubblica onnicomprensiva, si qualificava allora come Stato.
L’idea di sovranità, tuttavia, ha dispiegato
da subito un’enorme forza attrattiva.
Anche
entità in cui le prerogative sovrane erano ancora frammentate volevano essere
uno Stato.
Ma
questo era possibile solo se ci si discostava dal concetto classico di
sovranità.
Pertanto,
è sempre esistita l’idea di una sovranità parziale, divisibile o relativa.
Particolari
difficoltà poneva la formazione degli Stati federali, vale a dire di Stati
composti di Stati.
Supponendo
che la sovranità potesse essere divisa, era sufficiente che lo Stato centrale e
gli Stati membri possedessero il diritto di autodeterminazione nel rispettivo
ambito di competenza.
Se si manteneva il concetto classico di
sovranità, bisognava chiarire a chi fosse attribuibile la sovranità:
se spettava agli Stati membri, si parlava di
confederazione di Stati;
se
spettava allo Stato centrale, si parlava di Stato federale.
Carl
Schmitt volle discostarsi da tale dicotomia con lo sviluppo del concetto di
“federazione” (Bund), che si caratterizzava per il fatto di lasciare aperta la
questione della sovranità – e di venir meno non appena tale questione veniva
posta.
Tuttavia, tale questione non può essere
aggirata, perché da essa ne dipendono di ulteriori che richiedono di essere
sciolte.
Nell’Impero
tedesco, la discussione sulla sovranità, che fu condotta con grande intensità,
terminò con l’affermazione di “Georg Jellinek” secondo cui, in uno Stato
federale, sovrano è chi possiede la cosiddetta competenza sulla competenza:
sovrano è dunque chi decide sulla ripartizione delle
competenze tra Stato centrale e Stati membri.
Questo
è anche il modo in cui la Corte costituzionale federale considera oggi la
questione nei confronti dell’Unione Europea, a mio parere giustamente.
È vero
che l’UE sopravanza tutte le altre istituzioni sovranazionali sia per numero di
competenze sia per la densità della sua organizzazione.
Essa
fa saltare lo schema binario di confederazione di Stati e Stato federale.
La questione della sovranità si pone quindi in
modo nuovo in Europa.
In
tale situazione, molti fanno ricorso al concetto di sovranità (con)divisa.
Sovranità
(con)divisa, tuttavia, vuol dire pur sempre sovranità.
Ritengo tuttavia che sia difficile considerare
sovrana un’entità politica come l’UE che non può determinare la propria
esistenza, le proprie finalità, il proprio fondamento giuridico, la propria
organizzazione, i propri poteri.
La sovranità continua a rimanere piuttosto
nelle mani degli Stati membri.
Tuttavia,
si può immaginare una situazione in cui gli Stati membri abbiano ceduto così
tante competenze da non potere essere più considerati sovrani.
La
Corte costituzionale tedesca cerca di impedire che una situazione del genere si
verifichi proprio ponendo dei limiti alla cessione di competenze nell’interesse
della sovranità nazionale e della democrazia.
In
relazione a quest’ultimo scenario, c’è un modo per determinare in anticipo il
verificarsi di uno svuotamento irreversibile della sovranità?
Dieter
Grimm:
Ritengo che questo sia difficile, ma non
impossibile.
L’opzione più semplice sarebbe quella di individuare
alcuni settori che devono necessariamente rimanere di competenza degli Stati
membri, affinché possano ancora essere definiti sovrani (ad esempio, la
difesa).
Ma la Corte costituzionale non vuole seguire questa
strada.
Se si
esclude ciò, l’unica opzione che resta è la ponderazione.
Le competenze che rimangono allo Stato devono
essere messe a confronto con quelle cedute, in termini di numero e di
importanza.
In
questo modo sarebbe possibile stabilire da che parte pende l’ago della
bilancia.
Anche
in Italia ha trovato grande eco la diatriba tra lei e Jürgen Habermas risalente
alla metà degli anni Novanta sulla questione se l’Europa abbia (o meno) bisogno
di una costituzione.
Meno
noti, forse, sono gli sviluppi più recenti di tale confronto, che si condensano
proprio intorno al tema della sovranità.
In
relazione alla configurazione assunta dall’Unione col Trattato di Lisbona, “Habermas” ha suggerito il concetto
di sovranità (con)divisa, già ricordato, ma anche di “pouvoir constituant mixte”,
(con)diviso tra i popoli degli Stati membri e i cittadini dell’Unione.
Il suo intento è quello di immaginare una
federazione sovranazionale non statale, in cui la democrazia sarebbe
transnazionalizzata.
Come valuta la “proposta di Habermas”? Quali
punti critici e quali punti di forza presenta a suo avviso?
Dieter
Grimm:
La avverto: la domanda non è facile e la
risposta pertanto non sarà breve.
“Habermas”
vuole dimostrare che anche un’organizzazione sovranazionale come l’Unione
Europea può essere posta su una base a pieno titolo democratica.
Il suo ordinamento giuridico fondamentale deve quindi
avere origine dal popolo, non dagli Stati membri come è stato finora.
Il
popolo deve avere nelle proprie mani, per così dire, il potere costituente dell’UE (specifico “per così dire”, in quanto
il fondamento giuridico dell’UE non è una costituzione in senso stretto).
Tuttavia,
un’istituzione sovranazionale come l’Unione non conosce un “popolo” nel senso
del popolo dello Stato, come quello degli Stati membri.
Essa ha nondimeno dei “cittadini dell’Unione”.
Ecco
perché” Habermas” propone un doppio potere costituente per l’UE: esso è formato dai cittadini
dell’Unione, da un lato, e dai popoli degli Stati membri, dall’altro.
Poiché,
tuttavia, i cittadini dell’Unione e cittadini degli Stati sono identici, la
conseguenza è che l’elettore esprime due voti:
una
volta in qualità di cittadino dell’Unione e una volta in qualità di cittadino
dello Stato membro.
Nell’attuale stato giuridico dell’Unione, cioè
nel “Trattato di Lisbona”, il concetto dualistico di Habermas non trova alcun
riscontro.
Non
c’è alcun potere costituente (con)diviso tra i popoli degli Stati membri e i
cittadini dell’Unione.
Il
banco di prova è rappresentato dalla procedura di revisione del Trattato.
Chi è
autorizzato a modificare i trattati detiene, per così dire, il potere
costituente dell’UE ed esercita, dunque, il diritto di sovranità.
Il “Trattato di Lisbona” ha introdotto una
variazione in proposito rispetto al “Trattato di Maastricht”, ma solo per
quanto concerne l’approntamento degli emendamenti, che è affidato a una”
Convenzione”, la quale, tuttavia, non è né eletta dai cittadini, né formata da
essi.
La
decisione finale continua a spettare alla “Conferenza dei Capi di Stato e di
Governo degli Stati membri”, seguita dalla ratifica in base alle disposizioni
delle rispettive costituzioni nazionali.
Quindi, a parte alcune insignificanti
questioni marginali, restano ancora gli Stati membri a decidere sulle modifiche
dei trattati.
I cittadini hanno voce in capitolo solo in
quanto cittadini degli Stati membri, non in quanto cittadini dell’Unione – e,
in quanto cittadini degli Stati membri, solo se le costituzioni nazionali
prevedono l’istituto referendario per le modifiche dei trattati.
Se”
Habermas” ritenesse quindi la sua idea di un potere costituente (con)diviso tra
l’UE e gli Stati membri già realizzata nel “Trattato di Lisbona”, si
sbaglierebbe.
Ma “Habermas”
non è un giurista, è un filosofo, e pertanto ci si deve chiedere se sarebbe
possibile una concezione secondo cui gli individui decidono sul fondamento
giuridico dell’UE nella loro duplice veste di cittadini dello Stato e di
cittadini dell’Unione.
Tradotto
praticamente, ciò equivarrebbe probabilmente a due referendum (uno in ciascun
Stato nazionale e uno nell’Unione), i quali, ci si potrebbe figurare, si
svolgerebbero in contemporanea.
L’elettore
dovrebbe rispondere due volte alla stessa domanda:
sei
d’accordo con il Trattato X? Sì o no.
Questo
svela l’artificialità della costruzione.
Naturalmente,
l’elettore potrebbe anche votare in modo differente nei due casi:
in
quanto cittadino dell’Unione, con il sì;
in
quanto cittadino di uno Stato membro, con il no – o viceversa.
Se i
referendum si tenessero nello stesso momento, sarebbe improbabile, ma non
sarebbe di per sé vietato.
Se si
svolgessero in tempi diversi, tra i due referendum potrebbero verificarsi
eventi tali da indurre gli elettori a mutare la propria opinione. Con questa soluzione di compromesso,
il potere costituente per l’UE sarebbe effettivamente passato ai cittadini, ma
non solo ai cittadini in quanto cittadini dell’Unione, bensì anche ai cittadini
in quanto cittadini dello Stato.
Ci
sarebbe quindi un potere costituente (con)diviso.
Gli
Stati avrebbero rinunciato al loro potere costituente esclusivo, l’UE non lo
avrebbe ottenuto a sua volta. Indubbiamente, entrambe le parti dovrebbero essere
d’accordo nel loro sì a un nuovo trattato o ad una modifica di quello in
essere.
Se una
delle parti è per il no, la modifica non entra in vigore.
Per il
“lato dell’Unione”, regna in tal senso la chiarezza: a decidere è la
maggioranza di coloro che votano o hanno diritto di voto.
Ma
quale è la situazione dal lato degli Stati membri?
La
decisione scaturisce dalla somma dei referendum nazionali, cioè dalla
maggioranza complessiva dei cittadini?
Oppure
il Trattato fallisce già nel momento in cui un singolo referendum nazionale o
un certo numero di referendum nazionali hanno esito negativo?
Nel
primo caso, il voto dei popoli degli Stati membri diventerebbe un secondo
referendum a livello dell’Unione.
L’obiettivo
del potere costituente (con)diviso verrebbe mancato.
Nel
secondo caso, alcuni popoli degli Stati potrebbero essere messi in minoranza,
quindi la loro volontà democratica nazionale sarebbe irrilevante.
Il principio dello Stato verrebbe così
infranto, l’uguaglianza dei due processi elettorali verrebbe meno.
Il
referendum nello Stato membro conterebbe meno del referendum nell’Unione.
La
“doppia” sovranità sarebbe quindi una sovranità “claudicante”. Questo, a sua
volta, richiederebbe una giustificazione, e “Habermas” dovrebbe prendere
posizione a riguardo.
Pensata
fino in fondo, la sua concezione non mi sembra funzionare.
Nel
suo libro Europa ja – aber welches? (“Europa sì – ma quale?”) del 2016, lei
constata una carenza di fiducia nell’Unione da parte dei suoi cittadini;
al
contempo sostiene la necessità dell’integrazione europea, la quale dovrebbe
però prendere una strada diversa da quella attuale.
A ben
vedere, già nel suo noto saggio “Una costituzione per l’Europa” (Braucht Europa
eine Verfassung?, 1995), lei sottolineava l’esigenza di sviluppare l’Unione «nella sua
specificità di istituzione sovranazionale», al di là dell’imitazione del
modello dello Stato nazionale.
In che direzione è allora pensabile, in termini
concreti e (pro)positivi, un’effettiva politicizzazione dell’Europa, che possa
superare la disaffezione dei cittadini?
Dieter
Grimm:
Ho due
proposte in merito.
La
prima conduce
in modo indiretto ad un rafforzamento della partecipazione dei cittadini
dell’Unione,
la seconda in modo diretto.
La prima proposta mira a frenare le
conseguenze de-democratizzanti della costituzionalizzazione dei Trattati.
La costituzionalizzazione dei Trattati è
l’esito di due importanti sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea
(CGUE), risalenti al 1963 e al 1964, le quali hanno conferito ai Trattati
l’efficacia diretta e il primato sul diritto nazionale:
in
altre parole, esse hanno dato ai trattati l’effetto di una costituzione.
Tuttavia,
tutto ciò che è regolato sul piano costituzionale è così sottratto al processo
democratico.
In rapporto a ciò, le elezioni restano senza seguito.
A
causa del loro effetto restrittivo sulla democrazia, tuttavia, le costituzioni
si limitano a regolare formalmente e materialmente il processo decisionale
democratico, lasciando le decisioni stesse alla politica, che le prende in base
alle preferenze espresse dagli elettori attraverso il voto.
I
trattati europei, invece, non sono caratterizzati da una limitazione di questo
tipo.
Sono
loro stessi a prendere decisioni politiche.
Sono
pieni di materie e questioni che in qualsiasi Stato sarebbero regolate sul
piano della legge ordinaria, in modo tale da poter essere modificate in
qualsiasi momento con una decisione a maggioranza.
Nell’UE,
invece, tutte queste norme assumono il rango costituzionale dei Trattati e sono
quindi rese immuni dal processo democratico.
Ciò
conferisce alla CGUE una posizione del tutto peculiare:
essa
decide su tutto ciò che è regolato a livello dei trattati, da sola e senza
possibilità di rettifica.
Di
conseguenza, le questioni di maggior peso politico – ad esempio, la questione
di ciò che deve essere lasciato al mercato, di ciò che lo Stato deve mantenere
nelle proprie mani – vengono sottratte agli organi legittimati e responsabili
democraticamente, dunque anche all’influenza dei cittadini, e decise in modo
non politico.
Questa
è una delle cause più importanti, ma al contempo più trascurate, della
debolezza democratica dell’UE.
Nell’interesse
della democrazia, è necessario riaprire tutto questo ambito in favore delle
decisioni democratiche e, quindi, all’influenza dei cittadini.
Per
fare questo, tuttavia, tutto ciò che per sua natura non è diritto
costituzionale, bensì diritto ordinario, deve essere espunto dai trattati e
abbassato al rango del cosiddetto diritto europeo “derivato”.
Naturalmente
questo può essere fatto solo modificando i trattati: perciò non è facilmente
realizzabile.
La
seconda proposta riguarda le elezioni del Parlamento europeo.
Nella
loro forma attuale, esse danno ai cittadini poche possibilità di influenzare la
politica dell’Unione.
Le elezioni si svolgono in base alle leggi
elettorali nazionali, in modo nazionalmente frazionato;
possono
candidarsi solo i partiti nazionali, i quali fanno campagna elettorale su
questioni nazionali.
Dopo
le elezioni, tuttavia, questi partiti – attualmente più di 200 – non svolgono
alcun ruolo nel Parlamento europeo.
Un
ruolo è svolto piuttosto dai gruppi parlamentari europei, che riuniscono
partiti nazionali tra loro affini, senza che questi gruppi possano essere
votati a loro volta e senza che siano radicati o in contatto con alcuna società.
La legittimità democratica veicolata dalle
elezioni alla politica europea è quindi relativamente bassa.
Ecco perché sarebbe urgente europeizzare le
elezioni europee in modo che fin dall’inizio si candidino solo partiti europei,
offrendo
agli elettori programmi europei, sui quali poter decidere.
Questa proposta non richiede alcuna modifica
dei Trattati, in quanto tutti i presupposti sono già fissati in essi.
È
quindi più facile da realizzare rispetto alla prima.
Ma un
tale sviluppo non sarebbe in un certo senso ancora una replica del modello di
democrazia dello Stato nazionale?
E
l’idea di un tale rafforzamento della democrazia non porterebbe inevitabilmente
a un conflitto tra il piano sovranazionale e nazionale?
Dieter
Grimm:
No,
non esattamente. La proposta di riorganizzare l’Unione Europea secondo il
modello statale, che molti auspicano possa porre rimedio al deficit democratico
dell’Europa, è a mio avviso inappropriata.
Secondo
questa proposta, il Parlamento europeo verrebbe posto al centro della struttura
istituzionale, la Commissione diventerebbe un governo dipendente dal Parlamento
e il Consiglio, l’unica istituzione in cui sono rappresentati gli Stati membri,
decadrebbe al livello di una seconda Camera del Parlamento europeo.
Ciò
significa che l’UE passerebbe da una legittimazione dualistica – mediata, in
parte, dagli Stati membri, che sono essi stessi democratici, nel Consiglio e,
in parte, attraverso il Parlamento europeo, che è eletto dai cittadini
dell’Unione – a una legittimazione monistica.
Finora
l’UE ha attinto principalmente la propria legittimazione democratica da quella
che le deriva dagli Stati membri.
Questo
flusso di legittimazione verrebbe ora interrotto:
l’onere
della legittimazione sarebbe sostenuto esclusivamente dall’elezione del
Parlamento europeo.
Ma è ben noto che le elezioni, pur essendo la
condizione minima per una democrazia, non garantiscono da sole una democrazia
sostanziale.
Per
poter garantire ciò, devono essere parte, a livello europeo, di una discussione
permanente della società, che devono rappresentare.
Questo
discorso esteso a tutta l’Europa dipende a sua volta dall’esistenza di mezzi di
comunicazione europei, in grado di mantenerlo in vita.
Tuttavia, i presupposti per tutto questo sono
straordinariamente deboli nell’UE e non possono essere prodotti nel breve
periodo.
Sotto
il profilo democratico, senza questo presupposto, un’Unione europea organizzata
secondo il modello degli Stati sarebbe quindi più debole di quella attuale.
È
stato fatto notare (penso in particolare ad alcune osservazioni critiche di “Christoph
Möllers”) che, nel suo modo di intendere il nesso tra sovranità e costituzione,
la considerazione dell’elemento specificamente federale passa del tutto in
secondo piano e rischia di venir riassorbito in quella contrapposizione tra
Stato federale e confederazione di Stati, che, tuttavia, non è in grado di dare
ragione dell’Unione come unità politica.
La
valorizzazione dell’elemento federale non potrebbe essere una chiave per lo
sviluppo dell’integrazione nella direzione da lei suggerita?
Dieter
Grimm:
L’UE è
un’entità federale straordinariamente innovativa, che non rientra nello schema
della confederazione e dello Stato federale.
Questo
è ciò che ho sempre sottolineato.
Ma
questa struttura non è organizzata come uno Stato:
è proprio qui che sta l’aspetto innovativo.
Tuttavia,
ciò si traduce anche in un limite per l’intensificazione dell’elemento federale
(se questo
va a detrimento dell’esistenza politica degli Stati membri).
Per
concludere, vorrei porle una domanda ancora sul tema della democrazia europea.
Quando
si dibatte in merito ad essa si possono trascurare tutte quelle linee di
discussione che pongono l’attenzione sulla crisi della democrazia
rappresentativa a livello nazionale, come accade per lo più?
E la
consapevolezza di ciò può aiutare nel compito di pensare a una democrazia
europea?
Dieter
Grimm:
No, non è possibile trascurarle. Per quale ragione proprio il
Parlamento europeo dovrebbe essere immune dalle debolezze della rappresentanza
parlamentare che hanno attanagliato tutti gli Stati democratici?
Nonostante
tutti i deficit della democrazia statale, le condizioni per la partecipazione
democratica restano nondimeno ancora notevolmente più favorevoli negli Stati
che nelle istituzioni sovranazionali.
(Matteo
Bozzon)
Riprendiamo
in mano le redini
della
globalizzazione: la sovranità
attraverso
l’integrazione europea.
Ecb.europa.eu
– (28 – 3- 2018) – Redazione-Banca Centrale Europea – ci dice:
Contributo
di Benoît Cœuré, Membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea,
allo Schuman Report on Europe 2018, 28 marzo 2018.
Negli
ultimi anni la globalizzazione e la cooperazione internazionale hanno suscitato
forti reazioni.
In Europa, la Brexit e l’euroscetticismo hanno
rimesso in discussione il concetto stesso di Unione europea come costruzione
politica basata
sulla condivisione della sovranità, sulla libera circolazione attraverso i
confini e sull’integrazione economica nel rispetto di un quadro normativo
comune.
Allo
stesso tempo, negli Stati Uniti i benefici del libero scambio sono stati
apertamente messi in dubbio.
La
percezione generale era che, in questo clima, l’Europa fosse quella più a
rischio.
Anche
se gli Stati Uniti dovessero tirarsi indietro dal processo di globalizzazione,
l’integrità stessa del paese non ne risentirebbe.
In
Europa, invece, l’UE e l’impegno a favore di valori condivisi e di una società
aperta sono inscindibili sotto molti punti di vista.
Di
recente è migliorato il sentimento generale nei confronti dell’UE grazie al
rafforzamento della crescita e alla diminuzione della disoccupazione.
In
base all’ultima indagine di “Eurobarometro”, in Europa sette persone su dieci
si considerano ora cittadini dell’Unione europea, il livello più elevato mai
registrato per questo indicatore.
Ancor
più significativo è il fatto che ad oggi tre cittadini dell’area dell’euro su
quattro si dichiarino a favore dell’euro, il massimo dal 2004. In Europa un
numero crescente di persone è ottimista riguardo al futuro dell’Unione e la
percentuale degli intervistati che reputano l’UE “un luogo di stabilità in un
mondo tormentato” si colloca ora al 71%, in aumento di cinque punti percentuali
dal 2016.
Dobbiamo
cogliere questa opportunità per consentire all’Europa di segnare un ulteriore
passo avanti.
In
caso contrario, presto o tardi il progetto europeo si potrebbe trovare di nuovo
a rischio.
La
motivazione per agire è evidente: i timori di fondo dei cittadini riguardo ai
rischi dell’apertura non si sono realmente dissipati.
Il miglioramento delle prospettive economiche
può aiutare a lenire queste paure, che tuttavia riemergeranno in tempi
difficili.
L’Unione
europea è in grado di dare una risposta che può resistere alla prova del tempo.
Infatti,
pur subendo la minaccia delle opposizioni alla globalizzazione, l’UE può al
tempo stesso proporre un modo per gestirla.
Del
resto, non è la prima volta che la globalizzazione si trova sotto processo:
il primo dopoguerra aveva già dimostrato che
in assenza di regolamentazione i mercati mondiali potevano precipitare nella
spirale del protezionismo e del nazionalismo.
La conclusione da trarre è che l’integrazione
transfrontaliera è sostenibile soltanto se disciplinata e organizzata da
istituzioni che salvaguardino la stabilità del sistema economico e finanziario,
assicurino pari condizioni, dirimano le controversie e incoraggino la
solidarietà tra i membri.
Questo
è precisamente ciò che l’UE offre ai cittadini d’Europa: un mezzo per sostenere
un ordine internazionale aperto, assicurando al tempo stesso che i risultati
rispondano al loro volere.
Considerare
seriamente i timori riguardo alla globalizzazione.
La
globalizzazione e l’apertura dei mercati preoccupano i cittadini d’Europa e del
mondo essenzialmente per quattro motivi.
La
prima fonte di preoccupazione riguarda la stabilità:
la globalizzazione ha reso i paesi più
vulnerabili alle ripercussioni negative di fenomeni esterni e alle crisi
internazionali?
Questo vale per settori come l’agricoltura,
l’industria farmaceutica e le biotecnologie, ma forse risulta molto più
evidente per i flussi internazionali di capitali (ovvero la globalizzazione
finanziaria).
Dalla
crisi finanziaria asiatica della fine degli anni ’90 alla crisi finanziaria
globale della fine del primo decennio del 2000, fino alla crisi del debito
sovrano dell’area dell’euro all’inizio del decennio 2010, l’integrazione
finanziaria internazionale ha sistematicamente innescato e amplificato gli
shock.
Tra il 1945 e il 1980, in un dato anno un
paese al mondo su cento attraversava in media una crisi bancaria;
si è passati a un paese su cinque nel periodo
compreso tra il 1980 e il 2008, che ha visto crescere considerevolmente
l’integrazione finanziaria internazionale.
La
seconda fonte di apprensione riguarda le condizioni di equità: tutti i paesi rispettano le
stesse norme e gli stessi standard?
Questo
interrogativo si pone in modo evidente a livello mondiale;
si pensi alle accuse di manipolazione dei
cambi o pratiche di dumping, oppure ai timori di una rincorsa alla riduzione
degli standard ambientali e sociali.
Paure
di questo tipo si sono manifestate in Europa riguardo alla libera circolazione
delle persone e dei lavoratori distaccati.
Le
disuguaglianze sono il terzo motivo di preoccupazione.
Sono
in molti a pensare che l’apertura dei mercati abbia avvantaggiato i ricchi e i
capitalisti a scapito dei poveri e dei lavoratori.
Le
catene globali del valore (ovvero la distribuzione delle catene produttive su
più paesi) avrebbero ridotto il potere di contrattazione dei lavoratori.
In
base all’evidenza empirica sembrerebbe anche che la globalizzazione finanziaria
sia stata associata a un incremento delle disuguaglianze di reddito all’interno
dei singoli paesi.
I dati OCSE mostrano che negli ultimi
vent’anni nei paesi ricchi i redditi da lavoro in rapporto al reddito nazionale
si sono ridotti per il 99% dei percettori di redditi più bassi, mentre sono
aumentati del 20% per l’1% dei percettori di redditi più elevati.
Analogamente, con l’integrazione mondiale gli
individui e le imprese possono eludere più facilmente il fisco sfruttando le
scappatoie internazionali.
Si è erosa la base imponibile per le società a
causa dei prezzi di trasferimento all’interno delle catene del valore, mentre
la concorrenza fiscale tra i paesi ha innescato una corsa al ribasso in termini
di aliquote.
Una questione al centro di un acceso dibattito
tra gli economisti è attualmente la seguente:
le disuguaglianze di profitto derivanti dagli
scambi internazionali possono essere tutte risolte attraverso trasferimenti
sociali oppure occorre cambiare le regole del gioco a livello globale?
Tutti
si troverebbero comunque d’accordo su un punto:
le
entrate che sono venute meno a causa dell’elusione fiscale e
dell’ottimizzazione fiscale avrebbero aiutato i governi quanto meno a mitigare
gli effetti distributivi avversi della globalizzazione.
Infine,
la quarta fonte di preoccupazione riguarda la democrazia.
In
molti si chiedono se il mercato aperto sia veramente soggetto al controllo
democratico.
Poiché i mercati internazionali si estendono
oltre i confini degli Stati-nazione, diventa meno chiaro da chi siano
governati.
Alcuni
temono che a causa dell’apertura le autorità elette abbiano ceduto sovranità
agli investitori internazionali o alle multinazionali, ad esempio attraverso i
meccanismi di risoluzione delle controversie investitore-Stato.
La cooperazione internazionale tra governi
democraticamente eletti ha riacquistato vigore in seguito alla crisi
finanziaria mondiale (soprattutto nel contesto del G20), anche se, al di là
della risposta immediata alla crisi, è rimasta sostanzialmente circoscritta
alla regolamentazione finanziaria (e in tempi più recenti alla cooperazione in
materia fiscale).
Anche
in presenza di chiare strutture di controllo democratico (come nel caso
dell’UE), alcuni politici ne hanno criticato l’eccessiva distanza dalla vita
dell’elettorato e sono riusciti a ottenere consensi promettendo di riprendere
il controllo attraverso la reintegrazione di poteri a livello nazionale.
Alcuni
di questi timori si basano più su percezioni che su fatti.
La
maggiore sensibilità agli shock finanziari e le crescenti disparità di reddito
potrebbero essere, ad esempio, imputabili a una serie di altri fattori, fra cui
il cambiamento tecnologico con un’interconnessione sempre più stretta fra
questi processi.
Tuttavia, così come è opportuno evitare
reazioni eccessive alle critiche sulla globalizzazione, altrettanto importante
è mantenere una certa umiltà, riconoscendo che la globalizzazione solleva
questioni di fondo in termini di condizioni di equità, stabilità, uguaglianza e
democrazia, questioni che vanno discusse seriamente e, se necessario,
affrontate attraverso politiche pubbliche efficaci.
Riconquistare
la sovranità.
Alcuni
suggeriscono che la soluzione sia trincerarsi dietro i confini nazionali.
Questa
opzione è destinata a fallire per due ragioni.
In
primo luogo priverebbe i popoli dei benefici economici degli scambi commerciali
e dell’integrazione. In base a una stima, il PIL pro capite dell’UE sarebbe
inferiore di ben un quinto senza il processo di integrazione avvenuto a partire
dal 1950.
Più di
30 milioni di posti di lavoro nell’UE (cioè uno su sette) dipendono dalle
esportazioni verso il resto del mondo.
In secondo luogo, la rinazionalizzazione di
determinate politiche non consentirebbe ai paesi di sfuggire alla concorrenza
mondiale: l’isolamento dalle catene globali del valore accrescerebbe i prezzi
degli input, ridurrebbe la competitività delle esportazioni e l’interesse degli
investitori, finendo per indebolire l’economia sia dal lato dell’offerta che
dal lato della domanda.
Allo
stesso modo, un paese che si ritirasse dalla cooperazione internazionale non si
sottrarrebbe alla concorrenza fiscale e probabilmente risulterebbe meno
efficace nella lotta all’evasione.
La
storia ci insegna che esiste un’unica soluzione.
Ogni
volta che in passato la globalizzazione è sfociata in eccessi e ha dato luogo a
un ripiegamento nel protezionismo, si è giunti alla conclusione che la
globalizzazione non è sostenibile senza istituzioni forti.
Le Nazioni unite e quanto ne è derivato (ad
esempio il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Accordo
generale su tariffe e commercio) hanno rappresentato una risposta diretta alla
spirale protezionistica del periodo tra le due guerre.
Analogamente,
il G5 è il risultato della crisi petrolifera degli anni ’70, mentre il G20 è
nato dalla crisi finanziaria asiatica degli anni ’90, per poi essere investito
di un nuovo ruolo di salvaguardia del commercio mondiale e rafforzamento
dell’architettura finanziaria globale in seguito al crollo di Lehman Brothers.
Tuttavia,
in termini di gestione della globalizzazione la costruzione politica più
avanzata e meglio riuscita è stata di gran lunga l’Unione europea.
I
padri fondatori dell’UE hanno concepito un metodo di gestione collettiva delle
sfide poste dall’apertura dei mercati, evitando di trincerarsi dietro le
frontiere nazionali.
Hanno
dotato gli Stati membri di una piattaforma unica che consentisse loro di
riprendere il controllo di alcuni poteri sovrani erosi dalla globalizzazione.
Anziché
dover scegliere tra apertura e sovranità, i paesi hanno potuto riconquistare la
sovranità condividendola all’interno delle istituzioni europee.
In altre parole, l’Unione europea dà una
risposta regionale al “trilemma politico” reso celebre dall’economista “Dani Rodrik”,
secondo cui non è possibile perseguire simultaneamente democrazia, sovranità nazionale e
integrazione economica.
Ciò
non significa che l’Unione europea sia perfetta.
Le molteplici crisi che ha dovuto affrontare
negli ultimi anni hanno posto in evidenza numerosi problemi da risolvere sul
piano dell’efficacia e della legittimità.
Tuttavia,
l’UE ha retto un ordine aperto nel continente europeo per più di sessant’anni.
Dal
1960 l’Europa occidentale registra una crescita cumulata del PIL pro capite in
termini reali che supera di un terzo quella degli Stati Uniti. Inoltre l’Europa
ha accumulato una maggiore ricchezza in percentuale del reddito annuo (più del
500%) rispetto agli Stati Uniti (400%).
Al
tempo stesso, ha dato prova di maggiore consapevolezza riguardo al problema
della sostenibilità, ad esempio assumendo un ruolo di primo piano nella
promozione di accordi internazionali sul cambiamento climatico nel contesto
dell’ONU, dal Protocollo di Kyoto all’Accordo di Parigi.
Se incontriamo uno scoglio, non dobbiamo
rimettere in causa l’Unione europea e tutto ciò che ha permesso di realizzare;
al
contrario, dobbiamo impegnarci per costruire istituzioni politiche migliori a livello
europeo,
che rispondano direttamente ai timori dei cittadini dell’UE e guidino la
globalizzazione nella direzione che essi auspicano, tenendo conto delle quattro
considerazioni esposte in precedenza.
Riconciliare
integrazione economica e condizioni di equità.
È
probabilmente negli sforzi profusi per creare condizioni di equità
nell’integrazione economica, cioè per assicurare che tutti si conformassero
alle stesse regole e agli stessi standard, che l’Unione europea ha ottenuto i
maggiori risultati.
In questo ambito il contributo fondamentale
dell’UE consiste nell’avere stabilito pari condizioni attraverso le proprie
disposizioni legislative e le proprie istituzioni preposte ad assicurarne il
rispetto, in
particolare la” Corte di giustizia dell’Unione europea”.
Questa
è la migliore garanzia possibile che l’apertura non vada a scapito della
concorrenza leale e della protezione dei consumatori.
Inoltre, dato l’obbligo vigente per le
esportazioni verso l’UE di rispettare gli standard da essa definiti e viste le
dimensioni del mercato europeo (l’Unione rappresenta il primo partner
commerciale per non meno di 80 paesi), l’UE tende a influenzare gli standard in
uso anche in altre parti del mondo (cosiddetto “effetto Bruxelles”).
L’UE, con i suoi poteri normativi, non
soltanto può evitare che la globalizzazione precipiti in un’inevitabile
rincorsa alla riduzione degli standard, ma può di fatto favorire un processo
virtuoso di innalzamento degli standard a livello mondiale, che a lungo termine
potrà soltanto giovare alla globalizzazione stessa.
La
lealtà della concorrenza in relazione alla libera circolazione dei lavoratori è
stata al centro di crescenti polemiche.
Anche
in questo caso, tuttavia, l’Unione europea ha istituito un quadro di
riferimento, che può ulteriormente sviluppare, per conciliare mobilità e
condizioni di equità.
I
sistemi di protezione al centro del modello sociale europeo sono stati
progressivamente iscritti nella legislazione europea, in particolare attraverso
la “Carta
dei diritti fondamentali”.
Inoltre, quando si configurano manifestazioni
più sottili di compressione salariale, il quadro di riferimento dell’Unione
consente alle autorità nazionali di fissare salari minimi e limiti agli orari
di lavoro nell’ambito delle rispettive giurisdizioni.
Peraltro,
su temi controversi (ad esempio quello dei lavoratori distaccati) le
disposizioni legislative dell’UE sono state modificate sulla scorta di un
intenso dibattito politico.
In
Europa l’equità degli scambi commerciali è stata anche favorita dalla moneta
unica, che ha rafforzato la salvaguardia della concorrenza leale, precludendo
la possibilità di cicli ricorrenti di svalutazioni concorrenziali delle monete
nazionali.
In
questo modo sono stati dissipati i timori di manipolazione dei cambi, si è
ridotta la tentazione del protezionismo e il mercato unico ne ha tratto
beneficio.
Non essendo più possibile ricorrere alla
svalutazione, i paesi dell’area dell’euro devono affrontare qualsiasi problema
di competitività alla radice.
A
volte questa può sembrare una medicina amara, poiché i necessari aggiustamenti
possono richiedere una forma più sottile di svalutazione attraverso la
compressione dei salari.
Molti
paesi dell’area dell’euro hanno imboccato questa via per cercare di
riacquistare competitività in termini di costo in seguito alla crisi
finanziaria mondiale e la maggior parte di essi ha già registrato un pieno
recupero.
Sarebbe tuttavia opportuno approfondire la
riflessione sul possibile sviluppo di strumenti europei per assicurare che i
sistemi di sicurezza sociale impediscano a tali aggiustamenti di aggravare la
povertà e compromettere la crescita nel lungo periodo.
Ciò
contribuirà a sostenere il progetto europeo nei paesi che devono affrontare
simili aggiustamenti, in particolare nel contesto dei programmi di assistenza
finanziaria.
Gli
strumenti a disposizione dell’Europa per contrastare le crisi risultano
notevolmente potenziati grazie alla creazione del “Meccanismo europeo di
stabilità” (MES), ma permangono lacune significative in assenza di uno
strumento di sostegno finanziario per i sistemi di sicurezza sociale nei paesi
destinatari di un programma o della possibilità di stanziare fondi rilevanti
dal bilancio dell’UE.
Proteggere
l’Europa dall’instabilità.
Per
quanto riguarda il mercato dei beni e servizi, l’Unione europea è stata
fondamentale nell’assicurare che l’integrazione economica fosse percepita come
sicura e quindi sostenibile.
La convergenza della regolamentazione per gli
standard applicabili a beni e servizi, unitamente a un approccio comune nella
sorveglianza sui mercati, ha sostenuto la fiducia nell’apertura dei mercati
all’interno dell’Europa, come anche la capacità dell’UE di rispondere
rapidamente al profilarsi di rischi per la protezione dei consumatori.
Il
mercato interno dei prodotti alimentari surgelati, ad esempio, è riuscito a
superare lo scandalo del 2013, concernente la vendita di carne equina
dichiarata come bovina, soprattutto grazie a un miglioramento
dell’etichettatura dei prodotti e a un sistema di ispezioni a livello dell’EU
che hanno ripristinato un clima di fiducia.
Al
contrario, la percezione di una mancanza di convergenza sul piano della
regolamentazione tra UE e paesi terzi, in particolare sul piano della sicurezza
alimentare, è motivo di opposizione agli accordi commerciali preferenziali, come il “partenariato
transatlantico per il commercio e gli investimenti” (TTIP).
Nel
settore finanziario, fino a tempi recenti il contributo dell’UE a
un’integrazione stabile è stato più limitato.
Abbiamo
imparato a nostre spese che forme di instabilità possono emergere da un’unione
monetaria incompleta, così come da mercati dei capitali integrati in assenza di
un livello analogo di integrazione sul piano della regolamentazione e della
vigilanza del settore finanziario.
Tuttavia,
negli ultimi anni l’Europa ha compiuto importanti passi avanti in questo
ambito.
Ha
istituito il “MES”, che, con una capacità di prestito di 500 miliardi di euro
(appena inferiore a quella dell’FMI per la sua azione su scala mondiale), può
intervenire in aiuto degli Stati membri confrontati da vincoli di liquidità.
Altrettanto
ampia è stata la portata della decisione di creare un’unione bancaria allo
scopo di mitigare il rischio di crisi bancarie sistemiche.
L’80%
degli attivi bancari nell’area dell’euro è ormai soggetto alla vigilanza
europea e disponiamo di un meccanismo unico per la risoluzione dei dissesti
bancari.
Per la
prima volta abbiamo realizzato una governance autenticamente sovranazionale del
settore bancario, basata su un corpus unico di norme, e siamo quindi certi che
non si verificherà un livellamento verso il basso dal punto di vista della
regolamentazione.
Tuttavia
non bisogna abbassare il livello di guardia.
I rischi per la stabilità finanziaria, inclusa
la nuova dimensione della cybersicurezza, richiedono un’attenzione continua.
L’instaurazione
di un’unione dei mercati dei capitali è ancora agli albori e richiede il
superamento di sfide particolarmente complesse sul piano giuridico (ad esempio
per quanto riguarda l’armonizzazione, se non l’unificazione, delle normative
fallimentari nazionali).
Occorre inoltre completare l’unione bancaria
assicurando che i contribuenti, la clientela e i depositanti siano protetti da
meccanismi di difesa europei perfettamente solidi.
Si discute anche della possibilità di
conferire una capacità di bilancio all’area dell’euro, con punti di vista
differenti riguardo al fatto che debba fungere soprattutto da meccanismo di
protezione e strumento per la tutela degli investimenti in tempi di crisi,
essere volta principalmente alla stabilizzazione del ciclo economico, oppure
finanziare la fornitura di beni pubblici in via permanente.
Al tempo stesso il dibattito riguarda anche il
modo appropriato di assicurare la responsabilità democratica.
Se da
un lato è importante compiere le scelte giuste e impegnarsi per ripristinare
margini di bilancio a livello nazionale, dall’altro non si dovrebbe aspettare
all’infinito per progredire verso una stabilizzazione di bilancio più
centralizzata.
La
solidità del nostro quadro di riferimento per la risoluzione delle crisi non
sarà messa veramente alla prova finché non scoppierà la prossima grande crisi,
ma i segnali che abbiamo già osservato sono incoraggianti.
Il
sistema finanziario europeo è riuscito a superare le turbolenze che hanno
scosso i mercati finanziari mondiali nel 2015 e agli inizi del 2016, mentre lo
shock del voto a favore della Brexit è stato assorbito senza danni visibili.
Fondamentalmente,
il cammino intrapreso dall’Europa rappresenta finora il tentativo più avanzato
di riconciliare i benefici dell’integrazione finanziaria transfrontaliera, in
termini di condivisione dei rischi e accesso al finanziamento, e i suoi
potenziali inconvenienti.
Promuovere
un’integrazione all’insegna dell’uguaglianza.
Per
quanto riguarda il terzo punto (fare in modo che l’integrazione sia all’insegna
dell’uguaglianza), finora il ruolo delle politiche a livello dell’UE è stato
meno enfatizzato.
La
ragione principale è che gli Stati membri dispongono già dei sistemi
previdenziali nazionali più ampi e articolati al mondo.
Come
ha rilevato la” Cancelliera Merkel” in numerose occasioni, l’Europa rappresenta
il 7% della popolazione del pianeta, il 25% del PIL mondiale e il 50% della
spesa per la previdenza sociale.
Se da
un lato i sistemi previdenziali richiedono numerosi aggiustamenti per risultare
sostenibili dal punto di vista economico, dall’altro forniscono una solida base
per proteggere coloro che risultano penalizzati dalla globalizzazione.
Di
fatto, la storia ci insegna che la sostenibilità della globalizzazione spesso
dipende dal rafforzamento dello Stato sociale.
L’erosione
della base imponibile e il trasferimento degli utili delle imprese mettono a
dura prova la capacità ridistributiva degli Stati membri, ma l’Unione europea
dispone di un considerevole vantaggio potenziale:
nessuna
grande impresa, neanche la Apple, può minacciare di abbandonare completamente
il più grande mercato mondiale.
Di
fatto, la Commissione europea utilizza già strumenti di politica della
concorrenza per rispondere a possibili arbitraggi fiscali da parte delle
multinazionali, mentre la proposta di una base imponibile consolidata comune
per le società è in grado di precludere l’elusione fiscale attraverso il
trasferimento degli utili all’interno dell’Europa.
In entrambi i settori le istituzioni europee
possono fare leva sulle grandi società, in un modo che non sarebbe possibile
per i singoli paesi.
Con il
passare del tempo, per l’Unione europea sarà essenziale definire la misura in
cui il suo ruolo ridistributivo diretto debba essere rafforzato. Nel 2007 è
stato creato il “Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione “per
coadiuvare i lavoratori e le imprese nel processo di transizione, ma risente di
risorse troppo limitate e di un eccesso di burocrazia.
Il
Fondo sociale europeo, che dispone di risorse molto più ingenti, si è dimostrato
efficace nel supportare il reinserimento dei cittadini nel mercato del lavoro.
Vi è
ragione di sostenere che questi due programmi vadano ampliati ulteriormente, in
termini di scala e di portata.
Assicurare
la legittimità democratica.
Sotto
molti punti di vista l’UE conferisce ai suoi cittadini un controllo democratico
sulla globalizzazione maggiore rispetto a quanto sia consentito ai cittadini di
altre parti del mondo.
Rispetto ad altre zone di libero scambio,
l’Unione europea possiede una struttura politica molto più avanzata:
le
decisioni concernenti l’insieme dell’UE sono adottate congiuntamente dai
rappresentanti eletti a livello nazionale che si riuniscono nel “Consiglio
dell’Unione europea” e dal “Parlamento europeo” eletto a suffragio diretto.
Inoltre,
le sue competenze in materia di concorrenza e di regolamentazione finanziaria
permettono all’UE di assicurare ai suoi cittadini un maggiore controllo sulle
multinazionali e sui mercati finanziari.
Un’Europa
unita, che parla con una sola voce a livello mondiale, è anche più efficace nel
comunicare le proprie preferenze sul piano commerciale, nonché in termini di
standard finanziari, tributari, sociali e ambientali.
Occorre
tuttavia consolidare la governance e la legittimità democratica. Il MES e le
decisioni sui programmi di assistenza finanziaria si basano, ad esempio, su
accordi intergovernativi che non ricadono nella sfera di responsabilità
democratica del Parlamento europeo.
Ciò
può generare l’impressione che siano state trasferite competenze a livello
europeo, mentre
di fatto queste continuano ad essere esercitate in ampia misura dagli Stati
membri.
Di
conseguenza, gli organismi intergovernativi, come il “MES”, dovranno infine
essere integrati nei “Trattati dell’UE” per migliorare sia il controllo
democratico, sia i mezzi e la percezione di condivisione delle competenze e del
processo decisionale.
Se ciò
non accadrà, rischiamo che le sfide comuni continuino ad essere viste in una
prospettiva nazionale, conducendo inevitabilmente a una frammentazione del
dibattito democratico europeo e alimentando le divisioni che minano gli sforzi
tesi all’attuazione di politiche europee efficaci.
L’assenza
di uno spazio pubblico autenticamente europeo rende più ardua tale evoluzione.
Eppure, ironicamente, proprio la
globalizzazione potrebbe venire in aiuto dell’Unione europea.
La
diffusione delle tecnologie digitali, soprattutto fra i giovani, potrebbe
finire per agevolare un dibattito di natura diversa sul ruolo dell’Europa, meno
incentrato sul piano nazionale.
La
sfida per l’Unione europea è preservare i contratti sociali all’interno dei
paesi in un contesto di globalizzazione, il che richiede di fatto un contratto
sociale fra i paesi.
Questo
è ciò che offre l’UE a livello europeo, attraverso i suoi poteri sul piano
legislativo, esecutivo e giudiziario.
Se
questi poteri saranno ben utilizzati e se si apporteranno miglioramenti anche
al quadro economico, sociale e giuridico di ciascun paese a livello nazionale,
l’UE potrà dare un contributo decisivo alla sostenibilità della
globalizzazione, entro e oltre i confini europei.
In
questo modo l’UE potrebbe anche compiere notevoli passi avanti verso la
risoluzione dei suoi problemi di legittimazione popolare.
Se
riuscirà a valorizzare maggiormente la propria capacità di ricondurre la
globalizzazione alla volontà democratica, e se potrà essere riformata in modo
da realizzare appieno il suo potenziale, non vi è ragione per cui parte della
percezione negativa che attualmente la circonda non si possa rapidamente
dissipare.
È
incoraggiante che i leader europei lavorino alla definizione di una visione di
maggiore integrazione per affrontare le sfide comuni a livello mondiale.
Malgrado
i messaggi lanciati da pessimisti e disfattisti, questo potrebbe essere il
momento dell’Europa.
Dobbiamo cogliere questa opportunità, e farlo
senza indugio.
L’Uscita
a Sorpresa di Putin:
“Macron,
Organizza
Tu il
Negoziato.”
ConoscenzealConfine.it
– (20 Marzo 2024) - Fulvio Scaglione – ci dice:
Putin:
“Sono ovviamente disponibile a un negoziato con l’Ucraina”, dice, “e mi
piacerebbe che la Francia facesse da mediatore”.
Sorpresa…sorpresa.
Mentre
celebra nel quartier generale elettorale il plebiscitario 87% raccolto nelle
presidenziali, e si aggira tra i massimi sistemi del destino eterno della
Russia e le più prosaiche questioni della politica politicante (“Navalny?
Volevo scambiarlo ma è morto, sono cose che succedono”), Vladimir Putin lascia
cadere una sorpresa delle sue.
“Sono
ovviamente disponibile a un negoziato con l’Ucraina”, dice, “e mi piacerebbe
che la Francia facesse da mediatore”.
Stupore
tra i giornalisti.
La Francia? Quella di Emmanuel Macron?
Del Presidente che vuole mandare le truppe
Nato in Ucraina?
Che
con Polonia e Germania vuole organizzare una santa alleanza dei fornitori di
missili a lunga gittata per colpire la Russia?
Quello
che un giorno sì e un altro pure dice che bisogna in qualunque modo impedire
alla Russia di vincere la guerra?
La
Francia che ha deciso di aprire una missione militare permanente in Moldavia e
che fornisce armi all’Armenia sempre meno amica di Mosca?
Ebbene
sì, proprio quella Francia e proprio quel Macron.
A questo punto, però, serve un classico
riassunto delle puntate precedenti.
Alla
vigilia del voto russo Emmanuel Macron rilascia una lunga intervista televisiva
in cui sostanzialmente dice due cose.
Una
molto francese:
sarebbe bello se la Russia dichiarasse una
tregua durante le ormai prossime Olimpiadi di Parigi, cioè dal 26 luglio all’11
agosto.
Si capisce bene che l’Eliseo ci tenga, i
Giochi si svolgeranno a Parigi a distanza di 100 anni esatti dalla precedente
edizione parigina.
Non si capisce bene, però, perché dovrebbero
tenerci anche i russi, che tra l’altro ai Giochi olimpici non potranno
partecipare se non come singoli senza inno né bandiera, specie di innominabili
apolidi del salto e della corsa.
Poi,
però, Macron dice una cosa più seria.
Alla domanda se lui sarebbe disposto a mediare
tra russi e ucraini risponde con decisione sì, pur aggiungendo che i colloqui
sostanziali dovrebbero svolgersi tra Putin e Zelensky.
L’uscita
di Putin, allora, comincia a diventare più spiegabile.
Al
Cremlino si convincono che le sortite belliciste di Macron (mandiamo in Ucraina
le truppe, i missili, non possiamo escludere nulla, noi francesi siamo gli
unici con la bomba atomica, “allons enfants” e tutto il resto) non hanno
davvero lo scopo di inasprire il confronto con la Russia ma, semmai, di
rifilare qualche pugnalata alle spalle della Germania, l’ex potenza economica
d’Europa che oggi, nella Ue, viene spintonata un po’ da tutti.
Tra
poco si vota in Europa, ci saranno cariche da distribuire ed equilibri politici
da ricostituire e tutta un’Europa mediterranea e dell’Ovest da rappresentare, a
meno di voler davvero lasciare la leadership dell’Unione ai polacchi e ai
baltici.
Visto
lo stato politicamente semicomatoso della Germania di Scholz, chi meglio della
Francia di Macron potrebbe svolgere quel ruolo?
Così,
tra il serio e il faceto, Vladimir Putin offre a Macron, sulla cui vanità di
può sempre contare, una polpetta avvelenata.
Fai
l’amore e non la guerra.
Altro
che truppe Nato o missili in Ucraina, organizza il negoziato, diventa il
mediatore della pace, l’Europa ti incoronerà e la storia ti ricorderà per
sempre.
Putin
e Macron si conoscono bene, si sono incontrati molte volte e, in ogni caso, il
presidente francese è stato il più tenace, due anni e mezzo fa, nel cercare di
aprire una breccia nelle intenzioni drammatiche del collega russo.
Il
Cremlino ignorò i suoi sforzi, come sappiamo, ma lo prese più sul serio di
altri.
Certo non gli riservò lo sprezzo rivolto invece, per
fare solo qualche esempio, a Josep Borrell (Alto commissario Ue per la politica
estera e di sicurezza) o a Liz Truss (allora “solo” ministro degli Esteri del Regno Unito).
E ora
la palla è di nuovo nel campo di Macron.
Quella
di Putin è stata una vera apertura o una beffa?
Le sue
parole offrono una prospettiva o un trappolone?
A
Macron non manca l’astuzia e saprà ben decidere.
Ma a
naso, non pare che il Cremlino abbia tanta voglia di aprire un negoziato.
(Fulvio
Scaglione)
(it.insideover.com/politica/macron-organizza-tu-il-negoziato-luscita-a-sorpresa-di-putin-e-le-ambizioni-del-presidente-francese.html)
La
pecora nera: l’Italia
di
oggi e l’Eurozona.
Lavoce.info - SILVIA MERLER - (19/11/2020) –
ci dice:
Perché
uno shock economico senza precedenti come la pandemia non è stato sufficiente
per superare definitivamente la frattura Nord-Sud nell’Unione monetaria?
Un libro analizza le responsabilità
dell’Italia nel definire il futuro dell’integrazione europea.
L’Europa
di fronte a due crisi.
Negli
ultimi anni, due grandi crisi hanno definito l’Europa: quella del debito
sovrano dell’Eurozona nel 2010 e quella del Covid-19 del 2020.
Dal
punto di vista economico, si tratta di due eventi diametralmente opposti.
La
crisi del debito sovrano è stata un evento asimmetrico, le cui origini erano
profondamente radicate in scelte di politica economica nazionale.
È
stato il prodotto di un decennio di divergenza, ma ha innescato una convergenza
senza precedenti dei paesi dell’euro-Sud verso il modello macroeconomico dei
paesi dell’euro-Nord.
Dal punto di vista politico, ha aperto una
profonda frattura sul tema della solidarietà all’interno dell’Unione economica
e monetaria e fatto emergere la narrativa di un’Europa divisa tra “santi” e
“peccatori”.
Questa
narrativa ha immobilizzato il dibattito degli ultimi anni sulla riforma della
governance macroeconomica dell’UE, benché l’esperienza dei paesi euro dopo la
crisi finanziaria globale dimostri chiaramente che i modelli di crescita siano
tutto fuorché statici.
Tramite
una dolorosa svalutazione reale e una serie di riforme strutturali che hanno
stravolto il loro modello economico, i paesi soggetti a programma di
aggiustamento macroeconomico di Unione europea e Fondo monetario hanno
riguadagnato competitività esterna e – cosa fondamentale – sono tornati a
crescere dal 2014.
Ciò ha
permesso di ridurre progressivamente la disoccupazione e di mettere il debito
pubblico su una traiettoria discendente.
Per
l’Italia l’aggiustamento profondo non c’è stato e la crisi è stata un’occasione
mancata per mettere mano a debolezze strutturali note da lunga data.
La
“pecora nera”, come la definisco in un libro appena pubblicato, già prima del
Covid-19 rischiava infatti di rimanere imprigionata in un circolo vizioso di
stagnazione economica, emigrazione, elevata disoccupazione, povertà, e
disuguaglianza.
Le conseguenze sociali di questo
“eccezionalismo” economico sono profonde e quelle politiche dirompenti – come
evidente nel successo eccezionale di partiti e movimenti populisti ed
euroscettici negli ultimi anni.
Questa
era la situazione del nostro paese quando è arrivata la pandemia.
Il Covid-19 è uno shock diametralmente opposto a
quello della crisi del debito sovrano.
Si tratta infatti di un evento simmetrico con
origini completamente esogene alla politica economica.
Dal
punto di vista economico, rischia di innescare una ripresa asimmetrica e acuire
le diseguaglianze economiche e sociali preesistenti all’interno di singoli
paesi – il nostro in particolare, come evidente nei dati più recenti sulle
dinamiche reddituali del 2020.
Dal punto di vista politico, è una crisi che a
prima vista sembra costituire un’occasione non controversa per dispiegare
solidarietà fiscale a livello europeo – proprio per non compromettere quella
convergenza difficilmente raggiunta negli ultimi anni.
Ma se
l’accordo su “Next Generation EU è storico”, non si spinge però a mutualizzare
il debito, come auspicato da chi sperava in un “momento hamiltoniano” europeo,
e la sua negoziazione è stata dominata da recriminazioni e tensioni fin troppo
familiari.
La
“questione Italia.”
Perché
questo shock economico esogeno e di proporzioni storicamente senza precedenti
non è stato sufficiente a produrre un definitivo superamento della frattura tra
euro Nord e Sud, sul tema della solidarietà fiscale nell’UE?
Nel mio libro cerco di mettere in luce come
per rispondere alla domanda sia necessario analizzare con lucidità la
situazione in cui si trova oggi l’Italia.
Il
nostro paese è il fulcro di un dilemma economico e politico per Bruxelles.
Da un lato, a causa delle condizioni
macroeconomiche preesistenti al Covid-19, l’Italia è il paese che oggi ha più
bisogno della solidarietà fiscale Ue.
Dall’altro,
trovare un accordo sulla solidarietà si è rivelato particolarmente difficile
proprio perché ad averne più bisogno è l’Italia.
Il
fatto che il nostro paese incarni oggi un chiaro caso di mancato aggiustamento
economico, ci priva del capitale politico necessario per avanzare
rivendicazioni forti in tema di solidarietà fiscale.
Storicamente,
un leitmotiv dell’approccio italiano alle relazioni di economia politica
internazionale è l’idea che i nostri creditori non possano permettersi di farci
fallire.
È un
tema che, come molti ricorderanno, ha dominato la narrativa della crisi del
2011-2012.
Ma nel
2020, siamo ancora sicuri che sia così?
Il
libro è un tentativo di stimolare la consapevolezza che questo approccio al
ruolo dell’Italia in Europa oggi non è più sostenibile.
La
solidarietà fiscale europea che politici e commentatori nostrani spesso si
affannano ad invocare come panacea ai problemi del paese, oggi c’è.
E la
sua manifestazione più chiara risiede proprio nel fatto che l’Italia è l’unico
paese contribuente netto al bilancio UE a beneficiare di un trasferimento
fiscale netto nel contesto del pacchetto “Next Generation EU”.
Ma si tratta di un atto di fede da parte dei
nostri partner europei in quello che oggi rischia di diventare l’anello più
debole dell’Ue – o forse lo è già.
Dal nostro punto di vista, la solidarietà che ci è
stata garantita crea la responsabilità di assicurarci che la fiducia non sia
stata mal riposta.
Il
rischio non sarebbe solo quello di sprecare fondi europei – come già ampiamente
successo in passato – ma di arrestare sul nascere il primo timido passo in
direzione di un’unione fiscale e di cristallizzare il nostro isolamento.
Questa
responsabilità passa inevitabilmente dall’ammettere che l’Italia oggi è
diventata un’idiosincrasia – economica e politica – nell’Ue.
La mia
speranza nello scrivere il libro è che possa servire a mettere in luce
chiaramente gli aspetti più problematici dell’“eccezionalismo” che oggi
caratterizza il nostro paese e le priorità che dobbiamo darci per superarlo.
Sovranità
digitale: perché serve
all’Europa (e all’Italia),
e come
arrivarci.
Agendadigitale.eu
– Michele Gentili – (26 agosto 2020) – ci dice:
Cittadinanza
Digitale.
L’Europa
deve (e può) ambire a essere un’economia digitale ai vertici mondiali: non può
permettersi di essere subalterna a Usa e Cina.
Ma deve farlo in modo responsabile e
sostenibile:
la strada da seguire.
Allo
stesso tempo, l’Italia non può più essere fanalino di coda nell’Ue in fatto di
digitale: cosa ci serve.
La
prima lezione che dovremmo imparare dall’emergenza sanitaria del covid-19
sembra abbastanza lampante: l’Europa, e con essa gli Stati membri, deve
rafforzare la sua sovranità digitale al fine di affrontare meglio le sfide del
futuro, garantire mezzi di sussistenza e garantire la fruibilità dei servizi e
la sicurezza ai suoi cittadini.
L’Europa
deve fare affidamento sulla forza economica che ha ampiamente dimostrato in
questi mesi, sulle potenzialità della ricerca, sostenendo con forza la sua
crescente infrastruttura tecnologica e finanziando poderosamente l’economia
digitale;
allo
stesso tempo, deve riuscire a garantire che i valori democratici che la
contraddistinguono, continuino ad essere la solida del continente e che si
possano applicare anche nell’era digitale.
L’Europa
può e deve posizionarsi in un ruolo di primo piano in nell’era tecnologica –
che non ci può vedere schiacciati tra USA e Cina – ma lo deve fare in modo
responsabile e sostenibile.
Indice
degli argomenti:
Perché
è essenziale la sovranità digitale europea.
Cos’è
la sovranità digitale, nell’era del covid-19.
La
“Cyber Diplomazia”: norme, valori e regolamentazione necessari nel cyber spazio.
Politica
sui dati per la sovranità digitale: innovativa, sicura e sostenibile.
“Digital
Transformation”: aumentare la competitività dell’Europa.
Una
nuova era digitale per il cittadino europeo.
Perché
è essenziale la sovranità digitale europea.
Per
sostenere e “guidare” questo cambiamento, un’infrastruttura digitale sicura e
“sovrana”, resiliente e sostenibile situata in Europa è essenziale.
È essenziale che l’Unione Europea incrementi
la competitività in un settore così strategico, attualmente dominato dagli
Stati Uniti e dalla Cina, passando per la creazione di una economia digitale
europea dedicata.
Proprio
per questo sarebbe fondamentale agire su alcune leve fondamentali sostenendo
dei passi prioritari:
rafforzare
l’economia digitale della UE attraverso un miglioramento dei requisiti di
sicurezza per le piattaforme e i fornitori di servizi digitali;
Promuovere
un ecosistema per collegare le “infrastrutture Cloud europee” per poter mettere
in relazione ancora più dati strutturati ed interoperabili;
approfondire
e ampliare la regolamentazione normativa sulla progettazione che tenga conto
dell’impatto ambientale e l’uso sostenibile e socialmente responsabile dell’IA
nella UE, nonché sul potenziale di questa tecnologia, in particolare nel
settore sanitario;
promuovere
lo sviluppo di un’unica strategia a livello di UE per la protezione della
proprietà intellettuale, che promuove l’innovazione e la creatività e che
garantisce un accesso equo al mercato interno;
costruire
una rete di “Diplomazia digitale” tra Ministri degli esteri europei per poi
promuovere un’unica diplomazia europea comune nell’era digitale;
accelerare
la connessione alle reti Gigabit incluso il 5G;
Aprire
e sostenere una discussione per stimolare misure adeguate che possano combinare
digitalizzazione e sostenibilità.
Promuovere
l’alfabetizzazione digitale nei paesi europei con un più basso sviluppo su
questo fronte.
Purtroppo, l’Italia è tra questi e bisogna
uscire al più presto dalle vette di questa classifica;
Cos’è
la sovranità digitale, nell’era del covid-19.
L’ “ECFR”
in un recente paper definisce la sovranità digitale la capacità, di un Paese,
“di controllare le nuove tecnologie digitali e i loro effetti sulla società”.
Ne ribadisce l’importanza dopo il covid-19 –
che ha confermato con forza l’importanza del digitale e dei dati per decidere
del proprio futuro, come individui e come nazioni (per la propria resilienza
economica e sanitaria); ma che anche spinge l’Europa per il rilancio economico
a sfruttare, senza più indugi, la leva dei dati su cui riprogettare il proprio
sistema produttivo.
L’aumento
delle tensioni tra Stati Uniti e Cina è un ulteriore incentivo per l’Europa a
sviluppare la propria sovranità digitale, altrimenti rischia di diventare un
mero campo di battaglia nello scontro tra le due potenze.
La sovranità digitale è a tutela anche dei
Governi democratici e del modello “etico” europeo, alternativa agli approcci
degli Stati Uniti e della Cina.
A
questo scopo, riflette l’ “ECFR” ma ne possiamo sposare qui le conclusioni,
“L’UE
non può continuare a fare affidamento sul proprio potere regolamentare ma deve
diventare una tecnologia superpotenza a sé stante.
Gli
arbitri non vincono la partita.
L’Europa
ha perso la prima ondata di tecnologia, ma deve approfittare della prossima, in
cui presenta vantaggi competitivi come il “edge computing”.
A
questo scopo, il primo passo è stabilire finalmente una posizione comune su
questioni tecnologiche e giuridiche tra i Paesi membri.
La
“Cyber Diplomazia”: norme, valori e regolamentazione necessari nel cyber spazio.
L’esercizio
del potere e l’acquisizione del consenso per ottenerlo, sono sempre più
esercitate a livello internazionale utilizzando tecnologie digitali.
L’UE e
i suoi Stati membri devono essere attivamente coinvolte nelle discussioni in
corso sugli standard digitali, in particolare nelle sedi ONU pertinenti come l’”Open
Working Group” (OEWG) o il” Group of Government Experts” (GGE);
allo stesso tempo, devono rafforzare la loro capacità
di rispondere in modo efficace, tempestivo ed efficiente, alle attività dei
criminali informatici, per ovviare a possibili azioni dannose che minerebbero
alle fondamenta qualsiasi politica di sviluppo digitale.
Anche
i rapporti internazionali, con lo sviluppo del digitale, si devono “aprire” a
nuove metodologie di relazione che consentano di dialogare in modo corretto e
sui nuovi temi di interesse aprendo il dialogo ad una vera e propria “Cyber Diplomazia”.
Sostanzialmente
con questo termine si intende delimitare e conoscere tutti gli attori coinvolti
nel cyber spazio, identificarne il ruolo e il comportamento, stabilire a priori
quali siano le azioni che in questo spazio risultano fraudolente o criminose e
qualora quest’ultime si manifestino, avere gli strumenti comuni di
identificazione e le regole di ingaggio e di intervento concordate e condivise
con gli altri Stati, per poter agire con mezzi opportuni, rapidi e congrui sia
di carattere informatico, sia di carattere legislativo.
È
evidente come risulti determinante avere un insieme di regole che valgano al di
fuori dei confini nazionali, visto che lo spazio virtuale della comunicazione
digitale è di fatto unico e globale.
Proprio
in quest’ottica sarebbe determinante che l’Italia, insieme agli altri paesi
fondatori, mi riferisco in particolar moda a Francia e Germania, proponga e
sostenga, in sede internazionale, una linea comune tesa a:
sviluppare
un quadro d’azione dell’UE per la cyber diplomazia globale per i prossimi dieci
anni.
L’uso
di cyber diplomazia, compreso il regime sanzionatorio per i Cyber crimini,
della UE deve essere sviluppato e diventare un modello/guida internazionale
come avvenuto per il GDPR;
sviluppare
una posizione Europea comune (netta e forte) nei forum delle Nazioni Unite
OEWG, GGE e nel comitato di esperti sulla criminalità informatica;
Politica
sui dati per la sovranità digitale: innovativa, sicura e sostenibile.
I dati
sono al centro dell’economia e degli ecosistemi digitali.
Ormai
tutto quello che si “auto genera” al di fuori dei database aziendali sono Big
Data e chi li sa usare e dominare, soprattutto con tecniche e algoritmi di
Intelligenza Artificiale (AI), riesce a prendere in breve tempo il sopravvento.
L’uso
“ragionevole” e regolamentato di questa ricchezza di informazioni può rendere
le organizzazioni, sia private ma anche e soprattutto quelle pubbliche,
pensiamo a quelle con una importanza sociale centrale come l’assistenza
sanitaria, l’agricoltura e i trasporti, ad esempio, più efficienti, sostenibili
e flessibili.
Siamo
sulla buona strada per un’economia e una società basate sui dati, ma dovremo
delineare in maniera più efficace come dovrebbe essere questo futuro,
soprattutto intervenendo e concordando le regole anche al di fuori della UE.
Altrimenti
non saremo mai “sovrani” dei nostri dati.
Come
cittadini e come cittadini dell’UE in particolare.
Vediamo
bene come, soprattutto una Cina a “briglie sciolte”, stia prendendo il
sopravvento nell’uso di tecnologie pericolose, come il controllo e la
sorveglianza sull’operato dei cittadini (e non è garantito che sia solo di
quelli cinesi) tramite tecniche di riconoscimento del volto o sorveglianza
continuativa, piuttosto che la limitazione indiscriminata sull’uso di
piattaforme tecnologiche a fini politici.
L’uso
dei dati a beneficio della società è un delicato compromesso da raggiungere e
di certo ancora di là da essere trovato.
La
protezione della privacy e la protezione dei cittadini devono essere garantite nell’ambiente
digitale come in tutti gli altri settori della politica dell’UE, settori nei
quali c’è una base molto più solida frutto di tantissimi anni di mediazioni e
concordati.
In
quest’ottica, sarebbe molto importante sviluppare un orientamento europeo unico
che consenta di:
gettare
le basi per un Cyber Spazio europeo unico dei dati sanitari per promuovere lo
scambio e la condivisione di fascicoli sanitari elettronici e altri dati
sanitari e sviluppare un codice di condotta sull’uso dei dati sanitari,
superando così il fascicolo sanitario nazionale e aprendolo veramente ed in
modo compiuto all’utilizzo da parte dei cittadini.
Proprio
su questo, guardando i dati disponibili sul sito “AgID”, apro una piccola ma
importante parentesi, si ha un quadro veramente scoraggiante:
In
regioni in cui l’attuazione è del 100%, ad esempio Lombardia e Toscana,
l’utilizzo reale (monitorato verificando l’accesso negli ultimi 90 giorni) da
parte dei cittadini è ben sotto al 20% per quello che riguarda la Toscana e
poco oltre il 40% per quello che riguarda la Lombardia che, come ben sappiamo,
è la prima regione Italiana ad averlo implementato e in cui è operativo da
tantissimi anni;
Promuovere
tavoli di discussione per linee guida sugli spazi comuni di “dati europei” nei
settori dei trasporti, dell’agricoltura e dell’economia circolare, con i quali
vengono mantenuti e regolamentato l’utilizzo e la protezione dei dati dei
cittadini.
Sono
questi i pilastri per una sovranità digitale europea.
Digital
Transformation: aumentare la competitività dell’Europa.
L’Europa
può (potenzialmente) ambire a essere un’economia digitale ai vertici mondiali.
Già
dal 2015 la Commissione ha avviato un ambizioso progetto per evolvere il
successo del mercato tradizionale interno dell’UE anche nell’era del digitale.
Secondo i dati del Parlamento europeo, misure
come la regolamentazione del commercio elettronico e una migliore disponibilità
della banda larga e delle reti 5G genereranno entrate annuali supplementari di
circa 180 miliardi di euro a patto che tutte le misure della strategia per un
mercato unico digitale saranno pienamente attuate.
Tale
somma potrebbe incrementare ulteriormente se l’Europa continuasse nel processo
di digitalizzazione in linea con gli sviluppi dell’intelligenza artificiale
(AI), delle reti di calcolo ad alte prestazioni, nel Cloud e nella tecnologia
blockchain.
Con la
nuova strategia “Un’Europa dell’era digitale”, la Commissione ha presentato la
sua nuova strategia digitale europea per i prossimi cinque anni, i suoi piani
strategici per la strategia europea in materia di dati e il Libro bianco
sull’intelligenza artificiale.
L’obiettivo
generale rimane quello di sviluppare rapidamente e con successo l’Europa in
un’economia e una società full digital.
L’Italia
dovrebbe “abbracciare” con convinzione questi ambiziosi obiettivi perseguiti da
questa strategia e portarli avanti con forza, facendo così la sua parte.
Una
nuova era digitale per il cittadino europeo.
Ma non
basta.
Il
cambiamento tecnologico e digitale sta influenzando e influenzerà sempre di più
tutta la nostra società, dalla politica a tutte le aree del settore privato,
all’economia e alla sanità.
Questo
cambiamento può e deve essere modellato con successo solo con la partecipazione
attiva dei cittadini che possano contare su delle regole certe ed uno spazio
sicuro.
Fondamentale
dunque promuovere le componenti sociali chiave della strategia per “un’Europa
dell’era digitale”:
la
promozione di programmi di riqualificazione delle competenze e delle tecnologie
digitali necessarie per le professioni sistemicamente rilevanti del futuro;
il
trasferimento garantito degli elevati standard europei nei settori della
sicurezza sociale e delle condizioni di lavoro nell’era digitale.
Soprattutto
su questo l’Italia avrebbe bisogno di un vero e proprio salto di qualità anche
per avere la forza e la credibilità di portare la propria voce in ambito
internazionale.
Qualche
buono spunto, recentemente, è venuto dal “Piano Colao”, che propone incentivi
per la formazione digitale dei lavoratori e per assunzioni di profili
specialistici, un programma didattico sperimentale per migliorare le competenze
digitali degli insegnanti, un generico “incremento della digitalizzazione del
comparto scuola e università” un coinvolgimento del Servizio Civile per ridurre
il “digital divide” dei bambini e delle famiglie più povere.
Tutto questo va nella direzione giusta, ma per
migliorare la cultura digitale in Italia servono interventi più completi, che
agiscano su tutte le fasce d’età, dai primi giorni di scuola fino alla
pensione, per migliorare e rafforzare le competenze digitali.
Finché
saremo tra gli ultimi paesi in Europa per cultura digitale, non potremo avere
il giusto peso che ci dovrebbe competere per “guidare” le decisioni e le scelte
così importanti.
Serve
soprattutto poi, che qualunque siano le misure intraprese, queste siano
facilmente fruibili, perché come sempre alla fase normativa, deve seguire una
verifica e un controllo della fase implementativa che è quella nella quale il
nostro Paese, nonostante le buone intenzioni, spesso fallisce.
Nessuno
sviluppo digitale sarà reale e concreto, né per l’Italia e né per l’Europa, se
non sarà pervasivo e portatore di reali benefici per tutti.
Élite
e democrazia nel pensiero
politico
moderno.
Pandorarivista.it - Lorenzo Mesini – (13
marzo 2020) -
Punto
di partenza per i teorici delle élite è il semplice fatto che in ogni
formazione sociale sono sempre riscontrabili due classi di persone: governanti
e governati, dominatori e dominati.
I
primi costituiscono una minoranza più o meno ristretta, che tende a concentrare
nelle proprie mani una grande quantità di potere e di risorse (sia materiali
che simboliche).
I secondi, invece, rappresentano la
maggioranza soggetta al dominio dei governanti, prevalentemente priva di potere
e risorse.
Obiettivo principale della teoria delle élite,
a partire da “Gaetano Mosca” e “Vilfredo Pareto”, è stato quello di elaborare
una giustificazione teorica a questa indiscutibile uniformità che, con forme
diverse, attraversa la storia e le società umane.
La
distinzione tra governanti e governati non è tuttavia una scoperta della
scienza politica tra Otto e Novecento, ma è sempre stata oggetto delle varie
tradizioni che attraversano la storia del pensiero politico.
In
questo contributo verranno inquadrate alcune delle principali linee di sviluppo
del pensiero politico moderno in merito al rapporto che lega élite e
democrazia.
Ci si
concentrerà, innanzitutto, sulle modalità con cui il rapporto tra i governanti
e i governati viene declinato nei diversi filoni del razionalismo politico
moderno.
Si
procederà con l’opera di “Gaetano Mosca”, esponente dell’elitismo classico, per
poi affrontare la critica dialettica svolta nei suoi confronti da “Antonio
Gramsci”.
In conclusione si proporranno alcune
riflessioni sulla prospettiva sviluppata dall’”elitismo democratico” nel
Novecento.
Ripercorrendo
queste tappe si cercherà di illustrare come il rapporto tra governati e
governanti, tra élite e democrazia sia stato declinato con esiti e modalità
diverse, a seconda degli orizzonti valoriali e concettuali attraverso cui è
stata di volta in volta pensata la politica, le relazioni sociali e la storia.
Il
pensiero politico moderno affronta il tema delle élite operando uno scarto
radicale nei confronti delle concezioni antiche e medievali della politica.
Se l’ordine politico antico e cristiano era
concepito come un ordine naturale (oggettivo e gerarchico) posto a stabile
fondamento della politica, l’età moderna pensa invece l’ordine come prodotto
umano e artificiale, fondato sull’attività razionale degli individui, soggetto
al conflitto e al mutamento.
L’idea
di fondo da cui muove il pensiero politico moderno (e la sua futura concezione
della democrazia) è il rifiuto di ogni gerarchia naturale tra gli uomini.
I grandi esponenti del razionalismo politico
moderno da “Hobbes” a “Kant”, passando per “Spinoza”, “Locke e “Rousseau”,
sviluppano la propria idea di ordine politico a partire dal concetto di
uguaglianza, rifiutando l’idea di ogni gerarchia naturale tra gli uomini.
L’assenza di un ordine naturale tra gli
individui costituisce il problema da cui muove il pensiero politico moderno:
la
naturale uguaglianza tra gli uomini è infatti foriera di conflitti virtualmente
infiniti (il bellum omnium contra omnes dello stato di natura).
La
necessità dell’ordine politico nasce quindi dall’esigenza di difendere
l’uguaglianza che sussiste naturalmente tra gli uomini, uguaglianza che deve
essere tutelata dai suoi stessi effetti collaterali.
Attraverso
il dispositivo razionale del contratto tutti gli individui concorrono a
edificare lo Stato, ordine politico unitario in cui vige la legge
universalmente valida al suo interno.
Gli
autori del potere (gli individui) tuttavia, non lo esercitano in maniera
diretta, ma attraverso istituzioni rappresentative (il sovrano rappresentativo
o un’assemblea parlamentare) che sono superiori a coloro che rappresentano.
Gli
autori del potere non coincidono quindi in maniera diretta con i suoi attori
(le istituzioni rappresentative).
Questo
elemento di disuguaglianza all’interno del corpo politico moderno non deriva da
alcuna superiorità di carattere ontologico o naturale ma è di carattere
prettamente funzionale, volta a garantire l’unità dello Stato.
In
linea di principio nessuna distinzione sociale deve giustificare alcuna
distinzione politica, dato che la politica è il prodotto della razionalità
comune di cittadini uguali.
A esercitare il potere non sono i ‘migliori’, ma
coloro che rappresentano l’unità del corpo politico e che governano mediante
leggi universalmente valide al suo interno.
Ovviamente
nel corso dell’età moderna la nascita e lo sviluppo effettivo dello Stato non è
avvenuto senza il contributo decisivo di diverse élite (politiche,
amministrative, economiche, religiose) spesso in lotta e in competizione
reciproca.
Il
pensiero politico moderno e la sua idea di democrazia (sia nella sua versione
liberale che socialista) traggono la propria forza da:
a) l’idea che nessuna differenza pre-politica
(naturale o sociale) possa giustificare in linea di principio la superiorità
politica di nessun cittadino, b) la necessaria distinzione tra rappresentanti e
rappresentati.
Questo,
beninteso, nella ferma consapevolezza del ruolo strategico giocato da una
particolare élite sociale nello sviluppo dello Stato e del capitalismo (la
borghesia).
L’importanza della distinzione fra
rappresentanti e rappresentati risiede nel suo carattere funzionale a garantire
la convivenza pacifica tra i cittadini e l’unità dello Stato.
Per il pensiero politico moderno risulta
infatti illegittima ogni forma di ordine politico in cui i cittadini soggetti
al potere non ne siano al contempo gli stessi autori.
Legittimo è quel potere che nasce e si
concepisce come autogoverno di cittadini uguali, obbedienti a leggi universali.
A
questa convinzione, il pensiero politico moderno non può rinunciare, quanto
meno a livello teorico.
Ogni
forma di ordine che voglia trarre la propria legittimità dalla pretesa di
rappresentare solo una ‘parte’ del corpo sociale non può che essere considerata
dispotica o tirannica.
Nei
confronti del razionalismo politico moderno e delle sue principali declinazioni
politiche (liberalismo, democrazia e socialismo) i teorici classici delle élite
(Mosca, Pareto, Michels) si pongono in maniera fortemente critica e polemica.
Muovendo
dalla constatazione che in ogni contesto sociale ad esercitare il potere sono
sempre gruppi ristretti, i teorici delle élite mostrano come la storia e il
reale funzionamento delle istituzioni e della politica smentiscano di fatto la
teoria liberale parlamentare, il principio di uguaglianza democratica e le
dottrine socialiste.
Gaetano
Mosca (1858-1941),
con l’elaborazione della teoria della classe politica, è il primo a sostenere
in maniera sistematica che ad essere protagonisti della storia e della politica
sono sempre state le élite.
La distinzione tra governanti e governati
costituisce una struttura della politica.
La dinamica storica consiste per “Mosca “essenzialmente
nelle lotte combattute tra le diverse classi politiche per assicurarsi maggior
potere.
Nella
Teorica dei governi e governo parlamentare (1883) si sottolinea come ogni
governo consista in una minoranza organizzata (la classe politica) che si
impone su una maggioranza divisa e disorganizzata.
“Mosca”
distingue inoltre la classe politica in senso stretto (ossia l’insieme di
quelle persone che svolgono funzioni propriamente politiche) dalla più ampia
classe dirigente che raccoglie coloro che ricoprono ruoli dominanti nei diversi
ambiti della società.
Il
fatto che ogni corpo politico sia governato da ristrette minoranze organizzate
costituisce il punto di partenza per una critica radicale alle tradizionali
classificazioni delle forme di governo.
Le
principali classificazioni tradizionali, quella di “matrice aristotelica”
(monarchia, aristocrazia, democrazia) e quella elaborata di “Montesquieu”
(monarchia, repubblica, dispotismo), vengono a cadere sotto le critiche di “Mosca”.
Le
classiche forme di governo non sono semplicemente il risultato di
classificazioni false o mistificatorie ma rappresentano la maschera legale
dietro la quale si cela il fatto che un piccolo gruppo di persone esercita
effettivamente il potere.
“Mosca” è consapevole del fatto non sia
possibile esercitare il potere politico solo mediante metodi coercitivi ma
siano necessarie forme di consenso da parte dei governati.
Con la teoria della formula politica Mosca
intende individuare quelli che a suo avviso sono i principi astratti che
consentono ai governanti di giustificare il proprio potere, in accordo con le
convinzioni più diffuse nella società.
Le
‘formule politiche’ non costituiscono semplici mistificazioni ma rispondono
all’esigenza umana di giustificare la propria obbedienza richiamandosi a norme
generali.
“Mosca” riconduce la molteplicità di formule
politiche a due principi: uno soprannaturale e uno (apparentemente) razionale.
“Democrazia”
è per Mosca solo una delle formule politiche razionali con cui determinate
élite giustificano il proprio potere.
Il
principio della sovranità popolare è contraddetto nei fatti dalla natura
oligarchica di ogni governo.
Al di
sopra delle molteplici formule politiche, per Mosca c’è sempre il potere di
un’élite.
Anche
quando i ceti popolari credono di esercitare il potere sono sempre minoranze
organizzate ad essere in gioco (partiti popolari o socialisti). Queste, lungi dall’essere promotrici
di emancipazione, sono le effettive detentrici del potere.
L’indagine
moschiana sulle élite nacque nel corso di un’analisi approfondita del
parlamentarismo, delle dinamiche sottese al suo effettivo funzionamento e del
suo intreccio con la democrazia.
Consapevole
dell’origine aristocratica del parlamentarismo inglese, Mosca ne ripercorre le
vicende che lo hanno reso adeguato alle rivendicazioni della classe borghese in
espansione contro i vecchi ceti dominanti.
Mediante l’uso di principi universali
(libertà, uguaglianza e fratellanza) la borghesia ha coinvolto il popolo nella
sua ascesa al potere, legittimandosi come rappresentativa di tutta la nazione e
non come classe particolare.
Dall’analisi
di “Mosca” emerge la differenza non solo storica ma anche logica tra
parlamentarismo e democrazia, tra governo parlamentare e governo del popolo:
la
legittimazione democratica del parlamento non è che la formula politica con cui
un’élite cela la realtà effettiva del proprio potere.
Contrariamente
a quanto rivendicato dalle teorie liberali e democratiche, ad essere rappresentati in parlamento
non sono gli interessi generali della nazione ma gli interessi particolari del
ceto politico o, peggio, dei suoi singoli membri.
La
ricca riflessione condotta da “Antonio Gramsci “nei “Quaderni del carcere” si
confronta con la scienza politica élitista con l’intenzione di superare le sue
obiezioni alla democrazia e al socialismo, pur conservandone la carica critica
nei confronti della declinazione liberale del razionalismo politico moderno.
La critica gramsciana all’elitismo si
inserisce nell’orizzonte di una scienza politica integralmente storicizzata e
incentrata sul concetto di egemonia, come categoria generale della politica e
della storia. Obiettivo di Gramsci è quello di superare dialetticamente la teoria delle
élite, sviluppandola in una prospettiva radicalmente democratica.
È
soprattutto sulle opere di “Gaetano Mosca” (e in misura minore quelle di
Michels e Pareto) che ricade l’attenzione di Gramsci.
Le sue
critiche riguardano sia l’impianto analitico della teoria moschiana sia il suo
implicito orientamento politico conservatore.
Gramsci condivide il principio secondo cui in
ogni formazione sociale «esistono davvero governati e governanti, dirigenti e
diretti», come condivide il fatto che «tutta la scienza e l’arte politica si
basano su questo fatto primordiale, irriducibile (in certe condizioni
generali)». Anche per quanto riguarda l’importanza delle minoranze organizzate nel
dirigere la lotta politica Gramsci è sostanzialmente concorde con gli élitisti.
La critica gramsciana all’elitismo riguarda il suo impianto positivista,
che si limita a registrare meccanicamente determinati fatti e processi per poi
elevarli a ‘leggi’ immutabili della politica e della storia.
Tale
approccio risulta funzionale a giustificare l’orientamento conservatore e
oligarchico dello stesso Mosca e della borghesia italiana, interessata a
mantenere le disuguaglianze proprie di un assetto sociale autoritario.
Secondo Gramsci, le analisi svolte da Mosca,
sia nella “Teorica” sia negli “Elementi di scienza politica” (1896, 1923),
accumulano in modo confuso grandi quantità di materiale storico e fanno uso di
concetti vaghi.
Quello
che gli élitisti italiani non sono in grado di comprendere sono la natura e le
dinamiche delle élite nel momento in cui le masse irrompono sulla scena
politica europea, in particolare con l’avvento del primo conflitto mondiale.
Per
questo “Gramsci” intende indagare la nascita, la selezione e le dinamiche
politiche delle élite in una prospettiva essenzialmente storicista e
dialettica.
Questa deve elaborare spiegazioni pregnanti
non solo dei processi storici attraverso cui si opera la partizione tra
governati e governanti ma soprattutto comprendere le modalità grazie a cui i
diversi attori sociali prendono coscienza di sé e del proprio ruolo politico attraverso la funzione dirigente
degli intellettuali.
Nelle
ricerche condotte nei “Quaderni” Gramsci non intende limitarsi a constatare la
divisione tra governanti e governati, ma mira a comprendere quali siano quelle
minoranze attive in grado di guidare in senso progressivo la società italiana.
Per
questo si domanda «come si può dirigere nel modo più efficace (dati certi fini)
e come pertanto preparare nel modo migliore i dirigenti».
Formazione dei dirigenti che deve avvenire
muovendo dal presupposto che la distinzione tra governanti e governati non
rappresenti un destino immutabile, ma «sia solo un fatto storico, rispondente a
certe condizioni».
Il
problema che Gramsci si pone è quello di tutta la tradizione del pensiero
dialettico, ossia quello di una compiuta mediazione reciproca tra i principali
attori della politica moderna: il soggetto e lo Stato.
Questi
permangono contrapposti in modo conflittuale e contraddittorio nelle
architetture istituzionali liberal-democratiche.
L’elitismo
approfondisce tale contrapposizione e la utilizza in chiave conservatrice,
affermando il carattere naturale e perenne della distinzione tra governanti e
governati.
Per Gramsci il partito politico (nello
specifico, il partito comunista) si costituisce come quell’élite collettiva che
rappresenta il punto di articolazione più avanzato per una compiuta mediazione
tra società e stato.
Nel
partito politico Gramsci individua il mezzo «più adeguato per elaborare i
dirigenti e le capacità di direzione» in vista di un’educazione delle masse
capace di integrarle nel progetto di una piena autodeterminazione del corpo
sociale («società regolata»).
Nel partito come «moderno Principe»,
l’esercizio delle funzioni politiche da parte delle proprie élite non è
semplice dominio sulle masse.
Al contrario costituisce quella combinazione
di direzione, produzione di consenso, senso storico e organizzazione che ne
determina la capacità egemonica nella società.
La
prospettiva radicalmente democratica di Gramsci consiste nel tentativo di una
mediazione progressiva delle contraddizioni proprie dello Stato moderno,
liberale e borghese.
Superamento della contrapposizione netta tra
governanti e governati attraverso le funzioni organizzative di un partito che
ha l’ambizione di porsi come l’elemento rappresentativo e direttivo dello
sviluppo dei conflitti e delle forze sociali.
Il
pensiero politico contemporaneo ha cercato di interpretare in maniera virtuosa
il problema del rapporto tra élite e democrazia.
Se per”
Mosca” e “Pareto” il principio di uguaglianza proprio della democrazia moderna
era di fatto smentito dalla continua presenza di élite nella società e se per “Antonio
Gramsci” la soluzione del problema indicato dagli élitisti consisteva nel
superamento dell’orizzonte liberal-democratico della Modernità, i teorici
contemporanei (Lasswell, Wright Mills, Burnham, Schumpeter, Dahl, Sartori ecc.)
hanno elaborato un concetto di democrazia che non ignorasse le critiche
dell’elitismo alla teoria democratica ma che ne salvasse al contempo il valore
in una prospettiva liberale.
Obiettivo comune a questi autori è stato
mostrare, attraverso percorsi diversi, che la presenza di una pluralità di
élite non compromette la possibilità di un sistema democratico.
L’immagine
di democrazia che ne emerge, specialmente dall’opera di “Schumpeter”, è quella
di uno strumento istituzionale in cui avviene la competizione e la selezione di
diversi gruppi di élite, elette attraverso il voto popolare.
La
democrazia viene a configurarsi quindi come lo strumento per una competizione
pacifica e per una selezione regolata costituzionalmente tra differenti élite.
Ne
emerge un’idea di democrazia in cui gioca un ruolo fondamentale la leadership:
i
cittadini dispongono del diritto di scegliere chi si assumerà la responsabilità
di prendere le decisioni politiche e solo indirettamente cosa deciderà per la
comunità intera.
Se, come ha suggerito “Schumpeter”, vi è
democrazia dove vi sono diverse élite in competizione per il voto popolare,
restano comunque aperte diverse questioni:
la
loro selezione, la fonte del loro potere e non da ultimo quella di una
legittimazione che sia non unicamente formale e concentrata in un unico momento
(le elezioni).
In
altre parole resta aperto il problema, già posto da “Gramsci”, della mediazione
tra élite e società.
L'intelligenza
artificiale sta
cambiando
il modo di fare la guerra.
Wired.it
– (4-3-2023) – Andrea Indiano – ci dice:
Lo
dimostra il conflitto in Ucraina, che vede il coinvolgimento di un colosso come
“Palantir”, che sfrutta algoritmi di analisi dei dati per dire all'”esercito di
Kyiv” cosa, dove e quando colpire.
L'interesse
recente dell'opinione pubblica verso l'intelligenza artificiale si è
concentrato soprattutto sugli aspetti ricreativi, ma la nuova tecnologia ha
un'applicazione molto più seria e preoccupante che riguarda le guerre.
L'Ai
viene già utilizzata in Ucraina:
il conflitto ha di fatto anticipato l'uso
dell'intelligenza artificiale in guerra, portando sul campo di battaglia
strumenti e programmi ancora da perfezionare.
Ora
l'innovazione è nell'agenda dei leader militari e politici di tutto il mondo;
per
questo si è svolto il primo vertice internazionale sull'uso militare
responsabile dell'Ai che ha stimolato una discussione etica e le principali
preoccupazioni riguardanti l'arrivo dell'Ai nei conflitti.
Il
“summit Reaim” in Olanda.
Ha
avuto luogo a L' “Aia”, in Olanda, il “Reaim Summit”, manifestazione
organizzata dal governo olandese per posizionare il tema dell'Ai nel mondo
militare più in alto nell'agenda politica internazionale.
All'evento
hanno partecipato delegati di 50 Paesi, fra cui Stati Uniti e Cina, ma i Paesi
Bassi e la Corea del Sud co-organizzatrice non hanno invitato la Russia.
Erano presenti anche aziende private:
l'amministratore delegato di “Palantir”, compagnia statunitense specializzata
nelle nuove tecnologie e nell'analisi di big data, non ha nascosto il
coinvolgimento della propria azienda nel conflitto in Ucraina.
“Siamo responsabili della maggior parte degli
attacchi” ha detto “Alex Karp” di Palantir.
La sua
impresa sfrutta l'intelligenza artificiale per colpire obiettivi russi ed è
quindi a supporto della nazione di Kiev.
Fra i
servizi di” Palantir” la possibilità di analizzare i movimenti satellitari e i
feed dei social media per aiutare a visualizzare la posizione di un nemico,
consentendo all'esercito ucraino di prendere di mira carri armati e artiglieria
nemica.
L' “Ai” riesce ad analizzare una grande
quantità di dati in poco tempo, velocizzando gli attacchi e favorendo un
approccio ostile in minor tempo.
"Siamo
agli albori dell'intelligenza artificiale, ma una delle cose principali che
dobbiamo fare in Occidente è renderci conto che questa novità è stata
completamente compresa anche da Cina e Russia" ha affermato “Karp”.
Sul
fatto che l'Ai in guerra sia una realtà non ci sono dubbi:
i governi devono esaminare quale parte dei
loro budget per la difesa sarà destinata ai progressi della tecnologia,
soprattutto perché la conversazione è cambiata negli ultimi sei mesi.
“Ai” e
guerre.
L'intelligenza
artificiale offre un importante vantaggio strategico nei contesti di guerra, in
quanto favorisce la possibilità di automatizzare compiti ripetitivi e consente
una maggiore accuratezza e precisione nelle operazioni di combattimento.
Pertanto, non sorprende che sia una delle
innovazioni più ricercate utilizzate oggi nelle guerre.
I “sistemi di imaging” basati
sull'intelligenza artificiale possono fornire un'immagine precisa di ciò che
sta accadendo in una situazione di combattimento, consentendo colpi più precisi
e meno danni collaterali.
Inoltre,
i sistemi di posizionamento basati sull'intelligenza artificiale consentono una
maggiore precisione nel puntamento di munizioni esplosive e nella navigazione
di aerei da combattimento e altre unità di combattimento.
Il software e gli algoritmi basati
sull'intelligenza artificiale offrono la possibilità di elaborare grandi
quantità di dati in modo rapido e accurato per ottenere informazioni preziose.
L'invisibile
cyber guerra della Russia per piegare l'Ucraina.
Circa
4.500 attacchi informatici nel 2022, più del triplo rispetto all'anno prima.
Bombardamenti
coordinati con infezioni malware e dodos per aumentare i danni dell'offensiva.
Le
infrastrutture energetiche nel mirino. I dati di un anno di conflitto
informatico scatenato da Mosca contro Kyiv.
Già
nelle innovazioni di tendenza di recente come “ChatGPT” e programmi simili,
l'intelligenza artificiale ha dimostrato di assorbire i nostri “bias”, i
pregiudizi attraverso cui elaboriamo la realtà che ci circonda.
Lo
stesso problema non può che essere aggravato in situazioni dove c'è di mezzo la
vita di singoli individui.
Durante
una tavola
rotonda di Reaim fra il capo della difesa olandese e un dirigente della azienda
produttrice di armi “Lockheed Martin”, il segretario generale di Amnesty
International “Agnès Callamard” ha respinto l'idea che sia possibile rimuovere
i pregiudizi dall' “Ai” se utilizzata in un contesto militare.
E ha affermato che può portare alcuni gruppi a
essere presi di mira più di altri.
“Non possiamo semplicemente pensare
che in questa stanza ci siano solo brave persone che useranno questa
intelligenza per la difesa”, ha detto Callamard.
La
maggior parte delle delegazioni presenti al summit olandese dovrebbe approvare
una dichiarazione di principi nelle prossime settimane o mesi, anche se le
regole internazionali o un trattato per limitare l'uso dell'“Ai” in guerra sono
indicate come ancora lontane.
Intanto,
gli effetti dell'uso bellico dell'intelligenza artificiale sono già evidenti
nel territorio ucraino.
IL
VERO VOLTO DELL’INTELLIGENZA
ARTIFICIALE
IN GUERRA.
Iari.site.it
- Chiara Chiolerio – (11 Dicembre 2023) – ci dice:
(notizie.ai/luso-dellintelligenza-artificiale-nella-guerra-fra-russia-e-ucraina/)
È
ormai innegabile che l’intelligenza artificiale (IA) stia prendendo il
sopravvento su numerosi settori del “warfare”, venendo applicata ormai in tutti
i sistemi di sorveglianza, ricognizione, analisi dati e difesa antimissilistica
all’avanguardia.
Tuttavia,
al contrario di quanto la maggior parte dell’opinione pubblica ritiene, non
siamo ancora davanti alla creazione di eserciti guidati da autonomi in grado di
prendere decisioni in maniera indipendente.
Negli
ultimi anni, intorno al tema dell’intelligenza artificiale si è creato un
enorme clamore mediatico.
Non sono mancati rifermenti vaghi, se non
allarmisti, in merito a una qualche applicazione dell’intelligenza artificiale
nei prossimi conflitti, in cui sembrerebbe che si combatteranno presto guerre
con robot o automi simili a quelli dei film di fantascienza.
Se, da un lato, è vero che l’ “IA” sta
cambiando il modo di fare la guerra, dall’altro, non si tratta di robot
assassini dotati di forza sovraumana o automi dalle sembianze umane che
imbracciano armi di ultima generazione.
Esiste
una differenza fondamentale tra i due tipi di intelligenza artificiale a cui si
fa riferimento oggigiorno: quella ristretta (narrow) e quella ampia o generale
(general).
L’intelligenza
artificiale che conosciamo oggi è la “narrow AI”, che comprende tutti quegli
strumenti di “problem-solving” progettati per eseguire compiti specifici e
circoscritti ad ambiti fissi e precisi:
gli
attuali sistemi di intelligenza artificiale falliscono il loro compito se
applicati al di fuori del contesto per cui sono stati creati.
Infatti,
le macchine che definiamo intelligenti mancano delle capacità di ragionamento
che gli umani usano quotidianamente.
L’obiettivo
ultimo sarebbe invece quello di riuscire a raggiungere quella che viene
definita “general AI”, che comprende tutte quelle tecnologie designate a
imitare e ricreare tutte le funzioni del cervello umano.
Tuttavia,
gli esperti affermano che l’umanità è lontana dal riuscire a replicare nelle
macchine il ragionamento umano nelle sue molteplici dimensioni in quanto le
inferenze che i sistemi richiedono per tale intelligenza non sono né
programmabili né realizzabili con la nostra attuale conoscenza sull’ “IA”.
Per
questo motivo, l’applicazione dell’intelligenza artificiale in guerra è molto
più cautelativa di quanto non si pensi.
Senza
dubbio, comandanti e generali delle forze armate di ultima generazione sono
consapevoli dei ben noti vantaggi che l’ “IA” apporta ai sistemi, come l’essere
dotati di tempi di reazione e abilità di precisione sovraumani andando oltre la
fatica, la confusione, il sonno, la fame e la sete, o il fatto che riducono il
carico di lavoro umano e minimizzano il rischio di perdite umane, garantendo
versatilità, resistenza, sopravvivenza, tenacia, soprattutto in quelle
operazioni che sono considerate pericolose e “scomode”.
Tuttavia,
non mancano limiti e complessità.
In primis, le macchine ragionano seguendo lo
schema “a un dato input corrisponde un dato output”:
non
riescono ancora a ragionare tenendo a mente la vasta gamma di situazioni
possibili e tutte le possibili sfumature della realtà del “warfare”.
Risulta
perciò impossibile addestrare un sistema guidato dall’ “IA “nel prevederle e
anticiparle tutte.
In
secondo luogo, l’esistenza stessa dell’incertezza e dell’imprevisto sono
concetti incomprensibili da parte dell’intelligenza artificiale.
Infine, la natura emozionale, caotica e
politica della guerra – che non si basa solo su ciò che è direttamente
osservabile – confondono il modo di ragionare dell’intelligenza artificiale
come la conosciamo oggi.
Per
riuscire a soddisfare le aspettative, l’intelligenza artificiale dovrebbe
riflettere fedelmente la percezione umana del conflitto, che è però in continua
evoluzione.
Come
viene applicata l’intelligenza artificiale nei conflitti?
A
livello militare, quando si parla degli usi dell’intelligenza artificiale si fa
quindi riferimento all’intelligenza artificiale ristretta, applicata ai
cosiddetti “Unmanned System “(letteralmente “sistemi senza uomo”), meglio
conosciuti con la denominazione di “droni”, ovvero tutti quei sistemi che
entrano in azione senza la presenza fisica dell’uomo.
Questo
tipo di applicazione dell’“IA” è però “limitato” a funzioni ausiliarie e di
supporto all’esercito.
Si
tratta di “sistemi di difesa”, solitamente antimissilistica (che non prevedono
alcuna azione di tipo offensivo) e di “droni”, velivoli e sistemi per
pattugliamento, ricognizione, sorveglianza e riconoscimento che aiutano e
accompagnano l’operatore nell’eseguire al meglio la missione, ma non vengono
mai “lasciati soli”, essendo sempre guidati o monitorati da remoto.
Ad
esempio, gli “Unmanned Ground Vehicle” (UGV) sono usati per le operazioni di
ricognizione, per definire gli obiettivi e regolare la potenza di fuoco;
possono
essere usati per trasportare i feriti o come bersaglio fittizio per
identificare le posizioni nemiche;
ancora, trovano applicazione per
l’individuazione di agenti chimici, biologici e nucleari così come per il
piazzamento o disinnesco di ordigni.
Esistono
anche gli “Unmanned Surface Vehicle” (USV) e gli “Unmanned Underwater Vehicle”
(UUV), piccole unità di superficie o sottomarine, solitamente pattugliatori
dotati di radar e sensori infrarossi, come lo “Spartan Scout” della marina
statunitense, e si occupano di sicurezza dei porti, sminamento marittimo e
pattugliamento costiero.
Un
altro ambito in cui l’intelligenza artificiale è ormai ampiamente applicata è
quello della difesa antimissilistica.
Particolare attenzione va posta sulla
cosiddetta” tecnica swarming “(dove “swarming” sta per “sciame”), in cui
diversi piccoli droni abbattono in volo i target designati.
Un
esempio è l’evoluzione e l’impiego del celebre “Iron Dome”, il sistema d’arma
mobile per la difesa antimissile progettato da Israele, in grado di
intercettare e distruggere interi “sciami” di razzi in volo.
Infine,
molti dei sistemi d’ “IA” vengono utilizzati nelle missioni cosiddette “ISTAR”
(Intelligence, Surveillance, Target Acquisition, and Reconnaissance), proprio
per il fatto che non prevedono il tipo di responsabilità che sarebbe invece
implicata in un attacco offensivo. Infatti, in generale, l’IA è adatta per
tutte quelle attività di intelligence di analisi dati e identificazione di
schemi e modelli, generalmente molto usate per rilevare attività terroristiche
grazie ad algoritmi di riconoscimento facciale e/o di predizione delle
emozioni. A fare da capolino tra le missioni” ISTAR”, c’è il “Progetto Maven”
del Dipartimento della Difesa americano, che mira a implementare l’IA a
tecniche per l’elaborazione dei big data per la messa a punto di sistemi con i
quali analizzare i dati video acquisiti dai droni.
Se i “sistemi
unmanned” sono quei sistemi che prevedono sempre un’esecuzione da remoto da
parte di esseri umani, accanto a questi esiste un tipo particolare di sistemi
totalmente autonomi:
i “Lethal
Autonomous Weapon System” (LAWS), letteralmente “i sistemi d’arma letali autonomi”.
Secondo
una direttiva del Dipartimento della Difesa statunitense, i sistemi d’arma
autonomi sono sistemi d’arma che possono selezionare e abbattere bersagli senza
ulteriori interventi da parte dell’operatore umano.
Attualmente,
però, questi sono sistemi ancora nelle prime fasi di sperimentazione ed è in
corso un acceso dibattito in sede ONU per trovarne una regolamentazione che
metta d’accordo tutta la Comunità Internazionale, per ora orientata verso una
direttiva che preveda la limitazione dell’autonomia nelle fasi di ingaggio e
abbattimento del target e una costante e stretta collaborazione tra uomo e
macchina.
I
limiti dell’intelligenza artificiale.
È bene
precisare che l’applicazione dell’intelligenza artificiale non è del tutto
vana, anzi, i diversi sistemi d’IA sono utilissimi in numerose operazioni
militari.
Tuttavia,
a meno che non si raggiunga la “general AI”, quelli guidati dall’intelligenza
artificiale saranno sempre sistemi ausiliari che supportano l’elaborato umano
senza mai prendere il sopravvento.
Questo perché applicare sistemi totalmente
autonomi significherebbe, tra le altre cose, inserire le macchine nel processo
decisionale, per la cui attuazione non hanno le capacità cognitive sufficienti.
Infatti, la mente umana prende decisioni attraverso un
ragionamento astratto estremamente complesso, che non nasce da meri calcoli
probabilistici:
subentrano
esperienza, etica, buon senso, istinto ed emozioni assenti e non progettabili
nei robot.
Un
altro dei limiti chiave all’applicazione di sistemi totalmente autonomi è il
carattere stesso dei conflitti, di per sé non lineare, complesso, in continua
evoluzione e caotico, ovvero un ambiente in cui l’intelligenza artificiale non
riesce a giostrarsi, essendo basata su concetti opposti di linearità, staticità
e ordine.
Inoltre,
i dati, cuore pulsante delle macchine intelligenti, sono un’arma a doppio
taglio a causa della loro vulnerabilità, mole e complessità: un’intelligenza artificiale, infatti,
opera perfettamente solo quando le sono forniti dati perfetti, ma tale livello
di perfezione è per natura irraggiungibile.
I dati possono così presentare” bias”, non
essere sufficienti o essere scorretti, se non manomessi.
Infine, sono numerose le complessità tecniche
intrinseche dei sistemi guidati dall’intelligenza artificiale:
dalle
interferenze di segnale alle difficoltà operative in ambienti ostili (come
quelli urbani e sottomarini).
Se poi
qualcosa va storto nell’applicazione di tali sistemi, non si hanno ancora le
idee chiare su chi sia da considerarsi responsabile.
In
conclusione, possiamo affermare che, contrariamente alle preoccupazioni
dell’opinione pubblica e al clamore mediatico, a meno che le capacità
dell’intelligenza artificiale non raggiungano veramente livelli
fantascientifici, l’avvento di un’intelligenza artificiale autonoma in campo
strategico-militare, soprattutto nelle guerre interstatali, risulta
verosimilmente improbabile.
Ciò a cui si assisterà sarà invece una sempre maggiore
collaborazione tra uomo e macchina in missioni in cui entrambi intervengono
compensando le mancanze reciproche.
“IA” e
nuovo ordine mondiale.
Il
punto su economia e guerra.
Formiche.net
- Giancarlo Elia Valori – (24/07/2023) – ci dice:
Oltre
alla questione economica, l’intelligenza artificiale cambierà militarmente
l’equilibrio di potere tra i Paesi.
I sostenitori dell’IA militare credono che
essa sovvertirà la forma e lo stile della guerra.
L’analisi
di Giancarlo Elia Valori.
Nel
luglio 2017, il “Belfort Center for Science and International Affairs “della “Harvard
Kennedy School” ha pubblicato il rapporto “Artificial Intelligence and National
Security”, sostenendo che in futuro l’intelligenza artificiale potrebbe
diventare un mezzo di trasformazione paragonabile ad armi nucleari, aerei,
computer e tecnologia di sicurezza biotecnologica.
Pertanto,
è ragionevole includere l’intelligenza artificiale nelle discussioni che
possono influenzare le relazioni internazionali.
L’ordine
internazionale contiene due aspetti di base, uno è la struttura del potere e il
confronto di forza dei principali Paesi e gruppi di Stati, e l’altro sono le
norme che dovrebbero essere seguite nella gestione delle relazioni tra i Paesi
medesimi.
L’ordine
internazionale è uno stato di fatto in cui i Paesi del sistema globale
dovrebbero adottare metodi non violenti per risolvere i conflitti in conformità
con le norme internazionali;
e i
suoi elementi costitutivi sono lo “jus gentium”, le norme e i regolamenti
condivisi e le istituzioni preposte.
I
cambiamenti in questo sistema sono essenzialmente causati da mutamenti nella
struttura internazionale, ma la struttura non è un elemento costitutivo
dell’ordine internazionale;
per cui se si vuole cambiare il già menzionato fallace
sistema occorre stabilire un nuovo ordine internazionale, che non è altro che
la ridistribuzione del potere, ossia il contenuto centrale del riassetto delle
istituzioni internazionali.
L’intelligenza
artificiale può avere un impatto sulle norme internazionali esistenti e dare
vita ad un nuovo “jus gentium” modificando l’equilibrio di potere e le
relazioni reciproche degli attori internazionali, influenzando così i
cambiamenti.
Prima
di tutto, l’intelligenza artificiale influenzerà economicamente l’equilibrio di
potere tra i Paesi e innescherà persino un nuovo ciclo di influenza e
cogestione da parte delle grandi potenze.
Ne il
“The Rise and Fall of Great Powers. Economic Change and Military Conflict from
1500 to 2000”, “Paul Kennedy” già nel 1989 sosteneva che nel lungo periodo
esiste un ovvio legame tra l’ascesa e la caduta economica di ogni grande
potenza mondiale.
Nel
giugno 2017, “Pricewaterhouse Coopers” ha pubblicato il “Seize the
Opportunity”, 2017 Summer Davos Forum Report” prevedendo che entro il 2030 il
contributo dell’intelligenza artificiale all’economia mondiale raggiungerà i
15,7 trilioni di dollari statunitensi e che la Repubblica Popolare della Cina e
il Nord America dovrebbero diventare i maggiori beneficiari, per un totale pari
a 10,7 trilioni di dollari statunitensi.
Nel
settembre 2018, il” rapporto Frontier Notes”:
“Using
Models to Analyze the Impact of Artificial Intelligence on the World Economy”
pubblicato dal” McKinsey Global Institute” ritiene che l’intelligenza
artificiale migliorerà in modo significativo la produttività globale
complessiva.
Escludendo
l’impatto della concorrenza e dei fattori di costo della trasformazione, entro
il 2030 l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire con altri 13 trilioni
di dollari alla crescita del Pil globale, con una crescita media annua dello
stesso di circa l’1,2%.
Questo
è paragonabile o maggiore dell’impatto trasformativo di molte altre tecnologie
di genere nella storia, come il motore a vapore nel sec. XIX secolo, la
produzione industriale nel sec. XX e la tecnologia dell’informazione nel secolo
attuale.
Il
rapporto ha anche sottolineato che i Paesi e le regioni (principalmente le
economie sviluppate) che occupano posizioni di primo piano nell’intelligenza
artificiale possono raggiungere una crescita economica dal 20% al 25% sulla
base attuale, mentre le economie emergenti possono avere solo la metà di questo
rapporto.
Il
divario dell’intelligenza artificiale può portare all’ulteriore approfondimento
del divario digitale.
L’intelligenza
artificiale può cambiare la catena industriale globale.
La
nuova industrializzazione rappresentata dai robot industriali e dalla
produzione intelligente attirerà l’industria manifatturiera a ritornare alle
economie sviluppate, e avrà un impatto sulla deindustrializzazione di molti
Paesi in via di sviluppo prima del previsto, per cui le opportunità
resterebbero bloccate nel Paese che fornisce “solo” la risorsa o materia prima.
Lo
sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale richiedono molti fondi,
alto contenuto tecnologico e possono condurre a cambiamenti nella struttura
occupazionale, facendo gradualmente scomparire posti di lavoro altamente ripetitivi e a
bassa tecnologia.
Inoltre,
in un altro rapporto McKinsey del 2017, basato su ricerche su 46 Paesi, è stato
previsto che entro il 2030 ben 800 milioni di persone in tutto il mondo
perderanno il lavoro e saranno sostituite da robot automatizzati.
Ci
sarà un massiccio spostamento di posti di lavoro in tutto il mondo simile a
quello visto all’inizio del sec. XX, quando la maggior parte dei posti di
lavoro nel mondo si spostò dall’agricoltura all’industria.
Allo stesso tempo, l’applicazione diffusa
della tecnologia dell’intelligenza artificiale aumenterà anche la domanda di
professionisti in questo settore.
Secondo
la ricerca, ci sono tre tipi di Paesi che hanno maggiori probabilità di
beneficiare dello sviluppo della tecnologia dell’intelligenza artificiale.
La
prima categoria è costituita dai Paesi con vantaggi di prima grado
nell’intelligenza artificiale – quali gli Stati Uniti d’America e la Cina – e
sono tutti favoriti.
La
seconda categoria è rappresentata da Paesi ad alta intensità di capitale e
tecnologia con una popolazione ridotta o una tendenza al ribasso, come
Giappone, Corea del Sud e Singapore, che non solo hanno il capitale e le
condizioni tecniche per sviluppare l’intelligenza artificiale, ma possono anche
utilizzare lo sviluppo di intelligenza artificiale per compensare la mancanza
di popolazione totale o una tendenza al ribasso, come anche l’invecchiamento
della struttura della popolazione e altri svantaggi.
La
terza categoria comprende Paesi con più scienziati, matematici, ingegneri o Stati che
apprezzano l’istruzione professionale correlata a scienza, tecnologia,
ingegneria, matematica (Stem).
Oltre
alla questione economica, l’intelligenza artificiale cambierà militarmente
l’equilibrio di potere tra i Paesi.
I
sostenitori dell’IA militare credono che essa sovvertirà la forma e lo stile
della guerra.
La guerra meccanizzata utilizza materiali per rilasciare
energia, basandosi su petrolio e acciaio;
la
guerra informatizzata utilizza reti per raccogliere energia, basandosi su
informazioni e collegamenti.
Secondo
le aspettative attuali, una volta che la guerra entrerà nell’era dell’IA, sarà
un confronto di robot e automazione, controllati dall’IA predetta.
È
prevedibile che nelle condizioni dell’IA, elementi di guerra come combattenti,
concetti di lotta e meccanismi vincenti cambieranno del tutto.
In una guerra tradizionale, anche se c’è un
divario in termini di armi e livelli di addestramento tra le parti opposte, la
parte svantaggiata può comunque combattere con tempi e luoghi favorevoli,
strategie superiori e tattiche avanzate.
Ad esempio, durante le guerre in Iraq e in
Afghanistan, gli ordigni esplosivi improvvisati hanno fatto soffrire l’esercito
statunitense e quello sovietico prima nel secondo Paese.
Invece nelle condizioni della guerra
intelligente, l’apporto tecnologico di una parte attraverso l’IA formerà
rapidamente un vantaggio schiacciante sul campo di battaglia, rendendo
impossibile per la parte più debole formare un efficace ciclo di
osservazione-giudizio-decisione-azione, restando sempre in una situazione di
posizione passiva.
La”
Brookings Institution” ha avanzato il concetto di «hyperwar» nel rapporto “Artificial
Intelligence Changing the World”, ovvero la guerra è un processo di corsa
contro il tempo e di solito prevarrà la parte con il processo decisionale e
l’esecuzione più rapidi.
La
velocità decisionale del sistema di comando e controllo assistito dall’IA
supererà di gran lunga quella della modalità di guerra tradizionale – unita al
sistema d’arma automatico che può decidere autonomamente di lanciare armi
letali – e accelererà notevolmente il processo di guerra, in modo che sarà ed è
necessario coniare un nuovo termine «guerra a velocità estrema» per descrivere
tale modalità bellica.
Per
quanto riguarda quest’ultimo, l’articolo «What Happens When Your Bomb-Defusing
Robot Becomes a Weapon» (Quello che succede quando il tuo robot che disinnesca bombe
diventa esso stesso un’arma) pubblicato da “Caroline Lester “sul sito web «The Atlantic»
il 26 aprile 2018, ha utilizzato molte analisi per dimostrare che i robot
militari possono ridurre significativamente la minaccia delle bombe sui cigli
stradali e addio patrioti iracheni e afgani.
L’intelligenza
artificiale porterà anche a cambiamenti rivoluzionari nell’equipaggiamento
militare e il combattimento a grappolo di armi letali automatiche senza pilota,
potrebbe diventare il protagonista e il principale metodo di combattimento
delle guerre future.
Una
volta che il drone aereo, il sottomarino senza equipaggio, il robot di terra,
il carro armato privo di uomini, la guerra di logoramento e le tattiche marine
saranno perfezionale, renderanno complesse e costose le piattaforme d’arma su
larga scala come portaerei e aerei da combattimento, meno vantaggiosi dal punto
di vista del costo della guerra e dell’efficacia del combattimento.
È come
se un jet da combattimento F-35 con un costo singolo di centinaia di milioni di
dollari con un uomo a bordo che combatte contro un gruppo di droni armati di
basso prezzo, equivalga a sparare alle zanzare.
Ciò
che deve essere spiegato è che c’è ancora una grande incertezza sull’impatto
dell’IA sugli eserciti:
non si sa quanto e come questo impatto si
manifesterà.
Nella
discussione al convegno “Artificial Intelligence and Security”” del “VII World
Peace Forum dell’Università Tsinghua” nel luglio 2018, alcuni esperti hanno
sottolineato che sebbene le tendenze di sviluppo futuro dell’apprendimento
automatico dei robot industriali, della scienza dei materiali e di altre
tecnologie può essere generalmente studiato, tuttavia l’impatto specifico della
combinazione di queste tecnologie sulla guerra futura non può essere valutato
con precisione.
Nei
primi trent’anni del sec. XX, potenze militari europee come Germania, Gran
Bretagna, Unione Sovietica Francia e Italia svilupparono tutte tecnologie di
carri armati, aerei, missili e comunicazioni radio.
Tuttavia,
è stato solo dopo che la Germania ha effettuato il Blitzkrieg nella II Guerra
Mondiale che il mondo ha scoperto che queste nuove tecnologie nel loro insieme
potevano portare tali cambiamenti inimmaginabili alla guerra.
Ora,
indipendentemente dalla guerra algoritmica o da tattiche similari, il dibattito
acceso nel circolo strategico è ancora quello di analizzare l’impatto dell’IA
sulle operazioni di una singola tecnologia.
Senza
una comprensione olistica delle applicazioni militari della tecnologia IA, le
contromisure previste potrebbero diventare una nuova costosa e inutile linea
Maginot.
Come
l'Intelligenza artificiale
potrebbe sfuggire di mano e
causare
danni: dai sistemi di
sorveglianza
all'uso in guerra.
Corriere.it
– Velia Alvich – (13 – 2- 2024) – ci dice:
Ci
sono già esempi reali:
l'algoritmo
usato da una compagnia assicurativa sbagliava nove volte su dieci nel valutare
le necessità mediche dei pazienti, gli errori dell'IA potrebbero avere colpito
decine di migliaia di americani.
L'IA
come strumento.
L’intelligenza
artificiale è uno strumento.
E, come tutti gli strumenti, può essere usato
per fare del bene o del male.
Dipende
da come viene addestrata o come viene utilizzata.
Nella maggior parte dei casi, aiuta a
risolvere piccoli problemi della vita quotidiana (come per esempio assistere
gli universitari nello studio).
In
altri casi, l’uso che ne viene fatto è, nella migliore delle ipotesi,
discutibile.
Oppure,
semplicemente pericoloso.
Ma quali sono i punti potenzialmente critici
di questa tecnologia dalle enormi potenzialità trasformative per il mondo,
secondo gli osservatori e gli esperti del settore?
Si va
dall'impiego in contesti di guerra, agli errori (già avvenuti) nelle
assicurazioni sanitarie, dai pregiudizi che impattano sui sistemi di
riconoscimento del volto ai rischi per privacy e sicurezza informatica.
Affrontiamo questi temi punto per punto.(…)
I veri
pericoli dell’”IA” generativa.
Ansa.it
– (12 luglio 2023) – Redazione Ansa – Alessio Jacono – ci dice:
Dai
deepfake ai pregiudizi, dalla disinformazione al disimpegno democratico, Andrew
McIntyre (SOLARIS) spiega quali sono i problemi reali che questa tecnologia
porta in dote.
E cosa si sta facendo per risolverli.
L’intelligenza
artificiale è qui per aiutare l’umanità oppure per distruggerla?
Con il successo e la diffusione crescenti di
questa tecnologia, il dibattito sul suo utilizzo sembra sempre più polarizzato
tra pro e contro, tra entusiasti e catastrofici.
Ma la
questione è davvero così semplice?
«Contrariamente agli avvertimenti apocalittici
dei magnati della tecnologia, l'IA non è un nemico fantascientifico che vuole
distruggere il suo creatore - spiega “Andrew McIntyre” ricercatore
post-dottorato presso l'“Università di Amsterdam” (UvA) e membro del “Progetto
SOLARIS” –
Piuttosto,
l'IA riflette e amplifica lo stato di fragilità della nostra società e queste
paure esagerate non fanno altro che distrarre dai problemi reali e complessi
che la tecnologia pone:
dai pregiudizi alla discriminazione, dalla
disinformazione al disimpegno democratico».
“SOLARIS”
è un progetto di ricerca europeo, di cui fa parte anche “ANSA”, che nei
prossimi tre anni punta e definire metodi e strategie per gestire i rischi, le
minacce ma anche le opportunità che le intelligenze artificiali generative
portano alla democrazia, all'impegno politico e alla cittadinanza digitale.
Come
ricercatore, “McIntyre “studia l’impatto culturale dell'arte e dei media
generati dall'intelligenza artificiale;
nell’ambito
specifico di “SOLARIS”, dove lavora a fianco di “Federica Russo”, la sua
ricerca si concentra sulle sfide e le opportunità democratiche che i media
generati dall' “IA” possono presentare, in particolare i “deep fakes”.
«L'intelligenza
artificiale non è un semplice problema tecnologico - spiega - ma piuttosto un
problema sociale ricco di sfumature e per risolverlo abbiamo bisogno di un
dibattito e di una discussione pubblica più articolati.
Tra i
tanti progetti di ricerca,” Solaris” sta cercando di contribuire a questa
discussione sviluppando una comprensione più dettagliata dell' “IA generativa”
che comprenda i vari fattori sociali, culturali e politici in gioco».
Il
progetto durerà tre anni ed è appena iniziato: su cosa vi state concentrando in
questa fase?
Poiché
Solaris è ancora agli inizi, stiamo lavorando per comprendere i fattori che
possono influenzare le modalità di produzione, circolazione e ricezione dei”
deep fakes”.
Si
tratta di una serie di fattori eterogenei, tra cui le qualità tecniche, i
quadri giuridici e le influenze sociali, politiche e psicologiche.
All'
“UvA” stiamo lavorando per riunire tutti questi diversi fattori in un nuovo
approccio di sistema, in modo da poter capire esattamente perché le persone
sono più o meno propense a fidarsi di un “deepfake”.
Spesso
si parte dal presupposto che se un “deepfake” è tecnicamente abbastanza
accurato, sarà facile ingannare le persone.
Tuttavia, stiamo scoprendo che ci sono molti
fattori diversi in gioco nell'ambiente sociale di una persona, tra cui le sue
convinzioni personali o politiche, l'uso dei social media e la cultura in cui
vive.
Ha un
esempio?
Ciò
che mi interessa particolarmente è il ruolo delle narrazioni mediatiche in
generale.
Per
esempio, dato ciò che ho letto e visto dell'attore “Tom Cruise” nei media, è
probabile che io creda che un “deepfake” che lo mostra mentre balla su “TikTok “sia
reale.
Tuttavia,
è improbabile che creda a un analogo “deepfake” di “Vladimir Putin” che balla,
sulla base di ciò che conosco dell'uomo, indipendentemente da quanto possa
apparire accurato o convincente.
Si
tratta di un aspetto difficile da discutere, per non dire da quantificare e
misurare, così come molti altri fattori sociali che stiamo analizzando.
Una
volta identificati i fattori in gioco, dobbiamo trovare un modo per testarli e
analizzarli per capire quali sono importanti e da lì possiamo iniziare a
formulare raccomandazioni d'impatto.
Ma
questo è molto più avanti.
È
vero, come affermano alcuni magnati della tecnologia, che l'IA è una minaccia e
un pericolo per l'esistenza umana?
L'IA
presenta innegabili pericoli e certamente è necessaria una maggiore
regolamentazione e cooperazione tra i governi per garantire la sicurezza.
Tuttavia,
molti di questi pericoli derivano dall'eccessivo affidarsi all'IA, dal suo uso
inappropriato e dalla sopravvalutazione delle sue capacità. In breve, derivano
dal fraintendimento di ciò che l'IA è davvero.
Purtroppo,
la narrazione popolare che molti esponenti dell'industria tecnologica, dei
media e della politica stanno portando avanti in questo momento sembrerebbe
travisare l'IA come una sorta di “villain cinematografico” in stile “Skynet”
che un giorno sfuggirà di mano, si ribellerà ai suoi padroni e distruggerà
l'umanità.
È una
bella storia semplice che unisce tutta l'umanità contro un male comune, ma
appartiene alle pagine della fantascienza piuttosto che alla realtà.
Questa
concezione comune dell'IA è completamente diversa dalle diverse tecnologie del
mondo reale denominate "IA" che utilizziamo ogni giorno e che hanno
un impatto negativo sulla vita delle persone, in particolare di quelle più
vulnerabili e sottorappresentate nella società.
Di
quali impatti negativi stiamo parlando?
Sebbene
questi avvertimenti apocalittici possano avere buone intenzioni, essi
generalizzano eccessivamente i problemi dell'IA come una minaccia esistenziale
ed esclusivamente tecnologica per tutta l'umanità e, così facendo, mettono in
ombra le ingiustizie sociali più complesse e specifiche che le tecnologie
dell'IA esacerbano, come la sorveglianza, la discriminazione e la
manipolazione.
Le risorse per la ricerca e la politica sono
limitate e quindi, concentrandosi sulla minaccia esistenziale dell'IA, molti di
questi problemi immediati vengono messi da parte. Inoltre, questa narrazione
apocalittica rischia anche di ispirare paura nel pubblico e una riluttanza ad
accettare gli usi positivi delle tecnologie dell'IA.
Nel
corso degli anni, sono stati lanciati molti appelli per affrontare questi
problemi da parte di” eminenti eticisti dell'IA” come “Timnit Gebru”, “Emily
Bender” e “Meredith Whittaker”, ma troppo spesso questi appelli sono stati
ignorati a favore della narrazione della minaccia esistenziale.
Quindi
sì, l'IA potrebbe essere una minaccia, ma in un modo molto diverso da quello
che potremmo pensare.
E l'unico modo per garantire che non sia una
minaccia per gli esseri umani è avere una discussione pubblica più equilibrata
e articolata. Purtroppo, questi appelli dei magnati della tecnologia e di altri stanno
rendendo tutto ciò molto più difficile.
Quali
sono i problemi reali e immediati che le tecnologie AI stanno ponendo?
Potrebbe
fornire alcuni esempi?
Con “Solaris”
crediamo che l'impatto dell'“IA generativa” sulla democrazia sia un problema
reale e immediato.
Non
nel senso che qualche IA dominatrice sorgerà per opprimere l'umanità, ma
piuttosto perché le attuali tecnologie dell'IA stanno contribuendo a una
graduale erosione dei valori e delle istituzioni democratiche.
Naturalmente, questa erosione non è
direttamente osservabile, ma è il risultato di una serie di altri problemi.
Il
principale è il fatto, ben documentato, che molte tecnologie di IA perpetuano e
amplificano pregiudizi e discriminazioni.
Ad esempio, i programmi di riconoscimento facciale
sono diventati famosi per aver identificato erroneamente uomini di colore come
criminali, mentre programmi linguistici come” ChatGPT “continuano a mostrare
pregiudizi espliciti e impliciti nei loro risultati, nonostante le protezioni e
i filtri.
I pregiudizi e le discriminazioni sono un
problema immediato e incredibilmente dannoso per gli individui e le comunità, e
contribuiscono ulteriormente all'erosione della democrazia diffondendo falsità
divisive e scoraggiando i membri delle comunità sottorappresentate dal
partecipare alla politica.
E poi
c'è la disinformazione...
Oltre
ai pregiudizi, l'IA generativa può anche esacerbare i problemi di
disinformazione.
Probabilmente
tutti abbiamo visto dei “deepfakes online”, come “Putin£ che apparentemente
annunciava l'evacuazione delle regioni russe confinanti con l'Ucraina o “Volodymyr
Zelenskyy” che annunciava la resa delle forze ucraine, ma questi casi di alto
profilo sono spesso facilmente sfatati.
Tuttavia,
man mano che questa tecnologia diventa più accessibile, potrebbero esserci più
disinformazioni su scala minore che passano inosservate, come le interferenze
nelle elezioni locali.
Inoltre, con la crescente sofisticazione dei modelli
linguistici come “ChatGPT”, Internet potrebbe essere inondato di articoli di
notizie artificiali, fotografie e documenti accademici che sostengono concetti
falsi e promuovono narrazioni politiche estremiste.
Ancora
più preoccupante, tuttavia, è il clima di incertezza in cui viviamo. L'arrivo dei media generati
dall'intelligenza artificiale sta rendendo più difficile per la persona media
decidere cosa è reale e sta incoraggiando le persone a mettere in discussione
fonti di informazione e istituzioni precedentemente fidate, con conseguenze
potenzialmente disastrose.
Questo è già successo nel 2018 quando, dopo una
prolungata assenza dalla vita pubblica, il presidente gabonese “Ali Bongo
Ondimba” ha pubblicato un discorso video che molti sospettavano essere un “deepfake”
per nascondere la salute o la morte del presidente.
Citando
questo come prova dell'inganno, l'esercito gabonese ha lanciato un fallito
colpo di stato contro il governo.
Tuttavia,
incidenti violenti come questo sono un caso estremo.
È più
probabile che si tratti di un lento declino della partecipazione democratica,
poiché i cittadini iniziano a sentirsi incapaci di credere ai propri occhi e di
prendere decisioni politiche, diventando più suscettibili all'influenza di
figure autoritarie e populiste.
In che
modo il” progetto Solaris” affronterà questi problemi e come contribuirà a
risolverli?
Qual è
la vostra tabella di marcia in questo primo anno?
Come
già detto, l'impatto democratico dell'IA generativa è un problema molto ampio e
complesso, che in realtà si compone di vari problemi distinti.
Per iniziare ad affrontare la questione,
dobbiamo capire perché le persone si fidano o meno dei” deepfakes” e quali sono
i fattori importanti in gioco nella loro produzione, circolazione e ricezione.
Una
volta compreso questo, potremo iniziare a sperimentare e a conoscere più nel
dettaglio questi diversi fattori e sviluppare innovazioni normative per
mitigare i rischi politici e promuovere la democrazia digitale.
In
questo primo anno, ci siamo concentrati sull'apprendimento di ciò che possiamo
sull'IA generativa e sulla diffusione dei media generati dall'IA online, mentre
altri colleghi stanno lavorando alla modellazione tecnica per i nostri
esperimenti del prossimo anno.
Nel frattempo, osserviamo gli sviluppi, poiché
la discussione sull'IA si sta muovendo rapidamente e chissà dove sarà il
dibattito tra qualche mese.
L’”AI
Act” è quasi pronto: come pensa che influirà sul mercato dell'IA? Avrà un
impatto sul progetto Solaris? Se sì, come?
Su
come influirà sul mercato dell'IA:
non ne sono del tutto sicuro, ma credo che
qualsiasi nuova normativa che affronti in modo specifico le problematiche
uniche delle tecnologie di IA sia positiva.
Potrebbe rendere le cose più difficili per le
aziende nel breve periodo ma, in ultima analisi, credo che una regolamentazione
più severa aiuterà a combattere i rischi che ho menzionato e incoraggerà anche
le persone a credere che questa tecnologia possa essere gestita e utilizzata in
modo appropriato per il bene.
Per
quanto riguarda l'impatto di Solaris, siamo molto ansiosi di scoprirlo nei
prossimi mesi, poiché la regolamentazione è il modo migliore per iniziare ad
affrontare questi ampi problemi sociali.
Oltre alla nostra ricerca, stiamo iniziando a
contattare altre organizzazioni all'interno dell'UE per vedere come la nostra
ricerca possa allinearsi con l'“AI Act” e i suoi obiettivi, e anche come le
nostre future innovazioni normative possano svilupparsi su di esso.
LA
BATTAGLIA DI CONFEDILIZIA
SULLA
DIRETTIVA UE “CASE GREEN”
Opinioni.it – Redazione – (20 marzo 2024) –
ci dice:
La
battaglia di Confedilizia sulla direttiva Ue “case green”.
“Giorgio
Spaziani Testa”, presidente della Confedilizia, intervenendo a Treviso al
convegno” Locazione e fiscalità”, organizzato dalla locale associazione
territoriale della “Confederazione della proprietà edilizia “ha lanciato un
appello sulla “direttiva Ue case green”.
“Oggi
in molti hanno scoperto la “direttiva Ue case green”, contro la quale la
Confedilizia si è battuta fin dal 2021.
La
battaglia ha portato i frutti che ha potuto portare, visti gli equilibri
esistenti in sede europea.
Frutti
tutt’altro che disprezzabili, ma evidentemente lontani dall’ideale. Ora bisogna
puntare a modificare quegli equilibri, per cambiare la direttiva case green ma
– più ampiamente – per portare l’Unione europea a non essere più il tempio del
dirigismo e a trasformarsi in qualcosa di molto diverso.
Con la
speranza (o forse l’illusione) di non dover più leggere regolamentazioni di 200
pagine come quella in questione.
All’interno delle quali – oltre a quanto già
noto – si possono trovare anche chicche come l’invito ai governi ad applicare
una sorta di equo canone per impedire che i costi degli interventi da
effettuarsi sugli immobili locati ricadano sugli inquilini (inviti che non
basta ignorare, come andrà fatto, ma che bisogna impedire di far scrivere in
futuro)”.
“Spaziani
Testa”, ospite della trasmissione di “Cusano Italia Tv,” condotta da “Stefano
Bandecchi, L’imprenditore e gli altri”, sul tema delle case green ribadisce:
“Questo
provvedimento lo abbiamo combattuto fin dall’inizio, e mi riferisco non
all’ultimo anno ma ad almeno due anni e mezzo. Non perché antiambientalisti,
negazionisti, o perché vogliamo evitare solo gli obblighi per i proprietari, ma
perché se si vuole raggiungere un obiettivo di miglioramento dell’ambiente
quello del 2050 mi sembra fuori dal mondo.
Se si vogliono raggiungere quegli obiettivi,
gli stati nazionali e il sovrastato europeo non devono imporre obblighi”.
Nello
specifico, il presidente di Confedilizia osserva:
“A
meno che non lo si faccia per gli edifici nuovi, si deve incentivare, aiutare,
spingere, anche nello stesso interesse di chi tanto si batte per il green, cioè
per l’ambiente.
Poi
andrebbero fatte delle distinzioni, perché si può essere ambientalisti senza
essere estremisti.
Questa
direttiva è stata cambiata molto nel corso di questi anni, soprattutto grazie a
i tre partiti di maggioranza in Italia:
Forza
Italia, Fratelli d’Italia e Lega”.
Alla
domanda in merito alla possibilità di vedersi aumentare il valore catastale e
di conseguenza un aumento anche delle tasse, “Spaziani Testa” indica:
“Ne sono certo. Il punto è chi riuscirà a pagare
questi interventi?
Perché
le risorse pubbliche nazionali non ci sono, quelle europee nemmeno, non è stato
previsto alcun fondo specifico”.
A seguire, sulle Europee, evidenzia:
“Queste
sono le elezioni nelle quali bisogna veramente battersi, non solo su questa
direttiva, ma su “tutto il Green deal europeo” e su altri temi.
Spero che venga modificato nella prossima
legislatura”.
In ultimo, circa l’assenza di una legge per la
messa in sicurezza antisisma di tutti i palazzi, “Spaziani Testa” ammette:
“Anche lì, non bisogna agire con gli obblighi
ma ci vogliono forti incentivi.
L’urgenza in Italia non è quella del
miglioramento energetico ma quella del miglioramento sismico, ma ai paesi del
nord Europa questo non interessa”.
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