Oggi il Potere e il Denaro sono lo scopo della vita?

 

Oggi il Potere e il Denaro sono lo scopo della vita?

 

 

Il valore della vita non

è il denaro né il potere.

  Numeripari.org – (6 APRILE 2023) – Redazione – ci dice:

 

Negli ultimi trent’anni, il denaro (la finanza) e il potere (la guerra) hanno accresciuto il loro dominio sulla vita, grazie anche alle innovazioni tecnologiche basate sulle nuove biotecnologie e sull’intelligenza artificiale in un contesto dominato dall’economia di mercato.

Gradualmente, tutti i beni pubblici comuni essenziali per la vita sono stati mercificati, monetizzati, privatizzati e svenduti alla finanza privata.

Tra questi, l’acqua e, in generale, la natura, trattata come “capitale naturale”.

 Inoltre, i crescenti conflitti tra gli Stati più potenti del mondo per l’appropriazione privata della terra, dell’acqua, dell’aria, delle sementi e della conoscenza (in particolare attraverso i brevetti) hanno nuovamente innescato la logica della guerra mondiale, compresa quella in corso da un anno in Ucraina, che rischia di incendiare il pianeta. 

Siamo in una nuova fase bellica dei rapporti tra i Paesi più potenti.

A pagarne le conseguenze saranno le popolazioni più povere del mondo con sacrifici umani, devastazioni della natura e danni materiali intollerabili.

Oggi il mondo mostra due facce feroci:

da un lato la violenza della finanza e dall’altro la violenza della guerra.

È necessario agire per far cessare ogni forma di violenza.

È in questo contesto che si inscrivono la necessità e l’urgenza di una mobilitazione civile nel campo della finanza, contro gli attori finanziari privati globali che negli ultimi due anni hanno messo in atto un vero e proprio furto della natura, della vita.

Il furto della natura da parte della finanza.

Nel dicembre 2021, l’“associazione Agora des Habitants de la Terre” ha lanciato su “change.org” la campagna “Liberiamo l’acqua dalla borsa” contro la collocazione dell’acqua in borsa il 7 dicembre 2020 da parte del “Chicago Mercantile Exchange”, la più grande società di trading di materie prime del mondo.

 In Italia e in Francia abbiamo raccolto 120.209 firme, un record per una petizione a favore dell’acqua, un diritto universale e un bene pubblico globale!

Ebbene, i gruppi sociali dominanti, non solo in Italia e in Francia, con il sostegno delle autorità pubbliche, non hanno prestato alcuna attenzione all’opinione dei cittadini attivi.

Anzi, la situazione è peggiorata.

Dopo “Chicago”, la “Borsa di New York”, la più grande del mondo, ha deciso di creare una nuova classe di attività finanziarie, i “Capitali Naturali”, e una nuova categoria di società quotate, le “Natural Capitals Corporations” (NAC).

Inoltre, in nome della difesa della natura e dello sviluppo sostenibile (!?) ha proposto che il 30% del mondo naturale sia affidato alla gestione di queste società, cioè allo stesso sistema produttivo e finanziario che è noto essere il principale responsabile dell’attuale disastro della natura!

Purtroppo la storia non è finita.

 Nel dicembre 2022, dopo solo un anno, il documento finale della “COP15-Biodiversità” dell’ONU, adottato da più di 190 Stati, ha approvato il principio di considerare la natura come un insieme di “capitali naturali” a cui deve essere dato un prezzo di mercato (monetizzazione della natura) e il cui valore economico deve essere integrato nei calcoli di gestione economica e di impatto ambientale, in tutte le aree e a tutti i livelli territoriali.

E questo, in una logica di ottimizzazione della gestione globale e locale dei capitali (natura compresa!) nell’interesse dei loro detentori più ricchi e potenti.

 La “COP15-Biodiversità” ha inoltre confermato il proprio sostegno all’affidamento del 30% del mondo naturale alla gestione secondo gli attuali canoni dell’economia e della finanza, approvando una serie di misure che sanciscono la finanziarizzazione della natura.

Il principio del 30% non è in discussione.

La parte del mondo naturale da proteggere, anche per il restauro, avrebbe dovuto essere aumentata al 50%.

Ciò che è in discussione è che la “COP15,” senza dire, ovviamente, che la protezione dovrebbe essere affidata alle “Natural Assets Corporations”, come richiesto dalla Borsa di New York, ha fatto chiaro riferimento, per quanto riguarda la gestione, a principi e misure da promuovere che sono specifici dell’attuale funzionamento dell’economia di mercato e della finanza globale.

 Né ha affermato che gli Stati, le autorità pubbliche, devono tornare a essere direttamente responsabili della salvaguardia e della cura della natura, e che devono dare l’esempio rispettando le proprie Costituzioni e i Trattati internazionali, ponendo fine a pratiche lassiste molto dannose per la salute della vita del nostro Pianeta e dei suoi abitanti.

Un esempio importante è la devastazione del suolo, scarsamente protetto e devastato ovunque.

La “COP15” ha compiuto un furto “esistenziale” della natura, una vera e propria inversione di senso e di valori.

Finora la natura è sempre stata pensata e vissuta come fondamento e cornice di riferimento della vita sulla Terra, Madre Natura!

 Attraverso la sua finanziarizzazione, la natura viene ridotta a una categoria del sistema economico, il capitale naturale, e il suo valore sarà determinato essenzialmente dal suo valore di scambio sui mercati come “asset” finanziario.

Dare alla natura un prezzo monetario, stabilito dai mercati finanziari, è privo di senso.

 Gli ecosistemi e i loro frutti sono beni in sé e per la rigenerazione della vita.

 

L’obiettivo della petizione è quello di:

chiedere alle forze sociali e politiche più attive a favore della realizzazione concreta dei diritti universali alla vita e dei diritti della natura, di mobilitarsi per chiedere alle autorità pubbliche nazionali e internazionali di liberare la  natura, Madre Terra, dalla sottomissione alle logiche e agli interessi della finanza globale e di riconoscere che il valore della vita non si misura in denaro.

A questo scopo, vi chiediamo di sostenere le seguenti proposte:

Le decisioni delle Borse sulla natura sono inaccettabili.

Le autorità pubbliche italiane (parlamento e governo) devono affermare di considerare illegali, in quanto contrarie al diritto alla vita dei cittadini e all’art.9 riformato della  Costituzione – “La Repubblica….Tutela  l’ambiente , la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni” -, le decisioni prese dalla Borsa di Chicago (gestita da una multinazionale finanziaria privata americana e principale proprietaria della Borsa di Milano) in merito alla quotazione dell’acqua in Borsa, e dalla Borsa di New York (anch’essa gestita da una multinazionale finanziaria privata americana) in merito alla finanziarizzazione della natura, degli ecosistemi e dei servizi ecosistemici.

I diritti della Madre Terra non sono in vendita.

Le autorità pubbliche italiane, e attraverso di esse le autorità pubbliche europee, dichiarano insostenibili e inaccettabili le disposizioni approvate dalla COP15-Biodiversità (dicembre 2022) (obiettivi 2 e 3, 14 e 15, e soprattutto 19.) che hanno convalidato l’adozione di misure di aperto sostegno alla finanziarizzazione della natura.

Allo stesso tempo, queste autorità pubbliche devono promuovere l’adozione di nuove leggi e misure coerenti e innovative a favore del riconoscimento dei diritti della natura.

È tempo di adottare una Carta europea dei diritti della natura e una Convenzione mondiale sui diritti della natura, attualmente completamente assenti dall’agenda europea e mondiale.

Una Carta globale dei beni comuni pubblici mondiali.

Riportare al centro della convivenza umana, buona, giusta e pacifica, dal locale al globale, i beni comuni pubblici globali essenziali per la vita a cui tutti hanno incondizionatamente diritto.

 I responsabili della “res pubblica globale” devono, sulla base di un’effettiva partecipazione dei cittadini, promuovere l’elaborazione e l’adozione di una “Carta globale dei beni comuni pubblici mondiali prima che la guerra globale in corso spazzi via tutto.

(La petizione è un’iniziativa della Coalizione ACT (Agorà degli Abitanti della Terra, Casa Comune /Gruppo Abele, Transform! Italia- Europe), con il sostegno del Partito della Rifondazione Comunista ed Unione Popolare.)

 

Strapotere Commissione

Europea e Finte Democrazie

Occidentali.

Conoscenzealconfine.it – (10 Marzo 2024) - Alessia C. F. (ALKA) – ci dice:

 

Questi sono numeri che i governi occidentali possono solo sognare. Il 75% dei russi ritiene che la Russia stia andando nella giusta direzione, l’86% dei russi è soddisfatto del lavoro del presidente Putin e il 73% è soddisfatto del lavoro del governo.

Nelle democrazie occidentali la maggioranza delle persone raramente è soddisfatta dei propri governi e delle proprie politiche.

In Occidente spesso le persone non sono soddisfatte dell’operato del proprio governo, ma comunque il governo non cambia rotta.

Una “democrazia” occidentale che non ha nessuna possibilità di cambiare il corso politico e attuare le politiche desiderate dal popolo.

Democrazie occidentali che accusano gli altri di vivere in dittatura. Media occidentali che parlano di “elezioni farsa” e suggeriscono che le elezioni in Russia non sono libere o democratiche e che le elezioni in Russia sono fraudolente.

Interessante è il paragone con la Germania, perché attualmente il 63% dei tedeschi ritiene che il proprio Paese si stia muovendo nella direzione sbagliata.

Questa sembra essere una caratteristica delle autoproclamate democrazie occidentali, perché nel presunto paradiso della democrazia, gli Stati Uniti, il 72% delle persone vede il proprio Paese sulla strada sbagliata.

In Polonia, anch’essa una presunta democrazia, l’84% delle persone vede il proprio Paese sulla strada sbagliata.

Una Perdita di Controllo democratico è Inevitabile.

Dopo aver centralizzato l’approvvigionamento dei vaccini anti-Covid, la Commissione europea vuole ora ripetere questo “progetto” e centralizzare gli appalti della difesa dell’“UE”.

 

Ora la Commissione europea ha annunciato che questo concetto “di successo” vuole essere trasferito all’industria della difesa.

Naturalmente, la Commissione Europea lo descrive ancora una volta con belle parole:

 “La strategia europea per l’”industria della difesa” (EDIS) definisce una visione chiara e a lungo termine per la futura preparazione dell’industria della difesa nell’Unione europea.

Per aumentare la preparazione industriale della difesa in Europa, gli Stati membri devono investire di più, meglio, insieme e in Europa.

 Per sostenere gli Stati membri nel raggiungimento di questi obiettivi, una serie di misure vengono presentate come parte della strategia europea per il settore industriale della difesa”.

La Commissione UE giustifica questa presa di potere anche in un altro settore importante, che non è previsto dai trattati UE, con un nemico comune e un presunto pericolo.

Il nemico di oggi è la Russia.

 

Nella prima fase l’UE vuole raccogliere 1,5 miliardi di euro, ma secondo il” portale Lost in Europe”, la somma potrebbe arrivare a 100 miliardi di euro.

 L’UE vuole ancora una volta ordinare a livello centrale, mentre il conto viene pagato dagli Stati membri.

 Il controllo parlamentare è nuovamente indebolito.

 

A proposito, la base giuridica del piano UE è discutibile.

 Secondo l’Articolo 41.2 del Trattato UE, il bilancio dell’UE non può essere utilizzato per la difesa o gli armamenti.

Tuttavia, questo è esattamente ciò che la Commissione sta pianificando. Si riferisce a quattro diversi articoli del trattato che intendono sostenere tre diversi “pilastri” – una costruzione estremamente traballante. L’armamento non è nemmeno menzionato in nessuno di questi testi legali…

Gli armamenti e le munizioni dovrebbero essere prodotti sempre di più nell’UE.

 La Commissione Europea vuole cambiare la situazione e punta sulla produzione di armi “made in EU”.

Entro il 2030, almeno il 50% delle attrezzature militari acquistate dai paesi dell’UE dovrebbe provenire dalla produzione europea.

Le misure prevedono anche una transizione verso una sorta di economia pianificata, perché la Commissione vuole poter costringere le aziende a produrre armamenti.

Vuole anche avere il diritto di intervenire direttamente nella produzione. A tal fine, dovrebbe essere nominato un commissario separato per il controllo della produzione di armi.

Attenzione perché la Commissione europea sta guadagnando sempre più poteri.

L’intenzione di trasformare gradualmente l’UE in una sorta di Stati Uniti d’Europa è evidente, sebbene questa struttura statale sia priva di qualsiasi controllo democratico.

I cittadini dell’UE eleggono i propri parlamenti nazionali, ma vengono gradualmente privati ​​dei loro poteri man mano che sempre più poteri vengono trasferiti a Bruxelles, ricordiamoci che a Bruxelles non esiste alcun controllo parlamentare.

Più Guerra, più Crisi, più Espansione del Potere “UE”.

Una spesa folle in armamenti, a cui corrisponde una enorme assunzione di debiti, che poi diventeranno debiti comuni degli Stati dell’UE.

 Tutto ciò avanza in pari alla censura.

Ora è in fase di creazione un’autorità di censura separata, che fa capo alla Commissione europea.

 La Commissione UE guidata da von der Leyen non è interessata al contenuto dei trattati UE e li infrange a suo piacimento.

In effetti, l’UE sta portando avanti lo sviluppo del proprio stato, che i cittadini dell’UE non l’hanno mai autorizzata a fare.

Con il “Media Freedom Act” la Commissione UE assume di fatto il controllo dei media nell’UE, che in realtà spetta ai singoli Stati membri dell’UE.

 La presa del potere da parte di Bruxelles continua.

Con il “Digital Service Act”, ciò che non piace alla Commissione europea verrà cancellato dalle società Internet su sua istruzione.

 Non è necessario persuadere “Facebook” e “Google” a farlo: hanno introdotto da tempo tali misure di censura contro quasi tutto ciò che contraddice le narrazioni occidentali.

Non c’è da stupirsi, dal momento che essenzialmente non sono altro che filiali della “CIA”.

Tempi interessanti…

(Alessia C. F. ALKA)

(orazero.org/lost-in-europe/)

 

 

 

 

 

IL POTERE E IL DENARO.

Il rapporto tra ricchezza

ed élites.

Stefanoallievi.it - Stefano Allievi – (9 agosto 2009) – ci dice:

Che “gli ultimi saranno i primi”, da citazione evangelica è divenuta locuzione proverbiale.

 Non sappiamo però quanto esprima una effettiva certezza, seppure escatologica, di chi la ripete, e quanto invece una speranza sempre più fievole e sempre meno convinta.

Riguarda il dopo, in ogni caso, il non ancora.

Mentre nell’oggi, nell’ora, nella logica del mondo non è così.

E dunque, poiché nonostante tutto viviamo nel mondo, anche se ci è stato insegnato a non essere del mondo, è difficile crederci.

Chi sta bene, i bene-stanti appunto, chi sta sopra gli altri (ci inventiamo un provvisorio ‘soprastanti’) si gode i suoi privilegi apparentemente senza troppi scrupoli di coscienza.

 E i sottostanti, quando guardano ‘lassù’, vedono una facciata lucente seppure spesso vacua, fatta di esaudimento di tutti i desideri, e di uso e sperpero del denaro come mezzo per farlo.

 Tuttavia non è primariamente un richiamo morale quello che vorremmo fare.

Se anche questo non guasta, ci sembra più urgente una riflessione fredda, agnostica, se possibile oggettiva.

 

L’associazione tra il potere del denaro, e ancora prima dell’oro o di ciò che nelle varie culture ha potuto farne le veci, e il potere tout court, appare intuitiva e originaria.

 È sempre stato così.

Chi conta ha il potere di contare, di acquisire e di sprecare:

il denaro così come gli uomini e le cose che con il denaro si può comprare.

Ci sono quelli che contano; e quelli che, al massimo, possono essere solo contati e contabilizzati: degli accidenti statistici, quando va bene.

Non è una novità che chi è ricco abbia potere, e inversamente chi ha potere, per esempio politico, diventi ricco.

 Già “Balzac” diceva sarcasticamente:

“Un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”.

Le carriere della casta odierna sono lì a dimostrarlo, con dovizia di esempi.

La riflessione sul denaro è centrale soprattutto, e non può sorprendere, in economia.

Dove però, abbandonati i classici, si è abbandonata anche una riflessione sui suoi fondamenti, e l’analisi è in definitiva strumentale, legata a grandezze di cui è arduo trovare la radice, l’origine:

le risorse e i vincoli, il prezzo e il costo, il salario e il profitto, la produzione e il consumo, il valore e il plusvalore, e naturalmente su tutti il mercato – e in quello finanziario è ancora peggio:

 i titoli, l’interesse, il rendimento… Si tratta di un ‘mondo dato per scontato’, con una buona dose di artificialità e financo di fiction, le cui leggi sono date per certe ma la cui solidità è ancora meno scontata dei suoi fondamenti.

E la crisi odierna ne è la prova più evidente.

 

Potremmo sintetizzare la voluta mancanza di riflessione sul ruolo del denaro con un noto motto di spirito: il variamente declinato “pecunia non olet”.

Che, per la cronaca, anzi per la storia (ce la tramanda Svetonio), è la giustamente celebre risposta dell’imperatore” Vespasiano” al figlio” Tito” che gli rimproverava d’aver messo una tassa sui gabinetti.

Ma se “l’argent n’a pas d’odeur”, chiosava “Jaques Brel”, “pas d’odeur vous monte a nez”: salta al naso lo stesso, il suo odore – a volerlo sentire.

 

Per una filosofia del denaro.

Del denaro si può dire che il suo mistero principale è la sua stessa esistenza;

 questo ruolo vagamente misterioso del denaro simbolizza e ‘trasporta’, per così dire, la società stessa:

“una terza istanza s’inserisce tra le due parti con la sostituzione delle transazioni in moneta al baratto:

 si tratta della società nel suo complesso che attribuisce al denaro un valore reale corrispondente”, come scrive “Georg Simmel” nella sua monumentale “Filosofia del denaro”, pubblicata nel 1900.

Si tratta di un valore e di un ruolo che è anche marcatamente religioso: “Presso i Greci questo rapporto era originariamente sostenuto non dall’unità statale, ma dall’unità religiosa.

 La moneta ellenica era in origine di natura sacrale, emanazione anch’essa del ceto sacerdotale come tutti gli altri strumenti di misura universalmente validi di peso, di lunghezza e di tempo”.

 Quest’aura sacrale, del resto, è sostanzialmente rimasta al denaro anche oggi e, seppure per altri motivi, si spiega facilmente:

 il denaro è un niente in quanto a valore intrinseco (la carta su cui è stampato) che può tutto o comunque molto, e questo a prescindere da chi ce l’ha in mano – è un potere suo proprio, verrebbe da dire interiore, e verrebbe da dire anche originario se non fosse che si fonda su una convenzione che è anteriore alla sua stessa esistenza.

“Simmel” nota che, col passare del tempo, il denaro è sempre più slegato da un qualsiasi rapporto con un valore concreto, quale poteva essere l’oro.

 Il suo significato si è fatto immateriale:

“Si potrebbe definire questo processo nei termini di una crescente spiritualizzazione del denaro; l’essenza dello spirito è infatti di dare alla molteplicità la forma dell’unità”.

Da mezzo il denaro diventa fine, e fine sintetico, ultimo;

 come sa e sperimenta chiunque lo possieda:

il senso di sicurezza astratto, di potere astratto, perfino di piacere astratto, sebbene declinabile nel concreto, che dà.

Non più la vertigine concreta, immortalata dalla piscina piena di banconote e monete in cui tuffarsi impersonata da “Paperon de’ Paperoni”, che appartiene ormai ad un’altra epoca e a un’altra fase del capitalismo.

 Oggi che il denaro è diventato virtuale, una grandezza letteralmente meta-fisica, si è fatto un passo ulteriore e qualitativamente decisivo, ma sempre nella medesima direzione già individuata da” Simmel”:

“La velocità di circolazione abitua a spendere ed incassare, rende ogni singola quantità di denaro psicologicamente sempre più indifferente e priva di valore, mentre il denaro di per sé acquista sempre più importanza, dato che le transazioni monetarie toccano il singolo con molta più intensità ed estensione che non in una forma di vita meno movimentata”.

 

“Simmel” scriveva queste cose riflettendo sull’espansione dell’economia monetaria;

 espansione che, all’epoca, era essenzialmente quantitativa, dovuta all’aumento esponenziale della massa monetaria circolante, ma che pure di per sé produceva una modificazione qualitativa.

 Oggi queste parole assumono un valore fortemente potenziato alla luce del diffondersi del denaro elettronico, della moneta virtuale, dai bancomat alle carte di credito, ma passando anche per tutte quelle operazioni appena meno quotidiane come l’acquisto di azioni a termine, con denaro che non ho ma che prendo solo virtualmente in prestito:

operazioni che costituiscono l’abc dell’attività bancaria e borsistica, ma che complessivamente costituiscono un edificio di dimensioni mostruose e nello stesso tempo puramente artificiale.

L’invenzione di ingegnosi grovigli finanziari basati sul nulla che è all’origine della crisi attuale ha fatto il resto:

 titoli che garantiscono titoli che assicurano titoli che rimandano a titoli che sono una media di titoli che speculano su titoli del tutto privi di riferimento a grandezze reali, che hanno finito per essere chiamati, non a caso, ‘tossici’.

Avere come essere.

Del resto, tornando al piccolo, è sufficiente vedere le modificazioni psicologiche che induce il fatto che lo stesso stipendio ci venga consegnato personalmente, concretamente, in mano, oppure venga versato direttamente in banca, e venga da noi speso mediante carta di credito e bancomat.

Dietro questo fatto banale si nasconde una mutazione antropologica, che cambia il nostro rapporto con le cose oltre che con il denaro, e persino la nostra percezione e la nostra idea delle stesse.

Una mutazione che, incidentalmente, produce una modificazione economica di non minore importanza:

il fatto che la propensione al risparmio, nonostante l’aumentata ricchezza individuale e sociale complessiva, sia in costante diminuzione sia in Europa sia, in misura molto maggiore, negli Stati Uniti, ne è la prova.

Il denaro però, dice ancora “Simmel,” ha anche delle qualità di sublimazione, essendo divenuto “l’esempio più puro di strumento”.

E come lo spirito, come le qualità estetiche, persino come le virtù, si accorge davvero del loro valore qualitativo, non solo di quello quantitativo solo chi ne possiede in quantità significativa, in maniera eminente.

 È in questa condizione che meglio se ne sperimenta la qualità di strumento ‘potente’ e spesso invincibile.

“L’oro ha un potere proprio, incommensurabile”, ha scritto un testimone del secolo come “Ernst Jünger”; e, a causa di questo, sue proprie leggi.

L’antiquata e in definitiva falsa antinomia tra avere e essere, su cui hanno costruito le proprie fortune intellettuali in molti, ultimo “Erich Fromm”, e che “Simmel” non avrebbe mai accettato né condiviso, non ha più ragione …d’essere:

perché l’essere dà un senso all’avere, e nello stesso tempo l’avere è una qualità e un’estensione dell’essere, e in certa misura persino una sua pre-condizione, da cui non ci si può nemmeno, per così dire, dimettere.

Diceva” Cesbron” a questo proposito:

“Credo sinceramente che non si possa naturalizzarsi poveri quando si è ricchi di nascita.

 Non è tanto del denaro che parlo ma di tutto ciò che rompe l’uguaglianza profonda degli uomini: ricco di relazioni, di cultura, di sicurezza”.

E ancora: è “più facile anche essere santi, e riconosciuti per tali, se ricchi. Si può lasciare il denaro: da ricco che era, ma il resto…”.

Anche rispetto al denaro, è più facile essere elegantemente indifferenti se non si è costretti a essere ‘differenti’.

E in certe situazioni avere è la pre-condizione dell’essere, o almeno dell’essere decentemente.

Almeno qui sulla terra.

Della “Gerusalemme celeste”, che rientra nell’orizzonte delle nostre speranze ma è fuori dalla nostra portata, anche cognitivamente, non sappiamo quale sia la banca centrale né quale sia la moneta corrente.

Ecco perché è ancora di importanza decisiva, nella prospettiva dell’emancipazione umana, sostenere i diritti all’acquisizione e anche al consumo delle classi che hanno meno potere di farlo, degli esclusi.

Senza fare dell’acquisizione e del consumo un nuovo feticismo, naturalmente.

Questo lo fa già, e con successo, l’economia di mercato…

 

I lussi dei ricchi.

Appena un anno prima del libro di “Simmel” faceva la sua comparsa sull’altra sponda dell’Atlantico un caustico pamphlet:

La teoria della classe agiata di “Thorstein Veblen”.

 

In esso si sostiene che la classe agiata svolge un “ufficio quasi sacerdotale”:

 “Tocca a questa classe stabilire in sintesi generale quale schema di vita la comunità deve accettare come conveniente e onorifico;

ed è suo ufficio mostrare col precetto e l’esempio questo schema di salvezza sociale nella sua forma più alta, ideale”.

Solo che la classe agiata della civiltà finanziaria (che per “Veblen” viene subito dopo la civiltà predatoria e ne è in certo modo una forma più raffinata) ha come legge fondamentale non quella della produzione, e nemmeno quella di svolgere un’attività comunque produttiva ma, contrariamente al mito corrente, quella dello” sciupio vistoso”, dell’improduttività esibita ed esibizionistica come stile di vita.

 

“Veblen” dimostra la sua tesi, che non ha perso di originalità e di forza dirompente, rileggendo in questa chiave ostentatoria spezzoni vari di storia sociale:

 la storia dei costumi femminili, dell’utilizzazione della servitù, come anche dei costumi ecclesiali, in quello che viene definito ‘consumo devoto’.

“Fatta ogni riserva, appare pur sempre chiaro che direttamente o indirettamente i canoni della rispettabilità finanziaria influenzano materialmente le nozioni che noi abbiamo degli attributi divini, come pure le nostre nozioni di quelle che sono le circostanze e la maniera giuste e convenienti di comunicare col divino”:

 basti pensare alle innumerevoli immagini sacre dell’arte gotica e rinascimentale, con le loro ricche vesti e l’ambientazione nobiliare.

“Veblen” va anche oltre, introducendo un ironico ma sottile parallelo tra il significato dei costumi femminili e di quelli clericali.

 “L’abbigliamento delle donne va anche più lontano di quello degli uomini nel dimostrare l’astensione da ogni occupazione produttiva” (cappellini, busto, tacco alto, ecc.).

Ma questa caratteristica l’hanno in maniera evidente anche le livree e, incidentalmente, i lunghi e scomodi abiti sacerdotali, palesemente e volutamente inadatti al lavoro profano.

Questo ragionare solleva un interrogativo interessante, perché la Chiesa ha sempre vissuto in materia una certa ambivalenza.

Da un lato il gusto della pompa, del fasto sacerdotale, ereditato da altre tradizioni religiose ma portato a vertici di perfezione, anche artistica, e perché no spirituale, inarrivabili (si pensi all’architettura, all’arte, alla musica sacra);

dall’altro una ricerca di autenticità e di sobrietà, di semplicità e di povertà (si pensi al ruolo degli ordini mendicanti), forse più consone alla figura del fondatore, in ogni caso al suo esempio direttamente ispirate, che percorre come un fiume carsico tutta la storia della Chiesa, alternando momenti di dimenticanza completa ad altri di consapevolezza profetica forte.

 E questa ambivalenza sussiste ancora, per lo più inconsapevole, in ogni caso non risolta:

 nelle polemiche sulle pantofole e sugli ermellini papali, nelle frequentazioni salottiere di certi alti prelati, e magari in una difesa un po’ gretta e acritica dell’otto per mille, da un lato, e nel dovere-bisogno di costituire fondi per sostenere le famiglie più colpite dalla crisi, e nella vicinanza ai più deboli e nella condivisione del loro destino, nell’opzione preferenziale per i poveri, di molti altri testimoni della fede, dall’altro.

C’è un legame tra lusso e capitalismo?

Pochi anni dopo, nel 1913, con maggiore perspicuità storica e non minore verve, “Werner Sombart” affronta il medesimo nucleo tematico da una diversa angolazione.

In un suo testo minore e dimenticato, in chiave antiweberiana (in sostanziale implicita polemica con l’immagine di sobrietà e per certi tratti di ascesi che il capitalismo assume nella più parafrasata delle opere sociologiche, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” di “Max Weber”, pubblicata per la prima volta nel 1905) “Sombart” dimostra, o per lo meno mostra, quanto “Lusso e capitalismo” – questo il titolo del libro – siano inestricabilmente legati, e negli aspetti più ‘deleteri’ in maniera più visibile e chiara.

 

Sombart” parte da considerazioni storiche sulla vita di corte e in particolare sulle sue regine, le cortigiane appunto,” dames de moyenne vertu”, “cocottes”, le varie “Pompadour”, che hanno giocato un ruolo decisivo nello sviluppo di consumi e costumi di ostentazione e di spreco.

Una delle conseguenze dell’ascesa sociale e persino politica di queste dame, alla corte francese e altrove, e delle mode sociali conseguenti, sarebbe stata, per imitazione, e attraverso i consumi, una paradossale ascesa del ruolo delle donne in genere, ma più in generale una ricerca del lusso sempre più spasmodica che avrebbe portato a casi non rari di nobili e ricchi che, nel XVII secolo, spendevano un terzo e financo metà delle loro rendite in vestiti e carrozze:

“nei secoli successivi al Medioevo, ha dominato un lusso grandioso che crebbe a dismisura verso la fine del XVIII secolo”.

Per” Sombart” il lusso diventa così un moltiplicatore del consumo e degli investimenti.

Al di là di una diffusa retorica, egli individua un fondamentale e fondativo carattere irrazionale del capitalismo, e una sua sudditanza a logiche che con il calcolo razionale di costi e benefici hanno poco a che fare.

Ma più ancora che un moltiplicatore, il lusso è all’origine, è la genesi stessa del capitalismo:

“Sombart” sottolinea “l’influenza che la formazione di un forte consumo di lusso esercita sull’organizzazione della produzione industriale”, e arriva a dire che con esso “in numerosi casi (non in tutti!), [si] apre la porta al capitalismo”.

L’economia del lusso di oggi, il suo ruolo culturale e il suo peso economico, sembrerebbero esserne la continuazione.

 

Conclusioni.

La riflessione fin qui evocata ci dice qualcosa sul rapporto tra denaro e potere, e sul ruolo di coloro che li posseggono, di cui solitamente si parla assai poco.

Per lo più nel dibattito sociale ci si limita da un lato alla rivendicazione di un diritto o di un merito sostanzialmente inesistente, avanzata dalle élites le rare volte in cui i loro privilegi e i loro costumi sono messi in questione;

e dall’altro alla critica, motivata politicamente o religiosamente, dei privilegi stessi.

Una critica volta, se in chiave politica, a rivendicare in qualche misura il godimento dei medesimi diritti e magari privilegi a più grandi masse di individui (la rivendicazione di giustizia ed equità redistributiva è in fondo questo);

e, se motivata religiosamente, a leggere tale realtà in chiave spirituale, traendone motivo di consolazione per gli uni, che non hanno, e di insegnamento morale e occasionalmente di minaccia di un castigo per gli altri, che hanno troppo.

 Entrambe comunque, in molti casi, spinte a cercare sul piano della realtà storica di lenire in qualche misura i mali del mondo e le sue ingiustizie.

Il problema non è di per sé il denaro.

“Ciò che va messo in discussione è il dominio del denaro al di fuori della sua sfera”, come ha scritto “Walzer”.

Solo che, alla luce di “Simmel”, oggi non c’è più una sua sfera, perché la sua sfera, grazie anche al processo di ‘spiritualizzazione’ di cui si è parlato, è tutte le sfere.

 Il che pone dei problemi di ‘tracimazione’, di pervasività eccessiva, invadente.

 Ora, “tutto ciò che ha un prezzo, ha poco valore”, come ha scritto “Nietzsche” nello “Zarathustra”.

 L’effetto di questa confusione delle sfere è che quasi non ci accorgiamo di vivere in una società che tende a dare un prezzo a tutto: anche ai valori.

Persino a ciò che rientra nella sfera dell’intimità:

le relazioni personali e sociali, il lavoro domestico e di cura, il volontariato, la bontà premiata con una mancia, ma anche, in campo sociale, le giustificazioni puramente economiche, diciamo così funzionaliste, dell’accoglienza agli immigrati, e persino dell’etica negli affari, della lotta alla corruzione o dell’onestà nella pubblica amministrazione – perseguite non come beni in sé, ma perché danneggerebbero il mercato e i princìpi di libera concorrenza…

 

È vero, c’è qualcosa di antico in questo, e di sapiente.

Prendiamo il caso del ‘prezzo del sangue’ nelle società primitive, una riparazione economica che riusciva a metter fine alla catena insanguinata delle vendette;

ma pensiamo anche all’ammenda per una trasgressione o un reato commessi.

 È leggibile qui la funzione educativa, e anche la finalizzazione sociale, in termini di salvaguardia di un ordine prezioso e altrimenti minacciato.

Il problema è di cogliere il limite della possibilità di monetizzazione. L’amore mercenario, per dirne uno, non è un’invenzione odierna, trattandosi come noto del mestiere più antico del mondo;

ma c’è un limite oltre il quale l’incremento quantitativo della tendenza alla mercerizzazione (dell’amore – praticato o solo visto al cinema o in televisione, o trasformato in pubblicità, o magari telefonico – come di qualsiasi altra cosa) si trasforma in soglia qualitativa.

C’è dunque forse un cambiamento quanti-qualitativo in atto.

 Che comporta il rischio di dover ammettere che, sul denaro, lo spirito (in senso forte) del capitalismo potrebbe vincere su tutta la linea:

al punto che l’idolatria del capitale investe anche chi il capitale non ce l’ha.

 Lo dimostra forse il “fenomeno Berlusconi” in quanto mito popolare, ma più in generale il successo della retorica dell’“uno su mille ce la fa” e la speranza nelle lotterie.

Il rischio, che è sociale oltre che morale, è che si perda in parte la sensibilità:

che, come per le droghe, si abbia un effetto di progressiva desensibilizzazione, e dunque di assuefazione.

 “Non ce l’ho coi miei simili per i loro privilegi, ma per il fatto che li trovano naturali”, ha scritto “Gilbert Cesbron”.

E questa tendenza, come quella correlata a considerare normale la trasmissione ereditaria non solo delle ricchezze ma anche dei ruoli di potere in tutti gli ambiti (economia, politica, giornalismo, cinema…), ce ne pare una prova.

Così come l’aumento spropositato dei tassi di disuguaglianza sociale che ha coinvolto e travolto le società non solo occidentali negli ultimi due decenni (e l’Italia, tra i paesi dell’Ocse, è tra quelli che ha visto aumentare in percentuali maggiori le disuguaglianze interne), e ancor più il fatto che ciò sia accettato persino dalle vittime del meccanismo.

Una delle conseguenze possibili di questi processi è che si perda il senso della differenza tra il possedere del denaro e l’esserne posseduti;

che non ci si accorga che in mancanza di distanza critica il denaro può comprare chi lo maneggia più di quanto questi compri col denaro qualcosa.

Sono i casi in cui il denaro da mezzo diviene fine.

 E sono anche ciò che spiega perché, di norma, le religioni insegnino il distacco dal denaro, pur arrivando raramente a condannarlo in sé;

 e propongano modelli di ascesi individuale che prevedono una progressiva spogliazione dalle sue logiche (“usatene come se non ne usaste”), se non dalla sua proprietà.

Una prima diagnosi l’aveva già proposta uno dei pochi grandi economisti che non ha mai dimenticato la riflessione a partire da presupposti altri da quelli della propria disciplina, “John M. Keynes” – ridiventato di moda dopo decenni di oblio e irrisione da parte degli stessi che oggi chiedono aiuti per le banche e le industrie dicendo di ispirarsi, a torto o a ragione, alle sue idee – che nelle sue” Prospettive economiche per i nostri nipoti” scriveva:

“L’amore per il denaro come possesso – da distinguere dall’amore per il denaro come mezzo per ottenere le gioie e sperimentare la realtà della vita – sarà riconosciuto per ciò che è:

 un fatto morboso leggermente ripugnante, una di quelle propensioni per metà criminali, per metà patologiche di cui si affida la cura agli specialisti di malattie mentali”.

Ma una diagnosi non è ancora una terapia;

 che, in quanto tale, e tanto più nella sua forma sociale, è ancora tutta da inventare.

(Stefano Allievi).

 

 

 

 

La corruzione, male

del nostro tempo.

   Oikonomia.it -  Giuseppe Alibrandi e Alessandro Cortesi – (10-2-2017) – ci dicono:

 

I fenomeni di corruzione hanno a che fare con l’uso del potere e del suo abuso.

Quando un giudice vende una sentenza, quando un agente di polizia agisce come malfattore o ladro, quando un insegnante attua una promozione in cambio di un compenso, quando un funzionario pubblico promuove un impiegato per complicità in vantaggi personali, quando un dirigente pubblico accoglie l’appalto di una ditta in cambio di tangenti, quando un medico privilegia un paziente in cambio di denaro, quando capi di stato vendono le risorse del proprio paese in cambio di un sostegno al loro potere e appropriandosene di una parte, quando vescovi e preti difendono e coprono responsabili di abusi sui minori perché non venga posta in discussione la struttura del potere ecclesiale, in tutti questi casi si può parlare di fenomeni diversificati di corruzione.

Ma anche a livelli più vicini al quotidiano vi sono situazioni talvolta difficilmente definibili, ma qualificabili come episodi di “corruzione a bassa intensità” che segnano la vita ordinaria:

 sono le raccomandazioni, la richiesta e concessione di favori su base di amicizia e di qualche piccolo vantaggio, le forme dell’illegalità e dell’indifferenza davanti ad esse, le raccomandazioni di sostegno familistico.

La corruzione a livello politico e nei settori nevralgici dell’economia e della vita sociale è uno dei dati del nostro tempo.

Ciò provoca l’interrogativo riguardo all’individuazione e all’analisi delle cause, relativamente ad una definizione per coglierne caratteri ed espressioni, e soprattutto riguardo alla formulazione di una strategia per combattere o per lo meno arginare e tentare di curare tale fenomeno che si connota come malattia mortale che disgrega in profondità i legami sociali, produce disuguaglianza e genera un uso del potere svincolato dalla partecipazione dal controllo democratico.

 

C'era un Paese che si reggeva sull'illecito, non che mancassero le leggi né che il sistema politico non fosse basato sui principi che tutti più o meno dicevano di condividere.

Ma questo sistema articolato su un gran numero di centri di potere aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati.

Ne aveva bisogno perché, quando ci si abitua ad avere molti soldi, non si è più capaci di concepire la vita in altro modo e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.

 Il Paese aveva anche nello stesso tempo un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziata illecitamente da tutti coloro che illecitamente riuscivano a farsi finanziare.

Perché in quel Paese nessuno era disposto, non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo, e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse;

la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita”.

Così “Italo Calvino”, descriveva in una favola - che favola non era, ma tragica allusione alla realtà - la situazione sociale di un immaginario paese segnato dalla corruzione.

Un paese segnato da uno scambio di favori illegali richiesti a coloro che potevano disporre di mezzi e di potere.

Un agire in nome del bene comune portato a motivazione di copertura dell'illecito diffuso a causa del dominio di un sistema economico bisognoso di mezzi finanziari senza limite per sostenere una abitudine a vivere con tanti soldi.

E questi ultimi procurati per vie di malaffare.

 

È importante cercare di individuare i significati del termine corruzione.

Porre tale questione implica innanzitutto cercare di tracciare almeno alcuni contorni di un atteggiamento che diviene stile di vita e si declina in scelte e comportamenti ma che nelle sue radici fa riferimento ad un modo di intendere la vita di concepire il mondo, si potrebbe dire con una visione globale che ha punti di contatto con l'universo del religioso.

“La corruzione è l’abuso di un potere fiduciario per un guadagno privato e il cui problema morale di fondo è la rottura di un legame di fiducia.

Il costo della corruzione è altissimo:

 direttamente in termini di perdita di servizi, in particolare per i poveri, e indirettamente in termini di posti di lavoro che sarebbero stati creati se le aziende non avessero dovuto far fronte ai costi extra che la corruzione genera.

 

Un dato da cogliere nei fenomeni di corruzione risiede nel valore che viene attribuito alla conoscenza personale di chi detiene una qualche forma di potere.

La forma della raccomandazione può essere presa ad esempio del livello elementare e forse minimo in cui si può presentare un dinamismo di corruzione.

Si tratta di quel genere di comportamenti in cui si cerca di superare difficoltà e lungaggini, in un ufficio pubblico, in una struttura sanitaria o nella ricerca di lavoro, approfittando dell'interessamento di qualche conoscente.

La raccomandazione rende veloce la pratica, fa superare gli ostacoli per cui si rimarrebbe probabilmente scartati, apre porte che altrimenti potrebbero rimanere chiuse.

Molte volte la raccomandazione, fondata sulla conoscenza di qualcuno che conta in quell'ambiente e che detiene un certo potere, genera la possibilità e il dovere di restituire il favore.

E si instaura così una catena di scambi e di piaceri, in una rete in cui ad un certo punto diviene difficile districare la soglia tra ciò che è lecito e ciò che è illecito.

 

È questo il confine incerto in cui spesso s'annida il terreno di coltura di un malaffare che prende le mosse non da grandi scelte ma da una atmosfera di inavvertenza ordinaria, quotidiana.

Infatti c'è un livello in cui la raccomandazione in quanto scambio di favori vede l'intervenire di un'altra variabile:

non più solamente la conoscenza e il favore ma l'elemento del denaro.

La conoscenza di una persona che ha un qualche potere viene richiesta di un favore in uno scambio in cui si attua un vantaggio economico, per uno o per entrambi i soggetti coinvolti, in modi diversi.

A questo punto si attua un salto di qualità, e si passa da una mala gestione ad un evento di tipo corruttivo.

 I casi sono molteplici e risultano dall'ascolto delle vicende quotidiane talvolta di episodi eclatanti di drammatico malaffare, più spesso nell'indifferenza di una acquiescenza ad un sistema in cui così fan tutti e che non suscita reazione e protesta.

 La compravendita di personaggi politici per indurli a votare in un certo modo, la prescrizione di presidi medici inadeguati, l'intervento chirurgico inutile, la compera della sentenza favorevole da un giudice sono tutte espressioni concrete in cui la corruzione genera nella percezione società una impressione più forte e talvolta reazione perché coinvolge un pubblico ufficiale.

Sono fenomeni diversi dalla piccola regalia per avere una facilitazione, ma le connessioni sono forti e vanno portate a consapevolezza.

La corruzione ha il volto di un sistema in cui vige un sottile meccanismo di omertà per certi aspetti simile a quello della mafia:

le persone divengono complici di interessi che possono essere intrecciati ma in questo processo si attua sfruttamento, imposizione e asservimento del più debole.

 L'omertà può essere causata dal clima di paura che le mafie impongono, ma anche esito del carattere bilaterale della corruzione stessa che vede una complicità in atto tra colui che corrompe e colui che è corrotto.

In tempo di riduzione dello stato sociale la criminalità trova nuovi spazi di azione e spesso ciò avviene negli ambiti del riciclo di denaro illecito, di acquisizione di posti di vantaggio o di potere.

Non si tratta solo di comportamenti di singoli, ma anche di agenti sociali all’interno di una rete.

 In tal senso la corruzione “è un sistema di comportamento a rete al quale partecipano agenti (individuali o sociali) con interessi privati e col potere di influenza per garantire condizioni di impunità allo scopo di ottenere che un gruppo di funzionari pubblici o di persone private, investito di potere decisionale realizzi atti illegittimi che violano i valori etici di onestà, probità e giustizia e che possono essere anche atti illeciti che violano norme legali per ottenere benefici economici o di posizione politica o sociale a detrimento del bene comune”.

 

Gli affetti della corruzione sono disgreganti i legami sociali, pesano maggiormente sui poveri, incidono fortemente sugli assetti economici generando danni incalcolabili.

 Ma le loro conseguenze si riflettono anche nell’ambito della vita sociale e politica.

Attività di corruzione minano il riferimento ad una legge comune e generano un venir meno dei rapporti di fiducia e di solidarietà tra le persone.

Non si tratta peraltro solamente di un fenomeno che segna la vita delle persone e dei popoli.

A livello mondiale sempre più appare come l’ambiente sia una tra le principali vittime della corruzione e insieme ad esso la qualità della vita delle generazioni future.

Riflettendo sul tema” Gustavo Zagrebeleski”, giurista già giudice della Corte costituzionale italiana dal 1995 al 2004 e suo presidente per un periodo, offre alcuni elementi per l’analisi del fenomeno:

“La diffusione della corruzione è diventato il vero humus della nostra vita politica, è diventata una sorta di costituzione materiale.

Qualcuno… ha detto che nel nostro Paese si fa carriera in politica, nel mondo della finanza e dell’impresa solo se si è ricattabili (…) questo meccanismo della costituzione materiale, basato sulla corruzione, si fonda su uno scambio, un sistema in cui i deboli, cioè quelli che hanno bisogno di lavoro e protezione, gli umili della società, promettono fedeltà ai potenti in ambio di protezione.

È un meccanismo pervasivo che raggiunge il culmine nei casi della criminalità organizzata ma che possiamo constatare nella nostra vita quotidiana (…)

 Questo meccanismo funziona nelle società diseguali in cui c’è qualcuno che conta e che può e qualcuno che non può e per avere qualcosa deve vendere la sua fedeltà, cioè l’unica cosa che può dare in cambio. (…)

Questo meccanismo fedeltà-protezione si basa sulla violazione della legge.

Se vivessimo in un Paese in cui i diritti venissero garantiti come diritti e non come favori, saremmo un paese di uomini e donne liberi.

Ecco libertà e onestà.

 Ecco perché dobbiamo chiedere che i diritti siano garantiti dal diritto, e non serva prostituirsi per ottenere un diritto, ottenendolo come favore”.

 

La corruzione è fenomeno dilagante.

 Segna certamente l’Italia, un Paese contraddistinto da una e presenza profonda della criminalità organizzata e delle mafie ma anche da una illegalità diffusa e ordinaria, ma è un portato della condizione di disuguaglianza che attraversa il nostro pianeta.

 

Una ricerca di “Transparency International”, “ONG” con sede a Berlino, risulta che Somalia, Corea del Nord, e Afghanistan sono i paesi in cui c’è maggior corruzione.

 Danimarca, Nuova Zelanda, seguiti da Lussemburgo, Canada, Australia, Olanda e Svizzera risultano come i paesi dove c’è maggiore trasparenza nei conti pubblici.

Ma è proprio la natura della corruzione che è illegale e segreta a rendere difficile ogni calcolo e valutazione su di essa.

C’è una logica dell’accumulo capitalista che genera disuguaglianza e sta alla base di fenomeni di corruzione.

Come rilevato da “Thomas Piketty” l’accumulo della ricchezza a livello privato supera la ricchezza prodotta dallo sviluppo dei paesi.

 ‘Grandi disuguaglianze crescono’ è il documento di analisi pubblicato nel gennaio 2015 da “Oxfam”, da cui emerge che l’1% della popolazione ha visto la propria quota di ricchezza mondiale crescere dal 44% del 2009 al 48% del 2014 e che a questo ritmo si supererà il 50% nel 2016.

Gli esponenti di questa élite avevano una media di 2,7 milioni di dollari pro capite nel 2014.

Del rimanente 52% della ricchezza globale, quasi tutto era posseduto da un altro quinto della popolazione mondiale più agiata, mentre il residuale 5,5% rimaneva disponibile per l’80% del resto del mondo:

vale a dire 3,851 dollari a testa, 700 volte meno della media detenuta dal ricchissimo 1%.

In tale rapporto di ricerca presentato alla vigilia del “World Economic Forum di Davos”, emerge come l’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implichi un progressivo indebolimento dei processi democratici ad opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza.

 

Commentando il “rapporto Oxfam”, “Winnie Byanyima”, direttrice di “Oxfam International”, rileva che la questione della grande disuguaglianza è il primo problema mondiale:

 “Il rapporto dimostra, con esempi e dati provenienti da molti paesi, che viviamo in un mondo nel quale le élite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole.

Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli”.

La questione di una diffusione di comportamenti corruttivi conduce così a considerare la responsabilità etica nella vita.

C'è una riflessione etica che considera l'ambito della vita sociale e una propria del vivere individuale che interpella la responsabilità dei singoli.

Certamente è oggi cresciuta una sensibilità all'etica sociale, ma non può questa andare sganciata da una parallela crescita della responsabilità nell'ambito della vita individuale.

Nel termine corruzione sta racchiusa l'indicazione di mandare in pezzi qualcosa che dev'essere mantenuto intero, una sorta di rottura dei legami che tengono insieme.

 Sta anche l'idea di un deterioramento che investe non solo una dimensione esteriore ma anche l'interno e porta ad una decomposizione, che intacca le qualità profonde.

 È questo un processo assimilabile all' immarcescimento di sostanze organiche che conduce ad un deteriorarsi e decadere.

“Roberta De Monticelli”, docente di filosofia della persona all’Università Vita-salute San Raffaele a Milano, richiama alle radici profonde del fenomeno della corruzione quando essa tocca anche la formulazione della legge:

“ancora peggiore è la corruzione della legge stessa. Qui per illustrare il fenomeno vien buona un’altra immagine di sartoria.

Secondo una famosa ricetta cinica di “Giolitti”,

“Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito”.

La corruzione delle leggi è appunto questo:

una legge non serve a prevenire, impedire o raddrizzare una deformità, ma ad adattarcisi al meglio.

(…) Questo fenomeno è l’appiattimento del dover essere sull’essere, del valore sul fatto, della norma sulla pratica comune anche se abnorme, e in definitiva del diritto sulla forza.

“Tutto quel che è reale è razionale”, dice il filosofo che dà ragione alla forza, purché vinca.

 “Tutto quello che è reale è normale”, dice il cinismo che ha permeato il linguaggio popolare.

Al fondo, è la dissoluzione dei vincoli di senso, i vincoli all’interno dei quali soltanto le parole umane dicono qualcosa di definito, i comportamenti umani hanno un significato e un valore definito.

Sciogliete una lingua dalle sue norme logiche e nessuno potrà più affermare o negare nulla.

Si dirà insieme tutto e il contrario di tutto.

 Sciogliete i comportamenti umani dai vincoli pur minimi dell’etica, da quelle norme implicite che sono i” mores” o da quelle ponderate che sono le leggi, e non potrete più valutare se la mano che vi si tende offre morte o amicizia”.

Il termine corruzione reca in sé anche il riferimento ad un cuore in frantumi.

Non è questo un riferimento alla dimensione affettiva, piuttosto l'etimologia insita nel termine “cor-ruptum” apre a considerare come il ‘cuore’, secondo una derivazione dalla cultura semitica attestata nell’uso biblico, sia la sede di leggi non scritte e luogo di formulazione delle decisioni della persona.

Di qui la corruzione può essere interpretata come un movimento di venir meno alla responsabilità, incapacità di orientamento secondo il bene e quindi abdicazione a riferimenti etici per condurre scelte che fanno crescere in umanità.

Il fatto che la corruzione sorga nel quadro di una rete di scambi porta a considerare un ulteriore aspetto del fenomeno:

 si tratta del passaggio che essa implica dalla dinamica del dono al pervertimento della logica del dono.

 La corruzione si connota infatti per essere un dono trasformato in commercio, in compravendita.

 Mentre il dono e lo scambio instaura un legame sociale che si fonda sull'apertura all'altro e sulla rilevanza di tale rapporto la corruzione si connota come perversione del dono.

 Essa destruttura il tessuto della fiducia e della solidarietà sociale.

Nell'atto corruttivo il dono offerto o esagito in vista di un favore, con l'uso del potere in modo indebito, diviene dono svuotato e capovolto nel suo significato, prendendo la forma di un processo che sfalda il legame sociale, lo inquina e lo rende sottomesso alla logica del ricatto e della potenza del denaro.

Non è un caso che la corruzione si diffonda in un contesto culturale in cui ogni dimensione della vita umana, dalla corporeità, al lavoro, al tempo, alle competenze, viene ridotto unicamente a merce e viene sottoposto ad una quantificazione di utilità e funzionalità, senza tener conto della dimensione personale e della relazione.

La corruzione è strettamente legata ad una visione individualistica dell'esistenza, in cui preminente è lo sguardo al proprio interesse senza considerazione di un legame e di un vivere sociale.

“Un ambiente di corruzione, una persona corrotta, non permette di crescere in libertà.

Il corrotto non conosce la fraternità o l’amicizia, ma la complicità.

 Per lui non vale il precetto dell’amore ai nemici o quella distinzione alla base della legge antica: o amico o nemico.

Egli si muove nei parametri di complice o nemico.

Per esempio, quando un corrotto esercita il potere, coinvolgerà sempre gli altri nella sua corruzione, li abbasserà alla sua misura e li farà complici della sua scelta di stile”.

Corruzione assume così i contorni di un male ‘banale’, che non è percepito nella sua gravità, che si attua in tante piccole scelte senza consapevolezza critica, sino a divenire un modo di agire che appare ‘terribilmente normale’ indirizzando la vita.

Non è fenomeno senza ricadute sulla salute del vivere sociale;

la sua azione può essere paragonabile al lento procedere di malattie tumorali che poco alla volta crescono e debilitano a partire da alcune cellule tutto l'organismo diffondendosi e accrescendosi.

Così avviene anche nel crescere della corruzione all’interno dell'organismo sociale. Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana, nel discorso al Parlamento nel giorno del suo giuramento il 3 febbraio 2015 ha non a caso utilizzato tale metafora collegando il tema della lotta alla corruzione al compito di custodire e attuare la Costituzione:

“Garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità.

 La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute.

 La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile. Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini. Impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato. Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci (…) È allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove, anche in aree geografiche storicamente immuni.

Un cancro pervasivo, che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti”.

I fenomeni corruttivi nella politica, nel settore sanitario, nell’ambito delle risorse naturali in diversi continenti, pone una questione centrale: dove sono le vittime?

Il discorso sulla corruzione assume un orientamento diverso quando al centro è posta la considerazione delle vittime.

La corruzione infatti non si compie senza conseguenze pesanti perché c'è chi ci guadagna ma c'è anche chi paga prezzi altissimi.

 Sono i poveri ad essere caricati dei pesi di una società corrotta, sono essi a pagarne il prezzo nella mancanza di servizi, nel venir meno di diritti economici e sociali, nel mancato riconoscimento di dignità.

Il vantaggio di alcuni arricchisce di opportunità e benessere una minima parte.

Per questo è da considerare il nesso forte tra concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi e la corruzione diffusa.

Di fronte ad alcuni episodi di corruzione avvenuti in Argentina negli anni '90, Mons. “Jorge Bergoglio”, allora vescovo di Buenos Aires, scrisse un articolo che divenne poi un piccolo libro in cui tratteggiava la figura del corrotto e descriveva la corruzione come una malattia.

Come tale non è appropriato un approccio di perdono, piuttosto si deve porre in atto una terapia che ne individui le cause e accompagni alla guarigione:

"Peccatore, sì. Che bello poter sentire e dire questo, e allo stesso tempo immergerci nella misericordia del Padre che ci ama e ci aspetta ad ogni istante.

 'Peccatore sì, come diceva il pubblicano nel tempio (…) Ma quanto è difficile che il vigore profetico sciolga un cuore corrotto!

È talmente arroccato nella soddisfazione della sua autosufficienza da non permettere di farsi mettere in discussione. '

Accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio' (Lc 12,21).

Si sente a suo agio e felice come quell'uomo che pianificava la costruzione di nuovi granai (Lc 12,16-21) e, se le cose si mettono male conosce tutte le scuse per cavarsela, come ha fato l'amministratore corrotto (Lc 16,1-8) (…) Il corrotto ha costruito un'autostima che si fonda esattamente su questo tipo di atteggiamenti fraudolenti:

passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell'opportunismo, al prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. (…)

Potremmo dire che il peccato si perdona, ma la corruzione non può essere perdonata.

Semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto c'è una stanchezza della trascendenza: di fronte a Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell'espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono (…)

Nel corrotto esiste una autosufficienza di base.

Che inizia come incosciente e in seguito viene assunta come la cosa più naturale (...)

Da ciò segue che la corruzione, più che perdonata, deve essere guarita."

La lettura che Bergoglio offre della corruzione si fonda sulla distinzione che egli stesso presenta come delicata tra peccato e corruzione.

 Corruzione si pone non nella linea di un momento, di un atto singolo, ma costituisce una abitudine, un modus vivendi, una logica che permea l'intero stile di vita e si pone nei termini del coinvolgimento di altri, fa costume e diviene pervasiva:

 agisce per aggregare a sé e fare proseliti, contagia e coinvolge in una rete.

Proprio della attitudine del corrotto è vivere nella simulazione per salvare le apparenze, nel tentativo continuo di autogiustificarsi.

 In tal senso richiede un approccio di guarigione.

Le leggi anticorruzione sono un mezzo importante di lotta a tali fenomeni ma la legge da sola non è sufficiente se manca una presa di consapevolezza diffusa, l’attuazione di buone pratiche, ma soprattutto una vigilanza che corrisponde ad una maturazione di un ethos civile condiviso e vissuto nella quotidianità.

I saggi che sono presentati in questo libro sono il frutto di incontri di studio e seminari condotto presso il convento san Domenico di Pistoia e promossi dal “Centro Espaces” ‘Giorgio La Pira’.

Nel dialogo tra voci con competenze e professionalità diverse si può così condurre un percorso in cui analisi e proposte suggerite da vari punti di osservazione possono costituire un aiuto ad orientarsi in questo tempo.

Affidiamo alle stampe questo materiale che proviene dallo studio e dall’esperienza dei diversi autori con la speranza di offrire occasioni per maturare consapevolezza sulla realtà in cui viviamo, per formare capacità di critica e individuare scelte operative nella linea di guarire dalla corruzione dilagante a livello locale e globale.

 

 

Il nuovo volto

del potere.

Legrandcontinent.eu – (30 agosto 2021) – Lorenzo Castellani – ci dice:

 

La pandemia ha cambiato per sempre la natura del potere.

All'indomani della crisi, stanno emergendo tre scenari estremi:

 uno scenario burocratico e dirigista, un secondo scenario "populista", o una profonda trasformazione delle strutture di potere.

 

Il potere è moto perpetuo.

 I suoi equilibri si modificano in continuazione.

 Mutano le regole, i rapporti di forza, il sistema dei controlli, gli equilibri degli interessi, le maggioranze e le minoranze, le violenze, le costrizioni. Ogni giorno o quasi.

Esistono però fasi della storia in cui questo moto, questo gran ballo del potere, è particolarmente accelerato e vorticoso.

Il nostro tempo presente è uno di quei momenti.

La pandemia ha reso più fisico il potere.

Più vicino ai cittadini, più protettivo e al tempo stesso più inquietante.

 Il potere è tornato a delimitare uno spazio fisico che sembrava senza confini prossimi.

 Le case sono state serrate per decreto, le persone chiuse dentro.

Le attività economiche sospese, erogati flussi di denaro pubblico per fermare le perdite.

E poi ancora dispositivi medici obbligatori, distanziamento sociale, quarantene, prenotazioni obbligatorie, vaccinazioni di massa, tamponi. Gli individui si sono trovati isolati dagli altri uomini, ma esposti come canne al vento all’azione del potere amministrativo.

L’uomo, e non soltanto lo Stato, è stato costretto ad essere più disciplinato, pianificatore, burocratico.

(LORENZO CASTELLANI)

Autocertificare, attestare, dare comunicazione, certificare, codificare.

 La tecnologia, che già sferzava nella nostra quotidianità, si è intimamente accoppiata con l’amministrazione.

La morsa della tenaglia tecno-amministrativa si è fatta più stretta all’ombra della maschera paternalista dello Stato.

Tracciamento, prenotazioni, app, QR code.

 L’automatismo della macchina al servizio della sanità pubblica e del nuovo ordine pubblico.

Utile dispositivo per debellare la malattia e impersonale meccanismo di organizzazione.

 Terminale senza volto, pura spirito di funzione.

 Nuova scienza della polizia, se questa la si intende nel suo antico significato tedesco (polizei), come potere gestionale, regolatore degli affari interni e dell’economia.

Potere disciplinante e paternalista che perimetra il comportamento degli individui con l’ordinanza e col decreto.

 

Il potere, si diceva, si è fatto più fisico ma anche più impalpabile.

 La procedura ha travolto la politica, l’algoritmo guida l’organizzazione sociale, le pratiche e i decreti sostituiscono il legislatore.

Sono volti vuoti ed inermi quelli che appaiono nelle televisioni, c’è molto più potere nella struttura che nella leadership.

 È diventato chiaro quanto la comunicazione ed il personalismo politico restino il fumo sovrastante mentre la complessità di strutture interdipendenti sia il carbone ardente che serve per arrostire la carne.

 La nostra vita quotidiana in questo prolungato stato di eccezione dipende molto di più dal funzionario, sia medico, ingegnere o informatico, o dall’impiegato dell’azienda sanitaria, che non da politici impotenti oppure tremendamente impauriti.

La straordinaria rivoluzione dell’informazione digitale degli ultimi anni aveva celato l’illusione, oggi caduta, che la politica fosse ancora in grado di prendere decisioni fondamentali per i destini umani e di mettere da parte o almeno controllare i mastodontici apparati che governano le nostre vite.

Sistemi tecno-burocratici in grado di condizionare anche la più politica tra le attività umane: la guerra.

Tendenza di recente rimarcata dalla “questione afghana” e dagli errori informativi, organizzativi e logistici imputabili al sistema americano, più che alla politica in sé, nella ritirata.

Si può regredire senza traumi da una burocrazia e da un esercito di taglia imperiale?

 Domanda centrale nel futuro degli Stati Uniti d’America e del resto del mondo. Ma torniamo al punto.

 

La pandemia ci ha ricordato che essere governati è anche e soprattutto essere chiusi, tracciati, sorvegliati, controllati, certificati, distanziati, isolati.

 La domanda di sicurezza ha stretto gli ultimi bulloni residui del Leviatano.

Ha spazzato via tutte le membrane, come la famiglia, la scuola, il lavoro, le associazioni, le chiese, che separavano l’uomo dal governo. L’amministrazione delle cose si è sovrapposta all’amministrazione delle persone.

Mai si è arrivati così vicini negli ultimi decenni a qualcosa di così simile allo Stato in guerra, ad un livello di interventismo del potere pubblico nella vita privata così penetrante.

Potere duro, che interviene, regola, dispone, autorizza, rinchiude, isola. Ma anche potere che confonde e si nasconde.

Rispondere alla domanda “chi ci governa?” è sempre più difficile. Chiunque intuisce che la politica è solo un pezzo, e oramai nemmeno quello più evidente, di un sistema di potere che si sposta.

(LORENZO CASTELLANI)

Dai territori fino ad oltre lo Stato, passando per multiple burocrazie, i comitati tecnico-scientifici, le task force, le agenzie, gli istituti e numerosi altri corpi amministrativi.

 La politica è ridotta a mera attività di regolazione dei rischi, o meglio brancola nel buio alla ricerca di un irraggiungibile rischio zero.

 In questa affannosa corsa spinge le strutture verso la massima pianificazione.

Pretende di annullare l’errore, di minimizzare il danno, di controllare l’incontrollabile, di avere risposte dalla scienza che spesso la stessa scienza non può dare.

 Ma la coperta è sempre corta: se si cerca di ridurre il danno sanitario ci si espone a quello economico e viceversa, se si contiene il rischio pandemico ci si espone a quello sociale, se si persegue una politica scientifica ci si ritrova spogliati dai tecnici, mentre se si segue l’istinto politico puro ci si pone come navigatori dilettanti esposti alla tempesta.

In ogni scenario, una legittimazione politica già da lungo tempo precaria, interna a quel regime che ancora chiamiamo democrazia, si indebolisce ulteriormente.

 Si rivolgono le proprie preghiere al tecnico, alla scienza, all’amministratore, al militare.

Questo nuovo potere indurito, su cui la classe politica non ha potuto far altro che mettere le mani con indecisione per affrontare l’emergenza, ha rotto le illusioni di un ipotetico ritorno del politico.

L’idea che la discussione pubblica e la rappresentanza possano tornare al centro della scena è un’idea romantica, troppo romantica.

 Così come sembra eccessivamente apocalittica l’idea di una guerra civile, reale o figurata, che possa rivoluzionare le istituzioni.

I regimi politici del prossimo futuro si fonderanno sempre più sulla amministrazione, sull’apparato scientifico-tecnologico, sull’intreccio tra capitalismo pubblico e privato, sui centri di fabbricazione della competenza e sempre meno sulla rappresentanza politica per come è stata concepita e vissuta nei decenni passati.

In questo senso, la pandemia ha soltanto accelerato e reso evidente una tendenza di lungo periodo.

 

Difatti, nella concretezza del potere quotidiano, regimi all’apice del proprio auto-compiacimento liberale e democratico hanno avanzato la più grande operazione di disciplinamento della popolazione che ci sia stata dalla fine della Seconda guerra mondiale.

 È in nome dell’emergenza che si è attivato il torchio della banca centrale, liberati i bilanci dalla disciplina economica, avviato il complesso scientifico-industriale, fermate le attività economiche, risucchiate informazioni personali, ristrette le libertà, sovvertito il modo di vivere comune.

Certamente per necessità, quella di contenere il contagio, ma anche per l’enorme difficoltà che le grandi comunità odierne hanno nel governare loro stesse.

Una sofisticazione tale, accoppiata ad una sempre più disfunzionale inflazione burocratica e regolamentare, che per fronteggiare gli imprevisti domanda soluzioni sempre più radicali e scarica una buona dose delle responsabilità dei vertici politico-amministrativi sulla collettività.

L’uomo occidentale credeva di vivere in sistemi liquidi e flessibili ma con il cigno nero della pandemia ha compreso di vivere in regimi solidi e molto rigidi.

  E dunque fragili come il cristallo.

 Il prezzo per fronteggiare l’emergenza resta la inevitabile coercizione dello Stato sull’individuo.

(LORENZO CASTELLANI)

Dunque, qual è il confine del potere nell’emergenza?

 E quanto a lungo uno stato d’emergenza si può giustificare prima di trasformarsi in qualcosa di più preoccupante?

Questa appare la domanda fondamentale quando si guarda in faccia il nuovo volto del potere.

Fino a due anni fa si credeva a ragione di vivere in società libere.

 La minaccia dalla pandemia ha imposto l’accettazione di momentanee restrizioni della libertà di movimento, di produzione e consumo.

 Davanti alla malattia e alla morte vi sono state colpevolizzazione, controllo reciproco, responsabilizzazione anche quando l’organizzazione sanitaria e della sfera pubblica lasciavano a desiderare non per causa di gran parte dei cittadini.

Impaurita dal ritorno del contagio, gran parte della popolazione ha diligentemente fatto la fila per i vaccini e ha mantenuto distanze e precauzioni.

 La preoccupazione nei confronti di frange minoritarie di indisciplinati ha portato ad accogliere il codice digitale, il certificato, il controllo esercitato da soggetti pubblici e privati.

 Le libertà e i diritti costituzionali sono stati compressi o, se si vuole essere meno drammatici, pesantemente riequilibrati tra loro.

Lo Stato, soprattutto in Europa, ha esercitato di fatto un potere costituente.

Quanto precario e temporaneo lo si capirà poi.

Tutto questo ha trovato la sua legittimazione in nome di uno stato d’eccezione momentaneo.

Momentaneo.

Ma fino a quando? Fino a che punto?

 Non c’è essere umano abituato all’utilizzo del dubbio e della ragione che non sia assillato da questa domanda di questi tempi.

Tutto tornerà “normale” come “prima”?

 Ma è quasi impossibile riavvolgere il tempo una volta che il “normale” è stato scavalcato dagli eventi.

 Si è discusso molto sulle trasformazioni di lunga durata dell’economia a seguito della pandemia.

 Molto meno si è riflettuto sulle potenziali trasformazioni della politica. Sembra quasi che l’attuale classe dirigente occidentale abbia scelto di ignorare, forse per esorcizzare il potenziale caos o le potenziali derive dispotiche, le conseguenze politiche che il nuovo volto del potere potrà produrre.

Si invoca spesso la rinascita del post-pandemia guardando al fiorire economico e sociale del dopoguerra.

 Ma allora, dopo anni di morte e devastazione ben peggiore, interi regimi politici e assetti sociali consolidati vennero abbattuti.

 La ricostruzione ripartì tenendo il buono di ciò che c’era prima della guerra e gettando tutto il resto.

 Rifondando la società e scrivendo nuove costituzioni.

 Ma allora la distruzione era stata tale da giustificare una ripartenza quasi da zero.

Lo scenario post-pandemico, se si esclude la variazione di paradigma economico, appare assai meno innovativo.

Non si scorgono all’orizzonte nuovi contratti né nuovi patti sociali né una costituzione europea.

Sul piano sociale, inutile girarci intorno, chi prima della pandemia aveva un curriculum, un reddito e una posizione elevata uscirà ancor più rafforzato da questo tempo eccezionale.

L’impressione è che la distanza crescente tra gruppi sociali è stata sia stata forse accelerata più che ridotta dalla pandemia e dalle soluzioni politiche da essa scaturite.

 I sussidi non basteranno a rendere più giuste né meno inquiete le nostre società.

Se lo Stato è “di tutti i gelidi mostri il più gelido”, di ancor più tacita freddezza è l’apparato tecnico-produttivo, il “capitalismo immateriale” dei tempi nostri.

Una totalità, in cui si dispongono e ordinano le singole competenze, sicché neppure la specializzazione del sapere salva l’individuo, ma lo conduce e racchiude all’interno di quella unità.

 Lo “smart working”, accelerato dall’espansione virale, risponde alla logica della più rigida funzionalità:

la lontananza fisica esalta l’oggettività dell’apparato, che non ha bisogno di alcun luogo, poiché è capace di raggiungerci in tutti i luoghi, o, meglio, di sovrapporre il reale ed il virtuale.

 Mentre lo Stato pandemico disegna più angusti confini fisici, l’apparato tecnico-produttivo sfrutta l’emergenza per abolire la dimensione materiale dello spazio.

Uno si mostra e delimita, l’altro scompare e penetra.

(LORENZO CASTELLANI)

Quasi due anni di pandemia hanno mostrato paradossi che non si pensavano possibili.

 Che l’origine del virus sia stata frutto del caso o di una Chernobyl biologica, sorprende come il paese più indirettamente responsabile della pandemia sia uscito rafforzato nell’immagine, nella leadership e nell’economia.

 Il dato reale è che la Cina ha sfruttato la pandemia per ristrutturare la propria economia e per cercare di dispiegare la propria politica di potenza.

Emerge con sempre maggior chiarezza il “paradosso cinese”.

 È vero, come ha sottolineato Henry Kissinger nel 2019, che siamo all’inizio di una nuova guerra fredda, eppure i regimi politici occidentali sembrano avvicinarsi a quello di Pechino sul piano politico ed economico.

 Due modelli in contrasto tra loro finiscono per rassomigliarsi.

Gli americani sono stati a lungo ossessionati da questa sindrome osmotica per cui la guerra, reale o fredda, con altre potenze avrebbe trasformato gli Stati Uniti in regimi simili a quelli sconfitti.

Durante la guerra fredda, un tema ricorrente nelle analisi di progressisti e conservatori era che stava maturando una sorta di convergenza, la quale faceva assomigliare gli Stati Uniti, almeno per alcuni aspetti, al loro antagonista sovietico.

 Che tutte le superpotenze nucleari sarebbero diventate Stati totalitari era stata, ad esempio, la cupa profezia di George Orwell proprio nell’articolo in cui inventava il termine “Guerra Fredda”.

 Un rischio poi nuovamente denunciato nel celeberrimo romanzo “1984”. 

Ma una preoccupazione simile aveva agitato i sogni anche di un presidente pragmatico come “Dwight Eisenhower”, il quale aveva messo in guardia i cittadini, alla fine della sua presidenza, sul pericolo del potere del “complesso militare-industriale”.

Nel “Nuovo Stato Industriale” (1967) invece, “John Kenneth Galbraith “sosteneva che la pianificazione avrebbe inesorabilmente sostituito il libero mercato nel mondo occidentale, proprio come aveva fatto nell’Unione Sovietica, a causa delle esigenze della “produzione moderna su larga scala”.

Inutile dire che timori e suggestioni della classe intellettuale americana si sono rivelati o molto sbagliati oppure si sono solo parzialmente realizzati.

 Gli Stati Uniti non sono diventati un paese collettivista né politicamente illiberale.

Il divario tra il sistema economico americano e quello sovietico è solamente cresciuto nel tempo, non solo in termini di organizzazione ma anche di prestazioni.

Né si è materializzato l’incubo di Orwell:

gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono degenerati in Oceania, uno stato totalitario indistinguibile dall’Eurasia e dall’Asia.

 

Tuttavia, la gestione della crisi pandemica da parte della leadership americana non si è risolta nel tracciare una netta linea di demarcazione politica con la Cina, con la quale le frizioni geopolitiche sono state in costante aumento negli ultimi dieci anni.

Non sono stati riaffermati principi come il libero mercato, la libertà di parola, lo stato di diritto e la separazione dei poteri per mettere ulteriore distanza tra il sistema americano e quello della Repubblica popolare cinese, basato sul potere illimitato e incontestabile del partito comunista su ogni aspetto della vita individuale.

 Anzi, sul piano economico gli Stati Uniti hanno seguito la via tracciata dall’autoritarismo di “Xi”, fondata sul rilancio dei consumi interni e su accresciuti stimoli fiscali (1 trilione di dollari).

L’amministrazione Biden ha varato prima l’”American Rescue Plan” (1.9 trilioni di dollari), poi l’”American Jobs Plan “per potenziare le infrastrutture (2.2 trilioni) ed infine l’”American Families Plan” (1.8 trilioni).

 Il costo totale di questi piani arriva a poco meno di 6 trilioni di dollari, equivalente a oltre un quarto del PIL degli Stati Uniti (sebbene la spesa per entrambi i piani Jobs e Families sia distribuita su più anni). 

Pianificazione, pianificazione, pianificazione come alla metà degli anni  Sessanta a cui conseguì, è bene ricordarlo, la disastrosa crisi del decennio successivo tra stagnazione e inflazione.

(LORENZO CASTELLANI)

 

I repubblicani però sono nella posizione giusta per attaccare queste scelte di politica economica, avendo incautamente legittimato sia” il reddito di base universale” che la “Modern Monetary Theory “(MMT) con le misure di emergenza approvate lo scorso anno.

 Da ultimo, ci sono senza dubbio argomenti ragionevoli a favore dei certificati elettronici di vaccinazione (green pass) adottati da molti paesi occidentali, così come sono esistiti precedenti storici per documenti simili.

Esiste, tuttavia, un ovvio rischio che tali certificati possano trasformarsi in una sorta di carta d’identità digitale, un sistema che la Cina ha iniziato a utilizzare nel 2018 e che ha stretto ulteriormente il controllo del partito sulla vita dei cittadini e ha ristretto le residue libertà dei “non conformi”.

 

Tutto questo per dire che tanto le soluzioni sanitarie (lockdown, distanziamento, pass vaccinali) quanto quelle economiche, fondate sul nuovo slancio dell’interventismo statale, hanno avvicinato l’Occidente all’Oriente e al modello di Pechino in particolare.

Tuttavia, se per la natura genetica, autoritaria e monopolista, del regime cinese una tale evoluzione può essere letta come espressione della volontà di potenza e come un esercizio del politico attraverso mezzi tecnici al contrario per le democrazie pluraliste, questa dinamica rischia di asciugare ulteriormente “il politico” a favore di una inarrestabile razionalità tecnocratica capace di fiorire sull’anomia degli individui, anomia rimpolpata proprio dall’isolamento prodotto dalla pandemia.

Avvertiva “Emanuel Mounier” in “Che cos’è il personalismo”? (1948) che «l’organizzazione è un progresso verso l’ordine, ma al di qua del punto in cui l’uomo si riduce a una funzione».

Oltre quel punto vi è l’alienazione dell’essere umano e l’inedia della società civile.

 

In questo proliferare di paradossi ve ne è un ultimo che impressiona più degli altri, e cioè l’omogeneità delle soluzioni adottate a livello globale nell’era pandemica indipendentemente dalle costituzioni politiche e dalle tradizioni culturali nazionali o regionali.

La globalizzazione non è affatto in ritirata:

gli ultimi anni ci hanno ingannato.

I paradigmi tecnico-politici sono sempre più somiglianti ed estesi sul piano spaziale.

Vale per la sanità, per l’economia, per la tecnologia e per il rapporto tra Stato e cittadini.

 Seppure i più avveduti avevano saputo scorgerne le premesse nelle scelte politiche ed economiche di questi ultimi anni, nessuno avrebbe scommesso su una convergenza globale così rapida e risolutiva intorno a nuovi paradigmi senza la pandemia.

“LORENZO CASTELLANI)

 

La differenza nella coloritura della medesima soluzione tra Occidente e Oriente è il verde, le politiche green, proposte dalla classe politica occidentale per gestire un altro stato di emergenza che subentrerà, o meglio appare già in compresenza, a quello pandemico.

Scelta che forse può fornire un orizzonte escatologico, il desiderio di una terra più vivibile, sana e sostenibile, sia con sfumature di destra che di sinistra, e meno “presentista” rispetto al mero interventismo economico e che garantisce forse alla classe politica il pretesto per uno Stato d’eccezione permanente funzionale all’infusione top-down, con una sorta di «modernizzazione dall’alto», di riforme e al mantenimento della presa sulle leve di comando.

 L’operazione, tuttavia, non appare priva di rischi politici.

Il primo è che l’aspirazione ambientalista è per sua natura di matrice globale e, come è noto, solo una parte del mondo, quella occidentale appunto, è disposta a piegarsi ad una diversificazione di consumi e ad orientarsi verso nuove tecnologie green.

Col pericolo che alcuni paesi seguano una strada vanificata dal mancato impegno degli altri nel rapportarsi con i cambiamenti globali.

 Il secondo rischio è quello della deriva tecnocratica, con una letale combinazione tra la costruzione di un complesso tecnologico-industriale-ambientale e politiche restrittive e costose per quella parte di popolazione più periferica e più debole sul piano socio-economico.

 In questo caso il timore è quello di avere da un lato provvedimenti che andrebbero per gran parte a favore dei grandi attori del capitalismo pubblico e privato, di imporre dirigisticamente una vulgata pedantemente pedagogica e dei provvedimenti regolatori paternalistici ad una popolazione per gran parte inerte e insensibile.

Una situazione che minerebbe probabilmente la legittimazione politica del nuovo ambientalismo e che rischierebbe di non attuare alcuna concreta azione di redistribuzione del reddito, dei pesi fiscali e delle opportunità lavorative né di aprire nuovi spazi di mercato per le piccole imprese.

La ricostruzione di un nuovo ordine politico secondo differenti coordinate potrebbe non essere, in definitiva, così semplice e lineare.

 Lo scrittore “Michel Houellebecq” ha forse fiutato il pericolo meglio di ogni altro intellettuale, notando che «non ci risveglieremo, dopo il distanziamento, in un mondo nuovo; sarà lo stesso, ma un po’ peggiore».

È noto, infatti, che un potere in moto perpetuo e vorticoso può distruggere un certo ordine oppure rafforzarlo.

 Per ora il mondo del dopo Covid-19 rientra nella seconda ipotesi. Tuttavia, così come non sono chiari i confini dell’emergenze, si possono solo formulare plurimi scenari sulla politica post-pandemica.

 Tre sembrano i più probabili.

(LORENZO CASTELLANI)

Il primo è il rafforzamento della classe politica e burocratica attualmente al governo.

 Con un potere più verticalizzato, dirigista, interventista.

Se questo consolidamento sarà fragile ed illusorio si apriranno altri scenari, ma se al contrario sarà più forte del previsto non è da scartare l’ipotesi di un dispotismo tecnocratico.

 Il che non significa necessariamente dittature e totalitarismi su modello del ventesimo secolo, ma un progressivo svuotamento delle istituzioni rappresentative a vantaggio di quello burocratiche, giudiziarie, economiche e tecnocratiche.

 A cui consegue una ridotta mobilità sociale, una maggiore chiusura dei circoli delle élite, un mandarinato impolitico che gestisce il potere sul piano nazionale e sovranazionale, l’impotenza di nuove forze politiche nel deviare i paradigmi scelti da questi gruppi dirigenti apicali.

 In questo scenario i regimi politici occidentali si avvicinerebbero di più nella forma a quelli asiatici.

Tuttavia, la pericolosità del nostro tempo – denunciava un lucido e presciente “Emanuel Mounier” nel 1948 – «non cerchiamola solo nei fascismi defunti. I tecnocratici di tutti i partiti ci preparano un fascismo raffreddato, (…), una barbarie pulita e ordinata, una pazzia lucida e impalpabile, verso la quale sarebbe meglio ora volgere lo sguardo piuttosto che soddisfarci con poca fatica a condannare un cadavere».

 Il pericolo maggiore, dunque, è quello di regimi occidentali trasformati in un mandarinato burocratico e centralista, in cui lo spirito d’iniziativa individuale e collettivo, la società civile, i beni comuni, le libertà positive vengano mortificati e sacrificati sull’altare di nuovo dirigismo.

 

Il secondo è, invece, un inaspettato ritorno del populismo (potremmo anche chiamarlo “estremismo”) con sfumature di destra e di sinistra a seconda dei casi nazionali.

 L’establishment politico, burocratico, scientifico, esce debilitato dalla lunga pandemia e delegittimato agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica.

Oggi questo scenario potrebbe essere nascosto oltre la coltre prodotta dal volto del potere pandemico.

 Le coalizioni ampie, un potere pubblico indurito, un ordine pubblico maggiormente presidiato, impediscono di vedere il crescere della rabbia politica e sociale.

Ad un momentaneo riassorbimento del populismo consegue un’esplosione che nel giro di pochi anni trascina in una crisi i regimi politici occidentali.

Qui l’ordine rafforzato dalla pandemia potrebbe essere messo seriamente in discussione, ma senza sapere fino a che punto.

Potrebbe aprirsi la via verso una metaforica guerra civile, conflitto di tutti contro tutti.

 Oppure i populisti post-pandemici arrivati al potere potrebbero semplicemente godere ed impossessarsi dei nuovi dispositivi di controllo e dello stato d’eccezione dispiegati dall’attuale élite politica durante la pandemia.

 Sfruttare la breccia aperta da chi è ha governato in questi anni.

Ad oggi, sul riacutizzarsi della febbre populista, sono possibili soltanto delle ipotesi.

Sappiamo però che potrebbe accadere e che potrebbe non essere saggio gettare nel cestino questo scenario, per quanto oggi possa apparire improbabile.

 

Il terzo scenario è quello in cui la politica riesce a tirare il freno di emergenza.

La classe dirigente realizza quanto delicato e fragile sia il sistema della libertà e quanto potenzialmente pericoloso sia lo stato di emergenza permanente e la trappola dello “scivolamento monocratico”, con regimi per lo più nelle mani di mandarini pubblici e privati.

Si comprende che la polarizzazione e la frammentazione sociale devono essere contenute per evitare il dispotismo oppure il caos, e per questo si accetta di convivere con minoranze multiple senza demonizzazioni o discriminazioni.

 La politica si decide a tracciare confini di legittimazione dell’avversario meno stringenti di quelli odierni e riesce a mantenere forme di riconoscimento reciproco pur nella contrapposizione tra fazioni.

Ciò significa rinunciare al nazionalismo reazionario a destra ma anche agli eccessi del progressismo scientista e pedagogico a sinistra. Accettare che non possiamo più considerare la felicità come conseguenza infallibile della scienza poiché altre forze operano, sotto la patina dell’ordine civilizzato, inesplorate e selvagge.

Per questo si deve rifuggire il rassicurante porto del razionalismo, riscoprire l’uomo in tutte le sue dimensioni e ricomporlo in tutta la sua ampiezza.

Il pericolo maggiore è quello di regimi occidentali trasformati in un mandarinato burocratico e centralista, in cui lo spirito d’iniziativa individuale e collettivo, la società civile, i beni comuni, le libertà positive vengano mortificati e sacrificati sull’altare di nuovo dirigismo.

(LORENZO CASTELLANI)

Bisogna evitare, al tempo stesso, la “reductio ad nationem”, impossibile e distruttiva in un sistema politico debordante, interdipendente, reticolare e multilivello.

Il potere è dunque chiamato a creare nuove finzioni legittimanti, idee o anche ideologie intorno a cui si ridisegni la scena politica e nuovi momenti costituenti formalizzati e coinvolgenti, e nuove realtà, legate all’evoluzione dello scenario internazionale.

 Il nostro precario stato di eccezione resterebbe leggero, senza evoluzioni dispotiche o di rottura costituzionale.

La società si muoverebbe verso un “New Deal” economico e politico, comunque non privo di problematiche e pur sempre portatore di conseguenze indelebili nelle istituzioni, più che verso un pesante regime tecnocratico.

Il potere eviterebbe la totale spersonalizzazione verso cui sembra tendere.

Le amministrazioni nazionali e sovranazionali sarebbero costrette ad essere più aperte e responsabili verso i cittadini.

 Oggi disponiamo di tecnologie e di tecniche di gestione dei dati che consentono di padroneggiare situazioni estremamente complesse e, soprattutto, di avvicinare i cittadini all’amministrazione e viceversa.

Ciò non potrà continuare a funzionare soltanto per il commercio e le relazioni sociali, ma diverrà decisivo anche per portare le misure amministrative “a domicilio”, favorendo la partecipazione attiva dei cittadini.

 Le forme politiche resteranno differenti da quelle del passato, ma le democrazie liberali manterranno la loro sostanza politica, giuridica e istituzionale.

 L’Unione Europea tornerà forse a coltivare la speranza di un miraggio costituzionale che la consolidi e riordini.

(LORENZO CASTELLANI).

 

 

 

 

 

"I miei tre papà"

Marieclaire.it - Giulia Grimaldi – (10 – 3 -2024) – ci dice:                   

 

Il nuovo libro di “Jessa Crispin” è un “memoir” di (auto)salvezza per "liberarsi dai fantasmi del patriarcato".

I campi che si susseguono fuori dal finestrino, le vie del paese, sempre uguali, da ripercorrere all’infinito in un’adolescenza che sembra costretta a girare in tondo.

 Le domande di chi vuole scappare, le rassicurazioni di chi preferisce restare.

La paura verso il diverso e la frustrazione che si trasformano in rabbia. E, infine, il sangue che sgorga dentro le porte chiuse delle villette, i lividi, gli abusi, il femminicidio, il familicidio, il silenzio che li lascia fiorire.

Sono questi gli spazi in cui si muove il “memoir” di “Jessa Crispin”  “I miei tre papà. Come liberarsi dai fantasmi del patriarcato” (Edizioni Sur).

 L’abbiamo intervistata per lasciarle spiegare perché ha deciso di scrivere questo libro nel tentativo di liberare sé stessa e la società da questi spettri che tornano a mietere vittime.

 “Nel femminismo della seconda ondata si parlava spesso di 'bruciare il patriarcato', ma le risposte su cosa dovesse venire dopo non sono state sufficienti.

Bisogna fare discussioni approfondite su quale sistema utilizzare dopo aver tolto denaro e potere agli uomini, perché se il modello è lo stesso, e ad essere ricca e potente è una donna, non cambia molto.

 È facile scrivere di dare potere alle donne, ma se le donne sono fasciste o se lavorano in società che distruggono il mondo e non si occupano della società, allora tutto resta infestato degli spettri del patriarcato.

Parlarne seriamente è difficile perché dobbiamo metterci in discussione a più livelli.

Non ho la risposta, ma credo nel processo per trovarla.”

Partiamo dall’inizio, da “Lincoln”, in “Kansas”, dall’infanzia interrotta nel momento in cui un insegnante con cui ha creato un particolare rapporto di fiducia ha “preso il fucile da caccia e ha ucciso la moglie e le due figlie nei loro letti. Poi si è seduto sul pavimento e si è sparato un colpo in testa."

Partiamo da qui non per raccontare l’ennesimo caso di “true crime” e capire come sia possibile che un uomo (bianco, stimato) abbia compiuto un simile gesto (perché è ormai chiaro che non ci sia nulla di cui stupirsi), ma perché per “Jessa “sul piano personale è stato molto difficile, ha distrutto i 20 anni della mia vita sentimentale, non ho potuto fidarmi degli uomini per 20 anni.

Ma come scrittrice non potevo fare a meno di pensarci e come si fa a pensarci senza che il cervello collassi?

Ho dovuto studiare molto per trovare il modo corretto di raccontare questa storia”.

Questo studio è evidente, e ci porta all’interno della cultura americana di provincia con così tanta sincerità che l’unica cosa che possiamo fare è leggere il libro con la stessa onestà, andando a spolverare tutti quei comportamenti violenti che abbiamo subito, perpetuato, tollerato, fomentato.

E se siamo sinceri, che possiamo dire del nostro modo di affrontare la narrazione del femminicidio?

“ Jessa Crispin” parla dell’invasione da parte di contenuti sul femminicidio e di come questi abbiano quasi naturalizzato la nostra sensibilità.

In Italia abbiamo tutti gli ingredienti della narrazione sbagliata:

il paternalismo, il “victim blaming”, la rabbia delle donne e l’immediato sottrarsi degli uomini che dicono “not all men”.

 Eppure, è fondamentale parlare di questi temi, ma qual è il modo giusto di farlo?

 “C'è l'idea che l’importante è che se ne parli, ma trasformare la morte delle donne in intrattenimento è un modo poco serio e dannoso e distrae dal vero problema.

Ci sono tanti modi in cui le donne vengono attaccate, ma la violenza domestica è sicuramente la questione centrale e il discorso deve focalizzarsi su quelle misure concrete che servono alle donne per uscirne: sicurezza finanziaria, programmi sociali, coinvolgimento della comunità.

Per cambiare il modo in cui le donne vengono raccontate bisogna fare un lavoro quotidiano di azioni concrete:

come scrittrice devi educarti e sfidare i colleghi a ogni nuovo titolo sbagliato, ma ogni persona ha un contributo da dare”.

“I miei tre papà” va alle origini della rabbia, dell’odio e della frustrazione che generano quelli che chiamiamo mostri, ma che non sono altro che frutti della società, frutti violenti che tendono a ucciderne altri (solitamente donne cresciute con l’idea di meritarsi o semplicemente di dover accettare questa violenza).

 Come usciamo però dall’impasse per cui se diciamo così rischiamo in qualche modo di giustificarne il comportamento, ma se non lo facciamo riduciamo ogni singolo caso a una specificità, restando alla superficie del problema?

“Questo è un tema con cui ho dovuto combattere per tutta la vita, dal momento che nella mia famiglia ci sono persone che hanno commesso violenza e altre che l’hanno subita”, risponde in riferimento a episodi violenti dello zio nei confronti di sua madre, raccontati nel libro.

“Significa che crescendo trascorri molto tempo con questi uomini, quindi automaticamente contestualizzi le loro azioni.

Magari riesci a agire sull’abusatore e evitare che un altro ragazzino cresca con traumi che poi lo spingeranno ad agire in modo violento.

 Ma finché la società non si fa carico di queste dinamiche e non interviene, non serve a niente.

 L’unico modo che ha la società di esprimere preoccupazione è agire". C’è un passaggio, nel libro, in cui la “Crispin” cita il “podcast Dirty John” e descrive come “la violenza fa parte della tradizione familiare di questa donna, “Debra”, e la storia parte da un singolo rapporto violento per diramarsi in un’intera rete.

Prima del truffatore, “Debra” aveva già vissuto una serie di relazioni malate e fallimentari.

E anni prima la violenza domestica le aveva portato via la sorella, “Cindi”.

Quando Cindi aveva cominciato a lamentarsi del suo matrimonio – il marito, soggetto a furiosi attacchi di gelosia, cercava di controllarla – la madre le aveva detto che era normale, che sbagliava ad aver paura”.

Questo non è per accusare le donne e riversare la colpa sulla madre, ma per ricordarci quanto detto nella premessa, ovvero che per sconfiggere i fantasmi del patriarcato dobbiamo fare quel lavoro difficile di guardare dentro di noi e dentro le nostre famiglie ed essere pronti a lottare contro tutte quelle cose che diamo per assodate.

A questo punto è forse utile leggere anche il libro precedente della “Crispin” “Perché́ non sono femminista”.

Un manifesto femminista dove avverte che “mentre il femminismo è ormai di moda, la concreta azione femminista per creare una società̀ più̀ equa è malvista come sempre.”

 Insomma, non è una strada in discesa.

Ma mentre continuerete il viaggio nelle zone più remote del Kansas, raschierete via la vernice dorata dal mito di “John Brown” e vi stupirete del valore che mantiene la spiritualità per una femminista tradita dalle numerose “chiese estremiste USA”, senza rendervene conto vi ritroverete impantanati nell’odio primordiale, che trascende il rapporto uomo donna per cui “Il male genera altro male.

L’atrocità che rimane impunita ispirerà sempre altre atrocità.

Fingiamo di non saperlo per non dover etichettare le nostre azioni come crudeltà”.

 Questa sembra un sillogismo che racchiude in poche frasi il motivo per cui dovremmo comportarci seguendo la via del “bene”, eppure calza perfettamente anche il delirio della propaganda di guerra che vediamo oggi nei media.

 Per la “Crispin” “la differenza sta tra i termini sicurezza e pace. Gran parte della conversazione politica sul femminismo, ma anche sulla politica di Israele e degli Stati Uniti, è l'obiettivo della sicurezza.

Questo però spesso crea molti pericoli e danni ad altre persone.

Dopo l'11 settembre abbiamo dovuto rendere sicura l'America e abbiamo invaso paesi che non avevano nulla a che fare con quanto era successo, abbiamo perseguitato e maltrattato i nostri cittadini musulmani, scegliendo la sicurezza di alcune persone rispetto ad altre. Mentre se si parla di pace si deve pensare a come tutti ci sentiamo sicuri.

È un approccio molto diverso.

Il discorso di Israele mi fa orrore: se per sentirti sicuro devi uccidere così tante persone, l'unica sicurezza che ricerchi è quella di un gruppo demografico molto ristretto.

È per questo che ho scritto tanto sull'uso della polizia nella violenza domestica e dei numerosi pericoli che crea: la sicurezza non rende sicuri, proprio come le bombe.”

Un libro violentemente sincero, scritto da un’autrice ironica, che qui però si apre anche in modo intimo e personale.

Ecco forse perché, a cercare delle soluzioni, le si trova sparse qua e là nel libro, come un balsamo sia per chi scrive che per chi legge.

 Il grumo fangoso di odio della piana americana (ma che potrebbe benissimo essere italiana) si scioglie a volte in strade possibili, fatte di unione sociale, sorellanza, interdipendenza al posto dell’indipendenza.

Servizi che deve dare lo Stato (per non essere complice, direbbe “Elena Cecchettin”), ma anche la necessità di accettare tutte le contraddizioni dei ragazzi e delle ragazze in modo da non riempire le nazioni di soggetti a rischio di ricevere e subire violenza.

 “La famiglia è ciò che conta di più e chi si trova in una famiglia difficile decide di essere indipendente.

 Ma è un'esistenza molto precaria e la comunità non ha la stessa devozione e gli stessi beni materiali della famiglia.

L'unica possibilità è una società funzionante, con rifugi, cibo e servizi elargiti in modo onesto, questo è l'unico modo per combattere il patriarcato.

 Il problema principale delle donne è il denaro e se devono lasciare situazioni di violenza queste cose sono quelle che una società funzionante dovrebbe dare.

 Ma noi siamo diventati molto avari, tratteniamo continuamente quello che abbiamo da dare agli immigrati, agli emarginati, alle persone in difficoltà”.

Ci sono molti modi di leggere questo libro, soffermandosi sulle esperienze personali dell’autrice, sul fervore religioso, sulla violenza di genere o sui danni del capitalismo.

Ma se c’è un messaggio che deve alzarsi chiaro è questo, dice l’autrice: “cambiare è difficile, ma non siete sole.

Non ripetere i vecchi schemi è estremamente complesso e ogni lotta è una liberazione.

 Ci sono scrittori, professori, attiviste che lottano al vostro fianco anche se non lo sapete, per cui non sentitevi in colpa se vi sembra di non farcela.

 A un certo punto della mia vita mi sono sentita una fallita perché non riuscivo a essere indipendente in modo completo, mentre è il sistema che va contro di te.

 L’importante è essere onesti con sé stessi e affrontare i propri fantasmi”.

 

 

 

L'Università di Harvard, un tempo

una grande istituzione di

apprendimento, ora corrotta dal denaro.

 Unz.com - PAUL CRAIG ROBERTS – (8 MARZO 2024) – ci dice:

L'Università di Harvard ha appena annunciato di aver ritirato il mandato di "vaccino" contro il Covid che l'università aveva costretto gli studenti ad accettare.

 Sarebbe interessante sapere quanti studenti di Harvard sono stati uccisi dal mandato e quanti la cui salute è stata rovinata dal mandato degli amministratori di Harvard, stupidi e irresponsabili.

Solleva anche la questione di quanto siano davvero intelligenti gli studenti di Harvard al punto da rischiare un "vaccino" non testato.

Harvard afferma, tuttavia:

"Raccomandiamo vivamente a tutti i membri della comunità di Harvard di rimanere aggiornati sui vaccini COVID-19, compresi i richiami.

Inoltre, continuiamo a sottolineare i vantaggi di indossare una maschera facciale di alta qualità in ambienti interni affollati". L'università afferma che è ancora necessario che tutti gli studenti forniscano la prova di aver ricevuto il colpo iniziale.

(Thecrimson.com/article/2023/5/10/covid-emergency-ends/)

L'università prosegue affermando in risposta al COVID-19 che "continueremo a monitorare i dati sulla salute pubblica e rivedremo periodicamente i requisiti".

Harvard è presumibilmente un'istituzione intelligente con una scuola di medicina e presumibilmente ha una facoltà e amministratori in grado di valutare i fatti e prendere decisioni intelligenti.

 Eppure non vediamo alcun segno di intelligenza nella tanto tardiva revoca del “mandato vax” da parte dell'università.

Sappiamo da tempo che i "vaccini" mRNA non impediscono a una persona vaccinata contro il Covid di contrarre il virus e non impediscono la trasmissione del virus.

Gli stessi produttori di vaccini Covid di Big Pharma ora lo ammettono, così come le autorità mediche.

 In effetti, si stanno accumulando prove del fatto che il” vaccino vax” aumenta le probabilità che una persona prenda il Covid.

Lo sappiamo anche e ora è stato ammesso: Un esempio: (aulcraigroberts.org/2024/03/07/big-pharma-and-its-shills-are-having-to-adjust-their-covid -dalla finzione ai fatti/ )– che i "vaccini" a mRNA hanno tutti gli effetti mortali e dannosi per la salute che gli scienziati medici indipendenti hanno affermato di avere.

 Questi scienziati che hanno detto la verità sono stati perseguitati dall'establishment medico corrotto degli Stati Uniti.

Le prove ci sono.

Non c'è più alcun dubbio che il "vaccino", che in realtà non è un vaccino, non solo è totalmente inefficace ma anche molto pericoloso.

Le prove dimostrano che il "vaccino" è un killer molto più potente del virus stesso creato in laboratorio.

Allora perché Harvard continua a "raccomandare vivamente" più colpi inefficaci e pericolosi?

È questa una conclusione basata su prove che mostrano segni di intelligenza?

Con gli atleti nel fiore degli anni che muoiono sui campi da gioco di tutto il mondo, perché un'università presumibilmente intelligente richiede ancora agli studenti di aver ricevuto la "vaccinazione" iniziale?

Perché un'università presumibilmente intelligente, che comincio a pensare che Harvard certamente non lo sia, richiede agli studenti di assumere un vaccino noto per essere inefficace e pericoloso?

Come si può associare una decisione così non intelligente e non razionale all'intelligenza?

La mia conclusione è che Harvard è priva di intelligenza e integrità.

La ragione è che Harvard è piena di soldi per la ricerca di “Big Pharma”, e proprio come il “Congresso” e il” Presidente” devono votare in linea con gli interessi particolari che finanziano le loro campagne, Harvard vota con “Big Pharma”.

Cosa ne pensiamo di un Paese dove il denaro è l'unico valore, dove perfino le università, presumibilmente centri di apprendimento, preferiscono il denaro alla verità?

 

 

 

Come la sinistra può passare dal

nazionalismo al globalismo –

Ideo-sinistra (sinistra ideologica)

vs psico-sinistra (sinistra psicologica).

Unz.com - JUNG-FREUD – (1° MARZO 2024) ci dice:

Si presume generalmente che la sinistra sia antinazionalista e pro-globalista, ma questo trascura il fatto che la sinistra è stata un padre del nazionalismo tanto quanto lo è stata la destra.

In effetti, in certi momenti della storia, è stata la sinistra ad essere filo-nazionalista mentre la destra era antinazionalista.

Naturalmente, i significati e le connotazioni di "sinistra" e "destra" sono cambiati in relazione alle dinamiche del potere dominante, ai conflitti internazionali, ai livelli di sviluppo economico/industriale, ai credi regnanti e agli idoli/icone dominanti.

Inoltre, dobbiamo essere consapevoli della differenza tra i principi fondamentali della sinistra/destra e la manipolazione/sfruttamento pragmatico, opportunistico o senza scrupoli di essi (come essenzialmente fronti politici) per far passare certi programmi che, a un esame più attento, hanno meno a che fare con i principi ideologici che con gli interessi tribali o le politiche dell'élite.

 

Contrariamente a coloro che ritengono che la sinistra debba necessariamente essere antinazionalista, consideratene le origini.

 La Rivoluzione francese di sinistra non fu altro che nazionalista.

Cosa richiedeva?

Era per l'interesse nazionale di tutti i francesi.

Presupponeva che i leader dovessero rappresentare e servire il popolo nazionale.

 In altre parole, il popolo non esisteva per essere suddito di re e nobili, ma piuttosto le élite dominanti esistevano per dare voce, difendere e rappresentare i bisogni e la volontà del popolo.

La Rivoluzione francese sosteneva inoltre che le élite dominanti dovessero identificarsi innanzitutto con le masse nazionali.

Al contrario, la monarchia e l'aristocrazia francese tendevano a considerare il popolo come soggetti il cui scopo principale era quello di servire le élite dominanti.

Inoltre, in quanto reali e nobili, le élite francesi avevano maggiori probabilità di identificarsi con re e nobili di altri domini.

 In effetti, le case reali di tutta Europa erano unite dal sangue. Nonostante le periodiche battaglie combattute tra vari regni e principati, le élite dominanti si consideravano parenti e fratelli legati da lignaggio reale o nobile.

 È come se gli atleti d'élite si scontrassero sul campo da gioco, ma si identificassero più tra loro che con le masse di tifosi senza volto che tifano per loro.

 È lo stesso con gli dei della mitologia.

 Gli dei possono scontrarsi con altri dei, ma fanno comunque parte della compagnia degli immortali che regnano sui pietosi mortali.

Quindi, non c'è da meravigliarsi che gli ebrei abbiano fatto qualcosa di molto intelligente con il loro Dio.

Facendo di Lui l'unico e solo Dio, Egli non poteva formare alleanze con dèi di altre tribù contro gli Ebrei, il popolo che Lo adorava.

Inoltre, il Patto significava che il Suo scopo principale sulla Terra era quello di migliorare le cose per gli ebrei.

In questo senso, gli ebrei erano proto-nazionalisti a livello cosmico.

Si assicurarono che il loro governante spirituale li servisse tanto quanto loro servivano Lui.

Eppure, il cosmo-nazionalismo ebraico era problematico in quanto intrinsecamente proto-imperialista.

Se Dio è il sovrano di tutto, di tutti e di tutto ciò che è, il Suo potere non è limitato solo agli ebrei, ma a tutta l'umanità ea tutto il mondo.

Ma poi, data l'Alleanza speciale con gli ebrei, Egli non deve essere un imperatore imparziale su tutta l'umanità, ma un governante "razzista" che favorisce la supremazia degli ebrei su tutti gli altri gruppi.

Questa contraddizione all'interno della concezione ebraica di Dio come sovrano di tutti e protettore speciale degli ebrei ha portato all'ascesa del cristianesimo e poi dell'islam che hanno alterato i termini dell'alleanza.

Se Dio è il sovrano di tutti, deve essere un giusto imperatore celeste per tutti i popoli e le tribù.

 Chiunque o qualsiasi gruppo Lo adori, Lo serva e Lo onori dovrebbe essere altrettanto prezioso ai Suoi occhi.

Semmai, gli ebrei dovrebbero essere meno favoriti ai Suoi occhi perché, secondo il nuovo patto, si aggrappano all'avarizia del Patto originale che diceva che Dio è solo loro.

 

Dal punto di vista ebraico, il Cristianesimo e l'Islam non sono solo vili eresie ma i più grandi furti della storia.

 Si trattava di goyim che rubavano Dio agli ebrei con l'aiuto di traditori ebrei come Gesù, Pietro e Paolo.

Questo è il motivo per cui gli ebrei faranno di tutto per distruggere il cristianesimo.

Sebbene gli ebrei nutrano un legittimo risentimento nel ritenere che i goyim abbiano rubato il loro Dio, la loro concezione spirituale ha reso quasi inevitabile l'ascesa di derivazioni universalizzate del giudaismo.

Dopotutto, se Dio è l'unico Dio e sovrano su tutto (oltre che pieno di amore e giustizia), perché dovrebbe favorire gli ebrei rispetto agli altri? Inoltre, dato che gli stessi ebrei hanno ammesso più e più volte nei loro testi sacri di essere stati spesso sleali, traditori e verminosi agli occhi di Dio, perché Egli dovrebbe restare fedele ai cosiddetti Eletti che troppo spesso scelgono di agire come un gruppo di cretini e psicopatici?

Ad ogni modo, quelli al vertice amano il loro potere e i loro privilegi. E naturalmente disprezzano i meno potenti, i meno ricchi, i meno privilegiati e i meno connessi.

 I "migliori" preferiscono la compagnia e il riconoscimento degli altri con lo status di "migliori".

Guardano dall'alto in basso gli” hoi polloi” considerandoli semplici dipendenti, servitori, consumatori e/o sudditi.

Il problema con l'individualismo come ideologia politica è che si traduce in un iper elitarismo rispetto alla pari dignità degli individui.

Mentre “Jeff Bezos” e i suoi innumerevoli dipendenti sono tutti individui con gli stessi diritti fondamentali, “Bezos “come individuo vale il potere e la ricchezza di tutti loro messi insieme. È un individuo elefante mentre i suoi servi sono individui formiche.

In un certo senso, l'aristocrazia è più onesta nel suo sfacciato elitarismo, mentre la democrazia è solitamente falsa, con la classe dirigente che finge di rappresentare e servire il popolo quando in realtà è una cabala di oligarchi, manager d'élite e commissari.

 E l'elitarismo potrebbe facilmente peggiorare se la classe dominante tendesse a essere dominata da un gruppo la cui identità differisce da quella della grande maggioranza.

Sebbene gli Stati Uniti siano sempre stati un'oligarchia, le élite bianche cristiane un tempo provavano un certo grado di simpatia e cameratismo con le masse bianche lavoratrici, anche perché le élite bianche dalle stalle alle stelle ricordavano i propri anni di povertà e difficoltà.

 Ma con gli ebrei (e i loro delegati, gli omosessuali) come attuali élite al potere, dimenticate ogni genuino sentimento delle élite nei confronti delle masse.

Sebbene gli ebrei ricchi e potenti sentano qualcosa per i loro compagni ebrei in Israele e nel mondo, provano soprattutto odio, paura e disprezzo per le masse dei goy.

 

Nell'epoca dei re e degli aristocratici, il nazionalismo non aveva molta importanza.

 In effetti, la maggior parte dei popoli europei erano governati dalla Famiglia piuttosto che da qualcosa di simile alla leadership nazionale.

 A causa dei matrimoni misti tra i domini, molti re, principi e duchi erano imparentati con il sangue e molte élite preferivano parlare il francese piuttosto che la lingua dei popoli sottomessi.

 Inoltre, i sistemi monarchici tendevano ad essere imperialisti, e questo significava che i confini spesso venivano spostati per incorporare vari gruppi etnici con poca o nessuna affinità con la classe dominante.

L'esempio più estremo fu forse l'impero austro-ungarico, dominato dalle élite dominanti germaniche che costituivano solo dal 20 al 25% dell'intera popolazione.

Il nazionalismo era problematico per le élite dominanti degli imperi perché significava che dovevano favorire il proprio popolo, cioè se le élite dominanti imperiali avessero favorito il proprio popolo nazionale, il risentimento si sarebbe diffuso tra gli altri sudditi imperiali.

 

In effetti, il dominio ebraico sulla Cisgiordania è problematico nella sua dualità di nazionalismo e imperialismo.

Da buoni nazionalisti, i leader sionisti israeliani favoriscono i loro compagni ebrei, ma questo significa risentimento tra i palestinesi che vengono trattati come sudditi di un impero piuttosto che come cittadini di una nazione.

 (Ironicamente, gli ebrei hanno assunto il ruolo dei romani.)

Un sistema in cui tutti i popoli sono trattati come cittadini o sudditi è destinato a essere più stabile di uno in cui un popolo è trattato come cittadini mentre gli altri sono trattati come sudditi.

Se sia gli ebrei che i palestinesi fossero trattati come sudditi, come minimo entrambi i gruppi sarebbero sulla stessa barca.

Ma quando gli ebrei vengono trattati come cittadini mentre i palestinesi sono trattati come sudditi, è motivo di risentimento e risentimento tra questi ultimi.

Pertanto, il nazionalismo e l'imperialismo sono come il petrolio e l'acqua.

Il nazionalismo funziona meglio all'interno dei confini nazionali; diventa problematico in modalità imperialista oltre i confini nazionali.

 Se le élite al potere vogliono governare su un impero stabile, devono trattare TUTTI i popoli sotto il loro potere come sudditi o cittadini.

O anche ai popoli stranieri devono essere garantiti gli stessi diritti dei cittadini, oppure anche i nazionali devono perdere i loro diritti ed essere trattati come sudditi.

Nell'attuale “Nuovo Ordine Mondiale neo-imperialista globo-omosessuale”, il “New American Way “consiste nel trattare anche i non americani come "compagni americani" e surrogati di cittadini mentre, allo stesso tempo, erode i diritti dei cittadini americani con sempre meno protezioni libertà di parola, diritto alle armi, sicurezza delle frontiere e libertà di riunione e associazione;

 in altre parole, rendere i cittadini americani più sudditi.

I globalisti neo-imperialisti hanno imparato le lezioni del passato.

 Pensavano che la ragione principale per cui gli imperi europei fallivano era che erano imperi nazionali e, come tali, generavano molta rabbia e risentimento tra i popoli non bianchi.

Se i governanti imperialisti europei avrebbero trattato tutti i popoli, anche il loro, come popoli sottomessi, allora ci sarebbe stata almeno l'uguaglianza della tirannia.

Che uno fosse un britannico bianco o un indù bruno, non sarebbe stato né migliore né peggiore di qualsiasi altro suddito dell'impero.

Invece, l'imperialismo britannico era anche nazionalista per cui le élite britanniche si sentivano razzialmente, legalmente e politicamente obbligate a favorire i britannici bianchi a cui erano concessi diritti e privilegi nel Regno Unito e in tutto l'impero che erano negati ai non bianchi.

Fu proprio questo elemento nazionalista o "razzista" nell'imperialismo britannico a suscitare tanto animosità tra i non bianchi, soprattutto tra le élite locali non bianche.

Le élite non bianche, nonostante le loro ricchezze e privilegi (e la collaborazione con i signori stranieri), si resero conto che, in un certo senso, contavano meno anche del più basso britannico bianco.

 Anche il più basso britannico bianco veniva trattato come un cittadino della madrepatria, mentre anche il più alto non bianco era considerato un suddito dell'impero.

Quindi, era naturale che molte élite non bianche decidessero di lottare contro l'impero e creare i propri ordini nazionali.

In un certo senso, stavano scimmiottando gli europei perché la maggior parte delle culture non bianche non avevano quasi alcuna tradizione di potere popolare.

 Le masse erano state a lungo trattate come semplici sudditi dalle élite locali e, in più di un modo, il nazionalismo servì non solo a scacciare gli stranieri ma a minare l'ordine tradizionale.

 Anche quando gli imperialisti bianchi furono cacciati, l'ideale nazionale occidentale di "leader al servizio del popolo e viceversa" arrivò a definire le società non bianche.

In ogni caso, i globalisti di oggi sono su basi neo-imperialiste e non vogliono sacrificare la loro egemonia globale con il "vecchio errore" del nazionalismo.

Per poter governare il mondo a tempo indeterminato, le attuali élite dominanti degli Stati Uniti e dell'Unione Europea devono inviare un messaggio a tutta l'umanità che hanno lo stesso rispetto per i non bianchi e i non nazionali così come lo hanno per i bianchi e i nazionali.

 In effetti, l'attuale” PC” fa di tutto per dimostrare che qualsiasi persona bianca con simpatie/passioni nazionaliste sarà presa di mira, inserita nella lista nera, multata e persino imprigionata.

Anche dopo la Brexit, non è stato fatto nulla per contrastare i livelli pericolosamente alti di invasione dell'immigrazione non bianca nel Regno Unito.

L'unico gruppo a cui è consentito praticare il nazional-imperialismo sono gli ebrei, ma gli ebrei non sono solo il gruppo più ricco, privilegiato e potente del mondo, ma sono anche avvolti dallo scudo del sacro olocausto.

Anche se gli ebrei si sono elevati allo status di vittima sacro-santa, non hanno remore a comportarsi come “gangster spietati” con reti di intelligence elaborate e complesse per raccogliere sporcizia su chiunque.

Inoltre, attraverso il controllo dei media e l'isteria morale su "razzismo", "omofobia", "antisemitismo" e "Russia-Russia-Russia" (o "Russisteria"), praticamente chiunque nella vita professionale può essere diffamato in un modo o nell'altro. Un altro per la più piccola infrazione (o microaggressione). Infatti consideriamo come gli attivisti pacifisti e i giornalisti onesti siano stati diffamati come "antisemiti" o "agenti russi".

 

Un'altra ragione per cui agli ebrei, e solo agli ebrei, è permesso il nazional-imperialismo è quella di garantire che le élite goy servano come “élite compradore”-collaborazioniste a Sion.

In altre parole, mentre le élite goy possono essere individui ricchi e di successo che funzionano come élite manageriali del Nuovo Ordine Mondiale, non possono stare come un tutt'uno con i loro popoli etnici per timore che tale unità serva da baluardo contro il potere suprematista ebraico.

 Dopo tutto, l'unità nazionale goy significa che le élite goy di una nazione devono principalmente rappresentare e difendere i propri popoli piuttosto che servire una potenza straniera, i suprematisti ebrei.

In generale, gli imperi temono altri imperi mentre si scontrano per il bottino imperiale.

Ma gli imperi hanno anche problemi con il nazionalismo perché il nazionalismo vuole essere lasciato solo e potrebbe voler uscire dal gioco del potere imperiale (se non altro per unirsi ad un altro impero).

È come se i vari regni greci non volessero lasciarsi coinvolgere nell'avventurismo quasi imperialista di Agamennone contro i Troiani.

L'imperialismo considera il nazionalismo un ostacolo alle sue ambizioni arroganti.

Il nazionalismo spagnolo di Franco non voleva avere alcun ruolo nelle ambizioni imperialiste di Adolf Hitler, facendo arrabbiare a non finire il Führer.

Il nazionalismo polacco che insisteva sulla neutralità tra la Germania nazionalsocialista e l'Unione Sovietica fu un ostacolo per la spinta di Hitler verso est.

Quando gli imperi cercano di invadere o contenere determinati domini, anche i territori neutrali circostanti possono essere utilizzati come basi militari o trampolini di lancio per l'invasione con le buone e con le cattive.

Gli Stati Uniti guidati dagli ebrei non hanno alcuna ambizione di colonizzare il Medio Oriente con gli americani, ma usano paesi come Iraq e Pakistan per circondare l'Iran.

E gli Stati Uniti usano il Giappone, la Corea, le Filippine e Taiwan per circondare e contenere la Cina.

Questo è il motivo per cui anche la semplice neutralità dell'umile nazionalismo è spesso considerata un ostacolo all'ordine mondiale imperiale.

L'imperialismo teme che, se tollera un nazionalismo neutrale, altre nazioni potrebbero chiedere lo stesso e insistere per essere lasciate sole. Quindi, gli imperi perdono le loro basi operative per espandere la loro egemonia.

Non c'è da meravigliarsi che gli Stati Uniti, governati dagli ebrei, abbiano insistito per ottenere il controllo sull'Ucraina.

Doveva prendere di mira la Russia.

In ogni caso, il nazionalismo, anche se attualmente considerato come un'ideologia di "destra" o addirittura di "estrema destra" (tranne quando gli ebrei e Israele lo praticano), ha avuto un pedigree di sinistra e di destra.

 L'ascesa del nazionalismo nella Rivoluzione francese fu certamente di sinistra.

Inoltre, anche la fondazione degli Stati Uniti è stata, ideologicamente parlando, più di sinistra che di destra, in quanto riguardava la creazione di una repubblica nazionale indipendente in cui i leader sarebbero stati consapevoli degli interessi del popolo nazionale.

La Dichiarazione d'Indipendenza sosteneva che le colonie americane non erano più legate alla tirannia britannica che considerava i coloni come sudditi;

piuttosto, i popoli aspiravano ad essere ascoltati e rappresentati dai loro capi.

 (Gran parte erano delle accuse contro la Gran Bretagna molto esagerate, ma l'elaborata giustificazione per l'indipendenza aveva a che fare con le aspirazioni nazionaliste di sinistra, e non sorprende che i governanti americani fossero favorevoli alla Rivoluzione francese, nonostante il fatto che il re francese avesse fatto così tanto per portare a compimento la lotta per l'indipendenza americana).

Inoltre, la maggior parte delle lotte per l'indipendenza nazionale del secondo dopoguerra contro l'imperialismo europeo e il neo-imperialismo americano erano associate alla sinistra.

In molti casi, i comunisti guidarono le lotte per l'indipendenza nazionale, come a Cuba e in Vietnam.

Oppure erano nazionalsocialisti come Nehru dell'India.

Inoltre, anche se la Chiesa cattolica è stata considerata una forza "di destra" e "reazionaria" negli affari mondiali, il ruolo della Chiesa in Polonia non era semplicemente contro il comunismo ma contro il capitalismo e il globalismo sfrenati.

Nella teoria economica, il cattolicesimo è stato più vicino al socialismo che al capitalismo.

 

In effetti, solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito è stato un luogo comune associare l'ultra-capitalismo, l'ultra-individualismo e l'anti-statalismo come "di destra" o "conservatore".

Nella maggior parte delle nazioni europee, tali posizioni sono considerate "liberali" e spesso sono i partiti di destra a chiedere un ruolo più importante dello Stato.

 Ciò che sia “Otto von Bismarck” che “Adolf Hitler” capirono fu che la formula vincente era la combinazione di nazionalismo/patriottismo con una certa misura di socialismo.

Per la maggior parte,” Bismarck” ebbe successo perché si concentrò sulla nazione tedesca.

Ma nella prima guerra mondiale, la Germania barcollò in modalità imperialista (insieme ad altre nazioni europee) negli affari continentali e si portò alla rovina.

Hitler ebbe successo anche a livello nazionale con la sua formula del” nazionalismo e del capitalismo socialista”, ma poi portò la Germania alla rovina totale con un'altra serie di imprese imperialiste.

Il punto è che il nazionalismo non è mai stato interamente "di destra" o "di sinistra".

È stata una combinazione di tendenze di destra e di sinistra.

 Nella sua attenzione al “Potere del Popolo”, il nazionalismo è davvero di sinistra e in parte egualitario.

 Sotto il nazionalismo, le persone non sono semplici sudditi della gerarchia dominante.

La loro ragion d'essere non è quella di inginocchiarsi davanti ai nobili e inchinarsi davanti ai re.

Sono cittadini dello Stato con determinati diritti.

Sotto l'Antico Ordine, solo gli aristocratici avevano diritti riconosciuti dai monarchi.

Ma sotto il nazionalismo, il concetto di diritti è stato universalizzato per tutti all'interno della sfera nazionale.

E tuttavia, il nazionalismo è anche di destra in quanto limita la garanzia e l'amministrazione di quei diritti entro i confini di un regno politico organico.

Quindi, anche se una nazione come la Polonia o l'Ungheria sottoscrive la nozione di diritti umani universali, il suo ruolo è quello di garantire e proteggere tali diritti per la popolazione nazionale all'interno del regno.

Non è loro obbligo o ambizione diffondere tali valori o pratiche ad ALTRE nazioni.

Mentre si spera che tutte le nazioni e tutti i popoli, di loro spontanea volontà, arrivino a vedere la luce e a praticare la forma occidentale dei diritti umani (prima dell'ascesa della degenerazione come Nuova Normalità), non spetta a una singola nazione come" egemone liberale" giocare a fare il crociato e costringere tutte le nazioni a conformarsi all'unica vera visione della giustizia universale.

 

Inoltre, come il comunismo ha dimostrato in modo fin troppo potente, un insieme di principi e il sistema costruito su di essi NON sono il capitolo finale del progresso umano semplicemente a causa della loro certezza dogmatica.

Come si è scoperto, il comunismo è stato il dio che ha fallito.

Quindi, anche se la nozione di diritti umani è un'idea nobile, non è infallibile e, inoltre, ci sono molti più modi per concettualizzare ciò che costituisce i "diritti umani".

Inoltre, l'"universalismo" può essere generoso ma anche minaccioso e tirannico.

Può significare la condivisione di buone idee con il mondo ma anche l'imposizione di un dogma al mondo.

 Le guerre tra cristianità e islam, come quelle tra cattolici e protestanti, furono battaglie di universalismi che portarono a innumerevoli morti.

A parte il dogmatismo di qualcosa come le Crociate e l'Inquisizione (e più tardi il comunismo), c'è il cinico sfruttamento della retorica universalista – chiacchiere globose sulla "diffusione della democrazia" e sulla difesa dei "diritti umani" – per spingere quelli che sono essenzialmente agende tribaliste, capitaliste o imperialiste.

Notate come i suprematisti ebrei velano le loro agende essenzialmente tribali con il farfugliare dei think-tank su "democrazia", "diritti umani", "libera impresa", "ordine mondiale liberale basato su regole" e così via.

In effetti, la nozione di "universalismo" è stata così corrotta dai suprematisti ebrei che innumerevoli tirapiedi ora credevano che non ci sia un "diritto umano" più grande o più urgente di un'infamia come il "matrimonio gay" o di una follia come i diritti dei "transgender".

Nell'Occidente attuale, la decadenza e la degenerazione sono considerate il “gold standard” dei "diritti umani".

 L'"arcobaleno gay" è ora un simbolo più sacro della bandiera degli Stati Uniti o del crocifisso cristiano.

E i cosiddetti "conservatori", che prendono i loro soldi da donnole di feccia come il defunto “Sheldon Adelson” il truffatore del casinò, non fanno NULLA per respingere questa marea ripugnante.

Semmai, l'attuale "conservatorismo" sembra perfettamente contento che creature come "Lady Maga" siano il volto del Nuovo Conservatorismo.

O con Donald Trump che ospita "matrimoni gay" a Mar-a-Lago.

La sinistra, come un camaleonte, cambia colore in relazione a ciò che è considerato più rilevante.

Sotto la tirannia britannica, ciò che gli irlandesi ritenevano più urgente, coraggioso e degno di sacrificio era l'indipendenza nazionale.

 Pertanto, la sinistra irlandese era nazionalista in piena regola.

Allora la sinistra irlandese era nazionalismo irlandese.

Alla sinistra piace l'idea di essere dei perdenti che lottano contro il potere.

Prima dell'indipendenza nazionale irlandese, la “Buona Lotta” consisteva nel resistere all'Impero britannico, la potenza più potente del mondo, e nella lotta per la liberazione e la sovranità nazionale.

 Non c'è quindi da meravigliarsi che tale romanticismo abbia attratto molti irlandesi con tendenze di sinistra.

Unendosi alla lotta nazionale, potevano considerarsi guerrieri per la giustizia e la libertà contro la tirannia.

Inoltre, la sinistra gioca con le carte che ha in mano. Se il loro dominio risulta essere per lo più omogeneo e limitato ai confini nazionali, la sinistra tenderà a favorire i lavoratori, sostenendo così di fatto il nazionalismo.

In effetti, consideriamo la sinistra svedese prima dell'ascesa del globalismo.

 Era limitato agli svedesi in Svezia.

La sinistra svedese considerava i lavoratori svedesi come i perdenti bisognosi di rappresentanza.

Dato che la classe operaia tradizionalmente costituiva la maggior parte della popolazione nazionale, una politica a favore del pro-proletariato non poteva che essere nazionalista nella pratica, anche se non nella progettazione.

La sinistra nazionale, spingendo la classe operaia a chiedere salari migliori e maggiori benefici, ha avuto un impatto galvanizzante sulla politica di massa.

Inoltre, tale richiesta di massa dal basso guidata da attivisti di sinistra ha costretto le élite dominanti e la classe ricca a preoccuparsi più del benessere economico di tutta la popolazione della nazione che dei profitti-“uber-alles”.

Pertanto, in un ordine nazionale omogeneo, la sinistra può effettivamente servire a rafforzare l'unità nazionale e la coscienza nazionale.

Può portare alla fusione tra capitalismo e socialismo che funzioni per tutti.

Può ricordare alla classe dirigente che i lavoratori contano come la maggior parte del popolo nazionale.

Consideriamo infatti gli effetti del “New Deal” sul nazionalismo americano, che gettò una lunga ombra fino ai primi anni '70. Nonostante i suoi eccessi e problemi, ha prodotto un consenso nazionale da cima a fondo sul fatto che gli americani devono essere un popolo in cui anche il lavoratore più umile deve possedere le dignità fondamentali della vita.

La sinistra potrebbe rafforzare il nazionalismo.

Se la destra americana era focalizzata ossessivamente sull'individualismo e sui "muh profitti" e quindi aveva un effetto di frammentazione e alienazione tra le classi, la sinistra americana spingeva per politiche a favore dei lavoratori che facessero sentire l'uomo comune di avere un interesse nel sistema e nell'ordinamento nazionale.

Detto questo, la sinistra è stata utile al nazionalismo perché nazioni relativamente omogenee operano sulla base del razzismo.

La classe operaia svedese ha guadagnato perché la sinistra svedese l'ha difesa contro i ricchi svedesi.

E la classe operaia bianca americana fece grandi passi avanti perché l'America razzista era quella in cui le élite bianche erano costrette a rappresentare e offrire migliori opportunità e condizioni ai lavoratori bianchi.

Soprattutto durante la “Grande Depressione”, c'erano tantissimi bianchi poveri come la famiglia Joad in” THE GRAPES OF WRATH”.

Allora, la sinistra non aveva bisogno di difendere i non bianchi per sentirsi ipocriti e più santi di te, dato che anche molti bianchi erano senza casa o riuscivano a malapena a guadagnarsi da vivere.

È interessante come la sinistra possa passare così facilmente dal nazionalismo all'antinazionalismo. All'interno di un contesto politico e culturale omogeneo, la sinistra spesso aiuta e incoraggia il nazionalismo difendendo le masse lavoratrici.

Costringe le élite al potere a connettersi e ad essere reattive alla totalità dei popoli nazionali.

 In un contesto omogeneo, la sinistra riguarda invariabilmente le persone.

Potrebbe non essere particolarmente etnocentrico o razzista, ma il suo effetto complessivo è quello di rafforzare la politica popolare.

Poiché la maggior parte delle persone all'interno di un ordine politico omogeneo condivide la stessa etnia, la sinistra unisce le masse lavoratrici per essere ascoltate come popolo nazionale.

Idealmente, per prevenire la diffusione della sinistra radicale, è meglio avere un governo di destra o di centro che subisca pressioni da sinistra.

 A causa della sua natura virulenta, la sinistra al potere tende ad essere irrequieta nel provare NUOVE politiche, la maggior parte delle quali si rivelano inutili o, peggio, dannose.

Tuttavia, quando la sinistra funge da forza critica/di supporto piuttosto che da forza dominante, ha un modo per fare pressione sulle élite dominanti affinché siano più reattive nei confronti delle masse.

Manda un segnale alle élite di essere più attenti al popolo nazionale per evitare che il popolo diventi più irrequieto e radicale.

(Per qualche ragione, tuttavia, la follia del maggio '68 avvenne nonostante l'investimento totale della Francia nella nazione nel suo complesso).

In effetti, le riforme socialdemocratiche nella Germania della fine del XIX secolo hanno rafforzato il nazionalismo facendo sentire la classe operaia come beneficiaria del sistema.

Erano sia cittadini che semplici unità di lavoro senza volto. Consapevolmente o meno, la sinistra tedesca, cooperando e scendendo a compromessi con la classe dominante, ha dato credito alla destra tedesca.

In effetti, il nazionalismo tedesco era l'intersezione tra destra e sinistra.

 

Eppure, la sinistra può facilmente diventare antinazionalista.

Com'è possibile che qualcosa che potrebbe essere così utile al nazionalismo sia anche così dannoso?

Perché i principi fondamentali della sinistra non riguardano il tribalismo, il nazionalismo o il particolarismo, ma il messianismo radicale, l'universalismo, l'egualitarismo e/o l'underdog-ism.

Inoltre, il nucleo della psicologia di sinistra riguarda il "più santo di te" e il puritanesimo morale/spirituale.

È qui che la sinistra è diversa dal libertarismo.

La decadenza e la degenerazione come diritti libertari riguardano la libertà e la libertà, non la santità morale.

 Il libertarismo non difende moralmente l'autoindulgenza e la depravazione;

 si limita a difendere il diritto degli individui di prenderne parte.

 Al contrario, quando la sinistra si fonde con la decadenza/degenerazione, sente un bisogno "spirituale" di santificarli e "sacralizzarli" come la "nuova normalità" o addirittura il "nuovo santo".

Sebbene la sinistra sia stata in gran parte affrontata e analizzata ideologicamente, può anche essere intesa come una tendenza psicologica.

In un certo senso, il fattore psicologico può essere più importante. Dopotutto, se la sinistra riguardava principalmente l'ideologia, avrebbe dovuto morire con la caduta del comunismo.

Inoltre, cosa c'è di più gerarchico del globalismo che ha creato una “Master Class di super-oligarchi “contro il resto di noi?

Se la sinistra funzionasse come un'ideologia, dovrebbe essere principalmente anti-globalista e anti-iper-capitalista.

Eppure, gran parte della "sinistra" di oggi si schiera con lo Stato Profondo, Hollywood, Las Vegas, Wall Street e il super-capitalismo.

 Ideologicamente ha poco senso, ma psicologicamente ha perfettamente senso.

Anche se l' “ideologia di sinistra” è praticamente morta, la “psicologia di sinistra” è viva e vegeta, e non può essere estinta perché è una tendenza psico-emotiva a cui alcune persone sono geneticamente più predisposte.

 

Alcune persone sono nate con tendenze psico-sinistra, così come alcune sono nate con tendenze psico-destra. Mentre la santità è molto importante sia per gli psico-destra che per gli psico-sinistri, i primi sono più interessati alla conservazione di simboli familiari e valori radicati, mentre i secondi sono più interessati all'indignazione morale del momento.

Così, le emozioni della psico-destra sono raramente così accese come quelle della psico-sinistra.

Ovviamente, difendere il regno richiede meno isteria di quanto non faccia cambiare il mondo.

Certo, lo psico-destra non è privo di passione.

 Molti psico-destri hanno un profondo e potente senso di connessione con la loro terra, la loro gente, i loro costumi e la loro storia.

Lo psico-destra riguarda la sacra dimora, lo psico-sinistra riguarda la sacra missione.

Inoltre, poiché lo psico-destra è radicato nel terreno, è più resiliente nel lungo periodo SE riesce a resistere alla tempesta del cambiamento. È come se gli alberi con le radici profonde nel terreno si riprendessero e ricrescessero dopo forti tempeste, inverni freddi e persino incendi boschivi.

 

Tuttavia, poiché la sinistra è senza radici (o è anti-radicale), quando una particolare sinistra viene screditata, rifiutata e passa dalla storia, svanisce senza lasciare traccia.

 Tuttavia, ci sono modi in cui il fervore psico-sinistro può sopraffare la passione psico-destra.

Poiché lo psico-rightism è più un'emozione – i sentimenti che si provano per la famiglia, la casa/patria, l'eredità, e così via – tende a non essere articolato o intellettualizzato.

 È qualcosa che senti senza saperlo.

Al contrario, poiché la psico-sinistra consiste nel trovare difetti nel sistema e cambiarlo radicalmente o del tutto (e persino cercare di cambiare il mondo intero), deve essere più di una passione o di un'isteria.

 Deve essere intellettualizzata in un sistema di idee o in una visione del mondo.

In quanto tale, la sinistra tende ad essere più articolata e "retorica" di quanto non lo sia la destra. È come se qualcuno che crede nella "casa dolce casa" provasse un certo sentimentalismo, che soddisfa il suo senso di scopo e significato.

Al contrario, qualcuno che dice che la casa dovrebbe essere abbattuta per far posto a qualcosa di nuovo, diverso e migliore deve spiegare perché il suo piano dovrebbe essere realizzato.

Proprio perché la sinistra va contro il modo "naturale" e normalmente accettato di fare le cose, deve giustificarsi moralmente e intellettualmente.

 Così, la sinistra acquisisce una maggiore padronanza della politica delle parole. Poiché le parole hanno il potere di convertire le menti e le menti convertite si uniscono alla crociata, le parole possono cambiare il mondo.

Tra la mentalità di psico-destra e la mentalità di psico-sinistra c'è la mentalità psico-libertaria che non sente un forte attaccamento alla gente, alla cultura, alla terra e al patrimonio, né sente una particolare tendenza verso l'indignazione morale e la redenzione attraverso la trasformazione.

Gli psico-libertari trovano che lo psico-destra sia soffocante e repressivo e che lo psico-sinistra sia rabbioso e virulento.

 Se gli psico-destra vogliono tenere gli omosessuali nell'armadio, gli psico-sinistra vogliono elevare gli omosessuali nella chiesa.

Gli psico-destra vogliono frenare la perversione, la devianza e la differenza per mantenere la Via Tradizionale o la Norma Corrente, mentre gli psico-sinistri vogliono frenare la tradizione, le norme naturali e le visioni "reazionarie" per far passare la Nuova Agenda.

 Poiché entrambi sono fondati su emozioni sacre – lo psico-destra riguarda il sacro, lo psico-sinistra riguarda l'essere più santi di te –  c'è un limite al quale entrambi possono accettare la libertà e la libertà.

Se la libertà minaccia ciò che è sacro per lo psico-destra, deve essere ridotta per preservare ciò che si crede sia nobile, essenziale e vero.

Se la libertà minaccia ciò che è sacro per la psico-sinistra, deve essere ridotta per garantire lo slancio della marcia in avanti.

Poiché gli psico-libertari non ritengono nulla di sacro, hanno difficoltà a comprendere l'attaccamento emotivo della destra alla tradizione/eredità e l'attaccamento emotivo della sinistra alla "giustizia sociale".

 

Certo, c'è una cosa che è quasi sacra per certi psico-libertari. In quanto idealisti dell'Individuo, gli psico-libertari tendono a idolatrare i super-individui che hanno ottenuto di più, soprattutto negli affari.

Quindi, il più delle volte, gli psico-libertari saranno pedissequamente d'accordo con qualunque cosa il gruppo più ricco di oligarchi abbia da dire.

Quindi, se oligarchi e multinazionali super-ricchi usano i monopoli per limitare la libertà di parola e spingere il globo-homo, gli psico-libertari potrebbero approvare la loro infatuazione stellare per i ricchi e di successo.

 È tutta una questione di "proprietà privata".

In effetti, questo è il motivo per cui così tanti psico-libertari sono pienamente d'accordo con Israele e il sionismo.

 Non perché abbiano un attaccamento sentimentale a Israele o considerino gli ebrei come i prescelti, ma perché sono così colpiti dalla ricchezza e dai risultati ebraici come individui.

Poiché le élite globaliste sanno che la "sinistra" ora funziona essenzialmente come agente psicologico piuttosto che ideologico, hanno usato il controllo del mondo accademico, dei mezzi di informazione, dell'intrattenimento e dello Stato profondo per manipolare e sfruttare la psico-sinistra.

Le élite globaliste sanno che gli psico-sinistra si preoccupano meno della coerenza ideologica e dell'onestà intellettuale che dell'appagamento emotivo derivante dall'essere ipocritamente indignati e/o dal sentirsi compiaciuti e maligni superiori nell'essere "più evoluti" o "dalla parte giusta della storia".

La sinistra era legata a un particolare insieme di ideali e di una visione ideologica del mondo.

Ora si tratta soprattutto di "muh sentimenti".

 Proprio come qualcuno che è fissato con l'orgasmo non si preoccupa dell'amore e dell'impegno come farebbe qualsiasi partner sessuale, uno psico-sinistra non si preoccupa davvero di ciò che lo preoccupa FURCHÉ lo sia. gli fornisce il rapimento emotivo di essere più santo di te e ipocrita.

Quindi, finché le élite globaliste trovano modi intelligenti per solleticare le loro zone "oltraggiose", la marmaglia psico-sinistra è felice.

È come se i cani avessero bisogno di cacciare o inseguire qualcosa.

Può essere QUALSIASI COSA purché possano rincorrerlo.

Potrebbe essere un coniglio, uno scoiattolo, un procione, una palla o un bastone.

Finché a un cane viene dato qualcosa a cui inseguire, si sente vivo.

Allo stesso modo, finché allo psico-sinistra viene dato qualcosa per cui scatenare l'isteria, lui o lei si sente soddisfatto dall'orgasmo morale o dal "morgasm".

In effetti, i globalisti ebrei preferiscono questo perché la sinistra ideologica (o ideo-sinistra) insiste su una coerenza di fondo di idee e principi.

 Così, la sinistra ideologica è più difficile da manipolare qua e là.

Questo è stato il motivo per cui gli ebrei alla fine hanno perso sotto il comunismo.

Il comunismo, essendo una forma ideologica di sinistra, era fermo su una serie di principi.

Era contro la ricchezza, contro l'individuo e contro l'impresa.

Favoriva soprattutto la mediocrità e il conformismo.

In un sistema governato da tali principi, le élite comuniste ebraiche sono state prese di mira e abbattuto diversi pioli in nome dell'uguaglianza.

Così, anche se gli ebrei hanno iniziato forte nell'ordine comunista sovietico, hanno continuato a perdere potere con il passare degli anni.

Al contrario, gli ebrei sono andati sempre più rafforzandosi negli Stati Uniti perché hanno permesso l'individualismo e la meritocrazia, due aree in cui gli ebrei sono stati avvantaggiati per le loro personalità invadenti e il loro quoziente intellettivo più elevato.

In una certa misura, la sinistra ebraica era utile come copertura morale proprio perché gli ebrei stavano guadagnando rapidamente potere, privilegi e ricchezza.

Se gli ebrei fossero associati solo al denaro e alla posizione, la gente li guarderebbe con invidia e risentimento, persino con odio.

 Ma se associato alla sinistra, creerebbe l'illusione dell'impegno ebraico per l'"uguaglianza" o l'"equità".

 

Mentre gli “ebrei capitalisti” e gli “ebrei di sinistra” non andavano d'accordo su molte cose per gran parte del 20° secolo, sul destino deprimente degli ebrei sotto il comunismo, sullo straordinario successo degli ebrei negli Stati Uniti, sul culto galvanizzante della Shoah e sul L'ascesa del sionismo portò tutti a una comprensione reciproca tra i due campi.

I capitalisti ebrei continuerebbero a diventare sempre più ricchi e ad acquisire un maggiore controllo della società, mentre gli ebrei di "sinistra" farebbero molto rumore sulla "giustizia" e sull'"uguaglianza" per dare l'impressione che gli ebrei siano più interessati alla profezia della "giustizia sociale" che alla ricchezza materiale, e ai profitti.

 

In altre parole, gli ebrei hanno praticamente rinunciato alla “sinistra ideologica” e hanno formulato modi per manipolare la “sinistra psicologica” (o psico-sinistra) attraverso il loro controllo dei media, del mondo accademico e dello stato profondo per fabbricare nuovi idoli e narrazioni per irritare il panico morale e l'isteria.

 L'ideologia e le idee ora contano molto meno degli idoli e delle icone, specialmente quegli ebrei come popolo del “Santo Olocausto”, degli omosessuali come fatine angeliche "arcobaleno gay" e dei come vittime di Mandela/Mandingo (in quello che potrebbe essere chiamato idol-sinistra o Ido-sinistra).

Quindi, non importa cosa stanno facendo i sionisti ai palestinesi e all'Ucraina.

Basta andare a caccia dei "Nuovi Nazisti" da prendere a pugni.

 Naturalmente, se qualcuno proponesse di cacciare i sionisti genocidi, i suprematisti ebrei impazzirebbero che hanno devastato intere nazioni e popoli.

Gli omosessuali sono ormai diventati dei santi, ed è così gratificante per molti sventolare la bandiera "gay" mentre gridano di "omofobia".

E non importa che i neri uccidano altri neri (e altre razze). Basta cantare il mantra "Black Lives Matter" come se i neri fossero quelli che necessitano di protezione dalla "polizia razzista bianca".

E non importa quello che gli ebrei, i liberali e gli ideologi di sinistra hanno detto una volta sul maccartismo, sulla "paranoia anticomunista" e sull'"adescamento rosso".

È ora di moda farsi prendere dal panico per la Russia-Russia-Russia come la causa principale di tutti i nostri problemi – come potrebbe non esserlo quando rifiuta la santa crociata del “Globo-Homo”, uno dei più sacri tra i santi nell'attuale vetrina della psico-sinistra?

E non importa come Obama si sia rivelato essere solo un altro fantoccio neo-imperialista che ha eseguito gli ordini dei sionisti e ha diffuso altre guerre per Israele.

Ebbene, è il primo presidente nero, e questo significa che è santo e un simbolo contro il male del "razzismo".

Con gli psico-sinistri, è davvero un gioco di "fare tabula rasa".

Poiché la sinistra ideologica è morta, gli aspiranti di sinistra di oggi non hanno una visione a lungo termine o una serie profonda di principi da padroneggiare e da rispettare.

 La psico sinistra è come una pistola che vuole sparare colpi infiniti.

 Non importa quali munizioni siano caricate nella sua cartuccia a salve, purché riesca a spararle.

Una cosa è certa, la "sinistra" di oggi non riguarda l'uguaglianza o l'anti-imperialismo, come molti nella cosiddetta "sinistra" fanno il tifo per il neo-globo-imperialismo statunitense, ma difendono lo “stato profondo” e lodano “Wall Street” e la “Silicon Valley”.

 

Ora, perché la "sinistra" dovrebbe essere per i super-ricchi e l'imperialismo globalista?

Poiché non avendo una vera ideologia su cui fondare la loro visione del mondo, la "sinistra" di oggi è per lo più” psico-sinistra “che brama principalmente “indignazione morale e buffonate più sante di te “su qualcosa, qualsiasi cosa.

Dato che la maggior parte di loro è troppo stupida, pigra e/o ignorante per formare le proprie prospettive, fanno affidamento sui poteri costituiti per fornire gli idoli e le mode su cui preoccuparsi di più.

 È un po' come il “Weekly Billboard 100”, o la “hit parade dell'indignazione morale”, l'”ultimo buzz” su cosa è caldo e cosa non lo è.

Proprio come i cani stessi non possono lanciare la palla o il bastone e fare affidamento sui loro padroni per farlo, gli “psico-sinistra” si affidano ai “signori ebrei del globo-homo “per fornire gli argomenti caldi da inseguire.

Questo è il motivo per cui la "sinistra" di oggi è così malleabile e così arbitraria nei suoi oltraggi morali.

La loro indignazione morale non è dovuta al carro dietro al cavallo ideologico, ma piuttosto al cavallo stesso che trainerà qualsiasi cosa caricata sul carro.

Si consideri che la maggior parte della "sinistra" ha mostrato poca preoccupazione per i cosiddetti "rifugiati" detenuti durante l'amministrazione Obama.

Non hanno quasi battuto ciglio sull'”uso dei neonazisti da parte dello Stato profondo americano” per organizzare un colpo di stato in Ucraina.

Per lo più hanno ignorato il tacito sostegno dell'amministrazione Obama al sanguinoso colpo di stato militare in Egitto che ha rovesciato un governo democraticamente eletto.

Non avevano alcuna preoccupazione per i curdi in Siria.

Ma, non appena “Trump” è entrato nello “Studio Ovale”, queste stesse persone hanno improvvisamente cominciato a schiumare proprio sugli argomenti che avevano allegramente ignorato sotto Obama.

Proprio le persone a cui non importava niente dei musulmani quando le guerre di Obama ne uccidevano un sacco, improvvisamente piangevano lacrime di coccodrillo per l'ingiustizia del cosiddetto "divieto di viaggio musulmano" di Trump.

Per una migliore comprensione dello “psico-sinistra”, consideriamo il ridicolo caso di “Justin Trudeau”, il cui compiaciuto atteggiamento morale e la sua arroganza si contraddicono a vicenda.

 Un giorno si traveste da musulmano e "prega" in una moschea, ma il giorno successivo sventola la bandiera "gay" durante un evento del "pride".

Ora, cosa hanno in comune l'Islam e il "gay pride"?

Non importa l'incoerenza ideologica.

 Ciò che conta è che entrambi forniscano la gratificazione immediata degli "sballi di virtù".

Mescolandosi con i musulmani è tutt'uno con la diversità molto consacrata e contro l'"islamofobia", e scherzando con gli omosessuali è tutt'uno con il santo "arcobaleno" e contro l'oscuro peccato dell'"omofobia".

Il fatto che la "transfobia" sia diventata l'ultima mania e l'oggetto di una nuova crociata praticamente da un giorno all'altro dimostra che la psico-sinistra riguarda quasi interamente i sensi e le emozioni piuttosto che le idee.

 Come hanno sottolineato lo squallido “Joe Biden e altri”, l'ascesa del “globo-homo” è dovuta meno al dibattito ideologico o intellettuale che al potere dell'idolatria e dell'iconografia attraverso programmi televisivi, film, pubblicità e sfarzi.

In un mondo in cui immagini e suoni contano più delle idee, dove canti-mantra-slogan- luoghi comuni hanno la precedenza sulle parole come strumenti di logica e fatti, le persone hanno dimenticato come pensare.

In effetti, così “tante persone ora vogliono liberarsi della libertà di parola” perché certe parole, anche se vere e concrete, offendono il loro senso del sacro, soprattutto riguardo a ebrei, neri e omosessuali.

In un ordine omogeneo, la sinistra tenderà a schierarsi con le masse lavoratrici contro le élite ricche in una sorta di sinistra nazionale.

 Ma in un ordine diverso o in un ordine (anche se omogeneo) in cui la diversità è stata sacralizzata, la sinistra si schiererà con la diversità delle minoranze, degli immigrati e degli stranieri contro il nucleo nazionale – e potremmo chiamarla "sinistra globale".

Anche se la “sinistra nazionale” e la “sinistra globale” non vanno d'accordo, condividono un tratto comune a livello psicologico.

 Entrambi si basano sulla necessità di provare indignazione morale e ipocrisia.

 La “sinistra nazionale” si sente più santa di te nel sostenere i poveri e i lavoratori che lavorano duramente contro i ricchi e i privilegiati.

Si sentono come santi laici che stanno dalla parte dei “non abbienti” contro i “super-abbienti”.

Anche la “sinistra globale” si sente più santa di te, ma nel coccolare le minoranze emarginate, gli elementi stranieri diffidati e gli immigrati in difficoltà.

 Per la “sinistra globale”, i popoli del Terzo Mondo sono ancora più bisognosi della classe operaia bianca in Occidente.

Una volta che nella psicologia svedese è stata inculcata l'idea che la diversità è vicina alla pietà, la sinistra svedese ha continuato a spingere per una maggiore immigrazione.

E una volta che gli immigrati non bianchi hanno preso piede in Svezia, la sinistra svedese ha iniziato ad abbracciarli, difenderli e coccolarli come i nuovi "piccoli ragazzi", le vittime sacrosante meritevoli di massimo amore e simpatia.

Le élite svedesi, che si preoccupano solo del denaro e dei privilegi, hanno pensato che avrebbero potuto evitare le ire della sinistra se avessero aderito al programma Diversità.

Perché dovrebbero preoccuparsi quando hanno i soldi e i mezzi per mantenersi sani e salvi nelle loro ricche” enclave”, anche se la Svezia dovesse riempirsi di orde straniere?

Inoltre, i ricchi svedesi e la sinistra svedese potrebbero fare da capro espiatorio ai nazionalisti svedesi (per lo più classe medio-bassa e classe operaia) come cattivi "razzisti" come causa dell'insufficiente diversità o dei problemi della diversità.

Questo è il motivo per cui il mondo ha bisogno del “Umanesimo Nazionale” o del “Neofascismo” come unica formula praticabile per fondere la destra con la sinistra per il bene della preservazione nazionale e della reazione contro gli imperialismi di vario genere.

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