Politica Estera.

 

Politica Estera.

 

 

L’Italia Spenderà oltre 8 Miliardi

di Euro per Acquistare Carri Armati

Leopard dalla Germania.

Conoscenzealconfine.it – (27 Febbraio 2024) - Stefano Baudino – ci dice:

 

La “Commissione Difesa della Camera dei Deputati”, il 22 febbraio, ha ufficialmente dato il via libera all’acquisto di 132 carri armati tedeschi “Leopard 2”, per un costo stimato in 8 miliardi e 246 milioni di euro.

 

Nello specifico, il programma di acquisizione dovrebbe durare in tutto 14 anni.

La prima fase, di preparazione, durerà dal 2024 al 2026, vertendo sullo sviluppo, la produzione delle pre-serie e l’omologazione delle piattaforme.

La seconda durerà invece dal 2027 al 2037, sostanziandosi nell’acquisizione di 132 carri armati destinati a costituire due reggimenti carri e fino a 140 piattaforme corazzate derivate per equipaggiare le unità delle brigate pesanti, medie e leggere, tutti i reggimenti genio e i reggimenti logistici dell’esercito e gli istituti di formazione.

Le opposizioni – nello specifico il “Partito Democratico”, “Alleanza Verdi-Sinistra” e il “Movimento 5 Stelle” – sono unite nella protesta contro la maggioranza, che nella stessa giornata, in Senato, aveva dato l’ok a un “disegno di legge funzionale alla riduzione del controllo sull’export di armi”.

La richiesta di parere parlamentare sullo schema di decreto ministeriale che aveva approvato il programma di acquisizione dei Leopard era stato trasmesso lo scorso 24 gennaio alle “Commissioni Esteri e Difesa del Senato” e alla “Commissione Difesa della Camera dei Deputati”.

Tutti i mezzi corazzati verranno prodotti in Italia, all’interno degli stabilimenti spezzini dell’azienda pubblica Leonardo, che avrà un ruolo centrale “sia nella componente veicolare, dove collabora con “Iveco” attraverso il consorzio” Cio”, sia in quella relativa alla torretta, all’armamento ed all’elettronica di missione dei veicoli”, ha riferito il suo condirettore generale, “Lorenzo Mariani”.

All’interno del piano è inoltre contemplato un supporto logistico pluriennale comprendente la formazione degli operatori, la manutenzione dei mezzi e le attrezzature ad essa necessarie, lo svolgimento di attività manutentive e correttive di squadre a contatto, nonché il munizionamento funzionale a varie attività e gli adeguamenti infrastrutturali indispensabili per il potenziamento delle sedi delle unità che ospiteranno le nuove piattaforme e i sistemi di simulazione a fini addestrativi.

I mezzi acquisiti affiancheranno così i “carri armati Ariete”, che sono in fase di ammodernamento.

Nella stessa giornata in cui è stato dato il semaforo verde all’acquisizione dei “Leopard 2”, il Senato ha approvato il disegno di legge che autorizza modifiche alla legge 185/90, relativa alla produzione ed esportazione di armi.

 

Con questo voto è stato ripristinato, presso il Consiglio dei Ministri, il “Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa” (CISD), presieduto dal “presidente del Consiglio” e del quale fanno parte i ministri degli “Affari Esteri “e della “Cooperazione Internazionale”, dell’ “Interno”, della “Difesa”, dell’ “Economia e delle Finanze” e del “Made in Italy”, che potrà di fatto decidere di revocare ogni divieto di export di armi imposto dal ministero degli Esteri, senza che il Parlamento ne sia informato.

Inoltre, è stato abrogato l’obbligo di riferire in Parlamento sulle attività degli istituti di credito operanti nella Penisola in relazione all’export di armi e sono state apportate modifiche significative alla tipologia dei dati che la presidenza del Consiglio è chiamata a inserire nella relazione che viene inoltrata alle Camere entro il 31 marzo di ogni anno.

 Essa, infatti, non conterrà più le informazioni necessarie agli analisti indipendenti al fine di vagliare gli affari dell’industria bellica e denunciare le eventuali violazioni.

(Stefano Baudino)

(lindipendente.online.it/2024/02/23/litalia-spendera-8-miliardi-di-euro-per-acquistare-nuovi-carri-armati/)

 

 

 

 

Cos'è e cosa prevede la missione

 “Aspides”, contro attacchi

 degli Houthi.

Ansa.it – Redazione Ansa -

 

Sarà difensiva e non precede attacchi via terra.

NELLA BASE ITALIANA DI GIBUTI, ATTESA PER LA MISSIONE ASPIDES.

Oggi l'Unione Europea, in occasione del Consiglio Affari Esteri, ha approvato il lancio della” missione Aspides”, contro gli attacchi degli Houthi alle imbarcazioni commerciali nel Mar Rosso e nel Canale di Suez.

 La missione durerà almeno un anno, con possibile rinnovo previa decisione del Consiglio Ue, sarà difensiva e non precede attacchi via terra.

 Il comando strategico dell'operazione sarò affidato alla Grecia e sarà aperta alla partecipazione di Paesi terzi.

Il comando tattico spetterà all'Italia che sarà presente con una nave della Marina italiana.

Lo scopo della missione è assicurare il principio di libertà di navigazione, escludendo qualsiasi tipo di coinvolgimento in operazioni terrestri contro le basi Houthi in Yemen.

LE MISSIONI NELL'AREA.

Al momento nell'area che lambisce “il golfo di Aden” sono presenti due missioni.

 La prima è l'“Operazione Atalanta”, istituita nel 2008 contro gli attacchi dei pirati alle navi mercantili al largo delle coste somale.

 Missione alla quale partecipa l'Italia e al cui comando è subentrato dall'11 febbraio proprio il nostro Paese.

La seconda operazione è la “Emasoh/Agenor”, nata su iniziativa francese, attiva nello Stretto di Hormuz, tra la Penisola arabica e l'Iran e con un comando operativo ad Abu Dhabi.

 “Aspides” potrebbe usare navi, personale e equipaggiamenti proprio della missione “Agenor”, dando vita quindi a un'operazione dal perimetro molto più largo.

 

LA NATURA DIFENSIVA.

La missione “Aspides” (scudi) fa perno su un recente mandato delle Nazioni Unite e sugli articoli 42, 43 e 44 del “Trattato dell'Unione europea” (Tue).

 L'articolo 42 prevede l'uso di mezzi "civili e militari in missioni all'esterno dell'Ue per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta Onu".

L'articolo 44 dà la possibilità di affidare a un gruppo di Paesi membri, volontari e con capacità adeguate, tali interventi.

La missione prevede l'abbattimento di droni, missili e qualsiasi altra arma diretta contro le navi mercantili.

Non prevede attacchi in territorio yemenita, come accade invece per la “Prosperity Guardian” guidata dagli Usa.

Saranno oggetto di discussione eventuali reazioni ad attacchi di navi militari nemiche.

I PAESI PARTECIPANTI.

 Il numero complessivo non è ancora stato certificato.

 Al di là di Italia, Francia e Germania sembra pressoché certo che chi partecipa alla missione Agenor ci sarà:

potrebbero essere Portogallo, Danimarca, Paesi Bassi, oltre alla Grecia che ha il comando strategico.

Il Belgio ha detto che parteciperà, Irlanda e Spagna invece non invieranno né navi né uomini.

 

 

Politica estera: obiettivi,

strumenti e risultati conseguiti.

Europarl.europa.eu – Michal Malovec – (2-10 2023) ci dice:

 

La politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell'Unione europea è stata istituita nel 1993 e da allora è stata rafforzata dai successivi trattati.

Oggi il Parlamento contribuisce regolarmente allo sviluppo della PESC, in particolare esercitando il controllo sulle attività dei suoi attori istituzionali e sostenendo l'“alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, il “Servizio europeo per l'”azione esterna” (SEAE), i “rappresentanti speciali dell'UE” (RSUE) e le “delegazioni dell'Unione”.

Inoltre” i poteri di bilancio del Parlamento “possono definire la portata e l'entità della “PESC”.

 

“PESC”: sviluppo attraverso i trattati.

La politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell'Unione europea è stata istituita nel 1993 dal” trattato sull'Unione europea” (TUE) al fine di preservare la pace, rafforzare la sicurezza internazionale, promuovere la cooperazione internazionale e sviluppare e consolidare la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Il” TUE” ha introdotto il "sistema dei tre pilastri", con la “PESC” come secondo pilastro.

 Il “trattato di Amsterdam del 1997” ha istituito un processo decisionale più efficiente che comprende l'astensione costruttiva e il voto a maggioranza qualificata (VMQ).

Nel dicembre 1999 il “Consiglio europeo” ha istituito il ruolo dell' “alto rappresentante” della “PESC”.

 Il “trattato di Nizza” del 2003 ha introdotto ulteriori modifiche per semplificare il processo decisionale e ha incaricato il “Comitato politico e di sicurezza” (CPS), istituito con decisione del Consiglio nel gennaio 2001, di esercitare il controllo politico e la direzione strategica delle operazioni di gestione delle crisi.

 

Il trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1º dicembre 2009, ha fornito all'Unione personalità giuridica e una struttura istituzionale per il suo servizio esterno, oltre ad aver eliminato la struttura a pilastri introdotta dal TUE nel 1993.

 Il trattato ha creato una serie di nuovi attori della PESC, fra cui l' “alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, che è anche “vicepresidente della Commissione” (VP/AR), e il nuovo “Presidente permanente del Consiglio europeo”.

 Inoltre, ha creato il “Servizio europeo per l'azione esterna” (SEAE) e ha aggiornato la “politica di sicurezza e di difesa comune” (PSDC), che costituisce parte integrante della PESC (per maggiori dettagli, 5.1.2).

 

La base giuridica della PESC è stata definita nel TUE e riveduta nel trattato di Lisbona.

 Gli articoli da 21 a 46 del titolo V TUE stabiliscono le "Disposizioni generali sull'azione esterna dell'Unione e disposizioni specifiche sulla politica estera e di sicurezza comune".

 Gli articoli da 205 a 222 della parte quinta del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) trattano dell'azione esterna dell'Unione.

 Infine, si applicano altresì gli articoli 346 e 347 della parte settima.

Guardando al futuro, la relazione finale della Conferenza dell'UE sul futuro dell'Europa presentata ai presidenti delle tre istituzioni dell'UE il 9 maggio 2022 propone "che l'UE migliori la sua capacità di adottare decisioni celeri ed efficaci in materia di politica estera e di sicurezza comune (PESC), in particolare parlando con una sola voce e agendo da vero attore globale, in modo da proiettare un'immagine positiva nel mondo e fare la differenza nella risposta a qualsiasi crisi".

Poteri e strumenti del Parlamento in materia di politica estera.

Nonostante il suo limitato ruolo formale nel processo decisionale della politica estera, il Parlamento ha sostenuto il concetto della PESC fin dall'inizio e ha cercato di estenderne il campo di applicazione.

 

Ai sensi dell'articolo 36 TUE, l'alto rappresentante è tenuto a consultare regolarmente il Parlamento sui principali aspetti della PESC e le principali scelte fatte in tale ambito e a informare l'Istituzione sull'evoluzione della politica.

 Il Parlamento discute semestralmente sulle relazioni sui progressi della PESC, pone domande al Consiglio e all'alto rappresentante e formula raccomandazioni a loro destinate.

Il diritto del Parlamento a essere informato e consultato sulla PESC/PSDC è stato ulteriormente rafforzato dalla dichiarazione dell'alto rappresentante sulla responsabilità politica del 2010 allegata alla risoluzione del Parlamento sull'istituzione del SEAE.

La dichiarazione sosteneva fra l'altro la necessità di:

migliorare lo status delle "riunioni di consultazione comuni" (RCC), che consentono a un gruppo designato di deputati al Parlamento europeo di incontrare controparti del comitato politico e di sicurezza del Consiglio (CPS), del SEAE e della Commissione per discutere le missioni della PSDC programmate e in corso;

affermare il diritto della "commissione speciale" del Parlamento di accedere alle informazioni riservate relative alla PESC e alla PSDC. Tale diritto si basa su un accordo interistituzionale del 2002;

procedere a scambi di opinioni con i capimissione, i capi di delegazione e altri alti funzionari dell'UE durante le riunioni di commissione e le audizioni delle commissioni del Parlamento, compresi gli scambi di opinioni in seno alla commissione per gli affari esteri (AFET) con i capi delle delegazioni dell'UE o i rappresentanti speciali dell'UE selezionati e recentemente nominati, che il Parlamento ritiene strategicamente importanti, prima che assumano le loro funzioni;

incaricare l'alto rappresentante di comparire dinanzi al Parlamento almeno due volte all'anno per riferire sulla situazione attuale in merito alla PESC/PSDC e per rispondere alle domande.

Oltre a questo dialogo politico, il Parlamento esercita la propria autorità attraverso la procedura di bilancio. In quanto ramo dell'autorità di bilancio dell'UE, il Parlamento deve approvare il bilancio annuale della PESC. Un accordo interistituzionale del dicembre 2020 sulla disciplina di bilancio definisce il quadro per l'approvazione annuale e la struttura di base del bilancio della PESC, come pure meccanismi di rendicontazione. Il Parlamento e il Consiglio adottano la legislazione che definisce il quadro per il finanziamento della cooperazione e degli aiuti internazionali dell'UE, sulla base di una proposta della Commissione.

 

Il Parlamento esamina regolarmente le operazioni del SEAE e fornisce al Servizio suggerimenti su questioni strutturali, che vanno dal suo equilibrio geografico e di genere alla sua interazione con le altre istituzioni dell'UE e i servizi diplomatici degli Stati membri. Il Parlamento organizza anche discussioni regolari con l'alto rappresentante e i rappresentanti speciali dell'UE nominati per talune regioni o taluni problemi.

 

Il Parlamento ha anche un ruolo da svolgere nel monitoraggio della negoziazione e dell'applicazione di accordi internazionali. È necessario il parere conforme del Parlamento prima che il Consiglio possa concludere tali accordi (per maggiori dettagli, 5.2.1, 5.2.3).

 

Strutture interne del Parlamento coinvolte nella PESC.

Gran parte dei lavori del Parlamento sulla PESC avviene in seno a commissioni specializzate, in particolare la commissione AFET e le sue due sottocommissioni (sicurezza e difesa (SEDE) e diritti dell'uomo (DROI)).

 La loro attività è integrata dalla commissione per il commercio internazionale (INTA) e dalla commissione per lo sviluppo (DEVE). Queste commissioni plasmano la PESC attraverso le relazioni e i pareri che elaborano, formulando raccomandazioni, scambiando opinioni con le controparti nei paesi terzi durante le missioni e attraverso la democrazia parlamentare.

Procedono inoltre allo scambio periodico di opinioni con i rappresentanti di organizzazioni multilaterali regionali e globali (fra cui le Nazioni Unite), le altre istituzioni dell'UE, le presidenze del Consiglio e i parlamenti nazionali degli Stati membri.

 

I lavori della PESC sono intrapresi anche da delegazioni parlamentari il cui ruolo è quello di mantenere e sviluppare i contatti internazionali del Parlamento (in particolare tramite la cooperazione interparlamentare), promuovendo i valori sui quali si fonda l'Unione, fra cui la libertà, la democrazia, i diritti umani, le libertà fondamentali e lo Stato di diritto. Le delegazioni interparlamentari permanenti sono attualmente 45, tra cui commissioni parlamentari miste (CPM), commissioni parlamentari di cooperazione (CPC), altre delegazioni parlamentari, assemblee parlamentari paritetiche e delegazioni ad assemblee multilaterali.

 

Impatto del Parlamento sulla PESC-

Il coinvolgimento del Parlamento nella PESC contribuisce a migliorare il controllo democratico della politica. Il Parlamento ha sostenuto con forza il paesaggio istituzionale post Lisbona, invocando un rafforzamento del ruolo del VP/AR, del SEAE, delle delegazioni dell'UE e dei rappresentanti speciali dell'UE, oltre a una politica più coerente e una PESC più efficace, incluse sanzioni. L'Istituzione ha esercitato pressioni a favore di una maggiore coerenza fra gli strumenti politici e finanziari dell'Unione per le politiche esterne, in modo da evitare duplicazioni e inefficienze.

 

Il Parlamento viene consultato in materia di PESC, esercita il controllo su di essa e fornisce un contributo politico strategico. Il suo coinvolgimento è incentrato su dibattiti regolari con il VP/AR su temi chiave di politica estera in sede di sessione plenaria o di commissione AFET, in particolare per quanto riguarda la relazione annuale sull'attuazione della PESC.

 

Nella sua risoluzione annuale sull'attuazione della PESC nel 2022, approvata il 18 gennaio 2023, il Parlamento ha sottolineato "il cambiamento epocale nel panorama geopolitico causato dalla guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina", oltre ad altre sfide internazionali, quali il continuo aumento dell'autoritarismo nel mondo, la crescente cooperazione tra Cina e Russia, la politica estera assertiva della Cina, l'emergenza climatica e l'impatto della pandemia di COVID-19. Alla luce di tali sfide, il Parlamento ha segnalato la necessità di "una più rapida attuazione del concetto di autonomia strategica, solidarietà e un risveglio geopolitico dell'UE". Il Parlamento ha inoltre sostenuto l'imposizione di sanzioni dell'UE (misure restrittive) alla Russia e ha esortato il Consiglio a imporre sanzioni ai paesi che hanno reso possibile l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia.

 

È importante sottolineare che le più recenti risoluzioni annuali approvate dal Parlamento nel 2023 sull'attuazione della PSDC (per maggiori dettagli, 5.1.2) e sui diritti umani e la democrazia nel mondo (per maggiori dettagli, 5.4.1) stabiliscono ulteriori posizioni del Parlamento su tali questioni.

 

Nel suo più recente documento di orientamento politico in merito al quadro istituzionale dell'UE per l'azione esterna, il Parlamento ha raccomandato al Consiglio, alla Commissione e al VP/AR, nella sua risoluzione del 15 marzo 2023 sul funzionamento del SEAE e un'UE più forte nel mondo, di "migliorare il coordinamento e l'integrazione della politica estera dell'UE e la dimensione esterna delle politiche interne dell'UE". Ha inoltre chiesto il rafforzamento della "struttura di coordinamento strategico composta da tutti i commissari competenti, dal VP/AR e dai servizi della Commissione e del SEAE al fine di garantire la coerenza, le sinergie, la trasparenza e la responsabilità dell'azione esterna dell'UE". Il Parlamento si è inoltre espresso a favore di revisioni significative della decisione del Consiglio del 2010 che istituisce il SEAE e della dichiarazione del VP/AR del 2010 sulla responsabilità politica. Il Parlamento ha ripetutamente raccomandato di avvalersi pienamente del voto a maggioranza qualificata in determinati settori della politica estera, come il regime globale di sanzioni dell'UE in materia di diritti umani, fatta eccezione per la creazione di missioni o operazioni militari con un mandato esecutivo, e parallelamente ha sostenuto il ricorso all'astensione costruttiva in linea con l'articolo 31, paragrafo 1, TUE.

 

Ha inoltre chiesto la prestazione effettiva di assistenza estera sotto il marchio "Team Europa", istituito in risposta alle conseguenze globali della COVID-19 e composto da istituzioni dell'UE e da agenzie e banche di finanziamento esterno nazionali ed europee.

 

Quadro strategico dell'UE in materia di politica estera e Parlamento europeo

Il 28 giugno 2016 l'alto rappresentante ha presentato al Consiglio europeo la strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea. La strategia globale dell'UE, con la sua enfasi sulla questione della sicurezza, la sua ambizione in termini di autonomia strategica e il suo approccio alla questione dell'ambiente in Europa, fondato su determinati principi e al contempo pragmatico, segue una filosofia profondamente diversa rispetto alla strategia europea in materia di sicurezza del 2003. Insieme agli Stati membri, i parlamenti nazionali, gli esperti e il grande pubblico, il Parlamento europeo è stato coinvolto nel processo di consultazione della strategia globale.

 

Gli aspetti della difesa e della sicurezza della strategia globale dell'UE sono stati integrati in misura considerevole dalla bussola strategica dell'UE approvata dal Consiglio europeo il 24 e 25 marzo 2022. In considerazione della sfida strategica posta dall'invasione russa dell'Ucraina per la sicurezza europea e la stabilità globale, l'UE ha di recente effettuato un cambiamento di paradigma e ha avviato diverse nuove iniziative relative alla PSDC e all'industria della difesa (per maggiori dettagli, 5.1.2).

 

Inoltre, al fine di offrire un'opzione sostenibile per gli investimenti infrastrutturali globali e far fronte alla sfida geopolitica posta dal modello cinese di investimenti e governance, nel 2021 l'UE ha presentato la strategia "Global Gateway". L'iniziativa mira a raccogliere fino a 300 miliardi di EUR di investimenti pubblici e privati in vari settori della connettività in tutto il mondo, promuovendo allo stesso tempo i valori dell'UE e un insieme di norme globali. Il Parlamento ha inoltre sottolineato la "centralità geopolitica" dell'approccio alla connettività della strategia Global Gateway nella sua recente risoluzione sull'attuazione della PESC nel 2022. Tale iniziativa si basa in parte su fondi provenienti dallo strumento Europa globale del bilancio dell'UE (noto anche come strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale — NDICI), per un valore di circa 80 miliardi di EUR nel periodo 2021-2027.

 

 

 

 

Oltre le nevrosi: la politica

 estera e il futuro dell’Ue.

Cespi.it - Maria Giulia Amadio Viceré – (10-10-2020) – ci dice:

“Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS Guido Carli e coordinatrice accademica del Master in International Public Affairs presso la LUISS School of Government.)

 

Riflessione sul futuro dell'Unione Europea.

Se volessimo dare una lettura psicanalitica delle condizioni dell’Ue, potremmo affermare che soffre da tempo di nevrosi.

Mi spiego meglio prendendo in considerazione un settore specifico di policy, ovvero la politica estera di sicurezza e difesa.

Una definizione comprensiva di politica estera include, nel caso dell’Ue, sia le politiche intergovernative, che le sue politiche sopranazionali.

 Con le prime si intendono, essenzialmente, tutte quelle politiche in cui gli stati membri hanno accettato di devolvere la propria sovranità a Bruxelles, ma hanno mantenuto de facto un potere di veto permanente tramite un processo decisionale che prevede l’unanimità fra i vari governi nazionali.

La diretta conseguenza di ciò non è solo che ogni stato debba essere d’accordo perché il sistema istituzionale intergovernativo possa produrre una decisione, ma anche che i governi nazionali debbano poi essere disposti ad implementare quelle stesse decisioni, eventualmente tramite l’allocazione di risorse decentralizzate, perché queste possano essere finalizzate.

 Con politiche sopranazionali, invece, si intendono tutte quelle aree di azione, come le politiche commerciali, che sono state parte dell’Ue fin dalle prime fasi del suo processo di istituzionalizzazione.

 In questi settori, non solo gli stati membri decidono in genere a maggioranza qualificata, ma le risorse sono centralizzate e quindi perlopiù controllate dalle istituzioni sopranazionali, soprattutto la Commissione Europea.

Questo doppio sistema nasce da una serie di compromessi adottati nel tempo dai paesi europei per poter avanzare nel processo di integrazione nonostante sussistessero rivalità storiche fra gli stessi.

Tornando al parallelismo con la psicanalisi, così come nell’individuo l’Io cerca un equilibrio con il subconscio attraverso una serie di compromessi che ne permettano la sopravvivenza, i governi dell’Europa occidentale hanno trovato negli anni degli accomodamenti per conciliare le loro diverse concezioni di democrazia e, più semplicemente, le loro diverse preferenze.

Non a caso, a tenere le fila di questo delicato equilibrio tra politiche intergovernative e sopranazionali, è un organo intergovernativo: il Consiglio Europeo.

Secondo il Trattato di Lisbona (Art. 15.1), il forum che riunisce i capi di stato e di governo ha infatti il compito di dare “all'Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali”.

 

Il sistema di politica estera dell’Ue ha funzionato, seppure in maniera imperfetta, fino a quando le condizioni esterne sono state favorevoli.

 Per essere più precisi, fino a quando non si sono verificate crisi in cui i costi immediati di un eventuale intervento non sarebbero stati equamente distribuiti fra i diversi governi nazionali.

In ‘Quale Europa’ “Piantini evidenzia giustamente le divisioni, e in molti casi l’immobilismo, dell’Ue di fronte alle sfide centrali degli ultimi anni. 

Pensiamo, ad esempio, allo stallo nei processi decisionali rispetto alle transizioni politiche in Nord Africa e Medio Oriente. Oppure alla difficoltà di rispondere inizialmente alle proteste di Maidan e all’annessione russa della Crimea.

E, non ultime, le risposte (o non risposte) alle crisi migratorie e la mancata implementazione della ridistribuzione dei rifugiati.

Non c’è da stupirsi.

Il sistema istituzionale europeo ha conservato al suo interno i compromessi utilizzati per addomesticare i sovranismi dei paesi che hanno deciso di partecipare al progetto di integrazione.

Questi compromessi, necessari ma per loro natura fragili, sono stati sconvolti dalle crisi multiple degli ultimi anni.

E il risultato è stato disastroso.

Seppure è vero che le recenti crisi di politica estera si sono verificate fuori del sistema dell’Ue e che i loro effetti sono stati spesso catalizzati dalle peculiarità normative e strutturali di determinati stati membri, in molti di questi casi, le incongruenze e inconsistenze della costruzione europea stessa ne hanno amplificato gli effetti.

 Nel reagire alle crisi nel vicinato est e sud, gli stati membri, tramite la preeminenza del Consiglio Europeo, hanno imbrigliato il funzionamento del sistema istituzionale dell’Unione.

Le istituzioni sopranazionali, inclusi la Commissione, il Parlamento Europeo e, in parte, l’Alto rappresentante dell'Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza sono stati marginalizzati. Inevitabilmente, in un sistema preminentemente intergovernativo, determinati governi, più capaci o, molto più semplicemente più stabili di altri, sono riusciti ad imporre le proprie prerogative sugli altri.

 Come se ciò non bastasse, oltre ad aver interrotto il delicato equilibrio con le politiche sopranazionali, la preeminenza inter governativa ha inficiato i risultati di quest’ultime.

 Basti pensare alle difficoltà dell’UE degli ultimi anni nel mantenere la stabilità nei Balcani Occidentali dopo la sospensione del processo di allargamento (ora rilanciato) e le continue divisioni fra stati membri a riguardo.

Nel mentre, a livello domestico, abili politicanti nazionali hanno approfittato del fianco offerto dall’Unione, fomentando posizioni sovraniste per i propri ritorni elettorali.

Una politica estera concertata a livello europeo sarà indispensabile per evitare l’isolamento del nostro continente in un mondo sempre più multipolare e lo sgretolamento dell’Ue sotto i colpi di nuove pressioni esterne.

Per questo motivo, trovare un modello istituzionale che riesca a conciliare gli aspetti sopranazionali ed intergovernativi dell’Unione, anche quando le preferenze degli stati membri non sono allineate, sarà una delle sfide principali dell’europeismo.

Naturalmente, conciliare non significa annullare le componenti intergovernative dell’Ue, ma temperarle.

È indubbio che il sistema istituzionale dell’Ue sia inefficiente e manchi di legittimità democratica in situazioni di crisi.

Ciononostante, sarebbe un’utopia, peraltro estremamente pericolosa come la storia insegna, credere che il progressivo annientamento delle particolarità nazionali sia la strada da intraprendere per proseguire il processo di integrazione europeo.

Così come sarebbe inutile, oltre che deleterio, adottare un approccio assertivo e ricattatorio nei confronti di altri stati membri e delle istituzioni europee a protezione delle proprie prerogative nazionali.

 In vista di una necessaria riforma – più o meno futura – del sistema, sarebbe opportuna invece una strategia che si basi sulla paziente costruzione di alleanze con altri stati membri e con le istituzioni europee.

È presumibile che le elezioni europee si giochino, per la prima volta in maniera evidente, intorno ad un asse pro-anti Ue.

 In questo senso, il recente avvicinamento tra Orban e Salvini è certamente indice di una concertazione sovranista in vista della prossima campagna elettorale europea.

Essendo la politica estera legata a molte delle dimensioni della crisi esistenziale che il processo di integrazione sta attraversando (basti pensare alla crisi migratoria), le forze europeiste dovrebbero farsi portatrici di una visione che evidenzi i successi di queste politiche senza temere di riconoscerne i limiti.

Sulle modalità e i toni dell’europeismo, è essenziale che “l’élite abituata a viaggiare” di cui scrive “Piantini” non giudichi, disprezzando, Brexit e i risultati delle ultime elezioni italiane, ma che prenda atto di una sofferenza diffusa fra i cittadini europei.

Quest’ultima è un sintomo.

 E, come la psicanalisi insegna, il sintomo - sia esso paura, ansia o angoscia - è un campanello d’allarme legittimo che, se non ascoltato, diventa terreno fertile per la psicosi.

 

 

 

Le multinazionali come stati nazione?

Lo scontro contro “Big Pharma” e

lo strapotere del “Big Tech.”

infodata.ilsole24ore.com - Luca Tremolada – (15 Marzo 2021) ci dice:

 

 Nei film di fantascienza brutti ci sono le multinazionali algide, potenti e cattive, dove tutti sono vestiti uguali e controllano politici, polizia e cittadini decidendo quello che si può e non si può fare.

Nella cronaca di questi giorni ci sono le multinazionali del vaccino protagoniste di un braccio di ferro senza precedente con i governi di 27 Paesi europei per i ritardi nella fornitura di dosi.

Ci sono le poche aziende mondiali dei microchip che causa Covid rischiano di mandare in corto circuito interi comparti dell’industria delle tecnologie.

Ci sono infine le grandi piattaforme digitali come Facebook, Google, Apple, Amazon e Microsoft nel mirino degli organi di vigilanza di Stati Uniti e dell’Europa.

Questi conflitti tra Stati-nazioni e multi-nazionali sanno di politica di potenza e Novecento.

Sembrano riedizioni riviste e rimaneggiate di un sovranismo da Seconda Guerra mondiale.

 In realtà descrivono bene come il nuovo secolo sta provando a normalizzare i rapporti tra pubblico e privano nelle moderne economie di rete.

Ma andiamo con ordine.

 

 

Multinazionali sempre più ricche.

 A loro un terzo del Pil mondiale.

Valori.it - Pietro Pizzinato – (08.11.2022) – ci dice:

 

 

Nell'ultimo rapporto del “Centro Nuovo Modello di Sviluppo” la fotografia di un mondo economico sempre più fagocitato dalle multinazionali.

Nonostante le crisi, le multinazionali sono sempre più ricche e potenti.

“Eat the rich”, mangia i ricchi, è il titolo dell’ultimo dossier del “Centro Nuovo Modello di Sviluppo” (CNMS), istituto di ricerca toscano, sulle 200 più grandi multinazionali al mondo.

Un po’ ironico, se si pensa che a banchettare sono proprio i “ricchi” oggetto dello studio.

Entità enormi e tentacolari, con uffici sparsi e guadagni ben conservati in tutti gli angoli del mondo.

Le multinazionali controllano l’80% del commercio mondiale.

Negli ultimi quindici anni, i ricavi delle multinazionali non hanno mai smesso di crescere.

Il dossier indica che ben l’80% del commercio globale è controllato dai grandi gruppi internazionali, che si accaparrano un terzo del Prodotto interno lordo dell’intero Pianeta.

I numeri di alcune società sono così mastodontici da far impallidire le economie di interi Stati.

Tanto per fare un esempio, “Walmart”, il colosso americano della grande distribuzione organizzata, ogni anno fattura, da solo, oltre 500 miliardi di dollari.

Una montagna di soldi: equivalente al Pil di nazioni come Svezia e Belgio.

 

Multinazionali.

ECONOMIA.

Concentrazioni e oligopoli. Se un pugno di colossi controlla l’economia mondiale.

E perfino tra i ricchi ci sono disuguaglianze.

Lo studio del CNMS accende i riflettori sulle 200 principali multinazionali, ovvero un infinitesimale 0,06% che nel 2020 controllava il 14% del totale intascato da questo tipo di società.

Soldi e potere sono ben saldi nelle mani di pochissimi.

Soltanto un evento eccezionale come la crisi pandemica ha, seppur di poco, frenato una crescita esponenziale.

Nel 2020 il fatturato delle 200 multinazionali top è calato del 5% rispetto all’anno prima.

Il Covid è stata una batosta ma, a parte questa parentesi, dal 2005 ricavi e profitti hanno segnato crescite rispettivamente del 60 e 30%.

Un esercito di 40 milioni di dipendenti in quindici anni è cresciuto del 40%.

Quali sono le multinazionali più ricche e potenti del mondo

Se è vero che oltre la metà delle multinazionali ha sede in Europa, per trovare quelle che contano di più bisogna guardare a Pechino e negli Stati Uniti.

Delle top 200, due terzi sono aziende americane o cinesi.

Il 2020 è l’anno che ha visto diventare la Cina il Paese più rappresentato in questa ristrettissima cerchia di società miliardarie, grazie a giganti del mercato energetico e petrolifero come “State Grid”, “China National Petroleum” e “Sinopec Group”.

Nella top 10, comunque, la supremazia è ancora degli Stati Uniti.

Non solo “Walmart”, già al primo posto nel 2010, ma anche “Amazon”, “Apple”, “CVS” e “United Health Group” sono cresciute negli ultimi dieci anni, scalando la classifica.

 

Per quanto riguarda l’Italia, nelle prime 200 troviamo “Assicurazioni Generali”, con i suoi 97 miliardi di fatturato e quasi 2 di profitti, ed “Enel” (74 e 3).

I settori più proficui per le multinazionali sono quelli di sempre: petrolio, trasporti, elettronica, computer e finanza. Le automobili, invece – ci racconta il rapporto – hanno perso posizioni.

L’impennata dei profitti delle case farmaceutiche.

Il Covid ha mietuto vittime perfino tra i miliardari, ma c’è anche chi non ha sofferto affatto gli effetti della pandemia.

La grande corsa al vaccino ha permesso alle case farmaceutiche di beneficiare dei contributi governativi di mezzo mondo e di realizzare guadagni stellari.

 Gli Stati Uniti hanno finanziato con ben 18 miliardi di dollari la ricerca privata.

 Mentre l’Unione Europea, di suo, ne ha messi sul piatto 3.

La sola vendita di vaccini rappresenta oggi il 50% dei ricavi delle aziende del settore, con una crescita mai vista prima, se pensiamo che, fino al 2019, arrivava a coprire soltanto il 15%.

 Se guardiamo nelle casse di “Moderna”, per esempio, in un anno il fatturato è cresciuto dell’8.300%.

 Per quanto riguarda i profitti, la multinazionale americana è riuscita a passare da un negativo di 240 milioni di dollari dei primi sei mesi del 2020 ai quattro miliardi di profitti registrati a giugno 2021.

Dove finiscono tutti questi soldi?

Il frutto di questi enormi guadagni resta nelle casse societarie.

Secondo uno studio di “Tax Justice Network”, o”rganizzazione di advocacy inglese”, ogni anno le multinazionali evitano di pagare 250 miliardi di dollari di tasse sfruttando i paradisi fiscali.

Con pratiche illecite di “base erosion” e “profit shifting” le multinazionali “nascondono” i propri guadagni registrandoli in Paesi nei quali le imposte sono significativamente più basse.

Per combattere queste enormi differenze di trattamento da parte dei sistemi fiscali, l’”Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico” (Ocse) dopo più di dieci anni di discussioni ha finalmente trovato un accordo su una “global minimum tax”.

L’obiettivo dei governi è cominciare a introdurre dal 2023 una tassa globale del 15% sui profitti delle multinazionali.

Così facendo, ci si augura di recuperare 150 miliardi di dollari e incoraggiare le aziende a rimpatriare i propri capitali.

 

 

 

 

LE CORPORATION E IL SISTEMA

ECONOMICO MONDIALE.

Treccani.it - Franco Cardini – (20 -1-2009) – ci dice:

 

Le corporation e il sistema economico mondiale.

 

IN CERCA DI UNA DEFINIZIONE.

In Italia il termine multinazionale viene di solito utilizzato per indicare una grande impresa, cioè quella che in inglese è definita corporation:

 una società di capitali, dotata quindi di personalità giuridica, che la legge considera come separata e distinta dai soci che in effetti la possiedono, i quali rispondono per le obbligazioni assunte dalla società soltanto nei limiti delle azioni o quote sottoscritte.

Poiché le passività e i debiti di una società di capitali non sono considerati come appartenenti alle persone che li creano, in caso di insolvenza della società i creditori non possono rivalersi sul patrimonio personale dei singoli soci:

tale condizione è detta di responsabilità limitata.

Quando si parla di multinazionali si dovrebbe allora parlare di “transnational” o (più raro) “multinational corporations”, cioè di associazioni transnazionali o multinazionali:

 espressione che indica una società di capitali o un’impresa che operano in almeno due distinte nazioni.

 La definizione comunemente accettata è quella proposta dalla “United Nations conference on trade and development” (UNCTAD), un organo delle Nazioni Unite fondato nel 1964 allo scopo di incrementare le opportunità commerciali, d’investimento e di crescita dei Paesi in via di sviluppo e di assisterli nel processo d’integrazione nell’economia mondiale su basi di equità.

 

Il progetto nasceva dalla preoccupazione per un’economia sempre più rapidamente globalizzata espressa dai Paesi in via di sviluppo.

 Per questo alla presidenza si sono alternate figure provenienti da nazioni extra occidentali.

L’UNCTAD, con sede a Ginevra, conta 193 Paesi membri, produce un rapporto annuale sullo stato delle cose e organizza una conferenza ogni quattro anni:

l’ultima si è svolta nell’aprile del 2018 in Ghana.

Secondo la definizione dell’UNCTAD accettata dalle Nazioni Unite, una corporation transnazionale, per essere tale, deve avere il controllo di almeno una filiale all’estero, giustificato dal possesso di un minimo del 10% del suo capitale.

Secondo il trend registrato negli ultimi anni dall’UNCTAD, nel 1995 esistevano 44.500 multinazionali con 227.000 filiali in tutto il mondo;

nel 2000 esse sono salite a 63.000, con 690.000 filiali.

Questo dato indica che, nel giro di cinque anni, le filiali sono cresciute due volte e mezzo rispetto al numero delle case madri.

L’ultimo rilevamento, aggiornato al 2008, mostra una tendenza alla contrazione delle multinazionali che, pur crescendo, si attestano sulla cifra di 77.175, e le filiali a 773.019:

nel periodo 2000-2008 esse hanno quindi registrato una crescita quasi dimezzata rispetto al quinquennio precedente.

 Questo dato si spiega con l’affermarsi di una tendenza alle fusioni societarie, sintomo di un accentramento del potere economico nelle mani di gruppi sempre più ristretti.

 Difatti, per quanto il numero assoluto sembri molto alto, bisogna considerare che una multinazionale non equivale, di per sé, a un colosso dell’economia mondiale.

Nel novero complessivo sono infatti incluse, proprio a causa del criterio classificatorio definito dall’UNCTAD, anche molte cosiddette micro multinazionali:

 piccole e medie imprese che fino a tempi recenti avevano vocazione fortemente locale, ma che la competizione globale ha spinto a investire sempre più in Paesi stranieri;

senza contare che l’economia legata all’avvento di Internet ha fatto sì che numerose piccole società, soprattutto dedicate al settore terziario (gli studi professionali – di medici, avvocati, architetti e così via – ricadono in questa categoria), siano naturalmente portate a un business senza forti confini nazionali.

La differenza tra le micro multinazionali e le grandi multinazionali è immensa;

ma sono soltanto le prime a essere cresciute in numero, a fronte della contrazione delle seconde: un fenomeno importante, che tuttavia statistiche come quelle dell’UNCTAD, per quanto utili, faticano a mettere in luce come sarebbe opportuno.

 

Per quanto concerne la natura degli investimenti, l’UNCTAD afferma che il” Foreign direct investment” (FDI), cioè l’investimento diretto estero, si ha quando una corporation investe capitali in un rapporto a lunga scadenza, nel quale si riflette un interesse duraturo e una volontà di controllo esercitata da un’entità in un’economia altra da quella di residenza.

Questo interesse duraturo si manifesta attraverso l’acquisto di porzioni dell’impresa estera: tali quote rappresentano un equity capital;

tuttavia, le corporation transnazionali agiscono anche attraverso investimenti che sono definiti dell’UNCTAD non-equity investments.

Essi si verificano quando gli investitori stranieri ottengono un ruolo in una compagnia non acquistandone una parte alla luce del sole, bensì servendosi di subappalti, franchising, contratti di management e così via.

 

STATISTICHE, AREE GEOGRAFICHE, SETTORI ECONOMICI.

Nonostante la crescita economica e il nuovo peso negli scenari internazionali di Paesi come la Cina, l’India e il Brasile, le corporation transnazionali che contano rimangono saldamente ancorate al mondo occidentale.

Secondo le statistiche fornite nel 2007 da «Forbes» – basate sull’incrocio dei dati inerenti le vendite, i profitti, gli assetti societari e il valore di mercato – per trovare una multinazionale cinese bisogna arrivare al 41° posto, occupato dalla” PetroChina” (petrolio e gas); la Cina ne piazza altre cinque fra le prime cento, nel settore bancario (Industrial and commercial bank of China, ICBC; China construction bank, CCB; Bank of China, rispettivamente al 53°, al 69° e all’82° posto), ancora nelle risorse petrolifere (Sinopec-China petroleum, al 71°) e nelle telecomunicazioni (China mobile, all’89°).

Non è un cattivo risultato, se si pensa che – con l’esclusione del Giappone – l’Asia può annoverare tra le prime cento imprese soltanto la sudcoreana Samsung (semiconduttori), al 63° posto.

Ai primi dieci posti della statistica «Forbes» troviamo ben sei corporation statunitensi:

le prime due, Citigroup e Bank of America, sono nel settore bancario al pari della quinta, JPMorgan Chase;

la “General electric”, quarta, è un conglomerato (cioè una compagnia divisa in branche che si occupano di affari diversi, spesso in settori completamente differenti tra loro);

l’”American international group,” sesta, opera in campo assicurativo;

la Exxon Mobil, nel settore energetico, è settima.

Per avere un’idea della distanza che ormai separa la condizione economica di una nazione dalla ricchezza delle sue multinazionali, è opportuno riflettere sul fatto che, a fronte di questa statistica, il debito pubblico complessivo degli Stati Uniti si aggira ormai (e secondo diversi analisti ha ampiamente superato) sui 40 miliardi di dollari, un terzo dei quali in passivo rispetto alla Cina.

 

Ma torniamo alla classifica del 2007:

 tra le altre compagnie incluse nel novero delle prime dieci figurano la britannica HSBC holdings (settore bancario), l’olandese Royal Dutch Shell (risorse energetiche), la svizzera UBS (prodotti finanziari diversificati) e ancora un’altra olandese, la ING group (Internationale Nederlanden Group) nel settore assicurativo.

 Il criterio classificatorio cambia se si è interessati solo ad alcuni parametri:

per es., il colosso statunitense della distribuzione “Wal-Mart”, diciassettesimo nella classifica generale, è al primo posto nelle vendite, con un introito lordo di 348,65 miliardi, ma con un profitto netto di 11,29 miliardi.

Se si guarda al solo valore sul mercato, la Exxon Mobil è al primo posto, valutata 410,65 miliardi di dollari;

e Microsoft, solo sessantaseiesima nella statistica complessiva, diviene terza per valore sul mercato in quanto valutata 275,85 miliardi di dollari.

 

Per avere un’idea del peso economico assoluto delle corporation, si deve considerare che il valore sul mercato di questi colossi supera il PIL di numerose nazioni.

 Non ci riferiamo solo alle aree del terzo mondo, bensì a Paesi come la Danimarca, che con i suoi 200 miliardi circa di PIL si vedrebbe superare da oltre una decina di multinazionali.

 

Guardiamo ora con maggiore attenzione alla distribuzione nazionale delle corporation, sempre seguendo il criterio di «Forbes», ma riferito questa volta alle prime 500: in testa con 162 multinazionali troviamo gli Stati Uniti; al secondo posto il Giappone con 67; al terzo la Francia con 38; appena sotto la Germania con 37; segue la Gran Bretagna con 33; la Cina con 24; il Canada con 16; tra 10 e 15 si piazzano, in ordine decrescente, Svizzera, Paesi Bassi, Italia e Corea del Sud. È quindi evidente che il cosiddetto blocco occidentale, costituito da Stati Uniti, Giappone ed Europa, ha una preminenza assoluta sul mercato (arrotondando, quasi 400 su 500: vale a dire i 4/5). Come già detto a proposito del rapporto economico fra Cina e Stati Uniti, il peso assoluto di un Paese nell’economia non è direttamente proporzionale al numero e alla forza delle sue multinazionali: negli ultimi anni il prodotto interno lordo della Cina ha colmato una parte considerevole della distanza rispetto agli Stati Uniti, passando dai 3422 trilioni di dollari ai 7043 del 2007, contro i 13.794 statunitensi (un trilione corrisponde a mille miliardi).

Eppure il peso dell’azione delle multinazionali rimane a distanze elevate: ancora un segno di come il discorso sulle multinazionali vada considerato in modo almeno in parte indipendente da quello sulle nazioni.

 Un’ultima considerazione da fare in base alle cifre brute della statistica riguarda i settori in cui le multinazionali sono impegnate:

quello bancario-finanziario la fa ampiamente da padrone, fornendoci il chiaro quadro di un’economia dominata non dalla produzione, ma dalla gestione del denaro.

Seguono il settore delle risorse energetiche e, a debita distanza, quelli alimentare e farmaceutico (legati entrambi dall’interesse comune per le biotecnologie), delle tecnologie (dell’informatica, della comunicazione, degli armamenti), della distribuzione.

 La produzione industriale (con l’eccezione dei colossi dell’automobile entrati tuttavia in crisi nella prima metà del 2009), risulta scarsamente rappresentata.

 

IL MERCATO DEL LAVORO.

Una fra le prime conseguenze della transnazionalità, e per le imprese una delle prime convenienze, risiede nella gestione del mercato della forza lavoro.

A partire dagli anni Ottanta, e con maggiore intensità nei Novanta, la combinazione di pratiche come l’outsourcing, ossia il subappalto a partner esterni per alcuni settori del processo produttivo o per l’offerta di servizi, e l’offshoring, che si ha quando tale subappalto viene affidato a partner all’estero, ha caratterizzato le pratiche di numerose multinazionali.

L’outsourcing serve a trasferire alcune fasi della produzione a imprese in grado di svolgere tali lavori a costo competitivo rispetto a quanto la sede centrale dovrebbe pagare producendo in casa; l’offshoring moltiplica le possibilità di risparmio, e quindi di guadagno, in quanto l’esternalizzazione avviene in mercati dove il costo del lavoro è infinitamente più basso.

 Il fenomeno ha riguardato inizialmente soprattutto gli Stati Uniti:

per es., con il trasferimento, effettuato dalla “General motors” (poi seguita dalla Ford) negli anni Ottanta, di intere fabbriche per la produzione di automobili oltre il confine messicano;

 in Messico la “General motors” impiegò circa 72.000 operai che costruirono parti di automobile con salari minimi che variavano tra 1 e 2 dollari l’ora per i lavori di basso livello;

nel 2007 il salario minimo negli Stati Uniti era fissato a 5,85 dollari l’ora, ma i dipendenti delle fabbriche automobilistiche percepivano stipendi superiori al minimo.

Le decisioni di Ford e General motors in materia di trasferimento di fabbriche ha irreversibilmente impoverito intere aree degli Stati Uniti provocando preoccupanti situazioni di disagio e d’insicurezza.

 

Nel 2001, l’adesione della Cina alla “World trade organization” (WTO) ha aperto il mercato a un’ondata di esternalizzazioni per quanto concerne la produzione industriale nordamericana ed europea.

Non bisogna però sottovalutare, soprattutto per quanto riguarda il settore dei servizi, le potenzialità che vengono offerte ai Paesi ricchi anglofoni dall’India, dove l’inglese è parlato correntemente.

Anche in questo caso, gli Stati Uniti ne hanno approfittato per primi, esternalizzando tutta una serie di settori del terziario che vanno dai call centers ai laboratori d’analisi, all’elaborazione di dati:

tutti servizi che non hanno bisogno di trasporti, e dunque di costi aggiuntivi, e che di conseguenza l’informatizzazione ha reso pratici ed economici per le società appaltatrici.

Ma se i profitti per le compagnie sono evidenti, quali sono le conseguenze per i lavoratori?

 Le voci favorevoli all’offshoring affermano che i vantaggi sono reciproci:

le corporation risparmiano, ma i dipendenti ottengono comunque impieghi che consentono loro di migliorare la propria situazione economica.

Naturalmente, i primi a lamentarsi sono i lavoratori dei Paesi che trasferiscono la propria produzione all’estero:

il caso citato della “General motors” agli inizi degli anni Ottanta lasciò nel Michigan 30.000 disoccupati nel giro di pochi mesi;

 in generale, l’offshoring ha certamente prodotto una crisi dei processi produttivi incardinati nei Paesi occidentali.

È da notare tuttavia un recente fenomeno di ritorno:

nel senso che alcune corporation, per es. quelle nipponiche dell’automobile, hanno a loro volta seguito la pratica, aprendo impianti di produzione negli Stati Uniti e in Inghilterra;

difficile dire se questo fenomeno potrà in futuro ampliarsi.

Il problema di fondo, tuttavia, riguarda la questione dei diritti dei lavoratori e la polemica sull’inadeguatezza dei controlli effettuati sui luoghi di lavoro:

in pratica, la manodopera dei Paesi in cui approdano i processi produttivi sarebbe meno tutelata proprio per la natura stessa delle” società di capitali transnazionali”, che non rispondono ai governi nazionali allo stesso modo di una società completamente incardinata nel Paese in cui agisce, o che hanno un potere d’influenza smisurato, al punto che nei loro confronti non è possibile adottare misure coercitive di sorta.

 Un esempio classico di ciò è quello dello sfruttamento della manodopera infantile, denunciato in Africa e in Asia, che ha dato origine a diverse polemiche con numerosi marchi internazionali:

per es., uno studio effettuato nel 1998 mostrava come marchi di abbigliamento quali Adidas, Nike, Ralph Lauren, pagavano la manodopera una media di 13 centesimi di dollaro l’ora, nonostante la media per sopravvivere fosse calcolata a 87 centesimi l’ora, per lavori che negli Stati Uniti sarebbero costati circa cento volte quella cifra, cioè 10 dollari l’ora (Klein 2000).

 

Ancora più grave il fatto che una politica di risparmio può portare alla perdita di vite umane:

 il caso più eclatante è rappresentato dalla strage di Bhopal, città indiana dove, il 2 dicembre del 1984, la fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile stivate in uno stabilimento della Union carbide (aperto nel 1980, ma già in disuso e privo di personale specializzato per adeguati controlli) causò la morte di circa 8000 persone solo nella prima notte, quella di 20-30.000 nei mesi successivi, con circa mezzo milione di intossicati molti dei quali destinati a morire successivamente o a portare per sempre i segni dell’avvelenamento.

 La scia di sentenze seguite al disastro ha trovato una conclusione solo agli inizi del nuovo secolo.

Nel 1985 il governo indiano, per paura che le corporation straniere ritirassero i loro investimenti dal Paese, si assunse con un decreto legislativo (il Bhopal gas leak disaster act) la responsabilità di avviare azioni legali estromettendo da tale diritto sia le vittime sia i loro familiari.

I manager responsabili dell’impianto, nel frattempo, si erano rifugiati negli Stati Uniti e, nonostante vi sia un mandato internazionale nei confronti del top manager” Warren Anderson”, nel 2002 questi è stato segnalato a New York dove ha continuato a vivere indisturbato.

 Nel 1989 il governo indiano accettò un risarcimento complessivo di 470 milioni di dollari, contro i 3,3 miliardi chiesti originariamente (quindi, circa un settimo della cifra chiesta in un primo tempo):

 le azioni sul mercato della “Union carbide” risalirono immediatamente; tolte le spese legali, a ciascuna vittima spettarono 500 dollari; nessuna iniziativa per la decontaminazione fu presa in considerazione.

 Nel 2001 la “Union carbide” confluì nel gigante “Dow chemi­cal”, dando vita alla più grande impresa chimica del pianeta:

per conseguenza, l’azione legale si estese al nuovo soggetto, anche perché la “Union carbide” non aveva più sussidiarie in India sulle quali eventualmente rifarsi, mentre la” Dow chemical commercializza” prodotti su quel mercato (per es., il “pesticida Durstan”, proibito negli Stati Uniti per la sua pericolosità).

Familiari dei defunti e movimenti per la difesa delle vittime provarono dunque a promuovere un’azione che si estendesse alla “Dow chemical” che tuttavia, mentre nel 2002 accettò di farsi carico di una serie di cause intentate negli Stati Uniti contro la “Union carbide” da dipendenti esposti all’avvelenamento da amianto, rifiutò ogni responsabilità per la tragedia di Bhopal.

Dal 2004 ogni possibilità residua di ulteriori azioni legali è sembrata tramontare.

 

L’EUROPA E LA DIRETTIVA BOLKESTEIN.

Anche nell’ambito dell’Unione Europea (UE) l’influenza esercitata sulla gestione del mercato del lavoro dalle società di capitali transnazionali è ampia.

Nel 2007 in Italia l’incidente all’impianto “ThyssenKrupp” di Torino ha gettato una luce cupa sulla questione.

Gli impianti di Torino e di Terni sono parte della “ThyssenKrupp acciai speciali Terni s.p.a”., che dopo una serie di passaggi societari ha assunto questo nome, ma che è l’erede di una fra le prime imprese siderurgiche italiane, la “Società degli alti forni, fonderie e acciaierie di Terni”, fondata nel 1884.

 Acquisito con il resto del gruppo dalla multinazionale tedesca nel corso degli anni Novanta, l’impianto torinese ha funzionato per molto tempo a pieno regime:

ma di recente la “Thyssen” ne ha annunciato la chiusura, portando a una riduzione degli organici che, a parere degli esperti, sarebbe la causa dei turni di lavoro eccessivi e del cattivo mantenimento degli impianti che ha condotto all’incidente del 6 dicembre 2007 nel quale hanno perso la vita sette operai.

Ebbene, la decisione di chiudere l’impianto torinese non deriva da una crisi del settore, bensì da scelte puramente strategiche della multinazionale, che per l’anno 2006 ha dichiarato un guadagno netto di 47 miliardi di euro (che la rendevano la tredicesima multinazionale in Germania e la centounesima nel mondo secondo le statistiche del 2007) e che, nell’anno successivo, ha annunciato l’apertura di un nuovo impianto siderurgico nel Sud dell’Alabama (dove confluiranno semilavorati dal Brasile) che nel 2010 dovrebbe impiegare 29.000 operai per la costruzione degli impianti e 2700 nella fabbrica.

 

Più che ai singoli casi, comunque, è interessante guardare alla politica complessiva dell’Unione Europea nei confronti del tema del lavoro.

 Il 25 febbraio 2004 è stata presentata dalla Commissione europea una proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa relativa ai servizi del mercato interno, nota in genere come “direttiva Bolkestein”, nella quale si legge:

 «Al fine di eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi la proposta prevede il principio del Paese d’origine, in base al quale il prestatore è sottoposto unicamente alla legislazione del Paese in cui è stabilito e gli Stati membri non devono imporre restrizioni ai servizi forniti da un prestatore stabilito in un altro Stato membro».

Il timore per quello che è stato definito un esempio di “dumping sociale” (cioè un volontario stimolo al ribasso per depauperare le forze lavoratrici) ha condotto nel 2005 al clamoroso referendum che, tanto in Francia quanto nei Paesi Bassi, ha momentaneamente bloccato il progetto di ratifica della Costituzione europea.

Tuttavia, il 12 dicembre 2006, una versione modificata della direttiva è stata approvata:

in apparenza, il principio del Paese d’origine dovrebbe riguardare – secondo quanto annunciato – soltanto alcune materie, lasciando da parte il diritto del lavoro, che continuerebbe in larga parte a essere regolato dalla direttiva 1996/71/CE, la norma comunitaria in materia di distacco dei lavoratori nell’ambito delle prestazioni transnazionali di servizi (recepita in Italia con il d. legisl. 25 febbr. 2000 n. 72).

 Tuttavia, da più parti si sono denunciate alcune ambiguità di fondo, visto che nel testo della direttiva si legge che i «servizi di interesse generale non economici» sono esclusi (art. 2, Campo di applicazione), mentre «i servizi di interesse economico generale sono servizi che, essendo prestati dietro corrispettivo economico, rientrano nell’ambito di applicazione della presente direttiva», con l’esclusione di alcuni settori quali la sanità, i trasporti ecc. (direttiva 2006/123/CE).

 Sulla base di queste ambiguità, alcune recentissime sentenze della Corte europea contraddicono di fatto la normativa.

 Nel caso “Laval-Vaxholm” una ditta lituana ha aperto una filiale in Svezia (Paese in cui il minimo salariale non esiste) dove ha impiegato i propri operai nella costruzione di una scuola, pagandoli al prezzo d’ingaggio valido nel Paese d’origine, molto più basso della media svedese;

 i sindacati del Paese scandinavo avevano bloccato i lavori, ma la Corte europea ha dato ragione agli imprenditori lituani (Pallini 2006).

In Finlandia, nel cosiddetto caso Viking, una compagnia marittima ha cambiato bandiera a un proprio vascello per sostituire l’equipaggio con marinai estoni, pagati al costo del lavoro del loro Paese d’origine.

Infine, l’ultimo contenzioso è sorto intorno all’appalto per la costruzione del” penitenziario di Göttingen-Rosdorf”, in Bassa Sassonia, vinto dalla “Object und Bauregie”.

Secondo la legge le imprese, incluse quelle sub contrattate, devono applicare almeno il salario minimo previsto dal contratto collettivo vigente, pena una multa dell’1% sul valore dell’appalto.

Ma un’impresa polacca subappaltata ha versato ai suoi dipendenti impegnati nel cantiere meno della metà del salario minimo: per questo motivo il governo regionale ha chiesto 85.000 euro di penale alla “Object und Bauregie”;

 tuttavia, agli inizi dell’aprile 2008 la Corte europea ha decretato che le disposizioni regionali sul salario minimo non sono compatibili con la direttiva sui lavoratori distaccati transnazionali.

IL LAVORO DELLE LOBBY.

La deregolamentazione nel campo del diritto del lavoro favorisce quindi le società a carattere transnazionale che nell’Unione Europea trovano un terreno particolarmente fertile: soprattutto dopo l’allargamento ai Paesi dell’Est europeo, nei quali la mano d’opera ha costi relativamente bassi rispetto agli standard euro occidentali.

In effetti sono stati soprattutto questi Paesi, alleati con l’Inghilterra, da anni promotrice del liberismo economico, a spingere in tale direzione.

Inoltre, all’interno delle sedi del Parlamento europeo le multinazionali hanno da anni personale incaricato di promuovere atti in grado di favorire politiche di liberalizzazione transnazionale in campo economico-finanziario.

Lo strumento che viene utilizzato prende il nome di lobbying.

Negli Stati Uniti il lobbismo è diventato una professione; i lobbisti rappresentano i gruppi che vogliono esercitare pressioni e a tale scopo incontrano politici, legislatori e amministratori; oppure istruiscono i membri di un’associazione in modo da dare l’impressione che le richieste vengano dalla base (per es., casalinghe o lavoratori che parlano direttamente ai membri del Congresso in rappresentanza dell’associazione cui appartengono).

La pratica, oggi molto in voga, viene detta “grass roots lobbying”:

 in queste forme, il lobbismo finisce per essere un elemento quasi naturale della politica, nella quale gruppi di cittadini consociati possono sperare di avere un peso maggiore piuttosto che individualmente.

 Diverso, tuttavia, è il caso del lobbismo promosso non da associazioni e comunità, ma da aziende e imprese, che è poi quello oggi prevalente.

Nel 2006 si calcolava che le lobby sborsassero una media di 2 miliardi e mezzo di dollari all’anno per influenzare il mondo della politica.

 Se negli Stati Uniti la pratica è radicata e accettata, in Europa è altrettanto diffusa ma soggetta a un acceso dibattito:

 in particolare dopo che nel 2005 la Commissione europea ha accantonato un progetto di legge volto a regolamentare in senso restrittivo l’operato delle lobby.

 A Bruxelles pare siano in azione circa 15.000 lobbisti in rappresentanza di oltre 2500 fra imprese e gruppi di interesse.

Il 90% rappresenta imprese e solo il 10%, invece, ‘gruppi di base’;

 si calcola che essi spendano, per conto delle imprese, circa 750 milioni di euro annui per influenzare il governo europeo.

 I lobbisti agiscono nei confronti di tutti gli organi di governo dell’Unione: Parlamento, Consiglio dei ministri e Commissione.

Al momento attuale, il solo controllo consiste nella sottoscrizione di un codice etico che consente al lobbista libero accesso per un anno al Parlamento europeo;

tuttavia dovrebbe essere discussa una norma più restrittiva in materia.

La richiesta di un maggior controllo è emersa soprattutto alla luce della constatazione che diversi parlamentari europei, una volta lasciato l’incarico pubblico, vengono arruolati nelle fila delle corporation:

è stato il caso di “Rolf Linkohr”, parlamentare tedesco che ha lavorato per anni in una commissione sulle questioni energetiche e in seguito è stato ingaggiato dal “Center for European energy strateg”y, uno studio che si occupa di “lobbying” per conto di numerose corporation del petrolio; oppure del francese” Jean-Paul Mingasson”, ex ministro delle Finanze francese, membro della Commissione europea e oggi consigliere generale per l’UNICE (UNion of Industrial and employers’ Confederations of Europe), la federazione europea degli imprenditori;

o come dell’inglese “Jim Currie”, direttore generale della Commissione europea per le questioni ambientali, passato nel consiglio direttivo della “British nuclear fuels limited”.

L’azione di lobbying delle multinazionali ha avuto un peso in alcune decisioni molto discusse del Parlamento europeo.

 Prendiamo in considerazione la questione del cioccolato, una delle poche ad aver avuto una qualche esposizione mediatica.

Nel 1973, all’epoca dell’adesione di Danimarca, Irlanda e Regno Unito alla Comunità economica europea, si constatò che questi Paesi avevano leggi che consentivano l’utilizzo di prodotti alimentari diversi dal burro di cacao nella produzione di cioccolato, contrariamente a quanto avveniva in altri Stati della nascente UE.

La direttiva li esentò quindi dal conformarsi alle consuetudini degli altri Stati membri, che invece fissarono a una soglia minima del 19% la quantità di burro di cacao da usare nel cioccolato.

 Con adesioni successive, a quei tre Paesi si aggiunsero anche Finlandia, Austria, Portogallo e Svezia: nazioni abituate ad avere un cioccolato di minor valore.

 Si era dunque creata una disparità nel mercato interno.

Dinanzi a ciò la Commissione, invece di optare per un innalzamento complessivo della qualità, scelse la soluzione contraria:

dal 2000 in poi i consumatori europei hanno a disposizione una scelta di cioccolato industriale di qualità inferiore rispetto agli standard cui erano abituati.

Le responsabilità vanno cercate nelle pressioni esercitate dalle lobby che rappresentano le principali industrie che hanno il monopolio del commercio e della produzione del settore, e che in tal modo risparmieranno almeno 200 milioni di dollari sugli acquisti di cacao.

A spese, fra l’altro, dei produttori africani, che da queste scelte usciranno ancor più impoveriti:

basti pensare che l’esportazione del burro di cacao rappresenta quasi il 40% del PIL del Ghana, il 38,7% della Costa d’Avorio e il 18% del Camerun.

La direttiva ha insomma ottenuto l’effetto perverso di peggiorare la qualità del cioccolato che mangiamo, di ridurre drasticamente le esportazioni africane di cacao, di costare al bilancio comunitario (e dunque a noi cittadini dell’Unione) tra i 150 e i 200 miliardi di lire: il tutto a beneficio esclusivo di pochi raggruppamenti industriali.

 

Il processo è stato facilitato dal fatto che, in questo come in molti settori, manca ormai un vero regime di concorrenza.

 Le corporation che si spartiscono il mercato sono infatti ormai solo quattro:

la Archer Daniels Midland, la Cargill, la Barry Callebaut, la Nestlé, firmatarie nel 2001 del protocollo Harkin-Engel, che nel 2005 avrebbe dovuto portare alla soppressione dello sfruttamento infantile nelle piantagioni dalle quali acquistano la materia prima;

ma esso alla scadenza del termine previsto non era stato rispettato, il che condusse a un nuovo impegno delle parti in causa.

Anche negli Stati Uniti il lobbying nel campo dell’alimentazione ha dato risultati eclatanti, con quello che è stato definito scherzosamente cheeseburger bill (decreto cheeseburger).

 Le multinazionali dell’industria alimentare hanno fatto pressione sul Congresso perché passasse una norma che impedisce ai cittadini di far loro causa per i danni alla salute provocati dal junk food, il “cibo spazzatura”.

La norma è stata approvata nell’ottobre 2005:

oggi, le industrie del settore non rischiano più di far la fine della Philip Morris, costretta a pagare i danni a ex fumatori malati di cancro.

 Allo stesso modo le industrie farmaceutiche hanno ottenuto la detassazione dei farmaci inviati in beneficenza:

 una norma che spesso nasconde la pratica di svuotare i magazzini dei prodotti scaduti, scaricandoli in questo modo dalle tasse.

 

EMERGENZA CIBO.

Il settore dell’alimentazione è uno fra quelli in cui, in anni recenti, le multinazionali hanno fatto maggiori progressi nel campo delle fusioni e nell’eliminazione della concorrenza:

 e, per ovvie ragioni, è anche quello che desta più immediate preoccupazioni.

Una delle sfide maggiori sul campo riguarda la gestione delle acque e l’approvvigionamento idrico: l’acqua è una risorsa naturale sempre più cara perché in via di assottigliamento a causa dell’inquinamento e degli sperperi.

 Il World water forum, svoltosi a L’Aia nel marzo 2000 e organizzato dalla “World commission on water” ha dichiarato che l’acqua deve essere considerata «bene economico»:

di conseguenza, la “Banca mondiale” e il “Fondo monetario internazionale” premono sui “Paesi in via di sviluppo” perché vendano la loro acqua alle multinazionali al fine di ridurre il debito nazionale.

Ne approfittano le corporation transnazionali del settore che acquistano dai governi le sorgenti d’acqua potabile sottraendole così alle popolazioni locali che non possono permettersi l’acquisto a prezzi di mercato.

 In diversi Stati dell’America Latina, per es., i governi hanno cominciato a vendere la gestione delle risorse idriche a ditte private.

 In Bolivia, per effetto di tali privatizzazioni, il prezzo dell’acqua è aumentato nel giro di pochi anni del 300%.

Il processo non riguarda solo gli acquedotti cittadini, ma le stesse sorgenti:

al punto che persino ai contadini sono state imposte tassazioni per attingere l’acqua ai pozzi che, tradizionalmente, servivano per bere e innaffiare i campi.

Di conseguenza, per una famiglia che dovesse sostentarsi con meno di 100 dollari al mese, almeno 30 andrebbero spesi sotto la voce acqua potabile.

Tuttavia, in Bolivia le cose hanno preso una svolta inaspettata: forti di una coesione sociale che viene loro da una vita ancora molto legata al senso comunitario, le cittadinanze e i contadini hanno cominciato a organizzarsi.

Nel 2000 a Cochabamba, terza città del Paese, è scoppiata una rivolta che è andata avanti senza tregua per cinque mesi, finché gli abitanti non sono riusciti a ottenere nuovamente il controllo del loro sistema idrico, strappandolo all’americana” Bechtel”, sussidiaria della “Halliburton”.

Altre città hanno seguito l’esempio: com’è accaduto a “El Alto”, dove ormai per l’allacciamento alla rete idrica venivano chieste somme che superavano i 400 dollari.

Alle proteste per l’acqua si sono aggiunte mano a mano quelle per altre risorse: gas, petrolio, elettricità.

 

Anche se il problema dell’acqua potrebbe aprire gravi scenari di crisi nel prossimo futuro, nel corso del 2008 è stata l’emergenza-cibo, dovuta all’impennata dei prezzi dei generi di prima necessità, a provocare moti sociali in diversi Paesi (fra i quali Egitto, Camerun, Costa d’Avorio, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, Indonesia, Madagascar, Filippine, Pakistan, Thailandia e Haiti). Secondo i dati forniti dalla FAO (Crop prospects and food situation, febbr.-apr. 2008), 36 nazioni fra quelle in via di sviluppo sono a rischio di carestie e, di conseguenza, di rivolte.

Quali sono le ragioni di questa situazione e in che modo essa si lega ai colossi dell’industria alimentare?

I fattori alla base della recente crisi sono principalmente quattro:

 a) il cambiamento climatico che, a prescindere dalle sue ragioni, ha causato raccolti scarsi;

 b) una quantità crescente di terre in passato utilizzate per prodotti agricoli destinati all’alimentazione viene oggi riservata a monocolture per la produzione di agro combustibili;

 c) l’aumento del prezzo del petrolio ha reso più dispendiosi i trasporti, fra cui anche quelli di derrate alimentari;

d) la crescita nel consumo di carne su scala mondiale, dovuta all’aumento della domanda da parte di Paesi emergenti come la Cina, fa sì che sempre maggiori quantitativi di prodotti agricoli non vengano immessi sul mercato per il consumo diretto, ma finiscano invece per venire impiegati nell’alimentazione animale.

 Il risultato complessivo dato dall’intreccio di questi fattori ha determinato un calo nelle riserve mondiali di generi di prima necessità (calcolabili approssimativamente in 405 milioni di tonnellate di cereali nel 2007-08, ossia il valore minimo negli ultimi 25 anni, con 21 milioni di tonnellate in meno rispetto al livello già ridotto registrato nell’anno precedente).

 Questa situazione ha favorito manovre speculative e ha condotto anche alla decisione di alcuni Paesi grandi produttori (come l’Egitto per il grano) a porre un freno alle esportazioni, innescando in questo modo ulteriori processi inflazionistici.

 

Come si è detto, molte fra le scelte che hanno contribuito in varia misura a determinare questa situazione sono state frutto di politiche favorite dalle multinazionali e dalle loro lobby.

I prodotti agricoli hanno, per definizione, uno scarso valore aggiunto: è cioè molto difficile far lievitare i prezzi oltre una certa soglia.

Per aumentare le rendite economiche “le corporation che commercializzano il cibo” (e che sono ormai ridotte a un cartello di poche imprese, con il colosso statunitense” Cargill” in testa) hanno la possibilità di orientare il mercato nella direzione delle monocolture intensive, per es. indirizzando verso la produzione in funzione dell’allevamento animale, più redditizio, e recentemente dei biocarburanti.

Di qui la lotta contro la piccola proprietà privata, che dal continente nordamericano ha toccato sempre più ampie regioni del mondo e, in particolare, i Paesi in via di sviluppo, dove i governi sono più facilmente ‘orientabili’: soprattutto perché la WTO impone loro l’attuazione di politiche neoliberistiche e contrasta il sistema delle scorte in nome della competitività e del liberoscambismo.

 In tale campo, i Paesi più deboli non hanno possibilità di contrattare:

al contrario di colossi come gli Stati Uniti, l’UE e il Giappone, che applicano misure protezionistiche sulla loro produzione.

È il caso del cotone per gli Stati Uniti o dei sussidi agli agricoltori in molti Paesi dell’Unione Europea.

Negli ultimi decenni il governo indiano, con l’alibi dell’obiettivo dello sviluppo, ha espropriato terre coltivabili ai contadini destinandole alla produzione industriale e alle monocolture;

 i piccoli coltivatori che ancora resistono sono economicamente svantaggiati rispetto alle monocolture a più buon mercato, ma in tal modo l’autosufficienza alimentare, faticosamente raggiunta dal Paese negli anni Settanta, sta divenendo nuovamente un miraggio.

 

GLI ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI.

L’introduzione degli Organismi geneticamente modificati (OGM) nel mercato agricolo, da più parti presentata come il rimedio per la crisi agricola, è una manovra in cui le multinazionali hanno giocato un ruolo importante.

 Il mercato degli OGM è monopolizzato da un unico gigante, la “Monsanto company”, originaria degli Stati Uniti, ma operante anche in Europa già dagli anni Venti del Novecento;

 dopo l’acquisizione della” Seminis Inc., nel 2005, la Monsanto è divenuta anche il principale produttore mondiale di sementi convenzionali.

 La critica più diffusa agli OGM è legata alle preoccupazioni circa i possibili effetti sulla salute:

soprattutto da quando nella primavera del 2005 è stato diffuso dalla stampa inglese un rapporto interno alla multinazionale, destinato a restare segreto, nel quale si legge che le ricerche della stessa industria hanno messo in evidenza malformazioni negli organi interni delle cavie nutrite con mais geneticamente modificato.

La Monsanto ha fatto sapere di non ritenere troppo rilevanti i dati contenuti nel rapporto, ma la notizia ha avuto l’effetto di far emergere notizie simili, forse dimenticate troppo in fretta.

Come quella del ricercatore inglese di origini ungheresi” Árpád Pusztai”, che alla fine degli anni Novanta aveva condotto analoghi esperimenti, nutrendo cavie di laboratorio con patate geneticamente modificate e riscontrando, nel giro di pochi mesi, alterazioni al sistema immunitario, al cervello, al fegato, ai reni.

L’annuncio televisivo di questi risultati provocò contro “Pusztai” le aspre critiche delle grandi associazioni scientifiche britanniche e dello stesso governo (la Gran Bretagna è stata fra le principali promotrici dell’introduzione degli OGM nella UE), al punto che il ricercatore fu costretto a dimettersi e i dati delle sue ricerche confiscati e distrutti.

 In Italia due ricercatori, “Marco Biggiogera” e “Manuela Malatesta”, hanno condotto lo stesso genere di studi, pubblicati a partire dal 2002, constatando che si rilevano alterazioni visibili al microscopio elettronico negli organi delle cavie nutrite con il mais della Monsanto.

Ma ormai in diverse località del pianeta si denunciano casi di contaminazione:

le colture geneticamente modificate entrano in contatto con colture ‘normali’ e le contaminano;

 il rischio è che succeda qualcosa di simile a quanto accade con l’introduzione di specie animali aggressive in ambienti nuovi, nei quali esse distruggono i concorrenti locali, con ovvi danni per la biodiversità.

 È opinione di molti ricercatori che la nocività per le cavie potrebbe non derivare direttamente dalle modifiche genetiche dei cibi loro somministrati, quanto piuttosto dall’alto uso di pesticidi con i quali gli OGM vengono inondati.

Difatti, quasi il 70% degli interventi che si fanno sui geni è mirato proprio a rendere le piante insensibili ai pesticidi. La soia della Monsanto porta il nome di “Round­up ready”, cioè «pronta al Roundup», perché Roundup è il nome del pesticida che la stessa multinazionale produce e vende, insieme alle sementi, ai contadini che accettano di piantarle.

 In pratica, le piante resistono a quantitativi maggiori di pesticidi, possono venire inondate molto più che in passato e hanno dunque rese più alte.

Poi, però, i prodotti che hanno subito tale trattamento finiscono in tavola oppure in pasto ad animali da macello (è il caso della soia).

In conclusione, si deve sottolineare come le carestie e le malnutrizioni non derivino da una scarsità generalizzata di cibo, ma dalle scelte agricole e produttive che vengono fatte nei Paesi in via di sviluppo, sotto la costante pressione della finanza internazionale.

È infatti il mercato che oggi impone rigorose monocolture a Paesi che, per clima e risorse naturali, se adottassero una coltivazione tradizionale potrebbero sfamare le popolazioni che ci vivono.

 Il prodotto di queste monocolture finisce sulle piazze estere:

 e, in caso di un ribasso di prezzi, l’economia di un intero Paese rischia il tracollo.

Gli OGM non pongono rimedio a questo problema, perché le sementi sono sterili e i contadini che convertono a esse i loro campi sono costretti a riacquistarle continuamente dal produttore, che è libero di imporre i suoi prezzi dal momento che agisce (come si è visto per la vicenda della Monsanto) in regime di monopolio.

 

RISORSE ENERGETICHE E AREE STRATEGICHE.

Un altro fra i temi più discussi in questo principio di nuovo secolo è quello che riguarda risorse energetiche quali gas e petrolio.

Come si è detto, alcune fra le società transnazionali più ricche del pianeta sono legate allo sfruttamento dei giacimenti e alla commercializzazione dei combustibili;

 sovente esse agiscono in aree che, per questo motivo, vengono considerate strategiche e che negli ultimi anni hanno registrato livelli di conflittualità molto elevati (Capelluto, Palumberi 2006).

Nel 1991 il crollo dell’URSS ha portato alla formazione di nuovi stati nell’area a nord dell’Afghānistān:

il sottosuolo di questa regione è straordinariamente ricco di petrolio e gas.

 Tutte le principali compagnie petrolifere hanno cominciato a investirvi subito somme ingenti.

Nel solo Kazakistan, sino al 1997 le compagnie internazionali avevano speso circa 35 miliardi di dollari.

Le aspettative sono alte, ma il problema da risolvere è il trasporto del petrolio.

Ci sono gli oleodotti dei russi che passano attraverso la Siberia, ma sono giudicati troppo cari.

L’alternativa – escludendo per ragioni di convenienza sia politica sia economica anche l’Irān, che pure avrebbe gli oleodotti già pronti – è far passare i condotti attraverso l’Afghānistān e il Pakistan, dal quale si potrà raggiungere l’Oceano Indiano.

Con questa prospettiva la compagnia petrolifera “Unocal”, servendosi della consulenza di “Henry Kissinger”, firmò un contratto con il “Turkmenista”n per esportare 8 miliardi di dollari di gas naturale, attraverso oleodotti valutati per altri 3 miliardi.

Con la saudita “Delta Oil”, inoltre, la” Unocal” aveva dato vita alla “CentGas”, al fine di costruire un oleodotto attraverso l’Afghānistān.

 Un’altra compagnia, la “Enron”, si era accordata con l’Uzbekistan per 1300 milioni di dollari;

il governo americano, sotto la presidenza di “Bill Clinton,” aveva versato 400 milioni di dollari per sostenere l’impresa.

Nel 1993 la “Enron” era giunta a un accordo con il governo indiano per costruire un impianto per la produzione di energia, situato sulla costa occidentale, che avrebbe dovuto fornire un quinto di tutto il fabbisogno nazionale;

la compagnia ne sarebbe stata proprietaria per il 65%, grazie al gas uzbeko.

 Nel 1997 un’altra compagnia americana, la” Halliburton”, aveva sottoscritto un contratto con il Turkmenistan per fornire infrastrutture al Paese:

il futuro vicepresidente “Dick Cheney” ne era al tempo uno degli uomini di punta.

Intanto, nel 1996 i Ṭālibān avevano conquistato Kābul;

nel 1998 la resistenza era ridotta a un mero 10% del territorio. Ufficialmente i Ṭālibān non erano ancora riconosciuti da nessuna nazione, ma i rapporti con gli Stati Uniti si andavano intensificando:

 mentre il futuro presidente “George W. Bush” era governatore del Texas, una delegazione afghana si era recata nello Stato per discutere con la “Unocal” la questione dell’oleodotto.

E “Bill Richardson”, ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, era andato a sua volta a Kābul per stabilire migliori rapporti e definire i programmi futuri.

Fra il 1999 e il 2000 si svolsero colloqui fra le parti, con i Servizi segreti pakistani come intermediari, ma le trattative si arenarono.

Con l’elezione di Bush le cose sembravano destinate a un nuovo cambiamento.

Segno del rinnovato sforzo di giungere a un accordo fu la visita di un emissario del “Mullah Omar”, “Sayed Rahmatullah Hashimi,” che compì un tour americano nel marzo del 2001, proprio all’indomani della distruzione delle statue dei “Buddha di Bāmiyān”.

 

Nel frattempo, però, gli Stati Uniti stavano anche pensando a un piano alternativo, presumibilmente perché rapporti così altalenanti con il “regime ṭālibān “non davano garanzie sul futuro dei progetti per gli oleodotti.

L’idea era quella di chiamare in causa l’anziano re in esilio e di far accettare ai Ṭālibān una condivisione del potere con gli altri gruppi all’opposizione:

 anche perché questi agivano nelle aree del Nord-Est da cui gli oleodotti sarebbero dovuti entrare.

Vi furono due colloqui a Berlino, nel luglio 2001, ma al terzo i rappresentanti dei Ṭālibān non si presentarono.

 Dopo l’11 settembre 2001 la prospettiva della guerra avrebbe dovuto aprire la via del petrolio:

ma niente è andato secondo i piani e a tutt’oggi gli americani e il neopresidente “Hamid Karzai” (in passato consulente per la corporation del petrolio Unocal) controllano di fatto una parte minima del territorio afghano.

 Un contraccolpo immediato si è avuto con il caso” Enron”:

la centrale indiana progettata dalla compagnia è entrata in funzione, ma il mancato arrivo del gas a buon mercato (quando il governo indiano aveva già gli oleodotti pronti dal confine pakistano sino a Mumbai) ha costretto a costi molto alti:

la compagnia faceva pagare dal 1993 all’India rate fuori mercato, che hanno indotto il governo a porre fine all’accordo.

La perdita economica che ne è conseguita è stata una delle concause della bancarotta – dichiarata nel dicembre del 2001 – della” Enron” e dello scandalo finanziario che l’ha accompagnata, sfiorando alcuni membri dell’entourage del presidente Bush, e in particolare “Cheney” (Montesano 2004).

 

L’interesse petrolifero della regione mesopotamica è anche più evidente.

Prima dell’invasione del 2003, gli Stati Uniti importavano dall’Irāq circa l’8,6% del loro fabbisogno globale;

 i giacimenti durante il regime ba῾tista di Saddam Hussein (Ṣaddām Ḥusayn) erano nazionalizzati, mentre il governo instaurato sotto l’occupazione successiva all’aggressione del 2003 ha privatizzato i pozzi e la commercializzazione delle risorse.

Si deve aggiungere che in tutte le aree colpite dai bombardamenti a tappeto, anche la fase della cosiddetta ricostruzione ha dato vita a un giro d’affari tutt’altro che secondario, sia per l’importo economico, sia per i suoi legami con l’ambito politico, come mostra questa rapida analisi delle società coinvolte nell’affare:

nelle forniture di armi si distinguono la “Lockheed Martin” (amministrata tra il 1994 e il 2001 dalla signora “Lynne Cheney”, moglie dell’ex vicepresidente statunitense), la “Boeing” (finanziatrice della “società Trireme, della quale è dirigente “Richard Perle”, consigliere neoconservatore), la “Northrop Grumman”, la “General dynamics” (che ha acquistato la Gulfstream, amministratore della quale era “Donald Rumsfeld”, segretario della Difesa dal 2001 al 2006), la “Raytheon” (per una filiale della quale, la “Hughes electronic”s, ha lavorato nel 2000 “Paul Wolfowitz”, “presidente della Banca mondiale” dal 2005 al 2007), la “United technology”.

Ancora, la XE (prima American Blackwater) è nata sostanzialmente come compagnia che offre servizi di mercenari: “i contractors” di cui il governo statunitense si è servito massicciamente in ῾Irāq, ma che sono comparsi anche nelle strade di New Orleans all’indomani dell’uragano Katrina, con lo scopo di controllare la popolazione.

Il caso più clamoroso però risulta quello della “Halliburton” (la società cui è lungamente appartenuto Cheney), che si occupa di forniture e di consulenze sulle prospezioni minerarie.

 Essa ha ricevuto senza alcuna gara d’appalto un contratto per 2,5 miliardi di dollari (somma coperta con ipoteche sulle future estrazioni petrolifere irachene) per la ricostruzione in ῾Irāq e le forniture al personale americano di stanza nel Paese:

 ma è stata colpita da uno scandalo per una serie di ‘sovrafatturazioni’ che hanno fatto lievitare i costi contrattualmente previsti.

 Fra i vari settori d’interesse delle corporation, quello finanziario è uno fra i più importanti e, allo stesso tempo, fra i più difficili da seguire nelle fluttuazioni di questi ultimi anni.

 Il mercato finanziario, dato dalla congiunzione d’interessi bancari e assicurativi, assicura alle multinazionali profitti molto alti, ma le costringe ad affrontare anche notevoli margini di rischio.

 In questo settore le fusioni hanno portato alla nascita di gruppi dominanti, come la” statunitense Citigroup” nata nel 1998 dall’unione di “Citicorp e Travelers group”.

Nonostante gli altissimi guadagni e un assetto societario in apparenza sanissimo,” Citigroup” è rimasta coinvolta nella crisi dei “mutui subprime” (che negli Stati Uniti alla fine del 2006 aveva già condotto a espropri valutati in oltre un milione di dollari), e ha venduto 8 miliardi di obbligazioni ad alto rischio perché legate a potenziali insolvenze (come nel caso dei mutui ipotecari).

Ma se il colosso vende, chi compra?

Tra gli acquirenti si possono segnalare gruppi come la” Carlyle”, legata agli interessi finanziari della famiglia Bush, ma anche petrolieri arabi,” Osama bin Laden “(Usāma ibn Lādin) incluso, e la “JPMorgan Chase”, che hanno emesso obbligazioni di questo tipo per – rispettivamente – 500 e 450 milioni di dollari;

la “Carlyle” è stata sostenuta nell’operazione dalla “Deutsche Bank”, dopo che una affiliata della società capogruppo, la “Carlyle capital”, non è riuscita a far fronte a perdite legate al mercato dei mutui calcolate in 150 milioni, nonostante dichiari un attivo di 27 miliardi di dollari.

 Siamo insomma dinanzi a manovre speculative estreme che coinvolgono tutto il mercato finanziario, a fronte di coperture monetarie effettive che probabilmente non esistono.

La spregiudicatezza di tali operazioni appare più evidente dinanzi alla considerazione che, dal 2000 in poi, il mercato bancario e finanziario ha registrato una serie impressionante di frodi e crack come quelli “Enron” e” WorldCom” negli Stati Uniti, o” Cirio e Parmalat” in Italia.

Negli ultimi anni a livello internazionale si è discussa una possibile regolamentazione degli “hedge funds” (fondi speculativi), nati negli Stati Uniti negli anni Cinquanta del Novecento, ma senza che si sia mai giunti a un accordo.

 Al contrario, le manovre speculative hanno coinvolto a partire dagli anni Ottanta fasce sempre più ampie di popolazione nei Paesi occidentali.

Al sistema finanziario è stato consentito di rimuovere vecchie limitazioni sul tetto degli interessi e si è incentivata una politica di spostamento di fondi dei privati dai conti di risparmio verso investimenti considerati maggiormente produttivi, quali quelli legati al mercato azionario, a quello assicurativo o a quello dei mutui, portando gli istituti assicurativi a divenire centri di produzione di immensi profitti.

È in questo momento che le corporation della finanza superano in profitti quelle legate alla produzione;

e le ricchezze ottenute sovvenzionano, attraverso le pratiche lobbistiche, campagne elettorali e più in generale la vita politica.

Si tratta però di settori che, per la natura altamente volatile di ciò che trattano, aprono voragini di rischio per gli investitori medi e piccoli:

 di qui la crisi dei mutui e, ancor prima, quella dei tanti fondi pensioni inghiottiti dagli investimenti inopinati di istituti finanziari finiti in fallimento (MacDonald, Hughes 2006).

In conclusione, se si accosta questo dato al crescere di emergenze reali quali sono quelle inerenti alla produzione agricola, al reperimento di acqua potabile e all’assottigliamento delle riserve energetiche, è facile comprendere che lo strapotere delle multinazionali a scapito degli interessi legittimi delle comunità potrebbe essere giunto, all’inizio del nuovo secolo, a compromettere in modo definitivo gli equilibri sui quali si regge l’economia globale.

 

2009: CRISI CONTINGENTE O STRUTTURALE?

Tra la seconda metà del 2008 e i primi mesi del 2009 la crisi finanziaria e industriale ha colpito il mondo intero.

 Alcuni segni della sua incombenza erano già facilmente avvertibili, e se ne è parlato nelle pagine precedenti:

 dalla crescita dei prezzi dei generi alimentari, all’insolvibilità dei mutui subprime, al crack di alcune corporation del settore finanziario.

 Si tratta di una crisi contingente o di una crisi strutturale?

 È presto per dirlo; alcuni analisti prevedono una ripresa nel 2010, assecondando la prima ipotesi, altri, invece, prevedono conseguenze gravi e di più lunga durata.

Allo stato attuale delle cose risulta dunque estremamente difficile prevedere quali effetti la crisi è destinata ad avere sul sistema delle corporation;

è possibile soltanto, alla luce dei dati esistenti, cercare di comprenderne le conseguenze immediate.

In linea generale, si può affermare che la crisi non ha procurato crepe profonde nel sistema;

alcune multinazionali hanno perso, altre hanno approfittato della crisi per salire nel ranking mondiale.

Quest’ultima situazione sembra aver riguardato le imprese che all’inizio della crisi presentavano due caratteristiche fondamentali:

l’ampiezza delle dimensioni e grandi riserve di contanti, che in un momento difficile consentono l’acquisizione a prezzi favorevoli di altre compagnie e di nuove tecnologie, nonché l’ingresso e la scalata in nuovi mercati.

Una condizione che ha favorito, per es., le compagnie cinesi: fra 2007 e 2009, nel settore bancario, la Bank of China è passata dall’82° posto al 30°, la CCB dal 69° al 23°, la ICBC dal 53° al 12°; in quello petrolifero, la Sinopec-China petrol è salita dal 71° al 33°, la PetroChina dal 41° al 14°.

 

Sarebbe tuttavia errato pensare che sinora la crisi abbia procurato un terremoto;

 è vero che i gruppi del complesso finanziario-bancario hanno perso dei colpi, generalmente a vantaggio di quelli del settore delle risorse (elettricità, petrolio), ma sono ben lontani dall’esser spariti dalla scena.

La britannica” HSBC Hold­ings”, prima nella classifica Forbes del 2008, è scesa al 6° posto;

la vetta della classifica è ora occupata dalla statunitense “General Electric; la banca americana JPMorgan Chase, che avevamo visto in crisi per la questione dei mutui subprime, rimane comunque al 16° posto.

Un po’ diverso il caso del colosso Citigroup, nel 2005 primo nella classifica degli assetti, terzo in quella dei profitti, che in seguito ai problemi cominciati nel 2006 è uscito dalla classifica «Forbes» delle prime cento per il 2008, con una perdita di oltre 30 miliardi di dollari; rimane comunque all’8° per quanto concerne gli assetti societari, al 41° nelle vendite. Ancora peggiore la sorte dell’”American international group”, del settore assicurativo, caduta dal 3° posto occupato nel 2005 all’attuale 968°, con una perdita di 105 miliardi di dollari.

 

Se per le corporation la crisi ha colpito in modo difforme, i suoi effetti sociali sono stati più pervasivi, con licenziamenti nell’industria e sfratti forzati per gli inadempienti in seguito al problema dei mutui. Non sempre, però, la reazione è stata direttamente proporzionale all’impatto.

 Negli Stati Uniti, per es., le proteste sono state limitate, anche se probabilmente la sconfitta elettorale di Bush ha avuto la sua prima ragione nella crisi economica;

in Europa, al contrario, il conflitto sociale si è inasprito, soprattutto in Paesi come l’Irlanda nei quali la crescita esplosiva dell’ultimo decennio è stata seguita da un tracollo economico che ha portato lo Stato ai limiti della bancarotta.

Ma anche in Paesi più stabili, come la Francia e la Gran Bretagna, si sono registrati casi eclatanti:

dal sequestro temporaneo dei manager delle corporation, nel primo caso, per rilanciare la trattativa su licenziamenti e ammortizzatori sociali, alle proteste contro l’impiego di manodopera straniera nel secondo.

 A proposito del caso inglese, bisogna ricordare che queste proteste si collegano al nodo irrisolto della direttiva Bolkestein:

 tra gennaio e febbraio del 2009, nel “Lincolnshire” sono scoppiate proteste contro l’impiego di lavoratori italiani e portoghesi da parte della f”rancese Total “nelle raffinerie locali, seguite da altri episodi in differenti zone del Paese.

Nonostante le infiltrazioni di formazioni nazionaliste nelle proteste, come il “British national party”, il problema riguarda l’impiego, da parte delle corporation, di contingenti di lavoratori non residenti in loco, ma ‘importati’ dai Paesi d’origine, che vivono su navi o compound separati dal resto della popolazione per il tempo previsto dal contratto e poi rientrano nei Paesi d’origine.

Per le imprese il vantaggio è chiaro:

i lavoratori italiani o portoghesi costano meno rispetto a quelli inglesi, e anche se si fornisce loro vitto e alloggio, il risparmio per la corporation rimane alto.

È sostanzialmente quanto prevedeva la direttiva Bolkestein, che in teoria l’Unione Europea avrebbe rigettato in seguito alla presa di posizione di quelle nazioni che, come la Francia, erano state chiamate a votare;

evidentemente però, come dimostra quest’ultimo esempio, essa è ancora operativa e destinata presumibilmente a dar luogo a nuovi conflitti sociali.

 

 

 

Il cervello è il campo di battaglia

 del futuro. L’obiettivo dichiarato del “WEF”

 è “cambiare l’essere umano”

globalresearch.ca – Peter Koenig – (25 febbraio 2024) – ci dice:

 

L'energia diretta viene utilizzata come arma. Il cervello degli individui può essere preso di mira dalle microonde.

Neurologo della DARPA e capo del programma di studi neuro etici presso la Georgetown University, Washington DC, il dottor “James Giordano”, che è anche un esperto di armi, ha iniziato la sua presentazione all'Accademia militare di West Point NY dicendo:

"Il cervello è e sarà il 21 ° Campo di battaglia del secolo. Fine della storia."

(DARPA sta per “Defense Advanced Research Projects Agency”, un think tank del Pentagono.)

Il “Dr. Giordano” parla di come l'Energia Diretta può essere e viene utilizzata come arma.

Il cervello degli individui può essere preso di mira dalle microonde, del tipo 5G e presto arrivato 6G , di cui si vedono antenne crescere come funghi in tutto il mondo.

Ti dicono che è per rendere Internet, e i computer e gli smartphone sempre più sofisticati più veloci, con maggiore capacità di sensibilizzazione – e per aiutare a far avanzare la digitalizzazione.

Tutto ciò può essere vero in una certa misura, ma la vera ragione dietro queste torri a microonde è prendere di mira TE, l'individuo.

Perché? Da altre fonti sappiamo che la “Quarta Rivoluzione Industriale è in piena attuazione”.

Klaus Schwab , eterno CEO del World Economic Forum (WEF), ha pubblicato il suo libro “Shaping the Fourth Industrial Revolution”, già nel 2018.

In esso scrive di argomenti significativi come l'inclusione dei valori nelle tecnologie;

 L'Internet delle cose; Etica dei dati; Intelligenza Artificiale e Robotica ; e un capitolo speciale su “ Alterare l'essere umano ”.

In questo capitolo Schwab affronta le biotecnologie, e le neurotecnologie, il transumanesimo – proprio la scienza di cui parlava il dottor Giordano nel 2018 all’Accademia militare di West Point, e che è in piena attuazione.

Se uniamo i punti, ci rendiamo conto che il “Cervello come campo di battaglia del futuro” è ADESSO  e che eravamo stati avvertiti molto più avanti.

 Secondo il dottor Giordano la scienza delle neurotecnologie è iniziata circa 40 anni fa e lui, Giordano, ne fa parte da almeno 35 anni.

 Perciò gli avvertimenti sono arrivati ​​ovunque, al più tardi con la “Quarta rivoluzione industriale” di Klaus Schwab (disponibile su Amazon).

Il Culto della Morte ha nuovamente dato alla gente degli avvertimenti, secondo le sue “regole” – molto in anticipo, quindi, potrebbero avere successo.

Perché non prendiamo mai nota di tali avvertimenti?

Perché non crediamo in così tanto male insito nell'umanità?

Oppure perché non vogliamo lasciare la nostra “zona di comfort”, la nostra visione distopica di un “mondo sicuro”? Lo sanno.

 E DOBBIAMO rompere quel confine tra comfort e realtà. Altrimenti siamo condannati.

"Se vieni preso di mira non c'è praticamente nulla che tu possa fare", afferma “William Binney”, ex direttore tecnico della NSA e informatore. La “NSA” è l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, una delle 15 agenzie di intelligence statunitensi.

Se vuoi che un dimostratore principale smetta di manifestare, colpisci il suo cervello con onde ultracorte.

Ormai li conosciamo come 5G.

Li rendi depressi, quindi non vogliono più manifestare;

 li fai suicidare e il problema è risolto.

Lo fai tutte le volte che vuoi e crei un'atmosfera di depressione.

Queste sono le parole parafrasate di “Barry Trower”, ex scienziato e informatore del “MI5 Microwave”.

 

Il signor “Trower “aggiunge che le microonde a basso livello possono causare tutti i tipi di cancro e leucemia e spiega ulteriormente che negli ultimi 40 anni circa il governo del Regno Unito, più sostanzialmente tutti i governi anglosassoni, hanno mentito alla loro gente, per proteggere non solo gli alti profitti di queste “industrie della morte”, ma forse, cosa ancora più importante, per non divulgare il malvagio obiettivo della sorveglianza totale e della schiavitù che hanno pianificato.

Oggi vediamo gradualmente cosa comporta questo “piano”.

Attraverso la “telepatia elettronica”, aggiunge “Trower”, siamo in grado di monitorare il cervello.

 Se a un certo punto la tecnologia avesse previsto che nel cervello fossero necessari piccoli chip difficilmente visibili per poter accedere elettronicamente al pensiero individuale – da qui l’ossido di grafene altamente magnetico presente in molte iniezioni di vaxx – questo potrebbe non essere più necessario.

In altre parole, siamo tutti vulnerabili – vaccinati o non vaccinati – alle interferenze mentali attraverso la copertura mondiale delle onde corte 5G.

 E la cosa peggiore è che potremmo non accorgerci nemmeno di quando ci “colpisce”.

Le manipolazioni mentali possono assumere molte forme.

Uno di questi è che le persone sentono fisicamente le voci – non è che le persone stiano immaginando le voci, ma possono sentire fisicamente le voci… può essere qualsiasi cosa, qualsiasi cosa tu voglia sentire, o hai paura di sentire, voci angeliche o voci diaboliche; per ripetere le parole dei neuroscienziati.

Questa tecnologia potrebbe essere stata applicata al personale dell'ambasciata statunitense all'Avana, come segnalato per la prima volta dal personale dell'ambasciata statunitense e canadese a L'Avana, Cuba.

La cosiddetta sindrome dell’Avana, del 2016.

Potrebbe trattarsi di un insieme di sintomi idiopatici sperimentati principalmente all’estero da funzionari governativi e personale militare degli Stati Uniti.

 I sintomi variano in gravità dal dolore e ronzio nelle orecchie alla disfunzione cognitiva.

Sembra che la sindrome dell'Avana sia stata denunciata anche dal personale dell'ambasciata americana in Cina.

La DARPA ha stipulato un paio di contratti nel 2011/2012 con l'Università della California per quella che viene chiamata “telepatia elettronica”, per essere in grado di monitorare il cervello delle persone a distanza e determinare cosa stanno pensando.

Nell'ambito di un contratto separato l'università doveva indagare sull'invio di segnali al cervello di una persona, inviando letteralmente messaggi che dicevano cosa dovevano pensare e fare. Ecco dove si trova la tecnologia oggi.

Questo potrebbe essere utilizzato nella tua vita privata, così come nella tua vita professionale.

Vuol dire che già oggi potrebbero farti fare e comportarti come vorrebbero.

Potrebbero renderti un assassino, un imbroglione o semplicemente obbediente agli ordini che potrebbero seguire.

Ripeto: “Quello che dovete sapere è che il cervello è e sarà il campo di battaglia del 21° secolo”, afferma il dottor “James Giordano”, neurologo della DARPA, durante il suo intervento al “Modern War Institute” di West Point NY.

 

È importante ricordarlo, soprattutto perché dovremmo prestare più attenzione a ciò che ci circonda, al comportamento delle persone, rispetto a ciò a cui siamo abituati. Possiamo detrarre molte lezioni. In questo modo possiamo continuare ed espandere il campo del collegamento dei punti.

In un video, potrai vedere un grafico che indica che Neuroscienze, Neurotecnologie nella Divisione Narcotici e Investigazioni Speciali (NSID), parte della DARPA, è "Valido, prezioso e già in uso NSID dal 2014".

La tecnologia potrebbe essere utilizzata per indurti a commettere un omicidio di massa.

Alcune delle sparatorie di massa “improvvise e inaspettate” nelle scuole e nei centri commerciali sono innescate da tali meccanismi?

Questa è una possibilità concreta, perché nella maggior parte dei casi l'assassino non viene arrestato e assicurato alla giustizia, ma immediatamente ucciso sul posto dalla polizia, per timore che possa ricordare cosa gli è successo e divulgare il segreto in tribunale, l'uso del NSID cervello come campo di battaglia.

Nella maggior parte dei casi la polizia dice semplicemente che il “colpevole” era noto alla polizia e/o aveva già precedenti penali. Questo per impedirti di pensare ulteriormente.

Perché lo stanno facendo?

Loro, essendo i “mostri”, che non possono essere facilmente definiti umani.

Per creare terrore, paura costante, per tenerti all'erta.

Per abituarti al terrore e alla violenza, poiché il peggio, molto peggio deve arrivare, se riescono a farcela.

 E noi semplicemente obbediamo, diventiamo depressi e passivi, invece di ribellarci all'unisono e alla Pace, ma rifiutando con forza il dominio di pochi su di noi, i molti.

Curiosamente, la “Quarta Rivoluzione Industriale “non fornisce una sola ragione valida per cui tutta la digitalizzazione, il transumanesimo, il controllo totale dell’umanità siano positivi per l’umanità e per la Madre Terra; né il Grande Reset, né l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Dobbiamo fermare questo abuso dell’umanità, la schiavitù umana a beneficio di pochi.

Possiamo farlo, ad esempio, tra le altre azioni, disabilitando collettivamente e in solidarietà le antenne 5G/6G;

 stando il più possibile lontano dai vaxx, dai farmaci che alterano le attività cerebrali, causando depressione, e dall'estrema allegria.

 Stai lontano dai farmaci tradizionali e soprattutto dalle antenne a onde corte.

Ricorda, le persone spaventate sono più facili da manipolare. E questo è uno degli obiettivi finali, manipolarti secondo la loro volontà.

L’esperto della DARPA “Giordano”, che è anche un eminente scienziato del Dipartimento americano per la salute e i servizi umani – che parla da solo – parla anche di tecnologie non invasive, come il cosiddetto “Programma N3”, la neurochirurgia, la neuro modulazione e programma antidroga.

“L’idea è quella di inserire elettrodi di dimensioni minime nel cervello, per un intervento minimo e poter leggere e scrivere nelle funzioni cerebrali.

In tempo reale. A distanza… influenzando in modi cinetici e non cinetici gli atteggiamenti, le credenze, i pensieri, le emozioni, le attività; guardate il potere e gli strumenti che le scienze del cervello offrono”.

Questo era il livello della scienza nel 2018, quando il “dottor Giordano” pronunciò il suo famigerato discorso a West Point.

Nel frattempo, le neuroscienze hanno fatto passi da gigante, tanto che gli impianti non sono più necessari.

L'ex scienziato delle microonde dell'MI5, “Barry Tower” , spiega come distruggono un individuo preso di mira.

 Lui dice,

"Se vuoi causare una malattia psichiatrica specifica, il raggio di microonde dovrebbe sempre colpire una ghiandola specifica, o una parte specifica del cervello, o un occhio, o un cuore..."

 E non c'è niente che tu possa fare.

"Se non funziona, possono sempre mandare l'FBI, scattare una foto e poi portarti fuori in altri modi."

Le comunità di intelligence, anche quelle all’interno dei governi, con l’aiuto dei loro strumenti di sorveglianza assistiti da algoritmi, diventano così potenti da sfuggire ai confini dello stato per il quale lavorano, diventare indipendenti e controllare lo stato che dovrebbe controllarle.

Ci stiamo muovendo a grande velocità verso uno “Stato nazista-Stasi” che vediamo arrivare, ma non siamo in grado di fare nulla contro di esso, perché non siamo collegati gli uni agli altri, siamo tenuti separati come individui, con i nostri piccoli vantaggi individuali e sorprese speciali. – tenerci al guinzaglio individuale, volutamente lontani dall’unirci con gli altri.

“Stasi” – per quelli che sono troppo giovani per ricordarlo, è un termine colloquiale per descrivere il” Ministero della Sicurezza di Stato della Germania dell’Est”.

Ciò colpisce non solo gli Stati Uniti, ma i paesi di tutto il mondo, in particolare il mondo occidentale, che è ancora intenzionato a rimanere L’ Impero, emergendo in un One World Order (OWO).

Ciò può accadere solo con

 (i) una popolazione massicciamente ridotta, per ridurre la resistenza;

 (ii) con una popolazione spaventata a morte; e infine,

(iii) con i sopravvissuti trasformati in transumani facilmente manipolabili.

Come funziona è stato dimostrato in modo molto eloquente in un video. Di seguito una versione sintetica ma altrettanto esplicita (video 23 min.).

È questo il futuro che ci aspetta?

Sembra proprio di sì, soprattutto perché la maggior parte delle persone, forse fino al 99,999% delle persone, non ne ha la minima idea e sono totalmente vulnerabili ma, come tali, perfette cavie per le prove, per perfezionare il loro "campo di battaglia cerebrale", così da parlare.

Questa non è una vita degna di essere vissuta.

Ma il suicidio non è la risposta.

Al contrario, occorre  uscire da questo” sistema diabolico”, apertamente promosso dal “World Economic Forum” (WEF) con “The Great Reset”;

“OMS”, con la schiavitù internazionale basata sul codice “QR” e sui certificati di viaggio;

 e l’”Agenda 2030” delle Nazioni Unite, che può essere letta alla pari del “Great Reset”.

L'ONU, ciò a cui potresti meno credere, l'ONU con la sua Agenda 2030, con obiettivi e obiettivi praticamente identici al “Reset del WEF”, ha cessato di essere ciò che tutti crediamo che sia e ciò per cui è stata presumibilmente creata: sostenere e consentire la pace nel mondo.

Questa cessazione del ruolo di “Peace Maker” del sistema delle Nazioni Unite è iniziata gradualmente, già decenni fa.

 Infatti, già con i “Limiti della crescita” del Club di Roma (1972), ispirandosi ai fratelli Rockefeller, le Nazioni Unite dovevano gradualmente seguire l’agenda dei “Limiti della crescita” che aveva a che fare con lo spopolamento massiccio e – sì, co il clima modificato.

Una pietra miliare del cambiamento fu la prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED), conosciuta anche come “Vertice della Terra”, tenutasi a Rio de Janeiro, in Brasile, nel giugno 1992.

Da allora in poi seguì quasi ogni anno il famigerato “Conferenze COP “sponsorizzate dalle Nazioni Unite (COP – Conferenza delle Parti).

L’ultimo, COP27, si è svolto nel novembre 2022 in Egitto. La ripetizione annuale dei COP è un metodo ben studiato di lavaggio del cervello sociale, di manipolazione à la Tavistock – che ha fatto miracoli.

Oggi è difficile trovare qualcuno tra la gente comune che non creda nel cambiamento climatico causato dall’emissione di CO2. Non importa quali prove contrarie vengano prodotte.

La svendita dell'ONU a un'élite corrotta ha fatto un passo avanti visibile e gigantesco con l'inizio del Decennio 2020, cioè con l'Agenda 2030 dell'ONU.

Tutto questo deve prima penetrare nel cervello della maggior parte delle persone, prima ancora che possiamo iniziare a resistere e spostarci in un’altra sfera di vibrazione.

Tuttavia, come per ogni cosa spirituale e dinamica, una volta che una massa critica ha iniziato con il pensiero critico, il passaggio alla Luce potrebbe essere rapido.

 

Entrare nella Luce è ciò che è previsto per il 2023/2024.

 In nessun modo questa previsione dovrebbe essere presa come un incoraggiamento a “rilassarsi” e a guardare cosa succede.

Essere LIBERI è un diritto solo se lo difendiamo e lottiamo per esso.

Non lasciamo crepe alla seduzione diabolica.

Prima di poter uscire allo scoperto, dobbiamo riconoscere questi diabolici metodi degli “Illuminati” e opporci all’unisono contro di essi.

Questo scritto riguarda la diffusione di queste informazioni sul “Cervello come campo di battaglia in corso e prossimo”.

Molti lo troveranno così fuori dalla loro matrice di pensiero attuale, che semplicemente scuoteranno la testa increduli, o definiranno tali fatti e notizie “disinformazione”.

Molti di noi sono stati lì. Non importa.

Dobbiamo continuare l'offesa con la verità.

Cresce il campo di chi comincia a pensare da solo; di coloro che giungono alle stesse conclusioni, cioè che siamo schiavi di una piccola ma potente élite, e la prova che è giunto il momento di sfuggire a questa schiavitù è schiacciante.

In effetti, l’era in cui il nostro cervello sarà il prossimo campo di battaglia deve essere combattuta con tutto il nostro vigore.

Non vogliamo campi di battaglia di alcun tipo.

Vogliamo la PACE.

(Peter Koenig è un analista geopolitico ed ex economista senior presso la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per oltre 30 anni in tutto il mondo.)

 

 

 

 

 

Rivelato il colpo di stato mediatico

corporativista di Stato. “Censura

di massa – Armi di cancellazione di massa.”

Globalresarch.ca - Rodney Atkinson – (28 febbraio 2024) – ci dice:

 

Lo sforzo di Big Tech per mettere a tacere coloro che dicono la verità: campagna di riferimento online per la ricerca globale.

L’intervista di “Tucker Carlson” con “Mike Benz”  (qui riassunta con commento) è probabilmente la più grande denuncia delle attività di quel corporativismo globalista che sta distruggendo le nazioni democratiche, provocando guerre all’estero e una guerra totalitaria contro il proprio popolo in patria – mano nella mano con il le “moderne industrie high tech” e i vecchi media “legacy”.

“Mike Benz” aveva il portafoglio informatico presso il “Dipartimento di Stato americano”.

 Ora è direttore esecutivo della “Foundation for Freedom Online”.

“Benz” sottolinea che tre sviluppi furono fondamentali nella creazione della “tirannia moderna”.

Lo sfruttamento mediatico del dopoguerra da parte dell’Occidente per indebolire l’Unione Sovietica comunista trasmettendo propaganda occidentale (come la “Freedom Radio” finanziata dagli USA in Europa)

la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti umani del 1948 e il Patto internazionale delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici del 1966 che affermava ai sensi dell’articolo 1 il diritto all’autodeterminazione e 

la dottrina Gerasimov che dichiarava il potere superiore della propaganda mediatica rivolta alle popolazioni nazionali rispetto all'invasione militare (in un rapporto di 4:1).

 Il generale russo vedeva nei metodi di guerra occidentali :

“l’importanza del controllo dello spazio informativo e del coordinamento in tempo reale di tutti gli aspetti di una campagna, oltre all’uso di attacchi mirati in profondità nel territorio nemico e alla distruzione di infrastrutture critiche civili e militari”.

Questo è in gran parte l’approccio NATO/UE alla guerra in Jugoslavia (il blocco dei media mainstream, l’uso delle agenzie di pubbliche relazioni statunitensi e il bombardamento della stazione televisiva di Belgrado) e ora in Ucraina, dove la guerra dell’informazione è così “efficace” che quando le cose vanno male non riescono a rimediare al proprio fallimento militare, così che il sostegno artificiale alla guerra va di pari passo con devastanti perdite umane e infrastrutturali.

“Benz “dice che all’inizio la “libertà di parola” era l’alleata della guerra fredda e:

Tutta quell’architettura, tutte le ONG, i rapporti tra le aziende tecnologiche e lo stato di sicurezza nazionale erano stati da tempo stabiliti per la libertà.

“Benz” ripercorre il passaggio dallo strumento dell’agenda di libertà di politica estera allo sfruttamento dei media per il controllo e la censura in patria e all’estero fino al colpo di stato finanziato dagli Stati Uniti nel 2014 in Ucraina contro il governo eletto e alla contromossa in Crimea – con il pieno sostegno di quella popolazione per il ritorno in Russia.

 

E quando i cuori e le menti del popolo della Crimea hanno votato per l’adesione alla Federazione Russa, quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso il concetto di libertà di parola su Internet agli occhi della NATO – per come la vedevano.

 La natura fondamentale della guerra cambiò in quel momento.

Ne è seguito il cambiamento fondamentale nella politica interna, nei media e nel diritto che tutte le cosiddette “democrazie” occidentali hanno sperimentato in abbondanza negli ultimi anni.

Come ha riassunto “Tucker Carlson”:

In altre parole, puoi dire qualcosa che sia fattivamente accurato e coerente con la tua coscienza.

E nelle versioni precedenti dell’America avevi il diritto assoluto di dire quelle cose.

Ma ora, poiché a qualcuno non piacciono o perché sono scomodi rispetto ai piani di chi detiene il potere, possono essere denunciati come disinformazione e potresti essere privato del diritto di esprimerli di persona o online.

Ma qualcuno alla NATO o qualcuno al Dipartimento di Stato si è fermato un attimo e ha detto, aspetta un secondo, abbiamo appena identificato il nostro nuovo nemico nella democrazia all'interno dei nostri stessi paesi?

Naturalmente l’intera struttura di censura e cancellazione statale/aziendale si basa sulla proprietà aziendale di tutte le principali aree economiche, mediatiche, mediche, militari, commerciali e delle nuove tecnologie dello Stato moderno.

Naturalmente questi sono in molti modi superati dai loro equivalenti sovranazionali nelle Nazioni Unite, nell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel “Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici”, nel sedicente “Forum Economico Mondiale”, ecc., dove gli elettori nazionali e persino i loro governi hanno molto meno controllo.

Naturalmente la natura stessa delle aziende che si autoperpetuano (la cui durata di vita supera di gran lunga quella degli individui che le “controllano” temporaneamente) significa che i loro elitisti sono in realtà funzionari trascinati dai poteri inspiegabili che hanno creato.

 Nessuna democrazia li riporta con i piedi per terra attraverso la controinformazione, l’obiezione, l’opinione pubblica o gli inconvenienti delle elezioni.

Come funziona l'industria della censura e come possiamo fermarla.

Le decisioni dell'OMS, ad esempio, apparentemente non vengono prese con voti positivi ma con la mancanza di voti negativi!

E il loro “nuovo Trattato pandemico totalitario” e le “norme sanitarie internazionali” potrebbero essere approvati su questa base.

Uno strumento classico dell'autoritario.

Origini di “Google” nel “Deep State” degli Stati Uniti.

“Mike Benz” esamina uno dei più potenti strumenti di censura a disposizione dei corporativisti globalisti sovranazionali: Google.

(La democrazia è una ricerca perpetua di informazioni e verità. Sono corporativisti come Google che ora controllano la ricerca).

Descrive la sua agenzia iniziale per la libertà di parola:

Google ha iniziato come sovvenzione della DARPA (l'agenzia statunitense per i progetti di ricerca avanzata della difesa) di “Larry Page” e “Sergey Brin” quando erano” dottorandi a Stanford”, e hanno ottenuto i finanziamenti come parte di un programma congiunto della “CIA”e  “NSA” per tracciare come "gli uccelli della stessa piuma si affollano insieme", online” attraverso l’aggregazione dei motori di ricerca.

E poi un anno dopo hanno lanciato “Google” e poi sono diventati un appaltatore militare.

Subito dopo, hanno ottenuto “Google Maps “essenzialmente acquistando un “software satellitare della CIA “e la possibilità di utilizzare la libertà di parola su Internet come un modo per eludere il controllo statale sui media in luoghi come l'Asia centrale e in tutto il mondo.

E tutta la tecnologia della libertà di parola su Internet è stata inizialmente creata dal nostro “stato di sicurezza nazionale”:

“ VPN”, reti private virtuali per nascondere il tuo indirizzo” IP”, esplorare il “dark web”, per poter acquistare e vendere beni in modo anonimo, con “chat crittografate end-to-end” .   

Tutte queste cose sono state create inizialmente come progetti DARPA o come progetti congiunti “CIA ,NSA “per essere in grado di aiutare i gruppi sostenuti dall’intelligence, per rovesciare i governi che stavano causando problemi all’amministrazione Clinton o all’amministrazione Bush o all’amministrazione Obama.

Proprio come furono sviluppati anche sistemi di conteggio dei voti per manipolare le elezioni nei paesi in cui i regimi erano presi di mira dagli Stati Uniti, essi furono poi trasformati in elezioni “democratiche” nazionali.

 

Il Regno Unito nel cartello di censura:

“Benz” sottolinea la” natura internazionale dell’industria della manipolazione dei media” in cui il governo britannico ha assunto un ruolo di primo piano in questa “guerra politica”:

È stata creata un’industria che ha trasformato il Pentagono, il Ministero della Difesa britannico e Bruxelles in un’organizzazione di guerra politica organizzata, essenzialmente un’infrastruttura creata inizialmente in Germania e nell’Europa centrale e orientale per creare zone cuscinetto psicologiche, fondamentalmente per creare la capacità far sì che i militari lavorino con le società di social media per censurare la propaganda russa e poi per censurare i gruppi populisti nazionali di destra in Europa che all’epoca stavano crescendo al potere politico a causa della crisi dei migranti.

Una delle battute d’arresto più spaventose per questi “governanti del mondo” corporativisti è stato (per loro e per il Primo Ministro Cameron che ha istigato il voto) il referendum sulla Brexit del giugno 2016, quando la Gran Bretagna ha votato per lasciare l’Unione Europea.

“Benz”:

Il mese successivo, alla Conferenza di Varsavia, la NATO ha formalmente modificato il proprio statuto per impegnarsi espressamente nella guerra ibrida come nuova capacità della NATO.

 Quindi sono passati da 70 anni di carri armati a questo esplicito rafforzamento delle capacità per censurare i tweet se fossero considerati delegati russi.

E ancora una volta, non è solo propaganda russa, questi ora erano gruppi Brexit o gruppi come Matteo Salvini in Italia o in Grecia o in Germania o in Spagna con il partito Vox.

L’associazione da parte dell’establishment di qualsiasi opposizione ai piani globalisti elitari con la Russia era ovviamente una sciocchezza e il completo fallimento dell’”attacco Russia-gate a Donald Trump” era tipico.

Superare la Dichiarazione dei diritti sovrani delle Nazioni Unite.

“Benz” sottolinea (vedi la discussione su Gerasimov sopra) che le dichiarazioni delle Nazioni Unite avevano fortemente limitato le soluzioni militari dell’era imperialista.

 

Quindi non è più possibile gestire un tradizionale governo di occupazione militare come potevamo fare nel 1898, ad esempio, quando prendemmo le Filippine, tutto doveva essere fatto attraverso una sorta di processo di legittimazione politica in base al quale c’è una certa ratifica da parte dei cuori e delle menti di persone all'interno del paese.

“Benz “osserva che, sebbene sia sempre stato illegale per il “Dipartimento di Stato”, il “Dipartimento della Difesa” e la “CIA” operare sul suolo americano, la fraudolenta affermazione del” Partito Democratico” e del “Deep State” secondo cui Donald Trump era una risorsa russa che beneficiava della “disinformazione russa” ha consentito quanto sopra agenzie per affermare che non si trattava solo di una questione di politica estera ma di una minaccia interna alla democrazia.

E così sono stati in grado di riciclare l’ ‘’ intero kit di strumenti per il cambio di regime” per la “promozione della democrazia” giusto in tempo per le elezioni del 2020.

Ma l’attacco del “Russia Gate” a Trump è stato una frode, come ha dimostrato un’indagine durata due anni condotta dal procuratore speciale “Robert Mueller “.

Ma l’intero processo aveva consentito all’apparato statale (“che comprende il DHS, l’FBI, la CIA, il DOD, il DOJ, e poi le migliaia di ONG finanziate dal governo e le aziende mercenarie del settore privato” come dice Benz) di concentrarsi sulla disinformazione/ la censura “minaccia alla democrazia” in tempo per le elezioni del 2020.

La classe “Sentinella.”

“Benz” descrive il “nuovo sistema statale corporativista e fascista di controllo, emarginazione e censura”:

Ma poi, dopo la morte del Russia gate e l’uso di un semplice predicato di promozione della democrazia, ha dato origine a questa industria di censura multimiliardaria che unisce il complesso industriale militare, il governo, il settore privato, le organizzazioni della società civile, e poi questa vasta ragnatela di alleati dei media e gruppi di verificatori di fatti professionisti che fungono da sorta di “classe sentinella” che esamina ogni parola su Internet.

“Benz “parla poi del “Global Engagement Center” del “Dipartimento di Stato”, che è stato creato da un ex giornalista “Rick Stengel “che si è descritto come il capo della propaganda di Obama e aveva una lunga esperienza nell'attaccare la libertà di parola, nonostante si fosse precedentemente descritto come un assolutista della libertà di parola!

 (Questo è tipico del tipo di persone che il corporativismo statale attrae: assolutisti, totalitari, potere impazzito con la propria agenda politica ma mai responsabile nei confronti del popolo attraverso elezioni sgradevoli).

Queste persone vedevano Internet come una minaccia perché, a differenza dei media mainstream consolidati, la natura molto atomistica dei diversi attori che raggiungono un gran numero di persone (anche gli “influencer” oggi raggiungono milioni di più rispetto al tipico giornale) era una minaccia al loro controllo e a quello dei governi e la loro “narrativa”.

 

La loro soluzione ovviamente non era quella di competere con ciò che vedono come “la verità”, ma di censurarli, bandirli e trasformare le loro stesse “notizie” in palese propaganda.

 Un buon esempio sono le segnalazioni qualificanti di coloro che vedono come una minaccia con parole come “non provato” o “senza prove”.

 

Censura di massa – Armi di cancellazione di massa.

“Benz” osserva che il “Consiglio Atlantico” nel gennaio 2017 ha esercitato pressioni sui governi europei affinché approvassero leggi sulla censura per creare un sistema transatlantico di censura.

 

Uno dei modi in cui lo hanno fatto è stato convincere la Germania ad approvare qualcosa chiamato “Nets DG” nell’agosto 2017, che sostanzialmente ha dato il via all’era della censura automatizzata negli Stati Uniti.

 Ciò che la” DG di Nets” richiedeva era che, a meno che le piattaforme di social media non avessero voluto pagare una multa di 54 milioni di dollari per ogni intervento, per ogni post lasciato sulla loro piattaforma per più di 48 ore che era stato identificato come incitamento all'odio, sarebbero state multate fino alla bancarotta, in specie quando aggreghi 54 milioni su decine di migliaia di post al giorno.

Ma per evitare che le piattaforme Internet possano utilizzare “tecnologie di censura” basate sull’intelligenza artificiale per “scansionare e vietare automaticamente la parola”.

E questo ha dato origine a quelle che io chiamo armi di cancellazione di massa.

Si tratta essenzialmente della capacità di rilevare decine di milioni di post con poche righe di codice.

“Con poche righe di codice” è ovviamente un risultato tecnico intelligente, ma che agisce nella discussione reale e nell’interazione politica quotidiana come un intervento semplicistico e idiota che censura coloro che attaccano “x” così come coloro che promuovono “x”.

 

Censura universitaria pagata.

“Benz” afferma che ora ci sono più di 60 università che ricevono sovvenzioni dal governo federale per svolgere il lavoro di censura.

Lavoro redditizio se puoi ottenerlo – con i pagamenti statali che creano ancora più distorsioni dell’insegnamento e della ricerca in quelle università.

 (si veda ad esempio la corruzione di lunga data analizzata nel libro del dottor “David Lewi”s “Science for Sale” Skyhorse Publishing 2014).

 Il” complesso accademico governativo “equivale all'avvertimento di Eisenhower sulla “versione industriale militare”!

Censura COVID.

I dubbi sulle origini del COVID, la saggezza e gli enormi costi dei lockdown, l’aumento delle infezioni e dei decessi dovuti ai vaccini e persino la pubblicazione delle statistiche dei governi sulle reazioni avverse ai vaccini erano sgraditi al complesso industriale medico/farmaceutico.

Quindi la discussione su di essi doveva essere messa a tacere o mitigata.

 

“Benz” descrive il PROGETTO VIRALITY:

che ha mappato 66 diverse narrazioni sui dissidenti di cui parliamo riguardo al covid, tutto dalle origini del covid all'efficacia del vaccino.

E poi hanno suddiviso queste 66 affermazioni in tutte le diverse sotto-asserzioni fattuali.

 E poi li hanno collegati a questi modelli essenzialmente di apprendimento automatico per essere in grado di avere una mappa termica mondiale costante di ciò che tutti dicevano sul covid.

E ogni volta che qualcosa che iniziava a fare tendenza e che era dannoso per ciò che voleva il Pentagono o che era dannoso per ciò che voleva Tony Fauci, erano in grado di eliminare decine di milioni di post.

Censura sui brogli elettorali.

“Benz” ha detto a “Carlson” che “Lo hanno fatto nelle elezioni del 2020 con schede elettorali per corrispondenza. Era lo stesso”.

È diventato importante negare i brogli elettorali nelle elezioni del 2020 e persino censurare i legittimi dubbi sull’esito delle elezioni (che il tempo si è dimostrato giustificato con 100.000 voti dei morti in un solo stato e film sul riempimento delle urne).

 

Ma il “regime fascista americano” in realtà affermò che mettere in discussione la legittimità della posta nelle schede elettorali era di per sé illegittimo!

Benz:

Quindi, proprio così, hai avuto questa” agenzia di sicurezza informatica” in grado di sostenere legalmente che i tuoi tweet sulle votazioni per corrispondenza se” minavi la fede pubblica e la fiducia in esse” come forma legittima di voto ora stavi conducendo “un attacco informatico alle infrastrutture critiche degli Stati Uniti  articolando disinformazione su Twitter” …

 

Ovviamente non ci sono state critiche nei confronti di Hillary Clinton per aver contestato l’esito delle elezioni del 2016 che ha perso!

Lo lascerò lì.

C’è molto di più ed ecco un assaggio di come” la minaccia al Deep State”, alla” classe politica”, ai “media mainstream”, alla “politica estera e all’esercito” si è sviluppata mentre la comunicazione di massa via Internet si è emancipata e ha dato potere a narrazioni alternative che” i fascisti corporativisti” chiamano “ populisti”:

 

Internet 1.0 non aveva nemmeno i social media dal 1991 al 2004, non esistevano affatto i social media.

Nel 2004, esce Facebook, 2005, Twitter, 2006, YouTube, 2007, lo smartphone.

E in quel periodo iniziale dei social media, nessuno otteneva abbonamenti al livello in cui potevano effettivamente competere con i mezzi di informazione legacy.

 

Ma il” Fondo Marshall tedesco” ha tenuto una riunione nel 2019…quando un generale a quattro stelle è salito sul tavolo e ha posto la domanda: cosa succede alle forze armate statunitensi?

 Cosa succede allo stato di sicurezza nazionale quando il “New York Times” viene ridotto a una pagina Facebook di medie dimensioni?

Non potevi far morire una storia.

Non potevi avere questa relazione di favori per favori.

Non si può promettere l'accesso a una persona a caso con 700.000 follower che abbia un'opinione sul gas siriano.

 E quindi questo ha indotto, e questo non è stato un problema per il periodo iniziale dei social media dal 2006 al 2014 perché non ci sono mai stati gruppi dissidenti abbastanza grandi da poter avere un proprio ecosistema sufficientemente maturo.

E tutte le vittorie sui social media avevano influito sulla destinazione del denaro, ovvero dal” Dipartimento di Stato”, dal” Dipartimento della Difesa” e dai “servizi di intelligence”.

Ma poi, una volta raggiunta quella maturità, si è creata questa situazione dopo le elezioni del 2016 in cui hanno detto, okay, ora l’intero ordine internazionale potrebbe essere distrutto.

E 70 anni di politica estera unificata da Truman a Trump stanno per finire.

(Pubblicato su “Freenations”)

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