Politica Estera.
Politica
Estera.
L’Italia
Spenderà oltre 8 Miliardi
di
Euro per Acquistare Carri Armati
Leopard
dalla Germania.
Conoscenzealconfine.it
– (27 Febbraio 2024) - Stefano Baudino – ci dice:
La “Commissione
Difesa della Camera dei Deputati”, il 22 febbraio, ha ufficialmente dato il via
libera all’acquisto di 132 carri armati tedeschi “Leopard 2”, per un costo
stimato in 8 miliardi e 246 milioni di euro.
Nello
specifico, il programma di acquisizione dovrebbe durare in tutto 14 anni.
La
prima fase, di preparazione, durerà dal 2024 al 2026, vertendo sullo sviluppo,
la produzione delle pre-serie e l’omologazione delle piattaforme.
La
seconda durerà invece dal 2027 al 2037, sostanziandosi nell’acquisizione di 132
carri armati destinati a costituire due reggimenti carri e fino a 140
piattaforme corazzate derivate per equipaggiare le unità delle brigate pesanti,
medie e leggere, tutti i reggimenti genio e i reggimenti logistici
dell’esercito e gli istituti di formazione.
Le
opposizioni – nello specifico il “Partito Democratico”, “Alleanza
Verdi-Sinistra” e il “Movimento 5 Stelle” – sono unite nella protesta contro la
maggioranza, che nella stessa giornata, in Senato, aveva dato l’ok a un
“disegno di legge funzionale alla riduzione del controllo sull’export di armi”.
La
richiesta di parere parlamentare sullo schema di decreto ministeriale che aveva
approvato il programma di acquisizione dei Leopard era stato trasmesso lo
scorso 24 gennaio alle “Commissioni Esteri e Difesa del Senato” e alla
“Commissione Difesa della Camera dei Deputati”.
Tutti
i mezzi corazzati verranno prodotti in Italia, all’interno degli stabilimenti
spezzini dell’azienda pubblica Leonardo, che avrà un ruolo centrale “sia nella
componente veicolare, dove collabora con “Iveco” attraverso il consorzio” Cio”,
sia in quella relativa alla torretta, all’armamento ed all’elettronica di
missione dei veicoli”, ha riferito il suo condirettore generale, “Lorenzo
Mariani”.
All’interno
del piano è inoltre contemplato un supporto logistico pluriennale comprendente
la formazione degli operatori, la manutenzione dei mezzi e le attrezzature ad
essa necessarie, lo svolgimento di attività manutentive e correttive di squadre
a contatto, nonché il munizionamento funzionale a varie attività e gli
adeguamenti infrastrutturali indispensabili per il potenziamento delle sedi
delle unità che ospiteranno le nuove piattaforme e i sistemi di simulazione a
fini addestrativi.
I
mezzi acquisiti affiancheranno così i “carri armati Ariete”, che sono in fase
di ammodernamento.
Nella
stessa giornata in cui è stato dato il semaforo verde all’acquisizione dei
“Leopard 2”, il Senato ha approvato il disegno di legge che autorizza modifiche
alla legge 185/90, relativa alla produzione ed esportazione di armi.
Con
questo voto è stato ripristinato, presso il Consiglio dei Ministri, il
“Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la
difesa” (CISD), presieduto dal “presidente del Consiglio” e del quale fanno
parte i ministri degli “Affari Esteri “e della “Cooperazione Internazionale”,
dell’ “Interno”, della “Difesa”, dell’ “Economia e delle Finanze” e del “Made
in Italy”, che
potrà di fatto decidere di revocare ogni divieto di export di armi imposto dal
ministero degli Esteri, senza che il Parlamento ne sia informato.
Inoltre,
è stato abrogato l’obbligo di riferire in Parlamento sulle attività degli
istituti di credito operanti nella Penisola in relazione all’export di armi e
sono state apportate modifiche significative alla tipologia dei dati che la
presidenza del Consiglio è chiamata a inserire nella relazione che viene
inoltrata alle Camere entro il 31 marzo di ogni anno.
Essa, infatti, non conterrà più le
informazioni necessarie agli analisti indipendenti al fine di vagliare gli
affari dell’industria bellica e denunciare le eventuali violazioni.
(Stefano
Baudino)
(lindipendente.online.it/2024/02/23/litalia-spendera-8-miliardi-di-euro-per-acquistare-nuovi-carri-armati/)
Cos'è
e cosa prevede la missione
“Aspides”, contro attacchi
degli Houthi.
Ansa.it
– Redazione Ansa -
Sarà
difensiva e non precede attacchi via terra.
NELLA
BASE ITALIANA DI GIBUTI, ATTESA PER LA MISSIONE ASPIDES.
Oggi
l'Unione Europea, in occasione del Consiglio Affari Esteri, ha approvato il
lancio della” missione Aspides”, contro gli attacchi degli Houthi alle
imbarcazioni commerciali nel Mar Rosso e nel Canale di Suez.
La missione durerà almeno un anno, con
possibile rinnovo previa decisione del Consiglio Ue, sarà difensiva e non
precede attacchi via terra.
Il comando strategico dell'operazione sarò
affidato alla Grecia e sarà aperta alla partecipazione di Paesi terzi.
Il
comando tattico spetterà all'Italia che sarà presente con una nave della Marina
italiana.
Lo
scopo della missione è assicurare il principio di libertà di navigazione,
escludendo qualsiasi tipo di coinvolgimento in operazioni terrestri contro le
basi Houthi in Yemen.
LE
MISSIONI NELL'AREA.
Al
momento nell'area che lambisce “il golfo di Aden” sono presenti due missioni.
La prima è l'“Operazione Atalanta”, istituita nel 2008 contro gli
attacchi dei pirati alle navi mercantili al largo delle coste somale.
Missione alla quale partecipa l'Italia e al
cui comando è subentrato dall'11 febbraio proprio il nostro Paese.
La
seconda operazione è la “Emasoh/Agenor”, nata su iniziativa francese, attiva
nello Stretto di Hormuz, tra la Penisola arabica e l'Iran e con un comando
operativo ad Abu Dhabi.
“Aspides” potrebbe usare navi, personale e
equipaggiamenti proprio della missione “Agenor”, dando vita quindi a un'operazione
dal perimetro molto più largo.
LA
NATURA DIFENSIVA.
La
missione “Aspides” (scudi) fa perno su un recente mandato delle Nazioni Unite e
sugli articoli 42, 43 e 44 del “Trattato dell'Unione europea” (Tue).
L'articolo 42 prevede l'uso di mezzi "civili e
militari in missioni all'esterno dell'Ue per garantire il mantenimento della
pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza
internazionale, conformemente ai principi della Carta Onu".
L'articolo
44 dà la possibilità di affidare a un gruppo di Paesi membri, volontari e con
capacità adeguate, tali interventi.
La
missione prevede l'abbattimento di droni, missili e qualsiasi altra arma
diretta contro le navi mercantili.
Non
prevede attacchi in territorio yemenita, come accade invece per la “Prosperity
Guardian” guidata dagli Usa.
Saranno
oggetto di discussione eventuali reazioni ad attacchi di navi militari nemiche.
I
PAESI PARTECIPANTI.
Il numero complessivo non è ancora stato
certificato.
Al di là di Italia, Francia e Germania sembra pressoché certo che chi
partecipa alla missione Agenor ci sarà:
potrebbero
essere Portogallo, Danimarca, Paesi Bassi, oltre alla Grecia che ha il comando
strategico.
Il
Belgio ha detto che parteciperà, Irlanda e Spagna invece non invieranno né navi
né uomini.
Politica
estera: obiettivi,
strumenti
e risultati conseguiti.
Europarl.europa.eu
– Michal Malovec – (2-10 2023) ci dice:
La
politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell'Unione europea è stata
istituita nel 1993 e da allora è stata rafforzata dai successivi trattati.
Oggi
il Parlamento contribuisce regolarmente allo sviluppo della PESC, in
particolare esercitando il controllo sulle attività dei suoi attori
istituzionali e sostenendo l'“alto rappresentante dell'Unione per gli affari
esteri e la politica di sicurezza”, il “Servizio europeo per l'”azione esterna”
(SEAE), i “rappresentanti speciali dell'UE” (RSUE) e le “delegazioni
dell'Unione”.
Inoltre”
i poteri di bilancio del Parlamento “possono definire la portata e l'entità
della “PESC”.
“PESC”:
sviluppo attraverso i trattati.
La
politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell'Unione europea è stata istituita
nel 1993 dal” trattato sull'Unione europea” (TUE) al fine di preservare la
pace, rafforzare la sicurezza internazionale, promuovere la cooperazione
internazionale e sviluppare e consolidare la democrazia, lo Stato di diritto e
il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
Il”
TUE” ha introdotto il "sistema dei tre pilastri", con la “PESC” come
secondo pilastro.
Il “trattato di Amsterdam del 1997” ha
istituito un processo decisionale più efficiente che comprende l'astensione
costruttiva e il voto a maggioranza qualificata (VMQ).
Nel
dicembre 1999 il “Consiglio europeo” ha istituito il ruolo dell' “alto
rappresentante” della “PESC”.
Il “trattato di Nizza” del 2003 ha introdotto
ulteriori modifiche per semplificare il processo decisionale e ha incaricato il
“Comitato politico e di sicurezza” (CPS), istituito con decisione del Consiglio
nel gennaio 2001, di esercitare il controllo politico e la direzione strategica
delle operazioni di gestione delle crisi.
Il
trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1º dicembre 2009, ha fornito
all'Unione personalità giuridica e una struttura istituzionale per il suo
servizio esterno, oltre ad aver eliminato la struttura a pilastri introdotta
dal TUE nel 1993.
Il trattato ha creato una serie di nuovi
attori della PESC, fra cui l' “alto rappresentante dell'Unione per gli affari
esteri e la politica di sicurezza”, che è anche “vicepresidente della
Commissione” (VP/AR), e il nuovo “Presidente permanente del Consiglio europeo”.
Inoltre, ha creato il “Servizio europeo per
l'azione esterna” (SEAE) e ha aggiornato la “politica di sicurezza e di difesa
comune” (PSDC), che costituisce parte integrante della PESC (per maggiori
dettagli, 5.1.2).
La
base giuridica della PESC è stata definita nel TUE e riveduta nel trattato di
Lisbona.
Gli articoli da 21 a 46 del titolo V TUE
stabiliscono le "Disposizioni generali sull'azione esterna dell'Unione e
disposizioni specifiche sulla politica estera e di sicurezza comune".
Gli articoli da 205 a 222 della parte quinta
del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) trattano dell'azione
esterna dell'Unione.
Infine, si applicano altresì gli articoli 346
e 347 della parte settima.
Guardando
al futuro, la relazione finale della Conferenza dell'UE sul futuro dell'Europa
presentata ai presidenti delle tre istituzioni dell'UE il 9 maggio 2022 propone
"che
l'UE migliori la sua capacità di adottare decisioni celeri ed efficaci in
materia di politica estera e di sicurezza comune (PESC), in particolare
parlando con una sola voce e agendo da vero attore globale, in modo da
proiettare un'immagine positiva nel mondo e fare la differenza nella risposta a
qualsiasi crisi".
Poteri
e strumenti del Parlamento in materia di politica estera.
Nonostante
il suo limitato ruolo formale nel processo decisionale della politica estera,
il Parlamento ha sostenuto il concetto della PESC fin dall'inizio e ha cercato
di estenderne il campo di applicazione.
Ai
sensi dell'articolo 36 TUE, l'alto rappresentante è tenuto a consultare
regolarmente il Parlamento sui principali aspetti della PESC e le principali
scelte fatte in tale ambito e a informare l'Istituzione sull'evoluzione della
politica.
Il Parlamento discute semestralmente sulle
relazioni sui progressi della PESC, pone domande al Consiglio e all'alto
rappresentante e formula raccomandazioni a loro destinate.
Il
diritto del Parlamento a essere informato e consultato sulla PESC/PSDC è stato
ulteriormente rafforzato dalla dichiarazione dell'alto rappresentante sulla
responsabilità politica del 2010 allegata alla risoluzione del Parlamento
sull'istituzione del SEAE.
La
dichiarazione sosteneva fra l'altro la necessità di:
migliorare
lo status delle "riunioni di consultazione comuni" (RCC), che
consentono a un gruppo designato di deputati al Parlamento europeo di
incontrare controparti del comitato politico e di sicurezza del Consiglio
(CPS), del SEAE e della Commissione per discutere le missioni della PSDC
programmate e in corso;
affermare
il diritto della "commissione speciale" del Parlamento di accedere
alle informazioni riservate relative alla PESC e alla PSDC. Tale diritto si
basa su un accordo interistituzionale del 2002;
procedere
a scambi di opinioni con i capimissione, i capi di delegazione e altri alti
funzionari dell'UE durante le riunioni di commissione e le audizioni delle
commissioni del Parlamento, compresi gli scambi di opinioni in seno alla
commissione per gli affari esteri (AFET) con i capi delle delegazioni dell'UE o
i rappresentanti speciali dell'UE selezionati e recentemente nominati, che il
Parlamento ritiene strategicamente importanti, prima che assumano le loro
funzioni;
incaricare
l'alto rappresentante di comparire dinanzi al Parlamento almeno due volte
all'anno per riferire sulla situazione attuale in merito alla PESC/PSDC e per
rispondere alle domande.
Oltre
a questo dialogo politico, il Parlamento esercita la propria autorità
attraverso la procedura di bilancio. In quanto ramo dell'autorità di bilancio
dell'UE, il Parlamento deve approvare il bilancio annuale della PESC. Un
accordo interistituzionale del dicembre 2020 sulla disciplina di bilancio
definisce il quadro per l'approvazione annuale e la struttura di base del
bilancio della PESC, come pure meccanismi di rendicontazione. Il Parlamento e
il Consiglio adottano la legislazione che definisce il quadro per il
finanziamento della cooperazione e degli aiuti internazionali dell'UE, sulla
base di una proposta della Commissione.
Il
Parlamento esamina regolarmente le operazioni del SEAE e fornisce al Servizio
suggerimenti su questioni strutturali, che vanno dal suo equilibrio geografico
e di genere alla sua interazione con le altre istituzioni dell'UE e i servizi
diplomatici degli Stati membri. Il Parlamento organizza anche discussioni
regolari con l'alto rappresentante e i rappresentanti speciali dell'UE nominati
per talune regioni o taluni problemi.
Il
Parlamento ha anche un ruolo da svolgere nel monitoraggio della negoziazione e
dell'applicazione di accordi internazionali. È necessario il parere conforme
del Parlamento prima che il Consiglio possa concludere tali accordi (per
maggiori dettagli, 5.2.1, 5.2.3).
Strutture
interne del Parlamento coinvolte nella PESC.
Gran
parte dei lavori del Parlamento sulla PESC avviene in seno a commissioni
specializzate, in particolare la commissione AFET e le sue due sottocommissioni
(sicurezza e difesa (SEDE) e diritti dell'uomo (DROI)).
La loro attività è integrata dalla commissione
per il commercio internazionale (INTA) e dalla commissione per lo sviluppo
(DEVE). Queste commissioni plasmano la PESC attraverso le relazioni e i pareri
che elaborano, formulando raccomandazioni, scambiando opinioni con le
controparti nei paesi terzi durante le missioni e attraverso la democrazia
parlamentare.
Procedono
inoltre allo scambio periodico di opinioni con i rappresentanti di
organizzazioni multilaterali regionali e globali (fra cui le Nazioni Unite), le
altre istituzioni dell'UE, le presidenze del Consiglio e i parlamenti nazionali
degli Stati membri.
I
lavori della PESC sono intrapresi anche da delegazioni parlamentari il cui
ruolo è quello di mantenere e sviluppare i contatti internazionali del
Parlamento (in particolare tramite la cooperazione interparlamentare),
promuovendo i valori sui quali si fonda l'Unione, fra cui la libertà, la
democrazia, i diritti umani, le libertà fondamentali e lo Stato di diritto. Le
delegazioni interparlamentari permanenti sono attualmente 45, tra cui
commissioni parlamentari miste (CPM), commissioni parlamentari di cooperazione
(CPC), altre delegazioni parlamentari, assemblee parlamentari paritetiche e
delegazioni ad assemblee multilaterali.
Impatto
del Parlamento sulla PESC-
Il
coinvolgimento del Parlamento nella PESC contribuisce a migliorare il controllo
democratico della politica. Il Parlamento ha sostenuto con forza il paesaggio
istituzionale post Lisbona, invocando un rafforzamento del ruolo del VP/AR, del
SEAE, delle delegazioni dell'UE e dei rappresentanti speciali dell'UE, oltre a
una politica più coerente e una PESC più efficace, incluse sanzioni.
L'Istituzione ha esercitato pressioni a favore di una maggiore coerenza fra gli
strumenti politici e finanziari dell'Unione per le politiche esterne, in modo
da evitare duplicazioni e inefficienze.
Il
Parlamento viene consultato in materia di PESC, esercita il controllo su di
essa e fornisce un contributo politico strategico. Il suo coinvolgimento è
incentrato su dibattiti regolari con il VP/AR su temi chiave di politica estera
in sede di sessione plenaria o di commissione AFET, in particolare per quanto
riguarda la relazione annuale sull'attuazione della PESC.
Nella
sua risoluzione annuale sull'attuazione della PESC nel 2022, approvata il 18
gennaio 2023, il Parlamento ha sottolineato "il cambiamento epocale nel
panorama geopolitico causato dalla guerra di aggressione della Russia contro
l'Ucraina", oltre ad altre sfide internazionali, quali il continuo aumento
dell'autoritarismo nel mondo, la crescente cooperazione tra Cina e Russia, la
politica estera assertiva della Cina, l'emergenza climatica e l'impatto della
pandemia di COVID-19. Alla luce di tali sfide, il Parlamento ha segnalato la
necessità di "una più rapida attuazione del concetto di autonomia
strategica, solidarietà e un risveglio geopolitico dell'UE". Il Parlamento
ha inoltre sostenuto l'imposizione di sanzioni dell'UE (misure restrittive)
alla Russia e ha esortato il Consiglio a imporre sanzioni ai paesi che hanno
reso possibile l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia.
È
importante sottolineare che le più recenti risoluzioni annuali approvate dal
Parlamento nel 2023 sull'attuazione della PSDC (per maggiori dettagli, 5.1.2) e
sui diritti umani e la democrazia nel mondo (per maggiori dettagli, 5.4.1)
stabiliscono ulteriori posizioni del Parlamento su tali questioni.
Nel
suo più recente documento di orientamento politico in merito al quadro
istituzionale dell'UE per l'azione esterna, il Parlamento ha raccomandato al
Consiglio, alla Commissione e al VP/AR, nella sua risoluzione del 15 marzo 2023
sul funzionamento del SEAE e un'UE più forte nel mondo, di "migliorare il
coordinamento e l'integrazione della politica estera dell'UE e la dimensione
esterna delle politiche interne dell'UE". Ha inoltre chiesto il
rafforzamento della "struttura di coordinamento strategico composta da
tutti i commissari competenti, dal VP/AR e dai servizi della Commissione e del
SEAE al fine di garantire la coerenza, le sinergie, la trasparenza e la
responsabilità dell'azione esterna dell'UE". Il Parlamento si è inoltre
espresso a favore di revisioni significative della decisione del Consiglio del
2010 che istituisce il SEAE e della dichiarazione del VP/AR del 2010 sulla
responsabilità politica. Il Parlamento ha ripetutamente raccomandato di
avvalersi pienamente del voto a maggioranza qualificata in determinati settori
della politica estera, come il regime globale di sanzioni dell'UE in materia di
diritti umani, fatta eccezione per la creazione di missioni o operazioni
militari con un mandato esecutivo, e parallelamente ha sostenuto il ricorso all'astensione
costruttiva in linea con l'articolo 31, paragrafo 1, TUE.
Ha
inoltre chiesto la prestazione effettiva di assistenza estera sotto il marchio
"Team Europa", istituito in risposta alle conseguenze globali della
COVID-19 e composto da istituzioni dell'UE e da agenzie e banche di
finanziamento esterno nazionali ed europee.
Quadro
strategico dell'UE in materia di politica estera e Parlamento europeo
Il 28
giugno 2016 l'alto rappresentante ha presentato al Consiglio europeo la
strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea. La
strategia globale dell'UE, con la sua enfasi sulla questione della sicurezza,
la sua ambizione in termini di autonomia strategica e il suo approccio alla
questione dell'ambiente in Europa, fondato su determinati principi e al
contempo pragmatico, segue una filosofia profondamente diversa rispetto alla
strategia europea in materia di sicurezza del 2003. Insieme agli Stati membri,
i parlamenti nazionali, gli esperti e il grande pubblico, il Parlamento europeo
è stato coinvolto nel processo di consultazione della strategia globale.
Gli
aspetti della difesa e della sicurezza della strategia globale dell'UE sono
stati integrati in misura considerevole dalla bussola strategica dell'UE
approvata dal Consiglio europeo il 24 e 25 marzo 2022. In considerazione della
sfida strategica posta dall'invasione russa dell'Ucraina per la sicurezza
europea e la stabilità globale, l'UE ha di recente effettuato un cambiamento di
paradigma e ha avviato diverse nuove iniziative relative alla PSDC e
all'industria della difesa (per maggiori dettagli, 5.1.2).
Inoltre,
al fine di offrire un'opzione sostenibile per gli investimenti infrastrutturali
globali e far fronte alla sfida geopolitica posta dal modello cinese di
investimenti e governance, nel 2021 l'UE ha presentato la strategia
"Global Gateway". L'iniziativa mira a raccogliere fino a 300 miliardi
di EUR di investimenti pubblici e privati in vari settori della connettività in
tutto il mondo, promuovendo allo stesso tempo i valori dell'UE e un insieme di
norme globali. Il Parlamento ha inoltre sottolineato la "centralità
geopolitica" dell'approccio alla connettività della strategia Global
Gateway nella sua recente risoluzione sull'attuazione della PESC nel 2022. Tale
iniziativa si basa in parte su fondi provenienti dallo strumento Europa globale
del bilancio dell'UE (noto anche come strumento di vicinato, cooperazione allo
sviluppo e cooperazione internazionale — NDICI), per un valore di circa 80
miliardi di EUR nel periodo 2021-2027.
Oltre
le nevrosi: la politica
estera e il futuro dell’Ue.
Cespi.it
- Maria Giulia Amadio Viceré – (10-10-2020) – ci dice:
“Assegnista
di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS Guido Carli
e coordinatrice accademica del Master in International Public Affairs presso la
LUISS School of Government.)
Riflessione
sul futuro dell'Unione Europea.
Se
volessimo dare una lettura psicanalitica delle condizioni dell’Ue, potremmo
affermare che soffre da tempo di nevrosi.
Mi
spiego meglio prendendo in considerazione un settore specifico di policy,
ovvero la politica estera di sicurezza e difesa.
Una
definizione comprensiva di politica estera include, nel caso dell’Ue, sia le
politiche intergovernative, che le sue politiche sopranazionali.
Con le prime si intendono, essenzialmente, tutte
quelle politiche in cui gli stati membri hanno accettato di devolvere la
propria sovranità a Bruxelles, ma hanno mantenuto de facto un potere di veto
permanente tramite un processo decisionale che prevede l’unanimità fra i vari
governi nazionali.
La
diretta conseguenza di ciò non è solo che ogni stato debba essere d’accordo
perché il sistema istituzionale intergovernativo possa produrre una decisione,
ma anche che i governi nazionali debbano poi essere disposti ad implementare
quelle stesse decisioni, eventualmente tramite l’allocazione di risorse
decentralizzate, perché queste possano essere finalizzate.
Con politiche sopranazionali, invece, si
intendono tutte quelle aree di azione, come le politiche commerciali, che sono
state parte dell’Ue fin dalle prime fasi del suo processo di
istituzionalizzazione.
In questi settori, non solo gli stati membri decidono
in genere a maggioranza qualificata, ma le risorse sono centralizzate e quindi
perlopiù controllate dalle istituzioni sopranazionali, soprattutto la
Commissione Europea.
Questo
doppio sistema nasce da una serie di compromessi adottati nel tempo dai paesi
europei per poter avanzare nel processo di integrazione nonostante
sussistessero rivalità storiche fra gli stessi.
Tornando
al parallelismo con la psicanalisi, così come nell’individuo l’Io cerca un
equilibrio con il subconscio attraverso una serie di compromessi che ne
permettano la sopravvivenza, i governi dell’Europa occidentale hanno trovato
negli anni degli accomodamenti per conciliare le loro diverse concezioni di
democrazia e, più semplicemente, le loro diverse preferenze.
Non a
caso, a tenere le fila di questo delicato equilibrio tra politiche
intergovernative e sopranazionali, è un organo intergovernativo: il Consiglio Europeo.
Secondo
il Trattato di Lisbona (Art. 15.1), il forum che riunisce i capi di stato e di
governo ha infatti il compito di dare “all'Unione gli impulsi necessari al
suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali”.
Il
sistema di politica estera dell’Ue ha funzionato, seppure in maniera
imperfetta, fino a quando le condizioni esterne sono state favorevoli.
Per essere più precisi, fino a quando non si
sono verificate crisi in cui i costi immediati di un eventuale intervento non
sarebbero stati equamente distribuiti fra i diversi governi nazionali.
In
‘Quale Europa’ “Piantini evidenzia giustamente le divisioni, e in molti casi
l’immobilismo, dell’Ue di fronte alle sfide centrali degli ultimi anni.
Pensiamo,
ad esempio, allo stallo nei processi decisionali rispetto alle transizioni
politiche in Nord Africa e Medio Oriente. Oppure alla difficoltà di rispondere
inizialmente alle proteste di Maidan e all’annessione russa della Crimea.
E, non
ultime, le risposte (o non risposte) alle crisi migratorie e la mancata
implementazione della ridistribuzione dei rifugiati.
Non
c’è da stupirsi.
Il
sistema istituzionale europeo ha conservato al suo interno i compromessi
utilizzati per addomesticare i sovranismi dei paesi che hanno deciso di
partecipare al progetto di integrazione.
Questi
compromessi, necessari ma per loro natura fragili, sono stati sconvolti dalle
crisi multiple degli ultimi anni.
E il
risultato è stato disastroso.
Seppure
è vero che le recenti crisi di politica estera si sono verificate fuori del
sistema dell’Ue e che i loro effetti sono stati spesso catalizzati dalle
peculiarità normative e strutturali di determinati stati membri, in molti di
questi casi, le incongruenze e inconsistenze della costruzione europea stessa
ne hanno amplificato gli effetti.
Nel reagire alle crisi nel vicinato est e sud, gli
stati membri, tramite la preeminenza del Consiglio Europeo, hanno imbrigliato
il funzionamento del sistema istituzionale dell’Unione.
Le
istituzioni sopranazionali, inclusi la Commissione, il Parlamento Europeo e, in
parte, l’Alto rappresentante dell'Unione per gli Affari Esteri e la Politica di
Sicurezza sono stati marginalizzati. Inevitabilmente, in un sistema preminentemente
intergovernativo, determinati governi, più capaci o, molto più semplicemente
più stabili di altri, sono riusciti ad imporre le proprie prerogative sugli
altri.
Come se ciò non bastasse, oltre ad aver
interrotto il delicato equilibrio con le politiche sopranazionali, la
preeminenza inter governativa ha inficiato i risultati di quest’ultime.
Basti pensare alle difficoltà dell’UE degli
ultimi anni nel mantenere la stabilità nei Balcani Occidentali dopo la
sospensione del processo di allargamento (ora rilanciato) e le continue
divisioni fra stati membri a riguardo.
Nel
mentre, a livello domestico, abili politicanti nazionali hanno approfittato del
fianco offerto dall’Unione, fomentando posizioni sovraniste per i propri
ritorni elettorali.
Una
politica estera concertata a livello europeo sarà indispensabile per evitare
l’isolamento del nostro continente in un mondo sempre più multipolare e lo
sgretolamento dell’Ue sotto i colpi di nuove pressioni esterne.
Per
questo motivo, trovare un modello istituzionale che riesca a conciliare gli
aspetti sopranazionali ed intergovernativi dell’Unione, anche quando le
preferenze degli stati membri non sono allineate, sarà una delle sfide
principali dell’europeismo.
Naturalmente,
conciliare non significa annullare le componenti intergovernative dell’Ue, ma
temperarle.
È
indubbio che il sistema istituzionale dell’Ue sia inefficiente e manchi di
legittimità democratica in situazioni di crisi.
Ciononostante,
sarebbe un’utopia, peraltro estremamente pericolosa come la storia insegna,
credere che il progressivo annientamento delle particolarità nazionali sia la
strada da intraprendere per proseguire il processo di integrazione europeo.
Così
come sarebbe inutile, oltre che deleterio, adottare un approccio assertivo e
ricattatorio nei confronti di altri stati membri e delle istituzioni europee a
protezione delle proprie prerogative nazionali.
In vista di una necessaria riforma – più o
meno futura – del sistema, sarebbe opportuna invece una strategia che si basi
sulla paziente costruzione di alleanze con altri stati membri e con le
istituzioni europee.
È
presumibile che le elezioni europee si giochino, per la prima volta in maniera
evidente, intorno ad un asse pro-anti Ue.
In questo senso, il recente avvicinamento tra
Orban e Salvini è certamente indice di una concertazione sovranista in vista
della prossima campagna elettorale europea.
Essendo
la politica estera legata a molte delle dimensioni della crisi esistenziale che
il processo di integrazione sta attraversando (basti pensare alla crisi
migratoria), le forze europeiste dovrebbero farsi portatrici di una visione che
evidenzi i successi di queste politiche senza temere di riconoscerne i limiti.
Sulle
modalità e i toni dell’europeismo, è essenziale che “l’élite abituata a
viaggiare” di cui scrive “Piantini” non giudichi, disprezzando, Brexit e i
risultati delle ultime elezioni italiane, ma che prenda atto di una sofferenza
diffusa fra i cittadini europei.
Quest’ultima
è un sintomo.
E, come la psicanalisi insegna, il sintomo - sia esso
paura, ansia o angoscia - è un campanello d’allarme legittimo che, se non
ascoltato, diventa terreno fertile per la psicosi.
Le
multinazionali come stati nazione?
Lo
scontro contro “Big Pharma” e
lo
strapotere del “Big Tech.”
infodata.ilsole24ore.com
- Luca Tremolada – (15 Marzo 2021) ci dice:
Nei film di fantascienza brutti ci sono le
multinazionali algide, potenti e cattive, dove tutti sono vestiti uguali e
controllano politici, polizia e cittadini decidendo quello che si può e non si
può fare.
Nella
cronaca di questi giorni ci sono le multinazionali del vaccino protagoniste di
un braccio di ferro senza precedente con i governi di 27 Paesi europei per i
ritardi nella fornitura di dosi.
Ci
sono le poche aziende mondiali dei microchip che causa Covid rischiano di
mandare in corto circuito interi comparti dell’industria delle tecnologie.
Ci
sono infine le grandi piattaforme digitali come Facebook, Google, Apple, Amazon
e Microsoft nel mirino degli organi di vigilanza di Stati Uniti e dell’Europa.
Questi
conflitti tra Stati-nazioni e multi-nazionali sanno di politica di potenza e
Novecento.
Sembrano
riedizioni riviste e rimaneggiate di un sovranismo da Seconda Guerra mondiale.
In realtà descrivono bene come il nuovo secolo sta
provando a normalizzare i rapporti tra pubblico e privano nelle moderne
economie di rete.
Ma
andiamo con ordine.
Multinazionali
sempre più ricche.
A loro un terzo del Pil mondiale.
Valori.it
- Pietro Pizzinato – (08.11.2022) – ci dice:
Nell'ultimo
rapporto del “Centro Nuovo Modello di Sviluppo” la fotografia di un mondo
economico sempre più fagocitato dalle multinazionali.
Nonostante
le crisi, le multinazionali sono sempre più ricche e potenti.
“Eat
the rich”, mangia i ricchi, è il titolo dell’ultimo dossier del “Centro Nuovo
Modello di Sviluppo” (CNMS), istituto di ricerca toscano, sulle 200 più grandi
multinazionali al mondo.
Un po’
ironico, se si pensa che a banchettare sono proprio i “ricchi” oggetto dello
studio.
Entità
enormi e tentacolari, con uffici sparsi e guadagni ben conservati in tutti gli
angoli del mondo.
Le
multinazionali controllano l’80% del commercio mondiale.
Negli
ultimi quindici anni, i ricavi delle multinazionali non hanno mai smesso di
crescere.
Il
dossier indica che ben l’80% del commercio globale è controllato dai grandi
gruppi internazionali, che si accaparrano un terzo del Prodotto interno lordo
dell’intero Pianeta.
I
numeri di alcune società sono così mastodontici da far impallidire le economie
di interi Stati.
Tanto
per fare un esempio, “Walmart”, il colosso americano della grande distribuzione
organizzata, ogni anno fattura, da solo, oltre 500 miliardi di dollari.
Una
montagna di soldi: equivalente al Pil di nazioni come Svezia e Belgio.
Multinazionali.
ECONOMIA.
Concentrazioni
e oligopoli. Se un pugno di colossi controlla l’economia mondiale.
E
perfino tra i ricchi ci sono disuguaglianze.
Lo
studio del CNMS accende i riflettori sulle 200 principali multinazionali,
ovvero un infinitesimale 0,06% che nel 2020 controllava il 14% del totale
intascato da questo tipo di società.
Soldi
e potere sono ben saldi nelle mani di pochissimi.
Soltanto
un evento eccezionale come la crisi pandemica ha, seppur di poco, frenato una
crescita esponenziale.
Nel
2020 il fatturato delle 200 multinazionali top è calato del 5% rispetto
all’anno prima.
Il
Covid è stata una batosta ma, a parte questa parentesi, dal 2005 ricavi e
profitti hanno segnato crescite rispettivamente del 60 e 30%.
Un
esercito di 40 milioni di dipendenti in quindici anni è cresciuto del 40%.
Quali
sono le multinazionali più ricche e potenti del mondo
Se è
vero che oltre la metà delle multinazionali ha sede in Europa, per trovare
quelle che contano di più bisogna guardare a Pechino e negli Stati Uniti.
Delle
top 200, due terzi sono aziende americane o cinesi.
Il
2020 è l’anno che ha visto diventare la Cina il Paese più rappresentato in
questa ristrettissima cerchia di società miliardarie, grazie a giganti del
mercato energetico e petrolifero come “State Grid”, “China National Petroleum”
e “Sinopec Group”.
Nella
top 10, comunque, la supremazia è ancora degli Stati Uniti.
Non
solo “Walmart”, già al primo posto nel 2010, ma anche “Amazon”, “Apple”, “CVS”
e “United Health Group” sono cresciute negli ultimi dieci anni, scalando la
classifica.
Per
quanto riguarda l’Italia, nelle prime 200 troviamo “Assicurazioni Generali”,
con i suoi 97 miliardi di fatturato e quasi 2 di profitti, ed “Enel” (74 e 3).
I
settori più proficui per le multinazionali sono quelli di sempre: petrolio,
trasporti, elettronica, computer e finanza. Le automobili, invece – ci racconta
il rapporto – hanno perso posizioni.
L’impennata
dei profitti delle case farmaceutiche.
Il
Covid ha mietuto vittime perfino tra i miliardari, ma c’è anche chi non ha
sofferto affatto gli effetti della pandemia.
La
grande corsa al vaccino ha permesso alle case farmaceutiche di beneficiare dei
contributi governativi di mezzo mondo e di realizzare guadagni stellari.
Gli Stati Uniti hanno finanziato con ben 18
miliardi di dollari la ricerca privata.
Mentre l’Unione Europea, di suo, ne ha messi
sul piatto 3.
La
sola vendita di vaccini rappresenta oggi il 50% dei ricavi delle aziende del
settore, con una crescita mai vista prima, se pensiamo che, fino al 2019,
arrivava a coprire soltanto il 15%.
Se guardiamo nelle casse di “Moderna”, per
esempio, in un anno il fatturato è cresciuto dell’8.300%.
Per quanto riguarda i profitti, la
multinazionale americana è riuscita a passare da un negativo di 240 milioni di
dollari dei primi sei mesi del 2020 ai quattro miliardi di profitti registrati
a giugno 2021.
Dove
finiscono tutti questi soldi?
Il
frutto di questi enormi guadagni resta nelle casse societarie.
Secondo
uno studio di “Tax Justice Network”, o”rganizzazione di advocacy inglese”, ogni
anno le multinazionali evitano di pagare 250 miliardi di dollari di tasse
sfruttando i paradisi fiscali.
Con
pratiche illecite di “base erosion” e “profit shifting” le multinazionali
“nascondono” i propri guadagni registrandoli in Paesi nei quali le imposte sono
significativamente più basse.
Per
combattere queste enormi differenze di trattamento da parte dei sistemi
fiscali, l’”Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico” (Ocse)
dopo più di dieci anni di discussioni ha finalmente trovato un accordo su una “global
minimum tax”.
L’obiettivo
dei governi è cominciare a introdurre dal 2023 una tassa globale del 15% sui
profitti delle multinazionali.
Così
facendo, ci si augura di recuperare 150 miliardi di dollari e incoraggiare le
aziende a rimpatriare i propri capitali.
LE
CORPORATION E IL SISTEMA
ECONOMICO
MONDIALE.
Treccani.it
- Franco Cardini – (20 -1-2009) – ci dice:
Le
corporation e il sistema economico mondiale.
IN
CERCA DI UNA DEFINIZIONE.
In
Italia il termine multinazionale viene di solito utilizzato per indicare una
grande impresa, cioè quella che in inglese è definita corporation:
una società di capitali, dotata quindi di
personalità giuridica, che la legge considera come separata e distinta dai soci
che in effetti la possiedono, i quali rispondono per le obbligazioni assunte
dalla società soltanto nei limiti delle azioni o quote sottoscritte.
Poiché
le passività e i debiti di una società di capitali non sono considerati come
appartenenti alle persone che li creano, in caso di insolvenza della società i
creditori non possono rivalersi sul patrimonio personale dei singoli soci:
tale
condizione è detta di responsabilità limitata.
Quando
si parla di multinazionali si dovrebbe allora parlare di “transnational” o (più
raro) “multinational corporations”, cioè di associazioni transnazionali o
multinazionali:
espressione che indica una società di capitali
o un’impresa che operano in almeno due distinte nazioni.
La definizione comunemente accettata è quella
proposta dalla “United Nations conference on trade and development” (UNCTAD),
un organo delle Nazioni Unite fondato nel 1964 allo scopo di incrementare le
opportunità commerciali, d’investimento e di crescita dei Paesi in via di
sviluppo e di assisterli nel processo d’integrazione nell’economia mondiale su
basi di equità.
Il
progetto nasceva dalla preoccupazione per un’economia sempre più rapidamente
globalizzata espressa dai Paesi in via di sviluppo.
Per questo alla presidenza si sono alternate
figure provenienti da nazioni extra occidentali.
L’UNCTAD,
con sede a Ginevra, conta 193 Paesi membri, produce un rapporto annuale sullo
stato delle cose e organizza una conferenza ogni quattro anni:
l’ultima
si è svolta nell’aprile del 2018 in Ghana.
Secondo
la definizione dell’UNCTAD accettata dalle Nazioni Unite, una corporation
transnazionale, per essere tale, deve avere il controllo di almeno una filiale
all’estero, giustificato dal possesso di un minimo del 10% del suo capitale.
Secondo
il trend registrato negli ultimi anni dall’UNCTAD, nel 1995 esistevano 44.500
multinazionali con 227.000 filiali in tutto il mondo;
nel
2000 esse sono salite a 63.000, con 690.000 filiali.
Questo
dato indica che, nel giro di cinque anni, le filiali sono cresciute due volte e
mezzo rispetto al numero delle case madri.
L’ultimo
rilevamento, aggiornato al 2008, mostra una tendenza alla contrazione delle
multinazionali che, pur crescendo, si attestano sulla cifra di 77.175, e le
filiali a 773.019:
nel
periodo 2000-2008 esse hanno quindi registrato una crescita quasi dimezzata
rispetto al quinquennio precedente.
Questo dato si spiega con l’affermarsi di una
tendenza alle fusioni societarie, sintomo di un accentramento del potere
economico nelle mani di gruppi sempre più ristretti.
Difatti, per quanto il numero assoluto sembri
molto alto, bisogna considerare che una multinazionale non equivale, di per sé,
a un colosso dell’economia mondiale.
Nel
novero complessivo sono infatti incluse, proprio a causa del criterio
classificatorio definito dall’UNCTAD, anche molte cosiddette micro multinazionali:
piccole e medie imprese che fino a tempi
recenti avevano vocazione fortemente locale, ma che la competizione globale ha
spinto a investire sempre più in Paesi stranieri;
senza
contare che l’economia legata all’avvento di Internet ha fatto sì che numerose
piccole società, soprattutto dedicate al settore terziario (gli studi
professionali – di medici, avvocati, architetti e così via – ricadono in questa
categoria), siano naturalmente portate a un business senza forti confini
nazionali.
La
differenza tra le micro multinazionali e le grandi multinazionali è immensa;
ma
sono soltanto le prime a essere cresciute in numero, a fronte della contrazione
delle seconde: un fenomeno importante, che tuttavia statistiche come quelle
dell’UNCTAD, per quanto utili, faticano a mettere in luce come sarebbe
opportuno.
Per
quanto concerne la natura degli investimenti, l’UNCTAD afferma che il” Foreign
direct investment” (FDI), cioè l’investimento diretto estero, si ha quando una
corporation investe capitali in un rapporto a lunga scadenza, nel quale si
riflette un interesse duraturo e una volontà di controllo esercitata da
un’entità in un’economia altra da quella di residenza.
Questo
interesse duraturo si manifesta attraverso l’acquisto di porzioni dell’impresa
estera: tali quote rappresentano un equity capital;
tuttavia,
le corporation transnazionali agiscono anche attraverso investimenti che sono
definiti dell’UNCTAD non-equity investments.
Essi
si verificano quando gli investitori stranieri ottengono un ruolo in una
compagnia non acquistandone una parte alla luce del sole, bensì servendosi di
subappalti, franchising, contratti di management e così via.
STATISTICHE,
AREE GEOGRAFICHE, SETTORI ECONOMICI.
Nonostante
la crescita economica e il nuovo peso negli scenari internazionali di Paesi
come la Cina, l’India e il Brasile, le corporation transnazionali che contano
rimangono saldamente ancorate al mondo occidentale.
Secondo
le statistiche fornite nel 2007 da «Forbes» – basate sull’incrocio dei dati
inerenti le vendite, i profitti, gli assetti societari e il valore di mercato –
per trovare una multinazionale cinese bisogna arrivare al 41° posto, occupato
dalla” PetroChina” (petrolio e gas); la Cina ne piazza altre cinque fra le
prime cento, nel settore bancario (Industrial and commercial bank of China,
ICBC; China construction bank, CCB; Bank of China, rispettivamente al 53°, al
69° e all’82° posto), ancora nelle risorse petrolifere (Sinopec-China
petroleum, al 71°) e nelle telecomunicazioni (China mobile, all’89°).
Non è
un cattivo risultato, se si pensa che – con l’esclusione del Giappone – l’Asia
può annoverare tra le prime cento imprese soltanto la sudcoreana Samsung
(semiconduttori), al 63° posto.
Ai
primi dieci posti della statistica «Forbes» troviamo ben sei corporation
statunitensi:
le
prime due, Citigroup e Bank of America, sono nel settore bancario al pari della
quinta, JPMorgan Chase;
la “General
electric”, quarta, è un conglomerato (cioè una compagnia divisa in branche che
si occupano di affari diversi, spesso in settori completamente differenti tra
loro);
l’”American
international group,” sesta, opera in campo assicurativo;
la
Exxon Mobil, nel settore energetico, è settima.
Per
avere un’idea della distanza che ormai separa la condizione economica di una
nazione dalla ricchezza delle sue multinazionali, è opportuno riflettere sul
fatto che, a fronte di questa statistica, il debito pubblico complessivo degli
Stati Uniti si aggira ormai (e secondo diversi analisti ha ampiamente superato)
sui 40 miliardi di dollari, un terzo dei quali in passivo rispetto alla Cina.
Ma
torniamo alla classifica del 2007:
tra le altre compagnie incluse nel novero
delle prime dieci figurano la britannica HSBC holdings (settore bancario),
l’olandese Royal Dutch Shell (risorse energetiche), la svizzera UBS (prodotti
finanziari diversificati) e ancora un’altra olandese, la ING group
(Internationale Nederlanden Group) nel settore assicurativo.
Il criterio classificatorio cambia se si è
interessati solo ad alcuni parametri:
per
es., il colosso statunitense della distribuzione “Wal-Mart”, diciassettesimo
nella classifica generale, è al primo posto nelle vendite, con un introito
lordo di 348,65 miliardi, ma con un profitto netto di 11,29 miliardi.
Se si
guarda al solo valore sul mercato, la Exxon Mobil è al primo posto, valutata
410,65 miliardi di dollari;
e
Microsoft, solo sessantaseiesima nella statistica complessiva, diviene terza
per valore sul mercato in quanto valutata 275,85 miliardi di dollari.
Per
avere un’idea del peso economico assoluto delle corporation, si deve
considerare che il valore sul mercato di questi colossi supera il PIL di
numerose nazioni.
Non ci riferiamo solo alle aree del terzo
mondo, bensì a Paesi come la Danimarca, che con i suoi 200 miliardi circa di
PIL si vedrebbe superare da oltre una decina di multinazionali.
Guardiamo
ora con maggiore attenzione alla distribuzione nazionale delle corporation,
sempre seguendo il criterio di «Forbes», ma riferito questa volta alle prime
500: in testa con 162 multinazionali troviamo gli Stati Uniti; al secondo posto
il Giappone con 67; al terzo la Francia con 38; appena sotto la Germania con
37; segue la Gran Bretagna con 33; la Cina con 24; il Canada con 16; tra 10 e
15 si piazzano, in ordine decrescente, Svizzera, Paesi Bassi, Italia e Corea
del Sud. È quindi evidente che il cosiddetto blocco occidentale, costituito da
Stati Uniti, Giappone ed Europa, ha una preminenza assoluta sul mercato
(arrotondando, quasi 400 su 500: vale a dire i 4/5). Come già detto a proposito
del rapporto economico fra Cina e Stati Uniti, il peso assoluto di un Paese
nell’economia non è direttamente proporzionale al numero e alla forza delle sue
multinazionali: negli ultimi anni il prodotto interno lordo della Cina ha
colmato una parte considerevole della distanza rispetto agli Stati Uniti,
passando dai 3422 trilioni di dollari ai 7043 del 2007, contro i 13.794
statunitensi (un trilione corrisponde a mille miliardi).
Eppure
il peso dell’azione delle multinazionali rimane a distanze elevate: ancora un
segno di come il discorso sulle multinazionali vada considerato in modo almeno
in parte indipendente da quello sulle nazioni.
Un’ultima considerazione da fare in base alle
cifre brute della statistica riguarda i settori in cui le multinazionali sono
impegnate:
quello
bancario-finanziario la fa ampiamente da padrone, fornendoci il chiaro quadro
di un’economia dominata non dalla produzione, ma dalla gestione del denaro.
Seguono
il settore delle risorse energetiche e, a debita distanza, quelli alimentare e
farmaceutico (legati entrambi dall’interesse comune per le biotecnologie),
delle tecnologie (dell’informatica, della comunicazione, degli armamenti),
della distribuzione.
La produzione industriale (con l’eccezione dei
colossi dell’automobile entrati tuttavia in crisi nella prima metà del 2009),
risulta scarsamente rappresentata.
IL
MERCATO DEL LAVORO.
Una
fra le prime conseguenze della transnazionalità, e per le imprese una delle
prime convenienze, risiede nella gestione del mercato della forza lavoro.
A
partire dagli anni Ottanta, e con maggiore intensità nei Novanta, la
combinazione di pratiche come l’outsourcing, ossia il subappalto a partner
esterni per alcuni settori del processo produttivo o per l’offerta di servizi,
e l’offshoring, che si ha quando tale subappalto viene affidato a partner
all’estero, ha caratterizzato le pratiche di numerose multinazionali.
L’outsourcing
serve a trasferire alcune fasi della produzione a imprese in grado di svolgere
tali lavori a costo competitivo rispetto a quanto la sede centrale dovrebbe
pagare producendo in casa; l’offshoring moltiplica le possibilità di risparmio,
e quindi di guadagno, in quanto l’esternalizzazione avviene in mercati dove il
costo del lavoro è infinitamente più basso.
Il fenomeno ha riguardato inizialmente
soprattutto gli Stati Uniti:
per
es., con il trasferimento, effettuato dalla “General motors” (poi seguita dalla
Ford) negli anni Ottanta, di intere fabbriche per la produzione di automobili
oltre il confine messicano;
in Messico la “General motors” impiegò circa
72.000 operai che costruirono parti di automobile con salari minimi che
variavano tra 1 e 2 dollari l’ora per i lavori di basso livello;
nel
2007 il salario minimo negli Stati Uniti era fissato a 5,85 dollari l’ora, ma i
dipendenti delle fabbriche automobilistiche percepivano stipendi superiori al
minimo.
Le
decisioni di Ford e General motors in materia di trasferimento di fabbriche ha
irreversibilmente impoverito intere aree degli Stati Uniti provocando
preoccupanti situazioni di disagio e d’insicurezza.
Nel
2001, l’adesione della Cina alla “World trade organization” (WTO) ha aperto il
mercato a un’ondata di esternalizzazioni per quanto concerne la produzione
industriale nordamericana ed europea.
Non
bisogna però sottovalutare, soprattutto per quanto riguarda il settore dei
servizi, le potenzialità che vengono offerte ai Paesi ricchi anglofoni
dall’India, dove l’inglese è parlato correntemente.
Anche
in questo caso, gli Stati Uniti ne hanno approfittato per primi,
esternalizzando tutta una serie di settori del terziario che vanno dai call
centers ai laboratori d’analisi, all’elaborazione di dati:
tutti
servizi che non hanno bisogno di trasporti, e dunque di costi aggiuntivi, e che
di conseguenza l’informatizzazione ha reso pratici ed economici per le società
appaltatrici.
Ma se
i profitti per le compagnie sono evidenti, quali sono le conseguenze per i
lavoratori?
Le voci favorevoli all’offshoring affermano
che i vantaggi sono reciproci:
le
corporation risparmiano, ma i dipendenti ottengono comunque impieghi che
consentono loro di migliorare la propria situazione economica.
Naturalmente,
i primi a lamentarsi sono i lavoratori dei Paesi che trasferiscono la propria
produzione all’estero:
il
caso citato della “General motors” agli inizi degli anni Ottanta lasciò nel
Michigan 30.000 disoccupati nel giro di pochi mesi;
in generale, l’offshoring ha certamente
prodotto una crisi dei processi produttivi incardinati nei Paesi occidentali.
È da
notare tuttavia un recente fenomeno di ritorno:
nel
senso che alcune corporation, per es. quelle nipponiche dell’automobile, hanno
a loro volta seguito la pratica, aprendo impianti di produzione negli Stati
Uniti e in Inghilterra;
difficile
dire se questo fenomeno potrà in futuro ampliarsi.
Il
problema di fondo, tuttavia, riguarda la questione dei diritti dei lavoratori e
la polemica sull’inadeguatezza dei controlli effettuati sui luoghi di lavoro:
in
pratica, la manodopera dei Paesi in cui approdano i processi produttivi sarebbe
meno tutelata proprio per la natura stessa delle” società di capitali
transnazionali”, che non rispondono ai governi nazionali allo stesso modo di
una società completamente incardinata nel Paese in cui agisce, o che hanno un
potere d’influenza smisurato, al punto che nei loro confronti non è possibile
adottare misure coercitive di sorta.
Un esempio classico di ciò è quello dello
sfruttamento della manodopera infantile, denunciato in Africa e in Asia, che ha
dato origine a diverse polemiche con numerosi marchi internazionali:
per
es., uno studio effettuato nel 1998 mostrava come marchi di abbigliamento quali
Adidas, Nike, Ralph Lauren, pagavano la manodopera una media di 13 centesimi di
dollaro l’ora, nonostante la media per sopravvivere fosse calcolata a 87
centesimi l’ora, per lavori che negli Stati Uniti sarebbero costati circa cento
volte quella cifra, cioè 10 dollari l’ora (Klein 2000).
Ancora
più grave il fatto che una politica di risparmio può portare alla perdita di
vite umane:
il caso più eclatante è rappresentato dalla
strage di Bhopal, città indiana dove, il 2 dicembre del 1984, la fuoriuscita di
40 tonnellate di isocianato di metile stivate in uno stabilimento della Union
carbide (aperto nel 1980, ma già in disuso e privo di personale specializzato
per adeguati controlli) causò la morte di circa 8000 persone solo nella prima
notte, quella di 20-30.000 nei mesi successivi, con circa mezzo milione di
intossicati molti dei quali destinati a morire successivamente o a portare per
sempre i segni dell’avvelenamento.
La scia di sentenze seguite al disastro ha
trovato una conclusione solo agli inizi del nuovo secolo.
Nel
1985 il governo indiano, per paura che le corporation straniere ritirassero i
loro investimenti dal Paese, si assunse con un decreto legislativo (il Bhopal
gas leak disaster act) la responsabilità di avviare azioni legali estromettendo
da tale diritto sia le vittime sia i loro familiari.
I
manager responsabili dell’impianto, nel frattempo, si erano rifugiati negli
Stati Uniti e, nonostante vi sia un mandato internazionale nei confronti del
top manager” Warren Anderson”, nel 2002 questi è stato segnalato a New York
dove ha continuato a vivere indisturbato.
Nel 1989 il governo indiano accettò un
risarcimento complessivo di 470 milioni di dollari, contro i 3,3 miliardi
chiesti originariamente (quindi, circa un settimo della cifra chiesta in un
primo tempo):
le azioni sul mercato della “Union carbide”
risalirono immediatamente; tolte le spese legali, a ciascuna vittima spettarono
500 dollari; nessuna iniziativa per la decontaminazione fu presa in
considerazione.
Nel 2001 la “Union carbide” confluì nel
gigante “Dow chemical”, dando vita alla più grande impresa chimica del
pianeta:
per
conseguenza, l’azione legale si estese al nuovo soggetto, anche perché la “Union
carbide” non aveva più sussidiarie in India sulle quali eventualmente rifarsi,
mentre la” Dow chemical commercializza” prodotti su quel mercato (per es., il “pesticida
Durstan”, proibito negli Stati Uniti per la sua pericolosità).
Familiari
dei defunti e movimenti per la difesa delle vittime provarono dunque a
promuovere un’azione che si estendesse alla “Dow chemical” che tuttavia, mentre
nel 2002 accettò di farsi carico di una serie di cause intentate negli Stati
Uniti contro la “Union carbide” da dipendenti esposti all’avvelenamento da
amianto, rifiutò ogni responsabilità per la tragedia di Bhopal.
Dal
2004 ogni possibilità residua di ulteriori azioni legali è sembrata tramontare.
L’EUROPA
E LA DIRETTIVA BOLKESTEIN.
Anche
nell’ambito dell’Unione Europea (UE) l’influenza esercitata sulla gestione del
mercato del lavoro dalle società di capitali transnazionali è ampia.
Nel
2007 in Italia l’incidente all’impianto “ThyssenKrupp” di Torino ha gettato una
luce cupa sulla questione.
Gli
impianti di Torino e di Terni sono parte della “ThyssenKrupp acciai speciali
Terni s.p.a”., che dopo una serie di passaggi societari ha assunto questo nome,
ma che è l’erede di una fra le prime imprese siderurgiche italiane, la “Società
degli alti forni, fonderie e acciaierie di Terni”, fondata nel 1884.
Acquisito con il resto del gruppo dalla
multinazionale tedesca nel corso degli anni Novanta, l’impianto torinese ha
funzionato per molto tempo a pieno regime:
ma di
recente la “Thyssen” ne ha annunciato la chiusura, portando a una riduzione
degli organici che, a parere degli esperti, sarebbe la causa dei turni di
lavoro eccessivi e del cattivo mantenimento degli impianti che ha condotto
all’incidente del 6 dicembre 2007 nel quale hanno perso la vita sette operai.
Ebbene,
la decisione di chiudere l’impianto torinese non deriva da una crisi del
settore, bensì da scelte puramente strategiche della multinazionale, che per
l’anno 2006 ha dichiarato un guadagno netto di 47 miliardi di euro (che la
rendevano la tredicesima multinazionale in Germania e la centounesima nel mondo
secondo le statistiche del 2007) e che, nell’anno successivo, ha annunciato
l’apertura di un nuovo impianto siderurgico nel Sud dell’Alabama (dove
confluiranno semilavorati dal Brasile) che nel 2010 dovrebbe impiegare 29.000
operai per la costruzione degli impianti e 2700 nella fabbrica.
Più
che ai singoli casi, comunque, è interessante guardare alla politica
complessiva dell’Unione Europea nei confronti del tema del lavoro.
Il 25 febbraio 2004 è stata presentata dalla
Commissione europea una proposta di direttiva del Parlamento europeo e del
Consiglio d’Europa relativa ai servizi del mercato interno, nota in genere come
“direttiva Bolkestein”, nella quale si legge:
«Al fine di eliminare gli ostacoli alla libera
circolazione dei servizi la proposta prevede il principio del Paese d’origine,
in base al quale il prestatore è sottoposto unicamente alla legislazione del
Paese in cui è stabilito e gli Stati membri non devono imporre restrizioni ai
servizi forniti da un prestatore stabilito in un altro Stato membro».
Il
timore per quello che è stato definito un esempio di “dumping sociale” (cioè un
volontario stimolo al ribasso per depauperare le forze lavoratrici) ha condotto
nel 2005 al clamoroso referendum che, tanto in Francia quanto nei Paesi Bassi,
ha momentaneamente bloccato il progetto di ratifica della Costituzione europea.
Tuttavia,
il 12 dicembre 2006, una versione modificata della direttiva è stata approvata:
in
apparenza, il principio del Paese d’origine dovrebbe riguardare – secondo
quanto annunciato – soltanto alcune materie, lasciando da parte il diritto del
lavoro, che continuerebbe in larga parte a essere regolato dalla direttiva
1996/71/CE, la norma comunitaria in materia di distacco dei lavoratori
nell’ambito delle prestazioni transnazionali di servizi (recepita in Italia con
il d. legisl. 25 febbr. 2000 n. 72).
Tuttavia, da più parti si sono denunciate
alcune ambiguità di fondo, visto che nel testo della direttiva si legge che i
«servizi di interesse generale non economici» sono esclusi (art. 2, Campo di
applicazione), mentre «i servizi di interesse economico generale sono servizi
che, essendo prestati dietro corrispettivo economico, rientrano nell’ambito di
applicazione della presente direttiva», con l’esclusione di alcuni settori
quali la sanità, i trasporti ecc. (direttiva 2006/123/CE).
Sulla base di queste ambiguità, alcune
recentissime sentenze della Corte europea contraddicono di fatto la normativa.
Nel caso “Laval-Vaxholm” una ditta lituana ha
aperto una filiale in Svezia (Paese in cui il minimo salariale non esiste) dove
ha impiegato i propri operai nella costruzione di una scuola, pagandoli al
prezzo d’ingaggio valido nel Paese d’origine, molto più basso della media svedese;
i sindacati del Paese scandinavo avevano
bloccato i lavori, ma la Corte europea ha dato ragione agli imprenditori
lituani (Pallini 2006).
In
Finlandia, nel cosiddetto caso Viking, una compagnia marittima ha cambiato
bandiera a un proprio vascello per sostituire l’equipaggio con marinai estoni,
pagati al costo del lavoro del loro Paese d’origine.
Infine,
l’ultimo contenzioso è sorto intorno all’appalto per la costruzione del”
penitenziario di Göttingen-Rosdorf”, in Bassa Sassonia, vinto dalla “Object und
Bauregie”.
Secondo
la legge le imprese, incluse quelle sub contrattate, devono applicare almeno il
salario minimo previsto dal contratto collettivo vigente, pena una multa
dell’1% sul valore dell’appalto.
Ma
un’impresa polacca subappaltata ha versato ai suoi dipendenti impegnati nel
cantiere meno della metà del salario minimo: per questo motivo il governo
regionale ha chiesto 85.000 euro di penale alla “Object und Bauregie”;
tuttavia, agli inizi dell’aprile 2008 la Corte
europea ha decretato che le disposizioni regionali sul salario minimo non sono
compatibili con la direttiva sui lavoratori distaccati transnazionali.
IL
LAVORO DELLE LOBBY.
La
deregolamentazione nel campo del diritto del lavoro favorisce quindi le società
a carattere transnazionale che nell’Unione Europea trovano un terreno
particolarmente fertile: soprattutto dopo l’allargamento ai Paesi dell’Est
europeo, nei quali la mano d’opera ha costi relativamente bassi rispetto agli
standard euro occidentali.
In
effetti sono stati soprattutto questi Paesi, alleati con l’Inghilterra, da anni
promotrice del liberismo economico, a spingere in tale direzione.
Inoltre,
all’interno delle sedi del Parlamento europeo le multinazionali hanno da anni
personale incaricato di promuovere atti in grado di favorire politiche di
liberalizzazione transnazionale in campo economico-finanziario.
Lo
strumento che viene utilizzato prende il nome di lobbying.
Negli
Stati Uniti il lobbismo è diventato una professione; i lobbisti rappresentano i
gruppi che vogliono esercitare pressioni e a tale scopo incontrano politici,
legislatori e amministratori; oppure istruiscono i membri di un’associazione in
modo da dare l’impressione che le richieste vengano dalla base (per es.,
casalinghe o lavoratori che parlano direttamente ai membri del Congresso in
rappresentanza dell’associazione cui appartengono).
La
pratica, oggi molto in voga, viene detta “grass roots lobbying”:
in queste forme, il lobbismo finisce per essere un
elemento quasi naturale della politica, nella quale gruppi di cittadini
consociati possono sperare di avere un peso maggiore piuttosto che
individualmente.
Diverso, tuttavia, è il caso del lobbismo
promosso non da associazioni e comunità, ma da aziende e imprese, che è poi
quello oggi prevalente.
Nel
2006 si calcolava che le lobby sborsassero una media di 2 miliardi e mezzo di
dollari all’anno per influenzare il mondo della politica.
Se negli Stati Uniti la pratica è radicata e
accettata, in Europa è altrettanto diffusa ma soggetta a un acceso dibattito:
in particolare dopo che nel 2005 la
Commissione europea ha accantonato un progetto di legge volto a regolamentare
in senso restrittivo l’operato delle lobby.
A Bruxelles pare siano in azione circa 15.000
lobbisti in rappresentanza di oltre 2500 fra imprese e gruppi di interesse.
Il 90%
rappresenta imprese e solo il 10%, invece, ‘gruppi di base’;
si calcola che essi spendano, per conto delle
imprese, circa 750 milioni di euro annui per influenzare il governo europeo.
I lobbisti agiscono nei confronti di tutti gli
organi di governo dell’Unione: Parlamento, Consiglio dei ministri e Commissione.
Al
momento attuale, il solo controllo consiste nella sottoscrizione di un codice
etico che consente al lobbista libero accesso per un anno al Parlamento
europeo;
tuttavia
dovrebbe essere discussa una norma più restrittiva in materia.
La
richiesta di un maggior controllo è emersa soprattutto alla luce della
constatazione che diversi parlamentari europei, una volta lasciato l’incarico
pubblico, vengono arruolati nelle fila delle corporation:
è
stato il caso di “Rolf Linkohr”, parlamentare tedesco che ha lavorato per anni
in una commissione sulle questioni energetiche e in seguito è stato ingaggiato
dal “Center for European energy strateg”y, uno studio che si occupa di “lobbying”
per conto di numerose corporation del petrolio; oppure del francese” Jean-Paul
Mingasson”, ex ministro delle Finanze francese, membro della Commissione
europea e oggi consigliere generale per l’UNICE (UNion of Industrial and
employers’ Confederations of Europe), la federazione europea degli
imprenditori;
o come
dell’inglese “Jim Currie”, direttore generale della Commissione europea per le
questioni ambientali, passato nel consiglio direttivo della “British nuclear
fuels limited”.
L’azione
di lobbying delle multinazionali ha avuto un peso in alcune decisioni molto
discusse del Parlamento europeo.
Prendiamo in considerazione la questione del
cioccolato, una delle poche ad aver avuto una qualche esposizione mediatica.
Nel
1973, all’epoca dell’adesione di Danimarca, Irlanda e Regno Unito alla Comunità
economica europea, si constatò che questi Paesi avevano leggi che consentivano
l’utilizzo di prodotti alimentari diversi dal burro di cacao nella produzione
di cioccolato, contrariamente a quanto avveniva in altri Stati della nascente
UE.
La
direttiva li esentò quindi dal conformarsi alle consuetudini degli altri Stati
membri, che invece fissarono a una soglia minima del 19% la quantità di burro
di cacao da usare nel cioccolato.
Con adesioni successive, a quei tre Paesi si
aggiunsero anche Finlandia, Austria, Portogallo e Svezia: nazioni abituate ad
avere un cioccolato di minor valore.
Si era dunque creata una disparità nel mercato
interno.
Dinanzi
a ciò la Commissione, invece di optare per un innalzamento complessivo della
qualità, scelse la soluzione contraria:
dal
2000 in poi i consumatori europei hanno a disposizione una scelta di cioccolato
industriale di qualità inferiore rispetto agli standard cui erano abituati.
Le
responsabilità vanno cercate nelle pressioni esercitate dalle lobby che
rappresentano le principali industrie che hanno il monopolio del commercio e
della produzione del settore, e che in tal modo risparmieranno almeno 200
milioni di dollari sugli acquisti di cacao.
A
spese, fra l’altro, dei produttori africani, che da queste scelte usciranno
ancor più impoveriti:
basti
pensare che l’esportazione del burro di cacao rappresenta quasi il 40% del PIL
del Ghana, il 38,7% della Costa d’Avorio e il 18% del Camerun.
La
direttiva ha insomma ottenuto l’effetto perverso di peggiorare la qualità del
cioccolato che mangiamo, di ridurre drasticamente le esportazioni africane di
cacao, di costare al bilancio comunitario (e dunque a noi cittadini
dell’Unione) tra i 150 e i 200 miliardi di lire: il tutto a beneficio esclusivo
di pochi raggruppamenti industriali.
Il
processo è stato facilitato dal fatto che, in questo come in molti settori,
manca ormai un vero regime di concorrenza.
Le corporation che si spartiscono il mercato
sono infatti ormai solo quattro:
la
Archer Daniels Midland, la Cargill, la Barry Callebaut, la Nestlé, firmatarie
nel 2001 del protocollo Harkin-Engel, che nel 2005 avrebbe dovuto portare
alla soppressione dello sfruttamento infantile nelle piantagioni dalle quali
acquistano la materia prima;
ma
esso alla scadenza del termine previsto non era stato rispettato, il che
condusse a un nuovo impegno delle parti in causa.
Anche
negli Stati Uniti il lobbying nel campo dell’alimentazione ha dato risultati
eclatanti, con quello che è stato definito scherzosamente cheeseburger bill
(decreto cheeseburger).
Le multinazionali dell’industria alimentare
hanno fatto pressione sul Congresso perché passasse una norma che impedisce ai
cittadini di far loro causa per i danni alla salute provocati dal junk food, il
“cibo spazzatura”.
La
norma è stata approvata nell’ottobre 2005:
oggi,
le industrie del settore non rischiano più di far la fine della Philip Morris,
costretta a pagare i danni a ex fumatori malati di cancro.
Allo stesso modo le industrie farmaceutiche
hanno ottenuto la detassazione dei farmaci inviati in beneficenza:
una norma che spesso nasconde la pratica di
svuotare i magazzini dei prodotti scaduti, scaricandoli in questo modo dalle
tasse.
EMERGENZA
CIBO.
Il
settore dell’alimentazione è uno fra quelli in cui, in anni recenti, le
multinazionali hanno fatto maggiori progressi nel campo delle fusioni e
nell’eliminazione della concorrenza:
e, per ovvie ragioni, è anche quello che desta
più immediate preoccupazioni.
Una
delle sfide maggiori sul campo riguarda la gestione delle acque e
l’approvvigionamento idrico: l’acqua è una risorsa naturale sempre più cara perché in
via di assottigliamento a causa dell’inquinamento e degli sperperi.
Il World water forum, svoltosi a L’Aia nel marzo 2000 e
organizzato dalla “World commission on water” ha dichiarato che l’acqua deve
essere considerata «bene economico»:
di
conseguenza, la “Banca mondiale” e il “Fondo monetario internazionale” premono
sui “Paesi in via di sviluppo” perché vendano la loro acqua alle multinazionali
al fine di ridurre il debito nazionale.
Ne
approfittano le corporation transnazionali del settore che acquistano dai
governi le sorgenti d’acqua potabile sottraendole così alle popolazioni locali
che non possono permettersi l’acquisto a prezzi di mercato.
In diversi Stati dell’America Latina, per es.,
i governi hanno cominciato a vendere la gestione delle risorse idriche a ditte
private.
In Bolivia, per effetto di tali
privatizzazioni, il prezzo dell’acqua è aumentato nel giro di pochi anni del
300%.
Il
processo non riguarda solo gli acquedotti cittadini, ma le stesse sorgenti:
al
punto che persino ai contadini sono state imposte tassazioni per attingere
l’acqua ai pozzi che, tradizionalmente, servivano per bere e innaffiare i
campi.
Di
conseguenza, per una famiglia che dovesse sostentarsi con meno di 100 dollari
al mese, almeno 30 andrebbero spesi sotto la voce acqua potabile.
Tuttavia,
in Bolivia le cose hanno preso una svolta inaspettata: forti di una coesione
sociale che viene loro da una vita ancora molto legata al senso comunitario, le
cittadinanze e i contadini hanno cominciato a organizzarsi.
Nel
2000 a Cochabamba, terza città del Paese, è scoppiata una rivolta che è andata
avanti senza tregua per cinque mesi, finché gli abitanti non sono riusciti a
ottenere nuovamente il controllo del loro sistema idrico, strappandolo
all’americana” Bechtel”, sussidiaria della “Halliburton”.
Altre
città hanno seguito l’esempio: com’è accaduto a “El Alto”, dove ormai per
l’allacciamento alla rete idrica venivano chieste somme che superavano i 400
dollari.
Alle
proteste per l’acqua si sono aggiunte mano a mano quelle per altre risorse:
gas, petrolio, elettricità.
Anche
se il problema dell’acqua potrebbe aprire gravi scenari di crisi nel prossimo
futuro, nel corso del 2008 è stata l’emergenza-cibo, dovuta all’impennata dei
prezzi dei generi di prima necessità, a provocare moti sociali in diversi Paesi
(fra i quali Egitto, Camerun, Costa d’Avorio, Senegal, Burkina Faso, Etiopia,
Indonesia, Madagascar, Filippine, Pakistan, Thailandia e Haiti). Secondo i dati
forniti dalla FAO (Crop prospects and food situation, febbr.-apr. 2008), 36
nazioni fra quelle in via di sviluppo sono a rischio di carestie e, di
conseguenza, di rivolte.
Quali
sono le ragioni di questa situazione e in che modo essa si lega ai colossi
dell’industria alimentare?
I
fattori alla base della recente crisi sono principalmente quattro:
a) il cambiamento climatico che, a prescindere
dalle sue ragioni, ha causato raccolti scarsi;
b) una quantità crescente di terre in passato
utilizzate per prodotti agricoli destinati all’alimentazione viene oggi
riservata a monocolture per la produzione di agro combustibili;
c) l’aumento del prezzo del petrolio ha reso
più dispendiosi i trasporti, fra cui anche quelli di derrate alimentari;
d) la
crescita nel consumo di carne su scala mondiale, dovuta all’aumento della
domanda da parte di Paesi emergenti come la Cina, fa sì che sempre maggiori
quantitativi di prodotti agricoli non vengano immessi sul mercato per il
consumo diretto, ma finiscano invece per venire impiegati nell’alimentazione
animale.
Il risultato complessivo dato dall’intreccio
di questi fattori ha determinato un calo nelle riserve mondiali di generi di
prima necessità (calcolabili approssimativamente in 405 milioni di tonnellate
di cereali nel 2007-08, ossia il valore minimo negli ultimi 25 anni, con 21
milioni di tonnellate in meno rispetto al livello già ridotto registrato
nell’anno precedente).
Questa situazione ha favorito manovre
speculative e ha condotto anche alla decisione di alcuni Paesi grandi
produttori (come l’Egitto per il grano) a porre un freno alle esportazioni,
innescando in questo modo ulteriori processi inflazionistici.
Come
si è detto, molte fra le scelte che hanno contribuito in varia misura a
determinare questa situazione sono state frutto di politiche favorite dalle
multinazionali e dalle loro lobby.
I
prodotti agricoli hanno, per definizione, uno scarso valore aggiunto: è cioè
molto difficile far lievitare i prezzi oltre una certa soglia.
Per
aumentare le rendite economiche “le corporation che commercializzano il cibo”
(e che sono ormai ridotte a un cartello di poche imprese, con il colosso
statunitense” Cargill” in testa) hanno la possibilità di orientare il mercato
nella direzione delle monocolture intensive, per es. indirizzando verso la
produzione in funzione dell’allevamento animale, più redditizio, e recentemente
dei biocarburanti.
Di qui
la lotta contro la piccola proprietà privata, che dal continente nordamericano
ha toccato sempre più ampie regioni del mondo e, in particolare, i Paesi in via
di sviluppo, dove i governi sono più facilmente ‘orientabili’: soprattutto
perché la WTO impone loro l’attuazione di politiche neoliberistiche e contrasta
il sistema delle scorte in nome della competitività e del liberoscambismo.
In tale campo, i Paesi più deboli non hanno
possibilità di contrattare:
al
contrario di colossi come gli Stati Uniti, l’UE e il Giappone, che applicano
misure protezionistiche sulla loro produzione.
È il
caso del cotone per gli Stati Uniti o dei sussidi agli agricoltori in molti
Paesi dell’Unione Europea.
Negli
ultimi decenni il governo indiano, con l’alibi dell’obiettivo dello sviluppo,
ha espropriato terre coltivabili ai contadini destinandole alla produzione
industriale e alle monocolture;
i piccoli coltivatori che ancora resistono sono
economicamente svantaggiati rispetto alle monocolture a più buon mercato, ma in
tal modo l’autosufficienza alimentare, faticosamente raggiunta dal Paese negli
anni Settanta, sta divenendo nuovamente un miraggio.
GLI
ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI.
L’introduzione
degli Organismi geneticamente modificati (OGM) nel mercato agricolo, da più
parti presentata come il rimedio per la crisi agricola, è una manovra in cui le
multinazionali hanno giocato un ruolo importante.
Il mercato degli OGM è monopolizzato da un
unico gigante, la “Monsanto company”, originaria degli Stati Uniti, ma operante
anche in Europa già dagli anni Venti del Novecento;
dopo l’acquisizione della” Seminis Inc., nel
2005, la Monsanto è divenuta anche il principale produttore mondiale di sementi
convenzionali.
La critica più diffusa agli OGM è legata alle
preoccupazioni circa i possibili effetti sulla salute:
soprattutto
da quando nella primavera del 2005 è stato diffuso dalla stampa inglese un
rapporto interno alla multinazionale, destinato a restare segreto, nel quale si
legge che le ricerche della stessa industria hanno messo in evidenza
malformazioni negli organi interni delle cavie nutrite con mais geneticamente
modificato.
La
Monsanto ha fatto sapere di non ritenere troppo rilevanti i dati contenuti nel
rapporto, ma la notizia ha avuto l’effetto di far emergere notizie simili,
forse dimenticate troppo in fretta.
Come
quella del ricercatore inglese di origini ungheresi” Árpád Pusztai”, che alla
fine degli anni Novanta aveva condotto analoghi esperimenti, nutrendo cavie di
laboratorio con patate geneticamente modificate e riscontrando, nel giro di
pochi mesi, alterazioni al sistema immunitario, al cervello, al fegato, ai
reni.
L’annuncio
televisivo di questi risultati provocò contro “Pusztai” le aspre critiche delle
grandi associazioni scientifiche britanniche e dello stesso governo (la Gran Bretagna è stata fra le
principali promotrici dell’introduzione degli OGM nella UE), al punto che il ricercatore fu
costretto a dimettersi e i dati delle sue ricerche confiscati e distrutti.
In Italia due ricercatori, “Marco Biggiogera”
e “Manuela Malatesta”, hanno condotto lo stesso genere di studi, pubblicati a
partire dal 2002, constatando che si rilevano alterazioni visibili al
microscopio elettronico negli organi delle cavie nutrite con il mais della
Monsanto.
Ma
ormai in diverse località del pianeta si denunciano casi di contaminazione:
le
colture geneticamente modificate entrano in contatto con colture ‘normali’ e le
contaminano;
il rischio è che succeda qualcosa di simile a
quanto accade con l’introduzione di specie animali aggressive in ambienti
nuovi, nei quali esse distruggono i concorrenti locali, con ovvi danni per la
biodiversità.
È opinione di molti ricercatori che la
nocività per le cavie potrebbe non derivare direttamente dalle modifiche
genetiche dei cibi loro somministrati, quanto piuttosto dall’alto uso di
pesticidi con i quali gli OGM vengono inondati.
Difatti,
quasi il 70% degli interventi che si fanno sui geni è mirato proprio a rendere
le piante insensibili ai pesticidi. La soia della Monsanto porta il nome di “Roundup
ready”, cioè «pronta al Roundup», perché Roundup è il nome del pesticida che la
stessa multinazionale produce e vende, insieme alle sementi, ai contadini che
accettano di piantarle.
In pratica, le piante resistono a quantitativi
maggiori di pesticidi, possono venire inondate molto più che in passato e hanno
dunque rese più alte.
Poi,
però, i prodotti che hanno subito tale trattamento finiscono in tavola oppure
in pasto ad animali da macello (è il caso della soia).
In
conclusione, si deve sottolineare come le carestie e le malnutrizioni non
derivino da una scarsità generalizzata di cibo, ma dalle scelte agricole e
produttive che vengono fatte nei Paesi in via di sviluppo, sotto la costante
pressione della finanza internazionale.
È
infatti il mercato che oggi impone rigorose monocolture a Paesi che, per clima
e risorse naturali, se adottassero una coltivazione tradizionale potrebbero
sfamare le popolazioni che ci vivono.
Il prodotto di queste monocolture finisce
sulle piazze estere:
e, in caso di un ribasso di prezzi, l’economia
di un intero Paese rischia il tracollo.
Gli
OGM non pongono rimedio a questo problema, perché le sementi sono sterili e i
contadini che convertono a esse i loro campi sono costretti a riacquistarle
continuamente dal produttore, che è libero di imporre i suoi prezzi dal momento
che agisce (come si è visto per la vicenda della Monsanto) in regime di
monopolio.
RISORSE
ENERGETICHE E AREE STRATEGICHE.
Un
altro fra i temi più discussi in questo principio di nuovo secolo è quello che
riguarda risorse energetiche quali gas e petrolio.
Come
si è detto, alcune fra le società transnazionali più ricche del pianeta sono
legate allo sfruttamento dei giacimenti e alla commercializzazione dei
combustibili;
sovente esse agiscono in aree che, per questo
motivo, vengono considerate strategiche e che negli ultimi anni hanno
registrato livelli di conflittualità molto elevati (Capelluto, Palumberi 2006).
Nel
1991 il crollo dell’URSS ha portato alla formazione di nuovi stati nell’area a
nord dell’Afghānistān:
il
sottosuolo di questa regione è straordinariamente ricco di petrolio e gas.
Tutte le principali compagnie petrolifere
hanno cominciato a investirvi subito somme ingenti.
Nel
solo Kazakistan, sino al 1997 le compagnie internazionali avevano speso circa
35 miliardi di dollari.
Le
aspettative sono alte, ma il problema da risolvere è il trasporto del petrolio.
Ci
sono gli oleodotti dei russi che passano attraverso la Siberia, ma sono
giudicati troppo cari.
L’alternativa
– escludendo per ragioni di convenienza sia politica sia economica anche
l’Irān, che pure avrebbe gli oleodotti già pronti – è far passare i condotti
attraverso l’Afghānistān e il Pakistan, dal quale si potrà raggiungere l’Oceano
Indiano.
Con
questa prospettiva la compagnia petrolifera “Unocal”, servendosi della
consulenza di “Henry Kissinger”, firmò un contratto con il “Turkmenista”n per
esportare 8 miliardi di dollari di gas naturale, attraverso oleodotti valutati
per altri 3 miliardi.
Con la
saudita “Delta Oil”, inoltre, la” Unocal” aveva dato vita alla “CentGas”, al
fine di costruire un oleodotto attraverso l’Afghānistān.
Un’altra compagnia, la “Enron”, si era
accordata con l’Uzbekistan per 1300 milioni di dollari;
il
governo americano, sotto la presidenza di “Bill Clinton,” aveva versato 400
milioni di dollari per sostenere l’impresa.
Nel
1993 la “Enron” era giunta a un accordo con il governo indiano per costruire un
impianto per la produzione di energia, situato sulla costa occidentale, che
avrebbe dovuto fornire un quinto di tutto il fabbisogno nazionale;
la
compagnia ne sarebbe stata proprietaria per il 65%, grazie al gas uzbeko.
Nel 1997 un’altra compagnia americana, la”
Halliburton”, aveva sottoscritto un contratto con il Turkmenistan per fornire
infrastrutture al Paese:
il
futuro vicepresidente “Dick Cheney” ne era al tempo uno degli uomini di punta.
Intanto,
nel 1996 i Ṭālibān avevano conquistato Kābul;
nel
1998 la resistenza era ridotta a un mero 10% del territorio. Ufficialmente i Ṭālibān
non erano ancora riconosciuti da nessuna nazione, ma i rapporti con gli Stati
Uniti si andavano intensificando:
mentre il futuro presidente “George W. Bush”
era governatore del Texas, una delegazione afghana si era recata nello Stato
per discutere con la “Unocal” la questione dell’oleodotto.
E “Bill
Richardson”, ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, era andato a sua
volta a Kābul per stabilire migliori rapporti e definire i programmi futuri.
Fra il
1999 e il 2000 si svolsero colloqui fra le parti, con i Servizi segreti
pakistani come intermediari, ma le trattative si arenarono.
Con
l’elezione di Bush le cose sembravano destinate a un nuovo cambiamento.
Segno
del rinnovato sforzo di giungere a un accordo fu la visita di un emissario del “Mullah
Omar”, “Sayed Rahmatullah Hashimi,” che compì un tour americano nel marzo del
2001, proprio all’indomani della distruzione delle statue dei “Buddha di
Bāmiyān”.
Nel
frattempo, però, gli Stati Uniti stavano anche pensando a un piano alternativo,
presumibilmente perché rapporti così altalenanti con il “regime ṭālibān “non
davano garanzie sul futuro dei progetti per gli oleodotti.
L’idea
era quella di chiamare in causa l’anziano re in esilio e di far accettare ai Ṭālibān
una condivisione del potere con gli altri gruppi all’opposizione:
anche perché questi agivano nelle aree del
Nord-Est da cui gli oleodotti sarebbero dovuti entrare.
Vi
furono due colloqui a Berlino, nel luglio 2001, ma al terzo i rappresentanti
dei Ṭālibān non si presentarono.
Dopo l’11 settembre 2001 la prospettiva della
guerra avrebbe dovuto aprire la via del petrolio:
ma
niente è andato secondo i piani e a tutt’oggi gli americani e il neopresidente “Hamid
Karzai” (in passato consulente per la corporation del petrolio Unocal)
controllano di fatto una parte minima del territorio afghano.
Un contraccolpo immediato si è avuto con il
caso” Enron”:
la
centrale indiana progettata dalla compagnia è entrata in funzione, ma il
mancato arrivo del gas a buon mercato (quando il governo indiano aveva già gli
oleodotti pronti dal confine pakistano sino a Mumbai) ha costretto a costi
molto alti:
la
compagnia faceva pagare dal 1993 all’India rate fuori mercato, che hanno
indotto il governo a porre fine all’accordo.
La
perdita economica che ne è conseguita è stata una delle concause della
bancarotta – dichiarata nel dicembre del 2001 – della” Enron” e dello scandalo
finanziario che l’ha accompagnata, sfiorando alcuni membri dell’entourage del
presidente Bush, e in particolare “Cheney” (Montesano 2004).
L’interesse
petrolifero della regione mesopotamica è anche più evidente.
Prima
dell’invasione del 2003, gli Stati Uniti importavano dall’Irāq circa l’8,6% del
loro fabbisogno globale;
i giacimenti durante il regime ba῾tista di
Saddam Hussein (Ṣaddām Ḥusayn) erano nazionalizzati, mentre il governo
instaurato sotto l’occupazione successiva all’aggressione del 2003 ha
privatizzato i pozzi e la commercializzazione delle risorse.
Si
deve aggiungere che in tutte le aree colpite dai bombardamenti a tappeto, anche
la fase della cosiddetta ricostruzione ha dato vita a un giro d’affari
tutt’altro che secondario, sia per l’importo economico, sia per i suoi legami
con l’ambito politico, come mostra questa rapida analisi delle società
coinvolte nell’affare:
nelle
forniture di armi si distinguono la “Lockheed Martin” (amministrata tra il 1994
e il 2001 dalla signora “Lynne Cheney”, moglie dell’ex vicepresidente
statunitense), la “Boeing” (finanziatrice della “società Trireme, della quale è
dirigente “Richard Perle”, consigliere neoconservatore), la “Northrop Grumman”,
la “General dynamics” (che ha acquistato la Gulfstream, amministratore della
quale era “Donald Rumsfeld”, segretario della Difesa dal 2001 al 2006), la “Raytheon”
(per una filiale della quale, la “Hughes electronic”s, ha lavorato nel 2000 “Paul
Wolfowitz”, “presidente della Banca mondiale” dal 2005 al 2007), la “United
technology”.
Ancora,
la XE (prima American Blackwater) è nata sostanzialmente come compagnia che
offre servizi di mercenari: “i contractors” di cui il governo statunitense si è
servito massicciamente in ῾Irāq, ma che sono comparsi anche nelle strade di New
Orleans all’indomani dell’uragano Katrina, con lo scopo di controllare la
popolazione.
Il
caso più clamoroso però risulta quello della “Halliburton” (la società cui è
lungamente appartenuto Cheney), che si occupa di forniture e di consulenze
sulle prospezioni minerarie.
Essa ha ricevuto senza alcuna gara d’appalto
un contratto per 2,5 miliardi di dollari (somma coperta con ipoteche sulle
future estrazioni petrolifere irachene) per la ricostruzione in ῾Irāq e le
forniture al personale americano di stanza nel Paese:
ma è stata colpita da uno scandalo per una
serie di ‘sovrafatturazioni’ che hanno fatto lievitare i costi contrattualmente
previsti.
Fra i vari settori d’interesse delle
corporation, quello finanziario è uno fra i più importanti e, allo stesso
tempo, fra i più difficili da seguire nelle fluttuazioni di questi ultimi anni.
Il mercato finanziario, dato dalla
congiunzione d’interessi bancari e assicurativi, assicura alle multinazionali
profitti molto alti, ma le costringe ad affrontare anche notevoli margini di
rischio.
In questo settore le fusioni hanno portato
alla nascita di gruppi dominanti, come la” statunitense Citigroup” nata nel
1998 dall’unione di “Citicorp e Travelers group”.
Nonostante
gli altissimi guadagni e un assetto societario in apparenza sanissimo,”
Citigroup” è rimasta coinvolta nella crisi dei “mutui subprime” (che negli
Stati Uniti alla fine del 2006 aveva già condotto a espropri valutati in oltre
un milione di dollari), e ha venduto 8 miliardi di obbligazioni ad alto rischio perché
legate a potenziali insolvenze (come nel caso dei mutui ipotecari).
Ma se
il colosso vende, chi compra?
Tra
gli acquirenti si possono segnalare gruppi come la” Carlyle”, legata agli
interessi finanziari della famiglia Bush, ma anche petrolieri arabi,” Osama bin
Laden “(Usāma ibn Lādin) incluso, e la “JPMorgan Chase”, che hanno emesso
obbligazioni di questo tipo per – rispettivamente – 500 e 450 milioni di
dollari;
la “Carlyle”
è stata sostenuta nell’operazione dalla “Deutsche Bank”, dopo che una affiliata
della società capogruppo, la “Carlyle capital”, non è riuscita a far fronte a
perdite legate al mercato dei mutui calcolate in 150 milioni, nonostante
dichiari un attivo di 27 miliardi di dollari.
Siamo insomma dinanzi a manovre speculative
estreme che coinvolgono tutto il mercato finanziario, a fronte di coperture
monetarie effettive che probabilmente non esistono.
La
spregiudicatezza di tali operazioni appare più evidente dinanzi alla
considerazione che, dal 2000 in poi, il mercato bancario e finanziario ha
registrato una serie impressionante di frodi e crack come quelli “Enron” e”
WorldCom” negli Stati Uniti, o” Cirio e Parmalat” in Italia.
Negli
ultimi anni a livello internazionale si è discussa una possibile
regolamentazione degli “hedge funds” (fondi speculativi), nati negli Stati
Uniti negli anni Cinquanta del Novecento, ma senza che si sia mai giunti a un
accordo.
Al contrario, le manovre speculative hanno
coinvolto a partire dagli anni Ottanta fasce sempre più ampie di popolazione
nei Paesi occidentali.
Al
sistema finanziario è stato consentito di rimuovere vecchie limitazioni sul
tetto degli interessi e si è incentivata una politica di spostamento di fondi
dei privati dai conti di risparmio verso investimenti considerati maggiormente
produttivi, quali quelli legati al mercato azionario, a quello assicurativo o a
quello dei mutui, portando gli istituti assicurativi a divenire centri di
produzione di immensi profitti.
È in
questo momento che le corporation della finanza superano in profitti quelle legate
alla produzione;
e le
ricchezze ottenute sovvenzionano, attraverso le pratiche lobbistiche, campagne
elettorali e più in generale la vita politica.
Si
tratta però di settori che, per la natura altamente volatile di ciò che
trattano, aprono voragini di rischio per gli investitori medi e piccoli:
di qui la crisi dei mutui e, ancor prima, quella dei
tanti fondi pensioni inghiottiti dagli investimenti inopinati di istituti
finanziari finiti in fallimento (MacDonald, Hughes 2006).
In
conclusione, se si accosta questo dato al crescere di emergenze reali quali
sono quelle inerenti alla produzione agricola, al reperimento di acqua potabile
e all’assottigliamento delle riserve energetiche, è facile comprendere che lo
strapotere delle multinazionali a scapito degli interessi legittimi delle
comunità potrebbe essere giunto, all’inizio del nuovo secolo, a compromettere
in modo definitivo gli equilibri sui quali si regge l’economia globale.
2009:
CRISI CONTINGENTE O STRUTTURALE?
Tra la
seconda metà del 2008 e i primi mesi del 2009 la crisi finanziaria e
industriale ha colpito il mondo intero.
Alcuni segni della sua incombenza erano già
facilmente avvertibili, e se ne è parlato nelle pagine precedenti:
dalla crescita dei prezzi dei generi
alimentari, all’insolvibilità dei mutui subprime, al crack di alcune
corporation del settore finanziario.
Si tratta di una crisi contingente o di una
crisi strutturale?
È presto per dirlo; alcuni analisti prevedono
una ripresa nel 2010, assecondando la prima ipotesi, altri, invece, prevedono
conseguenze gravi e di più lunga durata.
Allo
stato attuale delle cose risulta dunque estremamente difficile prevedere quali
effetti la crisi è destinata ad avere sul sistema delle corporation;
è
possibile soltanto, alla luce dei dati esistenti, cercare di comprenderne le
conseguenze immediate.
In
linea generale, si può affermare che la crisi non ha procurato crepe profonde
nel sistema;
alcune
multinazionali hanno perso, altre hanno approfittato della crisi per salire nel
ranking mondiale.
Quest’ultima
situazione sembra aver riguardato le imprese che all’inizio della crisi
presentavano due caratteristiche fondamentali:
l’ampiezza
delle dimensioni e grandi riserve di contanti, che in un momento difficile
consentono l’acquisizione a prezzi favorevoli di altre compagnie e di nuove
tecnologie, nonché l’ingresso e la scalata in nuovi mercati.
Una
condizione che ha favorito, per es., le compagnie cinesi: fra 2007 e 2009, nel
settore bancario, la Bank of China è passata dall’82° posto al 30°, la CCB dal
69° al 23°, la ICBC dal 53° al 12°; in quello petrolifero, la Sinopec-China
petrol è salita dal 71° al 33°, la PetroChina dal 41° al 14°.
Sarebbe
tuttavia errato pensare che sinora la crisi abbia procurato un terremoto;
è vero che i gruppi del complesso
finanziario-bancario hanno perso dei colpi, generalmente a vantaggio di quelli
del settore delle risorse (elettricità, petrolio), ma sono ben lontani
dall’esser spariti dalla scena.
La
britannica” HSBC Holdings”, prima nella classifica Forbes del 2008, è scesa al
6° posto;
la
vetta della classifica è ora occupata dalla statunitense “General Electric; la
banca americana JPMorgan Chase, che avevamo visto in crisi per la questione dei
mutui subprime, rimane comunque al 16° posto.
Un po’
diverso il caso del colosso Citigroup, nel 2005 primo nella classifica degli
assetti, terzo in quella dei profitti, che in seguito ai problemi cominciati
nel 2006 è uscito dalla classifica «Forbes» delle prime cento per il 2008, con
una perdita di oltre 30 miliardi di dollari; rimane comunque all’8° per quanto
concerne gli assetti societari, al 41° nelle vendite. Ancora peggiore la sorte
dell’”American international group”, del settore assicurativo, caduta dal 3°
posto occupato nel 2005 all’attuale 968°, con una perdita di 105 miliardi di
dollari.
Se per
le corporation la crisi ha colpito in modo difforme, i suoi effetti sociali
sono stati più pervasivi, con licenziamenti nell’industria e sfratti forzati
per gli inadempienti in seguito al problema dei mutui. Non sempre, però, la reazione è
stata direttamente proporzionale all’impatto.
Negli Stati Uniti, per es., le proteste sono
state limitate, anche se probabilmente la sconfitta elettorale di Bush ha avuto
la sua prima ragione nella crisi economica;
in
Europa, al contrario, il conflitto sociale si è inasprito, soprattutto in Paesi
come l’Irlanda nei quali la crescita esplosiva dell’ultimo decennio è stata
seguita da un tracollo economico che ha portato lo Stato ai limiti della
bancarotta.
Ma
anche in Paesi più stabili, come la Francia e la Gran Bretagna, si sono
registrati casi eclatanti:
dal sequestro temporaneo dei manager
delle corporation, nel primo caso, per rilanciare la trattativa su licenziamenti e
ammortizzatori sociali, alle proteste contro l’impiego di manodopera straniera nel
secondo.
A proposito del caso inglese, bisogna ricordare che
queste proteste si collegano al nodo irrisolto della direttiva Bolkestein:
tra gennaio e febbraio del 2009, nel “Lincolnshire”
sono scoppiate proteste contro l’impiego di lavoratori italiani e portoghesi da
parte della f”rancese Total “nelle raffinerie locali, seguite da altri episodi
in differenti zone del Paese.
Nonostante
le infiltrazioni di formazioni nazionaliste nelle proteste, come il “British
national party”, il problema riguarda l’impiego, da parte delle corporation, di
contingenti di lavoratori non residenti in loco, ma ‘importati’ dai Paesi
d’origine, che vivono su navi o compound separati dal resto della popolazione
per il tempo previsto dal contratto e poi rientrano nei Paesi d’origine.
Per le
imprese il vantaggio è chiaro:
i
lavoratori italiani o portoghesi costano meno rispetto a quelli inglesi, e
anche se si fornisce loro vitto e alloggio, il risparmio per la corporation
rimane alto.
È
sostanzialmente quanto prevedeva la direttiva Bolkestein, che in teoria
l’Unione Europea avrebbe rigettato in seguito alla presa di posizione di quelle
nazioni che, come la Francia, erano state chiamate a votare;
evidentemente
però, come dimostra quest’ultimo esempio, essa è ancora operativa e destinata
presumibilmente a dar luogo a nuovi conflitti sociali.
Il
cervello è
il campo di battaglia
del futuro. L’obiettivo dichiarato del “WEF”
è “cambiare l’essere umano”
globalresearch.ca
– Peter Koenig – (25 febbraio 2024) – ci dice:
L'energia
diretta viene utilizzata come arma. Il cervello degli individui può essere
preso di mira dalle microonde.
Neurologo
della DARPA e capo del programma di studi neuro etici presso la Georgetown
University, Washington DC, il dottor “James Giordano”, che è anche un esperto
di armi, ha iniziato la sua presentazione all'Accademia militare di West Point
NY dicendo:
"Il
cervello è e sarà il 21 ° Campo di battaglia del secolo. Fine della
storia."
(DARPA
sta per “Defense Advanced Research Projects Agency”, un think tank del
Pentagono.)
Il “Dr.
Giordano” parla di come l'Energia Diretta può essere e viene utilizzata come
arma.
Il
cervello degli individui può essere preso di mira dalle microonde, del tipo 5G
e presto arrivato 6G , di cui si vedono antenne crescere come funghi in tutto
il mondo.
Ti
dicono che è per rendere Internet, e i computer e gli smartphone sempre più
sofisticati più veloci, con maggiore capacità di sensibilizzazione – e per
aiutare a far avanzare la digitalizzazione.
Tutto
ciò può essere vero in una certa misura, ma la vera ragione dietro queste torri
a microonde è prendere di mira TE, l'individuo.
Perché?
Da altre fonti sappiamo che la “Quarta Rivoluzione Industriale è in piena
attuazione”.
Klaus
Schwab , eterno CEO del World Economic Forum (WEF), ha pubblicato il suo libro
“Shaping the Fourth Industrial Revolution”, già nel 2018.
In
esso scrive di argomenti significativi come l'inclusione dei valori nelle
tecnologie;
L'Internet delle cose; Etica dei dati;
Intelligenza Artificiale e Robotica ; e un capitolo speciale su “ Alterare l'essere umano ”.
In
questo capitolo Schwab affronta le biotecnologie, e le neurotecnologie, il
transumanesimo – proprio la scienza di cui parlava il dottor Giordano nel 2018
all’Accademia militare di West Point, e che è in piena attuazione.
Se
uniamo i punti, ci rendiamo conto che il “Cervello come campo di battaglia del
futuro” è ADESSO e che eravamo stati
avvertiti molto più avanti.
Secondo il dottor Giordano la scienza delle
neurotecnologie è iniziata circa 40 anni fa e lui, Giordano, ne fa parte da
almeno 35 anni.
Perciò gli avvertimenti sono arrivati
ovunque, al più tardi con la “Quarta rivoluzione industriale” di Klaus Schwab
(disponibile su Amazon).
Il
Culto della Morte ha nuovamente dato alla gente degli avvertimenti, secondo le
sue “regole” – molto in anticipo, quindi, potrebbero avere successo.
Perché
non prendiamo mai nota di tali avvertimenti?
Perché
non crediamo in così tanto male insito nell'umanità?
Oppure
perché non vogliamo lasciare la nostra “zona di comfort”, la nostra visione
distopica di un “mondo sicuro”? Lo sanno.
E DOBBIAMO rompere quel confine tra comfort e realtà.
Altrimenti siamo condannati.
"Se
vieni preso di mira non c'è praticamente nulla che tu possa fare", afferma
“William Binney”, ex direttore tecnico della NSA e informatore. La “NSA” è l'Agenzia per la Sicurezza
Nazionale degli Stati Uniti, una delle 15 agenzie di intelligence statunitensi.
Se
vuoi che un dimostratore principale smetta di manifestare, colpisci il suo
cervello con onde ultracorte.
Ormai
li conosciamo come 5G.
Li
rendi depressi, quindi non vogliono più manifestare;
li fai suicidare e il problema è risolto.
Lo fai
tutte le volte che vuoi e crei un'atmosfera di depressione.
Queste
sono le parole parafrasate di “Barry Trower”, ex scienziato e informatore del “MI5
Microwave”.
Il
signor “Trower “aggiunge che le microonde a basso livello possono causare tutti
i tipi di cancro e leucemia e spiega ulteriormente che negli ultimi 40 anni
circa il governo del Regno Unito, più sostanzialmente tutti i governi
anglosassoni, hanno mentito alla loro gente, per proteggere non solo gli alti
profitti di queste “industrie della morte”, ma forse, cosa ancora più
importante, per non divulgare il malvagio obiettivo della sorveglianza totale e
della schiavitù che hanno pianificato.
Oggi
vediamo gradualmente cosa comporta questo “piano”.
Attraverso
la “telepatia elettronica”, aggiunge “Trower”, siamo in grado di monitorare il
cervello.
Se a un certo punto la tecnologia avesse
previsto che nel cervello fossero necessari piccoli chip difficilmente visibili
per poter accedere elettronicamente al pensiero individuale – da qui l’ossido di grafene altamente
magnetico presente in molte iniezioni di vaxx – questo potrebbe non essere più
necessario.
In
altre parole, siamo tutti vulnerabili – vaccinati o non vaccinati – alle
interferenze mentali attraverso la copertura mondiale delle onde corte 5G.
E la cosa peggiore è che potremmo non
accorgerci nemmeno di quando ci “colpisce”.
Le
manipolazioni mentali possono assumere molte forme.
Uno di
questi è che le persone sentono fisicamente le voci – non è che le persone
stiano immaginando le voci, ma possono sentire fisicamente le voci… può essere
qualsiasi cosa, qualsiasi cosa tu voglia sentire, o hai paura di sentire, voci
angeliche o voci diaboliche; per ripetere le parole dei neuroscienziati.
Questa
tecnologia potrebbe essere stata applicata al personale dell'ambasciata
statunitense all'Avana, come segnalato per la prima volta dal personale
dell'ambasciata statunitense e canadese a L'Avana, Cuba.
La
cosiddetta sindrome dell’Avana, del 2016.
Potrebbe
trattarsi di un insieme di sintomi idiopatici sperimentati principalmente
all’estero da funzionari governativi e personale militare degli Stati Uniti.
I sintomi variano in gravità dal dolore e
ronzio nelle orecchie alla disfunzione cognitiva.
Sembra
che la sindrome dell'Avana sia stata denunciata anche dal personale
dell'ambasciata americana in Cina.
La
DARPA ha stipulato un paio di contratti nel 2011/2012 con l'Università della
California per quella che viene chiamata “telepatia elettronica”, per essere in
grado di monitorare il cervello delle persone a distanza e determinare cosa
stanno pensando.
Nell'ambito
di un contratto separato l'università doveva indagare sull'invio di segnali al
cervello di una persona, inviando letteralmente messaggi che dicevano cosa
dovevano pensare e fare. Ecco dove si trova la tecnologia oggi.
Questo
potrebbe essere utilizzato nella tua vita privata, così come nella tua vita
professionale.
Vuol
dire che già oggi potrebbero farti fare e comportarti come vorrebbero.
Potrebbero
renderti un assassino, un imbroglione o semplicemente obbediente agli ordini
che potrebbero seguire.
Ripeto:
“Quello
che dovete sapere è che il cervello è e sarà il campo di battaglia del 21°
secolo”, afferma il dottor “James Giordano”, neurologo della DARPA, durante il
suo intervento al “Modern War Institute” di West Point NY.
È
importante ricordarlo, soprattutto perché dovremmo prestare più attenzione a
ciò che ci circonda, al comportamento delle persone, rispetto a ciò a cui siamo
abituati. Possiamo detrarre molte lezioni. In questo modo possiamo continuare
ed espandere il campo del collegamento dei punti.
In un
video, potrai vedere un grafico che indica che Neuroscienze, Neurotecnologie
nella Divisione Narcotici e Investigazioni Speciali (NSID), parte della DARPA,
è "Valido, prezioso e già in uso NSID dal 2014".
La
tecnologia potrebbe essere utilizzata per indurti a commettere un omicidio di
massa.
Alcune
delle sparatorie di massa “improvvise e inaspettate” nelle scuole e nei centri
commerciali sono innescate da tali meccanismi?
Questa
è una possibilità concreta, perché nella maggior parte dei casi l'assassino non
viene arrestato e assicurato alla giustizia, ma immediatamente ucciso sul posto
dalla polizia, per timore che possa ricordare cosa gli è successo e divulgare
il segreto in tribunale, l'uso del NSID cervello come campo di battaglia.
Nella
maggior parte dei casi la polizia dice semplicemente che il “colpevole” era
noto alla polizia e/o aveva già precedenti penali. Questo per impedirti di
pensare ulteriormente.
Perché
lo stanno facendo?
Loro,
essendo i “mostri”, che non possono essere facilmente definiti umani.
Per
creare terrore, paura costante, per tenerti all'erta.
Per
abituarti al terrore e alla violenza, poiché il peggio, molto peggio deve
arrivare, se riescono a farcela.
E noi semplicemente obbediamo, diventiamo
depressi e passivi, invece di ribellarci all'unisono e alla Pace, ma rifiutando
con forza il dominio di pochi su di noi, i molti.
Curiosamente,
la “Quarta Rivoluzione Industriale “non fornisce una sola ragione valida per
cui tutta la digitalizzazione, il transumanesimo, il controllo totale
dell’umanità siano positivi per l’umanità e per la Madre Terra; né il Grande
Reset, né l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Dobbiamo
fermare questo abuso dell’umanità, la schiavitù umana a beneficio di pochi.
Possiamo
farlo, ad esempio, tra le altre azioni, disabilitando collettivamente e in
solidarietà le antenne 5G/6G;
stando il più possibile lontano dai vaxx, dai
farmaci che alterano le attività cerebrali, causando depressione, e
dall'estrema allegria.
Stai lontano dai farmaci tradizionali e
soprattutto dalle antenne a onde corte.
Ricorda,
le persone spaventate sono più facili da manipolare. E questo è uno degli
obiettivi finali, manipolarti secondo la loro volontà.
L’esperto
della DARPA “Giordano”, che è anche un eminente scienziato del Dipartimento
americano per la salute e i servizi umani – che parla da solo – parla anche di
tecnologie non invasive, come il cosiddetto “Programma N3”, la neurochirurgia,
la neuro modulazione e programma antidroga.
“L’idea
è quella di inserire elettrodi di dimensioni minime nel cervello, per un
intervento minimo e poter leggere e scrivere nelle funzioni cerebrali.
In
tempo reale. A distanza… influenzando in modi cinetici e non cinetici gli
atteggiamenti, le credenze, i pensieri, le emozioni, le attività; guardate il
potere e gli strumenti che le scienze del cervello offrono”.
Questo
era il livello della scienza nel 2018, quando il “dottor Giordano” pronunciò il
suo famigerato discorso a West Point.
Nel
frattempo, le neuroscienze hanno fatto passi da gigante, tanto che gli impianti
non sono più necessari.
L'ex
scienziato delle microonde dell'MI5, “Barry Tower” , spiega come distruggono un
individuo preso di mira.
Lui dice,
"Se
vuoi causare una malattia psichiatrica specifica, il raggio di microonde
dovrebbe sempre colpire una ghiandola specifica, o una parte specifica del
cervello, o un occhio, o un cuore..."
E non c'è niente che tu possa fare.
"Se
non funziona, possono sempre mandare l'FBI, scattare una foto e poi portarti
fuori in altri modi."
Le
comunità di intelligence, anche quelle all’interno dei governi, con l’aiuto dei
loro strumenti di sorveglianza assistiti da algoritmi, diventano così potenti
da sfuggire ai confini dello stato per il quale lavorano, diventare
indipendenti e controllare lo stato che dovrebbe controllarle.
Ci
stiamo muovendo a grande velocità verso uno “Stato nazista-Stasi” che vediamo arrivare, ma non siamo in
grado di fare nulla contro di esso, perché non siamo collegati gli uni agli
altri, siamo tenuti separati come individui, con i nostri piccoli vantaggi
individuali e sorprese speciali. – tenerci al guinzaglio individuale,
volutamente lontani dall’unirci con gli altri.
“Stasi”
– per quelli che sono troppo giovani per ricordarlo, è un termine colloquiale
per descrivere il” Ministero della Sicurezza di Stato della Germania dell’Est”.
Ciò
colpisce non solo gli Stati Uniti, ma i paesi di tutto il mondo, in particolare
il mondo occidentale, che è ancora intenzionato a rimanere L’ Impero, emergendo
in un One World Order (OWO).
Ciò
può accadere solo con
(i) una popolazione massicciamente ridotta,
per ridurre la resistenza;
(ii) con una popolazione spaventata a morte; e
infine,
(iii)
con i sopravvissuti trasformati in transumani facilmente manipolabili.
Come
funziona è stato dimostrato in modo molto eloquente in un video. Di seguito una
versione sintetica ma altrettanto esplicita (video 23 min.).
È
questo il futuro che ci aspetta?
Sembra
proprio di sì, soprattutto perché la maggior parte delle persone, forse fino al
99,999% delle persone, non ne ha la minima idea e sono totalmente vulnerabili
ma, come tali, perfette cavie per le prove, per perfezionare il loro
"campo di battaglia cerebrale", così da parlare.
Questa
non è una vita degna di essere vissuta.
Ma il
suicidio non è la risposta.
Al
contrario, occorre uscire da questo”
sistema diabolico”, apertamente promosso dal “World Economic Forum” (WEF) con
“The Great Reset”;
“OMS”,
con la schiavitù internazionale basata sul codice “QR” e sui certificati di
viaggio;
e l’”Agenda 2030” delle Nazioni Unite, che può
essere letta alla pari del “Great Reset”.
L'ONU,
ciò a cui potresti meno credere, l'ONU con la sua Agenda 2030, con obiettivi e
obiettivi praticamente identici al “Reset del WEF”, ha cessato di essere ciò che tutti
crediamo che sia e ciò per cui è stata presumibilmente creata: sostenere e
consentire la pace nel mondo.
Questa
cessazione del ruolo di “Peace Maker” del sistema delle Nazioni Unite è
iniziata gradualmente, già decenni fa.
Infatti, già con i “Limiti della crescita” del Club di
Roma (1972), ispirandosi ai fratelli Rockefeller, le Nazioni Unite dovevano
gradualmente seguire l’agenda dei “Limiti della crescita” che aveva a che fare
con lo spopolamento massiccio e – sì, co il clima modificato.
Una
pietra miliare del cambiamento fu la prima Conferenza delle Nazioni Unite
sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED), conosciuta anche come “Vertice della
Terra”, tenutasi a Rio de Janeiro, in Brasile, nel giugno 1992.
Da
allora in poi seguì quasi ogni anno il famigerato “Conferenze COP “sponsorizzate
dalle Nazioni Unite (COP – Conferenza delle Parti).
L’ultimo,
COP27, si è svolto nel novembre 2022 in Egitto. La ripetizione annuale dei COP è un
metodo ben studiato di lavaggio del cervello sociale, di manipolazione à la
Tavistock – che ha fatto miracoli.
Oggi è
difficile trovare qualcuno tra la gente comune che non creda nel cambiamento
climatico causato dall’emissione di CO2. Non importa quali prove contrarie
vengano prodotte.
La
svendita dell'ONU a un'élite corrotta ha fatto un passo avanti visibile e
gigantesco con l'inizio del Decennio 2020, cioè con l'Agenda 2030 dell'ONU.
Tutto
questo deve prima penetrare nel cervello della maggior parte delle persone,
prima ancora che possiamo iniziare a resistere e spostarci in un’altra sfera di
vibrazione.
Tuttavia,
come per ogni cosa spirituale e dinamica, una volta che una massa critica ha
iniziato con il pensiero critico, il passaggio alla Luce potrebbe essere
rapido.
Entrare
nella Luce è ciò che è previsto per il 2023/2024.
In nessun modo questa previsione dovrebbe
essere presa come un incoraggiamento a “rilassarsi” e a guardare cosa succede.
Essere
LIBERI è un diritto solo se lo difendiamo e lottiamo per esso.
Non
lasciamo crepe alla seduzione diabolica.
Prima
di poter uscire allo scoperto, dobbiamo riconoscere questi diabolici metodi
degli “Illuminati” e opporci all’unisono contro di essi.
Questo
scritto riguarda la diffusione di queste informazioni sul “Cervello come campo di battaglia in
corso e prossimo”.
Molti
lo troveranno così fuori dalla loro matrice di pensiero attuale, che
semplicemente scuoteranno la testa increduli, o definiranno tali fatti e
notizie “disinformazione”.
Molti
di noi sono stati lì. Non importa.
Dobbiamo
continuare l'offesa con la verità.
Cresce
il campo di chi comincia a pensare da solo; di coloro che giungono alle stesse
conclusioni, cioè che siamo schiavi di una piccola ma potente élite, e la prova
che è giunto il momento di sfuggire a questa schiavitù è schiacciante.
In
effetti, l’era in cui il nostro cervello sarà il prossimo campo di battaglia
deve essere combattuta con tutto il nostro vigore.
Non
vogliamo campi di battaglia di alcun tipo.
Vogliamo
la PACE.
(Peter
Koenig è un analista geopolitico ed ex economista senior presso la Banca
Mondiale e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per
oltre 30 anni in tutto il mondo.)
Rivelato
il colpo
di stato mediatico
corporativista
di Stato. “Censura
di
massa –
Armi di cancellazione di massa.”
Globalresarch.ca
- Rodney Atkinson – (28 febbraio 2024) – ci dice:
Lo
sforzo di Big Tech per mettere a tacere coloro che dicono la verità: campagna
di riferimento online per la ricerca globale.
L’intervista
di “Tucker Carlson” con “Mike Benz” (qui
riassunta con commento) è probabilmente la più grande denuncia delle attività
di quel corporativismo globalista che sta distruggendo le nazioni democratiche,
provocando guerre all’estero e una guerra totalitaria contro il proprio popolo
in patria – mano nella mano con il le “moderne industrie high tech” e i vecchi
media “legacy”.
“Mike
Benz” aveva il portafoglio informatico presso il “Dipartimento di Stato
americano”.
Ora è direttore esecutivo della “Foundation
for Freedom Online”.
“Benz”
sottolinea che tre sviluppi furono fondamentali nella creazione della “tirannia
moderna”.
Lo
sfruttamento mediatico del dopoguerra da parte dell’Occidente per indebolire
l’Unione Sovietica comunista trasmettendo propaganda occidentale (come la “Freedom
Radio” finanziata dagli USA in Europa)
la
Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti umani del 1948 e il Patto
internazionale delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici del 1966 che
affermava ai sensi dell’articolo 1 il diritto all’autodeterminazione e
la
dottrina Gerasimov che dichiarava il potere superiore della propaganda
mediatica rivolta alle popolazioni nazionali rispetto all'invasione militare
(in un rapporto di 4:1).
Il generale russo vedeva nei metodi di guerra
occidentali :
“l’importanza
del controllo dello spazio informativo e del coordinamento in tempo reale di
tutti gli aspetti di una campagna, oltre all’uso di attacchi mirati in
profondità nel territorio nemico e alla distruzione di infrastrutture critiche
civili e militari”.
Questo
è in gran parte l’approccio NATO/UE alla guerra in Jugoslavia (il blocco dei
media mainstream, l’uso delle agenzie di pubbliche relazioni statunitensi e il
bombardamento della stazione televisiva di Belgrado) e ora in Ucraina, dove la
guerra dell’informazione è così “efficace” che quando le cose vanno male non
riescono a rimediare al proprio fallimento militare, così che il sostegno
artificiale alla guerra va di pari passo con devastanti perdite umane e
infrastrutturali.
“Benz “dice
che all’inizio la “libertà di parola” era l’alleata della guerra fredda e:
Tutta
quell’architettura, tutte le ONG, i rapporti tra le aziende tecnologiche e lo
stato di sicurezza nazionale erano stati da tempo stabiliti per la libertà.
“Benz”
ripercorre il passaggio dallo strumento dell’agenda di libertà di politica
estera allo sfruttamento dei media per il controllo e la censura in patria e
all’estero fino al colpo di stato finanziato dagli Stati Uniti nel 2014 in
Ucraina contro il governo eletto e alla contromossa in Crimea – con il pieno
sostegno di quella popolazione per il ritorno in Russia.
E
quando i cuori e le menti del popolo della Crimea hanno votato per l’adesione
alla Federazione Russa, quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il
vaso il concetto di libertà di parola su Internet agli occhi della NATO – per
come la vedevano.
La natura fondamentale della guerra cambiò in
quel momento.
Ne è
seguito il cambiamento fondamentale nella politica interna, nei media e nel
diritto che tutte le cosiddette “democrazie” occidentali hanno sperimentato in
abbondanza negli ultimi anni.
Come
ha riassunto “Tucker Carlson”:
In
altre parole, puoi dire qualcosa che sia fattivamente accurato e coerente con
la tua coscienza.
E
nelle versioni precedenti dell’America avevi il diritto assoluto di dire quelle
cose.
Ma
ora, poiché a qualcuno non piacciono o perché sono scomodi rispetto ai piani di
chi detiene il potere, possono essere denunciati come disinformazione e
potresti essere privato del diritto di esprimerli di persona o online.
Ma
qualcuno alla NATO o qualcuno al Dipartimento di Stato si è fermato un attimo e
ha detto, aspetta un secondo, abbiamo appena identificato il nostro nuovo
nemico nella democrazia all'interno dei nostri stessi paesi?
Naturalmente
l’intera struttura di censura e cancellazione statale/aziendale si basa sulla
proprietà aziendale di tutte le principali aree economiche, mediatiche,
mediche, militari, commerciali e delle nuove tecnologie dello Stato moderno.
Naturalmente
questi sono in molti modi superati dai loro equivalenti sovranazionali nelle
Nazioni Unite, nell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel “Gruppo
Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici”, nel sedicente “Forum Economico
Mondiale”, ecc., dove gli elettori nazionali e persino i loro governi hanno
molto meno controllo.
Naturalmente
la natura stessa delle aziende che si autoperpetuano (la cui durata di vita
supera di gran lunga quella degli individui che le “controllano”
temporaneamente) significa che i loro elitisti sono in realtà funzionari
trascinati dai poteri inspiegabili che hanno creato.
Nessuna democrazia li riporta con i piedi per terra
attraverso la controinformazione, l’obiezione, l’opinione pubblica o gli inconvenienti
delle elezioni.
Come
funziona l'industria della censura e come possiamo fermarla.
Le
decisioni dell'OMS, ad esempio, apparentemente non vengono prese con voti
positivi ma con la mancanza di voti negativi!
E il
loro “nuovo
Trattato pandemico totalitario” e le “norme sanitarie internazionali”
potrebbero essere approvati su questa base.
Uno
strumento classico dell'autoritario.
Origini
di “Google” nel “Deep State” degli Stati Uniti.
“Mike
Benz” esamina uno dei più potenti strumenti di censura a disposizione dei
corporativisti globalisti sovranazionali: Google.
(La
democrazia è una ricerca perpetua di informazioni e verità. Sono corporativisti
come Google che ora controllano la ricerca).
Descrive
la sua agenzia iniziale per la libertà di parola:
Google
ha iniziato come sovvenzione della DARPA (l'agenzia statunitense per i
progetti di ricerca avanzata della difesa) di “Larry Page” e “Sergey Brin”
quando erano” dottorandi a Stanford”, e hanno ottenuto i finanziamenti come
parte di un programma congiunto della “CIA”e “NSA” per tracciare come "gli uccelli
della stessa piuma si affollano insieme", online” attraverso
l’aggregazione dei motori di ricerca.
E poi
un anno dopo hanno lanciato “Google” e poi sono diventati un appaltatore
militare.
Subito
dopo, hanno ottenuto “Google Maps “essenzialmente acquistando un “software
satellitare della CIA “e la possibilità di utilizzare la libertà di parola su
Internet come un modo per eludere il controllo statale sui media in luoghi come
l'Asia centrale e in tutto il mondo.
E
tutta la tecnologia della libertà di parola su Internet è stata inizialmente
creata dal nostro “stato di sicurezza nazionale”:
“ VPN”,
reti private virtuali per nascondere il tuo indirizzo” IP”, esplorare il “dark
web”, per poter acquistare e vendere beni in modo anonimo, con “chat
crittografate end-to-end” .
Tutte
queste cose sono state create inizialmente come progetti DARPA o come progetti
congiunti “CIA ,NSA “per essere in grado di aiutare i gruppi sostenuti
dall’intelligence, per rovesciare i governi che stavano causando problemi
all’amministrazione Clinton o all’amministrazione Bush o all’amministrazione
Obama.
Proprio
come furono sviluppati anche sistemi di conteggio dei voti per manipolare le
elezioni nei paesi in cui i regimi erano presi di mira dagli Stati Uniti, essi
furono poi trasformati in elezioni “democratiche” nazionali.
Il
Regno Unito nel cartello di censura:
“Benz”
sottolinea la” natura internazionale dell’industria della manipolazione dei
media” in cui il governo britannico ha assunto un ruolo di primo piano in
questa “guerra politica”:
È
stata creata un’industria che ha trasformato il Pentagono, il Ministero della
Difesa britannico e Bruxelles in un’organizzazione di guerra politica
organizzata, essenzialmente un’infrastruttura creata inizialmente in Germania e
nell’Europa centrale e orientale per creare zone cuscinetto psicologiche, fondamentalmente per creare la
capacità far sì che i militari lavorino con le società di social media per
censurare la propaganda russa e poi per censurare i gruppi populisti nazionali di destra in
Europa che all’epoca stavano crescendo al potere politico a causa della crisi
dei migranti.
Una
delle battute d’arresto più spaventose per questi “governanti del mondo”
corporativisti è stato (per loro e per il Primo Ministro Cameron che ha
istigato il voto) il referendum sulla Brexit del giugno 2016, quando la Gran
Bretagna ha votato per lasciare l’Unione Europea.
“Benz”:
Il
mese successivo, alla Conferenza di Varsavia, la NATO ha formalmente modificato
il proprio statuto per impegnarsi espressamente nella guerra ibrida come nuova
capacità della NATO.
Quindi sono passati da 70 anni di carri armati
a questo esplicito rafforzamento delle capacità per censurare i tweet se
fossero considerati delegati russi.
E
ancora una volta, non è solo propaganda russa, questi ora erano gruppi Brexit o
gruppi come Matteo Salvini in Italia o in Grecia o in Germania o in Spagna con
il partito Vox.
L’associazione
da parte dell’establishment di qualsiasi opposizione ai piani globalisti
elitari con la Russia era ovviamente una sciocchezza e il completo fallimento
dell’”attacco Russia-gate a Donald Trump” era tipico.
Superare
la Dichiarazione dei diritti sovrani delle Nazioni Unite.
“Benz”
sottolinea (vedi la discussione su Gerasimov sopra) che le dichiarazioni delle
Nazioni Unite avevano fortemente limitato le soluzioni militari dell’era
imperialista.
Quindi
non è più possibile gestire un tradizionale governo di occupazione militare
come potevamo fare nel 1898, ad esempio, quando prendemmo le Filippine, tutto
doveva essere fatto attraverso una sorta di processo di legittimazione politica
in base al quale c’è una certa ratifica da parte dei cuori e delle menti di
persone all'interno del paese.
“Benz “osserva
che, sebbene sia sempre stato illegale per il “Dipartimento di Stato”, il “Dipartimento
della Difesa” e la “CIA” operare sul suolo americano, la fraudolenta
affermazione del” Partito Democratico” e del “Deep State” secondo cui Donald
Trump era una risorsa russa che beneficiava della “disinformazione russa” ha
consentito quanto sopra agenzie per affermare che non si trattava solo di una
questione di politica estera ma di una minaccia interna alla democrazia.
E così
sono stati in grado di riciclare l’ ‘’ intero kit di strumenti per il cambio di
regime” per la “promozione della democrazia” giusto in tempo per le elezioni
del 2020.
Ma
l’attacco del “Russia Gate” a Trump è stato una frode, come ha dimostrato
un’indagine durata due anni condotta dal procuratore speciale “Robert Mueller “.
Ma
l’intero processo aveva consentito all’apparato statale (“che comprende il DHS,
l’FBI, la CIA, il DOD, il DOJ, e poi le migliaia di ONG finanziate dal governo
e le aziende mercenarie del settore privato” come dice Benz) di concentrarsi
sulla disinformazione/ la censura “minaccia alla democrazia” in tempo per le
elezioni del 2020.
La
classe “Sentinella.”
“Benz”
descrive il “nuovo sistema statale corporativista e fascista di controllo,
emarginazione e censura”:
Ma
poi, dopo la morte del Russia gate e l’uso di un semplice predicato di
promozione della democrazia, ha dato origine a questa industria di censura
multimiliardaria che unisce il complesso industriale militare, il governo, il
settore privato, le organizzazioni della società civile, e poi questa vasta
ragnatela di alleati dei media e gruppi di verificatori di fatti professionisti
che fungono da sorta di “classe sentinella” che esamina ogni parola su
Internet.
“Benz “parla
poi del “Global Engagement Center” del “Dipartimento di Stato”, che è stato
creato da un ex giornalista “Rick Stengel “che si è descritto come il capo
della propaganda di Obama e aveva una lunga esperienza nell'attaccare la
libertà di parola, nonostante si fosse precedentemente descritto come un
assolutista della libertà di parola!
(Questo è tipico del tipo di persone che il
corporativismo statale attrae: assolutisti, totalitari, potere impazzito con la
propria agenda politica ma mai responsabile nei confronti del popolo attraverso
elezioni sgradevoli).
Queste
persone vedevano Internet come una minaccia perché, a differenza dei media
mainstream consolidati, la natura molto atomistica dei diversi attori che
raggiungono un gran numero di persone (anche gli “influencer” oggi raggiungono
milioni di più rispetto al tipico giornale) era una minaccia al loro controllo
e a quello dei governi e la loro “narrativa”.
La
loro soluzione ovviamente non era quella di competere con ciò che vedono come
“la verità”, ma di censurarli, bandirli e trasformare le loro stesse “notizie”
in palese propaganda.
Un buon esempio sono le segnalazioni
qualificanti di coloro che vedono come una minaccia con parole come “non
provato” o “senza prove”.
Censura
di massa – Armi di cancellazione di massa.
“Benz”
osserva che il “Consiglio Atlantico” nel gennaio 2017 ha esercitato pressioni
sui governi europei affinché approvassero leggi sulla censura per creare un
sistema transatlantico di censura.
Uno
dei modi in cui lo hanno fatto è stato convincere la Germania ad approvare
qualcosa chiamato “Nets DG” nell’agosto 2017, che sostanzialmente ha dato il
via all’era della censura automatizzata negli Stati Uniti.
Ciò che la” DG di Nets” richiedeva era che, a meno che
le piattaforme di social media non avessero voluto pagare una multa di 54
milioni di dollari per ogni intervento, per ogni post lasciato sulla loro
piattaforma per più di 48 ore che era stato identificato come incitamento all'odio,
sarebbero state multate fino alla bancarotta, in specie quando aggreghi 54
milioni su decine di migliaia di post al giorno.
Ma per
evitare che le piattaforme Internet possano utilizzare “tecnologie di censura”
basate sull’intelligenza artificiale per “scansionare e vietare automaticamente
la parola”.
E
questo ha dato origine a quelle che io chiamo armi di cancellazione di massa.
Si
tratta essenzialmente della capacità di rilevare decine di milioni di post con
poche righe di codice.
“Con
poche righe di codice” è ovviamente un risultato tecnico intelligente, ma che
agisce nella discussione reale e nell’interazione politica quotidiana come un
intervento semplicistico e idiota che censura coloro che attaccano “x” così
come coloro che promuovono “x”.
Censura
universitaria pagata.
“Benz”
afferma che ora ci sono più di 60 università che ricevono sovvenzioni dal
governo federale per svolgere il lavoro di censura.
Lavoro
redditizio se puoi ottenerlo – con i pagamenti statali che creano ancora più
distorsioni dell’insegnamento e della ricerca in quelle università.
(si veda ad esempio la corruzione di lunga
data analizzata nel libro del dottor “David Lewi”s “Science for Sale” Skyhorse
Publishing 2014).
Il” complesso accademico governativo “equivale
all'avvertimento di Eisenhower sulla “versione industriale militare”!
Censura
COVID.
I
dubbi sulle origini del COVID, la saggezza e gli enormi costi dei lockdown, l’aumento delle infezioni e dei
decessi dovuti ai vaccini e persino la pubblicazione delle statistiche dei
governi sulle reazioni avverse ai vaccini erano sgraditi al complesso
industriale medico/farmaceutico.
Quindi
la discussione su di essi doveva essere messa a tacere o mitigata.
“Benz”
descrive il PROGETTO VIRALITY:
che ha
mappato 66 diverse narrazioni sui dissidenti di cui parliamo riguardo al covid,
tutto dalle origini del covid all'efficacia del vaccino.
E poi
hanno suddiviso queste 66 affermazioni in tutte le diverse sotto-asserzioni
fattuali.
E poi li hanno collegati a questi modelli
essenzialmente di apprendimento automatico per essere in grado di avere una
mappa termica mondiale costante di ciò che tutti dicevano sul covid.
E ogni
volta che qualcosa che iniziava a fare tendenza e che era dannoso per ciò che
voleva il Pentagono o che era dannoso per ciò che voleva Tony Fauci, erano in grado di eliminare decine
di milioni di post.
Censura
sui brogli elettorali.
“Benz”
ha detto a “Carlson” che “Lo hanno fatto nelle elezioni del 2020 con schede elettorali
per corrispondenza. Era lo stesso”.
È
diventato importante negare i brogli elettorali nelle elezioni del 2020 e
persino censurare i legittimi dubbi sull’esito delle elezioni (che il tempo si è dimostrato
giustificato con 100.000 voti dei morti in un solo stato e film sul riempimento
delle urne).
Ma il “regime
fascista americano” in realtà affermò che mettere in discussione la legittimità
della posta nelle schede elettorali era di per sé illegittimo!
Benz:
Quindi,
proprio così, hai avuto questa” agenzia di sicurezza informatica” in grado di
sostenere legalmente che i tuoi tweet sulle votazioni per corrispondenza se”
minavi la fede pubblica e la fiducia in esse” come forma legittima di voto ora
stavi conducendo “un attacco informatico alle infrastrutture critiche degli
Stati Uniti articolando disinformazione
su Twitter” …
Ovviamente
non ci sono state critiche nei confronti di Hillary Clinton per aver contestato
l’esito delle elezioni del 2016 che ha perso!
Lo
lascerò lì.
C’è
molto di più ed ecco un assaggio di come” la minaccia al Deep State”, alla”
classe politica”, ai “media mainstream”, alla “politica estera e all’esercito”
si è sviluppata mentre la comunicazione di massa via Internet si è emancipata e
ha dato potere a narrazioni alternative che” i fascisti corporativisti”
chiamano “ populisti”:
Internet
1.0 non aveva nemmeno i social media dal 1991 al 2004, non esistevano affatto i
social media.
Nel 2004,
esce Facebook, 2005, Twitter, 2006, YouTube, 2007, lo smartphone.
E in
quel periodo iniziale dei social media, nessuno otteneva abbonamenti al livello
in cui potevano effettivamente competere con i mezzi di informazione legacy.
Ma il”
Fondo Marshall tedesco” ha tenuto una riunione nel 2019…quando un generale a
quattro stelle è salito sul tavolo e ha posto la domanda: cosa succede alle
forze armate statunitensi?
Cosa succede allo stato di sicurezza nazionale
quando il “New York Times” viene ridotto a una pagina Facebook di medie
dimensioni?
Non
potevi far morire una storia.
Non
potevi avere questa relazione di favori per favori.
Non si
può promettere l'accesso a una persona a caso con 700.000 follower che abbia
un'opinione sul gas siriano.
E quindi questo ha indotto, e questo non è
stato un problema per il periodo iniziale dei social media dal 2006 al 2014
perché non ci sono mai stati gruppi dissidenti abbastanza grandi da poter avere
un proprio ecosistema sufficientemente maturo.
E
tutte le vittorie sui social media avevano influito sulla destinazione del
denaro, ovvero dal” Dipartimento di Stato”, dal” Dipartimento della Difesa” e
dai “servizi di intelligence”.
Ma
poi, una volta raggiunta quella maturità, si è creata questa situazione dopo le
elezioni del 2016 in cui hanno detto, okay, ora l’intero ordine internazionale
potrebbe essere distrutto.
E 70
anni di politica estera unificata da Truman a Trump stanno per finire.
(Pubblicato
su “Freenations”)
Commenti
Posta un commento