Oggi cultura e potere non vanno d’accordo.
Oggi
cultura e potere non vanno d’accordo.
“ONU”,
la Commissione per
l’Emancipazione
delle Donne
va ai
Sauditi!
Conoscenzealconfine.it
– (3 Aprile 2024) - Andrea Cuomo – ci dice:
È un
po’ come se Erode diventasse presidente dell’Unicef. O come se i mondiali di
sci venissero assegnati alle Maldive.
L’Arabia
Saudita – udite, udite – guiderà la commissione delle Nazioni Unite che
promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne in tutto il
mondo.
L’ambasciatore
saudita presso le “Nazioni Unite”, “Abdulaziz Alwasil”, è stato eletto “presidente
della CSW” niente di meno che “per acclamazione”.
In
realtà, pare che non ci fosse nessun altro candidato e così la decisione è
avvenuta in un silenzio carico di sottintesi, ma pur sempre silenzio.
Tutti
e 45 i membri zitti.
Il
fatto è che le Filippine, che detengono la presidenza dell’organismo più
femminista dell’”Onu”, hanno rinunciato al secondo anno di mandato per lasciare
spazio a un’altra nazione asiatica, ciò che ha messo fuori gioco le più
democratiche democrazie occidentali.
Ora,
si sa come vanno queste cose.
Le
organizzazioni internazionali non sono pranzi di gala, il peso dei vari Paesi
si misura dalla capacità di influenzare certe decisioni controllando pacchetti
di voti di Paesi minori che si comprano per un piatto di datteri.
Quindi
ad alzare un sopracciglio si rischia di essere tacciati di ingenuità e di
scarsa confidenza con la Realpolitik.
Però,
orsù, qui non si tratta dell’assegnazione dell’organizzazione di un torneo
sportivo, ma della guida per un anno di un organismo che si occupa di un tema
delicato, sul quale il Paese assegnatario dovrebbe essere un esempio, mentre il
“regno dei Salman”, malgrado l’operazione di cosmesi dell’immagine in corso,
vanta tuttora standard bassissimo, al limite dell’analfabetismo.
La
legge “wahabita”, che interpreta il “Corano” in modo leggerissimamente
“pedissequo”, dispone che nel regno la donna abbia tuttora bisogno del permesso
di un tutore maschio per sposarsi, obbedisca al marito con atteggiamento
“ragionevole”, non possa rifiutare regolari rapporti sessuali, pena
l’interruzione del sostegno economico.
“L’elezione
dell’Arabia Saudita a presidente della Commissione delle Nazioni Unite sullo
status delle donne mostra uno scioccante disprezzo per i diritti delle donne
ovunque”,
taglia corto “Louis Charbonneau”, direttore “Onu”
dell’“Human Rights Watch.
Evidentemente malato di ingenuità anch’egli.
(L’ONU
è l’organizzazione più corrotta che esiste al mondo! N.D.R)
(Andrea
Cuomo)
(ilgiornale.it/news/politica/scandalo-onu-commissione-donne-va-ai-sauditi-2302754.html)
Libertà
e potere
non
vanno in coppia.
Sartre.ch – Jean -Paul Sartre - Lotta Continua
– (9.9.1977) – Redazione - ci dice:
In un’ampia conversazione con alcuni militanti
di Lotta Continua, Jean-Paul Sartre risponde alle polemiche in cui è stato
coinvolto negli ultimi mesi ed espone gli approdi recenti della sua riflessione
teorica, culturale, politica.
L’appello
degli intellettuali francesi, la tendenza autoritaria degli Stati europei,
l’eurocomunismo, il dissenso nell’Est, la funzione degli intellettuali, la
libertà e il potere nei movimenti degli ultimi anni, il marxismo oggi.
Un
messaggio ai giovani che andranno a Bologna.
Roma –
Jean-Paul Sartre è il più prestigioso tra gli intellettuali francesi firmatari
dell’appello contro la repressione in Italia.
Grande
scandalo ha recato il fatto che egli vi abbia aderito.
Il
ministro Cossiga lo ha bruscamente invitato a non impicciarsi degli affari
altrui.
Il PCI
ha avvertito che il filosofo è ormai “vecchio e quasi cieco”.
Sull’argomento,
come sulle sue posizioni politiche e i suoi programmi di lavoro, Sartre aveva
mantenuto il silenzio durante tutti gli ultimi mesi.
Ha
però accettato volentieri di concedere un’intervista esclusiva a Lotta
Continua.
Così
lo abbiamo potuto incontrare in un caffè romano, nei pressi dell’albergo in cui
– da molti anni – trascorre i suoi mesi estivi con Simone de Beauvoir.
Più
che di una intervista si è trattato di una conversazione nel corso della quale
alcuni militanti di Lotta Continua hanno informato Sartre della situazione
italiana ed hanno discusso con lui.
Alla conversazione ha preso parte anche Simone
de Beauvoir.
“Perché
dopo tanti anni vi date ancora abitualmente del “voi”?”
Simone
de Beauvoir ride.
«La colpa mia – risponde – che ero abituata
sin da bambina a dare del “voi” ai miei genitori, e poi a tutti gli amici più
cari.
Sartre,
per parte sua, aveva l’abitudine di dare spesso del “tu”, ma si è lasciato
imporre questo mio costume.”
Quando
entriamo nel vivo della conversazione Sartre parla lentamente e misura le
parole con voce stanca.
Ha
superato i settanta anni e pesano sul suo fisico le fatiche degli anni ’50,
quando si era imposto un ritmo di lavoro troppo elevato. Nonostante ciò è con
lucidità che risponde u alle nostre domande.
La prima domanda, naturalmente, è sull’appello
contro “la repressione del compromesso storico” degli intellettuali francesi.
LC:
Sartre, perché ha firmato?
JPS:
Ho firmato pur approvando solo in parte le considerazioni contenute in
quell’appello: in particolare ritengo imprecisa la definizione di “repressione
del compromesso storico”.
Ma non
ho dato grande importanza alla definizione perché non posso accettare che un
giovane militante sia assassinato per le strade di una città governata dal
partito comunista.
Tutte
le volte che la polizia di uno Stato spara su un giovane militante, io sto
dalla parte del giovane militante.
LC:
Già, ma nell’appello si denuncia anche la mutata qualità della repressione in
Italia da quando i principali partiti politici hanno raggiunto un accordo di
vertice.
Basta
pensare all’atteggiamento diversissimo che il PCI ha tenuto nei confronti del
movimento giovanile e studentesco: nel ’68, seppur criticamente, lo appoggiava;
oggi gli si contrappone.
JPS:
Io sostengo da tempo che in tutta l’Europa occidentale è in corso una
involuzione autoritaria degli Stati.
Il modello è quello della Germania federale.
Credo che l’eurocomunismo sia al tempo stesso
partecipe e vittima di questa tendenza: ne è percorso come tutti gli altri
partiti politici. Immagino che ciò valga anche per il PCI.
LC:
Eppure lei ha sempre considerato il PCI un partito più “ricco” e radicato che
non il PCF.
JPS:
Sì, l’ho pensato lungo, almeno fino alla svolta del compromesso storico.
Vedo
molto male il compromesso storico, anzi penso che proprio di lì – dalla ricerca
di un rapporto con la Democrazia Cristiana – si origini la tendenza del PCI non
è più quello di Togliatti.
LC:
Dunque il PCI trarrebbe soltanto dal suo rapporto con la DC – da sempre
reazionaria – la sua vocazione autoritaria? Non crede che porti una sua idea,
un suo contributo specifico alle svolte dello Stato?
JPS:
Certamente sì. C’è una violenza specifica dei partiti comunisti, quello
dell’URSS parla per tutti.
Ma il partito italiano riusciva con Togliatti
ad evitare queste forme di totalitarismo, ora ci sta tornando.
Comunque
io non credo che l’eurocomunismo sia un comunismo senza violenza.
Vi ripeto, ho conosciuto Togliatti e tanti
uomini di cultura legati al PCI, e vedevo in loro una “souplesse” che mancava
ai dirigenti stalinisti del PCF.
Secondo
me ciò dipendeva dal grande scontro con il fascismo e dalla vittoria del ’45,
ottenuta in nome di un’idea di libertà molto radicata tra le masse.
Vi era
in quegli uomini una forte attenzione ai movimenti sociali, oggi invece
l’attenzione è concentrata sullo Stato e sul Potete.
LC: Ma
qual’ era l’idea di libertà che animava il PCI differentemente dagli altri
partiti, e da dove veniva?
JPS:
Penso che nel PCF non c’è nessuna idea di libertà, e anche nel PCI non è
definita, non è sviluppata, ma vi si può cogliere una sensazione: che ciascuno
porta sulle sue spalle un’idea di libertà che è differente, che è la libertà
pratica di muoversi in una maniera autonomamente prescelta, o prescelta
collettivamente;
ma che
non è fondata esclusivamente su circostanze esterne.
Ho conosciuto parecchi comunisti italiani,
nella prima parte della mia vita, nel ’45, ’55, ’60.
E ho
ravvisato questa differenza rispetto ai francesi:
che un comunista francese non è mai sé stesso,
è un personaggio che dice di essere qualcosa, che parla in un modo determinato
e manifesta delle idee che sono eguali per tutti fin dall’inizio.
I comunisti italiani – naturalmente vi sto
parlando sempre di molti anni fa., quando amavo stare in loro compagnia –
avevano una sorta di spontaneità che mi interessava, perché in Francia l’idea
di spontaneità era completamente abbandonata in politica: e non soltanto dai
comunisti ortodossi, ma anche dai trotzkysti.
Interviene
Simone de Beauvoir:
Ma
anche in comunisti italiani avevano, pur tuttavia, i loro pregiudizi. Non
ricordi quando” Alicata” ci diceva che la musica moderna era buona per essere
gettata ai cani!
LC:
Oggi, ricollegandosi alla tradizione di cui parlava Sartre, un dirigente
comunista come Ingrao identifica nella partecipazione capillare delle masse alla vita
dello Stato la base per una trasformazione democratica dello Stato stesso.
Altri, nel PCI, dicono addirittura che la
classe operaia deve “farsi Stato”.
JPS:
La partecipazione è cosa differente dalla democrazia di base. Io resto convinto che la democrazia
di base può crescere solo all’interno di un movimento di opposizione, non
all’interno di uno Stato.
LC:
Non crede dunque che questa “souplesse” del PCI rispetto ad altri partiti abbia
delle motivazioni piuttosto strutturali?
Che
tragga cioè origine dalla sostanziale unità della classe operaia italiana, la
quale non ha mai conosciuto le spaccature verticali con gli immigrati della
classe operaia francese e tedesca?
In
fondo è da quella spaccatura che hanno potuto trarre origine, seppure in modo
diverso, la degenerazione stalinista del PCF e la socialdemocrazia tedesca.
Forse
sono mutamenti strutturali anche quelli che oggi tendono ad allineare il PCI
agli altri …”
JPS:
Ne sono assolutamente convinto anch’io.
LC: Ma
torniamo al suo giudizio sul PCI.
Come
si possono accoppiare la spontaneità in politica e un progetto di
compenetrazione nello Stato?
JPS: È
vero, c’è una contraddizione.
Ma
nonostante ciò è possibile concepire una politica nella quale la spontaneità
mantenga un suo spazio … è un discorso che ci porterebbe lontano.
Proprio su queste idee sto lavorando
attualmente con il mio amico Pierre Victor, un ex dirigente filo-cinese.
Diciamo in ogni caso che il PCI, fino agli
anni ’60, aveva tenuto aperta questa possibilità di convivenza, e i suoi uomini
avevano una loro vita personale, una vita privata, pensavano per sé stessi,
erano degli individui.
Avevano naturalmente dei pregiudizi, ma chi,
allora, non ne aveva? Ma si poteva avere un’amicizia con loro. E questo in una
situazione in cui, pur avendo lavorato insieme a un partito comunista a partire
dal ’50 e fino all’arrivo di De Gaulle al potere, non potevo avere con gli
uomini di quel partito rapporti privato, non astratti.
LC:
Quale è, secondo lei, la concezione dello Stato dei partiti eurocomunismi?
Pensa che si ispirino in qualche modo al modello degli Stati dell’est, o che
abbiano una concezione diversa?
JPS:
Penso che i partiti eurocomunismi parlano di una nuova forma dello Stato ma in
realtà si orientano verso una concezione dello Stato borghese e tradizionale.
In fondo l’eurocomunismo è per l’instaurazione
di uno Stato, o meglio di un governo, assolutamente conforme nel suo aspetto al
governo borghese, ma con una tendenza sociale più marcata.
I
dissidenti dell’est hanno delle idee molto diverse: differenziate anche tra di
loro, ma comunque diverse.
LC:
Conosciamo l’iniziativa che lei ha preso a Parigi insieme ai dissidenti
dell’est, in occasione della visita di “Brezhnev” a Giscard d’Estaing. Crede
che nel movimento dei dissidenti vi sia un potenziale di trasformazione e di
emancipazione, o si tratta solo della reazione ad un regime esistente?
JPS: È
difficile dirlo, in fondo non se ne sa molto.
Cogliamo
le cose così come esse ci si presentano, con la speranza che questo movimento
comporti realmente un cambiamento di programma anche nei governi dell’est.
Ma questa non è che una speranza, una
possibilità. Cogliamo questa possibilità, man non sappiamo se sarà proprio
quella che si svilupperà. Gli uomini che abbiamo incontrato quel giorno erano
molto diversi tra loro:
alcuni
sono ancora marxisti e rimproverano al governo sovietico di essersi allontanato
dal marxismo;
altri,
al contrario, lasciano il marxismo alla classe dirigente sovietica e si
considerano non marxisti. Ma questi uomini erano lì, seduti agli stessi tavoli,
per discutere.
LC:
Qual è l’aspetto comune?
JPS:
L’aspetto comune è la critica dei campi di concentramento e degli ospedali
psichiatrici.
È una critica che naturalmente può essere
fatta da punti di vista differenti:
l’idea di prender un uomo sano e trattarlo
come un malato, e internarlo come tale in ospedale psichiatrico, è un’idea che
tendenze di sinistra, ma anche di destra, possono considerare insopportabile.
Di
conseguenza sono tutti d’accordo su questo punto. Per raccontare un aneddoto
illustrativo, quando in quella riunione alcuni cantori popolari esiliati si
sono messi a cantare sfottendo, certi aspetti del governo sovietico e della
classe dirigente, tutti ridevano insieme.
Essi non formano un’organizzazione, e
‘d'altronde non potrebbero lontani tra loro. Ma ritrovano la propria
concretezza e la propria unità quando protestano contro questa o quella misura
del regime.
LC: Ma
esiste, dunque, un progetto di trasformazione?
JPS:
No, non ancora.
LC: E
lei pensa che ci si possa arrivare?
JPS:
Può darsi, ma per dire la verità io conto di più sugli oppositori che sono
rimasti nel proprio paese che non su quelli che sono all’estero.
Raramente
viene dall’estero il principio di una nuova rivolta, o anche di una
rivoluzione; è un principio che nasce, di solito e soprattutto, tra gli
oppositori che stanno all’interno del paese.
Sono
molto legati a Solgenitzin, anche se molti di loro non lo amano affatto. Se lo tengono per sé, ma
non lo amano affatto. Solgenitzin continua a rappresentare un tramite e un legame tra loro,
anche se si è rifiutato di venire dagli USA a quella riunione.
LC:
Quando i dissidenti parlano di diritti dell’uomo, essi chiedono questi diritti
in nome di una classe e di una emancipazione di classe, o piuttosto in nome
delle loro conoscenze scientifiche o professionali, come depositari della
Verità?
JPS:
Dipende da caso a caso. Vi ho già detto che essi si presentano come uomini
legati tra loro in negativo, non su una idea comune. Perciò essi non rappresentano
un’organizzazione che possa dire “ecco cosa rifiutiamo ed ecco cosa vogliamo”.
LC: Ma
lei, personalmente, cosa ne pensa?
JPS:
Certamente si tratta di intellettuali, almeno per lo più. Ma non chiedono la
libertà soltanto per gli intellettuali. In realtà essi chiedono un
cambiamento generale e si avvicinano alle masse perché certamente vogliono
restituire alle masse le libertà politiche.
LC:
Ritorniamo su questo punto, perché è una discussione che ci ha impegnati molto
nel corso dell’estate.
Uno
dei principi fondamentali del marxismo dice che l’emancipazione del
proletariato è l’emancipazione dell’umanità, e l’emancipazione dell’umanità non
può che venire dal proletariato.
Il
problema è se l’esistenza del dissenso come appello alla libertà – non venendo direttamente dal
proletariato – rimette in discussione, secondo lei, questo principio del
marxismo.
JPS: È
difficile dirlo, ma è evidente che essi non hanno un grande contatto con il
proletariato russo.
Certo,
vi sono delle infiltrazioni nella fila del proletariato, ma poco numerose, e
comunque essi non si servono di modi di pensiero proletari. Questo anche
ammesso che vi sia una rivolta all’interno del proletariato stesso, il quale
peraltro non sa ancora bene quale strada prendere.
Ma ciò
che stupisce è che la parte rivendicatrice e combattiva del proletariato e il
dissenso intellettuale di cui stiamo parlando, non trovano mai un legame reale.
Il fatto che gli intellettuali concepiscano
una società in cui il proletariato abbia il suo posto – essenziale d’altronde
poiché molti di loro sono marxisti – e in cui il proletariato si occupi delle
altre classi non proletarie, non è cosa certa.
In ogni caso si tratta di ipotesi, perché
questi legami non esistono.
LC:
Poiché anche in Europa occidentale il potere tende ad accentrare in modo
totalitario tutti i comportamenti politici, a registrarli all’interno dello
Stato, non crede che si possano prevedere forme di dissenso analoghe a quelle
dell’est?
Cioè
che una lotta in difesa delle libertà individuali si diparta da strati
intellettuali, o comunque non proletari?
JPS:
Sì, solo che queste forme non potranno avere lo stesso senso. Perché la
rivoluzione russa è stata nello stesso tempo orientata in modo differente e poi
trasformata al suo stesso interno, i dissidenti ne hanno coscienza.
La
morte di Stalin ha avuto un’importanza capitale, più di quanto non si veda
esteriormente. Sono andato per una decina di anni di seguito in URSS, ho avuto
a che fare con non pochi dissidenti, tutta gente che sentiva molto chiaramente
cosa rappresentasse la morte di Stalin, e che si è riunita, si è messa a
parlare in piccoli comitati.
Dunque
essi si trovano in una situazione particolare. Da noi, nel caso ci si dovesse
battere per le libertà individuali, dovremmo situare questa lotta in una
tradizione storica molto differente.
Mi
spiego: la lotta per le libertà individuali si situerebbe in una prospettiva
storica e non contingente; ad esempio in Francia c’è un passato storico di
lotte per la libertà, fin dal 1789.
In
URSS questa è una realtà presente, viva, attuale; in questo momento è una
realtà non completamente sviluppata e definita, ma tutti i russi la sentono in
un senso o nell’altro.
LC:
Dopo i fatti di Bologna e alcune prese di posizione di intellettuali italiani,
si è arrivati anche da noi a parlare di dissenso. Secondo lei esistono le condizioni
per l’esistenza di un fenomeno specifico che non coincide né con la lotta di
classe, né con l’opposizione politica, ma con un movimento di intellettuali del
dissenso?
JPS:
So che esiste questo fenomeno e che esiste nell’est qualcosa che gli è vicino,
ma non penso che vi possa essere una influenza reciproca.
È
difficile a dirsi, ma esiste certamente un legame, senza influenze, tra il
fatto che lo Stato divenga più duro oggi – o che venga distrutto e si perda
domani – nell’’Europa occidentale e in URSS;
esiste una relazione tra il fatto che degli
oppositori si sollevino contro questi Stati all’ovest e all’est.
Ciò va messo in relazione a una situazione più
generale che è il rapporto tra le masse e gli Stati ovunque, in questa epoca.
È questa situazione storica che occorrerebbe
studiare: la situazione storica della fine dello stalinismo e della fine delle
repubbliche borghesi, o in ogni caso dell’inizio della loro fine.
LC: Ad
esempio una polemica come quella tra “Sciascia” e “Amendola” sul rapporto degli
intellettuali con lo Stato non riflette una tendenza all’organizzazione repressiva del
consenso in occidente analoga a quella che da tempo vige nell’est?
JPS:
Certamente vi è una relazione.
LC:
Lei ha sottoscritto quest’anno, insieme a “Scoscia”, un appello per il
boicottaggio delle elezioni europee del ’78 nel quale si parla di “lotta contro
un’Europa germano-americana”.
E poi ricordiamo soprattutto la sua visita del
’75 ai detenuti politici della RAF, in Germani federale.
Dopo
quella visita ha rilasciato delle dichiarazioni molto pessimiste, affermando di
avere ottenuto reazioni opposte a quelle che voleva suscitare tra la
popolazione.
Dunque queste forme di contrapposizione individuale
all’apparato di consenso dello Stato – che pure lei ha sperimentato – hanno o
non hanno una prospettiva?
JPS:
Qualche prospettiva dovrà pur esserci se è vero che in Germania federale vi è
una resistenza – che sia di “Baader” o di altri – e questa è una realtà
esistente.
La Germania autoritaria è contestata, tutti i
tedeschi lo sanno, tutti in Germania sono disturbati da questa contestazione.
È pur sempre una forza.
E ancora pochi giorni fa avete visto portare a
termine una operazione di rapimento senza una piega, eseguita alla perfezione.
Si tratta di uomini addestrati e che agiscono solo su un piccolo punto, ma che
sul piano della lotta puntuale sono apprezzabili.
Da noi
in Francia, non esiste un fenomeno analogo. Naturalmente ci sono degli
attentati, ma non inseriti in un programma. Detto questo non penso che tali
azioni possano essere utili per una rivoluzione, su un piano più generale.
Quando
ho fatto le mie conferenze-stampa pensavo che la mia azione non sarebbe servita
a niente.
Non ho cambiato di molto la mia opinione, lo
penso ancora, ma constato che la RAF ha una forza negativa assai
impressionante; che gli assassini e i rapimenti che fanno possono dare, su un
punto particolare, dei risultati. Per esempio può darsi che vengano liberati i
prigionieri della RAF.
LC:
Che rapporto esiste tra questo clima di unanimità – verificato ad esempio in
Germania federale – e l’irreggimentazione degli intellettuali? Diverranno, questi
intellettuali, dei funzionari dello Stato?
JPS:
Per quanto conosco l’Italia e i suoi intellettuali questo non dovrebbe accadere
da voi. Forse
è un sogno dei funzionari dello Stato.
LC: La
polemica Sciascia – “Amendola” centrava proprio questo punto. Se gli intellettuali debbano divenire
dei difensori dello Stato, oppure se debbano mantenere una indipendenza dallo
Stato.
JPS:
Ma, naturalmente, essi debbono mantenere sempre una indipendenza dallo Stato,
devono mantenere una distanza!
Detto
questo, essi debbono criticare lo Stato, dal loro ruolo differente. Non debbono essere ostili per
definizione, ma è essenziale il potere critico, che è una delle forme della
critica sociale di oggi.
Questo
può essere lo sforzo di formulare le critiche che sono presenti nel popolo,
senza essere precisate.
Vi è
un ruolo critico dell’intellettuale che è proprio quello negato da tutto un
settore della sinistra; il ruolo critico dell’intellettuale è per esempio soppresso
del tutto in URSS, non esiste. Ma in Francia e in Italia si è sempre creduto a questo
ruolo critico dell’intellettuale e alla sua indipendenza; a parte naturalmente
alcune categorie di persone, ma secondarie.
LC:
C’è però una grande differenza tra la Francia e l’Italia.
In
Francia gli intellettuali hanno sempre mantenuto una loro indipendenza perché i
partiti contano poco nel funzionamento della macchina statale;
il
partito di governo è sempre stato più che altro una macchina elettorale, mentre
i partiti di sinistra fino a ieri hanno avuto un peso minore nella vita
politica.
In
Italia c’è stata una corsa al reclutamento degli intellettuali da parte del PCI
interrotta per la prima volta – è importante dirlo – dall’appello degli
intellettuali francesi.
Non
solo per servilismo, ma soprattutto perché è difficile per un intellettuale
trovare un proprio ruolo e una propria funzione al di fuori della macchina
partitica.
Molto
spesso per l’intellettuale italiano è difficile, o impossibile, esercitare la
sua funzione, non riesce a trovare un proprio spazio fuori da questo sistema. Oggi questa macchina partitica
diviene direttamente una macchina statale.
JPS: È
un gran peccato!
SdB: Ma restano pur sempre degli
intellettuali molto indipendenti come “Sciascia”.
LC:
Certamente, ma esaminiamo pure la sua vicenda. Egli è rimasto a lungo a fianco
del PCI, come indipendente.
Ha
deciso di rompere questo rapporto solo dopo il convegno del PCI sugli
intellettuali, a gennaio.
Fino ad allora egli pensava che non fosse
possibile fare niente al di fuori del PCI.
Si tratta di una posizione molto comune tra
gli intellettuali italiani, che spiega la loro corsa verso il PCI.
La
loro difficoltà a stare fuori dal sistema dei partiti non è – evidentemente –
solo di tipo economico, è più di fondo.
Dunque
che ruolo e che spazio debbono avere gli intellettuali che vivono in una
società autoritaria, in questo nuovo tipo di “Sciascia”?
Che tipo di rapporto debbono intraprendere con
i movimenti di opposizione?
Teniamo
conto del fatto che la loro collaborazione è determinante per la trasformazione
dello Stato in senso autoritario.
E
starne fuori, di per sé, non basta. È difficile pensare che “Sciascia” possa
astenersi dalla collaborazione con il regime e fermarsi lì.
JPS:
No, non si tratta di fermarsi lì. Scrivere e dire tutto quel che si pensa su ciò che
accade, questa è l’idea essenziale dell’intellettuale.
LC:
Spesso l’equilibrio tra integrazione nel regime e opposizione attiva finisce
per essere soltanto il silenzio. Come ci si può barcamenare tra organizzazione del
consenso attivo e dissenso dichiarato? Non a caso “Sciascia” tace da alcuni
mesi.
JPS:
Ma in Francia non è così. Il rapporto con lo Stato non può che essere negativo;
è capitale il rapporto con il consenso, è il solo che conti. Di conseguenza un intellettuale non
potrebbe mai fare parte di un partito. Ovviamente ci sono degli
intellettuali che stanno nel partito socialista, ma non sono importanti. Quando si vuole prendere in giro il
PS si dice “che intellettuali hai?” ed essi citano uno o due disgraziati.
SdB: E il PCF è lo stesso.
JPS:
Dunque vi sono degli intellettuali che sono influenzati dalle idee e dalle
prospettive d’azione di questi due partiti, ma non vi si legano se non per le
idee e gli obiettivi comuni.
LC: Ma
in Francia i partiti non orientano su tutto l’arco delle questioni che
riguardano la vita di un uomo, mentre in Italia i partiti dirigono tutto.
Quindi
in Italia un intellettuale o si oppone a quello che dice un partito oppure, se
vi aderisce, deve aderirvi anche su questioni che esulano dalla lotta politica
quotidiana.
JPS: Ma è proprio per questo che in
Francia nessun intellettuale vuole avere a che fare con i partiti.
LC:
Per esempio non si può aderire al PCI e mantenere una morale diversa da quella
dei sacrifici.
Una femminista che aderisse al PCI dovrebbe
rinunciare a tutto ciò che riguarda la riscoperta del desiderio e la ricerca
del piacere.
Perché
il partito è portatore di una concezione del mondo e della vita assolute.
SdB: A
questo proposito vorrei farvi una domanda io: è vero che le femministe hanno
abbandonato Lotta Continua perché vi si trovavano oppresse? Ne sono rimaste
ancora?
LC: Se
ne sono andate quasi tutte ….
SdB: Dunque siete degli oppressori …
LC:
Sì, ma da quando sono uscite i nostri rapporti con loro sono di molto
migliorati.
In
Italia il movimento femminista ha costituito la contraddizione principale
all’interno della sinistra rivoluzionaria.
Grazie
all’esistenza di un forte movimento di classe, le organizzazioni rivoluzionarie
italiane sono durate e durano più a lungo di quelle di altri paesi.
E un colpo decisivo l’hanno ricevuto proprio
dal movimento femminista.
Vorrei
farle, Sartre, un’altra domanda che concerne il ruolo degli intellettuali e il
suo in particolare.
Nel 1968 – lo ha affermato lei – il movimento
studentesco si è fatto portatore di una critica molto radicale del ruolo degli
intellettuali.
Tra
l’altro abbiamo letto in “Ribellarsi è giusto” che proprio in un’assemblea con
gli studenti di Bologna, nell’estate del 1968, cominciaste questa riflessione …
JPS: È
esatto, ero con un mio amico jugoslavo. E avevamo discusso a lungo
dell’esperienza di” Basaglia” a Gorizia.
LC:
Dunque, si può dire che – con la crisi delle strutture tradizionali leniniste
della sinistra rivoluzionaria in Francia e in Italia, e con la fine di miti e
forme di moralità dogmatiche presenti nel maggio 1968 – oggi la critica del
ruolo degli intellettuali che viene dal movimento giovanile è ancor più
radicale di allora?
Certamente lei era molto più conosciuto tra i
giovani francesi del ’68 che non tra i giovani italiani del ’77. Ma questi
ultimi – che sono portatori di parole d’ordine come “il personale è politico”,
che considerano centrale la liberazione degli individui, che si sono fatti
influenzare profondamente dai contenuti del movimento femminista – non sono
forse più vicini alla sua filosofia e al suo lavoro teorico degli anni ’50?
Anche
se lei non è così conosciuto, non crede che la sua filosofia sia più diffusa
che non nel maggio ’68?
JPS:
Però resta sempre anonima!
SdB: E
perché?
JPS:
Si tratta di soggetti generali di cui i giovani parlano e che in effetti si
ricollegano alle mie preoccupazioni. Ma non si parla della mia filosofia, non
si parla di Sartre. Ripeto: la mia filosofia resta del tutto anonima. In Francia,
per esempio, il movimento chiamato dei “nuovi filosofi” …
SdB:
Ma questi non c’entrano nulla …
JPS:
Stavo appunto dicendo che non c’entrano nulla con me, anzi li considero
contrapposti alle mie posizioni.
SdB: Sì, in fondo sono di destra.
LC:
Certamente c’è una grande differenza politica e di analisi sociale tra lei e i
“nuovi filosofi”.
Ma non
crede che le sue attenzioni ormai decennali alla salvaguardia delle libertà
individuali all’interno della trasformazione socialista, e la sua rottura con
l’URSS nel ’56 li abbiano in qualche modo potuti ispirare?
JPS:
No, non lo credo affatto.
LC: Ma
in fondo non sono ancora giunti a polemizzare con voi ….
SdB:
Ma figuriamoci! Non ripresentano nulla, non sono dei filosofi! Sono gente che
si è disgustata del marxismo, e che ora vuole arrivare … Sono dei direttori di
collane editoriali, non sono niente!
Sono incredibilmente montati! Sono tutti di
destra, tranne uno che stimiamo molto, “Glucksmann”, che pure è su posizioni
ambigue.
JPS: Sì, Glucksmann è un tipo che ha delle
idee …
SdB:
Ma per il resto servono solo alla borghesia. Adesso gli americani li
recuperano:
nel “Time” io e Sartre veniamo presentati
insiemi ai dissidenti dell’URSS, e perciò stesso ci si considera come facenti
parte dei “nuovi filosofi”: e così chiaro che non abbiamo niente a che fare con
loro!
LC: Lombardo Radice, a nome di tutto il
PCI, ha anch’esso messo Sartre, i giovani di Bologna, gli altri intellettuali
del dissenso, tutti nella barca dei “nuovi filosofi”.
SdB: È
una confusione che non possiamo tollerare.
LC: Lei ha detto che dal 1917 fina al
1940 ha avuto l’impressione che il tempo si svolgesse molto lentamente e che
non vi sarebbero stati cambiamenti sostanziali prima del ventinovesimo o
trentesimo secolo. Poi, secondo lei, la storia ha preso un ritmo più rapido.
Perché?
JPS:
Certamente la storia ha preso un ritmo più rapido.
LC: E’
un’impressione personale?
JPS:
Personale, personale, ma non è esattamente ciò che volevo dire. In realtà, già
nel 1914 ebbi un impatto violente con la Storia: ero molto giovane, vivevo in
provincia, e la Storia mi aveva sovrastato.
E la
seconda volta che mi colpì con questa forza fu nel 1917. Con l’apparizione
della rivoluzione russa si ebbe une degli avvenimenti capitali di questo
secolo.
Dunque
sentivo qual’ era la rapidità di svolgimento degli avvenimenti, l’avvertivo
vagamente, mentre li vivevo.
E poi
c’è stata l’apparizione dei partiti comunisti, è anche questo un fatto
essenziale.
E ancora la seconda guerra mondiale.
L’attenzione
si è quindi spostata sul terzo mondo, e anche questo non è un fatto da poco.
C’è
stata la rivoluzione cinese.
E poi si è avuta una trasformazione interna
dell’idea marxista del 1905. Quando sono nato c’erano le idee rivoluzionarie
russe che poi si sono trasformate fino a diventare quella strana cosa che è
oggi il socialismo.
Molti
marxisti sono divenuti anti-marxisti, o non più marxisti, ed è questa
evoluzione di settantacinque anni che lo ha reso possibile.
Nel 1910 si studiavano marxianamente gli
avvenimenti, oggi no, oggi si tende ad uscire un po’ dal marxismo, si comincia
ad uscirne.
SdB:
E’, se permettete, come si situa “Lotta Continua” rispetto al marxismo?
LC: Si
tratta di una discussione in pieno corso. Subito dopo la nascita
dell’organizzazione non ci si preoccupava di questo: per noi c’erano la lotta
degli operai e la lotta degli studenti, si trattava di raccogliere ciò che
veniva da queste lotte e così si riformulava la teoria rivoluzionaria.
Siamo
andati avanti così per molti anni, eravamo quelli che, per eccellenza, non
facevano della teoria.
Poi,
negli ultimi anni, abbiamo cominciato a fare i conti con il marxismo. Siamo
divenuti, se non dogmatici, certamente molto ortodossi.
Infine, nello scorso anno, soprattutto in
seguito alla critica femminista, sono emerse fra noi le ragioni della crisi di
un’organizzazione rigida e centralizzata.
E ora
i conti li facciamo con il marxismo più in generale; e ci domandiamo cosa
significhi essere marxisti.
Anzi,
è una domanda che volevamo fare proprio a lei, Sartre: che cosa significa oggi,
in questo momento, essere marxisti?
JPS:
Non sono più marxista!
Da due
o tre anni. E neppure “Pierre Victor” lo è più.
Più
precisamente noi vogliamo ricostruire in questo periodo tutto un pensiero
teorico non marxista, tenendo pur tuttavia in conto del marxismo, che è un
grande fenomeno di pensiero.
Il marxismo è stato una direzione di pensiero
capitale durante i primi sessanta anni di questo secolo, non lo si può
rigettare come si lascia cadere; non si tratta di questo.
Oggi
bisogna definirsi nello stesso tempo: nel passato in rapporto al marxismo e nel
futuro in rapporto a quel che si vuol provare a mettere al mondo, che
d’altronde comporterà molti elementi marxisti.
È quello che tentiamo di fare attualmente
Pierre Victor ed io.
LC:
Quale è il vostro piano di lavoro in questo senso?
JPS: Il tema del nostro lavoro attuale è:
il potere e la libertà.
Ci sta
lavorando soprattutto “Pierre Victor”, ma io lo approvo. Consideriamo le masse,
in generale, dotate di una iniziativa di volta anche quando sembrano d’accordo
con il governo.
Dunque
vi è una forza di rivolta che è origine di libertà.
E bisogna quindi riguardare tutto il rapporto
tra masse e Stato.
Questa
è una prima parte del nostro lavoro, conci vorremmo studiare le cose lungo
qualche secolo, dalla rivoluzione francese.
Di qui vorremmo arrivare al secondo punto, uno
studio della situazione attuale:
la
società di oggi, e al suo interno le tendenze verso un irrigidimento dello
Stato che voi stessi avete molto esattamente mostrato.
D’altronde si tratta di un irrigidimento non
sempre riuscito.
Da noi
in Francia un governo delle sinistre unite costituirebbe certamente un potere
di costrizione, come del resto fa quello di “Giscard d’Estaing”.
Ma vi
è tutta una serie di forze, sia da destra che dall’estrema sinistra, che si
preoccupano perché questa costrizione sia prevenuta e moderata.
LC: Il
problema fondamentale è il rapporto tra la trasformazione degli individui e il
potere;
e in particolare tra la trasformazione degli
individui e la presa del potere.
E qui il tempo gioca un ruolo essenziale:
quando lei dice che negli ultimi tempi gli accadimenti storici hanno preso un
ritmo più rapido, ciò riguarda piuttosto il punto di vista del potere o quello
della trasformazione degli individui?
Forse
riguarda di più il secondo aspetto …
JPS: Sì, anch’io penso che riguardi di più
il secondo aspetto, ma anche il primo – quello del potere – è molto importante.
Noi
pensiamo che vi sia una tendenza alla progressiva degradazione del potere,
questo è uno degli elementi essenziali della nuova rivoluzione che potrà
prodursi.
Perché la libertà non va in coppia con il potere: tra
loro c’è una contraddizione evidente.
SdB: Sì, perché la gente prende sempre di
più nelle proprie mani le proprie rivendicazioni. Per lo meno in Francia, che
si tratti della LIP o di altro …
JPS:
Un’ultima cosa vi vorrei dire:
se io
e Simone de Beauvoir non verremo a Bologna il 23, 24 e 25 è perché ritentiamo
che quel che vi dovrà accadere è questione che riguarda gli italiani tra loro.
Non
che i fatti generali, per esempio il fatto che uno studente sia stato ucciso,
non riguardino tutti.
Ma né
la situazione così come si è definita, né quindi la possibilità che si
producano degli avvenimenti gravi ci riguardano più.
Io e
Simone de Beauvoir vogliamo manifestare la nostra solidarietà alle migliaia di
giovani che andranno a Bologna.
Ma
questa lotta è una lotta innanzitutto italiana.
Naturalmente
vi sono degli elementi di natura universale che noi ci premureremo di rilevare.
Per
questo resteremo in contatto con voi.
Non
che io creda all’esistenza di un carattere italiano nel senso profondo del
termine, non è questo, ma io penso che ci sia una ricchezza di cultura italiana
che proprio per questo trasforma gli individui.
Un
individuo è sempre un individuo, ma è italiano o francese perché interviene in
mondo culturale che è differente.
E
quello di cui parliamo è un problema culturale – certamente non solo culturale!
– italiano.
Non
sarei stupito che il 23 ci siano ancora dei morti …
LC:
Speriamo di no!
JPS:
Anch’io spero che non ce ne siano, ma non ne sono sicuro. Voi neppure
d’altronde.
A
questo punto siete voi che fate accadere le cose noi saremo in Francia e
resteremo in comunicazione con voi.
SdB: Ma dove potranno abitare le migliaia
di giovani che arriveranno a Bologna?
LC:
Abbiamo chiesto di disporre dei parchi cittadini per piantare le tende.
Non
vediamo altra soluzione realistica.
SdB: È
appassionante. Se avessi vent’anni di meno, anche a me piacerebbe molto abitare
in quei camping!
(Tano
D’Amico, Gabriele Giunchi, Gad Lerner, Luigi Manconi e Guido Viale).
“L’egemonia
culturale di sinistra?
Il
potere si serve di chi tende ad assecondarlo”;
Vittorio
Sgarbi a tutto campo, dall’Ucraina
allo Jus Solis, passando tra Longhi,
Arcangeli, Argan …
Aboutartonline.com
– Sergio Rossi – (3 aprile 2023) – ci dice:
La
nostra indagine sulle condizioni della cultura nel nostro paese continua con
questa conversazione tra “Sergio Rossi”, nostro valoroso collaboratore, già “Docente
di Storia dell’Arte Moderna alla Sapienza Università di Roma” e “Vittorio
Sgarbi”, da tempo amico e attento lettore di About Art;
questo
colloquio segue quello con “Claudio Strinati” (aboutartonline.com/claudio-strinati-non-temo-un-attacco-alla-cultura-di-sinistra/
) che ha
ottenuto un notevole successo, essendo a tutt’oggi nella lista dei top ten di “About
Art”.
D:
Voglio
iniziare questa mia intervista con una provocazione. Secondo me la presunta
egemonia culturale della sinistra, di cui tanto si parla, non c’è e non c’è mai
stata.
Infatti,
e da uomo di sinistra lo dico con cognizione di causa, molti tra i migliori
intellettuali e artisti di sinistra sono stati emarginati non tanto dalla
destra, quanto piuttosto proprio dalla sinistra, dai tempi del P.C.I
togliattiano fino al P.D. attuale, che hanno sempre preferito alle menti
veramente libere gli opportunisti di turno.
Cosa hai da dire al riguardo?
R:
In
effetti la tua non è una domanda quanto piuttosto la constatazione amara di uno
come te che ha fatto studi importanti e non ha tratto alcun beneficio, insieme
a tanti altri del resto, dall’essere di sinistra.
Ma va
detto subito che vi è molta differenza tra l’ideologia intesa come visione del
mondo e l’esercizio del potere.
L’egemonia di cui stiamo parlando non è
l’ideologia intesa come visione del mondo ma quella del potere che tende a
servirsi di coloro che sono disposti ad assecondarlo e quindi parliamo di una
serie di persone che si sono piegate e si piegano di volta in volta al potere
di turno per trarne vantaggio.
Ora,
almeno fino al governo Meloni, la destra è sempre stata minoritaria e
frazionata per cui si è creata un’identità politica che chiamiamo “sinistra”
che altro non è che il potere, potere esercitato da potenti che si sono
definiti di sinistra senza esserlo;
mentre
non vi è mai stato un destino favorevole a nessuno che fosse indipendente.
D’altra parte tutte le principali figure di
intellettuali liberi che hanno rappresentato l’Italia fin dal dopoguerra, da “Moravia”
a “Guttuso” a “Pasolini” si sono sempre professate di sinistra, poi è chiaro
che la loro forza individuale era superiore alla loro ideologia, e invece
quelli che non erano né carne né pesce hanno aderito a quella che chiamiamo
sinistra per trarne vantaggio, quindi da questo punto di vista il tuo pensiero
è senz’altro condivisibile.
Certo
vi sono stati anche intellettuali di sinistra come “Franco Fortini” o “Cesare
Cases” che sono rimasti effettivamente indipendenti, ma il problema è che i
mondi della sinistra sono molti e in questo caso la sinistra ha due risvolti,
quello che riguarda la cultura letteraria o filosofica e quello che riguarda
l’azione della magistratura, due punti di potere di quella che chiamiamo
sinistra che hanno determinato una serie di effetti.
La
destra invece è sempre stata divisa; ora, improvvisamente, con “Berlusconi” e
con la “Meloni”, si è creata una cosa che si chiama “destra” che però non aveva
presidi culturali, non aveva e non ha punti di riferimento per cui piuttosto
che parlare di categorie come destra o sinistra bisognerebbe parlare di coloro
che hanno esercitato il potere indipendentemente dalla loro ideologia di appartenenza
o addirittura senza avere nessuna ideologia:
dunque
quello che tu dici è interessante, perché non basta essere di sinistra per essere
tutelati, bisogna essere fedeli a quella sinistra che è al potere.
La
destra dal canto suo non rivendica di avere un ruolo intellettuale perché non
ha rappresentanti;
non vi
è una “cultura di destra” come entità autonoma;
quando
“Raboni” anni fa ha scritto quell’articolo in cui diceva che tutti i grandi
scrittori sono di destra in realtà parlava di singoli individui:
“Tomasi
di Lampedusa”, “Guareschi”, sono individui, non sono di destra o di sinistra.
Ora
dalla parte della sinistra vi è più una visione sistemica che ha fatto sì che
si sia creato un sistema di potere che non corrisponde assolutamente ad una
ideologia di sinistra, per cui tu da questo punto di vista hai senz’altro
ragione.
D:
Ecco
un’altra domanda che in parte si riallaccia alla prima. Penso che tutti noi
condanniamo senza se e senza ma la criminale aggressione all’Ucraina da parte
della Russia, ma se solo provi a dire “però”, ecco che sei accusato di essere
un filo putiniano, un traditore della patria, eccetera, e ancora di più se
trovi anacronistica la censura verso gli artisti russi come “Valery Gergiev”,
uno dei più grandi direttori d’orchestra del mondo, o l’autodafé cui si è
dovuta sottoporre “Anna Netrebko” per poter tornare a cantare in Occidente,
degna del peggior stile staliniano.
Ora io
trovo che essere contrari a questa sorta di caccia all’intellettuale russo non
ha niente a che vedere con l’essere filo putiniani. Sei d’accordo?
R:
Qui
bisogna immaginare che nessun regime di sinistra ha mai pensato di non
rappresentare “Pirandello”:
Pirandello
era fascista ma giustamente lo si è continuato a mettere in scena.
Per
cui quest’idea di poter censurare un intellettuale russo perché crea o perché
usa le proprie idee è una forma di razzismo culturale, come se si possa essere
colpevoli solo perché si ha nelle vene del “sangue russo”;
o come
se potessimo giudicare i grandi scrittori russi da” Chechov “a “Dostoevskij”
colpevoli di qualche cosa che naturalmente non li può riguardare, appunto
perché russi;
e del
resto gli stessi soldati russi mandati a morire da “Putin” sono delle vittime
perché eseguono solo degli ordini.
Ora
Putin ha una sua posizione politica che va guardata con molta attenzione, e che
riguarda il suo rapporto complesso con la “NATO” e con gli “Stati Uniti” da cui
deriva una guerra con gli Stati Uniti di cui Zelenski (commerciate di cocaina all’ingrosso! N.D.R) è solo il veicolo:
d’altra parte è chiaro che non si può pensare
di cercare la pace solo continuando a mandare le armi, perché questo non fa che
acuire le contrapposizioni tra i due poli e in definitiva favorire gli Stati
Uniti.
Ora
tutto questo è difficile dirlo ma il paradosso è che non lo può dire nemmeno un
pacifista che non è di sinistra come” Berlusconi”, che è spinto dal legittimo
timore che questo conflitto possa condurre alla fine al pericolo concreto di
una guerra atomica;
ebbene
“Berlusconi” questo non può dirlo né nei suoi giornali né nelle sue
televisioni, perché nei giornali e nelle televisioni di Berlusconi non vi è
spazio per le idee di Berlusconi;
per
cui io gli ho proposto il paradosso, dopo la morte di “Maurizio Costanzo”, di
assumere “Michele Santoro” che secondo me oggi è l’unico che può autorevolmente
stabilire un dialogo con Berlusconi e dove Berlusconi può esprimere liberamente
le sue idee, che non sono certo quelle di un vecchietto che è contrario alle
posizioni del suo stesso partito, delle sue televisioni e dei suoi giornali ma
è il pensiero lucido di chi ritiene che il protrarsi senza fine di questo
conflitto rappresenti un autentico pericolo per tutti noi;
per
cui “Santoro” potrebbe essere il cavallo di Troia in cui si possono specchiare
tutte quelle persone che sono autenticamente pacifiste senza essere minimamente
filo putiniane ma che ritengono che il modo per ottenere la pace non possa
essere quello di un continuo invio di armi.
Io del
resto non lo so quale possa essere la soluzione e non lo sa in questo momento
nemmeno chi ha il potere:
certo il disarmo deve essere bilaterale, e se
non lo vuole Putin non lo vuole nemmeno l’altro e corriamo veramente il rischio
di impantanarci in una situazione simile a quella del Vietnam.
D’altra
parte è impensabile pensare che Putin possa perdere la guerra: forse non può
vincerla, ma certo non la può perdere, per cui l’errore di “Zelenski” è quello
di continuare la guerra pensando di poterla vincere, errore che si avvantaggia
della solidarietà e della visione armata degli Americani e dei suoi alleati.
Per
cui anche qui avere una posizione laica è molto difficile.
D:
Una
cosa che ad uno come me che ha insegnato per quarant’anni fa imbestialire è il sentir
denigrare la scuola italiana, che rimane nonostante tutto una delle migliori
del mondo (almeno
dieci volte superiore a quella finlandese che io conosco bene), anche da parte di troppi
intellettuali che invece dovrebbero difenderla.
Dico
nonostante tutto perché questo dato non si deve certo ai governi, di destra,
centro, sinistra e delle grandi ammucchiate, che la scuola hanno cercato in
tutti i modi di calpestare e avvilire, ma si deve ai docenti di ogni ordine e
grado, dalle materne alle superiori, che benché malpagati, umiliati e offesi
ancora svolgono coscienziosamente il loro lavoro.
Secondo
te cosa si dovrebbe fare per porre finalmente rimedio a questa situazione?
R:
Anche
in questo caso tu fai una domanda che contiene già una risposta e che va nella
direzione di pensieri affini, che noi, pur frequentandoci poco, abbiamo su
certi problemi.
Io sono contrario alla riforma della scuola,
perché questo è solo un palliativo per dire che cambia qualcosa quando non
cambia niente. Infatti la scuola può cambiare attraverso il solo strumento che
conta ed è quello della qualità degli insegnanti, per cui l’unica riforma
possibile è quella di garantire che la scuola sia affidata a bravi insegnanti.
Ora
quello dell’insegnante è un mondo complesso, perché l’insegnante può avere
essere spinto da un’autentica vocazione, può essere spinto dal desiderio di
cambiare il mondo e quindi tramettere questo suo entusiasmo ai suoi studenti.
Però
ad un certo punto la scuola obbligatoria (io lo so perché mia madre ad un certo
punto ha deciso di insegnare pur essendo laureata in Farmacia) ha determinato una femminilizzazione
della scuola, perché l’uomo ha deciso che non era più conveniente fare
l’insegnate, per cui è scomparsa la figura maschile;
anche
l’autorevolezza del padre o del preside
hanno perso valore, e sono comparse al 90% donne che certo possono anche avere
dei valori maschili, però nella maggior parte dei casi hanno inteso la funzione
dell’insegnamento come qualcosa che consentisse loro di continuare ad essere
casalinghe, una specie di cosa in più ma non il lavoro principale, per cui in
tutte le scuole vi è stata una diminuzione di ruolo e di rango della figura
degli insegnanti, che sono diventati come una specie di badanti dei ragazzi
senza avere la possibilità di esercitare fino in fondo le loro capacità
intellettuali;
certo,
che ci siano delle persone nel mondo maschile e nel vastissimo mondo femminile
che sentano l’insegnamento come un impegno, come un dovere è senz’altro
probabile, però che questo non premi l’insegnante né come stipendi, né come
riconoscimento sociale è altrettanto vero e per l’insegnante non vi è nessuna
possibilità di fare carriera;
ad
esempio nel mondo della politica un assessore vale molto più di un insegnate;
questi nella società del dopoguerra era un
punto di riferimento era un faro e oggi non è più così, la donna che ha preso
il suo posto ha trovato un modo per lavorare, e quindi lo stipendio ha preso il
posto del fuoco dell’insegnamento.
Però
fin quando noi non restituiremo all’insegnante, sia maschio che femmina, quella
funzione, quel ruolo preminente che aveva in passato, fin quando non faremo di
nuovo sentire all’insegnante di essere fondamentale è evidente che quel lavoro
non sembrerà attraente.
Ora secondo me la scuola di massa ci porta ad
avere delle figure di insegnanti che non hanno una grande capacità di forza e
di persuasione. D’altra parte che anche adesso ci siano degli insegnanti bravi
e che sentano l’insegnamento come una missione è indubbio e quello va guardato
come l’unica vera riforma della scuola.
Del resto anche l’insegnamento universitario
non è più attrattivo, tanto è vero che ad esempio nella nostra disciplina si
preferisce intraprendere la carriera di direttore di Museo a quella del
docente, qualunque lavoro è migliore che andare davanti a dei ragazzi, perché
il rapporto con loro è sempre più difficile;
d’altra
parte la scuola ha perso la capacita di dire una verità definitiva perché i
social, la televisione hanno spezzettato il sapere, e non c’è più il sapere di
una volta.
Quando
io ero allievo di “Arcangeli”, Arcangeli era tutto, era un insegnante che aveva
la capacità di coinvolgerti, era per noi un universo.
Oggi
questo non c’è più.
E
ripeto anche a livello universitario l’insegnamento ha perso la sua capacità
attrattiva.
Certo anche oggi ci sono dei professori che si
sentono investiti di una missione e che vogliono tramettere agli studenti il
loro sapere ma questa è sempre di più una scelta personale che certo andrebbe
maggiormente tutelata e valorizzata.
D:
Rispetto
a quando eravamo giovani l’insegnamento della storia dell’arte ha fatto
certamente notevoli progressi. Sei d’accordo?
R:
Alcune discipline come la nostra sono state
favorite dal fatto che prima erano certamente sottostimate;
oggi indubbiamente gli storici dell’arte sono
molto agguerriti, ci sono persone che fanno ricerche molto significative;
un
tempo la materia era molto più ristretta, oggi la specializzazione e la
profondità di analisi porta ad una quantità di studi settoriali molto
importanti e sicuramente rispetto anche agli anni quaranta e cinquanta la
nostra disciplina è molto cresciuta, è aumentata la curiosità grazie anche alla
ricerca di temi minori che diventano temi fondamentali, e non so se questo vale
lo stesso per la matematica o per la letteratura. Inoltre gli storici dell’arte
hanno oggi maggiore visibilità e maggiore possibilità di far conoscere anche al
grande pubblico le loro performances.
D:
Tempo
fa “Giulio Carlo Argan” sosteneva che la differenza tra la scienza e l’arte
consiste nel fatto che nella prima due più due deve fare quattro, nella seconda
può farlo.
E di
recente “Claudia Ferrazzi “scrive che è necessario che anche il mondo delle
imprese benefici della capacità di innovazione propria della creazione
artistica.
È un po’ il sogno del “Bauhaus” che torna di
moda.
Con
l’aggiunta che oggi la creatività umana deve essere assolutamente difesa contro
l’”ingerenza dell’intelligenza artificiale” e quindi sostenere l’arte e la
bellezza a tutti i livelli assume un ruolo decisivo per la stessa sopravvivenza
del genere umano:
sei
d’accordo?
R:
Il
tema è abbastanza complesso, intanto “Argan” ha il sentore di una cosa molto
lontana da noi rispetto a quello che siamo diventati.
L’altra sera il premio Nobel “Giorgio Parisi”
si augurava che la scienza potesse diventare cultura e io ho detto ma guarda
che questo c’è da sempre, dai filosofi presocratici a Galileo, che hanno fatto
sì che il pensiero scientifico sia cultura;
che
poi sia settoriale e non corrisponda al pensiero umanistico e che sia diverso
rispetto all’arte, alla poesia e alla letteratura non vuol dire che abbia minor
rango.
Ma fin
dall’antichità l’arte e la scienza hanno convissuto per diventare una sola
visione del mondo e da questo punto di vista “Caravaggio” e “Galileo” sono un
esempio abbastanza esemplare.
Però
il tema che pone “Argan” è interessante per una ragione, perché il primato della cultura che
ingloba la scienza contraddice il primato della scienza come condizione di
conoscenza compiuta.
Noi
abbiamo nella nostra disciplina una serie di abusi linguistici per cui abbiamo
il restauro scientifico, il direttore
scientifico, il curatore scientifico, il comitato scientifico, e in
quest’ultimo caso si tratta di una serie di studiosi che si mettono insieme per
affrontare un determinato argomento, si tratta di un comitato di studio che
viene chiamato scientifico per corroborarlo con la forza che ha la scienza;
per
cui, ripeto, questo prevalere dell’attributo scientifico a garanzia della
nostra funzione è un altro abuso perché non c’è nessun restauro scientifico,
c’è un restauro e basta che viene compiuto da un bravo restauratore con la sua
sensibilità e la sua manualità;
gli
studi sono fatti con la capacità di conoscenze che uno ha raggiunto: certo c’è
il rigore della ricerca, ma c’è anche l’estro, e la fantasia del ricercatore,
per cui ha ragione “Argan” nel dire che la pretesa di scientificità è un modo
per diminuire la capacità creativa propria dell’atto critico;
la scienza ha dei confini e l’arte non ce li ha, l’arte è sconfinata, l’arte erompe,
ha la capacità di far saltare i confini per cui dovremmo avere l’orgoglio di
una critica creativa, di una capacità di capire se vogliamo anche fideistica e
irrazionale, perché non c’è bisogno della scienza per capire l’arte, altrimenti
abbiamo solo una serie di studi che affrontano i problemi in modo
meccanicistico e ripetitivo.
Quando
abbiamo riconosciuto il primato di “Roberto Longhi” abbiamo dovuto apprezzare
il primato della letteratura non della scienza, di aver affrontato la pagina
critica sul piano emotivo, quindi credo che “Argan” da questo punto di vista avesse colto un problema reale cioè
quella della funzione creativa dell’opera d’arte.
D:
Veniamo
a Roma: la città ha ora un’occasione unica per risollevarsi visto che il
Giubileo è alle porte anche se nessuno sembra accorgersene. Ormai quasi due
anni fa “Carlo Calenda” aveva lanciato la proposta di un grande Museo di Roma
ricevendo più insulti che commenti pacati.
Tu, partendo anche dal dato inoppugnabilmente
folle che il patrimonio archeologico romano è oggi diviso in almeno undici sedi
diverse avevi proposto di riunire tutto quello che è trasportabile nell’area
del Campidoglio, spostando la politica da Palazzo Senatorio e creare così una
sorta di Louvre dell’antichità romana, da inserire in un percorso
didattico-museale che includa anche luoghi come l’Ara Pacis o Villa Giulia.
Sei ancora di questo parere?
R:
Io ho
già fatto una parte dell’impresa e quindi da parte mia ho già chiuso un
capitolo;
un
altro che non ho ancora aperto riguarda il Giubileo, ed io penso che più che i
musei, perché a Roma indubbiamente vi è un’offerta museale più ricca di quando
io ero studente, bisogna rivolgere lo sguardo alle chiese, quindi io più che i
musei aperti farei le chiese aperte, prenderei dei ragazzi a studiare
sistematicamente l’immenso patrimonio che abbiamo nelle nostre chiese;
del
resto il Giubileo è un evento essenzialmente cristiano, quindi deve tendere ad
includere, ad aprire, appunto.
L’altro
capitolo che mi riguarda è piuttosto un’intuizione:
di
recente io ho incontrato “Paglia”, ho incontrato “Parolin” ed avendomi lui
chiesto un progetto per il “Giubileo”, io gli ho fatto una proposta per le “Scuderie
del Quirinale” che lui ha accettato ed è quella che affronta l’arte degli
artisti nella loro tarda età, il tardo” Bellini,” il tardo “Tiziano”, il tardo “Guido
Reni”, il tardo “Renoir”;
ma
questo non riguarda solo il tema della vecchiaia, da cui sono partito, ma anche
gli artisti che sono morti giovani, pensiamo a “Caravaggio”, alla differenza
che vi è tra il” Ragazzo con il cesto di frutta” e la “Decollazione di Malta” o
il” David e Golia della Borghese”, sono opere estreme in cui sembra che egli
già avesse coscienza della fine, così come “Giacomo Leopardi” che è morto a
trentasette anni ed ha prodotto capolavori assoluti come “il Pensiero dominante”,
“La Ginestra” o !Il tramonto della luna”.
[E
pensiamo al Mozart della Messa da Requiem, agli ultimi lieder di Schubert ndr].
E allora abbiamo preparato questo progetto e
faremo questa mostra che certamente farà discutere perché il tema della
vecchiaia, delle opere finali, non è mai stato affrontato in modo sistemico.
E poi
c’è questo problema del Giubileo.
Ora io
dal punto di vista personale sono pressoché ateo, e però sono cristiano, sono
cristiano perché ogni credente crede nel suo Dio che spesso non corrisponde
alla Chiesa che vorrebbe, perché la Chiesa si occupa di denaro, c’è il problema
dei pedofili, e allora ognuno crede nel suo Dio e va benissimo, io invece sono
clericale e credo più nella Chiesa che in Dio, nella Chiesa come istituzione
storica e allora col Giubileo la Chiesa ha una grande occasione e questa idea
di tenere tutte le chiese aperte secondo me è fondamentale, perché la Chiesa
come dicevo prima deve aprire, deve includere ed allora, insisto, io metterei
dei giovani a studiare sistematicamente questo immenso patrimonio e farei
chiese aperte.
L’altro
aspetto di cui parlavo è questa intuizione delle opere terminali, perché nella
tarda età indubbiamente si perde la carica di vitalità, la carica erotica e
allora si diventa più meditativi.
Non so, “l’ultimo Reni” è impressionante,”
l’ultimo Mone”t è meraviglioso, “l’ultimo Music”, “l’ultimo Morandi che guarda
solo all’anima delle cose non al loro corpo.
Insomma io sul Giubileo sono attrezzato.
D:
A Roma
abbiamo il paradosso che il più grande museo della città si trova all’estero,
cioè nello “Stato della Città del Vaticano”.
R:
Sì
questo è un paradosso perché quando si stilano le classifiche dei musei più
visitati, vi è “il Louvre”, vi è “il Metropolitan”, ma tra i “Musei italiani”
non vengono citati i “Musei Vaticani che hanno circa sei milioni e mezzo di
visitatori all’anno e sono a tutti gli effetti uno dei musei più visitati e
importanti del mondo.
D:
Non
trovi anacronistico che una grande metropoli come la nostra non abbia
assolutamente un grande “Museo d’arte contemporanea” degno di questo nome,
perché né la” GNAM” per come è gestita attualmente, né il “MACRO” né il “MAXXI”,
con tutto il rispetto, possono definirsi tali.
R:
Però,
per esempio rispetto a Milano, indubbiamente in questi ultimi anni Roma è
andata avanti;
vi è
il “Museo del Novecento” che è la “GNAM”, con tutto che la sua gestione attuale
si può discutere, vi sono il “Macro” ed il “Maxxi”, certo poi devi dargli i contenuti
adeguati e non bastano gli spazi, però ripeto Milano si è fermata, così altre
città, mentre Roma è andata avanti quindi è difficile pensare di fare altri
musei.
D:
Ed ora
una domanda su quello che con termine orribile si chiama “Jus Soli” o “Jus
Scholae”, ma prima ti voglio raccontare una storia vera che sembra una
barzelletta.
So di un egiziano che è diventato cittadino
italiano dopo aver sposato una bosniaca che aveva sposato un italiano da cui
aveva divorziato poco dopo;
ora
anche questa signora e l’egiziano hanno divorziato per cui se quest’ultimo si
sposa, metti con un’altra egiziana, lei diventerà cittadina italiana per avere
sposato un egiziano che ha sposato una bosniaca che ha sposato un italiano.
Invece
un ragazzo nato in Italia, che sta completando con merito il suo ciclo di studi
nel nostro paese, che magari parla l’italiano meglio di tanti suoi compagni
italiani non può avere la nostra cittadinanza.
A me sembra non solo profondamente ingiusto ma
anche masochistico visto che con il nostro crollo delle nascite noi dovremmo
includere e non respingere.
R:
No,
no, capisco: questo secondo me è un errore nel senso che questa che sembra una
forzatura della sinistra alla destra in realtà è solo il riconoscimento di una
condizione di vita che si è svolta in Italia, nelle scuole italiane, con la
lingua italiana e quindi se ben interpretata dovrebbe essere accolta anche dal
centro destra e non vedo perché un ragazzo che nasce in Italia, vive e ha
vissuto in Italia non debba essere considerato italiano; non bisogna guardare
al sangue.
Quindi in effetti non capisco e non ho mai
capito bene cosa spinge la destra ad avversare questa che è semplicemente la
valutazione fotografica di una vita;
e non si capisce perché un ragazzo che
frequenta le scuole italiane non debba essere considerato italiano, dal momento
che la sua percezione del mondo è legata a quella dei suoi compagni di scuola
che hanno fatto le stesse scuole e quindi non può essere una questione di
sangue, una questione geografica, ma ripeto di visione del mondo, di quello che
si ha in testa.
Quindi
io penso che questa è una posizione che col tempo anche la destra dovrà
rivedere e penso anche che la” Meloni” sarà abbastanza intelligente da capire
che non vi è alcun motivo per cui un ragazzo che ha vissuto 18 anni in Italia
non debba essere considerato italiano.
D:
Veniamo
a una domanda che nessun intervistatore può evitare di fare. Quale libro stai
leggendo o hai appena letto.
R:
Mah, i
libri sono talmente tanti che si affollano, sto leggendo “Germinello Alvi” che
è uno scrittore particolarmente sofisticato, leggo “Antonio Delfini”, leggo “Rontgen”;
il mio è un procedimento molto rapsodico, leggo dei saggi sul “Quattrocento
ferrarese” che è un argomento di cui mi sto occupando, leggo gli studiosi che
sono andati oltre” Roberto Longhi”, che hanno allargato la sua visione, leggo “Testori”
e sto leggendo proprio un libro di” Alessandro Gnocchi” su “Testori”;
sai
per uno come me che non legge i libri per diletto ma per rendersi conto di
quello che succede nel mondo non vi è un solo libro in particolare.
D:
Per
finire ti chiedo se c’è una “mostra impossibile” che ti piacerebbe organizzare?
R:
In
realtà io ho una visione molto concreta e realistica, quello che ho voluto fare
l’ho fatto, forse perché non mi è mai venuto in mente di fare mostre
impossibili;
certo
ho il privilegio di ottenere quello che altri non possono ottenere e ovviamente
non è che ne approfitto, ma direi che le mostre che avrei voluto fare si sono
tutte realizzate.
(Sergio
ROSSI - Roma 2 Aprile 2023)
‘Essere
eretici’: il
convegno della destra
sulla cultura in Italia.
All’assalto
soft alle casematte
del
potere sinistrorso?
Key4biz.it
- Angelo Zaccone Teodosi – (7 Aprile
2023) – ci dice:
‘Essere
eretici’: il convegno della destra sulla cultura in Italia.
All’assalto soft alle casematte del potere
sinistrorso?
IL PRINCIPE
NUDO.
Ieri a
Roma un affollato confronto “interno” alla cultura di destra: "Nazione”,
“comunità”, “identità”, “conservatorismo” le parole-chiave. Il Ministro Sangiuliano ed il
Presidente della Commissione Cultura della Camera dettano la linea: pluralismo
e anticonformismo.
Il
titolo dell’iniziativa organizzata ieri a Roma presso l’Hotel Quirinale dalla
“destra culturale” italiana era ambizioso, “Pensare l’immaginario italiano”, e
anche il sottotitolo “Stati generali della cultura nazionale”.
Durante
i lavori è stato precisato che il sottotitolo era in origine “Stati generale
della cultura di destra”, ma poi si è preferito un più neutrale “nazionale”
(invece che, appunto, “di destra”).
Sala
affollata, circa duecento persone, per una giornata intera di lavori dalle 10
del mattino alle 19, con una breve pausa pranzo ed una decina di sessioni di
lavoro (teatro e musica, arte e beni culturali, cinema, televisione,
digitale…), con un centinaio di intervenienti (da osservare la scarsissima
presenza di donne).
La
giornata si è posta come laboratorio di discussione politica interna all’area
della destra di governo.
I tre
“moschettieri” del Ministro della Cultura: Francesco Giubilei, Alessandro
Amorese, Emanuele Merlino. Combattere la cultura del “politically correct”
L’iniziativa
è stata co-promossa dai cosiddetti “tre moschettieri”: Francesco Giubilei esponente di spicco dell’associazione
“Nazione Futura” (laboratorio culturale di Fratelli d’Italia) e Consigliere del
Ministro della Cultura, Alessandro Amorese, Capogruppo di Fratelli d’Italia in
Commissione Cultura della Camera, Emanuele Merlino, Capo della Segreteria
Tecnica del Ministro Gennaro Sangiuliano.
Accomunati
dal desidero di contrastare l’“egemonia culturale” che produce conformismo, da attribuire al dominio americano
neoliberista che sarebbe stato fatto proprio anche da buona parte della
sinistra italiana (analisi che ha certamente un qualche fondamento).
Si
vuole “combattere la cultura woke e del politically correct che ci arriva dai
campus americani”.
Da
segnalare che, non appena il quotidiano “la Repubblica”, nell’edizione (online)
di martedì 4 aprile ha dato la notizia dell’iniziativa, scrivendo “il convegno
organizzato dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano”, l’Ufficio Stampa
del Ministero della Cultura si è affrettato a diramare un comunicato col quale
chiariva che, “con riferimento all’articolo apparso oggi su Repubblica.it dal
titolo “’Pensare l’immaginario italiano’, il convegno organizzato da
Sangiuliano per una nuova egemonia culturale della destra”, si precisa che né
il Ministro Gennaro Sangiuliano né tantomeno il Ministero della Cultura hanno
avuto alcun ruolo nella pianificazione dell’iniziativa, che è curata da
organizzazioni private.
Il
Ministro Sangiuliano interverrà ai lavori e svolgerà una sua relazione”.
“Guido
Caldiron”, sul quotidiano “il Manifesto” di mercoledì 5 aprile ha pubblicato
una interessante analisi dell’iniziativa, osservata giustappunto “da sinistra”,
in un articolo sintetizzato efficacemente nel titolo: “Agli Stati generali della cultura di
destra una riunione di famiglia post missina”.
In
effetti, da osservatori esterni, abbiamo percepito in modo netto e chiaro –
nelle tante ore di interventi – una sorta di affettuosa autoreferenzialità, tra
persone – artisti, intellettuali, organizzatori culturali, professionisti… –
che si sentono accomunati da radici culturali comuni ed anche da un sentimento,
pacato, di rivendicazione del proprio possibile futuro ruolo…
Auspicano
un superamento dell’emarginazione che sentono di aver vissuto per molto tempo,
decenni e decenni. Durante l’intera giornata ci sembra che nemmeno il nome del
“Movimento Sociale Italiano” sia stato mai evocato, e quindi l’iniziativa
certamente non ha mostrato alcun conato nostalgico.
Ma le
radici storiche sono state invocate molte volte, e certamente recano nel
proprio patrimonio identitario l’esperienza del Msi. Comunque, fatta salva
l’ipotesi che sia sfuggita alle nostre orecchie, il termine “fascismo” non è
stato mai né evocato né citato.
Le
parole-chiave sono state: “Nazione”, “comunità”, “identità”, “conservatorismo”.
Conservatori,
non reazionari.
E su
quest’ultima parola, si è concentrato l’intervento del Ministro Gennaro
Sangiuliano, che ha aperto la sessione pomeridiana con una relazione che molto
ci ha ricordato l’intervento che presentò mesi fa durante la campagna
elettorale di Fratelli d’Italia, che fu a suo tempo contestato in quanto
Direttore del Tg2 della Rai.
Il Ministro non è soltanto un giornalista, ma
un saggista, appassionato di storia, teorico di una visione non passatista del
“conservatore”, studioso di “Giuseppe Prezzolini”:
“tra le missioni del conservatore c’è quella di
riaffermare la libertà e la pluralità delle idee, contro il monolite del
politicamente corretto”.
Il
Ministro ha auspicato la “coesistenza, con pari dignità” tra le varie culture
politiche, per “ricomporre la frattura” tra il mondo intellettuale progressista
e quello conservatore, ma ha anche criticato quel “mainstream che ha ritenuto
che una certa tipologia di cultura e di pensiero non debba avere diritto di
cittadinanza”.
È
stato distribuito un allegato alla rivista trimestrale “Nazione Futura” (che si
autodefinisce “La rivista dei conservatori”), edita dalla omonima associazione,
che a piena pagina titolava:
“Pensare
l’immaginario italiano” ovvero “riscoprire la cultura nazionale in un’epoca di
politicamente corretto e cancellazione dell’identità”.
Scrive
Francesco Giubilei nell’editoriale: “l’identità di una nazione si fonda
sulla sua storia e su un pantheon di figure che hanno contribuito a realizzare
nei secoli la tradizione nazionale”.
I nomi
di riferimento di quest’area culturale vanno da Giambattista Vico a Vincenzo
Gioberti, passando per Vincenzo Cuoco fino a Benedetto Croce e Giovanni
Gentile.
Si
ricordi che Nazione Futura è nata nella primavera del 2017 come movimento di
idee, con l’obiettivo di favorire il dibattito politico-culturale e
“l’aggregazione di varie anime della società civile accomunate da valori e
ideali comuni”.
Francesco
Giubilei (Nazione Futura): contro “le minoranze ideologiche che vogliono
riscrivere la storia a suon di politicamente corretto e ‘cancel culture’.”
Presentando
l’iniziativa, “Francesco Giubilei” ha sostenuto: “oggi la cultura nazionale fa i conti
con una società che mette in discussione il concetto di identità da vari punti
di vista, in particolare attraverso minoranze ideologiche che, a suon di
politicamente corretto e ‘cancel culture’, vogliono riscrivere o annullare la
nostra storia.
Per
questo diventa fondamentale da un lato ricordare chi siamo e da dove veniamo,
ma al tempo stesso immaginare dove vogliamo andare”.
Da
segnalare che su un banchetto antistante la sala del convegno, venivano
proposti libri di case editrici di area, come” Historica”, che ha ripubblicato
“L’egemonia
culturale” di Antonio Gramsci.
Nell’allegato
di “Nazione Futura”, viene proposta anche una mappatura delle case editrici,
delle fondazioni, delle associazioni di area, che vengono definite “le anime
del pensiero nazionale”.
Dalla
Fondazione Tatarella alla Fondazione Alleanza Nazionale, dalla casa editrice
Giubilei Regnani ad Eclettica Edizioni (fondata da Alessandro Amorese) passando
per “Cultura Identità” la rivista fondata nel 2018 dall’attore “Edoardo Sylos
Labini” (vicino a Forza Italia, e curatore della pagina settimanale
“controculturale” sul quotidiano “il Giornale”)…
Da
segnalare che sembra essere stata completamente ignorata “Casa Pound”, ed il
suo mensile di raffinato laboratorio intellettuale-culturale “Primato
Nazionale”. È comunque apparso in sala “Davide Di Stefano”, (già segretario del
movimento), ma fugace spettatore.
Federico
Mollicone (Presidente Commissione Cultura Camera dei Deputati): “rinnovare le
commissioni ministeriali, per scardinare le casematte del potere culturale.”
Meno
teorico e più pragmatico l’intervento di Federico Mollicone, Capo Gruppo di FdI
in Commissione Cultura alla Camera, che è senza dubbio il fiduciario di Giorgia
Meloni in materia di cultura.
Per
chi vuole approfondire l’esperienza di Mollicone, si consiglia la lettura del
libro che ha curato due anni fa per i tipi della rivista “Il Borghese”,
intitolato “L’Italia in scena”, sottotitolo “La cultura, l’innovazione, la
pandemia.
Tre
anni di battaglie fuori e dentro il Palazzo, per costruire la Destra di
governo” (300 pagine dense, con un’introduzione di Giorgia Meloni,
un’intervista di” Gian Marco Chiocci”, direttore dell’agenzia stampa Adnkronos,
la riproduzione dei testi di proposte di legge ed interventi vari).
Federico
Mollicone – che ha parlato con toni da Ministro (in effetti, secondo i
“bookmaker”, era il candidato più accreditato per la nomina al Collegio Romano
durante la trattativa per la formazione dell’esecutivo) ha rivendicato le
iniziative intraprese da Governo e Parlamento nell’arco di pochi mesi,
concentrandosi sui finanziamenti per i borghi, per le rievocazioni storiche,
sul nuovo Fondo Nazionale per lo Spettacolo (che va a sostituire lo storico
“Fus” ovvero il Fondo Unico per lo Spettacolo)…
Ed è
emersa qui l’esigenza di un cambio di rotta, di un “rinnovamento” delle
commissioni ministeriali che gestiscono i fondi pubblici: queste commissioni
rappresentano – secondo la destra – quei “feudi”, anzi quelle “casematte” che
hanno consentito la costruzione della “egemonia” culturale della sinistra.
Non
contrapporre una nuova “egemonia di destra” alla pre-esistente “egemonia di
sinistra”, ma stimolare pluralismo e anticonformismo, rispetto delle diversità
e delle differenze.
Più di
un interveniente ha però sottolineato che non si tratta di contrapporre una
nuova “egemonia” alla pre-esistente “egemonia”: si deve invece assumere un
atteggiamento liberale e plurale, di rispetto delle differenze, di rispettosa
convivenza tra diversità, semmai da ricomporre a “sintesi” (hegelianamente)
nell’interesse dello Stato, anzi della Nazione.
Ha
sostenuto Mollicone: “le maggioranze di sinistra hanno colpevolmente dimenticato la
cultura di destra. Per rovesciare questa spirale negativa, c’è bisogno di una
cultura conservatrice, una rivoluzione dolce”. E questa rivoluzione “soft”
affronterà anche il tema sempre più centrale delle nuove tecnologie e della
società digitale: ChatGpt va “regolamentata ma non demonizzata”.
È
stato ricordato l’intervento a favore della Siae (Società Italiana degli Autori
e Editori) nello scontro sintomatico con Meta (Facebook). “Non finiamo nella trappola – ha
sostenuto Mollicone – di chi vuole chiudere i conservatori nel recinto di chi
vuole solo preservare il passato”.
Per
quanto riguarda il servizio pubblico radiotelevisivo, abbiamo registrato
interventi certamente non rivoluzionari, né da parte del mediologo (già nel Cda
Rai, e Direttore Scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale) Giampaolo
Rossi (secondo molti presto destinato a sostituire Carlo Fuortes come
Amministratore Delegato di Viale Mazzini) né da parte di Paolo Petrecca
(Direttore di RaiNews24) né da parte di Angelo Mellone (Vice Direttore
Daytime). Rossi ha sostenuto che “la funzione del servizio pubblico dovrebbe
essere quella di garantire la pluralità delle narrazioni”.
Toni
molto prudenti, invocando maggiore pluralità di visioni del mondo, e maggiore
apertura alle culture non “dominanti” e non “conformiste”: parola-chiave, in
questo contesto, “pluralismo”.
Sul
cinema, interventi morbidi del produttore Gianluca Curti (che guida anche la
Cna Cinema Audiovisivo) e della produttrice Manuela Cacciamani:
il primo ha sostenuto l’esigenza di sostenere
il settore rafforzando lo strumento del “tax-credit” soprattutto a favore dei
produttori indipendenti, la seconda si è dichiarata ottimista anche in
relazione alle potenzialità delle nuove tecnologie (la sua società
OneMorePictures è molto attiva – assieme a RaiCinema – nel settore della
Virtual Reality)…
Unico
intervento effervescente – in materia di spettacolo e cinema – quello di
Pierfrancesco Pingitore, che ha letto un testo divertente ed appassionato sul
cinema, invocando l’esigenza di ri-costruire la dimensione magica e sociale
della fruizione in sala.
Osservazioni
sociologica sul pubblico: età media molto alta (pochissimi “under 30”), look
prevalente tradizional-borghese (poteva essere diversamente?!), poche donne…
Ci
piace riprodurre un commento di Carmelo Caruso su “il Foglio” di oggi, in un
ironico articolo intitolato “Pipe e bastoni, pasticche di Benedetto Croce.
Dieci
ore di cultura di destra”.
Scrive Caruso: “il racconto dell’evento più
spassoso della destra organizzato da Francesco Giubilei, consigliere del
ministro Sangiuliano. Appennini da ripopolare, boiardi da inseguire, italiano
da presidiare e filosofi coreani. Commissario, è tutto vero.
Eravamo
a Roma, all’Hotel Quirinale, e per un’intera giornata abbiamo sniffato stati
generali della Cultura nazionale”, l’evento organizzato dalla destra di
governo. Dieci ore.
In
pratica dieci grammi purissimi di “cultura ostracizzata”. E poi anche
pasticche. Era quasi overdose. C’erano insospettabili.
Abbiamo
ingerito ciclonica con il ministro della Cultura, Sangiuliano; codeina con il
filosofo Zecchi; fenobarbital con il vicepresidente della Camera, Rampelli;
nalbulfina con il presidente del Maxxi, Giuli; petedina con il regista Edoardo
Sylos Labini e anche pentazocin, con il vicedirettore de La Verità, Francesco
Borgonovo. Camillo Langone, presente pure lui, si è staccato ed è andato a
pregare”…
Concetto
Vecchio, invece, su “la Repubblica” di oggi ha proposto un’analisi critica
intitolata “Col Bagaglino e Osho (che ha proposto al convegno un “intervallo
goliardico” con le sue irrispettose vignette, n.d.r.) la destra va alla
conquista di festival, cinema e Rai”. Francamente, a noi questa ipotizzata
“conquista” è parsa in verità assai sfumata…
Conclusivamente,
un osservatore esterno alla “area” cui si è rivolta l’iniziativa di ieri non
può non apprezzare le buone intenzioni complessivamente manifestate.
Una
qual certa sensazione di rivalsa è senza dubbio emersa, ma assai pacata.
Sull’esigenza
di estendere lo spettro del pluralismo anche un simpatizzante della sinistra
non può non essere d’accordo… Sull’opportunità di maggiore anticonformismo,
anche chi non milita a destra non può non essere d’accordo…
“Essere
eretici”, nella pluralità delle narrazioni
La
sintesi forse più efficace degli intendimenti dei co-promotori dell’iniziativa
è rappresentata dall’auspicio che ha manifestato Emanuele Merlino nel chiudere
il suo intervento: “essere eretici”.
Ed il
Ministro Sangiuliano ha criticato “i giornalisti poliziotti che danno la caccia
all’eretico”.
Sarà
interessante osservare come questa auspicata eterodossia, questa “rivoluzione
dolce” si andrà a concretizzare, nei prossimi mesi, nella gestione del potere
culturale da parte del Ministro Gennaro Sangiuliano.
A
partire dalle nomine delle “commissioni ministeriali”, passando per storici
“feudi” come Cinecittà e la Biennale di Venezia… Per la verità, dopo il “colpo
di Stato”, attuato nelle prime settimane di governo, con il defenestramento di “Giovanna
Melandri” dal Maxxi e la sua sostituzione con “Alessandro Giuli”, non si sono
osservati grandi “sconvolgimenti”…
Vedremo
se nelle future “stanze dei bottoni” verranno allocate – con logiche
meritocratiche e non soltanto di “spoil system” – persone qualificate
tecnicamente e fuori dalle logiche partitiche.
Oppure
se si rinnoveranno le pratiche basse delle spartizioni partitocratiche che
hanno caratterizzato per decenni anche le principali “macchine culturali”
pubbliche italiane.
E
vedremo se verrà smentita chi invece già teme – come Barbara Scaramucci su
“Articolo21” – un nuovo “MinCulPop 2.0”…
Vedremo
se un novello “politically correct” andrà banalmente ad imporsi al precedente,
oppure se l’impegno per un sistema culturale più plurale, trasparente,
meritocratico, libero.. si concretizzerà effettivamente.
(Angelo
Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale
(www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz.”)
Test
per Identificare il Cancro
Decenni
Prima? Dio ce ne Scampi!
Conoscenzealconfine.it
– (4 Aprile 2024) - Marcello Pamio – ci dice:
Gli
scienziati del nuovissimo istituto oncologico dell’Università di Cambridge
hanno iniziato un lavoro per individuare i cambiamenti degenerativi nelle
cellule, decenni prima che si sviluppino in tumori!
L’”Early
Cancer Institute” (earlycancer.cam.ac.uk/) ha appena ricevuto 11 milioni di
sterline da un mister X, un donatore anonimo per questa ricerca.
Che
sia lo psico-pedofilantropo?
“Il
periodo di latenza dello sviluppo di un cancro può durare anni, a volte un
decennio o due, prima che la condizione si manifesti improvvisamente ai
pazienti”, ha affermato la prof.ssa “Rebecca Fitzgerald”, direttrice
dell’istituto.
Ad un
occhio molto sprovveduto questa ricerca sembra molto interessante e utile.
D’altronde
nell’attuale paradigma il cancro è una tra le prime due cause di morte nel
mondo intero.
E lo
è, ma nessuno mette in discussione le” aberranti terapie oncologiche” come
reale causa delle morti.
Mi
riferisco alle “mostarde azotate” prodotte per la prima volta negli anni Venti
come potenziali armi chimiche:
agenti vescicatori in grado di penetrare le
cellule e causare danni al sistema immunitario e al midollo osseo.
Oggi si chiama chemioterapia!
Armi
vietate in guerra dalla Convenzione dell’Aja del 1907, dal Protocollo di
Ginevra del 1925 e dalla Convenzione di Parigi del 1993, ma nella lotta al cancro sono
legittime e le uniche riconosciute.
I risultati li vediamo al campo santo…
Detto
questo, ricordo che un organismo sano produce miliardi di cosiddette cellule
tumorali ogni santo giorno, ma queste finiscono fagocitate dal sistema
immunitario.
Ricordo
anche che un organismo sano manifesta spesso “attivazioni” psico-biologiche
diagnosticate poi come tumori…
Per
cui tali ricerche, ammantate di “prevenzione”, scovando semplici “cellule
tumorali” faranno crescere esponenzialmente le diagnosi di tumore in persone
sanissime…
Lo
“scoprono” prima, e lo “curano” col “napalm”.
L’impatto sociale sarà devastante.
Per “Big Pharma” sarà invece una manna dal
cielo!
(Marcello
Pamio)
(disinformazione.it/2024/04/01/test-per-identificare-il-cancro-decenni-prima-dio-ce-ne-scampi/)
Limitiamo
il potere delle élite
tecnologiche
per salvare
libertà
e democrazia.
Agendadigitale.eu
– Lelio Demichelis – (4 novembre 2021) – ci dice:
(Lelio
Demichelis - Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia-
Università degli Studi dell’Insubria)
Cultura
E Società Digitali.
Dall’accordo
sindacale in Amazon Italia, passando per il progetto “Metaverso” di Facebook,
per arrivare al “reddito minimo universale” e alle parole di “Papa Francesco”:
sono
molti gli spunti su cui riflettere fin da ora e con lungimiranza per garantire
un futuro libero e democratico alle prossime generazioni.
Interessanti
davvero, queste ultime settimane.
Ricche
di spunti per fare qualche ulteriore riflessione a freddo.
Cioè
fermando o almeno rallentando la macchina del tempo:
non
quella fantascientifica di H. G. Wells, nel suo romanzo del 1895, o la “De
Lorean di “Ritorno al futuro” e molte altre ancora – macchine per andare avanti
e indietro appunto nel tempo;
ma
quella macchina invasiva e alienante che ci porta incessantemente ad accelerare
i nostri tempi ciclo di lavoro e soprattutto di vita, facendoci perdere il
passato (travolto da un presente incalzante e a mobilitazione crescente) e
impedendoci di guardare avanti esercitando quella buona pratica che abbiamo
totalmente dimenticato e che aveva nome di lungimiranza – e che in sé contiene
pensiero riflessivo, capacità di immaginare, responsabilità verso le future
generazioni.
Partiremo
allora – scegliendo alcuni di questi spunti – dall’accordo sindacale in Amazon
Italia, apriremo
una parentesi su Metaverso, per arrivare al reddito minimo universale e a Papa Francesco che non smette di stupirci – e se i
media lo mettessero in prima pagina (detto da un non-credente o da un
diversamente-credente come chi scrive) invece di nasconderlo tra le ultime
notizie, forse capiremmo di più del mondo e perché funziona così male.
Indice
degli argomenti:
Amazon
e il sindacato.
Pandora
papers e global tax.
Il
Metaverso di Mark Zuckerberg
Salario
minimo e riduzione dell’orario di lavoro.
In
nome della Ragione.
Amazon
e il sindacato
Ciò
che ad Amazon era riuscito facilmente in America nell’aprile scorso – far
fallire un referendum indetto tra i lavoratori per provare a costituire un
sindacato aziendale nel magazzino di “Bessemer” in Alabama – non è riuscito in
Italia e Amazon ha dovuto accettare che la democrazia entrasse nei suoi luoghi
di lavoro.
A
Bessemer per la Retail, “Wholesale and Department Store Union” (RWDSU) – il
sindacato che i lavoratori avevano appunto contattato per provare ad aprire una
sezione sindacale nei capannoni di Amazon – su 3.215 voti, quelli contro la
sindacalizzazione sono stati 1.798, mentre quelli a favore sono stati solo 738.
Il
potere di ricatto e la (im)moral suasion di Amazon hanno portato i lavoratori a
negarsi un diritto che dovrebbe essere normale in ogni democrazia (ma sappiamo
che gli Usa sono una democrazia molto sui generis…).
Ed è
altresì vero – ce lo ricorda la storia, cioè il passato che tendiamo invece a
dimenticare credendo che tutto sia un eterno presente – che da Ford a Taylor
passando per Marchionne e Jobs e arrivando oggi a Bezos l’imprenditore non ha
mai amato e non ama il sindacato, lo considera un intralcio alla libertà
d’impresa, un rallentamento dell’efficienza dell’organizzazione (e del suo
comando e del suo controllo sui lavoratori) e un ostacolo alla massimizzazione
della produttività e quindi dei profitti.
In
Italia, invece, dopo una lunga lotta, si è arrivati – lo scorso 15 settembre,
al Ministero del lavoro – a siglare un contratto collettivo di lavoro e ad
ottenere un po’ di democrazia anche nella antidemocratica e antisindacale
Amazon – in questo ben allineata con tutto il capitalismo delle piattaforme e
della sorveglianza, ma anche con l’industria classica e finanziarizzata, come
nel caso della “Gkn£ di Campi Bisenzio in Toscana o della “Whirlpool£ di
Napoli.
Modello
italiano virtuoso e partecipativo contro modello americano neoliberista, per
Amazon.
Democrazia economica e sindacato contro autocrazia
d’impresa, per Gkn e Whirlpool.
Dunque,
Amazon – dopo cinque anni di resistenza autocratica e antidemocratica alla
sindacalizzazione e alla contrattazione – ha infine accettato il confronto
sindacale ed ha sottoscritto un accordo nel quale riconosce la rappresentanza
collettiva, il ruolo del sindacato e il “Contratto collettivo nazionale della
Logistica e Trasporto Merci”, nonché il confronto con il sindacato nei vari
livelli di contrattazione nazionale e territoriale;
impegnandosi
inoltre concretamente per il miglioramento generale delle condizioni dei
lavoratori.
Un risultato non da poco anche se dimostra che
le nuove tecnologie non sono il nuovo che avanza e che non si deve fermare, ma ci fanno tornare indietro di
decenni quanto a democrazia dell’impresa e nell’impresa, e dunque vanno fermate
e riportate a normalità democratica.
Pandora
papers e global tax.
Secondo
spunto, i “Pandora Papers”.
L’indagine è stata realizzata dall’ “ICIJ”, il
Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi che ha mobilitato 600 di
loro – in rappresentanza di 151 media di 117 paesi diversi – per indagare
sull’evasione/elusione fiscale nel mondo.
Dall’analisi
di ben 12 milioni di documenti fiscali è così emerso un autentico e ben
strutturato sistema di evasione fiscale e riciclaggio a livello mondiale.
Se i
precedenti “Panama Papers” del 2015 provenivano dai files di un singolo
fornitore di consulenza per servizi legali-finanziari come appunto lo studio
legale panamense “Mossack-Fonseca” – con più di 500 impiegati ed oltre 40
uffici in tutto il mondo – oggi i “Pandora Papers” hanno rivelato (lo si sapeva, mancavano le prove
provate – e fortunatamente esiste ancora un giornalismo investigativo) che il sistema è ancora più ampio e dove
avvocati e intermediari finanziari e false imprese come meri recapiti legali
sono la struttura di una globale industria del riciclaggio e
dell’evasione/elusione fiscale creata al servizio di politici, miliardari,
imprese hi-tech, attori e allenatori di calcio e molto altro ancora.
D’altra
parte, è stata l’”Ocse”, in uno studio pubblicato nel 2020, ad avere
quantificato – ma molto per difetto, per ammissione della stessa Organizzazione
– in
almeno 11,3 trilioni di dollari la ricchezza scomparsa dai sistemi fiscali
statali;
non solo illegalmente ma spesso e volentieri,
aggiungiamo, con la complicità degli stessi stati, che chiamano però questa
forma particolare di evasione/elusione fiscale legalizzata e concessa dallo
stato, attrattività per le imprese e i loro investimenti.
È
davvero quindi poca cosa – risibile – la “global minimum tax del 15% decisa
nelle scorse settimane dal G20”:
uno
specchietto per le allodole, pur esaltato come assolutamente nuovo e buono e
giusto dalla gran parte dei media e dai politici mainstream, ma che ha fatto
dire a “Oxfam” che quello che avrebbe potuto essere un accordo storico per
mettere fine ai paradisi fiscali è in realtà un rabberciamento tra i paesi
ricchi, che andrà a svantaggio dei più poveri e aumenterà le diseguaglianze.
Eppure,
i recenti premi Nobel per l’economia – in realtà premi in scienze economiche
della “Banca di Svezia”, in memory of Alfred Nobel – David Card, Joshua D.
Angrist e Guido W. Imbens hanno dimostrato, come scrive l’economista svizzero
Silvano Toppi, che “non è vero né dimostrato, come invece sostiene il
neoliberismo (ad esempio la votazione in Svizzera del 2014 sull’introduzione
del salario minimo, rifiutata dal 76 per cento dei votanti, sotto minaccia
padronale di un crollo generale dell’economia) che l’introduzione di un salario
minimo ha un effetto negativo sul lavoro, sull’occupazione, sull’attribuzione
del reddito (il salario minimo aumenta i redditi dei lavoratori a basso
salario), sulla crescita. Risulta anzi vero il contrario”.
Eppure,
il neoliberismo “ha sempre preteso che ciò che è favorevole al lavoratore è
negativo per l’economia e, in generale, per il benessere” di un paese;
e in
questo dogma ancora viviamo, nonostante il suo più che evidente fallimento.
Colpa della egemonia della filosofia (sic!)
neoliberale, per cui, dagli anni Ottanta in poi, il mantra condiviso da tutti,
anche a sinistra, continua Toppi, “è stato quello di attribuire ogni colpa di uno
squilibrio economico ai salari o al lavoro (ridotto solo a un costo che gonfia
i prezzi). Ed è da lì che la cosiddetta moderazione salariale è diventata dogma
e costante ricatto dottrinale e politico. E cioè: moderazione (!) come unica
condizione per lavorare, essere competitivi, crescere”.
In
Svizzera, come in tutta Europa. E non solo.
Quello
stesso neoliberalismo per cui occorreva anche e allo stesso tempo (è il secondo
mantra della filosofia neoliberale da recitare ogni giorno) detassare i ricchi
in modo che la loro ricchezza potesse naturalmente gocciolare verso il basso
della società, facendo salire la marea del benessere di tutti – una autentica “fake
news”.
Si è
prodotto infatti esattamente il contrario, questo processo affiancandosi alla
parallela “eterogenesi dei fini legata alle nuove tecnologie”, che appunto
negli anni ’90 promettevano di farci lavorare meno, fare meno fatica, poter
avere più tempo libero e garantivano una nuova era di crescita
infinita/illimitata.
Praticamente il Paradiso in terra.
E ci abbiamo creduto. Ma è appunto accaduto il
contrario.
Il
Metaverso di Mark Zuckerberg.
Parentesi
su “Metaverso”, la novità di Facebook arrivata (con classica tecnica – usata
con tempismo perfetto – di distrazione di massa) giusto pochi giorni dopo le accuse
al social di massimizzare i profitti attivando deliberatamente odio,
antagonismo e fake news.
Qualcosa di ancora sconosciuto nei suoi
dettagli, però “Metaverso” è già un nome fascinoso, evoca qualcosa di insieme
metafisico e di universale, di reale e di utopistico, di qui e oltre e attira
il feticismo mediatico – che diventa propaganda subliminale – per l’innovazione
tecnologica.
Ha
commentato “Christian Rocca”:
Metaverso
“è soltanto cosmesi per nascondere il fatto che Zuckerberg non ha alcuna
intenzione di cambiare rotta, anzi pensa di modellare la società del futuro sui
principi del gaming e di passare al nuovo livello di controllore unico
dell’ambiente virtuale e fisico collegato a Internet. Questo è il metaverso di
cui parla Zuckerberg.
Una
prospettiva spaventosa, visti i precedenti.
Sui
giornali americani il dibattito è partito con grande intensità. L’editoriale di
apertura dell’ultimo numero dell’”Atlantic” lo scrive senza giri di parole:
Facebook
[è molte cose insieme], ma in realtà è anche una potenza straniera ostile.
E come
una potenza ostile andrebbe affrontato, perché a una potenza straniera ostile
non si può consentire che si costruisca un suo ecosistema virtuale e
alternativo a quello reale, dentro il quale intrappolare e manipolare miliardi
di utenti. […]
Il
problema è che le piattaforme digitali non esercitano solo una forma di
sovranità sugli utenti e sui cittadini, ma ne determinano anche i
comportamenti.
Le
ricerche, riportate da “Bloomberg”, dimostrano per esempio che l’algoritmo di Facebook tende a indirizzare gli utenti più
anziani verso contenuti cospirazionisti e i teenager sui temi legati al proprio
corpo”.
Salario
minimo e riduzione dell’orario di lavoro.
Chiusa
la parentesi, arriviamo al tema del salario minimo – per legge o per accordo
sindacale.
Ne scriviamo richiamando le riflessioni di
Papa Francesco, espresse a metà ottobre, ragionando sul post-pandemia.
Che è
una sfida tra tornare come prima o costruire un percorso politico, economico,
sociale e ambientale veramente nuovo.
Perché
è evidente che non si può “ritornare agli schemi precedenti”; perché farlo,
scrive Francesco “sarebbe davvero suicida e, se mi consentite di forzare un po’
le parole, ecocida e genocida”.
Ma
cosa fare in pratica? “Io non ho la risposta, perciò dobbiamo sognare insieme e
trovarla insieme”.
Tuttavia,
ha insistito, “ci sono misure concrete che forse possono permettere qualche
cambiamento significativo”.
Come
il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa”.Un reddito minimo e universale
affinché “ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari
della vita”. Ed è quindi “compito dei Governi stabilire schemi fiscali e
redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità
[…]“. E insieme al reddito minimo “la riduzione della giornata lavorativa è
un’altra possibilità” che “occorre analizzare seriamente”.
Nel
XIX secolo “gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno”.
Quando
riuscirono a ottenere la giornata di otto ore “non collassò nulla, come invece
alcuni settori avevano previsto”.
“Allora”
– prosegue Francesco – “lavorare meno affinché più gente abbia accesso al
mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con una certa urgenza”.
Pur
sapendo che proprio le nuove tecnologie e il digitale spingono invece in
direzione contraria, quasi volendo dare ragione a Marx per il quale è tendenza
del capitalismo l’estensione della giornata lavorativa alle 24 ore e dello
sfruttamento del plus lavoro, arrivando oggi al lavoro gratuito.
Di
fatto, per Francesco l’urgenza è quella di “mettere l’economia al servizio dei
popoli”.
E non viceversa, come sta accadendo invece da
quarant’anni a questa parte, da quando abbiamo cioè abbandonato le politiche
keynesiane di redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso per
l’azione diretta dei governi e quindi in nome di quel concetto-base di ogni
società – senza il quale una società non esiste e non può esistere – quello
cioè della giustizia sociale.
In
nome della Ragione.
Francesco
ha rivolto poi un appello forte al cambiamento, ovviamente “in nome di Dio”,
rivolgendosi a chi ha il potere di decidere.
Noi
riprendiamo parti del suo appello, ma lo facciamo in nome della Ragione o in
nome (ma è la stessa cosa) della responsabilità nostra, oggi, verso le future
generazioni.
“A
tutti voglio chiedere, in nome di Dio” dice Francesco – in nome della Ragione,
dell’umanità, della giustizia sociale e oggi anche o soprattutto ambientale,
noi chiediamo:
ai grandi laboratori e alle imprese
farmaceutiche, che liberalizzino i brevetti sui vaccini anti-Covid;
ai
gruppi finanziari e agli organismi internazionali di credito di permettere ai
Paesi poveri di garantire i bisogni primari della gente e di condonare quei
debiti tante volte contratti contro gli interessi di quegli stessi popoli; alle
grandi compagnie estrattive, forestali, agroalimentari, di smettere di
distruggere i boschi, le aree umide e le montagne, di smettere d’inquinare i
fiumi e i mari, di smettere d’intossicare i popoli e gli alimenti;
ai
fabbricanti e ai trafficanti di armi di cessare totalmente la loro attività;
ai
giganti della tecnologia di smettere di sfruttare la fragilità umana, le
vulnerabilità delle persone fomentando per proprio profitto i discorsi di odio,
le fake-news, le teorie cospirative, la manipolazione politica;
ai
mezzi di comunicazione di porre fine alla logica della post-verità, alla
disinformazione, alla diffamazione, alla calunnia e a quell’attrazione malata
per lo scandalo e il torbido. E altro ancora.
Un
programma utopistico? Troppo ambizioso? A noi sembra il minimo necessario,
doveroso e dovuto. Per restare umani.
Ai
governi e ai politici di tutti i partiti, Francesco ha chiesto soprattutto di
“evitare di ascoltare soltanto le élite economiche”.
E noi
aggiungiamo: di evitare di ascoltare soltanto le élite tecnologiche.
Perché
la nostra capacità di regolamentare questo potere e di democratizzarlo salvando
la democrazia e la libertà – è la tesi anche di “Kate Crawford” – dipende dai
limiti che sapremo porre e imporre al loro potere.
Ho
letto il libro del “Generale
Vannacci”.
Ecco cosa dice
Veramente.
Centromachiavelli.com - Daniele Scalea – (20
agosto 2023) – ci dice:
Il
libro del Generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, è divenuto il caso
editoriale dell’estate.
Uscito
in sordina come opera auto-edita di un autore noto solo nell’ambiente militare,
ha improvvisamente conquistato gli onori delle cronache e in poche ore ha
scalato le classifiche di vendita di Amazon, raggiungendo il numero 1 in
Italia.
Il
successo editoriale potrebbe costare caro, a livello professionale, al
Generale.
La
pubblicazione di alcune frasi estrapolate ha suscitato la reazione isterica
della Sinistra e anche quella del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, tra i
massimi esponenti di Fratelli d’Italia.
Su “X”
il Ministro ha subito definito quelle di Vannacci “farneticazioni personali […]
che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione”, annunciando un esame
disciplinare.
Nel
giro di poche ore, l’Esercito ha rimosso il Generale dal suo incarico.
Chi è
Roberto Vannacci.
Tale
incarico era in realtà di second’ordine: comandante dell’Istituto Geografico
Militare di Firenze.
Una
posizione ben poco rilevante rispetto al curriculum che può vantare Roberto
Vannacci:
54
anni, paracadutista, ha partecipato a missioni in Somalia, Ruanda,
Bosnia-Erzegovina, Yemen, Costa d’Avorio, Iraq, Afghanistan (dove è stato capo
di Stato Maggiore delle Forze Speciali NATO), Libia;
ha comandato il Reggimento d’assalto “Col
Moschin” e la Brigata “Folgore”;
oltre
a varie medaglie italiane, ha ricevuto anche la Stella di Bronzo e la Legione
al Merito dagli USA.
Cerchiamo
di riassumere i contenuti principali del libro seguendone la ripartizione
interna scelta dall’autore.
Debbo
precisare che, trattandosi di un libro di ben 373 pagine, di cui sono entrato
in possesso solo da pochissimi giorni, la lettura è stata frettolosa e non
accurata.
Ma,
quanto meno, è stata una lettura, mentre gran parte del dibattito in corso si
sta basando solo su due o tre frasi estrapolate dal contesto.
Il
mondo al contrario.
Vannacci
ritiene che una caratteristica precipua dell’oggi sia il muoversi della società
in senso antitetico rispetto alla razionalità e al sentire comune: da qui il
titolo del libro.
Minoranze
organizzate – spiega il Generale – stanno sovvertendo tutto ciò che la
maggioranza considera(va) normalità:
Un
vero e proprio assalto alla normalità che, in nome delle minoranze che non vi
si inquadrano, dev’essere distrutta, abolita, squalificata facendo in modo che
il marginale prevalga sulla norma generale e sul consueto.
Varie
condizioni di eccezionalità sono inserite a forza in una concezione
sovra-dimensionata della “normalità”.
Le percezioni soggettive stanno prendendo il
sopravvento sulla realtà oggettiva perché, per essere “inclusivi”, quelle di
talune categorie vanno accettate senza discussione.
A
questa cancellazione della normalità il Generale ritiene di poter opporre il
ritorno al “Buonsenso”, sui cui contorni è invero piuttosto vago, ma che sembra
ricondurre ai valori e giudizi trasmessici dai nostri avi.
Ambientalismo.
Vannacci
dichiara di credere al cambiamento climatico d’origine antropica e persino che
esso sia significativo, ma contesta:
a) che
si proceda verso un’apocalisse, visto che la Terra ha sperimentato cambiamenti
ben più drastici;
b) che
si possa porre rimedio alla situazione con politiche de-cresciste. Sono le
società sviluppate, afferma, quelle in grado di attuare misure ambientaliste.
Perciò
è necessario abbandonare gli isterismi alla “Greta Thunberg”, le visioni
manichee della natura “buona” e dell’uomo “cattivo”, e concentrarsi
sull’adattamento alle mutate condizioni climatiche.
Vannacci
dedica diverse pagine a supporto, tra le altre cose, degli organismi
geneticamente modificati.
Approva
la transizione energetica ma ritiene che debba procedere in maniera lenta e
graduale, e che non possa escludere il nucleare.
Un
capitolo a parte è dedicato al fenomeno dell’animalismo.
Vannacci se la prende non solo con le
manifestazioni più radicali, come i vegani o coloro che vorrebbero sottrarre in
toto gli animali dallo sfruttamento dell’uomo, ma pure con la crescente
“antropomorfizzazione” degli animali domestici.
Ormai
il loro numero supera di gran lunga quello dei bambini e così anche la spesa
privata che gli italiani vi dedicano è di molte volte maggiore di quella
destinata agli infanti.
Rimettere al primo posto gli esseri umani è l’appello
lanciato dal Generale nel suo libro.
Immigrazione.
Le
società si formano attorno a culture e valori comuni.
Un
popolo si identifica nel patrimonio comune di tradizioni militari, culturali,
linguistiche e religiose.
Il
lavoro e i sacrifici degli avi hanno permesso di far coincidere quel patrimonio
con le istituzioni politiche in uno Stato nazionale.
Il
multiculturalismo, ammonisce Vannacci, mette a repentaglio coesione e stabilità
cercando di includere in una società valori estranei.
Secondo il multiculturalismo, bisognerebbe
introdurre “diritti differenziati” e la possibilità per comunità interne di
auto-governarsi secondo proprie leggi.
Ma gli Stati riescono a garantire la pacifica
convivenza tra etnie solo in presenza di una dominante, che impone norme
comuni.
Vannacci
rivendica il diritto di prediligere la propria cultura, quella italiana.
Non
disprezza le altre, ma ritiene che in Italia debba continuare a prevalere
quella tramandata dagli avi.
Il
Generale non ne fa una questione etnica – più volte ribadisce che secondo lui
non si tratta di fattore determinante per individuare un popolo – ma pretende che gli immigrati
assimilino la cultura nazionale.
In
questi passaggi v’è la controversa affermazione, a dire il vero piuttosto
slegata dal resto del discorso in cui è inserita, riguardo la pallavolista “Paola
Egonu”, di origini nigeriane:
“[…] anche se Paola Egonu è italiana di
cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano
l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le
statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri”.
Quest’affermazione
avrebbe potuto ispirare a Vannacci più approfondite riflessioni circa le
dimensioni etniche della nazionalità, ma essa rimane isolata nel testo.
Dunque, tutto ciò che egli si limita ad
affermare è che il prototipo somatico dell’italiano, così come è stato per
millenni e invero è ancora oggi in (svanente) maggioranza, non ha la pelle nera
o altri tratti tipicamente africani.
Francamente,
se qualcuno a destra si scandalizza per ciò, allora coerentemente dovrebbe
anche accettare che Netflix e il resto dell’industria culturale procedano alla
riscrittura della storia europea assegnando falsamente colori di pelle nera a
personaggi storici bianchi. Se scandalizza la frase di Vannacci, non si capisce nemmeno
come si possa poi sostenere che la sostituzione etnica sarebbe un problema.
Legittima
difesa.
Il
Generale lamenta che in Italia le leggi sembrino tutelare più i criminali che
gli onesti cittadini, com’è nel caso degli occupanti abusivi di case.
Inoltre,
propone che nel valutare la proporzionalità nella legittima difesa si
considerino non le situazioni oggettive, così come note al soggetto giudicante,
ma la percezione di pericolo che al momento aveva chi si trovava suo malgrado a
doversi difendere da un’aggressione.
Patria.
Vannacci
rivendica il suo patriottismo e si duole che in Italia, ormai, non si utilizzi
più il termine “Patria” e che i maggiori simboli della stessa – l’inno e la
bandiera – siano sempre più nascosti.
La sua
proposta è di reinserire questi simboli nella vita quotidiana, principalmente
in quella scolastica dei giovanissimi, e di rendere più stringenti i criteri
per l’acquisizione di cittadinanza: conoscenza della lingua, dell’inno, della
bandiera, della storia.
Nessun
privato può attentare alle libertà collettive e individuali. Nemmeno se si
chiama Twitter.
Anche
in questo capitolo traspare come il Generale consideri il fattore culturale la
principale caratteristica che definisce la nazionalità.
Egli,
correttamente, scrive che non si nasce per caso in un posto, ma perché si è
figli proprio dei nostri genitori:
si entra cioè al mondo come parte, non
casuale, di una stirpe.
Tuttavia,
reitera l’idea che il modo in cui si viene educati sia il fattore determinante: l’origine “biologica” conta solo
nella misura in cui essa è “mezzo” per trasmettere determinati valori.
Gender.
Si tratta
del capitolo più contestato del libro.
Vannacci sembrava già vaticinarlo mentre
scriveva, poiché lo apre descrivendo le esortazioni degli amici a lasciar
perdere l’argomento. Spiega che inizialmente aveva deciso di omettere questo
capitolo, ma si è infine deciso a vergarlo perché “se non prendi una posizione non
avrai nessuno contro di te, ma neanche con te”.
L’opinione
del Generale è che l’omosessualità debba essere del tutto lecita, come lo è
divenuta nell’epoca più recente, ma rimanere relegata alla sfera della
sessualità e non entrare in quella della famiglia.
La parte più “controversa” del libro è però
quella in cui l’autore si interroga sul carattere di “normalità” e “naturalità”
dell’omosessualità e del transgenderismo.
Da un
lato, afferma il Generale, per mero calcolo statistico si può appurare che essi
non siano la norma, ma che costituiscano una eccezione.
Dall’altro,
riconosce che l’omosessualità è presente in natura, ancorché rara, ma è assente
come modello familiare.
Qui
v’è la tanto contestata frase: “Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una
ragione!”
– la quale, però, si limita a ribadire, in maniera forse provocatoria, quanto
sopra affermato:
ossia che la normalità, nell’uomo come nella
stragrande maggioranza delle specie animali, sia l’accoppiamento tra maschi e
femmine, la famiglia costituita da un maschio e una femmina.
Vannacci
non contesta la liceità delle pratiche omosessuali, non contesta il rispetto
dovuto anche agli omosessuali e i diritti recentemente acquisiti – ivi inclusi,
lo dice esplicitamente, le unioni civili.
Ciò
che contesta è la pretesa di essere riconosciuti come “normalità”, ossia in
tutto e per tutto alla pari e intercambiabili con l’unione eterosessuale.
Del
resto – aggiungiamo noi – alla patente di “normalità” deve necessariamente
seguire il riconoscimento paritario del matrimonio omosessuale e la possibilità
di adottare figli:
come
infatti si potrebbe giustificare una sperequazione di trattamento tra due
coppie eguali?
In
questo capitolo meno che negli altri Vannacci ha peli sulla lingua. Denuncia e descrive minuziosamente
l’azione di una lobby per diffondere e normalizzare le pratiche omosessuali,
con obiettivo finale i matrimoni e la genitorialità.
Il
punto su cui interrogarsi non è tanto se si condividano le idee del Generale,
ma se debbano essere proscritte e dichiarate inconciliabili col servizio allo
Stato.
Chi credesse che l’omosessualità non sia la normalità,
che la famiglia sia solo l’unione tra uomo e donna, che gruppi di pressione
promuovano il transgenderismo, merita perciò di essere punito?
Tali
opinioni sono incompatibili con l’appartenenza alle nostre Forze Armate?
Giudizio.
Per
quanto molti, un po’ snobisticamente, abbiano storto il naso all’idea del libro
di un militare auto-pubblicatosi, l’opera di Vannacci è ben scritta.
Ha senz’altro il difetto della lunghezza
eccessiva (l’autore
ha voluto buttarci dentro davvero tutti i suoi pensieri, e condire le
considerazioni generali con esempi d’attualità in numero eccessivo) e non vi si trovano al suo interno
intuizioni geniali o molte novità, ma lo stesso Vannacci dichiara in apertura
di voler solo dare una rappresentazione d’insieme e divulgativa di temi
approfonditi da altri.
Il
mondo al contrario non è un capolavoro del pensiero e non rimarrà come una
pietra miliare del pensiero nazionale, ma pochi dei critici da destra
dell’opera possono vantare d’averne scritte con tali caratteristiche.
Su
moltissimi punti le opinioni del Generale ricalcano i programmi di Fratelli
d’Italia – o quanto meno quelli che dichiarava fino al giorno delle elezioni.
No al
multiculturalismo e all’immigrazione di massa, no al gender, sì al
patriottismo, sì alla transizione energetica ma in maniera progressiva.
Alcune
delle frasi che hanno alimentato le polemiche sono, ricontestualizzate,
perfettamente condivisibili (davvero vogliamo dire, in nome del politicamente corretto,
che Paola Egonu sia un prototipo dei tratti somatici italiani? Immaginarsi uno
scandinavo coi capelli biondi o un cinese con gli occhi a mandorla significa
avere “pregiudizi razzisti”, persino per gente che si dichiara “di destra”?).
Altre
sono state volgarmente manipolate:
a un
certo punto Vannacci ricorda che gli italiani sono gli eredi di molti illustri
personaggi storici, tra cui menziona anche Giulio Cesare.
Non si
sa se per idiozia o malafede, nei social il Generale viene ora dipinto come un
mitomane che si proclama unico erede del grande condottiero romano.
Sulla
questione della omosessualità, già si è scritto.
Si
tratta forse del solo punto in cui Vannacci sfida davvero i limiti del
“discorso consentito”.
Se su tutti gli altri aveva espresso opinioni
marcatamente di destra, ma di ampio corso, sull’omosessualità il Generale ha
osato andare oltre.
Permetterne
ora il giubilamento, o persino prendere parte attiva ad esso, significa per la
Destra rinunciare – sul lungo periodo – alla possibilità di negare la piena
parificazione delle unioni omosessuali ai matrimoni tradizionali.
Inclusa anche la possibilità di adottare
figli.
Al di
là della questione specifica dell’omosessualità, la vicenda Vannacci è una messa alla
prova della libertà d’espressione in Italia.
Dei
militari ma non solo. La punizione del Generale fisserà un precedente che
consentirà quella, sul piano lavorativo, di qualsiasi cittadino osi sfidare i
limiti del discorso “consentito”, fissati ovviamente dalla Sinistra con la
complicità di conservatori sedicenti o pavidi.
(Daniele
Scalea.
Fondatore
e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche
(Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici
(Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo"
e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano.)
La
partita che l’Arabia Saudita
vuole
vincere è quella del potere.
Lucysullacultra.com – (18 Gennaio 2024) - FERDINANDO
COTUGNO – ci dice:
Oggi
inizia a Riyad la Supercoppa italiana. Tra calcio, turismo e progetti folli di
nuove città, l’Arabia Saudita vuole conquistare il mondo e farci dimenticare
chi è davvero: una teocrazia violenta e autoritaria fondata sui combustibili fossili,
che si oppone in modo feroce alla mitigazione della crisi climatica.
La
Supercoppa italiana in Arabia Saudita sarà un episodio miserabile, minore,
nella storia del nostro calcio, un torneo senza grande importanza spostato
all’estero per fare cash flow (“Prendi i soldi e scappa”, ha detto l’allenatore della Lazio
Maurizio Sarri).
Nel
disegno più generale delle cose, però, le tre partite a Riyadh (due semifinali
e la finale) sono da prendere molto più sul serio, perché sono l’ennesima
anticipazione di qualcosa a cui dovremo fare l’abitudine: le impronte saudite
sulle nostre vite.
Non c’è modo di comprendere il futuro del mondo, e di tutto quello che del mondo
consideriamo rilevante (a partire dalla questione climatica o dai diritti umani), senza avere presente la gigantesca
rilevanza che sta assumendo la monarchia saudita.
Non è
facile: forse per nessun paese è così grande il divario tra la sua influenza e
quanto noi effettivamente ne sappiamo.
È
probabile che non ci siate mai stati, in Arabia Saudita, che non conosciate
nessuno che c’è stato.
Non ci
sono film o romanzi ad aiutarci, il soft power culturale” è prossimo allo zero, a parte quella manciata di influencer
e calciatori che negli ultimi anni sono stati pagati (molto) per darci una specifica
versione dei fatti, una storia di lussi, di hashtag, idrocarburi e alberghi
eleganti.
L’Arabia
Saudita fino a oggi è stata il grande indistinto contemporaneo, un buco nero di
non conoscenza.
Ma non
sarà così a lungo. Siamo abituati ad associare il paese al fondamentalismo
religioso, all’11 settembre e alle violazioni dei diritti umani, ma è col suo
scintillante neo-nazionalismo fossile che dovremo confrontarci in futuro.
Come
tutti i nazionalismi, anche quello dell’élite saudita ha sviluppato un potente
ego collettivo:
vogliono
che li vediamo, vogliono far sapere di loro, di come vivono, sono qui per
raccontarci la loro storia di successo.
È per
questo che le nuove ossessioni della monarchia saudita sono i consumi di massa
per eccellenza del mondo occidentale: calcio e turismo.
“Forse
per nessun paese è così grande il divario tra la sua influenza e quanto noi
effettivamente ne sappiamo.
È
probabile che non ci siate mai stati, in Arabia Saudita, che non conosciate
nessuno che c’è stato”.
Il
2030 è la grande deadline contemporanea: la fine di questo decennio è l’anno
più politicizzato che ci sia, il nostro segnaposto nel futuro, il benchmark di
tutti i nostri tentativi di cambiare.
Per un
occidentale, 2030 significa soprattutto una cosa: il controllo di metà percorso sulla
lotta ai cambiamenti climatici, l’anno entro il quale dovremo aver quasi
dimezzato le emissioni di gas serra.
Per un
saudita, invece, il 2030 è l’anno culmine della volontà di potenza nazionale,
dell’affermazione della visione costruita e imposta dal principe ereditario “Mohammad
bin Salman”.
Così
si descrive l’Arabia del futuro prossimo nei suoi documenti ufficiali: “una società vibrante in cui tutti i
cittadini possano perseguire le proprie passioni e prosperare, una forte
infrastruttura sociale dentro una società che valorizza le tradizioni
culturali, l’orgoglio nazionale e tutti i comfort della vita moderna [amenities,
in inglese, come nel depliant di un villaggio vacanze], tutto sostenuto da un
islam moderno e da servizi sociali efficaci”.
Sembra il lessico della neo-lingua delle agenzie di
comunicazione e, islam a parte, potrebbe andare benissimo per un progetto di
edilizia residenziale nella periferia di Milano.
Ma qui
c’è anche tutto il disegno di bin Salman: Corano, bandiera e Jacuzzi.
Nel
2030 la vetrina di tutto questo sarà l’EXPO strappato a Roma:
faceva
tenerezza il tentativo del sindaco Gualtieri di soffiare l’evento a Riyadh, non
c’era verso che i sauditi si facessero sfuggire una possibilità del genere
nell’anno che avevano trasformato nel proprio brand, nell’end game di tutta la
loro identità nazionale.
Se,
come succede in “Infinite Jest”, si potessero sponsorizzare le annate, il 2030
sarebbe già, sicuramente, l’anno di “Riyadh Season”, il festival di sport e
intrattenimento finanziato dallo stato (che è già sulle magliette della Roma).
Nel
2030 i sauditi saranno reduci dall’espressione massima di dominio
dell’extraprofitto sulla geografia:
i
Giochi invernali asiatici del 2029, per la prima volta nel Golfo Persico. Nel
2030 sarà in moto la macchina logistica e politica per i Mondiali di calcio del
2034.
Nel
frattempo alcune loro destinazioni saranno diventate mete turistiche esotiche
ma più che legittime, come oggi la “Giordania o Dubai”:
sugli
sfondi delle “foto Tinder “vedremo molto di meno “Petra “e molto di più i “canyon
di basalto nero di” AlUla”.
La
partita che l’Arabia Saudita vuole vincere è quella del potere.
In
questo scenario, mentre il resto del mondo prova a dimezzare le emissioni, il
sistema operativo saudita sarà sempre lo stesso:
il
petrolio, estratto oggi a un ritmo che oscilla tra cinque e sette milioni di
barili al giorno.
Il
greggio saudita è il 17 per cento di tutte le riserve globali, ed è quello che
paga tutto, dal re-branding del cosiddetto Rinascimento saudita a Cristiano
Ronaldo e Roberto Mancini, passando per “Neom”, la metropoli costruita dal
nulla, nella provincia di “Tabuk”, grazie al lavoro di 60 mila operai, quasi
tutti provenienti dall’Asia meridionale.
Le
principali società di consulenza globali, a partire da McKinsey, in questo
momento sono impegnate soprattutto in questo:
riscrivere l’immagine del petrolio:
perché il transito dell’Arabia Saudita alla
sua visione 2030 (e oltre) avrà nel motore il combustibile fossile di sempre.
Senza
i 160 miliardi di profitti annui di “Saudi Aramco”, le ambizioni di “bin Salman”
sarebbero posate solo sulla sabbia.
L’attivismo mediatico saudita, quindi, serve
anche a promuovere la “faccia hi-tech e pulita dell’idrocarburo”, creare un
immaginario del petrolio che sia scintillante e desiderabile.
Su come si presenti questa nuova narrazione
saudita – scritta dai consulenti occidentali – ci arriveremo, ma prima dobbiamo
parlare di “Neom”, perché senza “Neom” non si capisce niente su quanto sia
grande l’ambizione di “Mohammad bin Salman” di riscrivere la storia del futuro
con” Riyadh al centro”, facendone allo stesso tempo nuova una “nuova Dubai”,
una” nuova Londra” e una “nuova Singapore”.
Potremmo
descrivere” Neom” come il perfetto punto di congiunzione tra “Blade Runner e
Lawrence d’Arabia”.
Il
cuore sarà una città tutta dritta, come in un film di fantascienza, chiamata “The
Lin”e, lunga 170 chilometri e larga 200 metri, con nove milioni di residenti di
cui non ce n’è oggi nemmeno uno (anzi, le popolazioni indigene sono state
deportate), una metropoli senza emissioni e senza auto, che userebbe una
ferrovia ad alta velocità come metropolitana, e che sarebbe quasi un unico
edificio continuo.
Il regno del “greenwashing”, praticamente.
Al
momento non c’è niente, pochi edifici e qualche viaggio stampa organizzato per
le riviste patinate del “Golfo” (come «Wired Middle East» o «GQ Middle East»),
più l’occasionale celebrity paracadutata per meno di ventiquattro ore da un
evento nei paraggi.
C’è
una serie di video Instagram di “Will Smith” in visita a “Neom” in cui l’ex “fresh
prince” ripete il vecchio numero del suo stupore alla scoperta di “Bel Air” ma
in versione araba, si guarda intorno con gli occhi sgranati, dice solo “This is
crazy”, mostrando rocce desertiche dall’estetica vagamente marziana, poi un
campo da basket, un cinema all’aperto vuoto, tantissimi elicotteri, sabbia e
luce accecante.
Come tutto questo possa inaugurare l’anno
prossimo e ospitare i Giochi invernali nel 2029 lo sa solo “bin Salman”, e qui
arriviamo al cuore della questione.
“
Mohammad bin Salman” è l’unico maschio sulla Terra che possa gareggiare con “Elon
Musk” per ambizioni di terra formazione e creazione di nuovi mondi a misura del
proprio ego.
“Potremmo
descrivere “Neom” come il perfetto punto di congiunzione tra Blade Runner e
Lawrence d’Arabia.
Il
cuore sarà una città tutta dritta, come in un film di fantascienza”.
In
questi giorni abbiamo celebrato con stupore l’età del nuovo primo ministro
francese, “Gabriel Attal”, 34 anni, classe 1989, senza ricordarci che il
politico millennial più illustre al mondo è proprio “bin Salman”, che è un
classe “1985”, è principe ereditario da quando aveva trent’anni, ha elaborato “Vision
2030” a “31” ed è diventato primo ministro (qualunque cosa significhi in una
monarchia assoluta) a “35”, all’epoca il più giovane al mondo (altro spin su
cui si vedono chiare le impronte delle società di consulenza e degli amici
occidentali vari, che sanno quanto sia vendibile l’immagine next-gen del
giovane leader ambizioso che prova a rifare la sua nazione da zero).
Il
millennial più potente del mondo sta provando a cambiare il suo paese con un mix di
tecnologia, cautissime riforme sociali e furibondo sviluppo economico.
“Ci
sono stati alcuni cambiamenti nella società, come il permesso alle donne di
guidare, o la possibilità per loro di viaggiare all’esterno senza il permesso
del guardiano maschio”, mi racconta “Eleonora Ardemagni”, ricercatrice senior
di ”Ispi” una delle massime esperte di
monarchie del Golfo in Italia.
“La
velocità delle riforme economiche, però, va al triplo della velocità delle
riforme sui diritti umani.
E la
cosa più importante da avere presente è che sono concessioni dall’alto e non
frutto di mobilitazioni dal basso”.
Non
c’è una società civile che promuove un cambiamento e lo ottiene (anche perché a
provarci si finisce come il giornalista” Jamal Khashoggi”, fatto a pezzi
nell’ambasciata saudita in Turchia e trasportato fuori in una valigia), ma
un’elargizione controllata da parte del sovrano ereditario.
È una
“versione del Golfo” del patto che per decenni ha retto la Cina: migliorare i
livelli di benessere, rendere più contemporaneo lo stile di vita, senza
intaccare in nessun modo la struttura di potere.
Il
problema è che l’Arabia Saudita non è la laica Cina.
Come spiega” Ardemagni”,
“il
tentativo di “bin Salman” nella sfera del potere interno è un graduale
depotenziamento del ruolo della religione e del wahabismo nella vita pubblica e
nella politica, per ripensare l’Arabia intorno al tema dell’identità nazionale,
mettendo al centro il legame tra la famiglia regnante Al Saud e l’Arabia
Saudita, fondendo inscindibilmente i due destini”.
“Vision
2030” e tutto quello che contiene vuole essere la vetrina di tutto questo.
È come se con lo scintillio di calcio, spettacolo,
turismo e distopie varie stessimo assistendo al tentativo di trasformazione
dell’Arabia Saudita da teocrazia medievale ad autocrazia hi-tech, “meno sharia”
e più “famiglia reale”.
È uno
sforzo applicato a una società molto più difficile da riformare rispetto agli
unici modelli in mano ai sauditi per capire come uscire dal loro Medioevo:
gli Emirati Arabi e il Qatar, nazioni più
giovani, diventate indipendenti negli anni Settanta, con popolazioni piccole,
in cui i cittadini sono a loro volta una minoranza interna.
Insomma,
macchine sociali più maneggevoli da guidare e modernizzare, al contrario di uno
stato più antico (l’Arabia Saudita moderna nasce nel 1932), di 36 milioni di
persone, custode della tradizione e dell’ortodossia musulmana, in cui il “Corano”
è anche la “Costituzione nazionale”.
Quella saudita è una società ancora
disomogenea, il 60 per cento ha meno di trent’anni, la scolarizzazione è alta,
ci sono città grandi e per certi versi moderne come” Jeddah” o” la capitale”, e
altre molto più conservatrici.
In quest’ottica calcio e affini sono anche uno
strumento di gestione interna del potere.
Spiega “Ardemagni”:
“L’industria
del divertimento in Arabia Saudita è tutta statale, è un intero progetto di
società coordinato in modo centralizzato, uno dei suoi obiettivi è coinvolgere
la popolazione under 30, mobilitarla a sostegno di un leader quasi coetaneo”.
Un
altro aspetto centrale del nazionalismo saudita è che niente viene lasciato al
caso, ogni imprevedibilità fa suonare segnali d’allarme.
“Nell’idea
di “bin Salman” il cambiamento va anticipato e controllato, l’opposto di quello
che è successo in “Iran”, che per loro è stata una lezione:
mai arrivare a un punto di rottura con la
società”.
Vision
2030 si regge sugli investimenti stranieri, sulla capacità di attirare soldi e progetti
dal mondo.
Questa idea è fondata su un capitale
reputazionale che è, per usare un eufemismo, molto precario.
Lavorare
a “Riyadh” continua a essere più difficile che farlo a “Doha” o “Dubai”.
Infatti,
nonostante tutti gli sforzi, gli hashtag e le campagne, l’Arabia Saudita è
dietro sia il Qatar che gli Emirati per investimenti internazionali, pur
essendo più grande, ricca e popolosa.
E su quanto sia difficile ancora oggi
rapportarsi con la società saudita, al di là della propaganda di “Vision 2030”,
abbiamo a disposizione un campione efficace:
i calciatori comprati nell’ultimo anno dalla “Saudi
League”.
La
partita che l’Arabia Saudita vuole vincere è quella del potere.
Dovevano
essere gli ambasciatori del “nazionalismo fossile hi-tech”, l’illustrazione
pratica di come le poche concessioni fatte allo stile di vita contemporaneo
fossero già sufficienti a creare una società del benessere di stampo arabo
senza frizioni, soprattutto a quei livelli di reddito.
Sta
andando malissimo:
si
moltiplicano tentativi di fughe (come quello ormai in atto di “Jordan Henderson”,
che è anche il più progressista dei calciatori comprati dal campionato
saudita), storie di malessere sussurrate alla stampa (il giovane spagnolo “Gabri
Veiga”, che si era promesso al Napoli e poi ha preferito il Golfo Persico a
quello partenopeo), o vicende ancora difficili da interpretare (come quella di “Benzema”,
che ha tardato il suo ritorno dalle vacanze a “Mauritius”, mancando l’inizio
del ritiro della sua squadra e scatenando voci di mercato).
Alcuni
rinunceranno in anticipo a stipendi abnormi pur di ritornare a condurre vite
meno segregate.
Una
cosa è ospitare i calciatori per un torneo di una settimana, un’altra è farli
venire con famiglie o fidanzate al seguito e gestire tutti i piccoli e grandi
conflitti tra visioni e stili di vita che la cosa comporta.
La legge saudita impedisce a coppie non
sposate di convivere, ed è servito un permesso a “Cristiano Ronaldo” per
abitare con la sua fidanzata “Georgina Rodriguez”.
È uno
dei motivi per cui Ronaldo e Rodriguez vivono al” Four Seasons di Riyadh” e non
in una villa:
dal 2019 le coppie non sposate di turisti
possono condividere il letto, ma solo in albergo.
È una delle lezioni del realismo fossile
saudita: le ragioni del capitalismo battono quelle del Corano.
La
monarchia saudita rinuncerà agli aspetti più oppressivi del “fondamentalismo
wahabita” più velocemente di quanto farà con l’altro pilastro del regno, il
petrolio, prima risorsa del regno, ma anche sua incognita più grande.
All’ultima conferenza delle Nazioni Unite sul clima,
la “COP28”, che si è svolta a un migliaio di chilometri da “Riyahd”, a “Dubai”,
lo status quo fossile ha vissuto una sconfitta a lungo attesa e altrettanto
procrastinata, soprattutto grazie all’abilità negoziale saudita:
la prima menzione dei combustibili fossili in
un documento ONU sul clima.
In
trent’anni di scienza, diplomazia, attivismo, politica, non era mai successo.
È un enorme smacco da amministrare.
Le COP sono state per tre decenni il
capolavoro saudita di gestione maniacale dell’imprevisto:
il
regno negli anni ha formato una delle migliori classi diplomatiche al mondo.
Quando
ci chiediamo perché le conferenze sul clima non riescano mai a produrre
risultati all’altezza della crisi, è nella direzione della diplomazia climatica
saudita che dobbiamo guardare, la più preparata e feroce di tutta la scena
internazionale, capacissima di rallentare con ogni mezzo possibile un processo
basato sul consenso (che non è l’unanimità, ma le somiglia molto).
Questo sistema di voto sul clima, confuso e
inefficace, è un lascito diretto dell’Arabia Saudita, che negli anni Novanta si
oppose a qualunque ipotesi di istituire una maggioranza qualificata (o anche
una super maggioranza di quattro quinti dei paesi) per le decisioni delle “COP”.
Lo
racconta uno studio del “Climate Social Science Network” (CSSN), che è una
miniera di informazioni sull’ostruzionismo sistematico dell’Arabia Saudita sul
clima.
Avevano
studiato la situazione e ci avevano visto lungo, hanno evitato trent’anni di
imprevisti e fatto guadagnare altrettanto tempo all’espansione petrolifera.
Quella strategia si rispecchia in ogni singola
stanza delle COP, dal macro al micro.
Come
si legge nel racconto di CSSN, tutto può diventare un pretesto procedurale: un
meeting comincia in ritardo?
Lo
fanno cancellare.
Manca
la traduzione di un documento in inglese? Non ci sediamo. Hanno evitato per
decenni che gli organi regolatori di aviazione e commercio marittimo (fonti di
emissioni ma anche clienti del petrolio) fossero chiamati a partecipare alle
COP.
Negli
anni Novanta e Duemila hanno contrastato in ogni modo l’adozione della
conoscenza scientifica sul clima, quando si è fatto l’accordo di Parigi sono
stati i fautori della non menzione delle fonti fossili.
“Quando
ci chiediamo perché le conferenze sul clima non riescano mai a produrre
risultati all’altezza della crisi, è nella direzione della diplomazia climatica
saudita che dobbiamo guardare, la più preparata e feroce di tutta la scena
internazionale”.
Da
qualche anno c’è uno spin nuovo.
Se non
puoi contrastare le ragioni dell’ecologia, prova a imitarle, hanno suggerito i
consulenti.
E così oggi gli emissari sauditi non fanno che
parlare di economia circolare del carbonio, cioè l’idea che possa esistere un
petrolio pulito e che loro saranno in prima linea per fornirlo, soprattutto
grazie alla tecnica più controversa al mondo del momento:
la
cattura e stoccaggio della CO2.
La
cosiddetta” CCS” è una tecnologia su cui vengono investiti 6 miliardi di
dollari ogni anno, lo scopo degli impianti è succhiare, catturare e stoccare
sotto terra la CO2 dei processi estrattivi.
Finora non ha mai funzionato su scala,
nonostante tutti i tentativi, andrebbe considerata un prototipo futuribile, ma
sono stati i negoziatori sauditi a farla inserire nel testo finale di “COP28”
come una tecnologia già disponibile.
La”
CCS” è diventata un pilastro di tutte le strategie delle grandi aziende
petrolifere ma, per un paese che programma di raddoppiare le estrazioni nel
corso di questo decennio, è una tecnologia che assume connotati esistenziali.
Il calcio, il turismo, i diritti umani, la
modernizzazione dell’islam, la Formula 1: tutto è secondario rispetto a questo.
Che la “CCS” funzioni, o almeno che il mondo
di creda.
Secondo
il “Production Gap Report 2023” dell’“ONU”, nonostante l’obiettivo di
neutralità climatica al 2060 dichiarato nei documenti ufficiali,
“l’Arabia
Saudita non ha nessuna policy governativa per gestire una riduzione della
produzione di fonti fossili”.
Non ci
stanno nemmeno provando.
L’Arabia Saudita non ha nessun piano per un’economia
alternativa agli idrocarburi, che oggi nonostante ogni documento di visione o
diversificazione sono metà del PIL e due terzi delle esportazioni.
Nel frattempo negli anni che verranno la crisi
climatica si aggraverà.
Nello
stesso 2030 messo da” bin Salman” come destinazione di grandezza internazionale
per la sua nazione, abbiamo due probabilità su tre di aver riscaldato il
pianeta già di 1.5°C rispetto all’era pre-industriale, con tutte le future
catastrofi che ne verranno.
Per un
paese che più di tutto sta provando a costruirsi un’immagine nuova agli occhi
del mondo, è un problema reputazionale, prima ancora che industriale.
Ogni
mossa saudita, a partire dai trascurabili eventi calcistici italiani, va letta
anche in quest’ottica: un acconto sulla crisi di immagine che ne verrà.
(Ferdinando
Cotugno)
Premierato,
ora si fa sul serio.
Lidentita.it - Adolfo Spezzaferro – (3 Aprile
2024) – ci dice:
Ora si
fa sul serio: approvata l’elezione diretta del presidente del Consiglio.
La “commissione Affari costituzionali del
Senato” ha dato il via libera al cuore della riforma sul premierato, con il
voto dell’emendamento del governo all’articolo 3 del ddl.
È la
modifica all’articolo 92 che inserisce in Costituzione il principio
dell’elezione diretta (con il limite dei due mandati).
Un
passo cruciale verso quella che “FdI”, il partito della premier “Giorgia Meloni”,
considera la “madre di tutte le riforme”.
L’articolo
92 della Costituzione sarà sostituito dal seguente:
“Il governo è composto del presidente del
Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.
Il
presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per cinque
anni”.
Gli
elettori dunque potranno scegliere direttamente chi guiderà il governo del
Paese:
un’occasione
storica per far riavvicinare i disamorati alle istituzioni, per ridurre una
volta per tutte l’astensionismo.
La soluzione più efficace per porre rimedio a
un vulnus della democrazia parlamentare e della rappresentanza politica:
governi
eletti da una minoranza di elettori, ché la metà degli aventi diritto non si
reca proprio a votare.
Per non parlare di quanto la tanto agognata
stabilità ci porrà in ottima luce nello scenario internazionale:
basta
esecutivi che durano un battito di ciglia e che crollano per qualche mal di
pancia in maggioranze talmente eterogenee ed eterodirette da non potersi
mettere d’accordo su nulla.
Stabilità
e turnover, come si suol dire in gergo calcistico.
L’emendamento
che ha avuto il via libera infatti introduce il tetto di due mandati per il
premier eletto.
Altro
che terzo mandato per i governatori.
Ma anche il conferimento della possibilità di
revoca dei ministri al capo dello Stato su proposta del premier e
l’eliminazione della soglia del 55% dei seggi come premio di maggioranza.
La proposta di modifica dell’Esecutivo che ha
ottenuto il via libera si limita a un riferimento di un “premio su base
nazionale”.
“Un
emendamento che è stato rinnovato dopo l’ascolto delle opposizioni e dei
costituzionalisti – spiega il ministro delle Riforme “Elisabetta Casellati” –
abbiamo eliminato la soglia del 55% contestata perché introdotta nella legge
costituzionale, e lo riportiamo nella legge elettorale.
Abbiamo
dato il potere di nomina e revoca dei ministri al premier, sempre per il
tramite del presidente della Repubblica, quindi abbiamo accresciuto il potere
del capo dello Stato che non aveva certo il potere di revoca.
Inoltre è stata richiesta la costruzione di un
diverso rapporto tra il premier eletto e il secondo premier e anche questo,
nell’articolo 4, lo abbiamo recepito”.
Respinte al mittente dunque le critiche di chi
lamentava un depotenziamento del presidente della Repubblica.
È vero
il contrario.
Certamente,
poi c’è da sciogliere il nodo della legge elettorale – altra critica mossa
dalle opposizioni, su cui in maggioranza c’è l’accordo a discuterne dopo l’ok
in prima lettura alla riforma del premierato in entrambi i rami del Parlamento:
“Una legge elettorale – ribadisce il ministro
– non può precedere una riforma costituzionale, perché ingabbierebbe il
dibattito sulla riforma. Sarebbe un non senso”.
Sui
tempi del premierato, invece, la” Casellati” ritiene che “il testo finirà il
suo percorso in commissione almeno alla fine di questo mese, poi potrà andare
in aula:
comunque
i tempi li determina sempre la discussione parlamentare, non è certo il governo
a imporli.
Noi siamo
sempre stati larghi anche sotto questo profilo, poi vedremo come andrà il
dibattito”.
La
Conoscenza è Potere.
Mr-loto.it
– (20-10-2020) – Redazione – ci dice:
Solo
il sapere rende liberi.
La
Conoscenza è Potere.
Tutte
le persone con un minimo di intelligenza sanno che la conoscenza è potere.
Da
sempre infatti, la conoscenza ha avuto un’enorme importanza nella storia
dell’umanità e non era consentita a tutti.
Nel
corso dei secoli, chi aveva accesso alla cultura e a maggiori informazioni era
anche in grado di arrivare ai vertici della società. Questo perché riusciva
facilmente a manipolare le menti del popolo che, non conoscendo molto, era
piuttosto ignorante.
La
conoscenza è potere ed è l’elemento chiave che permette alle persone di
evolversi e di raggiungere una qualità di vita sempre migliore.
Quando la conoscenza è diffusa alla
maggioranza degli individui, anche le società in cui vivono possono beneficiare
di un’evoluzione in tal senso.
È però
risaputo che, da sempre, i governi hanno fatto di tutto per impedire alla
maggioranza dei cittadini l’accesso alla conoscenza.
Il motivo è chiaro:
l’ignoranza
del popolo serve ad evitare che i disonesti giochi di potere delle alte sfere
vengano alla luce.
Se si
fa attenzione, quello che spesso i governanti nascondono sotto un alone di
complessità è in realtà molto semplice.
La
confusione è però un buon modo per mascherare errori, reali interessi e
inganni.
(La
presidente della Commissione Europea ne è un fulgido esempio! N.D.R)
La
conoscenza è potere e, se è alla portata di tutti, rappresenta un rischio molto
elevato per chi è ai vertici di comando.
Negli
ultimi decenni internet ha portato qualcosa che non si era mai visto prima:
la
conoscenza alla portata di tutti.
Chiunque ha la possibilità di condividere le
proprie esperienze e la propria cultura, rendendo così possibile a tutti
informarsi su qualsiasi argomento.
Peccato che questo incredibile mezzo sia usato
dalla maggior parte di noi per condividere le foto di quello che mangiamo o per
giocare.
La
Conoscenza è Potere perché Rende Liberi.
In un
certo qual senso, la conoscenza è potere perché rende le persone libere.
Chi sa
è libero di scegliere in base alla propria intelligenza, chi non sa deve
sottostare alle decisioni altrui.
In quest’ultimo caso bisogna affidarsi a
persone sconosciute che mettono la loro cultura a disposizione degli altri, ma
esclusivamente per denaro.
Il
sapere comunque non passa soltanto attraverso le nozioni lette sui libri o su
internet.
Anche i rapporti interpersonali ricoprono un
ruolo molto importante. Per affrontare nel modo giusto questa vita è
indispensabile avere una buona base di nozioni sulle leggi che la regolano.
Più il nostro bagaglio di riflessione ed
esperienza è ampio e meglio ci troveremo.
Nella
mia vita ho imparato che ogni persona che incontriamo è in grado di arricchire
il nostro bagaglio culturale.
Quello
che conta, oltre l’avere il massimo rispetto per tutti, è mantenere sempre viva
una certa curiosità nei confronti degli altri.
Solo
così possiamo recepire e fare nostre tutte quelle informazioni che pensiamo ci
possano essere utili per integrare il nostro sapere.
La
conoscenza è potere e, visto che è impossibile per un singolo individuo
detenere tutto il sapere, dovremmo organizzarci.
Pensa cosa
accadrebbe se gli esseri umani imparassero, finalmente, a collaborare con
rispetto e umiltà!
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