Oggi cultura e potere non vanno d’accordo.

 

Oggi cultura e potere non vanno d’accordo.

 

 

“ONU”, la Commissione per

l’Emancipazione delle Donne

va ai Sauditi!

Conoscenzealconfine.it – (3 Aprile 2024) - Andrea Cuomo – ci dice:

 

È un po’ come se Erode diventasse presidente dell’Unicef. O come se i mondiali di sci venissero assegnati alle Maldive.

L’Arabia Saudita – udite, udite – guiderà la commissione delle Nazioni Unite che promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne in tutto il mondo.

L’ambasciatore saudita presso le “Nazioni Unite”, “Abdulaziz Alwasil”, è stato eletto “presidente della CSW” niente di meno che “per acclamazione”.

In realtà, pare che non ci fosse nessun altro candidato e così la decisione è avvenuta in un silenzio carico di sottintesi, ma pur sempre silenzio.

Tutti e 45 i membri zitti.

Il fatto è che le Filippine, che detengono la presidenza dell’organismo più femminista dell’”Onu”, hanno rinunciato al secondo anno di mandato per lasciare spazio a un’altra nazione asiatica, ciò che ha messo fuori gioco le più democratiche democrazie occidentali.

 

Ora, si sa come vanno queste cose.

Le organizzazioni internazionali non sono pranzi di gala, il peso dei vari Paesi si misura dalla capacità di influenzare certe decisioni controllando pacchetti di voti di Paesi minori che si comprano per un piatto di datteri.

Quindi ad alzare un sopracciglio si rischia di essere tacciati di ingenuità e di scarsa confidenza con la Realpolitik.

Però, orsù, qui non si tratta dell’assegnazione dell’organizzazione di un torneo sportivo, ma della guida per un anno di un organismo che si occupa di un tema delicato, sul quale il Paese assegnatario dovrebbe essere un esempio, mentre il “regno dei Salman”, malgrado l’operazione di cosmesi dell’immagine in corso, vanta tuttora standard bassissimo, al limite dell’analfabetismo.

La legge “wahabita”, che interpreta il “Corano” in modo leggerissimamente “pedissequo”, dispone che nel regno la donna abbia tuttora bisogno del permesso di un tutore maschio per sposarsi, obbedisca al marito con atteggiamento “ragionevole”, non possa rifiutare regolari rapporti sessuali, pena l’interruzione del sostegno economico.

“L’elezione dell’Arabia Saudita a presidente della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne mostra uno scioccante disprezzo per i diritti delle donne ovunque”,

 taglia corto “Louis Charbonneau”, direttore “Onu” dell’“Human Rights Watch.

 Evidentemente malato di ingenuità anch’egli.

(L’ONU è l’organizzazione più corrotta che esiste al mondo! N.D.R)

(Andrea Cuomo)

(ilgiornale.it/news/politica/scandalo-onu-commissione-donne-va-ai-sauditi-2302754.html)

 

 

 

 

Libertà e potere

non vanno in coppia.

 Sartre.ch – Jean -Paul Sartre - Lotta Continua – (9.9.1977) – Redazione - ci dice:

 

 In un’ampia conversazione con alcuni militanti di Lotta Continua, Jean-Paul Sartre risponde alle polemiche in cui è stato coinvolto negli ultimi mesi ed espone gli approdi recenti della sua riflessione teorica, culturale, politica.

L’appello degli intellettuali francesi, la tendenza autoritaria degli Stati europei, l’eurocomunismo, il dissenso nell’Est, la funzione degli intellettuali, la libertà e il potere nei movimenti degli ultimi anni, il marxismo oggi.

Un messaggio ai giovani che andranno a Bologna.

Roma – Jean-Paul Sartre è il più prestigioso tra gli intellettuali francesi firmatari dell’appello contro la repressione in Italia.

Grande scandalo ha recato il fatto che egli vi abbia aderito.

Il ministro Cossiga lo ha bruscamente invitato a non impicciarsi degli affari altrui.

Il PCI ha avvertito che il filosofo è ormai “vecchio e quasi cieco”.

Sull’argomento, come sulle sue posizioni politiche e i suoi programmi di lavoro, Sartre aveva mantenuto il silenzio durante tutti gli ultimi mesi.

Ha però accettato volentieri di concedere un’intervista esclusiva a Lotta Continua.

Così lo abbiamo potuto incontrare in un caffè romano, nei pressi dell’albergo in cui – da molti anni – trascorre i suoi mesi estivi con Simone de Beauvoir.

Più che di una intervista si è trattato di una conversazione nel corso della quale alcuni militanti di Lotta Continua hanno informato Sartre della situazione italiana ed hanno discusso con lui.

 Alla conversazione ha preso parte anche Simone de Beauvoir.

 

“Perché dopo tanti anni vi date ancora abitualmente del “voi”?”

Simone de Beauvoir ride.

 «La colpa mia – risponde – che ero abituata sin da bambina a dare del “voi” ai miei genitori, e poi a tutti gli amici più cari.

Sartre, per parte sua, aveva l’abitudine di dare spesso del “tu”, ma si è lasciato imporre questo mio costume.”

Quando entriamo nel vivo della conversazione Sartre parla lentamente e misura le parole con voce stanca.

Ha superato i settanta anni e pesano sul suo fisico le fatiche degli anni ’50, quando si era imposto un ritmo di lavoro troppo elevato. Nonostante ciò è con lucidità che risponde u alle nostre domande.

 La prima domanda, naturalmente, è sull’appello contro “la repressione del compromesso storico” degli intellettuali francesi.

 

LC: Sartre, perché ha firmato?

 

JPS: Ho firmato pur approvando solo in parte le considerazioni contenute in quell’appello: in particolare ritengo imprecisa la definizione di “repressione del compromesso storico”.

Ma non ho dato grande importanza alla definizione perché non posso accettare che un giovane militante sia assassinato per le strade di una città governata dal partito comunista.

Tutte le volte che la polizia di uno Stato spara su un giovane militante, io sto dalla parte del giovane militante.

 

LC: Già, ma nell’appello si denuncia anche la mutata qualità della repressione in Italia da quando i principali partiti politici hanno raggiunto un accordo di vertice.

 

Basta pensare all’atteggiamento diversissimo che il PCI ha tenuto nei confronti del movimento giovanile e studentesco: nel ’68, seppur criticamente, lo appoggiava; oggi gli si contrappone.

JPS: Io sostengo da tempo che in tutta l’Europa occidentale è in corso una involuzione autoritaria degli Stati.

 Il modello è quello della Germania federale.

 Credo che l’eurocomunismo sia al tempo stesso partecipe e vittima di questa tendenza: ne è percorso come tutti gli altri partiti politici. Immagino che ciò valga anche per il PCI.

 

LC: Eppure lei ha sempre considerato il PCI un partito più “ricco” e radicato che non il PCF.

 

JPS: Sì, l’ho pensato lungo, almeno fino alla svolta del compromesso storico.

Vedo molto male il compromesso storico, anzi penso che proprio di lì – dalla ricerca di un rapporto con la Democrazia Cristiana – si origini la tendenza del PCI non è più quello di Togliatti.

LC: Dunque il PCI trarrebbe soltanto dal suo rapporto con la DC – da sempre reazionaria – la sua vocazione autoritaria? Non crede che porti una sua idea, un suo contributo specifico alle svolte dello Stato?

JPS: Certamente sì. C’è una violenza specifica dei partiti comunisti, quello dell’URSS parla per tutti.

 Ma il partito italiano riusciva con Togliatti ad evitare queste forme di totalitarismo, ora ci sta tornando.

Comunque io non credo che l’eurocomunismo sia un comunismo senza violenza.

 Vi ripeto, ho conosciuto Togliatti e tanti uomini di cultura legati al PCI, e vedevo in loro una “souplesse” che mancava ai dirigenti stalinisti del PCF.

Secondo me ciò dipendeva dal grande scontro con il fascismo e dalla vittoria del ’45, ottenuta in nome di un’idea di libertà molto radicata tra le masse.

Vi era in quegli uomini una forte attenzione ai movimenti sociali, oggi invece l’attenzione è concentrata sullo Stato e sul Potete.

 

LC: Ma qual’ era l’idea di libertà che animava il PCI differentemente dagli altri partiti, e da dove veniva?

 

JPS: Penso che nel PCF non c’è nessuna idea di libertà, e anche nel PCI non è definita, non è sviluppata, ma vi si può cogliere una sensazione: che ciascuno porta sulle sue spalle un’idea di libertà che è differente, che è la libertà pratica di muoversi in una maniera autonomamente prescelta, o prescelta collettivamente;

ma che non è fondata esclusivamente su circostanze esterne.

 Ho conosciuto parecchi comunisti italiani, nella prima parte della mia vita, nel ’45, ’55, ’60.

E ho ravvisato questa differenza rispetto ai francesi:

 che un comunista francese non è mai sé stesso, è un personaggio che dice di essere qualcosa, che parla in un modo determinato e manifesta delle idee che sono eguali per tutti fin dall’inizio.

 I comunisti italiani – naturalmente vi sto parlando sempre di molti anni fa., quando amavo stare in loro compagnia – avevano una sorta di spontaneità che mi interessava, perché in Francia l’idea di spontaneità era completamente abbandonata in politica: e non soltanto dai comunisti ortodossi, ma anche dai trotzkysti.

Interviene Simone de Beauvoir:

Ma anche in comunisti italiani avevano, pur tuttavia, i loro pregiudizi. Non ricordi quando” Alicata” ci diceva che la musica moderna era buona per essere gettata ai cani!

 

LC: Oggi, ricollegandosi alla tradizione di cui parlava Sartre, un dirigente comunista come Ingrao identifica nella partecipazione capillare delle masse alla vita dello Stato la base per una trasformazione democratica dello Stato stesso.

 Altri, nel PCI, dicono addirittura che la classe operaia deve “farsi Stato”.

 

JPS: La partecipazione è cosa differente dalla democrazia di base. Io resto convinto che la democrazia di base può crescere solo all’interno di un movimento di opposizione, non all’interno di uno Stato.

 

LC: Non crede dunque che questa “souplesse” del PCI rispetto ad altri partiti abbia delle motivazioni piuttosto strutturali?

Che tragga cioè origine dalla sostanziale unità della classe operaia italiana, la quale non ha mai conosciuto le spaccature verticali con gli immigrati della classe operaia francese e tedesca?

In fondo è da quella spaccatura che hanno potuto trarre origine, seppure in modo diverso, la degenerazione stalinista del PCF e la socialdemocrazia tedesca.

Forse sono mutamenti strutturali anche quelli che oggi tendono ad allineare il PCI agli altri …”

 

JPS: Ne sono assolutamente convinto anch’io.

 

LC: Ma torniamo al suo giudizio sul PCI.

Come si possono accoppiare la spontaneità in politica e un progetto di compenetrazione nello Stato?

 

JPS: È vero, c’è una contraddizione.

Ma nonostante ciò è possibile concepire una politica nella quale la spontaneità mantenga un suo spazio … è un discorso che ci porterebbe lontano.

 Proprio su queste idee sto lavorando attualmente con il mio amico Pierre Victor, un ex dirigente filo-cinese.

 Diciamo in ogni caso che il PCI, fino agli anni ’60, aveva tenuto aperta questa possibilità di convivenza, e i suoi uomini avevano una loro vita personale, una vita privata, pensavano per sé stessi, erano degli individui.

 Avevano naturalmente dei pregiudizi, ma chi, allora, non ne aveva? Ma si poteva avere un’amicizia con loro. E questo in una situazione in cui, pur avendo lavorato insieme a un partito comunista a partire dal ’50 e fino all’arrivo di De Gaulle al potere, non potevo avere con gli uomini di quel partito rapporti privato, non astratti.

 

LC: Quale è, secondo lei, la concezione dello Stato dei partiti eurocomunismi? Pensa che si ispirino in qualche modo al modello degli Stati dell’est, o che abbiano una concezione diversa?

JPS: Penso che i partiti eurocomunismi parlano di una nuova forma dello Stato ma in realtà si orientano verso una concezione dello Stato borghese e tradizionale.

 In fondo l’eurocomunismo è per l’instaurazione di uno Stato, o meglio di un governo, assolutamente conforme nel suo aspetto al governo borghese, ma con una tendenza sociale più marcata.

I dissidenti dell’est hanno delle idee molto diverse: differenziate anche tra di loro, ma comunque diverse.

 

LC: Conosciamo l’iniziativa che lei ha preso a Parigi insieme ai dissidenti dell’est, in occasione della visita di “Brezhnev” a Giscard d’Estaing. Crede che nel movimento dei dissidenti vi sia un potenziale di trasformazione e di emancipazione, o si tratta solo della reazione ad un regime esistente?

 

JPS: È difficile dirlo, in fondo non se ne sa molto.

Cogliamo le cose così come esse ci si presentano, con la speranza che questo movimento comporti realmente un cambiamento di programma anche nei governi dell’est.

 Ma questa non è che una speranza, una possibilità. Cogliamo questa possibilità, man non sappiamo se sarà proprio quella che si svilupperà. Gli uomini che abbiamo incontrato quel giorno erano molto diversi tra loro:

alcuni sono ancora marxisti e rimproverano al governo sovietico di essersi allontanato dal marxismo;

altri, al contrario, lasciano il marxismo alla classe dirigente sovietica e si considerano non marxisti. Ma questi uomini erano lì, seduti agli stessi tavoli, per discutere.

 

LC: Qual è l’aspetto comune?

 

JPS: L’aspetto comune è la critica dei campi di concentramento e degli ospedali psichiatrici.

 È una critica che naturalmente può essere fatta da punti di vista differenti:

 l’idea di prender un uomo sano e trattarlo come un malato, e internarlo come tale in ospedale psichiatrico, è un’idea che tendenze di sinistra, ma anche di destra, possono considerare insopportabile.

Di conseguenza sono tutti d’accordo su questo punto. Per raccontare un aneddoto illustrativo, quando in quella riunione alcuni cantori popolari esiliati si sono messi a cantare sfottendo, certi aspetti del governo sovietico e della classe dirigente, tutti ridevano insieme.

 Essi non formano un’organizzazione, e ‘d'altronde non potrebbero lontani tra loro. Ma ritrovano la propria concretezza e la propria unità quando protestano contro questa o quella misura del regime.

 

LC: Ma esiste, dunque, un progetto di trasformazione?

JPS: No, non ancora.

LC: E lei pensa che ci si possa arrivare?

JPS: Può darsi, ma per dire la verità io conto di più sugli oppositori che sono rimasti nel proprio paese che non su quelli che sono all’estero.

Raramente viene dall’estero il principio di una nuova rivolta, o anche di una rivoluzione; è un principio che nasce, di solito e soprattutto, tra gli oppositori che stanno all’interno del paese.

Sono molto legati a Solgenitzin, anche se molti di loro non lo amano affatto. Se lo tengono per sé, ma non lo amano affatto. Solgenitzin continua a rappresentare un tramite e un legame tra loro, anche se si è rifiutato di venire dagli USA a quella riunione.

 

LC: Quando i dissidenti parlano di diritti dell’uomo, essi chiedono questi diritti in nome di una classe e di una emancipazione di classe, o piuttosto in nome delle loro conoscenze scientifiche o professionali, come depositari della Verità?

 

JPS: Dipende da caso a caso. Vi ho già detto che essi si presentano come uomini legati tra loro in negativo, non su una idea comune. Perciò essi non rappresentano un’organizzazione che possa dire “ecco cosa rifiutiamo ed ecco cosa vogliamo”.

 

LC: Ma lei, personalmente, cosa ne pensa?

 

JPS: Certamente si tratta di intellettuali, almeno per lo più. Ma non chiedono la libertà soltanto per gli intellettuali. In realtà essi chiedono un cambiamento generale e si avvicinano alle masse perché certamente vogliono restituire alle masse le libertà politiche.

 

LC: Ritorniamo su questo punto, perché è una discussione che ci ha impegnati molto nel corso dell’estate.

Uno dei principi fondamentali del marxismo dice che l’emancipazione del proletariato è l’emancipazione dell’umanità, e l’emancipazione dell’umanità non può che venire dal proletariato.

Il problema è se l’esistenza del dissenso come appello alla libertà – non venendo direttamente dal proletariato – rimette in discussione, secondo lei, questo principio del marxismo.

 

JPS: È difficile dirlo, ma è evidente che essi non hanno un grande contatto con il proletariato russo.

Certo, vi sono delle infiltrazioni nella fila del proletariato, ma poco numerose, e comunque essi non si servono di modi di pensiero proletari. Questo anche ammesso che vi sia una rivolta all’interno del proletariato stesso, il quale peraltro non sa ancora bene quale strada prendere.

Ma ciò che stupisce è che la parte rivendicatrice e combattiva del proletariato e il dissenso intellettuale di cui stiamo parlando, non trovano mai un legame reale.

 Il fatto che gli intellettuali concepiscano una società in cui il proletariato abbia il suo posto – essenziale d’altronde poiché molti di loro sono marxisti – e in cui il proletariato si occupi delle altre classi non proletarie, non è cosa certa.

 In ogni caso si tratta di ipotesi, perché questi legami non esistono.

 

LC: Poiché anche in Europa occidentale il potere tende ad accentrare in modo totalitario tutti i comportamenti politici, a registrarli all’interno dello Stato, non crede che si possano prevedere forme di dissenso analoghe a quelle dell’est?

Cioè che una lotta in difesa delle libertà individuali si diparta da strati intellettuali, o comunque non proletari?

 

JPS: Sì, solo che queste forme non potranno avere lo stesso senso. Perché la rivoluzione russa è stata nello stesso tempo orientata in modo differente e poi trasformata al suo stesso interno, i dissidenti ne hanno coscienza.

La morte di Stalin ha avuto un’importanza capitale, più di quanto non si veda esteriormente. Sono andato per una decina di anni di seguito in URSS, ho avuto a che fare con non pochi dissidenti, tutta gente che sentiva molto chiaramente cosa rappresentasse la morte di Stalin, e che si è riunita, si è messa a parlare in piccoli comitati.

 

Dunque essi si trovano in una situazione particolare. Da noi, nel caso ci si dovesse battere per le libertà individuali, dovremmo situare questa lotta in una tradizione storica molto differente.

Mi spiego: la lotta per le libertà individuali si situerebbe in una prospettiva storica e non contingente; ad esempio in Francia c’è un passato storico di lotte per la libertà, fin dal 1789.

In URSS questa è una realtà presente, viva, attuale; in questo momento è una realtà non completamente sviluppata e definita, ma tutti i russi la sentono in un senso o nell’altro.

 

LC: Dopo i fatti di Bologna e alcune prese di posizione di intellettuali italiani, si è arrivati anche da noi a parlare di dissenso. Secondo lei esistono le condizioni per l’esistenza di un fenomeno specifico che non coincide né con la lotta di classe, né con l’opposizione politica, ma con un movimento di intellettuali del dissenso?

 

JPS: So che esiste questo fenomeno e che esiste nell’est qualcosa che gli è vicino, ma non penso che vi possa essere una influenza reciproca.

È difficile a dirsi, ma esiste certamente un legame, senza influenze, tra il fatto che lo Stato divenga più duro oggi – o che venga distrutto e si perda domani – nell’’Europa occidentale e in URSS;

 esiste una relazione tra il fatto che degli oppositori si sollevino contro questi Stati all’ovest e all’est.

 Ciò va messo in relazione a una situazione più generale che è il rapporto tra le masse e gli Stati ovunque, in questa epoca.

 È questa situazione storica che occorrerebbe studiare: la situazione storica della fine dello stalinismo e della fine delle repubbliche borghesi, o in ogni caso dell’inizio della loro fine.

 

LC: Ad esempio una polemica come quella tra “Sciascia” e “Amendola” sul rapporto degli intellettuali con lo Stato non riflette una tendenza all’organizzazione repressiva del consenso in occidente analoga a quella che da tempo vige nell’est?

 

JPS: Certamente vi è una relazione.

 

LC: Lei ha sottoscritto quest’anno, insieme a “Scoscia”, un appello per il boicottaggio delle elezioni europee del ’78 nel quale si parla di “lotta contro un’Europa germano-americana”.

 E poi ricordiamo soprattutto la sua visita del ’75 ai detenuti politici della RAF, in Germani federale.

Dopo quella visita ha rilasciato delle dichiarazioni molto pessimiste, affermando di avere ottenuto reazioni opposte a quelle che voleva suscitare tra la popolazione.

 Dunque queste forme di contrapposizione individuale all’apparato di consenso dello Stato – che pure lei ha sperimentato – hanno o non hanno una prospettiva?

 

JPS: Qualche prospettiva dovrà pur esserci se è vero che in Germania federale vi è una resistenza – che sia di “Baader” o di altri – e questa è una realtà esistente.

 La Germania autoritaria è contestata, tutti i tedeschi lo sanno, tutti in Germania sono disturbati da questa contestazione.

 È pur sempre una forza.

 E ancora pochi giorni fa avete visto portare a termine una operazione di rapimento senza una piega, eseguita alla perfezione. Si tratta di uomini addestrati e che agiscono solo su un piccolo punto, ma che sul piano della lotta puntuale sono apprezzabili.

Da noi in Francia, non esiste un fenomeno analogo. Naturalmente ci sono degli attentati, ma non inseriti in un programma. Detto questo non penso che tali azioni possano essere utili per una rivoluzione, su un piano più generale.

 

Quando ho fatto le mie conferenze-stampa pensavo che la mia azione non sarebbe servita a niente.

 Non ho cambiato di molto la mia opinione, lo penso ancora, ma constato che la RAF ha una forza negativa assai impressionante; che gli assassini e i rapimenti che fanno possono dare, su un punto particolare, dei risultati. Per esempio può darsi che vengano liberati i prigionieri della RAF.

 

LC: Che rapporto esiste tra questo clima di unanimità – verificato ad esempio in Germania federale – e l’irreggimentazione degli intellettuali? Diverranno, questi intellettuali, dei funzionari dello Stato?

 

JPS: Per quanto conosco l’Italia e i suoi intellettuali questo non dovrebbe accadere da voi. Forse è un sogno dei funzionari dello Stato.

 

LC: La polemica Sciascia – “Amendola” centrava proprio questo punto. Se gli intellettuali debbano divenire dei difensori dello Stato, oppure se debbano mantenere una indipendenza dallo Stato.

 

JPS: Ma, naturalmente, essi debbono mantenere sempre una indipendenza dallo Stato, devono mantenere una distanza!

Detto questo, essi debbono criticare lo Stato, dal loro ruolo differente. Non debbono essere ostili per definizione, ma è essenziale il potere critico, che è una delle forme della critica sociale di oggi.

Questo può essere lo sforzo di formulare le critiche che sono presenti nel popolo, senza essere precisate.

Vi è un ruolo critico dell’intellettuale che è proprio quello negato da tutto un settore della sinistra; il ruolo critico dell’intellettuale è per esempio soppresso del tutto in URSS, non esiste. Ma in Francia e in Italia si è sempre creduto a questo ruolo critico dell’intellettuale e alla sua indipendenza; a parte naturalmente alcune categorie di persone, ma secondarie.

 

LC: C’è però una grande differenza tra la Francia e l’Italia.

In Francia gli intellettuali hanno sempre mantenuto una loro indipendenza perché i partiti contano poco nel funzionamento della macchina statale;

il partito di governo è sempre stato più che altro una macchina elettorale, mentre i partiti di sinistra fino a ieri hanno avuto un peso minore nella vita politica.

In Italia c’è stata una corsa al reclutamento degli intellettuali da parte del PCI interrotta per la prima volta – è importante dirlo – dall’appello degli intellettuali francesi.

Non solo per servilismo, ma soprattutto perché è difficile per un intellettuale trovare un proprio ruolo e una propria funzione al di fuori della macchina partitica.

Molto spesso per l’intellettuale italiano è difficile, o impossibile, esercitare la sua funzione, non riesce a trovare un proprio spazio fuori da questo sistema. Oggi questa macchina partitica diviene direttamente una macchina statale.

 

JPS: È un gran peccato!

 

SdB: Ma restano pur sempre degli intellettuali molto indipendenti come “Sciascia”.

 

LC: Certamente, ma esaminiamo pure la sua vicenda. Egli è rimasto a lungo a fianco del PCI, come indipendente.

Ha deciso di rompere questo rapporto solo dopo il convegno del PCI sugli intellettuali, a gennaio.

 Fino ad allora egli pensava che non fosse possibile fare niente al di fuori del PCI.

 Si tratta di una posizione molto comune tra gli intellettuali italiani, che spiega la loro corsa verso il PCI.

La loro difficoltà a stare fuori dal sistema dei partiti non è – evidentemente – solo di tipo economico, è più di fondo.

 

Dunque che ruolo e che spazio debbono avere gli intellettuali che vivono in una società autoritaria, in questo nuovo tipo di “Sciascia”?

 Che tipo di rapporto debbono intraprendere con i movimenti di opposizione?

Teniamo conto del fatto che la loro collaborazione è determinante per la trasformazione dello Stato in senso autoritario.

E starne fuori, di per sé, non basta. È difficile pensare che “Sciascia” possa astenersi dalla collaborazione con il regime e fermarsi lì.

 

JPS: No, non si tratta di fermarsi lì. Scrivere e dire tutto quel che si pensa su ciò che accade, questa è l’idea essenziale dell’intellettuale.

 

LC: Spesso l’equilibrio tra integrazione nel regime e opposizione attiva finisce per essere soltanto il silenzio. Come ci si può barcamenare tra organizzazione del consenso attivo e dissenso dichiarato? Non a caso “Sciascia” tace da alcuni mesi.

 

JPS: Ma in Francia non è così. Il rapporto con lo Stato non può che essere negativo; è capitale il rapporto con il consenso, è il solo che conti. Di conseguenza un intellettuale non potrebbe mai fare parte di un partito. Ovviamente ci sono degli intellettuali che stanno nel partito socialista, ma non sono importanti. Quando si vuole prendere in giro il PS si dice “che intellettuali hai?” ed essi citano uno o due disgraziati.

 

SdB: E il PCF è lo stesso.

JPS: Dunque vi sono degli intellettuali che sono influenzati dalle idee e dalle prospettive d’azione di questi due partiti, ma non vi si legano se non per le idee e gli obiettivi comuni.

LC: Ma in Francia i partiti non orientano su tutto l’arco delle questioni che riguardano la vita di un uomo, mentre in Italia i partiti dirigono tutto.

Quindi in Italia un intellettuale o si oppone a quello che dice un partito oppure, se vi aderisce, deve aderirvi anche su questioni che esulano dalla lotta politica quotidiana.

 

JPS: Ma è proprio per questo che in Francia nessun intellettuale vuole avere a che fare con i partiti.

 

LC: Per esempio non si può aderire al PCI e mantenere una morale diversa da quella dei sacrifici.

 Una femminista che aderisse al PCI dovrebbe rinunciare a tutto ciò che riguarda la riscoperta del desiderio e la ricerca del piacere.

Perché il partito è portatore di una concezione del mondo e della vita assolute.

 

SdB: A questo proposito vorrei farvi una domanda io: è vero che le femministe hanno abbandonato Lotta Continua perché vi si trovavano oppresse? Ne sono rimaste ancora?

 

LC: Se ne sono andate quasi tutte ….

 

SdB: Dunque siete degli oppressori

 

LC: Sì, ma da quando sono uscite i nostri rapporti con loro sono di molto migliorati.

In Italia il movimento femminista ha costituito la contraddizione principale all’interno della sinistra rivoluzionaria.

Grazie all’esistenza di un forte movimento di classe, le organizzazioni rivoluzionarie italiane sono durate e durano più a lungo di quelle di altri paesi.

 E un colpo decisivo l’hanno ricevuto proprio dal movimento femminista.

 

Vorrei farle, Sartre, un’altra domanda che concerne il ruolo degli intellettuali e il suo in particolare.

 Nel 1968 – lo ha affermato lei – il movimento studentesco si è fatto portatore di una critica molto radicale del ruolo degli intellettuali.

Tra l’altro abbiamo letto in “Ribellarsi è giusto” che proprio in un’assemblea con gli studenti di Bologna, nell’estate del 1968, cominciaste questa riflessione …

 

JPS: È esatto, ero con un mio amico jugoslavo. E avevamo discusso a lungo dell’esperienza di” Basaglia” a Gorizia.

 

LC: Dunque, si può dire che – con la crisi delle strutture tradizionali leniniste della sinistra rivoluzionaria in Francia e in Italia, e con la fine di miti e forme di moralità dogmatiche presenti nel maggio 1968 – oggi la critica del ruolo degli intellettuali che viene dal movimento giovanile è ancor più radicale di allora?

 Certamente lei era molto più conosciuto tra i giovani francesi del ’68 che non tra i giovani italiani del ’77. Ma questi ultimi – che sono portatori di parole d’ordine come “il personale è politico”, che considerano centrale la liberazione degli individui, che si sono fatti influenzare profondamente dai contenuti del movimento femminista – non sono forse più vicini alla sua filosofia e al suo lavoro teorico degli anni ’50?

Anche se lei non è così conosciuto, non crede che la sua filosofia sia più diffusa che non nel maggio ’68?

 

JPS: Però resta sempre anonima!

SdB: E perché?

JPS: Si tratta di soggetti generali di cui i giovani parlano e che in effetti si ricollegano alle mie preoccupazioni. Ma non si parla della mia filosofia, non si parla di Sartre. Ripeto: la mia filosofia resta del tutto anonima. In Francia, per esempio, il movimento chiamato dei “nuovi filosofi” …

 

SdB: Ma questi non c’entrano nulla …

JPS: Stavo appunto dicendo che non c’entrano nulla con me, anzi li considero contrapposti alle mie posizioni.

SdB: Sì, in fondo sono di destra.

LC: Certamente c’è una grande differenza politica e di analisi sociale tra lei e i “nuovi filosofi”.

Ma non crede che le sue attenzioni ormai decennali alla salvaguardia delle libertà individuali all’interno della trasformazione socialista, e la sua rottura con l’URSS nel ’56 li abbiano in qualche modo potuti ispirare?

JPS: No, non lo credo affatto.

LC: Ma in fondo non sono ancora giunti a polemizzare con voi ….

SdB: Ma figuriamoci! Non ripresentano nulla, non sono dei filosofi! Sono gente che si è disgustata del marxismo, e che ora vuole arrivare … Sono dei direttori di collane editoriali, non sono niente!

 Sono incredibilmente montati! Sono tutti di destra, tranne uno che stimiamo molto, “Glucksmann”, che pure è su posizioni ambigue.

 

JPS: Sì, Glucksmann è un tipo che ha delle idee …

 

SdB: Ma per il resto servono solo alla borghesia. Adesso gli americani li recuperano:

 nel “Time” io e Sartre veniamo presentati insiemi ai dissidenti dell’URSS, e perciò stesso ci si considera come facenti parte dei “nuovi filosofi”: e così chiaro che non abbiamo niente a che fare con loro!

 

LC: Lombardo Radice, a nome di tutto il PCI, ha anch’esso messo Sartre, i giovani di Bologna, gli altri intellettuali del dissenso, tutti nella barca dei “nuovi filosofi”.

 

SdB: È una confusione che non possiamo tollerare.

 

LC: Lei ha detto che dal 1917 fina al 1940 ha avuto l’impressione che il tempo si svolgesse molto lentamente e che non vi sarebbero stati cambiamenti sostanziali prima del ventinovesimo o trentesimo secolo. Poi, secondo lei, la storia ha preso un ritmo più rapido. Perché?

 

JPS: Certamente la storia ha preso un ritmo più rapido.

LC: E’ un’impressione personale?

 

JPS: Personale, personale, ma non è esattamente ciò che volevo dire. In realtà, già nel 1914 ebbi un impatto violente con la Storia: ero molto giovane, vivevo in provincia, e la Storia mi aveva sovrastato.

E la seconda volta che mi colpì con questa forza fu nel 1917. Con l’apparizione della rivoluzione russa si ebbe une degli avvenimenti capitali di questo secolo.

 

Dunque sentivo qual’ era la rapidità di svolgimento degli avvenimenti, l’avvertivo vagamente, mentre li vivevo.

 

E poi c’è stata l’apparizione dei partiti comunisti, è anche questo un fatto essenziale.

 E ancora la seconda guerra mondiale.

L’attenzione si è quindi spostata sul terzo mondo, e anche questo non è un fatto da poco.

C’è stata la rivoluzione cinese.

 E poi si è avuta una trasformazione interna dell’idea marxista del 1905. Quando sono nato c’erano le idee rivoluzionarie russe che poi si sono trasformate fino a diventare quella strana cosa che è oggi il socialismo.

Molti marxisti sono divenuti anti-marxisti, o non più marxisti, ed è questa evoluzione di settantacinque anni che lo ha reso possibile.

 Nel 1910 si studiavano marxianamente gli avvenimenti, oggi no, oggi si tende ad uscire un po’ dal marxismo, si comincia ad uscirne.

 

SdB: E’, se permettete, come si situa “Lotta Continua” rispetto al marxismo?

 

LC: Si tratta di una discussione in pieno corso. Subito dopo la nascita dell’organizzazione non ci si preoccupava di questo: per noi c’erano la lotta degli operai e la lotta degli studenti, si trattava di raccogliere ciò che veniva da queste lotte e così si riformulava la teoria rivoluzionaria.

Siamo andati avanti così per molti anni, eravamo quelli che, per eccellenza, non facevano della teoria.

Poi, negli ultimi anni, abbiamo cominciato a fare i conti con il marxismo. Siamo divenuti, se non dogmatici, certamente molto ortodossi.

 Infine, nello scorso anno, soprattutto in seguito alla critica femminista, sono emerse fra noi le ragioni della crisi di un’organizzazione rigida e centralizzata.

E ora i conti li facciamo con il marxismo più in generale; e ci domandiamo cosa significhi essere marxisti.

Anzi, è una domanda che volevamo fare proprio a lei, Sartre: che cosa significa oggi, in questo momento, essere marxisti?

 

JPS: Non sono più marxista!

Da due o tre anni. E neppure “Pierre Victor” lo è più.

Più precisamente noi vogliamo ricostruire in questo periodo tutto un pensiero teorico non marxista, tenendo pur tuttavia in conto del marxismo, che è un grande fenomeno di pensiero.

 Il marxismo è stato una direzione di pensiero capitale durante i primi sessanta anni di questo secolo, non lo si può rigettare come si lascia cadere; non si tratta di questo.

Oggi bisogna definirsi nello stesso tempo: nel passato in rapporto al marxismo e nel futuro in rapporto a quel che si vuol provare a mettere al mondo, che d’altronde comporterà molti elementi marxisti.

 È quello che tentiamo di fare attualmente Pierre Victor ed io.

 

LC: Quale è il vostro piano di lavoro in questo senso?

 

JPS: Il tema del nostro lavoro attuale è: il potere e la libertà.

Ci sta lavorando soprattutto “Pierre Victor”, ma io lo approvo. Consideriamo le masse, in generale, dotate di una iniziativa di volta anche quando sembrano d’accordo con il governo.

 

Dunque vi è una forza di rivolta che è origine di libertà.

 E bisogna quindi riguardare tutto il rapporto tra masse e Stato.

Questa è una prima parte del nostro lavoro, conci vorremmo studiare le cose lungo qualche secolo, dalla rivoluzione francese.

 Di qui vorremmo arrivare al secondo punto, uno studio della situazione attuale:

la società di oggi, e al suo interno le tendenze verso un irrigidimento dello Stato che voi stessi avete molto esattamente mostrato.

 D’altronde si tratta di un irrigidimento non sempre riuscito.

Da noi in Francia un governo delle sinistre unite costituirebbe certamente un potere di costrizione, come del resto fa quello di “Giscard d’Estaing”.

Ma vi è tutta una serie di forze, sia da destra che dall’estrema sinistra, che si preoccupano perché questa costrizione sia prevenuta e moderata.

LC: Il problema fondamentale è il rapporto tra la trasformazione degli individui e il potere;

 e in particolare tra la trasformazione degli individui e la presa del potere.

 E qui il tempo gioca un ruolo essenziale: quando lei dice che negli ultimi tempi gli accadimenti storici hanno preso un ritmo più rapido, ciò riguarda piuttosto il punto di vista del potere o quello della trasformazione degli individui?

Forse riguarda di più il secondo aspetto …

 

JPS: Sì, anch’io penso che riguardi di più il secondo aspetto, ma anche il primo – quello del potere – è molto importante.

Noi pensiamo che vi sia una tendenza alla progressiva degradazione del potere, questo è uno degli elementi essenziali della nuova rivoluzione che potrà prodursi.

 Perché la libertà non va in coppia con il potere: tra loro c’è una contraddizione evidente.

 

SdB: Sì, perché la gente prende sempre di più nelle proprie mani le proprie rivendicazioni. Per lo meno in Francia, che si tratti della LIP o di altro …

 

JPS: Un’ultima cosa vi vorrei dire:

se io e Simone de Beauvoir non verremo a Bologna il 23, 24 e 25 è perché ritentiamo che quel che vi dovrà accadere è questione che riguarda gli italiani tra loro.

Non che i fatti generali, per esempio il fatto che uno studente sia stato ucciso, non riguardino tutti.

Ma né la situazione così come si è definita, né quindi la possibilità che si producano degli avvenimenti gravi ci riguardano più.

Io e Simone de Beauvoir vogliamo manifestare la nostra solidarietà alle migliaia di giovani che andranno a Bologna.

 

Ma questa lotta è una lotta innanzitutto italiana.

Naturalmente vi sono degli elementi di natura universale che noi ci premureremo di rilevare.

Per questo resteremo in contatto con voi.

Non che io creda all’esistenza di un carattere italiano nel senso profondo del termine, non è questo, ma io penso che ci sia una ricchezza di cultura italiana che proprio per questo trasforma gli individui.

Un individuo è sempre un individuo, ma è italiano o francese perché interviene in mondo culturale che è differente.

E quello di cui parliamo è un problema culturale – certamente non solo culturale! – italiano.

Non sarei stupito che il 23 ci siano ancora dei morti …

LC: Speriamo di no!

JPS: Anch’io spero che non ce ne siano, ma non ne sono sicuro. Voi neppure d’altronde.

A questo punto siete voi che fate accadere le cose noi saremo in Francia e resteremo in comunicazione con voi.

SdB: Ma dove potranno abitare le migliaia di giovani che arriveranno a Bologna?

 

LC: Abbiamo chiesto di disporre dei parchi cittadini per piantare le tende.

Non vediamo altra soluzione realistica.

SdB: È appassionante. Se avessi vent’anni di meno, anche a me piacerebbe molto abitare in quei camping!

(Tano D’Amico, Gabriele Giunchi, Gad Lerner, Luigi Manconi e Guido Viale).

 

 

 

“L’egemonia culturale di sinistra?

Il potere si serve di chi tende ad assecondarlo”;

Vittorio Sgarbi a tutto campo, dall’Ucraina

 allo Jus Solis, passando tra Longhi,

 Arcangeli, Argan …

Aboutartonline.com – Sergio Rossi – (3 aprile 2023) – ci dice:

 

La nostra indagine sulle condizioni della cultura nel nostro paese continua con questa conversazione tra “Sergio Rossi”, nostro valoroso collaboratore, già “Docente di Storia dell’Arte Moderna alla Sapienza Università di Roma” e “Vittorio Sgarbi”, da tempo amico e attento lettore di About Art;

questo colloquio segue quello con “Claudio Strinati” (aboutartonline.com/claudio-strinati-non-temo-un-attacco-alla-cultura-di-sinistra/ ) che ha ottenuto un notevole successo, essendo a tutt’oggi nella lista dei top ten di “About Art”.

D:

Voglio iniziare questa mia intervista con una provocazione. Secondo me la presunta egemonia culturale della sinistra, di cui tanto si parla, non c’è e non c’è mai stata.

Infatti, e da uomo di sinistra lo dico con cognizione di causa, molti tra i migliori intellettuali e artisti di sinistra sono stati emarginati non tanto dalla destra, quanto piuttosto proprio dalla sinistra, dai tempi del P.C.I togliattiano fino al P.D. attuale, che hanno sempre preferito alle menti veramente libere gli opportunisti di turno.

 Cosa hai da dire al riguardo?

R:

In effetti la tua non è una domanda quanto piuttosto la constatazione amara di uno come te che ha fatto studi importanti e non ha tratto alcun beneficio, insieme a tanti altri del resto, dall’essere di sinistra.

Ma va detto subito che vi è molta differenza tra l’ideologia intesa come visione del mondo e l’esercizio del potere.

 L’egemonia di cui stiamo parlando non è l’ideologia intesa come visione del mondo ma quella del potere che tende a servirsi di coloro che sono disposti ad assecondarlo e quindi parliamo di una serie di persone che si sono piegate e si piegano di volta in volta al potere di turno per trarne vantaggio.

Ora, almeno fino al governo Meloni, la destra è sempre stata minoritaria e frazionata per cui si è creata un’identità politica che chiamiamo “sinistra” che altro non è che il potere, potere esercitato da potenti che si sono definiti di sinistra senza esserlo;

mentre non vi è mai stato un destino favorevole a nessuno che fosse indipendente.

 D’altra parte tutte le principali figure di intellettuali liberi che hanno rappresentato l’Italia fin dal dopoguerra, da “Moravia” a “Guttuso” a “Pasolini” si sono sempre professate di sinistra, poi è chiaro che la loro forza individuale era superiore alla loro ideologia, e invece quelli che non erano né carne né pesce hanno aderito a quella che chiamiamo sinistra per trarne vantaggio, quindi da questo punto di vista il tuo pensiero è senz’altro condivisibile.

Certo vi sono stati anche intellettuali di sinistra come “Franco Fortini” o “Cesare Cases” che sono rimasti effettivamente indipendenti, ma il problema è che i mondi della sinistra sono molti e in questo caso la sinistra ha due risvolti, quello che riguarda la cultura letteraria o filosofica e quello che riguarda l’azione della magistratura, due punti di potere di quella che chiamiamo sinistra che hanno determinato una serie di effetti.

La destra invece è sempre stata divisa; ora, improvvisamente, con “Berlusconi” e con la “Meloni”, si è creata una cosa che si chiama “destra” che però non aveva presidi culturali, non aveva e non ha punti di riferimento per cui piuttosto che parlare di categorie come destra o sinistra bisognerebbe parlare di coloro che hanno esercitato il potere indipendentemente dalla loro ideologia di appartenenza o addirittura senza avere nessuna ideologia:

dunque quello che tu dici è interessante, perché non basta essere di sinistra per essere tutelati, bisogna essere fedeli a quella sinistra che è al potere.

La destra dal canto suo non rivendica di avere un ruolo intellettuale perché non ha rappresentanti;

non vi è una “cultura di destra” come entità autonoma;

quando “Raboni” anni fa ha scritto quell’articolo in cui diceva che tutti i grandi scrittori sono di destra in realtà parlava di singoli individui:

“Tomasi di Lampedusa”, “Guareschi”, sono individui, non sono di destra o di sinistra.

Ora dalla parte della sinistra vi è più una visione sistemica che ha fatto sì che si sia creato un sistema di potere che non corrisponde assolutamente ad una ideologia di sinistra, per cui tu da questo punto di vista hai senz’altro ragione.

 

D:

Ecco un’altra domanda che in parte si riallaccia alla prima. Penso che tutti noi condanniamo senza se e senza ma la criminale aggressione all’Ucraina da parte della Russia, ma se solo provi a dire “però”, ecco che sei accusato di essere un filo putiniano, un traditore della patria, eccetera, e ancora di più se trovi anacronistica la censura verso gli artisti russi come “Valery Gergiev”, uno dei più grandi direttori d’orchestra del mondo, o l’autodafé cui si è dovuta sottoporre “Anna Netrebko” per poter tornare a cantare in Occidente, degna del peggior stile staliniano.

Ora io trovo che essere contrari a questa sorta di caccia all’intellettuale russo non ha niente a che vedere con l’essere filo putiniani. Sei d’accordo?

 

R:

Qui bisogna immaginare che nessun regime di sinistra ha mai pensato di non rappresentare “Pirandello”:

Pirandello era fascista ma giustamente lo si è continuato a mettere in scena.

Per cui quest’idea di poter censurare un intellettuale russo perché crea o perché usa le proprie idee è una forma di razzismo culturale, come se si possa essere colpevoli solo perché si ha nelle vene del “sangue russo”;

o come se potessimo giudicare i grandi scrittori russi da” Chechov “a “Dostoevskij” colpevoli di qualche cosa che naturalmente non li può riguardare, appunto perché russi;

e del resto gli stessi soldati russi mandati a morire da “Putin” sono delle vittime perché eseguono solo degli ordini.

Ora Putin ha una sua posizione politica che va guardata con molta attenzione, e che riguarda il suo rapporto complesso con la “NATO” e con gli “Stati Uniti” da cui deriva una guerra con gli Stati Uniti di cui Zelenski (commerciate di cocaina all’ingrosso! N.D.R) è solo il veicolo:

 d’altra parte è chiaro che non si può pensare di cercare la pace solo continuando a mandare le armi, perché questo non fa che acuire le contrapposizioni tra i due poli e in definitiva favorire gli Stati Uniti.

Ora tutto questo è difficile dirlo ma il paradosso è che non lo può dire nemmeno un pacifista che non è di sinistra come” Berlusconi”, che è spinto dal legittimo timore che questo conflitto possa condurre alla fine al pericolo concreto di una guerra atomica;

ebbene “Berlusconi” questo non può dirlo né nei suoi giornali né nelle sue televisioni, perché nei giornali e nelle televisioni di Berlusconi non vi è spazio per le idee di Berlusconi;

per cui io gli ho proposto il paradosso, dopo la morte di “Maurizio Costanzo”, di assumere “Michele Santoro” che secondo me oggi è l’unico che può autorevolmente stabilire un dialogo con Berlusconi e dove Berlusconi può esprimere liberamente le sue idee, che non sono certo quelle di un vecchietto che è contrario alle posizioni del suo stesso partito, delle sue televisioni e dei suoi giornali ma è il pensiero lucido di chi ritiene che il protrarsi senza fine di questo conflitto rappresenti un autentico pericolo per tutti noi;

per cui “Santoro” potrebbe essere il cavallo di Troia in cui si possono specchiare tutte quelle persone che sono autenticamente pacifiste senza essere minimamente filo putiniane ma che ritengono che il modo per ottenere la pace non possa essere quello di un continuo invio di armi.

Io del resto non lo so quale possa essere la soluzione e non lo sa in questo momento nemmeno chi ha il potere:

 certo il disarmo deve essere bilaterale, e se non lo vuole Putin non lo vuole nemmeno l’altro e corriamo veramente il rischio di impantanarci in una situazione simile a quella del Vietnam.

D’altra parte è impensabile pensare che Putin possa perdere la guerra: forse non può vincerla, ma certo non la può perdere, per cui l’errore di “Zelenski” è quello di continuare la guerra pensando di poterla vincere, errore che si avvantaggia della solidarietà e della visione armata degli Americani e dei suoi alleati.

Per cui anche qui avere una posizione laica è molto difficile.

 

D:

Una cosa che ad uno come me che ha insegnato per quarant’anni fa imbestialire è il sentir denigrare la scuola italiana, che rimane nonostante tutto una delle migliori del mondo (almeno dieci volte superiore a quella finlandese che io conosco bene), anche da parte di troppi intellettuali che invece dovrebbero difenderla.

Dico nonostante tutto perché questo dato non si deve certo ai governi, di destra, centro, sinistra e delle grandi ammucchiate, che la scuola hanno cercato in tutti i modi di calpestare e avvilire, ma si deve ai docenti di ogni ordine e grado, dalle materne alle superiori, che benché malpagati, umiliati e offesi ancora svolgono coscienziosamente il loro lavoro.

Secondo te cosa si dovrebbe fare per porre finalmente rimedio a questa situazione?

 

R:

Anche in questo caso tu fai una domanda che contiene già una risposta e che va nella direzione di pensieri affini, che noi, pur frequentandoci poco, abbiamo su certi problemi.

 Io sono contrario alla riforma della scuola, perché questo è solo un palliativo per dire che cambia qualcosa quando non cambia niente. Infatti la scuola può cambiare attraverso il solo strumento che conta ed è quello della qualità degli insegnanti, per cui l’unica riforma possibile è quella di garantire che la scuola sia affidata a bravi insegnanti.

Ora quello dell’insegnante è un mondo complesso, perché l’insegnante può avere essere spinto da un’autentica vocazione, può essere spinto dal desiderio di cambiare il mondo e quindi tramettere questo suo entusiasmo ai suoi studenti.

Però ad un certo punto la scuola obbligatoria (io lo so perché mia madre ad un certo punto ha deciso di insegnare pur essendo laureata in Farmacia) ha determinato una femminilizzazione della scuola, perché l’uomo ha deciso che non era più conveniente fare l’insegnate, per cui è scomparsa la figura maschile;

anche l’autorevolezza  del padre o del preside hanno perso valore, e sono comparse al 90% donne che certo possono anche avere dei valori maschili, però nella maggior parte dei casi hanno inteso la funzione dell’insegnamento come qualcosa che consentisse loro di continuare ad essere casalinghe, una specie di cosa in più ma non il lavoro principale, per cui in tutte le scuole vi è stata una diminuzione di ruolo e di rango della figura degli insegnanti, che sono diventati come una specie di badanti dei ragazzi senza avere la possibilità di esercitare fino in fondo le loro capacità intellettuali;

certo, che ci siano delle persone nel mondo maschile e nel vastissimo mondo femminile che sentano l’insegnamento come un impegno, come un dovere è senz’altro probabile, però che questo non premi l’insegnante né come stipendi, né come riconoscimento sociale è altrettanto vero e per l’insegnante non vi è nessuna possibilità di fare carriera;

ad esempio nel mondo della politica un assessore vale molto più di un insegnate;

 questi nella società del dopoguerra era un punto di riferimento era un faro e oggi non è più così, la donna che ha preso il suo posto ha trovato un modo per lavorare, e quindi lo stipendio ha preso il posto del fuoco dell’insegnamento.

Però fin quando noi non restituiremo all’insegnante, sia maschio che femmina, quella funzione, quel ruolo preminente che aveva in passato, fin quando non faremo di nuovo sentire all’insegnante di essere fondamentale è evidente che quel lavoro non sembrerà attraente.

 Ora secondo me la scuola di massa ci porta ad avere delle figure di insegnanti che non hanno una grande capacità di forza e di persuasione. D’altra parte che anche adesso ci siano degli insegnanti bravi e che sentano l’insegnamento come una missione è indubbio e quello va guardato come l’unica vera riforma della scuola.

 Del resto anche l’insegnamento universitario non è più attrattivo, tanto è vero che ad esempio nella nostra disciplina si preferisce intraprendere la carriera di direttore di Museo a quella del docente, qualunque lavoro è migliore che andare davanti a dei ragazzi, perché il rapporto con loro è sempre più difficile;

d’altra parte la scuola ha perso la capacita di dire una verità definitiva perché i social, la televisione hanno spezzettato il sapere, e non c’è più il sapere di una volta.

Quando io ero allievo di “Arcangeli”, Arcangeli era tutto, era un insegnante che aveva la capacità di coinvolgerti, era per noi un universo.

Oggi questo non c’è più.

E ripeto anche a livello universitario l’insegnamento ha perso la sua capacità attrattiva.

 Certo anche oggi ci sono dei professori che si sentono investiti di una missione e che vogliono tramettere agli studenti il loro sapere ma questa è sempre di più una scelta personale che certo andrebbe maggiormente tutelata e valorizzata.

D:

Rispetto a quando eravamo giovani l’insegnamento della storia dell’arte ha fatto certamente notevoli progressi. Sei d’accordo?

R:

 Alcune discipline come la nostra sono state favorite dal fatto che prima erano certamente sottostimate;

 oggi indubbiamente gli storici dell’arte sono molto agguerriti, ci sono persone che fanno ricerche molto significative;

un tempo la materia era molto più ristretta, oggi la specializzazione e la profondità di analisi porta ad una quantità di studi settoriali molto importanti e sicuramente rispetto anche agli anni quaranta e cinquanta la nostra disciplina è molto cresciuta, è aumentata la curiosità grazie anche alla ricerca di temi minori che diventano temi fondamentali, e non so se questo vale lo stesso per la matematica o per la letteratura. Inoltre gli storici dell’arte hanno oggi maggiore visibilità e maggiore possibilità di far conoscere anche al grande pubblico le loro performances.

D:

Tempo fa “Giulio Carlo Argan” sosteneva che la differenza tra la scienza e l’arte consiste nel fatto che nella prima due più due deve fare quattro, nella seconda può farlo.

E di recente “Claudia Ferrazzi “scrive che è necessario che anche il mondo delle imprese benefici della capacità di innovazione propria della creazione artistica.

 È un po’ il sogno del “Bauhaus” che torna di moda.

Con l’aggiunta che oggi la creatività umana deve essere assolutamente difesa contro l’”ingerenza dell’intelligenza artificiale” e quindi sostenere l’arte e la bellezza a tutti i livelli assume un ruolo decisivo per la stessa sopravvivenza del genere umano:

sei d’accordo?

R:

Il tema è abbastanza complesso, intanto “Argan” ha il sentore di una cosa molto lontana da noi rispetto a quello che siamo diventati.

 L’altra sera il premio Nobel “Giorgio Parisi” si augurava che la scienza potesse diventare cultura e io ho detto ma guarda che questo c’è da sempre, dai filosofi presocratici a Galileo, che hanno fatto sì che il pensiero scientifico sia cultura;

che poi sia settoriale e non corrisponda al pensiero umanistico e che sia diverso rispetto all’arte, alla poesia e alla letteratura non vuol dire che abbia minor rango.

Ma fin dall’antichità l’arte e la scienza hanno convissuto per diventare una sola visione del mondo e da questo punto di vista “Caravaggio” e “Galileo” sono un esempio abbastanza esemplare.

Però il tema che pone “Argan” è interessante per una ragione, perché il primato della cultura che ingloba la scienza contraddice il primato della scienza come condizione di conoscenza compiuta.

Noi abbiamo nella nostra disciplina una serie di abusi linguistici per cui abbiamo il restauro scientifico,  il direttore scientifico, il curatore scientifico, il comitato scientifico, e in quest’ultimo caso si tratta di una serie di studiosi che si mettono insieme per affrontare un determinato argomento, si tratta di un comitato di studio che viene chiamato scientifico per corroborarlo con la forza che ha la scienza;

per cui, ripeto, questo prevalere dell’attributo scientifico a garanzia della nostra funzione è un altro abuso perché non c’è nessun restauro scientifico, c’è un restauro e basta che viene compiuto da un bravo restauratore con la sua sensibilità e la sua manualità;

gli studi sono fatti con la capacità di conoscenze che uno ha raggiunto: certo c’è il rigore della ricerca, ma c’è anche l’estro, e la fantasia del ricercatore, per cui ha ragione “Argan” nel dire che la pretesa di scientificità è un modo per diminuire la capacità creativa propria dell’atto critico;

 la scienza ha dei confini e l’arte non ce li ha, l’arte è sconfinata, l’arte erompe, ha la capacità di far saltare i confini per cui dovremmo avere l’orgoglio di una critica creativa, di una capacità di capire se vogliamo anche fideistica e irrazionale, perché non c’è bisogno della scienza per capire l’arte, altrimenti abbiamo solo una serie di studi che affrontano i problemi in modo meccanicistico e ripetitivo.

Quando abbiamo riconosciuto il primato di “Roberto Longhi” abbiamo dovuto apprezzare il primato della letteratura non della scienza, di aver affrontato la pagina critica sul piano emotivo, quindi credo che “Argan” da questo punto di vista avesse colto un problema reale cioè quella della funzione creativa dell’opera d’arte.

D:

Veniamo a Roma: la città ha ora un’occasione unica per risollevarsi visto che il Giubileo è alle porte anche se nessuno sembra accorgersene. Ormai quasi due anni fa “Carlo Calenda” aveva lanciato la proposta di un grande Museo di Roma ricevendo più insulti che commenti pacati.

 Tu, partendo anche dal dato inoppugnabilmente folle che il patrimonio archeologico romano è oggi diviso in almeno undici sedi diverse avevi proposto di riunire tutto quello che è trasportabile nell’area del Campidoglio, spostando la politica da Palazzo Senatorio e creare così una sorta di Louvre dell’antichità romana, da inserire in un percorso didattico-museale che includa anche luoghi come l’Ara Pacis o Villa Giulia.

 Sei ancora di questo parere?

R:

Io ho già fatto una parte dell’impresa e quindi da parte mia ho già chiuso un capitolo;

un altro che non ho ancora aperto riguarda il Giubileo, ed io penso che più che i musei, perché a Roma indubbiamente vi è un’offerta museale più ricca di quando io ero studente, bisogna rivolgere lo sguardo alle chiese, quindi io più che i musei aperti farei le chiese aperte, prenderei dei ragazzi a studiare sistematicamente l’immenso patrimonio che abbiamo nelle nostre chiese;

del resto il Giubileo è un evento essenzialmente cristiano, quindi deve tendere ad includere, ad aprire, appunto.

L’altro capitolo che mi riguarda è piuttosto un’intuizione:

di recente io ho incontrato “Paglia”, ho incontrato “Parolin” ed avendomi lui chiesto un progetto per il “Giubileo”, io gli ho fatto una proposta per le “Scuderie del Quirinale” che lui ha accettato ed è quella che affronta l’arte degli artisti nella loro tarda età, il tardo” Bellini,” il tardo “Tiziano”, il tardo “Guido Reni”, il tardo “Renoir”;

ma questo non riguarda solo il tema della vecchiaia, da cui sono partito, ma anche gli artisti che sono morti giovani, pensiamo a “Caravaggio”, alla differenza che vi è tra il” Ragazzo con il cesto di frutta” e la “Decollazione di Malta” o il” David e Golia della Borghese”, sono opere estreme in cui sembra che egli già avesse coscienza della fine, così come “Giacomo Leopardi” che è morto a trentasette anni ed ha prodotto capolavori assoluti come “il Pensiero dominante”, “La Ginestra” o !Il tramonto della luna”.

[E pensiamo al Mozart della Messa da Requiem, agli ultimi lieder di Schubert ndr].

 E allora abbiamo preparato questo progetto e faremo questa mostra che certamente farà discutere perché il tema della vecchiaia, delle opere finali, non è mai stato affrontato in modo sistemico.

E poi c’è questo problema del Giubileo.

Ora io dal punto di vista personale sono pressoché ateo, e però sono cristiano, sono cristiano perché ogni credente crede nel suo Dio che spesso non corrisponde alla Chiesa che vorrebbe, perché la Chiesa si occupa di denaro, c’è il problema dei pedofili, e allora ognuno crede nel suo Dio e va benissimo, io invece sono clericale e credo più nella Chiesa che in Dio, nella Chiesa come istituzione storica e allora col Giubileo la Chiesa ha una grande occasione e questa idea di tenere tutte le chiese aperte secondo me è fondamentale, perché la Chiesa come dicevo prima deve aprire, deve includere ed allora, insisto, io metterei dei giovani a studiare sistematicamente questo immenso patrimonio e farei chiese aperte.

L’altro aspetto di cui parlavo è questa intuizione delle opere terminali, perché nella tarda età indubbiamente si perde la carica di vitalità, la carica erotica e allora si diventa più meditativi.

 Non so, “l’ultimo Reni” è impressionante,” l’ultimo Mone”t è meraviglioso, “l’ultimo Music”, “l’ultimo Morandi che guarda solo all’anima delle cose non al loro corpo.

 Insomma io sul Giubileo sono attrezzato.

D:

A Roma abbiamo il paradosso che il più grande museo della città si trova all’estero, cioè nello “Stato della Città del Vaticano”.

 

R:

Sì questo è un paradosso perché quando si stilano le classifiche dei musei più visitati, vi è “il Louvre”, vi è “il Metropolitan”, ma tra i “Musei italiani” non vengono citati i “Musei Vaticani che hanno circa sei milioni e mezzo di visitatori all’anno e sono a tutti gli effetti uno dei musei più visitati e importanti del mondo.

 

D:

Non trovi anacronistico che una grande metropoli come la nostra non abbia assolutamente un grande “Museo d’arte contemporanea” degno di questo nome, perché né la” GNAM” per come è gestita attualmente, né il “MACRO” né il “MAXXI”, con tutto il rispetto, possono definirsi tali.

R:

Però, per esempio rispetto a Milano, indubbiamente in questi ultimi anni Roma è andata avanti;

vi è il “Museo del Novecento” che è la “GNAM”, con tutto che la sua gestione attuale si può discutere, vi sono il “Macro” ed il “Maxxi”, certo poi devi dargli i contenuti adeguati e non bastano gli spazi, però ripeto Milano si è fermata, così altre città, mentre Roma è andata avanti quindi è difficile pensare di fare altri musei.

D:

Ed ora una domanda su quello che con termine orribile si chiama “Jus Soli” o “Jus Scholae”, ma prima ti voglio raccontare una storia vera che sembra una barzelletta.

 So di un egiziano che è diventato cittadino italiano dopo aver sposato una bosniaca che aveva sposato un italiano da cui aveva divorziato poco dopo;

ora anche questa signora e l’egiziano hanno divorziato per cui se quest’ultimo si sposa, metti con un’altra egiziana, lei diventerà cittadina italiana per avere sposato un egiziano che ha sposato una bosniaca che ha sposato un italiano.

Invece un ragazzo nato in Italia, che sta completando con merito il suo ciclo di studi nel nostro paese, che magari parla l’italiano meglio di tanti suoi compagni italiani non può avere la nostra cittadinanza.

 A me sembra non solo profondamente ingiusto ma anche masochistico visto che con il nostro crollo delle nascite noi dovremmo includere e non respingere.

R:

No, no, capisco: questo secondo me è un errore nel senso che questa che sembra una forzatura della sinistra alla destra in realtà è solo il riconoscimento di una condizione di vita che si è svolta in Italia, nelle scuole italiane, con la lingua italiana e quindi se ben interpretata dovrebbe essere accolta anche dal centro destra e non vedo perché un ragazzo che nasce in Italia, vive e ha vissuto in Italia non debba essere considerato italiano; non bisogna guardare al sangue.

 Quindi in effetti non capisco e non ho mai capito bene cosa spinge la destra ad avversare questa che è semplicemente la valutazione fotografica di una vita;

 e non si capisce perché un ragazzo che frequenta le scuole italiane non debba essere considerato italiano, dal momento che la sua percezione del mondo è legata a quella dei suoi compagni di scuola che hanno fatto le stesse scuole e quindi non può essere una questione di sangue, una questione geografica, ma ripeto di visione del mondo, di quello che si ha in testa.

Quindi io penso che questa è una posizione che col tempo anche la destra dovrà rivedere e penso anche che la” Meloni” sarà abbastanza intelligente da capire che non vi è alcun motivo per cui un ragazzo che ha vissuto 18 anni in Italia non debba essere considerato italiano.

 

D:

Veniamo a una domanda che nessun intervistatore può evitare di fare. Quale libro stai leggendo o hai appena letto.

 

R:

Mah, i libri sono talmente tanti che si affollano, sto leggendo “Germinello Alvi” che è uno scrittore particolarmente sofisticato, leggo “Antonio Delfini”, leggo “Rontgen”; il mio è un procedimento molto rapsodico, leggo dei saggi sul “Quattrocento ferrarese” che è un argomento di cui mi sto occupando, leggo gli studiosi che sono andati oltre” Roberto Longhi”, che hanno allargato la sua visione, leggo “Testori” e sto leggendo proprio un libro di” Alessandro Gnocchi” su “Testori”;

sai per uno come me che non legge i libri per diletto ma per rendersi conto di quello che succede nel mondo non vi è un solo libro in particolare.

D:

Per finire ti chiedo se c’è una “mostra impossibile” che ti piacerebbe organizzare?

 

R:

In realtà io ho una visione molto concreta e realistica, quello che ho voluto fare l’ho fatto, forse perché non mi è mai venuto in mente di fare mostre impossibili;

certo ho il privilegio di ottenere quello che altri non possono ottenere e ovviamente non è che ne approfitto, ma direi che le mostre che avrei voluto fare si sono tutte realizzate.

(Sergio ROSSI - Roma 2 Aprile 2023)

 

 

 

 

 

‘Essere eretici’: il convegno della destra

 sulla cultura in Italia.

All’assalto soft alle casematte

del potere sinistrorso?

Key4biz.it -  Angelo Zaccone Teodosi – (7 Aprile 2023) – ci dice:

 

‘Essere eretici’: il convegno della destra sulla cultura in Italia.

 All’assalto soft alle casematte del potere sinistrorso?

IL PRINCIPE NUDO.

Ieri a Roma un affollato confronto “interno” alla cultura di destra: "Nazione”, “comunità”, “identità”, “conservatorismo” le parole-chiave. Il Ministro Sangiuliano ed il Presidente della Commissione Cultura della Camera dettano la linea: pluralismo e anticonformismo.

Il titolo dell’iniziativa organizzata ieri a Roma presso l’Hotel Quirinale dalla “destra culturale” italiana era ambizioso, “Pensare l’immaginario italiano”, e anche il sottotitolo “Stati generali della cultura nazionale”.

Durante i lavori è stato precisato che il sottotitolo era in origine “Stati generale della cultura di destra”, ma poi si è preferito un più neutrale “nazionale” (invece che, appunto, “di destra”).

Sala affollata, circa duecento persone, per una giornata intera di lavori dalle 10 del mattino alle 19, con una breve pausa pranzo ed una decina di sessioni di lavoro (teatro e musica, arte e beni culturali, cinema, televisione, digitale…), con un centinaio di intervenienti (da osservare la scarsissima presenza di donne).

La giornata si è posta come laboratorio di discussione politica interna all’area della destra di governo.

I tre “moschettieri” del Ministro della Cultura: Francesco Giubilei, Alessandro Amorese, Emanuele Merlino. Combattere la cultura del “politically correct”

L’iniziativa è stata co-promossa dai cosiddetti “tre moschettieri”: Francesco Giubilei esponente di spicco dell’associazione “Nazione Futura” (laboratorio culturale di Fratelli d’Italia) e Consigliere del Ministro della Cultura, Alessandro Amorese, Capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Cultura della Camera, Emanuele Merlino, Capo della Segreteria Tecnica del Ministro Gennaro Sangiuliano.

Accomunati dal desidero di contrastare l’“egemonia culturale” che produce conformismo, da attribuire al dominio americano neoliberista che sarebbe stato fatto proprio anche da buona parte della sinistra italiana (analisi che ha certamente un qualche fondamento).

 

Si vuole “combattere la cultura woke e del politically correct che ci arriva dai campus americani”.

 

Da segnalare che, non appena il quotidiano “la Repubblica”, nell’edizione (online) di martedì 4 aprile ha dato la notizia dell’iniziativa, scrivendo “il convegno organizzato dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano”, l’Ufficio Stampa del Ministero della Cultura si è affrettato a diramare un comunicato col quale chiariva che, “con riferimento all’articolo apparso oggi su Repubblica.it dal titolo “’Pensare l’immaginario italiano’, il convegno organizzato da Sangiuliano per una nuova egemonia culturale della destra”, si precisa che né il Ministro Gennaro Sangiuliano né tantomeno il Ministero della Cultura hanno avuto alcun ruolo nella pianificazione dell’iniziativa, che è curata da organizzazioni private.

Il Ministro Sangiuliano interverrà ai lavori e svolgerà una sua relazione”.

 

“Guido Caldiron”, sul quotidiano “il Manifesto” di mercoledì 5 aprile ha pubblicato una interessante analisi dell’iniziativa, osservata giustappunto “da sinistra”, in un articolo sintetizzato efficacemente nel titolo: “Agli Stati generali della cultura di destra una riunione di famiglia post missina”.

 

In effetti, da osservatori esterni, abbiamo percepito in modo netto e chiaro – nelle tante ore di interventi – una sorta di affettuosa autoreferenzialità, tra persone – artisti, intellettuali, organizzatori culturali, professionisti… – che si sentono accomunati da radici culturali comuni ed anche da un sentimento, pacato, di rivendicazione del proprio possibile futuro ruolo…

Auspicano un superamento dell’emarginazione che sentono di aver vissuto per molto tempo, decenni e decenni. Durante l’intera giornata ci sembra che nemmeno il nome del “Movimento Sociale Italiano” sia stato mai evocato, e quindi l’iniziativa certamente non ha mostrato alcun conato nostalgico.

Ma le radici storiche sono state invocate molte volte, e certamente recano nel proprio patrimonio identitario l’esperienza del Msi. Comunque, fatta salva l’ipotesi che sia sfuggita alle nostre orecchie, il termine “fascismo” non è stato mai né evocato né citato.

 

Le parole-chiave sono state: “Nazione”, “comunità”, “identità”, “conservatorismo”.

 

Conservatori, non reazionari.

E su quest’ultima parola, si è concentrato l’intervento del Ministro Gennaro Sangiuliano, che ha aperto la sessione pomeridiana con una relazione che molto ci ha ricordato l’intervento che presentò mesi fa durante la campagna elettorale di Fratelli d’Italia, che fu a suo tempo contestato in quanto Direttore del Tg2 della Rai.

 Il Ministro non è soltanto un giornalista, ma un saggista, appassionato di storia, teorico di una visione non passatista del “conservatore”, studioso di “Giuseppe Prezzolini”:

 “tra le missioni del conservatore c’è quella di riaffermare la libertà e la pluralità delle idee, contro il monolite del politicamente corretto”.

Il Ministro ha auspicato la “coesistenza, con pari dignità” tra le varie culture politiche, per “ricomporre la frattura” tra il mondo intellettuale progressista e quello conservatore, ma ha anche criticato quel “mainstream che ha ritenuto che una certa tipologia di cultura e di pensiero non debba avere diritto di cittadinanza”.

 

È stato distribuito un allegato alla rivista trimestrale “Nazione Futura” (che si autodefinisce “La rivista dei conservatori”), edita dalla omonima associazione, che a piena pagina titolava:

“Pensare l’immaginario italiano” ovvero “riscoprire la cultura nazionale in un’epoca di politicamente corretto e cancellazione dell’identità”.

Scrive Francesco Giubilei nell’editoriale: “l’identità di una nazione si fonda sulla sua storia e su un pantheon di figure che hanno contribuito a realizzare nei secoli la tradizione nazionale”.

I nomi di riferimento di quest’area culturale vanno da Giambattista Vico a Vincenzo Gioberti, passando per Vincenzo Cuoco fino a Benedetto Croce e Giovanni Gentile.

 

Si ricordi che Nazione Futura è nata nella primavera del 2017 come movimento di idee, con l’obiettivo di favorire il dibattito politico-culturale e “l’aggregazione di varie anime della società civile accomunate da valori e ideali comuni”.

Francesco Giubilei (Nazione Futura): contro “le minoranze ideologiche che vogliono riscrivere la storia a suon di politicamente corretto e ‘cancel culture’.”

Presentando l’iniziativa, “Francesco Giubilei” ha sostenuto: “oggi la cultura nazionale fa i conti con una società che mette in discussione il concetto di identità da vari punti di vista, in particolare attraverso minoranze ideologiche che, a suon di politicamente corretto e ‘cancel culture’, vogliono riscrivere o annullare la nostra storia.

Per questo diventa fondamentale da un lato ricordare chi siamo e da dove veniamo, ma al tempo stesso immaginare dove vogliamo andare”.

 

Da segnalare che su un banchetto antistante la sala del convegno, venivano proposti libri di case editrici di area, come” Historica”, che ha ripubblicato “L’egemonia culturale” di Antonio Gramsci.

Nell’allegato di “Nazione Futura”, viene proposta anche una mappatura delle case editrici, delle fondazioni, delle associazioni di area, che vengono definite “le anime del pensiero nazionale”.

Dalla Fondazione Tatarella alla Fondazione Alleanza Nazionale, dalla casa editrice Giubilei Regnani ad Eclettica Edizioni (fondata da Alessandro Amorese) passando per “Cultura Identità” la rivista fondata nel 2018 dall’attore “Edoardo Sylos Labini” (vicino a Forza Italia, e curatore della pagina settimanale “controculturale” sul quotidiano “il Giornale”)… 

 

Da segnalare che sembra essere stata completamente ignorata “Casa Pound”, ed il suo mensile di raffinato laboratorio intellettuale-culturale “Primato Nazionale”. È comunque apparso in sala “Davide Di Stefano”, (già segretario del movimento), ma fugace spettatore.

 

Federico Mollicone (Presidente Commissione Cultura Camera dei Deputati): “rinnovare le commissioni ministeriali, per scardinare le casematte del potere culturale.”

Meno teorico e più pragmatico l’intervento di Federico Mollicone, Capo Gruppo di FdI in Commissione Cultura alla Camera, che è senza dubbio il fiduciario di Giorgia Meloni in materia di cultura.

Per chi vuole approfondire l’esperienza di Mollicone, si consiglia la lettura del libro che ha curato due anni fa per i tipi della rivista “Il Borghese”, intitolato “L’Italia in scena”, sottotitolo “La cultura, l’innovazione, la pandemia.

Tre anni di battaglie fuori e dentro il Palazzo, per costruire la Destra di governo” (300 pagine dense, con un’introduzione di Giorgia Meloni, un’intervista di” Gian Marco Chiocci”, direttore dell’agenzia stampa Adnkronos, la riproduzione dei testi di proposte di legge ed interventi vari).

Federico Mollicone – che ha parlato con toni da Ministro (in effetti, secondo i “bookmaker”, era il candidato più accreditato per la nomina al Collegio Romano durante la trattativa per la formazione dell’esecutivo) ha rivendicato le iniziative intraprese da Governo e Parlamento nell’arco di pochi mesi, concentrandosi sui finanziamenti per i borghi, per le rievocazioni storiche, sul nuovo Fondo Nazionale per lo Spettacolo (che va a sostituire lo storico “Fus” ovvero il Fondo Unico per lo Spettacolo)…

Ed è emersa qui l’esigenza di un cambio di rotta, di un “rinnovamento” delle commissioni ministeriali che gestiscono i fondi pubblici: queste commissioni rappresentano – secondo la destra – quei “feudi”, anzi quelle “casematte” che hanno consentito la costruzione della “egemonia” culturale della sinistra.

Non contrapporre una nuova “egemonia di destra” alla pre-esistente “egemonia di sinistra”, ma stimolare pluralismo e anticonformismo, rispetto delle diversità e delle differenze.

Più di un interveniente ha però sottolineato che non si tratta di contrapporre una nuova “egemonia” alla pre-esistente “egemonia”: si deve invece assumere un atteggiamento liberale e plurale, di rispetto delle differenze, di rispettosa convivenza tra diversità, semmai da ricomporre a “sintesi” (hegelianamente) nell’interesse dello Stato, anzi della Nazione.

Ha sostenuto Mollicone: “le maggioranze di sinistra hanno colpevolmente dimenticato la cultura di destra. Per rovesciare questa spirale negativa, c’è bisogno di una cultura conservatrice, una rivoluzione dolce”. E questa rivoluzione “soft” affronterà anche il tema sempre più centrale delle nuove tecnologie e della società digitale: ChatGpt va “regolamentata ma non demonizzata”.

È stato ricordato l’intervento a favore della Siae (Società Italiana degli Autori e Editori) nello scontro sintomatico con Meta (Facebook). “Non finiamo nella trappola – ha sostenuto Mollicone – di chi vuole chiudere i conservatori nel recinto di chi vuole solo preservare il passato”.

 

Per quanto riguarda il servizio pubblico radiotelevisivo, abbiamo registrato interventi certamente non rivoluzionari, né da parte del mediologo (già nel Cda Rai, e Direttore Scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale) Giampaolo Rossi (secondo molti presto destinato a sostituire Carlo Fuortes come Amministratore Delegato di Viale Mazzini) né da parte di Paolo Petrecca (Direttore di RaiNews24) né da parte di Angelo Mellone (Vice Direttore Daytime). Rossi ha sostenuto che “la funzione del servizio pubblico dovrebbe essere quella di garantire la pluralità delle narrazioni”.

Toni molto prudenti, invocando maggiore pluralità di visioni del mondo, e maggiore apertura alle culture non “dominanti” e non “conformiste”: parola-chiave, in questo contesto, “pluralismo”.

 

Sul cinema, interventi morbidi del produttore Gianluca Curti (che guida anche la Cna Cinema Audiovisivo) e della produttrice Manuela Cacciamani:

 il primo ha sostenuto l’esigenza di sostenere il settore rafforzando lo strumento del “tax-credit” soprattutto a favore dei produttori indipendenti, la seconda si è dichiarata ottimista anche in relazione alle potenzialità delle nuove tecnologie (la sua società OneMorePictures è molto attiva – assieme a RaiCinema – nel settore della Virtual Reality)…

Unico intervento effervescente – in materia di spettacolo e cinema – quello di Pierfrancesco Pingitore, che ha letto un testo divertente ed appassionato sul cinema, invocando l’esigenza di ri-costruire la dimensione magica e sociale della fruizione in sala.

Osservazioni sociologica sul pubblico: età media molto alta (pochissimi “under 30”), look prevalente tradizional-borghese (poteva essere diversamente?!), poche donne…

Ci piace riprodurre un commento di Carmelo Caruso su “il Foglio” di oggi, in un ironico articolo intitolato “Pipe e bastoni, pasticche di Benedetto Croce.

Dieci ore di cultura di destra”.

 Scrive Caruso: “il racconto dell’evento più spassoso della destra organizzato da Francesco Giubilei, consigliere del ministro Sangiuliano. Appennini da ripopolare, boiardi da inseguire, italiano da presidiare e filosofi coreani. Commissario, è tutto vero.

Eravamo a Roma, all’Hotel Quirinale, e per un’intera giornata abbiamo sniffato stati generali della Cultura nazionale”, l’evento organizzato dalla destra di governo. Dieci ore.

In pratica dieci grammi purissimi di “cultura ostracizzata”. E poi anche pasticche. Era quasi overdose. C’erano insospettabili.

Abbiamo ingerito ciclonica con il ministro della Cultura, Sangiuliano; codeina con il filosofo Zecchi; fenobarbital con il vicepresidente della Camera, Rampelli; nalbulfina con il presidente del Maxxi, Giuli; petedina con il regista Edoardo Sylos Labini e anche pentazocin, con il vicedirettore de La Verità, Francesco Borgonovo. Camillo Langone, presente pure lui, si è staccato ed è andato a pregare”…

Concetto Vecchio, invece, su “la Repubblica” di oggi ha proposto un’analisi critica intitolata “Col Bagaglino e Osho (che ha proposto al convegno un “intervallo goliardico” con le sue irrispettose vignette, n.d.r.) la destra va alla conquista di festival, cinema e Rai”. Francamente, a noi questa ipotizzata “conquista” è parsa in verità assai sfumata…

Conclusivamente, un osservatore esterno alla “area” cui si è rivolta l’iniziativa di ieri non può non apprezzare le buone intenzioni complessivamente manifestate.

Una qual certa sensazione di rivalsa è senza dubbio emersa, ma assai pacata.

Sull’esigenza di estendere lo spettro del pluralismo anche un simpatizzante della sinistra non può non essere d’accordo… Sull’opportunità di maggiore anticonformismo, anche chi non milita a destra non può non essere d’accordo…

“Essere eretici”, nella pluralità delle narrazioni

La sintesi forse più efficace degli intendimenti dei co-promotori dell’iniziativa è rappresentata dall’auspicio che ha manifestato Emanuele Merlino nel chiudere il suo intervento: “essere eretici”.

 

Ed il Ministro Sangiuliano ha criticato “i giornalisti poliziotti che danno la caccia all’eretico”.

Sarà interessante osservare come questa auspicata eterodossia, questa “rivoluzione dolce” si andrà a concretizzare, nei prossimi mesi, nella gestione del potere culturale da parte del Ministro Gennaro Sangiuliano.

A partire dalle nomine delle “commissioni ministeriali”, passando per storici “feudi” come Cinecittà e la Biennale di Venezia… Per la verità, dopo il “colpo di Stato”, attuato nelle prime settimane di governo, con il defenestramento di “Giovanna Melandri” dal Maxxi e la sua sostituzione con “Alessandro Giuli”, non si sono osservati grandi “sconvolgimenti”…

Vedremo se nelle future “stanze dei bottoni” verranno allocate – con logiche meritocratiche e non soltanto di “spoil system” – persone qualificate tecnicamente e fuori dalle logiche partitiche.

Oppure se si rinnoveranno le pratiche basse delle spartizioni partitocratiche che hanno caratterizzato per decenni anche le principali “macchine culturali” pubbliche italiane.

 

E vedremo se verrà smentita chi invece già teme – come Barbara Scaramucci su “Articolo21” – un nuovo “MinCulPop 2.0”…

Vedremo se un novello “politically correct” andrà banalmente ad imporsi al precedente, oppure se l’impegno per un sistema culturale più plurale, trasparente, meritocratico, libero.. si concretizzerà effettivamente.

(Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz.”)

 

 

 

Test per Identificare il Cancro

Decenni Prima? Dio ce ne Scampi!

Conoscenzealconfine.it – (4 Aprile 2024) - Marcello Pamio – ci dice:

 

Gli scienziati del nuovissimo istituto oncologico dell’Università di Cambridge hanno iniziato un lavoro per individuare i cambiamenti degenerativi nelle cellule, decenni prima che si sviluppino in tumori!

L’”Early Cancer Institute” (earlycancer.cam.ac.uk/) ha appena ricevuto 11 milioni di sterline da un mister X, un donatore anonimo per questa ricerca.

Che sia lo psico-pedofilantropo?

“Il periodo di latenza dello sviluppo di un cancro può durare anni, a volte un decennio o due, prima che la condizione si manifesti improvvisamente ai pazienti”, ha affermato la prof.ssa “Rebecca Fitzgerald”, direttrice dell’istituto.

Ad un occhio molto sprovveduto questa ricerca sembra molto interessante e utile.

D’altronde nell’attuale paradigma il cancro è una tra le prime due cause di morte nel mondo intero.

E lo è, ma nessuno mette in discussione le” aberranti terapie oncologiche” come reale causa delle morti.

 

Mi riferisco alle “mostarde azotate” prodotte per la prima volta negli anni Venti come potenziali armi chimiche:

 agenti vescicatori in grado di penetrare le cellule e causare danni al sistema immunitario e al midollo osseo.

 Oggi si chiama chemioterapia!

Armi vietate in guerra dalla Convenzione dell’Aja del 1907, dal Protocollo di Ginevra del 1925 e dalla Convenzione di Parigi del 1993, ma nella lotta al cancro sono legittime e le uniche riconosciute.

 I risultati li vediamo al campo santo…

 

Detto questo, ricordo che un organismo sano produce miliardi di cosiddette cellule tumorali ogni santo giorno, ma queste finiscono fagocitate dal sistema immunitario. Ricordo anche che un organismo sano manifesta spesso “attivazioni” psico-biologiche diagnosticate poi come tumori…

Per cui tali ricerche, ammantate di “prevenzione”, scovando semplici “cellule tumorali” faranno crescere esponenzialmente le diagnosi di tumore in persone sanissime…

Lo “scoprono” prima, e lo “curano” col “napalm”.

 L’impatto sociale sarà devastante.

 Per “Big Pharma” sarà invece una manna dal cielo!

(Marcello Pamio)

(disinformazione.it/2024/04/01/test-per-identificare-il-cancro-decenni-prima-dio-ce-ne-scampi/)

 

 

 

 

 

Limitiamo il potere delle élite

tecnologiche per salvare

libertà e democrazia.

Agendadigitale.eu – Lelio Demichelis – (4 novembre 2021) – ci dice:

(Lelio Demichelis - Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria)

 

Cultura E Società Digitali.

Dall’accordo sindacale in Amazon Italia, passando per il progetto “Metaverso” di Facebook, per arrivare al “reddito minimo universale” e alle parole di “Papa Francesco”:

sono molti gli spunti su cui riflettere fin da ora e con lungimiranza per garantire un futuro libero e democratico alle prossime generazioni.

Interessanti davvero, queste ultime settimane.

Ricche di spunti per fare qualche ulteriore riflessione a freddo.

Cioè fermando o almeno rallentando la macchina del tempo:

non quella fantascientifica di H. G. Wells, nel suo romanzo del 1895, o la “De Lorean di “Ritorno al futuro” e molte altre ancora – macchine per andare avanti e indietro appunto nel tempo;

ma quella macchina invasiva e alienante che ci porta incessantemente ad accelerare i nostri tempi ciclo di lavoro e soprattutto di vita, facendoci perdere il passato (travolto da un presente incalzante e a mobilitazione crescente) e impedendoci di guardare avanti esercitando quella buona pratica che abbiamo totalmente dimenticato e che aveva nome di lungimiranza – e che in sé contiene pensiero riflessivo, capacità di immaginare, responsabilità verso le future generazioni.

Partiremo allora – scegliendo alcuni di questi spunti – dall’accordo sindacale in Amazon Italia, apriremo una parentesi su Metaverso, per arrivare al reddito minimo universale e a Papa Francesco che non smette di stupirci – e se i media lo mettessero in prima pagina (detto da un non-credente o da un diversamente-credente come chi scrive) invece di nasconderlo tra le ultime notizie, forse capiremmo di più del mondo e perché funziona così male.

Indice degli argomenti:

Amazon e il sindacato.

Pandora papers e global tax.

Il Metaverso di Mark Zuckerberg

Salario minimo e riduzione dell’orario di lavoro.

In nome della Ragione.

Amazon e il sindacato

Ciò che ad Amazon era riuscito facilmente in America nell’aprile scorso – far fallire un referendum indetto tra i lavoratori per provare a costituire un sindacato aziendale nel magazzino di “Bessemer” in Alabama – non è riuscito in Italia e Amazon ha dovuto accettare che la democrazia entrasse nei suoi luoghi di lavoro.

A Bessemer per la Retail, “Wholesale and Department Store Union” (RWDSU) – il sindacato che i lavoratori avevano appunto contattato per provare ad aprire una sezione sindacale nei capannoni di Amazon – su 3.215 voti, quelli contro la sindacalizzazione sono stati 1.798, mentre quelli a favore sono stati solo 738.

Il potere di ricatto e la (im)moral suasion di Amazon hanno portato i lavoratori a negarsi un diritto che dovrebbe essere normale in ogni democrazia (ma sappiamo che gli Usa sono una democrazia molto sui generis…).

Ed è altresì vero – ce lo ricorda la storia, cioè il passato che tendiamo invece a dimenticare credendo che tutto sia un eterno presente – che da Ford a Taylor passando per Marchionne e Jobs e arrivando oggi a Bezos l’imprenditore non ha mai amato e non ama il sindacato, lo considera un intralcio alla libertà d’impresa, un rallentamento dell’efficienza dell’organizzazione (e del suo comando e del suo controllo sui lavoratori) e un ostacolo alla massimizzazione della produttività e quindi dei profitti.

 

In Italia, invece, dopo una lunga lotta, si è arrivati – lo scorso 15 settembre, al Ministero del lavoro – a siglare un contratto collettivo di lavoro e ad ottenere un po’ di democrazia anche nella antidemocratica e antisindacale Amazon – in questo ben allineata con tutto il capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza, ma anche con l’industria classica e finanziarizzata, come nel caso della “Gkn£ di Campi Bisenzio in Toscana o della “Whirlpool£ di Napoli.

 

Modello italiano virtuoso e partecipativo contro modello americano neoliberista, per Amazon.

 Democrazia economica e sindacato contro autocrazia d’impresa, per Gkn e Whirlpool.

Dunque, Amazon – dopo cinque anni di resistenza autocratica e antidemocratica alla sindacalizzazione e alla contrattazione – ha infine accettato il confronto sindacale ed ha sottoscritto un accordo nel quale riconosce la rappresentanza collettiva, il ruolo del sindacato e il “Contratto collettivo nazionale della Logistica e Trasporto Merci”, nonché il confronto con il sindacato nei vari livelli di contrattazione nazionale e territoriale;

impegnandosi inoltre concretamente per il miglioramento generale delle condizioni dei lavoratori.

 Un risultato non da poco anche se dimostra che le nuove tecnologie non sono il nuovo che avanza e che non si deve fermare, ma ci fanno tornare indietro di decenni quanto a democrazia dell’impresa e nell’impresa, e dunque vanno fermate e riportate a normalità democratica.

Pandora papers e global tax.

Secondo spunto, i “Pandora Papers”.

 L’indagine è stata realizzata dall’ “ICIJ”, il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi che ha mobilitato 600 di loro – in rappresentanza di 151 media di 117 paesi diversi – per indagare sull’evasione/elusione fiscale nel mondo.

Dall’analisi di ben 12 milioni di documenti fiscali è così emerso un autentico e ben strutturato sistema di evasione fiscale e riciclaggio a livello mondiale.

Se i precedenti “Panama Papers” del 2015 provenivano dai files di un singolo fornitore di consulenza per servizi legali-finanziari come appunto lo studio legale panamense “Mossack-Fonseca” – con più di 500 impiegati ed oltre 40 uffici in tutto il mondo – oggi i “Pandora Papers” hanno rivelato (lo si sapeva, mancavano le prove provate – e fortunatamente esiste ancora un giornalismo investigativo) che il sistema è ancora più ampio e dove avvocati e intermediari finanziari e false imprese come meri recapiti legali sono la struttura di una globale industria del riciclaggio e dell’evasione/elusione fiscale creata al servizio di politici, miliardari, imprese hi-tech, attori e allenatori di calcio e molto altro ancora.

D’altra parte, è stata l’”Ocse”, in uno studio pubblicato nel 2020, ad avere quantificato – ma molto per difetto, per ammissione della stessa Organizzazione – in almeno 11,3 trilioni di dollari la ricchezza scomparsa dai sistemi fiscali statali;

 non solo illegalmente ma spesso e volentieri, aggiungiamo, con la complicità degli stessi stati, che chiamano però questa forma particolare di evasione/elusione fiscale legalizzata e concessa dallo stato, attrattività per le imprese e i loro investimenti.

 

È davvero quindi poca cosa – risibile – la “global minimum tax del 15% decisa nelle scorse settimane dal G20”:

uno specchietto per le allodole, pur esaltato come assolutamente nuovo e buono e giusto dalla gran parte dei media e dai politici mainstream, ma che ha fatto dire a “Oxfam” che quello che avrebbe potuto essere un accordo storico per mettere fine ai paradisi fiscali è in realtà un rabberciamento tra i paesi ricchi, che andrà a svantaggio dei più poveri e aumenterà le diseguaglianze.

 

Eppure, i recenti premi Nobel per l’economia – in realtà premi in scienze economiche della “Banca di Svezia”, in memory of Alfred Nobel – David Card, Joshua D. Angrist e Guido W. Imbens hanno dimostrato, come scrive l’economista svizzero Silvano Toppi, che “non è vero né dimostrato, come invece sostiene il neoliberismo (ad esempio la votazione in Svizzera del 2014 sull’introduzione del salario minimo, rifiutata dal 76 per cento dei votanti, sotto minaccia padronale di un crollo generale dell’economia) che l’introduzione di un salario minimo ha un effetto negativo sul lavoro, sull’occupazione, sull’attribuzione del reddito (il salario minimo aumenta i redditi dei lavoratori a basso salario), sulla crescita. Risulta anzi vero il contrario”.

Eppure, il neoliberismo “ha sempre preteso che ciò che è favorevole al lavoratore è negativo per l’economia e, in generale, per il benessere” di un paese;

e in questo dogma ancora viviamo, nonostante il suo più che evidente fallimento.

 Colpa della egemonia della filosofia (sic!) neoliberale, per cui, dagli anni Ottanta in poi, il mantra condiviso da tutti, anche a sinistra, continua Toppi, “è stato quello di attribuire ogni colpa di uno squilibrio economico ai salari o al lavoro (ridotto solo a un costo che gonfia i prezzi). Ed è da lì che la cosiddetta moderazione salariale è diventata dogma e costante ricatto dottrinale e politico. E cioè: moderazione (!) come unica condizione per lavorare, essere competitivi, crescere”.

In Svizzera, come in tutta Europa. E non solo.

 

Quello stesso neoliberalismo per cui occorreva anche e allo stesso tempo (è il secondo mantra della filosofia neoliberale da recitare ogni giorno) detassare i ricchi in modo che la loro ricchezza potesse naturalmente gocciolare verso il basso della società, facendo salire la marea del benessere di tutti – una autentica “fake news”.

Si è prodotto infatti esattamente il contrario, questo processo affiancandosi alla parallela “eterogenesi dei fini legata alle nuove tecnologie”, che appunto negli anni ’90 promettevano di farci lavorare meno, fare meno fatica, poter avere più tempo libero e garantivano una nuova era di crescita infinita/illimitata.

 Praticamente il Paradiso in terra.

 E ci abbiamo creduto. Ma è appunto accaduto il contrario.

 

Il Metaverso di Mark Zuckerberg.

Parentesi su “Metaverso”, la novità di Facebook arrivata (con classica tecnica – usata con tempismo perfetto – di distrazione di massa) giusto pochi giorni dopo le accuse al social di massimizzare i profitti attivando deliberatamente odio, antagonismo e fake news.

 Qualcosa di ancora sconosciuto nei suoi dettagli, però “Metaverso” è già un nome fascinoso, evoca qualcosa di insieme metafisico e di universale, di reale e di utopistico, di qui e oltre e attira il feticismo mediatico – che diventa propaganda subliminale – per l’innovazione tecnologica.

Ha commentato “Christian Rocca”:

Metaverso “è soltanto cosmesi per nascondere il fatto che Zuckerberg non ha alcuna intenzione di cambiare rotta, anzi pensa di modellare la società del futuro sui principi del gaming e di passare al nuovo livello di controllore unico dell’ambiente virtuale e fisico collegato a Internet. Questo è il metaverso di cui parla Zuckerberg.

Una prospettiva spaventosa, visti i precedenti.

Sui giornali americani il dibattito è partito con grande intensità. L’editoriale di apertura dell’ultimo numero dell’”Atlantic” lo scrive senza giri di parole:

Facebook [è molte cose insieme], ma in realtà è anche una potenza straniera ostile.

E come una potenza ostile andrebbe affrontato, perché a una potenza straniera ostile non si può consentire che si costruisca un suo ecosistema virtuale e alternativo a quello reale, dentro il quale intrappolare e manipolare miliardi di utenti. […]

Il problema è che le piattaforme digitali non esercitano solo una forma di sovranità sugli utenti e sui cittadini, ma ne determinano anche i comportamenti.

Le ricerche, riportate da “Bloomberg”, dimostrano per esempio che l’algoritmo di Facebook tende a indirizzare gli utenti più anziani verso contenuti cospirazionisti e i teenager sui temi legati al proprio corpo”.

 

Salario minimo e riduzione dell’orario di lavoro.

Chiusa la parentesi, arriviamo al tema del salario minimo – per legge o per accordo sindacale.

 Ne scriviamo richiamando le riflessioni di Papa Francesco, espresse a metà ottobre, ragionando sul post-pandemia.

Che è una sfida tra tornare come prima o costruire un percorso politico, economico, sociale e ambientale veramente nuovo.

Perché è evidente che non si può “ritornare agli schemi precedenti”; perché farlo, scrive Francesco “sarebbe davvero suicida e, se mi consentite di forzare un po’ le parole, ecocida e genocida”.

Ma cosa fare in pratica? “Io non ho la risposta, perciò dobbiamo sognare insieme e trovarla insieme”.

Tuttavia, ha insistito, “ci sono misure concrete che forse possono permettere qualche cambiamento significativo”.

Come il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa”.Un reddito minimo e universale affinché “ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita”. Ed è quindi “compito dei Governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità […]“. E insieme al reddito minimo “la riduzione della giornata lavorativa è un’altra possibilità” che “occorre analizzare seriamente”.

Nel XIX secolo “gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno”.

Quando riuscirono a ottenere la giornata di otto ore “non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto”.

“Allora” – prosegue Francesco – “lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con una certa urgenza”.

Pur sapendo che proprio le nuove tecnologie e il digitale spingono invece in direzione contraria, quasi volendo dare ragione a Marx per il quale è tendenza del capitalismo l’estensione della giornata lavorativa alle 24 ore e dello sfruttamento del plus lavoro, arrivando oggi al lavoro gratuito.

Di fatto, per Francesco l’urgenza è quella di “mettere l’economia al servizio dei popoli”.

 E non viceversa, come sta accadendo invece da quarant’anni a questa parte, da quando abbiamo cioè abbandonato le politiche keynesiane di redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso per l’azione diretta dei governi e quindi in nome di quel concetto-base di ogni società – senza il quale una società non esiste e non può esistere – quello cioè della giustizia sociale.

In nome della Ragione.

Francesco ha rivolto poi un appello forte al cambiamento, ovviamente “in nome di Dio”, rivolgendosi a chi ha il potere di decidere.

Noi riprendiamo parti del suo appello, ma lo facciamo in nome della Ragione o in nome (ma è la stessa cosa) della responsabilità nostra, oggi, verso le future generazioni.

“A tutti voglio chiedere, in nome di Dio” dice Francesco – in nome della Ragione, dell’umanità, della giustizia sociale e oggi anche o soprattutto ambientale, noi chiediamo:

 ai grandi laboratori e alle imprese farmaceutiche, che liberalizzino i brevetti sui vaccini anti-Covid;

ai gruppi finanziari e agli organismi internazionali di credito di permettere ai Paesi poveri di garantire i bisogni primari della gente e di condonare quei debiti tante volte contratti contro gli interessi di quegli stessi popoli; alle grandi compagnie estrattive, forestali, agroalimentari, di smettere di distruggere i boschi, le aree umide e le montagne, di smettere d’inquinare i fiumi e i mari, di smettere d’intossicare i popoli e gli alimenti;

ai fabbricanti e ai trafficanti di armi di cessare totalmente la loro attività;

ai giganti della tecnologia di smettere di sfruttare la fragilità umana, le vulnerabilità delle persone fomentando per proprio profitto i discorsi di odio, le fake-news, le teorie cospirative, la manipolazione politica;

ai mezzi di comunicazione di porre fine alla logica della post-verità, alla disinformazione, alla diffamazione, alla calunnia e a quell’attrazione malata per lo scandalo e il torbido. E altro ancora.

Un programma utopistico? Troppo ambizioso? A noi sembra il minimo necessario, doveroso e dovuto. Per restare umani.

Ai governi e ai politici di tutti i partiti, Francesco ha chiesto soprattutto di “evitare di ascoltare soltanto le élite economiche”.

E noi aggiungiamo: di evitare di ascoltare soltanto le élite tecnologiche.

Perché la nostra capacità di regolamentare questo potere e di democratizzarlo salvando la democrazia e la libertà – è la tesi anche di “Kate Crawford” – dipende dai limiti che sapremo porre e imporre al loro potere.

 

 

 

Ho letto il libro del “Generale

Vannacci”. Ecco cosa dice

Veramente.

 Centromachiavelli.com - Daniele Scalea – (20 agosto 2023) – ci dice:

 

Il libro del Generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, è divenuto il caso editoriale dell’estate.

Uscito in sordina come opera auto-edita di un autore noto solo nell’ambiente militare, ha improvvisamente conquistato gli onori delle cronache e in poche ore ha scalato le classifiche di vendita di Amazon, raggiungendo il numero 1 in Italia.

Il successo editoriale potrebbe costare caro, a livello professionale, al Generale.

La pubblicazione di alcune frasi estrapolate ha suscitato la reazione isterica della Sinistra e anche quella del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, tra i massimi esponenti di Fratelli d’Italia.

Su “X” il Ministro ha subito definito quelle di Vannacci “farneticazioni personali […] che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione”, annunciando un esame disciplinare.

Nel giro di poche ore, l’Esercito ha rimosso il Generale dal suo incarico.

 

Chi è Roberto Vannacci.

Tale incarico era in realtà di second’ordine: comandante dell’Istituto Geografico Militare di Firenze.

Una posizione ben poco rilevante rispetto al curriculum che può vantare Roberto Vannacci:

54 anni, paracadutista, ha partecipato a missioni in Somalia, Ruanda, Bosnia-Erzegovina, Yemen, Costa d’Avorio, Iraq, Afghanistan (dove è stato capo di Stato Maggiore delle Forze Speciali NATO), Libia;

 ha comandato il Reggimento d’assalto “Col Moschin” e la Brigata “Folgore”;

oltre a varie medaglie italiane, ha ricevuto anche la Stella di Bronzo e la Legione al Merito dagli USA.

 

Cerchiamo di riassumere i contenuti principali del libro seguendone la ripartizione interna scelta dall’autore.

Debbo precisare che, trattandosi di un libro di ben 373 pagine, di cui sono entrato in possesso solo da pochissimi giorni, la lettura è stata frettolosa e non accurata.

Ma, quanto meno, è stata una lettura, mentre gran parte del dibattito in corso si sta basando solo su due o tre frasi estrapolate dal contesto.

Il mondo al contrario.

Vannacci ritiene che una caratteristica precipua dell’oggi sia il muoversi della società in senso antitetico rispetto alla razionalità e al sentire comune: da qui il titolo del libro.

Minoranze organizzate – spiega il Generale – stanno sovvertendo tutto ciò che la maggioranza considera(va) normalità:

Un vero e proprio assalto alla normalità che, in nome delle minoranze che non vi si inquadrano, dev’essere distrutta, abolita, squalificata facendo in modo che il marginale prevalga sulla norma generale e sul consueto.

Varie condizioni di eccezionalità sono inserite a forza in una concezione sovra-dimensionata della “normalità”.

 Le percezioni soggettive stanno prendendo il sopravvento sulla realtà oggettiva perché, per essere “inclusivi”, quelle di talune categorie vanno accettate senza discussione.

A questa cancellazione della normalità il Generale ritiene di poter opporre il ritorno al “Buonsenso”, sui cui contorni è invero piuttosto vago, ma che sembra ricondurre ai valori e giudizi trasmessici dai nostri avi.

Ambientalismo.

Vannacci dichiara di credere al cambiamento climatico d’origine antropica e persino che esso sia significativo, ma contesta:

a) che si proceda verso un’apocalisse, visto che la Terra ha sperimentato cambiamenti ben più drastici;

b) che si possa porre rimedio alla situazione con politiche de-cresciste. Sono le società sviluppate, afferma, quelle in grado di attuare misure ambientaliste.

Perciò è necessario abbandonare gli isterismi alla “Greta Thunberg”, le visioni manichee della natura “buona” e dell’uomo “cattivo”, e concentrarsi sull’adattamento alle mutate condizioni climatiche.

Vannacci dedica diverse pagine a supporto, tra le altre cose, degli organismi geneticamente modificati.

Approva la transizione energetica ma ritiene che debba procedere in maniera lenta e graduale, e che non possa escludere il nucleare.

 

Un capitolo a parte è dedicato al fenomeno dell’animalismo.

 Vannacci se la prende non solo con le manifestazioni più radicali, come i vegani o coloro che vorrebbero sottrarre in toto gli animali dallo sfruttamento dell’uomo, ma pure con la crescente “antropomorfizzazione” degli animali domestici.

Ormai il loro numero supera di gran lunga quello dei bambini e così anche la spesa privata che gli italiani vi dedicano è di molte volte maggiore di quella destinata agli infanti.

 Rimettere al primo posto gli esseri umani è l’appello lanciato dal Generale nel suo libro.

 

Immigrazione.

Le società si formano attorno a culture e valori comuni.

Un popolo si identifica nel patrimonio comune di tradizioni militari, culturali, linguistiche e religiose.

Il lavoro e i sacrifici degli avi hanno permesso di far coincidere quel patrimonio con le istituzioni politiche in uno Stato nazionale.

Il multiculturalismo, ammonisce Vannacci, mette a repentaglio coesione e stabilità cercando di includere in una società valori estranei.

 Secondo il multiculturalismo, bisognerebbe introdurre “diritti differenziati” e la possibilità per comunità interne di auto-governarsi secondo proprie leggi.

 Ma gli Stati riescono a garantire la pacifica convivenza tra etnie solo in presenza di una dominante, che impone norme comuni.

Vannacci rivendica il diritto di prediligere la propria cultura, quella italiana.

Non disprezza le altre, ma ritiene che in Italia debba continuare a prevalere quella tramandata dagli avi.

Il Generale non ne fa una questione etnica – più volte ribadisce che secondo lui non si tratta di fattore determinante per individuare un popolo – ma pretende che gli immigrati assimilino la cultura nazionale.

In questi passaggi v’è la controversa affermazione, a dire il vero piuttosto slegata dal resto del discorso in cui è inserita, riguardo la pallavolista “Paola Egonu”, di origini nigeriane:

 “[…] anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri”.

Quest’affermazione avrebbe potuto ispirare a Vannacci più approfondite riflessioni circa le dimensioni etniche della nazionalità, ma essa rimane isolata nel testo.

 Dunque, tutto ciò che egli si limita ad affermare è che il prototipo somatico dell’italiano, così come è stato per millenni e invero è ancora oggi in (svanente) maggioranza, non ha la pelle nera o altri tratti tipicamente africani.

Francamente, se qualcuno a destra si scandalizza per ciò, allora coerentemente dovrebbe anche accettare che Netflix e il resto dell’industria culturale procedano alla riscrittura della storia europea assegnando falsamente colori di pelle nera a personaggi storici bianchi. Se scandalizza la frase di Vannacci, non si capisce nemmeno come si possa poi sostenere che la sostituzione etnica sarebbe un problema.

Legittima difesa.

Il Generale lamenta che in Italia le leggi sembrino tutelare più i criminali che gli onesti cittadini, com’è nel caso degli occupanti abusivi di case.

Inoltre, propone che nel valutare la proporzionalità nella legittima difesa si considerino non le situazioni oggettive, così come note al soggetto giudicante, ma la percezione di pericolo che al momento aveva chi si trovava suo malgrado a doversi difendere da un’aggressione.

Patria.

Vannacci rivendica il suo patriottismo e si duole che in Italia, ormai, non si utilizzi più il termine “Patria” e che i maggiori simboli della stessa – l’inno e la bandiera – siano sempre più nascosti.

La sua proposta è di reinserire questi simboli nella vita quotidiana, principalmente in quella scolastica dei giovanissimi, e di rendere più stringenti i criteri per l’acquisizione di cittadinanza: conoscenza della lingua, dell’inno, della bandiera, della storia.

Nessun privato può attentare alle libertà collettive e individuali. Nemmeno se si chiama Twitter.

Anche in questo capitolo traspare come il Generale consideri il fattore culturale la principale caratteristica che definisce la nazionalità.

Egli, correttamente, scrive che non si nasce per caso in un posto, ma perché si è figli proprio dei nostri genitori:

 si entra cioè al mondo come parte, non casuale, di una stirpe.

Tuttavia, reitera l’idea che il modo in cui si viene educati sia il fattore determinante: l’origine “biologica” conta solo nella misura in cui essa è “mezzo” per trasmettere determinati valori.

Gender.

Si tratta del capitolo più contestato del libro.

 Vannacci sembrava già vaticinarlo mentre scriveva, poiché lo apre descrivendo le esortazioni degli amici a lasciar perdere l’argomento. Spiega che inizialmente aveva deciso di omettere questo capitolo, ma si è infine deciso a vergarlo perché “se non prendi una posizione non avrai nessuno contro di te, ma neanche con te”.

L’opinione del Generale è che l’omosessualità debba essere del tutto lecita, come lo è divenuta nell’epoca più recente, ma rimanere relegata alla sfera della sessualità e non entrare in quella della famiglia.

 La parte più “controversa” del libro è però quella in cui l’autore si interroga sul carattere di “normalità” e “naturalità” dell’omosessualità e del transgenderismo.

Da un lato, afferma il Generale, per mero calcolo statistico si può appurare che essi non siano la norma, ma che costituiscano una eccezione.

Dall’altro, riconosce che l’omosessualità è presente in natura, ancorché rara, ma è assente come modello familiare.

Qui v’è la tanto contestata frase: “Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!” – la quale, però, si limita a ribadire, in maniera forse provocatoria, quanto sopra affermato:

 ossia che la normalità, nell’uomo come nella stragrande maggioranza delle specie animali, sia l’accoppiamento tra maschi e femmine, la famiglia costituita da un maschio e una femmina.

Vannacci non contesta la liceità delle pratiche omosessuali, non contesta il rispetto dovuto anche agli omosessuali e i diritti recentemente acquisiti – ivi inclusi, lo dice esplicitamente, le unioni civili.

Ciò che contesta è la pretesa di essere riconosciuti come “normalità”, ossia in tutto e per tutto alla pari e intercambiabili con l’unione eterosessuale.

Del resto – aggiungiamo noi – alla patente di “normalità” deve necessariamente seguire il riconoscimento paritario del matrimonio omosessuale e la possibilità di adottare figli:

come infatti si potrebbe giustificare una sperequazione di trattamento tra due coppie eguali?

In questo capitolo meno che negli altri Vannacci ha peli sulla lingua. Denuncia e descrive minuziosamente l’azione di una lobby per diffondere e normalizzare le pratiche omosessuali, con obiettivo finale i matrimoni e la genitorialità.

Il punto su cui interrogarsi non è tanto se si condividano le idee del Generale, ma se debbano essere proscritte e dichiarate inconciliabili col servizio allo Stato.

 Chi credesse che l’omosessualità non sia la normalità, che la famiglia sia solo l’unione tra uomo e donna, che gruppi di pressione promuovano il transgenderismo, merita perciò di essere punito?

Tali opinioni sono incompatibili con l’appartenenza alle nostre Forze Armate?

 

Giudizio.

Per quanto molti, un po’ snobisticamente, abbiano storto il naso all’idea del libro di un militare auto-pubblicatosi, l’opera di Vannacci è ben scritta.

 Ha senz’altro il difetto della lunghezza eccessiva (l’autore ha voluto buttarci dentro davvero tutti i suoi pensieri, e condire le considerazioni generali con esempi d’attualità in numero eccessivo) e non vi si trovano al suo interno intuizioni geniali o molte novità, ma lo stesso Vannacci dichiara in apertura di voler solo dare una rappresentazione d’insieme e divulgativa di temi approfonditi da altri.

Il mondo al contrario non è un capolavoro del pensiero e non rimarrà come una pietra miliare del pensiero nazionale, ma pochi dei critici da destra dell’opera possono vantare d’averne scritte con tali caratteristiche.

Su moltissimi punti le opinioni del Generale ricalcano i programmi di Fratelli d’Italia – o quanto meno quelli che dichiarava fino al giorno delle elezioni.

No al multiculturalismo e all’immigrazione di massa, no al gender, sì al patriottismo, sì alla transizione energetica ma in maniera progressiva.

Alcune delle frasi che hanno alimentato le polemiche sono, ricontestualizzate, perfettamente condivisibili (davvero vogliamo dire, in nome del politicamente corretto, che Paola Egonu sia un prototipo dei tratti somatici italiani? Immaginarsi uno scandinavo coi capelli biondi o un cinese con gli occhi a mandorla significa avere “pregiudizi razzisti”, persino per gente che si dichiara “di destra”?).

Altre sono state volgarmente manipolate:

a un certo punto Vannacci ricorda che gli italiani sono gli eredi di molti illustri personaggi storici, tra cui menziona anche Giulio Cesare.

Non si sa se per idiozia o malafede, nei social il Generale viene ora dipinto come un mitomane che si proclama unico erede del grande condottiero romano.

Sulla questione della omosessualità, già si è scritto.

Si tratta forse del solo punto in cui Vannacci sfida davvero i limiti del “discorso consentito”.

 Se su tutti gli altri aveva espresso opinioni marcatamente di destra, ma di ampio corso, sull’omosessualità il Generale ha osato andare oltre.

Permetterne ora il giubilamento, o persino prendere parte attiva ad esso, significa per la Destra rinunciare – sul lungo periodo – alla possibilità di negare la piena parificazione delle unioni omosessuali ai matrimoni tradizionali.

 Inclusa anche la possibilità di adottare figli.

Al di là della questione specifica dell’omosessualità, la vicenda Vannacci è una messa alla prova della libertà d’espressione in Italia.

Dei militari ma non solo. La punizione del Generale fisserà un precedente che consentirà quella, sul piano lavorativo, di qualsiasi cittadino osi sfidare i limiti del discorso “consentito”, fissati ovviamente dalla Sinistra con la complicità di conservatori sedicenti o pavidi.

(Daniele Scalea.

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano.)

 

 

 

 

 

La partita che l’Arabia Saudita

vuole vincere è quella del potere.

 

 Lucysullacultra.com – (18 Gennaio 2024) - FERDINANDO COTUGNO – ci dice:

 

Oggi inizia a Riyad la Supercoppa italiana. Tra calcio, turismo e progetti folli di nuove città, l’Arabia Saudita vuole conquistare il mondo e farci dimenticare chi è davvero: una teocrazia violenta e autoritaria fondata sui combustibili fossili, che si oppone in modo feroce alla mitigazione della crisi climatica.

La Supercoppa italiana in Arabia Saudita sarà un episodio miserabile, minore, nella storia del nostro calcio, un torneo senza grande importanza spostato all’estero per fare cash flow (“Prendi i soldi e scappa”, ha detto l’allenatore della Lazio Maurizio Sarri).

 

Nel disegno più generale delle cose, però, le tre partite a Riyadh (due semifinali e la finale) sono da prendere molto più sul serio, perché sono l’ennesima anticipazione di qualcosa a cui dovremo fare l’abitudine: le impronte saudite sulle nostre vite.

 Non c’è modo di comprendere il futuro del mondo, e di tutto quello che del mondo consideriamo rilevante (a partire dalla questione climatica o dai diritti umani), senza avere presente la gigantesca rilevanza che sta assumendo la monarchia saudita.

 

Non è facile: forse per nessun paese è così grande il divario tra la sua influenza e quanto noi effettivamente ne sappiamo.

È probabile che non ci siate mai stati, in Arabia Saudita, che non conosciate nessuno che c’è stato.

Non ci sono film o romanzi ad aiutarci, il soft power culturale” è prossimo allo zero, a parte quella manciata di influencer e calciatori che negli ultimi anni sono stati pagati (molto) per darci una specifica versione dei fatti, una storia di lussi, di hashtag, idrocarburi e alberghi eleganti.

 

L’Arabia Saudita fino a oggi è stata il grande indistinto contemporaneo, un buco nero di non conoscenza.

Ma non sarà così a lungo. Siamo abituati ad associare il paese al fondamentalismo religioso, all’11 settembre e alle violazioni dei diritti umani, ma è col suo scintillante neo-nazionalismo fossile che dovremo confrontarci in futuro.

Come tutti i nazionalismi, anche quello dell’élite saudita ha sviluppato un potente ego collettivo:

vogliono che li vediamo, vogliono far sapere di loro, di come vivono, sono qui per raccontarci la loro storia di successo.

È per questo che le nuove ossessioni della monarchia saudita sono i consumi di massa per eccellenza del mondo occidentale: calcio e turismo.

“Forse per nessun paese è così grande il divario tra la sua influenza e quanto noi effettivamente ne sappiamo.

È probabile che non ci siate mai stati, in Arabia Saudita, che non conosciate nessuno che c’è stato”.

 

Il 2030 è la grande deadline contemporanea: la fine di questo decennio è l’anno più politicizzato che ci sia, il nostro segnaposto nel futuro, il benchmark di tutti i nostri tentativi di cambiare.

Per un occidentale, 2030 significa soprattutto una cosa: il controllo di metà percorso sulla lotta ai cambiamenti climatici, l’anno entro il quale dovremo aver quasi dimezzato le emissioni di gas serra.

Per un saudita, invece, il 2030 è l’anno culmine della volontà di potenza nazionale, dell’affermazione della visione costruita e imposta dal principe ereditario “Mohammad bin Salman”.

Così si descrive l’Arabia del futuro prossimo nei suoi documenti ufficiali: “una società vibrante in cui tutti i cittadini possano perseguire le proprie passioni e prosperare, una forte infrastruttura sociale dentro una società che valorizza le tradizioni culturali, l’orgoglio nazionale e tutti i comfort della vita moderna [amenities, in inglese, come nel depliant di un villaggio vacanze], tutto sostenuto da un islam moderno e da servizi sociali efficaci”.

 Sembra il lessico della neo-lingua delle agenzie di comunicazione e, islam a parte, potrebbe andare benissimo per un progetto di edilizia residenziale nella periferia di Milano.

Ma qui c’è anche tutto il disegno di bin Salman: Corano, bandiera e Jacuzzi.

 

Nel 2030 la vetrina di tutto questo sarà l’EXPO strappato a Roma:

faceva tenerezza il tentativo del sindaco Gualtieri di soffiare l’evento a Riyadh, non c’era verso che i sauditi si facessero sfuggire una possibilità del genere nell’anno che avevano trasformato nel proprio brand, nell’end game di tutta la loro identità nazionale.

Se, come succede in “Infinite Jest”, si potessero sponsorizzare le annate, il 2030 sarebbe già, sicuramente, l’anno di “Riyadh Season”, il festival di sport e intrattenimento finanziato dallo stato (che è già sulle magliette della Roma).

Nel 2030 i sauditi saranno reduci dall’espressione massima di dominio dell’extraprofitto sulla geografia:

i Giochi invernali asiatici del 2029, per la prima volta nel Golfo Persico. Nel 2030 sarà in moto la macchina logistica e politica per i Mondiali di calcio del 2034.

Nel frattempo alcune loro destinazioni saranno diventate mete turistiche esotiche ma più che legittime, come oggi la “Giordania o Dubai”:

sugli sfondi delle “foto Tinder “vedremo molto di meno “Petra “e molto di più i “canyon di basalto nero di” AlUla”.

 

La partita che l’Arabia Saudita vuole vincere è quella del potere.

In questo scenario, mentre il resto del mondo prova a dimezzare le emissioni, il sistema operativo saudita sarà sempre lo stesso:

il petrolio, estratto oggi a un ritmo che oscilla tra cinque e sette milioni di barili al giorno.

Il greggio saudita è il 17 per cento di tutte le riserve globali, ed è quello che paga tutto, dal re-branding del cosiddetto Rinascimento saudita a Cristiano Ronaldo e Roberto Mancini, passando per “Neom”, la metropoli costruita dal nulla, nella provincia di “Tabuk”, grazie al lavoro di 60 mila operai, quasi tutti provenienti dall’Asia meridionale.

 

Le principali società di consulenza globali, a partire da McKinsey, in questo momento sono impegnate soprattutto in questo:

 riscrivere l’immagine del petrolio:

 perché il transito dell’Arabia Saudita alla sua visione 2030 (e oltre) avrà nel motore il combustibile fossile di sempre.

Senza i 160 miliardi di profitti annui di “Saudi Aramco”, le ambizioni di “bin Salman” sarebbero posate solo sulla sabbia.

 L’attivismo mediatico saudita, quindi, serve anche a promuovere la “faccia hi-tech e pulita dell’idrocarburo”, creare un immaginario del petrolio che sia scintillante e desiderabile.

 Su come si presenti questa nuova narrazione saudita – scritta dai consulenti occidentali – ci arriveremo, ma prima dobbiamo parlare di “Neom”, perché senza “Neom” non si capisce niente su quanto sia grande l’ambizione di “Mohammad bin Salman” di riscrivere la storia del futuro con” Riyadh al centro”, facendone allo stesso tempo nuova una “nuova Dubai”, una” nuova Londra” e una “nuova Singapore”.

 

Potremmo descrivere” Neom” come il perfetto punto di congiunzione tra “Blade Runner e Lawrence d’Arabia”.

Il cuore sarà una città tutta dritta, come in un film di fantascienza, chiamata “The Lin”e, lunga 170 chilometri e larga 200 metri, con nove milioni di residenti di cui non ce n’è oggi nemmeno uno (anzi, le popolazioni indigene sono state deportate), una metropoli senza emissioni e senza auto, che userebbe una ferrovia ad alta velocità come metropolitana, e che sarebbe quasi un unico edificio continuo.

 Il regno del “greenwashing”, praticamente.

Al momento non c’è niente, pochi edifici e qualche viaggio stampa organizzato per le riviste patinate del “Golfo” (come «Wired Middle East» o «GQ Middle East»), più l’occasionale celebrity paracadutata per meno di ventiquattro ore da un evento nei paraggi.

C’è una serie di video Instagram di “Will Smith” in visita a “Neom” in cui l’ex “fresh prince” ripete il vecchio numero del suo stupore alla scoperta di “Bel Air” ma in versione araba, si guarda intorno con gli occhi sgranati, dice solo “This is crazy”, mostrando rocce desertiche dall’estetica vagamente marziana, poi un campo da basket, un cinema all’aperto vuoto, tantissimi elicotteri, sabbia e luce accecante.

 Come tutto questo possa inaugurare l’anno prossimo e ospitare i Giochi invernali nel 2029 lo sa solo “bin Salman”, e qui arriviamo al cuore della questione.

“ Mohammad bin Salman” è l’unico maschio sulla Terra che possa gareggiare con “Elon Musk” per ambizioni di terra formazione e creazione di nuovi mondi a misura del proprio ego.

“Potremmo descrivere “Neom” come il perfetto punto di congiunzione tra Blade Runner e Lawrence d’Arabia.

Il cuore sarà una città tutta dritta, come in un film di fantascienza”.

 

In questi giorni abbiamo celebrato con stupore l’età del nuovo primo ministro francese, “Gabriel Attal”, 34 anni, classe 1989, senza ricordarci che il politico millennial più illustre al mondo è proprio “bin Salman”, che è un classe “1985”, è principe ereditario da quando aveva trent’anni, ha elaborato “Vision 2030” a “31” ed è diventato primo ministro (qualunque cosa significhi in una monarchia assoluta) a “35”, all’epoca il più giovane al mondo (altro spin su cui si vedono chiare le impronte delle società di consulenza e degli amici occidentali vari, che sanno quanto sia vendibile l’immagine next-gen del giovane leader ambizioso che prova a rifare la sua nazione da zero).

 

Il millennial più potente del mondo sta provando a cambiare il suo paese con un mix di tecnologia, cautissime riforme sociali e furibondo sviluppo economico.

“Ci sono stati alcuni cambiamenti nella società, come il permesso alle donne di guidare, o la possibilità per loro di viaggiare all’esterno senza il permesso del guardiano maschio”, mi racconta “Eleonora Ardemagni”, ricercatrice senior di ”Ispi”  una delle massime esperte di monarchie del Golfo in Italia.

“La velocità delle riforme economiche, però, va al triplo della velocità delle riforme sui diritti umani.

E la cosa più importante da avere presente è che sono concessioni dall’alto e non frutto di mobilitazioni dal basso”.

 

Non c’è una società civile che promuove un cambiamento e lo ottiene (anche perché a provarci si finisce come il giornalista” Jamal Khashoggi”, fatto a pezzi nell’ambasciata saudita in Turchia e trasportato fuori in una valigia), ma un’elargizione controllata da parte del sovrano ereditario.

È una “versione del Golfo” del patto che per decenni ha retto la Cina: migliorare i livelli di benessere, rendere più contemporaneo lo stile di vita, senza intaccare in nessun modo la struttura di potere.

 

Il problema è che l’Arabia Saudita non è la laica Cina.

 Come spiega” Ardemagni”,

“il tentativo di “bin Salman” nella sfera del potere interno è un graduale depotenziamento del ruolo della religione e del wahabismo nella vita pubblica e nella politica, per ripensare l’Arabia intorno al tema dell’identità nazionale, mettendo al centro il legame tra la famiglia regnante Al Saud e l’Arabia Saudita, fondendo inscindibilmente i due destini”.

“Vision 2030” e tutto quello che contiene vuole essere la vetrina di tutto questo.

 È come se con lo scintillio di calcio, spettacolo, turismo e distopie varie stessimo assistendo al tentativo di trasformazione dell’Arabia Saudita da teocrazia medievale ad autocrazia hi-tech, “meno sharia” e più “famiglia reale”.

 

È uno sforzo applicato a una società molto più difficile da riformare rispetto agli unici modelli in mano ai sauditi per capire come uscire dal loro Medioevo:

 gli Emirati Arabi e il Qatar, nazioni più giovani, diventate indipendenti negli anni Settanta, con popolazioni piccole, in cui i cittadini sono a loro volta una minoranza interna.

Insomma, macchine sociali più maneggevoli da guidare e modernizzare, al contrario di uno stato più antico (l’Arabia Saudita moderna nasce nel 1932), di 36 milioni di persone, custode della tradizione e dell’ortodossia musulmana, in cui il “Corano” è anche la “Costituzione nazionale”.

 Quella saudita è una società ancora disomogenea, il 60 per cento ha meno di trent’anni, la scolarizzazione è alta, ci sono città grandi e per certi versi moderne come” Jeddah” o” la capitale”, e altre molto più conservatrici.

 In quest’ottica calcio e affini sono anche uno strumento di gestione interna del potere.

 Spiega “Ardemagni”:

“L’industria del divertimento in Arabia Saudita è tutta statale, è un intero progetto di società coordinato in modo centralizzato, uno dei suoi obiettivi è coinvolgere la popolazione under 30, mobilitarla a sostegno di un leader quasi coetaneo”.

Un altro aspetto centrale del nazionalismo saudita è che niente viene lasciato al caso, ogni imprevedibilità fa suonare segnali d’allarme.

“Nell’idea di “bin Salman” il cambiamento va anticipato e controllato, l’opposto di quello che è successo in “Iran”, che per loro è stata una lezione:

 mai arrivare a un punto di rottura con la società”.

Vision 2030 si regge sugli investimenti stranieri, sulla capacità di attirare soldi e progetti dal mondo.

 Questa idea è fondata su un capitale reputazionale che è, per usare un eufemismo, molto precario.

Lavorare a “Riyadh” continua a essere più difficile che farlo a “Doha” o “Dubai”.

Infatti, nonostante tutti gli sforzi, gli hashtag e le campagne, l’Arabia Saudita è dietro sia il Qatar che gli Emirati per investimenti internazionali, pur essendo più grande, ricca e popolosa.

 E su quanto sia difficile ancora oggi rapportarsi con la società saudita, al di là della propaganda di “Vision 2030”, abbiamo a disposizione un campione efficace:

 i calciatori comprati nell’ultimo anno dalla “Saudi League”.

 

La partita che l’Arabia Saudita vuole vincere è quella del potere.

Dovevano essere gli ambasciatori del “nazionalismo fossile hi-tech”, l’illustrazione pratica di come le poche concessioni fatte allo stile di vita contemporaneo fossero già sufficienti a creare una società del benessere di stampo arabo senza frizioni, soprattutto a quei livelli di reddito.

Sta andando malissimo:

si moltiplicano tentativi di fughe (come quello ormai in atto di “Jordan Henderson”, che è anche il più progressista dei calciatori comprati dal campionato saudita), storie di malessere sussurrate alla stampa (il giovane spagnolo “Gabri Veiga”, che si era promesso al Napoli e poi ha preferito il Golfo Persico a quello partenopeo), o vicende ancora difficili da interpretare (come quella di “Benzema”, che ha tardato il suo ritorno dalle vacanze a “Mauritius”, mancando l’inizio del ritiro della sua squadra e scatenando voci di mercato).

Alcuni rinunceranno in anticipo a stipendi abnormi pur di ritornare a condurre vite meno segregate.

 

Una cosa è ospitare i calciatori per un torneo di una settimana, un’altra è farli venire con famiglie o fidanzate al seguito e gestire tutti i piccoli e grandi conflitti tra visioni e stili di vita che la cosa comporta.

 La legge saudita impedisce a coppie non sposate di convivere, ed è servito un permesso a “Cristiano Ronaldo” per abitare con la sua fidanzata “Georgina Rodriguez”.

 

È uno dei motivi per cui Ronaldo e Rodriguez vivono al” Four Seasons di Riyadh” e non in una villa:

 dal 2019 le coppie non sposate di turisti possono condividere il letto, ma solo in albergo.

 È una delle lezioni del realismo fossile saudita: le ragioni del capitalismo battono quelle del Corano.

 

La monarchia saudita rinuncerà agli aspetti più oppressivi del “fondamentalismo wahabita” più velocemente di quanto farà con l’altro pilastro del regno, il petrolio, prima risorsa del regno, ma anche sua incognita più grande.

 All’ultima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la “COP28”, che si è svolta a un migliaio di chilometri da “Riyahd”, a “Dubai”, lo status quo fossile ha vissuto una sconfitta a lungo attesa e altrettanto procrastinata, soprattutto grazie all’abilità negoziale saudita:

 la prima menzione dei combustibili fossili in un documento ONU sul clima.

 

In trent’anni di scienza, diplomazia, attivismo, politica, non era mai successo.

 È un enorme smacco da amministrare.

 Le COP sono state per tre decenni il capolavoro saudita di gestione maniacale dell’imprevisto:

il regno negli anni ha formato una delle migliori classi diplomatiche al mondo.

Quando ci chiediamo perché le conferenze sul clima non riescano mai a produrre risultati all’altezza della crisi, è nella direzione della diplomazia climatica saudita che dobbiamo guardare, la più preparata e feroce di tutta la scena internazionale, capacissima di rallentare con ogni mezzo possibile un processo basato sul consenso (che non è l’unanimità, ma le somiglia molto).

 Questo sistema di voto sul clima, confuso e inefficace, è un lascito diretto dell’Arabia Saudita, che negli anni Novanta si oppose a qualunque ipotesi di istituire una maggioranza qualificata (o anche una super maggioranza di quattro quinti dei paesi) per le decisioni delle “COP”.

Lo racconta uno studio del “Climate Social Science Network” (CSSN), che è una miniera di informazioni sull’ostruzionismo sistematico dell’Arabia Saudita sul clima.

Avevano studiato la situazione e ci avevano visto lungo, hanno evitato trent’anni di imprevisti e fatto guadagnare altrettanto tempo all’espansione petrolifera.

 Quella strategia si rispecchia in ogni singola stanza delle COP, dal macro al micro.

Come si legge nel racconto di CSSN, tutto può diventare un pretesto procedurale: un meeting comincia in ritardo?

Lo fanno cancellare.

Manca la traduzione di un documento in inglese? Non ci sediamo. Hanno evitato per decenni che gli organi regolatori di aviazione e commercio marittimo (fonti di emissioni ma anche clienti del petrolio) fossero chiamati a partecipare alle COP.

Negli anni Novanta e Duemila hanno contrastato in ogni modo l’adozione della conoscenza scientifica sul clima, quando si è fatto l’accordo di Parigi sono stati i fautori della non menzione delle fonti fossili.

“Quando ci chiediamo perché le conferenze sul clima non riescano mai a produrre risultati all’altezza della crisi, è nella direzione della diplomazia climatica saudita che dobbiamo guardare, la più preparata e feroce di tutta la scena internazionale”.

Da qualche anno c’è uno spin nuovo.

Se non puoi contrastare le ragioni dell’ecologia, prova a imitarle, hanno suggerito i consulenti.

 E così oggi gli emissari sauditi non fanno che parlare di economia circolare del carbonio, cioè l’idea che possa esistere un petrolio pulito e che loro saranno in prima linea per fornirlo, soprattutto grazie alla tecnica più controversa al mondo del momento:

la cattura e stoccaggio della CO2.

La cosiddetta” CCS” è una tecnologia su cui vengono investiti 6 miliardi di dollari ogni anno, lo scopo degli impianti è succhiare, catturare e stoccare sotto terra la CO2 dei processi estrattivi.

 Finora non ha mai funzionato su scala, nonostante tutti i tentativi, andrebbe considerata un prototipo futuribile, ma sono stati i negoziatori sauditi a farla inserire nel testo finale di “COP28” come una tecnologia già disponibile.

La” CCS” è diventata un pilastro di tutte le strategie delle grandi aziende petrolifere ma, per un paese che programma di raddoppiare le estrazioni nel corso di questo decennio, è una tecnologia che assume connotati esistenziali.

 Il calcio, il turismo, i diritti umani, la modernizzazione dell’islam, la Formula 1: tutto è secondario rispetto a questo.

 Che la “CCS” funzioni, o almeno che il mondo di creda.

 

Secondo il “Production Gap Report 2023” dell’“ONU”, nonostante l’obiettivo di neutralità climatica al 2060 dichiarato nei documenti ufficiali,

“l’Arabia Saudita non ha nessuna policy governativa per gestire una riduzione della produzione di fonti fossili”.

Non ci stanno nemmeno provando.

 L’Arabia Saudita non ha nessun piano per un’economia alternativa agli idrocarburi, che oggi nonostante ogni documento di visione o diversificazione sono metà del PIL e due terzi delle esportazioni.

 Nel frattempo negli anni che verranno la crisi climatica si aggraverà.

Nello stesso 2030 messo da” bin Salman” come destinazione di grandezza internazionale per la sua nazione, abbiamo due probabilità su tre di aver riscaldato il pianeta già di 1.5°C rispetto all’era pre-industriale, con tutte le future catastrofi che ne verranno.

Per un paese che più di tutto sta provando a costruirsi un’immagine nuova agli occhi del mondo, è un problema reputazionale, prima ancora che industriale.

Ogni mossa saudita, a partire dai trascurabili eventi calcistici italiani, va letta anche in quest’ottica: un acconto sulla crisi di immagine che ne verrà.

(Ferdinando Cotugno)

 

 

 

Premierato, ora si fa sul serio.

 Lidentita.it - Adolfo Spezzaferro – (3 Aprile 2024) – ci dice:

 

Ora si fa sul serio: approvata l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

 La “commissione Affari costituzionali del Senato” ha dato il via libera al cuore della riforma sul premierato, con il voto dell’emendamento del governo all’articolo 3 del ddl.

È la modifica all’articolo 92 che inserisce in Costituzione il principio dell’elezione diretta (con il limite dei due mandati).

Un passo cruciale verso quella che “FdI”, il partito della premier “Giorgia Meloni”, considera la “madre di tutte le riforme”.

L’articolo 92 della Costituzione sarà sostituito dal seguente:

 “Il governo è composto del presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per cinque anni”.

Gli elettori dunque potranno scegliere direttamente chi guiderà il governo del Paese:

un’occasione storica per far riavvicinare i disamorati alle istituzioni, per ridurre una volta per tutte l’astensionismo.

 La soluzione più efficace per porre rimedio a un vulnus della democrazia parlamentare e della rappresentanza politica:

governi eletti da una minoranza di elettori, ché la metà degli aventi diritto non si reca proprio a votare.

 Per non parlare di quanto la tanto agognata stabilità ci porrà in ottima luce nello scenario internazionale:

basta esecutivi che durano un battito di ciglia e che crollano per qualche mal di pancia in maggioranze talmente eterogenee ed eterodirette da non potersi mettere d’accordo su nulla.

Stabilità e turnover, come si suol dire in gergo calcistico.

L’emendamento che ha avuto il via libera infatti introduce il tetto di due mandati per il premier eletto.

Altro che terzo mandato per i governatori.

 Ma anche il conferimento della possibilità di revoca dei ministri al capo dello Stato su proposta del premier e l’eliminazione della soglia del 55% dei seggi come premio di maggioranza.

 La proposta di modifica dell’Esecutivo che ha ottenuto il via libera si limita a un riferimento di un “premio su base nazionale”.

“Un emendamento che è stato rinnovato dopo l’ascolto delle opposizioni e dei costituzionalisti – spiega il ministro delle Riforme “Elisabetta Casellati” – abbiamo eliminato la soglia del 55% contestata perché introdotta nella legge costituzionale, e lo riportiamo nella legge elettorale.

Abbiamo dato il potere di nomina e revoca dei ministri al premier, sempre per il tramite del presidente della Repubblica, quindi abbiamo accresciuto il potere del capo dello Stato che non aveva certo il potere di revoca.

 Inoltre è stata richiesta la costruzione di un diverso rapporto tra il premier eletto e il secondo premier e anche questo, nell’articolo 4, lo abbiamo recepito”.

 Respinte al mittente dunque le critiche di chi lamentava un depotenziamento del presidente della Repubblica.

È vero il contrario.

Certamente, poi c’è da sciogliere il nodo della legge elettorale – altra critica mossa dalle opposizioni, su cui in maggioranza c’è l’accordo a discuterne dopo l’ok in prima lettura alla riforma del premierato in entrambi i rami del Parlamento:

 “Una legge elettorale – ribadisce il ministro – non può precedere una riforma costituzionale, perché ingabbierebbe il dibattito sulla riforma. Sarebbe un non senso”.

Sui tempi del premierato, invece, la” Casellati” ritiene che “il testo finirà il suo percorso in commissione almeno alla fine di questo mese, poi potrà andare in aula:

comunque i tempi li determina sempre la discussione parlamentare, non è certo il governo a imporli.

Noi siamo sempre stati larghi anche sotto questo profilo, poi vedremo come andrà il dibattito”.

 

 

 

 

 

La Conoscenza è Potere.

Mr-loto.it – (20-10-2020) – Redazione – ci dice:

 

Solo il sapere rende liberi.

La Conoscenza è Potere.

Tutte le persone con un minimo di intelligenza sanno che la conoscenza è potere.

Da sempre infatti, la conoscenza ha avuto un’enorme importanza nella storia dell’umanità e non era consentita a tutti.

Nel corso dei secoli, chi aveva accesso alla cultura e a maggiori informazioni era anche in grado di arrivare ai vertici della società. Questo perché riusciva facilmente a manipolare le menti del popolo che, non conoscendo molto, era piuttosto ignorante.

La conoscenza è potere ed è l’elemento chiave che permette alle persone di evolversi e di raggiungere una qualità di vita sempre migliore.

 Quando la conoscenza è diffusa alla maggioranza degli individui, anche le società in cui vivono possono beneficiare di un’evoluzione in tal senso.

 

È però risaputo che, da sempre, i governi hanno fatto di tutto per impedire alla maggioranza dei cittadini l’accesso alla conoscenza.

 Il motivo è chiaro:

l’ignoranza del popolo serve ad evitare che i disonesti giochi di potere delle alte sfere vengano alla luce.

Se si fa attenzione, quello che spesso i governanti nascondono sotto un alone di complessità è in realtà molto semplice.

La confusione è però un buon modo per mascherare errori, reali interessi e inganni.

(La presidente della Commissione Europea ne è un fulgido esempio! N.D.R)

La conoscenza è potere e, se è alla portata di tutti, rappresenta un rischio molto elevato per chi è ai vertici di comando.

Negli ultimi decenni internet ha portato qualcosa che non si era mai visto prima:

la conoscenza alla portata di tutti.

 Chiunque ha la possibilità di condividere le proprie esperienze e la propria cultura, rendendo così possibile a tutti informarsi su qualsiasi argomento.

 Peccato che questo incredibile mezzo sia usato dalla maggior parte di noi per condividere le foto di quello che mangiamo o per giocare.

La Conoscenza è Potere perché Rende Liberi.

In un certo qual senso, la conoscenza è potere perché rende le persone libere.

Chi sa è libero di scegliere in base alla propria intelligenza, chi non sa deve sottostare alle decisioni altrui.

  In quest’ultimo caso bisogna affidarsi a persone sconosciute che mettono la loro cultura a disposizione degli altri, ma esclusivamente per denaro.

Il sapere comunque non passa soltanto attraverso le nozioni lette sui libri o su internet.

 Anche i rapporti interpersonali ricoprono un ruolo molto importante. Per affrontare nel modo giusto questa vita è indispensabile avere una buona base di nozioni sulle leggi che la regolano.

 Più il nostro bagaglio di riflessione ed esperienza è ampio e meglio ci troveremo.

Nella mia vita ho imparato che ogni persona che incontriamo è in grado di arricchire il nostro bagaglio culturale.

Quello che conta, oltre l’avere il massimo rispetto per tutti, è mantenere sempre viva una certa curiosità nei confronti degli altri.

Solo così possiamo recepire e fare nostre tutte quelle informazioni che pensiamo ci possano essere utili per integrare il nostro sapere.

La conoscenza è potere e, visto che è impossibile per un singolo individuo detenere tutto il sapere, dovremmo organizzarci.

 Pensa cosa accadrebbe se gli esseri umani imparassero, finalmente, a collaborare con rispetto e umiltà!

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