Una partita per il potere politico.
Una partita per il potere politico.
La
Meloni prepara in segreto
la
candidatura alla Commissione
europea
e la fuga a Bruxelles?
Lacrunadellago.net
– Cesare Sacchetti – (26/03/2024) – ci dice:
L’ultima
indiscrezione sulla Meloni e le sue intenzioni alle prossime europee giungono
dagli ambienti vicini a palazzo Chigi dove in queste ultime settimane si sta
parlando dei futuri assetti che riguardano le elezioni europee.
L’atmosfera
che si respira vicino ai luoghi della politica a Roma è una di sconforto ma
soprattutto di smarrimento.
Sono
in molti ad essere consapevoli che l’attuale legislatura non avrà degli
orizzonti molto ampi, ma al contrario alquanto limitati perché l’attuale
inquilino di palazzo Chigi, Giorgia Meloni, sembra essere la prima a non essere
interessata a gettare le premesse per farla durare.
Sin
dai primi istanti, “lady Aspen”, così chiamata per la sua appartenenza all’
“istituto Aspen della famiglia Rockefeller”, uno dei passaggi necessari per
varcare le soglie della presidenza del Consiglio, ha mostrato molta riluttanza
a rivestire il ruolo che suo malgrado le era stato assegnato.
A
luglio del 2022 quando Mario Draghi, l’ “uomo del Britannia”, staccava la spina
del suo governo in quella che era una sorta di abdicazione a reggere sulle
proprie fragili spalle i fragili equilibri dello stato profondo italiano, “Giorgia
Meloni” era una delle prime che non voleva la fine di quell’esecutivo.
E non
era certo l’unica.
Ai
partiti italiani ormai in fase di decomposizione strutturale e di
prosciugamento del consenso popolare andava piuttosto bene che ci fosse un
tecnocrate a fare in qualche modo da parafulmine alla politica.
La
tecnocrazia è stata una sorta di paravento dietro il quale sistematicamente la
seconda Repubblica nata su impulso e volontà degli ambienti dello stato
profondo di Washington si è nascosta per non prendersi le responsabilità delle
decisioni più impopolari.
La
stagione nata dal 1992 in poi è stata senza dubbio la stagione dei tecnocrati
in quanto questi su mandato delle varie organizzazioni internazionali quali “UE”,
“FMI” e” banca mondiale” venivano letteralmente imposti dall’alto per eseguire
l’agenda della globalizzazione e della spoliazione economica di una nazione.
L’Italia
è stata letteralmente saccheggiata delle sue risorse da quelli che qualcuno ha
definito efficacemente come i sicari dell’economia e la politica si è ritrovata a
vestire il ruolo di comprimaria.
Il
passaggio da Prima a Seconda Repubblica si può riassumere come quello di un
passaggio di consegne dalle mani dei partiti a quelli dei tecnocrati ma ciò è
stato possibile soltanto perché la Costituzione stessa del 1948 è nata sotto
l’egida di una potenza occupante, gli Stati Uniti, e tale circostanza da sola sarebbe più
che sufficiente per definire nulla da un punto di vista giuridico la carta come
disse Giulio Andreotti.
Il
valzer dei tecnocrati però era possibile sino a quando l’ordine transnazionale
che li inviava era saldo e stabile come un tempo, e come avveniva, ad esempio, ai
tempi di “Mario Monti” in un contesto geopolitico del tutto mutato rispetto
agli ultimi tempi.
Negli
ultimi anni si è di fronte ad uno scenario completamente cambiato e il primo ad
intuirlo fu proprio uno di questi emissari, “Mario Draghi”, che lavorò alla sua
fuga da palazzo Chigi già dal gennaio del 2022 dopo che sfumò il Quirinale,
come correttamente anticipato da noi e come ricordiamo per i lettori che si
sono imbattuti in noi soltanto negli ultimi tempi.
Giorgia
Meloni a luglio del 2022 sapeva che sarebbe toccato a lei in quanto ormai era
lei ad essere la “leader” del partito di maggioranza nel centrodestra e ormai
il perno di tale coalizione, se così si può definire viste le sue continue
risse al pari del centrosinistra, si era tutto spostato su di lei dopo che la Lega
“sovranista” aveva gettato la maschera durante la farsa pandemica e aveva così mandato in fumo tutto il
consenso degli anni passati.
Giorgia
Meloni non voleva però bere l’amaro calice e sin dal primo istante ha mostrato
una riluttanza a cercare accordi e compromessi con i suoi “alleati” che invece
sono stati costantemente umiliati come accaduto a Berlusconi, ridotto ad
elemosinare qualche dicastero qua e là e trattato come una vecchia palla al
piede dal presidente del Consiglio.
Nei
mesi successivi è iniziato poi un vero e proprio pellegrinaggio della Meloni in
ogni angolo del globo che i suoi improbabili consiglieri della comunicazione, probabilmente mutuati da qualche
televendita di materassi, sono stati in grado di trasformare in un fantomatico “piano Mattei” arrivando persino a rubare il nome
del compianto presidente dell’ENI che fu eliminato dagli ambienti
angloamericani per la sua opposizione al cartello petrolifero delle famigerate
sette petrolifere.
Quello
della Meloni è stato un interminabile tour che l’ha vista collezionare il record di
viaggi rispetto ad ogni altro suo predecessore in quello che è sempre stato
chiaramente un tentativo di non assumersi alcuna responsabilità politica.
Soltanto
un esempio tra i molti.
Quando
venne presa la decisione di abolire il reddito di cittadinanza, la Meloni non era nemmeno in Italia
ma lasciava la patata bollente di questa decisione nelle mani dei suoi ministri
che a loro volta sembrano assenti dalla scena, e compaiono, di quando in quando,
soltanto per tagliare qualche nastro o scattare qualche fotografia come fa
spesso il ministro della Cultura, Sangiuliano, mentre gli altri si distinguono
per essere invisibili e impalpabili, come nel caso del ministro dell’Economia,
Giorgetti.
La
Meloni non ha mai avuto particolare voglia di assolvere a questo ruolo perché
sapeva benissimo il momento storico nel quale si trovava e si trova l’Italia.
Il
piano di fuga dei politici italiani a Bruxelles.
Lei, come
gli altri peones del Parlamento italiano, sanno che il sistema di potere
internazionale, l’anglosfera e l’impero americano, che assicurava la loro
rendita di posizione è in via di dismissione e che occorre lavorare ad un piano
di fuga.
Lo
stanno facendo in molti.
Tutti
sembrano puntare a Bruxelles e alle elezioni europee.
Renzi, l’uomo che doveva ritirarsi dalla politica nel
2016 dopo aver
perduto il suo referendum e coinvolto nel caso Spygate, ha già iniziato a far mettere la
sua faccia sulle fiancate degli autobus preparando in largo anticipo la
campagna per il Parlamento europeo.
Zingaretti, eletto soltanto nel 2022 al
Parlamento europeo, e coinvolto in un enorme scandalo per il caso sulle
mascherine, certificato persino dalla Corte dei Conti, prepara a sua volta la
campagna elettorale europea nonostante soltanto l’anno scorso fingesse
disinteresse per la corsa a Bruxelles.
La
Meloni non pare essere da meno e sta giocando un gioco a carte ancora più
coperte di quello dei suoi colleghi in Parlamento.
“Lady
Aspen” non solo non sta sciogliendo la riserva sulla sua canditura alle
elezioni europee probabilmente per sfuggire a qualche fuoco di fila interno o
esterno al suo partito ma starebbe in segreto coltivando l’ambizione di provare a
candidarsi ad una delle poltrone più prestigiose dell’apparato dell’eurocrazia,
quella di presidente della Commissione europea.
Attualmente,
com’è noto, il presidente della Commissione europea in carica, Ursula Von der Leyen,
ha già annunciato di voler correre per un nuovo mandato come presidente e ha
già ottenuto l’appoggio formale del suo partito, il partito popolare europeo.
Ciò
però non dà alcuna sicurezza alla Von der Leyen che sta cercando a tutti i
costi un modo di rimanere a Bruxelles, pena l’essere chiamata probabilmente
a rispondere dell’enorme scandalo, oscurato dalla cappa mediatica, sul
contratto dei vaccini Pfizer, che l’avrebbe vista aver ricevuto indirettamente tramite il
suo consorte, Heiko, una cifra pari a più di 700 milioni di dollari.
Senza
lo scudo della immunità europea, difficilmente la Von der Leyen potrebbe
sopravvivere alle conseguenze di questo enorme conflitto di interessi che l’ha
anche vista cancellare le tracce delle comunicazioni telefoniche con la Pfizer,
in quello che appare essere un vecchio vizio della politica tedesca che quando
era ministro della Difesa in Germania era nell’occhio del ciclone per gli
stessi scandali e le stesse vecchie “abitudini.”
Il
fatto che il PPE abbia rinnovato la sua fiducia alla Von der Leyen non dà a
quest’ultima alcune certezze per due ragioni principalmente.
La
prima è che nella storia delle elezioni dei presidenti della Commissione
europea sono soltanto due quelli che sono riusciti a conquistare più di un
mandato, e questi sono il socialista francese Delors, considerato uno degli euristi più
potenti della storia dell’UE seguito da Josè Barroso, altro personaggio che
godeva della protezione di importantissimi circoli mondialisti quali il
Bilderberg e la Chatham House, senza dimenticare il fatto che dopo la fine del suo secondo
mandato,
nel 2014, Barroso fu accolto tra le braccia di Goldman Sachs, a conferma delle
potenti entrature di cui godeva.
Ursula
Von der Leyen appare diversi gradini sotto a questi personaggi e inoltre si
presenta il secondo problema.
L’aver
ricevuto l’investitura del PPE non dà all’attuale presidente alcuna garanzia se
si ignora nuovamente il sistema dello “spitzenkandidat”.
Questa
parola che sembra ricordare qualche piatto tipico della cucina tedesca sta in realtà a individuare quel
sistema di elezione basato su quel principio che darebbe al partito europeo che
conquista più seggi la prerogativa di imporre poi il proprio candidato per la
presidenza della Commissione UE al Parlamento europeo che dovrà poi esprimersi
su tale candidatura.
Questo
sistema però non ha una validità giuridica, è più che altro una consuetudine, e
il
Consiglio europeo, l’organismo composto da capi di governo e capi di Stato, ha
facoltà, secondo i trattati, di ignorare questa procedura e di imporre al
Parlamento europeo il proprio candidato.
La
stessa Von der Leyen non è stata eletta in virtù del principio dello
“spitzenkandidat”, ma perché imposta dal Consiglio nel 2019 che poi ha avuto non poche
difficoltà a far eleggere la propria candidata che ha rischiato di saltare in
più di un’occasione.
La
partita è aperta e la Meloni potrebbe provare a giocarsela magari sfruttando
sia i suoi appoggi con alcuni Paesi dell’Europa Orientale, Ungheria e Polonia in particolare, sia quelli degli
ambienti dell’anglosfera, su tutti il “Times di Londra”, che l’ha definita la “leader
più popolare d’Europa” anche se ovviamente di popolarità la Meloni ne ha ben
poca, soprattutto in Italia.
Il
presidente del Consiglio non è l’unico che avrebbe messo nel mirino la poltrona
di presidente della Commissione europea per provare a mettersi al riparo dalla
tempesta in arrivo sulla politica italiana.
Non è
un segreto che Draghi abbia la stessa ambizione, così come non è un segreto che
l’uomo del Britannia da ormai quasi due anni stia bussando alle porte di varie
istituzioni politiche e finanziarie internazionali per continuare a trovarle
costantemente chiuse.
Draghi
è ormai decaduto e il vecchio sistema dell’anglosfera che lo aveva posto a
palazzo Chigi non ha più molto da offrirgli poiché esso stesso è in
decomposizione.
Sono
in molti, come si vede, a voler lasciare l’Italia, e se la Meloni scoprirà le
carte soltanto all’ultimo momento e proverà a dirigersi a Bruxelles, si
aprirebbe un enorme buco a palazzo Chigi il cui riempimento appare un vero e
proprio rebus.
Non
c’è infatti la fila per prendere il suo posto e l’ultimo garante del fragile
sistema politico italiano, “Mattarella”, non avrebbe alcun sostituto pronto per
proseguire la legislatura.
I
tecnici si sono fatti da parte da tempo e alternative praticabili nel
Parlamento non ce ne sono, tantomeno a sinistra dove la Schlein fa fatica a tenere
persino insieme il suo stesso partito che attraversa una scissione
strisciante e quotidiana con diversi membri del PD che continuano a lasciare.
Appare
esserci il grande vuoto dopo la fine di questo esecutivo.
Appare esserci il capolinea del “sistema della
Seconda Repubblica” che non sembra più in grado di sopravvivere senza
l’ombrello dell’anglosfera.
L’ultima
fragile foglia di fico è l’attuale governo Meloni che già è un esecutivo
virtuale per la sua assenza costante e per la sua incapacità di gestire la
situazione di crisi economica permanente che vive il Paese per la soffocante
austerità imposta dall’ euro.
Adesso
resta da capire quant’aspettativa di vita ha questo governo ma il problema per
l’establishment è che la stessa premier sembra essere la prima disinteressata a
tenere in vita l’esecutivo.
La
Meloni, come gli altri, già guarderebbe all’estero per provare a mettersi in
salvo.
Dopo
il 9 giugno 2024, la crisi del fragile sistema politico italiano diventerà
ancora più acuta e intensa.
L’attacco
di Mosca e le prossime
mosse
di Putin: verso la spallata
definitiva
alla “NATO”?
Lacrunadellago.net
- Cesare Sacchetti – (24 – 3 – 2024) – ci dice:
Quando
hanno iniziato a circolare le immagini dell’attacco terroristico al “Crocus
City Hall” di Mosca, una enorme sala concerti della capitale moscovita che può
ospitare 6000 persone, si è pensato per un istante di essere stati messi in una
macchina del tempo e di essere tornati al 2004, ai tempi del “massacro della
scuola di Beslan”.
In
quell’epoca, i separatisti ceceni, finanziati dalla “CIA”, mettevano in atto un
barbaro massacro che costò la morte a 334 persone, 186 delle quali bambini.
Era un
periodo storico differente da quello attuale in quanto la Russia di Putin aveva
iniziato da pochi anni il suo viaggio di ricostruzione di una nazione in
macerie e preda degli “oligarchi askenaziti” che dopo il crollo del muro di
Berlino sono divenuti i veri signori della Russia.
Oggi
la Russia è una nazione forte e solida e può vantare uno degli eserciti più
addestrati e preparati al mondo e la sua influenza sul piano geopolitico è di
assoluto primo piano.
Quando
si guarda alla politica estera della Russia, si guarda ad un percorso politico
che sta cambiando i vecchi assetti ereditati dalla seconda guerra mondiale e sta ponendo fine a quasi 80 anni di
dominio unipolare Euro-Atlantico.
Quando
si sono viste quelle immagini, ci si è chiesti legittimamente cosa è potuto
accadere per consentire a 4 terroristi di entrare con tale facilità nel Crocus
e di perpetrare una strage che avrebbe lasciato dietro di sé almeno 150
vittime.
In
queste ore, sta circolando l’ipotesi che quello di Mosca non sia stato un vero
attentato, ma una sorta di messinscena, o meglio una falsa bandiera, l’espressione utilizzata nel gergo
del mondo dell’intelligence per identificare un tipo di azione che prevede anche
l’esecuzione di falsi attacchi per poi poter giustificare le reazioni
successive del Paese vittima di quell’attentato, seppur simulato.
I
primi ad affermare che quello di Mosca è stato un falso agguato sono stati i
nemici di Putin, ovvero i famigerati “nazisti ucraini” che attraverso il loro servizio
di intelligence hanno dichiarato che quello di Mosca non è un vero attacco.
A
fargli seguito sono stati poi alcuni esponenti dell’anglosfera e dei quotidiani
Occidentali che hanno affermato che quanto visto a Mosca faccia parte del
repertorio di Putin che ora avrà il pretesto necessario per dare vita alla escalation che il
presidente russo vuole per chiudere definitivamente il conflitto ucraino e dare
la spallata definitiva alla “NATO”.
Non si
può fare a meno di notare tutta l’ipocrisia di questi personaggi che accusano
la Russia di mettere in scena falsi attacchi quando le agenzie dei servizi
Occidentali negli ultimi anni hanno messo in atto una lunga serie di operazioni
di questo tipo che hanno portato alla morte di civili innocenti per mano di
terroristi islamici, che spesso non erano altri che agenti del Mossad sotto
mentite spoglie.
Le
altre “false bandiere” della Russia.
I
lettori che ci seguono da un po’ sanno poi che in passato siamo stati noi per
primi ad individuare delle false bandiere in alcune operazioni russe quali il
falso golpe del gruppo Wagner dello scorso giugno, e successivamente la probabile
morte simulata del suo storico leader, Prigozhin, vicinissimo a Putin già nei
primi anni 2000.
C’erano
già tutti gli elementi sin dal principio per poter pensare che quella del golpe
di Prigozhin fosse soltanto una messinscena.
Il
gruppo Wagner infatti non aveva e non ha gli effettivi necessari per fare
alcuna marcia su Mosca e prendere il potere da sola, a meno che questa non sia
aiutata da una consistente parte delle forze armate russe.
Quando
i suoi operativi giunsero a Rostov sul Don si vedevano i segnali della
simulazione con i militari che tranquilli andavano a fare le loro compere e con
Prigozhin che parlava in tutta tranquillità con i vertici delle forze armate
russe. Vertici che lui in teoria avrebbe dovuto rovesciare.
Nei
giorni successivi il leader della Wagner veniva persino ricevuto da Putin a
conferma che tra le parti non c’è mai stata nessuna vera animosità ma che
l’operazione in questione è stata attuata per eseguire delle bonifiche interne
negli apparati pubblici e militari russi, e liberarsi delle quinte colonne che
erano al soldo dell’Occidente, della NATO e di tutta la rete di servizi segreti
quali” CIA”, “MI6” e “Mossad”.
Un
generale russo raggiunse indirettamente questo blog e ci confermò in esclusiva
che quanto accaduto era effettivamente una falsa bandiera per eseguire
operazioni di pulizia interna in una strategia che in russo viene chiamata “maskirovska”.
Lo
stesso può dirsi della presunta morte di Prigozhin che sarebbe morto a bordo di un aereo
decollato da Mosca lo scorso 24 agosto quando l’agenzia dei trasporti aerei
russa, la “Rosaviatsiya”, non dava conferma che il leader della Wagner fosse
effettivamente a bordo.
Soltanto
due giorni prima, Prigozhin era in Africa ad annunciare delle prossime grandi
manovre in vista.
Cinque
giorni dopo questo suo annuncio, ebbe luogo il golpe in Gabon che portò alla
caduta di un governo fantoccio telecomandato da Parigi e che inflisse un durissimo colpo alla
Francia che perdeva così le sue enormi miniere di manganese controllate dalla
famiglia Rothschild attraverso la “società Eramet”.
La
simulazione della morte di Prigozhin è stata con ogni probabilità un abile
depistaggio di Mosca per togliere agli avversari Occidentali la possibilità di accusare la Wagner
di “destabilizzare” l’Africa in quella che in realtà è la più grossa
decolonizzazione mai vista negli ultimi 60 anni.
La
Russia infatti sta giocando una partita a scacchi che va al di là dell’Ucraina
e si estende su tutto il pianeta.
In
gioco ci sono due modi di vedere le relazioni internazionali radicalmente
opposti.
Da un lato, c’è il decadente e ormai decaduto
imperialismo americano;
dall’altro,
c’è la visione del multipolarismo che chiude la fase iniziata nel XX secolo che aveva messo le organizzazioni
internazionali al di sopra degli Stati nazionali, e aveva trasferito i poteri
nelle mani di centri di potere finanziari e bancari che sono stati i veri
padroni della politica per tutta la seconda metà del 900 e nei primi decenni
dell’attuale secolo.
Adesso,
come si diceva in precedenza, alcuni sostengono che quanto accaduto a Mosca sia una sorta
di terzo capitolo della “maskirovska”.
Se si
guarda con attenzione uno dei filmati iniziali dell’attacco si possono
effettivamente vedere alcune anomalie quali il fatto che le persone che ricevono le
mitragliate di colpi non sembrano perdere sangue e restano ancora in piedi dopo
aver apparentemente ricevuto quelle scariche di colpi che, ricordiamo, sono stati sparati con
armi da guerra come AK47 che fanno notevoli danni quando colpiscono i corpi
soprattutto da distanza ravvicinata.
Uno
dei video dell’agguato.
In un
altro video, probabilmente fatto dagli stessi terroristi e diffuso sulle reti
sociali, vediamo
però che ci sono persone riverse a terra che perdono sangue e addirittura
vediamo persino che uno degli attentatori prova a decapitare una delle vittime
a terra gridando il classico “Allah akbar”.
L’altro
video dell’agguato con i terroristi che provano a decapitare una persona.
A
questo poi si deve aggiungere il fatto che è stato appiccato il fuoco al tetto
del Crocus e che diversi pezzi di esso sono caduti.
Se
fosse stata una falsa bandiera, come affermano alcuni, i russi avrebbero dovuto
assicurarsi che il teatro fosse già vuoto in quel momento e avrebbero dovuto al
contempo accertarsi che l’incendio non divampasse ulteriormente.
Un
minimo errore e la perdita di vite umane può essere incalcolabile e produrre dei danni che superano di
gran lunga gli eventuali benefici dell’intera presunta simulazione.
Questo
ci lascia scettici sul fatto che l’attacco terroristico di Mosca per tutte le
variabili che esso comporta possa essere stato una operazione di falsa
bandiera.
Resta
da capire però cosa non ha funzionato eventualmente nella macchina della
intelligence russa che è stata in grado di sventare molti altri attentati e a questo giro apparentemente non
sembra essere stata in grado di anticipare questo attacco.
Qualche
giorno fa Putin parlò di traditori in un determinato gruppo della intelligence
russa e forse questa potrebbe essere la causa di quanto visto al Crocus.
Le
mosse dei nazisti ucraini e di Putin dopo l’attacco.
Non
appena si è verificato l’attentato, quel che resta del regime nazista ucraino
ha lanciato un massiccio attacco contro la Crimea attraverso una pioggia di
missili che sono stati quasi tutti intercettati dalla contraerea russa.
A Kiev
sono stati probabilmente presi dal panico e hanno provato ad anticipare o
limitare in qualche modo la prossima mossa di Putin, che probabilmente sarà una
di quelle pesanti e decisive.
E
forse la prossima mossa del presidente russo è già iniziata quando è partito un
attacco mirato a” Lvov nella parte più Occidentale dell’Ucraina”, dove Mosca
fino ad ora non ha eseguito apparentemente operazioni di questo tipo.
I
missili russi sono entrati apparentemente per 40 secondi nello spazio aereo
della Polonia e questo sembra aver provocato la reazione di Varsavia che ha
fatto alzare i suoi jet in volo per intercettare i missili ma non hanno avuto a
quanto pare il tempo nemmeno di arrivare sul posto che i missili russi erano
già arrivati a colpire il loro bersaglio.
Forse
questo sconfinamento è stato voluto dai russi per ricordare all’altra parte, la
“NATO e i suoi vassalli”, che Mosca può colpire in qualsiasi momento i suoi
avversari che sono deboli e isolati senza la protezione dell’impero americano
che si è fatto da parte e ha abdicato da tempo al suo ruolo.
I
missili sono comunque giunti a colpire dei depositi nei quali c’erano
carburante per gli aerei e un campo di addestramento di personale militare,
forse anche della “NATO”.
Putin
negli ultimi tempi ha detto chiaramente che sono stati intercettati dei
militari che parlano inglese e francese in Ucraina e ha fatto capire che
potrebbero essere uomini della “NATO”.
La
presenza di consulenti militari del patto atlantico è stata registrata in
Ucraina già nel 2022 quando i russi diedero vita alla battaglia dell’acciaieria
di “Azovstaal”, sotto i cui sotterranei furono trovati “alti ufficiali della
NATO”, tra i quali apparentemente anche alcuni italiani.
Qualche
fonte russa ha anche affermato recentemente che il tenente colonnello dei
bersaglieri,” Claudio Castiglia”, sarebbe morto in Ucraina nel corso di un
bombardamento della Russia.
Nonostante
la presenza di consulenti o militari della” NATO” camuffati da mercenari in
Ucraina, non crediamo che ci siano i presupposti di un conflitto tra NATO e
Russia per il semplice fatto che se la NATO avesse voluto o potuto fare
qualcosa l’avrebbe fatta all’inizio della guerra e non verso la sua fine, quando ormai lo stesso “Zelensky “è
alle prese con una rivolta dei suoi generali che avrebbero recentemente
eseguito un attentato contro di lui.
La “NATO”
senza gli Stati Uniti è soltanto una tigre di carta.
Nulla
può fare questa organizzazione contro la Russia e ogni serio esperto militare è
consapevole di questa semplice evidenza.
Adesso
però la guerra in Ucraina ha raggiunto una fase ancora più importante di quelle
precedenti.
La
Russia sembra avere molto chiaro quello che dovrà fare per dare la spallata
definitiva al “patto atlantico” e probabilmente attende anche che i generali ostili a
Zelensky riescano a rovesciare definitivamente il “fantoccio di CIA ed Israele”
che ormai vive in preda alla paura permanente e si sposta di bunker in bunker.
Sono
giorni e settimane decisive non solo per la Russia e l’Ucraina, ma per il mondo
intero.
Sono
probabilmente gli ultimi attimi di vita del vecchio ordine dell’anglosfera che
si è imposto dal 1945 in poi.
Occorre
però vigilare poiché l’altra parte è allo sbando e pronta ad eventuali colpi di coda come “quello
del Crocus” che non servono a raggiungere nessun fine strategicamente di
rilievo, ma
solo ad infliggere dolore all’altra parte con delle stragi di civili.
La
testa del serpente dev’essere schiacciata definitivamente e Putin sembra avere
tutta l’intenzione di farlo.
La
fine dell’anglosfera e la visione
di
padre Pio: quale
futuro
attende
l’Italia?
Lacrunadellago.net
- Cesare
Sacchetti – (22/03/2024) – ci dice:
Quando
Vladimir Putin ha ringraziato il popolo russo per l’ondata di consensi ricevuta
la scorsa domenica a stento ha trattenuto la sua commozione.
Quello
che viene falsamente descritto dai media Occidentali come uno “spietato” e
“algido” leader politico è probabilmente lo statista che più di tutti mostra
uno sconfinato amore per la sua patria e il suo popolo.
Se la
storia d’amore tra Vladimir Putin e il suo popolo dura da più di 20 anni, è
perché il presidente russo ha mostrato nel corso di questi anni che lui non è
uno statista a noleggio a differenza di chi lo ha preceduto.
Non è
stato eletto per compiacere la volontà di potenze straniere, ma è stato eletto
perché ha restituito tutta la dignità e l’onore che la Russia aveva perduto al
tempo dell’infausta epoca degli anni 90.
In
quel periodo storico, la Russia non faceva nemmeno in tempo a contemplare le
macerie del muro di Berlino che al Cremlino veniva posto un presidente fantoccio,
Boris Eltsin, che era oggetto di derisione nei consessi internazionali per i suoi
malcelati problemi di alcolismo.
Qualcuno
probabilmente ricorda ancora le immagini di Clinton che si prende gioco di lui
alla Casa Bianca e questo dimostra perfettamente lo stato della Russia in
quegli anni.
Non
più una potenza leader, ma uno Stato satellite di Washington e dei “suoi
oligarchi askenaziti” che facevano il bello, raramente, e il cattivo,
frequentemente, tempo a Mosca e sul territorio della federazione.
Lo
Stato tecnicamente non esisteva nemmeno più in quanto il vero governo non era
quello del Cremlino ma quello dei potentati stranieri e non che avevano in mano
le redini di questo grande Paese.
In
quello stesso periodo storico, l’Italia subiva un processo di spoliazione
economica alquanto simile a quello che si vedeva in Russia.
Quando
Draghi (emerito
traditore! N.D.R.) saliva sul panfilo Britannia della regina Elisabetta, uno dei membri
più influenti del comitato dei 300, portava in dote l’intera ricchezza
industriale di una delle potenze economiche più prospere del mondo, ovvero l’Italia, ai banchieri e
finanzieri di New York e Londra.
A
Mosca c’era un omologo di Mario Draghi nei panni di “Jeffrey Sachs”, economista
americano di origini ebraiche e membro dei cosiddetti “Harvard boys” che allo
stesso modo consegnava il patrimonio industriale russo nelle mani di compagnie
private.
I
saccheggi che venivano attuati a Roma e Mosca erano attuati da personaggi
diversi manovrati dalle stesse menti finanziarie che hanno in mente un solo
obiettivo.
Quello
di mettere in ginocchio le nazioni, ridurle completamente all’impotenza
politica per lasciarle nelle mani di istituzioni finanziarie e politiche
private nelle mani dei signori della finanza internazionale, tra i quali si
incontrano sempre gli stessi personaggi quali i noti, o famigerati, Dupont,
Rockefeller, Rothschild, Schiff e Morgan, soltanto per citare i più “illustri”.
La
Russia ha vissuto il suo Golgota negli anni 90 per poi iniziare la sua risalita
e rinascita attraverso la leadership di Vladimir Putin che ha restituito quella
sovranità e quella indipendenza che il Paese aveva completamente perduto
nell’epoca della presidenza coloniale di Boris Eltsin.
Il
padre del declino dell’Italia: l’armistizio di Cassibile.
La
crisi russa è stata più breve di quella italiana in quanto la seconda si trova
suo malgrado in un recinto politico e geopolitico ben più stretto e delimitato
di quello della Russia.
L’Italia
infatti non si trova in una condizione di sovranità limitata dal 1992, anno
della svolta per il presente declino del Paese, ma dal 1943.
Questo
Paese si trova ostaggio di un potere transnazionale dai tempi della fine della
seconda guerra mondiale perché l’ingresso nel conflitto e la successiva sconfitta è
costata all’Italia la perdita della sua sovranità e il successivo ingresso
nell’anglosfera.
Sarebbe
interessante un giorno aprire un serio dibattito storico approfondito sulle
ragioni che spinsero Benito Mussolini ad allearsi con la Germania nazista,
nonostante la diffidenza morale e culturale che il primo nutrivo nei confronti
della seconda e del suo leader, Adolf Hitler, per il quale il duce nutriva una
certa avversione non ricambiata poiché invece il fuhrer aveva una grande stima
di Mussolini.
Il
fascismo fino ai primi anni 30 aveva messo l’Italia in una invidiabile
posizione di sovranità e peso politico che l’Italia liberale, giocattolo governativo della Gran
Bretagna, mai aveva naturalmente avuto anche soprattutto per l’assoluto dominio
delle massonerie, sciolte dal duce nel 1925 con una legge apposita.
Qualsiasi
siano state le motivazioni che abbiano spinto il duce a seguire le orme della
Germania nazista che è stata alleata del movimento sionista mondiale sin dagli inizi della
presa del potere di Adolf Hitler, è stato un tremendo errore che è costato la perdita
della sovranità all’Italia e la vita a Mussolini.
Sotto
la tenda di Cassibile nel 1943 va in scena il più infame dei tradimenti
consumato dal generale “Giuseppe Castellano” che firmava “una resa
incondizionata” nonostante non avesse nemmeno l’autorità governativa per farlo
perché il legittimo
presidente del Consiglio era stato rovesciato soltanto due mesi prima.
L’Italia
smette di essere sovrana e diviene una colonia dell’anglosfera e questo
percorso cambia tutta la sua successiva storia politica.
“Cassibile” è il vero padre della
successiva Repubblica del 1946 nata attraverso un massiccio broglio che aveva rovesciato il voto degli
italiani che volevano la monarchia nonostante il tradimento dei Savoia, fuggiti in
Puglia durante l’armistizio consegnando il Paese allo sbando e alla guerra
civile.
Se
l’armistizio del 1943 è nato da un tradimento non ci si deve sorprendere se la
successiva storia repubblicana e costituzionale sia stata ricca a sua volta di menzogne, tradimenti e di una lunga
scia di sangue sparsa nei decenni successivi per tenere prigioniera l’Italia nella
prigione dell’anglosfera.
Ogni
singolo evento negativo degli anni successivi è stato la diretta conseguenza
della condizione di sovranità limitata che l’Italia ha vissuto.
La
strategia della tensione, partorita nelle stanze della CIA, è stata
espressamente concepita per adombrare lo spauracchio di un nemico comunista
dall’altra parte che potesse prendere in qualsiasi momento il controllo
dell’Italia, ma la vera ragione d’essere degli attentati terroristici attuati
nel Paese non era altro che quella di far sì che l’Italia non uscisse dalla sua
prigione.
“Aldo
Moro” è stato l’uomo politico più noto che ha pagato con la vita la sua volontà
di accompagnare l’Italia fuori dalla NATO non certo per portarla dall’altra
parte del muro ma per invece restituirle quella sovranità e indipendenza che
l’alleanza atlantica le negava e per sottrarla al destino di decadenza e declino che
il” club di Roma” aveva decretato per essa nei primi anni 70.
Quando
“Henry Kissinger” minacciava di morte Aldo Moro era la voce del “club di Roma”
che si faceva sentire.
L’Italia
non doveva osare spingersi al di là del recinto assegnatole da Washington e dai
suoi referenti dei vari circoli mondialisti, poiché questo Paese da solo, per
la sua rilevanza politica e spirituale, poteva mandare in fumo i piani del “Nuovo
Ordine Mondiale e del supergoverno globale” che questo aspirava a costruire.
Il
1992 a bordo del Britannia è un’altra naturale conseguenza del 1943 di “Cassibile”.
Se è vero che l’Italia aveva conosciuto un
periodo incredibile di prosperità e crescita nel dopoguerra questo è stato
certamente possibile perché il Paese ha seguito modelli economici del tutto
antitetici a quelli del protestantesimo neoliberale e anche perché Washington
in quegli anni aveva interesse a garantire una certa prosperità ai Paesi del
blocco Occidentale nell’ottica di gestione della guerra fredda.
Il
crollo del muro aveva fatto venire meno qualsiasi ragione di preservare la
stabilità e la crescita degli anni precedenti.
Il
crollo del muro rappresentava la tappa successiva.
Tolto
di mezzo il carrozzone sovietico “finanziato sin dal primo istante dalla
finanza di New York che ha permesso l’ascesa dei bolscevichi, quasi tutti di
origine ebraica”, non esisteva più alcuna ragione da parte del mondialismo di
tenere in vita l’economia italiana.
Andava
piuttosto lanciato l’assalto definitivo alla fortezza del cattolicesimo e
dell’antica Roma per ridurla in macerie e poi “giungere alla definitiva costruzione
degli Stati Uniti d’Europa”.
La
fine dell’ordine liberale: quale futuro per l’Italia?
Ora
questo intero disegno di dominio e di demolizione definitiva dell’Italia è
andato in frantumi quando è iniziato a venire meno tutto l’ordine precedente
partorito a Cassibile nel 1943.
Ne ha
parlato negli ultimi tempi “Emma Bonino”, uno dei servitori e rappresentanti di
questi poteri in Italia da molti decenni.
La
dismissione dell’anglosfera e del blocco Occidentale sta rimettendo in
discussione tutto ciò che prima era dato per scontato da molti qui in Italia.
L’ordine
liberale anglosassone non poteva sopravvivere alla Russia di Putin prima e
all’America di Trump poi.
Quell’ordine
aveva qualche possibilità di sopravvivere soltanto se gli Stati Uniti avessero deciso
di tenerlo in vita e di proseguire nel loro ruolo di garanti dell’architettura
globalista liberale che è stata eretta nel 1945.
Che
questa fase storica sia al tramonto è un fatto che può dirsi assodato.
Questo
però apre nuovi scenari e nuovi interrogativi sul prossimo futuro dell’Italia.
Una
volta che è venuta meno quella struttura i suoi peones nella forma degli attuali
partiti che
ormai sono poco più che grumi clientelari non possono più sussistere.
Questo
da molto tempo ha creato una situazione di assoluta incertezza e paura tra i
palazzi della politica perché la liquidazione dei vecchi garanti significa la
quasi certa fine di coloro che vivevano all’ombra di tale sistema da “bravi”
parassiti che trascinavano il Paese in una permanente crisi economica che
procede da anni per via dell’euro e dell’austerità che esso prevede, e da
ultimo nella campagna vaccinale che ha provocato la successiva ondata di
“malori improvvisi”.
Costoro
hanno eseguito gli ordini convinti che il vecchio ordine avrebbe trionfato e
ora si risvegliano “nudi” di fronte al venire meno delle passate certezze.
Si
moltiplicano le guerre tra bande e le inchieste incrociate tra i vari
protagonisti della politica perché d’ora in avanti tutti cercheranno di uscire
vivi da questa fase a spese degli altri compagni di viaggio, sui quali verrà addossata la colpa
del disastro in quella che sarà una generale e disordinata fuga dalla nave
della seconda Repubblica che affonda.
A
questo stato di generale crisi dell’anglosfera si deve aggiungere anche la
crisi dell’altro perno, dopo quello americano, di tale sistema,” la Gran
Bretagna”, la quale assiste impotente alla fine della dinastia dei Windsor.
Soltanto
qualche tempo fa sarebbe stato impensabile solamente ipotizzarlo, ma i vecchi signori del potere
mondialista continuano a cadere come birilli uno dopo l’altro.
Ieri
sono giunte notizie di altre dimissioni dei primi ministri irlandesi, gallesi e
vietnamiti mentre i reali inglesi sono ancora uccel di bosco.
È
praticamente fattuale affermare che il sistema politico italiano non potrà
sopravvivere a questa fase e ciò riporta alla precedente domanda.
Cosa
accadrà al Paese?
Se il
vecchio ordine anglosassone si sta estinguendo, non è affatto azzardato pensare
che si è sempre più vicini al tramonto della Repubblica a sovranità limitata
del 1946 e della sua Costituzione secolare redatta orgogliosamente da diversi
massoni.
Qualcuno
forse ancora non si è reso conto dell’assoluta importanza del periodo storico
attuale.
L’Italia, come il resto d’Europa, sta
assistendo alla fine della sua corrotta democrazia liberale.
Si è
una fase di transizione che non durerà ancora molto a lungo soprattutto alla
luce degli eventi in Ucraina che narrano di una strisciante guerra civile tra
Zelensky e i suoi oppositori e del sempre più vicino ritorno ufficiale di
Donald Trump.
I
cerchi si stanno chiudendo. Non c’è scampo per coloro che dipendevano dal vecchio mondo.
La
domanda su cosa attende dall’altra parte l’Italia è di difficile risposta ma si
può dire con relativa certezza che nessun sistema è peggiore di quello attuale in
dismissione in quanto esso è la peggiore dittatura possibile, quella degli
oligarchi,
che come parassiti privano il Paese delle sue risorse e le svendono ai mercati
di capitali internazionali.
Se
l’Italia è un Paese cattolico e se esso è la culla della cristianità mondiale
non può che cercare la risposta del suo futuro nel suo passato.
Soltanto
il recupero della tradizione potrà restituire la gloria perduta a questa
nazione.
E si
può anche cercare di intravedere meglio cosa c’è alla fine di questo guado
politico attraverso le parole di uno dei più grandi santi della storia
d’Italia, ovvero
padre Pio da Pietrelcina.
Il
santo predisse correttamente la fine della monarchia prima della guerra e il
suo successivo ritorno.
E fece
questa rivelazione persino ad un piccolo “Aimone di Savoia d’Aosta” che, i
lettori si tranquillizzino, non è il ramo degli altri Savoia, quello del recentemente scomparso
Vittorio Emanuele, già membro della massoneria.
La
conclusione del calvario politico che ha affrontato l’Italia potrebbe essere
proprio questa.
Gli
eventi storici sembrano lasciar davvero presagire una fine delle democrazie
liberali e delle sue corrotte dirigenze.
Se i
lettori non credono ai fatti storici attuali o se tra di loro c’è ancora
qualcuno che ama praticare l’esercizio masochistico e mendace di vedere sempre come
vincitori i signori del decaduto mondialismo, arrivando persino a metterli sopra
la Provvidenza, allora possono sempre affidarsi alle parole di San Pio da
Pietrelcina.
Si
ricordi sempre questo.
Alla
fine del calvario, c’è sempre la Resurrezione.
Un
nuovo documentario espone
il
ruolo di Big Pharma nel
mantenere
malati gli americani.
Lifesitenews.com
- Frank Wright – (Lun. 25 marzo 2024) – ci dice:
In un
nuovo documentario intitolato "SICK: Unmasking Big Medicine", “Tucker
Carlson” e il suo canale di notizie, il” Daily Caller”, esaminano gli effetti
devastanti che Big Pharma ha avuto sulla salute degli americani attraverso
antidepressivi, oppioidi e COVID.
(
LifeSiteNews ) — È emerso un nuovo documentario che indaga sul crollo della fiducia del
pubblico nell’industria sanitaria e farmaceutica.
Con
gli americani descritti come le persone “più prescritte e più diagnosticate”
della storia, il film intitolato “SICK: Unmasking Big Medicine”, prodotto dal “Daily
Caller” di “Tucker Carlson”, sostiene che non solo la “Big Medicine” americana
è un ostaggio dell’industria farmaceutica, ma sta effettivamente producendo
malattie fisiche e mentali per le quali fornisce le sue “cure” tossiche.
Il
documentario copre l’epidemia di prescrizione eccessiva di oppioidi e
antidepressivi, mostrando anche come il regime COVID, che ha devastato la
salute pubblica e la coesione sociale, sia stato creato per ripristinare la
fiducia del pubblico nell’attività screditata dell’assistenza sanitaria
americana.
Sostiene
inoltre che i “blocchi” siano stati utilizzati per promuovere “l’ideologia di
genere” presso un pubblico prigioniero di bambini scolarizzati tramite “Zoom”, aggravando il danno arrecato dalla
campagna di terrore e dall’eliminazione della vita sociale con la chiusura di
scuole e spazi pubblici.
Accordo
bipartisan?
Il
documentario si apre con le osservazioni di “Donald Trump”, che afferma:
“Per
generazioni il popolo americano è stato maltrattato da “Big Pharma e dal suo
esercito di avvocati e politici comprati e pagati”.
È
un’affermazione amplificata nelle osservazioni registrate del presidente “Joe
Biden”:
“Big
Pharma sta facendo pagare agli americani più di tre volte quello che fanno
pagare agli altri paesi, semplicemente perché potrebbero”.
Tra
queste due accuse contro la cosiddetta industria sanitaria, viene mostrato un
segmento di notizie in cui si accusa che in America “abbiamo la popolazione più
assistita, più disabile e più diagnosticata nella storia del mondo”.
La
sequenza di apertura del film si conclude con un'accusa credibile, secondo cui
la pratica sanitaria dominata dalle aziende farmaceutiche sta essa stessa
producendo malattie su scala nazionale.
“È la
medicalizzazione della vita ordinaria. Stiamo curando i problemi che creiamo”.
Una
crisi di fiducia.
Il
video cita il crollo della fiducia del pubblico nel sistema sanitario
statunitense, che è crollato del 10%, passando dal 44 al 34% tra il 2021 e il
2023.
Il regime covid ha aggravato la sfiducia del
pubblico nella medicina e nella “scienza” in generale, come sostiene il
documentario, citando crollo della fiducia pubblica nel sistema sanitario
statunitense, che è sceso del 10% dal 44 al 34% tra il 2021 e il 2023.
Una
pandemia prescritta.
La
portata della prescrizione di antidepressivi come “Zoloft” è enorme. Il film
passa a raccontare l’impatto della pandemia di prescrizione di antidepressivi
sulla vita degli individui.
“Blake
Guichet”, un ex studente, nonché ex direttore di banca “Tyler Todt”, raccontano
come le loro vite sono state cambiate da questo farmaco.
I medici ignorarono le loro questioni più
ampie, come la dieta e i problemi personali, passando immediatamente alla
prescrizione.
È un
percorso che può e finisce in tragedia.
Suicidio
su prescrizione.
Un
segmento di “Tucker Carlson” mostra la scioccante correlazione con un aumento
del tasso di suicidi negli Stati Uniti insieme all’aumento esponenziale della
prescrizione di antidepressivi.
Il
suicidio è, secondo “Carlson”, “forse l’indicatore più affidabile di tutta la
depressione”.
Tuttavia,
come riferisce, gli stessi antidepressivi sembrano intensificare la malattia
per cui erano stati forniti per curare.
"Nello
stesso periodo in cui le prescrizioni di “SSRI” sono aumentate del 3.000%, il
tasso di suicidio è aumentato del 35%", ha riferito.
Gli “SSRI”
– inibitori selettivi della ricaptazione della “serotonina “– erano un nuovo
tipo di antidepressivo introdotto per sostituire gli antidepressivi triciclici
alla fine degli anni ’80.
Il
loro meccanismo è quello di “inondare” il cervello di “serotonina”, un presunto
elemento “di benessere” della chimica del cervello.
Eppure
gli effetti collaterali, sebbene ben noti, erano sconosciuti a coloro a cui
erano stati consigliati dai loro medici.
Il
film si concentra su una storia di tragedia tra tante. In una sequenza
straziante, “Kim Witczak “racconta come suo marito” Woody “si è tolto la vita
dopo averlo visto subire cambiamenti di personalità profondamente inquietanti a
seguito della sua prescrizione di “Zoloft”, un comune antidepressivo.
"Il
6 agosto 2003 la mia vita è cambiata per sempre", ha detto.
"Ho
ricevuto una chiamata da mio padre dicendo che mio marito da dieci anni è stato
trovato impiccato alle travi del nostro garage, ed è morto all'età di 37
anni."
Quella
stessa notte fu identificata la probabile causa.
"Quella
notte il medico legale mi chiese se “Woody” stesse assumendo farmaci", ha
raccontato.
"E
l'unico farmaco che assumeva era Zoloft."
Ha
detto che il medico legale le ha detto che il farmaco potrebbe spiegare la
morte di suo marito.
“Conoscevo
“Woody”. Amava la vita.
Non
c’era alcuna possibilità che questo ragazzo si togliesse la vita”, si è
lamentata.
Descrive
di essersi rivolta a un gruppo di sostegno al suicidio, scoprendo che le
spiegazioni offerte erano che i suicidi di persone che assumevano “SSRI”
venivano "respinti", spesso con la confutazione che "erano
depressi", dopotutto.
Ha
scoperto che anche i gruppi di sostegno “ricevevano denaro dall’industria
farmaceutica”.
Anche
la “cura” terapeutica fa parte di questa industria di malattie artificiali.
Quando
il dolore è una malattia.
“Witczak”
andò quindi dal suo medico, che le disse: "Pensi di aver bisogno di
qualcosa?"
All'inizio lei non capì e rispose: "Penso che sia stato il farmaco
a ucciderlo".
Il suo
medico allora le diede un suggerimento inquietante.
"Pensi
di aver bisogno di qualcosa che ti aiuti con il dolore?"
“Witczak”
fu sorpresa di trovare il lutto classificato come una condizione che poteva
essere curata con lo stesso rimedio che ne era la causa.
“Non
dovrei farmi male? Voglio dire, mio marito è appena morto", ha detto,
ricordando la conversazione.
Il
dottore disse: "Beh, non è necessario".
“Witczak”,
che è diventata una “sostenitrice globale della sicurezza dei farmaci”, ha
raccontato come ciò l’abbia portata a indagare su come fosse possibile che “una formula così tossica “potesse
essere applicata come questione di pratica medica di routine.
Inizialmente,
disse che “non aveva idea” che gli “SSRI” come il “Prozac” e lo “Zoloft”
fossero stati collegati al suicidio nelle udienze della “Food and Drug
Administration” (FDA) nel 1991.
Una
storia trentennale di suicidio su prescrizione.
Il
film mostra filmati di membri del pubblico dell'epoca, con una donna che
incolpava l'“SSRI Prozac” per il suicidio di suo marito.
Conclude che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare
un “problema sistemico con il nostro sistema di sicurezza dei farmaci” che è
lacerato da “conflitti di interessi… una mancanza di trasparenza… e il potere
che hanno le aziende farmaceutiche”.
In un
filmato degli anni '90, “Tucker Moneymaker” racconta come "dopo aver preso
Prozac per 21 giorni" sua moglie sparò e uccise i loro due figli, prima di
puntare la pistola contro se stessa.
La “FDA”
sapeva trent'anni fa che gli “SSRI “hanno un "nesso causale" con
"il suicidio... e altri comportamenti violenti", ha affermato,
chiedendosi poi perché allora hanno approvato l'ondata di tali prescrizioni su
scala di massa.
“Pensavo
che la” FDA” facesse delle sperimentazioni. Non lo fanno.
Si
affidano agli studi sponsorizzati dal produttore [per i nuovi farmaci]”.
Non
solo i farmaci sono effettivamente approvati da coloro che li producono, ma gli
stessi antidepressivi non fanno nulla per affrontare la depressione.
Le proposte di vendita viste negli spot
televisivi del” comune antidepressivo Zoloft” non ne fanno menzione.
In uno, presente nel film, appare un simpatico
cartone animato che pubblicizza “Zoloft”, un “SSRI”.
Questo
aiuta a “inondare il tuo sistema con più serotonina” – un risultato che si
presume possa combattere la depressione.
Eppure
il film riporta un rapporto che mostra che la depressione non ha alcuna
relazione con i livelli di “serotonina”.
I
farmaci prescritti su larga scala alterano pericolosamente la chimica del
cervello, producendo sbalzi d’umore e gravi interruzioni delle risposte
emotive, compreso un “appiattimento degli affetti”.
Questo
è il termine psichiatrico per lo “stato simile a uno zombie” a cui spesso si
assiste in pazienti dipendenti da antidepressivi “SSRI”.
Questa condizione è di per sé un'indicazione
di gravi malattie mentali, come la schizofrenia e altri disturbi
psicotici.
Questi
farmaci vengono prescritti a più di un americano su dieci, con massicci aumenti
delle prescrizioni a bambini e giovani durante i blocchi per il COVID, e si
ritiene che il loro uso sia collegato a sparatorie di massa.
I farmaci funzionano, a quanto pare, ma stanno
lavorando per produrre una pandemia di miseria e morte prescritte.
Dipendenza
tramite prescrizione.
Passando
alla” crisi degli oppioidi”, un medico racconta come gli è stato prescritto l’”oppiaceo
Vicodin”, che ha semplicemente cancellato le sue ansie, portandomi a “una dipendenza di
quattro anni che mi ha quasi portato a perdere tutto, compresa la mia stessa “vita”.
Il
dottor Stephen Lloyd” si descrive come "un medico di medicina delle
dipendenze di Nashville, Tennessee".
Dice
di essere "considerato un esperto in questo campo" a causa del suo
trattamento a lungo termine dei tossicodipendenti e della sua dipendenza dagli
oppiacei derivante dall'uso di farmaci da prescrizione.
Dice
che le pillole “lo hanno semplicemente intorpidito”.
Un
altro segmento presenta il dottor “Charlie Fagenholtz”, un “medico olistico”,
che aiuta i pazienti dipendenti a “ridurre gradualmente” i numerosi farmaci dai
quali sono diventati dipendenti.
Sottolinea
che sono i farmacisti, e non i medici, a “conoscere veramente le interazioni
farmacologiche”.
"Questo
è un grosso problema, perché le persone non parlano con i loro farmacisti -
parlano con i loro medici - che non comprendono appieno i meccanismi per
prendere e smettere [di questi farmaci]."
“Fagenholtz”
fornisce una critica convincente alla teoria del trauma che vede le normali
risposte umane al dolore e allo stress classificate come un evento psicologico
– da correggere con i farmaci.
"La
medicina non ha realmente una soluzione per i traumi delle persone",
spiega.
Seguendo
la scienza.
Il
documentario descrive in dettaglio l’enorme campagna di propaganda che
accompagna il COVID-19, che si dice sia stata un tentativo di ripristinare la
fiducia del pubblico nella “scienza” dietro i consigli sulla salute pubblica e
nei giganti farmaceutici come Pfizer, che era stato colpito con un record di
2,3 multa da un miliardo di dollari per aver promosso una prescrizione
eccessiva.
Dopo
l’enorme scandalo della prescrizione di massa di oppioidi, il film sostiene che
il regime del Covid è stato un tentativo aggressivo di recuperare la reputazione di un
complesso medico-industriale corrotto e screditato.
Pur
chiedendo alla gente di “prendere il vaccino” – pressando un’iniezione
sperimentale di mRNA sulla popolazione,” Tyler Todt” osserva:
“Hanno combattuto più duramente per vietare l’
“ivermectina” che il “fentanil”.
Iniettare
la malattia.
Al
minuto 29 del film c'è una delle spiegazioni più chiare dei pericoli dei
“vaccini” a mRNA, spiegando come le iniezioni agiscono sulle cellule umane.
Le “proteine spike” introdotte sono
riconosciute come un “invasore estraneo”, che si attaccano principalmente a
organi e tessuti come “il tuo cuore, il tuo cervello e le tue ovaie”.
I
“vaccini” sono stati promossi da quella che “Fagenholtz “chiama “la campagna della paura definitiva”, rafforzata dall’insistenza sull’uso
delle mascherine.
“Fagenholtz” qui afferma che l’effetto
dannoso del terrore del pubblico – soprattutto dei giovani – si farà sentire
negli anni a venire.
Bloccato
nell’ideologia di genere.
Eppure
non è solo la paura ad essere usata come arma nell’opportunità unica offerta
dai lockdown per il Covid.
Con le
persone confinate in casa e sempre più dipendenti dagli schermi per le
informazioni, si è verificata una drammatica escalation nella trasmissione
della propaganda dell’“identità di genere” attraverso la scuola online.
“Dopo
il COVID c’è stato un cambiamento nell’insegnare ai bambini l’ideologia di
genere”, afferma il film.
I
programmi di educazione sessuale sono stati modificati per promuovere l’idea
che i bambini potessero cambiare il loro genere, accompagnato
dall’amplificazione online di pronomi come “loro/loro”.
Il
film presenta il caso in cui i lockdown sono stati sfruttati come
un’opportunità perfetta per amplificare il meccanismo di trasmissione del virus mentale
transgender,
un processo descritto come “contagio sociale”.
Il
business della malattia.
Questo
documentario è straziante, anche per coloro che hanno visto molto sulla linea
dello scetticismo sul covid e sui vaccini.
Si basa sull'osservazione fatta in “Epidemic
of Fraud” di “John Davidson”, secondo cui l'industria medica statunitense è completamente
corrotta,
per dimostrare che la medicina oggi negli Stati Uniti non è nel business delle
cure.
Esiste
iIl nuovo film "Epidemic of Fraud" che denuncia la massiccia
corruzione dovuta al COVID.
Gran
parte di esso sembra essere la monetizzazione della produzione di malattie
mentali e fisiche.
Il crollo della fiducia pubblica è
giustificato.
“Malato”
è un nome appropriato per un settore che non fornisce né salute né assistenza,
al di fuori dei profitti redditizi che fornisce ai suoi azionisti.
Potete
chiedere al Congresso USA di indagare sull’aumento dei tassi di mortalità in
eccesso.
Si può
richiedere il trailer gratuito di “SICK: Unmasking Big Medicine”.
“Putin”
rilascia una nuova dichiarazione
sul massacro di Crocus, dice che
l'Ucraina molto probabilmente
è dietro di essa.
Unz.com - ANDREW ANGLIN – (26 MARZO 2024) – ci
dice:
I
terroristi sono fuggiti dal luogo dell'attacco nella stessa auto con cui sono
arrivati.
Era
un'auto molto evidente, bianca con il tetto nero.
Le
forze russe hanno seguito l'auto, non fermandola immediatamente, perché
volevano vedere dove stava andando.
Alla fine, hanno fermato l'auto nella foresta,
dove sapevano che i terroristi non potevano uscire e uccidere altre persone o
prendere ostaggi.
Ma hanno fermato l'auto solo dopo che è stato
chiaro che era diretta verso il confine con l'Ucraina.
Questo
“massacro di Crocus “è stato diverso da praticamente ogni attacco terroristico
che abbiamo visto in passato, poiché gli aggressori non avevano pianificato di
morire durante l'attacco.
Di solito, l'intero scopo di un attacco
terroristico è che gli aggressori muoiano come "martiri".
Queste persone affermano di essere state
pagate e che ovviamente intendevano sopravvivere.
Il
fatto che stessero guidando verso l'Ucraina significa che qualcuno ha detto
loro che l'Ucraina li avrebbe fatti entrare.
Chiaramente
ci credevano.
Questi
ragazzi sono stati tutti torturati, cosa che ovviamente sarebbe accaduta, e
sarebbe stato molto più logico morire semplicemente durante l'attacco,
soprattutto se sono veri "terroristi islamici" che credevano di avere
“72 vergini in paradiso” se muoiono uccidendo persone a caso.
La
Russia afferma che l'Ucraina stava aprendo loro un valico di frontiera.
Mi
sembra che il problema sia risolto.
“RT”:
L'attacco
terroristico mortale al “municipio di Crocus “è stato un chiaro tentativo di
intimidire la Russia e servire gli interessi del governo ucraino, ha detto
lunedì il presidente russo Vladimir Putin.
Più di
130 persone sono state uccise nella sala concerti a nord-ovest di Mosca venerdì
sera, quando diversi uomini armati hanno iniziato a sparare sulla folla e hanno
incendiato la sala.
Parlando con le forze dell'ordine e i
funzionari regionali lunedì sera, Putin ha sostenuto che l'atrocità si adattava
al modello di azioni di Kiev.
"
Questa atrocità potrebbe essere solo un anello di tutta una serie di tentativi
da parte di coloro che combattono il nostro Paese dal 2014, usando il regime
neonazista di Kiev come loro mano", ha detto Putin.
(…)
Gli “Stati
Uniti” e l'”UE” hanno rapidamente insistito sul fatto che l'Ucraina non aveva
nulla a che fare con l'attacco e che l'ISIS-K, un gruppo oscuro che
preferibilmente operava in Afghanistan e in Asia centrale, era l'unico
colpevole.
Gli
Stati Uniti hanno annunciato che "l'Ucraina non l'ha fatto"
esattamente 55 minuti dopo la fine dell'attacco.
Come hanno
fatto a saperlo?
Quell'annuncio
è solo un'ulteriore prova non solo che l'Ucraina l'ha fatto, ma che gli Stati
Uniti sapevano che l'Ucraina lo ha fatto.
I
servizi di sicurezza russi hanno arrestato una dozzina di sospetti, tra cui
sette presunti colpevoli, intercettati mentre guidavano verso il confine con
l'Ucraina.
Sono
stati identificazioni come cittadini tagiki.
Parlando
lunedì sera, Putin li ha descritti come "islamisti radicali".
Una
domanda a cui deve rispondere è perché i terroristi si sono diretti verso
l'Ucraina dopo aver effettuato l'attacco, ha detto Putin.
"Chi li aspettava lì?
È chiaro che chi sostiene il regime di Kiev
non vuole essere complice e sponsor del terrorismo.
Ma rimangono molte domande", ha aggiunto.
Mentre
la Russia sa chi ha premuto il grilletto, ha detto il presidente, Mosca deve
ancora scoprire chi ha dato l'ordine.
Tuttavia, ha chiarito che Kiev è il suo
principale sospettato.
Mentre
l'esercito ucraino perde in prima linea, Kiev ha tentato di sfondare il confine
russo, ha bombardato i civili a Belgorod e ha lanciato missili sulla Crimea, ha
osservato Putin durante l'incontro.
Tutte queste azioni "creano una sequenza
logica per un attacco terroristico", cercando sia di intimidire la Russia
che di rafforzare il morale interno, in modo che gli ucraini continuino a
"obbedire agli ordini" di Washington e continuino a combattere, ha
aggiunto.
Questo
è esattamente quello che ho detto ieri.
Ho
notato che “Victoria Nuland”, in visita a Kiev alla fine di gennaio, ha parlato
di "belle sorprese" per la Russia.
Si dà il caso che lo abbia ripetuto il 22
febbraio, questa volta dicendo che ci sarebbero state "brutte
sorprese".
È
possibile che molti negli Stati Uniti siano preoccupati per la direzione che
sta prendendo la situazione.
Nei giorni precedenti l'”attacco al Crocus”,
gli americani imploravano gli ucraini di smettere di attaccare le raffinerie di
petrolio russe.
L'Ucraina
ha detto no.
Ciò è
probabilmente legato al licenziamento di “Victoria Nuland” da parte del
Dipartimento di Stato all'inizio di questo mese:
la “situazione in Ucraina stava andando fuori
controllo” e lei era la figura principale dietro la spinta per una costante
escalation.
L'”attacco
di Crocus “potrebbe essere stato qualcosa che “Nuland” aveva pianificato prima
di essere licenziata.
In
effetti, avrebbe potuto essere sorpresa a pianificarlo da altri a Washington,
ed essere licenziata perché lo stava pianificando, e poi l'Ucraina avrebbe
potuto andare avanti con esso.
Questa
è ovviamente una speculazione, ma certamente si adatta a ciò che sappiamo in
questo momento, e si adatta a queste dichiarazioni della “Nuland” che stava
pianificando una "sorpresa" per la Russia.
Indipendentemente
dai dettagli:
gli assassini stavano guidando verso l'Ucraina.
L'Ucraina stava aprendo un valico di frontiera.
Il regime di Kiev è responsabile.
Se
queste persone fossero seriamente islamiche, attaccherebbero Israele.
Vorrebbero anche morire durante il loro attacco invece
di essere torturati e mandati in prigione e poi morire ancora (la Russia sta per ripristinare la
pena di morte per questi).
"ISIS-K"
non è nemmeno una cosa reale.
È solo
un nome in codice per “i terroristi controllati dalla CIA” che attualmente
molestano i talebani.
Quando
gli Stati Uniti vengono scoperti e dicono "non è l'Ucraina, è
l'ISIS-K", stanno dicendo "non è la nostra risorsa #1, è la nostra
risorsa #2".
Questo
attacco è troppo oltraggioso, troppo intollerabile.
Gli ucraini devono pagarne le conseguenze.
La
Guerra Bianca, tre potenze
nucleari
alla conquista dell'Artico.
Rainews.it
– Pierluigi Mele – Marzio Mian - (01/12/2023) – ci dice:
Una
terra che straborda di risorse e ricchezze naturali e che diventa sempre più
strategica.
Ce ne
parla “Marzio Mian”, esperto di geopolitica e autore del saggio “Guerra Bianca.
Sul fronte Artico del conflitto mondiale”
Lo
stretto di Bering diventerà sempre più cruciale per la questione del traffico
marittimo, perché è da lì che si entra o si esce dall’Artico in navigazione
sulla rotta Asia-Europa e quindi è sempre più densamente trafficato e sempre
più sensibile dal punto di vista strategico.
Con il giornalista “Marzio Mian”, esperto di
geopolitica e autore del saggio “Guerra Bianca. Sul fronte Artico del conflitto
mondiale”, facciamo il punto su questo scenario sempre più strategico per le
grandi potenze.
Marzio
Mian, se ne parla poco rispetto alla grande sfida geopolitica che lo scenario
artico produrrà nei prossimi anni, ma perché l'Artico è sempre più strategico?
Rispetto
a quando ho iniziato a occuparmi dell’Artico 10-12 anni fa, se ne parla di più.
Io ero l’unico in sostanza che si occupava di
Artico soprattutto sul campo, se ne parlava dal punto di vista scientifico e
anche geopolitico ma tra studiosi, io ho cominciato a raccontare questa
travolgente trasformazione dell’Artico sul campo e cioè le conseguenze del
cambiamento climatico dal punto di vista politico, sociale, economico, etico.
Praticamente
mi ero reso conto che eravamo di fronte a un nuovo mondo, quasi una nuova
scoperta dell’America, un nuovo continente che improvvisamente si affaccia
nella grande storia dell’umanità, una parte del mondo che era ibernata nella
storia, sempre uguale, e anche idealmente piaceva che ci potesse essere nel
nostro mondo complesso e problematico, e anche inquietante, un posto invece
sempre uguale a sé stesso, ibernato nella storia.
E invece questo mondo si è messo in moto e
quindi oggi è un tema dominante, se si esclude la cronaca che è quella della
guerra in Ucraina e in Medio Oriente.
Però è
forte la percezione a diversi livelli che questo sarà un tema sempre più
importante nei prossimi anni.
Soprattutto
tutto è cambiato con il febbraio 2022 con l’invasione dell’Ucraina perché
appunto le prime ripercussioni di uno scontro, di una terza guerra mondiale
diciamo, dove oltre appunto a uno scontro armato che è quello dell’Ucraina, ci
sono anche altri scontri al livello strategico, culturale, anche religioso,
dove è andato in crisi l’equilibrio internazionale, questo si è visto molto
nell’Artico, che anche durante la guerra fredda è stato un teatro di sfida, il
famoso film “Caccia a ottobre rosso”, dove Stati Uniti e Unione sovietica
giocavano al gatto e il topo con i sommergibili, però era comunque un’area che
rimaneva ancora fuori dalle aree più calde del mondo dal punto di vista
militare e strategico.
Una
regione del mondo in sostanza quasi condannata alla pace.
Rimase famoso il “discorso a Murmansk” nel
1987 in cui “Gorbačëv”, che rappresentava già la parte perdente della guerra
fredda, fece un appello perché l’Artico rimanesse un luogo di pace.
Poi
c’è il “Consiglio Artico” che è questo “organismo intergovernativo “di cui fino
a pochi anni fa nessuno sapeva dell’esistenza che invece man mano che il
ghiaccio si scioglieva è diventato sempre più importante e frequentato fino al
livello dei Ministeri degli Esteri, “Hilary Clinton” e “Lavrov”, piuttosto che “Pompeo”
e di nuovo “Lavrov2.
Questo “Consiglio Artico” che si occupava di
gestire le questioni dell’Artico, esclusa quella della sicurezza, ma tutte
quelle ambientali, di gestione intergovernativa per la pesca, l’ambiente, le
nuove rotte.
Questo
“patto del ghiaccio” ha retto anche durante l’annessione della Crimea (2014),
ci furono delle sanzioni ma” il Consiglio Artico” tenne.
Questo
non è accaduto con l’Ucraina:
quel
patto del ghiaccio è diventato una nuova cortina di ghiaccio dove “le nazioni
occidentali del Consiglio Artico” hanno interrotto i rapporti con” la Russia
(ricordiamo che la Russia occupa il 52% delle coste artiche ed è la potenza
artica storica sin dal 700 con Pietro il Grande) e questo è stato un segnale
netto di un salto di qualità rispetto all’importanza dell’Artico per la
sicurezza internazionale e della sua importanza strategica di prima grandezza.
Per varie ragioni lunghe da spiegare, è il
luogo dove si trovano circa il 40% delle materie prime non ancora sfruttate del
pianeta e poi è un’area contesa per ragioni logiche perché l’uomo ha sempre
approfittato dei cambiamenti climatici nella sua storia e anche in questo caso,
in un mondo sempre più desertificato, sovraffollato e alla ricerca di risorse,
ecco che si presenta questa opportunità.
Nel
momento in cui “la Russia è il nemico pubblico numero uno dell’Occidente”,
l’Artico è il baricentro del potere russo dal punto di vista energetico,
economico, militare, strategico.
Come
mi è stato detto al “Dipartimento di Stato” l’artico è il bancomat di Putin che
gli permette di finanziare le guerre, e la sua visione neo imperiale.
Ma soprattutto i russi non permetteranno mai
che venga messa in discussione la sua sovranità perché appunto colpire la
Russia nell’Artico significa minacciare l’esistenza della Russia tout-court.
L’Artico
russo confina con la “NATO” nel mare di Barents e quindi tra Norvegia/Artico
europeo e Artico occidentale russo è dove c’è la più alta concentrazione
militare e di testate nucleari al mondo.
È
chiaro che ci sono tutte le condizioni perché l’Artico diventi il protagonista,
l’area segnata in rosso per i prossimi anni, ma lo è già da parte anche degli
americani che si sono mossi in ritardo rispetto ai russi per il dominio della
regione, hanno un po’ sottovalutato negli anni passati l’importanza dell’area
nonostante i continui richiami dei norvegesi e non solo per un impegno
maggiore, fatto sta che oggi l’Artico è in cima ai pensieri degli Stati Uniti.
Poche
settimane fa a “Reykjavik “durante il” Forum sull’Artico”, che è una specie di “Davos
dell’Artico”, l’ammiraglio “Rob Bauer”, capo del Consiglio Militare della NATO,
ha detto che c’è un altissimo rischio di conflitto nell’Artico.
Ha citato i test dei missili” ipersonici russi”,
dei “Poseidon nucleari”, e poi soprattutto l’alleanza tra Russia e Cina che
nell’Artico è un dato di fatto.
Diciamo
che l’amicizia cosiddetta illimitata tra “Xi Jinping” e “Putin” riguarda quasi
totalmente l’Artico:
per la
questione energetica la Cina ha bisogno soprattutto del gas liquido naturale,
per le nuove rotte, che sono la scorciatoia della globalizzazione e per la Cina
sono fondamentali perché la Cina è già al monopolio con il dominio sul 90% del
traffico marittimo internazionale nei mari cinesi.
A
maggior ragione visto anche il conflitto in Medio Oriente e i rischi anche del
transito tradizionale via Suez, Russia e Cina sono ancora più determinate a
investire e sviluppare la rotta artica, la “Northern Sea Route”, che i cinesi
chiamano “la via della seta polare”.
Quindi
energia, traffico marittimo, pesca:
il
pesce è la proteina più richiesta al mondo e l’Artico sta diventando l’oceano
più pescoso del mondo perché molti stock di pesci preziosi e pregiati fanno
rotta verso nord in cerca di acque più fredde quindi già oggi circa il 50% del
pesce dell’Artico americano è nel mercato americano e lo stesso per il mercato
europeo, e sarà così sempre di più.
Quindi
dal momento in cui si aprono nuove acque internazionali con lo scioglimento dei
ghiacci e con la tecnologia che aiuta questo processo, queste acque sono sempre
più accessibili e quindi le navi fabbrica cinesi, coreane e giapponesi saranno
sempre più presenti in quelle acque.
Bisognerà
capire quanto Stati Uniti, Canada, Norvegia, accetteranno questa presenza.
Comunque per gli Stati Uniti quello della pesca è uno
dei temi più sensibili dal punto di vista delle possibili crisi, dei possibili “casus
belli”, soprattutto le Svalbard, dove i russi sono sempre più attivi nella loro
parte con pescherecci più o meno veri e più o meno finti, con una certa
determinazione a fare delle” isole Svalbard” un “cavallo di Troia nell’Artico
chiamiamolo della NATO”.
Quali
sono le grandi risorse materiali che fanno dell'Artico la più grande riserva
del mondo?
E in
quali aree sono collocate?
L’Artico
russo è un po’ il bancomat di Putin, come ho già detto, la “penisola di Yamal”è
l’Arabia Saudita dell’Artico, circa l’80% del gas liquido naturale del mondo
viene da lì e il 40-42% delle esportazioni di idrocarburi russe derivano
dall’Artico.
Ed è solo una piccola parte quella che viene
sfruttata perché ci sono grandi bacini ancora inesplorati.
Poi del pesce ne abbiamo parlato.
Nell’artico
russo ci sono i materiali fondamentali per le batterie elettrice (nichel,
cobalto) che continuano ad essere sfruttate ed esportate anche in Europa, sono
esenti da sanzioni (paradossalmente ma non tanto paradossalmente, sono le
ipocrisie della nostra epoca, anche il gas liquido naturale continua a arrivare
in Europa).
L’Artico
è fondamentale per la Norvegia che è un emirato del nord e tra nord Atlantico
ma soprattutto il mare di Barents, la Norvegia è una potenza petrolifera e sta
aprendo nuove concessioni nell’Artico e l’ENI è un grande attore per
l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio e del gas nel mare di Barents
norvegese.
L’elenco è lunghissimo.
La
Groenlandia sicuramente ha un ruolo centrale nella questione delle risorse
dell’Artico, perché parlando per esempio delle terre rare detiene il 25% delle
terre rare del pianeta, oltre che l’uranio, i metalli preziosi e le pietre
preziose e quindi è un’isola molto contesa.
Fino a 2 anni fa la Cina era l’interlocutore
privilegiato degli” Inuit” (ricordiamoci che la Groenlandia pur essendo
indipendente fa ancora parte del regno di Danimarca, anzi rappresenta il 90%
del regno di Danimarca, Danimarca che è nazione “NATO”), ma in 2 anni gli
americani hanno scalzato i cinesi e hanno riacquistato, anche tramite la
Danimarca messa sotto pressione, quell’influenza che avevano durante la guerra
fredda con le loro basi in Groenlandia, ma oggi gli Stati Uniti sono
determinati ad avere una posizione di privilegio e di “team maker” in
Groenlandia sia dal punto di vista dello sfruttamento delle terre rare, dove
hanno messo in campo anche i pezzi da 90 del capitalismo digitale americano, “Bill
Gates”,” Jeff Bezos”, che gestiscono quella che potrebbe essere la più
importante miniera di terre rare in Groenlandia.
Gli
Stati Uniti hanno anche aperto una sede diplomatica a “Nuuk”, la capitale
groenlandese, quindi sì la posta in gioco è enorme.
Io descrivo sempre la Groenlandia come un nuovo Congo, un’isola dove ci si contende il
bottino.
Vediamo
ciascuna potenza.
Incominciamo
dalla Russia. Sappiamo che Vladimir Putin vuole il Primato della Russia
nell'Artico.
Come
si sta muovendo in questo scenario?
Putin
è costretto ad allearsi alla Cina perché appunto, venendo a mancare con le sanzioni
il” know how” e l’aiuto delle grandi aziende occidentali per lo sviluppo delle
infrastrutture legate allo sfruttamento di gas e petrolio nell’Artico, la
Russia si è rivolta alla Cina che già aveva investito moltissimo negli anni
scorsi, circa dai 30 ai 40 miliardi di dollari fra porti, impianti, etc.
Addirittura
il “porto di Sabetta” di nuovo nella” penisola di Yamal” è stato finanziato
quasi tutto con le banche di Stato cinesi, ma oggi la Cina è il partner
fondamentale, tanto è vero che io poi penso sia un po’ un’ipoteca:
la
Russia sta ipotecando il suo Artico e la Cina sta ad attendere, se le cose
dovessero andar male per la Russia, la Cina incasserà.
Comunque
c’è anche dell’ansia militare, ci sono manovre navali congiunte anche davanti
alle coste americane, nel mare di Bering ci sono state almeno due manovre
navali tra russo- cinesi e quindi Putin continua a sfruttare l’Artico con nuovi
investimenti, anche un impianto, il secondo più grande di “LNG” che stava a “Murmansk”
che non era completato è stato completato dai cinesi.
Oggi è
sotto sanzioni, da un paio di settimane è stato messo sotto sanzioni da parte
degli Stati Uniti, ma è stato completato.
Poi la
costruzione di 40-50 nuove basi, alcune riadattate, comunque negli ultimi 10
anni praticamente sono tra 40-50 basi di vario tipo, da basi aeree, operative,
missilistiche, piuttosto che di stoccaggio di testate nucleari, la flotta del
nord è ancorata nel Mar Bianco.
Quindi presenza militare massiccia con
armamenti sofisticati che non sono certo quelli che si sono visti un Ucraina,
la gioielleria è ancora nell’Artico.
Nell’Artico
i russi continuano a fare grandi manovre militari, in territori estremamente
ostili e quindi anche con grande dispiego di mezzi e finanziamenti.
Insomma
uno sforzo enorme perché come dicevo è il baricentro della potenza russa.
Come
rispondono gli Usa a questo espansionismo artico dei totalitarismi?
Hanno una strategia “polare”?
Sì,
gli americani hanno una strategia polare soprattutto negli ultimi tempi.
Hanno
reso noto e divulgato una dottrina dove si evidenzia l’importanza strategica
cruciale dell’Artico per gli Stati Uniti e per l’Occidente e dove si parla però
non solo di Russia, ma anche moltissimo di Cina.
Gli Stati Uniti sono molto preoccupati del
ruolo crescente della Cina sotto vari aspetti, in prospettiva anche quello
militare.
Come
dicevo è già in atto nell’alleanza con la Russia, ma anche la presenza militare
navale dei cinesi è contemplata.
La
differenza con la Russia in termini di rompighiaccio è enorme: diciamo che una
potenza artica si definisce un po’ in base al numero di rompighiaccio nucleari,
i russi ne hanno oltre 40 con 2 o 3 in costruzione in questo periodo, gli Stati
Uniti ne hanno 2, la Cina se non sbaglio ne ha una decina.
La
Nato ha sufficiente capacità di deterrenza in questo scenario?
La
NATO ha sempre più un’attrazione nordica, appunto con l’entrata della “Finlandia”
e della “Svezia” la NATO evidentemente concentra il suo impegno nell’area nord
orientale dell’Occidente e quindi” mare di Barents”, dove si susseguono grandi
manovre, dove anche recentemente è arrivata “la più grande portaerei del mondo,
la Ford”, dove tra l’altro i paesi scandinavi, la cosiddetta alleanza del nord
tra Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, hanno messo insieme una capacità
di difesa area impressionante con un numero di caccia importante.
“Stoltenberg”
è stato recentemente in Canada nell’Artico canadese a dare messaggi molto forti
sia alla Russia che alla Cina e nell’Artico americano Stati Uniti e Canada
stanno collaborando con brigate artiche congiunte, anche aeree, e quindi anche
gli americani stanno aumentando massicciamente la loro presenza in Alaska,
stanno riaprendo le vecchie basi della guerra fredda, anche con brigate di
paracadutisti.
L’Unione
Europea che ruolo ha?
L’Unione
Europea conta pochissimo, i suoi impegni sono scientifici.
C’è una tensione importante in Groenlandia nel
tentativo di non rimanere spiazzati nella corsa per le terre rare perché anche
l’Unione Europea è consapevole che quella può essere una risorsa con cui
emanciparsi dalla dipendenza cinese rispetto ai semiconduttori e ai metalli
preziosi.
Per il
resto c’è la presenza nella NATO, addirittura l’Italia con gli alpini ha
sviluppato una collaborazione ben specifica sia con gli americani che con i
norvegesi per la sua esperienza nella guerra bianca, quindi le truppe alpine
sono sempre invitate a queste grandi manovre.
L’Europa
è abbastanza fuori dal tavolo che conta per il futuro dell’Artico.
Ultima
domanda: quali
fattori potranno scatenare tensioni e pericolosi rischi di conflitto?
Dicevo
appunto la questione della pesca che può innescare delle crisi e poi ci sono le
“Svalbard”, che tratto nel capitolo del mio libro dedicato all’arcipelago che
scotta, perché il “trattato delle Svalbard che risale al 1928” è datato e
anacronistico e anche lacunoso, e quindi si presta ad essere sfidato.
È complesso spiegare come funziona la
questione della sovranità norvegese, come i norvegesi abbiano deciso anche
unilateralmente di allargare anche alle Svalbard la legge del mare, quindi lo
sfruttamento del mare, la pesca, e quindi questo viene messo in dubbio prima di
tutto dalla Russia, ma anche da parte dell’Occidente ci sono delle perplessità
e dei timori riguardo la tenuta di quel trattato e delle sue interpretazioni
norvegesi.
Poi
una zona molto calda è sicuramente lo “stretto di Bering” perché è dove Stati
Uniti e Russia confinano, tra l’altro un confine neanche definito perché non è
mai stato sottoscritto dall’Unione Sovietica prima e dalla Russia dopo, quindi
è ancora un confine marittimo possibilmente impugnabile, dove ci sono sconfinamenti
quotidiani di caccia, dove ci sono state queste manovre russo-cinesi.
Poi lo
“stretto di Bering” diventerà sempre più cruciale per la questione del traffico
marittimo, perché è da lì che si entra o si esce dall’Artico in navigazione
sulla “rotta Asia-Europa” e quindi è sempre più densamente trafficato e sempre
più sensibile dal punto di vista strategico.
Intelligenza
artificiale, il Garante
privacy
avvia istruttoria su “Sora”
di “OpenAI.”
Privacy.it
– Redazione – (8-3-2024) – ci dice:
Chieste
alla società informazioni su algoritmo che crea brevi video da poche righe di
testo.
Il
Garante Privacy ha avviato una istruttoria nei confronti di “OpenAI”, la
società statunitense che nelle scorse settimane ha annunciato il lancio di un nuovo modello di
intelligenza artificiale, denominato “Sora”, in grado, da quanto annunciato, di
creare scene dinamiche, realistiche e fantasiose, partendo da poche istruzioni
testuali.
Considerate
le possibili implicazioni che il servizio “Sora” potrebbe avere sul trattamento
dei dati personali degli utenti che si trovano nell’Unione europea e in
particolare in Italia, l’Autorità ha chiesto ad “OpenAi” di fornire una serie
di chiarimenti.
Entro
20 giorni, la società dovrà precisare se il nuovo modello di intelligenza
artificiale sia un servizio già disponibile al pubblico e se venga o verrà
offerto ad utenti che si trovano nell’Unione Europea, in particolare in Italia.
“OpenAI”
inoltre dovrà chiarire al Garante una serie di elementi:
le
modalità di addestramento dell’algoritmo;
i dati
raccolti ed elaborati per addestrarlo, specialmente se si tratti di dati
personali;
se tra questi vi siano anche particolari
categorie di dati (convinzioni religiose, filosofiche, opinioni politiche, dati
genetici, salute, vita sessuale);
quali
siano le fonti utilizzate.
Nel
caso in cui il servizio venga o verrà offerto a utenti che si trovano nell’Ue,
il Garante ha chiesto in particolare alla società di indicare se le modalità
previste per informare utenti e non utenti e le basi giuridiche del trattamento
dei dati forniti di quanti accedono al servizio siano conformi al Regolamento
europeo.
(Roma,
8 marzo 2024)
Nuovo
mondo:
una
guerra di troppo?
Ispionline.it
– Sara Cristaldi – (9 Dic. 2023) – ci dice:
Il
conflitto” Israele-Hamas” può essere il punto di partenza per mettere ordine
nell’attuale disordine geopolitico.
E superare l’architettura internazionale
creata all’indomani della Seconda guerra mondiale.
Il
nodo di leader all’altezza di una sfida storica.
Dal
Pacifico al Mediterraneo:
improvvisamente, con lo scoppio della guerra
Israele-Hamas, il centro del mondo è tornato al passato.
Doveva essere il “Secolo Asiatico” corroborato
dalla crescita geopolitica e geoeconomica dell’“Indo-Pacifico”.
Ma, in tempi di fratture e crisi permanente
dell’ordine internazionale costituito dopo la Seconda Guerra mondiale, può
anche accadere di essere fuorviati nelle analisi e nelle previsioni
dall’attuale disordine multipolare.
Come anche dalle contraddizioni di un Occidente a
guida americana che pure pareva aver ritrovato unità di intenti a fronte della
sfida russa per l’Ucraina e la sfida cinese per la leadership mondiale.
Il” pivot to Asia” USA è al momento passato in secondo
piano proprio a causa di Ucraina e Gaza.
Il
Medio Oriente è di nuovo prioritario nell’agenda della politica estera di
Washington.
E il
“processo di pace degli Accordi di Abramo” è stato spazzato via (almeno per
ora) da Hamas e i suoi sostenitori (Iran in prima linea).
L’Europa,
sempre alla ricerca di un’identità più forte sulla scena internazionale, si è
ritrovata da un giorno all’altro avvolta nella spirale di ben due fronti
bellici:
a Est e a Sud, con il rischio che
un’escalation militare in Medio Oriente porti a una vera e propria guerra
regionale.
Con
tutte le conseguenze del caso sul fronte di sicurezza e rotte commerciali
vitali per un’economia già in difficoltà e dalla vocazione trasformatrice.
Una
cesura storica?
Uno
scacchiere complesso e pericoloso, in verità, per tutti gli attori
internazionali: Re, Regine o pedoni che siano.
Eppure,
dopo la pandemia e la sfida di Putin alle porte dell’Europa, proprio la nuova
guerra mediorientale potrebbe costituire una cesura storica.
Il
mondo si ritrova ad affrontare una crisi geopolitica potenzialmente più
impattante dal punto di vista globale della stessa guerra ucraina, retrocessa
oggi a confitto “locale” europeo.
Un
altro tassello della “depressione geopolitica”, come l’ha definita “Nouriel
Roubini”, che potrebbe avere pesanti ripercussioni economiche e finanziarie con
un ulteriore esplosivo aggravamento delle diseguaglianze, nei Paesi e tra
Paesi.
Un
punto di non ritorno?
Per uscirne oggi diventa imperativo affrontare
i problemi e mettere ordine.
Al
passo con i tempi ma soprattutto rinunciando a parametri del passato.
A
fronte del disordine globale, c’è chi dice che occorre una “nuova Yalta”, la
conferenza in terra di Crimea con cui “Roosevelt”, “Churchill” e “Stalin” (nel
bene e nel male) nel 1945 posero le basi del mondo post – Seconda guerra
mondiale ma anche della Guerra Fredda.
Significa
però rifarsi a un contesto ben diverso da quello attuale.
E
molto diverso è anche il contesto della cosiddetta “Guerra Fredda 2.0”, se così
la si può chiamare:
oggi
il “nemico numero 1” degli USA e dell’Occidente, la Cina superpotenza politica
ed economica pur in difficoltà, non è certo l’URSS, potenza militare ma nano
economico dei suoi tempi.
Soprattutto
il mondo vive una crisi di leadership:
per
citare Henry Kissinger in uno degli ultimi libri della sua lunga vita
(“Leadership: Six Studies in World Strategy”), a differenza del secolo scorso
non ci sono grandi statisti che possano non solo risolvere i problemi attuali,
ma che possano cambiare la Storia.
Se ci
sono, si può aggiungere, appartengono a realtà non protagoniste nel Novecento,
che oggi portano avanti interessi propri e di chi vuole avere più voce in
capitolo nel Terzo millennio.
Una
sfida definitiva al “Washington Consensus”, alla ricerca di un “nuovo e più
equo ordine mondiale” basato su regole possibilmente condivise.
Una
sfida tra democrazie e poteri autocratici.
Ma
quali i possibili scenari? E chi si siederà al tavolo di trattative ormai difficilmente
rinviabili?
Nuovi
elettori, vecchie contraddizioni.
Particolare
influenza sugli sviluppi futuri potrebbero avere gli esiti delle più di 70
elezioni che nel 2024 coinvolgeranno per la prima volta nella storia più di 4,2
miliardi di persone:
dall’Unione
Europea al Regno Unito, dall’India all’Indonesia, dal Messico alla attesissima
Taiwan, per citarne solo alcune.
Rispetto
al passato, gli elettorati sono però molto cambiati:
in tanti Paesi (specie in Africa) oggi viene
messo in dubbio il reale funzionamento della democrazia stessa e del libero
mercato.
A
causa anche di un Occidente più debole che, vittima delle sue contraddizioni,
non ha saputo o potuto salvaguardare la legittimità delle istituzioni
internazionali (ONU in testa con la sua corruzione!) e delle loro regole:
lo sottolineano su “The Economist “anche lo
storico “Niall Ferguson” e l’ex Segretario di Stato USA “Condoleezza Rice”.
Molte
di queste elezioni non saranno libere né regolari.
In
ogni caso, innegabilmente la Storia verrà scritta dalle presidenziali USA del
prossimo novembre:
l’eventuale
ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca viene considerato catastrofico per il
futuro delle democrazie, un solco profondo tra l’America e il mondo in generale.
Con tutte le conseguenze del caso per la
bilancia degli equilibri internazionali.
Economia:
la sfida di “Brics+” e “Global South”.
Cambiati
sono anche i pesi sulla bilancia dell’economia globale, che pende verso le
nuove economie emerse o emergenti del cosiddetto “Global South”.
In
effetti per la prima volta dal 19° secolo la quota sul Pil mondiale
dell’Occidente industrializzato è scesa nei dintorni del 50%.
Fa proseliti il gruppo dei BRICS (Brasile,
Russia, India, Cina, Sudafrica) che coi nuovi ingressi (Arabia Saudita, Emirati
Arabi, Iran, Egitto, Etiopia e forse Argentina) peserà per il 46% della
popolazione e il 29% del Pil mondiali.
E dal
BRICS+ è partita la sfida al sistema internazionale a guida USA. Obiettivi
dichiarati:
il
sistema economico- finanziario disegnato a Bretton Woods dai potentati
economici del secolo scorso, la supremazia di re dollaro e dei pagamenti
internazionali ad esso collegati, il potere del G7.
Turchia
e India sottoscrivono.
Data
l’eterogeneità e le contraddizioni degli sfidanti, la minaccia per ora è
contenuta.
Ma il
cammino è avviato.
Le
ambizioni delle potenze emergenti (dalla Turchia all’Arabia Saudita, dagli
Emirati Arabi all’Indonesia…) potrebbero mettere benzina nel motore.
Le
regole di una nuova mappa geopolitica.
Se non
si troverà una via d’uscita, gli anni Venti del Terzo millennio sono dunque
destinati a essere pericolosi sul piano politico come economico.
Riserveranno
però anche sorprese positive.
La
transizione energetica sta già facendo nascere nuove superpotenze green e la
competizione per i materiali strategici ridisegnerà la mappa geopolitica e gli
scambi globali.
Sul
fronte della transizione tecnologica, la rivoluzione dell’Intelligenza
Artificiale favorirà chi prima saprà sfruttarne i vantaggi competitivi:
istituzioni, imprese e cittadini.
Rispetto
alla prima Guerra Fredda, sarà questa la deterrenza: innovazione tecnologica
avanzata, non solo armi sia pure molto più sofisticate.
E
proprio qui i protagonisti della scena mondiale potranno essere anche molto
diversi da quelli del Novecento.
Le
frontiere nazionali sono destinate ad essere molto più porose.
Sempre
più influenti sono realtà non governative nel senso classico del termine.
Sempre
più veloce tra Paesi e continenti è lo scambio di dati che corrono lungo i cavi
posati sui fondali di mari e oceani (e qui il Mediterraneo torna ancora una
volta protagonista).
Più
veloci quindi i cambiamenti in corso.
Procedere
come sonnambuli col passo di sempre significa perdere in partenza la partita
del futuro.
Chi
siederà dunque al tavolo della riscrittura delle regole della convivenza
globale?
La
Storia lo dirà.
Come
dirà quando, dove e come si svolgeranno le trattative.
Certo
è che i partecipanti saranno ben più dei “tre di Yalta”.
Il
copione in ogni caso lo scriveranno in due:
America e Cina (il vertice Xi-Biden di San Francisco
è stato un punto di partenza).
Sull’esito
finale conterà il peso dei rispettivi alleati o “simpatizzanti”. Ma questa
partita di reclutamento è già in corso, in Occidente come nel sempre più
ambizioso “Sud del globo”.
«Siamo
nell’epoca del post-qualcosa»,
una conversazione con “Emilio Gentile”
Intervista.
Legrandcontinent.eu
- Baptiste Roger-Lacan, Francesco Maselli – (23 aprile 2023) – ci dicono:
Mentre
l’Italia, sotto il governo di “Giorgia Meloni”, discute ancora una volta sul 25
aprile, abbiamo provato ad analizzare la genesi del Ventennio in una lunga
conversazione con il più importante storico italiano del fascismo.
In un
momento in cui è sempre più difficile definire i fenomeni politici, lo studioso
invita a tornare a un’indagine rigorosa per evitare il rischio di una
«democrazia confusa»
L’idea
di “religione politica”, centrale nel suo lavoro, è specifica dei fascismi?
O è una caratteristica comune a tutti i regimi
totalitari?
Credo
che sia una caratteristica comune a tutti i regimi totalitari, che anche in
questo modo furono analizzati nel corso degli anni Trenta e Quaranta, e
successivamente.
Io in
genere adopero termini che traggo direttamente dalla storia, e mi avvalgo di
termini come “religione politica” perché, per esempio, sin dal maggio del 1924,
“Igino Giordani”, un cattolico militante del “Partito popolare”, parlò di
religione politica fascista.
Un
anno prima, in occasione della celebrazione del primo anniversario della marcia
su Roma, un laico liberale, “Giovanni Amendola”, lo stesso che coniò nel 1923
l’espressione “sistema totalitario”, descrisse il fascismo come un movimento
che promuoveva una guerra di religione.
Devo
però precisare che la “religione politica”, come io l’intendo, è la
manifestazione di un fenomeno molto più ampio, quello che io chiamo “sacralizzazione
della politica”, cioè dell’attribuzione alla politica di funzioni tipiche della
religione, definire il senso e il fine della vita umana nella storia.
Questo
avviene attraverso l’elaborazione di miti e di rituali che sono già
riscontrabili fin dal Settecento nelle rivoluzioni democratiche, prima in
America con la nascita degli Stati Uniti, e soprattutto in Europa con la
rivoluzione francese.
La
sacralizzazione della politica si sviluppa poi con il nazionalismo e il
socialismo, e si arriva infine alle religioni politiche dei totalitarismi.
Io
opero però una distinzione analitica tra la “religione civile” come si è
manifestata nei paesi democratici, Stati Uniti e Francia, e la “religione
politica tipica dei regimi totalitari”, i quali negano la coesistenza con
movimenti e ideologie politiche antagoniste imponendo “l’ideologia dogmatica ed
esclusiva del partito unico”.
Considerato
uno dei maggiori storici del fascismo, “Emilio Gentile” è professore emerito di
storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza.
Il suo
lavoro si concentra sulla definizione del fascismo italiano e del
totalitarismo.
È autore di numerosi studi di riferimento, tra
cui: “E fu subito regime”. “Il fascismo e la marcia su Roma” (Laterza, 2012) e
Fascismo.
“Storia
e interpretazione” (Laterza 2002).
Il suo volume” Storia del fascismo” è stato
pubblicato nel 2022 da Laterza.
Per
alcuni storici, il totalitarismo sarebbe uno svuotamento della democrazia come
nasce alla fine del Settecento. Che ne pensa?
Sono
piuttosto rigoroso nell’esigere che i termini vengano adoperati nel periodo e
per i fenomeni dai quali nascono.
Certo, si possono cercare nel passato aspetti
che possono preparare ciò che accadde successivamente, ma non trovo
convincente, per esempio, per quanto l’espressione sia suggestiva, il “concetto
di democrazia totalitaria” coniato da “Jacob Talmon “e applicato al “giacobinismo”,
oppure la interpretazione di” Platone totalitario” proposta da “Karl Popper”.
Il totalitarismo nasce in un contesto
particolare della storia europea, dopo la Prima guerra mondiale, ed è preceduto
da fenomeni che contribuiscono alla sua formazione:
l’affermazione
dell’organizzazione delle masse, i partiti rivoluzionari, e soprattutto
l’esperienza della mobilitazione totale durante la Grande guerra e le guerre
civili da essa scaturite, come in Russia nel 1917 e in Italia dopo il 1919.
Sono
tutti aspetti nuovi, che appartengono all’epoca in cui cento anni fa, in
Italia, fu coniato, da parte di alcuni antifascisti, questo nuovo aggettivo,”
totalitario”, seguito poi dal sostantivo, “totalitarismo”.
Sono
dunque contrario all’uso anacronistico dei concetti storiografici, anticipando
addirittura il totalitarismo all’epoca faraonica o alla democrazia ateniese.
Nel
totalitarismo l’elemento fondamentale è un partito che pretende di
identificarsi con la collettività e di avere il monopolio del potere.
Questo
elemento non si riscontra prima dell’epoca della nascita dei partiti di massa.
Sono
piuttosto rigoroso nell’esigere che i termini vengano adoperati nel periodo e
per i fenomeni dai quali nascono.
Certo,
si possono cercare nel passato aspetti che possono preparare ciò che accadde
successivamente, ma sono contrario all’uso anacronistico dei concetti
storiografici.
(EMILIO
GENTILE)
Lei ha
detto che il totalitarismo nasce dopo la prima guerra mondiale. Secondo lei è
un concetto che ancora oggi può avere un valore per qualificare, per esempio, il regime cinese o secondo lei si
deve trovare un altro termine che sarebbe più efficace?
Io
penso che si possa conservare questo termine per tutti i regimi nati nella scia
del” comunismo leninista-stalinista” sopravvissuti dopo il crollo dell’impero
sovietico, conservando le caratteristiche del “partito unico che incarna in sé
la collettività nazionale”, con la pretesa di esprimere e realizzare tutto ciò
che è nell’interesse della comunità, come accade tuttora in Cina o in Corea del
Nord.
Anche
se, in questi regimi, si sono attenuate alcune caratteristiche del
totalitarismo, per esempio la volontà di procedere alla rigenerazione
dell’essere umano e di creare un uomo nuovo.
Questo
è stato sperimentato in Cina con Mao fino alla rivoluzione culturale, ma poi la
Cina, pur conservando le strutture politiche di un regime totalitario, non mi
pare abbia più interesse o intenzione di creare un nuovo cinese, totalmente
diverso dall’umanità dell’occidente capitalista.
L’uomo
nuovo che sta crescendo in Cina è un cinese perfettamente integrato nel mondo
industriale della “globalizzazione”, ed ha come caratteristica propria,
coesistente col comunismo, il “nazionalismo”, che era già innestato nel
comunismo russo fin dal periodo staliniano.
Nella
sua opera ha lavorato sul “concetto di fascismo di pietra”.
Mentre
in Germania ci sono poche tracce visibili del nazismo in Italia le tracce
architettoniche del fascismo, come l’edilizia o le sculture, sono numerose, al
di là delle distruzioni alla fine della guerra.
Come
si spiega questa capacità di sopravvivere?
Credo
che si spieghi innanzitutto con la qualità estetica delle tracce
architettoniche del fascismo, per tutti gli aspetti di originalità del suo
eclettismo modernistico-classicistico, che erano carenti nell’architettura del
nazismo, rigidamente fissata dal gusto estetico di Hitler.
Inoltre, i principali e i migliori architetti,
che lavorarono per il regime fascista, manifestando la loro adesione
entusiastica, dopo il 1946 continuarono a realizzare opere imponenti e
importanti, sconfessando l’adesione fascista, o giustificandola con il
carattere tecnico, non ideologico, della loro attività al servizio del regime.
Giustificazioni analoghe furono date da
innumerevoli uomini di cultura, filosofi, giuristi, storici, scienziati, che
durante il ventennio fascista ebbero cariche ed onori per la loro
collaborazione a tutte le politiche del regime.
Esiste
però probabilmente qualcosa di più profondo che giustifica la differenza di
trattamento tra nazismo e fascismo nel secondo dopoguerra.
Certamente.
A ciò
bisogna aggiungere anche un’altra considerazione, che riguarda la diversa
immagine postuma dei due regimi, cioè il fatto che sul fascismo non ha pesato
la ferocia razzista e la responsabilità diretta del genocidio e dello sterminio
di massa.
Certo,
anche il regime italiano ha praticato azioni di sterminio in Libia, in Etiopia,
nei Balcani occupati dagli italiani, ma tali eccidi non ebbero dimensioni
comparabili a quelle del nazismo.
Aggiungiamo
ancora, l’atteggiamento dell’opinione pubblica e della politica nell’immediato
dopoguerra, che ha prodotto una defascistizzazione del fascismo, descrivendolo
come un regime buffonesco benché crudele, imposto su un popolo ostile da una
banda di criminali e di cialtroni, violenti, avidi, profittatori, senza
ideologia, senza cultura, senza consenso.
Un
anonimo antifascista, sin dal 1944, sostenne che il fascismo, in realtà, non
era mai esistito perché non c’era un’ideologia fascista uno Stato fascista,
un’economia fascista, ma c’era stato soltanto il mussolinismo, la dittatura
personale di un demagogo ambizioso e istrionico, con un seguito di servi
obbedienti.
Alcune
di queste formule negative sono state adottate per decenni anche da parte degli
studiosi, che le ripetevano come se fossero una vera e propria interpretazione
realistica del fenomeno, trascurando tutto ciò che il fascismo era stato come
partito armato e come regime totalitario.
In
Italia abbiamo assistito a un atteggiamento dell’opinione pubblica e della
politica nell’immediato dopoguerra che ha prodotto una defascistizzazione del
fascismo, descrivendolo come un regime buffonesco benché crudele, imposto su un
popolo ostile da una banda di criminali e di cialtroni, violenti, avidi,
profittatori, senza ideologia, senza cultura, senza consenso.
Credo
che sia un po’ difficile continuare a pensare che la marcia su Roma e la
conquista del potere da parte del fascismo siano state un’opera buffa o una
parata di utili idioti.
(EMILIO
GENTILE)
C’è un
altro motivo della defascistizzazione del fascismo, favorita, sia pure per
opposti fini, dai reduci del fascismo che diedero vita al movimento
neofascista.
Dopo
un breve periodo di epurazione e di processi, la maggior parte dei responsabili
del regime fascista e della Repubblica sociale tornarono in libertà, grazie
anche all’amnistia decisa da Palmiro Togliatti ministro della Giustizia.
I
gerarchi maggiori subirono processi, ma non ci furono condanne a morte o
condanne all’ergastolo, e dopo un periodo di detenzione, quando non furono
assolti, ripresero la loro partecipazione alla vita pubblica, con la nascita
del Movimento sociale italiano.
L’Italia
ha avuto molti reduci fascisti che hanno potuto riprendere liberamente
l’attività politica richiamandosi esplicitamente al fascismo, tuttavia agendo
all’interno della repubblica antifascista e democratica.
Queste
persone hanno partecipato alle elezioni politiche, hanno avuto la loro
rappresentanza in Parlamento, senza che venisse mai applicata nei loro
confronti la legge Scelba, che vieta la ricostituzione, sotto qualsiasi forma,
del partito fascista.
Eletti
democraticamente, i neofascisti hanno amministrato comuni, città, provincie,
regioni.
Oggi, i discendenti politici dei reduci
fascisti, rilasciando dichiarazioni, apparenti o convinte, del loro distacco
dalle radici neofasciste, sono giunti al governo col metodo democratico, anzi
sono stati presenti fin dal 1994 nei governi di Silvio Berlusconi.
Cercare
le cause del fascismo è un esercizio senza fine.
È possibile ricercarle nell’apocalisse della
modernità? Prima come incubo, come distopia, prima della prima guerra mondiale,
in seguito come realtà avveratasi durante la guerra?
Il
fascismo che ha impresso il suo marchio nella storia del Novecento nasce dopo
la prima guerra mondiale, con lo squadrismo.
Il 23 marzo 1919 nascono i “Fasci di
combattimento”, un movimento repubblicano anarchicheggiante, anticlericale,
libertario, che voleva il suffragio universale, maschile e femminile, il
massimo decentramento dello Stato, l’abolizione del Senato, la
Costituente.
E si
richiama all’esperienza dei fasci interventisti antecedenti alla guerra che
nascevano da una costola della sinistra rivoluzionaria, sindacalista e
repubblicana.
Nel 1919 il movimento di Mussolini si
distingue per qualche impresa violenta e rumorosa, ma rimane minuscolo: secondo
i dati ufficiali della segreteria amministrativa dei fasci di combattimento,
nel dicembre ha appena ottocento iscritti in tutta Italia, che diventeranno
circa diecimila alla fine del 1920.
Parliamo
di un fenomeno marginale, almeno in quel momento.
È soltanto dopo il 1920, con la nascita dello
squadrismo, che inizia il fascismo che lascerà il suo marchio nella storia.
Va
precisato che il fascismo squadrista, come movimento di massa, non fu una sua
creazione di Mussolini, ma un fenomeno che sorto nelle province della valle
padana, dove predominava il partito socialista, con le sue leghe, col controllo
sui comuni, su tutta la classe dei lavoratori.
Si tratta di un movimento militarizzato,
armato, la cui matrice è sicuramente la Grande Guerra, vissuta come una
apocalisse della modernità, ma non come un incubo, bensì con esaltazione
dionisiaca, nella convinzione, da parte di Mussolini e dei fascisti, che
all’apocalisse doveva seguire una “apocatastasi”, cioè un “nuovo ordine della
nazione”, rigenerata dalla guerra, in cui si era forgiata una nuova
aristocrazia di giovani superuomini, destinati ad assumere il potere per
costruire uno Stato nuovo per una nuova grande Italia imperiale.
Nel
1919 il movimento di Mussolini si distingue per qualche impresa violenta e
rumorosa, ma rimane minuscolo.
Parliamo di un fenomeno marginale, almeno in
quel momento.
È soltanto dopo il 1920, con la nascita dello
squadrismo, che inizia il fascismo che lascerà il suo marchio nella storia.
(EMILIO
GENTILE)
Dunque
è questa la novità del fascismo, il suo carattere di partito armato?
Nell’Europa
degli anni Venti vi sono molte organizzazioni politiche paramilitari, specie
nell’Europa centrale ed orientale, ma molte sono effimere.
Nel
‘22 solo in Italia vi è un partito di massa che non solo ha una organizzazione
militare, ma è un partito milizia nell’ideologia, nella mentalità, nella
cultura, nello stile di vita e di azione.
È
nazionalista, antisocialista, antiliberale e antidemocratico.
Combatte
gli altri partiti come nemici e distrugge le loro organizzazioni con la
violenza.
Fra una miriade di organizzazioni paramilitari
sparse nel continente europeo come eredità della grande guerra, il fascismo è
l’unico partito milizia di massa che riesce a conquistare il potere.
E ciò
avvenne soprattutto perché era un partito armato, e non solo perché Mussolini
era il suo duce.
Lei
sostiene che fu il fascismo a generare il duce e non il contrario, una
considerazione difficilmente adattabile al nazismo. Come mai?
Qui va
ricordata una differenza sostanziale fra i fondatori e capi dei regimi
totalitari.
Lenin
crea il bolscevismo e muore bolscevico;
Hitler crea il nazionalsocialismo e muore
nazionalsocialista. Soffermiamoci sul nazismo.
Adolf
Hitler assume la carica di führer indiscusso del partito nazionalsocialista fin
dal 1920, e pur con contrasti interni, nel decennio successivo fu sempre il
capo ufficiale del partito.
Mussolini
invece, era nato politicamente socialista marxista rivoluzionario, alla fine
1914 divenne nazionalista rivoluzionario, poi fascista repubblicano.
Fondò
i Fasci di combattimento nel 1919, ma fino al 1926, quando verrà
istituzionalizzato il partito unico, Mussolini non fu mai formalmente il capo
del fascismo come movimento e partito.
Inoltre, mentre Hitler, sin dal 1920 gira
tutta la Germania tenendo discorsi per suscitare l’espansione del proprio
partito, ed è il fattore principale del suo successo, Mussolini non fu il
principale artefice della crescita del fascismo in movimento di massa.
Dopo
la fondazione dei Fasci, egli non si impegna a sviluppare l’organizzazione, non
attraversa la penisola per reclutare nuovi militanti.
Svolge
la propaganda soprattutto col suo giornale “Il Popolo d’Italia”, che aveva solo
qualche migliaio di lettori.
Inoltre,
Mussolini è spesso in conflitto con gli altri dirigenti fascisti. Soprattutto
nel luglio 1921, quando, dopo aver appoggiato e incitato la violenza
squadrista, propose la pacificazione con i socialisti, la smilitarizzazione
delle squadre, e la costituzione del fascismo in un partito parlamentare,
ipotizzando addirittura un’alleanza governativa con il partito socialista
riformista e con il partito popolare.
Pretese allora di farsi riconoscere come duce
del nuovo fascismo di massa, ma si scontrò con i capi dello squadrismo,
contrari alla pacificazione e soprattutto alla smilitarizzazione.
Fino
al 1926, quando verrà istituzionalizzato il partito unico, Mussolini non fu mai
formalmente il capo del fascismo come movimento e partito, non fu il principale
artefice della crescita del fascismo in movimento di massa. Dopo la fondazione
dei Fasci, egli non si impegna a sviluppare l’organizzazione, non attraversa la
penisola per reclutare nuovi militanti
(EMILIO
GENTILE)
In che
modo dunque Mussolini riesce a incarnare poi la leadership del fascismo?
Proponendo
la pacificazione, Mussolini sostiene che la guerra civile in Italia deve
finire.
È una
valutazione di opportunità politica.
Egli è
convinto che la massa degli squadristi non avrebbe potuto conquistare il potere
se avesse continuato con il sistema della violenza, perché dall’estate del
1921, quando è ormai distrutta la possente organizzazione del partito
socialista, il primo partito del Parlamento dal 1919 al 1921, questa strada è
troppo rischioso.
Mussolini
è un uomo che non si azzarda a fare salti nel buio.
È un
tattico, che valuta prima di agire se vi sono ostacoli pericolosi, e quando c’è
un ostacolo, preferisce aggirarlo.
Non si
aspettava che l’ostacolo più grosso fosse proprio la massa degli squadristi con
i loro capi.
Mussolini
fu allora ferocemente contestato dagli squadristi, che contro di lui cantavano:
“Chi
ha tradito, tradirà”, riferendosi al tradimento di Mussolini nei confronti del
Partito socialista, quando nel 1914, dopo aver predicato la neutralità
assoluta, scelse poi l’interventismo.
Nell’agosto
del ‘21Mussolini si dimette dalla direzione del movimento, accusa il fascismo
di essere diventato solo reazione violenta, e minaccia di distruggerlo, dopo
averlo creato.
Ma i
ribelli non cedono.
Questo
è un momento importantissimo nella storia del fascismo, che invece viene
sottovalutato, come un episodio di conflitto interno più apparente che reale.
In
quel momento, la sorte di Mussolini e del fascismo poteva volgere in una
direzione rovinosa.
Ci troviamo di fronte a un movimento di massa
che controlla ormai gran parte dell’Italia centrale e settentrionale
esclusivamente con la forza armata delle squadre, con limitato consenso
popolare, perché ha solo 35 deputati, ma ora rischia di disgregarsi.
Ne
sono convinti tutti gli antifascisti, che di fronte alla ribellione dei
fascisti contro il duce, prevedono inevitabile la fine politica di Mussolini e
del fascismo.
È qui
che entra in gioco l’abilità tattica di Mussolini.
Egli è
da un decennio sulla scena nazionale, prima come capo effettivo del partito
socialista dal 1912 al 1914, in seguito come uno dei capi dell’interventismo, e
infine come uno dei capi della lotta contro il bolscevismo nel 1919-1920.
Gli
altri capi del fascismo, Farinacci, Grandi, Balbo, Renato Ricci, erano giovani
sconosciuti, che diventano con lo squadrismo personaggi molto potenti nelle
provincie, ma non hanno nessuna risonanza nazionale.
Di fronte al rischio reale della
disgregazione, è Mussolini che decide di aggirare l’ostacolo, cedendo alla
volontà dei ribelli.
Si
arriva così ad una sorta di scambio: Mussolini è costretto ad accettare la
costituzione del fascismo in partito armato voluta dagli squadristi, ripudia il
patto di pacificazione firmato con i socialisti, ed esalta la violenza come
arma politica.
Da parte loro, i capi squadristi riconoscono
che Mussolini è l’unica figura nazionale che può tenere unito il fascismo.
Ma neppure allora Mussolini è riconosciuto
come duce indiscusso del fascismo.
Il
capo del partito nazionale fascista è Michele Bianchi, e lo rimane fino alla
conquista del potere.
Neanche
la marcia su Roma fu voluta fin dall’inizio da Mussolini, che esitò fino al 26
ottobre, quando fu Bianchi a lanciare la proposta di un governo Mussolini, in
forma ricattatoria nei confronti del re e dei dirigenti liberali.
Mussolini
fino all’ultimo avrebbe accettato di partecipare a un governo presieduto per
esempio da “Giovanni Giolitti”, che era la persona del vecchio regime che lui
maggiormente temeva, perché come aveva cacciato D’Annunzio con i cannoni da
Fiume.
La
marcia su Roma non si concluse con un compromesso, ma con un ricatto, subito
dal re e dalla vecchia classe dirigente,
che diede il potere al fascismo, ma non ottenne la restaurazione del
regime liberale.
Nel
1921 si arriva a una sorta di scambio: Mussolini è costretto ad accettare la
costituzione del fascismo in partito armato voluta dagli squadristi, ripudia il
patto di pacificazione firmato con i socialisti, ed esalta la violenza come
arma politica. Da parte loro, i capi squadristi riconoscono che Mussolini è
l’unica figura nazionale che può tenere unito il fascismo.
(EMILIO
GENTILE)
Da
quali elementi possiamo riscontrare l’influenza dei capi squadristi nei
confronti del Mussolini diventato Presidente del Consiglio?
Neppure
dopo la marcia su Roma, Mussolini fu riconosciuto dai capi dello squadrismo
come duce indiscusso.
Anzi,
le tensioni fra i “ras” del fascismo squadrista e Mussolini capo del governo
continuarono, prima e dopo il delitto Matteotti.
Ancora
una volta, prevalgono i capi squadristi, che alla fine del 1924 impongono la
svolta del 3 gennaio, quando Mussolini in Parlamento prende la responsabilità
del delitto Matteotti e accetta la politica del fascismo intransigente e
integralista, rappresentato da Roberto Farinacci, che infatti diventa
segretario del partito.
Mussolini
riuscirà a imporre la sua volontà sul partito fascista solo dopo il 1925,
quando come capo del governo ha il controllo dello Stato, del suo apparato
poliziesco, e avvia la costruzione del regime totalitario, che però fu la
realizzazione della politica integralista sostenuta fin dalla marcia su Roma
dai capi dello squadrismo, che Mussolini adottò per imporre il suo dominio
personale sul partito.
Ecco
perché io dico, con una formula, che fino al 1926, Mussolini è il duce che
segue, non il duce che precede il fascismo nell’ascesa al potere.
Questa
risposta ci porta opportunamente al suo libro, la storia del fascismo, in cui
adotta un approccio deliberatamente orientato agli eventi, rompendo con la
tendenza a sovra interpretare il fenomeno fascista.
Perché
ha sentito il bisogno di tornare a una lettura così così attenta, così
meticolosa?
È
stata in parte un’esigenza personale.
Dopo
cinquant’anni che studio il fascismo, ho colto l’occasione di ripercorrerne la
storia sulla base esclusivamente di ciò che emerge dai documenti, quasi che io
fossi un testimone, un osservatore, un inviato speciale, come scherzosamente mi
sono definito.
Ho
provato a restituire alla storia del fascismo la sua drammaticità, mostrando
che il suo trionfo non era inevitabile.
Per
molto tempo, dal 1919 al 1925, ci furono possibilità che la storia d’Italia, e
quindi la storia d’Europa e forse anche la storia del mondo, prendesse un’altra
strada:
se gli
oppositori del fascismo fossero stati in grado di coalizzarsi per contrastare
un movimento che quando giunge al potere ha una milizia armata, ma soltanto
trenta deputati in Parlamento, forse avremmo assistito a un altro esito.
Dal
mio punto di vista, la storia va ricostruita e raccontata nella drammaticità di
ogni momento in cui è possibile che prenda un altro corso, finché la vittoria
di una forza dominante rende impossibile l’occasione per poterla ribaltare.
È ciò che è accaduto con il fascismo.
Se non si restituisce alla storia il senso
della sua drammaticità, considerando la sua imprevedibilità, non si fa altro
che la storia del senno del poi, della profezia retroattiva, come io la chiamo,
sulla quale si possono costruire infinite interpretazioni su cos’era il
fascismo, ponendosi domande, se c’è stata un’ideologia fascista, se c’è stata
una cultura fascista, se c’è stato uno Stato fascista, se il fascismo fu
totalitario, che hanno già in sé le risposte, ovviamente negative.
Queste sono questioni poste male, come avrebbe
detto “Francesco De Sanctis”, che tuttavia ci possono portare, da una parte,
sostenere che il fascismo non è mai esistito, ma solo il mussolinismo, oppure
ad affermare, fin dagli anni Novanta del secolo scorso, che il fascismo sta
tornando in Italia e addirittura nel mondo, dando così ragione al duce, che nel
1932 aveva profetizzato che il secolo ventesimo sarebbe stato il secolo del
fascismo, che prosegue all’inizio del terzo millennio.
Per
molto tempo, dal 1919 al 1925, ci furono possibilità che la storia d’Italia, e
quindi la storia d’Europa e forse anche la storia del mondo, prendesse un’altra
strada: se gli oppositori del fascismo fossero stati in grado di coalizzarsi
per contrastare un movimento che quando giunge al potere ha una milizia armata,
ma soltanto trenta deputati in Parlamento, forse avremmo assistito a un altro
esito.
(EMILIO
GENTILE)
Nello
stesso tempo mi interessava mostrare come all’interno del fascismo stesso vi
sia stato, dal 1922 al 1926, uno scontro violentissimo tra le sue diverse
fazioni:
si arrivò a parlare di mussolinismo contro
fascismo e di fascismo contro Mussolini.
Il
confronto cessò quando sia Mussolini che gli estremisti del partito, gli
intransigenti, concordarono la soppressione definitiva del governo elettorale
parlamentare e l’eliminazione di tutti i partiti, cominciando a costruire
quello che gli antifascisti, fin dal 1923, definirono il regime fascista.
Ma anche la storia di questo regime non è
affatto un percorso inevitabile, se lo seguiamo nel suo storico svolgimento
senza avvalerci del senno del poi.
E
dalla analisi emerge la più mostruosa ambizione di Mussolini e del fascismo,
cioè l’attuazione consapevole e sistematica di un esperimento totalitario, con
il fine di compiere una rivoluzione antropologica per trasformare il popolo
italiano in una nuova razza di guerrieri, di conquistatori e di dominatori.
È questo il vero senso che io ho riscontrato
ripercorrendo la storia del fascismo, in particolar modo attraverso le sue
guerre.
La
dinamica fascismo/antifascismo ha strutturato tutto il dibattito pubblico
italiano dal dopoguerra a oggi, Silvio Berlusconi è stato a lungo accusato di
fascismo, così come Matteo Salvini, per quanto la provenienza culturale e
politica fosse tutt’altra.
La partecipazione della presidente del Consiglio
Giorgia Meloni, che invece da quel mondo viene, alle celebrazioni del 25
aprile, rende questo dibattito superato?
Mi
riesce difficile fare il profeta, posso però fare qualche considerazione sul
presente guardando al passato.
Quando
si parla di fascismo e antifascismo si crea una sorta di gioco delle parti:
i
fascisti in Italia ci sono stati, sono rimasti e ci sono ancora, nella misura
in cui esistono delle persone che si proclamano tali e considerano il fascismo
un periodo positivo nella storia degli italiani, addirittura il più positivo.
Essendoci
ancora tali fascisti, ci sono coloro i quali ritengono che il pericolo fascista
sia sempre presente, e dunque vada contrastato con un permanente antifascismo
militante.
Questo è accaduto soprattutto durante lo
scontro violentissimo tra le forze politiche negli anni Sessanta e Settanta.
Prima
di Berlusconi e di Salvini, anche Alcide De Gasperi era considerato fascista
secondo Palmiro Togliatti, perché il fascismo è in essenza la reazione
capitalistica contro l’emancipazione della classe operaia: pertanto, quando la
Democrazia cristiana nel 1947 rompe l’alleanza di governo con i comunisti,
diventa fascista.
Lelio
Basso, il socialista marxista che il 2 gennaio 1925 inventò il sostantivo
totalitarismo, nel 1951 pubblicò un libro intitolato Due totalitarismi:
fascismo
e democrazia cristiana.
Solo nel 1975 il dirigente comunista “Giorgio
Amendola”, figlio di Giovanni Amendola che aveva inventato l’aggettivo
totalitario, si schierò contro l’utilizzo generico e indiscriminato della
parola fascismo, perché in questo modo si crea solo confusione.
Nel
suo ultimo libro, pubblicato nel 2023 da Salerno editrice, Emilio Gentile
ripercorre la storia del termine totalitarismo, coniato dagli oppositori del
fascismo, e non dal regime.
Dopo
la fine del fascismo storico, che ha segnato profondamente la storia d’Italia e
ha lasciato la sua impronta anche nella storia d’Europa e del mondo, in Italia
il neofascismo si è inserito nella repubblica antifascista, che comunque
superano di tre volte il ventennio fascista.
Ciò
storicamente consacra la vittoria definitiva dell’antifascismo, che vive
istituzionalizzato nella Costituzione e nella repubblica democratica, mentre il
fascismo storico appartiene unicamente alla storia.
Altrimenti
dovremmo dire che oggi, in Italia, abbiamo al governo chi sostiene lo Stato
totalitario, il partito unico, il corporativismo, i sindacati di Stato,
l’irreggimentazione delle masse, la creazione d’una nuova razza italiana
guerriera, e una politica estera imperialista.
Perché
questo è stato storicamente il fascismo.
Lei
però è convinto che oggi la democrazia occidentale stia affrontando una crisi
profondissima.
Credo
che sia la democrazia ad avere in sé stessa generato molte insidie pericolose,
che non sono il fascismo di ritorno, ma sono principalmente il rifiuto o
l’incapacità di realizzare l’ideale democratico.
La
democrazia moderna non consiste solo nell’adoperare il metodo democratico per
la elezione dei governanti da parte dei governati, perché lo strumento, di per
sé, non garantisce le libertà:
possiamo avere, con la libera scelta dei
governanti da parte dei governati, una democrazia razzista, antisemita,
xenofoba.
Prima
di Berlusconi e di Salvini, anche Alcide De Gasperi era considerato fascista
secondo Palmiro Togliatti, perché il fascismo è in essenza la reazione
capitalistica contro l’emancipazione della classe operaia: pertanto, quando la
Democrazia cristiana nel 1947 rompe l’alleanza di governo con i comunisti,
diventa fascista.
(EMILIO
GENTILE)
Mi
pare infatti che il pericolo principale per l’avvenire della democrazia siano i
democratici che non realizzano l’ideale democratico, come è sancito
dall’articolo 3 della costituzione italiana, rimuovendo qualsiasi ostacolo e
discriminazione che impedisca il libero sviluppo della personalità dei
cittadini.
Ci
stiamo inoltrando verso la instaurazione di una “democrazia recitativa”, come
io la definisco, con tutti i rituali del metodo democratico, ma senza l’ideale
democratico.
Molto
spesso si sente parlare del rischio del ritorno del fascismo in Italia, ma
analizzando il periodo storico del primo dopoguerra si vede una società molto
giovane, piena di reduci di guerra, pronta a utilizzare la violenza per
affermare le proprie idee politiche.
Quanto
conta la demografia in espansione nell’affermazione del fascismo?
Ha
contato moltissimo.
La
prima caratteristica del regime fascista è simbolicamente rappresentata nel suo
inno “giovinezza, giovinezza”.
Questo
perché la società italiana di quel periodo era composta principalmente da nuove
generazioni che si sentivano completamente a disagio nel sistema parlamentare,
specialmente nel decennio dei governi di “Giovanni Giolitti”, dall’inizio del
secolo alla vigilia della Grande Guerra, in cui molti di loro si erano formati.
L’avversione
per il parlamentarismo liberale e borghese non era sentita solo dai i fascisti,
ma già prima della guerra era diffusa sia a destra che a sinistra.
Parlo
della generazione di Mussolini, Amendola, Nenni, Gramsci, Togliatti.
Non a
caso questi protagonisti della lotta tra fascismo e antifascismo erano stati
accomunati, sia pure su fronti diversi, con idee e ideologie diverse,
dall’avversione per il sistema liberale giolittiano.
Si è
accennato prima all’apocalisse della modernità, una visione catastrofica che la
guerra realizza.
Ma
dall’ esperienza catastrofica della Grande guerra, questa nuova generazione
esce con una sorta di entusiasmo rivoluzionario per il futuro da conquistare,
anche e soprattutto con la violenza.
Nel
1919 “Antonio Gramsci” incita a eliminare col ferro e col fuoco la piccola
borghesia corrotta e decadente, mentre i nazionalisti vogliono l’eliminazione
degli internazionalisti bolscevichi.
In
tutte le fazioni c’era la convinzione che la catastrofe della guerra non aveva
affatto decretato la fine dell’epoca rivoluzionaria iniziata con la rivoluzione
francese, dell’epoca in cui si lotta per conquistare il futuro; anzi sono
giovani che vogliono proseguire e accelerare una rivoluzione palingenetica per
l’avvento di una nuova civiltà moderna.
Le due
rivoluzioni nemiche scaturite dalla guerra, bolscevismo e fascismo, sono
animate da questa ambizione, che è tutt’altro che pessimista.
È quello che il fascismo è convinto di poter
fare, ed è quello che i comunisti sono convinti di poter fare.
Nonostante
la catastrofe della guerra e le convulsioni del dopoguerra, i giovani danno
inizio a una nuova ondata di rivoluzioni nella convinzione che si possa
conquistare il futuro:
accade prima in Russia, poi in Italia, poi in
Germania, ma tutto il continente è contagiato della una nuova febbre
rivoluzionaria.
La
demografia è fondamentale per comprendere quegli anni. Nonostante la catastrofe
della guerra e le convulsioni del dopoguerra, i giovani danno inizio a una
nuova ondata di rivoluzioni nella convinzione che si possa conquistare il
futuro: accade prima in Russia, poi in Italia, poi in Germania, ma tutto il
continente è contagiato della una nuova febbre rivoluzionaria.
(EMILIO
GENTILE)
Oggi,
una distanza abissale ci separa da quell’epoca. Dobbiamo riflettere su quanto
profonda è stata la vera rivoluzione antropologica, che nella coscienza e nella
cultura europea ha prodotto la Seconda Guerra Mondiale, quando sono scomparsi
completamente i miti, potentissimi nel periodo tra le due guerre, della
violenza rigeneratrice, del nazionalismo imperialista, della guerra inevitabile
per la lotta fra Stati.
Tutto
questo, che era l’essenza del fascismo, oggi è inesistente.
A meno che non si voglia chiamare fascismo il
regime di Putin che aggredisce l’Ucraina.
Quindi
l’utilizzo del sostantivo fascismo in questo caso è improprio? L’idea del
fascismo eterno teorizzata da Umberto Eco ha una sua ragion d’essere oppure no?
Ritengo
sia improprio.
Usare
il termine fascismo in senso generico, come spesso è avvenuto e avviene,
applicandolo al mondo politico degli ultimi sette decenni, da Truman a Trump,
passando per Nixon, Reagan, Bush jr., o da De Gaulle alla Le Pen, a Saddam
Hussein, a Erdogan, a Putin, a Berlusconi e Salvini, è solo un pessimo modo di
confondere e ostacolare la conoscenza della realtà in cui viviamo.
La conoscenza progredisce attraverso la
distinzione, non attraverso la confusione.
Se noi
diciamo che la Cina comunista è fascista, che Putin è fascista, che Trump e
Bolsonaro sono fascisti, che cosa impariamo di nuovo sulla realtà in continuo
mutamento?
E
soprattutto, se veramente il fascismo è ritornato, allora dovremmo far subito
una terza guerra mondiale per eliminarlo, come avvenne otto decenni fa.
Quando diciamo che in Italia c’è il ritorno
del fascismo, gli antifascisti devono imbracciare il mitra e cominciare una
nuova resistenza?
Se la
teoria del fascismo eterno fosse valida, allora vorrebbe dire che il fascismo
ha vinto perché non può essere mai definitivamente sconfitto.
Eppure,
persino Dio, che ha l’attributo dell’eternità, ha subìto una sconfitta, che
dura da oltre duemila anni, quando ha mandato suo figlio sulla terra per
emendare il mondo dal male e invece lo ha moltiplicato, spesso ad opera dei
seguaci di suo figlio!
Se la
teoria del fascismo eterno fosse valida, allora vorrebbe dire che il fascismo
ha vinto perché non può essere mai definitivamente sconfitto. Eppure, persino
Dio, che ha l’attributo dell’eternità, ha subìto una sconfitta, che dura da
oltre duemila anni, quando ha mandato suo figlio sulla terra per emendare il
mondo dal male e invece lo ha moltiplicato, spesso ad opera dei seguaci di suo
figlio!
(EMILIO
GENTILE)
È
possibile allargare alla dimensione europea il fenomeno del fascismo che è un
fenomeno storico molto preciso e peculiare italiano? Cioè: i partiti e i
movimenti di estrema destra europea, sono in qualche misura eredi del fascismo?
Dubito
che si possa definirli tali, salvo i movimenti che si richiamo al fascismo, che
non sono però grosse forze politiche.
È fascista Bossi che voleva sfasciare lo Stato
nazionale e predicava il culto pagano del dio Po?
O
Berlusconi che voleva una società gaudente, come è fascista Vox che invece
vuole una società moralisticamente cattolica?
Come
facciamo a dire che il fascismo è rappresentato da un movimento estremista
cattolico, quando nel 1939, se non fosse morto, Pio XI avrebbe promulgato una
enciclica, già compilata, per condannare il totalitarismo (totalismus nel
latino dell’enciclica) fascista e dichiarare finita la Conciliazione?
Ripeto,
io sento l’esigenza della chiarezza e della distinzione, non dell’uso generico
e confusionario del termine fascismo. Credo che ci sia una grave mancanza di
capacità di conoscenza dei fenomeni nuovi, interpretandoli attraverso presunte
analogie con fenomeni vecchi.
Prendiamo
ad esempio i partiti che fanno della lotta all’immigrazione un punto cardine
del loro programma politico:
le loro radici non vanno ricercate nel
fascismo, ma più propriamente nella secolare tradizione del populismo negli
Stati Uniti, che è stato non solo razzista nei confronti dei neri, ma contro
gli immigrati cattolici ed ebrei.
Va sempre ricordato che razzismo, antisemitismo,
xenofobia sono stati fenomeni dominanti negli Stati democratici, negli Stati
Uniti, in Francia e in Gran Bretagna, molto prima della grande guerra e del
fascismo.
Lei ha
ampiamente rivalutato l’importanza dell’altra “Rivoluzione d’ottobre” (quella
fascista del 1922), rompendo con le interpretazioni che la dipingevano come una
pantalonata.
In che
modo questo momento è decisivo per comprendere l’approccio fascista al potere
ma anche i luoghi comuni sul fascismo che lo dipingevano spesso come un
totalitarismo morbido, che quindi sarebbe diverso dallo stalinismo, del
nazismo, anche del franchismo.
Credo
che sia un po’ difficile continuare a pensare che la marcia su Roma e la
conquista del potere da parte del fascismo siano state un’opera buffa o una
parata di utili idioti.
Io mi
rifaccio ad altri osservatori contemporanei, come per esempio il diplomatico e
intellettuale tedesco “Harry Kessler”, che era a Berlino quando Mussolini fu
chiamato in Italia a formare il nuovo governo e scrisse il 29 ottobre nel suo
diario:
«in
Italia si afferma un governo francamente antidemocratico e imperialista. Il
colpo di Stato di Mussolini può essere paragonato a quello di Lenin
nell’ottobre 1917, ma diretto in senso opposto, naturalmente.
E può darsi che sfocerà in un nuovo periodo di
nuovi disordini e di guerre in Europa».
Non era un visionario capace di profetizzare
il futuro, ma valutava ciò che era avvenuto con l’avvento al potere di un
partito armato e le sue conseguenze più probabili.
Quando
il fascismo va al potere non c’è più pericolo bolscevico dal 1920, da quando
l’armata rossa viene arrestata in Polonia.
Da
allora il bolscevismo, logorato dalla guerra civile pur se vincitore, dal
disastro economico e dalla carestia, deve sopravvivere rinunciando al comunismo
di guerra e Lenin sceglie la nuova politica economica, che reintroduce il
capitalismo, e cerca l’aiuto delle potenze capitaliste.
Nel 1922 non ci sono più progetti e tentativi
di esportare la rivoluzione comunista in Europa.
Invece,
ciò che accadde in Italia fu l’inizio di un’ondata di nuovi movimenti
nazionalisti rivoluzionari, alcuni dei quali si richiamavano direttamente al
fascismo.
Dalla marcia su Roma si contano anno dopo anno
il crollo dei regimi democratici o parlamentari sotto l’azione di movimenti di
tipo fascista o che si richiamano al fascismo, mentre non c’è più dal 1923
nessun tentativo di rivoluzione o di sovversione comunista.
Quindi
anche la favola che il fascismo abbia salvato l’Italia e l’Europa dal
comunismo, come credeva e sosteneva anche Winston Churchill, fu una tragica
leggenda che ha avuto delle conseguenze devastanti. L’ondata iniziata dal
fascismo nel 1922, proseguì fino a provocare la seconda guerra mondiale.
Cosa
pensa dell’espressione “post-fascista” che è stata ampiamente utilizzata
all’estero per descrivere il partito di Giorgia Meloni, soprattutto in Francia?
Permette
di chiarire una realtà complessa della storia italiana, o dovrebbe essere
abbandonata per un altro termine?
Sinceramente
non so dare una risposta.
Il
termine post-fascismo può essere sicuramente applicato a coloro che sono
effettivamente post-fascisti, cioè ex neofascisti che si distaccano dalla
matrice fascista.
Ma che
cosa significa?
Oggi viviamo in un’epoca senza creatività nel
linguaggio, si parla solo di post:
post-modernismo,
post-industriale, post-democratico;
credo che sia un’epoca incapace di comprendere
i fenomeni nuovi e, non sapendo come interpretarli, usa il prefisso “post”.
Siamo l’epoca del post-qualcosa.
Ma
saremo sempre posteri di qualcosa, perché è la vita che è sempre postera.
Oggi
viviamo in un’epoca senza creatività nel linguaggio, si parla solo di post:
post-modernismo, post-industriale, post-democratico; credo che sia un’epoca
incapace di comprendere i fenomeni nuovi e, non sapendo come interpretarli, usa
il prefisso “post”. Siamo l’epoca del post-qualcosa. Ma saremo sempre posteri
di qualcosa, perché è la vita che è sempre postera.
(EMILIO
GENTILE)
Quello
che accade oggi in Italia è, secondo me, una situazione per molti aspetti
tutt’altro che tranquillizzante perché è caotica, e non perché ritorna il
fascismo, ma
perché governa una democrazia recitativa, e per giunta confusionaria.
Abbiamo
oggi al potere i postfascisti che parlano di unità nazionale, di interesse
della nazione contro l’interesse particolare:
ma i postfascisti sono alleati con un
movimento, la Lega, che da oltre tre decenni prediche di unità d’Italia che è
stato un errore, che lo Stato nazionale è una disgrazia, e che bisogna
procedere a demolirlo con azioni di secessione o di autonomia.
Inoltre, postfascisti e leghisti sono alleati
da trent’anni con il partito personale di Berlusconi, il partito della vita
gaudente che incarna esattamente l’opposto della vita fascista spartane e
totalitaria.
Il
berlusconismo ha provato a inventare un’Italia del benessere e della felicità,
rappresentata dagli spettacoli delle sue televisioni.
Tutto
ciò non è fascismo, neppure sotto altre vesti.
Che cosa possa venir fuori da questo miscuglio
ideologico e politico è difficile dirlo.
Noi
abbiamo provato a creare un termine per descrivere il governo di Meloni, che è
quello di “tecno-sovranismo”.
Il termine indica la volontà di mescolare il
sovranismo originale del movimento di Meloni con una capacità rassicurare
Bruxelles, gli alleati internazionali e l’opinione pubblica esterna, mantenendo
invece un’agenda di destra radicale ai temi più culturali, rivolti quindi
all’opinione pubblica esterna.
È un concetto che la trova d’accordo?
Potrebbe
essere una formula accettabile, perché adeguata alla realtà, e non solo per il
governo Meloni.
È una
formula che si abbina bene alla “democrazia recitativa”, perché il “tecno-sovranismo”
conserva il metodo democratico della sovranità popolare, ma rinuncia
consapevolmente all’ideale democratico, istituendo di fatto una oligarchia di
competenti e di ricchi, come competenti, che inevitabilmente predominano in una
democrazia recitativa, dove la competizione elettorale esige risorse
finanziarie sempre maggiori.
Una società non può essere democratica,
secondo l’ideale, se esiste un crescente divario sempre più abissale fra la
ricchezza tenuta da pochi e una crescente povertà diffusa.
L’altro
aspetto della democrazia recitativa è la “tecnocrazia”:
se noi
partiamo dal presupposto che solo chi ha competenze tecniche ha il diritto di
governare, che senso ha il suffragio universale esteso a tutti?
il
tecno-sovranismo conserva il metodo democratico della sovranità popolare, ma
rinuncia consapevolmente all’ideale democratico, istituendo di fatto una
oligarchia di competenti e di ricchi, come competenti, che inevitabilmente
predominano in una democrazia recitativa, dove la competizione elettorale esige
risorse finanziarie sempre maggiori
(EMILIO
GENTILE)
In una
società nella quale la scolarizzazione ha sempre meno influenza sulla
formazione delle conoscenze e della capacità critica dei cittadini, e la
ricchezza estende il possesso e il controllo dei mezzi di comunicazione di
massa, la
tecnocrazia facilmente prevale nella gestione dello Stato.
Se
aggiungiamo anche la televisione, la pubblicità televisiva, il tipo di
messaggio tecnocratico e gaudente che dalla televisione coinvolge e pervade la
massa del pubblico, potremmo dire che ci avviamo verso una” democrazia recitativa
tecnocratica”, con gli esclusi relegati fra le inevitabili miserie della vita
quotidiana.
Come
l’immondizia che si accumula dentro e fuori dei cassonetti della nettezza
urbana, in attesa di esser prelevata.
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