Una partita per il potere politico.

 

Una partita per il potere politico.
 

 

 

La Meloni prepara in segreto

la candidatura alla Commissione

europea e la fuga a Bruxelles?

Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – (26/03/2024) – ci dice:

 

L’ultima indiscrezione sulla Meloni e le sue intenzioni alle prossime europee giungono dagli ambienti vicini a palazzo Chigi dove in queste ultime settimane si sta parlando dei futuri assetti che riguardano le elezioni europee.

L’atmosfera che si respira vicino ai luoghi della politica a Roma è una di sconforto ma soprattutto di smarrimento.

Sono in molti ad essere consapevoli che l’attuale legislatura non avrà degli orizzonti molto ampi, ma al contrario alquanto limitati perché l’attuale inquilino di palazzo Chigi, Giorgia Meloni, sembra essere la prima a non essere interessata a gettare le premesse per farla durare.

Sin dai primi istanti, “lady Aspen”, così chiamata per la sua appartenenza all’ “istituto Aspen della famiglia Rockefeller”, uno dei passaggi necessari per varcare le soglie della presidenza del Consiglio, ha mostrato molta riluttanza a rivestire il ruolo che suo malgrado le era stato assegnato.

 

A luglio del 2022 quando Mario Draghi, l’ “uomo del Britannia”, staccava la spina del suo governo in quella che era una sorta di abdicazione a reggere sulle proprie fragili spalle i fragili equilibri dello stato profondo italiano, “Giorgia Meloni” era una delle prime che non voleva la fine di quell’esecutivo.

E non era certo l’unica.

Ai partiti italiani ormai in fase di decomposizione strutturale e di prosciugamento del consenso popolare andava piuttosto bene che ci fosse un tecnocrate a fare in qualche modo da parafulmine alla politica.

La tecnocrazia è stata una sorta di paravento dietro il quale sistematicamente la seconda Repubblica nata su impulso e volontà degli ambienti dello stato profondo di Washington si è nascosta per non prendersi le responsabilità delle decisioni più impopolari.

La stagione nata dal 1992 in poi è stata senza dubbio la stagione dei tecnocrati in quanto questi su mandato delle varie organizzazioni internazionali quali “UE”, “FMI” e” banca mondiale” venivano letteralmente imposti dall’alto per eseguire l’agenda della globalizzazione e della spoliazione economica di una nazione.

L’Italia è stata letteralmente saccheggiata delle sue risorse da quelli che qualcuno ha definito efficacemente come i sicari dell’economia e la politica si è ritrovata a vestire il ruolo di comprimaria.

Il passaggio da Prima a Seconda Repubblica si può riassumere come quello di un passaggio di consegne dalle mani dei partiti a quelli dei tecnocrati ma ciò è stato possibile soltanto perché la Costituzione stessa del 1948 è nata sotto l’egida di una potenza occupante, gli Stati Uniti, e tale circostanza da sola sarebbe più che sufficiente per definire nulla da un punto di vista giuridico la carta come disse Giulio Andreotti.

Il valzer dei tecnocrati però era possibile sino a quando l’ordine transnazionale che li inviava era saldo e stabile come un tempo, e come avveniva, ad esempio, ai tempi di “Mario Monti” in un contesto geopolitico del tutto mutato rispetto agli ultimi tempi.

Negli ultimi anni si è di fronte ad uno scenario completamente cambiato e il primo ad intuirlo fu proprio uno di questi emissari, “Mario Draghi”, che lavorò alla sua fuga da palazzo Chigi già dal gennaio del 2022 dopo che sfumò il Quirinale, come correttamente anticipato da noi e come ricordiamo per i lettori che si sono imbattuti in noi soltanto negli ultimi tempi.

Giorgia Meloni a luglio del 2022 sapeva che sarebbe toccato a lei in quanto ormai era lei ad essere la “leader” del partito di maggioranza nel centrodestra e ormai il perno di tale coalizione, se così si può definire viste le sue continue risse al pari del centrosinistra, si era tutto spostato su di lei dopo che la Lega “sovranista” aveva gettato la maschera durante la farsa pandemica e aveva così mandato in fumo tutto il consenso degli anni passati.

Giorgia Meloni non voleva però bere l’amaro calice e sin dal primo istante ha mostrato una riluttanza a cercare accordi e compromessi con i suoi “alleati” che invece sono stati costantemente umiliati come accaduto a Berlusconi, ridotto ad elemosinare qualche dicastero qua e là e trattato come una vecchia palla al piede dal presidente del Consiglio.

 

Nei mesi successivi è iniziato poi un vero e proprio pellegrinaggio della Meloni in ogni angolo del globo che i suoi improbabili consiglieri della comunicazione, probabilmente mutuati da qualche televendita di materassi, sono stati in grado di trasformare in un fantomatico “piano Mattei” arrivando persino a rubare il nome del compianto presidente dell’ENI che fu eliminato dagli ambienti angloamericani per la sua opposizione al cartello petrolifero delle famigerate sette petrolifere.

Quello della Meloni è stato un interminabile tour che l’ha vista collezionare il record di viaggi rispetto ad ogni altro suo predecessore in quello che è sempre stato chiaramente un tentativo di non assumersi alcuna responsabilità politica.

Soltanto un esempio tra i molti.

Quando venne presa la decisione di abolire il reddito di cittadinanza, la Meloni non era nemmeno in Italia ma lasciava la patata bollente di questa decisione nelle mani dei suoi ministri che a loro volta sembrano assenti dalla scena, e compaiono, di quando in quando, soltanto per tagliare qualche nastro o scattare qualche fotografia come fa spesso il ministro della Cultura, Sangiuliano, mentre gli altri si distinguono per essere invisibili e impalpabili, come nel caso del ministro dell’Economia, Giorgetti.

La Meloni non ha mai avuto particolare voglia di assolvere a questo ruolo perché sapeva benissimo il momento storico nel quale si trovava e si trova l’Italia.

 

Il piano di fuga dei politici italiani a Bruxelles.

 

Lei, come gli altri peones del Parlamento italiano, sanno che il sistema di potere internazionale, l’anglosfera e l’impero americano, che assicurava la loro rendita di posizione è in via di dismissione e che occorre lavorare ad un piano di fuga.

Lo stanno facendo in molti.

Tutti sembrano puntare a Bruxelles e alle elezioni europee.

 Renzi, l’uomo che doveva ritirarsi dalla politica nel 2016 dopo aver perduto il suo referendum e coinvolto nel caso Spygate, ha già iniziato a far mettere la sua faccia sulle fiancate degli autobus preparando in largo anticipo la campagna per il Parlamento europeo.

Zingaretti, eletto soltanto nel 2022 al Parlamento europeo, e coinvolto in un enorme scandalo per il caso sulle mascherine, certificato persino dalla Corte dei Conti, prepara a sua volta la campagna elettorale europea nonostante soltanto l’anno scorso fingesse disinteresse per la corsa a Bruxelles.

La Meloni non pare essere da meno e sta giocando un gioco a carte ancora più coperte di quello dei suoi colleghi in Parlamento.

“Lady Aspen” non solo non sta sciogliendo la riserva sulla sua canditura alle elezioni europee probabilmente per sfuggire a qualche fuoco di fila interno o esterno al suo partito ma starebbe in segreto coltivando l’ambizione di provare a candidarsi ad una delle poltrone più prestigiose dell’apparato dell’eurocrazia, quella di presidente della Commissione europea.

Attualmente, com’è noto, il presidente della Commissione europea in carica, Ursula Von der Leyen, ha già annunciato di voler correre per un nuovo mandato come presidente e ha già ottenuto l’appoggio formale del suo partito, il partito popolare europeo.

Ciò però non dà alcuna sicurezza alla Von der Leyen che sta cercando a tutti i costi un modo di rimanere a Bruxelles, pena l’essere chiamata probabilmente a rispondere dell’enorme scandalo, oscurato dalla cappa mediatica, sul contratto dei vaccini Pfizer, che l’avrebbe vista aver ricevuto indirettamente tramite il suo consorte, Heiko, una cifra pari a più di 700 milioni di dollari.

Senza lo scudo della immunità europea, difficilmente la Von der Leyen potrebbe sopravvivere alle conseguenze di questo enorme conflitto di interessi che l’ha anche vista cancellare le tracce delle comunicazioni telefoniche con la Pfizer, in quello che appare essere un vecchio vizio della politica tedesca che quando era ministro della Difesa in Germania era nell’occhio del ciclone per gli stessi scandali e le stesse vecchie “abitudini.”

Il fatto che il PPE abbia rinnovato la sua fiducia alla Von der Leyen non dà a quest’ultima alcune certezze per due ragioni principalmente.

La prima è che nella storia delle elezioni dei presidenti della Commissione europea sono soltanto due quelli che sono riusciti a conquistare più di un mandato, e questi sono il socialista francese Delors, considerato uno degli euristi più potenti della storia dell’UE seguito da Josè Barroso, altro personaggio che godeva della protezione di importantissimi circoli mondialisti quali il Bilderberg e la Chatham House, senza dimenticare il fatto che dopo la fine del suo secondo mandato, nel 2014, Barroso fu accolto tra le braccia di Goldman Sachs, a conferma delle potenti entrature di cui godeva.

Ursula Von der Leyen appare diversi gradini sotto a questi personaggi e inoltre si presenta il secondo problema.

L’aver ricevuto l’investitura del PPE non dà all’attuale presidente alcuna garanzia se si ignora nuovamente il sistema dello “spitzenkandidat”.

Questa parola che sembra ricordare qualche piatto tipico della cucina tedesca sta in realtà a individuare quel sistema di elezione basato su quel principio che darebbe al partito europeo che conquista più seggi la prerogativa di imporre poi il proprio candidato per la presidenza della Commissione UE al Parlamento europeo che dovrà poi esprimersi su tale candidatura.

Questo sistema però non ha una validità giuridica, è più che altro una consuetudine, e il Consiglio europeo, l’organismo composto da capi di governo e capi di Stato, ha facoltà, secondo i trattati, di ignorare questa procedura e di imporre al Parlamento europeo il proprio candidato.

La stessa Von der Leyen non è stata eletta in virtù del principio dello “spitzenkandidat”, ma perché imposta dal Consiglio nel 2019 che poi ha avuto non poche difficoltà a far eleggere la propria candidata che ha rischiato di saltare in più di un’occasione.

La partita è aperta e la Meloni potrebbe provare a giocarsela magari sfruttando sia i suoi appoggi con alcuni Paesi dell’Europa Orientale, Ungheria e Polonia in particolare, sia quelli degli ambienti dell’anglosfera, su tutti il “Times di Londra”, che l’ha definita la “leader più popolare d’Europa” anche se ovviamente di popolarità la Meloni ne ha ben poca, soprattutto in Italia.

Il presidente del Consiglio non è l’unico che avrebbe messo nel mirino la poltrona di presidente della Commissione europea per provare a mettersi al riparo dalla tempesta in arrivo sulla politica italiana.

Non è un segreto che Draghi abbia la stessa ambizione, così come non è un segreto che l’uomo del Britannia da ormai quasi due anni stia bussando alle porte di varie istituzioni politiche e finanziarie internazionali per continuare a trovarle costantemente chiuse.

Draghi è ormai decaduto e il vecchio sistema dell’anglosfera che lo aveva posto a palazzo Chigi non ha più molto da offrirgli poiché esso stesso è in decomposizione.

Sono in molti, come si vede, a voler lasciare l’Italia, e se la Meloni scoprirà le carte soltanto all’ultimo momento e proverà a dirigersi a Bruxelles, si aprirebbe un enorme buco a palazzo Chigi il cui riempimento appare un vero e proprio rebus.

Non c’è infatti la fila per prendere il suo posto e l’ultimo garante del fragile sistema politico italiano, “Mattarella”, non avrebbe alcun sostituto pronto per proseguire la legislatura.

I tecnici si sono fatti da parte da tempo e alternative praticabili nel Parlamento non ce ne sono, tantomeno a sinistra dove la Schlein fa fatica a tenere persino insieme il suo stesso partito che attraversa una scissione strisciante e quotidiana con diversi membri del PD che continuano a lasciare.

Appare esserci il grande vuoto dopo la fine di questo esecutivo.

 Appare esserci il capolinea del “sistema della Seconda Repubblica” che non sembra più in grado di sopravvivere senza l’ombrello dell’anglosfera.

L’ultima fragile foglia di fico è l’attuale governo Meloni che già è un esecutivo virtuale per la sua assenza costante e per la sua incapacità di gestire la situazione di crisi economica permanente che vive il Paese per la soffocante austerità imposta dall’ euro.

Adesso resta da capire quant’aspettativa di vita ha questo governo ma il problema per l’establishment è che la stessa premier sembra essere la prima disinteressata a tenere in vita l’esecutivo.

 

La Meloni, come gli altri, già guarderebbe all’estero per provare a mettersi in salvo.

Dopo il 9 giugno 2024, la crisi del fragile sistema politico italiano diventerà ancora più acuta e intensa.

 

 

 

L’attacco di Mosca e le prossime

mosse di Putin: verso la spallata

definitiva alla “NATO”?

Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (24 – 3 – 2024) – ci dice:

 

Quando hanno iniziato a circolare le immagini dell’attacco terroristico al “Crocus City Hall” di Mosca, una enorme sala concerti della capitale moscovita che può ospitare 6000 persone, si è pensato per un istante di essere stati messi in una macchina del tempo e di essere tornati al 2004, ai tempi del “massacro della scuola di Beslan”.

In quell’epoca, i separatisti ceceni, finanziati dalla “CIA”, mettevano in atto un barbaro massacro che costò la morte a 334 persone, 186 delle quali bambini.

Era un periodo storico differente da quello attuale in quanto la Russia di Putin aveva iniziato da pochi anni il suo viaggio di ricostruzione di una nazione in macerie e preda degli “oligarchi askenaziti” che dopo il crollo del muro di Berlino sono divenuti i veri signori della Russia.

Oggi la Russia è una nazione forte e solida e può vantare uno degli eserciti più addestrati e preparati al mondo e la sua influenza sul piano geopolitico è di assoluto primo piano.

Quando si guarda alla politica estera della Russia, si guarda ad un percorso politico che sta cambiando i vecchi assetti ereditati dalla seconda guerra mondiale e sta ponendo fine a quasi 80 anni di dominio unipolare Euro-Atlantico.

Quando si sono viste quelle immagini, ci si è chiesti legittimamente cosa è potuto accadere per consentire a 4 terroristi di entrare con tale facilità nel Crocus e di perpetrare una strage che avrebbe lasciato dietro di sé almeno 150 vittime.

In queste ore, sta circolando l’ipotesi che quello di Mosca non sia stato un vero attentato, ma una sorta di messinscena, o meglio una falsa bandiera, l’espressione utilizzata nel gergo del mondo dell’intelligence per identificare un tipo di azione che prevede anche l’esecuzione di falsi attacchi per poi poter giustificare le reazioni successive del Paese vittima di quell’attentato, seppur simulato.

I primi ad affermare che quello di Mosca è stato un falso agguato sono stati i nemici di Putin, ovvero i famigerati “nazisti ucraini” che attraverso il loro servizio di intelligence hanno dichiarato che quello di Mosca non è un vero attacco.

 

A fargli seguito sono stati poi alcuni esponenti dell’anglosfera e dei quotidiani Occidentali che hanno affermato che quanto visto a Mosca faccia parte del repertorio di Putin che ora avrà il pretesto necessario per dare vita alla escalation che il presidente russo vuole per chiudere definitivamente il conflitto ucraino e dare la spallata definitiva alla “NATO”.

Non si può fare a meno di notare tutta l’ipocrisia di questi personaggi che accusano la Russia di mettere in scena falsi attacchi quando le agenzie dei servizi Occidentali negli ultimi anni hanno messo in atto una lunga serie di operazioni di questo tipo che hanno portato alla morte di civili innocenti per mano di terroristi islamici, che spesso non erano altri che agenti del Mossad sotto mentite spoglie.

 

Le altre “false bandiere” della Russia.

I lettori che ci seguono da un po’ sanno poi che in passato siamo stati noi per primi ad individuare delle false bandiere in alcune operazioni russe quali il falso golpe del gruppo Wagner dello scorso giugno, e successivamente la probabile morte simulata del suo storico leader, Prigozhin, vicinissimo a Putin già nei primi anni 2000.

C’erano già tutti gli elementi sin dal principio per poter pensare che quella del golpe di Prigozhin fosse soltanto una messinscena.

Il gruppo Wagner infatti non aveva e non ha gli effettivi necessari per fare alcuna marcia su Mosca e prendere il potere da sola, a meno che questa non sia aiutata da una consistente parte delle forze armate russe.

Quando i suoi operativi giunsero a Rostov sul Don si vedevano i segnali della simulazione con i militari che tranquilli andavano a fare le loro compere e con Prigozhin che parlava in tutta tranquillità con i vertici delle forze armate russe. Vertici che lui in teoria avrebbe dovuto rovesciare.

Nei giorni successivi il leader della Wagner veniva persino ricevuto da Putin a conferma che tra le parti non c’è mai stata nessuna vera animosità ma che l’operazione in questione è stata attuata per eseguire delle bonifiche interne negli apparati pubblici e militari russi, e liberarsi delle quinte colonne che erano al soldo dell’Occidente, della NATO e di tutta la rete di servizi segreti quali” CIA”, “MI6” e “Mossad”.

 

Un generale russo raggiunse indirettamente questo blog e ci confermò in esclusiva che quanto accaduto era effettivamente una falsa bandiera per eseguire operazioni di pulizia interna in una strategia che in russo viene chiamata “maskirovska”.

Lo stesso può dirsi della presunta morte di Prigozhin che sarebbe morto a bordo di un aereo decollato da Mosca lo scorso 24 agosto quando l’agenzia dei trasporti aerei russa, la “Rosaviatsiya”, non dava conferma che il leader della Wagner fosse effettivamente a bordo.

Soltanto due giorni prima, Prigozhin era in Africa ad annunciare delle prossime grandi manovre in vista.

Cinque giorni dopo questo suo annuncio, ebbe luogo il golpe in Gabon che portò alla caduta di un governo fantoccio telecomandato da Parigi e che inflisse un durissimo colpo alla Francia che perdeva così le sue enormi miniere di manganese controllate dalla famiglia Rothschild attraverso la “società Eramet”.

La simulazione della morte di Prigozhin è stata con ogni probabilità un abile depistaggio di Mosca per togliere agli avversari Occidentali la possibilità di accusare la Wagner di “destabilizzare” l’Africa in quella che in realtà è la più grossa decolonizzazione mai vista negli ultimi 60 anni.

La Russia infatti sta giocando una partita a scacchi che va al di là dell’Ucraina e si estende su tutto il pianeta.

In gioco ci sono due modi di vedere le relazioni internazionali radicalmente opposti.

 Da un lato, c’è il decadente e ormai decaduto imperialismo americano;

dall’altro, c’è la visione del multipolarismo che chiude la fase iniziata nel XX secolo che aveva messo le organizzazioni internazionali al di sopra degli Stati nazionali, e aveva trasferito i poteri nelle mani di centri di potere finanziari e bancari che sono stati i veri padroni della politica per tutta la seconda metà del 900 e nei primi decenni dell’attuale secolo.

Adesso, come si diceva in precedenza, alcuni sostengono che quanto accaduto a Mosca sia una sorta di terzo capitolo della “maskirovska”.

Se si guarda con attenzione uno dei filmati iniziali dell’attacco si possono effettivamente vedere alcune anomalie quali il fatto che le persone che ricevono le mitragliate di colpi non sembrano perdere sangue e restano ancora in piedi dopo aver apparentemente ricevuto quelle scariche di colpi che, ricordiamo, sono stati sparati con armi da guerra come AK47 che fanno notevoli danni quando colpiscono i corpi soprattutto da distanza ravvicinata.

 

Uno dei video dell’agguato.

In un altro video, probabilmente fatto dagli stessi terroristi e diffuso sulle reti sociali, vediamo però che ci sono persone riverse a terra che perdono sangue e addirittura vediamo persino che uno degli attentatori prova a decapitare una delle vittime a terra gridando il classico “Allah akbar”.

L’altro video dell’agguato con i terroristi che provano a decapitare una persona.

A questo poi si deve aggiungere il fatto che è stato appiccato il fuoco al tetto del Crocus e che diversi pezzi di esso sono caduti.

Se fosse stata una falsa bandiera, come affermano alcuni, i russi avrebbero dovuto assicurarsi che il teatro fosse già vuoto in quel momento e avrebbero dovuto al contempo accertarsi che l’incendio non divampasse ulteriormente.

Un minimo errore e la perdita di vite umane può essere incalcolabile e produrre dei danni che superano di gran lunga gli eventuali benefici dell’intera presunta simulazione.

Questo ci lascia scettici sul fatto che l’attacco terroristico di Mosca per tutte le variabili che esso comporta possa essere stato una operazione di falsa bandiera.

Resta da capire però cosa non ha funzionato eventualmente nella macchina della intelligence russa che è stata in grado di sventare molti altri attentati e a questo giro apparentemente non sembra essere stata in grado di anticipare questo attacco.

Qualche giorno fa Putin parlò di traditori in un determinato gruppo della intelligence russa e forse questa potrebbe essere la causa di quanto visto al Crocus.

Le mosse dei nazisti ucraini e di Putin dopo l’attacco.

Non appena si è verificato l’attentato, quel che resta del regime nazista ucraino ha lanciato un massiccio attacco contro la Crimea attraverso una pioggia di missili che sono stati quasi tutti intercettati dalla contraerea russa.

 

A Kiev sono stati probabilmente presi dal panico e hanno provato ad anticipare o limitare in qualche modo la prossima mossa di Putin, che probabilmente sarà una di quelle pesanti e decisive.

E forse la prossima mossa del presidente russo è già iniziata quando è partito un attacco mirato a” Lvov nella parte più Occidentale dell’Ucraina”, dove Mosca fino ad ora non ha eseguito apparentemente operazioni di questo tipo.

I missili russi sono entrati apparentemente per 40 secondi nello spazio aereo della Polonia e questo sembra aver provocato la reazione di Varsavia che ha fatto alzare i suoi jet in volo per intercettare i missili ma non hanno avuto a quanto pare il tempo nemmeno di arrivare sul posto che i missili russi erano già arrivati a colpire il loro bersaglio.

Forse questo sconfinamento è stato voluto dai russi per ricordare all’altra parte, la “NATO e i suoi vassalli”, che Mosca può colpire in qualsiasi momento i suoi avversari che sono deboli e isolati senza la protezione dell’impero americano che si è fatto da parte e ha abdicato da tempo al suo ruolo.

I missili sono comunque giunti a colpire dei depositi nei quali c’erano carburante per gli aerei e un campo di addestramento di personale militare, forse anche della “NATO”.

Putin negli ultimi tempi ha detto chiaramente che sono stati intercettati dei militari che parlano inglese e francese in Ucraina e ha fatto capire che potrebbero essere uomini della “NATO”.

La presenza di consulenti militari del patto atlantico è stata registrata in Ucraina già nel 2022 quando i russi diedero vita alla battaglia dell’acciaieria di “Azovstaal”, sotto i cui sotterranei furono trovati “alti ufficiali della NATO”, tra i quali apparentemente anche alcuni italiani.

Qualche fonte russa ha anche affermato recentemente che il tenente colonnello dei bersaglieri,” Claudio Castiglia”, sarebbe morto in Ucraina nel corso di un bombardamento della Russia.

Nonostante la presenza di consulenti o militari della” NATO” camuffati da mercenari in Ucraina, non crediamo che ci siano i presupposti di un conflitto tra NATO e Russia per il semplice fatto che se la NATO avesse voluto o potuto fare qualcosa l’avrebbe fatta all’inizio della guerra e non verso la sua fine, quando ormai lo stesso “Zelensky “è alle prese con una rivolta dei suoi generali che avrebbero recentemente eseguito un attentato contro di lui.

La “NATO” senza gli Stati Uniti è soltanto una tigre di carta.

Nulla può fare questa organizzazione contro la Russia e ogni serio esperto militare è consapevole di questa semplice evidenza.

Adesso però la guerra in Ucraina ha raggiunto una fase ancora più importante di quelle precedenti.

La Russia sembra avere molto chiaro quello che dovrà fare per dare la spallata definitiva al “patto atlantico” e probabilmente attende anche che i generali ostili a Zelensky riescano a rovesciare definitivamente il “fantoccio di CIA ed Israele” che ormai vive in preda alla paura permanente e si sposta di bunker in bunker.

Sono giorni e settimane decisive non solo per la Russia e l’Ucraina, ma per il mondo intero.

Sono probabilmente gli ultimi attimi di vita del vecchio ordine dell’anglosfera che si è imposto dal 1945 in poi.

Occorre però vigilare poiché l’altra parte è allo sbando e pronta ad eventuali colpi di coda come “quello del Crocus” che non servono a raggiungere nessun fine strategicamente di rilievo, ma solo ad infliggere dolore all’altra parte con delle stragi di civili.

La testa del serpente dev’essere schiacciata definitivamente e Putin sembra avere tutta l’intenzione di farlo.

 

 

 

La fine dell’anglosfera e la visione

di padre Pio: quale futuro

attende l’Italia?

Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (22/03/2024) – ci dice:

Quando Vladimir Putin ha ringraziato il popolo russo per l’ondata di consensi ricevuta la scorsa domenica a stento ha trattenuto la sua commozione.

Quello che viene falsamente descritto dai media Occidentali come uno “spietato” e “algido” leader politico è probabilmente lo statista che più di tutti mostra uno sconfinato amore per la sua patria e il suo popolo.

Se la storia d’amore tra Vladimir Putin e il suo popolo dura da più di 20 anni, è perché il presidente russo ha mostrato nel corso di questi anni che lui non è uno statista a noleggio a differenza di chi lo ha preceduto.

Non è stato eletto per compiacere la volontà di potenze straniere, ma è stato eletto perché ha restituito tutta la dignità e l’onore che la Russia aveva perduto al tempo dell’infausta epoca degli anni 90.

In quel periodo storico, la Russia non faceva nemmeno in tempo a contemplare le macerie del muro di Berlino che al Cremlino veniva posto un presidente fantoccio, Boris Eltsin, che era oggetto di derisione nei consessi internazionali per i suoi malcelati problemi di alcolismo.

Qualcuno probabilmente ricorda ancora le immagini di Clinton che si prende gioco di lui alla Casa Bianca e questo dimostra perfettamente lo stato della Russia in quegli anni.

Non più una potenza leader, ma uno Stato satellite di Washington e dei “suoi oligarchi askenaziti” che facevano il bello, raramente, e il cattivo, frequentemente, tempo a Mosca e sul territorio della federazione.

Lo Stato tecnicamente non esisteva nemmeno più in quanto il vero governo non era quello del Cremlino ma quello dei potentati stranieri e non che avevano in mano le redini di questo grande Paese.

In quello stesso periodo storico, l’Italia subiva un processo di spoliazione economica alquanto simile a quello che si vedeva in Russia.

Quando Draghi (emerito traditore! N.D.R.) saliva sul panfilo Britannia della regina Elisabetta, uno dei membri più influenti del comitato dei 300, portava in dote l’intera ricchezza industriale di una delle potenze economiche più prospere del mondo, ovvero l’Italia, ai banchieri e finanzieri di New York e Londra.

A Mosca c’era un omologo di Mario Draghi nei panni di “Jeffrey Sachs”, economista americano di origini ebraiche e membro dei cosiddetti “Harvard boys” che allo stesso modo consegnava il patrimonio industriale russo nelle mani di compagnie private.

I saccheggi che venivano attuati a Roma e Mosca erano attuati da personaggi diversi manovrati dalle stesse menti finanziarie che hanno in mente un solo obiettivo.

 

Quello di mettere in ginocchio le nazioni, ridurle completamente all’impotenza politica per lasciarle nelle mani di istituzioni finanziarie e politiche private nelle mani dei signori della finanza internazionale, tra i quali si incontrano sempre gli stessi personaggi quali i noti, o famigerati, Dupont, Rockefeller, Rothschild, Schiff e Morgan, soltanto per citare i più “illustri”.

La Russia ha vissuto il suo Golgota negli anni 90 per poi iniziare la sua risalita e rinascita attraverso la leadership di Vladimir Putin che ha restituito quella sovranità e quella indipendenza che il Paese aveva completamente perduto nell’epoca della presidenza coloniale di Boris Eltsin.

Il padre del declino dell’Italia: l’armistizio di Cassibile.

La crisi russa è stata più breve di quella italiana in quanto la seconda si trova suo malgrado in un recinto politico e geopolitico ben più stretto e delimitato di quello della Russia.

L’Italia infatti non si trova in una condizione di sovranità limitata dal 1992, anno della svolta per il presente declino del Paese, ma dal 1943.

Questo Paese si trova ostaggio di un potere transnazionale dai tempi della fine della seconda guerra mondiale perché l’ingresso nel conflitto e la successiva sconfitta è costata all’Italia la perdita della sua sovranità e il successivo ingresso nell’anglosfera.

Sarebbe interessante un giorno aprire un serio dibattito storico approfondito sulle ragioni che spinsero Benito Mussolini ad allearsi con la Germania nazista, nonostante la diffidenza morale e culturale che il primo nutrivo nei confronti della seconda e del suo leader, Adolf Hitler, per il quale il duce nutriva una certa avversione non ricambiata poiché invece il fuhrer aveva una grande stima di Mussolini.

Il fascismo fino ai primi anni 30 aveva messo l’Italia in una invidiabile posizione di sovranità e peso politico che l’Italia liberale, giocattolo governativo della Gran Bretagna, mai aveva naturalmente avuto anche soprattutto per l’assoluto dominio delle massonerie, sciolte dal duce nel 1925 con una legge apposita.

 

Qualsiasi siano state le motivazioni che abbiano spinto il duce a seguire le orme della Germania nazista che è stata alleata del movimento sionista mondiale sin dagli inizi della presa del potere di Adolf Hitler, è stato un tremendo errore che è costato la perdita della sovranità all’Italia e la vita a Mussolini.

Sotto la tenda di Cassibile nel 1943 va in scena il più infame dei tradimenti consumato dal generale “Giuseppe Castellano” che firmava “una resa incondizionata” nonostante non avesse nemmeno l’autorità governativa per farlo perché il legittimo presidente del Consiglio era stato rovesciato soltanto due mesi prima.

L’Italia smette di essere sovrana e diviene una colonia dell’anglosfera e questo percorso cambia tutta la sua successiva storia politica.

Cassibile” è il vero padre della successiva Repubblica del 1946 nata attraverso un massiccio broglio che aveva rovesciato il voto degli italiani che volevano la monarchia nonostante il tradimento dei Savoia, fuggiti in Puglia durante l’armistizio consegnando il Paese allo sbando e alla guerra civile.

Se l’armistizio del 1943 è nato da un tradimento non ci si deve sorprendere se la successiva storia repubblicana e costituzionale sia stata ricca a sua volta di menzogne, tradimenti e di una lunga scia di sangue sparsa nei decenni successivi per tenere prigioniera l’Italia nella prigione dell’anglosfera.

Ogni singolo evento negativo degli anni successivi è stato la diretta conseguenza della condizione di sovranità limitata che l’Italia ha vissuto.

La strategia della tensione, partorita nelle stanze della CIA, è stata espressamente concepita per adombrare lo spauracchio di un nemico comunista dall’altra parte che potesse prendere in qualsiasi momento il controllo dell’Italia, ma la vera ragione d’essere degli attentati terroristici attuati nel Paese non era altro che quella di far sì che l’Italia non uscisse dalla sua prigione.

“Aldo Moro” è stato l’uomo politico più noto che ha pagato con la vita la sua volontà di accompagnare l’Italia fuori dalla NATO non certo per portarla dall’altra parte del muro ma per invece restituirle quella sovranità e indipendenza che l’alleanza atlantica le negava e per sottrarla al destino di decadenza e declino che il” club di Roma” aveva decretato per essa nei primi anni 70.

Quando “Henry Kissinger” minacciava di morte Aldo Moro era la voce del “club di Roma” che si faceva sentire.

L’Italia non doveva osare spingersi al di là del recinto assegnatole da Washington e dai suoi referenti dei vari circoli mondialisti, poiché questo Paese da solo, per la sua rilevanza politica e spirituale, poteva mandare in fumo i piani del “Nuovo Ordine Mondiale e del supergoverno globale” che questo aspirava a costruire.

Il 1992 a bordo del Britannia è un’altra naturale conseguenza del 1943 di “Cassibile”.

 Se è vero che l’Italia aveva conosciuto un periodo incredibile di prosperità e crescita nel dopoguerra questo è stato certamente possibile perché il Paese ha seguito modelli economici del tutto antitetici a quelli del protestantesimo neoliberale e anche perché Washington in quegli anni aveva interesse a garantire una certa prosperità ai Paesi del blocco Occidentale nell’ottica di gestione della guerra fredda.

Il crollo del muro aveva fatto venire meno qualsiasi ragione di preservare la stabilità e la crescita degli anni precedenti.

Il crollo del muro rappresentava la tappa successiva.

Tolto di mezzo il carrozzone sovietico “finanziato sin dal primo istante dalla finanza di New York che ha permesso l’ascesa dei bolscevichi, quasi tutti di origine ebraica”, non esisteva più alcuna ragione da parte del mondialismo di tenere in vita l’economia italiana.

Andava piuttosto lanciato l’assalto definitivo alla fortezza del cattolicesimo e dell’antica Roma per ridurla in macerie e poi “giungere alla definitiva costruzione degli Stati Uniti d’Europa”.

La fine dell’ordine liberale: quale futuro per l’Italia?

Ora questo intero disegno di dominio e di demolizione definitiva dell’Italia è andato in frantumi quando è iniziato a venire meno tutto l’ordine precedente partorito a Cassibile nel 1943.

 

Ne ha parlato negli ultimi tempi “Emma Bonino”, uno dei servitori e rappresentanti di questi poteri in Italia da molti decenni.

La dismissione dell’anglosfera e del blocco Occidentale sta rimettendo in discussione tutto ciò che prima era dato per scontato da molti qui in Italia.

L’ordine liberale anglosassone non poteva sopravvivere alla Russia di Putin prima e all’America di Trump poi.

Quell’ordine aveva qualche possibilità di sopravvivere soltanto se gli Stati Uniti avessero deciso di tenerlo in vita e di proseguire nel loro ruolo di garanti dell’architettura globalista liberale che è stata eretta nel 1945.

Che questa fase storica sia al tramonto è un fatto che può dirsi assodato.

Questo però apre nuovi scenari e nuovi interrogativi sul prossimo futuro dell’Italia.

Una volta che è venuta meno quella struttura i suoi peones nella forma degli attuali partiti che ormai sono poco più che grumi clientelari non possono più sussistere.

Questo da molto tempo ha creato una situazione di assoluta incertezza e paura tra i palazzi della politica perché la liquidazione dei vecchi garanti significa la quasi certa fine di coloro che vivevano all’ombra di tale sistema da “bravi” parassiti che trascinavano il Paese in una permanente crisi economica che procede da anni per via dell’euro e dell’austerità che esso prevede, e da ultimo nella campagna vaccinale che ha provocato la successiva ondata di “malori improvvisi”.

Costoro hanno eseguito gli ordini convinti che il vecchio ordine avrebbe trionfato e ora si risvegliano “nudi” di fronte al venire meno delle passate certezze.

Si moltiplicano le guerre tra bande e le inchieste incrociate tra i vari protagonisti della politica perché d’ora in avanti tutti cercheranno di uscire vivi da questa fase a spese degli altri compagni di viaggio, sui quali verrà addossata la colpa del disastro in quella che sarà una generale e disordinata fuga dalla nave della seconda Repubblica che affonda.

A questo stato di generale crisi dell’anglosfera si deve aggiungere anche la crisi dell’altro perno, dopo quello americano, di tale sistema,” la Gran Bretagna”, la quale assiste impotente alla fine della dinastia dei Windsor.

Soltanto qualche tempo fa sarebbe stato impensabile solamente ipotizzarlo, ma i vecchi signori del potere mondialista continuano a cadere come birilli uno dopo l’altro.

Ieri sono giunte notizie di altre dimissioni dei primi ministri irlandesi, gallesi e vietnamiti mentre i reali inglesi sono ancora uccel di bosco.

È praticamente fattuale affermare che il sistema politico italiano non potrà sopravvivere a questa fase e ciò riporta alla precedente domanda.

 

Cosa accadrà al Paese?

Se il vecchio ordine anglosassone si sta estinguendo, non è affatto azzardato pensare che si è sempre più vicini al tramonto della Repubblica a sovranità limitata del 1946 e della sua Costituzione secolare redatta orgogliosamente da diversi massoni.

Qualcuno forse ancora non si è reso conto dell’assoluta importanza del periodo storico attuale.

 L’Italia, come il resto d’Europa, sta assistendo alla fine della sua corrotta democrazia liberale.

Si è una fase di transizione che non durerà ancora molto a lungo soprattutto alla luce degli eventi in Ucraina che narrano di una strisciante guerra civile tra Zelensky e i suoi oppositori e del sempre più vicino ritorno ufficiale di Donald Trump.

I cerchi si stanno chiudendo. Non c’è scampo per coloro che dipendevano dal vecchio mondo.

La domanda su cosa attende dall’altra parte l’Italia è di difficile risposta ma si può dire con relativa certezza che nessun sistema è peggiore di quello attuale in dismissione in quanto esso è la peggiore dittatura possibile, quella degli oligarchi, che come parassiti privano il Paese delle sue risorse e le svendono ai mercati di capitali internazionali.

 

Se l’Italia è un Paese cattolico e se esso è la culla della cristianità mondiale non può che cercare la risposta del suo futuro nel suo passato.

Soltanto il recupero della tradizione potrà restituire la gloria perduta a questa nazione.

E si può anche cercare di intravedere meglio cosa c’è alla fine di questo guado politico attraverso le parole di uno dei più grandi santi della storia d’Italia, ovvero padre Pio da Pietrelcina.

Il santo predisse correttamente la fine della monarchia prima della guerra e il suo successivo ritorno.

E fece questa rivelazione persino ad un piccolo “Aimone di Savoia d’Aosta” che, i lettori si tranquillizzino, non è il ramo degli altri Savoia, quello del recentemente scomparso Vittorio Emanuele, già membro della massoneria.

La conclusione del calvario politico che ha affrontato l’Italia potrebbe essere proprio questa.

Gli eventi storici sembrano lasciar davvero presagire una fine delle democrazie liberali e delle sue corrotte dirigenze.

Se i lettori non credono ai fatti storici attuali o se tra di loro c’è ancora qualcuno che ama praticare l’esercizio masochistico e mendace di vedere sempre come vincitori i signori del decaduto mondialismo, arrivando persino a metterli sopra la Provvidenza, allora possono sempre affidarsi alle parole di San Pio da Pietrelcina.

Si ricordi sempre questo.

Alla fine del calvario, c’è sempre la Resurrezione.

 

 

 

Un nuovo documentario espone

il ruolo di Big Pharma nel

mantenere malati gli americani.

Lifesitenews.com - Frank Wright – (Lun. 25 marzo 2024) – ci dice:

In un nuovo documentario intitolato "SICK: Unmasking Big Medicine", “Tucker Carlson” e il suo canale di notizie, il” Daily Caller”, esaminano gli effetti devastanti che Big Pharma ha avuto sulla salute degli americani attraverso antidepressivi, oppioidi e COVID.

 

( LifeSiteNews ) — È emerso un nuovo documentario che indaga sul crollo della fiducia del pubblico nell’industria sanitaria e farmaceutica. 

Con gli americani descritti come le persone “più prescritte e più diagnosticate” della storia, il film intitolato “SICK: Unmasking Big Medicine”, prodotto dal “Daily Caller” di “Tucker Carlson”, sostiene che non solo la “Big Medicine” americana è un ostaggio dell’industria farmaceutica, ma sta effettivamente producendo malattie fisiche e mentali per le quali fornisce le sue “cure” tossiche.

Il documentario copre l’epidemia di prescrizione eccessiva di oppioidi e antidepressivi, mostrando anche come il regime COVID, che ha devastato la salute pubblica e la coesione sociale, sia stato creato per ripristinare la fiducia del pubblico nell’attività screditata dell’assistenza sanitaria americana. 

Sostiene inoltre che i “blocchi” siano stati utilizzati per promuovere “l’ideologia di genere” presso un pubblico prigioniero di bambini scolarizzati tramite “Zoom”, aggravando il danno arrecato dalla campagna di terrore e dall’eliminazione della vita sociale con la chiusura di scuole e spazi pubblici.

Accordo bipartisan? 

Il documentario si apre con le osservazioni di “Donald Trump”, che afferma:

“Per generazioni il popolo americano è stato maltrattato da “Big Pharma e dal suo esercito di avvocati e politici comprati e pagati”.

È un’affermazione amplificata nelle osservazioni registrate del presidente “Joe Biden”:

“Big Pharma sta facendo pagare agli americani più di tre volte quello che fanno pagare agli altri paesi, semplicemente perché potrebbero”.

Tra queste due accuse contro la cosiddetta industria sanitaria, viene mostrato un segmento di notizie in cui si accusa che in America “abbiamo la popolazione più assistita, più disabile e più diagnosticata nella storia del mondo”.

La sequenza di apertura del film si conclude con un'accusa credibile, secondo cui la pratica sanitaria dominata dalle aziende farmaceutiche sta essa stessa producendo malattie su scala nazionale.

“È la medicalizzazione della vita ordinaria. Stiamo curando i problemi che creiamo”.

 

Una crisi di fiducia.

Il video cita il crollo della fiducia del pubblico nel sistema sanitario statunitense, che è crollato del 10%, passando dal 44 al 34% tra il 2021 e il 2023.

 Il regime covid ha aggravato la sfiducia del pubblico nella medicina e nella “scienza” in generale, come sostiene il documentario, citando crollo della fiducia pubblica nel sistema sanitario statunitense, che è sceso del 10% dal 44 al 34% tra il 2021 e il 2023.

 

Una pandemia prescritta.

La portata della prescrizione di antidepressivi come “Zoloft” è enorme. Il film passa a raccontare l’impatto della pandemia di prescrizione di antidepressivi sulla vita degli individui. 

“Blake Guichet”, un ex studente, nonché ex direttore di banca “Tyler Todt”, raccontano come le loro vite sono state cambiate da questo farmaco.

 I medici ignorarono le loro questioni più ampie, come la dieta e i problemi personali, passando immediatamente alla prescrizione. 

È un percorso che può e finisce in tragedia. 

 

Suicidio su prescrizione.

Un segmento di “Tucker Carlson” mostra la scioccante correlazione con un aumento del tasso di suicidi negli Stati Uniti insieme all’aumento esponenziale della prescrizione di antidepressivi.

Il suicidio è, secondo “Carlson”, “forse l’indicatore più affidabile di tutta la depressione”.

Tuttavia, come riferisce, gli stessi antidepressivi sembrano intensificare la malattia per cui erano stati forniti per curare. 

"Nello stesso periodo in cui le prescrizioni di “SSRI” sono aumentate del 3.000%, il tasso di suicidio è aumentato del 35%", ha riferito.

Gli “SSRI” – inibitori selettivi della ricaptazione della “serotonina “– erano un nuovo tipo di antidepressivo introdotto per sostituire gli antidepressivi triciclici alla fine degli anni ’80.

Il loro meccanismo è quello di “inondare” il cervello di “serotonina”, un presunto elemento “di benessere” della chimica del cervello.

Eppure gli effetti collaterali, sebbene ben noti, erano sconosciuti a coloro a cui erano stati consigliati dai loro medici. 

Il film si concentra su una storia di tragedia tra tante. In una sequenza straziante, “Kim Witczak “racconta come suo marito” Woody “si è tolto la vita dopo averlo visto subire cambiamenti di personalità profondamente inquietanti a seguito della sua prescrizione di “Zoloft”, un comune antidepressivo.

"Il 6 agosto 2003 la mia vita è cambiata per sempre", ha detto.

"Ho ricevuto una chiamata da mio padre dicendo che mio marito da dieci anni è stato trovato impiccato alle travi del nostro garage, ed è morto all'età di 37 anni."

 

Quella stessa notte fu identificata la probabile causa. 

"Quella notte il medico legale mi chiese se “Woody” stesse assumendo farmaci", ha raccontato.

"E l'unico farmaco che assumeva era Zoloft."

Ha detto che il medico legale le ha detto che il farmaco potrebbe spiegare la morte di suo marito.

“Conoscevo “Woody”. Amava la vita.

Non c’era alcuna possibilità che questo ragazzo si togliesse la vita”, si è lamentata.

Descrive di essersi rivolta a un gruppo di sostegno al suicidio, scoprendo che le spiegazioni offerte erano che i suicidi di persone che assumevano “SSRI” venivano "respinti", spesso con la confutazione che "erano depressi", dopotutto.

Ha scoperto che anche i gruppi di sostegno “ricevevano denaro dall’industria farmaceutica”.

Anche la “cura” terapeutica fa parte di questa industria di malattie artificiali.

 

Quando il dolore è una malattia.

“Witczak” andò quindi dal suo medico, che le disse: "Pensi di aver bisogno di qualcosa?"

 All'inizio lei non capì e rispose: "Penso che sia stato il farmaco a ucciderlo".

Il suo medico allora le diede un suggerimento inquietante.

"Pensi di aver bisogno di qualcosa che ti aiuti con il dolore?"

“Witczak” fu sorpresa di trovare il lutto classificato come una condizione che poteva essere curata con lo stesso rimedio che ne era la causa.

“Non dovrei farmi male? Voglio dire, mio ​​marito è appena morto", ha detto, ricordando la conversazione.

Il dottore disse: "Beh, non è necessario".

“Witczak”, che è diventata una “sostenitrice globale della sicurezza dei farmaci”, ha raccontato come ciò l’abbia portata a indagare su come fosse possibile che “una formula così tossica “potesse essere applicata come questione di pratica medica di routine.

Inizialmente, disse che “non aveva idea” che gli “SSRI” come il “Prozac” e lo “Zoloft” fossero stati collegati al suicidio nelle udienze della “Food and Drug Administration” (FDA) nel 1991. 

 

Una storia trentennale di suicidio su prescrizione.

Il film mostra filmati di membri del pubblico dell'epoca, con una donna che incolpava l'“SSRI Prozac” per il suicidio di suo marito.

 Conclude che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare un “problema sistemico con il nostro sistema di sicurezza dei farmaci” che è lacerato da “conflitti di interessi… una mancanza di trasparenza… e il potere che hanno le aziende farmaceutiche”.

In un filmato degli anni '90, “Tucker Moneymaker” racconta come "dopo aver preso Prozac per 21 giorni" sua moglie sparò e uccise i loro due figli, prima di puntare la pistola contro se stessa.

La “FDA” sapeva trent'anni fa che gli “SSRI “hanno un "nesso causale" con "il suicidio... e altri comportamenti violenti", ha affermato, chiedendosi poi perché allora hanno approvato l'ondata di tali prescrizioni su scala di massa.

“Pensavo che la” FDA” facesse delle sperimentazioni. Non lo fanno.

Si affidano agli studi sponsorizzati dal produttore [per i nuovi farmaci]”.

Non solo i farmaci sono effettivamente approvati da coloro che li producono, ma gli stessi antidepressivi non fanno nulla per affrontare la depressione.

 Le proposte di vendita viste negli spot televisivi del” comune antidepressivo Zoloft” non ne fanno menzione.

 In uno, presente nel film, appare un simpatico cartone animato che pubblicizza “Zoloft”, un “SSRI”.

Questo aiuta a “inondare il tuo sistema con più serotonina” – un risultato che si presume possa combattere la depressione.

Eppure il film riporta un rapporto che mostra che la depressione non ha alcuna relazione con i livelli di “serotonina”. 

I farmaci prescritti su larga scala alterano pericolosamente la chimica del cervello, producendo sbalzi d’umore e gravi interruzioni delle risposte emotive, compreso un “appiattimento degli affetti”.

Questo è il termine psichiatrico per lo “stato simile a uno zombie” a cui spesso si assiste in pazienti dipendenti da antidepressivi “SSRI”.

 Questa condizione è di per sé un'indicazione di gravi malattie mentali, come la schizofrenia e altri disturbi psicotici. 

Questi farmaci vengono prescritti a più di un americano su dieci, con massicci aumenti delle prescrizioni a bambini e giovani durante i blocchi per il COVID, e si ritiene che il loro uso sia collegato a sparatorie di massa.

 I farmaci funzionano, a quanto pare, ma stanno lavorando per produrre una pandemia di miseria e morte prescritte.

 

Dipendenza tramite prescrizione.

Passando alla” crisi degli oppioidi”, un medico racconta come gli è stato prescritto l’”oppiaceo Vicodin”, che ha semplicemente cancellato le sue ansie, portandomi a “una dipendenza di quattro anni che mi ha quasi portato a perdere tutto, compresa la mia stessa “vita”.

Il dottor Stephen Lloyd” si descrive come "un medico di medicina delle dipendenze di Nashville, Tennessee".

Dice di essere "considerato un esperto in questo campo" a causa del suo trattamento a lungo termine dei tossicodipendenti e della sua dipendenza dagli oppiacei derivante dall'uso di farmaci da prescrizione. 

Dice che le pillole “lo hanno semplicemente intorpidito”. 

Un altro segmento presenta il dottor “Charlie Fagenholtz”, un “medico olistico”, che aiuta i pazienti dipendenti a “ridurre gradualmente” i numerosi farmaci dai quali sono diventati dipendenti.

Sottolinea che sono i farmacisti, e non i medici, a “conoscere veramente le interazioni farmacologiche”.

"Questo è un grosso problema, perché le persone non parlano con i loro farmacisti - parlano con i loro medici - che non comprendono appieno i meccanismi per prendere e smettere [di questi farmaci]."

“Fagenholtz” fornisce una critica convincente alla teoria del trauma che vede le normali risposte umane al dolore e allo stress classificate come un evento psicologico – da correggere con i farmaci.

"La medicina non ha realmente una soluzione per i traumi delle persone", spiega. 

 

Seguendo la scienza.

Il documentario descrive in dettaglio l’enorme campagna di propaganda che accompagna il COVID-19, che si dice sia stata un tentativo di ripristinare la fiducia del pubblico nella “scienza” dietro i consigli sulla salute pubblica e nei giganti farmaceutici come Pfizer, che era stato colpito con un record di 2,3 multa da un miliardo di dollari per aver promosso una prescrizione eccessiva.

Dopo l’enorme scandalo della prescrizione di massa di oppioidi, il film sostiene che il regime del Covid è stato un tentativo aggressivo di recuperare la reputazione di un complesso medico-industriale corrotto e screditato.

Pur chiedendo alla gente di “prendere il vaccino” – pressando un’iniezione sperimentale di mRNA sulla popolazione,” Tyler Todt” osserva:

 “Hanno combattuto più duramente per vietare l’ “ivermectina” che il “fentanil”.

 

Iniettare la malattia.

Al minuto 29 del film c'è una delle spiegazioni più chiare dei pericoli dei “vaccini” a mRNA, spiegando come le iniezioni agiscono sulle cellule umane.

 Le “proteine ​​​​spike” introdotte sono riconosciute come un “invasore estraneo”, che si attaccano principalmente a organi e tessuti come “il tuo cuore, il tuo cervello e le tue ovaie”.

I “vaccini” sono stati promossi da quella che “Fagenholtz “chiama “la campagna della paura definitiva”, rafforzata dall’insistenza sull’uso delle mascherine.

Fagenholtz” qui afferma che l’effetto dannoso del terrore del pubblico – soprattutto dei giovani – si farà sentire negli anni a venire.

Bloccato nell’ideologia di genere.

Eppure non è solo la paura ad essere usata come arma nell’opportunità unica offerta dai lockdown per il Covid.

Con le persone confinate in casa e sempre più dipendenti dagli schermi per le informazioni, si è verificata una drammatica escalation nella trasmissione della propaganda dell’“identità di genere” attraverso la scuola online.

“Dopo il COVID c’è stato un cambiamento nell’insegnare ai bambini l’ideologia di genere”, afferma il film.

I programmi di educazione sessuale sono stati modificati per promuovere l’idea che i bambini potessero cambiare il loro genere, accompagnato dall’amplificazione online di pronomi come “loro/loro”.

Il film presenta il caso in cui i lockdown sono stati sfruttati come un’opportunità perfetta per amplificare il meccanismo di trasmissione del virus mentale transgender, un processo descritto come “contagio sociale”.

Il business della malattia.

Questo documentario è straziante, anche per coloro che hanno visto molto sulla linea dello scetticismo sul covid e sui vaccini.

 Si basa sull'osservazione fatta in “Epidemic of Fraud” di “John Davidson”, secondo cui l'industria medica statunitense è completamente corrotta, per dimostrare che la medicina oggi negli Stati Uniti non è nel business delle cure.

Esiste i​Il nuovo film "Epidemic of Fraud" che denuncia la massiccia corruzione dovuta al COVID.

Gran parte di esso sembra essere la monetizzazione della produzione di malattie mentali e fisiche.

 Il crollo della fiducia pubblica è giustificato.

“Malato” è un nome appropriato per un settore che non fornisce né salute né assistenza, al di fuori dei profitti redditizi che fornisce ai suoi azionisti. 

Potete chiedere al Congresso USA di indagare sull’aumento dei tassi di mortalità in eccesso.

Si può richiedere il trailer gratuito di “SICK: Unmasking Big Medicine”.

 

 

 

 

“Putin” rilascia una nuova dichiarazione

 sul massacro di Crocus, dice che

 l'Ucraina molto probabilmente

 è dietro di essa.

 Unz.com - ANDREW ANGLIN – (26 MARZO 2024) – ci dice:

 

I terroristi sono fuggiti dal luogo dell'attacco nella stessa auto con cui sono arrivati.

Era un'auto molto evidente, bianca con il tetto nero.

Le forze russe hanno seguito l'auto, non fermandola immediatamente, perché volevano vedere dove stava andando.

 Alla fine, hanno fermato l'auto nella foresta, dove sapevano che i terroristi non potevano uscire e uccidere altre persone o prendere ostaggi.

 Ma hanno fermato l'auto solo dopo che è stato chiaro che era diretta verso il confine con l'Ucraina.

Questo “massacro di Crocus “è stato diverso da praticamente ogni attacco terroristico che abbiamo visto in passato, poiché gli aggressori non avevano pianificato di morire durante l'attacco.

 Di solito, l'intero scopo di un attacco terroristico è che gli aggressori muoiano come "martiri".

 Queste persone affermano di essere state pagate e che ovviamente intendevano sopravvivere.

Il fatto che stessero guidando verso l'Ucraina significa che qualcuno ha detto loro che l'Ucraina li avrebbe fatti entrare.

Chiaramente ci credevano.

Questi ragazzi sono stati tutti torturati, cosa che ovviamente sarebbe accaduta, e sarebbe stato molto più logico morire semplicemente durante l'attacco, soprattutto se sono veri "terroristi islamici" che credevano di avere “72 vergini in paradiso” se muoiono uccidendo persone a caso.

La Russia afferma che l'Ucraina stava aprendo loro un valico di frontiera.

Mi sembra che il problema sia risolto.

“RT”:

L'attacco terroristico mortale al “municipio di Crocus “è stato un chiaro tentativo di intimidire la Russia e servire gli interessi del governo ucraino, ha detto lunedì il presidente russo Vladimir Putin.

Più di 130 persone sono state uccise nella sala concerti a nord-ovest di Mosca venerdì sera, quando diversi uomini armati hanno iniziato a sparare sulla folla e hanno incendiato la sala.

 Parlando con le forze dell'ordine e i funzionari regionali lunedì sera, Putin ha sostenuto che l'atrocità si adattava al modello di azioni di Kiev.

" Questa atrocità potrebbe essere solo un anello di tutta una serie di tentativi da parte di coloro che combattono il nostro Paese dal 2014, usando il regime neonazista di Kiev come loro mano", ha detto Putin.

(…)

Gli “Stati Uniti” e l'”UE” hanno rapidamente insistito sul fatto che l'Ucraina non aveva nulla a che fare con l'attacco e che l'ISIS-K, un gruppo oscuro che preferibilmente operava in Afghanistan e in Asia centrale, era l'unico colpevole.

Gli Stati Uniti hanno annunciato che "l'Ucraina non l'ha fatto" esattamente 55 minuti dopo la fine dell'attacco.

 

Come hanno fatto a saperlo?

Quell'annuncio è solo un'ulteriore prova non solo che l'Ucraina l'ha fatto, ma che gli Stati Uniti sapevano che l'Ucraina lo ha fatto.

I servizi di sicurezza russi hanno arrestato una dozzina di sospetti, tra cui sette presunti colpevoli, intercettati mentre guidavano verso il confine con l'Ucraina.

Sono stati identificazioni come cittadini tagiki.

Parlando lunedì sera, Putin li ha descritti come "islamisti radicali".

Una domanda a cui deve rispondere è perché i terroristi si sono diretti verso l'Ucraina dopo aver effettuato l'attacco, ha detto Putin.

"Chi li aspettava lì?

 È chiaro che chi sostiene il regime di Kiev non vuole essere complice e sponsor del terrorismo.

 Ma rimangono molte domande", ha aggiunto.

Mentre la Russia sa chi ha premuto il grilletto, ha detto il presidente, Mosca deve ancora scoprire chi ha dato l'ordine.

 Tuttavia, ha chiarito che Kiev è il suo principale sospettato.

Mentre l'esercito ucraino perde in prima linea, Kiev ha tentato di sfondare il confine russo, ha bombardato i civili a Belgorod e ha lanciato missili sulla Crimea, ha osservato Putin durante l'incontro.

 Tutte queste azioni "creano una sequenza logica per un attacco terroristico", cercando sia di intimidire la Russia che di rafforzare il morale interno, in modo che gli ucraini continuino a "obbedire agli ordini" di Washington e continuino a combattere, ha aggiunto.

Questo è esattamente quello che ho detto ieri.

Ho notato che “Victoria Nuland”, in visita a Kiev alla fine di gennaio, ha parlato di "belle sorprese" per la Russia.

 Si dà il caso che lo abbia ripetuto il 22 febbraio, questa volta dicendo che ci sarebbero state "brutte sorprese".

È possibile che molti negli Stati Uniti siano preoccupati per la direzione che sta prendendo la situazione.

 Nei giorni precedenti l'”attacco al Crocus”, gli americani imploravano gli ucraini di smettere di attaccare le raffinerie di petrolio russe.

L'Ucraina ha detto no.

 

Ciò è probabilmente legato al licenziamento di “Victoria Nuland” da parte del Dipartimento di Stato all'inizio di questo mese:

 la “situazione in Ucraina stava andando fuori controllo” e lei era la figura principale dietro la spinta per una costante escalation.

L'”attacco di Crocus “potrebbe essere stato qualcosa che “Nuland” aveva pianificato prima di essere licenziata.

In effetti, avrebbe potuto essere sorpresa a pianificarlo da altri a Washington, ed essere licenziata perché lo stava pianificando, e poi l'Ucraina avrebbe potuto andare avanti con esso.

Questa è ovviamente una speculazione, ma certamente si adatta a ciò che sappiamo in questo momento, e si adatta a queste dichiarazioni della “Nuland” che stava pianificando una "sorpresa" per la Russia.

Indipendentemente dai dettagli:

 gli assassini stavano guidando verso l'Ucraina. L'Ucraina stava aprendo un valico di frontiera.

 Il regime di Kiev è responsabile.

Se queste persone fossero seriamente islamiche, attaccherebbero Israele.

 Vorrebbero anche morire durante il loro attacco invece di essere torturati e mandati in prigione e poi morire ancora (la Russia sta per ripristinare la pena di morte per questi).

 

"ISIS-K" non è nemmeno una cosa reale.

È solo un nome in codice per “i terroristi controllati dalla CIA” che attualmente molestano i talebani.

Quando gli Stati Uniti vengono scoperti e dicono "non è l'Ucraina, è l'ISIS-K", stanno dicendo "non è la nostra risorsa #1, è la nostra risorsa #2".

Questo attacco è troppo oltraggioso, troppo intollerabile.

 Gli ucraini devono pagarne le conseguenze.

La Guerra Bianca, tre potenze

nucleari alla conquista dell'Artico.

Rainews.it – Pierluigi Mele – Marzio Mian - (01/12/2023) – ci dice:

Una terra che straborda di risorse e ricchezze naturali e che diventa sempre più strategica.

Ce ne parla “Marzio Mian”, esperto di geopolitica e autore del saggio “Guerra Bianca. Sul fronte Artico del conflitto mondiale”

 

Lo stretto di Bering diventerà sempre più cruciale per la questione del traffico marittimo, perché è da lì che si entra o si esce dall’Artico in navigazione sulla rotta Asia-Europa e quindi è sempre più densamente trafficato e sempre più sensibile dal punto di vista strategico.

 Con il giornalista “Marzio Mian”, esperto di geopolitica e autore del saggio “Guerra Bianca. Sul fronte Artico del conflitto mondiale”, facciamo il punto su questo scenario sempre più strategico per le grandi potenze.

Marzio Mian, se ne parla poco rispetto alla grande sfida geopolitica che lo scenario artico produrrà nei prossimi anni, ma perché l'Artico è sempre più strategico?

Rispetto a quando ho iniziato a occuparmi dell’Artico 10-12 anni fa, se ne parla di più.

 Io ero l’unico in sostanza che si occupava di Artico soprattutto sul campo, se ne parlava dal punto di vista scientifico e anche geopolitico ma tra studiosi, io ho cominciato a raccontare questa travolgente trasformazione dell’Artico sul campo e cioè le conseguenze del cambiamento climatico dal punto di vista politico, sociale, economico, etico.

Praticamente mi ero reso conto che eravamo di fronte a un nuovo mondo, quasi una nuova scoperta dell’America, un nuovo continente che improvvisamente si affaccia nella grande storia dell’umanità, una parte del mondo che era ibernata nella storia, sempre uguale, e anche idealmente piaceva che ci potesse essere nel nostro mondo complesso e problematico, e anche inquietante, un posto invece sempre uguale a sé stesso, ibernato nella storia.

 E invece questo mondo si è messo in moto e quindi oggi è un tema dominante, se si esclude la cronaca che è quella della guerra in Ucraina e in Medio Oriente.

Però è forte la percezione a diversi livelli che questo sarà un tema sempre più importante nei prossimi anni.

Soprattutto tutto è cambiato con il febbraio 2022 con l’invasione dell’Ucraina perché appunto le prime ripercussioni di uno scontro, di una terza guerra mondiale diciamo, dove oltre appunto a uno scontro armato che è quello dell’Ucraina, ci sono anche altri scontri al livello strategico, culturale, anche religioso, dove è andato in crisi l’equilibrio internazionale, questo si è visto molto nell’Artico, che anche durante la guerra fredda è stato un teatro di sfida, il famoso film “Caccia a ottobre rosso”, dove Stati Uniti e Unione sovietica giocavano al gatto e il topo con i sommergibili, però era comunque un’area che rimaneva ancora fuori dalle aree più calde del mondo dal punto di vista militare e strategico.

Una regione del mondo in sostanza quasi condannata alla pace.

 Rimase famoso il “discorso a Murmansk” nel 1987 in cui “Gorbačëv”, che rappresentava già la parte perdente della guerra fredda, fece un appello perché l’Artico rimanesse un luogo di pace.

Poi c’è il “Consiglio Artico” che è questo “organismo intergovernativo “di cui fino a pochi anni fa nessuno sapeva dell’esistenza che invece man mano che il ghiaccio si scioglieva è diventato sempre più importante e frequentato fino al livello dei Ministeri degli Esteri, “Hilary Clinton” e “Lavrov”, piuttosto che “Pompeo” e di nuovo “Lavrov2.

 Questo “Consiglio Artico” che si occupava di gestire le questioni dell’Artico, esclusa quella della sicurezza, ma tutte quelle ambientali, di gestione intergovernativa per la pesca, l’ambiente, le nuove rotte.

Questo “patto del ghiaccio” ha retto anche durante l’annessione della Crimea (2014), ci furono delle sanzioni ma” il Consiglio Artico” tenne.

Questo non è accaduto con l’Ucraina:

quel patto del ghiaccio è diventato una nuova cortina di ghiaccio dove “le nazioni occidentali del Consiglio Artico” hanno interrotto i rapporti con” la Russia (ricordiamo che la Russia occupa il 52% delle coste artiche ed è la potenza artica storica sin dal 700 con Pietro il Grande) e questo è stato un segnale netto di un salto di qualità rispetto all’importanza dell’Artico per la sicurezza internazionale e della sua importanza strategica di prima grandezza.

 Per varie ragioni lunghe da spiegare, è il luogo dove si trovano circa il 40% delle materie prime non ancora sfruttate del pianeta e poi è un’area contesa per ragioni logiche perché l’uomo ha sempre approfittato dei cambiamenti climatici nella sua storia e anche in questo caso, in un mondo sempre più desertificato, sovraffollato e alla ricerca di risorse, ecco che si presenta questa opportunità.

Nel momento in cui “la Russia è il nemico pubblico numero uno dell’Occidente”, l’Artico è il baricentro del potere russo dal punto di vista energetico, economico, militare, strategico.

Come mi è stato detto al “Dipartimento di Stato” l’artico è il bancomat di Putin che gli permette di finanziare le guerre, e la sua visione neo imperiale.

 Ma soprattutto i russi non permetteranno mai che venga messa in discussione la sua sovranità perché appunto colpire la Russia nell’Artico significa minacciare l’esistenza della Russia tout-court.

L’Artico russo confina con la “NATO” nel mare di Barents e quindi tra Norvegia/Artico europeo e Artico occidentale russo è dove c’è la più alta concentrazione militare e di testate nucleari al mondo.

È chiaro che ci sono tutte le condizioni perché l’Artico diventi il protagonista, l’area segnata in rosso per i prossimi anni, ma lo è già da parte anche degli americani che si sono mossi in ritardo rispetto ai russi per il dominio della regione, hanno un po’ sottovalutato negli anni passati l’importanza dell’area nonostante i continui richiami dei norvegesi e non solo per un impegno maggiore, fatto sta che oggi l’Artico è in cima ai pensieri degli Stati Uniti.

Poche settimane fa a “Reykjavik “durante il” Forum sull’Artico”, che è una specie di “Davos dell’Artico”, l’ammiraglio “Rob Bauer”, capo del Consiglio Militare della NATO, ha detto che c’è un altissimo rischio di conflitto nell’Artico.

 

 Ha citato i test dei missili” ipersonici russi”, dei “Poseidon nucleari”, e poi soprattutto l’alleanza tra Russia e Cina che nell’Artico è un dato di fatto.

Diciamo che l’amicizia cosiddetta illimitata tra “Xi Jinping” e “Putin” riguarda quasi totalmente l’Artico:

per la questione energetica la Cina ha bisogno soprattutto del gas liquido naturale, per le nuove rotte, che sono la scorciatoia della globalizzazione e per la Cina sono fondamentali perché la Cina è già al monopolio con il dominio sul 90% del traffico marittimo internazionale nei mari cinesi.

A maggior ragione visto anche il conflitto in Medio Oriente e i rischi anche del transito tradizionale via Suez, Russia e Cina sono ancora più determinate a investire e sviluppare la rotta artica, la “Northern Sea Route”, che i cinesi chiamano “la via della seta polare”.

Quindi energia, traffico marittimo, pesca:

il pesce è la proteina più richiesta al mondo e l’Artico sta diventando l’oceano più pescoso del mondo perché molti stock di pesci preziosi e pregiati fanno rotta verso nord in cerca di acque più fredde quindi già oggi circa il 50% del pesce dell’Artico americano è nel mercato americano e lo stesso per il mercato europeo, e sarà così sempre di più.

Quindi dal momento in cui si aprono nuove acque internazionali con lo scioglimento dei ghiacci e con la tecnologia che aiuta questo processo, queste acque sono sempre più accessibili e quindi le navi fabbrica cinesi, coreane e giapponesi saranno sempre più presenti in quelle acque.

Bisognerà capire quanto Stati Uniti, Canada, Norvegia, accetteranno questa presenza.

 Comunque per gli Stati Uniti quello della pesca è uno dei temi più sensibili dal punto di vista delle possibili crisi, dei possibili “casus belli”, soprattutto le Svalbard, dove i russi sono sempre più attivi nella loro parte con pescherecci più o meno veri e più o meno finti, con una certa determinazione a fare delle” isole Svalbard” un “cavallo di Troia nell’Artico chiamiamolo della NATO”.

 

Quali sono le grandi risorse materiali che fanno dell'Artico la più grande riserva del mondo?

E in quali aree sono collocate?

L’Artico russo è un po’ il bancomat di Putin, come ho già detto, la “penisola di Yamal”è l’Arabia Saudita dell’Artico, circa l’80% del gas liquido naturale del mondo viene da lì e il 40-42% delle esportazioni di idrocarburi russe derivano dall’Artico.

 Ed è solo una piccola parte quella che viene sfruttata perché ci sono grandi bacini ancora inesplorati.

 Poi del pesce ne abbiamo parlato.

Nell’artico russo ci sono i materiali fondamentali per le batterie elettrice (nichel, cobalto) che continuano ad essere sfruttate ed esportate anche in Europa, sono esenti da sanzioni (paradossalmente ma non tanto paradossalmente, sono le ipocrisie della nostra epoca, anche il gas liquido naturale continua a arrivare in Europa).

L’Artico è fondamentale per la Norvegia che è un emirato del nord e tra nord Atlantico ma soprattutto il mare di Barents, la Norvegia è una potenza petrolifera e sta aprendo nuove concessioni nell’Artico e l’ENI è un grande attore per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio e del gas nel mare di Barents norvegese.

 L’elenco è lunghissimo.

La Groenlandia sicuramente ha un ruolo centrale nella questione delle risorse dell’Artico, perché parlando per esempio delle terre rare detiene il 25% delle terre rare del pianeta, oltre che l’uranio, i metalli preziosi e le pietre preziose e quindi è un’isola molto contesa.

 Fino a 2 anni fa la Cina era l’interlocutore privilegiato degli” Inuit” (ricordiamoci che la Groenlandia pur essendo indipendente fa ancora parte del regno di Danimarca, anzi rappresenta il 90% del regno di Danimarca, Danimarca che è nazione “NATO”), ma in 2 anni gli americani hanno scalzato i cinesi e hanno riacquistato, anche tramite la Danimarca messa sotto pressione, quell’influenza che avevano durante la guerra fredda con le loro basi in Groenlandia, ma oggi gli Stati Uniti sono determinati ad avere una posizione di privilegio e di “team maker” in Groenlandia sia dal punto di vista dello sfruttamento delle terre rare, dove hanno messo in campo anche i pezzi da 90 del capitalismo digitale americano, “Bill Gates”,” Jeff Bezos”, che gestiscono quella che potrebbe essere la più importante miniera di terre rare in Groenlandia.

Gli Stati Uniti hanno anche aperto una sede diplomatica a “Nuuk”, la capitale groenlandese, quindi sì la posta in gioco è enorme.

 Io descrivo sempre la Groenlandia come un nuovo Congo, un’isola dove ci si contende il bottino.

 

Vediamo ciascuna potenza.

Incominciamo dalla Russia. Sappiamo che Vladimir Putin vuole il Primato della Russia nell'Artico.

Come si sta muovendo in questo scenario?

Putin è costretto ad allearsi alla Cina perché appunto, venendo a mancare con le sanzioni il” know how” e l’aiuto delle grandi aziende occidentali per lo sviluppo delle infrastrutture legate allo sfruttamento di gas e petrolio nell’Artico, la Russia si è rivolta alla Cina che già aveva investito moltissimo negli anni scorsi, circa dai 30 ai 40 miliardi di dollari fra porti, impianti, etc.

Addirittura il “porto di Sabetta” di nuovo nella” penisola di Yamal” è stato finanziato quasi tutto con le banche di Stato cinesi, ma oggi la Cina è il partner fondamentale, tanto è vero che io poi penso sia un po’ un’ipoteca:

la Russia sta ipotecando il suo Artico e la Cina sta ad attendere, se le cose dovessero andar male per la Russia, la Cina incasserà.

Comunque c’è anche dell’ansia militare, ci sono manovre navali congiunte anche davanti alle coste americane, nel mare di Bering ci sono state almeno due manovre navali tra russo- cinesi e quindi Putin continua a sfruttare l’Artico con nuovi investimenti, anche un impianto, il secondo più grande di “LNG” che stava a “Murmansk” che non era completato è stato completato dai cinesi.

Oggi è sotto sanzioni, da un paio di settimane è stato messo sotto sanzioni da parte degli Stati Uniti, ma è stato completato.

Poi la costruzione di 40-50 nuove basi, alcune riadattate, comunque negli ultimi 10 anni praticamente sono tra 40-50 basi di vario tipo, da basi aeree, operative, missilistiche, piuttosto che di stoccaggio di testate nucleari, la flotta del nord è ancorata nel Mar Bianco.

 Quindi presenza militare massiccia con armamenti sofisticati che non sono certo quelli che si sono visti un Ucraina, la gioielleria è ancora nell’Artico.

Nell’Artico i russi continuano a fare grandi manovre militari, in territori estremamente ostili e quindi anche con grande dispiego di mezzi e finanziamenti.

Insomma uno sforzo enorme perché come dicevo è il baricentro della potenza russa.

 

Come rispondono gli Usa a questo espansionismo artico dei totalitarismi?

 Hanno una strategia “polare”?

Sì, gli americani hanno una strategia polare soprattutto negli ultimi tempi.

Hanno reso noto e divulgato una dottrina dove si evidenzia l’importanza strategica cruciale dell’Artico per gli Stati Uniti e per l’Occidente e dove si parla però non solo di Russia, ma anche moltissimo di Cina.

 Gli Stati Uniti sono molto preoccupati del ruolo crescente della Cina sotto vari aspetti, in prospettiva anche quello militare.

Come dicevo è già in atto nell’alleanza con la Russia, ma anche la presenza militare navale dei cinesi è contemplata.

La differenza con la Russia in termini di rompighiaccio è enorme: diciamo che una potenza artica si definisce un po’ in base al numero di rompighiaccio nucleari, i russi ne hanno oltre 40 con 2 o 3 in costruzione in questo periodo, gli Stati Uniti ne hanno 2, la Cina se non sbaglio ne ha una decina.

 

La Nato ha sufficiente capacità di deterrenza in questo scenario?

La NATO ha sempre più un’attrazione nordica, appunto con l’entrata della “Finlandia” e della “Svezia” la NATO evidentemente concentra il suo impegno nell’area nord orientale dell’Occidente e quindi” mare di Barents”, dove si susseguono grandi manovre, dove anche recentemente è arrivata “la più grande portaerei del mondo, la Ford”, dove tra l’altro i paesi scandinavi, la cosiddetta alleanza del nord tra Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, hanno messo insieme una capacità di difesa area impressionante con un numero di caccia importante.

“Stoltenberg” è stato recentemente in Canada nell’Artico canadese a dare messaggi molto forti sia alla Russia che alla Cina e nell’Artico americano Stati Uniti e Canada stanno collaborando con brigate artiche congiunte, anche aeree, e quindi anche gli americani stanno aumentando massicciamente la loro presenza in Alaska, stanno riaprendo le vecchie basi della guerra fredda, anche con brigate di paracadutisti.

 

L’Unione Europea che ruolo ha?

L’Unione Europea conta pochissimo, i suoi impegni sono scientifici.

 C’è una tensione importante in Groenlandia nel tentativo di non rimanere spiazzati nella corsa per le terre rare perché anche l’Unione Europea è consapevole che quella può essere una risorsa con cui emanciparsi dalla dipendenza cinese rispetto ai semiconduttori e ai metalli preziosi.

Per il resto c’è la presenza nella NATO, addirittura l’Italia con gli alpini ha sviluppato una collaborazione ben specifica sia con gli americani che con i norvegesi per la sua esperienza nella guerra bianca, quindi le truppe alpine sono sempre invitate a queste grandi manovre.

L’Europa è abbastanza fuori dal tavolo che conta per il futuro dell’Artico.

Ultima domanda: quali fattori potranno scatenare tensioni e pericolosi rischi di conflitto?

Dicevo appunto la questione della pesca che può innescare delle crisi e poi ci sono le “Svalbard”, che tratto nel capitolo del mio libro dedicato all’arcipelago che scotta, perché il “trattato delle Svalbard che risale al 1928” è datato e anacronistico e anche lacunoso, e quindi si presta ad essere sfidato.

 È complesso spiegare come funziona la questione della sovranità norvegese, come i norvegesi abbiano deciso anche unilateralmente di allargare anche alle Svalbard la legge del mare, quindi lo sfruttamento del mare, la pesca, e quindi questo viene messo in dubbio prima di tutto dalla Russia, ma anche da parte dell’Occidente ci sono delle perplessità e dei timori riguardo la tenuta di quel trattato e delle sue interpretazioni norvegesi.

Poi una zona molto calda è sicuramente lo “stretto di Bering” perché è dove Stati Uniti e Russia confinano, tra l’altro un confine neanche definito perché non è mai stato sottoscritto dall’Unione Sovietica prima e dalla Russia dopo, quindi è ancora un confine marittimo possibilmente impugnabile, dove ci sono sconfinamenti quotidiani di caccia, dove ci sono state queste manovre russo-cinesi.

Poi lo “stretto di Bering” diventerà sempre più cruciale per la questione del traffico marittimo, perché è da lì che si entra o si esce dall’Artico in navigazione sulla “rotta Asia-Europa” e quindi è sempre più densamente trafficato e sempre più sensibile dal punto di vista strategico.

 

 

 

Intelligenza artificiale, il Garante

privacy avvia istruttoria su “Sora”

di “OpenAI.”

Privacy.it – Redazione – (8-3-2024) – ci dice:

 

Chieste alla società informazioni su algoritmo che crea brevi video da poche righe di testo.

Il Garante Privacy ha avviato una istruttoria nei confronti di “OpenAI”, la società statunitense che nelle scorse settimane ha annunciato il lancio di un nuovo modello di intelligenza artificiale, denominato “Sora”, in grado, da quanto annunciato, di creare scene dinamiche, realistiche e fantasiose, partendo da poche istruzioni testuali.

Considerate le possibili implicazioni che il servizio “Sora” potrebbe avere sul trattamento dei dati personali degli utenti che si trovano nell’Unione europea e in particolare in Italia, l’Autorità ha chiesto ad “OpenAi” di fornire una serie di chiarimenti.

 

Entro 20 giorni, la società dovrà precisare se il nuovo modello di intelligenza artificiale sia un servizio già disponibile al pubblico e se venga o verrà offerto ad utenti che si trovano nell’Unione Europea, in particolare in Italia.

“OpenAI” inoltre dovrà chiarire al Garante una serie di elementi:

le modalità di addestramento dell’algoritmo;

i dati raccolti ed elaborati per addestrarlo, specialmente se si tratti di dati personali;

 se tra questi vi siano anche particolari categorie di dati (convinzioni religiose, filosofiche, opinioni politiche, dati genetici, salute, vita sessuale);

quali siano le fonti utilizzate.

Nel caso in cui il servizio venga o verrà offerto a utenti che si trovano nell’Ue, il Garante ha chiesto in particolare alla società di indicare se le modalità previste per informare utenti e non utenti e le basi giuridiche del trattamento dei dati forniti di quanti accedono al servizio siano conformi al Regolamento europeo.

(Roma, 8 marzo 2024)

 

 

 

 

 

Nuovo mondo:

una guerra di troppo?

Ispionline.it – Sara Cristaldi – (9 Dic. 2023) – ci dice:

 

Il conflitto” Israele-Hamas” può essere il punto di partenza per mettere ordine nell’attuale disordine geopolitico.

 E superare l’architettura internazionale creata all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Il nodo di leader all’altezza di una sfida storica.

Dal Pacifico al Mediterraneo:

 improvvisamente, con lo scoppio della guerra Israele-Hamas, il centro del mondo è tornato al passato.

 Doveva essere il “Secolo Asiatico” corroborato dalla crescita geopolitica e geoeconomica dell’“Indo-Pacifico”.

 Ma, in tempi di fratture e crisi permanente dell’ordine internazionale costituito dopo la Seconda Guerra mondiale, può anche accadere di essere fuorviati nelle analisi e nelle previsioni dall’attuale disordine multipolare.

 Come anche dalle contraddizioni di un Occidente a guida americana che pure pareva aver ritrovato unità di intenti a fronte della sfida russa per l’Ucraina e la sfida cinese per la leadership mondiale.

 Il” pivot to Asia” USA è al momento passato in secondo piano proprio a causa di Ucraina e Gaza.

Il Medio Oriente è di nuovo prioritario nell’agenda della politica estera di Washington.

E il “processo di pace degli Accordi di Abramo” è stato spazzato via (almeno per ora) da Hamas e i suoi sostenitori (Iran in prima linea).

 

L’Europa, sempre alla ricerca di un’identità più forte sulla scena internazionale, si è ritrovata da un giorno all’altro avvolta nella spirale di ben due fronti bellici:

 a Est e a Sud, con il rischio che un’escalation militare in Medio Oriente porti a una vera e propria guerra regionale.

Con tutte le conseguenze del caso sul fronte di sicurezza e rotte commerciali vitali per un’economia già in difficoltà e dalla vocazione trasformatrice.

 

Una cesura storica?

Uno scacchiere complesso e pericoloso, in verità, per tutti gli attori internazionali: Re, Regine o pedoni che siano.

Eppure, dopo la pandemia e la sfida di Putin alle porte dell’Europa, proprio la nuova guerra mediorientale potrebbe costituire una cesura storica.

Il mondo si ritrova ad affrontare una crisi geopolitica potenzialmente più impattante dal punto di vista globale della stessa guerra ucraina, retrocessa oggi a confitto “locale” europeo.

Un altro tassello della “depressione geopolitica”, come l’ha definita “Nouriel Roubini”, che potrebbe avere pesanti ripercussioni economiche e finanziarie con un ulteriore esplosivo aggravamento delle diseguaglianze, nei Paesi e tra Paesi.

Un punto di non ritorno?

 Per uscirne oggi diventa imperativo affrontare i problemi e mettere ordine.

Al passo con i tempi ma soprattutto rinunciando a parametri del passato.

A fronte del disordine globale, c’è chi dice che occorre una “nuova Yalta”, la conferenza in terra di Crimea con cui “Roosevelt”, “Churchill” e “Stalin” (nel bene e nel male) nel 1945 posero le basi del mondo post – Seconda guerra mondiale ma anche della Guerra Fredda.

Significa però rifarsi a un contesto ben diverso da quello attuale.

E molto diverso è anche il contesto della cosiddetta “Guerra Fredda 2.0”, se così la si può chiamare:

oggi il “nemico numero 1” degli USA e dell’Occidente, la Cina superpotenza politica ed economica pur in difficoltà, non è certo l’URSS, potenza militare ma nano economico dei suoi tempi.

Soprattutto il mondo vive una crisi di leadership:

per citare Henry Kissinger in uno degli ultimi libri della sua lunga vita (“Leadership: Six Studies in World Strategy”), a differenza del secolo scorso non ci sono grandi statisti che possano non solo risolvere i problemi attuali, ma che possano cambiare la Storia.

Se ci sono, si può aggiungere, appartengono a realtà non protagoniste nel Novecento, che oggi portano avanti interessi propri e di chi vuole avere più voce in capitolo nel Terzo millennio.

Una sfida definitiva al “Washington Consensus”, alla ricerca di un “nuovo e più equo ordine mondiale” basato su regole possibilmente condivise.

Una sfida tra democrazie e poteri autocratici.

 

Ma quali i possibili scenari? E chi si siederà al tavolo di trattative ormai difficilmente rinviabili?

 

Nuovi elettori, vecchie contraddizioni.

Particolare influenza sugli sviluppi futuri potrebbero avere gli esiti delle più di 70 elezioni che nel 2024 coinvolgeranno per la prima volta nella storia più di 4,2 miliardi di persone:

dall’Unione Europea al Regno Unito, dall’India all’Indonesia, dal Messico alla attesissima Taiwan, per citarne solo alcune.

Rispetto al passato, gli elettorati sono però molto cambiati:

 in tanti Paesi (specie in Africa) oggi viene messo in dubbio il reale funzionamento della democrazia stessa e del libero mercato.

A causa anche di un Occidente più debole che, vittima delle sue contraddizioni, non ha saputo o potuto salvaguardare la legittimità delle istituzioni internazionali (ONU in testa con la sua corruzione!) e delle loro regole:

 lo sottolineano su “The Economist “anche lo storico “Niall Ferguson” e l’ex Segretario di Stato USA “Condoleezza Rice”.

Molte di queste elezioni non saranno libere né regolari.

In ogni caso, innegabilmente la Storia verrà scritta dalle presidenziali USA del prossimo novembre:

l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca viene considerato catastrofico per il futuro delle democrazie, un solco profondo tra l’America e il mondo in generale.

 Con tutte le conseguenze del caso per la bilancia degli equilibri internazionali.

 

Economia: la sfida di “Brics+” e “Global South”.

Cambiati sono anche i pesi sulla bilancia dell’economia globale, che pende verso le nuove economie emerse o emergenti del cosiddetto “Global South”.

In effetti per la prima volta dal 19° secolo la quota sul Pil mondiale dell’Occidente industrializzato è scesa nei dintorni del 50%.

 Fa proseliti il gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che coi nuovi ingressi (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Egitto, Etiopia e forse Argentina) peserà per il 46% della popolazione e il 29% del Pil mondiali.

E dal BRICS+ è partita la sfida al sistema internazionale a guida USA. Obiettivi dichiarati:

il sistema economico- finanziario disegnato a Bretton Woods dai potentati economici del secolo scorso, la supremazia di re dollaro e dei pagamenti internazionali ad esso collegati, il potere del G7.

Turchia e India sottoscrivono.

Data l’eterogeneità e le contraddizioni degli sfidanti, la minaccia per ora è contenuta.

Ma il cammino è avviato.

Le ambizioni delle potenze emergenti (dalla Turchia all’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi all’Indonesia…) potrebbero mettere benzina nel motore.

 

Le regole di una nuova mappa geopolitica.

Se non si troverà una via d’uscita, gli anni Venti del Terzo millennio sono dunque destinati a essere pericolosi sul piano politico come economico.

Riserveranno però anche sorprese positive.

La transizione energetica sta già facendo nascere nuove superpotenze green e la competizione per i materiali strategici ridisegnerà la mappa geopolitica e gli scambi globali.

Sul fronte della transizione tecnologica, la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale favorirà chi prima saprà sfruttarne i vantaggi competitivi: istituzioni, imprese e cittadini.

Rispetto alla prima Guerra Fredda, sarà questa la deterrenza: innovazione tecnologica avanzata, non solo armi sia pure molto più sofisticate.

E proprio qui i protagonisti della scena mondiale potranno essere anche molto diversi da quelli del Novecento.

Le frontiere nazionali sono destinate ad essere molto più porose.

Sempre più influenti sono realtà non governative nel senso classico del termine.

Sempre più veloce tra Paesi e continenti è lo scambio di dati che corrono lungo i cavi posati sui fondali di mari e oceani (e qui il Mediterraneo torna ancora una volta protagonista).

Più veloci quindi i cambiamenti in corso.

Procedere come sonnambuli col passo di sempre significa perdere in partenza la partita del futuro.

Chi siederà dunque al tavolo della riscrittura delle regole della convivenza globale?

La Storia lo dirà.

Come dirà quando, dove e come si svolgeranno le trattative.

Certo è che i partecipanti saranno ben più dei “tre di Yalta”.

Il copione in ogni caso lo scriveranno in due:

 America e Cina (il vertice Xi-Biden di San Francisco è stato un punto di partenza).

Sull’esito finale conterà il peso dei rispettivi alleati o “simpatizzanti”. Ma questa partita di reclutamento è già in corso, in Occidente come nel sempre più ambizioso “Sud del globo”.

 

 

«Siamo nell’epoca del post-qualcosa»,

 una conversazione con “Emilio Gentile”

Intervista.

Legrandcontinent.eu - Baptiste Roger-Lacan, Francesco Maselli – (23 aprile 2023) – ci dicono:

Mentre l’Italia, sotto il governo di “Giorgia Meloni”, discute ancora una volta sul 25 aprile, abbiamo provato ad analizzare la genesi del Ventennio in una lunga conversazione con il più importante storico italiano del fascismo.

In un momento in cui è sempre più difficile definire i fenomeni politici, lo studioso invita a tornare a un’indagine rigorosa per evitare il rischio di una «democrazia confusa»

 

L’idea di “religione politica”, centrale nel suo lavoro, è specifica dei fascismi?

 O è una caratteristica comune a tutti i regimi totalitari?

Credo che sia una caratteristica comune a tutti i regimi totalitari, che anche in questo modo furono analizzati nel corso degli anni Trenta e Quaranta, e successivamente.

Io in genere adopero termini che traggo direttamente dalla storia, e mi avvalgo di termini come “religione politica” perché, per esempio, sin dal maggio del 1924, “Igino Giordani”, un cattolico militante del “Partito popolare”, parlò di religione politica fascista.

Un anno prima, in occasione della celebrazione del primo anniversario della marcia su Roma, un laico liberale, “Giovanni Amendola”, lo stesso che coniò nel 1923 l’espressione “sistema totalitario”, descrisse il fascismo come un movimento che promuoveva una guerra di religione. 

Devo però precisare che la “religione politica”, come io l’intendo, è la manifestazione di un fenomeno molto più ampio, quello che io chiamo “sacralizzazione della politica”, cioè dell’attribuzione alla politica di funzioni tipiche della religione, definire il senso e il fine della vita umana nella storia.

Questo avviene attraverso l’elaborazione di miti e di rituali che sono già riscontrabili fin dal Settecento nelle rivoluzioni democratiche, prima in America con la nascita degli Stati Uniti, e soprattutto in Europa con la rivoluzione francese.

La sacralizzazione della politica si sviluppa poi con il nazionalismo e il socialismo, e si arriva infine alle religioni politiche dei totalitarismi.

Io opero però una distinzione analitica tra la “religione civile” come si è manifestata nei paesi democratici, Stati Uniti e Francia, e la “religione politica tipica dei regimi totalitari”, i quali negano la coesistenza con movimenti e ideologie politiche antagoniste imponendo “l’ideologia dogmatica ed esclusiva del partito unico”.

 

Considerato uno dei maggiori storici del fascismo, “Emilio Gentile” è professore emerito di storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza.

Il suo lavoro si concentra sulla definizione del fascismo italiano e del totalitarismo.

 È autore di numerosi studi di riferimento, tra cui: “E fu subito regime”. “Il fascismo e la marcia su Roma” (Laterza, 2012) e Fascismo.

“Storia e interpretazione” (Laterza 2002).

 Il suo volume” Storia del fascismo” è stato pubblicato nel 2022 da Laterza.

Per alcuni storici, il totalitarismo sarebbe uno svuotamento della democrazia come nasce alla fine del Settecento. Che ne pensa?

Sono piuttosto rigoroso nell’esigere che i termini vengano adoperati nel periodo e per i fenomeni dai quali nascono.

 Certo, si possono cercare nel passato aspetti che possono preparare ciò che accadde successivamente, ma non trovo convincente, per esempio, per quanto l’espressione sia suggestiva, il “concetto di democrazia totalitaria” coniato da “Jacob Talmon “e applicato al “giacobinismo”, oppure la interpretazione di” Platone totalitario” proposta da “Karl Popper”.

 Il totalitarismo nasce in un contesto particolare della storia europea, dopo la Prima guerra mondiale, ed è preceduto da fenomeni che contribuiscono alla sua formazione: 

l’affermazione dell’organizzazione delle masse, i partiti rivoluzionari, e soprattutto l’esperienza della mobilitazione totale durante la Grande guerra e le guerre civili da essa scaturite, come in Russia nel 1917 e in Italia dopo il 1919.

Sono tutti aspetti nuovi, che appartengono all’epoca in cui cento anni fa, in Italia, fu coniato, da parte di alcuni antifascisti, questo nuovo aggettivo,” totalitario”, seguito poi dal sostantivo, “totalitarismo”.

 

Sono dunque contrario all’uso anacronistico dei concetti storiografici, anticipando addirittura il totalitarismo all’epoca faraonica o alla democrazia ateniese.

Nel totalitarismo l’elemento fondamentale è un partito che pretende di identificarsi con la collettività e di avere il monopolio del potere.

Questo elemento non si riscontra prima dell’epoca della nascita dei partiti di massa.

Sono piuttosto rigoroso nell’esigere che i termini vengano adoperati nel periodo e per i fenomeni dai quali nascono.

Certo, si possono cercare nel passato aspetti che possono preparare ciò che accadde successivamente, ma sono contrario all’uso anacronistico dei concetti storiografici.

(EMILIO GENTILE)

 

Lei ha detto che il totalitarismo nasce dopo la prima guerra mondiale. Secondo lei è un concetto che ancora oggi può avere un valore per qualificare, per esempio, il regime cinese o secondo lei si deve trovare un altro termine che sarebbe più efficace?

Io penso che si possa conservare questo termine per tutti i regimi nati nella scia del” comunismo leninista-stalinista” sopravvissuti dopo il crollo dell’impero sovietico, conservando le caratteristiche del “partito unico che incarna in sé la collettività nazionale”, con la pretesa di esprimere e realizzare tutto ciò che è nell’interesse della comunità, come accade tuttora in Cina o in Corea del Nord.

Anche se, in questi regimi, si sono attenuate alcune caratteristiche del totalitarismo, per esempio la volontà di procedere alla rigenerazione dell’essere umano e di creare un uomo nuovo.

Questo è stato sperimentato in Cina con Mao fino alla rivoluzione culturale, ma poi la Cina, pur conservando le strutture politiche di un regime totalitario, non mi pare abbia più interesse o intenzione di creare un nuovo cinese, totalmente diverso dall’umanità dell’occidente capitalista.

L’uomo nuovo che sta crescendo in Cina è un cinese perfettamente integrato nel mondo industriale della “globalizzazione”, ed ha come caratteristica propria, coesistente col comunismo, il “nazionalismo”, che era già innestato nel comunismo russo fin dal periodo staliniano.

 

Nella sua opera ha lavorato sul “concetto di fascismo di pietra”.

Mentre in Germania ci sono poche tracce visibili del nazismo in Italia le tracce architettoniche del fascismo, come l’edilizia o le sculture, sono numerose, al di là delle distruzioni alla fine della guerra.

Come si spiega questa capacità di sopravvivere?

Credo che si spieghi innanzitutto con la qualità estetica delle tracce architettoniche del fascismo, per tutti gli aspetti di originalità del suo eclettismo modernistico-classicistico, che erano carenti nell’architettura del nazismo, rigidamente fissata dal gusto estetico di Hitler.

 Inoltre, i principali e i migliori architetti, che lavorarono per il regime fascista, manifestando la loro adesione entusiastica, dopo il 1946 continuarono a realizzare opere imponenti e importanti, sconfessando l’adesione fascista, o giustificandola con il carattere tecnico, non ideologico, della loro attività al servizio del regime.

 Giustificazioni analoghe furono date da innumerevoli uomini di cultura, filosofi, giuristi, storici, scienziati, che durante il ventennio fascista ebbero cariche ed onori per la loro collaborazione a tutte le politiche del regime.

Esiste però probabilmente qualcosa di più profondo che giustifica la differenza di trattamento tra nazismo e fascismo nel secondo dopoguerra.

Certamente.

A ciò bisogna aggiungere anche un’altra considerazione, che riguarda la diversa immagine postuma dei due regimi, cioè il fatto che sul fascismo non ha pesato la ferocia razzista e la responsabilità diretta del genocidio e dello sterminio di massa.

Certo, anche il regime italiano ha praticato azioni di sterminio in Libia, in Etiopia, nei Balcani occupati dagli italiani, ma tali eccidi non ebbero dimensioni comparabili a quelle del nazismo.

Aggiungiamo ancora, l’atteggiamento dell’opinione pubblica e della politica nell’immediato dopoguerra, che ha prodotto una defascistizzazione del fascismo, descrivendolo come un regime buffonesco benché crudele, imposto su un popolo ostile da una banda di criminali e di cialtroni, violenti, avidi, profittatori, senza ideologia, senza cultura, senza consenso. 

Un anonimo antifascista, sin dal 1944, sostenne che il fascismo, in realtà, non era mai esistito perché non c’era un’ideologia fascista uno Stato fascista, un’economia fascista, ma c’era stato soltanto il mussolinismo, la dittatura personale di un demagogo ambizioso e istrionico, con un seguito di servi obbedienti.

Alcune di queste formule negative sono state adottate per decenni anche da parte degli studiosi, che le ripetevano come se fossero una vera e propria interpretazione realistica del fenomeno, trascurando tutto ciò che il fascismo era stato come partito armato e come regime totalitario.

In Italia abbiamo assistito a un atteggiamento dell’opinione pubblica e della politica nell’immediato dopoguerra che ha prodotto una defascistizzazione del fascismo, descrivendolo come un regime buffonesco benché crudele, imposto su un popolo ostile da una banda di criminali e di cialtroni, violenti, avidi, profittatori, senza ideologia, senza cultura, senza consenso.

Credo che sia un po’ difficile continuare a pensare che la marcia su Roma e la conquista del potere da parte del fascismo siano state un’opera buffa o una parata di utili idioti.

(EMILIO GENTILE)

 

C’è un altro motivo della defascistizzazione del fascismo, favorita, sia pure per opposti fini, dai reduci del fascismo che diedero vita al movimento neofascista.

Dopo un breve periodo di epurazione e di processi, la maggior parte dei responsabili del regime fascista e della Repubblica sociale tornarono in libertà, grazie anche all’amnistia decisa da Palmiro Togliatti ministro della Giustizia.

I gerarchi maggiori subirono processi, ma non ci furono condanne a morte o condanne all’ergastolo, e dopo un periodo di detenzione, quando non furono assolti, ripresero la loro partecipazione alla vita pubblica, con la nascita del Movimento sociale italiano.

L’Italia ha avuto molti reduci fascisti che hanno potuto riprendere liberamente l’attività politica richiamandosi esplicitamente al fascismo, tuttavia agendo all’interno della repubblica antifascista e democratica.

Queste persone hanno partecipato alle elezioni politiche, hanno avuto la loro rappresentanza in Parlamento, senza che venisse mai applicata nei loro confronti la legge Scelba, che vieta la ricostituzione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista.

Eletti democraticamente, i neofascisti hanno amministrato comuni, città, provincie, regioni.

 Oggi, i discendenti politici dei reduci fascisti, rilasciando dichiarazioni, apparenti o convinte, del loro distacco dalle radici neofasciste, sono giunti al governo col metodo democratico, anzi sono stati presenti fin dal 1994 nei governi di Silvio Berlusconi. 

 

Cercare le cause del fascismo è un esercizio senza fine.

 È possibile ricercarle nell’apocalisse della modernità? Prima come incubo, come distopia, prima della prima guerra mondiale, in seguito come realtà avveratasi durante la guerra?

Il fascismo che ha impresso il suo marchio nella storia del Novecento nasce dopo la prima guerra mondiale, con lo squadrismo.

 Il 23 marzo 1919 nascono i “Fasci di combattimento”, un movimento repubblicano anarchicheggiante, anticlericale, libertario, che voleva il suffragio universale, maschile e femminile, il massimo decentramento dello Stato, l’abolizione del Senato, la Costituente. 

E si richiama all’esperienza dei fasci interventisti antecedenti alla guerra che nascevano da una costola della sinistra rivoluzionaria, sindacalista e repubblicana.

 Nel 1919 il movimento di Mussolini si distingue per qualche impresa violenta e rumorosa, ma rimane minuscolo: secondo i dati ufficiali della segreteria amministrativa dei fasci di combattimento, nel dicembre ha appena ottocento iscritti in tutta Italia, che diventeranno circa diecimila alla fine del 1920.

Parliamo di un fenomeno marginale, almeno in quel momento.

 È soltanto dopo il 1920, con la nascita dello squadrismo, che inizia il fascismo che lascerà il suo marchio nella storia.

 

Va precisato che il fascismo squadrista, come movimento di massa, non fu una sua creazione di Mussolini, ma un fenomeno che sorto nelle province della valle padana, dove predominava il partito socialista, con le sue leghe, col controllo sui comuni, su tutta la classe dei lavoratori.

 Si tratta di un movimento militarizzato, armato, la cui matrice è sicuramente la Grande Guerra, vissuta come una apocalisse della modernità, ma non come un incubo, bensì con esaltazione dionisiaca, nella convinzione, da parte di Mussolini e dei fascisti, che all’apocalisse doveva seguire una “apocatastasi”, cioè un “nuovo ordine della nazione”, rigenerata dalla guerra, in cui si era forgiata una nuova aristocrazia di giovani superuomini, destinati ad assumere il potere per costruire uno Stato nuovo per una nuova grande Italia imperiale.

 

Nel 1919 il movimento di Mussolini si distingue per qualche impresa violenta e rumorosa, ma rimane minuscolo.

 Parliamo di un fenomeno marginale, almeno in quel momento.

 È soltanto dopo il 1920, con la nascita dello squadrismo, che inizia il fascismo che lascerà il suo marchio nella storia.

(EMILIO GENTILE)

 

Dunque è questa la novità del fascismo, il suo carattere di partito armato?

Nell’Europa degli anni Venti vi sono molte organizzazioni politiche paramilitari, specie nell’Europa centrale ed orientale, ma molte sono effimere.

Nel ‘22 solo in Italia vi è un partito di massa che non solo ha una organizzazione militare, ma è un partito milizia nell’ideologia, nella mentalità, nella cultura, nello stile di vita e di azione.

È nazionalista, antisocialista, antiliberale e antidemocratico.

Combatte gli altri partiti come nemici e distrugge le loro organizzazioni con la violenza.

 Fra una miriade di organizzazioni paramilitari sparse nel continente europeo come eredità della grande guerra, il fascismo è l’unico partito milizia di massa che riesce a conquistare il potere.

E ciò avvenne soprattutto perché era un partito armato, e non solo perché Mussolini era il suo duce.

 

Lei sostiene che fu il fascismo a generare il duce e non il contrario, una considerazione difficilmente adattabile al nazismo. Come mai?

Qui va ricordata una differenza sostanziale fra i fondatori e capi dei regimi totalitari.

Lenin crea il bolscevismo e muore bolscevico;

 Hitler crea il nazionalsocialismo e muore nazionalsocialista. Soffermiamoci sul nazismo.

Adolf Hitler assume la carica di führer indiscusso del partito nazionalsocialista fin dal 1920, e pur con contrasti interni, nel decennio successivo fu sempre il capo ufficiale del partito. 

Mussolini invece, era nato politicamente socialista marxista rivoluzionario, alla fine 1914 divenne nazionalista rivoluzionario, poi fascista repubblicano.

Fondò i Fasci di combattimento nel 1919, ma fino al 1926, quando verrà istituzionalizzato il partito unico, Mussolini non fu mai formalmente il capo del fascismo come movimento e partito.

 Inoltre, mentre Hitler, sin dal 1920 gira tutta la Germania tenendo discorsi per suscitare l’espansione del proprio partito, ed è il fattore principale del suo successo, Mussolini non fu il principale artefice della crescita del fascismo in movimento di massa.

Dopo la fondazione dei Fasci, egli non si impegna a sviluppare l’organizzazione, non attraversa la penisola per reclutare nuovi militanti.

Svolge la propaganda soprattutto col suo giornale “Il Popolo d’Italia”, che aveva solo qualche migliaio di lettori.

 

Inoltre, Mussolini è spesso in conflitto con gli altri dirigenti fascisti. Soprattutto nel luglio 1921, quando, dopo aver appoggiato e incitato la violenza squadrista, propose la pacificazione con i socialisti, la smilitarizzazione delle squadre, e la costituzione del fascismo in un partito parlamentare, ipotizzando addirittura un’alleanza governativa con il partito socialista riformista e con il partito popolare.

 Pretese allora di farsi riconoscere come duce del nuovo fascismo di massa, ma si scontrò con i capi dello squadrismo, contrari alla pacificazione e soprattutto alla smilitarizzazione.

 

Fino al 1926, quando verrà istituzionalizzato il partito unico, Mussolini non fu mai formalmente il capo del fascismo come movimento e partito, non fu il principale artefice della crescita del fascismo in movimento di massa. Dopo la fondazione dei Fasci, egli non si impegna a sviluppare l’organizzazione, non attraversa la penisola per reclutare nuovi militanti

(EMILIO GENTILE)

 

In che modo dunque Mussolini riesce a incarnare poi la leadership del fascismo?

Proponendo la pacificazione, Mussolini sostiene che la guerra civile in Italia deve finire.

È una valutazione di opportunità politica.

Egli è convinto che la massa degli squadristi non avrebbe potuto conquistare il potere se avesse continuato con il sistema della violenza, perché dall’estate del 1921, quando è ormai distrutta la possente organizzazione del partito socialista, il primo partito del Parlamento dal 1919 al 1921, questa strada è troppo rischioso.

Mussolini è un uomo che non si azzarda a fare salti nel buio.

È un tattico, che valuta prima di agire se vi sono ostacoli pericolosi, e quando c’è un ostacolo, preferisce aggirarlo.

Non si aspettava che l’ostacolo più grosso fosse proprio la massa degli squadristi con i loro capi.

Mussolini fu allora ferocemente contestato dagli squadristi, che contro di lui cantavano:

“Chi ha tradito, tradirà”, riferendosi al tradimento di Mussolini nei confronti del Partito socialista, quando nel 1914, dopo aver predicato la neutralità assoluta, scelse poi l’interventismo.

Nell’agosto del ‘21Mussolini si dimette dalla direzione del movimento, accusa il fascismo di essere diventato solo reazione violenta, e minaccia di distruggerlo, dopo averlo creato.

Ma i ribelli non cedono.

 

Questo è un momento importantissimo nella storia del fascismo, che invece viene sottovalutato, come un episodio di conflitto interno più apparente che reale.

In quel momento, la sorte di Mussolini e del fascismo poteva volgere in una direzione rovinosa.

 Ci troviamo di fronte a un movimento di massa che controlla ormai gran parte dell’Italia centrale e settentrionale esclusivamente con la forza armata delle squadre, con limitato consenso popolare, perché ha solo 35 deputati, ma ora rischia di disgregarsi.

Ne sono convinti tutti gli antifascisti, che di fronte alla ribellione dei fascisti contro il duce, prevedono inevitabile la fine politica di Mussolini e del fascismo. 

 

È qui che entra in gioco l’abilità tattica di Mussolini.

Egli è da un decennio sulla scena nazionale, prima come capo effettivo del partito socialista dal 1912 al 1914, in seguito come uno dei capi dell’interventismo, e infine come uno dei capi della lotta contro il bolscevismo nel 1919-1920.

Gli altri capi del fascismo, Farinacci, Grandi, Balbo, Renato Ricci, erano giovani sconosciuti, che diventano con lo squadrismo personaggi molto potenti nelle provincie, ma non hanno nessuna risonanza nazionale.

 Di fronte al rischio reale della disgregazione, è Mussolini che decide di aggirare l’ostacolo, cedendo alla volontà dei ribelli.

Si arriva così ad una sorta di scambio: Mussolini è costretto ad accettare la costituzione del fascismo in partito armato voluta dagli squadristi, ripudia il patto di pacificazione firmato con i socialisti, ed esalta la violenza come arma politica.

 Da parte loro, i capi squadristi riconoscono che Mussolini è l’unica figura nazionale che può tenere unito il fascismo.

 Ma neppure allora Mussolini è riconosciuto come duce indiscusso del fascismo.

Il capo del partito nazionale fascista è Michele Bianchi, e lo rimane fino alla conquista del potere.

Neanche la marcia su Roma fu voluta fin dall’inizio da Mussolini, che esitò fino al 26 ottobre, quando fu Bianchi a lanciare la proposta di un governo Mussolini, in forma ricattatoria nei confronti del re e dei dirigenti liberali.

Mussolini fino all’ultimo avrebbe accettato di partecipare a un governo presieduto per esempio da “Giovanni Giolitti”, che era la persona del vecchio regime che lui maggiormente temeva, perché come aveva cacciato D’Annunzio con i cannoni da Fiume. 

La marcia su Roma non si concluse con un compromesso, ma con un ricatto, subito dal re e dalla vecchia classe dirigente,  che diede il potere al fascismo, ma non ottenne la restaurazione del regime liberale.

 

Nel 1921 si arriva a una sorta di scambio: Mussolini è costretto ad accettare la costituzione del fascismo in partito armato voluta dagli squadristi, ripudia il patto di pacificazione firmato con i socialisti, ed esalta la violenza come arma politica. Da parte loro, i capi squadristi riconoscono che Mussolini è l’unica figura nazionale che può tenere unito il fascismo.

(EMILIO GENTILE)

 

Da quali elementi possiamo riscontrare l’influenza dei capi squadristi nei confronti del Mussolini diventato Presidente del Consiglio?

Neppure dopo la marcia su Roma, Mussolini fu riconosciuto dai capi dello squadrismo come duce indiscusso.

Anzi, le tensioni fra i “ras” del fascismo squadrista e Mussolini capo del governo continuarono, prima e dopo il delitto Matteotti.

Ancora una volta, prevalgono i capi squadristi, che alla fine del 1924 impongono la svolta del 3 gennaio, quando Mussolini in Parlamento prende la responsabilità del delitto Matteotti e accetta la politica del fascismo intransigente e integralista, rappresentato da Roberto Farinacci, che infatti diventa segretario del partito.

Mussolini riuscirà a imporre la sua volontà sul partito fascista solo dopo il 1925, quando come capo del governo ha il controllo dello Stato, del suo apparato poliziesco, e avvia la costruzione del regime totalitario, che però fu la realizzazione della politica integralista sostenuta fin dalla marcia su Roma dai capi dello squadrismo, che Mussolini adottò per imporre il suo dominio personale sul partito.

 

Ecco perché io dico, con una formula, che fino al 1926, Mussolini è il duce che segue, non il duce che precede il fascismo nell’ascesa al potere.

Questa risposta ci porta opportunamente al suo libro, la storia del fascismo, in cui adotta un approccio deliberatamente orientato agli eventi, rompendo con la tendenza a sovra interpretare il fenomeno fascista.

Perché ha sentito il bisogno di tornare a una lettura così così attenta, così meticolosa?

È stata in parte un’esigenza personale.

Dopo cinquant’anni che studio il fascismo, ho colto l’occasione di ripercorrerne la storia sulla base esclusivamente di ciò che emerge dai documenti, quasi che io fossi un testimone, un osservatore, un inviato speciale, come scherzosamente mi sono definito.

Ho provato a restituire alla storia del fascismo la sua drammaticità, mostrando che il suo trionfo non era inevitabile.

Per molto tempo, dal 1919 al 1925, ci furono possibilità che la storia d’Italia, e quindi la storia d’Europa e forse anche la storia del mondo, prendesse un’altra strada:

se gli oppositori del fascismo fossero stati in grado di coalizzarsi per contrastare un movimento che quando giunge al potere ha una milizia armata, ma soltanto trenta deputati in Parlamento, forse avremmo assistito a un altro esito.

 

Dal mio punto di vista, la storia va ricostruita e raccontata nella drammaticità di ogni momento in cui è possibile che prenda un altro corso, finché la vittoria di una forza dominante rende impossibile l’occasione per poterla ribaltare.

 È ciò che è accaduto con il fascismo.

 Se non si restituisce alla storia il senso della sua drammaticità, considerando la sua imprevedibilità, non si fa altro che la storia del senno del poi, della profezia retroattiva, come io la chiamo, sulla quale si possono costruire infinite interpretazioni su cos’era il fascismo, ponendosi domande, se c’è stata un’ideologia fascista, se c’è stata una cultura fascista, se c’è stato uno Stato fascista, se il fascismo fu totalitario, che hanno già in sé le risposte, ovviamente negative.

 Queste sono questioni poste male, come avrebbe detto “Francesco De Sanctis”, che tuttavia ci possono portare, da una parte, sostenere che il fascismo non è mai esistito, ma solo il mussolinismo, oppure ad affermare, fin dagli anni Novanta del secolo scorso, che il fascismo sta tornando in Italia e addirittura nel mondo, dando così ragione al duce, che nel 1932 aveva profetizzato che il secolo ventesimo sarebbe stato il secolo del fascismo, che prosegue all’inizio del terzo millennio.

 

Per molto tempo, dal 1919 al 1925, ci furono possibilità che la storia d’Italia, e quindi la storia d’Europa e forse anche la storia del mondo, prendesse un’altra strada: se gli oppositori del fascismo fossero stati in grado di coalizzarsi per contrastare un movimento che quando giunge al potere ha una milizia armata, ma soltanto trenta deputati in Parlamento, forse avremmo assistito a un altro esito.

(EMILIO GENTILE)

 

Nello stesso tempo mi interessava mostrare come all’interno del fascismo stesso vi sia stato, dal 1922 al 1926, uno scontro violentissimo tra le sue diverse fazioni:

 si arrivò a parlare di mussolinismo contro fascismo e di fascismo contro Mussolini.

Il confronto cessò quando sia Mussolini che gli estremisti del partito, gli intransigenti, concordarono la soppressione definitiva del governo elettorale parlamentare e l’eliminazione di tutti i partiti, cominciando a costruire quello che gli antifascisti, fin dal 1923, definirono il regime fascista.

 Ma anche la storia di questo regime non è affatto un percorso inevitabile, se lo seguiamo nel suo storico svolgimento senza avvalerci del senno del poi.

E dalla analisi emerge la più mostruosa ambizione di Mussolini e del fascismo, cioè l’attuazione consapevole e sistematica di un esperimento totalitario, con il fine di compiere una rivoluzione antropologica per trasformare il popolo italiano in una nuova razza di guerrieri, di conquistatori e di dominatori.

 È questo il vero senso che io ho riscontrato ripercorrendo la storia del fascismo, in particolar modo attraverso le sue guerre.

 

La dinamica fascismo/antifascismo ha strutturato tutto il dibattito pubblico italiano dal dopoguerra a oggi, Silvio Berlusconi è stato a lungo accusato di fascismo, così come Matteo Salvini, per quanto la provenienza culturale e politica fosse tutt’altra.

 La partecipazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che invece da quel mondo viene, alle celebrazioni del 25 aprile, rende questo dibattito superato?

Mi riesce difficile fare il profeta, posso però fare qualche considerazione sul presente guardando al passato.

Quando si parla di fascismo e antifascismo si crea una sorta di gioco delle parti:

i fascisti in Italia ci sono stati, sono rimasti e ci sono ancora, nella misura in cui esistono delle persone che si proclamano tali e considerano il fascismo un periodo positivo nella storia degli italiani, addirittura il più positivo.

Essendoci ancora tali fascisti, ci sono coloro i quali ritengono che il pericolo fascista sia sempre presente, e dunque vada contrastato con un permanente antifascismo militante.

 Questo è accaduto soprattutto durante lo scontro violentissimo tra le forze politiche negli anni Sessanta e Settanta.

Prima di Berlusconi e di Salvini, anche Alcide De Gasperi era considerato fascista secondo Palmiro Togliatti, perché il fascismo è in essenza la reazione capitalistica contro l’emancipazione della classe operaia: pertanto, quando la Democrazia cristiana nel 1947 rompe l’alleanza di governo con i comunisti, diventa fascista.

Lelio Basso, il socialista marxista che il 2 gennaio 1925 inventò il sostantivo totalitarismo, nel 1951 pubblicò un libro intitolato Due totalitarismi:

fascismo e democrazia cristiana.

 Solo nel 1975 il dirigente comunista “Giorgio Amendola”, figlio di Giovanni Amendola che aveva inventato l’aggettivo totalitario, si schierò contro l’utilizzo generico e indiscriminato della parola fascismo, perché in questo modo si crea solo confusione.

 

Nel suo ultimo libro, pubblicato nel 2023 da Salerno editrice, Emilio Gentile ripercorre la storia del termine totalitarismo, coniato dagli oppositori del fascismo, e non dal regime.

Dopo la fine del fascismo storico, che ha segnato profondamente la storia d’Italia e ha lasciato la sua impronta anche nella storia d’Europa e del mondo, in Italia il neofascismo si è inserito nella repubblica antifascista, che comunque superano di tre volte il ventennio fascista.

Ciò storicamente consacra la vittoria definitiva dell’antifascismo, che vive istituzionalizzato nella Costituzione e nella repubblica democratica, mentre il fascismo storico appartiene unicamente alla storia.

Altrimenti dovremmo dire che oggi, in Italia, abbiamo al governo chi sostiene lo Stato totalitario, il partito unico, il corporativismo, i sindacati di Stato, l’irreggimentazione delle masse, la creazione d’una nuova razza italiana guerriera, e una politica estera imperialista.

Perché questo è stato storicamente il fascismo.

 

Lei però è convinto che oggi la democrazia occidentale stia affrontando una crisi profondissima.

Credo che sia la democrazia ad avere in sé stessa generato molte insidie pericolose, che non sono il fascismo di ritorno, ma sono principalmente il rifiuto o l’incapacità di realizzare l’ideale democratico.

La democrazia moderna non consiste solo nell’adoperare il metodo democratico per la elezione dei governanti da parte dei governati, perché lo strumento, di per sé, non garantisce le libertà:

 possiamo avere, con la libera scelta dei governanti da parte dei governati, una democrazia razzista, antisemita, xenofoba.

 

Prima di Berlusconi e di Salvini, anche Alcide De Gasperi era considerato fascista secondo Palmiro Togliatti, perché il fascismo è in essenza la reazione capitalistica contro l’emancipazione della classe operaia: pertanto, quando la Democrazia cristiana nel 1947 rompe l’alleanza di governo con i comunisti, diventa fascista.

(EMILIO GENTILE)

 

Mi pare infatti che il pericolo principale per l’avvenire della democrazia siano i democratici che non realizzano l’ideale democratico, come è sancito dall’articolo 3 della costituzione italiana, rimuovendo qualsiasi ostacolo e discriminazione che impedisca il libero sviluppo della personalità dei cittadini.

Ci stiamo inoltrando verso la instaurazione di una “democrazia recitativa”, come io la definisco, con tutti i rituali del metodo democratico, ma senza l’ideale democratico.

Molto spesso si sente parlare del rischio del ritorno del fascismo in Italia, ma analizzando il periodo storico del primo dopoguerra si vede una società molto giovane, piena di reduci di guerra, pronta a utilizzare la violenza per affermare le proprie idee politiche.

Quanto conta la demografia in espansione nell’affermazione del fascismo?

Ha contato moltissimo.

La prima caratteristica del regime fascista è simbolicamente rappresentata nel suo inno “giovinezza, giovinezza”.

Questo perché la società italiana di quel periodo era composta principalmente da nuove generazioni che si sentivano completamente a disagio nel sistema parlamentare, specialmente nel decennio dei governi di “Giovanni Giolitti”, dall’inizio del secolo alla vigilia della Grande Guerra, in cui molti di loro si erano formati.

L’avversione per il parlamentarismo liberale e borghese non era sentita solo dai i fascisti, ma già prima della guerra era diffusa sia a destra che a sinistra.

Parlo della generazione di Mussolini, Amendola, Nenni, Gramsci, Togliatti.

Non a caso questi protagonisti della lotta tra fascismo e antifascismo erano stati accomunati, sia pure su fronti diversi, con idee e ideologie diverse, dall’avversione per il sistema liberale giolittiano.

Si è accennato prima all’apocalisse della modernità, una visione catastrofica che la guerra realizza.

 

Ma dall’ esperienza catastrofica della Grande guerra, questa nuova generazione esce con una sorta di entusiasmo rivoluzionario per il futuro da conquistare, anche e soprattutto con la violenza.

Nel 1919 “Antonio Gramsci” incita a eliminare col ferro e col fuoco la piccola borghesia corrotta e decadente, mentre i nazionalisti vogliono l’eliminazione degli internazionalisti bolscevichi.

In tutte le fazioni c’era la convinzione che la catastrofe della guerra non aveva affatto decretato la fine dell’epoca rivoluzionaria iniziata con la rivoluzione francese, dell’epoca in cui si lotta per conquistare il futuro; anzi sono giovani che vogliono proseguire e accelerare una rivoluzione palingenetica per l’avvento di una nuova civiltà moderna.

Le due rivoluzioni nemiche scaturite dalla guerra, bolscevismo e fascismo, sono animate da questa ambizione, che è tutt’altro che pessimista.

 È quello che il fascismo è convinto di poter fare, ed è quello che i comunisti sono convinti di poter fare.

Nonostante la catastrofe della guerra e le convulsioni del dopoguerra, i giovani danno inizio a una nuova ondata di rivoluzioni nella convinzione che si possa conquistare il futuro:

 accade prima in Russia, poi in Italia, poi in Germania, ma tutto il continente è contagiato della una nuova febbre rivoluzionaria.

 

La demografia è fondamentale per comprendere quegli anni. Nonostante la catastrofe della guerra e le convulsioni del dopoguerra, i giovani danno inizio a una nuova ondata di rivoluzioni nella convinzione che si possa conquistare il futuro: accade prima in Russia, poi in Italia, poi in Germania, ma tutto il continente è contagiato della una nuova febbre rivoluzionaria.

(EMILIO GENTILE)

 

Oggi, una distanza abissale ci separa da quell’epoca. Dobbiamo riflettere su quanto profonda è stata la vera rivoluzione antropologica, che nella coscienza e nella cultura europea ha prodotto la Seconda Guerra Mondiale, quando sono scomparsi completamente i miti, potentissimi nel periodo tra le due guerre, della violenza rigeneratrice, del nazionalismo imperialista, della guerra inevitabile per la lotta fra Stati.

Tutto questo, che era l’essenza del fascismo, oggi è inesistente.

 A meno che non si voglia chiamare fascismo il regime di Putin che aggredisce l’Ucraina.

 

Quindi l’utilizzo del sostantivo fascismo in questo caso è improprio? L’idea del fascismo eterno teorizzata da Umberto Eco ha una sua ragion d’essere oppure no?

Ritengo sia improprio.

Usare il termine fascismo in senso generico, come spesso è avvenuto e avviene, applicandolo al mondo politico degli ultimi sette decenni, da Truman a Trump, passando per Nixon, Reagan, Bush jr., o da De Gaulle alla Le Pen, a Saddam Hussein, a Erdogan, a Putin, a Berlusconi e Salvini, è solo un pessimo modo di confondere e ostacolare la conoscenza della realtà in cui viviamo.

 La conoscenza progredisce attraverso la distinzione, non attraverso la confusione.

Se noi diciamo che la Cina comunista è fascista, che Putin è fascista, che Trump e Bolsonaro sono fascisti, che cosa impariamo di nuovo sulla realtà in continuo mutamento?

E soprattutto, se veramente il fascismo è ritornato, allora dovremmo far subito una terza guerra mondiale per eliminarlo, come avvenne otto decenni fa.

 Quando diciamo che in Italia c’è il ritorno del fascismo, gli antifascisti devono imbracciare il mitra e cominciare una nuova resistenza?

 

Se la teoria del fascismo eterno fosse valida, allora vorrebbe dire che il fascismo ha vinto perché non può essere mai definitivamente sconfitto.

Eppure, persino Dio, che ha l’attributo dell’eternità, ha subìto una sconfitta, che dura da oltre duemila anni, quando ha mandato suo figlio sulla terra per emendare il mondo dal male e invece lo ha moltiplicato, spesso ad opera dei seguaci di suo figlio!

 

Se la teoria del fascismo eterno fosse valida, allora vorrebbe dire che il fascismo ha vinto perché non può essere mai definitivamente sconfitto. Eppure, persino Dio, che ha l’attributo dell’eternità, ha subìto una sconfitta, che dura da oltre duemila anni, quando ha mandato suo figlio sulla terra per emendare il mondo dal male e invece lo ha moltiplicato, spesso ad opera dei seguaci di suo figlio!

(EMILIO GENTILE)

 

È possibile allargare alla dimensione europea il fenomeno del fascismo che è un fenomeno storico molto preciso e peculiare italiano? Cioè: i partiti e i movimenti di estrema destra europea, sono in qualche misura eredi del fascismo?

Dubito che si possa definirli tali, salvo i movimenti che si richiamo al fascismo, che non sono però grosse forze politiche.

 È fascista Bossi che voleva sfasciare lo Stato nazionale e predicava il culto pagano del dio Po?

O Berlusconi che voleva una società gaudente, come è fascista Vox che invece vuole una società moralisticamente cattolica?

Come facciamo a dire che il fascismo è rappresentato da un movimento estremista cattolico, quando nel 1939, se non fosse morto, Pio XI avrebbe promulgato una enciclica, già compilata, per condannare il totalitarismo (totalismus nel latino dell’enciclica) fascista e dichiarare finita la Conciliazione?

 

Ripeto, io sento l’esigenza della chiarezza e della distinzione, non dell’uso generico e confusionario del termine fascismo. Credo che ci sia una grave mancanza di capacità di conoscenza dei fenomeni nuovi, interpretandoli attraverso presunte analogie con fenomeni vecchi.

Prendiamo ad esempio i partiti che fanno della lotta all’immigrazione un punto cardine del loro programma politico:

 le loro radici non vanno ricercate nel fascismo, ma più propriamente nella secolare tradizione del populismo negli Stati Uniti, che è stato non solo razzista nei confronti dei neri, ma contro gli immigrati cattolici ed ebrei.

 Va sempre ricordato che razzismo, antisemitismo, xenofobia sono stati fenomeni dominanti negli Stati democratici, negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna, molto prima della grande guerra e del fascismo.

 

Lei ha ampiamente rivalutato l’importanza dell’altra “Rivoluzione d’ottobre” (quella fascista del 1922), rompendo con le interpretazioni che la dipingevano come una pantalonata.

In che modo questo momento è decisivo per comprendere l’approccio fascista al potere ma anche i luoghi comuni sul fascismo che lo dipingevano spesso come un totalitarismo morbido, che quindi sarebbe diverso dallo stalinismo, del nazismo, anche del franchismo.

Credo che sia un po’ difficile continuare a pensare che la marcia su Roma e la conquista del potere da parte del fascismo siano state un’opera buffa o una parata di utili idioti.

Io mi rifaccio ad altri osservatori contemporanei, come per esempio il diplomatico e intellettuale tedesco “Harry Kessler”, che era a Berlino quando Mussolini fu chiamato in Italia a formare il nuovo governo e scrisse il 29 ottobre nel suo diario:

«in Italia si afferma un governo francamente antidemocratico e imperialista. Il colpo di Stato di Mussolini può essere paragonato a quello di Lenin nell’ottobre 1917, ma diretto in senso opposto, naturalmente.

 E può darsi che sfocerà in un nuovo periodo di nuovi disordini e di guerre in Europa».

 Non era un visionario capace di profetizzare il futuro, ma valutava ciò che era avvenuto con l’avvento al potere di un partito armato e le sue conseguenze più probabili.

Quando il fascismo va al potere non c’è più pericolo bolscevico dal 1920, da quando l’armata rossa viene arrestata in Polonia.

Da allora il bolscevismo, logorato dalla guerra civile pur se vincitore, dal disastro economico e dalla carestia, deve sopravvivere rinunciando al comunismo di guerra e Lenin sceglie la nuova politica economica, che reintroduce il capitalismo, e cerca l’aiuto delle potenze capitaliste.

 Nel 1922 non ci sono più progetti e tentativi di esportare la rivoluzione comunista in Europa.

Invece, ciò che accadde in Italia fu l’inizio di un’ondata di nuovi movimenti nazionalisti rivoluzionari, alcuni dei quali si richiamavano direttamente al fascismo.

 Dalla marcia su Roma si contano anno dopo anno il crollo dei regimi democratici o parlamentari sotto l’azione di movimenti di tipo fascista o che si richiamano al fascismo, mentre non c’è più dal 1923 nessun tentativo di rivoluzione o di sovversione comunista.

Quindi anche la favola che il fascismo abbia salvato l’Italia e l’Europa dal comunismo, come credeva e sosteneva anche Winston Churchill, fu una tragica leggenda che ha avuto delle conseguenze devastanti. L’ondata iniziata dal fascismo nel 1922, proseguì fino a provocare la seconda guerra mondiale.

 

Cosa pensa dell’espressione “post-fascista” che è stata ampiamente utilizzata all’estero per descrivere il partito di Giorgia Meloni, soprattutto in Francia?

Permette di chiarire una realtà complessa della storia italiana, o dovrebbe essere abbandonata per un altro termine?

Sinceramente non so dare una risposta.

Il termine post-fascismo può essere sicuramente applicato a coloro che sono effettivamente post-fascisti, cioè ex neofascisti che si distaccano dalla matrice fascista.

Ma che cosa significa?

 Oggi viviamo in un’epoca senza creatività nel linguaggio, si parla solo di post:

post-modernismo, post-industriale, post-democratico;

 credo che sia un’epoca incapace di comprendere i fenomeni nuovi e, non sapendo come interpretarli, usa il prefisso “post”.

 Siamo l’epoca del post-qualcosa.

Ma saremo sempre posteri di qualcosa, perché è la vita che è sempre postera.

 

Oggi viviamo in un’epoca senza creatività nel linguaggio, si parla solo di post: post-modernismo, post-industriale, post-democratico; credo che sia un’epoca incapace di comprendere i fenomeni nuovi e, non sapendo come interpretarli, usa il prefisso “post”. Siamo l’epoca del post-qualcosa. Ma saremo sempre posteri di qualcosa, perché è la vita che è sempre postera.

(EMILIO GENTILE)

 

Quello che accade oggi in Italia è, secondo me, una situazione per molti aspetti tutt’altro che tranquillizzante perché è caotica, e non perché ritorna il fascismo, ma perché governa una democrazia recitativa, e per giunta confusionaria. 

Abbiamo oggi al potere i postfascisti che parlano di unità nazionale, di interesse della nazione contro l’interesse particolare:

 ma i postfascisti sono alleati con un movimento, la Lega, che da oltre tre decenni prediche di unità d’Italia che è stato un errore, che lo Stato nazionale è una disgrazia, e che bisogna procedere a demolirlo con azioni di secessione o di autonomia.

 Inoltre, postfascisti e leghisti sono alleati da trent’anni con il partito personale di Berlusconi, il partito della vita gaudente che incarna esattamente l’opposto della vita fascista spartane e totalitaria.

Il berlusconismo ha provato a inventare un’Italia del benessere e della felicità, rappresentata dagli spettacoli delle sue televisioni.

Tutto ciò non è fascismo, neppure sotto altre vesti.

 Che cosa possa venir fuori da questo miscuglio ideologico e politico è difficile dirlo.

 

Noi abbiamo provato a creare un termine per descrivere il governo di Meloni, che è quello di “tecno-sovranismo”.

 Il termine indica la volontà di mescolare il sovranismo originale del movimento di Meloni con una capacità rassicurare Bruxelles, gli alleati internazionali e l’opinione pubblica esterna, mantenendo invece un’agenda di destra radicale ai temi più culturali, rivolti quindi all’opinione pubblica esterna.

 È un concetto che la trova d’accordo?

Potrebbe essere una formula accettabile, perché adeguata alla realtà, e non solo per il governo Meloni.

È una formula che si abbina bene alla “democrazia recitativa”, perché il “tecno-sovranismo” conserva il metodo democratico della sovranità popolare, ma rinuncia consapevolmente all’ideale democratico, istituendo di fatto una oligarchia di competenti e di ricchi, come competenti, che inevitabilmente predominano in una democrazia recitativa, dove la competizione elettorale esige risorse finanziarie sempre maggiori.

 Una società non può essere democratica, secondo l’ideale, se esiste un crescente divario sempre più abissale fra la ricchezza tenuta da pochi e una crescente povertà diffusa.

L’altro aspetto della democrazia recitativa è la “tecnocrazia”:

se noi partiamo dal presupposto che solo chi ha competenze tecniche ha il diritto di governare, che senso ha il suffragio universale esteso a tutti?

 

il tecno-sovranismo conserva il metodo democratico della sovranità popolare, ma rinuncia consapevolmente all’ideale democratico, istituendo di fatto una oligarchia di competenti e di ricchi, come competenti, che inevitabilmente predominano in una democrazia recitativa, dove la competizione elettorale esige risorse finanziarie sempre maggiori

(EMILIO GENTILE)

 

In una società nella quale la scolarizzazione ha sempre meno influenza sulla formazione delle conoscenze e della capacità critica dei cittadini, e la ricchezza estende il possesso e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa, la tecnocrazia facilmente prevale nella gestione dello Stato.

Se aggiungiamo anche la televisione, la pubblicità televisiva, il tipo di messaggio tecnocratico e gaudente che dalla televisione coinvolge e pervade la massa del pubblico, potremmo dire che ci avviamo verso una” democrazia recitativa tecnocratica”, con gli esclusi relegati fra le inevitabili miserie della vita quotidiana.

Come l’immondizia che si accumula dentro e fuori dei cassonetti della nettezza urbana, in attesa di esser prelevata.

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