La diplomazia della Pace non può escludere la Guerra.
La
diplomazia della Pace non può escludere la Guerra.
LA
FINE DI ISRAELE?
Labottegadelbarbiere.org – (15 Aprile 2024) – Redazione
- Franco Beraldi Bifo, Enrico Ebuli, Giorgio Ferrari, Eric Salerno, Giuseppe
Masala, Remocontro – ci dicono:
Qual’ è
il problema? – Enrico Ebuli.
Quando
alcune (ancora troppo poche) Università italiane iniziano -timidamente e fra
mille distinguo- a tentare di boicottare alcuni accordi con Israele, ci si
straccia le vesti.
Non mi
pare che ci si siano messi tanti scrupoli nei confronti della Russia e della
Bielorussia, dopo l’attacco all’Ucraina.
I
rapporti culturali e gli accordi economici sono stati totalmente interrotti,
almeno ufficialmente.
La
cultura e la ricerca non sono andate oltre la guerra, allora.
Lo
stesso è avvenuto per le federazioni sportive: altro che sport oltre le
divisioni della guerra!
É
questo doppio standard che rende assurde e ridicole tutte le attuali prese di
posizione anti-boicottaggio.
Israele
attacca l’Iran in Siria, ma i nostri giornali e tg ci invitano ad empatizzare
con gli israeliani che temono la rappresaglia degli ayatollah e chiudono
-meschinetti- le loro ambasciate nel mondo.
Loro
le possono aprire e chiudere, mentre distruggono quelle altrui.
Ma il
problema per la pace nel mondo restano solo gli iraniani fanatici e cattivi, o
i russi, o gli houthi.
Con
gli ebrei -ancorché colpevoli- dobbiamo solidarizzare
Con
gli altri -anche se fossero innocenti- mai.
Moltissime
persone in Israele continuano a manifestare per la liberazione dei loro
familiari ostaggi e per evitarsi la guerra in loco.
La
guerra deve terminare solo perché così si permetterebbe di far uscire vivi i
loro concittadini.
Non
una parola -nelle manifestazioni pubbliche- sulla strage in corso a Gaza da
parte del loro esercito.
Troppo
facile trasformare in mostro il loro capo supremo in piazza per evitare di
sentirsi quel che sono: un popolo di privilegiati e di impuniti che opprime un popolo
di diseredati senza terra e senza futuro.
La
menzogna più grande infatti è quella che accolla a Netanyahu la responsabilità
di quel che sta accadendo.
È la storiella che -se lui non ci fosse e se ne
andasse da lì- la politica dello Stato sarebbe diversa, più aperta al dialogo,
più disposta a trattare col nemico.
Menzogna
in malafede propagandata anche dagli Stati Uniti e dai nostri pennivendoli di
regime.
A
dimostrare la falsità di questa teoria:
decenni
di violenze e occupazioni ebraiche anti-palestinesi, con qualunque governo,
laburista o di destra che fosse;
un
voto che -a maggioranza- lo ha rimesso lì, insieme ai partiti di ultra-destra,
a loro volta ben votati da una buona parte dei cittadini;
il
sostegno di mezzo mondo, con soldi e armi, a qualunque governo ed a qualunque
politica israeliana, purché anti-palestinese e anti-araba.
Il problema non è Netanyahu, purtroppo.
Il
problema è la produzione e vendita di armi, il problema è l’economia di guerra.
Il
problema è la storia d’Israele, dei suoi privilegi e delle sue impunità.
Il
problema è l’Occidente che lo sostiene, comunque.
Il
problema siamo -soprattutto- noi.
La
fine di Israele – Franco Beraldi Bifo.
La
cultura ebraica può essere considerata come il fondamento dell’universalismo
razionalista e dello stesso internazionalismo operaio. Il sionismo è il
tradimento di quella vocazione universalista.
Amos
Oz, più di altri, aiuta a capire il paradosso mostruoso di Israele. Scrive
Bifo:
“Credo
che ben presto ci renderemo conto del fatto che Israele non ha niente a che
fare con la storia del mondo ebraico… Lo stato di Israele, strumento del
dominio euro-americano sul Medio Oriente e sul petrolio è destinato a esplodere
presto…”
Più
passano i giorni, più Israele procede nella sua campagna di sterminio, più si
isola dal resto del mondo, più comprendo che il pogrom del 7 ottobre, pur
essendo, come non può che essere un pogrom, un’azione atroce moralmente
inaccettabile, è stato un atto politico capace di cambiare la direzione del
processo storico.
La
conseguenza immediata di quell’azione è stata lo scatenamento di un vero e
proprio genocidio contro la popolazione di Gaza, ma il genocidio era in corso
in modo strisciante da settantacinque anni, nei territori occupati, in Libano,
in Siria.Nel
medio periodo, però, credo che lo stato colonialista di Israele, sempre più
apertamente nazista nel suo modo di operare, non sopravviverà a lungo.
Quando
il contesto è profondamente immorale, l’azione non può essere eticamente
accettabile se vuol essere efficace.
È
l’orrore della storia, alla quale non siamo capaci di sfuggire se non
disertando la storia.
L’occupazione
della terra palestinese da parte di un avamposto dell’imperialismo occidentale
denominato Israele è una condizione di immoralità assoluta. Entro questo
contesto non è possibile dunque alcuna azione efficace se non immorale.
Credo
che ben presto ci renderemo conto del fatto che Israele non ha niente a che
fare con la storia del mondo ebraico, anzi ne è la negazione. Per questo lo spettacolo genocidario
provocato dal pogrom del 7 ottobre ha messo in moto una dinamica destinata a
sgretolare lo stato colonialista.
La
maggioranza dei cittadini di quello stato appoggiano il genocidio, centomila
coloni sono stati armati dallo stato coloniale per continuare a estendere
l’occupazione e lo sterminio nei territori, e Israele gode di un’indiscutibile
superiorità tecno-militare.
Ciononostante
la dinamica che si sta ormai sviluppando sta creando una condizione di guerra
totale che lo stato israeliano non potrà sostenere a lungo.
Per
spiegare quel che voglio dire, cedo la parola a quello che è probabilmente uno
dei più grandi scrittori ebrei del Novecento, “Amos Oz”, che anzitutto spiega
qual è il contributo che la cultura ebrea ha portato al mondo.
“Mio
zio era un europeo consapevole in un’epoca in cui in Europa nessuno si sentiva
europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro.
Tutti gli altri erano pan-slavi,
pan-germanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi.
Gli
unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei.
Mio
padre diceva sempre:
in
Cecoslovacchia vivono tre nazionalità, cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè
gli ebrei.
In Jugoslavia
ci sono i serbi, i croati, gli sloveni, e i montenegrini, ma anche lì vive una
manciata di iugoslavi, e perfino con Stalin, ci sono russi e ucraini e uzbechi
e ceceni e catari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del
popolo sovietico….
Oggigiorno
l’Europa è completamente diversa, oggi è piena di europei, da un muro
all’altro.
Tra
parentesi anche le scritte sui muri sono cambiate completamente: quando mio
papà era ragazzo a Vilna stava scritto su ogni muro d’Europa: giudei,
andatevene a casa, in Palestina.
Passarono
cinquanta anni e mio padre tornò per un viaggio in Europa dove i muri gli
urlavano addosso: ebrei, uscite dalla Palestina” (Una Storia di amore e di tenebra,
Feltrinelli, 2004).
La
cultura ebraica è il fondamento dell’universalismo razionalista, del diritto, e
dello stesso internazionalismo operaio.
Quando il nazionalismo europeo, soprattutto
tedesco e polacco, ma anche francese e italiano, si scatenò contro quel corpo
estraneo che era la cultura universalista e internazionalista degli ebrei,
molti ebrei europei dovettero fuggire dall’Europa per riparare in Palestina,
negli anni in cui il sogno sionista sembrava potersi realizzare in condizioni
pacifiche.
Tra
questi anche, i genitori dello scrittore.
“Ovviamente
sapevamo quanto fosse dura la vita in Israele: sapevamo che faceva molto caldo,
che c’erano il deserto e le paludi, la disoccupazione e gli arabi poveri nei
villaggi, ma vedevamo sulla grande mappa appesa in classe che gli arabi in
terra d’Israele non erano molti, forse in tutto mezzo milione a quell’epoca,
sicuramente meno di un milione, e c’era la certezza che ci fosse spazio a
sufficienza per qualche milione di ebrei, che probabilmente gli arabi sarebbero
stati incitati contro di noi come il popolino in Polonia, ma si sarebbe potuto
spiegare loro che da noi avrebbero tratto solo vantaggi, economici, sanitari,
culturali e quant’altro.
Pensavamo che entro breve tempo qualche anno
appena gli ebrei sarebbero stati la maggioranza in Israele – e allora avremmo
dimostrato a tutto il mondo come ci si comporta in modo esemplare con una
minoranza.
Così avremmo fatto noi con gli arabi:
noi,
che eravamo sempre stati una minoranza oppressa, avremmo trattato la nostra
minoranza araba con onestà e giustizia, con generosità e avremmo costruito
insieme la patria, diviso con loro tutto, non li avremmo mai assolutamente mai
fatti diventare dei gatti. Che bel sogno” .
Era il
sogno di un’epoca in cui esisteva una coscienza solidale, egualitaria, e
internazionalista.
Ma la
costruzione dello stato di Israele contraddice completamente quell’aspirazione,
come “Hanna Arendt” comprese fin dalla fine degli anni Quaranta quando disse
che il progetto di creazione di uno stato sionista era “un colpo mortale per
quei gruppi ebraici di Palestina che hanno instancabilmente sostenuto la
necessità di un’intesa tra arabi ed ebrei”.
Dopo
l’Olocausto, dopo avere ucciso sei milioni di ebrei, i popoli europei parvero
soddisfatti quando gli ebrei decisero di andarsene in un territorio controllato
dagli inglesi.
“Ci si
può forse consolare con il fatto che, seppure gli arabi non ci desiderano qui,
i popoli d’Europa d’altro canto, non hanno la benché minima voglia di vederci
tornare a popolare da capo l’Europa.
E il
potere degli europei è comunque più forte di quello degli arabi, pertanto c’è
qualche probabilità che comunque ci lascino qui, che costringano gli arabi a
digerire quel che ‘Europa cerca di vomitare”.
Gli
europei hanno vomitato fuori la comunità ebraica, dice “Amos Oz”, hanno prima
sterminato poi espulso quella che pure era la comunità più profondamente
europea, perché incarnava più compiutamente i valori dell’Illuminismo, del
razionalismo, e del diritto, mentre in Europa prevaleva il nazionalismo.
Proprio
perché gli ebrei non avevano un rapporto ancestrale con la terra europea, il
loro europeismo era fondato sulla “Ragione e sul Diritto”, non sull’identità
etnica.
Il
sionismo è dunque stato il tradimento della vocazione universalista della
cultura ebraica moderna.
Ma non
solo: il sionismo è stato anche l’identificazione delle vittime con il
carnefice nazista, il tentativo di affermare la nazione ebraica (ossimoro
orribile) con gli stessi mezzi con cui la nazione germanica (ed europea) aveva
sterminato la comunità non nazionale degli ebrei.
Questo
groviglio è ora – io credo – giunto al punto di crisi finale. Può darsi che lo
snodo che viene sia ancor più tragico di quello che abbiamo visto fino a questo
momento.
Ma lo
stato di Israele, strumento del dominio euro-americano sul Medio Oriente – e
sul petrolio – è destinato a esplodere presto.
Aiuti
italiani a Gaza: Tajani taglia tutto per evitare ogni tensione con Israele – Remo contro.
La
Farnesina dell’aiuto con comodo e soprattutto sicuro per chi lo porta, a
prescindere da un po’ di morti per fame in più o in meno.
Superati
i 33mila morti ammazzati, stai a guardare al capello!
Il governo taglia i fondi anche ai progetti
già approvati mentre nella striscia si muore di fame.
«Aiuti
inopportuni», la bestemmia. Ong italiane
indignate: «Il motivo è politico»
Sfacciatamente
vigliacchi.
«Le
operazioni di soccorso all’interno della Striscia sono pressoché impossibili e
ad altissimo rischio.
Alla
luce di quanto sopra, d’intesa con l’Unità di crisi, si rappresenta pertanto,
allo stato attuale, l’inopportunità di operare».
Affari
Esteri e solo affari loro.
Direttiva
del Ministero Esteri e Cooperazione Internazionale con cui il governo italiano
ha bloccato le linee di finanziamento ai progetti a Gaza delle Ong italiane.
Nel
momento in cui la Striscia affronta una crisi umanitaria spaventosa e la sua
popolazione ha bisogno di tutto, il ministro Antonio Tajani ha decretato
«l’inopportunità di qualsiasi attività di cooperazione a Gaza». Per gli
applausi, decidete voi.
Prima
solo l’abbandono.
«Un
passo che segue i mesi di incertezza in cui è stato lasciato l’ufficio di
Gerusalemme dell’”Aics”, l’agenzia della cooperazione governativa, rimasto
senza un indirizzo e di fatto ignorato dal governo Meloni impegnato ad evitare
qualsiasi atto nei Territori palestinesi occupati che potesse risultare
sgradito a Israele», denuncia Michele Giorgio sul Manifesto.
Non
correre rischi o non irritare Netanyahu?
Il
ministero degli Esteri indica tra i motivi della sua direttiva la situazione a
Gaza descritta come «un’area bellica, al centro di una intensa operazione
militare, con elevatissimi rischi per la sicurezza».
Ma a
scoprire gli opportunismi politici, la decisione governativa di sospendere
anche i progetti già approvati e finanziati da tempo. In linea perfetta col
governo di Tel Aviv.
Ai
richiami di Bibi, Antonio corre.
L’esecutivo
di Benyamin Netanyahu ripete dal 7 ottobre che i progetti a favore dei
palestinesi di Gaza sono un sostegno ad “Hamas” e, pertanto, vanno interrotti.
«L’Italia non è l’unico paese ad aver fatto
questo passo -precisa ancora Michele Giorgio-, ma non è passata inosservata la
sua solerzia nel rispettare le intimazioni di Israele».
L’ “Unrwa”
nemica.
Altro
esempio, l’interruzione dei fondi per l’ “Unrwa”, l’agenzia Onu per i profughi
palestinesi.
«Roma
ha sospeso la linea di finanziamento per l’emergenza e ci chiede di spostare
ogni progetto in Cisgiordania, quindi di abbandonare Gaza. –la denuncia di
diverse Ong operative in quei territori-. Inaccettabile.
In questo momento la Striscia deve poter
ricevere tutto l’aiuto possibile. La gente muore di fame».
No
anche agli aiuti salvavita.
Varianti
ai progetti verso solo aiuto d’emergenza grazie al personale palestinese a
Gaza, «ma ci siamo trovati davanti un muro» la denuncia. «Eppure, a Roma sanno
che alcune di queste attività proposte sono salvavita».
Opportunismo politico senza ritegno, la
versione meno diplomatica ma anche più veritiera su ciò che sta accadendo. Con
qualcosa in più di un semplice sospetto che l’attuale il ministero degli Esteri
«sia animato da considerazioni di natura politica e non di sicurezza per gli
operatori umanitari italiani».
Ong,
l’elenco dei ‘più cattivi.’
Tra le
ong colpite direttamente ci sono sono Acs, Educaid, Cesvi, Cospe, Oxfam,
WeWorld e Progetto Mondo.
Il 15 aprile prossimo confronti al ministero,
ma con molto poche speranze di redenzione umanitaria da parte del “vice Meloni”
di turno.
«Bloccare
i progetti di emergenza è una decisione tragica», denuncia Meri Calvelli,
dell’Associazione di Cooperazione e Solidarietà in Palestina.
«In
ogni caso, continueremo ad inviare a Gaza gli aiuti garantiti dalle donazioni
provenienti dalla solidarietà popolare italiana».
La
guerra su cui vogliono ingannare il mondo. Trucchi a bugie vantati – Eric
Salerno.
Lo
Stato ebraico elogia la massiccia presenza di reporter. Dove e chi decidono
loro. Spingendo anche in maniera non sempre elegante a riportare la loro
versione dei fatti. Solo la loro è meglio.
«Guerra
e onestà sono due elementi che non sono mai stati concordanti; quasi sempre il
netto contrario», la premessa di Eric Salerno.
Anche
lui, come noi, sotto shock, a mettere assieme indignazione e ragionamento.
Guerra?
Vendetta? Follia?
«Tre
dei figli e tre nipoti del leader politico di “Hamas”, Ismail Haniyeh sono
stati assassinati ieri con un ordigno israeliano mentre salivano su una vettura
nel centro di Gaza City.
Guerra?
Vendetta? Israele sostiene che erano tutti ‘diretti a compiere un atto
terroristico».
Una
specie, scusate il sarcasmo, di gita in famiglia».
Senza
pudore, senza vergogna.
Parlare
di giustizia e onestà in piena guerra serve a poco soprattutto dopo che sono
stati uccisi più di trentatré mila palestinesi, in buona parte civili e
bambini, da quando i militanti di Hamas e della Jihad islamica sei mesi fa
attaccarono le pacifiche comunità ebraiche in Israele lungo il confine con la
striscia di Gaza.
L’affermazione
di fonti israeliane, che dopo la morte dei parenti di “Haniyeh”, ‘lui
probabilmente’ non sarà più disponibile a negoziare lo scambio di
ostaggi-prigionieri fa sorridere.
Sorrisi
tragici e digrignar di denti.
Da
giornalista avrei sorriso anche io se non fosse per il fatto che già ridevo
dopo aver letto, appena prima, il comunicato della «Direzione nazionale della
diplomazia pubblica» israeliana che ha presentato, con orgoglio «la sua
attività sulla scena internazionale dopo sei mesi di guerra».
La
‘legittimità della politica israeliana sul campo di battaglia. «Fin dalle prime
ore della guerra, il “Direttorato Nazionale della Diplomazia Pubblica”, presso
l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna globale di diplomazia
pubblica di portata senza precedenti – leggo e sottolineo – al fine di
promuovere la legittimità della politica e degli sforzi israeliani sul campo di
battaglia».
Memorie
di lontane censure.
Non
voglio fare paragoni, ma l’organizzazione – o quanto meno come viene presentata
dalle autorità israeliane – fa venire in mente storie di cui leggevo da ragazzo
soprattutto perché ai giornalisti, approdati a Tel Aviv, è stato concesso
raccontare quello che vedevano in Israele e lungo il confine con Gaza ma non
potevano osservare, se non a distanza,
‘quello che succedeva nella striscia’, devastata da mesi di
bombardamenti quasi costanti, se non accompagnati (e per poco tempo) dalle
truppe israeliane.
Embedded
ereditato da Israele.
Il
termine embedded era diventato famoso ai tempi dell’assalto americano all’Iraq
di Saddam Hussein. Un’altra guerra dove devastazione e “over kill “avevano
raggiunto livelli incomprensibili. E dove il risultato finale della guerra al
leader iracheno ha lasciato morti, feriti e una nazione a dir poco spezzettato
e in disordine.
Le
virtù informative israeliane.
«Tra
le agenzie che partecipano al centro di comando – si legge nel comunicato
israeliano – ci sono i servizi di sicurezza, l’IDF, la polizia israeliana e
organismi governativi tra cui il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero
per gli Affari della Diaspora, l’Agenzia pubblicitaria governativa e l’Ufficio
stampa governativo».
Di
seguito una sintesi dei servizi forniti alla comunità internazionale: «Fin
dalle prime ore della guerra, il Direttorato Nazionale della Diplomazia
Pubblica, presso l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna globale
di diplomazia pubblica di portata senza precedenti al fine di promuovere la
legittimità della politica e degli sforzi israeliani sul campo di battaglia».
‘L’Equilibrio
della copertura’.
E
ancora: «Attraverso il lavoro di portavoce e di diplomazia pubblica con i
principali mezzi di stampa e radiotelevisivi di tutto il mondo, la Direzione
nazionale della diplomazia pubblica ha contribuito ad avviare e promuovere
centinaia di storie».
Interessante questo passaggio: «Storie per
rafforzare la narrativa israeliana, moderare i resoconti critici, rispondere
agli eventi di cronaca e generare un’intensa attività favorire l’equilibrio
nella copertura».
L’Inganno
assoluto senza risparmio di forze.
«La
copertura globale degli eventi della guerra – viene raccontato con orgoglio – è
stata di una portata senza precedenti.
Oltre 4.000 giornalisti da tutto il mondo sono
venuti in Israele per seguire la guerra, trasformandola così nell’evento
mediatico più seguito dalla fondazione dello Stato…
I
giornalisti hanno partecipato a tour nel sud e nel nord, hanno visitato il sito
del festival NOVA e hanno ricevuto briefing strategici e di zona da ufficiali
dell’IDF, agenti di polizia, volontari ZAKA, capi di consiglio locale e
testimoni del massacro…
Nell’ambito
degli sforzi di diplomazia pubblica sulla scena internazionale, la “Direzione
nazionale della diplomazia pubblica” – in collaborazione con il portavoce
dell’IDF – ha lanciato il sito web “Massacro di Hamas del 7 ottobre” che ha
mostrato al mondo alcuni dei crimini di Hamas contro l’umanità, con fotografie
e videoclip…Il sito ha avuto 43 milioni di visite nei primi tre giorni».
Manipolatori
vanitosi, esibiscono l’inganno.
Una
assistenza quasi perfetta se non fosse per il fatto che molto del materiale
giornalistico presentato ai giornalisti veniva scelto o preparato in modo da
portare avanti una narrativa ben precisa che voleva giustificare la ferocia
dell’azione militare israeliana – morti, feriti, Gaza trasformata in una terra
praticamente inabitabile – come risposta al indubbiamente feroce attacco dei
militanti palestinese.
Occultamento
mal riuscito: troppi cadaveri e prepotenza attorno.
Lo
sforzo dell’apparato propagandistico israeliano non è riuscito a trasformare la
narrativa o a moderare le critiche che sono piombate, mai come prima, sul
governo israeliano.
E
ieri, un episodio minore, ha influito negativamente sugli sforzi dell’apparato
propagandistico.
La corrispondente di Tve (rete televisiva
spagnola) in Israele, “Almudena Arisa,” ha dovuto interrompere il collegamento
in diretta con il “Telegiornale 1” da Gerusalemme quando un uomo si è piazzato
davanti alla telecamera e non le ha permesso di continuare la cronaca.
L’aggressività
radicata e diffusa che ormai travolge il Paese.
«Non
lasciano lavorare, mi dispiace molto. Dobbiamo interrompere», ha spiegato” Arisa”
mentre un uomo vestito di nero, probabilmente un ebreo ortodosso, le faceva
segno di spostarsi.
«Non è la polizia, è un cittadino comune», ha
precisato mentre era in collegamento e cercava di spiegargli – in inglese – che
stava solo facendo il suo lavoro e chiedeva di lasciarla continuare».
L’ingresso
in scena di altre persone ha messo fine al collegamento e “Tve” ha spiegato sul
suo account “X”:
«La pressione su Netanyahu aumenta e aumentano
anche le difficoltà nell’informare da Gerusalemme, come è successo alla nostra
corrispondente, interrotta da vari cittadini durante un collegamento in
diretta».
“Lavender”
e “Habsora”, gli ultimi mostri del “Laboratorio Palestina” – Giuseppe Masala.
«Il
ruolo di Israele è fungere da modello».
Elliott
Abrams.
Chi si
occupa di Intelligenza Artificiale sa bene che l’utilizzo di questi strumenti
in ambito bellico può portare a sbocchi drammatici che non appare azzardato
definire da “romanzo distopico” dove tutta la riflessione umana, prima di teorizzazione
filosofica del concetto di “crimine di guerra” e successivamente di applicazione
pratica di questo concetto al campo giuridico, rischia di essere totalmente
azzerata riportando l’uomo in dietro nel tempo alle epoche nelle quali lo
sterminio di intere popolazioni era ritenuta una pratica bellica “accettabile”.
Questo
tema, nonostante l’estrema importanza, è rimasto per anni relegato ai dibattiti
tra gli specialisti del settore difesa e sicurezza, da un lato, e gli esperti
di Intelligenza Artificiale dall’altro.
Con lo
scoppio delle ostilità tra Hamas e Israele che ha portato all’invasione della
Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, il tema dell’uso
dell’Intelligenza Artificiale in ambito bellico è però emerso in tutta la sua
drammaticità a causa di un’inchiesta di “Local Call” e “+972”.
I
giornalisti di queste due testate israeliane hanno scoperto che “Tsahal”
nell’individuazione e nella selezione dei bersagli utilizza strumenti di
Intelligenza Artificiale (per la precisione Machine Learning “non supervisionato”) che non è esagerato definire come
una “catena
di montaggio degli omicidi di massa”.
Per la precisione, il dispositivo utilizzato
consta di due diversi software di Intelligenza Artificiale, uno chiamato”
Lavender e l’altro “Habsora”.
I due software usati in maniera combinata
hanno così generato una fabbrica omicidiaria in piena regola.
I due
media israeliani hanno così illustrato il loro funzionamento: “Lavender” ha
individuato una lista di 37000 potenziali miliziani di Hamas e di altre
organizzazioni presenti nella striscia di Gaza grazie alle predizioni fatte su
un modello stocastico e utilizzando una serie di dati che individuavano
determinati parametri.
Una
volta individuati i bersagli grazie a “Lavender”, l’altro programma di
intelligenza artificiale, “Habsora”, ha individuato i luoghi dove i miliziani
probabilmente si trovavano questo sempre grazie all’analisi degli spostamenti
degli individui identificati come bersagli, degli orari in cui avvenivano tali
spostamenti ecc.
tutto
questo, ovviamente, grazie al solito modello matematico che calcola la
probabilità dell’evento.
Come è
facilmente intuibile, siamo di fronte ad una vera e propria catena di montaggio
dell’omicidio e della strage che più che intelligenza artificiale può essere
chiamato Carnefice Artificiale, il quale prima che di vite si ciba di dati: quelli
necessari per il calcolo della probabilità.
Dati
che sono estrapolati dall’enorme e distopico sistema di sorveglianza israeliano
che scandaglia la vita dei 2,3 milioni di palestinesi che vivono a Gaza:
Informazioni
visive, informazioni cellulari, connessioni ai social media, informazioni sul
campo, contatti telefonici, foto, email, contatti, interessi, tutto è utile a”
Lavender” per emettere la sua sentenza di colpevolezza (ovvero di appartenenza
ad una organizzazione paramilitare palestinese) che poi sempre grazie ai dati
sugli spostamenti “dati in pasto” ad “Habsora” si trasformeranno in una
sentenza di morte.
Da
dove si origina questo enorme apparato di controllo che è letteralmente la
miniera di dati che alimentano il “Boia Artificiale Bifronte” (i software “Lavender”
e “Habsora”) ce lo spiega un bel saggio scritto da “Antony Loewenstein, “Laboratorio
Palestina – Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il
mondo” e appena pubblicato.
Si
tratta di un’opera davvero pregevole perché dà al lettore una precisa e
puntuale disamina di come sia nata l’enorme macchina del controllo israeliana
che opprime in maniera asfissiante i palestinesi e che è fatta di “software
trojan” che spiano internet, i telefoni e qualsiasi tipo di database;
di
videocamere e di droni che controllano gli spostamenti delle persone e di software
di Intelligenza Artificiale che analizzano i dati emettendo prima sentenze di
condanna a morte e poi effettuando le esecuzioni per mano di quello che è – di
fatto – un boia meccanizzato e integrato.
Ma
questa opera non è solo inchiesta giornalistica – pur pregevole e senza sconti
– è anche il tentativo dell’autore di dare un senso a tutto questo.
Non
basta spiegare i pur interessanti risvolti economici della costruzione
stratificata di un enorme macchina tecnologica che prima è stata macchina di
controllo e che, ora, è addirittura macchina di morte, con il fatto che le vendite
di armamenti israeliani, nel 2021, hanno fatto registrare il valore più alto di
sempre, raggiungendo l’iperbolica cifra di 11,3 miliardi di dollari; armi che –
va detto – raggiungono quasi sempre l’Europa che è di gran lunga il cliente
principale di Tel Aviv.
Ciò
che è veramente importante in questo saggio, è che traspare un’analisi politica
che prova a dare un senso a tutto questo anche con la coniazione di un
neologismo secondo me molto efficace:
il
netanyahuismo ovvero una visione della politica spiegata nell’opera dalla
citazione delle parole dello scrittore ebreo “Peter Beinart,”
«il futuro non apparteneva al liberalismo come
lo intendeva Obama – tolleranza, pari diritti e Stato di diritto –, ma al
capitalismo autoritario: governi che combinavano un nazionalismo aggressivo e
spesso razzista con la potenza economica e tecnologica.
I leader vincenti del futuro, lasciava
intendere Netanyahu, non avrebbero assomigliato a Obama ma a lui».
Magari
certo, la visione di “Beinart” è un po’ manichea e troppo “santificatrice” di
Obama, ma
è certamente vero che un simile capillare strumento di controllo costruito
negli anni e soprattutto la sua esportazione all’estero (magari “a pezzi” per
non dare nell’occhio) può essere giustificato solo con la volontà politica di
passare ad un governo della polis, non più liberale ma secondo l’egida del “netanyahuismo” e del “capitalismo dispotico”.
L’ordine
regna a Berlino – Giorgio Ferrari.
Con
questo titolo, poco più di cento anni fa, “Rosa Luxemburg” firmava il suo
ultimo articolo uscito sul giornale “Die rote fané” (La bandiera rossa) il
giorno prima di essere uccisa.
L’articolo
stigmatizzava il “successo” riportato dalla soldatesca governativa che aveva
massacrato gli spartachisti del “Vorwarts” (Avanti), il giornale che si era
battuto fino all’ultimo contro il capitalismo e la guerra.
Era il
tempo della repubblica di Weimar guidata dai socialdemocratici, tra cui
spiccavano i nomi di “Ebert” e “Noske”, gli stessi che nel 1914 avevano votato
i crediti di guerra, trascinando il paese nella più nera miseria che la
Germania avesse conosciuto.
Rosa
Luxemburg era ebrea (Un’ ebrea polacca che combatté in difesa dei lavoratori
tedeschi, come ricorda Brecht) e denunciava la politica di quei socialisti che
avevano sposato l’”idea di Wilson” (il presidente dei miliardari) e della
nascente “Società delle nazioni” che, in nome di un falso disarmo, chiamava il
proletariato mondiale a farsi carico dei costi della pace borghese, dopo aver
pagato quelli della guerra imperialista.
“L’idea
della lotta di classe -scriveva nel 1918 – capitola qui davanti all’idea
nazionalistica, che lei raffigurava come una pletora di nazioni e piccole nazioni
che accampavano diritti per costituirsi in stati: “Cadaveri rammodernati escono
da sepolcri centenari, infusi di nuovo impulso primaverile, e popoli privi di
storia che non avevano prima d’ora costituito organizzazioni statali autonome,
provano una violenta inclinazione alla formazione di stati. Polacchi, ucraini,
russi bianchi, lituani, cechi, jugoslavi…mentre i sionisti fondano già il loro
ghetto palestinese, provvisoriamente a Philadelphia.”
Spicca,
in questa feroce critica del nazionalismo, l’accenno al ghetto palestinese che
il sionismo andava preparando, quasi una epifania di ciò che l’Europa -una
volta sconfitte le aspirazioni del proletariato – avrebbe partorito (fascismo e
nazismo) per poi, ipocritamente,
consentire alla realizzazione del “sogno” sionista:
la
creazione di Israele, forma estrema di nazionalismo che, duecento anni dopo lo
sterminio delle popolazioni indigene dei nuovi mondi (Stati Uniti, Canada,
Australia), ne ha ripropostole le stesse pratiche criminali, tipiche del
colonialismo di insediamento.
Nonostante
ciò, nonostante le accuse di genocidio, molti stati europei -primi fra tutti
quelli che a suo tempo non fecero nulla per fermare il nazismo – oggi
proteggono Israele con ogni mezzo, dall’invio di armi alla interdizione e/o
persecuzione delle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese.
La
Germania, oltre ad essere il primo fornitore europeo di armi ad Israele, è lo
stato che più si distingue nel reprimere ogni forma di critica verso Israele:
vietate le manifestazioni pro Palestina,
vietati gli slogan che ne chiedono la libertà, vietato indossare la “kefiah” e
chi disobbedisce è schedato, perquisito o arrestato.
Lo
scorso 12 aprile si doveva svolgere a Berlino una conferenza sulla Palestina,
con relatori palestinesi, ebrei e altri di varia formazione politica.
Al
medico palestinese che aveva operato a Gaza, “Ghassan Abu-Sittah “è stato
negato l’ingresso in Germania:
posto
in stato di fermo al suo arrivo all’aeroporto di Berlino, è stato deportato nel
Regno Unito.
L’intervento pre-registrato dell’autore
palestinese “Salman Abu Sitta” è stato interrotto dai poliziotti che, entrati
in sala a decine, si sono messi fisicamente davanti allo schermo per impedirne
la visione.
La polizia voleva impedire anche la diretta
streaming dell’evento, adducendo la scusa che non si poteva escludere che un
oratore potesse pronunciare frasi di incitamento contro Israele.
Di
fronte alla resistenza degli organizzatori, la polizia ha staccato la corrente
alla sala della conferenza per poi decidere di annullarla del tutto, dopo di
che ha ordinato ai presenti di abbandonare la sala e vietando loro di
riproporre in altri luoghi l’evento.
“La
stampa”, che nei giorni precedenti aveva definito la conferenza “Un congresso
degli odiatori di Israele” dove si sarebbe fatta apologia di terrorismo, ha
plaudito all’iniziativa della polizia che non ha mancato di schedare parecchi
degli organizzatoti (oltre a quelli già perquisiti precedentemente).
La
ministra dell’interno” Nancy Faeser” (SPD) ha espresso la sua soddisfazione per
l’annullamento della conferenza, giudicando positivamente la dura repressione
della polizia contro la “cosiddetta conferenza sulla Palestina”.
“Faeser”
non somiglia a “Noske”, così come “Scholz” non somiglia a “Ebert”, ma è un
fatto che un secolo dopo l’articolo di “Rosa Luxemburg”, con i
socialdemocratici al governo (oggi coadiuvati dai verdi), l’ordine torna a
regnare a Berlino nei modi più spregevoli che, dopo un secolo di orrori,
distruzioni e ingiustizie, la civilissima Europa avrebbe dovuto bandire per
sempre.
Restano
le parole con cui Rosa Luxemburg conclude il suo articolo, tanto grandi da
incutere soggezione e nello stesso tempo coraggio per una causa che se non è,
qui e ora, quella della rivoluzione è pur sempre un atto di solidarietà verso
un popolo oppresso, un moto di resistenza alla sopraffazione e all’ingiustizia
a cui non ci si può sottrarre.
“L’ordine
regna a Berlino! Stupidi sbirri! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. La
rivoluzione già da domani di nuovo si rizzerà in alto con fracasso e a vostro
terrore annuncerà con clangore di trombe: io ero, io sono, io sarò.”
“Una teoria che mi pare interessante,
quella della confederazione delle anime”.
Mi
racconti questa teoria, disse” Pereira”.
Ebbene,
disse il “dottor Cardoso”, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla
incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro
ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor” Ribot” e il dottor “Janet”
vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi
abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone
sotto il “controllo di un “io” egemone”.
Il
Momento Esatto in cui si è
Deciso
il Suicidio di Ucraina e Europa.
Conoscenzealconfine.it
– (24 Aprile 2024) – Redazione- Andrea Zhok – ci dice:
Il 16
aprile, l’autorevolissima rivista di provata fede atlantista “Foreign Affairs”
ha pubblicato un articolo che mette la parola fine a tutte le chiacchiere
intorno alle intenzioni di “Putin” di invadere l’Europa, di arrivare a Lisbona,
di abbeverare i cavalli nelle acquasantiere di San Pietro, e con ciò anche alla
relativa reazione bellicista da parte europea.
L’articolo
è a firma di un docente dell’“Henry A. Kissinger Center for Global Affairs”
della” Johns Hopkins School of Advanced International Studies”, e di un
associato del “think tank RAND,” ex “Senior Fellow “per la Russia e l’Eurasia
all’ “International Institute for Strategic Studies”.
Praticamente
la crema dei falchi atlantisti.
Nell’articolo
si ricostruisce, con documentazione, lo sviluppo di una trattativa tra “Putin”
e “Zelensky” (tra le rispettive delegazioni) dal 28 febbraio 2022 (neanche una settimana dopo
l’invasione russa!) fino alla fine di aprile.
La trattativa ha avuto luogo in parte in
Bielorussia e in parte in Turchia.
Di
questa trattativa era già stata fatta menzione più volte, tra l’altro anche
dallo stesso” Putin” che ne aveva mostrata una bozza ai leader delle nazioni
africane e dall’ex primo ministro israeliano “Bennett”. Ovviamente le prodi difese anti-disinformazione
del giornalismo nostrano non avevano mancato, con la loro aria saputella da
mantenuti, di ridicolizzare queste notizie come “fake news”.
Tra il
29 marzo e il 15 aprile si era pervenuti ad un accordo di massima, che
prevedeva per l’Ucraina di rimanere uno Stato permanentemente neutrale e non
nucleare, di rinunciare all’adesione alla “Nato” e in generale ad alleanze
militari, di non consentire l’insediamento di basi militari o truppe straniere
sul proprio territorio.
La questione della Crimea era menzionata
proponendo una risoluzione pacifica del contenzioso nei successivi 15 anni.
La
Russia accettava l’adesione dell’Ucraina all’UE.
Per il
Donbass si ristabiliva la validità degli accordi di Minsk, con il
riconoscimento di un’ampia autonomia alle regioni russofone, all’interno dello
stato ucraino.
Gli
accordi naufragano però bruscamente nella seconda metà di aprile, quando la
firma della bozza sembrava dietro l’angolo.
L’accoglienza americana ai negoziati era stata
scettica dall’inizio, ma la svolta avviene dopo la visita di “Boris Johnson”,
allora premier britannico in carica, che si fa latore del messaggio di “Combattere la Russia fino
all’ottenimento della vittoria”.
Le
trattative si interrompono subito dopo.
Che a
questa svolta abbiano contribuito il cosiddetto “massacro di Bucha” o il ritiro
delle truppe russe dalla direttrice di Kiev, preso come un segno di debolezza,
è oggetto di congetture.
È a
questo punto che in Occidente si preme unilateralmente sull’acceleratore della
fornitura di armamenti, respingendo ogni ipotesi di accordo.
Ed è
evidente a tutti che senza la piena copertura occidentale Zelensky non avrebbe
mai rinunciato alle trattative.
Eventi
che segnano una svolta senza ritorno, come la distruzione del North Stream 2,
erano ancora di là da venire (26 settembre 2022).
Quando
le trattative prendono l’avvio i morti sul campo di battaglia erano ancora un
numero estremamente esiguo, non c’erano state ancora mattanze come quella di “Mariupol”
(maggio 2022).
Ciò
che questo resoconto sancisce in maniera definitiva è la catena delle
responsabilità di una catastrofe annunciata.
L’Ucraina
è oggi un cumulo di macerie, con una popolazione ridotta del 40%
dall’indipendenza nel 1991.
L’Europa è in piena fase di deindustrializzazione, con
la “locomotiva” tedesca ferma, le industrie che si trasferiscono negli USA per
rimanere competitive con i costi dell’energia, e l’intero apparato produttivo
europeo vincolato alle forniture americane.
I
pochi denari rimasti in circolazione in Europa stanno per essere cooptati in
una nuova corsa agli armamenti che brucerà le ultime risorse nello sterile falò
di una guerra (attuale o potenziale).
E
tutto questo è stato deciso da Washington e le sue succursali, con il
collaborazionismo della peggiore classe dirigente della storia europea, e con il supporto entusiastico dei
nostri media a gettone, che dal primo giorno hanno tifato senza pudore per la
guerra, e continuano a farlo.
Se c’è
un inferno, chi lo presiede dovrà promuovere presto un “piano di edilizia
straordinaria”.
Andrea
ZhoK - (Facebook del 19 aprile 2024).
(lantidiplomatico.it/dettnews-
andrea_zhok__il_momento_esatto_in_cui_si__deciso_il_suicidio_di_ucraina_e_europa/39602_54225/).
L'incontro
a Roma. «Troppe guerre nel
mondo,
è l'ora
della diplomazia».
Avvenire.it
- Dorella Cianci - (9 aprile 2024) – ci
dice:
Confronto
tra ambasciatori nella sede dell'Istituto Luigi Sturzo: al centro la politica
estera, le crisi geopolitiche. Ecco le possibili soluzioni.
Un
momento del confronto.
“Pace e diplomazia. Il ruolo della diplomazia
in tempi di guerra” è il titolo dell'incontro che si è svolto martedì
pomeriggio a Roma, nella sede dell'Istituto Luigi Sturzo e che è stato
introdotto da “Nicola Antonetti”, presidente dell'“Istituto Luigi Sturzo”.
Moderato
da “Loredana Teodorescu”, a capo della Rete delle mediatrici del Mediterraneo.
Al
convegno hanno partecipato autorevoli ambasciatori italiani, preceduti dal
prezioso intervento di “don Bruno Bignami”, direttore dell’ “Ufficio nazionale
per i problemi sociali e il lavoro della Cei”, il quale, da teologo, ha voluto
sottolineare come il tema della guerra intersechi due piani, quello geopolitico
e quello etico.
«Quali
sono oggi le vie di pace che ancora non conosciamo? Quali sono gli
interrogativi morali, che si ripresentano in questo rinnovato tempo di
guerra?», ha detto don Bruno, e, sulla base delle sollecitazioni preliminari di
Antonetti, ha aggiunto:
«È
importante iniziare questa riflessione sulla guerra, la pace e la diplomazia
avendo in mente innanzitutto il magistero di papa Francesco e quanto scritto
nella Fratelli tutti, sulla base dell’enciclica di Giovanni XXIII, ma anche
degli interventi all’Onu di Paolo VI e Benedetto XVI.
Che
cosa ci ricorda oggi Bergoglio, se non il fatto che la fede cristiana ha
completamente ripudiato l’idea di una guerra santa e giusta, che, un tempo, si
ritrovava nei testi dei Padri della Chiesa come Agostino e Tommaso?
Nella
società attuale e nel magistero della Chiesa Cattolica, oggi, si ricorda che la
guerra parte dalla logica binaria io/tu, giusto/sbagliato, vincitore/vinto;
invece
la pace – che non sta in piedi sulla deterrenza – mette al centro la logica
ternaria dell’io/tu e l’altro, partendo dal tramonto del concetto hobbesiano
della scienza politica».
“Don
Bruno Bignami” ha precisato che la guerra e il relativo sistema binario
semplificano una realtà che, al contrario, è complessa e creativa, concludendo
con queste parole:
«Non
ci si deve preparare alla guerra, come oggi dicono molti capi di Stato
rifacendosi al motto latino, così come fa anche il patriarca russo Kirill, ma
occorre prepararsi alla creatività della pace, poiché, come ha scritto papa
Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, la pace è laboriosa e artigianale».
A
questo intervento è seguito quello dell’ambasciatore “Guido Lenzi”
, che
ha ricoperto incarichi di primo livello anche alle Nazioni Unite e all'Osce.
«È
importante rendersi conto – ha detto Lenzi – che un diplomatico saggio dovrebbe
saper individuare le intenzioni, chiamando i vari interlocutori e mettendo in
atto un duplice movimento, tanto verso l’esterno, quanto verso l’interno, cioè
verso il proprio Governo di appartenenza, tentando di persuaderlo ad azioni
diplomatiche. Inoltre, ad oggi, la diplomazia non deve più essere interpretata
in maniera contrattuale, come fa ancora Biden in Medio Oriente, ma dovrebbe
seguire un modello multilaterale e normativo, individuando regole condivise,
anche se non comuni».
Alla
sua voce si è aggiunto il discorso di “Maurizio Melani”, professore
straordinario di “Relazioni Internazionali” e già ambasciatore in Etiopia,
oltre che “Direttore Generale per l’Africa dal 1999 al 2001”, esperto di
questioni migratorie e di Medio Oriente.
«Come si ripristina la pace?», ha esordito
Melani, aggiungendo: «È tramontato il concetto di guerra giusta sia da un punto
di vista della Chiesa, quanto da un punto di vista laico, infatti è proprio la
Costituzione italiana a ripudiare la guerra.
Detto
questo, però, occorre anche chiedersi quale può essere una pace giusta, che si
basi sulla logica, sempre ternaria, della diplomazia, che punta a un disarmo
globale bilanciato e raggiunto attraverso un dialogo, che, al momento, è molto
carente».
Ha
altresì precisato che ai tempi della Guerra Fredda il concetto di deterrenza è
stato esercitato anche attraverso le funzioni del dialogo diplomatico, per cui,
a maggior ragione, in tempi di multi-centrismo, è ancora più urgente l’azione
della diplomazia.
L’altra
relazione è stata affidata a “Laura Mirachian”, già ambasciatrice in Siria ed
esperta della questione balcanica.
«È
utile ricordare come la diplomazia richieda anche una buona dose di empatia con
gli altri e una profonda consapevolezza di come la ricerca della pace non
coincida con il pacifismo, nonostante questo discorso piaccia a pochi - ha
detto Mirachian -.
Occorre
anche la consapevolezza che la ricerca della pace è una costruzione spesso
basata anche sulla deterrenza, oltre che sul dialogo diplomatico.
È bene
anche prendere consapevolezza che oggi viviamo un’epoca tormentata e difficile,
dove occorrono regole rinnovate, così come proposto anche da Guterres, il quale
sta progettando il cosiddetto Vertice per il futuro, a New York.
Il
Segretario Guterres, infatti, studiando anche una certa genesi del fenomeno
bellico, che oggi include anche la molteplicità dei cosiddetti “non state
actors”, ha precisato come la guerra abbia sempre fatto parte della natura
predatoria dell’uomo ed è da collegare, in particolare, ai fenomeni di
ingiustizia sociale, di disuguaglianze come fonti primarie di conflittualità.
Come si può pretendere che una parte di mondo
non reagisca, quando è costretta a subire le decisioni di pochi Stati ricchi?
È
importante allora stilare una nuova agenda della pace, proprio come sottolinea
di continuo l’ONU».
L’ambasciatrice,
poi, facendo riferimento all’attualità, ha anche voluto evidenziare come la
prima vera crisi nel cuore dell’Europa non è stato il conflitto in Ucraina, ma
quanto accaduto nei Balcani.
Ha
anche dichiarato che, in un caso e nell’altro, l’Europa si è dimostrata
terribilmente assente e inefficace.
Il
convegno è continuato con due interventi finali, quello dell’ambasciatore “Ferdinando
Nelli Feroci”, che presiede anche l’ “Istituto per gli Affari internazionali” e
quello dell’ambasciatore “Riccardo Sessa”, presidente della “Società italiana
per l’Organizzazione internazionale”.
In prima battuta,” Nelli Feroci” ha fatto alcuni
riferimenti alla questione ucraina, evidenziando come ci sono, in quel
conflitto, elementi diplomatici che hanno funzionato e altri che si sono
rivelati decisamente carenti.
Fra le
principali carenze, ha ricordato quella più presa in considerazione da molti
esperti del tema (ma non da lui), secondo cui l’Occidente non ha saputo
interpretare, in maniera proficua, che cosa stesse preparando la Russia.
L’ambasciatore ha, però, aggiunto:
«Verrà
un tempo di accordi, quando il conflitto sarà terminato, un tempo in cui la
diplomazia sarà centrale per garantire i nuovi assetti territoriali, per
assicurare una funzione di garanzia e di ricostruzione».
L’intervento
finale è stato affidato all’ambasciatore” Sessa”, che ha esordito dicendo:
«Oggi
è sempre tempo di diplomazia, visti i tanti conflitti in corso nel mondo! Va
anche rilevato, però, che al momento si registra una grave carenza di
leadership e di governance, che aumentano le carenze della politica estera e
non dei diplomatici».
Nel suo intervento ha poi dichiarato come, ad
oggi, il multilateralismo ha fallito, così come sono cadute alcune illusioni
nate dopo il crollo del muro di Berlino.
Ha
concluso:
«La politica mondiale, così come i
diplomatici, devono rendersi conto, sempre più, del ruolo rilevante dei “Brics”
e di come il “G7”, in questo tempo, conti sempre meno a livello geopolitico».
La “follia
climatica”
in
trono.
Unz.com
- HANS VOGEL – (29 LUGLIO 2023) – ci dice:
In
altre parole, i bollettini meteorologici, un tempo l'unico elemento dei media
di cui ci si poteva fidare, sono fuorvianti e mendaci come tutto il resto delle
notizie.
Ci
viene detto che il clima sta cambiando ed è tutta colpa nostra.
Quindi
dobbiamo fidarci delle autorità e fare esattamente quello che ci viene detto.
Altrimenti,
moriremo di una morte orribile!
Pertanto,
d'ora in poi, niente più barbecue.
In inverno, dobbiamo indossare un maglione più
a casa, perché la temperatura normale dell'ambiente richiederebbe un
riscaldamento eccessivo, che contribuisce solo ulteriormente al riscaldamento
globale!
Inoltre,
dovremo smettere di mangiare carne e iniziare invece a consumare insetti.
"Che
mangino insetti", è ciò che hanno deciso i nostri nobili leader nei loro
lussuosi palazzi.
Solo
se passassimo a mangiare grilli e vermi da pasto potremmo essere in grado di
impedire che il nostro pianeta diventi ancora più caldo.
I nostri governanti ci assicurano che "la
maggior parte degli scienziati" concorda sul fatto che l'attività umana fa
sì che il pianeta diventi sempre più caldo.
In un
certo senso questo è un pensiero rassicurante, perché a quanto pare la scienza
è quindi democratica.
Quando
"la maggior parte degli scienziati" crede in qualcosa, deve essere
vero, perché dopo tutto sono scienziati!
Ma
poiché sono umani, possono anche sbagliarsi.
Quindi
forse, dopo tutto, il cambiamento climatico di origine antropica non è un
problema!
Non
molto tempo fa, i nostri governi ci hanno assicurato che esisteva una malattia
mortale là fuori e che l'unica cosa che potevamo fare per essere sicuri era
fare un vaccino anti-covid.
Ora sta diventando sempre più noto che alcuni
di questi colpi facevano più male che bene.
Il "vaccino" Moderna sta causando
problemi cardiaci a un ricevente su trentacinque.
La
vaccinazione Pfizer, mai adeguatamente testata, ha oltre 1.200 effetti
collaterali che vanno dal grave al gravissimo (compresa la morte!).
Siamo
stati portati a credere che, una volta vaccinati, non avremmo potuto diffondere
la temuta malattia (ma potevamo) e quando siamo stati colpiti dal covid, ci è
stato detto che gli effetti erano "meno gravi". Le cose sarebbero
sicuramente andate "molto peggio" se così tanti di noi non avessero
fatto quelle iniezioni.
Nella
narrazione del riscaldamento globale, i governi stanno ora usando gli stessi
argomenti e trucchi che hanno usato per intimidire i cittadini e sottometterli
durante la "pandemia".
Tuttavia,
come con un coltello da cucina, è necessario affilarlo per continuare a usarlo.
È
piuttosto dubbio che i trucchi funzioneranno con la stessa efficacia che
durante il “Great Covid Show”.
Anche
un mago ha bisogno di adattare di tanto in tanto i suoi trucchi. I governi,
d'altro canto, sembrano essere diventati così fiduciosi e sicuri di sé da
pensare di poter realizzare qualsiasi cosa.
È un
bene che si dimentichino la regola numero uno in ogni gara e resa dei conti,
ovvero non sottovalutare mai il proprio avversario.
Nel
frattempo, in Europa, il collasso degli Stati, come auspicato dagli Stati Uniti
e dai loro strumenti come il WEF, sembra procedere secondo i piani.
La
Francia è ancora stordita dagli effetti dell'ondata di violenza che l'ha
colpita all'inizio dell'estate.
Nelle
città e nei villaggi di tutta la Germania, cittadini arrabbiati e impauriti
organizzano manifestazioni di cui i media non parlano;
I
resort e le piscine sul lago, un tempo tranquillo e piacevole, si sono
trasformati in focolai di conflitti interrazziali a causa del comportamento
inaccettabile di bande di stranieri a cui non sarebbe mai stato permesso di
entrare nel paese.
Viaggiare
in treno in molti paesi europei è diventato pericoloso per i veri nativi
europei, in particolare per le donne.
Molte
stazioni ferroviarie, soprattutto nelle città più grandi, sono zone di
pericolo.
Il 7
luglio, il primo ministro olandese Mark Rutte, alleviando il voto di sfiducia
in programma in parlamento, ha annunciato il suo completo ritiro dalla
politica.
Uno dei suoi partner di coalizione aveva
indicato di essere disposto a lasciare il governo.
Da
quel momento in poi è dimissionario e, paradossalmente, in una posizione che
gli permette di governare come un dittatore.
Dopotutto, qualcuno deve occuparsi degli
affari quotidiani e governare il paese e Rutte non può più essere destituito
con una votazione.
Una
delle cose che deciderà, senza bisogno dell'approvazione parlamentare, sarà un decreto che permetterà ai
bambini da uno a dodici anni di optare per l'eutanasia.
A
novembre sono previste nuove elezioni e, dato che di solito ci vuole circa un
anno per costruire un nuovo governo di coalizione, Rutte si è concesso un
prolungamento di carriera di oltre un anno.
Abbastanza sorprendentemente, con una mossa
senza precedenti, anche venti dei 150 parlamentari hanno annunciato il loro
ritiro dalla politica.
Includono diversi importanti leader di
partito, nonché alcuni politici altamente visibili e attivi.
Perché questa ritirata improvvisa e massiccia?
Cosa sanno che il pubblico votante non sa?
Come
in molti altri stati "democratici" dell'Occidente, il dibattito
parlamentare è diventato piuttosto privo di significato.
Con la
rigida applicazione della disciplina di partito, una volta che un governo è al
potere, non c'è nulla che possa spodestarlo, tanto meno un dibattito in
parlamento.
I ministri del governo che si rifiutano di
rispondere alle domande in parlamento, infrangendo leggi e regolamenti, possono
semplicemente farlo e non doverne mai affrontare le conseguenze.
Questa è diventata una pratica comune in tutta
l'UE.
In altre parole, l'illegalità regna sovrana.
Perché
allora i politici dovrebbero rinunciare volontariamente all'accesso alle
pentole e ai barili di maiale?
Sembrerebbe
che stiano per verificarsi alcuni profondi cambiamenti sistemici.
Dovremmo guardare a Bruxelles?
Gli apparatcik
non eletti dell'Urss in quella città maledetta gestiscono una dittatura
centralizzata.
La
maggior parte degli europei non ha ancora capito che la sovranità nazionale ha
cessato di esistere da tempo in tutti gli Stati membri dell'UE e che i loro parlamenti sono
tutti falsi.
L'UE
non è altro che il ramo politico della NATO, e la NATO è per gli Stati Uniti
ciò che la Lega Attica è stata per Atene:
un
meccanismo di controllo imperiale travestito da alleanza volontaria.
Il
palcoscenico politico nei Paesi Bassi si sta ora preparando per l'apparizione
stellare di Frans Timmermans, il corpulento "commissario per l'azione per
il clima" dell'UE di origine olandese, il pazzo climatico in capo.
Quest'uomo
si candiderà per un seggio nel parlamento olandese come leader del nuovo
Partito Socialdemocratico-Verde.
Inutile
dire che “Timmermans” non prenderebbe nemmeno in considerazione questa mossa se
non fosse sicuro di vincere e diventare il nuovo Primo Ministro.
Presto,
anche altri Stati membri dell'UE avranno governi guidati da ex commissari
dell'UE.
Se
tutto andrà secondo i piani, significherà che la conversione dell'UE in una
copia della vecchia URSS è stata completata.
Tuttavia,
mentre la leadership dell'URSS aveva più o meno a cuore gli interessi dei suoi
cittadini (l'istruzione e l'assistenza sanitaria erano gratuite e di buona
qualità), l'EuSSR è un inferno distopico, gestito da psicopatici che pensano di
essere dio.
Hanno
intenzionalmente distrutto l'istruzione e la salute pubblica.
Come
l'URSS è crollata sotto il suo stesso peso, così farà l'EuSSR.
Speriamo
che questo avvenga il prima possibile.
Più di
1.600 scienziati firmano
la
dichiarazione “No all’emergenza climatica”
Sabinopaciolla.com
- Sabino Paciolla – (Agosto 31st, 2023) – ci dice:
Di
seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog
l’articolo scritto da “Naveen Athrappully” e pubblicato su “The Epoch Times”.
Scienziati
internazionali hanno firmato congiuntamente una dichiarazione che respinge
l’esistenza di una crisi climatica e insiste sul fatto che l’anidride carbonica
(Co2) è benefica per la Terra, contrariamente alla narrativa allarmistica
popolare.
“Non
c’è alcuna emergenza climatica”, ha dichiarato il “Global Climate Intelligence
Group” (CLINTEL) nella sua “Dichiarazione mondiale sul clima” (pdf), resa
pubblica in agosto.
“La
scienza del clima dovrebbe essere meno politica, mentre le politiche climatiche
dovrebbero essere più scientifiche.
Gli
scienziati dovrebbero affrontare apertamente le incertezze e le esagerazioni
nelle loro previsioni sul riscaldamento globale, mentre i politici dovrebbero
contare spassionatamente i costi reali e i benefici immaginati delle loro
misure politiche”.
La
dichiarazione è stata firmata da 1.609 scienziati e professionisti di tutto il
mondo, di
cui 321 dagli Stati Uniti.
La
coalizione ha sottolineato che il clima della Terra è variato da quando esiste,
con il pianeta che ha sperimentato diverse fasi fredde e calde.
La Piccola Era Glaciale si è conclusa solo di
recente, nel 1850.
“Pertanto,
non è una sorpresa che ora stiamo vivendo un periodo di riscaldamento”, si
legge nella dichiarazione.
Il
riscaldamento sta avvenendo “molto più lentamente” di quanto previsto dal “Gruppo
intergovernativo sul cambiamento climatico”.
“I
modelli climatici hanno molte lacune e non sono neanche lontanamente plausibili
come strumenti politici”, ha dichiarato la coalizione, aggiungendo che questi modelli
“esagerano l’effetto dei gas serra” e “ignorano il fatto che arricchire
l’atmosfera di CO2 è benefico”.
Per
esempio, anche se gli allarmisti climatici definiscono la “CO2 dannosa per
l’ambiente”, la coalizione ha sottolineato che il gas “non è un inquinante”.
L’anidride
carbonica è “essenziale” per tutta la vita sulla terra ed è “favorevole” per la
natura.
L’aumento di “CO2” provoca la crescita della
biomassa vegetale globale e aumenta la resa delle colture in tutto il mondo.
”CLINTEL”
ha anche respinto la narrativa secondo cui il riscaldamento globale sarebbe
legato all’aumento di disastri naturali come uragani, inondazioni e siccità,
sottolineando che non esiste “alcuna prova statistica” a sostegno di queste
affermazioni.
“Non
c’è alcuna emergenza climatica. Pertanto, non c’è motivo di panico e di
allarme. Ci opponiamo fermamente alla dannosa e irrealistica politica di
azzeramento delle emissioni di “CO2” proposta per il 2050. Puntate
sull’adattamento invece che sulla mitigazione; l’adattamento funziona qualunque
siano le cause”, si legge.
“Credere
ai risultati di un modello climatico significa credere a ciò che i creatori del
modello hanno inserito. È proprio questo il problema dell’attuale discussione
sul clima, in cui i modelli climatici sono centrali. La scienza del clima è
degenerata in una discussione basata su convinzioni, non su una sana scienza
autocritica. Non dovremmo liberarci dall’ingenua fiducia nei modelli climatici
immaturi?”.
Modelli climatici e riflessione della luce
solare.
Tra i
firmatari del “CLINTEL” ci sono due premi Nobel, il fisico statunitense “John
Francis Clauser” e il norvegese-americano” Ivan Giaever”.
“Clauser”
ha apportato un’aggiunta significativa ai modelli climatici per respingere la
narrativa del riscaldamento globale: la luce visibile riflessa dalle nubi
cumuliformi che, in media, coprono metà della Terra.
Gli
attuali modelli climatici sottovalutano ampiamente questo aspetto della
riflessione delle nubi cumuliformi, che svolge un ruolo chiave nella
regolazione della temperatura terrestre. “Clauser “aveva già detto al
Presidente “Joe Biden” di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche.
A
maggio,” Clauser” è stato eletto nel consiglio di amministrazione della “CO2
Coalition”, un gruppo che si occupa dei contributi benefici dell’anidride carbonica
nell’ambiente.
“La
narrativa popolare sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione
della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di
persone”,
ha dichiarato “Clauser” in una dichiarazione del 5 maggio.
“La
scienza del clima fuorviante si è trasformata in una pseudoscienza
giornalistica di massa. A sua volta, la pseudoscienza è diventata un capro
espiatorio per un’ampia varietà di altri mali non correlati”.
“È
stata promossa ed estesa da agenti di marketing aziendale, politici,
giornalisti, agenzie governative e ambientalisti altrettanto fuorviati. A mio
parere, non esiste una vera crisi climatica”.
False
previsioni da giorno del giudizio, una questione presidenziale.
La
dichiarazione del “CLINTEL” contro la narrativa sul cambiamento climatico
contrasta la propaganda diffusa dagli allarmisti climatici che da tempo
prevedono scenari apocalittici innescati dal riscaldamento globale, nessuno dei
quali si è mai avverato.
Nel
1970, alcuni scienziati del clima avevano previsto che la Terra sarebbe entrata
in una nuova era glaciale entro il 21° secolo.
L’esperto
di inquinamento “James Lodge” aveva previsto che “l’inquinamento atmosferico
potrebbe cancellare il sole e causare una nuova era glaciale nel primo terzo
del nuovo secolo”, secondo il “Boston Globe”.
Nel
maggio 1982, “Mostafa Tolba”, allora direttore esecutivo del programma
ambientale delle Nazioni Unite, disse che se il mondo non avesse cambiato
rotta, avrebbe affrontato una “catastrofe ambientale che vedrà una devastazione
completa e irreversibile come un olocausto nucleare” entro il 2000.
Nel
giugno 2008, “James Hansen”, direttore del Goddard Institute of Space Sciences”
della “NASA”, ha affermato che entro cinque o dieci anni l’Artico non avrebbe
più avuto ghiaccio in estate.
Mentre
gli allarmisti climatici continuano a diffondere la propaganda sul
riscaldamento globale, l’argomento è diventato un problema nella corsa alle
presidenziali del 2024, con diversi candidati che lo hanno apertamente
respinto.
In un
post del “13 luglio” su “X”, il candidato democratico alla presidenza” Robert
F. Kennedy Jr.” ha affermato che il cambiamento climatico “viene usato per controllarci
attraverso la paura”.
“La
libertà e il libero mercato sono un modo migliore per fermare l’inquinamento. Gli inquinatori si arricchiscono
facendo pagare al pubblico i danni che provocano”, ha affermato.
Durante
il primo dibattito presidenziale del “GOP 2024”, il candidato “Vivek Ramaswamy”
ha definito il cambiamento climatico una “bufala”.
“La
realtà è che l’agenda anti-carbonio (Co2) è la coperta bagnata della nostra
economia. E quindi la realtà è che muoiono più persone a causa di politiche
sbagliate sul cambiamento climatico che a causa del cambiamento climatico vero
e proprio”, ha detto.
Temperature
elevate, il giro di vite sugli elettrodomestici di “Biden.
Gli
attivisti climatici hanno insistito sul fatto che il riscaldamento globale è
responsabile dell’impennata delle temperature negli Stati Uniti, sostenendo
addirittura che le temperature stanno raggiungendo livelli record.
In una
recente intervista a “The Epoch Times”, “John Christy”, climatologo e
professore di scienze atmosferiche presso l’Università dell’Alabama a
Huntsville, ha respinto la tesi delle temperature record.
“A
livello regionale, l’Ovest ha registrato il maggior numero di estati calde
degli ultimi 100 anni, mentre la Valle dell’Ohio e l’Alto Midwest ne hanno
registrate di meno”, ha dichiarato.
“Per
gli Stati Uniti conterminati nel loro complesso, gli ultimi 10 anni hanno
prodotto solo un numero medio di record. Gli anni ’30 sono ancora i campioni”.
Le
politiche sul cambiamento climatico sono state utilizzate dal “Dipartimento
dell’Energia” per giustificare cambiamenti radicali nello stile di vita in
tutti gli Stati Uniti, come la limitazione degli elettrodomestici e, talvolta,
il loro divieto assoluto.
A
giugno, il “Dipartimento dell’Energia” ha proposto regole che impongono ai
ventilatori da soffitto di diventare più efficienti dal punto di vista
energetico, uno sviluppo che potrebbe portare i produttori a dover sborsare
86,6 milioni di dollari all’anno per “l’aumento dei costi delle apparecchiature”.
A
febbraio, il “Dipartimento dell’Energia” ha proposto regole di efficienza
energetica per le stufe a gas che riguarderebbero la metà dei nuovi modelli di
stufe venduti negli Stati Uniti e renderebbero non conformi la maggior parte di
quelli esistenti.
A
luglio, la Commissione statunitense per la sicurezza dei prodotti di consumo ha
proposto una politica che eliminerebbe dal mercato quasi tutti i generatori a
gas portatili esistenti.
L’amministrazione
Biden ha già messo al bando le lampadine a incandescenza, entrato in vigore il
1° agosto.
(Naveen
Athrappully)
I
ripensamenti della strategia saudita.
Ispionline.it
– (8 Mar 2024) – Francesco Sassi – ci dice:
Nella
guerra di nervi tra “OPEC+” e” USA”, Riyad coltiva ambizioni nucleari a
passaggio obbligato da Mosca o Pechino, investe in rinnovabili e si prepara
all’export di gas.
Un
Medio Oriente in subbuglio politico fa da sfondo alla genesi di un nuovo, anzi,
per meglio dire di nuovi capitoli nella politica energetica saudita
caratterizzata da un cambio di strategia per quanto riguarda la produzione
petrolifera nazionale che prevede l’estensione dei tagli alla produzione fino a
metà del 2024.
Difficile riflettere sulle sorti dei mercati delle
fonti fossili, e delle economie ad essi collegati, senza che il nostro pensiero
si focalizzi sulle molteplici interdipendenze di “Riyad” con gli andamenti dei
maggiori indici petroliferi.
Eppure,
mentre la transizione energetica accelera in Europa, e nel mondo dimostra
invece segnali di allarmante difficoltà dettate dal combinato disposto di
tensioni internazionali, mercati energetici instabili ed effetti climatici
sugli stessi sistemi energetici, l’Arabia Saudita guarda alle trasformazioni
della geopolitica dell’energia con interesse.
La sfida per Riyad rimane quella di costruire un
percorso che tenga insieme interessi nazionali, il tradizionale ruolo di
capofila dei produttori del Golfo, ma anche l’ambizione di leader regionale di
una transizione tanto ambigua quanto carica di significati politici.
Le
ragioni dietro i no (e i sì) di Riyad.
Il
solo no di una superpotenza energetica come l’Arabia Saudita verso lo sviluppo
ulteriore delle proprie risorse petrolifere avrebbe dovuto catturare
l’attenzione massima degli organi di stampa nazionali. Tralasciando le solite argute
eccezioni, l’annuncio è passato in secondo piano.
L’espansione
della capacità produttiva petrolifera saudita a 13 milioni di barili giorni
(mb/g), promossa nel pieno della crisi pandemica a marzo 2020 e proiettata
nella seconda metà di questa decade, ha subìto un’improvvisa” svolta a U” a
fine gennaio.
Il
diktat, imposto dallo stesso governo, ha colto di sorpresa i mercati.
Riyad
riformula così la propria strategia per confrontarsi con chi oggi preannuncia
un imminente picco della domanda di greggio.
Lo fa spostando le lancette verso la fine del
decennio, momento in cui la “spare capacity saudita” potrà essere elemento di
riequilibrio di un mercato petrolifero che il Paese, e l’intera alleanza “OPEC+”,
prevedono corto.
Numerosissime
le motivazioni dietro la scelta.
Innanzitutto, vi è la competizione di nuovi produttori
e rivali globali, la cui ambiziosa agenda energetica confligge con le
aspirazioni di egemonia petrolifera.
Tra
tutti, ovviamente, vi sono gli Stati Uniti, la cui produzione ha continuato a
stupire nel 2022 come nel 2023.
In
termini di output, lo “shale americano” è divenuto il contraltare dell’alleanza
OPEC+ e dei suoi tentativi di limitare la disponibilità di greggio a livello
globale grazie ai continui tagli produttivi.
Strategia,
appunto, confermata a inizio marzo e per i prossimi mesi, mentre cresce
l’attesa per il nuovo vertice “OPEC+” di inizio giugno.
Una
guerra di nervi tra l’asse Arabia Saudita-Russia ed alleati, e gli Stati Uniti
dall’altra parte.
Oltre
Washington, spaventano l’alleanza petrolifera anche Canada, Brasile e Guyana.
Quest’ultima
nazione, è divenuta il “Davide dei mercati petroliferi latinoamericani”, in
grado di strabiliare i concorrenti con una performance produttiva eccezionale e
destinata a raddoppiare nel giro di pochi anni, a meno di risvolti inattesi
targati Venezuela.
Oltre
alla concorrenza internazionale, il rallentamento della crescita cinese, vero
driver della domanda petrolifera negli ultimi 20 anni, è sicuramente uno dei
quid dietro la svolta saudita.
Pechino
arranca in alcuni settori tradizionali come infrastrutture e immobiliare,
provocando un ristagno della domanda petrolifera.
In
parallelo, lo sviluppo del mercato dell’auto elettrica minaccia una sempre
maggiore fetta della domanda petrolifera globale. Anche in questo caso, è la Cina a
dettare il passo agli altri.
Per il secondo anno consecutivo, la crescita
interna del mercato “EV” cala, pur rimanendo senza pari in termini assoluti.
Il
rischio di una guerra dei prezzi tra produttori cinesi, e di dumping verso i
mercati europei, potrebbe innescare ulteriori instabilità nella domanda di
greggio e prodotti.
La
rapidità dell’innovazione tecnologica imposta dalle stesse compagnie cinesi
nella resa delle batterie e la competitività di prezzo raggiunta dai modelli
elettrici rispetto a quelli a combustione interna prendono alla sprovvista
Pechino come Bruxelles, e minaccia il già debole equilibrio tra domanda e
offerta petrolifera.
La
multiforme diplomazia energetica saudita.
Se sul
lato petrolifero Riyad e Washington siedono effettivamente su fronti opposti, e
intercorrono burrascosi rapporti bilaterali, va però sottolineata la sempiterna
negoziazione per un patto di difesa e sicurezza che il Principe ereditario “Mohammed
bin Salman” vorrebbe veder finalizzato prima delle prossime elezioni
presidenziali USA.
Un
accordo agevolato dall’”Amministrazione Biden” e dal controllo democratico del
Senato, ma
che verrebbe siglato a discapito di qualsivoglia statualità palestinese.
Un
punto che segna il distacco esistente tra i proclami della diplomazia saudita
per un cessate il fuoco a Gaza e la cruda realtà dei fatti.
Nel
2023 la diplomazia dell’Arabia Saudita ha dato prova di poter generare
insospettabili pulsioni.
La
normalizzazione dei rapporti con l’Iran e il sostegno cinese hanno sorpreso
molti in Occidente.
Così è
stato anche per la reintegrazione della Siria di Assad nella Lega Araba.
L’avvio
di consultazioni con i ribelli yemeniti Houthi, prima della conflagrazione del
conflitto di Gaza, e la pericolosità dimostrata dagli attacchi del 2019 ad
alcune delle principali infrastrutture petrolifere saudite ad Abqaiq e Khurais,
fanno assumere oggi a Riyad una posizione particolarmente defilata nel Mar
Rosso.
La non
partecipazione dell’Arabia Saudita all’azione congiunta di pattugliamento e
deterrenza di Stati Uniti, Regno Unito e Paesi europei, marca un netto confine
tra gli interessi sauditi e quelli occidentali.
Buone
relazioni con chiunque, anche al costo di dimostrare palesemente un disaccordo
con l’Occidente, è infatti il nuovo mantra della politica estera saudita.
D’altronde,
l’Occidente rimane il partner tecnologico di riferimento per i progetti più
ambiziosi di “Vision 2030”, ovvero la strategia per trasformare il Paese in un
hub diplomatico, turistico e finanziario entro la fine del decennio.
Un
disegno di lungo corso, il quale oggi fa però i conti con prezzi al barile
tuttora insufficienti per la” largasse finanziaria” che Riyad vorrebbe
allocare.
Bastoni
tra le ruote saudite che ne fanno rallentare il passo.
“Nulla
può ostacolare lo sviluppo delle nostre relazioni d’amicizia” ha detto “Putin”
durante la visita in Medio Oriente lo scorso dicembre e, insieme a “Mohammed
bin Salman”, ha ribadito come la partnership bilaterale è un fattore di
stabilità dei mercati regionali.
È
significativo che la visita, coincisa con il “Summit di COP28”, abbia coinvolto
anche gli Emirati Arabi Uniti, organizzatori dello stesso Summit climatico.
Un
segnale dell’importanza del coordinamento petrolifero tra monarchie del Golfo e
la Federazione Russa, a dispetto di qualsiasi accelerazione voluta
dall’Occidente sulla transizione energetica e i proclami di una fine imminente
delle fonti fossili, inclusi del comunicato finale di “COP28”.
Dai
tempi della “Guerra del petrolio” di inizio pandemia si è però consolidata
nella leadership dei due paesi una certa consapevolezza che essi non possono
far a meno l’uno dell’altro.
Il
processo di allontanamento degli Stati Uniti dal Medio Oriente, in atto da
tempo, impone il dialogo con una Russia sempre più attiva nella regione.
Il conflitto di Gaza e la colossale perdita di
credibilità del governo Netanyahu nel mondo arabo hanno silurato ogni
prospettiva di normalizzazione con Israele nel breve periodo.
In questo scenario Mosca rimane un interlocutore che
non può essere ignorato, anche in una ottica di una riappacificazione con
Teheran.
In
chiave energetica, la cooperazione nel settore nucleare rimane uno dei campi di
maggiore interesse.
Per
Riyad, le tecnologie russe rappresentano l’alternativa più concreta alla
realizzazione di progetti con una restia Washington che, dai tempi di Trump,
non sembra più propensa ad una collaborazione.
Per l’azienda di stato russa “Rosatom” la “Monarchia”
rappresenta un vitale tassello per espandere la propria rete di partner
regionali, come Egitto, Turchia, Algeria, Tunisia e Marocco.
Terzo
incomodo nella corsa al nucleare saudita è proprio Pechino, che disporrebbe di
mezzi e intenzionalità per realizzare il” sogno di Bin Salman” di ottenere un
ciclo integrale del combustibile nucleare.
Il supporto cinese porrebbe una valida
alternativa ai caveat americani riguardanti un arricchimento dell’uranio di
matrice completamente saudita.
Questione
particolarmente calda, visto che anche Israele appare contrario.
Le
transizioni della Penisola Arabica.
La
pausa all’espansione petrolifera saudita comporterà, per prima cosa, un
risparmio di circa 5 miliardi di dollari annui per “Aramco”, la compagnia
petrolifera nazionale.
Cifre
ingenti, che la società potrà indirizzare altrove, ovvero in quel
“transitioning” auspicato dal “Principe Abdulaziz bin Salman” con al centro i settori di gas,
rinnovabili e petrolchimico.
Sì,
perché liberare le potenzialità gasiere e delle rinnovabili nella Penisola
Arabica equivarrebbe al risparmio di circa 1 mb/g che potrebbero trovare la via
dell’export.
Un
risultato ottenuto senza investire un riyal in più nell’espansione ulteriore
delle capacità produttive.
In
sostanza, l’Arabia Saudita ha deciso di investire su efficienza e transizione
per rilanciare il “proprio ruolo di superpotenza petrolifera”.
Secondo
Riyad, centinaia di migliaia di barili al giorno potranno essere risparmiate
grazie allo sfruttamento delle immense risorse di gas non convenzionale
scoperte nel giacimento di “Jafurah”.
Per il suo sviluppo, “Aramco” ha annunciato un piano
di investimenti da oltre 100 miliardi di dollari nel giro di 10 anni e previsto
una produzione che si aggira attorno i 20 miliardi di metri cubici entro il
2030.
Il progetto potrebbe addirittura alimentare un
impianto per l’esportazione di “GNL” e, non a caso, la francese “TotalEnergies” e la
cinese “Sinopec” hanno avanzato un interesse per questo investimento.
In
prospettiva, questa decisione strategica potrebbe rendere il Paese un nuovo
fornitore di gas naturale sui mercati globali e un interlocutore, anche in
questo settore, dell’“UE”.
Centinaia
di miliardi di dollari di investimenti in nuova capacità di generazione
elettrica da rinnovabili e impianti a gas sono già stati previsti da Riyad.
Il
piano, parallelo a quello di “Vision 2030”, dovrebbe cambiare i connotati al
sistema energetico saudita entro la fine del decennio.
Il “Public
Investment Fund” (PIF), strumento del fondo sovrano nazionale, ha come incarico
quello di sviluppare circa il 70% dei progetti che dovrebbero portare a 58,7 GW
la capacità di generazione da rinnovabili entro il 2030.
Nel
2023, l’installazione di 4,55 GW di solare e 3,37 GW di generazione carbon-free
hanno già preso il via, innestando nel sistema energetico il singolo maggior
contributo da fonti rinnovabili.
Il ruolo predominante del gigante statale “ACWA Power”
nell’installazione di nuovi impianti e come leader della contrattualizzazione
di “Power Purchasing Agreemen”t (PPA) nel Paese confligge però con le ambizioni
di privatizzazione del settore.
Un
passo richiesto per attrarre investitori esteri, ma che rimane tuttora un nodo
irrisolto.
“ACWA
Power” viene infatti supportata dallo stato tramite modalità senza eguali nel
mondo, offrendo nel mercato interno prezzi impareggiabili.
La
poca redditività di questi investimenti ha d’altronde spinto la compagnia ad
espandersi all’estero, guardando ai mercati dei vicini mediorientali, ma anche
nel Caucaso, Asia centrale e nell’Africa Subsahariana.
Investitori energetici che, aggrovigliati in una fitta
matassa di interessi spesso in conflitto tra loro, devono calcolare
innumerevoli rischi.
Alla
diplomazia energetica saudita spetta trovare il difficile compito di favorire
una soluzione bilanciata, efficace e dal ridotto costo.
Eppure,
permane la
gravosa consapevolezza che in assenza di un mutamento sostanziale negli equilibri
regionali, nessun annuncio potrà innestare una pausa duratura all’agitazione
dello scenario geopolitico mediorientale o favorire l’interconnettività della
regione del Golfo con il blocco economico europeo o le economie asiatiche.
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I
costi dell'ecocatastrofismo.
Hwupgrade.it
- Dream_River – (31-01-2020) –Fonte:bruno leoni.it – Nino Materi - ci dice:
L'ecocatastrofîsmo
ci costa
un miliardo e mezzo all'anno?
Il
calo dei consumi e degli investimenti, secondo l'Istituto Bruno Leoni, avrà
ricadute negative sia sull'occupazione, sia sul Pil.
No,
fare il mea culpa dicendo «Ci siamo sbagliati...» non basta.
Non
può bastare, perché il “catastrofismo ambientalista” ha avuto in passato, ha
oggi e avrà in futuro enormi ricadute sull'economia mondiale.
Che non è un concetto astratto, ma vuol dire
che le pennellate degli eco-untori hanno infettato in passato, infettano oggi e
infetteranno in futuro il portafoglio dei cittadini: miliardi di euro, a spese
del contribuente.
È
quindi una magra consolazione vedere oggi come, sul tema del “global worming”,
sia in corso da parte degli ex allarmisti di ieri (in primis scienziati e mezzi
di informazione corrotti) un - diciamo così ampio ripensamento.
Oggi
sembra infatti esserci la corsa a scoprire che il riscaldamento del pianeta è
meno «distruttivo» di quanto gli esperti di sventura hanno ripetuto per anni.
Anni
durante i quali per «salvare» la Terra «sull'orlo della fine» è stata investita
una somma stratosferica.
Per
avere un parametro di riferimento, limitiamo il discorso all'Italia.
I calcoli, elaborati nel 2007 dall'”International
Council for Capital Formation di Bruxelles£, sono stati analizzati dall'”Associazione
Galileo 2001” cui non fa difetto competenza e autorevolezza.
Così è stato verificato come, per uniformarsi
agli obblighi del “Protocollo di Kyoto”, l'Italia abbia sborsato 5.3 miliardi
di euro nel periodo compreso tra il 2007 e il 2010;
15
miliardi sono previsti invece per il decennio 2010-2020 e 21.3 miliardi dal
2020 al 2025:
un
prezzo elevatissimo, in parte a carico dei consumatori con l'aumento della
bolletta energetica.
Ma i
danni non si fermano qui.
Il
conseguente calo dei consumi e degli investimenti, secondo l'”Istituto Bruno
Leoni”, avrà infatti ricadute negative sia sull'occupazione (con la perdita di
220mila posti di lavoro) sia sul Pil (meno 2.1%, pari a 27 miliardi di euro
l'anno solo nel quinquennio 2008-2012).
Il
punto è che è tecnicamente impossibile raggiungere gli obiettivi fissati dal “Protocoll”o
facendo affidamento sulle cosiddette energie alternative, come pretende
l'Unione Europea.
L'unica
strada possibile per realizzare gli obiettivi di Kyoto, per quanto inutili, è
quella dell'energia nucleare.
Ma in Italia siamo in presenza di un fenomeno di
schizofrenia che vede i grandi gruppi petroliferi e i fondamentalisti
ecologisti paradossalmente insieme in un'alleanza antinucleare che spinge per
le energie alternative.
Su
questa realtà si innescano anche sospetti ben più gravi.
Ad avanzarli è l'”agenzia Svipop” che ha messo
in rete un dossier dal titolo:
«I
retroscena del caso Himalaya, rivelano una mega-truffa internazionale».
La denuncia di “Svipop” parte dalle «scuse» (riprese
sulle principali testate internazionali) dell'“Ipcc” (Intergovernmental Panel
on Climate Change) per aver inserito nell' ultimo rapporto la previsione
erronea di uno scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya entro il 2035.
Un
semplice errore ma in un sistema che funziona perfettamente, è stata la linea
difensiva dell' “Ipcc”.
«Si
tratta invece - accusa “Svipop “di una vera e propria “truffa internazionale ai
danni della collettività, ma anche della comunità scientifica”.
Il tutto a danno della collettività, costretta
a pagare profumatamente - in finanziamenti, tasse e politiche autolesioniste -
la mancanza di scrupoli di certi personaggi;
ma
anche a danno di studiosi e ricercatori che non si prestano alle
strumentalizzazioni».
E che dire dello scandalo del “Climagate”, che
ha sbugiardato i dati scientifici raccolti dal “Climate Research Unit” negli
ultimi trent'anni?
«In
realtà, il rapporto di derivazione tra l'aumento dell'anidride carbonica (Co2)
in circolazione e l'effetto serra è tutt'altro che dimostrato scientificamente»,
spiega
“Renato Ricci”, presidente onorario della “Società Italiana di Fisica e
presidente dell'Associazione Galileo 2001”.
Il
surriscaldamento della terra, infatti, è cominciato circa centocinquanta anni
fa, quando l'industrializzazione era ai suoi primordi ed era circoscritta solo
ad alcune aree del pianeta, mentre, tra il 1940 e il 1975, all'espansione della
rivoluzione industriale è corrisposto un arresto e non una crescita della
temperatura, tanto è vero che lo spauracchio che si agitava alla metà degli
anni '70 era quello della glaciazione.
«Senza
contare che, in passato, vi sono stati surriscaldamenti ben maggiori di quello
attuale: basti pensare al Medioevo. Il surriscaldamento, pertanto, è avvenuto
con tempi e modi che smentiscono categoricamente la teoria alla base del
Protocollo di Kyoto», aggiunge Franco Battaglia, professore universitario di
chimica ambientale e membro del consiglio di presidenza dell'Associazione
Galileo 2001.
Nonostante
ciò, la macchina mangiasoldi alimentata dall'”allarmismo verde” continua a fare
il pieno di miliardi.
Un business che arricchisce tanti: troppi per sperare
che gli eco-untori ripongano il pennello.
(Fonte:
brunoleoni.it/n)
Narain:
"L'ambientalismo
non
può essere un lusso."
Lavialibera.it
- Rosita Rijtano - Redattrice “lavia libera” – (31 luglio 2020) – Sunita Narain
-ci dice:
Inserita
dal Time tra le 100 persone più influenti del mondo nel 2016, dagli anni
Ottanta l'attivista indiana si batte per una crescita inclusiva ed equa:
"Senza è impossibile avere uno sviluppo sostenibile."
(Rosita
Rijtano)
C’è un
grande paradosso quando si parla di ambientalismo, che “Sunita Narain” riassume
così: “A
volte si è troppo poveri per essere ambientalisti”.
Narain
è la direttrice del “Centro per la scienza e l’ambiente”, organizzazione
no-profit di base in India che promuove lo sviluppo sostenibile, e “una voce che richiede di essere
ascoltata con urgenza in quest’era di cambiamento climatico”, dice lo scrittore “Amitav Ghosh”.
Ha
iniziato a occuparsi di ambiente negli anni Ottanta, “quando il problema era ignorato da
tutti”, e
le sue idee hanno modellato il dibattito odierno.
Nel
2016 la rivista “Time” l’ha inserita tra le 100 persone più influenti del mondo
e “Leonardo Di Caprio” l’ha voluta al proprio fianco nel documentario “Punto di
non ritorno” (Before the flood), in cui l’attore discute del riscaldamento globale con
politici e attivisti.
Le sue battaglie si sono concentrate sugli ultimi
della Terra, con l’obiettivo di contrastare una narrazione che lei definisce “un
esempio di colonialismo ambientale”.
Da
avvocato ad attivista di “Extinction Rebellion”: "Ecco perché ho scelto di
infrangere la legge per il clima".
Il
fallimento della conferenza di Rio.
“Le
persone più povere – sostiene Narain – sono nella posizione peggiore per
affrontare le emissioni che contribuiscono al cambiamento climatico, in quanto
sono le più vulnerabili ai suoi effetti”.
In
questo scenario, “il solo modo di combattere il riscaldamento globale è
raggiungere un accordo di cooperazione: gli Stati ricchi devono impegnarsi a
ridurre le loro emissioni, mentre quelli poveri devono avere l’opportunità di
crescere, seguendo un nuovo modello di sviluppo.
Perché
lo facciano è necessario mettere a loro disposizione sia i soldi sia la
tecnologia.
Una
consapevolezza che era stata raggiunta a “Rio de Janeiro nel 1992”, durante la prima conferenza mondiale dei capi
di Stato sull’ambiente.
Ma da trent’anni il trattato siglato allora
viene distrutto: finanziamenti e strumenti non sono mai arrivati e i Paesi sviluppati non
hanno ridotto le loro emissioni”.
"Da
trent’anni il trattato siglato a Rio nel 1992 viene distrutto: finanziamenti e
strumenti non sono mai arrivati e i Paesi sviluppati non hanno ridotto le loro
emissioni”
Lo
stesso discorso vale su scala più piccola.
Narain
prende come esempio il suo Paese natale, dove è visibile in modo chiaro che “è impensabile avere uno sviluppo
sostenibile senza una crescita inclusiva ed equa”.
Nelle
città, già invivibili per smog e traffico, al momento solo una piccola
percentuale della popolazione usa auto o scooter per muoversi, mentre i più si
spostano sfruttando i mezzi pubblici.
“Se
iniziassero anche loro ad acquistare le macchine, sarebbe il caos. Impossibile
pensare ad altro che non sia una mobilità sostenibile per tutti”.
Un
discorso opposto, ma speculare, riguarda i villaggi in cui ci sono ancora molte
persone che, non potendosi permettere altro, utilizzano biomasse come fonte
d’energia per cucinare.
“Il
combustibile emesso da quei forni inquina l’aria di tutti, per cui senza un
sistema che fornisca energia pulita ai più poveri, è impossibile far fronte al
problema dell’inquinamento atmosferico.
L’ambientalismo
non deve essere un lusso, ma una questione di sopravvivenza”.
D’altra
parte, c’è da considerare che i poveri contribuiscono in misura minore
all’inquinamento e, “a differenza di quanto si crede, ci tengono al loro
ambiente”.
Basti
pensare al movimento di” Chipko,” una mobilitazione femminile per la protezione
della foresta himalayana iniziata negli anni Settanta in “Uttarakhand”, nel
nord dell’India.
Ambientalisti
con le terre degli altri.
Eppure
sono proprio gli ultimi a pagare il prezzo più alto.
Anche
per via del modo in cui il movimento ambientalista è cresciuto negli ultimi
anni, accusa Narain:
“Il motto fino ad ora è stato ‘non nel
mio giardino’ e se bisognava costruire un inceneritore, l’importante era che
fosse fatto altrove.
Come
risultato, sono state create le condizioni per spostare il problema dai ricchi
ai poveri.
Inoltre,
negli ultimi anni c’è la tendenza a realizzare mega-progetti ambientali nei
luoghi in cui vivono comunità rurali, senza alcun riguardo dei diritti che le
popolazioni indigene hanno sul territorio e sulle risorse idriche”.
È il
caso del più grande impianto eolico realizzato in Africa, sulle rive del lago
Turkana, nel nord del Kenya:
una
zona in cui è storica la presenza di pastori nomadi, che hanno fatto causa al
governo accusandolo di aver concesso ettari di terra alla compagnia privata
responsabile del progetto illegalmente, non tenendo conto dei loro diritti sul
territorio né tantomeno assicurandogli un beneficio dalla produzione di energia
elettrica:
un
processo ancora in corso.
Sugli
ultimi gravano anche le principali conseguenze del riscaldamento globale.
Secondo
le Nazioni unite, i paesi in via di sviluppo soffrono il 99 per cento dei danni
imputabili al clima. Alluvioni e tifoni sempre più intensi e frequenti mettono a
rischio soprattutto persone che si trovano nelle zone rurali di India,
Bangladesh, Cina, Vietnam e Pakistan.
Un altro problema è l’invasione di locuste che in
questo momento sta flagellando tanto l’Africa quanto il sud-est asiatico,
mettendo in difficoltà gli agricoltori.
“Queste
persone non capiscono cosa si intenda con l’espressione riscaldamento globale,
ma ne subiscono gli effetti devastanti nella loro vita quotidiana.
Effetti
che minano il godimento di qualsiasi diritto umano”.
La
tattica del “non nel mio giardino” adottata dagli Stati sviluppati non è più
praticabile, ora che le comunità locali stanno iniziando a rivendicare la
gestione delle loro risorse, pretendendo che equità e giustizia siano alla base
del “futuro movimento green”.
“L’ambientalismo emergente dei Paesi in via di
sviluppo ci sta ponendo davanti a questioni fondamentali:
adesso che non possiamo più spostare
l’inceneritore vicino casa di qualcun altro dobbiamo imparare a minimizzare i
nostri rifiuti, così come a usarli di nuovo e a riciclarli”.
Problemi
globali, risposte glocal.
“Una
profonda trasformazione della nostra economia”, è questa la risposta secondo “Sunita”.
Una
trasformazione che, per l’ambientalista, non può coincidere con un mantenimento
di un eguale stile di vita, anche se “il cambiamento non dovrà essere così
radicale e distruttivo come quello imposto dal Covid”.
Il nuovo modello di sviluppo dovrebbe essere associato
a una politica diversa che preveda, al tempo stesso, un rafforzamento sia della
democrazia locale sia di quella globale.
“È necessario dare alle comunità locali il potere di
disporre delle loro risorse naturali – dice “Narain” –, sia perché è un loro
diritto sia perché solo così possono capire quanto sia importante una gestione
sostenibile dell’acqua, o dei terreni”.
A questo proposito l’ambientalista punta a una
democrazia partecipativa, cioè a un coinvolgimento diretto dei cittadini nel
processo decisionale attraverso piccoli forum.
In
parallelo va ripensata la leadership mondiale sul cambiamento climatico che,
fino ad ora, “è stata fallimentare”.
“La
vera tragedia cui dobbiamo far fronte oggi è che le istituzioni globali sono
diventate una mera espressione degli interessi nazionali."
Lo dimostra la gestione della pandemia da
coronavirus da parte dell’”Organizzazione mondiale della sanità”, così come il
fatto che l’invasione delle locuste non sia ancora stata dichiarata una piaga
internazionale”.
Non va meglio sul versante ambientale, visto
che la “conferenza delle Nazioni unite sul clima” è stata posticipata di un
anno.
“Quanto
può essere terribile?!, esclama l’attivista. “
Certo,
c’è un’emergenza sanitaria in corso e abbiamo di fronte a noi una crisi
umanitaria ed economica.
Ma
l’ambiente è altrettanto importante: agire sul clima è imperativo. Non credo si
capisca la gravità della situazione e di quel che ci aspetta. Gli incendi che hanno devastato
l’Australia tra il 2019 e il 2020 e il caldo record registrato quest’estate
nella riviera siberiana sono solo l’inizio”.
Franco
Prodi stronca Greta
e i
catastrofisti: “il clima non
può
non cambiare, scienza
calpestata
da bufale.”
Meteoweb.eu
– (24 -1- 2023) - Monia Sangermano - Franco Prodi, fisico – ci dicono:
Franco
Prodi, tra i climatologi più autorevoli al mondo, stronca in TV i fanatici del
cambiamento climatico antropico: "troppe bufale e un pensiero unico,
questa non è scienza. E Greta è pilotata"
“Il
clima non può non cambiare.
Per
ragioni astronomiche, astrofisiche, il clima deve cambiare.
La
frase che ‘tutto dipende dall’uomo’ è non vera, non corretta “.
Così,
ieri sera, in un’interista a Quarta Repubblica, il fisico Franco Prodi.
Fratello
dell’ex premier Romano, Prodi è uno dei massimi esperti di Meteorologia e
Climatologia in Italia.
Fino
al 2008 ha diretto l’Istituto di” Scienze dell’Atmosfera e del Clima” (ISAC)
del “CNR”.
E sul
cambiamento climatico ha delle idee molto decise e ferme, che esulano dal
sensazionalismo e dalle “fake news “catastrofiche.
“Sul cambiamento climatico siamo già
in un pensiero unico, secondo il quale bisogna tenere il riscaldamento globale
sotto il grado e mezzo entro il 2050“, precisa Prodi.
Del
pensiero unico, da mainstream, Prodi contraddice anche il principio secondo il quale
le emissioni di CO2 sarebbero responsabili per il 98% del cambiamento climatico, e quindi l’uomo deve smettere di
produrla.
“Questa
già è una bufala. Questo non vuol dire negare,
vuol dire dedichiamoci alla tutela del pianeta,”
ma
senza pensare che l’unico responsabile del riscaldamento globale sia l’uomo,
avverte l’esperto.
Il
clima e le batoste dell’Europa su case e automobili
Alla
domanda se hanno senso le direttive europee volte alla diminuzione della
produzione di CO2, ad esempio con gli incentivi per le auto elettriche, Prodi
non ha dubbi:
“E’
tutto sbagliato.”
Basti pensare “al problema delle materie prime con le
auto elettriche, ai bambini del Congo che vanno in miniera a 12 anni per
trovare materie prime da dare ai cinesi”.
Non è
“una cosa giusta questo mito dell’auto elettrica:
l’hanno
spinto quelli che vogliono cambiare il mercato.”
Per lucrarci, ovviamente.
E anche in merito alle direttive europee sulla
casa, il fisico smantella assiomi che ormai sembrano l’unica verità:
“è
chiaro che con i cappotti adatti agli edifici vi è un risparmio energetico,
però imporlo per legge non ha alcun senso.”
Franco
Prodi smonta tutte le bufale sul Clima e asfalta Greta e “gretini.”
“Si
dice che gli eventi estremi e le inondazioni stiano aumentando di intensità e
di numero, ma non è vero “, chiarisce Prodi.
Non vi
è aumento in tal senso.
“C’è
un aumento dei danni a causa delle costruzioni” sbagliate. E lo stesso vale per i cicloni
tropicali: non aumenta il numero.
“Non sta finendo il mondo allora? “, chiede la giornalista.
“Ma
per carità – risponde lo scienziato -.
L’inquinamento
è grave e un po’ più di sobrietà energetica non ci costerebbe niente “, ma
l’Apocalisse non è dietro l’angolo.
E i cambiamenti climatici non sono indotti
dall’uomo.
Dato
tutto ciò, dunque, cosa pensa “Franco Prodi” di “Greta Thunberg”?
E’
presto detto: secondo il fisico italiano, è necessario rendersi “conto che ci lasciamo
guidare da una che è pilotata da un sistema al quale bisogna dire basta “.
Greta,
secondo Prodi, dovrebbe tornare a studiare.
“Dov’è
la scienza se ci lasciamo guidare da queste bufale mondiali “, di chiede infine
l’esperto.
E con
lui dovremmo chiedercelo tutti noi. Quanto meno noi che siamo consapevoli
del fatto che la scienza, da sempre, rappresenta un faro in mezzo alla nebbia
dei misteri che ancora il nostro Pianeta ci riserva.
Negazione
del riscaldamento globale.
It.frwiki.wiki.it
– Redazione – (10 – 5- 2020) – ci dice:
La
derisione della negazione del riscaldamento globale.
La
“negazione del riscaldamento globale” è un'espressione che designa generalmente
un atteggiamento di negazione di fronte al consenso scientifico sul
riscaldamento globale.
Alcuni
ammettono che c'è un vero cambiamento, andando nella direzione del
riscaldamento globale, ma negano che questo cambiamento abbia un'origine o parte
antropica;
lo attribuiscono esclusivamente alle variazioni
naturali del clima.
Altri
negano che questo cambiamento stia già influenzando negativamente gli
ecosistemi o che possa influenzare le società umane, a volte credendo che la “CO 2” o il
riscaldamento è anche una possibilità per il turismo o l'agricoltura.
Ritengono
quindi che non sia necessario intraprendere alcuna azione per frenare il
cambiamento climatico, e piuttosto promuovere l'adattamento al ritorno delle
temperature del Cretaceo .
Alcuni
“negazionisti” approvano il termine “negazione”.
Molti
preferiscono definirsi "scettici climatici", " scettici
climatici “o" realisti climatici " ma molti scienziati
ritengono che la parola "scetticismo" sia ormai imprecisa per
qualificare l'atteggiamento di negazione del riscaldamento globale
antropogenico e preferiscono il termine " negazionisti " ossia cambiamento climatico (antropogenico) ”.
In
senso lato, questa negazione può essere anche “implicita”:
quando individui o gruppi sociali accettano
ipotesi e dimostrazioni scientifiche, ma senza riuscire a tradurle in azioni o
cambiamenti di comportamento.
Diversi lavori di scienze sociali hanno
analizzato questi atteggiamenti, classificandoli come forme di negazionismo o
addirittura pseudoscienza.
Tutte
queste forme di negazione alimentano le polemiche sul cambiamento climatico, e
viceversa.
Sono
state evidenziate campagne per minare la fiducia del pubblico nella scienza del
clima, in particolare in Nord America.
Sono
stati descritti come una 'macchina che produce negazionismo', costruita,
finanziata e mantenuta da interessi industriali, politici e ideologici,
trovando riscontri nei media conservatori e nei 'blogger scettici' per creare
l'impressione che lo siano.
C'è
grande incertezza intorno a dati che mostrano che il pianeta si sta
riscaldando.
Secondo
gli osservatori, come Naomi Klein (2011, contro la globalizzazione giornalista), queste campagne di rifiuto sono
supportati da coloro che sostengono le politiche economiche conservatrici, e da
interessi industriali si oppongono alla regolamentazione o tassazione delle CO
2 emissioni.(e CO 2 equivalente), in particolare le lobby del carbone e più in
generale dei combustibili fossili, i fratelli Koch, gruppi di difesa
dell'industria nonché think tank conservatori e libertari, spesso americani.
Oltre il 90% degli articoli "scettici" sui
cambiamenti climatici proviene da gruppi di riflessione di destra.
Sebbene
dalla fine degli anni '70 le compagnie petrolifere siano arrivate nel corso
delle loro ricerche a conclusioni che corrispondono in gran parte al consenso
scientifico sul riscaldamento globale, hanno fomentato una lunga campagna di
negazione del cambiamento climatico - durata diversi decenni - basata su una
strategia che è stata paragonata alla negazione organizzata dei pericoli del
fumo da parte dell'industria del tabacco.
La
negazione del cambiamento climatico e la controversia politica sul
riscaldamento globale hanno avuto un forte impatto sulle politiche sul
riscaldamento globale, minando alcuni degli sforzi per affrontare o adattarsi
al cambiamento climatico.
Coloro
che incoraggiano o creano questa negazione usano comunemente tattiche e mezzi
retorici che la fanno apparire polemica scientifica laddove non esiste.
Amadeo
Sarma tiene una conferenza sulla negazione del cambiamento climatico e sui
problemi energetici e ambientali futuri nel mondo al Congresso europeo degli
scettici (2015).
"Scetticismo
climatico" e "negazione del cambiamento climatico" si
riferiscono alla negazione, al rifiuto o al dubbio ingiustificato del consenso
scientifico sulla velocità e sull'entità del riscaldamento globale, sulla sua
importanza o sulla sua connessione con il comportamento umano, in tutto o in
parte.
Sebbene
vi sia una distinzione tra scetticismo (che suggerisce di dubitare della
veridicità di un'affermazione) e negazione totale della verità di
un'affermazione, frasi come "scetticismo climatico" sono state spesso
usate nello stesso significato di negazione o "contrariatissimo".
Secondo
il filosofo “Mathias Girel”, “esistono tre principali varianti del climato scetticismo:
quella
che afferma che non si riscalda, quella che afferma che i gas serra prodotti
dall'attività umana non sono i principali colpevoli, quella che infine chi
ritiene che la situazione non sia così grave come si sostiene o che si
troveranno risposte tecnologiche” .
La
terminologia è apparsa negli anni '90.
Anche
se tutti gli scienziati aderiscono alla nozione di scetticismo scientifico (che
fa parte dell'essenza del processo scientifico), la parola "scettico"
è stata aggiunta agli aggettivi climatico o ecologico (almeno da metà novembre
1995) per designare le minoranze, compresi gli scienziati, che esprimono punti
di vista contrari al consenso scientifico.
Un
piccolo gruppo di scienziati ha presentato tali opinioni in dichiarazioni
pubbliche e nei media piuttosto che nella comunità scientifica.
Questo
uso è continuato.
Nel
suo articolo dicembre 1995 " Il calore è On: Il riscaldamento del clima
mondiale scintille un tripudio di negazione,
" Ross Gelbspan” ha rivelato che
l'industria si fosse appellato a un "piccolo gruppo di scettici" per
confondere l'opinione pubblica in una “
campagna di negazione persistente e ben finanziata”.
Il suo
libro, “The Heat is On” , sembra essere stato il primo a concentrarsi
specificamente sull'argomento.
“Gelbspan” ha parlato di una "negazione
pervasiva del riscaldamento globale" organizzata da una "persistente
campagna di negazione e repressione" che prevede "un finanziamento
segreto di questi "scettici della serra", scettici del clima che
confondono il pubblico e influenzano i decisori”.
Nel
novembre 2006, la stazione televisiva canadese CBC ha trasmesso un documentario
su questa campagna globale, intitolato “The Denial Machine” .
Nel
2007, la giornalista “Sharon Begley”
(in) ha presentato un documento sulla "macchina per negare",
espressione poi ripresa dagli accademici.
Sempre su CBC,” Keith Kahn-Harris” insiste
sulla necessità di distinguere tra negazione (spesso inconscia, e
momentaneamente necessaria alla psiche quando è necessario affrontare realtà
difficili) e "negazionismo" (che è un processo di rifiuto attivo e
creativo), ossia verità e ricerca di una falsa realtà); per lui la negazione è in un certo
senso "silenziosa", mentre la negazione è "rumorosa".
La
smentita esplicita portata dai media è stata accompagnata da una smentita
implicita, dominante in molti gruppi sociali, in particolare negli Stati Uniti,
dove pur accettando il consenso scientifico, la maggior parte delle persone si
mostra incapace di accettarlo conseguenze e incapace di agire per ridurre il
problema.
Ciò è stato illustrato nello studio di “Kari
Norgaard” che si è concentrato su un villaggio norvegese colpito dal
cambiamento climatico, ma in cui la gente del posto ha rivolto la propria attenzione
ad altre questioni.
La
terminologia è dibattuta o sfumata:
la
maggior parte di coloro che rifiutano attivamente il consenso scientifico si
definiscono "scettici del clima" che sono scettici sul cambiamento
climatico, ma alcuni hanno affermato che preferiscono essere etichettati come
"negazionisti".
La
parola "scetticismo" è, tuttavia, usata in modo errato, poiché lo
scetticismo scientifico è parte integrante della metodologia scientifica.
Gli
anglofoni usano anche la parola "contrarianismo", che è più
specifica, ma usata meno frequentemente.
Nella
letteratura accademica e nei media, i termini "negazione del cambiamento
climatico" e "negazione del cambiamento climatico" sono stati
utilizzati come termini descrittivi (senza intenti dispregiativi).
Lo
storico “Robert N. Proctor” usa il termine "negazionista".
Il “National
Center for Science Education” e lo storico “Spencer R. Weart” riconoscono
entrambi che entrambe le opzioni sono problematiche e hanno deciso di
utilizzare la "negazione del cambiamento climatico" piuttosto che lo
"scetticismo".
I
termini relativi alla negazione e alla negazione dell'Olocausto sono stati
criticati per l'introduzione di un tono moralistico o perché potenzialmente
evocano la negazione dell'esistenza dell'Olocausto.
Alcuni
hanno affermato che questo collegamento fosse intenzionale, cosa che gli
accademici hanno fortemente contestato.
L'uso della parola e del concetto di
"negazione" precede l'Olocausto ed è comune in altri campi, ad
esempio il rifiuto della gravidanza, il rifiuto o il rifiuto dell'HIV / AIDS,
come notato da “John Timmer” di “Ars Technica” nel 2014.
Nel
dicembre 2014 , una lettera aperta del” Committee for Skeptical Inquiry” ha
invitato i media a smettere di usare il termine "scetticismo" per
riferirsi alla negazione del cambiamento climatico, poiché lo scetticismo
scientifico incombe su di te, è "uno dei fondamenti del "metodo
scientifico" ", ed è molto diverso dalla negazione (il rifiuto a
priori delle idee senza considerazione oggettiva) osservata tra coloro che sono
coinvolti nei tentativi politici di minare la scienza del clima.
Secondo
questo comitato: “non tutti gli individui che si dicono scettici sul
cambiamento climatico sono negazionisti.
Ma praticamente tutti i negazionisti si sono
falsamente dichiarati scettici. Perpetuando questo abuso di linguaggio, i giornalisti
hanno dato credibilità immeritata a chi rifiuta la scienza e l'indagine
scientifica.”
Nel
giugno 2015, l'editore pubblico del “New York Times” ha dichiarato a “Media
Matters for America” che il giornale tendeva sempre più a usare il termine
inglese " denario " per riferirsi a "qualcuno che
sfidava la scienza consolidata" , ma valutando la scelta del termine su un
caso per caso, senza una politica fissa, e che non userebbe il termine per
indicare qualcuno che assume una posizione moderata o indecisa sull'argomento.
La
direttrice esecutiva della “Society of Environmental Journalists” ha affermato
che, nonostante il ragionevole scetticismo su questioni specifiche, riteneva
che la parola inglese "
negatore " fosse "il
termine più accurato che ci sia quando qualcuno afferma che il riscaldamento
globale non esiste, o riconosce che esiste". , ma nega che abbia cause
comprensibili o effetti misurabili”.
La
lettera dello “Skeptics Inquiry Committee” ha ispirato una petizione di “Climatetruth.org”
in cui i firmatari sono stati invitati a chiedere all'”Associated Press” :
"Stabilire
una regola nell'”AP StyleBook” che proibisca l'uso della parola
"scettico" per descrivere coloro che negano i fatti scientifici.”
Il 22 settembre 2015, “The Associated Pres”s
ha annunciato di aver cambiato il suo” Stylebook AP” con la voce "Global
Warming".
L'agenzia
ora consiglia ai giornalisti di descrivere coloro che non accettano la scienza
del clima, o coloro che contestano che il mondo si stia riscaldando sotto le
forze create dall'uomo, usando la frase "coloro che dubitano del
cambiamento climatico" (“ Dubbiatori del cambiamento climatico ") o
" coloro che rifiutano la scienza climatica tradizionale ”.
L'agenzia
raccomanda ai giornalisti di evitare sia le parole "scettici" che
"negazionisti".
Il “17
maggio 2019” ,” The Guardian” ha anche respinto l'uso del termine
"scettico sul clima" a favore di " negazionista della scienza del clima ".
Storia.
La
ricerca sugli effetti della” CO 2” sul clima è iniziata quasi duecento anni fa.
Nel
1824 , “Joseph Fourier” dedurre l'esistenza di un atmosferico “effetto serra”.
Nel
1860 , “John
Tyndall” ha
quantificato gli effetti dei gas serra sull'assorbimento della radiazione
infrarossa .
Poi
nel 1896 (oltre un secolo fa) “Svante Arrhenius” dimostrò che la combustione del
carbone può riscaldare il pianeta (i suoi calcoli del riscaldamento in funzione del
tasso di CO 2 ha dato risultati molto vicini a quelli dati dai modelli
recenti).
Poi tra le due guerre mondiali (nel 1938 ) “Guy
Stewart Callendar” nota che questo riscaldamento sembra già in atto.
La
ricerca è poi progredita rapidamente;
già nel 1957 , “Roger Randall Dougan Revelle”
(che Al Gore aveva come professore) metteva in guardia sui rischi che la
combustione dei combustibili fossili sarebbe stata "un grandioso
esperimento scientifico" sul clima.
La “NASA”
e la “NOAA” hanno completato questa ricerca e il rapporto “Charney del 1979” ha
concluso che un riscaldamento già significativo, avvertendo al tempo stesso del
fatto che "una politica di attesa può significare aspettare troppo tardi.”
Nel
1959 , uno scienziato che lavorava per la “Shell” suggerì, sulla rivista “New
Scientist” , che i cicli del carbonio(CO2) sono troppo grandi per disturbare
l'equilibrio della Natura.
Negli
anni '70 , terminati i Trent'anni gloriosi , l'opinione pubblica era più
sensibile alla tutela dell'ambiente, e in particolare al problema
dell'inquinamento da idrocarburi, così come molti eletti (nei paesi ricchi era
l'epoca dei primi grandi legislazione ambientale; in Francia è stato creato il
primo ministero dell'ambiente). Ma di fronte all'inizio della sensibilizzazione
dell'opinione pubblica sull'effetto
serra,
e di una diffusa consapevolezza ambientale, sta emergendo una reazione
conservatrice, in particolare in Nord America.
Uno
dei suoi leitmotiv è che le preoccupazioni ambientali non dovrebbero portare a
tasse, leggi e regolamenti governativi.
Negli
anni '80 , il riscaldamento globale è diventato un problema politico, ma quando
“Ronald Reagan” è diventato presidente (nel 1981 ) la sua prima intenzione è
stata quella di ridurre la spesa per la ricerca ambientale, in particolare
nell'area del clima, e “smettere di finanziare il monitoraggio delle emissioni
di CO 2”.
Reagan
nominò Segretario all'Energia “James B. Edwards” , il quale poi dichiarò che
non c'era un vero problema di riscaldamento globale.
“Al
Gore” , allora membro del Congresso e consapevole dei recenti sviluppi
scientifici (ha studiato con “Revelle” ) decide poi, con altri funzionari
eletti, di organizzare audizioni al Congresso.
Hanno iniziato nel 1981, con testimonianze di
esperti scientifici (tra cui Revelle , Stephen Schneider e Wallace Smith Broecker ).
Queste
audizioni attirano abbastanza l'attenzione del pubblico che l'amministrazione
Reagan modera i tagli alla ricerca atmosferica.
Ma il
dibattito si sta polarizzando tra i due maggiori partiti politici americani,
mentre acquista importanza.
Nel
1982 , quando il fisico e scienziato del suolo” Sherwood B. Idso” pubblicò un
libro” Carbon Dioxide: Friend or Foe”? ("Anidride carbonica: amico o
nemico?"), dove suggerisce che di fronte alla crescita della popolazione, la CO 2 e
il riscaldamento globale potrebbe rendere possibile la produzione di più cibo.
Una nuova strategia di negazione è supportata
da gruppi di riflessione scettici sul clima:
far
credere che l'aumento di CO 2 non solo non riscalda il pianeta, ma al contrario
fertilizza i raccolti ed è addirittura "qualcosa da incoraggiare e non da
sopprimere" , mentre si lamenta che queste teorie sulla “CO 2” che non
sarebbe un inquinante, ma un beneficio per il pianeta, sono stati respinti
dall'"establishment scientifico"( ovviamente super corrotto!
N.D.R.)
Nel
1983 , un rapporto dell' “Environmental Protection Agency” (EPA) concludeva che
il riscaldamento globale "non è un problema teorico, ma una minaccia i cui
effetti si faranno sentire in pochi anni, con conseguenze potenzialmente
"catastrofiche".
L'amministrazione
Reagan ha reagito qualificando questo rapporto come "allarmista", un
atteggiamento che genera un contenzioso che ha ricevuto ampia copertura
mediatica.
Tuttavia, l'attenzione del pubblico si è
rapidamente rivolta ad altri problemi, in particolare con la scoperta e la
copertura mediatica (nel 1985 ) di un buco nello strato di ozono atmosferico
polare.
Questo
argomento - a differenza del problema della CO 2- mobilitare efficacemente la
comunità internazionale che fornirà una rapida risposta internazionale
(protocollo di Montreal).
Per il grande pubblico, questo esempio
suggerisce che un'azione simile (sarà il Protocollo di Kyoto) è possibile per
il clima, ma l'interesse dei media sull'argomento, almeno negli Stati Uniti,
sembra calare con la teoria che “CO 2”
non riscalderà significativamente il clima e, al contrario, migliorerà la
produttività del suolo.
L'estate
del 1988, l'attenzione del pubblico americano è nuovamente attirata, attraverso
i media, quando ondate di siccità e caldo colpiscono il paese:
James
Hansen (direttore
del “Goddard Institute” della “NASA”), durante un'audizione il 23 giugno 1988
prima Congresso, dichiara di poter affermare con certezza che il riscaldamento a lungo
termine è già in corso, e che un forte riscaldamento è probabile per i prossimi
cinquant'anni. Tempeste e inondazioni sono pure previste, ha detto.
A quel
tempo, la comunità scientifica raggiunse un consenso sull'esistenza di un
riscaldamento globale in corso e sulle sue cause: l'attività umana è
probabilmente la causa principale.
E si
prevedono gravi conseguenze (anche per qualche grado in più) se la tendenza al
riscaldamento non sarà prontamente controllata.
Questi
fatti hanno portato all'attenzione dei funzionari eletti e delle aziende, poi,
hanno incoraggiato le discussioni sui nuovi disegni di legge sulla
regolamentazione ambientale, progetti ai quali l'industria dei combustibili
fossili si è fortemente opposta.
Dal
1989 , le organizzazioni finanziate dall'industria, in particolare attraverso
la “Global Climate Coalition” e il “George C. Marshall Institute” , hanno
cercato di seminare dubbi tra il pubblico, adottando una strategia già ben
consolidata dall'industria del tabacco.
Si è
formato un piccolo gruppo di scienziati contrari al consenso sul riscaldamento
globale;
si è
impegnato politicamente e, con il sostegno di interessi politici conservatori,
ha iniziato a pubblicare le sue opinioni, in libri e sulla stampa piuttosto che
su riviste scientifiche peer-reviewed.
Questo
piccolo gruppo di scienziati includeva alcune delle stesse persone che facevano
già parte della strategia precedentemente messa in atto dall'industria del
tabacco.
Spencer
Weart ha
identificato questo periodo come il momento in cui il legittimo scetticismo
sugli aspetti fondamentali della scienza del clima non era più giustificabile
su questo tema;
è il momento in cui coloro che suscitano un
dubbio o una sfiducia generale nei confronti di queste questioni, talvolta
anche nei confronti della scienza in generale, diventano
"negazionisti".
Poiché
le loro argomentazioni venivano sempre più chiaramente confutate dalla comunità
scientifica e dal regolare arrivo di nuovi dati, questi negazionisti si sono
rivolti ad argomenti politici, spesso allo stesso tempo attaccando
personalmente la reputazione degli scienziati e/o delle loro istituzioni. E difendendo la teoria della una
cospirazione che utilizza l'idea del riscaldamento globale per combattere gli
interessi delle corporazioni e dei grandi stati.
Il
primo Earth Summit”, a Rio nel 1992, segue la caduta del comunismo (1989) e
corrisponde all'ascesa internazionale del movimento ambientalista;
questo
evento attira l'attenzione dei think tank conservatori americani, entità create
negli anni '70 e organizzate come movimento intellettuale contro il socialismo,
il comunismo.
Questi
think tank si stanno allontanando dalla "paura rossa" e stanno inventando la "minaccia
verde" (che hanno visto come una nuova minaccia ai loro obiettivi di proprietà
privata, economie di mercato deregolamentate e un capitalismo globale basato in
particolare sullo "sfruttamento delle risorse fossili").
Come
contro movimento, hanno abilmente usato lo "scetticismo ambientale"
per promuovere il dubbio e la negazione della realtà di questioni come la
perdita di biodiversità e la gravità o la natura antropogenica del cambiamento
climatico.
Nel
1992 , un rapporto dell' “EPA” collegava il fumo passivo al cancro ai polmoni .
L'industria del tabacco ha reagito immediatamente facendo appello a una società
di pubbliche relazioni (APCO Worldwide) che le ha offerto una strategia di
campagne di tipo “astro turfing” , volte a distillare dubbi sulla scienza,
collegando le "preoccupazioni" legate agli effetti del consumo di
tabacco e altri timori (presentati come infondati), compreso il riscaldamento
globale, per evitare che l'opinione pubblica chieda l'intervento del governo.
La
campagna descriveva le preoccupazioni del pubblico come paure
"infondate" presumibilmente sostenute solo dalla " scienza
spazzatura " (" scienza spazzatura ", in contrapposizione alla
"scienza comprovata").
Si
suggerisce che gli scienziati siano allarmisti o addirittura che abbiano
interesse a mantenere la paura o il panico nel pubblico, in modo che i loro
studi siano sovvenzionati.
Questa tattica, ispirata anche ai metodi della
guerra psicologica, è implementata su più fronti attraverso vari gruppi,
principalmente il “Center for the Advancement of "True" Sciences “(TASSC
for Advancement of Sound Science Center ) e da “Steven Milloy” e il suo sito
Web "Junk Science ", che pretende di distinguere la "buona
scienza" dalla scienza spazzatura.
Una nota di un'azienda del tabacco recita:
"Il dubbio è il nostro prodotto perché è
il modo migliore per competere con il 'corpo di fatti' che esiste nella mente
del pubblico in generale. È anche il mezzo per instaurare una controversia.
"
Durante
gli anni '90, la campagna del tabacco si estinse, ma la “TASSC “iniziò a
raccogliere fondi dalle compagnie petrolifere (Exxon in particolare);
il suo
sito web diventa quindi un elemento centrale nella diffusione di "quasi
tutte le forme di negazione del cambiamento climatico che hanno trovato la loro
strada nella stampa popolare."
Negli
anni '90, l' “Istituto Marshall” iniziò anche una campagna contro lo sviluppo
di normative ambientali che stavano emergendo nel tentativo di affrontare i
problemi delle piogge acide , dell'esaurimento dell'ozono, del fumo passivo o
contro i pericoli DDT.
In
tutti questi casi, la sua tesi era che la scienza era ancora troppo incerta per
giustificare l'intervento del governo.
Questa era già la strategia utilizzata per
ridurre al minimo gli effetti del tabacco sulla salute (negli anni '80).
Questa
campagna continuerà per almeno vent'anni.
Questi
sforzi, trasmessi dai media, sono stati efficaci nell'influenzare l'opinione
pubblica.
Dal
1988 agli anni '90, il discorso pubblico e il dibattito si sono spostati da
temi riguardanti la scienza e alcuni dati sui cambiamenti climatici, alla discussione sulla
politica e sulle controversie che la circondano.
Negli
anni '90 sono emerse diverse varianti di questa campagna per il dubbio, anche
sotto forma di una campagna pubblicitaria finanziata dalla “lobby del carbone”
volta a "riposizionare il riscaldamento globale come una teoria piuttosto
che un fatto" e sotto forma di una proposta del 1998 elaborata da l' “American
Petroleum Institute” per reclutare scienziati per convincere i politici, i
media e il pubblico che la scienza del clima era troppo incerta per
giustificare una regolamentazione ambientale.
Questa proposta includeva una strategia multi-punto
(valutata a $ 5 milioni) per "massimizzare l'impatto delle opinioni
scientifiche coerenti con le nostre sul Congresso, sui media e su altri
pubblici chiave", con l'obiettivo di "sollevare domande sulla
saggezza scientifica prevalente.”
Nel
1998 , “Gelbspan” nota che i suoi colleghi giornalisti sono arrivati ad
accettare l'esistenza del riscaldamento globale, ma questa volta stanno negando
la seconda fase, quella della "crisi climatica", incapaci di
accettare la possibilita' di fornire risposte al problema.
Un
lavoro successivo di “Milburn” e “Conrad”, intitolato “The Politics of Denial”,
descrive le "forze economiche e psicologiche" che negano il consenso
sulle questioni del riscaldamento globale.
Nel
mondo accademico, negli anni '90, gli sforzi dei gruppi che rifiutavano il
cambiamento climatico inizialmente non furono percepiti;
non
sono state riconosciute come una campagna organizzata fino agli anni 2000,
sulla base di studi sulle rappresentazioni del cambiamento climatico nei media
e nella società civile.
Due
sociologi (Riley
Dunlap e Aaron McCright) sono stati determinanti in questa comprensione, tramite un articolo pubblicato nel
2000 che esplorava il legame tra think tank conservatori e negazione del
cambiamento climatico.
Il
lavoro successivo ha continuato a dimostrare che gruppi specifici hanno creato
e alimentato lo scetticismo sul fatto che il cambiamento climatico non fosse
visto come una realtà dal grande pubblico.
Nel
2008 , uno studio dell'”Università della Florida” ha analizzato le fonti della
letteratura "ecologicamente scettica" pubblicata negli Stati Uniti,
mostrando che il 92% di questa letteratura era parzialmente o completamente
affiliato a un autoproclamato think tank conservatore.
Nel
2015, un nuovo studio ha identificato 4.556 persone le cui reti si
sovrapponevano a circa 164 organizzazioni, responsabili degli sforzi più
significativi per ridurre al minimo agli occhi del pubblico e dei funzionari
eletti la minaccia del cambiamento climatico negli Stati Uniti.
“Wayne
A. White”, riferendosi al lavoro dei sociologi “Robert Antonio” e “Robert
Brulle”, ha scritto che la negazione del cambiamento climatico è diventata la
priorità assoluta di un'agenda più ampia per combattere la regolamentazione
ambientale imposta dai neoliberisti.
Negli
anni 2000, lo scetticismo climatico si è sviluppato maggiormente negli Stati
Uniti.
I media presentano in modo sproporzionato le
opinioni della comunità negazionista del cambiamento climatico.
Oltre
che dai media, il movimento “vexat” è stato sostenuto anche dalla crescita di
Internet, che ha beneficiato del sostegno di alcuni blogger, conduttori di talk
show e editorialisti di giornali.
Nel
2004 , Boiling Point ( " Boiling Point : How Politicians, Oil and Coal,
Journalists, and Activists Fuel the Climate Crisis - and What We Can Do to
Avoid Disaster"), libro pubblicato da “Ross Gelbspan,” analizza alcuni
dettagli della campagna di fossili alimentare i sostenitori per negare il
cambiamento climatico e minare la fiducia del pubblico nella scienza del clima
.
Nell'agosto
2007 , sulla prima pagina della rivista americana “Newsweek” , in un articolo
intitolato "La verità sulla negazione" , “Sharon Begley “ (in)
afferma che "la macchina della negazione sta funzionando a pieno regime" ,
ben coordinata e "ben finanziata" , mediato da “ scienziati
contrarian” , da think tank libertari e dall'industria che “ha creato una
paralizzante nebbia di dubbio intorno al cambiamento climatico” .
Nel
2015 , il “New York Times” e altri media hanno rivelato che le compagnie
petrolifere sapevano - fin dagli anni '70 - che la combustione di petrolio e
gas contribuisce al cambiamento climatico e al riscaldamento globale, il che
non le ha aiutate nelle critiche del
riscaldamento globale per tutti questi anni.
Nello stesso anno, “Dana Nuccitelli” ha
scritto su “The Guardian” che un piccolo gruppo marginale di scettici sul clima
non è più preso sul serio dalla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti
climatici del 2015, che afferma in un accordo:
"Dobbiamo
smettere di ritardare il cambiamento climatico, occorre intraprendere azioni
serie per prevenire una crisi climatica”.
Ma il “New York Times” osserva che l'accordo
si basa solo sull'attuazione volontaria e dipenderà dai futuri leader mondiali,
poiché ogni candidato repubblicano nel 2016 ha messo in dubbio o negato le
conoscenze scientifiche sui cambiamenti climatici.
Il
presidente brasiliano “Jair Bolsonaro” con il consigliere per la sicurezza
nazionale di Donald Trump” John Bolton” si incontrano a Rio de Janeiro , 29
novembre 2018.
Nel
2018 , Ernesto Araújo (nuovo ministro degli Esteri di Jair Bolsonaro ) ha definito il riscaldamento globale
un complotto fomentato da "marxisti culturali" e ha rimosso la
divisione "cambiamento climatico" all'interno del suo ministero.
Nel
marzo 2020, un'indagine del “New York Times” ha mostrato che” Indur M. Goklany”,
vicesegretario incaricato dall'amministrazione Trump di rivedere le politiche
climatiche del Ministero degli Interni, aveva aggiunto paragrafi fuorvianti che
avevano un impatto su decisioni cruciali relative ai diritti sull'acqua e sui
minerali, che colpiscono milioni di americani e centinaia di milioni di ettari
di terra.
Così,
ha scritto che la scienza del clima "può sovrastimare il tasso di
riscaldamento globale" e che l'aumento dell'anidride carbonica è
vantaggioso perché "può aumentare l'efficienza dell'uso dell'acqua da
parte delle persone e per le piante e allungare la stagione di crescita
agricola".
Reti
di negazione.
A
volte indicato come il " Carbon
Club " dalle ONG ambientaliste, i
gruppi di pressione anti-ambientalisti si stanno organizzando, in particolare
intorno all'industria del carbone , all'industria del petrolio e del gas di
scisto , supportati da alcuni think tank americani molto ostili, tasse
ambientali e quote di carbonio .
Il
settore della negazione del cambiamento climatico è il più potente negli Stati
Uniti.
Nel
2013, il “Center for Media and Democracy” (Center for Media and Democracy) ha
annunciato che lo “State Policy Network”
(en) (SPN), un gruppo libertario che coordina sessantaquattro think tank
statunitensi, stava operando su importanti aziende di pressione e donatori
conservatori opporsi alle normative internazionali sul cambiamento climatico.
Nel
2015, un rapporto del Pentagono ha concluso che la negazione del clima era una
minaccia per la sicurezza nazionale perché impedisce azioni di adattamento.
Tuttavia, molte installazioni navali o militari saranno colpite dal
riscaldamento globale.
Uno
studio del 2015 ha identificato 4.556 persone con legami di rete sovrapposti a
164 organizzazioni, responsabili degli sforzi più significativi per ridurre al
minimo la minaccia del cambiamento climatico negli Stati Uniti.
Internazionale.
Una
coalizione denominata "Clexit", che si presenta come:
"una
nuova organizzazione internazionale volta a prevenire la ratifica del costoso e
pericoloso “Trattato di Parigi sul riscaldamento globale" , con membri in
ventisei paesi.
Secondo il quotidiano britannico “The Guardian” :
"I
leader di Clexit sono fortemente coinvolti in organizzazioni finanziate dal
tabacco e dai combustibili fossili" .
Argomenti
e posizioni sul riscaldamento globale.
Nei
decenni 1970/1990, poi negli anni 2000, argomenti frequenti o ricorrenti,
mobilitati nelle campagne di smentita sono stati i seguenti:
alcuni
ghiacciai o banchi di ghiaccio non si sciolgono.
Ci
sono alcune zone (anche negli Stati Uniti) che tendono a raffreddarsi (in
termini di anomalie di temperatura).
Inoltre, la tendenza teorica nella storia
geologica del clima è che la Terra dovrebbe entrare di nuovo in un'era
glaciale.
I gruppi di negazione del clima hanno
affermato che il riscaldamento globale si è recentemente fermato o è rallentato
bruscamente come “CO 2” continuava ad aumentare.
Questi
argomenti ignorano il modello di riscaldamento a lungo termine, basandosi solo
su fluttuazioni locali e/o che sono state osservate solo a breve termine.
Tuttavia,
le misurazioni mostrano che a livello globale per più di un secolo, il
riscaldamento ha chiaramente superato il raffreddamento;
il
vapore acqueo è un'emissione di gas serra maggiore di CO 2, e quindi non
sufficientemente presi in considerazione da molti modelli climatici.
Tuttavia, gli scienziati sanno da tempo che il
vapore acqueo è un gas serra.
L' “IPCC ha da tempo spiegato che una
nuvolosità (che è anche in parte artificiale) è una delle fonti di incertezza
nei modelli, che stanno migliorando costantemente per tenere maggiormente conto
delle nuvole.
Ma la "vita atmosferica"
dell'acqua è solo di una decina di giorni, che è molto breve rispetto al
tempo di permanenza della CO2, che si stima abbia più di un secolo.
Ciò
significa che la “CO 2” è il principale motore dell'aumento delle temperature; il vapore acqueo funge da feedback
e non da forzatura.
Il
vapore acqueo è stato integrato nei modelli climatici sin dalla loro creazione
(dal lavoro di Arrhenius alla fine del 1800 );
CO 2 è
presente solo in tracce nell'atmosfera terrestre (circa 400 ppm , o 0,04%). Raddoppiarlo potrebbe quindi
avere solo un effetto minore sul clima.
Tuttavia,
sulla base della fisicochimica dell'atmosfera, degli studi sui “paleo clima” e
dei modelli, gli scienziati hanno comunque dimostrato per più di un secolo che
anche questa piccola percentuale ha un significativo effetto riscaldante e che
raddoppiare questa proporzione si traduce in un forte aumento della temperatura.
La
variabilità naturale di fattori come le macchie solari, i raggi cosmici o i
cicli di Milanković non sarebbe o non sarebbe sufficientemente presa in
considerazione dai modelli;
si
dice che siano le vere cause della recente tendenza al riscaldamento.
Tuttavia,
questi fattori sono già presi in considerazione durante l'analisi climatica e
lo sviluppo di modelli climatici;
il
consenso scientifico è che spieghino parte delle variazioni (cosa che non è mai
stata smentita dalla scienza del clima, anzi), ma che non possono spiegare la
tendenza al riscaldamento osservata nel mondo;
l'innalzamento
degli oceani avrebbe altre spiegazioni.
Così
nel maggio 2018 in una riunione del “Comitato Scienza, Spazio e Tecnologia”
della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti , “Mo Brooks” (rappresentante
dell'Alabama ) ha affermato che l' innalzamento del livello del mare non è
causato dallo scioglimento dei ghiacciai ma piuttosto dall'erosione costiera e
limo che scorre dai fiumi all'oceano.
Parte
della letteratura nella sfera della negazione del clima si è evoluta, compreso
il riconoscimento della realtà di un certo riscaldamento, ma poi spesso
suggerendo di aspettare l'invenzione di tecnologie migliori per affrontare il
cambiamento climatico, poiché saranno più convenienti e più efficienti.
Uno
degli argomenti di smentita ricorrente da più di trent'anni è che gli
scienziati mancano di prove e/o che non sarebbero d'accordo tra loro sulle
cause e/o sul livello del riscaldamento.
Ma il
consenso scientifico esiste ed è chiaro.
È
stato recentemente riassunto dal “Quarto Rapporto di Valutazione dell' “IPCC “,
dall' “US Geological Survey” e da altri rapporti:
è che l'attività umana è effettivamente diventata la
causa principale del cambiamento climatico; non commisurato a cause naturali (ad esempio: in termini di emissioni,
l'utilizzo di combustibili fossili rappresenta annualmente circa 30 miliardi di
tonnellate di CO 2, vale a dire 130 volte la quantità prodotta dai vulcani).
Teorie
cospirazioniste.
Su
questo argomento, vedi anche “Teoria della cospirazione sul riscaldamento
globale”.
Alcune
teorie del complotto sul riscaldamento globale sono state avanzate da coloro
che negano l'esistenza di questo cambiamento o gravità; sostengono che il
consenso scientifico dell'IPCC è una menzogna, o un'illusione, e/o che i
climatologi nascondono i loro dati reali e agiscono in nome dei loro interessi
finanziari "allarmando" inutilmente e ingiustificatamente il pubblico
e i funzionari eletti in faccia di un clima in realtà rinfrescante, stabile o
naturalmente mutevole; secondo queste teorie, facendone parlare, questi
climatologi cercano denaro e prestigio.
Nonostante
lo sfruttamento delle "fughe di posta elettronica" durante la
controversia sull'Unità di ricerca climatica e dopo una ricerca multinazionale
indipendente, non è stata presentata alcuna prova di tale trama ed esiste un forte
consenso tra scienziati di molteplici ambienti politici, sociali, organizzativi
e nazionali sull’ estensione, gravità e cause del cambiamento climatico.
Nel
2010, uno studio sulla credibilità degli esperti ha concluso che in quel
momento circa il 97% dei climatologi era d'accordo con questo consenso sulla
parte antropogenica del riscaldamento globale.
Inoltre,
molti dei dati utilizzati in climatologia sono pubblicamente disponibili e
possono essere visualizzati e interpretati da ricercatori concorrenti e dal
pubblico.
Nel
2012 , una ricerca dello studioso australiano “Stephan Lewandowsky” ha concluso
che le persone che credevano in altre "teorie del complotto" (per
esempio credendo che l'FBI fosse responsabile dell'assassinio di Martin Luther
King, Jr. ), avevano maggiori probabilità di sostenere la negazione del
cambiamento climatico.
Nel
mese di febbraio il 2015 , “Jim Inhofe” , senatore e il cambiamento climatico
denari, avendo precedentemente chiamato il cambiamento climatico " la più grande bufala mai contro il popolo
americano ", sostenne di aver
smascherato la presunta bufala portando una palla di neve con lui alla camera
del Senato degli Stati Uniti , e gettandolo a terra.
Nel
2017 , John Barrasso gli succedette affermando: “Il clima è in continua
evoluzione. Non si conosce il ruolo dell'attività umana”..
Nel
2019, Donald Trump (provato scettico sul clima) accusa l'ecologista Greta
Thumberg e i giovani del movimento “Fridays for Future”, dicendo:
“Sembra
una giovane donna molto felice che guarda a un futuro meraviglioso e
sorridente. Così bello da guardare!”
Aveva
scherzato, non prendendo sul serio le richieste della ragazza.
Tassonomia:
tipi di negazione del cambiamento climatico.
Caratteristiche
della negazione scientifica (inclusa la negazione climatica).
Nel
2004 ,” Stefan Rahmstorf” ha spiegato come i media abbiano dato l'impressione
fuorviante che il cambiamento climatico rimanga oggetto di controversie
all'interno della comunità scientifica, attribuendo questa impressione agli
sforzi di pubbliche relazioni degli scettici sul clima.
“Rahmstorf
“ha identificato vari tipi di posizioni e argomenti usati dagli scettici sul
clima, da cui ha costruito una tassonomia dello scetticismo sul cambiamento
climatico; e successivamente il modello è stato applicato anche alla negazione
del riscaldamento globale.
Tipologia
di rifiuto.
Sono
state definite le principali tendenze:
clima-scettico
/ tendenza alla negazione : queste persone negano la tendenza al riscaldamento.
Affermano che non è in corso un riscaldamento
globale significativo e che la tendenza al riscaldamento misurata dalle
stazioni meteorologiche è un artefatto dovuto all'urbanizzazione intorno a
queste stazioni (effetto “isola di calore urbana”);
tendenza
climatoscettica / negazione dell'attribuzione :
queste
persone riconoscono che c'è una tendenza al riscaldamento globale ma secondo
loro le cause sono esclusivamente naturali;
dicono
di dubitare che le attività umane possano essere responsabili delle tendenze
osservate.
Alcuni di loro addirittura negano che ci sia
un aumento di CO 2 delle emissioni antropogenico;
e altri riconoscono che c'è CO 2 aggiuntivo,
ma afferma che non porta a un notevole riscaldamento [e] che devono esserci
altre cause naturali per il riscaldamento;
tendenza
climatoscettica/negazione degli impatti : queste persone pensano o fingono di
pensare che il riscaldamento globale sia innocuo, anzi benefico.
Questa
tassonomia è stata utilizzata nelle scienze sociali per l'analisi delle
pubblicazioni e per classificare lo scetticismo sul cambiamento climatico e la
negazione del cambiamento climatico.
A
volte viene aggiunta una quarta categoria ("negazione del consenso"),
che descrive le persone che negano o mettono in dubbio il consenso scientifico
sul riscaldamento globale antropogenico.
Nel
2010 , il “National Center for Science Education” ha descritto la negazione del
cambiamento climatico come una controversia tra diversi punti di consenso
scientifico, proponendo una tipologia basata su una serie di argomenti
sequenziali, con il seguente atteggiamento:
“Negare
che il cambiamento climatico stia avvenendo ;”
"Accettare
l'idea che questo cambiamento climatico esista, ma negando qualsiasi contributo
significativo delle attività umane" ;
"Accettare
che il cambiamento esiste, e che l'Uomo ne è in parte responsabile, ma negando
l'evidenza scientifica che dimostri che questo sconvolgimento colpisce la
natura e la società umana" ;
"Accetta
tutto questo, ma nega che l'uomo possa mitigare o ridurre i problemi".
Nel
2012 , James
L. Powell (in) ha fornito un elenco più lungo,
come il climatologo “Michael E. Mann” che ha proposto una scala da "sei
fasi di negazione", dove andremo a finire la negazione totale delle
concessioni fatte nel corso del tempo, quindi l'accettazione di alcuni elementi
di riscaldamento, pur mantenendo una postura che nega l'esistenza di un
consenso generale:
"CO
2non aumenta realmente”;
"Anche se così fosse, l'aumento non ha
alcun impatto sul clima perché non ci sono prove convincenti del
riscaldamento";
"Anche
se c'è un riscaldamento, è dovuto a cause naturali";
“Anche
se il riscaldamento non può essere spiegato da cause naturali, l'impatto umano
è piccolo e l'impatto delle continue emissioni di gas serra sarà minore” ;
"Anche
se gli effetti umani attuali e futuri proiettati sul clima della Terra non sono
trascurabili, i cambiamenti saranno generalmente vantaggiosi per noi" ;
“Che i
cambiamenti siano positivi o meno per noi, gli esseri umani sono molto abili
nell'adattarsi al cambiamento; inoltre è troppo tardi per fare qualsiasi cosa
e/o una soluzione tecnologica compare sempre quando serve davvero”.
Giornalisti
ed editorialisti di giornali (ad esempio George Monbiot ed Ellen Goodman tra gli altri) hanno descritto la negazione del
cambiamento climatico come una forma di negazione.
Nel
contesto del clima, Chris e Mark Hoofnagle hanno definito la “negazione” come
l'uso di mezzi retorici “per dare l'apparenza di un dibattito legittimo, dove non ce
n'è; approccio con l'obiettivo ultimo di respingere una proposta per la quale
esiste un consenso scientifico”.
Questo processo utilizza in genere una o più
delle seguenti tattiche:
sostiene
che il consenso scientifico implica la cospirazione per falsificare i dati o
sopprimere la verità: teoria della cospirazione sul riscaldamento globale;
esperti
fasulli e/o persone con opinioni contrarie alle conoscenze acquisite,
emarginano o denigrano allo stesso tempo gli esperti pubblicati.
Come
il dubbio artificiale prodotto sul legame tra fumo e salute, alcuni scienziati
“contrarian” si oppongono al consenso sul clima.
Alcuni
degli scienziati che hanno negato il legame tabacco-salute hanno poi negato il
legame tra gas serra/riscaldamento antropico;
selettività,
ad esempio con una selezione di documenti atipici o addirittura obsoleti; allo
stesso modo in cui la controversia sul vaccino MMR era basata su un singolo
articolo: gli esempi includono idee screditate del periodo caldo medievale;
formulare
richieste di ricerca impraticabili, sostenendo che qualsiasi incertezza
invalida il dominio o esagerando l'incertezza rifiutando probabilità e modelli
matematici;
fallacie
logiche (fallaci).
Caso
di riviste specializzate nel settore economico.
Questo
campo sembra segnato da un disinteresse o da una certa forma di censura o
autocensura, come se il cambiamento climatico non interessasse le riviste
accademiche di economia e finanza , mentre si ricorda spesso che ecologia ed
economia hanno la stessa etimologia , e mentre il clima è a priori una posta in
gioco importante per tutte le attività umane, e quindi per l'economia ( “William Nordhaus” della Yale
University , parla del cambiamento climatico come “ultima sfida” per l'economia
Mondiale).
Così,
i professori Andrew Oswald e Nicholas Stern hanno mostrato, nel settembre 2017,
che gli articoli sul riscaldamento globale sono quasi o addirittura
completamente assenti dalle principali riviste economiche, e in particolare dal
Quarterly
Journal of Economics (uno dei più apprezzati dalla professione): su quasi 4.700 articoli pubblicati in
più di un secolo, nessuno affronta il tema del clima (o marginalmente per 5 articoli)
La
stessa ricerca, ma estesa alle 10 riviste economiche più rinomate, fornisce
solo una sessantina di articoli su 77.000, ovvero Lo 0,07% delle
pubblicazioni...
"Un
grande fallimento della nostra professione", deplorano questi due
economisti, mentre "l'economia politica è centrale", che è un fattore
importante nelle decisioni politiche e tecniche prese in tutto il mondo.
Andrew
Oswald e Nicholas Stern chiedono una seria considerazione della "dimensione
etica e filosofia morale" del soggetto, mentre per un secolo i grandi
economisti hanno cercato di evitare ogni giudizio di valore politico e morale
nelle loro analisi dei mercati e dell'economia del mondo ("L'economia
riguarda i mezzi, non i fini").
L'economista
James J. Heckman denuncia il fatto che alla loro testa, una comunità che aderisce
principalmente all'ortodossia neoclassica, costringe gli autori ad essere
vicini alle loro idee per essere pubblicate;
con
clientelismo e un effetto di "incesto professionale" favorendo la
duplicazione di vecchie idee, a scapito di articoli veramente innovativi che
non possono essere pubblicati.
Esistono,
tuttavia, alcune riviste accademiche (meno prestigiose e più specializzate, in
economia ambientale e/o energetica, come il Journal of Environmental Economics
and Management , Energy Journal , ecc., nonché alcune riviste più eterodosse
(p. (es. Ecological Economics , Environmental Values , ecc.), per non parlare
delle numerose riviste divulgative .
Psicologia.
La
tecnica dell'inoculazione psicologica permette di rafforzare la resistenza a
contraddizioni inaccettabili.
Psicoanalisi.
Sebbene
la psicoanalisi si occupi per definizione solo dell'individuo, la filosofa e psicoanalista Donna
Orange, assistente professore alla New York University , ritiene che gli psicoanalisti debbano
affrontare gli "orrori del cambiamento climatico ".
Secondo lei, gli psicoanalisti dovrebbero creare un
"inconscio ambientale" e unirsi ad altre correnti terapeutiche per
affrontare la sfida dei meccanismi di difesa degli individui che impediscono di
rispondere ai cambiamenti climatici.
La
psicologa sociale,” Renee Lertzmann” la cui ricerca si concentra sulla
comunicazione ambientale pensa alle persone che soffrono di malinconia
ambientale, malinconia nel senso inteso da Freud come reazione inconscia ad una
perdita.
Effetto
serra antropico
ed
edifici a energia quasi zero.
Ingenio-web.it
– (26-5-2023 ) - Redazione – Prof. Guido Caposio – ci dice:
In
questo nuovo approfondimento il Professor Guido Caposio affronta due temi
strettamente correlati tra loro:
l’effetto serra antropico (e gli obiettivi
degli accordi internazionali in merito) e gli edifici a energia quasi zero
(nZEB), indicandone i requisiti prestazioni minimi.
Completa
il testo un case study “torinese” di attuazione della politica comunitaria in
materia di prestazione energetica degli edifici.
(Guido
Caposio).
L'effetto
serra antropico e gli obiettivi degli accordi internazionali.
Nel
dicembre 2015 a Parigi, in occasione della Conferenza sul clima ed energia tra
gli Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti
climatici (UNFCCC) di cui l’Unione Europea è stata tra i promotori e il primo
firmatario, fu stipulato un accordo internazionale.
L’
accordo, per la prima volta, impegnava tutti i Paesi sottoscrittori (nel corso
degli anni 197 paesi hanno aderito all’Accordo di Parigi) tra cui Unione
Europea, Cina, Stati Uniti, India, Russia, Giappone, a perseguire, nel decennio
2030-2050, una serie di obiettivi, principalmente legati all’effetto serra,
relativamente a conseguenze sul clima.
L’effetto
serra è un fenomeno naturale assimilabile a quello che avviene nelle serre,
ossia il mantenimento del calore ambientale.
Nell’
irraggiamento solare una frazione di radiazioni che raggiunge la superficie
terrestre viene riemessa verso lo spazio sotto forma di raggi infrarossi,
ovvero di energia termica.
I gas
serra presenti nell’atmosfera (anidride carbonica (co2), metano, ossido
nitroso, ozono e clorofluorocarburi) riflettono gran parte di questi raggi
nuovamente sulla terra.
In tal
modo (irraggiamento solare + energia termica riflessa) viene mantenuta la
temperatura di superficie terrestre che è mediamente pari a 15 °C. In assenza
dei gas serra la temperatura presumibile sarebbe di circa −18 °C.
Con la
combustione delle risorse fossili (carbone, petrolio, gas) viene immessa
nell'atmosfera una quantità aggiuntiva di gas serra (32 Md di tonnellate, nel
2017, di CO2).
Il
surplus di gas serra potenzia l'effetto di riflessione, con maggior
irraggiamento di raggi infrarossi sulla terra e conseguente innalzamento della
temperatura media.
Nell'ultimo
secolo vi è stata una crescita di +0,76°C .
Il
fenomeno è denominato effetto serra antropico o antropogenico. Come conseguenze
del surplus di gas serra si generano:
scioglimento
dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare,
cambiamenti
climatici, ondate di calore,
periodi
di siccità e aumento delle zone desertiche,
aumento
dei fenomeni naturali estremi come alluvioni, tempeste, uragani e incendi.
Secondo
le previsioni degli scienziati, nel XXI secolo la temperatura media del pianeta
potrebbe crescere di +2°C.
Già
per il 2030, tra i principali traguardi dell’Accordo di Parigi, erano previsti:
la
diminuzione di una quota minima del 40% delle emissioni di gas serra rispetto
ai livelli del 1990;
il
raggiungimento di una quota minima del 32% di energie rinnovabili;
l’aumento
minimo del 32,5% del livello di efficienza energetica.
L’
Accordo di Parigi aveva la finalità di perseguire come risultato principale il
limite ben al di sotto dei 2 gradi Celsius del riscaldamento medio globale
rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della
temperatura pari a 1,5 gradi Celsius.
Inoltre
mirava a orientare i flussi finanziari privati e statali verso investimenti
promotori di basse emissioni di gas serra e a migliorare la capacità di
adattamento ai cambiamenti climatici.
Nel
dicembre 2018 si è tenuta a Katowice, in Polonia, la Cop24 (24esima Conferenza delle parti della
Convenzione ONU sui cambiamenti climatici UNFCCC).
I
rappresentati di oltre 190 paesi si sono confrontanti con l’obiettivo di
adottare un regolamento per l’attuazione dell’Accordo di Parigi con lo scopo di
raggiungere nei tempi gli obiettivi previsti.
A
Katowice è stato adottato il cosiddetto libro delle regole (Rulebook) che raccoglie gli elementi
tecnici necessari per attivare l’esecuzione operativa delle disposizioni
dell’Accordo di Parigi.
Nell’
ottobre - novembre 2021 si è tenuta a Glasgow, in Inghilterra, la Cop26.
Oltre
190 leader mondiali e rappresentanti di governo, si sono riuniti per due
settimane, per adottare misure di contenimento e, se possibile, invertire il
processo di surriscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico.
Tra le
decisioni di maggiore rilievo contenute nel Patto di Glasgow si evidenzia
l’individuazione di nuovi obiettivi minimi di decarbonizzazione:
un
taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 2010, da
attuarsi entro il 2030;
il
raggiungimento di zero emissioni nette intorno alla metà del secolo. Tale indicazione temporale generica (la cosiddetta Carbon Neutrality a
livello globale) è stata voluta da Cina, Russia e India, indisponibili all’assunzione di
detto impegno entro il 2050.
A Glasgow
sono state approvate regole di attuazione fondamentali per la collaborazione
bilaterale e multilaterale ai fini della realizzazione degli obiettivi
climatici nazionali.
Gli
edifici a Energia quasi Zero.
Per le
finalità dell’accordo sul clima di Parigi, mirate al raggiungimento di
obiettivi di efficienza energetica, si è attivata l’esigenza di creare edifici
a energia quasi zero (nZEB) con la loro diffusione nell’ambito edilizio.
Sono
nate le direttive Europee EPBD (Energy Performance of Building Directive), ossia le principali politiche
comunitarie in materia di prestazione energetica degli edifici.
Tali
direttive regolano in generale:
i
criteri generali per il calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici;
i
requisiti di efficienza da rispettare per edifici di nuova costruzione o per la
ristrutturazione degli edifici esistenti.
La
definizione di Nearly Zero Energy Building (nZEB) è stata introdotta dalla direttiva Europea EPBD
2002/91/UE seguita da successivi aggiornamenti del 2010/31UE e del 2018/844UE.
Secondo
l’art. 2, par. 2 della EPBD del 2010, per edificio a energia quasi zero si
intende un edificio ad altissima prestazione energetica, determinata
conformemente all’allegato I.
Il
fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo dovrebbe essere coperto in
misura molto significativa da energia da fonti rinnovabili, compresa l’energia
da fonti rinnovabili prodotta in loco o nelle vicinanze.
La
definizione delle direttive europee comprende dunque anche la produzione di
energia da fonti rinnovabili prodotta nelle vicinanze (Nearly).
Peraltro
il concetto di vicinanza è richiamato anche dal D. Lgs. n. 28 del 3-3-2011,
All. 3, par. 1, lett. c
La
definizione di prestazione energetica di un edificio a energia quasi zero,
riportata dall’allegato I comma 1, indica che tale prestazione è determinata
sulla base della quantità di energia, reale o calcolata, consumata annualmente
per soddisfare le varie esigenze legate ad un uso normale dell’edificio e
corrisponde al fabbisogno energetico per il riscaldamento e il rinfrescamento
(energia necessaria per evitare un surriscaldamento) che consente di mantenere
la temperatura desiderata dell’edificio e coprire il fabbisogno di acqua calda
nel settore domestico.
Ai
fini della valutazione della prestazione energetica gli edifici devono essere
classificati adeguatamente secondo le seguenti categorie:
a)
abitazioni monofamiliari di diverso tipo;
b)
condomini (di appartamenti);
c)
uffici;
d)
strutture scolastiche;
e)
ospedali;
f)
alberghi e ristoranti;
g) impianti
sportivi;
h)
esercizi commerciali per la vendita all’ingrosso o al dettaglio;
i)
altri tipi di fabbricati impieganti energia.
La
prima direttiva Europea EPBD del 2002:
ha
definito l'obiettivo, ossia la promozione del miglioramento del rendimento
energetico degli edifici nella Comunità, tenendo conto delle condizioni locali
e climatiche esterne, nonché delle prescrizioni per quanto riguarda il clima
degli ambienti interni e l'efficacia sotto il profilo dei costi.
Ha
introdotto la “Certificazione Energetica degli edific”i (inizialmente ACE
l’Attestato di Certificazione Energetica, dal 2013 APE Attestato di Prestazione
Energetica 1. ) e l’adozione di una metodologia per il calcolo del rendimento energetico
integrato degli edifici.
Agli Stati membri era delegata la definizione
della metodologia del calcolo del rendimento energetico degli edifici sulla
base del quadro generale di cui all'allegato della direttiva.
La metodologia viene stabilita a livello nazionale o
regionale.
Ha
indicato i Criteri generali per i requisiti minimi di efficienza per gli
edifici di nuova costruzione o ristrutturazioni di edifici di grandi metrature
oltre i 1000 mq.
1.)
L’APE è un documento rilasciato da un soggetto accreditato denominato
certificatore energetico che attesta la prestazione e la classe energetica di
un immobile con una scala di dieci lettere da A4 (punteggio 10 consumo massimo
inferiore o uguale a 0,40 Ep - efficienza energetica migliore) a G (punteggio 1
consumo massimo non si specificato; consumo minimo inferiore o uguale a 3,50
Ep).
Attraverso
l’APE si determinano le caratteristiche quali il fabbisogno energetico
dell’edificio, la qualità energetica del fabbricato, le emissioni di anidride
carbonica e l’impiego di fonti rinnovabili di energia, che incidono sui costi
di gestione e sull’impatto ambientale dell’immobile.
La
seconda direttiva Europea EPBD del 2010 ha inserito aggiornamenti relativi a:
il
quadro comune generale della metodologia per il calcolo della prestazione
energetica integrata degli edifici e delle unità immobiliari;
l’applicazione
di requisiti minimi alla prestazione energetica di edifici e unità immobiliari
di nuova costruzione;
l’applicazione
di requisiti minimi alla prestazione energetica.
La
terza direttiva Europea EPBD del 2018 indica che:
nella
strategia di ristrutturazione a lungo termine ogni Stato membro fissa una
tabella di marcia con misure e indicatori di progresso misurabili stabiliti a
livello nazionale in vista dell’obiettivo di lungo termine per il 2050 di
ridurre le emissioni di gas a effetto serra nell’Unione dell’80-95 % rispetto
al 1990;
ciò al
fine di garantire un parco immobiliare nazionale ad alta efficienza energetica
e decarbonizzato e di facilitare la trasformazione efficace in termini di costi
degli edifici esistenti in edifici a energia quasi zero.
La
tabella di marcia include tappe indicative per il 2030, il 2040 e il 2050 e
specifica il modo in cui esse contribuiscono al conseguimento degli obiettivi
di efficienza energetica dell’Unione conformemente alla direttiva 2012/27/UE.
La
politica comunitaria in materia di prestazione energetica degli edifici è stata
recepita in Italia con D.L. 63/2013, convertito in Legge n. 90/2013.
L’Art.
4-bis. (Edifici ad energia quasi zero) della Legge recita:
1.) A
partire dal 31 dicembre 2018, gli edifici di nuova costruzione occupati da
pubbliche amministrazioni e di proprietà di queste ultime, ivi compresi gli
edifici scolastici, devono essere edifici a energia quasi zero.
Dal 1°
gennaio 2021 la predetta disposizione è estesa a tutti gli edifici di nuova
costruzione.
L’edificio
a energia quasi zero è definito come un edificio ad altissima prestazione
energetica in cui il fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo è coperto
in misura significativa da energia da fonti rinnovabili, prodotta in situ.
La
prestazione energetica degli edifici è determinata sulla base della quantità di
energia necessaria annualmente per soddisfare le esigenze legate a un uso
standard dell’edificio.
Tale
prestazione, nel settore residenziale, corrisponde al fabbisogno energetico
annuale globale, in energia primaria, per:
il
riscaldamento, il raffrescamento, la ventilazione,
la
produzione di acqua calda sanitaria.
Nel
settore non residenziale il fabbisogno energetico aggiuntivo è anche per
l’illuminazione, gli impianti ascensori, le scale mobili.
Le
caratteristiche di un edificio a energia quasi zero in Italia sono state
stabilite dal D.M. 26 giugno 2015 Requisiti minimi degli edifici del Ministero
dello Sviluppo Economico, Allegato 1 comma 3.
Tale
Decreto, definendo lo Strumento nazionale di riferimento, richiama
principalmente per i criteri e le metodologie di calcolo le norme tecniche
nazionali (la serie delle UNI/TS 11300), predisposte in conformità allo
sviluppo delle norme EN a supporto della Direttiva 2010/31/UE.
Le
ulteriori metodologie di calcolo, finalizzate alla redazione dell’attestato di
prestazione energetica, sono riportate nelle Linee guida nazionali di cui al
decreto del Ministro dello sviluppo economico, 26 giugno 2009 e nei successivi
aggiornamenti previsti dall’articolo 6, comma 12, del decreto legislativo.
Sono
nZEB gli edifici di nuova costruzione o esistenti, che rispettino
contemporaneamente:
i
requisiti prestazionali indicati dal decreto stesso,
gli
obblighi di integrazione delle fonti di energia rinnovabile previsti dal D.
Lgs. 28/2011. Tale decreto sancisce l'obbligo di integrazione per la copertura dei
consumi di calore, di elettricità e per il raffrescamento.
I
requisiti prestazionali minimi nZEB, in aggiunta al limite complessivo sul
consumo di energia, sono:
il
coefficiente medio globale di scambio termico (H’T),
l’area
solare equivalente estiva per unità di superficie utile (Asol,est/Asup utile),
l’indice
di prestazione termica per il riscaldamento e per il raffrescamento (EPH,nd
EPC,nd),
l’indice
di prestazione energetica globale dell’edificio (EPgl,tot).
Si
introduce, poi, il confronto dei valori calcolati degli ultimi tre indici di
prestazione (indici EP) dell’edificio reale, con quelli di un edificio di
riferimento , rispetto ai quali devono essere inferiori.
Con
edificio di riferimento o target si intende un edificio identico in termini di
geometria (sagoma, volumi, superficie calpestabile, superfici degli elementi
costruttivi e dei componenti), orientamento, ubicazione territoriale,
destinazione d’uso e situazione al contorno e avente caratteristiche termiche e
parametri energetici predeterminati conformemente all’Appendice A dell’Allegato
1 del D.M. 26 giugno 2015.
I
parametri energetici predeterminati del fabbricato dell’edificio di riferimento
e altri parametri per le verifiche di legge riguardano:
- il
fabbricato;
trasmittanza
termica U delle strutture;
valore
del fattore di trasmissione solare totale per componenti finestrati con
orientamento da Est a Ovest passando per Sud;
- gli
impianti tecnici;
servizi
di climatizzazione invernale, climatizzazione estiva, acqua calda sanitaria e
produzione di energia elettrica in situ;
fabbisogni
energetici di illuminazione e di ventilazione;
-
altri parametri
coefficiente
medio globale di scambio termico;
area
solare equivalente estiva:
(ingenio-web.it/articoli/effetto-serra-antropico-ed-edifici-a-energia-quasi-zero/)
Sardegna
“Ciabatta” Energetica.
Conoscenzealconfine.it
– (26 Aprile 2024) - Maria Antonietta Pirrigheddu – ci dice
Stavolta
il solito ritornello “ce lo chiede l’Europa” può andare a farsi benedire.
L’Europa,
infatti, ci chiede l’esatto contrario.
Ma noi siamo italiani, facciamo a modo nostro
e i ritornelli li usiamo quando ci conviene.
Soprattutto
se si tratta della Sardegna.
Già,
la Sardegna, questa terra un tempo meravigliosa che nel giro di un paio d’anni
probabilmente non esisterà più:
l’intento
è di trasformarla in un polo industriale, destinato a produrre energia
elettrica da trasportare chissà dove.
Questi
sono i programmi per noi, per il nostro sviluppo.
E per
salvare la terra dal cambiamento climatico.
Eh sì, perché a quanto pare per salvare la
terra è necessario smettere di coltivarla, togliercela e consegnarla alle
multinazionali.
Così
il pianeta sarà salvo.
Per
capire cosa sta accadendo dobbiamo partire dall’inizio, dalla cosiddetta Transizione Energetica.
Ovvero
la necessità sacrosanta, che nessuno contesta (beh… qualcosa da contestare ci
sarebbe anche… non vorremo mica credere alla stronzata della transizione
energetica? – nota di conoscenze al confine), di smettere di utilizzare
combustibili fossili come carbone e metano per la produzione di energia
elettrica e transitare verso “fonti rinnovabili” come il sole, il vento e
l’acqua.
L’Europa
si è proposta di arrivare alla totale decarbonizzazione entro il 2050, passando
per vari step.
Il primo step ci attende nel 2030, quando
l’Italia dovrà installare sull’intero suolo nazionale una potenza di 70
Gigawatt per la produzione da fonti rinnovabili.
Ora,
70 diviso 20 regioni fa 3,5 Gigawatt a testa… Ma siccome noi sardi siamo
notoriamente generosi e avvezzi ad essere colonizzati, la bozza del decreto
nazionale ce ne assegna 6.
E
questo nonostante produciamo già molta più energia di quanta ne consumiamo.
Però
sta succedendo una cosa strana:
invece
di prepararci ai 6 Gigawatt per il 2030, ci ritroviamo già oggi con quasi 58
Gigawatt pronti da installare.
Quasi
dieci volte tanto!
Grazie
al famigerato decreto Draghi e a causa di delibere indegne firmate dalla
Regione Sardegna negli ultimi anni, sono arrivate qui come avvoltoi aziende e multinazionali
da ogni parte del mondo, per spartirsi la nostra terra e piazzarvi i loro
impianti colossali.
Si è
stabilito che i due terzi della nostra Isola possano essere sventrati,
perforati, riempiti di cemento, devastati, depredati.
I due
terzi del nostro suolo possono essere sottratti all’agricoltura, alle aziende
agro-pastorali, alle aziende turistiche e agrituristiche, ai nostri progetti,
al nostro futuro, a noi.
Non
per darci opportunità ma per toglierci ogni opportunità.
Ad oggi le richieste di allaccio sono 809, ma
crescono di giorno in giorno.
Se le
pratiche presentate andassero in porto, verrebbero impiantate sulla terraferma
3.000 turbine eoliche alte fino a 240 metri (da sommarsi alle 1.200 già
esistenti), altre 1.300 turbine di 320 metri davanti alle spiagge,
visibilissime anche a decine di km di distanza, e quasi 50 km2 di pannelli
solari su campi e pascoli.
A
tutto ciò dobbiamo aggiungere le innumerevoli autorizzazioni già concesse!
Numeri
da far accapponare la pelle.
Solo
per il “foto e agrivoltaico”, quasi 50.000 nuovi ettari verrebbero sottratti
alle nostre attività e ai nostri paesaggi per riempirli di specchi di silicio, che nel giro di due decenni (o ancor
prima se dovesse arrivare qualche grandinata) si trasformerebbero in sconfinate
discariche a cielo aperto.
Eppure
l’Europa ci raccomanda di evitare ulteriore consumo di suo
lo, un
bene primario essenziale per contrastare i cambiamenti climatici. Su tutto
questo, migliaia di tralicci alti 49 metri con infiniti km di fili sospesi.
Ora
immaginatela, questa immensa landa industriale in cui saremmo costretti a
vivere, con il terribile ronzio che ci accompagnerebbe giorno e notte.
Immaginatevi le migliaia di luci rosse
intermittenti che cancellerebbero le nostre notti stellate…
Quelle notti e quel silenzio che fanno della
Sardegna una terra celebrata ovunque, e che noi non avremmo più.
Se
tutto ciò dovesse realizzarsi – e sta già accadendo – la Sardegna sarà
irrimediabilmente sconvolta nei suoi panorami unici, nella biodiversità, nella
ricchezza naturale, storica, archeologica, culturale e identitaria.
A
fronte di quali vantaggi?
Per
noi non è contemplato alcun risparmio in bolletta né, tanto meno, alcuna
compensazione in denaro, ora vietato per legge.
Sono
previsti solo “interventi di miglioramento ambientale”.
Cioè?
Di
solito il miglioramento consiste nel ripristino delle strade distrutte per il
trasporto delle enormi pale.
Talvolta i progettisti sono più premurosi,
arrivando addirittura a costruire, in cambio dei territori violentati, graziose
siepi oppure altalene e scivoli per bambini.
O noccioleti per la produzione di nutelle.
Verremo
ripagati anche con “campagne di sensibilizzazione per il cittadino”, per
persuaderlo della bontà degli atti speculativi. D’altronde gli europei di un tempo,
quando andavano a colonizzare l’America latina, si conquistavano la fiducia
degli indigeni regalando collanine e altre cianfrusaglie.
Il
sistema è identico.
Per
loro, invece? Da 900.000 a 1.200.000 euro all’anno per ogni turbina eolica!
Cifre
anche maggiori per quelle in mare.
Oltre
al danno la beffa:
una
parte di questo milione esce dalle nostre tasche, perché gli incentivi,
magnanimamente concessi dal Governo italiano, vengono prelevati dalle bollette.
In pratica lo Stato prende i nostri soldi e li
dona agli speculatori che sbarcano qui, come la famosa JP Morgan.
Non è
fantastico?
(No,
non è fantastico… è una condanna all’ergastolo, perché ve ne state … buoni, buoni!
N.D.R)
Tra
25-30 anni questi impianti saranno già arrivati a fine vita, salvo incidenti
nel frattempo.
Chi
provvederà allo smaltimento?
Certamente non le ditte installatrici:
in
molti casi si tratta di aziende con 10.000 euro di capitale sociale, magari
organizzate in un sistema di scatole cinesi, che falliscono o spariscono
presto.
Chi
subentra non si sente affatto in dovere di onorare impegni presi da altri.
Perciò
i rottami sono tutti nostri e dovremo occuparci noi di smaltirli. Come?
Affrontando
spese enormi e andando ad inquinare altri territori.
Ma i
terreni che ospitano gli aerogeneratori non saranno mai più bonificati, perché
il basamento (circa 1.300 metri cubi di calcestruzzo) non può essere eliminato:
verrà lasciato lì, rendendo sterile il terreno in eterno.
È
questa l’idea comune di “energia pulita”.
(No,
questa è solo un “truffa pulita”! N.D.R)
Ecco
perché parliamo di SPECULAZIONE.
Loro
si prendono la nostra terra e il nostro futuro e in cambio ci gettano qualche
osso, per tenerci buoni. Spesso, però, manco quello.
Le
truffe sono all’ordine del giorno, sia ai danni di privati che delle Pubbliche
Amministrazioni.
Sono
sempre più numerosi i proprietari di terreni che si rivolgono agli avvocati,
prima di firmare i contratti di concessione, perché cominciano a rendersi conto
che è facilissimo cadere in trappola. (Questa è solo una truffa
all’europea! N.D.R)
Se
l’affare non dovesse andare in porto, tuttavia, si può sempre ricorrere agli
espropri.
Imprese private che espropriano altre imprese
private: ogni infamia è concessa, in nome della pubblica utilità.
Sono
molti gli amministratori che si oppongono, ricevendone addirittura minacce;
altri invece ricercano il vantaggio personale.
L’inerzia
della Giunta Solinas, appena decaduta, ha favorito qualunque tipo di malaffare.
Ci
sono soluzioni al disastro incombente?
Certo:
basterebbe recepire le direttive europee.
L’energia necessaria al nostro sostentamento,
e anche in sovrappiù, potrebbe essere prodotta dal fotovoltaico sui tetti sia
pubblici che privati, senza ulteriore consumo di suolo;
dallo
sviluppo dell’idroelettrico – che stranamente non viene preso in considerazione
– ed eventualmente dal geotermico di bassa profondità.
Si
potrebbero potenziare gli impianti eolici già esistenti, sfruttando le nuove
tecnologie ma rispettando l’estensione e le altezze attuali, senza altro
concedere.
Redigere piani energetici locali e concordati
con le comunità, che non distruggano l’economia e il tessuto sociale come
invece fanno questi impianti di taglia industriale.
Piani
che rispettino il territorio e la nostra dignità.
Sono
queste le soluzioni suggerite dai 14 Comitati che si sono costituiti per
difendere la Sardegna dall’assalto, riunendosi in un Coordinamento regionale.
I
Comitati chiedono con urgenza una moratoria, per stoppare almeno
momentaneamente i progetti e avere il tempo di fare scelte migliori, una” Legge
regionale di recepimento delle direttive UE”, la possibilità di partecipare
alla redazione di un piano energetico regionale.
Si
attendono i primi passi della Giunta Todde, che molto ha promesso in campagna
elettorale (le promesse sono bravi tutti a farle…
un po’ di realismo non guasta… – nota di conoscenze al confine.it).
Si è
già perso troppo tempo.
Intanto
gli speculatori avanzano in gran fretta e con arroganza, favoriti da vent’anni
di norme nazionali che facilitano incredibilmente ogni tipo di autorizzazione,
scavalcando le comunità locali.
La
nuova Amministrazione Regionale verrà messa immediatamente alla prova.
Alessandra
Todde vorrà e sarà capace di tutelare la sua terra, pur rispettando il fine
comune della transizione energetica (…pur rispettando il fine comune
della transizione energetica? Ma perché anche chi scrive non capisce che questi
sono solo pretesti e parole per sedare le pecore? Sveglia! – nota di conoscenze
al confine.it)?
Sarà
capace di condurci all’obiettivo senza barattare la Sardegna?
(Maria
Antonietta Pirrigheddu).
(Coordinamento
Gallura contro la speculazione eolica e fotovoltaica).
(luogocomune.net/23-energia-e-ambiente/6500-sardegna-ciabatta-energetica).
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