La diplomazia della Pace non può escludere la Guerra.

 

La diplomazia della Pace non può escludere la Guerra.

 

 

 

LA FINE DI ISRAELE?

 Labottegadelbarbiere.org – (15 Aprile 2024) – Redazione - Franco Beraldi Bifo, Enrico Ebuli, Giorgio Ferrari, Eric Salerno, Giuseppe Masala, Remocontro – ci dicono:

 

Qual’ è il problema? – Enrico Ebuli.

Quando alcune (ancora troppo poche) Università italiane iniziano -timidamente e fra mille distinguo- a tentare di boicottare alcuni accordi con Israele, ci si straccia le vesti.

Non mi pare che ci si siano messi tanti scrupoli nei confronti della Russia e della Bielorussia, dopo l’attacco all’Ucraina.

I rapporti culturali e gli accordi economici sono stati totalmente interrotti, almeno ufficialmente.

La cultura e la ricerca non sono andate oltre la guerra, allora.

Lo stesso è avvenuto per le federazioni sportive: altro che sport oltre le divisioni della guerra!

É questo doppio standard che rende assurde e ridicole tutte le attuali prese di posizione anti-boicottaggio.

Israele attacca l’Iran in Siria, ma i nostri giornali e tg ci invitano ad empatizzare con gli israeliani che temono la rappresaglia degli ayatollah e chiudono -meschinetti- le loro ambasciate nel mondo.

Loro le possono aprire e chiudere, mentre distruggono quelle altrui.

Ma il problema per la pace nel mondo restano solo gli iraniani fanatici e cattivi, o i russi, o gli houthi.

Con gli ebrei -ancorché colpevoli- dobbiamo solidarizzare

Con gli altri -anche se fossero innocenti- mai.

Moltissime persone in Israele continuano a manifestare per la liberazione dei loro familiari ostaggi e per evitarsi la guerra in loco.

La guerra deve terminare solo perché così si permetterebbe di far uscire vivi i loro concittadini.

Non una parola -nelle manifestazioni pubbliche- sulla strage in corso a Gaza da parte del loro esercito.

Troppo facile trasformare in mostro il loro capo supremo in piazza per evitare di sentirsi quel che sono: un popolo di privilegiati e di impuniti che opprime un popolo di diseredati senza terra e senza futuro.

La menzogna più grande infatti è quella che accolla a Netanyahu la responsabilità di quel che sta accadendo.

 È la storiella che -se lui non ci fosse e se ne andasse da lì- la politica dello Stato sarebbe diversa, più aperta al dialogo, più disposta a trattare col nemico.

Menzogna in malafede propagandata anche dagli Stati Uniti e dai nostri pennivendoli di regime.

A dimostrare la falsità di questa teoria:

decenni di violenze e occupazioni ebraiche anti-palestinesi, con qualunque governo, laburista o di destra che fosse;

un voto che -a maggioranza- lo ha rimesso lì, insieme ai partiti di ultra-destra, a loro volta ben votati da una buona parte dei cittadini;

il sostegno di mezzo mondo, con soldi e armi, a qualunque governo ed a qualunque politica israeliana, purché anti-palestinese e anti-araba.

 Il problema non è Netanyahu, purtroppo.

Il problema è la produzione e vendita di armi, il problema è l’economia di guerra.

Il problema è la storia d’Israele, dei suoi privilegi e delle sue impunità.

Il problema è l’Occidente che lo sostiene, comunque.

Il problema siamo -soprattutto- noi.

 

La fine di Israele – Franco Beraldi Bifo.

La cultura ebraica può essere considerata come il fondamento dell’universalismo razionalista e dello stesso internazionalismo operaio. Il sionismo è il tradimento di quella vocazione universalista.

Amos Oz, più di altri, aiuta a capire il paradosso mostruoso di Israele. Scrive Bifo:

“Credo che ben presto ci renderemo conto del fatto che Israele non ha niente a che fare con la storia del mondo ebraico… Lo stato di Israele, strumento del dominio euro-americano sul Medio Oriente e sul petrolio è destinato a esplodere presto…”

Più passano i giorni, più Israele procede nella sua campagna di sterminio, più si isola dal resto del mondo, più comprendo che il pogrom del 7 ottobre, pur essendo, come non può che essere un pogrom, un’azione atroce moralmente inaccettabile, è stato un atto politico capace di cambiare la direzione del processo storico.

La conseguenza immediata di quell’azione è stata lo scatenamento di un vero e proprio genocidio contro la popolazione di Gaza, ma il genocidio era in corso in modo strisciante da settantacinque anni, nei territori occupati, in Libano, in Siria.Nel medio periodo, però, credo che lo stato colonialista di Israele, sempre più apertamente nazista nel suo modo di operare, non sopravviverà a lungo.

Quando il contesto è profondamente immorale, l’azione non può essere eticamente accettabile se vuol essere efficace.

È l’orrore della storia, alla quale non siamo capaci di sfuggire se non disertando la storia.

L’occupazione della terra palestinese da parte di un avamposto dell’imperialismo occidentale denominato Israele è una condizione di immoralità assoluta. Entro questo contesto non è possibile dunque alcuna azione efficace se non immorale.

Credo che ben presto ci renderemo conto del fatto che Israele non ha niente a che fare con la storia del mondo ebraico, anzi ne è la negazione. Per questo lo spettacolo genocidario provocato dal pogrom del 7 ottobre ha messo in moto una dinamica destinata a sgretolare lo stato colonialista.

La maggioranza dei cittadini di quello stato appoggiano il genocidio, centomila coloni sono stati armati dallo stato coloniale per continuare a estendere l’occupazione e lo sterminio nei territori, e Israele gode di un’indiscutibile superiorità tecno-militare.

Ciononostante la dinamica che si sta ormai sviluppando sta creando una condizione di guerra totale che lo stato israeliano non potrà sostenere a lungo.

Per spiegare quel che voglio dire, cedo la parola a quello che è probabilmente uno dei più grandi scrittori ebrei del Novecento, “Amos Oz”, che anzitutto spiega qual è il contributo che la cultura ebrea ha portato al mondo.

“Mio zio era un europeo consapevole in un’epoca in cui in Europa nessuno si sentiva europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro.

 Tutti gli altri erano pan-slavi, pan-germanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi.

Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei.

Mio padre diceva sempre:

in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità, cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei.

In Jugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni, e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi, e perfino con Stalin, ci sono russi e ucraini e uzbechi e ceceni e catari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico….

Oggigiorno l’Europa è completamente diversa, oggi è piena di europei, da un muro all’altro.

Tra parentesi anche le scritte sui muri sono cambiate completamente: quando mio papà era ragazzo a Vilna stava scritto su ogni muro d’Europa: giudei, andatevene a casa, in Palestina.

Passarono cinquanta anni e mio padre tornò per un viaggio in Europa dove i muri gli urlavano addosso: ebrei, uscite dalla Palestina” (Una Storia di amore e di tenebra, Feltrinelli, 2004).

La cultura ebraica è il fondamento dell’universalismo razionalista, del diritto, e dello stesso internazionalismo operaio.

 Quando il nazionalismo europeo, soprattutto tedesco e polacco, ma anche francese e italiano, si scatenò contro quel corpo estraneo che era la cultura universalista e internazionalista degli ebrei, molti ebrei europei dovettero fuggire dall’Europa per riparare in Palestina, negli anni in cui il sogno sionista sembrava potersi realizzare in condizioni pacifiche.

Tra questi anche, i genitori dello scrittore.

“Ovviamente sapevamo quanto fosse dura la vita in Israele: sapevamo che faceva molto caldo, che c’erano il deserto e le paludi, la disoccupazione e gli arabi poveri nei villaggi, ma vedevamo sulla grande mappa appesa in classe che gli arabi in terra d’Israele non erano molti, forse in tutto mezzo milione a quell’epoca, sicuramente meno di un milione, e c’era la certezza che ci fosse spazio a sufficienza per qualche milione di ebrei, che probabilmente gli arabi sarebbero stati incitati contro di noi come il popolino in Polonia, ma si sarebbe potuto spiegare loro che da noi avrebbero tratto solo vantaggi, economici, sanitari, culturali e quant’altro.

 Pensavamo che entro breve tempo qualche anno appena gli ebrei sarebbero stati la maggioranza in Israele – e allora avremmo dimostrato a tutto il mondo come ci si comporta in modo esemplare con una minoranza.

 Così avremmo fatto noi con gli arabi:

noi, che eravamo sempre stati una minoranza oppressa, avremmo trattato la nostra minoranza araba con onestà e giustizia, con generosità e avremmo costruito insieme la patria, diviso con loro tutto, non li avremmo mai assolutamente mai fatti diventare dei gatti. Che bel sogno” .

Era il sogno di un’epoca in cui esisteva una coscienza solidale, egualitaria, e internazionalista.

Ma la costruzione dello stato di Israele contraddice completamente quell’aspirazione, come “Hanna Arendt” comprese fin dalla fine degli anni Quaranta quando disse che il progetto di creazione di uno stato sionista era “un colpo mortale per quei gruppi ebraici di Palestina che hanno instancabilmente sostenuto la necessità di un’intesa tra arabi ed ebrei”.

Dopo l’Olocausto, dopo avere ucciso sei milioni di ebrei, i popoli europei parvero soddisfatti quando gli ebrei decisero di andarsene in un territorio controllato dagli inglesi.

“Ci si può forse consolare con il fatto che, seppure gli arabi non ci desiderano qui, i popoli d’Europa d’altro canto, non hanno la benché minima voglia di vederci tornare a popolare da capo l’Europa.

E il potere degli europei è comunque più forte di quello degli arabi, pertanto c’è qualche probabilità che comunque ci lascino qui, che costringano gli arabi a digerire quel che ‘Europa cerca di vomitare”.

 

Gli europei hanno vomitato fuori la comunità ebraica, dice “Amos Oz”, hanno prima sterminato poi espulso quella che pure era la comunità più profondamente europea, perché incarnava più compiutamente i valori dell’Illuminismo, del razionalismo, e del diritto, mentre in Europa prevaleva il nazionalismo.

Proprio perché gli ebrei non avevano un rapporto ancestrale con la terra europea, il loro europeismo era fondato sulla “Ragione e sul Diritto”, non sull’identità etnica.

Il sionismo è dunque stato il tradimento della vocazione universalista della cultura ebraica moderna.

Ma non solo: il sionismo è stato anche l’identificazione delle vittime con il carnefice nazista, il tentativo di affermare la nazione ebraica (ossimoro orribile) con gli stessi mezzi con cui la nazione germanica (ed europea) aveva sterminato la comunità non nazionale degli ebrei.

Questo groviglio è ora – io credo – giunto al punto di crisi finale. Può darsi che lo snodo che viene sia ancor più tragico di quello che abbiamo visto fino a questo momento.

Ma lo stato di Israele, strumento del dominio euro-americano sul Medio Oriente – e sul petrolio – è destinato a esplodere presto.

 

Aiuti italiani a Gaza: Tajani taglia tutto per evitare ogni tensione con Israele – Remo contro.

La Farnesina dell’aiuto con comodo e soprattutto sicuro per chi lo porta, a prescindere da un po’ di morti per fame in più o in meno.

Superati i 33mila morti ammazzati, stai a guardare al capello!

 Il governo taglia i fondi anche ai progetti già approvati mentre nella striscia si muore di fame.

«Aiuti inopportuni», la bestemmia.  Ong italiane indignate: «Il motivo è politico»

Sfacciatamente vigliacchi.

«Le operazioni di soccorso all’interno della Striscia sono pressoché impossibili e ad altissimo rischio.

Alla luce di quanto sopra, d’intesa con l’Unità di crisi, si rappresenta pertanto, allo stato attuale, l’inopportunità di operare».

 

Affari Esteri e solo affari loro.

Direttiva del Ministero Esteri e Cooperazione Internazionale con cui il governo italiano ha bloccato le linee di finanziamento ai progetti a Gaza delle Ong italiane.

Nel momento in cui la Striscia affronta una crisi umanitaria spaventosa e la sua popolazione ha bisogno di tutto, il ministro Antonio Tajani ha decretato «l’inopportunità di qualsiasi attività di cooperazione a Gaza». Per gli applausi, decidete voi.

 

Prima solo l’abbandono.

«Un passo che segue i mesi di incertezza in cui è stato lasciato l’ufficio di Gerusalemme dell’”Aics”, l’agenzia della cooperazione governativa, rimasto senza un indirizzo e di fatto ignorato dal governo Meloni impegnato ad evitare qualsiasi atto nei Territori palestinesi occupati che potesse risultare sgradito a Israele», denuncia Michele Giorgio sul Manifesto.

Non correre rischi o non irritare Netanyahu?

Il ministero degli Esteri indica tra i motivi della sua direttiva la situazione a Gaza descritta come «un’area bellica, al centro di una intensa operazione militare, con elevatissimi rischi per la sicurezza».

Ma a scoprire gli opportunismi politici, la decisione governativa di sospendere anche i progetti già approvati e finanziati da tempo. In linea perfetta col governo di Tel Aviv.

 

Ai richiami di Bibi, Antonio corre.

L’esecutivo di Benyamin Netanyahu ripete dal 7 ottobre che i progetti a favore dei palestinesi di Gaza sono un sostegno ad “Hamas” e, pertanto, vanno interrotti.

 «L’Italia non è l’unico paese ad aver fatto questo passo -precisa ancora Michele Giorgio-, ma non è passata inosservata la sua solerzia nel rispettare le intimazioni di Israele».

L’ “Unrwa” nemica.

Altro esempio, l’interruzione dei fondi per l’ “Unrwa”, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi.

«Roma ha sospeso la linea di finanziamento per l’emergenza e ci chiede di spostare ogni progetto in Cisgiordania, quindi di abbandonare Gaza. –la denuncia di diverse Ong operative in quei territori-. Inaccettabile.

 In questo momento la Striscia deve poter ricevere tutto l’aiuto possibile. La gente muore di fame».

 

No anche agli aiuti salvavita.

Varianti ai progetti verso solo aiuto d’emergenza grazie al personale palestinese a Gaza, «ma ci siamo trovati davanti un muro» la denuncia. «Eppure, a Roma sanno che alcune di queste attività proposte sono salvavita».

 Opportunismo politico senza ritegno, la versione meno diplomatica ma anche più veritiera su ciò che sta accadendo. Con qualcosa in più di un semplice sospetto che l’attuale il ministero degli Esteri «sia animato da considerazioni di natura politica e non di sicurezza per gli operatori umanitari italiani».

 

Ong, l’elenco dei ‘più cattivi.’

Tra le ong colpite direttamente ci sono sono Acs, Educaid, Cesvi, Cospe, Oxfam, WeWorld e Progetto Mondo.

 Il 15 aprile prossimo confronti al ministero, ma con molto poche speranze di redenzione umanitaria da parte del “vice Meloni” di turno.

«Bloccare i progetti di emergenza è una decisione tragica», denuncia Meri Calvelli, dell’Associazione di Cooperazione e Solidarietà in Palestina.

«In ogni caso, continueremo ad inviare a Gaza gli aiuti garantiti dalle donazioni provenienti dalla solidarietà popolare italiana».

La guerra su cui vogliono ingannare il mondo. Trucchi a bugie vantati – Eric Salerno.

Lo Stato ebraico elogia la massiccia presenza di reporter. Dove e chi decidono loro. Spingendo anche in maniera non sempre elegante a riportare la loro versione dei fatti. Solo la loro è meglio.

«Guerra e onestà sono due elementi che non sono mai stati concordanti; quasi sempre il netto contrario», la premessa di Eric Salerno.

Anche lui, come noi, sotto shock, a mettere assieme indignazione e ragionamento.

 

Guerra? Vendetta? Follia?

«Tre dei figli e tre nipoti del leader politico di “Hamas”, Ismail Haniyeh sono stati assassinati ieri con un ordigno israeliano mentre salivano su una vettura nel centro di Gaza City.

Guerra? Vendetta? Israele sostiene che erano tutti ‘diretti a compiere un atto terroristico».

Una specie, scusate il sarcasmo, di gita in famiglia».

 

Senza pudore, senza vergogna.

Parlare di giustizia e onestà in piena guerra serve a poco soprattutto dopo che sono stati uccisi più di trentatré mila palestinesi, in buona parte civili e bambini, da quando i militanti di Hamas e della Jihad islamica sei mesi fa attaccarono le pacifiche comunità ebraiche in Israele lungo il confine con la striscia di Gaza.

L’affermazione di fonti israeliane, che dopo la morte dei parenti di “Haniyeh”, ‘lui probabilmente’ non sarà più disponibile a negoziare lo scambio di ostaggi-prigionieri fa sorridere.

Sorrisi tragici e digrignar di denti.

Da giornalista avrei sorriso anche io se non fosse per il fatto che già ridevo dopo aver letto, appena prima, il comunicato della «Direzione nazionale della diplomazia pubblica» israeliana che ha presentato, con orgoglio «la sua attività sulla scena internazionale dopo sei mesi di guerra».

La ‘legittimità della politica israeliana sul campo di battaglia. «Fin dalle prime ore della guerra, il “Direttorato Nazionale della Diplomazia Pubblica”, presso l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna globale di diplomazia pubblica di portata senza precedenti – leggo e sottolineo – al fine di promuovere la legittimità della politica e degli sforzi israeliani sul campo di battaglia».

 

Memorie di lontane censure.

Non voglio fare paragoni, ma l’organizzazione – o quanto meno come viene presentata dalle autorità israeliane – fa venire in mente storie di cui leggevo da ragazzo soprattutto perché ai giornalisti, approdati a Tel Aviv, è stato concesso raccontare quello che vedevano in Israele e lungo il confine con Gaza ma non potevano osservare, se non a distanza,  ‘quello che succedeva nella striscia’, devastata da mesi di bombardamenti quasi costanti, se non accompagnati (e per poco tempo) dalle truppe israeliane.

 

Embedded ereditato da Israele.

Il termine embedded era diventato famoso ai tempi dell’assalto americano all’Iraq di Saddam Hussein. Un’altra guerra dove devastazione e “over kill “avevano raggiunto livelli incomprensibili. E dove il risultato finale della guerra al leader iracheno ha lasciato morti, feriti e una nazione a dir poco spezzettato e in disordine.

 

Le virtù informative israeliane.

«Tra le agenzie che partecipano al centro di comando – si legge nel comunicato israeliano – ci sono i servizi di sicurezza, l’IDF, la polizia israeliana e organismi governativi tra cui il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero per gli Affari della Diaspora, l’Agenzia pubblicitaria governativa e l’Ufficio stampa governativo».

Di seguito una sintesi dei servizi forniti alla comunità internazionale: «Fin dalle prime ore della guerra, il Direttorato Nazionale della Diplomazia Pubblica, presso l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna globale di diplomazia pubblica di portata senza precedenti al fine di promuovere la legittimità della politica e degli sforzi israeliani sul campo di battaglia».

‘L’Equilibrio della copertura’.

E ancora: «Attraverso il lavoro di portavoce e di diplomazia pubblica con i principali mezzi di stampa e radiotelevisivi di tutto il mondo, la Direzione nazionale della diplomazia pubblica ha contribuito ad avviare e promuovere centinaia di storie».

 Interessante questo passaggio: «Storie per rafforzare la narrativa israeliana, moderare i resoconti critici, rispondere agli eventi di cronaca e generare un’intensa attività favorire l’equilibrio nella copertura».

L’Inganno assoluto senza risparmio di forze.

«La copertura globale degli eventi della guerra – viene raccontato con orgoglio – è stata di una portata senza precedenti.

 Oltre 4.000 giornalisti da tutto il mondo sono venuti in Israele per seguire la guerra, trasformandola così nell’evento mediatico più seguito dalla fondazione dello Stato…

I giornalisti hanno partecipato a tour nel sud e nel nord, hanno visitato il sito del festival NOVA e hanno ricevuto briefing strategici e di zona da ufficiali dell’IDF, agenti di polizia, volontari ZAKA, capi di consiglio locale e testimoni del massacro…

Nell’ambito degli sforzi di diplomazia pubblica sulla scena internazionale, la “Direzione nazionale della diplomazia pubblica” – in collaborazione con il portavoce dell’IDF – ha lanciato il sito web “Massacro di Hamas del 7 ottobre” che ha mostrato al mondo alcuni dei crimini di Hamas contro l’umanità, con fotografie e videoclip…Il sito ha avuto 43 milioni di visite nei primi tre giorni».

 

Manipolatori vanitosi, esibiscono l’inganno.

Una assistenza quasi perfetta se non fosse per il fatto che molto del materiale giornalistico presentato ai giornalisti veniva scelto o preparato in modo da portare avanti una narrativa ben precisa che voleva giustificare la ferocia dell’azione militare israeliana – morti, feriti, Gaza trasformata in una terra praticamente inabitabile – come risposta al indubbiamente feroce attacco dei militanti palestinese.

Occultamento mal riuscito: troppi cadaveri e prepotenza attorno.

Lo sforzo dell’apparato propagandistico israeliano non è riuscito a trasformare la narrativa o a moderare le critiche che sono piombate, mai come prima, sul governo israeliano.

E ieri, un episodio minore, ha influito negativamente sugli sforzi dell’apparato propagandistico.

 La corrispondente di Tve (rete televisiva spagnola) in Israele, “Almudena Arisa,” ha dovuto interrompere il collegamento in diretta con il “Telegiornale 1” da Gerusalemme quando un uomo si è piazzato davanti alla telecamera e non le ha permesso di continuare la cronaca.

 

L’aggressività radicata e diffusa che ormai travolge il Paese.

«Non lasciano lavorare, mi dispiace molto. Dobbiamo interrompere», ha spiegato” Arisa” mentre un uomo vestito di nero, probabilmente un ebreo ortodosso, le faceva segno di spostarsi.

 «Non è la polizia, è un cittadino comune», ha precisato mentre era in collegamento e cercava di spiegargli – in inglese – che stava solo facendo il suo lavoro e chiedeva di lasciarla continuare».

L’ingresso in scena di altre persone ha messo fine al collegamento e “Tve” ha spiegato sul suo account “X”:

 «La pressione su Netanyahu aumenta e aumentano anche le difficoltà nell’informare da Gerusalemme, come è successo alla nostra corrispondente, interrotta da vari cittadini durante un collegamento in diretta».

 

“Lavender” e “Habsora”, gli ultimi mostri del “Laboratorio Palestina” – Giuseppe Masala.

 

«Il ruolo di Israele è fungere da modello».

Elliott Abrams.

Chi si occupa di Intelligenza Artificiale sa bene che l’utilizzo di questi strumenti in ambito bellico può portare a sbocchi drammatici che non appare azzardato definire da “romanzo distopico” dove tutta la riflessione umana, prima di teorizzazione filosofica del concetto di “crimine di guerra” e successivamente di applicazione pratica di questo concetto al campo giuridico, rischia di essere totalmente azzerata riportando l’uomo in dietro nel tempo alle epoche nelle quali lo sterminio di intere popolazioni era ritenuta una pratica bellica “accettabile”.

Questo tema, nonostante l’estrema importanza, è rimasto per anni relegato ai dibattiti tra gli specialisti del settore difesa e sicurezza, da un lato, e gli esperti di Intelligenza Artificiale dall’altro.

Con lo scoppio delle ostilità tra Hamas e Israele che ha portato all’invasione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, il tema dell’uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito bellico è però emerso in tutta la sua drammaticità a causa di un’inchiesta di “Local Call” e “+972”.

I giornalisti di queste due testate israeliane hanno scoperto che “Tsahal” nell’individuazione e nella selezione dei bersagli utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale (per la precisione Machine Learning  “non supervisionato”) che non è esagerato definire come una “catena di montaggio degli omicidi di massa”.

  Per la precisione, il dispositivo utilizzato consta di due diversi software di Intelligenza Artificiale, uno chiamato” Lavender e l’altro “Habsora”.

 I due software usati in maniera combinata hanno così generato una fabbrica omicidiaria in piena regola.

I due media israeliani hanno così illustrato il loro funzionamento: “Lavender” ha individuato una lista di 37000 potenziali miliziani di Hamas e di altre organizzazioni presenti nella striscia di Gaza grazie alle predizioni fatte su un modello stocastico e utilizzando una serie di dati che individuavano determinati parametri.

Una volta individuati i bersagli grazie a “Lavender”, l’altro programma di intelligenza artificiale, “Habsora”, ha individuato i luoghi dove i miliziani probabilmente si trovavano questo sempre grazie all’analisi degli spostamenti degli individui identificati come bersagli, degli orari in cui avvenivano tali spostamenti ecc.

tutto questo, ovviamente, grazie al solito modello matematico che calcola la probabilità dell’evento.

Come è facilmente intuibile, siamo di fronte ad una vera e propria catena di montaggio dell’omicidio e della strage che più che intelligenza artificiale può essere chiamato Carnefice Artificiale, il quale prima che di vite si ciba di dati: quelli necessari per il calcolo della probabilità.

Dati che sono estrapolati dall’enorme e distopico sistema di sorveglianza israeliano che scandaglia la vita dei 2,3 milioni di palestinesi che vivono a Gaza:

Informazioni visive, informazioni cellulari, connessioni ai social media, informazioni sul campo, contatti telefonici, foto, email, contatti, interessi, tutto è utile a” Lavender” per emettere la sua sentenza di colpevolezza (ovvero di appartenenza ad una organizzazione paramilitare palestinese) che poi sempre grazie ai dati sugli spostamenti “dati in pasto” ad “Habsora” si trasformeranno in una sentenza di morte.

Da dove si origina questo enorme apparato di controllo che è letteralmente la miniera di dati che alimentano il “Boia Artificiale Bifronte” (i software “Lavender” e “Habsora”) ce lo spiega un bel saggio scritto da “Antony Loewenstein, “Laboratorio Palestina – Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo” e appena pubblicato.

 

Si tratta di un’opera davvero pregevole perché dà al lettore una precisa e puntuale disamina di come sia nata l’enorme macchina del controllo israeliana che opprime in maniera asfissiante i palestinesi e che è fatta di “software trojan” che spiano internet, i telefoni e qualsiasi tipo di database;

di videocamere e di droni che controllano gli spostamenti delle persone e di software di Intelligenza Artificiale che analizzano i dati emettendo prima sentenze di condanna a morte e poi effettuando le esecuzioni per mano di quello che è – di fatto – un boia meccanizzato e integrato.

 

Ma questa opera non è solo inchiesta giornalistica – pur pregevole e senza sconti – è anche il tentativo dell’autore di dare un senso a tutto questo.

Non basta spiegare i pur interessanti risvolti economici della costruzione stratificata di un enorme macchina tecnologica che prima è stata macchina di controllo e che, ora, è addirittura macchina di morte, con il fatto che le vendite di armamenti israeliani, nel 2021, hanno fatto registrare il valore più alto di sempre, raggiungendo l’iperbolica cifra di 11,3 miliardi di dollari; armi che – va detto – raggiungono quasi sempre l’Europa che è di gran lunga il cliente principale di Tel Aviv.

Ciò che è veramente importante in questo saggio, è che traspare un’analisi politica che prova a dare un senso a tutto questo anche con la coniazione di un neologismo secondo me molto efficace:

il netanyahuismo ovvero una visione della politica spiegata nell’opera dalla citazione delle parole dello scrittore ebreo “Peter Beinart,”

 «il futuro non apparteneva al liberalismo come lo intendeva Obama – tolleranza, pari diritti e Stato di diritto –, ma al capitalismo autoritario: governi che combinavano un nazionalismo aggressivo e spesso razzista con la potenza economica e tecnologica.

 I leader vincenti del futuro, lasciava intendere Netanyahu, non avrebbero assomigliato a Obama ma a lui».

Magari certo, la visione di “Beinart” è un po’ manichea e troppo “santificatrice” di Obama, ma è certamente vero che un simile capillare strumento di controllo costruito negli anni e soprattutto la sua esportazione all’estero (magari “a pezzi” per non dare nell’occhio) può essere giustificato solo con la volontà politica di passare ad un governo della polis, non più liberale ma secondo l’egida del  “netanyahuismo” e del “capitalismo dispotico”.

 

L’ordine regna a Berlino – Giorgio Ferrari.

Con questo titolo, poco più di cento anni fa, “Rosa Luxemburg” firmava il suo ultimo articolo uscito sul giornale “Die rote fané” (La bandiera rossa) il giorno prima di essere uccisa.

L’articolo stigmatizzava il “successo” riportato dalla soldatesca governativa che aveva massacrato gli spartachisti del “Vorwarts” (Avanti), il giornale che si era battuto fino all’ultimo contro il capitalismo e la guerra.

Era il tempo della repubblica di Weimar guidata dai socialdemocratici, tra cui spiccavano i nomi di “Ebert” e “Noske”, gli stessi che nel 1914 avevano votato i crediti di guerra, trascinando il paese nella più nera miseria che la Germania avesse conosciuto.

Rosa Luxemburg era ebrea (Un’ ebrea polacca che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi, come ricorda Brecht) e denunciava la politica di quei socialisti che avevano sposato l’”idea di Wilson” (il presidente dei miliardari) e della nascente “Società delle nazioni” che, in nome di un falso disarmo, chiamava il proletariato mondiale a farsi carico dei costi della pace borghese, dopo aver pagato quelli della guerra imperialista.

 

“L’idea della lotta di classe -scriveva nel 1918 – capitola qui davanti all’idea nazionalistica, che lei raffigurava come una pletora di nazioni e piccole nazioni che accampavano diritti per costituirsi in stati: “Cadaveri rammodernati escono da sepolcri centenari, infusi di nuovo impulso primaverile, e popoli privi di storia che non avevano prima d’ora costituito organizzazioni statali autonome, provano una violenta inclinazione alla formazione di stati. Polacchi, ucraini, russi bianchi, lituani, cechi, jugoslavi…mentre i sionisti fondano già il loro ghetto palestinese, provvisoriamente a Philadelphia.”

Spicca, in questa feroce critica del nazionalismo, l’accenno al ghetto palestinese che il sionismo andava preparando, quasi una epifania di ciò che l’Europa -una volta sconfitte le aspirazioni del proletariato – avrebbe partorito (fascismo e nazismo) per poi, ipocritamente, consentire alla realizzazione del “sogno” sionista:

la creazione di Israele, forma estrema di nazionalismo che, duecento anni dopo lo sterminio delle popolazioni indigene dei nuovi mondi (Stati Uniti, Canada, Australia), ne ha ripropostole le stesse pratiche criminali, tipiche del colonialismo di insediamento.

Nonostante ciò, nonostante le accuse di genocidio, molti stati europei -primi fra tutti quelli che a suo tempo non fecero nulla per fermare il nazismo – oggi proteggono Israele con ogni mezzo, dall’invio di armi alla interdizione e/o persecuzione delle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese.

La Germania, oltre ad essere il primo fornitore europeo di armi ad Israele, è lo stato che più si distingue nel reprimere ogni forma di critica verso Israele:

 vietate le manifestazioni pro Palestina, vietati gli slogan che ne chiedono la libertà, vietato indossare la “kefiah” e chi disobbedisce è schedato, perquisito o arrestato.

Lo scorso 12 aprile si doveva svolgere a Berlino una conferenza sulla Palestina, con relatori palestinesi, ebrei e altri di varia formazione politica.

Al medico palestinese che aveva operato a Gaza, “Ghassan Abu-Sittah “è stato negato l’ingresso in Germania:

posto in stato di fermo al suo arrivo all’aeroporto di Berlino, è stato deportato nel Regno Unito.

 L’intervento pre-registrato dell’autore palestinese “Salman Abu Sitta” è stato interrotto dai poliziotti che, entrati in sala a decine, si sono messi fisicamente davanti allo schermo per impedirne la visione.

 La polizia voleva impedire anche la diretta streaming dell’evento, adducendo la scusa che non si poteva escludere che un oratore potesse pronunciare frasi di incitamento contro Israele.

Di fronte alla resistenza degli organizzatori, la polizia ha staccato la corrente alla sala della conferenza per poi decidere di annullarla del tutto, dopo di che ha ordinato ai presenti di abbandonare la sala e vietando loro di riproporre in altri luoghi l’evento.

 

“La stampa”, che nei giorni precedenti aveva definito la conferenza “Un congresso degli odiatori di Israele” dove si sarebbe fatta apologia di terrorismo, ha plaudito all’iniziativa della polizia che non ha mancato di schedare parecchi degli organizzatoti (oltre a quelli già perquisiti precedentemente).

 

La ministra dell’interno” Nancy Faeser” (SPD) ha espresso la sua soddisfazione per l’annullamento della conferenza, giudicando positivamente la dura repressione della polizia contro la “cosiddetta conferenza sulla Palestina”.

“Faeser” non somiglia a “Noske”, così come “Scholz” non somiglia a “Ebert”, ma è un fatto che un secolo dopo l’articolo di “Rosa Luxemburg”, con i socialdemocratici al governo (oggi coadiuvati dai verdi), l’ordine torna a regnare a Berlino nei modi più spregevoli che, dopo un secolo di orrori, distruzioni e ingiustizie, la civilissima Europa avrebbe dovuto bandire per sempre.

Restano le parole con cui Rosa Luxemburg conclude il suo articolo, tanto grandi da incutere soggezione e nello stesso tempo coraggio per una causa che se non è, qui e ora, quella della rivoluzione è pur sempre un atto di solidarietà verso un popolo oppresso, un moto di resistenza alla sopraffazione e all’ingiustizia a cui non ci si può sottrarre.

“L’ordine regna a Berlino! Stupidi sbirri! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. La rivoluzione già da domani di nuovo si rizzerà in alto con fracasso e a vostro terrore annuncerà con clangore di trombe: io ero, io sono, io sarò.”

 

Una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime”.

Mi racconti questa teoria, disse” Pereira”.

Ebbene, disse il “dottor Cardoso”, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor” Ribot” e il dottor “Janet” vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il “controllo di un “io” egemone”.

 

 

 

 

Il Momento Esatto in cui si è

Deciso il Suicidio di Ucraina e Europa.

 

Conoscenzealconfine.it – (24 Aprile 2024) – Redazione- Andrea Zhok – ci dice:

Il 16 aprile, l’autorevolissima rivista di provata fede atlantista “Foreign Affairs” ha pubblicato un articolo che mette la parola fine a tutte le chiacchiere intorno alle intenzioni di “Putin” di invadere l’Europa, di arrivare a Lisbona, di abbeverare i cavalli nelle acquasantiere di San Pietro, e con ciò anche alla relativa reazione bellicista da parte europea.

L’articolo è a firma di un docente dell’“Henry A. Kissinger Center for Global Affairs” della” Johns Hopkins School of Advanced International Studies”, e di un associato del “think tank RAND,” ex “Senior Fellow “per la Russia e l’Eurasia all’ “International Institute for Strategic Studies”.

Praticamente la crema dei falchi atlantisti.

Nell’articolo si ricostruisce, con documentazione, lo sviluppo di una trattativa tra “Putin” e “Zelensky” (tra le rispettive delegazioni) dal 28 febbraio 2022 (neanche una settimana dopo l’invasione russa!) fino alla fine di aprile.

 La trattativa ha avuto luogo in parte in Bielorussia e in parte in Turchia.

 

Di questa trattativa era già stata fatta menzione più volte, tra l’altro anche dallo stesso” Putin” che ne aveva mostrata una bozza ai leader delle nazioni africane e dall’ex primo ministro israeliano “Bennett”. Ovviamente le prodi difese anti-disinformazione del giornalismo nostrano non avevano mancato, con la loro aria saputella da mantenuti, di ridicolizzare queste notizie come “fake news”.

 

Tra il 29 marzo e il 15 aprile si era pervenuti ad un accordo di massima, che prevedeva per l’Ucraina di rimanere uno Stato permanentemente neutrale e non nucleare, di rinunciare all’adesione alla “Nato” e in generale ad alleanze militari, di non consentire l’insediamento di basi militari o truppe straniere sul proprio territorio.

 La questione della Crimea era menzionata proponendo una risoluzione pacifica del contenzioso nei successivi 15 anni.

La Russia accettava l’adesione dell’Ucraina all’UE.

 

Per il Donbass si ristabiliva la validità degli accordi di Minsk, con il riconoscimento di un’ampia autonomia alle regioni russofone, all’interno dello stato ucraino.

Gli accordi naufragano però bruscamente nella seconda metà di aprile, quando la firma della bozza sembrava dietro l’angolo.

 L’accoglienza americana ai negoziati era stata scettica dall’inizio, ma la svolta avviene dopo la visita di “Boris Johnson”, allora premier britannico in carica, che si fa latore del messaggio di “Combattere la Russia fino all’ottenimento della vittoria”.

Le trattative si interrompono subito dopo.

Che a questa svolta abbiano contribuito il cosiddetto “massacro di Bucha” o il ritiro delle truppe russe dalla direttrice di Kiev, preso come un segno di debolezza, è oggetto di congetture.

È a questo punto che in Occidente si preme unilateralmente sull’acceleratore della fornitura di armamenti, respingendo ogni ipotesi di accordo.

Ed è evidente a tutti che senza la piena copertura occidentale Zelensky non avrebbe mai rinunciato alle trattative.

Eventi che segnano una svolta senza ritorno, come la distruzione del North Stream 2, erano ancora di là da venire (26 settembre 2022).

Quando le trattative prendono l’avvio i morti sul campo di battaglia erano ancora un numero estremamente esiguo, non c’erano state ancora mattanze come quella di “Mariupol” (maggio 2022).

Ciò che questo resoconto sancisce in maniera definitiva è la catena delle responsabilità di una catastrofe annunciata.

L’Ucraina è oggi un cumulo di macerie, con una popolazione ridotta del 40% dall’indipendenza nel 1991.

 L’Europa è in piena fase di deindustrializzazione, con la “locomotiva” tedesca ferma, le industrie che si trasferiscono negli USA per rimanere competitive con i costi dell’energia, e l’intero apparato produttivo europeo vincolato alle forniture americane.

I pochi denari rimasti in circolazione in Europa stanno per essere cooptati in una nuova corsa agli armamenti che brucerà le ultime risorse nello sterile falò di una guerra (attuale o potenziale).

E tutto questo è stato deciso da Washington e le sue succursali, con il collaborazionismo della peggiore classe dirigente della storia europea, e con il supporto entusiastico dei nostri media a gettone, che dal primo giorno hanno tifato senza pudore per la guerra, e continuano a farlo.

Se c’è un inferno, chi lo presiede dovrà promuovere presto un “piano di edilizia straordinaria”.

Andrea ZhoK - (Facebook del 19 aprile 2024).

(lantidiplomatico.it/dettnews- andrea_zhok__il_momento_esatto_in_cui_si__deciso_il_suicidio_di_ucraina_e_europa/39602_54225/).

 

L'incontro a Roma. «Troppe guerre nel

mondo, è l'ora della diplomazia».

Avvenire.it - Dorella Cianci -  (9 aprile 2024) – ci dice:

 

Confronto tra ambasciatori nella sede dell'Istituto Luigi Sturzo: al centro la politica estera, le crisi geopolitiche. Ecco le possibili soluzioni.

Un momento del confronto.

  “Pace e diplomazia. Il ruolo della diplomazia in tempi di guerra” è il titolo dell'incontro che si è svolto martedì pomeriggio a Roma, nella sede dell'Istituto Luigi Sturzo e che è stato introdotto da “Nicola Antonetti”, presidente dell'“Istituto Luigi Sturzo”.

 

Moderato da “Loredana Teodorescu”, a capo della Rete delle mediatrici del Mediterraneo.

Al convegno hanno partecipato autorevoli ambasciatori italiani, preceduti dal prezioso intervento di “don Bruno Bignami”, direttore dell’ “Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei”, il quale, da teologo, ha voluto sottolineare come il tema della guerra intersechi due piani, quello geopolitico e quello etico.

«Quali sono oggi le vie di pace che ancora non conosciamo? Quali sono gli interrogativi morali, che si ripresentano in questo rinnovato tempo di guerra?», ha detto don Bruno, e, sulla base delle sollecitazioni preliminari di Antonetti, ha aggiunto:

«È importante iniziare questa riflessione sulla guerra, la pace e la diplomazia avendo in mente innanzitutto il magistero di papa Francesco e quanto scritto nella Fratelli tutti, sulla base dell’enciclica di Giovanni XXIII, ma anche degli interventi all’Onu di Paolo VI e Benedetto XVI.

Che cosa ci ricorda oggi Bergoglio, se non il fatto che la fede cristiana ha completamente ripudiato l’idea di una guerra santa e giusta, che, un tempo, si ritrovava nei testi dei Padri della Chiesa come Agostino e Tommaso?

Nella società attuale e nel magistero della Chiesa Cattolica, oggi, si ricorda che la guerra parte dalla logica binaria io/tu, giusto/sbagliato, vincitore/vinto;

invece la pace – che non sta in piedi sulla deterrenza – mette al centro la logica ternaria dell’io/tu e l’altro, partendo dal tramonto del concetto hobbesiano della scienza politica».

 

“Don Bruno Bignami” ha precisato che la guerra e il relativo sistema binario semplificano una realtà che, al contrario, è complessa e creativa, concludendo con queste parole:

«Non ci si deve preparare alla guerra, come oggi dicono molti capi di Stato rifacendosi al motto latino, così come fa anche il patriarca russo Kirill, ma occorre prepararsi alla creatività della pace, poiché, come ha scritto papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, la pace è laboriosa e artigianale».

 

A questo intervento è seguito quello dell’ambasciatore “Guido Lenzi”

, che ha ricoperto incarichi di primo livello anche alle Nazioni Unite e all'Osce.

«È importante rendersi conto – ha detto Lenzi – che un diplomatico saggio dovrebbe saper individuare le intenzioni, chiamando i vari interlocutori e mettendo in atto un duplice movimento, tanto verso l’esterno, quanto verso l’interno, cioè verso il proprio Governo di appartenenza, tentando di persuaderlo ad azioni diplomatiche. Inoltre, ad oggi, la diplomazia non deve più essere interpretata in maniera contrattuale, come fa ancora Biden in Medio Oriente, ma dovrebbe seguire un modello multilaterale e normativo, individuando regole condivise, anche se non comuni».

Alla sua voce si è aggiunto il discorso di “Maurizio Melani”, professore straordinario di “Relazioni Internazionali” e già ambasciatore in Etiopia, oltre che “Direttore Generale per l’Africa dal 1999 al 2001”, esperto di questioni migratorie e di Medio Oriente.

 «Come si ripristina la pace?», ha esordito Melani, aggiungendo: «È tramontato il concetto di guerra giusta sia da un punto di vista della Chiesa, quanto da un punto di vista laico, infatti è proprio la Costituzione italiana a ripudiare la guerra.

Detto questo, però, occorre anche chiedersi quale può essere una pace giusta, che si basi sulla logica, sempre ternaria, della diplomazia, che punta a un disarmo globale bilanciato e raggiunto attraverso un dialogo, che, al momento, è molto carente».

Ha altresì precisato che ai tempi della Guerra Fredda il concetto di deterrenza è stato esercitato anche attraverso le funzioni del dialogo diplomatico, per cui, a maggior ragione, in tempi di multi-centrismo, è ancora più urgente l’azione della diplomazia.

L’altra relazione è stata affidata a “Laura Mirachian”, già ambasciatrice in Siria ed esperta della questione balcanica.

«È utile ricordare come la diplomazia richieda anche una buona dose di empatia con gli altri e una profonda consapevolezza di come la ricerca della pace non coincida con il pacifismo, nonostante questo discorso piaccia a pochi - ha detto Mirachian -.

Occorre anche la consapevolezza che la ricerca della pace è una costruzione spesso basata anche sulla deterrenza, oltre che sul dialogo diplomatico.

È bene anche prendere consapevolezza che oggi viviamo un’epoca tormentata e difficile, dove occorrono regole rinnovate, così come proposto anche da Guterres, il quale sta progettando il cosiddetto Vertice per il futuro, a New York.

Il Segretario Guterres, infatti, studiando anche una certa genesi del fenomeno bellico, che oggi include anche la molteplicità dei cosiddetti “non state actors”, ha precisato come la guerra abbia sempre fatto parte della natura predatoria dell’uomo ed è da collegare, in particolare, ai fenomeni di ingiustizia sociale, di disuguaglianze come fonti primarie di conflittualità.

 Come si può pretendere che una parte di mondo non reagisca, quando è costretta a subire le decisioni di pochi Stati ricchi?

È importante allora stilare una nuova agenda della pace, proprio come sottolinea di continuo l’ONU».

L’ambasciatrice, poi, facendo riferimento all’attualità, ha anche voluto evidenziare come la prima vera crisi nel cuore dell’Europa non è stato il conflitto in Ucraina, ma quanto accaduto nei Balcani.

Ha anche dichiarato che, in un caso e nell’altro, l’Europa si è dimostrata terribilmente assente e inefficace.

Il convegno è continuato con due interventi finali, quello dell’ambasciatore “Ferdinando Nelli Feroci”, che presiede anche l’ “Istituto per gli Affari internazionali” e quello dell’ambasciatore “Riccardo Sessa”, presidente della “Società italiana per l’Organizzazione internazionale”.

 In prima battuta,” Nelli Feroci” ha fatto alcuni riferimenti alla questione ucraina, evidenziando come ci sono, in quel conflitto, elementi diplomatici che hanno funzionato e altri che si sono rivelati decisamente carenti.

Fra le principali carenze, ha ricordato quella più presa in considerazione da molti esperti del tema (ma non da lui), secondo cui l’Occidente non ha saputo interpretare, in maniera proficua, che cosa stesse preparando la Russia.

 L’ambasciatore ha, però, aggiunto:

«Verrà un tempo di accordi, quando il conflitto sarà terminato, un tempo in cui la diplomazia sarà centrale per garantire i nuovi assetti territoriali, per assicurare una funzione di garanzia e di ricostruzione».

L’intervento finale è stato affidato all’ambasciatore” Sessa”, che ha esordito dicendo:

«Oggi è sempre tempo di diplomazia, visti i tanti conflitti in corso nel mondo! Va anche rilevato, però, che al momento si registra una grave carenza di leadership e di governance, che aumentano le carenze della politica estera e non dei diplomatici».

 Nel suo intervento ha poi dichiarato come, ad oggi, il multilateralismo ha fallito, così come sono cadute alcune illusioni nate dopo il crollo del muro di Berlino.

Ha concluso:

 «La politica mondiale, così come i diplomatici, devono rendersi conto, sempre più, del ruolo rilevante dei “Brics” e di come il “G7”, in questo tempo, conti sempre meno a livello geopolitico».

 

 

 

 

La “follia climatica”

in trono.

Unz.com - HANS VOGEL – (29 LUGLIO 2023) – ci dice:

 

In altre parole, i bollettini meteorologici, un tempo l'unico elemento dei media di cui ci si poteva fidare, sono fuorvianti e mendaci come tutto il resto delle notizie.

Ci viene detto che il clima sta cambiando ed è tutta colpa nostra.

Quindi dobbiamo fidarci delle autorità e fare esattamente quello che ci viene detto.

Altrimenti, moriremo di una morte orribile!

Pertanto, d'ora in poi, niente più barbecue.

 In inverno, dobbiamo indossare un maglione più a casa, perché la temperatura normale dell'ambiente richiederebbe un riscaldamento eccessivo, che contribuisce solo ulteriormente al riscaldamento globale!

Inoltre, dovremo smettere di mangiare carne e iniziare invece a consumare insetti.

"Che mangino insetti", è ciò che hanno deciso i nostri nobili leader nei loro lussuosi palazzi.

Solo se passassimo a mangiare grilli e vermi da pasto potremmo essere in grado di impedire che il nostro pianeta diventi ancora più caldo.

 I nostri governanti ci assicurano che "la maggior parte degli scienziati" concorda sul fatto che l'attività umana fa sì che il pianeta diventi sempre più caldo.

In un certo senso questo è un pensiero rassicurante, perché a quanto pare la scienza è quindi democratica.

Quando "la maggior parte degli scienziati" crede in qualcosa, deve essere vero, perché dopo tutto sono scienziati!

Ma poiché sono umani, possono anche sbagliarsi.

Quindi forse, dopo tutto, il cambiamento climatico di origine antropica non è un problema!

 

Non molto tempo fa, i nostri governi ci hanno assicurato che esisteva una malattia mortale là fuori e che l'unica cosa che potevamo fare per essere sicuri era fare un vaccino anti-covid.

 Ora sta diventando sempre più noto che alcuni di questi colpi facevano più male che bene.

 Il "vaccino" Moderna sta causando problemi cardiaci a un ricevente su trentacinque.

La vaccinazione Pfizer, mai adeguatamente testata, ha oltre 1.200 effetti collaterali che vanno dal grave al gravissimo (compresa la morte!).

Siamo stati portati a credere che, una volta vaccinati, non avremmo potuto diffondere la temuta malattia (ma potevamo) e quando siamo stati colpiti dal covid, ci è stato detto che gli effetti erano "meno gravi". Le cose sarebbero sicuramente andate "molto peggio" se così tanti di noi non avessero fatto quelle iniezioni.

Nella narrazione del riscaldamento globale, i governi stanno ora usando gli stessi argomenti e trucchi che hanno usato per intimidire i cittadini e sottometterli durante la "pandemia".

Tuttavia, come con un coltello da cucina, è necessario affilarlo per continuare a usarlo.

È piuttosto dubbio che i trucchi funzioneranno con la stessa efficacia che durante il “Great Covid Show”.

Anche un mago ha bisogno di adattare di tanto in tanto i suoi trucchi. I governi, d'altro canto, sembrano essere diventati così fiduciosi e sicuri di sé da pensare di poter realizzare qualsiasi cosa.

È un bene che si dimentichino la regola numero uno in ogni gara e resa dei conti, ovvero non sottovalutare mai il proprio avversario.

Nel frattempo, in Europa, il collasso degli Stati, come auspicato dagli Stati Uniti e dai loro strumenti come il WEF, sembra procedere secondo i piani.

La Francia è ancora stordita dagli effetti dell'ondata di violenza che l'ha colpita all'inizio dell'estate.

Nelle città e nei villaggi di tutta la Germania, cittadini arrabbiati e impauriti organizzano manifestazioni di cui i media non parlano;

I resort e le piscine sul lago, un tempo tranquillo e piacevole, si sono trasformati in focolai di conflitti interrazziali a causa del comportamento inaccettabile di bande di stranieri a cui non sarebbe mai stato permesso di entrare nel paese.

Viaggiare in treno in molti paesi europei è diventato pericoloso per i veri nativi europei, in particolare per le donne.

Molte stazioni ferroviarie, soprattutto nelle città più grandi, sono zone di pericolo.

Il 7 luglio, il primo ministro olandese Mark Rutte, alleviando il voto di sfiducia in programma in parlamento, ha annunciato il suo completo ritiro dalla politica.

 Uno dei suoi partner di coalizione aveva indicato di essere disposto a lasciare il governo.

Da quel momento in poi è dimissionario e, paradossalmente, in una posizione che gli permette di governare come un dittatore.

 Dopotutto, qualcuno deve occuparsi degli affari quotidiani e governare il paese e Rutte non può più essere destituito con una votazione.

Una delle cose che deciderà, senza bisogno dell'approvazione parlamentare, sarà un decreto che permetterà ai bambini da uno a dodici anni di optare per l'eutanasia.

A novembre sono previste nuove elezioni e, dato che di solito ci vuole circa un anno per costruire un nuovo governo di coalizione, Rutte si è concesso un prolungamento di carriera di oltre un anno.

 Abbastanza sorprendentemente, con una mossa senza precedenti, anche venti dei 150 parlamentari hanno annunciato il loro ritiro dalla politica.

 Includono diversi importanti leader di partito, nonché alcuni politici altamente visibili e attivi.

 Perché questa ritirata improvvisa e massiccia? Cosa sanno che il pubblico votante non sa?

Come in molti altri stati "democratici" dell'Occidente, il dibattito parlamentare è diventato piuttosto privo di significato.

Con la rigida applicazione della disciplina di partito, una volta che un governo è al potere, non c'è nulla che possa spodestarlo, tanto meno un dibattito in parlamento.

 I ministri del governo che si rifiutano di rispondere alle domande in parlamento, infrangendo leggi e regolamenti, possono semplicemente farlo e non doverne mai affrontare le conseguenze.

 Questa è diventata una pratica comune in tutta l'UE.

 In altre parole, l'illegalità regna sovrana.

Perché allora i politici dovrebbero rinunciare volontariamente all'accesso alle pentole e ai barili di maiale?

Sembrerebbe che stiano per verificarsi alcuni profondi cambiamenti sistemici.

 Dovremmo guardare a Bruxelles?

Gli apparatcik non eletti dell'Urss in quella città maledetta gestiscono una dittatura centralizzata.

La maggior parte degli europei non ha ancora capito che la sovranità nazionale ha cessato di esistere da tempo in tutti gli Stati membri dell'UE e che i loro parlamenti sono tutti falsi.

L'UE non è altro che il ramo politico della NATO, e la NATO è per gli Stati Uniti ciò che la Lega Attica è stata per Atene:

un meccanismo di controllo imperiale travestito da alleanza volontaria.

Il palcoscenico politico nei Paesi Bassi si sta ora preparando per l'apparizione stellare di Frans Timmermans, il corpulento "commissario per l'azione per il clima" dell'UE di origine olandese, il pazzo climatico in capo.

Quest'uomo si candiderà per un seggio nel parlamento olandese come leader del nuovo Partito Socialdemocratico-Verde.

Inutile dire che “Timmermans” non prenderebbe nemmeno in considerazione questa mossa se non fosse sicuro di vincere e diventare il nuovo Primo Ministro.

Presto, anche altri Stati membri dell'UE avranno governi guidati da ex commissari dell'UE.

 

Se tutto andrà secondo i piani, significherà che la conversione dell'UE in una copia della vecchia URSS è stata completata.

Tuttavia, mentre la leadership dell'URSS aveva più o meno a cuore gli interessi dei suoi cittadini (l'istruzione e l'assistenza sanitaria erano gratuite e di buona qualità), l'EuSSR è un inferno distopico, gestito da psicopatici che pensano di essere dio.

Hanno intenzionalmente distrutto l'istruzione e la salute pubblica.

Come l'URSS è crollata sotto il suo stesso peso, così farà l'EuSSR.

Speriamo che questo avvenga il prima possibile.

 

 

 

 

Più di 1.600 scienziati firmano

la dichiarazione “No all’emergenza climatica”

Sabinopaciolla.com - Sabino Paciolla – (Agosto 31st, 2023) – ci dice:

 

Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da “Naveen Athrappully” e pubblicato su “The Epoch Times”.

 

Scienziati internazionali hanno firmato congiuntamente una dichiarazione che respinge l’esistenza di una crisi climatica e insiste sul fatto che l’anidride carbonica (Co2) è benefica per la Terra, contrariamente alla narrativa allarmistica popolare.

“Non c’è alcuna emergenza climatica”, ha dichiarato il “Global Climate Intelligence Group” (CLINTEL) nella sua “Dichiarazione mondiale sul clima” (pdf), resa pubblica in agosto.

“La scienza del clima dovrebbe essere meno politica, mentre le politiche climatiche dovrebbero essere più scientifiche.

Gli scienziati dovrebbero affrontare apertamente le incertezze e le esagerazioni nelle loro previsioni sul riscaldamento globale, mentre i politici dovrebbero contare spassionatamente i costi reali e i benefici immaginati delle loro misure politiche”.

La dichiarazione è stata firmata da 1.609 scienziati e professionisti di tutto il mondo, di cui 321 dagli Stati Uniti.

La coalizione ha sottolineato che il clima della Terra è variato da quando esiste, con il pianeta che ha sperimentato diverse fasi fredde e calde.

 La Piccola Era Glaciale si è conclusa solo di recente, nel 1850.

“Pertanto, non è una sorpresa che ora stiamo vivendo un periodo di riscaldamento”, si legge nella dichiarazione.

Il riscaldamento sta avvenendo “molto più lentamente” di quanto previsto dal “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico”.

“I modelli climatici hanno molte lacune e non sono neanche lontanamente plausibili come strumenti politici”, ha dichiarato la coalizione, aggiungendo che questi modelli “esagerano l’effetto dei gas serra” e “ignorano il fatto che arricchire l’atmosfera di CO2 è benefico”.

Per esempio, anche se gli allarmisti climatici definiscono la “CO2 dannosa per l’ambiente”, la coalizione ha sottolineato che il gas “non è un inquinante”.

L’anidride carbonica è “essenziale” per tutta la vita sulla terra ed è “favorevole” per la natura.

 L’aumento di “CO2” provoca la crescita della biomassa vegetale globale e aumenta la resa delle colture in tutto il mondo.

 

”CLINTEL” ha anche respinto la narrativa secondo cui il riscaldamento globale sarebbe legato all’aumento di disastri naturali come uragani, inondazioni e siccità, sottolineando che non esiste “alcuna prova statistica” a sostegno di queste affermazioni.

 

“Non c’è alcuna emergenza climatica. Pertanto, non c’è motivo di panico e di allarme. Ci opponiamo fermamente alla dannosa e irrealistica politica di azzeramento delle emissioni di “CO2” proposta per il 2050. Puntate sull’adattamento invece che sulla mitigazione; l’adattamento funziona qualunque siano le cause”, si legge.

 

“Credere ai risultati di un modello climatico significa credere a ciò che i creatori del modello hanno inserito. È proprio questo il problema dell’attuale discussione sul clima, in cui i modelli climatici sono centrali. La scienza del clima è degenerata in una discussione basata su convinzioni, non su una sana scienza autocritica. Non dovremmo liberarci dall’ingenua fiducia nei modelli climatici immaturi?”.

 

 Modelli climatici e riflessione della luce solare.

Tra i firmatari del “CLINTEL” ci sono due premi Nobel, il fisico statunitense “John Francis Clauser” e il norvegese-americano” Ivan Giaever”.

 

“Clauser” ha apportato un’aggiunta significativa ai modelli climatici per respingere la narrativa del riscaldamento globale: la luce visibile riflessa dalle nubi cumuliformi che, in media, coprono metà della Terra.

Gli attuali modelli climatici sottovalutano ampiamente questo aspetto della riflessione delle nubi cumuliformi, che svolge un ruolo chiave nella regolazione della temperatura terrestre. “Clauser “aveva già detto al Presidente “Joe Biden” di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche.

A maggio,” Clauser” è stato eletto nel consiglio di amministrazione della “CO2 Coalition”, un gruppo che si occupa dei contributi benefici dell’anidride carbonica nell’ambiente.

“La narrativa popolare sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone”, ha dichiarato “Clauser” in una dichiarazione del 5 maggio.

“La scienza del clima fuorviante si è trasformata in una pseudoscienza giornalistica di massa. A sua volta, la pseudoscienza è diventata un capro espiatorio per un’ampia varietà di altri mali non correlati”.

“È stata promossa ed estesa da agenti di marketing aziendale, politici, giornalisti, agenzie governative e ambientalisti altrettanto fuorviati. A mio parere, non esiste una vera crisi climatica”.

False previsioni da giorno del giudizio, una questione presidenziale.

La dichiarazione del “CLINTEL” contro la narrativa sul cambiamento climatico contrasta la propaganda diffusa dagli allarmisti climatici che da tempo prevedono scenari apocalittici innescati dal riscaldamento globale, nessuno dei quali si è mai avverato.

Nel 1970, alcuni scienziati del clima avevano previsto che la Terra sarebbe entrata in una nuova era glaciale entro il 21° secolo.

L’esperto di inquinamento “James Lodge” aveva previsto che “l’inquinamento atmosferico potrebbe cancellare il sole e causare una nuova era glaciale nel primo terzo del nuovo secolo”, secondo il “Boston Globe”.

 

Nel maggio 1982, “Mostafa Tolba”, allora direttore esecutivo del programma ambientale delle Nazioni Unite, disse che se il mondo non avesse cambiato rotta, avrebbe affrontato una “catastrofe ambientale che vedrà una devastazione completa e irreversibile come un olocausto nucleare” entro il 2000.

Nel giugno 2008, “James Hansen”, direttore del Goddard Institute of Space Sciences” della “NASA”, ha affermato che entro cinque o dieci anni l’Artico non avrebbe più avuto ghiaccio in estate.

Mentre gli allarmisti climatici continuano a diffondere la propaganda sul riscaldamento globale, l’argomento è diventato un problema nella corsa alle presidenziali del 2024, con diversi candidati che lo hanno apertamente respinto.

In un post del “13 luglio” su “X”, il candidato democratico alla presidenza” Robert F. Kennedy Jr.” ha affermato che il cambiamento climatico “viene usato per controllarci attraverso la paura”.

 

“La libertà e il libero mercato sono un modo migliore per fermare l’inquinamento. Gli inquinatori si arricchiscono facendo pagare al pubblico i danni che provocano”, ha affermato.

Durante il primo dibattito presidenziale del “GOP 2024”, il candidato “Vivek Ramaswamy” ha definito il cambiamento climatico una “bufala”.

“La realtà è che l’agenda anti-carbonio (Co2) è la coperta bagnata della nostra economia. E quindi la realtà è che muoiono più persone a causa di politiche sbagliate sul cambiamento climatico che a causa del cambiamento climatico vero e proprio”, ha detto.

Temperature elevate, il giro di vite sugli elettrodomestici di “Biden.

Gli attivisti climatici hanno insistito sul fatto che il riscaldamento globale è responsabile dell’impennata delle temperature negli Stati Uniti, sostenendo addirittura che le temperature stanno raggiungendo livelli record.

In una recente intervista a “The Epoch Times”, “John Christy”, climatologo e professore di scienze atmosferiche presso l’Università dell’Alabama a Huntsville, ha respinto la tesi delle temperature record.

“A livello regionale, l’Ovest ha registrato il maggior numero di estati calde degli ultimi 100 anni, mentre la Valle dell’Ohio e l’Alto Midwest ne hanno registrate di meno”, ha dichiarato.

“Per gli Stati Uniti conterminati nel loro complesso, gli ultimi 10 anni hanno prodotto solo un numero medio di record. Gli anni ’30 sono ancora i campioni”.

Le politiche sul cambiamento climatico sono state utilizzate dal “Dipartimento dell’Energia” per giustificare cambiamenti radicali nello stile di vita in tutti gli Stati Uniti, come la limitazione degli elettrodomestici e, talvolta, il loro divieto assoluto.

A giugno, il “Dipartimento dell’Energia” ha proposto regole che impongono ai ventilatori da soffitto di diventare più efficienti dal punto di vista energetico, uno sviluppo che potrebbe portare i produttori a dover sborsare 86,6 milioni di dollari all’anno per “l’aumento dei costi delle apparecchiature”.

A febbraio, il “Dipartimento dell’Energia” ha proposto regole di efficienza energetica per le stufe a gas che riguarderebbero la metà dei nuovi modelli di stufe venduti negli Stati Uniti e renderebbero non conformi la maggior parte di quelli esistenti.

A luglio, la Commissione statunitense per la sicurezza dei prodotti di consumo ha proposto una politica che eliminerebbe dal mercato quasi tutti i generatori a gas portatili esistenti.

L’amministrazione Biden ha già messo al bando le lampadine a incandescenza, entrato in vigore il 1° agosto.

(Naveen Athrappully)

 

 

 

I ripensamenti della strategia saudita.

 

Ispionline.it – (8 Mar 2024) – Francesco Sassi – ci dice:

Nella guerra di nervi tra “OPEC+” e” USA”, Riyad coltiva ambizioni nucleari a passaggio obbligato da Mosca o Pechino, investe in rinnovabili e si prepara all’export di gas.

Un Medio Oriente in subbuglio politico fa da sfondo alla genesi di un nuovo, anzi, per meglio dire di nuovi capitoli nella politica energetica saudita caratterizzata da un cambio di strategia per quanto riguarda la produzione petrolifera nazionale che prevede l’estensione dei tagli alla produzione fino a metà del 2024.

 Difficile riflettere sulle sorti dei mercati delle fonti fossili, e delle economie ad essi collegati, senza che il nostro pensiero si focalizzi sulle molteplici interdipendenze di “Riyad” con gli andamenti dei maggiori indici petroliferi.

Eppure, mentre la transizione energetica accelera in Europa, e nel mondo dimostra invece segnali di allarmante difficoltà dettate dal combinato disposto di tensioni internazionali, mercati energetici instabili ed effetti climatici sugli stessi sistemi energetici, l’Arabia Saudita guarda alle trasformazioni della geopolitica dell’energia con interesse.

 La sfida per Riyad rimane quella di costruire un percorso che tenga insieme interessi nazionali, il tradizionale ruolo di capofila dei produttori del Golfo, ma anche l’ambizione di leader regionale di una transizione tanto ambigua quanto carica di significati politici.

Le ragioni dietro i no (e i sì) di Riyad.

Il solo no di una superpotenza energetica come l’Arabia Saudita verso lo sviluppo ulteriore delle proprie risorse petrolifere avrebbe dovuto catturare l’attenzione massima degli organi di stampa nazionali. Tralasciando le solite argute eccezioni, l’annuncio è passato in secondo piano.

L’espansione della capacità produttiva petrolifera saudita a 13 milioni di barili giorni (mb/g), promossa nel pieno della crisi pandemica a marzo 2020 e proiettata nella seconda metà di questa decade, ha subìto un’improvvisa” svolta a U” a fine gennaio.

Il diktat, imposto dallo stesso governo, ha colto di sorpresa i mercati.

Riyad riformula così la propria strategia per confrontarsi con chi oggi preannuncia un imminente picco della domanda di greggio.

 Lo fa spostando le lancette verso la fine del decennio, momento in cui la “spare capacity saudita” potrà essere elemento di riequilibrio di un mercato petrolifero che il Paese, e l’intera alleanza “OPEC+”, prevedono corto.

 

Numerosissime le motivazioni dietro la scelta.

 Innanzitutto, vi è la competizione di nuovi produttori e rivali globali, la cui ambiziosa agenda energetica confligge con le aspirazioni di egemonia petrolifera.

Tra tutti, ovviamente, vi sono gli Stati Uniti, la cui produzione ha continuato a stupire nel 2022 come nel 2023.

In termini di output, lo “shale americano” è divenuto il contraltare dell’alleanza OPEC+ e dei suoi tentativi di limitare la disponibilità di greggio a livello globale grazie ai continui tagli produttivi.

Strategia, appunto, confermata a inizio marzo e per i prossimi mesi, mentre cresce l’attesa per il nuovo vertice “OPEC+” di inizio giugno.

Una guerra di nervi tra l’asse Arabia Saudita-Russia ed alleati, e gli Stati Uniti dall’altra parte.

Oltre Washington, spaventano l’alleanza petrolifera anche Canada, Brasile e Guyana.

Quest’ultima nazione, è divenuta il “Davide dei mercati petroliferi latinoamericani”, in grado di strabiliare i concorrenti con una performance produttiva eccezionale e destinata a raddoppiare nel giro di pochi anni, a meno di risvolti inattesi targati Venezuela.

 

Oltre alla concorrenza internazionale, il rallentamento della crescita cinese, vero driver della domanda petrolifera negli ultimi 20 anni, è sicuramente uno dei quid dietro la svolta saudita.

Pechino arranca in alcuni settori tradizionali come infrastrutture e immobiliare, provocando un ristagno della domanda petrolifera.

In parallelo, lo sviluppo del mercato dell’auto elettrica minaccia una sempre maggiore fetta della domanda petrolifera globale. Anche in questo caso, è la Cina a dettare il passo agli altri.

 Per il secondo anno consecutivo, la crescita interna del mercato “EV” cala, pur rimanendo senza pari in termini assoluti.

Il rischio di una guerra dei prezzi tra produttori cinesi, e di dumping verso i mercati europei, potrebbe innescare ulteriori instabilità nella domanda di greggio e prodotti.

La rapidità dell’innovazione tecnologica imposta dalle stesse compagnie cinesi nella resa delle batterie e la competitività di prezzo raggiunta dai modelli elettrici rispetto a quelli a combustione interna prendono alla sprovvista Pechino come Bruxelles, e minaccia il già debole equilibrio tra domanda e offerta petrolifera.

 

La multiforme diplomazia energetica saudita.

Se sul lato petrolifero Riyad e Washington siedono effettivamente su fronti opposti, e intercorrono burrascosi rapporti bilaterali, va però sottolineata la sempiterna negoziazione per un patto di difesa e sicurezza che il Principe ereditario “Mohammed bin Salman” vorrebbe veder finalizzato prima delle prossime elezioni presidenziali USA.

Un accordo agevolato dall’”Amministrazione Biden” e dal controllo democratico del Senato, ma che verrebbe siglato a discapito di qualsivoglia statualità palestinese.

Un punto che segna il distacco esistente tra i proclami della diplomazia saudita per un cessate il fuoco a Gaza e la cruda realtà dei fatti.

Nel 2023 la diplomazia dell’Arabia Saudita ha dato prova di poter generare insospettabili pulsioni.

La normalizzazione dei rapporti con l’Iran e il sostegno cinese hanno sorpreso molti in Occidente.

Così è stato anche per la reintegrazione della Siria di Assad nella Lega Araba.

L’avvio di consultazioni con i ribelli yemeniti Houthi, prima della conflagrazione del conflitto di Gaza, e la pericolosità dimostrata dagli attacchi del 2019 ad alcune delle principali infrastrutture petrolifere saudite ad Abqaiq e Khurais, fanno assumere oggi a Riyad una posizione particolarmente defilata nel Mar Rosso.

La non partecipazione dell’Arabia Saudita all’azione congiunta di pattugliamento e deterrenza di Stati Uniti, Regno Unito e Paesi europei, marca un netto confine tra gli interessi sauditi e quelli occidentali.

Buone relazioni con chiunque, anche al costo di dimostrare palesemente un disaccordo con l’Occidente, è infatti il nuovo mantra della politica estera saudita.

D’altronde, l’Occidente rimane il partner tecnologico di riferimento per i progetti più ambiziosi di “Vision 2030”, ovvero la strategia per trasformare il Paese in un hub diplomatico, turistico e finanziario entro la fine del decennio.

Un disegno di lungo corso, il quale oggi fa però i conti con prezzi al barile tuttora insufficienti per la” largasse finanziaria” che Riyad vorrebbe allocare.

Bastoni tra le ruote saudite che ne fanno rallentare il passo.

“Nulla può ostacolare lo sviluppo delle nostre relazioni d’amicizia” ha detto “Putin” durante la visita in Medio Oriente lo scorso dicembre e, insieme a “Mohammed bin Salman”, ha ribadito come la partnership bilaterale è un fattore di stabilità dei mercati regionali.

È significativo che la visita, coincisa con il “Summit di COP28”, abbia coinvolto anche gli Emirati Arabi Uniti, organizzatori dello stesso Summit climatico.

Un segnale dell’importanza del coordinamento petrolifero tra monarchie del Golfo e la Federazione Russa, a dispetto di qualsiasi accelerazione voluta dall’Occidente sulla transizione energetica e i proclami di una fine imminente delle fonti fossili, inclusi del comunicato finale di “COP28”.

 

Dai tempi della “Guerra del petrolio” di inizio pandemia si è però consolidata nella leadership dei due paesi una certa consapevolezza che essi non possono far a meno l’uno dell’altro.

 

Il processo di allontanamento degli Stati Uniti dal Medio Oriente, in atto da tempo, impone il dialogo con una Russia sempre più attiva nella regione.

 Il conflitto di Gaza e la colossale perdita di credibilità del governo Netanyahu nel mondo arabo hanno silurato ogni prospettiva di normalizzazione con Israele nel breve periodo.

 In questo scenario Mosca rimane un interlocutore che non può essere ignorato, anche in una ottica di una riappacificazione con Teheran.

 

In chiave energetica, la cooperazione nel settore nucleare rimane uno dei campi di maggiore interesse.

Per Riyad, le tecnologie russe rappresentano l’alternativa più concreta alla realizzazione di progetti con una restia Washington che, dai tempi di Trump, non sembra più propensa ad una collaborazione.

 Per l’azienda di stato russa “Rosatom” la “Monarchia” rappresenta un vitale tassello per espandere la propria rete di partner regionali, come Egitto, Turchia, Algeria, Tunisia e Marocco.

Terzo incomodo nella corsa al nucleare saudita è proprio Pechino, che disporrebbe di mezzi e intenzionalità per realizzare il” sogno di Bin Salman” di ottenere un ciclo integrale del combustibile nucleare.

 Il supporto cinese porrebbe una valida alternativa ai caveat americani riguardanti un arricchimento dell’uranio di matrice completamente saudita.

Questione particolarmente calda, visto che anche Israele appare contrario.

Le transizioni della Penisola Arabica.

La pausa all’espansione petrolifera saudita comporterà, per prima cosa, un risparmio di circa 5 miliardi di dollari annui per “Aramco”, la compagnia petrolifera nazionale.

Cifre ingenti, che la società potrà indirizzare altrove, ovvero in quel “transitioning” auspicato dal “Principe Abdulaziz bin Salman” con al centro i settori di gas, rinnovabili e petrolchimico.

 

Sì, perché liberare le potenzialità gasiere e delle rinnovabili nella Penisola Arabica equivarrebbe al risparmio di circa 1 mb/g che potrebbero trovare la via dell’export.

Un risultato ottenuto senza investire un riyal in più nell’espansione ulteriore delle capacità produttive.

In sostanza, l’Arabia Saudita ha deciso di investire su efficienza e transizione per rilanciare il “proprio ruolo di superpotenza petrolifera”.

Secondo Riyad, centinaia di migliaia di barili al giorno potranno essere risparmiate grazie allo sfruttamento delle immense risorse di gas non convenzionale scoperte nel giacimento di “Jafurah”.

 Per il suo sviluppo, “Aramco” ha annunciato un piano di investimenti da oltre 100 miliardi di dollari nel giro di 10 anni e previsto una produzione che si aggira attorno i 20 miliardi di metri cubici entro il 2030.

 Il progetto potrebbe addirittura alimentare un impianto per l’esportazione di “GNL” e, non a caso, la francese “TotalEnergies” e la cinese “Sinopec” hanno avanzato un interesse per questo investimento.

In prospettiva, questa decisione strategica potrebbe rendere il Paese un nuovo fornitore di gas naturale sui mercati globali e un interlocutore, anche in questo settore, dell’“UE”.

Centinaia di miliardi di dollari di investimenti in nuova capacità di generazione elettrica da rinnovabili e impianti a gas sono già stati previsti da Riyad.

Il piano, parallelo a quello di “Vision 2030”, dovrebbe cambiare i connotati al sistema energetico saudita entro la fine del decennio.

Il “Public Investment Fund” (PIF), strumento del fondo sovrano nazionale, ha come incarico quello di sviluppare circa il 70% dei progetti che dovrebbero portare a 58,7 GW la capacità di generazione da rinnovabili entro il 2030.

Nel 2023, l’installazione di 4,55 GW di solare e 3,37 GW di generazione carbon-free hanno già preso il via, innestando nel sistema energetico il singolo maggior contributo da fonti rinnovabili.

 Il ruolo predominante del gigante statale “ACWA Power” nell’installazione di nuovi impianti e come leader della contrattualizzazione di “Power Purchasing Agreemen”t (PPA) nel Paese confligge però con le ambizioni di privatizzazione del settore.

Un passo richiesto per attrarre investitori esteri, ma che rimane tuttora un nodo irrisolto.

“ACWA Power” viene infatti supportata dallo stato tramite modalità senza eguali nel mondo, offrendo nel mercato interno prezzi impareggiabili.

La poca redditività di questi investimenti ha d’altronde spinto la compagnia ad espandersi all’estero, guardando ai mercati dei vicini mediorientali, ma anche nel Caucaso, Asia centrale e nell’Africa Subsahariana.

 Investitori energetici che, aggrovigliati in una fitta matassa di interessi spesso in conflitto tra loro, devono calcolare innumerevoli rischi.

Alla diplomazia energetica saudita spetta trovare il difficile compito di favorire una soluzione bilanciata, efficace e dal ridotto costo.

Eppure, permane la gravosa consapevolezza che in assenza di un mutamento sostanziale negli equilibri regionali, nessun annuncio potrà innestare una pausa duratura all’agitazione dello scenario geopolitico mediorientale o favorire l’interconnettività della regione del Golfo con il blocco economico europeo o le economie asiatiche.

 

 

 

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I costi dell'ecocatastrofismo.

Hwupgrade.it - Dream_River – (31-01-2020) –Fonte:bruno leoni.it – Nino Materi - ci dice:

 

L'ecocatastrofîsmo ci costa un miliardo e mezzo all'anno?

Il calo dei consumi e degli investimenti, secondo l'Istituto Bruno Leoni, avrà ricadute negative sia sull'occupazione, sia sul Pil.

 

No, fare il mea culpa dicendo «Ci siamo sbagliati...» non basta.

Non può bastare, perché il “catastrofismo ambientalista” ha avuto in passato, ha oggi e avrà in futuro enormi ricadute sull'economia mondiale.

 Che non è un concetto astratto, ma vuol dire che le pennellate degli eco-untori hanno infettato in passato, infettano oggi e infetteranno in futuro il portafoglio dei cittadini: miliardi di euro, a spese del contribuente.

È quindi una magra consolazione vedere oggi come, sul tema del “global worming”, sia in corso da parte degli ex allarmisti di ieri (in primis scienziati e mezzi di informazione corrotti) un - diciamo così ampio ripensamento.

Oggi sembra infatti esserci la corsa a scoprire che il riscaldamento del pianeta è meno «distruttivo» di quanto gli esperti di sventura hanno ripetuto per anni.

Anni durante i quali per «salvare» la Terra «sull'orlo della fine» è stata investita una somma stratosferica.

Per avere un parametro di riferimento, limitiamo il discorso all'Italia.

 I calcoli, elaborati nel 2007 dall'”International Council for Capital Formation di Bruxelles£, sono stati analizzati dall'”Associazione Galileo 2001” cui non fa difetto competenza e autorevolezza.

 Così è stato verificato come, per uniformarsi agli obblighi del “Protocollo di Kyoto”, l'Italia abbia sborsato 5.3 miliardi di euro nel periodo compreso tra il 2007 e il 2010;

15 miliardi sono previsti invece per il decennio 2010-2020 e 21.3 miliardi dal 2020 al 2025:

un prezzo elevatissimo, in parte a carico dei consumatori con l'aumento della bolletta energetica.

Ma i danni non si fermano qui.

Il conseguente calo dei consumi e degli investimenti, secondo l'”Istituto Bruno Leoni”, avrà infatti ricadute negative sia sull'occupazione (con la perdita di 220mila posti di lavoro) sia sul Pil (meno 2.1%, pari a 27 miliardi di euro l'anno solo nel quinquennio 2008-2012).

 

Il punto è che è tecnicamente impossibile raggiungere gli obiettivi fissati dal “Protocoll”o facendo affidamento sulle cosiddette energie alternative, come pretende l'Unione Europea.

L'unica strada possibile per realizzare gli obiettivi di Kyoto, per quanto inutili, è quella dell'energia nucleare.

 Ma in Italia siamo in presenza di un fenomeno di schizofrenia che vede i grandi gruppi petroliferi e i fondamentalisti ecologisti paradossalmente insieme in un'alleanza antinucleare che spinge per le energie alternative.

Su questa realtà si innescano anche sospetti ben più gravi.

 Ad avanzarli è l'”agenzia Svipop” che ha messo in rete un dossier dal titolo:

«I retroscena del caso Himalaya, rivelano una mega-truffa internazionale».

 La denuncia di “Svipop” parte dalle «scuse» (riprese sulle principali testate internazionali) dell'“Ipcc” (Intergovernmental Panel on Climate Change) per aver inserito nell' ultimo rapporto la previsione erronea di uno scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya entro il 2035.

Un semplice errore ma in un sistema che funziona perfettamente, è stata la linea difensiva dell' “Ipcc”.

«Si tratta invece - accusa “Svipop “di una vera e propria “truffa internazionale ai danni della collettività, ma anche della comunità scientifica”.

 Il tutto a danno della collettività, costretta a pagare profumatamente - in finanziamenti, tasse e politiche autolesioniste - la mancanza di scrupoli di certi personaggi;

ma anche a danno di studiosi e ricercatori che non si prestano alle strumentalizzazioni».

 E che dire dello scandalo del “Climagate”, che ha sbugiardato i dati scientifici raccolti dal “Climate Research Unit” negli ultimi trent'anni?

 

«In realtà, il rapporto di derivazione tra l'aumento dell'anidride carbonica (Co2) in circolazione e l'effetto serra è tutt'altro che dimostrato scientificamente»,

spiega “Renato Ricci”, presidente onorario della “Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001”.

Il surriscaldamento della terra, infatti, è cominciato circa centocinquanta anni fa, quando l'industrializzazione era ai suoi primordi ed era circoscritta solo ad alcune aree del pianeta, mentre, tra il 1940 e il 1975, all'espansione della rivoluzione industriale è corrisposto un arresto e non una crescita della temperatura, tanto è vero che lo spauracchio che si agitava alla metà degli anni '70 era quello della glaciazione.

«Senza contare che, in passato, vi sono stati surriscaldamenti ben maggiori di quello attuale: basti pensare al Medioevo. Il surriscaldamento, pertanto, è avvenuto con tempi e modi che smentiscono categoricamente la teoria alla base del Protocollo di Kyoto», aggiunge Franco Battaglia, professore universitario di chimica ambientale e membro del consiglio di presidenza dell'Associazione Galileo 2001.

Nonostante ciò, la macchina mangiasoldi alimentata dall'”allarmismo verde” continua a fare il pieno di miliardi.

 Un business che arricchisce tanti: troppi per sperare che gli eco-untori ripongano il pennello.

(Fonte: brunoleoni.it/n)

 

 

 

 

Narain: "L'ambientalismo

non può essere un lusso."

Lavialibera.it - Rosita Rijtano - Redattrice “lavia libera” – (31 luglio 2020) – Sunita Narain -ci dice:

Inserita dal Time tra le 100 persone più influenti del mondo nel 2016, dagli anni Ottanta l'attivista indiana si batte per una crescita inclusiva ed equa: "Senza è impossibile avere uno sviluppo sostenibile."

(Rosita Rijtano)

C’è un grande paradosso quando si parla di ambientalismo, che “Sunita Narain” riassume così: “A volte si è troppo poveri per essere ambientalisti”.

Narain è la direttrice del “Centro per la scienza e l’ambiente”, organizzazione no-profit di base in India che promuove lo sviluppo sostenibile, e “una voce che richiede di essere ascoltata con urgenza in quest’era di cambiamento climatico”, dice lo scrittore “Amitav Ghosh”.

Ha iniziato a occuparsi di ambiente negli anni Ottanta, “quando il problema era ignorato da tutti”, e le sue idee hanno modellato il dibattito odierno.

Nel 2016 la rivista “Time” l’ha inserita tra le 100 persone più influenti del mondo e “Leonardo Di Caprio” l’ha voluta al proprio fianco nel documentario “Punto di non ritorno” (Before the flood), in cui l’attore discute del riscaldamento globale con politici e attivisti.

 Le sue battaglie si sono concentrate sugli ultimi della Terra, con l’obiettivo di contrastare una narrazione che lei definisce “un esempio di colonialismo ambientale”.

Da avvocato ad attivista di “Extinction Rebellion”: "Ecco perché ho scelto di infrangere la legge per il clima".

Il fallimento della conferenza di Rio.

“Le persone più povere – sostiene Narain – sono nella posizione peggiore per affrontare le emissioni che contribuiscono al cambiamento climatico, in quanto sono le più vulnerabili ai suoi effetti”.

In questo scenario, “il solo modo di combattere il riscaldamento globale è raggiungere un accordo di cooperazione: gli Stati ricchi devono impegnarsi a ridurre le loro emissioni, mentre quelli poveri devono avere l’opportunità di crescere, seguendo un nuovo modello di sviluppo.

Perché lo facciano è necessario mettere a loro disposizione sia i soldi sia la tecnologia.

Una consapevolezza che era stata raggiunta a “Rio de Janeiro nel 1992”, durante la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente.

 Ma da trent’anni il trattato siglato allora viene distrutto: finanziamenti e strumenti non sono mai arrivati e i Paesi sviluppati non hanno ridotto le loro emissioni”.

 

"Da trent’anni il trattato siglato a Rio nel 1992 viene distrutto: finanziamenti e strumenti non sono mai arrivati e i Paesi sviluppati non hanno ridotto le loro emissioni”

Lo stesso discorso vale su scala più piccola.

Narain prende come esempio il suo Paese natale, dove è visibile in modo chiaro che “è impensabile avere uno sviluppo sostenibile senza una crescita inclusiva ed equa”.

Nelle città, già invivibili per smog e traffico, al momento solo una piccola percentuale della popolazione usa auto o scooter per muoversi, mentre i più si spostano sfruttando i mezzi pubblici.

“Se iniziassero anche loro ad acquistare le macchine, sarebbe il caos. Impossibile pensare ad altro che non sia una mobilità sostenibile per tutti”.

Un discorso opposto, ma speculare, riguarda i villaggi in cui ci sono ancora molte persone che, non potendosi permettere altro, utilizzano biomasse come fonte d’energia per cucinare.

“Il combustibile emesso da quei forni inquina l’aria di tutti, per cui senza un sistema che fornisca energia pulita ai più poveri, è impossibile far fronte al problema dell’inquinamento atmosferico.

L’ambientalismo non deve essere un lusso, ma una questione di sopravvivenza”.

D’altra parte, c’è da considerare che i poveri contribuiscono in misura minore all’inquinamento e, “a differenza di quanto si crede, ci tengono al loro ambiente”.

Basti pensare al movimento di” Chipko,” una mobilitazione femminile per la protezione della foresta himalayana iniziata negli anni Settanta in “Uttarakhand”, nel nord dell’India.

 

Ambientalisti con le terre degli altri.

Eppure sono proprio gli ultimi a pagare il prezzo più alto.

Anche per via del modo in cui il movimento ambientalista è cresciuto negli ultimi anni, accusa Narain:

Il motto fino ad ora è stato ‘non nel mio giardino’ e se bisognava costruire un inceneritore, l’importante era che fosse fatto altrove.

Come risultato, sono state create le condizioni per spostare il problema dai ricchi ai poveri.

Inoltre, negli ultimi anni c’è la tendenza a realizzare mega-progetti ambientali nei luoghi in cui vivono comunità rurali, senza alcun riguardo dei diritti che le popolazioni indigene hanno sul territorio e sulle risorse idriche”.

È il caso del più grande impianto eolico realizzato in Africa, sulle rive del lago Turkana, nel nord del Kenya:

una zona in cui è storica la presenza di pastori nomadi, che hanno fatto causa al governo accusandolo di aver concesso ettari di terra alla compagnia privata responsabile del progetto illegalmente, non tenendo conto dei loro diritti sul territorio né tantomeno assicurandogli un beneficio dalla produzione di energia elettrica:

un processo ancora in corso.

Sugli ultimi gravano anche le principali conseguenze del riscaldamento globale.

Secondo le Nazioni unite, i paesi in via di sviluppo soffrono il 99 per cento dei danni imputabili al clima. Alluvioni e tifoni sempre più intensi e frequenti mettono a rischio soprattutto persone che si trovano nelle zone rurali di India, Bangladesh, Cina, Vietnam e Pakistan.

 Un altro problema è l’invasione di locuste che in questo momento sta flagellando tanto l’Africa quanto il sud-est asiatico, mettendo in difficoltà gli agricoltori.

 

“Queste persone non capiscono cosa si intenda con l’espressione riscaldamento globale, ma ne subiscono gli effetti devastanti nella loro vita quotidiana.

Effetti che minano il godimento di qualsiasi diritto umano”.

La tattica del “non nel mio giardino” adottata dagli Stati sviluppati non è più praticabile, ora che le comunità locali stanno iniziando a rivendicare la gestione delle loro risorse, pretendendo che equità e giustizia siano alla base del “futuro movimento green”.

 “L’ambientalismo emergente dei Paesi in via di sviluppo ci sta ponendo davanti a questioni fondamentali:

 adesso che non possiamo più spostare l’inceneritore vicino casa di qualcun altro dobbiamo imparare a minimizzare i nostri rifiuti, così come a usarli di nuovo e a riciclarli”.

Problemi globali, risposte glocal.

“Una profonda trasformazione della nostra economia”, è questa la risposta secondo “Sunita”.

Una trasformazione che, per l’ambientalista, non può coincidere con un mantenimento di un eguale stile di vita, anche se “il cambiamento non dovrà essere così radicale e distruttivo come quello imposto dal Covid”.

 Il nuovo modello di sviluppo dovrebbe essere associato a una politica diversa che preveda, al tempo stesso, un rafforzamento sia della democrazia locale sia di quella globale.

 “È necessario dare alle comunità locali il potere di disporre delle loro risorse naturali – dice “Narain” –, sia perché è un loro diritto sia perché solo così possono capire quanto sia importante una gestione sostenibile dell’acqua, o dei terreni”.

 A questo proposito l’ambientalista punta a una democrazia partecipativa, cioè a un coinvolgimento diretto dei cittadini nel processo decisionale attraverso piccoli forum.

In parallelo va ripensata la leadership mondiale sul cambiamento climatico che, fino ad ora, “è stata fallimentare”.

 

“La vera tragedia cui dobbiamo far fronte oggi è che le istituzioni globali sono diventate una mera espressione degli interessi nazionali."

 Lo dimostra la gestione della pandemia da coronavirus da parte dell’”Organizzazione mondiale della sanità”, così come il fatto che l’invasione delle locuste non sia ancora stata dichiarata una piaga internazionale”.

 Non va meglio sul versante ambientale, visto che la “conferenza delle Nazioni unite sul clima” è stata posticipata di un anno.

“Quanto può essere terribile?!, esclama l’attivista. “

Certo, c’è un’emergenza sanitaria in corso e abbiamo di fronte a noi una crisi umanitaria ed economica.

Ma l’ambiente è altrettanto importante: agire sul clima è imperativo. Non credo si capisca la gravità della situazione e di quel che ci aspetta. Gli incendi che hanno devastato l’Australia tra il 2019 e il 2020 e il caldo record registrato quest’estate nella riviera siberiana sono solo l’inizio”.

 

 

 

Franco Prodi stronca Greta

e i catastrofisti: “il clima non

può non cambiare, scienza

calpestata da bufale.”

Meteoweb.eu – (24 -1- 2023) - Monia Sangermano - Franco Prodi, fisico – ci dicono:

Franco Prodi, tra i climatologi più autorevoli al mondo, stronca in TV i fanatici del cambiamento climatico antropico: "troppe bufale e un pensiero unico, questa non è scienza. E Greta è pilotata"

“Il clima non può non cambiare.

Per ragioni astronomiche, astrofisiche, il clima deve cambiare.

La frase che ‘tutto dipende dall’uomo’ è non vera, non corretta “.

Così, ieri sera, in un’interista a Quarta Repubblica, il fisico Franco Prodi.

Fratello dell’ex premier Romano, Prodi è uno dei massimi esperti di Meteorologia e Climatologia in Italia.

Fino al 2008 ha diretto l’Istituto di” Scienze dell’Atmosfera e del Clima” (ISAC) del “CNR”.

E sul cambiamento climatico ha delle idee molto decise e ferme, che esulano dal sensazionalismo e dalle “fake news “catastrofiche.

Sul cambiamento climatico siamo già in un pensiero unico, secondo il quale bisogna tenere il riscaldamento globale sotto il grado e mezzo entro il 2050“, precisa Prodi.

Del pensiero unico, da mainstream, Prodi contraddice anche il principio secondo il quale le emissioni di CO2 sarebbero responsabili per il 98% del cambiamento climatico, e quindi l’uomo deve smettere di produrla.

“Questa già è una bufala.  Questo non vuol dire negare, vuol dire dedichiamoci alla tutela del pianeta,”

ma senza pensare che l’unico responsabile del riscaldamento globale sia l’uomo, avverte l’esperto.

 

Il clima e le batoste dell’Europa su case e automobili

Alla domanda se hanno senso le direttive europee volte alla diminuzione della produzione di CO2, ad esempio con gli incentivi per le auto elettriche, Prodi non ha dubbi:

“E’ tutto sbagliato.”

 Basti pensare “al problema delle materie prime con le auto elettriche, ai bambini del Congo che vanno in miniera a 12 anni per trovare materie prime da dare ai cinesi”.

Non è “una cosa giusta questo mito dell’auto elettrica:

l’hanno spinto quelli che vogliono cambiare il mercato.”

 Per lucrarci, ovviamente.

 E anche in merito alle direttive europee sulla casa, il fisico smantella assiomi che ormai sembrano l’unica verità:

“è chiaro che con i cappotti adatti agli edifici vi è un risparmio energetico, però imporlo per legge non ha alcun senso.”

 

Franco Prodi smonta tutte le bufale sul Clima e asfalta Greta e “gretini.”

“Si dice che gli eventi estremi e le inondazioni stiano aumentando di intensità e di numero, ma non è vero “, chiarisce Prodi.

Non vi è aumento in tal senso.

“C’è un aumento dei danni a causa delle costruzioni” sbagliate. E lo stesso vale per i cicloni tropicali: non aumenta il numero.

 “Non sta finendo il mondo allora? “, chiede la giornalista.

“Ma per carità – risponde lo scienziato -.

L’inquinamento è grave e un po’ più di sobrietà energetica non ci costerebbe niente “, ma l’Apocalisse non è dietro l’angolo.

 E i cambiamenti climatici non sono indotti dall’uomo.

 

Dato tutto ciò, dunque, cosa pensa “Franco Prodi” di “Greta Thunberg”?

E’ presto detto: secondo il fisico italiano, è necessario rendersi “conto che ci lasciamo guidare da una che è pilotata da un sistema al quale bisogna dire basta “.

Greta, secondo Prodi, dovrebbe tornare a studiare.

“Dov’è la scienza se ci lasciamo guidare da queste bufale mondiali “, di chiede infine l’esperto.

E con lui dovremmo chiedercelo tutti noi. Quanto meno noi che siamo consapevoli del fatto che la scienza, da sempre, rappresenta un faro in mezzo alla nebbia dei misteri che ancora il nostro Pianeta ci riserva.

 

Negazione del riscaldamento globale.

It.frwiki.wiki.it – Redazione – (10 – 5- 2020) – ci dice:

La derisione della negazione del riscaldamento globale.

La “negazione del riscaldamento globale” è un'espressione che designa generalmente un atteggiamento di negazione di fronte al consenso scientifico sul riscaldamento globale.

 

Alcuni ammettono che c'è un vero cambiamento, andando nella direzione del riscaldamento globale, ma negano che questo cambiamento abbia un'origine o parte antropica;

 lo attribuiscono esclusivamente alle variazioni naturali del clima.

Altri negano che questo cambiamento stia già influenzando negativamente gli ecosistemi o che possa influenzare le società umane, a volte credendo che la “CO 2” o il riscaldamento è anche una possibilità per il turismo o l'agricoltura.

Ritengono quindi che non sia necessario intraprendere alcuna azione per frenare il cambiamento climatico, e piuttosto promuovere l'adattamento al ritorno delle temperature del Cretaceo .

 

Alcuni “negazionisti” approvano il termine “negazione”.

Molti preferiscono definirsi "scettici climatici", " scettici climatici  “o"  realisti climatici " ma molti scienziati ritengono che la parola "scetticismo" sia ormai imprecisa per qualificare l'atteggiamento di negazione del riscaldamento globale antropogenico e preferiscono il termine " negazionisti " ossia  cambiamento climatico (antropogenico) ”.

In senso lato, questa negazione può essere anche “implicita”:

 quando individui o gruppi sociali accettano ipotesi e dimostrazioni scientifiche, ma senza riuscire a tradurle in azioni o cambiamenti di comportamento.

 Diversi lavori di scienze sociali hanno analizzato questi atteggiamenti, classificandoli come forme di negazionismo o addirittura pseudoscienza.

Tutte queste forme di negazione alimentano le polemiche sul cambiamento climatico, e viceversa.

Sono state evidenziate campagne per minare la fiducia del pubblico nella scienza del clima, in particolare in Nord America.

Sono stati descritti come una 'macchina che produce negazionismo', costruita, finanziata e mantenuta da interessi industriali, politici e ideologici, trovando riscontri nei media conservatori e nei 'blogger scettici' per creare l'impressione che lo siano.

C'è grande incertezza intorno a dati che mostrano che il pianeta si sta riscaldando.

Secondo gli osservatori, come Naomi Klein (2011, contro la globalizzazione giornalista), queste campagne di rifiuto sono supportati da coloro che sostengono le politiche economiche conservatrici, e da interessi industriali si oppongono alla regolamentazione o tassazione delle CO 2 emissioni.(e CO 2 equivalente), in particolare le lobby del carbone e più in generale dei combustibili fossili, i fratelli Koch, gruppi di difesa dell'industria nonché think tank conservatori e libertari, spesso americani.

 Oltre il 90% degli articoli "scettici" sui cambiamenti climatici proviene da gruppi di riflessione di destra.

 

Sebbene dalla fine degli anni '70 le compagnie petrolifere siano arrivate nel corso delle loro ricerche a conclusioni che corrispondono in gran parte al consenso scientifico sul riscaldamento globale, hanno fomentato una lunga campagna di negazione del cambiamento climatico - durata diversi decenni - basata su una strategia che è stata paragonata alla negazione organizzata dei pericoli del fumo da parte dell'industria del tabacco.

La negazione del cambiamento climatico e la controversia politica sul riscaldamento globale hanno avuto un forte impatto sulle politiche sul riscaldamento globale, minando alcuni degli sforzi per affrontare o adattarsi al cambiamento climatico.

Coloro che incoraggiano o creano questa negazione usano comunemente tattiche e mezzi retorici che la fanno apparire polemica scientifica laddove non esiste.

 

Amadeo Sarma tiene una conferenza sulla negazione del cambiamento climatico e sui problemi energetici e ambientali futuri nel mondo al Congresso europeo degli scettici (2015).

"Scetticismo climatico" e "negazione del cambiamento climatico" si riferiscono alla negazione, al rifiuto o al dubbio ingiustificato del consenso scientifico sulla velocità e sull'entità del riscaldamento globale, sulla sua importanza o sulla sua connessione con il comportamento umano, in tutto o in parte.

Sebbene vi sia una distinzione tra scetticismo (che suggerisce di dubitare della veridicità di un'affermazione) e negazione totale della verità di un'affermazione, frasi come "scetticismo climatico" sono state spesso usate nello stesso significato di negazione o "contrariatissimo".

Secondo il filosofo “Mathias Girel”, “esistono tre principali varianti del climato scetticismo:

quella che afferma che non si riscalda, quella che afferma che i gas serra prodotti dall'attività umana non sono i principali colpevoli, quella che infine chi ritiene che la situazione non sia così grave come si sostiene o che si troveranno risposte tecnologiche” .

La terminologia è apparsa negli anni '90.

Anche se tutti gli scienziati aderiscono alla nozione di scetticismo scientifico (che fa parte dell'essenza del processo scientifico), la parola "scettico" è stata aggiunta agli aggettivi climatico o ecologico (almeno da metà novembre 1995) per designare le minoranze, compresi gli scienziati, che esprimono punti di vista contrari al consenso scientifico.

Un piccolo gruppo di scienziati ha presentato tali opinioni in dichiarazioni pubbliche e nei media piuttosto che nella comunità scientifica.

Questo uso è continuato.

Nel suo articolo dicembre 1995 " Il calore è On: Il riscaldamento del clima mondiale scintille un tripudio di negazione,

 " Ross Gelbspan” ha rivelato che l'industria si fosse appellato a un "piccolo gruppo di scettici" per confondere l'opinione pubblica  in una “ campagna di negazione persistente e ben finanziata”.

Il suo libro, “The Heat is On” , sembra essere stato il primo a concentrarsi specificamente sull'argomento.

 “Gelbspan” ha parlato di una "negazione pervasiva del riscaldamento globale" organizzata da una "persistente campagna di negazione e repressione" che prevede "un finanziamento segreto di questi "scettici della serra", scettici del clima che confondono il pubblico e influenzano i decisori”.

 

Nel novembre 2006, la stazione televisiva canadese CBC ha trasmesso un documentario su questa campagna globale, intitolato “The Denial Machine” .

Nel 2007, la giornalista “Sharon Begley”  (in) ha presentato un documento sulla "macchina per negare", espressione poi ripresa dagli accademici.

 Sempre su CBC,” Keith Kahn-Harris” insiste sulla necessità di distinguere tra negazione (spesso inconscia, e momentaneamente necessaria alla psiche quando è necessario affrontare realtà difficili) e "negazionismo" (che è un processo di rifiuto attivo e creativo), ossia verità e ricerca di una falsa realtà); per lui la negazione è in un certo senso "silenziosa", mentre la negazione è "rumorosa".

 

La smentita esplicita portata dai media è stata accompagnata da una smentita implicita, dominante in molti gruppi sociali, in particolare negli Stati Uniti, dove pur accettando il consenso scientifico, la maggior parte delle persone si mostra incapace di accettarlo conseguenze e incapace di agire per ridurre il problema.

 Ciò è stato illustrato nello studio di “Kari Norgaard” che si è concentrato su un villaggio norvegese colpito dal cambiamento climatico, ma in cui la gente del posto ha rivolto la propria attenzione ad altre questioni.

La terminologia è dibattuta o sfumata:

la maggior parte di coloro che rifiutano attivamente il consenso scientifico si definiscono "scettici del clima" che sono scettici sul cambiamento climatico, ma alcuni hanno affermato che preferiscono essere etichettati come "negazionisti".

La parola "scetticismo" è, tuttavia, usata in modo errato, poiché lo scetticismo scientifico è parte integrante della metodologia scientifica.

Gli anglofoni usano anche la parola "contrarianismo", che è più specifica, ma usata meno frequentemente.

Nella letteratura accademica e nei media, i termini "negazione del cambiamento climatico" e "negazione del cambiamento climatico" sono stati utilizzati come termini descrittivi (senza intenti dispregiativi).

Lo storico “Robert N. Proctor” usa il termine "negazionista".

Il “National Center for Science Education” e lo storico “Spencer R. Weart” riconoscono entrambi che entrambe le opzioni sono problematiche e hanno deciso di utilizzare la "negazione del cambiamento climatico" piuttosto che lo "scetticismo".

 

I termini relativi alla negazione e alla negazione dell'Olocausto sono stati criticati per l'introduzione di un tono moralistico o perché potenzialmente evocano la negazione dell'esistenza dell'Olocausto.

Alcuni hanno affermato che questo collegamento fosse intenzionale, cosa che gli accademici hanno fortemente contestato.

 L'uso della parola e del concetto di "negazione" precede l'Olocausto ed è comune in altri campi, ad esempio il rifiuto della gravidanza, il rifiuto o il rifiuto dell'HIV / AIDS, come notato da “John Timmer” di “Ars Technica” nel 2014.

 

Nel dicembre 2014 , una lettera aperta del” Committee for Skeptical Inquiry” ha invitato i media a smettere di usare il termine "scetticismo" per riferirsi alla negazione del cambiamento climatico, poiché lo scetticismo scientifico incombe su di te, è  "uno dei fondamenti del "metodo scientifico" ", ed è molto diverso dalla negazione (il rifiuto a priori delle idee senza considerazione oggettiva) osservata tra coloro che sono coinvolti nei tentativi politici di minare la scienza del clima.

Secondo questo comitato: “non tutti gli individui che si dicono scettici sul cambiamento climatico sono negazionisti.

 Ma praticamente tutti i negazionisti si sono falsamente dichiarati scettici. Perpetuando questo abuso di linguaggio, i giornalisti hanno dato credibilità immeritata a chi rifiuta la scienza e l'indagine scientifica.”

 

Nel giugno 2015, l'editore pubblico del “New York Times” ha dichiarato a “Media Matters for America” che il giornale tendeva sempre più a usare il termine inglese "  denario  " per riferirsi a "qualcuno che sfidava la scienza consolidata" , ma valutando la scelta del termine su un caso per caso, senza una politica fissa, e che non userebbe il termine per indicare qualcuno che assume una posizione moderata o indecisa sull'argomento.

La direttrice esecutiva della “Society of Environmental Journalists” ha affermato che, nonostante il ragionevole scetticismo su questioni specifiche, riteneva che la parola inglese "  negatore  " fosse "il termine più accurato che ci sia quando qualcuno afferma che il riscaldamento globale non esiste, o riconosce che esiste". , ma nega che abbia cause comprensibili o effetti misurabili”.

 

La lettera dello “Skeptics Inquiry Committee” ha ispirato una petizione di “Climatetruth.org” in cui i firmatari sono stati invitati a chiedere all'”Associated Press” :

"Stabilire una regola nell'”AP StyleBook” che proibisca l'uso della parola "scettico" per descrivere coloro che negano i fatti scientifici.”

  Il 22 settembre 2015, “The Associated Pres”s ha annunciato di aver cambiato il suo” Stylebook AP” con la voce "Global Warming".

L'agenzia ora consiglia ai giornalisti di descrivere coloro che non accettano la scienza del clima, o coloro che contestano che il mondo si stia riscaldando sotto le forze create dall'uomo, usando la frase "coloro che dubitano del cambiamento climatico" (“ Dubbiatori del cambiamento climatico ") o " coloro che rifiutano la scienza climatica tradizionale  ”.

L'agenzia raccomanda ai giornalisti di evitare sia le parole "scettici" che "negazionisti".

Il “17 maggio 2019” ,” The Guardian” ha anche respinto l'uso del termine "scettico sul clima" a favore di "  negazionista della scienza del clima  ".

Storia.

La ricerca sugli effetti della” CO 2” sul clima è iniziata quasi duecento anni fa.

Nel 1824 , “Joseph Fourier” dedurre l'esistenza di un atmosferico “effetto serra”.

Nel 1860 , “John Tyndall” ha quantificato gli effetti dei gas serra sull'assorbimento della radiazione infrarossa .

Poi nel 1896 (oltre un secolo fa) “Svante Arrhenius” dimostrò che la combustione del carbone può riscaldare il pianeta (i suoi calcoli del riscaldamento in funzione del tasso di CO 2 ha dato risultati molto vicini a quelli dati dai modelli recenti).

 Poi tra le due guerre mondiali (nel 1938 ) “Guy Stewart Callendar” nota che questo riscaldamento sembra già in atto.

 

La ricerca è poi progredita rapidamente;

 già nel 1957 , “Roger Randall Dougan Revelle” (che Al Gore aveva come professore) metteva in guardia sui rischi che la combustione dei combustibili fossili sarebbe stata "un grandioso esperimento scientifico" sul clima.

La “NASA” e la “NOAA” hanno completato questa ricerca e il rapporto “Charney del 1979” ha concluso che un riscaldamento già significativo, avvertendo al tempo stesso del fatto che "una politica di attesa può significare aspettare troppo tardi.”

Nel 1959 , uno scienziato che lavorava per la “Shell” suggerì, sulla rivista “New Scientist” , che i cicli del carbonio(CO2) sono troppo grandi per disturbare l'equilibrio della Natura.

 

Negli anni '70 , terminati i Trent'anni gloriosi , l'opinione pubblica era più sensibile alla tutela dell'ambiente, e in particolare al problema dell'inquinamento da idrocarburi, così come molti eletti (nei paesi ricchi era l'epoca dei primi grandi legislazione ambientale; in Francia è stato creato il primo ministero dell'ambiente). Ma di fronte all'inizio della sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'effetto

serra, e di una diffusa consapevolezza ambientale, sta emergendo una reazione conservatrice, in particolare in Nord America.

Uno dei suoi leitmotiv è che le preoccupazioni ambientali non dovrebbero portare a tasse, leggi e regolamenti governativi.

Negli anni '80 , il riscaldamento globale è diventato un problema politico, ma quando “Ronald Reagan” è diventato presidente (nel 1981 ) la sua prima intenzione è stata quella di ridurre la spesa per la ricerca ambientale, in particolare nell'area del clima, e “smettere di finanziare il monitoraggio delle emissioni di CO 2”.

Reagan nominò Segretario all'Energia “James B. Edwards” , il quale poi dichiarò che non c'era un vero problema di riscaldamento globale.

 

“Al Gore” , allora membro del Congresso e consapevole dei recenti sviluppi scientifici (ha studiato con “Revelle” ) decide poi, con altri funzionari eletti, di organizzare audizioni al Congresso.

 Hanno iniziato nel 1981, con testimonianze di esperti scientifici (tra cui Revelle , Stephen Schneider e Wallace Smith Broecker ).

Queste audizioni attirano abbastanza l'attenzione del pubblico che l'amministrazione Reagan modera i tagli alla ricerca atmosferica.

Ma il dibattito si sta polarizzando tra i due maggiori partiti politici americani, mentre acquista importanza.

Nel 1982 , quando il fisico e scienziato del suolo” Sherwood B. Idso” pubblicò un libro” Carbon Dioxide: Friend or Foe”? ("Anidride carbonica: amico o nemico?"), dove suggerisce che di fronte alla crescita della popolazione, la CO 2 e il riscaldamento globale potrebbe rendere possibile la produzione di più cibo.

 Una nuova strategia di negazione è supportata da gruppi di riflessione scettici sul clima:

far credere che l'aumento di CO 2 non solo non riscalda il pianeta, ma al contrario fertilizza i raccolti ed è addirittura "qualcosa da incoraggiare e non da sopprimere" , mentre si lamenta che queste teorie sulla “CO 2” che non sarebbe un inquinante, ma un beneficio per il pianeta, sono stati respinti dall'"establishment scientifico"( ovviamente super corrotto! N.D.R.)

 

Nel 1983 , un rapporto dell' “Environmental Protection Agency” (EPA) concludeva che il riscaldamento globale "non è un problema teorico, ma una minaccia i cui effetti si faranno sentire in pochi anni, con conseguenze potenzialmente "catastrofiche".

L'amministrazione Reagan ha reagito qualificando questo rapporto come "allarmista", un atteggiamento che genera un contenzioso che ha ricevuto ampia copertura mediatica.

 Tuttavia, l'attenzione del pubblico si è rapidamente rivolta ad altri problemi, in particolare con la scoperta e la copertura mediatica (nel 1985 ) di un buco nello strato di ozono atmosferico polare.

Questo argomento - a differenza del problema della CO 2- mobilitare efficacemente la comunità internazionale che fornirà una rapida risposta internazionale (protocollo di Montreal).

 Per il grande pubblico, questo esempio suggerisce che un'azione simile (sarà il Protocollo di Kyoto) è possibile per il clima, ma l'interesse dei media sull'argomento, almeno negli Stati Uniti, sembra calare con la  teoria che “CO 2” non riscalderà significativamente il clima e, al contrario, migliorerà la produttività del suolo.

L'estate del 1988, l'attenzione del pubblico americano è nuovamente attirata, attraverso i media, quando ondate di siccità e caldo colpiscono il paese:

James Hansen (direttore del “Goddard Institute” della “NASA”), durante un'audizione il 23 giugno 1988 prima Congresso, dichiara di poter affermare con certezza che il riscaldamento a lungo termine è già in corso, e che un forte riscaldamento è probabile per i prossimi cinquant'anni. Tempeste e inondazioni sono pure previste, ha detto.

 

A quel tempo, la comunità scientifica raggiunse un consenso sull'esistenza di un riscaldamento globale in corso e sulle sue cause: l'attività umana è probabilmente la causa principale.

E si prevedono gravi conseguenze (anche per qualche grado in più) se la tendenza al riscaldamento non sarà prontamente controllata.

Questi fatti hanno portato all'attenzione dei funzionari eletti e delle aziende, poi, hanno incoraggiato le discussioni sui nuovi disegni di legge sulla regolamentazione ambientale, progetti ai quali l'industria dei combustibili fossili si è fortemente opposta.

Dal 1989 , le organizzazioni finanziate dall'industria, in particolare attraverso la “Global Climate Coalition” e il “George C. Marshall Institute” , hanno cercato di seminare dubbi tra il pubblico, adottando una strategia già ben consolidata dall'industria del tabacco.

Si è formato un piccolo gruppo di scienziati contrari al consenso sul riscaldamento globale;

si è impegnato politicamente e, con il sostegno di interessi politici conservatori, ha iniziato a pubblicare le sue opinioni, in libri e sulla stampa piuttosto che su riviste scientifiche peer-reviewed.

Questo piccolo gruppo di scienziati includeva alcune delle stesse persone che facevano già parte della strategia precedentemente messa in atto dall'industria del tabacco.

Spencer Weart ha identificato questo periodo come il momento in cui il legittimo scetticismo sugli aspetti fondamentali della scienza del clima non era più giustificabile su questo tema;

 è il momento in cui coloro che suscitano un dubbio o una sfiducia generale nei confronti di queste questioni, talvolta anche nei confronti della scienza in generale, diventano "negazionisti".

Poiché le loro argomentazioni venivano sempre più chiaramente confutate dalla comunità scientifica e dal regolare arrivo di nuovi dati, questi negazionisti si sono rivolti ad argomenti politici, spesso allo stesso tempo attaccando personalmente la reputazione degli scienziati e/o delle loro istituzioni. E difendendo la teoria della una cospirazione che utilizza l'idea del riscaldamento globale per combattere gli interessi delle corporazioni e dei grandi stati.

Il primo Earth Summit”, a Rio nel 1992, segue la caduta del comunismo (1989) e corrisponde all'ascesa internazionale del movimento ambientalista;

questo evento attira l'attenzione dei think tank conservatori americani, entità create negli anni '70 e organizzate come movimento intellettuale contro il socialismo, il comunismo.

Questi think tank si stanno allontanando dalla "paura rossa" e stanno inventando la "minaccia verde" (che hanno visto come una nuova minaccia ai loro obiettivi di proprietà privata, economie di mercato deregolamentate e un capitalismo globale basato in particolare sullo "sfruttamento delle risorse fossili").

Come contro movimento, hanno abilmente usato lo "scetticismo ambientale" per promuovere il dubbio e la negazione della realtà di questioni come la perdita di biodiversità e la gravità o la natura antropogenica del cambiamento climatico.

Nel 1992 , un rapporto dell' “EPA” collegava il fumo passivo al cancro ai polmoni . L'industria del tabacco ha reagito immediatamente facendo appello a una società di pubbliche relazioni (APCO Worldwide) che le ha offerto una strategia di campagne di tipo “astro turfing” , volte a distillare dubbi sulla scienza, collegando le "preoccupazioni" legate agli effetti del consumo di tabacco e altri timori (presentati come infondati), compreso il riscaldamento globale, per evitare che l'opinione pubblica chieda l'intervento del governo.

La campagna descriveva le preoccupazioni del pubblico come paure "infondate" presumibilmente sostenute solo dalla " scienza spazzatura " (" scienza spazzatura ", in contrapposizione alla "scienza comprovata").

Si suggerisce che gli scienziati siano allarmisti o addirittura che abbiano interesse a mantenere la paura o il panico nel pubblico, in modo che i loro studi siano sovvenzionati.

 Questa tattica, ispirata anche ai metodi della guerra psicologica, è implementata su più fronti attraverso vari gruppi, principalmente il “Center for the Advancement of "True" Sciences “(TASSC for Advancement of Sound Science Center ) e da “Steven Milloy” e il suo sito Web "Junk Science ", che pretende di distinguere la "buona scienza" dalla scienza spazzatura.

 Una nota di un'azienda del tabacco recita:

 "Il dubbio è il nostro prodotto perché è il modo migliore per competere con il 'corpo di fatti' che esiste nella mente del pubblico in generale. È anche il mezzo per instaurare una controversia. "

Durante gli anni '90, la campagna del tabacco si estinse, ma la “TASSC “iniziò a raccogliere fondi dalle compagnie petrolifere (Exxon in particolare);

il suo sito web diventa quindi un elemento centrale nella diffusione di "quasi tutte le forme di negazione del cambiamento climatico che hanno trovato la loro strada nella stampa popolare."

 

Negli anni '90, l' “Istituto Marshall” iniziò anche una campagna contro lo sviluppo di normative ambientali che stavano emergendo nel tentativo di affrontare i problemi delle piogge acide , dell'esaurimento dell'ozono, del fumo passivo o contro i pericoli DDT.

In tutti questi casi, la sua tesi era che la scienza era ancora troppo incerta per giustificare l'intervento del governo.

 Questa era già la strategia utilizzata per ridurre al minimo gli effetti del tabacco sulla salute (negli anni '80).

Questa campagna continuerà per almeno vent'anni.

Questi sforzi, trasmessi dai media, sono stati efficaci nell'influenzare l'opinione pubblica.

Dal 1988 agli anni '90, il discorso pubblico e il dibattito si sono spostati da temi riguardanti la scienza e alcuni dati sui cambiamenti climatici, alla discussione sulla politica e sulle controversie che la circondano.

Negli anni '90 sono emerse diverse varianti di questa campagna per il dubbio, anche sotto forma di una campagna pubblicitaria finanziata dalla “lobby del carbone” volta a "riposizionare il riscaldamento globale come una teoria piuttosto che un fatto" e sotto forma di una proposta del 1998 elaborata da l' “American Petroleum Institute” per reclutare scienziati per convincere i politici, i media e il pubblico che la scienza del clima era troppo incerta per giustificare una regolamentazione ambientale.

 Questa proposta includeva una strategia multi-punto (valutata a $ 5 milioni) per "massimizzare l'impatto delle opinioni scientifiche coerenti con le nostre sul Congresso, sui media e su altri pubblici chiave", con l'obiettivo di "sollevare domande sulla saggezza scientifica prevalente.

 

Nel 1998 , “Gelbspan” nota che i suoi colleghi giornalisti sono arrivati ​​ad accettare l'esistenza del riscaldamento globale, ma questa volta stanno negando la seconda fase, quella della "crisi climatica", incapaci di accettare la possibilita' di fornire risposte al problema.

Un lavoro successivo di “Milburn” e “Conrad”, intitolato “The Politics of Denial”, descrive le "forze economiche e psicologiche" che negano il consenso sulle questioni del riscaldamento globale.

Nel mondo accademico, negli anni '90, gli sforzi dei gruppi che rifiutavano il cambiamento climatico inizialmente non furono percepiti;

non sono state riconosciute come una campagna organizzata fino agli anni 2000, sulla base di studi sulle rappresentazioni del cambiamento climatico nei media e nella società civile.

Due sociologi (Riley Dunlap e Aaron McCright) sono stati determinanti in questa comprensione, tramite un articolo pubblicato nel 2000 che esplorava il legame tra think tank conservatori e negazione del cambiamento climatico.

Il lavoro successivo ha continuato a dimostrare che gruppi specifici hanno creato e alimentato lo scetticismo sul fatto che il cambiamento climatico non fosse visto come una realtà dal grande pubblico.

Nel 2008 , uno studio dell'”Università della Florida” ha analizzato le fonti della letteratura "ecologicamente scettica" pubblicata negli Stati Uniti, mostrando che il 92% di questa letteratura era parzialmente o completamente affiliato a un autoproclamato think tank conservatore.

Nel 2015, un nuovo studio ha identificato 4.556 persone le cui reti si sovrapponevano a circa 164 organizzazioni, responsabili degli sforzi più significativi per ridurre al minimo agli occhi del pubblico e dei funzionari eletti la minaccia del cambiamento climatico negli Stati Uniti.

“Wayne A. White”, riferendosi al lavoro dei sociologi “Robert Antonio” e “Robert Brulle”, ha scritto che la negazione del cambiamento climatico è diventata la priorità assoluta di un'agenda più ampia per combattere la regolamentazione ambientale imposta dai neoliberisti.

 

Negli anni 2000, lo scetticismo climatico si è sviluppato maggiormente negli Stati Uniti.

 I media presentano in modo sproporzionato le opinioni della comunità negazionista del cambiamento climatico.

Oltre che dai media, il movimento “vexat” è stato sostenuto anche dalla crescita di Internet, che ha beneficiato del sostegno di alcuni blogger, conduttori di talk show e editorialisti di giornali.

Nel 2004 , Boiling Point ( " Boiling Point : How Politicians, Oil and Coal, Journalists, and Activists Fuel the Climate Crisis - and What We Can Do to Avoid Disaster"), libro pubblicato da “Ross Gelbspan,” analizza alcuni dettagli della campagna di fossili alimentare i sostenitori per negare il cambiamento climatico e minare la fiducia del pubblico nella scienza del clima .

Nell'agosto 2007 , sulla prima pagina della rivista americana “Newsweek” , in un articolo intitolato "La verità sulla negazione" , “Sharon Begley “ (in) afferma che "la macchina della negazione sta funzionando a pieno regime" , ben coordinata e "ben finanziata" , mediato da “ scienziati contrarian” , da think tank libertari e dall'industria che “ha creato una paralizzante nebbia di dubbio intorno al cambiamento climatico” .

Nel 2015 , il “New York Times” e altri media hanno rivelato che le compagnie petrolifere sapevano - fin dagli anni '70 - che la combustione di petrolio e gas contribuisce al cambiamento climatico e al riscaldamento globale, il che non le ha aiutate nelle critiche  del riscaldamento globale per tutti questi anni.

 Nello stesso anno, “Dana Nuccitelli” ha scritto su “The Guardian” che un piccolo gruppo marginale di scettici sul clima non è più preso sul serio dalla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2015, che afferma in un accordo:

"Dobbiamo smettere di ritardare il cambiamento climatico, occorre intraprendere azioni serie per prevenire una crisi climatica”.

 Ma il “New York Times” osserva che l'accordo si basa solo sull'attuazione volontaria e dipenderà dai futuri leader mondiali, poiché ogni candidato repubblicano nel 2016 ha messo in dubbio o negato le conoscenze scientifiche sui cambiamenti climatici.

Il presidente brasiliano “Jair Bolsonaro” con il consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump” John Bolton” si incontrano a Rio de Janeiro , 29 novembre 2018.

Nel 2018 , Ernesto Araújo (nuovo ministro degli Esteri di Jair Bolsonaro ) ha definito il riscaldamento globale un complotto fomentato da "marxisti culturali" e ha rimosso la divisione "cambiamento climatico" all'interno del suo ministero.

Nel marzo 2020, un'indagine del “New York Times” ha mostrato che” Indur M. Goklany”, vicesegretario incaricato dall'amministrazione Trump di rivedere le politiche climatiche del Ministero degli Interni, aveva aggiunto paragrafi fuorvianti che avevano un impatto su decisioni cruciali relative ai diritti sull'acqua e sui minerali, che colpiscono milioni di americani e centinaia di milioni di ettari di terra.

Così, ha scritto che la scienza del clima "può sovrastimare il tasso di riscaldamento globale" e che l'aumento dell'anidride carbonica è vantaggioso perché "può aumentare l'efficienza dell'uso dell'acqua da parte delle persone e per le piante e allungare la stagione di crescita agricola".

Reti di negazione.

A volte indicato come il "  Carbon Club  " dalle ONG ambientaliste, i gruppi di pressione anti-ambientalisti si stanno organizzando, in particolare intorno all'industria del carbone , all'industria del petrolio e del gas di scisto , supportati da alcuni think tank americani molto ostili, tasse ambientali e quote di carbonio .

Il settore della negazione del cambiamento climatico è il più potente negli Stati Uniti.

Nel 2013, il “Center for Media and Democracy” (Center for Media and Democracy) ha annunciato che lo “State Policy Network”  (en) (SPN), un gruppo libertario che coordina sessantaquattro think tank statunitensi, stava operando su importanti aziende di pressione e donatori conservatori opporsi alle normative internazionali sul cambiamento climatico.

Nel 2015, un rapporto del Pentagono ha concluso che la negazione del clima era una minaccia per la sicurezza nazionale perché impedisce azioni di adattamento. Tuttavia, molte installazioni navali o militari saranno colpite dal riscaldamento globale.

Uno studio del 2015 ha identificato 4.556 persone con legami di rete sovrapposti a 164 organizzazioni, responsabili degli sforzi più significativi per ridurre al minimo la minaccia del cambiamento climatico negli Stati Uniti.

 

Internazionale.

Una coalizione denominata "Clexit", che si presenta come:

"una nuova organizzazione internazionale volta a prevenire la ratifica del costoso e pericoloso “Trattato di Parigi sul riscaldamento globale" , con membri in ventisei paesi.

 Secondo il quotidiano britannico “The Guardian”  :

"I leader di Clexit sono fortemente coinvolti in organizzazioni finanziate dal tabacco e dai combustibili fossili" .

 

Argomenti e posizioni sul riscaldamento globale.

Nei decenni 1970/1990, poi negli anni 2000, argomenti frequenti o ricorrenti, mobilitati nelle campagne di smentita sono stati i seguenti:

alcuni ghiacciai o banchi di ghiaccio non si sciolgono.

Ci sono alcune zone (anche negli Stati Uniti) che tendono a raffreddarsi (in termini di anomalie di temperatura).

 Inoltre, la tendenza teorica nella storia geologica del clima è che la Terra dovrebbe entrare di nuovo in un'era glaciale.

 I gruppi di negazione del clima hanno affermato che il riscaldamento globale si è recentemente fermato o è rallentato bruscamente come “CO 2” continuava ad aumentare.

Questi argomenti ignorano il modello di riscaldamento a lungo termine, basandosi solo su fluttuazioni locali e/o che sono state osservate solo a breve termine.

Tuttavia, le misurazioni mostrano che a livello globale per più di un secolo, il riscaldamento ha chiaramente superato il raffreddamento;

il vapore acqueo è un'emissione di gas serra maggiore di CO 2, e quindi non sufficientemente presi in considerazione da molti modelli climatici.

 Tuttavia, gli scienziati sanno da tempo che il vapore acqueo è un gas serra.

 L' “IPCC ha da tempo spiegato che una nuvolosità (che è anche in parte artificiale) è una delle fonti di incertezza nei modelli, che stanno migliorando costantemente per tenere maggiormente conto delle nuvole.

 Ma la "vita atmosferica" ​​dell'acqua è solo di una decina di giorni, che è molto breve rispetto al tempo di permanenza della CO2, che si stima abbia più di un secolo.

Ciò significa che la “CO 2” è il principale motore dell'aumento delle temperature; il vapore acqueo funge da feedback e non da forzatura.

Il vapore acqueo è stato integrato nei modelli climatici sin dalla loro creazione (dal lavoro di Arrhenius alla fine del 1800 );

CO 2 è presente solo in tracce nell'atmosfera terrestre (circa 400  ppm , o 0,04%). Raddoppiarlo potrebbe quindi avere solo un effetto minore sul clima.

Tuttavia, sulla base della fisicochimica dell'atmosfera, degli studi sui “paleo clima” e dei modelli, gli scienziati hanno comunque dimostrato per più di un secolo che anche questa piccola percentuale ha un significativo effetto riscaldante e che raddoppiare questa proporzione si traduce in un forte aumento della temperatura.

La variabilità naturale di fattori come le macchie solari, i raggi cosmici o i cicli di Milanković non sarebbe o non sarebbe sufficientemente presa in considerazione dai modelli;

si dice che siano le vere cause della recente tendenza al riscaldamento.

Tuttavia, questi fattori sono già presi in considerazione durante l'analisi climatica e lo sviluppo di modelli climatici;

il consenso scientifico è che spieghino parte delle variazioni (cosa che non è mai stata smentita dalla scienza del clima, anzi), ma che non possono spiegare la tendenza al riscaldamento osservata nel mondo;

l'innalzamento degli oceani avrebbe altre spiegazioni.

Così nel maggio 2018 in una riunione del “Comitato Scienza, Spazio e Tecnologia” della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti , “Mo Brooks” (rappresentante dell'Alabama ) ha affermato che l' innalzamento del livello del mare non è causato dallo scioglimento dei ghiacciai ma piuttosto dall'erosione costiera e limo che scorre dai fiumi all'oceano.

Parte della letteratura nella sfera della negazione del clima si è evoluta, compreso il riconoscimento della realtà di un certo riscaldamento, ma poi spesso suggerendo di aspettare l'invenzione di tecnologie migliori per affrontare il cambiamento climatico, poiché saranno più convenienti e più efficienti.

Uno degli argomenti di smentita ricorrente da più di trent'anni è che gli scienziati mancano di prove e/o che non sarebbero d'accordo tra loro sulle cause e/o sul livello del riscaldamento.

Ma il consenso scientifico esiste ed è chiaro.

È stato recentemente riassunto dal “Quarto Rapporto di Valutazione dell' “IPCC “, dall' “US Geological Survey” e da altri rapporti:

 è che l'attività umana è effettivamente diventata la causa principale del cambiamento climatico; non commisurato a cause naturali (ad esempio: in termini di emissioni, l'utilizzo di combustibili fossili rappresenta annualmente circa 30 miliardi di tonnellate di CO 2, vale a dire 130 volte la quantità prodotta dai vulcani).

 

Teorie cospirazioniste.

Su questo argomento, vedi anche “Teoria della cospirazione sul riscaldamento globale”.

Alcune teorie del complotto sul riscaldamento globale sono state avanzate da coloro che negano l'esistenza di questo cambiamento o gravità; sostengono che il consenso scientifico dell'IPCC è una menzogna, o un'illusione, e/o che i climatologi nascondono i loro dati reali e agiscono in nome dei loro interessi finanziari "allarmando" inutilmente e ingiustificatamente il pubblico e i funzionari eletti in faccia di un clima in realtà rinfrescante, stabile o naturalmente mutevole; secondo queste teorie, facendone parlare, questi climatologi cercano denaro e prestigio.

Nonostante lo sfruttamento delle "fughe di posta elettronica" durante la controversia sull'Unità di ricerca climatica e dopo una ricerca multinazionale indipendente, non è stata presentata alcuna prova di tale trama ed esiste un forte consenso tra scienziati di molteplici ambienti politici, sociali, organizzativi e nazionali sull’ estensione, gravità e cause del cambiamento climatico.

Nel 2010, uno studio sulla credibilità degli esperti ha concluso che in quel momento circa il 97% dei climatologi era d'accordo con questo consenso sulla parte antropogenica del riscaldamento globale.

Inoltre, molti dei dati utilizzati in climatologia sono pubblicamente disponibili e possono essere visualizzati e interpretati da ricercatori concorrenti e dal pubblico.

Nel 2012 , una ricerca dello studioso australiano “Stephan Lewandowsky” ha concluso che le persone che credevano in altre "teorie del complotto" (per esempio credendo che l'FBI fosse responsabile dell'assassinio di Martin Luther King, Jr. ), avevano maggiori probabilità di sostenere la negazione del cambiamento climatico.

Nel mese di febbraio il 2015 , “Jim Inhofe” , senatore e il cambiamento climatico denari, avendo precedentemente chiamato il cambiamento climatico "  la più grande bufala mai contro il popolo americano  ", sostenne di aver smascherato la presunta bufala portando una palla di neve con lui alla camera del Senato degli Stati Uniti , e gettandolo a terra.

Nel 2017 , John Barrasso gli succedette affermando: “Il clima è in continua evoluzione. Non si conosce il ruolo dell'attività umana”..

Nel 2019, Donald Trump (provato scettico sul clima) accusa l'ecologista Greta Thumberg e i giovani del movimento “Fridays for Future”, dicendo:

“Sembra una giovane donna molto felice che guarda a un futuro meraviglioso e sorridente. Così bello da guardare!”

Aveva scherzato, non prendendo sul serio le richieste della ragazza.

Tassonomia: tipi di negazione del cambiamento climatico.

Caratteristiche della negazione scientifica (inclusa la negazione climatica).

Nel 2004 ,” Stefan Rahmstorf” ha spiegato come i media abbiano dato l'impressione fuorviante che il cambiamento climatico rimanga oggetto di controversie all'interno della comunità scientifica, attribuendo questa impressione agli sforzi di pubbliche relazioni degli scettici sul clima.

“Rahmstorf “ha identificato vari tipi di posizioni e argomenti usati dagli scettici sul clima, da cui ha costruito una tassonomia dello scetticismo sul cambiamento climatico; e successivamente il modello è stato applicato anche alla negazione del riscaldamento globale.

Tipologia di rifiuto.

Sono state definite le principali tendenze:

clima-scettico / tendenza alla negazione : queste persone negano la tendenza al riscaldamento.

 Affermano che non è in corso un riscaldamento globale significativo e che la tendenza al riscaldamento misurata dalle stazioni meteorologiche è un artefatto dovuto all'urbanizzazione intorno a queste stazioni (effetto “isola di calore urbana”);

tendenza climatoscettica / negazione dell'attribuzione :

queste persone riconoscono che c'è una tendenza al riscaldamento globale ma secondo loro le cause sono esclusivamente naturali;

dicono di dubitare che le attività umane possano essere responsabili delle tendenze osservate.

 Alcuni di loro addirittura negano che ci sia un aumento di CO 2 delle emissioni antropogenico;

 e altri riconoscono che c'è CO 2 aggiuntivo, ma afferma che non porta a un notevole riscaldamento [e] che devono esserci altre cause naturali per il riscaldamento;

tendenza climatoscettica/negazione degli impatti  : queste persone pensano o fingono di pensare che il riscaldamento globale sia innocuo, anzi benefico.

Questa tassonomia è stata utilizzata nelle scienze sociali per l'analisi delle pubblicazioni e per classificare lo scetticismo sul cambiamento climatico e la negazione del cambiamento climatico.

A volte viene aggiunta una quarta categoria ("negazione del consenso"), che descrive le persone che negano o mettono in dubbio il consenso scientifico sul riscaldamento globale antropogenico.

Nel 2010 , il “National Center for Science Education” ha descritto la negazione del cambiamento climatico come una controversia tra diversi punti di consenso scientifico, proponendo una tipologia basata su una serie di argomenti sequenziali, con il seguente atteggiamento:

“Negare che il cambiamento climatico stia avvenendo ;”

"Accettare l'idea che questo cambiamento climatico esista, ma negando qualsiasi contributo significativo delle attività umane" ;

"Accettare che il cambiamento esiste, e che l'Uomo ne è in parte responsabile, ma negando l'evidenza scientifica che dimostri che questo sconvolgimento colpisce la natura e la società umana" ;

"Accetta tutto questo, ma nega che l'uomo possa mitigare o ridurre i problemi".

Nel 2012 , James L. Powell  (in) ha fornito un elenco più lungo, come il climatologo “Michael E. Mann” che ha proposto una scala da "sei fasi di negazione", dove andremo a finire la negazione totale delle concessioni fatte nel corso del tempo, quindi l'accettazione di alcuni elementi di riscaldamento, pur mantenendo una postura che nega l'esistenza di un consenso generale:

"CO 2non aumenta realmente”;

"Anche se così fosse, l'aumento non ha alcun impatto sul clima perché non ci sono prove convincenti del riscaldamento";

"Anche se c'è un riscaldamento, è dovuto a cause naturali";

“Anche se il riscaldamento non può essere spiegato da cause naturali, l'impatto umano è piccolo e l'impatto delle continue emissioni di gas serra sarà minore” ;

"Anche se gli effetti umani attuali e futuri proiettati sul clima della Terra non sono trascurabili, i cambiamenti saranno generalmente vantaggiosi per noi" ;

“Che i cambiamenti siano positivi o meno per noi, gli esseri umani sono molto abili nell'adattarsi al cambiamento; inoltre è troppo tardi per fare qualsiasi cosa e/o una soluzione tecnologica compare sempre quando serve davvero”.

Giornalisti ed editorialisti di giornali (ad esempio George Monbiot ed Ellen Goodman tra gli altri) hanno descritto la negazione del cambiamento climatico come una forma di negazione.

Nel contesto del clima, Chris e Mark Hoofnagle hanno definito la “negazione” come l'uso di mezzi retorici “per dare l'apparenza di un dibattito legittimo, dove non ce n'è; approccio con l'obiettivo ultimo di respingere una proposta per la quale esiste un consenso scientifico”.

 Questo processo utilizza in genere una o più delle seguenti tattiche:

sostiene che il consenso scientifico implica la cospirazione per falsificare i dati o sopprimere la verità: teoria della cospirazione sul riscaldamento globale;

esperti fasulli e/o persone con opinioni contrarie alle conoscenze acquisite, emarginano o denigrano allo stesso tempo gli esperti pubblicati.

Come il dubbio artificiale prodotto sul legame tra fumo e salute, alcuni scienziati “contrarian” si oppongono al consenso sul clima.

Alcuni degli scienziati che hanno negato il legame tabacco-salute hanno poi negato il legame tra gas serra/riscaldamento antropico;

selettività, ad esempio con una selezione di documenti atipici o addirittura obsoleti; allo stesso modo in cui la controversia sul vaccino MMR era basata su un singolo articolo: gli esempi includono idee screditate del periodo caldo medievale;

formulare richieste di ricerca impraticabili, sostenendo che qualsiasi incertezza invalida il dominio o esagerando l'incertezza rifiutando probabilità e modelli matematici;

fallacie logiche (fallaci).

Caso di riviste specializzate nel settore economico.

Questo campo sembra segnato da un disinteresse o da una certa forma di censura o autocensura, come se il cambiamento climatico non interessasse le riviste accademiche di economia e finanza , mentre si ricorda spesso che ecologia ed economia hanno la stessa etimologia , e mentre il clima è a priori una posta in gioco importante per tutte le attività umane, e quindi per l'economia ( “William Nordhaus” della Yale University , parla del cambiamento climatico come “ultima sfida” per l'economia Mondiale).

Così, i professori Andrew Oswald e Nicholas Stern hanno mostrato, nel settembre 2017, che gli articoli sul riscaldamento globale sono quasi o addirittura completamente assenti dalle principali riviste economiche, e in particolare dal Quarterly Journal of Economics (uno dei più apprezzati dalla professione): su quasi 4.700 articoli pubblicati in più di un secolo, nessuno affronta il tema del clima (o marginalmente per 5 articoli)

La stessa ricerca, ma estesa alle 10 riviste economiche più rinomate, fornisce solo una sessantina di articoli su 77.000, ovvero Lo 0,07% delle pubblicazioni...

"Un grande fallimento della nostra professione", deplorano questi due economisti, mentre "l'economia politica è centrale", che è un fattore importante nelle decisioni politiche e tecniche prese in tutto il mondo.

Andrew Oswald e Nicholas Stern chiedono una seria considerazione della "dimensione etica e filosofia morale" del soggetto, mentre per un secolo i grandi economisti hanno cercato di evitare ogni giudizio di valore politico e morale nelle loro analisi dei mercati e dell'economia del mondo ("L'economia riguarda i mezzi, non i fini").

L'economista James J. Heckman denuncia il fatto che alla loro testa, una comunità che aderisce principalmente all'ortodossia neoclassica, costringe gli autori ad essere vicini alle loro idee per essere pubblicate;

con clientelismo e un effetto di "incesto professionale" favorendo la duplicazione di vecchie idee, a scapito di articoli veramente innovativi che non possono essere pubblicati.

Esistono, tuttavia, alcune riviste accademiche (meno prestigiose e più specializzate, in economia ambientale e/o energetica, come il Journal of Environmental Economics and Management , Energy Journal , ecc., nonché alcune riviste più eterodosse (p. (es. Ecological Economics , Environmental Values , ecc.), per non parlare delle numerose riviste divulgative .

Psicologia.

La tecnica dell'inoculazione psicologica permette di rafforzare la resistenza a contraddizioni inaccettabili.

Psicoanalisi.

Sebbene la psicoanalisi si occupi per definizione solo dell'individuo, la filosofa e psicoanalista Donna Orange, assistente professore alla New York University , ritiene che gli psicoanalisti debbano affrontare gli "orrori del cambiamento climatico ".

 Secondo lei, gli psicoanalisti dovrebbero creare un "inconscio ambientale" e unirsi ad altre correnti terapeutiche per affrontare la sfida dei meccanismi di difesa degli individui che impediscono di rispondere ai cambiamenti climatici.

La psicologa sociale,” Renee Lertzmann” la cui ricerca si concentra sulla comunicazione ambientale pensa alle persone che soffrono di malinconia ambientale, malinconia nel senso inteso da Freud come reazione inconscia ad una perdita.

 

 

 

Effetto serra antropico

ed edifici a energia quasi zero.

Ingenio-web.it – (26-5-2023 ) - Redazione – Prof. Guido Caposio – ci dice:

In questo nuovo approfondimento il Professor Guido Caposio affronta due temi strettamente correlati tra loro:

 l’effetto serra antropico (e gli obiettivi degli accordi internazionali in merito) e gli edifici a energia quasi zero (nZEB), indicandone i requisiti prestazioni minimi.

Completa il testo un case study “torinese” di attuazione della politica comunitaria in materia di prestazione energetica degli edifici.

(Guido Caposio).

L'effetto serra antropico e gli obiettivi degli accordi internazionali.

Nel dicembre 2015 a Parigi, in occasione della Conferenza sul clima ed energia tra gli Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) di cui l’Unione Europea è stata tra i promotori e il primo firmatario, fu stipulato un accordo internazionale.

L’ accordo, per la prima volta, impegnava tutti i Paesi sottoscrittori (nel corso degli anni 197 paesi hanno aderito all’Accordo di Parigi) tra cui Unione Europea, Cina, Stati Uniti, India, Russia, Giappone, a perseguire, nel decennio 2030-2050, una serie di obiettivi, principalmente legati all’effetto serra, relativamente a conseguenze sul clima.

 

L’effetto serra è un fenomeno naturale assimilabile a quello che avviene nelle serre, ossia il mantenimento del calore ambientale.

Nell’ irraggiamento solare una frazione di radiazioni che raggiunge la superficie terrestre viene riemessa verso lo spazio sotto forma di raggi infrarossi, ovvero di energia termica.

I gas serra presenti nell’atmosfera (anidride carbonica (co2), metano, ossido nitroso, ozono e clorofluorocarburi) riflettono gran parte di questi raggi nuovamente sulla terra.

In tal modo (irraggiamento solare + energia termica riflessa) viene mantenuta la temperatura di superficie terrestre che è mediamente pari a 15 °C. In assenza dei gas serra la temperatura presumibile sarebbe di circa −18 °C.

Con la combustione delle risorse fossili (carbone, petrolio, gas) viene immessa nell'atmosfera una quantità aggiuntiva di gas serra (32 Md di tonnellate, nel 2017, di CO2).

Il surplus di gas serra potenzia l'effetto di riflessione, con maggior irraggiamento di raggi infrarossi sulla terra e conseguente innalzamento della temperatura media.

Nell'ultimo secolo vi è stata una crescita di +0,76°C .

Il fenomeno è denominato effetto serra antropico o antropogenico. Come conseguenze del surplus di gas serra si generano:

scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare,

cambiamenti climatici, ondate di calore,

periodi di siccità e aumento delle zone desertiche,

aumento dei fenomeni naturali estremi come alluvioni, tempeste, uragani e incendi.

Secondo le previsioni degli scienziati, nel XXI secolo la temperatura media del pianeta potrebbe crescere di +2°C.

Già per il 2030, tra i principali traguardi dell’Accordo di Parigi, erano previsti:

la diminuzione di una quota minima del 40% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990;

il raggiungimento di una quota minima del 32% di energie rinnovabili;

l’aumento minimo del 32,5% del livello di efficienza energetica.

L’ Accordo di Parigi aveva la finalità di perseguire come risultato principale il limite ben al di sotto dei 2 gradi Celsius del riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi Celsius.

Inoltre mirava a orientare i flussi finanziari privati e statali verso investimenti promotori di basse emissioni di gas serra e a migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.

Nel dicembre 2018 si è tenuta a Katowice, in Polonia, la Cop24 (24esima Conferenza delle parti della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici UNFCCC).

I rappresentati di oltre 190 paesi si sono confrontanti con l’obiettivo di adottare un regolamento per l’attuazione dell’Accordo di Parigi con lo scopo di raggiungere nei tempi gli obiettivi previsti.

A Katowice è stato adottato il cosiddetto libro delle regole (Rulebook) che raccoglie gli elementi tecnici necessari per attivare l’esecuzione operativa delle disposizioni dell’Accordo di Parigi.

Nell’ ottobre - novembre 2021 si è tenuta a Glasgow, in Inghilterra, la Cop26.

Oltre 190 leader mondiali e rappresentanti di governo, si sono riuniti per due settimane, per adottare misure di contenimento e, se possibile, invertire il processo di surriscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico.

Tra le decisioni di maggiore rilievo contenute nel Patto di Glasgow si evidenzia l’individuazione di nuovi obiettivi minimi di decarbonizzazione:

un taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 2010, da attuarsi entro il 2030;

il raggiungimento di zero emissioni nette intorno alla metà del secolo. Tale indicazione temporale generica (la cosiddetta Carbon Neutrality a livello globale) è stata voluta da Cina, Russia e India, indisponibili all’assunzione di detto impegno entro il 2050.

A Glasgow sono state approvate regole di attuazione fondamentali per la collaborazione bilaterale e multilaterale ai fini della realizzazione degli obiettivi climatici nazionali.

Gli edifici a Energia quasi Zero.

Per le finalità dell’accordo sul clima di Parigi, mirate al raggiungimento di obiettivi di efficienza energetica, si è attivata l’esigenza di creare edifici a energia quasi zero (nZEB) con la loro diffusione nell’ambito edilizio.

Sono nate le direttive Europee EPBD (Energy Performance of Building Directive), ossia le principali politiche comunitarie in materia di prestazione energetica degli edifici.

Tali direttive regolano in generale:

i criteri generali per il calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici;

i requisiti di efficienza da rispettare per edifici di nuova costruzione o per la ristrutturazione degli edifici esistenti.

La definizione di Nearly Zero Energy Building (nZEB) è stata introdotta dalla direttiva Europea EPBD 2002/91/UE seguita da successivi aggiornamenti del 2010/31UE e del 2018/844UE.

Secondo l’art. 2, par. 2 della EPBD del 2010, per edificio a energia quasi zero si intende un edificio ad altissima prestazione energetica, determinata conformemente all’allegato I.

Il fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo dovrebbe essere coperto in misura molto significativa da energia da fonti rinnovabili, compresa l’energia da fonti rinnovabili prodotta in loco o nelle vicinanze.

La definizione delle direttive europee comprende dunque anche la produzione di energia da fonti rinnovabili prodotta nelle vicinanze (Nearly).

Peraltro il concetto di vicinanza è richiamato anche dal D. Lgs. n. 28 del 3-3-2011, All. 3, par. 1, lett. c

La definizione di prestazione energetica di un edificio a energia quasi zero, riportata dall’allegato I comma 1, indica che tale prestazione è determinata sulla base della quantità di energia, reale o calcolata, consumata annualmente per soddisfare le varie esigenze legate ad un uso normale dell’edificio e corrisponde al fabbisogno energetico per il riscaldamento e il rinfrescamento (energia necessaria per evitare un surriscaldamento) che consente di mantenere la temperatura desiderata dell’edificio e coprire il fabbisogno di acqua calda nel settore domestico.

Ai fini della valutazione della prestazione energetica gli edifici devono essere classificati adeguatamente secondo le seguenti categorie:

a) abitazioni monofamiliari di diverso tipo;

b) condomini (di appartamenti);

c) uffici;

d) strutture scolastiche;

e) ospedali;

f) alberghi e ristoranti;

g) impianti sportivi;

h) esercizi commerciali per la vendita all’ingrosso o al dettaglio;

i) altri tipi di fabbricati impieganti energia.

La prima direttiva Europea EPBD del 2002:

ha definito l'obiettivo, ossia la promozione del miglioramento del rendimento energetico degli edifici nella Comunità, tenendo conto delle condizioni locali e climatiche esterne, nonché delle prescrizioni per quanto riguarda il clima degli ambienti interni e l'efficacia sotto il profilo dei costi.

Ha introdotto la “Certificazione Energetica degli edific”i (inizialmente ACE l’Attestato di Certificazione Energetica, dal 2013 APE Attestato di Prestazione Energetica 1. ) e l’adozione di una metodologia per il calcolo del rendimento energetico integrato degli edifici.

 Agli Stati membri era delegata la definizione della metodologia del calcolo del rendimento energetico degli edifici sulla base del quadro generale di cui all'allegato della direttiva.

 La metodologia viene stabilita a livello nazionale o regionale.

Ha indicato i Criteri generali per i requisiti minimi di efficienza per gli edifici di nuova costruzione o ristrutturazioni di edifici di grandi metrature oltre i 1000 mq.

1.) L’APE è un documento rilasciato da un soggetto accreditato denominato certificatore energetico che attesta la prestazione e la classe energetica di un immobile con una scala di dieci lettere da A4 (punteggio 10 consumo massimo inferiore o uguale a 0,40 Ep - efficienza energetica migliore) a G (punteggio 1 consumo massimo non si specificato; consumo minimo inferiore o uguale a 3,50 Ep).

Attraverso l’APE si determinano le caratteristiche quali il fabbisogno energetico dell’edificio, la qualità energetica del fabbricato, le emissioni di anidride carbonica e l’impiego di fonti rinnovabili di energia, che incidono sui costi di gestione e sull’impatto ambientale dell’immobile.

 

La seconda direttiva Europea EPBD del 2010 ha inserito aggiornamenti relativi a:

il quadro comune generale della metodologia per il calcolo della prestazione energetica integrata degli edifici e delle unità immobiliari;

l’applicazione di requisiti minimi alla prestazione energetica di edifici e unità immobiliari di nuova costruzione;

l’applicazione di requisiti minimi alla prestazione energetica.

 

La terza direttiva Europea EPBD del 2018 indica che:

nella strategia di ristrutturazione a lungo termine ogni Stato membro fissa una tabella di marcia con misure e indicatori di progresso misurabili stabiliti a livello nazionale in vista dell’obiettivo di lungo termine per il 2050 di ridurre le emissioni di gas a effetto serra nell’Unione dell’80-95 % rispetto al 1990;

ciò al fine di garantire un parco immobiliare nazionale ad alta efficienza energetica e decarbonizzato e di facilitare la trasformazione efficace in termini di costi degli edifici esistenti in edifici a energia quasi zero.

La tabella di marcia include tappe indicative per il 2030, il 2040 e il 2050 e specifica il modo in cui esse contribuiscono al conseguimento degli obiettivi di efficienza energetica dell’Unione conformemente alla direttiva 2012/27/UE.

La politica comunitaria in materia di prestazione energetica degli edifici è stata recepita in Italia con D.L. 63/2013, convertito in Legge n. 90/2013.

L’Art. 4-bis. (Edifici ad energia quasi zero) della Legge recita:

1.) A partire dal 31 dicembre 2018, gli edifici di nuova costruzione occupati da pubbliche amministrazioni e di proprietà di queste ultime, ivi compresi gli edifici scolastici, devono essere edifici a energia quasi zero.

Dal 1° gennaio 2021 la predetta disposizione è estesa a tutti gli edifici di nuova costruzione.

L’edificio a energia quasi zero è definito come un edificio ad altissima prestazione energetica in cui il fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo è coperto in misura significativa da energia da fonti rinnovabili, prodotta in situ.

La prestazione energetica degli edifici è determinata sulla base della quantità di energia necessaria annualmente per soddisfare le esigenze legate a un uso standard dell’edificio.

Tale prestazione, nel settore residenziale, corrisponde al fabbisogno energetico annuale globale, in energia primaria, per:

il riscaldamento, il raffrescamento, la ventilazione,

la produzione di acqua calda sanitaria.

Nel settore non residenziale il fabbisogno energetico aggiuntivo è anche per l’illuminazione, gli impianti ascensori, le scale mobili.

Le caratteristiche di un edificio a energia quasi zero in Italia sono state stabilite dal D.M. 26 giugno 2015 Requisiti minimi degli edifici del Ministero dello Sviluppo Economico, Allegato 1 comma 3.

Tale Decreto, definendo lo Strumento nazionale di riferimento, richiama principalmente per i criteri e le metodologie di calcolo le norme tecniche nazionali (la serie delle UNI/TS 11300), predisposte in conformità allo sviluppo delle norme EN a supporto della Direttiva 2010/31/UE.

Le ulteriori metodologie di calcolo, finalizzate alla redazione dell’attestato di prestazione energetica, sono riportate nelle Linee guida nazionali di cui al decreto del Ministro dello sviluppo economico, 26 giugno 2009 e nei successivi aggiornamenti previsti dall’articolo 6, comma 12, del decreto legislativo.

Sono nZEB gli edifici di nuova costruzione o esistenti, che rispettino contemporaneamente:

i requisiti prestazionali indicati dal decreto stesso,

gli obblighi di integrazione delle fonti di energia rinnovabile previsti dal D. Lgs. 28/2011. Tale decreto sancisce l'obbligo di integrazione per la copertura dei consumi di calore, di elettricità e per il raffrescamento.

I requisiti prestazionali minimi nZEB, in aggiunta al limite complessivo sul consumo di energia, sono:

il coefficiente medio globale di scambio termico (H’T),

l’area solare equivalente estiva per unità di superficie utile (Asol,est/Asup utile),

l’indice di prestazione termica per il riscaldamento e per il raffrescamento (EPH,nd EPC,nd),

l’indice di prestazione energetica globale dell’edificio (EPgl,tot).

Si introduce, poi, il confronto dei valori calcolati degli ultimi tre indici di prestazione (indici EP) dell’edificio reale, con quelli di un edificio di riferimento , rispetto ai quali devono essere inferiori.

Con edificio di riferimento o target si intende un edificio identico in termini di geometria (sagoma, volumi, superficie calpestabile, superfici degli elementi costruttivi e dei componenti), orientamento, ubicazione territoriale, destinazione d’uso e situazione al contorno e avente caratteristiche termiche e parametri energetici predeterminati conformemente all’Appendice A dell’Allegato 1 del D.M. 26 giugno 2015.

I parametri energetici predeterminati del fabbricato dell’edificio di riferimento e altri parametri per le verifiche di legge riguardano:

- il fabbricato;

 

trasmittanza termica U delle strutture;

valore del fattore di trasmissione solare totale per componenti finestrati con orientamento da Est a Ovest passando per Sud;

- gli impianti tecnici;

servizi di climatizzazione invernale, climatizzazione estiva, acqua calda sanitaria e produzione di energia elettrica in situ;

fabbisogni energetici di illuminazione e di ventilazione;

- altri parametri

coefficiente medio globale di scambio termico;

area solare equivalente estiva:

(ingenio-web.it/articoli/effetto-serra-antropico-ed-edifici-a-energia-quasi-zero/)

 

 

 

 

 

Sardegna “Ciabatta” Energetica.

Conoscenzealconfine.it – (26 Aprile 2024) - Maria Antonietta Pirrigheddu – ci dice

Stavolta il solito ritornello “ce lo chiede l’Europa” può andare a farsi benedire.

L’Europa, infatti, ci chiede l’esatto contrario.

 Ma noi siamo italiani, facciamo a modo nostro e i ritornelli li usiamo quando ci conviene.

Soprattutto se si tratta della Sardegna.

Già, la Sardegna, questa terra un tempo meravigliosa che nel giro di un paio d’anni probabilmente non esisterà più:

l’intento è di trasformarla in un polo industriale, destinato a produrre energia elettrica da trasportare chissà dove.

Questi sono i programmi per noi, per il nostro sviluppo.

E per salvare la terra dal cambiamento climatico.

 Eh sì, perché a quanto pare per salvare la terra è necessario smettere di coltivarla, togliercela e consegnarla alle multinazionali.

Così il pianeta sarà salvo.

Per capire cosa sta accadendo dobbiamo partire dall’inizio, dalla cosiddetta Transizione Energetica.

Ovvero la necessità sacrosanta, che nessuno contesta (beh… qualcosa da contestare ci sarebbe anche… non vorremo mica credere alla stronzata della transizione energetica? – nota di conoscenze al confine), di smettere di utilizzare combustibili fossili come carbone e metano per la produzione di energia elettrica e transitare verso “fonti rinnovabili” come il sole, il vento e l’acqua.

L’Europa si è proposta di arrivare alla totale decarbonizzazione entro il 2050, passando per vari step.

 Il primo step ci attende nel 2030, quando l’Italia dovrà installare sull’intero suolo nazionale una potenza di 70 Gigawatt per la produzione da fonti rinnovabili.

Ora, 70 diviso 20 regioni fa 3,5 Gigawatt a testa… Ma siccome noi sardi siamo notoriamente generosi e avvezzi ad essere colonizzati, la bozza del decreto nazionale ce ne assegna 6.

E questo nonostante produciamo già molta più energia di quanta ne consumiamo.

Però sta succedendo una cosa strana:

invece di prepararci ai 6 Gigawatt per il 2030, ci ritroviamo già oggi con quasi 58 Gigawatt pronti da installare.

Quasi dieci volte tanto!

Grazie al famigerato decreto Draghi e a causa di delibere indegne firmate dalla Regione Sardegna negli ultimi anni, sono arrivate qui come avvoltoi aziende e multinazionali da ogni parte del mondo, per spartirsi la nostra terra e piazzarvi i loro impianti colossali.

Si è stabilito che i due terzi della nostra Isola possano essere sventrati, perforati, riempiti di cemento, devastati, depredati.

I due terzi del nostro suolo possono essere sottratti all’agricoltura, alle aziende agro-pastorali, alle aziende turistiche e agrituristiche, ai nostri progetti, al nostro futuro, a noi.

Non per darci opportunità ma per toglierci ogni opportunità.

 Ad oggi le richieste di allaccio sono 809, ma crescono di giorno in giorno.

Se le pratiche presentate andassero in porto, verrebbero impiantate sulla terraferma 3.000 turbine eoliche alte fino a 240 metri (da sommarsi alle 1.200 già esistenti), altre 1.300 turbine di 320 metri davanti alle spiagge, visibilissime anche a decine di km di distanza, e quasi 50 km2 di pannelli solari su campi e pascoli.

A tutto ciò dobbiamo aggiungere le innumerevoli autorizzazioni già concesse!

Numeri da far accapponare la pelle.

Solo per il “foto e agrivoltaico”, quasi 50.000 nuovi ettari verrebbero sottratti alle nostre attività e ai nostri paesaggi per riempirli di specchi di silicio, che nel giro di due decenni (o ancor prima se dovesse arrivare qualche grandinata) si trasformerebbero in sconfinate discariche a cielo aperto.

Eppure l’Europa ci raccomanda di evitare ulteriore consumo di suo

lo, un bene primario essenziale per contrastare i cambiamenti climatici. Su tutto questo, migliaia di tralicci alti 49 metri con infiniti km di fili sospesi.

Ora immaginatela, questa immensa landa industriale in cui saremmo costretti a vivere, con il terribile ronzio che ci accompagnerebbe giorno e notte.

 Immaginatevi le migliaia di luci rosse intermittenti che cancellerebbero le nostre notti stellate…

 Quelle notti e quel silenzio che fanno della Sardegna una terra celebrata ovunque, e che noi non avremmo più.

Se tutto ciò dovesse realizzarsi – e sta già accadendo – la Sardegna sarà irrimediabilmente sconvolta nei suoi panorami unici, nella biodiversità, nella ricchezza naturale, storica, archeologica, culturale e identitaria.

A fronte di quali vantaggi?

Per noi non è contemplato alcun risparmio in bolletta né, tanto meno, alcuna compensazione in denaro, ora vietato per legge.

Sono previsti solo “interventi di miglioramento ambientale”.

Cioè?

Di solito il miglioramento consiste nel ripristino delle strade distrutte per il trasporto delle enormi pale.

 Talvolta i progettisti sono più premurosi, arrivando addirittura a costruire, in cambio dei territori violentati, graziose siepi oppure altalene e scivoli per bambini.

 O noccioleti per la produzione di nutelle.

Verremo ripagati anche con “campagne di sensibilizzazione per il cittadino”, per persuaderlo della bontà degli atti speculativi. D’altronde gli europei di un tempo, quando andavano a colonizzare l’America latina, si conquistavano la fiducia degli indigeni regalando collanine e altre cianfrusaglie.

Il sistema è identico.

Per loro, invece? Da 900.000 a 1.200.000 euro all’anno per ogni turbina eolica!

Cifre anche maggiori per quelle in mare.

Oltre al danno la beffa:

una parte di questo milione esce dalle nostre tasche, perché gli incentivi, magnanimamente concessi dal Governo italiano, vengono prelevati dalle bollette.

 In pratica lo Stato prende i nostri soldi e li dona agli speculatori che sbarcano qui, come la famosa JP Morgan.

Non è fantastico?

(No, non è fantastico… è una condanna all’ergastolo, perché ve ne state … buoni, buoni! N.D.R)

Tra 25-30 anni questi impianti saranno già arrivati a fine vita, salvo incidenti nel frattempo.

Chi provvederà allo smaltimento?

 Certamente non le ditte installatrici:

in molti casi si tratta di aziende con 10.000 euro di capitale sociale, magari organizzate in un sistema di scatole cinesi, che falliscono o spariscono presto.

Chi subentra non si sente affatto in dovere di onorare impegni presi da altri.

Perciò i rottami sono tutti nostri e dovremo occuparci noi di smaltirli. Come?

Affrontando spese enormi e andando ad inquinare altri territori.

Ma i terreni che ospitano gli aerogeneratori non saranno mai più bonificati, perché il basamento (circa 1.300 metri cubi di calcestruzzo) non può essere eliminato: verrà lasciato lì, rendendo sterile il terreno in eterno.

È questa l’idea comune di “energia pulita”.

(No, questa è solo un “truffa pulita”! N.D.R)

Ecco perché parliamo di SPECULAZIONE.

Loro si prendono la nostra terra e il nostro futuro e in cambio ci gettano qualche osso, per tenerci buoni. Spesso, però, manco quello.

Le truffe sono all’ordine del giorno, sia ai danni di privati che delle Pubbliche Amministrazioni.

Sono sempre più numerosi i proprietari di terreni che si rivolgono agli avvocati, prima di firmare i contratti di concessione, perché cominciano a rendersi conto che è facilissimo cadere in trappola. (Questa è solo una truffa all’europea! N.D.R)

Se l’affare non dovesse andare in porto, tuttavia, si può sempre ricorrere agli espropri.

 Imprese private che espropriano altre imprese private: ogni infamia è concessa, in nome della pubblica utilità.

Sono molti gli amministratori che si oppongono, ricevendone addirittura minacce; altri invece ricercano il vantaggio personale.

L’inerzia della Giunta Solinas, appena decaduta, ha favorito qualunque tipo di malaffare.

Ci sono soluzioni al disastro incombente?

Certo: basterebbe recepire le direttive europee.

 L’energia necessaria al nostro sostentamento, e anche in sovrappiù, potrebbe essere prodotta dal fotovoltaico sui tetti sia pubblici che privati, senza ulteriore consumo di suolo;

dallo sviluppo dell’idroelettrico – che stranamente non viene preso in considerazione – ed eventualmente dal geotermico di bassa profondità.

 

Si potrebbero potenziare gli impianti eolici già esistenti, sfruttando le nuove tecnologie ma rispettando l’estensione e le altezze attuali, senza altro concedere.

 Redigere piani energetici locali e concordati con le comunità, che non distruggano l’economia e il tessuto sociale come invece fanno questi impianti di taglia industriale.

Piani che rispettino il territorio e la nostra dignità.

Sono queste le soluzioni suggerite dai 14 Comitati che si sono costituiti per difendere la Sardegna dall’assalto, riunendosi in un Coordinamento regionale.

I Comitati chiedono con urgenza una moratoria, per stoppare almeno momentaneamente i progetti e avere il tempo di fare scelte migliori, una” Legge regionale di recepimento delle direttive UE”, la possibilità di partecipare alla redazione di un piano energetico regionale.

Si attendono i primi passi della Giunta Todde, che molto ha promesso in campagna elettorale (le promesse sono bravi tutti a farle… un po’ di realismo non guasta… – nota di conoscenze al confine.it).

Si è già perso troppo tempo.

Intanto gli speculatori avanzano in gran fretta e con arroganza, favoriti da vent’anni di norme nazionali che facilitano incredibilmente ogni tipo di autorizzazione, scavalcando le comunità locali.

La nuova Amministrazione Regionale verrà messa immediatamente alla prova.

Alessandra Todde vorrà e sarà capace di tutelare la sua terra, pur rispettando il fine comune della transizione energetica (…pur rispettando il fine comune della transizione energetica? Ma perché anche chi scrive non capisce che questi sono solo pretesti e parole per sedare le pecore? Sveglia! – nota di conoscenze al confine.it)?

Sarà capace di condurci all’obiettivo senza barattare la Sardegna?

(Maria Antonietta Pirrigheddu).

(Coordinamento Gallura contro la speculazione eolica e fotovoltaica).

(luogocomune.net/23-energia-e-ambiente/6500-sardegna-ciabatta-energetica).

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