La sfida della nuova Europa.

 

La sfida della nuova Europa.

 

 

Meloni guarda alle destre Ue:

"Il voto è decisivo".

 Segnali da Le Pen. Il nodo Ucraina.

  msn.com – Il Giornale - Adalberto Signore – (20-5-2024) – ci dice:

 

L'applausometro di “Palacio de Vistalegre” dice inequivocabilmente che è “Javier Milei” il vincitore di «Viva24».

Con un intervento che più teatrale non potrebbe essere, infatti, il presidente argentino prima intona “Yo soy el leon dei La Renga” (canzone che usa spesso come cavallo di battaglia nei suoi comizi) e poi attacca a 360 gradi «il socialismo maledetto e cancerogeno».

Affonda pure su “Begoña Gómez”, la moglie del premier spagnolo “Pedro Sanchez” che “Milei” definisce «corrotta».

 I circa diecimila sostenitori di Vox assiepati in quella che decenni fa era una storica” Plaza de toros” della capitale vanno in visibilio.

 E peccato che qualche ora dopo Madrid decida di richiamare sine die l'ambasciatore spagnolo in Argentina e pretenda «scuse formali».

Ma l'annuale “kermesse di Vox” non è solo palcoscenico, bandiere spagnole (ce ne sono almeno tre di Israele) e fischi che vanno su di decibel ogni volta che sui maxi-schermi passano i volti di Sanchez e Greta Thunberg.

Perché “Santiago Abascal” è riuscito ancora una volta a riunire sullo stesso palco quasi tutti i leader dell'eurodestra, da Giorgia Meloni (collegata in diretta da Roma) a Marine Le Pen, passando per “Mateusz Morawiecki”, leader polacco di “Pis”, e “Viktor Orbán”, il premier ungherese di “Fidesz.

Non un dettaglio quando mancano tre settimane dalle elezioni Europee del 6-9 giugno.

Soprattutto considerando che si tratta di una galassia composita e che a Bruxelles aderisce a famiglie politiche diverse.

 Meloni è presidente dei Conservatori di Ecr (dove con Fdi militano Pis e Vox), il Rassemblement national di Le Pen è il partito più forte di Identità e democrazia (cui aderiscono Lega e l'ultra-destra di Alternative für Deutschland), mentre Orbán e il suo Fidesz sono tra i «non iscritti».

Inevitabile, insomma, che la convention di Vox provi a essere un piccolo laboratorio dei futuri equilibri dell'eurodestra europea.

 

Il filo è ancora sottile, ma è chiaro che qualcuno sta tessendo la tela. Certo, nel suo intervento registrato c'è Orbán che resta fedele alla sua linea oltranzista e invita i «patrioti» a «occupare Bruxelles». Come pure, anche lui in un video-messaggio, molto duro è Morawiecki.

Il registro sotto i riflettori, però, è quello di Meloni e Le Pen, secondo tutti i sondaggi destinate a diventare le due donne forti della destra europea.

 E dopo le distanze di quasi due mesi fa - quando la candidata all'Eliseo attaccò la premier italiana per il suo rapporto troppo stretto con Ursula von der Leyen - ieri i toni erano decisamente smussati.

Non è un caso che i discorsi delle due siano stati limati dopo ripetuti contatti tra i rispettivi staff, segno che l'intenzione è quella di avvicinarsi e non certo di creare solchi.

La conferma arriva da Le Pen che, intercettata dai giornalisti italiani prima di salire sul palco, dice che con Meloni «ci sono punti in comune». «Lei e Matteo Salvini - aggiunge - hanno a cuore la libertà, non c'è dubbio che ci siano convergenze».

Così, Le Pen è sì critica verso l'Europa «centralizzata» che «promuove movimenti islamici e woke».

Ma - a parte un passaggio rapido e generico su Emmanuel Macron e von der Leyen - evita accuratamente di andare al muro contro muro con la presidente della Commissione Ue.

Meloni, dal canto suo, interviene come al solito in spagnolo, spinge sui temi identitari cari alla destra e critica un'Europa che «noi dobbiamo costruire diversa e migliore».

 Poi bolla come una «follia» il green, difende gli agricoltori e punta il dito sull'utero in affitto.

Infine, guarda al voto di giugno.

«Un cambio in Europa è possibile se i Conservatori saranno uniti, noi - dice - siamo il motore del rinascimento del nostro continente».

Insomma, in vista del post-voto Meloni e Le Pen cercano di mettere da parte le distanze.

Non è un caso che si evitino accuratamente gli argomenti più divisivi, come il rapporto con il Ppe (ieri solo Jorge Buxadé di Vox ha avuto parole dure) e con von der Leyen.

D'altra parte, nonostante i sondaggi dicano che ci sarà uno spostamento a destra del Parlamento Ue, per eleggere il prossimo presidente della Commissione serviranno alleanze larghe, quasi certamente coinvolgendo S&D.

 Il fatto che Meloni abbia criticato l'agenda 2019-2024 dell'Ue lascia a qualcuno il dubbio che la premier ritenga improbabile un Ursula-bis, ma tra i big di” Fdi” c'è chi giura che non è così.

 E che semplicemente Meloni ha parlato a una platea conservatrice con le cautele di chi sa che solo a urne aperte si potranno fare i conti.

 

Che poi, nel suo complesso, è il succo della kermesse di Vox.

Dove si sono incrociate destre diverse e, su alcuni dossier decisivi, distanti.

 Anche questi, non certo per caso, messi da parte.

 Non si è quasi parlato di Israele e Gaza, anche se l'intervento dal palco di “Amichai Chikli”, ministro della “Diaspora di Tel Aviv”, ha tenuto vivo l'argomento.

Silenzio assoluto, invece, sulla guerra tra Russia e Ucraina.

 Che non solo è alle porte dell'Europa, ma che rischia di essere il principale tema su cui si cercherà di trovare una maggioranza omogenea e filo-atlantica che sostenga il futuro presidente della Commissione.

Insomma, un tema centrale del confronto politico europeo e globale. Eppure, non una parola.

 Perché è su questo dossier che l'eurodestra è più distante.

Si tesse la tela, ma con prudenza. Aspettando i numeri reali delle urne.

(Annuncio Il Giornale).

 

 

 

Milei da Vox, 'aprire le porte

al socialismo è invito a morte.'

Ansa.it – (19 maggio 2024) – Redazione ANSA – ci dice:

 

"Aprire le porte al socialismo è aprire le porte alla morte".

Così ha preso la parola il presidente argentino,” Javier Milei£, davanti l'entusiasta platea al palazzo” Vistalegre” alla convention di Vox, venuto "a difendere la libertà" e l'ultraliberismo "dal maledetto socialismo cancerogeno".

 

 Milei, che è salito sul palco cantando e arringando la folla, ha detto che il socialismo " nasconde dietro una patina di altruismo il peggio dell'essere umano".

    Per il presidente argentino, "il capitalismo della libera impresa è stata la panacea per l'Occidente", perché "nonostante i pianti della sinistra, il mercato libero produce prosperità per tutti". Mentre "il socialismo ha sempre fallito, culturalmente, socialmente e economicamente", ha aggiunto il leader di “Avanza”, fra le grida di 'Bravo el peluca!', come è familiarmente chiamato dai fan.

    "E' mio compito mostrarvi quanto sinistro e nefasto sia il socialismo", ha insistito e per poi aggiungere che "il socialismo conduce alla morte. "non potremo mai arrenderci, cedere neanche un millimetro a quelli di sinistra", ha proseguito, "perché anche se sembra che abbiano ragione, non ce l'hanno mai, si approfittano dei più deboli, non si sono guadagnati l'abbondanza di cui godono e poi vogliono usare noi per risolvere la situazione".

  

 

 

 

 

La Fine era Nota… di “Città 30”

a Bologna Non si Parla più.

Conoscenzealconfine.it – (19 Maggio 2024) - Sergio Gioli – ci dice:

 

Di “Città 30” a Bologna non si parla più perché, com’era prevedibile, a 30 chilometri all’ora non va più nessuno, nemmeno i tassisti e gli autisti dei bus.

Ad essere generosi, il rispetto del divieto è durato tre o quattro settimane.

Accade con tutte le leggi irragionevoli: vengono ignorate e finiscono nel limbo.

 Esiste un solo modo per farle rispettare: un controllo ferreo, da stato di polizia, e non è questo il caso.

Tutt’altro.

Anche i posti di blocco dei vigili urbani sono durati poco, e comunque erano posti di blocco simbolici, annunciati con centinaia di metri d’anticipo da segnali lampeggianti.

 Così a Bologna si va a 30 chilometri orari solo dentro le mura, esattamente come accadeva prima, nel rispetto del codice della strada e senza bisogno di ulteriori iniziative da parte dell’amministrazione. Perché non sempre è necessario obbligare la gente a fare qualcosa, purché si tratti di qualcosa di sensato.

Le leggi nazionali ci sono e tutti le conoscono.

Non serve, che so, riempire di cartelli la città per dire che non si deve urinare per la strada.

 Né metterli ai Giardini Margherita per impedire di accendere falò.

I bolognesi già lo sanno.

Come sanno che non si può sfrecciare a 50 all’ora nelle viuzze medievali del centro storico.

Ma sanno anche che in via Murri, strada larga e diritta, se vai a 30 chilometri all’ora paralizzi inutilmente il traffico e ti tamponano anche i moscerini.

Dunque, la fine era nota fin dall’inizio.

 Vale però la pena domandarsi perché è stato fatto tutto questo. Ebbene, per ideologia.

Il sindaco Lepore ha aggiunto una tessera al puzzle che ha sempre voluto comporre, quello della città vetrina, ”la più progressista d’Italia”, come ama ripetere.

 Sapeva che avrebbe scatenato le ire del ministro Salvini, che infatti ha reagito, ma senza grande convinzione, perché tanto in Italia funziona così:

il sindaco fa una cosa, il governo lo sconfessa, il Tar sta con il sindaco, il Consiglio di Stato con il governo, l’Anci appoggia Lepore, i tassisti e i commercianti lo criticano, la sinistra chiama a raccolta i sindaci europei, la destra li mette alla berlina.

Un teatrino infinito.

 A Napoli gira una leggenda, in realtà un falso storico ma assai divertente:

 l’ordine “Facite ammuina”, contenuto in un inesistente “Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Marina del Regno”, datato 1841.

“All’ordine facite ammuina: tutti chilli che stanno a prora vanno a poppa e chilli che stanno a poppa vanno a prora;

 chilli che stanno a dritta vanno a sinistra e chilli che stanno a sinistra vanno a dritta;

 tutti chilli che stanno abbascio vanno a ‘ncoppa e chilli che stanno ‘ncoppa vanno abbascio passando tutti po’ stesso pertuso;

chi non tiene niente a ffà, s’aremeni a ‘ccà e a ‘llà”.

Un gran polverone in sostanza, per dare l’impressione di avere compiuto chissà quale mirabolante impresa ma senza in realtà aver cambiato assolutamente nulla.

Questo insegna anche che basterebbe solo un po’ di sana disobbedienza civile per farli cadere come birilli…

Anche nel recente passato sarebbe stato sufficiente che le masse esprimessero vero dissenso, invece di piegarsi ad ogni nefandezza portata avanti dai governi e non sarebbe successo nulla:

 niente mascherine, niente lockdown, niente punturine e niente morti e danneggiati, visto che tra l’altro si è trattato solo di una grande farsa, come ormai hanno capito in molti (purtroppo sulla propria pelle…).

 Non cadiamo più nei loro inganni… impariamo a dire NO, a ragionare con la nostra testa e a diffidare di tutto ciò ci propinano! (nota di conoscenze al confine)

(Sergio Gioli)

(imolaoggi.it/2024/05/17/bologna-citta-30-fine-teatrino-progressista/)

 

 

 

 

Da Matteotti si punti a una “tempesta”

corale di coraggio civile.

Il commento di Tivelli.

Formiche.net – Redazione - Luigi Tivelli – (15-5-2024) – ci dice:

 

Il 10 giugno ricorre il centenario della morte di Giacomo Matteotti, che questo anniversario sia per tutti il momento per riflettere e discutere, rivolgendosi anche e non solo ai giovani, sul valore e il significato del coraggio civile.

Per aprire, finalmente, le porte alla speranza, guardando alla vera e dura realtà delle cifre e delle condizioni del Paese, senza farsi attanagliare da forme di più o meno consapevole paura.

(Il commento di Luigi Tivelli).

 

Tempesta”. Questo era l’epiteto (come ormai sta diventando, per fortuna, noto) con cui veniva appellato Giacomo Matteotti.

E una sorta di “tempesta perfetta” di libri (27 libri fino al momento in cui scrivo) si sta sviluppando, finalmente, nel mondo dell’editoria (con attenzione, finalmente, anche da parte di qualche televisione), in occasione del centesimo anniversario dal vile attentato fascista che ha soppresso questo grande esponente del socialismo riformista italiano proprio agli albori del fascismo.

Per me Matteotti è stato un faro sin dall’età di quattordici anni:

 io stavo nel cuore di quel Polesine da cui quel grande antifascista proveniva.

Sono passati tanti anni in cui – nonostante la meritoria opera della” Fondazione Matteotti”, che oggi vede come presidente “Alberto Aghemo” (autore del libro “La scuola di Matteotti. Un’idea di libertà: istruzione, democrazia e riscatto sociale” – Rubbettino), come segretario generale l’instancabile professoressa “Rossella Pace”, e per non poca parte anche come grande sostenitore l’ottimo presidente onorario professor” Emmanuele Emanuele” – Matteotti era quasi un’icona solo per una parte del socialismo italiano e per pochi addetti ai lavori.

Oggi, finalmente, grazie anche all’attività del” Il Comitato Nazionale per le Celebrazioni della Morte di Giacomo Matteotti” (presieduto dal professor “Maurizio Degl’Innocenti”, con la guida organizzativa della professoressa” Rossella Pac”e) e della “Fondazione Giacomo Matteotti”, si sta diffondendo la vera immagine e la vera sostanza del grande martire antifascista polesano.

Non pochi potevano credere che fosse un deputato socialista cui fosse scappato il freno a mano del coraggio con quel discorso sui brogli elettorali delle elezioni agli albori del fascismo, magistralmente condotto nell’aula di Montecitorio.

 Non pochi lo potevano scambiare per un socialista massimalista, magari un po’ imprudente.

 

Giacomo Matteotti era, invece, intriso della miglior cultura del riformismo.

Passava ore e ore a studiare problemi, questioni, questioni sociali, economico-sociali, dell’educazione nella biblioteca di Montecitorio.

Conduceva nel Polesine, allora decisamente più arretrato di oggi (una specie di sud del nord) un’azione di pedagogia civile, battendo a tappeto le scuole con un’azione che oggi si definirebbe “top down” e “bottom up”.

Come emerge, infatti, da uno degli ultimi libri pubblicati, Matteotti era impegnatissimo rispetto al sistema scolastico, sia come riformatore sia con l’azione di pedagogia civile.

Specie tra la provincia di Rovigo (Fratta Polesine) da cui proveniva, fino alla provincia di Ferrara.

Nella sua figura c’è anche una sorta di monito rispetto a tanti politici attuali, che non sono adusi a studiare, a documentarsi e neanche a cercare il consenso dal basso (pur essendo gli attuali parlamentari, per fortuna, migliori di quelli, un po’ dominati dall’uno vale uno, della scorsa legislatura).

La sua esistenza politica, vilmente stroncata da una squadraccia fascista evidentemente inviata da qualcuno in alto loco, alla sola età di 39 anni, era stata ricca di studio, disciplina, impegno e lavoro, senza massimalismi, ma col sano coraggio della concretezza.

È per queste ragioni che quella di Matteotti dovrebbe essere una figura unificante, in un Paese afflitto da troppo presentismo (che amo definire “oggicrazia”), che ricorda uno dei passaggi più significativi della nostra vicenda storica.

Non mi pare che abbia poi tutto questo senso ricordare la figura di Giacomo Matteotti rullando i tamburi, facendo alzare le sirene del solito antifascismo urlato in chiave divisiva.

 Abbiamo passato uno dei 25 aprile più divisivi e pieni di settarismi della storia della Repubblica.

E anche un primo maggio, per certi versi, tale.

È da sperare che anche la più importante festa per una democrazia repubblicana, il 2 giugno, festa della Repubblica, non veda il solito gioco di “orazi contro curiazi”, con troppi tromboni che suonano anche dal lato della sinistra.

Riflettere sulla figura di Giacomo Matteotti dovrebbe essere, invece, riflettere sui veri lasciti del fascismo (perché non mi sembra proprio che ci siano pericoli di ritorno del fascismo in questo Paese).

 Un altro signore, un grande professore, già al vertice della burocrazia della Camera dei Deputati, ed esponente del governo Dini nel 1995, “Guglielmo Negri”, scomparso nel 2000, individuava come lasciti fondamentali del fascismo il “riformismo immobile” e il “feudalesimo di ritorno” in una serie di articoli dei primi anni 80 sul Corriere della Sera. Era anche lui un signore aduso a passare molto tempo nella biblioteca della Camera e a studiare i problemi e le vere questioni, diversamente da quanto in uso oggi nelle classi politiche e purtroppo anche in non poca parte delle classi dell’alta burocrazia.

Siamo ancora in pieno “riformismo immobile”, perché da troppi anni troppe importanti riforme si rinviano.

 A quando, ad esempio, una vera riforma della concorrenza? A quando una vera riforma della Pubblica Amministrazione? A quando una riforma del CSM che spezzi le troppe catene del rapporto fra magistratura e correntismo politico?

Il riformismo immobile è concatenato a quello che è forse il più grave lascito del fascismo: appunto, il feudalesimo di ritorno.

Dal modello corporativo fascista abbiamo ereditato una società ancora piena di troppe corporazioni, di troppe gilde medievali, di troppi ordini professionali chiusi, di troppi cerchi magici a tutti i livelli territoriali.

Una società in cui si dedica più tempo alla difesa dei balneari o dei tassisti che alle questioni cruciali come quelle della concorrenza, del Mezzogiorno, dei giovani, delle donne.

 È questo il vero lascito del fascismo.

Una vera azione di antifascismo operativo oggi dovrebbe mirare proprio a spezzare le catene neo-corporative che bloccano la crescita, che impediscono una sana concorrenza e l’affermazione e il rilancio, finalmente, del valore del merito. Visto che, in qualche modo, merito e concorrenza sono sorelle gemelle.

E non ci può essere l’uno senza l’altra.

Il vero antifascismo, declinato in chiave riformatrice, dovrebbe essere teso a superare, appunto, queste gravi eredità ed ipoteche che sono state tramandate dal fascismo alla Repubblica.

 Credo forse che sia più facile strombazzare da una parte e dall’altra che affrontare con coraggio i veri nodi.

Perché, come ha accennato anche recentemente “Giuseppe De Rita”, abbiamo classi politiche e per certi versi classi dirigenti, un po’ senza coraggio, e soprattutto senza il coraggio dei piccoli rischi (difesa dei balneari e dei tassisti – sia da destra che da sinistra – docet) per liberare le tante risorse che ci sono nella società italiana e finalmente liberare quella crescita che praticamente da quasi trent’anni non c’è.

E qui viene la lezione del e sul coraggio di Giacomo Matteotti.

 Che il coraggio civile lo manifestava già prima di correre l’estremo rischio.

Ebbene, questo centenario sia per tutti il momento per riflettere e discutere in modo rivolto anche, e non solo, ai giovani, sul valore e il significato del coraggio civile.

Per aprire, finalmente, le porte alla speranza, guardando alla vera e dura realtà delle cifre e delle condizioni del Paese, senza farsi attanagliare da forme di più o meno consapevole paura, di troppo scarso, se non a volte inesistente, coraggio civile.

 È quindi da sperare che dalla “tempesta di libri” relativi a un grande come Matteotti, che veniva definito “Tempesta”, si diffonda una risanatrice “tempesta del coraggio civile”, sulla scia del sacrificio quasi consapevole di un grande riformatore e un grande uomo del coraggio.

 

 

 

A cent’anni dalla morte

di Lenin.

 

Volerelaluna.it – (22-01-2024) - Riccardo Barbero – ci dice:

Il 21 gennaio 1924 Lenin morì.

 Stalin tacque a proposito dei forti contrasti che li avevano divisi negli ultimi anni e avviò un culto del dirigente morto che culminò nella proposta di imbalsamarne la salma.

Due giorni dopo la morte di Lenin, Stalin parlò al secondo Congresso dei Soviet per commemorare il defunto con un discorso intercalato da un brano simile a una preghiera rituale:

 «Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha comandato di […]. Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore il tuo comandamento!».

 La vedova “Nadezda Krupskaja” protestò e chiese, scrivendo sulla “Pravda”, di non permettere che «il vostro dolore per Lenin prenda le forme della venerazione esteriore alla sua persona. Non costruite mausolei o palazzi con il suo nome, non organizzate cerimonie per ricordarlo […]. Tutto ciò significava così poco per lui quando era in vita, e gli dava fastidio».

Al di là degli aspetti rituali, mistici e spettacolari, le scelte di Stalin servirono a imbalsamare la figura e il pensiero di Lenin e a costruirne un’immagine che progressivamente legittimasse la direzione stalinista del partito e dello Stato.

 Per l’URSS e il movimento comunista internazionale, Lenin divenne così una figura mitica, dogmatica, priva di dubbi e contraddizioni, spietata, capace di guidare il partito e lo Stato con un pugno di ferro:

una sorta di padre spirituale di Stalin, utile per giustificare le scelte di quest’ultimo. Nacque dunque, da questa operazione e dalle drammatiche conseguenze che ne seguirono nei 15 anni seguenti, la costruzione definitiva dell’URSS, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, e la definizione del corpo dogmatico del cosiddetto marxismo-leninismo.

 

La storia tragica della prima metà del ‘900 non ha permesso di tornare sulla figura di Lenin, sul suo pensiero e sulle sue azioni e, quando nel secondo dopoguerra sono falliti i timidi tentativi dei comunisti dell’URSS di correggerne la struttura stalinista, non c’è stata nessuna volontà e capacità di ridiscutere all’interno del movimento comunista internazionale l’impostazione iniziale del tentativo leninista di costruzione del socialismo.

Neanche i socialismi “altri” (Jugoslavia, Cina, Cuba, Vietnam) hanno avuto la forza di affrontare esplicitamente il problema.

 Il crollo dell’Unione sovietica e dei regimi dell’est europeo e la conseguente eclissi dei partiti comunisti occidentali hanno sepolto il problema insieme alla mummia di Lenin.

Che significato può avere, allora, tornare oggi a indagare sulla figura di Lenin, al di fuori della tradizione dogmatica stalinista?

 

La Rivoluzione d’Ottobre fu il primo tentativo, al di là dell’episodio della Comune di Parigi, di costruire il socialismo:

 quell’esperienza, per la sua rilevanza e per l’impatto enorme che ebbe sulle classi lavoratrici e popolari di tutto il mondo, divenne il punto di riferimento per ogni movimento di lotta per il socialismo.

Anche la stessa socialdemocrazia europea visse una stagione fortunata, nei trent’anni gloriosi successivi alla guerra, solo grazie al perdurare dell’URSS: crollata quest’ultima, essa si è rapidamente indebolita ed è arretrata fino ad abbracciare il pensiero neoliberista e ad abbandonare il compito di rappresentare all’interno della società capitalistica gli interessi delle classi popolari.

“Slavoj Zizek” scrive di “Michail Gorbačëv “– ritiratosi ormai dalla politica – che voleva fare visita a Brandt a Berlino; ma il leader socialdemocratico (o il suo domestico) lasciò suonare il campanello e si rifiutò persino di aprire la porta.

Brandt spiegò in seguito che la sua reazione era un’espressione di rabbia nei confronti di Gorbačëv che, permettendo la disgregazione del blocco sovietico, aveva scardinato la democrazia sociale d’Occidente.

Infatti, una volta svanita la minaccia comunista, lo sfruttamento in Occidente è diventato più esplicito e anche lo Stato sociale si sta progressivamente sfaldando.

Ma oggi, di fronte alla crisi del capitalismo neoliberista nelle sue dimensioni finanziaria, sociale, ambientale, sanitaria e geopolitica, la ripresa di un dibattito politico sul socialismo non può pensare di procedere senza fare i conti con l’esperienza leninista:

perché, se si è tentato di costruire società socialiste e se oggi si discute ancora di come uscire dalle contraddizioni del capitalismo, tutto questo è ed è stato possibile perché nell’ottobre del 1917 Lenin e i suoi compagni diedero vita a un primo tentativo concreto;

 perché se oggi possiamo discutere anche delle tragedie e degli errori di quell’esperimento (e di altri successivi), tutto questo è possibile perché Lenin e i suoi compagni furono capaci di condurlo fino in fondo.

Per questo occorre oggi liberare Lenin dalla sua mummificazione:

 non tanto per riabilitare una figura apparentemente rimossa dalla storia più recente, ma piuttosto per discuterne le impostazioni e le azioni e per capire le vittorie, ma anche i limiti, gli errori, i crimini e le tragedie che ne derivarono.

 

Olin Wright, un importante sociologo marxista americano, scomparso da pochi anni, definisce la strategia leninista” smashing capitalism” (rompere, frantumare il capitalismo) e ne spiega così le argomentazioni fondamentali:

 nel capitalismo «sono possibili piccole riforme che migliorano la vita delle persone, quando le forze popolari sono forti, ma tali miglioramenti saranno sempre fragili, vulnerabili e reversibili».

In sostanza «il capitalismo non è riformabile […] l’unica speranza è distruggerlo [….] e costruire un’alternativa».

 Ma come?

 Il capitalismo è soggetto a disordini e crisi ed è quindi fragile e vulnerabile;

«è il capitalismo stesso a distruggere le proprie condizioni di esistenza».

 Il partito rivoluzionario deve «essere in grado di sfruttare l’opportunità creata da tali crisi a livello di sistema per condurre una mobilitazione di massa per conquistare il potere statale» con elezioni e/o insurrezioni per poi riformare lo stato e l’economia.

E aggiunge: «i risultati di tali conquiste del potere, però, non si sono mai concretizzati nella creazione di un’alternativa al capitalismo democratica, egualitaria ed emancipatrice […].

 Le evidenze delle prove rivoluzionarie del XX secolo sono che la rottura a livello di sistema non funziona come strategia per l’emancipazione sociale».

 Wright propone, quindi, una strategia articolata di lotta al capitalismo che sottende una concezione interessante del processo di transizione al socialismo, ma, per quanto riguarda l’esperienza sovietica, si limita a una constatazione empirica.

Non si pone cioè la domanda se sia stata la scelta della rottura rivoluzionaria a determinare le involuzioni successive nel modello sovietico oppure se ci fossero degli errori teorici e strategici a monte della scelta insurrezionale.

 E invece è proprio questo il terreno più interessante non solo per analizzare l’esperienza leninista, ma anche e soprattutto per rielaborare un’idea di transizione verso il socialismo.

 In particolare, occorre individuare alcuni presupposti teorici che il partito bolscevico si portò dietro dalla seconda internazionale e che sostanzialmente condivise con la socialdemocrazia tedesca.

 

È dal congresso di “Erfurt della SPD” (1891) che si affermarono nella teoria e nella strategia del movimento socialista tre centralità che caratterizzarono fortemente anche il partito bolscevico e la sua idea di società socialista.

 In quell’anno, riunendosi in congresso ad Erfurt, la SPD approvò un programma fondamentale:

nacque in quel momento il modello di partito “moderno”, organizzato con una struttura nazionale centralizzata, una direzione eletta al congresso annuale, un organo di stampa centrale;

la quarta sezione del programma si intitolava “Lo Stato del futuro” e, pur mantenendo formalmente citazioni marxiane sull’estinzione dello Stato, lasciava intendere che l’obiettivo strategico del partito era quello di conquistare lo Stato e di occuparlo in nome delle masse proletarie.

Secondo “Pino Ferraris”, «in estrema sintesi si può dire che il programma tedesco afferma l’assoluta centralità della costruzione di un partito politico centralizzato e gerarchico, quasi ‘Stato nello Stato’, come strumento supremo per l’edificazione del socialismo mediante lo Stato».

(E questo è in sostanza la giustificazione del socialismo cinese! N.D.R).

Ma la prima centralità era quella attribuita alla classe operaia come soggetto (quasi ontologicamente) rivoluzionario:

per la Germania di fine Ottocento era in effetti un dato empirico perché le grandi città tedesche divennero rapidamente centri industriali con milioni di operai.

 Non fu così in Russia dove lo sviluppo dell’industria nel 1917 era ancora embrionale e dove le masse rivoluzionarie erano formate principalmente da soldati (in gran parte di origine contadina) e da donne (in gran parte mogli di soldati al fronte).

E questa composizione si ripresentò anche nelle altre rivoluzioni successive – Cina, Vietnam, Cuba – dove furono principalmente i contadini a dare corpo al movimento di lotta rivoluzionario.

Soprattutto l’idea della socialdemocrazia storica e poi dei bolscevichi che la classe operaia, forgiata dall’industria capitalistica, fosse sostanzialmente priva di articolazioni e contraddizioni interne e già di per sé pronta a (e capace di) costruire il socialismo, fu smentita dallo stesso procedere della formazione della nuova società nell’Unione sovietica che, infatti, rapidamente accantonò il potere dei soviet di fabbrica in favore dei tecnici “borghesi” e dei quadri di partito che dirigevano lo Stato e l’economia.

 

La centralità del partito si affermò rapidamente nel processo rivoluzionario russo, anche se Lenin dopo la svolta della NEP (Nuova Politica Economica) incominciò a criticare la superbia del partito e la sua incapacità di leggere e interpretare concretamente le contraddizioni nella realtà sociale ed economica:

per il partito la NEP era un arretramento giustificato dal mancato sviluppo della rivoluzione in Europa (e in Germania, in particolare);

per Lenin era la presa d’atto che il socialismo non si poteva realizzare solo attraverso la presa e la gestione del potere;

 era un tentativo concreto di costruire una fase di transizione verso il socialismo, superando le schematicità di analisi della società in costruzione e il volontarismo tutto ideologico dei quadri bolscevichi.

Con la morte di Lenin, le sue critiche e le sue proposte vennero rapidamente accantonate e si realizzò definitivamente la terza centralità, quella dello Stato. Partito e Stato si identificarono completamente mentre il ruolo centrale della classe operaia restò solo come affermazione ideologica, priva di effetti concreti significativi.

 Paradossalmente, quindi, mentre lo scontro tra il partito dell’URSS e i partiti socialdemocratici europei arrivò al massimo punto di rottura negli anni ’20, nella Russia comunista si realizzò pienamente il nucleo fondante del programma di Erfurt, mettendone in evidenza i limiti e le incongruenze.

Il centralismo sia della sinistra storica comunista sia di quella socialdemocratica si fondava su una stessa sequenza di assiomi tra loro collegati:

 la classe operaia è la classe che storicamente ha il compito di abbattere (o sconfiggere o riformare, a seconda del grado dello spirito rivoluzionario…) il capitalismo;

 per svolgere questo compito essa deve dotarsi di un partito di classe centralizzato; il partito della classe operaia deve conquistare le leve di potere dello Stato. Naturalmente anche per questo ultimo e definitivo compito esistevano diversi gradi dello spirito rivoluzionario:

dalle vie parlamentari fino alla presa violenta del potere.

L’impianto logico-assiomatico, tuttavia, era lo stesso indipendentemente dai diversi gradi dello spirito rivoluzionario.

Nella battaglia politica dei comunisti sovietici contro i socialdemocratici sono sempre stati posti al centro l’opportunismo, il gradualismo, l’inettitudine, il verbalismo inconcludente e anche la codardia, ma mai è stato messo in discussione l’impianto assiomatico del pensiero socialdemocratico.

All’interno di questo impianto, inevitabilmente non potevano avere un grande spazio né una reale politica delle alleanze (o di blocco sociale gramsciano), né un’articolazione democratica del partito e tra questo e altre forme di organizzazione sociale e politica, né, infine, un deferimento dei poteri dallo Stato ai lavoratori, ai territori e un progressivo estinguersi della prevalenza dello Stato in favore dell’autogoverno sociale.

Elementi questi tutti indispensabili per progettare e realizzare un processo di reale transizione verso il socialismo.

 

E tuttavia il “modello tedesco” del partito non era l’unico alla fine dell’Ottocento in Europa e in Italia.

“Pino Ferraris” ci ha raccontato nei suoi libri un’esperienza importante nel movimento socialista italiano (non ancora strutturato al modo tedesco nel PSI di Turati) costituita dal “Partito Operaio Italiano”:

 esso era espressione di una vasta rete di organizzazioni sindacali (le Camere del lavoro) e sociali (società di mutuo soccorso, casse di resistenza, cooperative di consumo).

Queste posizioni italiane non erano isolate in Europa: in Belgio nel 1894 il Partito operaio belga approvò la carta di Quaregnon che rappresentava, in qualche modo, l’alternativa al programma di Erfurt

. Scrive Pino Ferraris: «Il progetto del partito belga propone la convergenza del vasto pluralismo delle ‘libere associazioni’ per far emergere ‘un’altra società’ dentro la società, utilizzando ‘anche’ strumenti istituzionali radicalmente democratizzati: i comuni e il Parlamento».

 E aggiunge poco più avanti:

 «Il movimento operaio belga riesce a rappresentare la variegata e differenziata articolazione sociale e culturale costruendo una rete federativa che unisce le autonomie senza omologarle.

 In secondo luogo, il partito operaio non si colloca come vertice gerarchico delle molteplici ‘libere associazioni’, ma si inserisce come attore di una politicizzazione pervasiva dentro la trama dell’associazionismo, costruendo il senso di una comune appartenenza. […]

L’universo associativo belga era retto dal principio federativo.

 Un federalismo orizzontale articolava il partito in ventisei federazioni regionali con ampie autonomie, alle quali facevano capo complessivamente cinquecento raggruppamenti sociali e politici.

A questo federalismo orizzontale si accompagnava poi un federalismo funzionale che faceva sì che i diversi raggruppamenti (partito, cooperative, sindacati, associazioni di mutuo soccorso) salvaguardando le loro autonomie si incontrassero in modo sinergico e collaborativo nella vasta rete delle cento settantadue case del popolo, centri polivalenti di vita sociale e nodi essenziali della rete federativa territoriale e funzionale».

 

Nella seconda metà dell’800, questo modello policentrico e federativo di organizzazione politica e sociale proletaria era presente in una certa misura anche in Francia e, come si è detto, nell’Italia, in particolare, del nord.

Perché esso venne sconfitto e spazzato via con i primi anni del nuovo secolo?

 Forse perché il mondo si avviava progressivamente verso il confronto militare sia tra gli stati, sia all’interno di ognuno di essi:

il prevalere della dimensione militare dello scontro favorì inevitabilmente e forse giustamente il modello di partito centralistico, organizzato come una falange militare, finalizzato alla conquista dello Stato.

 Questa dimensione bellica è proseguita per tutto il “secolo breve”, in varie forme, fino al crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica.

È una questione importante da considerare anche oggi, mentre assistiamo al dilagare di momenti di guerra in tutto il mondo, anche alla periferia dell’Europa. Manifestare contro la guerra e cercare di frenare almeno il suo dilagare è, dunque, un’opzione fondamentale, se si vuole ricostruire un movimento di lotta capace anche di sperimentare momenti ed esperienze alternative al dominio liberista.

Pur avendo consumato la grande rottura con la Rivoluzione di Ottobre, la socialdemocrazia europea ha sempre condiviso col movimento comunista un’idea di socialismo costruito dall’alto, attraverso il potere statale, che non apparteneva, invece, al movimento socialista precedente alla fase dell’egemonia della socialdemocrazia tedesca sulla seconda internazionale.

Nonostante la sua debolezza di fronte all’evolversi in senso militare dello scontro di classe a livello internazionale, quel movimento socialista della fine del XIX secolo, di cui parlava “Pino Ferraris”, cercava di affrontare il problema della transizione al socialismo, costruendo, già all’interno della società capitalistica, gli embrioni e le esperienze sociali e culturali della “società del futuro”, senza rinviare queste conquiste alla presa del potere statale.

 Sicuramente quelle esperienze, come Lenin aveva evidenziato nella sua polemica sulla cooperazione, non erano prive di dimensioni romantiche e utopistiche; soprattutto perché credevano ingenuamente di costruire da sé il socialismo.

Ma c’è anche un altro aspetto importante che emerge dal confronto tra le due proposte politiche socialiste della fine del XIX secolo:

quella rappresentata dalla “carta di Quaregnon” aveva anche l’intenzione, forse pedagogicamente ingenua, di operare tra i lavoratori per trasformare non solo la loro coscienza politica rispetto al rapporto col datore di lavoro e con lo Stato, ma anche i loro rapporti sociali fuori dalla fabbrica, il loro ruolo di lavoratori nella società.

Quella rappresentata dal programma di Erfurt”, invece, vedeva nella classe operaia, forgiata dalla fabbrica capitalistica, già di per sé formato il soggetto che avrebbe guidato la rivoluzione e costruito il socialismo, attraverso il suo partito. Non stupisce, quindi, che anche il ruolo del partito politico fosse inteso in maniera diversa, soprattutto attraverso i rapporti da costruire con i lavoratori e con le loro espressioni organizzative autonome nei posti di lavoro e nella società: federativo e orizzontale, in un caso, oppure direttivo e verticale, nell’altro.

Questo breve e, va da sé, schematico excursus storico non ha alcuna pretesa se non quella di cercare di riflettere sulle esperienze passate per affrontare il futuro che ci attende e soprattutto attende le nuove generazioni.

Bisogna capire, infatti, che spesso la storia delle lotte di classe e politiche ha presentato e presenterà di nuovo scelte, bivi che hanno determinato e determineranno gli sviluppi successivi:

 affrontare per tempo il confronto su quelle scelte di fondo è tuttora fondamentale, nonostante sia già passato un secolo dalla morte di Lenin e più di trenta anni dal definitivo declino delle socialdemocrazie europee.

 

 

 

 

Sì, è un genocidio!

 Volerelaluna.it – (20-05-2024” - Amos Goldberg – ci dice:

Sì, è un genocidio.

 È difficile e doloroso ammetterlo, ma nonostante tutto, e nonostante tutti i nostri sforzi per pensare diversamente, dopo sei mesi di guerra brutale non possiamo più evitare questa conclusione.

 La storia ebraica sarà d’ora in poi macchiata dal marchio di Caino per il “più orribile dei crimini”, che non potrà essere cancellato dalla sua fronte. È così che sarà considerata nel giudizio della storia per le generazioni a venire.

Da un punto di vista giuridico, non si sa ancora cosa deciderà “la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia”, anche se, alla luce delle sue sentenze emesse fino ad ora e alla luce dei rapporti sempre più diffusi di giuristi, organizzazioni internazionali e giornalisti investigativi, la traiettoria del futuro giudizio sembra abbastanza chiara.

Già il 26 gennaio, la “Corte internazionale di giustizia” ha stabilito in modo schiacciante (14 voti contro 2) che Israele potrebbe commettere un genocidio a Gaza.

Il 28 marzo, dopo che Israele ha deliberatamente affamato la popolazione di Gaza, la Corte ha emesso ulteriori ordini (questa volta con il voto di 15 a 1, con l’unico dissenso del giudice israeliano Aharon Barak) chiedendo a Israele di non negare ai palestinesi i loro diritti protetti dalla “Convenzione sul genocidio”.

Il rapporto ben argomentato e ragionato della relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, “Francesca Albanese”, è giunto a una conclusione più decisa e costituisce un ulteriore tassello per comprendere che Israele sta effettivamente commettendo un genocidio.

 Il rapporto dettagliato e periodicamente aggiornato del dottor” Lee Mordechai” [Heb], che raccoglie informazioni sul livello di violenza israeliana a Gaza, è giunto alla stessa conclusione.

Importanti accademici come “Jeffrey Sachs”, professore di economia alla “Columbia University” (ebreo con un atteggiamento adesivo nei confronti del sionismo tradizionale), con cui i capi di Stato di tutto il mondo si consultano regolarmente su questioni internazionali, parlano del genocidio israeliano come di qualcosa di scontato.

Eccellenti reportage investigativi come quello [Heb] di “Yuval Avraham” in “Local Call”, e in particolare la sua recente indagine sui sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dall’esercito per selezionare gli obiettivi ed eseguire gli assassinii, avvalorano ulteriormente questa accusa.

 Il fatto che l’esercito abbia permesso, ad esempio, l’uccisione di 300 persone innocenti e la distruzione di un intero quartiere residenziale per eliminare un comandante di brigata di Hamas dimostra che gli obiettivi militari sono quasi obiettivi incidentali per l’uccisione di civili e che ogni palestinese a Gaza è un obiettivo da uccidere.

Questa è la logica del genocidio.

 

Sì, lo so: “Sono tutti antisemiti o ebrei che odiano sé stessi”.

Solo noi israeliani, con la mente alimentata dagli annunci del portavoce dell’IDF ed esposta solo alle immagini setacciate per noi dai media israeliani, vediamo la realtà com’è.

Come se non fosse stata scritta una letteratura interminabile sui meccanismi di negazione sociale e culturale delle società che commettono gravi crimini di guerra. Israele è davvero un caso paradigmatico di tali società, un caso che sarà ancora insegnato in tutti i seminari universitari del mondo che trattano l’argomento.

 

Ci vorranno anni prima che il “tribunale dell’Aia emetta il suo verdetto”, ma non dobbiamo guardare a questa situazione catastrofica solo attraverso le lenti giuridiche.

 Ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio perché il livello e il ritmo delle uccisioni indiscriminate, della distruzione, delle espulsioni di massa, degli sfollamenti, della carestia, delle esecuzioni, della cancellazione delle istituzioni culturali e religiose, dello schiacciamento delle élite (compresa l’uccisione di giornalisti) e della disumanizzazione generalizzata dei palestinesi creano un quadro complessivo di genocidio, di un deliberato schiacciamento consapevole dell’esistenza palestinese a Gaza.

 Nel modo in cui normalmente intendiamo tali concetti, la Gaza palestinese come complesso geografico-politico-culturale-umano non esiste più.

 Il genocidio è l’annientamento deliberato di una collettività o di una parte di essa, non di tutti i suoi individui.

 Ed è quello che sta accadendo a Gaza.

Il risultato è senza dubbio un genocidio.

Le numerose dichiarazioni di sterminio da parte di alti funzionari del Governo israeliano e il tono generale di sterminio del discorso pubblico, giustamente sottolineato dall’editorialista di “Haaretz” “Carolina Landsman”, indicano che questa era anche l’intenzione.

Gli israeliani pensano, erroneamente, che per essere considerato tale un genocidio debba assomigliare all’Olocausto.

Immaginano treni, camere a gas, forni crematori, fosse di sterminio, campi di concentramento e di sterminio e la sistematica persecuzione a morte di tutti i membri del gruppo di vittime fino all’ultimo.

 Un evento del genere non si è verificato a Gaza.

 In modo simile a quanto accaduto nell’Olocausto, la maggior parte degli israeliani immagina che il collettivo delle vittime non sia coinvolto in attività violente o in un conflitto vero e proprio, e che gli assassini li sterminino a causa di una folle ideologia senza senso.

Questo non è il caso di Gaza.

Il brutale attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un crimine atroce e terribile.

Circa 1.200 persone sono state uccise o assassinate, tra cui più di 850 civili israeliani (e stranieri), compresi molti bambini e anziani.

Circa 240 israeliani vivi sono stati rapiti a Gaza e sono state commesse atrocità come lo stupro.

 Si tratta di un evento con effetti traumatici profondi, catastrofici e duraturi per molti anni, certamente per le vittime dirette e la loro cerchia immediata, ma anche per la società israeliana nel suo complesso.

L’attacco ha costretto Israele a rispondere per autodifesa.

Tuttavia, sebbene ogni caso di genocidio abbia un carattere diverso, nella portata e nelle caratteristiche dell’omicidio, il denominatore comune della maggior parte di essi è che sono stati compiuti per un autentico senso di autodifesa.

Dal punto di vista giuridico, un evento non può essere sia autodifesa che genocidio.

Queste due categorie giuridiche si escludono a vicenda.

Ma storicamente la legittima difesa non è incompatibile con il genocidio, anzi di solito ne è una delle cause principali, se non la principale.

A Srebrenica – su cui il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha stabilito in due diversi gradi di giudizio che si è trattato di un genocidio nel luglio 1995 – sono stati uccisi “solo” 8.000 uomini e giovani bosniaci musulmani, di età superiore ai 16 anni.

Le donne e i bambini erano stati espulsi prima.

 Le forze serbo-bosniache furono responsabili dell’omicidio, la loro offensiva ebbe luogo nel mezzo di una sanguinosa guerra civile, durante la quale entrambe le parti commisero crimini di guerra (anche se i serbi ne commisero molti di più) e che scoppiò in seguito alla decisione unilaterale dei croati e dei musulmani bosniaci di staccarsi dalla Jugoslavia e di creare uno Stato bosniaco indipendente, in cui i serbi erano una minoranza.

 I serbi bosniaci, con il triste ricordo delle persecuzioni e degli omicidi della Seconda guerra mondiale, si sono sentiti minacciati.

 La complessità del conflitto, in cui nessuna delle due parti era innocente, non ha impedito alla Corte penale internazionale di riconoscere il massacro di Srebrenica come un atto di genocidio, superiore agli altri crimini di guerra commessi dalle parti, poiché questi crimini non possono giustificare il genocidio.

 La Corte ha spiegato che le forze serbe hanno intenzionalmente distrutto, attraverso l’omicidio, l’espulsione e la distruzione, l’esistenza bosniaco-musulmana a Srebrenica.

Oggi, tra l’altro, i musulmani bosniaci vivono di nuovo lì e alcune delle moschee distrutte sono state ripristinate.

Ma il genocidio continua a perseguitare i discendenti degli assassini e delle vittime.

Il caso del Ruanda è totalmente diverso.

Per lungo tempo, nell’ambito della struttura di controllo coloniale belga, basata sul divide et impera, il gruppo minoritario tutsi ha governato e oppresso il gruppo maggioritario hutu.

Tuttavia, negli anni ’60 la situazione si è ribaltata e, dopo l’indipendenza dal Belgio nel 1962, gli “hutu” hanno preso il controllo del Paese e hanno adottato una politica oppressiva e discriminatoria nei confronti dei tutsi, anche questa volta con il sostegno delle ex potenze coloniali.

A poco a poco, questa politica divenne intollerabile e nel 1990 scoppiò una brutale e sanguinosa guerra civile, iniziata con l’invasione di un esercito tutsi, il Fronte Patriottico Ruandese, composto principalmente da tutsi fuggiti dal Ruanda dopo la caduta del dominio coloniale.

Di conseguenza, agli occhi del regime hutu, i tutsi vennero identificati collettivamente con un vero e proprio nemico militare.

Durante la guerra, entrambe le parti commisero gravi crimini sul suolo ruandese e su quello dei Paesi limitrofi in cui la guerra si estese.

Nessuna delle due parti era assolutamente innocente o assolutamente malvagia. La guerra civile si è conclusa con gli “Accordi di Arusha”, firmati nel 1993, che avrebbero dovuto coinvolgere i Tutsi nelle istituzioni governative, nell’esercito e nelle strutture statali.

Ma questi accordi sono crollati e nell’aprile del 1994 l’aereo del “presidente hutu” del Ruanda è stato abbattuto.

Ancora oggi non si sa chi abbia abbattuto l’aereo e si ritiene che si tratti di combattenti hutu.

Tuttavia, gli hutu erano convinti che il crimine fosse stato commesso da combattenti della resistenza tutsi, e questo era percepito come una vera e propria minaccia per il Paese.

Il genocidio dei Tutsi era alle porte. La motivazione ufficiale dell’atto di genocidio era la necessità di eliminare una volta per tutte la minaccia esistenziale tutsi.

Il caso dei Rohingya, che l’amministrazione Biden ha recentemente riconosciuto come genocidio, è di nuovo molto diverso.

 Inizialmente, dopo l’”indipendenza del Myanmar” (ex Birmania) nel 1948, i Rohingya musulmani erano considerati cittadini alla pari e parte dell’entità nazionale, prevalentemente buddista.

 Ma nel corso degli anni, e soprattutto dopo l’instaurazione della dittatura militare nel 1962, il nazionalismo birmano si è identificato con diversi gruppi etnici dominanti, principalmente buddisti, di cui i Rohingya non facevano parte.

Nel 1982 e successivamente sono state emanate leggi sulla cittadinanza che hanno privato la maggior parte dei Rohingya della loro cittadinanza e dei loro diritti.

Erano visti come stranieri e come una minaccia per l’esistenza dello Stato.

 I Rohingya, tra i quali in passato ci sono stati piccoli gruppi di ribelli, si sono sforzati di non farsi trascinare nella resistenza violenta, ma nel 2016 molti hanno ritenuto di non poter impedire la loro privazione della cittadinanza, la repressione, la violenza dello Stato e della folla contro di loro e la loro graduale espulsione, e un movimento Rohingya clandestino ha attaccato le stazioni di polizia del Myanmar.

La reazione è stata brutale.

 Le incursioni delle forze di sicurezza del Myanmar hanno espulso la maggior parte dei Rohingya dai loro villaggi, molti sono stati massacrati e i loro villaggi completamente cancellati.

Quando nel marzo 2022 il Segretario di Stato USA “Antony Blinken” ha letto la dichiarazione al Museo dell’Olocausto di Washington 2022, riconoscendo che ciò che è stato fatto ai Rohingya è stato un genocidio, ha detto che nel 2016 e 2017, circa 850.000 Rohingya sono stati deportati in Bangladesh e circa 9.000 di loro sono stati uccisi.

Questo è stato sufficiente per riconoscere che quanto è stato fatto ai Rohingya è l’ottavo evento di questo tipo che gli Stati Uniti considerano un genocidio, a parte l’Olocausto.

Il caso dei Rohingya ci ricorda ciò che molti studiosi di genocidi hanno stabilito in termini di ricerca e che è molto rilevante per il caso di Gaza:

un legame tra pulizia etnica e genocidio.

Il legame tra i due fenomeni è duplice ed entrambi sono rilevanti per Gaza, dove la stragrande maggioranza della popolazione è stata espulsa dai propri luoghi di residenza e solo il rifiuto dell’Egitto di assorbire masse di palestinesi sul proprio territorio ha impedito loro di lasciare Gaza.

Da un lato, la pulizia etnica segnala la volontà di eliminare il gruppo nemico a qualsiasi costo e senza compromessi, e quindi scivola facilmente nel genocidio o ne fa parte.

 Dall’altro lato, la pulizia etnica di solito crea condizioni (ad esempio, malattie e carestie) che permettono o causano lo sterminio parziale o completo del gruppo di vittime.

Nel caso di Gaza, le “zone di rifugio sicuro” sono spesso diventate trappole mortali e zone di sterminio deliberato, e in questi rifugi Israele affama deliberatamente la popolazione. Per questo motivo, non sono pochi i commentatori che ritengono che la pulizia etnica sia l’obiettivo dei combattimenti a Gaza.

 

Anche il genocidio degli armeni durante la Prima Guerra Mondiale aveva un contesto.

Durante gli anni di declino dell’Impero Ottomano, gli armeni svilupparono una propria identità nazionale e chiesero l’autodeterminazione.

 Il loro diverso carattere religioso ed etnico, così come la loro posizione strategica al confine tra l’impero ottomano e quello russo, li rendeva una popolazione pericolosa agli occhi delle autorità ottomane.

 Già alla fine del XIX secolo si verificarono orribili episodi di violenza contro gli armeni, per cui alcuni armeni simpatizzavano con i russi e li vedevano come potenziali liberatori.

Piccoli gruppi armeno-russi collaborarono addirittura con l’esercito russo contro i turchi, invitando i loro confratelli oltre confine a unirsi a loro, il che portò a un’intensificazione del senso di minaccia esistenziale agli occhi del regime ottomano.

Questo senso di minaccia, sviluppatosi durante una profonda crisi dell’impero, fu un fattore importante nello sviluppo del genocidio armeno, che diede inizio anche a un processo di espulsione.

 

Anche il primo genocidio del XX secolo fu eseguito da un concetto di autodifesa da parte dei coloni tedeschi nei confronti delle popolazioni Herero e Nama nell’Africa sud-occidentale (l’attuale Namibia).

A seguito della severa repressione da parte dei coloni tedeschi, i locali si ribellarono e in un brutale attacco uccisero circa 123 (forse più) uomini disarmati.

Il senso di minaccia nella piccola comunità di coloni, che contava solo poche migliaia di persone, era reale e la Germania temeva di aver perso la sua capacità di deterrenza nei confronti dei nativi.

La risposta fu adeguata alla minaccia percepita.

La Germania inviò un esercito guidato da un comandante sfrenato e anche lì, per un senso di autodifesa, la maggior parte di questi uomini delle tribù fu uccisa tra il 1904 e il 1908:

alcuni con uccisioni dirette, altri in condizioni di fame e sete imposte dai tedeschi (di nuovo con la deportazione, questa volta nel deserto di Omaka) e altri ancora in crudeli campi di internamento e di lavoro.

Processi simili si sono verificati durante l’espulsione e lo sterminio delle popolazioni indigene in Nord America, soprattutto nel corso del XIX secolo.

In tutti questi casi, gli autori del genocidio hanno avvertito una minaccia esistenziale, più o meno giustificata, e il genocidio è avvenuto in risposta. La distruzione della collettività delle vittime non era contraria a un atto di autodifesa, ma a un autentico motivo di autodifesa.

Nel 2011 ho pubblicato su “Haaretz” un breve articolo [Heb] sul genocidio nell’Africa sud-occidentale, che si concludeva con le seguenti parole:

 «Possiamo imparare dal genocidio degli “Herero” e dei “Nama” come la dominazione coloniale, basata su un senso di superiorità culturale e razziale, possa sfociare, di fronte a una ribellione locale, in crimini orribili come l’espulsione di massa, la pulizia etnica e il genocidio.

Il caso della ribellione degli “Herero” dovrebbe servire da spaventoso segnale di avvertimento per noi qui in Israele, che ha già conosciuto una “Nakba” nella sua storia».

Gli Usa e il “metodo Giacarta”:

il massacro delle popolazioni

come politica estera.

Volerelaluna.it – (22-04-2024) - Piero Bevilacqua – ci dice:

 

Chi legge il libro di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta,” La crociata anticomunista di Washington “e il “programma di omicidi di massa” che hanno plasmato il nostro mondo (Einaudi, 2021) ne uscirà con una visione rovesciata della storia mondiale dopo il 1945, e con l’animo sconvolto.

È successo anche a me, storico dell’età contemporanea, e testimone del mio tempo, a cui tanti fatti e vicende qui raccontate erano noti.

L’autore è un prestigioso giornalista americano, che è stato corrispondente del “Washington Post”, del “Los Angeles Times”, del “Financial Times”, ha scritto per il “New York Times” e tanti altri giornali americani e inglesi.

Già questa appartenenza al giornalismo USA, per quel che racconta di gravissimo in danno dei governi del proprio paese, costituisce una prima garanzia di imparzialità e obiettività.

D’altra parte non sarebbe la prima volta.

 Quello dei giornalisti americani che scavano nelle carte segrete e denunciano le malefatte dei loro governanti è un fenomeno non raro, che fa onore a quei professionisti.

È sintomatico dell’onestà di fondo dell’animo e della cultura antropologica di gran parte del popolo americano, comunque ormai ampiamente manipolati.

 È così clamorosa la contraddizione con gli ideali democratici della loro formazione, che non pochi giornalisti, allorché scoprono azioni omicide segrete del loro Stato, sono spinti a una ribellione morale che li porta a intraprendere vaste indagini e a scrivere libri come questi.

Ma l’autorevolezza del “Metodo Giacarta” si fonda sullo scrupolo scientifico di “Bevins”, sulla vastità e rilevanza documentaria delle sue fonti, che sono carte desecretate degli archivi americani e di vari paesi del mondo, pubblicazioni di altri studiosi, registrazioni dirette di riunioni segrete, telegrammi, testimonianze rese dai protagonisti e soprattutto dai sopravvissuti ai massacri ecc.

Grazie a questi materiali l’autore ci fa entrare spesso direttamente nel tabernacolo del potere americano, facendoci assistere a conversazioni inquietanti, come quella del 1963, in cui John Kennedy ordina agli uomini della sua amministrazione, che lo informano sulla condotta non gradita del presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem: «fatelo fuori».

«Diem venne rapito insieme a suo fratello.

 I due vennero uccisi a colpi di pistola e a pugnalate nel retro di un furgone blindato».

E non meno sconcertanti sono le informazioni che si ricevono su personaggi ai quali, ad esempio, è andata per decenni la nostra simpatia umana e politica.

Non si può rimanere indifferenti quando si apprende che dopo il fallito tentativo USA di invadere Cuba alla Baia dei Porci, nel 1961, Robert Kennedy «suggerì di far esplodere il consolato americano per giustificare l’invasione».

Ma in che cosa consiste il rovesciamento della storia ufficiale, da tutti accettata, degli ultimi 70-80 anni di storia mondiale?

In breve, a partire dal dopoguerra, gli USA mettono in atto una strategia sempre più perfezionata per controllare e dominare economicamente e militarmente il maggior numero possibile dei paesi che si stavano liberando del colonialismo della Gran Bretagna, della Francia e dell’Olanda.

Giova ricordare che in quei paesi, quasi ovunque, si affermano in quegli anni forze politiche nazionaliste che tentano di recuperare e gestire le proprie risorse, con processi di nazionalizzazione, ad esempio delle compagnie petrolifere (come fa in Indonesia il presidente Sukarno), delle miniere, delle piantagioni ecc.

A queste riforme di solito si accompagnano programmi di alfabetizzazione della popolazione, costruzione di scuole pubbliche, distribuzione delle terre ai contadini, riforme agrarie.

 Tali strategie riformatrici di governi che intendono affacciarsi allo sviluppo economico dopo la guerra, seguono una politica equidistante tra Washington e Mosca, anche se talora sono appoggiati dai partiti comunisti nazionali.

 Ma essi sono guardati con sospetto e ostilità dagli USA che tramano segretamente per il loro rovesciamento.

Talora è proprio la scoperta di tale ostilità che porta i dirigenti nazionalisti a guardare con favore e a chiedere appoggio a Mosca o a diventare comunisti, come accadde a Fidel Castro, dopo la fallita invasione americana di Cuba nel 1961.

Spesso a dare il via ai progetti dei colpi di stato sono le pressioni sulle amministrazioni americane delle compagnie petrolifere, o dei grandi proprietari terrieri, che vedono anche semplicemente contrastato il loro vecchio modello di sfruttamento coloniale delle risorse locali.

Nel 1954 in Guatemala è il caso della “United Fruit Company”, sospettata di frodare il fisco.

La pretesa del Governo guatemalteco di far rispettare gli obblighi fiscali alla ditta monopolista costò cara al Guatemala.

 Dopo due falliti colpi di Stato, «la Cia piazzò casse di fucili con l’effige della falce e del martello in modo che fossero “scoperti” e costituissero la prova della infiltrazione dei sovietici».

 Da lì cominciò l’ingerenza armata degli USA, con varie vicende e campagne di terrorismo psicologico, di diffamazione dei comunisti come agenti di Mosca, a cui qui non possiamo neppure accennare.

Il colpo di Stato si concluse con l’insediamento di “Castillo Armas”, il favorito degli USA.

 «In Guatemala tornò la schiavitù. Nei primi mesi del suo governo, Castillo Armas istituì il Giorno dell’anticomunismo e catturò e uccise dai tre ai cinquemila sostenitori di “Arbenz”» (il presidente deposto, che aveva avviato la riforma agraria).

Qui davvero è impossibile dar conto delle trame ingerenze messe in atto da tutte le amministrazioni USA degli ultimi 70 anni per controllare i paesi che uscivano dalle antiche colonizzazioni europee, spesso con l’aiuto del Regno Unito, maestro secolare di dominio coloniale, che in tanti casi rese onore alla sua tradizione sanguinaria.

Lo fecero spesso con colpi di Stato poche volte falliti, ma spesso ripetuti fino al finale cambio di regime:

in Iran (1953), Guatemala (1954), Indonesia (1958 e 1965), Cuba (1961), Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964), Ghana (1966), Cile (1973) e un numero incalcolabile di sabotaggi, uccisioni, condizionamenti delle politiche dei vari governi.

 Senza mettere nel conto la guerra contro il Vietnam, scatenata con il falso pretesto dell’“incidente del Tonchino”, che provocò 3 milioni di morti, oltre ai vasti bombardamenti con gli elicotteri dei villaggi contadini «in Cambogia e Laos [dove] ne morirono molti di più».

 Ricordo che dopo il colpo di stato in Brasile non ci furono più elezioni per 25 anni e la violenta dittatura di Suharto, in Indonesia, durò 32 anni.

Gli strumenti di queste politiche erano – come scrive lapidariamente “Bevins” – «esercito e finanza».

 I capi di tanti eserciti nazionali si erano formati spesso nelle scuole militari degli USA, e comunque venivano corrotti da ingenti finanziamenti americani, donazioni e vendite di armi, manovrati dalla Cia.

In tante realtà si creò una scissione tra i governi indipendenti, che spesso venivano economicamente strozzati dai sabotaggi commerciali e finanziari, e i sistematici finanziamenti segreti forniti agli eserciti.

 Ma il cemento ideologico più determinante, e forse in assoluto la leva più potente che rese possibile l’intero progetto, fu la propaganda anticomunista, con tutto il repertorio di orrori fasulli di cui venivano ritenute responsabili le forze che vi si ispiravano.

 La minaccia del comunismo, oltre ad essere una formidabile arma di controllo sociale interno dei gruppi dirigenti americani, fu il fondamento psicologico e culturale, potremmo definirlo egemonico, su cui i vari golpisti riuscirono a coinvolgere nei massacri anche pezzi di popolazione civile.

Uno strumento di persuasione di massa reso possibile dal fatto che in quasi tutti i paesi “attenzionati” dagli USA, la stampa era in mano ai grandi proprietari terrieri, o alle compagnie petrolifere, ostili alle riforme agrarie e alle nazionalizzazioni, in grado di imbastire campagne di falsificazione su larga scala, fondate su racconti di storie inventate, riprese dalle radio, talora trasformati in film e documentari.

Che cosa è il “Metodo Giacarta”?

In breve.

L’Indonesia, il quarto paese più popoloso del pianeta, che ospitava il terzo più grande Partito comunista del mondo (PKI), sostenuto da milioni di militanti, non poteva restare indipendente.

 Dopo vari tentativi falliti, uno riuscì e fu il più sanguinoso dei piani messi in atto dagli USA.

Il pretesto definitivo fu un oscuro episodio ancora oggi non chiarito.

Alcuni militari sequestrarono cinque generali dell’esercito indonesiano che poi furono trovati uccisi.

Fu lanciata allora una campagna su larga scala di terrore psicologico, attraverso la stampa, la radio, i comizi.

Venne sparsa la voce che i cinque uomini fossero stati oggetto di sevizie, mutilati dei genitali e poi massacrati, mentre alcune donne danzavano nude intorno a loro, svolgendo riti satanici.

Nel 1987, quando tutto era ormai dimenticato, venne alla luce che la storia era un falso, i generali, secondo l’autopsia fatta eseguire allora da Suharto, il golpista a servizio degli USA che estromise il presidente Sukarno, aveva rivelato che erano tutti morti per colpi di arma da fuoco, eccetto uno, ucciso da una lama di baionetta, probabilmente durante il sequestro nel suo appartamento.

Quel che seguì a Giacarta e in tutte le isole dell’arcipelago, dopo quella provocazione e quella campagna di caccia ai terroristi comunisti, è difficile da immaginare e da raccontare:

«Le persone non venivano ammazzate nelle strade, non venivano giustiziate ufficialmente, le famiglie non erano sicure che fossero morte:

venivano arrestate e poi scomparivano nel cuore della notte».

Solo giorni dopo, come si vide ad esempio nel fiume Serayu, «gli omicidi di massa divennero evidenti: i corpi ammassati erano così tanti da ostacolare il corso del fiume e il tanfo che emanavano era orribile».

In proporzione agli abitanti, l’isola che subì la quota maggiore di uccisioni fu “Bali”, il 5% della popolazione, oltre 80 mila persone finite a colpi di machete.

Non andò bene alle indonesiane: «Circa il 15% delle persone prese prigioniere furono donne. Vennero sottoposte a violenze particolarmente crudeli e di genere», ad alcune «tagliarono i seni o mutilarono i genitali; gli stupri e la schiavizzazione sessuale erano diffusi ovunque».

 Alla fine i morti complessivi, secondo calcoli necessariamente sommari, si aggirarono tra 500 mila e 1 milione di persone, mentre un altro milione venne rinchiuso nei campi di concentramento.

 Il “PKI”, cui non poté essere addebitata nessuna sommossa o violenza, venne sterminato.

A compiere i massacri furono i militari indonesiani, le squadre armate dei proprietari terrieri, bande di persone comuni assoldate o sobillate dalla propaganda.

 «Le liste delle persone da uccidere non furono fornite all’esercito indonesiano soltanto dai funzionari del governo degli Stati Uniti:

alcuni dirigenti di piantagioni di proprietà americana diedero i nomi di sindacalisti e comunisti “scomodi” che poi furono uccisi».

 Più tardi il Tribunale internazionale del Popolo per il 1965 convocato all’Aja nel 2014, dichiarò i militari indonesiani colpevoli di crimini contro l’umanità, e stabili che il massacro era stato realizzato allo scopo di distruggere il Partito comunista e «sostenere un regime dittatoriale violento» e che esso venne realizzato con il supporto degli USA, del Regno Unito e dell’Australia.

Dopo il 1965 il “Metodo Giacarta” venne teorizzato da molti dirigenti filoamericani dell’Asia e dell’America Latina e usato anche come parola d’ordine con cui venivano terrorizzati i dirigenti comunisti e i politici nazionalisti che proponevano riforme e nazionalizzazioni.

Venivano minacciati facendo circolare la voce: «Giacarta sta arrivando».

Alcune considerazioni per concludere. Noi conosciamo da tempo molte delle operazioni, spesso ben documentate, condotte dagli USA in giro per il mondo almeno a partire dal dopoguerra.

 Nel voluminoso “William Blum”, “Il libro nero degli Stati Uniti” (Fazi, 2003, ed. orig. Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions Sine World War II, 2003, che meglio rispecchia contenuto del volume e intenzioni dell’autore), se ne trova, da oltre 20 anni, un repertorio vastissimo e di impeccabile serietà storiografica.

Ma il libro di “Bevins” ha qualcosa in più.

Esso non mostra soltanto come gli USA abbiano condotto una politica estera fondata sulla violazione sistematica del diritto internazionale, spesso calpestando il diritto alla vita di milioni di persone.

Non è solo questo, che sarebbe sufficiente per illuminare di luce meridiana le ragioni dell’attuale “disordine” mondiale.

Il “Medoto Giacarta “mostra che cosa ha prodotto quella guerra segreta, che ha impedito l’emancipazione dei popoli usciti dal dominio coloniale e la nascita di un terzo polo mondiale dei paesi cosiddetti “non allineati”: cioè equidistanti rispetto a Washington e Mosca.

 Il grande progetto di mutua cooperazione avviato con la “Conferenza di Bandung nel 1955”, di cui Sukarno era stato uno dei protagonisti, si dissolse.

I paesi del Sud del mondo vennero ricacciati nella loro subalternità che in tanti casi si è protratta fino quasi ai nostri giorni.

 

Perciò “Bevins “può scrivere, alludendo ai colpi di stato in Brasile e Indonesia:

«La cosa più sconvolgente, e la più importante per questo libro, è che i due eventi in molti altri paesi portarono alla creazione di una mostruosa rete internazionale volta allo sterminio di civili – vale a dire al loro sistematico omicidio di massa – e questo sistema ebbe un ruolo fondamentale nel costruire il mondo in cui viviamo oggi».

 È, infatti, il nostro tempo che questo libro rende comprensibile.

 Alla luce di quanto accaduto, le guerre intraprese dagli USA, da soli o con la Nato, ispirate alla retorica delle lotte al terrore o all’esportazione della democrazia, in Jugoslavia, Afganistan, Iraq, Libia, Siria e ora in Ucraina, non sono una svolta aggressiva della politica estera USA nel nuovo millennio, ma la continuazione coerente del perseguimento del proprio dominio globale, da mantenere con ogni possibile mezzo.

 

 

 

 

Elezioni europee: lo strano caso

della lista “Pace Terra Dignità.”

Volerelaluna.it – (20-05-2024) - Francesco Pallante – ci dice:

 

Non sono pochi i profili d’interesse della vicenda relativa all’estromissione, prima, e alla riammissione, poi, della lista “Pace Terra Dignità” alle elezioni europee nella Circoscrizione Nord-Ovest.

I fatti, anzitutto.

 È regola generale che per presentarsi a una competizione elettorale occorra dimostrare un qualche radicamento sociale, in modo che le risorse amministrative impiegate per consentire lo svolgimento del procedimento elettorale non risultino spese al servizio di interessi particolari, ma rispondano, come sempre deve avvenire, all’esigenza di operare a soddisfazione dell’interesse generale.

La nostra, in effetti, è una democrazia rappresentativa incentrata sui partiti politici ed è, dunque, ragionevole richiedere a chi intenda concorrere alle consultazioni elettorali di dimostrare l’essere, e il farsi, espressione politica di posizioni ideali aventi una qualche “consistenza” sociale organizzata:

ciò cui è finalizzata la raccolta preliminare di un certo numero di firme di elettori a sostegno della presentazione delle liste elettorali.

 Di converso, altrettanto ragionevole è che dall’onere della raccolta delle firme siano esonerate le formazioni politiche che già hanno dimostrato di essere espressione di una parte significativa del corpo elettorale, avendo ottenuto eletti nella precedente tornata di scrutini o risultando collegate a partiti già rappresentati nell’assemblea di futura elezione.

Proprio quest’ultima previsione è stata fatta venir meno, tramite il decreto-legge n. 7/2024 (poi convertito nella legge n. 38/2024), per l’elezione del prossimo Parlamento europeo, costringendo la lista “Pace Terra e Dignità” – sino a quel momento esentata dalla raccolta delle firme – ad attivarsi per ottenere le sottoscrizioni divenute necessarie per presentare le proprie candidature, potendo peraltro far conto su un termine temporale di appena 30 giorni per l’adempimento dell’incombenza, contro i 180 giorni a disposizione delle liste tenute sin in origine alla raccolta delle firme.

 Ciò non ha impedito alla lista “Pace Terra e Dignità” di riuscire a raggiungere, e ampiamente superare, il numero delle firme necessarie, pur con alcune contestazioni relative alla Circoscrizione Isole, dovute al ritardo nella consegna dei certificati elettorali degli elettori da parte di alcuni comuni (contestazioni, dunque, in realtà non imputabili alla lista, pacificamente riammessa alle elezioni nell’ambito dello stesso procedimento amministrativo elettorale), e alla Circoscrizione Nord-Ovest, a causa dell’irregolarità dell’autenticazione di alcune sottoscrizioni raccolte nella regione Valle d’Aosta.

Dopo le due prime decisioni amministrative di esclusione, per opera dell’Ufficio elettorale circoscrizionale istituito presso la Corte d’Appello di Milano e dell’Ufficio elettorale centrale istituito presso la Corte di Cassazione, anche quest’ultima vicenda ha infine trovato definizione favorevole alla riammissione della lista in una sentenza del Tar Lazio che risulta d’interesse per alcuni dei ragionamenti in essa contenuti.

Anzitutto, è da notare come i giudici amministrativi abbiano evitato di pronunciarsi su alcune questioni che pure rivestono sicuro rilievo costituzionale:

 a) l’utilizzo del decreto-legge in prossimità delle elezioni per disciplinare la partecipazione partitica in senso restrittivo, in aperta violazione dell’art. 77 Costituzione (non sussistevano certamente i requisiti straordinari di necessità e urgenza necessari a giustificare il ricorso a tale fonte normativa da parte del Governo) e, più in generale, delle regole-guida sui procedimenti elettorali sancite dalla Commissione di Venezia (che disconoscono legittimazione agli interventi decisi nell’imminenza del voto);

b) la violazione della certezza del diritto e della tutela dell’affidamento nell’ordinamento giuridico in capo ai soggetti del medesimo – due elementi costitutivi della nozione stessa di Stato di diritto –, dovuta al cambiamento delle regole a procedimento elettorale già avviato che ha costretto i promotori della lista “Pace Terra e Dignità” a far fronte, in tempi brevissimi, a una situazione originariamente non prevedibile;

 c) l’irragionevolezza della previsione normativa che impone di raccogliere un numero minimo di 1.500 firme in ciascuna regione della Circoscrizione elettorale, senza che vi sia, dunque, alcun rapporto con la consistenza numerica del corpo elettorale delle diverse regioni (in una circoscrizione, peraltro, segnata dall’impressionante differenza tra gli otto milioni di elettori lombardi e i centomila elettori valdostani), con il risultato, oltretutto, di far gravare sugli elettori dell’intera circoscrizione eventuali difficoltà localmente circoscritte a porzioni, potenzialmente anche molto ridotte, della circoscrizione stessa.

 

Se il Tar Lazio ha trascurato di pronunciarsi su tali questioni non è perché le abbia ritenute irrilevanti, bensì perché ha ritenuto preferibile concentrarsi su altra questione, più puntale, relativa allo specifico della contestazione rivolta dagli Uffici elettorali, circoscrizionale e nazionale, alla lista “Pace Terra e Dignità”: l’irregolarità dell’autenticazione di alcune delle firme raccolte in Valle d’Aosta a sostegno della presentazione della lista, per via della mancanza, su alcuni moduli dediti alla raccolta delle sottoscrizioni, del timbro che attestasse la qualifica del soggetto preposto all’autenticazione delle sottoscrizioni stesse.

A risultare decisivo per l’annullamento delle decisioni degli Uffici elettorali è, in particolare, il fatto che gli Uffici stessi non hanno adeguatamente considerato che, anche in assenza del timbro d’ufficio, la pubblica amministrazione preposta al governo del procedimento elettorale aveva comunque piena contezza sia dell’identità del soggetto autenticante, sia della sua legittimazione all’autenticazione, dal momento che tutti gli ulteriori elementi necessari alla sua identificazione risultavano presenti e che l’amministrazione di appartenenza (nello specifico, il Consiglio regionale) era stata preavvertita dell’impegno che sarebbe stato espletato nel procedimento di raccolta e autenticazione delle sottoscrizioni. Correttamente, il Tar Lazio distingue tra «l’oggetto dell’autentica (che investe l’identità del sottoscrittore e la circostanza che la firma apposta è ad esso riferibile e che è fide facente) e la […] “indicazione” della identità e della qualifica dell’accertatore», precisando che «l’efficacia probatoria dell’autentica dipende dal possesso in concreto nell’autenticante della qualifica di pubblico ufficiale (che è la fonte del potere accertativo)» e non dalla correttezza formale della sua attestazione.

È vero che la normativa richiede che l’attestazione avvenga secondo determinate modalità, ma ciò al fine di «permettere il celere riscontro tra l’esercizio del potere [certificativo] ed il suo presupposto soggettivo», non il sorgere del potere stesso, che, come detto, dipende dalle qualità oggettivamente rivestite dall’autenticatore, purché chiaramente identificabile.

Ne segue che «non v’è ragione di escludere che eventuali carenze inerenti le indicazioni della qualifica di pubblico ufficiale posseduta dall’autenticante di firme raccolte per la presentazione delle liste elettorali siano integrabili con il soccorso istruttorio», tanto più in un caso, come quello di specie, in cui «il possesso della qualifica di consigliere regionale in capo all’autenticante è documentato da un atto preesistente alla raccolta delle firme, avente data certa in quanto protocollato» («l’autenticatrice […] è consigliere regionale della Valle d’Aosta: essa, in data 15 marzo 2024, aveva comunicato in via ufficiale al Presidente del Consiglio regionale della Valle d’Aosta la sua intenzione di raccogliere le firme per la lista di cui si discute»).

 

In definitiva, posto che chi ha autenticato aveva, in quanto consigliere regionale, il potere di autenticare, il fatto che in alcuni dei moduli, per il resto regolarmente compilati, non ne ricorra la qualifica, non inficia la validità delle autenticazioni, dal momento che a fondare il potere di autenticazione è l’effettivo possesso della qualifica da parte di un soggetto la cui identità è comunque certa.

 

Prima di concludere, merita forse ancora svolgere una riflessione di ordine costituzionale, che, se fosse stata fatta propria dagli Uffici elettorali circoscrizionale e nazionale, avrebbe forse potuto consentire una più immediata risoluzione della vicenda.

Ciò che, nel quadro di un ordinamento democratico, non va mai dimenticato è che la partecipazione politica dei cittadini alla vita collettiva è la molla da cui scaturisce il movimento dell’intero meccanismo costituzionale, al punto che la Costituzione, all’articolo 48, configura il voto non soltanto come diritto, bensì anche come dovere (sia pure nella forma del «dovere civico»).

 Come scrive Costantino Mortati, tale configurazione «riesce facilmente comprensibile quando si rifletta che il diritto elettorale, per la finalità da cui è ispirato e a cui tende, di rendere possibile la formazione dei supremi organi statali, è il primo ed il più importante di quei diritti che […] si sono chiamati “funzionali” perché rivolti a soddisfare non, o non esclusivamente, interessi propri di chi l’esercita bensì interessi generali» (Istituzioni di diritto pubblico, Tomo I, Cedam, Padova 1975, pp. 434-435).

Paolo Barile aggiunge che «poiché “civico” vuole dire “del cittadino”, l’aggettivo non muta di certo la natura giuridica del dovere» di votare (Istituzioni di diritto pubblico, Cedam, Padova 1975, p. 130).

 La stessa Corte costituzionale ha sancito che il dovere di esercitare il diritto di voto «ha una fondamentale funzione di interesse pubblico, in quanto attiene all’esercizio della sovranità che l’art. 1 della nostra Costituzione dichiara appartenere al popolo» (sentenza n. 39/1973).

Ne segue che l’interpretazione della normativa in materia elettorale deve essere sempre costituzionalmente orientata nel senso di favorire nella massima misura possibile la partecipazione alle votazioni – tanto più, in tempi di astensionismo dilagante – e, dunque, di offrire agli elettori la più ampia scelta tra le opzioni politiche disponibili.

L’adempimento del dovere di votare non deve, in altri termini, essere in alcun modo sfavorito dalle istituzioni pubbliche, bensì agevolato in ogni modo possibile ogni qual volta vi sia da scegliere tra una lettura restrittiva e una espansiva della normativa.

Solo così il principio fondamentale della partecipazione democratica – alla cui attuazione sono primariamente poste le istituzioni che intervengono nel procedimento elettorale – può dirsi realmente rispettato.

 

 

 

 

La prudenza delle banche centrali.

Lavoce.info - RONY HAMAUI – (26/03/2024) -  BANCHE E FINANZA – ci dice:

Perché le banche centrali sono così riluttanti a tagliare i tassi d’interesse? Semplicemente perché l’economia tradizionale è incapace di prevedere il futuro in un mondo caratterizzato dal susseguirsi di crisi: dalla pandemia al protezionismo, alle guerre.

 

Il passo della banca centrale svizzera.

 

Il 21 marzo la Banca nazionale svizzera ha abbassato inaspettatamente il suo tasso guida di 25 punti base, portandolo all’1,5 per cento, dopo che a febbraio l’inflazione nella Confederazione elvetica era scesa all’1,2 per cento.

È la prima banca centrale di un paese sviluppato a ridurre i suoi tassi ufficiali. Tuttavia, la Svizzera è un paese particolare, in eterna lotta con una moneta che continua a rivalutarsi, dove il picco di inflazione raggiunto nell’agosto del 2022 si è attestato al 3,5 per cento e da molti mesi viaggia sotto la soglia del 2 per cento.

Nei giorni precedenti alla decisione svizzera, “Christine Lagarde”, presidente della “Banca centrale europea”, si era invece rifiutata d’impegnarsi su futuri tagli dei tassi, avvertendo che l’inflazione nella zona dell’euro rimarrà sopra la soglia obiettivo per il resto dell’anno.

“Jay Pawell,” presidente della “Federal Reserv”e, ha d’altra parte anticipato un probabile taglio dei tassi nella seconda parte dell’anno, senza però chiarire bene quando e di quanto.

Perché le banche centrali sono così riluttanti non solo a tagliare i tassi d’interesse, ma anche ad annunciare un sentiero di rientro probabile?

 Perché le “forward guidance”, ovvero le comunicazioni sul futuro dell’economia e sul probabile corso della politica monetaria, tanto sbandierate negli scorsi anni, hanno lasciato il posto a una politica monetaria “data dependent meeting by meeting” (decisa sulla base dei dati in ciascuna riunione)?

 

L’incertezza regna sovrana.

La ragione è semplicemente che le banche centrali non riescono a prevedere l’andamento futuro del ciclo economico e dell’inflazione.

 In un mondo in cui gli shock da offerta si susseguono, dalla pandemia alle guerre, dalla rottura delle catene di approvvigionamento alle crisi geopolitiche, fino a un protezionismo dilagante, fare previsioni sull’andamento delle variabili economiche diventa estremamente difficile.

Come analizzato in un recente lavoro del” Fondo monetario internazionale”, oggi i responsabili della politica monetaria devono affrontare un insolito grado di incertezza “knightiana”, cioè non facilmente catturabile con una distribuzione di probabilità, sulla persistenza dell’inflazione.

Incerte sono anche le previsioni circa il tasso naturale di disoccupazione (che assicura una inflazione stabile), il tasso di interesse neutrale (dove la politica monetaria non risulta né espansiva né restrittiva) e i meccanismi di trasmissione della politica monetaria.

In questo contesto le autorità hanno buone ragioni per adottare un approccio “robusto” alla politica monetaria.

In altre parole, nell’ipotesi che l’inflazione possa essere più persistente di quanto solitamente accada, i banchieri centrali sono indotti a fissare un tasso di interesse di riferimento più alto.

Infatti, i costi di portare avanti una politica monetaria più restrittiva del necessario sono inferiori a quelli di tagliare troppo presto i tassi d’interesse.

Presumere, erroneamente, che l’inflazione sia terminata implicherebbe dover inasprire poi la politica monetaria molto di più, e più rapidamente, di quanto sarebbe stato necessario utilizzando un comportamento prudente.

 Un cambiamento brusco potrebbe anche avere effetti dirompenti sui mercati finanziari e sulla credibilità delle banche centrali.

In altri termini, si agisce in base al motto “better safe than sorry”, ovvero “meglio prevenire che curare”.

La questione risulta ulteriormente complicata dal fatto che mai prima d’ora un’inflazione delle dimensioni di quella appena osservata è stata vinta senza un significativo aumento della disoccupazione.

 Oggi invece in tutti i principali paesi ci troviamo in una situazione di quasi pieno impiego.

In conclusione, la riduzione dei tassi ufficiali è in arrivo, ma non dobbiamo avere troppa fretta.

Dobbiamo sempre ricordarci le scarse capacità predittive della scienza economica in un mondo continuamente turbato da shock difficili da valutare e governare. D’altra parte, come scriveva “Alfred Marshall” nell’introduzione ai suoi “Principi di economia”:

“L’economia politica o economia è uno studio del genere umano negli affari ordinari (…)”. Non aspettiamoci niente di più.

 

 

 

Che cos’è e come funziona

la banca centrale europea.

Openpolis.it – Redazione – (19 ottobre 2023) – ci dice:

La banca centrale europea è una delle 7 istituzioni ufficiali dell’Unione europea e riunisce le banche centrali dei paesi membri che hanno adottato la moneta unica.

 È responsabile della politica monetaria per l’area dell’euro, ovvero di quei paesi membri dell’Unione europea che hanno adottato la moneta unica.

 Rappresenta il centro del sistema europeo delle banche centrali (Sebc) e dell’eurosistema.

 

Il “Sebc” è l’organo che riunisce tutte le banche centrali dei paesi membri, che abbiano adottato o meno la moneta unica.

L’eurosistema invece riunisce le banche centrali di quei paesi che hanno adottato l’euro (art. 282 Tfue).

 

Statuto della Bce e del Sebc.

Il principale obiettivo del Sebc è la stabilità dei prezzi ma ha anche un ruolo nel sostegno alle politiche economiche dell’Unione (art. 127 Tfue).

 Tra i suoi compiti rientrano:

definire e attuare la politica monetaria dell’Unione;

svolgere le operazioni sui cambi con valute diverse in linea con le disposizioni del Tfue;

detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli stati membri;

promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento.

Spetta alla Bce assicurare che i compiti attribuiti al” Sebc siano portati a termine o attraverso strumenti propri o delle banche centrali nazionali.

Inoltre la Bce deve essere consultata in merito a qualsiasi proposta di atto che rientra nelle sue competenze e può formulare pareri rivolti a organi dell’Ue o degli stati membri.

Gli organi decisionali della Bce sono il consiglio direttivo e il comitato esecutivo.

 Il consiglio direttivo comprende i componenti del comitato esecutivo più i governatori delle banche centrali degli stati la cui moneta è l’euro.

In seguito all’allargamento dell’area euro tuttavia è stato adottato un sistema per cui il diritto di voto dei governatori nazionali è disciplinato da una rotazione mensile.

Tramite questa rotazione i 5 governatori dei paesi con economie più grandi (Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) si dividono 4 voti.

Gli altri 15 paesi invece si dividono 11 voti.

È il consiglio direttivo l’organo che ha il compito di formulare la politica monetaria dell’Unione, stabilendo gli obiettivi monetari intermedi, i tassi di interesse e l’offerta di riserve nel “Sebc”.

L’organo deputato all’attuazione della politica monetaria comune è invece il comitato esecutivo.

 Questo comprende il presidente della Bce, il vicepresidente e altri 4 membri.

 Sono tutti nominati dal consiglio europeo, che delibera a maggioranza qualificata. In questo processo il parlamento ha solo un ruolo consultivo, che d’altronde è attribuito anche al consiglio direttivo.

Il loro mandato dura 8 anni e non è rinnovabile.

Nel caso di cessazione anticipata di un componente il sostituto viene nominato con la stessa procedura.

Dati

La banca centrale europea è stata istituita il primo giugno del 1998, in vista dell’introduzione dell’euro.

Il primo gennaio 1999 infatti la moneta unica è entrata in funzione in 11 paesi Ue, anche se solo come moneta di conto virtuale.

La sua introduzione come moneta circolante invece è iniziata nel 2002.

Nel frattempo anche la Grecia (2001) si era unita ai paesi dell’area euro, mentre negli anni successivi si sono aggiunti altri 7 paesi.

 Nel 2023 infine si è aggiunta anche la Croazia, diventando il 20° paese ad adottare la moneta unica.

 

L’allargamento dell’area euro.

La cronologia dell’adozione della moneta unica da parte degli stati membri dell’Unione europea.

Elaborazione “openpolis” su dati banca centrale europea.

(ultimo aggiornamento: giovedì 12 Ottobre 2023).

Tutti i paesi che aderiscono all’Unione sono tenuti ad adottare l’euro come moneta nazionale. Tuttavia per accedervi devono rispettare una serie di parametri previsti dal trattato di Maastricht.

Una regola che attualmente vale per tutti gli stati membri dell’Ue ad eccezione della Danimarca.

Questo paese infatti, assieme al Regno Unito (che dopo la Brexit non fa più parte dell’Ue), aveva negoziato una deroga (opt-out) che la esentava dall’obbligo di introdurre l’euro.

Ciononostante sono diversi i paesi che, pur essendo entrati nell’Ue da diversi anni, non hanno ancora adottato l’euro.

Infatti mentre la Croazia è entrata nella moneta unica quest’anno, pur essendo un paese membro Ue solo dal 2013, lo stesso non hanno fatto Bulgaria e Romania che pure sono paesi Ue dal 2007.

Ancora più tempo è trascorso dal 2004 quando sono diventati paesi Ue Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Ma il caso in assoluto più eclatante è quello della Svezia che è parte dalla famiglia europea da 28 anni (1995) ma ancora non ha adottato la moneta unica.

Il processo di adesione all’Unione europea.

Una delle caratteristiche che distinguono la banca centrale europea dalle altre banche centrali riguarda la decisione, espressa nei trattati, di attribuirgli come compito principale la stabilità dei prezzi vietando al contempo che questa adotti politiche di svalutazione monetaria.

Creare una moneta stabile infatti era considerato il presupposto necessario per favorire il commercio tra gli stati membri e compiere il passaggio dal mercato comune al mercato unico europeo.

Sempre a questo scopo inoltre la sua struttura è stata definita per garantire massimi livelli di indipendenza dal potere politico.

La Banca centrale europea a dieci anni dal Trattato di Lisbona.

 

Un’altra caratteristica distingue però la politica monetaria europea.

Ovvero l’assenza, al suo fianco, di un soggetto politico europeo con cui coordinare le politiche economiche e di spesa.

Una carenza questa che, pur evidente fin dagli esordi, è emersa in tutta la sua criticità quando l’Unione e i suoi stati membri si sono dovuti confrontare con le crisi economiche iniziate nello scorso decennio.

Ed è proprio in quella fase in effetti che la Bce ha iniziato a intervenire a sostegno delle economie nazionali, anche tramite strumenti non previsti o, secondo alcuni, addirittura vietati dai trattati.

Come enunciato chiaramente dall’allora governatore della Bce Mario Draghi, la legittimità di queste operazioni deve essere rintracciata nella necessità di preservare la moneta unica.

Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough.

(Il governatore della Bce Mario Draghi 26/07/2012)

In anni più recenti le dichiarazioni di Christine Lagarde, che è succeduta a Draghi come governatrice della banca centrale europea, sono andate in senso opposto, anche se poi non hanno avuto piena attuazione nelle politiche dell’istituto di Francoforte.

We are not here to close spreads. This is not the function or the mission of the ECB.

(La governatrice della Bce Christine Lagarde 12/03/2020)

In ogni caso oggi l’Unione si trova di fronte a sfide nuove, con un’economia caratterizzata per la prima volta da alti tassi di inflazione.

 Le decisioni che assumerà la Bce saranno dunque fondamentali per lo sviluppo economico del continente, in un contesto in cui l’Ue non ha fatto alcun progresso per quanto riguarda un’effettiva unione politica ed economica.

 

 

 

La piu’ grande rapina del mondo:

la Fed ha regalato $16 trilioni

 alle banche mondiali.

  Wallstreetitalia.com – (11 settembre 2017) - Redazione Wall Street Italia – ci dice:

La piu’ grande rapina del mondo: la Fed ha regalato $16 trilioni alle banche mondiali.

New York – Ben oltre il Pil degli Stati Uniti. Più di $16 trilioni. Ecco quanto la Federal Reserve avrebbe elargito in aiuti a grandi istituti finanziari e società, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, secondo uno studio del Government Accountability Office (GAO), l’agenzia di controllo contabile del Congresso americano.

Esiste il rapporto integrale Government Accountability Office (GAO).

L’anno scorso il Pil statunitense si e’ attestato a 14.500 miliardi di dollari.

Della somma “regalata” alle banche di tutto il mondo, 3,08 miliardi sono andati a istituti in Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Belgio.

Inoltre, degli accordi di scambio di asset (swap) sono statti stretti con societa’ finanziare britanniche, canadesi, brasiliane, giapponesi, sudcoreane, messicane, norvegesi, svizzere e di Singapore.

Di questi accordi, 12 sono ancora in corso, essendo stati prolungati fino ad agosto del prossimo anno.

Dove sono ora Citigroup e Bofa/Merrill lo devono alle migliaia di miliardi di dollari versati dai contribuenti americani.

Di tutti i gruppi è Citi quello che ha ricevuto in prestito la somma piu’ alta:

2.500 miliardi di dollari.

Al secondo posto Morgan Stanley con $2.040 miliardi, seguita da Merill Lynch ($1.900 miliardi) e Bank of America ($1.300 miliardi).

In alcuni casi i finanziamenti avvenivano in un contesto di chiaro conflitto di interesse, dove i vari responsabili detenevano investimenti, preoccupandosi dunque più degli interessi dei vari CEO di Wall Street, che di quelli delle famiglie americane.

“I risultati dello studio ci dicono che la Federal Reserve ha elargito più di $16.000 miliardi in aiuti ai più grandi istituti finanziari e alle più grandi società negli Stati Uniti e nel mondo”, ha detto “Bernie Sanders”, senatore indipendente del Vermont.

 “Questo è un chiaro caso di socialismo per i ricchi e un amaro individualismo ‘siete in mano a voi stessi’ per tutti gli altri”.

Tra le scoperte più interessanti il fatto che la Fed unilateralmente ha fornito trilioni di dollari in aiuti finanziari a banche straniere e società, dalla Corea del Sud alla Scozia, secondo il report del GAO.

Nessun istituto degli Stati Uniti dovrebbe avere l’autorità di salvare una banca straniera o una società senza l’approvazione del Congresso e del Presidente”, ha aggiunto “Sanders”.

Si parla di conflitti di interesse.

Aiuti mirati in punti specifici, per difendere i propri investimenti e quello di persone vicine.

Ad esempio, il CEO di JP Morgan Chase ha partecipato al board dei direttori della Fed di New York quando la sua banca ricevette più di $390 miliardi in aiuti finanziari.

Ancora, William Dudley, ora presidente della Fed di New York, ha avuto l’autorizzazione a mantenere i suoi investimenti in AIG e General Electric; anche queste hanno ricevuto aiuti sotto la sua amministrazione.

 

 

 

 

Da Enron a Ivan Boesky i più

grandi scandali finanziari della storia.

 

Fastercapital.com – (24 Feb. 2024) – Redazione – ci dice:

 

1. Comprensione degli scandali finanziari.

Nel mondo delle finanze, gli scandali sono diventati all'ordine del giorno.

La storia è piena di esempi di società e individui che si sono impegnati in attività fraudolente, manipolazione dei dati finanziari e trading di insider, lasciando investitori e parti interessate in uno stato di shock e incredulità.

L'impatto degli scandali finanziari è di vasta portata, con conseguenze che possono durare per anni, che colpiscono aziende, economie e persino la fiducia del pubblico nel sistema finanziario.

È quindi essenziale comprendere le cause e gli effetti di questi scandali da imparare dagli errori del passato e prevenire eventi simili in futuro.

Per ottenere una migliore comprensione degli scandali finanziari, è fondamentale guardarli da diverse prospettive.

Innanzitutto, dobbiamo capire le motivazioni dietro questi scandali.

In alcuni casi, è l'avidità che spinge le persone a impegnarsi in attività fraudolente.

Per altri, è il desiderio di potere o status.

In alcuni casi, è una combinazione di entrambi.

In secondo luogo, dobbiamo esaminare l'impatto di questi scandali sul sistema finanziario.

Ad esempio, il crollo di Enron nel 2001 ha lasciato migliaia di dipendenti senza lavoro e fondi pensione.

La frode commessa da Bernie Madoff ha influenzato molti investitori e ha portato alla perdita di miliardi di dollari.

In terzo luogo, dobbiamo esaminare le misure messe in atto per impedire che si verifichino scandali simili in futuro.

Il sarbanes-Oxley act, per esempio, è stato emanato in risposta allo scandalo Enron.

Richiede alle aziende di implementare misure di controllo interno per garantire l'accuratezza dei rapporti finanziari.

 

Gli scandali finanziari sono diventati parte del nostro panorama finanziario.

Comprendere le loro cause, effetti e misure di prevenzione è essenziale per prevenire il loro verificarsi in futuro.

Esaminando gli scandali finanziari passati, possiamo imparare dagli errori del passato, mettere in atto misure per prevenire eventi simili e ripristinare la fiducia del pubblico nel sistema finanziario.

2. Lo scandalo che ha scosso Wall Street

Il mondo finanziario ha visto la sua giusta quota di scandali nel corso degli anni, ma pochi sono stati scioccanti e di vasta portata come lo scandalo Enron.

È stata una saga che ha coinvolto pratiche contabili ombrose, avidità aziendale e una mancanza di supervisione che alla fine ha portato al crollo dell'azienda.

Lo scandalo Enron è stato una delle frodi finanziarie più significative della storia e ha avuto un profondo impatto sul modo in cui le persone vedono Wall Street e il sistema finanziario degli Stati Uniti.

Dagli investitori ai dipendenti, gli effetti dello scandalo sono stati avvertiti in tutto il mondo.

Ecco alcune intuizioni nello scandalo Enron:

1. L'inizio della fine.

I problemi di Enron sono iniziati quando ha iniziato a mascherare il suo debito usando scappatoie contabili che gli hanno permesso di mantenere il debito dai suoi bilanci.

Questa pratica era conosciuta come contabilità di Mark-to-market. Enron essenzialmente vendeva beni a se stessa a prezzi gonfiati, il che gli ha permesso di segnalare profitti che non erano reali.

2. Avidità in alto.

I dirigenti di Enron erano alcuni dei più pagati nel paese e erano determinati a mantenere i loro sontuosi stili di vita ad ogni costo.

Erano disposti a fare tutto il necessario per mantenere alti i loro profitti e non avevano paura di infrangere la legge per farlo.

3. La ricaduta.

Lo scandalo Enron ha avuto conseguenze di vasta portata per tutti i soggetti coinvolti.

Migliaia di dipendenti hanno perso il lavoro e i loro risparmi per la pensione e gli investitori hanno perso miliardi di dollari.

Lo scandalo ha anche portato alla caduta della società di contabilità di Enron, Arthur Andersen.

4. Lezioni apprese.

Lo scandalo Enron è stato un campanello d'allarme per l'industria finanziaria e ha portato a una serie di cambiamenti nei regolamenti e nella supervisione.

Il Sarbanes-Oxley Act del 2002 è stato emanato in risposta allo scandalo e ha imposto requisiti di contabilità e rendicontazione più severi alle società pubbliche.

Lo scandalo di Enron era un capitolo oscuro della storia di Wall Street, ma serviva anche da promemoria dell'importanza della trasparenza e della responsabilità nel mondo finanziario.

La ricaduta dallo scandalo è stata avvertita per anni, ma alla fine ha portato a cambiamenti positivi che hanno contribuito a prevenire che si verifichino scandali simili in futuro.

 

Lo scandalo che ha scosso Wall Street - Da Enron a Ivan Boesky  i più grandi scandali finanziari della storia.

 3. La frode contabile da miliardi di dollari.

La frode contabile di “WorldCom” è uno dei più grandi scandali finanziari della storia.

La società, che una volta era la seconda più grande società di telecomunicazioni a lunga distanza negli Stati Uniti, si è coinvolta in un enorme scandalo contabile nel 2002.

Il CEO della società, “Bernard Ebbers”, è stato dichiarato colpevole di frode e cospirazione per i titoli per commettere frodi in titoli e fu condannato a 25 anni di prigione.

La frode di “WorldCom” ha portato alla perdita di miliardi di dollari per investitori e dipendenti.

Lo scandalo ha anche avuto un impatto significativo sul settore delle telecomunicazioni nel suo insieme.

Ecco alcune intuizioni chiave sulla frode contabile di WorldCom:

1. La frode di WorldCom ha comportato la manipolazione dei bilanci dell'azienda per far sembrare che la società stesse funzionando meglio di quanto non fosse in realtà.

La società ha gonfiato i suoi guadagni di oltre $ 11 miliardi, il che gli ha permesso di soddisfare le aspettative di Wall Street e mantenere il prezzo delle azioni.

2. La frode è stata effettuata da un gruppo di dirigenti senior presso WorldCom, incluso il CFO dell'azienda, “Scott Sullivan”.

I dirigenti hanno utilizzato una varietà di trucchi contabili per manipolare il bilancio della società, tra cui capitalizzazione delle spese e gonfiare le entrate.

3. La frode di WorldCom è stata scoperta da un revisore dei conti interni che ha scoperto irregolarità nelle pratiche contabili dell'azienda.

Il revisore ha avvisato il consiglio di amministrazione della società, che ha quindi avviato un'indagine.

4. Le ricadute dallo scandalo WorldCom erano significative.

La società ha presentato istanza di fallimento nel 2002 e migliaia di dipendenti hanno perso il lavoro.

Gli investitori che avevano riposto la loro fiducia nella società hanno perso miliardi di dollari.

Lo scandalo ha anche avuto un impatto significativo sul settore delle telecomunicazioni, in quanto ha portato ad un aumento del controllo delle pratiche contabili e al calo della fiducia degli investitori.

5. Lo scandalo WorldCom ha portato al passaggio della legge Sarbanes-Oxley, progettata per migliorare il governo societario e aumentare la trasparenza nei rapporti finanziari.

La legge impone alle aziende di stabilire controlli interni e di certificare l'accuratezza del proprio bilancio.

 

La frode contabile di WorldCom è una storia avvertita dei pericoli dell'avidità aziendale e dell'importanza della trasparenza e della responsabilità nel rendiconto finanziario.

Lo scandalo ha avuto un impatto di vasta portata e i suoi effetti sono ancora fatti nel mondo degli affari oggi.

Serve come promemoria che gli investitori e le parti interessate devono rimanere vigili e richiedere trasparenza e responsabilità dalle società in cui investono.

 

4. Lo schema Ponzi che ha ingannato il mondo.

Il programma Ponzi di Bernie Madoff è uno dei più grandi scandali finanziari della storia, avendo colpito migliaia di persone e causato miliardi di dollari in perdite.

Madoff, un ex presidente della Borsa del NASDAQ, è stato condannato a 150 anni di carcere nel 2009 per aver gestito un piano che è durato per decenni.

Lo schema era semplice ma efficace:

 Madoff ha usato i soldi dei nuovi investitori per pagare quelli vecchi, promettendo rendimenti elevati.

Nessuno sospettava che Madoff stesse facendo una truffa, poiché era una figura rispettata nel mondo finanziario.

Tuttavia, lo schema alla fine è crollato nel 2008 ed è stato rivelato che Madoff aveva gestito una grande frode.

1. Il programma Madoff Ponzi era una delle più grandi frodi finanziarie della storia, che colpisce migliaia di persone e causando miliardi di dollari in perdite.

Era un classico schema Ponzi, in cui Madoff ha usato i soldi dei nuovi investitori per pagare quelli vecchi.

Lo schema è durato per decenni e nessuno sospettava che Madoff stesse facendo una truffa.

 

2. Lo schema di Madoff è stato in grado di correre per così tanto tempo a causa della sua reputazione nel mondo finanziario.

Era una cifra rispettata, avendo servito come presidente della Borsa NASDAQ e aveva legami con molte persone di spicco.

Ciò gli ha permesso di ottenere la fiducia dei suoi investitori, che credevano che stessero investendo in un'azienda legittima.

3. Lo schema Madoff ha avuto un profondo impatto sul settore finanziario, portando ad un aumento delle normative e del controllo.

Ha anche messo in evidenza la necessità per gli investitori di fare la dovuta diligenza e non fidarsi ciecamente chiunque abbia i propri soldi.

Lo schema ha anche mostrato l'importanza degli informatori, poiché la frode di Madoff è stata infine esposta da un informatore.

 

4. Le vittime del regime di Madoff erano varie, dai singoli investitori alle grandi istituzioni.

Alcune vittime hanno perso il loro intero risparmio di vita, mentre altre hanno perso milioni di dollari.

Il regime ha anche avuto un effetto a catena sull'economia, in quanto ha causato una perdita di fiducia nel sistema finanziario.

 

5. Lo schema di Madoff Ponzi funge da storia avvertita per gli investitori, dimostrando l'importanza di essere vigili e fare una ricerca adeguata prima di investire.

Sottolinea inoltre la necessità di supervisione normativa per prevenire frodi e proteggere gli investitori.

5. Il crollo di un gigante finanziario.

Nel mondo delle finanze, “Lehman Brothers” era un nome che era stato a lungo associato al successo e al prestigio, ma tutto è cambiato nel settembre 2008 quando il colosso finanziario ha presentato fallimento.

Questo evento è stato un punto di svolta nel settore finanziario e ha evidenziato l'instabilità dell'economia globale.

Molte persone hanno opinioni diverse per quanto riguarda la causa del crollo dei fratelli Lehman, ma la maggior parte concorda sul fatto che si trattava di una combinazione di fattori come la crisi dei mutui subprime, l'assunzione di rischi eccessiva e il fallimento della supervisione normativa.

Il crollo dei fratelli Lehman ha avuto conseguenze di vasta portata sull'economia globale, causando un effetto a catena che ha portato a perdite di lavoro diffuse, una diminuzione della crescita economica e una perdita di fiducia nel settore finanziario.

Ecco alcune intuizioni approfondite nel collasso di Lehman Brothers:

 

1. La crisi dei mutui subprime: uno dei fattori principali che ha portato al crollo dei fratelli Lehman è stata la crisi dei mutui subprime.

Lehman Brothers ha investito pesantemente in titoli garantiti da ipoteca, che sono stati creati raggruppando un gran numero di mutui subprime.

Quando il mercato immobiliare si è schiantato e i proprietari di case hanno iniziato a inadempienza sui loro mutui, il valore di questi titoli è crollato, facendo sì che Lehman Brothers subisca forti perdite.

 

2. Eccessiva assunzione di rischi: un altro fattore che ha contribuito alla caduta di Lehman Brothers è stata l'eccessiva assunzione di rischi dell'azienda.

Negli anni precedenti la crisi finanziaria, Lehman Brothers ha intrapreso investimenti sempre più rischiosi, scommettendo pesantemente su complessi strumenti finanziari come gli swap di default crediti.

Mentre questi investimenti hanno generato profitti significativi a breve termine, hanno anche esposto la società a perdite significative in caso di recessione del mercato.

3. Sospetta normativa: alcuni esperti sostengono che il crollo dei fratelli Lehman avrebbe potuto essere prevenuto se ci fosse stata una migliore supervisione normativa.

La “securities and Exchange commission” (SEC) e altri enti di regolamentazione non sono riusciti a monitorare adeguatamente i fratelli Lehman e altre istituzioni finanziarie, consentendo loro di impegnarsi in comportamenti rischiosi senza conseguenze.

Il crollo di Lehman Brothers funge da racconto cautelativo sui pericoli dell'eccessiva assunzione di rischi e la supervisione della regolamentazione del settore finanziario.

Sottolinea inoltre l'interconnessione dell'economia globale e la necessità di una maggiore trasparenza e responsabilità nel settore finanziario.

(Il crollo di un gigante finanziario - Da Enron a Ivan Boesky  i piu grandi scandali finanziari della storia)

 6. Il caso di saccheggio aziendale.

Tyco International” era una volta una società molto rispettata negli Stati Uniti, ma il caso di saccheggio aziendale che coinvolgeva i migliori dirigenti dell'azienda offuscò gravemente la sua reputazione.

Il caso è stato uno dei più grandi scandali finanziari della storia e ha comportato il saccheggio di miliardi di dollari dagli azionisti della società.

Lo scandalo è stato esposto nel 2002 e ha scosso il mondo degli affari al suo interno.

Ha spinto i regolatori e i legislatori a dare un'occhiata più da vicino alle pratiche di governance societaria, al risarcimento esecutivo e alle pratiche contabili.

 

Lo scandalo internazionale di Tyco ha coinvolto il CEO dell'azienda, il CFO e altri dirigenti, che sono stati accusati di aver rubato milioni di dollari dalla società attraverso schemi fraudolenti.

I dirigenti sono stati accusati di frodi in titoli, cospirazione e altre accuse.

Il caso è stato processato nel 2004 e i dirigenti sono stati giudicati colpevoli delle accuse.

Furono condannati a termini di prigione che vanno da otto a venticinque anni.

Ecco alcuni dei dettagli chiave sullo scandalo di Tyco International:

1. I dirigenti coinvolti nello scandalo hanno saccheggiato la società attraverso schemi fraudolenti, tra cui bonus non autorizzati, stock options e altri vantaggi.

2. Lo scandalo ha portato alla perdita di miliardi di dollari per gli azionisti di Tyco, che hanno visto precipitare il valore dei loro investimenti.

3. Lo scandalo ha portato ad un aumento del controllo delle pratiche di governo societario e del risarcimento esecutivo.

4. I dirigenti coinvolti nello scandalo sono stati infine giudicati colpevoli dei loro crimini e condannati alle condizioni di prigione.

5. Lo scandalo funge da storia avvertita sull'importanza della leadership etica e sulla necessità di forti pratiche di governo societario.

 

Lo scandalo internazionale di Tyco è stato uno dei più grandi scandali finanziari della storia e ha avuto un impatto significativo sul mondo degli affari.

Lo scandalo ha esposto la necessità di una maggiore trasparenza, responsabilità e leadership etica in America corporativa e ha spinto regolatori e legislatori a dare un'occhiata più da vicino alle pratiche di governo societario.

Lo scandalo serve da promemoria che i leader aziendali devono agire con integrità e mettere al primo posto gli interessi degli azionisti.

 

Finanziamento VC è importante ma è difficile da ottenere!

Lo scandalo trading ivan Boesky insider è uno degli scandali finanziari più famigerati della storia.

Boesky è stato un importante commerciante di Wall Street che ha fatto fortuna negli anni '80 attraverso l'insider trading, che è la pratica illegale di acquistare o vendere titoli basati su informazioni che non sono disponibili al pubblico.

Le attività di Boesky furono infine scoperte, portando alla sua caduta e all'arresto di molti altri commercianti.

Lo scandalo è stato così significativo che ha ispirato il film "Wall Street", che raffigura gli eccessi e la corruzione del mondo finanziario.

 

1. Background e dettagli dello scandalo:

Ivan Boesky era un commerciante che divenne famoso per la sua capacità di realizzare grandi profitti nel mercato azionario.

Ha raggiunto questo successo attraverso Insider Trading, che prevedeva l'utilizzo di informazioni che non erano disponibili al pubblico per fare operazioni.

Boesky è stato infine catturato dalla Securities and Exchange commission (SEC) e ha accettato di collaborare con le autorità fornendo informazioni su altri commercianti che si erano impegnati in attività simili.

 

2. Impatto dello scandalo:

lo scandalo Ivan Boesky ha avuto un profondo impatto sul mondo finanziario, portando ad un maggiore controllo del commercio insider e di altre attività illegali.

Lo scandalo ha anche contribuito alla percezione del pubblico che Wall Street fosse un luogo corrotto e non etico.

Inoltre, ha portato a cambiamenti nelle leggi e nei regolamenti che disciplinano il settore finanziario, incluso l'approvazione della legge sull'applicazione della frode insider e i titoli del 1988.

 

3. Lezioni apprese:

lo scandalo Ivan Boesky fornisce una serie di importanti lezioni per investitori e trader.

Innanzitutto, evidenzia l'importanza di condurre ricerche e analisi approfondite prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.

In secondo luogo, sottolinea la necessità di trasparenza e responsabilità nel settore finanziario.

Infine, funge da storia avvertita sui pericoli dell'avidità e sulle potenziali conseguenze del comportamento non etico.

 

4. Conclusione:

lo scandalo Ivan Boesky è un promemoria del lato scuro di Wall Street e delle potenziali conseguenze dell'avidità incontrollata e della corruzione.

Mentre lo scandalo si è verificato oltre 30 anni fa, le sue lezioni continuano a risuonare oggi.

Gli investitori e gli operatori devono rimanere vigili e impegnati nel comportamento etico al fine di mantenere l'integrità del sistema finanziario.

 

8. Il conglomerato alimentare italiano che ha cucinato i libri.

Parmalat era un nome che tutti conoscevano nell'industria alimentare italiana.

Era l'orgoglio dell'economia del paese e uno dei più grandi produttori di latte e latticini al mondo.

Tuttavia, tutto ciò si è fermato improvviso nel 2003, quando Parmalat ha dichiarato il fallimento dopo che è stato scoperto che avevano cucinato i libri per oltre un decennio.

Questo è stato uno dei più grandi scandali finanziari della storia e ha scosso l'intero paese.

La direzione di Parmalat aveva creato estratti conto bancari, conti bancari e transazioni per nascondere le loro perdite e attirare più investitori.

Il debito della società era di oltre $ 18 miliardi e il governo italiano doveva intervenire per salvare la società.

La frode di Parmalat è stata una sveglia per l'intero settore finanziario.

Ha esposto la mancanza di trasparenza nella segnalazione dei rendiconti finanziari e la debolezza del sistema di audit.

Ecco alcune intuizioni da diversi punti di vista:

1. Investitori: il caso di frode di Parmalat era un incubo per gli investitori.

Molti hanno perso i loro risparmi sulla vita e alcuni hanno persino perso il lavoro.

Questo scandalo ha dimostrato che gli investitori non potevano più fare affidamento sul bilancio per prendere decisioni di investimento.

Dovevano essere più vigili e fare la dovuta diligenza prima di investire in qualsiasi azienda.

 

2. Regolatori: il caso di frode di Parmalat ha esposto la necessità di regolamenti più forti per impedire che tali incidenti avvengano in futuro.

Il governo italiano ha dovuto rivedere le sue leggi sul governo societario per garantire che le società fossero più trasparenti nelle loro segnalazioni finanziarie.

L'Unione Europea ha anche introdotto nuovi regolamenti per garantire che le aziende fossero più responsabili delle loro azioni.

 

3. Auditor: il caso di frode di Parmalat ha evidenziato la debolezza del sistema di audit.

I revisori della società, “Grant Thornton”, non sono riusciti a rilevare la frode nonostante il controllo dei conti di Parmalat per oltre un decennio.

Ciò ha sollevato domande sull'efficacia del processo di revisione e sul ruolo dei revisori nel rilevare la frode.

Ecco alcuni punti chiave da notare sul caso di frode di Parmalat:

1. La frode è stata scoperta nel 2003, ma stava succedendo da oltre un decennio.

La direzione di Parmalat aveva creato dichiarazioni e transazioni bancarie false per nascondere le perdite dell'azienda.

 

2. Il debito di Parmalat era di oltre $ 18 miliardi e la società ha dovuto dichiarare fallimento.

Il governo italiano ha dovuto intervenire per salvare la compagnia.

3. Il caso di frode di Parmalat ha esposto la mancanza di trasparenza nella segnalazione dei rendiconti finanziari e la debolezza del sistema di audit.

4. I revisori dei revisori di Parmalat, Grant Thornton, non sono riusciti a rilevare la frode nonostante il controllo dei conti della società per oltre un decennio.

5. Il caso di frode di Parmalat è stato un campanello d'allarme per l'intero settore finanziario.

Ha dimostrato che gli investitori dovevano essere più vigili e fare la dovuta diligenza prima di investire in qualsiasi azienda.

Ha inoltre esposto la necessità di regolamenti più forti per impedire che tali incidenti avvengano in futuro.

 

9. Cosa possiamo imparare da questi scandali.

Come abbiamo visto dai vari scandali finanziari discussi in questo articolo, l'avidità e la mancanza di valori etici possono portare a conseguenze devastanti non solo per le persone coinvolte ma anche per l'economia nel suo insieme.

È fondamentale imparare da questi scandali e adottare misure per impedire a situazioni simili in futuro.

Uno dei takeaway chiave di questi scandali è l'importanza della trasparenza.

Le aziende e le persone devono essere ritenute responsabili delle loro azioni e ci devono essere chiari regolamenti e supervisione per garantire che tutti stiano giocando secondo le regole.

Ad esempio, dopo lo scandalo Enron, la legge Sarbanes-Oxley è stata approvata per migliorare il governo societario e i rapporti finanziari.

Questa legge richiede alle aziende di essere più trasparenti nei loro rapporti finanziari e di stabilire controlli interni per prevenire le frodi.

Un'altra lezione che possiamo imparare è l'importanza della leadership etica.

I leader che danno la priorità ai profitti rispetto all'etica possono creare una cultura tossica che incoraggia i dipendenti a tagliare gli angoli e ad impegnarsi in comportamenti non etici.

D'altra parte, i leader che danno la priorità all'etica possono creare una cultura di integrità che incoraggia i dipendenti a fare la cosa giusta.

Ad esempio, Warren Buffett è noto per la sua leadership etica e ha costruito una società di successo, il “Berkshire Hathaway”, sulla base dei suoi principi di onestà, integrità e trasparenza.

Un terzo rapporto è la necessità di proteggere e supportare gli informatori.

Gli informatori svolgono un ruolo cruciale nell'esposizione di illeciti e di ritenere le persone e le aziende responsabili.

Tuttavia, gli informatori spesso affrontano ritorsioni e possono subire danni alla carriera e attacchi personali.

È importante che gli informatori siano protetti dalle ritorsioni e che abbiano il supporto di cui hanno bisogno per farsi avanti con le loro informazioni.

Gli scandali finanziari discussi in questo articolo evidenziano i pericoli dell'avidità e del comportamento non etico nel mondo della finanza.

Imparando da questi scandali e prendendo provvedimenti per impedire che si verifichino situazioni simili in futuro, possiamo lavorare per un sistema finanziario più trasparente, etico e sostenibile.

 

 

 

Il “controllo finanziario”

del Pianeta in poche mani.

Altreconomie.it - Alessandro Volpi — (6 Luglio 2023) – ci dice:

I primi 10 fondi del Pianeta decidono le sorti di 44mila miliardi di dollari e due soli di questi, BlackRock e Vanguard, ne gestiscono quasi la metà.

 Una concentrazione di potere, e di determinazione della vita di tutti noi, mai conosciuta nella storia.

Che ha risvolti crudi.

(L’analisi di Alessandro Volpi).

Il 2022 ha segnato un anno record per i patrimoni gestiti dai grandi fondi finanziari

 I primi 10 fondi del Pianeta decidono le sorti di 44mila miliardi di dollari e due soli di questi, BlackRock e Vanguard, ne gestiscono quasi la metà.

 In pratica due soli fondi gestiscono un valore pari ad un quinto dell’intero Prodotto interno lordo (Pil) mondiale.

Ma non finisce qui: gli stessi 10 fondi detengono ormai circa il 50% -secondo alcuni studi il 60%- delle prime 500 società mondiali.

Una concentrazione di potere, e di determinazione della vita di tutti noi, mai conosciuta nella storia.

 Per fare un confronto, i due più grandi fondi sovrani del mondo, “di proprietà” degli Stati, cioè il Fondo petrolifero norvegese e il Fondo cinese, superano di poco i 2mila miliardi di dollari.

Alla luce di ciò è difficile capire dove sia il “libero mercato” e che cosa pensi la politica di tutto ciò.

 O meglio, si capisce bene che lo smantellamento degli “Stati sociali” rende la finanziarizzazione ancora più forte.

Vanguard e BlackRock gestiranno infatti i risparmi anche di chi non avrà più lo Stato -sempre che riesca a risparmiare- e potrà offrire loro una platea di titoli praticamente infinita, nell’illusione perenne del “portafoglio senza perdite”.

Andiamo avanti.

Apple ha superato i 3mila miliardi di dollari di capitalizzazione.

 In pratica in un anno il titolo ha guadagnato il 53%.

Ma di chi sono questi titoli? E dunque chi ha guadagnato così tanto?

 La risposta è semplice.

I due già ricordati fondi finanziari del Pianeta, Vanguard e BlackRock, possiedono azioni Apple rispettivamente per 255 e 200 miliardi di dollari.

L’impennata del titolo li ha fatti lievitare.

 Ma perché Apple è cresciuta così tanto?

Perché i cosiddetti mercati si aspettano grandi benefici per la società di Cupertino dall’applicazione dell’intelligenza artificiale.

Ma di chi è Nvidia, la società high tech che è cresciuta di più nel 2023 superando i mille miliardi di dollari di capitalizzazione?

 Ma che domanda.

Vanguard e BlackRock hanno 87 e 77 miliardi di dollari del capitale di Nvidia. 

La tecnologia crea aspettative, ben veicolate, che diventano, prima di tutto, ricchezza finanziaria gestita in maniera fortemente concentrata e destinata ad alimentare un gigantesco supermarket dove condurre anche i piccoli risparmiatori: il tutto con una forza quasi magica.

È il caso dei bitcoin, che erano in affanno e al centro di indagini a opera delle autorità di vigilanza della “Securities and exchange commission” (Sec).

È bastato che BlackRock del potentissimo Larry Fink facesse richiesta di dar vita a un “Exchange-traded fund”, a un titolo che avesse come indice l’andamento dei bitcoin, per farne risalire i prezzi, a dimostrazione ancora una volta di chi comanda realmente. 

Ma la questione del “controllo finanziario” del Pianeta ha anche altri risvolti ancora più crudi.

 A Londra si è svolta la Conferenza per la ricostruzione in Ucraina.

Una prima considerazione, molto epidermica, è suggerita proprio dalla sede della Conferenza.

 Perché i membri dell’Unione europea hanno accettato che si svolgesse a Londra e non in una capitale dell’Ue?

Ma non è questo il dato critico.

Alla Conferenza è intervenuta la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, che ha sostenuto, tra le altre, due cose:

la prima che servono altri 50 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina portando il contributo totale da parte dell’Unione a 100 miliardi, la seconda che la ricostruzione potrebbe richiedere 400-500 miliardi di euro. 

C’è però una terza considerazione ancora più rilevante:

 queste cifre saranno solo per un terzo “donazioni”, mentre per i restanti due terzi saranno prestiti, pubblici e privati.

Risulta evidente allora che si stia puntando sulla vittoria dell’Ucraina e su un’importante ripresa post-bellica in cui il Paese sarà in grado di restituire prestiti così ingenti.

Ma come farà a restituire tali prestiti?

 Forse aprendosi senza alcun limite ai capitali internazionali, magari dei grandi fondi che, guarda caso, sono presenti e sono molto sensibili all’”Ukraine business compact”, cioè il “cartello” di finanziatori che, data la mole dei prestiti, di fatto governerà il Paese quantomeno in termini economici.

 È più chiaro allora perché sia stata scelta Londra come sede:

una grande capitale finanziaria dove i fondi americani in primis si “faranno carico” dei prestiti per la ricostruzione e, soprattutto, della gestione dell’Ucraina.

 Aspettiamoci a breve gli “Ukraine bond” emessi dalle principali banche e dai principali fondi e veicolati verso il “nuovo mondo” dei risparmiatori.

(Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.)

Nel 2023 negli Stati Uniti

boom di irregolarità

finanziarie e di multe.

Valori.it – Rita Cantalino – (11-12-2023) – Redazione – ci dice:

 

Nel solo 2023 l'azione della Sec ha portato alla scoperta di 784 irregolarità finanziarie e a multe per 5 miliardi di dollari

Il report della più grande autorità di vigilanza sui mercati finanziari ci consegna uno scenario di radicata e diffusa irregolarità, con un aumento dei casi rispetto al 2022 e la necessità costante di attuare azioni, definite dal presidente “Gary Gensler” da «poliziotto di quartiere».

 

Nel 2023 boom di irregolarità finanziarie: i numeri della SEC

784 azioni esecutive, il 3% in più rispetto allo scorso anno.

 501 di queste sono originali o “autonome”: anche in questo caso registriamo un aumento rispetto al 2022, stavolta dell’8%.

 Sono 162 i procedimenti amministrativi volti a interdire persone da cariche e ruoli perché condannate o oggetto di altre ingiunzioni.

L’anno fiscale 2023 ha visto un incremento dell’azione della Commissione, che è arrivata a multare per quasi 5 miliardi di dollari.

La cifra batte il record già sancito lo scorso anno, raggiungendo gli importi più alti mai registrati.

 Chiuse le porte del mondo della finanza a 133 funzionari o direttori di pubbliche società; gli investitori danneggiati da pratiche scorrette hanno ricevuto risarcimenti per 930 milioni di dollari.

Anche in questo caso, è il secondo anno di seguito in cui si superano i 900 milioni.

 

Il 2023 è stato anche l’anno che ha sancito il successo del programma “Whistleblower,” con 18 mila segnalazioni, premiate con una cifra totale di quasi 600 milioni di dollari.

Di questi, 279 milioni sono andati a un solo informatore.

 In questo caso l’aumento è vertiginoso, sfiorando il 50% rispetto al 2022, anno in cui le segnalazioni per irregolarità finanziarie erano state 12.300.

40 mila le segnalazioni totali, il 13% in più.

Il caso Adani Port- esg greenwashing.

FINANZA.

Si può essere sostenibili trasportando carbone? Sì, secondo le agenzie di rating

Chi sono gli attori colpiti dalle sanzioni della SEC?

Le sanzioni riguardano irregolarità finanziarie nel settore dei valori mobiliari: frodi o pericoli per gli investitori, soprattutto nell’ambito dei titoli di criptovalute e cybersicurezza.

La Commissione ha riscontrato violazioni da parte di diversi operatori, con una composizione eterogenea.

Sotto accusa società pubbliche e di investimento, società di monitoraggio e influencer dei social media.

Sanzionati anche i comportamenti che ostacolano le azioni di sorveglianza: protezione degli informatori, far rispettare i requisiti di registrazione e protezione degli investitori.

Due terzi delle irregolarità finanziarie riguardano singoli, in 133 casi hanno ricevuto l’interdizione dai ruoli di funzionari e direttori di società pubbliche.

Tra questi ultimi:

 l’ex amministratore delegato di McDonald’s, allontanato per 5 anni a seguito delle accuse di frode che hanno portato al suo licenziamento;

un ex dirigente di Wells Fargo, reo di aver ingannato gli investitori sulle performance della società;

l’ex controllore della società di telecomunicazioni “Pareteum Corp”, che non potrà esercitare la professione di commercialista di fronte alla SEC per il suo coinvolgimento in uno schema fraudolento di riconoscimento delle entrate della società.

 

Le irregolarità finanziarie più riscontrate.

Una vasta gamma di irregolarità finanziarie è collegata a violazioni della legge sui titoli.

 Venticinque società di consulenza, broker-dealer e/o agenzie di rating si sono viste recapitare multe per più di 400 milioni di dollari per violazione dei requisiti federali di registrazione dei valori mobiliari.

 La ABB Ltd, una società tecnologica, ha accettato di pagare una sanzione civile di 75 milioni di dollari per presunta corruzione.

 178,6 i milioni chiesti a “Danske Bank” per aver ingannato i suoi investitori nel programma antiriciclaggio, mentre la società mineraria Vale S.A., tra i più grandi produttori di ferro del mondo, è stata condannata per 55,9 milioni per aver fornito informazioni false sulla sicurezza delle sue dighe, prima che una di queste, crollando, uccidesse 270 persone.

A Goldman Sachs & Co. LLC l’accusa di non aver fornito alla SEC informazioni complete sulle negoziazioni dei titoli:

22.000 le autocertificazioni carenti presentate da Goldman, nelle quali mancavano dati essenziali per almeno 163 milioni di transazioni.

Molte anche le denunce per violazione della “Marketing Rule”: nove consulenti sono stati ritenuti responsabili di aver pubblicizzato il falso.

Undici gli insider delle società che invece non hanno depositato, o non hanno consegnato in tempo, i rapporti sulle partecipazioni azionarie che, obbligatoriamente, vanno forniti alla Commissione.

 In dieci casi, invece, le società denunciate avevano ottenuto esenzioni specifiche dalla SEC grazie a una serie di requisiti ma, una volta raggiunte tali esenzioni, avevano modificato le proprie offerte e non rispondevano più alle condizioni necessarie per beneficiarne.

 

 

 

 

 

Credit Suisse, 100 miliardi di euro

nei conti di trafficanti e dittatori.

Lasestina.unimi.it - Davide Mino Leo – (Feb. 21, 2022) – ci dice:                            

 

Un consorzio internazionale di giornalisti rivela i conti segreti di trentamila clienti "speciali" della banca.

Tra loro anche 700 italiani e il Vaticano.

 La replica: «Interpretazioni tendenziose»

 Un’investigazione condotta da 163 giornalisti di 39 Paesi, coordinati dal quotidiano tedesco” Süddeutsche zeitung”, ha svelato l’identità dei titolari di migliaia di conti della banca svizzera Credit Suisse, tra cui criminali internazionali, ex dittatori, spie e narcotrafficanti da tutto il mondo.

“Suisse secrets” – così è stata denominata l’inchiesta – ha portato alla luce i segreti meno confessabili di uno degli istituti finanziari più grandi al mondo, rivelando un giro d’affari di oltre 100 miliardi di euro.

Tra i 30mila clienti sospetti anche 700 italiani, quasi tutti domiciliati all’estero.

Clienti “speciali” – Stando a quanto emerso dall’inchiesta, che in Italia ha come partner “La Stampa” e “IrpiMedia”, la banca svizzera avrebbe continuato negli anni a offrire servizi e tutela a questi clienti nonostante le normative internazionali sulla tracciabilità dei fondi e la provenienza sospetta degli stessi.

 Il muro di riservatezza della banca svizzera è crollato grazie a una mail anonima arrivata alla redazione del quotidiano tedesco, che ha scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora rendendo pubblici i nomi dei clienti “speciali” di” Credit Suisse”.

Tra loro “Pavlo Lazarenko”, ex presidente ucraino condannato per riciclaggio negli Stati Uniti, il figlio dell’ex dittatore egiziano Hosni Mubarak, che aveva più di 200 milioni di franchi svizzeri, e Khaled Nazzar, capo della giunta militare algerina durante la guerra civile degli anni ’90 e arrestato con l’accusa di crimini di guerra.

 Ma anche criminali fatti e finiti come “Evelin Banev”, ex wrestler a capo di un gruppo di narcotrafficanti affiliato alla ‘ndragheta e “Bo Stevefen Sederholm”

, cittadino svedese condannato all’ergastolo per traffico di esseri umani. Una coltre di omertà e riservatezza proteggeva il denaro di questi correntisti fin dagli anni ’40.

«Interpretazioni tendenziose» –

Secondo l’inchiesta, Credit Suisse offriva ai suoi clienti la possibilità di depositare i fondi su una “serie di trust bancari” sconosciuti ai normali dipendenti e gestiti personalmente dagli alti dirigenti dell’istituto.

La banca si è difesa dalle accuse pubblicando un comunicato nel quale «respinge fermamente le accuse e le insinuazioni riguardanti le presunte pratiche commerciali della banca.

 I fatti riferiti sono principalmente remoti e ciò che viene riportato è basato su informazioni parziali, inaccurate o selettive che, estrapolate dal loro contesto, danno adito a interpretazioni tendenziose riguardo la condotta della banca. Continueremo le nostre investigazioni con una task force interna che include anche specialisti esterni esperti in materia».

Secondo il “Guardian” però «più di due terzi dei conti sono stati aperti dal 2000», molti di questi erano ancora attivi nell’ultimo decennio e in parte lo sono tuttora.

 

Un anno complicato –

Non è la prima volta che Credit Suisse è al centro di scandali finanziari:

 nel 2014 la banca è stata condannata a restituire 2,6 miliardi di dollari al fisco statunitense per una truffa relativa a false dichiarazioni dei redditi dei suoi clienti, mentre lo scorso autunno ha accettato di pagare 475 milioni di dollari alle autorità britanniche in seguito a un’indagine su un giro di tangenti legata a investimenti statali in Mozambico.

 Per l’istituto elvetico il 2022 si apre quindi in continuità con il 2021, che si era chiuso con perdite superiori a 1,5 miliardi e le dimissioni dell’amministratore delegato” Antonio Horta-Osorio”, colpevole di aver violato la quarantena Covid per andare a vedere la finale di Wimbledon.

Gli italiani coinvolti – Sono 700 i nomi italiani usciti da Suisse Secrets:

non ci sono personaggi particolarmente famosi, la loro particolarità è che sono quasi tutti residenti o domiciliati all’estero.

Un terzo di questi abita in Venezuela (patria di molti correntisti svizzeri legati al Governo Chavez), il più facoltoso dei quali è “Mario Merello”, imprenditore noto negli ambienti dello” showbusiness” per essere sposato con la cantante “Marcella Bella”.

Merello, accusato di aver frodato al fisco 450 milioni di euro, era titolare di 13 conti nella banca svizzera per un patrimonio totale di 24 milioni.

 C’è anche la Segreteria di Stato vaticana tra i clienti “speciali” di Credit Suisse: secondo le indagini il conto del Vaticano, aperto nel lontano 1930, avrebbe fornito i 290 milioni di sterline con cui è stato acquistato il palazzo londinese al centro dello scandalo finanziario che ha convolto la Santa Sede e il cardinale Angelo Becciu.

 

 

 

 

 

Riflessioni amare sul disastro

umanitario e politico di Haiti.

 Transform-italia – (20/03/2024) -  Alessandro Scassellati – ci dice:

 

Da mesi i media avvertono che gang armate stanno per prendere il controllo di Haiti, il paese più povero delle Americhe dove più della metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Il paese resta nel caos dopo che il primo ministro non eletto “Ariel Henry” si è dimesso, poiché la violenza e la carestia minacciano la popolazione.

Vige lo stato di emergenza, gli aeroporti internazionali sono chiusi, le scuole sono chiuse, gli ospedali sono stati saccheggiati o sono stati chiusi e comunque mancano di personale, medicine e sangue per le trasfusioni.

Interi quartieri sono stati trasformati in campi di battaglia e la popolazione è in fuga dalle proprie case (almeno 400mila gli sfollati, la maggioranza dei quali sono bambini).

Gli osservatori e analisti ritengono che una sorta di intervento internazionale sia ora assolutamente necessario, ma anche che gli haitiani possano arrivare a un accordo politico per un governo provvisorio e una tabella di marcia che possa ripristinare la sicurezza e procedere verso elezioni democratiche reali.

 Senza un partner politico haitiano affidabile che abbia un consenso popolare, qualsiasi intervento internazionale è destinato ad un clamoroso fallimento.

 Le narrazioni che gli Stati Uniti e altre potenze usano per giustificare l’intervento militare internazionale ignorano un fatto cruciale:

ad Haiti raramente, se non mai, è stato permesso di gestire direttamente i propri affari.

 

Antefatto: genocidio, schiavismo e piantagioni di zucchero.

Nel 1492 Cristoforo Colombo, convinto di aver raggiunto delle isole al largo della costa orientale dell’Asia, “scoprì” l’America ed entrò in contatto con i popoli “Arawak “in un’isola delle Bahamas, poi a Cuba e Hispaniola (Haiti/Santo Domingo) ed era interessato all’oro e ad avere degli schiavi da riportare in Spagna.

 L’incontro produsse un primo genocidio.

 Nel giro di due anni, la metà dei 250 mila Arawak di Haiti erano morti e nel 1650 nessuno dei loro discendenti era ancora vivo.

Anche gli abitanti di Cuba vennero sterminati nel giro di pochi anni.

Nel corso dei tre secoli successivi, i colonizzatori europei dell’isola di Hispaniola (spagnoli e poi dagli inizi del 1600 anche francesi) si appropriarono delle terre e importarono centinaia di migliaia di schiavi dall’Africa occidentale e centrale per coltivare e raccogliere zucchero, caffè e legname:

 tutte esportazioni a lungo molto redditizie.

Così, oltre che nel sud di quelli che sono poi diventati gli Stati Uniti, gli schiavi africani e i loro discendenti sono diventati la popolazione maggioritaria lungo la costa atlantica del Nordest del Brasile (il cuore coloniale del paese), nelle isole e nei litorali dei Caraibi, e lungo le coste di Colombia, Venezuela, Guyane, Belize, Ecuador e Perù.

 In questi territori sono presenti anche i discendenti di schiavi africani affrancati, naufragati o fuggiti e di indigeni indios che incrociandosi hanno dato origine agli “zambos”, articolati in diversi piccoli gruppi etnici generalmente marginalizzati e discriminati come i “Garifuna” (in Belize, Honduras e Guatemala), i “Cafuzo” (in Brasile, che hanno creato le comunità quilombos) e i “Lobo” (in Messico, circa più di 2,5 milioni).

Attraverso lo sviluppo dell’agricoltura delle piantagioni per la produzione di colture commerciali, i legami profondi e spesso brutali di sfruttamento ed estrazione dell’Europa con l’Africa, i Caraibi e le Americhe hanno guidato la nascita di una prima economia capitalista veramente globale.

Lo zucchero (e i prodotti connessi: rum, melassa, sciroppo, marzapane) coltivato dagli schiavi africani nelle colonie americane e caraibiche, come Hispaniola, e trasformato ad Anversa, Amsterdam, Bristol, Liverpool, Nantes, Bordeaux, Londra e altre città europee e nordamericane, ha accelerato l’unione dei processi che chiamiamo «prima rivoluzione industriale», ossia del capitalismo propriamente considerato.

Ha rivoluzionato le diete delle popolazioni europee, trasformando lo zucchero da una merce straniera rara di lusso (usata come medicina, spezia per il condimento e sostanza decorativa) in un ingrediente essenziale della dieta energetica moderna dell’intera popolazione, rendendo così possibile una produttività della classe lavoratrice proletaria molto più elevata.

 E così facendo, lo zucchero prodotto dagli schiavi di origine africana nelle piantagioni tropicali coloniali ha contribuito a rivoluzionare la società europea e addirittura, insieme al tè, a definire il «carattere nazionale» di un popolo come quello inglese.

La schiavitù era attiva nelle colonie francesi dall’inizio del XVI secolo e non venne abolita dal governo francese fino alla Convenzione rivoluzionaria del 1794.

 La Compagnia francese delle Indie occidentali sviluppò piantagioni di zucchero e tabacco nelle colonie francesi e ottenne il monopolio della tratta degli schiavi dal Senegal, che dal 1658 apparteneva alla Compagnia di Capo Verde e del Senegal.

 La tratta degli schiavi continuò dal 1658 al 1709, operata dalla “Compagnie du Sénégal”, che commerciava schiavi con i regni “Hausa”, il “Mali” e i “Mori” in Mauritania.

Nel 1778, i francesi trafficavano ogni anno circa 13 mila africani come schiavi verso le Indie occidentali francesi.

Tra il 24 e il 26 maggio 2022 il «New York Times» ha pubblicato una serie meticolosamente documentata intitolata «Il riscatto», che descrive l’impatto devastante su Haiti della cosiddetta «tassa sull’indipendenza» imposta dalla Francia sotto la minaccia di un intervento militare nel 1825 alla prima repubblica nera del mondo.

Haiti era diventata indipendente dalla Francia il 1 gennaio 1804 dopo anni di rivolte (costate oltre 100 mila morti) iniziate il 23 agosto 1791 (giorno che l’Unesco ha scelto per la Giornata Mondiale della Memoria della tratta degli schiavi e della sua abolizione), sotto la guida di “Toussaint L’Ouverture” e “Jean-Jacques Dessalines”, entrambi precedentemente ridotti in schiavitù.

Haiti divenne un faro di abolizione della schiavitù, auto-indipendenza, determinazione e uguaglianza razziale.

Come riporta il «Times», nonostante la schiavitù fosse stata abolita nel 1794 dal governo rivoluzionario francese (per poi essere reintrodotta da Napoleone nelle piantagioni d’oltremare tra il 1802 e il 1815), i discendenti di persone ridotte in schiavitù di Haiti furono costretti a pagare un risarcimento ai discendenti dei proprietari di schiavi.

Nel 1825, il re Carlo X di Francia inviò una flotta di 14 navi da guerra comandata dal “barone di Machau”, armata con 500 cannoni, e con un ultimatum per i governanti della rivoluzionaria Repubblica:

 dateci 150 milioni di franchi o apriamo il fuoco.

La Francia costringeva gli schiavi e i loro discendenti a pagare i loro ex padroni per essersi liberati dalla schiavitù.

I soldi (ridotti a 90 milioni di franchi) vennero dati in prestito da banche francesi con alti tassi di interesse.

 Nel corso dei successivi 122 anni (fino al 1947), circa l’80% delle entrate di Haiti fu destinato a ripagare questo debito.

 Con il primo pagamento alla Francia, Haiti dovette chiudere il suo nascente sistema scolastico pubblico.

 Con il moltiplicarsi dei miliardi di dollari pagati alla Francia (il Crédit Industriel et Commercial) e poi dal 1915 a banche statunitensi come la National City Bank (attuale Citigroup), l’economia di Haiti si è disintegrata.

La rassegna del «Times» è arrivata quasi 20 anni dopo che l’amministrazione dell’allora presidente “Jean-Bertrand Aristide” chiese formalmente alla Francia 21,7 miliardi di dollari come restituzione dei fondi estorti ad Haiti.

Aristide era un prete salesiano di sinistra che insegnava la “teologia della liberazione” e che con il sostegno di massa tra la classe lavoratrice e i poveri di Haiti, suscitò grandi speranze di cambiamento.

Per due volte, nel 1990 e nel 2001, ondate di sostegno pubblico portarono Aristide alla presidenza.

E due volte, nel 1991 e nel 2004, fu estromesso da sanguinosi colpi di stato.

 L’iniziativa di Aristide fu un fattore chiave per la cooperazione e il sostegno della Francia al colpo di Stato orchestrato dagli Stati Uniti che rovesciò il suo governo democraticamente eletto.

 I media mainstream dell’epoca, tra cui il «New York Times» e il «Washington Post», trattarono la richiesta come «donchisciottesca» e una trovata pubblicitaria, mentre i loro reporter scrivevano un articolo dopo l’altro demonizzando l’amministrazione democraticamente eletta di Aristide, contribuendo così a creare le giustificazioni ideologiche per il colpo di Stato.

 

Un drammatico presente: crisi politica e bande armate.

Il 4 marzo scorso, la maggior parte dei detenuti nelle due principali carceri di Haiti – più di quattromila uomini – sono stati liberati in attacchi guidati da un capobanda haitiano,” Jimmy Chérizier “(47 anni), noto come” Barbecue” (apparentemente, per aver bruciato delle persone vive), un ex agente di polizia, che guida la federazione delle bande G9 Rivoluzione, Famiglia e Alleati (la principale coalizione rivale è la G-Pep, associata ai partiti di opposizione e guidata da Gabriel Jean-Pierre, noto anche come “Ti Gabriel”, con un forte radicamento nel quartiere povero di “Cite Soleil” di Port-au-Prince).

 Si auto dipinge come un rivoluzionario che lotta contro l’oscura corruzione del governo e degli oligarchi d’affari, citando Ernesto “Che” Guevara, Fidel Castro, Thomas Sankara e Malcolm X7.

I combattenti di “Barbecue”, insieme ad altri di bande alleate, armati di armi automatiche (contrabbandate dagli Stati Uniti), dal 29 febbraio hanno attaccato anche i due aeroporti di “Port-au-Prince” e hanno sparato contro aerei, polizia e guardie di sicurezza.

Hanno anche preso il controllo del più grande terminal di carburante (a Varreux) di Haiti, che fornisce il 70% dei consumi del paese.

 In una serie di conferenze stampa improvvisate, “Barbecue” aveva giurato che avrebbe portato il paese alla guerra civile se il primo ministro, “Ariel Henry”, non si fosse dimesso.

“Ariel Henry”, un neurochirurgo e politico di centrodestra di 74 anni, però, non era nel paese.

Era volato a Nairobi pochi giorni prima per stringere la mano al presidente keniano, “William Ruto”, per un accordo sostenuto dagli Stati Uniti per inviare un migliaio di poliziotti keniani ad Haiti, come parte di una missione multinazionale approvata dalle Nazioni Unite, che Henry aveva inizialmente richiesto nell’ottobre 2022, per contribuire a ripristinare l’ordine.

Il Kenya si era candidato per la missione nel luglio del 2023.

Nonostante la stretta di mano, la missione è rimasta bloccata o sospesa. Evidentemente ora gli Stati Uniti (insieme a Canada e Francia) non vogliono essere percepiti come una potenza neocoloniale che interviene unilateralmente, come hanno fatto tante amministrazioni precedenti. Ma, chiaramente, la politica del non intervento finora non ha funzionato.

Il dibattito su intervento o non intervento internazionale.

“Dan Foote”, un diplomatico di carriera, era stato nominato inviato speciale del presidente “Biden” ad Haiti dopo l’assassinio del presidente “Moïse” nel luglio 2021, ma si è dimesso due mesi dopo per la sua opposizione al sostegno dell’amministrazione “Biden” a Henry e per ciò che ha definito “disumano” e “controproducente” nella politica di immigrazione degli Stati Uniti nei confronti degli haitiani che, se si scopriva che erano entrati illegalmente nel paese, venivano incarcerati e rimpatriati ad Haiti, nonostante i pericoli che correvano lì.

Solo alla fine del 2022, l’amministrazione “Biden” ha allentato le sue politiche di immigrazione per offrire nuove tutele agli haitiani che attualmente risiedono negli Stati Uniti.

 La polizia di frontiera statunitense afferma di aver intercettato 76.100 haitiani nel 2023.

Foote ritiene che:

“La costante ingerenza della comunità internazionale negli ultimi 220 anni ha reso Haiti uno stato fallito perché le persone non hanno voce in capitolo nella loro vita, non hanno voce in capitolo nel loro futuro, perché gli internazionali l’hanno reso uno Stato fantoccio”.

Secondo Foote:

“Dobbiamo dare agli haitiani tempo e spazio per risolvere il problema. Lasciamo che gli haitiani abbiano la possibilità di gestire i propri affari ad Haiti da soli per una volta.

La comunità internazionale ha incasinato tutto in modo irriconoscibile innumerevoli volte.

Vi garantisco che gli haitiani fanno meno casini degli americani”.

Per “Foote”, qualsiasi tentativo di imporre un nuovo governo ad Haiti dall’esterno verrà respinto in modo violento.

Il presupposto di fondo che è stato utilizzato più volte nella storia di Haiti è che gli haitiani non possono (ossia, non sono in grado di) gestire i propri affari.

Il governo è corrotto o inefficace o entrambe le cose.

Gli haitiani sarebbero intrappolati in una “rete di influenze culturali resistenti al progresso”, come “David Brooks” aveva affermato sul New York Times subito dopo il gigantesco terremoto del paese del 2010.

Lasciata sola, Haiti precipiterebbe nel caos e nella crisi umanitaria: malattie, violenza, morte.

È allora che i cosiddetti amici internazionali di Haiti – principalmente gli Stati Uniti, insieme a Canada e Francia – sono costretti a venire in soccorso con le loro armi e le loro forze militari d’élite.

Questa è la direzione in cui si sta andando oggi.

La comunità internazionale ha deliberato lo spiegamento di una “forza multinazionale di azione rapida” ad Haiti, seguita nel medio termine da un’altra missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite.

 Gli Stati Uniti hanno già inviato personale, veicoli blindati e “attrezzature” non rivelate per aiutare la polizia di Haiti a combattere un conglomerato di bande che hanno preso il controllo del paese.

 La storia di Haiti insegna che molti civili innocenti rimarranno coinvolti nel fuoco incrociato.

La visione della popolazione haitiana è generalmente diversa: l’intervento straniero provoca disastri.

Questa idea può essere controintuitiva e profondamente scomoda per gli statunitensi, ma ha il grande pregio di essere basata sui fatti.

Haiti, dopo tutto, è nata nel 1804 dalla determinazione delle persone schiavizzate a liberarsi dal giogo genocida della sottomissione francese.

Da allora ha subito numerose invasioni e intrusioni, inclusa un’occupazione da parte degli Stati Uniti dal 1915 al 1934. L’occupazione statunitense è stata giustificata come se fosse stata finalizzata al bene stesso di Haiti.

 Le sue eredità hanno incluso l’arricchimento delle élite americane e la creazione delle basi per l’ascesa della dittatura di “Duvalier”.

In generale, l’intervento esterno svuota lo Stato, riduce le possibilità di democrazia di Haiti e legalizza l’impunità ufficiale – tutto ciò getta le basi per ulteriori disastri.

E gli effetti del disastro si aggravano nel corso dei decenni.

“Haiti è nera e non abbiamo ancora perdonato ad Haiti il fatto di essere nera”, dichiarò l’attivista afroamericano “Frederick Douglass” più di un secolo fa.

Purtroppo, questo sembra essere più vero che mai.

 

Le dimensioni della crisi.

Non c’è dubbio che Haiti stia attraversando una crisi terribile. Il conglomerato di bande armate ha bloccato quasi tutto il paese. Lunedì 11 marzo, dopo un dramma durato una settimana – durante il quale Henry è scomparso brevemente, prima di riapparire a Puerto Rico (non era riuscito a rientrare ad Haiti perché le gang avevano chiuso porti e aeroporti internazionali), dove rimane – Henry ha annunciato che si sarebbe dimesso dalla carica di primo ministro, dopo che fosse stato istituito un consiglio presidenziale transitorio (attualmente, Haiti non ha un presidente né un Parlamento, e non celebra elezioni presidenziali dal 2016).

“ Barbecue” aveva precedentemente minacciato una “guerra civile” che avrebbe portato al “genocidio” se Henry fosse tornato ad Haiti, e c’erano state segnalazioni secondo cui l’amministrazione Biden e diversi governi regionali avevano fatto pressioni su Henry affinché si dimettesse e aiutasse a trovare un leader di transizione accettabile.

Il Segretario di Stato americano, “Antony Blinken”, era volato in Giamaica per discutere con i leader dei 7 paesi della Comunità dei Caraibi (CARICOM) su come stabilizzare la situazione, promettendo che Washington avrebbe aumentato gli aiuti per la sicurezza di Haiti (oltre a Blinken, hanno partecipato anche diplomatici di Canada, Francia, Messico e Brasile).

Henry ha dato le sue dimissioni martedì 12, dopo che il gruppo Caricom “allargato” (senza che ci fossero degli haitiani presenti) riunito in Giamaica ha cercato di tirare fuori il coniglio dal cilindro, per così dire, concordando un percorso per la formazione di un nuovo governo di transizione attraverso la nomina di un consiglio presidenziale di sette membri scelti (senza definire i criteri di scelta o cooptazione) tra politici e soggetti della società civile haitiana che a sua volta sceglierà un nuovo primo ministro ad interim.

Ma non è chiaro se il popolo haitiano accetterà di buon grado l’ennesima espropriazione del suo diritto di autodeterminazione democratica e accetterà pacificamente la decisione del consiglio transitorio di designare il nuovo premier ad interim che dovrebbe guidare il paese fuori dalla crisi che ha comportato un collasso totale del sistema democratico.

 Diverse fazioni chiave si sono rifiutate di partecipare al consiglio presidenziale transitorio, mentre “Barbecue “– l’apparente architetto degli attuali disordini – ha rifiutato qualsiasi soluzione sostenuta dalla comunità internazionale:

 “Sarà il popolo haitiano a prendere in mano il destino. Il popolo haitiano sceglierà chi lo governerà”, ha detto ai giornalisti.

Intanto, negli ultimi giorni, le bande hanno attaccato e saccheggiato le zone ricche della capitale (Laboule, Thomassin e Petionville), causando almeno una dozzina di morti e costringendo i residenti a fuggire da quartieri precedentemente pacifici.

Un chiaro ammonimento alle élite del paese.

Negli ultimi anni, “Barbecue e i leader delle bande rivali” hanno avuto più armi della polizia – che, in alcuni casi, è stata cooptata – e hanno preso il controllo della maggior parte di Port-au-Prince e di diversi distretti periferici.

 Si sono impegnati in frequenti battaglie campali e hanno commesso numerosi massacri e centinaia di rapimenti;

nel 2023, quasi cinquemila persone, molte delle quali civili, sono state uccise nella violenza delle bande, il doppio del numero registrato nel 2022.

Nelle ultime settimane, le bande hanno bruciato molte stazioni di polizia della capitale e si sono trasferite nel porto attraverso il quale gran parte del cibo del paese viene importato.

La fame colpisce quasi la metà della popolazione di Haiti dal 2020 e oltre un milione di haitiani sono solo a un passo dalla carestia, secondo i responsabili del programma alimentare mondiale.

Il paese dipende per oltre il 50% dalle importazioni per la copertura dei bisogni di cibo.

(Il settore agricolo haitiano è stato in gran parte smantellato a partire dagli anni ’90, quando l’amministrazione Clinton impose ad Haiti di tagliare i dazi sulle importazioni agricole dagli USA.

 I produttori agricoli haitiani non sono riusciti a reggere la concorrenza della produzione statunitense e si è verificato un imponente esodo dalle campagne verso Port-au-Prince e le altre città.

 Dopo il terremoto del 2010, Clinton ha pubblicamente chiesto scusa per aver imposto le politiche free-trade.

La diffusa deforestazione ha reso il paese particolarmente soggetto a inondazioni e smottamenti, e l’isola è anche soggetta a cicloni, uragani, tempeste tropicali e terremoti.

 Tra il 2015 e il 2017, la siccità ha portato a perdite di raccolto del 70% e nel 2016 l’uragano Matthew ha decimato le abitazioni, il bestiame e le infrastrutture del paese.

Negli ultimi mesi, la violenza si è gradualmente estesa alla regione del Bas-Artibonite, a nord della capitale, fonte di alimenti di base come il riso, e circa 22mila persone sono sfollate a causa di omicidi, saccheggi, rapimenti e diffusa violenza sessuale.

Armate di fucili semiautomatici e pistole, le bande hanno bruciato case, attaccato sistemi di irrigazione, rubato raccolti e bestiame e chiesto “tasse” agli agricoltori per poter accedere ai campi..

Si prevede che i dati finali per il 2023 mostreranno che l’economia si è contratta per cinque anni consecutivi (dell’1,7% nel 2019, del 3,3% nel 2020, dell’1,8% nel 2021, dell’1,7% nel 2022 e di un probabile 2,5% nel 2023).

L’acqua, l’elettricità e la raccolta rifiuti scarseggiano e i civili vengono colpiti quotidianamente da proiettili vaganti.

 Circa 400mila persone sono sfollate dalle loro case.

I residenti di “Port-au-Prince” sono ormai dei nomadi forzati che si spostano costantemente tra i quartieri, cercando rifugio presso parenti o estranei o risiedendo in rifugi temporanei.

Domenica, è atterrato a Miami un volo charter del governo USA proveniente dalla città settentrionale di “Cap-Haïtien” che ha trasportato più di 30 cittadini statunitensi in fuga dalle violenze dopo che l’ambasciata americana a “Port-au-Prince” all’inizio di questo mese ha esortato i cittadini statunitensi a partire “il più presto possibile“.

La scorsa settimana l’esercito americano ha inviato ulteriori forze per rafforzare la sicurezza presso l’ambasciata americana, che si trova in un quartiere in gran parte controllato dalle bande armate.

“Henry” era stato nominato primo ministro dal presidente “Jovenel Moïse” (un esportatore di banane diventato il leader politico del Partito Haitiano della Testa Calva (Parti Haïtien Tèt Kale – PHTK) di orientamento liberal-conservatore, appoggiato dagli USA), poco prima che questo fosse assassinato il 7 luglio 2021, in una cospirazione notturna ancora in parte oscura che ha coinvolto mercenari colombiani e funzionari della sicurezza haitiani corrotti, molti dei quali sono stati arrestati e hanno confessato il loro coinvolgimento.

Successivamente, Henry era stato nominato presidente de facto dal cosiddetto “Core group”, un insieme di ambasciatori stranieri guidato da quello statunitense (il gruppo è composto da Germania, Brasile, Canada, Spagna, Stati Uniti, Francia, Unione Europea, OSA e la stessa missione delle Nazioni Unite ad Haiti), che di fatto gestiscono il paese da dietro le quinte.

 Il suo governo era considerato ampiamente corrotto e illegittimo sia perché non legittimato dagli organi costituzionali sia perché ripetutamente non è riuscito a tenere le elezioni promesse.

Non ha mai avuto alcun tipo di autorità costituzionale e anzi è implicato nell’assassinio di “Moïse” secondo un’inchiesta del” New York Times”.

“Barbecue” ha avuto un rapporto amichevole con “Moïse” e ha usato la sua banda per frenare le proteste anti-Moïse provenienti dai quartieri poveri associati al partito di sinistra (Fanmi Lavalas) dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide.

Nella povera Haiti, le bande e i quartieri poveri che controllano sono tradizionalmente alleati con i politici che stringono accordi lucrosi con i leader delle bande in cambio del loro sostegno elettorale.

Per decenni, le bande haitiane sono state strettamente associate a politici, partiti politici, uomini d’affari o altre cosiddette “élite” del paese.

I Duvalier fondarono e utilizzarono un gruppo paramilitare, i temutissimi “Tontons Macoutes”, per eliminare l’opposizione al loro governo.

 La brigata ha ucciso e torturato migliaia di persone.

Durante il mandato di Moïse, Barbecue iniziò a prendere il controllo di porzioni sempre più grandi delle periferie povere della capitale e, quando” Moïse” fu ucciso, partecipò a un corteo funebre in suo onore, e presto iniziò ad aumentare le tensioni con “Henry”.

Negli ultimi anni, le bande sono riuscite ad accumulare molto più denaro indipendentemente da politici e uomini d’affari, attraverso le estorsioni, i rapimenti a scopo di riscatto, il traffico di droga e il contrabbando di armi leggere.

 

Gli effetti catastrofici dello “Aid State.”

Gli attori haitiani di base e i loro sostenitori in tutto il mondo stanno dicendo no ai mercenari sia interni che esterni che usurpano la democrazia partecipativa haitiana.

 Mentre gli squadroni della morte paramilitari affiliati al PHTK imperversano a Port-au-Prince, cercando di massacrare e sfollare quante più famiglie possibile, un prezioso contributo alla comprensione delle origini geopolitiche di queste “bande” viene dal libro di Jake Johnston, Aid State:

Elite Panic, Disaster Capitalism and the Battle to Control Haiti. Una cosa è chiara:

gli attuali gruppi paramilitari, descritti dalla stampa mainstream come “bande”, devono essere analizzati nel continuum storico dei gruppi armati sponsorizzati dagli Stati Uniti e affiliati allo Stato haitiano, incaricati di sottomettere i perennemente “irrequieti nativi”.

 L’arma preferita dei capi delle bande armate – Izo, Kempès, Barbecue e altri – è l’incendio delle comunità che cercano di sottomettere.

 Johnston indica l’amministrazione del presidente “Michel Martelly” (2011-2016), fortemente voluta e sostenuta dagli Stati Uniti nonostante godesse di pochissimo sostegno popolare, un cantante pop populista di destra di nome Michel “Sweet Micky” Martelly.

Martelly ha fatto appello ai più potenti attori internazionali ad Haiti, tra cui “Bill Clinton”, per il suo entusiasta sostegno ai programmi di investimento straniero, inclusa una spinta per rinvigorire il settore del confezionamento di indumenti di Haiti, in cui gli haitiani sono utilizzati come manodopera a basso costo per confezionare vestiti (il settore abbigliamento vale 1,15 miliardi di dollari, rappresentando l’85% di tutte le esportazioni nel 2021).

“ Martelly” si è dimesso dall’incarico dopo aver rinviato due volte le elezioni presidenziali e aver governato per decreto per più di un anno.

L’amministrazione Martelly ha rappresentato la prima pratica del PHTK nell’utilizzare mercenari armati per far eseguire i propri ordini.

Questo assalto alla democrazia haitiana, personificata dalle popolazioni politicamente attive di Belè, Lasalin, Solino, Delma anba e degli altri ghetti di Port-au-Prince, ha rimodellato la capitale di Haiti.

Poi, all’inizio del 2021 si è assistito a un movimento di massa che cercava di rovesciare la seconda espressione della dittatura PHTK, guidata da “Jovenel Moïse”, oggi uomini armati e mascherati controllano circa il 90% di Port-au-Prince.

Una massiccia ondata di proteste anti-corruzione e contro l’aumento dei prezzi del carburante, la rimozione dei sussidi governativi e il peggioramento della crisi economica scoppiò a livello nazionale contro il governo “Moïse”, per poi essere repressa violentemente dalla polizia e dalle bande alleate.

Un’ondata di rapimenti, massacri e violenza politica ha attanagliato il paese dal 2019 al 2021.

Non si è tenuta una sola elezione a nessun livello, consentendo al Parlamento di sciogliersi e a Moïse di nominare lui stesso i sindaci e governare per decreto.

 Con l’avvicinarsi della fine del mandato costituzionale, all’inizio del 2021, Moïse aveva annunciato la sua intenzione di restare in carica per un altro anno, pianificando al contempo un referendum costituzionale che gli avrebbe permesso di succedere a sé stesso.

 Aveva dovuto affrontare proteste che ne chiedevano le dimissioni per accuse di corruzione e affermavano che il suo mandato di cinque anni era scaduto.

Ma, nonostante tutto, Moïse ha goduto del forte sostegno dell’amministrazione Trump, sebbene Trump stesso includesse Haiti tra quelli che lui definiva “i paesi latrina” (“shithole countries”).

Dopo l’assassinio di Moïse, la gestione politica è passata ad “Henry”, mentre un disastroso terremoto di magnitudo 7,2 ha devastato le zone rurali del sud del paese il 14 agosto del 2021:

 almeno 2.207 morti e più di 12mila feriti.

Più di 130mila case sono state danneggiate o distrutte (sono state colpite le città di Les Cayes, Jérémie, e i villaggi e le città della penisola di Tiburon).

 

Gli effetti negativi delle ingerenze politico-militari statunitensi e internazionali.

Con il passare del tempo, un ampio spettro della società civile haitiana aveva chiesto le dimissioni di Henry e si era scagliato contro la sua richiesta di intervento internazionale (anche Barbecue si è impegnato a combattere contro qualsiasi forza straniera ad Haiti).

A partire dal 2020, si è formato un fronte di associazioni della società civile che cerca di stimolare la scena politica e ritagliarsi uno spazio nella ricerca di una soluzione nazionale.

Così, nel marzo 2021, è nata la Commissione per la ricerca di una soluzione haitiana alla crisi (CRSC) che ha prodotto mesi dopo l’accordo del 30 agosto, noto come “accordo del Montana” .

Questo raggruppamento è senza dubbio una voce forte della società e ha preparato proposte per il tavolo delle trattative.

Gli oppositori sostengono che l’abissale record dei precedenti interventi esclude qualsiasi ulteriore tentativo di imporre l’ordine ad Haiti con la forza – e alcuni denunciano l’intervento come una azione neo-coloniale tanto immorale quanto antiquata.

 Le operazioni precedenti hanno incluso un’invasione da parte dei marines statunitensi del 28 luglio 1915 (durante l’amministrazione di Woodrow Wilson), portata avanti in nome del ripristino della stabilità politica dopo l’assassinio dell’allora presidente filo-statunitense Vilbrun Guillaume Sam (che aveva però fatto uccidere 173 membri delle ricche famiglie dell’èlite “mulatta”) e seguita da due decenni di occupazione militare, con decine di migliaia di haitiani uccisi dalla repressione statunitense.

 Poi, nel 1957, all’apice della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno orchestrato l’elezione a presidente di “François Duvalier”, conosciuto come “Papa Doc”, che in breve tempo divenne un dittatore sanguinario.

I leader statunitensi cavillarono davanti alla brutalità di Duvalier, ma lo considerarono una risorsa importante contro il comunismo, in particolare contro la Cuba di Fidel Castro.

E così gli aiuti finanziari sono continuati ad arrivare per quasi tre decenni (almeno 900milioni di dollari) e il figlio Jean-Claude, detto “Baby Doc”, venne cacciato solo dopo una rivolta e una forte pressione internazionale nel 1986.

Gli Stati Uniti hanno anche inviato truppe per intervenire direttamente ad Haiti nel 1994.

 Il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton inviò un contingente di circa 20mila soldati per riportare al potere il presidente Jean-Bertrand Aristide dopo che era stato rovesciato dai militari del paese nel 1991.

Questo dispiegamento ebbe luogo parallelamente a una missione delle Nazioni Unite che si svolse dal 1993 al 2000, anche con il sostegno degli Stati Uniti.

Il 29 febbraio 2004, Aristide fu rovesciato ancora una volta, ma questa volta gli Stati Uniti lo incoraggiarono a dimettersi, facendolo fuggire dal paese e inviando truppe sull’isola insieme a nazioni come Francia e Cile.

Le truppe americane furono presto sostituite da una missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (MINUSTAH), guidata da una forza militare brasiliana.

L’occupazione militare delle Nazioni Unite è stata responsabile della repressione armata della sinistra haitiana, commettendo numerose atrocità.

La Missione ONU è durata 13 anni e si è conclusa nel 2017.

 È stata segnata da scandali come l’epidemia di colera che ha causato la morte di quasi 10mila persone (infettando quasi un altro milione), probabilmente riconducibile al fatto che “Minustah “ha incautamente scaricato rifiuti infetti dal colera del contingente nepalese nell’affluente di un fiume principale, e diffuse accuse di abusi sessuali e altre atrocità nei confronti della popolazione civile.

Durante gli anni della Missione ONU, Haiti è stata colpita da un tremendo terremoto nel 2010 che ha ucciso più di 230mila persone (oltre 300mila rimasero ferite) e devastato la capitale, Port-au-Prince.

L’evento catastrofico ha spinto circa 10mila organizzazioni non governative internazionali ad incanalare enormi aiuti esteri ad Haiti per contribuire a sostenere la ricostruzione e i servizi sociali.

Oggi, lo Stato haitiano esiste a malapena e le sue funzioni, dalla polizia alla sanità, dall’istruzione ai servizi sociali, sono state esternalizzate a quello che Johnston chiama “Aid State”:

ONG, organismi delle Nazioni Unite, banche di sviluppo, società private. Le istituzioni statali haitiane sono state scavalcate dalla comunità dei donatori internazionali.

Con così tanti servizi forniti dalle ONG o dal settore privato, gli haitiani comuni e poveri sono stati a lungo esclusi come parti interessate nel proprio sistema politico – un vuoto nel quale si sono introdotte le bande armate.

 I donatori stranieri (soprattutto statunitensi) finanziano anche l’apparato elettorale, forniscono formazione al consiglio elettorale e al personale elettorale.

Scrivono le regole del gioco, la legge elettorale e gli statuti e programmi dei partiti.

E poi, è sempre un’entità straniera che definisce se il risultato elettorale è legittimo o meno.

Allo stesso tempo, il Paese dipende fortemente dalle entrate esterne:

tra il 2010 e il 2020, le Nazioni Unite hanno stanziato più di 13 miliardi di dollari in aiuti internazionali per Haiti, la maggior parte dei quali ha finanziato missioni di soccorso in caso di calamità e programmi di sviluppo.

Nel frattempo, le rimesse haitiane sono aumentate costantemente negli ultimi due decenni, raggiungendo un totale di 4,5 miliardi di dollari nel 2022, ovvero il 22% del PIL di Haiti.

Comunque, Haiti rimane fortemente indebitata.

Mentre i finanziatori internazionali hanno cancellato il debito di Haiti in seguito al grave terremoto del 2010, da allora il suo debito pubblico totale è aumentato e alla fine del 2021 ammontava a 5 miliardi di dollari, ovvero quasi il 30% del PIL.

È stato dopo il devastante terremoto del 2010, che questo “stato parallelo” è diventato la principale fonte di energia di Haiti.

 In risposta al terremoto del 2010, i donatori, tra cui la Fondazione Clinton, Citibank e migliaia di ONG, hanno sperperato 10 miliardi di dollari, di cui 1 miliardo proveniente dagli Stati Uniti, costituendo la “più grande mobilitazione internazionale mai vista per rispondere ad un disastro naturale”.

Una percentuale di quel denaro è stata usata per corrompere i politici locali, ma la gran parte dei fondi è stata rubata da aziende occidentali che hanno creato documenti fraudolenti, hanno vinto gli appalti e si sono preoccupate soprattutto di alimentare i propri profitti aziendali, non i bisogni del popolo haitiano.

Gli aiuti internazionali furono affidati ad un consiglio posto sotto la direzione di Bill Clinton che aveva promesso che Haiti avrebbe “ricostruito meglio”.

 In realtà, la risposta al terremoto del 2010 è stata caratterizzata da tanti discorsi su grandi soldi e grandi azioni, con pochissimi risultati nella vita degli haitiani comuni.

Il tipico sopravvissuto al terremoto ha ricevuto un telone per ripararsi, cure mediche immediate per una ferita profonda o un osso rotto, e forse un kit igienico e cibo e acqua per pochi giorni.

Solo una minima parte dei miliardi spesi è stata messa nelle mani della maggioranza povera di Haiti;

forse l’eredità più duratura dell’intervento è stata la devastante epidemia di colera causata dalle forze di pace dell’ONU nove mesi dopo il terremoto.

Il 90% dei fondi fu speso in appalti conferiti alle ditte dei paesi donatori. L’unica idea perseguita divenne quella di sviluppare l’industria turistica ad Haiti (come nella Repubblica Dominicana), costruendo hotel di lusso (ora chiusi), senza peraltro realizzare le infrastrutture pubbliche necessarie (servizi idrici e fognari, strade, etc.) e senza investire nella sicurezza.

 Rispetto al record di 1,3 milioni di turisti nel 2018, che hanno fruttato 620 milioni di dollari, Haiti ha accolto solo 148mila viaggiatori nel 2021, generando circa 80 milioni di dollari di profitti.

Nello stesso anno, la vicina Repubblica Dominicana ha accolto cinque milioni di turisti.

 

Epilogo provvisorio.

Barbecue sostiene di combattere una guerra contro le “élite”, persone come “Ariel Henry,” un haitiano di classe agiata “mulatto”, ossia dalla pelle più chiara (la maggioranza degli haitiani sono di pelle nera scura, come Barbecue).

Forse Henry intendeva tagliare il legame tra lo Stato e le bande armate, ricorrendo alla missione dei poliziotti keniani con la copertura dell’ONU. Ma Barbecue ha utilizzato la decisione impopolare di Henry di porre fine ai sussidi per il carburante nel settembre 2022, che hanno causato un aumento dei prezzi, come pretesto per agire.

Barbecue, che controlla l’accesso a uno dei principali porti di rifornimento, ha risposto alla misura bloccando il porto per quasi due mesi e saccheggiando i container commerciali e degli aiuti internazionali.

Barbecue e i suoi alleati leader delle bande si propongono come gli agenti del cambiamento che combattono contro un sistema, uno Stato, che ha tenuto gli haitiani nella miseria.

 Ma, accanto a Barbecue, altri attori sono emersi, tra cui “Guy Philippe”, un ex capo della polizia che fu uno dei leader del colpo di stato che rovesciò il presidente Aristide nel 2004, e che successivamente scontò sette anni di carcere negli Stati Uniti con l’accusa di riciclaggio di denaro legato al traffico di droga.

È tornato ad Haiti lo scorso novembre e vuole essere il nuovo presidente del paese.

Poi c’è Johnson André, un potente leader della banda “G-Pep”, noto come” Izo, che ha circa 25 anni, e rappa sui suoi presunti crimini nei video che pubblica sui social media.

Nel frattempo, secondo gli operatori umanitari, il sistema sanitario di Haiti è quasi collassato a causa della feroce insurrezione delle bande, lasciando le vittime della violenza con poche speranze di cure mediche. Nelle ultime due settimane gli ospedali sono stati dati alle fiamme, i medici uccisi e le forniture mediche più basilari si sono esaurite.

Attualmente, rimane operativo solo un ospedale pubblico nella capitale di Haiti, e si prevede che anche quello chiuderà presto i battenti.

Gli operatori sanitari restano a casa per evitare di essere coinvolti nel fuoco incrociato degli scontri di strada o assassinati da adolescenti con fucili d’assalto per aver fornito cure mediche alla polizia o ai membri di bande rivali.

 La crisi sta causando anche la morte tra le donne incinte e gli anziani, che muoiono perché non riescono a trovare ospedali salvavita o medicinali terapeutici che sono considerati di base nella maggior parte del mondo.

(Alessandro Scassellati)

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.