La sfida della nuova Europa.
La
sfida della nuova Europa.
Meloni
guarda alle destre Ue:
"Il
voto è decisivo".
Segnali da Le Pen. Il nodo Ucraina.
msn.com – Il Giornale - Adalberto Signore –
(20-5-2024) – ci dice:
L'applausometro
di “Palacio de Vistalegre” dice inequivocabilmente che è “Javier Milei” il
vincitore di «Viva24».
Con un
intervento che più teatrale non potrebbe essere, infatti, il presidente
argentino prima intona “Yo soy el leon dei La Renga” (canzone che usa spesso
come cavallo di battaglia nei suoi comizi) e poi attacca a 360 gradi «il socialismo maledetto e
cancerogeno».
Affonda
pure su “Begoña Gómez”, la moglie del premier spagnolo “Pedro Sanchez” che “Milei”
definisce «corrotta».
I circa diecimila sostenitori di Vox assiepati
in quella che decenni fa era una storica” Plaza de toros” della capitale vanno
in visibilio.
E peccato che qualche ora dopo Madrid decida
di richiamare sine die l'ambasciatore spagnolo in Argentina e pretenda «scuse
formali».
Ma
l'annuale “kermesse di Vox” non è solo palcoscenico, bandiere spagnole (ce ne
sono almeno tre di Israele) e fischi che vanno su di decibel ogni volta che sui
maxi-schermi passano i volti di Sanchez e Greta Thunberg.
Perché
“Santiago Abascal” è riuscito ancora una volta a riunire sullo stesso palco
quasi tutti i leader dell'eurodestra, da Giorgia Meloni (collegata in diretta
da Roma) a Marine Le Pen, passando per “Mateusz Morawiecki”, leader polacco di “Pis”,
e “Viktor Orbán”, il premier ungherese di “Fidesz.
Non un
dettaglio quando mancano tre settimane dalle elezioni Europee del 6-9 giugno.
Soprattutto
considerando che si tratta di una galassia composita e che a Bruxelles aderisce
a famiglie politiche diverse.
Meloni è presidente dei Conservatori di Ecr (dove con
Fdi militano Pis e Vox), il Rassemblement national di Le Pen è il partito più
forte di Identità e democrazia (cui aderiscono Lega e l'ultra-destra di
Alternative für Deutschland), mentre Orbán e il suo Fidesz sono tra i «non
iscritti».
Inevitabile,
insomma, che la convention di Vox provi a essere un piccolo laboratorio dei
futuri equilibri dell'eurodestra europea.
Il
filo è ancora sottile, ma è chiaro che qualcuno sta tessendo la tela. Certo,
nel suo intervento registrato c'è Orbán che resta fedele alla sua linea
oltranzista e invita i «patrioti» a «occupare Bruxelles». Come pure, anche lui in un
video-messaggio, molto duro è Morawiecki.
Il
registro sotto i riflettori, però, è quello di Meloni e Le Pen, secondo tutti i
sondaggi destinate a diventare le due donne forti della destra europea.
E dopo le distanze di quasi due mesi fa -
quando la candidata all'Eliseo attaccò la premier italiana per il suo rapporto
troppo stretto con Ursula von der Leyen - ieri i toni erano decisamente
smussati.
Non è
un caso che i discorsi delle due siano stati limati dopo ripetuti contatti tra
i rispettivi staff, segno che l'intenzione è quella di avvicinarsi e non certo
di creare solchi.
La
conferma arriva da Le Pen che, intercettata dai giornalisti italiani prima di
salire sul palco, dice che con Meloni «ci sono punti in comune». «Lei e Matteo
Salvini - aggiunge - hanno a cuore la libertà, non c'è dubbio che ci siano
convergenze».
Così,
Le Pen è sì critica verso l'Europa «centralizzata» che «promuove movimenti
islamici e woke».
Ma - a
parte un passaggio rapido e generico su Emmanuel Macron e von der Leyen - evita
accuratamente di andare al muro contro muro con la presidente della Commissione
Ue.
Meloni,
dal canto suo, interviene come al solito in spagnolo, spinge sui temi
identitari cari alla destra e critica un'Europa che «noi dobbiamo costruire
diversa e migliore».
Poi bolla come una «follia» il green, difende gli
agricoltori e punta il dito sull'utero in affitto.
Infine,
guarda al voto di giugno.
«Un
cambio in Europa è possibile se i Conservatori saranno uniti, noi - dice -
siamo il motore del rinascimento del nostro continente».
Insomma,
in vista del post-voto Meloni e Le Pen cercano di mettere da parte le distanze.
Non è
un caso che si evitino accuratamente gli argomenti più divisivi, come il
rapporto con il Ppe (ieri solo Jorge Buxadé di Vox ha avuto parole dure) e con
von der Leyen.
D'altra
parte, nonostante i sondaggi dicano che ci sarà uno spostamento a destra del
Parlamento Ue, per eleggere il prossimo presidente della Commissione serviranno
alleanze larghe, quasi certamente coinvolgendo S&D.
Il fatto che Meloni abbia criticato l'agenda
2019-2024 dell'Ue lascia a qualcuno il dubbio che la premier ritenga
improbabile un Ursula-bis, ma tra i big di” Fdi” c'è chi giura che non è così.
E che semplicemente Meloni ha parlato a una
platea conservatrice con le cautele di chi sa che solo a urne aperte si
potranno fare i conti.
Che
poi, nel suo complesso, è il succo della kermesse di Vox.
Dove
si sono incrociate destre diverse e, su alcuni dossier decisivi, distanti.
Anche questi, non certo per caso, messi da
parte.
Non si è quasi parlato di Israele e Gaza,
anche se l'intervento dal palco di “Amichai Chikli”, ministro della “Diaspora
di Tel Aviv”, ha tenuto vivo l'argomento.
Silenzio
assoluto, invece, sulla guerra tra Russia e Ucraina.
Che non solo è alle porte dell'Europa, ma che
rischia di essere il principale tema su cui si cercherà di trovare una
maggioranza omogenea e filo-atlantica che sostenga il futuro presidente della
Commissione.
Insomma,
un tema centrale del confronto politico europeo e globale. Eppure, non una
parola.
Perché è su questo dossier che l'eurodestra è
più distante.
Si
tesse la tela, ma con prudenza. Aspettando i numeri reali delle urne.
(Annuncio
Il Giornale).
Milei
da Vox, 'aprire le porte
al
socialismo è invito a morte.'
Ansa.it
– (19 maggio 2024) – Redazione ANSA – ci dice:
"Aprire
le porte al socialismo è aprire le porte alla morte".
Così
ha preso la parola il presidente argentino,” Javier Milei£, davanti
l'entusiasta platea al palazzo” Vistalegre” alla convention di Vox, venuto
"a difendere la libertà" e l'ultraliberismo "dal maledetto
socialismo cancerogeno".
Milei, che è salito sul palco cantando e
arringando la folla, ha detto che il socialismo " nasconde dietro una patina di
altruismo il peggio dell'essere umano".
Per il presidente argentino, "il capitalismo della libera
impresa è stata la panacea per l'Occidente", perché "nonostante i
pianti della sinistra, il mercato libero produce prosperità per tutti".
Mentre "il socialismo ha sempre fallito, culturalmente, socialmente e
economicamente", ha aggiunto il leader di “Avanza”, fra le grida di 'Bravo el peluca!', come è familiarmente chiamato dai
fan.
"E' mio compito mostrarvi quanto
sinistro e nefasto sia il socialismo", ha insistito e per poi
aggiungere che "il socialismo conduce alla morte. "non potremo mai arrenderci,
cedere neanche un millimetro a quelli di sinistra", ha proseguito, "perché anche se sembra che
abbiano ragione, non ce l'hanno mai, si approfittano dei più deboli, non si sono guadagnati l'abbondanza
di cui godono e poi vogliono usare noi per risolvere la situazione".
La
Fine era Nota… di “Città 30”
a
Bologna Non si Parla più.
Conoscenzealconfine.it
– (19 Maggio 2024) - Sergio Gioli – ci dice:
Di “Città
30” a Bologna non si parla più perché, com’era prevedibile, a 30 chilometri
all’ora non va più nessuno, nemmeno i tassisti e gli autisti dei bus.
Ad
essere generosi, il rispetto del divieto è durato tre o quattro settimane.
Accade
con tutte le leggi irragionevoli: vengono ignorate e finiscono nel limbo.
Esiste un solo modo per farle rispettare: un
controllo ferreo, da stato di polizia, e non è questo il caso.
Tutt’altro.
Anche
i posti di blocco dei vigili urbani sono durati poco, e comunque erano posti di
blocco simbolici, annunciati con centinaia di metri d’anticipo da segnali
lampeggianti.
Così a Bologna si va a 30 chilometri orari
solo dentro le mura, esattamente come accadeva prima, nel rispetto del codice
della strada e senza bisogno di ulteriori iniziative da parte
dell’amministrazione. Perché non sempre è necessario obbligare la gente a fare
qualcosa, purché si tratti di qualcosa di sensato.
Le
leggi nazionali ci sono e tutti le conoscono.
Non
serve, che so, riempire di cartelli la città per dire che non si deve urinare
per la strada.
Né metterli ai Giardini Margherita per
impedire di accendere falò.
I
bolognesi già lo sanno.
Come
sanno che non si può sfrecciare a 50 all’ora nelle viuzze medievali del centro
storico.
Ma
sanno anche che in via Murri, strada larga e diritta, se vai a 30 chilometri
all’ora paralizzi inutilmente il traffico e ti tamponano anche i moscerini.
Dunque,
la fine era nota fin dall’inizio.
Vale però la pena domandarsi perché è stato
fatto tutto questo. Ebbene, per ideologia.
Il
sindaco Lepore ha aggiunto una tessera al puzzle che ha sempre voluto comporre,
quello della città vetrina, ”la più progressista d’Italia”, come ama ripetere.
Sapeva che avrebbe scatenato le ire del
ministro Salvini, che infatti ha reagito, ma senza grande convinzione, perché
tanto in Italia funziona così:
il
sindaco fa una cosa, il governo lo sconfessa, il Tar sta con il sindaco, il
Consiglio di Stato con il governo, l’Anci appoggia Lepore, i tassisti e i commercianti lo
criticano, la sinistra chiama a raccolta i sindaci europei, la destra li mette
alla berlina.
Un
teatrino infinito.
A Napoli gira una leggenda, in realtà un falso
storico ma assai divertente:
l’ordine “Facite ammuina”, contenuto in un
inesistente “Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della
Marina del Regno”, datato 1841.
“All’ordine
facite ammuina: tutti chilli che stanno a prora vanno a poppa e chilli che
stanno a poppa vanno a prora;
chilli che stanno a dritta vanno a sinistra e
chilli che stanno a sinistra vanno a dritta;
tutti chilli che stanno abbascio vanno a
‘ncoppa e chilli che stanno ‘ncoppa vanno abbascio passando tutti po’ stesso
pertuso;
chi
non tiene niente a ffà, s’aremeni a ‘ccà e a ‘llà”.
Un
gran polverone in sostanza, per dare l’impressione di avere compiuto chissà
quale mirabolante impresa ma senza in realtà aver cambiato assolutamente nulla.
Questo
insegna anche che basterebbe solo un po’ di sana disobbedienza civile per farli
cadere come birilli…
Anche
nel recente passato sarebbe stato sufficiente che le masse esprimessero vero
dissenso, invece di piegarsi ad ogni nefandezza portata avanti dai governi e
non sarebbe successo nulla:
niente mascherine, niente lockdown, niente
punturine e niente morti e danneggiati, visto che tra l’altro si è trattato
solo di una grande farsa, come ormai hanno capito in molti (purtroppo sulla
propria pelle…).
Non cadiamo più nei loro inganni… impariamo a
dire NO, a ragionare con la nostra testa e a diffidare di tutto ciò ci
propinano! (nota di conoscenze al confine)
(Sergio
Gioli)
(imolaoggi.it/2024/05/17/bologna-citta-30-fine-teatrino-progressista/)
Da
Matteotti si punti a una “tempesta”
corale
di coraggio civile.
Il
commento di Tivelli.
Formiche.net
– Redazione - Luigi Tivelli – (15-5-2024) – ci dice:
Il 10
giugno ricorre il centenario della morte di Giacomo Matteotti, che questo
anniversario sia per tutti il momento per riflettere e discutere, rivolgendosi
anche e non solo ai giovani, sul valore e il significato del coraggio civile.
Per
aprire, finalmente, le porte alla speranza, guardando alla vera e dura realtà
delle cifre e delle condizioni del Paese, senza farsi attanagliare da forme di
più o meno consapevole paura.
(Il
commento di Luigi Tivelli).
Tempesta”.
Questo era l’epiteto (come ormai sta diventando, per fortuna, noto) con cui
veniva appellato Giacomo Matteotti.
E una
sorta di “tempesta perfetta” di libri (27 libri fino al momento in cui scrivo)
si sta sviluppando, finalmente, nel mondo dell’editoria (con attenzione,
finalmente, anche da parte di qualche televisione), in occasione del centesimo
anniversario dal vile attentato fascista che ha soppresso questo grande
esponente del socialismo riformista italiano proprio agli albori del fascismo.
Per me
Matteotti è stato un faro sin dall’età di quattordici anni:
io stavo nel cuore di quel Polesine da cui
quel grande antifascista proveniva.
Sono
passati tanti anni in cui – nonostante la meritoria opera della” Fondazione
Matteotti”, che oggi vede come presidente “Alberto Aghemo” (autore del libro “La scuola di
Matteotti. Un’idea di libertà: istruzione, democrazia e riscatto sociale” –
Rubbettino),
come segretario generale l’instancabile professoressa “Rossella Pace”, e per
non poca parte anche come grande sostenitore l’ottimo presidente onorario
professor” Emmanuele Emanuele” – Matteotti era quasi un’icona solo per una parte del
socialismo italiano e per pochi addetti ai lavori.
Oggi,
finalmente, grazie anche all’attività del” Il Comitato Nazionale per le
Celebrazioni della Morte di Giacomo Matteotti” (presieduto dal professor “Maurizio
Degl’Innocenti”, con la guida organizzativa della professoressa” Rossella Pac”e)
e della “Fondazione Giacomo Matteotti”, si sta diffondendo la vera immagine e
la vera sostanza del grande martire antifascista polesano.
Non
pochi potevano credere che fosse un deputato socialista cui fosse scappato il
freno a mano del coraggio con quel discorso sui brogli elettorali delle
elezioni agli albori del fascismo, magistralmente condotto nell’aula di
Montecitorio.
Non pochi lo potevano scambiare per un
socialista massimalista, magari un po’ imprudente.
Giacomo
Matteotti era, invece, intriso della miglior cultura del riformismo.
Passava
ore e ore a studiare problemi, questioni, questioni sociali, economico-sociali,
dell’educazione nella biblioteca di Montecitorio.
Conduceva
nel Polesine, allora decisamente più arretrato di oggi (una specie di sud del
nord) un’azione di pedagogia civile, battendo a tappeto le scuole con un’azione
che oggi si definirebbe “top down” e “bottom up”.
Come
emerge, infatti, da uno degli ultimi libri pubblicati, Matteotti era
impegnatissimo rispetto al sistema scolastico, sia come riformatore sia con
l’azione di pedagogia civile.
Specie
tra la provincia di Rovigo (Fratta Polesine) da cui proveniva, fino alla
provincia di Ferrara.
Nella
sua figura c’è anche una sorta di monito rispetto a tanti politici attuali, che
non sono adusi a studiare, a documentarsi e neanche a cercare il consenso dal
basso (pur essendo gli attuali parlamentari, per fortuna, migliori di quelli,
un po’ dominati dall’uno vale uno, della scorsa legislatura).
La sua
esistenza politica, vilmente stroncata da una squadraccia fascista
evidentemente inviata da qualcuno in alto loco, alla sola età di 39 anni, era
stata ricca di studio, disciplina, impegno e lavoro, senza massimalismi, ma col
sano coraggio della concretezza.
È per
queste ragioni che quella di Matteotti dovrebbe essere una figura unificante,
in un Paese afflitto da troppo presentismo (che amo definire “oggicrazia”), che
ricorda uno dei passaggi più significativi della nostra vicenda storica.
Non mi
pare che abbia poi tutto questo senso ricordare la figura di Giacomo Matteotti
rullando i tamburi, facendo alzare le sirene del solito antifascismo urlato in
chiave divisiva.
Abbiamo passato uno dei 25 aprile più divisivi
e pieni di settarismi della storia della Repubblica.
E
anche un primo maggio, per certi versi, tale.
È da
sperare che anche la più importante festa per una democrazia repubblicana, il 2
giugno, festa della Repubblica, non veda il solito gioco di “orazi contro
curiazi”, con troppi tromboni che suonano anche dal lato della sinistra.
Riflettere
sulla figura di Giacomo Matteotti dovrebbe essere, invece, riflettere sui veri
lasciti del fascismo (perché non mi sembra proprio che ci siano pericoli di
ritorno del fascismo in questo Paese).
Un altro signore, un grande professore, già al
vertice della burocrazia della Camera dei Deputati, ed esponente del governo
Dini nel 1995, “Guglielmo Negri”, scomparso nel 2000, individuava come lasciti fondamentali
del fascismo il “riformismo immobile” e il “feudalesimo di ritorno” in una
serie di articoli dei primi anni 80 sul Corriere della Sera. Era anche lui un signore aduso a
passare molto tempo nella biblioteca della Camera e a studiare i problemi e le
vere questioni, diversamente da quanto in uso oggi nelle classi politiche e
purtroppo anche in non poca parte delle classi dell’alta burocrazia.
Siamo
ancora in pieno “riformismo immobile”, perché da troppi anni troppe importanti
riforme si rinviano.
A quando, ad esempio, una vera riforma della
concorrenza? A quando una vera riforma della Pubblica Amministrazione? A quando
una riforma del CSM che spezzi le troppe catene del rapporto fra magistratura e
correntismo politico?
Il
riformismo immobile è concatenato a quello che è forse il più grave lascito del
fascismo: appunto, il feudalesimo di ritorno.
Dal
modello corporativo fascista abbiamo ereditato una società ancora piena di
troppe corporazioni, di troppe gilde medievali, di troppi ordini professionali
chiusi, di troppi cerchi magici a tutti i livelli territoriali.
Una
società in cui si dedica più tempo alla difesa dei balneari o dei tassisti che
alle questioni cruciali come quelle della concorrenza, del Mezzogiorno, dei
giovani, delle donne.
È questo il vero lascito del fascismo.
Una
vera azione di antifascismo operativo oggi dovrebbe mirare proprio a spezzare
le catene neo-corporative che bloccano la crescita, che impediscono una sana
concorrenza e l’affermazione e il rilancio, finalmente, del valore del merito.
Visto che, in qualche modo, merito e concorrenza sono sorelle gemelle.
E non
ci può essere l’uno senza l’altra.
Il
vero antifascismo, declinato in chiave riformatrice, dovrebbe essere teso a
superare, appunto, queste gravi eredità ed ipoteche che sono state tramandate
dal fascismo alla Repubblica.
Credo forse che sia più facile strombazzare da
una parte e dall’altra che affrontare con coraggio i veri nodi.
Perché,
come ha accennato anche recentemente “Giuseppe De Rita”, abbiamo classi
politiche e per certi versi classi dirigenti, un po’ senza coraggio, e
soprattutto senza il coraggio dei piccoli rischi (difesa dei balneari e dei tassisti –
sia da destra che da sinistra – docet) per liberare le tante risorse che ci
sono nella società italiana e finalmente liberare quella crescita che
praticamente da quasi trent’anni non c’è.
E qui
viene la lezione del e sul coraggio di Giacomo Matteotti.
Che il coraggio civile lo manifestava già
prima di correre l’estremo rischio.
Ebbene,
questo centenario sia per tutti il momento per riflettere e discutere in modo
rivolto anche, e non solo, ai giovani, sul valore e il significato del coraggio
civile.
Per
aprire, finalmente, le porte alla speranza, guardando alla vera e dura realtà
delle cifre e delle condizioni del Paese, senza farsi attanagliare da forme di
più o meno consapevole paura, di troppo scarso, se non a volte inesistente,
coraggio civile.
È quindi da sperare che dalla “tempesta di
libri” relativi a un grande come Matteotti, che veniva definito “Tempesta”, si
diffonda una risanatrice “tempesta del coraggio civile”, sulla scia del
sacrificio quasi consapevole di un grande riformatore e un grande uomo del
coraggio.
A
cent’anni dalla morte
di
Lenin.
Volerelaluna.it
– (22-01-2024) - Riccardo Barbero – ci dice:
Il 21
gennaio 1924 Lenin morì.
Stalin tacque a proposito dei forti contrasti
che li avevano divisi negli ultimi anni e avviò un culto del dirigente morto
che culminò nella proposta di imbalsamarne la salma.
Due
giorni dopo la morte di Lenin, Stalin parlò al secondo Congresso dei Soviet per
commemorare il defunto con un discorso intercalato da un brano simile a una
preghiera rituale:
«Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha
comandato di […]. Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore il tuo
comandamento!».
La vedova “Nadezda Krupskaja” protestò e chiese,
scrivendo sulla “Pravda”, di non permettere che «il vostro dolore per Lenin prenda le
forme della venerazione esteriore alla sua persona. Non costruite mausolei o
palazzi con il suo nome, non organizzate cerimonie per ricordarlo […]. Tutto
ciò significava così poco per lui quando era in vita, e gli dava fastidio».
Al di
là degli aspetti rituali, mistici e spettacolari, le scelte di Stalin servirono
a imbalsamare la figura e il pensiero di Lenin e a costruirne un’immagine che
progressivamente legittimasse la direzione stalinista del partito e dello
Stato.
Per l’URSS e il movimento comunista
internazionale, Lenin divenne così una figura mitica, dogmatica, priva di dubbi
e contraddizioni, spietata, capace di guidare il partito e lo Stato con un
pugno di ferro:
una
sorta di padre spirituale di Stalin, utile per giustificare le scelte di
quest’ultimo. Nacque dunque, da questa operazione e dalle drammatiche
conseguenze che ne seguirono nei 15 anni seguenti, la costruzione definitiva
dell’URSS, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, e la definizione del corpo dogmatico
del cosiddetto marxismo-leninismo.
La
storia tragica della prima metà del ‘900 non ha permesso di tornare sulla
figura di Lenin, sul suo pensiero e sulle sue azioni e, quando nel secondo
dopoguerra sono falliti i timidi tentativi dei comunisti dell’URSS di
correggerne la struttura stalinista, non c’è stata nessuna volontà e capacità
di ridiscutere all’interno del movimento comunista internazionale
l’impostazione iniziale del tentativo leninista di costruzione del socialismo.
Neanche
i socialismi “altri” (Jugoslavia, Cina, Cuba, Vietnam) hanno avuto la forza di
affrontare esplicitamente il problema.
Il crollo dell’Unione sovietica e dei regimi
dell’est europeo e la conseguente eclissi dei partiti comunisti occidentali
hanno sepolto il problema insieme alla mummia di Lenin.
Che
significato può avere, allora, tornare oggi a indagare sulla figura di Lenin,
al di fuori della tradizione dogmatica stalinista?
La
Rivoluzione d’Ottobre fu il primo tentativo, al di là dell’episodio della
Comune di Parigi, di costruire il socialismo:
quell’esperienza, per la sua rilevanza e per
l’impatto enorme che ebbe sulle classi lavoratrici e popolari di tutto il
mondo, divenne il punto di riferimento per ogni movimento di lotta per il
socialismo.
Anche
la stessa socialdemocrazia europea visse una stagione fortunata, nei trent’anni
gloriosi successivi alla guerra, solo grazie al perdurare dell’URSS: crollata
quest’ultima, essa si è rapidamente indebolita ed è arretrata fino ad abbracciare il
pensiero neoliberista e ad abbandonare il compito di rappresentare all’interno
della società capitalistica gli interessi delle classi popolari.
“Slavoj
Zizek” scrive di “Michail Gorbačëv “– ritiratosi ormai dalla politica – che
voleva fare visita a Brandt a Berlino; ma il leader socialdemocratico (o il suo
domestico) lasciò suonare il campanello e si rifiutò persino di aprire la
porta.
Brandt
spiegò in seguito che la sua reazione era un’espressione di rabbia nei
confronti di Gorbačëv che, permettendo la disgregazione del blocco sovietico,
aveva scardinato la democrazia sociale d’Occidente.
Infatti,
una volta svanita la minaccia comunista, lo sfruttamento in Occidente è
diventato più esplicito e anche lo Stato sociale si sta progressivamente
sfaldando.
Ma
oggi, di fronte alla crisi del capitalismo neoliberista nelle sue dimensioni
finanziaria, sociale, ambientale, sanitaria e geopolitica, la ripresa di un
dibattito politico sul socialismo non può pensare di procedere senza fare i
conti con l’esperienza leninista:
perché,
se si è tentato di costruire società socialiste e se oggi si discute ancora di
come uscire dalle contraddizioni del capitalismo, tutto questo è ed è stato
possibile perché nell’ottobre del 1917 Lenin e i suoi compagni diedero vita a
un primo tentativo concreto;
perché se oggi possiamo discutere anche delle
tragedie e degli errori di quell’esperimento (e di altri successivi), tutto
questo è possibile perché Lenin e i suoi compagni furono capaci di condurlo
fino in fondo.
Per
questo occorre oggi liberare Lenin dalla sua mummificazione:
non tanto per riabilitare una figura
apparentemente rimossa dalla storia più recente, ma piuttosto per discuterne le
impostazioni e le azioni e per capire le vittorie, ma anche i limiti, gli
errori, i crimini e le tragedie che ne derivarono.
Olin
Wright, un
importante sociologo marxista americano, scomparso da pochi anni, definisce la
strategia leninista” smashing capitalism” (rompere, frantumare il capitalismo)
e ne spiega così le argomentazioni fondamentali:
nel capitalismo «sono possibili piccole riforme che
migliorano la vita delle persone, quando le forze popolari sono forti, ma tali
miglioramenti saranno sempre fragili, vulnerabili e reversibili».
In
sostanza «il capitalismo non è riformabile […] l’unica speranza è distruggerlo
[….] e costruire un’alternativa».
Ma come?
Il capitalismo è soggetto a disordini e crisi
ed è quindi fragile e vulnerabile;
«è il
capitalismo stesso a distruggere le proprie condizioni di esistenza».
Il partito rivoluzionario deve «essere in
grado di sfruttare l’opportunità creata da tali crisi a livello di sistema per
condurre una mobilitazione di massa per conquistare il potere statale» con
elezioni e/o insurrezioni per poi riformare lo stato e l’economia.
E
aggiunge: «i risultati di tali conquiste del potere, però, non si sono mai
concretizzati nella creazione di un’alternativa al capitalismo democratica,
egualitaria ed emancipatrice […].
Le evidenze delle prove rivoluzionarie del XX
secolo sono che la rottura a livello di sistema non funziona come strategia per
l’emancipazione sociale».
Wright propone, quindi, una strategia
articolata di lotta al capitalismo che sottende una concezione interessante del
processo di transizione al socialismo, ma, per quanto riguarda l’esperienza
sovietica, si limita a una constatazione empirica.
Non si
pone cioè la domanda se sia stata la scelta della rottura rivoluzionaria a
determinare le involuzioni successive nel modello sovietico oppure se ci
fossero degli errori teorici e strategici a monte della scelta insurrezionale.
E invece è proprio questo il terreno più
interessante non solo per analizzare l’esperienza leninista, ma anche e
soprattutto per rielaborare un’idea di transizione verso il socialismo.
In particolare, occorre individuare alcuni
presupposti teorici che il partito bolscevico si portò dietro dalla seconda
internazionale e che sostanzialmente condivise con la socialdemocrazia tedesca.
È dal
congresso di “Erfurt della SPD” (1891) che si affermarono nella teoria e nella
strategia del movimento socialista tre centralità che caratterizzarono
fortemente anche il partito bolscevico e la sua idea di società socialista.
In quell’anno, riunendosi in congresso ad
Erfurt, la SPD approvò un programma fondamentale:
nacque
in quel momento il modello di partito “moderno”, organizzato con una struttura
nazionale centralizzata, una direzione eletta al congresso annuale, un organo
di stampa centrale;
la
quarta sezione del programma si intitolava “Lo Stato del futuro” e, pur mantenendo formalmente
citazioni marxiane sull’estinzione dello Stato, lasciava intendere che l’obiettivo strategico del partito
era quello di conquistare lo Stato e di occuparlo in nome delle masse
proletarie.
Secondo
“Pino Ferraris”, «in estrema sintesi si può dire che il programma tedesco afferma
l’assoluta centralità della costruzione di un partito politico centralizzato e
gerarchico, quasi ‘Stato nello Stato’, come strumento supremo per
l’edificazione del socialismo mediante lo Stato».
(E
questo è in sostanza la giustificazione del socialismo cinese! N.D.R).
Ma la
prima centralità era quella attribuita alla classe operaia come soggetto (quasi
ontologicamente) rivoluzionario:
per la
Germania di fine Ottocento era in effetti un dato empirico perché le grandi
città tedesche divennero rapidamente centri industriali con milioni di operai.
Non fu così in Russia dove lo sviluppo
dell’industria nel 1917 era ancora embrionale e dove le masse rivoluzionarie
erano formate principalmente da soldati (in gran parte di origine contadina) e
da donne (in gran parte mogli di soldati al fronte).
E
questa composizione si ripresentò anche nelle altre rivoluzioni successive –
Cina, Vietnam, Cuba – dove furono principalmente i contadini a dare corpo al
movimento di lotta rivoluzionario.
Soprattutto
l’idea della socialdemocrazia storica e poi dei bolscevichi che la classe
operaia, forgiata dall’industria capitalistica, fosse sostanzialmente priva di
articolazioni e contraddizioni interne e già di per sé pronta a (e capace di)
costruire il socialismo, fu smentita dallo stesso procedere della formazione
della nuova società nell’Unione sovietica che, infatti, rapidamente accantonò il potere dei soviet di
fabbrica in favore dei tecnici “borghesi” e dei quadri di partito che
dirigevano lo Stato e l’economia.
La
centralità del partito si affermò rapidamente nel processo rivoluzionario
russo, anche se Lenin dopo la svolta della NEP (Nuova Politica Economica)
incominciò a criticare la superbia del partito e la sua incapacità di leggere e
interpretare concretamente le contraddizioni nella realtà sociale ed economica:
per il
partito la NEP era un arretramento giustificato dal mancato sviluppo della
rivoluzione in Europa (e in Germania, in particolare);
per
Lenin era la presa d’atto che il socialismo non si poteva realizzare solo
attraverso la presa e la gestione del potere;
era un tentativo concreto di costruire una
fase di transizione verso il socialismo, superando le schematicità di analisi
della società in costruzione e il volontarismo tutto ideologico dei quadri
bolscevichi.
Con la
morte di Lenin, le sue critiche e le sue proposte vennero rapidamente
accantonate e si realizzò definitivamente la terza centralità, quella dello
Stato. Partito
e Stato si identificarono completamente mentre il ruolo centrale della classe
operaia restò solo come affermazione ideologica, priva di effetti concreti
significativi.
Paradossalmente, quindi, mentre lo scontro tra
il partito dell’URSS e i partiti socialdemocratici europei arrivò al massimo
punto di rottura negli anni ’20, nella Russia comunista si realizzò pienamente
il nucleo fondante del programma di Erfurt, mettendone in evidenza i limiti e
le incongruenze.
Il
centralismo sia della sinistra storica comunista sia di quella
socialdemocratica si fondava su una stessa sequenza di assiomi tra loro
collegati:
la classe operaia è la classe che storicamente
ha il compito di abbattere (o sconfiggere o riformare, a seconda del grado
dello spirito rivoluzionario…) il capitalismo;
per svolgere questo compito essa deve dotarsi
di un partito di classe centralizzato; il partito della classe operaia deve
conquistare le leve di potere dello Stato. Naturalmente anche per questo ultimo
e definitivo compito esistevano diversi gradi dello spirito rivoluzionario:
dalle
vie parlamentari fino alla presa violenta del potere.
L’impianto
logico-assiomatico, tuttavia, era lo stesso indipendentemente dai diversi gradi
dello spirito rivoluzionario.
Nella
battaglia politica dei comunisti sovietici contro i socialdemocratici sono
sempre stati posti al centro l’opportunismo, il gradualismo, l’inettitudine, il
verbalismo inconcludente e anche la codardia, ma mai è stato messo in
discussione l’impianto assiomatico del pensiero socialdemocratico.
All’interno
di questo impianto, inevitabilmente non potevano avere un grande spazio né una
reale politica delle alleanze (o di blocco sociale gramsciano), né
un’articolazione democratica del partito e tra questo e altre forme di
organizzazione sociale e politica, né, infine, un deferimento dei poteri dallo
Stato ai lavoratori, ai territori e un progressivo estinguersi della prevalenza
dello Stato in favore dell’autogoverno sociale.
Elementi
questi tutti indispensabili per progettare e realizzare un processo di reale
transizione verso il socialismo.
E
tuttavia il “modello tedesco” del partito non era l’unico alla fine
dell’Ottocento in Europa e in Italia.
“Pino
Ferraris” ci ha raccontato nei suoi libri un’esperienza importante nel
movimento socialista italiano (non ancora strutturato al modo tedesco nel PSI
di Turati) costituita dal “Partito Operaio Italiano”:
esso era espressione di una vasta rete di
organizzazioni sindacali (le Camere del lavoro) e sociali (società di mutuo
soccorso, casse di resistenza, cooperative di consumo).
Queste
posizioni italiane non erano isolate in Europa: in Belgio nel 1894 il Partito
operaio belga approvò la carta di Quaregnon che rappresentava, in qualche modo,
l’alternativa al programma di Erfurt
.
Scrive Pino Ferraris: «Il progetto del partito belga propone la convergenza del
vasto pluralismo delle ‘libere associazioni’ per far emergere ‘un’altra
società’ dentro la società, utilizzando ‘anche’ strumenti istituzionali
radicalmente democratizzati: i comuni e il Parlamento».
E aggiunge poco più avanti:
«Il movimento operaio belga riesce a
rappresentare la variegata e differenziata articolazione sociale e culturale
costruendo una rete federativa che unisce le autonomie senza omologarle.
In secondo luogo, il partito operaio non si
colloca come vertice gerarchico delle molteplici ‘libere associazioni’, ma si
inserisce come attore di una politicizzazione pervasiva dentro la trama
dell’associazionismo, costruendo il senso di una comune appartenenza. […]
L’universo
associativo belga era retto dal principio federativo.
Un federalismo orizzontale articolava il
partito in ventisei federazioni regionali con ampie autonomie, alle quali
facevano capo complessivamente cinquecento raggruppamenti sociali e politici.
A
questo federalismo orizzontale si accompagnava poi un federalismo funzionale
che faceva sì che i diversi raggruppamenti (partito, cooperative, sindacati,
associazioni di mutuo soccorso) salvaguardando le loro autonomie si
incontrassero in modo sinergico e collaborativo nella vasta rete delle cento
settantadue case del popolo, centri polivalenti di vita sociale e nodi
essenziali della rete federativa territoriale e funzionale».
Nella
seconda metà dell’800, questo modello policentrico e federativo di
organizzazione politica e sociale proletaria era presente in una certa misura
anche in Francia e, come si è detto, nell’Italia, in particolare, del nord.
Perché
esso venne sconfitto e spazzato via con i primi anni del nuovo secolo?
Forse perché il mondo si avviava
progressivamente verso il confronto militare sia tra gli stati, sia all’interno
di ognuno di essi:
il
prevalere della dimensione militare dello scontro favorì inevitabilmente e
forse giustamente il modello di partito centralistico, organizzato come una
falange militare, finalizzato alla conquista dello Stato.
Questa dimensione bellica è proseguita per
tutto il “secolo breve”, in varie forme, fino al crollo del muro di Berlino e
dell’Unione Sovietica.
È una
questione importante da considerare anche oggi, mentre assistiamo al dilagare
di momenti di guerra in tutto il mondo, anche alla periferia dell’Europa.
Manifestare contro la guerra e cercare di frenare almeno il suo dilagare è,
dunque, un’opzione fondamentale, se si vuole ricostruire un movimento di lotta
capace anche di sperimentare momenti ed esperienze alternative al dominio
liberista.
Pur
avendo consumato la grande rottura con la Rivoluzione di Ottobre, la
socialdemocrazia europea ha sempre condiviso col movimento comunista un’idea di
socialismo costruito dall’alto, attraverso il potere statale, che non
apparteneva, invece, al movimento socialista precedente alla fase dell’egemonia
della socialdemocrazia tedesca sulla seconda internazionale.
Nonostante
la sua debolezza di fronte all’evolversi in senso militare dello scontro di
classe a livello internazionale, quel movimento socialista della fine del XIX
secolo, di cui parlava “Pino Ferraris”, cercava di affrontare il problema della
transizione al socialismo, costruendo, già all’interno della società
capitalistica, gli embrioni e le esperienze sociali e culturali della “società
del futuro”, senza rinviare queste conquiste alla presa del potere statale.
Sicuramente quelle esperienze, come Lenin
aveva evidenziato nella sua polemica sulla cooperazione, non erano prive di
dimensioni romantiche e utopistiche; soprattutto perché credevano ingenuamente
di costruire da sé il socialismo.
Ma c’è
anche un altro aspetto importante che emerge dal confronto tra le due proposte
politiche socialiste della fine del XIX secolo:
quella
rappresentata dalla “carta di Quaregnon” aveva anche l’intenzione, forse
pedagogicamente ingenua, di operare tra i lavoratori per trasformare non solo
la loro coscienza politica rispetto al rapporto col datore di lavoro e con lo
Stato, ma anche i loro rapporti sociali fuori dalla fabbrica, il loro ruolo di
lavoratori nella società.
Quella
rappresentata dal programma di Erfurt”, invece, vedeva nella classe operaia,
forgiata dalla fabbrica capitalistica, già di per sé formato il soggetto che
avrebbe guidato la rivoluzione e costruito il socialismo, attraverso il suo
partito. Non stupisce, quindi, che anche il ruolo del partito politico fosse
inteso in maniera diversa, soprattutto attraverso i rapporti da costruire con i
lavoratori e con le loro espressioni organizzative autonome nei posti di lavoro
e nella società: federativo e orizzontale, in un caso, oppure direttivo e
verticale, nell’altro.
Questo
breve e, va da sé, schematico excursus storico non ha alcuna pretesa se non
quella di cercare di riflettere sulle esperienze passate per affrontare il
futuro che ci attende e soprattutto attende le nuove generazioni.
Bisogna
capire, infatti, che spesso la storia delle lotte di classe e politiche ha
presentato e presenterà di nuovo scelte, bivi che hanno determinato e
determineranno gli sviluppi successivi:
affrontare per tempo il confronto su quelle
scelte di fondo è tuttora fondamentale, nonostante sia già passato un secolo
dalla morte di Lenin e più di trenta anni dal definitivo declino delle
socialdemocrazie europee.
Sì, è
un genocidio!
Volerelaluna.it – (20-05-2024” - Amos Goldberg
– ci dice:
Sì, è
un genocidio.
È difficile e doloroso ammetterlo, ma
nonostante tutto, e nonostante tutti i nostri sforzi per pensare diversamente,
dopo sei mesi di guerra brutale non possiamo più evitare questa conclusione.
La storia ebraica sarà d’ora in poi macchiata
dal marchio di Caino per il “più orribile dei crimini”, che non potrà essere
cancellato dalla sua fronte. È così che sarà considerata nel giudizio della
storia per le generazioni a venire.
Da un
punto di vista giuridico, non si sa ancora cosa deciderà “la Corte
Internazionale di Giustizia dell’Aia”, anche se, alla luce delle sue sentenze
emesse fino ad ora e alla luce dei rapporti sempre più diffusi di giuristi,
organizzazioni internazionali e giornalisti investigativi, la traiettoria del
futuro giudizio sembra abbastanza chiara.
Già il
26 gennaio, la “Corte internazionale di giustizia” ha stabilito in modo
schiacciante (14 voti contro 2) che Israele potrebbe commettere un genocidio a
Gaza.
Il 28
marzo, dopo che Israele ha deliberatamente affamato la popolazione di Gaza, la
Corte ha emesso ulteriori ordini (questa volta con il voto di 15 a 1, con
l’unico dissenso del giudice israeliano Aharon Barak) chiedendo a Israele di
non negare ai palestinesi i loro diritti protetti dalla “Convenzione sul
genocidio”.
Il
rapporto ben argomentato e ragionato della relatrice speciale delle Nazioni
Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati,
“Francesca Albanese”, è giunto a una conclusione più decisa e costituisce un
ulteriore tassello per comprendere che Israele sta effettivamente commettendo
un genocidio.
Il rapporto dettagliato e periodicamente
aggiornato del dottor” Lee Mordechai” [Heb], che raccoglie informazioni sul
livello di violenza israeliana a Gaza, è giunto alla stessa conclusione.
Importanti
accademici come “Jeffrey Sachs”, professore di economia alla “Columbia
University” (ebreo con un atteggiamento adesivo nei confronti del sionismo
tradizionale), con cui i capi di Stato di tutto il mondo si consultano
regolarmente su questioni internazionali, parlano del genocidio israeliano come
di qualcosa di scontato.
Eccellenti
reportage investigativi come quello [Heb] di “Yuval Avraham” in “Local Call”, e
in particolare la sua recente indagine sui sistemi di intelligenza artificiale
utilizzati dall’esercito per selezionare gli obiettivi ed eseguire gli
assassinii, avvalorano ulteriormente questa accusa.
Il fatto che l’esercito abbia permesso, ad
esempio, l’uccisione di 300 persone innocenti e la distruzione di un intero
quartiere residenziale per eliminare un comandante di brigata di Hamas dimostra
che gli obiettivi militari sono quasi obiettivi incidentali per l’uccisione di
civili e che ogni palestinese a Gaza è un obiettivo da uccidere.
Questa
è la logica del genocidio.
Sì, lo
so: “Sono tutti antisemiti o ebrei che odiano sé stessi”.
Solo
noi israeliani, con la mente alimentata dagli annunci del portavoce dell’IDF ed
esposta solo alle immagini setacciate per noi dai media israeliani, vediamo la
realtà com’è.
Come
se non fosse stata scritta una letteratura interminabile sui meccanismi di
negazione sociale e culturale delle società che commettono gravi crimini di
guerra. Israele è davvero un caso paradigmatico di tali società, un caso che
sarà ancora insegnato in tutti i seminari universitari del mondo che trattano
l’argomento.
Ci
vorranno anni prima che il “tribunale dell’Aia emetta il suo verdetto”, ma non
dobbiamo guardare a questa situazione catastrofica solo attraverso le lenti
giuridiche.
Ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio perché il
livello e il ritmo delle uccisioni indiscriminate, della distruzione, delle
espulsioni di massa, degli sfollamenti, della carestia, delle esecuzioni, della
cancellazione delle istituzioni culturali e religiose, dello schiacciamento
delle élite (compresa l’uccisione di giornalisti) e della disumanizzazione
generalizzata dei palestinesi creano un quadro complessivo di genocidio, di un
deliberato schiacciamento consapevole dell’esistenza palestinese a Gaza.
Nel modo in cui normalmente intendiamo tali
concetti, la Gaza palestinese come complesso
geografico-politico-culturale-umano non esiste più.
Il genocidio è l’annientamento deliberato di
una collettività o di una parte di essa, non di tutti i suoi individui.
Ed è quello che sta accadendo a Gaza.
Il
risultato è senza dubbio un genocidio.
Le
numerose dichiarazioni di sterminio da parte di alti funzionari del Governo
israeliano e il tono generale di sterminio del discorso pubblico, giustamente
sottolineato dall’editorialista di “Haaretz” “Carolina Landsman”, indicano che
questa era anche l’intenzione.
Gli
israeliani pensano, erroneamente, che per essere considerato tale un genocidio
debba assomigliare all’Olocausto.
Immaginano
treni, camere a gas, forni crematori, fosse di sterminio, campi di
concentramento e di sterminio e la sistematica persecuzione a morte di tutti i
membri del gruppo di vittime fino all’ultimo.
Un evento del genere non si è verificato a
Gaza.
In modo simile a quanto accaduto
nell’Olocausto, la maggior parte degli israeliani immagina che il collettivo
delle vittime non sia coinvolto in attività violente o in un conflitto vero e
proprio, e che gli assassini li sterminino a causa di una folle ideologia senza
senso.
Questo
non è il caso di Gaza.
Il
brutale attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un crimine atroce e terribile.
Circa
1.200 persone sono state uccise o assassinate, tra cui più di 850 civili
israeliani (e stranieri), compresi molti bambini e anziani.
Circa
240 israeliani vivi sono stati rapiti a Gaza e sono state commesse atrocità
come lo stupro.
Si tratta di un evento con effetti traumatici
profondi, catastrofici e duraturi per molti anni, certamente per le vittime
dirette e la loro cerchia immediata, ma anche per la società israeliana nel suo
complesso.
L’attacco
ha costretto Israele a rispondere per autodifesa.
Tuttavia,
sebbene ogni caso di genocidio abbia un carattere diverso, nella portata e
nelle caratteristiche dell’omicidio, il denominatore comune della maggior parte
di essi è che sono stati compiuti per un autentico senso di autodifesa.
Dal
punto di vista giuridico, un evento non può essere sia autodifesa che
genocidio.
Queste
due categorie giuridiche si escludono a vicenda.
Ma
storicamente la legittima difesa non è incompatibile con il genocidio, anzi di
solito ne è una delle cause principali, se non la principale.
A
Srebrenica – su cui il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha
stabilito in due diversi gradi di giudizio che si è trattato di un genocidio
nel luglio 1995 – sono stati uccisi “solo” 8.000 uomini e giovani bosniaci
musulmani, di età superiore ai 16 anni.
Le
donne e i bambini erano stati espulsi prima.
Le forze serbo-bosniache furono responsabili
dell’omicidio, la loro offensiva ebbe luogo nel mezzo di una sanguinosa guerra
civile, durante la quale entrambe le parti commisero crimini di guerra (anche
se i serbi ne commisero molti di più) e che scoppiò in seguito alla decisione
unilaterale dei croati e dei musulmani bosniaci di staccarsi dalla Jugoslavia e
di creare uno Stato bosniaco indipendente, in cui i serbi erano una minoranza.
I serbi bosniaci, con il triste ricordo delle
persecuzioni e degli omicidi della Seconda guerra mondiale, si sono sentiti
minacciati.
La complessità del conflitto, in cui nessuna
delle due parti era innocente, non ha impedito alla Corte penale internazionale di
riconoscere il massacro di Srebrenica come un atto di genocidio, superiore agli
altri crimini di guerra commessi dalle parti, poiché questi crimini non possono
giustificare il genocidio.
La Corte ha spiegato che le forze serbe hanno
intenzionalmente distrutto, attraverso l’omicidio, l’espulsione e la
distruzione, l’esistenza bosniaco-musulmana a Srebrenica.
Oggi,
tra l’altro, i musulmani bosniaci vivono di nuovo lì e alcune delle moschee
distrutte sono state ripristinate.
Ma il
genocidio continua a perseguitare i discendenti degli assassini e delle
vittime.
Il
caso del Ruanda è totalmente diverso.
Per
lungo tempo, nell’ambito della struttura di controllo coloniale belga, basata
sul divide et impera, il gruppo minoritario tutsi ha governato e oppresso il
gruppo maggioritario hutu.
Tuttavia,
negli anni ’60 la situazione si è ribaltata e, dopo l’indipendenza dal Belgio
nel 1962, gli “hutu” hanno preso il controllo del Paese e hanno adottato una
politica oppressiva e discriminatoria nei confronti dei tutsi, anche questa
volta con il sostegno delle ex potenze coloniali.
A poco
a poco, questa politica divenne intollerabile e nel 1990 scoppiò una brutale e
sanguinosa guerra civile, iniziata con l’invasione di un esercito tutsi, il
Fronte Patriottico Ruandese, composto principalmente da tutsi fuggiti dal
Ruanda dopo la caduta del dominio coloniale.
Di
conseguenza, agli occhi del regime hutu, i tutsi vennero identificati
collettivamente con un vero e proprio nemico militare.
Durante
la guerra, entrambe le parti commisero gravi crimini sul suolo ruandese e su
quello dei Paesi limitrofi in cui la guerra si estese.
Nessuna
delle due parti era assolutamente innocente o assolutamente malvagia. La guerra
civile si è conclusa con gli “Accordi di Arusha”, firmati nel 1993, che
avrebbero dovuto coinvolgere i Tutsi nelle istituzioni governative,
nell’esercito e nelle strutture statali.
Ma
questi accordi sono crollati e nell’aprile del 1994 l’aereo del “presidente
hutu” del Ruanda è stato abbattuto.
Ancora
oggi non si sa chi abbia abbattuto l’aereo e si ritiene che si tratti di
combattenti hutu.
Tuttavia,
gli hutu erano convinti che il crimine fosse stato commesso da combattenti
della resistenza tutsi, e questo era percepito come una vera e propria minaccia
per il Paese.
Il
genocidio dei Tutsi era alle porte. La motivazione ufficiale dell’atto di genocidio era
la necessità di eliminare una volta per tutte la minaccia esistenziale tutsi.
Il
caso dei Rohingya, che l’amministrazione Biden ha recentemente riconosciuto come
genocidio, è di nuovo molto diverso.
Inizialmente, dopo l’”indipendenza del Myanmar”
(ex Birmania) nel 1948, i Rohingya musulmani erano considerati cittadini alla
pari e parte dell’entità nazionale, prevalentemente buddista.
Ma nel corso degli anni, e soprattutto dopo
l’instaurazione della dittatura militare nel 1962, il nazionalismo birmano si è
identificato con diversi gruppi etnici dominanti, principalmente buddisti, di
cui i Rohingya non facevano parte.
Nel
1982 e successivamente sono state emanate leggi sulla cittadinanza che hanno
privato la maggior parte dei Rohingya della loro cittadinanza e dei loro
diritti.
Erano
visti come stranieri e come una minaccia per l’esistenza dello Stato.
I Rohingya, tra i quali in passato ci sono
stati piccoli gruppi di ribelli, si sono sforzati di non farsi trascinare nella
resistenza violenta, ma nel 2016 molti hanno ritenuto di non poter impedire la
loro privazione della cittadinanza, la repressione, la violenza dello Stato e
della folla contro di loro e la loro graduale espulsione, e un movimento
Rohingya clandestino ha attaccato le stazioni di polizia del Myanmar.
La
reazione è stata brutale.
Le incursioni delle forze di sicurezza del
Myanmar hanno espulso la maggior parte dei Rohingya dai loro villaggi, molti
sono stati massacrati e i loro villaggi completamente cancellati.
Quando
nel marzo 2022 il Segretario di Stato USA “Antony Blinken” ha letto la
dichiarazione al Museo dell’Olocausto di Washington 2022, riconoscendo che ciò
che è stato fatto ai Rohingya è stato un genocidio, ha detto che nel 2016 e
2017, circa 850.000 Rohingya sono stati deportati in Bangladesh e circa 9.000
di loro sono stati uccisi.
Questo
è stato sufficiente per riconoscere che quanto è stato fatto ai Rohingya è
l’ottavo evento di questo tipo che gli Stati Uniti considerano un genocidio, a
parte l’Olocausto.
Il
caso dei Rohingya ci ricorda ciò che molti studiosi di genocidi hanno stabilito
in termini di ricerca e che è molto rilevante per il caso di Gaza:
un
legame tra pulizia etnica e genocidio.
Il
legame tra i due fenomeni è duplice ed entrambi sono rilevanti per Gaza, dove
la stragrande maggioranza della popolazione è stata espulsa dai propri luoghi
di residenza e solo il rifiuto dell’Egitto di assorbire masse di palestinesi
sul proprio territorio ha impedito loro di lasciare Gaza.
Da un
lato, la pulizia etnica segnala la volontà di eliminare il gruppo nemico a
qualsiasi costo e senza compromessi, e quindi scivola facilmente nel genocidio
o ne fa parte.
Dall’altro lato, la pulizia etnica di solito
crea condizioni (ad esempio, malattie e carestie) che permettono o causano lo
sterminio parziale o completo del gruppo di vittime.
Nel
caso di Gaza, le “zone di rifugio sicuro” sono spesso diventate trappole
mortali e zone di sterminio deliberato, e in questi rifugi Israele affama
deliberatamente la popolazione. Per questo motivo, non sono pochi i
commentatori che ritengono che la pulizia etnica sia l’obiettivo dei
combattimenti a Gaza.
Anche
il genocidio degli armeni durante la Prima Guerra Mondiale aveva un contesto.
Durante
gli anni di declino dell’Impero Ottomano, gli armeni svilupparono una propria
identità nazionale e chiesero l’autodeterminazione.
Il loro diverso carattere religioso ed etnico,
così come la loro posizione strategica al confine tra l’impero ottomano e
quello russo, li rendeva una popolazione pericolosa agli occhi delle autorità
ottomane.
Già alla fine del XIX secolo si verificarono
orribili episodi di violenza contro gli armeni, per cui alcuni armeni
simpatizzavano con i russi e li vedevano come potenziali liberatori.
Piccoli
gruppi armeno-russi collaborarono addirittura con l’esercito russo contro i
turchi, invitando i loro confratelli oltre confine a unirsi a loro, il che
portò a un’intensificazione del senso di minaccia esistenziale agli occhi del
regime ottomano.
Questo
senso di minaccia, sviluppatosi durante una profonda crisi dell’impero, fu un
fattore importante nello sviluppo del genocidio armeno, che diede inizio anche
a un processo di espulsione.
Anche
il primo genocidio del XX secolo fu eseguito da un concetto di autodifesa da
parte dei coloni tedeschi nei confronti delle popolazioni Herero e Nama
nell’Africa sud-occidentale (l’attuale Namibia).
A
seguito della severa repressione da parte dei coloni tedeschi, i locali si
ribellarono e in un brutale attacco uccisero circa 123 (forse più) uomini
disarmati.
Il
senso di minaccia nella piccola comunità di coloni, che contava solo poche
migliaia di persone, era reale e la Germania temeva di aver perso la sua
capacità di deterrenza nei confronti dei nativi.
La
risposta fu adeguata alla minaccia percepita.
La
Germania inviò un esercito guidato da un comandante sfrenato e anche lì, per un
senso di autodifesa, la maggior parte di questi uomini delle tribù fu uccisa
tra il 1904 e il 1908:
alcuni
con uccisioni dirette, altri in condizioni di fame e sete imposte dai tedeschi
(di nuovo con la deportazione, questa volta nel deserto di Omaka) e altri
ancora in crudeli campi di internamento e di lavoro.
Processi
simili si sono verificati durante l’espulsione e lo sterminio delle popolazioni
indigene in Nord America, soprattutto nel corso del XIX secolo.
In
tutti questi casi, gli autori del genocidio hanno avvertito una minaccia
esistenziale, più o meno giustificata, e il genocidio è avvenuto in risposta.
La distruzione della collettività delle vittime non era contraria a un atto di
autodifesa, ma a un autentico motivo di autodifesa.
Nel
2011 ho pubblicato su “Haaretz” un breve articolo [Heb] sul genocidio
nell’Africa sud-occidentale, che si concludeva con le seguenti parole:
«Possiamo imparare dal genocidio degli “Herero” e dei “Nama”
come la dominazione coloniale, basata su un senso di superiorità culturale e
razziale, possa sfociare, di fronte a una ribellione locale, in crimini
orribili come l’espulsione di massa, la pulizia etnica e il genocidio.
Il
caso della ribellione degli “Herero” dovrebbe servire da spaventoso segnale di
avvertimento per noi qui in Israele, che ha già conosciuto una “Nakba” nella
sua storia».
Gli
Usa e il “metodo Giacarta”:
il
massacro delle popolazioni
come
politica estera.
Volerelaluna.it
– (22-04-2024) - Piero Bevilacqua – ci dice:
Chi
legge il libro di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta,” La crociata
anticomunista di Washington “e il “programma di omicidi di massa” che hanno
plasmato il nostro mondo (Einaudi, 2021) ne uscirà con una visione rovesciata
della storia mondiale dopo il 1945, e con l’animo sconvolto.
È
successo anche a me, storico dell’età contemporanea, e testimone del mio tempo,
a cui tanti fatti e vicende qui raccontate erano noti.
L’autore
è un prestigioso giornalista americano, che è stato corrispondente del “Washington
Post”, del “Los Angeles Times”, del “Financial Times”, ha scritto per il “New
York Times” e tanti altri giornali americani e inglesi.
Già
questa appartenenza al giornalismo USA, per quel che racconta di gravissimo in
danno dei governi del proprio paese, costituisce una prima garanzia di
imparzialità e obiettività.
D’altra
parte non sarebbe la prima volta.
Quello dei giornalisti americani che scavano
nelle carte segrete e denunciano le malefatte dei loro governanti è un fenomeno
non raro, che fa onore a quei professionisti.
È
sintomatico dell’onestà di fondo dell’animo e della cultura antropologica di
gran parte del popolo americano, comunque ormai ampiamente manipolati.
È così clamorosa la contraddizione con gli
ideali democratici della loro formazione, che non pochi giornalisti, allorché
scoprono azioni omicide segrete del loro Stato, sono spinti a una ribellione
morale che li porta a intraprendere vaste indagini e a scrivere libri come
questi.
Ma
l’autorevolezza del “Metodo Giacarta” si fonda sullo scrupolo scientifico di “Bevins”,
sulla vastità e rilevanza documentaria delle sue fonti, che sono carte
desecretate degli archivi americani e di vari paesi del mondo, pubblicazioni di
altri studiosi, registrazioni dirette di riunioni segrete, telegrammi,
testimonianze rese dai protagonisti e soprattutto dai sopravvissuti ai massacri
ecc.
Grazie
a questi materiali l’autore ci fa entrare spesso direttamente nel tabernacolo
del potere americano, facendoci assistere a conversazioni inquietanti, come
quella del 1963, in cui John Kennedy ordina agli uomini della sua
amministrazione, che lo informano sulla condotta non gradita del presidente del
Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem: «fatelo fuori».
«Diem
venne rapito insieme a suo fratello.
I due vennero uccisi a colpi di pistola e a
pugnalate nel retro di un furgone blindato».
E non
meno sconcertanti sono le informazioni che si ricevono su personaggi ai quali,
ad esempio, è andata per decenni la nostra simpatia umana e politica.
Non si
può rimanere indifferenti quando si apprende che dopo il fallito tentativo USA
di invadere Cuba alla Baia dei Porci, nel 1961, Robert Kennedy «suggerì di far
esplodere il consolato americano per giustificare l’invasione».
Ma in
che cosa consiste il rovesciamento della storia ufficiale, da tutti accettata,
degli ultimi 70-80 anni di storia mondiale?
In
breve, a partire dal dopoguerra, gli USA mettono in atto una strategia sempre
più perfezionata per controllare e dominare economicamente e militarmente il
maggior numero possibile dei paesi che si stavano liberando del colonialismo
della Gran Bretagna, della Francia e dell’Olanda.
Giova
ricordare che in quei paesi, quasi ovunque, si affermano in quegli anni forze
politiche nazionaliste che tentano di recuperare e gestire le proprie risorse,
con processi di nazionalizzazione, ad esempio delle compagnie petrolifere (come
fa in Indonesia il presidente Sukarno), delle miniere, delle piantagioni ecc.
A
queste riforme di solito si accompagnano programmi di alfabetizzazione della
popolazione, costruzione di scuole pubbliche, distribuzione delle terre ai
contadini, riforme agrarie.
Tali strategie riformatrici di governi che
intendono affacciarsi allo sviluppo economico dopo la guerra, seguono una
politica equidistante tra Washington e Mosca, anche se talora sono appoggiati
dai partiti comunisti nazionali.
Ma essi sono guardati con sospetto e ostilità dagli
USA che tramano segretamente per il loro rovesciamento.
Talora
è proprio la scoperta di tale ostilità che porta i dirigenti nazionalisti a
guardare con favore e a chiedere appoggio a Mosca o a diventare comunisti, come
accadde a Fidel Castro, dopo la fallita invasione americana di Cuba nel 1961.
Spesso
a dare il via ai progetti dei colpi di stato sono le pressioni sulle
amministrazioni americane delle compagnie petrolifere, o dei grandi proprietari
terrieri, che vedono anche semplicemente contrastato il loro vecchio modello di
sfruttamento coloniale delle risorse locali.
Nel
1954 in Guatemala è il caso della “United Fruit Company”, sospettata di frodare
il fisco.
La
pretesa del Governo guatemalteco di far rispettare gli obblighi fiscali alla
ditta monopolista costò cara al Guatemala.
Dopo due falliti colpi di Stato, «la Cia
piazzò casse di fucili con l’effige della falce e del martello in modo che
fossero “scoperti” e costituissero la prova della infiltrazione dei sovietici».
Da lì cominciò l’ingerenza armata degli USA,
con varie vicende e campagne di terrorismo psicologico, di diffamazione dei
comunisti come agenti di Mosca, a cui qui non possiamo neppure accennare.
Il
colpo di Stato si concluse con l’insediamento di “Castillo Armas”, il favorito
degli USA.
«In Guatemala tornò la schiavitù. Nei primi mesi del
suo governo, Castillo Armas istituì il Giorno dell’anticomunismo e catturò e
uccise dai tre ai cinquemila sostenitori di “Arbenz”» (il presidente deposto, che aveva
avviato la riforma agraria).
Qui
davvero è impossibile dar conto delle trame ingerenze messe in atto da tutte le
amministrazioni USA degli ultimi 70 anni per controllare i paesi che uscivano
dalle antiche colonizzazioni europee, spesso con l’aiuto del Regno Unito,
maestro secolare di dominio coloniale, che in tanti casi rese onore alla sua
tradizione sanguinaria.
Lo
fecero spesso con colpi di Stato poche volte falliti, ma spesso ripetuti fino
al finale cambio di regime:
in
Iran (1953), Guatemala (1954), Indonesia (1958 e 1965), Cuba (1961), Vietnam
del Sud (1963), Brasile (1964), Ghana (1966), Cile (1973) e un numero
incalcolabile di sabotaggi, uccisioni, condizionamenti delle politiche dei vari
governi.
Senza mettere nel conto la guerra contro il
Vietnam, scatenata con il falso pretesto dell’“incidente del Tonchino”, che
provocò 3 milioni di morti, oltre ai vasti bombardamenti con gli elicotteri dei
villaggi contadini «in Cambogia e Laos [dove] ne morirono molti di più».
Ricordo che dopo il colpo di stato in Brasile
non ci furono più elezioni per 25 anni e la violenta dittatura di Suharto, in
Indonesia, durò 32 anni.
Gli
strumenti di queste politiche erano – come scrive lapidariamente “Bevins” –
«esercito e finanza».
I capi di tanti eserciti nazionali si erano formati
spesso nelle scuole militari degli USA, e comunque venivano corrotti da ingenti
finanziamenti americani, donazioni e vendite di armi, manovrati dalla Cia.
In
tante realtà si creò una scissione tra i governi indipendenti, che spesso
venivano economicamente strozzati dai sabotaggi commerciali e finanziari, e i
sistematici finanziamenti segreti forniti agli eserciti.
Ma il cemento ideologico più determinante, e forse in
assoluto la leva più potente che rese possibile l’intero progetto, fu la
propaganda anticomunista, con tutto il repertorio di orrori fasulli di cui
venivano ritenute responsabili le forze che vi si ispiravano.
La minaccia del comunismo, oltre ad essere una
formidabile arma di controllo sociale interno dei gruppi dirigenti americani,
fu il fondamento psicologico e culturale, potremmo definirlo egemonico, su cui
i vari golpisti riuscirono a coinvolgere nei massacri anche pezzi di
popolazione civile.
Uno
strumento di persuasione di massa reso possibile dal fatto che in quasi tutti i
paesi “attenzionati” dagli USA, la stampa era in mano ai grandi proprietari
terrieri, o alle compagnie petrolifere, ostili alle riforme agrarie e alle
nazionalizzazioni, in grado di imbastire campagne di falsificazione su larga
scala, fondate su racconti di storie inventate, riprese dalle radio, talora
trasformati in film e documentari.
Che
cosa è il “Metodo Giacarta”?
In
breve.
L’Indonesia,
il quarto paese più popoloso del pianeta, che ospitava il terzo più grande
Partito comunista del mondo (PKI), sostenuto da milioni di militanti, non
poteva restare indipendente.
Dopo vari tentativi falliti, uno riuscì e fu
il più sanguinoso dei piani messi in atto dagli USA.
Il
pretesto definitivo fu un oscuro episodio ancora oggi non chiarito.
Alcuni
militari sequestrarono cinque generali dell’esercito indonesiano che poi furono
trovati uccisi.
Fu
lanciata allora una campagna su larga scala di terrore psicologico, attraverso
la stampa, la radio, i comizi.
Venne
sparsa la voce che i cinque uomini fossero stati oggetto di sevizie, mutilati
dei genitali e poi massacrati, mentre alcune donne danzavano nude intorno a
loro, svolgendo riti satanici.
Nel
1987, quando tutto era ormai dimenticato, venne alla luce che la storia era un
falso, i generali, secondo l’autopsia fatta eseguire allora da Suharto, il
golpista a servizio degli USA che estromise il presidente Sukarno, aveva
rivelato che erano tutti morti per colpi di arma da fuoco, eccetto uno, ucciso
da una lama di baionetta, probabilmente durante il sequestro nel suo
appartamento.
Quel
che seguì a Giacarta e in tutte le isole dell’arcipelago, dopo quella
provocazione e quella campagna di caccia ai terroristi comunisti, è difficile
da immaginare e da raccontare:
«Le persone non venivano ammazzate
nelle strade, non venivano giustiziate ufficialmente, le famiglie non erano
sicure che fossero morte:
venivano
arrestate e poi scomparivano nel cuore della notte».
Solo
giorni dopo, come si vide ad esempio nel fiume Serayu, «gli omicidi di massa
divennero evidenti: i corpi ammassati erano così tanti da ostacolare il corso
del fiume e il tanfo che emanavano era orribile».
In
proporzione agli abitanti, l’isola che subì la quota maggiore di uccisioni fu “Bali”,
il 5% della popolazione, oltre 80 mila persone finite a colpi di machete.
Non
andò bene alle indonesiane: «Circa il 15% delle persone prese prigioniere furono donne.
Vennero sottoposte a violenze particolarmente crudeli e di genere», ad alcune
«tagliarono i seni o mutilarono i genitali; gli stupri e la schiavizzazione
sessuale erano diffusi ovunque».
Alla fine i morti complessivi, secondo calcoli
necessariamente sommari, si aggirarono tra 500 mila e 1 milione di persone,
mentre un altro milione venne rinchiuso nei campi di concentramento.
Il “PKI”, cui non poté essere addebitata
nessuna sommossa o violenza, venne sterminato.
A
compiere i massacri furono i militari indonesiani, le squadre armate dei
proprietari terrieri, bande di persone comuni assoldate o sobillate dalla
propaganda.
«Le liste delle persone da uccidere non furono
fornite all’esercito indonesiano soltanto dai funzionari del governo degli
Stati Uniti:
alcuni
dirigenti di piantagioni di proprietà americana diedero i nomi di sindacalisti
e comunisti “scomodi” che poi furono uccisi».
Più tardi il Tribunale internazionale del Popolo per
il 1965 convocato all’Aja nel 2014, dichiarò i militari indonesiani colpevoli
di crimini contro l’umanità, e stabili che il massacro era stato realizzato
allo scopo di distruggere il Partito comunista e «sostenere un regime
dittatoriale violento» e che esso venne realizzato con il supporto degli USA,
del Regno Unito e dell’Australia.
Dopo
il 1965 il “Metodo Giacarta” venne teorizzato da molti dirigenti filoamericani
dell’Asia e dell’America Latina e usato anche come parola d’ordine con cui
venivano terrorizzati i dirigenti comunisti e i politici nazionalisti che
proponevano riforme e nazionalizzazioni.
Venivano
minacciati facendo circolare la voce: «Giacarta sta arrivando».
Alcune
considerazioni per concludere. Noi conosciamo da tempo molte delle operazioni,
spesso ben documentate, condotte dagli USA in giro per il mondo almeno a
partire dal dopoguerra.
Nel voluminoso “William Blum”, “Il libro nero
degli Stati Uniti” (Fazi, 2003, ed. orig. Killing Hope. U.S. Military and CIA
Interventions Sine World War II, 2003, che meglio rispecchia contenuto del
volume e intenzioni dell’autore), se ne trova, da oltre 20 anni, un repertorio
vastissimo e di impeccabile serietà storiografica.
Ma il
libro di “Bevins” ha qualcosa in più.
Esso
non mostra soltanto come gli USA abbiano condotto una politica estera fondata
sulla violazione sistematica del diritto internazionale, spesso calpestando il
diritto alla vita di milioni di persone.
Non è
solo questo, che sarebbe sufficiente per illuminare di luce meridiana le
ragioni dell’attuale “disordine” mondiale.
Il “Medoto
Giacarta “mostra che cosa ha prodotto quella guerra segreta, che ha impedito
l’emancipazione dei popoli usciti dal dominio coloniale e la nascita di un
terzo polo mondiale dei paesi cosiddetti “non allineati”: cioè equidistanti
rispetto a Washington e Mosca.
Il grande progetto di mutua cooperazione
avviato con la “Conferenza di Bandung nel 1955”, di cui Sukarno era stato uno
dei protagonisti, si dissolse.
I
paesi del Sud del mondo vennero ricacciati nella loro subalternità che in tanti
casi si è protratta fino quasi ai nostri giorni.
Perciò
“Bevins “può scrivere, alludendo ai colpi di stato in Brasile e Indonesia:
«La
cosa più sconvolgente, e la più importante per questo libro, è che i due eventi
in molti altri paesi portarono alla creazione di una mostruosa rete
internazionale volta allo sterminio di civili – vale a dire al loro sistematico
omicidio di massa – e questo sistema ebbe un ruolo fondamentale nel costruire
il mondo in cui viviamo oggi».
È, infatti, il nostro tempo che questo libro
rende comprensibile.
Alla luce di quanto accaduto, le guerre intraprese
dagli USA, da soli o con la Nato, ispirate alla retorica delle lotte al terrore
o all’esportazione della democrazia, in Jugoslavia, Afganistan, Iraq, Libia,
Siria e ora in Ucraina, non sono una svolta aggressiva della politica estera
USA nel nuovo millennio, ma la continuazione coerente del perseguimento del
proprio dominio globale, da mantenere con ogni possibile mezzo.
Elezioni
europee: lo strano caso
della
lista “Pace Terra Dignità.”
Volerelaluna.it
– (20-05-2024) - Francesco Pallante – ci dice:
Non
sono pochi i profili d’interesse della vicenda relativa all’estromissione,
prima, e alla riammissione, poi, della lista “Pace Terra Dignità” alle elezioni
europee nella Circoscrizione Nord-Ovest.
I
fatti, anzitutto.
È regola generale che per presentarsi a una
competizione elettorale occorra dimostrare un qualche radicamento sociale, in
modo che le risorse amministrative impiegate per consentire lo svolgimento del
procedimento elettorale non risultino spese al servizio di interessi
particolari, ma rispondano, come sempre deve avvenire, all’esigenza di operare
a soddisfazione dell’interesse generale.
La
nostra, in effetti, è una democrazia rappresentativa incentrata sui partiti
politici ed è, dunque, ragionevole richiedere a chi intenda concorrere alle
consultazioni elettorali di dimostrare l’essere, e il farsi, espressione
politica di posizioni ideali aventi una qualche “consistenza” sociale
organizzata:
ciò
cui è finalizzata la raccolta preliminare di un certo numero di firme di
elettori a sostegno della presentazione delle liste elettorali.
Di converso, altrettanto ragionevole è che
dall’onere della raccolta delle firme siano esonerate le formazioni politiche
che già hanno dimostrato di essere espressione di una parte significativa del
corpo elettorale, avendo ottenuto eletti nella precedente tornata di scrutini o
risultando collegate a partiti già rappresentati nell’assemblea di futura
elezione.
Proprio
quest’ultima previsione è stata fatta venir meno, tramite il decreto-legge n.
7/2024 (poi convertito nella legge n. 38/2024), per l’elezione del prossimo
Parlamento europeo, costringendo la lista “Pace Terra e Dignità” – sino a quel
momento esentata dalla raccolta delle firme – ad attivarsi per ottenere le
sottoscrizioni divenute necessarie per presentare le proprie candidature,
potendo peraltro far conto su un termine temporale di appena 30 giorni per
l’adempimento dell’incombenza, contro i 180 giorni a disposizione delle liste
tenute sin in origine alla raccolta delle firme.
Ciò non ha impedito alla lista “Pace Terra e
Dignità” di riuscire a raggiungere, e ampiamente superare, il numero delle
firme necessarie, pur con alcune contestazioni relative alla Circoscrizione
Isole, dovute al ritardo nella consegna dei certificati elettorali degli
elettori da parte di alcuni comuni (contestazioni, dunque, in realtà non
imputabili alla lista, pacificamente riammessa alle elezioni nell’ambito dello
stesso procedimento amministrativo elettorale), e alla Circoscrizione
Nord-Ovest, a causa dell’irregolarità dell’autenticazione di alcune
sottoscrizioni raccolte nella regione Valle d’Aosta.
Dopo
le due prime decisioni amministrative di esclusione, per opera dell’Ufficio
elettorale circoscrizionale istituito presso la Corte d’Appello di Milano e
dell’Ufficio elettorale centrale istituito presso la Corte di Cassazione, anche
quest’ultima vicenda ha infine trovato definizione favorevole alla riammissione
della lista in una sentenza del Tar Lazio che risulta d’interesse per alcuni
dei ragionamenti in essa contenuti.
Anzitutto,
è da notare come i giudici amministrativi abbiano evitato di pronunciarsi su
alcune questioni che pure rivestono sicuro rilievo costituzionale:
a) l’utilizzo del decreto-legge in prossimità
delle elezioni per disciplinare la partecipazione partitica in senso
restrittivo, in aperta violazione dell’art. 77 Costituzione (non sussistevano
certamente i requisiti straordinari di necessità e urgenza necessari a
giustificare il ricorso a tale fonte normativa da parte del Governo) e, più in
generale, delle regole-guida sui procedimenti elettorali sancite dalla
Commissione di Venezia (che disconoscono legittimazione agli interventi decisi
nell’imminenza del voto);
b) la
violazione della certezza del diritto e della tutela dell’affidamento
nell’ordinamento giuridico in capo ai soggetti del medesimo – due elementi
costitutivi della nozione stessa di Stato di diritto –, dovuta al cambiamento
delle regole a procedimento elettorale già avviato che ha costretto i promotori
della lista “Pace Terra e Dignità” a far fronte, in tempi brevissimi, a una
situazione originariamente non prevedibile;
c) l’irragionevolezza della previsione
normativa che impone di raccogliere un numero minimo di 1.500 firme in ciascuna
regione della Circoscrizione elettorale, senza che vi sia, dunque, alcun
rapporto con la consistenza numerica del corpo elettorale delle diverse regioni
(in una circoscrizione, peraltro, segnata dall’impressionante differenza tra
gli otto milioni di elettori lombardi e i centomila elettori valdostani), con
il risultato, oltretutto, di far gravare sugli elettori dell’intera
circoscrizione eventuali difficoltà localmente circoscritte a porzioni,
potenzialmente anche molto ridotte, della circoscrizione stessa.
Se il
Tar Lazio ha trascurato di pronunciarsi su tali questioni non è perché le abbia
ritenute irrilevanti, bensì perché ha ritenuto preferibile concentrarsi su
altra questione, più puntale, relativa allo specifico della contestazione
rivolta dagli Uffici elettorali, circoscrizionale e nazionale, alla lista “Pace
Terra e Dignità”: l’irregolarità dell’autenticazione di alcune delle firme
raccolte in Valle d’Aosta a sostegno della presentazione della lista, per via
della mancanza, su alcuni moduli dediti alla raccolta delle sottoscrizioni, del
timbro che attestasse la qualifica del soggetto preposto all’autenticazione
delle sottoscrizioni stesse.
A
risultare decisivo per l’annullamento delle decisioni degli Uffici elettorali
è, in particolare, il fatto che gli Uffici stessi non hanno adeguatamente
considerato che, anche in assenza del timbro d’ufficio, la pubblica
amministrazione preposta al governo del procedimento elettorale aveva comunque
piena contezza sia dell’identità del soggetto autenticante, sia della sua
legittimazione all’autenticazione, dal momento che tutti gli ulteriori elementi
necessari alla sua identificazione risultavano presenti e che l’amministrazione
di appartenenza (nello specifico, il Consiglio regionale) era stata
preavvertita dell’impegno che sarebbe stato espletato nel procedimento di
raccolta e autenticazione delle sottoscrizioni. Correttamente, il Tar Lazio
distingue tra «l’oggetto dell’autentica (che investe l’identità del
sottoscrittore e la circostanza che la firma apposta è ad esso riferibile e che
è fide facente) e la […] “indicazione” della identità e della qualifica
dell’accertatore», precisando che «l’efficacia probatoria dell’autentica
dipende dal possesso in concreto nell’autenticante della qualifica di pubblico
ufficiale (che è la fonte del potere accertativo)» e non dalla correttezza
formale della sua attestazione.
È vero
che la normativa richiede che l’attestazione avvenga secondo determinate
modalità, ma ciò al fine di «permettere il celere riscontro tra l’esercizio del
potere [certificativo] ed il suo presupposto soggettivo», non il sorgere del
potere stesso, che, come detto, dipende dalle qualità oggettivamente rivestite
dall’autenticatore, purché chiaramente identificabile.
Ne
segue che «non v’è ragione di escludere che eventuali carenze inerenti le
indicazioni della qualifica di pubblico ufficiale posseduta dall’autenticante
di firme raccolte per la presentazione delle liste elettorali siano integrabili
con il soccorso istruttorio», tanto più in un caso, come quello di specie, in
cui «il possesso della qualifica di consigliere regionale in capo
all’autenticante è documentato da un atto preesistente alla raccolta delle
firme, avente data certa in quanto protocollato» («l’autenticatrice […] è
consigliere regionale della Valle d’Aosta: essa, in data 15 marzo 2024, aveva
comunicato in via ufficiale al Presidente del Consiglio regionale della Valle
d’Aosta la sua intenzione di raccogliere le firme per la lista di cui si
discute»).
In
definitiva, posto che chi ha autenticato aveva, in quanto consigliere
regionale, il potere di autenticare, il fatto che in alcuni dei moduli, per il
resto regolarmente compilati, non ne ricorra la qualifica, non inficia la
validità delle autenticazioni, dal momento che a fondare il potere di
autenticazione è l’effettivo possesso della qualifica da parte di un soggetto
la cui identità è comunque certa.
Prima
di concludere, merita forse ancora svolgere una riflessione di ordine
costituzionale, che, se fosse stata fatta propria dagli Uffici elettorali
circoscrizionale e nazionale, avrebbe forse potuto consentire una più immediata
risoluzione della vicenda.
Ciò
che, nel quadro di un ordinamento democratico, non va mai dimenticato è che la
partecipazione politica dei cittadini alla vita collettiva è la molla da cui
scaturisce il movimento dell’intero meccanismo costituzionale, al punto che la
Costituzione, all’articolo 48, configura il voto non soltanto come diritto,
bensì anche come dovere (sia pure nella forma del «dovere civico»).
Come scrive Costantino Mortati, tale
configurazione «riesce facilmente comprensibile quando si rifletta che il
diritto elettorale, per la finalità da cui è ispirato e a cui tende, di rendere
possibile la formazione dei supremi organi statali, è il primo ed il più
importante di quei diritti che […] si sono chiamati “funzionali” perché rivolti
a soddisfare non, o non esclusivamente, interessi propri di chi l’esercita
bensì interessi generali» (Istituzioni di diritto pubblico, Tomo I, Cedam,
Padova 1975, pp. 434-435).
Paolo
Barile aggiunge che «poiché “civico” vuole dire “del cittadino”, l’aggettivo
non muta di certo la natura giuridica del dovere» di votare (Istituzioni di
diritto pubblico, Cedam, Padova 1975, p. 130).
La stessa Corte costituzionale ha sancito che
il dovere di esercitare il diritto di voto «ha una fondamentale funzione di
interesse pubblico, in quanto attiene all’esercizio della sovranità che l’art.
1 della nostra Costituzione dichiara appartenere al popolo» (sentenza n.
39/1973).
Ne
segue che l’interpretazione della normativa in materia elettorale deve essere
sempre costituzionalmente orientata nel senso di favorire nella massima misura
possibile la partecipazione alle votazioni – tanto più, in tempi di
astensionismo dilagante – e, dunque, di offrire agli elettori la più ampia
scelta tra le opzioni politiche disponibili.
L’adempimento
del dovere di votare non deve, in altri termini, essere in alcun modo sfavorito
dalle istituzioni pubbliche, bensì agevolato in ogni modo possibile ogni qual
volta vi sia da scegliere tra una lettura restrittiva e una espansiva della
normativa.
Solo
così il principio fondamentale della partecipazione democratica – alla cui
attuazione sono primariamente poste le istituzioni che intervengono nel
procedimento elettorale – può dirsi realmente rispettato.
La
prudenza delle banche centrali.
Lavoce.info
- RONY HAMAUI – (26/03/2024) - BANCHE E
FINANZA – ci dice:
Perché
le banche centrali sono così riluttanti a tagliare i tassi d’interesse? Semplicemente
perché l’economia tradizionale è incapace di prevedere il futuro in un mondo
caratterizzato dal susseguirsi di crisi: dalla pandemia al protezionismo, alle
guerre.
Il
passo della banca centrale svizzera.
Il 21
marzo la Banca nazionale svizzera ha abbassato inaspettatamente il suo tasso
guida di 25 punti base, portandolo all’1,5 per cento, dopo che a febbraio
l’inflazione nella Confederazione elvetica era scesa all’1,2 per cento.
È la
prima banca centrale di un paese sviluppato a ridurre i suoi tassi ufficiali.
Tuttavia, la Svizzera è un paese particolare, in eterna lotta con una moneta
che continua a rivalutarsi, dove il picco di inflazione raggiunto nell’agosto
del 2022 si è attestato al 3,5 per cento e da molti mesi viaggia sotto la
soglia del 2 per cento.
Nei
giorni precedenti alla decisione svizzera, “Christine Lagarde”, presidente
della “Banca centrale europea”, si era invece rifiutata d’impegnarsi su futuri
tagli dei tassi, avvertendo che l’inflazione nella zona dell’euro rimarrà sopra
la soglia obiettivo per il resto dell’anno.
“Jay
Pawell,” presidente della “Federal Reserv”e, ha d’altra parte anticipato un
probabile taglio dei tassi nella seconda parte dell’anno, senza però chiarire
bene quando e di quanto.
Perché
le banche centrali sono così riluttanti non solo a tagliare i tassi
d’interesse, ma anche ad annunciare un sentiero di rientro probabile?
Perché le “forward guidance”, ovvero le
comunicazioni sul futuro dell’economia e sul probabile corso della politica
monetaria, tanto sbandierate negli scorsi anni, hanno lasciato il posto a una
politica monetaria “data dependent meeting by meeting” (decisa sulla base dei
dati in ciascuna riunione)?
L’incertezza
regna sovrana.
La
ragione è semplicemente che le banche centrali non riescono a prevedere
l’andamento futuro del ciclo economico e dell’inflazione.
In un mondo in cui gli shock da offerta si
susseguono, dalla pandemia alle guerre, dalla rottura delle catene di
approvvigionamento alle crisi geopolitiche, fino a un protezionismo dilagante,
fare previsioni sull’andamento delle variabili economiche diventa estremamente
difficile.
Come
analizzato in un recente lavoro del” Fondo monetario internazionale”, oggi i
responsabili della politica monetaria devono affrontare un insolito grado di
incertezza “knightiana”, cioè non facilmente catturabile con una distribuzione
di probabilità, sulla persistenza dell’inflazione.
Incerte
sono anche le previsioni circa il tasso naturale di disoccupazione (che
assicura una inflazione stabile), il tasso di interesse neutrale (dove la
politica monetaria non risulta né espansiva né restrittiva) e i meccanismi di
trasmissione della politica monetaria.
In
questo contesto le autorità hanno buone ragioni per adottare un approccio
“robusto” alla politica monetaria.
In
altre parole, nell’ipotesi che l’inflazione possa essere più persistente di
quanto solitamente accada, i banchieri centrali sono indotti a fissare un tasso
di interesse di riferimento più alto.
Infatti,
i costi di portare avanti una politica monetaria più restrittiva del necessario
sono inferiori a quelli di tagliare troppo presto i tassi d’interesse.
Presumere,
erroneamente, che l’inflazione sia terminata implicherebbe dover inasprire poi
la politica monetaria molto di più, e più rapidamente, di quanto sarebbe stato
necessario utilizzando un comportamento prudente.
Un cambiamento brusco potrebbe anche avere
effetti dirompenti sui mercati finanziari e sulla credibilità delle banche
centrali.
In
altri termini, si agisce in base al motto “better safe than sorry”, ovvero
“meglio prevenire che curare”.
La
questione risulta ulteriormente complicata dal fatto che mai prima d’ora
un’inflazione delle dimensioni di quella appena osservata è stata vinta senza
un significativo aumento della disoccupazione.
Oggi invece in tutti i principali paesi ci
troviamo in una situazione di quasi pieno impiego.
In
conclusione, la riduzione dei tassi ufficiali è in arrivo, ma non dobbiamo
avere troppa fretta.
Dobbiamo
sempre ricordarci le scarse capacità predittive della scienza economica in un
mondo continuamente turbato da shock difficili da valutare e governare. D’altra
parte, come scriveva “Alfred Marshall” nell’introduzione ai suoi “Principi di
economia”:
“L’economia
politica o economia è uno studio del genere umano negli affari ordinari (…)”.
Non aspettiamoci niente di più.
Che
cos’è e come funziona
la
banca centrale europea.
Openpolis.it
– Redazione – (19 ottobre 2023) – ci dice:
La
banca centrale europea è una delle 7 istituzioni ufficiali dell’Unione europea
e riunisce le banche centrali dei paesi membri che hanno adottato la moneta
unica.
È responsabile della politica monetaria per
l’area dell’euro, ovvero di quei paesi membri dell’Unione europea che hanno
adottato la moneta unica.
Rappresenta il centro del sistema europeo
delle banche centrali (Sebc) e dell’eurosistema.
Il
“Sebc” è l’organo che riunisce tutte le banche centrali dei paesi membri, che
abbiano adottato o meno la moneta unica.
L’eurosistema
invece riunisce le banche centrali di quei paesi che hanno adottato l’euro (art. 282 Tfue).
Statuto
della Bce e del Sebc.
Il
principale obiettivo del Sebc è la stabilità dei prezzi ma ha anche un ruolo
nel sostegno alle politiche economiche dell’Unione (art. 127 Tfue).
Tra i suoi compiti rientrano:
definire
e attuare la politica monetaria dell’Unione;
svolgere
le operazioni sui cambi con valute diverse in linea con le disposizioni del
Tfue;
detenere
e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli stati membri;
promuovere
il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento.
Spetta
alla Bce assicurare che i compiti attribuiti al” Sebc siano portati a termine o
attraverso strumenti propri o delle banche centrali nazionali.
Inoltre
la Bce deve essere consultata in merito a qualsiasi proposta di atto che
rientra nelle sue competenze e può formulare pareri rivolti a organi dell’Ue o
degli stati membri.
Gli
organi decisionali della Bce sono il consiglio direttivo e il comitato
esecutivo.
Il consiglio direttivo comprende i componenti
del comitato esecutivo più i governatori delle banche centrali degli stati la
cui moneta è l’euro.
In
seguito all’allargamento dell’area euro tuttavia è stato adottato un sistema
per cui il diritto di voto dei governatori nazionali è disciplinato da una
rotazione mensile.
Tramite
questa rotazione i 5 governatori dei paesi con economie più grandi (Germania,
Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) si dividono 4 voti.
Gli
altri 15 paesi invece si dividono 11 voti.
È il
consiglio direttivo l’organo che ha il compito di formulare la politica
monetaria dell’Unione, stabilendo gli obiettivi monetari intermedi, i tassi di
interesse e l’offerta di riserve nel “Sebc”.
L’organo
deputato all’attuazione della politica monetaria comune è invece il comitato
esecutivo.
Questo comprende il presidente della Bce, il
vicepresidente e altri 4 membri.
Sono tutti nominati dal consiglio europeo, che
delibera a maggioranza qualificata. In questo processo il parlamento ha solo un
ruolo consultivo, che d’altronde è attribuito anche al consiglio direttivo.
Il
loro mandato dura 8 anni e non è rinnovabile.
Nel
caso di cessazione anticipata di un componente il sostituto viene nominato con
la stessa procedura.
Dati
La
banca centrale europea è stata istituita il primo giugno del 1998, in vista
dell’introduzione dell’euro.
Il
primo gennaio 1999 infatti la moneta unica è entrata in funzione in 11 paesi
Ue, anche se solo come moneta di conto virtuale.
La sua
introduzione come moneta circolante invece è iniziata nel 2002.
Nel
frattempo anche la Grecia (2001) si era unita ai paesi dell’area euro, mentre
negli anni successivi si sono aggiunti altri 7 paesi.
Nel 2023 infine si è aggiunta anche la Croazia,
diventando il 20° paese ad adottare la moneta unica.
L’allargamento
dell’area euro.
La
cronologia dell’adozione della moneta unica da parte degli stati membri
dell’Unione europea.
Elaborazione
“openpolis” su dati banca centrale europea.
(ultimo
aggiornamento: giovedì 12 Ottobre 2023).
Tutti
i paesi che aderiscono all’Unione sono tenuti ad adottare l’euro come moneta
nazionale. Tuttavia per accedervi devono rispettare una serie di parametri
previsti dal trattato di Maastricht.
Una
regola che attualmente vale per tutti gli stati membri dell’Ue ad eccezione
della Danimarca.
Questo
paese infatti, assieme al Regno Unito (che dopo la Brexit non fa più parte
dell’Ue), aveva negoziato una deroga (opt-out) che la esentava dall’obbligo di
introdurre l’euro.
Ciononostante
sono diversi i paesi che, pur essendo entrati nell’Ue da diversi anni, non
hanno ancora adottato l’euro.
Infatti
mentre la Croazia è entrata nella moneta unica quest’anno, pur essendo un paese
membro Ue solo dal 2013, lo stesso non hanno fatto Bulgaria e Romania che pure
sono paesi Ue dal 2007.
Ancora
più tempo è trascorso dal 2004 quando sono diventati paesi Ue Polonia,
Repubblica Ceca e Ungheria.
Ma il
caso in assoluto più eclatante è quello della Svezia che è parte dalla famiglia
europea da 28 anni (1995) ma ancora non ha adottato la moneta unica.
Il
processo di adesione all’Unione europea.
Una
delle caratteristiche che distinguono la banca centrale europea dalle altre
banche centrali riguarda la decisione, espressa nei trattati, di attribuirgli
come compito principale la stabilità dei prezzi vietando al contempo che questa
adotti politiche di svalutazione monetaria.
Creare
una moneta stabile infatti era considerato il presupposto necessario per
favorire il commercio tra gli stati membri e compiere il passaggio dal mercato
comune al mercato unico europeo.
Sempre
a questo scopo inoltre la sua struttura è stata definita per garantire massimi
livelli di indipendenza dal potere politico.
La
Banca centrale europea a dieci anni dal Trattato di Lisbona.
Un’altra
caratteristica distingue però la politica monetaria europea.
Ovvero
l’assenza, al suo fianco, di un soggetto politico europeo con cui coordinare le
politiche economiche e di spesa.
Una
carenza questa che, pur evidente fin dagli esordi, è emersa in tutta la sua
criticità quando l’Unione e i suoi stati membri si sono dovuti confrontare con
le crisi economiche iniziate nello scorso decennio.
Ed è
proprio in quella fase in effetti che la Bce ha iniziato a intervenire a
sostegno delle economie nazionali, anche tramite strumenti non previsti o,
secondo alcuni, addirittura vietati dai trattati.
Come
enunciato chiaramente dall’allora governatore della Bce Mario Draghi, la
legittimità di queste operazioni deve essere rintracciata nella necessità di
preservare la moneta unica.
Within
our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And
believe me, it will be enough.
(Il
governatore della Bce Mario Draghi 26/07/2012)
In
anni più recenti le dichiarazioni di Christine Lagarde, che è succeduta a
Draghi come governatrice della banca centrale europea, sono andate in senso
opposto, anche se poi non hanno avuto piena attuazione nelle politiche
dell’istituto di Francoforte.
We are
not here to close spreads. This is not the function or the mission of the ECB.
(La
governatrice della Bce Christine Lagarde 12/03/2020)
In
ogni caso oggi l’Unione si trova di fronte a sfide nuove, con un’economia
caratterizzata per la prima volta da alti tassi di inflazione.
Le decisioni che assumerà la Bce saranno
dunque fondamentali per lo sviluppo economico del continente, in un contesto in
cui l’Ue non ha fatto alcun progresso per quanto riguarda un’effettiva unione
politica ed economica.
La
piu’ grande rapina del mondo:
la Fed
ha regalato $16 trilioni
alle banche mondiali.
Wallstreetitalia.com – (11 settembre 2017) -
Redazione Wall Street Italia – ci dice:
La
piu’ grande rapina del mondo: la Fed ha regalato $16 trilioni alle banche
mondiali.
New
York – Ben oltre il Pil degli Stati Uniti. Più di $16 trilioni. Ecco quanto la
Federal Reserve avrebbe elargito in aiuti a grandi istituti finanziari e
società, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, secondo uno studio del
Government Accountability Office (GAO), l’agenzia di controllo contabile del
Congresso americano.
Esiste
il rapporto integrale Government Accountability Office (GAO).
L’anno
scorso il Pil statunitense si e’ attestato a 14.500 miliardi di dollari.
Della
somma “regalata” alle banche di tutto il mondo, 3,08 miliardi sono andati a
istituti in Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Belgio.
Inoltre,
degli accordi di scambio di asset (swap) sono statti stretti con societa’
finanziare britanniche, canadesi, brasiliane, giapponesi, sudcoreane,
messicane, norvegesi, svizzere e di Singapore.
Di
questi accordi, 12 sono ancora in corso, essendo stati prolungati fino ad
agosto del prossimo anno.
Dove
sono ora Citigroup e Bofa/Merrill lo devono alle migliaia di miliardi di
dollari versati dai contribuenti americani.
Di
tutti i gruppi è Citi quello che ha ricevuto in prestito la somma piu’ alta:
2.500
miliardi di dollari.
Al
secondo posto Morgan Stanley con $2.040 miliardi, seguita da Merill Lynch
($1.900 miliardi) e Bank of America ($1.300 miliardi).
In
alcuni casi i finanziamenti avvenivano in un contesto di chiaro conflitto di
interesse, dove i vari responsabili detenevano investimenti, preoccupandosi
dunque più degli interessi dei vari CEO di Wall Street, che di quelli delle
famiglie americane.
“I
risultati dello studio ci dicono che la Federal Reserve ha elargito più di
$16.000 miliardi in aiuti ai più grandi istituti finanziari e alle più grandi
società negli Stati Uniti e nel mondo”, ha detto “Bernie Sanders”, senatore
indipendente del Vermont.
“Questo è un chiaro caso di socialismo per i
ricchi e un amaro individualismo ‘siete in mano a voi stessi’ per tutti gli
altri”.
Tra le
scoperte più interessanti il fatto che la Fed unilateralmente ha fornito
trilioni di dollari in aiuti finanziari a banche straniere e società, dalla
Corea del Sud alla Scozia, secondo il report del GAO.
“Nessun istituto degli Stati Uniti
dovrebbe avere l’autorità di salvare una banca straniera o una società senza
l’approvazione del Congresso e del Presidente”, ha aggiunto “Sanders”.
Si
parla di conflitti di interesse.
Aiuti
mirati in punti specifici, per difendere i propri investimenti e quello di
persone vicine.
Ad
esempio, il CEO di JP Morgan Chase ha partecipato al board dei direttori della
Fed di New York quando la sua banca ricevette più di $390 miliardi in aiuti
finanziari.
Ancora,
William Dudley, ora presidente della Fed di New York, ha avuto l’autorizzazione
a mantenere i suoi investimenti in AIG e General Electric; anche queste hanno
ricevuto aiuti sotto la sua amministrazione.
Da
Enron a Ivan Boesky i più
grandi
scandali finanziari della storia.
Fastercapital.com
– (24 Feb. 2024) – Redazione – ci dice:
1.
Comprensione degli scandali finanziari.
Nel
mondo delle finanze, gli scandali sono diventati all'ordine del giorno.
La
storia è piena di esempi di società e individui che si sono impegnati in
attività fraudolente, manipolazione dei dati finanziari e trading di insider,
lasciando investitori e parti interessate in uno stato di shock e incredulità.
L'impatto
degli scandali finanziari è di vasta portata, con conseguenze che possono
durare per anni, che colpiscono aziende, economie e persino la fiducia del
pubblico nel sistema finanziario.
È
quindi essenziale comprendere le cause e gli effetti di questi scandali da
imparare dagli errori del passato e prevenire eventi simili in futuro.
Per
ottenere una migliore comprensione degli scandali finanziari, è fondamentale
guardarli da diverse prospettive.
Innanzitutto,
dobbiamo capire le motivazioni dietro questi scandali.
In
alcuni casi, è l'avidità che spinge le persone a impegnarsi in attività
fraudolente.
Per
altri, è il desiderio di potere o status.
In
alcuni casi, è una combinazione di entrambi.
In
secondo luogo, dobbiamo esaminare l'impatto di questi scandali sul sistema
finanziario.
Ad
esempio, il crollo di Enron nel 2001 ha lasciato migliaia di dipendenti senza
lavoro e fondi pensione.
La
frode commessa da Bernie Madoff ha influenzato molti investitori e ha portato
alla perdita di miliardi di dollari.
In
terzo luogo, dobbiamo esaminare le misure messe in atto per impedire che si
verifichino scandali simili in futuro.
Il
sarbanes-Oxley act, per esempio, è stato emanato in risposta allo scandalo
Enron.
Richiede
alle aziende di implementare misure di controllo interno per garantire
l'accuratezza dei rapporti finanziari.
Gli scandali
finanziari sono diventati parte del nostro panorama finanziario.
Comprendere
le loro cause, effetti e misure di prevenzione è essenziale per prevenire il
loro verificarsi in futuro.
Esaminando
gli scandali finanziari passati, possiamo imparare dagli errori del passato,
mettere in atto misure per prevenire eventi simili e ripristinare la fiducia
del pubblico nel sistema finanziario.
2. Lo
scandalo che ha scosso Wall Street
Il
mondo finanziario ha visto la sua giusta quota di scandali nel corso degli
anni, ma pochi sono stati scioccanti e di vasta portata come lo scandalo Enron.
È
stata una saga che ha coinvolto pratiche contabili ombrose, avidità aziendale e
una mancanza di supervisione che alla fine ha portato al crollo dell'azienda.
Lo
scandalo Enron è stato una delle frodi finanziarie più significative della
storia e ha avuto un profondo impatto sul modo in cui le persone vedono Wall
Street e il sistema finanziario degli Stati Uniti.
Dagli
investitori ai dipendenti, gli effetti dello scandalo sono stati avvertiti in
tutto il mondo.
Ecco
alcune intuizioni nello scandalo Enron:
1.
L'inizio della fine.
I
problemi di Enron sono iniziati quando ha iniziato a mascherare il suo debito
usando scappatoie contabili che gli hanno permesso di mantenere il debito dai
suoi bilanci.
Questa
pratica era conosciuta come contabilità di Mark-to-market. Enron essenzialmente
vendeva beni a se stessa a prezzi gonfiati, il che gli ha permesso di segnalare
profitti che non erano reali.
2.
Avidità in alto.
I
dirigenti di Enron erano alcuni dei più pagati nel paese e erano determinati a
mantenere i loro sontuosi stili di vita ad ogni costo.
Erano
disposti a fare tutto il necessario per mantenere alti i loro profitti e non
avevano paura di infrangere la legge per farlo.
3. La
ricaduta.
Lo
scandalo Enron ha avuto conseguenze di vasta portata per tutti i soggetti
coinvolti.
Migliaia
di dipendenti hanno perso il lavoro e i loro risparmi per la pensione e gli
investitori hanno perso miliardi di dollari.
Lo
scandalo ha anche portato alla caduta della società di contabilità di Enron,
Arthur Andersen.
4.
Lezioni apprese.
Lo
scandalo Enron è stato un campanello d'allarme per l'industria finanziaria e ha
portato a una serie di cambiamenti nei regolamenti e nella supervisione.
Il
Sarbanes-Oxley Act del 2002 è stato emanato in risposta allo scandalo e ha imposto
requisiti di contabilità e rendicontazione più severi alle società pubbliche.
Lo
scandalo di Enron era un capitolo oscuro della storia di Wall Street, ma
serviva anche da promemoria dell'importanza della trasparenza e della
responsabilità nel mondo finanziario.
La
ricaduta dallo scandalo è stata avvertita per anni, ma alla fine ha portato a
cambiamenti positivi che hanno contribuito a prevenire che si verifichino
scandali simili in futuro.
Lo
scandalo che ha scosso Wall Street - Da Enron a Ivan Boesky i più grandi scandali finanziari della storia.
3. La frode contabile da miliardi di dollari.
La
frode contabile di “WorldCom” è uno dei più grandi scandali finanziari della
storia.
La
società, che una volta era la seconda più grande società di telecomunicazioni a
lunga distanza negli Stati Uniti, si è coinvolta in un enorme scandalo
contabile nel 2002.
Il CEO
della società, “Bernard Ebbers”, è stato dichiarato colpevole di frode e
cospirazione per i titoli per commettere frodi in titoli e fu condannato a 25
anni di prigione.
La
frode di “WorldCom” ha portato alla perdita di miliardi di dollari per
investitori e dipendenti.
Lo
scandalo ha anche avuto un impatto significativo sul settore delle
telecomunicazioni nel suo insieme.
Ecco
alcune intuizioni chiave sulla frode contabile di WorldCom:
1. La
frode di WorldCom ha comportato la manipolazione dei bilanci dell'azienda per
far sembrare che la società stesse funzionando meglio di quanto non fosse in
realtà.
La
società ha gonfiato i suoi guadagni di oltre $ 11 miliardi, il che gli ha
permesso di soddisfare le aspettative di Wall Street e mantenere il prezzo
delle azioni.
2. La
frode è
stata effettuata da un gruppo di dirigenti senior presso WorldCom, incluso il
CFO dell'azienda, “Scott Sullivan”.
I
dirigenti hanno utilizzato una varietà di trucchi contabili per manipolare il
bilancio della società, tra cui capitalizzazione delle spese e gonfiare le
entrate.
3. La
frode di WorldCom è stata scoperta da un revisore dei conti interni che ha
scoperto irregolarità nelle pratiche contabili dell'azienda.
Il
revisore ha avvisato il consiglio di amministrazione della società, che ha
quindi avviato un'indagine.
4. Le
ricadute dallo scandalo WorldCom erano significative.
La
società ha presentato istanza di fallimento nel 2002 e migliaia di dipendenti
hanno perso il lavoro.
Gli
investitori che avevano riposto la loro fiducia nella società hanno perso
miliardi di dollari.
Lo
scandalo ha anche avuto un impatto significativo sul settore delle
telecomunicazioni, in quanto ha portato ad un aumento del controllo delle
pratiche contabili e al calo della fiducia degli investitori.
5. Lo
scandalo WorldCom ha portato al passaggio della legge Sarbanes-Oxley, progettata per migliorare il
governo societario e aumentare la trasparenza nei rapporti finanziari.
La
legge impone alle aziende di stabilire controlli interni e di certificare
l'accuratezza del proprio bilancio.
La
frode contabile di WorldCom è una storia avvertita dei pericoli dell'avidità
aziendale e dell'importanza della trasparenza e della responsabilità nel
rendiconto finanziario.
Lo
scandalo ha avuto un impatto di vasta portata e i suoi effetti sono ancora
fatti nel mondo degli affari oggi.
Serve
come promemoria che gli investitori e le parti interessate devono rimanere
vigili e richiedere trasparenza e responsabilità dalle società in cui investono.
4. Lo
schema Ponzi che ha ingannato il mondo.
Il
programma Ponzi di Bernie Madoff è uno dei più grandi scandali finanziari della
storia, avendo colpito migliaia di persone e causato miliardi di dollari in
perdite.
Madoff,
un ex presidente della Borsa del NASDAQ, è stato condannato a 150 anni di
carcere nel 2009 per aver gestito un piano che è durato per decenni.
Lo
schema era semplice ma efficace:
Madoff ha usato i soldi dei nuovi investitori
per pagare quelli vecchi, promettendo rendimenti elevati.
Nessuno
sospettava che Madoff stesse facendo una truffa, poiché era una figura
rispettata nel mondo finanziario.
Tuttavia,
lo schema alla fine è crollato nel 2008 ed è stato rivelato che Madoff aveva
gestito una grande frode.
1. Il
programma Madoff Ponzi era una delle più grandi frodi finanziarie della storia, che
colpisce migliaia di persone e causando miliardi di dollari in perdite.
Era un
classico schema Ponzi, in cui Madoff ha usato i soldi dei nuovi investitori per
pagare quelli vecchi.
Lo
schema è durato per decenni e nessuno sospettava che Madoff stesse facendo una
truffa.
2. Lo
schema di Madoff è stato in grado di correre per così tanto tempo a causa della sua
reputazione nel mondo finanziario.
Era
una cifra rispettata, avendo servito come presidente della Borsa NASDAQ e aveva
legami con molte persone di spicco.
Ciò
gli ha permesso di ottenere la fiducia dei suoi investitori, che credevano che
stessero investendo in un'azienda legittima.
3. Lo
schema Madoff ha avuto un profondo impatto sul settore finanziario, portando ad un
aumento delle normative e del controllo.
Ha
anche messo in evidenza la necessità per gli investitori di fare la dovuta
diligenza e non fidarsi ciecamente chiunque abbia i propri soldi.
Lo
schema ha anche mostrato l'importanza degli informatori, poiché la frode di
Madoff è stata infine esposta da un informatore.
4. Le
vittime del regime di Madoff erano varie, dai singoli investitori alle grandi
istituzioni.
Alcune
vittime hanno perso il loro intero risparmio di vita, mentre altre hanno perso
milioni di dollari.
Il
regime ha anche avuto un effetto a catena sull'economia, in quanto ha causato
una perdita di fiducia nel sistema finanziario.
5. Lo schema di Madoff Ponzi funge da
storia avvertita
per gli investitori, dimostrando l'importanza di essere vigili e fare una
ricerca adeguata prima di investire.
Sottolinea
inoltre la necessità di supervisione normativa per prevenire frodi e proteggere
gli investitori.
5. Il
crollo di un gigante finanziario.
Nel
mondo delle finanze, “Lehman Brothers” era un nome che era stato a lungo
associato al successo e al prestigio, ma tutto è cambiato nel settembre 2008
quando il colosso finanziario ha presentato fallimento.
Questo
evento è stato un punto di svolta nel settore finanziario e ha evidenziato
l'instabilità dell'economia globale.
Molte
persone hanno opinioni diverse per quanto riguarda la causa del crollo dei
fratelli Lehman, ma la maggior parte concorda sul fatto che si trattava di una
combinazione di fattori come la crisi dei mutui subprime, l'assunzione di
rischi eccessiva e il fallimento della supervisione normativa.
Il
crollo dei fratelli Lehman ha avuto conseguenze di vasta portata sull'economia
globale, causando un effetto a catena che ha portato a perdite di lavoro
diffuse, una diminuzione della crescita economica e una perdita di fiducia nel
settore finanziario.
Ecco
alcune intuizioni approfondite nel collasso di Lehman Brothers:
1. La
crisi dei mutui subprime: uno dei fattori principali che ha portato al crollo dei
fratelli Lehman è stata la crisi dei mutui subprime.
Lehman
Brothers ha investito pesantemente in titoli garantiti da ipoteca, che sono
stati creati raggruppando un gran numero di mutui subprime.
Quando
il mercato immobiliare si è schiantato e i proprietari di case hanno iniziato a
inadempienza sui loro mutui, il valore di questi titoli è crollato, facendo sì
che Lehman Brothers subisca forti perdite.
2.
Eccessiva assunzione di rischi: un altro fattore che ha contribuito alla caduta di Lehman
Brothers è stata l'eccessiva assunzione di rischi dell'azienda.
Negli
anni precedenti la crisi finanziaria, Lehman Brothers ha intrapreso
investimenti sempre più rischiosi, scommettendo pesantemente su complessi
strumenti finanziari come gli swap di default crediti.
Mentre
questi investimenti hanno generato profitti significativi a breve termine,
hanno anche esposto la società a perdite significative in caso di recessione
del mercato.
3.
Sospetta normativa: alcuni esperti sostengono che il crollo dei fratelli Lehman
avrebbe potuto essere prevenuto se ci fosse stata una migliore supervisione
normativa.
La “securities
and Exchange commission” (SEC) e altri enti di regolamentazione non sono
riusciti a monitorare adeguatamente i fratelli Lehman e altre istituzioni
finanziarie, consentendo loro di impegnarsi in comportamenti rischiosi senza
conseguenze.
Il
crollo di Lehman Brothers funge da racconto cautelativo sui pericoli
dell'eccessiva assunzione di rischi e la supervisione della regolamentazione
del settore finanziario.
Sottolinea
inoltre l'interconnessione dell'economia globale e la necessità di una maggiore
trasparenza e responsabilità nel settore finanziario.
(Il
crollo di un gigante finanziario - Da Enron a Ivan Boesky i piu grandi scandali finanziari della storia)
6. Il caso di saccheggio aziendale.
“Tyco International” era una volta una società molto
rispettata negli Stati Uniti, ma il caso di saccheggio aziendale che
coinvolgeva i migliori dirigenti dell'azienda offuscò gravemente la sua
reputazione.
Il
caso è stato uno dei più grandi scandali finanziari della storia e ha
comportato il saccheggio di miliardi di dollari dagli azionisti della società.
Lo
scandalo è stato esposto nel 2002 e ha scosso il mondo degli affari al suo
interno.
Ha
spinto i regolatori e i legislatori a dare un'occhiata più da vicino alle
pratiche di governance societaria, al risarcimento esecutivo e alle pratiche
contabili.
Lo
scandalo internazionale di Tyco ha coinvolto il CEO dell'azienda, il CFO e altri
dirigenti, che sono stati accusati di aver rubato milioni di dollari dalla
società attraverso schemi fraudolenti.
I
dirigenti sono stati accusati di frodi in titoli, cospirazione e altre accuse.
Il
caso è stato processato nel 2004 e i dirigenti sono stati giudicati colpevoli
delle accuse.
Furono
condannati a termini di prigione che vanno da otto a venticinque anni.
Ecco
alcuni dei dettagli chiave sullo scandalo di Tyco International:
1. I
dirigenti coinvolti nello scandalo hanno saccheggiato la società attraverso
schemi fraudolenti, tra cui bonus non autorizzati, stock options e altri
vantaggi.
2. Lo
scandalo ha portato alla perdita di miliardi di dollari per gli azionisti di
Tyco, che hanno visto precipitare il valore dei loro investimenti.
3. Lo
scandalo ha portato ad un aumento del controllo delle pratiche di governo
societario e del risarcimento esecutivo.
4. I
dirigenti coinvolti nello scandalo sono stati infine giudicati colpevoli dei
loro crimini e condannati alle condizioni di prigione.
5. Lo
scandalo funge da storia avvertita sull'importanza della leadership etica e
sulla necessità di forti pratiche di governo societario.
Lo
scandalo internazionale di Tyco è stato uno dei più grandi scandali finanziari della
storia e ha avuto un impatto significativo sul mondo degli affari.
Lo
scandalo ha esposto la necessità di una maggiore trasparenza, responsabilità e
leadership etica in America corporativa e ha spinto regolatori e legislatori a
dare un'occhiata più da vicino alle pratiche di governo societario.
Lo
scandalo serve da promemoria che i leader aziendali devono agire con integrità
e mettere al primo posto gli interessi degli azionisti.
Finanziamento
VC è importante ma è difficile da ottenere!
Lo
scandalo trading ivan Boesky insider è uno degli scandali finanziari più
famigerati della storia.
Boesky
è stato un
importante commerciante di Wall Street che ha fatto fortuna negli anni '80
attraverso l'insider
trading,
che è la pratica illegale di acquistare o vendere titoli basati su informazioni
che non sono disponibili al pubblico.
Le
attività di Boesky furono infine scoperte, portando alla sua caduta e
all'arresto di molti altri commercianti.
Lo
scandalo è stato così significativo che ha ispirato il film "Wall
Street",
che raffigura gli eccessi e la corruzione del mondo finanziario.
1.
Background e dettagli dello scandalo:
Ivan
Boesky era un commerciante che divenne famoso per la sua capacità di realizzare
grandi profitti nel mercato azionario.
Ha
raggiunto questo successo attraverso Insider Trading, che prevedeva l'utilizzo
di informazioni che non erano disponibili al pubblico per fare operazioni.
Boesky
è stato infine catturato dalla Securities and Exchange commission (SEC) e ha
accettato di collaborare con le autorità fornendo informazioni su altri
commercianti che si erano impegnati in attività simili.
2.
Impatto dello scandalo:
lo
scandalo Ivan Boesky ha avuto un profondo impatto sul mondo finanziario,
portando ad un maggiore controllo del commercio insider e di altre attività
illegali.
Lo
scandalo ha anche contribuito alla percezione del pubblico che Wall Street
fosse un luogo corrotto e non etico.
Inoltre,
ha portato a cambiamenti nelle leggi e nei regolamenti che disciplinano il
settore finanziario, incluso l'approvazione della legge sull'applicazione della
frode insider e i titoli del 1988.
3.
Lezioni apprese:
lo
scandalo Ivan Boesky fornisce una serie di importanti lezioni per investitori e
trader.
Innanzitutto,
evidenzia l'importanza di condurre ricerche e analisi approfondite prima di
prendere qualsiasi decisione di investimento.
In
secondo luogo, sottolinea la necessità di trasparenza e responsabilità nel
settore finanziario.
Infine,
funge da storia avvertita sui pericoli dell'avidità e sulle potenziali
conseguenze del comportamento non etico.
4.
Conclusione:
lo
scandalo Ivan Boesky è un promemoria del lato scuro di Wall Street e delle
potenziali conseguenze dell'avidità incontrollata e della corruzione.
Mentre
lo scandalo si è verificato oltre 30 anni fa, le sue lezioni continuano a
risuonare oggi.
Gli
investitori e gli operatori devono rimanere vigili e impegnati nel
comportamento etico al fine di mantenere l'integrità del sistema finanziario.
8. Il
conglomerato alimentare italiano che ha cucinato i libri.
Parmalat
era un nome che tutti conoscevano nell'industria alimentare italiana.
Era
l'orgoglio dell'economia del paese e uno dei più grandi produttori di latte e
latticini al mondo.
Tuttavia,
tutto ciò si è fermato improvviso nel 2003, quando Parmalat ha dichiarato il
fallimento dopo che è stato scoperto che avevano cucinato i libri per oltre un
decennio.
Questo
è stato uno dei più grandi scandali finanziari della storia e ha scosso
l'intero paese.
La
direzione di Parmalat aveva creato estratti conto bancari, conti bancari e
transazioni per nascondere le loro perdite e attirare più investitori.
Il
debito della società era di oltre $ 18 miliardi e il governo italiano doveva
intervenire per salvare la società.
La
frode di Parmalat è stata una sveglia per l'intero settore finanziario.
Ha
esposto la mancanza di trasparenza nella segnalazione dei rendiconti finanziari
e la debolezza del sistema di audit.
Ecco
alcune intuizioni da diversi punti di vista:
1.
Investitori:
il caso di frode di Parmalat era un incubo per gli investitori.
Molti
hanno perso i loro risparmi sulla vita e alcuni hanno persino perso il lavoro.
Questo
scandalo ha dimostrato che gli investitori non potevano più fare affidamento
sul bilancio per prendere decisioni di investimento.
Dovevano
essere più vigili e fare la dovuta diligenza prima di investire in qualsiasi
azienda.
2.
Regolatori:
il caso di frode di Parmalat ha esposto la necessità di regolamenti più forti
per impedire che tali incidenti avvengano in futuro.
Il
governo italiano ha dovuto rivedere le sue leggi sul governo societario per
garantire che le società fossero più trasparenti nelle loro segnalazioni
finanziarie.
L'Unione
Europea ha anche introdotto nuovi regolamenti per garantire che le aziende
fossero più responsabili delle loro azioni.
3.
Auditor:
il caso di frode di Parmalat ha evidenziato la debolezza del sistema di audit.
I
revisori della società, “Grant Thornton”, non sono riusciti a rilevare la frode
nonostante il controllo dei conti di Parmalat per oltre un decennio.
Ciò ha
sollevato domande sull'efficacia del processo di revisione e sul ruolo dei
revisori nel rilevare la frode.
Ecco
alcuni punti chiave da notare sul caso di frode di Parmalat:
1. La
frode è stata scoperta nel 2003, ma stava succedendo da oltre un decennio.
La
direzione di Parmalat aveva creato dichiarazioni e transazioni bancarie false
per nascondere le perdite dell'azienda.
2. Il
debito di Parmalat era di oltre $ 18 miliardi e la società ha dovuto dichiarare
fallimento.
Il
governo italiano ha dovuto intervenire per salvare la compagnia.
3. Il
caso di frode di Parmalat ha esposto la mancanza di trasparenza nella segnalazione dei
rendiconti finanziari e la debolezza del sistema di audit.
4. I
revisori dei revisori di Parmalat, Grant Thornton, non sono riusciti a rilevare
la frode nonostante il controllo dei conti della società per oltre un decennio.
5. Il
caso di frode di Parmalat è stato un campanello d'allarme per l'intero settore
finanziario.
Ha
dimostrato che gli investitori dovevano essere più vigili e fare la dovuta
diligenza prima di investire in qualsiasi azienda.
Ha
inoltre esposto la necessità di regolamenti più forti per impedire che tali
incidenti avvengano in futuro.
9.
Cosa possiamo imparare da questi scandali.
Come
abbiamo visto dai vari scandali finanziari discussi in questo articolo,
l'avidità e la mancanza di valori etici possono portare a conseguenze
devastanti non solo per le persone coinvolte ma anche per l'economia nel suo
insieme.
È
fondamentale imparare da questi scandali e adottare misure per impedire a
situazioni simili in futuro.
Uno
dei takeaway chiave di questi scandali è l'importanza della trasparenza.
Le
aziende e le persone devono essere ritenute responsabili delle loro azioni e ci
devono essere chiari regolamenti e supervisione per garantire che tutti stiano
giocando secondo le regole.
Ad
esempio, dopo lo scandalo Enron, la legge Sarbanes-Oxley è stata approvata per migliorare il
governo societario e i rapporti finanziari.
Questa
legge richiede alle aziende di essere più trasparenti nei loro rapporti
finanziari e di stabilire controlli interni per prevenire le frodi.
Un'altra
lezione che possiamo imparare è l'importanza della leadership etica.
I
leader che danno la priorità ai profitti rispetto all'etica possono creare una
cultura tossica che incoraggia i dipendenti a tagliare gli angoli e ad
impegnarsi in comportamenti non etici.
D'altra
parte, i leader che danno la priorità all'etica possono creare una cultura di
integrità che incoraggia i dipendenti a fare la cosa giusta.
Ad
esempio, Warren Buffett è noto per la sua leadership etica e ha costruito una
società di successo, il “Berkshire Hathaway”, sulla base dei suoi principi di
onestà, integrità e trasparenza.
Un
terzo rapporto è la necessità di proteggere e supportare gli informatori.
Gli informatori
svolgono un ruolo cruciale nell'esposizione di illeciti e di ritenere le
persone e le aziende responsabili.
Tuttavia,
gli informatori spesso affrontano ritorsioni e possono subire danni alla
carriera e attacchi personali.
È
importante che gli informatori siano protetti dalle ritorsioni e che abbiano il
supporto di cui hanno bisogno per farsi avanti con le loro informazioni.
Gli
scandali finanziari discussi in questo articolo evidenziano i pericoli
dell'avidità e del comportamento non etico nel mondo della finanza.
Imparando
da questi scandali e prendendo provvedimenti per impedire che si verifichino
situazioni simili in futuro, possiamo lavorare per un sistema finanziario più
trasparente, etico e sostenibile.
Il
“controllo finanziario”
del
Pianeta in poche mani.
Altreconomie.it - Alessandro Volpi — (6 Luglio 2023) –
ci dice:
I
primi 10 fondi del Pianeta decidono le sorti di 44mila miliardi di dollari e
due soli di questi, BlackRock e Vanguard, ne gestiscono quasi la metà.
Una concentrazione di potere, e di
determinazione della vita di tutti noi, mai conosciuta nella storia.
Che ha
risvolti crudi.
(L’analisi
di Alessandro Volpi).
Il
2022 ha segnato un anno record per i patrimoni gestiti dai grandi fondi
finanziari
I primi 10 fondi del Pianeta decidono le sorti
di 44mila miliardi di dollari e due soli di questi, BlackRock e Vanguard, ne
gestiscono quasi la metà.
In pratica due soli fondi gestiscono un valore
pari ad un quinto dell’intero Prodotto interno lordo (Pil) mondiale.
Ma non
finisce qui: gli stessi 10 fondi detengono ormai circa il 50% -secondo alcuni studi il
60%- delle prime 500 società mondiali.
Una
concentrazione di potere, e di determinazione della vita di tutti noi, mai
conosciuta nella storia.
Per fare un confronto, i due più grandi fondi
sovrani del mondo, “di proprietà” degli Stati, cioè il Fondo petrolifero norvegese e il
Fondo cinese, superano di poco i 2mila miliardi di dollari.
Alla
luce di ciò è difficile capire dove sia il “libero mercato” e che cosa pensi la
politica di tutto ciò.
O meglio, si capisce bene che lo
smantellamento degli “Stati sociali” rende la finanziarizzazione ancora più
forte.
Vanguard
e BlackRock gestiranno infatti i risparmi anche di chi non avrà più lo Stato
-sempre che riesca a risparmiare- e potrà offrire loro una platea di titoli
praticamente infinita, nell’illusione perenne del “portafoglio senza perdite”.
Andiamo
avanti.
Apple
ha superato i 3mila miliardi di dollari di capitalizzazione.
In pratica in un anno il titolo ha guadagnato
il 53%.
Ma di
chi sono questi titoli? E dunque chi ha guadagnato così tanto?
La risposta è semplice.
I due
già ricordati fondi finanziari del Pianeta, Vanguard e BlackRock, possiedono
azioni Apple rispettivamente per 255 e 200 miliardi di dollari.
L’impennata
del titolo li ha fatti lievitare.
Ma perché Apple è cresciuta così tanto?
Perché
i cosiddetti mercati si aspettano grandi benefici per la società di Cupertino
dall’applicazione dell’intelligenza artificiale.
Ma di
chi è Nvidia, la società high tech che è cresciuta di più nel 2023 superando i
mille miliardi di dollari di capitalizzazione?
Ma che domanda.
Vanguard
e BlackRock hanno 87 e 77 miliardi di dollari del capitale di Nvidia.
La
tecnologia crea aspettative, ben veicolate, che diventano, prima di tutto,
ricchezza finanziaria gestita in maniera fortemente concentrata e destinata ad
alimentare un gigantesco supermarket dove condurre anche i piccoli
risparmiatori: il tutto con una forza quasi magica.
È il
caso dei bitcoin, che erano in affanno e al centro di indagini a opera delle autorità di
vigilanza della “Securities and exchange commission” (Sec).
È
bastato che BlackRock del potentissimo Larry Fink facesse richiesta di dar vita
a un “Exchange-traded fund”, a un titolo che avesse come indice l’andamento dei
bitcoin, per farne risalire i prezzi, a dimostrazione ancora una volta di chi
comanda realmente.
Ma la
questione del “controllo finanziario” del Pianeta ha anche altri risvolti
ancora più crudi.
A Londra si è svolta la Conferenza per la
ricostruzione in Ucraina.
Una
prima considerazione, molto epidermica, è suggerita proprio dalla sede della
Conferenza.
Perché i membri dell’Unione europea hanno
accettato che si svolgesse a Londra e non in una capitale dell’Ue?
Ma non
è questo il dato critico.
Alla
Conferenza è intervenuta la presidente della Commissione europea, Ursula Von
der Leyen, che ha sostenuto, tra le altre, due cose:
la
prima che servono altri 50 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina portando il
contributo totale da parte dell’Unione a 100 miliardi, la seconda che la
ricostruzione potrebbe richiedere 400-500 miliardi di euro.
C’è
però una terza considerazione ancora più rilevante:
queste cifre saranno solo per un terzo
“donazioni”, mentre per i restanti due terzi saranno prestiti, pubblici e
privati.
Risulta
evidente allora che si stia puntando sulla vittoria dell’Ucraina e su
un’importante ripresa post-bellica in cui il Paese sarà in grado di restituire
prestiti così ingenti.
Ma
come farà a restituire tali prestiti?
Forse aprendosi senza alcun limite ai capitali
internazionali, magari dei grandi fondi che, guarda caso, sono presenti e sono
molto sensibili all’”Ukraine business compact”, cioè il “cartello” di
finanziatori che, data la mole dei prestiti, di fatto governerà il Paese
quantomeno in termini economici.
È più chiaro allora perché sia stata scelta
Londra come sede:
una
grande capitale finanziaria dove i fondi americani in primis si “faranno
carico” dei prestiti per la ricostruzione e, soprattutto, della gestione
dell’Ucraina.
Aspettiamoci a breve gli “Ukraine bond” emessi
dalle principali banche e dai principali fondi e veicolati verso il “nuovo
mondo” dei risparmiatori.
(Alessandro
Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze
politiche dell’Università di Pisa.)
Nel
2023 negli Stati Uniti
boom
di irregolarità
finanziarie
e di multe.
Valori.it
– Rita Cantalino – (11-12-2023) – Redazione – ci dice:
Nel
solo 2023 l'azione della Sec ha portato alla scoperta di 784 irregolarità
finanziarie e a multe per 5 miliardi di dollari
Il
report della più grande autorità di vigilanza sui mercati finanziari ci
consegna uno scenario di radicata e diffusa irregolarità, con un aumento dei
casi rispetto al 2022 e la necessità costante di attuare azioni, definite dal
presidente “Gary Gensler” da «poliziotto di quartiere».
Nel
2023 boom di irregolarità finanziarie: i numeri della SEC
784
azioni esecutive, il 3% in più rispetto allo scorso anno.
501 di queste sono originali o “autonome”:
anche in questo caso registriamo un aumento rispetto al 2022, stavolta dell’8%.
Sono 162 i procedimenti amministrativi volti a
interdire persone da cariche e ruoli perché condannate o oggetto di altre
ingiunzioni.
L’anno
fiscale 2023 ha visto un incremento dell’azione della Commissione, che è
arrivata a multare per quasi 5 miliardi di dollari.
La
cifra batte il record già sancito lo scorso anno, raggiungendo gli importi più
alti mai registrati.
Chiuse le porte del mondo della finanza a 133
funzionari o direttori di pubbliche società; gli investitori danneggiati da
pratiche scorrette hanno ricevuto risarcimenti per 930 milioni di dollari.
Anche
in questo caso, è il secondo anno di seguito in cui si superano i 900 milioni.
Il
2023 è stato anche l’anno che ha sancito il successo del programma “Whistleblower,”
con 18 mila segnalazioni, premiate con una cifra totale di quasi 600 milioni di
dollari.
Di
questi, 279 milioni sono andati a un solo informatore.
In questo caso l’aumento è vertiginoso,
sfiorando il 50% rispetto al 2022, anno in cui le segnalazioni per irregolarità
finanziarie erano state 12.300.
40
mila le segnalazioni totali, il 13% in più.
Il
caso Adani Port- esg greenwashing.
FINANZA.
Si può
essere sostenibili trasportando carbone? Sì, secondo le agenzie di rating
Chi
sono gli attori colpiti dalle sanzioni della SEC?
Le
sanzioni riguardano irregolarità finanziarie nel settore dei valori mobiliari:
frodi o pericoli per gli investitori, soprattutto nell’ambito dei titoli di
criptovalute e cybersicurezza.
La
Commissione ha riscontrato violazioni da parte di diversi operatori, con una
composizione eterogenea.
Sotto
accusa società pubbliche e di investimento, società di monitoraggio e
influencer dei social media.
Sanzionati
anche i comportamenti che ostacolano le azioni di sorveglianza: protezione
degli informatori, far rispettare i requisiti di registrazione e protezione
degli investitori.
Due
terzi delle irregolarità finanziarie riguardano singoli, in 133 casi hanno
ricevuto l’interdizione dai ruoli di funzionari e direttori di società
pubbliche.
Tra
questi ultimi:
l’ex amministratore delegato di McDonald’s,
allontanato per 5 anni a seguito delle accuse di frode che hanno portato al suo
licenziamento;
un ex
dirigente di Wells Fargo, reo di aver ingannato gli investitori sulle
performance della società;
l’ex
controllore della società di telecomunicazioni “Pareteum Corp”, che non potrà
esercitare la professione di commercialista di fronte alla SEC per il suo
coinvolgimento in uno schema fraudolento di riconoscimento delle entrate della
società.
Le
irregolarità finanziarie più riscontrate.
Una
vasta gamma di irregolarità finanziarie è collegata a violazioni della legge
sui titoli.
Venticinque società di consulenza, broker-dealer e/o
agenzie di rating si sono viste recapitare multe per più di 400 milioni di
dollari per violazione dei requisiti federali di registrazione dei valori
mobiliari.
La ABB Ltd, una società tecnologica, ha accettato di pagare una sanzione
civile di 75 milioni di dollari per presunta corruzione.
178,6 i milioni chiesti a “Danske Bank” per
aver ingannato i suoi investitori nel programma antiriciclaggio, mentre la
società mineraria Vale S.A., tra i più grandi produttori di ferro del mondo, è
stata condannata per 55,9 milioni per aver fornito informazioni false sulla
sicurezza delle sue dighe, prima che una di queste, crollando, uccidesse 270
persone.
A
Goldman Sachs & Co. LLC l’accusa di non aver fornito alla SEC informazioni
complete sulle negoziazioni dei titoli:
22.000
le autocertificazioni carenti presentate da Goldman, nelle quali mancavano dati
essenziali per almeno 163 milioni di transazioni.
Molte
anche le denunce per violazione della “Marketing Rule”: nove consulenti sono stati ritenuti
responsabili di aver pubblicizzato il falso.
Undici
gli insider delle società che invece non hanno depositato, o non hanno
consegnato in tempo, i rapporti sulle partecipazioni azionarie che, obbligatoriamente,
vanno forniti alla Commissione.
In dieci casi, invece, le società denunciate
avevano ottenuto esenzioni specifiche dalla SEC grazie a una serie di requisiti
ma, una volta raggiunte tali esenzioni, avevano modificato le proprie offerte e
non rispondevano più alle condizioni necessarie per beneficiarne.
Credit
Suisse, 100 miliardi di euro
nei
conti di trafficanti e dittatori.
Lasestina.unimi.it
- Davide Mino Leo – (Feb. 21, 2022) – ci dice:
Un
consorzio internazionale di giornalisti rivela i conti segreti di trentamila
clienti "speciali" della banca.
Tra
loro anche 700 italiani e il Vaticano.
La replica: «Interpretazioni tendenziose»
Un’investigazione condotta da 163 giornalisti
di 39 Paesi, coordinati dal quotidiano tedesco” Süddeutsche zeitung”, ha
svelato l’identità dei titolari di migliaia di conti della banca svizzera
Credit Suisse, tra cui criminali internazionali, ex dittatori, spie e
narcotrafficanti da tutto il mondo.
“Suisse
secrets” – così è stata denominata l’inchiesta – ha portato alla luce i segreti
meno confessabili di uno degli istituti finanziari più grandi al mondo,
rivelando un giro d’affari di oltre 100 miliardi di euro.
Tra i
30mila clienti sospetti anche 700 italiani, quasi tutti domiciliati all’estero.
Clienti
“speciali” – Stando a quanto emerso dall’inchiesta, che in Italia ha come
partner “La Stampa” e “IrpiMedia”, la banca svizzera avrebbe continuato negli
anni a offrire servizi e tutela a questi clienti nonostante le normative
internazionali sulla tracciabilità dei fondi e la provenienza sospetta degli
stessi.
Il muro di riservatezza della banca svizzera è
crollato grazie a una mail anonima arrivata alla redazione del quotidiano
tedesco, che ha scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora rendendo
pubblici i nomi dei clienti “speciali” di” Credit Suisse”.
Tra
loro “Pavlo Lazarenko”, ex presidente ucraino condannato per riciclaggio negli
Stati Uniti, il figlio dell’ex dittatore egiziano Hosni Mubarak, che aveva più
di 200 milioni di franchi svizzeri, e Khaled Nazzar, capo della giunta militare
algerina durante la guerra civile degli anni ’90 e arrestato con l’accusa di
crimini di guerra.
Ma anche criminali fatti e finiti come “Evelin Banev”,
ex wrestler a capo di un gruppo di narcotrafficanti affiliato alla ‘ndragheta e
“Bo Stevefen Sederholm”
,
cittadino svedese condannato all’ergastolo per traffico di esseri umani. Una
coltre di omertà e riservatezza proteggeva il denaro di questi correntisti fin
dagli anni ’40.
«Interpretazioni
tendenziose» –
Secondo
l’inchiesta, Credit Suisse offriva ai suoi clienti la possibilità di depositare
i fondi su una “serie di trust bancari” sconosciuti ai normali dipendenti e
gestiti personalmente dagli alti dirigenti dell’istituto.
La
banca si è difesa dalle accuse pubblicando un comunicato nel quale «respinge
fermamente le accuse e le insinuazioni riguardanti le presunte pratiche
commerciali della banca.
I fatti riferiti sono principalmente remoti e
ciò che viene riportato è basato su informazioni parziali, inaccurate o
selettive che, estrapolate dal loro contesto, danno adito a interpretazioni
tendenziose riguardo la condotta della banca. Continueremo le nostre
investigazioni con una task force interna che include anche specialisti esterni
esperti in materia».
Secondo
il “Guardian” però «più di due terzi dei conti sono stati aperti dal 2000»,
molti di questi erano ancora attivi nell’ultimo decennio e in parte lo sono
tuttora.
Un
anno complicato –
Non è
la prima volta che Credit Suisse è al centro di scandali finanziari:
nel 2014 la banca è stata condannata a restituire 2,6
miliardi di dollari al fisco statunitense per una truffa relativa a false
dichiarazioni dei redditi dei suoi clienti, mentre lo scorso autunno ha
accettato di pagare 475 milioni di dollari alle autorità britanniche in seguito
a un’indagine su un giro di tangenti legata a investimenti statali in
Mozambico.
Per l’istituto elvetico il 2022 si apre quindi in
continuità con il 2021, che si era chiuso con perdite superiori a 1,5 miliardi
e le dimissioni dell’amministratore delegato” Antonio Horta-Osorio”, colpevole
di aver violato la quarantena Covid per andare a vedere la finale di Wimbledon.
Gli
italiani coinvolti – Sono 700 i nomi italiani usciti da Suisse Secrets:
non ci
sono personaggi particolarmente famosi, la loro particolarità è che sono quasi
tutti residenti o domiciliati all’estero.
Un
terzo di questi abita in Venezuela (patria di molti correntisti svizzeri legati
al Governo Chavez), il più facoltoso dei quali è “Mario Merello”, imprenditore
noto negli ambienti dello” showbusiness” per essere sposato con la cantante
“Marcella Bella”.
Merello,
accusato di aver frodato al fisco 450 milioni di euro, era titolare di 13 conti
nella banca svizzera per un patrimonio totale di 24 milioni.
C’è anche la Segreteria di Stato vaticana tra i
clienti “speciali” di Credit Suisse: secondo le indagini il conto del Vaticano,
aperto nel lontano 1930, avrebbe fornito i 290 milioni di sterline con cui è
stato acquistato il palazzo londinese al centro dello scandalo finanziario che
ha convolto la Santa Sede e il cardinale Angelo Becciu.
Riflessioni
amare sul disastro
umanitario
e politico di Haiti.
Transform-italia – (20/03/2024) - Alessandro Scassellati – ci dice:
Da
mesi i media avvertono che gang armate stanno per prendere il controllo di
Haiti, il paese più povero delle Americhe dove più della metà della popolazione
vive al di sotto della soglia di povertà.
Il
paese resta nel caos dopo che il primo ministro non eletto “Ariel Henry” si è
dimesso, poiché la violenza e la carestia minacciano la popolazione.
Vige
lo stato di emergenza, gli aeroporti internazionali sono chiusi, le scuole sono
chiuse, gli ospedali sono stati saccheggiati o sono stati chiusi e comunque
mancano di personale, medicine e sangue per le trasfusioni.
Interi
quartieri sono stati trasformati in campi di battaglia e la popolazione è in
fuga dalle proprie case (almeno 400mila gli sfollati, la maggioranza dei quali
sono bambini).
Gli
osservatori e analisti ritengono che una sorta di intervento internazionale sia
ora assolutamente necessario, ma anche che gli haitiani possano arrivare a un
accordo politico per un governo provvisorio e una tabella di marcia che possa
ripristinare la sicurezza e procedere verso elezioni democratiche reali.
Senza un partner politico haitiano affidabile
che abbia un consenso popolare, qualsiasi intervento internazionale è destinato
ad un clamoroso fallimento.
Le narrazioni che gli Stati Uniti e altre
potenze usano per giustificare l’intervento militare internazionale ignorano un
fatto cruciale:
ad
Haiti raramente, se non mai, è stato permesso di gestire direttamente i propri
affari.
Antefatto:
genocidio, schiavismo e piantagioni di zucchero.
Nel
1492 Cristoforo Colombo, convinto di aver raggiunto delle isole al largo della
costa orientale dell’Asia, “scoprì” l’America ed entrò in contatto con i popoli
“Arawak “in un’isola delle Bahamas, poi a Cuba e Hispaniola (Haiti/Santo
Domingo) ed era interessato all’oro e ad avere degli schiavi da riportare in
Spagna.
L’incontro produsse un primo genocidio.
Nel giro di due anni, la metà dei 250 mila
Arawak di Haiti erano morti e nel 1650 nessuno dei loro discendenti era ancora
vivo.
Anche
gli abitanti di Cuba vennero sterminati nel giro di pochi anni.
Nel
corso dei tre secoli successivi, i colonizzatori europei dell’isola di
Hispaniola (spagnoli e poi dagli inizi del 1600 anche francesi) si
appropriarono delle terre e importarono centinaia di migliaia di schiavi
dall’Africa occidentale e centrale per coltivare e raccogliere zucchero, caffè
e legname:
tutte esportazioni a lungo molto redditizie.
Così,
oltre che nel sud di quelli che sono poi diventati gli Stati Uniti, gli schiavi
africani e i loro discendenti sono diventati la popolazione maggioritaria lungo
la costa atlantica del Nordest del Brasile (il cuore coloniale del paese),
nelle isole e nei litorali dei Caraibi, e lungo le coste di Colombia,
Venezuela, Guyane, Belize, Ecuador e Perù.
In questi territori sono presenti anche i
discendenti di schiavi africani affrancati, naufragati o fuggiti e di indigeni
indios che incrociandosi hanno dato origine agli “zambos”, articolati in
diversi piccoli gruppi etnici generalmente marginalizzati e discriminati come i
“Garifuna” (in Belize, Honduras e Guatemala), i “Cafuzo” (in Brasile, che hanno
creato le comunità quilombos) e i “Lobo” (in Messico, circa più di 2,5
milioni).
Attraverso
lo sviluppo dell’agricoltura delle piantagioni per la produzione di colture
commerciali, i legami profondi e spesso brutali di sfruttamento ed estrazione
dell’Europa con l’Africa, i Caraibi e le Americhe hanno guidato la nascita di
una prima economia capitalista veramente globale.
Lo
zucchero (e i prodotti connessi: rum, melassa, sciroppo, marzapane) coltivato
dagli schiavi africani nelle colonie americane e caraibiche, come Hispaniola, e
trasformato ad Anversa, Amsterdam, Bristol, Liverpool, Nantes, Bordeaux, Londra
e altre città europee e nordamericane, ha accelerato l’unione dei processi che
chiamiamo «prima
rivoluzione industriale», ossia del capitalismo propriamente considerato.
Ha
rivoluzionato le diete delle popolazioni europee, trasformando lo zucchero da
una merce straniera rara di lusso (usata come medicina, spezia per il
condimento e sostanza decorativa) in un ingrediente essenziale della dieta
energetica moderna dell’intera popolazione, rendendo così possibile una
produttività della classe lavoratrice proletaria molto più elevata.
E così facendo, lo zucchero prodotto dagli
schiavi di origine africana nelle piantagioni tropicali coloniali ha
contribuito a rivoluzionare la società europea e addirittura, insieme al tè, a definire il «carattere nazionale»
di un popolo come quello inglese.
La
schiavitù era attiva nelle colonie francesi dall’inizio del XVI secolo e non
venne abolita dal governo francese fino alla Convenzione rivoluzionaria del
1794.
La Compagnia francese delle Indie occidentali
sviluppò piantagioni di zucchero e tabacco nelle colonie francesi e ottenne il
monopolio della tratta degli schiavi dal Senegal, che dal 1658 apparteneva alla
Compagnia di Capo Verde e del Senegal.
La tratta degli schiavi continuò dal 1658 al
1709, operata dalla “Compagnie du Sénégal”, che commerciava schiavi con i regni
“Hausa”, il “Mali” e i “Mori” in Mauritania.
Nel
1778, i francesi trafficavano ogni anno circa 13 mila africani come schiavi
verso le Indie occidentali francesi.
Tra il
24 e il 26 maggio 2022 il «New York Times» ha pubblicato una serie
meticolosamente documentata intitolata «Il riscatto», che descrive l’impatto
devastante su Haiti della cosiddetta «tassa sull’indipendenza» imposta dalla
Francia sotto la minaccia di un intervento militare nel 1825 alla prima
repubblica nera del mondo.
Haiti
era diventata indipendente dalla Francia il 1 gennaio 1804 dopo anni di rivolte
(costate oltre 100 mila morti) iniziate il 23 agosto 1791 (giorno che l’Unesco
ha scelto per la Giornata Mondiale della Memoria della tratta degli schiavi e
della sua abolizione), sotto la guida di “Toussaint L’Ouverture” e “Jean-Jacques
Dessalines”, entrambi precedentemente ridotti in schiavitù.
Haiti
divenne un faro di abolizione della schiavitù, auto-indipendenza,
determinazione e uguaglianza razziale.
Come
riporta il «Times», nonostante la schiavitù fosse stata abolita nel 1794 dal
governo rivoluzionario francese (per poi essere reintrodotta da Napoleone nelle
piantagioni d’oltremare tra il 1802 e il 1815), i discendenti di persone
ridotte in schiavitù di Haiti furono costretti a pagare un risarcimento ai
discendenti dei proprietari di schiavi.
Nel
1825, il re Carlo X di Francia inviò una flotta di 14 navi da guerra comandata
dal “barone di Machau”, armata con 500 cannoni, e con un ultimatum per i
governanti della rivoluzionaria Repubblica:
dateci 150 milioni di franchi o apriamo il
fuoco.
La
Francia costringeva gli schiavi e i loro discendenti a pagare i loro ex padroni
per essersi liberati dalla schiavitù.
I
soldi (ridotti a 90 milioni di franchi) vennero dati in prestito da banche
francesi con alti tassi di interesse.
Nel corso dei successivi 122 anni (fino al 1947),
circa l’80% delle entrate di Haiti fu destinato a ripagare questo debito.
Con il primo pagamento alla Francia, Haiti
dovette chiudere il suo nascente sistema scolastico pubblico.
Con il moltiplicarsi dei miliardi di dollari
pagati alla Francia (il Crédit Industriel et Commercial) e poi dal 1915 a
banche statunitensi come la National City Bank (attuale Citigroup), l’economia
di Haiti si è disintegrata.
La
rassegna del «Times» è arrivata quasi 20 anni dopo che l’amministrazione
dell’allora presidente “Jean-Bertrand Aristide” chiese formalmente alla Francia
21,7 miliardi di dollari come restituzione dei fondi estorti ad Haiti.
Aristide
era un prete salesiano di sinistra che insegnava la “teologia della
liberazione” e che con il sostegno di massa tra la classe lavoratrice e i
poveri di Haiti, suscitò grandi speranze di cambiamento.
Per
due volte, nel 1990 e nel 2001, ondate di sostegno pubblico portarono Aristide
alla presidenza.
E due
volte, nel 1991 e nel 2004, fu estromesso da sanguinosi colpi di stato.
L’iniziativa di Aristide fu un fattore chiave
per la cooperazione e il sostegno della Francia al colpo di Stato orchestrato
dagli Stati Uniti che rovesciò il suo governo democraticamente eletto.
I media mainstream dell’epoca, tra cui il «New York
Times» e il «Washington Post», trattarono la richiesta come «donchisciottesca»
e una trovata pubblicitaria, mentre i loro reporter scrivevano un articolo dopo
l’altro demonizzando l’amministrazione democraticamente eletta di Aristide,
contribuendo così a creare le giustificazioni ideologiche per il colpo di Stato.
Un
drammatico presente: crisi politica e bande armate.
Il 4
marzo scorso, la maggior parte dei detenuti nelle due principali carceri di
Haiti – più di quattromila uomini – sono stati liberati in attacchi guidati da
un capobanda haitiano,” Jimmy Chérizier “(47 anni), noto come” Barbecue”
(apparentemente, per aver bruciato delle persone vive), un ex agente di
polizia, che guida la federazione delle bande G9 Rivoluzione, Famiglia e
Alleati (la principale coalizione rivale è la G-Pep, associata ai partiti di
opposizione e guidata da Gabriel Jean-Pierre, noto anche come “Ti Gabriel”, con
un forte radicamento nel quartiere povero di “Cite Soleil” di Port-au-Prince).
Si auto dipinge come un rivoluzionario che
lotta contro l’oscura corruzione del governo e degli oligarchi d’affari,
citando Ernesto “Che” Guevara, Fidel Castro, Thomas Sankara e Malcolm X7.
I
combattenti di “Barbecue”, insieme ad altri di bande alleate, armati di armi
automatiche (contrabbandate dagli Stati Uniti), dal 29 febbraio hanno attaccato
anche i due aeroporti di “Port-au-Prince” e hanno sparato contro aerei, polizia
e guardie di sicurezza.
Hanno
anche preso il controllo del più grande terminal di carburante (a Varreux) di
Haiti, che fornisce il 70% dei consumi del paese.
In una serie di conferenze stampa
improvvisate, “Barbecue” aveva giurato che avrebbe portato il paese alla guerra
civile se il primo ministro, “Ariel Henry”, non si fosse dimesso.
“Ariel
Henry”, un neurochirurgo e politico di centrodestra di 74 anni, però, non era
nel paese.
Era
volato a Nairobi pochi giorni prima per stringere la mano al presidente
keniano, “William Ruto”, per un accordo sostenuto dagli Stati Uniti per inviare
un migliaio di poliziotti keniani ad Haiti, come parte di una missione
multinazionale approvata dalle Nazioni Unite, che Henry aveva inizialmente
richiesto nell’ottobre 2022, per contribuire a ripristinare l’ordine.
Il
Kenya si era candidato per la missione nel luglio del 2023.
Nonostante
la stretta di mano, la missione è rimasta bloccata o sospesa. Evidentemente ora
gli Stati Uniti (insieme a Canada e Francia) non vogliono essere percepiti come
una potenza neocoloniale che interviene unilateralmente, come hanno fatto tante
amministrazioni precedenti. Ma, chiaramente, la politica del non intervento finora non ha
funzionato.
Il
dibattito su intervento o non intervento internazionale.
“Dan
Foote”, un diplomatico di carriera, era stato nominato inviato speciale del
presidente “Biden” ad Haiti dopo l’assassinio del presidente “Moïse” nel luglio
2021, ma si è dimesso due mesi dopo per la sua opposizione al sostegno
dell’amministrazione “Biden” a Henry e per ciò che ha definito “disumano” e
“controproducente” nella politica di immigrazione degli Stati Uniti nei
confronti degli haitiani che, se si scopriva che erano entrati illegalmente nel
paese, venivano incarcerati e rimpatriati ad Haiti, nonostante i pericoli che
correvano lì.
Solo
alla fine del 2022, l’amministrazione “Biden” ha allentato le sue politiche di
immigrazione per offrire nuove tutele agli haitiani che attualmente risiedono
negli Stati Uniti.
La polizia di frontiera statunitense afferma
di aver intercettato 76.100 haitiani nel 2023.
Foote
ritiene che:
“La
costante ingerenza della comunità internazionale negli ultimi 220 anni ha reso
Haiti uno stato fallito perché le persone non hanno voce in capitolo nella loro
vita, non hanno voce in capitolo nel loro futuro, perché gli internazionali
l’hanno reso uno Stato fantoccio”.
Secondo
Foote:
“Dobbiamo
dare agli haitiani tempo e spazio per risolvere il problema. Lasciamo che gli
haitiani abbiano la possibilità di gestire i propri affari ad Haiti da soli per
una volta.
La
comunità internazionale ha incasinato tutto in modo irriconoscibile
innumerevoli volte.
Vi
garantisco che gli haitiani fanno meno casini degli americani”.
Per “Foote”,
qualsiasi tentativo di imporre un nuovo governo ad Haiti dall’esterno verrà
respinto in modo violento.
Il
presupposto di fondo che è stato utilizzato più volte nella storia di Haiti è
che gli haitiani non possono (ossia, non sono in grado di) gestire i propri
affari.
Il
governo è corrotto o inefficace o entrambe le cose.
Gli
haitiani sarebbero intrappolati in una “rete di influenze culturali resistenti
al progresso”, come “David Brooks” aveva affermato sul New York Times subito
dopo il gigantesco terremoto del paese del 2010.
Lasciata
sola, Haiti precipiterebbe nel caos e nella crisi umanitaria: malattie,
violenza, morte.
È
allora che i cosiddetti amici internazionali di Haiti – principalmente gli
Stati Uniti, insieme a Canada e Francia – sono costretti a venire in soccorso
con le loro armi e le loro forze militari d’élite.
Questa
è la direzione in cui si sta andando oggi.
La
comunità internazionale ha deliberato lo spiegamento di una “forza
multinazionale di azione rapida” ad Haiti, seguita nel medio termine da
un’altra missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite.
Gli Stati Uniti hanno già inviato personale,
veicoli blindati e “attrezzature” non rivelate per aiutare la polizia di Haiti
a combattere un conglomerato di bande che hanno preso il controllo del paese.
La storia di Haiti insegna che molti civili
innocenti rimarranno coinvolti nel fuoco incrociato.
La
visione della popolazione haitiana è generalmente diversa: l’intervento
straniero provoca disastri.
Questa
idea può essere controintuitiva e profondamente scomoda per gli statunitensi,
ma ha il grande pregio di essere basata sui fatti.
Haiti,
dopo tutto, è nata nel 1804 dalla determinazione delle persone schiavizzate a
liberarsi dal giogo genocida della sottomissione francese.
Da
allora ha subito numerose invasioni e intrusioni, inclusa un’occupazione da
parte degli Stati Uniti dal 1915 al 1934. L’occupazione statunitense è stata
giustificata come se fosse stata finalizzata al bene stesso di Haiti.
Le sue eredità hanno incluso l’arricchimento delle
élite americane e la creazione delle basi per l’ascesa della dittatura di “Duvalier”.
In
generale, l’intervento esterno svuota lo Stato, riduce le possibilità di
democrazia di Haiti e legalizza l’impunità ufficiale – tutto ciò getta le basi
per ulteriori disastri.
E gli
effetti del disastro si aggravano nel corso dei decenni.
“Haiti
è nera e non abbiamo ancora perdonato ad Haiti il fatto di essere nera”, dichiarò l’attivista afroamericano “Frederick
Douglass” più di un secolo fa.
Purtroppo,
questo sembra essere più vero che mai.
Le
dimensioni della crisi.
Non
c’è dubbio che Haiti stia attraversando una crisi terribile. Il conglomerato di
bande armate ha bloccato quasi tutto il paese. Lunedì 11 marzo, dopo un dramma durato una
settimana – durante il quale Henry è scomparso brevemente, prima di riapparire
a Puerto Rico (non era riuscito a rientrare ad Haiti perché le gang avevano
chiuso porti e aeroporti internazionali), dove rimane – Henry ha annunciato che si sarebbe
dimesso dalla carica di primo ministro, dopo che fosse stato istituito un
consiglio presidenziale transitorio (attualmente, Haiti non ha un presidente né
un Parlamento, e non celebra elezioni presidenziali dal 2016).
“
Barbecue” aveva precedentemente minacciato una “guerra civile” che avrebbe
portato al “genocidio” se Henry fosse tornato ad Haiti, e c’erano state
segnalazioni secondo cui l’amministrazione Biden e diversi governi regionali
avevano fatto pressioni su Henry affinché si dimettesse e aiutasse a trovare un
leader di transizione accettabile.
Il
Segretario di Stato americano, “Antony Blinken”, era volato in Giamaica per
discutere con i leader dei 7 paesi della Comunità dei Caraibi (CARICOM) su come
stabilizzare la situazione, promettendo che Washington avrebbe aumentato gli
aiuti per la sicurezza di Haiti (oltre a Blinken, hanno partecipato anche
diplomatici di Canada, Francia, Messico e Brasile).
Henry
ha dato le sue dimissioni martedì 12, dopo che il gruppo Caricom “allargato”
(senza che ci fossero degli haitiani presenti) riunito in Giamaica ha cercato
di tirare fuori il coniglio dal cilindro, per così dire, concordando un
percorso per la formazione di un nuovo governo di transizione attraverso la
nomina di un consiglio presidenziale di sette membri scelti (senza definire i
criteri di scelta o cooptazione) tra politici e soggetti della società civile
haitiana che a sua volta sceglierà un nuovo primo ministro ad interim.
Ma non
è chiaro se il popolo haitiano accetterà di buon grado l’ennesima
espropriazione del suo diritto di autodeterminazione democratica e accetterà
pacificamente la decisione del consiglio transitorio di designare il nuovo
premier ad interim che dovrebbe guidare il paese fuori dalla crisi che ha
comportato un collasso totale del sistema democratico.
Diverse fazioni chiave si sono rifiutate di
partecipare al consiglio presidenziale transitorio, mentre “Barbecue “–
l’apparente architetto degli attuali disordini – ha rifiutato qualsiasi soluzione
sostenuta dalla comunità internazionale:
“Sarà il popolo haitiano a prendere in mano il
destino. Il popolo haitiano sceglierà chi lo governerà”, ha detto ai
giornalisti.
Intanto,
negli ultimi giorni, le bande hanno attaccato e saccheggiato le zone ricche
della capitale (Laboule, Thomassin e Petionville), causando almeno una dozzina
di morti e costringendo i residenti a fuggire da quartieri precedentemente
pacifici.
Un
chiaro ammonimento alle élite del paese.
Negli
ultimi anni, “Barbecue e i leader delle bande rivali” hanno avuto più armi
della polizia – che, in alcuni casi, è stata cooptata – e hanno preso il
controllo della maggior parte di Port-au-Prince e di diversi distretti
periferici.
Si sono impegnati in frequenti battaglie
campali e hanno commesso numerosi massacri e centinaia di rapimenti;
nel
2023, quasi cinquemila persone, molte delle quali civili, sono state uccise
nella violenza delle bande, il doppio del numero registrato nel 2022.
Nelle
ultime settimane, le bande hanno bruciato molte stazioni di polizia della
capitale e si sono trasferite nel porto attraverso il quale gran parte del cibo
del paese viene importato.
La
fame colpisce quasi la metà della popolazione di Haiti dal 2020 e oltre un
milione di haitiani sono solo a un passo dalla carestia, secondo i responsabili
del programma alimentare mondiale.
Il
paese dipende per oltre il 50% dalle importazioni per la copertura dei bisogni
di cibo.
(Il
settore agricolo haitiano è stato in gran parte smantellato a partire dagli
anni ’90, quando l’amministrazione Clinton impose ad Haiti di tagliare i dazi
sulle importazioni agricole dagli USA.
I produttori agricoli haitiani non sono
riusciti a reggere la concorrenza della produzione statunitense e si è
verificato un imponente esodo dalle campagne verso Port-au-Prince e le altre
città.
Dopo il terremoto del 2010, Clinton ha
pubblicamente chiesto scusa per aver imposto le politiche free-trade.
La
diffusa deforestazione ha reso il paese particolarmente soggetto a inondazioni
e smottamenti, e l’isola è anche soggetta a cicloni, uragani, tempeste
tropicali e terremoti.
Tra il 2015 e il 2017, la siccità ha portato a perdite
di raccolto del 70% e nel 2016 l’uragano Matthew ha decimato le abitazioni, il
bestiame e le infrastrutture del paese.
Negli
ultimi mesi, la violenza si è gradualmente estesa alla regione del
Bas-Artibonite, a nord della capitale, fonte di alimenti di base come il riso,
e circa 22mila persone sono sfollate a causa di omicidi, saccheggi, rapimenti e
diffusa violenza sessuale.
Armate
di fucili semiautomatici e pistole, le bande hanno bruciato case, attaccato
sistemi di irrigazione, rubato raccolti e bestiame e chiesto “tasse” agli
agricoltori per poter accedere ai campi..
Si
prevede che i dati finali per il 2023 mostreranno che l’economia si è contratta
per cinque anni consecutivi (dell’1,7% nel 2019, del 3,3% nel 2020, dell’1,8% nel 2021,
dell’1,7% nel 2022 e di un probabile 2,5% nel 2023).
L’acqua,
l’elettricità e la raccolta rifiuti scarseggiano e i civili vengono colpiti
quotidianamente da proiettili vaganti.
Circa 400mila persone sono sfollate dalle loro
case.
I
residenti di “Port-au-Prince” sono ormai dei nomadi forzati che si spostano
costantemente tra i quartieri, cercando rifugio presso parenti o estranei o
risiedendo in rifugi temporanei.
Domenica,
è atterrato a Miami un volo charter del governo USA proveniente dalla città
settentrionale di “Cap-Haïtien” che ha trasportato più di 30 cittadini
statunitensi in fuga dalle violenze dopo che l’ambasciata americana a “Port-au-Prince”
all’inizio di questo mese ha esortato i cittadini statunitensi a partire “il
più presto possibile“.
La
scorsa settimana l’esercito americano ha inviato ulteriori forze per rafforzare
la sicurezza presso l’ambasciata americana, che si trova in un quartiere in
gran parte controllato dalle bande armate.
“Henry”
era stato nominato primo ministro dal presidente “Jovenel Moïse” (un
esportatore di banane diventato il leader politico del Partito Haitiano della
Testa Calva (Parti Haïtien Tèt Kale – PHTK) di orientamento
liberal-conservatore, appoggiato dagli USA), poco prima che questo fosse
assassinato il 7 luglio 2021, in una cospirazione notturna ancora in parte
oscura che ha coinvolto mercenari colombiani e funzionari della sicurezza
haitiani corrotti, molti dei quali sono stati arrestati e hanno confessato il
loro coinvolgimento.
Successivamente,
Henry era stato nominato presidente de facto dal cosiddetto “Core group”, un
insieme di ambasciatori stranieri guidato da quello statunitense (il gruppo è composto da Germania,
Brasile, Canada, Spagna, Stati Uniti, Francia, Unione Europea, OSA e la stessa
missione delle Nazioni Unite ad Haiti), che di fatto gestiscono il paese da
dietro le quinte.
Il suo governo era considerato ampiamente corrotto e
illegittimo sia perché non legittimato dagli organi costituzionali sia perché
ripetutamente non è riuscito a tenere le elezioni promesse.
Non ha
mai avuto alcun tipo di autorità costituzionale e anzi è implicato
nell’assassinio di “Moïse” secondo un’inchiesta del” New York Times”.
“Barbecue”
ha avuto un rapporto amichevole con “Moïse” e ha usato la sua banda per frenare
le proteste anti-Moïse provenienti dai quartieri poveri associati al partito di
sinistra (Fanmi Lavalas) dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide.
Nella
povera Haiti, le bande e i quartieri poveri che controllano sono
tradizionalmente alleati con i politici che stringono accordi lucrosi con i
leader delle bande in cambio del loro sostegno elettorale.
Per
decenni, le bande haitiane sono state strettamente associate a politici,
partiti politici, uomini d’affari o altre cosiddette “élite” del paese.
I
Duvalier fondarono e utilizzarono un gruppo paramilitare, i temutissimi “Tontons
Macoutes”, per eliminare l’opposizione al loro governo.
La brigata ha ucciso e torturato migliaia di
persone.
Durante
il mandato di Moïse, Barbecue iniziò a prendere il controllo di porzioni sempre
più grandi delle periferie povere della capitale e, quando” Moïse” fu ucciso,
partecipò a un corteo funebre in suo onore, e presto iniziò ad aumentare le
tensioni con “Henry”.
Negli
ultimi anni, le bande sono riuscite ad accumulare molto più denaro
indipendentemente da politici e uomini d’affari, attraverso le estorsioni, i
rapimenti a scopo di riscatto, il traffico di droga e il contrabbando di armi
leggere.
Gli
effetti catastrofici dello “Aid State.”
Gli
attori haitiani di base e i loro sostenitori in tutto il mondo stanno dicendo
no ai mercenari sia interni che esterni che usurpano la democrazia
partecipativa haitiana.
Mentre gli squadroni della morte paramilitari
affiliati al PHTK imperversano a Port-au-Prince, cercando di massacrare e
sfollare quante più famiglie possibile, un prezioso contributo alla
comprensione delle origini geopolitiche di queste “bande” viene dal libro di
Jake Johnston, Aid State:
Elite
Panic, Disaster Capitalism and the Battle to Control Haiti. Una cosa è chiara:
gli
attuali gruppi paramilitari, descritti dalla stampa mainstream come “bande”,
devono essere analizzati nel continuum storico dei gruppi armati sponsorizzati
dagli Stati Uniti e affiliati allo Stato haitiano, incaricati di sottomettere i
perennemente “irrequieti nativi”.
L’arma preferita dei capi delle bande armate – Izo,
Kempès, Barbecue e altri – è l’incendio delle comunità che cercano di
sottomettere.
Johnston indica l’amministrazione del
presidente “Michel Martelly” (2011-2016), fortemente voluta e sostenuta dagli
Stati Uniti nonostante godesse di pochissimo sostegno popolare, un cantante pop
populista di destra di nome Michel “Sweet Micky” Martelly.
Martelly
ha fatto appello ai più potenti attori internazionali ad Haiti, tra cui “Bill
Clinton”, per il suo entusiasta sostegno ai programmi di investimento
straniero, inclusa una spinta per rinvigorire il settore del confezionamento di
indumenti di Haiti, in cui gli haitiani sono utilizzati come manodopera a basso
costo per confezionare vestiti (il settore abbigliamento vale 1,15 miliardi di
dollari, rappresentando l’85% di tutte le esportazioni nel 2021).
“
Martelly” si è dimesso dall’incarico dopo aver rinviato due volte le elezioni
presidenziali e aver governato per decreto per più di un anno.
L’amministrazione
Martelly ha rappresentato la prima pratica del PHTK nell’utilizzare mercenari
armati per far eseguire i propri ordini.
Questo
assalto alla democrazia haitiana, personificata dalle popolazioni politicamente
attive di Belè, Lasalin, Solino, Delma anba e degli altri ghetti di
Port-au-Prince, ha rimodellato la capitale di Haiti.
Poi,
all’inizio del 2021 si è assistito a un movimento di massa che cercava di
rovesciare la seconda espressione della dittatura PHTK, guidata da “Jovenel
Moïse”, oggi
uomini armati e mascherati controllano circa il 90% di Port-au-Prince.
Una
massiccia ondata di proteste anti-corruzione e contro l’aumento dei prezzi del
carburante, la rimozione dei sussidi governativi e il peggioramento della crisi
economica scoppiò a livello nazionale contro il governo “Moïse”, per poi essere
repressa violentemente dalla polizia e dalle bande alleate.
Un’ondata
di rapimenti, massacri e violenza politica ha attanagliato il paese dal 2019 al
2021.
Non si
è tenuta una sola elezione a nessun livello, consentendo al Parlamento di
sciogliersi e a Moïse di nominare lui stesso i sindaci e governare per decreto.
Con l’avvicinarsi della fine del mandato
costituzionale, all’inizio del 2021, Moïse aveva annunciato la sua intenzione
di restare in carica per un altro anno, pianificando al contempo un referendum
costituzionale che gli avrebbe permesso di succedere a sé stesso.
Aveva dovuto affrontare proteste che ne
chiedevano le dimissioni per accuse di corruzione e affermavano che il suo
mandato di cinque anni era scaduto.
Ma,
nonostante tutto, Moïse ha goduto del forte sostegno dell’amministrazione
Trump, sebbene Trump stesso includesse Haiti tra quelli che lui definiva “i
paesi latrina” (“shithole countries”).
Dopo
l’assassinio di Moïse, la gestione politica è passata ad “Henry”, mentre un
disastroso terremoto di magnitudo 7,2 ha devastato le zone rurali del sud del
paese il 14 agosto del 2021:
almeno 2.207 morti e più di 12mila feriti.
Più di
130mila case sono state danneggiate o distrutte (sono state colpite le città di Les
Cayes, Jérémie, e i villaggi e le città della penisola di Tiburon).
Gli
effetti negativi delle ingerenze politico-militari statunitensi e
internazionali.
Con il
passare del tempo, un ampio spettro della società civile haitiana aveva chiesto
le dimissioni di Henry e si era scagliato contro la sua richiesta di intervento
internazionale (anche Barbecue si è impegnato a combattere contro qualsiasi forza
straniera ad Haiti).
A
partire dal 2020, si è formato un fronte di associazioni della società civile
che cerca di stimolare la scena politica e ritagliarsi uno spazio nella ricerca
di una soluzione nazionale.
Così,
nel marzo 2021, è nata la Commissione per la ricerca di una soluzione haitiana
alla crisi (CRSC) che ha prodotto mesi dopo l’accordo del 30 agosto, noto come “accordo
del Montana” .
Questo
raggruppamento è senza dubbio una voce forte della società e ha preparato
proposte per il tavolo delle trattative.
Gli
oppositori sostengono che l’abissale record dei precedenti interventi esclude
qualsiasi ulteriore tentativo di imporre l’ordine ad Haiti con la forza – e alcuni denunciano l’intervento come
una azione neo-coloniale tanto immorale quanto antiquata.
Le operazioni precedenti hanno incluso
un’invasione da parte dei marines statunitensi del 28 luglio 1915 (durante
l’amministrazione di Woodrow Wilson), portata avanti in nome del ripristino
della stabilità politica dopo l’assassinio dell’allora presidente
filo-statunitense Vilbrun Guillaume Sam (che aveva però fatto uccidere 173
membri delle ricche famiglie dell’èlite “mulatta”) e seguita da due decenni di
occupazione militare, con decine di migliaia di haitiani uccisi dalla
repressione statunitense.
Poi, nel 1957, all’apice della Guerra Fredda,
gli Stati Uniti hanno orchestrato l’elezione a presidente di “François Duvalier”,
conosciuto come “Papa Doc”, che in breve tempo divenne un dittatore sanguinario.
I
leader statunitensi cavillarono davanti alla brutalità di Duvalier, ma lo
considerarono una risorsa importante contro il comunismo, in particolare contro
la Cuba di Fidel Castro.
E così
gli aiuti finanziari sono continuati ad arrivare per quasi tre decenni (almeno
900milioni di dollari) e il figlio Jean-Claude, detto “Baby Doc”, venne
cacciato solo dopo una rivolta e una forte pressione internazionale nel 1986.
Gli
Stati Uniti hanno anche inviato truppe per intervenire direttamente ad Haiti
nel 1994.
Il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton inviò un
contingente di circa 20mila soldati per riportare al potere il presidente
Jean-Bertrand Aristide dopo che era stato rovesciato dai militari del paese nel
1991.
Questo
dispiegamento ebbe luogo parallelamente a una missione delle Nazioni Unite che
si svolse dal 1993 al 2000, anche con il sostegno degli Stati Uniti.
Il 29
febbraio 2004, Aristide fu rovesciato ancora una volta, ma questa volta gli
Stati Uniti lo incoraggiarono a dimettersi, facendolo fuggire dal paese e
inviando truppe sull’isola insieme a nazioni come Francia e Cile.
Le
truppe americane furono presto sostituite da una missione di stabilizzazione
delle Nazioni Unite (MINUSTAH), guidata da una forza militare brasiliana.
L’occupazione
militare delle Nazioni Unite è stata responsabile della repressione armata
della sinistra haitiana, commettendo numerose atrocità.
La
Missione ONU è durata 13 anni e si è conclusa nel 2017.
È stata segnata da scandali come l’epidemia di colera
che ha causato la morte di quasi 10mila persone (infettando quasi un altro
milione), probabilmente riconducibile al fatto che “Minustah “ha incautamente
scaricato rifiuti infetti dal colera del contingente nepalese nell’affluente di
un fiume principale, e diffuse accuse di abusi sessuali e altre atrocità nei
confronti della popolazione civile.
Durante
gli anni della Missione ONU, Haiti è stata colpita da un tremendo terremoto nel
2010 che ha ucciso più di 230mila persone (oltre 300mila rimasero ferite) e
devastato la capitale, Port-au-Prince.
L’evento
catastrofico ha spinto circa 10mila organizzazioni non governative
internazionali ad incanalare enormi aiuti esteri ad Haiti per contribuire a
sostenere la ricostruzione e i servizi sociali.
Oggi,
lo Stato haitiano esiste a malapena e le sue funzioni, dalla polizia alla
sanità, dall’istruzione ai servizi sociali, sono state esternalizzate a quello
che Johnston chiama “Aid State”:
ONG,
organismi delle Nazioni Unite, banche di sviluppo, società private. Le istituzioni statali haitiane sono
state scavalcate dalla comunità dei donatori internazionali.
Con
così tanti servizi forniti dalle ONG o dal settore privato, gli haitiani comuni
e poveri sono stati a lungo esclusi come parti interessate nel proprio sistema
politico – un vuoto nel quale si sono introdotte le bande armate.
I donatori stranieri (soprattutto
statunitensi) finanziano anche l’apparato elettorale, forniscono formazione al
consiglio elettorale e al personale elettorale.
Scrivono
le regole del gioco, la legge elettorale e gli statuti e programmi dei partiti.
E poi,
è sempre un’entità straniera che definisce se il risultato elettorale è
legittimo o meno.
Allo
stesso tempo, il Paese dipende fortemente dalle entrate esterne:
tra il
2010 e il 2020, le Nazioni Unite hanno stanziato più di 13 miliardi di dollari
in aiuti internazionali per Haiti, la maggior parte dei quali ha finanziato
missioni di soccorso in caso di calamità e programmi di sviluppo.
Nel
frattempo, le rimesse haitiane sono aumentate costantemente negli ultimi due
decenni, raggiungendo un totale di 4,5 miliardi di dollari nel 2022, ovvero il
22% del PIL di Haiti.
Comunque,
Haiti rimane fortemente indebitata.
Mentre
i finanziatori internazionali hanno cancellato il debito di Haiti in seguito al
grave terremoto del 2010, da allora il suo debito pubblico totale è aumentato e
alla fine del 2021 ammontava a 5 miliardi di dollari, ovvero quasi il 30% del
PIL.
È
stato dopo il devastante terremoto del 2010, che questo “stato parallelo” è
diventato la principale fonte di energia di Haiti.
In risposta al terremoto del 2010, i donatori,
tra cui la Fondazione Clinton, Citibank e migliaia di ONG, hanno sperperato 10
miliardi di dollari, di cui 1 miliardo proveniente dagli Stati Uniti,
costituendo la “più grande mobilitazione internazionale mai vista per
rispondere ad un disastro naturale”.
Una
percentuale di quel denaro è stata usata per corrompere i politici locali, ma
la gran parte dei fondi è stata rubata da aziende occidentali che hanno creato
documenti fraudolenti, hanno vinto gli appalti e si sono preoccupate
soprattutto di alimentare i propri profitti aziendali, non i bisogni del popolo
haitiano.
Gli
aiuti internazionali furono affidati ad un consiglio posto sotto la direzione
di Bill Clinton che aveva promesso che Haiti avrebbe “ricostruito meglio”.
In realtà, la risposta al terremoto del 2010 è
stata caratterizzata da tanti discorsi su grandi soldi e grandi azioni, con
pochissimi risultati nella vita degli haitiani comuni.
Il
tipico sopravvissuto al terremoto ha ricevuto un telone per ripararsi, cure
mediche immediate per una ferita profonda o un osso rotto, e forse un kit
igienico e cibo e acqua per pochi giorni.
Solo
una minima parte dei miliardi spesi è stata messa nelle mani della maggioranza
povera di Haiti;
forse
l’eredità più duratura dell’intervento è stata la devastante epidemia di colera
causata dalle forze di pace dell’ONU nove mesi dopo il terremoto.
Il 90%
dei fondi fu speso in appalti conferiti alle ditte dei paesi donatori. L’unica
idea perseguita divenne quella di sviluppare l’industria turistica ad Haiti
(come nella Repubblica Dominicana), costruendo hotel di lusso (ora chiusi),
senza peraltro realizzare le infrastrutture pubbliche necessarie (servizi
idrici e fognari, strade, etc.) e senza investire nella sicurezza.
Rispetto al record di 1,3 milioni di turisti
nel 2018, che hanno fruttato 620 milioni di dollari, Haiti ha accolto solo
148mila viaggiatori nel 2021, generando circa 80 milioni di dollari di
profitti.
Nello
stesso anno, la vicina Repubblica Dominicana ha accolto cinque milioni di
turisti.
Epilogo
provvisorio.
Barbecue
sostiene di combattere una guerra contro le “élite”, persone come “Ariel Henry,”
un haitiano di classe agiata “mulatto”, ossia dalla pelle più chiara (la
maggioranza degli haitiani sono di pelle nera scura, come Barbecue).
Forse
Henry intendeva tagliare il legame tra lo Stato e le bande armate, ricorrendo
alla missione dei poliziotti keniani con la copertura dell’ONU. Ma Barbecue ha
utilizzato la decisione impopolare di Henry di porre fine ai sussidi per il
carburante nel settembre 2022, che hanno causato un aumento dei prezzi, come
pretesto per agire.
Barbecue,
che controlla l’accesso a uno dei principali porti di rifornimento, ha risposto
alla misura bloccando il porto per quasi due mesi e saccheggiando i container
commerciali e degli aiuti internazionali.
Barbecue
e i suoi alleati leader delle bande si propongono come gli agenti del
cambiamento che combattono contro un sistema, uno Stato, che ha tenuto gli
haitiani nella miseria.
Ma, accanto a Barbecue, altri attori sono
emersi, tra cui “Guy Philippe”, un ex capo della polizia che fu uno dei leader
del colpo di stato che rovesciò il presidente Aristide nel 2004, e che
successivamente scontò sette anni di carcere negli Stati Uniti con l’accusa di
riciclaggio di denaro legato al traffico di droga.
È
tornato ad Haiti lo scorso novembre e vuole essere il nuovo presidente del
paese.
Poi
c’è Johnson André, un potente leader della banda “G-Pep”, noto come” Izo, che
ha circa 25 anni, e rappa sui suoi presunti crimini nei video che pubblica sui
social media.
Nel
frattempo, secondo gli operatori umanitari, il sistema sanitario di Haiti è
quasi collassato a causa della feroce insurrezione delle bande, lasciando le
vittime della violenza con poche speranze di cure mediche. Nelle ultime due settimane gli
ospedali sono stati dati alle fiamme, i medici uccisi e le forniture mediche
più basilari si sono esaurite.
Attualmente,
rimane operativo solo un ospedale pubblico nella capitale di Haiti, e si
prevede che anche quello chiuderà presto i battenti.
Gli
operatori sanitari restano a casa per evitare di essere coinvolti nel fuoco
incrociato degli scontri di strada o assassinati da adolescenti con fucili
d’assalto per aver fornito cure mediche alla polizia o ai membri di bande
rivali.
La crisi sta causando anche la morte tra le donne
incinte e gli anziani, che muoiono perché non riescono a trovare ospedali
salvavita o medicinali terapeutici che sono considerati di base nella maggior
parte del mondo.
(Alessandro
Scassellati)
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