Lotta estrema per la vita contro l’élite globale.

 

Lotta estrema per la vita contro l’élite globale.

 

 

 

Putin non si ferma. Avanzata russa

su Kharkiv, Zelensky: "Feroce battaglia".

msn.com- Huffpost.italy – (12-05-2024) – Redazione – ci dice:

 

Se non si tratta dell’offensiva di terra, quella in corso nell’oblast di Kharkiv è il suo preludio.

 Da venerdì l’esercito russo ha aumentato la pressione sul fronte orientale, sfondando il confine a nord della seconda città più grande dell’Ucraina, che ormai dista solo poche decine di chilometri.

Per l’”Institute for the Study of War” non saremmo davanti a un’operazione su larga scala volta ad accerchiare e conquistare la città, ma ad ogni modo “dobbiamo interrompere le operazioni offensive russe e restituire l’iniziativa ai nostri”, ha dichiarato il presidente “Volodymyr Zelensky” parlando di “feroce battaglia” nella regione.

Anche la Casa Bianca ha commentato quanto sta avvenendo in queste ore, confermando l’intenzione della Russia di intensificare gli attacchi e di arruolare più uomini “nelle prossime settimane”, con l’obiettivo di costruire una “zona cuscinetto lungo il confine”.

Tuttavia, ha precisato il portavoce del “Consiglio di sicurezza USA”  John Kirby”, “non prevediamo grandi progressi”.

Per ora i russi avrebbero conquistato cinque chilometri e altrettante località – Borisovka, Ogurtsovo, Pletenevka, Pylnaya e Strelechya, a cui si aggiunge il villaggio di Keramik, nel Donetsk – ma non è detto che l’incursione sia terminata.

In un’analisi a caldo, sono perlomeno tre le ragioni che hanno spinto Mosca ad agire.

 La prima è quella di anticipare le mosse di Kiev:

tramite le brigate russe che combattono Vladimir Putin al loro fianco e i continui attacchi con missili a lunga gittata, gli ucraini vorrebbero creare una zona franca in territorio nemico nei pressi di Belgorod,

 cosa che ai russi riesce meglio vista la potenza di fuoco che al momento differenzia i due eserciti.

Istituendo una” grey zone”, il Cremlino riuscirebbe a controllare meglio gli attacchi contro i propri confini.

Proprio nello squilibrio delle compagini risiedono gli altri due motivi dell’offensiva:

da una parte la Russia vuole sfruttare il momento di fragilità dell’Ucraina, ancora sprovvista delle armi che le servono per difendersi; dall’altra, conscia della mancanza di uomini che attanaglia Kiev, intende costringerla a spostare quanti più soldati possibile a difesa di Kharkiv lasciando sguarnito il resto del fronte.

Sono ragionamenti iniziali, che possono essere confermati o sconfessati nei prossimi giorni in base ai movimenti sul campo.

Certo è che la Russia ha chiaramente messo nel mirino Kharkiv da ormai oltre un mese, alzando il tiro dei suoi attacchi.

Bombarda senza sosta ogni giorno, non soltanto in un’area circoscritta ma su tutto il territorio nazionale.

 L’allarme antiaereo per l’arrivo di missili balistici è risuonato stamattina nelle regioni di Kiev, Cherkasy, Kirovohrad, Poltava, Sumy, Zhytomyr, Chernihiv e Mykolaiv.

Ma è il nord-est il punto più caldo al momento.

L’esodo è cominciato, con un totale di 1.775 persone evacuate per lasciar spazio ai riservisti arrivati per proteggere le linee difensive.

 Lo faranno con artiglieria e droni, in attesa che arrivano sistemi di difesa più strutturati dall’Occidente.

“Abbiamo fiducia nelle forze ucraine e lavoriamo incessantemente per far loro pervenire le armi di cui hanno bisogno per difendersi da questi attacchi”, ha proseguito il portavoce USA Kirby nel suo rapporto.

Proprio ieri gli Stati Uniti hanno annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari, dal valore di 400 milioni di dollari.

Dentro ci saranno i missili Patriot e Javelin, missili anti-aereo Stinger, i veicoli corazzati da fanteria Bradley, quelli anti-mine Mrap.

“Questa tempestiva e vitale assistenza statunitense aiuterà a salvare vite civili e a rafforzare i combattenti ucraini in prima linea”, ha ringraziato Zelensky.

“Ci consentirà inoltre di proteggere meglio le nostre città e comunità dai continui attacchi terroristici aerei della Russia contro le infrastrutture critiche e gli impianti energetici ucraini”.

Vista la criticità del momento, tutto ciò che arriva è giustamente lodato ma la verità è che servirebbe molto di più.

 Tempo due o tre settimane e dovrebbero arrivare anche i fatidici F-16 che, sebbene in quantità minime, dovrebbero perlomeno dare un po’ di respiro dagli incessanti bombardamenti dei russi.

 E poi c’è il tema dei soldati al fronte, troppo pochi e molto stanchi, a cui il governo di Kiev sta cercando di porre rimedio con misure fortemente impopolari, come l’abbassamento dell’età di leva e l’arruolamento dei detenuti.

Altrettanto impopolare sarebbe la decisione degli alleati di mandare i propri uomini.

Il dibattito rimane aperto, sebbene ieri l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell abbia chiarito come “non abbiamo inviato né invieremo soldati al fronte”, checché ne dica “Emmanuel Macron”.

 Eppure il presidente francese non sembra voler abbandonare l’idea, nata da una sua iniziativa non coordinata con gli altri partner.

E non ancora abbandonata, nonostante le reticenze emerse.

In un video pubblicato su “X”, il capo dell’Eliseo ha risposto alle domande dei cittadini, assicurandogli come “spero con tutte le mie forze che non si debba andare in guerra”, sebbene “a un certo punto bisognerà che si arrivi a dissuadere la Russia dal continuare ad avanzare. Bisogna essere dissuasivi e credibili di fronte ai nostri avversari dicendo loro che ‘se andate troppo lontano e minacciate i miei interessi, la mia sicurezza, allora io non escludo di intervenire’. La Francia – ha concluso Macron – non è una potenza di guerra, ma di pace. Ma certo è che se la vogliamo, è necessario proteggerla”.

Parole che verranno sicuramente commentate dal resto d’Europa, lasciando emergere le divisioni che la caratterizzano.

Gli ucraini non hanno mai richiesto uomini, consapevoli delle difficoltà che si celano dietro tale mossa e di come, su questo, possano contare su una popolazione mai doma.

 Quello che chiedono con forza sono soprattutto difese aree, per poter essere liberi di guardare il cielo senza paura.

 Un assaggio lo hanno avuto nella scorsa notte osservando l’aurora boreale che si è mostrata ai loro occhi, mentre però in terra andava in scena il solito inferno. 

 

 

 

Milei nella “tana del lupo”: una lezione

 liberale all’élite socialista di Davos.

Nicolaporro.it – (19-1-2024) - Stefano Magni – ci dice:

 

Colpi micidiali a socialisti, femministe e green. Nemmeno i “liberali” capiscono il mercato.

E agli imprenditori: “Non lasciatevi intimidire, siete benefattori sociali.”

 

Il discorso di “Javier Milei” a “Davos” ha segnato un’altra tappa nella storia politica del liberalismo contemporaneo.

 E ha eliminato un altro alibi ai più pigri liberali italiani.

Infatti, se le elezioni presidenziali in Argentina hanno svelato che si possa vincere pur proponendo un programma liberale (esplicito, non annacquato e senza compromessi), il discorso a Davos è invece la dimostrazione che si può parlare da liberale, in un ambiente internazionale esclusivo, composto quasi interamente da socialisti, senza essere buttati fuori dalla security.

Le parole del neopresidente argentino sono a metà strada fra una lezione di economia e un manifesto programmatico.

 

Per i pignoli:

Milei, per non confondere il pubblico internazionale, definisce “libertario” il suo pensiero.

Perché è un libertario, seguace della scuola austriaca dell’economia e perché liberale (“liberal” in inglese) è ormai talmente usato e abusato dalla “sinistra progressista” che ha perso il suo significato.

Comunque, quando il presidente argentino sostiene che il suo modello politico si fonda sui diritti individuali di vita, libertà e proprietà, quella è la base del liberalismo classico, non solo del libertarismo americano contemporaneo.

 

Capitalismo motore del progresso.

Detto questo, “Milei” ha prima di tutto ricordato quale sia l’effetto del capitalismo.

 Parlando ad una platea di élite ormai attratta dalle teorie della decrescita (Latouche), ha sbugiardato tutto con poche semplici cifre:

Quando [noi argentini, N.D.R.] abbiamo adottato il modello della libertà, nel lontano 1860, in 35 anni siamo diventati il Paese più ricco del mondo.

Mentre quando abbiamo abbracciato il collettivismo, (social-comunista progressista di Davos. N.D.R) negli ultimi 100 anni, siamo diventati progressivamente sempre più poveri, fino a scendere al 140mo posto al mondo.

 

L’unico motore del progresso è il capitalismo:

Se consideriamo la storia del progresso economico, possiamo vedere come dall’anno zero fino all’anno 1800 circa, il Pil pro capite nel mondo è rimasto praticamente costante durante tutto il periodo di riferimento. Se si guarda all’evoluzione della crescita economica nel corso della storia umana, si vede un grafico a forma di mazza da hockey:

 una funzione esponenziale che è rimasta costante per il 90 per cento del tempo e scatta esponenzialmente verso l’alto a partire dal XIX secolo. (…) Ora, non solo il capitalismo ha generato un’esplosione di ricchezza dal momento in cui è stato adottato come sistema economico, ma se si analizzano i dati, ciò che si osserva è che la crescita ha accelerato durante tutto il periodo.

Come tutti i migliori liberali, “Milei” non si ferma alla cronaca nera, ma resta ottimista perché allarga lo sguardo.

E può razionalmente affermare che, dalla rivoluzione industriale in poi, il capitalismo

“… ha fatto uscire dalla povertà il 90 per cento della popolazione mondiale. Non dobbiamo mai dimenticare che nel 1800 circa il 95 per cento della popolazione mondiale viveva nella povertà più estrema, mentre quel numero è sceso al 5 per cento nel 2020, prima della pandemia”.

 

E ancora oggi, comunque, “grazie al capitalismo di libera impresa il mondo è nel suo momento migliore. Non c’è mai stato, in tutta la storia dell’umanità, un periodo di maggiore prosperità di quello in cui viviamo oggi.

 Il mondo oggi è più libero, più ricco, più pacifico e più prospero che in qualsiasi altro momento della nostra storia. Questo vale per tutti, ma soprattutto per quei Paesi che sono liberi e rispettano la libertà economica e i diritti di proprietà degli individui”.

 

Le idee sbagliate.

Come mai, allora, siamo circondati da discorsi apocalittici e ci pare di vivere nel peggiore dei mondi, paradossalmente proprio qui nel Mondo Libero?

La risposta di “Milei” è semplice: idee di Davos sbagliate.

 Prima di tutto, attacca a testa bassa la teoria economica neoclassica, i suoi modelli “calati sulla realtà” e la sua affannosa ricerca di correzioni ai presunti “fallimenti del mercato”.

 

Con il pretesto di un presunto fallimento del mercato si introducono regolamentazioni che generano solo distorsioni al sistema dei prezzi, che impediscono il calcolo economico e, di conseguenza, il risparmio, gli investimenti e la crescita.

 Questo problema risiede essenzialmente nel fatto che nemmeno gli economisti apparentemente liberali capiscono cosa sia il mercato, giacché se lo si capisse si vedrebbe subito che è impossibile che esista qualcosa come un “fallimento di mercato”.

 Il mercato non è una mera descrizione di una curva di offerta e di una curva di domanda su un grafico.

 Il mercato è un meccanismo di cooperazione sociale in cui si scambiano volontariamente i diritti di proprietà.

 Se le transazioni sono volontarie, l’unico contesto in cui può verificarsi un fallimento di mercato è se vi è coercizione, e l’unico con capacità di coercizione in modo generalizzato è lo Stato che ha il monopolio della violenza.

I falsi conflitti sociali.

Usando i modelli neoclassici, i governi non fanno che cercare di spegnere incendi gettandovi benzina, alimentando il problema invece che risolverlo:

“In altre parole, ogni volta che si vuole correggere un presunto fallimento del mercato, inesorabilmente, non sapendo cosa sia il mercato o innamorandosi di un modello fallito, si aprono le porte al socialismo e si condannano le persone alla povertà”.

Perché:

“… non si dovrebbe mai dimenticare che il socialismo è sempre e dovunque un fenomeno di impoverimento, che è fallito in tutti i Paesi in cui è stato tentato. È stato un fallimento sociale, è stato un fallimento culturale e ha anche ucciso di più di 100 milioni di esseri umani”.

 

Il socialismo è duro a morire, anche dopo il collasso dei regimi socialisti reali in Europa, sa “conquistare il senso comune”, riciclando le sue teorie.

I socialisti, infatti, “si sono lasciati alle spalle la lotta di classe basata sul sistema economico per rimpiazzarla con altri presunti conflitti sociali che sono ugualmente dannosi per la vita della comunità e la crescita economica”.

Il primo di questi falsi conflitti è “… la ridicola e innaturale lotta tra uomo e donna “.

L’unica cosa che ha ottenuto questa “agenda del femminismo radicale” è un maggiore intervento dello stato per ostacolare il processo economico.

Dare lavoro a burocrati che non contribuiscono in alcun modo alla società, sia sotto forma di ministeri per le donne che di organizzazioni internazionali dedicate a promuovere questa agenda.

 

L’altro falso conflitto è “quello dell’uomo contro la natura”.

In cui i socialisti “sostengono che gli esseri umani nuocciono al pianeta, che deve essere protetto a tutti i costi, addirittura sostenendo un meccanismo di controllo della popolazione o la tragedia dell’aborto”.

Che dire:

un colpo alle femministe e uno ai verdi, proprio nella “tana del lupo”, a “Davos”, dominata da filantropi e politici (ormai comunisti-N.D.R.) che coltivano e diffondono quelle idee.

 

Appello agli imprenditori.

Ma il neopresidente argentino non si limita alla “pars destruens” e dimostrando tatto, senza fare lo sfascista, si rivolge proprio agli imprenditori presenti, qualunque idea abbiano.

Perché si ricordino di fare gli imprenditori.

Il finale ricorda il discorso di John Galt nel romanzo “La Rivolta di Atlante” di “Ayn Rand”:

“Non lasciatevi intimidire. Non arrendetevi a una casta politica o ai parassiti che vivono delle spese dello stato, che vuole solo restare al potere e mantenere i propri privilegi. Siete benefattori sociali, siete eroi, siete gli artefici del più straordinario periodo di prosperità che abbiamo mai vissuto.

Non lasciate che vi dicano che la vostra ambizione è immorale.

Se guadagnate é perché offrite un prodotto migliore a un prezzo migliore, contribuendo così al benessere generale.

 Non arrendetevi all’avanzata dello Stato.

 Lo Stato non è la soluzione. Lo Stato è il problema. Siete voi i veri protagonisti di questa storia, e sappiate che da oggi avete l’Argentina come alleato incrollabile.

 

E si conferma come la storia dell’idea della libertà sia costellata di paradossi.

Da una “Ayn Rand” che arriva dalla Russia, nel 1926, in fuga dal comunismo, per ricordare agli americani (che stavano abbracciando il socialismo) di tornare a credere ai loro ideali, a un presidente dell’Argentina, in lotta contro il populismo e il pauperismo, che ricorda ai capitalisti (ormai tutti verdi e socialisti -Dem Usa) di tornare a credere in loro stessi.

 

 

Élite del potere globale e

modello sociale europeo

sotto attacco.

Journal.openedition.org – Redazione – (3-1-2012) – Paola Borgna – ci dice:

 

Trasformazioni o smantellamento dello stato sociale?

Piano:

1. Il ruolo centrale della Commissione trilaterale.

2. La continuazione della guerra con altri mezzi.

3. Toccare il Fondo.

4. Eutanasia del modello sociale europeo.

1) Di fronte alle difficoltà presentate dall’analisi di fenomeni di scala globale con le categorie tradizionali del nazionalismo metodologico, si sono sviluppati, negli ultimi decenni, degli approcci alternativi.

Tra questi, un filone di ricerca basato su formazioni sociali transnazionali diversamente definite come classe dirigente atlantica (Van Der Pijl, 1984), classe capitalistica transnazionale (Robinson e Harris, 2000; Sklair, 2001; Carroll e Carson, 2003), oligarchia finanziaria, élite transnazionale (Ventrone, 2004) ecc.

Queste linee di ricerca sono però rimaste ai margini del mainstream delle scienze sociali, spesso relegate al rango di teorie del complotto.

Tuttavia, con l’inasprirsi della crisi finanziaria, via via che i guasti dell’attuale sistema economico globale diventano evidenti ad un pubblico sempre più vasto, vale forse la pena di esplorare approcci e strumenti alternativi a quelli che hanno mostrato scarsa capacità di interpretare e, soprattutto, prevedere il funzionamento di questo sistema.

 

2)L’ipotesi che qui proponiamo è che negli anni ’70 si sia andata strutturando una formazione sociale d’élite consapevolmente intesa come strumento di individuazione delle priorità comuni e formulazione delle politiche da adottare al fine di promuoverle nell’interesse dei gruppi sociali espressione della massima proiezione transnazionale dei paesi centrali del sistema capitalistico mondiale.

Quegli anni sono stati, infatti, contrassegnati dalla nascita di nuove forme pubbliche e private di organizzazioni internazionali mentre, allo stesso tempo, associazioni e organizzazioni preesistenti mutavano forma o acquistavano nuovo vigore.

3)La formazione di questo blocco sociale transnazionale costituiva una risposta alle tensioni che minacciavano in modo crescente la già precaria stabilità interna e internazionale.

Nella seconda metà degli anni ’60, la crescente militanza della forza lavoro, un movimento giovanile che segnava il passaggio all’età adulta della generazione nata nel dopoguerra, la protesta mondiale contro la guerra del Vietnam, il movimento per l’emancipazione dei neri negli Stati Uniti e il femminismo, che trovarono la loro massima espressione nella rivoluzione mondiale del sessantotto, cominciavano a minare la visione di controllo del liberalismo globale diventata egemonica con la promessa del benessere materiale.

Ma, col progressivo realizzarsi di questa promessa, alle rivendicazioni legate al consumo di massa si andavano affiancando nuove aspirazioni di carattere etico o culturale e la richiesta di una democratizzazione sostanziale, minando i vigenti equilibri in campo economico, politico e sociale.

 

4) Un’altra importante sfida era, sul piano internazionale, quella posta dalle crescenti rivendicazioni di un folto gruppo di stati periferici che avevano trovato nell’Onu, con la costituzione della “United Nations Commission on Trade and Development” (Unctad), un autorevole quadro istituzionale e, rifiutando di inquadrarsi nelle linee tracciate dalla guerra fredda, si organizzavano in un fronte che chiedeva un «Nuovo ordine economico mondiale» più equo nella distribuzione delle ricompense.

 Questi paesi, il cui sviluppo era stato in precedenza l’oggetto di un’ideologia prodotta altrove ed esprimeva la visione e gli interessi dei paesi centrali, cominciarono a mettere seriamente in discussione questa egemonia intellettuale e la sua pretesa esclusiva di rappresentare la «razionalità».

 

1). Il ruolo centrale della Commissione trilaterale.

5)Per ovvie ragioni, sarebbe impossibile in questa sede ricostruire la storia e l’articolazione funzionale e gerarchica delle iniziative e delle istituzioni concepite per reagire a queste sfide.

 Utilizzeremo quindi la Commissione trilaterale come prisma privilegiato per l’analisi della visione dell’élite transnazionale e del suo orientamento in quegli anni.

Si trattava di un forum privato, i cui membri provenivano da tre aree geografiche: Nord America (Stati Uniti e Canada), Europa (Cee) e Giappone.

Il fine di questa organizzazione era quello di «stimolare una più stretta collaborazione tra queste aree industrializzate democratiche centrali con comune responsabilità di guida del più ampio sistema internazionale».

Costituita su iniziativa di David Rockfeller, questa istituzione, benché priva di qualsiasi potere formale, metteva in comunicazione i massimi esponenti del capitalismo transnazionale con alti funzionari pubblici nazionali e delle istituzioni multilaterali, accademici, magnati dell’informazione e sindacalisti moderati, allo scopo di favorire la creazione di consenso e la formulazione di soluzioni condivise a problemi comuni.

La sua influenza sui processi decisionali concreti può essere desunta dalla partecipazione di primo piano alla preparazione dell’”agenda dei lavori di G7 e Ocse.”

 

6) Tra le numerose pubblicazioni rilevanti ai fini della nostra analisi, spiccano due rapporti che esemplificano egregiamente l’orientamento della “Trilateral “in quegli anni.

In un periodo di notevole turbolenza intra e internazionale, la ricerca di un nuovo tipo di controllo sociale produsse, nel 1975, un importante documento intitolato “The crisis of democracy “(Crozier et al., 1977).

Tuttavia, la crisi di cui si parlava non era quella denunciata venti anni prima da C. W. Mills (1959).

Stavolta, ciò che si denunciava non era un difetto di democrazia.

 In questo rapporto, si affrontava il problema della compatibilità tra stabile sviluppo capitalistico e ordinamento democratico. “Samuel Huntington”, in particolare, avanzava la tesi che ci si trovasse in una situazione caratterizzata da un «eccesso di democrazia» pericoloso per la stabilità del sistema.

 

Non è detto che un valore che sia normalmente buono in se stesso venga ottimizzato allorché venga massimizzato.

Abbiamo finito con l’ammettere che ci sono limiti potenzialmente auspicabili alla crescita economica.

 E così ci sono pure limiti potenzialmente auspicabili all’ampliamento indefinito della democrazia politica.

Con un’esistenza più equilibrata, la democrazia avrà una vita più lunga (Crozier et al., 1977, 110).

 

7) La causa principale di questo eccesso veniva identificata nei miglioramenti dell’istruzione statunitense.

L’unica variabile di status veramente importante che incida sulla partecipazione e sugli atteggiamenti politici è l’istruzione.

Per diversi decenni il livello di istruzione negli Stati Uniti ha continuato a crescere rapidamente.

 Nel 1940, meno del 40% della popolazione possedeva un’istruzione oltre la scuola elementare;

nel 1972, il 75% della popolazione aveva frequentato la scuola secondaria o l’università (rispettivamente, il 40 e il 35%).

Più una persona è istruita, più è probabile che partecipi alla politica, che possieda una concezione più ideologica e coerente della tematica politica e che abbia una visione più «illuminata» o «liberale» o «orientata al mutamento» della problematica sociale, culturale e di politica estera.

Di conseguenza, l’ondata democratica può semplicemente essere stato il riflesso di una maggiore istruzione della popolazione (ivi, 106).

 

8) Un’altra era costituita dai progressi nei diritti e nella loro estensione a fasce della popolazione prima escluse, delineando un’interessante concezione della democrazia a somma zero.

[...] il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico include, in genere, una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi.

In passato, ogni società democratica ha avuto una popolazione marginale, di dimensioni più o meno grandi, che non ha partecipato attivamente alla politica.

In sé, questa marginalità da parte di alcuni gruppi è intrinsecamente antidemocratica, ma ha anche costituito uno dei fattori che hanno consentito alla democrazia di funzionare efficacemente.

I gruppi sociali marginali, ad esempio i negri, partecipano ora pienamente al sistema politico.

 Però, rimane ancora il pericolo di sovraccaricare il sistema politico con richieste che ne allargano le funzioni e ne scalzano l’autorità.

È necessario quindi sostituire la minore emarginazione di alcuni gruppi con una maggiore autolimitazione di tutti i gruppi (ivi, 109).

 

9) Le soluzioni prospettate nel rapporto prevedevano, tra le altre, un’inversione di tendenza rispetto alla «svolta assistenziale» che aveva segnato quegli anni e la privatizzazione dei mezzi di comunicazione di massa, in quanto:

Oggi, una minaccia rilevante proviene dagli intellettuali e gruppi collegati che asseriscono la loro avversione alla corruzione, al materialismo e all’inefficienza della democrazia, nonché alla subordinazione del sistema di governo democratico al capitalismo monopolistico.

 Lo sviluppo tra gli intellettuali d’una «cultura antagonista» ha influenzato studenti, studiosi e mezzi di comunicazione (ivi, 23).

 

10) Ma l’elemento più interessante, ai fini della nostra argomentazione, è la possibile, estrema, soluzione offerta alla crisi.

Suggeriva infatti che i movimenti politici ed economici che minacciavano l’egemonia del modello sociale del capitalismo occidentale non sarebbero sopravvissuti ad una crisi dura e prolungata.

 

11) Sul piano globale, il Task force report del 1976, intitolato “The Reform of International Institutions”, conteneva indicazioni sulle strategie di coordinamento delle politiche dei paesi centrali basate su un ruolo centrale dell’Ocse e proponeva una nuova architettura delle istituzioni multilaterali che presentasse un fronte compatto alle sfide dal basso.

Quella che si prefigurava era un’articolazione gerarchica delle organizzazioni di tipo piramidale, con processi decisionali che partivano da un ristretto gruppo informale per poi essere estesi a, e applicati da, organizzazioni dalla portata sempre più vasta, globale, e dal sapore universalistico.

Il rapporto prevede una serie di cerchi concentrici di processi decisionali per garantire una gestione collettiva che è diventata necessaria per un efficace sistema internazionale:

un ristretto gruppo centrale informale (che può differire nella sua composizione specifica secondo la questione trattata), un gruppo più ampio di tutti i paesi più importanti e la realizzazione formale delle iniziative condivise attraverso nuove o esistenti istituzioni universali.

Un sistema così concepito può essere sia efficace che legittimato, se realizzato attraverso continue consultazioni tra paesi dei diversi cerchi e se i singoli paesi sono disposti ad essere rappresentati da altri a certi livelli di discussione (Bergsten et al., 1976).

 

12) In questo tipo di configurazione del potere internazionale, dalla forma nettamente più verticistica ed elitaria rispetto alle iniziative portate avanti sotto l’egida dell’Onu, per «ristretto gruppo informale» si intendeva la stessa Commissione trilaterale;

per «gruppo più ampio di tutti i paesi più importanti», il G7 e l’Ocse e per «esistenti istituzioni universali», Fmi, Banca Mondiale e Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade).

 Questa doveva essere, secondo la Trilaterale, l’ossatura gerarchica del governo mondiale.

 

2.) La continuazione della guerra con altri mezzi.

 McNamara” è stato membro del” Council on Foreign Relations”, del “Bilderberg Group” e membro fondatore e (...)

13) Nel frattempo, le istituzioni universali in questione stavano subendo una profonda trasformazione.

 Esse erano state inizialmente relegate ad un ruolo marginale nel periodo di massimo fulgore dell’egemonia americana.

Tuttavia, con il progressivo declino statunitense in termini di prestigio e consenso, si sarebbero rivelate uno strumento prezioso.

In particolare, la “Banca Mondiale”, nata con lo scopo di finanziare la ricostruzione postbellica, aveva cambiato obiettivo, assumendo come scopo principale, sotto la presidenza “McNamara”, la «guerra alla povertà».

 

3)  Questo curioso passaggio dalla difesa alla Banca Mondiale si è ripetuto in seguito, quando Paul Wol (...)

14) Robert McNamara arrivava alla Banca dopo una fortunata quanto discussa carriera prima nella “Ford Motor Company”, di cui era diventato primo presidente estraneo alla famiglia, poi come” Segretario della difesa” nelle amministrazioni Kennedy e Johnson, durante la guerra del Vietnam.

Quanto frenico spinto, aveva affrontato il suo compito con piglio manageriale, utilizzando il “body count “(conteggio delle vittime nemiche) come criterio di valutazione dei risultati dello sforzo bellico.

Era infatti convinto che, superata una certa soglia, i nemici si sarebbero finalmente arresi.

In seguito, frustrato e deluso per i risultati della guerra, con notevole tempismo, assunse la carica di presidente della” Banca nell’aprile 1968”, proprio mentre la contestazione raggiungeva l’apice.

 Il costo economico e di immagine della guerra, oltre alle ingenti perdite umane, dimostrava l’inefficacia dell’approccio militare alla questione del contenimento dell’espansione del comunismo.

Quando comunicò al presidente “Johnson” il suo interesse per la presidenza della “Banca Mondiale,” gli disse che vedeva questa posizione, letteralmente, come «an opportunity for continued service» (cit. in Kraske, 1996, 161).

Parafrasando “von Clausewitz”, McNamara vedeva il suo lavoro alla Banca come la continuazione della guerra con altri mezzi.

 

15) Come presidente della Banca Mondiale, McNamara si può considerare uno dei principali responsabili dell’enorme espansione dei prestiti ai paesi in via di sviluppo, spesso dominati da feroci dittature, sia per i crediti erogati direttamente, sia per il prestigio e la reputazione di neutralità dell’istituzione, che contribuiva ad orientare e garantire i prestiti delle altre istituzioni finanziarie pubbliche e private che ad essa si accodavano erogando ingenti finanziamenti.

 Oltre ad aver contribuito a creare le condizioni della crisi del debito degli anni ’80, McNamara fu anche il padre dei programmi di aggiustamento strutturale che guidarono la gestione della crisi.

Questi ultimi rappresentarono negli anni ’80, il principale strumento dell’estensione a buona parte del Terzo mondo di quelle politiche neoliberiste ispirate alla scuola di Chicago già sperimentate nel cono sur dalle dittature militari degli anni ’70 e che costituivano il nucleo ideologico di quello che è stato definito “Washington consensus”.

L’ultima eredità di McNamara ha avuto conseguenze assai più importanti.

 Egli lasciò la Banca proprio quando stava per esplodere la crisi del debito, alla quale la sua strategia aveva contribuito in modo determinante.

Prima di andarsene, tuttavia, egli riuscì a imporre il concetto che avrebbe ispirato le decisioni da prendere negli anni successivi e ad assicurarsi che esso venisse tradotto in pratica, almeno nella fase iniziale, in alcuni fra i paesi più indebitati.

Si trattava del concetto di «aggiustamento» che, dando origine alla nuova politica di concessione di prestiti «su base strategica», vale a dire prestiti a condizioni irrevocabili, aumentò in modo considerevole il potere della Banca sul mondo (George e Sabelli, 1994, 56).

 

16) L’elezione di Carter aveva fatto sperare in una nuova stagione propizia al liberalismo globale.

Ma alla fine degli anni ’70 era ormai chiaro che quell’epoca si era chiusa definitivamente:

«stava avendo luogo qualcosa di fondamentale: più che interludi conservatori in una tendenza liberale di lungo periodo, il mondo, a partire dagli anni ’50, aveva attraversato brevi interludi liberali in un’economia politica sempre più conservatrice» (Milobski e Galambos, 1995, 187).

 

17) Quando le condizioni peggiorarono, e il compromesso egemonico trilaterale entrò in crisi con le emergenze in Iran e Nicaragua, gli estremi rimedi suggeriti ne “La crisi della democrazia”, inizialmente accantonati per il potenziale costo politico che avrebbero comportato, si trasformarono in un’alternativa praticabile e sfociarono nella drastica stretta creditizia (conosciuta come” Volcker shock”) inaugurata da” Paul Volcker”, già sottosegretario nell’amministrazione Nixon, membro fondatore della Trilaterale, nominato presidente della Federal Reserve con l’appoggio determinante di David Rockfeller.

Di pari passo, «molti dei membri della Commissione”, pur essendo economisti di stampo keynesiano, aggiornarono le loro posizioni quando un approccio monetarista apparve più utile.

Ciò sottolinea quanto sia importante considerare la Commissione come parte di un continuo processo di formazione di una coscienza di classe, in particolare per i membri di un esclusivo, ristretto, gruppo d’élite» (Gill, 1990, 227).

La capacità di adattamento della Commissione trilaterale spiega anche la sua persistente vitalità, che fece sì che alcuni dei suoi membri partecipassero anche all’amministrazione Reagan.

 

3. Toccare il Fondo.

4) Alto funzionario del G7 (cit. in Denny, 2002).

18) La crisi del debito iniziata nel 1982, innescata dall’inversione di tendenza nella politica creditizia statunitense, segna anche un altro importante passaggio.

Il “Fondo Monetario Internazionale” (Fmi), nato come fondo di stabilizzazione degli squilibri temporanei delle bilance dei pagamenti, diventa prestatore internazionale di ultima istanza.

Questo ruolo ha conferito al Fondo un potere enorme.

 Dopo il Messico, più di trenta paesi, latinoamericani e no, si trovarono in ritardo sui rimborsi e più di venti dovettero rinegoziare il loro debito.

In tutte queste negoziazioni, il Fondo divenne il principale arbitro dell’accesso, così come dei termini, dei nuovi finanziamenti esterni.

I creditori cominciarono ad insistere formalmente che un paese debitore concludesse un accordo di prestito soggetto a rigida condizionalità col Fmi come precondizione della loro assistenza finanziaria.

Molte rinegoziazioni furono anch’esse condizionate alla costante conformità con i criteri di rendimento del fondo;

e in alcuni casi le scadenze dei nuovi prestiti erogati furono fatte coincidere con le date previste per la valutazione dei risultati dei programmi di stabilizzazione del Fondo.

 Il Fondo offriva assistenza finanziaria – e, in quanto tale, esercitava una notevole influenza sulle politiche dei debitori in difficoltà (Cohen, 1986, 230).

Di fatto, col passare del tempo, i piani di salvataggio del Fmi, attraverso il trasferimento diretto di denaro dalle casse del fondo alle mani dei banchieri occidentali, sono diventati «un sistema di welfare per Wall Street».

Con la diffusione della pratica della socializzazione del debito, infatti, il peso dei debiti si distribuisce in maniera inversamente proporzionale alla ricchezza.

19) Nessuna legge nazionale permette ai debitori di scaricare sugli altri il peso dei loro debiti.

A livello internazionale, tuttavia, ciò accade spesso e con conseguenze durissime per le fasce svantaggiate della popolazione.

Succede quando gli stati si fanno carico dei debiti delle loro aziende private, come nel caso dei piani di salvataggio orchestrati dal Fmi, o quando porzioni dei prestiti ottenuti da una nazione vanno direttamente ad arricchire politici e funzionari.

Questa pratica si è affermata durante la crisi del debito degli anni ’80 grazie alle pressioni dei comitati formati da funzionari delle banche con la maggiore esposizione.

Questi, per evitare di dover negoziare individualmente con ogni singolo debitore (oltre alle nazioni c’erano infatti centinaia di altri soggetti, come le province o le aziende statali e private), hanno ottenuto che gli stati si facessero rappresentanti dei debitori entro i loro confini e, soprattutto, che riportassero tutti i debiti sotto la garanzia sovrana dello stato.

 La prima mossa era indubbiamente ragionevole, la seconda non proprio, ma riunire tutti i debiti sotto la responsabilità dello stato accresceva la sicurezza dei creditori, specie quelli più esposti verso imprese private, che erano anche i più grossi prestatori ed i più attivi nell’orchestrare il processo negoziale (cfr. Buckley, 2003).

20) Inoltre, la posizione di forza del Fmi gli ha permesso di vincolare i suoi piani di salvataggio all’applicazione da parte dei paesi debitori di rigidi programmi di politica economica volti principalmente, nella retorica del Fondo, a mettere questi paesi in condizione di ripagare il debito.

Queste politiche includono svalutazione della moneta, tagli alla spesa sociale, rialzo dei tassi d’interesse, privatizzazione estensiva del patrimonio pubblico e riduzione dei salari.

 

21) Non è questa la sede per riassumere le critiche mosse alla Banca Mondiale e al Fmi.

La letteratura sull’argomento, accademica e no, è pressoché sconfinata.

 La loro impopolarità è testimoniata dalle manifestazioni che accompagnano le loro riunioni annuali e nel 1994, anno in cui cadeva il cinquantesimo anniversario della loro fondazione alla conferenza di Bretton Woods, è stata lanciata una popolare campagna il cui slogan era “Fifty years is enough”.

 Tuttavia, l’elemento più rivelatore è un altro.

Molti dei paesi che hanno «toccato il Fondo» hanno cercato in seguito di sviluppare delle strategie di emancipazione dalla sua influenza.

Il fatto che molti paesi abbiano voltato le spalle al Fmi è testimoniato dalla dinamica recente del suo bilancio.

Nel 2004, i nuovi crediti erogati ammontavano a soli 2,5 miliardi di dollari, toccando il livello più basso dagli anni ’70.

Il totale dei crediti pendenti è calato tra l’aprile del 2004 e il novembre del 2005 da 90 a 66 miliardi di dollari, per poi ridursi ulteriormente e drammaticamente negli anni successivi.

Nel giro di sei mesi, i governi di Argentina, Brasile e Indonesia hanno deciso di pagare i loro debiti in anticipo, una mossa che ha messo il Fondo in seria difficoltà. Dato che il Fondo finanzia i suoi costi di gestione con gli interessi pagati dai debitori, la contrazione dei prestiti si traduce in un calo delle entrate (cfr. Dieter, 2006).

 

22) Il caso argentino è particolarmente interessante.

Dopo essere stata portata ad esempio dal Fondo fino al ‘99 come allieva modello, avendo seguito alla lettera le sue indicazioni per tutti gli anni ’90, l’Argentina ha subito nel 2001 quella che è considerata la più grave bancarotta nazionale di tutti i tempi.

Ma dal 2003, svincolandosi progressivamente dal controllo del Fondo, l’economia argentina è ripartita con una crescita media del 9% annuo, accompagnata da una notevole crescita delle esportazioni e delle riserve valutarie.

Con ciò non si vuole sostenere che l’Argentina abbia risolto tutti i suoi problemi e che nel futuro continuerà sulla strada di una crescita sostenibile, ma la percezione in Argentina è che le raccomandazioni del Fmi abbiano contribuito a precipitare il paese in una grave crisi e che senza il Fondo l’economia cresca in modo spettacolare.

 

4). Eutanasia del modello sociale europeo.

23) Paradossalmente, abbandonato dai suoi tradizionali clienti, i paesi emergenti e in via di sviluppo, il Fondo è risorto grazie alla crisi che ha colpito i suoi maggiori azionisti, gli Stati Uniti e soprattutto l’Europa, che gli ha attribuito un ruolo centrale nella sua gestione.

Tuttavia, anche se i clienti sono cambiati, le ricette finora proposte non sembrano aver subito sostanziali revisioni.

 

24) Via via che i governi tecnici sostituiscono quelli politici nella gestione della crisi europea, appaiono sempre più chiari la visione e gli interessi che ne informano la logica.

Da una parte e dall’altra dei tavoli dei negoziati ci sono persone che appartengono agli stessi circoli, hanno lavorato per gli stessi committenti e rappresentano gli stessi interessi e la stessa visione del mondo, formando una vera e propria comunità epistemica (Ingham, 2010).

 Il primo ministro italiano, Mario Monti, all’atto della nomina ha dovuto rassegnare le dimissioni da capo della delegazione europea della Commissione trilaterale ed ha lavorato per la Goldman Sachs dal 2005 al 2010, così come, dal 2003 al 2005, Mario Draghi, non attuale governatore della Banca Centrale Europea.

 

5)  L’immagine della Goldman Sachs, negli ultimi anni, è stata seriamente compromessa da vicende poco o (...)

25) Charles Dallara, il negoziatore che rappresenta i creditori della Grecia è un ex dipendente della banca J. P. Morgan & Co, mentre l’attuale primo ministro tecnico greco, Lucas Papademos, ex membro della Trilateral ed ex vicepresidente della Bce, era governatore della Banca centrale greca quando la Goldman Sachs «aiutò» la Grecia a entrare in Europa con una complessa operazione di architettura finanziaria.

Quest’ultima, benché tecnicamente legale, ha contribuito non poco all’attuale crisi.

Daniel Cohen, consulente della banca francese Lazard e del governo greco, ha partecipato con “Jeffrey Sachs” e “Felipe Larrain” alla «terapia di shock» che mise in ginocchio la Bolivia negli anni ’80.

 

26) Questi sono solo alcuni nodi della rete che connette strettamente i protagonisti di un processo la cui sintesi affidiamo alle parole di “Michael Hudson”:

 

Dal punto di vista del settore finanziario, la «soluzione» alla crisi dell’Eurozona è il sovvertimento dei fini della “Progressive Era” di un secolo fa – quella che” John Maynard Keynes” definì garbatamente «euthanasia of the rentier» nel 1936.

L’idea era subordinare il sistema bancario al servizio dell’economia e non il contrario.

 Invece, la finanza è diventata il nuovo tipo di guerra – apparentemente meno sanguinosa, ma con gli stessi obiettivi delle invasioni vichinghe di oltre mille anni fa, e delle successive conquiste coloniali europee:

appropriazione di terre e risorse naturali, infrastrutture e qualsiasi altra risorsa potesse fornire un flusso di entrate. [...]

 Perché una tale sottrazione di risorse e potere possa aver luogo, c’è bisogno di una crisi che sospenda i normali processi legislativi politici e democratici che la possano ostacolare (Hudson, 2011).

 

27)  Quella che si sta verificando, quindi, parafrasando “Keynes”, è una eutanasia del modello sociale europeo.

La crisi rappresenta uno strumento prezioso per la redistribuzione delle risorse e del potere dal basso verso l’alto orientata dal potere – e giustificata dall’ideologia – di un’élite transnazionale espressione degli interessi della finanza.

 Finché l’approccio dominante rimarrà immutato, il peso del debito contratto per salvare le banche ricadrà su quella parte della popolazione che paga le tasse e dipende dai servizi pubblici per le proprie necessità.

I tagli di spesa e le ulteriori privatizzazioni porteranno ad una riduzione quantitativa e/o qualitativa dei servizi e ad una loro subordinazione a criteri di profittabilità, e questo, in un continente che non ha affatto l’esperienza degli Stati Uniti (che pure non andrebbero presi ad esempio) in termini di regolamentazione e disciplina dell’offerta privata di servizi pubblici fondamentali.

La rivincita del rentier.

 

Mattarella: “Accelerare gli

Obiettivi dell’Agenda 2030”

Conoscenzealconfine.it – (10 Maggio 2024) – Redazione – Mattarella - ci dice:

Secondo Mattarella, allo stato attuale solo una modestissima percentuale degli obiettivi dell’Agenda 2030 sarebbe raggiungibile nei tempi dati.

 

“L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, con i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ha il merito di avere fornito un orizzonte concreto per il loro realizzarsi, indicando un percorso che tutti gli Stati Membri si sono impegnati a perseguire nell’ ‘interesse dei popoli’, che passa anzitutto dalla preservazione del pianeta (sì certo… disseminandolo di parchi fotovoltaici – nota di coscenzealconfine) il luogo che abitano” ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Onu.

“Giunti alla seconda metà del cronoprogramma di attuazione dell’Agenda, una decisa accelerazione verso il raggiungimento dei nostri obiettivi comuni appare imprescindibile, come riaffermato, lo scorso settembre, durante l’ultimo Vertice Onu in materia”.

Il Capo dello Stato osserva però che il contesto complesso in cui ci troviamo rende difficile il raggiungimento di questi obiettivi: “All’intensificarsi degli effetti negativi del cambiamento climatico si aggiunge il proliferare di drammatici conflitti che allontanano dal dare priorità all’agenda stessa.

Le conseguenze sono disastrose:

allo stato attuale solo una modestissima percentuale degli obiettivi dell’Agenda 2030 sarebbe raggiungibile nei tempi dati“. (Dio c’è… – nota di conoscenzealconfine). (tgcom24.mediaset.it)

(imolaoggi.it/2024/05/08/mattarella-accelerare-obiettivi-agenda-2030/).

 

 

 

Miliardari con la coscienza:

«Dovete tassarci di più».

Ilmanifesto.it – (18 gennaio 2024) - Roberto Ciccarelli – ci dice:

 

IL CASO. La lettera di 250 super-ricchi alla kermesse di Davos:

 «È a rischio la democrazia».

 Il primo fu Warren Buffet, i legionari del capitale al governo non ci pensano proprio.

 Il Brasile di Lula ha promesso di portare la lotta alla disuguaglianza al G20

Miliardari con la coscienza: «Dovete tassarci di più»

Nuovo!

Tassateci per contribuire a pagare servizi pubblici migliori in tutto il mondo.

 Lo hanno chiesto ieri più di 250 tra miliardari e milionari all’élite politico-finanziaria riunita a Davos per il “World Economic Forum”.

Tra i ricchi di 17 paesi diversi che hanno firmato la lettera intitolata «Proud to Pay» [orgogliosi di pagare, ndr.] figurano Abigail Disney, erede della Disney; Brian Cox, che ha interpretato il miliardario Logan Roy nella serie Tv Succession; l’attore e sceneggiatore Simon Pegg; Valerie Rockefeller, erede della dinastia statunitense.

Tre gli italiani: Guglielmo e Giorgiana Notarbartolo di Villarosa, figli di Veronica Marzotto, tra i firmatari di un altro al G20 “Tax extreme wealth”, e Martino Cortese, nipote del fondatore di Amplifon e cofondatore di Citybility.

 La lettera sarà consegnata, tra gli altri, da Marlene Engelhorn e Stephanie Bremer durante la kermesse nella cittadina svizzera.

 L’iniziativa è sostenuta da organizzazioni come “Patriotic Millionaires UK”, “Taxmenow”, “Millionaires For Humanity” e” Oxfam”.

 

«VI CHIEDIAMO di tassare noi, i più ricchi della società hanno scritto i firmatari. Questo non altererà radicalmente il nostro tenore di vita, non priverà i nostri figli e non danneggerà la crescita economica delle nostre nazioni.

Ma trasformerà la ricchezza privata estrema e improduttiva in un investimento per il nostro comune futuro democratico.

La disuguaglianza ha raggiunto un punto di svolta e il suo costo per la nostra stabilità economica, sociale ed ecologica è grave – e cresce ogni giorno.

Dobbiamo agire subito».

«VIVIAMO al tempo di una seconda Età dell’oro – ha detto “Brian Cox” -I miliardari sfruttano la loro immensa ricchezza per esercitare potere politico e influenza, minando la democrazia e l’economia globale.

 Se i nostri rappresentanti eletti continueranno a rifiutarsi di affrontare questa concentrazione di denaro e potere, le conseguenze saranno terribili».

«Sempre di più populismi e sovranismi sono il rifugio di grandi fasce della popolazione scontente e frustrate in tutto il mondo – ha aggiunto “Abigail Disney” – Quello che manca è la forza politica per farlo.

Le élite riunite a Davos devono prendere sul serio questa crisi».

 

INSIEME ALLA LETTERA è stato diffuso il rapporto “Orgogliosi di pagare di più” e i risultati del sondaggio che ha interpellato oltre 2.300 persone titolari di patrimoni investibili, escluse le abitazioni, superiori a un milione di dollari.

È emerso che il 58% è favorevole all’introduzione di una tassa patrimoniale del 2% sulle persone con più di 10 milioni di dollari e che il 54% ritiene che la ricchezza estrema sia una minaccia per la democrazia.

IL BRASILE DI LULA assumerà la presidenza del G20 nel 2024 ha preso l’impegno di inserire la lotta contro la disuguaglianza nell’agenda del vertice.

 Il G20 brasiliano può contribuire a risolvere la situazione se guida gli sforzi globali per tassare noi, i super-ricchi» si è augurata “Marlene Engelhorn,” ereditiera austriaca e cofondatrice di “Taxmenow”.

 

LA LETTERA DEI MILIARDARI è un altro episodio di una storia recente iniziata con l’investitore “Warren Buffett”.

 All’inizio del 2011 disse di ritenere sbagliato che i ricchi, come lui, potessero pagare meno tasse federali Stati Uniti rispetto alla «classe media» e si è espresse a favore di un aumento delle imposte sul reddito dei ricchi.

La proposta fu raccolta da Barack Obama, allora alla Casa Bianca.

 Fu proposta la «Buffett Rule» che prevedeva l’applicazione di un’aliquota minima del 30% sulle persone fisiche che guadagnano più di un milione di dollari all’anno. La tassa avrebbe interessato lo 0,3% dei contribuenti americani.

NON SE NE FECE NIENTE.

 La «legge di Buffett» rimase una simbolica «linea guida», non un’iniziativa legislativa.

Il 16 aprile 2012 fu bloccata dall’ostruzionismo dei repubblicani.

Da allora siamo sempre lì.

Una coorte di legionari del capitale coltiva l’individualismo proprietario, spoglia il Welfare e fa pagare i danni a chi guadagna meno e lavora peggio.

Resta la filantropia, la lavatrice della coscienza dei padroni del mondo.

 

 

 

 

 

«Noi, governati da élites senza pensiero».

Vita.it -Marco Dotti – (26 ottobre 2017) – Redazione - Serge Latouche – ci dice:

«Siamo governati da un’oligarchia mondiale, da una megamacchina funzionale alla società della crescita globalizzata.

 Una macchina che dà l’impressione di essere compatta, decisa e precisa, quasi monolitica. Ma non lo è».

Un'intervista con l'ispiratore del movimento della decrescita.

L’economia dei paesi sviluppati ristagna.

Al contempo, l’aumento del prezzo delle materie prime e dei beni di prima necessità ha alterato gli equilibri geopolitici non solo in Egitto e nel Maghreb, ma in tutta l’Africa.

 La vera crisi, che il mainstream dichiarava alle nostre spalle dopo l’effetto domino dei mutui subprime, probabilmente non è ancora arrivata.

 Eppure, anche in queste condizioni, viene da chiedersi se una crisi, una vera crisi, non possa diventare una buona notizia e, forse, l’unica vera notizia in una situazione che non pare offrirne altre, nel deserto di un’Europa lastricato di buone intenzioni, ma nulla più.

 

Per Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’Università di Paris-Sud, principale ispiratore del movimento per la «decrescita serena» la risposta è evidentemente affermativa.

Se “crisi” implica l’apertura di soglie, di varchi, di possibilità d’uscita da quello che, nei suoi scritti, descrive come un vero e proprio «totalitarismo del consumo».

L’immaginario, osserva Latouche, deve essere decolonizzato, liberato da quella «megamacchina» che, con le sue frontiere, la sua burocrazia e il suo incedere tecno-economico tende a bloccare ogni alternativa possibile all’economia di mercato, vedendo in una crisi solo conflitti e catastrofi, mai opportunità per quel salto di paradigma che tutti reclamano, ma che pochi – forse – hanno il coraggio di rivendicare davvero.

Siamo governati da un’oligarchia mondiale, da una megamacchina funzionale alla società della crescita globalizzata.

 Una macchina che dà l’impressione di essere compatta, decisa e precisa, quasi monolitica. Ma non lo è.

(Serge Latouche).

 

Come uscire da una società che non solo “consuma”, ma sulle dinamiche di consumo ha orientato oramai quasi ogni sua politica pubblica?

 Serve uno shock?

È un’uscita, non una semplice deviazione.

Come tale non può configurarsi altrimenti che nella forma della rottura.

Sì, abbiamo bisogno di uno shock, di un urto drastico, radicale. Non si tratta pertanto di contrapporre a un modello “malato” di sviluppo un altro modello che presupponiamo o pretendiamo essere di sviluppo “virtuoso”, buono, moderatamente più equo o giusto.

Bisogna scartare di lato, cambiare il software mentale, rovesciare il paradigma che informa le nostre esistenze.

Al punto in cui siamo giunti, sembreremmo avviati verso una inevitabile catastrofe.

 

È davvero così?

In fondo, parlare di catastrofe oggi è un molto à la page, ma nessuno sembra crederci davvero…

Gli antichi greci vedevano nella catastrofe la naturale – ma non per questo inevitabile – conclusione della tragedia.

 La catastrofe era conseguenza di un sentimento di sfida, di tracotanza, di supponenza da parte dell’eroe.

 Noi sappiamo, però, che non è mai un determinismo cieco a guidare il corso degli eventi.

Esiste sempre un’altra possibilità, c’è sempre una breccia, un varco, un’occasione da cogliere a tempo debito (i greci stesso parlavano di “kairos”).

 La casualità degli avvenimenti può aprirsi a imprevedibili e non infausti orizzonti.

Perché non siamo ancora usciti da questo vicolo cieco, allora?

Siamo diventati dei tossicodipendenti.

Abbiamo paura di perdere, abbiamo timore di cercare, deleghiamo tutto agli esperti, non sappiamo vedere l’altrove che è già qua, in un salto di paradigma tanto necessario quanto inevitabile.

Non abbiamo paura di subire ciò che subiamo, ma temiamo anche il più piccolo passo in direzione del cambiamento.

La nostra dipendenza dai consumi è una vera e propria intossicazione, in parte volontaria, in parte involontaria.

Anche se intuiamo o a livelli più profondi elaboriamo la necessità di uscirne, la cura disintossicante non è una cosa da poco e non è, soprattutto, cosa facile.

 Richiede uno sforzo serio, presuppone l’esperienza di un limite.

A livello individuale, tanti sono oramai persuasi della necessità di uscire dalla società dei consumi, ma è una questione che trascende il singolo.

 O meglio: li riguarda, li comprende, ma è poi a livello di sistema che le cose si giocano nella loro radicalità complessa.

Credo che il timore della catastrofe o la minaccia della morte possa comunque imprimere al tutto una deviazione inedita e imprevista.

Quello che gli antichi chiamavano” clinamen”, la deviazione improvvisa di atomi che, nella loro caduta, si incontrano…

 

Segni di questa caduta che unisce, di questo “clinamen” cominciano però a intravvedersi.

 Sono spaccature o brecce che si insinuano persino nell’immaginario di un’Europa che si sente e si crede sempre più “assediata”, dentro e fuori i suoi confini.

Però l’Europa è un progetto tutto, ma proprio tutto da ricostruire.

E da ricostruire dal basso.

Esistono ovunque resistenze allo spirito del tempo.

Pensiamo alla Tunisia, all’Egitto, alla Libia e riflettiamo soprattutto sull’immagine che ci eravamo fatti di questi paesi.

Avremmo mai immaginato, solo alcuni mesi fa, che sarebbe successo quello che è successo – e ancora sta succedendo e ancora succederà – sulle sponde del Mediterraneo?

 Molte persone si sono oramai convinte che si vivrebbe meglio, vivendo altrimenti. In Egitto e in Tunisia la gente ha ripreso la parola.

Si sono ritrovate nelle piazze, per partecipare, per chiedere, per contare.

Non solo per mendicare un pezzo di pane o di potere.

Per contare, per scegliere, per parlare, per cogliere l’attimo propizio alla svolta.

Crede che i governi se ne rendano conto?

Siamo governati da un’oligarchia mondiale, da una megamacchina funzionale alla società della crescita globalizzata.

Una macchina che dà l’impressione di essere compatta, decisa e precisa, quasi monolitica.

Ma non lo è.

La crisi attuale è interessante, da questo punto di vista.

 Nel 2008, dopo il crack della Lehmann Brothers, con il più grande fallimento nella storia degli Stati Uniti e probabilmente dell’intero Occidente, la megamacchina ha percepito che il sistema era fragile.

 I governi hanno quindi immesso in quel sistema, a seconda delle fonti, tra i 14.000 e i 24.000 miliardi di dollari:

una somma immane, che rappresenta un terzo del prodotto interno lordo mondiale.

 Nonostante queste misure, sono convinto che tra poco assisteremo a una crisi se possibile ancora più grande.

Ecco il “clinamen”, ecco la possibilità, ecco la breccia che ci si apre per rendere “meno fatale” il nostro destino.

 Poco importa, a questo punto, se i governi se ne renderanno conto.

Saremo pronti, noi, a cambiare le nostre vite?

Se la sapremo cogliere questa sarà un’enorme opportunità per svoltare.

Ci faremo sedurre ancora una volta dalle sirene del mercato?

Le oligarchie tenteranno nuovamente di indirizzare il tutto, a seconda dei loro interessi, che sono interessi di pochi.

Saremo pronti, stavolta?

Pronti per cambiare, per uscire da una società dei consumi sempre più consunta e logora?

 Siamo pronti per cambiare i nostri governi e imprimere all’economia globale un nuovo corso?

Pronti per una comunità più giusta e più umana?

Si aprirebbe un periodo di “austeritas”, per riprendere un concetto caro a” Ivan Illich”.

Citando San Tommaso, infatti, “Illich” ricordava come “Tommaso” indicasse nell’austerità una virtù capace di non escludere indiscriminatamente tutti i piaceri, ma solo quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali.

Preferirei non ricorrere al termine austerità.

 La parola è oramai entrata nel lessico dei tecnici e degli economisti di governo che con essa, ovviamente, intendono indicare i sacrifici imposti a una parte, e solo a una parte della popolazione.

Ovviamente, l’austerità degli economisti e dei burocrati è cosa ben diversa come la intendevano “Illich” e “Tommaso d’Aquino”.

Per sottrarci all’ambiguità, propongo un altro termine alla nostra discussione:” frugalità”.

Il progetto della decrescita potrebbe essere descritto così:

 è il progetto di costruire una società di abbondanza frugale. Sembra una provocazione, ma non lo è.

 La nostra società, la società attuale è tutto, fuorché una società dell’abbondanza. I pubblicitari lo sanno bene: la gente felice non consuma.

Per il consumo sfrenato è necessario creare un terreno di generale frustrazione.

 Il sistema deve creare un deserto di continue frustrazioni, sostituendo al desiderio tanti piccoli godimenti, tante pulsioni che indirizzino al consumo.

Se siamo invece capaci di autolimitarci, possiamo trovare forme di abbondanza dentro la frugalità.

 Mettiamola in questi termini la frugalità è una condizione dell’abbondanza.

 

Questa frugalità lei la descrive come liberamente scelta, non passivamente subita. Coincide dunque con una rinuncia guidata da consapevolezza e libertà?

Per decrescere bisogna de-crescere, abbandonando il falso idolo del benessere in favore di un «ben vivere».

Poiché, come ricordava Aristotele, la scienza della buona vita, della gioia di vivere, non è l’economia, ma semplicemente l’etica.

La via della decrescita è per l’appunto un’etica ha nel dono il proprio fondamento.

 “Ivan Illich”, che nel mio libro è a più riprese evocato, parlava della necessità di praticare un «tecno digiuno».

Non perché computer, tablet, telefonini e tutti gli aggeggi elettronici che ci circondano e ci facilitano la vita non siano in sé utili o belli.

 A volte ce la complicano, a volte no.

 Anche qui, però, dobbiamo però mettere un limite a tutto, anche al nostro desiderio di onnipotenza tecnologica.

Per dimostrare che siamo capaci di rinunciare.

 Dovremmo praticare una sorta di ascesi, un’etica frugale, di semplicità. Un tecno digiuno etico, per ritrovare le nostre radici.

Quali radici?

Radici che precedono il Rinascimento, il capitalismo e la società mercantile.

Radici plurime, greche, latine, arabe, persino pagane.

Non si tratta, ovviamente, di regredire, ma di innovare radicando, di radicarsi nella contemporaneità raccogliendo i frutti migliori del passato.

Il senso dell’ospitalità mediterranea, lo spirito del dono, l’amore per la comunità sono risorse che ci vengono dal passato e ci permettono di uscire dalla mercificazione del mondo.

Attenzione, però.

Quando parlo di comunità, intendo comunità di persone, non di individui intesi in quanto atomi sociali.

Il filosofo “Cornelius Castoriadis” parlava a questo proposito di autonomia.

L’autonomia, ricordava “Castoriadis”, non esclude la comunità.

Persone dotate di una vera autonomia non temono la vita in comune.

 Al tempo stesso, una vera comunità non può ostacolare l’autonomia dei suoi membri.

“Aristotele “affermava che la base della città non era l’interesse personale, ma la “philia”, l’amicizia.

 

Crede sia ancora possibile? Non è rischiosa questa aspirazione al ritorno alla comunità?

Una società che ha conosciuto l’individualismo, e in particolare l’individualismo sfrenato, non può più tornare alla comunità come la concepiva e viveva “Aristotele”.

Ma una forma di comunità nuova può riaffermarsi.

“Ivan Illich” individuava il fondamento di questa comunità non più nella “philia” in senso forte, ma nella convivialità, che è una “philia” leggermente più debole. Partirei da qui, da una convivialità rinnovata.

E che rinnova.

 

 

 

Populismo al potere: nuovi scenari

e sfide alla” democrazia liberale”.

Intervista a Daniele Albertazzi.

Pandorarivista.it - Anna Napoletano – (13 aprile 2023) – Redazione – Daniele Albertazzi – ci dice:

 

Il dibattito scientifico sul rapporto tra democrazia e populismo si è sviluppato in modo molto intenso negli ultimi anni, crescendo in relazione al diffondersi di partiti e movimenti in grado di entrare a far parte di coalizioni di governo.

“Daniele Albertazzi”, Professore ordinario di Scienze politiche e Co-direttore del Centre for Britain and Europe presso l’Università del Surrey, ha dedicato al tema del populismo al potere in Europa occidentale, insieme a “Duncan McDonnell”, uno studio sistemico nel 2015, dal titolo “Populists in Power”.

 Il populismo appare, secondo tale prospettiva, un fenomeno non episodico, in grado di diffondersi, costruire organizzazioni, creare comunità e identità e modellare le agende politiche.

 In questa intervista”, Albertazzi” riflette sugli approcci allo studio del fenomeno populista e sulle traiettorie e prospettive di tali forze alla prova del governo.

 

Che cos’è dal suo punto di vista il populismo?

Daniele Albertazzi:

A mio avviso siamo finalmente arrivati tra gli studiosi a un qualche tipo di accordo su cosa sia il populismo.

 Mettendo da parte la questione del suo essere un’ideologia completamente formata o meno – su cui effettivamente c’è ancora molto dibattito – sugli ingredienti essenziali di questa ideologia, o strategia, penso che vi sia in realtà un notevole accordo.

 Il populista afferma che esista un popolo omogeneo e unitario al quale si contrappongono una serie di élite.

 Rispetto a queste ultime aggiungo che, a differenza di quanto affermato da “Cas Mudde”, non ritengo che debbano necessariamente essere a loro volta omogenee e unitarie.

 Ciò che invece accomuna sempre le élite nel discorso populista è il fatto di essere viste come lontane dai bisogni e dai voleri del popolo, dedite ai propri interessi invece che a quelli di coloro che dovrebbero rappresentare.

Il manicheismo è un altro ingrediente fondamentale del populismo.

 La lotta fra popolo ed élite è sempre necessariamente anche una lotta fra bene e male, luce e tenebre, ecc.

A seconda del tipo di populismo in questione, l’enfasi può essere posta su temi economici, sociali o identitari.

Il discorso populista presuppone sempre un’idea di crisi e quindi declina un’offerta politica, rappresentando sullo sfondo una crisi imminente la cui mancata risoluzione può portare a danni gravissimi, se non alla fine di una democrazia o addirittura di un Paese.

Insomma, un certo tono apocalittico fa parte delle caratteristiche alla base del discorso populista.

Quindi quando si afferma che ancora non sappiamo cosa sia il populismo, a mio avviso, non si dice una cosa corretta.

 Invece, un aspetto interessante su cui si confrontano opinioni diverse riguarda la funzione della leadership.

 La presenza di un leader in grado di controllare e rappresentare in maniera totalizzante il popolo non sembra essere un ingrediente essenziale del populismo, anche se è stato additato come tale in passato.

Se torniamo invece ai due elementi ricordati qui sopra come caratteristici, possiamo già affermare che il populismo non sia facilmente compatibile con i principi della democrazia liberale.

Se il popolo è omogeneo e unitario, allora i meccanismi complicati della democrazia liberale diventano un impedimento all’affermarsi di quella volontà del popolo che il populista afferma di poter identificare e immediatamente realizzare.

Secondo lei c’è la possibilità di tracciare differenze in termini di “intensità del populismo” tra attori diversi?

Daniele Albertazzi:

Penso che sia legittimo trattare il populismo come una strategia o come una retorica ed esistono infatti studi che si sono focalizzati sulle gradazioni del discorso populista.

 Per cui se si osservano determinati elementi, per esempio, quello che in inglese si definisce “people-centrism” o “anti-elitism” e ne andiamo a misurare le varie gradazioni, ritengo sia assolutamente legittimo dire che ci possano essere livelli di populismo che consentano di distinguere, ad esempio, un populismo più superficiale da uno più profondo.

Tuttavia preferisco un altro approccio, il quale definisce il populismo come una ideologia e quindi ci consente di poter definire un partito, sulla base di alcune caratteristiche, populista o meno.

Secondo questa logica, il solo fatto che un partito presenti alcuni elementi di critica delle élite non basta a definirlo populista.

Si può infatti criticare l’élite anche senza avere una concezione del popolo come omogeneo e unitario.

In quest’ultimo caso verrebbero per altro meno le conseguenze, a mio avviso importanti, legate al pensiero populista sull’incompatibilità o difficoltà di collocarsi in un contesto di democrazia liberale.

 Se concepiamo il populismo come ideologia, quindi, gli ingredienti essenziali ci devono essere tutti.

Spostando il focus sul caso italiano quali considerazioni più specifiche si possono formulare?

Daniele Albertazzi:

In Italia a destra non vi è un partito, tra quelli principali, che non sia populista.

 E poi ci si può chiedere quale sia l’attuale natura del Movimento 5 Stelle, visto che solo due anni fa erano diventati centristi, europeisti e liberali, a sentire alcuni loro esponenti.

Per rispondere bisogna prima stabilire come si faccia a decidere quale sia l’ideologia di un partito:

 lo vediamo dai programmi, dalle mozioni congressuali, dal dibattito interno o dalla comunicazione pubblica, oggi in gran parte online?

 È una domanda simile a quella che poneva “Mudde” nel suo primo libro sull’estrema destra (The Ideology of the Extreme Right, 2000) dedicando un capitolo a questo problema.

Ci sono, ad esempio, partiti che non celebrano congressi. D’altronde guardare solo ad un programma elettorale sarebbe limitativo.

Vi è poi il problema di quale atteggiamento si debba avere nei confronti della comunicazione sui social media.

Guardando, d’altra parte, solo al dibattito interno si otterrebbe un’immagine chiaramente molto diversa da quella che si avrebbe focalizzandosi solo sulla comunicazione esterna.

 Pensiamo alla comunicazione di una leader come “Giorgia Meloni”, fortemente differenziata a seconda dei destinatari e dei contesti.

Ma è solo un esempio, particolarmente evidente, di una tendenza che coinvolge tutti.

Lei è stato uno dei primi ad offrire uno studio sistematico sul populismo al potere, sottolineando come esso non fosse in sé un fenomeno episodico ma piuttosto caratterizzato da una tendenza all’espansione.

Comparando il momento attuale con i suoi studi precedenti su questo argomento quali riflessioni si possono trarre in merito a questo tema?

Daniele Albertazzi:

Credo si possa dire che nel libro “Populists in Power” fossero presenti alcune intuizioni corrette:

 forse non su tutto, ma certamente su diversi punti.

Quando venne scritto, tra il 2010 e il 2015, era ancora in corso il dibattito sulla misura in cui il populismo fosse destinato a durare in Europa.

 Vi era, del resto, l’autorevole precedente del libro di “Paul Taggart” (Populism, 2000) che vedeva nel populismo un fenomeno transitorio e destinato a parabole ascendenti e discendenti molto rapide.

 Penso si possa dire, alla luce di quanto è avvenuto, che il populismo stia dimostrando una notevole persistenza:

ci sono in Europa – non solo in Italia – esempi di partiti che hanno mantenuto caratteristiche populiste per decenni.

 Sono spesso rimasti tali anche dopo aver ricoperto responsabilità di governo.

 Pensiamo ad esempio ai casi ungherese e polacco, di cui oggi giustamente si discute molto.

Ma vi sono anche altri casi: l’Unione Democratica di Centro in Svizzera, i Veri Finlandesi, i governi sostenuti da “Geert Wilders “in Olanda, i governi conservatori sostenuti con appoggio esterno dal Partito del Popolo danese tra il 2000 e il 2010, il caso della Norvegia.

 Guardando invece al populismo di sinistra sono molto interessanti l’esempio greco di Syriza e quello spagnolo di Podemos.

 Quest’ultimo rappresenta uno dei pochissimi casi in cui un partito si autodefinisce “populista”, seguendo l’insegnamento di “Ernesto Laclau” e “Chantal Mouffe”.

Dunque, se possiamo considerare chiusa una prima fase del dibattito nella quale si dava per scontato che i populisti sarebbero spariti, ci sono altri temi, trattati nel libro, che meritano un ulteriore approfondimento.

 Ad esempio, il fatto che dal punto di vista organizzativo molti partiti populisti siano organizzazioni solide, che hanno investito sul radicamento con risultati positivi.

Oltre al caso della Lega, che oggi ha una struttura più leggera che in passato ma continua ad essere molto presente, almeno in certi territori del Nord, ci sono tanti esempi di partiti che investono sulla presenza territoriale, si pensi solo al caso di “Vlaams Belang” nelle Fiandre.

 Guardando più in generale al panorama dei partiti populisti in Europa, un caso che non si può non ricordare è quello francese.

Ad ogni elezione presidenziale i mass media internazionali agitano la possibilità di una vittoria di Marine Le Pen.

Che non si materializza perché il sistema politico francese è costruito in modo da escludere i candidati più radicali, ma la sola plausibilità di questa eventualità è un fatto molto significativo che conferma, ancora una volta, come il populismo sia destinato a restare e ad influenzare la politica in Europa per molti anni.

Qual è il rapporto che intercorre tra populismo e democrazia rappresentativa?

Daniele Albertazzi:

l’aspetto più interessante riguarda il dibattito sulla possibilità di concepire oggi una democrazia diversa da quella liberale.

Secondo diversi osservatori, questa possibilità non esiste.

Per questo suscita talvolta discussioni, ad esempio in Ungheria, la mia tesi per la quale i populisti sono da considerarsi incompatibili con la democrazia liberale, ma non con la democrazia tout-court.

 Si tratta di posizioni comprensibili, da parte di persone che possono toccare con mano questi processi.

 Si capisce che da questa prospettiva una democrazia non liberale non sia una vera democrazia.

Ma se invece è possibile concepire una democrazia che non sia quella liberale, allora si può concepire il populismo come una ideologia compatibile.

A questo proposito va ricordato come tutti gli studi condotti su elettori di partiti populisti rivelino come si tratti, in grande maggioranza, di persone che credono nella democrazia.

 Si potrebbe concepire una “democrazia populista” nella quale al centro venga posta una promessa che la democrazia formula dal tempo dei greci, quella di rappresentare la maggioranza.

Certo, i populisti parlano di “popolo” e non di “maggioranza”.

 In un contesto liberale sono essenziali la divisione dei poteri all’interno dello Stato e l’assoluto rispetto per le minoranze, senza che su questo influisca alcuna considerazione sulla loro consistenza numerica.

 Sono questi elementi difficilmente accettabili per le forze populiste, che postulano l’esistenza di una cultura e un’identità del popolo che non definiscono nemmeno maggioritaria, ma appunto “del popolo”, e dunque propria di tutti, fuorché di coloro che al popolo non appartengono (a sentire loro).

Riepilogando, se riteniamo che possano esistere idee di democrazia diverse da quelle liberali allora il populismo è compatibile con la democrazia e potremmo chiamare “democrazia populista” una democrazia maggioritaria.

 Se invece riteniamo che non possano esistere democrazie non liberali, perché la democrazia se non è liberale non è vera democrazia, allora il populismo diventa incompatibile tout court con la democrazia.

Alcuni studiosi hanno teorizzato che il populismo sia da considerare come una minaccia per la democrazia.

Altri invece hanno espresso perplessità su questa idea. Qual è la sua prospettiva in proposito?

 

Daniele Albertazzi:

A mio avviso non c’è dubbio che i populisti abbiano sollevato temi convenientemente ignorati dalle forze politiche e siano riusciti ad allargare la partecipazione politica ed elettorale, anche riportando al voto settori della popolazione che se ne erano allontanati.

L’esempio lampante è il referendum sulla Brexit.

A prescindere dalle posizioni che si possono avere in merito, occorre prendere atto della partecipazione, avvenuta in quel caso, di milioni di persone che successivamente hanno smesso nuovamente di votare.

Ci sono inoltre temi che gli oppositori del populismo hanno erroneamente trascurato, essendo poi costretti a riprenderli, pur con scarso entusiasmo.

Pensiamo al periodo di austerità generalizzata in Europa, rispetto al quale i populisti di sinistra hanno avuto il merito di porre la questione “a cosa serve l’Unione Europea?”,

aprendo così un dibattito che poi si è ampliato sulla possibilità che l’Unione possa diventare qualcosa di diverso – e di più – di un meccanismo che consente il commercio tra Stati.

 I populisti di sinistra hanno costretto gli altri partiti a porsi la domanda.

Si tratta di un elemento che è oggi un assunto condiviso.

 I populisti di destra, invece, hanno spinto gli altri partiti a porsi il problema della condizione degli abitanti delle periferie, che in tempi molto rapidi hanno assistito ad un cambiamento radicale della realtà che li circonda e che faticano a convivere con persone che hanno culture o linguaggi che non riescono a comprendere.

Allo stato attuale si fatica a trovare delle risposte a queste inquietudini, e tuttavia esistono modi lontani dal radicalismo e dall’estremismo di destra per affrontare questa situazione, se la si vuole affrontare.

 Su diversi temi, dunque, i populisti, con la loro retorica spesso brutale, hanno costretto gli altri partiti a focalizzarsi su temi che avrebbero preferito ignorare.

Se questo possa essere considerato un contributo positivo per la democrazia, resta sempre il problema menzionato prima, sulla misura in cui la dimensione liberale sia consustanziale o meno alla democrazia.

 Se si concepisce la democrazia in termini di democrazia liberale, allora i rischi derivanti dal populismo sono certamente più grandi dei suoi supposti vantaggi.

Tendo a concordare con questa posizione, ritenendo che i rischi che si sono manifestati negli ultimi anni siano evidenti e gravi.

L’emergenza pandemica e la difficile situazione a livello internazionale hanno messo a dura prova le democrazie rappresentative, sia a livello mondiale che, nello specifico, europeo.

In che modo i nuovi scenari potrebbero creare condizioni favorevoli o sfavorevoli per gli attori populisti?

Daniele Albertazzi:

Non mi aspetto che nel futuro prossimo la questione della pandemia possa recuperare quella valenza politica che sicuramente ricopriva uno o due anni fa.

Il Covid-19 è stato, allo stesso tempo, una benedizione e una maledizione per i partiti populisti.

 È stata una maledizione perché molti cittadini si sono rivolti agli scienziati e alle élite per trovare delle risposte.

 Ha, in altre parole, costretto anche attori tendenzialmente anti-elitisti ad abbracciare in molti Paesi la vulgata, cioè la necessità di attenersi alle istruzioni proposte da scienziati e istituzioni.

 Il tema dell’atteggiamento delle forze populiste nei confronti degli scienziati è molto rilevante.

Lavorando con ricercatori attivi in Svizzera, in Belgio e in Finlandia, ci siamo resi conto molto chiaramente di come, anche in altri Paesi, la pandemia sia risultata molto complicata da gestire per i populisti.

 In Italia, cinque anni prima della pandemia il Movimento 5 Stelle aveva posizioni molto più marcatamente” no vax”.

Quando, invece, il Movimento si è dovuto confrontare con una situazione concreta, come quella della pandemia, si è tendenzialmente allineato con il sentire comune.

Anche Lega e Forza Italia hanno espresso posizioni ambivalenti su questo tema e hanno dimostrato una pressoché totale mancanza di coerenza.

Va, d’altra parte, riconosciuto come si trattasse di una situazione obiettivamente difficile da gestire.

Anche in Paesi come il Belgio e la Finlandia, i populisti, pur formulando critiche nei confronti di misure specifiche, hanno faticato a proporre una strategia alternativa rispetto alla linea seguita dai governi.

 La situazione di crisi energetica attuale, invece, con il repentino aumento del costo delle bollette, che creerà difficoltà economiche a moltissime persone, può rappresentare una prospettiva molto appetibile per gli attori populisti, offrendo numerosi argomenti e spunti alle forze di opposizione.

Naturalmente, nel caso di forze populiste al governo, come la coalizione di destra in Italia, la situazione sarà, invece, molto difficile.

In generale, dunque, quello attuale è un momento che offre numerose opportunità per chi è all’opposizione e grandi pericoli per chi è al governo.

Quale rapporto esiste tra estrema destra e populismo di destra?

Daniele Albertazzi:

 Vi è una notevole confusione tra queste due categorie.

L’estrema destra, a mio avviso, non è necessariamente populista, anzi tendenzialmente fatica ad esserlo.

 L’estrema destra è incompatibile non solo con la democrazia liberale, ma con la democrazia in generale, muovendo da una concezione dell’élite che è molto diversa da quella dei populisti.

 Nell’ideologia fascista è presente un culto dell’élite, considerata non come aristocrazia di nascita, almeno in teoria, ma come composta da coloro che hanno interiorizzato pienamente i valori del partito e della nazione.

Chi si mette al servizio della comunità e ha una comprensione di tali valori che è superiore a quella della persona comune, inevitabilmente, secondo tale visione, è destinato a guidare.

Il populista di destra adora e mitizza il popolo, mentre il fascista e il nazista ritengono che al popolo si debba dare voce solo nei limiti in cui comprende e accetta il suo destino e lo spirito della nazione.

Quindi nell’ottica di estrema destra (per esempio nel caso del fascismo) è il popolo che deve accettare questo messaggio che gli arriva da un’élite.

 Questo richiedeva un complicato sistema educativo, mediatico e propagandistico che mirava a plasmare quell’uomo nuovo che si riteneva dovesse emergere.

 Il populismo afferma, invece, che il popolo vada bene così com’è, che le sue caratteristiche siano giuste e non debbano essere corrette o modificate: non c’è nessuna idea di uomo nuovo.

 A mio avviso è una differenza molto importante da un punto di vista ideologico, che si traduce anche in un’adorazione dello Stato da parte dei fascisti, a cui i populisti rispondono invece con tanta diffidenza.

Nel corso del tempo lei si è spesso occupato dell’aspetto organizzativo dei partiti populisti e non.

 Come si sono evoluti i partiti populisti? In che modo il populismo ne ha influenzato l’evoluzione?

 

Daniele Albertazzi:

 Per rispondere a questa domanda, oltre alla dimensione storica occorre ragionare sul piano geografico. Ci sono contesti, come il Sudamerica, in cui sicuramente le forze populiste sembrano aver adottato, almeno all’inizio, la forma di movimenti più che di partiti strutturati.

Ci sono, invece, contesti come quello europeo in cui la forma partito strutturata e legata strettamente ad organizzazioni parallele – giovanili, femminili e culturali – è molto radicata e quindi in questo contesto la maggioranza, anche dei populisti, ha abbracciato una forma di partito più organizzata.

 Oggi la principale novità è rappresentata dalla diffusione dei social media, largamente impiegati da partiti populisti come “Podemos” e “Movimento 5 Stelle”, esempi estremamente interessanti di questo rapporto.

Le nuove tecnologie sono infatti fortemente compatibili con l’ideologia populista, che propone l’illusione della possibilità di fare a meno dell’intermediazione dell’élite mediatica e di comunicare direttamente col popolo.

Però lo sfruttamento di tali tecnologie non è prerogativa esclusiva dei populisti.

 In Italia vi sono esempi di leader che non possono essere definiti populisti ma che hanno saputo sfruttare molto bene i social media.

 Pensiamo a Matteo Renzi.

La questione è, comunque, in generale molto interessante e andrebbe studiata maggiormente.

 In particolare, sarebbe da approfondire l’effetto e l’impatto che i social media hanno sulle organizzazioni di partito in generale.

 Quali tipologie di populismo sono emerse in Italia nel corso dell’ultimo decennio? E con quali differenze? Ognuno di questi tipi di populismo quale tipo di rapporto ha avuto con i meccanismi democratici del Paese?

 

Daniele Albertazzi:

A mancare in Italia è stato soprattutto un populismo di sinistra classico, paragonabile a “Syriza” o “Podemos”.

Questa potenzialità è stata assorbita dal Movimento 5 Stelle.

A questa tipologia si potrebbe, in realtà, ascrivere “Potere al Popolo”, ma si tratta di una realtà che è rimasta poco influente.

Per quanto riguarda la natura del Movimento 5 Stelle, è molto difficile chiarirla. Non si tratta di un partito di centro, né esclusivamente di un partito di sinistra, anche se, soprattutto negli ultimi anni, per motivi anche strategici, si è tendenzialmente posizionato in quello spazio.

 Attualmente si potrebbe ascriverlo al populismo di centrosinistra, ma questa caratterizzazione non ne esaurisce la natura.

 Vi è del resto stato un cambiamento: cinque anni fa erano presenti elementi di destra molto più evidenti.

 La difficoltà di caratterizzarli deriva anche da caratteristiche specifiche di un Movimento che non tiene congressi propriamente detti.

 Si potrebbe allora prestare attenzione a quanto dichiarato dal leader, ma il leader fondatore non coincide con il leader attuale.

 Quale importanza si dovrebbe attribuire oggi ai pronunciamenti di Beppe Grillo?

Sono tutti aspetti che andrebbero preliminarmente chiariti per condurre un’indagine su questa forza.

Spostando l’attenzione sui partiti di centrodestra e di destra, si osservano due principali ideologie.

 La prima, molto ondivaga e cangiante, è quella di Forza Italia, la quale può diventare più radicale o moderata a seconda delle fasi.

La seconda, invece, è ben caratterizzata dall’espressione “populist radical right” ed è propria della Lega e di Fratelli d’Italia, che ideologicamente, se seguiamo almeno l’idea di Lega di Salvini, ormai sono pressoché la stessa cosa.

Le ragioni principali del successo delle forze populiste in Italia sono da ricondurre a mio avviso a due fattori:

 lo scarso livello della classe politica e la pluridecennale stagnazione economica del Paese.

 Questo ha creato un contesto molto favorevole all’emergere del populismo, che ha potuto poi essere diversamente declinato a destra o a sinistra.

Il populismo è oggetto di un forte interesse nell’ambito della ricerca accademica, che ha portato ad una produzione estremamente ampia sull’argomento.

 Quali valutazioni è possibile fare oggi sull’evoluzione di questa branca di ricerca? Vi sono elementi che, a suo avviso, andrebbero approfonditi maggiormente?

 

Daniele Albertazzi:

 Vi è effettivamente un’attenzione crescente per il tema, giustificata in parte dalla sua importanza.

Ci sono due elementi che, a mio avviso, sarebbe interessante studiare e ai quali personalmente intendo dedicarmi.

 Il primo riguarda la questione del genere, non intesa esclusivamente in relazione al tema della partecipazione femminile, ma in generale anche con riferimento alle sue molteplici dimensioni.

 Sarebbe interessante capire in che rapporto questa dimensione possa essere con le ideologie populiste.

 Sembra essere abbastanza compatibile con i populismi di sinistra.

 Ma può esserlo anche con quelli di destra?

Si tratta di forze che attraggono sempre di più l’elettorato femminile e, in diversi casi, danno anche crescente spazio alla leadership femminile, non solo in posizioni apicali, ma anche a livello più trasversale.

 Si tratta di un dato interessante per partiti che si tende a considerare come misogini – anche se probabilmente in questo ambito influiscono le caratteristiche dei diversi Paesi, al Nord o al Sud dell’Europa.

Un discorso analogo vale anche per l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Diversi partiti in Europa stanno cercando di dare risposta ai grandi cambiamenti in corso, anche se restano questioni controverse al loro interno:

 pensiamo alle veementi polemiche nei confronti della presunta ideologia gender.

Il secondo elemento che a mio avviso dovrebbe essere oggetto di maggiori studi riguarda l’organizzazione partitica.

È un ambito molto importante che è, però, poco studiato, per la difficoltà di svolgere tali ricerche, più costose rispetto all’analisi del discorso e della comunicazione, perché è necessario entrare dentro le organizzazioni di partito.

Come accennavamo, uno degli aspetti maggiormente meritevoli di approfondimento è quello degli effetti dell’adozione delle nuove tecnologie di comunicazione sulle organizzazioni partitiche.

Occorrerebbe su questo portare alla luce dinamiche che potrebbero rivelarsi di grande interesse, non solo per le forze populiste, ma per le organizzazioni politiche in generale.

(Anna Napoletano).

 

 

 

 

Solo armi: le scelte dei

leader Ue, tre chiavi di lettura.

 

Sbilanciamoci.info - Chiara Bonaiuti – (28 Febbraio 2023) – ci dice:

Il comportamento dei leader europei nella corsa al riarmo per la guerra in Ucraina non corrisponde né ai principi condivisi nel diritto internazionale, né agli interessi strategici, tanto meno a quelli economici.

Analisti di diverse famiglie teoriche lo confermano: la mancanza di trattative è sonnambulismo e cova la catastrofe.

Il confronto tra pacifisti e interventisti viene spesso presentato come una contrapposizione tra idealisti e realisti, irrazionali e razionali.

Ma è davvero realista chi ritiene che la guerra, il riarmo e l’escalation più siano l’unico modo per respingere Putin?

Sono davvero così irrazionali i pacifisti che premono per l’apertura di un tavolo delle trattative oppure lo sono i decisori politici europei che stanno andando dritti verso la catastrofe come dei sonnambuli?

 

Con un approccio analitico vorremmo analizzare qui quali siano i fattori che spiegano questa corsa al riarmo da parte della classe dirigente italiana ed europea.

 Facendo riferimento alla letteratura sul commercio di armi, consideriamo tre gruppi di variabili che possono spiegare il comportamento dei leader europei:

gli ideali; gli interessi strategici o gli interessi economici.

Ciascun gruppo di variabili fa riferimento ad una diversa famiglia di teorie della politica estera europea: i costruttivisti, i realisti e neorealisti e i liberisti.

 

I principi della democrazia e della difesa dei diritti umani.

Un primo gruppo di teorie ruota attorno al costruttivismo, secondo cui le idee e i valori sono importanti e possono influenzare le scelte politiche.

Tra gli studiosi costruttivisti, “Manners” introduce il concetto di potere normativo europeo.

Egli sostiene che l’identità e il comportamento dell’UE si basano su un insieme di valori comuni: pace, diritti umani, democrazia, Stato di diritto, uguaglianza, solidarietà sociale, libertà, sviluppo sostenibile e buon governo, contenuti nei trattati dell’UE.

Questi valori hanno un fondamento giuridico e si trovano formalizzati nei Trattati dell’Unione.

Pertanto, queste norme comunitarie universali forniscono all’UE un’identità fondamentalmente diversa, sui generis, rispetto alle potenze tradizionali e ne influenzano anche il comportamento in politica estera, conferendo un valore aggiunto nel contesto internazionale.

L’UE è fondata e ha come obiettivi di politica estera e di sviluppo il consolidamento della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.  

 

Questa identità sui generis spiega, secondo alcuni autori, anche la spinta senza compromessi degli Stati europei in difesa dell’Ucraina, della democrazia, dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario volto a limitare le sofferenze dei civili in guerra.

Ad esempio,” Bosse” ha affermato che l’intervento dell’Unione è stato motivato da un consenso di tutti gli Stati Europei sui principi fondamentali dell’Unione relativi alla difesa della democrazia e dei diritti umani, sull’obbligo e la responsabilità morale dell’Unione Europea di proteggere i civili ucraini dai crimini della guerra e dalle violazioni del diritto internazionale umanitario.

 

Una prima categoria di obiezioni è di carattere generale riguarda l’armonia tra fini normativi ed etici e mezzi normativi. Alcuni studiosi sviluppano fino in fondo l’identità sui generis dell’Unione Europea agganciandosi al concetto di potenza civile.

 Se la politica estera europea è strutturale, ovvero agisce sulle cause profonde che generano i conflitti, allora i suoi strumenti saranno prevalentemente quelli della diplomazia della cooperazione allo sviluppo, della promozione dei diritti umani e della soluzione pacifica dei conflitti e non quelli della guerra e della violenza.

Tale posizione è supportata da chi opera concretamente in questi campi ed ha maturato un’esperienza che dimostra che strumenti di prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti possono salvare vite umane, essere più efficaci e duraturi (e meno costosi) dell’uso della forza.

Tale interpretazione sembra essere anche la più fedele al pensiero di “Manners “che riteneva che il militarismo avrebbe compromesso il potere normativo dell’UE.

Una seconda categoria di critiche verte sull’universalità nell’applicazione di tali principi che, secondo alcuni autori, non si applicano in modo equo a tutte le latitudini.

 Molti sono i conflitti dimenticati, caratterizzati da violazioni del diritto internazionale e umanitario, in cui i civili patiscono inenarrabili sofferenze a causa della guerra, in cui non si ravvede un simile impegno da parte degli stati europei.

Nel caso del confitto dello Yemen, organizzazioni internazionali e non governative hanno contato 300.000 vittime dirette e indirette del conflitto, considerandolo una delle più grandi catastrofi umanitarie e il governo britannico ha registrato ben 516 attacchi a civili che hanno violato il diritto internazionale umanitario.

Ma questo non ha impedito ad alcuni governi europei di continuare ad esportare armi alle parti in conflitto responsabili di tali violazioni del diritto internazionale umanitario. 

Questo caso specifico, come vari altri conflitti nel mondo, dimostrano che questa forma di intervento in difesa della democrazia e dei diritti umani non è universale, ma accade solo in alcuni contesti. 

 

Ancora Finlandia e Svezia, che tradizionalmente si sono distinte l’attenzione al rispetto dei principi di democrazia e dei diritti umani nell’export di armi, hanno siglato un memorandum con la Turchia in cui si sono impegnate ad abolire le restrizioni alle esportazioni di armi verso il regime di Ankara (prima limitate a causa delle violazioni dei diritti umani) e ad estendere la definizione di terrorismo, per poter entrare nella Nato.

Tale scelta è stata approvata da “Stoltemberg”, segretario generale della Nato, che ha recentemente salutato positivamente i passi avanti fatti dai due paesi scandinavi nell’implementazione del memorandum.

Si tratta però di passi indietro se li si legge in termini di rispetto dei diritti umani. Emerge quindi come, in questo caso, abbiano prevalso variabili strategiche e geopolitiche rispetto a quelle etiche e una logica dicotomica rispetto all’aspirazione all’universalità. 

 

Infine, la narrativa attorno alla contrapposizione tra democrazie e autocrazie trova diverse eccezioni anche utilizzando la classificazione di “Freedom House”, istituto di ricerca statunitense classifica i paesi del mondo sulla base del rispetto delle libertà e dei diritti civili e politici, suddividendoli in paesi liberi, parzialmente liberi e paesi non liberi.

A quest’ultima categoria appartengono secondo gli ultimi dati, stati come la Turchia, l’Arabia Saudita, l’Egitto, con cui l’Italia e altri paesi dell’Unione Europea intrattengono rapporti strategici o commerciali.

 

Gli interessi strategici.

Non si può quindi spiegare completamente l’intervento in Ucraina in chiave ideale di difesa dei diritti umani perché manca il requisito dell’universalità.

 Piuttosto sembrano prevalere variabili di tipo strategico.

Passiamo quindi dalla sfera degli ideali a quella degli interessi strategici.

 

Il riferimento teorico è, in questo caso, quello del realismo, la più antica teoria delle relazioni internazionali che risale a “Tucidide” e comprende “Hobbes”, “Machiavelli” e “Waltz” ed è incentrata sul potere.

 Secondo i realisti, gli Stati sono attori dominanti in un contesto anarchico e agiscono in modo razionale ed egoistico, al fine di massimizzare il proprio potere.

Il modo in cui interagiscono è un gioco a somma zero, che implica l’esistenza di un vincitore e di un perdente.

La sfiducia negli altri Stati significa che essi possono contare solo su sé stessi per proteggere i propri interessi nazionali.

 L’equilibrio di potenza è una delle modalità più stabili di convivenza tra attori egoisti. 

Alcuni rappresentanti delle istituzioni europee hanno salutato positivamente il “risveglio geopolitico” dell’Europa che è finalmente in grado di parlare il linguaggio del potere.

 

Ma non tutti i realisti o neorealisti condividono le scelte operate dalla classe dirigente europea.

 Alcuni dei teorici di questa corrente, come “Mearsheimer”, ritengono che sia necessario ripensare una soluzione in un contesto più ampio di logica di contrapposizione tra le due potenze, estendendo l’analisi alle motivazioni che hanno portato al conflitto, non sottovalutando i rischi di escalation.

Similmente, “Caracciolo” invita gli italiani a prendere atto della distribuzione di potenza e a muoversi assecondando le correnti, applicando le leggi non scritte della guerra fredda (tra cui quella di non minacciare la reciproca sopravvivenza delle superpotenze), promuovendo al contrario uno spazio politico per una tregua.

“Bozzo”, che aveva previsto che si sarebbe arrivati ad una guerra di attrito, spiega che questa implica un’escalation orizzontale o verticale.

“Strazzari”, basandosi sull’evidenza, fa notare che non vi è quasi nessun caso in cui il flusso di armi ha accorciato la durata del conflitto, al contrario li ha alimentati e questi talvolta si sono estesi alle aree vicine.

 Con una eccezione, la guerra dello “Yom Kippur,” che ha comunque previsto uno spazio per la diplomazia, un’intesa tra le grandi potenze e una via di uscita per gli sconfitti.

“Urbinati” e “Klare” spiegano come tra gli obiettivi degli Stati Uniti vi sia quello di indebolire il più possibile la Russia nel quadro di un confronto più ampio con la Cina, e che questo obiettivo non coincide con quello dell’Unione Europea esposta molto più direttamente di altri da possibili escalation orizzontali e verticali.

Esperti di strategia militare invitano a non sottovalutare i rischi di escalation verticale.

Secondo “Camporini”, “Avere a disposizione l’arma nucleare può solleticare la tentazione di utilizzarla per cambiare le sorti sul terreno di battaglia, dove per la Russia non sta andando bene “.

E ancora secondo il generale “Tricarico”, “Putin oggi è più temibile. Se continua la deriva a lui sfavorevole, l’intenzione di usare l’arma nucleare si farà seria “.

 Essi conoscono a fondo la dottrina militare russa che consente l’uso di armi nucleari in risposta ad aggressioni con armi convenzionali in situazioni critiche per la sicurezza nazionale per la Russia.

Tale condizione è più facilmente verificabile in seguito alla recente annessione alla Federazione Russa riguardante i territori occupati dell’Ucraina nelle province di Luhansk, Kherson, Zaporizhzhia (dove si trova la più grande centrale nucleare d’Europa) e Donetsk.

 Nel 2000, la dottrina militare russa ha introdotto il principio de-escalation attraverso un attacco nucleare limitato o tattico: se la Russia fosse sottoposta a un grande attacco convenzionale che superasse la propria capacità di difesa con armi convenzionali, potrebbe “de-escalare” il conflitto lanciando un attacco nucleare limitato o tattico.

La Cia non esclude un uso di armi nucleari tattiche da parte della Russia a scopo dimostrativo.

“Waltz” individua in una delle due cause principali dello scoppio di una guerra l’errore di calcolo.

“Francesca Giovannini”, direttrice del progetto sulla gestione dell’atomo all’Università di Harvard e membro del gruppo “Scienziati Atomici”, spiega che l’ordine globale nucleare si posa su un equilibrio precario perché le possibilità di un lancio accidentale, dovuto ad un errore di comunicazione o di percezione, sono sempre maggiori e con loro le probabilità di un incidente o di un attacco a una base nucleare anche civile.

 Inoltre, la possibilità di uso di armi nucleari tattiche a scopo dimostrativo non è da escludere.

Pertanto, mantenere aperti canali diplomatici e varie forme di comunicazione è di fondamentale importanza.

 

Secondo gli esperti, nei prossimi 70 anni, un incidente o un attacco a un impianto nucleare sono scenari probabili.

A complicare la situazione, “le istituzioni nucleari, che un tempo erano state create per promuovere la causa della riduzione del nucleare, hanno dovuto affrontare una grave paralisi”, aggiunge “Giovannini”. 

 

La deterrenza nucleare si basa sulla razionalità degli attori (o comunque sulla gestione razionale dell’incertezza o comunque sul buon senso comune).” Gray” sostiene che gli armamenti non sono pericolosi di per sé, ma lo diventano quando entrano nella disponibilità di regimi politici non democratici.

“Sagan” ritiene che le stesse organizzazioni militari, in quanto organizzazioni complesse, possono non essere razionali, perseguendo interessi corporativi invece di quelli nazionali e se non controllati democraticamente aumentare sensibilmente il rischio di guerra nucleare pianificata o accidentale.

 In altre parole, i governi autoritari e in alcuni casi le organizzazioni militari non adeguatamente trasparenti possono non essere razionali.

 

Può essere, relativamente, razionale da parte degli Stati Uniti pensare ad una risposta con armi convenzionali ad un eventuale attacco nucleare per impedire un Armageddon nucleare: anche nel malaugurato caso di uso di armi nucleari da parte della Russia, l’obiettivo, dal punto di vista degli alleati di oltreoceano, sarebbe quello di lasciare circoscritto l’uso di questa arma che distrugge persone e ambiente, al teatro europeo.

Al contrario, potrebbero apparire irrazionali i parlamentari europei se pensassero di proteggersi con ritorsioni anche nucleari da un attacco nucleare, eliminando, al contempo, qualsiasi riferimento alla diplomazia.

La razionalità e la consapevolezza della certezza sull’entità della distruzione combinata con una prudente gestione dell’incertezza sulla posizione dell’avversario sono caratteristiche fondamentali per garantire la deterrenza in caso di presenza di armi nucleari.

 

Semplificando, in termini generali, non va dimenticata la prima lezione di uno studente che si avvicina agli studi strategici:

 la guerra nucleare si può vincere solo se non si combatte.

Bozzo ci spiega che “dato che le due grandi potenze sono dotate di vettori – aerei e soprattutto missili, in grado di raggiungere il territorio dell’avversario – formulare una minaccia di rappresaglia atomica a fine deterrente significa minacciare de facto il suicidio”.

 

Gli interessi economici.

 

Una terza famiglia di teorie fa riferimento al liberismo e al neoliberismo e fa capo ad autori come” Smith, “Comte” e “Spencer”.

Il punto di partenza è simile al realismo: gli attori internazionali statuali e non statuali mirano a ottenere il massimo beneficio e agiscono in modo razionale.

Tuttavia, la ricerca del proprio interesse favorisce anche l’interesse collettivo.

 Si tratta di un gioco che non è più a somma zero, ma dal quale tutti possono ricavare dei benefici.

 La cooperazione e le istituzioni possono massimizzare il guadagno di tutti. Pertanto, secondo questo gruppo di teorie, in termini generali, la guerra non conviene, non è intelligente farla.

In termini specifici l’Europa non pare guadagnarci molto.

Alcuni autori mettono in luce la differenza tra interessi economici e strategici europei e statunitensi.

“Urbinati” illustra i possibili vantaggi per l’alleato statunitense spiegando che ”la guerra in Ucraina sta già portando alcuni vantaggi agli Stati Uniti: alcuni dei prodotti russi posti sotto l’embargo europeo vengono infatti rimpiazzati con beni provenienti dal Nord America, e ciò potrebbe essere ancora più vero se le sanzioni venissero rafforzate.

 Pensiamo alle granaglie, al petrolio, al gas liquefatto.

Gli americani, dunque possono soppiantare i russi come fornitori dell’Europa, e questo potrebbe dare un forte stimolo alla crescita dell’economia a stelle e strisce.”

 Secondo “Alcaro”, “il bisogno di riconfigurare le catene di approvvigionamento lontano dalla Russia renderà i paesi europei più dipendenti dalle importazione degli Stati Uniti e dai paesi produttori di energia con forti legami con Washington come Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Israele.”

Egli sostiene che la guerra ha generato una maggiore integrazione, ma una minore autonomia dell’Unione Europea.

Certo, ci sono alcuni segmenti produttivi che hanno guadagnato enormemente dalla guerra, come le industrie militari.

 Ad esempio le azioni di “Rheinmetall”, una delle principali aziende europee di armamenti terrestri, sono salite del 135% dall’inizio della guerra con un valore in borsa di quasi 10 miliardi.

 Ma questo non è successo alla gran parte dei cittadini e delle imprese europee.

 

Accanto alle teorie liberiste e al capitalismo ottimista, vi è anche una lettura in chiave conflittuale e militarista.

 Il militarismo è definito da “Mann” un atteggiamento e un insieme di istituzioni che vedono la guerra e la preparazione della guerra come un’attività normale e desiderabile in chiave economica.

“Rosa Luxemburg” è stata la pensatrice marxista che ha prestato maggiore attenzione al militarismo e alla guerra, studiando il ruolo nell’accumulazione di capitale e nella dominazione politica.

Secondo “Luxemburg”, i disequilibri del capitalismo tra accumulazione di capitale e sottoconsumo, spingono il capitale, ciclicamente, alla ricerca di nuovi mercati anche con l’uso della guerra: militarismo e guerra sono intrinseci al capitalismo.

Successivamente,” Baran” e “Sweezy”, economisti statunitensi, hanno studiato ruolo che le spese militari hanno avuto per lo sviluppo economico negli Stati Uniti nel dopoguerra, attraverso la crescita della domanda pubblica per compensare il sottoconsumo e stabilizzare il ciclo produttivo.

“Melman” invece ne ha individuato le disfunzioni e i costi economici.

 

Tra gli altri, il sociologo “Mills” e lo storico “Thompson” analizzano la corsa agli armamenti nel periodo della guerra fredda con delle osservazioni interessanti anche per il periodo attuale.

“Mills” avverte che l’aumento delle spese militari e la preparazione alla guerra sarà la causa principale della terza guerra mondiale.

 Le élite di potere degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, porteranno, secondo questo autore, al rischio di distruzione nucleare attraverso la logica del potere, e la manipolazione dei mass media e la mancanza di soggetti politici in grado di contrapporvisi.

“Thompson” afferma che la contrapposizione tra i blocchi conduce allo sterminio.

Infatti, secondo l’autore, da un lato il blocco occidentale si arma per alimentare l’incessante ricerca di sbocchi di consumo da parte del capitalismo, dall’altro il blocco orientale si arma per reazione a quello occidentale.

La conseguenza è un accumulo di armi convenzionali e nucleari.

La preparazione alla guerra porta alla guerra nucleare per “Thompson”.

Quello che è interessante è che secondo lo storico, non si tratta di una scelta razionale, ma di una scelta inconsapevole, di una spinta inerziale, conseguenza quasi inevitabile del militarismo ovvero di un sistema economico, scientifico, politico, ideologico e mass mediatico che ha selezionato nel tempo quelle persone che lo scelgono, lo legittimano e lo mantengono in essere.

Si tratta di un impulso a seguire le logiche dell’obbedienza al potere e al capitale fino allo sterminio delle moltitudini. 

Di piano inclinato o forza inerziale parlano anche altri autori in riferimento alla guerra attuale e al coinvolgimento degli Stati europei.

Secondo “Habermas”, “continuando con l’affermazione della vittoria ad ogni costo, l’aumento della qualità delle nostre forniture di armi ha acquisito un impulso proprio che potrebbe spingerci più o meno impercettibilmente oltre la soglia di una terza guerra mondiale.”

Perciò, al fine di acquisire consapevolezza e mutare il corso delle cose, l’autore sollecita una discussione aperta e democratica che dia voce alla pluralità delle opinioni.

 

Conclusioni

In conclusione, le scelte dei leader europei non si spiegano, razionalmente, con nessuna delle tre famiglie di teorie sopra evidenziate:

né in termini ideali basati sui diritti umani e sul diritto internazionale, poiché non sono accompagnate dallo sforzo dell’universalità, né in chiave strategica per il rischio di escalation e di estensione del conflitto al territorio europeo, né in termini di interesse economico, poiché il guadagno dalla guerra è di pochi e non del popolo europeo.

Alcuni autori paragonano i rappresentanti dei paesi e delle istituzioni europee a quelli che portarono l’Europa alla prima guerra mondiale, identificandone caratteristiche comuni come la mancanza di consapevolezza e di razionalità.

“D’Eramo”, citando “Clark”, scrive che l’élite europea sembra colta dal sonnambulismo.

Anche “Habermas” richiama Clark: “Camminare come sonnambuli sull’orlo dell’abisso sta diventando un pericolo reale, soprattutto perché l’alleanza occidentale non solo sta rafforzando la mano dell’Ucraina, ma sta instancabilmente ribadendo che sosterrà il governo ucraino per ‘tutto il tempo necessario’. [….]

 I governi occidentali operano su una scala geopolitica più ampia e devono tenere conto di altri interessi oltre a quelli dell’Ucraina in questa guerra.

Hanno obblighi giuridici nei confronti delle esigenze di sicurezza dei propri cittadini e inoltre, indipendentemente dagli atteggiamenti della popolazione ucraina, condividono la responsabilità morale per le vittime e le distruzioni causate da armi provenienti dall’Occidente.”

Al contrario, c’è un popolo nascosto che appare più consapevole e razionale dei loro leader.

 In Italia, dove la quasi totalità della popolazione non vuole abbandonare l’Ucraina, la maggioranza dei cittadini (con una percentuale che oscilla tra il 48% e il 58% a seconda dei sondaggi) è contraria all’invio di armi all’Ucraina e favorevole ad altre forme di supporto.

Nel contesto europeo la situazione è più diversificata.

 La maggioranza è a favore di un invio di armi all’Ucraina.

 Tuttavia, un recente sondaggio mostra che una buona fetta della popolazione europea (il 48%) preme per un cessate il fuoco e per un trattato di pace, anche a costo di qualche concessione da parte dell’Ucraina.

Mentre il 32% è indisponibile a far accettare all’Ucraina una pace anche con cessioni di territorio se il governo ucraino è contrario.  

I cittadini italiani ed europei, quindi, coniugano un supporto all’Ucraina (in primis umanitario ed economico) con un mandato alle trattative e alla ricerca della pace. Uniscono la razionalità al sogno di pacificazione che seguì le catastrofiche guerre del Novecento, da cui è nata l’Unione Europea.

Tuttavia, questo mandato a svolgere un ruolo diplomatico verso la costruzione della pace non viene raccolto dai leader europei.

Che si incamminano, tutti in fila, come sonnambuli verso l’orlo della terza guerra mondiale.

Speriamo che il frastuono delle manifestazioni per la pace li svegli.

 

 

 

 

Mobilitazione globale per

impedire la catastrofe a Gaza.

Sbilanciamoci.info – Redazione - Rete Pace e Disarmo – (7 Maggio 2024) – ci dice:

 

Oltre 250 organizzazioni internazionali hanno firmato un appello agli Stati membri dell’Onu perché smettano di alimentare la crisi alimentare a Gaza e interrompano il trasferimento di armi e munizioni a Israele e ai gruppi armati palestinesi.

A sette mesi di distanza dagli efferati attacchi di “Hama”s e nelle ore in cui il Governo israeliano ha deciso di iniziare l’invasione militare via terra tramite il valico di Rafah (quindi di fatto chiudendo l’unico passaggio di aiuti umanitari verso Gaza) continua a levarsi con forza la voce della società civile internazionale che chiede passi concreti per un “Cessate il fuoco” a partire dallo stop di tutte le forniture militari.

 

Una volontà espressa con chiarezza nell’appello sottoscritto da oltre 250 organizzazioni internazionali a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite affinché smettano di alimentare la crisi a Gaza, scongiurando ulteriori catastrofi umanitarie e perdite di vite civili, interrompendo immediatamente il trasferimento di armi, parti e munizioni a Israele e ai gruppi armati palestinesi.

Armamenti che corrono un alto rischio di essere utilizzate per commettere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario o dei diritti umani.

I bombardamenti e l’assedio di Israele stanno privando la popolazione civile delle basi per la sopravvivenza e, in queste ore più che mai, stanno rendendo Gaza inabitabile.

Oggi la popolazione civile di Gaza si trova ad affrontare una crisi umanitaria di gravità e portata senza precedenti.

Il documento della “società civile internazionale” è stato rilanciato lo scorso 2 maggio con una “Giornata di mobilitazione internazionale” che oggi viene rafforzata:

 ”I bombardamenti e l’assedio di Israele stanno privando la popolazione civile del minimo indispensabile per sopravvivere e stanno rendendo Gaza inabitabile” si legge nella lettera congiunta “oggi la popolazione civile di Gaza si trova ad affrontare una crisi umanitaria di gravità e portata senza precedenti”.

 

A fronte di una “Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “che chiede un cessate il fuoco, il governo di Israele continua a usare armi e munizioni esplosive in aree densamente popolate, con enormi conseguenze umanitarie per la popolazione di Gaza.

 L’attività militare israeliana ha distrutto una parte sostanziale delle case, delle scuole, degli ospedali, delle infrastrutture idriche, dei rifugi e dei campi profughi di Gaza.

La natura indiscriminata di questi bombardamenti e la tipologia sproporzionata di danni ai civili che essi causano abitualmente sono illegali e possono costituire crimini di guerra.

 Con l’aggravarsi della crisi, alimentata dalla proliferazione delle armi, è indispensabile chiedere che i Governi di tutto il mondo (Italia compresa) non si rendano complici di queste violazioni del diritto internazionale trasferendo armi a Israele.

L’impegno assunto dalla società civile mira dunque a mobilitare una solidarietà globale e a chiedere atti di responsabilità e umanità ai governi coinvolti nel commercio di armi.

“Tutti gli Stati hanno l’obbligo di prevenire i crimini di atrocità e di promuovere l’adesione alle norme che proteggano i civili – evidenzia la “Rete Italiana Pace e Disarmo” – per cui insieme a tutte le altre organizzazioni firmatarie di questo Appello chiediamo alla comunità internazionale di tenere fede a questi impegni “.

La Rete rilancia dunque le richieste della campagna globale “Control arms” di cui fa parte, affinché siano rafforzate le norme internazionali sul controllo del commercio di armi che anche l’Italia ha sottoscritto.

 In tal senso il “Trattato sul commercio delle armi “(ATT) è chiaro: qualsiasi trasferimento di armi, munizioni, parti e componenti che rischiano di essere utilizzate a Gaza è suscettibile di violare il diritto umanitario internazionale e, pertanto, deve cessare immediatamente.

 

Ormai è evidente come solo un cessate il fuoco duraturo potrà fermare l’ulteriore perdita di vite civili e garantire che aiuti sufficienti arrivino a chi ne ha bisogno.

Ed è questo il punto centrale delle richieste della coalizione #CeasefireNOW, a partire dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’impatto devastante dei trasferimenti di armi sui diritti umani, in particolare nella Striscia di Gaza, dove i civili sopportano il peso maggiore della violenza.

Occorre dunque:

 

– Fermare tutti i trasferimenti di armi, parti e munizioni utilizzate per alimentare la crisi a Gaza.

– Chiedere che i responsabili delle violazioni del diritto umanitario internazionale e dei crimini di atrocità siano chiamati a risponderne.

– Esortare i Governi a non essere complici delle continue violazioni del diritto internazionale, adempiendo ai loro obblighi legali e garantendo un cessate il fuoco permanente.

 Ora, con urgenza.

 

 

 

 

Dalla stagione politica dell’individualismo

a quella della comunità.

La transizione auspicata da Luciano Floridi.

Forbes.it - Enzo Argante – (29 -12-2023) – ci dice:

 

L’Italia, l’Europa, il sociale e l’economia visti dagli Stati Uniti, dove sta progettando e realizzando il più importante laboratorio al mondo sull’etica dell’intelligenza artificiale.

Indossato l’elmetto da esploratore, è partito per la grande avventura globale, forte dei collegamenti a Oxford e a Bologna.

Un viaggio nella transizione digitale, nei modi e nei tempi del cambiamento profondo, ma anche nella necessità di una transizione politica:

 ecco la” Democrazia 2”, il ritorno alla gestione comunitaria globale.

 Si parte dalla leadership nella gestione e dal controllo dell’intelligenza artificiale. Parola di “Luciano Floridi”, direttore del “Digital Ethics Center” alla “Yale University”.

 

Perché gli Stati Uniti sono leader nella transizione digitale globale?

È un paese enorme che fa sistema.

 Se l’Europa fosse unificata da una lunga storia di tradizioni legislative e tutti parlassero la stessa lingua, sarebbe un’altra grandissima realtà, e invece basta guardare alla Brexit per capire come stanno le cose.

 Negli Usa, invece, è così.

 Soprattutto, qui c’è la voglia di fare quello che serve e di farlo subito.

 C’è la capacità di vedere i problemi e mettere le risorse a sistema per risolverli. Certo, quando si va troppo veloci si fanno molti errori.

Bisognerebbe trovare un punto di bilanciamento a metà dell’Atlantico tra la vecchia Europa e la nuova America.

Quella dell’etica dell’intelligenza artificiale è la partita più importante dei prossimi anni?

Sicuramente.

Questa rivoluzione nell’applicazione delle tecnologie è una grande opportunità per risolvere problemi sociali e ambientali.

Può fare la differenza creando più ricchezza e meglio distribuita, facendo bene all’ambiente, alla società e al business.

Ci vorrà un grande impegno: nessuno si deve illudere di poter dimagrire senza sforzo.

Il problema è che non stiamo facendo quello che potremmo e dovremmo fare.

La rivoluzione digitale ancora oggi è parte del problema, non della soluzione.

La politica dovrebbe occuparsene e fare di questo tema una priorità, invece stiamo perdendo un’opportunità straordinaria.

Proviamo a definire gli ambiti di azione del digital center: quali sono le scelte di partenza?

Non serve fare quello che altri stanno già facendo molto bene, soprattutto negli Stati Uniti:

 bisogna essere complementari ad altri centri.

Noi saremo come l’esploratore che studia la natura del territorio prima che arrivi il resto della popolazione.

Certo, si possono prendere abbagli: Cristoforo Colombo pensava di essere arrivato in India.

Sappiamo che alcune ricerche che faremo potrebbero non cogliere nel segno, mentre finiranno per essere un po’ datate.

Però mi auguro che tra errori, difficoltà e scivoloni, con tanto lavoro e un po’ di fortuna, si possano ottenere risultati.

È importante triangolare con gli altri, non solo americani.

 Stiamo creando ponti con Oxford e con l’Università di Bologna.

 

Che tipo di squadra sta formando?

Quello che sto cercando di fare è non delineare profili per poi cercare persone che vi si adattino, ma cercare persone valide.

 E se le troviamo tutte in un certo settore, ad esempio quello dell’etica nell’applicazione medica del digitale, pazienza:

vorrà dire che per quell’anno avremo più lavoro in quell’area piuttosto che in un’altra.

 È importante non pensare in termini piramidali:

 se si fa un’operazione di esplorazione, bisogna avere chiaro chi è l’esploratore, se è in grado di navigare aree sconosciute, rompendo gli schemi con curiosità e voglia di rischiare, invece di allinearsi a quello che è già stato fatto.

Se non si fa questo, non c’è innovazione.

Il coraggio di pensare con la propria testa è qualcosa che l’università dovrebbe esibire come bandiera, invece si privilegia sempre chi sa fare i compiti, chi sta in linea, chi è bravissimo nel fare il già fatto.

Com’è l’Italia vista da Yale?

 Possiamo avere un ruolo nella transizione digitale?

È un’Italia un po’ romanzata, idealizzata:

le colline sono sempre verdi, il mare è sempre blu, tutte le cose sono sempre belle e buone, la gente è simpatica.

Insomma, un’Italia che ci piacerebbe tanto, ma che non esiste.

 È una visione parziale, dolce, ottimista e positiva, ma è anche una visione di un paese che non conta nulla:

quando l’America guarda politicamente ed economicamente all’Europa, si rivolge anzitutto alla Germania e poi alla Francia.

Non so se si ricorda dell’Italia, che pure è importantissima anche a livello economico.

 Forse sarebbe il caso di cambiare le nostre politiche:

se qualcuno riceve un messaggio diverso da quello che vogliamo dare, bisogna cambiare il messaggio.

 Tanti governi hanno vissuto una sorta di complesso di inferiorità, eppure abbiamo un peso economico superiore a quello della Russia o del Brasile.

Perciò dobbiamo giocare questa partita per capire quale ruolo vogliamo avere nel mondo.

La politica sembra essere più una sovrastruttura burocratica che tampona, non gestisce e non controlla.

È come se la democrazia avesse avuto la stagione dell’individualismo e non riuscisse ad avere quella della comunità:

gli intellettuali del mondo, invece di continuare a flagellarsi sul fatto che tutto questo non funziona, dovrebbero cominciare a capire come farlo funzionare.

La benzina è finita e bisogna rimetterla nel serbatoio della comunità, cioè bisogna lavorare non soltanto per l’individuo, ma anche per la società.

Se non ci lavoriamo tutti insieme, non riusciremo a risolvere i problemi globali. 

 

 

 

 

Il Fondo monetario internazionale

e l’imminente crollo del dollaro.

Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – (10/05/2024) – ci dice:

 

La dichiarazione è di quelle pesanti, e forse è questa la ragione per la quale i quotidiani italiani ed europei l’hanno bellamente ignorata.

 

A parlare è stato in questa occasione uno dei rappresentanti del celebre, o famigerato, Fondo monetario internazionale, il delegato russo “Alexey Mozhin”.

“Mozhin” in una intervista rilasciata all’agenzia di stampa russa ha detto esplicitamente che occorre essere preparati per il crollo del dollaro, e che i BRICS sono già pronti a questa eventualità.

Il dollaro: l’arma dell’anglosfera.

Il dollaro è stato molto di più che una semplice moneta.

È stata una vera e propria arma finanziaria che veniva vergata contro quei Paesi che di quando in quando sfidavano gli interessi dell’impero americano e provavano a proteggere la loro sovranità.

Il mondo nel quale si è vissuti dalla fine della seconda guerra mondiale in poi è quello di Bretton Woods.

Nel 1944, gli economisti delle potenze alleate che avevano in pratica già vinto la seconda guerra mondiale decisero di stabilire un nuovo sistema economico internazionale nel quale il dollaro è stato, e lo è ancora in parte, la moneta di riserva mondiale.

A dare più “credibilità” alla supremazia del dollaro rispetto alle altre monete era il fatto che questo era ancorato all’oro.

Tutte le valute in circolazione vengono sostanzialmente chiamate “fiat”, e con questa denominazione si intendono quelle monete che vengono emesse liberamente dalla banca centrale senza aver alcun tipo di ancoraggio all’oro o ad un’altra materia prima.

All’epoca, vigeva il “gold standard” ma gli Stati Uniti decisero di mantenere la parità aurea fino al 1971, anno nel quale l’allora presidente americano, “Richard Nixon”, decise di sganciare il biglietto verde dall’oro per via ormai della insostenibilità del sistema.

Gli Stati Uniti non erano più in grado di assicurare il sufficiente quantitativo di oro richiesto per tenere in vigore il “gold standard”, e, ad oggi, la situazione non è molto cambiata ma è anzi peggiorata poiché la quantità di oro disponibile non è certo aumentata, ma semmai diminuita ancora rispetto a quel periodo storico.

La parità aurea poi comporta un altro problema in quanto limita in qualche modo la capacità di uno Stato di esercitare liberamente la sua politica economica e di aumentare la spesa pubblica senza avere il necessario corrispettivo in oro.

Il “gold standard” era un sistema disfunzionale e appare difficile che esso torni nonostante quello che alcuni monetaristi pensano riguardo al piano dei BRICS del quale si dirà successivamente.

Perduto l’ancoraggio all’oro, il dollaro da allora è stato esattamente come tutte le altre monete in circolazione sui mercati di cambi.

È stato una moneta fiat.

 L’unica cosa che ha assicurato agli Stati Uniti di preservare il suo “esorbitante privilegio”, come lo definì l’ex presidente francese, Giscard D’Estaing, è stata la geopolitica.

 

L’Arabia Saudita: l’ago della bilancia della dollarizzazione

Washington strinse degli accordi con l’Arabia Saudita che assicuravano che Riyadh avrebbe accettato soltanto il dollaro americano per il pagamento del suo petrolio.

Chiunque volesse acquistare il petrolio doveva necessariamente pagarlo in dollari in quanto i sauditi siedono sui giacimenti petroliferi più vasti al mondo.

L’Arabia Saudita accettò di servire gli interessi dell’anglosfera e del suo impero poiché la storia stessa di questo Paese è legata a questi poteri.

L’immenso regno del deserto non esisteva nemmeno fino agli anni 30 e la sua nascita fu propiziata in particolar modo dalla Gran Bretagna che già all’epoca era impegnata a far sì che la Palestina, passata nelle mani di Londra dopo il crollo dell’impero Ottomano divenisse la futura casa dello stato ebraico.

Il ministro degli Esteri britannico, “Arthur Balfour”, nel 1917 aveva fatto una “promessa” o meglio eseguito un ordine di “Lord Rothschild” che voleva a tutti i costi che gli aridi deserti della Palestina diventassero la futura Israele del 1948.

C’è un disegno che travalica i confini della politica e approda in quelli della religione per ciò che riguarda la ricostruzione di Israele perché i seguaci del moderno talmudismo volevano e vogliono la Palestina per mettere le mani su Gerusalemme e ricostruire il Terzo Tempio, nel quale un giorno, molto lontano probabilmente, dovrà entrare il tanto atteso” moschiach”, il leader del popolo ebraico.

L’Arabia Saudita ha assunto un ruolo cruciale in questa partita.

 Soltanto attraverso i sauditi il dollaro è diventato la valuta di riserva mondiale dopo la fine del gold standard, e appare evidente che Riyadh è l’ago della bilancia della dollarizzazione mondiale.

Non si faticano a comprendere le ragioni della sua vicinanza all’anglosfera se si guarda alla sua storia.

Gli stessi Saud, una delle famiglie più potenti del mondo, non appaiono nemmeno essere di origine araba, ma ebraica.

Un dissidente del regno, “Nasser al Saeed”, scrisse un documentato testo al riguardo e dimostrò come i Saud avessero dato mandato di falsificare il loro albero genealogico per apparire come discendenti di Maometto e nascondere le tracce delle loro origini ebraiche sefardite.

I Saud non la presero bene perché il povero al Said fu sequestrato e scaraventato da un aereo nel 1979, in quella che è una lunga scia di sangue lasciata dal regno e che si è protratta per lunghi anni, e da ultimo si può ricordare l’episodio di “Khashoggi”, smembrato e ucciso nel consolato saudita a Istanbul nel 2018.

Adesso quel mondo inizia a non esistere più.

 In tale sistema coloro che non avevano abbastanza disponibilità di dollari e coloro che provavano a cercare strade alternative venivano letteralmente sommersi di sanzioni.

L’Iran è stato il Paese che per molti anni ha detenuto il record di sanzioni ricevute da Washington e ha dovuto cercare delle vie per aggirare l’embargo finanziario che le avevano imposto gli Stati Uniti.

 

Questa persecuzione nei confronti dell’Iran si spiega con il fatto che le potenti lobby sioniste che dominano gli Stati Uniti, quali l’”AIPAC “e “Chabad”, avevano e hanno una ossessione nei riguardi di Teheran, considerato come una temibile potenza regionale che si oppone ai piani di espansione dello stato ebraico.

L’Iraq di Saddam Hussein fu seppellito a sua volta di sanzioni dagli USA negli anni 90 quando già all’epoca si era deciso che il rais era una minaccia per gli interessi dell’impero ma soprattutto per quelli di Israele, in quanto lo stato ebraico ha sempre mostrato una profonda avversione per i Paesi arabi che si ispirano all’ideologia del socialismo nazionale nasseriano o per i Paesi musulmani sciiti, quali il citato Iran.

Israele, come detto in un precedente contributo ha una predilezione per mantenere stretti rapporti con i Paesi che hanno ospitato le forme più estreme dell’islam, quali appunto l’Arabia Saudita che ha adottato per quasi tutta la sua storia la corrente islamica del wahabismo.

Il wahabismo prevede una delle applicazioni più severe della legge coranica della sharia, fino a quando negli ultimi anni in Arabia Saudita si è assistito alla secolarizzazione portata dall’attuale erede al trono, “Mohammad bin Salman”, nel tentativo di sopire il crescente malcontento nel regno non solo nei confronti delle restrizioni ma soprattutto nei riguardi di una famiglia che si è impossessata delle risorse di questa terra e poco ha lasciato agli altri suoi abitanti.

È di recente la notizia di un altro presunto attentato contro l’erede al trono che non è stata smentita dai diretti interessati e che, se confermata, farebbe di questo il secondo attentato contro “bin Salman “dopo quello fallito nel 2018, e del quale i media Occidentali non diedero notizia.

Il vecchio mondo però, come si diceva, sta tramontando.

 A Washington non c’è più la volontà di tenere in piedi l’impero e le sue ramificazioni finanziarie, e si lascia che sempre più Paesi abbandonino il dollaro in favore delle monete nazionali.

 

Soltanto l’anno scorso, la lista dei Paesi che ha abbandonato il dollaro americano si è fatta sempre più lunga e continua a crescere molto rapidamente.

Lo scorso anno, l’economista americano, “Michael Goddard”, presidente del “Netley Group, dichiarò che la de dollarizzazione stava procedendo ad una velocità costante e ha suggerito che per completare il processo la Russia, la Cina e l’India dovrebbero creare una loro valuta legata all’oro.

L’economista russo dell’FMI citato in precedenza, “Mozhin”, sembra però indicare un’altra via.

 Quella di una moneta legata ad un paniere differenziato di materie prime, e non quindi necessariamente l’oro, per accelerare il processo.

La strada dell’oro appare impraticabile per le ragioni spiegate precedentemente e anche lo stesso Trump nel 2016 disse chiaramente che non c’erano abbastanza riserve auree per ritornare ad un sistema che comunque è disfunzionale in quanto impedisce agli Stati di gestire liberamente le proprie politiche economiche.

I BRICS non sono interessati a costruire un monopolio finanziario al posto di un altro monopolio, quello del dollaro.

Il principio di quest’alleanza geopolitica è quello di trattare gli Stati da pari e non come colonie alle quali imporre i propri ordini come facevano in passato gli stessi Stati Uniti e la Francia coloniale, con quest’ultima che sta perdendo tutti i domini che aveva in Africa in quello che appare come un inarrestabile processo di decolonizzazione.

Il futuro del mondo appare a nostro avviso essere legato alle monete nazionali, accettate mutualmente dai vari Paesi che si libereranno del dollaro, assieme ad una eventuale moneta, o più monete, legate a diverse materie prime, ma senza che questa o queste diventino un’arma, come è stato il dollaro, per tagliare fuori dalle transazioni i Paesi giudicati “nemici” da questo blocco geopolitico.

L’impostazione coloniale non appartiene al mondo multipolare ma a quello unipolare, e questo equilibro dovrà necessariamente riflettersi anche sugli scambi commerciali.

A porre l’ultimo chiodo sulla bara del dollaro potrebbe essere proprio l’Arabia Saudita che ora, molto opportunisticamente, sembra aver mostrato una certa freddezza nei confronti dell’anglosfera e dello stato ebraico dopo aver fiutato il crollo di entrambi.

Riyadh ha manifestato l’interesse ad unirsi ai BRICS e sembrava esserci già l’ufficialità lo scorso anno per poi portare ad un cambio di rotta nel quale i sauditi mostravano una posizione più attendista.

Sono forti le battaglie intorno al regno in queste settimane.

 Il governo saudita aveva già iniziato a muoversi lo scorso anno per staccarsi dal dollaro quando aveva aperto alla possibilità di accettare valute alternative al biglietto verde americano.

La crisi dell’anglosfera intanto sta proseguendo e il processo difficilmente si arresterà, ma al contrario si avvierà probabilmente alla sua fase conclusiva.

Non sembra mancare molto. Tutto sembra pronto. Il XX secolo ha visto il dominio dell’impero americano e della sua moneta.

Il XXI sembra essere a tutti gli effetti il secolo del ritorno delle nazioni e delle loro monete.

 

 

 

 

 

L’arresto di Toti, il 1992

alla rovescia e la fine

della Seconda Repubblica.

 Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (8-5-2024) – ci dice:

 

Alcuni ieri hanno avuto la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, per la precisione al 17 febbraio del 1992 quando venne arrestato Mario Chiesa, esponente del PSI milanese e presidente del Pio Albergo Trivulzio.

Chiesa venne definito prontamente da Bettino Craxi come un “mariuolo” forse perché il leader del PSI non aveva ancora idea di quale macchina giudiziaria, di carattere eversivo, si fosse messa in moto quell’anno.

Sono queste le sensazioni provate da alcuni quando è giunta la notizia che Giovanni Toti, attuale governatore della regione Liguria, è stato arrestato per corruzione e per favoreggiamento mafioso.

I lettori che frequentano questo blog e che ci seguono da un po’ sanno che è almeno dal 2022 che parliamo di una generale dismissione della classe politica della Seconda Repubblica.

Questa diagnosi non è dovuta a qualche interiore sensazione “ottimistica” ma è semplicemente il risultato di un processo politico, di fatto inevitabile, che si è messo in moto dopo il “fallimento della farsa pandemica”.

Se ci si volesse limitare ad una lettura “prima facie”, qualcuno potrebbe trarre la conclusione ingannevole che quanto accaduto ieri è solo il frutto di una serie di reati presumibilmente commessi da Toti con una certa costanza e regolarità nel tempo.

Eppure Toti non è governatore da un giorno, ma si trova su quello scranno dal 2015 quando vinse il primo mandato assieme al centrodestra, e quando si aggiudicò il secondo presentandosi con una sua lista nel 2020.

La magistratura però non si è mai mossa in un arco temporale durato quasi 10 anni.

Il vecchio status quo dell’Italia in mano all’anglosfera.

Nulla era stato fatto prima d’ora, perché negli anni passati c’era ancora in piedi uno status quo politico che seppur fragile, restava ancora in piedi.

L’Italia è un Paese che si trova in una condizione di sovranità limitata dal 1943 in poi, quando fu firmato il” famigerato armistizio di Cassibile” che consegnò la sovranità del Paese nelle mani degli Stati Uniti e dei poteri che dominavano la Casa Bianca e il Congresso americano.

A volerla dire tutta, definire la Repubblica del 1946-48 – nata anche da un probabile broglio elettorale che scippò la vittoria alla monarchia – una sorta di Stato fantoccio dell’anglosfera non è una definizione troppo severa.

I Paesi europei dopo il 1945 si sono ritrovati nelle condizioni di satelliti la cui politica estera veniva dettata e orientata da Washington, che già prima della guerra era stata scelta come centro di quel progetto autoritario chiamato dai suoi membri “Nuovo Ordine Mondiale”.

“Henry Kissinger”, uno dei maggiori esponenti di questo disegno, membro di molti potenti club mondialisti quali il “club di Roma”, il “CFR” e il “Bilderberg”, disse durante una conferenza stampa a margine di una riunione di un altro think tank globalista, il World Affairs Council”, che il fine ultimo della politica internazionale è il Nuovo Ordine Mondiale, e che questa visione non poteva realizzarsi senza la partecipazione degli Stati Uniti, in quanto questa nazione è il “singolo componente più importante”.

I potenti delle varie logge massoniche, gli spregiudicati finanzieri di Wall Street e i vari adepti del mondialismo avevano scelto la superpotenza americana per guidare il mondo e imporre un autoritarismo globale.

Gli Stati nazionali dopo la seconda guerra mondiale non sono stati più nemmeno tali perché la loro sovranità è iniziata ad essere rimessa nelle mani di altri potenze e di altri soggetti privati, quali banche, gruppi finanziari e multinazionali.

Nel 1972, di fronte al consesso delle Nazioni Unite, l’ex presidente del Cile, Salvador Allende, pronunciò un celebre discorso nel quale metteva in rilievo come ormai gli Stati si trovassero a dover fare i conti con dei conglomerati industriali e finanziari che non di rado avevano un PIL persino superiore a quello di molte nazioni del Sud – America e dell’Africa continentale.

Il divario con l’avvento della globalizzazione si è persino allargato in quanto negli anni passati c’erano fondi di investimento quali “BlackRock”, nel quale ci sono una infinità di scatole cinesi dove ci sono i capitali dei “Rothschild” e di altre celebri famiglie mondialiste, che avevano un PIL superiore persino a quello della Cina.

Abbiamo scelto il passato per parlare di tale processo economico perché negli ultimi anni si è messa in moto una tendenza inversa della quale parleremo a breve.

Il precedente status quo è indubitabile che abbia condizionato la storia d’Italia. L’Italia si è trovata suo malgrado rinchiusa in un recinto.

Non si poteva uscire dalla NATO dopo la fine della seconda guerra mondiale a meno che non si era disposti ad avventurarsi in un territorio dove” hic sunt leones”.

Aldo Moro lo fece perché aveva uno sguardo talmente proiettato in avanti che aveva compreso molto bene che l’Italia, se non fosse uscita da quella gabbia, sarebbe rimasta schiacciata da quei poteri transnazionali che volevano uccidere questa nazione.

Il mondialismo è certamente un piano politico ma esso prim’ancora che toccare le corde della politica tocca quelle della religione, in quanto gli adepti di questo disegno sono appartenenti alla massoneria che altro non è che una organizzazione di carattere luciferiano che si propone la cancellazione della religione cattolica, quella autentica nella sua versione pre-conciliare, e la fine delle patrie, da essere sostituite da un superstato globale che i massoni amano chiamare “repubblica universale”.

Uno degli esponenti della libera muratoria, “Giuliano Di Bernardo”, affermò chiaramente, e in più di un’occasione, che i massoni si proponevano il governo di “una comunione di illuminati, presieduta dal tiranno illuminato”.

Il tiranno illuminato in questione è il “moschiach” tanto atteso dalla “setta sionista “Chabad” che nel suo sito afferma chiaramente che l’umanità sarà governata da un “Nuovo Ordine Mondiale”.

 

Viene da sorridere pensando alle ridicole espressioni senza senso partorite dai media mainstream quali “complottismo” per il semplice fatto che sono gli stessi appartenenti a questo piano ad esternare il loro pensiero e a dire chiaramente che sono all’opera da secoli per consegnare l’umanità nelle mani di una tirannia, nemica prim’ancora che dell’uomo di Dio, poiché questo “tiranno illuminato” altro non è che” dio” agli occhi dei massoni.

La Prima Repubblica demolita da Washington.

Nel 1992, quando il pool di Mani Pulite si risvegliava dal suo letargo durato anni non lo faceva certo perché aveva scoperto un improvviso senso di giustizia del quale prima non c’era traccia.

Lo faceva perché a Washington si era già deciso che il Paese sarebbe dovuto entrare nella fase successiva, una particolarmente avanzata, del mondialismo e la sua sovranità, già ristretta, andava compressa ancora di più.

I politici della Prima Repubblica ormai avevano esaurito il loro scopo.

Questi non erano più affidabili agli occhi degli Stati Uniti in quanto già in passato avevano dato prova di una certa autonomia e indipendenza quando, ad esempio, difesero la sovranità dell’Italia a Sigonella e quando Bettino Craxi, presidente del Consiglio, ricordò a Ronald Reagan che l’Italia, seppur membro della NATO, non era terra di conquista dove gli americani potevano muoversi e fare ciò che volevano.

Giulio Andreotti era un altro politico che aveva certamente rapporti con l’anglosfera ma non per questo si limitava pedissequamente ad eseguire i suoi diktat, e ne ha dato prova con la sua politica estera molto vicina ai Paesi del Medio Oriente e assolutamente solidale con la causa palestinese.

La Prima Repubblica non andava più bene per questo.

I suoi dirigenti avevano la tendenza a liberarsi dal cappio americano e dunque Washington decise di liberarsi di questi poiché non erano i politici che servivano in quella fase, ma meri esecutori.

Così accadde.

È sotto gli occhi di tutti come la classe politica della Seconda Repubblica sia stata un monumento al servilismo e al tradimento della patria e del suo popolo.

Raramente si sono visti soggetti peggiori degli attuali personaggi che occupano gli scranni di Montecitorio e che definire politici sarebbe una enormità da parte nostra, in quanto essi sono più che altro galoppini, saltimbanchi e mercenari della peggiore risma ai quali la massoneria ha aperto le porte dei palazzi per assicurarsi che questi non facessero altro ciò che volevano appunto i massoni.

 

La fine del vecchio status quo.

Ora siamo entrati in un territorio inesplorato. Siamo entrati nel territorio dove tutti i vecchi equilibri stanno venendo meno.

L’anglosfera, come tale, non c’è più.

Non ci sono più gli Stati Uniti a guardia di essa ed è venuta meno quella condizione indispensabile citata da Kissinger per il compimento del Nuovo Ordine Mondiale.

Gli Stati Uniti si sono emancipati da tutta quella tela di lobby globaliste e sioniste che hanno governato la Casa Bianca per tutto il ‘900 e per i primi anni del XXI secolo.

La “farsa pandemica”, negli occhi dei suoi architetti, avrebbe dovuto aprire le porte dell’umanità alla “tirannia mondiale”.

Essa era stata concepita anni prima ed era stata annunciata dagli stessi centri di potere mondiale quali la famiglia Rockefeller che in uno dei suoi documenti nel 2010 parlava dell’”operazione Lockstep” e di come una “pandemia” avrebbe consentito l’instaurazione di un governo mondiale.

Il 2020 non è nato dal nulla.

È stato il risultato di un percorso durato moltissimi anni che voleva porre fine a ciò che restava della sovranità delle nazioni e creare un nuovo tipo di uomo, quello transumano che altro non è che una parodia della originaria creazione divina.

La classe politica italiana era fermamente convinta che si sarebbe giunti alla destinazione finale di questo piano.

Erano tutti convinti che alla fine ci sarebbe stato il “Grande Reset di Davos” e i vari occupanti delle istituzioni non si sono risparmiati nel vessare il proprio popolo con le peggiori restrizioni al mondo, nella illusione che tanto alla fine sarebbe sorto questo governo mondiale.

L’aver scoperto che il piano è miseramente fallito è stato uno shock per tutti loro. D’Alema, uno dei più importanti rappresentanti dello stato profondo in Italia, lo disse.

Abbiamo sbagliato tutto.

 Il Nuovo Ordine Mondiale non si è manifestato e ora questa classe politica si trova di fronte ad un processo storico che sta mettendo fine a quell’impalcatura internazionale che garantiva il suo potere.

La NATO si sta liquefacendo sotto i colpi dell’operazione militare che i russi stanno portando avanti in Ucraina.

Il dollaro, l’arma finanziaria dell’anglosfera, sta perdendo tutto il suo potere e ogni giorno aumentano i Paesi che tornano alle valute nazionali per gli scambi commerciali.

È la fine di un’epoca.

Questa liquidazione del vecchio mondo ha lasciato i peones della politica italiana senza punti di riferimento.

Adesso l’obiettivo non è più il mondialismo.

Adesso l’obiettivo è sopravvivere a questa fase storica che sta portando sulla scena il ritorno degli Stati nazionali con tutti i loro poteri, e la nostra sensazione è che difficilmente qualcuno dei politici della Seconda Repubblica uscirà indenne da questo periodo.

L’arresto di Toti è solo l’inizio.

In Puglia, da settimane, c’è un’atmosfera da resa dei conti tutta interna al PD con inchieste incrociate che toccano politici vicini ad Emiliano, e lo stesso governatore pugliese che ormai sembra essere in guerra con il suo stesso partito.

A Milano, Daniela Santanché rischia il processo per truffa.

Le procure si attivano perché i loro referenti cercano di abbattere l’altro prima di essere abbattuti loro stessi.

Questa è una feroce caccia all’uomo.

È una feroce lotta per la sopravvivenza che continuerà fino al completo annientamento dell’avversario.

La Seconda Repubblica è entrata in una modalità di autodistruzione.

Presto non ci sarà più probabilmente traccia di questi partiti che sono decotti e non riescono a fermare l’ondata astensionista in quanto essi ormai non rappresentano più il popolo e la nazione, ma rappresentavano soltanto gli interessi dei loro defunti padroni stranieri assieme alla immancabile massoneria, che ora, tra l’altro, si trova al centro a sua volta di un’altra guerra intestina.

Siamo al tutto contro tutti.

Stavolta non è come il 1992.

Stavolta non c’è una demolizione controllata del sistema politico italiano voluta da referenti stranieri.

Stavolta c’è la guerra tra bande di un sistema che dopo la fine dell’anglosfera è già cerebralmente morto.

 

Quella guerra tra gli “Elkann” e

“De Benedetti” e il crollo dello

stato profondo italiano.

Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (05/05/2024) – ci dice:

 

I sassolini nelle scarpe dell’ingegner De Benedetti sono piuttosto grossi e non possono essere più tenuti, a quanto pare, in delle calzature sempre più strette.

L’ex patron di Repubblica ha rilasciato per la seconda volta una intervista ai media mainstream nella quale l’oggetto della conversazione, o forse dovremmo dire il bersaglio, è stato ancora una volta John Elkann e la sua famiglia.

Le stilettate non vengono risparmiate da parte dell’ingegnere nei confronti di Elkann, definito senza troppi giri di parole come un “pavido”, ma questa irritazione di De Benedetti è dovuta principalmente al fatto che questi imputa al figlio di Alain e di Margherita Agnelli il tracollo di Repubblica.

I lettori ricorderanno che quattro anni fa ci fu un avvicendamento tra i vertici dell’editoria “italiani” che vide passare il gruppo “GEDI”, proprietario, tra gli altri, dei quotidiani “La Stampa” e “La Repubblica” nelle mani della “Exor”, la holding finanziaria degli Elkann che è a sua volta proprietaria, o meglio lo era prima della cessione con la francese “Stellantis”, della “FIAT” o di ciò che restava di essa dopo che Gianni Agnelli e il suo erede designato, John Elkann, la trasformasse in una azienda estera che non privilegia più l’eccellenza automobilistica italiana ma serve ben altri scopi, soprattutto quelli di interessi economici internazionali.

La storia dell’ingegnere è una di quelle strettamente connesse con il potere che conta in Italia e non si può certo trovare sulle pagine dei media italiani, in quanto larghissima parte di questi è stata di sua proprietà ed è ancora del tutto sottomessa a quei poteri che hanno governato la repubblica dell’anglosfera.

 

De Benedetti: l’oligarca della globalizzazione in Italia.

Nato a Torino nel 1936 e di origini ebraiche da parte del padre, Rodolfo, muove i primi passi nel mondo dell’imprenditoria aiutato da Gianni Agnelli, membro del” club di Roma” finanziato da” Rockefeller” e vicinissimo a” Henry Kissinger”, membro del citato club e di un altro potente circolo di mondialisti, il famoso, o meglio, famigerato” gruppo Bilderberg”.

De Benedetti è in questi ambienti che è di casa, ovvero quegli ambienti che hanno una visione del mondo di stampo puramente autoritario e che prevede l’accentramento del potere nelle mani di un organismo chiamato con il nome tecnico di “governance” che altro non è che la espressione più tecnocratica ed economicistica della” concezione massonica” del Nuovo Ordine Mondiale.

Nel 1981, l’imprenditore piemontese finisce a processo per via della vicenda che lo vede coinvolto nel famigerato caso del banco Ambrosiano.

De Benedetti era entrato nell’azionariato dell’istituto presieduto dal massone Roberto Calvi e ne era uscito soltanto due mesi dopo, prima del fallimento, intascandosi una plusvalenza di 40 miliardi.

La magistratura decide di processarlo per bancarotta fraudolenta e arrivano non una, ma ben due sentenze di condanna in primo grado e in appello, ma ci pensa la Cassazione a togliere dai pasticci l’ingegnere e ad evitargli una condanna di ben 6 anni di reclusione.

I togati della suprema corte in una delle loro non rare peripezie giuridiche mandano tutto in cavalleria affermando che non c’erano i “presupposti per mandare a processo” l’ingegnere.

Soltanto due anni dopo, nel 1985, De Benedetti è protagonista di una nota e controversa vicenda, quella dello” SME”, acronimo che sta ad identificare la società meridionale elettrica e che, dopo essere stata acquistata dall’IRI fondata durante il fascismo divenne il più grande gruppo alimentare italiano che era proprietario, tra gli altri, di Alemagna, Motta, Cirio e Autogrill, la principale società di ristoro che oggi è finita nelle mani della famiglia Benetton, già proprietaria a sua volta delle autostrade italiane attraverso Atlantia.

Quell’era è molto diversa da quella contemporanea.

 C’era ancora nel cuore dell’economia italiana lo stato imprenditore, creatura d’eccellenza del fascismo che aveva consentito all’Italia di uscire dalle paludi della crisi del’29 e dalle macerie economiche del secondo dopoguerra.

Lo Stato non era ridotto al ruolo di mero spettatore che assiste ai processi economici, ma li indirizzava, li governava e faceva in modo che questi rispecchiassero gli interessi economici della nazione e non soltanto quelli di un manipolo di oligarchi come avvenne purtroppo negli anni successivi.

In quegli anni però inizia a soffiare anche in Italia il vento del neoliberismo.

La Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Francia iniziano ad abbandonare i precedenti modelli neo o post-keynesiani che avevano consentito a questi Paesi, soprattutto al Regno Unito, di avere un elevato modello di welfare sociale e un’assistenza sanitaria di ottima qualità accessibili a tutti.

Arriva l’era della Thatcher e delle privatizzazioni selvagge.

 Inizia l’era del dominio incontrastato del “grande” capitale e i primi sintomi di questa malattia si vedono già nei primi anni 80 anche in Italia quando Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro, e Carlo Azeglio Ciampi, governatore di Bankitalia, tolgono al governo, con un “colpo di mano illegale” mai ratificato dal Parlamento, il controllo della banca centrale italiana nel 1981 in quello che fu il famigerato “divorzio” Tesoro-Bankitalia.

I risultati furono pressoché disastrosi perché impedendo al Tesoro di ordinare a banca d’Italia di comprare i titoli di Stato emessi dal governo, non è stato più lo Stato ma il mercato a stabilire i prezzi dei titoli e gli interessi così sono andati alle stelle, tanto da creare lo spauracchio del debito pubblico, utilizzato dalla vulgata neoliberale per giustificare ogni tipo di macelleria sociale vista negli anni successivi.

Romano Prodi è interprete perfetto di questa stagione.

Approdato all’IRI fa subito capire che il suo scopo non è quello di valorizzare e preservare il patrimonio dello stato ma quello di svenderlo a prezzi di saldo ai vari “imprenditori” molto vicini agli interessi della finanza e del mondialismo.

Nasce così l’operazione SME che stava portando De Benedetti a comprare a due lire tutto il comparto alimentare dell’IRI e che soltanto la lungimiranza politica di Craxi impedì.

L’allora presidente del Consiglio decise di bloccare, giustamente, la transazione e De Benedetti ebbe persino l’ardire di tacciarlo di “interferenza” per aver sventato una indecente svendita del patrimonio pubblico industriale italiano.

Anni dopo, nel 1992, De Benedetti attraverso il suo quotidiano, La Repubblica, veste i panni del futuro signore della nascente Seconda Repubblica e ciò gli riserva duri attacchi da parte di Bettino Craxi che non esitò a chiamarlo “principe della corruzione.

La Repubblica è stato il quotidiano che più di tutti, assieme al Corriere della Sera, giocò un ruolo decisivo in una rivoluzione colorata voluta dagli ambienti di Washington per lasciare il campo libero al PDS, non sfiorato dai giudici di Milano.

Craxi nel suo libro “Io parlo e continuerò a parlare” informa che in più di un’occasione lui aveva accennato ai giudici che il sistema del finanziamento ai partiti in vigore nella Prima Repubblica non vedeva i partiti come protagonisti principali di quella catena, ma piuttosto i “grandi” gruppi della industria e della finanza che non sono stati toccati dalle inchieste dei togati milanesi, che poco erano interessati ad andare al cuore della corruzione vera, ma piuttosto avevano il solo interesse a demolire una intera classe dirigente e lasciare campo libero al nuovo PCI, divenuto nel frattempo PDS dopo il crollo del muro e dopo il battesimo ricevuto dallo stato profondo americano.

De Benedetti incarna alla perfezione, per così dire, lo spirito di quegli oligarchi che hanno voluto la globalizzazione in Italia attraverso la cessione di sovranità avvenuta nel 1992 a Maastricht attraverso l’adesione all’Unione europea, e la conseguente perdita della sovranità monetaria che ridusse l’Italia nelle condizioni di una colonia priva di stampare la sua moneta, e costretto a indebitarsi con i mercati di capitali per procurarsi la moneta artificiale senza Stato concepita dalla finanza, l’euro.

 

La fine della globalizzazione e l’inizio della guerra tra bande.

Adesso è una fase molto diversa della storia.

È la fase della chiusura dei conti.

È la fase dove le antiche mire del mondialismo si risvegliano dalla ubriacatura della farsa pandemica e apprendono, con terrore, che i piani non sono andati come previsto.

Non c’è stata l’ascesa del tanto agognato “Nuovo Ordine Mondiale”, ma c’è stato l’avviamento efficace e rapidissimo di tutta quella impalcatura dell’anglosfera sulla quale poggiava il cosiddetto” ordine liberale internazionale” uscito dalla seconda guerra mondiale.

Questo ha cambiato tutto. Questo ha portato alla fine di quegli equilibri dei quali De Benedetti è stato un assoluto interprete in Italia.

L’ingegnere però sembra avere un conto aperto con la famiglia Elkann, responsabile ai suoi occhi di un “tradimento” con la liquidazione di quella che è stata a lungo la sua creatura e che è stata la portavoce indiscussa degli interessi delle élite liberali e sioniste in Italia, ovvero la citata Repubblica.

De Benedetti però illude sé stesso se pensa che il suo ex quotidiano sia andato in rovina per John Elkann.

L’apparato dei quotidiani generalisti è ormai semplicemente insostenibile.

È enormemente costoso ed è enormemente inefficace.

Non è più la stagione del 92 questa dove a colpi di titoli in prima pagina si riusciva ad accendere una rivoluzione artificiale senza nessuna reazione contraria dell’opinione pubblica.

L’era di Internet ha aperto quella finestra di competitività, che poi lo stato profondamente ha cercato goffamente, non riuscendoci, di chiudere e oggi non sono più i media di una volta a detenere la “proprietà” delle notizie e delle loro artefatte narrazioni ma nuovi attori si sono affacciati per offrire al pubblico quelle letture e notizie taciute dal cosiddetto mainstream.

Soprattutto dopo un esercizio costante di menzogne durato decenni e dopo l’enorme fiume di bugie scaricato sui lettori dopo la “farsa pandemica”, si è messo in moto un meccanismo irreversibile.

I lettori ormai non vogliono più saperne dei quotidiani perché questi non sono lì per denunciare le magagne del potere e delle massonerie varie, ma per coprirle meticolosamente.

Sono lì per nasconderle e ormai la crisi di fiducia è ad uno stadio troppo avanzato per poter essere fermata.

De Benedetti rimprovera ad Elkann quindi di non aver messo capitali a perdere per mantenere Repubblica ma allora si potrebbe chiedere, e certamente non glielo chiedono i media, perché mai non ce li metta lui i soldi per ricomprarsi il suo ex quotidiano se ci tiene così tanto?

Gli Elkann hanno a cuore solamente loro stessi e hanno già iniziato a vendersi i vari pezzi della Exor per fare cassa, come già visto con lo stabilimento della Maserati e come visto con le messe in vendita della Repubblica e della Stampa che difficilmente troveranno acquirenti, considerati gli enormi costi, e che forse non è poi così ardito pensare che sono destinate al fallimento per le ragioni appena elencate.

Questi “dissapori” tra due delle famiglie più influenti delle élite italiane ed entrambe di origine ebraica, gli Elkann e i De Benedetti, appare essere la conferma che lassù sul nido del cuculo dello stato profondo in Italia ormai sia un tutto contro tutti.

Ognuno pensa a salvare sé stesso dopo la malaparata e questo ha suscitato profonde irritazioni in coloro che invece vorrebbero ancora tenere in piedi ciò che resta della baracca.

La guerra tra De Benedetti e gli Elkann e l’eredità di Margherita.

La guerra tra De Benedetti e gli Elkann potrebbe essere la chiave anche per comprendere quanto sta accadendo con la denuncia presentata da “Margherita Agnelli” sulla eredità che le è stata sottratta dopo che sia suo padre, Gianni, che sua madre, Marella Caracciolo, hanno di fatto deciso di escluderla dalla partita perché Gianni Agnelli ha lavorato per “uccidere” i suoi figli dando lo scettro del glorioso impero automobilistico italiano alla famiglia Elkann.

La magistratura che prima dormiva un sonno profondo si risveglia dal letargo dopo l’”esposto di Margherita nel 2022”, e non ci si venga a dire che soltanto questa semplice denuncia ha fatto partire la macchina poiché i cassetti delle procure sono pieni di esposti che giacciono in sonno da tempo o che sono stati prontamente archiviati quando giudicati “sconvenienti”.

In maniera davvero repentina la macchina si mette in moto e arriva subito a perquisire l’abitazione del commercialista degli Elkann che, incredibilmente, teneva la prova della presunta truffa degli Elkann contro la madre Margherita nella cantina di casa sua, quasi a voler avere con sé una sorta di “polizza assicurativa”.

La magistratura quando si muove così rapidamente lo fa sempre non perché mossa dalla voglia di fare luce su degli illeciti, ma perché spesso dietro ci sono quelle forze, massoniche e finanziarie, che spingono per aprire quei fascicoli che altrimenti resterebbero ben chiusi.

 

Margherita, se dovesse avere ragione, dovrebbe essere risarcita di almeno 1 miliardo di dollari che le è stato negato per il raggiro ereditario.

Alla vicenda di Margherita Agnelli si deve aggiungere un altro strano episodio che ha visto protagonista “Bruno Vespa” nei panni di emissario di droni che sono entrati nella residenza della famiglia Elkann in Piemonte.

Vespa, non è un segreto, è un altro portavoce di quelle obbedienze che comandano lo stato profondo in Italia e questa sua scelta, in violazione di diverse leggi, non sembra essere dettata da una sua presunta intenzione scandalistica poiché le immagini non sono state nemmeno trasmesse.

Lo scopo era probabilmente un altro.

Lo scopo era far sapere agli Elkann che ora non hanno più la protezione di alcuni piani alti dell’establishment e che i guantoni ora sono stati definitivamente tolti e non ci sarà esclusione di colpi.

A Repubblica intanto c’è una situazione inedita.

Il comitato di redazione scrive un articolo nel quale si parla dei rapporti tra Italia e Francia, che hanno visto la seconda appropriarsi di svariate imprese italiane grazie soprattutto all’euro e ad una classe politica che ha permesso tale scempio, ma il direttore, “Molinari”, ha censurato il tutto perché il servizio chiaramente era rivolto contro gli “Elkann”, partecipi di tale processo di colonizzazione economica, visto che hanno portato la FIAT in dote ai francesi in “Stellantis”.

C’è da dire che l’ipocrisia dei “giornalisti” di Repubblica è senza confini. Per decenni hanno esaltato privatizzazioni e svendite a francesi e altri capitali stranieri, e adesso tirano fuori la storia soltanto perché sulla nave che affonda ci sono loro.

Sono messi così dalle parti del liberalismo e della finanza ebraica.

Sono ridotti come i gladiatori che per sopravvivere devono uccidersi l’uno con l’altro, ma non appena qualcuno cade a terra, arriva subito qualcun altro a colpire il “sopravvissuto” in un gioco al massacro che alla fine non lascerà probabilmente nessuno sul campo.

Molti spesso chiedono come andrà a finire questa crisi generale della Seconda Repubblica e della stessa repubblica dell’anglosfera.

I fatti ci stanno dicendo che coloro che servivano questo sistema decaduto sono ormai in una feroce guerra tra di loro.

E prossimamente per costoro le cose potranno andare sempre peggio.

Attendiamo dopo le europee quando la Meloni probabilmente proverà ad aprirsi una via di fuga a Bruxelles e dopo un probabile trionfo dell’astensionismo di massa.

Dopo quella data, la crisi della liberal-democrazia “italiana” e dei clan che la governano entrerà in una fase ancora più acuta.

Altri “dei” della politica e della finanza cadranno.

La storia ci ha portato a vedere l’epilogo di questo sistema politico.

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