Lotta estrema per la vita contro l’élite globale.
Lotta
estrema per la vita contro l’élite globale.
Putin
non si ferma. Avanzata russa
su
Kharkiv, Zelensky:
"Feroce battaglia".
msn.com-
Huffpost.italy – (12-05-2024) – Redazione – ci dice:
Se non
si tratta dell’offensiva di terra, quella in corso nell’oblast di Kharkiv è il
suo preludio.
Da venerdì l’esercito russo ha aumentato la
pressione sul fronte orientale, sfondando il confine a nord della seconda città
più grande dell’Ucraina, che ormai dista solo poche decine di chilometri.
Per l’”Institute
for the Study of War” non saremmo davanti a un’operazione su larga scala volta
ad accerchiare e conquistare la città, ma ad ogni modo “dobbiamo interrompere
le operazioni offensive russe e restituire l’iniziativa ai nostri”, ha
dichiarato il presidente “Volodymyr Zelensky” parlando di “feroce battaglia”
nella regione.
Anche
la Casa Bianca ha commentato quanto sta avvenendo in queste ore, confermando
l’intenzione della Russia di intensificare gli attacchi e di arruolare più
uomini “nelle prossime settimane”, con l’obiettivo di costruire una “zona
cuscinetto lungo il confine”.
Tuttavia,
ha precisato il portavoce del “Consiglio di sicurezza USA” John Kirby”, “non prevediamo grandi
progressi”.
Per
ora i russi avrebbero conquistato cinque chilometri e altrettante località –
Borisovka, Ogurtsovo, Pletenevka, Pylnaya e Strelechya, a cui si aggiunge il
villaggio di Keramik, nel Donetsk – ma non è detto che l’incursione sia
terminata.
In
un’analisi a caldo, sono perlomeno tre le ragioni che hanno spinto Mosca ad
agire.
La prima è quella di anticipare le mosse di Kiev:
tramite
le brigate russe che combattono Vladimir Putin al loro fianco e i continui
attacchi con missili a lunga gittata, gli ucraini vorrebbero creare una zona
franca in territorio nemico nei pressi di Belgorod,
cosa che ai russi riesce meglio vista la
potenza di fuoco che al momento differenzia i due eserciti.
Istituendo
una” grey zone”, il Cremlino riuscirebbe a controllare meglio gli attacchi
contro i propri confini.
Proprio
nello squilibrio delle compagini risiedono gli altri due motivi dell’offensiva:
da una
parte la Russia vuole sfruttare il momento di fragilità dell’Ucraina, ancora
sprovvista delle armi che le servono per difendersi; dall’altra, conscia della
mancanza di uomini che attanaglia Kiev, intende costringerla a spostare quanti
più soldati possibile a difesa di Kharkiv lasciando sguarnito il resto del
fronte.
Sono
ragionamenti iniziali, che possono essere confermati o sconfessati nei prossimi
giorni in base ai movimenti sul campo.
Certo
è che la Russia ha chiaramente messo nel mirino Kharkiv da ormai oltre un mese,
alzando il tiro dei suoi attacchi.
Bombarda
senza sosta ogni giorno, non soltanto in un’area circoscritta ma su tutto il
territorio nazionale.
L’allarme antiaereo per l’arrivo di missili
balistici è risuonato stamattina nelle regioni di Kiev, Cherkasy, Kirovohrad,
Poltava, Sumy, Zhytomyr, Chernihiv e Mykolaiv.
Ma è
il nord-est il punto più caldo al momento.
L’esodo
è cominciato, con un totale di 1.775 persone evacuate per lasciar spazio ai
riservisti arrivati per proteggere le linee difensive.
Lo faranno con artiglieria e droni, in attesa che
arrivano sistemi di difesa più strutturati dall’Occidente.
“Abbiamo
fiducia nelle forze ucraine e lavoriamo incessantemente per far loro pervenire
le armi di cui hanno bisogno per difendersi da questi attacchi”, ha proseguito
il portavoce USA Kirby nel suo rapporto.
Proprio
ieri gli Stati Uniti hanno annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari, dal
valore di 400 milioni di dollari.
Dentro
ci saranno i missili Patriot e Javelin, missili anti-aereo Stinger, i veicoli
corazzati da fanteria Bradley, quelli anti-mine Mrap.
“Questa
tempestiva e vitale assistenza statunitense aiuterà a salvare vite civili e a
rafforzare i combattenti ucraini in prima linea”, ha ringraziato Zelensky.
“Ci
consentirà inoltre di proteggere meglio le nostre città e comunità dai continui
attacchi terroristici aerei della Russia contro le infrastrutture critiche e
gli impianti energetici ucraini”.
Vista
la criticità del momento, tutto ciò che arriva è giustamente lodato ma la
verità è che servirebbe molto di più.
Tempo due o tre settimane e dovrebbero
arrivare anche i fatidici F-16 che, sebbene in quantità minime, dovrebbero
perlomeno dare un po’ di respiro dagli incessanti bombardamenti dei russi.
E poi c’è il tema dei soldati al fronte,
troppo pochi e molto stanchi, a cui il governo di Kiev sta cercando di porre
rimedio con misure fortemente impopolari, come l’abbassamento dell’età di leva
e l’arruolamento dei detenuti.
Altrettanto
impopolare sarebbe la decisione degli alleati di mandare i propri uomini.
Il
dibattito rimane aperto, sebbene ieri l’Alto rappresentante dell’Ue Josep
Borrell abbia chiarito come “non abbiamo inviato né invieremo soldati al
fronte”, checché ne dica “Emmanuel Macron”.
Eppure il presidente francese non sembra voler
abbandonare l’idea, nata da una sua iniziativa non coordinata con gli altri
partner.
E non
ancora abbandonata, nonostante le reticenze emerse.
In un
video pubblicato su “X”, il capo dell’Eliseo ha risposto alle domande dei
cittadini, assicurandogli come “spero con tutte le mie forze che non si debba andare
in guerra”, sebbene “a un certo punto bisognerà che si arrivi a dissuadere la
Russia dal continuare ad avanzare. Bisogna essere dissuasivi e credibili di
fronte ai nostri avversari dicendo loro che ‘se andate troppo lontano e
minacciate i miei interessi, la mia sicurezza, allora io non escludo di
intervenire’. La Francia – ha concluso Macron – non è una potenza di guerra, ma
di pace. Ma certo è che se la vogliamo, è necessario proteggerla”.
Parole
che verranno sicuramente commentate dal resto d’Europa, lasciando emergere le
divisioni che la caratterizzano.
Gli
ucraini non hanno mai richiesto uomini, consapevoli delle difficoltà che si
celano dietro tale mossa e di come, su questo, possano contare su una
popolazione mai doma.
Quello che chiedono con forza sono soprattutto
difese aree, per poter essere liberi di guardare il cielo senza paura.
Un assaggio lo hanno avuto nella scorsa notte
osservando l’aurora boreale che si è mostrata ai loro occhi, mentre però in
terra andava in scena il solito inferno.
Milei
nella “tana del lupo”: una lezione
liberale all’élite socialista di Davos.
Nicolaporro.it
– (19-1-2024) - Stefano Magni – ci dice:
Colpi
micidiali a socialisti, femministe e green. Nemmeno i “liberali” capiscono il
mercato.
E agli
imprenditori: “Non lasciatevi intimidire, siete benefattori sociali.”
Il
discorso di “Javier Milei” a “Davos” ha segnato un’altra tappa nella storia
politica del liberalismo contemporaneo.
E ha eliminato un altro alibi ai più pigri
liberali italiani.
Infatti,
se le elezioni presidenziali in Argentina hanno svelato che si possa vincere
pur proponendo un programma liberale (esplicito, non annacquato e senza
compromessi), il discorso a Davos è invece la dimostrazione che si può parlare da
liberale, in un ambiente internazionale esclusivo, composto quasi interamente
da socialisti, senza essere buttati fuori dalla security.
Le
parole del neopresidente argentino sono a metà strada fra una lezione di
economia e un manifesto programmatico.
Per i
pignoli:
Milei,
per non confondere il pubblico internazionale, definisce “libertario” il suo
pensiero.
Perché
è un libertario, seguace della scuola austriaca dell’economia e perché liberale
(“liberal” in inglese) è ormai talmente usato e abusato dalla “sinistra progressista”
che ha perso il suo significato.
Comunque,
quando il presidente argentino sostiene che il suo modello politico si fonda
sui diritti individuali di vita, libertà e proprietà, quella è la base del
liberalismo classico, non solo del libertarismo americano contemporaneo.
Capitalismo
motore del progresso.
Detto
questo, “Milei” ha prima di tutto ricordato quale sia l’effetto del
capitalismo.
Parlando ad una platea di élite ormai attratta
dalle teorie della decrescita (Latouche), ha sbugiardato tutto con poche semplici cifre:
Quando
[noi argentini, N.D.R.] abbiamo adottato il modello della libertà, nel lontano
1860, in 35 anni siamo diventati il Paese più ricco del mondo.
Mentre
quando abbiamo abbracciato il collettivismo, (social-comunista progressista di
Davos. N.D.R) negli ultimi 100 anni, siamo diventati progressivamente sempre più
poveri, fino a scendere al 140mo posto al mondo.
L’unico
motore del progresso è il capitalismo:
Se
consideriamo la storia del progresso economico, possiamo vedere come dall’anno
zero fino all’anno 1800 circa, il Pil pro capite nel mondo è rimasto
praticamente costante durante tutto il periodo di riferimento. Se si guarda
all’evoluzione della crescita economica nel corso della storia umana, si vede
un grafico a forma di mazza da hockey:
una funzione esponenziale che è rimasta
costante per il 90 per cento del tempo e scatta esponenzialmente verso l’alto a
partire dal XIX secolo. (…) Ora, non solo il capitalismo ha generato un’esplosione di
ricchezza dal momento in cui è stato adottato come sistema economico, ma se si
analizzano i dati, ciò che si osserva è che la crescita ha accelerato durante
tutto il periodo.
Come
tutti i migliori liberali, “Milei” non si ferma alla cronaca nera, ma resta
ottimista perché allarga lo sguardo.
E può
razionalmente affermare che, dalla rivoluzione industriale in poi, il
capitalismo
“… ha
fatto uscire dalla povertà il 90 per cento della popolazione mondiale. Non
dobbiamo mai dimenticare che nel 1800 circa il 95 per cento della popolazione
mondiale viveva nella povertà più estrema, mentre quel numero è sceso al 5 per
cento nel 2020, prima della pandemia”.
E
ancora oggi, comunque, “grazie al capitalismo di libera impresa il mondo è nel suo
momento migliore. Non c’è mai stato, in tutta la storia dell’umanità, un
periodo di maggiore prosperità di quello in cui viviamo oggi.
Il mondo oggi è più libero, più ricco, più
pacifico e più prospero che in qualsiasi altro momento della nostra storia. Questo vale per tutti, ma soprattutto
per quei Paesi che sono liberi e rispettano la libertà economica e i diritti di
proprietà degli individui”.
Le
idee sbagliate.
Come
mai, allora, siamo circondati da discorsi apocalittici e ci pare di vivere nel
peggiore dei mondi, paradossalmente proprio qui nel Mondo Libero?
La
risposta di “Milei” è semplice: idee di Davos sbagliate.
Prima di tutto, attacca a testa bassa la
teoria economica neoclassica, i suoi modelli “calati sulla realtà” e la sua
affannosa ricerca di correzioni ai presunti “fallimenti del mercato”.
Con il
pretesto di un presunto fallimento del mercato si introducono regolamentazioni
che generano solo distorsioni al sistema dei prezzi, che impediscono il calcolo
economico e, di conseguenza, il risparmio, gli investimenti e la crescita.
Questo problema risiede essenzialmente nel
fatto che nemmeno gli economisti apparentemente liberali capiscono cosa sia il
mercato, giacché se lo si capisse si vedrebbe subito che è impossibile che
esista qualcosa come un “fallimento di mercato”.
Il mercato non è una mera descrizione di una
curva di offerta e di una curva di domanda su un grafico.
Il mercato è un meccanismo di cooperazione
sociale in cui si scambiano volontariamente i diritti di proprietà.
Se le transazioni sono volontarie, l’unico contesto in
cui può verificarsi un fallimento di mercato è se vi è coercizione, e l’unico
con capacità di coercizione in modo generalizzato è lo Stato che ha il
monopolio della violenza.
I
falsi conflitti sociali.
Usando
i modelli neoclassici, i governi non fanno che cercare di spegnere incendi
gettandovi benzina, alimentando il problema invece che risolverlo:
“In
altre parole, ogni volta che si vuole correggere un presunto fallimento del
mercato, inesorabilmente, non sapendo cosa sia il mercato o innamorandosi di un
modello fallito, si aprono le porte al socialismo e si condannano le persone
alla povertà”.
Perché:
“… non
si dovrebbe mai dimenticare che il socialismo è sempre e dovunque un fenomeno
di impoverimento, che è fallito in tutti i Paesi in cui è stato tentato. È
stato un fallimento sociale, è stato un fallimento culturale e ha anche ucciso
di più di 100 milioni di esseri umani”.
Il
socialismo è duro a morire, anche dopo il collasso dei regimi socialisti reali
in Europa, sa “conquistare il senso comune”, riciclando le sue teorie.
I
socialisti, infatti, “si sono lasciati alle spalle la lotta di classe basata
sul sistema economico per rimpiazzarla con altri presunti conflitti sociali che
sono ugualmente dannosi per la vita della comunità e la crescita economica”.
Il
primo di questi falsi conflitti è “… la ridicola e innaturale lotta tra uomo e donna “.
L’unica
cosa che ha ottenuto questa “agenda del femminismo radicale” è un maggiore
intervento dello stato per ostacolare il processo economico.
Dare
lavoro a burocrati che non contribuiscono in alcun modo alla società, sia sotto
forma di ministeri per le donne che di organizzazioni internazionali dedicate a
promuovere questa agenda.
L’altro
falso conflitto è “quello dell’uomo contro la natura”.
In cui
i socialisti “sostengono che gli esseri umani nuocciono al pianeta, che deve essere
protetto a tutti i costi, addirittura sostenendo un meccanismo di controllo
della popolazione o la tragedia dell’aborto”.
Che
dire:
un
colpo alle femministe e uno ai verdi, proprio nella “tana del lupo”, a “Davos”,
dominata da filantropi e politici (ormai comunisti-N.D.R.) che coltivano e diffondono quelle
idee.
Appello
agli imprenditori.
Ma il
neopresidente argentino non si limita alla “pars destruens” e dimostrando
tatto, senza fare lo sfascista, si rivolge proprio agli imprenditori presenti,
qualunque idea abbiano.
Perché
si ricordino di fare gli imprenditori.
Il
finale ricorda il discorso di John Galt nel romanzo “La Rivolta di Atlante” di “Ayn
Rand”:
“Non
lasciatevi intimidire. Non arrendetevi a una casta politica o ai parassiti che
vivono delle spese dello stato, che vuole solo restare al potere e mantenere i
propri privilegi. Siete benefattori sociali, siete eroi, siete gli artefici del
più straordinario periodo di prosperità che abbiamo mai vissuto.
Non
lasciate che vi dicano che la vostra ambizione è immorale.
Se
guadagnate é perché offrite un prodotto migliore a un prezzo migliore,
contribuendo così al benessere generale.
Non arrendetevi all’avanzata dello Stato.
Lo Stato non è la soluzione. Lo Stato è il
problema. Siete voi i veri protagonisti di questa storia, e sappiate che da
oggi avete l’Argentina come alleato incrollabile.
E si
conferma come la storia dell’idea della libertà sia costellata di paradossi.
Da una
“Ayn Rand” che arriva dalla Russia, nel 1926, in fuga dal comunismo, per
ricordare agli americani (che stavano abbracciando il socialismo) di tornare a
credere ai loro ideali, a un presidente dell’Argentina, in lotta contro il
populismo e il pauperismo, che ricorda ai capitalisti (ormai tutti verdi e
socialisti -Dem Usa) di tornare a credere in loro stessi.
Élite
del potere globale e
modello
sociale europeo
sotto
attacco.
Journal.openedition.org
– Redazione – (3-1-2012) – Paola Borgna – ci dice:
Trasformazioni
o smantellamento dello stato sociale?
Piano:
1. Il
ruolo centrale della Commissione trilaterale.
2. La
continuazione della guerra con altri mezzi.
3.
Toccare il Fondo.
4.
Eutanasia del modello sociale europeo.
1) Di fronte alle difficoltà presentate
dall’analisi di fenomeni di scala globale con le categorie tradizionali del
nazionalismo metodologico, si sono sviluppati, negli ultimi decenni, degli
approcci alternativi.
Tra
questi, un filone di ricerca basato su formazioni sociali transnazionali
diversamente definite come classe dirigente atlantica (Van Der Pijl, 1984),
classe capitalistica transnazionale (Robinson e Harris, 2000; Sklair, 2001;
Carroll e Carson, 2003), oligarchia finanziaria, élite transnazionale
(Ventrone, 2004) ecc.
Queste
linee di ricerca sono però rimaste ai margini del mainstream delle scienze
sociali, spesso relegate al rango di teorie del complotto.
Tuttavia,
con l’inasprirsi della crisi finanziaria, via via che i guasti dell’attuale
sistema economico globale diventano evidenti ad un pubblico sempre più vasto,
vale forse la pena di esplorare approcci e strumenti alternativi a quelli che
hanno mostrato scarsa capacità di interpretare e, soprattutto, prevedere il
funzionamento di questo sistema.
2)L’ipotesi che qui proponiamo è che
negli anni ’70 si sia andata strutturando una formazione sociale d’élite
consapevolmente intesa come strumento di individuazione delle priorità comuni e
formulazione delle politiche da adottare al fine di promuoverle nell’interesse
dei gruppi sociali espressione della massima proiezione transnazionale dei
paesi centrali del sistema capitalistico mondiale.
Quegli
anni sono stati, infatti, contrassegnati dalla nascita di nuove forme pubbliche
e private di organizzazioni internazionali mentre, allo stesso tempo,
associazioni e organizzazioni preesistenti mutavano forma o acquistavano nuovo
vigore.
3)La formazione di questo blocco
sociale transnazionale costituiva una risposta alle tensioni che minacciavano
in modo crescente la già precaria stabilità interna e internazionale.
Nella
seconda metà degli anni ’60, la crescente militanza della forza lavoro, un
movimento giovanile che segnava il passaggio all’età adulta della generazione
nata nel dopoguerra, la protesta mondiale contro la guerra del Vietnam, il
movimento per l’emancipazione dei neri negli Stati Uniti e il femminismo, che
trovarono la loro massima espressione nella rivoluzione mondiale del
sessantotto, cominciavano a minare la visione di controllo del liberalismo globale
diventata egemonica con la promessa del benessere materiale.
Ma,
col progressivo realizzarsi di questa promessa, alle rivendicazioni legate al
consumo di massa si andavano affiancando nuove aspirazioni di carattere etico o
culturale e la richiesta di una democratizzazione sostanziale, minando i vigenti
equilibri in campo economico, politico e sociale.
4) Un’altra importante sfida era, sul
piano internazionale, quella posta dalle crescenti rivendicazioni di un folto
gruppo di stati periferici che avevano trovato nell’Onu, con la costituzione
della “United Nations Commission on Trade and Development” (Unctad), un
autorevole quadro istituzionale e, rifiutando di inquadrarsi nelle linee
tracciate dalla guerra fredda, si organizzavano in un fronte che chiedeva un «Nuovo
ordine economico mondiale» più equo nella distribuzione delle ricompense.
Questi paesi, il cui sviluppo era stato in
precedenza l’oggetto di un’ideologia prodotta altrove ed esprimeva la visione e
gli interessi dei paesi centrali, cominciarono a mettere seriamente in
discussione questa egemonia intellettuale e la sua pretesa esclusiva di
rappresentare la «razionalità».
1). Il ruolo centrale della Commissione
trilaterale.
5)Per ovvie ragioni, sarebbe
impossibile in questa sede ricostruire la storia e l’articolazione funzionale e
gerarchica delle iniziative e delle istituzioni concepite per reagire a queste
sfide.
Utilizzeremo quindi la Commissione trilaterale come prisma privilegiato per
l’analisi della visione dell’élite transnazionale e del suo orientamento in
quegli anni.
Si
trattava di un forum privato, i cui membri provenivano da tre aree geografiche:
Nord America (Stati Uniti e Canada), Europa (Cee) e Giappone.
Il
fine di questa organizzazione era quello di «stimolare una più stretta
collaborazione tra queste aree industrializzate democratiche centrali con
comune responsabilità di guida del più ampio sistema internazionale».
Costituita
su iniziativa di David Rockfeller, questa istituzione, benché priva di qualsiasi potere
formale, metteva in comunicazione i massimi esponenti del capitalismo
transnazionale con alti funzionari pubblici nazionali e delle istituzioni
multilaterali, accademici, magnati dell’informazione e sindacalisti moderati,
allo scopo di favorire la creazione di consenso e la formulazione di soluzioni
condivise a problemi comuni.
La sua
influenza sui processi decisionali concreti può essere desunta dalla
partecipazione di primo piano alla preparazione dell’”agenda dei lavori di G7 e
Ocse.”
6) Tra le numerose pubblicazioni
rilevanti ai fini della nostra analisi, spiccano due rapporti che esemplificano
egregiamente l’orientamento della “Trilateral “in quegli anni.
In un
periodo di notevole turbolenza intra e internazionale, la ricerca di un nuovo
tipo di controllo sociale produsse, nel 1975, un importante documento
intitolato “The crisis of democracy “(Crozier et al., 1977).
Tuttavia,
la crisi di cui si parlava non era quella denunciata venti anni prima da C. W. Mills (1959).
Stavolta,
ciò che si denunciava non era un difetto di democrazia.
In questo rapporto, si affrontava il problema
della compatibilità tra stabile sviluppo capitalistico e ordinamento
democratico.
“Samuel
Huntington”,
in particolare, avanzava la tesi che ci si trovasse in una situazione
caratterizzata da un «eccesso di democrazia» pericoloso per la stabilità del
sistema.
Non è
detto che un valore che sia normalmente buono in se stesso venga ottimizzato
allorché venga massimizzato.
Abbiamo
finito con l’ammettere che ci sono limiti potenzialmente auspicabili alla
crescita economica.
E così ci sono pure limiti potenzialmente auspicabili
all’ampliamento indefinito della democrazia politica.
Con
un’esistenza più equilibrata, la democrazia avrà una vita più lunga (Crozier et al., 1977, 110).
7) La causa principale di questo eccesso
veniva identificata nei miglioramenti dell’istruzione statunitense.
L’unica
variabile di status veramente importante che incida sulla partecipazione e
sugli atteggiamenti politici è l’istruzione.
Per
diversi decenni il livello di istruzione negli Stati Uniti ha continuato a
crescere rapidamente.
Nel 1940, meno del 40% della popolazione
possedeva un’istruzione oltre la scuola elementare;
nel
1972, il 75% della popolazione aveva frequentato la scuola secondaria o
l’università (rispettivamente, il 40 e il 35%).
Più
una persona è istruita, più è probabile che partecipi alla politica, che
possieda una concezione più ideologica e coerente della tematica politica e che
abbia una visione più «illuminata» o «liberale» o «orientata al mutamento»
della problematica sociale, culturale e di politica estera.
Di
conseguenza, l’ondata democratica può semplicemente essere stato il riflesso di
una maggiore istruzione della popolazione (ivi, 106).
8) Un’altra era costituita dai progressi
nei diritti e nella loro estensione a fasce della popolazione prima escluse,
delineando un’interessante concezione della democrazia a somma zero.
[...]
il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico include, in genere,
una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi.
In
passato, ogni società democratica ha avuto una popolazione marginale, di
dimensioni più o meno grandi, che non ha partecipato attivamente alla politica.
In sé,
questa marginalità da parte di alcuni gruppi è intrinsecamente antidemocratica,
ma ha anche costituito uno dei fattori che hanno consentito alla democrazia di
funzionare efficacemente.
I
gruppi sociali marginali, ad esempio i negri, partecipano ora pienamente al
sistema politico.
Però, rimane ancora il pericolo di
sovraccaricare il sistema politico con richieste che ne allargano le funzioni e
ne scalzano l’autorità.
È
necessario quindi sostituire la minore emarginazione di alcuni gruppi con una
maggiore autolimitazione di tutti i gruppi (ivi, 109).
9) Le soluzioni prospettate nel
rapporto prevedevano, tra le altre, un’inversione di tendenza rispetto alla
«svolta assistenziale» che aveva segnato quegli anni e la privatizzazione dei
mezzi di comunicazione di massa, in quanto:
Oggi,
una minaccia rilevante proviene dagli intellettuali e gruppi collegati che
asseriscono la loro avversione alla corruzione, al materialismo e
all’inefficienza della democrazia, nonché alla subordinazione del sistema di
governo democratico al capitalismo monopolistico.
Lo sviluppo tra gli intellettuali d’una
«cultura antagonista» ha influenzato studenti, studiosi e mezzi di
comunicazione (ivi, 23).
10) Ma l’elemento più interessante, ai
fini della nostra argomentazione, è la possibile, estrema, soluzione offerta
alla crisi.
Suggeriva
infatti che i movimenti politici ed economici che minacciavano l’egemonia del
modello sociale del capitalismo occidentale non sarebbero sopravvissuti ad una
crisi dura e prolungata.
11) Sul piano globale, il Task force
report del 1976, intitolato “The Reform of International Institutions”,
conteneva indicazioni sulle strategie di coordinamento delle politiche dei
paesi centrali basate su un ruolo centrale dell’Ocse e proponeva una nuova
architettura delle istituzioni multilaterali che presentasse un fronte compatto
alle sfide dal basso.
Quella
che si prefigurava era un’articolazione gerarchica delle organizzazioni di tipo
piramidale, con processi decisionali che partivano da un ristretto gruppo
informale per poi essere estesi a, e applicati da, organizzazioni dalla portata
sempre più vasta, globale, e dal sapore universalistico.
Il
rapporto prevede una serie di cerchi concentrici di processi decisionali per
garantire una gestione collettiva che è diventata necessaria per un efficace
sistema internazionale:
un
ristretto gruppo centrale informale (che può differire nella sua composizione
specifica secondo la questione trattata), un gruppo più ampio di tutti i paesi
più importanti e la realizzazione formale delle iniziative condivise attraverso
nuove o esistenti istituzioni universali.
Un
sistema così concepito può essere sia efficace che legittimato, se realizzato
attraverso continue consultazioni tra paesi dei diversi cerchi e se i singoli
paesi sono disposti ad essere rappresentati da altri a certi livelli di
discussione (Bergsten et al., 1976).
12) In
questo tipo di configurazione del potere internazionale, dalla forma nettamente
più verticistica ed elitaria rispetto alle iniziative portate avanti sotto
l’egida dell’Onu, per «ristretto gruppo informale» si intendeva la stessa
Commissione trilaterale;
per
«gruppo più ampio di tutti i paesi più importanti», il G7 e l’Ocse e per
«esistenti istituzioni universali», Fmi, Banca Mondiale e Gatt (General
Agreement on Tariffs and Trade).
Questa doveva essere, secondo la Trilaterale,
l’ossatura gerarchica del governo mondiale.
2.) La
continuazione della guerra con altri mezzi.
“McNamara” è stato membro del” Council on Foreign
Relations”, del “Bilderberg Group” e membro fondatore e (...)
13) Nel frattempo, le istituzioni
universali in questione stavano subendo una profonda trasformazione.
Esse erano state inizialmente relegate ad un
ruolo marginale nel periodo di massimo fulgore dell’egemonia americana.
Tuttavia,
con il progressivo declino statunitense in termini di prestigio e consenso, si
sarebbero rivelate uno strumento prezioso.
In
particolare, la “Banca Mondiale”, nata con lo scopo di finanziare la
ricostruzione postbellica, aveva cambiato obiettivo, assumendo come scopo
principale, sotto la presidenza “McNamara”, la «guerra alla povertà».
3) Questo curioso passaggio dalla difesa alla Banca
Mondiale si è ripetuto in seguito, quando Paul Wol (...)
14) Robert McNamara arrivava alla Banca
dopo una fortunata quanto discussa carriera prima nella “Ford Motor Company”,
di cui era diventato primo presidente estraneo alla famiglia, poi come”
Segretario della difesa” nelle amministrazioni Kennedy e Johnson, durante la guerra
del Vietnam.
Quanto
frenico spinto, aveva affrontato il suo compito con piglio manageriale,
utilizzando il “body count “(conteggio delle vittime nemiche) come criterio di
valutazione dei risultati dello sforzo bellico.
Era
infatti convinto che, superata una certa soglia, i nemici si sarebbero
finalmente arresi.
In
seguito, frustrato e deluso per i risultati della guerra, con notevole
tempismo, assunse la carica di presidente della” Banca nell’aprile 1968”,
proprio mentre la contestazione raggiungeva l’apice.
Il costo economico e di immagine della guerra,
oltre alle ingenti perdite umane, dimostrava l’inefficacia dell’approccio
militare alla questione del contenimento dell’espansione del comunismo.
Quando
comunicò al presidente “Johnson” il suo interesse per la presidenza della “Banca
Mondiale,” gli disse che vedeva questa posizione, letteralmente, come «an opportunity for continued
service» (cit. in Kraske, 1996, 161).
Parafrasando
“von Clausewitz”, McNamara vedeva il suo lavoro alla Banca come la
continuazione della guerra con altri mezzi.
15) Come presidente della Banca
Mondiale, McNamara si può considerare uno dei principali responsabili
dell’enorme espansione dei prestiti ai paesi in via di sviluppo, spesso
dominati da feroci dittature, sia per i crediti erogati direttamente, sia per
il prestigio e la reputazione di neutralità dell’istituzione, che contribuiva
ad orientare e garantire i prestiti delle altre istituzioni finanziarie
pubbliche e private che ad essa si accodavano erogando ingenti finanziamenti.
Oltre ad aver contribuito a creare le
condizioni della crisi del debito degli anni ’80, McNamara fu anche il padre
dei programmi di aggiustamento strutturale che guidarono la gestione della
crisi.
Questi
ultimi rappresentarono negli anni ’80, il principale strumento dell’estensione
a buona parte del Terzo mondo di quelle politiche neoliberiste ispirate alla
scuola di Chicago già sperimentate nel cono sur dalle dittature militari degli
anni ’70 e che costituivano il nucleo ideologico di quello che è stato definito
“Washington consensus”.
L’ultima
eredità di McNamara ha avuto conseguenze assai più importanti.
Egli lasciò la Banca proprio quando stava per
esplodere la crisi del debito, alla quale la sua strategia aveva contribuito in
modo determinante.
Prima
di andarsene, tuttavia, egli riuscì a imporre il concetto che avrebbe ispirato
le decisioni da prendere negli anni successivi e ad assicurarsi che esso
venisse tradotto in pratica, almeno nella fase iniziale, in alcuni fra i paesi
più indebitati.
Si
trattava del concetto di «aggiustamento» che, dando origine alla nuova politica
di concessione di prestiti «su base strategica», vale a dire prestiti a
condizioni irrevocabili, aumentò in modo considerevole il potere della Banca
sul mondo (George
e Sabelli, 1994, 56).
16) L’elezione di Carter aveva fatto
sperare in una nuova stagione propizia al liberalismo globale.
Ma
alla fine degli anni ’70 era ormai chiaro che quell’epoca si era chiusa
definitivamente:
«stava
avendo luogo qualcosa di fondamentale: più che interludi conservatori in una
tendenza liberale di lungo periodo, il mondo, a partire dagli anni ’50, aveva
attraversato brevi interludi liberali in un’economia politica sempre più
conservatrice» (Milobski e Galambos, 1995, 187).
17) Quando le condizioni peggiorarono, e
il compromesso egemonico trilaterale entrò in crisi con le emergenze in Iran e
Nicaragua, gli estremi rimedi suggeriti ne “La crisi della democrazia”,
inizialmente accantonati per il potenziale costo politico che avrebbero
comportato, si trasformarono in un’alternativa praticabile e sfociarono nella
drastica stretta creditizia (conosciuta come” Volcker shock”) inaugurata da”
Paul Volcker”, già sottosegretario nell’amministrazione Nixon, membro fondatore
della Trilaterale, nominato presidente della Federal Reserve con l’appoggio determinante di David
Rockfeller.
Di
pari passo, «molti dei membri della Commissione”, pur essendo economisti di
stampo keynesiano, aggiornarono le loro posizioni quando un approccio
monetarista apparve più utile.
Ciò
sottolinea quanto sia importante considerare la Commissione come parte di un
continuo processo di formazione di una coscienza di classe, in particolare per
i membri di un esclusivo, ristretto, gruppo d’élite» (Gill, 1990, 227).
La
capacità di adattamento della Commissione trilaterale spiega anche la sua
persistente vitalità, che fece sì che alcuni dei suoi membri partecipassero
anche all’amministrazione Reagan.
3.
Toccare il Fondo.
4)
Alto funzionario del G7 (cit. in Denny, 2002).
18) La crisi del debito iniziata nel
1982, innescata dall’inversione di tendenza nella politica creditizia
statunitense, segna anche un altro importante passaggio.
Il “Fondo
Monetario Internazionale” (Fmi), nato come fondo di stabilizzazione degli
squilibri temporanei delle bilance dei pagamenti, diventa prestatore
internazionale di ultima istanza.
Questo
ruolo ha conferito al Fondo un potere enorme.
Dopo il Messico, più di trenta paesi,
latinoamericani e no, si trovarono in ritardo sui rimborsi e più di venti
dovettero rinegoziare il loro debito.
In
tutte queste negoziazioni, il Fondo divenne il principale arbitro dell’accesso,
così come dei termini, dei nuovi finanziamenti esterni.
I
creditori cominciarono ad insistere formalmente che un paese debitore
concludesse un accordo di prestito soggetto a rigida condizionalità col Fmi
come precondizione della loro assistenza finanziaria.
Molte
rinegoziazioni furono anch’esse condizionate alla costante conformità con i
criteri di rendimento del fondo;
e in
alcuni casi le scadenze dei nuovi prestiti erogati furono fatte coincidere con
le date previste per la valutazione dei risultati dei programmi di
stabilizzazione del Fondo.
Il Fondo offriva assistenza finanziaria – e,
in quanto tale, esercitava una notevole influenza sulle politiche dei debitori
in difficoltà (Cohen, 1986, 230).
Di
fatto, col passare del tempo, i piani di salvataggio del Fmi, attraverso il
trasferimento diretto di denaro dalle casse del fondo alle mani dei banchieri
occidentali, sono diventati «un sistema di welfare per Wall Street».
Con la
diffusione della pratica della socializzazione del debito, infatti, il peso dei
debiti si distribuisce in maniera inversamente proporzionale alla ricchezza.
19) Nessuna legge nazionale permette ai
debitori di scaricare sugli altri il peso dei loro debiti.
A
livello internazionale, tuttavia, ciò accade spesso e con conseguenze durissime
per le fasce svantaggiate della popolazione.
Succede
quando gli stati si fanno carico dei debiti delle loro aziende private, come
nel caso dei piani di salvataggio orchestrati dal Fmi, o quando porzioni dei
prestiti ottenuti da una nazione vanno direttamente ad arricchire politici e
funzionari.
Questa
pratica si è affermata durante la crisi del debito degli anni ’80 grazie alle
pressioni dei comitati formati da funzionari delle banche con la maggiore
esposizione.
Questi,
per evitare di dover negoziare individualmente con ogni singolo debitore (oltre
alle nazioni c’erano infatti centinaia di altri soggetti, come le province o le
aziende statali e private), hanno ottenuto che gli stati si facessero
rappresentanti dei debitori entro i loro confini e, soprattutto, che
riportassero tutti i debiti sotto la garanzia sovrana dello stato.
La prima mossa era indubbiamente ragionevole,
la seconda non proprio, ma riunire tutti i debiti sotto la responsabilità dello
stato accresceva la sicurezza dei creditori, specie quelli più esposti verso
imprese private, che erano anche i più grossi prestatori ed i più attivi
nell’orchestrare il processo negoziale (cfr. Buckley, 2003).
20) Inoltre, la posizione di forza del
Fmi gli ha permesso di vincolare i suoi piani di salvataggio all’applicazione
da parte dei paesi debitori di rigidi programmi di politica economica volti
principalmente, nella retorica del Fondo, a mettere questi paesi in condizione
di ripagare il debito.
Queste
politiche includono svalutazione della moneta, tagli alla spesa sociale, rialzo
dei tassi d’interesse, privatizzazione estensiva del patrimonio pubblico e
riduzione dei salari.
21) Non è questa la sede per riassumere
le critiche mosse alla Banca Mondiale e al Fmi.
La
letteratura sull’argomento, accademica e no, è pressoché sconfinata.
La loro impopolarità è testimoniata dalle
manifestazioni che accompagnano le loro riunioni annuali e nel 1994, anno in
cui cadeva il cinquantesimo anniversario della loro fondazione alla conferenza
di Bretton Woods, è stata lanciata una popolare campagna il cui slogan era “Fifty years is enough”.
Tuttavia, l’elemento più rivelatore è un
altro.
Molti
dei paesi che hanno «toccato il Fondo» hanno cercato in seguito di sviluppare
delle strategie di emancipazione dalla sua influenza.
Il
fatto che molti paesi abbiano voltato le spalle al Fmi è testimoniato dalla
dinamica recente del suo bilancio.
Nel
2004, i nuovi crediti erogati ammontavano a soli 2,5 miliardi di dollari,
toccando il livello più basso dagli anni ’70.
Il
totale dei crediti pendenti è calato tra l’aprile del 2004 e il novembre del
2005 da 90 a 66 miliardi di dollari, per poi ridursi ulteriormente e
drammaticamente negli anni successivi.
Nel
giro di sei mesi, i governi di Argentina, Brasile e Indonesia hanno deciso di
pagare i loro debiti in anticipo, una mossa che ha messo il Fondo in seria
difficoltà. Dato che il Fondo finanzia i suoi costi di gestione con gli
interessi pagati dai debitori, la contrazione dei prestiti si traduce in un
calo delle entrate (cfr. Dieter, 2006).
22) Il caso argentino è particolarmente
interessante.
Dopo
essere stata portata ad esempio dal Fondo fino al ‘99 come allieva modello,
avendo seguito alla lettera le sue indicazioni per tutti gli anni ’90,
l’Argentina ha subito nel 2001 quella che è considerata la più grave bancarotta
nazionale di tutti i tempi.
Ma dal
2003, svincolandosi progressivamente dal controllo del Fondo, l’economia
argentina è ripartita con una crescita media del 9% annuo, accompagnata da una
notevole crescita delle esportazioni e delle riserve valutarie.
Con
ciò non si vuole sostenere che l’Argentina abbia risolto tutti i suoi problemi
e che nel futuro continuerà sulla strada di una crescita sostenibile, ma la
percezione in Argentina è che le raccomandazioni del Fmi abbiano contribuito a
precipitare il paese in una grave crisi e che senza il Fondo l’economia cresca
in modo spettacolare.
4). Eutanasia del modello sociale europeo.
23) Paradossalmente, abbandonato dai
suoi tradizionali clienti, i paesi emergenti e in via di sviluppo, il Fondo è
risorto grazie alla crisi che ha colpito i suoi maggiori azionisti, gli Stati
Uniti e soprattutto l’Europa, che gli ha attribuito un ruolo centrale nella sua
gestione.
Tuttavia,
anche se i clienti sono cambiati, le ricette finora proposte non sembrano aver
subito sostanziali revisioni.
24) Via via che i governi tecnici
sostituiscono quelli politici nella gestione della crisi europea, appaiono
sempre più chiari la visione e gli interessi che ne informano la logica.
Da una
parte e dall’altra dei tavoli dei negoziati ci sono persone che appartengono
agli stessi circoli, hanno lavorato per gli stessi committenti e rappresentano
gli stessi interessi e la stessa visione del mondo, formando una vera e propria comunità
epistemica (Ingham, 2010).
Il primo ministro italiano, Mario Monti, all’atto
della nomina ha dovuto rassegnare le dimissioni da capo della delegazione
europea della Commissione trilaterale ed ha lavorato per la Goldman Sachs dal
2005 al 2010, così come, dal 2003 al 2005, Mario Draghi, non attuale
governatore della Banca Centrale Europea.
5) L’immagine della Goldman Sachs, negli ultimi anni, è
stata seriamente compromessa da vicende poco o (...)
25) Charles Dallara, il negoziatore che
rappresenta i creditori della Grecia è un ex dipendente della banca J. P.
Morgan & Co, mentre l’attuale primo ministro tecnico greco, Lucas
Papademos, ex membro della Trilateral ed ex vicepresidente della Bce, era governatore
della Banca centrale greca quando la Goldman Sachs «aiutò» la Grecia a entrare
in Europa con una complessa operazione di architettura finanziaria.
Quest’ultima,
benché tecnicamente legale, ha contribuito non poco all’attuale crisi.
Daniel
Cohen, consulente della banca francese Lazard e del governo greco, ha
partecipato con “Jeffrey Sachs” e “Felipe Larrain” alla «terapia di shock» che
mise in ginocchio la Bolivia negli anni ’80.
26) Questi
sono solo alcuni nodi della rete che connette strettamente i protagonisti di un
processo la cui sintesi affidiamo alle parole di “Michael Hudson”:
Dal
punto di vista del settore finanziario, la «soluzione» alla crisi dell’Eurozona
è il sovvertimento dei fini della “Progressive Era” di un secolo fa – quella
che” John Maynard Keynes” definì garbatamente «euthanasia of the rentier» nel 1936.
L’idea
era subordinare il sistema bancario al servizio dell’economia e non il
contrario.
Invece, la finanza è diventata il nuovo tipo di guerra
– apparentemente meno sanguinosa, ma con gli stessi obiettivi delle invasioni
vichinghe di oltre mille anni fa, e delle successive conquiste coloniali
europee:
appropriazione
di terre e risorse naturali, infrastrutture e qualsiasi altra risorsa potesse
fornire un flusso di entrate. [...]
Perché una tale sottrazione di risorse e
potere possa aver luogo, c’è bisogno di una crisi che sospenda i normali
processi legislativi politici e democratici che la possano ostacolare (Hudson, 2011).
27) Quella che si sta verificando, quindi, parafrasando “Keynes”,
è una
eutanasia del modello sociale europeo.
La
crisi rappresenta uno strumento prezioso per la redistribuzione delle risorse e
del potere dal basso verso l’alto orientata dal potere – e giustificata
dall’ideologia – di un’élite transnazionale espressione degli interessi della
finanza.
Finché l’approccio dominante rimarrà immutato,
il peso del debito contratto per salvare le banche ricadrà su quella parte
della popolazione che paga le tasse e dipende dai servizi pubblici per le
proprie necessità.
I
tagli di spesa e le ulteriori privatizzazioni porteranno ad una riduzione
quantitativa e/o qualitativa dei servizi e ad una loro subordinazione a criteri
di profittabilità, e questo, in un continente che non ha affatto l’esperienza
degli Stati Uniti (che pure non andrebbero presi ad esempio) in termini di
regolamentazione e disciplina dell’offerta privata di servizi pubblici
fondamentali.
La
rivincita del rentier.
Mattarella:
“Accelerare gli
Obiettivi
dell’Agenda 2030”
Conoscenzealconfine.it
– (10 Maggio 2024) – Redazione – Mattarella - ci dice:
Secondo
Mattarella, allo stato attuale solo una modestissima percentuale degli
obiettivi dell’Agenda 2030 sarebbe raggiungibile nei tempi dati.
“L’Agenda
2030 delle Nazioni Unite, con i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ha il
merito di avere fornito un orizzonte concreto per il loro realizzarsi,
indicando un percorso che tutti gli Stati Membri si sono impegnati a perseguire
nell’ ‘interesse dei popoli’, che passa anzitutto dalla preservazione del pianeta (sì certo… disseminandolo di parchi
fotovoltaici – nota di coscenzealconfine) il luogo che abitano” ha detto il
presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Onu.
“Giunti
alla seconda metà del cronoprogramma di attuazione dell’Agenda, una decisa
accelerazione verso il raggiungimento dei nostri obiettivi comuni appare
imprescindibile, come riaffermato, lo scorso settembre, durante l’ultimo
Vertice Onu in materia”.
Il
Capo dello Stato osserva però che il contesto complesso in cui ci troviamo
rende difficile il raggiungimento di questi obiettivi: “All’intensificarsi degli effetti
negativi del cambiamento climatico si aggiunge il proliferare di drammatici
conflitti che allontanano dal dare priorità all’agenda stessa.
Le
conseguenze sono disastrose:
allo
stato attuale solo una modestissima percentuale degli obiettivi dell’Agenda
2030 sarebbe raggiungibile nei tempi dati“. (Dio c’è… – nota di
conoscenzealconfine). (tgcom24.mediaset.it)
(imolaoggi.it/2024/05/08/mattarella-accelerare-obiettivi-agenda-2030/).
Miliardari
con la coscienza:
«Dovete
tassarci di più».
Ilmanifesto.it
– (18 gennaio 2024) - Roberto Ciccarelli – ci dice:
IL
CASO. La lettera di 250 super-ricchi alla kermesse di Davos:
«È a rischio la democrazia».
Il primo fu Warren Buffet, i legionari del
capitale al governo non ci pensano proprio.
Il Brasile di Lula ha promesso di portare la
lotta alla disuguaglianza al G20
Miliardari
con la coscienza: «Dovete tassarci di più»
Nuovo!
Tassateci
per contribuire a pagare servizi pubblici migliori in tutto il mondo.
Lo hanno chiesto ieri più di 250 tra
miliardari e milionari all’élite politico-finanziaria riunita a Davos per il “World
Economic Forum”.
Tra i
ricchi di 17 paesi diversi che hanno firmato la lettera intitolata «Proud to Pay» [orgogliosi di pagare, ndr.] figurano Abigail Disney, erede della
Disney; Brian Cox, che ha interpretato il miliardario Logan Roy nella serie Tv
Succession; l’attore e sceneggiatore Simon Pegg; Valerie Rockefeller, erede
della dinastia statunitense.
Tre
gli italiani: Guglielmo e Giorgiana Notarbartolo di Villarosa, figli di
Veronica Marzotto, tra i firmatari di un altro al G20 “Tax extreme wealth”, e
Martino Cortese, nipote del fondatore di Amplifon e cofondatore di Citybility.
La lettera sarà consegnata, tra gli altri, da
Marlene Engelhorn e Stephanie Bremer durante la kermesse nella cittadina
svizzera.
L’iniziativa è sostenuta da organizzazioni
come “Patriotic Millionaires UK”, “Taxmenow”, “Millionaires For Humanity” e”
Oxfam”.
«VI
CHIEDIAMO di tassare noi, i più ricchi della società hanno scritto i firmatari.
Questo non altererà radicalmente il nostro tenore di vita, non priverà i nostri
figli e non danneggerà la crescita economica delle nostre nazioni.
Ma
trasformerà la ricchezza privata estrema e improduttiva in un investimento per
il nostro comune futuro democratico.
La
disuguaglianza ha raggiunto un punto di svolta e il suo costo per la nostra
stabilità economica, sociale ed ecologica è grave – e cresce ogni giorno.
Dobbiamo
agire subito».
«VIVIAMO
al tempo di una seconda Età dell’oro – ha detto “Brian Cox” -I miliardari
sfruttano la loro immensa ricchezza per esercitare potere politico e influenza,
minando la democrazia e l’economia globale.
Se i nostri rappresentanti eletti
continueranno a rifiutarsi di affrontare questa concentrazione di denaro e
potere, le conseguenze saranno terribili».
«Sempre
di più populismi e sovranismi sono il rifugio di grandi fasce della popolazione
scontente e frustrate in tutto il mondo – ha aggiunto “Abigail Disney” – Quello
che manca è la forza politica per farlo.
Le
élite riunite a Davos devono prendere sul serio questa crisi».
INSIEME
ALLA LETTERA è stato diffuso il rapporto “Orgogliosi di pagare di più” e i
risultati del sondaggio che ha interpellato oltre 2.300 persone titolari di
patrimoni investibili, escluse le abitazioni, superiori a un milione di
dollari.
È
emerso che il 58% è favorevole all’introduzione di una tassa patrimoniale del
2% sulle persone con più di 10 milioni di dollari e che il 54% ritiene che la
ricchezza estrema sia una minaccia per la democrazia.
IL
BRASILE DI LULA assumerà la presidenza del G20 nel 2024 ha preso l’impegno di
inserire la lotta contro la disuguaglianza nell’agenda del vertice.
Il G20 brasiliano può contribuire a risolvere
la situazione se guida gli sforzi globali per tassare noi, i super-ricchi» si è
augurata “Marlene Engelhorn,” ereditiera austriaca e cofondatrice di “Taxmenow”.
LA
LETTERA DEI MILIARDARI è un altro episodio di una storia recente iniziata con
l’investitore “Warren Buffett”.
All’inizio del 2011 disse di ritenere
sbagliato che i ricchi, come lui, potessero pagare meno tasse federali Stati
Uniti rispetto alla «classe media» e si è espresse a favore di un aumento delle
imposte sul reddito dei ricchi.
La
proposta fu raccolta da Barack Obama, allora alla Casa Bianca.
Fu proposta la «Buffett Rule» che prevedeva
l’applicazione di un’aliquota minima del 30% sulle persone fisiche che
guadagnano più di un milione di dollari all’anno. La tassa avrebbe interessato
lo 0,3% dei contribuenti americani.
NON SE
NE FECE NIENTE.
La «legge di Buffett» rimase una simbolica
«linea guida», non un’iniziativa legislativa.
Il 16
aprile 2012 fu bloccata dall’ostruzionismo dei repubblicani.
Da
allora siamo sempre lì.
Una
coorte di legionari del capitale coltiva l’individualismo proprietario, spoglia
il Welfare e fa pagare i danni a chi guadagna meno e lavora peggio.
Resta
la filantropia, la lavatrice della coscienza dei padroni del mondo.
«Noi,
governati da élites senza pensiero».
Vita.it
-Marco Dotti – (26 ottobre 2017) – Redazione - Serge Latouche – ci dice:
«Siamo
governati da un’oligarchia mondiale, da una megamacchina funzionale alla
società della crescita globalizzata.
Una macchina che dà l’impressione di essere
compatta, decisa e precisa, quasi monolitica. Ma non lo è».
Un'intervista
con l'ispiratore del movimento della decrescita.
L’economia
dei paesi sviluppati ristagna.
Al
contempo, l’aumento del prezzo delle materie prime e dei beni di prima necessità
ha alterato gli equilibri geopolitici non solo in Egitto e nel Maghreb, ma in
tutta l’Africa.
La vera crisi, che il mainstream dichiarava
alle nostre spalle dopo l’effetto domino dei mutui subprime, probabilmente non
è ancora arrivata.
Eppure, anche in queste condizioni, viene da
chiedersi se una crisi, una vera crisi, non possa diventare una buona notizia
e, forse, l’unica vera notizia in una situazione che non pare offrirne altre,
nel deserto di un’Europa lastricato di buone intenzioni, ma nulla più.
Per
Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’Università di
Paris-Sud, principale ispiratore del movimento per la «decrescita serena» la
risposta è evidentemente affermativa.
Se
“crisi” implica l’apertura di soglie, di varchi, di possibilità d’uscita da
quello che, nei suoi scritti, descrive come un vero e proprio «totalitarismo
del consumo».
L’immaginario,
osserva Latouche, deve essere decolonizzato, liberato da quella «megamacchina»
che, con le sue frontiere, la sua burocrazia e il suo incedere tecno-economico
tende a bloccare ogni alternativa possibile all’economia di mercato, vedendo in
una crisi solo conflitti e catastrofi, mai opportunità per quel salto di
paradigma che tutti reclamano, ma che pochi – forse – hanno il coraggio di
rivendicare davvero.
Siamo
governati da un’oligarchia mondiale, da una megamacchina funzionale alla
società della crescita globalizzata.
Una macchina che dà l’impressione di essere
compatta, decisa e precisa, quasi monolitica. Ma non lo è.
(Serge
Latouche).
Come
uscire da una società che non solo “consuma”, ma sulle dinamiche di consumo ha
orientato oramai quasi ogni sua politica pubblica?
Serve uno shock?
È
un’uscita, non una semplice deviazione.
Come
tale non può configurarsi altrimenti che nella forma della rottura.
Sì,
abbiamo bisogno di uno shock, di un urto drastico, radicale. Non si tratta pertanto di
contrapporre a un modello “malato” di sviluppo un altro modello che
presupponiamo o pretendiamo essere di sviluppo “virtuoso”, buono, moderatamente
più equo o giusto.
Bisogna
scartare di lato, cambiare il software mentale, rovesciare il paradigma che
informa le nostre esistenze.
Al
punto in cui siamo giunti, sembreremmo avviati verso una inevitabile
catastrofe.
È
davvero così?
In
fondo, parlare di catastrofe oggi è un molto à la page, ma nessuno sembra
crederci davvero…
Gli
antichi greci vedevano nella catastrofe la naturale – ma non per questo
inevitabile – conclusione della tragedia.
La catastrofe era conseguenza di un sentimento
di sfida, di tracotanza, di supponenza da parte dell’eroe.
Noi sappiamo, però, che non è mai un
determinismo cieco a guidare il corso degli eventi.
Esiste
sempre un’altra possibilità, c’è sempre una breccia, un varco, un’occasione da
cogliere a tempo debito (i greci stesso parlavano di “kairos”).
La casualità degli avvenimenti può aprirsi a
imprevedibili e non infausti orizzonti.
Perché
non siamo ancora usciti da questo vicolo cieco, allora?
Siamo
diventati dei tossicodipendenti.
Abbiamo
paura di perdere, abbiamo timore di cercare, deleghiamo tutto agli esperti, non
sappiamo vedere l’altrove che è già qua, in un salto di paradigma tanto
necessario quanto inevitabile.
Non
abbiamo paura di subire ciò che subiamo, ma temiamo anche il più piccolo passo
in direzione del cambiamento.
La
nostra dipendenza dai consumi è una vera e propria intossicazione, in parte
volontaria, in parte involontaria.
Anche
se intuiamo o a livelli più profondi elaboriamo la necessità di uscirne, la
cura disintossicante non è una cosa da poco e non è, soprattutto, cosa facile.
Richiede uno sforzo serio, presuppone
l’esperienza di un limite.
A
livello individuale, tanti sono oramai persuasi della necessità di uscire dalla
società dei consumi, ma è una questione che trascende il singolo.
O meglio: li riguarda, li comprende, ma è poi
a livello di sistema che le cose si giocano nella loro radicalità complessa.
Credo
che il timore della catastrofe o la minaccia della morte possa comunque
imprimere al tutto una deviazione inedita e imprevista.
Quello
che gli antichi chiamavano” clinamen”, la deviazione improvvisa di atomi che,
nella loro caduta, si incontrano…
Segni
di questa caduta che unisce, di questo “clinamen” cominciano però a
intravvedersi.
Sono spaccature o brecce che si insinuano
persino nell’immaginario di un’Europa che si sente e si crede sempre più
“assediata”, dentro e fuori i suoi confini.
Però
l’Europa è un progetto tutto, ma proprio tutto da ricostruire.
E da
ricostruire dal basso.
Esistono
ovunque resistenze allo spirito del tempo.
Pensiamo
alla Tunisia, all’Egitto, alla Libia e riflettiamo soprattutto sull’immagine
che ci eravamo fatti di questi paesi.
Avremmo
mai immaginato, solo alcuni mesi fa, che sarebbe successo quello che è successo
– e ancora sta succedendo e ancora succederà – sulle sponde del Mediterraneo?
Molte persone si sono oramai convinte che si
vivrebbe meglio, vivendo altrimenti. In Egitto e in Tunisia la gente ha ripreso
la parola.
Si
sono ritrovate nelle piazze, per partecipare, per chiedere, per contare.
Non
solo per mendicare un pezzo di pane o di potere.
Per
contare, per scegliere, per parlare, per cogliere l’attimo propizio alla
svolta.
Crede
che i governi se ne rendano conto?
Siamo
governati da un’oligarchia mondiale, da una megamacchina funzionale alla
società della crescita globalizzata.
Una
macchina che dà l’impressione di essere compatta, decisa e precisa, quasi
monolitica.
Ma non
lo è.
La
crisi attuale è interessante, da questo punto di vista.
Nel 2008, dopo il crack della Lehmann
Brothers, con il più grande fallimento nella storia degli Stati Uniti e
probabilmente dell’intero Occidente, la megamacchina ha percepito che il
sistema era fragile.
I governi hanno quindi immesso in quel
sistema, a seconda delle fonti, tra i 14.000 e i 24.000 miliardi di dollari:
una
somma immane, che rappresenta un terzo del prodotto interno lordo mondiale.
Nonostante queste misure, sono convinto che tra poco
assisteremo a una crisi se possibile ancora più grande.
Ecco
il “clinamen”, ecco la possibilità, ecco la breccia che ci si apre per rendere
“meno fatale” il nostro destino.
Poco importa, a questo punto, se i governi se
ne renderanno conto.
Saremo
pronti, noi, a cambiare le nostre vite?
Se la
sapremo cogliere questa sarà un’enorme opportunità per svoltare.
Ci
faremo sedurre ancora una volta dalle sirene del mercato?
Le
oligarchie tenteranno nuovamente di indirizzare il tutto, a seconda dei loro
interessi, che sono interessi di pochi.
Saremo
pronti, stavolta?
Pronti
per cambiare, per uscire da una società dei consumi sempre più consunta e
logora?
Siamo pronti per cambiare i nostri governi e
imprimere all’economia globale un nuovo corso?
Pronti
per una comunità più giusta e più umana?
Si
aprirebbe un periodo di “austeritas”, per riprendere un concetto caro a” Ivan
Illich”.
Citando
San Tommaso, infatti, “Illich” ricordava come “Tommaso” indicasse
nell’austerità una virtù capace di non escludere indiscriminatamente tutti i
piaceri, ma solo quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali.
Preferirei
non ricorrere al termine austerità.
La parola è oramai entrata nel lessico dei
tecnici e degli economisti di governo che con essa, ovviamente, intendono
indicare i sacrifici imposti a una parte, e solo a una parte della popolazione.
Ovviamente,
l’austerità degli economisti e dei burocrati è cosa ben diversa come la
intendevano “Illich” e “Tommaso d’Aquino”.
Per
sottrarci all’ambiguità, propongo un altro termine alla nostra discussione:”
frugalità”.
Il
progetto della decrescita potrebbe essere descritto così:
è il progetto di costruire una società di
abbondanza frugale. Sembra una provocazione, ma non lo è.
La nostra società, la società attuale è tutto,
fuorché una società dell’abbondanza. I pubblicitari lo sanno bene: la
gente felice non consuma.
Per il
consumo sfrenato è necessario creare un terreno di generale frustrazione.
Il sistema deve creare un deserto di continue
frustrazioni, sostituendo al desiderio tanti piccoli godimenti, tante pulsioni
che indirizzino al consumo.
Se
siamo invece capaci di autolimitarci, possiamo trovare forme di abbondanza
dentro la frugalità.
Mettiamola in questi termini la frugalità è una
condizione dell’abbondanza.
Questa
frugalità lei la descrive come liberamente scelta, non passivamente subita.
Coincide dunque con una rinuncia guidata da consapevolezza e libertà?
Per
decrescere bisogna de-crescere, abbandonando il falso idolo del benessere in
favore di un «ben vivere».
Poiché,
come ricordava Aristotele, la scienza della buona vita, della gioia di vivere,
non è l’economia, ma semplicemente l’etica.
La via
della decrescita è per l’appunto un’etica ha nel dono il proprio fondamento.
“Ivan Illich”, che nel mio libro è a più riprese
evocato, parlava della necessità di praticare un «tecno digiuno».
Non
perché computer, tablet, telefonini e tutti gli aggeggi elettronici che ci
circondano e ci facilitano la vita non siano in sé utili o belli.
A volte ce la complicano, a volte no.
Anche qui, però, dobbiamo però mettere un
limite a tutto, anche al nostro desiderio di onnipotenza tecnologica.
Per
dimostrare che siamo capaci di rinunciare.
Dovremmo praticare una sorta di ascesi,
un’etica frugale, di semplicità. Un tecno digiuno etico, per ritrovare le
nostre radici.
Quali
radici?
Radici
che precedono il Rinascimento, il capitalismo e la società mercantile.
Radici
plurime, greche, latine, arabe, persino pagane.
Non si
tratta, ovviamente, di regredire, ma di innovare radicando, di radicarsi nella
contemporaneità raccogliendo i frutti migliori del passato.
Il
senso dell’ospitalità mediterranea, lo spirito del dono, l’amore per la
comunità sono risorse che ci vengono dal passato e ci permettono di uscire
dalla mercificazione del mondo.
Attenzione,
però.
Quando
parlo di comunità, intendo comunità di persone, non di individui intesi in
quanto atomi sociali.
Il
filosofo “Cornelius Castoriadis” parlava a questo proposito di autonomia.
L’autonomia,
ricordava “Castoriadis”, non esclude la comunità.
Persone
dotate di una vera autonomia non temono la vita in comune.
Al tempo stesso, una vera comunità non può
ostacolare l’autonomia dei suoi membri.
“Aristotele
“affermava che la base della città non era l’interesse personale, ma la “philia”,
l’amicizia.
Crede
sia ancora possibile? Non è rischiosa questa aspirazione al ritorno alla
comunità?
Una
società che ha conosciuto l’individualismo, e in particolare l’individualismo
sfrenato, non può più tornare alla comunità come la concepiva e viveva “Aristotele”.
Ma una
forma di comunità nuova può riaffermarsi.
“Ivan
Illich” individuava il fondamento di questa comunità non più nella “philia” in
senso forte, ma nella convivialità, che è una “philia” leggermente più debole.
Partirei da qui, da una convivialità rinnovata.
E che
rinnova.
Populismo
al potere:
nuovi scenari
e
sfide alla” democrazia liberale”.
Intervista
a Daniele Albertazzi.
Pandorarivista.it
- Anna Napoletano – (13 aprile 2023) – Redazione – Daniele Albertazzi – ci
dice:
Il
dibattito scientifico sul rapporto tra democrazia e populismo si è sviluppato
in modo molto intenso negli ultimi anni, crescendo in relazione al diffondersi
di partiti e movimenti in grado di entrare a far parte di coalizioni di governo.
“Daniele
Albertazzi”, Professore ordinario di Scienze politiche e Co-direttore del
Centre for Britain and Europe presso l’Università del Surrey, ha dedicato al
tema del populismo al potere in Europa occidentale, insieme a “Duncan McDonnell”,
uno studio sistemico nel 2015, dal titolo “Populists in Power”.
Il populismo appare, secondo tale prospettiva,
un fenomeno non episodico, in grado di diffondersi, costruire organizzazioni,
creare comunità e identità e modellare le agende politiche.
In questa intervista”, Albertazzi” riflette
sugli approcci allo studio del fenomeno populista e sulle traiettorie e
prospettive di tali forze alla prova del governo.
Che
cos’è dal suo punto di vista il populismo?
Daniele
Albertazzi:
A mio
avviso siamo finalmente arrivati tra gli studiosi a un qualche tipo di accordo
su cosa sia il populismo.
Mettendo da parte la questione del suo essere
un’ideologia completamente formata o meno – su cui effettivamente c’è ancora
molto dibattito – sugli ingredienti essenziali di questa ideologia, o
strategia, penso che vi sia in realtà un notevole accordo.
Il populista afferma che esista un popolo
omogeneo e unitario al quale si contrappongono una serie di élite.
Rispetto a queste ultime aggiungo che, a
differenza di quanto affermato da “Cas Mudde”, non ritengo che debbano
necessariamente essere a loro volta omogenee e unitarie.
Ciò che invece accomuna sempre le élite nel discorso
populista è il fatto di essere viste come lontane dai bisogni e dai voleri del
popolo, dedite ai propri interessi invece che a quelli di coloro che dovrebbero
rappresentare.
Il
manicheismo è un altro ingrediente fondamentale del populismo.
La lotta fra popolo ed élite è sempre necessariamente
anche una lotta fra bene e male, luce e tenebre, ecc.
A
seconda del tipo di populismo in questione, l’enfasi può essere posta su temi
economici, sociali o identitari.
Il
discorso populista presuppone sempre un’idea di crisi e quindi declina
un’offerta politica, rappresentando sullo sfondo una crisi imminente la cui
mancata risoluzione può portare a danni gravissimi, se non alla fine di una
democrazia o addirittura di un Paese.
Insomma,
un certo tono apocalittico fa parte delle caratteristiche alla base del
discorso populista.
Quindi
quando si afferma che ancora non sappiamo cosa sia il populismo, a mio avviso,
non si dice una cosa corretta.
Invece, un aspetto interessante su cui si confrontano
opinioni diverse riguarda la funzione della leadership.
La presenza di un leader in grado di
controllare e rappresentare in maniera totalizzante il popolo non sembra essere
un ingrediente essenziale del populismo, anche se è stato additato come tale in
passato.
Se
torniamo invece ai due elementi ricordati qui sopra come caratteristici,
possiamo già affermare che il populismo non sia facilmente compatibile con i
principi della democrazia liberale.
Se il
popolo è omogeneo e unitario, allora i meccanismi complicati della democrazia
liberale diventano un impedimento all’affermarsi di quella volontà del popolo
che il populista afferma di poter identificare e immediatamente realizzare.
Secondo
lei c’è la possibilità di tracciare differenze in termini di “intensità del
populismo” tra attori diversi?
Daniele
Albertazzi:
Penso
che sia legittimo trattare il populismo come una strategia o come una retorica
ed esistono infatti studi che si sono focalizzati sulle gradazioni del discorso
populista.
Per cui se si osservano determinati elementi, per
esempio, quello che in inglese si definisce “people-centrism” o “anti-elitism” e ne andiamo a misurare le varie
gradazioni, ritengo sia assolutamente legittimo dire che ci possano essere
livelli di populismo che consentano di distinguere, ad esempio, un populismo
più superficiale da uno più profondo.
Tuttavia
preferisco un altro approccio, il quale definisce il populismo come una
ideologia e quindi ci consente di poter definire un partito, sulla base di
alcune caratteristiche, populista o meno.
Secondo
questa logica, il solo fatto che un partito presenti alcuni elementi di critica
delle élite non basta a definirlo populista.
Si può
infatti criticare l’élite anche senza avere una concezione del popolo come
omogeneo e unitario.
In
quest’ultimo caso verrebbero per altro meno le conseguenze, a mio avviso
importanti, legate al pensiero populista sull’incompatibilità o difficoltà di
collocarsi in un contesto di democrazia liberale.
Se concepiamo il populismo come ideologia,
quindi, gli ingredienti essenziali ci devono essere tutti.
Spostando
il focus sul caso italiano quali considerazioni più specifiche si possono
formulare?
Daniele
Albertazzi:
In
Italia a destra non vi è un partito, tra quelli principali, che non sia
populista.
E poi ci si può chiedere quale sia l’attuale
natura del Movimento 5 Stelle, visto che solo due anni fa erano diventati
centristi, europeisti e liberali, a sentire alcuni loro esponenti.
Per
rispondere bisogna prima stabilire come si faccia a decidere quale sia
l’ideologia di un partito:
lo vediamo dai programmi, dalle mozioni
congressuali, dal dibattito interno o dalla comunicazione pubblica, oggi in
gran parte online?
È una domanda simile a quella che poneva “Mudde”
nel suo primo libro sull’estrema destra (The Ideology of the Extreme Right,
2000) dedicando
un capitolo a questo problema.
Ci
sono, ad esempio, partiti che non celebrano congressi. D’altronde guardare solo ad un
programma elettorale sarebbe limitativo.
Vi è
poi il problema di quale atteggiamento si debba avere nei confronti della
comunicazione sui social media.
Guardando,
d’altra parte, solo al dibattito interno si otterrebbe un’immagine chiaramente
molto diversa da quella che si avrebbe focalizzandosi solo sulla comunicazione
esterna.
Pensiamo alla comunicazione di una leader come
“Giorgia Meloni”, fortemente differenziata a seconda dei destinatari e dei
contesti.
Ma è
solo un esempio, particolarmente evidente, di una tendenza che coinvolge tutti.
Lei è
stato uno dei primi ad offrire uno studio sistematico sul populismo al potere,
sottolineando come esso non fosse in sé un fenomeno episodico ma piuttosto
caratterizzato da una tendenza all’espansione.
Comparando
il momento attuale con i suoi studi precedenti su questo argomento quali
riflessioni si possono trarre in merito a questo tema?
Daniele
Albertazzi:
Credo
si possa dire che nel libro “Populists in Power” fossero presenti alcune intuizioni
corrette:
forse non su tutto, ma certamente su diversi
punti.
Quando
venne scritto, tra il 2010 e il 2015, era ancora in corso il dibattito sulla
misura in cui il populismo fosse destinato a durare in Europa.
Vi era, del resto, l’autorevole precedente del
libro di “Paul Taggart” (Populism, 2000) che vedeva nel populismo un fenomeno
transitorio e destinato a parabole ascendenti e discendenti molto rapide.
Penso si possa dire, alla luce di quanto è
avvenuto, che il populismo stia dimostrando una notevole persistenza:
ci
sono in Europa – non solo in Italia – esempi di partiti che hanno mantenuto
caratteristiche populiste per decenni.
Sono spesso rimasti tali anche dopo aver
ricoperto responsabilità di governo.
Pensiamo ad esempio ai casi ungherese e polacco, di
cui oggi giustamente si discute molto.
Ma vi
sono anche altri casi: l’Unione Democratica di Centro in Svizzera, i Veri
Finlandesi, i governi sostenuti da “Geert Wilders “in Olanda, i governi
conservatori sostenuti con appoggio esterno dal Partito del Popolo danese tra
il 2000 e il 2010, il caso della Norvegia.
Guardando invece al populismo di sinistra sono
molto interessanti l’esempio greco di Syriza e quello spagnolo di Podemos.
Quest’ultimo rappresenta uno dei pochissimi
casi in cui un partito si autodefinisce “populista”, seguendo l’insegnamento di
“Ernesto Laclau” e “Chantal Mouffe”.
Dunque,
se possiamo considerare chiusa una prima fase del dibattito nella quale si dava
per scontato che i populisti sarebbero spariti, ci sono altri temi, trattati
nel libro, che meritano un ulteriore approfondimento.
Ad esempio, il fatto che dal punto di vista
organizzativo molti partiti populisti siano organizzazioni solide, che hanno
investito sul radicamento con risultati positivi.
Oltre
al caso della Lega, che oggi ha una struttura più leggera che in passato ma
continua ad essere molto presente, almeno in certi territori del Nord, ci sono
tanti esempi di partiti che investono sulla presenza territoriale, si pensi
solo al caso di “Vlaams Belang” nelle Fiandre.
Guardando più in generale al panorama dei partiti
populisti in Europa, un caso che non si può non ricordare è quello francese.
Ad
ogni elezione presidenziale i mass media internazionali agitano la possibilità
di una vittoria di Marine Le Pen.
Che
non si materializza perché il sistema politico francese è costruito in modo da
escludere i candidati più radicali, ma la sola plausibilità di questa
eventualità è un fatto molto significativo che conferma, ancora una volta, come
il populismo sia destinato a restare e ad influenzare la politica in Europa per
molti anni.
Qual è
il rapporto che intercorre tra populismo e democrazia rappresentativa?
Daniele
Albertazzi:
l’aspetto
più interessante riguarda il dibattito sulla possibilità di concepire oggi una
democrazia diversa da quella liberale.
Secondo
diversi osservatori, questa possibilità non esiste.
Per
questo suscita talvolta discussioni, ad esempio in Ungheria, la mia tesi per la
quale i populisti sono da considerarsi incompatibili con la democrazia
liberale, ma non con la democrazia tout-court.
Si tratta di posizioni comprensibili, da parte di
persone che possono toccare con mano questi processi.
Si capisce che da questa prospettiva una
democrazia non liberale non sia una vera democrazia.
Ma se
invece è possibile concepire una democrazia che non sia quella liberale, allora
si può concepire il populismo come una ideologia compatibile.
A
questo proposito va ricordato come tutti gli studi condotti su elettori di
partiti populisti rivelino come si tratti, in grande maggioranza, di persone
che credono nella democrazia.
Si potrebbe concepire una “democrazia populista” nella
quale al centro venga posta una promessa che la democrazia formula dal tempo
dei greci, quella di rappresentare la maggioranza.
Certo,
i populisti parlano di “popolo” e non di “maggioranza”.
In un contesto liberale sono essenziali la
divisione dei poteri all’interno dello Stato e l’assoluto rispetto per le
minoranze, senza che su questo influisca alcuna considerazione sulla loro
consistenza numerica.
Sono questi elementi difficilmente accettabili
per le forze populiste, che postulano l’esistenza di una cultura e un’identità
del popolo che non definiscono nemmeno maggioritaria, ma appunto “del popolo”,
e dunque propria di tutti, fuorché di coloro che al popolo non appartengono (a sentire loro).
Riepilogando,
se riteniamo che possano esistere idee di democrazia diverse da quelle liberali
allora il populismo è compatibile con la democrazia e potremmo chiamare
“democrazia populista” una democrazia maggioritaria.
Se invece riteniamo che non possano esistere
democrazie non liberali, perché la democrazia se non è liberale non è vera
democrazia, allora il populismo diventa incompatibile tout court con la
democrazia.
Alcuni
studiosi hanno teorizzato che il populismo sia da considerare come una minaccia
per la democrazia.
Altri
invece hanno espresso perplessità su questa idea. Qual è la sua prospettiva in
proposito?
Daniele
Albertazzi:
A mio
avviso non c’è dubbio che i populisti abbiano sollevato temi convenientemente
ignorati dalle forze politiche e siano riusciti ad allargare la partecipazione
politica ed elettorale, anche riportando al voto settori della popolazione che
se ne erano allontanati.
L’esempio
lampante è il referendum sulla Brexit.
A
prescindere dalle posizioni che si possono avere in merito, occorre prendere
atto della partecipazione, avvenuta in quel caso, di milioni di persone che
successivamente hanno smesso nuovamente di votare.
Ci
sono inoltre temi che gli oppositori del populismo hanno erroneamente
trascurato, essendo poi costretti a riprenderli, pur con scarso entusiasmo.
Pensiamo
al periodo di austerità generalizzata in Europa, rispetto al quale i populisti
di sinistra hanno avuto il merito di porre la questione “a cosa serve l’Unione
Europea?”,
aprendo
così un dibattito che poi si è ampliato sulla possibilità che l’Unione possa
diventare qualcosa di diverso – e di più – di un meccanismo che consente il
commercio tra Stati.
I populisti di sinistra hanno costretto gli
altri partiti a porsi la domanda.
Si
tratta di un elemento che è oggi un assunto condiviso.
I populisti di destra, invece, hanno spinto
gli altri partiti a porsi il problema della condizione degli abitanti delle
periferie, che in tempi molto rapidi hanno assistito ad un cambiamento radicale
della realtà che li circonda e che faticano a convivere con persone che hanno
culture o linguaggi che non riescono a comprendere.
Allo
stato attuale si fatica a trovare delle risposte a queste inquietudini, e
tuttavia esistono modi lontani dal radicalismo e dall’estremismo di destra per
affrontare questa situazione, se la si vuole affrontare.
Su diversi temi, dunque, i populisti, con la
loro retorica spesso brutale, hanno costretto gli altri partiti a focalizzarsi
su temi che avrebbero preferito ignorare.
Se
questo possa essere considerato un contributo positivo per la democrazia, resta
sempre il problema menzionato prima, sulla misura in cui la dimensione
liberale sia consustanziale o meno alla democrazia.
Se si concepisce la democrazia in termini di
democrazia liberale, allora i rischi derivanti dal populismo sono certamente
più grandi dei suoi supposti vantaggi.
Tendo
a concordare con questa posizione, ritenendo che i rischi che si sono
manifestati negli ultimi anni siano evidenti e gravi.
L’emergenza
pandemica e la difficile situazione a livello internazionale hanno messo a dura
prova le democrazie rappresentative, sia a livello mondiale che, nello
specifico, europeo.
In che
modo i nuovi scenari potrebbero creare condizioni favorevoli o sfavorevoli per
gli attori populisti?
Daniele
Albertazzi:
Non mi
aspetto che nel futuro prossimo la questione della pandemia possa recuperare
quella valenza politica che sicuramente ricopriva uno o due anni fa.
Il
Covid-19 è stato, allo stesso tempo, una benedizione e una maledizione per i
partiti populisti.
È stata una maledizione perché molti cittadini
si sono rivolti agli scienziati e alle élite per trovare delle risposte.
Ha, in altre parole, costretto anche attori
tendenzialmente anti-elitisti ad abbracciare in molti Paesi la vulgata, cioè la
necessità di attenersi alle istruzioni proposte da scienziati e istituzioni.
Il tema dell’atteggiamento delle forze
populiste nei confronti degli scienziati è molto rilevante.
Lavorando
con ricercatori attivi in Svizzera, in Belgio e in Finlandia, ci siamo resi
conto molto chiaramente di come, anche in altri Paesi, la pandemia sia
risultata molto complicata da gestire per i populisti.
In Italia, cinque anni prima della pandemia il
Movimento 5 Stelle aveva posizioni molto più marcatamente” no vax”.
Quando,
invece, il Movimento si è dovuto confrontare con una situazione concreta, come
quella della pandemia, si è tendenzialmente allineato con il sentire comune.
Anche
Lega e Forza Italia hanno espresso posizioni ambivalenti su questo tema e hanno
dimostrato una pressoché totale mancanza di coerenza.
Va,
d’altra parte, riconosciuto come si trattasse di una situazione obiettivamente
difficile da gestire.
Anche
in Paesi come il Belgio e la Finlandia, i populisti, pur formulando critiche
nei confronti di misure specifiche, hanno faticato a proporre una strategia
alternativa rispetto alla linea seguita dai governi.
La situazione di crisi energetica attuale,
invece, con il repentino aumento del costo delle bollette, che creerà
difficoltà economiche a moltissime persone, può rappresentare una prospettiva
molto appetibile per gli attori populisti, offrendo numerosi argomenti e spunti
alle forze di opposizione.
Naturalmente,
nel caso di forze populiste al governo, come la coalizione di destra in Italia,
la situazione sarà, invece, molto difficile.
In
generale, dunque, quello attuale è un momento che offre numerose opportunità
per chi è all’opposizione e grandi pericoli per chi è al governo.
Quale
rapporto esiste tra estrema destra e populismo di destra?
Daniele
Albertazzi:
Vi è una notevole confusione tra queste due
categorie.
L’estrema
destra, a mio avviso, non è necessariamente populista, anzi tendenzialmente
fatica ad esserlo.
L’estrema destra è incompatibile non solo con
la democrazia liberale, ma con la democrazia in generale, muovendo da una
concezione dell’élite che è molto diversa da quella dei populisti.
Nell’ideologia fascista è presente un culto
dell’élite, considerata non come aristocrazia di nascita, almeno in teoria, ma
come composta da coloro che hanno interiorizzato pienamente i valori del
partito e della nazione.
Chi si
mette al servizio della comunità e ha una comprensione di tali valori che è
superiore a quella della persona comune, inevitabilmente, secondo tale visione,
è destinato a guidare.
Il
populista di destra adora e mitizza il popolo, mentre il fascista e il nazista
ritengono che al popolo si debba dare voce solo nei limiti in cui comprende e
accetta il suo destino e lo spirito della nazione.
Quindi
nell’ottica di estrema destra (per esempio nel caso del fascismo) è il popolo
che deve accettare questo messaggio che gli arriva da un’élite.
Questo richiedeva un complicato sistema
educativo, mediatico e propagandistico che mirava a plasmare quell’uomo nuovo
che si riteneva dovesse emergere.
Il populismo afferma, invece, che il popolo vada bene
così com’è, che le sue caratteristiche siano giuste e non debbano essere
corrette o modificate: non c’è nessuna idea di uomo nuovo.
A mio avviso è una differenza molto importante da un
punto di vista ideologico, che si traduce anche in un’adorazione dello Stato da
parte dei fascisti, a cui i populisti rispondono invece con tanta diffidenza.
Nel
corso del tempo lei si è spesso occupato dell’aspetto organizzativo dei partiti
populisti e non.
Come si sono evoluti i partiti populisti? In
che modo il populismo ne ha influenzato l’evoluzione?
Daniele
Albertazzi:
Per rispondere a questa domanda, oltre alla
dimensione storica occorre ragionare sul piano geografico. Ci sono contesti, come il Sudamerica,
in cui sicuramente le forze populiste sembrano aver adottato, almeno
all’inizio, la forma di movimenti più che di partiti strutturati.
Ci
sono, invece, contesti come quello europeo in cui la forma partito strutturata
e legata strettamente ad organizzazioni parallele – giovanili, femminili e
culturali – è molto radicata e quindi in questo contesto la maggioranza, anche
dei populisti, ha abbracciato una forma di partito più organizzata.
Oggi la principale novità è rappresentata
dalla diffusione dei social media, largamente impiegati da partiti populisti
come “Podemos” e “Movimento 5 Stelle”, esempi estremamente interessanti di
questo rapporto.
Le
nuove tecnologie sono infatti fortemente compatibili con l’ideologia populista,
che propone l’illusione della possibilità di fare a meno dell’intermediazione
dell’élite mediatica e di comunicare direttamente col popolo.
Però
lo sfruttamento di tali tecnologie non è prerogativa esclusiva dei populisti.
In Italia vi sono esempi di leader che non
possono essere definiti populisti ma che hanno saputo sfruttare molto bene i
social media.
Pensiamo a Matteo Renzi.
La
questione è, comunque, in generale molto interessante e andrebbe studiata
maggiormente.
In particolare, sarebbe da approfondire
l’effetto e l’impatto che i social media hanno sulle organizzazioni di partito
in generale.
Quali tipologie di populismo sono emerse in Italia nel
corso dell’ultimo decennio? E con quali differenze? Ognuno di questi tipi di
populismo quale tipo di rapporto ha avuto con i meccanismi democratici del
Paese?
Daniele
Albertazzi:
A
mancare in Italia è stato soprattutto un populismo di sinistra classico,
paragonabile a “Syriza” o “Podemos”.
Questa
potenzialità è stata assorbita dal Movimento 5 Stelle.
A
questa tipologia si potrebbe, in realtà, ascrivere “Potere al Popolo”, ma si
tratta di una realtà che è rimasta poco influente.
Per
quanto riguarda la natura del Movimento 5 Stelle, è molto difficile chiarirla.
Non si tratta di un partito di centro, né esclusivamente di un partito di
sinistra, anche se, soprattutto negli ultimi anni, per motivi anche strategici,
si è tendenzialmente posizionato in quello spazio.
Attualmente si potrebbe ascriverlo al populismo di
centrosinistra, ma questa caratterizzazione non ne esaurisce la natura.
Vi è del resto stato un cambiamento: cinque
anni fa erano presenti elementi di destra molto più evidenti.
La difficoltà di caratterizzarli deriva anche
da caratteristiche specifiche di un Movimento che non tiene congressi
propriamente detti.
Si potrebbe allora prestare attenzione a
quanto dichiarato dal leader, ma il leader fondatore non coincide con il leader
attuale.
Quale importanza si dovrebbe attribuire oggi
ai pronunciamenti di Beppe Grillo?
Sono
tutti aspetti che andrebbero preliminarmente chiariti per condurre un’indagine
su questa forza.
Spostando
l’attenzione sui partiti di centrodestra e di destra, si osservano due
principali ideologie.
La prima, molto ondivaga e cangiante, è quella
di Forza Italia, la quale può diventare più radicale o moderata a seconda delle
fasi.
La
seconda, invece, è ben caratterizzata dall’espressione “populist radical right”
ed è propria della Lega e di Fratelli d’Italia, che ideologicamente, se
seguiamo almeno l’idea di Lega di Salvini, ormai sono pressoché la stessa cosa.
Le
ragioni principali del successo delle forze populiste in Italia sono da
ricondurre a mio avviso a due fattori:
lo scarso livello della classe politica e la
pluridecennale stagnazione economica del Paese.
Questo ha creato un contesto molto favorevole
all’emergere del populismo, che ha potuto poi essere diversamente declinato a
destra o a sinistra.
Il
populismo è oggetto di un forte interesse nell’ambito della ricerca accademica,
che ha portato ad una produzione estremamente ampia sull’argomento.
Quali valutazioni è possibile fare oggi
sull’evoluzione di questa branca di ricerca? Vi sono elementi che, a suo
avviso, andrebbero approfonditi maggiormente?
Daniele
Albertazzi:
Vi è effettivamente un’attenzione crescente
per il tema, giustificata in parte dalla sua importanza.
Ci
sono due elementi che, a mio avviso, sarebbe interessante studiare e ai quali
personalmente intendo dedicarmi.
Il primo riguarda la questione del genere, non
intesa esclusivamente in relazione al tema della partecipazione femminile, ma
in generale anche con riferimento alle sue molteplici dimensioni.
Sarebbe interessante capire in che rapporto
questa dimensione possa essere con le ideologie populiste.
Sembra essere abbastanza compatibile con i
populismi di sinistra.
Ma può esserlo anche con quelli di destra?
Si
tratta di forze che attraggono sempre di più l’elettorato femminile e, in
diversi casi, danno anche crescente spazio alla leadership femminile, non solo
in posizioni apicali, ma anche a livello più trasversale.
Si tratta di un dato interessante per partiti
che si tende a considerare come misogini – anche se probabilmente in questo
ambito influiscono le caratteristiche dei diversi Paesi, al Nord o al Sud
dell’Europa.
Un
discorso analogo vale anche per l’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Diversi partiti in Europa stanno cercando di dare risposta ai grandi
cambiamenti in corso, anche se restano questioni controverse al loro interno:
pensiamo alle veementi polemiche nei confronti della
presunta ideologia gender.
Il
secondo elemento che a mio avviso dovrebbe essere oggetto di maggiori studi
riguarda l’organizzazione partitica.
È un
ambito molto importante che è, però, poco studiato, per la difficoltà di
svolgere tali ricerche, più costose rispetto all’analisi del discorso e della
comunicazione, perché è necessario entrare dentro le organizzazioni di partito.
Come
accennavamo, uno degli aspetti maggiormente meritevoli di approfondimento è
quello degli effetti dell’adozione delle nuove tecnologie di comunicazione
sulle organizzazioni partitiche.
Occorrerebbe
su questo portare alla luce dinamiche che potrebbero rivelarsi di grande
interesse, non solo per le forze populiste, ma per le organizzazioni politiche
in generale.
(Anna
Napoletano).
Solo
armi: le
scelte dei
leader
Ue, tre chiavi di lettura.
Sbilanciamoci.info
- Chiara Bonaiuti – (28 Febbraio 2023) – ci dice:
Il
comportamento dei leader europei nella corsa al riarmo per la guerra in Ucraina
non corrisponde né ai principi condivisi nel diritto internazionale, né agli
interessi strategici, tanto meno a quelli economici.
Analisti
di diverse famiglie teoriche lo confermano: la mancanza di trattative è
sonnambulismo e cova la catastrofe.
Il
confronto tra pacifisti e interventisti viene spesso presentato come una
contrapposizione tra idealisti e realisti, irrazionali e razionali.
Ma è
davvero realista chi ritiene che la guerra, il riarmo e l’escalation più siano
l’unico modo per respingere Putin?
Sono
davvero così irrazionali i pacifisti che premono per l’apertura di un tavolo
delle trattative oppure lo sono i decisori politici europei che stanno andando
dritti verso la catastrofe come dei sonnambuli?
Con un
approccio analitico vorremmo analizzare qui quali siano i fattori che spiegano
questa corsa al riarmo da parte della classe dirigente italiana ed europea.
Facendo riferimento alla letteratura sul
commercio di armi, consideriamo tre gruppi di variabili che possono spiegare il
comportamento dei leader europei:
gli
ideali; gli interessi strategici o gli interessi economici.
Ciascun
gruppo di variabili fa riferimento ad una diversa famiglia di teorie della
politica estera europea: i costruttivisti, i realisti e neorealisti e i
liberisti.
I
principi della democrazia e della difesa dei diritti umani.
Un
primo gruppo di teorie ruota attorno al costruttivismo, secondo cui le idee e i valori sono
importanti e possono influenzare le scelte politiche.
Tra
gli studiosi costruttivisti, “Manners” introduce il concetto di potere
normativo europeo.
Egli
sostiene che l’identità e il comportamento dell’UE si basano su un insieme di
valori comuni: pace, diritti umani, democrazia, Stato di diritto, uguaglianza,
solidarietà sociale, libertà, sviluppo sostenibile e buon governo, contenuti
nei trattati dell’UE.
Questi
valori hanno un fondamento giuridico e si trovano formalizzati nei Trattati
dell’Unione.
Pertanto,
queste norme comunitarie universali forniscono all’UE un’identità
fondamentalmente diversa, sui generis, rispetto alle potenze tradizionali e ne
influenzano anche il comportamento in politica estera, conferendo un valore
aggiunto nel contesto internazionale.
L’UE è
fondata e ha come obiettivi di politica estera e di sviluppo il consolidamento
della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani e
delle libertà fondamentali.
Questa
identità sui generis spiega, secondo alcuni autori, anche la spinta senza
compromessi degli Stati europei in difesa dell’Ucraina, della democrazia, dei
diritti umani, del diritto internazionale umanitario volto a limitare le
sofferenze dei civili in guerra.
Ad
esempio,” Bosse” ha affermato che l’intervento dell’Unione è stato motivato da
un consenso di tutti gli Stati Europei sui principi fondamentali dell’Unione
relativi alla difesa della democrazia e dei diritti umani, sull’obbligo e la
responsabilità morale dell’Unione Europea di proteggere i civili ucraini dai
crimini della guerra e dalle violazioni del diritto internazionale umanitario.
Una
prima categoria di obiezioni è di carattere generale riguarda l’armonia tra
fini normativi ed etici e mezzi normativi. Alcuni studiosi sviluppano fino in
fondo l’identità sui generis dell’Unione Europea agganciandosi al concetto di potenza civile.
Se la politica estera europea è strutturale, ovvero agisce sulle cause profonde
che generano i conflitti, allora i suoi strumenti saranno prevalentemente
quelli della diplomazia della cooperazione allo sviluppo, della promozione dei
diritti umani e della soluzione pacifica dei conflitti e non quelli della
guerra e della violenza.
Tale
posizione è supportata da chi opera concretamente in questi campi ed ha
maturato un’esperienza che dimostra che strumenti di prevenzione e soluzione
pacifica dei conflitti possono salvare vite umane, essere più efficaci e
duraturi (e meno costosi) dell’uso della forza.
Tale
interpretazione sembra essere anche la più fedele al pensiero di “Manners “che
riteneva che il militarismo avrebbe compromesso il potere normativo dell’UE.
Una
seconda categoria di critiche verte sull’universalità nell’applicazione di tali
principi che, secondo alcuni autori, non si applicano in modo equo a tutte le
latitudini.
Molti sono i conflitti dimenticati,
caratterizzati da violazioni del diritto internazionale e umanitario, in cui i
civili patiscono inenarrabili sofferenze a causa della guerra, in cui non si
ravvede un simile impegno da parte degli stati europei.
Nel
caso del confitto dello Yemen, organizzazioni internazionali e non governative
hanno contato 300.000 vittime dirette e indirette del conflitto, considerandolo
una delle più grandi catastrofi umanitarie e il governo britannico ha
registrato ben 516 attacchi a civili che hanno violato il diritto
internazionale umanitario.
Ma
questo non ha impedito ad alcuni governi europei di continuare ad esportare
armi alle parti in conflitto responsabili di tali violazioni del diritto
internazionale umanitario.
Questo
caso specifico, come vari altri conflitti nel mondo, dimostrano che questa
forma di intervento in difesa della democrazia e dei diritti umani non è
universale, ma accade solo in alcuni contesti.
Ancora
Finlandia e Svezia, che tradizionalmente si sono distinte l’attenzione al
rispetto dei principi di democrazia e dei diritti umani nell’export di armi,
hanno siglato un memorandum con la Turchia in cui si sono impegnate ad abolire
le restrizioni alle esportazioni di armi verso il regime di Ankara (prima
limitate a causa delle violazioni dei diritti umani) e ad estendere la
definizione di terrorismo, per poter entrare nella Nato.
Tale
scelta è stata approvata da “Stoltemberg”, segretario generale della Nato, che
ha recentemente salutato positivamente i passi avanti fatti dai due paesi
scandinavi nell’implementazione del memorandum.
Si
tratta però di passi indietro se li si legge in termini di rispetto dei diritti
umani. Emerge
quindi come, in questo caso, abbiano prevalso variabili strategiche e
geopolitiche rispetto a quelle etiche e una logica dicotomica rispetto
all’aspirazione all’universalità.
Infine,
la narrativa attorno alla contrapposizione tra democrazie e autocrazie trova
diverse eccezioni anche utilizzando la classificazione di “Freedom House”,
istituto di ricerca statunitense classifica i paesi del mondo sulla base del
rispetto delle libertà e dei diritti civili e politici, suddividendoli in paesi
liberi, parzialmente liberi e paesi non liberi.
A
quest’ultima categoria appartengono secondo gli ultimi dati, stati come la
Turchia, l’Arabia Saudita, l’Egitto, con cui l’Italia e altri paesi dell’Unione
Europea intrattengono rapporti strategici o commerciali.
Gli
interessi strategici.
Non si
può quindi spiegare completamente l’intervento in Ucraina in chiave ideale di
difesa dei diritti umani perché manca il requisito dell’universalità.
Piuttosto sembrano prevalere variabili di tipo
strategico.
Passiamo
quindi dalla sfera degli ideali a quella degli interessi strategici.
Il
riferimento teorico è, in questo caso, quello del realismo, la più antica
teoria delle relazioni internazionali che risale a “Tucidide” e comprende “Hobbes”,
“Machiavelli” e “Waltz” ed è incentrata sul potere.
Secondo i realisti, gli Stati sono attori dominanti in
un contesto anarchico e agiscono in modo razionale ed egoistico, al fine di
massimizzare il proprio potere.
Il
modo in cui interagiscono è un gioco a somma zero, che implica l’esistenza di
un vincitore e di un perdente.
La
sfiducia negli altri Stati significa che essi possono contare solo su sé stessi
per proteggere i propri interessi nazionali.
L’equilibrio di potenza è una delle modalità
più stabili di convivenza tra attori egoisti.
Alcuni
rappresentanti delle istituzioni europee hanno salutato positivamente il
“risveglio geopolitico” dell’Europa che è finalmente in grado di parlare il
linguaggio del potere.
Ma non
tutti i realisti o neorealisti condividono le scelte operate dalla classe
dirigente europea.
Alcuni dei teorici di questa corrente, come “Mearsheimer”,
ritengono che sia necessario ripensare una soluzione in un contesto più ampio
di logica di contrapposizione tra le due potenze, estendendo l’analisi alle
motivazioni che hanno portato al conflitto, non sottovalutando i rischi di
escalation.
Similmente,
“Caracciolo” invita gli italiani a prendere atto della distribuzione di potenza
e a muoversi assecondando le correnti, applicando le leggi non scritte della
guerra fredda (tra cui quella di non minacciare la reciproca sopravvivenza
delle superpotenze), promuovendo al contrario uno spazio politico per una
tregua.
“Bozzo”,
che aveva previsto che si sarebbe arrivati ad una guerra di attrito, spiega che
questa implica un’escalation orizzontale o verticale.
“Strazzari”,
basandosi sull’evidenza, fa notare che non vi è quasi nessun caso in cui il
flusso di armi ha accorciato la durata del conflitto, al contrario li ha
alimentati e questi talvolta si sono estesi alle aree vicine.
Con una eccezione, la guerra dello “Yom
Kippur,” che ha comunque previsto uno spazio per la diplomazia, un’intesa tra
le grandi potenze e una via di uscita per gli sconfitti.
“Urbinati”
e “Klare” spiegano come tra gli obiettivi degli Stati Uniti vi sia quello di
indebolire il più possibile la Russia nel quadro di un confronto più ampio con
la Cina, e che questo obiettivo non coincide con quello dell’Unione Europea
esposta molto più direttamente di altri da possibili escalation orizzontali e
verticali.
Esperti
di strategia militare invitano a non sottovalutare i rischi di escalation
verticale.
Secondo
“Camporini”, “Avere a disposizione l’arma nucleare può solleticare la
tentazione di utilizzarla per cambiare le sorti sul terreno di battaglia, dove
per la Russia non sta andando bene “.
E
ancora secondo il generale “Tricarico”, “Putin oggi è più temibile. Se continua
la deriva a lui sfavorevole, l’intenzione di usare l’arma nucleare si farà
seria “.
Essi conoscono a fondo la dottrina militare
russa che consente l’uso di armi nucleari in risposta ad aggressioni con armi
convenzionali in situazioni critiche per la sicurezza nazionale per la Russia.
Tale
condizione è più facilmente verificabile in seguito alla recente annessione
alla Federazione Russa riguardante i territori occupati dell’Ucraina nelle
province di Luhansk, Kherson, Zaporizhzhia (dove si trova la più grande
centrale nucleare d’Europa) e Donetsk.
Nel 2000, la dottrina militare russa ha introdotto il
principio de-escalation attraverso un attacco nucleare limitato o tattico: se
la Russia fosse sottoposta a un grande attacco convenzionale che superasse la
propria capacità di difesa con armi convenzionali, potrebbe “de-escalare” il
conflitto lanciando un attacco nucleare limitato o tattico.
La Cia
non esclude un uso di armi nucleari tattiche da parte della Russia a scopo
dimostrativo.
“Waltz”
individua in una delle due cause principali dello scoppio di una guerra
l’errore di calcolo.
“Francesca
Giovannini”, direttrice del progetto sulla gestione dell’atomo all’Università
di Harvard e membro del gruppo “Scienziati Atomici”, spiega che l’ordine
globale nucleare si posa su un equilibrio precario perché le possibilità di un
lancio accidentale, dovuto ad un errore di comunicazione o di percezione, sono
sempre maggiori e con loro le probabilità di un incidente o di un attacco a una
base nucleare anche civile.
Inoltre, la possibilità di uso di armi
nucleari tattiche a scopo dimostrativo non è da escludere.
Pertanto,
mantenere aperti canali diplomatici e varie forme di comunicazione è di
fondamentale importanza.
Secondo
gli esperti, nei prossimi 70 anni, un incidente o un attacco a un impianto
nucleare sono scenari probabili.
A
complicare la situazione, “le istituzioni nucleari, che un tempo erano state
create per promuovere la causa della riduzione del nucleare, hanno dovuto
affrontare una grave paralisi”, aggiunge “Giovannini”.
La
deterrenza nucleare si basa sulla razionalità degli attori (o comunque sulla
gestione razionale dell’incertezza o comunque sul buon senso comune).” Gray”
sostiene che gli armamenti non sono pericolosi di per sé, ma lo diventano
quando entrano nella disponibilità di regimi politici non democratici.
“Sagan”
ritiene che le stesse organizzazioni militari, in quanto organizzazioni
complesse, possono non essere razionali, perseguendo interessi corporativi
invece di quelli nazionali e se non controllati democraticamente aumentare
sensibilmente il rischio di guerra nucleare pianificata o accidentale.
In altre parole, i governi autoritari e in
alcuni casi le organizzazioni militari non adeguatamente trasparenti possono
non essere razionali.
Può
essere, relativamente, razionale da parte degli Stati Uniti pensare ad una
risposta con armi convenzionali ad un eventuale attacco nucleare per impedire
un Armageddon nucleare: anche nel malaugurato caso di uso di armi nucleari da
parte della Russia, l’obiettivo, dal punto di vista degli alleati di
oltreoceano, sarebbe quello di lasciare circoscritto l’uso di questa arma che
distrugge persone e ambiente, al teatro europeo.
Al
contrario, potrebbero apparire irrazionali i parlamentari europei se pensassero
di proteggersi con ritorsioni anche nucleari da un attacco nucleare,
eliminando, al contempo, qualsiasi riferimento alla diplomazia.
La
razionalità e la consapevolezza della certezza sull’entità della distruzione
combinata con una prudente gestione dell’incertezza sulla posizione
dell’avversario sono caratteristiche fondamentali per garantire la deterrenza
in caso di presenza di armi nucleari.
Semplificando,
in termini generali, non va dimenticata la prima lezione di uno studente che si
avvicina agli studi strategici:
la guerra nucleare si può vincere solo se non
si combatte.
Bozzo
ci spiega che “dato che le due grandi potenze sono dotate di vettori – aerei e
soprattutto missili, in grado di raggiungere il territorio dell’avversario –
formulare una minaccia di rappresaglia atomica a fine deterrente significa
minacciare de facto il suicidio”.
Gli
interessi economici.
Una
terza famiglia di teorie fa riferimento al liberismo e al neoliberismo e fa
capo ad autori come” Smith, “Comte” e “Spencer”.
Il
punto di partenza è simile al realismo: gli attori internazionali statuali e
non statuali mirano a ottenere il massimo beneficio e agiscono in modo
razionale.
Tuttavia,
la ricerca del proprio interesse favorisce anche l’interesse collettivo.
Si tratta di un gioco che non è più a somma
zero, ma dal quale tutti possono ricavare dei benefici.
La cooperazione e le istituzioni possono
massimizzare il guadagno di tutti. Pertanto, secondo questo gruppo di teorie,
in termini generali, la guerra non conviene, non è intelligente farla.
In
termini specifici l’Europa non pare guadagnarci molto.
Alcuni
autori mettono in luce la differenza tra interessi economici e strategici
europei e statunitensi.
“Urbinati”
illustra i possibili vantaggi per l’alleato statunitense spiegando che ”la
guerra in Ucraina sta già portando alcuni vantaggi agli Stati Uniti: alcuni dei
prodotti russi posti sotto l’embargo europeo vengono infatti rimpiazzati con
beni provenienti dal Nord America, e ciò potrebbe essere ancora più vero se le
sanzioni venissero rafforzate.
Pensiamo alle granaglie, al petrolio, al gas
liquefatto.
Gli
americani, dunque possono soppiantare i russi come fornitori dell’Europa, e
questo potrebbe dare un forte stimolo alla crescita dell’economia a stelle e
strisce.”
Secondo “Alcaro”, “il bisogno di riconfigurare
le catene di approvvigionamento lontano dalla Russia renderà i paesi europei
più dipendenti dalle importazione degli Stati Uniti e dai paesi produttori di
energia con forti legami con Washington come Arabia Saudita, Qatar, Egitto e
Israele.”
Egli
sostiene che la guerra ha generato una maggiore integrazione, ma una minore
autonomia dell’Unione Europea.
Certo,
ci sono alcuni segmenti produttivi che hanno guadagnato enormemente dalla
guerra, come le industrie militari.
Ad esempio le azioni di “Rheinmetall”, una
delle principali aziende europee di armamenti terrestri, sono salite del 135%
dall’inizio della guerra con un valore in borsa di quasi 10 miliardi.
Ma questo non è successo alla gran parte dei
cittadini e delle imprese europee.
Accanto
alle teorie liberiste e al capitalismo ottimista, vi è anche una lettura in
chiave conflittuale e militarista.
Il militarismo è definito da “Mann” un
atteggiamento e un insieme di istituzioni che vedono la guerra e la
preparazione della guerra come un’attività normale e desiderabile in chiave
economica.
“Rosa
Luxemburg” è stata la pensatrice marxista che ha prestato maggiore attenzione
al militarismo e alla guerra, studiando il ruolo nell’accumulazione di capitale
e nella dominazione politica.
Secondo
“Luxemburg”, i disequilibri del capitalismo tra accumulazione di capitale e
sottoconsumo, spingono il capitale, ciclicamente, alla ricerca di nuovi mercati
anche con l’uso della guerra: militarismo e guerra sono intrinseci al
capitalismo.
Successivamente,”
Baran” e “Sweezy”, economisti statunitensi, hanno studiato ruolo che le spese
militari hanno avuto per lo sviluppo economico negli Stati Uniti nel
dopoguerra, attraverso la crescita della domanda pubblica per compensare il
sottoconsumo e stabilizzare il ciclo produttivo.
“Melman”
invece ne ha individuato le disfunzioni e i costi economici.
Tra
gli altri, il sociologo “Mills” e lo storico “Thompson” analizzano la corsa
agli armamenti nel periodo della guerra fredda con delle osservazioni
interessanti anche per il periodo attuale.
“Mills”
avverte che l’aumento delle spese militari e la preparazione alla guerra sarà
la causa principale della terza guerra mondiale.
Le élite di potere degli Stati Uniti e
dell’Unione Sovietica, porteranno, secondo questo autore, al rischio di
distruzione nucleare attraverso la logica del potere, e la manipolazione dei
mass media e la mancanza di soggetti politici in grado di contrapporvisi.
“Thompson”
afferma che la contrapposizione tra i blocchi conduce allo sterminio.
Infatti,
secondo l’autore, da un lato il blocco occidentale si arma per alimentare
l’incessante ricerca di sbocchi di consumo da parte del capitalismo, dall’altro
il blocco orientale si arma per reazione a quello occidentale.
La
conseguenza è un accumulo di armi convenzionali e nucleari.
La
preparazione alla guerra porta alla guerra nucleare per “Thompson”.
Quello
che è interessante è che secondo lo storico, non si tratta di una scelta
razionale, ma di una scelta inconsapevole, di una spinta inerziale, conseguenza
quasi inevitabile del militarismo ovvero di un sistema economico, scientifico,
politico, ideologico e mass mediatico che ha selezionato nel tempo quelle
persone che lo scelgono, lo legittimano e lo mantengono in essere.
Si
tratta di un impulso a seguire le logiche dell’obbedienza al potere e al
capitale fino allo sterminio delle moltitudini.
Di
piano inclinato o forza inerziale parlano anche altri autori in riferimento
alla guerra attuale e al coinvolgimento degli Stati europei.
Secondo
“Habermas”, “continuando con l’affermazione della vittoria ad ogni costo,
l’aumento della qualità delle nostre forniture di armi ha acquisito un impulso
proprio che potrebbe spingerci più o meno impercettibilmente oltre la soglia di
una terza guerra mondiale.”
Perciò,
al fine di acquisire consapevolezza e mutare il corso delle cose, l’autore
sollecita una discussione aperta e democratica che dia voce alla pluralità
delle opinioni.
Conclusioni
In
conclusione, le scelte dei leader europei non si spiegano, razionalmente, con
nessuna delle tre famiglie di teorie sopra evidenziate:
né in
termini ideali basati sui diritti umani e sul diritto internazionale, poiché
non sono accompagnate dallo sforzo dell’universalità, né in chiave strategica
per il rischio di escalation e di estensione del conflitto al territorio
europeo, né in termini di interesse economico, poiché il guadagno dalla guerra
è di pochi e non del popolo europeo.
Alcuni
autori paragonano i rappresentanti dei paesi e delle istituzioni europee a
quelli che portarono l’Europa alla prima guerra mondiale, identificandone
caratteristiche comuni come la mancanza di consapevolezza e di razionalità.
“D’Eramo”,
citando “Clark”, scrive che l’élite europea sembra colta dal sonnambulismo.
Anche “Habermas”
richiama Clark: “Camminare come sonnambuli sull’orlo dell’abisso sta diventando
un pericolo reale, soprattutto perché l’alleanza occidentale non solo sta
rafforzando la mano dell’Ucraina, ma sta instancabilmente ribadendo che
sosterrà il governo ucraino per ‘tutto il tempo necessario’. [….]
I governi occidentali operano su una scala
geopolitica più ampia e devono tenere conto di altri interessi oltre a quelli
dell’Ucraina in questa guerra.
Hanno
obblighi giuridici nei confronti delle esigenze di sicurezza dei propri
cittadini e inoltre, indipendentemente dagli atteggiamenti della popolazione
ucraina, condividono la responsabilità morale per le vittime e le distruzioni
causate da armi provenienti dall’Occidente.”
Al
contrario, c’è un popolo nascosto che appare più consapevole e razionale dei
loro leader.
In Italia, dove la quasi totalità della
popolazione non vuole abbandonare l’Ucraina, la maggioranza dei cittadini (con
una percentuale che oscilla tra il 48% e il 58% a seconda dei sondaggi) è
contraria all’invio di armi all’Ucraina e favorevole ad altre forme di
supporto.
Nel
contesto europeo la situazione è più diversificata.
La maggioranza è a favore di un invio di armi
all’Ucraina.
Tuttavia, un recente sondaggio mostra che una
buona fetta della popolazione europea (il 48%) preme per un cessate il fuoco e
per un trattato di pace, anche a costo di qualche concessione da parte
dell’Ucraina.
Mentre
il 32% è indisponibile a far accettare all’Ucraina una pace anche con cessioni
di territorio se il governo ucraino è contrario.
I
cittadini italiani ed europei, quindi, coniugano un supporto all’Ucraina (in
primis umanitario ed economico) con un mandato alle trattative e alla ricerca
della pace. Uniscono la razionalità al sogno di pacificazione che seguì le
catastrofiche guerre del Novecento, da cui è nata l’Unione Europea.
Tuttavia,
questo mandato a svolgere un ruolo diplomatico verso la costruzione della pace
non viene raccolto dai leader europei.
Che si
incamminano, tutti in fila, come sonnambuli verso l’orlo della terza guerra
mondiale.
Speriamo
che il frastuono delle manifestazioni per la pace li svegli.
Mobilitazione
globale per
impedire
la catastrofe a Gaza.
Sbilanciamoci.info
– Redazione - Rete Pace e Disarmo – (7 Maggio 2024) – ci dice:
Oltre
250 organizzazioni internazionali hanno firmato un appello agli Stati membri
dell’Onu perché smettano di alimentare la crisi alimentare a Gaza e
interrompano il trasferimento di armi e munizioni a Israele e ai gruppi armati
palestinesi.
A
sette mesi di distanza dagli efferati attacchi di “Hama”s e nelle ore in cui il
Governo israeliano ha deciso di iniziare l’invasione militare via terra tramite
il valico di Rafah (quindi di fatto chiudendo l’unico passaggio di aiuti
umanitari verso Gaza) continua a levarsi con forza la voce della società civile
internazionale che chiede passi concreti per un “Cessate il fuoco” a partire
dallo stop di tutte le forniture militari.
Una
volontà espressa con chiarezza nell’appello sottoscritto da oltre 250
organizzazioni internazionali a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite
affinché smettano di alimentare la crisi a Gaza, scongiurando ulteriori
catastrofi umanitarie e perdite di vite civili, interrompendo immediatamente il
trasferimento di armi, parti e munizioni a Israele e ai gruppi armati
palestinesi.
Armamenti
che corrono un alto rischio di essere utilizzate per commettere o facilitare
gravi violazioni del diritto internazionale umanitario o dei diritti umani.
I
bombardamenti e l’assedio di Israele stanno privando la popolazione civile
delle basi per la sopravvivenza e, in queste ore più che mai, stanno rendendo
Gaza inabitabile.
Oggi
la popolazione civile di Gaza si trova ad affrontare una crisi umanitaria di
gravità e portata senza precedenti.
Il
documento della “società civile internazionale” è stato rilanciato lo scorso 2
maggio con una “Giornata di mobilitazione internazionale” che oggi viene
rafforzata:
”I bombardamenti e l’assedio di Israele stanno
privando la popolazione civile del minimo indispensabile per sopravvivere e
stanno rendendo Gaza inabitabile” si legge nella lettera congiunta “oggi la
popolazione civile di Gaza si trova ad affrontare una crisi umanitaria di
gravità e portata senza precedenti”.
A
fronte di una “Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “che
chiede un cessate il fuoco, il governo di Israele continua a usare armi e
munizioni esplosive in aree densamente popolate, con enormi conseguenze
umanitarie per la popolazione di Gaza.
L’attività militare israeliana ha distrutto
una parte sostanziale delle case, delle scuole, degli ospedali, delle
infrastrutture idriche, dei rifugi e dei campi profughi di Gaza.
La
natura indiscriminata di questi bombardamenti e la tipologia sproporzionata di
danni ai civili che essi causano abitualmente sono illegali e possono
costituire crimini di guerra.
Con l’aggravarsi della crisi, alimentata dalla
proliferazione delle armi, è indispensabile chiedere che i Governi di tutto il
mondo (Italia compresa) non si rendano complici di queste violazioni del
diritto internazionale trasferendo armi a Israele.
L’impegno
assunto dalla società civile mira dunque a mobilitare una solidarietà globale e
a chiedere atti di responsabilità e umanità ai governi coinvolti nel commercio
di armi.
“Tutti
gli Stati hanno l’obbligo di prevenire i crimini di atrocità e di promuovere
l’adesione alle norme che proteggano i civili – evidenzia la “Rete Italiana
Pace e Disarmo” – per cui insieme a tutte le altre organizzazioni firmatarie di
questo Appello chiediamo alla comunità internazionale di tenere fede a questi
impegni “.
La
Rete rilancia dunque le richieste della campagna globale “Control arms” di cui
fa parte, affinché siano rafforzate le norme internazionali sul controllo del
commercio di armi che anche l’Italia ha sottoscritto.
In tal senso il “Trattato sul commercio delle
armi “(ATT) è chiaro: qualsiasi trasferimento di armi, munizioni, parti e
componenti che rischiano di essere utilizzate a Gaza è suscettibile di violare
il diritto umanitario internazionale e, pertanto, deve cessare immediatamente.
Ormai
è evidente come solo un cessate il fuoco duraturo potrà fermare l’ulteriore
perdita di vite civili e garantire che aiuti sufficienti arrivino a chi ne ha
bisogno.
Ed è
questo il punto centrale delle richieste della coalizione #CeasefireNOW, a
partire dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’impatto devastante
dei trasferimenti di armi sui diritti umani, in particolare nella Striscia di
Gaza, dove i civili sopportano il peso maggiore della violenza.
Occorre
dunque:
–
Fermare tutti i trasferimenti di armi, parti e munizioni utilizzate per
alimentare la crisi a Gaza.
–
Chiedere che i responsabili delle violazioni del diritto umanitario
internazionale e dei crimini di atrocità siano chiamati a risponderne.
–
Esortare i Governi a non essere complici delle continue violazioni del diritto
internazionale, adempiendo ai loro obblighi legali e garantendo un cessate il
fuoco permanente.
Ora, con urgenza.
Dalla
stagione politica dell’individualismo
a
quella della comunità.
La
transizione auspicata da Luciano Floridi.
Forbes.it
- Enzo Argante – (29 -12-2023) – ci dice:
L’Italia,
l’Europa, il sociale e l’economia visti dagli Stati Uniti, dove sta progettando
e realizzando il più importante laboratorio al mondo sull’etica
dell’intelligenza artificiale.
Indossato
l’elmetto da esploratore, è partito per la grande avventura globale, forte dei
collegamenti a Oxford e a Bologna.
Un
viaggio nella transizione digitale, nei modi e nei tempi del cambiamento
profondo, ma anche nella necessità di una transizione politica:
ecco la” Democrazia 2”, il ritorno alla
gestione comunitaria globale.
Si parte dalla leadership nella gestione e dal
controllo dell’intelligenza artificiale. Parola di “Luciano Floridi”, direttore
del “Digital Ethics Center” alla “Yale University”.
Perché
gli Stati Uniti sono leader nella transizione digitale globale?
È un
paese enorme che fa sistema.
Se l’Europa fosse unificata da una lunga
storia di tradizioni legislative e tutti parlassero la stessa lingua, sarebbe
un’altra grandissima realtà, e invece basta guardare alla Brexit per capire
come stanno le cose.
Negli Usa, invece, è così.
Soprattutto, qui c’è la voglia di fare quello
che serve e di farlo subito.
C’è la capacità di vedere i problemi e mettere
le risorse a sistema per risolverli. Certo, quando si va troppo veloci si fanno
molti errori.
Bisognerebbe
trovare un punto di bilanciamento a metà dell’Atlantico tra la vecchia Europa e
la nuova America.
Quella
dell’etica dell’intelligenza artificiale è la partita più importante dei
prossimi anni?
Sicuramente.
Questa
rivoluzione nell’applicazione delle tecnologie è una grande opportunità per
risolvere problemi sociali e ambientali.
Può
fare la differenza creando più ricchezza e meglio distribuita, facendo bene
all’ambiente, alla società e al business.
Ci
vorrà un grande impegno: nessuno si deve illudere di poter dimagrire senza
sforzo.
Il
problema è che non stiamo facendo quello che potremmo e dovremmo fare.
La
rivoluzione digitale ancora oggi è parte del problema, non della soluzione.
La
politica dovrebbe occuparsene e fare di questo tema una priorità, invece stiamo
perdendo un’opportunità straordinaria.
Proviamo
a definire gli ambiti di azione del digital center: quali sono le scelte di
partenza?
Non
serve fare quello che altri stanno già facendo molto bene, soprattutto negli
Stati Uniti:
bisogna essere complementari ad altri centri.
Noi
saremo come l’esploratore che studia la natura del territorio prima che arrivi
il resto della popolazione.
Certo,
si possono prendere abbagli: Cristoforo Colombo pensava di essere arrivato in
India.
Sappiamo
che alcune ricerche che faremo potrebbero non cogliere nel segno, mentre
finiranno per essere un po’ datate.
Però
mi auguro che tra errori, difficoltà e scivoloni, con tanto lavoro e un po’ di
fortuna, si possano ottenere risultati.
È
importante triangolare con gli altri, non solo americani.
Stiamo creando ponti con Oxford e con
l’Università di Bologna.
Che
tipo di squadra sta formando?
Quello
che sto cercando di fare è non delineare profili per poi cercare persone che vi
si adattino, ma cercare persone valide.
E se le troviamo tutte in un certo settore, ad
esempio quello dell’etica nell’applicazione medica del digitale, pazienza:
vorrà
dire che per quell’anno avremo più lavoro in quell’area piuttosto che in
un’altra.
È importante non pensare in termini piramidali:
se si fa un’operazione di esplorazione,
bisogna avere chiaro chi è l’esploratore, se è in grado di navigare aree
sconosciute, rompendo gli schemi con curiosità e voglia di rischiare, invece di
allinearsi a quello che è già stato fatto.
Se non
si fa questo, non c’è innovazione.
Il
coraggio di pensare con la propria testa è qualcosa che l’università dovrebbe
esibire come bandiera, invece si privilegia sempre chi sa fare i compiti, chi
sta in linea, chi è bravissimo nel fare il già fatto.
Com’è
l’Italia vista da Yale?
Possiamo avere un ruolo nella transizione
digitale?
È
un’Italia un po’ romanzata, idealizzata:
le
colline sono sempre verdi, il mare è sempre blu, tutte le cose sono sempre
belle e buone, la gente è simpatica.
Insomma,
un’Italia che ci piacerebbe tanto, ma che non esiste.
È una visione parziale, dolce, ottimista e
positiva, ma è anche una visione di un paese che non conta nulla:
quando
l’America guarda politicamente ed economicamente all’Europa, si rivolge
anzitutto alla Germania e poi alla Francia.
Non so
se si ricorda dell’Italia, che pure è importantissima anche a livello
economico.
Forse sarebbe il caso di cambiare le nostre
politiche:
se
qualcuno riceve un messaggio diverso da quello che vogliamo dare, bisogna
cambiare il messaggio.
Tanti governi hanno vissuto una sorta di
complesso di inferiorità, eppure abbiamo un peso economico superiore a quello
della Russia o del Brasile.
Perciò
dobbiamo giocare questa partita per capire quale ruolo vogliamo avere nel
mondo.
La
politica sembra essere più una sovrastruttura burocratica che tampona, non
gestisce e non controlla.
È come
se la democrazia avesse avuto la stagione dell’individualismo e non riuscisse
ad avere quella della comunità:
gli
intellettuali del mondo, invece di continuare a flagellarsi sul fatto che tutto
questo non funziona, dovrebbero cominciare a capire come farlo funzionare.
La
benzina è finita e bisogna rimetterla nel serbatoio della comunità, cioè
bisogna lavorare non soltanto per l’individuo, ma anche per la società.
Se non
ci lavoriamo tutti insieme, non riusciremo a risolvere i problemi globali.
Il
Fondo monetario internazionale
e
l’imminente crollo del dollaro.
Lacrunadellago.net
– Cesare Sacchetti – (10/05/2024) – ci dice:
La
dichiarazione è di quelle pesanti, e forse è questa la ragione per la quale i
quotidiani italiani ed europei l’hanno bellamente ignorata.
A
parlare è stato in questa occasione uno dei rappresentanti del celebre, o
famigerato, Fondo monetario internazionale, il delegato russo “Alexey Mozhin”.
“Mozhin”
in una intervista rilasciata all’agenzia di stampa russa ha detto
esplicitamente che occorre essere preparati per il crollo del dollaro, e che i
BRICS sono già pronti a questa eventualità.
Il
dollaro: l’arma dell’anglosfera.
Il
dollaro è stato molto di più che una semplice moneta.
È
stata una vera e propria arma finanziaria che veniva vergata contro quei Paesi
che di quando in quando sfidavano gli interessi dell’impero americano e
provavano a proteggere la loro sovranità.
Il
mondo nel quale si è vissuti dalla fine della seconda guerra mondiale in poi è
quello di Bretton Woods.
Nel
1944, gli economisti delle potenze alleate che avevano in pratica già vinto la
seconda guerra mondiale decisero di stabilire un nuovo sistema economico
internazionale nel quale il dollaro è stato, e lo è ancora in parte, la moneta
di riserva mondiale.
A dare
più “credibilità” alla supremazia del dollaro rispetto alle altre monete era il
fatto che questo era ancorato all’oro.
Tutte
le valute in circolazione vengono sostanzialmente chiamate “fiat”, e con questa
denominazione si intendono quelle monete che vengono emesse liberamente dalla
banca centrale senza aver alcun tipo di ancoraggio all’oro o ad un’altra
materia prima.
All’epoca,
vigeva il “gold standard” ma gli Stati Uniti decisero di mantenere la parità
aurea fino al 1971, anno nel quale l’allora presidente americano, “Richard
Nixon”, decise di sganciare il biglietto verde dall’oro per via ormai della
insostenibilità del sistema.
Gli
Stati Uniti non erano più in grado di assicurare il sufficiente quantitativo di
oro richiesto per tenere in vigore il “gold standard”, e, ad oggi, la
situazione non è molto cambiata ma è anzi peggiorata poiché la quantità di oro
disponibile non è certo aumentata, ma semmai diminuita ancora rispetto a quel
periodo storico.
La
parità aurea poi comporta un altro problema in quanto limita in qualche modo la
capacità di uno Stato di esercitare liberamente la sua politica economica e di
aumentare la spesa pubblica senza avere il necessario corrispettivo in oro.
Il “gold
standard” era un sistema disfunzionale e appare difficile che esso torni
nonostante quello che alcuni monetaristi pensano riguardo al piano dei BRICS
del quale si dirà successivamente.
Perduto
l’ancoraggio all’oro, il dollaro da allora è stato esattamente come tutte le
altre monete in circolazione sui mercati di cambi.
È
stato una moneta fiat.
L’unica cosa che ha assicurato agli Stati
Uniti di preservare il suo “esorbitante privilegio”, come lo definì l’ex
presidente francese, Giscard D’Estaing, è stata la geopolitica.
L’Arabia
Saudita: l’ago della bilancia della dollarizzazione
Washington
strinse degli accordi con l’Arabia Saudita che assicuravano che Riyadh avrebbe
accettato soltanto il dollaro americano per il pagamento del suo petrolio.
Chiunque
volesse acquistare il petrolio doveva necessariamente pagarlo in dollari in
quanto i sauditi siedono sui giacimenti petroliferi più vasti al mondo.
L’Arabia
Saudita accettò di servire gli interessi dell’anglosfera e del suo impero
poiché la storia stessa di questo Paese è legata a questi poteri.
L’immenso
regno del deserto non esisteva nemmeno fino agli anni 30 e la sua nascita fu
propiziata in particolar modo dalla Gran Bretagna che già all’epoca era
impegnata a far sì che la Palestina, passata nelle mani di Londra dopo il
crollo dell’impero Ottomano divenisse la futura casa dello stato ebraico.
Il
ministro degli Esteri britannico, “Arthur Balfour”, nel 1917 aveva fatto una
“promessa” o meglio eseguito un ordine di “Lord Rothschild” che voleva a tutti
i costi che gli aridi deserti della Palestina diventassero la futura Israele
del 1948.
C’è un
disegno che travalica i confini della politica e approda in quelli della
religione per ciò che riguarda la ricostruzione di Israele perché i seguaci del
moderno talmudismo volevano e vogliono la Palestina per mettere le mani su
Gerusalemme e ricostruire il Terzo Tempio, nel quale un giorno, molto lontano
probabilmente, dovrà entrare il tanto atteso” moschiach”, il leader del popolo
ebraico.
L’Arabia
Saudita ha assunto un ruolo cruciale in questa partita.
Soltanto attraverso i sauditi il dollaro è
diventato la valuta di riserva mondiale dopo la fine del gold standard, e
appare evidente che Riyadh è l’ago della bilancia della dollarizzazione
mondiale.
Non si
faticano a comprendere le ragioni della sua vicinanza all’anglosfera se si
guarda alla sua storia.
Gli
stessi Saud, una delle famiglie più potenti del mondo, non appaiono nemmeno
essere di origine araba, ma ebraica.
Un
dissidente del regno, “Nasser al Saeed”, scrisse un documentato testo al
riguardo e dimostrò come i Saud avessero dato mandato di falsificare il loro
albero genealogico per apparire come discendenti di Maometto e nascondere le
tracce delle loro origini ebraiche sefardite.
I Saud
non la presero bene perché il povero al Said fu sequestrato e scaraventato da
un aereo nel 1979, in quella che è una lunga scia di sangue lasciata dal regno
e che si è protratta per lunghi anni, e da ultimo si può ricordare l’episodio
di “Khashoggi”, smembrato e ucciso nel consolato saudita a Istanbul nel 2018.
Adesso
quel mondo inizia a non esistere più.
In tale sistema coloro che non avevano
abbastanza disponibilità di dollari e coloro che provavano a cercare strade
alternative venivano letteralmente sommersi di sanzioni.
L’Iran
è stato il Paese che per molti anni ha detenuto il record di sanzioni ricevute
da Washington e ha dovuto cercare delle vie per aggirare l’embargo finanziario
che le avevano imposto gli Stati Uniti.
Questa
persecuzione nei confronti dell’Iran si spiega con il fatto che le potenti
lobby sioniste che dominano gli Stati Uniti, quali l’”AIPAC “e “Chabad”,
avevano e hanno una ossessione nei riguardi di Teheran, considerato come una
temibile potenza regionale che si oppone ai piani di espansione dello stato
ebraico.
L’Iraq
di Saddam Hussein fu seppellito a sua volta di sanzioni dagli USA negli anni 90
quando già all’epoca si era deciso che il rais era una minaccia per gli
interessi dell’impero ma soprattutto per quelli di Israele, in quanto lo stato
ebraico ha sempre mostrato una profonda avversione per i Paesi arabi che si
ispirano all’ideologia del socialismo nazionale nasseriano o per i Paesi
musulmani sciiti, quali il citato Iran.
Israele,
come detto in un precedente contributo ha una predilezione per mantenere
stretti rapporti con i Paesi che hanno ospitato le forme più estreme
dell’islam, quali appunto l’Arabia Saudita che ha adottato per quasi tutta la
sua storia la corrente islamica del wahabismo.
Il
wahabismo prevede una delle applicazioni più severe della legge coranica della
sharia, fino a quando negli ultimi anni in Arabia Saudita si è assistito alla
secolarizzazione portata dall’attuale erede al trono, “Mohammad bin Salman”,
nel tentativo di sopire il crescente malcontento nel regno non solo nei
confronti delle restrizioni ma soprattutto nei riguardi di una famiglia che si
è impossessata delle risorse di questa terra e poco ha lasciato agli altri suoi
abitanti.
È di
recente la notizia di un altro presunto attentato contro l’erede al trono che
non è stata smentita dai diretti interessati e che, se confermata, farebbe di
questo il secondo attentato contro “bin Salman “dopo quello fallito nel 2018, e
del quale i media Occidentali non diedero notizia.
Il
vecchio mondo però, come si diceva, sta tramontando.
A Washington non c’è più la volontà di tenere in piedi
l’impero e le sue ramificazioni finanziarie, e si lascia che sempre più Paesi
abbandonino il dollaro in favore delle monete nazionali.
Soltanto
l’anno scorso, la lista dei Paesi che ha abbandonato il dollaro americano si è
fatta sempre più lunga e continua a crescere molto rapidamente.
Lo
scorso anno, l’economista americano, “Michael Goddard”, presidente del “Netley
Group, dichiarò che la de dollarizzazione stava procedendo ad una velocità
costante e ha suggerito che per completare il processo la Russia, la Cina e
l’India dovrebbero creare una loro valuta legata all’oro.
L’economista
russo dell’FMI citato in precedenza, “Mozhin”, sembra però indicare un’altra
via.
Quella di una moneta legata ad un paniere
differenziato di materie prime, e non quindi necessariamente l’oro, per
accelerare il processo.
La
strada dell’oro appare impraticabile per le ragioni spiegate precedentemente e
anche lo stesso Trump nel 2016 disse chiaramente che non c’erano abbastanza
riserve auree per ritornare ad un sistema che comunque è disfunzionale in
quanto impedisce agli Stati di gestire liberamente le proprie politiche
economiche.
I
BRICS non sono interessati a costruire un monopolio finanziario al posto di un
altro monopolio, quello del dollaro.
Il
principio di quest’alleanza geopolitica è quello di trattare gli Stati da pari
e non come colonie alle quali imporre i propri ordini come facevano in passato
gli stessi Stati Uniti e la Francia coloniale, con quest’ultima che sta
perdendo tutti i domini che aveva in Africa in quello che appare come un
inarrestabile processo di decolonizzazione.
Il
futuro del mondo appare a nostro avviso essere legato alle monete nazionali,
accettate mutualmente dai vari Paesi che si libereranno del dollaro, assieme ad
una eventuale moneta, o più monete, legate a diverse materie prime, ma senza
che questa o queste diventino un’arma, come è stato il dollaro, per tagliare
fuori dalle transazioni i Paesi giudicati “nemici” da questo blocco
geopolitico.
L’impostazione
coloniale non appartiene al mondo multipolare ma a quello unipolare, e questo
equilibro dovrà necessariamente riflettersi anche sugli scambi commerciali.
A
porre l’ultimo chiodo sulla bara del dollaro potrebbe essere proprio l’Arabia
Saudita che ora, molto opportunisticamente, sembra aver mostrato una certa
freddezza nei confronti dell’anglosfera e dello stato ebraico dopo aver fiutato
il crollo di entrambi.
Riyadh
ha manifestato l’interesse ad unirsi ai BRICS e sembrava esserci già
l’ufficialità lo scorso anno per poi portare ad un cambio di rotta nel quale i
sauditi mostravano una posizione più attendista.
Sono
forti le battaglie intorno al regno in queste settimane.
Il governo saudita aveva già iniziato a
muoversi lo scorso anno per staccarsi dal dollaro quando aveva aperto alla
possibilità di accettare valute alternative al biglietto verde americano.
La
crisi dell’anglosfera intanto sta proseguendo e il processo difficilmente si
arresterà, ma al contrario si avvierà probabilmente alla sua fase conclusiva.
Non
sembra mancare molto. Tutto sembra pronto. Il XX secolo ha visto il dominio
dell’impero americano e della sua moneta.
Il XXI
sembra essere a tutti gli effetti il secolo del ritorno delle nazioni e delle
loro monete.
L’arresto
di Toti,
il 1992
alla
rovescia e la fine
della
Seconda Repubblica.
Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti –
(8-5-2024) – ci dice:
Alcuni
ieri hanno avuto la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, per la
precisione al 17 febbraio del 1992 quando venne arrestato Mario Chiesa,
esponente del PSI milanese e presidente del Pio Albergo Trivulzio.
Chiesa
venne definito prontamente da Bettino Craxi come un “mariuolo” forse perché il
leader del PSI non aveva ancora idea di quale macchina giudiziaria, di
carattere eversivo, si fosse messa in moto quell’anno.
Sono
queste le sensazioni provate da alcuni quando è giunta la notizia che Giovanni
Toti, attuale governatore della regione Liguria, è stato arrestato per
corruzione e per favoreggiamento mafioso.
I
lettori che frequentano questo blog e che ci seguono da un po’ sanno che è
almeno dal 2022 che parliamo di una generale dismissione della classe politica
della Seconda Repubblica.
Questa
diagnosi non è dovuta a qualche interiore sensazione “ottimistica” ma è
semplicemente il risultato di un processo politico, di fatto inevitabile, che
si è messo in moto dopo il “fallimento della farsa pandemica”.
Se ci
si volesse limitare ad una lettura “prima facie”, qualcuno potrebbe trarre la
conclusione ingannevole che quanto accaduto ieri è solo il frutto di una serie
di reati presumibilmente commessi da Toti con una certa costanza e regolarità
nel tempo.
Eppure
Toti non è governatore da un giorno, ma si trova su quello scranno dal 2015
quando vinse il primo mandato assieme al centrodestra, e quando si aggiudicò il
secondo presentandosi con una sua lista nel 2020.
La
magistratura però non si è mai mossa in un arco temporale durato quasi 10 anni.
Il
vecchio status quo dell’Italia in mano all’anglosfera.
Nulla
era stato fatto prima d’ora, perché negli anni passati c’era ancora in piedi
uno status quo politico che seppur fragile, restava ancora in piedi.
L’Italia
è un Paese che si trova in una condizione di sovranità limitata dal 1943 in
poi, quando fu firmato il” famigerato armistizio di Cassibile” che consegnò la
sovranità del Paese nelle mani degli Stati Uniti e dei poteri che dominavano la
Casa Bianca e il Congresso americano.
A
volerla dire tutta, definire la Repubblica del 1946-48 – nata anche da un
probabile broglio elettorale che scippò la vittoria alla monarchia – una sorta
di Stato fantoccio dell’anglosfera non è una definizione troppo severa.
I
Paesi europei dopo il 1945 si sono ritrovati nelle condizioni di satelliti la
cui politica estera veniva dettata e orientata da Washington, che già prima
della guerra era stata scelta come centro di quel progetto autoritario chiamato
dai suoi membri “Nuovo Ordine Mondiale”.
“Henry
Kissinger”, uno dei maggiori esponenti di questo disegno, membro di molti
potenti club mondialisti quali il “club di Roma”, il “CFR” e il “Bilderberg”,
disse durante una conferenza stampa a margine di una riunione di un altro think
tank globalista, il World Affairs Council”, che il fine ultimo della politica
internazionale è il Nuovo Ordine Mondiale, e che questa visione non poteva
realizzarsi senza la partecipazione degli Stati Uniti, in quanto questa nazione
è il “singolo componente più importante”.
I
potenti delle varie logge massoniche, gli spregiudicati finanzieri di Wall
Street e i vari adepti del mondialismo avevano scelto la superpotenza americana
per guidare il mondo e imporre un autoritarismo globale.
Gli
Stati nazionali dopo la seconda guerra mondiale non sono stati più nemmeno tali
perché la loro sovranità è iniziata ad essere rimessa nelle mani di altri
potenze e di altri soggetti privati, quali banche, gruppi finanziari e
multinazionali.
Nel
1972, di fronte al consesso delle Nazioni Unite, l’ex presidente del Cile,
Salvador Allende, pronunciò un celebre discorso nel quale metteva in rilievo
come ormai gli Stati si trovassero a dover fare i conti con dei conglomerati
industriali e finanziari che non di rado avevano un PIL persino superiore a
quello di molte nazioni del Sud – America e dell’Africa continentale.
Il
divario con l’avvento della globalizzazione si è persino allargato in quanto
negli anni passati c’erano fondi di investimento quali “BlackRock”, nel quale
ci sono una infinità di scatole cinesi dove ci sono i capitali dei “Rothschild”
e di altre celebri famiglie mondialiste, che avevano un PIL superiore persino a
quello della Cina.
Abbiamo
scelto il passato per parlare di tale processo economico perché negli ultimi
anni si è messa in moto una tendenza inversa della quale parleremo a breve.
Il
precedente status quo è indubitabile che abbia condizionato la storia d’Italia.
L’Italia si è trovata suo malgrado rinchiusa in un recinto.
Non si
poteva uscire dalla NATO dopo la fine della seconda guerra mondiale a meno che
non si era disposti ad avventurarsi in un territorio dove” hic sunt leones”.
Aldo
Moro lo fece perché aveva uno sguardo talmente proiettato in avanti che aveva
compreso molto bene che l’Italia, se non fosse uscita da quella gabbia, sarebbe
rimasta schiacciata da quei poteri transnazionali che volevano uccidere questa
nazione.
Il
mondialismo è certamente un piano politico ma esso prim’ancora che toccare le
corde della politica tocca quelle della religione, in quanto gli adepti di
questo disegno sono appartenenti alla massoneria che altro non è che una
organizzazione di carattere luciferiano che si propone la cancellazione della
religione cattolica, quella autentica nella sua versione pre-conciliare, e la
fine delle patrie, da essere sostituite da un superstato globale che i massoni
amano chiamare “repubblica universale”.
Uno
degli esponenti della libera muratoria, “Giuliano Di Bernardo”, affermò
chiaramente, e in più di un’occasione, che i massoni si proponevano il governo
di “una comunione di illuminati, presieduta dal tiranno illuminato”.
Il
tiranno illuminato in questione è il “moschiach” tanto atteso dalla “setta
sionista “Chabad” che nel suo sito afferma chiaramente che l’umanità sarà
governata da un “Nuovo Ordine Mondiale”.
Viene
da sorridere pensando alle ridicole espressioni senza senso partorite dai media
mainstream quali “complottismo” per il semplice fatto che sono gli stessi
appartenenti a questo piano ad esternare il loro pensiero e a dire chiaramente
che sono all’opera da secoli per consegnare l’umanità nelle mani di una
tirannia, nemica prim’ancora che dell’uomo di Dio, poiché questo “tiranno
illuminato” altro non è che” dio” agli occhi dei massoni.
La
Prima Repubblica demolita da Washington.
Nel
1992, quando il pool di Mani Pulite si risvegliava dal suo letargo durato anni
non lo faceva certo perché aveva scoperto un improvviso senso di giustizia del
quale prima non c’era traccia.
Lo
faceva perché a Washington si era già deciso che il Paese sarebbe dovuto
entrare nella fase successiva, una particolarmente avanzata, del mondialismo e
la sua sovranità, già ristretta, andava compressa ancora di più.
I
politici della Prima Repubblica ormai avevano esaurito il loro scopo.
Questi
non erano più affidabili agli occhi degli Stati Uniti in quanto già in passato
avevano dato prova di una certa autonomia e indipendenza quando, ad esempio,
difesero la sovranità dell’Italia a Sigonella e quando Bettino Craxi,
presidente del Consiglio, ricordò a Ronald Reagan che l’Italia, seppur membro
della NATO, non era terra di conquista dove gli americani potevano muoversi e
fare ciò che volevano.
Giulio
Andreotti era un altro politico che aveva certamente rapporti con l’anglosfera
ma non per questo si limitava pedissequamente ad eseguire i suoi diktat, e ne
ha dato prova con la sua politica estera molto vicina ai Paesi del Medio
Oriente e assolutamente solidale con la causa palestinese.
La
Prima Repubblica non andava più bene per questo.
I suoi
dirigenti avevano la tendenza a liberarsi dal cappio americano e dunque
Washington decise di liberarsi di questi poiché non erano i politici che
servivano in quella fase, ma meri esecutori.
Così
accadde.
È
sotto gli occhi di tutti come la classe politica della Seconda Repubblica sia
stata un monumento al servilismo e al tradimento della patria e del suo popolo.
Raramente
si sono visti soggetti peggiori degli attuali personaggi che occupano gli
scranni di Montecitorio e che definire politici sarebbe una enormità da parte
nostra, in quanto essi sono più che altro galoppini, saltimbanchi e mercenari
della peggiore risma ai quali la massoneria ha aperto le porte dei palazzi per
assicurarsi che questi non facessero altro ciò che volevano appunto i massoni.
La
fine del vecchio status quo.
Ora
siamo entrati in un territorio inesplorato. Siamo entrati nel territorio dove
tutti i vecchi equilibri stanno venendo meno.
L’anglosfera,
come tale, non c’è più.
Non ci
sono più gli Stati Uniti a guardia di essa ed è venuta meno quella condizione
indispensabile citata da Kissinger per il compimento del Nuovo Ordine Mondiale.
Gli
Stati Uniti si sono emancipati da tutta quella tela di lobby globaliste e
sioniste che hanno governato la Casa Bianca per tutto il ‘900 e per i primi
anni del XXI secolo.
La “farsa
pandemica”, negli occhi dei suoi architetti, avrebbe dovuto aprire le porte
dell’umanità alla “tirannia mondiale”.
Essa
era stata concepita anni prima ed era stata annunciata dagli stessi centri di
potere mondiale quali la famiglia Rockefeller che in uno dei suoi documenti nel
2010 parlava dell’”operazione Lockstep” e di come una “pandemia” avrebbe
consentito l’instaurazione di un governo mondiale.
Il
2020 non è nato dal nulla.
È
stato il risultato di un percorso durato moltissimi anni che voleva porre fine
a ciò che restava della sovranità delle nazioni e creare un nuovo tipo di uomo,
quello transumano che altro non è che una parodia della originaria creazione
divina.
La
classe politica italiana era fermamente convinta che si sarebbe giunti alla
destinazione finale di questo piano.
Erano
tutti convinti che alla fine ci sarebbe stato il “Grande Reset di Davos” e i
vari occupanti delle istituzioni non si sono risparmiati nel vessare il proprio
popolo con le peggiori restrizioni al mondo, nella illusione che tanto alla
fine sarebbe sorto questo governo mondiale.
L’aver
scoperto che il piano è miseramente fallito è stato uno shock per tutti loro.
D’Alema, uno dei più importanti rappresentanti dello stato profondo in Italia,
lo disse.
Abbiamo
sbagliato tutto.
Il Nuovo Ordine Mondiale non si è manifestato e ora
questa classe politica si trova di fronte ad un processo storico che sta
mettendo fine a quell’impalcatura internazionale che garantiva il suo potere.
La
NATO si sta liquefacendo sotto i colpi dell’operazione militare che i russi
stanno portando avanti in Ucraina.
Il
dollaro, l’arma finanziaria dell’anglosfera, sta perdendo tutto il suo potere e
ogni giorno aumentano i Paesi che tornano alle valute nazionali per gli scambi
commerciali.
È la
fine di un’epoca.
Questa
liquidazione del vecchio mondo ha lasciato i peones della politica italiana
senza punti di riferimento.
Adesso
l’obiettivo non è più il mondialismo.
Adesso
l’obiettivo è sopravvivere a questa fase storica che sta portando sulla scena
il ritorno degli Stati nazionali con tutti i loro poteri, e la nostra
sensazione è che difficilmente qualcuno dei politici della Seconda Repubblica
uscirà indenne da questo periodo.
L’arresto
di Toti è solo l’inizio.
In
Puglia, da settimane, c’è un’atmosfera da resa dei conti tutta interna al PD
con inchieste incrociate che toccano politici vicini ad Emiliano, e lo stesso
governatore pugliese che ormai sembra essere in guerra con il suo stesso
partito.
A
Milano, Daniela Santanché rischia il processo per truffa.
Le
procure si attivano perché i loro referenti cercano di abbattere l’altro prima
di essere abbattuti loro stessi.
Questa
è una feroce caccia all’uomo.
È una
feroce lotta per la sopravvivenza che continuerà fino al completo annientamento
dell’avversario.
La
Seconda Repubblica è entrata in una modalità di autodistruzione.
Presto
non ci sarà più probabilmente traccia di questi partiti che sono decotti e non
riescono a fermare l’ondata astensionista in quanto essi ormai non
rappresentano più il popolo e la nazione, ma rappresentavano soltanto gli
interessi dei loro defunti padroni stranieri assieme alla immancabile
massoneria, che ora, tra l’altro, si trova al centro a sua volta di un’altra
guerra intestina.
Siamo
al tutto contro tutti.
Stavolta
non è come il 1992.
Stavolta
non c’è una demolizione controllata del sistema politico italiano voluta da
referenti stranieri.
Stavolta
c’è la guerra tra bande di un sistema che dopo la fine dell’anglosfera è già
cerebralmente morto.
Quella
guerra tra gli “Elkann” e
“De
Benedetti” e il crollo dello
stato
profondo italiano.
Lacrunadellago.net
- Cesare Sacchetti – (05/05/2024) – ci dice:
I
sassolini nelle scarpe dell’ingegner De Benedetti sono piuttosto grossi e non
possono essere più tenuti, a quanto pare, in delle calzature sempre più
strette.
L’ex
patron di Repubblica ha rilasciato per la seconda volta una intervista ai media
mainstream nella quale l’oggetto della conversazione, o forse dovremmo dire il
bersaglio, è stato ancora una volta John Elkann e la sua famiglia.
Le
stilettate non vengono risparmiate da parte dell’ingegnere nei confronti di
Elkann, definito senza troppi giri di parole come un “pavido”, ma questa
irritazione di De Benedetti è dovuta principalmente al fatto che questi imputa
al figlio di Alain e di Margherita Agnelli il tracollo di Repubblica.
I
lettori ricorderanno che quattro anni fa ci fu un avvicendamento tra i vertici
dell’editoria “italiani” che vide passare il gruppo “GEDI”, proprietario, tra
gli altri, dei quotidiani “La Stampa” e “La Repubblica” nelle mani della “Exor”,
la holding finanziaria degli Elkann che è a sua volta proprietaria, o meglio lo
era prima della cessione con la francese “Stellantis”, della “FIAT” o di ciò
che restava di essa dopo che Gianni Agnelli e il suo erede designato, John
Elkann, la trasformasse in una azienda estera che non privilegia più
l’eccellenza automobilistica italiana ma serve ben altri scopi, soprattutto
quelli di interessi economici internazionali.
La
storia dell’ingegnere è una di quelle strettamente connesse con il potere che
conta in Italia e non si può certo trovare sulle pagine dei media italiani, in
quanto larghissima parte di questi è stata di sua proprietà ed è ancora del
tutto sottomessa a quei poteri che hanno governato la repubblica
dell’anglosfera.
De
Benedetti: l’oligarca della globalizzazione in Italia.
Nato a
Torino nel 1936 e di origini ebraiche da parte del padre, Rodolfo, muove i
primi passi nel mondo dell’imprenditoria aiutato da Gianni Agnelli, membro del”
club di Roma” finanziato da” Rockefeller” e vicinissimo a” Henry Kissinger”,
membro del citato club e di un altro potente circolo di mondialisti, il famoso,
o meglio, famigerato” gruppo Bilderberg”.
De
Benedetti è in questi ambienti che è di casa, ovvero quegli ambienti che hanno
una visione del mondo di stampo puramente autoritario e che prevede
l’accentramento del potere nelle mani di un organismo chiamato con il nome
tecnico di “governance” che altro non è che la espressione più tecnocratica ed
economicistica della” concezione massonica” del Nuovo Ordine Mondiale.
Nel
1981, l’imprenditore piemontese finisce a processo per via della vicenda che lo
vede coinvolto nel famigerato caso del banco Ambrosiano.
De
Benedetti era entrato nell’azionariato dell’istituto presieduto dal massone
Roberto Calvi e ne era uscito soltanto due mesi dopo, prima del fallimento,
intascandosi una plusvalenza di 40 miliardi.
La
magistratura decide di processarlo per bancarotta fraudolenta e arrivano non
una, ma ben due sentenze di condanna in primo grado e in appello, ma ci pensa
la Cassazione a togliere dai pasticci l’ingegnere e ad evitargli una condanna
di ben 6 anni di reclusione.
I
togati della suprema corte in una delle loro non rare peripezie giuridiche
mandano tutto in cavalleria affermando che non c’erano i “presupposti per
mandare a processo” l’ingegnere.
Soltanto
due anni dopo, nel 1985, De Benedetti è protagonista di una nota e controversa
vicenda, quella dello” SME”, acronimo che sta ad identificare la società
meridionale elettrica e che, dopo essere stata acquistata dall’IRI fondata
durante il fascismo divenne il più grande gruppo alimentare italiano che era
proprietario, tra gli altri, di Alemagna, Motta, Cirio e Autogrill, la
principale società di ristoro che oggi è finita nelle mani della famiglia
Benetton, già proprietaria a sua volta delle autostrade italiane attraverso
Atlantia.
Quell’era
è molto diversa da quella contemporanea.
C’era ancora nel cuore dell’economia italiana
lo stato imprenditore, creatura d’eccellenza del fascismo che aveva consentito
all’Italia di uscire dalle paludi della crisi del’29 e dalle macerie economiche
del secondo dopoguerra.
Lo
Stato non era ridotto al ruolo di mero spettatore che assiste ai processi
economici, ma li indirizzava, li governava e faceva in modo che questi
rispecchiassero gli interessi economici della nazione e non soltanto quelli di
un manipolo di oligarchi come avvenne purtroppo negli anni successivi.
In
quegli anni però inizia a soffiare anche in Italia il vento del neoliberismo.
La
Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Francia iniziano ad abbandonare i
precedenti modelli neo o post-keynesiani che avevano consentito a questi Paesi,
soprattutto al Regno Unito, di avere un elevato modello di welfare sociale e
un’assistenza sanitaria di ottima qualità accessibili a tutti.
Arriva
l’era della Thatcher e delle privatizzazioni selvagge.
Inizia l’era del dominio incontrastato del
“grande” capitale e i primi sintomi di questa malattia si vedono già nei primi
anni 80 anche in Italia quando Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro, e
Carlo Azeglio Ciampi, governatore di Bankitalia, tolgono al governo, con un “colpo
di mano illegale” mai ratificato dal Parlamento, il controllo della banca
centrale italiana nel 1981 in quello che fu il famigerato “divorzio”
Tesoro-Bankitalia.
I
risultati furono pressoché disastrosi perché impedendo al Tesoro di ordinare a
banca d’Italia di comprare i titoli di Stato emessi dal governo, non è stato
più lo Stato ma il mercato a stabilire i prezzi dei titoli e gli interessi così
sono andati alle stelle, tanto da creare lo spauracchio del debito pubblico,
utilizzato dalla vulgata neoliberale per giustificare ogni tipo di macelleria
sociale vista negli anni successivi.
Romano
Prodi è interprete perfetto di questa stagione.
Approdato
all’IRI fa subito capire che il suo scopo non è quello di valorizzare e
preservare il patrimonio dello stato ma quello di svenderlo a prezzi di saldo
ai vari “imprenditori” molto vicini agli interessi della finanza e del
mondialismo.
Nasce
così l’operazione SME che stava portando De Benedetti a comprare a due lire
tutto il comparto alimentare dell’IRI e che soltanto la lungimiranza politica
di Craxi impedì.
L’allora
presidente del Consiglio decise di bloccare, giustamente, la transazione e De
Benedetti ebbe persino l’ardire di tacciarlo di “interferenza” per aver
sventato una indecente svendita del patrimonio pubblico industriale italiano.
Anni
dopo, nel 1992, De Benedetti attraverso il suo quotidiano, La Repubblica, veste
i panni del futuro signore della nascente Seconda Repubblica e ciò gli riserva
duri attacchi da parte di Bettino Craxi che non esitò a chiamarlo “principe
della corruzione”.
La
Repubblica è stato il quotidiano che più di tutti, assieme al Corriere della
Sera, giocò un ruolo decisivo in una rivoluzione colorata voluta dagli ambienti
di Washington per lasciare il campo libero al PDS, non sfiorato dai giudici di
Milano.
Craxi
nel suo libro “Io parlo e continuerò a parlare” informa che in più di
un’occasione lui aveva accennato ai giudici che il sistema del finanziamento ai
partiti in vigore nella Prima Repubblica non vedeva i partiti come protagonisti
principali di quella catena, ma piuttosto i “grandi” gruppi della industria e
della finanza che non sono stati toccati dalle inchieste dei togati milanesi,
che poco erano interessati ad andare al cuore della corruzione vera, ma
piuttosto avevano il solo interesse a demolire una intera classe dirigente e
lasciare campo libero al nuovo PCI, divenuto nel frattempo PDS dopo il crollo
del muro e dopo il battesimo ricevuto dallo stato profondo americano.
De
Benedetti incarna alla perfezione, per così dire, lo spirito di quegli
oligarchi che hanno voluto la globalizzazione in Italia attraverso la cessione
di sovranità avvenuta nel 1992 a Maastricht attraverso l’adesione all’Unione
europea, e la conseguente perdita della sovranità monetaria che ridusse
l’Italia nelle condizioni di una colonia priva di stampare la sua moneta, e
costretto a indebitarsi con i mercati di capitali per procurarsi la moneta
artificiale senza Stato concepita dalla finanza, l’euro.
La
fine della globalizzazione e l’inizio della guerra tra bande.
Adesso
è una fase molto diversa della storia.
È la
fase della chiusura dei conti.
È la
fase dove le antiche mire del mondialismo si risvegliano dalla ubriacatura
della farsa pandemica e apprendono, con terrore, che i piani non sono andati
come previsto.
Non
c’è stata l’ascesa del tanto agognato “Nuovo Ordine Mondiale”, ma c’è stato
l’avviamento efficace e rapidissimo di tutta quella impalcatura dell’anglosfera
sulla quale poggiava il cosiddetto” ordine liberale internazionale” uscito
dalla seconda guerra mondiale.
Questo
ha cambiato tutto. Questo ha portato alla fine di quegli equilibri dei quali De
Benedetti è stato un assoluto interprete in Italia.
L’ingegnere
però sembra avere un conto aperto con la famiglia Elkann, responsabile ai suoi
occhi di un “tradimento” con la liquidazione di quella che è stata a lungo la
sua creatura e che è stata la portavoce indiscussa degli interessi delle élite
liberali e sioniste in Italia, ovvero la citata Repubblica.
De
Benedetti però illude sé stesso se pensa che il suo ex quotidiano sia andato in
rovina per John Elkann.
L’apparato
dei quotidiani generalisti è ormai semplicemente insostenibile.
È
enormemente costoso ed è enormemente inefficace.
Non è
più la stagione del 92 questa dove a colpi di titoli in prima pagina si
riusciva ad accendere una rivoluzione artificiale senza nessuna reazione
contraria dell’opinione pubblica.
L’era
di Internet ha aperto quella finestra di competitività, che poi lo stato
profondamente ha cercato goffamente, non riuscendoci, di chiudere e oggi non
sono più i media di una volta a detenere la “proprietà” delle notizie e delle
loro artefatte narrazioni ma nuovi attori si sono affacciati per offrire al
pubblico quelle letture e notizie taciute dal cosiddetto mainstream.
Soprattutto
dopo un esercizio costante di menzogne durato decenni e dopo l’enorme fiume di
bugie scaricato sui lettori dopo la “farsa pandemica”, si è messo in moto un
meccanismo irreversibile.
I
lettori ormai non vogliono più saperne dei quotidiani perché questi non sono lì
per denunciare le magagne del potere e delle massonerie varie, ma per coprirle
meticolosamente.
Sono
lì per nasconderle e ormai la crisi di fiducia è ad uno stadio troppo avanzato
per poter essere fermata.
De
Benedetti rimprovera ad Elkann quindi di non aver messo capitali a perdere per
mantenere Repubblica ma allora si potrebbe chiedere, e certamente non glielo
chiedono i media, perché mai non ce li metta lui i soldi per ricomprarsi il suo ex
quotidiano se ci tiene così tanto?
Gli
Elkann hanno a cuore solamente loro stessi e hanno già iniziato a vendersi i vari pezzi della Exor per fare cassa,
come già visto con lo stabilimento della Maserati e come visto con le messe in
vendita della Repubblica e della Stampa che difficilmente troveranno
acquirenti, considerati gli enormi costi, e che forse non è poi così ardito
pensare che sono destinate al fallimento per le ragioni appena elencate.
Questi
“dissapori” tra due delle famiglie più influenti delle élite italiane ed
entrambe di origine ebraica, gli Elkann e i De Benedetti, appare essere la
conferma che lassù sul nido del cuculo dello stato profondo in Italia ormai sia
un tutto contro tutti.
Ognuno
pensa a salvare sé stesso dopo la malaparata e questo ha suscitato profonde
irritazioni in coloro che invece vorrebbero ancora tenere in piedi ciò che
resta della baracca.
La
guerra tra De Benedetti e gli Elkann e l’eredità di Margherita.
La
guerra tra De Benedetti e gli Elkann potrebbe essere la chiave anche per
comprendere quanto sta accadendo con la denuncia presentata da “Margherita
Agnelli” sulla eredità che le è stata sottratta dopo che sia suo padre, Gianni,
che sua madre, Marella Caracciolo, hanno di fatto deciso di escluderla dalla
partita perché Gianni Agnelli ha lavorato per “uccidere” i suoi figli dando lo
scettro del glorioso impero automobilistico italiano alla famiglia Elkann.
La
magistratura che prima dormiva un sonno profondo si risveglia dal letargo dopo
l’”esposto di Margherita nel 2022”, e non ci si venga a dire che soltanto
questa semplice denuncia ha fatto partire la macchina poiché i cassetti delle
procure sono pieni di esposti che giacciono in sonno da tempo o che sono stati
prontamente archiviati quando giudicati “sconvenienti”.
In
maniera davvero repentina la macchina si mette in moto e arriva subito a
perquisire l’abitazione del commercialista degli Elkann che, incredibilmente,
teneva la prova della presunta truffa degli Elkann contro la madre Margherita
nella cantina di casa sua, quasi a voler avere con sé una sorta di “polizza
assicurativa”.
La
magistratura quando si muove così rapidamente lo fa sempre non perché mossa
dalla voglia di fare luce su degli illeciti, ma perché spesso dietro ci sono
quelle forze, massoniche e finanziarie, che spingono per aprire quei fascicoli
che altrimenti resterebbero ben chiusi.
Margherita,
se dovesse avere ragione, dovrebbe essere risarcita di almeno 1 miliardo di
dollari che le è stato negato per il raggiro ereditario.
Alla
vicenda di Margherita Agnelli si deve aggiungere un altro strano episodio che
ha visto protagonista “Bruno Vespa” nei panni di emissario di droni che sono
entrati nella residenza della famiglia Elkann in Piemonte.
Vespa,
non è un segreto, è un altro portavoce di quelle obbedienze che comandano lo
stato profondo in Italia e questa sua scelta, in violazione di diverse leggi,
non sembra essere dettata da una sua presunta intenzione scandalistica poiché
le immagini non sono state nemmeno trasmesse.
Lo
scopo era probabilmente un altro.
Lo
scopo era far sapere agli Elkann che ora non hanno più la protezione di alcuni
piani alti dell’establishment e che i guantoni ora sono stati definitivamente
tolti e non ci sarà esclusione di colpi.
A
Repubblica intanto c’è una situazione inedita.
Il
comitato di redazione scrive un articolo nel quale si parla dei rapporti tra
Italia e Francia, che hanno visto la seconda appropriarsi di svariate imprese
italiane grazie soprattutto all’euro e ad una classe politica che ha permesso
tale scempio, ma il direttore, “Molinari”, ha censurato il tutto perché il
servizio chiaramente era rivolto contro gli “Elkann”, partecipi di tale
processo di colonizzazione economica, visto che hanno portato la FIAT in dote
ai francesi in “Stellantis”.
C’è da
dire che l’ipocrisia dei “giornalisti” di Repubblica è senza confini. Per
decenni hanno esaltato privatizzazioni e svendite a francesi e altri capitali
stranieri, e adesso tirano fuori la storia soltanto perché sulla nave che
affonda ci sono loro.
Sono
messi così dalle parti del liberalismo e della finanza ebraica.
Sono
ridotti come i gladiatori che per sopravvivere devono uccidersi l’uno con
l’altro, ma non appena qualcuno cade a terra, arriva subito qualcun altro a
colpire il “sopravvissuto” in un gioco al massacro che alla fine non lascerà
probabilmente nessuno sul campo.
Molti
spesso chiedono come andrà a finire questa crisi generale della Seconda
Repubblica e della stessa repubblica dell’anglosfera.
I
fatti ci stanno dicendo che coloro che servivano questo sistema decaduto sono
ormai in una feroce guerra tra di loro.
E
prossimamente per costoro le cose potranno andare sempre peggio.
Attendiamo
dopo le europee quando la Meloni probabilmente proverà ad aprirsi una via di
fuga a Bruxelles e dopo un probabile trionfo dell’astensionismo di massa.
Dopo
quella data, la crisi della liberal-democrazia “italiana” e dei clan che la
governano entrerà in una fase ancora più acuta.
Altri
“dei” della politica e della finanza cadranno.
La
storia ci ha portato a vedere l’epilogo di questo sistema politico.
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