Transizione verde degli ignoranti ideologizzati.

 

Transizione verde degli ignoranti ideologizzati.

 

 

 

Green Deal, Tronchetti Provera:

una follia di politici ignoranti

e ideologizzati.

Geagency.it – 28 giugno 2024 – Redazione – ci dice:

 

Per Pirelli, la sostenibilità è una priorità assoluta, non è un tema populistico.

Non deve esserci un percorso ideologico.

Quella che stiamo affrontando è pura follia».

 Lo ha detto Marco Tronchetti Provera, vicepresidente esecutivo di Pirelli.

Come riporta Il Giornale, Tronchetti Provera poi spiega:

“Quella che stiamo affrontando in Europa è un’autentica follia.

 Dei politici ignoranti ideologizzati stanno creando un danno enorme a tutta l’economia dell’Unione.

 Ciò che invece bisognerebbe fare è semplice:

 misuriamo le cose, le guardiamo in controluce e poi agiamo”.

E ancora: “Facciamo le benzine sostenibili.

Perché dobbiamo fare solo elettrico, quando sappiamo benissimo che le materie prime non le abbiamo, le batterie non le abbiamo, l’energia solare non la possiamo raccogliere se non con i pannelli che vengono non certo dall’Europa e che le turbine delle pale eoliche in Europa non siamo in grado di farle?

 Di che cosa stiamo parlando?”.

 

 

 

Giovedì, 27 giugno 2024.

Tronchetti Provera fa a pezzi

 il green: "Un'idiozia".

E non ha tutti i torti

Affaritaliani.it – (27 giugno 2024) - Lorenzo  Goj – ci dice:

Le forti critiche del vice presidente di Pirelli alla transizione green non sono prive di fondamento. Anzi...

Tronchetti Provera fa a pezzi il green: "Un'idiozia". E non ha tutti i torti

Tronchetti Provera fa a brandelli la transizione green: "Un'idiozia".

Dai pannelli solari alle materie prime, perché l'Italia non è ancora pronta.

Tronchetti Provera al vetriolo contro la sostenibilità.

 Durante le ore cruciali in cui si decide la nuova maggioranza europea, il principale nodo da sciogliere riguarda l'approccio alla transizione verde:

 se affrontarla con determinazione o adottare un atteggiamento più graduale.

In questo contesto, Tronchetti Provera, da oltre 30 anni tra i protagonisti dell'industria italiana, ha espresso forti critiche verso l'obiettivo di elettrificare il Paese e poi il Vecchio Continente, sottolineando i rischi e le difficoltà di una svolta green così ambiziosa.

 "Per Pirelli la sostenibilità è una priorità assoluta; non è un tema populistico; non deve esserci un percorso ideologico”, ha dichiarato il vice presidente esecutivo di Pirelli.

“Questa”, continua, “è la follia che stiamo affrontando: degli ignoranti ideologizzati stanno creando un danno enorme, perché dobbiamo fare tutto elettrico quando sappiamo benissimo che le materie prime non le abbiamo, le batterie non le abbiamo, l'energia solare non la possiamo raccogliere, se non con i pannelli che vengono non certo dall'Europa, che le turbine delle pale eoliche in Europa non siamo in grado di farle?

 Di che cosa stiamo parlando?

 Di idiozie, fesserie".

 

Per Tronchetti Provera, dunque, il nostro Paese non è ancora pronto, ma può (e deve) migliorare su un aspetto in particolare.

 “Per Pirelli, la priorità delle priorità è la nostra gente", aggiunge riferendosi agli incidenti sul lavoro:

 "quando si parla di sostenibilità, le persone sono la primissima cosa", ha dichiarato infine durante la presentazione del volume “L'officina dello sport” al Teatro Franco Parenti a Milano.

Comunque, nonostante la veemenza delle sue parole, le forti critiche di Tronchetti Provera non sono prive di fondamento.

Partendo dalle materie prime, risorse come litio, cobalto e nichel sono estremamente scarse nel nostro Paese.

Per cui, l’Italia deve rivolgersi ad altri per soddisfare la propria domanda.

Per il litio, fondamentale per la produzione di batterie elettriche, l’Italia si rivolge principalmente a Cile, Australia e Argentina.

E, naturalmente, la forte dipendenza dell'Italia da questi paesi esportatori la rende vulnerabile a shock di prezzo e a interruzioni della catena di approvvigionamento. Elementi, questi, che rappresentano forti criticità per il settore “green”.

Non solo.

 Il mercato delle batterie è un altro punto dolente.

 L’Italia (ma anche l’Europa) è indietro anni luce rispetto a giganti come la Cina. Sebbene ci siano stati investimenti significativi in fabbriche di batterie in Europa, la capacità di produzione rimane largamente insufficiente per soddisfare la domanda interna.

 Inoltre, il ciclo di vita delle batterie e il loro impatto ambientale, compreso il riciclaggio, rimangono questioni aperte che necessitano di soluzioni.

Ma passiamo ai pannelli.

L'energia solare, rappresentata principalmente dai pannelli fotovoltaici, è un pilastro chiave delle strategie per la transizione energetica verso fonti più sostenibili.

Tuttavia, la produzione e l'approvvigionamento di tali strumenti soffrono in quanto l'Italia non possiede una significativa industria di produzione interna in questo settore.

 E così anche l’Ue in generale.

Infatti, la maggior parte dei pannelli solari viene prodotta a livello mondiale in Asia, con la Cina che domina ampiamente il mercato.

La Cina non solo ha una capacità produttiva gigantesca, ma controlla anche gran parte della catena di approvvigionamento delle materie prime necessarie proprio per la produzione dei pannelli, come il silicio policristallino, e altri componenti chiave come le celle solari e i moduli fotovoltaici completi.

La produzione europea di pannelli fotovoltaici è ancora molto limitata, e nonostante alcuni tentativi di rivitalizzare l'industria “nostrana” del fotovoltaico, come l'iniziativa "European Solar Initiative", la strada verso l’autosufficienza non lascia ancora scorgere la sua fine.

 E lo stesso identico discorso vale per le pale eoliche.

Dunque, forse ciò che sostiene Tronchetti Provera può apparire eccessivamente critico a prima vista, ma un'analisi più approfondita può rivelare che, invece, non è così lontano dalla realtà.

La strada verso un futuro sostenibile è disseminata di complessità tecniche, economiche e geopolitiche che richiedono una riflessione strategica equilibrata.

 

 

 

Transizione verde

Green transition.

 

Reform-support.ec.europa.eu – Redazione – (20-1-2024) – ci dice:

 

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l'Unione europea e per il mondo.

 Per superare queste sfide, l'UE ha adottato il “Green Deal europeo”, la nuova strategia di crescita che trasformerà l'Europa in un'economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva.

 Il “Green Deal europeo” punta a rendere l'Europa climaticamente neutra entro il 2050, rilanciare l'economia grazie alla tecnologia verde, creare industrie e trasporti sostenibili e ridurre l'inquinamento.

Trasformare le sfide climatiche e ambientali in opportunità renderà la transizione giusta e inclusiva per tutti.

 

La Commissione europea aiuta gli Stati membri dell'UE a progettare e attuare riforme che sostengano la transizione verde e contribuiscano al conseguimento degli obiettivi del Green Deal europeo.

 Contribuisce inoltre a definire le procedure richieste nelle amministrazioni centrali e locali e a realizzare le strutture di coordinamento necessarie per l'attuazione delle politiche verdi.

 

 

INDICE.

Azione per il clima e riduzione delle emissioni.

Transizione giusta.

Sviluppo sostenibile.

Energia.

Trasporti e mobilità.

Ambiente ed economia circolare.

Ricerca e innovazione.

Rendere più verdi le finanze pubbliche e private.

Contatti.

Azione per il clima e riduzione delle emissioni.

L'azione per il clima è al centro del Green Deal europeo.

 L'UE può già vantare solidi risultati nella riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra, mantenendo al contempo la crescita economica.

 Nei prossimi anni occorrerà fare ancora di più.

L'UE si è imposta di conseguire la neutralità climatica entro il 2050, invitando tutti gli Stati membri ad attuare un insieme coerente di politiche in materia di clima.

Attraverso lo strumento di sostegno tecnico la Commissione europea aiuta le amministrazioni nazionali a progettare e attuare riforme a sostegno delle loro ambizioni climatiche.

ESEMPI DI SOSTEGNO.

 

Messa a punto della politica climatica, compresi una consulenza per le strategie e i piani d'azione per il clima e un sostegno per la modellizzazione delle emissioni di gas serra.

Sostegno all'uso del suolo e alla gestione delle foreste, compresi la pianificazione urbana, le città intelligenti e la contabilizzazione e l'inventario delle foreste.

Migliore protezione delle coste e gestione del rischio di alluvioni e erosioni costiere.

Sviluppo di soluzioni ispirate alla natura per affrontare le ondate di calore, la siccità, le inondazioni e la scarsa qualità dell'aria nelle aree urbane.

Attuazione di strumenti di finanziamento nell'ambito del sistema europeo di scambio delle quote di emissione.

Sostegno alla decarbonizzazione degli impianti elettrici, compresi la progettazione di mercati e quadri normativi favorevoli alle energie rinnovabili.

Sviluppo di regimi di sostegno basati sul mercato per gli investimenti nelle energie rinnovabili e nell'efficienza energetica.

Elaborazione di piani nazionali per l'energia e il clima, compresa una modellizzazione analitica ed energetica.

Valutazione delle politiche a favore di sistemi di riscaldamento e raffreddamento efficienti sotto il profilo energetico.

Promozione degli investimenti destinati all'efficienza energetica degli edifici

Definizione di politiche per trasporti/mobilità sostenibili e combustibili alternativi.

Rafforzamento dei trasporti per vie navigabili interne e delle linee ferroviarie ad alta velocità.

Sostenere l'attuazione della strategia nazionale ungherese in materia di clima.

Sostegno alla creazione di un quadro di monitoraggio e valutazione per le politiche in materia di clima ed energia, nonché al miglioramento delle metodologie di valutazione d'impatto ambientale (VIA).

 

Sostenere gli investimenti nell'energia pulita in Grecia.

Sostegno al miglioramento delle condizioni quadro per gli investimenti nell'energia pulita in Grecia, in particolare per le energie rinnovabili e l'efficienza energetica.

Aumentare gli investimenti a favore dell'efficienza energetica dell'edilizia in Ungheria.

Sostegno per l'individuazione di riforme politiche e strumenti di finanziamento per l'efficienza energetica dell'edilizia.

Migliorare la navigazione interna e il traffico nell'area del porto di Anversa.

La Commissione sta aiutando il porto di Anversa a spostare le merci dalla strada alla ferrovia e alle vie navigabili interne.

 L'obiettivo è ridurre il traffico stradale e migliorare la navigazione e il coordinamento delle navi nell'area portuale.

 

Transizione giusta.

Nell'UE l'insieme degli Stati membri, delle regioni e dei settori devono contribuire alla transizione verso un'economia climaticamente neutra.

Tuttavia, la portata della sfida non è la stessa per tutti.

Le regioni dipendenti dai combustibili fossili e dalle industrie ad alta intensità di CO2 saranno particolarmente colpite e subiranno una profonda trasformazione economica, ambientale e sociale.

La Commissione europea aiuta gli Stati membri a mobilitare risorse e ad adottare misure per garantire un sostegno mirato alle regioni e ai settori maggiormente colpiti dalla transizione.

 Inoltre, attraverso lo strumento di sostegno tecnico, la “DG REFORM” sta aiutando 17 Stati membri a definire i rispettivi piani territoriali che sono tenuti ad elaborare per poter accedere ai finanziamenti del meccanismo per una transizione giusta.

 

 ESEMPI DI SOSTEGNO.

Valutazione delle sfide ed esigenze della transizione.

Elaborazione di un piano d'azione con una tabella di marcia delle misure necessarie per la transizione verso un'economia climaticamente neutra.

Sostegno alle consultazioni delle parti interessate al fine di raggiungere un consenso su come passare a un'economia climaticamente neutra.

Proposta di meccanismi di governance per attuare la transizione.

 Sostenere la transizione dall'energia prodotta col carbone in Slovacchia.

Sostegno alla definizione di una strategia per il passaggio della regione dalla produzione di carbone ad altre attività economiche.

 

Sviluppo sostenibile.

Insieme agli Stati membri, l'Unione è pienamente impegnata ad essere in prima linea nell'attuazione dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) intendono migliorare la vita delle persone e proteggere il pianeta dal degrado, per consentirgli di rispondere alle esigenze delle generazioni presenti e future.

 Dal 2020 la Commissione europea ha rafforzato l'analisi e il monitoraggio del conseguimento degli OSS nell'ambito del semestre europeo.

 Parallelamente, gli Stati membri stanno integrando gli OSS nel processo di elaborazione delle politiche e mettendo a punto strategie mirate per favorire uno sviluppo più sostenibile.

ESEMPI DI SOSTEGNO.

Elaborazione di una strategia di sviluppo sostenibile per il 2050.

Definizione di un piano d'azione per migliorare il benessere di coloro che risiedono nelle zone rurali e garantire la stabilità economica di tali zone.

Attuazione della strategia per lo sviluppo sostenibile integrando gli OSS nel processo decisionale a tutti i livelli di governo.

 Coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile in Italia.

Al fine di attuare l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, nel 2017 il governo italiano ha adottato una strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile.

Energia.

La decarbonizzazione del sistema energetico è fondamentale per conseguire gli obiettivi climatici per il 2030 e 2050.

 Allo stesso tempo, occorre garantire la sicurezza e l'accessibilità dell'energia per i consumatori e le imprese.

A tal fine, gli Stati membri sono chiamati a trasformare i loro sistemi energetici in un mercato dell'energia europeo pienamente integrato, digitalizzato e competitivo, basato in larga misura su fonti rinnovabili.

Oltre alle riforme normative, gli Stati membri devono agevolare e promuovere ulteriori investimenti in energia pulita e nell'efficienza energetica.

 

ESEMPI DI SOSTEGNO.

Adeguamento del quadro legislativo e regolamentare per aumentare la quota delle energie rinnovabili.

Definizione di misure politiche per promuovere l'efficienza energetica.

Progettazione di mercati dell'energia elettrica competitivi.

Rimozione degli ostacoli ai finanziamenti e ai mercati dei servizi per l'energia pulita.

Sostegno alla pianificazione strategica attraverso la modellizzazione e l'analisi energetica.

Trasporti e mobilità.

I trasporti consentono alle persone, ai servizi e alle merci di circolare liberamente all'interno dell'Unione europea.

Rappresentano una pietra miliare dell'integrazione europea, poiché consentono di collegare persone di regioni e paesi diversi, e offrono un importante contributo all'economia.

La domanda di trasporti continua ad aumentare con la crescente integrazione delle economie, offrendo opportunità, ma anche nuove sfide.

In particolare, i trasporti rappresentano quasi un quarto delle emissioni di gas serra dell'UE e sono una delle principali cause dell'inquinamento atmosferico nelle città.

 Gli Stati membri stanno cercando di sviluppare soluzioni intelligenti, sostenibili ed efficienti.

A tal fine, occorre mettere al primo posto gli utenti e fornire loro alternative più economiche, più accessibili, più sane e più pulite.

ESEMPI DI SOSTEGNO.

 

Analisi delle politiche, degli strumenti economici e degli ordinamenti giuridici.

Svolgimento di analisi costi/benefici.

Sviluppo di modelli su scenari d'investimento e i relativi impatti.

Messa a punto di raccomandazioni strategiche, piani d'azione e tabelle di marcia.

Elaborazione di strategie e piani di comunicazione.

Ambiente ed economia circolare.

Secondo le stime, il degrado ambientale inciderà in modo crescente sull'attività economica.

Può causare condizioni meteorologiche estreme, influire sulla salute umana e rendere meno accessibili le risorse naturali.

 La tutela del capitale naturale dell'UE, la transizione verso un'economia efficiente sotto il profilo delle risorse e la protezione delle persone dalle pressioni legate all'ambiente sono priorità fondamentali del Green Deal europeo.

Gli Stati membri stanno avviando riforme per affrontare tali sfide sviluppando ulteriormente le loro politiche e strategie ambientali.

La “DG REFORM” sostiene le amministrazioni nazionali nell'elaborazione e attuazione di riforme che contribuiscano ad affrontare il degrado ambientale.

 

ESEMPI DI SOSTEGNO.

 

Definizione delle politiche nazionali e comunali in materia di gestione dei rifiuti.

Elaborazione di strategie e piani d'azione nazionali in materia di economia circolare.

Attuazione di strumenti per decarbonizzare le industrie.

Sostegno alla gestione delle risorse idriche e al monitoraggio dei servizi idrici.

Migliorare la gestione dei rifiuti in Grecia.

Migliorare la gestione dei rifiuti in una prospettiva di economia circolare costituisce una sfida fondamentale per la Grecia.

Gestione integrata delle zone naturali nei Paesi Bassi.

In un paese densamente popolato come i Paesi Bassi è indispensabile un approccio coordinato alla gestione dello spazio.

 

Rafforzare la normativa economica e ambientale nel settore delle acque e delle acque reflue in Romania.

Sostegno al regolatore economico rumeno affinché possa svolgere un ruolo cruciale come repertorio centrale delle informazioni sulle prestazioni e la conformità.

 

Ricerca e innovazione.

Le tecnologie digitali hanno un profondo impatto sul nostro modo di vivere e di fare impresa.

 Gli Stati membri devono avere la capacità di beneficiare della società sempre più digitalizzata in cui operano e di far fronte alle sfide che essa comporta.

Ciò richiede l'elaborazione di politiche e l'impiego di soluzioni innovative per dare alle imprese la fiducia, le competenze e i mezzi per digitalizzarsi e crescere.

Una strategia sistematica e lungimirante in materia di ricerca e innovazione è indispensabile per un'economia più produttiva e verde.

ESEMPI DI SOSTEGNO.

Rafforzamento della cooperazione tra imprese e scienza per migliorare l'attuazione delle politiche di innovazione.

Risposta al fabbisogno di competenze negli istituti di ricerca, in particolare attraverso la condivisione delle conoscenze e delle migliori pratiche.

Miglioramento delle prestazioni innovative delle piccole e medie imprese.

Migliorare la collaborazione tra imprese e scienza in Lituania.

Per rafforzare la capacità di innovazione del paese, le autorità lituane hanno avviato una riforma in questo campo.

Rendere più verdi le finanze pubbliche e private.

Per realizzare l'ambizione del “Green Deal europeo “servono investimenti significativi.

Il settore privato svolgerà un ruolo chiave nel finanziamento della transizione verde.

Sono però indispensabili strategie coerenti, quadri normativi innovativi e strumenti intelligenti.

 Anche i governi nazionali contribuiranno a finanziare la transizione inviando segnali corretti in fatto di prezzi e riorientando la spesa pubblica verso politiche sostenibili.

 Devono inoltre stimolare la domanda di beni e servizi più sostenibili attraverso appalti pubblici verdi e ridurre l'impronta ecologica dei servizi pubblici.

Un solido quadro di governance garantirà che i politici siano responsabili nei confronti delle generazioni future.

Per affrontare queste sfide, la DG REFORM sostiene gli Stati membri nei seguenti settori:

bilancio verde e tassazione ecologica;

appalti verdi;

finanziamenti e investimenti sostenibili.

ESEMPI DI SOSTEGNO.

Rafforzamento degli investimenti pubblici verdi.

Revisioni della spesa e delle agevolazioni fiscali delle politiche verdi e non rispettose dell'ambiente ("grigie") nei quadri di bilancio.

Progettazione di una tassazione verde e del relativo impatto.

Attuazione di orientamenti europei in materia di bilancio verde.

Elaborazione di un piano d'azione sulla finanza sostenibile destinato agli Stati membri e agli istituti nazionali di promozione.

Attuazione di quadri in materia di obbligazioni verdi sovrane.

Portare avanti la riforma fiscale ambientale in Italia.

Sostegno per la riforma delle sovvenzioni dannose, la tassazione ambientale e una più ampia riforma fiscale.

 

Bilancio e gestione finanziaria sostenibili in Irlanda.

Il quadro irlandese per la programmazione di bilancio basata sulla performance va migliorato per consentire attività di bilancio e rendicontazione sostenibili.

Piano d'azione sulla finanza sostenibile per la banca nazionale spagnola di promozione - Instituto de Crédito Oficial (ICO)

La Commissione ha sostenuto la banca nazionale spagnola di promozione (ICO) nell'elaborazione di un piano d'azione strategico per il finanziamento diretto di attività e progetti più sostenibili (verdi e sociali).

Piano d'azione sulla finanza sostenibile per la Lituania.

Sebbene la Lituania sia attiva nel campo della finanza verde, l'attuale livello dei capitali raccolti per questo tipo di investimenti non è sufficiente a lungo termine.

 

 

 

Produci, Consuma e Crepa…

Conoscenzealconfine.it – (28 Giugno 2024) - DB -Weltanschauungitalia-ci dice:

Il sistema è un tritacarne, dove non solo si può morire fisicamente, ma soprattutto spiritualmente e psicologicamente…

Per essere competitivi nella giungla del “libero” mercato bisogna sfruttare, spremere e poi buttare persone, per poi sostituirle con altre.

Sopra al “caporale” che schiavizza c’è tutto un sistema che ha come vetrina gli scaffali luccicanti dei supermercati, dove i prodotti, agricoli e non, vengono proposti a prezzi quasi decuplicati rispetto a quello riconosciuto ai produttori.

È il Capitalismo, quello che si poggia sull’illusione che ogni individuo possa diventare ricco, sul benessere di una stretta cerchia di ricconi e abbienti fatta di banchieri, finanzieri, speculatori, imprenditori e via via fino ad arrivare alle masse di impiegati, operai e agricoltori che si ritrovano a sopravvivere a stento in un sistema che è un tritacarne, dove non solo si può morire fisicamente, ma soprattutto spiritualmente e psicologicamente, inducendo tutti a rincorrere la sopravvivenza tra bollette, spesa e tasse varie senza nemmeno realizzarsi.

Il tutto con la collaborazione di amministratori che nemmeno più si possono definire politici che non solo mantengono lo status quo, ma fanno peggiorare sempre di più le cose.

Produci, consuma e crepa…

(DB - t.me/weltanschauungitaliaofficial )

 

Donald Trump e

il Futuro dei Palestinesi.

Conoscenzealconfine.it – (27 Giugno 2024) - Massimo Mazzucco – ci dice:

 

Pare che Donald Trump sia disponibile ad appoggiare la definitiva annessione della Cisgiordania allo Stato di Israele.

 

Una vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre rappresenterebbe di sicuro un forte cambiamento nella situazione geopolitica mondiale, con una probabile riduzione del supporto americano per la guerra in Ucraina – e per tutte le guerre in generale.

 Nella scorsa presidenza (2016-2020) Trump ha dimostrato di non essere un guerrafondaio al servizio del “Deep State”, e nulla fa pensare che dovrebbe comportarsi in modo diverso nella nuova presidenza.

Ma c’è qualcuno che rischia di pagare a carissimo prezzo questa nuova, eventuale presidenza di Donald Trump, ed è il popolo palestinese.

Pare infatti che Donald Trump sia disponibile ad appoggiare la definitiva annessione della Cisgiordania allo Stato di Israele.

Chi Sono gli Adelson.

Come riporta la testata ebraica “Forward”, la miliardaria “Miriam Adelson” è pronta a finanziare generosamente la campagna elettorale di Donald Trump.

Miriam Adelson è la vedova di Sheldon Adelson, il magnate ebreo dei casinò che nel 2016 fu il maggior contribuente alla campagna elettorale di Donald Trump.

Sheldon Adelson era anche uno dei più entusiasti sostenitori del trasferimento della capitale d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

E curiosamente, un anno dopo la sua elezione, Donald Trump riconobbe Gerusalemme come nuova capitale di Israele.

Sheldon Adelson compariva raggiante, in prima fila, durante le celebrazioni dell’evento.

Nel corso della sua presidenza, Trump si è anche ricordato di conferire alla moglie Miriam la Medaglia Presidenziale alla Libertà nel 2018.

Ora la situazione sembra ripetersi, ma la posta in gioco è molto più alta:

 Sheldon Adelson non c’è più, ma la vedova – che è una convinta sostenitrice dell’annessione della Cisgiordania allo Stato di Israele – è pronta a finanziare la campagna elettorale di Trump con una donazione di 100 milioni di dollari.

Si presume che prima di staccare quell’assegno voglia assicurarsi che Trump sia favorevole ad appoggiare il piano di annessione della Cisgiordania.

Ma la Adelson non dovrebbe trovare grossi ostacoli nel candidato repubblicano, visto che già nel piano di pace messo a punto da Trump nel 2020 si prevedeva l’annessione di una parte dei territori occupati (le famose “colonie ebraiche” in Cisgiordania, che al momento sono considerate illegali a livello internazionale).

Sionista dichiarata, in una intervista al New York Magazine la Adelson – che è l’ottava donna più ricca al mondo, e la più ricca di Israele – ha definito la questione della Cisgiordania come “unfinished business”, ovvero “lavoro da completare”.

Vedremo quindi il facchino Trump all’opera – se vincerà le elezioni – e vedremo quali acrobazie verbali riuscirà ad inventarsi per giustificare questo definitivo tradimento del popolo e della storia palestinesi.

(Massimo Mazzucco)

(luogocomune.net/29-palestina/6544-donald-trump-e-il-futuro-dei-palestinesi)

L'Ue è pronta a una "guerra commerciale"

 contro la Cina, avverte Ursula von der Leyen.

It-euronews.com – (6-5-2024) - Isidoro Patalano & Mared Gwyn Jones – Redazione – ci dice:

 

Le pratiche commerciali aggressive della Cina hanno messo l'Unione europea in una posizione sfavorevole.

 L'industria europea è fortemente compromessa, avverte Ursula von der Leyen.

 La presidente della Commissione Ue ed Emmanuel Macron hanno incontrato Xi Jinping a Parigi.

L'Unione europea è pronta a mostrare i muscoli per proteggere i propri interessi dalle pratiche commerciali aggressive della Cina, ha dichiarato lunedì Ursula Von der Leyen dopo un incontro a trilaterale a Parigi con Emmanuel Macron e Xi Jinping.

Si tratta dell'avvertimento più netto lanciato finora dalla presidente della Commissione europea:

il suo esecutivo non lascerà nulla di intentato per impedire che il settore manifatturiero cinese soffochi le industrie europee.

È un chiaro segnale che Bruxelles è pronta a una potenziale guerra commerciale contro Pechino.

"Affinché il commercio sia equo, anche l'accesso ai due mercati deve essere reciproco", ha dichiarato von der Leyen ai giornalisti a Parigi a seguito del vertice.

"L'Europa non può accettare pratiche distorsive del mercato che potrebbero portare alla deindustrializzazione interna", ha aggiunto la presidente.

"L'Unione europea non esiterà a prendere decisioni difficili, ma necessarie per proteggere la propria economia e sicurezza.

 (Ursula von der Leyen)

L'esecutivo europeo ha attaccato la Cina per quelli che considera sussidi ingiusti in settori chiave come quello dei veicoli elettrici e l'industria dell'acciaio che minacciano di decimare le imprese europee.

Il governo centrale di Pechino sta esercitando la propria forza economica e industriale per sostenere i settori manifatturieri attraverso sussidi, prestiti a basso costo, agevolazioni fiscali e normative preferenziali per le aziende nazionali.

Tali politiche hanno favorito la commercializzazione di prodotti cinesi estremamente economici verso i mercati occidentali.

Scatta, così, l'allarme a Bruxelles e in altre capitali dell'Ue per le cosiddette pratiche di "dumping" commerciale della Cina, che prevedono l'esportazione di merci a prezzi artificiosamente bassi.

L'Unione europea ha risposto con posizioni sempre più nette nei confronti del commercio cinese e con una serie di indagini che potrebbero presto portare all'imposizione di dazi punitivi sulle importazioni cinesi.

Il mondo dell'elettrico sotto indagine.

Lo scorso settembre, Bruxelles ha avviato un'indagine anti sovvenzioni sui veicoli elettrici a basso costo provenienti dalla Cina, seguita da simili controlli sui produttori cinesi di turbine eoliche e pannelli solari, sospettati di aver beneficiato illegalmente di generosi sussidi statali.

Pechino ha reagito con una propria indagine economicamente non sostanziale, sulle importazioni di brandy dall'Ue:

 mossa altamente simbolica e apparentemente mirata alla Francia.

 Proprio Emmanuel Macron aveva spinto Bruxelles a richiedere la prima revisione sulle esportazioni cinesi di veicoli elettrici.

A fine aprile, il blocco europeo ha messo in atto azioni atte a punire Pechino per aver impedito alle aziende europee di aggiudicarsi appalti pubblici in Cina, con un'indagine incentrata sui dispositivi medici.

"La Cina continua a sostenere in modo massiccio il suo settore manifatturiero e questo, unito alla domanda interna che non aumenta, non consente al resto del mondo di assorbire il surplus cinese", ha dichiarato von der Leyen.

Un'altra preoccupazione per l'Ue è la forte dipendenza dalla Cina dalle cosiddette materie prime critiche:

componenti essenziali nella produzione di pannelli solari e semiconduttori.

Ursula von der Leyen ha assicurato che Bruxelles sta "cercando di contenere i rischi" per le catene di approvvigionamento dell'Ue stringendo accordi con una serie di Paesi partner che vantano risorse naturali di tali materie prime essenziali.

Le tensioni tra Unione europea e Cina.

La visita europea di Xi Jinping, apertasi questo lunedì in Francia, attraversa grosse tensioni tra Bruxelles e Pechino per il sostegno cinese alla Russia e dispute commerciali legate ai sussidi di stato alle aziende cinesi in settori che vanno dalle auto elettriche alle energie rinnovabili.

"Abbiamo discusso gli squilibri economici, che rimangono significativi e sono tema di grande preoccupazione per noi.

 Dobbiamo affrontare le dipendenze eccessive, diversificando le fonti di materie prime critiche" ha dichiarato la presidente della Commissione riguardo ai rapporti economici con la Cina.

"Non tolleriamo distorsioni del mercato, il nostro rimane aperto alla concorrenza leale e agli investimenti, ma non è positivo per l'Europa se danneggia la nostra sicurezza e ci rende vulnerabili.

È importante che Ue e Cina parlino di come cooperare individuando dove i reciprochi interessi sono allineati" ha aggiunto von der Leyen.

 

 

 

 

Dazi UE sulle auto elettriche

cinesi: gli impatti e i problemi.

Agendadigitale.eu – (14 giugno 2014) – Mirella Castigli – (ScenariDigitali.info) – Nicola e Gabriele Iuvinale – ci dicono:

 

TRANSIZIONE ECOLOGICA.

La concorrenza sleale cinese ha spinto prima l’amministrazione Usa ed ora la Ue a incrementare i dazi sulle auto elettriche cinesi.

 Ecco quali sono gli impatti di una decisione che alcuni osservatori ritengono necessaria, ma tardiva, invece altri considerano il protezionismo controverso e pericoloso.

 

Dazi europei sulle auto elettriche cinesi: le sfide da superare.

L’Unione Europea ha dichiarato che imporrà tariffe, dal 26% fino al 48%, a seconda dei marchi, sui veicoli elettrici importati dalla Cina.

 I leader Ue lo hanno definito uno sforzo per proteggere i produttori del mercato automobilistico dalla concorrenza sleale.

Una mossa dai grandi impatti su mercato, innovazione e sostenibilità.

Indice degli argomenti.

Le ragioni dei dazi UE sulle auto elettriche cinesi.

La sfida dei dazi Ue sulle auto elettriche cinesi.

I timori dell’auto motive europeo.

Anche il Ceo di Stellantis ha cambiato idea.

L’indagine europea.

I rischi del protezionismo: le ritorsioni cinesi.

La Cina apre impianti in Europa: un’altra minaccia.

I marchi più esposti ai dazi.

La storia dell’adesione della Cina al WTO: cos’è andato storto.

I prossimi passi.

Le ragioni dei dazi UE sulle auto elettriche cinesi.

Arriva un mese dopo che il Presidente Biden ha quadruplicato le tariffe statunitensi sui veicoli elettrici cinesi portandole al 100%, aprendo un altro fronte nell’escalation delle tensioni commerciali con la Cina.

 

“Le esportazioni cinesi sono in forte espansione, cresciute del 7,6% a maggio, nonostante le crescenti tensioni commerciali con l’UE e gli Stati Uniti”, spiegano “Gabriele e Nicola Iuvinale,” autori del libro “La Cina di Xi Jinping “:

“L’invasione non solo di automobili, ma anche elettrodomestici ed elettronica stanno alimentando questa tendenza preoccupante. La debole domanda interna della Cina sta spingendo il Paese ad esportare un eccesso di produzione”.

Infatti questa tendenza nasce dalla debole domanda interna dovuta alla bolla immobiliare cinese.

“La debolezza della domanda interna dovuta in larga misura alla bolla immobiliare e il timore che gli effetti di medio-lungo termini potessero essere simili a quelli della bolla giapponese degli anni ’90 – che sprofondò un Paese all’epoca ai vertici dell’economia mondiale in una crisi profonda e in una deflazione di durata almeno ventennale – ha spinto il governo cinese a tornare a puntare sull’export e a investire pesantemente perché questo potesse avvenire”, conferma “Umberto Bertelè”, professore emerito di “Strategia” e chairman degli “Osservatori Digital Innovation ”al  Politecnico di Milano.

“Lo sfruttamento delle opportunità di mercato legate alla transizione ambientale è stata sicuramente una delle grandi scommesse, con un mix di azioni: da quelle geopolitiche per assicurarsi il controllo delle materie prime più indispensabili per la transizione, alla promozione dell’innovazione (“CATL” è ad esempio ora leader mondiale nel comparto delle batterie),  alla promozione della domanda interna (che ha spinto la concorrenza con un effetto positivo sulle economie di learning), ai sussidi all’export in senso più proprio. Il successo nei pannelli solari è stato travolgente, quello nelle pale eoliche è in fase avanzata e ora è il momento delle auto elettriche (il “boccone” principale”), dove – occorre dirlo – le imprese europee e statunitensi (la neonata Tesla a parte) si sono convinte solo tardi della serietà della minaccia e quelle giapponesi e sud-coreane hanno scommesso più sull’ibrido e sull’idrogeno.

 La situazione è uscita poi un po’ fuori controllo:

 come segnalava “Bloomberg” in un recente articolo la capacità produttiva mondiale di batterie sarà alla fine del 2025 pari a cinque volte la domanda annua e lo squilibrio domanda-offerta in Cina è destinato a rimanere tale per tutto il decennio “.

 

Ecco quali sono gli impatti di una decisione che alcuni osservatori ritengono necessaria, ma tardiva e i marchi dell’Automotive tedesco considerano controversa e pericolosa.

Ma “se dobbiamo fare la transizione energetica”, spiega “Alberto Mingardi”, Professore Associato in “Storia delle dottrine politiche” all’”Università Iulm” di Milano, direttore generale dell’”Istituto Bruno Leoni”, “e dobbiamo farla con la macchina elettrica, dobbiamo anche spingere quanto prima la conversione del parco automobili.

 E perché questo possa avvenire, abbiamo interesse a che siano disponibili veicoli elettrici anche a prezzi non proibitivi”.

 

La sfida dei dazi Ue sulle auto elettriche cinesi.

Le azioni dell’Unione Europea e degli Stati Uniti riflettono anche le sfide che le tradizionali case automobilistiche devono affrontare in Europa e negli Stati Uniti da parte delle aziende cinesi emergenti, fondate proprio sui veicoli elettrici e non frutto di una trasformazione, e che vantano costi base molto inferiori rispetto ai loro rivali occidentali.

“Il dilemma della UE su quali dazi applicare e su quali orizzonti temporali – dopo che la misura del Presidente Usa “Biden” di aumentare i dazi al 100% l’hanno esposta in misura ancora più forte al rischio di una invasione delle auto elettriche cinesi – è legato a mio avviso, dice “Bertelè”,  a una serie di implicazioni diverse:

 

una “non difesa” a breve termine, con le imprese europee come detto impreparate alla sfida anche perché confidanti sino all’ultimo sui ritardi della politica, potrebbe avere conseguenze pesanti per la sopravvivenza stessa della filiera automobilistica europea (in cui l’Italia continua ad avere un ruolo significativo nella componentistica a fianco di uno declinante nella produzione di auto);

una “difesa vigorosa” potrebbe generare ritorsioni altrettanto vigorose, soprattutto nei riguardi delle imprese tedesche con una forte presenza sul mercato cinese, ma anche in settori diversi (si parla di una rivalsa su vini e formaggi);

una “difesa” troppo prolungata nel tempo potrebbe rallentare la reazione delle imprese europee, che in questo periodo hanno visto i loro profitti aumentare con la vendita di auto tradizionali e/o ibride, rendendo più difficile non solo la difesa nel lungo termine del mercato interno ma anche il loro posizionamento nei mercati terzi, che appaiono essere quelli destinati alla maggior crescita;

un abbandono della scommessa sulla sola auto elettrica, a favore della cosiddetta “neutralità tecnologica”, potrebbe essere probabilmente la risposta più conveniente, ma con un faticoso e contrastato iter di approvazione su scala globale”.  

Inoltre il calo del prezzo del nichel è dovuto a un cambiamento tecnologico nelle batterie cinesi.

Ma bisogna anche dire che il nichel indonesiano a basso costo sta da tempo inondando il mercato globale, a scapito di altri produttori occidentali come “BHP” e “Anglo American”, costretti a chiudere le proprie attività nel settore.

 

“Questa ‘eccessiva capacità’ della Cina”, continuano “Gabriele e Nicola Iuvinale”, “causa forte preoccupazione per l’UE.

Il surplus commerciale della Cina sta anche alimentando le preoccupazioni per il potenziale squilibrio globale.

 Le principali economie emergenti stanno vivendo l’inflazione e il rallentamento della domanda.

 Tale afflusso di beni cinesi a basso costo può sconvolgere i mercati interni e accelerare i timori di deflazione in tutto il mondo“.

 

 

I timori dell’auto-motive europeo.

La decisione europea di aumentare i dazi ha messo in allarme le case automobilistiche europee.

“Però questo processo è partito con il discorso annuale sull’Unione di Ursula von der Leyen, tenuto nel settembre 2023, sulla base di una regolamentazione europea esistente del 2016”, spiega “Luigi di Marco” dell’”Alleanza italiana dello Sviluppo Sostenibile” (AsViS):

 “Ma la partita non è stata ancora decisa, perché c’è ancora una fase negoziale con la Cina e in relazione con gli Stati membri “.

A differenza di quelle statunitensi, molti dei concorrenti europei sono profondamente legati al mercato cinese.

Temono inoltre che le loro auto prodotte in Cina saranno soggette all’aumento dei dazi.

Le case automobilistiche europee hanno dunque criticato la mossa dell’“Unione Europea” di aumentare i dazi dal 10% per le auto importate, temendo ritorsioni da parte della Cina, nonché un aumento dei prezzi sul mercato e dunque un calo della domanda di auto a batteria.

 

Gli aumenti annunciati dalla Ue, che si aggiungono ai dazi esistenti del 10%, sono preliminari ed entreranno in vigore il 4 luglio.

 Vanno dal 26% al 48% per tre dei principali produttori cinesi, “BYD”,” Geely” e “SAIC”. Secondo il New York Times e l’Economist, i dazi si basano anche sul livello di cooperazione con i funzionari europei, che negli ultimi mesi hanno indagato sul grado di supporto del governo cinese a queste aziende.

Le altre case automobilistiche che producono veicoli elettrici in Cina, comprese le aziende europee con fabbriche o joint venture in loco, rischiano una tariffa aggiuntiva, ha dichiarato l’Unione Europea, anche in base al grado della loro “collaborazione” con l’indagine.

 

“I tre Paesi che si oppongono all’aumento delle tariffe, al di là delle motivazioni più o meno liberiste con cui giustificano le loro posizioni (alcune delle quali condivisibili) o più marcatamente geopolitiche quali quelle dell’Ungheria, hanno tutti interessi economici ben precisi:

 due delle tre big tedesche realizzano in Cina una percentuale elevata delle loro vendite e dei loro profitti e le ritorsioni potrebbero essere come detto dolorose;

 la principale impresa svedese, “Volvo”, è da anni posseduta dalla “cinese Geely”;

in Ungheria dovrebbe essere localizzato il primo investimento cinese nella fabbricazione di auto elettriche nella UE”,  avverte “Bertelè”.

 

Il settore automobilistico europeo sfiora i 13 milioni di posti di lavoro in tutto il blocco dei 27 Paesi, il secondo mercato mondiale per i veicoli elettrici dopo la Cina. L’anno scorso le importazioni di auto elettriche dalla Cina hanno raggiunto gli 11,5 miliardi di dollari, contro gli 1,6 miliardi del 2020.

Tuttavia “con questi dazi, aumentiamo i costi che dovranno sostenere i consumatori e rallentiamo la transizione ecologica “, aggiunge “Alberto Mingardi”.

 

“E lo facciamo, perché la Commissione in realtà ha obiettivi contraddittori: da una parte ambiziosi target ambientali, dall’altra obiettivi di politica industriale.

Qui forse vedo l’unico vantaggio.

Il fatto che stiamo facendo una cosa potentemente folle, cioè tirando la fune da una parte coi sussidi e dall’altra coi dazi, potrebbe agevolare un ripensamento del “Green Deal nel suo complesso”.

Come mi pare, del resto, a giudicare dall’esito delle europee, auspichino anche gli elettori”.

 

Anche il Ceo di Stellantis ha cambiato idea.

“Carlos Tavares”, amministratore delegato di Stellantis, che annovera Citroën e Peugeot tra i suoi numerosi marchi (e il cui maggiore azionista possiede in parte la casa madre dell’Economist), un tempo sembrava favorevole alle tariffe.

 È invece diventato meno entusiasta dopo l’accordo dello scorso ottobre con “Leapmotor”, una startup cinese, per la produzione di veicoli elettrici a basso costo in Cina per il mercato europeo.

Stellantis, non vendendo in Cina, non teme ritorsioni.

Renault non ha chiesto esplicitamente tariffe, ma piuttosto “parità di condizioni” e una politica industriale europea più favorevole.

Anche “Renault” invia in Europa veicoli elettrici dalla Cina con il marchio “Dacia”.

 

L’indagine europea.

L’Unione Europea ha difeso l’azione, affermando in un comunicato che un’indagine iniziata il 4 ottobre ha rilevato che la catena di fornitura di veicoli elettrici in Cina “beneficia pesantemente di sussidi sleali in Cina, e che l’afflusso di importazioni cinesi sovvenzionate a prezzi artificialmente bassi rappresenta quindi una minaccia di pregiudizio chiaramente prevedibile e imminente per l’industria dell’Unione Europea”.

La Cina ha denunciato i dazi come privi di “basi legali e fattuali”, che equivalgono ad “armare le questioni economiche e commerciali”, ha dichiarato” He Yadong”, portavoce del ministero del Commercio.

“Questo non è in linea con il consenso raggiunto dai leader cinesi ed europei sul rafforzamento della cooperazione e influenzerà l’atmosfera della cooperazione economica e commerciale bilaterale tra Cina ed Europa”, ha dichiarato “He”.

 

La” Commissione Europea”, il ramo esecutivo dell’Unione Europea, ha aperto l’indagine per determinare se il governo cinese stesse effettivamente sovvenzionando la produzione di auto elettriche e le inviasse in Europa a prezzi inferiori a quelli dei concorrenti europei.

“Sono situazioni distorsive di mercato, fatte con soldi pubblici di un Paese straniero, che rischiano di creare uno squilibro, una disparità di condizioni sul mercato“, conferma “Luigi di Marco”.

 

I rischi del protezionismo: le ritorsioni cinesi.

Prima dell’annuncio, la Cina aveva avvertito che avrebbe potuto reagire aumentando le tariffe sulle auto a gas importate dall’Europa e sui prodotti agricoli (food e vino), moda e lusso e dell’aviazione. La bilancia costi/benefici potrebbe essere negativa per l’Italia. La Cina applica già un dazio del 15% su tutti i veicoli elettrici importati dall’Europa.

Tra questi vi sono, per esempio, le auto prodotte da” BMW” e “Volkswagen”, che non solo vendono in Cina, ma nel Paese hanno anche grandi impianti di produzione.

Le case automobilistiche tedesche temono che le tariffe facciano aumentare i prezzi in Europa e scatenino ritorsioni da parte dei cinesi, danneggiando in ultima analisi entrambi i mercati.

 Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha criticato l’aumento dei dazi la scorsa settimana durante una visita a uno stabilimento di Rüsselsheim, di proprietà della “Opel” di Stellantis.

 

“L’isolamento e le “barriere doganali illegali” rendono tutto più costoso e tutti più poveri”, ha dichiarato” Scholz”.

“Non chiudiamo i nostri mercati alle aziende straniere, perché non lo vogliamo nemmeno per le nostre aziende”.

 

Gli esperti di economia avevano avvertito che un aumento delle tariffe fino al 20% avrebbe potuto interrompere le rotte commerciali.

 L’”Istituto Kiel per l’economia mondiale” ha calcolato che un tale aumento impedirebbe l’ingresso in Europa di veicoli elettrici provenienti dalla Cina per un valore di 3,8 miliardi di dollari.

Ma altri esperti sottolineano che il vantaggio di costo dei produttori cinesi rispetto alle case automobilistiche europee nella produzione di componenti come i moduli elettronici e le celle delle batterie significa che l’Europa dovrebbe imporre dazi di almeno il 50% per essere efficace.

Anche se le case automobilistiche europee fossero in grado di colmare questo divario, il calo del numero di modelli cinesi farà aumentare il prezzo complessivo dei veicoli elettrici, a causa dei costi di produzione e di manodopera più elevati.

Per rispondere al rischio d’invasione di auto elettriche cinesi nel mercato europeo, alcuni economisti propongono una “soluzione Airbus” rispetto ai dazi.

“Se si riferisce a un congelamento dei dazi per un certo periodo di tempo, sì”, mette in guardia “Alberto Mingardi”:

“Anche perché buona parte delle vetture cinesi sono in realtà macchine a marchio europeo e americano (sia pure soggette a dazio minore), prodotte in Cina, con tutta probabilità, non per un incastro di sussidi, ma perché i cinesi hanno rapidamente sviluppato il” know how” per realizzarle.

Come la guerra “Airbus-Boeing” insegna, il protezionismo è un gioco nel quale ci rimettono tutti”.

 

La Cina apre impianti in Europa: un’altra minaccia.

“Non è affatto scontato che i produttori di auto europei colmeranno il divario”, ha dichiarato “Julian Hinz”, ricercatore commerciale dell’ “Istituto Kiel per l’economia mondiale”.

Un’altra minaccia per i produttori europei è rappresentata dal fatto che i produttori cinesi hanno già in programma di espandere la produzione in Europa.

“BYD”, la principale casa automobilistica cinese, ha puntato a diventare il primo produttore di veicoli elettrici in Europa entro il 2030.

Alla fine dello scorso anno ha indicato l’Ungheria come sito in cui intende costruire il suo primo impianto di assemblaggio nell’Unione Europea.

 L’azienda ha dichiarato che sta valutando la possibilità di aprire un secondo stabilimento in altre parti d’Europa.

“Chery”, un altro produttore cinese, ha annunciato il mese scorso l’apertura di uno stabilimento vicino a Barcellona, in Spagna, nell’ambito di una joint venture con la spagnola “EV Motors”.

 

Anche altri Paesi europei desiderano che le case automobilistiche cinesi si trasferiscano nel loro territorio, con l’idea che creino posti di lavoro e rafforzino le catene di fornitura nazionali.

Il presidente francese” Emmanuel Macron” ha compiuto uno sforzo concertato per attirare una maggiore produzione di batterie, anche da parte di aziende cinesi, in una regione settentrionale dove i posti di lavoro in fabbrica sono in declino.

“Bruno Le Maire”, ministro delle Finanze francese, si è spinto oltre, dichiarando che l’industria automobilistica cinese è “la benvenuta in Francia”.

In vista della possibilità che le aziende cinesi si espandano nel loro cortile, molte case automobilistiche europee sottolineano di essere più preoccupate di aumentare la loro competitività che non dei dazi.

“Volkswagen”, che ha diversi siti di produzione e ricerca in Cina, ha dichiarato di essere preoccupata per i dazi che l’azienda considera dannose, soprattutto mentre la domanda di auto elettriche in Europa è in calo.

“L’aumento dei dazi d’importazione nell’Unione Europea potrebbe innescare una dinamica fatale di misure e contromisure e portare a un’escalation di conflitti commerciali”, ha dichiarato mercoledì l’azienda in un comunicato.

“Riteniamo che gli effetti negativi della decisione supereranno qualsiasi aspetto positivo”.

Per quanto riguarda le case automobilistiche cinesi, i dazi più alti potrebbero temporaneamente rallentare i loro progressi e dare agli europei l’opportunità di recuperare il ritardo lanciando una nuova generazione di veicoli più competitivi. Ma è improbabile che la barriera doganale fermi tutti i cinesi.

I marchi più esposti ai dazi.

Avendo fissato i prezzi in Europa un po’ più bassi rispetto ai modelli europei concorrenti, i marchi cinesi hanno un margine di manovra per tagliare.

“Byd”, che ora sarà soggetta a un dazio aggiuntivo del 17%, vende la sua “Seal EV” a circa 24.000 dollari in Cina e al doppio in Europa, il che suggerisce che potrebbe assorbire i nuovi dazi e realizzare comunque un profitto.

“Rhodium”, una società di ricerca, ritiene che dazi del 40-50% potrebbero frenare maggiormente “Saic, che sarà colpita da una dazio del 48% sul suo popolare marchio “Mg”, potrebbe avere maggiori problemi, a meno che non inizi a contribuire alle indagini.

Ma i dazi europei non colpiranno solo le imprese cinesi. Le aziende straniere che producono automobili in Cina per esportarle in Europa saranno soggette a dazi del 31% in media.

Tesla, il pioniere americano dei veicoli elettrici, è di gran lunga il più esposto. Poiché la società di “Elon Musk” produce i suoi modelli “3” e “Y” a Shanghai per il mercato europeo, ha chiesto ai funzionari dell’UE che i dazi sulle sue auto siano calcolati individualmente.

Ma nel mirino sono anche le case automobilistiche europee, maggiormente minacciate dalle auto elettriche cinesi a basso costo.

Circa il 37% di tutti i veicoli elettrici importati in Europa proviene dalla Cina, comprese le auto prodotte da “Tesla”, “BMW” e “Dacia”, di proprietà di “Renault”. I marchi cinesi rappresentano il 19% del mercato europeo dei veicoli elettrici.

 Il loro numero è in costante crescita, secondo uno studio di “Rhodium Group”.

 

A lungo termine le tariffe potrebbero addirittura accelerare la conquista del mercato automobilistico europeo da parte della Cina.

 Per diventare una forza significativa nel continente, le aziende cinesi avrebbero dovuto produrre i loro veicoli elettrici localmente.

Molti player stanno bussando alla porta dei grandi produttori europei, oltre a “Byd” in Ungheria e presto in Spagna e a “Chery” in Spagna.

 

La storia dell’adesione della Cina al WTO: cos’è andato storto.

Due decenni dopo la sua adesione al “WTO”, la Cina non ha ancora adottato “politiche aperte e orientate al mercato”.

 

Lo Stato mantiene il controllo dell’economia cinese e interviene pesantemente sul mercato, per raggiungere gli obiettivi di politica economica ed industriale.

Pechino persegue un’ampia gamma di politiche e pratiche interventiste, in continua evoluzione, volte a limitare l’accesso al mercato per beni e servizi importati e limitare la capacità dei produttori e fornitori di servizi stranieri nel commercio in Cina.

Allo stesso tempo, offre una guida governativa sostanziale, risorse economiche e supporto informativo e normativo alle industrie cinesi.

 I beneficiari sono sia le imprese statali che “private” e numerose altre importanti società nazionali.

Come risultato delle politiche industriali della Cina, i mercati di tutto il mondo sono meno efficienti di quanto dovrebbero essere e il campo di gioco è fortemente sbilanciato in danno delle società straniere che cercano di competere con quelle cinesi, sia nel loro mercato che in quelli al di fuori della Cina.

Questa situazione è peggiorata negli ultimi anni.

Da quando i nuovi leader hanno assunto il potere in Cina nel 2013, il ruolo dello Stato nell’economia, svolto dal governo e dal PCC, è cresciuto molto.

Mentre la Cina ha ripetutamente comunicato che sta perseguendo una “riforma economica”, questa differisce dal tipo di cambiamento che un Paese dovrebbe perseguire se abbracciasse principi aperti ed orientati al mercato.

 Per Pechino, “riforma economica” significa sia il perfezionamento della gestione dell’economia da parte del governo e del PCC, che il rafforzamento del settore statale, in particolare delle imprese e dei grandi conglomerati pubblici.

Nel frattempo, con l’aumento del ruolo dello Stato nell’amministrazione economica, parimenti sono cresciute la profondità e l’ampiezza delle preoccupazioni sia dei membri del “WTO”, sia delle aziende straniere che fanno affari in Cina o nei mercati internazionali.

 

Stante l’assenza di regole internazionali sulla sovracapacità, la Cina, sfruttando questo vulnus, distorce i mercati mondiali inondandoli con beni a basso prezzo.

 Ad esempio, nel 2019 la sovracapacità di Pechino ha notevolmente depresso i prezzi globali dei cavi in fibra ottica.

 La strategia consiste nell’eliminare tutti i concorrenti ed ottenere il controllo assoluto dell’asset.

Pechino ha già implementato la medesima strategia nei settori dell’acciaio e dell’alluminio, dove oggi è leader con oltre la metà della produzione mondiale.

Per questo, lo scontro tra UE, Stati Uniti e Cina, si è fatto durissimo già dal 2021 con un botta e risposta di sanzioni e contromisure che non si vedeva da tre decenni.

Il Parlamento Europeo ha anche bloccato il 20 maggio 2021 la ratifica del nuovo accordo sugli investimenti con la Cina (CAI), fino a quando Pechino non avrà revocato le sanzioni nei confronti di alcuni esponenti politici dell’UE:

 una decisione che accresce la distanza nelle relazioni sino-europee.

A seguito delle contromisure adottate da Pechino, il Parlamento Europeo, il 16 settembre 2021, ha adottato un’importante Risoluzione sulla “Nuova strategia UE-Cina”, notificata anche al governo della Repubblica Popolare Cinese.

È un documento politico, programmatico, economico e geopolitico, che traccia la rotta dell’Unione Europea verso una rinnovata unione transatlantica.

Il Parlamento Europeo ha affermato che la condizionalità per gli investimenti e gli scambi commerciali non è di per sé sufficiente a contrastare l’assertività cinese, ritenendo che l’UE dovrebbe accrescere la propria autonomia strategica prestando attenzione ad altre dimensioni delle relazioni UE-Cina, in particolare alla sovranità digitale e tecnologica al fine di diminuire la dipendenza dell’UE dalla Cina.

Ha osservato che nel 2020, nel contesto della pandemia di Covid-19, la Cina è stata per la prima volta il partner principale dell’UE nel commercio di beni e che la bilancia commerciale si è ulteriormente deteriorata a scapito dell’UE, ritenendo che l’ascesa economica della Cina e la sua crescita avranno un impatto considerevole sugli sviluppi economici globali nel prossimo decennio;

ha ritenuto che il volume degli scambi tra la Cina e l’UE richiede un quadro basato su regole e valori che deve essere incentrato sulle norme internazionali.

Il Parlamento ha ribadito alla “Commissione” l’importanza crescente del nesso tra commercio e sicurezza nella politica commerciale internazionale dell’UE, chiedendo una maggiore trasparenza, coerenza e coordinamento tra gli Stati membri su questioni relative a progetti e accordi di investimento bilaterali, in particolare sugli investimenti esteri diretti in attività strategiche e infrastrutture critiche.

Ha ricordato l’importanza di rafforzare in futuro il regolamento dell’UE sul controllo degli investimenti esteri diretti per garantire il blocco di potenziali investimenti che potrebbero rappresentare una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico dell’Unione, in particolare da parte delle imprese controllate dallo Stato, invitando gli Stati membri ad adottare urgentemente un meccanismo di controllo nazionale, qualora non l’avessero ancora fatto, in linea con gli “orientamenti della Commissione” del marzo 2020.

 

Il Parlamento ha anche invitato la Cina ad aderire pienamente a tutti i suoi obblighi internazionali e del WTO, invitando la Commissione europea e le autorità cinesi a cooperare strettamente per riformare le regole del WTO al fine di promuovere uno sviluppo più sostenibile, la transizione verde e la rivoluzione digitale e portare stabilità e certezza giuridica sulla scena commerciale internazionale.

Il parlamento ha anche espresso preoccupazioni per il crescente disequilibrio nelle relazioni bilaterali economiche e commerciali tra l’UE e la Cina e ha sottolineato che il ripristino dell’equilibrio e una maggiore parità di condizioni sono essenziali per gli interessi dell’UE, sottolineando l’urgente necessità che l’UE completi il suo pacchetto di misure autonome, tra cui un regolamento UE sul controllo degli investimenti diretti esteri più rigoroso, una normativa contro gli effetti distorsivi delle sovvenzioni estere sul mercato interno.

 

Proprio in quest’ottica, l’UE aveva annunciato lo scorso ottobre l’avvio di un’indagine compensativa sui veicoli elettrici cinesi per “sussidi ingiusti che distorcono il mercato” dopo che l’aumento delle importazioni “minacciava” i produttori nazionali che stavano passando dai veicoli con motore a combustione a quelli elettrici.

Secondo la normativa UE, l’indagine è stata completata nei termini, e la CE ha correttamente imposto dazi compensativi ad alcune case automobilistiche cinesi a partire dal luglio di quest’anno.

Infatti, otto mesi dopo l’inizio dell’indagine, la Commissione europea, che funge da ramo esecutivo dell’Unione europea a 27 nazioni, ha stabilito mercoledì scorso, in una sentenza preliminare, che i sussidi della Cina conferiscono alla catena del valore dei veicoli elettrici a batteria un vantaggio ingiusto.

Nel maggio scorso, anche il presidente “Joe Biden” ha aumentato le tariffe su prodotti cinesi per un valore di 18 miliardi di dollari.

Le tasse sui veicoli elettrici sono aumentate dal 25% al ​​100%, anche se la quota della Cina nel mercato statunitense dei veicoli elettrici è trascurabile.

Pechino ha denunciato la decisione ampiamente attesa dell’Unione Europea di aumentare le tariffe sui veicoli elettrici cinesi fino al 48%, definendolo un “nudo atto protezionistico che sconvolgerà l’industria automobilistica internazionale”.

ll 12 giugno, un portavoce del “Ministero del Commercio cinese” ha detto ai giornalisti:

“I risultati divulgati nella sentenza dell’UE mancano di base fattuale e giuridica”.

 Il portavoce ha affermato che “l’UE sta esagerando la minaccia dei sussidi statali cinesi, agendo contro gli interessi dei consumatori europei e minando la cooperazione sul cambiamento climatico.

La Commissione europea tiene alta la bandiera dello sviluppo verde con una mano e brandisce il grosso bastone del ‘protezionismo’ con l’altra per politicizzare e utilizzare come arma le questioni economiche e commerciali”.

Tuttavia, si tratta di una strada obbligata ma non sufficiente per l’Unione Europea.

(Nicola e Gabriele Iuvinale)

 

I prossimi passi.

L’Europa è disposta a impegnarsi con i funzionari cinesi per risolvere la controversia, hanno dichiarato alti funzionari della comunicazione dell’UE, che hanno insistito sul fatto che il blocco non sta cercando di introdurre tariffe più elevate per il gusto di farlo, ma si sta muovendo per difendere l’industria dei suoi Paesi.

Le tariffe dovrebbero entrare in vigore all’inizio del mese prossimo. Le aziende interessate e il governo cinese avranno quindi alcuni giorni per esprimersi. La Commissione avrà tempo fino a novembre per l’entrata in vigore delle tariffe definitive, la cui durata prevede un periodo di cinque anni.

Il problema è complicato anche perché la Cina ha necessità di fare export, e l’Europa sta perdendo l’accesso all’Africa.

Ma c’è un altro aspetto per cui le auto cinesi hanno successo:

la Cina sta giocando la “carta dei gadget di info-tainment in auto”. Ai giovani non interessa la cilindrata, ma ciò che c’è ‘dentro l’auto‘.

E, comunque, la Cina ha materie prime, una manodopera a basso costo, dunque è in grado di offrire auto elettriche a basso costo.

Intanto, segno dei tempi, la” Byd “è subentrata alla “Volkswagen “come sponsor principale del campionato europeo di calcio, al via dal 14 giugno in Germania. Anche se nel corso dell’anno gli Stati membri dell’UE voteranno per rendere permanenti le tariffe, ciò non servirà a irritare i cinesi.

“Gli aiuti di Stato rappresentano una parte della non parità, ma ci sono anche il costo del lavoro, il cambio del denaro eccetera. L’ideale sarebbe operare con accordi internazionali, chiedendo il rispetto delle regole del Wto.

 Infatti sarebbe nell’interesse reciproco rispettare regole comuni e condivise”, conclude “Luigi di Marco.”

 

Nel frattempo, le aziende che desiderano un riesame individuale hanno nove mesi di tempo per presentare la loro petizione.

Il rischio vero è che francesi, spagnoli e nordeuropei, i maggiori compratori fino ad oggi, taglieranno gli acquisti di “EV cinesi”.

 Inoltre altro rischio è che si disincentivi la ricerca e sviluppo (R&D) in Europa, perché, senza concorrenza cinese, si proseguirà a produrre veicoli obsoleti.

“Infine è del tutto logico pensare che l’irrigidimento dei rapporti tra l’Occidente e la Cina sia influenzato anche dall’appoggio di Pechino alla guerra di aggressione di Putin all’Ucraina e ciò influenzerà anche le future relazioni commerciali tra i Paesi”, prevedono “Gabriele e Nicola Iuvinale”:

“Non si escludono, infatti, decisioni sul tema già al vertice del G7 in corso, con possibili sanzioni nei confronti della Cina”.

 

 

 

 

Il “mistero” di Joe Biden: chi

controlla davvero il “presidente” e

cosa è accaduto realmente nel 2021?

  Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (29/06/2024) – ci dice:

 

Le reazioni degli uomini del mainstream mediatico americano e internazionale sono state un qualcosa di comico.

Dopo il dibattito, per così dire e tra un istante si capirà meglio perché, tra Joe Biden e Donald Trump nelle redazioni dei vari quotidiani dei media “dominanti” angloamericani si è diffuso il panico.

Joe Biden non è chiaramente in grado di parlare, e quando lo fa non si capisce nemmeno cosa dice.

Nel salottino della “CNN”, il sancta sanctorum della sinistra democratica americana, era in pratica una gara a chi snocciolava più motivazioni per suggerire a Biden di farsi da parte e di lasciare il posto a qualcun altro.

Alcuni suggeriscono l’ingresso nelle presidenziali di “Gavin Newsom”, governatore della California, altri invece evocano la moglie dell’ex presidente “Barack Obama”, caduto in disgrazia dopo il 2016 e secondo varie fonti in procinto di trasferirsi altrove, possibilmente nella sua terra natia, in Kenya, soprattutto dopo l’episodio che ha portato alla misteriosa morte del suo cuoco, ufficialmente annegato, nonostante avesse sul suo corpo dei lividi, segni evidenti di percosse precedenti inferte da qualcuno.

Nulla di tutto questo, a nostro parere, accadrà, per una semplice ragione.

Il partito democratico americano non è più in controllo della partita da un pezzo e qui di seguito prenderemo in esame due scuole di pensiero, o meglio due letture per spiegare quello che sta davvero accadendo alla Casa Bianca da 3 anni a questa parte, e dimostreremo come soltanto una di queste due ipotesi sia quella che più aderisce ai fatti a differenza della seconda.

 

Joe Biden non controlla la presidenza degli Stati Uniti.

Sembra esserci un generale accordo sul fatto che Joe Biden non è chiaramente l’uomo che è in controllo della presidenza degli Stati Uniti.

I suoi evidenti problemi di demenza senile, le sue innumerevoli gaffe, l’ultima di una lunghissima serie è quella dove dichiara di voler diventare presidente delle Hawaii, mostrano che alla Casa Bianca c’è un uomo che non sarebbe nemmeno in grado di svolgere un normale lavoro da impiegato, figuriamoci quello di presidente degli Stati Uniti, il leader del “mondo libero”, come viene chiamato dalla vulgata liberal-democratica.

La prima scuola di pensiero vuole sostanzialmente che Biden sia controllato dagli apparati del partito democratico.

Non è certamente lui a prendere le decisioni che contano nell’ufficio ovale, ma in realtà gli esponenti più noti dei democratici, quali il citato “Barack Obama”, vicinissimo a “George Soros” e quella parte del mondo ebraico più progressista che auspica il tanto agognato, da costoro, e famigerato “Nuovo Ordine Mondiale”.

Gli anni di Obama alla Casa Bianca sono stati perfettamente in linea con tale agenda, e sotto la sua amministrazione il mondo non è mai stato così vicino a precipitare sull’orlo di uno scontro totale con la Russia che ha fatto di tutto per impedire la caduta della Siria di Assad, e prevenire così lo smantellamento e l’annessione di questo Paese tra le braccia della Grande Israele, il “sogno” del sionismo messianico, filosofia imperialista strettamente connessa al mondialismo, in quanto questo, o almeno una parte di esso, si propone di assegnare lo scettro del supergoverno mondiale allo stato di Israele.

“Obama” però, come si accennava sopra, è alquanto decaduto e sembra molto lontano dall’influenzare alcunché, soprattutto dalle parti di “Joe Biden”.

Se si guarda più da vicino poi alle politiche perseguite dal presidente democratico, si vedrà che esse hanno poco o nulla a che fare con l’agenda dell’anglosfera legata alla supremazia dell’impero americano.

 

I media mainstream, Biden e la “missione” originaria degli Stati Uniti.

A leggere i quotidiani del mainstream angloamericano, si resta basiti.

 C’è una lunga lista di lamentele, una sorta di “cahier de doleances” nei confronti di Biden da parte dei vari “giornalisti” portavoce del “Council on Foreign Relations,” del “gruppo Bilderberg” o del “club di Roma”, soltanto per citare alcuni degli istituti mondialisti più influenti degli Stati Uniti per larghissima parte del secolo scorso.

 

Washington in questo sistema di potere non era il luogo dove si decideva il destino dell’America.

 Washington era soltanto l’ultima destinazione di una cintura di trasmissione composta da un fitto reticolato di gruppi e lobby sioniste, tra le quali ci sono le potenti “AIPAC” e “Chabad Lubavitch”, che si servivano della presidenza degli Stati Uniti per far sì che questi assicurassero la supremazia di Israele e il raggiungimento della governance mondiale.

Gli Stati Uniti non sono stati soltanto a guardia della democrazia liberale, il sistema politico più venerato dai vari circoli massonici, ma sono stati soprattutto a guardia di una visione del mondo fondata sul totalitarismo sovranazionale a tutto discapito ovviamente degli Stati nazionali, ridotti nel XX secolo a comprimari svuotati della loro sovranità, trasferita dai vari governanti nelle mani di gruppi di pressione privati, di lobby israeliane, e, ovviamente, della immancabile finanza askenazita che altro non è che la stessa incarnazione vivente del capitalismo moderno, come spiegò bene “Werner Sombart” nel suo celebre saggio “Gli ebrei e la vita economica”.

 

A Joe Biden era affidata la “missione” di riportare in vita tutto questo “ordine”.

Joe Biden avrebbe dovuto riportare in vita il precedente status quo interrotto da Donald Trump.

Il presidente dei democratici già coinvolto in diversi scandali di corruzione doveva riequilibrare l’equazione del mondialismo per partorire il risultato voluto da tali poteri.

Non può esistere difatti un “Nuovo Ordine Mondiale “senza la partecipazione degli Stati Uniti, e uno degli appartenenti a tale club, “Henry Kissinger”, era ben conscio di tale evidenza.

La frode elettorale nasce per questa ragione.

La frode elettorale aveva il preciso compito di riportare indietro le lancette dell’orologio della storia e riconsegnare l’America tra le braccia dei poteri che hanno governato questa nazione per larga parte dell’900,  con la sola eccezione della presidenza Kennedy, terminata brutalmente il 23 novembre del 1963 a Dallas, con l’esecuzione del presidente degli Stati Uniti che aveva avuto già durissimi scontri con lo stato ebraico e i suoi propositi di nuclearizzazione.

Non si sono però manifestati i risultati tanto attesi nelle stanze del potere che conta.

Joe Biden non ha ripreso le redini della politica imperialista degli Stati Uniti.

 Ha invece, paradossalmente, proseguito le orme della politica estera di Donald Trump.

Ha portato a termine il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, suscitando le ire del citato “Financial Times”, e facendo in mondo così che i talebani ritornassero inevitabilmente al potere.

L’Afghanistan è stato un trauma dal quale l’atlantismo ancora non si è ripreso, poiché questo Paese oltre ad avere una importante valenza geopolitica ed economica per via delle sue numerose miniere naturali, era a tutti gli effetti il quartier generale della produzione di oppio mondiale.

L’Afghanistan era il posto che permetteva la produzione di eroina su scala mondiale, in quanto notoriamente senza l’oppio è impossibile produrre la droga che ha distrutto le menti e i corpi di molte generazioni dopo gli infausti anni’60, la stagione nella quale venne concepita una rivoluzione “culturale” dai “filosofi askenaziti della scuola di Francoforte”, su tutti “Adorno” e “Horkheimer”, che avevano soltanto un obiettivo primario.

Quello di porre fine alla società cristiana.

Quello di soffocare quelle tradizioni che avevano consentito all’Europa di essere un faro di civiltà nel mondo per diventare invece un pozzo di degenerazione morale e culturale sfociato nella presente guerra al patriarcato, nell’esaltazione del gender e nello sdoganamento della pedofilia iniziato dal padre del movimento LGBT in Italia, “Mario Mieli”.

La droga è in questo senso una perfetta arma di distruzione di massa e delle masse.

La sua produzione è stata sin dal principio gestita dai vari gruppi di intelligence angloamericani, ai quali era stato affidato il compito di creare una generazione di giovani nichilisti, facili prede delle pulsioni più sfrenate e degli istinti più bestiali per separarli dalla verità, dall’amore, dalla carità e ridurli invece a mere monadi possedute dal folle istinto nietzscheano di elevarsi a superuomo e di sostituirsi a Dio.

L’Afghanistan serviva anche a questo.

 Serviva a proseguire il programma di devastazione delle masse attraverso le droghe e la sua perdita ha rappresentato un gravissimo colpo per i narcotrafficanti, che non sono certo soltanto le manovalanze mafiose, ma bensì il piano superiore, quello rappresentato dalla massoneria, dall’alta finanza e dalle banche.

All’inizio il piano era chiaramente quello di piazzare Biden alla Casa Bianca per poi sostituirlo già nel 2021 con “Kamala Harris” come scriveva in uno dei suoi articoli per Il Tempo, “Luigi Bisignani”, già membro della loggia massonica P2, che sembra assolvere alla funzione di postino di questi ambienti iniziatici e comunica le volontà prese nelle “segrete stanze”.

Nulla si è verificato di quanto annunciato da Bisignani poiché, e forse all’epoca non glielo avevano ancora detto, non sono evidentemente i democratici ad essere in controllo della Casa Bianca e qui veniamo alla seconda ipotesi citata al principio di questa analisi.

 

Lo stato profondo non controlla Joe Biden.

Biden non solo costituisce una fonte di imbarazzo per lo stato profondo attraverso le sue continue gaffe, i suoi noti problemi di incontinenza intestinale, per così dire, ma anche un ostacolo politico perché, come detto, non ha mutato la mappa della politica estera di Trump, e ha deciso persino di proseguire le politiche protezionistiche di Trump, suscitando così, ancora una volta, le ire del “Financial Times” che non si dà pace per il fatto che l’uomo che avrebbe dovuto riportare in piedi il precedente status quo segue invece le orme del suo predecessore, così odiato dai vari ambienti del mondialismo americano ed europeo.

Sull’Ucraina il film è pressoché identico.

Kiev si è più volte lamentata del fatto che Washington si è guardata bene dall’inviare i suoi pezzi migliori per ciò che riguarda gli armamenti, così come l’invio di truppe americane che molti si aspettavano non si è manifestato.

Washington si è separata dall’atlantismo e, per quanto paradossale possa sembrare soltanto ad una prima superficiale lettura, c’è una evidente continuità in questo tra Trump e Biden.

Se è pacifico dunque che il presidente democratico non risponde ai comandi di coloro che l’hanno messo dove si trova, allora occorre capire cosa è veramente accaduto dopo la frode elettorale del 2020.

In quegli istanti, tutti erano convinti che fosse finita.

Tutti si schierarono contro Donald Trump accusandolo di aver “tradito” la causa, un esercizio molto praticato dai vari falsi contro informatori che ancora oggi si prodigano nel diffondere i vari depistaggi di Trump “massone” e Trump “sionista”, sempre nel tentativo di indebolire la base di consenso del presidente americano e portare così le persone nel territorio del nulla gnosticista del “ci salviamo da soli” ripetuto da personaggi quali “David Icke”, disinformatore principe delle varie massonerie che attraverso l’inganno degli “alieni”, ovvero entità demoniache, si propongono di allontanare le persone dalla fede cristiana.

Noi da parte nostra invece notammo che c’era qualcosa che non andava nella transizione tra Trump e Biden.

Notammo che mai si era visto un simile dispiegamento di truppe della guardia nazionale americana che circondava il Campidoglio nonostante non ci fosse nessuna apparente necessità di utilizzare tali forze per una inaugurazione, quella di Biden, disertata dagli elettori americani.

Appariva evidente che qualcos’altro stava accadendo dietro le quinte, e nei mesi successivi si ebbe la conferma che Trump non aveva ceduto e non aveva abbandonato la partita come invece continuavano a ripetere i vari depistatori.

Una volta che si vide che Biden non spostava il percorso tracciato da Trump, e una volta che si vide che i vari stati americani rimuovevano le varie restrizioni per il coronavirus, si ebbe già allora la certezza che i democratici non stavano conducendo la partita e andando nella direzione del Grande Reset di Davos come invece ci si attendeva da quell’amministrazione.

Il passaggio di consegne non sembra esserci mai realmente stato e una giornalista americana, “Laurie Roth”, già nel 2021 rivelò che ambienti militari le avevano riferito che “Donald Trump” aveva segretamente firmato l’atto contro le insurrezioni e impedito così che l’amministrazione Biden entrasse effettivamente in carica.

L’atto contro le insurrezioni è stato inserito nel quadro legislativo americano nel 1878 tramite il “Posse Comitatus Act”, e attraverso queste disposizioni il presidente può ricorrere all’uso delle forze armate per porre fine a delle situazioni che minacciano la stabilità e l’ordine del Paese.

Il potere, da allora, se tale lettura è corretta, sarebbe nelle mani dei militari e l’amministrazione presente non sarebbe altro che una mera farsa in quanto sono altri i personaggi che decidono la politica degli Stati Uniti, e non sono certo i democratici che non riescono nemmeno a impedire a Biden di ricandidarsi, a dimostrazione di come questi ormai siano del tutto impotenti in questa partita.

Difatti se fosse stato per loro, avrebbero rimosso Biden già 3 anni fa ma non potevano fare nulla allora come oggi per il semplice fatto che il potere non appare essere evidentemente nelle loro mani.

Se qualcuno nutre dubbi sulla legittimità giuridica di tale percorso, allora costui o costoro dovrebbero studiare con più attenzione la costituzione americana in quanto questa consente al comandante in capo di ricorrere a tali poteri senza nemmeno informare il Congresso.

E il potere del presidente degli Stati Uniti va anche al di là dell’atto contro le insurrezioni.

 Esistono anche i “PEAD”, un acronimo che sta per “Presidential Emergency Action Documents”, che consentono al presidente di estendere i suoi poteri attraverso ordini esecutivi molto al di là del perimetro assegnatogli dalla carta costituzionale.

Questi furono concepiti negli anni’50, ai tempi dell’amministrazione Eisenhower, saldamente nelle mani della lobby sionista, nell’ottica di un eventuale scontro nucleare tra Stati Uniti e URSS, ma restano ancora oggi validi.

Il presidente degli Stati Uniti ha ancora oggi la facoltà di attivarli in quelle situazioni di emergenza che richiedono appunto interventi straordinari, e non si più certo negare che la frode elettorale per la sua natura sia stata un atto eversivo che richiede un intervento al di fuori dell’ordinario da parte del comandante in capo.

 

I fatti sembrano chiaramente tutti pendere dalla parte di questo scenario, in quanto, ad oggi, non stiamo affatto assistendo ad un ritorno dell’ordine concepito ai tempi della seconda guerra mondiale con l’impero americano a garanzia di tale ordine.

Assistiamo invece allo scenario opposto.

Assistiamo alla dissoluzione dell’anglosfera e i vari architetti del mondialismo e della massoneria che forse si illudevano di essere onnipotenti, si riscoprono invece impotenti e non possono fare nulla per togliere di mezzo un Biden ormai ridotto a fantoccio commissariato da altri poteri.

Siamo alla chiusura del cerchio di una operazione iniziata già nel 2016 quando Trump annunciò la sua discesa in campo.

Siamo all’atto finale dello smantellamento del “Nuovo Ordine Mondiale”, e per quanto le varie vedove inconsolabili del mondialismo si agitino, non c’è nulla che possa fermare questo meccanismo.

 

 

 

Euro Cina Derisking, perché

l’Unione europea

vuole ridurre la dipendenza da Pechino.

 

 Lab24.ilsole24ore.com – (30 giugno 2023) – Redazione – ci dice:

“L'Unione europea e la Cina hanno un interesse comune a perseguire relazioni costruttive e stabili”.

Così le conclusioni della due giorni di Consiglio europeo riassumono la discussione strategica sulla Cina tenutasi tra i leader dei 27 Stati membri.

Ma, a dispetto delle formule diplomatiche, di Cina i Paesi europei stanno discutendo molto (e accesamente) in queste ore e settimane, segnate dal tentativo di definire un approccio comune europeo nei rapporti con il Dragone.

A fine marzo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dettato la linea invitando i Paesi membri a ridurre i rischi (il cosiddetto de-risking) nei confronti del gigante asiatico. Ovvero la Cina deve rimanere un partner commerciale dell'UE ma ci sono alcune aree in cui il commercio e gli investimenti di Pechino mettono a rischio la sicurezza europea e nazionale, per cui bisogna difendersi.

 

Come?

Negli ultimi anni il pacchetto di strumenti a disposizione degli Stati membri si sta ampliando e potrebbe accogliere entro la fine dell’anno anche un controllo dell’export e degli investimenti in uscita in una serie di tecnologie avanzate (come il calcolo quantistico, l’intelligenza artificiale e i semiconduttori di ultima generazione).

Questo è quanto proposto, a metà giugno, dalla stessa Commissione nella sua Strategia sulla sicurezza economica, in cui la Cina, mai esplicitamente citata, rappresenta l’elefante nella stanza.

Il dibattito è quindi quanto mai attuale.

Attraverso una serie di grafiche interattive cerchiamo quindi di capire perché l’Unione europea vuole un de-risking dalla Cina, e quanto sono state finora efficaci le misure introdotte per attuarlo.

I principali partner commerciali dell'UE.

Miliardi di euro di esportazioni e importazioni.

La Cina è il terzo mercato principale per le merci provenienti dall’Unione europea e il primo fornitore mondiale del mercato unico.

Nel 2022 lo scambio di merci tra UE e Cina ha raggiunto gli 856 miliardi di euro, quasi al pari di quello con gli Stati Uniti. Dieci anni fa era meno della metà.

Perché dunque a Bruxelles questa relazione così prolifica per le imprese europee, e in costante crescita, viene considerata un rischio?

Peso della Cina sul commercio delle principali economie europee.

Quota sul totale delle importazioni/esportazioni verso il mondo

La risposta è da ricercarsi nei mancati equilibri di questo progressivo intensificarsi dei rapporti commerciali.

Nell’ultimo decennio, le importazioni europee dalla Cina sono cresciute due volte più che le esportazioni verso di essa.

E più crescono le importazioni dalla Cina più cresce la dipendenza delle principali economie europee dal Paese.

Il caso italiano è esemplificativo in questo senso.

Nel marzo 2019, l’Italia diventava il primo membro del G7 a siglare un accordo con la Cina nell’ambito della “Nuova via della seta”.

Con la firma del relativo memorandum d’intesa, il governo italiano puntava a un aumento dell’export made in Italy verso Pechino.

Questo aumento c’è stato, ma di soli 3 miliardi, a fronte di un incremento da 26 miliardi dell’export cinese verso il nostro Paese.

Alla luce di questi numeri, nonostante le pressioni di Pechino, è difficile giustificare un rinnovo del memorandum, una volta giunto a scadenza nel marzo 2024.

La crisi energetica degli scorsi mesi, scatenata dai tagli delle forniture di gas russo, ha infatti insegnato una preziosa lezione:

dipendere da un unico fornitore, per lo più non ascrivibile al proprio cerchio di alleanze, può avere serie conseguenze.

 E da Pechino l’UE dipende per materie prime, alcune tipologie di semiconduttori e tecnologie critiche per la transizione energetica.

 Basti pensare che il 74% di tutte le batterie importate nell’Unione europea sono di provenienza cinese.

Beni critici per cui l'UE dipende dalla Cina.

Quota della Cina sul totale delle importazioni extra-UE.

 

Pechino ha già dimostrato di saper far leva sul proprio peso commerciale per difendere i suoi interessi geopolitici.

 Ne sa qualcosa la Lituania che, avendo autorizzato l’apertura di un ufficio di rappresentanza di Taiwan a Vilnius, è stata punita dalla Cina con un embargo sull’export, così crollato dell’80%.

 

Lab24.

Terre rare e tecnologi, la rincorsa europea. Vai al long form.

Come si sta quindi cercando di attenuare la probabilità e l’impatto di simili comportamenti da parte della Cina?

Sul fronte delle materie prime si è fatto un primo passo con il “Critical Raw Materials Act”, la proposta della Commissione, presentata a marzo, che pone obiettivi minimi di estrazione (pari al 10% dei consumi UE) e lavorazione (40% dei consumi) in territorio europeo.

Qualcosa si muove pure sul fronte nazionale con l’incontro del 26 giugno tra i ministri dell’economia e dell’industria di Germania, Francia e Italia per definire le prime scorte comuni di materie prime strategiche.

Lato semiconduttori, a maggio è stato definitivamente approvato l’ “European Chips Act”, che punta a raddoppiare la produzione di chip in Europa, favorendo la concessione di lauti sussidi, come i 10 miliardi di euro che il governo tedesco darà a “Intel” per la costruzione di un maxi-impianto a “Magdeburgo”.

Infine, per quanto riguarda le tecnologie abilitanti la transizione verde, è passata in sordina (complice una portata lontana dalle aspettative iniziali) la proposta del 20 giugno della Commissione di un “fondo europeo per la sovranità”, denominato “STEP”, con un ammontare di 10 miliardi di euro.

 

Peso della Cina sulle importazioni di USA e UE % sul totale delle importazioni.

(Per l'UE come totale si considerano le importazioni Extra UE).

Tutte queste iniziative sono recenti e ancora acerbe.

Un loro effetto sull’import dalla Cina, relativo ai primi quattro mesi del 2023, non è quindi ancora visibile.

Ma ridurre il peso delle importazioni cinesi è possibile e lo dimostrano gli Stati Uniti che, da prima e con più convinzione dell’Europa, stanno attuando un de-risking da Pechino.

Nel primo quadrimestre del 2023, le importazioni americane dal resto del mondo sono calate del 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Quelle dalla Cina del 26%, portando la loro quota sul totale delle importazioni USA ai livelli più bassi dal 2004.

 

Investimenti cinesi in Europa per tipologia.

Miliardi di euro di “mergers and aquisitions” (acquisizione di partecipazioni di controllo, paritarie o minoritarie in un’impresa estera) o” greenfield” (costituzione di una filiale all’estero).

Non è solo al commercio che bisogna guardare nell’analizzare i possibili fattori di rischio provenienti dalla Cina.

Gli investimenti sono, se possibile, una componente ancora più sensibile.

 Tra il 2016 e il 2017 le aziende cinesi hanno investito la cifra record di 85 miliardi di euro in operazioni di “M&A” nella UE, con un particolare focus sui principali terminal portuali europei.

Sono infatti riconducibili a quegli anni gli acquisti, da parte della azienda statale cinese “COSCO”, di una partecipazione del 35% nel “porto di Rotterdam”, del 40% nel “porto di Vado Ligure” e del 51% (diventata poi del 67%) in quello “greco del Pireo” che è ora il quinto in Europa per movimentazione merci, dall’ottavo posto che ricopriva pre-proprietà cinese.

Questi investimenti hanno quindi avuto innegabili effetti benefici per alcuni dei soggetti coinvolti.

Tuttavia, come riconosciuto dal Parlamento europeo, rappresentano per la Cina una fonte indiretta di leva politica sull’Europa.

Ecco, quindi, che dal 2019 l’UE ha introdotto un “framework “per rafforzare e coordinare l’azione di controllo europea sugli investimenti in entrata.

Due terzi dei 27 Stati membri sono ora dotati di una legislazione nazionale per bloccare o porre condizioni alle proposte di acquisizioni, da parte di soggetti stranieri, in settori reputati strategici e di interesse nazionale.

L’ultimo caso celebre è la decisione del governo italiano di ridimensionare il ruolo del socio cinese “Sinochem” nelle attività di Pirelli.

Ma negli ultimi due anni, altri 40 investimenti diretti esteri cinesi in Europa sono passati sotto la lente delle autorità nazionali di controllo.

Che complessivamente solo nell’1% dei casi hanno optato per un blocco della transazione.

Si tratta quindi di uno strumento per lo più di deterrenza, che complice la pandemia e una regolamentazione cinese più rigida sui flussi in uscita, ha però contribuito a ridurre gli investimenti cinesi nell’UE ai livelli più bassi dal 2013.

 

Settori destinatari di investimenti cinesi in Europa- Quota sul totale.

Permangono ancora elementi di criticità. Ha fatto per esempio molto discutere la recente decisione del governo tedesco di autorizzare l’acquisto, sempre da parte di “COSCO”, di una partecipazione del 24,99% nel porto di Amburgo.

” Si tratta però di un caso isolato.

 

Pechino sembra infatti aver cambiato strategia tanto che lo scorso anno, per la prima volta, gli investimenti cinesi di tipo greenfield in Europa hanno superato quelli in fusioni e acquisizioni.

Ovvero, meno M&A, sempre più politicamente dibattute, e più aperture di fabbriche in Europa.

Diversi anche i settori target.

 L’interesse cinese verso le infrastrutture europee sembra essere scemato, mentre sta aumentando quello per l’auto motive.

Più della metà degli investimenti cinesi nell’UE nel 2022 hanno infatti riguardato questo settore.

Percentuale che sale al 72% se si considerano solo gli investimenti greenfield.

Non sorprende guardando alle notizie degli ultimi mesi: alle nuove fabbriche di batterie di “CATL” in costruzione in Ungheria e Germania potrebbe presto far seguito l’arrivo nel Vecchio Continente di stabilimenti di auto elettriche targate “BYD”.

Si tratta di un campanello di allarme per l’industria automobilistica nel Vecchio Continente? Come correre ai ripari? E in quali altri settori europei l’influenza della Cina è sopra i livelli di guardia?

Appuntamento per le risposte alla seconda puntata di questa serie di articoli.

 

 

 

 

Batterie, se l’UE si “scopre”

dipendente dalla Cina.

Agendadigitale.it - Gabriele Iuvinale (Avv.) - Nicola Iuvinale(Avv.) – (28 set 2023) – ci dicono:

 

 

TRANSIZIONE ENERGETICA.

Un documento interno per i leader europei, preparato dalla presidenza di turno spagnola, avverte che l’Ue potrebbe diventare dipendente dalle batterie agli ioni di litio e dalle celle a combustibile cinesi entro il 2030.

 Un allarme già noto, che mette sempre più a rischio le mire dell’Europa sul mercato mondiale delle batterie.

Scoppia una nuova grana in Europa: la dipendenza dalle batterie cinesi.

Un problema, questo, difficilmente risolvibile nell’immediato e certamente enfatizzato dall’ambizioso – e per certi versi strategicamente irrazionale – piano del Green Deal europeo volto a rendere l’UE neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050 (anche) con la riduzione delle emissioni dei trasporti del 90%.

Irrazionale, perché l’Europa – a conoscenza del problema già prima dell’adozione di tali politiche di transizione green – non possiede né le materie prime per poter realizzare le batterie, né una capacità produttiva indigena, entrambe necessarie – ma difficilmente acquisibili – per realizzare tale gigantesco progetto nei tempi previsti.

 

Il documento che allarma l’Ue.

Eppure la dipendenza era da tempo nota all’UE.

 Secondo i dati resi pubblici dalla Commissione Europea, infatti, nel 2018 la capacità di produzione globale di celle di batterie agli ioni di litio era la seguente: 3% nell’UE, 66% in Cina. 20% in Corea del Sud, Giappone e altri paesi asiatici.

Cosa è successo ora di nuovo?

Un documento interno per i leader europei, preparato dalla presidenza spagnola dell’Unione Europea, avverte che l’Unione Europea potrebbe diventare dipendente dalle batterie agli ioni di litio e dalle celle a combustibile cinesi entro il 2030, quanto lo era dal petrolio e dal gas naturale russi prima della guerra in Ucraina, ha riferito” Reuters” il 17 settembre, dopo aver ottenuto una bozza del documento.

Il documento sarà discusso in Spagna il 5 ottobre in un incontro incentrato sul miglioramento della sicurezza energetica ed economica dell’UE.

Cosa dice il documento.

L’atto afferma che, a causa della natura intermittente delle fonti energetiche rinnovabili come quella solare o eolica, l’Europa avrà bisogno di modi per immagazzinare energia per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050.

Ciò farà salire alle stelle la nostra domanda di batterie agli ioni di litio, celle a combustibile ed elettrolizzatori, che si prevede si moltiplicherà tra 10 e 30 volte nei prossimi anni”, afferma il rapporto.

 “Senza l’attuazione di misure forti, entro il 2030 l’ecosistema energetico europeo potrebbe avere una dipendenza dalla Cina di natura diversa ma con una gravità simile a quella che aveva dalla Russia prima dell’invasione dell’Ucraina”, aggiunge il rapporto.

L’UE produttrice “di norme” ma non di beni reali.

L’Unione Europea farà fatica a proteggere il proprio settore automobilistico e a ridurre la propria dipendenza dalla tecnologia cinese delle batterie senza provocare ritorsioni da Washington o Pechino.

Bruxelles potrebbe imporre restrizioni sui veicoli elettrici (EV) prodotti in Cina, attraverso indagini o altri meccanismi, ma qualsiasi mossa volta a proteggere il mercato dell’UE dalla concorrenza cinese si tradurrebbe probabilmente in alcune ritorsioni (o azioni giudiziarie presso l’OMC) da parte della Cina, anche se la portata della reazione dipenderà dai meccanismi messi in atto.

Finora, i leader tedeschi hanno messo in guardia dall’adottare misure per proteggersi dalla concorrenza cinese, sostenendo che ciò minerebbe la competitività della Germania nel settore automobilistico.

 Inoltre, è probabile che anche l’Unione Europea amplierà il proprio sostegno statale ai veicoli elettrici e alla tecnologia delle batterie.

Ma anche ciò potrebbe risultare problematico per via delle rigide regole sugli aiuti di stato.

Impreparazione generale?

La notizia ha colto impreparati in molti, ma non coloro che già in passato avevano lanciato questo tipo di allarme.

Quid pluris:

al di là delle “operazioni di influenza” dello Stato cinese, è notorio che il mercato delle batterie ad alta capacità è uno dei più critici per gli interessi europei (e per quelli statunitensi).

 Dunque, cosa è stato fatto finora l’Europa per mitigare i rischi?

 Poco, molto poco, parrebbe di capire dal documento reso noto da “Reuters”.

L’allarme già lanciato dalla Corte dei conti europea.

“L’UE rischia di restare indietro nella corsa per diventare una superpotenza mondiale delle batterie […]

 È vero che negli ultimi anni l’UE ha promosso efficacemente la propria politica industriale in materia di batterie.

L’accesso alle materie prime resta però uno scoglio importante, insieme all’aumento dei costi e all’agguerrita concorrenza mondiale.

Gli sforzi compiuti dall’UE per rafforzare la propria capacità di produzione di batterie potrebbero quindi non bastare a soddisfare la domanda crescente e, avvertono gli auditor della Corte dei conti europea, il raggiungimento dell’obiettivo di zero emissioni entro il 2035 è dunque a rischio”, ha denunciato a giugno scorso l’ente europeo di vigilanza dei conti con la relazione speciale 15/2023, intitolata “La politica industriale dell’UE in materia di batterie – Serve un nuovo slancio strategico”.

“Per le batterie, l’UE non deve finire nella stessa posizione di dipendenza in cui si è trovata per il gas naturale;

 in gioco c’è la sua sovranità economica” ha dichiarato” Annemie Turtelboom”, il Membro della Corte responsabile dell’audit.

“Programmando lo stop alla vendita di auto nuove a benzina e diesel per il 2035, l’UE sta puntando molto sulle batterie.

Ma potrebbe partire svantaggiata in termini di accesso alle materie prime, interesse degli investitori e costi.

 

“Tra il 2014 e il 2020, il settore delle batterie ha ricevuto almeno 1,7 miliardi di euro di sovvenzioni e garanzie sui prestiti UE, in aggiunta a quasi 6 miliardi di aiuti di Stato autorizzati tra il 2019 e il 2021, principalmente in Germania, Francia ed Italia”.

 Gli auditor della Corte hanno però riscontrato che la Commissione europea non disponeva di un quadro d’insieme di tutto il sostegno pubblico offerto al settore, “il che ne limita la capacità di garantire un adeguato coordinamento e un sostegno mirato”.

 

Le censure della Corte.

La capacità di produzione di batterie dell’UE si sta sviluppando rapidamente, con una potenzialità di crescita da 44 GWh nel 2020 a 1 200 GWh entro il 2030. Tuttavia, queste proiezioni non sono affatto una certezza e potrebbero essere messe a rischio da fattori geopolitici ed economici.

I fabbricanti di batterie potrebbero abbandonare l’UE e trasferirsi in altre regioni, non da ultimo gli USA, che offrono loro massicci incentivi.

 A differenza dell’UE, gli USA sovvenzionano direttamente la produzione di minerali e batterie, nonché l’acquisto di veicoli elettrici fabbricati negli Stati Uniti utilizzando componenti americane.

L’UE dipende fortemente dalle importazioni di materie prime, soprattutto da pochi paesi con i quali non ha accordi commerciali:

 l’87 % delle importazioni di litio grezzo proviene dall’Australia, l’80 % delle importazioni di manganese dal Sud Africa e dal Gabon, il 68 % delle importazioni di cobalto grezzo dalla Repubblica democratica del Congo e il 40 % delle importazioni di grafite naturale grezza dalla China.

Sebbene l’Europa disponga di diverse riserve minerarie, tra la scoperta e la produzione servono almeno 12-16 anni, per cui è impossibile rispondere rapidamente all’aumento della domanda.

 Invece, gli accordi contrattuali esistenti garantiscono in genere un approvvigionamento di materie prime per soli 2 o 3 anni di produzione futura.

Per affrontare tale situazione, nel marzo di quest’anno la Commissione europea ha proposto una normativa sulle materie prime critiche, rilevano gli auditor della Corte.

La competitività della produzione di batterie dell’UE potrebbe essere messa a rischio dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia.

Alla fine del 2020, il costo di un pacco batterie (200 euro per kWh) era più che raddoppiato rispetto all’importo programmato.

Solo negli ultimi due anni, il prezzo del nichel è aumentato di oltre il 70 % e quello del litio dell’870 %.

Gli auditor criticano anche la carenza di valori-obiettivo quantificati e vincolati a scadenze precise

. Entro il 2030, si prevede che sulle strade europee circoleranno circa 30 milioni di veicoli a emissioni zero e, potenzialmente, quasi tutti i nuovi veicoli immatricolati a partire dal 2035 dovrebbero essere alimentati da batterie.

 L’attuale strategia dell’UE non valuta però se la sua industria delle batterie sia in grado di soddisfare tale domanda.

Gli scenari critici prospettai dalla Corte Ue.

Complessivamente, la Corte mette in guardia contro due potenziali scenari peggiori nel caso la capacità di produzione dell’industria delle batterie dell’UE non dovesse crescere come previsto:

nel primo, l’UE potrebbe essere costretta a posticipare lo stop ai veicoli con motori termici al di là del 2035, mancando così gli obiettivi relativi alla neutralità in termini di emissioni di carbonio (Co2);

nel secondo, l’UE potrebbe dover dipendere fortemente da batterie e veicoli elettrici non-UE, a scapito dell’industria automobilistica europea e della relativa manodopera, per riuscire a disporre di un parco veicoli a emissioni zero entro il 2035.

Quanto conta l’influenza di Pechino sulle decisioni dell’Ue.

Quanto ha inciso l’influenza di Pechino nel processo decisionale europeo in materia?

La domanda è più che legittima dato che il Partito Comunista Cinese (PCC) ha condotto all’interno delle istituzioni europee “operazioni di influenza” con l’interferenza politica, la cooptazione delle élite, i coinvolgimenti istituzionali, la diplomazia commerciale e l’uso dei think tank, al fine di perseguire politiche coerenti con gli interessi del regime cinese.

“Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”.

Al di là delle eventuali motivazioni sottese a tale “irrazionale” (da un punto di vista dei mezzi a disposizione, della tempistica e della geopolitica) decisione, il “Green Deal “rischia seriamente di consegnare gli Stati membri nelle mani della Cina di Xi Jinping.

Cina che, peraltro, ha fatto della dipendenza degli Stati, della coercizione e della cooptazione economica una strategia – di valenza anche militare – per il dominio negli affari globali.

La dipendenza europea e quella statunitense.

Le batterie agli ioni di litio sono particolarmente importanti per la produzione di veicoli elettrici e sono sempre più utilizzate per l’accumulo di energia e in altre applicazioni industriali come macchinari, utensili elettrici o carrelli elevatori.

“Le batterie sono fondamentali per consentire la trasformazione verde e digitale dell’UE.

Sono essenziali per realizzare l’ambizione del “Green Deal europeo” di rendere l’UE neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050”, afferma la Commissione Europea.

Tuttavia, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno in questo una dipendenza strategica da Pechino.

Idem, come si vedrà, per tutte le materie prime utilizzate per la loro produzione.

Attualmente, l’UE importa dalla Cina circa il 70% delle batterie agli ioni di litio. L’UE produce appena l’1% delle relative materie prime, mentre l’84% dei materiali e dei componenti lavorati proviene dall’Asia, in particolare dalla Cina.

 Litio, nichel classe 1, cobalto, manganese, grafite e rame sono gli elementi necessari per la loro realizzazione.

 La produzione globale di litio, cobalto e grafite dipende principalmente dalla Cina, che ne controlla oltre il 60%.

 

I veicoli elettrici rappresentano tra l’80-85% dell’utilizzo delle batterie agli ioni di litio.

Pechino, a sua volta, è anche il più grande mercato mondiale dei veicoli elettrici e domina la catena di approvvigionamento per la produzione di tali batterie.

A sua volta, gli Stati Uniti importano dalla Cina circa il 75% delle batterie agli ioni di litio.

Le iniziative politiche.

L’UE ed altri Paesi stanno sviluppando iniziative politiche e programmi per contrastare la posizione di leadership della Cina e per localizzare le catene di approvvigionamento al proprio interno.

In particolare, la Commissione europea ha varato nel 2017 la “European Battery Alliance” che prevede la costruzione di almeno 15 stabilimenti per la produzione su vasta scala nell’UE entro il 2025 e fornire celle di batterie per alimentare 6 milioni di auto elettriche (360 GWh).

L’obiettivo dichiarato dall’UE è diventare il secondo produttore più grande di celle agli ioni di litio entro il 2024.

“La nostra quota della capacità di produzione globale potrebbe aumentare al 14,7% entro il 2024 e al 16,6% entro il 2029, rispetto al 5,9% nel 2019”.

Il piano d’azione Ue sulle batterie.

Nel 2018 la Commissione ha adottato un piano d’azione strategico per le batterie (censurato dalla Corte dei Conti UE) e definisce un quadro completo di misure normative e non normative per supportare tutti i segmenti della catena del valore delle batterie e comprende le 6 aree prioritarie riportate di seguito:

 

Garantire l’accesso alle materie prime per le batterie;

Sostenere la produzione europea di celle per batterie e altri investimenti (attraverso la Banca europea per gli investimenti o lo strumento degli aiuti di Stato per importanti progetti di comune interesse europeo IPCEI);

Rafforzare la leadership industriale attraverso programmi accelerati di ricerca e innovazione;

Garantire una forza lavoro altamente qualificata lungo l’intera catena del valore (Questo viene fatto attraverso progetti come ALBATTI, GUIDA e il Progetto COSME Competenze automobilistiche.

 L’”Automotive Skills Alliance”, guidata dall’industria, è stata lanciata il 10 novembre 2020, nell’ambito dell’iniziativa della Commissione sul patto per le competenze, creando un quadro dell’UE che sostiene le iniziative locali e regionali per la riqualificazione e il miglioramento delle competenze dei lavoratori europei del settore automobilistico.

Supporta il settore automobilistico nel soddisfare i requisiti di ristrutturazione a lungo termine per la transizione verde e digitale in corso.

 Questa alleanza si baserà sul lavoro di “DRIVES” e “ALBATTS”;

Sostenere un’industria europea sostenibile della produzione di celle per batterie (Il regolamento sulle batterie è stato proposto il 9 dicembre 2020. Vedi: Comunicato stampa sulla proposta di regolamento sulle batterie, Pagina della proposta di regolamentazione delle batterie).

Garantire la coerenza con quadri più ampi, quali la strategia per l’energia pulita, i pacchetti sulla mobilità, la politica commerciale dell’UE, ecc.

Nel dicembre 2019, l’UE ha dichiarato che il settore delle batterie è di “interesse strategico” e ha annunciato un fondo di 3,5 miliardi di dollari per promuovere la ricerca e lo sviluppo delle batterie per aumentare la competitività globale dell’Europa.

In linea con il “Green Deal europeo”, il piano d’azione per l’economia circolare e la strategia industriale, la Commissione Europea afferma di “lavorare a una catena del valore competitiva, circolare, sostenibile e sicura per tutte le batterie immesse sul mercato dell’UE.

 La “European Battery Alliance” si integra con gli interessi della Commissione”.

Supportata dalla Commissione e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI), la “European Battery Alliance “(EBA) riunisce le autorità nazionali, le regioni, gli istituti di ricerca industriale e altri soggetti interessati nella catena del valore delle batterie dell’UE.

Il 14 marzo 2022, la Commissione e il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) hanno annunciato il sostegno a una collaborazione tra la “European Battery Alliance” e l’”alleanza statunitense Li-Bridge “per accelerare lo sviluppo di solide catene di approvvigionamento per le batterie agli ioni di litio e di prossima generazione, comprese le batterie i segmenti critici delle materie prime”.

La strategia francese.

A maggio, la Francia ha aperto la sua prima fabbrica di batterie per auto elettriche, una joint venture tra i giganti industriali europei “Stellantis”, “Total Energies” e “Mercedes”.

 Il ministro delle Finanze francese “Bruno Le Maire” ha sottolineato la sfida futura.

“L’obiettivo non è che ci siano solo fabbriche di batterie”, ha detto Le Maire in una conferenza stampa dopo l’apertura della fabbrica.

“Dobbiamo controllare l’intera catena del valore.

Per prima cosa stiamo lavorando sui materiali critici di cui abbiamo bisogno di produrne di più, di cui abbiamo bisogno di trovarne di più.

Non possiamo dipendere totalmente dall’Asia per la fornitura di materiali critici. Quindi dobbiamo riciclare le batterie”.

Quanto agli Stati Uniti, le batterie agli ioni di litio sono state riconosciute nei rapporti sulla catena di approvvigionamento del” Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti” (DOE) e del “Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti” (DOD) come una tecnologia importante per la sicurezza economica e nazionale.

La dipendenza dalle relative importazioni cinesi è descritta come seria vulnerabilità.

La leadership cinese nella produzione di batterie ad alta capacità.

L’ “US Geological Survey” (USGS) ha recentemente rilevato che la Cina è il principale produttore di 16 dei 32 minerali critici, tra cui cobalto, ferro, nichel (C1), manganese, litio e grafite, necessari per la produzione di batterie agli ioni di litio.

La Cina è anche leader mondiale nell’estrazione di materie prime di grafite, con una quota pari all’82% della produzione globale.

 Il “DOE” ha scoperto che “la Cina ha il predominio quasi assoluto dell’odierna capacità di raffinazione dei metalli necessari per le batterie agli ioni di litio”, come solfato di cobalto (62%), manganese ad alta purezza solfato (95%), idrossido di litio carbonato (61%);

idem per i sottocomponenti, come i catodi (63%), i materiali anodici (84%), i separatori (66%) e gli elettroliti (69%).

Pechino è anche leader nella produzione di celle per batterie (80%) e si prevede che guiderà il mercato del riciclaggio delle batterie (50%).

Gli Stati Uniti, come altri Paesi, stanno tentando di mitigare alcune di queste vulnerabilità.

Sono attivi in questo il “Critical Minerals Institute”, il programma” Minerals Sustainability” e i”l Consorzio Federale per le Batterie Avanzate”.

 

Il dominio globale della Cina è la conseguenza di diversi fattori, quali le politiche ambientali discutibili, le distorsioni dei prezzi, la costituzione di entità statali che riducono al minimo la concorrenza e gli ingenti sussidi pubblici lungo tutta la catena di approvvigionamento delle batterie.

 Il ferreo controllo economico consente al governo di Pechino di sviluppare infrastrutture per materiali critici per le batterie ben prima dei driver di mercato. In particolare negli ultimi anni, le società cinesi hanno investito molto in questo settore.

I prezzi dei materiali dei fornitori cinesi sono inferiori ai normali prezzi di mercato e, secondo gli USA, la combinazione di ciò con i massicci sussidi del governo cinese solleva interrogativi commerciali.

 Ci sono prove diffuse secondo cui la Cina starebbe operando al di fuori delle pratiche accettate a livello globale per il commercio internazionale (OMC).

Gran parte dei 100 miliardi di dollari di sussidi governativi diretti cinesi erano o sono disponibili esclusivamente per aziende con sede in Cina o per la produzione nazionale.

 

Il braccio di ferro Usa-Cina.

Per la Casa Bianca, questi sussidi sono stati inizialmente trattenuti anche dalle aziende che utilizzavano cellule di società con sede all’estero attraverso una certificazione opaca dei requisiti.

Tali requisiti di certificazione sembrano anche volti ad estrarre PI sulla composizione e sulla costruzione delle celle da fornitori con sede all’estero.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di aver sfruttato la sua posizione sostenuta dallo Stato come principale produttore e consumatore di celle agli ioni di litio per limitare ulteriormente la concorrenza nella catena di approvvigionamento.

L’approccio della Cina, aggiunge l’Amministrazione Biden, consiste nel garantire un accesso preferenziale alle imprese nazionali, in gran parte statali, per fare investimenti precompetitivi nella capacità di raffinazione dei materiali e delle materie prime e lo Stato sovvenziona questa capacità fino a quando non viene creata una domanda e, a volte, anche per immettere prodotti e materiali nei mercati internazionali.

 Come si vedrà, le aziende cinesi hanno effettuato numerosi ed ingenti investimenti in operazioni minerarie in tutto il mondo per garantirsi la fornitura di materiali critici come cobalto, nichel e litio.

Secondo” Benchmark Minerals Intelligence”, un’agenzia di rapporti sui prezzi con sede a Londra, la Cina ha anche un ulteriore vantaggio:

riesce a mantenere una posizione significativa nella catena di approvvigionamento globale dalla raffinazione fino alla produzione a valle delle celle per batteria, nonostante produca solo il 23% della fornitura globale di materie prime.

 Il predominio della Cina nel settore delle batterie si concentra sulla produzione mid-stream e downstream.

Nel 2019, la produzione chimica cinese di materie prime di “Classe 1” si è attestata all’80% della produzione globale totale.

La Cina è il principale trasformatore mondiale di carbonato di litio in idrossido di litio, cobalto in solfato di cobalto, raffinazione del manganese e raffinazione della grafite sferica non rivestita.

Con i programmi economici a lungo termine” Made in China 2025 “e” Industrie strategiche emergenti”, Pechino ha identificato come “industrie critiche” i veicoli elettrici e le apparecchiature della rete elettrica (ad esempio i sistemi di accumulo).

 Nel perseguimento di questo obiettivo, la Cina ha introdotto una serie di politiche per assistere le imprese automobilistiche e le società energetiche interne nello sviluppo o nell’acquisizione di tecnologie e nella localizzazione della produzione nel Paese che spesso generano asimmetrie normative a svantaggio delle imprese straniere.

Un esempio ne è il programma di certificazione delle batterie, implementato proprio per impedire o ostacolare la vendita locale di batterie prodotte da società straniere nonché per inibire l’ingresso di queste imprese nel mercato dei veicoli elettrici cinese e per escluderle dal beneficio degli incentivi.

 Va anche detto che, sebbene la Cina abbia livelli di produzione elevati di celle per batterie agli ioni di litio, fino ad oggi una parte sostanziale della produzione è stata di qualità inferiore rispetto a quelle di altri Paesi.

L’indagine dell’Ue.

Intanto, la presidente della Commissione europea “Ursula von der Leyen” ha annunciato un’indagine sui sussidi cinesi ai produttori di veicoli elettrici, che stanno cercando di farsi strada nel mercato europeo con prezzi significativamente inferiori a quelli fissati dai loro concorrenti europei.

“La Commissione sta avviando un’indagine anti sovvenzioni sui veicoli elettrici provenienti dalla Cina.

 L’Europa è aperta alla concorrenza, ma non a una corsa al ribasso.

Dobbiamo difenderci dalle pratiche sleali”, ha affermato “von der Leyen “il 13 settembre nel suo discorso sullo stato del sindacato.

Pechino ha criticato l’indagine dell’UE.

“Le misure adottate dall’UE violano i principi dell’economia di mercato e le regole del commercio internazionale.

 La [mossa] non favorisce la stabilità della catena di fornitura globale dell’industria automobilistica e non è nell’interesse di nessuno, compreso il UE”, ha detto mercoledì ai giornalisti “Mao Ning”, portavoce del ministero degli Esteri cinese.

L’approvvigionamento di terre rare.

Stati Uniti e Unione Europea dipendono strategicamente anche da un’ampia gamma di minerali e materiali critici che sono gli elementi costitutivi delle batterie, oltre che dei prodotti che si utilizzano tutti i giorni.

Gli elementi delle terre rare (REE) e i minerali critici sono un gruppo di 17 metalli: 15 elementi della serie dei lantanidi e due chimicamente simili, lo scandio e l’ittrio.

Ciascuno con proprietà uniche vitali, essi sono alla base di produzione, sviluppo, consegna e sostegno di servizi essenziali come telecomunicazioni e informatica, alimentazione e agricoltura, finanza, assistenza sanitaria, istruzione, trasporti e pubblica sicurezza.

Si prevede che la loro domanda aumenterà nei prossimi due decenni, in particolare quando il mondo agirà per eliminare le emissioni nette di carbonio (Co2) entro il 2050.

La Cina, sebbene abbia soltanto circa il 30% delle riserve globali di terre rare, controlla il 50-60% della loro estrazione mondiale e l’80-90% del mercato nella fase della lavorazione intermedia.

Attualmente, il 98% della fornitura di terre rare dell’UE proviene dalla Cina. La dipendenza degli USA si stima, invece, intorno all’80%.

Oggi la Cina detiene una posizione di comando nella catena di approvvigionamento globale delle terre rare, dall’estrazione mineraria alla lavorazione fino agli usi finali.

Pechino utilizza numerosi strumenti per conservarne il dominio, come i controlli sulle esportazioni, le quote di produzione, gli investimenti statali nella ricerca di base, la nazionalizzazione dell’industria e, più recentemente, il consolidamento dello Stato in una mega-impresa integrata.

Attualmente, il predominio di Pechino è dovuto più al loro investimento nel processo di separazione e raffinazione che alle politiche commerciali o industriali.

Nel 2012 il governo cinese ha avviato un processo di consolidamento del settore che ha trasformato l’industria in sei conglomerati statali regionali.

A dicembre 2021 c’è stato un ulteriore consolidamento del settore con la creazione di una nuova mega impresa.

 Il” China Rare Earth Group” è il risultato della fusione di tre grandi conglomerati minerari e due istituti di ricerca.

 Controllerà le terre rare pesanti e medie della Cina, sotto il controllo della Commissione statale per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà del Consiglio di Stato (il più alto livello amministrativo).

 Il nuovo conglomerato controllerà il 30-40% circa dell’offerta globale.

In futuro saranno consolidate anche le società del nord della Cina, intorno alla miniera di Baotou nella Mongolia interna e Pechino avrà solo due enormi imprese statali integrate verticalmente in grado di gestire l’estrazione di terre rare e la post-elaborazione.

 L’azienda del sud si concentrerà sui minerali pesanti, mentre quella del nord si concentrerà sui minerali leggeri (compreso il neodimio).

Le vulnerabilità europee e statunitensi delle relative catene di approvvigionamento, dunque, derivano dalla concentrazione del mercato in Cina. Pechino, però, non sarà in grado di soddisfare la propria domanda interna in

aumento, né i bisogni globali, in particolare per il “neodimio” ed altre terre rare chiave necessarie per i magneti permanenti.

Senza queste terre rare, diventa di difficile realizzazione anche la politica della transizione energetica globale.

Sfruttare l’asimmetria nelle catene di approvvigionamento globali.

Negli ultimi decenni, il “PCC” ha condotto una guerra economica contro il resto del mondo, ha eroso filiere produttive con l’obiettivo di rendere gli Stati dipendenti da Pechino e questo piano sta riuscendo.

Il corollario è che più le industrie si indeboliscono (semiconduttori, telecomunicazioni, minerali critici ed elementi delle terre rare, batterie ad alta capacità, prodotti farmaceutici e attrezzature mediche), più la sicurezza nazionale degli Stati cui appartengono è a rischio.

 Senza l’accesso a catene di approvvigionamento sicure, nessun Paese è in grado di sostenere la propria economia e sviluppare sistemi d’arma per la difesa nazionale.

Tutto ciò non significa escludere la Cina dalle catene di approvvigionamento globali che si intersecano con quelle di altri Paesi come USA e UE;

tuttavia, è doveroso capire quali circostanze creano rischi inaccettabili e quali, invece, rischi tollerabili o benigni.

 In particolare, ci si dovrebbe preoccupare della cosiddetta interdipendenza asimmetrica che Pechino usa come arma geopolitica.

 Sono tali le catene di approvvigionamento critiche, cioè che generano una dipendenza strategica rischiosa che sorge quando l’accesso limitato a una categoria di prodotti può sconvolgere l’economia di un Paese o lasciarlo altrimenti vulnerabile.

Ciò deve tenere conto della tecnologia, del “know-how”, dei costi e del tempo necessario per creare fonti alternative per la produzione industriale vitale.

La preparazione agli shock è solo un fattore e la diversificazione commerciale, non l’autarchia, è la chiave della soluzione.

L’obiettivo è triplice: sicurezza, apertura e prosperità delle catene.

 

Bisogna formare un’alleanza strategica globale della catena di approvvigionamento, ha detto “Stephen Ezell”, vice presidente della “Global Innovation Policy Information Technology and Innovation Foundation” (ITIF).

 Le nazioni democratiche che la pensano allo stesso modo dovrebbero unirsi per formare una “Global Strategic Supply Chain Alliance” (GSSCA) ed affrontare collettivamente le esigenze di sicurezza rispetto ad elementi strategici critici, come le reti 5G, i metalli delle terre rare, i principi farmaceutici attivi, le batterie e, forse, riuscire a conquistarsi un componente chiave nella catena di approvvigionamento dei semiconduttori.

 

 

 

Relazioni Cina-UE: il ritorno

in Europa di Xi Jinping.

Ispionline.it – Filippo Fasulo – (6 giugno 2024) – Redazione – ci dice:

 

COMMENTARY EUROPA E GOVERNANCE GLOBALE.

I rapporti tra Unione Europea e Cina sono sempre di più al centro dell'attenzione internazionale, in equilibrio tra geopolitica ed economia.

 

Nella prima parte del 2024 il rapporto tra Cina e Unione Europea è diventato sempre più centrale all’interno dell’agenda della Commissione europea e dei vari paesi membri.

I temi principali che caratterizzano questo rapporto sono principalmente due:

la gestione della relazione economica condizionata dall’andamento dell’economia cinese (overcapacity) e la definizione di una modalità “normale” di rapporto bilaterale con Pechino, nel contesto della crescente competizione tra grandi potenze quali gli Stati Uniti e la Cina.

Riferibili al primo caso sono gli avanzamenti nell’ambito della “European economic security strategy” e l’avvio di investigazioni sulle importazioni dalla Cina.

 Per la seconda dimensione del rapporto “UE-Cina” sono invece da tenere in considerazione gli importanti incontri bilaterali in Cina, come la visita del cancelliere tedesco Scholz, e in Europa, che hanno visto Xi Jinping in Francia, Serbia e Ungheria.

Sullo sfondo resta l’incertezza data dal risultato delle elezioni europee previste per l’8-9 giugno e da quali posizioni potrà assumere la prossima Commissione europea per quanto riguarda le politiche rivolte alla Cina.

 

Il tema dell’over-capacity cinese e il deficit commerciale europeo.

Durante la visita a Pechino del dicembre 2023, la presidente della Commissione europea” Ursula von der Leyen£ aveva sollevato il problema del crescente deficit europeo nei confronti della Repubblica popolare cinese (Rpc).

Secondo gli ultimi dati allora disponibili riferiti al 2022, il deficit europeo con la Cina era rapidamente salito a quasi €400 miliardi, più che raddoppiando rispetto al valore del 2020 (€182 miliardi) e assestandosi a un livello di dieci volte superiore di quanto registrato nel 2002 (€40 miliardi).

 “Von der Leyen” aveva attribuito tale rapida evoluzione a una condizione di sovraccapacità produttiva (over-capacity) che Pechino – affetta da un calo della domanda interna – avrebbe poi “scaricato” nei mercati del resto del mondo e, in particolare, su quelli europei.

 Non è un caso che il salto del deficit si sia registrato nel 2020, l’anno della pandemia.

Le ragioni di quanto successo vanno ricondotte alle scelte di politica economica della dirigenza cinese.

 Per comprendere il contesto dell’economia cinese dal 2020 in poi, bisogna considerare tre fattori principali:

esportazioni, investimenti pubblici in infrastrutture e immobili, e consumi interni.

Fino al 2008, la crescita cinese era guidata dalle esportazioni, ma dopo la crisi finanziaria globale, il governo ha stimolato gli investimenti per compensare il calo delle esportazioni.

Nei piani della dirigenza cinese, dal 2014, i consumi sarebbero dovuti diventare il motore principale della crescita, ma dal 2020 l’export ha di nuovo avuto un ruolo chiave, anche grazie alle sovvenzioni del periodo post-pandemico che hanno stimolato la produzione interna. 

Difatti, i consumi non sono aumentati a causa della sfiducia dei consumatori, aggravata da misure di contenimento della pandemia molto rigide e un sistema di welfare debole, portando a un aumento del tasso di risparmio.

 La Cina, dunque, vorrebbe stimolare i consumi, ma questi non crescono a causa della mancanza di fiducia.

Allo stesso tempo, gli investimenti nel settore immobiliare e nelle infrastrutture non sono più redditizi come in passato a causa dell’eccesso di investimenti negli anni precedenti.

 Pertanto, il governo sta sostenendo la crescita con un focus particolare sulla manifattura.

I dati mostrano che, mentre i prestiti al settore immobiliare sono diminuiti dello 0,2% a settembre 2023 (in calo rispetto al 15% nel 2020), i prestiti al settore manifatturiero sono aumentati del 38,2% (rispetto al 15% nel 2020).

Questo paradigma ha così portato a una crescita esponenziale delle esportazioni cinesi.

Il concetto di eccesso di capacità produttiva non è nuovo per la Cina, essendo emerso già dopo lo stimolo economico del 2008.

Allora, la Cina aveva dovuto affrontare una ristrutturazione industriale per gestire questo aumento di produzione.

Oggi, la situazione è diversa:

la Cina non vede l’eccesso di capacità come un problema, mentre europei e americani lo considerano il risultato di politiche industriali scorrette perché frutto sostanzialmente di sussidi e di politiche protezionistiche.

Pechino sostiene, invece, che la grande domanda globale di rinnovabili e auto elettriche giustifica la sua produzione, mentre Europa e Stati Uniti temono una crescita del rapporto di dipendenza da prodotti cinesi.

In questo contesto, non è prevedibile un cambio di strategia cinese in tempi brevi, perché gli investimenti massicci nella manifattura avanzata consentono alla Cina di mantenere il vantaggio tecnologico nei settori della transizione verde, rendendo difficile per Europa e Stati Uniti sviluppare capacità interne competitive.

L’economia cinese, attualmente stagnante, non può più contare sul settore immobiliare e si rivolge quindi alla manifattura per sostenere la crescita a breve termine.

Tuttavia, per un cambiamento reale del modello economico, sarebbe necessario aumentare significativamente la capacità di spesa delle famiglie, il che comporterebbe rischi politici che Pechino vuole evitare.

Le politiche attuali, quindi, mirano a rafforzare il posizionamento internazionale della Cina, avendo però come conseguenza anche quella di aumentare le tensioni commerciali.

Quasi sei mesi dopo la visita di “von der Leyen” a Pechino, in occasione dell’incontro trilaterale del 6 maggio tra Xi Jinping, Macron e von der Leyen, la presidente della Commissione europea ha ribadito con forza quelli che sono i temi più rilevanti nel rapporto tra Europa e Cina.

Nel comunicato di von der Leyen, infatti, oltre a fare riferimento ai temi di sicurezza di stringente attualità (Ucraina e Gaza), sono identificati tre punti che condizionano le relazioni economiche tra Cine e UE:

 1) sussidi cinesi alla produzione che causano sovraccapacità;

2) assenza di reciprocità nell’accesso al mercato per la quale l’UE non esclude di adottare investigazioni;

3) resilienza delle filiere, che viene sintetizzato come de-risking.

 La strategia economica europea, dunque, è indirizzata alla riduzione della dipendenza commerciale dalla Cina, che ha implicazioni economiche dirette (deficit e competizione) e implicazioni strategiche indirette (esposizione alla possibile coercizione cinese attraverso la leva del vantaggio economico).

Mettere in pratica il de-risking: le indagini sui sussidi cinesi.

Una modalità attraverso cui l’Europa sta cercando di arginare la concorrenza commerciale sleale della Cina nel proprio mercato sono le indagini lanciate nel contesto della “Foreign Subsidies Regulation” entrata in vigore nel luglio 2023.

 Lo scopo di questo strumento è quello di monitorare le distorsioni del mercato dell’UE dovute ai sussidi da parte di paese terzi di cui godono le aziende attive in Europa.

Simili sussidi economici conferiscono dei vantaggi competitivi all’interno del mercato europeo nei confronti di altre aziende nello stesso settore che invece non hanno lo stesso supporto.

Nel mirino di queste nuove tutele del mercato sono entrate diverse società cinesi così come società straniere che hanno beneficiato di sussidi governativi.

Il primo settore sottoposto a indagini dall’Unione europea è quello delle auto elettriche.

 Questa mossa ha come obiettivo quello di verificare se le catene del valore dei veicoli elettrici in Cina godano di sussidi che possano causare una competizione sleale ai produttori europei, esaminando poi le conseguenze di tali sussidi sugli importatori e il mercato unico.

Se l’indagine commerciale europea dovesse riportare che gli importatori di auto cinesi hanno goduto di sussidi illeciti, tali enti potrebbero essere colpiti da dazi doganali – il che renderebbe molto più costoso per le aziende cinesi fare affari in Europa.

 Attualmente, la Commissione ha dichiarato che eventuali dazi sarebbero stati annunciati solo dopo le elezioni europee.

Ma non sono solo le auto elettriche a essere prese di mira.

Uno studio del think tank “Rhodium Group” si aspetta l’imposizione di dazi del valore tra il 15 e il 30%, ma suggerisce che una forbice dal 40-50% potrebbe essere necessaria per poter essere efficace.

 

Il primo impiego della “Foreign Subsidies Regulation” risale però a febbraio, quando la Commissione Europea ha aperto un’indagine contro una società controllata da “Crrc”, la società cinese di proprietà statale leader nel mercato mondiale della produzione di treni.

A far intervenire Bruxelles era stata in quel caso la partecipazione cinese in una gara d’appalto indetta dalla Bulgaria per la fornitura di 20 treni elettrici, nella quale il prezzo dell’offerta cinese era circa la metà del secondo miglior concorrente.

 Un’ulteriore indagine è stata lanciata dall’Unione europea nell’ambito di un appalto pubblico a cui hanno partecipato consorzi cinesi per la costruzione di un parco solare in Romania.

 L’indagine è stata però chiusa a maggio dopo che le compagnie cinesi si sono ritirate dalla gara d’appalto.

Ad aprile anche i fornitori cinesi di turbine eoliche destinate al mercato europeo sono stati oggetto d’indagini da parte dell’Unione, in particolare lo sviluppo di parchi eolici in paesi dell’UE quali Bulgaria, Francia, Grecia, Romania, Spagna.

 In maniera analoga, sono stati interessati dagli strumenti anti-sussidi europei i fornitori cinesi nell’ambito di appalti pubblici del settore dei dispositivi medici.

 In aggiunta, metà maggio l’Unione ha aperto investigazioni in seguito a una segnalazione dell’associazione siderurgica europea sui prodotti laminati di ferro o acciaio placcati o rivestiti di stagno di origine cinese; oltre ad aprire un’investigazione sulle importazioni di pannelli in legno per pavimenti.

La reazione cinese alla minaccia di tariffe da parte di Bruxelles non è stata prevedibilmente positiva.

Pechino ritiene che queste pratiche siano protezionistiche e che siano discriminatorie nei confronti delle industrie cinesi.

Per questo la Camera di commercio cinese presso l’Unione Europea ha vivacemente protestato contro l’ipotesi di misure penalizzanti per le aziende cinesi, arrivando anche a ipotizzare dazi del 25% per l’importazione dei veicoli a combustione interna di grosse dimensioni.

Gli strumenti dell’UE per contrastare le violazioni dei diritti umani nelle catene del valore.

Oltre alle indagini sui sussidi cinesi, l’UE si è mossa anche per estromettere dal mercato quelle società coinvolte nello sfruttamento del lavoro forzato e nella violazione dei diritti umani.

Il riferimento evidente, benché non esplicitato, sono gli abusi (qualificati come possibili crimini contro l’umanità secondo l’alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani) compiuti ai danni della popolazione di etnia uigura nella regione cinese dello Xinjiang.

 Ad aprile il Parlamento europeo ha approvato il divieto di vendita, d’importazione e di esportazione per i prodotti realizzati sfruttando manodopera obbligata ai lavori forzati, e una volta approvato dal Consiglio europeo il provvedimento permetterà alle autorità dei singoli paesi europei di aprire indagini su beni, catene di approvvigionamento e produttori ritenuti sospetti.

 Il tema del rispetto dei diritti umani nello Xinjiang era già emerso nel 2021 nel dibattito al Parlamento europeo e aveva, di fatto, portato al congelamento dell’accordo di investimento bilaterale “Comprehensive agreement on investment” (Cai) firmato alla fine del 2020.

Un secondo provvedimento è invece la direttiva sulla “Corporate sustainability due diligence” (Csddd), che stabilisce l’onere per le società presenti nel mercato europeo di garantire l’estraneità dei propri fornitori e partner (ovunque essi siano, inclusi quelli in Cina e in particolare nello Xinjiang) a violazioni dei diritti umani o della tutela ambientale.

Dopo un iter travagliato dovuto alla differenza di vedute dei paesi membri, si è giunti all’approvazione a fine maggio di una versione con parametri meno stringenti di quelli inizialmente preventivati.

Il provvedimento verrà applicato solo alle società con oltre 1000 dipendenti e con un turnover superiore ai €450 milioni, entrando man mano in vigore su un periodo di 5 anni.

 Alle società che ricadono dentro i parametri verrà richiesto di monitorare le proprie filiere e di intervenire per ristabilire la conformità con gli obblighi in fatto di diritti umani e tutela ambientale stabiliti dall’UE.

 Si tratta di una decisione comunque ambiziosa che obbligherà le circa 6.000 aziende europee a cui si applica la “Csddd” a dover reperire informazioni sensibili tra i propri fornitori e partner, anche qualora questi fossero aziende attive nello Xinjiang:

già prima dell’approvazione della direttiva, infatti, le aziende europee avevano dovuto scontrarsi con le grosse limitazioni imposte dalle leggi anti-spionaggio di Pechino che rendono difficile raccogliere dati e informazioni nel paese e riportarli fuori dalla Cina.

La visita di Xi Jinping in Francia, Serbia e Ungheria.

Le considerazioni dei paragrafi precedenti hanno caratterizzato il tono degli incontri che si sono verificati lungo l’asse Europa-Cina.

Il tema dei rapporti economici con la Cina, infatti, condiziona un diverso atteggiamento di Francia e Germania verso la Cina.

La premessa è che, in sintesi, il modello di crescita tedesco degli ultimi decenni si basava sull’energia a basso costo proveniente dalla Russia e sulla Cina come mercato di sbocco per l’export tedesco, soprattutto nel campo dell’auto-motive.

Questa relazione era coltivata tramite frequenti incontri tra i leader dei due paesi:

Angela Merkel era frequentemente a Pechino e l’ultimo atto politico rilevante della sua esperienza da cancelliera era stata proprio la firma del “Comprehensive agreement on investment” (Cai) tra Cina e Unione Europea, come risultato della presidenza di turno del Consiglio dell’UE nel 2020.

 Inoltre, dal 2019 si era affermata una prassi di incontro trilaterale tra Germania, Francia e Cina, con eventualmente la partecipazione anche di rappresentanti della UE.

 Questo formato era stato provato per la prima volta in occasione della precedente visita di Xi Jinping in Europa nel 2019, caratterizzata dal passaggio in Italia per la firma del “memorandum of understanding sulla Via della seta”, cui Macron aveva contrapposto un “comitato d’accoglienza” di matrice plurilaterale in occasione della successiva tappa parigina di “Xi”.

Il riferimento, e la critica al tempo, era all’atteggiamento considerato unilaterale dell’Italia nella decisione di entrare nella “Belt and Road Initiative”.

 Il formato trilaterale proposto da Macron è stato poi confermato anche in più occasioni negli anni successivi, ma è andato in crisi nel 2022, alla riapertura della Cina ai viaggi internazionali dopo la pandemia.

 Scholz, infatti, decise di andare per primo e da solo a incontrare” Xi Jinping”, nonostante si avessero notizie di una volontà di Macron di prendere parte a quel viaggio.

Il Presidente francese andrà poi in Cina soltanto nella primavera successiva, insieme a “von der Leyen”, in un viaggio noto per l’accoglienza trionfale riservata al presidente francese e per le sue dichiarazioni contestate sull’autonomia strategica e sul futuro di Taiwan.

 

In questo quadro vanno contestualizzate e comprese le visite di questa primavera.

 Scholz ha preferito continuare su una via solitaria per meglio tutelare gli interessi commerciali della Germania – particolarmente esposti alle vicende dell’auto motive –, mentre Macron ha rinnovato l’impegno a elevare il livello delle relazioni bilaterali Francia-Cina a un piano comunitario, coltivando parallelamente un rapporto personale con il leader cinese.

La posizione di Scholz è identificata in Germania come tendenzialmente più aperta nei confronti della Cina, in contrasto con la linea di maggiore intransigenza di altri partiti.

In particolare, il Partito dei verdi esprime sia il ministro degli Esteri “Annalena Baerbock” – e che l’anno scorso ha pubblicato una “Strategia tedesca sulla Cina” con diversi accenti critici – sia il membro del Parlamento europeo, “Reinhard Hans Bütikofer”, che è di gran lunga tra i più critici di Pechino tanto da essere stato oggetto di sanzioni nel 2021.

Il presidente cinese “Xi Jinping” ha così condotto una visita in Europa di circa una settimana.

Questo viaggio nasce con l’obiettivo di rilanciare le relazioni UE-Cina in un momento di grandi discussioni sul rapporto tra Cina e Occidente.

Se nel 2019 l’opinione pubblica internazionale stava cominciando a prendere le distanze da “Xi “nel contesto della guerra commerciale da parte dell’ex presidente Trump, nei cinque anni successivi il clima di freddezza è andato via via aumentando.

Infatti, tra le diverse le parole chiave utilizzate per definire il rapporto tra UE e Cina – come “rivale sistemico” (2019), “battaglia globale di narrazioni” (2020), “dialogo dei sordi” (2022), “riduzione del rischio” e “sicurezza economica” (2023), “sovracapacità” (2024) – tutte descrivono una tendenza di crescente tensione e ridotta comunicazione, come testimonia anche il già citato fallimento del “Cai”.

Inoltre, la decisione di visitare Francia, Serbia e Ungheria non è una coincidenza: tutti e tre i paesi, infatti, hanno espresso – seppur in maniera e con toni differenti – un certo grado di insoddisfazione per l’ingerenza politica degli Stati Uniti in Europa.

 Se la Francia è tra i leader europei tendenzialmente più “autonomista”, l’Ungheria rappresenta il principale amico cinese all’interno dell’UE e la Serbia quello alle sue porte.

La strategia di Xi in queste visite europee ha puntato sul tentativo di allentare i legami transatlantici – per esempio in tema di politiche di dazi – sperando così di dissuadere l’Europa dall’irrigidire la propria posizione nei confronti della Cina.

 Il senso delle visite, dunque, era quello di mostrare gli eventuali vantaggi derivanti dal legame economico con Pechino.

Tuttavia, se questo messaggio può avere avuto un’eco a Budapest e Belgrado, non è stato raccolto né a Parigi né a Bruxelles, come dimostra il comunicato di “von der Leyen” citato in precedenza.

Anzi, per quanto riguarda le discussioni sui temi commerciali si può dire che si è trattato nuovamente di un “dialogo tra sordi”, in riferimento a quanto affermato in passato dall’alto commissario per la politica estera dell’UE “Josep Borrell” sul tema dei rapporti tra UE e Cina.

 Infatti, mentre “von der Leyen” ha espresso preoccupazione per la potenziale minaccia della sovracapacità industriale cinese al settore manifatturiero dell’UE, “Xi Jinping” ha semplicemente respinto con forza tali affermazioni suggerendo che le tensioni commerciali restano un capitolo aperto.

 

Per quanto riguarda il dettaglio delle visite, il presidente francese Macron ha cercato di richiamare la necessità di instaurare relazioni commerciali equilibrate, mostrando allo stesso tempo alla Cina un’amicizia profonda e di lungo termine.

Tuttavia, resta l’impressione che coltivando un forte rapporto personale con Xi, Macron – pur invitando “von der Leyen “al summit – stia comunque cercando una via d’accesso preferenziale della Francia in Cina.

Intenzione francese probabilmente intuita da Scholz, che ha rifiutato l’invito a essere presente a Parigi, come invece aveva fatto Angela Merkel nel 2019

Infine, la visita di Xi Jinping in Serbia e Ungheria è stata un’attenta dimostrazione di fratellanza nei confronti della Cina da parte di due dei paesi europei più filocinesi.

Il leader cinese ha ricevuto un caloroso benvenuto sia a Belgrado che a Budapest, dimostrando al resto d’Europa che la cooperazione con la Cina può ancora essere una ricetta per vantaggi economici significativi, come gli investimenti nella produzione di batterie ad alta tecnologia.

 Il rovescio della medaglia di tale manifestazione è il sottile messaggio a Bruxelles che Pechino mantiene forti legami con i principali paesi europei, sia all’interno che all’esterno dell’UE.

 

 

 

 

 

 

Von der Leyen a Xi: «Proteggeremo

l’economia Ue se serve».

Ilsole24ore.com – (6 maggio 2024) – Redazione – ci dice:

 

 

La presidente uscente della Commissione europea: «La Cina intervenga sulle minacce nucleari russe». La Francia spera di spingere la Cina a fare pressioni su Mosca per fermare le operazioni in Ucraina, con pochi progressi a parte la decisione di Xi di chiamare per la prima volta il presidente Volodymyr Zelensky

Il presidente francese Emmanuel Macron accoglie la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen prima di un incontro con il presidente cinese Xi Jinping all’Eliseo di Parigi nell’ambito della visita di Stato di due giorni del presidente cinese in Francia, 6 maggio 2024.

I punti chiave

«Se la concorrenza è leale, in Europa avremo economie fiorenti»

Von der Leyen: Cina intervenga sulle minacce nucleari russe

«La Cina può svolgere un ruolo importante nel limitare l’irresponsabile proliferazione di missili balistici e droni iranianì»

«Garantire una concorrenza equa»

Lavoro di squadra per contrastare gli squilibri commerciali.

Pressing di Parigi.

“Con il presidente Xi abbiamo discusso delle questioni economiche e di commercio; ci sono degli squilibri, che suscitano gravi preoccupazioni, e siamo pronti a difendere la nostra economia, se serve”.

 Lo ha detto “Ursula von der Leyen,” presidente della Commissione europea, dopo l’incontro trilaterale con Emmanuel Macron e Xi Jinping.

 “I prodotti sussidiati cinesi, come le macchine elettriche o l’acciaio, stanno inondando il mercato europeo, questo mentre la Cina non aumenta la domanda interna”, ha notato.

“L’Ue non può tollerare pratiche che portino alla sua de-industrializzazione”, ha avvertito.

 

«Se la concorrenza è leale, in Europa avremo economie fiorenti»

“Le relazioni economiche tra la Cina e l’Ue sono tra le più importanti al mondo e sono convinta che se la concorrenza è leale, in Europa avremo economie fiorenti e durature che sosterranno un maggior numero di buoni posti di lavoro” ha detto “von der Leyen” evidenziando il fatto che tra Ue e Cina ci sono “molti punti di accordo”.

 Per quanto riguarda invece i punti in disaccordo, “ho incoraggiato il governo cinese ad affrontare queste sovraccapacità strutturali e allo stesso tempo ci coordineremo strettamente con i Paesi del G7 e con le economie emergenti, anch’esse sempre più colpite dalle distorsioni di mercato della Cina”, ha sottolineato.

 “Rimango fiduciosa che si possano compiere ulteriori progressi, ma allo stesso tempo siamo pronti a fare pieno uso dei nostri strumenti di difesa commerciale, se necessario, ad esempio un paio di settimane fa abbiamo avviato la nostra prima indagine nell’ambito dello strumento per gli appalti internazionali”.

“Dobbiamo poi migliorare la resilienza delle nostre catene di approvvigionamento e, ad esempio, affrontare le dipendenze eccessive diversificando le fonti di materiali critici.

 Una Cina che gioca in modo leale è un bene per tutti noi, ma allo stesso tempo l’Europa non esiterà a prendere le decisioni difficili necessarie per proteggere la sua economia e la sua sicurezza, e per questo non vediamo l’ora di celebrare il prossimo anno il 50° anniversario delle relazioni UE-Cina”.

 

 Von der Leyen: Cina intervenga sulle minacce nucleari russe.

L’Ue e la Cina “concordano” sull’interesse congiunto alla pace e alla sicurezza e “contiamo” sull’influenza che Pechino può avere sulla Russia per quanto riguarda la guerra in Ucraina.

 Lo ha detto la Presidente della Commissione europea, dopo l’incontro trilaterale con Emmanuel Macron e Xi Jinping.

“Il presidente Xi ha avuto un ruolo importante sulla riduzione delle minacce nucleari irresponsabili di Mosca e sono fiduciosa che continui a farlo, anche alla luce degli ultimi sviluppi” ha aggiunto.

 

«La Cina può svolgere un ruolo importante nel limitare l’irresponsabile proliferazione di missili balistici e droni iranianì»

“Abbiamo anche discusso dell’impegno della Cina a non fornire alcun equipaggiamento letale alla Russia.

 È necessario un maggiore sforzo per limitare la consegna di beni a duplice uso alla Russia, che possono arrivare sul campo di battaglia e, data la natura esistenziale della minaccia derivante da questa guerra sia per l’Ucraina che per l’Europa, ciò influisce sulle relazioni Ue-Cina”, ha notato “von der Leyen”.

“Esprimiamo inoltre una chiara preoccupazione per la minaccia diretta dell’Iran alla stabilità della regione nel Medio Oriente e riteniamo che la Cina possa svolgere un ruolo importante nel limitare l’irresponsabile proliferazione di missili balistici e droni iraniani”.

«Garantire una concorrenza equa».

“Dobbiamo agire per garantire che la concorrenza sia equa e non distorta.

Perché una concorrenza leale è positiva per l’Europa, in quanto stimola l’innovazione e la crescita, oltre a creare buoni posti di lavoro in Europa.

Incoraggerò il governo cinese ad affrontare le sovracapacità” produttive “nel breve termine.

Allo stesso tempo, ci coordineremo strettamente con i Paesi del G7 e con le economie emergenti che sono sempre più colpite dalle distorsioni del mercato cinese” aveva inoltre spiegato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, prima del trilaterale con Emmanuel Macron e Xi Jinping.

Dombrovkis: risolvere il deficit commerciale Ue-Cina, 400 miliardi.

“L’anno scorso ho illustrato il nostro approccio economico alla Cina.

 L’Ue deve applicare un de-risking alle sue relazioni, ma non disaccoppiarsi dalla Cina.

Siamo stati molto chiari sulle nostre relazioni con la Cina, che sono tra le più complesse, ma anche tra le più importanti”, ricorda” von der Leyen”, che vedrà il presidente cinese e quello francese a Parigi.

 “Nell’ultimo anno ho incontrato due volte il Presidente “Xi “e abbiamo discusso a lungo delle relazioni Ue-Cina, dal commercio al clima, dagli affari globali alle questioni digitali. In merito ai rapporti economici, ho chiarito che gli attuali squilibri nell’accesso al mercato non sono sostenibili e devono essere affrontati.

Attualmente la Cina produce, con massicci sussidi, più di quanto vende a causa della debolezza della sua domanda interna.

Ciò sta portando a un eccesso di offerta di beni cinesi sovvenzionati, come i veicoli elettrici e l’acciaio, che si traduce in un commercio sleale.

 L’Europa non può accettare queste pratiche di distorsione del mercato che potrebbero portare alla deindustrializzazione dell’Europa”, ha sottolineato “von der Leyen”.

Lavoro di squadra per contrastare gli squilibri commerciali.

In occasione del trilaterale Cina-Europa-Francia il presidente francese Emmanuel Macron e la leader della Commissione europea hanno fatto pressione sul presidente cinese “Xi Jinping” affinché riduca gli squilibri commerciali e usi la sua influenza sulla Russia per la guerra in Ucraina.

 “Xi” è stato in Europa per la prima volta in cinque anni, in un momento di crescenti tensioni commerciali, con l’Unione Europea che sta indagando su diverse industrie cinesi, tra cui le esportazioni di veicoli elettrici, mentre Pechino sta sondando le importazioni di brandy, per lo più di produzione francese.

In una dichiarazione rilasciata al suo arrivo a Parigi,” Xi” ha elogiato i legami tra le due nazioni, sottolineando il fatto che i legami tra Cina e Francia sono “un modello per la comunità internazionale di coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti tra Paesi con sistemi sociali diversi”.

I media statali cinesi si sono allineati alla linea conciliante promossa da Xi.

“La cooperazione economica e commerciale tra Cina e Ue è enorme, e gli urti e le contusioni sono inevitabili”, ha scritto il “Quotidiano del Popolo”, il giornale di punta del “Partito Comunista”.

“La Cina è disposta a rafforzare la comunicazione e il coordinamento con l’UE, a promuovere la cooperazione e a risolvere le differenze attraverso il dialogo”.

I 27 membri dell’UE - in particolare Francia e Germania - non sono unanimi nel loro atteggiamento verso la Cina.

Mentre Parigi sostiene una linea più dura Berlino vuole procedere con più cautela, dicono le fonti.

Anche per questo il cancelliere tedesco Olaf Scholz non si unirà a Macron e Xi a Parigi, a causa di impegni precedenti.

 

Pressing di Parigi.

La Francia spera di spingere la Cina a fare pressioni su Mosca per fermare le operazioni in Ucraina, con pochi progressi a parte la decisione di “Xi” di chiamare per la prima volta il presidente “Volodymyr Zelenskiy” poco dopo la visita di Macron a Pechino lo scorso anno.

La Francia spera anche di spingere per aprire il mercato cinese alle sue esportazioni agricole e di risolvere le questioni relative alle preoccupazioni dell’industria cosmetica francese sui diritti di proprietà intellettuale, hanno detto i funzionari.

La Cina, nel frattempo, potrebbe annunciare un ordine per circa 50 aerei Airbus durante la visita di “Xi.”

 Dopo Parigi, martedì 7 maggio Macron porterà “Xi “sui Pirenei, una regione montuosa cara al presidente francese in quanto luogo di nascita della nonna materna, prima che “Xi” si rechi in Serbia e Ungheria, paesi amici della Russia.

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