Transizione verde degli ignoranti ideologizzati.
Transizione
verde degli ignoranti ideologizzati.
Green
Deal, Tronchetti
Provera:
una
follia di politici ignoranti
e
ideologizzati.
Geagency.it
– 28 giugno 2024 – Redazione – ci dice:
“Per Pirelli, la sostenibilità è una
priorità assoluta, non è un tema populistico.
Non
deve esserci un percorso ideologico.
Quella
che stiamo affrontando è pura follia».
Lo ha detto Marco Tronchetti Provera,
vicepresidente esecutivo di Pirelli.
Come
riporta Il Giornale, Tronchetti Provera poi spiega:
“Quella
che stiamo affrontando in Europa è un’autentica follia.
Dei politici ignoranti ideologizzati stanno
creando un danno enorme a tutta l’economia dell’Unione.
Ciò che invece bisognerebbe fare è semplice:
misuriamo le cose, le guardiamo in controluce
e poi agiamo”.
E
ancora: “Facciamo le benzine sostenibili.
Perché
dobbiamo fare solo elettrico, quando sappiamo benissimo che le materie prime non le
abbiamo, le batterie non le abbiamo, l’energia solare non la possiamo
raccogliere se non con i pannelli che vengono non certo dall’Europa e che le
turbine delle pale eoliche in Europa non siamo in grado di farle?
Di che cosa stiamo parlando?”.
Giovedì,
27 giugno 2024.
Tronchetti
Provera fa a pezzi
il green: "Un'idiozia".
E non
ha tutti i torti
Affaritaliani.it
– (27 giugno 2024) - Lorenzo Goj – ci
dice:
Le
forti critiche del vice presidente di Pirelli alla transizione green non sono
prive di fondamento. Anzi...
Tronchetti
Provera fa a pezzi il green: "Un'idiozia". E non ha tutti i torti
Tronchetti
Provera fa a brandelli la transizione green: "Un'idiozia".
Dai
pannelli solari alle materie prime, perché l'Italia non è ancora pronta.
Tronchetti
Provera al vetriolo contro la sostenibilità.
Durante le ore cruciali in cui si decide la
nuova maggioranza europea, il principale nodo da sciogliere riguarda
l'approccio alla transizione verde:
se affrontarla con determinazione o adottare
un atteggiamento più graduale.
In
questo contesto, Tronchetti Provera, da oltre 30 anni tra i protagonisti
dell'industria italiana, ha espresso forti critiche verso l'obiettivo di
elettrificare il Paese e poi il Vecchio Continente, sottolineando i rischi e le
difficoltà di una svolta green così ambiziosa.
"Per Pirelli la sostenibilità è una priorità
assoluta; non è un tema populistico; non deve esserci un percorso ideologico”,
ha dichiarato il vice presidente esecutivo di Pirelli.
“Questa”,
continua, “è la follia che stiamo affrontando: degli ignoranti ideologizzati
stanno creando un danno enorme, perché dobbiamo fare tutto elettrico quando
sappiamo benissimo che le materie prime non le abbiamo, le batterie non le
abbiamo, l'energia solare non la possiamo raccogliere, se non con i pannelli
che vengono non certo dall'Europa, che le turbine delle pale eoliche in Europa
non siamo in grado di farle?
Di che cosa stiamo parlando?
Di idiozie, fesserie".
Per
Tronchetti Provera, dunque, il nostro Paese non è ancora pronto, ma può (e
deve) migliorare su un aspetto in particolare.
“Per Pirelli, la priorità delle priorità è la
nostra gente", aggiunge riferendosi agli incidenti sul lavoro:
"quando si parla di sostenibilità, le
persone sono la primissima cosa", ha dichiarato infine durante la
presentazione del volume “L'officina dello sport” al Teatro Franco Parenti a
Milano.
Comunque,
nonostante la veemenza delle sue parole, le forti critiche di Tronchetti
Provera non sono prive di fondamento.
Partendo
dalle materie prime, risorse come litio, cobalto e nichel sono estremamente
scarse nel nostro Paese.
Per
cui, l’Italia deve rivolgersi ad altri per soddisfare la propria domanda.
Per il
litio, fondamentale per la produzione di batterie elettriche, l’Italia si
rivolge principalmente a Cile, Australia e Argentina.
E,
naturalmente, la forte dipendenza dell'Italia da questi paesi esportatori la
rende vulnerabile a shock di prezzo e a interruzioni della catena di
approvvigionamento. Elementi, questi, che rappresentano forti criticità per il
settore “green”.
Non
solo.
Il mercato delle batterie è un altro punto
dolente.
L’Italia (ma anche l’Europa) è indietro anni
luce rispetto a giganti come la Cina. Sebbene ci siano stati investimenti
significativi in fabbriche di batterie in Europa, la capacità di produzione
rimane largamente insufficiente per soddisfare la domanda interna.
Inoltre, il ciclo di vita delle batterie e il
loro impatto ambientale, compreso il riciclaggio, rimangono questioni aperte
che necessitano di soluzioni.
Ma
passiamo ai pannelli.
L'energia
solare, rappresentata principalmente dai pannelli fotovoltaici, è un pilastro
chiave delle strategie per la transizione energetica verso fonti più
sostenibili.
Tuttavia,
la produzione e l'approvvigionamento di tali strumenti soffrono in quanto
l'Italia non possiede una significativa industria di produzione interna in
questo settore.
E così anche l’Ue in generale.
Infatti,
la maggior parte dei pannelli solari viene prodotta a livello mondiale in Asia,
con la Cina che domina ampiamente il mercato.
La
Cina non solo ha una capacità produttiva gigantesca, ma controlla anche gran
parte della catena di approvvigionamento delle materie prime necessarie proprio
per la produzione dei pannelli, come il silicio policristallino, e altri
componenti chiave come le celle solari e i moduli fotovoltaici completi.
La
produzione europea di pannelli fotovoltaici è ancora molto limitata, e nonostante alcuni tentativi di
rivitalizzare l'industria “nostrana” del fotovoltaico, come l'iniziativa "European Solar Initiative", la strada verso
l’autosufficienza non lascia ancora scorgere la sua fine.
E lo stesso identico discorso vale per le pale eoliche.
Dunque,
forse ciò che sostiene Tronchetti Provera può apparire eccessivamente critico a
prima vista, ma un'analisi più approfondita può rivelare che, invece, non è
così lontano dalla realtà.
La
strada verso un futuro sostenibile è disseminata di complessità tecniche,
economiche e geopolitiche che richiedono una riflessione strategica
equilibrata.
Transizione
verde
Green
transition.
Reform-support.ec.europa.eu
– Redazione – (20-1-2024) – ci dice:
I
cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per
l'Unione europea e per il mondo.
Per superare queste sfide, l'UE ha adottato il
“Green Deal europeo”, la nuova strategia di crescita che trasformerà l'Europa
in un'economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e
competitiva.
Il “Green Deal europeo” punta a rendere
l'Europa climaticamente neutra entro il 2050, rilanciare l'economia grazie alla
tecnologia verde, creare industrie e trasporti sostenibili e ridurre
l'inquinamento.
Trasformare
le sfide climatiche e ambientali in opportunità renderà la transizione giusta e
inclusiva per tutti.
La
Commissione europea aiuta gli Stati membri dell'UE a progettare e attuare
riforme che sostengano la transizione verde e contribuiscano al conseguimento
degli obiettivi del Green Deal europeo.
Contribuisce inoltre a definire le procedure
richieste nelle amministrazioni centrali e locali e a realizzare le strutture
di coordinamento necessarie per l'attuazione delle politiche verdi.
INDICE.
Azione
per il clima e riduzione delle emissioni.
Transizione
giusta.
Sviluppo
sostenibile.
Energia.
Trasporti
e mobilità.
Ambiente
ed economia circolare.
Ricerca
e innovazione.
Rendere
più verdi le finanze pubbliche e private.
Contatti.
Azione
per il clima e riduzione delle emissioni.
L'azione
per il clima è al centro del Green Deal europeo.
L'UE può già vantare solidi risultati nella
riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra, mantenendo al contempo la
crescita economica.
Nei prossimi anni occorrerà fare ancora di
più.
L'UE
si è imposta di conseguire la neutralità climatica entro il 2050, invitando
tutti gli Stati membri ad attuare un insieme coerente di politiche in materia
di clima.
Attraverso
lo strumento di sostegno tecnico la Commissione europea aiuta le
amministrazioni nazionali a progettare e attuare riforme a sostegno delle loro
ambizioni climatiche.
ESEMPI
DI SOSTEGNO.
Messa
a punto della politica climatica, compresi una consulenza per le strategie e i
piani d'azione per il clima e un sostegno per la modellizzazione delle
emissioni di gas serra.
Sostegno
all'uso del suolo e alla gestione delle foreste, compresi la pianificazione
urbana, le città intelligenti e la contabilizzazione e l'inventario delle
foreste.
Migliore
protezione delle coste e gestione del rischio di alluvioni e erosioni costiere.
Sviluppo
di soluzioni ispirate alla natura per affrontare le ondate di calore, la
siccità, le inondazioni e la scarsa qualità dell'aria nelle aree urbane.
Attuazione
di strumenti di finanziamento nell'ambito del sistema europeo di scambio delle
quote di emissione.
Sostegno
alla decarbonizzazione degli impianti elettrici, compresi la progettazione di
mercati e quadri normativi favorevoli alle energie rinnovabili.
Sviluppo
di regimi di sostegno basati sul mercato per gli investimenti nelle energie
rinnovabili e nell'efficienza energetica.
Elaborazione
di piani nazionali per l'energia e il clima, compresa una modellizzazione
analitica ed energetica.
Valutazione
delle politiche a favore di sistemi di riscaldamento e raffreddamento efficienti
sotto il profilo energetico.
Promozione
degli investimenti destinati all'efficienza energetica degli edifici
Definizione
di politiche per trasporti/mobilità sostenibili e combustibili alternativi.
Rafforzamento
dei trasporti per vie navigabili interne e delle linee ferroviarie ad alta
velocità.
Sostenere
l'attuazione della strategia nazionale ungherese in materia di clima.
Sostegno
alla creazione di un quadro di monitoraggio e valutazione per le politiche in
materia di clima ed energia, nonché al miglioramento delle metodologie di
valutazione d'impatto ambientale (VIA).
Sostenere
gli investimenti nell'energia pulita in Grecia.
Sostegno
al miglioramento delle condizioni quadro per gli investimenti nell'energia
pulita in Grecia, in particolare per le energie rinnovabili e l'efficienza
energetica.
Aumentare
gli investimenti a favore dell'efficienza energetica dell'edilizia in Ungheria.
Sostegno
per l'individuazione di riforme politiche e strumenti di finanziamento per
l'efficienza energetica dell'edilizia.
Migliorare
la navigazione interna e il traffico nell'area del porto di Anversa.
La
Commissione sta aiutando il porto di Anversa a spostare le merci dalla strada
alla ferrovia e alle vie navigabili interne.
L'obiettivo è ridurre il traffico stradale e
migliorare la navigazione e il coordinamento delle navi nell'area portuale.
Transizione
giusta.
Nell'UE
l'insieme degli Stati membri, delle regioni e dei settori devono contribuire
alla transizione verso un'economia climaticamente neutra.
Tuttavia,
la portata della sfida non è la stessa per tutti.
Le
regioni dipendenti dai combustibili fossili e dalle industrie ad alta intensità
di CO2 saranno particolarmente colpite e subiranno una profonda trasformazione
economica, ambientale e sociale.
La
Commissione europea aiuta gli Stati membri a mobilitare risorse e ad adottare
misure per garantire un sostegno mirato alle regioni e ai settori maggiormente
colpiti dalla transizione.
Inoltre, attraverso lo strumento di sostegno
tecnico, la “DG REFORM” sta aiutando 17 Stati membri a definire i rispettivi
piani territoriali che sono tenuti ad elaborare per poter accedere ai
finanziamenti del meccanismo per una transizione giusta.
ESEMPI DI SOSTEGNO.
Valutazione
delle sfide ed esigenze della transizione.
Elaborazione
di un piano d'azione con una tabella di marcia delle misure necessarie per la
transizione verso un'economia climaticamente neutra.
Sostegno
alle consultazioni delle parti interessate al fine di raggiungere un consenso
su come passare a un'economia climaticamente neutra.
Proposta
di meccanismi di governance per attuare la transizione.
Sostenere la transizione dall'energia prodotta col
carbone in Slovacchia.
Sostegno
alla definizione di una strategia per il passaggio della regione dalla
produzione di carbone ad altre attività economiche.
Sviluppo
sostenibile.
Insieme
agli Stati membri, l'Unione è pienamente impegnata ad essere in prima linea
nell'attuazione dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
I 17
obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) intendono migliorare la vita delle
persone e proteggere il pianeta dal degrado, per consentirgli di rispondere
alle esigenze delle generazioni presenti e future.
Dal 2020 la Commissione europea ha rafforzato
l'analisi e il monitoraggio del conseguimento degli OSS nell'ambito del
semestre europeo.
Parallelamente, gli Stati membri stanno
integrando gli OSS nel processo di elaborazione delle politiche e mettendo a
punto strategie mirate per favorire uno sviluppo più sostenibile.
ESEMPI
DI SOSTEGNO.
Elaborazione
di una strategia di sviluppo sostenibile per il 2050.
Definizione
di un piano d'azione per migliorare il benessere di coloro che risiedono nelle
zone rurali e garantire la stabilità economica di tali zone.
Attuazione
della strategia per lo sviluppo sostenibile integrando gli OSS nel processo
decisionale a tutti i livelli di governo.
Coerenza delle politiche per lo sviluppo
sostenibile in Italia.
Al
fine di attuare l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, nel 2017 il governo
italiano ha adottato una strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile.
Energia.
La
decarbonizzazione del sistema energetico è fondamentale per conseguire gli
obiettivi climatici per il 2030 e 2050.
Allo stesso tempo, occorre garantire la sicurezza e
l'accessibilità dell'energia per i consumatori e le imprese.
A tal
fine, gli Stati membri sono chiamati a trasformare i loro sistemi energetici in
un mercato dell'energia europeo pienamente integrato, digitalizzato e
competitivo, basato in larga misura su fonti rinnovabili.
Oltre
alle riforme normative, gli Stati membri devono agevolare e promuovere
ulteriori investimenti in energia pulita e nell'efficienza energetica.
ESEMPI
DI SOSTEGNO.
Adeguamento
del quadro legislativo e regolamentare per aumentare la quota delle energie
rinnovabili.
Definizione
di misure politiche per promuovere l'efficienza energetica.
Progettazione
di mercati dell'energia elettrica competitivi.
Rimozione
degli ostacoli ai finanziamenti e ai mercati dei servizi per l'energia pulita.
Sostegno
alla pianificazione strategica attraverso la modellizzazione e l'analisi
energetica.
Trasporti
e mobilità.
I
trasporti consentono alle persone, ai servizi e alle merci di circolare
liberamente all'interno dell'Unione europea.
Rappresentano
una pietra miliare dell'integrazione europea, poiché consentono di collegare
persone di regioni e paesi diversi, e offrono un importante contributo
all'economia.
La
domanda di trasporti continua ad aumentare con la crescente integrazione delle
economie, offrendo opportunità, ma anche nuove sfide.
In
particolare, i trasporti rappresentano quasi un quarto delle emissioni di gas
serra dell'UE e sono una delle principali cause dell'inquinamento atmosferico
nelle città.
Gli Stati membri stanno cercando di sviluppare
soluzioni intelligenti, sostenibili ed efficienti.
A tal
fine, occorre mettere al primo posto gli utenti e fornire loro alternative più
economiche, più accessibili, più sane e più pulite.
ESEMPI
DI SOSTEGNO.
Analisi
delle politiche, degli strumenti economici e degli ordinamenti giuridici.
Svolgimento
di analisi costi/benefici.
Sviluppo
di modelli su scenari d'investimento e i relativi impatti.
Messa
a punto di raccomandazioni strategiche, piani d'azione e tabelle di marcia.
Elaborazione
di strategie e piani di comunicazione.
Ambiente
ed economia circolare.
Secondo
le stime, il degrado ambientale inciderà in modo crescente sull'attività
economica.
Può
causare condizioni meteorologiche estreme, influire sulla salute umana e
rendere meno accessibili le risorse naturali.
La tutela del capitale naturale dell'UE, la
transizione verso un'economia efficiente sotto il profilo delle risorse e la
protezione delle persone dalle pressioni legate all'ambiente sono priorità
fondamentali del Green Deal europeo.
Gli
Stati membri stanno avviando riforme per affrontare tali sfide sviluppando
ulteriormente le loro politiche e strategie ambientali.
La “DG
REFORM” sostiene le amministrazioni nazionali nell'elaborazione e attuazione di
riforme che contribuiscano ad affrontare il degrado ambientale.
ESEMPI
DI SOSTEGNO.
Definizione
delle politiche nazionali e comunali in materia di gestione dei rifiuti.
Elaborazione
di strategie e piani d'azione nazionali in materia di economia circolare.
Attuazione
di strumenti per decarbonizzare le industrie.
Sostegno
alla gestione delle risorse idriche e al monitoraggio dei servizi idrici.
Migliorare
la gestione dei rifiuti in Grecia.
Migliorare
la gestione dei rifiuti in una prospettiva di economia circolare costituisce
una sfida fondamentale per la Grecia.
Gestione
integrata delle zone naturali nei Paesi Bassi.
In un
paese densamente popolato come i Paesi Bassi è indispensabile un approccio
coordinato alla gestione dello spazio.
Rafforzare
la normativa economica e ambientale nel settore delle acque e delle acque
reflue in Romania.
Sostegno
al regolatore economico rumeno affinché possa svolgere un ruolo cruciale come
repertorio centrale delle informazioni sulle prestazioni e la conformità.
Ricerca
e innovazione.
Le
tecnologie digitali hanno un profondo impatto sul nostro modo di vivere e di
fare impresa.
Gli Stati membri devono avere la capacità di
beneficiare della società sempre più digitalizzata in cui operano e di far
fronte alle sfide che essa comporta.
Ciò
richiede l'elaborazione di politiche e l'impiego di soluzioni innovative per
dare alle imprese la fiducia, le competenze e i mezzi per digitalizzarsi e
crescere.
Una
strategia sistematica e lungimirante in materia di ricerca e innovazione è
indispensabile per un'economia più produttiva e verde.
ESEMPI
DI SOSTEGNO.
Rafforzamento
della cooperazione tra imprese e scienza per migliorare l'attuazione delle
politiche di innovazione.
Risposta
al fabbisogno di competenze negli istituti di ricerca, in particolare
attraverso la condivisione delle conoscenze e delle migliori pratiche.
Miglioramento
delle prestazioni innovative delle piccole e medie imprese.
Migliorare
la collaborazione tra imprese e scienza in Lituania.
Per
rafforzare la capacità di innovazione del paese, le autorità lituane hanno
avviato una riforma in questo campo.
Rendere
più verdi le finanze pubbliche e private.
Per
realizzare l'ambizione del “Green Deal europeo “servono investimenti
significativi.
Il
settore privato svolgerà un ruolo chiave nel finanziamento della transizione
verde.
Sono
però indispensabili strategie coerenti, quadri normativi innovativi e strumenti
intelligenti.
Anche i governi nazionali contribuiranno a
finanziare la transizione inviando segnali corretti in fatto di prezzi e
riorientando la spesa pubblica verso politiche sostenibili.
Devono inoltre stimolare la domanda di beni e
servizi più sostenibili attraverso appalti pubblici verdi e ridurre l'impronta
ecologica dei servizi pubblici.
Un
solido quadro di governance garantirà che i politici siano responsabili nei
confronti delle generazioni future.
Per
affrontare queste sfide, la DG REFORM sostiene gli Stati membri nei seguenti
settori:
bilancio
verde e tassazione ecologica;
appalti
verdi;
finanziamenti
e investimenti sostenibili.
ESEMPI
DI SOSTEGNO.
Rafforzamento
degli investimenti pubblici verdi.
Revisioni
della spesa e delle agevolazioni fiscali delle politiche verdi e non rispettose
dell'ambiente ("grigie") nei quadri di bilancio.
Progettazione
di una tassazione verde e del relativo impatto.
Attuazione
di orientamenti europei in materia di bilancio verde.
Elaborazione
di un piano d'azione sulla finanza sostenibile destinato agli Stati membri e
agli istituti nazionali di promozione.
Attuazione
di quadri in materia di obbligazioni verdi sovrane.
Portare
avanti la riforma fiscale ambientale in Italia.
Sostegno
per la riforma delle sovvenzioni dannose, la tassazione ambientale e una più
ampia riforma fiscale.
Bilancio
e gestione finanziaria sostenibili in Irlanda.
Il
quadro irlandese per la programmazione di bilancio basata sulla performance va
migliorato per consentire attività di bilancio e rendicontazione sostenibili.
Piano
d'azione sulla finanza sostenibile per la banca nazionale spagnola di
promozione - Instituto de Crédito Oficial (ICO)
La
Commissione ha sostenuto la banca nazionale spagnola di promozione (ICO)
nell'elaborazione di un piano d'azione strategico per il finanziamento diretto
di attività e progetti più sostenibili (verdi e sociali).
Piano
d'azione sulla finanza sostenibile per la Lituania.
Sebbene
la Lituania sia attiva nel campo della finanza verde, l'attuale livello dei
capitali raccolti per questo tipo di investimenti non è sufficiente a lungo termine.
Produci,
Consuma e Crepa…
Conoscenzealconfine.it
– (28 Giugno 2024) - DB -Weltanschauungitalia-ci dice:
Il
sistema è un tritacarne, dove non solo si può morire fisicamente, ma
soprattutto spiritualmente e psicologicamente…
Per
essere competitivi nella giungla del “libero” mercato bisogna sfruttare,
spremere e poi buttare persone, per poi sostituirle con altre.
Sopra
al “caporale” che schiavizza c’è tutto un sistema che ha come vetrina gli
scaffali luccicanti dei supermercati, dove i prodotti, agricoli e non, vengono
proposti a prezzi quasi decuplicati rispetto a quello riconosciuto ai
produttori.
È il
Capitalismo, quello che si poggia sull’illusione che ogni individuo possa
diventare ricco, sul benessere di una stretta cerchia di ricconi e abbienti fatta di
banchieri, finanzieri, speculatori, imprenditori e via via fino ad arrivare
alle masse di impiegati, operai e agricoltori che si ritrovano a sopravvivere a
stento in un sistema che è un tritacarne, dove non solo si può morire
fisicamente, ma soprattutto spiritualmente e psicologicamente, inducendo tutti a rincorrere la
sopravvivenza tra bollette, spesa e tasse varie senza nemmeno realizzarsi.
Il
tutto con la collaborazione di amministratori che nemmeno più si possono
definire politici che non solo mantengono lo status quo, ma fanno peggiorare sempre di più le
cose.
Produci,
consuma e crepa…
(DB - t.me/weltanschauungitaliaofficial )
Donald
Trump e
il
Futuro dei Palestinesi.
Conoscenzealconfine.it
– (27 Giugno 2024) - Massimo Mazzucco – ci dice:
Pare
che Donald Trump sia disponibile ad appoggiare la definitiva annessione della
Cisgiordania allo Stato di Israele.
Una
vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre rappresenterebbe di sicuro
un forte cambiamento nella situazione geopolitica mondiale, con una probabile
riduzione del supporto americano per la guerra in Ucraina – e per tutte le
guerre in generale.
Nella scorsa presidenza (2016-2020) Trump ha
dimostrato di non essere un guerrafondaio al servizio del “Deep State”, e nulla
fa pensare che dovrebbe comportarsi in modo diverso nella nuova presidenza.
Ma c’è
qualcuno che rischia di pagare a carissimo prezzo questa nuova, eventuale
presidenza di Donald Trump, ed è il popolo palestinese.
Pare
infatti che Donald Trump sia disponibile ad appoggiare la definitiva annessione
della Cisgiordania allo Stato di Israele.
Chi
Sono gli Adelson.
Come
riporta la testata ebraica “Forward”, la miliardaria “Miriam Adelson” è pronta
a finanziare generosamente la campagna elettorale di Donald Trump.
Miriam
Adelson è la vedova di Sheldon Adelson, il magnate ebreo dei casinò che nel
2016 fu il maggior contribuente alla campagna elettorale di Donald Trump.
Sheldon
Adelson era anche uno dei più entusiasti sostenitori del trasferimento della
capitale d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.
E
curiosamente, un anno dopo la sua elezione, Donald Trump riconobbe Gerusalemme
come nuova capitale di Israele.
Sheldon
Adelson compariva raggiante, in prima fila, durante le celebrazioni
dell’evento.
Nel
corso della sua presidenza, Trump si è anche ricordato di conferire alla moglie
Miriam la Medaglia Presidenziale alla Libertà nel 2018.
Ora la
situazione sembra ripetersi, ma la posta in gioco è molto più alta:
Sheldon Adelson non c’è più, ma la vedova –
che è una convinta sostenitrice dell’annessione della Cisgiordania allo Stato
di Israele – è pronta a finanziare la campagna elettorale di Trump con una
donazione di 100 milioni di dollari.
Si
presume che prima di staccare quell’assegno voglia assicurarsi che Trump sia
favorevole ad appoggiare il piano di annessione della Cisgiordania.
Ma la
Adelson non dovrebbe trovare grossi ostacoli nel candidato repubblicano, visto
che già nel piano di pace messo a punto da Trump nel 2020 si prevedeva
l’annessione di una parte dei territori occupati (le famose “colonie ebraiche”
in Cisgiordania, che al momento sono considerate illegali a livello
internazionale).
Sionista
dichiarata, in una intervista al New York Magazine la Adelson – che è l’ottava
donna più ricca al mondo, e la più ricca di Israele – ha definito la questione
della Cisgiordania come “unfinished business”, ovvero “lavoro da completare”.
Vedremo
quindi il facchino Trump all’opera – se vincerà le elezioni – e vedremo quali
acrobazie verbali riuscirà ad inventarsi per giustificare questo definitivo
tradimento del popolo e della storia palestinesi.
(Massimo
Mazzucco)
(luogocomune.net/29-palestina/6544-donald-trump-e-il-futuro-dei-palestinesi)
L'Ue è
pronta a una "guerra commerciale"
contro la Cina, avverte Ursula von der Leyen.
It-euronews.com
– (6-5-2024) - Isidoro Patalano & Mared Gwyn Jones – Redazione – ci dice:
Le
pratiche commerciali aggressive della Cina hanno messo l'Unione europea in una
posizione sfavorevole.
L'industria europea è fortemente compromessa,
avverte Ursula von der Leyen.
La presidente della Commissione Ue ed Emmanuel
Macron hanno incontrato Xi Jinping a Parigi.
L'Unione
europea è pronta a mostrare i muscoli per proteggere i propri interessi dalle
pratiche commerciali aggressive della Cina, ha dichiarato lunedì Ursula Von der
Leyen dopo un incontro a trilaterale a Parigi con Emmanuel Macron e Xi Jinping.
Si
tratta dell'avvertimento più netto lanciato finora dalla presidente della
Commissione europea:
il suo
esecutivo non lascerà nulla di intentato per impedire che il settore
manifatturiero cinese soffochi le industrie europee.
È un
chiaro segnale che Bruxelles è pronta a una potenziale guerra commerciale
contro Pechino.
"Affinché
il commercio sia equo, anche l'accesso ai due mercati deve essere
reciproco", ha dichiarato von der Leyen ai giornalisti a Parigi a seguito
del vertice.
"L'Europa
non può accettare pratiche distorsive del mercato che potrebbero portare alla
deindustrializzazione interna", ha aggiunto la presidente.
"L'Unione
europea non esiterà a prendere decisioni difficili, ma necessarie per
proteggere la propria economia e sicurezza.
(Ursula von der Leyen)
L'esecutivo
europeo ha attaccato la Cina per quelli che considera sussidi ingiusti in
settori chiave come quello dei veicoli elettrici e l'industria dell'acciaio che
minacciano di decimare le imprese europee.
Il
governo centrale di Pechino sta esercitando la propria forza economica e
industriale per sostenere i settori manifatturieri attraverso sussidi, prestiti
a basso costo, agevolazioni fiscali e normative preferenziali per le aziende
nazionali.
Tali
politiche hanno favorito la commercializzazione di prodotti cinesi estremamente
economici verso i mercati occidentali.
Scatta,
così, l'allarme a Bruxelles e in altre capitali dell'Ue per le cosiddette
pratiche di "dumping" commerciale della Cina, che prevedono
l'esportazione di merci a prezzi artificiosamente bassi.
L'Unione
europea ha risposto con posizioni sempre più nette nei confronti del commercio
cinese e con una serie di indagini che potrebbero presto portare
all'imposizione di dazi punitivi sulle importazioni cinesi.
Il
mondo dell'elettrico sotto indagine.
Lo
scorso settembre, Bruxelles ha avviato un'indagine anti sovvenzioni sui veicoli
elettrici a basso costo provenienti dalla Cina, seguita da simili controlli sui
produttori cinesi di turbine eoliche e pannelli solari, sospettati di aver
beneficiato illegalmente di generosi sussidi statali.
Pechino
ha reagito con una propria indagine economicamente non sostanziale, sulle
importazioni di brandy dall'Ue:
mossa altamente simbolica e apparentemente
mirata alla Francia.
Proprio Emmanuel Macron aveva spinto Bruxelles
a richiedere la prima revisione sulle esportazioni cinesi di veicoli elettrici.
A fine
aprile, il blocco europeo ha messo in atto azioni atte a punire Pechino per
aver impedito alle aziende europee di aggiudicarsi appalti pubblici in Cina,
con un'indagine incentrata sui dispositivi medici.
"La
Cina continua a sostenere in modo massiccio il suo settore manifatturiero e
questo, unito alla domanda interna che non aumenta, non consente al resto del
mondo di assorbire il surplus cinese", ha dichiarato von der Leyen.
Un'altra
preoccupazione per l'Ue è la forte dipendenza dalla Cina dalle cosiddette
materie prime critiche:
componenti
essenziali nella produzione di pannelli solari e semiconduttori.
Ursula
von der Leyen ha assicurato che Bruxelles sta "cercando di contenere i
rischi" per le catene di approvvigionamento dell'Ue stringendo accordi con
una serie di Paesi partner che vantano risorse naturali di tali materie prime
essenziali.
Le
tensioni tra Unione europea e Cina.
La
visita europea di Xi Jinping, apertasi questo lunedì in Francia, attraversa
grosse tensioni tra Bruxelles e Pechino per il sostegno cinese alla Russia e
dispute commerciali legate ai sussidi di stato alle aziende cinesi in settori
che vanno dalle auto elettriche alle energie rinnovabili.
"Abbiamo
discusso gli squilibri economici, che rimangono significativi e sono tema di
grande preoccupazione per noi.
Dobbiamo affrontare le dipendenze eccessive,
diversificando le fonti di materie prime critiche" ha dichiarato la
presidente della Commissione riguardo ai rapporti economici con la Cina.
"Non
tolleriamo distorsioni del mercato, il nostro rimane aperto alla concorrenza
leale e agli investimenti, ma non è positivo per l'Europa se danneggia la
nostra sicurezza e ci rende vulnerabili.
È
importante che Ue e Cina parlino di come cooperare individuando dove i
reciprochi interessi sono allineati" ha aggiunto von der Leyen.
Dazi
UE sulle auto elettriche
cinesi:
gli impatti e i problemi.
Agendadigitale.eu
– (14 giugno 2014) – Mirella Castigli – (ScenariDigitali.info) – Nicola e
Gabriele Iuvinale – ci dicono:
TRANSIZIONE
ECOLOGICA.
La
concorrenza sleale cinese ha spinto prima l’amministrazione Usa ed ora la Ue a
incrementare i dazi sulle auto elettriche cinesi.
Ecco quali sono gli impatti di una decisione
che alcuni osservatori ritengono necessaria, ma tardiva, invece altri
considerano il protezionismo controverso e pericoloso.
Dazi
europei sulle auto elettriche cinesi: le sfide da superare.
L’Unione
Europea ha dichiarato che imporrà tariffe, dal 26% fino al 48%, a seconda dei
marchi, sui veicoli elettrici importati dalla Cina.
I leader Ue lo hanno definito uno sforzo per
proteggere i produttori del mercato automobilistico dalla concorrenza sleale.
Una
mossa dai grandi impatti su mercato, innovazione e sostenibilità.
Indice
degli argomenti.
Le
ragioni dei dazi UE sulle auto elettriche cinesi.
La
sfida dei dazi Ue sulle auto elettriche cinesi.
I
timori dell’auto motive europeo.
Anche
il Ceo di Stellantis ha cambiato idea.
L’indagine
europea.
I
rischi del protezionismo: le ritorsioni cinesi.
La
Cina apre impianti in Europa: un’altra minaccia.
I
marchi più esposti ai dazi.
La
storia dell’adesione della Cina al WTO: cos’è andato storto.
I
prossimi passi.
Le
ragioni dei dazi UE sulle auto elettriche cinesi.
Arriva
un mese dopo che il Presidente Biden ha quadruplicato le tariffe statunitensi
sui veicoli elettrici cinesi portandole al 100%, aprendo un altro fronte
nell’escalation delle tensioni commerciali con la Cina.
“Le
esportazioni cinesi sono in forte espansione, cresciute del 7,6% a maggio,
nonostante le crescenti tensioni commerciali con l’UE e gli Stati Uniti”,
spiegano “Gabriele e Nicola Iuvinale,” autori del libro “La Cina di Xi Jinping “:
“L’invasione
non solo di automobili, ma anche elettrodomestici ed elettronica stanno
alimentando questa tendenza preoccupante. La debole domanda interna della Cina
sta spingendo il Paese ad esportare un eccesso di produzione”.
Infatti
questa tendenza nasce dalla debole domanda interna dovuta alla bolla
immobiliare cinese.
“La
debolezza della domanda interna dovuta in larga misura alla bolla immobiliare e
il timore che gli effetti di medio-lungo termini potessero essere simili a
quelli della bolla giapponese degli anni ’90 – che sprofondò un Paese all’epoca
ai vertici dell’economia mondiale in una crisi profonda e in una deflazione di
durata almeno ventennale – ha spinto il governo cinese a tornare a puntare
sull’export e a investire pesantemente perché questo potesse avvenire”,
conferma “Umberto Bertelè”, professore emerito di “Strategia” e chairman degli “Osservatori
Digital Innovation ”al Politecnico di
Milano.
“Lo
sfruttamento delle opportunità di mercato legate alla transizione ambientale è
stata sicuramente una delle grandi scommesse, con un mix di azioni: da quelle
geopolitiche per assicurarsi il controllo delle materie prime più
indispensabili per la transizione, alla promozione dell’innovazione (“CATL” è
ad esempio ora leader mondiale nel comparto delle batterie), alla promozione della domanda interna (che ha
spinto la concorrenza con un effetto positivo sulle economie di learning), ai
sussidi all’export in senso più proprio. Il successo nei pannelli solari è
stato travolgente, quello nelle pale eoliche è in fase avanzata e ora è il
momento delle auto elettriche (il “boccone” principale”), dove – occorre dirlo
– le imprese europee e statunitensi (la neonata Tesla a parte) si sono convinte
solo tardi della serietà della minaccia e quelle giapponesi e sud-coreane hanno
scommesso più sull’ibrido e sull’idrogeno.
La situazione è uscita poi un po’ fuori
controllo:
come segnalava “Bloomberg” in un recente
articolo la capacità produttiva mondiale di batterie sarà alla fine del 2025
pari a cinque volte la domanda annua e lo squilibrio domanda-offerta in Cina è
destinato a rimanere tale per tutto il decennio “.
Ecco
quali sono gli impatti di una decisione che alcuni osservatori ritengono
necessaria, ma tardiva e i marchi dell’Automotive tedesco considerano
controversa e pericolosa.
Ma “se
dobbiamo fare la transizione energetica”, spiega “Alberto Mingardi”, Professore
Associato in “Storia delle dottrine politiche” all’”Università Iulm” di Milano,
direttore generale dell’”Istituto Bruno Leoni”, “e dobbiamo farla con la
macchina elettrica, dobbiamo anche spingere quanto prima la conversione del
parco automobili.
E perché questo possa avvenire, abbiamo
interesse a che siano disponibili veicoli elettrici anche a prezzi non
proibitivi”.
La
sfida dei dazi Ue sulle auto elettriche cinesi.
Le
azioni dell’Unione Europea e degli Stati Uniti riflettono anche le sfide che le
tradizionali case automobilistiche devono affrontare in Europa e negli Stati
Uniti da parte delle aziende cinesi emergenti, fondate proprio sui veicoli
elettrici e non frutto di una trasformazione, e che vantano costi base molto
inferiori rispetto ai loro rivali occidentali.
“Il
dilemma della UE su quali dazi applicare e su quali orizzonti temporali – dopo
che la misura del Presidente Usa “Biden” di aumentare i dazi al 100% l’hanno
esposta in misura ancora più forte al rischio di una invasione delle auto
elettriche cinesi – è legato a mio avviso, dice “Bertelè”, a una serie di implicazioni diverse:
una
“non difesa” a breve termine, con le imprese europee come detto impreparate
alla sfida anche perché confidanti sino all’ultimo sui ritardi della politica,
potrebbe avere conseguenze pesanti per la sopravvivenza stessa della filiera
automobilistica europea (in cui l’Italia continua ad avere un ruolo
significativo nella componentistica a fianco di uno declinante nella produzione
di auto);
una
“difesa vigorosa” potrebbe generare ritorsioni altrettanto vigorose,
soprattutto nei riguardi delle imprese tedesche con una forte presenza sul
mercato cinese, ma anche in settori diversi (si parla di una rivalsa su vini e
formaggi);
una
“difesa” troppo prolungata nel tempo potrebbe rallentare la reazione delle
imprese europee, che in questo periodo hanno visto i loro profitti aumentare
con la vendita di auto tradizionali e/o ibride, rendendo più difficile non solo
la difesa nel lungo termine del mercato interno ma anche il loro posizionamento
nei mercati terzi, che appaiono essere quelli destinati alla maggior crescita;
un
abbandono della scommessa sulla sola auto elettrica, a favore della cosiddetta
“neutralità tecnologica”, potrebbe essere probabilmente la risposta più
conveniente, ma con un faticoso e contrastato iter di approvazione su scala
globale”.
Inoltre
il calo del prezzo del nichel è dovuto a un cambiamento tecnologico nelle
batterie cinesi.
Ma
bisogna anche dire che il nichel indonesiano a basso costo sta da tempo
inondando il mercato globale, a scapito di altri produttori occidentali come “BHP”
e “Anglo American”, costretti a chiudere le proprie attività nel settore.
“Questa
‘eccessiva capacità’ della Cina”, continuano “Gabriele e Nicola Iuvinale”,
“causa forte preoccupazione per l’UE.
Il
surplus commerciale della Cina sta anche alimentando le preoccupazioni per il
potenziale squilibrio globale.
Le principali economie emergenti stanno
vivendo l’inflazione e il rallentamento della domanda.
Tale afflusso di beni cinesi a basso costo può
sconvolgere i mercati interni e accelerare i timori di deflazione in tutto il
mondo“.
I
timori dell’auto-motive europeo.
La
decisione europea di aumentare i dazi ha messo in allarme le case
automobilistiche europee.
“Però
questo processo è partito con il discorso annuale sull’Unione di Ursula von der
Leyen, tenuto nel settembre 2023, sulla base di una regolamentazione europea
esistente del 2016”, spiega “Luigi di Marco” dell’”Alleanza italiana dello
Sviluppo Sostenibile” (AsViS):
“Ma la partita non è stata ancora decisa,
perché c’è ancora una fase negoziale con la Cina e in relazione con gli Stati
membri “.
A
differenza di quelle statunitensi, molti dei concorrenti europei sono
profondamente legati al mercato cinese.
Temono
inoltre che le loro auto prodotte in Cina saranno soggette all’aumento dei
dazi.
Le
case automobilistiche europee hanno dunque criticato la mossa dell’“Unione
Europea” di aumentare i dazi dal 10% per le auto importate, temendo ritorsioni
da parte della Cina, nonché un aumento dei prezzi sul mercato e dunque un calo
della domanda di auto a batteria.
Gli
aumenti annunciati dalla Ue, che si aggiungono ai dazi esistenti del 10%, sono
preliminari ed entreranno in vigore il 4 luglio.
Vanno dal 26% al 48% per tre dei principali
produttori cinesi, “BYD”,” Geely” e “SAIC”. Secondo il New York Times e
l’Economist, i dazi si basano anche sul livello di cooperazione con i
funzionari europei, che negli ultimi mesi hanno indagato sul grado di supporto
del governo cinese a queste aziende.
Le
altre case automobilistiche che producono veicoli elettrici in Cina, comprese
le aziende europee con fabbriche o joint venture in loco, rischiano una tariffa
aggiuntiva, ha dichiarato l’Unione Europea, anche in base al grado della loro “collaborazione”
con l’indagine.
“I tre
Paesi che si oppongono all’aumento delle tariffe, al di là delle motivazioni
più o meno liberiste con cui giustificano le loro posizioni (alcune delle quali
condivisibili) o più marcatamente geopolitiche quali quelle dell’Ungheria,
hanno tutti interessi economici ben precisi:
due delle tre big tedesche realizzano in Cina
una percentuale elevata delle loro vendite e dei loro profitti e le ritorsioni
potrebbero essere come detto dolorose;
la principale impresa svedese, “Volvo”, è da
anni posseduta dalla “cinese Geely”;
in
Ungheria dovrebbe essere localizzato il primo investimento cinese nella
fabbricazione di auto elettriche nella UE”,
avverte “Bertelè”.
Il
settore automobilistico europeo sfiora i 13 milioni di posti di lavoro in tutto
il blocco dei 27 Paesi, il secondo mercato mondiale per i veicoli elettrici
dopo la Cina. L’anno scorso le importazioni di auto elettriche dalla Cina hanno
raggiunto gli 11,5 miliardi di dollari, contro gli 1,6 miliardi del 2020.
Tuttavia
“con questi dazi, aumentiamo i costi che dovranno sostenere i consumatori e
rallentiamo la transizione ecologica “, aggiunge “Alberto Mingardi”.
“E lo
facciamo, perché la Commissione in realtà ha obiettivi contraddittori: da una
parte ambiziosi target ambientali, dall’altra obiettivi di politica
industriale.
Qui
forse vedo l’unico vantaggio.
Il
fatto che stiamo facendo una cosa potentemente folle, cioè tirando la fune da una parte
coi sussidi e dall’altra coi dazi, potrebbe agevolare un ripensamento del “Green
Deal nel suo complesso”.
Come
mi pare, del resto, a giudicare dall’esito delle europee, auspichino anche gli
elettori”.
Anche
il Ceo di Stellantis ha cambiato idea.
“Carlos
Tavares”, amministratore delegato di Stellantis, che annovera Citroën e Peugeot
tra i suoi numerosi marchi (e il cui maggiore azionista possiede in parte la
casa madre dell’Economist), un tempo sembrava favorevole alle tariffe.
È invece diventato meno entusiasta dopo
l’accordo dello scorso ottobre con “Leapmotor”, una startup cinese, per la
produzione di veicoli elettrici a basso costo in Cina per il mercato europeo.
Stellantis,
non vendendo in Cina, non teme ritorsioni.
Renault
non ha chiesto esplicitamente tariffe, ma piuttosto “parità di condizioni” e
una politica industriale europea più favorevole.
Anche “Renault”
invia in Europa veicoli elettrici dalla Cina con il marchio “Dacia”.
L’indagine
europea.
L’Unione
Europea ha difeso l’azione, affermando in un comunicato che un’indagine
iniziata il 4 ottobre ha rilevato che la catena di fornitura di veicoli
elettrici in Cina “beneficia pesantemente di sussidi sleali in Cina, e che l’afflusso
di importazioni cinesi sovvenzionate a prezzi artificialmente bassi rappresenta
quindi una minaccia di pregiudizio chiaramente prevedibile e imminente per
l’industria dell’Unione Europea”.
La
Cina ha denunciato i dazi come privi di “basi legali e fattuali”, che
equivalgono ad “armare le questioni economiche e commerciali”, ha dichiarato”
He Yadong”, portavoce del ministero del Commercio.
“Questo
non è in linea con il consenso raggiunto dai leader cinesi ed europei sul
rafforzamento della cooperazione e influenzerà l’atmosfera della cooperazione
economica e commerciale bilaterale tra Cina ed Europa”, ha dichiarato “He”.
La”
Commissione Europea”, il ramo esecutivo dell’Unione Europea, ha aperto
l’indagine per determinare se il governo cinese stesse effettivamente
sovvenzionando la produzione di auto elettriche e le inviasse in Europa a
prezzi inferiori a quelli dei concorrenti europei.
“Sono
situazioni distorsive di mercato, fatte con soldi pubblici di un Paese
straniero, che rischiano di creare uno squilibro, una disparità di condizioni
sul mercato“, conferma “Luigi di Marco”.
I
rischi del protezionismo: le ritorsioni cinesi.
Prima
dell’annuncio, la Cina aveva avvertito che avrebbe potuto reagire aumentando le
tariffe sulle auto a gas importate dall’Europa e sui prodotti agricoli (food e
vino), moda e lusso e dell’aviazione. La bilancia costi/benefici potrebbe
essere negativa per l’Italia. La Cina applica già un dazio del 15% su tutti i
veicoli elettrici importati dall’Europa.
Tra
questi vi sono, per esempio, le auto prodotte da” BMW” e “Volkswagen”, che non
solo vendono in Cina, ma nel Paese hanno anche grandi impianti di produzione.
Le
case automobilistiche tedesche temono che le tariffe facciano aumentare i
prezzi in Europa e scatenino ritorsioni da parte dei cinesi, danneggiando in
ultima analisi entrambi i mercati.
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha
criticato l’aumento dei dazi la scorsa settimana durante una visita a uno
stabilimento di Rüsselsheim, di proprietà della “Opel” di Stellantis.
“L’isolamento
e le “barriere doganali illegali” rendono tutto più costoso e tutti più
poveri”, ha dichiarato” Scholz”.
“Non
chiudiamo i nostri mercati alle aziende straniere, perché non lo vogliamo
nemmeno per le nostre aziende”.
Gli
esperti di economia avevano avvertito che un aumento delle tariffe fino al 20%
avrebbe potuto interrompere le rotte commerciali.
L’”Istituto Kiel per l’economia mondiale” ha
calcolato che un tale aumento impedirebbe l’ingresso in Europa di veicoli
elettrici provenienti dalla Cina per un valore di 3,8 miliardi di dollari.
Ma
altri esperti sottolineano che il vantaggio di costo dei produttori cinesi
rispetto alle case automobilistiche europee nella produzione di componenti come
i moduli elettronici e le celle delle batterie significa che l’Europa dovrebbe
imporre dazi di almeno il 50% per essere efficace.
Anche
se le case automobilistiche europee fossero in grado di colmare questo divario,
il calo del numero di modelli cinesi farà aumentare il prezzo complessivo dei
veicoli elettrici, a causa dei costi di produzione e di manodopera più elevati.
Per
rispondere al rischio d’invasione di auto elettriche cinesi nel mercato
europeo, alcuni economisti propongono una “soluzione Airbus” rispetto ai dazi.
“Se si
riferisce a un congelamento dei dazi per un certo periodo di tempo, sì”, mette
in guardia “Alberto Mingardi”:
“Anche
perché buona parte delle vetture cinesi sono in realtà macchine a marchio
europeo e americano (sia pure soggette a dazio minore), prodotte in Cina, con
tutta probabilità, non per un incastro di sussidi, ma perché i cinesi hanno
rapidamente sviluppato il” know how” per realizzarle.
Come
la guerra “Airbus-Boeing” insegna, il protezionismo è un gioco nel quale ci
rimettono tutti”.
La
Cina apre impianti in Europa: un’altra minaccia.
“Non è
affatto scontato che i produttori di auto europei colmeranno il divario”, ha
dichiarato “Julian Hinz”, ricercatore commerciale dell’ “Istituto Kiel per
l’economia mondiale”.
Un’altra
minaccia per i produttori europei è rappresentata dal fatto che i produttori
cinesi hanno già in programma di espandere la produzione in Europa.
“BYD”,
la principale casa automobilistica cinese, ha puntato a diventare il primo
produttore di veicoli elettrici in Europa entro il 2030.
Alla
fine dello scorso anno ha indicato l’Ungheria come sito in cui intende
costruire il suo primo impianto di assemblaggio nell’Unione Europea.
L’azienda ha dichiarato che sta valutando la
possibilità di aprire un secondo stabilimento in altre parti d’Europa.
“Chery”,
un altro produttore cinese, ha annunciato il mese scorso l’apertura di uno
stabilimento vicino a Barcellona, in Spagna, nell’ambito di una joint venture
con la spagnola “EV Motors”.
Anche
altri Paesi europei desiderano che le case automobilistiche cinesi si
trasferiscano nel loro territorio, con l’idea che creino posti di lavoro e rafforzino le catene di fornitura
nazionali.
Il
presidente francese” Emmanuel Macron” ha compiuto uno sforzo concertato per
attirare una maggiore produzione di batterie, anche da parte di aziende cinesi,
in una regione settentrionale dove i posti di lavoro in fabbrica sono in
declino.
“Bruno
Le Maire”, ministro delle Finanze francese, si è spinto oltre, dichiarando che
l’industria automobilistica cinese è “la benvenuta in Francia”.
In
vista della possibilità che le aziende cinesi si espandano nel loro cortile,
molte case automobilistiche europee sottolineano di essere più preoccupate di
aumentare la loro competitività che non dei dazi.
“Volkswagen”,
che ha diversi siti di produzione e ricerca in Cina, ha dichiarato di essere
preoccupata per i dazi che l’azienda considera dannose, soprattutto mentre la
domanda di auto elettriche in Europa è in calo.
“L’aumento
dei dazi d’importazione nell’Unione Europea potrebbe innescare una dinamica
fatale di misure e contromisure e portare a un’escalation di conflitti
commerciali”, ha dichiarato mercoledì l’azienda in un comunicato.
“Riteniamo
che gli effetti negativi della decisione supereranno qualsiasi aspetto
positivo”.
Per
quanto riguarda le case automobilistiche cinesi, i dazi più alti potrebbero
temporaneamente rallentare i loro progressi e dare agli europei l’opportunità
di recuperare il ritardo lanciando una nuova generazione di veicoli più
competitivi. Ma è improbabile che la barriera doganale fermi tutti i cinesi.
I
marchi più esposti ai dazi.
Avendo
fissato i prezzi in Europa un po’ più bassi rispetto ai modelli europei
concorrenti, i marchi cinesi hanno un margine di manovra per tagliare.
“Byd”,
che ora sarà soggetta a un dazio aggiuntivo del 17%, vende la sua “Seal EV” a
circa 24.000 dollari in Cina e al doppio in Europa, il che suggerisce che
potrebbe assorbire i nuovi dazi e realizzare comunque un profitto.
“Rhodium”,
una società di ricerca, ritiene che dazi del 40-50% potrebbero frenare
maggiormente “Saic, che sarà colpita da una dazio del 48% sul suo popolare
marchio “Mg”, potrebbe avere maggiori problemi, a meno che non inizi a
contribuire alle indagini.
Ma i
dazi europei non colpiranno solo le imprese cinesi. Le aziende straniere che
producono automobili in Cina per esportarle in Europa saranno soggette a dazi
del 31% in media.
Tesla,
il pioniere americano dei veicoli elettrici, è di gran lunga il più esposto.
Poiché la società di “Elon Musk” produce i suoi modelli “3” e “Y” a Shanghai
per il mercato europeo, ha chiesto ai funzionari dell’UE che i dazi sulle sue
auto siano calcolati individualmente.
Ma nel
mirino sono anche le case automobilistiche europee, maggiormente minacciate
dalle auto elettriche cinesi a basso costo.
Circa
il 37% di tutti i veicoli elettrici importati in Europa proviene dalla Cina,
comprese le auto prodotte da “Tesla”, “BMW” e “Dacia”, di proprietà di “Renault”.
I marchi cinesi rappresentano il 19% del mercato europeo dei veicoli elettrici.
Il loro numero è in costante crescita, secondo
uno studio di “Rhodium Group”.
A
lungo termine le tariffe potrebbero addirittura accelerare la conquista del
mercato automobilistico europeo da parte della Cina.
Per diventare una forza significativa nel
continente, le aziende cinesi avrebbero dovuto produrre i loro veicoli
elettrici localmente.
Molti
player stanno bussando alla porta dei grandi produttori europei, oltre a “Byd”
in Ungheria e presto in Spagna e a “Chery” in Spagna.
La
storia dell’adesione della Cina al WTO: cos’è andato storto.
Due
decenni dopo la sua adesione al “WTO”, la Cina non ha ancora adottato
“politiche aperte e orientate al mercato”.
Lo
Stato mantiene il controllo dell’economia cinese e interviene pesantemente sul
mercato, per raggiungere gli obiettivi di politica economica ed industriale.
Pechino
persegue un’ampia gamma di politiche e pratiche interventiste, in continua
evoluzione, volte a limitare l’accesso al mercato per beni e servizi importati
e limitare la capacità dei produttori e fornitori di servizi stranieri nel
commercio in Cina.
Allo
stesso tempo, offre una guida governativa sostanziale, risorse economiche e
supporto informativo e normativo alle industrie cinesi.
I beneficiari sono sia le imprese statali che
“private” e numerose altre importanti società nazionali.
Come
risultato delle politiche industriali della Cina, i mercati di tutto il mondo
sono meno efficienti di quanto dovrebbero essere e il campo di gioco è
fortemente sbilanciato in danno delle società straniere che cercano di
competere con quelle cinesi, sia nel loro mercato che in quelli al di fuori
della Cina.
Questa
situazione è peggiorata negli ultimi anni.
Da
quando i nuovi leader hanno assunto il potere in Cina nel 2013, il ruolo dello
Stato nell’economia, svolto dal governo e dal PCC, è cresciuto molto.
Mentre
la Cina ha ripetutamente comunicato che sta perseguendo una “riforma
economica”, questa differisce dal tipo di cambiamento che un Paese dovrebbe
perseguire se abbracciasse principi aperti ed orientati al mercato.
Per Pechino, “riforma economica” significa sia
il perfezionamento della gestione dell’economia da parte del governo e del PCC,
che il rafforzamento del settore statale, in particolare delle imprese e dei
grandi conglomerati pubblici.
Nel
frattempo, con l’aumento del ruolo dello Stato nell’amministrazione economica,
parimenti sono cresciute la profondità e l’ampiezza delle preoccupazioni sia
dei membri del “WTO”, sia delle aziende straniere che fanno affari in Cina o
nei mercati internazionali.
Stante
l’assenza di regole internazionali sulla sovracapacità, la Cina, sfruttando
questo vulnus, distorce i mercati mondiali inondandoli con beni a basso prezzo.
Ad esempio, nel 2019 la sovracapacità di Pechino ha
notevolmente depresso i prezzi globali dei cavi in fibra ottica.
La strategia consiste nell’eliminare tutti i
concorrenti ed ottenere il controllo assoluto dell’asset.
Pechino
ha già implementato la medesima strategia nei settori dell’acciaio e
dell’alluminio, dove oggi è leader con oltre la metà della produzione mondiale.
Per
questo, lo scontro tra UE, Stati Uniti e Cina, si è fatto durissimo già dal
2021 con un botta e risposta di sanzioni e contromisure che non si vedeva da
tre decenni.
Il
Parlamento Europeo ha anche bloccato il 20 maggio 2021 la ratifica del nuovo
accordo sugli investimenti con la Cina (CAI), fino a quando Pechino non avrà
revocato le sanzioni nei confronti di alcuni esponenti politici dell’UE:
una decisione che accresce la distanza nelle
relazioni sino-europee.
A
seguito delle contromisure adottate da Pechino, il Parlamento Europeo, il 16
settembre 2021, ha adottato un’importante Risoluzione sulla “Nuova strategia
UE-Cina”, notificata anche al governo della Repubblica Popolare Cinese.
È un
documento politico, programmatico, economico e geopolitico, che traccia la
rotta dell’Unione Europea verso una rinnovata unione transatlantica.
Il
Parlamento Europeo ha affermato che la condizionalità per gli investimenti e
gli scambi commerciali non è di per sé sufficiente a contrastare l’assertività
cinese, ritenendo che l’UE dovrebbe accrescere la propria autonomia strategica
prestando attenzione ad altre dimensioni delle relazioni UE-Cina, in
particolare alla sovranità digitale e tecnologica al fine di diminuire la
dipendenza dell’UE dalla Cina.
Ha
osservato che nel 2020, nel contesto della pandemia di Covid-19, la Cina è
stata per la prima volta il partner principale dell’UE nel commercio di beni e
che la bilancia commerciale si è ulteriormente deteriorata a scapito dell’UE,
ritenendo che l’ascesa economica della Cina e la sua crescita avranno un
impatto considerevole sugli sviluppi economici globali nel prossimo decennio;
ha
ritenuto che il volume degli scambi tra la Cina e l’UE richiede un quadro
basato su regole e valori che deve essere incentrato sulle norme
internazionali.
Il
Parlamento ha ribadito alla “Commissione” l’importanza crescente del nesso tra
commercio e sicurezza nella politica commerciale internazionale dell’UE,
chiedendo una maggiore trasparenza, coerenza e coordinamento tra gli Stati
membri su questioni relative a progetti e accordi di investimento bilaterali,
in particolare sugli investimenti esteri diretti in attività strategiche e
infrastrutture critiche.
Ha
ricordato l’importanza di rafforzare in futuro il regolamento dell’UE sul
controllo degli investimenti esteri diretti per garantire il blocco di
potenziali investimenti che potrebbero rappresentare una minaccia per la
sicurezza e l’ordine pubblico dell’Unione, in particolare da parte delle
imprese controllate dallo Stato, invitando gli Stati membri ad adottare
urgentemente un meccanismo di controllo nazionale, qualora non l’avessero
ancora fatto, in linea con gli “orientamenti della Commissione” del marzo 2020.
Il
Parlamento ha anche invitato la Cina ad aderire pienamente a tutti i suoi
obblighi internazionali e del WTO, invitando la Commissione europea e le
autorità cinesi a cooperare strettamente per riformare le regole del WTO al
fine di promuovere uno sviluppo più sostenibile, la transizione verde e la
rivoluzione digitale e portare stabilità e certezza giuridica sulla scena
commerciale internazionale.
Il
parlamento ha anche espresso preoccupazioni per il crescente disequilibrio
nelle relazioni bilaterali economiche e commerciali tra l’UE e la Cina e ha
sottolineato che il ripristino dell’equilibrio e una maggiore parità di
condizioni sono essenziali per gli interessi dell’UE, sottolineando l’urgente
necessità che l’UE completi il suo pacchetto di misure autonome, tra cui un
regolamento UE sul controllo degli investimenti diretti esteri più rigoroso,
una normativa contro gli effetti distorsivi delle sovvenzioni estere sul
mercato interno.
Proprio
in quest’ottica, l’UE aveva annunciato lo scorso ottobre l’avvio di un’indagine
compensativa sui veicoli elettrici cinesi per “sussidi ingiusti che distorcono
il mercato” dopo che l’aumento delle importazioni “minacciava” i produttori
nazionali che stavano passando dai veicoli con motore a combustione a quelli
elettrici.
Secondo
la normativa UE, l’indagine è stata completata nei termini, e la CE ha
correttamente imposto dazi compensativi ad alcune case automobilistiche cinesi
a partire dal luglio di quest’anno.
Infatti,
otto mesi dopo l’inizio dell’indagine, la Commissione europea, che funge da
ramo esecutivo dell’Unione europea a 27 nazioni, ha stabilito mercoledì scorso,
in una sentenza preliminare, che i sussidi della Cina conferiscono alla catena
del valore dei veicoli elettrici a batteria un vantaggio ingiusto.
Nel
maggio scorso, anche il presidente “Joe Biden” ha aumentato le tariffe su
prodotti cinesi per un valore di 18 miliardi di dollari.
Le
tasse sui veicoli elettrici sono aumentate dal 25% al 100%, anche se la quota
della Cina nel mercato statunitense dei veicoli elettrici è trascurabile.
Pechino
ha denunciato la decisione ampiamente attesa dell’Unione Europea di aumentare
le tariffe sui veicoli elettrici cinesi fino al 48%, definendolo un “nudo atto
protezionistico che sconvolgerà l’industria automobilistica internazionale”.
ll 12
giugno, un portavoce del “Ministero del Commercio cinese” ha detto ai
giornalisti:
“I
risultati divulgati nella sentenza dell’UE mancano di base fattuale e giuridica”.
Il portavoce ha affermato che “l’UE sta esagerando la
minaccia dei sussidi statali cinesi, agendo contro gli interessi dei
consumatori europei e minando la cooperazione sul cambiamento climatico.
La
Commissione europea tiene alta la bandiera dello sviluppo verde con una mano e brandisce il grosso bastone del
‘protezionismo’ con l’altra per politicizzare e utilizzare come arma le
questioni economiche e commerciali”.
Tuttavia,
si tratta di una strada obbligata ma non sufficiente per l’Unione Europea.
(Nicola
e Gabriele Iuvinale)
I
prossimi passi.
L’Europa
è disposta a impegnarsi con i funzionari cinesi per risolvere la controversia,
hanno dichiarato alti funzionari della comunicazione dell’UE, che hanno
insistito sul fatto che il blocco non sta cercando di introdurre tariffe più
elevate per il gusto di farlo, ma si sta muovendo per difendere l’industria dei
suoi Paesi.
Le
tariffe dovrebbero entrare in vigore all’inizio del mese prossimo. Le aziende
interessate e il governo cinese avranno quindi alcuni giorni per esprimersi. La
Commissione avrà tempo fino a novembre per l’entrata in vigore delle tariffe
definitive, la cui durata prevede un periodo di cinque anni.
Il
problema è complicato anche perché la Cina ha necessità di fare export, e
l’Europa sta perdendo l’accesso all’Africa.
Ma c’è
un altro aspetto per cui le auto cinesi hanno successo:
la
Cina sta giocando la “carta dei gadget di info-tainment in auto”. Ai giovani non interessa la
cilindrata, ma ciò che c’è ‘dentro l’auto‘.
E,
comunque, la Cina ha materie prime, una manodopera a basso costo, dunque è in
grado di offrire auto elettriche a basso costo.
Intanto,
segno dei tempi, la” Byd “è subentrata alla “Volkswagen “come sponsor
principale del campionato europeo di calcio, al via dal 14 giugno in Germania.
Anche se nel corso dell’anno gli Stati membri dell’UE voteranno per rendere
permanenti le tariffe, ciò non servirà a irritare i cinesi.
“Gli
aiuti di Stato rappresentano una parte della non parità, ma ci sono anche il
costo del lavoro, il cambio del denaro eccetera. L’ideale sarebbe operare con accordi
internazionali, chiedendo il rispetto delle regole del Wto.
Infatti sarebbe nell’interesse reciproco
rispettare regole comuni e condivise”, conclude “Luigi di Marco.”
Nel
frattempo, le aziende che desiderano un riesame individuale hanno nove mesi di
tempo per presentare la loro petizione.
Il
rischio vero è che francesi, spagnoli e nordeuropei, i maggiori compratori fino
ad oggi, taglieranno gli acquisti di “EV cinesi”.
Inoltre altro rischio è che si disincentivi la
ricerca e sviluppo (R&D) in Europa, perché, senza concorrenza cinese, si
proseguirà a produrre veicoli obsoleti.
“Infine
è del tutto logico pensare che l’irrigidimento dei rapporti tra l’Occidente e
la Cina sia influenzato anche dall’appoggio di Pechino alla guerra di
aggressione di Putin all’Ucraina e ciò influenzerà anche le future relazioni
commerciali tra i Paesi”, prevedono “Gabriele e Nicola Iuvinale”:
“Non
si escludono, infatti, decisioni sul tema già al vertice del G7 in corso, con
possibili sanzioni nei confronti della Cina”.
Il
“mistero” di Joe Biden: chi
controlla
davvero il “presidente” e
cosa è
accaduto realmente nel 2021?
Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (29/06/2024)
– ci dice:
Le
reazioni degli uomini del mainstream mediatico americano e internazionale sono
state un qualcosa di comico.
Dopo
il dibattito, per così dire e tra un istante si capirà meglio perché, tra Joe
Biden e Donald Trump nelle redazioni dei vari quotidiani dei media “dominanti”
angloamericani si è diffuso il panico.
Joe
Biden non è chiaramente in grado di parlare, e quando lo fa non si capisce
nemmeno cosa dice.
Nel
salottino della “CNN”, il sancta sanctorum della sinistra democratica americana, era in pratica una gara a chi
snocciolava più motivazioni per suggerire a Biden di farsi da parte e di
lasciare il posto a qualcun altro.
Alcuni
suggeriscono l’ingresso nelle presidenziali di “Gavin Newsom”, governatore
della California, altri invece evocano la moglie dell’ex presidente “Barack
Obama”, caduto in disgrazia dopo il 2016 e secondo varie fonti in procinto di
trasferirsi altrove, possibilmente nella sua terra natia, in Kenya, soprattutto
dopo l’episodio che ha portato alla misteriosa morte del suo cuoco,
ufficialmente annegato, nonostante avesse sul suo corpo dei lividi, segni
evidenti di percosse precedenti inferte da qualcuno.
Nulla
di tutto questo, a nostro parere, accadrà, per una semplice ragione.
Il
partito democratico americano non è più in controllo della partita da un pezzo
e qui di seguito prenderemo in esame due scuole di pensiero, o meglio due
letture per spiegare quello che sta davvero accadendo alla Casa Bianca da 3
anni a questa parte, e dimostreremo come soltanto una di queste due ipotesi sia
quella che più aderisce ai fatti a differenza della seconda.
Joe
Biden non controlla la presidenza degli Stati Uniti.
Sembra
esserci un generale accordo sul fatto che Joe Biden non è chiaramente l’uomo
che è in controllo della presidenza degli Stati Uniti.
I suoi
evidenti problemi di demenza senile, le sue innumerevoli gaffe, l’ultima di una
lunghissima serie è quella dove dichiara di voler diventare presidente delle
Hawaii,
mostrano che alla Casa Bianca c’è un uomo che non sarebbe nemmeno in grado di
svolgere un normale lavoro da impiegato, figuriamoci quello di presidente degli
Stati Uniti, il leader del “mondo libero”, come viene chiamato dalla vulgata
liberal-democratica.
La
prima scuola di pensiero vuole sostanzialmente che Biden sia controllato dagli
apparati del partito democratico.
Non è
certamente lui a prendere le decisioni che contano nell’ufficio ovale, ma in
realtà gli esponenti più noti dei democratici, quali il citato “Barack Obama”,
vicinissimo a “George Soros” e quella parte del mondo ebraico più progressista
che auspica il tanto agognato, da costoro, e famigerato “Nuovo Ordine
Mondiale”.
Gli
anni di Obama alla Casa Bianca sono stati perfettamente in linea con tale
agenda, e sotto la sua amministrazione il mondo non è mai stato così vicino a
precipitare sull’orlo di uno scontro totale con la Russia che ha fatto di tutto
per impedire la caduta della Siria di Assad, e prevenire così lo smantellamento e
l’annessione di questo Paese tra le braccia della Grande Israele, il “sogno”
del sionismo messianico, filosofia imperialista strettamente connessa al
mondialismo, in quanto questo, o almeno una parte di esso, si propone di
assegnare lo scettro del supergoverno mondiale allo stato di Israele.
“Obama”
però, come si accennava sopra, è alquanto decaduto e sembra molto lontano
dall’influenzare alcunché, soprattutto dalle parti di “Joe Biden”.
Se si
guarda più da vicino poi alle politiche perseguite dal presidente democratico,
si vedrà che esse hanno poco o nulla a che fare con l’agenda dell’anglosfera legata alla
supremazia dell’impero americano.
I
media mainstream, Biden e la “missione” originaria degli Stati Uniti.
A
leggere i quotidiani del mainstream angloamericano, si resta basiti.
C’è una lunga lista di lamentele, una sorta di
“cahier de doleances” nei confronti di Biden da parte dei vari “giornalisti”
portavoce del “Council on Foreign Relations,” del “gruppo Bilderberg” o del “club
di Roma”, soltanto per citare alcuni degli istituti mondialisti più influenti
degli Stati Uniti per larghissima parte del secolo scorso.
Washington
in questo sistema di potere non era il luogo dove si decideva il destino
dell’America.
Washington era soltanto l’ultima destinazione
di una cintura di trasmissione composta da un fitto reticolato di gruppi e
lobby sioniste, tra le quali ci sono le potenti “AIPAC” e “Chabad Lubavitch”,
che si servivano della presidenza degli Stati Uniti per far sì che questi
assicurassero la supremazia di Israele e il raggiungimento della governance
mondiale.
Gli
Stati Uniti non sono stati soltanto a guardia della democrazia liberale, il
sistema politico più venerato dai vari circoli massonici, ma sono stati
soprattutto a guardia di una visione del mondo fondata sul totalitarismo
sovranazionale a tutto discapito ovviamente degli Stati nazionali, ridotti nel XX secolo a comprimari
svuotati della loro sovranità, trasferita dai vari governanti nelle mani di
gruppi di pressione privati, di lobby israeliane, e, ovviamente, della
immancabile finanza askenazita che altro non è che la stessa incarnazione
vivente del capitalismo moderno, come spiegò bene “Werner Sombart” nel suo
celebre saggio “Gli ebrei e la vita economica”.
A Joe
Biden era affidata la “missione” di riportare in vita tutto questo “ordine”.
Joe
Biden avrebbe dovuto riportare in vita il precedente status quo interrotto da
Donald Trump.
Il
presidente dei democratici già coinvolto in diversi scandali di corruzione
doveva riequilibrare l’equazione del mondialismo per partorire il risultato
voluto da tali poteri.
Non
può esistere difatti un “Nuovo Ordine Mondiale “senza la partecipazione degli
Stati Uniti, e uno degli appartenenti a tale club, “Henry Kissinger”, era ben
conscio di tale evidenza.
La
frode elettorale nasce per questa ragione.
La
frode elettorale aveva il preciso compito di riportare indietro le lancette
dell’orologio della storia e riconsegnare l’America tra le braccia dei poteri
che hanno governato questa nazione per larga parte dell’900, con la sola eccezione della presidenza
Kennedy, terminata brutalmente il 23 novembre del 1963 a Dallas, con
l’esecuzione del presidente degli Stati Uniti che aveva avuto già durissimi
scontri con lo stato ebraico e i suoi propositi di nuclearizzazione.
Non si
sono però manifestati i risultati tanto attesi nelle stanze del potere che
conta.
Joe
Biden non ha ripreso le redini della politica imperialista degli Stati Uniti.
Ha invece, paradossalmente, proseguito le orme
della politica estera di Donald Trump.
Ha
portato a termine il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, suscitando le ire
del citato “Financial Times”, e facendo in mondo così che i talebani
ritornassero inevitabilmente al potere.
L’Afghanistan
è stato un trauma dal quale l’atlantismo ancora non si è ripreso, poiché questo
Paese oltre ad avere una importante valenza geopolitica ed economica per via
delle sue numerose miniere naturali, era a tutti gli effetti il quartier
generale della produzione di oppio mondiale.
L’Afghanistan
era il posto che permetteva la produzione di eroina su scala mondiale, in
quanto notoriamente senza l’oppio è impossibile produrre la droga che ha
distrutto le menti e i corpi di molte generazioni dopo gli infausti anni’60, la stagione nella quale venne
concepita una rivoluzione “culturale” dai “filosofi askenaziti della scuola di
Francoforte”, su tutti “Adorno” e “Horkheimer”, che avevano soltanto un
obiettivo primario.
Quello
di porre fine alla società cristiana.
Quello
di soffocare quelle tradizioni che avevano consentito all’Europa di essere un
faro di civiltà nel mondo per diventare invece un pozzo di degenerazione morale
e culturale sfociato nella presente guerra al patriarcato, nell’esaltazione del gender e nello
sdoganamento della pedofilia iniziato dal padre del movimento LGBT in Italia, “Mario
Mieli”.
La
droga è in questo senso una perfetta arma di distruzione di massa e delle masse.
La sua
produzione è stata sin dal principio gestita dai vari gruppi di intelligence
angloamericani, ai quali era stato affidato il compito di creare una generazione di
giovani nichilisti, facili prede delle pulsioni più sfrenate e degli istinti
più bestiali per separarli dalla verità, dall’amore, dalla carità e ridurli invece a mere monadi
possedute dal folle istinto nietzscheano di elevarsi a superuomo e di
sostituirsi a Dio.
L’Afghanistan
serviva anche a questo.
Serviva a proseguire il programma di devastazione
delle masse attraverso le droghe e la sua perdita ha rappresentato un gravissimo
colpo per i narcotrafficanti, che non sono certo soltanto le manovalanze
mafiose, ma bensì il piano superiore, quello rappresentato dalla massoneria,
dall’alta finanza e dalle banche.
All’inizio
il piano era chiaramente quello di piazzare Biden alla Casa Bianca per poi
sostituirlo già nel 2021 con “Kamala Harris” come scriveva in uno dei suoi
articoli per Il Tempo, “Luigi Bisignani”, già membro della loggia massonica P2,
che sembra assolvere alla funzione di postino di questi ambienti iniziatici e
comunica le volontà prese nelle “segrete stanze”.
Nulla
si è verificato di quanto annunciato da Bisignani poiché, e forse all’epoca non
glielo avevano ancora detto, non sono evidentemente i democratici ad essere in
controllo della Casa Bianca e qui veniamo alla seconda ipotesi citata al
principio di questa analisi.
Lo
stato profondo non controlla Joe Biden.
Biden
non solo costituisce una fonte di imbarazzo per lo stato profondo attraverso le
sue continue gaffe, i suoi noti problemi di incontinenza intestinale, per così
dire, ma anche un ostacolo politico perché, come detto, non ha mutato la mappa
della politica estera di Trump, e ha deciso persino di proseguire le politiche
protezionistiche di Trump, suscitando così, ancora una volta, le ire del “Financial
Times” che non si dà pace per il fatto che l’uomo che avrebbe dovuto riportare
in piedi il precedente status quo segue invece le orme del suo predecessore,
così odiato dai vari ambienti del mondialismo americano ed europeo.
Sull’Ucraina
il film è pressoché identico.
Kiev
si è più volte lamentata del fatto che Washington si è guardata bene
dall’inviare i suoi pezzi migliori per ciò che riguarda gli armamenti, così
come l’invio di truppe americane che molti si aspettavano non si è manifestato.
Washington
si è separata dall’atlantismo e, per quanto paradossale possa sembrare soltanto
ad una prima superficiale lettura, c’è una evidente continuità in questo tra
Trump e Biden.
Se è
pacifico dunque che il presidente democratico non risponde ai comandi di coloro
che l’hanno messo dove si trova, allora occorre capire cosa è veramente
accaduto dopo la frode elettorale del 2020.
In
quegli istanti, tutti erano convinti che fosse finita.
Tutti
si schierarono contro Donald Trump accusandolo di aver “tradito” la causa, un
esercizio molto praticato dai vari falsi contro informatori che ancora oggi si
prodigano nel diffondere i vari depistaggi di Trump “massone” e Trump
“sionista”, sempre nel tentativo di indebolire la base di consenso del
presidente americano e portare così le persone nel territorio del nulla
gnosticista del “ci salviamo da soli” ripetuto da personaggi quali “David Icke”,
disinformatore principe delle varie massonerie che attraverso l’inganno degli
“alieni”, ovvero entità demoniache, si propongono di allontanare le persone
dalla fede cristiana.
Noi da
parte nostra invece notammo che c’era qualcosa che non andava nella transizione tra
Trump e Biden.
Notammo
che mai si era visto un simile dispiegamento di truppe della guardia nazionale
americana che circondava il Campidoglio nonostante non ci fosse nessuna
apparente necessità di utilizzare tali forze per una inaugurazione, quella di
Biden, disertata dagli elettori americani.
Appariva
evidente che qualcos’altro stava accadendo dietro le quinte, e nei mesi
successivi si ebbe la conferma che Trump non aveva ceduto e non aveva
abbandonato la partita come invece continuavano a ripetere i vari depistatori.
Una
volta che si vide che Biden non spostava il percorso tracciato da Trump, e una
volta che si vide che i vari stati americani rimuovevano le varie restrizioni
per il coronavirus, si ebbe già allora la certezza che i democratici non
stavano conducendo la partita e andando nella direzione del Grande Reset di
Davos come invece ci si attendeva da quell’amministrazione.
Il
passaggio di consegne non sembra esserci mai realmente stato e una giornalista
americana, “Laurie Roth”, già nel 2021 rivelò che ambienti militari le avevano
riferito che “Donald Trump” aveva segretamente firmato l’atto contro le
insurrezioni e impedito così che l’amministrazione Biden entrasse
effettivamente in carica.
L’atto
contro le insurrezioni è stato inserito nel quadro legislativo americano nel
1878 tramite il “Posse Comitatus Act”, e attraverso queste disposizioni il
presidente può ricorrere all’uso delle forze armate per porre fine a delle
situazioni che minacciano la stabilità e l’ordine del Paese.
Il
potere, da allora, se tale lettura è corretta, sarebbe nelle mani dei militari
e l’amministrazione presente non sarebbe altro che una mera farsa in quanto
sono altri i personaggi che decidono la politica degli Stati Uniti, e non sono
certo i democratici che non riescono nemmeno a impedire a Biden di
ricandidarsi, a dimostrazione di come questi ormai siano del tutto impotenti in
questa partita.
Difatti
se fosse stato per loro, avrebbero rimosso Biden già 3 anni fa ma non potevano
fare nulla allora come oggi per il semplice fatto che il potere non appare
essere evidentemente nelle loro mani.
Se
qualcuno nutre dubbi sulla legittimità giuridica di tale percorso, allora
costui o costoro dovrebbero studiare con più attenzione la costituzione
americana in quanto questa consente al comandante in capo di ricorrere a tali
poteri senza nemmeno informare il Congresso.
E il
potere del presidente degli Stati Uniti va anche al di là dell’atto contro le
insurrezioni.
Esistono anche i “PEAD”, un acronimo che sta
per “Presidential Emergency Action Documents”, che consentono al presidente di
estendere i suoi poteri attraverso ordini esecutivi molto al di là del
perimetro assegnatogli dalla carta costituzionale.
Questi
furono concepiti negli anni’50, ai tempi dell’amministrazione Eisenhower,
saldamente nelle mani della lobby sionista, nell’ottica di un eventuale scontro
nucleare tra Stati Uniti e URSS, ma restano ancora oggi validi.
Il
presidente degli Stati Uniti ha ancora oggi la facoltà di attivarli in quelle
situazioni di emergenza che richiedono appunto interventi straordinari, e non
si più certo negare che la frode elettorale per la sua natura sia stata un atto
eversivo che richiede un intervento al di fuori dell’ordinario da parte del
comandante in capo.
I
fatti sembrano chiaramente tutti pendere dalla parte di questo scenario, in
quanto, ad oggi, non stiamo affatto assistendo ad un ritorno dell’ordine
concepito ai tempi della seconda guerra mondiale con l’impero americano a
garanzia di tale ordine.
Assistiamo
invece allo scenario opposto.
Assistiamo
alla dissoluzione dell’anglosfera e i vari architetti del mondialismo e della
massoneria che forse si illudevano di essere onnipotenti, si riscoprono invece
impotenti e non possono fare nulla per togliere di mezzo un Biden ormai ridotto
a fantoccio commissariato da altri poteri.
Siamo
alla chiusura del cerchio di una operazione iniziata già nel 2016 quando Trump
annunciò la sua discesa in campo.
Siamo
all’atto finale dello smantellamento del “Nuovo Ordine Mondiale”, e per quanto
le varie vedove inconsolabili del mondialismo si agitino, non c’è nulla che
possa fermare questo meccanismo.
Euro Cina
Derisking, perché
l’Unione
europea
vuole
ridurre la dipendenza da Pechino.
Lab24.ilsole24ore.com – (30 giugno 2023) –
Redazione – ci dice:
“L'Unione
europea e la Cina hanno un interesse comune a perseguire relazioni costruttive
e stabili”.
Così
le conclusioni della due giorni di Consiglio europeo riassumono la discussione
strategica sulla Cina tenutasi tra i leader dei 27 Stati membri.
Ma, a
dispetto delle formule diplomatiche, di Cina i Paesi europei stanno discutendo
molto (e accesamente) in queste ore e settimane, segnate dal tentativo di
definire un approccio comune europeo nei rapporti con il Dragone.
A fine
marzo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dettato
la linea invitando i Paesi membri a ridurre i rischi (il cosiddetto de-risking)
nei confronti del gigante asiatico. Ovvero la Cina deve rimanere un partner
commerciale dell'UE ma ci sono alcune aree in cui il commercio e gli
investimenti di Pechino mettono a rischio la sicurezza europea e nazionale, per
cui bisogna difendersi.
Come?
Negli
ultimi anni il pacchetto di strumenti a disposizione degli Stati membri si sta
ampliando e potrebbe accogliere entro la fine dell’anno anche un controllo
dell’export e degli investimenti in uscita in una serie di tecnologie avanzate
(come il calcolo quantistico, l’intelligenza artificiale e i semiconduttori di
ultima generazione).
Questo
è quanto proposto, a metà giugno, dalla stessa Commissione nella sua Strategia
sulla sicurezza economica, in cui la Cina, mai esplicitamente citata,
rappresenta l’elefante nella stanza.
Il
dibattito è quindi quanto mai attuale.
Attraverso
una serie di grafiche interattive cerchiamo quindi di capire perché l’Unione
europea vuole un de-risking dalla Cina, e quanto sono state finora efficaci le
misure introdotte per attuarlo.
I
principali partner commerciali dell'UE.
Miliardi
di euro di esportazioni e importazioni.
La
Cina è il terzo mercato principale per le merci provenienti dall’Unione europea
e il primo fornitore mondiale del mercato unico.
Nel
2022 lo scambio di merci tra UE e Cina ha raggiunto gli 856 miliardi di euro,
quasi al pari di quello con gli Stati Uniti. Dieci anni fa era meno della metà.
Perché
dunque a Bruxelles questa relazione così prolifica per le imprese europee, e in
costante crescita, viene considerata un rischio?
Peso
della Cina sul commercio delle principali economie europee.
Quota
sul totale delle importazioni/esportazioni verso il mondo
La
risposta è da ricercarsi nei mancati equilibri di questo progressivo
intensificarsi dei rapporti commerciali.
Nell’ultimo
decennio, le importazioni europee dalla Cina sono cresciute due volte più che
le esportazioni verso di essa.
E più crescono
le importazioni dalla Cina più cresce la dipendenza delle principali economie
europee dal Paese.
Il
caso italiano è esemplificativo in questo senso.
Nel
marzo 2019, l’Italia diventava il primo membro del G7 a siglare un accordo con
la Cina nell’ambito della “Nuova via della seta”.
Con la
firma del relativo memorandum d’intesa, il governo italiano puntava a un
aumento dell’export made in Italy verso Pechino.
Questo
aumento c’è stato, ma di soli 3 miliardi, a fronte di un incremento da 26
miliardi dell’export cinese verso il nostro Paese.
Alla
luce di questi numeri, nonostante le pressioni di Pechino, è difficile
giustificare un rinnovo del memorandum, una volta giunto a scadenza nel marzo
2024.
La
crisi energetica degli scorsi mesi, scatenata dai tagli delle forniture di gas
russo, ha infatti insegnato una preziosa lezione:
dipendere
da un unico fornitore, per lo più non ascrivibile al proprio cerchio di
alleanze, può avere serie conseguenze.
E da Pechino l’UE dipende per materie prime,
alcune tipologie di semiconduttori e tecnologie critiche per la transizione
energetica.
Basti pensare che il 74% di tutte le batterie
importate nell’Unione europea sono di provenienza cinese.
Beni
critici per cui l'UE dipende dalla Cina.
Quota
della Cina sul totale delle importazioni extra-UE.
Pechino
ha già dimostrato di saper far leva sul proprio peso commerciale per difendere
i suoi interessi geopolitici.
Ne sa qualcosa la Lituania che, avendo
autorizzato l’apertura di un ufficio di rappresentanza di Taiwan a Vilnius, è
stata punita dalla Cina con un embargo sull’export, così crollato dell’80%.
Lab24.
Terre
rare e tecnologi, la rincorsa europea. Vai al long form.
Come
si sta quindi cercando di attenuare la probabilità e l’impatto di simili
comportamenti da parte della Cina?
Sul
fronte delle materie prime si è fatto un primo passo con il “Critical Raw
Materials Act”, la proposta della Commissione, presentata a marzo, che pone
obiettivi minimi di estrazione (pari al 10% dei consumi UE) e lavorazione (40%
dei consumi) in territorio europeo.
Qualcosa
si muove pure sul fronte nazionale con l’incontro del 26 giugno tra i ministri
dell’economia e dell’industria di Germania, Francia e Italia per definire le
prime scorte comuni di materie prime strategiche.
Lato
semiconduttori, a maggio è stato definitivamente approvato l’ “European Chips
Act”, che punta a raddoppiare la produzione di chip in Europa, favorendo la
concessione di lauti sussidi, come i 10 miliardi di euro che il governo tedesco
darà a “Intel” per la costruzione di un maxi-impianto a “Magdeburgo”.
Infine,
per quanto riguarda le tecnologie abilitanti la transizione verde, è passata in
sordina (complice una portata lontana dalle aspettative iniziali) la proposta
del 20 giugno della Commissione di un “fondo europeo per la sovranità”,
denominato “STEP”, con un ammontare di 10 miliardi di euro.
Peso
della Cina sulle importazioni di USA e UE % sul totale delle importazioni.
(Per
l'UE come totale si considerano le importazioni Extra UE).
Tutte
queste iniziative sono recenti e ancora acerbe.
Un
loro effetto sull’import dalla Cina, relativo ai primi quattro mesi del 2023,
non è quindi ancora visibile.
Ma
ridurre il peso delle importazioni cinesi è possibile e lo dimostrano gli Stati
Uniti che, da prima e con più convinzione dell’Europa, stanno attuando un
de-risking da Pechino.
Nel
primo quadrimestre del 2023, le importazioni americane dal resto del mondo sono
calate del 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Quelle
dalla Cina del 26%, portando la loro quota sul totale delle importazioni USA ai
livelli più bassi dal 2004.
Investimenti
cinesi in Europa per tipologia.
Miliardi
di euro di “mergers and aquisitions” (acquisizione di partecipazioni di
controllo, paritarie o minoritarie in un’impresa estera) o” greenfield”
(costituzione di una filiale all’estero).
Non è
solo al commercio che bisogna guardare nell’analizzare i possibili fattori di
rischio provenienti dalla Cina.
Gli
investimenti sono, se possibile, una componente ancora più sensibile.
Tra il 2016 e il 2017 le aziende cinesi hanno
investito la cifra record di 85 miliardi di euro in operazioni di “M&A”
nella UE, con un particolare focus sui principali terminal portuali europei.
Sono
infatti riconducibili a quegli anni gli acquisti, da parte della azienda
statale cinese “COSCO”, di una partecipazione del 35% nel “porto di Rotterdam”,
del 40% nel “porto di Vado Ligure” e del 51% (diventata poi del 67%) in quello “greco
del Pireo” che è ora il quinto in Europa per movimentazione merci, dall’ottavo
posto che ricopriva pre-proprietà cinese.
Questi
investimenti hanno quindi avuto innegabili effetti benefici per alcuni dei
soggetti coinvolti.
Tuttavia,
come riconosciuto dal Parlamento europeo, rappresentano per la Cina una fonte
indiretta di leva politica sull’Europa.
Ecco,
quindi, che dal 2019 l’UE ha introdotto un “framework “per rafforzare e
coordinare l’azione di controllo europea sugli investimenti in entrata.
Due
terzi dei 27 Stati membri sono ora dotati di una legislazione nazionale per
bloccare o porre condizioni alle proposte di acquisizioni, da parte di soggetti
stranieri, in settori reputati strategici e di interesse nazionale.
L’ultimo
caso celebre è la decisione del governo italiano di ridimensionare il ruolo del
socio cinese “Sinochem” nelle attività di Pirelli.
Ma
negli ultimi due anni, altri 40 investimenti diretti esteri cinesi in Europa
sono passati sotto la lente delle autorità nazionali di controllo.
Che
complessivamente solo nell’1% dei casi hanno optato per un blocco della
transazione.
Si
tratta quindi di uno strumento per lo più di deterrenza, che complice la
pandemia e una regolamentazione cinese più rigida sui flussi in uscita, ha però
contribuito a ridurre gli investimenti cinesi nell’UE ai livelli più bassi dal
2013.
Settori
destinatari di investimenti cinesi in Europa- Quota sul totale.
Permangono
ancora elementi di criticità. Ha fatto per esempio molto discutere la recente
decisione del governo tedesco di autorizzare l’acquisto, sempre da parte di “COSCO”,
di una partecipazione del 24,99% nel porto di Amburgo.
” Si
tratta però di un caso isolato.
Pechino
sembra infatti aver cambiato strategia tanto che lo scorso anno, per la prima
volta, gli investimenti cinesi di tipo greenfield in Europa hanno superato
quelli in fusioni e acquisizioni.
Ovvero,
meno M&A, sempre più politicamente dibattute, e più aperture di fabbriche
in Europa.
Diversi
anche i settori target.
L’interesse cinese verso le infrastrutture
europee sembra essere scemato, mentre sta aumentando quello per l’auto motive.
Più
della metà degli investimenti cinesi nell’UE nel 2022 hanno infatti riguardato
questo settore.
Percentuale
che sale al 72% se si considerano solo gli investimenti greenfield.
Non
sorprende guardando alle notizie degli ultimi mesi: alle nuove fabbriche di
batterie di “CATL” in costruzione in Ungheria e Germania potrebbe presto far
seguito l’arrivo nel Vecchio Continente di stabilimenti di auto elettriche
targate “BYD”.
Si
tratta di un campanello di allarme per l’industria automobilistica nel Vecchio
Continente? Come correre ai ripari? E in quali altri settori europei
l’influenza della Cina è sopra i livelli di guardia?
Appuntamento
per le risposte alla seconda puntata di questa serie di articoli.
Batterie,
se l’UE si “scopre”
dipendente
dalla Cina.
Agendadigitale.it
- Gabriele Iuvinale (Avv.) - Nicola Iuvinale(Avv.) – (28 set 2023) – ci dicono:
TRANSIZIONE
ENERGETICA.
Un
documento interno per i leader europei, preparato dalla presidenza di turno
spagnola, avverte che l’Ue potrebbe diventare dipendente dalle batterie agli
ioni di litio e dalle celle a combustibile cinesi entro il 2030.
Un allarme già noto, che mette sempre più a
rischio le mire dell’Europa sul mercato mondiale delle batterie.
Scoppia
una nuova grana in Europa: la dipendenza dalle batterie cinesi.
Un
problema, questo, difficilmente risolvibile nell’immediato e certamente
enfatizzato dall’ambizioso – e per certi versi strategicamente irrazionale – piano del Green Deal europeo volto
a rendere l’UE neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050 (anche) con
la riduzione delle emissioni dei trasporti del 90%.
Irrazionale,
perché l’Europa – a conoscenza del problema già prima dell’adozione di tali
politiche di transizione green – non possiede né le materie prime per poter
realizzare le batterie, né una capacità produttiva indigena, entrambe
necessarie – ma difficilmente acquisibili – per realizzare tale gigantesco
progetto nei tempi previsti.
Il
documento che allarma l’Ue.
Eppure
la dipendenza era da tempo nota all’UE.
Secondo i dati resi pubblici dalla Commissione
Europea, infatti, nel 2018 la capacità di produzione globale di celle di
batterie agli ioni di litio era la seguente: 3% nell’UE, 66% in Cina. 20% in
Corea del Sud, Giappone e altri paesi asiatici.
Cosa è
successo ora di nuovo?
Un
documento interno per i leader europei, preparato dalla presidenza spagnola
dell’Unione Europea, avverte che l’Unione Europea potrebbe diventare dipendente
dalle batterie agli ioni di litio e dalle celle a combustibile cinesi entro il
2030, quanto lo era dal petrolio e dal gas naturale russi prima della guerra in
Ucraina, ha riferito” Reuters” il 17 settembre, dopo aver ottenuto una bozza
del documento.
Il
documento sarà discusso in Spagna il 5 ottobre in un incontro incentrato sul
miglioramento della sicurezza energetica ed economica dell’UE.
Cosa
dice il documento.
L’atto
afferma che, a causa della natura intermittente delle fonti energetiche
rinnovabili come quella solare o eolica, l’Europa avrà bisogno di modi per
immagazzinare energia per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette di
anidride carbonica entro il 2050.
“Ciò farà salire alle stelle la nostra
domanda di batterie agli ioni di litio, celle a combustibile ed
elettrolizzatori, che si prevede si moltiplicherà tra 10 e 30 volte nei
prossimi anni”, afferma il rapporto.
“Senza l’attuazione di misure forti, entro il
2030 l’ecosistema energetico europeo potrebbe avere una dipendenza dalla Cina
di natura diversa ma con una gravità simile a quella che aveva dalla Russia
prima dell’invasione dell’Ucraina”, aggiunge il rapporto.
L’UE
produttrice “di norme” ma non di beni reali.
L’Unione
Europea farà fatica a proteggere il proprio settore automobilistico e a ridurre
la propria dipendenza dalla tecnologia cinese delle batterie senza provocare ritorsioni
da Washington o Pechino.
Bruxelles
potrebbe imporre restrizioni sui veicoli elettrici (EV) prodotti in Cina,
attraverso indagini o altri meccanismi, ma qualsiasi mossa volta a proteggere
il mercato dell’UE dalla concorrenza cinese si tradurrebbe probabilmente in
alcune ritorsioni (o azioni giudiziarie presso l’OMC) da parte della Cina,
anche se la portata della reazione dipenderà dai meccanismi messi in atto.
Finora,
i leader tedeschi hanno messo in guardia dall’adottare misure per proteggersi
dalla concorrenza cinese, sostenendo che ciò minerebbe la competitività della
Germania nel settore automobilistico.
Inoltre, è probabile che anche l’Unione Europea
amplierà il proprio sostegno statale ai veicoli elettrici e alla tecnologia
delle batterie.
Ma
anche ciò potrebbe risultare problematico per via delle rigide regole sugli
aiuti di stato.
Impreparazione
generale?
La
notizia ha colto impreparati in molti, ma non coloro che già in passato avevano
lanciato questo tipo di allarme.
Quid
pluris:
al di
là delle “operazioni di influenza” dello Stato cinese, è notorio che il mercato
delle batterie ad alta capacità è uno dei più critici per gli interessi europei
(e per quelli statunitensi).
Dunque, cosa è stato fatto finora l’Europa per
mitigare i rischi?
Poco, molto poco, parrebbe di capire dal
documento reso noto da “Reuters”.
L’allarme
già lanciato dalla Corte dei conti europea.
“L’UE
rischia di restare indietro nella corsa per diventare una superpotenza mondiale
delle batterie […]
È vero che negli ultimi anni l’UE ha promosso
efficacemente la propria politica industriale in materia di batterie.
L’accesso
alle materie prime resta però uno scoglio importante, insieme all’aumento dei
costi e all’agguerrita concorrenza mondiale.
Gli
sforzi compiuti dall’UE per rafforzare la propria capacità di produzione di
batterie potrebbero quindi non bastare a soddisfare la domanda crescente e,
avvertono gli auditor della Corte dei conti europea, il raggiungimento
dell’obiettivo di zero emissioni entro il 2035 è dunque a rischio”, ha
denunciato a giugno scorso l’ente europeo di vigilanza dei conti con la
relazione speciale 15/2023, intitolata “La politica industriale dell’UE in
materia di batterie – Serve un nuovo slancio strategico”.
“Per
le batterie, l’UE non deve finire nella stessa posizione di dipendenza in cui
si è trovata per il gas naturale;
in gioco c’è la sua sovranità economica” ha
dichiarato” Annemie Turtelboom”, il Membro della Corte responsabile dell’audit.
“Programmando
lo stop alla vendita di auto nuove a benzina e diesel per il 2035, l’UE sta
puntando molto sulle batterie.
Ma
potrebbe partire svantaggiata in termini di accesso alle materie prime,
interesse degli investitori e costi.
“Tra
il 2014 e il 2020, il settore delle batterie ha ricevuto almeno 1,7 miliardi di
euro di sovvenzioni e garanzie sui prestiti UE, in aggiunta a quasi 6 miliardi
di aiuti di Stato autorizzati tra il 2019 e il 2021, principalmente in
Germania, Francia ed Italia”.
Gli auditor della Corte hanno però riscontrato
che la Commissione europea non disponeva di un quadro d’insieme di tutto il
sostegno pubblico offerto al settore, “il che ne limita la capacità di
garantire un adeguato coordinamento e un sostegno mirato”.
Le
censure della Corte.
La capacità
di produzione di batterie dell’UE si sta sviluppando rapidamente, con una
potenzialità di crescita da 44 GWh nel 2020 a 1 200 GWh entro il 2030.
Tuttavia, queste proiezioni non sono affatto una certezza e potrebbero essere
messe a rischio da fattori geopolitici ed economici.
I
fabbricanti di batterie potrebbero abbandonare l’UE e trasferirsi in altre
regioni, non da ultimo gli USA, che offrono loro massicci incentivi.
A differenza dell’UE, gli USA sovvenzionano
direttamente la produzione di minerali e batterie, nonché l’acquisto di veicoli
elettrici fabbricati negli Stati Uniti utilizzando componenti americane.
L’UE
dipende fortemente dalle importazioni di materie prime, soprattutto da pochi
paesi con i quali non ha accordi commerciali:
l’87 % delle importazioni di litio grezzo
proviene dall’Australia, l’80 % delle importazioni di manganese dal Sud Africa
e dal Gabon, il 68 % delle importazioni di cobalto grezzo dalla Repubblica
democratica del Congo e il 40 % delle importazioni di grafite naturale grezza
dalla China.
Sebbene
l’Europa disponga di diverse riserve minerarie, tra la scoperta e la produzione servono almeno 12-16 anni,
per cui è impossibile rispondere rapidamente all’aumento della domanda.
Invece, gli accordi contrattuali esistenti
garantiscono in genere un approvvigionamento di materie prime per soli 2 o 3
anni di produzione futura.
Per
affrontare tale situazione, nel marzo di quest’anno la Commissione europea ha
proposto una normativa sulle materie prime critiche, rilevano gli auditor della
Corte.
La
competitività della produzione di batterie dell’UE potrebbe essere messa a
rischio dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia.
Alla
fine del 2020, il costo di un pacco batterie (200 euro per kWh) era più che
raddoppiato rispetto all’importo programmato.
Solo
negli ultimi due anni, il prezzo del nichel è aumentato di oltre il 70 % e
quello del litio dell’870 %.
Gli
auditor criticano anche la carenza di valori-obiettivo quantificati e vincolati
a scadenze precise
.
Entro il 2030, si prevede che sulle strade europee circoleranno circa 30
milioni di veicoli a emissioni zero e, potenzialmente, quasi tutti i nuovi
veicoli immatricolati a partire dal 2035 dovrebbero essere alimentati da
batterie.
L’attuale strategia dell’UE non valuta però se
la sua industria delle batterie sia in grado di soddisfare tale domanda.
Gli
scenari critici prospettai dalla Corte Ue.
Complessivamente,
la Corte mette in guardia contro due potenziali scenari peggiori nel caso la capacità
di produzione dell’industria delle batterie dell’UE non dovesse crescere come
previsto:
nel
primo, l’UE potrebbe essere costretta a
posticipare lo stop ai veicoli con motori termici al di là del 2035, mancando
così gli obiettivi relativi alla neutralità in termini di emissioni di carbonio
(Co2);
nel
secondo, l’UE potrebbe dover dipendere
fortemente da batterie e veicoli elettrici non-UE, a scapito dell’industria
automobilistica europea e della relativa manodopera, per riuscire a disporre di
un parco veicoli a emissioni zero entro il 2035.
Quanto
conta l’influenza di Pechino sulle decisioni dell’Ue.
Quanto
ha inciso l’influenza di Pechino nel processo decisionale europeo in materia?
La
domanda è più che legittima dato che il Partito Comunista Cinese (PCC) ha
condotto all’interno delle istituzioni europee “operazioni di influenza” con
l’interferenza politica, la cooptazione delle élite, i coinvolgimenti
istituzionali, la diplomazia commerciale e l’uso dei think tank, al fine di
perseguire politiche coerenti con gli interessi del regime cinese.
“Chi è
causa del suo mal, pianga sé stesso”.
Al di
là delle eventuali motivazioni sottese a tale “irrazionale” (da un punto di
vista dei mezzi a disposizione, della tempistica e della geopolitica)
decisione, il “Green Deal “rischia seriamente di consegnare gli Stati membri
nelle mani della Cina di Xi Jinping.
Cina
che, peraltro, ha fatto della dipendenza degli Stati, della coercizione e della
cooptazione economica una strategia – di valenza anche militare – per il
dominio negli affari globali.
La
dipendenza europea e quella statunitense.
Le
batterie agli ioni di litio sono particolarmente importanti per la produzione
di veicoli elettrici e sono sempre più utilizzate per l’accumulo di energia e
in altre applicazioni industriali come macchinari, utensili elettrici o
carrelli elevatori.
“Le
batterie sono fondamentali per consentire la trasformazione verde e digitale
dell’UE.
Sono
essenziali per realizzare l’ambizione del “Green Deal europeo” di rendere l’UE
neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050”, afferma la Commissione
Europea.
Tuttavia,
l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno in questo una dipendenza strategica da
Pechino.
Idem,
come si vedrà, per tutte le materie prime utilizzate per la loro produzione.
Attualmente,
l’UE importa dalla Cina circa il 70% delle batterie agli ioni di litio. L’UE
produce appena l’1% delle relative materie prime, mentre l’84% dei materiali e
dei componenti lavorati proviene dall’Asia, in particolare dalla Cina.
Litio, nichel classe 1, cobalto, manganese,
grafite e rame sono gli elementi necessari per la loro realizzazione.
La produzione globale di litio, cobalto e
grafite dipende principalmente dalla Cina, che ne controlla oltre il 60%.
I
veicoli elettrici rappresentano tra l’80-85% dell’utilizzo delle batterie agli
ioni di litio.
Pechino,
a sua volta, è anche il più grande mercato mondiale dei veicoli elettrici e
domina la catena di approvvigionamento per la produzione di tali batterie.
A sua
volta, gli Stati Uniti importano dalla Cina circa il 75% delle batterie agli
ioni di litio.
Le
iniziative politiche.
L’UE
ed altri Paesi stanno sviluppando iniziative politiche e programmi per
contrastare la posizione di leadership della Cina e per localizzare le catene
di approvvigionamento al proprio interno.
In
particolare, la Commissione europea ha varato nel 2017 la “European Battery
Alliance” che prevede la costruzione di almeno 15 stabilimenti per la
produzione su vasta scala nell’UE entro il 2025 e fornire celle di batterie per
alimentare 6 milioni di auto elettriche (360 GWh).
L’obiettivo
dichiarato dall’UE è diventare il secondo produttore più grande di celle agli
ioni di litio entro il 2024.
“La
nostra quota della capacità di produzione globale potrebbe aumentare al 14,7%
entro il 2024 e al 16,6% entro il 2029, rispetto al 5,9% nel 2019”.
Il
piano d’azione Ue sulle batterie.
Nel
2018 la Commissione ha adottato un piano d’azione strategico per le batterie
(censurato dalla Corte dei Conti UE) e definisce un quadro completo di misure
normative e non normative per supportare tutti i segmenti della catena del valore
delle batterie e comprende le 6 aree prioritarie riportate di seguito:
Garantire
l’accesso alle materie prime per le batterie;
Sostenere
la produzione europea di celle per batterie e altri investimenti (attraverso la
Banca europea per gli investimenti o lo strumento degli aiuti di Stato per
importanti progetti di comune interesse europeo IPCEI);
Rafforzare
la leadership industriale attraverso programmi accelerati di ricerca e
innovazione;
Garantire
una forza lavoro altamente qualificata lungo l’intera catena del valore (Questo
viene fatto attraverso progetti come ALBATTI, GUIDA e il Progetto COSME
Competenze automobilistiche.
L’”Automotive Skills Alliance”, guidata
dall’industria, è stata lanciata il 10 novembre 2020, nell’ambito
dell’iniziativa della Commissione sul patto per le competenze, creando un
quadro dell’UE che sostiene le iniziative locali e regionali per la
riqualificazione e il miglioramento delle competenze dei lavoratori europei del
settore automobilistico.
Supporta
il settore automobilistico nel soddisfare i requisiti di ristrutturazione a
lungo termine per la transizione verde e digitale in corso.
Questa alleanza si baserà sul lavoro di “DRIVES”
e “ALBATTS”;
Sostenere
un’industria europea sostenibile della produzione di celle per batterie (Il
regolamento sulle batterie è stato proposto il 9 dicembre 2020. Vedi:
Comunicato stampa sulla proposta di regolamento sulle batterie, Pagina della
proposta di regolamentazione delle batterie).
Garantire
la coerenza con quadri più ampi, quali la strategia per l’energia pulita, i
pacchetti sulla mobilità, la politica commerciale dell’UE, ecc.
Nel
dicembre 2019, l’UE ha dichiarato che il settore delle batterie è di “interesse
strategico” e ha annunciato un fondo di 3,5 miliardi di dollari per promuovere
la ricerca e lo sviluppo delle batterie per aumentare la competitività globale
dell’Europa.
In
linea con il “Green Deal europeo”, il piano d’azione per l’economia circolare e
la strategia industriale, la Commissione Europea afferma di “lavorare a una
catena del valore competitiva, circolare, sostenibile e sicura per tutte le
batterie immesse sul mercato dell’UE.
La “European Battery Alliance” si integra con
gli interessi della Commissione”.
Supportata
dalla Commissione e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI), la “European
Battery Alliance “(EBA) riunisce le autorità nazionali, le regioni, gli
istituti di ricerca industriale e altri soggetti interessati nella catena del
valore delle batterie dell’UE.
Il 14
marzo 2022, la Commissione e il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti
(DOE) hanno annunciato il sostegno a una collaborazione tra la “European
Battery Alliance” e l’”alleanza statunitense Li-Bridge “per accelerare lo
sviluppo di solide catene di approvvigionamento per le batterie agli ioni di
litio e di prossima generazione, comprese le batterie i segmenti critici delle
materie prime”.
La
strategia francese.
A
maggio, la Francia ha aperto la sua prima fabbrica di batterie per auto
elettriche, una joint venture tra i giganti industriali europei “Stellantis”, “Total
Energies” e “Mercedes”.
Il ministro delle Finanze francese “Bruno Le
Maire” ha sottolineato la sfida futura.
“L’obiettivo
non è che ci siano solo fabbriche di batterie”, ha detto Le Maire in una
conferenza stampa dopo l’apertura della fabbrica.
“Dobbiamo
controllare l’intera catena del valore.
Per
prima cosa stiamo lavorando sui materiali critici di cui abbiamo bisogno di
produrne di più, di cui abbiamo bisogno di trovarne di più.
Non
possiamo dipendere totalmente dall’Asia per la fornitura di materiali critici.
Quindi dobbiamo riciclare le batterie”.
Quanto
agli Stati Uniti, le batterie agli ioni di litio sono state riconosciute nei
rapporti sulla catena di approvvigionamento del” Dipartimento dell’Energia
degli Stati Uniti” (DOE) e del “Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti”
(DOD) come una tecnologia importante per la sicurezza economica e nazionale.
La
dipendenza dalle relative importazioni cinesi è descritta come seria
vulnerabilità.
La
leadership cinese nella produzione di batterie ad alta capacità.
L’ “US
Geological Survey” (USGS) ha recentemente rilevato che la Cina è il principale
produttore di 16 dei 32 minerali critici, tra cui cobalto, ferro, nichel (C1),
manganese, litio e grafite, necessari per la produzione di batterie agli ioni
di litio.
La
Cina è anche leader mondiale nell’estrazione di materie prime di grafite, con
una quota pari all’82% della produzione globale.
Il “DOE” ha scoperto che “la Cina ha il
predominio quasi assoluto dell’odierna capacità di raffinazione dei metalli
necessari per le batterie agli ioni di litio”, come solfato di cobalto (62%),
manganese ad alta purezza solfato (95%), idrossido di litio carbonato (61%);
idem
per i sottocomponenti, come i catodi (63%), i materiali anodici (84%), i
separatori (66%) e gli elettroliti (69%).
Pechino
è anche leader nella produzione di celle per batterie (80%) e si prevede che
guiderà il mercato del riciclaggio delle batterie (50%).
Gli
Stati Uniti, come altri Paesi, stanno tentando di mitigare alcune di queste
vulnerabilità.
Sono
attivi in questo il “Critical Minerals Institute”, il programma” Minerals
Sustainability” e i”l Consorzio Federale per le Batterie Avanzate”.
Il
dominio globale della Cina è la conseguenza di diversi fattori, quali le
politiche ambientali discutibili, le distorsioni dei prezzi, la costituzione di
entità statali che riducono al minimo la concorrenza e gli ingenti sussidi
pubblici lungo tutta la catena di approvvigionamento delle batterie.
Il ferreo controllo economico consente al
governo di Pechino di sviluppare infrastrutture per materiali critici per le
batterie ben prima dei driver di mercato. In particolare negli ultimi anni, le
società cinesi hanno investito molto in questo settore.
I
prezzi dei materiali dei fornitori cinesi sono inferiori ai normali prezzi di
mercato e, secondo gli USA, la combinazione di ciò con i massicci sussidi del
governo cinese solleva interrogativi commerciali.
Ci sono prove diffuse secondo cui la Cina
starebbe operando al di fuori delle pratiche accettate a livello globale per il
commercio internazionale (OMC).
Gran
parte dei 100 miliardi di dollari di sussidi governativi diretti cinesi erano o
sono disponibili esclusivamente per aziende con sede in Cina o per la
produzione nazionale.
Il
braccio di ferro Usa-Cina.
Per la
Casa Bianca, questi sussidi sono stati inizialmente trattenuti anche dalle
aziende che utilizzavano cellule di società con sede all’estero attraverso una
certificazione opaca dei requisiti.
Tali
requisiti di certificazione sembrano anche volti ad estrarre PI sulla
composizione e sulla costruzione delle celle da fornitori con sede all’estero.
Gli
Stati Uniti accusano la Cina di aver sfruttato la sua posizione sostenuta dallo
Stato come principale produttore e consumatore di celle agli ioni di litio per
limitare ulteriormente la concorrenza nella catena di approvvigionamento.
L’approccio
della Cina, aggiunge l’Amministrazione Biden, consiste nel garantire un accesso
preferenziale alle imprese nazionali, in gran parte statali, per fare
investimenti precompetitivi nella capacità di raffinazione dei materiali e
delle materie prime e lo Stato sovvenziona questa capacità fino a quando non
viene creata una domanda e, a volte, anche per immettere prodotti e materiali
nei mercati internazionali.
Come si vedrà, le aziende cinesi hanno effettuato
numerosi ed ingenti investimenti in operazioni minerarie in tutto il mondo per
garantirsi la fornitura di materiali critici come cobalto, nichel e litio.
Secondo”
Benchmark Minerals Intelligence”, un’agenzia di rapporti sui prezzi con sede a
Londra, la Cina ha anche un ulteriore vantaggio:
riesce
a mantenere una posizione significativa nella catena di approvvigionamento
globale dalla raffinazione fino alla produzione a valle delle celle per batteria,
nonostante produca solo il 23% della fornitura globale di materie prime.
Il predominio della Cina nel settore delle
batterie si concentra sulla produzione mid-stream e downstream.
Nel
2019, la produzione chimica cinese di materie prime di “Classe 1” si è
attestata all’80% della produzione globale totale.
La
Cina è il principale trasformatore mondiale di carbonato di litio in idrossido
di litio, cobalto in solfato di cobalto, raffinazione del manganese e
raffinazione della grafite sferica non rivestita.
Con i
programmi economici a lungo termine” Made in China 2025 “e” Industrie
strategiche emergenti”, Pechino ha identificato come “industrie critiche” i
veicoli elettrici e le apparecchiature della rete elettrica (ad esempio i
sistemi di accumulo).
Nel perseguimento di questo obiettivo, la Cina ha introdotto
una serie di politiche per assistere le imprese automobilistiche e le società
energetiche interne nello sviluppo o nell’acquisizione di tecnologie e nella
localizzazione della produzione nel Paese che spesso generano asimmetrie
normative a svantaggio delle imprese straniere.
Un
esempio ne è il programma di certificazione delle batterie, implementato
proprio per impedire o ostacolare la vendita locale di batterie prodotte da
società straniere nonché per inibire l’ingresso di queste imprese nel mercato
dei veicoli elettrici cinese e per escluderle dal beneficio degli incentivi.
Va anche detto che, sebbene la Cina abbia
livelli di produzione elevati di celle per batterie agli ioni di litio, fino ad
oggi una parte sostanziale della produzione è stata di qualità inferiore
rispetto a quelle di altri Paesi.
L’indagine
dell’Ue.
Intanto,
la presidente della Commissione europea “Ursula von der Leyen” ha annunciato
un’indagine sui sussidi cinesi ai produttori di veicoli elettrici, che stanno
cercando di farsi strada nel mercato europeo con prezzi significativamente
inferiori a quelli fissati dai loro concorrenti europei.
“La
Commissione sta avviando un’indagine anti sovvenzioni sui veicoli elettrici
provenienti dalla Cina.
L’Europa è aperta alla concorrenza, ma non a
una corsa al ribasso.
Dobbiamo
difenderci dalle pratiche sleali”, ha affermato “von der Leyen “il 13 settembre
nel suo discorso sullo stato del sindacato.
Pechino
ha criticato l’indagine dell’UE.
“Le
misure adottate dall’UE violano i principi dell’economia di mercato e le regole
del commercio internazionale.
La [mossa] non favorisce la stabilità della
catena di fornitura globale dell’industria automobilistica e non è
nell’interesse di nessuno, compreso il UE”, ha detto mercoledì ai giornalisti “Mao
Ning”, portavoce del ministero degli Esteri cinese.
L’approvvigionamento
di terre rare.
Stati
Uniti e Unione Europea dipendono strategicamente anche da un’ampia gamma di
minerali e materiali critici che sono gli elementi costitutivi delle batterie,
oltre che dei prodotti che si utilizzano tutti i giorni.
Gli
elementi delle terre rare (REE) e i minerali critici sono un gruppo di 17
metalli: 15 elementi della serie dei lantanidi e due chimicamente simili, lo
scandio e l’ittrio.
Ciascuno
con proprietà uniche vitali, essi sono alla base di produzione, sviluppo,
consegna e sostegno di servizi essenziali come telecomunicazioni e informatica,
alimentazione e agricoltura, finanza, assistenza sanitaria, istruzione,
trasporti e pubblica sicurezza.
Si
prevede che la loro domanda aumenterà nei prossimi due decenni, in particolare
quando il mondo agirà per eliminare le emissioni nette di carbonio (Co2) entro
il 2050.
La
Cina, sebbene abbia soltanto circa il 30% delle riserve globali di terre rare,
controlla il 50-60% della loro estrazione mondiale e l’80-90% del mercato nella
fase della lavorazione intermedia.
Attualmente,
il 98% della fornitura di terre rare dell’UE proviene dalla Cina. La dipendenza
degli USA si stima, invece, intorno all’80%.
Oggi
la Cina detiene una posizione di comando nella catena di approvvigionamento
globale delle terre rare, dall’estrazione mineraria alla lavorazione fino agli
usi finali.
Pechino
utilizza numerosi strumenti per conservarne il dominio, come i controlli sulle
esportazioni, le quote di produzione, gli investimenti statali nella ricerca di
base, la nazionalizzazione dell’industria e, più recentemente, il consolidamento dello Stato in una
mega-impresa integrata.
Attualmente,
il predominio di Pechino è dovuto più al loro investimento nel processo di
separazione e raffinazione che alle politiche commerciali o industriali.
Nel
2012 il governo cinese ha avviato un processo di consolidamento del settore che
ha trasformato l’industria in sei conglomerati statali regionali.
A
dicembre 2021 c’è stato un ulteriore consolidamento del settore con la
creazione di una nuova mega impresa.
Il” China Rare Earth Group” è il risultato
della fusione di tre grandi conglomerati minerari e due istituti di ricerca.
Controllerà le terre rare pesanti e medie
della Cina, sotto il controllo della Commissione statale per la supervisione e
l’amministrazione dei beni di proprietà del Consiglio di Stato (il più alto
livello amministrativo).
Il nuovo conglomerato controllerà il 30-40%
circa dell’offerta globale.
In
futuro saranno consolidate anche le società del nord della Cina, intorno alla
miniera di Baotou nella Mongolia interna e Pechino avrà solo due enormi imprese
statali integrate verticalmente in grado di gestire l’estrazione di terre rare
e la post-elaborazione.
L’azienda del sud si concentrerà sui minerali
pesanti, mentre quella del nord si concentrerà sui minerali leggeri (compreso
il neodimio).
Le
vulnerabilità europee e statunitensi delle relative catene di
approvvigionamento, dunque, derivano dalla concentrazione del mercato in Cina.
Pechino, però, non sarà in grado di soddisfare la propria domanda interna in
aumento,
né i bisogni globali, in particolare per il “neodimio” ed altre terre rare
chiave necessarie per i magneti permanenti.
Senza
queste terre rare, diventa di difficile realizzazione anche la politica della
transizione energetica globale.
Sfruttare
l’asimmetria nelle catene di approvvigionamento globali.
Negli
ultimi decenni, il “PCC” ha condotto una guerra economica contro il resto del
mondo, ha eroso filiere produttive con l’obiettivo di rendere gli Stati
dipendenti da Pechino e questo piano sta riuscendo.
Il
corollario è che più le industrie si indeboliscono (semiconduttori,
telecomunicazioni, minerali critici ed elementi delle terre rare, batterie ad
alta capacità, prodotti farmaceutici e attrezzature mediche), più la sicurezza
nazionale degli Stati cui appartengono è a rischio.
Senza l’accesso a catene di approvvigionamento
sicure, nessun Paese è in grado di sostenere la propria economia e sviluppare
sistemi d’arma per la difesa nazionale.
Tutto
ciò non significa escludere la Cina dalle catene di approvvigionamento globali
che si intersecano con quelle di altri Paesi come USA e UE;
tuttavia,
è doveroso capire quali circostanze creano rischi inaccettabili e quali,
invece, rischi tollerabili o benigni.
In particolare, ci si dovrebbe preoccupare
della cosiddetta interdipendenza asimmetrica che Pechino usa come arma
geopolitica.
Sono tali le catene di approvvigionamento
critiche, cioè che generano una dipendenza strategica rischiosa che sorge
quando l’accesso limitato a una categoria di prodotti può sconvolgere
l’economia di un Paese o lasciarlo altrimenti vulnerabile.
Ciò
deve tenere conto della tecnologia, del “know-how”, dei costi e del tempo
necessario per creare fonti alternative per la produzione industriale vitale.
La
preparazione agli shock è solo un fattore e la diversificazione commerciale,
non l’autarchia, è la chiave della soluzione.
L’obiettivo
è triplice: sicurezza, apertura e prosperità delle catene.
Bisogna
formare un’alleanza strategica globale della catena di approvvigionamento, ha
detto “Stephen Ezell”, vice presidente della “Global Innovation Policy
Information Technology and Innovation Foundation” (ITIF).
Le nazioni democratiche che la pensano allo
stesso modo dovrebbero unirsi per formare una “Global Strategic Supply Chain
Alliance” (GSSCA) ed affrontare collettivamente le esigenze di sicurezza
rispetto ad elementi strategici critici, come le reti 5G, i metalli delle terre
rare, i principi farmaceutici attivi, le batterie e, forse, riuscire a
conquistarsi un componente chiave nella catena di approvvigionamento dei
semiconduttori.
Relazioni
Cina-UE: il ritorno
in
Europa di Xi Jinping.
Ispionline.it
– Filippo Fasulo – (6 giugno 2024) – Redazione – ci dice:
COMMENTARY
EUROPA E GOVERNANCE GLOBALE.
I
rapporti tra Unione Europea e Cina sono sempre di più al centro dell'attenzione
internazionale, in equilibrio tra geopolitica ed economia.
Nella
prima parte del 2024 il rapporto tra Cina e Unione Europea è diventato sempre
più centrale all’interno dell’agenda della Commissione europea e dei vari paesi
membri.
I temi
principali che caratterizzano questo rapporto sono principalmente due:
la
gestione della relazione economica condizionata dall’andamento dell’economia
cinese (overcapacity) e la definizione di una modalità “normale” di rapporto
bilaterale con Pechino, nel contesto della crescente competizione tra grandi
potenze quali gli Stati Uniti e la Cina.
Riferibili
al primo caso sono gli avanzamenti nell’ambito della “European economic
security strategy” e l’avvio di investigazioni sulle importazioni dalla Cina.
Per la seconda dimensione del rapporto “UE-Cina”
sono invece da tenere in considerazione gli importanti incontri bilaterali in
Cina, come la visita del cancelliere tedesco Scholz, e in Europa, che hanno
visto Xi Jinping in Francia, Serbia e Ungheria.
Sullo
sfondo resta l’incertezza data dal risultato delle elezioni europee previste
per l’8-9 giugno e da quali posizioni potrà assumere la prossima Commissione
europea per quanto riguarda le politiche rivolte alla Cina.
Il
tema dell’over-capacity cinese e il deficit commerciale europeo.
Durante
la visita a Pechino del dicembre 2023, la presidente della Commissione europea”
Ursula von der Leyen£ aveva sollevato il problema del crescente deficit europeo
nei confronti della Repubblica popolare cinese (Rpc).
Secondo
gli ultimi dati allora disponibili riferiti al 2022, il deficit europeo con la
Cina era rapidamente salito a quasi €400 miliardi, più che raddoppiando
rispetto al valore del 2020 (€182 miliardi) e assestandosi a un livello di
dieci volte superiore di quanto registrato nel 2002 (€40 miliardi).
“Von der Leyen” aveva attribuito tale rapida
evoluzione a una condizione di sovraccapacità produttiva (over-capacity) che
Pechino – affetta da un calo della domanda interna – avrebbe poi “scaricato”
nei mercati del resto del mondo e, in particolare, su quelli europei.
Non è un caso che il salto del deficit si sia
registrato nel 2020, l’anno della pandemia.
Le
ragioni di quanto successo vanno ricondotte alle scelte di politica economica
della dirigenza cinese.
Per comprendere il contesto dell’economia
cinese dal 2020 in poi, bisogna considerare tre fattori principali:
esportazioni,
investimenti pubblici in infrastrutture e immobili, e consumi interni.
Fino
al 2008, la crescita cinese era guidata dalle esportazioni, ma dopo la crisi
finanziaria globale, il governo ha stimolato gli investimenti per compensare il
calo delle esportazioni.
Nei
piani della dirigenza cinese, dal 2014, i consumi sarebbero dovuti diventare il
motore principale della crescita, ma dal 2020 l’export ha di nuovo avuto un
ruolo chiave, anche grazie alle sovvenzioni del periodo post-pandemico che
hanno stimolato la produzione interna.
Difatti,
i consumi non sono aumentati a causa della sfiducia dei consumatori, aggravata
da misure di contenimento della pandemia molto rigide e un sistema di welfare
debole, portando a un aumento del tasso di risparmio.
La Cina, dunque, vorrebbe stimolare i consumi,
ma questi non crescono a causa della mancanza di fiducia.
Allo
stesso tempo, gli investimenti nel settore immobiliare e nelle infrastrutture
non sono più redditizi come in passato a causa dell’eccesso di investimenti
negli anni precedenti.
Pertanto, il governo sta sostenendo la
crescita con un focus particolare sulla manifattura.
I dati
mostrano che, mentre i prestiti al settore immobiliare sono diminuiti dello
0,2% a settembre 2023 (in calo rispetto al 15% nel 2020), i prestiti al settore manifatturiero
sono aumentati del 38,2% (rispetto al 15% nel 2020).
Questo
paradigma ha così portato a una crescita esponenziale delle esportazioni
cinesi.
Il
concetto di eccesso di capacità produttiva non è nuovo per la Cina, essendo
emerso già dopo lo stimolo economico del 2008.
Allora,
la Cina aveva dovuto affrontare una ristrutturazione industriale per gestire
questo aumento di produzione.
Oggi,
la situazione è diversa:
la
Cina non vede l’eccesso di capacità come un problema, mentre europei e
americani lo considerano il risultato di politiche industriali scorrette perché
frutto sostanzialmente di sussidi e di politiche protezionistiche.
Pechino
sostiene, invece, che la grande domanda globale di rinnovabili e auto
elettriche giustifica la sua produzione, mentre Europa e Stati Uniti temono una
crescita del rapporto di dipendenza da prodotti cinesi.
In
questo contesto, non è prevedibile un cambio di strategia cinese in tempi
brevi, perché gli investimenti massicci nella manifattura avanzata consentono
alla Cina di mantenere il vantaggio tecnologico nei settori della transizione
verde, rendendo difficile per Europa e Stati Uniti sviluppare capacità interne
competitive.
L’economia
cinese, attualmente stagnante, non può più contare sul settore immobiliare e si
rivolge quindi alla manifattura per sostenere la crescita a breve termine.
Tuttavia,
per un cambiamento reale del modello economico, sarebbe necessario aumentare
significativamente la capacità di spesa delle famiglie, il che comporterebbe
rischi politici che Pechino vuole evitare.
Le
politiche attuali, quindi, mirano a rafforzare il posizionamento internazionale
della Cina, avendo però come conseguenza anche quella di aumentare le tensioni
commerciali.
Quasi
sei mesi dopo la visita di “von der Leyen” a Pechino, in occasione
dell’incontro trilaterale del 6 maggio tra Xi Jinping, Macron e von der Leyen, la presidente della Commissione
europea ha ribadito con forza quelli che sono i temi più rilevanti nel rapporto
tra Europa e Cina.
Nel
comunicato di von der Leyen, infatti, oltre a fare riferimento ai temi di
sicurezza di stringente attualità (Ucraina e Gaza), sono identificati tre punti
che condizionano le relazioni economiche tra Cine e UE:
1) sussidi cinesi alla produzione che causano
sovraccapacità;
2)
assenza di reciprocità nell’accesso al mercato per la quale l’UE non esclude di
adottare investigazioni;
3)
resilienza delle filiere, che viene sintetizzato come de-risking.
La strategia economica europea, dunque, è
indirizzata alla riduzione della dipendenza commerciale dalla Cina, che ha
implicazioni economiche dirette (deficit e competizione) e implicazioni
strategiche indirette (esposizione alla possibile coercizione cinese attraverso
la leva del vantaggio economico).
Mettere
in pratica il de-risking: le indagini sui sussidi cinesi.
Una
modalità attraverso cui l’Europa sta cercando di arginare la concorrenza
commerciale sleale della Cina nel proprio mercato sono le indagini lanciate nel
contesto della “Foreign Subsidies Regulation” entrata in vigore nel luglio
2023.
Lo scopo di questo strumento è quello di
monitorare le distorsioni del mercato dell’UE dovute ai sussidi da parte di
paese terzi di cui godono le aziende attive in Europa.
Simili
sussidi economici conferiscono dei vantaggi competitivi all’interno del mercato
europeo nei confronti di altre aziende nello stesso settore che invece non
hanno lo stesso supporto.
Nel
mirino di queste nuove tutele del mercato sono entrate diverse società cinesi
così come società straniere che hanno beneficiato di sussidi governativi.
Il
primo settore sottoposto a indagini dall’Unione europea è quello delle auto
elettriche.
Questa mossa ha come obiettivo quello di
verificare se le catene del valore dei veicoli elettrici in Cina godano di
sussidi che possano causare una competizione sleale ai produttori europei,
esaminando poi le conseguenze di tali sussidi sugli importatori e il mercato
unico.
Se
l’indagine commerciale europea dovesse riportare che gli importatori di auto
cinesi hanno goduto di sussidi illeciti, tali enti potrebbero essere colpiti da
dazi doganali – il che renderebbe molto più costoso per le aziende cinesi fare
affari in Europa.
Attualmente, la Commissione ha dichiarato che
eventuali dazi sarebbero stati annunciati solo dopo le elezioni europee.
Ma non
sono solo le auto elettriche a essere prese di mira.
Uno
studio del think tank “Rhodium Group” si aspetta l’imposizione di dazi del
valore tra il 15 e il 30%, ma suggerisce che una forbice dal 40-50% potrebbe
essere necessaria per poter essere efficace.
Il
primo impiego della “Foreign Subsidies Regulation” risale però a febbraio,
quando la Commissione Europea ha aperto un’indagine contro una società
controllata da “Crrc”, la società cinese di proprietà statale leader nel
mercato mondiale della produzione di treni.
A far
intervenire Bruxelles era stata in quel caso la partecipazione cinese in una
gara d’appalto indetta dalla Bulgaria per la fornitura di 20 treni elettrici,
nella quale il prezzo dell’offerta cinese era circa la metà del secondo miglior
concorrente.
Un’ulteriore indagine è stata lanciata
dall’Unione europea nell’ambito di un appalto pubblico a cui hanno partecipato
consorzi cinesi per la costruzione di un parco solare in Romania.
L’indagine è stata però chiusa a maggio dopo
che le compagnie cinesi si sono ritirate dalla gara d’appalto.
Ad
aprile anche i fornitori cinesi di turbine eoliche destinate al mercato europeo
sono stati oggetto d’indagini da parte dell’Unione, in particolare lo sviluppo
di parchi eolici in paesi dell’UE quali Bulgaria, Francia, Grecia, Romania,
Spagna.
In maniera analoga, sono stati interessati
dagli strumenti anti-sussidi europei i fornitori cinesi nell’ambito di appalti
pubblici del settore dei dispositivi medici.
In aggiunta, metà maggio l’Unione ha aperto
investigazioni in seguito a una segnalazione dell’associazione siderurgica
europea sui prodotti laminati di ferro o acciaio placcati o rivestiti di stagno
di origine cinese; oltre ad aprire un’investigazione sulle importazioni di
pannelli in legno per pavimenti.
La
reazione cinese alla minaccia di tariffe da parte di Bruxelles non è stata
prevedibilmente positiva.
Pechino
ritiene che queste pratiche siano protezionistiche e che siano discriminatorie
nei confronti delle industrie cinesi.
Per
questo la Camera di commercio cinese presso l’Unione Europea ha vivacemente
protestato contro l’ipotesi di misure penalizzanti per le aziende cinesi,
arrivando anche a ipotizzare dazi del 25% per l’importazione dei veicoli a
combustione interna di grosse dimensioni.
Gli
strumenti dell’UE per contrastare le violazioni dei diritti umani nelle catene
del valore.
Oltre
alle indagini sui sussidi cinesi, l’UE si è mossa anche per estromettere dal
mercato quelle società coinvolte nello sfruttamento del lavoro forzato e nella
violazione dei diritti umani.
Il riferimento
evidente, benché non esplicitato, sono gli abusi (qualificati come possibili
crimini contro l’umanità secondo l’alto commissariato delle Nazioni unite per i
diritti umani) compiuti ai danni della popolazione di etnia uigura nella
regione cinese dello Xinjiang.
Ad aprile il Parlamento europeo ha approvato
il divieto di vendita, d’importazione e di esportazione per i prodotti
realizzati sfruttando manodopera obbligata ai lavori forzati, e una volta
approvato dal Consiglio europeo il provvedimento permetterà alle autorità dei
singoli paesi europei di aprire indagini su beni, catene di approvvigionamento
e produttori ritenuti sospetti.
Il tema del rispetto dei diritti umani nello
Xinjiang era già emerso nel 2021 nel dibattito al Parlamento europeo e aveva,
di fatto, portato al congelamento dell’accordo di investimento bilaterale “Comprehensive
agreement on investment” (Cai) firmato alla fine del 2020.
Un
secondo provvedimento è invece la direttiva sulla “Corporate sustainability due
diligence” (Csddd), che stabilisce l’onere per le società presenti nel mercato
europeo di garantire l’estraneità dei propri fornitori e partner (ovunque essi
siano, inclusi quelli in Cina e in particolare nello Xinjiang) a violazioni dei
diritti umani o della tutela ambientale.
Dopo
un iter travagliato dovuto alla differenza di vedute dei paesi membri, si è
giunti all’approvazione a fine maggio di una versione con parametri meno
stringenti di quelli inizialmente preventivati.
Il
provvedimento verrà applicato solo alle società con oltre 1000 dipendenti e con
un turnover superiore ai €450 milioni, entrando man mano in vigore su un
periodo di 5 anni.
Alle società che ricadono dentro i parametri
verrà richiesto di monitorare le proprie filiere e di intervenire per
ristabilire la conformità con gli obblighi in fatto di diritti umani e tutela
ambientale stabiliti dall’UE.
Si tratta di una decisione comunque ambiziosa
che obbligherà le circa 6.000 aziende europee a cui si applica la “Csddd” a
dover reperire informazioni sensibili tra i propri fornitori e partner, anche
qualora questi fossero aziende attive nello Xinjiang:
già
prima dell’approvazione della direttiva, infatti, le aziende europee avevano
dovuto scontrarsi con le grosse limitazioni imposte dalle leggi anti-spionaggio
di Pechino che rendono difficile raccogliere dati e informazioni nel paese e
riportarli fuori dalla Cina.
La
visita di Xi Jinping in Francia, Serbia e Ungheria.
Le
considerazioni dei paragrafi precedenti hanno caratterizzato il tono degli
incontri che si sono verificati lungo l’asse Europa-Cina.
Il
tema dei rapporti economici con la Cina, infatti, condiziona un diverso
atteggiamento di Francia e Germania verso la Cina.
La
premessa è che, in sintesi, il modello di crescita tedesco degli ultimi decenni
si basava sull’energia a basso costo proveniente dalla Russia e sulla Cina come
mercato di sbocco per l’export tedesco, soprattutto nel campo dell’auto-motive.
Questa
relazione era coltivata tramite frequenti incontri tra i leader dei due paesi:
Angela
Merkel era frequentemente a Pechino e l’ultimo atto politico rilevante della
sua esperienza da cancelliera era stata proprio la firma del “Comprehensive
agreement on investment” (Cai) tra Cina e Unione Europea, come risultato della
presidenza di turno del Consiglio dell’UE nel 2020.
Inoltre, dal 2019 si era affermata una prassi
di incontro trilaterale tra Germania, Francia e Cina, con eventualmente la
partecipazione anche di rappresentanti della UE.
Questo formato era stato provato per la prima
volta in occasione della precedente visita di Xi Jinping in Europa nel 2019,
caratterizzata dal passaggio in Italia per la firma del “memorandum of
understanding sulla Via della seta”, cui Macron aveva contrapposto un “comitato
d’accoglienza” di matrice plurilaterale in occasione della successiva tappa
parigina di “Xi”.
Il
riferimento, e la critica al tempo, era all’atteggiamento considerato
unilaterale dell’Italia nella decisione di entrare nella “Belt and Road
Initiative”.
Il formato trilaterale proposto da Macron è
stato poi confermato anche in più occasioni negli anni successivi, ma è andato
in crisi nel 2022, alla riapertura della Cina ai viaggi internazionali dopo la
pandemia.
Scholz, infatti, decise di andare per primo e
da solo a incontrare” Xi Jinping”, nonostante si avessero notizie di una
volontà di Macron di prendere parte a quel viaggio.
Il
Presidente francese andrà poi in Cina soltanto nella primavera successiva,
insieme a “von der Leyen”, in un viaggio noto per l’accoglienza trionfale
riservata al presidente francese e per le sue dichiarazioni contestate
sull’autonomia strategica e sul futuro di Taiwan.
In
questo quadro vanno contestualizzate e comprese le visite di questa primavera.
Scholz ha preferito continuare su una via
solitaria per meglio tutelare gli interessi commerciali della Germania –
particolarmente esposti alle vicende dell’auto motive –, mentre Macron ha
rinnovato l’impegno a elevare il livello delle relazioni bilaterali
Francia-Cina a un piano comunitario, coltivando parallelamente un rapporto
personale con il leader cinese.
La
posizione di Scholz è identificata in Germania come tendenzialmente più aperta
nei confronti della Cina, in contrasto con la linea di maggiore intransigenza
di altri partiti.
In
particolare, il Partito dei verdi esprime sia il ministro degli Esteri “Annalena
Baerbock” – e che l’anno scorso ha pubblicato una “Strategia tedesca sulla Cina”
con diversi accenti critici – sia il membro del Parlamento europeo, “Reinhard
Hans Bütikofer”, che è di gran lunga tra i più critici di Pechino tanto da
essere stato oggetto di sanzioni nel 2021.
Il
presidente cinese “Xi Jinping” ha così condotto una visita in Europa di circa
una settimana.
Questo
viaggio nasce con l’obiettivo di rilanciare le relazioni UE-Cina in un momento
di grandi discussioni sul rapporto tra Cina e Occidente.
Se nel
2019 l’opinione pubblica internazionale stava cominciando a prendere le
distanze da “Xi “nel contesto della guerra commerciale da parte dell’ex
presidente Trump, nei cinque anni successivi il clima di freddezza è andato via
via aumentando.
Infatti,
tra le diverse le parole chiave utilizzate per definire il rapporto tra UE e
Cina – come “rivale sistemico” (2019), “battaglia globale di narrazioni”
(2020), “dialogo dei sordi” (2022), “riduzione del rischio” e “sicurezza
economica” (2023), “sovracapacità” (2024) – tutte descrivono una tendenza di
crescente tensione e ridotta comunicazione, come testimonia anche il già citato
fallimento del “Cai”.
Inoltre,
la decisione di visitare Francia, Serbia e Ungheria non è una coincidenza:
tutti e tre i paesi, infatti, hanno espresso – seppur in maniera e con toni
differenti – un certo grado di insoddisfazione per l’ingerenza politica degli
Stati Uniti in Europa.
Se la Francia è tra i leader europei
tendenzialmente più “autonomista”, l’Ungheria rappresenta il principale amico
cinese all’interno dell’UE e la Serbia quello alle sue porte.
La
strategia di Xi in queste visite europee ha puntato sul tentativo di allentare
i legami transatlantici – per esempio in tema di politiche di dazi – sperando
così di dissuadere l’Europa dall’irrigidire la propria posizione nei confronti
della Cina.
Il senso delle visite, dunque, era quello di
mostrare gli eventuali vantaggi derivanti dal legame economico con Pechino.
Tuttavia,
se questo messaggio può avere avuto un’eco a Budapest e Belgrado, non è stato
raccolto né a Parigi né a Bruxelles, come dimostra il comunicato di “von der
Leyen” citato in precedenza.
Anzi,
per quanto riguarda le discussioni sui temi commerciali si può dire che si è
trattato nuovamente di un “dialogo tra sordi”, in riferimento a quanto
affermato in passato dall’alto commissario per la politica estera dell’UE “Josep
Borrell” sul tema dei rapporti tra UE e Cina.
Infatti, mentre “von der Leyen” ha espresso
preoccupazione per la potenziale minaccia della sovracapacità industriale
cinese al settore manifatturiero dell’UE, “Xi Jinping” ha semplicemente
respinto con forza tali affermazioni suggerendo che le tensioni commerciali
restano un capitolo aperto.
Per
quanto riguarda il dettaglio delle visite, il presidente francese Macron ha
cercato di richiamare la necessità di instaurare relazioni commerciali
equilibrate, mostrando allo stesso tempo alla Cina un’amicizia profonda e di
lungo termine.
Tuttavia,
resta l’impressione che coltivando un forte rapporto personale con Xi, Macron –
pur invitando “von der Leyen “al summit – stia comunque cercando una via
d’accesso preferenziale della Francia in Cina.
Intenzione
francese probabilmente intuita da Scholz, che ha rifiutato l’invito a essere
presente a Parigi, come invece aveva fatto Angela Merkel nel 2019
Infine,
la visita di Xi Jinping in Serbia e Ungheria è stata un’attenta dimostrazione
di fratellanza nei confronti della Cina da parte di due dei paesi europei più
filocinesi.
Il
leader cinese ha ricevuto un caloroso benvenuto sia a Belgrado che a Budapest,
dimostrando al resto d’Europa che la cooperazione con la Cina può ancora essere
una ricetta per vantaggi economici significativi, come gli investimenti nella
produzione di batterie ad alta tecnologia.
Il rovescio della medaglia di tale
manifestazione è il sottile messaggio a Bruxelles che Pechino mantiene forti
legami con i principali paesi europei, sia all’interno che all’esterno dell’UE.
Von
der Leyen a Xi: «Proteggeremo
l’economia
Ue se serve».
Ilsole24ore.com
– (6 maggio 2024) – Redazione – ci dice:
La
presidente uscente della Commissione europea: «La Cina intervenga sulle minacce
nucleari russe». La Francia spera di spingere la Cina a fare pressioni su Mosca
per fermare le operazioni in Ucraina, con pochi progressi a parte la decisione
di Xi di chiamare per la prima volta il presidente Volodymyr Zelensky
Il
presidente francese Emmanuel Macron accoglie la presidente della Commissione
europea Ursula von der Leyen prima di un incontro con il presidente cinese Xi
Jinping all’Eliseo di Parigi nell’ambito della visita di Stato di due giorni
del presidente cinese in Francia, 6 maggio 2024.
I
punti chiave
«Se la
concorrenza è leale, in Europa avremo economie fiorenti»
Von
der Leyen: Cina intervenga sulle minacce nucleari russe
«La
Cina può svolgere un ruolo importante nel limitare l’irresponsabile
proliferazione di missili balistici e droni iranianì»
«Garantire
una concorrenza equa»
Lavoro
di squadra per contrastare gli squilibri commerciali.
Pressing
di Parigi.
“Con
il presidente Xi abbiamo discusso delle questioni economiche e di commercio; ci
sono degli squilibri, che suscitano gravi preoccupazioni, e siamo pronti a
difendere la nostra economia, se serve”.
Lo ha detto “Ursula von der Leyen,” presidente
della Commissione europea, dopo l’incontro trilaterale con Emmanuel Macron e Xi
Jinping.
“I prodotti sussidiati cinesi, come le
macchine elettriche o l’acciaio, stanno inondando il mercato europeo, questo
mentre la Cina non aumenta la domanda interna”, ha notato.
“L’Ue
non può tollerare pratiche che portino alla sua de-industrializzazione”, ha
avvertito.
«Se la
concorrenza è leale, in Europa avremo economie fiorenti»
“Le
relazioni economiche tra la Cina e l’Ue sono tra le più importanti al mondo e
sono convinta che se la concorrenza è leale, in Europa avremo economie fiorenti
e durature che sosterranno un maggior numero di buoni posti di lavoro” ha detto
“von der Leyen” evidenziando il fatto che tra Ue e Cina ci sono “molti punti di
accordo”.
Per quanto riguarda invece i punti in
disaccordo, “ho incoraggiato il governo cinese ad affrontare queste
sovraccapacità strutturali e allo stesso tempo ci coordineremo strettamente con
i Paesi del G7 e con le economie emergenti, anch’esse sempre più colpite dalle
distorsioni di mercato della Cina”, ha sottolineato.
“Rimango fiduciosa che si possano compiere
ulteriori progressi, ma allo stesso tempo siamo pronti a fare pieno uso dei
nostri strumenti di difesa commerciale, se necessario, ad esempio un paio di
settimane fa abbiamo avviato la nostra prima indagine nell’ambito dello
strumento per gli appalti internazionali”.
“Dobbiamo
poi migliorare la resilienza delle nostre catene di approvvigionamento e, ad
esempio, affrontare le dipendenze eccessive diversificando le fonti di
materiali critici.
Una Cina che gioca in modo leale è un bene per
tutti noi, ma allo stesso tempo l’Europa non esiterà a prendere le decisioni
difficili necessarie per proteggere la sua economia e la sua sicurezza, e per
questo non vediamo l’ora di celebrare il prossimo anno il 50° anniversario
delle relazioni UE-Cina”.
Von der Leyen: Cina intervenga sulle minacce
nucleari russe.
L’Ue e
la Cina “concordano” sull’interesse congiunto alla pace e alla sicurezza e
“contiamo” sull’influenza che Pechino può avere sulla Russia per quanto
riguarda la guerra in Ucraina.
Lo ha detto la Presidente della Commissione europea,
dopo l’incontro trilaterale con Emmanuel Macron e Xi Jinping.
“Il
presidente Xi ha avuto un ruolo importante sulla riduzione delle minacce
nucleari irresponsabili di Mosca e sono fiduciosa che continui a farlo, anche
alla luce degli ultimi sviluppi” ha aggiunto.
«La
Cina può svolgere un ruolo importante nel limitare l’irresponsabile
proliferazione di missili balistici e droni iranianì»
“Abbiamo
anche discusso dell’impegno della Cina a non fornire alcun equipaggiamento
letale alla Russia.
È necessario un maggiore sforzo per limitare la
consegna di beni a duplice uso alla Russia, che possono arrivare sul campo di
battaglia e, data la natura esistenziale della minaccia derivante da questa
guerra sia per l’Ucraina che per l’Europa, ciò influisce sulle relazioni
Ue-Cina”, ha notato “von der Leyen”.
“Esprimiamo
inoltre una chiara preoccupazione per la minaccia diretta dell’Iran alla
stabilità della regione nel Medio Oriente e riteniamo che la Cina possa
svolgere un ruolo importante nel limitare l’irresponsabile proliferazione di
missili balistici e droni iraniani”.
«Garantire
una concorrenza equa».
“Dobbiamo
agire per garantire che la concorrenza sia equa e non distorta.
Perché
una concorrenza leale è positiva per l’Europa, in quanto stimola l’innovazione
e la crescita, oltre a creare buoni posti di lavoro in Europa.
Incoraggerò
il governo cinese ad affrontare le sovracapacità” produttive “nel breve
termine.
Allo
stesso tempo, ci coordineremo strettamente con i Paesi del G7 e con le economie
emergenti che sono sempre più colpite dalle distorsioni del mercato cinese”
aveva inoltre spiegato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der
Leyen, prima del trilaterale con Emmanuel Macron e Xi Jinping.
Dombrovkis:
risolvere il deficit commerciale Ue-Cina, 400 miliardi.
“L’anno
scorso ho illustrato il nostro approccio economico alla Cina.
L’Ue deve applicare un de-risking alle sue
relazioni, ma non disaccoppiarsi dalla Cina.
Siamo
stati molto chiari sulle nostre relazioni con la Cina, che sono tra le più
complesse, ma anche tra le più importanti”, ricorda” von der Leyen”, che vedrà
il presidente cinese e quello francese a Parigi.
“Nell’ultimo anno ho incontrato due volte il
Presidente “Xi “e abbiamo discusso a lungo delle relazioni Ue-Cina, dal
commercio al clima, dagli affari globali alle questioni digitali. In merito ai
rapporti economici, ho chiarito che gli attuali squilibri nell’accesso al
mercato non sono sostenibili e devono essere affrontati.
Attualmente
la Cina produce, con massicci sussidi, più di quanto vende a causa della
debolezza della sua domanda interna.
Ciò
sta portando a un eccesso di offerta di beni cinesi sovvenzionati, come i
veicoli elettrici e l’acciaio, che si traduce in un commercio sleale.
L’Europa non può accettare queste pratiche di
distorsione del mercato che potrebbero portare alla deindustrializzazione
dell’Europa”, ha sottolineato “von der Leyen”.
Lavoro
di squadra per contrastare gli squilibri commerciali.
In
occasione del trilaterale Cina-Europa-Francia il presidente francese Emmanuel
Macron e la leader della Commissione europea hanno fatto pressione sul
presidente cinese “Xi Jinping” affinché riduca gli squilibri commerciali e usi
la sua influenza sulla Russia per la guerra in Ucraina.
“Xi” è stato in Europa per la prima volta in
cinque anni, in un momento di crescenti tensioni commerciali, con l’Unione
Europea che sta indagando su diverse industrie cinesi, tra cui le esportazioni
di veicoli elettrici, mentre Pechino sta sondando le importazioni di brandy,
per lo più di produzione francese.
In una
dichiarazione rilasciata al suo arrivo a Parigi,” Xi” ha elogiato i legami tra
le due nazioni, sottolineando il fatto che i legami tra Cina e Francia sono “un
modello per la comunità internazionale di coesistenza pacifica e cooperazione
vantaggiosa per tutti tra Paesi con sistemi sociali diversi”.
I
media statali cinesi si sono allineati alla linea conciliante promossa da Xi.
“La
cooperazione economica e commerciale tra Cina e Ue è enorme, e gli urti e le
contusioni sono inevitabili”, ha scritto il “Quotidiano del Popolo”, il
giornale di punta del “Partito Comunista”.
“La
Cina è disposta a rafforzare la comunicazione e il coordinamento con l’UE, a
promuovere la cooperazione e a risolvere le differenze attraverso il dialogo”.
I 27
membri dell’UE - in particolare Francia e Germania - non sono unanimi nel loro
atteggiamento verso la Cina.
Mentre
Parigi sostiene una linea più dura Berlino vuole procedere con più cautela,
dicono le fonti.
Anche
per questo il cancelliere tedesco Olaf Scholz non si unirà a Macron e Xi a
Parigi, a causa di impegni precedenti.
Pressing
di Parigi.
La
Francia spera di spingere la Cina a fare pressioni su Mosca per fermare le
operazioni in Ucraina, con pochi progressi a parte la decisione di “Xi” di
chiamare per la prima volta il presidente “Volodymyr Zelenskiy” poco dopo la
visita di Macron a Pechino lo scorso anno.
La
Francia spera anche di spingere per aprire il mercato cinese alle sue
esportazioni agricole e di risolvere le questioni relative alle preoccupazioni
dell’industria cosmetica francese sui diritti di proprietà intellettuale, hanno
detto i funzionari.
La
Cina, nel frattempo, potrebbe annunciare un ordine per circa 50 aerei Airbus
durante la visita di “Xi.”
Dopo Parigi, martedì 7 maggio Macron porterà “Xi
“sui Pirenei, una regione montuosa cara al presidente francese in quanto luogo
di nascita della nonna materna, prima che “Xi” si rechi in Serbia e Ungheria,
paesi amici della Russia.
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