Viva la Libertà.

 

Viva la Libertà.

 

 

Salvini attacca e sulla politica estera

sottolinea la distanza da Giorgia Meloni.

Gds.it - Giornale di Sicilia - Luca Ferrero – (13 LUGLIO 2024) – ci dice:

 

 

 

«Tifo Trump e lo incontrerò», dice il leader della Lega.

L’ora delle scelte per la premier.

Non si placa l’offensiva della Lega dopo il botta e risposta tra la premier Giorgia Meloni e i vertici di via Bellerio sull’invio di armi a Kiev.

Mentre la presidente del Consiglio prepara una settimana cruciale per il suo posizionamento negli equilibri della nuova Unione europea, il vicepremier Matteo Salvini non abbassa le lance.

 Il leader rassicura sulla durata del governo, «che andrà avanti per tutti e cinque gli anni», ma non manca di segnare le distanze da Giorgia Meloni sulla politica estera.

A partire dall’endorsement a Donald Trump, fino all’ingresso a gamba tesa nella querelle tra Ue ed Elon Musk.

Occasione per un nuovo attacco del vicepremier all’Europa.

Salvini si inserisce nella contesa tra la Commissione e il miliardario americano, per alzare ancora i toni.

 All’accusa di violare le regole europee sui servizi digitali rivolta dall’Ue a “X”, social network di proprietà di Musk, l’imprenditore ha risposto piccato.

Raccontando di aver ricevuto una proposta di «un accordo segreto illegale» da parte dell’Unione.

 «Sarebbe gravissimo se le accuse rivolte da Elon Musk fossero vere», interviene Salvini a sostegno del patron di “X”, considerato vicino al candidato repubblicano alla Casa Bianca.

 «Basta con l’Europa del bavaglio e della censura, viva la libertà di espressione, sempre», affonda il leader leghista.

La polemica sul “Digital service act”, però, non è il solo campo per la Lega in cui marcare distinguo all’interno della coalizione di governo.

Le elezioni americane sono un altro fronte su cui Salvini non si è mai risparmiato.

Il segretario di via Bellerio «spera nella vittoria di Trump».

Racconta di averlo sentito recentemente al telefono e si dice ponto a volare negli States in autunno per «incontrare alcuni dei vertici repubblicani».

Nel suo elogio del Tycoon, il leader leghista torna a evidenziare le affinità sul «tema della pace».

«Ricordiamo i patti di Abramo - spiega Salvini - senza pensare a quello che sta accadendo tra Russia e Ucraina con tutti i morti conseguenti».

Sortita che non passa inosservata, soprattutto dopo la disputa sull’invio di armi a Kiev.

A testimonianza di una faglia ormai aperta nella maggioranza sul conflitto russo-ucraino, nonostante la Lega - come “FdI “spesso sottolinea - abbia sempre votato compatta con tutto il centrodestra.

Tuttavia, quelli diretti a sostenere la difensiva di Zelensky non sono gli unici armamenti a irritare i leghisti.

Voci critiche si levano anche dal Veneto a seguito dell’annuncio da parte americana del rifornimento di missili in supporto alla brigata Usa di stanza a Vicenza.

Fonti del partito raccontano un senso di fastidio che vede uniti i sindaci e gli amministratori del territorio.

Non ci sono dichiarazioni in merito, ma le stesse fonti parlano di un «malcontento percepibile» nella base leghista per la «rincorsa agli armamenti» condivisa dal governo.

Dalle frizioni sulle armi a quelle sulle nomine dei vertici Rai, la Lega non rinuncia a rimarcare le questioni che allontanano i partiti di governo.

 Non ultima, la partita che si gioca sulla Commissione Ue.

 «Eravamo già su posizioni diverse in Europa prima, continuiamo ad esserlo anche ora», taglia corto Salvini, secondo cui «c’è una parte del governo che sostiene il bis di von der Leyen».

 Il leghista non si spinge a fare nomi.

 Mentre da Palazzo Chigi non arrivano repliche, quasi a voler congelare le schermaglie nell’approssimarsi della settimana decisiva che si apre a Bruxelles.

 

Giorgia Meloni, anche in vista del faccia a faccia tra von der Leyen e il gruppo “Ecr”, è alle prese con le ultime riflessioni sull’eventuale sostegno degli europarlamentari di “FdI” all’Ursula bis.

Da Forza Italia c’è chi si dice sicuro del voto favorevole di” FdI”, anche se di «orientamento su un voto negativo» parla Nicola Procaccini, copresidente di Ecr. Che tuttavia non ha dubbi:

 «la Commissione sarà di centrodestra».

 Il voto nell’emiciclo, così come il dossier sui commissari, restano insomma questioni aperte, anche se ancora per poco.

Il bivio, per la premier, si avvicina.

 

 

 

 

L’Occidente Prepara un “Maidan”

 (Rivoluzione Colorata)

in Georgia per l’Autunno.

Conoscenzealconfine.it – (18 Luglio 2024) - Vladimir Karasev – ci dice:

 

Bruxelles ha condannato la legge sugli agenti stranieri adottata in Georgia e ha aumentato la pressione su Tbilisi.

Fino a poco tempo fa, i media occidentali definivano democratico il governo georgiano.

Ma non appena i georgiani hanno difeso la loro sovranità approvando una legge sugli agenti stranieri, l’Occidente ha già definito il governo georgiano come repressivo.

La vera isteria è in corso nei media europei:

l’Europa sta perdendo la Georgia, la Georgia si sta rivolgendo a Mosca, la fine della democrazia georgiana…

Per le tiepide élite politiche europee, l’unica possibilità rimasta per far precipitare la Georgia nel caos è quella di disturbare le elezioni parlamentari autunnali.

E in questa direzione è in corso un lavoro attivo e certosino, per la maggior parte, diretto da Londra.

È interessante notare che la legge georgiana sugli agenti stranieri, che è una copia della legge americana, solo in una versione più benigna, è percepita in Occidente come nient’altro che una legge russa.

Citazione dall’edizione britannica di “The Guardian:

“La legge, importata da Mosca, obbliga i gruppi della società civile georgiana a registrarsi come agenti stranieri se ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero.

 È stata approvata di recente nonostante le proteste di massa e la diffusa violenza della polizia.

 La legge sarà promulgata quest’estate per danneggiare la società civile e fare pressione sui partiti di opposizione della Georgia in vista delle cruciali elezioni parlamentari del paese il 26 ottobre 2024“.

 

Non è forse questa un’interferenza negli affari sovrani di un altro Stato?

Ma l’Occidente brilla di forti accuse contro il partito politico al governo “Sogno Georgiano”, definendo “Bidzina Ivanishvili” un politico che ha lanciato un attacco a tutto campo contro l’”Occidente libero”.

Bruxelles ha condannato la legge sugli agenti stranieri adottata in Georgia e ha aumentato la pressione su Tbilisi.

L’UE ha ufficialmente sospeso il processo di adesione della Georgia e congelato l’assistenza finanziaria al Ministero della Difesa del paese.

Al momento, i funzionari europei stanno valutando la questione delle sanzioni personali e dei divieti di viaggio nei confronti di persone provenienti dai circoli politici, economici e mediatici della Georgia.

Se il Sogno georgiano vincerà le elezioni, e tutto andrà in questa direzione, l’UE prevede di abolire il regime di esenzione dal visto per i cittadini georgiani.

 

La democrazia in stile europeo in azione!

L’Occidente sta seriamente considerando l’opzione di un “Maidan” a Tbilisi, dal momento che i partiti europeisti, con un alto grado di probabilità, falliranno alle elezioni.

A differenza degli ucraini, i georgiani hanno dimostrato di essere un popolo saggio e unito, non permettendo all’Occidente di calpestare la loro sovranità.

Se le élite occidentali si vorranno rassegnare all’uscita della Georgia per il proprio percorso di sviluppo indipendente, lo scopriremo il prossimo autunno.

C’è la speranza che con l’ascesa di leader politici come Viktor Orbán, Robert Fico, Marine Le Pen, Geert Wilders e, naturalmente, Donald Trump, l’Occidente non rischi di incendiare la Georgia.

Ciononostante, vogliamo augurare al fraterno popolo georgiano di essere vigile e prevenire il caos sanguinoso che sta distruggendo l’Ucraina da molti anni.

(Vladimir Karasev) - (news-front.su).

(controinformazione.info/loccidente-prepara-un-maidan-rivoluzione-colorata-in-georgia-per-lautunno/).

 

 

 

In Israele approvata la legge che vieta

la creazione dello Stato di Palestina.

Dire.it –(18-07-2024) - Alessandra Fabbretti – ci dice:

 

La reazione di Barghouti: "La decisione della Knesset è una condanna a morte degli Accordi di Oslo."

ROMA – Con una maggioranza di 68 voti contro 9 la Knesset, ossia il parlamento di Israele, ha approvato stamani una legge che vieta la creazione di uno Stato di Palestina.

 La mossa è stata promossa dal primo ministro Benjamin Netanyahu insieme ai partiti di destra all’opposizione, e ha inoltre incassato il sostegno del partito centrista di Benny Gantz, “Unità nazionale”.

 Lo riferisce il “Times of Israel”, aggiungendo che hanno espresso voto contrario il partito arabo di “Ra’am”,” i laburisti” e la coalizione di sinistra “Hadash-Ta’al”.

Si sono invece astenuti, lasciando l’aula prima della votazione, i deputati del partito d’opposizione “Yesh Atid “del leader “Yair Lapid”, sebbene si fossero detti favorevoli alla cosiddetta soluzione dei due Stati.

Nel testo si afferma che la Knesset è “fortemente contraria alla formazione di uno Stato a ovest della Giordania” in quanto la creazione di una entità statuale “nel cuore di Israele” rappresenterebbe “una minaccia all’esistenza di Israele e ai suoi cittadini, perpetrando il conflitto tra israeliani e palestinesi e l’instabilità nella regione”, aggiungendo che “sarà solo questione di tempo prima che Hamas prenderà il potere trasformandolo in uno stato terrorista”.

La mossa giunge a pochi giorni dal discorso che il primo ministro Netanyahu terrà al Congresso degli Stati Uniti il prossimo 24 luglio, al culmine di tensioni con l’amministrazione Biden e una parte di democratici contrari al modo in cui Tel Aviv sta conducendo la sua offensiva sulla Striscia di Gaza, in risposta all’aggressione di Hamas dello scorso 7 ottobre 2023.

 L’annuncio arriva inoltre in seguito a nuovi Paesi che hanno annunciato di riconoscere lo Stato di Palestina, tra cui Spagna, Norvegia e Irlanda, mentre 146 stati all’Assemblea generale dell’Onu hanno votato a favore di una risoluzione che riconosce tale entità.

 

“La decisione della Knesset è una condanna a morte degli Accordi di Oslo” ha commentato “Mustafa Barghouti”, il leader del’ “Iniziativa nazionale palestinese”, come ha scritto in un post su ‘X’.

Il segretario generale del partito palestinese ha affermato che la norma assunta dai legislatori israeliani “rappresenta il rifiuto della pace coi palestinesi e una dichiarazione ufficiale di condanna a morte degli accordi di Oslo”, ossia l’intesa siglata nel 1993 tra i leader israeliani e palestinesi che definiva una” road map” per la creazione di uno “Stato di Palestina” per garantire la fine delle ostilità e la coesistenza pacifica tra “due popoli in due stati”.

BONELLI: VOTO ISRAELE CONTRO CREAZIONE STATO PALESTINA,

UNA VERGOGNA.

“L’approvazione da parte della Knesset di una legge che vieta la creazione di uno Stato di Palestina è un atto di estrema gravità e una vergogna per la comunità internazionale.

Questa decisione, promossa dal primo ministro Netanyahu e sostenuta da forze di destra e centriste, rappresenta una chiara condanna a morte degli accordi di Oslo, rigettando ogni possibilità di pace.

 È evidente che Israele rifiuta una soluzione pacifica e giusta per il conflitto israelo-palestinese, perpetuando l’occupazione e l’oppressione.

 La giustificazione che uno Stato palestinese rappresenterebbe una minaccia per l’esistenza di Israele è una narrativa strumentale che alimenta il conflitto e l’instabilità nella regione.

Questa mossa arriva proprio mentre nuovi Paesi riconoscono lo Stato di Palestina e l’Assemblea generale dell’ONU vota a favore di tale riconoscimento.

 Il popolo palestinese è stato abbandonato e tradito ancora una volta.

Chiediamo che il governo italiano riconosca lo Stato di Palestina e venga in parlamento a discuterne.

Il mondo non può essere ostaggio di Netanyahu”.

(Così in una nota il deputato di “AVS” Angelo Bonelli.)

 

 

 

 

Von de Leyen rieletta presidente della

 Commissione Ue. Sì di” Verdi” e “FI”

 ma “FdI” vota contro

ilgiornale.it - Lorenzo Grossi – (18 Luglio 2024) – ci dice:

L'ex ministra tedesca centra il bis superando abbastanza agevolmente la fatidica "quota 361": rimarrà alla guida dell'Ue fino al 2029.

Applauso di quasi tutto l'emiciclo.

Il suo bis è ora ufficiale:

Ursula von de Leyen viene rieletta dal Parlamento europeo presidente della Commissione Ue dove rimarrà anche per i prossimi cinque anni.

Un po' di patema per lei mentre attendeva l'emiciclo legislativo di Strasburgo che Roberta Metsola comunicasse definitivamente i dati, ma alla fine la suspence è terminata e (in generale) è andata meglio rispetto a cinque anni fa:

 401 i voti favorevoli per lei, ovvero 41 in più rispetto alla soglia minima prevista per legge dei 360 sì (la maggioranza assoluta dei 720 rappresentanti europei).

Un divario decisamente più ampio rispetto alle sole nove preferenze di scarto che si era registrato il 16 luglio 2019.

Nel computo, i voti contrari sono stati 284. Alla fine il numero dei franchi tiratori non è andato oltre le 50 unità.

Ecco quindi che per lei comincerà ufficialmente in autunno il secondo mandato con il quale completerà dieci anni complessivi di guida del governo europeo.

Un lungo applauso ha accompagnato la proclamazione della von der Leyen, visibilmente emozionata (nonché soddisfatta) per il consenso ricevuto.

 C'erano sostanzialmente pochissimi dubbi sul fatto che l'ex ministra tedesca del governo Merkel avrebbe potuto essere bocciata, anche perché sulla carta poteva contare su un sostegno molto ampio che escludeva di fatta la destra e la sinistra estrema.

 Mentre invece Popolari, Socialdemocratici, Liberali e alla fine anche i Verdi (sulla carta 454 europarlamentari a suo favore) le hanno riconfermato la fiducia da qua fino al 2029.

 

In un successivo punto stampa Carlo Fidanza ha comunicato che Fratelli d'Italia, nello scrutinio segreto, ha votato contro:

"L'ufficializzazione del voto favorevole dei Verdi ha reso impossibile il nostro sostegno a von de Leyen".

Tutto questo perché si ritiene "che non venga dato seguito al forte messaggio di cambiamento che è uscito dalle urne del 9 giugno e non viene recepito in alcun modo dagli impegni programmatici della presidente von de Leyen e della maggioranza che oggi l'ha sostenuta".

Anche se, naturalmente, "questo non pregiudica il rapporto di collaborazione istituzionale che c'è e continuerà a esserci tra il governo italiano e la rieletta presidente della Commissione Ue".

Von de Leyen: "Green Deal nei primi 100 giorni."

A proposito di Verdi, i quattro eurodeputati italiani di Europa Verde commentano: "Oggi abbiamo votato per fermare l'alternativa non dialogante e distruttiva a Ursula Von De Leyen.

Consentiamo una maggioranza che non scenderà a compromessi con chi viola diritti fondamentali o commette crimini di guerra", dichiarano in una nota gli europarlamentari di Cristina Guarda, Benedetta Scuderi, Leoluca Orlando e Ignazio Marino.

"Il sostegno del gruppo dei Verdi Europei e della delegazione italiana impedirà alle destre di distruggere il Green Deal".

Soddisfazione piena per Forza Italia.

 "Congratulazioni a Ursula von de Leyen!

Fieri del grande lavoro di squadra del Ppe per sostenere la tua conferma alla guida della Commissione europea.

Conta sempre su Forza Italia per costruire un'Europa più competitiva, più sicura e portatrice di pace", scrive su “X” il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

Lega nettamente contrariata:

"Il grande intrigo è compiuto. L'hanno voluto, l'hanno fatto. Ne risponderanno - dice Susanna Ceccardi.

Non a noi, che non abbiamo votato chi ha distrutto e continuerà a distruggere l'Europa.

Ne risponderanno alle famiglie e alle imprese, ai cittadini che alle ultime elezioni europee hanno bocciato senza appello le politiche della maggioranza Ursula, a partire dalla “follia del Green Deal”.

Si definiscono democratici ma calpestano la volontà popolare espressa tramite il voto".

 

 

 

 

Roberto Vannacci, incassi record:

1 milione di euro solo dai libri.

Firenzetoday.it – (17 -7-2024) – Redazione – Today.it - ci dice:

Eletto deputato al Parlamento europeo, l'ex generale ha avuto un ottimo ritorno dalle vendite de "Il mondo al contrario".

"Il mondo al contrario" ha reso bene al generale Vannacci. Sia in termini di notorietà, grazie alla pioggia di preferenze ottenute alle Europee con la Lega ora si trova al Parlamento a Strasburgo, sia in termini economici. Infatti l'attività di scrittore è quella che ha fruttato di più al neodeputato del gruppo "Patrioti per l'Europa".

Il libro, "Il mondo al contrario", era stato parecchio criticato per il suo linguaggio considerato sessista, omofobo e xenofobo ma è stato anche molto acquistato: alla fine dell'anno scorso lo stesso "generale" diceva che il suo libro aveva venduto oltre 230 mila copie. Il numero è di certo salito e ora si è saputo anche quanto ha guadagnato Vannacci dalla vendita del libro in questione.

Quanto ha guadagnato Vannacci col libro "Il mondo al contrario"

Grazie all'elezione a eurodeputato è diventato pubblico quanto ha guadagnato Vannacci dalle vendite de "Il mondo al contrario".

Secondo la dichiarazione dei redditi depositata dall'ex generale sul sito dell'Europarlamento, tra 2023 e 2024 il libro ha fruttato, rispettivamente, 800mila e 200mila euro. Totale: un milione di euro.

Today.it (seguito):

Negli introiti stimati del 2024 - 200mila euro - rientra anche l'ultimo libro, "Il Coraggio vince", presentato a marzo.

 

L'anno scorso, gli 800mila euro di introiti de "Il mondo al contrario" si sono aggiunti ai 104.167 euro di redditi dall'attività di generale dell'esercito, che erano 122.000 nel 2022 e 117.294.

 Dopo la pubblicazione del libro Vannacci era stato rimosso dal comando dell'Istituto geografico militare di Firenze e poi sospeso per 11 mesi dall'esercito per "comportamento insubordinato".

Era stato denunciato al tribunale militare per "istigazione all'odio razziale e invito a disobbedire le leggi e commettere reati", ma le accuse sono state archiviate.

Ora, accanto alle rendite dei libri, c'è lo stipendio da europarlamentare che pare da una base di 8mila euro più altre indennità.

 

 

 

LIBERTÀ. VOGLIO ESSERE

CIÒ CHE SONO.

It.clonline.org – Stefano Filippi – Leonardo Lugaresi - Comunione e Liberazione – (11-7-2024) - ci dice:

 

L’ottavo capitolo de “Il senso religioso” sfida la cultura di oggi.

Leonardo Lugaresi, studioso di Storia del cristianesimo, aiuta a capire come (anticipazione da “Tracce” di luglio-agosto).

Leonardo Lugaresi è uno studioso di Storia del cristianesimo e Letteratura cristiana antica.

 Fa parte dell’”associazione Patres” che da molti anni si occupa di ricerca e divulgazione del pensiero patristico.

 Gli abbiamo chiesto di approfondire quale sfida rappresenta per la cultura di oggi il percorso proposto da “don Giussani” sul rapporto con il passato, la solitudine e la libertà, nel capitolo ottavo de “Il senso religioso”.

 

Don Giussani afferma che «oggi la distruzione del passato si ha il coraggio di metterla come ideale».

 Lo scriveva nella seconda metà del secolo scorso. È ancora così?

È ancor più vero oggi di quanto non lo fosse quarant’anni fa.

Lo sguardo di Giussani era profetico, ma non perché prevedesse il futuro: guardava lontano perché guardava profondo.

 Profeta infatti è colui che vede dentro il presente, al di là della superficie a cui si fermano solitamente anche gli analisti più raffinati.

 Perciò negli anni Cinquanta egli vedeva già il vuoto che si apriva sotto le imponenti strutture di un cattolicesimo che ancora presidiava con un’organizzazione capillare tutta la vita sociale, e negli anni Ottanta riconosceva lucidamente l’inizio di un cambiamento antropologico legato alla rottura del rapporto con il passato, di cui ora sono evidenti le conseguenze.

Perché Giussani lo lega allo smarrirsi del significato e allo svuotamento della personalità?

La perdita del senso della storia, quindi del nesso tra il passato e il presente, è distruttiva della personalità umana perché impedisce un rapporto maturo con la realtà.

La realtà, infatti, ci è data:

non la facciamo noi adesso, ma viene a noi, perciò avviene.

Noi prima di tutto la riceviamo e solo dopo (un dopo logico, più che cronologico) interagiamo con essa.

 Da chi ci viene?

Da Dio, che la fa essere creandola continuamente, e dagli uomini che, ubbidendo al mandato divino, l’hanno elaborata nel corso dei millenni.

La realtà, dunque, ci arriva come opera, come lavoro:

lavoro di Dio e lavoro dell’uomo.

E la trasmissione di questo ininterrotto “lavoro sulla realtà”, che è la cultura, si chiama tradizione.

Senza consapevolezza di questo, non c’è personalità adulta:

 c’è solo «il bambino che gioca con una macchina di cui non capisce nulla», secondo l’immagine che Giussani usa, cioè pura reattività che non costruisce e non genera.

Lui su questo è drastico, giustamente spietato nel criticare la reattività come posizione culturale.

«Ecco il paradosso: la libertà è la dipendenza da Dio», scrive ancora Giussani.

 Non c’è nulla di sostituibile a Dio, nemmeno le relazioni con gli altri, perché l’uomo è libero da ogni potere solo perché è «rapporto diretto con il Mistero». Come si documenta questa verità nella Chiesa degli inizi?

Il paradosso più grande, «l’unico vero mistero», come dice Giussani negli Esercizi spirituali del 1997, è che io esisto e sono libero.

 «Come fa il Mistero a creare qualcosa che non si identifichi con Sé stesso?

Questo è il vero mistero!

Tutto è, quindi, comprensibile, salvo una cosa che resta ancora fuori, che per la ragione è fuori da Dio: la libertà.

La libertà è l’unica cosa che appare alla ragione come fuori da Dio»: così si legge in Dare la vita per l’opera di un Altro.

 E Dio ha un sacro rispetto della libertà dell’uomo, l’ama svisceratamente, oserei dire che si inchina davanti a essa!

 Penso spesso che in realtà Egli è l’unico che ama veramente la libertà.

 Tutti i poteri mondani la odiano e noi stessi la sopportiamo con fastidio, infatti siamo sempre pronti a sbarazzarcene, con un pretesto o l’altro.

 L’unico che ci tiene veramente, fino alla morte (letteralmente: Gesù è morto per questo), è proprio Dio.

Per questo l’evento di Cristo si presenta come un deflagrante, inaudito evento di liberazione, ed è affascinante seguire i primi passi del cammino della Chiesa usando come chiave di lettura appunto come essa ha seguito, spesso faticosamente e in modo contrastato, la passione divina per la libertà dell’uomo.

 

Può fare qualche esempio?

Penso all’ardente rimprovero di Paolo che vibra in tutta la Lettera ai Galati:

 «Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù».

Oppure a come gli Atti degli Apostoli ci mostrano il percorso di una Chiesa che non può mai assestarsi (e rinchiudersi) negli equilibri e nelle convinzioni che di volta in volta ritiene di avere acquisito, ma deve sempre andare oltre, seguendo la volontà dello Spirito che liberamente la guida.

Ma soprattutto sarebbe importante considerare sotto questo profilo la realtà del martirio, che è assolutamente centrale nell’autocoscienza della Chiesa antica.

Il martire è l’uomo libero per definizione.

Nessuno è più libero di lui, anche se è in catene.

C’è una frase, contenuta negli “Atti dei martiri siciliani”, il più antico documento della letteratura cristiana latina, che mi ripeto spesso perché lo esprime in modo perfetto.

 In quel testo, che è in sostanza il verbale del processo contro un gruppo di cristiani dell’Africa proconsolare avvenuto il 17 luglio 180, a un certo punto una donna, di nome “Seconda”, al magistrato che la interroga risponde così: «Ciò che sono, proprio questo voglio essere».

Chi mai può avere una consistenza umana, una serena certezza e una sovrana libertà che non teme la violenza di nessun potere, come questa?

 È una donna comune a parlare, non un’eroina o una militante, ma nell’apparente semplicità della sua risposta c’è una verità così profonda e una pace così grande che la rendono invincibile.

Come questo «paradosso» provoca la cultura dominante oggi? Per Giussani senza «religiosità riconosciuta e vissuta» non c’è libertà: un mondo post-cristiano o a-cristiano è un mondo non libero?

È una ragionevole constatazione, confermata dalla logica e dalla storia.

Se Dio è, come ho detto prima, l’unico fautore della libertà dell’uomo, solo là dove la dipendenza da Lui è riconosciuta e coltivata tale libertà può fiorire, sul piano personale ma anche sociale e politico.

Per questo è un bene per tutti che ci siano i cristiani, anche per quelli che non hanno la fede in Gesù, come gli antichi apologisti si sforzavano di dimostrare ai pagani.

 La nota affermazione di uno di loro, l’autore dello scritto “A Diogneto”, che «i cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è nel corpo», va intesa in questo senso. Occorre che nella società ci sia almeno un “punto di coscienza”, un luogo, per quanto minoritario e osteggiato dalla cultura dominante, in cui la consapevolezza della dipendenza da Dio, amante della libertà, sia mantenuta viva e operante.

Perché è necessario questo punto di coscienza?

Oggi a tanti sembra auspicabile, se non addirittura indispensabile, andare verso un mondo “cinese”.

Mi riferisco non alla Cina come tale, ma al modello di organizzazione sociale che essa rappresenta, in cui l’irriducibilità della persona è sacrificata all’efficienza economica, all’ordine politico, alla pace sociale, alla sostenibilità ambientale, e via dicendo.

 Le “emergenze” sempre nuove che si susseguono vengono agitate come argomenti per giustificare qualsiasi intervento del potere volto a raddrizzare il «legno storto» di cui è fatto l’uomo, quello che Dio guarda con infinita tenerezza di padre.

È di vitale importanza che in una situazione del genere vi sia un punto di coscienza che afferma invece che l’uomo è altro da un semplice pezzo dell’ingranaggio sociale.

Quel punto di coscienza, se è vivo, diventa di fatto un punto di critica e di resistenza al potere.

 

In un mondo per cui il desiderio è “sogno”, qualcosa cui aspiro e stabilisco io, per Giussani il desiderio è la prima forma di obbedienza perché è “dato”.

Come è possibile riscoprire questo?

Il desiderio è espressione dell’io.

Ora, mi sembra ci siano due modi opposti di guardare all’io.

 Uno è quello che parte dall’io stesso:

 io che guardo me stesso, scruto dentro di me con l’idea, o la pretesa, che solo io in definitiva mi conosco veramente.

 È l’atteggiamento tipico dell’uomo moderno, quello dichiarato in apertura delle “Confessioni di Rousseau”:

 «Io solo so leggere nel mio cuore e conosco gli uomini. Non sono fatto [...] come nessuno di quanti esistono».

Un soggettivismo sempre tentato di ripiegarsi nel narcisismo.

 

E l’altro modo?

Parte dal riconoscimento di un “Tu” che mi fa e perciò mi conosce meglio di quanto possa conoscermi io stesso.

 “Interior intimo meo”, più intimo a me di me stesso, dice sant’Agostino che, nelle “Confessioni”, è il grande esploratore di questa via di conoscenza dell’io e del suo desiderio.

Immersi come siamo nella cultura del narcisismo, abituati a coltivare il ripiegamento, abbiamo bisogno, io credo, di rieducarci all’ascolto di quella voce “altra” che sussurra dentro ciascuno di noi.

Se la seguiamo, l’andare fino in fondo nella comprensione del nostro desiderio diventa un’obbedienza.

“Charles Bukowski” scrisse: «Quando puoi fare tutto quello che vuoi. Come la chiami? Libertà o solitudine?».

Lei come risponde?

Non saprei affatto rispondere, se Giussani non mi avesse insegnato che «la solitudine non è essere da solo, ma è l’assenza di un significato» e che «la libertà è la capacità di Dio».

Ora, se incontrassi quel “vecchio sporcaccione” per il quale ho molta simpatia, penso gli direi che quella tra libertà e solitudine non è un’alternativa.

Chi è solo, cioè non sa il significato di ciò che fa, non può “fare ciò che vuole”.

E chi è libero, lo è grazie a una relazione: quindi per definizione non è mai solo.

(Il professor Leonardo Lugaresi).

 

 

 

 

 

Dalla Green Wavel al Green Lash:

 i Verdi europei e Greta Thunberg

 cinque anni dopo.

Fondazionefeltrinelli.it – (14 Marzo 2024) - Alex Foti – ci dice:

Onda verde e protesta climatica.

Com’è cambiato il clima politico in Europa in soli cinque anni!

Nel 2019, si celebrava la “Green Wavel”, l’avanzata sensazionale dei partiti verdi in tutta Europa, che sarebbero poi andati al potere in Germania, Belgio, Lettonia, Slovenia, Croazia, e conquistato la guida di città francesi importanti come Lione, Bordeaux, Grenoble, Strasburgo.

E nel 2016 un verde,” Alexander Van der Bellen”, era diventato presidente dell’Austria dopo aver sconfitto sul filo di lana il candidato nazi-populista della FPÖ fondata da Haider (è adesso al suo secondo mandato, dopo aver vinto di larga misura nel 2022).

 Dietro il successo dello” European Green Party”, la struttura federale che da Bruxelles coordina 40 organizzazioni affiliate all’ecologismo politico europeo dal Portogallo alla Georgia, stava un motivo semplice:

Greta Thunberg e i “climate strike” globali di “Fridays for Future”, lanciati a partire dal marzo 2019 dopo la solitaria protesta dell’estate 2018 di fronte al Parlamento svedese.

 Ogni venerdì diventava così un “Greta dì, in cui moltitudini di giovani studenti e studentesse si riversavano per le strade delle città del mondo per denunciare l’inazione dei governi di fronte alla crisi climatica causata dal ricorso scriteriato alla combustione fossile.

 Dietro l’avanzata dei verdi alle scorse europee, c’era infatti il voto dei 18-24enni che a doppie cifre tributavano fiducia all’unico movimento politico in grado di raccogliere le istanze ambientaliste.

Dalla Green Wave al Greenlash - By Matteo Spini.

Triste eccezione, in Italia l’onda verde non si è mai materializzata, tranne a Milano alle comunali del 2021 con quel 5% inatteso e tre consiglieri comunali, due dei quali provenienti dal movimento per il clima, sull’onda delle proteste per la pre-Cop26 a Milano che videro la presenza di Greta (con comizio in piazza Damiano Chiesa).

Milano non a caso è stata una delle capitali mondiali del “climate strike”, con un record di 100.000 giovani e meno giovani a sfilare per le strade della città ambrosiana venerdì 27 settembre 2019.

La reazione anti-green in corso.

Oggi, marzo 2024, la situazione è completamente diversa:

i verdi sono dati in calo in Europa, mentre gli agricoltori protestano contro il “Green Deal” deciso dalla Commissione ma chiesto dagli “European Greens”, e la destra nazi-populista avanza minacciosa in tutti i grandi paesi europei (Italia e Olanda in primis) facendo leva sul green Lash, ossia la reazione anti verde che percorre la micro borghesia suburbana e provinciale che usa il “SUV” e non ne vuole sapere di “ZTL” e “autovelox”.

Al tradizionale odio per i migranti e la società multiculturale, la destra europea aggiunge l’odio per tutto ciò che sa di transizione ecologica, presentandosi come la paladina delle lobby fossili e del motore a scoppio, che proprio i verdi europei hanno condannato alla scomparsa a partire dal 2035.

Inoltre le destre stanno facendo dei movimenti climattivisti come “Extinction Rebellion” e “Ultima Generazione” i capri espiatori della crisi climatica emersa in tutta la sua tangibile e tragica inconfutabilità con la grande siccità del 2022 e le inondazioni, gli incendi e i morti per caldo del 2023 (+40° C a Roma, Parigi, Madrid!), perseguitandoli con uno zelo mai applicato prima contro i movimenti neonazisti, razzisti e transfobici.

 Nell’Italia di Fratelli d’Italia si è arrivati a un decreto repressivo scritto su misura contro le ragazze e i ragazzi che innocuamente imbrattano opere d’arte e monumenti ed effettuano brevi blocchi del traffico stradale e autostradale per mettere in guardia contro la catastrofe climatica in corso.

 E inchieste con perquisizioni, processi e arresti si sono verificate anche in Germania e nel Regno Unito, epicentro indubitabile della disobbedienza climatica oggi in Europa, con Greta portata a Londra in tribunale il 1° febbraio 2024 (prosciolta) per un picchetto contro l’industria del gas e del petrolio patrocinato da “Fossil Free London”.

 

Nodi verdi: agricoltori, Gaza, Ucraina.

La campagna verde per le europee si annuncia quindi controvento nel 2024.

 Gli agricoltori stanno protestando contro “Green Deal” in ogni paese europeo, coi trattori a bloccare le strade e gli assalti di farmers furenti a Bruxelles davanti alla sede della Commissione o l’assedio a Macron alla fiera dell’agricoltura.

Accusano i verdi di imporre insopportabili restrizioni alle emissioni di metano e azoto, sul divieto di utilizzo di gli solfato o l’obbligo di lasciare una percentuale della terra incolta.

 I loro redditi sono compressi da inflazione e grande distribuzione ma ritengono l’ecologismo (cosa da urbani di classe media nella visione di molti sindacati di coltivatori) il principale responsabile della loro condizione.

C’è poi la questione tremenda di Gaza a complicare le strategie elettorali verdi.

 Il partito infatti è diviso sulla questione.

I verdi tedeschi, maggioritari, sono rimasti giustamente inorriditi dall’ecatombe del 7 ottobre perpetrata da Hamas e sono condizionati dalla cultura dell’anti-anti-semitismo prevalente nel paese.

 Sono stati quindi tardivi a criticare il massacro insensato della popolazione civile della Striscia perpetrato da Netanyahu e il suo governo etneo-nazionalista tanto amato dalle estreme destre europee.

E lo stesso vale per gran parte del Nordeuropa.

Mentre in Belgio, in Spagna, in Italia e nei paesi mediterranei e balcanici prevale la posizione filo-palestinese.

 Questa tensione è stata evidente allorché “Fridays for Future Germania” ha deciso inopinatamente di scomunicare Greta per aver indossato la kefiah e chiesto la fine dei bombardamenti in un post ormai celebre realizzato insieme alle sue amiche, fra cui una ragazza ebrea.

La climattivista svedese è stata poi aggredita da un boomer olandese che gli ha strappato il microfono mentre arringava una platea di giovani contro la guerra a Gaza.

Si è quindi creata una certa tiepidità fra verdi europei e Greta, che pure avevano lavorato spesso in maniera convergente, per esempio per sostenere la “Nature Restoration Law” recentemente passata a Strasburgo fra il plauso di tutti gli ambientalisti del continente e fortemente osteggiata dalle destre nazionaliste.

È stata organizzata una Marcia contro il riscaldamento globale a Copenaghen.

Del resto, anche la posizione dello Europea Green Party a mio giudizio intelligente e coraggiosa per la difesa incondizionata dell’Ucraina aggredita dall’esercito di Vladimir Putin potrebbe togliere più voti radicali dei voti riformisti che attrarrà.

 È da sottolineare che i verdi europei hanno fin dagli anni 2000 presentato il cekista come una minaccia revanscista ai paesi confinanti e alla libertà europea, mentre popolari e socialdemocratici (Schroeder nel CdA della Gazprom!) continuavano a fare affari col suo regime, persino dopo l’annessione della Crimea e di parte del Donbass nel 2014.

Il congresso di Lione di inizio febbraio ha incoronato” Terry Reintk”e, una giovane eurodeputata proveniente dall’ex Germania Est che si è distinta per il suo attivismo in difesa dei diritti LGBTQ, come Spitzkandidat, cioè candidata del gruppo parlamentare verde alla presidenza della Commissione Europea.

 “Terry” insieme al compagno di partito olandese “Bas Eickhout” cercherà di convincere elettrici ed elettori a votare ecologista sui punti seguenti:

difesa coraggiosa del Green Deal contro la Destra e le lobby agricole e fossili, difesa dell’Europa dal fascismo e dai regimi illiberali, giustizia sociale in aggiunta alla giustizia climatica (lotta alla povertà e politiche di lavoro e welfare per donne e giovani), e difesa a oltranza dei diritti di genere che sono minacciati dalla reazione in UE e USA, in particolare la difesa del diritto delle donne di abortire, che la verde Mélanie Vogel, coordinatrice del partito in Europa e partner sentimentale di Terry, ha proposto di inserire nella Costituzione francese con un discorso molto appassionato al Senato che ha avuto per esito la recentissima ratificazione delle due camere riunite per l’occasione a Versailles.

 Anche la Torre Eiffel ha celebrato questa grande conquista, che fa da linea Maginot sui diritti contro la regressione antifemminista che si registra in tutto il mondo.

 

Le incognite del voto di giugno e la mobilitazione contro il fascismo in UE.

Insomma, come si diceva una campagna tutta giocata in difesa, con un ruolo meno importante accordato ai movimenti, visti sì come forza di pressione insostituibile per la transizione ecologica e la difesa della biodiversità, ma anche come questione problematica quando politica verde e mobilitazioni dei movimenti contrastano, come è avvenuto a Luetzerath (Renania) nel gennaio 2023, allorché Greta i movimenti climatici tedeschi e del resto d’Europa si sono mobilitati contro la riapertura di una gigantesca miniera di lignite a cielo aperto del colosso dell’energia “RWE”, avallata dalla coalizione semaforica rosso-giallo-verde al governo a Berlino.

“Robert Habeck”, vice cancelliere del governo “Scholz” e ministro dell’industria e dell’energia, è il politico verde più in vista oggi in Germania (Annalena Baerbock, più forte nel partito ed ex candidata alla Cancelleria, è alle prese con le continue crisi geopolitiche e diplomatiche in Ucraina e altro e la sua stella si è appannata, anche per un passato familiare non cristallino).

Dopo le proteste di Luetzerath, Habeck ha cercato di giustificare la scelta in un video rivolto alle e ai giovani attivisti (e la Germania ha decarbonizzato l’energia più di ogni altro paese europeo in questi anni), ma non ha convinto e la disillusione è stata forte, soprattutto per le ragazze e i ragazzi di “Fridays for Future”.

 Lo stesso Habeck è stato attaccato con fortuna dall’AfD sulla questione della sostituzione delle caldaie condominiali, che per quanto incredibile possa sembrare ha spinto una percentuale significativa di consensi a spostarsi sull’estrema destra xenofoba, a riprova del fatto che il green Lash siede ormai accanto a sovranismo e difesa dell’identità bianca e cristiana nel repertorio retorico della reazione europea.

 

È stato indetto uno “Sciopero globale per il clima” a Londra venerdì 15 marzo 2019

dalla “Green Wave al Greenlash.

L’Europa ha bisogno dei verdi più di ogni altra forza perché sono l’unico partito veramente federalista e favorevole all’unificazione europea, subordinando l’interesse nazionale all’interesse europeo che solo oggi ci può far sopravvivere in un mondo sempre più turbolento e pericoloso.

 Il Partito Verde Europeo ha fin dalla sua fondazione nel 1984 portato avanti un’agenda europea senza compromessi, si trattasse di affrontare la minaccia di Milosevic o di Putin e accoglie nel suo seno molti paesi europei che sono al di fuori dell’Unione e forse un giorno vi entreranno, svolgendo così una sorta di azione diplomatica informale per l’espansione della sfera europea d’opinione:

il verde ecologista è un veicolo di europeismo più solido di quello propalato dai tecnocrati liberali, ancora ancorati ai benefici del mercato unico e della moneta unica;

i verdi promettono ecologia e diritti umani, valori emotivamente caldi in cui ampi settori della popolazione, soprattutto quella più giovane e istruita, si può riconoscere.

La vittoria alle elezioni è della destra?

Erra chi dà già per spacciati i verdi e aggiudicata alla destra l’elezione europea di giugno.

 Se succedesse, la governance cristiano-socialdemocratica in auge dal 1957 sarebbe rimpiazzata da un controllo cristiano-fascista sulle istituzioni europee, un disastro storico di proporzioni incalcolabili, inferiore solo all’eventuale ritorno di Trump alla Casa Bianca dopo le elezioni di novembre in America.

Si sono insediati governi in Spagna (a guida socialista) e in Polonia (a guida liberale) basati su ampie coalizioni con dentro i verdi in entrambi i casi (Sumar, junior partner di Pedro Sanchez ed erede dei consensi di Podemos, fa parte dei verdi europei) che hanno saputo sconfiggere i nazionalpopulisti (al governo in Polonia, all’opposizione in Spagna) che erano dati per favoriti alla vigilia.

 I verdi europei indicano come un modello da seguire il successo delle enormi manifestazioni che nelle principali città tedesche hanno denunciato il neonazismo strisciante dell’AfD nel gennaio 2024, mobilitando l’intera società democratica ad Amburgo, Berlino, Colonia, Monaco, e ribaltando i pronostici di un’elezione locale in Turingia dove la formazione che vorrebbe deportare le/i tedeschi di seconda generazione aveva preso più del 45% al primo turno.

 Anche le elezioni in Sardegna testimoniano di un vento contrario alla vulgata dominante di una destra populista inarrestabile.

“The Courage to Fight Every Form of Fascism”, il coraggio di combattere ogni forma di fascismo, è lo slogan con cui i verdi intendono affrontare le elezioni di giugno.

Che la mobilitazione della società europea sia quella auspicata, ché la posta in palio questa volta è davvero alta.

 

 

 

Von der Leyen Perde la Causa

in Tribunale, un Duro Colpo per

la sua Candidatura al Secondo Mandato.

Conoscenzealconfine.it – (19 Luglio 2024) - Claudia Chiappa – ci dice:

 

La presidente della Commissione europea è stata criticata per la sentenza sulla trasparenza dei vaccini, un giorno prima del voto cruciale sul suo futuro.

La candidatura di Ursula von der Leyen per un secondo mandato a capo della Commissione europea ha subito un duro colpo dopo che una corte distrettuale dell’UE ha stabilito che non è stata sufficientemente trasparente con l’opinione pubblica in merito ai contratti per i vaccini anti-Covid-19.

Il Tribunale dell’Unione europea si è pronunciato contro la decisione della Commissione di censurare ampie parti dei contratti prima di renderli pubblici.

La sentenza è arrivata poco più di 24 ore prima che il futuro politico di von der Leyen venga deciso dai membri del Parlamento europeo.

Ha bisogno di 361 dei 720 legislatori dell’UE per sostenerla in un voto segreto che si prevede sarà serrato.

“Deve fare delle concessioni su questo per il nostro voto”, ha detto a” POLITICO” un delegato di “Renew Europe”, a cui è stato concesso l’anonimato per parlare apertamente, aggiungendo:

“È importante che von der Leyen dimostri di poter valutare da sola la serietà e il rimedio appropriato”.

Uno dei gruppi a cui von der Leyen ha chiesto sostegno sono i Verdi, i cui membri hanno intentato questa causa in tribunale sui vaccini.

 Hanno presentato richieste per accedere ai contratti sui vaccini e ad alcuni documenti correlati per comprendere l’accordo tra la Commissione e i produttori di vaccini anti-Covid-19 nel 2021.

La Commissione ha accettato di dare accesso solo parziale a determinati contratti, sostenendo che alcune sezioni erano state censurate per proteggere interessi commerciali o per questioni di privacy.

I Verdi hanno quindi portato la Commissione in tribunale per il rifiuto.

Mercoledì il Tribunale ha accolto parzialmente la causa dei deputati al Parlamento europeo e ha annullato la decisione della Commissione di censurare parti dei contratti.

Ha contestato la decisione della Commissione di nascondere le disposizioni in materia di indennizzo, sostenendo che la Commissione non è riuscita a dimostrare in che modo tali clausole avrebbero potuto compromettere gli interessi commerciali delle aziende farmaceutiche.

La Commissione si era anche rifiutata di rivelare i dati personali dei funzionari che avevano negoziato l’acquisto dei vaccini per questioni di privacy.

Ma la corte ha ritenuto che gli eurodeputati avessero dimostrato “l’interesse pubblico” nell’identificare quel team, al fine di accertare se avessero avuto conflitti di interesse.

 

Tilly Metz”, una delle eurodeputate verdi che ha presentato la denuncia, ha affermato che la sentenza è “significativa per il futuro “, poiché si prevede che la Commissione effettuerà più appalti congiunti, nel settore sanitario, ma potenzialmente anche nella difesa.

 

“È importante che la corte abbia confermato l’importanza di giustificazioni adeguate a proteggere gli interessi commerciali”, ha affermato in una dichiarazione.

 

“La nuova Commissione europea deve ora adattare la gestione delle richieste di accesso ai documenti per essere in linea con la sentenza odierna “, ha aggiunto.

Peter Lise, un parlamentare europeo del Partito Popolare Europeo (lo stesso gruppo politico di von der Leyen), ha minimizzato la sentenza della corte.

 Ritiene “giustificabile” che la Commissione abbia accettato alcune delle richieste delle aziende farmaceutiche, tra cui la redazione di alcune clausole, per garantire un rapido accesso ai vaccini per l’Europa.

“È positivo che gli avvocati della Commissione analizzino ora la sentenza in dettaglio e ne traggano le conclusioni, ma la conclusione secondo cui la Commissione ha sbagliato tutto può essere confutata già a prima vista, leggendo la sentenza”, ha aggiunto.

La Commissione ha sottolineato come il tribunale abbia convenuto che alcune clausole dei contratti rientrassero nella tutela degli interessi commerciali, accogliendo quindi solo parzialmente le rivendicazioni avanzate in giudizio.

“In questi casi, la Commissione ha dovuto trovare un difficile equilibrio tra il diritto del pubblico, compresi i deputati al Parlamento europeo, all’informazione e i requisiti legali derivanti dagli stessi contratti COVID-19, che potrebbero comportare richieste di risarcimento danni a spese dei contribuenti”, ha affermato la Commissione in una nota.

Il dirigente ha continuato dicendo che “esaminerà attentamente le sentenze della Corte e le loro implicazioni” e che “si riserva le sue opzioni legali”.

La Commissione può presentare ricorso contro la sentenza entro due mesi e 10 giorni dalla decisione.

Altri casi riguardanti i contratti Pfizer e la comunicazione tra von der Leyen e il CEO di Pfizer Albert Burla sono anch’essi pendenti in diverse giurisdizioni dell’UE.

(Claudia Chiappa).

(sadefenza.blogspot.com/2024/07/von-der-leyen-perde-la-causa-in.html)

 

 

 

 

 

UN “GREEN NEW DEAL GLOBALE”

DA WASHINGTON:

IL MONDO DI JAKE SULLIVAN

Legrandcontinent.eu – (28 APRILE 2023) – Jake Sullivan – ci dice:

 

Gli Stati Uniti vogliono ancora cambiare il mondo.

 Dopo l’IRA e i controlli sulle esportazioni, il più influente consigliere di Biden ha appena annunciato una strategia geoeconomica positiva per il mondo?

Il discorso di giovedì di Jake Sullivan definisce chiaramente l’agenda geopolitica più ambiziosa dell’era Biden - e promette nuove proposte a breve.

 Lo traduciamo e lo commentiamo per la prima volta.

AUTORE IL GRAND CONTINENT.

Giovedì 27 aprile, l’influente consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan ha presentato la sua visione per una rinnovata strategia economica degli Stati Uniti alla “Brookings Institution”.

L’intento del discorso di Sullivan è duplice.

In primo luogo, egli intende presentare i nuovi fattori di leadership economica degli Stati Uniti su scala globale, cercando in particolare di giustificare un nuovo investimento dello Stato nell’economia al fine di liberare il potere e l’ingegno dei mercati privati.

In altre parole, egli esplicita la via americana nella guerra dei capitalismi politici attraverso una nuova dottrina basata sull’intervento dello Stato per garantire che le imprese proteggano e costruiscano la capacità nazionale.

Alcuni discreti riferimenti alla storia politica e industriale degli Stati Uniti – alle decisioni prese dopo il 1945 o al presidente Kennedy – hanno anche lo scopo di collocare questo nuovo orientamento strategico nel lungo periodo.

 

In secondo luogo, il discorso cerca di rassicurare gli alleati di Washington – soprattutto gli europei e le democrazie asiatiche – sulle conseguenze di questa nuova strategia:

si tratta di “lavorare con i [loro] partner per garantire che anch’essi rafforzino le loro capacità, la loro resilienza e la loro inclusione” – in un riferimento poco velato alle reazioni degli europei all’ “Inflation Reduction Act”.

Nel complesso, l’architetto della politica estera di Joe Biden disegna un mondo strutturato in cerchi concentrici:

 al centro, una rinnovata potenza statunitense con una base economica sicura; nell’immediata periferia, gli alleati più stretti degli Stati Uniti, i cui sforzi di ripresa industriale ed ecologica sarebbero coordinati con quelli di Washington;

 infine, il resto del mondo, che potrebbe commerciare e trarre profitto all’interno di questo quadro rinnovato.

Questa ambiziosa dottrina fa rivivere un immaginario americano di conquista, in cui la prosperità del mondo è indicizzata a quella degli Stati Uniti:

 «L’America deve essere al centro di un sistema finanziario internazionale dinamico che permetta ai partner di tutto il mondo di ridurre la povertà e aumentare la prosperità condivisa».

 È la prima volta che un funzionario americano a questo livello adotta questa linea in modo così esplicito.

Innanzitutto, desidero ringraziare tutti voi per aver accettato di far parlare un Consigliere per la sicurezza nazionale di economia.

Come molti di voi sanno, la settimana scorsa il “Segretario Yellen” ha tenuto un importante discorso sulla nostra politica economica nei confronti della Cina.

 Oggi vorrei concentrarmi sulla nostra più ampia politica economica internazionale, in particolare per quanto riguarda l’impegno fondamentale del Presidente Biden – e le indicazioni che ci dà quotidianamente – di integrare maggiormente la politica interna e quella estera.

L’approccio alla politica estera di Joe Biden, in un arco coerente che va dal ritiro degli Stati Uniti da Kabul al sostegno a Taiwan, è stato teorizzato in gran parte da Jake Sullivan come «politica estera per la classe media».

 Questo discorso, tuttavia, segna un punto di inflessione:

in un mondo le cui fondamenta – gettate dagli Stati Uniti, secondo Sullivan – si stanno rompendo, la politica estera americana deve tornare a proiettarsi negli affari mondiali, ma con una solida base di considerazioni di politica interna.

 

Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno guidato un mondo frammentato nella costruzione di un nuovo ordine economico internazionale. Hanno fatto uscire dalla povertà centinaia di milioni di persone.

Hanno sostenuto entusiasmanti rivoluzioni tecnologiche.

Questo ha aiutato gli Stati Uniti e molte altre nazioni del mondo a raggiungere nuovi livelli di prosperità.

Ma gli ultimi decenni hanno rivelato delle crepe in queste fondamenta: un’economia globale in evoluzione ha lasciato indietro molti lavoratori americani e le loro comunità;

 una crisi finanziaria ha scosso la classe media;

 una pandemia ha rivelato la fragilità delle nostre catene di approvvigionamento; il cambiamento climatico minaccia le vite umane;

l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha evidenziato i rischi di un’eccessiva dipendenza.

Questo momento esige quindi la formazione di un nuovo consenso.

Gli ultimi quindici anni avrebbero definitivamente minato l’ordine emerso dopo la Seconda guerra mondiale.

Tutti questi fattori hanno incrinato le fondamenta della prosperità globale e quindi dell’egemonia americana, che deve anche confrontarsi con l’ascesa della Cina come rivale globale e con fenomeni esistenziali come il cambiamento climatico.

Le vite direttamente «minacciate» dal cambiamento climatico si riferiscono ai calcoli di un ricercatore dello staff della Casa Bianca, “R. Daniel Bressler,” sul legame tra emissioni di CO2 e mortalità, commentati da “Andreas Malm” sulle nostre pagine.

Ecco perché gli Stati Uniti, sotto la guida del Presidente Biden, stanno perseguendo una strategia industriale e di innovazione, sia a livello nazionale che con i partner di tutto il mondo;

 una strategia che investe nelle fonti della nostra forza economica e tecnologica, promuove catene di approvvigionamento globali diversificate e resilienti, stabilisce standard elevati per tutto ciò che riguarda il lavoro e l’ambiente, le tecnologie affidabili e il buon governo, e impiega capitali per fornire beni pubblici come l’assistenza sanitaria.

L’idea che un «nuovo consenso di Washington», come è stato definito da alcuni, rappresenti in qualche modo solo l’America, o l’America e l’Occidente a esclusione di altri, è semplicemente sbagliata.

Questa strategia costruirà un ordine economico globale più equo e sostenibile, nel nostro interesse e nell’interesse di tutti.

Oggi vorrei quindi illustrare ciò che stiamo cercando di fare.

Inizierò definendo le sfide che vediamo, le sfide che dobbiamo affrontare.

Per affrontarle, abbiamo dovuto rivedere alcuni vecchi presupposti.

Descriverò poi, passo dopo passo, come il nostro approccio viene adattato per affrontare queste sfide.

Quando il Presidente Biden è entrato in carica, più di due anni fa, il Paese si trovava ad affrontare, dal nostro punto di vista, quattro sfide fondamentali.

In primo luogo, la base industriale americana era stata svuotata della sua sostanza.

La visione dell’investimento pubblico che aveva animato il progetto americano nel dopoguerra – e in realtà per gran parte della nostra storia – era svanita, per lasciare il posto a un insieme di idee che sostenevano la riduzione delle tasse e la deregolamentazione, la privatizzazione a spese dell’azione pubblica e la liberalizzazione del commercio fine a sé stessa.

Tutte queste politiche si basavano sulla premessa che i mercati allocano sempre il capitale in modo produttivo ed efficiente, indipendentemente da ciò che fanno i nostri concorrenti, da quanto grandi siano le nostre sfide comuni e da quante protezioni abbiamo abbattuto.

Nessuno – certamente non io – mette in dubbio il potere dei mercati.

Ma in nome dell’efficienza di un mercato semplificato all’estremo, intere catene di fornitura di beni strategici, e le industrie e i posti di lavoro che li producevano, sono stati trasferiti all’estero.

L’assunto che una profonda liberalizzazione del commercio avrebbe aiutato l’America a esportare beni, non posti di lavoro e capacità, si è rivelato una promessa non mantenuta.

Un altro assunto radicato era che il tipo di crescita non fosse importante.

Qualsiasi crescita era sufficiente.

Così, varie riforme si sono combinate per favorire alcuni settori dell’economia, come la finanza, mentre altri settori chiave, come i semiconduttori e le infrastrutture, si sono atrofizzati.

 La nostra forza industriale, che è fondamentale per la capacità di un Paese di continuare a innovare, ha subito un duro colpo.

Gli shock di una crisi finanziaria globale e di una pandemia globale hanno messo in luce i limiti di queste ipotesi prevalenti.

La seconda sfida che abbiamo affrontato è stata quella di adattarci a un nuovo ambiente definito dalla competizione geopolitica e di sicurezza, con impatti economici significativi.

Gran parte della politica economica internazionale degli ultimi decenni si è basata sull’idea che l’integrazione economica avrebbe reso le nazioni più responsabili e aperte e che l’ordine mondiale sarebbe stato più pacifico e cooperativo – che l’integrazione dei Paesi nell”’ordine basato sulle regole” li avrebbe indotti ad aderirvi.

Questo non è accaduto. In alcuni casi sì, in molti altri no.

Quando il Presidente Biden è entrato in carica, ci siamo trovati di fronte alla realtà di una grande economia non di mercato integrata nell’ordine economico internazionale in un modo da porre notevoli sfide.

La Repubblica Popolare Cinese ha continuato a sovvenzionare pesantemente le industrie tradizionali, come l’acciaio, e i settori chiave del futuro, come l’energia pulita, le infrastrutture digitali e le biotecnologie avanzate.

 L’America non ha perso solo l’industria manifatturiera:

ha eroso la sua competitività nelle tecnologie chiave che definiranno il futuro.

L’integrazione economica non ha impedito alla Cina di espandere le sue ambizioni militari nella regione, né alla Russia di invadere i suoi vicini democratici.

 Nessuno dei due Paesi è diventato più responsabile o collaborativo.

Ignorare le dipendenze economiche che si sono accumulate in decenni di liberalizzazione è diventato davvero pericoloso:

dall’incertezza energetica in Europa alle vulnerabilità della catena di approvvigionamento di apparecchiature mediche, semiconduttori e minerali critici. Si tratta di dipendenze che possono essere sfruttate per ottenere vantaggi economici o geopolitici.

La terza sfida che abbiamo affrontato è stata l’accelerazione della crisi climatica e l’urgente necessità di una transizione energetica equa ed efficace.

Quando il Presidente Biden è entrato in carica, eravamo ben lontani dal raggiungere i nostri obiettivi climatici e non avevamo un percorso chiaro per strutturare un’abbondante fornitura di energia pulita, stabile e a prezzi accessibili, nonostante i notevoli sforzi dell’amministrazione Obama-Biden per compiere progressi significativi.

Troppe persone pensavano che dovessimo scegliere tra la crescita economica e il raggiungimento degli obiettivi climatici.

L’utilizzo dell’immaginario della classe media e del tessuto industriale degli Stati Uniti come determinanti vitali del potere americano non è un’esclusiva di Joe Biden.

 Prima di «build back better», anche Trump aveva fatto campagna elettorale sull’idea di rinnovare il Paese attraverso la ricostruzione delle infrastrutture.

L’originalità evidenziata da Jake Sullivan consiste nell’idea del Presidente degli Stati Uniti di collegare la politica industriale alla questione climatica, identificata sia come il nocciolo del problema sia come un punto attraverso cui le devono passare le soluzioni.

Il Presidente Biden vede le cose in modo molto diverso.

 Come ha spesso affermato, quando sente parlare di “clima”, pensa a “posti di lavoro”.

Ritiene che la costruzione di un’economia dell’energia pulita nel XXI secolo sia una delle più importanti opportunità di crescita del nostro tempo, ma che per sfruttare questa opportunità l’America abbia bisogno di una strategia di investimento deliberata e concreta per far progredire l’innovazione, ridurre i costi e creare posti di lavoro di qualità.

A differenza di quanto accade in molti Stati membri dell’UE, negli Stati Uniti la questione climatica è fortemente polarizzata.

Di fronte a un certo scetticismo climatico manifestato da Trump ma anche da una parte della destra repubblicana e della comunità imprenditoriale (carbon coalition), la strategia di Joe Biden è stata quella di fare della transizione una base politica e un’opportunità in termini di posti di lavoro e di industria.

 

Infine, abbiamo dovuto affrontare la sfida della disuguaglianza e dei danni che essa provoca alla democrazia.

In questo caso, l’ipotesi dominante era che la crescita basata sul commercio sarebbe stata una crescita inclusiva, ossia che i guadagni derivanti dal commercio sarebbero stati ampiamente condivisi all’interno delle nazioni.

 Ma il fatto è che questi guadagni non hanno raggiunto un gran numero di lavoratori.

 La classe media americana ha perso terreno, mentre i ricchi hanno fatto meglio che mai.

Le comunità manifatturiere americane sono state svuotate, mentre le industrie ad alta tecnologia si sono trasferite nelle aree metropolitane.

Le cause della disuguaglianza economica – che molti di voi conoscono meglio di me – sono complesse e includono sfide strutturali come la rivoluzione digitale.

 Ma un fattore importante è rappresentato da decenni di politiche economiche di tipo “trickle-down”, come i tagli alle tasse regressive, i tagli drastici agli investimenti pubblici, la concentrazione incontrollata delle imprese e le misure attive per minare il movimento sindacale che ha originariamente costruito la classe media americana.

Colpisce il fatto che, accanto alla questione climatica, Jake Sullivan collochi il tema della disuguaglianza all’interno di un discorso che sembra presagire una svolta nella visione del capitalismo.

I riferimenti alla storia americana, se non sempre nominati, sono chiaramente identificabili:

contro il trickle-down, più scettico nei confronti del libero scambio, la figura che Sullivan tratteggia di Joe Biden è quella di un anti-Reagan.

 

Gli sforzi dell’amministrazione Obama per adottare un approccio diverso, comprese le politiche per affrontare il cambiamento climatico, investire nelle infrastrutture, espandere la rete di sicurezza sociale e proteggere il diritto dei lavoratori a organizzarsi, si sono scontrati con l’opposizione repubblicana.

E francamente, anche le nostre politiche economiche interne non sono riuscite ad affrontare pienamente le conseguenze delle nostre politiche economiche internazionali.

Ad esempio, il cosiddetto “shock cinese”, che ha colpito duramente parti della nostra industria manifatturiera nazionale – con conseguenze significative e durature – non è stato sufficientemente anticipato e non ha avuto una risposta adeguata.

Collettivamente, queste forze hanno minato le fondamenta socio-economiche su cui poggia qualsiasi democrazia forte e resistente.

Queste quattro sfide non sono uniche per gli Stati Uniti. Anche le economie consolidate ed emergenti le affrontano, a volte in modo più acuto di noi.

Quando il Presidente Biden ha assunto l’incarico, sapeva che la soluzione a ciascuna di queste sfide consisteva nel ripristinare una mentalità economica favorevole alla costruzione.

 E questo è il fulcro del nostro approccio economico: costruire.

Costruire capacità, resilienza e inclusione, in patria e con i nostri partner all’estero; costruire la capacità di produrre, innovare e fornire beni pubblici come infrastrutture fisiche e digitali solide ed energia pulita su larga scala;

 la resilienza per resistere alle catastrofi naturali e agli shock geopolitici;

e l’inclusione per garantire una classe media americana forte e vivace e maggiori opportunità per i lavoratori di tutto il mondo.

Tutto questo fa parte di quella che abbiamo definito una politica estera di classe media.

Il primo passo consiste nel gettare nuove basi in patria con una moderna strategia industriale americana.

Il mio amico ed ex collega “Brian Deese” ha parlato a lungo di questa nuova strategia industriale e vi raccomando le sue osservazioni, perché sono migliori di quelle che potrei fare io sull’argomento.

Con lo slogan “Build Back Better”, Joe Biden si è impegnato a rafforzare i servizi pubblici americani, le infrastrutture e il dinamismo tecnologico.

 Per raggiungere questi obiettivi mobilitando il bilancio federale, l’amministrazione Biden, insieme al Congresso, ha creato una serie di strumenti di politica industriale – sussidi per la produzione di semiconduttori o di elettricità rinnovabile, programmi di ricerca, cooperazione pubblico-privato, ecc.

 

“Brian Deese” è stato direttore del “Consiglio economico nazionale alla Casa Bianca” tra il gennaio 2021 e il febbraio 2023.

 In questa posizione, era responsabile del coordinamento della politica economica attraverso il ramo esecutivo e della consulenza al Presidente su tali questioni.

Nel discorso evocato da Jake Sullivan sulla strategia industriale dell’Amministrazione Biden, “Deese” ha difeso il ruolo degli investimenti pubblici come motore dello sviluppo economico e della sicurezza nazionale, ha evidenziato i successi legislativi e ha delineato le sfide legate all’attuazione del programma e alla spesa efficace delle centinaia di miliardi di dollari che sono stati stanziati.

Ma permettetemi di riassumere:

Una moderna strategia industriale americana identifica settori specifici che sono critici per la crescita economica, strategici dal punto di vista della sicurezza nazionale e nei quali l’industria privata da sola non è in grado di fare gli investimenti necessari per raggiungere le nostre ambizioni nazionali.

Lo Stato investe in modo mirato in quei settori che liberano il potere e l’ingegno dei mercati privati, del capitalismo e della concorrenza per gettare le basi di una crescita a lungo termine.

Consente alle imprese americane di fare ciò che sanno fare meglio: innovare, crescere e competere.

Si tratta di potenziare gli investimenti privati, non di sostituirli.

 Si tratta di fare investimenti a lungo termine in settori vitali per il nostro benessere nazionale, non di scegliere vincitori e vinti.

Questo approccio ha una lunga tradizione nel nostro Paese.

Infatti, anche se il termine “politica industriale” è passato di moda, esso è rimasto silenziosamente al lavoro, in una forma o nell’altra, per l’America:

dalla “DARPA” e Internet alla NASA e ai satelliti commerciali.

 

Ora, negli ultimi due anni, i primi risultati di questa strategia sono notevoli.

Il “Financial Times” ha riportato che gli investimenti su larga scala nella produzione di semiconduttori e di energia pulita sono già aumentati di 20 volte dal 2019 e che un terzo degli investimenti annunciati da agosto coinvolge un investitore straniero che investe qui negli Stati Uniti.

Abbiamo stimato che il totale del capitale pubblico e degli investimenti privati derivanti dall’agenda del Presidente Biden sarà di circa 3.500 miliardi di dollari nel prossimo decennio.

Prendiamo ad esempio i semiconduttori, che sono tanto essenziali per i nostri beni di consumo di oggi quanto per le tecnologie che daranno forma al nostro futuro, dall’intelligenza artificiale all’informatica quantistica alla biologia sintetica.

L’America oggi produce solo il 10% circa dei semiconduttori mondiali e la produzione – in generale e in particolare per quanto riguarda i chip più avanzati – è geograficamente concentrata altrove.

Questo crea un rischio economico significativo e una vulnerabilità per la sicurezza nazionale.

 Ecco perché, grazie alla legge bipartisan “CHIPS and Science Act”, abbiamo già assistito a un aumento degli investimenti nell’industria dei semiconduttori statunitense.

E questo è solo l’inizio.

Prendiamo l’esempio dei minerali essenziali, che sono la spina dorsale del futuro energetico.

Oggi gli Stati Uniti producono solo il 4% del litio, il 13% del cobalto, lo 0% del nichel e lo 0% della grafite necessari per soddisfare l’attuale domanda di veicoli elettrici. Nel frattempo, oltre l’80% dei minerali critici viene lavorato da un solo Paese, la Cina.

Le filiere dell’energia pulita rischiano di essere strumentalizzate come il petrolio negli anni ‘70 o il gas naturale in Europa nel 2022.

 Ecco perché stiamo agendo investendo nell’”Inflation Reduction Act” e nell’”Infrastructure Act bipartisan”.

Allo stesso tempo, non è possibile o auspicabile costruire tutto a livello nazionale. Il nostro obiettivo non è l’autarchia, ma la resilienza e la sicurezza delle nostre catene di approvvigionamento.

 

Costruire le nostre capacità nazionali è il punto di partenza, ma lo sforzo si estende oltre i nostri confini.

Questo mi porta alla seconda fase della nostra strategia:

 lavorare con i nostri partner per garantire che anche loro costruiscano capacità, resilienza e inclusione.

Il nostro messaggio a loro è coerente:

perseguiremo senza riserve la nostra strategia industriale in patria, ma ci impegniamo senza ambiguità a non lasciare indietro i nostri amici.

Vogliamo che si uniscano a noi.

 Anzi, abbiamo bisogno che si uniscano a noi.

La creazione di un’economia sicura e sostenibile di fronte alle realtà economiche e geopolitiche richiederà a tutti i nostri alleati e partner di fare di più, e non c’è tempo da perdere.

 In settori come i semiconduttori e l’energia pulita, siamo lontani dal punto di saturazione globale degli investimenti necessari, sia pubblici che privati.

In definitiva, il nostro obiettivo è quello di avere una base tecno-industriale forte, resiliente e all’avanguardia su cui gli Stati Uniti e i loro partner, sia le economie consolidate che quelle emergenti, possano investire e costruire insieme.

Il Presidente Biden e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ne hanno parlato qui a Washington il mese scorso.

Hanno rilasciato una dichiarazione molto importante, che vi invito a leggere se non l’avete ancora fatto.

 Fondamentalmente, la dichiarazione dice questo:

 investimenti pubblici coraggiosi nelle nostre rispettive capacità industriali devono essere al centro della transizione energetica.

 I Presidenti von der Leyen e Biden si sono impegnati a lavorare insieme per garantire che le catene di approvvigionamento di domani siano resilienti, sicure e in linea con i nostri valori, compreso il lavoro.

Nella dichiarazione hanno definito misure pratiche per raggiungere questi obiettivi, come l’allineamento dei rispettivi incentivi per l’energia pulita su entrambe le sponde dell’Atlantico e l’avvio di un negoziato sulle catene di approvvigionamento di minerali e batterie critiche.

Poco dopo, il Presidente Biden ha visitato il Canada.

 Insieme al Primo Ministro Justin Trudeau, ha istituito un gruppo di lavoro per accelerare la cooperazione tra Canada e Stati Uniti con lo stesso obiettivo: garantire l’approvvigionamento di energia pulita e creare posti di lavoro per la classe media su entrambi i lati del confine.

Pochi giorni dopo, gli Stati Uniti e il Giappone hanno firmato un accordo che rafforza la loro cooperazione nel settore delle catene di approvvigionamento di minerali critici.

Stiamo quindi sfruttando l’”Inflation Reduction Act” per costruire un “ecosistema di energia pulita” ancorato alle catene di approvvigionamento qui – in Nord America – ed esteso all’Europa, al Giappone e oltre.

È così che trasformeremo l’IRA da fonte di attrito a fonte di forza e affidabilità. Credo che ne sentirete parlare meglio al vertice del G7 a Hiroshima il mese prossimo.

L’amministrazione Biden intende utilizzare il peso geoeconomico degli Stati Uniti per trasformare l’economia mondiale in modo favorevole alle sue priorità politiche e geostrategiche, sembrando voler estendere – almeno così si presenta – il suo Green New Deal.

La forma concreta che assumerà non è stata dettagliata, ma è stata rimandata al G7 di Hiroshima, che dovrebbe essere l’occasione per futuri annunci.

 Questo progetto si inserisce nella tradizione dell’”economic state craft” americano: l

a rinnovata ambizione degli Stati Uniti dovrà però scontrarsi con un concorrente – la Cina – e con Stati “non allineati” che vogliono «fare il loro mercato» e difendere i loro interessi – come il Cile, che ha recentemente preso la decisione di nazionalizzare parte della sua produzione di litio.

 

La nostra collaborazione con i partner non si limita all’energia pulita.

Ad esempio, stiamo lavorando con i nostri partner – in Europa, Repubblica di Corea, Giappone, Taiwan e India – per coordinare i nostri approcci agli incentivi per i semiconduttori.

Le proiezioni degli analisti su dove avverranno gli investimenti nei semiconduttori nei prossimi tre anni sono cambiate radicalmente, e gli Stati Uniti e i principali partner sono ora in cima alla lista.

Vorrei anche sottolineare che la nostra cooperazione con i partner non si limita alle democrazie industriali avanzate.

Fondamentalmente, dobbiamo – e intendiamo – sfatare l’idea che le partnership più importanti dell’America siano limitate alle economie consolidate;

non solo dicendolo, ma dimostrandolo:

con l’India, su tutto, dall’idrogeno ai semiconduttori;

 con l’Angola, sull’energia solare a zero emissioni;

con l’Indonesia, attraverso una partnership per una giusta transizione energetica; con il Brasile, su una crescita che rispetti il clima.

 

Questo mi porta alla terza tappa della nostra strategia:

andare oltre i tradizionali accordi commerciali per costruire nuovi e innovativi partenariati economici internazionali incentrati sulle sfide chiave del nostro tempo.

Il principale progetto economico internazionale degli anni ’90 è stato la riduzione dei dazi doganali.

In media, le tariffe statunitensi sono state quasi dimezzate nel corso degli anni Novanta.

Oggi, nel 2023, il nostro tasso medio è del 2,4%, un valore basso sia storicamente che rispetto ad altri Paesi.

Naturalmente, questi tassi non sono uniformi e c’è ancora del lavoro da fare per ridurre i livelli tariffari in molti altri Paesi.

 Come ha detto l’ambasciatore “Tai,” «non abbiamo rinunciato alla liberalizzazione del mercato».

Intendiamo perseguire accordi commerciali moderni.

Ma definire o misurare la nostra intera politica sulla base della riduzione delle tariffe doganali significa perdere qualcosa di importante.

 

Chiedersi quale sia oggi la nostra politica commerciale – definita in senso stretto come un piano di ulteriore riduzione delle tariffe – è semplicemente la domanda sbagliata.

La domanda giusta è: come si inserisce il commercio nella nostra politica economica internazionale e quali problemi cerca di risolvere?

Il progetto degli anni 2020 e 2030 è diverso da quello degli anni Novanta.

Conosciamo le questioni che dobbiamo affrontare oggi:

 creare catene di approvvigionamento diversificate e resilienti;

mobilitare gli investimenti pubblici e privati per una transizione energetica pulita ed equa e una crescita economica sostenibile;

 creare buoni posti di lavoro lungo il percorso, posti di lavoro che sostengano le famiglie;

garantire la fiducia, la sicurezza e l’apertura della nostra infrastruttura digitale; porre fine alla corsa al ribasso delle imposte sulle imprese;

 rafforzare la protezione dei lavoratori e dell’ambiente;

affrontare la corruzione.

Si tratta di una serie di priorità fondamentali, diverse dalla semplice riduzione delle tariffe doganali.

Abbiamo progettato gli elementi di un’ambiziosa iniziativa economica regionale, l”’Indo-Pacific Economic Framework”, per concentrarci e affrontare questi temi.

Attualmente stiamo negoziando con tredici Paesi della regione indo-pacifica capitoli che accelereranno la transizione verso l’energia pulita, implementeranno l’equità fiscale, combatteranno la corruzione, stabiliranno standard elevati per la tecnologia e garantiranno catene di approvvigionamento più resistenti per i beni e i fattori di produzione essenziali.

Permettetemi di essere un po’ più concreto.

 Se l’EPCFI fosse stato operativo quando il COVID ha devastato le nostre catene di approvvigionamento e le fabbriche erano ferme, avremmo potuto rispondere più rapidamente, sia per le imprese che per i governi, con nuove opzioni per gli appalti e la condivisione dei dati in tempo reale. Ecco come può emergere un nuovo approccio a questo e a molti altri problemi.

Il nostro nuovo “Partenariato per la prosperità economica nelle Americhe”, lanciato con alcuni dei nostri partner chiave in questa regione, ha gli stessi obiettivi fondamentali.

Allo stesso tempo, attraverso il “Consiglio per il commercio e la tecnologia tra Stati Uniti e Unione Europea” e il “nostro coordinamento trilaterale con Giappone e Corea”, stiamo coordinando le nostre strategie industriali per completarci a vicenda ed evitare una corsa al ribasso tutti contro tutti.

Alcuni hanno guardato a queste iniziative dicendo «ma questi non sono accordi di libero scambio tradizionali»:

 è proprio quello che dobbiamo fare.

Per i problemi che stiamo cercando di risolvere oggi, il modello tradizionale non è sufficiente.

L’era delle politiche correttive a posteriori e delle vaghe promesse di ridistribuzione è finita.

Abbiamo bisogno di un nuovo approccio.

In poche parole:

nel mondo di oggi, la politica commerciale deve andare oltre la riduzione delle tariffe doganali e deve essere pienamente integrata nella nostra strategia economica, sia all’interno che all’esterno dei nostri confini.

Allo stesso tempo, l’amministrazione Biden sta sviluppando una nuova strategia globale per il lavoro che fa avanzare i diritti dei lavoratori attraverso la diplomazia, e la sveleremo nelle prossime settimane.

 

Questa strategia si basa su strumenti come il “Meccanismo di risposta rapida sul lavoro” dell’USMCA, che fa rispettare i diritti di associazione e contrattazione collettiva dei lavoratori.

Proprio questa settimana, abbiamo risolto il nostro ottavo caso raggiungendo un accordo che migliora le condizioni di lavoro – un vantaggio per i lavoratori messicani e per la competitività degli Stati Uniti.

Stiamo continuando a guidare un accordo storico con 136 Paesi per porre finalmente fine alla corsa al ribasso dell’imposta sulle società che danneggia la classe media e i lavoratori.

Il Congresso deve ora attuare la legislazione, ed è esattamente ciò che stiamo facendo.

Stiamo adottando un nuovo approccio che consideriamo un modello cruciale per il futuro:

collegare il commercio e il clima in un modo che non è mai stato fatto prima.

 L’accordo globale sull’acciaio e sull’alluminio che stiamo negoziando con l’Unione Europea potrebbe essere il primo grande accordo commerciale ad affrontare sia l’intensità delle emissioni che la sovraccapacità;

se riusciamo ad applicarlo all’acciaio e all’alluminio, possiamo valutare come applicarlo anche ad altri settori;

 possiamo contribuire a creare un circolo virtuoso e garantire che i nostri concorrenti non traggano vantaggio degradando il pianeta.

Per coloro che si sono posti la questione, l’amministrazione Biden rimane impegnata nell’OMC e nei valori condivisi su cui si basa.

Ma gravi sfide, tra cui le pratiche e le politiche economiche non commerciali, minacciano questi valori fondamentali, per cui stiamo lavorando con molti altri membri dell’OMC per riformare il sistema commerciale multilaterale in modo che vada a beneficio dei lavoratori, tenga conto dei legittimi interessi di sicurezza nazionale e affronti questioni urgenti che non sono pienamente integrate nell’attuale quadro dell’OMC, come lo “sviluppo sostenibile” e la “transizione verso l’energia pulita”.

 

In breve, in un mondo trasformato dalla transizione verso l’energia pulita, da economie emergenti dinamiche, dalla ricerca della resilienza della catena di approvvigionamento, dalla digitalizzazione, dall’intelligenza artificiale e dalla rivoluzione delle biotecnologie, il gioco non è più lo stesso.

La nostra politica economica internazionale deve adattarsi al mondo così com’è, in modo da poter costruire il mondo che vogliamo.

Questo mi porta alla quarta tappa della nostra strategia:

mobilitare trilioni di investimenti nelle economie emergenti – con soluzioni che questi Paesi sviluppano da soli, ma con capitali resi possibili da un diverso tipo di diplomazia americana.

Abbiamo avviato un grande sforzo per far evolvere” le banche multilaterali di sviluppo” in modo da affrontare le sfide di oggi.

 Il 2023 è un anno importante in questo senso.

Come ha sottolineato il” Segretario Yellen”, dobbiamo aggiornare i modelli di business delle banche, soprattutto della Banca Mondiale, ma anche delle banche di sviluppo regionali.

Dobbiamo ampliare i loro bilanci per affrontare i cambiamenti climatici, le pandemie, la fragilità e i conflitti.

E dobbiamo ampliare l’accesso a finanziamenti agevolati di alta qualità per i Paesi a basso e medio reddito che devono affrontare sfide che vanno oltre i confini di un singolo Paese.

Il mese scorso abbiamo assistito a una prima parte di questo programma, ma dobbiamo fare molto di più.

Siamo molto contenti che la nuova leadership di “Ajay Banga” alla Banca Mondiale trasformi questa visione in realtà.

Parallelamente all’evoluzione delle banche multilaterali di sviluppo, abbiamo lanciato un grande sforzo per colmare il divario infrastrutturale nei Paesi a basso e medio reddito.

 Lo chiamiamo “Partenariato globale per le infrastrutture e gli investimenti” (GIIP). Il GIIP mobiliterà centinaia di miliardi di dollari di finanziamenti per le infrastrutture energetiche, fisiche e digitali entro la fine del decennio.

A differenza dei finanziamenti previsti dalla “Road and Belt Initiative”, i “progetti del GIIP” sono trasparenti, di altissimo livello e finalizzati a una crescita sostenibile, inclusiva e a lungo termine.

 Dal lancio dell’iniziativa, poco meno di un anno fa, abbiamo già effettuato investimenti significativi in settori diversi come le miniere necessarie per alimentare i veicoli elettrici e i cavi di telecomunicazione sottomarini globali.

 

Allo stesso tempo, ci siamo impegnati ad affrontare il problema del debito di un numero crescente di Paesi vulnerabili.

Abbiamo bisogno di un vero sollievo, non solo di «proroghe e finzioni».

 E dobbiamo garantire che tutti i creditori bilaterali, ufficiali e privati, condividano l’onere.

Questo include la Cina, che ha cercato di affermare la propria influenza concedendo prestiti massicci ai Paesi emergenti, quasi sempre con dei vincoli.

Condividiamo l’opinione di molti altri che la Cina debba ora emergere come forza costruttiva nell’aiutare i Paesi sovra indebitati.

Infine, proteggiamo le nostre tecnologie principali con un piccolo cortile e un’alta recinzione.

Come ho già detto, la nostra missione è quella di inaugurare una nuova ondata di rivoluzione digitale, che garantisca che le tecnologie di nuova generazione siano al servizio delle nostre democrazie e della nostra sicurezza, anziché svilupparsi a loro discapito.

Abbiamo implementato restrizioni sulle esportazioni delle tecnologie più avanzate per i semiconduttori in Cina.

 Queste restrizioni si basano su preoccupazioni dirette di sicurezza nazionale.

 I nostri principali alleati e partner hanno seguito il nostro esempio, sulla base delle loro preoccupazioni in materia di sicurezza.

Stiamo inoltre migliorando i controlli sugli investimenti esteri in aree critiche per la sicurezza nazionale e stiamo facendo progressi nel gestire gli investimenti in uscita in tecnologie sensibili con un nesso di sicurezza nazionale.

Si tratta di misure appropriate. Non costituiscono, come dice Pechino, un «blocco tecnologico».

Non sono rivolte alle economie emergenti; si concentrano su una fetta ristretta di tecnologia e su un piccolo numero di Paesi che intendono sfidarci militarmente.

Qualche parola sulla Cina più in generale.

 Come ha detto recentemente la Presidente von der Leyen, siamo a favore della riduzione del rischio e della diversificazione, non del disaccoppiamento.

Continueremo a investire nelle nostre capacità e in catene di approvvigionamento sicure e resistenti.

Continueremo a fare pressione per ottenere condizioni di parità per i nostri lavoratori e le nostre aziende e a difenderci dagli abusi.

I nostri controlli sulle esportazioni rimarranno strettamente concentrati sulle tecnologie che potrebbero far pendere l’ago della bilancia militare.

Stiamo semplicemente assicurando che le tecnologie statunitensi e alleate non vengano utilizzate contro di noi.

Non stiamo tagliando gli scambi commerciali.

In realtà, gli Stati Uniti continuano ad avere rapporti commerciali e di investimento molto significativi con la Cina.

L’anno scorso il commercio bilaterale tra Stati Uniti e Cina ha raggiunto un nuovo record.

Se ci allontaniamo dall’economia, siamo in competizione con la Cina su molti fronti, ma non cerchiamo il confronto o il conflitto.

Cerchiamo di gestire la competizione in modo responsabile e di collaborare con la Cina laddove possibile.

Il Presidente Biden ha chiarito che gli Stati Uniti e la Cina possono e devono collaborare su sfide globali come il clima, la stabilità macroeconomica, la sicurezza sanitaria e alimentare.

La gestione responsabile della concorrenza richiede in ultima analisi due parti disposte a collaborare.

 Ci vuole un certo grado di maturità strategica per accettare che dobbiamo mantenere aperte le linee di comunicazione, anche quando adottiamo misure per competere su un piano di parità.

Come ha detto la scorsa settimana il “Segretario Yellen” nel suo discorso su questo tema, possiamo difendere i nostri interessi di sicurezza nazionale, avere una sana competizione economica e lavorare insieme per quanto possibile, ma la Cina deve essere disposta a fare la sua parte.

Allora, a cosa assomiglia il successo?

Il mondo ha bisogno di un sistema economico internazionale che funzioni per i nostri lavoratori, per le nostre industrie, per il nostro clima, per la nostra sicurezza nazionale e per i Paesi più poveri e vulnerabili del mondo.

Ciò significa sostituire un approccio unico, basato sulle ipotesi troppo semplici che ho esposto all’inizio del mio discorso, con uno che incoraggi investimenti mirati e necessari in settori in cui i mercati privati non sono in grado di agire da soli, anche se continuiamo a sfruttare il potere dei mercati e dell’integrazione.

Significa permettere ai partner di tutto il mondo di ristabilire accordi tra i governi e i loro elettori e lavoratori.

Significa basare questo nuovo approccio su una profonda cooperazione e trasparenza per garantire che i nostri investimenti e quelli dei nostri partner si rafforzino e siano vantaggiosi per entrambi.

E significa ritornare alla convinzione fondamentale che abbiamo sostenuto per la prima volta 80 anni fa: che l’America deve essere al centro di un sistema finanziario internazionale dinamico che consenta ai partner di tutto il mondo di ridurre la povertà e aumentare la prosperità condivisa; e che una rete di sicurezza sociale efficace per i Paesi più vulnerabili del mondo è essenziale per i nostri interessi fondamentali.

Si tratta anche di stabilire nuovi standard che ci permettano di affrontare le sfide poste dall’intersezione tra tecnologia avanzata e sicurezza nazionale, senza ostacolare il commercio e l’innovazione in generale.

Questa strategia richiederà determinazione, un impegno risoluto a superare gli ostacoli che hanno impedito al nostro Paese e ai nostri partner di costruire in modo rapido, efficiente ed equo come siamo stati in grado di fare in passato.

Ma è il modo più sicuro per ripristinare la classe media, per garantire una transizione equa ed efficiente verso l’energia pulita, per assicurare le catene di approvvigionamento critiche e, attraverso tutto questo, per ripristinare la fiducia nella democrazia stessa.

Come sempre, per avere successo abbiamo bisogno della piena collaborazione bipartisan del Congresso.

Abbiamo bisogno del sostegno del Congresso per rilanciare la capacità unica dell’America di attrarre e trattenere i migliori e più brillanti talenti di tutto il mondo.

Abbiamo bisogno della piena collaborazione del Congresso nelle nostre iniziative di riforma del finanziamento dello sviluppo.

E dobbiamo raddoppiare gli investimenti in infrastrutture, innovazione ed energia pulita.

Ne va della nostra sicurezza nazionale e della nostra vitalità economica.

Concludo con questo.

Il presidente Kennedy amava dire che «una marea crescente solleva tutte le barche».

Nel corso degli anni, i sostenitori dell’economia” trickle-down” si sono appropriati di questa frase per usarla a proprio vantaggio.

Ma il Presidente Kennedy non stava dicendo che ciò che è buono per i ricchi è buono per la classe operaia.

Stava dicendo che siamo tutti coinvolti.

E guardate cosa disse in seguito: «Se una parte del Paese rimane ferma, prima o poi la marea che scende affonda tutte le barche».

Questo è vero per il nostro Paese, è vero per il nostro mondo. Alla fine, economicamente, nel tempo, ci alzeremo – o cadremo – insieme.

E questo vale sia per la forza delle nostre democrazie sia per la forza delle nostre economie.

L’attuazione di questa strategia all’interno e all’esterno dei nostri confini sarà oggetto di un ragionevole dibattito e richiederà tempo.

 L’ordine internazionale che è emerso dopo la fine della Seconda guerra mondiale e poi della Guerra fredda non è stato costruito in una notte.

 L’ordine internazionale che verrà non sarà costruito più velocemente.

Ma insieme possiamo lavorare per il miglioramento di tutte le persone, le comunità e le industrie degli Stati Uniti, e possiamo fare lo stesso con i nostri amici e partner in tutto il mondo.

Questa è la visione che l’Amministrazione Biden deve e intende realizzare.

È questa la visione che l’Amministrazione Biden deve e intende realizzare, che ci guida nelle nostre decisioni politiche all’intersezione tra economia, sicurezza nazionale e democrazia.

Ed è il lavoro che faremo non solo come governo, ma con tutte le componenti degli Stati Uniti e con il sostegno e l’assistenza dei nostri partner, governativi e non, in tutto il mondo.

 

 

 

L’America verde di Biden.

Possibili vantaggi e non

poche sfide per l’Europa.

Mics.luiss.it - Arnaud Leconte – (10 – 10- 2020) – ci dice:

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, ha dichiarato di recente: “Dal mio punto di vista abbiamo già atteso troppo a lungo per occuparci della crisi climatica.

Non possiamo aspettare oltre.

Lo vediamo coi nostri occhi, lo percepiamo, lo sappiamo dentro di noi:

è il momento di agire”.

Biden inoltre ha definito il cambiamento climatico un problema di “sicurezza nazionale”.

Una simile presa di distanza dall’era Trump è stata accolta calorosamente dai leader, dai dirigenti e da ampia parte dell’opinione pubblica dell’Unione europea, eppure necessita di un maggiore approfondimento per capirne appieno tutte le possibili conseguenze.

 

Ritorna la leadership ambientale degli Stati Uniti.

 

Il Presidente Biden ha deciso il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, ha già firmato ordini esecutivi per vietare nuovi contratti di estrazione di gas e petrolio dai terreni federali, per affrontare la sfida climatica attraverso iniziative diplomatiche, di tutela della natura e di altro tipo.

Si tratta di un modo per ripristinare la leadership americana sul tema.

Esiste infatti una qualche continuità con gli anni Ottanta, quando per esempio gli Stati Uniti furono alla guida dell’iniziativa internazionale che ha portato al Protocollo di Montreal, un accordo globale firmato nel 1987 e volto a proteggere lo strato di ozono stratosferico terrestre eliminando gradualmente le sostanze chimiche che lo riducono.

Anche l’Accordo di Parigi, firmato nel 2015, è stato reso possibile solo da una precedente intesa raggiunta nel novembre 2014 tra il Presidente americano Barack Obama e quello cinese Xi Jinping per ridurre le emissioni di gas inquinanti delle due superpotenze.

(D’altronde le stesse politiche del Presidente Trump hanno mostrato una qualche continuità con quelle dei suoi predecessori repubblicani, più sensibili alle esigenze delle aziende e favorevoli allo snellimento delle regolamentazioni di tipo ambientale.

Nel 2008, per esempio, il Presidente George W. Bush ritirò un ordine esecutivo che proibiva le trivellazioni in mare aperto e diede il via libera alle esplorazioni petrolifere al di sotto dell’”Arctic National Wildlife Refuge”).

Ma al di là degli elementi di continuità, appaiono pure discontinuità significative nelle politiche americane che riguardano il cambiamento climatico.

Prima di tutto, ricordiamo che nel dicembre 2001 la Repubblica Popolare cinese entrò a far parte dell’”Organizzazione Mondiale del Commercio” (WTO), soprattutto su spinta dell’Amministrazione americana.

 Al tempo gli Stati Uniti erano un po’ troppo sicuri di sé:

 pensavano che la propria leadership economica e commerciale non fosse in alcun modo scalfibile, che la Cina avrebbe seguito le orme dell’America, giocando secondo le regole del WTO e della stessa Washington.

 La classe dirigente a stelle e strisce allora sovrastimò l’entità del vantaggio del “first mover” in economia, fu troppo ottimista sull’evoluzione del sistema politico cinese in senso pluralistico e democratico.

Vent’anni dopo, è stato stimato che gli Stati Uniti abbiano visto svanire 3,4 milioni di posti di lavoro tra il 2001 e il 2017 in ragione dell’ingresso cinese nel WTO e del crescente deficit commerciale con Pechino;

senza contare l’instabilità domestica che ne è conseguita.

A causa dell’eccessiva fiducia mostrata, venti anni fa i temi ambientali e climatici non furono pienamente considerati negli accordi commerciali.

Tutto ciò, alla luce delle conseguenze e della presa di coscienza che ne è seguita, dovrebbe auspicabilmente cambiare a partire dai prossimi anni.

Per Washington ormai è una priorità sia rendere gli obiettivi ambientali parte integrante della politica commerciale, sia dare seguito a un consenso bipartisan per un approccio meno accomodante nei confronti della Cina.

 La nomina di un ex Segretario di Stato, John Kerry, per il ruolo di Inviato presidenziale per il clima potrebbe essere una dimostrazione del nuovo approccio. In secondo luogo, va tenuto a mente che la scelta del “Pivot to Asia”, avviata ufficialmente dall’Amministrazione Obama, è ancora valida.

 L’Amministrazione Trump, sul punto, non ha affatto invertito la rotta.

Allo stesso modo Biden concentrerà le sue attenzioni su quella parte del pianeta – legata economicamente e militarmente agli Stati Uniti – che cresce con maggiore rapidità.

Tutto ciò ovviamente costituisce di per sé una sfida alle relazioni transatlantiche. Durante i quattro anni dell’Amministrazione Trump, infatti, l’Unione europea ha tentato di giocare il ruolo di leader globale nelle politiche sul cambiamento climatico, ma un legame sempre più saldo tra Stati Uniti e Asia rende difficoltoso il tentativo di forgiare regole internazionali davvero legittimate, pure sui temi ambientali.

Infine va detto che se anche le politiche ambientali non sono state una priorità per l’Amministrazione Trump, qualcosa nell’economia americana si è mosso su questo fronte e non deve essere sottostimato.

Le aziende private americane – alcune di esse veri e propri colossi a livello mondiale – hanno reso sempre più verdi le proprie attività, hanno sviluppato tecnologie e innovazioni sostenibili, pure nel settore digitale.

Le conseguenze globali e di lungo termine di queste iniziative private nell’ambito della prima economia mondiale non possono essere minimizzate.

 

L’Accordo di Parigi e i suoi limiti.

Qualche ora dopo aver giurato come 46esimo Presidente degli Stati Uniti, Biden ha annunciato che il Paese sarebbe rientrato nell’Accordo di Parigi sul clima.

 Un passo sufficiente per affrontare la sfida del cambiamento climatico? Ovviamente no.

Ciò è dovuto anche alla natura “ibrida” di questa intesa internazionale che contiene obblighi vincolanti per quel che riguarda il monitoraggio e la comunicazione del proprio operato, ma obiettivi ultimi solo “indicativi”.

L’obiettivo centrale dell’Accordo di Parigi, come si legge nell’Articolo 2, è rafforzare la risposta globale al pericolo costituito dal cambiamento climatico, mantenendo l’aumento di temperatura “ben al disotto dei 2° C” rispetto all’era pre-industriale, compiendo “sforzi per limitare l’aumento a 1,5° C ”.

L’Accordo, essendo il risultato di un complicato compromesso, giunto peraltro dopo il fallimento del “Protocollo di Kyoto”, non contiene obiettivi vincolanti per ogni singolo Paese, né sanzioni, come si evince dall’Articolo 4, comma 19:

“Tutte le Parti si adoperano per formulare e comunicare la messa a punto di strategie di sviluppo a lungo termine a basse emissioni di gas a effetto serra, tenendo presente l’articolo 2 e tenendo conto delle loro responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali”.

Al centro dell’Accordo di Parigi c’è un cosiddetto “meccanismo al rialzo”, o “ratchet mechanism”:

i Paesi firmatari sono obbligati a presentare ogni cinque anni i Contributi Nazionali Volontari (“Intended Nationally Determined Contributions“), noti come “INDCs”, che in seguito all’entrata in vigore dell’Accordo hanno assunto carattere prescrittivo e sono diventati “Contributi Determinati su Base Nazionale” (NDCs), in cui i governi delineano la loro strategia di riduzione delle emissioni.

Ogni Contributo dovrebbe rappresentare una progressione virtuosa rispetto al precedente (da qui il “meccanismo al rialzo”).

L’idea di fondo è che il solo fatto di chiamare per nome e biasimare gli Stati meno virtuosi (la strategia del “naming and shaming”) possa esercitare una pressione su di essi per migliorare le proprie performance ambientali in futuro.

 Ciò implica comunque che i piani nazionali varino molto tra di loro in termini di portata, e così continuerà a essere pure con la nuova Amministrazione americana, meglio non illudersi.

 Sempre secondo l’Accordo di Parigi, i Paesi più ricchi dovrebbero donare 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare la sfida del cambiamento climatico.

 Peccato che questa cifra di 100 miliardi di dollari sia contenuta solo nel Preambolo dell’Accordo, dunque non nella parte legalmente vincolante dell’intesa. Non dovrebbe pertanto sorprenderci il fatto che siamo ancora lontani dall’aver raggiunto quest’ammontare di aiuti.

 

Un’Amministrazione USA più verde, cosa vuol dire dunque per l’Europa?

1. Il rinnovato impegno americano a favore del multilateralismo come principale modus operandi nelle relazioni internazionali può essere ovviamente salutato in modo positivo dall’Unione europea.

 La cooperazione Unione europea-Stati Uniti nei fori internazionali potrebbe beneficiarne, forgiando un’alleanza più solida quando si tratterà di decidere su temi di natura ambientale.

2. Allo stesso tempo il nuovo corso dell’Amministrazione americana non consentirà più ad alcuni Paesi – come Brasile, Arabia Saudita, Polonia, che negli ultimi tempi hanno annacquato i propri impegni ambientali – di nascondersi dietro il disimpegno americano dagli accordi multilaterali sul clima.

L’effetto domino nei prossimi quattro anni funzionerà in una direzione opposta a quella vista con Trump:

i Paesi che non rispetteranno le regole condivise sulla tutela dell’ambiente potrebbero vedere offuscata la loro immagine e perdere così una quota di investimenti in arrivo da Unione europea e Stati Uniti (vedi per esempio i limiti della politica ambientale brasiliana e il loro impatto sull’accordo Ue-Mercosur).

 

3. L’Unione europea dovrebbe poi fare attenzione a tutto quello che capita sul crinale tra la politica commerciale e quella ambientale.

Innanzitutto il Regno Unito ospiterà la Ventiseiesima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26) a Glasgow, tra il 1° e il 12 novembre 2021.

Il governo inglese non fa mistero di voler migliorare la propria immagine all’estero dopo la tempesta Brexit, per esempio ergendosi a Paese leader nella lotta al cambiamento climatico.

Fin dall’inizio del processo di separazione dall’Ue, in particolare, Londra ha sperato di siglare un’intesa commerciale con gli Stati Uniti.

Adesso promuovere un’agenda green condivisa tra Londra e Washington, a ridosso della conferenza di Glasgow, potrebbe fornire a entrambe le capitali un’occasione per accelerare anche sul fronte degli scambi di merci e servizi.

L’Unione europea non rischia forse di finire marginalizzata da questo sprint negoziale, dopo che una bozza di accordo di libero scambio con gli Stati Uniti (il TTIP) è già finita nel nulla nel 2016?

 In secondo luogo, il Presidente Biden nei suoi primi giorni alla Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo che obbliga il governo federale a comprare maggiori quantità di beni prodotti negli Stati Uniti.

 È solo il primo tassello di un piano chiamato “Made in All of America”, che sembra la versione democratica del trumpiano “Make America Great Again” applicato a industria manifatturiera e commercio.

Di nuovo, l’Ue non dovrebbe farsi illusioni:

sul fronte commerciale la superpotenza americana non comincerà ora a distribuire “pasti gratis”;

dunque meglio smetterla di parlare di “autonomia strategica” europea se allo stesso tempo Bruxelles lega sempre di più le sorti dei propri apparati industriali all’economia cinese.

 Come dimostrato durante la pandemia da Covid-19 con la carenza di beni strategici (dai dispositivi di protezione individuale ai vaccini), “made in Europe” dovrebbe essere qualcosa in più di uno slogan accattivante.

 

4. Il “Green Deal” dell’Unione europea e il suo Piano di investimento (“Sustainable Europe Investment Plan”) possono aiutare a dispiegare fondi privati attraverso strumenti finanziari dell’Ue, in particolare “InvestEU”, generando almeno un trilione di euro di investimenti.

L’Ue punta così a diventare il primo blocco di Paesi “climaticamente neutrale” nel mondo entro il 2050;

questo è considerato uno dei principali accordi strategici su cambiamento climatico, politica ambientale ed energetica raggiunto nel nostro continente negli ultimi mesi.

 In maniera simile, il programma più recente “Next Generation EU” – da 750 miliardi di euro – è stato concepito per attenuare l’impatto economico e sociale della pandemia di coronavirus e rendere le economie e le società dei Paesi europei più sostenibili, resilienti e preparate alle sfide e alle opportunità della transizione ecologica e di quella digitale.

La parola chiave “verde” è ricorrente, dunque, ma non senza alcune contraddizioni.

a) Si parla molto di “transizione ecologica”, eppure è stato calcolato che il 67% delle spese previste da Next Generation EU nel 2021-2023 non sia relativo al clima.

Né l’UE, attraverso questo programma, ferma o proibisce i sussidi pubblici alle industrie inquinanti all’interno del mercato unico, o nelle garanzie per l’export offerte dagli Stati membri.

b) Inoltre “Green Deal” e “Next Generation EU” non affrontano sufficientemente il tema dei “segnali di mercato” sul fronte dei fattori essenziali dell’economia: capitale, lavoro e risorse naturali.

 Provo a spiegare perché.

Attualmente, grazie a una politica monetaria estremamente espansiva, le Banche centrali hanno quasi del tutto azzerato i rischi per gli investitori nel mercato dei capitali, lasciandogli però la possibilità di avere dei ritorni sugli investimenti.

 Per quel che riguarda il mercato del lavoro, una parte dei rischi è trasferita agli Stati sovrani (con garanzie, sussidi, cassintegrazione per i lavoratori), mentre i salari reali tendono a stagnare o a scendere.

Per quanto riguarda le risorse naturali, gli utili sono privatizzati a vantaggio degli stessi che causano l’esaurimento delle risorse stesse, mentre rischi e conseguenze negative sono socializzate tra tutti noi abitanti del pianeta.

 Per correggere gli squilibri eccessivi di una situazione simile, incentivi e segnali di mercato dovrebbero essere corretti, con significativi aumenti dei prezzi delle emissioni inquinanti, la proibizione dei sussidi per l’energia che nasce dagli idrocarburi, un reddito di base universale che funzioni o altri interventi innovativi sul welfare.

c) Infine “Green Deal” e “Next Generation EU” dovrebbero essere coerenti con le politiche commerciali e d’investimento dell’Unione europea.

Il recente accordo Ue-Cina sugli investimenti (CAI, Comprehensive Agreement on Investments, fa sì un riferimento formale a tutti i documenti più importanti sullo sviluppo sostenibile, eppure le promesse non sembrano all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.

Su questo tema, una tassa sulla CO2 alle frontiere dell’Ue, così come una politica digitale sovrana che tenga conto pure dell’impatto negativo del settore digitale sull’ambiente, potrebbero essere più credibili ed efficaci, seppure destinate probabilmente a incontrare forti resistenze da parte di Stati Uniti e Cina.

 In un simile contesto, la relazione dell’Ue con la Cina e l’impatto del CAI meriterebbero uno scrutinio pubblico maggiormente approfondito.

 

 

 

 

Negli Stati Uniti la religione

 influenza ancora la politica.

Ilpost.it – (10 aprile 2024) - Francesco Costa – ci dice:

 

Le tante fedi, per lo più protestanti, sono radicate nella società e possono cambiare le dinamiche elettorali di un paese storicamente laico.

Il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti vieta al governo di imporre una religione di stato e di proibire il libero esercizio della fede, due princìpi che permettono a molte fedi di convivere in un paese dove stato e Chiesa sono rigidamente separati.

Allo stesso tempo il prossimo 20 gennaio, durante la cerimonia di insediamento, il presidente degli Stati Uniti giurerà di difendere la Costituzione scegliendo di mettere una mano sulla Bibbia e pronunciando la formula di rito:

 «So help me God», «Che Dio mi aiuti».

Negli Stati Uniti il rapporto con la religione è più intenso e pervasivo rispetto a molti altri paesi del mondo occidentale, e ancora oggi la fede influenza non solo la società, ma anche la politica.

A partire dal 1865 tutti i presidenti statunitensi si sono identificati come cristiani, oltre otto cittadini su dieci dichiarano di credere nell’esistenza di Dio e il 68 per cento di chi si definisce cristiano dice che la religione ha una «grande importanza» nella sua vita:

il dato mediano nei paesi dell’Europa occidentale è del 14 per cento.

 

Dio non compare nella Costituzione degli Stati Uniti, ma è praticamente ovunque altrove:

il motto “In God we trust” (“Crediamo in Dio”) è stampato su tutte le banconote, e vari riferimenti a Dio compaiono nella Dichiarazione d’indipendenza del 1776, nel testo del giuramento sulla bandiera e in molti discorsi pubblici, che vengono chiusi con la formula “God bless America”, “Dio benedica l’America”.

Esiste un’approfondita e argomentata serie di studi su come molta parte delle cerimonie e dei simboli istituzionali statunitensi costituisca una «religione civile», generata anche dal desiderio originario di dare sacralità a una giovane nazione fondata sulla separazione tra stato e Chiesa.

 

La religione prevalente è di gran lunga quella cristiana, praticata da oltre il 70 per cento della popolazione.

 Meno del 2 per cento degli statunitensi è di religione ebraica, e meno dell’uno per cento rispettivamente musulmano, buddista o induista.

Gli Stati Uniti sono oggi il paese con più cristiani (e più protestanti) al mondo. I censimenti ufficiali non fanno domande sul tema della religione, ma poco meno del 30 per cento degli statunitensi risponde ad altri sondaggi dicendo di non riconoscersi in alcuna confessione, e solo quattro su cento si dichiarano atei, contro per esempio il 21 per cento in Francia e il 13 per cento nel Regno Unito.

La maggioranza cristiana non è omogenea ma si divide in una serie di chiese e confessioni diverse, alcune importate secoli fa dagli immigrati europei, altre nate in terra statunitense.

Il protestantesimo è maggioritario, con oltre la metà dei fedeli, ma si organizza almeno in tre grossi gruppi:

le chiese evangeliche, le chiese protestanti principali e le chiese protestanti storiche della comunità afroamericana.

 

Il legame con la religione è evidente fin dalle prime fasi della colonizzazione degli Stati Uniti.

 I fondatori di una delle prime colonie americane, la” colonia di Plymouth,” scapparono dal Regno Unito tra le altre cose per fuggire alle persecuzioni religiose: facevano parte di un gruppo protestante puritano che non riconosceva l’autorità religiosa del re d’Inghilterra.

Questi primi coloni sono tuttora ricordati dalla tradizione come “Padri Pellegrini”, per rimarcare la natura religiosa del loro arrivo negli Stati Uniti. Da quel momento, la possibilità di professare liberamente la propria fede divenne una ragione di attrattiva per le persone che arrivavano nelle nuove colonie.

Il protestantesimo principale, anche detto storico o “del patrimonio”, è costituito dalle Chiese eredi di quelle dei primi coloni:

 i puritani inglesi in Massachusetts, i quaccheri in Pennsylvania, gli anglicani in Virginia, presbiteriani, metodisti, battisti, episcopali e luterani in tutto il nord-est.

Erano confessioni protestanti importate da diverse parti d’Europa, che hanno poi avuto evoluzioni specifiche negli Stati Uniti.

 Oggi quelle con più fedeli sono la metodista, la battista, la luterana e la presbiteriana:

semplificando molto, ognuna ha una dottrina specifica e si concentra su aspetti particolari della fede, come la carità (metodista), il battesimo (battista), la lettura delle Scritture (presbiteriana) o la comunione (luterana).

 Nessuna ha una diffusione particolarmente ampia – sono praticate ognuna all’incirca dal 3 per cento degli statunitensi – ma alcune di queste confessioni sono ampiamente sovrarappresentate fra le fasce più istruite, ricche e potenti della popolazione.

Esiste un quadro che ritrae il trattato firmato da William Penn, quacchero, con le popolazioni native in Pennsylvania (Benjamin West, Public domain, via Wikimedia Commons).

Molte delle famiglie statunitensi storicamente più potenti erano episcopali e presbiteriane, tra cui i Vanderbilt, gli Astor, i Rockefeller e i Forbes.

Fino agli anni Settanta il 72 per cento dei vincitori dei premi Nobel statunitensi veniva da famiglie del protestantesimo principale, e molte delle università americane più note e prestigiose, fra cui Yale, Harvard, Princeton, Columbia e Duke, furono fondate da gruppi afferenti a queste confessioni religiose.

Per tutto il Ventesimo secolo sono state espressione dell’élite dominante bianca negli Stati Uniti, a cui ancora oggi ci si riferisce con l’acronimo “WASP”, che significa “bianchi anglosassoni protestanti” (White Anglo-Saxon Protestants).

Sebbene il numero di fedeli stia man mano diminuendo, questi gruppi religiosi continuano a mantenere una certa influenza sul potere economico e politico del paese.

 

Oggi il gruppo con più fedeli è quello evangelico. L’evangelicalismo non prevede autorità religiose e non richiede di essere professato in chiese consacrate: è un movimento teologico che si concentra sulla lettura della Bibbia, che non deve essere interpretata ma considerata come “parola di Dio” e per questo insindacabile. Rifiuta ogni sovrastruttura teologica ed è molto focalizzato sul concetto di conversione personale, interpretato come una rinascita: i suoi fedeli sono soliti definirsi “reborn” (“rinati”), e in alcuni casi giustificano atteggiamenti aggressivi e verbalmente violenti nei confronti di chi non condivide i loro ideali.

 

Il movimento evangelico crebbe notevolmente durante il cosiddetto “Secondo grande risveglio”, un periodo di inizio Ottocento durante il quale il numero dei fedeli cristiani statunitensi aumentò molto.

 Fino ad allora gli Stati Uniti non erano un paese particolarmente religioso, ma il successo di predicatori, chiese e pastori portò alla nascita di molte confessioni evangeliche:

 ogni persona dotata di carisma poteva diventare un pastore, e ogni sala poteva svolgere le funzioni di una chiesa.

Gli evangelici predicavano ugualmente agli schiavi e agli schiavisti, e anzi furono per tutto il secolo portatori di istanze progressiste sui temi della schiavitù, dei diritti delle donne, della riforma del sistema scolastico e della giustizia.

Dopo la Seconda guerra mondiale però la gran parte delle Chiese evangeliche cominciò a spostarsi su posizioni molto conservatrici e vicine alla destra, concentrandosi a livello politico sull’opposizione all’aborto, ai movimenti LGBTQ+, al femminismo e genericamente alle droghe, criminalizzate in ogni forma e in ogni genere di consumo.

Dagli anni Cinquanta le chiese evangeliche raggiunsero grandi dimensioni, si organizzano e sfruttarono il nuovo mezzo della televisione per farsi conoscere e  aumentare la loro influenza.

 

Oggi le chiese evangeliche tradizionali si dividono in numerose confessioni, ma il numero di fedeli sta diminuendo a favore di un approccio più personale alla religione, promosso anche da alcuni predicatori diventati molto noti grazie alle loro attività online.

Molti dei nuovi evangelici non frequentano luoghi fisici, ma ascoltano sermoni e podcast online, e vivono l’evangelicalismo come appartenenza politica a un’idea di mondo molto conservatrice che si sente sotto attacco da una società descritta come dominata da istanze progressiste.

Le Chiese storiche afroamericane furono invece fondate nell’Ottocento principalmente dagli schiavi liberati, e cominciarono la loro attività nel lungo periodo di segregazione razziale che segnò la storia degli Stati Uniti sia prima che dopo l’abolizione della schiavitù, avvenuta formalmente nel 1865.

Molti degli schiavi portati forzatamente negli Stati Uniti dall’Africa erano musulmani, ma nel corso di un paio di generazioni si convertirono al cristianesimo. Le Chiese afroamericane protestanti spesso ricalcano le confessioni di quelle protestanti principali, ma seguono riti basati sulla formula della “chiamata e risposta”, un’interazione fra pastore e fedeli a cui a una frase del primo segue una risposta in coro dei secondi.

A volte la pratica è musicale, e nel tempo ha dato vita al genere della musica gospel.

Soprattutto negli anni Sessanta le Chiese afroamericane ebbero anche importanti funzioni sociali:

rispondevano alle necessità dei fedeli e cercavano di aiutarli non solo economicamente, ma anche con iniziative legate all’istruzione e alla consapevolezza politica, e ottennero un ruolo fondamentale nei movimenti di lotta per i diritti civili.

 

Si riconosce nella Chiesa cattolica circa il 20 per cento della popolazione statunitense, con concentrazioni più alte negli Stati del nord-est storicamente caratterizzati da una forte immigrazione irlandese o italiana, e più recentemente in quelli del sud (per esempio in California, New Mexico, Texas e Florida) come risultato dell’immigrazione messicana e sudamericana.

 Pur rispondendo al Vaticano e alle gerarchie romane, la Chiesa cattolica statunitense ha organizzato una propria struttura, considerata più conservatrice rispetto alle posizioni dell’attuale papato, con cui non di rado si scontra.

Negli ultimi vent’anni è stata al centro di numerosi scandali a causa delle accuse di pedofilia avanzate nei confronti di alcuni suoi sacerdoti, e dei tentativi delle autorità ecclesiastiche locali di nasconderle.

Ma la quasi totale libertà religiosa ha permesso nel corso dei secoli lo sviluppo di comunità religiose fra le più diverse, e con regole sociali proprie, come gli amish, che rifiutano quasi totalmente la tecnologia e parlano il tedesco come prima lingua, oppure come i fondamentalisti mormoni, che ammettono la poligamia maschile.

 I culti religiosi nati espressamente negli Stati Uniti sono numerosi e vari:

spesso sono comunità molto coese e chiuse verso l’esterno, che a volte si contrappongono apertamente al resto della società, creando una forte tensione di origine religiosa.

Come molte delle società occidentali, anche quella americana sta vivendo però negli ultimi decenni una parziale secolarizzazione:

 secondo vari studi ogni anno negli Stati Uniti chiudono fra le 6mila e le 10mila chiese, che vengono demolite oppure si trasformano in appartamenti, negozi o spazi pubblici.

La diminuzione del numero di fedeli è dovuta principalmente a un calo della partecipazione organizzata e comunitaria, mentre la fede e gli interessi religiosi restano importanti a livello personale.

È una tendenza riconducibile a vari fattori.

Secondo un’analisi dell’Economist c’entra l’età dei fedeli, che sta aumentando notevolmente:

nel 2023 la maggior parte delle persone che si identificavano come cristiane aveva più di cinquant’anni, e un terzo più di 65 anni, mentre solo 1 fedele su 10 aveva meno di trent’anni.

Inoltre oggi molte persone nascono in famiglie tradizionalmente religiose, ma decidono poi di non praticare la fede che è stata insegnata loro da bambini.

Al contrario, solo il 20 per cento delle persone che nascono in famiglie non religiose decide autonomamente di convertirsi.

Anche le differenze geografiche sono rilevanti, e alcune aree del paese sono storicamente più religiose di altre.

 Per esempio la zona sudorientale degli Stati Uniti, che va dall’Oklahoma e dall’Arkansas fino alla Florida, viene definita “Bible belt “(“cintura della Bibbia”) proprio a causa della forte influenza che la religione ha da tempo sulla società e sulla politica.

Negli Stati Uniti stato e Chiesa sono due entità separate, ma alcuni stati hanno provato ad aggirare la regola chiedendo ai candidati di affermare per lo meno che Dio esista.

 La Costituzione del Texas, per esempio, vieta di escludere una persona da un incarico istituzionale a causa della sua appartenenza religiosa, ma richiede comunque alle persone che ricoprono incarichi pubblici di «riconoscere l’esistenza di un essere supremo».

Anche in Tennessee è in vigore una legge simile, così come in South Carolina, North Carolina, Mississippi, Maryland e Arkansas, tutti stati particolarmente conservatori.

Più in generale, la religione è un fattore che da tempo condiziona la vita politica e sociale degli Stati Uniti:

 uno dei temi più divisivi e più centrali delle contrapposizioni, l’aborto, ha a che fare con la natura religiosa di una delle posizioni.

Solo pochi anni fa ci furono grandi confronti su darwinismo e creazionismo.

Ma al tempo stesso l’autonomia dalle religioni si manifesta nelle libertà avanzate su diritti di riproduzione, matrimoni tra persone dello stesso sesso, liberalizzazione delle droghe leggere.

Nell’attuale Congresso il 99 per cento dei Repubblicani e il 78 per cento dei Democratici si riconoscono come cristiani.

 Nella storia ci sono stati solo quattro rappresentanti alla Camera di fede musulmana, di cui tre attualmente in carica, e tutti sono stati eletti con il partito Democratico.

Quasi tutti i presidenti della storia statunitense furono cristiani protestanti, con una prevalenza di episcopaliani e presbiteriani, mentre Richard Nixon e Herbert Hoover erano quaccheri.

I soli presidenti di fede non protestante sono John Fitzgerald Kennedy e l’attuale presidente Joe Biden, mentre gli unici due presidenti “non affiliati” ad alcuna confessione religiosa furono eletti nel Diciannovesimo secolo: Abraham Lincoln, in carica tra il 1861 e il 1865, e Thomas Jefferson (1801-1809).

Lincoln veniva considerato un deista, una concezione religiosa che contempla l’esistenza di un essere supremo ma rifiuta qualsiasi dogma, testo sacro o autorità religiosa.

Jefferson invece non riconosceva la figura religiosa di Gesù Cristo:

al tempo questo non fu un ostacolo decisivo per la sua elezione, mentre oggi le sue posizioni sulla religione potrebbero essere non altrettanto tollerate da una parte dell’elettorato.

Tutti i sondaggi sottolineano infatti che gli elettori americani considerano “più affidabile” un candidato che mostri una solida fede religiosa, mentre il 40 per cento dichiara che non voterebbe mai per un candidato ateo, chiunque esso sia.

 A partire dagli anni Settanta i candidati alla presidenza hanno iniziato a parlare con costanza della propria fede religiosa, che è diventata un fattore importante all’interno delle campagne elettorali.

 Gli storici hanno interpretato questa tendenza come una risposta alla crescente secolarizzazione avvenuta negli anni Sessanta, grazie ai movimenti giovanili e studenteschi a favore dei diritti civili e dell’accesso all’aborto, oltre che a una crescente separazione fra la sfera pubblica e quella religiosa, con l’abolizione delle preghiere nelle scuole pubbliche e di tutte le festività religiose a livello federale, tranne il Natale.

 

In risposta a questi movimenti, considerati lontani da molti elementi tipici della religione, negli anni Ottanta emerse una destra religiosa molto potente i cui interventi, fondi e capacità di mobilitazione furono decisivi per l’elezione dei presidenti Repubblicani Ronald Reagan, George H.W. Bush e il figlio George W. Bush.

In quest’ambito è risultata fondamentale l’opera di “Moral Majority”, un movimento della destra cristiana fondato nel 1979 dal battista “Jerry Falwell” che contribuì a spingere vari movimenti protestanti verso posizioni sempre più vicine al partito Repubblicano.

Nelle elezioni presidenziali del 2004 uno dei principali fattori di debolezza del candidato Democratico “John Kerry” (che perse contro George W. Bush, in corsa per il secondo mandato) fu individuato proprio nella sua percepita “scarsa religiosità”.

Kerry è ufficialmente cattolico, ma tendeva a parlare poco di temi religiosi e venne percepito quasi come ateo, soprattutto fra gli elettori che indicavano i “valori morali del candidato” tra i motivi principali della propria scelta.

Secondo molte analisi questo finì col condizionare non solo la campagna di Kerry, ma anche la strategia adottata dai successivi candidati Democratici:

Barack Obama e Hillary Clinton parlarono molto di fede, soprattutto cercando di proporre un’idea di Cristianesimo differente da quella fortemente conservatrice che spesso viene presentata come dominante.

Durante la campagna elettorale del 2015, per esempio, i media parlarono molto di un lungo scambio intercorso tra Clinton (che poi perse contro il Repubblicano Donald Trump) e un reverendo del South Carolina che stava leggendo la Bibbia in una panetteria:

Clinton entrò casualmente nel locale e si mise a parlare con il reverendo, mostrando di conoscere alcuni passaggi dei testi sacri e in generale parlando a lungo della sua fede metodista, un’espressione del protestantesimo.

La religione ebbe un ruolo importante anche nelle elezioni presidenziali del 2012, vinte da Obama contro il Repubblicano Mitt Romney, che è di religione mormona: si tratta di un culto cristiano fondato sugli insegnamenti del profeta Joseph Smith, un uomo statunitense di inizio Ottocento che disse di aver ricevuto per rivelazione il” Libro di Mormon”, ancora oggi considerato un testo sacro dai mormoni, insieme alla Bibbia.

 Il mormonismo rifiuta il concetto di trinità divina, considerando padre, figlio e spirito santo come entità separate, e interpreta la rivelazione cristiana come un processo continuo che si concluderà con il ristabilimento del Regno di Dio sulla terra.

 I mormoni oggi rappresentano circa l’1,6 per cento della popolazione statunitense e sono presenti soprattutto nello Utah, in California e in Idaho. Secondo gli analisti identificarsi come mormone fu un problema per Romney, e allontanò molti elettori sia di destra che di sinistra.

La religione è presente anche nella campagna elettorale per le presidenziali del 2024.

Molti comizi di Trump, per esempio, iniziano con un video intriso di retorica biblica nei quali Trump è presentato come una sorta di difensore dei valori cristiani, messi in pericolo da presunte «forze interne alla nazione che vogliono allontanare gli Stati Uniti dai propri valori tradizionali».

 La sua rielezione è presentata come una battaglia fra il “bene” e il “male”, identificato nei Democratici e nelle loro istanze secolarizzatrici e progressiste nell’ambito dei diritti civili, una concezione presente anche nelle prediche online dei cristiani evangelici.

Trump è cresciuto come presbiteriano, ma dal 2020 si riconosce come cristiano aconfessionale, una definizione spesso associata all’evangelicalismo.

È oggi percepito dalla gran parte dei sostenitori dei Repubblicani come un “uomo di fede”, nonostante partecipi raramente alle funzioni religiose e abbia un passato per molti versi lontano dai valori cristiani: tra le altre cose ha divorziato due volte e avuto diverse relazioni extraconiugali.

 

La transizione green dell’Italia?

Impossibile senza gli aiuti di Stato.

Economiacircolare.com - Andrea Turco – (13 Marzo 2024) – ci dice:

 

In pochi giorni la Commissione europea ha approvato quasi due miliardi di euro con i quali l’Italia intende supportare gli investimenti green e le piccole e medie imprese alle prese con la crisi energetica.

Si tratta della conferma di un (parziale) cambio di paradigma che vede un ritorno del protagonismo degli Stati.

Che la transizione green debba essere anche un cambio di paradigma dell’attuale modello di sviluppo è ormai chiaro.

A digerire più faticosamente questo concetto sono spesso le istituzioni.

E in particolare l’Unione Europea.

Nonostante gli ultimi anni siano stati contrassegnati da eventi epocali come la pandemia di Covid-19, la guerra in Ucraina e il collasso climatico, gli organi decisionali dell’UE hanno continuato in questi anni a difendere ricette economiche come l’austerità che si sono rivelate fallimentari e incapaci di affrontare l’attuale fase storica.

Proprio per questo motivo vanno salutate con favore le scelte delle istituzioni europee che provano a rimettere in discussione equilibri che si ritenevano immodificabili.

Ne è una prova la recente approvazione da parte della Commissione europea di un regime italiano da 1,1 miliardi di euro a sostegno di investimenti per la produzione di attrezzature necessarie a promuovere la transizione verso un’economia a zero emissioni nette, così come stabilito dal piano industriale del Green Deal.

“Il regime – si legge in una nota della Commissione – è stato approvato nell’ambito del quadro temporaneo di crisi e transizione per gli aiuti di Stato che la Commissione ha adottato il 9 marzo 2023, e modificato il 20 novembre 2023, per sostenere misure in settori che svolgono un ruolo fondamentale ai fini dell’accelerazione della transizione verde e della riduzione della dipendenza dai combustibili”.

Parallelamente a questa decisione si collega anche un’altra approvazione relativamente agli aiuti di Stato da parte della Commissione europea.

 Nello specifico l’ok riguarda un regime italiano da 750 milioni di euro a sostegno delle piccole e medie imprese (PMI) e delle imprese a media capitalizzazione nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina.

 In sostanza gli aiuti sono rivolti alle Pmi colpite dalla crisi energetica dal 2021 a oggi, con i conseguenti prezzi alle stelle soprattutto per quel che riguarda le forniture di gas e le bollette, e assumeranno la forma di garanzie statali, in modo da garantire alle imprese beneficiarie l’accesso a una liquidità finanziaria immediata e sufficiente.

Un’altra transizione è possibile?

“Il regime garantisce che le eventuali distorsioni della concorrenza rimangano contenute”.

Le parole con le quali “Margrethe Vestager”, vicepresidente esecutiva della “Commissione Ue e responsabile per la Concorrenza”, commenta l’approvazione degli aiuti di Stato per l’Italia non sono da sottovalutare.

Specie perché, come già accennato, indicano un parziale rovesciamento delle priorità:

 invece di concentrarsi su uno dei principi cardine del mercato, vale a dire la concorrenza, si preferisce dare priorità agli obiettivi ambientali.

E per raggiungerli serve più Stato, altro che meno Stato, perché ciò si traduce, o dovrebbe tradursi, in una partecipazione pubblica e in una visione politica che non sono più rinviabili.

Per comprendere meglio la “nuova” posizione assunta dall’Unione europea è proprio all’Italia che si deve guardare.

A gennaio 2024 il “Servizio Studi della Camera dei Deputati” ha dedicato al tema degli aiuti di Stato un documento di 210 pagine.

“L’Unione europea ha intrapreso un percorso di revisione delle regole nell’ottica di consentire agli Stati membri di concedere celermente quegli aiuti cosiddetti buoni – si legge nel documento – che favoriscono investimenti e crescita senza la necessità di un previo esame da parte della Commissione, così consentendo a quest’ultima, secondo l’approccio big on big, small on small, di concentrare le proprie attività di controllo sui casi che rischiano maggiormente di falsare la concorrenza e dunque di maggiore rilevanza per il mercato interno”.

 

Transizione 2.

Come ricorderà chi legge questo pezzo, il primo cambio di approccio da parte dell’UE si è avuto col Covid-19, quando nel 2020, di fronte a una pandemia globale di portata devastante, si comprese che da solo il mercato non risolve i problemi, anzi li acuisce con la sua sete di profitto a tutti i costi.

Quell’approccio “neo statalista” è stato poi rispolverato dopo lo scoppio della guerra in Ucraina:

è il 23 marzo 2022 quando la Commissione modifica e proroga in parte il quadro temporaneo di crisi, per consentire agli Stati membri di avvalersi della flessibilità prevista dalle norme sugli aiuti di Stato per sostenere l’economia nel nuovo contesto bellico.

E da lì si arriva a politiche mirate come il “Green Deal” e il “REPower EU”, con le quali l’Ue intende “dirigere” gli sforzi dei 27 Stati membri verso la sostenibilità.

“La logica del controllo mirato sugli aiuti per incoraggiare la definizione di politiche di stimolo alla crescita sembra continuare a caratterizzare il processo, in corso, di revisione della disciplina europea sugli aiuti di Stato – riporta ancora il documento della Camera dei deputati –

La fase storica attuale è caratterizzata dal passaggio tra la necessità di gestione della non del tutto superata questione energetica legata al conflitto ancora in atto e la necessità di dare attuazione alle misure per la ripresa e la resilienza.

Come evidenziato dalla Commissione, l’economia europea si trova a un importante crocevia:

da un lato, la necessità di una ripresa economica da una profonda crisi;

dall’altro, la necessità di profondi cambiamenti delle pratiche e dei modelli di business e di massicci investimenti a lungo termine, atti a garantire le transizioni verde e digitale e la futura competitività e autonomia strategica aperta dell’Unione in un contesto globale”.

(Cosa verrà finanziato in Italia con gli aiuti di Stato “green”).

È da questo contesto che si arriva alla doppia decisione della Commissione, che nell’arco di pochi giorni ha approvato due grossi aiuti di Stato.

Nel primo caso, quello da 1 miliardi e 100 milioni di euro che sarà parzialmente finanziato attraverso il dispositivo per la ripresa e la resilienza, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette.

L’importo massimo dell’aiuto per beneficiario sarà di 150 milioni di euro, cifra che può essere aumentata fino a 200 milioni di euro per alcuni beneficiari particolari.

Della misura potranno beneficiare le imprese che producono attrezzature pertinenti, vale a dire batterie, pannelli solari, turbine eoliche, pompe di calore, elettrolizzatori, strumenti per la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio, nonché componenti essenziali progettate e principalmente utilizzate come fattori di produzione diretti per la fabbricazione di tali attrezzature o le relative materie prime essenziali necessarie per la loro fabbricazione.

La Commissione ha constatato che il regime italiano rispetta le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi e transizione, con gli aiuti di Stato che saranno concessi entro il 31 dicembre 2025.

 La Commissione ha concluso che il regime italiano è necessario, adeguato e proporzionato al fine di accelerare la transizione verde e agevolare lo sviluppo di talune attività economiche che rivestono importanza per l’attuazione del piano industriale del Green Deal.

L’altra approvazione sugli aiuti di Stato riguarda i 750 milioni di euro che il governo italiano intende fornire alle piccole e medie imprese alle prese con i prezzi alle stelle derivanti dalla crisi energetica del 2021.

 Per la Commissione gli aiuti dovranno essere concessi entro il 30 giugno 2024.

Questa volta la garanzia non supererà i 280.000 euro per la singola azienda attiva nella produzione primaria di prodotti agricoli, i 335.000 euro per la singola azienda attiva nei settori della pesca e dell’acquacoltura e i 2 milioni di euro per la singola azienda attiva in tutti gli altri settori.

Una decisione che per il Corriere della Sera è perfino limitante, se si pensa che alla Germania sono stati concessi aiuti di Stato per una cifra dieci volte superiore.

“D’altronde qual è il limite agli aiuti pubblici per sostenere le imprese? – si domanda il Corriere – L’Ue deve procedere o no con il fondo per finanziare le aziende strategiche?

E quanto ha cambiato lo scenario competitivo mondiale la decisione americana di varare un piano da 370 miliardi di dollari (l’Inflaction reduction act) a favore delle imprese presenti negli Usa?

In questo contesto geopolitico l’Europa ha deciso di venire in supporto delle sue imprese.

Ora lo fa con l’Italia che aveva denunciato una sproporzione rispetto agli aiuti concessi ad altri Paesi”.

La strada della transizione è pubblica.

Nonostante gli indubbi passi in avanti restano alcuni dubbi.

 Innanzitutto perché gli aiuti di Stato non dovrebbero riguardare solo le imprese ma anche le realtà sociali e le singole persone.

E poi c’è il problema della mancata trasparenza.

 Cosa verrà supportato in concreto dall’Italia con questi (quasi) due miliardi di euro?

 Per saperlo abbiamo provato a consultare il registro degli aiuti di Stato del sito web della Commissione, nonché il bollettino elettronico di informazione settimanale in materia di concorrenza (Competition Weekly e-News).

Se è vero che da questo portale è possibile accedere al documento presentato dal governo Meloni, si resta delusi dalla vaghezza dei contenuti.

Dalle 12 pagine del documento si apprendono pochi punti essenziali:

1) “le autorità italiane hanno spiegato che strutturalmente l’Italia non è in grado di soddisfare la domanda di tecnologie a basse emissioni di carbonio, che è in progressivo aumento negli anni”;

2) l’ente erogatore degli aiuti di Stato è il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, mentre l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa (Invitalia) è responsabile della gestione del regime di aiuti;

3) le misure non potranno in alcun modo essere utilizzate per indebolire gli effetti previsti delle sanzioni imposte dall’Unione o dai suoi partner internazionali;

4) i beneficiari devono impegnarsi a mantenere gli investimenti nell’area interessata per almeno cinque anni, o tre anni per le PMI, dopo il completamento dell’investimento;

5) a determinate condizioni gli aiuti di Stato possono essere cumulabili.

 

Transizione 3.

Troppo spesso in passato gli aiuti di Stato, come riconosce il Servizio Studi della Camera dei Deputati, hanno costituito “uno strumento di politica economica suscettibile di determinare, se selettivo ed ingiustificato, una distorsione della concorrenza e di restringere la libera circolazione delle merci e dei servizi”.

Tuttavia la strada, cioè quella di un rinnovato protagonismo degli Stati e di un ritorno delle politiche pubbliche, resta tracciata.

“Il sostegno agli ambiziosi obiettivi di ripresa e resilienza, connessi a quelli in materia di clima, energia e ambiente, informa la revisione della disciplina ordinaria sugli aiuti di Stato – si legge ancora –

La revisione in corso delle norme in materia di aiuti di Stato (Regolamenti di esenzione e Regolamenti “de minimis” e Orientamenti della Commissione) è dunque prioritariamente finalizzata a supportare gli investimenti, garantendone la coerenza con i principi, sia consolidati che nuovi, del Green Deal europeo, cui sono informati il Piani nazionali di ripresa e resilienza, come il principio chi inquina paga e del non arrecare un danno significativo (DNSH)”.

 

 

 

 

Finanza sostenibile, le nuove proposte della Commissione Ue su

tassonomia e investimenti Esg.

Economiacircolare.com – (7 settembre 2023) - Tiziano Rugi – ci dice:

Un nuovo atto delegato sulla tassonomia espande il campo di applicazione ad altri settori e nuovi obiettivi ambientali. Mentre con la proposta di “regolamento sulle agenzie di rating Esg” Bruxelles vuole migliorare la trasparenza:

altre frecce nell’arco della finanza sostenibile.

 

Nuovi passi avanti della Commissione europea sulla finanza sostenibile. L’esecutivo di Bruxelles ha presentato un “pacchetto di norme” (Sustainable Finance Package 2023) per migliorare e rafforzare le misure a sostegno dello sviluppo della finanza sostenibile, che ha come scopo quello di indirizzare le ingenti risorse dei mercati finanziari e del credito verso obiettivi sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale.

Le norme dell’ultimo pacchetto si muovono all’interno di questo perimetro normativo e comprendono un atto delegato relativo alla tassonomia, delle precisazioni sui criteri della tassonomia, e una nuova proposta di regolamento sul rating degli investimenti Esg.

 Il combinato di queste misure, spiega la Commissione, “ha lo scopo di assicurare il supporto dell’impianto normativo della finanza sostenibile per le aziende e il settore finanziario che vogliono investire in maniera sostenibile e renderlo allo stesso tempo più semplice da usare ed efficace”.

L’aggiornamento della tassonomia.

Al centro dell’architettura costruita da Bruxelles per favorire lo sviluppo della finanza sostenibile, c’è la tassonomia Ue:

una serie di criteri pratici per stabilire cosa sia davvero green e sostenibile e cosa no.

Per farlo, la tassonomia identifica tutte quelle attività economiche che realizzano un contributo sostanziale al raggiungimento di almeno uno dei sei obiettivi ambientali individuati da Bruxelles senza al contempo danneggiare significativamente gli altri cinque (il cosiddetto principio del “Do not significant harm”).

Dopo l’entrata in vigore del regolamento tassonomia, nel gennaio 2022, l’Unione europea aveva approvato il primo atto delegato dedicato ai due obiettivi climatici: riduzione e adattamento ai cambiamenti climatici.

Tra le misure del pacchetto, è arrivata l’integrazione sulla tassonomia climatica, con l’inclusione nel testo dei settori manifatturiero e trasporti, che erano rimasti fuori nella travagliata discussione di due anni fa, nota per lo scontro su gas e nucleare.

In particolare, sui trasporti, nonostante le contestazioni di alcuni Paesi come l’Italia, la tassonomia è particolarmente ambiziosa negli obiettivi e ribadisce il concetto che l’unica auto verde possibile è quella a zero emissioni:

in pratica, dal 2026 solo le auto a batteria elettrica oppure a idrogeno verde potranno ottenere la patente “green”.

 Invece, le auto ibride plug-in saranno considerate verdi solo fino al 2025.

Il nuovo atto delegato sulla tassonomia.

Adesso la Commissione ha fatto un ulteriore passo in avanti, includendo nel nuovo atto delegato sulla tassonomia gli obiettivi dell’uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine, transizione verso un’economia circolare, prevenzione e controllo dell’inquinamento, protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Anche in questo caso l’atto delegato definisce i criteri per le attività economiche che contribuiscono in modo sostanziale a uno o più degli obiettivi ambientali non climatici del regolamento sulla tassonomia senza danneggiare gli altri.

Comprende 35 attività in otto settori economici: protezione e ripristino dell’ambiente, manifatturiero, approvvigionamento idrico, fognature, gestione dei rifiuti e attività di bonifica, attività edilizie e immobiliari, gestione del rischio di calamità, informazione e comunicazione, servizi e attività ricettive. Particolarmente interessante per il lavoro di Economia circolare.com la parte dedicata, appunto, all’economia circolare, il cui obiettivo è favorire la raccolta degli investimenti necessari per realizzare gli ambiziosi obiettivi del “Circular Economy Action Plan”.

 

Un tema dove c’è bisogno di fare in fretta, perché gli esperti lamentano proprio la mancanza di investimenti adeguati verso la circolarità e progetti di riutilizzo, riparazione e rigenerazione.

Grazie al principio “DNSH”, la tassonomia identificherà anche quali attività economiche potrebbero arrecare un danno significativo alla transizione verso l’economia circolare, disincentivando così gli investimenti in esse (qui nel dettaglio un approfondimento su tassonomia ed economia circolare).

 

Proposta di regolamento sul rating.

L’altro pilastro della finanza sostenibile è la trasparenza, ovvero la possibilità per gli investitori di avere le informazioni adeguate sulla sostenibilità degli investimenti Esg.

Chi investe, in genere, mancando di competenze adeguate, per valutarli si avvale dell’opinione di agenzie di rating, che di fatto indirizzano il denaro in una direzione piuttosto che un’altra.

 Tuttavia, la mancanza di affidabilità su queste valutazioni, con la conseguente scarsa fiducia degli investitori, è stata riconosciuta dall’intero settore finanziario come il principale ostacolo per il flusso di capitali verso investimenti green e sostenibili.

Per questo motivo la Commissione europea ha elaborato una proposta di regolamento che migliori “l’affidabilità e la trasparenza delle attività di rating Esg”.

Le società che si occupano di rating Esg dovranno dotarsi di policy interne e norme di condotta tali da garantire l’integrità morale delle operazioni di “rating provider”, prevenendo ad esempio conflitti di interessi, oltre a imporre alle “agenzie di rating Esg” la preventiva autorizzazione e la successiva vigilanza da parte dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), a garanzia di qualità e affidabilità dei servizi offerti.

La finanza di transizione integrata alla tassonomia.

All’interno del pacchetto normativo sono contenute, infine, una serie di raccomandazioni rivolte a imprese di grandi dimensioni, intermediari finanziari, investitori e Pmi per meglio guidarle nella transizione verso un’economia più sostenibile e gestire i rischi derivanti dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento.

E questo passa inevitabilmente, agli occhi di Bruxelles, per la corretta comprensione di quanto finanza sostenibile e tassonomia siano integrate e interdipendenti tra di loro.

Da un lato forniscono maggiore chiarezza a chi desidera investire nei settori regolati dalla tassonomia.

Dall’altro, su come le imprese potranno allineare le loro attività alla tassonomia per attrarre maggiori capitali.

Per semplificare la comprensione delle norme, la Commissione ha annunciato la pubblicazione, a breve, della “EU Taxonomy User Guide”, un documento di “orientamento per i non esperti”, visto l’alto livello di tecnicismo della tassonomia.

Bruxelles vuole dimostrare come l’impianto normativo comunitario può essere usato in maniera efficace nella finanza di transizione utilizzando su base volontaria i vari strumenti messi a disposizione dal quadro normativo dell’Ue, soprattutto per le attività economiche che ancora devono migliorare le proprie prestazioni di sostenibilità.

Maggior chiarezza, infine, sarà fondamentale per contrastare il rischio del “transition washing”, in modo da capire subito cosa sia davvero sostenibile e allineato con gli obiettivi ambientali dell’Ue.

Le prossime tappe.

Gli atti delegati e le raccomandazioni saranno inviati adesso a Parlamento europeo e Consiglio europeo per eventuali modifiche:

dopo la definitiva approvazione da parte delle altre due istituzioni Ue, saranno applicabili da gennaio 2024.

 Più lungo il percorso della proposta di regolamento dei fornitori di rating Esg perché la Commissione deve ancora avviare le discussioni con il Parlamento e il Consiglio Ue.

In ogni caso il lavoro dell’Unione europea sulla finanza sostenibile proseguirà costantemente nei prossimi anni.

La tassonomia sarà operativa gradualmente, prima solo per determinati soggetti economici indicati dalla stessa Commissione europea (ad esempio attualmente vale solo per le grandi aziende ma in futuro si aggiungeranno le Pmi).

Bruxelles ha inoltre individuato la necessità di integrare di più ambiente e sostenibilità sociale all’interno degli investimenti Esg e per questo i tecnici stanno lavorando alla cosiddetta “tassonomia sociale”.

 Infine, dal lato aziendale, nei prossimi anni ci sarà la graduale entrata in vigore delle norme della direttiva “CSRD”, legate soprattutto alla trasparenza.

 

 

 

Transizione green, il conto è salato.

Ma chi paga per l’energia rinnovabile?

I rischi per i consumatori.

 Corriere.it – (24-3-2024) - Fausta Chiesa e Ferruccio de Bortoli – ci dicono:

 

Investimenti miliardari in infrastrutture, ma la mappa degli incentivi è ancora imprecisa: bisogna spendere bene, anche perché i sussidi si scaricano in bolletta.

(Esiste un parco eolico offshore).

Investire di più nella transizione energetica è indispensabile.

 Ma investire meglio è assolutamente vitale.

La direzione è chiara, il percorso meno.

Se c’è un’illusione ottica in questa campagna elettorale per le elezioni europee, nella quale nessuno sembra assumersi la paternità delle politiche green, è proprio questa.

Che esistano, cioè, sentieri alternativi eventualmente percorribili.

Si vedrà a suo tempo.

No, non si può procedere per tentativi sparsi.

Si resta in mezzo, schiacciati. Prigionieri delle tecnologie degli altri.

E se è criticabile un estremismo ideologico che spinge sulla transizione accelerata senza curarsi degli aspetti sociali, ugualmente rischioso è l’atteggiamento poco convinto di chi alla transizione energetica vi è costretto.

 Al di là della propria volontà, senza crederci.

L’ipocrisia delle opinioni è a sua volta un’emissione pericolosa.

Non danneggia l’ambiente, ma offusca la qualità dei dibattiti.

 Le buone intenzioni non eliminano la contabilità degli interventi.

Non attenuano la valutazione dei costi opportunità (quello che si poteva fare di meglio investendo altrove).

Si può elettrificare tanto, ma non tutto.

Farlo credere non aiuta la transizione, la ostacola.

Chi si accolla il rischio di capitale?

Ci si deve allontanare il più possibile dalle fonti fossili, ma petrolio, carbone e gas rimarranno centrali e decisivi nel mondo per svariati decenni.

 E, dunque, smettere di investirvi può essere pericoloso (altri choc) e controproducente.

Le rinnovabili vanno sicuramente incentivate, ma i sussidi non possono trasformarsi in un sostegno occulto (e non meritato) al reddito degli imprenditori del settore.

 Gli investimenti in infrastrutture, fondamentali, sono l’aspetto più delicato e nascosto della transizione.

Se sono destinati a finire nella bolletta degli utenti — che in parte si accollano, senza saperlo, il rischio di capitale degli azionisti — sarebbe utile saperlo e discuterlo per tempo.

La trasparenza fa crescere la sensibilità ambientale e rende i cittadini più forti e consapevoli lungo la strada impervia della transizione energetica.

 L’inganno -ormai certo -li può rendere sospettosi e refrattari.

 

Industria 5.0 e impatto.

Oltre agli investimenti per la transizione previsti dal “Pnrr” e dal” RepowerEu”, ai finanziamenti della Bei, la Banca europea degli investimenti, e la miriade di sussidi e incentivi, un ruolo significativo lo avranno gli interventi privati.

 E la collaborazione tra privati e istituzioni pubbliche.

Il passaggio più significativo degli ultimi giorni è quello della cosiddetta Industria 5.0, che sfrutta le risorse messe a disposizione dal progetto “RepowerEu”.

«Un’occasione straordinaria — spiega Fabrizio Pagani, advisor di “Vitale&Co — perché può dare il là a una nuova stagione di investimenti delle aziende nell’innovazione e nell’efficientamento energetico.

 L’importante è che abbia procedure di attuazione semplici come Industria 4.0.

Ed è cruciale che gli imprenditori preparino gli investimenti in tempi ravvicinati, la finestra di opportunità sarà limitata».

 Il criterio di fondo è quello di dimostrare l’impatto degli investimenti agevolati sul processo di transizione energetica.

 E qui sta il grande interrogativo.

 I soldi ci sono, ma li stiamo spendendo bene?

 

Sussidi e incentivi.

I sussidi e gli incentivi alle rinnovabili sono costati 7,9 miliardi nel 2021 in base ai dati dell’”Autorità Arera”, soltanto per dare un «antipasto» di dati.

 E tra le varie agevolazioni fiscali, i soli impianti solari pagati dal Superbonus al 110% sono costati tre miliardi.

 Siamo consapevoli di quanto sarà il costo finale?

Forse è il caso di chiederselo, anche perché una grande fetta finirà nelle nostre bollette o nel debito pubblico.

Gli obiettivi climatici, il «Net zero» previsto dalla Ue per il 2050 e la tappa intermedia al 2030 in cui dovremo ridurre le emissioni di gas serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, richiedono un’espansione enorme delle infrastrutture elettriche per adeguare le reti all’aumento della domanda.

 Questa è dovuta in gran parte all’elettrificazione dei consumi, tra colonnine di ricarica per le auto, pompe di calore per riscaldare e raffreddare le case e piani cottura a induzione e in parte minore di quelle per i gas green, ma anche un forte aumento della produzione di rinnovabili:

80 gigawatt di nuovi impianti in base al piano elaborato dal “Mase”, il ministero dell’Ambiente (il Pniec, Piano nazionale integrato energia e clima), e presentato a Bruxelles.

 

RISPARMIO GESTITO.

Investimenti green, l’Europa è la vera locomotiva: ecco come è riuscita a «sconfiggere» gli Stati Uniti.

( Gabriele Petrucciani)

 

Investimenti green, l’Europa è la vera locomotiva.

Le due voci di spesa.

Le voci di spesa sono principalmente due:

i costi per incentivare la produzione di rinnovabili e i costi per adeguare le reti di distribuzione e di trasmissione a ricevere e trasportare una quantità maggiore di energia prodotta in migliaia di punti sparsi sul territorio (oltre ai grandi parchi solari ed eolici industriali ci sono migliaia piccoli impianti dei cittadini produttori) e per potenziare le reti, perché ci saranno picchi di consumi molto più alti di quelli attuali.

Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2a, il gruppo che gestisce tra l’altro la distribuzione elettrica di Milano, ha previsto che sarà necessario quasi raddoppiare la potenza della rete.

Dice: «Oggi a Milano registriamo una potenza di picco sulla rete elettrica di 1,7 gigawatt, ma presto potremo avere una richiesta aggiuntiva fino a due-tre gigawatt».

 The Economist”, che al tema delle “grid” ha dedicato diversi articoli nell’ultimo anno, ha citato una frase emblematica di” Leonhard Birnbaum”, amministratore delegato di “E.on”, principale operatore della rete elettrica tedesca:

 «Più transizione energetica, più affari per noi».

Partiamo dalle infrastrutture.

 

Gli investimenti nella rete elettrica.

Chiamata allo sforzo maggiore è “Terna”, la società che gestisce la rete di trasmissione elettrica nazionale.

Gli investimenti per le reti previsti nel piano industriale presentato il 19 marzo scorso ammontano al 2028 a 10,8 miliardi, che salgono a 21 miliardi in base al piano di sviluppo annunciato a marzo 2023.

Oltre alla rete in alta e altissima tensione, per migliorare la saturazione delle connessioni, “Terna” ha previsto di creare una nuova rete di media-alta tensione a 36 kilovolt a cui dovranno allacciarsi i nuovi impianti rinnovabili e sistemi di accumuli tra 10 e 100 megawatt di potenza (la taglia più diffusa).

Una rete che non c’è, ancora tutta da costruire.

«Infrastrutturare il Paese con un nuovo livello di tensione è una sfida immensa per gli obiettivi della transizione energetica», commenta” Raffaello Teani”, consigliere di “Anie Energia”, l’associazione aderente a Confindustria che rappresenta le aziende che producono, distribuiscono e installano apparecchiature, componenti e sistemi per la generazione, trasmissione, distribuzione, utilizzo e accumulo di energia elettrica.

 

Costi globali.

Uno studio della “Energy Transitions Commission”, citato dall’”Economist”, calcola che ogni anno per adeguare le reti elettriche dovranno essere spesi 1,1 trilioni di dollari nel mondo per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050.

 Un contributo lo daranno anche i gas verdi, cioè idrogeno, biometano.

“Snam” nel piano 2023-2027 investirà 6,5 miliardi nei business regolati che abilitano la transizione, di cui circa 420 milioni coperti da fondi “Pnnr”.

Poi ci sono gli incentivi alle rinnovabili.

 Dal 2008 al 2022 sono stati erogati incentivi per oltre 141 miliardi, ha dichiarato in audizione alla Camera il 6 marzo scorso il ministro dell’Ambiente” Gilberto Pichetto Fratin”, a cui se ne aggiungeranno un’altra cinquantina per esaurire gli incentivi già previsti.

L’INCONTRO.

Transizione digitale e green, senza incentivi niente investimenti per 6 imprese manifatturiere su 10.

 (Andrea Bonafede)

 

Il viceministro Valentino Valentini.

In arrivo nuovi incentivi.

Pichetto Fratin ha confermato l’arrivo di altri meccanismi di incentivazione per i nuovi impianti green.

Per l’agrivoltaico e le Comunità energetiche saranno destinati complessivamente e rispettivamente 600 milioni e 5,7 miliardi.

Ma, soprattutto, ci saranno da promuovere le nuove tecnologie — “eolico off shore” (in mare aperto),” solare floating” (galleggiante), solari termodinamici, geotermoelettrici, biogas e biomasse — che saranno comprese in un decreto specifico, il cosiddetto “Fer “2, su cui non sono stati forniti dati.

Ma saranno incentivate anche le tecnologie come il solare e l’eolico a terra, com’è previsto da un decreto in dirittura d’arrivo (il cosiddetto “Fer X”), «per il quale è tuttavia prematuro a oggi fornire stime precise», ha dichiarato il ministro.

«Ma perché — chiede “Chicco Testa”, economista, già presidente tra l’altro di “Asso ambiente” — le rinnovabili già efficienti e remunerative a mercato continueranno a essere incentivate?

 Ormai questo tipo di impianti si ripaga con un costo del megawattora inferiore».

La lista della spesa comprenderà anche gli accumuli, cioè le batterie per immagazzinare l’energia green e utilizzarla quando il vento non soffierà e il sole non splenderà, per cui si ipotizzano oltre sei miliardi di incentivi.

Anche le reti di distribuzione su cui l’energia elettrica viaggia a livelli di tensione medi e bassi sono da potenziare.

 Complessivamente, sempre in base a quanto spiegato ai deputati durante l’audizione, si stimano investimenti in infrastrutture di rete per circa 37 miliardi.

Tutto finisce in bolletta.

Chi paga?

«I sussidi alla generazione elettrica da fonti rinnovabili e gli investimenti nelle reti di trasmissione e distribuzione elettrica finiscono in bolletta — spiega l’economista dell’energia “Simona Benedettini” — e trovano copertura, rispettivamente, negli oneri generali di sistema e nella spesa per il trasporto dell’energia elettrica e la gestione del contatore.

La gestione e lo sviluppo delle reti di trasmissione e distribuzione sono attività regolate.

Questo significa che i costi operativi e d’investimento derivanti, prima di trovare copertura nelle bollette, devono essere soggetti a verifica e approvazione di “Arera”, l’Autorità di regolazione per Energia reti e ambiente».  

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