Ci vogliono ingannare.
Ci
vogliono ingannare.
MONETA
FIAT vs BITCOIN: Cosa sapere
per salvare il nostro portafoglio
e la nostra libertà.
Comedonchisciotte.org
- Tiziano Tanari – (16 Dicembre 2024) – ci dice:
Donald
Trump:
“Voglio
che gli Stati Uniti diventino la capitale “cripto del mondo” e una super
potenza mondiale di bitcoin”.
Sorprendente
dichiarazione del neoeletto presidente americano che, con le sue affermazioni,
pone alla nostra attenzione un soggetto monetario di recente creazione, il Bitcoin, la più famosa fra le criptovalute, in una nuova veste, quella di riserva di valore al pari e più
del dollaro;
l’idea di crearne grandi scorte da parte della FED gli conferisce un’importanza
strategica complementare e superiore addirittura alla moneta nazionale
statunitense.
Questa
visione lascia alquanto perplessi per i motivi che cercheremo di analizzare nel
presente articolo.
MONETA
FIAT.
Prima
di valutare l’impatto sui mercati monetari di questa nuova prospettiva di
utilizzo delle criptovalute da parte delle Banche Centrali, è necessario
evidenziare le caratteristiche che delineano la natura e la funzione della
moneta, prima fra tutte la “moneta fiat”, moneta fiduciaria a corso legale emessa dalle Banche
Centrali e utilizzata dagli Stati come valuta nazionale.
Una caratteristica fondamentale, la cui importanza
pare che, ancora oggi, non sia colta appieno, è rappresentata dalla sua assenza
di un legame a un valore sottostante, come ad esempio l’oro ai tempi del Gold
Standard.
La mancanza di un collegamento diretto con
beni materiali, quindi, gli conferisce la possibilità di creazione illimitata
senza vincoli oggettivi.
Da
questo possiamo dedurre che uno Stato dotato di una moneta sovrana avrà tutte
le risorse finanziarie necessarie per le proprie esigenze di spesa pubblica.
Quando
sentiamo parlare di conti pubblici da tenere sotto controllo, di pareggio di
bilancio, di tasse che servono a finanziare la spesa corrente e di avanzi
pubblici, ci stanno clamorosamente truffando.
È
importante sottolineare il ruolo della “moneta fiat sovrana” che ha una
relazione diretta e indissolubile con il livello dell’economia del proprio
Paese:
che le
dà valore è la capacità del Paese medesimo di produrre beni e servizi, ovvero
quella che viene definita “ricchezza reale” alla quale deve corrispondere una
proporzionale “ricchezza finanziaria”.
Mantenere
questo rapporto equilibrato fra le due grandezze è il compito della politica
monetaria e fiscale dello Stato.
Ricordiamo
che i beni reali possono scarseggiare per mancanza di materie prime, tecnologie
adeguate, mano d’opera qualificata, ma i “soldi” non possono mancare;
limitare e imporre tagli alla spesa pubblica è
un crimine verso l’intera nazione.
La prima considerazione da evidenziare è
questa:
ma se uno Stato può creare tutta la moneta
necessaria per sostenere la propria economia, a che cosa le può servire
un’altra moneta il cui valore, fra l’altro, non è neanche in grado di
controllare?
CRIPTOVALUTE-BITCOIN.
Le
criptovalute sono monete digitali la cui creazione e relativi scambi avvengono
su una piattaforma chiamata “Blockchain “che permette transazioni dirette,
trasparenti e sicure fra i vari utenti in una rete decentralizzata, ovvero
senza un organismo superiore che la coordina e la regola;
in sostanza è fuori dal controllo di qualsiasi
istituzione bancaria o statale.
C’è
chi ipotizza la possibile esistenza di una struttura anonima che abbia comunque
accesso ai meccanismi di controllo della rete ma non essendoci elementi
oggettivi per sostenere questa tesi, rimane solo un’ipotesi, anche se
plausibile.
Nell’universo
delle criptovalute, la più famosa e consolidata sul mercato è il Bitcoin, moneta digitale creata nel 2009 con
un valore iniziale di pochi centesimi di dollaro, e che, dopo anni di scambi,
ha raggiunto la cifra stratosferica, ad oggi, di 100.000 $ per 1 Bitcoin.
Il valore che si è costituito seguendo la legge della
domanda e dell’offerta, lo ha caratterizzato come un prodotto finanziario
essenzialmente ed esclusivamente speculativo.
In
questi anni abbiamo assistito a grandi fluttuazioni del Bitcoin, e anche a diverse truffe, in quanto il settore presuppone una
conoscenza tecnica specifica di alto livello senza la quale è facile correre il
rischio di grosse perdite.
Detto
questo possiamo evidenziare una caratteristica comune che comune non è: sia le
criptovalute che le monete di stato possono essere utilizzate per le normali
funzioni di acquisti e vendite ma, mentre le prime hanno una caratteristica di
estrema volatilità, anche nel breve termine, e quindi con una possibile e
repentina variazione del loro valore, che generalmente tende ad aumentare, le
seconde hanno un valore stabile.
È chiaro che chiunque debba fare una spesa, utilizzerà
la moneta di stato in quanto la criptovaluta, in questo caso il Bitcoin, verrà valutato come una potenziale
fonte di guadagno per la possibile crescita del suo valore e quindi si
preferirà mantenerla in portafoglio.
L’elevata
volatilità delle criptovalute, peraltro, non consente sicuramente il corretto
svolgimento della funzione di “unità di conto”:
i prezzi delle principali criptovalute sono
soggetti a fluttuazioni molto ampie, anche all’interno di una stessa giornata,
quindi è altamente inefficiente, per non dire impossibile, prezzare beni e
servizi in unità di criptovalute.
Con
queste caratteristiche, come possiamo considerare il Bitcoin una possibile riserva di valore per
uno Stato?
Uno
stato che, ricordiamo, si può finanziare senza limiti oggettivi con una propria
valuta, che bisogno può avere di crearsi una riserva in Bitcoin?
Che
interesse può avere un Paese come gli USA, con il dollaro, la più importante
moneta di riserva mondiale, detenere una riserva di Bitcoin? Che senso ha l’affermazione del
Presidente Trump che un tale “tesoretto” potrebbe anche servire per contenere
e/o ridurre il debito pubblico?
C’è da chiedersi se pensa di non avere dollari
sufficienti!
Ci
sono molti altri aspetti che andrebbero trattati approfonditamente:
la
prima e più importante sarebbe l’impossibilità del Governo di controllare la
politica monetaria nel proprio Paese qualora la criptovaluta diventasse
strumento effettivo per lo scambio di beni e servizi;
per quanto riguarda gli investitori privati si
correrebbe, prima o poi, il rischio, sicuramente probabile, di eventuali bolle
speculative che potrebbero far saltare i risparmi a milioni di persone.
Una
moneta virtuale creata dal nulla, in un sistema, ad oggi, completamente
deregolamentato, dove è richiesta un’altissima professionalità e conoscenza dei
suoi meccanismi di funzionamento, senza nessun organismo istituzionale di
riferimento che possa sopperire ai rischi della volatilità e garantire
sicurezza nel mercato delle monete digitali, viene da pensare che il mondo delle
criptovalute siano niente di più che un’alternativa al gioco d’azzardo dei
casinò come, del resto, lo sono molte altre operazioni di borsa.
Una
considerazione a parte merita il confronto con la creazione, sempre più
probabile, di monete digitali da parte delle Banche Centrali, le cosiddette
CBDC (Central Bank Digital Currency) erroneamente, a parere di chi scrive,
considerate da molti come alternativa e concorrenti delle attuali criptovalute.
Le CBDC costituirebbero nulla più che una nuova forma
di emissione monetaria della stessa valuta di Stato che, in quanto tale,
dovrebbe mantenere un valore stabile e quindi non potrebbe essere considerato
uno prodotto finanziario speculativo.
È
importante evidenziare le sue caratteristiche che ne fanno uno strumento
rivoluzionario capace di bypassare le banche nel pagamento diretto fra due o
più utenti, senza cioè passare da un server centrale ma soprattutto sarebbe una
moneta “programmabile”;
questa
funzione le permetterebbe di interagire in modo diretto con gli utenti creando
linee guida che, qualora non fossero rispettate, in automatico verrebbero
attivate procedure predefinite.
Questa
caratteristica fornirebbe un formidabile strumento di controllo e di gestione
di possibili azioni restrittive o punitive che andrebbero a ledere le libertà
fondamentali dei cittadini, soprattutto se, in aggiunta, venisse eliminato il
contante.
È anche per questo motivo che molti ritengono
le criptovalute uno strumento di libertà in quanto la rete decentralizzata non
sarebbe soggetta a nessun tipo di controllo.
Lascia comunque perplessi ritenere che lo
stesso sistema che vuole creare le CBDC, la cui funzione principale sarebbe il
controllo totale della rete dei pagamenti, permetta anche di mantenere uno
strumento, le
criptovalute appunto, con le quali avrebbero la possibilità di aggirare lo stesso
sistema.
In
conclusione, sorprende e preoccupa l’ignoranza di personaggi politici che, pur
avendo un grande peso sugli andamenti dei mercati finanziari e sull’ economia
globale, non abbiano la minima conoscenza del reale funzionamento dei sistemi
monetari e permettano alla finanza speculativa di ammaliarci con una propaganda
orientata solo ed esclusivamente ai propri interessi.
Ma, cosa ancora più preoccupante, pensano di istituire monete digitali
che possono mettere in serio rischio la libertà dei loro cittadini.
Con
queste premesse ci auguriamo che la politica possa arricchirsi, al più presto,
di nuove competenze e di una nuova etica rivolta in primis al bene dei Popoli e
meno all’interesse
illegittimo e criminogeno degli avventurieri e speculatori globali.
NOTE:
(milanofinanza.it/news/cos-e-la-criptovaluta-e-come-funziona-le-domande-e-le-risposte-di-base-202112152104559386)
(adnkronos.com/economia/criptovaluta-rally-bitcoin-trump-oggi_7br6M1x6BXIdhLoxpNk91d)
(consob.it/web/investor-education/criptovalute)
(ilsole24ore.com/art/trump-studia-sua-stablecoin-arriva-concorrente-dollaro-AG1dDVJB).
La
moneta bancaria è la causa principale
delle
crisi del debito e delle crisi finanziarie.
Economiaepolitica.it
- Enrico Grazzini – (2 Settembre 2024) – ci dice:
Esistono
tre tipi fondamentali di moneta: la moneta bancaria, creata dalle banche
commerciali; le monete metalliche e le banconote, moneta legale;
e la
moneta riserva delle banche commerciali utilizzata per i pagamenti
interbancari.
La banca centrale crea moneta dal nulla
(moneta fiat) moneta di riserva solo ed esclusivamente per le banche
commerciali e queste ultime creano moneta dal nulla (moneta bancaria) solo e
esclusivamente per l’economia reale e finanziaria, ovvero per le imprese, gli
individui e gli enti pubblici.
I due
circuiti – quello di banca centrale e quello delle banche commerciali – sono
separati ma collegati.
Solo
le banche commerciali hanno il privilegio di avere un conto corrente presso la
banca centrale e di ottenere moneta legale di prima emissione:
il pubblico – cittadini/e, imprese, enti
pubblici – non ha accesso diretto alla moneta di banca centrale e alla moneta
legale (moneta
sicura perché coperta dallo Stato).
Circa
l’80-90% della moneta che circola nell’economia reale è moneta bancaria.
Il
resto sono (oltre che le monete spicciole per le piccole spese) banconote
emesse dalla banca centrale:
tuttavia
per avere le banconote di moneta centrale occorre avere prima un conto
bancario.
Infatti la banca centrale non emette banconote
direttamente per il pubblico. Quindi tutte le monete che circolano
nell’economia reale e nell’economia finanziaria hanno in qualche modo origine
solo ed esclusivamente nel sistema bancario.
La
banca commerciale crea moneta bancaria dal nulla quando concede un credito:
la
moneta creata dalla banca è moneta scritturale, ovvero la banca segna all’attivo il credito che il creditore dovrà
restituire con l’interesse e segna al passivo il deposito bancario creato per
il cliente.
(Purtroppo
per noi cittadini la banca segna all’attivo nel bilancio bancario l’importo
creato di “moneta fiat” ma questo non accade al momento della creazione, ossia
al momento che la moneta flat entra
subito - quale utile bancario- nel patrimonio della banca stessa. N.D.R)
Le due
caratteristiche fondamentali della moneta bancaria in regime privatistico sono
che
1) essa è emessa come moneta-credito e quindi
entra sempre nell’economia come moneta-debito;
2) e che è money-for profit.
La
moneta bancaria corrisponde sempre a un debito che deve essere ripagato con
interesse ed è emessa sempre per accumulare altra moneta, cioè per un profitto
monetario.
Le
banche commerciali hanno l’autorizzazione da parte dello Stato a convertire la
loro moneta privata – i depositi bancari derivati da un contratto privato – in
moneta legale, in banconote.
Così
la moneta bancaria diventa moneta legale, moneta di Stato.
La
differenza tra la moneta bancaria (deposito bancario) e le banconote è che
sulle prime si paga un interesse mentre sulle banconote non si paga alcun
interesse.
Dagli
anni 80 in poi, dopo la fine di Bretton Woods e poi con gli accordi di
Maastricht, è stata decisa politicamente la liberalizzazione del sistema
bancario:
in Europa le banche pubbliche sono state per
la quasi totalità privatizzate e le banche commerciali operano in regime
competitivo per il massimo profitto e il massimo rendimento azionario per gli
azionisti, come qualsiasi altra azienda privata.
(Ma un’azienda privata non può crearsi “moneta fiat
propria” da offrire alla banca in pagamento di un credito bancario.N.D.R.)
Questo
ha comportato la completa privatizzazione dell’emissione monetaria per
l’economia.
Dagli
anni 80 in poi, dopo la fine di Bretton Woods e poi con gli accordi di
Maastricht, le banche centrali sono gradualmente diventate “indipendenti”:
fissano in autonomia il tasso di interesse, non dipendono più dal governo e dal
Ministero del Tesoro e non sono tenute a coordinarsi con le politiche fiscali
condotte dal governo.
Inoltre, di fatto o di diritto, è stata
proibita la “monetizzazione” dei debiti pubblici, cioè l’acquisto dei titoli
pubblici direttamente dalla banca centrale nazionale sul mercato primario con
emissione di nuova moneta.
Così è
stata sostanzialmente eliminata l’emissione nell’economia reale di moneta
pubblica – ovvero di moneta da non restituire con interesse al settore bancario
– e il rendimento sul debito pubblico è deciso principalmente dai mercati.
In
pratica, con la fine degli accordi di Bretton Woods, gli Stati hanno ceduto
alle banche commerciali la gestione del sistema monetario, almeno per quanto
riguarda la moneta che circola nell’economia reale e finanziaria.
Le
banche private autorizzate a creare moneta operano come tutte le altre aziende
private in regime di competizione:
devono
dunque fare il maggiore numero di profitti nel più breve tempo possibile
altrimenti vengono mangiate o spariscono dal mercato.
Non a
caso i fenomeni di concentrazione e di gigantismo sono molto marcati nel
settore bancario.
La
banca commerciale ricava una rendita da signoraggio per la creazione della
moneta, e questa rendita grava sull’economia.
Infatti
la moneta bancaria è essenzialmente moneta-bit, ha un costo tendenziale pari a
zero, può dunque essere creata all’infinito e genera un reddito molto superiore
al suo costo.
Oltre
che dal signoraggio, le banche ottengono dei ricavi dalle loro altre attività:
gestione del sistema dei pagamenti, selezione del merito di credito dei
richiedenti prestiti, commissioni, trading, ecc.
In
generale i crediti aumentano per soddisfare la richiesta crescente di liquidità
da parte delle aziende, delle famiglie, degli enti pubblici e del settore
finanziario.
Ma,
dal momento che la moneta bancaria – ovvero la moneta-debito – viene a sua
volta prestata, e quindi diventa debito su debito, e viene prestata anche e
soprattutto al settore finanziario – che opera prevalentemente a leva, ovvero
con debito –, anche a causa degli interessi composti, il debito nell’economia cresce
normalmente in progressione geometrica.
Il
debito complessivo non solo aumenta in progressione geometrica ma cresce anche
in misura tale che non può essere ripagato dal reddito derivato alla produzione
reale.
In
generale l’economia reale tende infatti a crescere in misura più graduale
rispetto ai debiti, come si mostra in un grafico.
Il gap tende a allargarsi nel tempo. La moneta bancaria genera dunque
debiti che per loro natura non possono essere ripagati, e quindi la moneta
bancaria genera crisi.
La
moneta-debito tende a crescere più dell’economia perché il core-business delle
banche è creare moneta e quindi in un regime competitivo si afferma la
propensione a creare moneta in eccesso nel tentativo di fare più profitti
possibile (soprattutto nei periodi di boom e di euforia).
Ne
deriva che in un regime di concorrenza per il massimo profitto la creazione
della moneta tende spontaneamente a essere superiore alle necessità e alla
crescita dell’economia reale, e a essere inflazionata.
La
possibilità delle banche commerciali di creare moneta porta alla tendenziale
sovrapproduzione di moneta bancaria non accompagnata dalla produzione di valori
reali.
Il
sistema bancario nei periodi di boom tende a creare moneta in eccesso non solo
per l’economia produttiva ma soprattutto per la finanza e il settore
immobiliare: questi sono infatti i settori che dal punto di vista della singola
azienda-banca sono i più profittevoli nel breve e medio periodo.
Invece
gli investimenti produttivi offrono margini incerti e solo nel lungo e medio
periodo.
Le
banche commerciali spinte dalla esasperata ricerca competitiva del profitto a
breve termine sono portate tendenzialmente a allocare molto più credito nei
settori non produttivi dell’economia, e così inevitabilmente gonfiano i mercati
finanziari e immobiliari.
Nei mercati finanziari il rendimento
potenziale è commisurato al rischio:
i maggiori rendimenti si hanno quando i rischi
di perdita sono maggiori.
Nella
competizione per il massimo profitto le banche tendono a cercare rendimenti
sempre più elevati correndo sempre maggiori rischi, e così provocano crisi.
Il
settore finanziario può creare titoli all’infinito, ovvero senza corrispettivo
nell’economia reale, grazie ai titoli derivati.
Quindi all’eccesso di moneta corrisponde un
eccesso di titoli e all’eccesso di titoli corrisponde un eccesso di
moneta-debito:
nella
finanza la moneta debito si trasforma facilmente in moneta-scommessa.
I
derivati sono essi stessi una forma di moneta-scommessa, ovvero di capitale
fittizio, di moneta spuria.
Non è
tanto e solo l’aumento del credito – e quindi del debito – a provocare le
crisi. Il problema è che il credito viene allocato soprattutto e in maniera
crescente nella finanza.
Da qui
il fenomeno della finanziarizzazione.
I
crediti bancari attualmente vengono per gran parte impiegati per scopi
speculativi, ovvero per finanziare passaggi di proprietà di titoli e di
immobili che esistono già, e che vengono trasferiti da un proprietario
all’altro senza creazione di valore reale.
Dalla
metà degli anni ’80 in poi – in coincidenza con la deregulation e la fine dei
controlli amministrativi nel settore bancario – è decollato il mercato dei
mutui immobiliari.
In pratica gran parte dei finanziamenti
bancari serve a trasferire la proprietà di beni già esistenti.
Questo fenomeno è facilitato dal fatto che la
singola banca considera le proprietà già esistenti come valido collaterale,
ovvero come garanzia per il credito erogato.
Si
comprano case già costruite per rivenderle a maggiore prezzo; si comprano
titoli per rivenderli a prezzo maggiorato.
Per esempio le banche finanziano le scalate a
società che, una volta acquisite, vengono fatte a pezzi per “estrarre valore”,
ossia vengono rivendute con possibili plusvalenze per i finanzieri.
Ma la speculazione non dà valore aggiunto
all’economia reale.
Il gioco speculativo si basa sul debito e ha
l’effetto di aumentare i prezzi degli asset immobiliari e finanziari.
Così crescono le bolle finanziarie e immobiliari.
L’aumento
dei prezzi dei titoli e degli immobili attira nuovi investimenti e provoca
ulteriori aumenti dei prezzi in una crescita a spirale.
Le plusvalenze e gli interessi guadagnati
dalla finanza tendono infatti a essere reinvestiti in gran parte nella finanza
stessa (certamente non sono per la maggiore parte impiegati in nuovi
investimenti produttivi o in nuovi consumi) e così il settore finanziario si
gonfia in progressione geometrica.
Quando
improvvisamente si scopre che alcune classi di titoli sono fortemente
sopravvalutate a causa della speculazione allora le crisi precipitano:
allora
la moneta-debito e la moneta-scommessa investita in quei titoli non può più
essere onorata.
Per
tentare di pagare i debiti le società finanziarie e le banche sono costrette a
smobilizzare subito i loro titoli svendendoli e provocandone una brusca
diminuzione di valore.
Crolla la lunga catena dei debiti e crollano i
titoli corrispondenti.
Per
bilanciare le perdite, le banche sono costrette a chiedere l’immediato rientro
dai debiti e a contrarre il credito:
ne risulta che la moneta scompare
improvvisamente nell’economia reale e in quella finanziaria, e che per mancanza
di liquidità e di potere d’acquisto l’attività produttiva viene congelata.
Il
difetto genetico della privatizzazione del sistema monetario – ovvero della
moneta bancaria for profit – è che è strutturalmente pro-ciclica:
viene
ritirata dall’economia reale proprio quando ce ne sarebbe più bisogno,
semplicemente perché nella crisi scompaiono le prospettive di profitto.
Le
recessioni derivano dal fatto che in generale e per sua natura la moneta
bancaria scompare nell’economia reale quando i debiti vengono saldati.
Il paradosso della moneta-debito è che se
tutti i debiti venissero saldati l’economia crollerebbe per totale mancanza di
liquidità.
Questo
è un difetto genetico della moneta-debito:
la
moneta appare e scompare nell’economia in coincidenza con i cicli creditizi e
finanziari invece di circolare sempre come mezzo di pagamento e garantire
continuità alle attività produttive.
Nelle
crisi deve intervenire la banca centrale a fornire liquidità al sistema
bancario con l’immissione di grandi quantità di moneta di banca centrale.
Ma,
come abbiamo visto, la moneta di banca centrale non entra nell’economia reale.
Quindi
le banche centrali possono salvare le banche commerciali dalla crisi ma non
l’economia reale.
Nell’economia reale si verifica invece
contemporaneamente una contrazione della liquidità:
i debitori cercano di sdebitarsi e così fanno
sparire la moneta dal circuito dell’economia produttiva.
Il
congelamento del credito comporta il blocco della produzione e questo comporta
la riduzione dei consumi e degli investimenti.
A quel
punto si innesca la spirale della crisi nell’economia reale e questa spirale
può essere fermata solo con l’immissione di nuova moneta pubblica (spesa
pubblica) per finanziare gli investimenti e i consumi.
Da
questa analisi risulta con evidenza che la moneta bancaria – ovvero la
moneta-credito emessa per profitto, che diventa subito moneta-debito e poi, con
la finanza, anche moneta-scommessa – è geneticamente e strutturalmente il
principale fattore delle crisi del debito e delle crisi finanziarie e recessive
che scuotono ciclicamente e con violenza il sistema economico.
Si dimostra che la privatizzazione del sistema
monetario non fa bene all’economia e alla società.
Da qui
la necessità che per superare le crisi lo Stato si riappropri della sovranità
monetaria:
lo
Stato dovrebbe emettere moneta pubblica, per esempio grazie alla monetizzazione
dei titoli di debito pubblico sul mercato primario da parte della banca
centrale.
La
monetizzazione del debito pubblico era comune nei Trenta Gloriosi (1945- 1975)
ovvero nel periodo di maggiore sviluppo del capitalismo e nel periodo in cui le
crisi bancarie erano sostanzialmente inesistenti o comunque limitate ai singoli
istituti.
La
moneta pubblica può essere spesa per investimenti pubblici e, grazie al
moltiplicatore keynesiano, ha effetti benefici su tutta l’economia.
La moneta pubblica non è moneta-debito, non deve
essere restituita e non genera interessi, rimane sempre nel circuito
dell’economia reale, non viene ritirata come debito e dunque non genera crisi
di liquidità.
Il
sistema monetario è considerato sul piano scientifico un bene cosiddetto
“pubblico” – ovvero è un bene non esclusivo e “non rivale” (infatti se è usato
contemporaneamente da molti non si consuma ma accresce il suo valore) – e
quindi andrebbe trattato come tale.
In
quanto bene pubblico, per funzionare in maniera efficiente e equilibrata, il
sistema monetario non dovrebbe essere completamente privatizzato e essere
gestito esclusivamente dai privati.
Per
evitare la crescita insostenibile dei debiti e le conseguenti violenti crisi
finanziarie occorrerebbe separare la creazione di moneta (bene pubblico) dal
credito (attività privata o pubblica).
Le
banche private tendenzialmente non dovrebbero creare moneta perché creano
moneta-debito, perché nella ricerca esasperata del profitto sono portate
inevitabilmente a crearne in eccesso, e quindi a generare speculazione e crisi.
Le
banche alla ricerca del profitto sono portate a allocare moneta
prioritariamente nei settori improduttivi, nella finanza fine a sé stessa e
nell’immobiliare.
Le
riforme del sistema monetario e bancario dovrebbero dunque tendere a abolire o
a diminuire drasticamente la creazione di moneta bancaria.
In
linea di principio lo Stato attraverso la sua banca centrale dovrebbe creare
moneta pubblica, ovvero moneta debt-free e no-profit.
Sempre
in linea di principio, le banche, sia private che pubbliche, dovrebbero invece
operare non come creatrici di moneta ma come intermediari tra risparmio e
investimenti (narrow banking).
Le due
funzioni andrebbero distinte.
L’emissione
monetaria e il sistema dei pagamenti (beni pubblici) andrebbero gestiti in
ambito pubblico, mentre il credito e la finanza sono ambiti privati.
Questa
è anche l’opinione di alcuni economisti, come “Martin Wolf”, capo editorialista
del “Financial Times”.
“Il
nostro sistema finanziario è così instabile perché lo Stato prima gli ha
permesso di creare quasi tutta la moneta nell’economia e poi perché è stato
costretto a garantirlo mentre svolgeva quella funzione.
Si
tratta di un buco enorme nel cuore delle nostre economie di mercato.
Si potrebbe chiudere separando l’offerta di
moneta, che è propriamente una funzione dello Stato, dall’offerta di
finanziamenti, una funzione del settore privato.
Questo
non accadrà ora. Ma occorre ricordare questa possibilità.
Quando arriverà la prossima crisi – e
sicuramente arriverà – dobbiamo essere pronti.”
Una
alternativa a questa tesi è che le banche dovrebbe eventualmente essere
autorizzate a creare moneta solo in vista del potenziamento delle attività
produttive e non per attività speculative e immobiliari.
Se le banche non potessero più creare moneta
dal nulla e a costo zero da impiegare nella finanza si eviterebbe il
gonfiamento dei debiti e della finanza autoreferenziale, e le crisi finanziarie
e economiche sarebbero fortemente limitate se non completamente eliminate.
La
Prova che ci Riproveranno.
Conoscenzealconfine.it
– (19 Dicembre 2024 )- Redazione - Enzo Di Frenna - ci dice
Igor
Kirillov: “l’America prepara una nuova pandemia che partirà dai suoi bio
laboratori in sud Africa”.
La CIA
americana (quindi i Rothschild) ha coordinato un killer uzbeko, addestrato
dagli ucraini (quindi NATO dei Rothschild), per uccidere il tenente colonnello
russo Igor Kirillov che indagava sui nuovi virus pandemici potenziati dagli americani.
Era a
capo del dipartimento armi biologiche e di recente aveva denunciato in una
conferenza stampa che “l’America prepara una nuova pandemia che partirà dai
suoi bio laboratori in sud Africa”.
Cosa
altro aveva scoperto Kirillov di così pericoloso?
Perché
la CIA ha dovuto infiltrare un assassino in Russia per ucciderlo?
È lo
stesso omicidio altamente rischioso in territorio nemico a farci capire che il
“Nuovo Ordine Mondiale” dei Rothschild prepara una nuova emergenza sanitaria
globale e aspetta solo il momento propizio per scatenarla.
Kirillov
si era avvicinato troppo al piano del “Nemico Malvagio”, alle sue
nanotecnologie iniettabili, e Putin avrebbe ordinato delle rapide contro mosse.
Ora il valoroso militare è morto e i nemici
sono ancora all’opera.
(Enzo
Di Frenna)
(t.me/enzodifrenna).
Moneta
privatizzata:
analisi
e alternative.
Lafionda.org – (7 Ott. 2023) - Enrico Grazzini – ci dice:
Questo
articolo ricapitola le tesi dell’autore sul tema della moneta svolte nel suo
testo Il fallimento della moneta (Fazi 2023), testo di sicura attualità ed
efficacia, nel contesto di crisi attuale che vede riproporsi tutti i problemi
che i decisori politici avevano promesso di sanare più di dieci anni fa –
ovviamente non hanno fatto nulla (nota della Redazione).
La
moneta viene creata dalle banche commerciali ma la privatizzazione del denaro
genera debito e crisi.
Perché
è necessario emettere una moneta digitale pubblica e libera dal debito.
Da
dove nasce la moneta?
Chi
crea il denaro?
La grande maggioranza dell’opinione pubblica e
anche molti economisti credono che la moneta sia creata dallo Stato o dalla sua
banca centrale, e che sia “neutrale”, che cioè sia emessa dalle autorità
pubbliche a beneficio, almeno in linea di principio, di tutti i cittadini e di
tutti gli operatori economici.
Non è
così.
Pochi
sanno che circa il 95% della moneta che normalmente utilizziamo viene creata ex
nihilo dalle banche commerciali, e viene creata per il loro profitto.
La
moneta dunque non è neutrale.
In
effetti le banche centrali per conto dello Stato emettono banconote e monete
che valgono solo per le piccole spese quotidiane, cioè per il 5% circa del
valore totale delle transazioni.
Il denaro vero è creato dalle banche – che,
nella stragrande maggioranza, almeno in Occidente (ma non in Cina, per esempio)
sono banche private.
Le
banche commerciali non si limitano a prestare il denaro che i risparmiatori
depositano: creano moneta dal nulla.
Come
hanno dichiarato ufficialmente Bank of England, Bundesbank e la FED, le banche
creano esse stesse moneta ogni qualvolta concedono un credito ai loro clienti
(per es.: per mutui, credito al consumo, per i pagamenti a fornitori e
dipendenti, ecc).
È Bank
of England (boe), la più antica banca centrale del mondo, che ci spiega
autorevolmente da chi e come viene creata la maggior parte della moneta:
La
realtà di come viene creato il denaro oggi differisce dalla descrizione che si
può trovare in alcuni libri di testo di economia:
le
banche non prestano soldi risparmiati e depositati dalle famiglie ma creano
loro stesse i depositi con i loro prestiti.
Ogni
volta che una banca fa un prestito genera immediatamente un deposito di valore
corrispondente nel conto bancario del debitore creando così nuovi soldi.
Le
banche creano moneta e sono “proprietarie” del denaro:
ma non
si tratta né di un complotto né di manovre particolarmente sofisticate.
Il meccanismo di creazione del denaro è di una
semplicità disarmante.
Quando
concede un prestito, nel suo bilancio la banca segna al passivo la moneta che crea
dal nulla a
favore del cliente e segna all’attivo la stessa cifra prestata al cliente,
cifra che questi dovrà restituire con gli interessi.
La
moneta bancaria privata è quindi una pura creazione contabile, ma è anche
moneta spendibile e convertibile immediatamente in moneta legale.
Questa
è la vera magia della moneta bancaria:
l’impresa
privata bancaria ha il privilegio unico ed esclusivo concesso dallo Stato di
emettere moneta privata (ovvero una semplice “promessa di pagamento”)
convertibile subito in moneta legale, ovvero in banconote che tutti devono per
legge accettare, e che quindi sono accettate da tutti.
La
magia del denaro consiste in questo:
il
potere pubblico ha concesso alle banche di deposito l’enorme privilegio di
potere convertire immediatamente la moneta privata emessa dalle banche in
moneta legale, ovvero in moneta di Stato e garantita dallo Stato.
Il
cliente che ha ricevuto il prestito da una banca, cioè da un ente privato, può
andare al bancomat e ritirare le banconote di Stato.
Non è una cosa da poco.
Facciamo
un esempio:
lo
Stato italiano accetta che la banca XY – controllata magari da azionisti arabi,
cinesi o americani – decida per conto suo e per il suo profitto di fare un
prestito a Pinco Pallino e accetta anche che questo prestito possa convertirsi
in banconote con valore legale, cioè con una moneta che lo Stato stesso deve
garantire.
La garanzia dello Stato è credibile grazie
alle imposte riscosse ogni anno dai contribuenti.
È
chiaro che questa “cessione di sovranità monetaria” alle banche private non è
di poco conto.
Banconote
a parte, la moneta che entra nell’economia reale, e anche in quella
finanziaria, è emessa dalle banche commerciali per il loro profitto, ovvero per
valorizzare il capitale degli azionisti: money-for-profit.
Le
banche sono aziende private come le altre ma sono autorizzate dallo Stato a
creare denaro e a prestarlo dietro interesse.
Quindi su tutta la moneta che utilizziamo, a
parte le banconote, paghiamo un interesse al sistema bancario.
Quando restituiamo alle banche il denaro
prestato dalle banche, la moneta scompare dall’economia.
La
moneta bancaria è moneta digitale che viene creata con il computer in forma di
bit e che ha costi tendenzialmente pari a zero:
non
costa nulla ma può procurare grandi profitti e un enorme potere perché con la
moneta si può acquistare tutto e, in un certo senso, anche la politica, o il
consenso elettorale.
La
regola basilare della creazione della moneta è che le banche centrali creano
moneta solo ed esclusivamente per le banche commerciali sotto forma di riserve
bancarie:
solo
queste ultime invece sono autorizzate a creare moneta per i cittadini, le
imprese e l’amministrazione pubblica.
Anche le banconote, che formalmente sono
create dalla banca centrale per tutto il pubblico, vengono distribuite al
pubblico solo dalle banche commerciali, e quindi, in un certo senso, sono
moneta bancaria:
bisogna
infatti avere un conto bancario per ritirare il contante di prima emissione.
Solo
le banche possono avere dei conti correnti presso le banche centrali;
e le
banche centrali creano moneta legale solo per le banche commerciali:
lo
scandalo è che i cittadini e gli operatori economici, lo Stato e le
amministrazioni pubbliche sono escluse dai processi di creazione e
distribuzione primaria di moneta.
Le
banche centrali creano con il computer per le banche commerciali riserve
monetarie per i pagamenti interbancari:
ma il sistema monetario di banca centrale
costituisce un sistema chiuso riservato solo agli istituti di credito.
Pochi
lo sanno ma, a parte le banconote, la moneta di banca centrale non entra mai
nell’economia reale e finanziaria.
La banca centrale emette moneta solo per le
banche private e pubbliche:
inoltre
fissa il prezzo di riferimento della moneta – il tasso centrale di interesse –
e così fa politica monetaria.
Tuttavia solo le banche commerciali possono
creare e distribuire moneta per l’economia reale al prezzo che ogni singola
banca decide per la sua clientela.
Il
controllo effettivo sulla moneta che utilizziamo normalmente è quindi
sostanzialmente nelle mani del settore privato, dei mercati, delle oligarchie
bancarie.
Le
banche centrali cercano di mantenere stabile il valore della moneta manovrando
il tasso di interesse ma sono largamente impotenti di fronte alle dinamiche dei
mercati.
Intervengono soprattutto per tamponare a
posteriori le crisi: ma nessuno è in grado di controllare i mercati globali.
A
parte la possibilità di “battere moneta”, per il resto le banche commerciali
sono imprese come tutte le altre:
infatti, come le altre aziende, nel sistema
competitivo caratteristico del capitalismo le banche corrono per massimizzare i
profitti e per incrementare il valore delle loro azioni.
Le
maggiori banche commerciali sono quotate in borsa e, come tutte le imprese
private, possono essere comprate e vendute, possono essere scalate, fondersi
con le altre banche o anche, naturalmente, fallire (e poi magari essere salvate
con i soldi dello Stato, cioè dei contribuenti).
Le
banche sono la “fabbrica” della moneta che è un bene pubblico ma, ovviamente,
come tutte le imprese private, lavorano per il beneficio dei loro azionisti.
Gli
azionisti generalmente sono società finanziarie internazionali di varia
origine: società americane, inglesi, francesi, arabe, giapponesi, o con sede
alle Cayman, o cinesi, o svizzere o norvegesi o del Lussemburgo, o quant’altro.
Ne
consegue che le banche non lavorano per il benessere della società e della
nazione.
La
moneta delle banche viene emessa semplicemente per fare profitto.
Il
problema è che la moneta bancaria è sempre emessa sotto forma di credito:
dunque entra nell’economia sempre e solo come debito da ripagare con gli
interessi.
Ma un’economia fondata sul debito è destinata
al fallimento.
Il peccato
mortale della moneta bancaria è dunque che essa è sempre moneta-debito e quindi
pesa sempre sull’economia reale.
La moneta bancaria, che nasce come moneta-debito,
viene sua volta prestata (vedi per es. il mercato delle obbligazioni).
Così, anche per effetto degli interessi
composti, i debiti crescono automaticamente in progressione geometrica e più di
quanto cresce il PIL, ovvero più di quanto crescono i redditi per ripagarli.
Più
aumenta la massa monetaria e più ancora aumenta il debito.
Questo
regime monetario fondato sul debito e sulla competizione per il massimo
profitto porta dunque a un indebitamento insostenibile e al fallimento.
Il
finaz. capitalismo è caratterizzato da una legge generale:
la
crescita dei debiti totali – privati e pubblici – è superiore alla crescita
della massa monetaria (cioè, in gergo, alla crescita degli aggregati monetari
M1 e M2) e del pil, cioè della produzione totale annuale di una nazione.
Un grafico
realizzato dalla banca centrale americana, la Federal Reserve, è molto
chiaro a riguardo.
L’aggregato monetario M1 comprende le
banconote, le monete in circolazione e gli attivi finanziari che possono
svolgere immediatamente e alla pari il ruolo di mezzo di pagamento, ossia i
depositi in conto corrente bancari e postali.
L’aggregato
M2 comprende M1 e altri attivi finanziari a liquidità elevata ma la cui
conversione in M1 può essere soggetta a qualche restrizione (per esempio la
necessità di un preavviso, delle penalizzazioni o delle commissioni).
Secondo la definizione della Banca Centrale
Europea (bce), M2 comprende i depositi con scadenza prestabilita fino a due
anni e i depositi rimborsabili con preavviso fino a tre mesi.
La
moneta di base mostrata nel grafico è la moneta di banca centrale, ossia (come
vedremo) le riserve e le banconote, la moneta legale, che, come si vede,
costituisce una piccola parte rispetto agli aggregati monetari costituiti dai
depositi bancari.
Il problema è che se il debito totale cresce
strutturalmente più della massa monetaria (M2) e del PIL (in inglese GDP, Gross
National Product), allora cresce più dei redditi necessari per coprire i
debiti.
Diventa
impossibile ripagare i debiti.
Secondo
l’autorevole “Institute of International Finance “il debito globale sia privato
che pubblico è salito a un livello record raggiungendo oltre il 300% del pil
globale.
Sarà assolutamente impossibile restituire i
debiti;
e è anche molto difficile restituirne anche
solo una parte.
Se poi il debito venisse restituito
integralmente alle banche, l’economia paradossalmente si fermerebbe
completamente per mancanza di moneta.
Più i debiti vengono restituiti più si sottrae
moneta all’economia, e allora questa entra in recessione per carenza di domanda
e di potere di acquisto.
In
tale modo uscire dalle crisi diventa impossibile senza l’introduzione di una
moneta pubblica priva di debito.
Il
mestiere del banchiere, come spiega ironicamente il grande economista americano
“Hyman Minsky”, è essenzialmente quello di “indebitare i clienti”.
Più le
banche fanno credito-debito più fanno business, e quindi sono tendenzialmente
portate a fare più credito/debito possibile, soprattutto nei periodi di boom.
Il credito è ovviamente fondamentale per lo
sviluppo dell’economia e il progresso della società.
Ma la
privatizzazione del sistema monetario – che invece è e dovrebbe essere un bene
pubblico – oltre alla crescita insostenibile del credito/debito comporta molte
altre conseguenze negative che approfondisco nel mio saggio intitolato
”Il fallimento della moneta” (Fazi editore).
Le
banche offrono un servizio indispensabile per la società:
offrono credito a chi se lo merita mediante un
attento processo di selezione.
Senza
il credito affidato a chi intraprende e svolge attività produttive, l’economia
e la società non possono funzionare.
In
teoria la retribuzione dei banchieri dovrebbe essere corrispondente al loro
lavoro, e dunque alle attività legate a questo processo di selezione e
valutazione del merito creditizio;
ma in
pratica a questa retribuzione si aggiunge la rendita legata al monopolio sulla
creazione di moneta, ovvero la rendita derivata da quella che Keynes chiamava
«la scarsità artificiale della moneta».
Questa rendita si chiama “signoraggio”.
Il
signoraggio è una tassa che viene normalmente pagata alle banche dai debitori
in aggiunta al corrispettivo dovuto per le attività professionali dei
banchieri.
Il prezzo del credito è quindi sempre
maggiorato dalla rendita che il sistema bancario e le singole banche ricevono
grazie al potere esclusivo di creare moneta. Afferma Keynes:
Oggi
l’interesse non rappresenta il compenso di alcun sacrificio genuino, come non
lo rappresenta la rendita della terra.
Il
possessore di capitale può ottenere l’interesse perché il capitale è scarso,
proprio come il possessore della terra può ottenere la rendita perché la terra
è scarsa.
Ma,
mentre vi può essere una ragione intrinseca della scarsità della terra, non vi
sono ragioni intrinseche della scarsità del capitale…
Considero perciò l’aspetto del capitalismo
caratterizzato dall’esistenza del redditiero come una fase di transizione
destinata a scomparire quando esso avrà compiuto la sua opera.
E con
la scomparsa del redditiero molte altre cose del capitalismo subiranno un
mutamento radicale.
Keynes
prevedeva
che il signoraggio sarebbe diventato superfluo a causa della sopravveniente
abbondanza del capitale e della corrispondente caduta del tasso di interesse,
fattori che avrebbero provocato l’eutanasia del rentier, ovvero la scomparsa
della rendita finanziaria.
In questo senso Keynes si dimostra un
rivoluzionario radicale perché credeva ottimisticamente che l’economia liberale
grazie alla guida pubblica politicamente illuminata potesse evolversi
gradualmente e pacificamente verso una società più egualitaria e di piena
occupazione, una società senza rendite.
Il
presupposto fondamentale per lo sviluppo della società è, secondo Keynes,
proprio la fine della rendita monetaria legata alla «scarsità artificiale della
moneta».
Per Keynes:
Potremmo
dunque in pratica mirare, poiché non vi è nulla di tutto questo che sia
irraggiungibile, a un aumento del volume di capitale finché questo non sia più
scarso, così che l’investitore senza funzioni [il rentier, il redditiero, il
finanziere – nda] non riceva più un premio gratuito, e potremmo mirare ad un
sistema di imposizione diretta tale da consentire che l’intelligenza e la
determinazione e la capacità direttiva del finanziere, dell’imprenditore et hoc
genus omne [traduzione: e tutto questo genere di persone, di capitalisti –
nda], i quali certamente amano tanto il loro mestiere che il loro lavoro
potrebbe ottenersi ad assai minor prezzo che attualmente, siano imbrigliate al
servizio della collettività, a condizioni ragionevoli di compenso.
Il
prezzo del credito applicato dalle banche comprende quindi non solo il lavoro
del banchiere ma la rendita derivata dal monopolio della moneta:
esso è
quindi sempre un “prezzo esagerato”, una sorta di tassa implicita e nascosta
che grava sulle imprese, le famiglie e gli enti pubblici.
Il credito bancario ha dunque una natura
ambigua:
alimenta
le attività produttive e genera ricchezza, ma contemporaneamente trasferisce la
ricchezza dal debitore al redditiero, e quindi frena il processo di
accumulazione del settore industriale.
Ma il
signoraggio bancario non è certamente l’unico problema del money-for-profit.
La
corsa cieca e competitiva per il massimo profitto nel più breve tempo possibile
fa crescere enormemente le diseguaglianze di ricchezza, alimenta i colossi
dell’industria fossile, è pro-ciclica (cicli di boom and burst), gonfia i
mercati finanziari e immobiliari, nutre la speculazione e è all’origine delle
frequenti e violente crisi finanziarie che sconvolgono la società provocando
povertà e disoccupazione.
Non a caso l’Occidente è sempre sull’orlo di
una nuova grave crisi finanziaria.
Il
capitale finanziario nei periodi di euforia crea montagne di titoli, moltiplica
i valori fittizi rispetto all’economia reale e si alimenta di nuove scommesse;
nel
tentativo di guadagnare moneta dalla moneta la finanza non finanzia più tanto
le attività produttive, ma le scommesse.
Il mercato diventa così caotico e incerto,
autoreferenziale e volubile, una sorta di casinò – come lo definiva la
britannica” Susan Strange”.
Il surplus di capitale moltiplica a dismisura
i titoli finanziari nei periodi di boom per soddisfare l’appetito insaziabile
di utili e plus valente da parte del capitale.
Il debito, cioè il cosiddetto “effetto leva”
alimenta le scommesse speculative. Tuttavia diventa impossibile realizzare
tutto il capitale creato sulla carta, ossia trasformare il “capitale fittizio”
(come lo chiamava “Karl Marx”) in valore reale.
Il valore nominale dei titoli derivati – che
non sono altro che pure scommesse su scommesse – raggiunge oltre 10 volte il
PIL mondiale.
Alla fine, la catena dei debiti si spezza.
I mercati precipitano improvvisamente nella
crisi perché i titoli sono in eccesso rispetto ai valori reali:
e
quando tutti fuggono precipitosamente dai mercati finanziari e cercano di
trasformare i loro titoli in liquidità, in denaro vero, il capitale fittizio si
brucia in pochi giorni trascinando nella crisi il sistema bancario e la
società.
In
ultima analisi, sono la privatizzazione della moneta, la leva dei debiti,
l’avidità dei più ricchi e la spinta ad accumulare sempre più soldi al di là di
ogni possibile limite a provocare le crisi.
Il sistema di “finanz. capitalismo”, come lo
chiamava Luciano Gallino, porta così al fallimento dell’economia produttiva e
della pacifica convivenza sociale.
I
mercati globali della finanza sono per loro natura caotici e gettano l’economia
produttiva, le nazioni e il lavoro nella costante incertezza.
La finanza privata apre un abisso tra debitori
e creditori, e alimenta i conflitti e le guerre.
I
mercati finanziari dominano sugli Stati: così le istituzioni democratiche
vengono svuotate della loro sostanza.
Le crisi sono il terreno di cultura di
crescenti conflitti sociali che alimentano a destra il populismo e forme
fascistoidi e nazionalistiche di reazione alla crisi globale (come nel caso
della Lega di Salvini o del Tea Party Movement negli USA), e a sinistra
movimenti popolari di rivolta (pensiamo per esempio a Occupy Wall Street, o,
per certi aspetti, a Syriza, Podemos, o al Movimento 5 Stelle in Italia) che cercano di ottenere riforme
radicali del regime politico e finanziario.
Per
superare questo sistema ingiusto e insostenibile nel mio saggio propongo che la
nuova moneta digitale – ovvero la moneta che sostituirà almeno in parte le
banconote, e che le banche centrali di tutto il mondo stanno attualmente
studiando e sperimentando – venga gestita come un bene pubblico e non venga
amministrata dai privati.
La
nuova moneta digitale di banca centrale è già stata lanciata in Cina e verrà
introdotta anche nell’eurozona nel giro di due o tre anni:
con
essa si apre finalmente la possibilità – peraltro oggi fortemente e duramente
contrastata dalle banche commerciali – che i cittadini, le imprese e le
amministrazioni pubbliche possano aprire dei conti correnti in banca centrale e
possano quindi ottenere direttamente moneta digitale legale, ovvero la forma
monetaria che – come la banconote – è la più sicura di tutti perché la banca
centrale non può mai fallire.
La
funzione monetaria (che è di interesse pubblico) deve essere separata dalla
funzione creditizia privata;
e il
sistema dei pagamenti verrebbe gestito come bene pubblico da un istituto
pubblico quale è la banca centrale.
Le
banche private continuerebbero ovviamente a fare credito ai loro clienti:
ma lo farebbero con i loro propri soldi e con
quelli degli altri investitori che prestano loro dei denari, cioè a loro
rischio e pericolo;
ma non potrebbero più creare moneta a loro
piacimento, provocando eccesso di debito e crisi.
Le banche commerciali funzionerebbero come
intermediari, ovvero svolgerebbero il mestiere che tutti pensano – erroneamente
– che oggi svolgano.
Nel
mio saggio propongo che la moneta digitale pubblica debba essere emessa libera
dal debito (debt-free);
e propongo che il nuovo sistema di “banconote
digitali” non sia gestito dallo Stato e dai governi, e neppure dai tecnocrati
alla Mario Draghi o alla Christine Lagarde che assecondano i mercati, ma dalla
società civile.
In democrazia le banche centrali dovrebbero
aprirsi al pubblico e essere governate dalle organizzazioni del lavoro, delle
imprese e dei consumatori, cioè da chi è interessato alle politiche monetarie
perché ne subisce direttamente le conseguenze.
Il sistema monetario è un bene comune e è
troppo importante per essere lasciato solo nelle mani dei banchieri e dei
tecnocrati.
Non
può neppure essere lasciata nelle mani dei governi e dei politici, che già
controllano la spesa pubblica (circa il 40-50% del PIL).
La
concentrazione del potere in capo ai governi e allo Stato va evitata:
i politici acquisterebbero un potere eccessivo
e esagerato sulle banche, il credito e la società.
La
moneta deve essere democratica e governata dalla società civile.
Così
finalmente il sistema monetario, che è un bene comune delle comunità nazionali,
potrebbe soddisfare l’interesse collettivo.
Queste
analisi e queste proposte possono apparire strane e eccentriche:
in
realtà il mio saggio sulla moneta intende offrire una visione alternativa ma
del tutto realistica a questo fallimentare sistema monetario privatizzato che è
alla base della finanziarizzazione dell’economia e delle crisi economiche.
Non è
un saggio “contro le banche” ma spiega semplicemente come funziona nella realtà
il sistema monetario, e quello bancario e finanziario.
Il mio
libro nasce dal rapporto avuto con Luciano Gallino negli ultimi anni della sua
vita e dai suoi studi sul sistema finanziario e monetario.
È compito delle forze progressiste e di
sinistra fare comprendere all’opinione pubblica la natura privatistica di un
sistema che è finora rimasto avvolto per gran parte nel mistero e
nell’ignoranza, a beneficio esclusivo della concentrazione della ricchezza
monetaria nelle mani dell’1%.
Occorre
una nuova moneta pubblica e democratica.
La
guerra su cui vogliono ingannare il mondo.
Trucchi
e bugie vantati.
Remocontro.it
– (12 Aprile 2024) - Eric Salerno – ci dice:
Lo
Stato ebraico elogia la massiccia presenza di reporter.
Dove e chi decidono loro.
Spingendo anche in maniera non sempre elegante
a riportare la loro versione dei fatti.
Solo
la loro è meglio.
«Guerra
e onestà sono due elementi che non sono mai stati concordanti; quasi sempre il
netto contrario», la premessa di Eric Salerno.
Anche
lui, come noi, sotto shock, a mettere assieme indignazione e ragionamento.
Guerra?
Vendetta? Follia?
«Tre
dei figli e tre nipoti del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh sono stati
assassinati ieri con un ordigno israeliano mentre salivano su una vettura nel
centro di Gaza City.
Guerra?
Vendetta?
Israele
sostiene che erano tutti ‘diretti a compiere un atto terroristico».
Una specie, scusate il sarcasmo, di gita in
famiglia».
Senza
pudore, senza vergogna.
Parlare
di giustizia e onestà in piena guerra serve a poco soprattutto dopo che sono
stati uccisi più di trentatré mila palestinesi, in buona parte civili e
bambini, da quando i militanti di Hamas e della Jihad islamica sei mesi fa
attaccarono le pacifiche comunità ebraiche in Israele lungo il confine con la
striscia di Gaza.
L’affermazione
di fonti israeliane, che dopo la morte dei parenti di Haniyeh, ‘lui
probabilmente’ non sarà più disponibile a negoziare lo scambio di
ostaggi-prigionieri fa sorridere.
Sorrisi
tragici e digrignar di denti.
Da
giornalista avrei sorriso anche io se non fosse per il fatto che già ridevo
dopo aver letto, appena prima, il comunicato della «Direzione nazionale della
diplomazia pubblica» israeliana che ha presentato, con orgoglio «la sua
attività sulla scena internazionale dopo sei mesi di guerra».
La
‘legittimità della politica israeliana sul campo di battaglia.
«Fin
dalle prime ore della guerra, il “Direttorato Nazionale della Diplomazia
Pubblica”, presso l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna
globale di diplomazia pubblica di portata senza precedenti – leggo e sottolineo
– al fine di promuovere la legittimità della politica e degli sforzi israeliani
sul campo di battaglia».
Memorie
di lontane censure.
Non
voglio fare paragoni, ma l’organizzazione – o quanto meno come viene presentata
dalle autorità israeliane – fa venire in mente storie di cui leggevo da ragazzo
soprattutto perché ai giornalisti, approdati a Tel Aviv, è stato concesso
raccontare quello che vedevano in Israele e lungo il confine con Gaza ma non
potevano osservare, se non a distanza,
‘quello che succedeva nella striscia’, devastata da mesi di
bombardamenti quasi costanti, se non accompagnati (e per poco tempo) dalle
truppe israeliane.
“Embedded”
ereditato da Israele.
Il
termine embedded era diventato famoso ai tempi dell’assalto americano all’Iraq
di Saddam Hussein.
Un’altra
guerra dove devastazione e overkill avevano raggiunto livelli incomprensibili.
E dove il risultato finale della guerra al
leader iracheno ha lasciato morti, feriti e una nazione a dir poco spezzettato
e in disordine.
Le
virtù informative israeliane
«Tra
le agenzie che partecipano al centro di comando – si legge nel comunicato
israeliano – ci sono i servizi di sicurezza, l’IDF, la polizia israeliana e
organismi governativi tra cui il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero
per gli Affari della Diaspora, l’Agenzia pubblicitaria governativa e l’Ufficio
stampa governativo».
Di
seguito una sintesi dei servizi forniti alla comunità internazionale:
«Fin
dalle prime ore della guerra, il Direttorato Nazionale della Diplomazia
Pubblica, presso l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna globale
di diplomazia pubblica di portata senza precedenti al fine di promuovere la
legittimità della politica e degli sforzi israeliani sul campo di battaglia».
‘L’Equilibrio
della copertura’.
E
ancora:
«Attraverso il lavoro di portavoce e di
diplomazia pubblica con i principali mezzi di stampa e radiotelevisivi di tutto
il mondo, la Direzione nazionale della diplomazia pubblica ha contribuito ad
avviare e promuovere centinaia di storie».
Interessante
questo passaggio:
«Storie
per rafforzare la narrativa israeliana, moderare i resoconti critici,
rispondere agli eventi di cronaca e generare un’intensa attività favorire
l’equilibrio nella copertura».
L’Inganno
assoluto senza risparmio di forze.
«La
copertura globale degli eventi della guerra – viene raccontato con orgoglio – è
stata di una portata senza precedenti.
Oltre 4.000 giornalisti da tutto il mondo sono
venuti in Israele per seguire la guerra, trasformandola così nell’evento
mediatico più seguito dalla fondazione dello Stato…
I
giornalisti hanno partecipato a tour nel sud e nel nord, hanno visitato il sito
del festival NOVA e hanno ricevuto briefing strategici e di zona da ufficiali
dell’IDF, agenti di polizia, volontari ZAKA, capi di consiglio locale e
testimoni del massacro…
Nell’ambito
degli sforzi di diplomazia pubblica sulla scena internazionale, la Direzione
nazionale della diplomazia pubblica – in collaborazione con il portavoce
dell’IDF – ha lanciato il sito web “Massacro di Hamas del 7 ottobre” che ha
mostrato al mondo alcuni dei crimini di Hamas contro l’umanità, con fotografie
e videoclip…Il sito ha avuto 43 milioni di visite nei primi tre giorni».
Manipolatori
vanitosi, esibiscono l’inganno.
Una
assistenza quasi perfetta se non fosse per il fatto che molte notizie del
materiale giornalistico presentato ai giornalisti veniva scelto o preparato in
modo da portare avanti una narrativa ben precisa che voleva giustificare la
ferocia dell’azione militare israeliana – morti, feriti, Gaza trasformata in
una terra praticamente inabitabile – come risposta al indubbiamente feroce
attacco dei militanti palestinese.
Occultamento
mal riuscito: troppi cadaveri e prepotenza attorno.
Lo
sforzo dell’apparato propagandistico israeliano non è riuscito a trasformare la
narrativa o a moderare le critiche che sono piombate, mai come prima, sul
governo israeliano.
E
ieri, un episodio minore, ha influito negativamente sugli sforzi dell’apparato
propagandistico.
La corrispondente di Tve (rete televisiva
spagnola) in Israele, “Almudena Ariza”, ha dovuto interrompere il collegamento
in diretta con il “Telegiornale 1” da Gerusalemme quando un uomo si è piazzato
davanti alla telecamera e non le ha permesso di continuare la cronaca.
L’aggressività
radicata e diffusa che ormai travolge il Paese.
«Non
lasciano lavorare, mi dispiace molto. Dobbiamo interrompere», ha spiegato “Ariza” mentre un uomo
vestito di nero, probabilmente un ebreo ortodosso, le faceva segno di spostarsi.
«Non è la polizia, è un cittadino comune», ha
precisato mentre era in collegamento e cercava di spiegargli – in inglese – che
stava solo facendo il suo lavoro e chiedeva di lasciarla continuare».
L’uso
del carbone nel mondo aumenta
,
anziché diminuire: più 2% nel 2023.
Asvis.it
– (18 aprile 2024) - Ivan Manzo – ci dice:
(Alleanza
italiana per lo Sviluppo Sostenibile)
Dal
2015 mai utilizzato tanto carbone, dice il “Global energy monitor”.
La
crescita del combustibile fossile peggiore per il clima è trainata dai nuovi
impianti in Cina e dal rallentamento delle chiusure in Europa e Stati
Uniti.
L’uso
del carbone nel mondo aumenta, anziché diminuire: più 2% nel 2023.
Dall'Accordo
di Parigi del 2015 quasi tutti i Paesi hanno ridotto la capacità delle centrali
elettriche a carbone.
Su
questo combustibile fossile, il più impattante sul clima, tutto sembrava
procedere nella giusta direzione, anche se in maniera lenta, almeno fino allo
scorso anno.
Secondo
lo studio “Boom and bust coal 2024” di” Global energy monitor”, diffuso l’11
aprile, il carbone nel 2023 ha infatti registrato una inversione di tendenza a
causa di un aumento senza precedenti della sua capacità operativa e della
crescita “esplosiva” delle proposte di nuove centrali in Paesi chiave per la
lotta alla crisi climatica.
La
quantità estratta di risorse naturali è triplicata negli ultimi 50 anni.
Di
questo passo la pressione sui sistemi naturali aumenterà del 60% entro il 2060.
I Paesi a basso reddito consumano sei volte
meno di quelli ricchi.
Ma per l’Unep resta possibile dissociare
crescita economica e consumo di risorse.
Frena
l’uscita dal carbone, la Cina guida l’espansione
L’aumento
del 2% della capacità operativa, che in pratica fa riferimento all’uso di
centrali a carbone, è stato trainato principalmente dalla Cina, dove si sono
registrati i due terzi delle nuove aggiunte degli ultimi anni.
Preoccupano
poi India, Kazakistan e Indonesia, tutti Paesi che stanno registrando
significativi aumenti della loro capacità operativa nel settore.
In India, per esempio, le proposte di nuove
centrali a carbone introdotte sia dal settore pubblico sia da quello privato
sono state le più alte dal 2016.
Sono
stati inoltre costruiti impianti in Vietnam, Giappone, Bangladesh, Pakistan,
Corea del Sud, Grecia e Zimbabwe.
In
generale lo scorso anno sono state commissionate nuove installazioni per 69,5
GW (Gigawatt) di centrali a carbone, contro i 21,1 GW dismessi, un saldo
nettamente a favore del carbone.
Quest’ultimo
ha quindi visto aumentare di 48,4 GW la sua capacità totale globale, che ora
ammonta a 2.130 GW.
Come
si evince da una figura, preoccupa poi il fatto che nel 2023 sia stata ritirata
meno capacità installata di carbone rispetto a qualsiasi altro anno dell’ultimo
decennio.
Il
rallentamento dell’uscita dal carbone risente anche del contributo fornito
dagli Stati Uniti e dall’Europa.
I primi hanno infatti ridotto a 9.7 GW le
chiusure rispetto alle 21.7 GW del 2015, i secondi sono passati dal -14.6 GW,
record del 2021, al -5 GW del 2023.
Bene però l’Italia che, con la dismissione di
0.5 GW di centrali carbonifere, fa segnare la migliore performance europea dopo
il Regno Unito (- 3.1 GW) e insieme alla Polonia (- 0.5 GW).
Nell’era
del declino del petrolio si rafforzerà il potere degli Stati del Golfo.
La
produzione ha raggiunto un picco del 2023, ma le politiche climatiche, il
miglioramento dell’efficienza energetica e le auto elettriche ne ridurranno la
domanda a vantaggio di chi può produrlo con i costi più bassi.
[Da
FUTURAnetwork.eu]
Carbone:
una crescita di breve durata?
Il
ritorno a questa inquinante fonte energetica potrebbe però essere “solo” di
passaggio.
Lo studio infatti sostiene che i bassi tassi
di “pensionamento” del carbone del 2023 ritorneranno a crescere sia negli Stati
Uniti sia in Europa.
“Le sorti del carbone quest'anno rappresentano
un'anomalia, poiché tutti i segnali indicano un'inversione di rotta rispetto a
questa espansione accelerata – ha dichiarato” Flora Champenois”, direttrice del
programma “coal” del “Global energy monitor” -.
Ma i
Paesi devono chiudere le centrali a carbone più rapidamente, e quelli che hanno
piani per nuove centrali a carbone devono assicurarsi che queste non vengano
mai costruite.
Altrimenti
potremo dimenticarci di raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi
e di raccogliere i benefici che porterà una rapida transizione verso l’energia
pulita”.
La
Cina e l’India, i due attuali maggiori consumatori di carbone a livello
globale, continuano a influenzare le sorti di questo combustibile fossile,
rappresentando collettivamente l’82% della capacità totale di nuove costruzioni
annunciate o autorizzate.
Secondo
la comunità scientifica, per centrare l’Accordo di Parigi tutte le centrali a
carbone dovrebbero essere chiuse entro il 2040:
questo
è l’unico modo per sperare di limitare l’aumento medio della temperatura
terrestre entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.
Ciò richiederebbe la chiusura di 126 GW di
centrali a carbone ogni anno.
Solo a questo ritmo si potranno dismettere i
2.130 GW di energia prodotti dal carbone nei prossimi 17 anni.
In
sostanza, vanno chiuse almeno due centrali a carbone a settimana.
Davvero
le energie rinnovabili
sorpasseranno
il carbone in un anno?
Wired.it
– Energia – (11.01.2024) - Kevin Carboni – ci dice:
Lo
prevede l'Agenzia internazionale per l'energia, che stima il superamento della
produzione dalle fonti verdi sul carbone entro il 2025.
La
Cina guida l'installazione di impianti
La
quantità di capacità delle energie rinnovabili aggiunta ai sistemi energetici
di tutto il mondo è cresciuta del 50% nel 2023.
È
l’espansione più rapida mai registrata negli ultimi tre decenni e, nei prossimi
5 anni, è prevista una crescita ancora più veloce.
Sulla base dei dati attuali, secondo l’”Agenzia
internazionale dell’energia “(Aie), siamo sulla buona strada per raggiungere
l’obiettivo di triplicare la capacità globale di generare elettricità da fonti
rinnovabili entro il 2030.
Nel
2023, la capacità di energia rinnovabile aggiunta ai sistemi energetici di
tutto il mondo è arrivata ai 510 gigawatt, il 50% in più rispetto al 2022.
Il fotovoltaico rappresenta i tre quarti del
totale aggiunto a livello globale e la Cina è la locomotiva della transizione.
Solo lo scorso anno Pechino ha messo in
funzione tanto fotovoltaico quanto il mondo interno nel 2022, mentre l’eolico è
aumentato del 66%.
Lo
rivelano i dati del nuovo rapporto “Renewables 2023” dell’”Ai”e, secondo cui le
energie rinnovabili riusciranno a superare il carbone e diventare la principale
fonte di produzione di elettricità, a livello globale, entro l’inizio del 2025.
Tuttavia,
nonostante ci troviamo sulla buona strada per triplicare la capacità delle
rinnovabili entro il 2030, come stabilito alla “Cop28”, la conferenza nelle
Nazioni Unite sul clima che si è tenuta a Dubai tra la fine di novembre e gli
inizi di dicembre 2023, l’Agenzia ha sottolineato che tutti i governi devono
spingersi oltre e aumentare ulteriormente finanziamenti e diffusione delle rinnovabili
nella maggior parte delle economie emergenti e in via di sviluppo, che sono
state lasciate indietro nella nuova economia energetica.
“Il successo nel raggiungere
l’obiettivo fissato alla Cop28 dipenderà da questo” ha detto Fatih Birol,
direttore dell’Aie.
Siamo
stati nel parco eolico più grande del Mediterraneo.
Beleolico
si trova a Taranto.
Inaugurato
nel 2022, assicura una produzione pari al fabbisogno annuo di 60mila persone ed
è dotato di tecnologie all'avanguardia.
Il nostro viaggio.
Oltre
al picco cinese, nel 2023 le rinnovabili hanno raggiunto i massimi storici
anche nell’Unione europea, negli Stati Uniti e in Brasile e si prevede che
fotovoltaico ed eolico onshore raddoppieranno, rispetto ai livelli attuali, in
tutti questi tre paesi e anche in India, entro il 2028.
Sempre
entro il 2028, nel vecchio continente, la quota di elettricità prodotta da
fonti rinnovabili riuscirà a raggiungere il 61% del totale entro il 2023, con
una capacità aggiuntiva di energia pari a 523 gigawatt, il doppio del ritmo
stabilito nei sei anni precedenti.
Tuttavia,
la crescita è guidata prevalentemente dal fotovoltaico, mentre l’eolico fa
molta più fatica ad espandersi.
Rispetto alle previsioni formulate dall’”Aie”,
la nuova capacità rinnovabile dipenderà al 70% dal fotovoltaico e solo al 26%
dall’eolico.
Il resto deriverà da un mix di energia
idroelettrica, e altre tecnologie, con l’idrogeno che arranca, deludendo le
aspettative di una sua diffusione rapida.
Il
verde suicidio economico dell'Europa.
Lanuovabq.it
– Stefano Magni – (19 – 04 – 2023) – ci dice:
In
pochi giorni il volto dell'Europa è cambiato, sta diventando verde.
La Germania ha definitivamente rinunciato alla
produzione di energia nucleare.
La locomotiva d'Europa, che non potrà andare a
carbone, dovrà affidarsi alle rinnovabili.
E
intanto si discute la direttiva sulle case green pronta ad abbattersi sui
nostri immobili.
Gli Ecologisti
si sono riuniti a Berlino dopo la chiusura delle centrali.
In
pochi giorni, l’Europa sta cambiando volto, sta diventando verde.
Ma non
è detto che sia un colorito sano.
Sabato,
la Germania ha chiuso le sue ultime tre centrali nucleari.
Secondo
i sondaggi, la maggioranza dei tedeschi era contraria.
Ma una
promessa è una promessa e la chiusura delle ultime centrali è il culmine di un
programma di de-nuclearizzazione iniziato dal governo Schroeder nei primi anni
2000, rilanciato dal governo Merkel dopo il disastro di Fukushima nel 2011 ed
ora è il cavallo di battaglia dei Verdi, da cui dipende la sopravvivenza
dell’attuale governo Scholtz.
L’evento
è stato salutato da manifestazioni degli ecologisti a Berlino e a Kiel.
Senza
l’energia nucleare la Germania dovrà fare affidamento sempre più sulle fonti
rinnovabili e sulle vecchie centrali termiche ancora attive.
Attualmente, la “locomotiva d’Europa” è quella
che consuma più carbone:
quasi un terzo del fabbisogno energetico.
Il
carbone è completamente incompatibile con gli obiettivi europei di
de-carbonizzazione, per cui per il prossimo futuro i tedeschi dovranno fare
affidamento solo sulle rinnovabili e, se resta nella tassonomia europea, anche
sul gas di importazione.
Schroeder aveva fatto affidamento
sull’importazione stabile di gas dalla Russia. Non per caso è stato successivamente
invitato a far parte del consiglio di Gazprom, il colosso statale energetico
russo.
Ma adesso lo scenario è decisamente cambiato, la
Germania sa che non può più far affidamento sulla Russia, nemmeno dopo la
guerra in Ucraina, comunque si concluda.
Sarà
possibile alimentare la prima potenza industriale europea solo con le
rinnovabili?
Salvo miracoli tecnologici nel prossimo
futuro, la risposta è: no.
Regioni altamente urbanizzate e
industrializzate come la California, che per prima ha puntato sulle
rinnovabili, dimostrano quante difficoltà (black out soprattutto) si incontreranno, se
ci si affida ad un’energia incostante.
Ieri,
invece, è iniziata la trattativa del trilogo europeo (Commissione, Consiglio e
Parlamento dell’Ue) per mettere a punto la direttiva sulle case green.
Secondo le anticipazioni, gli Stati si
dovranno fare garanti del rispetto degli obiettivi.
E quindi saranno previste anche punizioni?
Probabilmente
sì, lo sapremo solo l’estate prossima quando si prevede che sarà pronta la
versione finale.
Per ora, in base alla bozza votata dal
Parlamento europeo il 14 marzo, tutti gli edifici dovranno essere in “classe
energetica E” entro il 2030.
E tutti dovranno essere in “classe D” entro il
2033, per poi raggiungere la neutralità assoluta delle emissioni entro il 2050.
Le
scadenze per gli immobili privati, già molto ravvicinate, sono ancora più
strette per quelli pubblici: rispettivamente il 2027 e il 2030.
In Italia, si calcola, devono essere “riqualificati”
circa 10 milioni di edifici.
Nella
tempesta una fede certa.
I
sostenitori della direttiva affermano che saranno previsti solo incentivi, ma
non punizioni.
Ma l’effetto dell’annuncio della direttiva già si vede
nel mercato immobiliare.
I dieci milioni di edifici che dovranno essere
riqualificati inevitabilmente perderanno di valore.
Nel terzo trimestre del 2022 le compravendite
immobiliari sono in calo: -2,7% rispetto al trimestre precedente e -1% su base
annua.
Le convenzioni notarili di compravendita di
unità immobiliari sono diminuite, così come le convenzioni notarili per mutui,
finanziamenti e altre obbligazioni legate all’acquisto di immobili (-5,5%
rispetto al trimestre precedente).
Secondo
l’analisi di “Giorgio Spaziani Testa”, presidente di Confedilizia, non è solo
l’inflazione a far male al mercato, ma anche la paura della nuova direttiva.
Anche
qui:
l’Italia
può permettersi di applicare una direttiva che abbatte il valore del mattone,
quello in cui gli italiani investono i loro risparmi?
Siamo
un popolo di proprietari di case che vivono in edifici storici, anche molto
antichi.
E
l’Italia non è certamente l’unico Paese dell’Ue a trovarsi in questa
condizione.
Ad
essere esclusi dalla direttiva sono gli edifici ufficialmente protetti in virtù
dell'appartenenza a determinate aree o del loro particolare valore
architettonico o storico.
Ma in
Italia è difficile trovare qualche edificio che non sia anagraficamente
“storico”.
Sbalordisce
sempre l’effetto controproducente di queste politiche della transizione verde,
per la lotta al cambiamento climatico.
Avremo
una Germania senza energia e gli italiani senza casa.
Giusto
per impoverirci ancora un po’ di più.
Da
questo si capisce che queste scelte non sono compiute in base a criteri
economici e neppure razionali.
Non
c’è alcun vantaggio strategico da sfruttare, attuando queste politiche. Regaleremo il vantaggio ad altri
concorrenti, alla Cina prima di tutto, maggior fornitrice delle materie prime
utili per la transizione verde.
Si
tratta di politiche che sfuggono anche alla loro stessa logica:
se
l’obiettivo è ridurre drasticamente le emissioni di CO2, perché non costruire
più centrali nucleari, che sono a zero emissioni?
Non
c’è una risposta razionale, appunto.
C’è
solo una risposta emotiva di chi teme che la fine del mondo sia vicina e
occorra, per scongiurarla, cambiare radicalmente la nostra vita quotidiana.
Si sta perseguendo una politica che è
alimentata da un’angoscia esistenziale che spinge al suicidio, anche in senso
fisico, non solo economico.
Il 29 marzo,” Theo Khelfoune Ferreras”, 19
anni, attivista inglese di Greenpeace, non ha retto il pensiero del disastro
climatico prossimo venturo e si è suicidato.
Auto,
Salvini: norme Ue su emissioni
sono
un suicidio per l'industria.
Finanza.repubblica.it
– Redazione – Teleborsa – (5 dicembre 2024) – ci dice:
Il
ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha dichiarato che chi non vuole
cambiare la normativa Ue che prevede l'obbligo di immettere sul mercato solo
auto a zero emissioni nette di CO2 dal 2035 fa "un enorme regalo alla
Cina" e porta l'Europa a "un suicidio economico, ambientale, sociale
e industriale".
Durante
il suo incontro con la stampa a Bruxelles, a margine della riunione del
“Consiglio Trasporti” dell'Ue, Salvini ha accusato la nuova vicepresidente
della Commissione europea, responsabile per la transizione verde, “Teresa
Ribera”, "una marziana che è sbarcata ieri sul pianeta terra e non si
accorge che le fabbriche stanno chiudendo e che le auto elettriche arrivano
dalla Cina, che brucia carbone e inquina di più, per conquistare le nostre
fette di mercato", mentre alcuni paesi come la Francia "fanno finta
di niente e vanno verso il burrone".
Secondo
il ministro la presidente riconfermata della Commissione, “Ursula von der
Leyen”, portando avanti questa normativa nei suoi primi cinque anni di mandato,
"ha commesso un errore clamoroso, oggettivo, devastante, evidente".
Durante
la riunione del Consiglio, ha riferito Salvini, "sono intervenuto insieme
ad altri ministri europei a difesa di 14 milioni di posti di lavoro legati
all'industria dell'auto e dei motori;
ed è
incredibile come ci siano ancora Paesi come la Francia che fanno finta di
niente, vanno verso il burrone, e dicono che non si cambia nulla, avanti col
tutto elettrico dal 2035.
Che è
solo un enorme regalo alla Cina e un suicidio economico, ambientale, sociale e
industriale" per l'Europa.
"Conto
- ha continuato Salvini - sul fatto che la perseveranza mia, della Lega e del
governo italiano porti a una maggioranza a favore della richiesta di rivedere
modi e tempi" delle riduzioni delle emissioni di CO2 dalle auto, e che si
possano "evitare le multe" per i fabbricanti che non rispettano le
riduzioni previste entro il 2025.
Intanto,
il leader della Lega ha trovato "ragionevole" il Commissario greco ai
Trasporti, “Apostolos Tzitzikostas”.
"Nei primi 100 giorni si è impegnato a
portare un pacchetto a sostegno del settore auto, e l'Italia sarà al suo
fianco", ha sottolineato Salvini.
ITALIA
ED EUROPA VERSO IL SUICIDIO
ECONOMICO:
A QUANDO LA RESISTENZA?
Marx21.it
– (4 Marzo 2024) - Enzo Pellegrin – Redazione – ci dice:
Qualche
tempo fa, dalle pagine del quotidiano “Domani”, “Gianluca Passarelli” compiva
un’impietosa fotografia della spettrale pace sociale che avvinghiava l’Italia.
I dati
economici erano e sono da horror-movie, anche per le categorie sociali che
sinora hanno avallato di tutto, sposando l’individualismo e l’ideologia
liberale in nome del mito dell’opportunità, gioco che sinora pochissime volte
ha valso la candela.
Il
dato sistemico più impressionante è il crollo della produzione industriale,
dato che più rappresenta lo stato dell’economia e della produzione reale, al
netto della speculazione finanziaria e dei profitti speculativi dei rentiers.
Ad aprile 2023 il dato precipitava al – 7,2 %.
Un
crollo peggiore lo si era registrato solo nel luglio 2020, in piena pandemia.
Del
resto, ad ottobre 2023, si registrava il nono mese consecutivo di calo della
produzione industriale italiana.
Sempre
nell’ottobre del 2023, l’Istat decretava la brusca frenata della crescita del
PIL.
Se nel
2021 il rimbalzo post-pandemia attestava la crescita intorno all’8,3%, nel
2022, durante il governo Conte, si registrava ancora una crescita del 3,7 %.
Nel
2023, con la gestione di Draghi e Meloni, la crescita scendeva ad un misero 0,7
% che verrebbe cautamente confermato anche per il 2024, ma – come vedremo – con
mille riserve.
Il
dato che attesta come il sistema produttivo italiano abbia ingranato
violentemente la retromarcia è quello sugli investimenti:
Se nel 2021 e nel 2022 questi erano cresciuti
rispettivamente del 20 e del 10 per cento, nel 2023 gli investimenti scendono
ad un misero + 0,6 %, dato anche qui prudentemente solo confermato per il 2024.
In
pratica, il nostro sistema economico non alloca e non pare più intenzionato ad
allocare risorse nella produzione.
Gli
ultimi movimenti dei grandi possessori di capitali, famiglia Agnelli in testa,
Della Valle, Benetton, mostrano una dematerializzazione dei soggetti
imprenditoriali che si rivolgono al mondo dell’economia finanziaria, aspirando
alla concentrazione di capitali da gettare nella finanza e chiudendo sempre più
sedi produttive.
D’altronde,
al di là dei monopoli di distribuzione dell’energia che lucrano sull’inflazione
in gran parte generata dalle guerre imposte da USA, UE e NATO, la politica
della BCE volta al rialzo dei tassi di interesse ha tutelato la rendita
parassitaria delle banche, le quali hanno registrato, nel 2023, ancora utili
stellari: quasi 8 miliardi di Euro per “Banca Intesa”, oltre 8,5 miliardi di
Euro per “Unicredit”.
Mentre
“Banca Intesa” devolve circa due terzi dei guadagni ai dividendi e il resto in
buona parte ad operazioni di acquisto delle proprie azioni, nei limiti di
legge, al fine di far salire il prezzo del titolo e operare una nuova
speculazione finanziaria, “Unicredit “ha destinato il 100 per cento dei profitti
ai dividendi degli azionisti, che in questo caso sono i fondi speculativi, tra
i quali, per “Unicredit”, il famigerato “fondo Blackrock”.
In
totale, i profitti delle banche nell’anno passato hanno complessivamente
sfiorato in Italia quasi 50 miliardi, la gran parte destinati ai dividendi e
quindi non ad investimenti nel settore produttivo, ma a speculazioni e bolle
finanziarie.
In
parole povere, ciò significa che le “coccolate Banche”, le quali hanno scampato
anche una minima imposta sugli extraprofitti finita nel nulla come ogni impresa
propagandistica del governo Meloni, non investono, non concedono mutui al
sistema produttivo nazionale, ma buttano tutti i soldi nel “Gran Casinò” della
speculazione finanziaria globale.
Il
risultato è un’economia in completo declino, proprio quando gli investimenti
avrebbero potuto produrre opportunità di rimbalzo in settori che saranno sempre
più colonizzati da chi la produzione la finanza, anziché azzopparla.
Le
ricadute della decadenza di un sistema produttivo sono note:
crisi occupazionale, crisi di reddito che si
estende a fasce della popolazione che sinora ne erano indenni, scomparsa del
welfare State, della sanità, dell’istruzione, delle infrastrutture, che
divengono sempre più un parco per le speculazioni private.
I dati
non fanno che confermare questo corso.
La gestione Meloni ha poi aggravato la
situazione dal punto di vista dell’investimento pubblico;
dei soldi ricevuti per il PNRR, sono stati
sinora spesi solamente il 14,7% del piano. Nel 2023 sono stati allocati solo
2,5 miliardi, il 7,4% delle somme da spendere per l’anno, registrando
un’inazione e un ritardo vergognoso.
Proprio
nel settore della sanità, nonostante la dura lezione della pandemia, sono stati
spesi solo l’1% dei 15,6 miliardi da allocare, e solo nei settori ad alto
profitto, lasciando a secco di finanziamenti settori essenziali, riproducendo
quel “modello” lombardo di Sanità responsabile della “Caporetto nella Pandemia”.
Il
corso dell’inflazione aggredisce anche i redditi più poveri, mentre fiumi di
soldi si accumulano nelle tasche dei ricchi.
Mentre
nell’ultimo trimestre il potere di acquisto è ulteriormente sceso del -0,1%,
così come la propensione al risparmio (-0,4%), gli ultimi dati della “Paris
School of Economics” attestano che gli italiani più ricchi hanno trasferito nei
paradisi fiscali 196,5 miliardi di Euro, 181 dei quali in conti offshore e
fondi aventi giurisdizione in paradisi fiscali.
A
questi, l’istituto somma i valori spesi per opere d’arte, yachts, oggetti di
lusso sottratti a tassazione perché acquistati anch’essi in altrettanti
paradisi fiscali.
Si
stima che esistano inoltre circa 150 miliardi di Euro occultati in cassette di
sicurezza.
Il totale ammonta a oltre 400 miliardi di Euro
sottratti alla comunità da una piccola percentuale di ricchi che beneficia
ugualmente dei diritti universali concessi al cittadino, pagati colle spese dei
lavoratori che hanno reddito infinitamente più basso e sempre decrescente.
La
domanda del marziano che scende nel nostro paese è spontanea: perché, a fronte
di un così enorme furto di ricchezza, sono poche le lotte, gli scioperi, le
manifestazioni dure e durature che vi oppongano una efficace resistenza?
Negli
ultimi tempi, a seguito delle mobilitazioni degli agricoltori in Francia e
Germania, si sono viste finalmente in Italia prime manifestazioni di una certa
rilevanza, seppur con una dimensione più corporativa rispetto a quelle
d’oltralpe. Ci si chiede come mai non si mobilitino gli interi settori dei
lavoratori dei comparti produttivi, degli utenti di servizi e diritti sempre
più negati.
In
Francia, ed anche in altri paesi della UE, si sono viste imponenti
manifestazioni: dai “Gilet Jaunes”, alle mobilitazioni dei lavoratori, del
sindacato e della sinistra contro le leggi del governo Macron, per giungere
alle dure manifestazioni degli agricoltori francesi davanti ad ogni Prefettura
della Repubblica.
Giorni
fa, da una intervista concessa al canale indipendente “Ottolina TV, “Carlo
Galli”, storico delle dottrine politiche, autore dell’ultimo lavoro “Democrazia
Ultimo Atto,” rimarcava come tali tipi di manifestazioni rimangono a livello di
rivolte, non producendo un involucro politico od una classe dirigente in grado
di contendere il potere.
Agli inizi del secolo, ricorda Galli, i
lavoratori in mobilitazione incontrarono i socialisti.
Le manifestazioni di oggi, per il filosofo,
tenterebbero di unire, partendo da un vuoto politico, una serie di domande
insoddisfatte.
Un’illusione
teorica Lacaniana che si è spesso infranta sulla fragilità stessa delle
soluzioni raggiunte.
A tal
proposito Galli citava il punto di esaurimento del Peronismo in Argentina,
spazzato via da un populismo contrario, armato a suon di personaggi come Milei.
La
questione è complessa.
Andrebbe
rimarcato che proprio il duraturo movimento dei “Gilet Jaunes”, indebolitosi
alla fine solo in occasione della Pandemia, aveva dato luogo ad una piattaforma
autenticamente politica, ed anche discretamente onnicomprensiva, se non una
proposta di sistema.
Come
ben ricorda “Chiara Parisi”, la “Charte officielle des Gilets jaunes” appare
sul social network Facebook, sullo sfondo di un gilet giallo.
Sono 25 richieste che intrecciano temi di
economia e lavoro, politica, salute, ambiente e geopolitica.
In
materia economica, contro lo schiacciamento a ribasso dei salari iniziato a
partire dalla bolla dei mutui sub-prime esplosa nel 2007-2008, il movimento
chiedeva l’aumento immediato del 40% del reddito minimo garantito, delle
pensioni e dei sussidi sociali, nonché un piano di costruzione di edilizia
popolare per ridurre il canone;
infine: dare nuova vita all’economia
produttiva con nuove assunzioni.
Veniva affrontata anche la contraddizione
della schiavitù all’impero economico e militare USA e NATO:
si
chiedeva l’uscita immediata dalla NATO e il divieto per l’esercito francese di
partecipare a qualsiasi guerra di aggressione, la fine delle ingerenze
politiche e militari nei territori africani e il controllo maggiore dei flussi
migratori impossibili da accogliere e integrare vista la crisi di
civilizzazione in corso.
Anche
l’ambiente veniva toccato:
si
pretendeva il divieto di commercializzare bottiglie, bicchieri e imballaggi di
plastica, e in ambito agricolo di abolire l’uso di OGM, pesticidi, perturbatori
endocrini e monoculture.
Analizza
“Chiara Parisi”:
“Studenti,
impiegati pubblici, contadini, operai, femministe e sindacati:
il movimento di protesta si presenta da subito
come estremamente composito, difficilmente etichettabile nell’affiliazione
politica e nella sua configurazione ideologica.
Viene
definita una “moltitudine in movimento”, le cui fila sono ingrossate da
soggettività provenienti dalle aree periurbane, meno modernizzate della Francia
e in via di spopolamento.
Sembra
che la molla principale fosse l’opposizione all’establishment politico, il
rifiuto delle istituzioni percepite come casta.
La molteplicità di istanze, soggettività e
forme della protesta trova infatti un trait d’union nell’attacco radicale al
presidente Macron di cui si chiedevano le dimissioni:
il “président des riches”, accusato di aver demolito il
welfare state francese sotto la facciata di una finta politica innovatrice”.
Senza
dubbio il movimento dei “Gilet Jaunes” ha posto in immediata discussione il
modello del liberismo globale, bloccando nelle rotonde le catene di
rifornimento in tempo reale dei centri commerciali, imponendo uno stop forzato
ad un modello sociale che volevano ripensato in toto.
Sicuramente,
questa moltitudine non ha ritrovato un involucro politico, ma – nello scenario
politico francese -ai “Gilet Jaunes “sono seguite le manifestazioni contro
Macron della sinistra e del sindacato, si è formato altresì un forte blocco
politico di opposizione radicale stavolta a sinistra e non solo a destra, con
l’evoluzione della “France Insoumise”,
Pur
con tutte le contraddizioni e le perplessità che può giustamente generare nei
critici, almeno si è formata.
È vero
che mancano oggi quegli involucri politici che erano presenti all’inizio del
secolo nel movimento operaio.
Ma gli involucri politici non nascono dal
nulla, così come non è nato dal nulla nemmeno il movimento operaio.
Sono
le lotte e le mobilitazioni che generano il terreno sociale, politico,
culturale e teoretico per la nascita di un involucro politico.
Sicuramente
lo sono le mobilitazioni fisiche, non quelle virtuali, mediate o addirittura
dirette dai mezzi di produzione del consenso di cui si avvale il regime.
Come
ben nota “Filippo Barbera” nel suo libro “Piazze Vuote”, “Società e spazio non
sono separabili:
come nel “nastro di Möbius” non è possibile
distinguere l’esterno dall’interno, così non è concepibile disgiungere la
società dalla sua organizzazione spaziale …
Lo
spazio condiviso è alla radice dell’interazione faccia a faccia…
siamo
corpi in azione nello spazio:
corpi che scambiano, promettono, mentono,
agiscono, negoziano, discutono, confliggono e cooperano attraverso
l’organizzazione fisico-spaziale dell’interazione sociale”;
quando
poi “i rituali dell’interazione si costituiscono a partire dai bisogni,
interessi e priorità dei senza voce, si danno le condizioni per l’emergere
della domanda di un futuro collettivo più giusto e inclusivo”.
Il
problema non è dunque quello di costruire in laboratorio un involucro politico
che possa produrre egemonia, svalutando ogni esperienza di movimento: ma
proprio il contrario.
La
tradizionale organizzazione politica dei residui partiti gode oggi di cattiva
fiducia, per essere simbolo di pratico e opportunista asservimento alle élite
dirigenti.
La
formazione di una linea di equivalenza delle domande insoddisfatte, la
mobilitazione dei “senza voce” non è mai avvenuta con l’iniezione di ideologia
precostituita in vitro, senza verifica sperimentale.
L’ attuale sentimento di antielitarismo può
avere poliedriche forme e contraddizioni, ma queste devono essere affrontate
nello “spazio” delle mobilitazioni.
Ogni
movimento politico che ha dato il via alla liberazione dal colonialismo, da
Cuba al Vietnam, all’India, al Sudafrica, includendo la stessa Cina, è sempre
nato in forma di primigenia mobilitazione laica, strutturandosi via via con un
corpo ideologico che ha preso forme ed evoluzioni inaspettate, anche in senso
socialista.
È
indubbio che un ruolo rilevante sia giocato dalle contraddizioni economiche:
ancora oggi, categorie sociali che hanno avallato di tutto e svenduto la
propria organizzazione sociale ad una chimera individualista di stampo
liberale, non sentono e non vedono le adeguate contraddizioni.
Selbstgerechten,
o Presuntuosi, vengono definiti da” Sahra Wagenneckt”, i membri di quel ceto istruito,
universitario, progressista, che gode di reddito da lavoro nelle professioni
legate ai servizi privati o pubblici in ambito di alta o media amministrazione,
più attento al linguaggio che alle contraddizioni materiali:
“Il linguaggio della nuova sinistra è
profondamente diverso da quello della sinistra tradizionale.
Spesso
è elaborato in ambienti universitari colti e molto lontani dai sobborghi
malfamati di alcune città.
È una sinistra che rifiuta l’ideologia, ingombrante
eredità del XX secolo e della modernità e parla di “racconto” o di “narrazione”
che sono termini tipici della filosofia del post-modernismo e quindi più adatta
all’epoca post-ideologica e post-nazionale (pag. 58-67).
Lotta
di classe, patria, popolo sono termini tabù, mentre rifugiato, migrante,
straniero, gender, cambiamento climatico sono i nuovi termini della lingua
della sinistra alla moda.
Per la
sinistra alla moda è più importante cambiare le desinenze per questioni di
genere o il linguaggio degli enti pubblici per ragioni legate all’immigrazione
che aumentare il salario minimo o introdurre una patrimoniale” (pag. 44).
La
nostra società vive pertanto una grande frammentazione.
Quest’ultima viene strumentalizzata dai mezzi
di produzione del consenso, pronti a veicolare una verità conformista, che
spesso dipinge le mobilitazioni come manifestazioni di irrazionalità,
intolleranza, violenza reazionaria, qualunquista o fascista.
Basti
vedere quanti siano caduti nella celebrazione ad orologeria della morte di
Navalnj (tutto
sommato un irrilevante oppositore, in carcere non per motivi politici, ma per
sgradevoli reati comuni di truffa, pur se severamente puniti), e dimentichino che Julian Assange è
stato condannato ed incarcerato come spia solo per aver diffuso la verità sulle
guerre degli USA, per aver cioè fatto il proprio mestiere di giornalista.
All’interno
di una società così frammentata e manipolabile, è difficile immaginare quale
sia il bandolo della matassa della mobilitazione.
Di certo non lo si può improvvisare in una
riflessione.
Tuttavia,
appare doveroso muovere da una seria analisi storica di questi ultimi movimenti
anti elitari comparsi in occidente, per capire quali siano gli insegnamenti per
uscire in modo organizzato da un declino sociale ogni giorno più grave e questo
è il proposito di chi scrive.
Contemporaneamente,
è sempre più necessario organizzarsi attivamente e laicamente per la
controinformazione, per costruire media indipendenti, al fine di avvicinare
quanti più cittadini possibile a scoprire le bugie dei mezzi di produzione del
consenso, ed identificare tutti coloro che in qualche modo collaborano a
salvare quell’élite di rentiers che vegeta impunita sulle rovine sociali che
provoca.
Il
suicidio economico della Germania
per
fedeltà all’atlantismo.
Kulturjam.it – (3 Marzo 2023) - Giulio
Chinappi – ci dice;
La
Germania si trova in una posizione molto difficile, costretta a scegliere tra i
propri interessi nazionali e le politiche antirusse in nome della fedeltà
all’atlantismo.
All’interno
del governo di Berlino emergono due tendenze opposte.
Il
suicidio economico della Germania in nome delle sanzioni antirusse.
Lo
scorso 12 febbraio, il governo ha subito un duro colpo in occasione delle
elezioni svoltesi a Berlino, dove il Partito Socialdemocratico di Germania
(Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) ha patito una clamorosa
sconfitta per mano degli storici rivali dell’Unione Cristiano-Democratica di
Germania (Christlich Demokratische Union Deutschlands, CDU).
Un
risultato che non deve essere considerato come aneddotico, sebbene la
formazione dell’amministrazione locale sia ancora in bilico tra i due partiti
principali, ma che palesa un certo malcontento nei confronti del partito che
attualmente detiene il controllo del governo federale sotto la guida del
cancelliere Olaf Scholz.
In
tutta la Germania, infatti, sale il malcontento per la cattiva gestione della
situazione internazionale da parte del governo teutonico, all’interno del quale
emergono due tendenze contrapposte:
la
prima, quella guidata proprio da Scholz, che cerca di tenere conto degli
interessi nazionali della Germania, legati anche ai buoni rapporti con la
Russia e la Cina;
la seconda, invece, che fa capo al ministro degli
Esteri Annalena Baerbock,
la quale propone la totale sottomissione agli
ordini provenienti da Washington nel nome della fedeltà alla linea atlantista.
Razionalmente,
la linea proposta da “Baebock” significa il suicidio di quella che viene
generalmente considerata come la prima economia del continente europeo, ma che
ora mostra tutte le sue debolezze, vista la forte dipendenza energetica nei
confronti della Russia.
Le sanzioni unilaterali imposte dall’Occidente
collettivo a guida statunitense contro Mosca si sono rivelate un boomerang per
tutta Europa, ma per Berlino in particolare.
Secondo
quanto riportato dall’”Istituto dell’economia tedesca” di Colonia, infatti, la
Germania dovrebbe perdere ben 175 miliardi di Euro nel corso del 2023, pari al
4,5% dell’intero prodotto interno lordo tedesco, se la situazione dovesse
restare quella attuale.
L’aumento
dei costi energetici, causato dall’interruzione dei flussi di gas provenienti
dalla Russia, sta portando gravi conseguenze a tutte le aziende del Paese.
Come riportato dal sito German Foreign Policy,
la “BASF,” una delle più grandi compagnie chimiche al mondo, ha appena
annunciato la chiusura definitiva di uno dei suoi due impianti di produzione di
ammoniaca a Ludwigshafen, e questa viene considerata come la prima chiusura di
un grande impianto industriale tedesco causata dalla guerra economica contro la
Russia.
La
stessa “BASF” ha spiegato che i costi del gas naturale sono aumentati di due
miliardi di euro nel 2022, nonostante una riduzione dei consumi di circa un
terzo.
I
redattori di “German Foreign Policy” non possono che giungere alla logica
conclusione che “le conseguenze della guerra economica occidentale contro la
Russia stanno quindi accelerando il declino industriale dell’Europa”.
In effetti, la produzione chimica in Europa è
diminuita del 5,8% nel 2022, mentre a livello mondiale è aumentata del 2,2%
grazie alla crescita significativa in Cina e negli Stati Uniti.
Questo
dimostra come le sanzioni antirusse siano in realtà figlie di un progetto ben
calcolato da parte di Washington volto all’eliminazione dei principali
concorrenti europei, per rendere il nostro continente ancora più dipendente dai
nordamericani.
In un
altro articolo, lo stesso sito tedesco dimostra come le aziende degli Stati
Uniti siano le principali beneficiarie del conflitto ucraino.
Un’altra testata teutonica, la “Neue Zürcher
Zeitung”, ha sottolineato come gli “Stati Uniti abbiano giocato sporco”,
obbligando di fatto la Germania ed altri Paesi europei a fornire carri armati
Leopard all’Ucraina, ma rifiutandosi di consegnare i propri carri armati “M1
Abrams”£, appioppando ragioni inverosimili, “perché se l’Ucraina riceve
principalmente carri armati “Leopard 2” dagli stock delle forze armate europee,
allora questi stock devono essere riforniti il più rapidamente possibile”.
In
pratica, i Paesi europei forniranno i propri armamenti all’Ucraina a titolo
gratuito,
ma poi saranno costretti a procurarsene di nuovi dalle aziende statunitensi.
Considerando
l’attuale situazione, appare dunque chiaro come gli Stati Uniti abbiano
individuato nella Germania un Paese oramai troppo potente, e che quindi deve
essere ridimensionato.
Con il
suo ruolo di prima potenza europea, Berlino aveva creato una propria sfera
d’influenza economica su tutto il continente, oltretutto permettendosi di
creare importanti legami con la Russia, come dimostra il progetto per il doppio
gasdotto Nord Stream.
Washington,
dal canto suo, mirava a stabilire un dominio assoluto sul nostro continente, e
per questo doveva sbarazzarsi della Germania come potenza regionale.
L’attentato
al “gasdotto Nord Stream” dimostra come questa lettura sia quella più
verosimile per comprendere le attuali dinamiche europee, compreso il conflitto
ucraino.
In questo modo, gli Stati Uniti hanno
interrotto il legame russo-tedesco, portando all’isolamento della Russia dal
resto dell’Europa e all’indebolimento della Germania come potenza regionale.
Dal
canto loro, le aziende belliche ed energetiche statunitensi stanno facendo
affari d’oro, vendendo all’Europa armi e idrocarburi a prezzi maggiorati, e
rafforzando in questo modo il rapporto di vassallaggio esistente tra le due
sponde dell’Atlantico.
(World
Politics Blog).
Stop a
diesel e benzina?
È il
suicidio economico della Ue.
Ilgiornale.it
- Francesco Giubilei – (14 Febbraio 2023) – ci dice:
Ancora
una volta si compie l'errore di smantellare un settore industriale di
eccellenza per dipendere da potenze straniere. La lezione del gas non ha
insegnato nulla ai burocrati europei.
Il via
libera dell'Europarlamento allo stop delle automobili con motori diesel e
benzina dal 2035 rappresenta il suicidio economico dell'Ue che distrugge una
delle proprie eccellenze industriali con un impatto inimmaginabile sul nostro
tessuto socio-economico.
La plenaria del parlamento europeo ha
approvato la misura con 340 voti favorevoli, 279 contrari e 21 astenuti e,
nelle prossime ore, la commissione europea presenterà la proposta di
regolamento sui nuovi standard di emissione di CO2 per i mezzi pesanti.
Verrà
concessa una deroga di un solo anno alle super car come Ferrari e Lamborghini,
mentre i bus cittadini dovranno avere emissioni zero dal 2030 e un taglio del
90% delle emissioni per le flotte degli altri mezzi pesanti al 2040.
"Stop
alle auto a benzina e diesel dal 2035".
Via
all' ultima euro follia.
Già da
tempo si discuteva di questa norma approvata nelle commissioni ma il voto all'Europarlamento
di oggi la rende definitiva e impone ora una riflessione su ciò che accadrà nei
prossimi anni.
Lo stop al motore endotermico è stato promosso
dai verdi e dalla sinistra europea e rientra nel pacchetto di misure del “Fit
for 55” che hanno l'obiettivo di ridurre le emissioni intervenendo sui settori
ritenuti più inquinanti e l'auto motive è uno di questi.
Il
problema è che la scelta di fermare la produzione dei motori diesel e benzina
porta con sé una serie di conseguenze di cui la politica europea non sembra
aver compreso l'impatto.
Anzitutto, si bloccano gli investimenti sui
biocarburanti che sono molto meno inquinanti dei carburanti tradizionali, in
secondo luogo si colpiscono anche i motori ibridi che hanno prestazioni
decisamente meno impattanti e ci si affida del tutto a una tecnologia come l'elettrico che
non è detto in futuro non possa essere superata da nuove fonti energetiche come
le auto a idrogeno.
Oltre
all'aspetto ambientale ci sono però ricadute economiche e di sicurezza
industriale.
Così facendo si distrugge l'auto motive, un settore
che è un'eccellenza europea (e in particolare italiana) colpendo non solo le
grandi case automobilistiche ma tutta la filiera composta anche da numerose
piccole e medie aziende della componentistica che danno lavoro a migliaia di
persone.
Inoltre,
mentre l'Ue dismette il proprio comparto automobilistico tradizionale, Cina e
India continuano a produrre come spiegano in una nota gli europarlamentari “Marco
Campomenosi”, “Marco Zanni” e “Silvia Sardone”:
“Con
il voto di oggi, la sinistra e i suoi complici danno il via libera a un
provvedimento ideologico che non solo non porterà alcun beneficio concreto per
la tutela dell’ambiente, con grandi inquinatori come Cina e India che
continuano ad agire indisturbati, ma che non tiene minimamente conto della
situazione reale, con costi sociali ed economici pesantissimi per l’Europa e 13
milioni di posti di lavoro a rischio, di cui 120 mila solo in Italia”.
Inoltre,
le batterie necessarie per le auto elettriche (oltre al tema dello smaltimento
di cui non si parla), sono realizzate attraverso il litio e il cobalto di cui
la Cina ha un'importante quota di mercato, in particolare in Africa.
Da
questo punto di vista l'Europa è indietro nella realizzazione di una propria
filiera sull'elettrico e, ancora una volta, si compie l'errore di smantellare
un settore industriale di eccellenza per dipendere da potenze straniere come la
Cina correndo ai ripari quando sarà troppo tardi.
La lezione del gas non ha insegnato nulla ai burocrati
europei.
” Solo
tre mesi per salvare l’industria dell’auto”.
Il
presidente “Ara”, Guidesi, lancia l’allarme.
Primaonline.it - Stefano Carli – (17
-12-2024) – ci dice:
Guido
Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, parla da
presidente dell’”Ara”, “associazione europea delle regioni dell’auto motive”:
“Stiamo
rischiando un suicidio economico senza precedenti.
L’Ue
deve prenderne atto e rispondere con la massima urgenza”.
Ci
sono tre priorità:
la
prima è
salvare le imprese,
la
seconda bloccare
le sanzioni,
la
terza reindirizzare
le modalità del processo di decarbonizzazione
lasciando
le imprese libere di lavorare su più tecnologie.
Solo
così si può creare un ecosistema industriale efficace e competitivo con i
cinesi.
“Abbiamo
solo tre mesi per scongiurare che si realizzi il più grande suicidio economico
d’Europa:
la
fine dell’industria dell’auto, e con essa di una fetta consistente dell’intero
sistema industriale europeo”.
Guido
Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia oggi parla da presidente dell’Ara,
“Automotive Regions Alliance”, l’alleanza tra le 36 regioni europee dove si
sviluppano le filiere dell’auto motive alle prese con la crisi del mercato e le
difficoltà della transizione verde.
Una
transizione che le regioni industriali europee vorrebbero revisionare affinché
sappiano mantenere e tutelare, al contempo, competenze e competitività, imprese
e posti di lavoro lungo tutto l’arco delle filiere produttive.
“L’Europa
deve prendere atto di cosa sta succedendo e deve rispondere con la massima
urgenza – continua Guidesi.
Va
immediatamente cambiata una impostazione della transizione energetica nel
settore della mobilità che sia il mercato che i consumatori hanno certificato
essere sbagliata.
E che, alla fine, non ha fatto altro che
produrre un vantaggio competitivo per i produttori cinesi:
lo
stiamo vedendo adesso, giorno dopo giorno, con l’arrivo delle auto cinesi in
Europa.
Tutto
quello che avevamo previsto si sta verificando”.
Si
sono riuniti il Ministro del “MIMIT” Adolfo Urso, Giuseppe Manca, capo risorse
umane Stellantis, Jean-Philippe Imparato, capo Europa di Stellantis, in
occasione del tavolo Stellantis tenutosi al Ministero delle imprese e Made in
Italy MIMIT a Roma - Martedì 17 Dicembre 2024.
Cosa
deve fare l’Europa?
“Tre
cose.
La
prima: rispondere immediatamente, con
urgenza, alle crisi che stanno attaccando le imprese in tutta Europa.
La
seconda,
bloccare le sanzioni che scatteranno tra pochi giorni, con il 2025, e
colpiranno tutte le imprese che non avranno rispettato le tempistiche previste
dal Regolamento Ue sulla mobilità elettrica del marzo 2023.
Regolamento
che impone alle case costruttrici europee, già dal prossimo anno, quote precise
di produzione tra motori elettrici e termici, con l’obiettivo di arrivare a
vietare completamente la vendita di motori termici a partire dal 2035.
Sono
numeri che l’attuale tendenza del mercato non consente di raggiungere.
Se
queste quote, e le relative sanzioni, non verranno bloccate, l’industria
europea dell’auto si troverà in poche settimane a subire un secondo, pesante
colpo finanziario che andrebbe ad aggiungersi a quello decretato dal mercato
con i forti cali delle vendite.
Terza
misura:
riformulare
le modalità della transizione verde”.
Pensa
che la nuova Commissione Europea di Ursula von der Leyen si stia muovendo nella
direzione giusta?
“La
presidente della Commissione ha annunciato la costituzione di un tavolo sulla
crisi dell’industria europea dell’auto e noi, come Alleanza delle Regioni
Europee dell’Automotive, vogliamo esserci.
E
avanzeremo proposte precise.
Chiederemo
di raggiungere gli obiettivi della mobilità sostenibile attraverso tutte le
possibili modalità di trazione.
Chiederemo di lasciare liberi i costruttori di
agire seguendo tutte le possibili soluzioni tecnologiche, dall’elettrico
all’endotermico, dai bio carburanti agli e-fuels, i carburanti sintetici, e
fino all’idrogeno, con l’unico vero obiettivo di creare un ecosistema
industriale efficiente e sostenibile e davvero in grado di raggiungere un
effettivo abbattimento delle emissioni”.
Quali
sono le prime risposte che vi attendete dall’Ue?
“Rivedere
i meccanismi finanziari di sostegno industriale.
La
strada che si è percorsa negli ultimi tre anni è stata di fatto un concentrare
gli aiuti ai soli motori elettrici.
E se ne stanno vedendo gli effetti:
tra
incentivi alla produzione e quelli alla vendita la quota di mercato delle auto
elettriche cinesi in Europa cresce, e cresce ovviamente a scapito di quelle
europee.
Il
calo delle vendite delle auto europee si porta poi dietro quello di tutta la
filiera delle imprese della fornitura di componenti.
Anzi,
proprio queste ultime, che sono l’anello più debole della catena, sono quelle
che vanno salvaguardate per prime.
Prima ancora di mettersi a ragionare su come
ridisegnare le tappe dell’Europa verso la mobilità verde bisogna pensare a
mettere in sicurezza le imprese”.
Il
primo problema è dunque il tempo.
Bruxelles ha già
annunciato un “Clean
Industrial Act” per fine febbraio 2025. Può essere un appuntamento ottimale per avviare un
cambio di direzione, ma è tra due mesi, non è tardi?
“No,
ma a patto che nel frattempo ci si occupi concretamente delle situazioni di
crisi, evitando la chiusura delle imprese.
Prima
di pensare a correttivi regolamentari e agli incentivi va sostenuta la filiera.
In Lombardia abbiamo già tre stabilimenti storici di componentistica per motori
endotermici che hanno annunciato la chiusura.
Purtroppo
la velocità della certificazione degli errori commessi sta aumentando e questa
è la prima urgenza da affrontare.
Prima sosteniamo l’esistenza e la continuità
della filiera, poi pensiamo ai correttivi”.
Come
intervenire?
“Con i
classici ammortizzatori sociali, con ogni mezzo che possa ridare ossigeno alle
imprese evitando al tempo stesso le chiusure e la perdita di competenze e di
capacità produttiva”.
Ma
queste decisioni sono di competenza dei singoli Stati.
E non
avrebbero difficoltà i singoli Stati a prendere simili decisioni in presenza di
una normativa Ue tuttora vigente che, in tema di mobilità verde, va in
tutt’altra direzione?
“Gli
Stati intanto facciano la loro parte, nel frattempo spingiamo affinché l’Ue
destini fondi a sostegno di queste operazioni di salvataggio”.
Vengono
segnali positivi in tal senso da Bruxelles?
“Una
settimana fa, l’11 dicembre, il Ppe, il gruppo di maggioranza relativa nel
Parlamento Europeo, si è pronunciato con decisione sulla necessità di un cambio
di rotta e ha indicato la stessa direzione del Manifesto per una mobilità
sostenibile lanciato da noi in Regione Lombardia tre anni fa, in cui già allora
prendevamo posizione per un percorso basato sulla neutralità tecnologica”.
Quali
risultati sono da attendersi? Anche una revisione degli obiettivi di
decarbonizzazione della mobilità?
“Il
punto fondamentale è calare gli obiettivi nella realtà. È stato commesso un
grande errore: basare il calcolo dell’impatto della mobilità solo sulla parte
finale del processo, sul mezzo di trasporto, sull’emissione allo scarico.
Ma
un’auto che si muove senza emissioni non vuol dire che anche la produzione di
quella stessa auto sia stata priva di emissioni.
Senza
contare poi il tema dello smaltimento del prodotto a fine vita:
nodo
decisivo soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento delle batterie”.
Quanto
può pesare il caso Stellantis?
Sotto la gestione di Tavares il gruppo era
stato il più restio tra le grandi case europee a premere per una revisione
delle norme sulla mobilità verde, tanto che era anche uscito dall’Acea,
l’associazione delle industrie europee dell’auto motive. Ora Stellantis ha
annunciato che dal prossimo primo gennaio rientrerà nell’associazione.
Sarà
un vantaggio non avere più un fronte industriale diviso all’interno
dell’Unione?
“Se
Stellantis torna a essere un’industria attenta ai propri stabilimenti e a un
ecosistema, come quello italiano, e lombardo in particolare, che ne ha fatto le
fortune in passato, troverà da parte di tutti i territori in cui opera, a
partire dalla Regione Lombardia, la massima disponibilità a sostenere, a
rinforzare e a favorire lo sviluppo della filiera di componentistica, di
elettronica e di soluzioni It finalizzato alle nuove tecnologie della mobilità.
Ma da
Stellantis intanto ci aspettiamo nuovo piano industriale, che punti sull’auto e
sui mezzi commerciali e che ridia vigore a tutto l’ecosistema dell’auto motive
italiano.
Se invece l’impegno dovesse continuare ad essere solo
finanziario, le conseguenze per l’industria del settore non potrebbero che
restare negative”.
Intanto
però un primo risultato è stato raggiunto:
da settimane non si sente più parlare di dazi
europei sulle auto cinesi.
“E’
una scelta su cui non c’è grande condivisione. Anche perché i dazi Ue su un
prodotto provocano reazioni su altri comparti industriali e producono alla fine
conseguenze specie ai Paesi che hanno bilance commerciali molto attive con i
cinesi. E non sarebbero comunque il modo giusto per affrontare il problema. Qui
il tema è industriale:
l’Europa
deve decidere se avere ancora oppure no un’industria dell’auto”.
Industria
dell’auto o “Green Deal”?
Il
falso dilemma dell’Europa.
Lavoce.info
- Rachele Cavara e Francesco Zirpoli – (18/12/2024) – ci dicono:
I
produttori di auto dicono di non essere pronti a rispettare i limiti alle
emissioni previsti nel 2025, 2030 e 2035 e paventano scenari drammatici.
Ma l’Europa non è chiamata a scegliere tra
sopravvivenza dell’industria e lotta al cambiamento climatico.
Perché
diminuire le emissioni.
I
limiti sulle emissioni CO2 dei veicoli servono per contenere i pesanti danni
che il cambiamento climatico procura a livello globale.
Le emissioni di CO2 sono infatti il primo fattore del
cambiamento climatico, e il settore dei trasporti è uno dei maggiori
responsabili della sua produzione.
In
Europa, il settore produce circa il 29% delle emissioni totali di gas serra e
causa inquinamento atmosferico, acustico e frammentazione degli habitat.
In più, le sue emissioni sono aumentate dal
1990.
Alla
crescita del volume delle attività di trasporto, infatti, non ha fatto da
contraltare una crescita dell’efficienza energetica dei veicoli.
Dagli anni Novanta a oggi, l’Europa ha cercato
di ridurre la CO2 emessa dai veicoli, con una serie di leggi fino a prevederne
l’azzeramento per i nuovi veicoli venduti a partire dal 2035.
I
piani europei di decarbonizzazione si scontrano oggi con la minaccia di una
profonda crisi dell’industria automobilistica.
Si è sviluppata una narrativa secondo la quale
le case automobilistiche sarebbero state colte impreparate dai limiti
stringenti e l’elettrificazione della mobilità imposti da un regolatore europeo
che si oppone agli interessi dell’industria.
Il corollario è che l’unica soluzione alla
perdita di competitività del settore auto europeo sia uno slittamento dei
limiti alle emissioni dal 2025 al 2027, o un abbassamento delle sanzioni per
chi risultasse inadempiente.
La stessa cosa è già successa in passato,
quando per volere dei produttori sono state azzerate le proposte di una stretta
sulle emissioni di CO2 e polveri sottili nel passaggio dalla normativa Euro 6 a
quella Euro 7.
Anche
ora, i produttori non solo suggeriscono che le regole e le sanzioni
porterebbero a un danno per lavoratori (chiusura di fabbriche) e cittadini
(costi più alto di acquisto delle auto), ma affermano che distoglierebbero
dagli investimenti per l’elettrificazione.
Ma
cosa significa che l’industria automobilistica è impreparata a rispettare leggi
emanate anni fa? Quali sono le cause di questa situazione? E cosa dovrebbe fare
il regolatore?
Ricostruire
l’evoluzione storica della normativa sulle performance CO2 dei veicoli aiuta a
capire perché la narrativa “regolatore contro industria” è per molti versi
artificiale.
È vero che il contesto sociale e politico europeo
potrebbe indurre un passo indietro nel percorso segnato dal “Green deal” su
decarbonizzazione e trasporti, e spostare sulla collettività il costo di scelte
strategiche dei costruttori che si sono rivelate fallimentari nel tempo.
Ma il
regolatore europeo non dovrebbe far slittare gli obiettivi fissati o ridurre le
sanzioni.
Come accaduto in passato, ciò porterebbe solo
a disincentivare l’innovazione con conseguente perdita di competitività e a
mettere in discussione la solidità di un impianto normativo che, con il “Green
deal”, aveva l’ambizione di coniugare salute, ambiente e sviluppo sociale ed
economico.
La
genesi della normativa europea per il controllo delle emissioni CO2.
Nel
1998 l’industria automobilistica assumeva l’impegno volontario di ridurre le
emissioni di CO2.
A partire dal 2007, alla luce del fatto che le
emissioni prodotte dai trasporti continuavano ad aumentare, la politica europea
cambia passo e introduce le prime misure sui veicoli leggeri.
Il
primo atto è la direttiva (EC) 443/2009 che sancisce che a partire dal 2015 le
auto vendute in Europa non devono emettere più di 130 gCO2/km.
La direttiva (EU) 510/2011 decreta poi che i
veicoli commerciali leggeri non debbano superare i 175 g/km a partire dal 2017.
Nel
2014 gli standard vengono aggiornati e nuovi regolamenti stabiliscono che entro
il 2020 le auto devono arrivare a emettere 95 gCO2/km, 147 per i veicoli
commerciali leggeri.
Ed
effettivamente tra il 2007 e il 2015 si verifica una riduzione delle emissioni
CO2 dei trasporti.
Non
era obbligo di legge prima del 2015, ma l’introduzione delle nuove politiche ha
incentivato i costruttori a sviluppare prodotti che raggiungessero i target
previsti.
Gli
anni del “diesel gate”
Nel
2015 l’industria automobilistica è scossa dal cosiddetto “diesel gate”, lo
scandalo Volkswagen, che ha svelato che i costruttori europei falsificavano i
test sulle emissioni inquinanti diverse dalla CO2.
Per
anni, i produttori hanno fatto credere al regolatore di produrre veicoli che
rispettavano gli standard Euro 5 ed Euro 6, quando non era così.
Il
regolatore europeo ha reagito allo scandalo cambiando il sistema di controllo
delle emissioni.
Innanzitutto,
cambia il modo in cui le emissioni CO2 sono misurate:
nel
2017 si passa dal “New European Driving Cycle” al “Worldwide harmonized
Light-Duty vehicles Test Procedure” (Wltp) che prende in considerazione un
profilo di guida più vicino alla realtà quotidiana rispetto al precedente “standard
Nedc”.
Per
intendersi, il “Wltp” rende molto più difficile l’introduzione sul mercato di
“defeat device” come quello montato sui motori EA189 della Volskwagen, capaci
di “ingannare” i test di laboratorio.
L’evoluzione
della normativa Europea per il controllo delle emissioni CO2.
Da
dove deriva il limite di media di 93,6 gCO2/km dal 2025 di cui tanto si discute
oggi?
Il 17 aprile 2019 viene approvata la
regulation (EU) 2019/631 che definisce le riduzioni di CO2 dalla sua entrata in
vigore nel 2020 fino al 2030.
In
particolare, stabilisce gli obiettivi di 95 gCO2/km per il periodo 2021-2024,
con una riduzione del 15 per cento nel 2025 rispetto alla baseline del 2021, e
del 37,5 per cento nel 2030 rispetto alla stessa baseline.
Quindi,
al contrario di quanto si vuol far credere, oggi, il limite medio alla CO2 al
2025, è frutto di una lieve riduzione rispetto al periodo 2021-2024.
E si tratta di una riduzione che i produttori
conoscono da parecchi anni, approvata nel 2019 e proposta dalla Commissione già
nel 2017.
Quando
il regolamento del 2019 è stato emendato nel 2023 per introdurre il phase-out
del motore endotermico al 2035, il regolatore si è focalizzato sulla riduzione
delle emissioni al 2030 e al post-2030, con il famoso limite di 0gCO2/km a
partire dal 2035.
Ma ha
lasciato invariate le emissioni al 2025, con l’apprezzamento, all’epoca, dei
produttori europei.
Perché
allora, per loro stessa ammissione, i produttori di auto oggi non sono pronti?
La risposta è nella strategia scelta per raggiungere gli obiettivi di
emissione.
La
scommessa sull’elettrico.
Gli
obiettivi della normativa europea sono da raggiungere a livello di media parco
auto venduto nel periodo e i produttori che affermano oggi di non riuscire a
rispettare i limiti previsti per il 2025 e il 2035, in linea generale, sono
quelli che hanno deciso di raggiungerli guadagnando quote di mercato
nell’elettrico senza innovare nell’endotermico.
Questa
scelta ha portato l’industria automotive “europea” a seguire due traiettorie
tra loro in conflitto:
da un
lato, i produttori hanno smesso di investire sulla riduzione delle emissioni
dei motori endotermici per dedicarsi alla crescita della quota dell’elettrico,
dall’altro, hanno ritardato gli investimenti nella gamma prodotto elettrificata
per sfruttare al massimo la maggiore marginalità sui prodotti endotermici.
A
renderlo possibile, sono stati da una parte i “successi” ottenuti dai
produttori, come l’annacquamento dello standard Euro 7, che ha limiti allo
scarico identici all’Euro 6.
Se
fosse passato l’Euro 7 voluto dalla Commissione, il rispetto degli obiettivi al
2025 sarebbe a un passo.
D’altra
parte, seguendo questa strategia, la quota dell’elettrico in Europa non ha
raggiunto i valori attesi, soprattutto per la bassa quota in paesi come Italia
e Spagna.
Anche in questo caso le ragioni sono
riconducibili a scelte dei produttori: l’interesse a vendere auto endotermiche
per la loro maggiore marginalità e l’assenza di “auto full electric”
economicamente accessibili nelle fasce A e B del mercato, ovvero modelli di
piccole dimensioni e poco energivore.
In
queste condizioni è chiaro che la strada verso il rispetto dei limiti previsti
è tutta in salita.
Ora si
prospetta il rischio di pagare sanzioni molto salate, che è il vero motivo per
cui i produttori auto chiedono di allentare i limiti.
A
partire dal 2025, coloro che non riescono a rispettare i valori medi per flotta
dovranno pagare 95 euro per ogni g/km oltre l’obiettivo per ogni auto venduta
in Europa in un anno:
se per esempio, una casa automobilistica
dovesse mancare il suo obiettivo di 5 g/km e vendesse 100mila auto nel 2025,
dovrebbe pagare una multa di 47,5 milioni di euro.
Il
falso dilemma per l’Europa.
La
richiesta di alcuni governi e produttori (non tutti per la verità) di rivedere
le sanzioni al ribasso è quantomeno tardiva e si basa sull’introduzione di un
falso dilemma per il regolatore europeo:
controllare la minaccia di licenziamenti di
massa e delocalizzazioni in caso di pagamento di sanzioni rispetto a
controllare le emissioni di CO2 e di altri fattori inquinanti.
La
questione è mal posta per due ragioni.
La
prima è che le conseguenze drammatiche per l’industria sono in parte esagerate
e in parte evitabili.
Lo mostrano le traiettorie di produttori che
hanno accettato la sfida della sostenibilità, ad esempio Volvo che ha investito
a tempo debito sull’elettrico e sullo sviluppo di motori endotermici poco
inquinanti.
Per altre case automobilistiche, la gamma
prodotto e le nuove uscite nel 2025 fanno pensare che probabilmente l’ammontare
delle sanzioni non sarà troppo alto.
E non
è da escludere che in un solo anno si possano ottenere riduzioni significative
della CO2:
è già accaduto in passato, come mostrato nel grafico
dell’”International Council on Clean Transportation”;
più in generale le prestazioni del settore non
dovrebbero essere giudicate in base alla situazione di mercato nell’anno
precedente all’obiettivo.
La
seconda ragione è che i bilanci dei produttori auto non sono oggi in perdita,
mentre il cambiamento climatico e l’inquinamento sono problematiche con cui
fare i conti immediatamente.
Esistono
margini per recuperare il gap di competitività verso la Cina.
Per i produttori di auto la vera scelta è tra
investimenti, lavoro e nuovi prodotti e dividendi.
Finora
hanno preferito distribuire i secondi.
L’Europa
dovrà senz’altro semplificare e integrare meglio il quadro normativo.
Non si
tratta solo di abbattere la CO2 e gli inquinanti (di per sé un’esigenza
concreta, a protezione della nostra salute), si tratta anche di evitare di
perdere terreno nella tecnologia.
In passato, la regolamentazione europea ha
favorito gli attori locali in quanto imponeva tecnologie molto avanzate.
Il
problema di oggi è che i produttori europei hanno rallentato nel corso degli
anni gli investimenti.
Interessi
di parte e nazionalismi.
Oggi,
il rischio concreto è che i produttori in ritardo sull’elettrico decidano di
ridurre i volumi di produzione delle auto endotermiche per rispettare la media
delle emissioni al 2025.
Per
farlo, potrebbero agire sui listini delle auto.
Con
l’aumento dei prezzi, i consumatori acquisterebbero meno auto e si avrebbe una
contrazione della produzione che potrebbe portare a licenziamenti o alla cassa
integrazione dei lavoratori, soprattutto lungo la filiera.
Una
situazione di questo tipo salvaguarderebbe i profitti dei produttori, a scapito
di fornitori (orfani di volumi e commesse) e cittadini (lavoratori o
consumatori).
In un
gigantesco “Truman Show”, finiamo per considerare pragmatiche posizioni che
intendono fare un passo indietro sugli obiettivi del Green deal.
I giornali e il dibattito pubblico sono pervasi da
posizioni che vedono il” phase-out” del motore endotermico come il suicidio
industriale dell’Europa, testimoniato dai licenziamenti, crisi della filiera di
fornitura e listini delle auto in crescita.
E le posizioni “pragmatiche” dei governi sono spesso
adottate sotto la minaccia di interessi di parte:
quelli
dei produttori auto o delle imprese petrolifere, pronti a punire le posizioni
progressiste con la delocalizzazione delle produzioni e degli stabilimenti in
paesi che sostengono i loro interessi.
Il
risveglio dal Truman Show rischia però di essere molto più duro delle sanzioni
che forse graveranno nel 2025 sui bilanci dei produttori auto.
Il primo mercato al mondo, la Cina, procede a
tappe forzate verso l’elettrificazione, metà dei 30 milioni di veicoli prodotti
e venduti dal gigante asiatico è “full electric”.
Negli
Stati Uniti l’”Inflation Reduction Act” ha prodotto una enorme mole di
investimenti nell’elettrificazione, che difficilmente saranno abbandonati.
L’unica
possibilità di rimanere competitiva per l’Europa – e i suoi stati – è cercare
una posizione coesa a difesa degli interessi dei cittadini (per l’aria che
respirano e il lavoro in cui sono occupati) e dell’ambiente, che porti i
produttori di auto ad accelerare nella direzione tracciata dal” Green deal”, tornando
a reinvestire i profitti nell’innovazione di prodotto, per la crescita della
competitività industriale.
(Progetto
Horizon Europe REBALANCE.)
Ue:
Istituzioni al lavoro con bussola
a
destra, Unione si sgretola.
Tuttieuropaventitrenta.eu - Giampiero
Gramaglia – (20 Dic. 2024) ci dice:
La
nuova Commissione europea, la seconda presieduta da Ursula von der Leyen, s’è
insediata domenica 1° dicembre ed è operativa:
una “barca fragile” che “parte senza bussola”,
scrive, perplesso e preoccupato, “Pier Virgilio Dastoli”, il massimo
conoscitore italiano dei meccanismi e degli ingranaggi europei.
In
realtà, la bussola a bordo c’è, ma non funziona bene:
spinge a destra, verso un populismo
moderatamente sovranista, mentre dovrebbe spingere verso il conferimento di più
sovranità all’Unione, sulla politica estera e la difesa, i migranti, il clima.
Tra
l’estate e l’inverno, la situazione europea e il contesto internazionale sono
drasticamente peggiorati.
Nell’Ue, una presidente sostenuta a luglio da
un’ampia maggioranza europeista si ritrova a capo di una Commissione appoggiata
a novembre da una maggioranza meno europeista e più populista, che si sposta a
destra e s’indebolisce, spaccando le coalizioni al governo in vari Paesi, in un
gioco di ‘do ut des’ fastidioso tant’è palese che non c’è dietro un progetto,
ma solo un calcolo.
Nel
Mondo, l’elezione e l’imminente insediamento alla presidenza Usa di Donald
Trump carica d’incognite e di apprensioni il 2025, mentre il conflitto in Medio
Oriente s’è allargato e l’invasione dell’Ucraina rischia di portare vantaggi al
presidente russo Vladimir Putin.
Per
l’Ue, Trump è uno spauracchio che “sta già spaccando” i 27 – osserva Politico
-: qualcuno s’illude che il magnate sia “un’opportunità” e altri, come il
capogruppo del Ppe al Parlamento europeo “Manfred Weber” e pure “von der
Leyen”, si trastullano con i giochi della politica mentre “Trump dà fuoco alla
casa”.
In
questo momento, la fragilità della Commissione e l’inadeguatezza della sua base
parlamentare paiono quasi l’ultimo dei problemi di un’Europa che ad ogni
elezione si sposta a destra, che vede cadere in pezzi i governi dei suoi Paesi
tradizionalmente traino e che non è determinata né ad alzare barricate a Ovest
né ad allagare i campi a Est.
“Eunews”
osserva:
“Il
Trump 2.0 scuote l’Ue. Le destre sono entusiaste, per i progressisti è un
‘giorno buio’ per il futuro e per l’Europa”.
Ue:
Istituzioni affrontano nuova legislatura fra divisioni e incertezze.
Nel
momento stesso in cui le tre Istituzioni europee, Commissione europea,
Parlamento europeo e Consiglio europeo, partono a ranghi completi e rinnovati
per una nuova legislatura di cinque anni, c’è un “problema di aritmetica” non
risolto, come scrive “Politico” ripercorrendo il tortuoso percorso di
un’interminabile transizione:
le
elezioni europee di giugno, i negoziati sulle posizioni di vertice delle
istituzioni, poi sulla formazione della maggioranza nel Parlamento, poi sulla
composizione della Commissione e le audizioni dei commissari da parte degli
euro-deputati;
e, infine, la fiducia alla Commissione, con
“molti meno voti del previsto – nota argutamente “Stefano Feltri” -, anche
causa le aperture verso “Giorgia Meloni” e i suoi conservatori (e. in effetti,
i voti aggiunti a destra non compensano quelli perduti a sinistra).
Il
“Ppe” si sposta a destra, sui migranti, sul clima, sul bilancio.
La ‘grande coalizione’ europeista non c’è più, ammesso
che ci sia mai stata. Socialisti, liberali e verdi sono a vario titolo contro
Weber e polemici con il Ppe;
il
cordone sanitario anti-destre è venuto meno o tocca solo più i Patrioti stretti
intorno al premier ungherese Viktor Orban e il gruppo binario Le Pen – Salvini.
Mentre
ciò avveniva a Bruxelles – la maggioranza di giugno si erodeva e quella di
novembre nasceva posticcia -, tutto intorno il quadro europeo mostrava crepe
nazionali sempre più inquietanti, a partire dai due Paesi guida:
il
governo francese è sull’orlo della crisi, dopo che il presidente Emmanuel
Macron ha prima tentato la scommessa di un voto politico tra giugno e luglio e
poi ha praticamente ignorato, nelle scelte a seguire, le indicazioni delle
urne;
e il
governo tedesco, messo in ginocchio dalla crisi dell’economia e dalle ripetute
sconfitte nelle elezioni regionali, s’è finalmente risoluto a un voto
anticipato il 23 febbraio.
E,
intanto, fra i 27, si susseguono i voti che premiano più forze centrifughe che
forze centripete, come in Romania, dove la destra sovranista avanza sostenuta
dal voto della diaspora.
O voti
che, come in Irlanda, mettono in stallo i Paesi invece di dare indicazioni
precise della volontà popolare.
I
titoli di “Politico”, che segue con grande attenzione le vicende europee, si
succedono uno più inquietante dell’altro:
la
crisi di governo francese, con la caduta del premier Michel Barnier, potrebbe
mettere in subbuglio l’eurozona e indebolire l’euro;
il
prossimo cancelliere tedesco potrebbe essere il più debole di sempre,
nonostante il proposito elettorale di “Friedrich Merz”, leader della Cdu,
favorito per l’incarico, di “rendere la Germania di nuovo grande”.
E una
destra romena pro-Russia forte “è una maledizione per l’Ue e per la Nato”.
La
mappa è variegata e contraddittoria, gli sguardi sono prevalentemente volti a
destra.
L’Olanda pensa di trasferire in Uganda i suoi
migranti, la Polonia vuole sospendere il diritto d’asilo, Germania e altri
Paesi sospendono la libera circolazione delle persone, una delle ‘libertà
simbolo’ acquisite nell’Unione.
E, fuori dai confini dell’Ue, i voti in
Moldavia e in Georgia danno esiti opposti ma ugualmente serrati e contestati:
il
governo di Chisinau vuole proseguire il cammino verso l’Ue, quello di Tbilisi
lo sospende fino al 2028, innescando proteste di piazza che evocano quanto
avvenne in Ucraina tra il 2013 e il 2014 e che possono rivelarsi prodromi di
conflitti.
A
Bruxelles e nelle capitali manca una voce che possa fare da controcanto a
Trump, come riuscì, sia pure senza acuti, ad Angela Merkel.
I
leader forti nei loro Paesi hanno piuttosto tendenza a fare comunella con il
presidente statunitense che a coagulare un fronte di resistenza europeo.
Ue: i
primi passi della “UvdL 2” su rotte ben conosciute, ma presto abbandonate.
Nelle
sue prime mosse, la ‘UvdL2’ si rifugia nella sicurezza di riti che, però,
rischiano presto d’appartenere al passato:
il
presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, portoghese, e la capa della
diplomazia europea “Kaje Kallas”, estone, sono stati, il 1° dicembre, a Kiev,
con la responsabile dell’allargamento “Marta Kos”, slovena: hanno incontrato il
presidente ucraino “Volodymyr Zelensky,” discusso come rafforzare il sostegno
europeo all’Ucraina a oltre mille giorni dall’invasione russa, parlato del
cammino verso l’adesione.
Ma a
Kiev e a Bruxelles, lato Ue e lato Nato, ci s’interroga su che cosa succederà
dell’Ucraina dopo l’insediamento di Trump.
Zelensky,
a ogni occasione, chiede appoggi per “la pace giusta”, ma sta già proponendo
scampoli di linguaggio diversi.
L’unico
che resta adamantino è il presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden che,
forse anche per creare imbarazzi a Trump, prende ora decisioni che appaiono
tardive e anacronistiche, sui missili e sulle mine anti-uomo.
All’arrivo
a Kiev, Costa, un socialista, dice:
“Nel
primo giorno in cui siamo in carica siamo qui per dare un messaggio:
siamo
dalla parte dell’Ucraina, militarmente, finanziariamente e politicamente come
dal primo giorno”.
“Kallas”,
una liberale, aggiunge:
“L’Ucraina è un tema che dovremo affrontare a
più livelli durante il nostro mandato ed è il più grande problema di sicurezza
che attualmente abbiamo. Veniamo qui insieme per mostrare lo spirito di unità
del ‘Team Europe'”.
Parole
la cui validità andrà verificata fra sei settimane, in funzione della dinamica
che la presidenza Trump imporrà alla vicenda ucraina.
E “Kallas”, scelta
anche per la sua determinazione anti-russa, potrebbe essere la prima a trovarsi
fuori posto in un ruolo dove dovrà forse puntare all’’apaisement’ e non al
confronto.
Stavolta,
“von der Leyen”, il volto europeo visto più volte in assoluto a Kiev, è rimasta
a Bruxelles.
La sua
Commissione è quella passata con il minore margine al vaglio del Parlamento
europeo e ha davanti missioni difficili, fra cui quella di attuare le ricette
contenute nel rapporto di” Mario Draghi” sulla competitività dell’Unione:
difficile riuscirci senza mettere in comune risorse.
Ai
leader dei 27 riuniti a metà novembre a Budapest, l’ex premier italiano l’aveva
detto in modo esplicito:
“Basta
posporre le decisioni … È indispensabile” prima scegliere che cosa fare e poi
ragionare “su forme di finanziamenti comuni” per realizzare l’agenda politica
europea.
Che,
al momento, non esiste.
Germania
"tentata dal suicidio":
così
può uccidere l'Unione europea.
Liberoquotiano.it
– (4 novembre 2024) – Redazione – ci dice:
La
Germania sta diventando sempre di più il vero malato dell'Unione europea.
In
primis affetto dalla sindrome della crisi del settore automobilistico.
Volkswagen
è in seria difficoltà e di recente ha minacciato di chiudere tre stabilimenti
in patria.
L'auto motive è responsabili da solo del 16%
della crescita tedesca tra il 1995 e il 2018.
Non se la passano meglio i comparti
energivori, come quello chimico e siderurgico che faticano a riprendersi dallo
choc provocato dallo scoppio della guerra in Ucraina e dopo che Mosca ha chiuso
i rubinetti.
Poi ci
sono le tensioni geopolitiche con la Cina.
Siamo
a un punto di svolta per il modello di crescita basato sulle esportazioni che
ha sostenuto l'economia tedesca dalla metà degli anni Novanta fino al periodo
Covid.
E ora
le scelte che le élite tedesche prenderanno avranno delle ripercussioni
importanti per l'intera Europa.
In
Germania esiste un ampio consenso politico ed economico sulla necessità di
incrementare gli investimenti pubblici.
Questo è, per esempio, il pensiero di Verdi e
Socialisti.
A
destra, invece, sia i liberali sia i cristiano-democratici spingono per misure
di austerità che riducano la spesa pubblica per i consumi, liberando così
risorse per nuovi investimenti senza aumentare il bilancio complessivo.
La
scelta della Germania tra austerità e investimenti pubblici avrà ripercussioni
di vasta portata per l’Europa intera.
Per
economie come l’Italia e la Francia, che restano in condizioni fragili, una
nuova stagione di austerità guidata dalla Germania potrebbe rivelarsi
destabilizzante, accentuando il divario tra una zona euro stagnante e aree
economiche più dinamiche come Cina e Stati Uniti.
Al
contrario, un maggiore stimolo agli investimenti in Germania e un allentamento
dei vincoli di bilancio potrebbero avere effetti positivi in tutta Europa.
La
guerra e l’Europa
suicidata
dagli Usa.
Infosannio.com – (4 Maggio 2024) – Pino
Arlacchi – ci dice:
(PINO
ARLACCHI – Nessun Paese ha mai tratto profitto da una guerra prolungata: Sun
Tsu, V secolo a. C.).
IN
UCRAINA PER PROCURA – “È pericoloso essere nemici dell’America, fatale esserle
amici” diceva Kissinger.
La nostra rottura con la Russia ha fatto degli
Stati Uniti il maggior fornitore europeo di gas e petrolio.
Imponendoci
la stagnazione.
Diceva
Henry Kissinger che essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma
esserne amici è fatale.
E nel
caso dell’Europa odierna la fatalità, il “fattore Kissinger”, consiste nel
suicidio economico impostole dagli Stati Uniti e culminato con la guerra in
Ucraina, ma preparato e istigato da lungo tempo.
La
vocazione autodistruttiva del nostro continente è stata preconizzata da
Nietzsche due secoli fa con il concetto di “nichilismo europeo”.
La sua
prova generale sono state le due guerre mondiali del Novecento, e il percorso
verso la soluzione finale è iniziato con il vassallaggio verso gli Usa
instaurato dopo il 1945.
La
sudditanza dell’Europa non è stata lineare.
Si è
dipanata in fasi alterne, con sussulti di indipendenza durante i quali il
Vecchio continente ha reclamato la sua sovranità.
Il più
importante sobbalzo ha prodotto la nascita dell’Unione europea e di una valuta,
l’euro, potenzialmente alternativa al dollaro.
Ma si
è poi caduti sempre più in basso, fino alla corrente fase terminale.
La
rottura con la Russia del 2022, con la guerra in Ucraina, capovolge il cammino
verso Est dell’Unione europea e vanifica la formula del suo capitalismo.
Questa
rottura comporta tre conseguenze letali, destinate ad aggravarsi nei prossimi
anni salvo reazioni dettate dall’istinto di sopravvivenza.
Il
primo effetto è la prosecuzione della stagnazione di lungo periodo del capitalismo
europeo iniziata negli anni 70.
Le
previsioni del Fondo monetario parlano chiaro:
il Pil dell’Unione resterà vicino allo zero
per almeno tre anni, in controtendenza rispetto a quello degli Usa, della
Russia e del resto del mondo.
Lo stop è dovuto in massima parte alle
sanzioni contro il petrolio e il gas che l’Europa acquistava a basso prezzo
dalla Russia prima del 2022.
Petrolio
e gas che dopo lo scoppio della guerra vengono acquistati dagli Usa a prezzi
fino a 4-5 volte superiori.
Nessuno
parla dei veri termini della questione dei rifornimenti di energia. Troverete
centinaia di articoli su quanto siamo stati bravi a ridurre nel giro di un anno
le importazioni di gas dalla Russia, senza che quasi alcuno di essi parli dei
folli prezzi della bolletta energetica pagata ora agli Stati Uniti.
Gli
Usa hanno spinto gli alleati europei verso sanzioni estreme contro Mosca.
Dopo
poche settimane dall’inizio delle ostilità hanno pressato l’Ucraina a
combattere invece di concludere un accordo già quasi negoziato.
E
hanno completato l’opera distruggendo il gasdotto Nord Stream nel settembre
2022:
tutto
alla luce del sole, dopo che Biden aveva avvertito gli alleati che quel
gasdotto era condannato.
Un atto di guerra contro la Germania ingoiato
dalla sua élite come se nulla fosse. È con questi metodi che gli Stati Uniti si
sono assicurati il primo posto tra gli esportatori di gas liquefatto verso
l’Europa e verso il mondo.
L’Europa
è divenuta, inoltre, la prima destinazione del loro petrolio: 1,8 milioni di
barili al giorno contro 1,7 verso l’Asia e l’Oceania.
Un
colpo “alla Kissinger” contro gli alleati d’oltreatlantico che il “centro
Bruegel” ha valutato costare quasi un punto e mezzo del Pil dell’Unione
europea.
Un
colpo che è il costo più grande della guerra Nato contro la Russia.
Sommato
alle spese in armamenti e agli altri oneri della belligeranza, siamo intorno –
sempre secondo “Bruegel”– a 316 miliardi di euro, pari al 2% del Pil
dell’Unione nel 2022.
Cifra
aumentata nel 2023 e che corrisponde, guarda caso, alla differenza tra il +2,4
del Pil Usa e il +0,4 dell’Unione.
Il
tutto tramite contratti-capestro firmati con gli Usa dalla “Von der Leyen “e da
vari governi europei che proteggono lo Zio Sam da eventuali rinsavimenti della
controparte tramite scadenze pluri quinquennali.
L’aumento
dei prezzi dell’energia, inoltre, è responsabile del 40% dell’aumento
dell’inflazione in Europa.
E un
altro 40% è dovuto ai superprofitti degli importatori europei di gas.
Non ci
si deve meravigliare, allora, se “Politico.eu” raccoglie gli sfoghi di alti
dirigenti di Bruxelles “furiosi con l’Amministrazione Biden che sta accumulando
una fortuna con la guerra a spese dei Paesi europei”.
Gli
Stati Uniti sono il Paese che sta approfittando di più dalla guerra perché
vendono più gas a prezzi più alti, e perché vendono più armi” (24.11.2022).
Ma la
storia del nichilismo europeo non si ferma qui.
Il
secondo elemento letale è la secca perdita di competitività delle industrie
europee rispetto a quelle americane causata dall’impennata dei prezzi
dell’energia.
Non
c’è industria manifatturiera nostrana che possa reggere un costo dell’energia 4
volte maggiore di quello sostenuto dalla concorrenza.
Non troverete cenno al “fattore Kissinger” nei
rapporti angosciati e codardi di Draghi e di Letta sul futuro del sistema
Europa.
Il
Paese più bastonato (o meglio, auto-bastonato) è stato la Germania, che sta
assistendo alla distruzione della sua base industriale e alla fuga di centinaia
delle sue imprese verso gli Stati Uniti.
Attratte,
queste ultime, anche dagli incentivi dell’”Inflation Reduction Act”. Un mix di
misure di favore equivalenti ai famigerati “aiuti di Stato” di Bruxelles che
Biden sta distribuendo a piene mani agli “amici” d’oltreatlantico per far
trasferire negli Usa pezzi interi del loro apparato produttivo.
La mitica Germania è diventata un Paese in via
di de-industrializzazione nonché la nazione con la peggiore performance tra
tutte le economie avanzate: Pil a -0,3% nel 2023-24.
La
terza pozione letale che deve trangugiare l’Europa è la fine del suo modello di
crescita degli ultimi trenta anni, basato sulla Russia e sulla Cina.
È
stato proprio Josep Borrell a dichiarare candidamente agli ambasciatori Ue,
nell’ottobre 2022, che “la nostra prosperità si è basata sulla Cina e sulla Russia:
energia e mercato. Energia a basso costo dalla Russia e accesso al mercato
cinese per importazioni, esportazioni, investimenti e beni di consumo a basso
prezzo… Quel mondo non c’è più”.
l
tramonto di quella formula di crescita ha spinto ciò che resta del capitalismo
europeo in un vicolo cieco.
La
Russia ha reagito allo scontro con l’Europa accelerando la sua integrazione in
uno spazio economico asiatico sempre più vincente.
In
soli due anni il commercio della Russia con l’Asia è passato dal 26 al 71%.
In questo spazio Cina e India diventano ancora
più competitive rispetto a Europa e Stati Uniti grazie allo sconto sui prezzi
degli idrocarburi importati adesso dalla Russia.
Uno
spazio divenuto, inoltre, più sicuro perché le transazioni tra le potenze
maggiori dell’Asia avvengono ora tramite le loro valute nazionali invece che
con i dollari.
C’è
qualcuno in grado di affermare, allora, che esista un modello di crescita del
capitalismo europeo alternativo a quello appena distrutto dal “fattore
Kissinger”? Potranno mai i balbettii neoliberali su “più mercato” e “più Europa”
sostituire una credibile nuova narrativa sul posto dell’Europa nell’ordine
mondiale post-americano e multipolare emerso ormai nitidamente?
Gaza e
Ucraina: va in scena
il suicidio dell’Europa.
Volerelaluna.it – (16-09-2024) - Piero
Bevilacqua – ci dice:
Da
quanto tempo i vari rappresentanti dell’amministrazione USA annunciano come
prossimo il cessate il fuoco a Gaza?
E ora,
dopo 10 mesi di massacri, oltre 40 mila morti, gran parte degli edifici
abbattuti, gli ospedali e le scuole rasi al suolo, centinaia di giornalisti e
volontari soccorritori uccisi, la morte provocata per fame e malattie, non è
evidente che essi mentono?
Che i loro annunci sono propaganda di guerra?
Servono
alla campagna elettorale dei democratici, a scrollarsi di dosso un po’ del
sangue palestinese agli occhi del mondo, a cui devono apparire umani e
portatori di pace.
Intanto riforniscono l’esercito di Israele di
tonnellate di bombe.
Ma il
cessate il fuoco a che cosa servirebbe?
Dopo l’auspicabile restituzione degli ultimi
ostaggi israeliani ai parenti, che cosa accadrebbe?
Non è
evidente che per Netanyahu e compagni non mancheranno mai terroristi di Hamas
da bombardare fino a quando nella striscia rimarrà qualche forma di vita?
Basta
infatti chiedersi: qual è il disegno di Israele e degli USA per dare un minimo
assetto di pace a quei territori dopo la tregua?
Questo
disegno non c’è.
Perché
il progetto dei “due popoli due Stati” non è realizzabile, dato che il
territorio palestinese è stato frantumato, deliberatamente ridotto a un puzzle
da Israele, per impedire una qualsiasi configurazione statale.
Mentre
è evidente che il disegno di Tel Aviv è di rendere inabitabile Gaza,
costringere la popolazione a emigrare nei paesi arabi contermini, come fanno
ormai da 77 anni a suon di massacri.
La
grande operazione degli ultimi giorni in Cisgiordania non fa che confermare
questa desolante lettura.
Forte delle armi e dell’appoggio
incondizionato degli USA, tranquillizzato dall’inerzia o dal sostegno anche
militare dell’UE, consapevole della necessaria prudenza dell’Iran, sostenuto
dai grandi media, Israele intende risolvere la “questione palestinese”, in un
solo modo:
annettendosi
il territorio altrui come ha sempre fatto, come continua a fare con la
colonizzazione strisciante e i “progrom” in Cisgiordania, incassando senza
tanto dolersi le condanne impotenti dell’ONU.
Dunque
violando il diritto internazionale che USA e UE rivendicano solo in Ucraina.
Questa
rapida sintesi, tuttavia, che tratteggia un ben noto paesaggio d’orrore, ci
porta a parlare d’Europa.
Con
stupefacente furia suicida le classi dirigenti europee non vogliono accorgersi,
che tanto la guerra in Ucraina quanto quella in corso nel Vicino Oriente, fanno
parte di un coerente piano imperiale americano.
Gli USA progettano da anni di ripetere in
Russia quel che hanno fatto in Jugoslavia, cambiare il regime, dominarne e
sfruttarne il territorio, farne un avamposto contro il partner economico più
temuto, la Cina.
La cosiddetta “sicurezza d’Israele”, che tanto
fa palpitare i cuori dei gruppi dirigenti americani è la formula retorica con
cui coprire un interesse vitale: rafforzare la presenza USA nella regione,
impedire la penetrazione cinese e russa che ha nell’Iran il principale punto di
riferimento strategico a venire.
L’altro
fine della guerra USA è indebolire l’economia europea, rendere politicamente
subalterna e marginale l’UE.
Qual
è, dunque, l’interesse europeo nel sostenere tale piano?
Nessuno ce lo ha spiegato.
Nessuno
ci ha mostrato le magnifiche sorti e progressive che ci attendono alla fine di
questa avventura.
Sono
sempre più evidenti, al contrario, le pesantissime conseguenze che ricadono in
varia misura sui vari paesi.
Non
solo i danni autoinflitti con le sanzioni alla Russia, il crollo del modello di
sviluppo economico fondato sull’energia a basso costo (che aveva fatto le
fortune della Germania), gli impegni in spese militari crescenti che fanno
deperire il welfare.
La
Germania e la Francia, i due paesi guida dell’Unione, dove Scholz e Macron sono
stati duramente ridimensionati, sono attese dal crollo di equilibri politici
decennali.
In
Germania, il Partito socialdemocratico, una delle più antiche e nobili
formazioni politiche d’Europa, sta scivolando nell’irrilevanza.
Mentre
in questi due anni ovunque è deperita la democrazia, sempre meno i governi
tollerano il dissenso (l’Italia è un laboratorio) e i grandi media hanno
assunto un’opprimente china manipolatoria.
Leggere
i resoconti di guerra di Repubblica o del Corriere (della TV pubblica non
parliamo) offre lo spettacolo quotidiano di una subalternità desolante del
nostro giornalismo.
È come
se esso non svolgesse un servizio d’informazione per il lettore italiano, ma
diffondesse notizie per conto di una potenza belligerante straniera.
Ma a una domanda le classi dirigenti UE e il
Governo italiano in primissimo luogo non possono sfuggire:
qual è
l’interesse europeo a inimicarsi l’intero mondo arabo, quello medio orientale e
quello nordafricano, appoggiando senza condizioni la guerra di Israele?
Non è
evidente che privilegiare quel piccolo paese, avamposto degli USA nella
regione, equivale a consegnare il Mediterraneo, il Mare nostrum, alla potenza
d’oltre oceano e, dunque, a privarci di uno spazio strategico per ogni autonomo
progetto a venire verso l’Africa e l’Oriente?
Infine,
ma non ultima questione:
con
quali menzogne i governi credono di nascondere alle proprie opinioni pubbliche
lo sterminio del popolo palestinese?
Basterà
inviare in giro i nostri giovani con le borse Erasmus per convincerli della
nostra missione civilizzatrice?
Non è
evidente che un ceto politico delegittimato sta conservando il suo potere sul
genocidio di un popolo?
L’ennesimo
massacro che segnerà la memoria del secolo, secondo la vecchia tradizione
coloniale europea, ma questa volta sotto gli occhi del mondo intero.
E
sostenuto per conto terzi.
Diventata
un’appendice della Nato, l’UE, infatti, opprime ormai su mandato di altri.
Meloni,
l’amerikana.
Volerelaluna.it – (18 -12-2024) - Gian Giacomo Migone
– ci dice:
La
presidente del Consiglio, malgrado le apparenze, deve essere veramente mal
ridotta se, con un classico caso di identificazione proiettiva, scaglia contro
Romano Prodi, placido ragionatore emiliano, l’improbabile accusa d’isteria
polemica.
Il
merito è rivelatore.
L’ex
presidente del Consiglio ha serenamente constatato che la signora in questione,
da postfascista ruggente – ormai tale soltanto nella forma – si è trasformata
in servile subalterna dell’establishment italiano e statunitense.
Pur in
forma pacata, certamente la più infamante delle accuse per una persona della
sua storia:
in
parole mie, di essere di fatto diventata una badogliana, cioè tale da scaricare
quella sovranità italiana mai del tutto riconquistata, per un ormai lontano
senso di colpa.
È da
osservare che l’art. XI della Costituzione prevede rinunce di sovranità purché
reciproche (come
nel caso degli aderenti all’Unione Europea ma non, dico non, della NATO).
Non a
caso, e qui il passato diventa presente e futuro, tra le accuse rivolte a
Prodi, spicca quella di avere voluto l’adesione all’euro:
principale
antidoto a quel ritorno a un’Europa ancora asservita alla spartizione di Yalta,
rilanciata dalla guerra d’Ucraina, subita da “von der Leyen” e votata da Meloni (e, purtroppo, anche da Schlein).
Da
quando l’egemonia di Washington si è trasformata in interventismo e
intermittente dominio militare, è diventata sempre più evidente la sua ostilità
nei confronti di un’Europa unificata.
Me lo
confessò un mio ex professore, Henry Kissinger, l’ultima volta che
c’incontrammo, nel lontano 1997.
La ragione è semplice anche se
sistematicamente sottaciuta.
Mentre la Cina e una Russia rivitalizzata
dalla guerra in Ucraina, costituiscono la credibile “threat”, la minaccia
credibile necessaria a giustificare una spesa, presenza e aggressività militare
altrimenti ridondante (da cui i ripensamenti di Donald Trump), un’Europa unita
e sempre più indipendente, profila un potenziale ma formidabile concorrente
economico, in grado di inserirsi a pari titolo in un consesso multipolare e,
ancor peggio, nemmeno liquidabile come minacciosa e ostile dittatura.
Da cui
l’estrema e attuale rilevanza della questione dell’euro, non a caso evocata
dalla Signora, nel momento in cui i Brics, che ambiscono a prefigurare un mondo
multipolare, si pongono come primo obiettivo quello di indebolire il dollaro,
utilizzando qualsiasi altra moneta, compreso lo stesso euro.
Mi sia
consentito in proposito di evocare un ricordo inedito che risale alla ratifica
del trattato di Maastricht, 17 settembre 1992, che per l’appunto conteneva,
come pezzo forte, l’istituzione della moneta comune europea (una delle tre classiche prerogative
di sovranità, oltre al territorio e al Governo, tuttora mancante).
Il
voto al nostro Senato rischiava di risultare decisivo perché, se fosse mancato,
avrebbe influito negativamente sul referendum popolare francese, fissato per la
domenica successiva.
Rinvio ad altra occasione i gustosi dettagli
del caso.
All’ultimo
momento il voto rischiava di venir meno a causa delle pressioni degli Stati
Uniti sul Governo Amato.
Soltanto
il PDS, pur dall’opposizione, impose di votare il consenso alla ratifica,
proprio per il suo significato politico.
Altri
tempi! Alleanza Nazionale si oppose con ostruzionismo alla ratifica di una
“Europa dei banchieri”, pur dichiarandosi favorevole a una Europa politicamente
unita.
Rifondazione Comunista pure si oppose ma,
messa a confronto con le pressioni statunitensi, garantì il numero legale che
rischiava di venir meno.
Successivamente,
il Governo Prodi consentì la partecipazione non economicamente scontata
dell’Italia alla moneta comune, da cui le imprecazioni attuali dell’ormai
americanizzata presidente del Consiglio.
La
legge “Salva-Milano”:
il
funerale dell’urbanistica.
Volerelaluna.it – (11-12-2024) - Enzo
Scandurra – ci dice:
Uno
spettro si aggira sul futuro (e presente) delle città italiane:
è quello denominato “Salva-Milano”, che
sarebbe più proprio chiamare “funerale dell’urbanistica”.
Infatti,
è di poche settimane fa l’approvazione alla Camera di una legge che applica il
principio di “interpretazione autentica” a due pilastri fondamentali della
legislazione urbanistica italiana:
la
legge n. 1150/1942 (legge urbanistica nazionale) e il decreto ministeriale n.
1444 del 1968 (concernente gli standard urbanistici).
Interpretazione
autentica significa, in poche parole, che se la nuova costruzione (ad esempio
un grattacielo) non peggiora la qualità della vita degli abitanti che risiedono
in quel quartiere, allora puoi procedere, in deroga alle altezze stabilite e
con un incremento delle cubature, alla sua realizzazione, in sostituzione
magari di un vecchio magazzino a due piani, con un costo di oneri di
urbanizzazione molto ridotto.
Questa
incredibile operazione edilizia e urbanistica degna della più spregiudicata
speculazione, si ammanta dell’obiettivo di “rigenerare la città”.
Un
danno enorme sia per gli abitanti che si sentono privati dei loro diritti, sia
per l’amministrazione comunale che vede ridotti i suoi introiti.
Naturalmente
a trarne profitto (meglio sarebbe dire, a specularci) sono gli immobiliaristi,
i faccendieri del mattone, finanzieri senza scrupoli, che oltre a realizzare
nuove costruzioni (leggi: grattacieli), incassano anche parte degli oneri di
urbanizzazione non pagati alle amministrazioni.
Questo
principio fa letteralmente piazza pulita di tutta la legislatura urbanistica (e
addirittura dello statuto epistemologico della stessa disciplina), ovvero delle
conquiste che negli anni Sessanta e Settanta del riformismo è stata prodotta in
Italia, a suon di lotte di cittadini.
Se poi
la legge, appositamente prodotta per Milano, venisse applicata ad altre città,
saremmo in presenza di una speculazione edilizia generalizzata dettata da una
cultura ultraliberista, con tanto di cancellazione di quel principio di
“consumo di suolo zero” che molte amministrazioni sbandierano al momento
elettorale per poi rinnegarlo all’atto del loro insediamento.
Ricordiamo
che, in soli sedici anni, il consumo di suolo, in Italia, ha raggiunto il
primato di ben 121.650 ettari;
come
aver aggiunto circa 11,5 città della grandezza di Milano a un’Italia già
piegata dalla super cementificazione e dove un’urbanistica sregolata appare
impotente a fronteggiare gli squilibri ecologici, come ben insegnano le recenti
alluvioni in Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche e in Liguria.
La
legge è stata approvata perché a Milano da tempo si procedeva alla
realizzazione di edifici e di interi isolati attraverso una procedura
semplificata, la “SCIA”, che viene utilizzata per piccole trasformazioni di
singoli appartamenti, ovvero in casi di piccole ristrutturazioni, godendo della
riduzione degli oneri di urbanizzazione.
Ne è
nato un modello “rigenerazione fai da te” che prospetta un disegno di una città
ultraliberista fatta per singoli edifici e isolati senza alcun piano di servizi
e col totale disprezzo della vita pubblica della comunità.
Inoltre
ne consegue un innalzamento dei valori immobiliari mascherato da una facciata
di modernismo che serve per incrementare la tanto propagandata “attrattività”,
ovvero l’afflusso di nuovi capitali, l’aumento dell’over turismo e la
conseguente espulsione di ceti a basso reddito verso le zone più periferiche.
Tanto
che è noto come a Milano (modello di “successo” per molte amministrazioni anche
di sinistra) sia assai difficile trovare alloggi in affitto, se non a un prezzo
elevato e non accessibile ai più, tantomeno studenti.
E se
Milano piange Roma non ride, poiché molte delle opere finanziate col” PNRR” o
coi fondi del “Giubileo”, sono del tutto marginali per risollevare le sorti di
una città da tempo in ristagno.
Inoltre compensazioni edificatorie (in base ai
cosiddetti diritti pregressi) e crediti edilizi (per ristrutturazioni) si
traducono in nuove costruzioni, spesso sull’agro romano, moltiplicando il
consumo di suolo e il sistema già al collasso dei trasporti pubblici.
Non
sappiamo a tutt’oggi se la legge verrà definitivamente approvata (molti sono i
dubbi sulla sua costituzionalità), quello che invece è certo che il “Modello
Milano” continua ad essere, dopo la “Milano da bere” di triste memoria
craxiana, un modello da imitare per altre città dove l’over turismo e la
cacciata degli abitanti storici è considerato un fenomeno necessario di
modernizzazione.
Se ai tempi del film di Rosi (1962), “Le mani
sulla città”, imprenditori senza scrupoli potevano, con la complicità di
qualche amministratore corrotto, modificare la destinazione d’uso di un
terreno, da verde ad edificabile, questo era comunque considerato un atto
criminale, mentre oggi la realizzazione di un grattacielo al posto di una
vecchia costruzione a due o tre piani, passa per rigenerazione urbana senza
alcun rischio per le amministrazioni (anche se c’è da dire che i tecnici
dell’ufficio comunale di Milano sono sotto stress per le licenze rilasciate).
Si è
appena conclusa a Baku la ventinovesima, e inutile, “COP” (Conferenza delle
Parti per il Clima) vista anche la partecipazione di una nutrita rappresentanza
di lobbisti del fossile (quasi 2000);
un
rituale cui purtroppo siamo abituati:
tante
dichiarazioni per l’ambiente e nessun dato di fatto a suo favore. Tanto più
servirebbe un esempio di tante città ad avviarsi verso una transizione
ecologica (che meglio sarebbe chiamare conversione ecologica) perseguendo
l’obiettivo di consumo di suolo zero e restituendo agli abitanti quel sano
desiderio di vivere in città senza subire quel caldo che si sprigiona
dall’eccessiva cementificazione.
La
costruzione di grattacieli a Milano, sbandierata in nome (sic!) del consumo di
suolo zero, va nel senso opposto:
quello di realizzare un disegno di città ad
uso e consumo degli abitanti a reddito alto contrabbandato come una sorta di
felicità urbana del singolo, ovvero la rinuncia a quegli statuti che diedero
vita ai comuni italiani di cui Carlo Cattaneo tesseva le lodi come fondatori e
depositari delle virtù civiche.
Uno dei vanti dell’Italia era la ricchezza dei
propri comuni, ricchezza civile, di bellezze, sociale.
Ogni
comune vantava le proprie tradizioni, la propria cultura, la produzione
originale di merci e, dice” Carlo Cattaneo” (in La città considerata come
principio ideale delle storie italiane), anche quando entravano in guerra per
conto di altri, si distinguevano per le proprie insegne e i propri capitani.
Comuni
tra loro diversissimi, come racconta, negli anni Cinquanta, “Guido Piovene” nel
suo “Viaggio in Italia,” ma ognuno orgoglioso delle proprie fiere, del proprio
mercato, della propria storia e tradizione.
Le città erano i luoghi dove si sviluppava la
partecipazione politica e della vita civile, luoghi pubblici per eccellenza.
Ora
essi, dimentichi di questa gloriosa tradizione, sono tutti simili tra loro,
omologati rispetto agli obiettivi di attrazione nei riguardi dei flussi
finanziari, del turismo e dell’evento;
ognuno
di essi in competizione con l’altro avendo come meta finale quella di imitare
altre città “di successo”, come Londra e perfino Dubai.
A
questo scopo concorrono anche le cosiddette archistar con architetture
sradicate dal contesto;
opere senza relazioni alcune con la città, che
appartengono a un circuito internazionale sostanzialmente indifferente ai
luoghi e che si riproducono in forme sostanzialmente simili in ogni contesto.
All’interno
di queste città scompaiono progressivamente quei presidi sociali o anche solo
istituzionali che contribuirono alle relazioni tra luogo e abitanti:
cinema,
teatri, piccole botteghe artigianali, commissariati di polizia, parrocchie.
Una
lenta e progressiva ritirata delle amministrazioni che non hanno più alcun
interesse a governare i luoghi quanto invece ad attrarre i flussi finanziari e
a trasformare i centri in vetrine di lusso per i turisti.
Perché oggi il fine della città è quello di crescere,
crescere sempre e divorare spazio e suolo.
Ma le
persone, gli abitanti, non abitano i flussi che attraversano la città, ma i
luoghi fisici dove sono ancora possibili relazioni umane, scambi, pause,
raccontare storie, chiacchiericcio inutile che produce socialità.
E
spiace (benché sia diventata un’abitudine) vedere come la sinistra al governo
di queste città sia conquistata da questo effimero modernismo secondo il quale
il nuovo è sempre meglio del vecchio, con la rinuncia di quei valori e di
quelle tradizioni che fecero dell’Italia il Bel Paese dei cento comuni.
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