Ci vogliono ingannare.

 

Ci vogliono ingannare.

 

 

MONETA FIAT vs BITCOIN: Cosa sapere

 per salvare il nostro portafoglio

 e la nostra libertà.

Comedonchisciotte.org - Tiziano Tanari – (16 Dicembre 2024) – ci dice:

 

Donald Trump:

“Voglio che gli Stati Uniti diventino la capitale “cripto del mondo” e una super potenza mondiale di bitcoin”.

Sorprendente dichiarazione del neoeletto presidente americano che, con le sue affermazioni, pone alla nostra attenzione un soggetto monetario di recente creazione, il Bitcoin, la più famosa fra le criptovalute, in una nuova veste, quella di riserva di valore al pari e più del dollaro; l’idea di crearne grandi scorte da parte della FED gli conferisce un’importanza strategica complementare e superiore addirittura alla moneta nazionale statunitense.

Questa visione lascia alquanto perplessi per i motivi che cercheremo di analizzare nel presente articolo.

 

MONETA FIAT.

Prima di valutare l’impatto sui mercati monetari di questa nuova prospettiva di utilizzo delle criptovalute da parte delle Banche Centrali, è necessario evidenziare le caratteristiche che delineano la natura e la funzione della moneta, prima fra tutte la “moneta fiat”, moneta fiduciaria a corso legale emessa dalle Banche Centrali e utilizzata dagli Stati come valuta nazionale.

 Una caratteristica fondamentale, la cui importanza pare che, ancora oggi, non sia colta appieno, è rappresentata dalla sua assenza di un legame a un valore sottostante, come ad esempio l’oro ai tempi del Gold Standard.

 La mancanza di un collegamento diretto con beni materiali, quindi, gli conferisce la possibilità di creazione illimitata senza vincoli oggettivi.

Da questo possiamo dedurre che uno Stato dotato di una moneta sovrana avrà tutte le risorse finanziarie necessarie per le proprie esigenze di spesa pubblica.

Quando sentiamo parlare di conti pubblici da tenere sotto controllo, di pareggio di bilancio, di tasse che servono a finanziare la spesa corrente e di avanzi pubblici, ci stanno clamorosamente truffando.

È importante sottolineare il ruolo della “moneta fiat sovrana” che ha una relazione diretta e indissolubile con il livello dell’economia del proprio Paese:

che le dà valore è la capacità del Paese medesimo di produrre beni e servizi, ovvero quella che viene definita “ricchezza reale” alla quale deve corrispondere una proporzionale “ricchezza finanziaria”.

Mantenere questo rapporto equilibrato fra le due grandezze è il compito della politica monetaria e fiscale dello Stato.

Ricordiamo che i beni reali possono scarseggiare per mancanza di materie prime, tecnologie adeguate, mano d’opera qualificata, ma i “soldi” non possono mancare;

 limitare e imporre tagli alla spesa pubblica è un crimine verso l’intera nazione.

 La prima considerazione da evidenziare è questa:

 ma se uno Stato può creare tutta la moneta necessaria per sostenere la propria economia, a che cosa le può servire un’altra moneta il cui valore, fra l’altro, non è neanche in grado di controllare?

CRIPTOVALUTE-BITCOIN.

Le criptovalute sono monete digitali la cui creazione e relativi scambi avvengono su una piattaforma chiamata “Blockchain “che permette transazioni dirette, trasparenti e sicure fra i vari utenti in una rete decentralizzata, ovvero senza un organismo superiore che la coordina e la regola;

 in sostanza è fuori dal controllo di qualsiasi istituzione bancaria o statale.

C’è chi ipotizza la possibile esistenza di una struttura anonima che abbia comunque accesso ai meccanismi di controllo della rete ma non essendoci elementi oggettivi per sostenere questa tesi, rimane solo un’ipotesi, anche se plausibile.

Nell’universo delle criptovalute, la più famosa e consolidata sul mercato è il Bitcoin, moneta digitale creata nel 2009 con un valore iniziale di pochi centesimi di dollaro, e che, dopo anni di scambi, ha raggiunto la cifra stratosferica, ad oggi, di 100.000 $ per 1 Bitcoin.

 Il valore che si è costituito seguendo la legge della domanda e dell’offerta, lo ha caratterizzato come un prodotto finanziario essenzialmente ed esclusivamente speculativo.

In questi anni abbiamo assistito a grandi fluttuazioni del Bitcoin, e anche a diverse truffe, in quanto il settore presuppone una conoscenza tecnica specifica di alto livello senza la quale è facile correre il rischio di grosse perdite.

Detto questo possiamo evidenziare una caratteristica comune che comune non è: sia le criptovalute che le monete di stato possono essere utilizzate per le normali funzioni di acquisti e vendite ma, mentre le prime hanno una caratteristica di estrema volatilità, anche nel breve termine, e quindi con una possibile e repentina variazione del loro valore, che generalmente tende ad aumentare, le seconde hanno un valore stabile.

 È chiaro che chiunque debba fare una spesa, utilizzerà la moneta di stato in quanto la criptovaluta, in questo caso il Bitcoin, verrà valutato come una potenziale fonte di guadagno per la possibile crescita del suo valore e quindi si preferirà mantenerla in portafoglio.

L’elevata volatilità delle criptovalute, peraltro, non consente sicuramente il corretto svolgimento della funzione di “unità di conto”:

 i prezzi delle principali criptovalute sono soggetti a fluttuazioni molto ampie, anche all’interno di una stessa giornata, quindi è altamente inefficiente, per non dire impossibile, prezzare beni e servizi in unità di criptovalute.

 

Con queste caratteristiche, come possiamo considerare il Bitcoin una possibile riserva di valore per uno Stato?

Uno stato che, ricordiamo, si può finanziare senza limiti oggettivi con una propria valuta, che bisogno può avere di crearsi una riserva in Bitcoin?

Che interesse può avere un Paese come gli USA, con il dollaro, la più importante moneta di riserva mondiale, detenere una riserva di Bitcoin? Che senso ha l’affermazione del Presidente Trump che un tale “tesoretto” potrebbe anche servire per contenere e/o ridurre il debito pubblico?

 C’è da chiedersi se pensa di non avere dollari sufficienti!

Ci sono molti altri aspetti che andrebbero trattati approfonditamente:

la prima e più importante sarebbe l’impossibilità del Governo di controllare la politica monetaria nel proprio Paese qualora la criptovaluta diventasse strumento effettivo per lo scambio di beni e servizi;

 per quanto riguarda gli investitori privati si correrebbe, prima o poi, il rischio, sicuramente probabile, di eventuali bolle speculative che potrebbero far saltare i risparmi a milioni di persone.

Una moneta virtuale creata dal nulla, in un sistema, ad oggi, completamente deregolamentato, dove è richiesta un’altissima professionalità e conoscenza dei suoi meccanismi di funzionamento, senza nessun organismo istituzionale di riferimento che possa sopperire ai rischi della volatilità e garantire sicurezza nel mercato delle monete digitali, viene da pensare che il mondo delle criptovalute siano niente di più che un’alternativa al gioco d’azzardo dei casinò come, del resto, lo sono molte altre operazioni di borsa.

Una considerazione a parte merita il confronto con la creazione, sempre più probabile, di monete digitali da parte delle Banche Centrali, le cosiddette CBDC (Central Bank Digital Currency) erroneamente, a parere di chi scrive, considerate da molti come alternativa e concorrenti delle attuali criptovalute.

 Le CBDC costituirebbero nulla più che una nuova forma di emissione monetaria della stessa valuta di Stato che, in quanto tale, dovrebbe mantenere un valore stabile e quindi non potrebbe essere considerato uno prodotto finanziario speculativo.

È importante evidenziare le sue caratteristiche che ne fanno uno strumento rivoluzionario capace di bypassare le banche nel pagamento diretto fra due o più utenti, senza cioè passare da un server centrale ma soprattutto sarebbe una moneta “programmabile”;

questa funzione le permetterebbe di interagire in modo diretto con gli utenti creando linee guida che, qualora non fossero rispettate, in automatico verrebbero attivate procedure predefinite.

Questa caratteristica fornirebbe un formidabile strumento di controllo e di gestione di possibili azioni restrittive o punitive che andrebbero a ledere le libertà fondamentali dei cittadini, soprattutto se, in aggiunta, venisse eliminato il contante.

 È anche per questo motivo che molti ritengono le criptovalute uno strumento di libertà in quanto la rete decentralizzata non sarebbe soggetta a nessun tipo di controllo.

 Lascia comunque perplessi ritenere che lo stesso sistema che vuole creare le CBDC, la cui funzione principale sarebbe il controllo totale della rete dei pagamenti, permetta anche di mantenere uno strumento, le criptovalute appunto, con le quali avrebbero la possibilità di aggirare lo stesso sistema.

In conclusione, sorprende e preoccupa l’ignoranza di personaggi politici che, pur avendo un grande peso sugli andamenti dei mercati finanziari e sull’ economia globale, non abbiano la minima conoscenza del reale funzionamento dei sistemi monetari e permettano alla finanza speculativa di ammaliarci con una propaganda orientata solo ed esclusivamente ai propri interessi.

 Ma, cosa ancora più preoccupante, pensano di istituire monete digitali che possono mettere in serio rischio la libertà dei loro cittadini.

Con queste premesse ci auguriamo che la politica possa arricchirsi, al più presto, di nuove competenze e di una nuova etica rivolta in primis al bene dei Popoli e meno all’interesse illegittimo e criminogeno degli avventurieri e speculatori globali.

NOTE:

(milanofinanza.it/news/cos-e-la-criptovaluta-e-come-funziona-le-domande-e-le-risposte-di-base-202112152104559386)

(adnkronos.com/economia/criptovaluta-rally-bitcoin-trump-oggi_7br6M1x6BXIdhLoxpNk91d)

(consob.it/web/investor-education/criptovalute)

(ilsole24ore.com/art/trump-studia-sua-stablecoin-arriva-concorrente-dollaro-AG1dDVJB).

 

 

 

 

 

La moneta bancaria è la causa principale

delle crisi del debito e delle crisi finanziarie.

 

Economiaepolitica.it - Enrico Grazzini – (2 Settembre 2024) – ci dice:

 

Esistono tre tipi fondamentali di moneta: la moneta bancaria, creata dalle banche commerciali; le monete metalliche e le banconote, moneta legale;

e la moneta riserva delle banche commerciali utilizzata per i pagamenti interbancari.

 La banca centrale crea moneta dal nulla (moneta fiat) moneta di riserva solo ed esclusivamente per le banche commerciali e queste ultime creano moneta dal nulla (moneta bancaria) solo e esclusivamente per l’economia reale e finanziaria, ovvero per le imprese, gli individui e gli enti pubblici.

I due circuiti – quello di banca centrale e quello delle banche commerciali – sono separati ma collegati.

 

Solo le banche commerciali hanno il privilegio di avere un conto corrente presso la banca centrale e di ottenere moneta legale di prima emissione:

 il pubblico – cittadini/e, imprese, enti pubblici – non ha accesso diretto alla moneta di banca centrale e alla moneta legale (moneta sicura perché coperta dallo Stato).

Circa l’80-90% della moneta che circola nell’economia reale è moneta bancaria.

Il resto sono (oltre che le monete spicciole per le piccole spese) banconote emesse dalla banca centrale:

tuttavia per avere le banconote di moneta centrale occorre avere prima un conto bancario.

 Infatti la banca centrale non emette banconote direttamente per il pubblico. Quindi tutte le monete che circolano nell’economia reale e nell’economia finanziaria hanno in qualche modo origine solo ed esclusivamente nel sistema bancario.

 

La banca commerciale crea moneta bancaria dal nulla quando concede un credito:

la moneta creata dalla banca è moneta scritturale, ovvero la banca segna all’attivo il credito che il creditore dovrà restituire con l’interesse e segna al passivo il deposito bancario creato per il cliente.

(Purtroppo per noi cittadini la banca segna all’attivo nel bilancio bancario l’importo creato di “moneta fiat” ma questo non accade al momento della creazione, ossia al momento che la  moneta flat entra subito - quale utile bancario- nel patrimonio della banca stessa. N.D.R)

Le due caratteristiche fondamentali della moneta bancaria in regime privatistico sono che

 1) essa è emessa come moneta-credito e quindi entra sempre nell’economia come moneta-debito;

 2) e che è money-for profit.

La moneta bancaria corrisponde sempre a un debito che deve essere ripagato con interesse ed è emessa sempre per accumulare altra moneta, cioè per un profitto monetario.

Le banche commerciali hanno l’autorizzazione da parte dello Stato a convertire la loro moneta privata – i depositi bancari derivati da un contratto privato – in moneta legale, in banconote.

Così la moneta bancaria diventa moneta legale, moneta di Stato.

La differenza tra la moneta bancaria (deposito bancario) e le banconote è che sulle prime si paga un interesse mentre sulle banconote non si paga alcun interesse.

Dagli anni 80 in poi, dopo la fine di Bretton Woods e poi con gli accordi di Maastricht, è stata decisa politicamente la liberalizzazione del sistema bancario:

 in Europa le banche pubbliche sono state per la quasi totalità privatizzate e le banche commerciali operano in regime competitivo per il massimo profitto e il massimo rendimento azionario per gli azionisti, come qualsiasi altra azienda privata.

 (Ma un’azienda privata non può crearsi “moneta fiat propria” da offrire alla banca in pagamento di un credito bancario.N.D.R.)

Questo ha comportato la completa privatizzazione dell’emissione monetaria per l’economia.

Dagli anni 80 in poi, dopo la fine di Bretton Woods e poi con gli accordi di Maastricht, le banche centrali sono gradualmente diventate “indipendenti”: fissano in autonomia il tasso di interesse, non dipendono più dal governo e dal Ministero del Tesoro e non sono tenute a coordinarsi con le politiche fiscali condotte dal governo.

 Inoltre, di fatto o di diritto, è stata proibita la “monetizzazione” dei debiti pubblici, cioè l’acquisto dei titoli pubblici direttamente dalla banca centrale nazionale sul mercato primario con emissione di nuova moneta.

Così è stata sostanzialmente eliminata l’emissione nell’economia reale di moneta pubblica – ovvero di moneta da non restituire con interesse al settore bancario – e il rendimento sul debito pubblico è deciso principalmente dai mercati.

In pratica, con la fine degli accordi di Bretton Woods, gli Stati hanno ceduto alle banche commerciali la gestione del sistema monetario, almeno per quanto riguarda la moneta che circola nell’economia reale e finanziaria.

Le banche private autorizzate a creare moneta operano come tutte le altre aziende private in regime di competizione:

devono dunque fare il maggiore numero di profitti nel più breve tempo possibile altrimenti vengono mangiate o spariscono dal mercato.

Non a caso i fenomeni di concentrazione e di gigantismo sono molto marcati nel settore bancario.

La banca commerciale ricava una rendita da signoraggio per la creazione della moneta, e questa rendita grava sull’economia.

Infatti la moneta bancaria è essenzialmente moneta-bit, ha un costo tendenziale pari a zero, può dunque essere creata all’infinito e genera un reddito molto superiore al suo costo.

Oltre che dal signoraggio, le banche ottengono dei ricavi dalle loro altre attività: gestione del sistema dei pagamenti, selezione del merito di credito dei richiedenti prestiti, commissioni, trading, ecc.

In generale i crediti aumentano per soddisfare la richiesta crescente di liquidità da parte delle aziende, delle famiglie, degli enti pubblici e del settore finanziario.

Ma, dal momento che la moneta bancaria – ovvero la moneta-debito – viene a sua volta prestata, e quindi diventa debito su debito, e viene prestata anche e soprattutto al settore finanziario – che opera prevalentemente a leva, ovvero con debito –, anche a causa degli interessi composti, il debito nell’economia cresce normalmente in progressione geometrica.

Il debito complessivo non solo aumenta in progressione geometrica ma cresce anche in misura tale che non può essere ripagato dal reddito derivato alla produzione reale.

In generale l’economia reale tende infatti a crescere in misura più graduale rispetto ai debiti, come si mostra in un grafico.

 Il gap tende a allargarsi nel tempo. La moneta bancaria genera dunque debiti che per loro natura non possono essere ripagati, e quindi la moneta bancaria genera crisi.

La moneta-debito tende a crescere più dell’economia perché il core-business delle banche è creare moneta e quindi in un regime competitivo si afferma la propensione a creare moneta in eccesso nel tentativo di fare più profitti possibile (soprattutto nei periodi di boom e di euforia).

Ne deriva che in un regime di concorrenza per il massimo profitto la creazione della moneta tende spontaneamente a essere superiore alle necessità e alla crescita dell’economia reale, e a essere inflazionata.

La possibilità delle banche commerciali di creare moneta porta alla tendenziale sovrapproduzione di moneta bancaria non accompagnata dalla produzione di valori reali.

Il sistema bancario nei periodi di boom tende a creare moneta in eccesso non solo per l’economia produttiva ma soprattutto per la finanza e il settore immobiliare: questi sono infatti i settori che dal punto di vista della singola azienda-banca sono i più profittevoli nel breve e medio periodo.

Invece gli investimenti produttivi offrono margini incerti e solo nel lungo e medio periodo.

Le banche commerciali spinte dalla esasperata ricerca competitiva del profitto a breve termine sono portate tendenzialmente a allocare molto più credito nei settori non produttivi dell’economia, e così inevitabilmente gonfiano i mercati finanziari e immobiliari.

 Nei mercati finanziari il rendimento potenziale è commisurato al rischio:

 i maggiori rendimenti si hanno quando i rischi di perdita sono maggiori.

Nella competizione per il massimo profitto le banche tendono a cercare rendimenti sempre più elevati correndo sempre maggiori rischi, e così provocano crisi.

 

Il settore finanziario può creare titoli all’infinito, ovvero senza corrispettivo nell’economia reale, grazie ai titoli derivati.

 Quindi all’eccesso di moneta corrisponde un eccesso di titoli e all’eccesso di titoli corrisponde un eccesso di moneta-debito:

nella finanza la moneta debito si trasforma facilmente in moneta-scommessa.

I derivati sono essi stessi una forma di moneta-scommessa, ovvero di capitale fittizio, di moneta spuria.

 

Non è tanto e solo l’aumento del credito – e quindi del debito – a provocare le crisi. Il problema è che il credito viene allocato soprattutto e in maniera crescente nella finanza.

Da qui il fenomeno della finanziarizzazione.

I crediti bancari attualmente vengono per gran parte impiegati per scopi speculativi, ovvero per finanziare passaggi di proprietà di titoli e di immobili che esistono già, e che vengono trasferiti da un proprietario all’altro senza creazione di valore reale.

 

Dalla metà degli anni ’80 in poi – in coincidenza con la deregulation e la fine dei controlli amministrativi nel settore bancario – è decollato il mercato dei mutui immobiliari.

 In pratica gran parte dei finanziamenti bancari serve a trasferire la proprietà di beni già esistenti.

 Questo fenomeno è facilitato dal fatto che la singola banca considera le proprietà già esistenti come valido collaterale, ovvero come garanzia per il credito erogato.

Si comprano case già costruite per rivenderle a maggiore prezzo; si comprano titoli per rivenderli a prezzo maggiorato.

 Per esempio le banche finanziano le scalate a società che, una volta acquisite, vengono fatte a pezzi per “estrarre valore”, ossia vengono rivendute con possibili plusvalenze per i finanzieri.

 Ma la speculazione non dà valore aggiunto all’economia reale.

 Il gioco speculativo si basa sul debito e ha l’effetto di aumentare i prezzi degli asset immobiliari e finanziari.

 Così crescono le bolle finanziarie e immobiliari.

L’aumento dei prezzi dei titoli e degli immobili attira nuovi investimenti e provoca ulteriori aumenti dei prezzi in una crescita a spirale.

 Le plusvalenze e gli interessi guadagnati dalla finanza tendono infatti a essere reinvestiti in gran parte nella finanza stessa (certamente non sono per la maggiore parte impiegati in nuovi investimenti produttivi o in nuovi consumi) e così il settore finanziario si gonfia in progressione geometrica.

Quando improvvisamente si scopre che alcune classi di titoli sono fortemente sopravvalutate a causa della speculazione allora le crisi precipitano:

allora la moneta-debito e la moneta-scommessa investita in quei titoli non può più essere onorata.

Per tentare di pagare i debiti le società finanziarie e le banche sono costrette a smobilizzare subito i loro titoli svendendoli e provocandone una brusca diminuzione di valore.

 Crolla la lunga catena dei debiti e crollano i titoli corrispondenti.

Per bilanciare le perdite, le banche sono costrette a chiedere l’immediato rientro dai debiti e a contrarre il credito:

 ne risulta che la moneta scompare improvvisamente nell’economia reale e in quella finanziaria, e che per mancanza di liquidità e di potere d’acquisto l’attività produttiva viene congelata.

Il difetto genetico della privatizzazione del sistema monetario – ovvero della moneta bancaria for profit – è che è strutturalmente pro-ciclica:

viene ritirata dall’economia reale proprio quando ce ne sarebbe più bisogno, semplicemente perché nella crisi scompaiono le prospettive di profitto.

Le recessioni derivano dal fatto che in generale e per sua natura la moneta bancaria scompare nell’economia reale quando i debiti vengono saldati.

 Il paradosso della moneta-debito è che se tutti i debiti venissero saldati l’economia crollerebbe per totale mancanza di liquidità.

Questo è un difetto genetico della moneta-debito:

la moneta appare e scompare nell’economia in coincidenza con i cicli creditizi e finanziari invece di circolare sempre come mezzo di pagamento e garantire continuità alle attività produttive.

Nelle crisi deve intervenire la banca centrale a fornire liquidità al sistema bancario con l’immissione di grandi quantità di moneta di banca centrale.

Ma, come abbiamo visto, la moneta di banca centrale non entra nell’economia reale.

Quindi le banche centrali possono salvare le banche commerciali dalla crisi ma non l’economia reale.

 Nell’economia reale si verifica invece contemporaneamente una contrazione della liquidità:

 i debitori cercano di sdebitarsi e così fanno sparire la moneta dal circuito dell’economia produttiva.

Il congelamento del credito comporta il blocco della produzione e questo comporta la riduzione dei consumi e degli investimenti.

A quel punto si innesca la spirale della crisi nell’economia reale e questa spirale può essere fermata solo con l’immissione di nuova moneta pubblica (spesa pubblica) per finanziare gli investimenti e i consumi.

Da questa analisi risulta con evidenza che la moneta bancaria – ovvero la moneta-credito emessa per profitto, che diventa subito moneta-debito e poi, con la finanza, anche moneta-scommessa – è geneticamente e strutturalmente il principale fattore delle crisi del debito e delle crisi finanziarie e recessive che scuotono ciclicamente e con violenza il sistema economico.

 Si dimostra che la privatizzazione del sistema monetario non fa bene all’economia e alla società.

Da qui la necessità che per superare le crisi lo Stato si riappropri della sovranità monetaria:

lo Stato dovrebbe emettere moneta pubblica, per esempio grazie alla monetizzazione dei titoli di debito pubblico sul mercato primario da parte della banca centrale.

La monetizzazione del debito pubblico era comune nei Trenta Gloriosi (1945- 1975) ovvero nel periodo di maggiore sviluppo del capitalismo e nel periodo in cui le crisi bancarie erano sostanzialmente inesistenti o comunque limitate ai singoli istituti.

 

La moneta pubblica può essere spesa per investimenti pubblici e, grazie al moltiplicatore keynesiano, ha effetti benefici su tutta l’economia.

 La moneta pubblica non è moneta-debito, non deve essere restituita e non genera interessi, rimane sempre nel circuito dell’economia reale, non viene ritirata come debito e dunque non genera crisi di liquidità.

Il sistema monetario è considerato sul piano scientifico un bene cosiddetto “pubblico” – ovvero è un bene non esclusivo e “non rivale” (infatti se è usato contemporaneamente da molti non si consuma ma accresce il suo valore) – e quindi andrebbe trattato come tale.

In quanto bene pubblico, per funzionare in maniera efficiente e equilibrata, il sistema monetario non dovrebbe essere completamente privatizzato e essere gestito esclusivamente dai privati.

 

Per evitare la crescita insostenibile dei debiti e le conseguenti violenti crisi finanziarie occorrerebbe separare la creazione di moneta (bene pubblico) dal credito (attività privata o pubblica).

Le banche private tendenzialmente non dovrebbero creare moneta perché creano moneta-debito, perché nella ricerca esasperata del profitto sono portate inevitabilmente a crearne in eccesso, e quindi a generare speculazione e crisi.

Le banche alla ricerca del profitto sono portate a allocare moneta prioritariamente nei settori improduttivi, nella finanza fine a sé stessa e nell’immobiliare.

Le riforme del sistema monetario e bancario dovrebbero dunque tendere a abolire o a diminuire drasticamente la creazione di moneta bancaria.

 

In linea di principio lo Stato attraverso la sua banca centrale dovrebbe creare moneta pubblica, ovvero moneta debt-free e no-profit.

Sempre in linea di principio, le banche, sia private che pubbliche, dovrebbero invece operare non come creatrici di moneta ma come intermediari tra risparmio e investimenti (narrow banking).

Le due funzioni andrebbero distinte.

L’emissione monetaria e il sistema dei pagamenti (beni pubblici) andrebbero gestiti in ambito pubblico, mentre il credito e la finanza sono ambiti privati.

Questa è anche l’opinione di alcuni economisti, come “Martin Wolf”, capo editorialista del “Financial Times”.

“Il nostro sistema finanziario è così instabile perché lo Stato prima gli ha permesso di creare quasi tutta la moneta nell’economia e poi perché è stato costretto a garantirlo mentre svolgeva quella funzione.

Si tratta di un buco enorme nel cuore delle nostre economie di mercato.

 Si potrebbe chiudere separando l’offerta di moneta, che è propriamente una funzione dello Stato, dall’offerta di finanziamenti, una funzione del settore privato.

Questo non accadrà ora. Ma occorre ricordare questa possibilità.

 Quando arriverà la prossima crisi – e sicuramente arriverà – dobbiamo essere pronti.”

Una alternativa a questa tesi è che le banche dovrebbe eventualmente essere autorizzate a creare moneta solo in vista del potenziamento delle attività produttive e non per attività speculative e immobiliari.

 Se le banche non potessero più creare moneta dal nulla e a costo zero da impiegare nella finanza si eviterebbe il gonfiamento dei debiti e della finanza autoreferenziale, e le crisi finanziarie e economiche sarebbero fortemente limitate se non completamente eliminate.

 

 

 

 

La Prova che ci Riproveranno.

Conoscenzealconfine.it – (19 Dicembre 2024 )- Redazione - Enzo Di Frenna - ci dice

 

Igor Kirillov: “l’America prepara una nuova pandemia che partirà dai suoi bio laboratori in sud Africa”.

La CIA americana (quindi i Rothschild) ha coordinato un killer uzbeko, addestrato dagli ucraini (quindi NATO dei Rothschild), per uccidere il tenente colonnello russo Igor Kirillov che indagava sui nuovi virus pandemici potenziati dagli americani.

Era a capo del dipartimento armi biologiche e di recente aveva denunciato in una conferenza stampa che “l’America prepara una nuova pandemia che partirà dai suoi bio laboratori in sud Africa”.

Cosa altro aveva scoperto Kirillov di così pericoloso?

Perché la CIA ha dovuto infiltrare un assassino in Russia per ucciderlo?

È lo stesso omicidio altamente rischioso in territorio nemico a farci capire che il “Nuovo Ordine Mondiale” dei Rothschild prepara una nuova emergenza sanitaria globale e aspetta solo il momento propizio per scatenarla.

Kirillov si era avvicinato troppo al piano del “Nemico Malvagio”, alle sue nanotecnologie iniettabili, e Putin avrebbe ordinato delle rapide contro mosse.

 Ora il valoroso militare è morto e i nemici sono ancora all’opera.

(Enzo Di Frenna)

(t.me/enzodifrenna).

 

 

 

 

 

Moneta privatizzata:

analisi e alternative.

 Lafionda.org – (7 Ott.  2023) - Enrico Grazzini – ci dice:

Questo articolo ricapitola le tesi dell’autore sul tema della moneta svolte nel suo testo Il fallimento della moneta (Fazi 2023), testo di sicura attualità ed efficacia, nel contesto di crisi attuale che vede riproporsi tutti i problemi che i decisori politici avevano promesso di sanare più di dieci anni fa – ovviamente non hanno fatto nulla (nota della Redazione).

 

La moneta viene creata dalle banche commerciali ma la privatizzazione del denaro genera debito e crisi.

Perché è necessario emettere una moneta digitale pubblica e libera dal debito.

 

Da dove nasce la moneta?

Chi crea il denaro?

 La grande maggioranza dell’opinione pubblica e anche molti economisti credono che la moneta sia creata dallo Stato o dalla sua banca centrale, e che sia “neutrale”, che cioè sia emessa dalle autorità pubbliche a beneficio, almeno in linea di principio, di tutti i cittadini e di tutti gli operatori economici.

Non è così.

Pochi sanno che circa il 95% della moneta che normalmente utilizziamo viene creata ex nihilo dalle banche commerciali, e viene creata per il loro profitto.

La moneta dunque non è neutrale.

In effetti le banche centrali per conto dello Stato emettono banconote e monete che valgono solo per le piccole spese quotidiane, cioè per il 5% circa del valore totale delle transazioni.

 Il denaro vero è creato dalle banche – che, nella stragrande maggioranza, almeno in Occidente (ma non in Cina, per esempio) sono banche private.

Le banche commerciali non si limitano a prestare il denaro che i risparmiatori depositano: creano moneta dal nulla.

Come hanno dichiarato ufficialmente Bank of England, Bundesbank e la FED, le banche creano esse stesse moneta ogni qualvolta concedono un credito ai loro clienti (per es.: per mutui, credito al consumo, per i pagamenti a fornitori e dipendenti, ecc).

È Bank of England (boe), la più antica banca centrale del mondo, che ci spiega autorevolmente da chi e come viene creata la maggior parte della moneta:

La realtà di come viene creato il denaro oggi differisce dalla descrizione che si può trovare in alcuni libri di testo di economia:

le banche non prestano soldi risparmiati e depositati dalle famiglie ma creano loro stesse i depositi con i loro prestiti.

Ogni volta che una banca fa un prestito genera immediatamente un deposito di valore corrispondente nel conto bancario del debitore creando così nuovi soldi.

Le banche creano moneta e sono “proprietarie” del denaro:

ma non si tratta né di un complotto né di manovre particolarmente sofisticate.

 Il meccanismo di creazione del denaro è di una semplicità disarmante.

Quando concede un prestito, nel suo bilancio la banca segna al passivo la moneta che crea dal nulla a favore del cliente e segna all’attivo la stessa cifra prestata al cliente, cifra che questi dovrà restituire con gli interessi.

La moneta bancaria privata è quindi una pura creazione contabile, ma è anche moneta spendibile e convertibile immediatamente in moneta legale.

Questa è la vera magia della moneta bancaria:

l’impresa privata bancaria ha il privilegio unico ed esclusivo concesso dallo Stato di emettere moneta privata (ovvero una semplice “promessa di pagamento”) convertibile subito in moneta legale, ovvero in banconote che tutti devono per legge accettare, e che quindi sono accettate da tutti.

La magia del denaro consiste in questo:

il potere pubblico ha concesso alle banche di deposito l’enorme privilegio di potere convertire immediatamente la moneta privata emessa dalle banche in moneta legale, ovvero in moneta di Stato e garantita dallo Stato.

Il cliente che ha ricevuto il prestito da una banca, cioè da un ente privato, può andare al bancomat e ritirare le banconote di Stato.

 Non è una cosa da poco.

 

Facciamo un esempio:

lo Stato italiano accetta che la banca XY – controllata magari da azionisti arabi, cinesi o americani – decida per conto suo e per il suo profitto di fare un prestito a Pinco Pallino e accetta anche che questo prestito possa convertirsi in banconote con valore legale, cioè con una moneta che lo Stato stesso deve garantire.

 La garanzia dello Stato è credibile grazie alle imposte riscosse ogni anno dai contribuenti.

È chiaro che questa “cessione di sovranità monetaria” alle banche private non è di poco conto.

Banconote a parte, la moneta che entra nell’economia reale, e anche in quella finanziaria, è emessa dalle banche commerciali per il loro profitto, ovvero per valorizzare il capitale degli azionisti: money-for-profit.

Le banche sono aziende private come le altre ma sono autorizzate dallo Stato a creare denaro e a prestarlo dietro interesse.

 Quindi su tutta la moneta che utilizziamo, a parte le banconote, paghiamo un interesse al sistema bancario.

 Quando restituiamo alle banche il denaro prestato dalle banche, la moneta scompare dall’economia.

La moneta bancaria è moneta digitale che viene creata con il computer in forma di bit e che ha costi tendenzialmente pari a zero:

non costa nulla ma può procurare grandi profitti e un enorme potere perché con la moneta si può acquistare tutto e, in un certo senso, anche la politica, o il consenso elettorale.

La regola basilare della creazione della moneta è che le banche centrali creano moneta solo ed esclusivamente per le banche commerciali sotto forma di riserve bancarie:

solo queste ultime invece sono autorizzate a creare moneta per i cittadini, le imprese e l’amministrazione pubblica.

 Anche le banconote, che formalmente sono create dalla banca centrale per tutto il pubblico, vengono distribuite al pubblico solo dalle banche commerciali, e quindi, in un certo senso, sono moneta bancaria:

bisogna infatti avere un conto bancario per ritirare il contante di prima emissione.

Solo le banche possono avere dei conti correnti presso le banche centrali;

e le banche centrali creano moneta legale solo per le banche commerciali:

lo scandalo è che i cittadini e gli operatori economici, lo Stato e le amministrazioni pubbliche sono escluse dai processi di creazione e distribuzione primaria di moneta.

Le banche centrali creano con il computer per le banche commerciali riserve monetarie per i pagamenti interbancari:

 ma il sistema monetario di banca centrale costituisce un sistema chiuso riservato solo agli istituti di credito.

Pochi lo sanno ma, a parte le banconote, la moneta di banca centrale non entra mai nell’economia reale e finanziaria.

 La banca centrale emette moneta solo per le banche private e pubbliche:

inoltre fissa il prezzo di riferimento della moneta – il tasso centrale di interesse – e così fa politica monetaria.

 Tuttavia solo le banche commerciali possono creare e distribuire moneta per l’economia reale al prezzo che ogni singola banca decide per la sua clientela.

Il controllo effettivo sulla moneta che utilizziamo normalmente è quindi sostanzialmente nelle mani del settore privato, dei mercati, delle oligarchie bancarie.

Le banche centrali cercano di mantenere stabile il valore della moneta manovrando il tasso di interesse ma sono largamente impotenti di fronte alle dinamiche dei mercati.

 Intervengono soprattutto per tamponare a posteriori le crisi: ma nessuno è in grado di controllare i mercati globali.

A parte la possibilità di “battere moneta”, per il resto le banche commerciali sono imprese come tutte le altre:

 infatti, come le altre aziende, nel sistema competitivo caratteristico del capitalismo le banche corrono per massimizzare i profitti e per incrementare il valore delle loro azioni.

Le maggiori banche commerciali sono quotate in borsa e, come tutte le imprese private, possono essere comprate e vendute, possono essere scalate, fondersi con le altre banche o anche, naturalmente, fallire (e poi magari essere salvate con i soldi dello Stato, cioè dei contribuenti).

Le banche sono la “fabbrica” della moneta che è un bene pubblico ma, ovviamente, come tutte le imprese private, lavorano per il beneficio dei loro azionisti.

Gli azionisti generalmente sono società finanziarie internazionali di varia origine: società americane, inglesi, francesi, arabe, giapponesi, o con sede alle Cayman, o cinesi, o svizzere o norvegesi o del Lussemburgo, o quant’altro.

Ne consegue che le banche non lavorano per il benessere della società e della nazione.

La moneta delle banche viene emessa semplicemente per fare profitto.

 

Il problema è che la moneta bancaria è sempre emessa sotto forma di credito: dunque entra nell’economia sempre e solo come debito da ripagare con gli interessi.

 Ma un’economia fondata sul debito è destinata al fallimento.

Il peccato mortale della moneta bancaria è dunque che essa è sempre moneta-debito e quindi pesa sempre sull’economia reale.

 La moneta bancaria, che nasce come moneta-debito, viene sua volta prestata (vedi per es. il mercato delle obbligazioni).

 Così, anche per effetto degli interessi composti, i debiti crescono automaticamente in progressione geometrica e più di quanto cresce il PIL, ovvero più di quanto crescono i redditi per ripagarli.

Più aumenta la massa monetaria e più ancora aumenta il debito.

Questo regime monetario fondato sul debito e sulla competizione per il massimo profitto porta dunque a un indebitamento insostenibile e al fallimento.

 

Il finaz. capitalismo è caratterizzato da una legge generale:

la crescita dei debiti totali – privati e pubblici – è superiore alla crescita della massa monetaria (cioè, in gergo, alla crescita degli aggregati monetari M1 e M2) e del pil, cioè della produzione totale annuale di una nazione.

 Un grafico  realizzato dalla banca centrale americana, la Federal Reserve, è molto chiaro a riguardo.

 L’aggregato monetario M1 comprende le banconote, le monete in circolazione e gli attivi finanziari che possono svolgere immediatamente e alla pari il ruolo di mezzo di pagamento, ossia i depositi in conto corrente bancari e postali.

L’aggregato M2 comprende M1 e altri attivi finanziari a liquidità elevata ma la cui conversione in M1 può essere soggetta a qualche restrizione (per esempio la necessità di un preavviso, delle penalizzazioni o delle commissioni).

 Secondo la definizione della Banca Centrale Europea (bce), M2 comprende i depositi con scadenza prestabilita fino a due anni e i depositi rimborsabili con preavviso fino a tre mesi.

La moneta di base mostrata nel grafico è la moneta di banca centrale, ossia (come vedremo) le riserve e le banconote, la moneta legale, che, come si vede, costituisce una piccola parte rispetto agli aggregati monetari costituiti dai depositi bancari.

 Il problema è che se il debito totale cresce strutturalmente più della massa monetaria (M2) e del PIL (in inglese GDP, Gross National Product), allora cresce più dei redditi necessari per coprire i debiti.

Diventa impossibile ripagare i debiti.

 

Secondo l’autorevole “Institute of International Finance “il debito globale sia privato che pubblico è salito a un livello record raggiungendo oltre il 300% del pil globale.

 Sarà assolutamente impossibile restituire i debiti;

 e è anche molto difficile restituirne anche solo una parte.

 Se poi il debito venisse restituito integralmente alle banche, l’economia paradossalmente si fermerebbe completamente per mancanza di moneta.

 Più i debiti vengono restituiti più si sottrae moneta all’economia, e allora questa entra in recessione per carenza di domanda e di potere di acquisto.

In tale modo uscire dalle crisi diventa impossibile senza l’introduzione di una moneta pubblica priva di debito.

Il mestiere del banchiere, come spiega ironicamente il grande economista americano “Hyman Minsky”, è essenzialmente quello di “indebitare i clienti”.

Più le banche fanno credito-debito più fanno business, e quindi sono tendenzialmente portate a fare più credito/debito possibile, soprattutto nei periodi di boom.

 Il credito è ovviamente fondamentale per lo sviluppo dell’economia e il progresso della società.

Ma la privatizzazione del sistema monetario – che invece è e dovrebbe essere un bene pubblico – oltre alla crescita insostenibile del credito/debito comporta molte altre conseguenze negative che approfondisco nel mio saggio intitolato

 ”Il fallimento della moneta” (Fazi editore).

 

Le banche offrono un servizio indispensabile per la società:

 offrono credito a chi se lo merita mediante un attento processo di selezione.

Senza il credito affidato a chi intraprende e svolge attività produttive, l’economia e la società non possono funzionare.

In teoria la retribuzione dei banchieri dovrebbe essere corrispondente al loro lavoro, e dunque alle attività legate a questo processo di selezione e valutazione del merito creditizio;

ma in pratica a questa retribuzione si aggiunge la rendita legata al monopolio sulla creazione di moneta, ovvero la rendita derivata da quella che Keynes chiamava «la scarsità artificiale della moneta».

 Questa rendita si chiama “signoraggio”.

Il signoraggio è una tassa che viene normalmente pagata alle banche dai debitori in aggiunta al corrispettivo dovuto per le attività professionali dei banchieri.

 Il prezzo del credito è quindi sempre maggiorato dalla rendita che il sistema bancario e le singole banche ricevono grazie al potere esclusivo di creare moneta. Afferma Keynes:

Oggi l’interesse non rappresenta il compenso di alcun sacrificio genuino, come non lo rappresenta la rendita della terra.

Il possessore di capitale può ottenere l’interesse perché il capitale è scarso, proprio come il possessore della terra può ottenere la rendita perché la terra è scarsa.

Ma, mentre vi può essere una ragione intrinseca della scarsità della terra, non vi sono ragioni intrinseche della scarsità del capitale…

 Considero perciò l’aspetto del capitalismo caratterizzato dall’esistenza del redditiero come una fase di transizione destinata a scomparire quando esso avrà compiuto la sua opera.

E con la scomparsa del redditiero molte altre cose del capitalismo subiranno un mutamento radicale.

 

Keynes prevedeva che il signoraggio sarebbe diventato superfluo a causa della sopravveniente abbondanza del capitale e della corrispondente caduta del tasso di interesse, fattori che avrebbero provocato l’eutanasia del rentier, ovvero la scomparsa della rendita finanziaria.

 In questo senso Keynes si dimostra un rivoluzionario radicale perché credeva ottimisticamente che l’economia liberale grazie alla guida pubblica politicamente illuminata potesse evolversi gradualmente e pacificamente verso una società più egualitaria e di piena occupazione, una società senza rendite.

Il presupposto fondamentale per lo sviluppo della società è, secondo Keynes, proprio la fine della rendita monetaria legata alla «scarsità artificiale della moneta».

 Per Keynes:

Potremmo dunque in pratica mirare, poiché non vi è nulla di tutto questo che sia irraggiungibile, a un aumento del volume di capitale finché questo non sia più scarso, così che l’investitore senza funzioni [il rentier, il redditiero, il finanziere – nda] non riceva più un premio gratuito, e potremmo mirare ad un sistema di imposizione diretta tale da consentire che l’intelligenza e la determinazione e la capacità direttiva del finanziere, dell’imprenditore et hoc genus omne [traduzione: e tutto questo genere di persone, di capitalisti – nda], i quali certamente amano tanto il loro mestiere che il loro lavoro potrebbe ottenersi ad assai minor prezzo che attualmente, siano imbrigliate al servizio della collettività, a condizioni ragionevoli di compenso.

Il prezzo del credito applicato dalle banche comprende quindi non solo il lavoro del banchiere ma la rendita derivata dal monopolio della moneta:

esso è quindi sempre un “prezzo esagerato”, una sorta di tassa implicita e nascosta che grava sulle imprese, le famiglie e gli enti pubblici.

 Il credito bancario ha dunque una natura ambigua:

alimenta le attività produttive e genera ricchezza, ma contemporaneamente trasferisce la ricchezza dal debitore al redditiero, e quindi frena il processo di accumulazione del settore industriale.

 

Ma il signoraggio bancario non è certamente l’unico problema del money-for-profit.

La corsa cieca e competitiva per il massimo profitto nel più breve tempo possibile fa crescere enormemente le diseguaglianze di ricchezza, alimenta i colossi dell’industria fossile, è pro-ciclica (cicli di boom and burst), gonfia i mercati finanziari e immobiliari, nutre la speculazione e è all’origine delle frequenti e violente crisi finanziarie che sconvolgono la società provocando povertà e disoccupazione.

 Non a caso l’Occidente è sempre sull’orlo di una nuova grave crisi finanziaria.

Il capitale finanziario nei periodi di euforia crea montagne di titoli, moltiplica i valori fittizi rispetto all’economia reale e si alimenta di nuove scommesse;

nel tentativo di guadagnare moneta dalla moneta la finanza non finanzia più tanto le attività produttive, ma le scommesse.

 Il mercato diventa così caotico e incerto, autoreferenziale e volubile, una sorta di casinò – come lo definiva la britannica” Susan Strange”.

 Il surplus di capitale moltiplica a dismisura i titoli finanziari nei periodi di boom per soddisfare l’appetito insaziabile di utili e plus valente da parte del capitale.

 Il debito, cioè il cosiddetto “effetto leva” alimenta le scommesse speculative. Tuttavia diventa impossibile realizzare tutto il capitale creato sulla carta, ossia trasformare il “capitale fittizio” (come lo chiamava “Karl Marx”) in valore reale.

 Il valore nominale dei titoli derivati – che non sono altro che pure scommesse su scommesse – raggiunge oltre 10 volte il PIL mondiale.

 Alla fine, la catena dei debiti si spezza.

 I mercati precipitano improvvisamente nella crisi perché i titoli sono in eccesso rispetto ai valori reali:

e quando tutti fuggono precipitosamente dai mercati finanziari e cercano di trasformare i loro titoli in liquidità, in denaro vero, il capitale fittizio si brucia in pochi giorni trascinando nella crisi il sistema bancario e la società.

 

In ultima analisi, sono la privatizzazione della moneta, la leva dei debiti, l’avidità dei più ricchi e la spinta ad accumulare sempre più soldi al di là di ogni possibile limite a provocare le crisi.

 Il sistema di “finanz. capitalismo”, come lo chiamava Luciano Gallino, porta così al fallimento dell’economia produttiva e della pacifica convivenza sociale.

I mercati globali della finanza sono per loro natura caotici e gettano l’economia produttiva, le nazioni e il lavoro nella costante incertezza.

 La finanza privata apre un abisso tra debitori e creditori, e alimenta i conflitti e le guerre.

I mercati finanziari dominano sugli Stati: così le istituzioni democratiche vengono svuotate della loro sostanza.

 Le crisi sono il terreno di cultura di crescenti conflitti sociali che alimentano a destra il populismo e forme fascistoidi e nazionalistiche di reazione alla crisi globale (come nel caso della Lega di Salvini o del Tea Party Movement negli USA), e a sinistra movimenti popolari di rivolta (pensiamo per esempio a Occupy Wall Street, o, per certi aspetti, a Syriza, Podemos, o al Movimento 5 Stelle in Italia) che cercano di ottenere riforme radicali del regime politico e finanziario.

 

Per superare questo sistema ingiusto e insostenibile nel mio saggio propongo che la nuova moneta digitale – ovvero la moneta che sostituirà almeno in parte le banconote, e che le banche centrali di tutto il mondo stanno attualmente studiando e sperimentando – venga gestita come un bene pubblico e non venga amministrata dai privati.

La nuova moneta digitale di banca centrale è già stata lanciata in Cina e verrà introdotta anche nell’eurozona nel giro di due o tre anni:

con essa si apre finalmente la possibilità – peraltro oggi fortemente e duramente contrastata dalle banche commerciali – che i cittadini, le imprese e le amministrazioni pubbliche possano aprire dei conti correnti in banca centrale e possano quindi ottenere direttamente moneta digitale legale, ovvero la forma monetaria che – come la banconote – è la più sicura di tutti perché la banca centrale non può mai fallire.

La funzione monetaria (che è di interesse pubblico) deve essere separata dalla funzione creditizia privata;

e il sistema dei pagamenti verrebbe gestito come bene pubblico da un istituto pubblico quale è la banca centrale.

Le banche private continuerebbero ovviamente a fare credito ai loro clienti:

 ma lo farebbero con i loro propri soldi e con quelli degli altri investitori che prestano loro dei denari, cioè a loro rischio e pericolo;

 ma non potrebbero più creare moneta a loro piacimento, provocando eccesso di debito e crisi.

 Le banche commerciali funzionerebbero come intermediari, ovvero svolgerebbero il mestiere che tutti pensano – erroneamente – che oggi svolgano.

Nel mio saggio propongo che la moneta digitale pubblica debba essere emessa libera dal debito (debt-free);

 e propongo che il nuovo sistema di “banconote digitali” non sia gestito dallo Stato e dai governi, e neppure dai tecnocrati alla Mario Draghi o alla Christine Lagarde che assecondano i mercati, ma dalla società civile.

 In democrazia le banche centrali dovrebbero aprirsi al pubblico e essere governate dalle organizzazioni del lavoro, delle imprese e dei consumatori, cioè da chi è interessato alle politiche monetarie perché ne subisce direttamente le conseguenze.

 Il sistema monetario è un bene comune e è troppo importante per essere lasciato solo nelle mani dei banchieri e dei tecnocrati.

Non può neppure essere lasciata nelle mani dei governi e dei politici, che già controllano la spesa pubblica (circa il 40-50% del PIL).

La concentrazione del potere in capo ai governi e allo Stato va evitata:

 i politici acquisterebbero un potere eccessivo e esagerato sulle banche, il credito e la società.

La moneta deve essere democratica e governata dalla società civile.

Così finalmente il sistema monetario, che è un bene comune delle comunità nazionali, potrebbe soddisfare l’interesse collettivo.

Queste analisi e queste proposte possono apparire strane e eccentriche:

in realtà il mio saggio sulla moneta intende offrire una visione alternativa ma del tutto realistica a questo fallimentare sistema monetario privatizzato che è alla base della finanziarizzazione dell’economia e delle crisi economiche.

Non è un saggio “contro le banche” ma spiega semplicemente come funziona nella realtà il sistema monetario, e quello bancario e finanziario.

Il mio libro nasce dal rapporto avuto con Luciano Gallino negli ultimi anni della sua vita e dai suoi studi sul sistema finanziario e monetario.

 È compito delle forze progressiste e di sinistra fare comprendere all’opinione pubblica la natura privatistica di un sistema che è finora rimasto avvolto per gran parte nel mistero e nell’ignoranza, a beneficio esclusivo della concentrazione della ricchezza monetaria nelle mani dell’1%.

Occorre una nuova moneta pubblica e democratica.

 

 

 

 

La guerra su cui vogliono ingannare il mondo.

Trucchi e bugie vantati.

Remocontro.it – (12 Aprile 2024) - Eric Salerno – ci dice:

 

Lo Stato ebraico elogia la massiccia presenza di reporter.

 Dove e chi decidono loro.

 Spingendo anche in maniera non sempre elegante a riportare la loro versione dei fatti.

Solo la loro è meglio.

«Guerra e onestà sono due elementi che non sono mai stati concordanti; quasi sempre il netto contrario», la premessa di Eric Salerno.

Anche lui, come noi, sotto shock, a mettere assieme indignazione e ragionamento.

 

Guerra? Vendetta? Follia?

«Tre dei figli e tre nipoti del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh sono stati assassinati ieri con un ordigno israeliano mentre salivano su una vettura nel centro di Gaza City.

Guerra? Vendetta?

Israele sostiene che erano tutti ‘diretti a compiere un atto terroristico».

 Una specie, scusate il sarcasmo, di gita in famiglia».

Senza pudore, senza vergogna.

Parlare di giustizia e onestà in piena guerra serve a poco soprattutto dopo che sono stati uccisi più di trentatré mila palestinesi, in buona parte civili e bambini, da quando i militanti di Hamas e della Jihad islamica sei mesi fa attaccarono le pacifiche comunità ebraiche in Israele lungo il confine con la striscia di Gaza.

L’affermazione di fonti israeliane, che dopo la morte dei parenti di Haniyeh, ‘lui probabilmente’ non sarà più disponibile a negoziare lo scambio di ostaggi-prigionieri fa sorridere.

Sorrisi tragici e digrignar di denti.

Da giornalista avrei sorriso anche io se non fosse per il fatto che già ridevo dopo aver letto, appena prima, il comunicato della «Direzione nazionale della diplomazia pubblica» israeliana che ha presentato, con orgoglio «la sua attività sulla scena internazionale dopo sei mesi di guerra».

La ‘legittimità della politica israeliana sul campo di battaglia.

«Fin dalle prime ore della guerra, il “Direttorato Nazionale della Diplomazia Pubblica”, presso l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna globale di diplomazia pubblica di portata senza precedenti – leggo e sottolineo – al fine di promuovere la legittimità della politica e degli sforzi israeliani sul campo di battaglia».

Memorie di lontane censure.

Non voglio fare paragoni, ma l’organizzazione – o quanto meno come viene presentata dalle autorità israeliane – fa venire in mente storie di cui leggevo da ragazzo soprattutto perché ai giornalisti, approdati a Tel Aviv, è stato concesso raccontare quello che vedevano in Israele e lungo il confine con Gaza ma non potevano osservare, se non a distanza,  ‘quello che succedeva nella striscia’, devastata da mesi di bombardamenti quasi costanti, se non accompagnati (e per poco tempo) dalle truppe israeliane.

“Embedded” ereditato da Israele.

Il termine embedded era diventato famoso ai tempi dell’assalto americano all’Iraq di Saddam Hussein.

Un’altra guerra dove devastazione e overkill avevano raggiunto livelli incomprensibili.

 E dove il risultato finale della guerra al leader iracheno ha lasciato morti, feriti e una nazione a dir poco spezzettato e in disordine.

Le virtù informative israeliane

«Tra le agenzie che partecipano al centro di comando – si legge nel comunicato israeliano – ci sono i servizi di sicurezza, l’IDF, la polizia israeliana e organismi governativi tra cui il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero per gli Affari della Diaspora, l’Agenzia pubblicitaria governativa e l’Ufficio stampa governativo».

Di seguito una sintesi dei servizi forniti alla comunità internazionale:

«Fin dalle prime ore della guerra, il Direttorato Nazionale della Diplomazia Pubblica, presso l’Ufficio del Primo Ministro, ha condotto una campagna globale di diplomazia pubblica di portata senza precedenti al fine di promuovere la legittimità della politica e degli sforzi israeliani sul campo di battaglia».

 

‘L’Equilibrio della copertura’.

E ancora:

 «Attraverso il lavoro di portavoce e di diplomazia pubblica con i principali mezzi di stampa e radiotelevisivi di tutto il mondo, la Direzione nazionale della diplomazia pubblica ha contribuito ad avviare e promuovere centinaia di storie».

Interessante questo passaggio:

«Storie per rafforzare la narrativa israeliana, moderare i resoconti critici, rispondere agli eventi di cronaca e generare un’intensa attività favorire l’equilibrio nella copertura».

L’Inganno assoluto senza risparmio di forze.

«La copertura globale degli eventi della guerra – viene raccontato con orgoglio – è stata di una portata senza precedenti.

 Oltre 4.000 giornalisti da tutto il mondo sono venuti in Israele per seguire la guerra, trasformandola così nell’evento mediatico più seguito dalla fondazione dello Stato…

I giornalisti hanno partecipato a tour nel sud e nel nord, hanno visitato il sito del festival NOVA e hanno ricevuto briefing strategici e di zona da ufficiali dell’IDF, agenti di polizia, volontari ZAKA, capi di consiglio locale e testimoni del massacro…

Nell’ambito degli sforzi di diplomazia pubblica sulla scena internazionale, la Direzione nazionale della diplomazia pubblica – in collaborazione con il portavoce dell’IDF – ha lanciato il sito web “Massacro di Hamas del 7 ottobre” che ha mostrato al mondo alcuni dei crimini di Hamas contro l’umanità, con fotografie e videoclip…Il sito ha avuto 43 milioni di visite nei primi tre giorni».

Manipolatori vanitosi, esibiscono l’inganno.

Una assistenza quasi perfetta se non fosse per il fatto che molte notizie del materiale giornalistico presentato ai giornalisti veniva scelto o preparato in modo da portare avanti una narrativa ben precisa che voleva giustificare la ferocia dell’azione militare israeliana – morti, feriti, Gaza trasformata in una terra praticamente inabitabile – come risposta al indubbiamente feroce attacco dei militanti palestinese.

Occultamento mal riuscito: troppi cadaveri e prepotenza attorno.

Lo sforzo dell’apparato propagandistico israeliano non è riuscito a trasformare la narrativa o a moderare le critiche che sono piombate, mai come prima, sul governo israeliano.

E ieri, un episodio minore, ha influito negativamente sugli sforzi dell’apparato propagandistico.

 La corrispondente di Tve (rete televisiva spagnola) in Israele, “Almudena Ariza”, ha dovuto interrompere il collegamento in diretta con il “Telegiornale 1” da Gerusalemme quando un uomo si è piazzato davanti alla telecamera e non le ha permesso di continuare la cronaca.

 

L’aggressività radicata e diffusa che ormai travolge il Paese.

«Non lasciano lavorare, mi dispiace molto. Dobbiamo interrompere», ha spiegato “Ariza” mentre un uomo vestito di nero, probabilmente un ebreo ortodosso, le faceva segno di spostarsi.

 «Non è la polizia, è un cittadino comune», ha precisato mentre era in collegamento e cercava di spiegargli – in inglese – che stava solo facendo il suo lavoro e chiedeva di lasciarla continuare».

 

 

 

L’uso del carbone nel mondo aumenta

, anziché diminuire: più 2% nel 2023.

Asvis.it – (18 aprile 2024) - Ivan Manzo – ci dice:

(Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile)            

Dal 2015 mai utilizzato tanto carbone, dice il “Global energy monitor”.

La crescita del combustibile fossile peggiore per il clima è trainata dai nuovi impianti in Cina e dal rallentamento delle chiusure in Europa e Stati Uniti. 

L’uso del carbone nel mondo aumenta, anziché diminuire: più 2% nel 2023.

Dall'Accordo di Parigi del 2015 quasi tutti i Paesi hanno ridotto la capacità delle centrali elettriche a carbone.

Su questo combustibile fossile, il più impattante sul clima, tutto sembrava procedere nella giusta direzione, anche se in maniera lenta, almeno fino allo scorso anno.

Secondo lo studio “Boom and bust coal 2024” di” Global energy monitor”, diffuso l’11 aprile, il carbone nel 2023 ha infatti registrato una inversione di tendenza a causa di un aumento senza precedenti della sua capacità operativa e della crescita “esplosiva” delle proposte di nuove centrali in Paesi chiave per la lotta alla crisi climatica.

La quantità estratta di risorse naturali è triplicata negli ultimi 50 anni.

Di questo passo la pressione sui sistemi naturali aumenterà del 60% entro il 2060.

 I Paesi a basso reddito consumano sei volte meno di quelli ricchi.

 Ma per l’Unep resta possibile dissociare crescita economica e consumo di risorse.

Frena l’uscita dal carbone, la Cina guida l’espansione

L’aumento del 2% della capacità operativa, che in pratica fa riferimento all’uso di centrali a carbone, è stato trainato principalmente dalla Cina, dove si sono registrati i due terzi delle nuove aggiunte degli ultimi anni.

Preoccupano poi India, Kazakistan e Indonesia, tutti Paesi che stanno registrando significativi aumenti della loro capacità operativa nel settore.

 In India, per esempio, le proposte di nuove centrali a carbone introdotte sia dal settore pubblico sia da quello privato sono state le più alte dal 2016.

Sono stati inoltre costruiti impianti in Vietnam, Giappone, Bangladesh, Pakistan, Corea del Sud, Grecia e Zimbabwe.

In generale lo scorso anno sono state commissionate nuove installazioni per 69,5 GW (Gigawatt) di centrali a carbone, contro i 21,1 GW dismessi, un saldo nettamente a favore del carbone.

Quest’ultimo ha quindi visto aumentare di 48,4 GW la sua capacità totale globale, che ora ammonta a 2.130 GW.

Come si evince da una figura, preoccupa poi il fatto che nel 2023 sia stata ritirata meno capacità installata di carbone rispetto a qualsiasi altro anno dell’ultimo decennio.

Il rallentamento dell’uscita dal carbone risente anche del contributo fornito dagli Stati Uniti e dall’Europa.

 I primi hanno infatti ridotto a 9.7 GW le chiusure rispetto alle 21.7 GW del 2015, i secondi sono passati dal -14.6 GW, record del 2021, al -5 GW del 2023.

 Bene però l’Italia che, con la dismissione di 0.5 GW di centrali carbonifere, fa segnare la migliore performance europea dopo il Regno Unito (- 3.1 GW) e insieme alla Polonia (- 0.5 GW).

Nell’era del declino del petrolio si rafforzerà il potere degli Stati del Golfo.

La produzione ha raggiunto un picco del 2023, ma le politiche climatiche, il miglioramento dell’efficienza energetica e le auto elettriche ne ridurranno la domanda a vantaggio di chi può produrlo con i costi più bassi.

[Da FUTURAnetwork.eu]

Carbone: una crescita di breve durata?

Il ritorno a questa inquinante fonte energetica potrebbe però essere “solo” di passaggio.

 Lo studio infatti sostiene che i bassi tassi di “pensionamento” del carbone del 2023 ritorneranno a crescere sia negli Stati Uniti sia in Europa.

 “Le sorti del carbone quest'anno rappresentano un'anomalia, poiché tutti i segnali indicano un'inversione di rotta rispetto a questa espansione accelerata – ha dichiarato” Flora Champenois”, direttrice del programma “coal” del “Global energy monitor” -.

Ma i Paesi devono chiudere le centrali a carbone più rapidamente, e quelli che hanno piani per nuove centrali a carbone devono assicurarsi che queste non vengano mai costruite.

Altrimenti potremo dimenticarci di raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi e di raccogliere i benefici che porterà una rapida transizione verso l’energia pulita”.

 

La Cina e l’India, i due attuali maggiori consumatori di carbone a livello globale, continuano a influenzare le sorti di questo combustibile fossile, rappresentando collettivamente l’82% della capacità totale di nuove costruzioni annunciate o autorizzate.

Secondo la comunità scientifica, per centrare l’Accordo di Parigi tutte le centrali a carbone dovrebbero essere chiuse entro il 2040:

questo è l’unico modo per sperare di limitare l’aumento medio della temperatura terrestre entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.

 Ciò richiederebbe la chiusura di 126 GW di centrali a carbone ogni anno.

 Solo a questo ritmo si potranno dismettere i 2.130 GW di energia prodotti dal carbone nei prossimi 17 anni.

In sostanza, vanno chiuse almeno due centrali a carbone a settimana.

 

 

 

 

Davvero le energie rinnovabili

sorpasseranno il carbone in un anno?

Wired.it – Energia – (11.01.2024) - Kevin Carboni – ci dice:

 

Lo prevede l'Agenzia internazionale per l'energia, che stima il superamento della produzione dalle fonti verdi sul carbone entro il 2025.

La Cina guida l'installazione di impianti

La quantità di capacità delle energie rinnovabili aggiunta ai sistemi energetici di tutto il mondo è cresciuta del 50% nel 2023.

È l’espansione più rapida mai registrata negli ultimi tre decenni e, nei prossimi 5 anni, è prevista una crescita ancora più veloce.

 Sulla base dei dati attuali, secondo l’”Agenzia internazionale dell’energia “(Aie), siamo sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di triplicare la capacità globale di generare elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030.

Nel 2023, la capacità di energia rinnovabile aggiunta ai sistemi energetici di tutto il mondo è arrivata ai 510 gigawatt, il 50% in più rispetto al 2022.

 Il fotovoltaico rappresenta i tre quarti del totale aggiunto a livello globale e la Cina è la locomotiva della transizione.

 Solo lo scorso anno Pechino ha messo in funzione tanto fotovoltaico quanto il mondo interno nel 2022, mentre l’eolico è aumentato del 66%.

Lo rivelano i dati del nuovo rapporto “Renewables 2023” dell’”Ai”e, secondo cui le energie rinnovabili riusciranno a superare il carbone e diventare la principale fonte di produzione di elettricità, a livello globale, entro l’inizio del 2025.

 

Tuttavia, nonostante ci troviamo sulla buona strada per triplicare la capacità delle rinnovabili entro il 2030, come stabilito alla “Cop28”, la conferenza nelle Nazioni Unite sul clima che si è tenuta a Dubai tra la fine di novembre e gli inizi di dicembre 2023, l’Agenzia ha sottolineato che tutti i governi devono spingersi oltre e aumentare ulteriormente finanziamenti e diffusione delle rinnovabili nella maggior parte delle economie emergenti e in via di sviluppo, che sono state lasciate indietro nella nuova economia energetica.

Il successo nel raggiungere l’obiettivo fissato alla Cop28 dipenderà da questo” ha detto Fatih Birol, direttore dell’Aie.

Siamo stati nel parco eolico più grande del Mediterraneo.

Beleolico si trova a Taranto.

Inaugurato nel 2022, assicura una produzione pari al fabbisogno annuo di 60mila persone ed è dotato di tecnologie all'avanguardia.

 Il nostro viaggio.

Oltre al picco cinese, nel 2023 le rinnovabili hanno raggiunto i massimi storici anche nell’Unione europea, negli Stati Uniti e in Brasile e si prevede che fotovoltaico ed eolico onshore raddoppieranno, rispetto ai livelli attuali, in tutti questi tre paesi e anche in India, entro il 2028.

Sempre entro il 2028, nel vecchio continente, la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili riuscirà a raggiungere il 61% del totale entro il 2023, con una capacità aggiuntiva di energia pari a 523 gigawatt, il doppio del ritmo stabilito nei sei anni precedenti.

Tuttavia, la crescita è guidata prevalentemente dal fotovoltaico, mentre l’eolico fa molta più fatica ad espandersi.

 Rispetto alle previsioni formulate dall’”Aie”, la nuova capacità rinnovabile dipenderà al 70% dal fotovoltaico e solo al 26% dall’eolico.

 Il resto deriverà da un mix di energia idroelettrica, e altre tecnologie, con l’idrogeno che arranca, deludendo le aspettative di una sua diffusione rapida.

 

 

 

Il verde suicidio economico dell'Europa.

Lanuovabq.it – Stefano Magni – (19 – 04 – 2023) – ci dice:

In pochi giorni il volto dell'Europa è cambiato, sta diventando verde.

 La Germania ha definitivamente rinunciato alla produzione di energia nucleare.

 La locomotiva d'Europa, che non potrà andare a carbone, dovrà affidarsi alle rinnovabili.

E intanto si discute la direttiva sulle case green pronta ad abbattersi sui nostri immobili.

 

Gli Ecologisti si sono riuniti a Berlino dopo la chiusura delle centrali.

In pochi giorni, l’Europa sta cambiando volto, sta diventando verde.

Ma non è detto che sia un colorito sano.

Sabato, la Germania ha chiuso le sue ultime tre centrali nucleari.

Secondo i sondaggi, la maggioranza dei tedeschi era contraria.

Ma una promessa è una promessa e la chiusura delle ultime centrali è il culmine di un programma di de-nuclearizzazione iniziato dal governo Schroeder nei primi anni 2000, rilanciato dal governo Merkel dopo il disastro di Fukushima nel 2011 ed ora è il cavallo di battaglia dei Verdi, da cui dipende la sopravvivenza dell’attuale governo Scholtz.

L’evento è stato salutato da manifestazioni degli ecologisti a Berlino e a Kiel.

Senza l’energia nucleare la Germania dovrà fare affidamento sempre più sulle fonti rinnovabili e sulle vecchie centrali termiche ancora attive.

 Attualmente, la “locomotiva d’Europa” è quella che consuma più carbone:

 quasi un terzo del fabbisogno energetico.

Il carbone è completamente incompatibile con gli obiettivi europei di de-carbonizzazione, per cui per il prossimo futuro i tedeschi dovranno fare affidamento solo sulle rinnovabili e, se resta nella tassonomia europea, anche sul gas di importazione.

 Schroeder aveva fatto affidamento sull’importazione stabile di gas dalla Russia. Non per caso è stato successivamente invitato a far parte del consiglio di Gazprom, il colosso statale energetico russo.

 Ma adesso lo scenario è decisamente cambiato, la Germania sa che non può più far affidamento sulla Russia, nemmeno dopo la guerra in Ucraina, comunque si concluda.

Sarà possibile alimentare la prima potenza industriale europea solo con le rinnovabili?

 Salvo miracoli tecnologici nel prossimo futuro, la risposta è: no.

 Regioni altamente urbanizzate e industrializzate come la California, che per prima ha puntato sulle rinnovabili, dimostrano quante difficoltà (black out soprattutto) si incontreranno, se ci si affida ad un’energia incostante.

Ieri, invece, è iniziata la trattativa del trilogo europeo (Commissione, Consiglio e Parlamento dell’Ue) per mettere a punto la direttiva sulle case green.

 Secondo le anticipazioni, gli Stati si dovranno fare garanti del rispetto degli obiettivi.

 E quindi saranno previste anche punizioni?

Probabilmente sì, lo sapremo solo l’estate prossima quando si prevede che sarà pronta la versione finale.

 Per ora, in base alla bozza votata dal Parlamento europeo il 14 marzo, tutti gli edifici dovranno essere in “classe energetica E” entro il 2030.

 E tutti dovranno essere in “classe D” entro il 2033, per poi raggiungere la neutralità assoluta delle emissioni entro il 2050.

Le scadenze per gli immobili privati, già molto ravvicinate, sono ancora più strette per quelli pubblici: rispettivamente il 2027 e il 2030.

 In Italia, si calcola, devono essere “riqualificati” circa 10 milioni di edifici.

 

Nella tempesta una fede certa.

I sostenitori della direttiva affermano che saranno previsti solo incentivi, ma non punizioni.

 Ma l’effetto dell’annuncio della direttiva già si vede nel mercato immobiliare.

 I dieci milioni di edifici che dovranno essere riqualificati inevitabilmente perderanno di valore.

 Nel terzo trimestre del 2022 le compravendite immobiliari sono in calo: -2,7% rispetto al trimestre precedente e -1% su base annua.

 Le convenzioni notarili di compravendita di unità immobiliari sono diminuite, così come le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni legate all’acquisto di immobili (-5,5% rispetto al trimestre precedente).

Secondo l’analisi di “Giorgio Spaziani Testa”, presidente di Confedilizia, non è solo l’inflazione a far male al mercato, ma anche la paura della nuova direttiva.

Anche qui:

l’Italia può permettersi di applicare una direttiva che abbatte il valore del mattone, quello in cui gli italiani investono i loro risparmi?

Siamo un popolo di proprietari di case che vivono in edifici storici, anche molto antichi.

E l’Italia non è certamente l’unico Paese dell’Ue a trovarsi in questa condizione.

Ad essere esclusi dalla direttiva sono gli edifici ufficialmente protetti in virtù dell'appartenenza a determinate aree o del loro particolare valore architettonico o storico.

Ma in Italia è difficile trovare qualche edificio che non sia anagraficamente “storico”.

 

Sbalordisce sempre l’effetto controproducente di queste politiche della transizione verde, per la lotta al cambiamento climatico.

Avremo una Germania senza energia e gli italiani senza casa.

Giusto per impoverirci ancora un po’ di più.

Da questo si capisce che queste scelte non sono compiute in base a criteri economici e neppure razionali.

Non c’è alcun vantaggio strategico da sfruttare, attuando queste politiche. Regaleremo il vantaggio ad altri concorrenti, alla Cina prima di tutto, maggior fornitrice delle materie prime utili per la transizione verde.

Si tratta di politiche che sfuggono anche alla loro stessa logica:

se l’obiettivo è ridurre drasticamente le emissioni di CO2, perché non costruire più centrali nucleari, che sono a zero emissioni?

Non c’è una risposta razionale, appunto.

C’è solo una risposta emotiva di chi teme che la fine del mondo sia vicina e occorra, per scongiurarla, cambiare radicalmente la nostra vita quotidiana.

 Si sta perseguendo una politica che è alimentata da un’angoscia esistenziale che spinge al suicidio, anche in senso fisico, non solo economico.

 Il 29 marzo,” Theo Khelfoune Ferreras”, 19 anni, attivista inglese di Greenpeace, non ha retto il pensiero del disastro climatico prossimo venturo e si è suicidato.

 

 

 

Auto, Salvini: norme Ue su emissioni

sono un suicidio per l'industria.

Finanza.repubblica.it – Redazione – Teleborsa – (5 dicembre 2024) – ci dice:    

Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha dichiarato che chi non vuole cambiare la normativa Ue che prevede l'obbligo di immettere sul mercato solo auto a zero emissioni nette di CO2 dal 2035 fa "un enorme regalo alla Cina" e porta l'Europa a "un suicidio economico, ambientale, sociale e industriale".

Durante il suo incontro con la stampa a Bruxelles, a margine della riunione del “Consiglio Trasporti” dell'Ue, Salvini ha accusato la nuova vicepresidente della Commissione europea, responsabile per la transizione verde, “Teresa Ribera”, "una marziana che è sbarcata ieri sul pianeta terra e non si accorge che le fabbriche stanno chiudendo e che le auto elettriche arrivano dalla Cina, che brucia carbone e inquina di più, per conquistare le nostre fette di mercato", mentre alcuni paesi come la Francia "fanno finta di niente e vanno verso il burrone".

Secondo il ministro la presidente riconfermata della Commissione, “Ursula von der Leyen”, portando avanti questa normativa nei suoi primi cinque anni di mandato, "ha commesso un errore clamoroso, oggettivo, devastante, evidente".

 

Durante la riunione del Consiglio, ha riferito Salvini, "sono intervenuto insieme ad altri ministri europei a difesa di 14 milioni di posti di lavoro legati all'industria dell'auto e dei motori;

ed è incredibile come ci siano ancora Paesi come la Francia che fanno finta di niente, vanno verso il burrone, e dicono che non si cambia nulla, avanti col tutto elettrico dal 2035.

Che è solo un enorme regalo alla Cina e un suicidio economico, ambientale, sociale e industriale" per l'Europa.

"Conto - ha continuato Salvini - sul fatto che la perseveranza mia, della Lega e del governo italiano porti a una maggioranza a favore della richiesta di rivedere modi e tempi" delle riduzioni delle emissioni di CO2 dalle auto, e che si possano "evitare le multe" per i fabbricanti che non rispettano le riduzioni previste entro il 2025.

Intanto, il leader della Lega ha trovato "ragionevole" il Commissario greco ai Trasporti, “Apostolos Tzitzikostas”.

 "Nei primi 100 giorni si è impegnato a portare un pacchetto a sostegno del settore auto, e l'Italia sarà al suo fianco", ha sottolineato Salvini.

 

 

 

ITALIA ED EUROPA VERSO IL SUICIDIO

ECONOMICO: A QUANDO LA RESISTENZA?

Marx21.it – (4 Marzo 2024) - Enzo Pellegrin – Redazione – ci dice:

 

Qualche tempo fa, dalle pagine del quotidiano “Domani”, “Gianluca Passarelli” compiva un’impietosa fotografia della spettrale pace sociale che avvinghiava l’Italia.

I dati economici erano e sono da horror-movie, anche per le categorie sociali che sinora hanno avallato di tutto, sposando l’individualismo e l’ideologia liberale in nome del mito dell’opportunità, gioco che sinora pochissime volte ha valso la candela.

Il dato sistemico più impressionante è il crollo della produzione industriale, dato che più rappresenta lo stato dell’economia e della produzione reale, al netto della speculazione finanziaria e dei profitti speculativi dei rentiers.

 Ad aprile 2023 il dato precipitava al – 7,2 %.

Un crollo peggiore lo si era registrato solo nel luglio 2020, in piena pandemia.

Del resto, ad ottobre 2023, si registrava il nono mese consecutivo di calo della produzione industriale italiana.

Sempre nell’ottobre del 2023, l’Istat decretava la brusca frenata della crescita del PIL.

Se nel 2021 il rimbalzo post-pandemia attestava la crescita intorno all’8,3%, nel 2022, durante il governo Conte, si registrava ancora una crescita del 3,7 %.

Nel 2023, con la gestione di Draghi e Meloni, la crescita scendeva ad un misero 0,7 % che verrebbe cautamente confermato anche per il 2024, ma – come vedremo – con mille riserve.

Il dato che attesta come il sistema produttivo italiano abbia ingranato violentemente la retromarcia è quello sugli investimenti:

 Se nel 2021 e nel 2022 questi erano cresciuti rispettivamente del 20 e del 10 per cento, nel 2023 gli investimenti scendono ad un misero + 0,6 %, dato anche qui prudentemente solo confermato per il 2024.

In pratica, il nostro sistema economico non alloca e non pare più intenzionato ad allocare risorse nella produzione.

Gli ultimi movimenti dei grandi possessori di capitali, famiglia Agnelli in testa, Della Valle, Benetton, mostrano una dematerializzazione dei soggetti imprenditoriali che si rivolgono al mondo dell’economia finanziaria, aspirando alla concentrazione di capitali da gettare nella finanza e chiudendo sempre più sedi produttive.

D’altronde, al di là dei monopoli di distribuzione dell’energia che lucrano sull’inflazione in gran parte generata dalle guerre imposte da USA, UE e NATO, la politica della BCE volta al rialzo dei tassi di interesse ha tutelato la rendita parassitaria delle banche, le quali hanno registrato, nel 2023, ancora utili stellari: quasi 8 miliardi di Euro per “Banca Intesa”, oltre 8,5 miliardi di Euro per “Unicredit”.

Mentre “Banca Intesa” devolve circa due terzi dei guadagni ai dividendi e il resto in buona parte ad operazioni di acquisto delle proprie azioni, nei limiti di legge, al fine di far salire il prezzo del titolo e operare una nuova speculazione finanziaria, “Unicredit “ha destinato il 100 per cento dei profitti ai dividendi degli azionisti, che in questo caso sono i fondi speculativi, tra i quali, per “Unicredit”, il famigerato “fondo Blackrock”.

In totale, i profitti delle banche nell’anno passato hanno complessivamente sfiorato in Italia quasi 50 miliardi, la gran parte destinati ai dividendi e quindi non ad investimenti nel settore produttivo, ma a speculazioni e bolle finanziarie.

In parole povere, ciò significa che le “coccolate Banche”, le quali hanno scampato anche una minima imposta sugli extraprofitti finita nel nulla come ogni impresa propagandistica del governo Meloni, non investono, non concedono mutui al sistema produttivo nazionale, ma buttano tutti i soldi nel “Gran Casinò” della speculazione finanziaria globale.

Il risultato è un’economia in completo declino, proprio quando gli investimenti avrebbero potuto produrre opportunità di rimbalzo in settori che saranno sempre più colonizzati da chi la produzione la finanza, anziché azzopparla.

Le ricadute della decadenza di un sistema produttivo sono note:

 crisi occupazionale, crisi di reddito che si estende a fasce della popolazione che sinora ne erano indenni, scomparsa del welfare State, della sanità, dell’istruzione, delle infrastrutture, che divengono sempre più un parco per le speculazioni private.

I dati non fanno che confermare questo corso.

 La gestione Meloni ha poi aggravato la situazione dal punto di vista dell’investimento pubblico;

 dei soldi ricevuti per il PNRR, sono stati sinora spesi solamente il 14,7% del piano. Nel 2023 sono stati allocati solo 2,5 miliardi, il 7,4% delle somme da spendere per l’anno, registrando un’inazione e un ritardo vergognoso.

Proprio nel settore della sanità, nonostante la dura lezione della pandemia, sono stati spesi solo l’1% dei 15,6 miliardi da allocare, e solo nei settori ad alto profitto, lasciando a secco di finanziamenti settori essenziali, riproducendo quel “modello” lombardo di Sanità responsabile della “Caporetto nella Pandemia”.

 

Il corso dell’inflazione aggredisce anche i redditi più poveri, mentre fiumi di soldi si accumulano nelle tasche dei ricchi.

Mentre nell’ultimo trimestre il potere di acquisto è ulteriormente sceso del -0,1%, così come la propensione al risparmio (-0,4%), gli ultimi dati della “Paris School of Economics” attestano che gli italiani più ricchi hanno trasferito nei paradisi fiscali 196,5 miliardi di Euro, 181 dei quali in conti offshore e fondi aventi giurisdizione in paradisi fiscali.

A questi, l’istituto somma i valori spesi per opere d’arte, yachts, oggetti di lusso sottratti a tassazione perché acquistati anch’essi in altrettanti paradisi fiscali.

Si stima che esistano inoltre circa 150 miliardi di Euro occultati in cassette di sicurezza.

 Il totale ammonta a oltre 400 miliardi di Euro sottratti alla comunità da una piccola percentuale di ricchi che beneficia ugualmente dei diritti universali concessi al cittadino, pagati colle spese dei lavoratori che hanno reddito infinitamente più basso e sempre decrescente.

La domanda del marziano che scende nel nostro paese è spontanea: perché, a fronte di un così enorme furto di ricchezza, sono poche le lotte, gli scioperi, le manifestazioni dure e durature che vi oppongano una efficace resistenza?

Negli ultimi tempi, a seguito delle mobilitazioni degli agricoltori in Francia e Germania, si sono viste finalmente in Italia prime manifestazioni di una certa rilevanza, seppur con una dimensione più corporativa rispetto a quelle d’oltralpe. Ci si chiede come mai non si mobilitino gli interi settori dei lavoratori dei comparti produttivi, degli utenti di servizi e diritti sempre più negati.

In Francia, ed anche in altri paesi della UE, si sono viste imponenti manifestazioni: dai “Gilet Jaunes”, alle mobilitazioni dei lavoratori, del sindacato e della sinistra contro le leggi del governo Macron, per giungere alle dure manifestazioni degli agricoltori francesi davanti ad ogni Prefettura della Repubblica.

 

Giorni fa, da una intervista concessa al canale indipendente “Ottolina TV, “Carlo Galli”, storico delle dottrine politiche, autore dell’ultimo lavoro “Democrazia Ultimo Atto,” rimarcava come tali tipi di manifestazioni rimangono a livello di rivolte, non producendo un involucro politico od una classe dirigente in grado di contendere il potere.

 Agli inizi del secolo, ricorda Galli, i lavoratori in mobilitazione incontrarono i socialisti.

 Le manifestazioni di oggi, per il filosofo, tenterebbero di unire, partendo da un vuoto politico, una serie di domande insoddisfatte.

Un’illusione teorica Lacaniana che si è spesso infranta sulla fragilità stessa delle soluzioni raggiunte.

A tal proposito Galli citava il punto di esaurimento del Peronismo in Argentina, spazzato via da un populismo contrario, armato a suon di personaggi come Milei.

 

La questione è complessa.

Andrebbe rimarcato che proprio il duraturo movimento dei “Gilet Jaunes”, indebolitosi alla fine solo in occasione della Pandemia, aveva dato luogo ad una piattaforma autenticamente politica, ed anche discretamente onnicomprensiva, se non una proposta di sistema.

 

Come ben ricorda “Chiara Parisi”, la “Charte officielle des Gilets jaunes” appare sul social network Facebook, sullo sfondo di un gilet giallo.

 Sono 25 richieste che intrecciano temi di economia e lavoro, politica, salute, ambiente e geopolitica.

In materia economica, contro lo schiacciamento a ribasso dei salari iniziato a partire dalla bolla dei mutui sub-prime esplosa nel 2007-2008, il movimento chiedeva l’aumento immediato del 40% del reddito minimo garantito, delle pensioni e dei sussidi sociali, nonché un piano di costruzione di edilizia popolare per ridurre il canone;

 infine: dare nuova vita all’economia produttiva con nuove assunzioni.

 Veniva affrontata anche la contraddizione della schiavitù all’impero economico e militare USA e NATO:

si chiedeva l’uscita immediata dalla NATO e il divieto per l’esercito francese di partecipare a qualsiasi guerra di aggressione, la fine delle ingerenze politiche e militari nei territori africani e il controllo maggiore dei flussi migratori impossibili da accogliere e integrare vista la crisi di civilizzazione in corso.

Anche l’ambiente veniva toccato:

si pretendeva il divieto di commercializzare bottiglie, bicchieri e imballaggi di plastica, e in ambito agricolo di abolire l’uso di OGM, pesticidi, perturbatori endocrini e monoculture.

Analizza “Chiara Parisi”:

“Studenti, impiegati pubblici, contadini, operai, femministe e sindacati:

 il movimento di protesta si presenta da subito come estremamente composito, difficilmente etichettabile nell’affiliazione politica e nella sua configurazione ideologica.

Viene definita una “moltitudine in movimento”, le cui fila sono ingrossate da soggettività provenienti dalle aree periurbane, meno modernizzate della Francia e in via di spopolamento.

Sembra che la molla principale fosse l’opposizione all’establishment politico, il rifiuto delle istituzioni percepite come casta.

 La molteplicità di istanze, soggettività e forme della protesta trova infatti un trait d’union nell’attacco radicale al presidente Macron di cui si chiedevano le dimissioni:

il “président des riches”, accusato di aver demolito il welfare state francese sotto la facciata di una finta politica innovatrice”.

 

Senza dubbio il movimento dei “Gilet Jaunes” ha posto in immediata discussione il modello del liberismo globale, bloccando nelle rotonde le catene di rifornimento in tempo reale dei centri commerciali, imponendo uno stop forzato ad un modello sociale che volevano ripensato in toto.

Sicuramente, questa moltitudine non ha ritrovato un involucro politico, ma – nello scenario politico francese -ai “Gilet Jaunes “sono seguite le manifestazioni contro Macron della sinistra e del sindacato, si è formato altresì un forte blocco politico di opposizione radicale stavolta a sinistra e non solo a destra, con l’evoluzione della “France Insoumise”,

Pur con tutte le contraddizioni e le perplessità che può giustamente generare nei critici, almeno si è formata.

 

È vero che mancano oggi quegli involucri politici che erano presenti all’inizio del secolo nel movimento operaio.

 Ma gli involucri politici non nascono dal nulla, così come non è nato dal nulla nemmeno il movimento operaio.

Sono le lotte e le mobilitazioni che generano il terreno sociale, politico, culturale e teoretico per la nascita di un involucro politico.

Sicuramente lo sono le mobilitazioni fisiche, non quelle virtuali, mediate o addirittura dirette dai mezzi di produzione del consenso di cui si avvale il regime.

 

Come ben nota “Filippo Barbera” nel suo libro “Piazze Vuote”, “Società e spazio non sono separabili:

 come nel “nastro di Möbius” non è possibile distinguere l’esterno dall’interno, così non è concepibile disgiungere la società dalla sua organizzazione spaziale …

Lo spazio condiviso è alla radice dell’interazione faccia a faccia…

siamo corpi in azione nello spazio:

 corpi che scambiano, promettono, mentono, agiscono, negoziano, discutono, confliggono e cooperano attraverso l’organizzazione fisico-spaziale dell’interazione sociale”;

quando poi “i rituali dell’interazione si costituiscono a partire dai bisogni, interessi e priorità dei senza voce, si danno le condizioni per l’emergere della domanda di un futuro collettivo più giusto e inclusivo”.

 

Il problema non è dunque quello di costruire in laboratorio un involucro politico che possa produrre egemonia, svalutando ogni esperienza di movimento: ma proprio il contrario.

La tradizionale organizzazione politica dei residui partiti gode oggi di cattiva fiducia, per essere simbolo di pratico e opportunista asservimento alle élite dirigenti.

 

La formazione di una linea di equivalenza delle domande insoddisfatte, la mobilitazione dei “senza voce” non è mai avvenuta con l’iniezione di ideologia precostituita in vitro, senza verifica sperimentale.

 L’ attuale sentimento di antielitarismo può avere poliedriche forme e contraddizioni, ma queste devono essere affrontate nello “spazio” delle mobilitazioni.

Ogni movimento politico che ha dato il via alla liberazione dal colonialismo, da Cuba al Vietnam, all’India, al Sudafrica, includendo la stessa Cina, è sempre nato in forma di primigenia mobilitazione laica, strutturandosi via via con un corpo ideologico che ha preso forme ed evoluzioni inaspettate, anche in senso socialista.

È indubbio che un ruolo rilevante sia giocato dalle contraddizioni economiche: ancora oggi, categorie sociali che hanno avallato di tutto e svenduto la propria organizzazione sociale ad una chimera individualista di stampo liberale, non sentono e non vedono le adeguate contraddizioni.

Selbstgerechten, o Presuntuosi, vengono definiti da” Sahra Wagenneckt”, i membri di quel ceto istruito, universitario, progressista, che gode di reddito da lavoro nelle professioni legate ai servizi privati o pubblici in ambito di alta o media amministrazione, più attento al linguaggio che alle contraddizioni materiali:

 “Il linguaggio della nuova sinistra è profondamente diverso da quello della sinistra tradizionale.

Spesso è elaborato in ambienti universitari colti e molto lontani dai sobborghi malfamati di alcune città.

 È una sinistra che rifiuta l’ideologia, ingombrante eredità del XX secolo e della modernità e parla di “racconto” o di “narrazione” che sono termini tipici della filosofia del post-modernismo e quindi più adatta all’epoca post-ideologica e post-nazionale (pag. 58-67).

Lotta di classe, patria, popolo sono termini tabù, mentre rifugiato, migrante, straniero, gender, cambiamento climatico sono i nuovi termini della lingua della sinistra alla moda.

Per la sinistra alla moda è più importante cambiare le desinenze per questioni di genere o il linguaggio degli enti pubblici per ragioni legate all’immigrazione che aumentare il salario minimo o introdurre una patrimoniale” (pag. 44).

La nostra società vive pertanto una grande frammentazione.

 Quest’ultima viene strumentalizzata dai mezzi di produzione del consenso, pronti a veicolare una verità conformista, che spesso dipinge le mobilitazioni come manifestazioni di irrazionalità, intolleranza, violenza reazionaria, qualunquista o fascista.

Basti vedere quanti siano caduti nella celebrazione ad orologeria della morte di Navalnj (tutto sommato un irrilevante oppositore, in carcere non per motivi politici, ma per sgradevoli reati comuni di truffa, pur se severamente puniti), e dimentichino che Julian Assange è stato condannato ed incarcerato come spia solo per aver diffuso la verità sulle guerre degli USA, per aver cioè fatto il proprio mestiere di giornalista.

All’interno di una società così frammentata e manipolabile, è difficile immaginare quale sia il bandolo della matassa della mobilitazione.

 Di certo non lo si può improvvisare in una riflessione.

 

Tuttavia, appare doveroso muovere da una seria analisi storica di questi ultimi movimenti anti elitari comparsi in occidente, per capire quali siano gli insegnamenti per uscire in modo organizzato da un declino sociale ogni giorno più grave e questo è il proposito di chi scrive.

 

Contemporaneamente, è sempre più necessario organizzarsi attivamente e laicamente per la controinformazione, per costruire media indipendenti, al fine di avvicinare quanti più cittadini possibile a scoprire le bugie dei mezzi di produzione del consenso, ed identificare tutti coloro che in qualche modo collaborano a salvare quell’élite di rentiers che vegeta impunita sulle rovine sociali che provoca.

 

 

 

Il suicidio economico della Germania

per fedeltà all’atlantismo.

 Kulturjam.it – (3 Marzo 2023) - Giulio Chinappi – ci dice;

 

La Germania si trova in una posizione molto difficile, costretta a scegliere tra i propri interessi nazionali e le politiche antirusse in nome della fedeltà all’atlantismo.

All’interno del governo di Berlino emergono due tendenze opposte.

Il suicidio economico della Germania in nome delle sanzioni antirusse.

Lo scorso 12 febbraio, il governo ha subito un duro colpo in occasione delle elezioni svoltesi a Berlino, dove il Partito Socialdemocratico di Germania (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) ha patito una clamorosa sconfitta per mano degli storici rivali dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (Christlich Demokratische Union Deutschlands, CDU).

Un risultato che non deve essere considerato come aneddotico, sebbene la formazione dell’amministrazione locale sia ancora in bilico tra i due partiti principali, ma che palesa un certo malcontento nei confronti del partito che attualmente detiene il controllo del governo federale sotto la guida del cancelliere Olaf Scholz.

In tutta la Germania, infatti, sale il malcontento per la cattiva gestione della situazione internazionale da parte del governo teutonico, all’interno del quale emergono due tendenze contrapposte:

la prima, quella guidata proprio da Scholz, che cerca di tenere conto degli interessi nazionali della Germania, legati anche ai buoni rapporti con la Russia e la Cina;

 la seconda, invece, che fa capo al ministro degli Esteri Annalena Baerbock,

 la quale propone la totale sottomissione agli ordini provenienti da Washington nel nome della fedeltà alla linea atlantista.

 

Razionalmente, la linea proposta da “Baebock” significa il suicidio di quella che viene generalmente considerata come la prima economia del continente europeo, ma che ora mostra tutte le sue debolezze, vista la forte dipendenza energetica nei confronti della Russia.

 Le sanzioni unilaterali imposte dall’Occidente collettivo a guida statunitense contro Mosca si sono rivelate un boomerang per tutta Europa, ma per Berlino in particolare.

Secondo quanto riportato dall’”Istituto dell’economia tedesca” di Colonia, infatti, la Germania dovrebbe perdere ben 175 miliardi di Euro nel corso del 2023, pari al 4,5% dell’intero prodotto interno lordo tedesco, se la situazione dovesse restare quella attuale.

 

L’aumento dei costi energetici, causato dall’interruzione dei flussi di gas provenienti dalla Russia, sta portando gravi conseguenze a tutte le aziende del Paese.

 Come riportato dal sito German Foreign Policy, la “BASF,” una delle più grandi compagnie chimiche al mondo, ha appena annunciato la chiusura definitiva di uno dei suoi due impianti di produzione di ammoniaca a Ludwigshafen, e questa viene considerata come la prima chiusura di un grande impianto industriale tedesco causata dalla guerra economica contro la Russia.

La stessa “BASF” ha spiegato che i costi del gas naturale sono aumentati di due miliardi di euro nel 2022, nonostante una riduzione dei consumi di circa un terzo.

 

I redattori di “German Foreign Policy” non possono che giungere alla logica conclusione che “le conseguenze della guerra economica occidentale contro la Russia stanno quindi accelerando il declino industriale dell’Europa”.

 In effetti, la produzione chimica in Europa è diminuita del 5,8% nel 2022, mentre a livello mondiale è aumentata del 2,2% grazie alla crescita significativa in Cina e negli Stati Uniti.

Questo dimostra come le sanzioni antirusse siano in realtà figlie di un progetto ben calcolato da parte di Washington volto all’eliminazione dei principali concorrenti europei, per rendere il nostro continente ancora più dipendente dai nordamericani.

In un altro articolo, lo stesso sito tedesco dimostra come le aziende degli Stati Uniti siano le principali beneficiarie del conflitto ucraino.

 Un’altra testata teutonica, la “Neue Zürcher Zeitung”, ha sottolineato come gli “Stati Uniti abbiano giocato sporco”, obbligando di fatto la Germania ed altri Paesi europei a fornire carri armati Leopard all’Ucraina, ma rifiutandosi di consegnare i propri carri armati “M1 Abrams”£, appioppando ragioni inverosimili, “perché se l’Ucraina riceve principalmente carri armati “Leopard 2” dagli stock delle forze armate europee, allora questi stock devono essere riforniti il ​​​​più rapidamente possibile”.

In pratica, i Paesi europei forniranno i propri armamenti all’Ucraina a titolo gratuito, ma poi saranno costretti a procurarsene di nuovi dalle aziende statunitensi.

Considerando l’attuale situazione, appare dunque chiaro come gli Stati Uniti abbiano individuato nella Germania un Paese oramai troppo potente, e che quindi deve essere ridimensionato.

Con il suo ruolo di prima potenza europea, Berlino aveva creato una propria sfera d’influenza economica su tutto il continente, oltretutto permettendosi di creare importanti legami con la Russia, come dimostra il progetto per il doppio gasdotto Nord Stream.

Washington, dal canto suo, mirava a stabilire un dominio assoluto sul nostro continente, e per questo doveva sbarazzarsi della Germania come potenza regionale.

L’attentato al “gasdotto Nord Stream” dimostra come questa lettura sia quella più verosimile per comprendere le attuali dinamiche europee, compreso il conflitto ucraino.

 In questo modo, gli Stati Uniti hanno interrotto il legame russo-tedesco, portando all’isolamento della Russia dal resto dell’Europa e all’indebolimento della Germania come potenza regionale.

Dal canto loro, le aziende belliche ed energetiche statunitensi stanno facendo affari d’oro, vendendo all’Europa armi e idrocarburi a prezzi maggiorati, e rafforzando in questo modo il rapporto di vassallaggio esistente tra le due sponde dell’Atlantico.

(World Politics Blog).

 

 

 

 

Stop a diesel e benzina?

È il suicidio economico della Ue.

Ilgiornale.it - Francesco Giubilei – (14 Febbraio 2023) – ci dice:

 

Ancora una volta si compie l'errore di smantellare un settore industriale di eccellenza per dipendere da potenze straniere. La lezione del gas non ha insegnato nulla ai burocrati europei.

Il via libera dell'Europarlamento allo stop delle automobili con motori diesel e benzina dal 2035 rappresenta il suicidio economico dell'Ue che distrugge una delle proprie eccellenze industriali con un impatto inimmaginabile sul nostro tessuto socio-economico.

 La plenaria del parlamento europeo ha approvato la misura con 340 voti favorevoli, 279 contrari e 21 astenuti e, nelle prossime ore, la commissione europea presenterà la proposta di regolamento sui nuovi standard di emissione di CO2 per i mezzi pesanti.

Verrà concessa una deroga di un solo anno alle super car come Ferrari e Lamborghini, mentre i bus cittadini dovranno avere emissioni zero dal 2030 e un taglio del 90% delle emissioni per le flotte degli altri mezzi pesanti al 2040.

 

"Stop alle auto a benzina e diesel dal 2035".

Via all' ultima euro follia.

Già da tempo si discuteva di questa norma approvata nelle commissioni ma il voto all'Europarlamento di oggi la rende definitiva e impone ora una riflessione su ciò che accadrà nei prossimi anni.

 Lo stop al motore endotermico è stato promosso dai verdi e dalla sinistra europea e rientra nel pacchetto di misure del “Fit for 55” che hanno l'obiettivo di ridurre le emissioni intervenendo sui settori ritenuti più inquinanti e l'auto motive è uno di questi.

Il problema è che la scelta di fermare la produzione dei motori diesel e benzina porta con sé una serie di conseguenze di cui la politica europea non sembra aver compreso l'impatto.

 Anzitutto, si bloccano gli investimenti sui biocarburanti che sono molto meno inquinanti dei carburanti tradizionali, in secondo luogo si colpiscono anche i motori ibridi che hanno prestazioni decisamente meno impattanti e ci si affida del tutto a una tecnologia come l'elettrico che non è detto in futuro non possa essere superata da nuove fonti energetiche come le auto a idrogeno.

 

Oltre all'aspetto ambientale ci sono però ricadute economiche e di sicurezza industriale.

 Così facendo si distrugge l'auto motive, un settore che è un'eccellenza europea (e in particolare italiana) colpendo non solo le grandi case automobilistiche ma tutta la filiera composta anche da numerose piccole e medie aziende della componentistica che danno lavoro a migliaia di persone.

Inoltre, mentre l'Ue dismette il proprio comparto automobilistico tradizionale, Cina e India continuano a produrre come spiegano in una nota gli europarlamentari “Marco Campomenosi”, “Marco Zanni” e “Silvia Sardone”:

“Con il voto di oggi, la sinistra e i suoi complici danno il via libera a un provvedimento ideologico che non solo non porterà alcun beneficio concreto per la tutela dell’ambiente, con grandi inquinatori come Cina e India che continuano ad agire indisturbati, ma che non tiene minimamente conto della situazione reale, con costi sociali ed economici pesantissimi per l’Europa e 13 milioni di posti di lavoro a rischio, di cui 120 mila solo in Italia”.

Inoltre, le batterie necessarie per le auto elettriche (oltre al tema dello smaltimento di cui non si parla), sono realizzate attraverso il litio e il cobalto di cui la Cina ha un'importante quota di mercato, in particolare in Africa.

Da questo punto di vista l'Europa è indietro nella realizzazione di una propria filiera sull'elettrico e, ancora una volta, si compie l'errore di smantellare un settore industriale di eccellenza per dipendere da potenze straniere come la Cina correndo ai ripari quando sarà troppo tardi.

 La lezione del gas non ha insegnato nulla ai burocrati europei.

 

 

 

” Solo tre mesi per salvare l’industria dell’auto”.

Il presidente “Ara”, Guidesi, lancia l’allarme.

  Primaonline.it - Stefano Carli – (17 -12-2024) – ci dice:

 

Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, parla da presidente dell’”Ara”, “associazione europea delle regioni dell’auto motive”:

“Stiamo rischiando un suicidio economico senza precedenti.

L’Ue deve prenderne atto e rispondere con la massima urgenza”.

Ci sono tre priorità:

la prima è salvare le imprese,

la seconda bloccare le sanzioni,

la terza reindirizzare le modalità del processo di decarbonizzazione

lasciando le imprese libere di lavorare su più tecnologie.

Solo così si può creare un ecosistema industriale efficace e competitivo con i cinesi.

“Abbiamo solo tre mesi per scongiurare che si realizzi il più grande suicidio economico d’Europa:

la fine dell’industria dell’auto, e con essa di una fetta consistente dell’intero sistema industriale europeo”.

Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia oggi parla da presidente dell’Ara, “Automotive Regions Alliance”, l’alleanza tra le 36 regioni europee dove si sviluppano le filiere dell’auto motive alle prese con la crisi del mercato e le difficoltà della transizione verde.

Una transizione che le regioni industriali europee vorrebbero revisionare affinché sappiano mantenere e tutelare, al contempo, competenze e competitività, imprese e posti di lavoro lungo tutto l’arco delle filiere produttive.

“L’Europa deve prendere atto di cosa sta succedendo e deve rispondere con la massima urgenza – continua Guidesi.

Va immediatamente cambiata una impostazione della transizione energetica nel settore della mobilità che sia il mercato che i consumatori hanno certificato essere sbagliata.

 E che, alla fine, non ha fatto altro che produrre un vantaggio competitivo per i produttori cinesi:

lo stiamo vedendo adesso, giorno dopo giorno, con l’arrivo delle auto cinesi in Europa.

Tutto quello che avevamo previsto si sta verificando”.

 

Si sono riuniti il Ministro del “MIMIT” Adolfo Urso, Giuseppe Manca, capo risorse umane Stellantis, Jean-Philippe Imparato, capo Europa di Stellantis, in occasione del tavolo Stellantis tenutosi al Ministero delle imprese e Made in Italy MIMIT a Roma - Martedì 17 Dicembre 2024.

Cosa deve fare l’Europa?

 

“Tre cose.

La prima: rispondere immediatamente, con urgenza, alle crisi che stanno attaccando le imprese in tutta Europa.

La seconda, bloccare le sanzioni che scatteranno tra pochi giorni, con il 2025, e colpiranno tutte le imprese che non avranno rispettato le tempistiche previste dal Regolamento Ue sulla mobilità elettrica del marzo 2023.

Regolamento che impone alle case costruttrici europee, già dal prossimo anno, quote precise di produzione tra motori elettrici e termici, con l’obiettivo di arrivare a vietare completamente la vendita di motori termici a partire dal 2035.

Sono numeri che l’attuale tendenza del mercato non consente di raggiungere.

Se queste quote, e le relative sanzioni, non verranno bloccate, l’industria europea dell’auto si troverà in poche settimane a subire un secondo, pesante colpo finanziario che andrebbe ad aggiungersi a quello decretato dal mercato con i forti cali delle vendite.

Terza misura:

riformulare le modalità della transizione verde”.

 

Pensa che la nuova Commissione Europea di Ursula von der Leyen si stia muovendo nella direzione giusta?

 

“La presidente della Commissione ha annunciato la costituzione di un tavolo sulla crisi dell’industria europea dell’auto e noi, come Alleanza delle Regioni Europee dell’Automotive, vogliamo esserci.

E avanzeremo proposte precise.

Chiederemo di raggiungere gli obiettivi della mobilità sostenibile attraverso tutte le possibili modalità di trazione.

 Chiederemo di lasciare liberi i costruttori di agire seguendo tutte le possibili soluzioni tecnologiche, dall’elettrico all’endotermico, dai bio carburanti agli e-fuels, i carburanti sintetici, e fino all’idrogeno, con l’unico vero obiettivo di creare un ecosistema industriale efficiente e sostenibile e davvero in grado di raggiungere un effettivo abbattimento delle emissioni”.

 

Quali sono le prime risposte che vi attendete dall’Ue?

 

“Rivedere i meccanismi finanziari di sostegno industriale.

La strada che si è percorsa negli ultimi tre anni è stata di fatto un concentrare gli aiuti ai soli motori elettrici.

 E se ne stanno vedendo gli effetti:

tra incentivi alla produzione e quelli alla vendita la quota di mercato delle auto elettriche cinesi in Europa cresce, e cresce ovviamente a scapito di quelle europee.

Il calo delle vendite delle auto europee si porta poi dietro quello di tutta la filiera delle imprese della fornitura di componenti.

Anzi, proprio queste ultime, che sono l’anello più debole della catena, sono quelle che vanno salvaguardate per prime.

 Prima ancora di mettersi a ragionare su come ridisegnare le tappe dell’Europa verso la mobilità verde bisogna pensare a mettere in sicurezza le imprese”.

Il primo problema è dunque il tempo.

Bruxelles ha già annunciato un “Clean Industrial Act” per fine febbraio 2025. Può essere un appuntamento ottimale per avviare un cambio di direzione, ma è tra due mesi, non è tardi?

 

“No, ma a patto che nel frattempo ci si occupi concretamente delle situazioni di crisi, evitando la chiusura delle imprese.

Prima di pensare a correttivi regolamentari e agli incentivi va sostenuta la filiera. In Lombardia abbiamo già tre stabilimenti storici di componentistica per motori endotermici che hanno annunciato la chiusura.

Purtroppo la velocità della certificazione degli errori commessi sta aumentando e questa è la prima urgenza da affrontare.

 Prima sosteniamo l’esistenza e la continuità della filiera, poi pensiamo ai correttivi”.

 

Come intervenire?

“Con i classici ammortizzatori sociali, con ogni mezzo che possa ridare ossigeno alle imprese evitando al tempo stesso le chiusure e la perdita di competenze e di capacità produttiva”.

Ma queste decisioni sono di competenza dei singoli Stati.

E non avrebbero difficoltà i singoli Stati a prendere simili decisioni in presenza di una normativa Ue tuttora vigente che, in tema di mobilità verde, va in tutt’altra direzione?

“Gli Stati intanto facciano la loro parte, nel frattempo spingiamo affinché l’Ue destini fondi a sostegno di queste operazioni di salvataggio”.

Vengono segnali positivi in tal senso da Bruxelles?

“Una settimana fa, l’11 dicembre, il Ppe, il gruppo di maggioranza relativa nel Parlamento Europeo, si è pronunciato con decisione sulla necessità di un cambio di rotta e ha indicato la stessa direzione del Manifesto per una mobilità sostenibile lanciato da noi in Regione Lombardia tre anni fa, in cui già allora prendevamo posizione per un percorso basato sulla neutralità tecnologica”.

Quali risultati sono da attendersi? Anche una revisione degli obiettivi di decarbonizzazione della mobilità?

 

“Il punto fondamentale è calare gli obiettivi nella realtà. È stato commesso un grande errore: basare il calcolo dell’impatto della mobilità solo sulla parte finale del processo, sul mezzo di trasporto, sull’emissione allo scarico.

Ma un’auto che si muove senza emissioni non vuol dire che anche la produzione di quella stessa auto sia stata priva di emissioni.

Senza contare poi il tema dello smaltimento del prodotto a fine vita:

nodo decisivo soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento delle batterie”.

 

Quanto può pesare il caso Stellantis?

 Sotto la gestione di Tavares il gruppo era stato il più restio tra le grandi case europee a premere per una revisione delle norme sulla mobilità verde, tanto che era anche uscito dall’Acea, l’associazione delle industrie europee dell’auto motive. Ora Stellantis ha annunciato che dal prossimo primo gennaio rientrerà nell’associazione.

Sarà un vantaggio non avere più un fronte industriale diviso all’interno dell’Unione?

“Se Stellantis torna a essere un’industria attenta ai propri stabilimenti e a un ecosistema, come quello italiano, e lombardo in particolare, che ne ha fatto le fortune in passato, troverà da parte di tutti i territori in cui opera, a partire dalla Regione Lombardia, la massima disponibilità a sostenere, a rinforzare e a favorire lo sviluppo della filiera di componentistica, di elettronica e di soluzioni It finalizzato alle nuove tecnologie della mobilità.

Ma da Stellantis intanto ci aspettiamo nuovo piano industriale, che punti sull’auto e sui mezzi commerciali e che ridia vigore a tutto l’ecosistema dell’auto motive italiano.

 Se invece l’impegno dovesse continuare ad essere solo finanziario, le conseguenze per l’industria del settore non potrebbero che restare negative”.

Intanto però un primo risultato è stato raggiunto:

 da settimane non si sente più parlare di dazi europei sulle auto cinesi.

“E’ una scelta su cui non c’è grande condivisione. Anche perché i dazi Ue su un prodotto provocano reazioni su altri comparti industriali e producono alla fine conseguenze specie ai Paesi che hanno bilance commerciali molto attive con i cinesi. E non sarebbero comunque il modo giusto per affrontare il problema. Qui il tema è industriale:

l’Europa deve decidere se avere ancora oppure no un’industria dell’auto”.

 

 

 

 

Industria dell’auto o “Green Deal”?

Il falso dilemma dell’Europa.

Lavoce.info - Rachele Cavara e Francesco Zirpoli – (18/12/2024) – ci dicono:

I produttori di auto dicono di non essere pronti a rispettare i limiti alle emissioni previsti nel 2025, 2030 e 2035 e paventano scenari drammatici.

 Ma l’Europa non è chiamata a scegliere tra sopravvivenza dell’industria e lotta al cambiamento climatico.

Perché diminuire le emissioni.

I limiti sulle emissioni CO2 dei veicoli servono per contenere i pesanti danni che il cambiamento climatico procura a livello globale.

 Le emissioni di CO2 sono infatti il primo fattore del cambiamento climatico, e il settore dei trasporti è uno dei maggiori responsabili della sua produzione.

In Europa, il settore produce circa il 29% delle emissioni totali di gas serra e causa inquinamento atmosferico, acustico e frammentazione degli habitat.

 In più, le sue emissioni sono aumentate dal 1990.

Alla crescita del volume delle attività di trasporto, infatti, non ha fatto da contraltare una crescita dell’efficienza energetica dei veicoli.

 Dagli anni Novanta a oggi, l’Europa ha cercato di ridurre la CO2 emessa dai veicoli, con una serie di leggi fino a prevederne l’azzeramento per i nuovi veicoli venduti a partire dal 2035.

I piani europei di decarbonizzazione si scontrano oggi con la minaccia di una profonda crisi dell’industria automobilistica.

 Si è sviluppata una narrativa secondo la quale le case automobilistiche sarebbero state colte impreparate dai limiti stringenti e l’elettrificazione della mobilità imposti da un regolatore europeo che si oppone agli interessi dell’industria.

 Il corollario è che l’unica soluzione alla perdita di competitività del settore auto europeo sia uno slittamento dei limiti alle emissioni dal 2025 al 2027, o un abbassamento delle sanzioni per chi risultasse inadempiente.

 La stessa cosa è già successa in passato, quando per volere dei produttori sono state azzerate le proposte di una stretta sulle emissioni di CO2 e polveri sottili nel passaggio dalla normativa Euro 6 a quella Euro 7.

Anche ora, i produttori non solo suggeriscono che le regole e le sanzioni porterebbero a un danno per lavoratori (chiusura di fabbriche) e cittadini (costi più alto di acquisto delle auto), ma affermano che distoglierebbero dagli investimenti per l’elettrificazione.

 

Ma cosa significa che l’industria automobilistica è impreparata a rispettare leggi emanate anni fa? Quali sono le cause di questa situazione? E cosa dovrebbe fare il regolatore?

Ricostruire l’evoluzione storica della normativa sulle performance CO2 dei veicoli aiuta a capire perché la narrativa “regolatore contro industria” è per molti versi artificiale.

 È vero che il contesto sociale e politico europeo potrebbe indurre un passo indietro nel percorso segnato dal “Green deal” su decarbonizzazione e trasporti, e spostare sulla collettività il costo di scelte strategiche dei costruttori che si sono rivelate fallimentari nel tempo.

Ma il regolatore europeo non dovrebbe far slittare gli obiettivi fissati o ridurre le sanzioni.

 Come accaduto in passato, ciò porterebbe solo a disincentivare l’innovazione con conseguente perdita di competitività e a mettere in discussione la solidità di un impianto normativo che, con il “Green deal”, aveva l’ambizione di coniugare salute, ambiente e sviluppo sociale ed economico.

La genesi della normativa europea per il controllo delle emissioni CO2.

Nel 1998 l’industria automobilistica assumeva l’impegno volontario di ridurre le emissioni di CO2.

 A partire dal 2007, alla luce del fatto che le emissioni prodotte dai trasporti continuavano ad aumentare, la politica europea cambia passo e introduce le prime misure sui veicoli leggeri.

Il primo atto è la direttiva (EC) 443/2009 che sancisce che a partire dal 2015 le auto vendute in Europa non devono emettere più di 130 gCO2/km.

 La direttiva (EU) 510/2011 decreta poi che i veicoli commerciali leggeri non debbano superare i 175 g/km a partire dal 2017.

Nel 2014 gli standard vengono aggiornati e nuovi regolamenti stabiliscono che entro il 2020 le auto devono arrivare a emettere 95 gCO2/km, 147 per i veicoli commerciali leggeri.

Ed effettivamente tra il 2007 e il 2015 si verifica una riduzione delle emissioni CO2 dei trasporti.

Non era obbligo di legge prima del 2015, ma l’introduzione delle nuove politiche ha incentivato i costruttori a sviluppare prodotti che raggiungessero i target previsti.

 

Gli anni del “diesel gate”

Nel 2015 l’industria automobilistica è scossa dal cosiddetto “diesel gate”, lo scandalo Volkswagen, che ha svelato che i costruttori europei falsificavano i test sulle emissioni inquinanti diverse dalla CO2.

Per anni, i produttori hanno fatto credere al regolatore di produrre veicoli che rispettavano gli standard Euro 5 ed Euro 6, quando non era così.

Il regolatore europeo ha reagito allo scandalo cambiando il sistema di controllo delle emissioni.

Innanzitutto, cambia il modo in cui le emissioni CO2 sono misurate:

nel 2017 si passa dal “New European Driving Cycle” al “Worldwide harmonized Light-Duty vehicles Test Procedure” (Wltp) che prende in considerazione un profilo di guida più vicino alla realtà quotidiana rispetto al precedente “standard Nedc”.

Per intendersi, il “Wltp” rende molto più difficile l’introduzione sul mercato di “defeat device” come quello montato sui motori EA189 della Volskwagen, capaci di “ingannare” i test di laboratorio.

 

L’evoluzione della normativa Europea per il controllo delle emissioni CO2.

Da dove deriva il limite di media di 93,6 gCO2/km dal 2025 di cui tanto si discute oggi?

 Il 17 aprile 2019 viene approvata la regulation (EU) 2019/631 che definisce le riduzioni di CO2 dalla sua entrata in vigore nel 2020 fino al 2030.

In particolare, stabilisce gli obiettivi di 95 gCO2/km per il periodo 2021-2024, con una riduzione del 15 per cento nel 2025 rispetto alla baseline del 2021, e del 37,5 per cento nel 2030 rispetto alla stessa baseline.

Quindi, al contrario di quanto si vuol far credere, oggi, il limite medio alla CO2 al 2025, è frutto di una lieve riduzione rispetto al periodo 2021-2024.

 E si tratta di una riduzione che i produttori conoscono da parecchi anni, approvata nel 2019 e proposta dalla Commissione già nel 2017.

Quando il regolamento del 2019 è stato emendato nel 2023 per introdurre il phase-out del motore endotermico al 2035, il regolatore si è focalizzato sulla riduzione delle emissioni al 2030 e al post-2030, con il famoso limite di 0gCO2/km a partire dal 2035.

Ma ha lasciato invariate le emissioni al 2025, con l’apprezzamento, all’epoca, dei produttori europei.

 

Perché allora, per loro stessa ammissione, i produttori di auto oggi non sono pronti? La risposta è nella strategia scelta per raggiungere gli obiettivi di emissione.

 

La scommessa sull’elettrico.

Gli obiettivi della normativa europea sono da raggiungere a livello di media parco auto venduto nel periodo e i produttori che affermano oggi di non riuscire a rispettare i limiti previsti per il 2025 e il 2035, in linea generale, sono quelli che hanno deciso di raggiungerli guadagnando quote di mercato nell’elettrico senza innovare nell’endotermico.

Questa scelta ha portato l’industria automotive “europea” a seguire due traiettorie tra loro in conflitto:

da un lato, i produttori hanno smesso di investire sulla riduzione delle emissioni dei motori endotermici per dedicarsi alla crescita della quota dell’elettrico, dall’altro, hanno ritardato gli investimenti nella gamma prodotto elettrificata per sfruttare al massimo la maggiore marginalità sui prodotti endotermici.

 

A renderlo possibile, sono stati da una parte i “successi” ottenuti dai produttori, come l’annacquamento dello standard Euro 7, che ha limiti allo scarico identici all’Euro 6.

Se fosse passato l’Euro 7 voluto dalla Commissione, il rispetto degli obiettivi al 2025 sarebbe a un passo.

D’altra parte, seguendo questa strategia, la quota dell’elettrico in Europa non ha raggiunto i valori attesi, soprattutto per la bassa quota in paesi come Italia e Spagna.

 Anche in questo caso le ragioni sono riconducibili a scelte dei produttori: l’interesse a vendere auto endotermiche per la loro maggiore marginalità e l’assenza di “auto full electric” economicamente accessibili nelle fasce A e B del mercato, ovvero modelli di piccole dimensioni e poco energivore.

In queste condizioni è chiaro che la strada verso il rispetto dei limiti previsti è tutta in salita.

Ora si prospetta il rischio di pagare sanzioni molto salate, che è il vero motivo per cui i produttori auto chiedono di allentare i limiti.

A partire dal 2025, coloro che non riescono a rispettare i valori medi per flotta dovranno pagare 95 euro per ogni g/km oltre l’obiettivo per ogni auto venduta in Europa in un anno:

 se per esempio, una casa automobilistica dovesse mancare il suo obiettivo di 5 g/km e vendesse 100mila auto nel 2025, dovrebbe pagare una multa di 47,5 milioni di euro.

 

Il falso dilemma per l’Europa.

La richiesta di alcuni governi e produttori (non tutti per la verità) di rivedere le sanzioni al ribasso è quantomeno tardiva e si basa sull’introduzione di un falso dilemma per il regolatore europeo:

 controllare la minaccia di licenziamenti di massa e delocalizzazioni in caso di pagamento di sanzioni rispetto a controllare le emissioni di CO2 e di altri fattori inquinanti.

La questione è mal posta per due ragioni.

La prima è che le conseguenze drammatiche per l’industria sono in parte esagerate e in parte evitabili.

 Lo mostrano le traiettorie di produttori che hanno accettato la sfida della sostenibilità, ad esempio Volvo che ha investito a tempo debito sull’elettrico e sullo sviluppo di motori endotermici poco inquinanti.

 Per altre case automobilistiche, la gamma prodotto e le nuove uscite nel 2025 fanno pensare che probabilmente l’ammontare delle sanzioni non sarà troppo alto.

E non è da escludere che in un solo anno si possano ottenere riduzioni significative della CO2:

 è già accaduto in passato, come mostrato nel grafico dell’”International Council on Clean Transportation”;

 più in generale le prestazioni del settore non dovrebbero essere giudicate in base alla situazione di mercato nell’anno precedente all’obiettivo.

La seconda ragione è che i bilanci dei produttori auto non sono oggi in perdita, mentre il cambiamento climatico e l’inquinamento sono problematiche con cui fare i conti immediatamente.

Esistono margini per recuperare il gap di competitività verso la Cina.

 Per i produttori di auto la vera scelta è tra investimenti, lavoro e nuovi prodotti e dividendi.

Finora hanno preferito distribuire i secondi.

L’Europa dovrà senz’altro semplificare e integrare meglio il quadro normativo.

Non si tratta solo di abbattere la CO2 e gli inquinanti (di per sé un’esigenza concreta, a protezione della nostra salute), si tratta anche di evitare di perdere terreno nella tecnologia.

 In passato, la regolamentazione europea ha favorito gli attori locali in quanto imponeva tecnologie molto avanzate.

Il problema di oggi è che i produttori europei hanno rallentato nel corso degli anni gli investimenti.

Interessi di parte e nazionalismi.

Oggi, il rischio concreto è che i produttori in ritardo sull’elettrico decidano di ridurre i volumi di produzione delle auto endotermiche per rispettare la media delle emissioni al 2025.

Per farlo, potrebbero agire sui listini delle auto.

Con l’aumento dei prezzi, i consumatori acquisterebbero meno auto e si avrebbe una contrazione della produzione che potrebbe portare a licenziamenti o alla cassa integrazione dei lavoratori, soprattutto lungo la filiera.

Una situazione di questo tipo salvaguarderebbe i profitti dei produttori, a scapito di fornitori (orfani di volumi e commesse) e cittadini (lavoratori o consumatori).

In un gigantesco “Truman Show”, finiamo per considerare pragmatiche posizioni che intendono fare un passo indietro sugli obiettivi del Green deal.

 I giornali e il dibattito pubblico sono pervasi da posizioni che vedono il” phase-out” del motore endotermico come il suicidio industriale dell’Europa, testimoniato dai licenziamenti, crisi della filiera di fornitura e listini delle auto in crescita.

 E le posizioni “pragmatiche” dei governi sono spesso adottate sotto la minaccia di interessi di parte:

quelli dei produttori auto o delle imprese petrolifere, pronti a punire le posizioni progressiste con la delocalizzazione delle produzioni e degli stabilimenti in paesi che sostengono i loro interessi.

Il risveglio dal Truman Show rischia però di essere molto più duro delle sanzioni che forse graveranno nel 2025 sui bilanci dei produttori auto.

 Il primo mercato al mondo, la Cina, procede a tappe forzate verso l’elettrificazione, metà dei 30 milioni di veicoli prodotti e venduti dal gigante asiatico è “full electric”.

Negli Stati Uniti l’”Inflation Reduction Act” ha prodotto una enorme mole di investimenti nell’elettrificazione, che difficilmente saranno abbandonati.

L’unica possibilità di rimanere competitiva per l’Europa – e i suoi stati – è cercare una posizione coesa a difesa degli interessi dei cittadini (per l’aria che respirano e il lavoro in cui sono occupati) e dell’ambiente, che porti i produttori di auto ad accelerare nella direzione tracciata dal” Green deal”, tornando a reinvestire i profitti nell’innovazione di prodotto, per la crescita della competitività industriale.

(Progetto Horizon Europe REBALANCE.)

 

 

 

 

 

 

Ue: Istituzioni al lavoro con bussola

a destra, Unione si sgretola.

 Tuttieuropaventitrenta.eu - Giampiero Gramaglia – (20 Dic. 2024) ci dice:

 

La nuova Commissione europea, la seconda presieduta da Ursula von der Leyen, s’è insediata domenica 1° dicembre ed è operativa:

 una “barca fragile” che “parte senza bussola”, scrive, perplesso e preoccupato, “Pier Virgilio Dastoli”, il massimo conoscitore italiano dei meccanismi e degli ingranaggi europei.

In realtà, la bussola a bordo c’è, ma non funziona bene:

 spinge a destra, verso un populismo moderatamente sovranista, mentre dovrebbe spingere verso il conferimento di più sovranità all’Unione, sulla politica estera e la difesa, i migranti, il clima.

Tra l’estate e l’inverno, la situazione europea e il contesto internazionale sono drasticamente peggiorati.

 Nell’Ue, una presidente sostenuta a luglio da un’ampia maggioranza europeista si ritrova a capo di una Commissione appoggiata a novembre da una maggioranza meno europeista e più populista, che si sposta a destra e s’indebolisce, spaccando le coalizioni al governo in vari Paesi, in un gioco di ‘do ut des’ fastidioso tant’è palese che non c’è dietro un progetto, ma solo un calcolo.

Nel Mondo, l’elezione e l’imminente insediamento alla presidenza Usa di Donald Trump carica d’incognite e di apprensioni il 2025, mentre il conflitto in Medio Oriente s’è allargato e l’invasione dell’Ucraina rischia di portare vantaggi al presidente russo Vladimir Putin.

Per l’Ue, Trump è uno spauracchio che “sta già spaccando” i 27 – osserva Politico -: qualcuno s’illude che il magnate sia “un’opportunità” e altri, come il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo “Manfred Weber” e pure “von der Leyen”, si trastullano con i giochi della politica mentre “Trump dà fuoco alla casa”.

In questo momento, la fragilità della Commissione e l’inadeguatezza della sua base parlamentare paiono quasi l’ultimo dei problemi di un’Europa che ad ogni elezione si sposta a destra, che vede cadere in pezzi i governi dei suoi Paesi tradizionalmente traino e che non è determinata né ad alzare barricate a Ovest né ad allagare i campi a Est.

“Eunews” osserva:

“Il Trump 2.0 scuote l’Ue. Le destre sono entusiaste, per i progressisti è un ‘giorno buio’ per il futuro e per l’Europa”.

Ue: Istituzioni affrontano nuova legislatura fra divisioni e incertezze.

Nel momento stesso in cui le tre Istituzioni europee, Commissione europea, Parlamento europeo e Consiglio europeo, partono a ranghi completi e rinnovati per una nuova legislatura di cinque anni, c’è un “problema di aritmetica” non risolto, come scrive “Politico” ripercorrendo il tortuoso percorso di un’interminabile transizione:

le elezioni europee di giugno, i negoziati sulle posizioni di vertice delle istituzioni, poi sulla formazione della maggioranza nel Parlamento, poi sulla composizione della Commissione e le audizioni dei commissari da parte degli euro-deputati;

 e, infine, la fiducia alla Commissione, con “molti meno voti del previsto – nota argutamente “Stefano Feltri” -, anche causa le aperture verso “Giorgia Meloni” e i suoi conservatori (e. in effetti, i voti aggiunti a destra non compensano quelli perduti a sinistra).

Il “Ppe” si sposta a destra, sui migranti, sul clima, sul bilancio.

 La ‘grande coalizione’ europeista non c’è più, ammesso che ci sia mai stata. Socialisti, liberali e verdi sono a vario titolo contro Weber e polemici con il Ppe;

il cordone sanitario anti-destre è venuto meno o tocca solo più i Patrioti stretti intorno al premier ungherese Viktor Orban e il gruppo binario Le Pen – Salvini.

Mentre ciò avveniva a Bruxelles – la maggioranza di giugno si erodeva e quella di novembre nasceva posticcia -, tutto intorno il quadro europeo mostrava crepe nazionali sempre più inquietanti, a partire dai due Paesi guida:

il governo francese è sull’orlo della crisi, dopo che il presidente Emmanuel Macron ha prima tentato la scommessa di un voto politico tra giugno e luglio e poi ha praticamente ignorato, nelle scelte a seguire, le indicazioni delle urne;

e il governo tedesco, messo in ginocchio dalla crisi dell’economia e dalle ripetute sconfitte nelle elezioni regionali, s’è finalmente risoluto a un voto anticipato il 23 febbraio.

E, intanto, fra i 27, si susseguono i voti che premiano più forze centrifughe che forze centripete, come in Romania, dove la destra sovranista avanza sostenuta dal voto della diaspora.

O voti che, come in Irlanda, mettono in stallo i Paesi invece di dare indicazioni precise della volontà popolare.

I titoli di “Politico”, che segue con grande attenzione le vicende europee, si succedono uno più inquietante dell’altro:

la crisi di governo francese, con la caduta del premier Michel Barnier, potrebbe mettere in subbuglio l’eurozona e indebolire l’euro;

il prossimo cancelliere tedesco potrebbe essere il più debole di sempre, nonostante il proposito elettorale di “Friedrich Merz”, leader della Cdu, favorito per l’incarico, di “rendere la Germania di nuovo grande”.

E una destra romena pro-Russia forte “è una maledizione per l’Ue e per la Nato”.

La mappa è variegata e contraddittoria, gli sguardi sono prevalentemente volti a destra.

 L’Olanda pensa di trasferire in Uganda i suoi migranti, la Polonia vuole sospendere il diritto d’asilo, Germania e altri Paesi sospendono la libera circolazione delle persone, una delle ‘libertà simbolo’ acquisite nell’Unione.

 E, fuori dai confini dell’Ue, i voti in Moldavia e in Georgia danno esiti opposti ma ugualmente serrati e contestati:

il governo di Chisinau vuole proseguire il cammino verso l’Ue, quello di Tbilisi lo sospende fino al 2028, innescando proteste di piazza che evocano quanto avvenne in Ucraina tra il 2013 e il 2014 e che possono rivelarsi prodromi di conflitti.

A Bruxelles e nelle capitali manca una voce che possa fare da controcanto a Trump, come riuscì, sia pure senza acuti, ad Angela Merkel.

I leader forti nei loro Paesi hanno piuttosto tendenza a fare comunella con il presidente statunitense che a coagulare un fronte di resistenza europeo.

 

Ue: i primi passi della “UvdL 2” su rotte ben conosciute, ma presto abbandonate.

Nelle sue prime mosse, la ‘UvdL2’ si rifugia nella sicurezza di riti che, però, rischiano presto d’appartenere al passato:

il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, portoghese, e la capa della diplomazia europea “Kaje Kallas”, estone, sono stati, il 1° dicembre, a Kiev, con la responsabile dell’allargamento “Marta Kos”, slovena: hanno incontrato il presidente ucraino “Volodymyr Zelensky,” discusso come rafforzare il sostegno europeo all’Ucraina a oltre mille giorni dall’invasione russa, parlato del cammino verso l’adesione.

Ma a Kiev e a Bruxelles, lato Ue e lato Nato, ci s’interroga su che cosa succederà dell’Ucraina dopo l’insediamento di Trump.

Zelensky, a ogni occasione, chiede appoggi per “la pace giusta”, ma sta già proponendo scampoli di linguaggio diversi.

L’unico che resta adamantino è il presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden che, forse anche per creare imbarazzi a Trump, prende ora decisioni che appaiono tardive e anacronistiche, sui missili e sulle mine anti-uomo.

All’arrivo a Kiev, Costa, un socialista, dice:

“Nel primo giorno in cui siamo in carica siamo qui per dare un messaggio:

siamo dalla parte dell’Ucraina, militarmente, finanziariamente e politicamente come dal primo giorno”.

“Kallas”, una liberale, aggiunge:

 “L’Ucraina è un tema che dovremo affrontare a più livelli durante il nostro mandato ed è il più grande problema di sicurezza che attualmente abbiamo. Veniamo qui insieme per mostrare lo spirito di unità del ‘Team Europe'”.

Parole la cui validità andrà verificata fra sei settimane, in funzione della dinamica che la presidenza Trump imporrà alla vicenda ucraina.

E “Kallas”, scelta anche per la sua determinazione anti-russa, potrebbe essere la prima a trovarsi fuori posto in un ruolo dove dovrà forse puntare all’’apaisement’ e non al confronto.

 

Stavolta, “von der Leyen”, il volto europeo visto più volte in assoluto a Kiev, è rimasta a Bruxelles.

La sua Commissione è quella passata con il minore margine al vaglio del Parlamento europeo e ha davanti missioni difficili, fra cui quella di attuare le ricette contenute nel rapporto di” Mario Draghi” sulla competitività dell’Unione: difficile riuscirci senza mettere in comune risorse.

Ai leader dei 27 riuniti a metà novembre a Budapest, l’ex premier italiano l’aveva detto in modo esplicito:

“Basta posporre le decisioni … È indispensabile” prima scegliere che cosa fare e poi ragionare “su forme di finanziamenti comuni” per realizzare l’agenda politica europea.

Che, al momento, non esiste.

 

 

 

 

Germania "tentata dal suicidio":

così può uccidere l'Unione europea.

Liberoquotiano.it – (4 novembre 2024) – Redazione – ci dice:

 

La Germania sta diventando sempre di più il vero malato dell'Unione europea.

In primis affetto dalla sindrome della crisi del settore automobilistico.

Volkswagen è in seria difficoltà e di recente ha minacciato di chiudere tre stabilimenti in patria.

 L'auto motive è responsabili da solo del 16% della crescita tedesca tra il 1995 e il 2018.

 Non se la passano meglio i comparti energivori, come quello chimico e siderurgico che faticano a riprendersi dallo choc provocato dallo scoppio della guerra in Ucraina e dopo che Mosca ha chiuso i rubinetti.

Poi ci sono le tensioni geopolitiche con la Cina.

Siamo a un punto di svolta per il modello di crescita basato sulle esportazioni che ha sostenuto l'economia tedesca dalla metà degli anni Novanta fino al periodo Covid.

E ora le scelte che le élite tedesche prenderanno avranno delle ripercussioni importanti per l'intera Europa.

In Germania esiste un ampio consenso politico ed economico sulla necessità di incrementare gli investimenti pubblici.

 Questo è, per esempio, il pensiero di Verdi e Socialisti.

A destra, invece, sia i liberali sia i cristiano-democratici spingono per misure di austerità che riducano la spesa pubblica per i consumi, liberando così risorse per nuovi investimenti senza aumentare il bilancio complessivo.

La scelta della Germania tra austerità e investimenti pubblici avrà ripercussioni di vasta portata per l’Europa intera.

Per economie come l’Italia e la Francia, che restano in condizioni fragili, una nuova stagione di austerità guidata dalla Germania potrebbe rivelarsi destabilizzante, accentuando il divario tra una zona euro stagnante e aree economiche più dinamiche come Cina e Stati Uniti.

Al contrario, un maggiore stimolo agli investimenti in Germania e un allentamento dei vincoli di bilancio potrebbero avere effetti positivi in tutta Europa.

 

 

 

 

 

 

La guerra e l’Europa

suicidata dagli Usa.

 Infosannio.com – (4 Maggio 2024) – Pino Arlacchi – ci dice:

 

(PINO ARLACCHI – Nessun Paese ha mai tratto profitto da una guerra prolungata: Sun Tsu, V secolo a. C.).

 

IN UCRAINA PER PROCURA – “È pericoloso essere nemici dell’America, fatale esserle amici” diceva Kissinger.

 La nostra rottura con la Russia ha fatto degli Stati Uniti il maggior fornitore europeo di gas e petrolio.

Imponendoci la stagnazione.

Diceva Henry Kissinger che essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale.

E nel caso dell’Europa odierna la fatalità, il “fattore Kissinger”, consiste nel suicidio economico impostole dagli Stati Uniti e culminato con la guerra in Ucraina, ma preparato e istigato da lungo tempo.

La vocazione autodistruttiva del nostro continente è stata preconizzata da Nietzsche due secoli fa con il concetto di “nichilismo europeo”.

La sua prova generale sono state le due guerre mondiali del Novecento, e il percorso verso la soluzione finale è iniziato con il vassallaggio verso gli Usa instaurato dopo il 1945.

La sudditanza dell’Europa non è stata lineare.

Si è dipanata in fasi alterne, con sussulti di indipendenza durante i quali il Vecchio continente ha reclamato la sua sovranità.

Il più importante sobbalzo ha prodotto la nascita dell’Unione europea e di una valuta, l’euro, potenzialmente alternativa al dollaro.

Ma si è poi caduti sempre più in basso, fino alla corrente fase terminale.

La rottura con la Russia del 2022, con la guerra in Ucraina, capovolge il cammino verso Est dell’Unione europea e vanifica la formula del suo capitalismo.

Questa rottura comporta tre conseguenze letali, destinate ad aggravarsi nei prossimi anni salvo reazioni dettate dall’istinto di sopravvivenza.

Il primo effetto è la prosecuzione della stagnazione di lungo periodo del capitalismo europeo iniziata negli anni 70.

Le previsioni del Fondo monetario parlano chiaro:

 il Pil dell’Unione resterà vicino allo zero per almeno tre anni, in controtendenza rispetto a quello degli Usa, della Russia e del resto del mondo.

 Lo stop è dovuto in massima parte alle sanzioni contro il petrolio e il gas che l’Europa acquistava a basso prezzo dalla Russia prima del 2022.

Petrolio e gas che dopo lo scoppio della guerra vengono acquistati dagli Usa a prezzi fino a 4-5 volte superiori.

Nessuno parla dei veri termini della questione dei rifornimenti di energia. Troverete centinaia di articoli su quanto siamo stati bravi a ridurre nel giro di un anno le importazioni di gas dalla Russia, senza che quasi alcuno di essi parli dei folli prezzi della bolletta energetica pagata ora agli Stati Uniti.

Gli Usa hanno spinto gli alleati europei verso sanzioni estreme contro Mosca.

Dopo poche settimane dall’inizio delle ostilità hanno pressato l’Ucraina a combattere invece di concludere un accordo già quasi negoziato.

E hanno completato l’opera distruggendo il gasdotto Nord Stream nel settembre 2022:

tutto alla luce del sole, dopo che Biden aveva avvertito gli alleati che quel gasdotto era condannato.

 Un atto di guerra contro la Germania ingoiato dalla sua élite come se nulla fosse. È con questi metodi che gli Stati Uniti si sono assicurati il primo posto tra gli esportatori di gas liquefatto verso l’Europa e verso il mondo.

L’Europa è divenuta, inoltre, la prima destinazione del loro petrolio: 1,8 milioni di barili al giorno contro 1,7 verso l’Asia e l’Oceania.

Un colpo “alla Kissinger” contro gli alleati d’oltreatlantico che il “centro Bruegel” ha valutato costare quasi un punto e mezzo del Pil dell’Unione europea.

Un colpo che è il costo più grande della guerra Nato contro la Russia.

Sommato alle spese in armamenti e agli altri oneri della belligeranza, siamo intorno – sempre secondo “Bruegel”– a 316 miliardi di euro, pari al 2% del Pil dell’Unione nel 2022.

Cifra aumentata nel 2023 e che corrisponde, guarda caso, alla differenza tra il +2,4 del Pil Usa e il +0,4 dell’Unione.

Il tutto tramite contratti-capestro firmati con gli Usa dalla “Von der Leyen “e da vari governi europei che proteggono lo Zio Sam da eventuali rinsavimenti della controparte tramite scadenze pluri quinquennali.

L’aumento dei prezzi dell’energia, inoltre, è responsabile del 40% dell’aumento dell’inflazione in Europa.

E un altro 40% è dovuto ai superprofitti degli importatori europei di gas.

Non ci si deve meravigliare, allora, se “Politico.eu” raccoglie gli sfoghi di alti dirigenti di Bruxelles “furiosi con l’Amministrazione Biden che sta accumulando una fortuna con la guerra a spese dei Paesi europei”.

Gli Stati Uniti sono il Paese che sta approfittando di più dalla guerra perché vendono più gas a prezzi più alti, e perché vendono più armi” (24.11.2022).

Ma la storia del nichilismo europeo non si ferma qui.

Il secondo elemento letale è la secca perdita di competitività delle industrie europee rispetto a quelle americane causata dall’impennata dei prezzi dell’energia.

Non c’è industria manifatturiera nostrana che possa reggere un costo dell’energia 4 volte maggiore di quello sostenuto dalla concorrenza.

 Non troverete cenno al “fattore Kissinger” nei rapporti angosciati e codardi di Draghi e di Letta sul futuro del sistema Europa.

Il Paese più bastonato (o meglio, auto-bastonato) è stato la Germania, che sta assistendo alla distruzione della sua base industriale e alla fuga di centinaia delle sue imprese verso gli Stati Uniti.

Attratte, queste ultime, anche dagli incentivi dell’”Inflation Reduction Act”. Un mix di misure di favore equivalenti ai famigerati “aiuti di Stato” di Bruxelles che Biden sta distribuendo a piene mani agli “amici” d’oltreatlantico per far trasferire negli Usa pezzi interi del loro apparato produttivo.

 La mitica Germania è diventata un Paese in via di de-industrializzazione nonché la nazione con la peggiore performance tra tutte le economie avanzate: Pil a -0,3% nel 2023-24.

La terza pozione letale che deve trangugiare l’Europa è la fine del suo modello di crescita degli ultimi trenta anni, basato sulla Russia e sulla Cina.

È stato proprio Josep Borrell a dichiarare candidamente agli ambasciatori Ue, nell’ottobre 2022, che “la nostra prosperità si è basata sulla Cina e sulla Russia: energia e mercato. Energia a basso costo dalla Russia e accesso al mercato cinese per importazioni, esportazioni, investimenti e beni di consumo a basso prezzo… Quel mondo non c’è più”.

l tramonto di quella formula di crescita ha spinto ciò che resta del capitalismo europeo in un vicolo cieco.

La Russia ha reagito allo scontro con l’Europa accelerando la sua integrazione in uno spazio economico asiatico sempre più vincente.

In soli due anni il commercio della Russia con l’Asia è passato dal 26 al 71%.

 In questo spazio Cina e India diventano ancora più competitive rispetto a Europa e Stati Uniti grazie allo sconto sui prezzi degli idrocarburi importati adesso dalla Russia.

Uno spazio divenuto, inoltre, più sicuro perché le transazioni tra le potenze maggiori dell’Asia avvengono ora tramite le loro valute nazionali invece che con i dollari.

C’è qualcuno in grado di affermare, allora, che esista un modello di crescita del capitalismo europeo alternativo a quello appena distrutto dal “fattore Kissinger”? Potranno mai i balbettii neoliberali su “più mercato” e “più Europa” sostituire una credibile nuova narrativa sul posto dell’Europa nell’ordine mondiale post-americano e multipolare emerso ormai nitidamente?

 

Gaza e Ucraina: va in scena

 il suicidio dell’Europa.

  Volerelaluna.it – (16-09-2024) - Piero Bevilacqua – ci dice:

 

Da quanto tempo i vari rappresentanti dell’amministrazione USA annunciano come prossimo il cessate il fuoco a Gaza?

E ora, dopo 10 mesi di massacri, oltre 40 mila morti, gran parte degli edifici abbattuti, gli ospedali e le scuole rasi al suolo, centinaia di giornalisti e volontari soccorritori uccisi, la morte provocata per fame e malattie, non è evidente che essi mentono?

 Che i loro annunci sono propaganda di guerra?

Servono alla campagna elettorale dei democratici, a scrollarsi di dosso un po’ del sangue palestinese agli occhi del mondo, a cui devono apparire umani e portatori di pace.

 Intanto riforniscono l’esercito di Israele di tonnellate di bombe.

Ma il cessate il fuoco a che cosa servirebbe?

 Dopo l’auspicabile restituzione degli ultimi ostaggi israeliani ai parenti, che cosa accadrebbe?

Non è evidente che per Netanyahu e compagni non mancheranno mai terroristi di Hamas da bombardare fino a quando nella striscia rimarrà qualche forma di vita?

Basta infatti chiedersi: qual è il disegno di Israele e degli USA per dare un minimo assetto di pace a quei territori dopo la tregua?

Questo disegno non c’è.

Perché il progetto dei “due popoli due Stati” non è realizzabile, dato che il territorio palestinese è stato frantumato, deliberatamente ridotto a un puzzle da Israele, per impedire una qualsiasi configurazione statale.

Mentre è evidente che il disegno di Tel Aviv è di rendere inabitabile Gaza, costringere la popolazione a emigrare nei paesi arabi contermini, come fanno ormai da 77 anni a suon di massacri.

La grande operazione degli ultimi giorni in Cisgiordania non fa che confermare questa desolante lettura.

 Forte delle armi e dell’appoggio incondizionato degli USA, tranquillizzato dall’inerzia o dal sostegno anche militare dell’UE, consapevole della necessaria prudenza dell’Iran, sostenuto dai grandi media, Israele intende risolvere la “questione palestinese”, in un solo modo:

annettendosi il territorio altrui come ha sempre fatto, come continua a fare con la colonizzazione strisciante e i “progrom” in Cisgiordania, incassando senza tanto dolersi le condanne impotenti dell’ONU.

Dunque violando il diritto internazionale che USA e UE rivendicano solo in Ucraina.

Questa rapida sintesi, tuttavia, che tratteggia un ben noto paesaggio d’orrore, ci porta a parlare d’Europa.

Con stupefacente furia suicida le classi dirigenti europee non vogliono accorgersi, che tanto la guerra in Ucraina quanto quella in corso nel Vicino Oriente, fanno parte di un coerente piano imperiale americano.

 Gli USA progettano da anni di ripetere in Russia quel che hanno fatto in Jugoslavia, cambiare il regime, dominarne e sfruttarne il territorio, farne un avamposto contro il partner economico più temuto, la Cina.

 La cosiddetta “sicurezza d’Israele”, che tanto fa palpitare i cuori dei gruppi dirigenti americani è la formula retorica con cui coprire un interesse vitale: rafforzare la presenza USA nella regione, impedire la penetrazione cinese e russa che ha nell’Iran il principale punto di riferimento strategico a venire.

L’altro fine della guerra USA è indebolire l’economia europea, rendere politicamente subalterna e marginale l’UE.

 

Qual è, dunque, l’interesse europeo nel sostenere tale piano?

 Nessuno ce lo ha spiegato.

Nessuno ci ha mostrato le magnifiche sorti e progressive che ci attendono alla fine di questa avventura.

Sono sempre più evidenti, al contrario, le pesantissime conseguenze che ricadono in varia misura sui vari paesi.

Non solo i danni autoinflitti con le sanzioni alla Russia, il crollo del modello di sviluppo economico fondato sull’energia a basso costo (che aveva fatto le fortune della Germania), gli impegni in spese militari crescenti che fanno deperire il welfare.

La Germania e la Francia, i due paesi guida dell’Unione, dove Scholz e Macron sono stati duramente ridimensionati, sono attese dal crollo di equilibri politici decennali.

In Germania, il Partito socialdemocratico, una delle più antiche e nobili formazioni politiche d’Europa, sta scivolando nell’irrilevanza.

Mentre in questi due anni ovunque è deperita la democrazia, sempre meno i governi tollerano il dissenso (l’Italia è un laboratorio) e i grandi media hanno assunto un’opprimente china manipolatoria.

Leggere i resoconti di guerra di Repubblica o del Corriere (della TV pubblica non parliamo) offre lo spettacolo quotidiano di una subalternità desolante del nostro giornalismo.

È come se esso non svolgesse un servizio d’informazione per il lettore italiano, ma diffondesse notizie per conto di una potenza belligerante straniera.

 Ma a una domanda le classi dirigenti UE e il Governo italiano in primissimo luogo non possono sfuggire:

qual è l’interesse europeo a inimicarsi l’intero mondo arabo, quello medio orientale e quello nordafricano, appoggiando senza condizioni la guerra di Israele?

Non è evidente che privilegiare quel piccolo paese, avamposto degli USA nella regione, equivale a consegnare il Mediterraneo, il Mare nostrum, alla potenza d’oltre oceano e, dunque, a privarci di uno spazio strategico per ogni autonomo progetto a venire verso l’Africa e l’Oriente?

Infine, ma non ultima questione:

con quali menzogne i governi credono di nascondere alle proprie opinioni pubbliche lo sterminio del popolo palestinese?

Basterà inviare in giro i nostri giovani con le borse Erasmus per convincerli della nostra missione civilizzatrice?

Non è evidente che un ceto politico delegittimato sta conservando il suo potere sul genocidio di un popolo?

L’ennesimo massacro che segnerà la memoria del secolo, secondo la vecchia tradizione coloniale europea, ma questa volta sotto gli occhi del mondo intero.

E sostenuto per conto terzi.

Diventata un’appendice della Nato, l’UE, infatti, opprime ormai su mandato di altri.

 

 

 

 

 

Meloni, l’amerikana.

 Volerelaluna.it – (18 -12-2024) - Gian Giacomo Migone – ci dice:

 

La presidente del Consiglio, malgrado le apparenze, deve essere veramente mal ridotta se, con un classico caso di identificazione proiettiva, scaglia contro Romano Prodi, placido ragionatore emiliano, l’improbabile accusa d’isteria polemica.

Il merito è rivelatore.

L’ex presidente del Consiglio ha serenamente constatato che la signora in questione, da postfascista ruggente – ormai tale soltanto nella forma – si è trasformata in servile subalterna dell’establishment italiano e statunitense.

Pur in forma pacata, certamente la più infamante delle accuse per una persona della sua storia:

in parole mie, di essere di fatto diventata una badogliana, cioè tale da scaricare quella sovranità italiana mai del tutto riconquistata, per un ormai lontano senso di colpa.

È da osservare che l’art. XI della Costituzione prevede rinunce di sovranità purché reciproche (come nel caso degli aderenti all’Unione Europea ma non, dico non, della NATO).

Non a caso, e qui il passato diventa presente e futuro, tra le accuse rivolte a Prodi, spicca quella di avere voluto l’adesione all’euro:

principale antidoto a quel ritorno a un’Europa ancora asservita alla spartizione di Yalta, rilanciata dalla guerra d’Ucraina, subita da “von der Leyen” e votata da Meloni (e, purtroppo, anche da Schlein).

Da quando l’egemonia di Washington si è trasformata in interventismo e intermittente dominio militare, è diventata sempre più evidente la sua ostilità nei confronti di un’Europa unificata.

Me lo confessò un mio ex professore, Henry Kissinger, l’ultima volta che c’incontrammo, nel lontano 1997.

 La ragione è semplice anche se sistematicamente sottaciuta.

 Mentre la Cina e una Russia rivitalizzata dalla guerra in Ucraina, costituiscono la credibile “threat”, la minaccia credibile necessaria a giustificare una spesa, presenza e aggressività militare altrimenti ridondante (da cui i ripensamenti di Donald Trump), un’Europa unita e sempre più indipendente, profila un potenziale ma formidabile concorrente economico, in grado di inserirsi a pari titolo in un consesso multipolare e, ancor peggio, nemmeno liquidabile come minacciosa e ostile dittatura.

 

Da cui l’estrema e attuale rilevanza della questione dell’euro, non a caso evocata dalla Signora, nel momento in cui i Brics, che ambiscono a prefigurare un mondo multipolare, si pongono come primo obiettivo quello di indebolire il dollaro, utilizzando qualsiasi altra moneta, compreso lo stesso euro.

Mi sia consentito in proposito di evocare un ricordo inedito che risale alla ratifica del trattato di Maastricht, 17 settembre 1992, che per l’appunto conteneva, come pezzo forte, l’istituzione della moneta comune europea (una delle tre classiche prerogative di sovranità, oltre al territorio e al Governo, tuttora mancante).

Il voto al nostro Senato rischiava di risultare decisivo perché, se fosse mancato, avrebbe influito negativamente sul referendum popolare francese, fissato per la domenica successiva.

 Rinvio ad altra occasione i gustosi dettagli del caso.

All’ultimo momento il voto rischiava di venir meno a causa delle pressioni degli Stati Uniti sul Governo Amato.

Soltanto il PDS, pur dall’opposizione, impose di votare il consenso alla ratifica, proprio per il suo significato politico.

Altri tempi! Alleanza Nazionale si oppose con ostruzionismo alla ratifica di una “Europa dei banchieri”, pur dichiarandosi favorevole a una Europa politicamente unita.

 Rifondazione Comunista pure si oppose ma, messa a confronto con le pressioni statunitensi, garantì il numero legale che rischiava di venir meno.

Successivamente, il Governo Prodi consentì la partecipazione non economicamente scontata dell’Italia alla moneta comune, da cui le imprecazioni attuali dell’ormai americanizzata presidente del Consiglio.

 

 

 

 

 

La legge “Salva-Milano”:

il funerale dell’urbanistica.

   Volerelaluna.it – (11-12-2024) - Enzo Scandurra – ci dice:

 

Uno spettro si aggira sul futuro (e presente) delle città italiane:

 è quello denominato “Salva-Milano”, che sarebbe più proprio chiamare “funerale dell’urbanistica”.

Infatti, è di poche settimane fa l’approvazione alla Camera di una legge che applica il principio di “interpretazione autentica” a due pilastri fondamentali della legislazione urbanistica italiana:

la legge n. 1150/1942 (legge urbanistica nazionale) e il decreto ministeriale n. 1444 del 1968 (concernente gli standard urbanistici).

Interpretazione autentica significa, in poche parole, che se la nuova costruzione (ad esempio un grattacielo) non peggiora la qualità della vita degli abitanti che risiedono in quel quartiere, allora puoi procedere, in deroga alle altezze stabilite e con un incremento delle cubature, alla sua realizzazione, in sostituzione magari di un vecchio magazzino a due piani, con un costo di oneri di urbanizzazione molto ridotto.

Questa incredibile operazione edilizia e urbanistica degna della più spregiudicata speculazione, si ammanta dell’obiettivo di “rigenerare la città”.

Un danno enorme sia per gli abitanti che si sentono privati dei loro diritti, sia per l’amministrazione comunale che vede ridotti i suoi introiti.

Naturalmente a trarne profitto (meglio sarebbe dire, a specularci) sono gli immobiliaristi, i faccendieri del mattone, finanzieri senza scrupoli, che oltre a realizzare nuove costruzioni (leggi: grattacieli), incassano anche parte degli oneri di urbanizzazione non pagati alle amministrazioni.

Questo principio fa letteralmente piazza pulita di tutta la legislatura urbanistica (e addirittura dello statuto epistemologico della stessa disciplina), ovvero delle conquiste che negli anni Sessanta e Settanta del riformismo è stata prodotta in Italia, a suon di lotte di cittadini.

Se poi la legge, appositamente prodotta per Milano, venisse applicata ad altre città, saremmo in presenza di una speculazione edilizia generalizzata dettata da una cultura ultraliberista, con tanto di cancellazione di quel principio di “consumo di suolo zero” che molte amministrazioni sbandierano al momento elettorale per poi rinnegarlo all’atto del loro insediamento.

 

Ricordiamo che, in soli sedici anni, il consumo di suolo, in Italia, ha raggiunto il primato di ben 121.650 ettari;

come aver aggiunto circa 11,5 città della grandezza di Milano a un’Italia già piegata dalla super cementificazione e dove un’urbanistica sregolata appare impotente a fronteggiare gli squilibri ecologici, come ben insegnano le recenti alluvioni in Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche e in Liguria.

La legge è stata approvata perché a Milano da tempo si procedeva alla realizzazione di edifici e di interi isolati attraverso una procedura semplificata, la “SCIA”, che viene utilizzata per piccole trasformazioni di singoli appartamenti, ovvero in casi di piccole ristrutturazioni, godendo della riduzione degli oneri di urbanizzazione.

Ne è nato un modello “rigenerazione fai da te” che prospetta un disegno di una città ultraliberista fatta per singoli edifici e isolati senza alcun piano di servizi e col totale disprezzo della vita pubblica della comunità.

Inoltre ne consegue un innalzamento dei valori immobiliari mascherato da una facciata di modernismo che serve per incrementare la tanto propagandata “attrattività”, ovvero l’afflusso di nuovi capitali, l’aumento dell’over turismo e la conseguente espulsione di ceti a basso reddito verso le zone più periferiche.

Tanto che è noto come a Milano (modello di “successo” per molte amministrazioni anche di sinistra) sia assai difficile trovare alloggi in affitto, se non a un prezzo elevato e non accessibile ai più, tantomeno studenti.

E se Milano piange Roma non ride, poiché molte delle opere finanziate col” PNRR” o coi fondi del “Giubileo”, sono del tutto marginali per risollevare le sorti di una città da tempo in ristagno.

 Inoltre compensazioni edificatorie (in base ai cosiddetti diritti pregressi) e crediti edilizi (per ristrutturazioni) si traducono in nuove costruzioni, spesso sull’agro romano, moltiplicando il consumo di suolo e il sistema già al collasso dei trasporti pubblici.

 

Non sappiamo a tutt’oggi se la legge verrà definitivamente approvata (molti sono i dubbi sulla sua costituzionalità), quello che invece è certo che il “Modello Milano” continua ad essere, dopo la “Milano da bere” di triste memoria craxiana, un modello da imitare per altre città dove l’over turismo e la cacciata degli abitanti storici è considerato un fenomeno necessario di modernizzazione.

 Se ai tempi del film di Rosi (1962), “Le mani sulla città”, imprenditori senza scrupoli potevano, con la complicità di qualche amministratore corrotto, modificare la destinazione d’uso di un terreno, da verde ad edificabile, questo era comunque considerato un atto criminale, mentre oggi la realizzazione di un grattacielo al posto di una vecchia costruzione a due o tre piani, passa per rigenerazione urbana senza alcun rischio per le amministrazioni (anche se c’è da dire che i tecnici dell’ufficio comunale di Milano sono sotto stress per le licenze rilasciate).

Si è appena conclusa a Baku la ventinovesima, e inutile, “COP” (Conferenza delle Parti per il Clima) vista anche la partecipazione di una nutrita rappresentanza di lobbisti del fossile (quasi 2000);

un rituale cui purtroppo siamo abituati:

tante dichiarazioni per l’ambiente e nessun dato di fatto a suo favore. Tanto più servirebbe un esempio di tante città ad avviarsi verso una transizione ecologica (che meglio sarebbe chiamare conversione ecologica) perseguendo l’obiettivo di consumo di suolo zero e restituendo agli abitanti quel sano desiderio di vivere in città senza subire quel caldo che si sprigiona dall’eccessiva cementificazione.

La costruzione di grattacieli a Milano, sbandierata in nome (sic!) del consumo di suolo zero, va nel senso opposto:

 quello di realizzare un disegno di città ad uso e consumo degli abitanti a reddito alto contrabbandato come una sorta di felicità urbana del singolo, ovvero la rinuncia a quegli statuti che diedero vita ai comuni italiani di cui Carlo Cattaneo tesseva le lodi come fondatori e depositari delle virtù civiche.

 Uno dei vanti dell’Italia era la ricchezza dei propri comuni, ricchezza civile, di bellezze, sociale.

Ogni comune vantava le proprie tradizioni, la propria cultura, la produzione originale di merci e, dice” Carlo Cattaneo” (in La città considerata come principio ideale delle storie italiane), anche quando entravano in guerra per conto di altri, si distinguevano per le proprie insegne e i propri capitani.

Comuni tra loro diversissimi, come racconta, negli anni Cinquanta, “Guido Piovene” nel suo “Viaggio in Italia,” ma ognuno orgoglioso delle proprie fiere, del proprio mercato, della propria storia e tradizione.

 Le città erano i luoghi dove si sviluppava la partecipazione politica e della vita civile, luoghi pubblici per eccellenza.

Ora essi, dimentichi di questa gloriosa tradizione, sono tutti simili tra loro, omologati rispetto agli obiettivi di attrazione nei riguardi dei flussi finanziari, del turismo e dell’evento;

ognuno di essi in competizione con l’altro avendo come meta finale quella di imitare altre città “di successo”, come Londra e perfino Dubai.

A questo scopo concorrono anche le cosiddette archistar con architetture sradicate dal contesto;

 opere senza relazioni alcune con la città, che appartengono a un circuito internazionale sostanzialmente indifferente ai luoghi e che si riproducono in forme sostanzialmente simili in ogni contesto.

All’interno di queste città scompaiono progressivamente quei presidi sociali o anche solo istituzionali che contribuirono alle relazioni tra luogo e abitanti:

cinema, teatri, piccole botteghe artigianali, commissariati di polizia, parrocchie.

Una lenta e progressiva ritirata delle amministrazioni che non hanno più alcun interesse a governare i luoghi quanto invece ad attrarre i flussi finanziari e a trasformare i centri in vetrine di lusso per i turisti.

 Perché oggi il fine della città è quello di crescere, crescere sempre e divorare spazio e suolo.

Ma le persone, gli abitanti, non abitano i flussi che attraversano la città, ma i luoghi fisici dove sono ancora possibili relazioni umane, scambi, pause, raccontare storie, chiacchiericcio inutile che produce socialità.

E spiace (benché sia diventata un’abitudine) vedere come la sinistra al governo di queste città sia conquistata da questo effimero modernismo secondo il quale il nuovo è sempre meglio del vecchio, con la rinuncia di quei valori e di quelle tradizioni che fecero dell’Italia il Bel Paese dei cento comuni.

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