La strategia del terrore globale.
La
strategia del terrore globale.
2025:
la strategia del terrore globale,
il crollo dell’anglosfera e della
repubblica
di Cassibile.
Lacrunadellago.net
– (03/01/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
Il
2025 è iniziato sulla stessa falsariga della fine del 2024, ovvero all’insegna
degli attentati esplosivi e dei soliti “accoltellatori solitari” che ormai sono
diventati un appuntamento fisso dopo l’operazione di Charlie Hebdo in Francia.
In
Germania e in Italia, lo stesso identico giorno, la notte di San Silvestro, si
sono attivati improvvisamente due uomini, un siriano e un egiziano, che hanno
iniziato ad accoltellare casualmente le persone per strada fino a quando le
forze dell’ordine non sono intervenute, e nel primo caso, quello del siriano a
Solingen, hanno arrestato l’uomo, mentre nel secondo, quello dell’Italia,
l’immigrato non è nemmeno stato preso vivo ed è stato ucciso da un carabiniere
di Rimini.
La
sceneggiatura è quasi sempre la stessa, e a volte sorprende che si devi da
questa quando un attentatore viene preso vivo, anche se mai le autorità cercano
di capire se questi terroristi siano veramente tali oppure se siano i classici
candidati manciuriani che vengono addestrati e programmati dai servizi per le
classiche operazioni note nel mondo della intelligence come “false bandiere”.
Attraverso
tale espressione si intendono quegli attentati che vengono messi in atto dai
servizi che utilizzano questi agenti controllati tramite varie tecniche del
pensiero, su tutte il famigerato programma della CIA, MK Ultra, per inscenare
atti terroristici da attribuire a sigle quali l’ISIS o Al Qaeda, che in realtà
non sono altro che dei marchi creati appositamente dai servizi segreti per
realizzare appunto questi attentati.
Se
ancora si pensa che il terrorismo sia in larga parte una sorta di fenomeno
spontaneo e sporadico si è in errore, e si ignorano evidentemente i principi
della strategia della tensione del secolo scorso che seminò in Italia una lunga
scia di sangue.
Le
evoluzioni della strategia della tensione.
La
strategia della tensione nasce per delle logiche puramente contenitive quali le
esigenze da parte dell’apparato Euro-Atlantico di utilizzare una minaccia
terroristica artificiale, nel secolo passato prevalentemente di impronta
comunista e marxista o “neofascista ”,
per agitare davanti agli occhi dell’opinione pubblica lo spauracchio di
una minaccia che incombe sul Paese e respingere qualsiasi tentativo di uscire
dal perimetro tracciato dalla NATO.
Negli
attentati quali quello di piazza Fontana, dell’Italicus, della strage di
Bologna è stata riscontrata più volte la presenza di quegli elementi dei
servizi angloamericani che volevano insanguinare l’Italia per impedire a questa
non tanto di entrare nel blocco sovietico, ma piuttosto di lasciare la NATO e
riconquistare quello spazio di sovranità che è andato perduto dopo l’infame
armistizio di Cassibile del 1943.
Nel
secolo attuale invece il nemico non assume più le sembianze del comunismo ma
piuttosto quelle del terrorismo islamico che è stato utilizzato come pretesto
per scatenare le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, nonostante negli
attentati dell’11 settembre si rilevasse più volte la presenza della
partecipazione dei servizi angloamericani e soprattutto del Mossad.
Non
passarono difatti nemmeno 3 giorni dopo da quegli attacchi che l’FBI, così poco
efficiente nel prevenirli e così invece “efficiente” nell’individuare i
presunti responsabili, pubblicava una lista dei 19 presunti dirottatori anche
se 8 di questi erano vivi e vegeti, e nessuno degli accusati sapeva nemmeno
pilotare un aereo.
I 19
presunti responsabili degli attentati dell’11 settembre. Nessuno di loro
risulta nelle liste dei voli di quel giorno.
Già
allora era chiaro che le autorità stavano semplicemente rubando le identità di
persone che nulla avevano a che fare con
gli attentati perché il loro compito non era quello di risalire alla verità, ma
quello di nasconderla e di sostenere la narrazione voluta da Washington e dal
movimento sionista mondiale che aveva bisogno di imputare la responsabilità
degli attacchi all’islamismo per perseguire il progetto di espansione dello
stato ebraico.
Se si
fosse veramente voluta cercare la verità, si sarebbe dovuto chiedere qualcosa
di più, ad esempio, ai famigerati 5 israeliani del Mossad che danzavano felici
davanti al crollo delle Torri oppure agli investitori della finanza ebraica di
New York che prima dell’11 settembre scommettevano al ribasso contro le
compagnie aeree coinvolte negli attentati e accumulavano così una fortuna su
una tragedia di cui evidentemente già erano a conoscenza in anticipo.
Anche
Larry Silverstein, il proprietario di origini ebraiche delle due Torri,
bisognerebbe chiedere qualcosa considerato che il ricco proprietario
immobiliare aveva, casualmente, stipulato una polizza di assicurazione che
prevedeva l’esborso di un enorme premio, più di 4 miliardi di dollari, in caso
di attacco terroristico eseguito con degli aerei contro gli edifici.
La
preveggenza sembra essere un dono dalle parti di quegli ambienti sionisti ed
ebraici che mai ovviamente sono stati chiamati in causa per gli attentati di
quel giorno.
Stavolta,
nella fase presente, ci si trova di fronte ad una evoluzione, per così dire,
della strategia della tensione.
Se in
passato determinati attentati servivano a lasciare immutato un certo status
quo, la presenza dell’Italia nel blocco atlantico, o il progetto espansivo
della Grande Israele, stavolta pare di essere più di fronte ad una logica del
mero sabotaggio che vuole cercare di avvelenare i pozzi prima della inevitabile
fine dell’ordine Euro-Atlantico costruito da Roosevelt e Churchill a Yalta e
che ormai sta venendo definitivamente meno.
Gli
Stati Uniti sono ad un passo dal consumare il definitivo divorzio con
l’anglosfera e sono vicini a riappropriarsi interamente della loro sovranità
delegata in passato al governo segreto di Washington, composto ovviamente dai
soliti Bilderberg, Council On Foreign Relations e Bohemian Grove, ma
soprattutto da pericolose sette sioniste quali Chabad Lubavitch che esercitava
una enorme influenza presso le istituzioni politiche americane.
Trump
sta per portare a termine il piano che era iniziato già 8 anni orsono quando
decise di mettere fine alla globalizzazione e di portare via gli Stati Uniti
dalla NATO, l’organizzazione atlantica che è stata per tutto il secolo scorso e
parte di quello attuale, il vero braccio armato di quei poteri che aspirano
alla costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale.
Gli
attentati multipli in serie, senza precedenti, al presidente americano non sono
altro che l’espressione di quella furia assassina di quegli ambienti
mondialisti e sionisti che hanno cercato in ogni modo di riappropriarsi degli
Stati Uniti, senza riuscirci.
Adesso
si ha di fronte una reazione ancor più rabbiosa e scomposta di questi
architetti del caos che stanno lasciando ormai le loro tracce ovunque.
Il
ruolo dei militari nelle stragi in America.
A Las
Vegas, ad esempio, il guidatore che ha fatto esplodere davanti alla Trump Tower
di Las Vegas il suo furgone Tesla, Matt Livelsberger, era un ex membro delle
forze speciali americane, i berretti verdi, che è stato utilizzato come una
sorta di candidato manciuriano e mandato a morire in una missione suicida pur
di mandare un chiaro messaggio sia ovviamente a Trump che ad Elon Musk.
Il
profilo Linkedin di Matt Liverlsberger.
Sono
avvertimenti mafiosi, o ancora più precisamente, di chiaro stampo massonico da
parte di un potere morente che ormai pur di lasciare la scena sembra deciso a
fare tutto il possibile per causare il più alto numero di vittime civili prima
di lasciare la scena.
Anche
a New Orleans sembra essersi messa in moto la macchina delle false bandiere
tanto che sul furgone che ha causato la strage investendo e sparando contro
diversi passanti, è stata trovata una bandiera dell’ISIS, ed è sembrato ancora
una volta di tornare indietro ai tempi dell’11 settembre, quando gli agenti
dell’FBI, “miracolosamente”, riuscirono a rinvenire i passaporti dei terroristi
che si erano scagliati con gli aerei sulle Torri sul marciapiede dopo il crollo
degli edifici, mentre delle scatole nere che avrebbero potuto far vedere cosa è
veramente accaduto non ci fu traccia.
A
rendere ancora più evidente che la sparatoria di New Orleans sia stata
probabilmente eseguita da apparati dell’intelligence e dello stato profondo
militare è il fatto che lo sparatore della Louisiana, tale Shamsud-Din Bahar
Jabbar, ha prestato servizio per 8 anni nell’esercito americano presso la base
di Fort Bragg, la stessa nella quale era operativo il citato attentatore di Las
Vegas, Matt Livelsberger.
A Fort
Bragg poi era di casa un altro personaggio come Ryan Routh, il secondo
aspirante assassino di Trump che lo scorso settembre si era appostato tra i
cespugli del club del golf del presidente per provare a sparagli con un AK-47.
Ryan
Routh, il secondo aspirante assassino di Trump.
L’ISIS,
come si vede, è soltanto il travisamento di quegli ambienti dello stato
profondo militare che si servono di questo marchio per mettere in scena le
famigerate false bandiere.
Non si
è fatto nemmeno in tempo a commentare quanto accaduto a New Orleans che la
macchina della paura globale ha messo in atto altre due sparatorie, una a New
York e un’altra in Montenegro, e anche in tali occasioni il copione è sempre lo
stesso.
Si
attiva un “folle” solitario che per ragioni sconosciute inizia a sparare contro
le persone e non si può non vedere che dietro tale modus operandi si cela
costantemente una collaudata logica degli apparati dei servizi che utilizzano
da decenni ormai questi candidati manciuriani per realizzare stragi di vario
tipo e attuare così agende politiche prestabilite.
Come
si diceva in precedenza però questi attentati non sembrano concepiti in questa
fase tanto per raggiungere obiettivi che ormai sono sfumati, quanto per
inseguire la logica del sabotaggio e seminare il caos in una logica ormai
chiaramente ritorsiva.
Trump
sembra già deciso a lasciare la NATO e attende soltanto che le sue richieste di
aumentare le spese contributive degli Stati membri al 5% del PIL vengano
rifiutare per farlo.
La
fine della NATO e della Repubblica di Cassibile.
La
trasformazione che avverrà sarà radicale. Verrà messo fine sia al ruolo della
NATO stessa e alla sua funzione di salvaguardia della aspirata governance
globale, ma verrà anche meno il ruolo di quelle impalcature sovranazionali che
si sono sostituite agli Stati nazionali dopo la seconda guerra mondiale.
La
sovranità non sarà più affare di quei ristretti circoli del potere finanziario
e massonico che si radunano a Londra e Washington per poi diramare le loro
istruzioni ai vari governi internazionali.
Il
potere tornerà nelle mani degli Stati tornati finalmente reali entità politiche
e giuridiche e non più soltanto simulacri nelle mani di finanza e massoneria.
Nel
caso dell’Italia si arriverà alla inevitabile fine di Cassibile ed è questo che
sconcerta di più le comparse della politica italiana che nel corso degli ultimi
35 anni, dopo il golpe di Mani Pulite, hanno agito per trasferire la residua
sovranità del Paese verso i centri del potere internazionale senza preoccuparsi
della devastazione sociale da loro procurata attraverso la fine della sovranità
monetaria ed economica prima, e della crisi sanitaria attraverso la
distribuzione dei letali sieri poi.
I
traditori della patria si annidano ai piani più alti della repubblica di
Cassibile ma le notti di costoro sono sempre più tormentate e incerte.
Sanno
che non potranno superare indenni questa fase storica e allora non possono fare
altro che subirla oppure continuare a scannarsi in una guerra tra bande nella
speranza che la morte del vecchio sodale possa aiutare l’altro a mettersi in
salvo.
La
sensazione generale resta però immutata. Più si guarda da vicino questa crisi
strutturale della repubblica fantoccio concepita a Cassibile, più ci si
convince che questo sembra essere davvero l’ultimo atto di questa marcia
democrazia liberale che ormai è totalmente separata dalle istanze del popolo e
non ha pensato altro che ad arricchirsi a discapito di milioni di italiani.
Gli
argini sono stati rotti. È stato superato il punto di non ritorno dopo il quale
il popolo rifiuta la liberal democrazia in quanto il primo ha ormai compreso
che la seconda è fatta per la felicità di pochi e per l’infelicità invece di
molti.
Non
c’è modo di arrestare tale crisi che con il passare delle settimane e dei mesi
potrà soltanto che aggravarsi anche perché non c’è modo per gli attori che
occupano le istituzioni di poter invertire la rotta.
Si va
avanti a vista, e si subisce, come si diceva in precedenza, gli eventi senza
poter fare nulla.
L’ultimo
che ancora prova invano a riaffermare il vecchio status quo non è nemmeno il
governo Meloni, disinteressato e latitante, ma il presidente Mattarella, sul
quale negli ultimi giorni sono circolate indiscrezioni sul suo presunto
precario stato di salute.
Nessuno
tra i media mainstream, né tantomeno tra quelli della falsa controinformazione,
si è soffermato a far notare come il capo dello Stato abbia saltato
l’inaugurazione del Giubileo lo scorso 24 dicembre, e questo pare essere la
conseguenza di un segnale preciso dall’alto di non accennare neanche di
sfuggita alla scottante questione.
Non ha
comunque molto importanza. Se davvero Mattarella non sta bene come sostengono
alcuni, non sarà l’arte del far finta di nulla a risolvere i problemi del
decadente establishment italiano.
Il
nodo verrà al pettine così come stanno già venendo al pettine quelli di un
sistema politico sempre più avvitato su sé stesso e sempre più lontano dal
popolo italiano.
L’analisi
politica, sociale ed economica porta inevitabilmente a concludere che questo
possa essere veramente l’epilogo dell’anglosfera e della sua creatura, la
repubblica di Cassibile.
Sembra
davvero che le profezie dei grandi santi italiani quali padre Pio sul futuro
ritorno della monarchia siano veramente alle porte.
Sono
questi tempi straordinari perché si è testimoni diretti della fine di una
vecchia epoca decadente e corrotta e dell’inizio di una nuova che sarà molto
diversa da quella precedente.
Il
2025 sembra portare con sé queste premesse ma si tenga ben presente che gli
architetti del caos faranno di tutto per seminare paura e more prima di esalare
il loro ultimo fetido respiro.
Odio
tutti gli indiani.
Unz.com - Andrew Anglin – (3 gennaio 2025) –
ci dice:
Per
anni sono stato chiamato il capo dei neonazisti. È stato molto divertente
all'epoca, perché non sapevo davvero cosa significasse.
Quello
di cui sembravano parlare era una sorta di caricatura di un montanaro
consanguineo che odia tutti senza motivo, ed era così drasticamente diverso
dalla mia percezione di me stesso, e dalla percezione dei miei lettori, che era
molto divertente.
Quello
che i media stavano facendo era vedere una satira molto divertente sul mio
sito, che era stato appositamente progettato per prendere in giro queste
caricature mediatiche di "razzisti", e pensare che fosse una cosa
seria.
Era un
periodo selvaggio.
Le
persone della "commedia shock" ora possono essere monetizzate e
guadagnare milioni di dollari facendo una copia facsimile del mio pezzo. (Non sono risentito. Solo
frustrato.)
Quando
nel 2017 i "veri" neonazisti hanno iniziato a essere lanciati come
parte di un programma dell'FBI per fomentare quel genere di cose in risposta a
Trump, qualcosa che è stato lanciato da Richard Spencer e Matt Heimbach
all'evento di Charlottesville, tutti non hanno fatto altro che attaccarmi
perché non rientravo affatto in questo stereotipo.
E il mio materiale si basava sulla presa in
giro di quello stereotipo.
In
primo luogo, ho vissuto una parte significativa della mia vita in paesi non
bianchi, tra cui Asia, Africa, America Latina e mondo arabo.
Questo è qualcosa che pochissime persone
possono dire.
Non è
certo il caso delle persone che mi ha definito hanno un neonazista, che come ha
dimostrato Jared Taylor, quasi senza eccezioni vivono in quartieri che sono per
oltre il 95% bianchi.
Inoltre,
sono sempre stato un senofilo, sostenendo un'economia globale dominata dai
cinesi.
Anche
se non mi piacciono gli ebrei, gli “Steely Dan” sono la mia band preferita e
non ho intenzione di scusarmi con qualche grasso ritardato in uno Stahlhelm di
plastica per questo.
Anche
se penso che sia importante che i gruppi siano giudicati come gruppi, sulla
base delle statistiche, non ho mai giudicato gli individui che si incontrano in
base a qualcosa di diverso dal loro comportamento (tranne ovviamente in casi
come evitare i giovani neri di notte, cosa che tutti fanno indipendentemente
dalla loro politica).
Ho
sempre sostenuto i "musulmani non immigrati".
Mi
sono opposto alla guerra e all'internazionalismo sia per motivi umanitari che
nazionalisti.
E
francamente, a volte mi sento un po' male per le persone di colore.
Sono
cristiano e credo che tutte le persone hanno un'anima e siano uguali davanti a
Dio, anche se non credo che questo abbia nulla a che fare con l'immigrazione o
la percezione delle dinamiche razziali nelle società.
I neonazisti mi chiedevano sempre di spiegare
se preferivo vivere in un paese cristiano non bianco o in un paese ateo bianco.
Ho spiegato che è una domanda ritardata perché
gli atei bianchi sono ossessionati dall'inondare i loro stessi paesi di non
bianchi, il che significa che non può esistere un "paese ateo
bianco".
Ma in
generale, preferisco vivere in un paese non bianco, perché a parte il Grande
Slavistan e alcuni dei paesi circostanti, i paesi bianchi semplicemente non
hanno alcuna libertà.
La
vera domanda sarebbe: "Preferiresti vivere in un paese libero non bianco o
in uno stato di polizia bianco gestito da ebrei brutali e donne sadiche?"
e sceglierò sempre il primo.
Non
sto cercando di dire "non sono razzista", perché penso di essere
razzista nella misura in cui il "razzismo" è una cosa reale.
Vedo
la razza come qualcosa che esiste ed è parte integrante della società.
Ma non
sono una persona che "odia le persone per il colore della loro
pelle", che non è una cosa reale, e penso che sia chiaro a chiunque mi
legga che le mie opinioni sulla razza sono molto più ponderate che odiose.
Questo
fino a quando Elon Musk non ha lanciato il suo programma per sostituire gli
americani bianchi con persone provenienti dall'India, e ho iniziato a guardare
i video che la gente pubblicava sugli indiani.
Quando
ho guardato quel particolare video, mi sono reso conto che l'unica emozione che
provo nei confronti di queste persone è l'odio crudo e ribollente.
In
realtà sono stato in India e non ho sviluppato alcun tipo di odio. Sviluppai
disgusto e descrivevo il paese come "pazzo", "pazzo" e
"il più sporco buco di della terra", ma l'intera faccenda mi sembrò
semplicemente scioccato.
Atterrare
a Mumbai è come attraversare una versione odiosa, puzzolente e discarica di
Toontown in Chi ha incastrato Roger Rabbit.
L'India
è un cartone animato, non sembra la realtà e, francamente, mi è sembrata
innocua.
Tutti
sono stati gentili con me. Alcune persone mi hanno derubato, come ci si
aspetterebbe, ma sono stati gentili.
Non so
quanta differenza ci sia tra gli indiani in India e la diaspora, e quanto di
ciò sia solo una mia percezione, ma a questo punto non mi interessa nemmeno.
Sono
così indignato per queste persone che vengono nel mio paese, sono così
disgustose, parlano con quella voce cantilenante idiota mentre affermano
apertamente che stanno sfruttando la mia gente con l'obiettivo di infiltrarsi e
dominare, che tutto ciò che riesco a provare è un odio generalizzato.
Sono
diventato una caricatura dell'odio razzista. Ora credo che tutti gli indiani
dovrebbero essere raggruppati insieme e odiati, universalmente.
Francamente,
non so nemmeno più se riesco a masturbarmi guardando Vantage con Palki Sharma.
Sebbene
abbia appena detto che Trump sta combattendo la volontà popolare del popolo
americano spingendo questa agenda, che Trump ha cambiato idea solo perché le
aziende tecnologiche lo hanno pagato, e persino che l'H-1B è fondamentalmente
una truffa delle aziende tecnologiche per abbassare gli stipendi delle persone.
Non
afferma che gli indiani siano superiori e afferma che aumentare il requisito
salariale vanificherebbe completamente lo scopo del programma.
Aggiunge
che siamo razzisti perché non vogliamo gli indiani, ma la conclusione generale
è molto migliore di qualsiasi altra abbia visto sui media statunitensi.
Sospirare.
Potrei
non avere la resistenza per odiare l'intera gara.
Lo
farei se potessi.
Ma,
guardate: dobbiamo deportare tutte queste persone, compreso e soprattutto
Vivek. Non possiamo averli.
Non è
perché "sono migliori di te". È perché sono organizzati, attraverso
il nepotismo tribale, per sfruttarvi. Inoltre, queste società di reclutamento
indiane stanno organizzando la parte più spietata della loro popolazione di 1,5
miliardi di persone per mandarle a fregarci.
È un programma di conquista.
Non
dover competere con queste persone. Dovremmo avere un mercato del lavoro
protetto in cui tutta la ricchezza del nostro paese, che i nostri antenati
hanno costruito, vada a noi, non agli estranei.
Per
fortuna, questa debacle dell'H-1B ha portato alle masse idiote la domanda
principale: "Che cos'è un americano?"
Questa
domanda è stata spazzata via con successo dagli ebrei e dai loro tirapiedi nel
GOP per molti anni, ma non sono più in grado di sopprimerla e devono
rispondere.
"Un
americano è chiunque viva in America e crede in alcuni 'valori' contorti"
non è una risposta.
Non
credere nei "nostri valori".
Non ho
idea di cosa significa "i nostri valori", ma so che gli indiani hanno
valori completamente diversi, quindi qualsiasi cosa si intende quando si dice
"i nostri valori" non può essere qualcosa in cui gli indiani credono.
Inoltre,
se si deve credere che "i nostri valori" siano americani, ciò
significherebbe che i bianchi discendenti dai viaggiatori sulla Mayflower
potrebbero potenzialmente smettere di essere americani in base ai loro valori,
a quel punto, secondo questa teoria, sarebbe ragionevole privarli della loro
cittadinanza.
"Un
americano" deve essere una persona bianca o, suppongo, un africano
occidentale.
Capisco che alla gente non piacciano i neri, a
nessuno piacciono i neri, ma cosa ci puoi fare?
In
termini di conversazione sull'identità americana, devi includere i neri per
evitare che le persone dall'altra parte della discussione confondano le cose.
Inoltre,
non so cosa siano i neri se non americani.
Per
quanto riguarda la questione dei neri: molti paesi hanno popolazioni
minoritarie, e questi paesi non usano il fatto di avere popolazioni minoritarie
per affermare che la loro nazione è "un'idea" e quindi chiunque può
viverci.
Gli
Stati Uniti esistevano da centinaia di anni prima che gli ebrei iniziassero a
dire "beh, poiché ci sono neri qui, significa che i bianchi non esistono,
il che significa che tutto il mondo può venire a vivere qui".
Prima
di tutto, dobbiamo liberarci di questi indiani.
Sono
una minaccia esistenziale primaria per l'America, seconda solo agli ebrei
stessi.
Gli
indiani stanno arrivando con una mentalità da conquistatori, stanno usando
qualsiasi potere abbiano per far entrare più indiani, e poi in qualsiasi organizzazione
in cui riescono a insinuarsi, usano la loro influenza per far entrare più
indiani.
Dobbiamo
far uscire queste persone e dobbiamo farlo in fretta.
Dimenticate
i messicani. Sono una seccatura, ma la minaccia non è esistenziale.
Mentre
l'amministrazione Trump ha fatto del suo problema numero uno quello di
seppellirci tra gli indiani, noi dobbiamo creare l'ordine del giorno numero uno
per rimuovere queste persone.
Ovviamente,
questa è una democrazia, quindi non importa cosa vuole la gente. Non hanno la
capacità di influenzare le decisioni del governo. Ma la gente di Trump dovrebbe
essere costantemente protestata e condannata in ogni momento per questo
complotto vizioso.
La
buona notizia è che la sinistra non si preoccupa di difendere gli indiani.
La maggior parte delle persone di sinistra che
ho visto dicono che il programma H-1B riguarda lo spostamento dei lavoratori
americani.
La sinistra per lo più difende solo le persone
che necessitano patetiche e inutili, come i neri e gli haitiani mangiatori di
cani.
Abbiamo
solo bisogno di mantenere l'energia qui.
Costringi
Elon Musk a censurare tutti.
Continua
a parlare di questo problema.
Lotta
al Terrorismo.
Esteri.it
– Governo Italiano – (13-2-2015) – ci dice:
Le
misure e la lotta al terrorismo in Italia.
La
cooperazione internazionale come chiave di volta della lotta al terrorismo.
La
comunità internazionale ha sviluppato, fin dall’11 settembre 2001, iniziative
volte alla prevenzione ed al contrasto della minaccia terroristica, utilizzando
di volta in volta strumenti militari, di “law enforcement” o affrontando, sotto
il profilo della prevenzione, anche quelle condizioni di natura sociale ed
economica che possono favorire la diffusione della propaganda estremista e del
reclutamento di terroristi.
L’Unione
Europea sottolinea la necessità di un approccio integrato, in cui ogni
componente (indagini investigative, attività di intelligence, dimensione
politico – diplomatica, dialogo interculturale e interreligioso, lotta al
finanziamento, sicurezza dei trasporti, strategia di contrasto al reclutamento
e alla radicalizzazione) gioca un ruolo essenziale e sinergico.
Un
principio irrinunciabile per l’Unione Europea – ma riconosciuto anche in atti
pertinenti delle Nazioni Unite, come la Strategia Globale di contrasto al terrorismo
adottata dall’Assemblea Generale nel settembre 2006 e rinnovata ogni biennio- è
che la lotta al terrorismo deve svilupparsi nel rispetto del diritto
internazionale, dei diritti umani e diritto internazionale umanitario, nonché
dello stato di diritto.
La
risposta dell’Italia – L’adeguamento sul piano legislativo ed istituzionale.
L’Italia
è attualmente dotata di una legislazione in linea con i più elevati standard
internazionali in materia di contrasto al terrorismo ed all’estremismo
violento. Il nostro ordinamento ha gradualmente abbandonato il quadro normativo
approvato per fronteggiare la minaccia terroristica degli anni ’70 del secolo
scorso per adeguarsi alle mutate sfide poste dalla minaccia terroristica dei
decenni successivi, coniugando misure repressive con intenti di prevenzione del
fenomeno.
Nel
2015, con l’adozione del Decreto Legge n. 7 del 18 febbraio 2015 avente ad
oggetto “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice
internazionale(…)”, poi convertito nella Legge n. 43 del 17 aprile 2015, il
nostro Paese si è adeguato alla Risoluzione n. 2178 del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite nel settembre 2014, volta in particolare a colpire il
fenomeno dei combattenti stranieri, i cosidetti “Foreign Terrorist Fighters”
(FTF).
Con la
Legge 43 il legislatore italiano ha ulteriormente potenziato i meccanismi di
contrasto al terrorismo internazionale, con particolare riguardo al fenomeno
dell’estremismo islamico-fondamentalista, a pochi mesi dagli attentati di
Parigi del 7 gennaio 2015.
La
Legge trae origine dall’esigenza di poter contare su strumenti giuridici più
efficaci per il contrasto al fenomeno degli FTF e, fra questi, dei c.d. ‘lupi
solitari’, ovvero di persone, spesso immigrati anche di seconda o terza
generazione, che si sono convertite a titolo individuale alla causa del “Jihad”
e che agiscono “motu proprio”.
Vale a
dire un profilo di terrorista distinto da quello tradizionale, affiliato a
un’organizzazione criminale, anche internazionale, come era descritto dall’Art.
270-bis e successivi del Codice Penale (Associazioni con finalità di terrorismo
anche internazionale).
Le
strategie di contrasto identificate dalla Legge 43/2015 si articolano
attraverso la previsione di nuove norme incriminatrici o nell’allargamento
delle maglie di quelle già esistenti (l’incriminazione dell’arruolato e non
solo del reclutatore, l’auto- addestramento, l’organizzazione di trasferimenti
all’estero per finalità di terrorismo) e tramite l’adozione di misure di
prevenzione personali, regolate oggi organicamente dal codice antimafia (d.lgs.
n. 159/2011)
. Su
quest’ultimo versante, la Legge intende da un lato impedire a chi (italiano o
straniero) sia sospettato di simpatie per la causa fondamentalista di uscire
dal territorio nazionale, con lo scopo di andare a combattere a fianco delle
milizie islamiste (e di tornare poi nel nostro paese con un carico di
esperienze maturate sul campo) e, dall’altro, ad allontanare dal territorio nazionale lo straniero non UE
indiziato, ancora una volta, di connessioni con il terrorismo, o che abbia
anche solo manifestato la volontà di combattere in conflitti all’estero.
L’espulsione
amministrativa dello straniero per motivi di ordine e sicurezza pubblica,
prevista dal D.L.vo 286/98, viene adottata dal Ministro dell’Interno (o dal
Prefetto con delega del Ministro) con provvedimento che motivi la pericolosità
dell’espulso in relazione alla “sicurezza dello Stato”, come nel caso di
soggetti implicati in attività di spionaggio o di terrorismo.
Si
tratta di uno strumento flessibile per un’opera preventiva del rischio
terroristico nei confronti di quei cittadini, regolarmente presenti sul
territorio nazionale, che pur non avendo compiuto reati riconducibili alle
categorie citate al paragrafo precedente presentano un pericolo per lo Stato.
La
Legge 43 ha inoltre affidato per la prima volta un ruolo di coordinamento delle
indagini in materia di terrorismo alla Procura Nazionale Antimafia,
ribattezzata ora “Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo”.
Il
legislatore è tornato sulla materia del contrasto al terrorismo nel 2016,
attraverso l’adozione della legge n. 153 dello scorso 28 luglio.
Essa
adegua il nostro ordinamento ad una serie di impegni internazionali in materia,
apportando altresì alcune modifiche al Codice Penale, aggiungendo ulteriori
fattispecie incriminatrici quali:
a) i
delitti di finanziamento di condotte con finalità di terrorismo,
b) la
sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro,
c) atti di terrorismo nucleare; prevedendo
altresì una nuova ipotesi di confisca obbligatoria per tutti i reati commessi
con finalità di terrorismo.
Il 19
giugno scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica
italiana il decreto legislativo n. 90 del 25 maggio 2017 attuativo della
direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema
finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di
finanziamento del terrorismo e recante modifica delle direttive 2005/60/CE e
2006/70/CE nonché attuazione del regolamento (UE) n. 2015/847.Con la Legge
n.431/2001 era stato istituito nel nostro ordinamento il Comitato di Sicurezza
Finanziaria (CSF) presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con
compiti di coordinamento fra le Autorità e le Forze di Polizia competenti
nell’azione di contrasto al terrorismo e di supervisione delle attività
connesse all’attuazione delle sanzioni internazionali. Le funzioni del CSF sono
state successivamente ampliate fino a includere la materia del riciclaggio.
Con la
Legge n. 438/2001, approvata all’indomani degli attacchi terroristici dell’11
settembre 2001, erano state adottate misure urgenti per la prevenzione ed il
contrasto dei reati commessi per finalità di terrorismo internazionale.
Fra
queste la punibilità di chiunque “promuove, costituisce, organizza, dirige o
finanzia” associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza
compiuti con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento
democratico.
In
tale quadro normativo, il Decreto Legislativo n.109 del 2007, emanato in
attuazione della Direttiva 60 del Consiglio Europeo del 2005, ha fra le altre
cose istituito l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia,
che ha sostituito il soppresso Ufficio Italiano Cambi nelle sue funzioni di in
materia di prevenzione e contrasto del riciclaggio e il finanziamento del
terrorismo. Gli adempimenti in capo ai soggetti destinatari della normativa
antiriciclaggio prevedono l’adozione di misure di congelamento e di
segnalazione di operazioni sospette (obblighi di segnalazione assorbiti dal D.
Lgs. 231/2007).
In
materia di risarcimento per le vittime degli atti terroristici sono previsti
benefici anche di natura economica, ai sensi della Legge 3 agosto 2004, n.206.
Principali
ambiti di cooperazione multilaterale contro il terrorismo.
Le
Nazioni Unite.
Le
Nazioni Unite costituiscono, in virtù del loro carattere universale, il foro
principale per la cooperazione multilaterale nella lotta al terrorismo.
L’8
settembre 2006 l’Assemblea Generale ha adottato per consenso un importante
documento, la Strategia Globale per la lotta al terrorismo, che individua quattro pilastri di
attività:
1)
affrontare le condizioni che conducono al terrorismo;
2)
prevenire e combattere il terrorismo;
3) costruire le capacità degli Stati e
rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite;
4)
assicurare il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
La
Strategia viene rivista ogni due anni per tenere conto dei mutati contesti
internazionali.
Nel
2017 si è conclusa un’importante riforma volta a razionalizzare ed a sviluppare
un miglior coordinamento delle attività delle Nazioni Unite di prevenzione e
contrasto al terrorismo.
Con
l’adozione della risoluzione 71/291 dell’Assemblea generale il 15 giugno 2017 è
stato istituito l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’antiterrorismo (UNOCT)
diretto da un Under-Secretary General dell’ONU.
L’UNOCT
ha cinque funzioni principali:
1)
fornire una guida ai mandati di antiterrorismo dell’Assemblea Generale affidati
al Segretario Generale di tutto il sistema delle Nazioni Unite;
2) migliorare il coordinamento e la coerenza
tra le 38 entità che operano nel settore al fine di garantire l’attuazione
equilibrata dei quattro pilastri della strategia globale antiterrorismo delle
Nazioni Unite sopra citati;
3)
rafforzare i meccanismi di assistenza antiterrorismo agli Stati membri;
4) migliorare la visibilità, la difesa e la
mobilitazione delle risorse per gli sforzi dell’antiterrorismo delle Nazioni
Unite;
5) assicurare che sia data la dovuta priorità
all’antiterrorismo attraverso il sistema delle Nazioni Unite e che l’importante
lavoro sulla prevenzione dell’estremismo violento sia saldamente radicato nella
strategia.
La
Coalizione internazionale anti-Daesh.
All’indomani
della caduta di Mosul, nel giugno 2014, gli Stati Uniti hanno promosso la
creazione di una coalizione di contrasto all’autoproclamato Stato islamico
(Daesh).
Fin dal principio la Coalizione, pur
concentrandosi sull’emergenza militare, ha adottato un approccio
multidimensionale strutturato lungo cinque linee d’azione: l’operazione
militare; il contrasto al flusso di combattenti stranieri; il contrasto alle
fonti di finanziamento di Daesh; la lotta alla sua propaganda; la
stabilizzazione delle aree liberate.
Attualmente la Coalizione si compone di 75
membri, di cui quattro organizzazioni internazionali (Unione Europea, NATO,
Lega Araba e INTERPOL).
L’Italia
è stata in questi anni attivamente impegnata in tutti gli ambiti di intervento
della Coalizione.
In
particolare, il nostro Paese ha schierato in Iraq il secondo principale
contingente militare dopo quello degli Stati Uniti, con l’obiettivo di formare
unità militari (inclusi i Peshmerga curdi) e della polizia irachena.
Queste
ultime sono state addestrate da una Task Force multinazionale guidata dai
Carabinieri.
Militari
italiani sono impegnati nella protezione del cantiere della diga di Mosul.
Assetti aerei schierati in Kuwait hanno svolto attività di intelligence,
sorveglianza e di ricerca e soccorso.
L’Italia
inoltre co-presiede, insieme a Stati Uniti e Arabia Saudita, il Gruppo di
lavoro sul contrasto al finanziamento di Daesh (Counter-ISIS Finance Group –
CIFG), che promuove una fattiva collaborazione e concrete misure degli Stati
membri volte a eliminare le fonti di reddito di Daesh e dei suoi affiliati e a
impedirne l’accesso al sistema finanziario internazionale.
G7.
Il G7
ha affrontato sistematicamente le tematiche relative del terrorismo che sono
state affrontate con particolare attenzione nel corso dei lavori sotto la
Presidenza italiana del Gruppo nel 2017.
I
Leader del G7 riunitisi a Taormina il
26-27 maggio hanno adottato una Dichiarazione sulla prevenzione e
contrasto al terrorismo ed all’estremismo violento che conferma l’impegno del
Gruppo nelle attività di settore, con particolare riferimento al contrasto
all’abuso di Internet da parte dei gruppi terroristi; alla gestione del flusso
di rientro e rilocazione degli FTF; al contrasto al finanziamento del
terrorismo; allo sviluppo di strumenti tecnici volti a rafforzare le frontiere;
al superamento delle cause profonde che sono spesso alla base del fenomeno.
Si
riunisce a livello di esperti il Gruppo Roma-Lione , risultato della fusione,
deliberata dal Vertice di Kananaskis del 2002, del Gruppo di Lione – che si
occupava di contrasto alla criminalità organizzata – e del Gruppo di Roma (istituito sotto
Presidenza Italiana e così denominato a conferma dell’apprezzamento per
l’impegno di tale Presidenza) istituito dopo l’11 settembre 2001 con uno
specifico mandato nel campo della lotta al terrorismo.
Si
tratta di un foro di scambio di informazioni, di esame e promozione di
iniziative di concertazione e cooperazione nella lotta al terrorismo e alla
criminalità organizzata, che si riunisce in due sessioni annuali ed elabora
proposte per l’approvazione a livello politico, nonché “best practices” e
“guidelines” per l’adozione di misure operative da parte di organismi
multilaterali specializzati.
Unione
Europea.
Le
Conclusioni del Consiglio Europeo sull’azione esterna dell’Unione Europea di
contrasto al terrorismo, approvate dal Consiglio il 19 giugno 2017 descrivono
l’attività di ampio spettro portata avanti dall’Unione Europea nel settore
della prevenzione e del contrasto del terrorismo e dell’estremismo violento.
I
principi cui si ispira l’azione comunitaria rimangono quelli indicati nella European Union Counter Terrorism Strategy del 2005, che tiene conto, con approccio
coordinato, degli aspetti interni (intra-UE) ed esterni (extra-UE) del
fenomeno, articolandosi su 4 obiettivi (prevenzione, protezione, perseguimento,
risposta).
Di
alto profilo è l’azione esterna dell’U.E.:
le
istituzioni comunitarie hanno sviluppato percorsi di dialogo mirato in materia
di sicurezza e antiterrorismo con i Paesi della regione MENA e con le
principali Organizzazioni Internazionali e Regionali (Lega degli Stati Arabi,
l’Organizzazione della Cooperazione Islamica e il G5 Sahel). L’UE partecipa
alla Coalizione Globale contro Da’esh (con un ruolo nei Gruppi di Lavoro su
FTF, stabilizzazione, comunicazione strategica e finanziamento al terrorismo) e
co-presiede un gruppo di lavoro del Global Counter Terrorism Forum dedicato al
capacity building nell’Africa orientale.
Sul
versante delle priorità geografiche, l’Unione Europea ha seguito con
particolare attenzione l’avvio della transizione in Siria ed il processo di
stabilizzazione dell’Iraq, che pone la questione – man mano che si susseguono
le sconfitti militari del sedicente Stato Islamico – del ritorno degli FTF dai
teatri siriano e iracheno in Europa.
L’Unione
Europea favorisce un approccio ad ampio spettro che preveda non soltanto
interventi repressivi ma anche di sostegno al reinserimento sociale di questi
individui.
L’UE
svolge anche un’azione di capacity building in diversi Paesi partner, ponendo
in genere enfasi sull’accrescimento delle capacità di resilienza delle comunità
locali alla lotta al terrorismo e all’estremismo violento ed alla formazione
dei funzionari addetti all’anti-terrorisimo nei Paesi prioritari della regione
dianzi citati.
L’UE
favorisce anche l’introduzione di strumenti tecnici volti a presidiare più
adeguatamente i confini europei quali l’”EES” (Entry Exit System); ed a
tracciare gli ingressi e gli spostamenti nello spazio Schengen mediante il
“PNR” (Passenger Name Record); anche di coloro i quali non hanno bisogno di
visti, nell’ambito dell’ ”ETIAS” (European Travel Information and Authorization
System).
Sul
versante delle priorità tematiche, da segnalare l’impegno della Commissione
Europea nel settore della sicurezza dell’aviazione, con particolare attenzione,
dopo l’adozione della UNSCR 2309, al settore cargo.
Nel settore dell’aviazione civile, la
Commissione ha varato nel 2016 un programma di 6 milioni di Euro, volto a
sostenere le iniziative degli Stati Membri a sostegno della sicurezza nel
comparto.
Nel
maggio 2016, la Commissione Europea e 4 società fornitrici di servizi Internet
(Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft) hanno elaborato un codice di condotta
per contrastare l’utilizzo di internet da parte dei gruppi terroristici.
Le
predette società si sono impegnate a rimuovere entro 24 da una valida
segnalazione i contenuti contestati.
Hanno
cadenza annuale le riunioni dello “EU-Internet Forum” volte a favorire una
migliore interazione dei settori pubblico-privato.
Nell’ambito
delle iniziative volte a contrastare la radicalizzazione, l’UE ha istituito nel
2015 il “RAN” (Radicalisation Awareness Network), volto a consentire agli attori
locali di condividere buone pratiche su cosa si è dimostrato efficace nel
contrastare la radicalizzazione.
NATO.
Il
contrasto al terrorismo non è tema nuovo per l’Alleanza. Proprio all’indomani
dell’attentato alle Torri Gemelle trovò applicazione, per l’unica volta, l’art.
5 del Trattato di Washington sull’autodifesa collettiva; lo stesso Concetto
Strategico dell’Alleanza contempla la risposta alla minaccia terroristica.
L’Alleanza
ha gradualmente rafforzato il proprio ruolo in questo ambito, con particolare
riferimento a sette aree d’azione:
1)
intelligence ed analisi;
2)
“preparedness” e “responsiveness”;
3)
sviluppo di capacità;
4)
capacity building e partenariati;
5)
operazioni;
6)
governance interna alla NATO e
7)
comunicazione strategica.
La
NATO ha aderito formalmente alla Coalizione anti Daesh, cui del resto
l’Alleanza già contribuiva principalmente con scambio di intelligence e
monitoraggio con velivoli AWACS.
Dal
punto di vista italiano, l’impegno dell’Alleanza nel contrasto del terrorismo
deve essere parte della più ampia attenzione verso le sfide di sicurezza
emergenti e asimmetriche, provenienti da tutte le direzioni strategiche
(inclusa quella meridionale) e con un’efficacia autenticamente a 360 gradi.
Linee
di tendenza della cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo.
Appare
al momento di grande attualità la tematica della gestione del flusso di rientro
dei combattenti stranieri di ritorno nei territori d’origine o diretti altrove,
che rileva sotto i profili securitario, politico, giuridico, sociale.
Al
fenomeno, al quale l’Italia ha dedicato particolare attenzione nel corso della
Presidenza in esercizio dell’OSCE nel 2018, è connesso anche il delicato tema
dei familiari dei combattenti di ritorno e dei loro figli, che mette in
evidenza l’opportunità di integrare attivamente anche i presidi scolastici,
quelli sanitari e, ove possibile, le comunità locali nelle strategie volte ad
evitare l’ulteriore diffusione della radicalizzazione e preparare il terreno
per il loro reinserimento sociale
In
termini generali è largamente condivisa l’opportunità di uno sviluppo ulteriore
della collaborazione internazionale in chiave di prevenzione e contrasto al
terrorismo, attraverso lo scambio di informazioni utili a perseguire, nel pieno
rispetto dei diritti umani, i sospettati di terrorismo nonché a prevenire nuovi
attentati.
La
cooperazione internazionale continuerà a svilupparsi anche sotto il profilo del
contrasto all’abuso di Internet da parte dei gruppi terroristici e del
contrasto al finanziamento del terrorismo, contesti che non possono prescindere
da una risposta concertata dell’intera comunità internazionale.
In
tema di cooperazione internazionale contro il finanziamento del terrorismo, in
sede GAFI (Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale, FATF – Financial Action
Task Force) sono state elaborate 9 Raccomandazioni Speciali contro il
finanziamento del terrorismo (che si sono aggiunte alle pre-esistenti 40 Raccomandazioni contro il riciclaggio di
denaro sporco).
Il modello di cooperazione del GAFI si è
andato estendendo, negli ultimi anni, ad organismi regionali similari, anche
con l’obiettivo di rendere di applicazione universale gli standard elaborati
dal GAFI stesso ed armonizzare le legislazioni nazionali in questo senso.
Il
nuovo programma operativo del GAFI in materia di contrasto al finanziamento al
terrorismo, adottato nel febbraio del 2018, si focalizza sugli attuali rischi
di finanziamento del terrorismo, caratterizzati da una continua evoluzione, al
fine di assicurare che l’effettiva attuazione degli standard globali del Gruppo
contribuisca a preservare l’integrità del sistema finanziario.
Corea
del Nord: le minacce di Kim Jong-un
e il
pericolo di una strategia del terrore
in tempo di guerra globale.
Agensir.it
– (18 Gennaio 2024) - M. Chiara Biagioni – ci dice:
Preoccupano
le minacce militari e la retorica sempre più bellicosa del leader nordcoreano
Kim Jong-un che ha annunciato una completa revisione dei rapporti con la Corea
del Sud e l’abbattimento del monumento alla riunificazione costruito dal padre
a Pyongyang.
“Francesco
Sisci”: “La strategia del terrore, in tempo di pace, può essere controllata ma
quando nel mondo tutto è per aria, è pericolosissima”.
Quando ci sono due guerre aperte ed è alto il
rischio di una escalation, "questa strategia può diventare
incontrollabile”
Le
diplomazie internazionali sono in stato di allerta e stanno seguendo con
preoccupazione le ultime “mosse” e dichiarazioni del leader nordcoreano Kim
Jong-un.
Non
che il mondo non sia abituato alle esternazioni e alle minacce di Kim, ma è il
contesto mondiale ad essere surriscaldato ed ogni fattore di rischio in questo
momento è nefasto.
“Francesco Sisci”, giornalista, osserva: “la
strategia del terrore, in tempo di pace, può essere controllata ma quando nel
mondo tutto è per aria, è pericolosa perché può diventare incontrollabile”.
Ma
cosa sta scatenando tutta questa preoccupazione?
Lunedì
scorso, 15 gennaio, in un discorso alla nazione il dittatore nordcoreano Kim
Jong-un ha annunciato una completa revisione dei rapporti con la Corea del Sud.
Va in
questa direzione l’intenzione di rimuovere un enorme monumento alla
riunificazione della penisola coreana che ritrae l’abbraccio di due giovani
donne e che suo padre aveva costruito a Pyongyang.
Se ciò effettivamente avvenisse, sarebbe letta
come forte atto simbolico di rottura totale.
In effetti, Kim ha anche annunciato
l’abolizione delle agenzie statali nordcoreane che si occupano delle
comunicazioni e dei rapporti tra Nord e Sud, e dopo aver testualmente definito
la Corea del Sud come “il principale avversario e il più grande nemico” della
corea del Nord, ha detto:
“Non
vogliamo la guerra, ma non abbiamo intenzione di evitarla”.
Il
discorso di Kim Jong-un non è una sorpresa: arriva dopo un lungo periodo di
forte deterioramento dei rapporti tra le due Coree, che sono probabilmente
arrivati oggi ai minimi storici.
Nelle
ultime settimane, la Corea del Nord ha sparato centinaia di colpi di
artiglieria nelle acque vicino al confine conteso tra Nord e Sud ed ha testato
missili balistici intercontinentali mobili che possono arrivare e colpire gli
Stati Uniti.
Sta
mettendo dei satelliti di geolocalizzazione e sperimentando una nuova
tecnologia per la miniaturizzazione delle testate nucleari.
C’è infine la Corea del Nord dietro la grande
quantità di armi fornite alla Russia con l’invio di container pieni di
munizioni e equipaggiamenti vari.
Ma c’è
la Corea del Nord anche dietro i lanciarazzi e fucili automatici nelle mani di
Hamas.
Se a questo fronte militare si aggiunge “una
retorica molto bellicosa”, allora la situazione è grave e chiede di essere
seguita.
Le
ragioni che portano il leader nord coreano ad alzare il livello di tensione
sono sia interne sia esterne.
Sul
fronte interno, Kim Yong-un si sente insicuro ed ha bisogno di riprendersi il
consenso popolare.
Da
questo punto di vista, è stato un duro colpo per l’immagine dell’intero
establishment l’incidente di un treno passeggeri accaduto in Corea del Nord a
fine dicembre ma reso noto solo in questi giorni in cui pare abbiano perso la
vita addirittura 400 persone.
Sul
fronte esterno, invece, preoccupano e generano nel leader nord coreano
sentimenti di insicurezza anche gli esiti delle elezioni a Taiwan così come le
primarie negli Stati Uniti.
Da parte sua la Russia – impegnata in un conflitto con
l’Ucraina in cui si sono impantanati – ha tutto il vantaggio a diversificare
l’attenzione del mondo su un altro fronte aperto.
“Tutti
questi elementi combinati alla miccia di questa nuova retorica bellicosa e alla
propensione della Corea del Nord dimostrata nella sua storia di far seguire le
parole ai fatti, rendono tutto molto preoccupante”, argomenta Sisci che
aggiunge:
“Promuovere
una strategia della tensione in questo momento è pericolosissimo. In tempo di
pace, può essere gestita.
Altra cosa è quando ci sono due guerre aperte,
quando c’è la possibilità che una di queste guerre, quelle in Medio Oriente, si
allarghi e quando ci sono tensioni anche in Asia.
Se in un simile contesto, ti ci metti anche
tu, cambia tutta la chimica e il pericolo aumenta in maniera esponenziale”.
Le conseguenze sono immani.
Sisci
avverte:
“Un attacco nucleare o anche solo missilistico
della Nord Corea contro gli Stati Uniti oppure contro la Corea del Sud o il
Giappone creerebbe una situazione che le altre due guerre non hanno ancora
creato, e cioè una crisi finanziaria globale, con il crollo delle Borse di
Tokyo e di Seul e a catena crollerebbe tutto”.
La
minaccia.
Terrorismo
e web, un connubio in continua
evoluzione: servono nuove strategie di difesa.
Agendadigitale.eu
– (3-5-2024) - Marino D'Amore – ci dice:
Marino
D’amore. Docente di Sociologia generale
presso Università degli Studi Niccolò Cusano.
Sicurezza
digitale.
Globalizzazione
e avanzamento tecnologico hanno trasformato il terrorismo che utilizzando
internet per pianificare attacchi, reclutare, e diffondere propaganda.
Al-Qaeda
emerge come esempio di adattamento a queste nuove opportunità.
L’impatto
di questi cambiamenti sulle strategie antiterrorismo e sulla necessità di un
equilibrio tra sicurezza e libertà personale.
La
globalizzazione e gli sviluppi dell’Information Technology hanno rivoluzionato
il concetto di guerra e con esso quello di sicurezza.
I
nuovi terroristi, come si evince dalla cronaca mediatica, si sono dimostrati
estremamente alfabetizzati all’utilizzo di tecnologie avanzate come il Web, che
grazie a una delle sue caratteristiche intrinseche come l’interattività si
attualizza come postulato funzionale per la pianificazione di attentati e per
le conseguenti azioni di propaganda, arruolamento e supporto logistico.
Siamo difronte alla cosiddetta “Information
Warfare”.
Indice
degli argomenti:
Come
internet è diventato strumento indispensabile per i terroristi.
Reclutamento
e radicalizzazione online: l’esempio di Al-Qaeda.
Jihadismo
e web.
Il
ruolo di internet e social network.
La
figura del terrorista moderno.
Le
nuove modalità di socializzazione dei gruppi terroristici nell’ambito del
cyberspazio.
Organizzazione
dei gruppi.
Esempi
di casistica cyber terroristica che hanno interessato direttamente Al-Qaeda.
L’equilibrio
tra esigenze investigative e tutela della libertà personale.
Conclusioni.
Come
internet è diventato strumento indispensabile per i terroristi.
Le
grandi potenzialità di internet, tra cui l’estrema facilità di accesso, il
deficit di monitoraggio, l’anomia legislativa, l’ampio pubblico raggiungibile e
il grande flusso di informazione che quotidianamente lo abita lo rendono uno
strumento indispensabile per i gruppi terroristici.
Internet
rappresenta, almeno nelle intenzioni, l’archetipo mediatico dei valori
democratici della libertà di parola e di espressione, fautore della
neutralizzazione della dimensione spazio-temporale che unisce e si oppone a
qualunque forma di frammentazione.
I nuovi terroristi sono parcellizzati in
piccole unità sparse nel mondo e coordinano le loro attività online, elidendo
così la necessità di un comando centrale.
Il
fenomeno della “net war” si basa su tali dinamiche attualizzando un conflitto
caratterizzato e connotato dalle dottrine, dalle strategie e dalle tecnologie
di Rete. Le comunità virtuali hanno un ciclo vitale rapido e aumentano secondo
ritmi non controllabili;
tale
processo ha acuito l’interesse verso l’analisi delle comunicazioni scambiate in
tali agorà digitali.
Reclutamento
e radicalizzazione online: l’esempio di Al-Qaeda.
Tale
azione propagandistica e fidelizzante si pone come obiettivo il reclutamento,
come detto, e la radicalizzazione, ossia il processo di adozione di un sistema
di credenze estremiste comprendenti la decisione di utilizzare, supportare o
facilitare la violenza come metodo per cambiare la società.
Essa è divenuta la linfa vitale dei movimenti
estremisti e globalizzati, mezzo irrinunciabile per diffondere il proprio
messaggio ad un pubblico sempre più ampio e potenzialmente mondiale.
Contingenze
che attivano una nuova socializzazione del terrore:
i
social networks, le chat rooms, i blog e i forum si avviano a sostituire le
moschee, i centri comunitari ed i bar come luoghi di contatto e arruolamento da
parte di gruppi terroristici come Al-Qaeda.
Inizialmente
i terroristi utilizzavano la Rete come supporto logistico per le loro
operazioni, in seguito hanno compreso come il web poteva diventare un vettore
ideologico per la propria visione del mondo.
Storicamente
Al-Qaeda è stata l’organizzazione che ha saputo utilizzare meglio gli old e i
new media, dalla televisione a internet, per convincere alla causa ed
esteriorizzare i drammatici come risultato delle rivendicazioni di
quest’ultima.
Il
terrorismo ha perfettamente tradotto il principio secondo cui il messaggio è
nell’atto in sé, nella paura cieca che esso genera, veicolata da una
comunicazione sempre più veloce e intrusiva.
Tale
meccanismo evidenzia e contiene diversi significati che si susseguono
rispettando una sorta di diacronia del male:
l’esigenza
di glorificare la violenza attraverso l’atto a cui segue la propaganda che loda
la violenza stessa, e ne perpetua gli effetti, il reclutamento online, la
ricerca di finanziamenti e infine l’addestramento digitale.
Al-Qaeda,
inoltre, reitera le dinamiche del web anche a livello strutturale
caratterizzandosi come un’organizzazione reticolare, in cui l’annientamento di
una singola cellula non mina la sicurezza delle altre dal momento non esiste
tra loro un rapporto gerarchico basato su una logica piramidale.
La sua
strategia mediatica è pensata per assolvere a varie funzioni e perciò si dipana
attraverso vari canali secondo logiche di transmedialità: dichiarazioni inviate
via fax, post su internet, video, produzione di articoli e interviste,
marketing e targettizzazione del pubblico.
La
cadenza delle esternazioni corrisponde ai principali eventi internazionali ed è
volta a fare propaganda, come detto, esacerbare la tensione, dimostrare che un
leader dell’organizzazione dato per morto è in vita, aumentare sostenitori e
lanciare attacchi e condanne.
Una
comunicazione mirata per sensibilizzare le masse riguardo alla propria causa,
guadagnare il sostegno dei simpatizzanti e generare paura i terroristi
necessitano di pubblicità.
Dopo
aver perso la propria base logistica in Afghanistan, Al-Qaeda si è frammentata
in più piccole e sfuggenti fazioni micro attoriali.
Essa,
in seguito a tali eventi, ha subito una drastica diminuzione di quella capacità
comunicativa che ne aveva costituito la cifra identitaria.
Ciò
che catalizza un’attenta riflessione nel settore è l’attività degli operatori
che producono e postano materiale in Rete e il mezzo attraverso cui pubblicano
questo materiale, utilizzando un Media Production and Distribution Entity (MPDE), cioè un’entità preposta a
esteriorizzare tali contenuti.
Essa con la sua attività massimizza le
sinergie, gli sforzi dei gruppi e catalizza la visibilità del contenuto che
s’intende diffondere;
poi
crea un link collegato al contenuto che è garanzia di autenticità del
materiale, una sorta di legittimo riconoscimento della notizia, solo per il
fatto che avvenga per mezzo di un “MPDE” specifico, conosciuto e affidabile
attribuibile all’area terrorista.
I
terroristi utilizzano questi mezzi seguendo principalmente due scopi: attirare
attenzione e generare paura.
Essi,
solitamente, hackerano i server di rete per inviare messaggi irrintracciabili,
manuali di istruzioni e tutorial su come, ad esempio, costruire una bomba
sporca. Quando i terroristi vengono individuati e il server viene chiuso, ne
hackerano un altro.
Blog, chat, forum: luoghi digitali utilizzati
per trattare una serie di argomenti e interagire direttamente con gli utenti.
Jihadismo
e web.
I
jihadisti stanno usando internet e il web per creare una tribù virtuale degli
islamici radicali, una sorta di “umma online”, caratterizzata da affinità
condivise di respiro globale.
Internet
è usato soprattutto come strumento di ricerca delle informazioni pre-attacco,
compresi schemi nucleari, mappe ferroviarie, reti idriche, orari di volo degli
aeroporti.
Altro
aspetto importante da considerare ai fini di tale percorso analitico è la
creazione di una rete di formazione per tutti coloro che aderiscono alla causa
del Jihad, caricando sul server video, manuali, materiali logistico-strategici,
lezioni di combattimento corpo a corpo e tattiche di assalto.
Inoltre, sono molto diffusi anche i quotidiani
online scaricabili in PDF e redatti in lingua inglese.
In
questo senso oggi possiamo annoverare come un ulteriore declinazione del
terrorismo quello olografico che vede la figura dei suoi leader, si pensi a Bin
Laden, quasi dematerializzata e cristallizzata per anni.
Egli,
in questo modo, ha fortemente accentrato su di sé l’immagine pubblica di
Al-Qaeda, quasi personalizzandola e creando, attraverso la sua figura
sacralizzata in quel contesto, una fertile attività di propaganda e di
proselitismo, indirizzandone la diretta funzionalità operativa.
L’obiettivo
mediatico di Osama era ovviamente quello di influenzare fortemente l’opinione
pubblica islamica, le cui caratteristiche socioculturali sono molto diverse da
quelle dei paesi occidentali.
Si
tratta infatti di un’audience i cui livelli di scolarizzazione sono ancora
molto bassi e per la quale occorre utilizzare un linguaggio semplice, asciutto,
chiaro, ma, al contempo, fortemente retorico ed evocativo.
Tali
proprietà sono quelle che hanno caratterizzato anche il suo messaggio più
importante, ossia la rivendicazione dell’evento assoluto, del più grande
attacco terroristico di tutti i tempi: quello del World Trade Center.
I
tragici eventi di quel drammatico 11 settembre, oltre a un’evidente scia
complottista, hanno palesato l’impreparazione dell’intelligence statunitense,
incapace di capire, analizzare il fenomeno e quindi agire in modo preventivo
per sventarlo.
Alla
luce di questo tragico assunto, tutte le strategie antiterroristiche sono state
riviste.
Passato
lo shock iniziale gli Stati Uniti hanno reagito in modo deciso, sia sul fronte
politico sia su quello militare, facendo diventare la lotta al terrorismo una
priorità assoluta e globale, una guerra per la libertà.
Anche
il nostro Paese si è mosso in questa direzione, fornendo, sul piano
internazionale, sostegno politico e militare, e sul piano interno, conducendo una
efficace azione di polizia contro le presunte ramificazioni italiane di
Al-Qaeda.
La
sorprendente potenzialità aggregatrice e offensiva dell’organizzazione di
Osama, si basava su una rocciosa fede religiosa dei militanti, acuita dal
simbolismo ultraterreno del martirio, su una organizzazione attentamente
compartimentata, sulla disponibilità di notevoli risorse finanziarie, su una
vasta aerea di fiancheggiatori e meri simpatizzanti ed infine, come detto,
sulla capacità di sfruttare le grandi opportunità offerte dai nuovi mezzi di
comunicazione.
É
facilmente intuibile come l’avvento delle Rete abbia, di fatto, favorito
Al-Qaeda, con tutte le organizzazioni terroristiche a essa connesse, e, in modo
speculare, abbia reso più difficoltosa l’attività investigativa delle forze
antiterrorismo. Infatti, grazie alle sue caratteristiche peculiari, l’elisione
della dimensione spazio-temporale e la gratuità d’utilizzo, ha sostanzialmente
neutralizzato la compresenza fisica e quindi la potenziale individuazione di
soggetti implicati nelle azioni sopracitate.
Il
ruolo di internet e social network.
Ciò
rende evidente l’assunto secondo cui qualunque strategia di attacco al
terrorismo deve tenere conto del ruolo fondamentale assunto da internet e dai
social network:
straordinari strumenti di potenziamento delle
dinamiche eversive, condotte da tutte le formazioni terroristiche, le quali
attraverso la Rete possono migliorare sia l’assetto organizzativo sia quello
logistico, nonché le stesse strategie offensive. Infatti, l’universo terroristico
progredisce e si sviluppa con gli stessi ritmi evolutivi della società che lo
genera e lo contestualizza.
La
presenza in Rete di numerosi siti contenenti documenti ideologici di sostegno
alla Jihad islamica testimonia come internet sia utilizzato con grande maestria
da Al-Qaeda, dall’Isis e dai loro sottogruppi.
Altro
aspetto importante è quello economico:
la
rete finanziaria di Al-Qaeda e dell’Isis è parcellizzata e articolata in
società con sedi in molte città europee ed americane.
Esse
sono perfettamente inserite nel sistema finanziario mondiale ed apparentemente
agiscono osservando le leggi di mercato, evitando così i controlli delle
autorità competenti.
Internet, pertanto, diventa uno strumento fondamentale
anche per operazioni finalizzate all’autofinanziamento.
Il
nuovo scenario investigativo che si oppone al terrorismo tout court sembra
quindi abbracciare, parallelamente ad organigrammi e basi militari, anche il
nuovo ambito del cyberspazio.
Tale
mutamento di scenario implica una preparazione e un’organizzazione
caratterizzata da strumenti di contrasto innovativi e altrettanto immersi nella
dimensione tecnologica digitale.
La
figura del terrorista moderno.
La
figura del terrorista del nuovo millennio sembra discostarsi da quella
tradizionale:
un
soggetto non più contraddistinto soltanto da qualità militari, ma supportato da
notevoli competenze tecniche nel campo dell’informatica.
La
capillare diffusione di internet ha da tempo messo in evidenza le problematiche
legate all’integrità, alla riservatezza dei dati e alla legittima certezza
della fonte informatica.
La
società moderna ha raggiunto, attraverso l’informatica, dei livelli di
organizzazione molto elevati, specie nell’ambito del settore terziario e della
finanza, ma, al contempo, è diventata vulnerabile ad un nuovo genere di
terrorismo, attuato non più con le armi da fuoco ma con le tastiere dei
computer.
In
questo scenario si comincia a delineare l’inizio di una nuova forma di
antagonismo terrorista, sovversivo e aggressivo, in grado di minacciare le
nazioni più avanzate tecnologicamente solo con un click.
Una
modalità che non mira più all’eliminazione fisica degli avversari, attraverso
operazioni meramente militari, ma che punta sulla guerra dell’informazione e
individua nei sistemi suddetti criticità e punti deboli di tutte quelle società
intese come possibili obiettivi di attacco.
Si
tratta di una nuova generazione di terroristi, per certi versi molto più
pericolosa di quelle del passato, in grado di sfruttare sapientemente tali
nuove opportunità. Queste possibilità sembrano indurre anche delle modifiche
strutturali ed organizzative soprattutto per quanto riguarda le modalità di
compartimentazione, comunicazione e proselitismo come detto.
Da
quanto sembra delinearsi nel panorama mondiale, e l’attentato alle torri
gemelle corrobora questa tesi, per molte formazioni terroristiche le attività
di supporto offerte dalla digitalizzazione assumono quindi un ruolo più
importante di quello rivestito dalle attività di tipo offensivo connotate
analogicamente.
Le
nuove modalità di socializzazione dei gruppi terroristici nell’ambito del
cyberspazio.
L’avvento
e lo sviluppo delle reti telematiche, con la loro capacità di travalicare i
limiti spaziali e temporali, ha infatti reso obsoleti i quadri teorici e
metodologici relativi alla ricerca sulle modalità di organizzazione, di
reclutamento e di comunicazione da parte di molti sodalizi del settore.
Un’altra
dimensione interessante che si offre a tale valutazione analitica è
rappresentata dalle nuove modalità di socializzazione dei gruppi terroristici
nell’ambito del cyberspazio.
Si
evidenziano, infatti, alcune dinamiche nuove, caratterizzate da interazioni
virtuali inserite all’interno di un flusso informativo di dimensioni
planetarie.
Tale
flusso potrebbe essere in grado di coinvolgere elementi che in passato non
avrebbero avuto mai l’opportunità di una connessione e di un’interazione
diretta, a causa di elevate, e allora insormontabili, distanze geografiche,
sociali, culturali e psicologiche.
In
questo quadro, l’interazione di molti individui con comunità connotate da una
cultura tendente all’odio, e all’eliminazione del diverso generalmente inteso,
potrebbe costituire un contesto simbolico e fattuale in grado di favorire
l’identificazione e di conseguenza l’inserimento nel sodalizio sopracitato.
La
prima modifica nelle dinamiche organizzative del terrorismo, indotta
dall’avvento dell’informatica, è rappresentata dalla riduzione generalizzata
dei documenti cartacei.
Alla
grande capacità di concentrazione dei dati offerta dai supporti digitali ai
gruppi terroristici si affianca la duttile funzionalità di internet che
costituisce, anche per tali realtà organizzative, una forma di comunicazione di
straordinaria efficacia che rende più agevole lo scopo principale che
perseguono: comunicare il terrore.
L’attentato
è efficace quando si esteriorizza in tutta la sua cruenta drammaticità, si
viralizza e lascia convivere il gesto materiale con quello simbolico in un
connubio che ne amplifica gli effetti e la paura irrazionale che ne deriva.
Partendo
da questo presupposto è facilmente intuibile come i terroristi si siano
mantenuti al passo con i tempi sfruttando le grandi opportunità offerte dalla
tecnologia.
L’uso
della Rete consente la compressione della dimensione spazio-temporale.
Le
opportunità comunicative intrinseche a essa hanno così offerto alle
organizzazioni clandestine che le utilizzano una forte contrazione dei punti di
vulnerabilità e un accesso a nuove aree di consenso politico, mediante un
aumento contestuale delle possibilità d’incontro virtuale, secondo dinamiche
meccanicistiche.
Tale
scenario sembra esercitare una pressione organizzativa prepotente sulle scelte
dei leader del terrore.
Con le tecniche di comunicazione
tattico-strategica, utilizzate dai terroristi fino ad un decennio fa, era
infatti necessario recarsi fisicamente nei luoghi di incontro stabiliti magari
telefonicamente o per posta e comunque conoscere personalmente un cospicuo
numero di altri membri:
tale
dinamica costituiva il vulnus del gruppo stesso.
Con
l’avvento di internet questo luogo d’incontro è diventato volatile e
dematerializzato.
Un’opportunità
fondamentale offerta dalla tecnologia per le comunicazioni del male è poi
rappresentata dalla crittografia.
Essa
mette a disposizione tecniche di criptaggio talmente sofisticate da rendere
estremamente difficile l’intercettazione dei messaggi, offrendo, inoltre, la
completa garanzia dell’anonimato.
È noto
come la possibilità di disporre di potenti algoritmi crittografici sia un
elemento estremamente efficace di protezione delle informazioni;
possibilità
alla portata di ogni gruppo cyber terroristico.
Una
strategia di contrasto è stata proposta negli ambienti governativi statunitensi
attraverso l’adozione di norme volte ad irrigidire la diffusione di algoritmi
crittografici e l’implementazione di particolari sistemi che consentano la
decrittazione.
Soluzioni,
al di là della loro discutibile base tecnico–scientifica, che rischiano di
essere estremamente dannose per la tutela delle libertà personali e dei dati
sensibili.
Organizzazione
dei gruppi.
Normalmente
un gruppo terroristico è articolato su una leadership unanimemente riconosciuta
e su un numero indeterminato di nuclei operativi che provvedono all’attuazione
delle operazioni, alla conservazione della struttura, alla ricerca e
all’ampliamento di una base di consenso popolare.
Un’organizzazione
ha attualmente la possibilità concreta di gestire, con grande facilità, un
numero indeterminato di sottogruppi, attraverso la costituzione di relazioni
fiduciarie tra i componenti che ne perpetuano l’esistenza e con
l’implementazione di meccanismi che ne prevedano la rottura in caso di
compromissione investigativa da parte delle agenzie d’intelligence.
Questa opportunità ci induce ad ipotizzare la
nascita di nuove forme organizzative, più agili ed impermeabili, che affidano
alla tecnologia telematica la funzione di monitoraggio della sicurezza della
struttura stessa.
In
passato, la complessità tecnica per la predisposizione di un sistema di
comunicazione del tipo appena esposto ne assicurava la costruzione solo a
leader molto abili, alfabetizzati ai new media e supportati da ingenti
capitali. Attualmente
le conoscenze tecniche e le risorse economiche hanno subito un’evidente
ottimizzazione che ha neutralizzato l’esigenza di un expertise
professionalizzato, aprendosi a una nuova massa di attori.
Il nuovo leader terroristico deve però avere
una buona padronanza dei flussi informativi che si articolano sulle reti per
gestirli in modo da eludere le contromisure delle agenzie istituzionali.
Esempi
di casistica cyber terroristica che hanno interessato direttamente Al-Qaeda.
Facciamo
qualche esempio di casistica cyber terroristica che ha interessato direttamente
Al-Qaeda:
L’organizzazione
di Bin Laden realizzò nel 2001 una sorta di enciclopedia della Jihad articolata
su 11 volumi e contenente informazioni e tecniche sull’utilizzo del gas
nervino, degli esplosivi e sulla conduzione della guerriglia urbana. I
documenti vennero immessi su internet per far sì che raggiungessero le varie
cellule disseminate per il mondo.
Le
indagini su alcune cellule di nordafricani ritenute in contatto con
l’organizzazione di Osama evidenziarono l’esistenza di individui che si erano
radicati nel territorio di varie nazioni europee, mimetizzandosi nelle loro
comunità ed evitando accuratamente contatti telefonici o incontri con altri
membri del sodalizio terroristico.
I collegamenti venivano mantenuti soprattutto
attraverso internet (con e-mail o pagine web segrete) sia con la struttura di
comando sia con gli altri membri operanti.
Molti dei messaggi venivano criptati utilizzando
software specifici.
Nel
2001 le indagini della polizia francese condussero all’arresto di “Kamel Daoudi”,
esperto di informatica che aveva ricevuto anche un addestramento militare in
Afghanistan.
Daoudi
che viveva in Francia, era il responsabile dei collegamenti criptati via
internet tra la leadership terroristica afghana e varie cellule dormienti in
Olanda, Belgio e Francia.
Dopo
l’attacco alle torri gemelle di New York, Osama Bin Laden e altri estremisti
islamici, secondo alcuni esperti della difesa americana, si sarebbero dedicati
all’uso delle tecnologie informatiche e avrebbero usato la Rete per trasmettere
ordini ed indicazioni per altri attacchi verso gli Stati Uniti e i loro
alleati.
Foto e mappe degli obiettivi da colpire
sarebbero inoltre stati criptati e nascosti all’interno di siti o veicolati
attraverso le chat più frequentate. Tale attività venne definita negli ambienti
militari come la “e-Jihad”, ovvero la guerra santa dell’era informatica.
La
questione di un maggior controllo su internet come modalità di prevenzione al
terrorismo internazionale è sempre stata oggetto di riflessione per tutte
quelle realtà che combattono ogni forma di censura sulla Rete.
All’indomani
della bomba alle Olimpiadi di Atlanta il G7 ha proposto una serie di
restrizioni all’interno della Rete, come il divieto e la censura di fonti che
potessero contenere informazioni pericolose, l’imposizione del deposito
obbligatorio delle chiavi o altri strumenti che permettessero ai governi di
violare la corrispondenza privata crittografata.
Tali
misure erano state interpretate, più che come una strategia antiterroristica,
come una violazione della privacy e come forma di restrizione della libertà di
comunicazione.
L’equilibrio
tra esigenze investigative e tutela della libertà personale.
Attualmente
l’equilibrio tra esigenze investigative e tutela della libertà personale è
oggetto di grande attenzione istituzionale.
Se da
un verso la minaccia cyber terroristica impone delle iniziative energiche,
appare indispensabile che risposte efficaci al problema non contemplino la
censura di informazioni e la decurtazione della loro reperibilità.
In questo caso si neutralizzerebbe ogni forma
di democratizzazione comunicativa a favore di una selezione faziosa e
semplificata delle informazioni sopracitate, che, a sua volta, intaccherebbe la
stessa operatività preventiva degli attori dedicati al monitoraggio del
fenomeno.
Tuttavia,
il pericolo oggettivo che il mondo occidentale corre costantemente necessita,
in periodi determinati e con responsabilità condivisa, della rinuncia di una
parte ragionevole della privacy dell’utenza, consentendo alle agenzie
istituzionali di svolgere delle operazioni di accesso e di ampio controllo,
fondamentali per delle efficaci attività investigative.
Conclusioni.
L’evento
assoluto, l’attentato al World Trade Center, ha rappresentato simbolicamente lo
spartiacque tra una quotidianità sociale libera, sicura, e un futuro fluido,
nel senso baumaniano, e quindi quanto mai incerto.
All’interno
del dibattito politico, della narrazione mediatica e dell’opinione pubblica, si
perpetua nel tempo una convinzione incontrovertibile:
da quel giorno nulla è stato più come prima.
Tale
attentato ha rappresentato il vettore di un mutamento che ha cambiato le
abitudini e le dinamiche relazionali tra individui, tra culture e ha mutato la
percezione del concetto stesso di sicurezza.
Nello
scenario odierno, dominato, come detto, da un’incertezza totalizzante e
omnicomprensiva, affiora un primo dato obiettivo:
il terrorismo rappresenta una realtà in
costante evoluzione che persegue i propri obiettivi con strumenti e tecniche
nuove, elidendo limiti tecnici, logistici ed economici nella consapevolezza di
poter colpire i luoghi fisici e digitali che caratterizzano le società moderne.
La
strategia del terrore, nella sua intima essenza proteiforme, si declina in
diverse fattispecie: terrorismo interno, terrorismo islamico, bioterrorismo e
cyberterrorismo.
Uno
scenario dove la lotta si concretizza e avviene su un terreno nuovo, dove non
bastano gruppi militari ben addestrati, ma diventano indispensabili
conoscenze e strumenti mai utilizzati prima che abitano e connotano l’universo
mediatico-comunicativo.
La
strategia del caos e del terrore
di
Putin è indirizzata al mondo intero.
Safetysecuritymagazine.com
– Putin - Redazione – ci dice:
L’attacco
militare di Putin nei confronti dell’Ucraina è stato uno shock per moltissimi
analisti ed esperti, convinti che il Cremlino avrebbe preferito continuare ad
agire nell’ombra, magari tramite attacchi cyber.
Era opinione diffusa che Putin, valutando i
pro e i contro, si sarebbe reso conto che le ripercussioni a seguito di
un’eventuale invasione dell’Ucraina si sarebbero rivelate ben peggiori dei
possibili guadagni.
Ad
oggi, infatti, le conseguenze della sua scelta stanno causando alla Russia il
default economico, con il rublo che continua a scendere vorticosamente in
borsa, l’isolamento internazionale, e proteste tra i cittadini contrari alla
guerra, coraggiosamente disposti a farsi arrestare pur di dar voce al proprio
dissenso.
La
sconsiderata decisione di attaccare l’Ucraina è stata definita “una sconfitta
strategica” anche da Antony Blinken”, segretario di stato degli Stati Uniti
d’America.
Effettivamente
non sembra che la partita giocata da Putin stia volgendo secondo i suoi piani
militari.
Come
descritto da Christopher Bort in un articolo sul Foreign Affairs, Putin è un
uomo a cui piace rischiare.
Questa
convinzione non deriva, almeno non solamente, da manie di grandezza, ma da
alcuni eventi recenti – Georgia nel 2008, Crimea nel 2014 e Syria nel 2015 –
che lo hanno portato a credere che alla fine a vincere è chi rischia di più.
L’invasione
della Georgia nel 2008 ha dimostrato che la NATO difficilmente entrerà in
conflitto con le truppe russe, se ciò comporta l’eventualità di scatenare una
guerra nucleare.
Sappiamo
ormai bene che tra i motivi alla base dell’attacco di Putin nei confronti
dell’Ucraina spicca proprio la NATO e la sua espansione negli anni nello spazio
post sovietico.
Nucleare,
Putin minaccia di usare armi nucleari.
Il
Cremlino, anche questa volta, non sembra farsi problemi a mettere al centro del
dibattito il tema del nucleare.
In una
riunione con il ministro della difesa Sergey Shoigu e il capo dello stato
maggiore generale Valery Gerasimov, il 27 Febbraio, Putin ha ordinato, in
risposta alle dichiarazioni aggressive della NATO, di porre in essere le forze
di deterrenza dell’esercito russo in “regime speciale di servizio da
combattimento“.
Le Forze strategiche di deterrenza si
suddividono in Forze strategiche difensive e offensive di cui fanno parte le
Forze nucleari.
A
queste parole sono poi seguiti, i bombardamenti nei pressi della centrale
nucleare a “Zaporizhzhia”, che hanno tenuto il mondo col fiato sospeso.
La centrale, tra le più grandi al mondo, è
stata conquistata dai russi, ma gli esperti rassicurano che il livello delle
radiazioni è rimasto nella norma e che non esista attualmente il rischio di una
seconda Chernobyl.
L’intento
di Mosca nella conquista della centrale nucleare è duplice:
da una
parte si vuole tenere sotto controllo le fonti principali dell’energia ucraina,
dall’altra continuare a fare pressione psicologica sull’occidente.
Putin continua costantemente a ricordare al mondo cosa
rischia mettendosi contro la Russia, in una strategia del terrore che ci
riporta al tempo della Guerra Fredda.
Errori
strategici nel conflitto con l’Ucraina.
In
ogni caso, l’azione militare in Ucraina non sta andando proprio secondo i piani
e procede più lentamente del previsto.
In
molti hanno ritenuto che l’idea di Putin fosse quella di una guerra lampo come
in Crimea, ma questo non è accaduto.
Non sappiamo se il blitz fosse davvero parte
dei suoi piani, ma sicuramente Putin ha fatto alcuni errori strategici durante
l’operazione militare di invasione dell’Ucraina.
Innanzitutto
ha sottovalutato la forza e l’unità che si crea in un popolo nei confronti di
un invasore esterno:
i cittadini ucraini hanno cercato di
organizzarsi come potevano per resistere all’attacco, addirittura preparando in
casa cocktail molotov da lanciare sui carri armati russi.
Sul
piano militare, guerra lampo o meno, sono stati proprio i primi attacchi, che
solitamente risultano più d’impatto grazie all’effetto sorpresa, a non andare
come sperato per la Russia.
Uno dei fallimenti più evidenti è stato per
Putin non essere riuscito ad ottenere la superiorità nei cieli.
Secondo
il Ministero della Difesa Ucraina, la Russia ad oggi avrebbe perso 81 aerei e
95 elicotteri, perdite enormi se si considera che, prima dell’inizio del
conflitto, si riteneva che la Russia avrebbe ottenuto il controllo dello spazio
aereo nelle prime 72 ore del conflitto.
Il
Cremlino, inoltre, non ha inserito tra le sue priorità l’eliminazione dei
missili terra-aria ucraini, che stanno causando molte vittime tra i russi
impedendogli la supremazia aerea.
(twitter.com/MFA_Ukraine/status/1503665845234552832)
Profughi
utilizzati come armi.
Tra le
tattiche più deprecabili messe in campo da Putin risalta certamente quella
relativo alla strumentalizzazione dei rifugiati.
Il
Cremlino mira evidentemente a creare più profughi possibili e ad utilizzarli
come armi per scuotere l’occidente:
solamente
nelle prime due settimane di conflitto, più di due milioni di persone sono
state costrette a lasciare le proprie case.
La
Russia ha attaccato ospedali e fatto fuoco sui corridoi umanitari non per un
errore di valutazione, anzi.
Putin
sa bene che i profughi sono un mezzo potente per destabilizzare i paesi vicini,
e non si farà scrupoli a creare più caos, terrore e paura possibili tra i
civili.
Non va
dimenticato inoltre che la guerra è stata lanciata durante l’emergenza Covid,
un’epidemia con la quale il mondo intero fa i conti da oltre 2 anni e con la
variante Omicron ancora molto attiva in tutta Europa e in Ucraina, realizzando
così una combinazione letale dove le infrastrutture mediche prima paralizzate
dalla pandemia ora vengono portate al collasso dalla guerra.
Le
sanzioni dall’Europa verso la Russia.
L’Europa
sta rispondendo all’escalation russa con forti misure punitive volte a minare
la stabilità del paese attraverso 6 pacchetti di sanzioni ad oggi rilasciati.
Numerose le restrizioni finanziarie e le sanzioni economiche, che vanno a
colpire personalmente Putin oltre a 160 persone collegate all’invasione
dell’Ucraina.
I beni
della banca centrale russa sono stati congelati ed è attualmente vietato ad
ogni persona o entità di seguire operazioni con essa, il sistema SWIFT è stato
bloccato per sette banche russe e tre bielorusse.
Le
sanzioni hanno compreso anche aspetti non puramente economici, come il divieto
ai vettori russi di entrare nello spazio aereo dell’UE e la messa al bando in tutta
Europa di Russia Today e Sputnik, principali canali di propaganda del Cremlino.
Attualmente,
come riportato da Bloomberg, la Russia è il paese più sanzionato al mondo,
superando l’Iran e la Corea del Nord.
Le
grandi aziende lasciano la Russia.
A
contribuire ulteriormente alla pressione sull’economia russa si aggiunge
l’esodo di massa da parte di grandi multinazionali che operavano in Russia in
diversi settori.
Il
primo a volersi distaccare dalle scelte del Cremlino e a condannare le sue
azioni belliche è stato il gigante petrolifero” British Petrolium”, seguito poi
da “Equinor”, “Shell” e “Exon”.
Sul
settore auto nomi del calibro di Ferrari, Volkswagen e Toyota hanno sospeso la
produzione in solidarietà con l’Ucraina.
Anche
Ikea, Nike, Apple, Mcdonald e moltissimi altri brand continuano ora dopo ora ad
unirsi al boicottaggio.
Tuttavia,
le sanzioni alla Russia hanno dei grossi effetti negativi anche sul resto del
mondo, soprattutto su chi, come l’Italia, ne dipende fortemente.
Per
l’economia globale, si prevede un aumento dei prezzi nel settore alimentare ed
energetico.
Russia e Ucraina costituiscono il 29% del
mercato globale delle esportazioni di grano e in Italia si cercano alternative
alla dipendenza dal gas russo:
nel
2020 ne copriva il 43% del fabbisogno nazionale.
L’aiuto
militare all’Ucraina e la richiesta di No-Fly Zone di Zelensky.
Oltre
alle sanzioni, molti paesi UE hanno deciso di inviare armi e mezzi militari
all’Ucraina, per aiutarla a contrastare l’armata russa.
Il
presidente Zelensky continua ad invocare l’istituzione di una No-Fly Zone,
sulla quale l’occidente rimane cauto.
La No
Fly Zone, che implica l’utilizzo di pattuglie aeree in modalità offensiva,
sarebbe indubbiamente vista come un atto di guerra da parte di Putin e potrebbe
tramutarsi nella scintilla in grado di far scoppiare la terza guerra mondiale.
La
strada dei negoziati e della diplomazia rimane per adesso ancora in stallo, con
entrambe le potenze in gioco non disposte ad arretrare sulle proprie
condizioni.
La situazione rimane in costante
aggiornamento.
Il
mostro dietro l'ingegneria
meteorologica?
Globalresearch.ca
- Peter Koenig – (05 gennaio 2025) – ci
dice:
"Instabilità
climatica" è un termine morbido, per geoingegneria climatica, modificazione
del clima, esteso alla militarizzazione del tempo.
In altre parole, un crimine contro l'umanità.
Il
professor “Michel Chossudovsky” fornisce i dettagli storici e tecnici
riguardanti la guerra meteorologica che è emersa lentamente dalla seconda
guerra mondiale, e probabilmente anche prima.
Di
certo, ogni volta che si sentono "fake news" commenti e rapporti
sulla geoingegneria e sull'uso delle armi meteorologiche, si può essere certi
che le cosiddette fake news sono in realtà la verità.
E questo è il caso della maggior parte delle
altre cose chiamate "fake news".
Tuttavia,
ciò che supera tutto, è la recente scoperta da parte di un ex dipendente della “South
Pole Station” in Antartide.
Dice
che quello che ha visto alla “South Pole Station” è "HAARP sotto
steroidi".
È
diventato un informatore, che ha testimoniato davanti al Senato degli Stati
Uniti.
HAARP
è l'acronimo di High-frequency Active Auroral Research Program. Dal 2015 è ufficialmente un “progetto
Fairbanks” dell'Università dell'Alaska che studia la ionosfera, la parte
ionizzata più alta dell'atmosfera terrestre.
In realtà, ha una lunga storia di
modificazione del tempo e di geoingegneria climatica.
Il
ricercatore e informatore, Eric Hecker, lavorava per la” Raytheon Technologies
Corporation”, un conglomerato multinazionale americano del settore aerospaziale
e della difesa, alla “South Pole Station”.
In un'intervista di 15 minuti di Redacted,
rivela l'esistenza di un'enorme macchina meteorologica alla South Pole Station.
L'intervista,
che descrive in dettaglio ciò che il signor Hecker ha vissuto alla South Pole
Station, è strabiliante.
"Fa
sembrare il progetto HAARP un progetto per bambini".
Le
macchine meteorologiche della Stazione del Polo Sud sono in grado di
controllare i terremoti e il tempo, ovvero il clima.
Possono fabbricare e dirigere terremoti,
uragani, tifoni, cicloni praticamente ovunque nel mondo.
Inoltre, c'è una gigantesca torre di controllo
UFO, chiamata anche torre di controllo dei neutrini.
I
neutrini sono minuscole particelle subatomiche, spesso chiamate
"particelle fantasma" perché interagiscono a malapena con qualsiasi
altra cosa.
I neutrini possono essere utilizzati come
trasmettitori di energia ad alta frequenza.
L'energia
che forma terremoti o tempeste può essere irradiata letteralmente in qualsiasi
parte del mondo.
Hecker
parla di terremoti e tempeste mirati con precisione.
Guarda
e ascolta questa sconvolgente intervista di” Redacted” dell'”11 ottobre 2024”.
Con
questo preludio, i recenti uragani devastanti di categoria da 3 a 5 che hanno
colpito la Carolina del Nord e la Florida, così come i tifoni Bebinca e Yagi,
che hanno colpito la Cina e altri paesi asiatici, sono facilmente spiegabili.
Alla
fine di settembre, l'”uragano Helene”, un uragano di categoria 5, ha colpito
cinque stati degli Stati Uniti, Florida, Georgia, Carolina del Sud, Carolina
del Nord, Tennessee e Virginia, uccidendo oltre 300 persone.
L'uragano
Helene è stata una tempesta quasi da record.
I
venti e le piogge insieme hanno trasformato il tornado in un disastro quasi
inimmaginabile che si è esteso per più di 800 chilometri nell'entroterra dalla
costa della Florida.
"Helene"
devastò e allagò Asheville, nella Carolina del Nord. Stranamente, Asheville si
trova su miliardi di litio.
Asheville
conta circa 100.000 abitanti e si trova a circa 700 metri di altitudine - è
insolito che tali altitudini siano allagate nella misura in cui Asheville è
stata inondata (vedi foto di Asheville Free Press).
Due
società, Piedmont Lithium e Albemarle Corp., prevedono di aprire miniere di
litio nello Stato della Carolina del Nord nei prossimi anni.
Il litio è un metallo utilizzato per
alimentare le batterie dei veicoli elettrici, degli smartphone e dei computer
portatili e, naturalmente, per l'"elettronica di guerra".
Indovina
chi controlla entrambe queste società?
A
destra – BlackRock e Vanguard.
Guarda
l'incisiva analisi e il video di Greg Reese.
Lo
scorso mercoledì notte, 9 ottobre, un altro strano uragano record
"Milton" ha colpito la costa della Florida, vicino a Siesta Key
vicino a Tampa, spostandosi verso l'interno verso il Messico, devastando Tampa,
in Florida, uccidendo almeno 23 persone.
L'uragano è stato declassato da una categoria
di forza massima originale 5 a un livello 3 quando ha toccato terra, e
successivamente a una tempesta di categoria 1.
Secondo
il tracker di utilità "Find Energy", circa 1,3 milioni di clienti
erano ancora senza elettricità sabato in tutta la Florida.
Non
c'è da sorprendersi, “Bill Gates” possiede gran parte del progetto da 3,5
miliardi di dollari Water Street Tampa.
Il
co-investitore è Jeffrey Vinik (proprietario della squadra di hockey
professionistica della città, i Tampa Bay Lightning).
Il progetto di sviluppo a uso misto di 55 acri
nel cuore del corridoio del centro della città ha recentemente ricevuto il
titolo di primo WELL del Nord America:
Comunità
certificata, grazie ai suoi standard di sostenibilità e vivibilità. Questo sembra adattarsi perfettamente
all'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Il
progetto Water Street Tampa ridefinisce un'area del centro in forte espansione,
sfruttando la posizione privilegiata sul lungomare della città.
Si
dice che Bill Gates intenda fare di Tampa una città dei 15 minuti.
Sebbene
le prove siano scarse, quelle che sembrano tempeste mirate sollevano molte
domande.
La
geoingegneria e la manipolazione del tempo sono nella mente di sempre più
persone.
Mantenere
viva la narrativa della "teoria del complotto" è sempre più
difficile. La gente si sta svegliando.
Stanno
collegando i puntini tra i cieli delle scie chimiche incrociate, gli uragani
estremi e le imprevedibili variazioni meteorologiche avverse, dal freddo al
caldo, alla pioggia, al sole, alla nebbia, alla grandine – un mix insolito e
malsano.
E ora, con l'intervista di Redacted a Eric Hecker,
anche i distruttivi terremoti assassini non sono più misteri.
Ecco
cosa si dice dell'uragano Helene, con il potenziale multimiliardario di
estrazione del litio nella regione di Asheville, Carolina del Nord.
Per
quanto riguarda l'uragano "Milton", Paul Craig Roberts nota che si è
evoluto in un modo così insolito da non sembrare reale.
Il
seguente video di 14 minuti fornisce una storia della straordinaria capacità di
intensificare e cambiare radicalmente il percorso degli uragani.
In
conclusione, l'uso del tempo e del clima come arma, rende superflua la guerra
nucleare.
Il
"tempo" e i terremoti possono essere mirati a zone specifiche, come
in guerra.
Inoltre,
evitare le guerre nucleari evita le radiazioni nucleari e le ricadute nucleari
che possono durare da pochi decenni a migliaia di anni, e possono colpire
l'élite che li comanda, tanto quanto la plebe comune.
Ciò
che Noi, il Popolo, vogliamo evitare è la guerra nucleare e il tempo e/o il
clima armati.
Non
vogliamo guerre di alcun tipo.
Cerchiamo
la Pace e la Luce che porterà la Pace.
Colonialismo
2.0: l'incessante ricerca
dell'Occidente
per il dominio globale.
Globalresearch.ca
– (04 gennaio 2025) - Vijaya Dissanayake – ci dice:
L'istituzione
del cosiddetto "Occidente politico" è stata a lungo focalizzata su un
unico, innegabile obiettivo: il dominio globale.
Mentre
il mondo, con le sue diverse culture, storie e oltre 8 miliardi di abitanti, è
un'entità vasta e complessa, coloro che sono al timone del potere occidentale
lo trattano come poco più di una mappa o di un globo sulla loro scrivania, che
deve essere controllato, manipolato e soggiogato.
Questa
visione per il dominio del mondo non è uno sviluppo recente; risale a oltre un
secolo fa.
I semi sono stati gettati già nell'attacco
alla Russia nel 1917, un momento cruciale nella geopolitica globale.
La
domanda, come sempre, rimane: dove risiede veramente il potere?
Nel
sistema dello stato-nazione della Westfalia, la misura del potere è stata
tradizionalmente determinata dalle dimensioni territoriali di un paese, dalle
risorse naturali, dalla ricchezza finanziaria e dall'abilità tecnologica.
Secondo
questo standard, due nazioni si trovano in cima alla gerarchia globale: gli
Stati Uniti e la Russia, con la Cina che emerge come un potente contendente
economico.
Gli
Stati Uniti vedono la Russia, con le sue vaste risorse e l'influenza
geopolitica, come l'ostacolo più significativo al suo dominio, e Washington ha
mostrato un desiderio implacabile di indebolire la Russia con ogni mezzo
necessario.
Una
volta neutralizzata la Russia, è molto probabile che l'attenzione si sposterà
sulla Cina e potenzialmente anche sull'India.
In questa ricerca, altre nazioni strategiche, tra cui
l'Arabia Saudita, la Turchia e l'Indonesia, potrebbero affrontare
l'instabilità, con l'Occidente che cerca di destabilizzare questi attori chiave
al fine di espandere la propria influenza.
Molti
sperano in una soluzione pacifica della crisi ucraina in corso, ma io sono
fortemente in disaccordo con questa visione ottimistica.
L'Occidente
politico ha deliberatamente architettato questa crisi, non con l'obiettivo di
promuovere la pace, ma piuttosto per far avanzare l'espansione della NATO fino
alle porte della Russia.
Per
l'Occidente, non c'è prezzo troppo alto per il raggiungimento dell'egemonia
occidentale unipolare.
La
recente decisione di fornire all'Ucraina missili a lungo raggio è una chiara
indicazione delle vere intenzioni dell'Occidente.
Questi
missili non hanno lo scopo di garantire la pace o proteggere gli ucraini; sono
progettati per provocare la Russia, spingendola in un ulteriore conflitto.
Ancora
più preoccupante, i generali russi sono stati presi di mira e uccisi in pieno
giorno all'interno della stessa Mosca, uno sviluppo senza precedenti che
segnala la crescente intensità di questa lotta geopolitica.
Al di
là dell'Ucraina, la mappa geopolitica continua a spostarsi a favore
dell'Occidente.
La
presenza russa a Tartus, in Siria, una base chiave nel Mediterraneo, è stata
ora minata, lasciando la regione vulnerabile ai terroristi sostenuti
dall'Occidente, compresi i gruppi con legami con Al-Qaeda.
In
Siria, la manipolazione dell'Occidente ha permesso a questi gruppi terroristici
di controllare vaste aree di territorio.
Il
prossimo bersaglio nel mirino dell'Occidente sarà probabilmente l'Iran, una
nazione che ha resistito a lungo all'influenza occidentale.
L'idea
di un "secolo asiatico", l'ascesa del Sud del mondo, o l'ascesa della
Cina come superpotenza globale, non è altro che una distrazione.
Queste
narrazioni sono solo fumo negli occhi, progettate per distogliere l'attenzione
dalle vere dinamiche in gioco.
Nel
frattempo, Israele, uno stato cliente di lunga data degli Stati Uniti, continua
ad espandere la sua influenza, invadendo ora la cosiddetta "Grande
Siria".
Il
Medio Oriente allargato, un tempo una regione di importanza strategica per
molte potenze globali, è diventato compiacente, non riuscendo a resistere a
questa nuova ondata di colonizzazione.
Quello a cui stiamo assistendo ora è la
rinascita di un imperialismo moderno – un "colonialismo 2.0" – in cui
l'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, cerca di rifare il mondo a sua
immagine, subordinando tutte le nazioni che si rifiutano di allinearsi.
In
conclusione, la grande strategia dell'Occidente politico è chiara: controllare,
dominare e soggiogare ogni angolo del globo, usando tutti i mezzi per
raggiungere i suoi fini.
Che si
tratti di un'azione militare diretta, di guerre per procura o di manipolazione
economica, l'Occidente non si fermerà davanti a nulla per rimodellare il mondo
a sua immagine.
Il Sud del mondo, l'ascesa delle potenze
emergenti e le speranze di pace sono tutti secondari rispetto a questo
obiettivo generale dell'egemonia occidentale.
Quella
a cui stiamo assistendo non è solo una lotta geopolitica, ma la continuazione
di un progetto coloniale secolare.
(Vijaya
Dissanayake è un giornalista della “Sri Lanka Rupavahini Corporation” -SLRC).
Bill
Gates lancia un piano per
vaccinare
le persone
senza
il loro consenso.
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (5 Gennaio 2025) – ci dice:
(Frank
Bergman, slaynews.com).
Il
co-fondatore di Microsoft Bill Gates ha investito milioni di dollari nel suo
piano di utilizzare un “esercito di zanzare” come “vaccinatori volanti” per
vaccinare in massa intere popolazioni senza il consenso dei singoli.
Negli
ultimi due anni, il miliardario Gates ha intensificato gli sforzi per
promuovere l’uso delle zanzare per vaccinare una popolazione riluttante.
A
novembre, uno studio del “Leiden University Medical Center” (LUMC) è stato
pubblicato sul “New England Journal of Medicine”.
Lo
studio ha concluso che le zanzare potrebbero essere utilizzate come
“vaccinatori volanti”.
Tuttavia,
la Fondazione Bill & Melinda Gates ha finanziato la ricerca del LUMC per
anni.
La
Fondazione Gates ha erogato al LUMC 1.578.317 dollari nel settembre 2023 e
altri 2.287.871 dollari nel novembre 2024 per condurre una ricerca sulla
vaccinazione delle persone con le zanzare.
Nello
studio della LUMC, 43 adulti di età compresa tra i 19 e i 35 anni, senza
precedenti di malaria, sono stati divisi in tre gruppi.
Ogni
gruppo ha ricevuto delle punture di zanzare portatrici del parassita GA2, del
parassita GA1 o di nessun parassita (placebo).
I
partecipanti sono stati sottoposti a tre cicli di vaccinazione tramite zanzara,
distanziati di 28 giorni.
Tre
settimane dopo l’ultimo ciclo, tutti i partecipanti sono stati esposti alla
malaria attraverso le punture di zanzare infette.
I
risultati hanno mostrato che otto partecipanti su nove del gruppo GA2 sono
stati protetti con successo dalla malaria.
Rispetto
a solo uno su otto del gruppo GA1 e a nessuno del gruppo placebo.
I
ricercatori olandesi cercano ora di replicare i loro risultati in una
sperimentazione sull’uomo più vasta.
Tuttavia,
la spinta ad andare avanti con il piano ha sollevato preoccupazioni etiche
riguardo al consenso informato e alla sicurezza medica.
I
critici sostengono che aggirare i metodi di vaccinazione tradizionali e le
procedure di consenso potrebbe essere eticamente inaccettabile e creare un
pericoloso precedente.
Il
concetto di utilizzare le zanzare come “vaccinatori volanti” non è tuttavia
nuovo.
Nel
2010, il ricercatore giapponese Shigeto Yoshida aveva modificato la saliva
delle zanzare per somministrare vaccini contro la leishmania ai topi.
Yoshida
aveva sostenuto che la vaccinazione tramite insetti potrebbe essere indolore e
conveniente.
Tuttavia,
Yoshida aveva anche riconosciuto che i problemi di sicurezza medica e le
preoccupazioni sul consenso informato attenuano l’uso di questo metodo per la
somministrazione di vaccini.
Il
famoso cardiologo “Dr. Peter McCullough” si è incontrato con “Grant Stinchfield”
per discutere il piano di Bill Gates di utilizzare le zanzare per vaccinare
forzatamente le persone e i risultati dello studio della LUMC.
(Bill
Gates Advances Plan to Vaccinate Public Without Consent).
La
spinta di Gates arriva mentre i principali esperti hanno sollevato
preoccupazioni sui piani di vaccinazione a tappeto di intere popolazioni senza
consenso.
Come
ha riferito Slay News, il Dr. Robert Malone, il biochimico di fama mondiale
accreditato come l’inventore della tecnologia mRNA, ha denunciato i piani
agghiaccianti per vaccinare i membri del pubblico senza il loro consenso.
In una
nuova intervista bomba con” Infowars”, Malone ha rivelato che l’industria
farmaceutica ha lavorato a piani per sviluppare vaccini che possono aggirare il
consenso.
Malone
ha rivelato che i produttori di vaccini hanno lavorato su metodi per vaccinare
la popolazione tramite l’approvvigionamento alimentare.
Tuttavia,
ha osservato che gli scienziati non sono riusciti a sviluppare materiale in
grado di sopravvivere al sistema digestivo umano.
Per
combattere questo problema, Malone ha rivelato che le aziende farmaceutiche
hanno sviluppato dei “vaccini infettivi”.
Malone
spiega che questi possono essere “trasmessi” da una persona all’altra come un
virus.
(mRNA
Inventor Blows Whistle on Plans for 'Infectious Vaccines').
Questa
trasmissione consente ai governi e alle aziende farmaceutiche di aggirare la
necessità di ottenere il consenso dei singoli individui che scelgono di non
vaccinarsi.
Nel
frattempo, Gates
ha chiesto che i cittadini vengano censurati dall’intelligenza artificiale (AI)
se mettono in discussione le narrazioni ufficiali sui “vaccini”.
Come
riporta “Slay News”, Gates, il cofondatore di Microsoft legato a Jeffrey
Epstein, ha fatto questa richiesta durante una recente intervista con la CNBC.
Stava
parlando della “minaccia” dei “No vax” e promuovendo piani per gestire
l’“esitazione da vaccino” utilizzando la censura “in tempo reale” imposta
dall’AI.
Gates
sostiene che coloro che esortano le persone a evitare i vaccini stanno
“incitando alla violenza”.
Pertanto,
insiste sul fatto che i “No Vax” sono una “minaccia” per la salute pubblica.
Come
risposta, Gates
propone un approccio totalitario, invocando la necessità di imporre dei “
limiti” al discorso.
Sostiene
che i sistemi informatici basati sull’AI possono eliminare la “disinformazione
sui vaccini” in tempo reale.
(Bill
Gates Calls for 'Anti-Vaxxers' to Be Censored by AI: Questioning 'Vaccines' Is
'Violence').
(slaynews.com/news/bill-gates-advances-plan-vaccinate-public-without-consent/).
La
democrazia degli Stati Uniti
è una
farsa? Biden ci ha dato
la
risposta. Stavi ascoltando?
Unz.com
- Jonathan Cook – (30 dicembre 2024) – ci dice:
Solo
in un mondo di finzione politica il resoconto del “Wall Street Journal” sul
declino cognitivo di Biden, durato anni, e sul suo occultamento da parte dei
suoi funzionari, conterebbe come uno scoop.
Solo
nel mondo della finzione politica che abitiamo in Occidente il resoconto del
Wall Street Journal sul declino cognitivo di Biden, durato anni, e sul suo
occultamento da parte dei suoi funzionari, conterebbe come uno scoop.
E solo
in un mondo in cui i media di proprietà dei miliardari costruiscono e
controllano da soli ciò che conta come realtà, il WSJ sarebbe in grado di
pubblicare questa storia senza che ci si aspettasse che considerasse anche ciò
che significa per la democrazia professata in America.
L'imperatore,
ci viene ora detto, era nudo per tutto il tempo.
Come
hanno fatto a volerci più di quattro anni perché gli impavidi e tenaci media di
proprietà dei miliardari se ne accorgessero?
Il WSJ
riferisce che già nel 2021 Biden ha avuto quelle che i suoi funzionari hanno
descritto come "brutte giornate" in cui la sua mente lavorava così
male che doveva essere tenuta lontana dai membri del Congresso e dai suoi
stessi colleghi di gabinetto.
Era
così isolato che raramente incontrava anche figure chiave che dirigevano la
politica della Casa Bianca, come i Segretari di Stato, della Difesa e del
Tesoro.
È
stato in grado di tenere solo due o tre riunioni di gabinetto all'anno durante
il suo mandato di quattro anni – un totale di nove, rispetto alle 19 di Barack
Obama e alle 25 di Donald Trump.
I suoi
assistenti si allontanavano a malapena dal suo fianco perché avevano bisogno di
sussurrargli istruzioni per svolgere i compiti pubblici più semplici, come ad
esempio dove entrare e uscire da una stanza.
La
preoccupazione è diventata mainstream solo quando si è comportato in modo
catastrofico in un dibattito televisivo senza copione contro Trump a giugno,
dovendo infine ritirarsi dalla sua rielezione e lasciare che la sua
vicepresidente, Kamala Harris, prendesse il sopravvento.
Poco
dopo, è emerso che aveva ricevuto visite regolari alla Casa Bianca da un
importante neurologo ed esperto di Parkinson.
Molti
osservatori – me compreso – hanno sottolineato l'infermità mentale di Biden fin
dall'inizio.
“Matt
Orfalea” ha compilato per anni video delle sbalorditive gaffe e delle
confusioni verbali del presidente.
Nessuno di noi era genuino. Non abbiamo avuto bisogno di
accedere ai 50 addetti ai lavori della Casa Bianca intervistati dal WSJ. Era
ovvio in modo accecante.
Bisognava
mentire, o ipnotizzare, per negare ciò che era così visibile.
Eppure,
ogni volta che abbiamo sottolineato il chiaro deterioramento cognitivo di
Biden, siamo stati accusati di promuovere teorie del complotto, di commettere
abusi sugli anziani o di sostenere Trump.
L'imperatore,
così ci è stato detto, era completamente vestito.
La
verità su Biden non è trapelata all'improvviso dai suoi funzionari.
I politici di alto livello di entrambi gli
schieramenti lo sapevano.
I corrispondenti della Casa Bianca lo
sapevano.
Gli
editori lo sapevano.
E
tutti hanno mentito per proteggere il sistema di potere a cui appartengono, il
sistema che li mantiene occupati in modo retribuito, il sistema che mantiene il
loro status.
Nessuno avrebbe scosso la barca.
Il WSJ
non ha improvvisamente scoperto cose che prima non sapeva.
Il
motivo per cui ora sta venendo fuori – così come lo sono i membri dello staff
della Casa Bianca – è che il presidente Biden è quasi fuori dalla porta.
La verità non è più una seria minaccia per il sistema
di potere di Washington.
Ci
saranno altre rivelazioni sull'incapacità di Biden – forse contenute in un
futuro libro di “Bob Woodward” – dopo che la sua presidenza sarà diventata un
lontano ricordo.
Quando
è sicuro che venga raccontata l'intera storia.
Quando
le bugie non sono più importanti.
Ma più
significativo degli inganni dei media è il fatto che gran parte del pubblico ci
è cascato, non una volta, ma più e più volte: giorno dopo giorno, settimana
dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno.
Perché?
Perché
troppi di noi sono nella morsa del sistema di propaganda dell'Occidente.
Crediamo
che ci si debba fidare dei media di proprietà dei miliardari, che servano il
bene pubblico, non la ricchezza privata.
Se una
grossa fetta dell'opinione pubblica può essere persuasa che un uomo che non è
in grado di trovare la porta attraverso la quale dovrebbe uscire è
"affilato come un chiodo", allora perché non dovrebbero anche credere
che gli Stati Uniti stiano promuovendo la democrazia come hanno devastato il
Medio Oriente negli ultimi due decenni per controllare il petrolio della
regione?
O che
Washington stia cercando la pace per il mondo e per l'Ucraina armandola con
armi sempre più offensive contro una Russia dotata di armi nucleari in modo che
gli Stati Uniti possano piazzare missili balistici alle porte di Mosca?
O che
gli Stati Uniti vogliano un cessate il fuoco a Gaza anche se forniscono
munizioni, intelligence e copertura diplomatica a Israele per compiere un
genocidio lì?
Il
problema è che, sottoposti a una vita di propaganda d'élite, molti sono più
pronti a credere a quella stessa propaganda che all'evidenza dei propri occhi.
Sono veramente ipnotizzati.
Anche
ora, molti stanno ascoltando le "rivelazioni" del lungo declino di
Biden e, proprio come il WSJ, non si chiedono come abbiano funzionato gli Stati
Uniti negli ultimi quattro anni con un presidente a malapena in grado di
leggere un gobbo, uno la cui mente è così vuota da poter vagare nel bel mezzo
di una conversazione.
Gli
Stati Uniti funzionano da soli?
Ha bisogno di un presidente?
O il presidente non è altro che una figura di
spicco di una burocrazia permanente che si aspetta di esercitare il potere
nell'ombra, inosservata dagli elettori e non deve rendere conto a loro?
Gli Stati Uniti sono una democrazia, o la
democrazia è solo una facciata dietro la quale un'élite ricca mantiene il suo
potere?
Biden
ci ha dato la risposta.
Stavi
ascoltando?
«GLI
IPOPENSANTI.»
Inchiostronero.it
- Roberto Pecchioli – (5-gennaio – 2025) – ci dice:
Se gli
intellettuali italiani esistessero davvero userebbero l’intelletto per cose
infinitamente più importanti.
Il
denaro digitale realizza l’asservimento totale alla tecnica e allo stato, rende
l’individuo spegnibile con un clic.
In un
mondo senza contanti l’uomo con la carta bloccata, o non funzionante per
guasti, è un cadavere sociale.
Non
c’è pace neppure al bar.
A una
cliente dubbiosa su un vino, il titolare ha risposto piccato che “la marca è la
migliore di tutte, lo ha detto l’Intelligenza Artificiale”.
Non
conoscevamo – maledetta ignoranza – le doti di sommelier della scatola magica,
ma ci ha colpito la fede cieca nel giudizio di un apparato tecnologico.
Viene
in mente un’espressione attribuita ad Agostino di Ippona: Roma locata, causa
finita.
La questione (del Prosecco…) è risolta da
un’autorità assoluta, inappellabile.
Una
macchina oggetto di culto, anzi di fede.
L’Intelligenza
Artificiale dirime ogni dibattito dall’alto di una potenza, di un’aura di
infallibilità superiore a ogni oracolo o divinità.
La
tecnica si divinizza e intanto esenta dal pensiero, dal giudizio, dall’onere di
ragionare o risolvere autonomamente problemi.
Siamo
diventati ipo-pensanti.
O
de-pensanti liberati da un affanno insostenibile, la riflessione che dà il mal
di capo e obbliga a prendere in considerazione punti di vista, idee,
prospettive diverse.
Impresa
faticosa, noiosa, soggetta a sbagli.
Meglio
la rassicurante opinione comune, specie se indiscutibile perché prodotta (il
verbo dovrebbe indurre alla riflessione) da una macchina.
Scrive
lo psicologo “Roberto Marchesini” che “perdere la capacità di compiere alcune
azioni, compreso il pensiero, significa che la tecnologia ci sta facendo
precipitare all’età della pietra”.
Dell’intelligenza,
della libertà.
Troppo difficile da capire: meglio la soluzione
pronta, a portata di clic sullo smartphone o sulla Chat GPT alimentata
dall’I.A.
La generazione ipo-pensante è fatta di
recettori passivi il cui motto è credere, obbedire, consumare.
Esente da dubbi, poiché solo chi riflette
mette in discussione l’esistente.
Il
resto lo fa la macchina, con le sue risposte confezionate ammantate di
indiscutibilità tecnoscientifica e di onnipotenza.
È il soluzionismo: a tutto esiste una
soluzione, offerta dalla tecnica.
Per
risolvere tutto, cliccate qui.
Perché
dovremmo appoggiarci a leggi, Stati, istituzioni, idee, ragionamenti complessi,
tentativi, quando abbiamo a disposizione dei sensori e dei circuiti di
retroazione?
La
tecnologia è lì con un unico scopo, aiutarci, affermano color che sanno.
È un modello di governo e un programma
politico.
Unico
difetto:
è
concepito ed utilizzato contro la persona umana e le libertà.
Anziché
governare le cause dei problemi, operazione che richiede coraggio,
immaginazione, flessibilità mentale per padroneggiare la complessità, si limita
a controllare gli effetti per offrire la soluzione a uso della massa.
Una
dolce droga per schiavi soddisfatti.
La
tecnologia non ha altro scopo che funzionare. I fini sono di chi la alimenta,
controlla, impone.
Non si
tratta, se non marginalmente, dell’arricchimento. Lo ripetiamo sino
all’estenuazione. L’obiettivo è il controllo prima, il dominio poi, su
un’umanità di ipo-pensanti, una mutazione antropologica in cui ci affidiamo – o
ci consegnammo- senza anticorpi alla tecnica.
La via
dell’istupidimento per automatismo dei processi mentali, fideismo cieco nei
processi meccanici è tracciata.
Quando
serve (altro verbo che dà i brividi a chi ragiona) basta cliccare sulla
tastiera, curvi sull’apparato, digitare la domanda appropriata e in tempo reale
(la tirannia del presente diretta dal Ministero del Progresso) appare la
risposta. Facile, suadente, indiscutibile, unica, adatta per lessico e
linguaggio assertivo al pubblico medio, ossia minimo.
La
postmodernità è un gigantesco “strip tease” di massa, lo spogliarello di
pensieri, conoscenza, libertà.
Come negli spettacoli del genere, ci si libera di
tutto;
gli
abiti vengono sfilati uno alla volta sino alla caduta dell’ultimo velo tra gli
applausi del pubblico.
Nudità
cerebrale nella forma del conformismo.
Verità perché l’ha detto l’Intelligenza
Artificiale, o la televisione, o la scienza.
Le nuove religioni senza Dio, bisognose di
fedeli ipo-pensanti.
Nei mercati di una volta, si richiamava
l’attenzione gridando le lodi delle merci. Una fruttivendola del mio quartiere
usava rivolgersi agli acquirenti ripetendo: chi ci pensa resta senza.
Una
perfetta psicologa del linguaggio applicato al marketing, una maestra
inconsapevole dei meccanismi mentali di massa.
Non
dobbiamo pensare, ma acquistare:
prodotti,
idee, opinioni.
In
fretta, di getto, senza riflettere. Se ci fermiamo a pensare crolla l’artificio
degli imbonitori.
Teneva
soldi nella cuccia del cane. La senatrice Pd Cirinnà.
In
fondo si sono limitati a sostituire i principi di ieri – Dio, patria, famiglia,
lotta di classe, giustizia sociale- con credenze nuove, funzionali al mondo ipo-pensante.
Chi
pensa valuta, giudica, rifiuta, sceglie.
Proprio
quello che è vietato dal canone inverso della contemporaneità.
Se
pensi lo fai in base a un sistema di valori rielaborati, una catena di
trasmissione che la modernità ha deciso di interrompere.
Tutto
ciò che abbiamo ricevuto è falso, vero è ciò che afferma la macchina, a cui
vengono attribuite virtù di oggettività che non possiede.
La
tecnologia non è mai neutra, ma l’umanità ipo-pensante non lo sa più, perché se
ci pensa resta senza, come vuole la megamacchina della pubblicità, della
propaganda, dell’indottrinamento.
Abbiamo
molti diritti inutili, tra i quali quello di dividerci su questioni secondarie,
le liti montate ad arte da talk show televisivo, le contese in cui siamo come i
capponi di Renzo che si beccavano ma erano destinati alla tavola dell’avvocato
Azzeccagarbugli.
Ci ha sempre colpito una riflessione di cui
non ricordiamo l’autore:
le
pecore temono il lupo, ma è il pastore che le uccide.
Certo,
dopo averle nutrite e ingrassate, poiché quello è il suo interesse.
Crediamo alle mode, cioè alle scelte altrui, siamo
infastiditi dalla lettura e da qualsiasi cosa abbia bisogno di attenzione,
studio, elaborazione personale.
È il
tempo del selfie in cui riproduciamo noi stessi e il mondo diventa sfondo, anzi
location.
Le
cattedrali non furono fatte per l’ente del turismo, tuonò inascoltato “Nicolàs
Gòmez Dàvila”.
“La
civiltà dell’immagine è per natura immediata, nemica dell’onere di pensare: le
cattedrali sono state erette per essere fotografate con al centro “io”.
Lo
spogliarello dei pensieri - dunque della civiltà – produce un voyeurismo di
massa in cui vale ciò che appare.
Non
conta ciò che sono, conta che abbia un marchio, sostituto a pagamento
dell’identità perduta, ciò che indosso, uso, consumo.
Identità
significa consapevolezza di ciò che si è, ma consapevole è solo chi ragiona.
L’Io non è il Sé.
Perfino
la musica non è più tale, rumorosa colonna sonora di una terra desolata
esistenziale affogata nel ritmo ripetitivo del rap e del trap, con testi a
cavallo tra stupidità, sballo metropolitano e glorificazione del modello
amorale del successo, delle esperienze mordi e fuggi.
L’attimo
di chi, se ci pensa resta senza.
La psicologia sociale ha scoperto una nuova
sindrome, tipica dell’assenza di pensiero:
si chiama “FOMO” (fear of missing out), il
timore di essere tagliati fuori, di perdersi qualcosa nel circo degli
avvenimenti, una malattia del conformismo spensierato, cioè privo di pensiero.
Nessuno
vuole essere fuori dal gregge pur nella convinzione di essere unico, speciale.
Viaggiatori dell’identico che trovano
dappertutto l’Uguale, rassicurante, esente da giudizio, il copia e incolla
senza occhi per vedere, cervello per giudicare oltre il “mi piace- non mi
piace” delle reti sociali, immediato, definitivo, senza un perché. Fotografano
luoghi per attestare che ci sono stati.
Pollice
alzato o abbassato alle piramidi, alla Gioconda, alle cascate del Niagara,
secondo umore. Non luoghi per non-persone.
Proust
affermava di attribuire poco valore all’intelligenza.
Presagiva
forse l’atrofia della tecnicità, l’incapacità – lui cercatore, rabdomante del
tempo perduto – di uscire dalla prigione dell’attimo.
Chi ci pensa resta senza.
Senza
che cosa, se non il grande ospizio occidentale, l’indifferenza nichilista
ostentatamente gaia per coprire il nulla, la morte della metafisica e
dell’arte, derubricata a creatività soggettiva, per quanto malsana, oppure
bizzarria, eccentricità, ossia perdita del centro?
L’individualismo sfocia nel materialismo,
cioè, secondo Giovanni Gentile, nel crollo di ogni moralità.
L’ipo-pensante è centrato su sé stesso,
incapace di atti generosi o proiettati nel futuro.
Non
pianta alberi per un’altra generazione come il contadino;
preferisce
il moto senza direzione, la corsa del criceto estranea al pensiero meditante
(Heidegger) o alla calma interiorità di chi sa fermarsi, contemplare,
osservare, che “Franco Cassano” chiamava pensiero meridiano, capace di
oltrepassare il tempo lineare, contrastare il predominio febbrile del momento,
vincere l’estensione in nome della profondità.
Proust,
“Alla ricerca del tempo perduto”.
L’ipo-pensante
non è erede;
divora
quel che ha e non trasmette lasciti.
Anche
quando ama, lo fa per un attimo, una fiammata presto dispersa in cenere.
Nessuno ascolta più il monito di Ezra Pound:
“quel
che veramente ami non ti verrà strappato.
Quello che veramente ami è la tua eredità.”
L’ipo-pensante
non vuole eredi in quanto non ama.
Tutt’al
più brucia emozioni.
Nel
mondo in cui è tutto permesso, il nuovo – unico alimento del cervello che non
pensa – è l’oppio dei popoli.
Poteva dirlo solo Pasolini, un reazionario
difeso dal suo conclamato filocomunismo e dalla corazza della trasgressione
vissuta sulla pelle, non come stanca ripetizione di gesti altrui.
Tuttavia,
hanno ragione gli ipo-pensanti, che vivono assai meglio degli altri.
Si lasciano trasportare dalla corrente
convinti di averla scelta, non pochi arrivano a considerarsi riflessivi perché
comprano certi giornali o seguono certi personaggi.
Amano
il loro destino di followers – di seguaci- non guardano indietro, avanti e
neppure di lato, come i cavalli alla briglia con il paraocchi.
Fortunati
loro, che non conoscono la migrazione interiore, l’esilio dal proprio tempo,
ignorano l’ascesa dell’ignoranza, l’espansione della bruttezza, non riconoscono
il disprezzo dei gruppi dirigenti, domatori con bastone, carota e tecnologia,
non si accorgono del narcisismo che praticano e dell’adesione a valori
mercantili.
Parlano
la lingua dei dominanti senza battere ciglio.
Chi
non pensa non sospetta la possibilità di essere altrimenti.
L’antica
caverna di Platone, le ombre sui muri scambiate per luce.
Beati
ipo-pensanti, che neppure possono intuire il dolore di una frase come questa,
di “Alain De Benoist”:
“appartengo
a una generazione che nell’arco di una vita ha visto quasi scomparire una
religione, una cultura e un Paese.”
Che cosa metteranno nella loro epigrafe, se a
qualcuno verrà in mente – oh, un pensiero! – di scriverne una?
Domanda stupida: il nulla non ha storia.
(Roberto
PECCHIOLI).
COME
PUÒ LA FILOSOFIA CONTRIBUIRE
A
GARANTIRE IL FUTURO DELL’UMANITÀ?
Inchiostronero.it - Riccardo Alberto Quattrini
– Redazione – (5 - 01 – 2025) – ci dice:
La
filosofia offre strumenti indispensabili per affrontare le sfide globali.
La
filosofia, spesso percepita come una disciplina astratta e lontana dalla realtà
quotidiana, si rivela invece uno strumento essenziale per affrontare le grandi
sfide globali.
Attraverso
il pensiero critico, la riflessione etica e la capacità di immaginare nuovi
scenari, la filosofia può aiutarci a ripensare i modelli sociali, economici e
culturali su cui si basa il nostro presente.
In un’epoca segnata da crisi climatiche,
disuguaglianze e rapide trasformazioni tecnologiche, il ruolo del pensiero
filosofico è più che mai cruciale per costruire una visione sostenibile e
inclusiva del futuro.
La
filosofia, nella sua essenza più profonda, non è semplicemente un insieme di
teorie astratte, ma un linguaggio e uno strumento per affrontare i dilemmi
esistenziali, etici e sociali che l’umanità si trova ad affrontare.
Mentre
il mondo si confronta con sfide senza precedenti, dalla crisi climatica alla
crescente disuguaglianza sociale, passando per le tensioni geopolitiche e le
nuove tecnologie, la filosofia offre svariate prospettive e strumenti che
possono contribuire a garantire il futuro dell’umanità.
In questo contesto, è importante esaminare
come le discipline filosofiche, come l’etica, la politica, e la filosofia della
scienza, possano indirizzare il nostro pensiero verso soluzioni pratiche e
sostenibili.
Etica
e responsabilità.
L’etica,
in particolare, gioca un ruolo cruciale nel guidare le nostre decisioni e le
nostre azioni.
Di
fronte a problemi globali, come il cambiamento climatico, la questione dei
diritti umani e la tecnologia emergente, le domande etiche diventano
fondamentali.
La
filosofia morale ci offre gli strumenti per riflettere sulle conseguenze delle
nostre azioni e sull’impatto che esse hanno sugli altri e sul mondo.
Come sintetizza il filosofo “Peter Singer”:
“La
vera misura del nostro comportamento etico non è solo cosa facciamo, ma anche
cosa non facciamo”.
Questo implica che ogni scelta comporta una
responsabilità, e il rifiuto di affrontare i problemi attuali ci rende
complici.
La
crisi climatica, ad esempio, richiede non solo un’analisi scientifica, ma anche
un’analisi etica.
La capacità di pensare in modo critico alle
implicazioni delle nostre azioni quotidiane e delle politiche pubbliche è
fondamentale per promuovere un futuro sostenibile.
La
filosofia ambientale si occupa di questi interrogativi, proponendo visioni che
promuovono un rapporto più rispettoso e responsabile con la natura.
Come
afferma il filosofo della natura “Aldo Leopold”: “Un buon uomo è colui che fa
bene per gli altri e per il mondo in cui vive”.
“David
Charles”, noto filosofo contemporaneo, ha proposto una visione della filosofia
come promotrice di un’etica radicata nell’empatia, sottolineando che questa
qualità umana rappresenta uno strumento essenziale per affrontare le sfide
globali del nostro tempo.
La sua idea si basa sulla premessa che l’empatia,
intesa come capacità di comprendere e condividere i sentimenti e le prospettive
degli altri, possa fungere da base per una società più giusta e coesa.
L’empatia
come fondamento etico.
Charles
sostiene che l’empatia non debba essere vista come una semplice emozione o
inclinazione personale, ma come una capacità etica che può e deve essere
coltivata.
“Senza empatia, ogni tentativo di costruire
un’etica universale rischia di essere sterile o astratto,” afferma Charles.
Secondo
questa prospettiva, la filosofia deve impegnarsi a elaborare sistemi di
pensiero che valorizzino la capacità umana di mettersi nei panni degli altri,
superando barriere culturali, sociali e persino biologiche.
Un’etica
basata sull’empatia, nelle parole di Charles, richiede che si riconosca
l’interconnessione fondamentale tra gli esseri umani.
Egli
si ispira a tradizioni filosofiche che spaziano dall’etica kantiana alla
fenomenologia, cercando di conciliare la razionalità con l’esperienza
soggettiva dell’altro.
“L’empatia è il ponte tra l’universalità dei
principi morali e la particolarità delle esperienze individuali,” sostiene.
Applicazioni
pratiche dell’etica empatica.
Secondo
Charles, un’etica basata sull’empatia ha implicazioni dirette per alcune delle
questioni più urgenti del nostro tempo, tra cui:
Conflitti
sociali e culturali:
L’empatia
permette di superare pregiudizi e incomprensioni tra individui e gruppi
diversi.
Nelle
parole di Charles, “solo riconoscendo l’umanità dell’altro possiamo porre fine
al ciclo perpetuo di divisioni e violenze”.
Disuguaglianze
globali:
L’etica
empatica invita a guardare oltre i confini nazionali e a riconoscere le
sofferenze delle popolazioni meno privilegiate.
Charles sottolinea che “la globalizzazione non deve
limitarsi agli scambi economici, ma deve includere una globalizzazione
dell’empatia”.
Crisi
ambientali:
Anche
nei confronti dell’ambiente, l’empatia può giocare un ruolo chiave, aiutandoci
a percepire le conseguenze delle nostre azioni non solo sugli altri esseri
umani, ma anche sulle generazioni future e sulle specie non umane.
Charles
descrive questa prospettiva come “un’estensione dell’empatia oltre l’umano”.
Tecnologie
e intelligenza artificiale:
L’empatia
diventa un principio guida per garantire che i progressi tecnologici siano
utilizzati per migliorare la condizione umana, anziché creare nuove forme di
alienazione o ingiustizia.
“Le
macchine non possono essere empatiche, ma gli esseri umani che le progettano e
le utilizzano devono esserlo,” argomenta Charles.
Filosofia
ed educazione empatica.
Un
elemento centrale della proposta di Charles è il ruolo dell’educazione nel
promuovere l’empatia.
Egli
ritiene che la filosofia, insegnata sin dalla giovane età, possa fornire
strumenti per allenare questa capacità in modo sistematico.
Attraverso
il dialogo socratico, lo studio di casi morali e l’approfondimento di
esperienze storiche e culturali diverse, la filosofia può aiutare a sviluppare
una comprensione più profonda dell’altro.
“L’empatia
non è innata, ma può essere appresa e rafforzata attraverso l’educazione
filosofica,” afferma Charles.
Questo
approccio implica anche un cambiamento nell’obiettivo della filosofia stessa,
che dovrebbe concentrarsi meno sull’elaborazione di sistemi teorici astratti e
più sull’applicazione pratica delle sue idee nella vita quotidiana.
Critiche
e risposte.
Alcuni
critici potrebbero obiettare che un’etica basata sull’empatia rischia di essere
troppo soggettiva o parziale, favorendo coloro con cui ci sentiamo naturalmente
più vicini.
Charles
risponde a tali critiche sottolineando che l’empatia, per diventare un
principio etico efficace, deve essere integrata con la riflessione razionale e
i principi di giustizia.
“L’empatia
deve essere coltivata come una virtù universale, non come una preferenza
selettiva,” chiarisce.
Inoltre,
egli riconosce che l’empatia da sola non è sufficiente per risolvere i problemi
globali, ma insiste che essa rappresenta una condizione necessaria per
qualsiasi progresso significativo.
Senza
empatia, le soluzioni tecniche o politiche rischiano di essere prive di umanità
e, di conseguenza, inefficaci nel lungo termine.
La
proposta di David Charles di promuovere un’etica basata sull’empatia
rappresenta un appello potente per ripensare il ruolo della filosofia nella
società contemporanea.
In un’epoca di crisi globali, polarizzazione e
insicurezza, la capacità di mettersi nei panni degli altri non è solo un valore
morale, ma una necessità pratica per garantire un futuro sostenibile e
pacifico.
“L’empatia
non è solo una virtù individuale,” conclude Charles, “ma la chiave per
costruire un mondo in cui tutti possano prosperare.”
Politica
e giustizia.
Accanto
all’etica, la filosofia politica offre un’importante cornice di riferimento per
comprendere e affrontare le ingiustizie del nostro tempo.
Le
teorie politiche ci aiutano a pensare a come strutturare le nostre società in
modo che siano più giuste e inclusive.
Le idee di giustizia sociale, democrazia e
partecipazione attiva sono fondamentali per costruire comunità più resilienti e
coese. La
giustizia, come proposta da” John Rawls”, richiede che “ogni individuo abbia diritto a un
sistema di uguaglianza di opportunità”, suggerendo che la giustizia non è solo
una questione di distribuzione, ma di accesso e opportunità.
L’ingiustizia
economica e la crescente disparità tra ricchi e poveri sono aspetti critici da
considerare.
La filosofia economica, da Marx a Keynes fino
a Amartya Sen, ha cercato di analizzare le strutture economiche e il loro
impatto sulla vita delle persone.
Sen,
in particolare, ha proposto l’idea di “capability approach” per misurare il
benessere e lo sviluppo umano.
La sua affermazione che “la povertà non è solo una mancanza
di reddito, ma una mancanza di opportunità e libertà” offre una visione integrata della
giustizia economica, che deve essere alla base di qualsiasi strategia per il
futuro.
Tecnologia
e filosofia della scienza.
In un
mondo sempre più influenzato dalla tecnologia, il dibattito etico sulle nuove
innovazioni è più urgente che mai.
La
filosofia della scienza può aiutarci a comprendere le implicazioni delle
scoperte scientifiche e delle tecnologie emergenti.
La
bioetica, per esempio, è uno dei campi in cui la filosofia è chiamata a
riflettere sulle questioni morali riguardanti la vita e la salute,
dall’ingegneria genetica alla sperimentazione clinica.
Temi
come la privacy, la sorveglianza e l’intelligenza artificiale sollevano
interrogativi etici cruciali.
Come
sottolinea il filosofo Nick Bostrom, “Il progresso tecnologico è come
un’incudine: può forgiare, ma può anche distruggere”.
La
questione dell’intelligenza artificiale (IA) è emblematicamente attuale.
Mentre l’IA promette progressi significativi
in vari settori, essa pone anche rischi relativi al lavoro, alla privacy e alla
sicurezza.
Le
decisioni su come sviluppare e implementare le tecnologie devono essere guidate
da una riflessione etica profonda.
La
responsabilità nelle decisioni tecnologiche è più che mai necessaria, poiché
queste influiscono non solo su di noi, ma anche sulle generazioni future.
Come afferma il filosofo Shannon Vallor:
“L’inventore
di una tecnologia ha la responsabilità di averla progettata in modo che possa
essere usata per il bene”.
Cultura
e società.
La
filosofia offre anche strumenti per comprendere e interpretare le dinamiche
culturali e sociali.
La critica filosofica delle ideologie
predominanti, come il neoliberismo, può aprire la via verso nuovi paradigmi di
sviluppo sociale ed economico.
In un mondo caratterizzato
dall’interconnessione, la riflessione sull’identità culturale e sull’alterità
diventa fondamentale.
La
filosofia interculturale ci invita a riconoscere e apprezzare le diverse
tradizioni di pensiero, ampliando così la nostra comprensione della condizione
umana.
Il
filosofo Emmanuel Levinas ha sottolineato l’importanza dell’altro nel costruire
relazioni significative.
Come
afferma Levinas, “La responsabilità è la strada verso l’altro”.
Questa
affermazione invita a considerare l’umanità come una rete di relazioni
interconnesse, dove il benessere di uno dipende dal benessere di tutti.
Questa
prospettiva è essenziale nel promuovere una cultura della solidarietà e della
cooperazione, necessarie per affrontare le sfide globali.
Educazione
filosofica e futuro.
Infine,
l’educazione filosofica ha un ruolo chiave nel plasmare le mentalità del
futuro.
Insegnare
a pensare criticamente, a porre domande e a esaminare le proprie convinzioni è
fondamentale in un’epoca in cui la disinformazione e la polarizzazione sono
rampanti.
La
filosofia incoraggia gli individui a essere cittadini attivi e impegnati, non
solo consumatori passivi di informazioni.
Come
affermato da Socrate, “Una vita non esaminata non vale la pena di essere
vissuta”.
Investire
in un’educazione che incoraggi il pensiero critico e la riflessione etica è
particolarmente importante nelle scuole, nelle università e nelle politiche
pubbliche.
Preparare
le nuove generazioni ad affrontare le sfide globali richiede un approccio
olistico che integri conoscenze scientifiche, competenze umanistiche e
sensibilità etiche.
Conclusioni.
In un
mondo sempre più complesso e interconnesso, la filosofia offre gli strumenti
necessari per affrontare le sfide che ci attendono.
Dall’etica alla politica, dalla tecnologia
alla cultura, la filosofia non solo ci aiuta a comprendere il presente, ma ci
guida nel tracciare un futuro migliore.
Come
ha detto il filosofo Ghandi, “La vera misura di una società si può trovare nel modo in cui
tratta i suoi membri più vulnerabili”. Questa idea ci porta a riflettere sulla
necessità di pensare non solo al nostro benessere, ma a quello dell’intera
umanità.
Il
contributo della filosofia, quindi, non è relegato a un ambito accademico, ma è
essenziale nel parlare e nel plasmare il discorso pubblico.
È imperativo che i filosofi, gli scienziati, i
politici e i cittadini collaborino per costruire una società più giusta e
sostenibile.
Solo attraverso una riflessione etica profonda
e un impegno collettivo possiamo sperare di garantire un futuro dignitoso per
tutti.
In
questo saggio, abbiamo visto come la filosofia possa e debba avere un ruolo
attivo nel garantire e preservare il futuro dell’umanità.
La
sfida del nostro tempo è quella di integrare il pensiero filosofico nei
dibattiti e nelle decisioni quotidiane, per costruire un mondo più equo e
responsabile.
(Riccardo
Alberto Quattrini)
«CRONACHE
DEL CAPITALISMO
CLIMATICO»
Inchiostronero.it – Redazione - Il
Simplicissimus – (4-01-2025) – ci dice:
Quando
la crisi climatica diventa un’opportunità di profitto.
Il
racconto di un sistema che sfrutta la crisi ambientale per rinnovare sé stesso,
tra promesse di sostenibilità e nuove disuguaglianze globali.
Forse
i rigori meteorologici di questo periodo di feste potrebbero mettere in crisi
la sindrome che regna sovrana in questo lento e tumultuoso inizio secolo che
rassomiglia piuttosto a un fin de siècle:
l’atarassica convinzione di sapere tutto senza
in realtà sapere nulla.
Tra
queste convinzioni emotive, lasciatemi passare questa definizione, distribuite
al popolo a suon di miliardi concessi ai suonatori di organetti mediatici e
accademici, c’è anche la convinzione che la Terra sia destinata a bollire se
non verrà ridotto quel 4% dovuto all’azione antropica dello 0,04 per cento di
CO2 presente in atmosfera.
Si tratta di una vera e propria isteria che si è
insediata nonostante l’enorme potenza di calcolo disponibile e che si nutre di
leggende metropolitane date in pasto al pubblico come i ghiacci polari che si
ritirano, mentre invece mediamente aumentano, di coralli che spariscono quando
invece non sono mai stati così bene, di desertificazioni, mentre al contrario è
cresciuto l’areale della vegetazione.
Il ruolo della variazione naturale, dei cicli
solari, dei moti orbitali del pianeta, della quantità di vapore acqueo che
forma oltre il 90 per cento dell’effetto serra viene costantemente minimizzato
o addirittura misconosciuto:
gli scienziati che si allontanano dalla
narrazione “consolidata” sono discriminati in favore della pseudoscienza dei
comunicati stampa per convincere ad attribuire addirittura singoli eventi
meteorologici agli esseri umani.
Adesso
le temperature degli oceani si stanno abbassando anche mezzo grado in vaste
aree del pianeta e pure le temperature terrestri stanno calando:
i dati satellitari “UAH” mostrano alcuni
significativi cali mensili.
E poi dobbiamo trattare la maggior parte dei
numeri sulla temperatura della superficie terrestre con cautela se non con
aperto spirito critico, visto che molte stazioni meteo sono situate dentro il
cuscino di calore delle aree urbane, la maggior parte sono inadeguate e altre
ancora inventate:
si è
scoperto che in Gran Bretagna vengono riportate le temperature di un centinaio
di stazioni non più esistenti.
A
tutto questo occorre aggiungere gli aggiustamenti retrospettivi per esaltare
artificialmente l’aumento delle temperature e il fatto che i modelli matematici
su cui tutto questo si basa sono già stati popperianamente falsificati dal
fatto che falliscono regolarmente nel descrivere il passato.
Ciononostante
ci si dice che il riscaldamento può essere fermato solo riducendo le emissioni
di CO2 (che al contrario favorisce il mondo vegetale cui dobbiamo la nostra
stessa esistenza) e che Net Zeroè assolutamente necessario.
Questo
grottesco sbandamento non ha radici nella scienza, ma su ideologismi che
determinano il finanziamento di interi istituti di ricerca, posti di lavoro,
carriere, filiere industriali e migliaia di miliardi di investimenti che
passano dagli stati, ossia dai cittadini alle corporation che operano nel
settore e che sono spesso emanazioni del milieu finanziario.
Una
piccola parte di queste speculazioni viene investito per mantenere in vita la
lucrosa narrazione.
In realtà siamo di fronte ad una enorme
devastazione dell’ambiente:
grandi
superfici vengono coperte con moduli solari e sono costruite innumerevoli
sottostazioni;
le fondamenta in cemento armato di 1.300
turbine eoliche, che possono generare all’incirca la stessa quantità di energia
di una normale centrale a gas, sigillano circa 2.600.000 m² di terreno e pesano
5.200.000 tonnellate;
si
stanno costruendo sistemi di generazione in aree protette e le foreste vengono
abbattute per costruire turbine eoliche.
In
queste aree la biodiversità sta diminuendo drasticamente.
Tubi
d’acciaio, i cosiddetti monopali con un diametro di 12 metri e un peso di 2.500
tonnellate ciascuno, vengono conficcati nei fondali come sostegno per enormi
parchi eolici offshore così che l’ecosistema marino viene irrimediabilmente
danneggiato e infine la domanda di terre rare, necessarie per tali
realizzazioni, è in aumento e con essa la distruzione della natura che va di
pari passo con la loro estrazione.
Questo
per generare energia non sufficientemente immagazzinabile e così
strutturalmente inaffidabile da aver comunque bisogno dello stesso numero di
centrali di generazione elettrica tradizionali.
Cosa
che poi si traduce in aumento dei prezzi.
Ma
tutto questo è una manna per gli speculatori:
i
gestori degli impianti in molti Paesi ricevono una tariffa incentivante
garantita per kilowattora che è superiore ai loro costi di produzione e, per
esempio in Germania e Gran Bretagna esistono anche imposte, come la tassa sulla
rete offshore, che compensa i gestori dei parchi eolici in mare per il ritardo
nella connessione alla rete terrestre.
Sempre
in Germania una turbina eolica media da 6 megawatt (massima potenza
raggiungibile solo raramente) viene sovvenzionata con circa un milione di euro
all’anno per 20 anni con un diritto di compensazione di 0,1 centesimi/kWh.
Questo supera di gran lunga il costo di
costruzione.
Oltre
agli investitori, anche i proprietari terrieri sono contenti perché riceveranno
dai gestori dell’impianto fino a 460.000 euro di affitto all’anno per turbina
eolica. Una situazione vantaggiosa per tutti.
L’elenco
di questi benefici, Paese per Paese sarebbe molto lungo, ma una cosa è certa:
si tratta di un grande affare che trae
vantaggio dalla narrazione sul clima, dalle modellazioni computerizzate
spacciate per previsioni, dalla diuturna battaglia contro i cosiddetti
negazionisti.
Ma si
tratta di obiettivi prescritti dall’alto e dunque non hanno nulla a che vedere
con una crescita schumpeteriana, è un capitalismo climatico molto fragile,
comporta un aumento dei prezzi che colpisce l’industria manifatturiera oltre
che i ceti popolari.
Tanto
più che la rapidità assurda con cui si sta realizzando questa “rivoluzione”
costringe a importare quasi tutto dalla Cina o dall’Asia in generale,
provocando semplicemente un trasferimento di emissioni di CO2 e anzi un aumento
di esse dovuto alle realizzazioni degli impianti che oltretutto sottraggono
terreno agricolo tendendo ad aumentare anche i prezzi degli alimentari.
Insomma, l’idea di una catastrofe non basata
sui dati reali, ma su mere ipotesi che regolarmente si sono rivelate sbagliate,
sta provocando una vera catastrofe, empiricamente dimostrabile.
Tutti
noi stiamo pagando i profitti di pochi, ma potremo emanciparci dal ruolo di
vittime solo quando saremo in grado di mettere in discussione criticamente la
narrazione sul clima.
Ed è
proprio così che potremo salvare il pianeta.
«SERENDIPITÀ:
SCOPERTE
SCIENTIFICHE
E NON.»
Inchiostronero.it
- Annamaria Ragone – (4 - 01 – 2025) – ci dice:
Il
mondo della ricerca è un mondo fatto di curiosità e passione.
Benvenuti
al secondo appuntamento con il fantastico mondo della “Serendipity”. Volete un
breve riassunto dell’episodio precedente come in ogni serie che si rispetti?
Eccovi
accontentati!
Ricapitolando
un po’, la parola serendipità è stata coniata da Horace Walpole nel 11.754 EU
(1754 d.C.) e trae origine dalla fiaba persiana I tre principi di Serendippo e
significa “fare scoperte fortunate e inaspettate senza cercarle
intenzionalmente”.
Il
concetto di “serendipity” è abbastanza ricorrente anche in romanzi, film e
serie TV. È infatti alla base di trame avvincenti in cui i protagonisti si
innamorano e risolvono intrighi e misteri grazie a coincidenze fortuite.
Come
abbiamo già visto, la serendipità ha giocato un ruolo essenziale anche in molte
scoperte scientifiche rivoluzionarie.
Ma, a
proposito di scoperte… siete pronti a conoscerne altre?
Se sì,
ecco un’altra bella carrellata di scoperte scientifiche avvenute grazie
all’incastro perfetto tra talento degli scienziati e un pizzico di fortuna!
Il lisozima.
Parliamo
ora di un ricercatore che è stato fortunato non una ma ben due volte! Ma che
cu… riosone che era!
In una
giornata londinese particolarmente fredda e piovosa, il microbiologo inglese “Alexander
Fleming” si beccò un bel raffreddore ma, giustamente, anziché andarsene a casa
per rifugiarsi sotto le coperte al calduccio, decise di restare nel suo
laboratorio.
Prelevò
quindi un campione del suo stesso muco e lo mise su una capsula petri. Normale
amministrazione insomma…
Qualche
settimana dopo notò che si erano sviluppati microbi in tutto il recipiente,
tranne in quelle zone dove c’era il suo muco.
Questo
perché in numerose secrezioni quali lacrime, saliva, muco nasale, secrezioni
spermatiche e vaginali e nel latte, è presente un enzima chiamato lisozima,
dotato di attività battericida.
Insomma,
tra uno starnuto e una soffiata di naso, “Fleming” aveva fatto una scoperta non
indifferente! E questa è la prima botta di sedere.
Veniamo alla seconda.
La
Penicillina e la distrazione.
La
penicillina è un antibiotico che ha salvato milioni di vite in tutto il mondo
tant’è che la sua scoperta è valsa addirittura un bel premio Nobel al caro “Fleming”
ed è avvenuta anch’essa per caso.
Lo
scienziato stava facendo merenda quando si dimenticò un pezzo di ananas accanto
a delle piastre contenenti colonie di stafilococchi su cui stava lavorando. Al
suo ritorno in laboratorio notò che una muffa proveniente dall’ananas andato a
male aveva contaminato una coltura.
E fin
qui nulla di eccezionale, se non fosse per il fatto che questo “Terminator di
muffa” era stato in grado di uccidere tutti i batteri circostanti.
Il
ricercatore identificò la muffa come appartenente al genere “Penicillium
notatum” e, attraverso ulteriori studi, notò che questa era in grado di agire
come un killer di batteri grazie alla produzione di una sostanza che Fleming
chiamò “penicillina”.
“Penicillium
notatum”, muffa produttrice della penicillina.
Il suo
effetto anti batterico non era cosa da poco considerando la sua capacità di
annientare una vasta gamma di batteri patogeni, preservando però le cellule
umane.
Isolamento
e purificazione della Penicillina.
L’obiettivo
successivo fu quello di isolare la penicillina in forma pura e produrla su
larga scala per consentirne l’uso medico.
Inizialmente
non fu facile, ma “Florey e Chain”, due scienziati dell’università di Oxford,
riuscirono nell’intento.
Al di
là della fortuna iniziale, “Flaming”, “Chain” e “Florey” il premio Nobel per la
medicina nel 11.945 EU (1945 d.C.) se lo sono decisamente meritati.
Se
Fleming non fosse stato uno scienziato così attento e dedito al suo lavoro,
probabilmente il tutto sarebbe passato inosservato e tantissime infezioni
sarebbero rimaste mortali per chissà quanto tempo ancora.
Fleming
fu però anche molto autoironico e riconobbe lui stesso una parte di merito al
caso, affermando addirittura che “Ci sono migliaia di muffe differenti e migliaia di
batteri differenti e che la sorte abbia messo la muffa giusta nel punto giusto
è stato come vincere alla Irish Sweep” (la lotteria irlandese abbinata alle
corse dei cavalli).
Il
pacemaker – una resistenza elettrica errata.
Un’altra
storia molto curiosa è quella di “Wilson Greatbatch”, colui che ha inventato il
pacemaker… per sbaglio!
Ve lo
immaginate? “Opss, ho inventato il pacemaker…vabbè capita!”
L’ingegnere
stava studiando le correlazioni tra cuore e sistema elettrico per ottenere un
transistor che registrasse il battito cardiaco, in modo da poter identificare
potenziali problemi di salute.
Un
giorno, allungando la mano nella cassetta dei componenti per prendere un
resistore, probabilmente lo fece con gli occhi bendati perché ne afferrò uno
troppo grande, con una resistenza sbagliata.
Così facendo ottenne erroneamente un
apparecchio in grado di produrre pulsazioni identiche al normale battito
cardiaco.
“Greatbatch”
si rese subito conto di avere tra le mani un vero e proprio tesoro: aveva
infatti creato un dispositivo che poteva fungere da pacemaker artificiale per
sostituire il pacemaker naturale difettoso nelle persone affette da problemi
cardiaci.
L’era
dei pacemaker impiantabili.
A
questo punto, “Greatbatch” cercò di placare il suo entusiasmo onde evitare un
infarto e quindi la necessità di usare il pacemaker per se stesso.
Il
passaggio successivo era aggiungere una batteria che garantisse il
funzionamento del dispositivo a lungo termine ma, soprattutto, era essenziale
riuscire a ottenerne uno che funzionasse in un ambiente totalmente diverso da
un laboratorio, ovvero il corpo umano.
Per
raggiungere questo scopo aveva bisogno di alleati che non potevano sicuramente
essere altri ingegneri… nulla contro gli ingegneri eh, ma era ormai giunto il
turno dei medici.
Insieme
al suo assistente e a un medico chirurgo, “Greatbatch” collegò gli elettrodi al
cuore esposto di un cane senza però impiantare l’apparecchio nell’animale,
perché ancora la procedura chirurgica idonea non era nota.
Con
grande gioia constatarono che il pacemaker artificiale, seppur non impiantato,
stava funzionando come previso.
In
realtà, all’epoca c’erano già in giro altri pacemaker che però non funzionavano
ancora adeguatamente.
“Greatbatch”
quindi non era il solo a lavorare su questi dispositivi e, se voleva sfruttare
al meglio la botta di fondoschiena e fare la differenza, doveva darsi una
mossa.
Fu nel
’60 che i suoi pacemaker vennero impiantati per la prima volta negli esseri
umani e con grande successo!
Dopo
anni di pacemaker esterni, era ufficialmente nata l’era dei pacemaker
impiantabili.
Lo
scienziato fece finalmente i salti di gioia, tirò un sospiro di sollievo e
brevettò l’invenzione.
Insomma,
sbagliando si impara ma a quanto pare ogni tanto si salvano anche delle vite…
Evoluzione
del pacemaker dopo il primo modello inventato da “Wilson Greatbatch” nel 1960.
Il
benzene: tra sogni e realtà.
In
questo improbabile e bizzarro cast di persone di scienza alle prese con il caso
rientrano anche coloro che poi si sono chiesti “ma questa scoperta l’ho fatta
davvero o sto solo sognando?”.
Un
esempio è “Friedrich August Kekulè”.
Nell’11.865
EU (1865 d.C.) il chimico pubblicò un articolo dove definì la struttura
esagonale del benzene.
Ovviamente
in molti gli chiesero come avesse ottenuto questo risultato e lui rispose che
gli era apparso in sogno per ben due volte (chissà la faccia degli altri
scienziati dopo questa risposta).
Struttura
molecolare del benzene.
La prima volta era seduto sul suo veicolo, quando a un
tratto si assopì e vide gli atomi danzare vorticosamente e creare forme
inusuali mai viste prima.
La
seconda volta invece era seduto a scrivere il suo libro di testo quando si rese
conto di non riuscire a proseguire oltre perché troppo assorto dai suoi
pensieri. Girò quindi la sedia verso il fuoco del caminetto e, tanto per
cambiare, si appisolò. Beato lui che riusciva ad addormentarsi ovunque!
A quel
punto ebbe di nuovo una visione atomica, nel vero senso della parola:
vide gli atomi unirsi in lunghe file, sinuose
e ricurve che si attorcigliavano con un movimento simile a quello di un
serpente.
Addirittura
uno dei serpenti a un certo punto afferrò la sua stessa coda con la bocca…
eppure “Kekulè” non aveva fatto uso di funghetti allucinogeni.
Insomma,
c’è chi sogna i numeri da giocare a lotto, chi sogna di essere bocciato agli
esami, chi di sposarsi e poi c’è “Kekulè” che ha avuto il “Kulè” (il suo
cognome dice già tutto) di fare un sogno che ha lasciato il segno nella storia
della chimica.
La
nascita del dolcificante saccarina.
Non
esisteva nulla di più dolce del miele e dello zucchero almeno fino al 1879,
ovvero fino a quando il chimico “Constantin Fahlberg” non si mise a lavorare su
composti derivati dal catrame.
Voi
giustamente vi starete chiedendo: ma che caspita c’entra il catrame con lo
zucchero?
Un’insolita
dolcezza.
Un
giorno il chimico si era trattenuto fino a tardi in laboratorio per completare
degli esperimenti quando, a un certo punto, iniziò a sentire uno strano rumore:
non aspettatevi nulla di avvincente, era solo la sua pancia che brontolava.
Talmente non ci vedeva più dalla fame che, alla faccia dell’igiene e della
sicurezza alimentare, non si lavò le mani prima di cenare.
Mentre
assaporava finalmente un pezzo di pane, percepì un sapore insolitamente dolce.
Capì che il problema non era l’impasto nel
momento in cui si pulì la bocca con un tovagliolo e si accorse che era dolce
persino quello.
La
conferma però giunse quando bevve un bicchiere d’acqua posando le labbra
proprio nel punto in cui le sue dita lo avevano toccato e l’acqua sapeva di
sciroppo per quanto era dolce!
La
dolcezza, quindi, era palesemente nelle sue dita. Si leccò il pollice (perché
se non ti lecchi le dita godi solo a metà) e si rese conto di aver scoperto una
sostanza più dolce dello zucchero stesso.
L’assaggiatore
di provette.
Dopo
questo pasto all’insegna della dolcezza, “Fahlberg” tornò al suo laboratorio
per capire esattamente di cosa si trattasse e per questo assaggiò il contenuto
di ogni provetta:
“Fortunatamente per me nessuna conteneva acidi
o sostanze velenose”.
Insomma,
anche simpatico questo chimico!
Da
questi assaggi da bravo sommelier venne fuori che una delle provette conteneva
una soluzione impura di saccarina.
Da
allora ci lavorò su per mesi fino a determinarne l’esatta composizione chimica
e i modi migliori per produrla.
Superando
lo scetticismo iniziale, il successo commerciale del dolcificante saccarina fu
davvero notevole e “Fahlberg” poté fondare un’azienda di successo.
Come
potremmo raggiungere la serendipità?
Dopo
questo excursus di scoperte a dir poco esilaranti, sicuramente vi starete
chiedendo se esiste un modo per raggiungere, o comunque favorire, la
serendipità.
Una
cosa è certa: l’essere curiosi può essere di grande aiuto. Se non sei curioso
potresti non accorgerti che la strada verso la serendipità è proprio davanti a
te.
È
importante anche non essere troppo frettolosi, per poter prendere coscienza di
ciò che ci circonda e notare dettagli che altrimenti potrebbero sfuggirci.
Ma
anche essere dinamici e attivi, muoversi in qualche direzione per non restare
immobili nella comfort zone, altrimenti non ci troveremo mai nel posto giusto
al momento giusto e l’occasione non si presenterà mai.
Una
persona con tanta serendipità è infatti in grado di trarre profitto dalle
circostanze inaspettate: non si lascia di certo trasportare passivamente dal
caso, ma, anzi, lo sa gestire e pure bene.
Conclusioni.
Quindi,
ricapitolando un po’:
le persone fanno sogni strani senza neanche
fare uso di alcol e sostanze, si distraggono, si dimenticano di mangiare e di
lavarsi le mani e quando mangiano lasciano il cibo sparso in laboratorio,
assaggiano i loro stessi esperimenti e così fanno scoperte geniali e sbancano
con aziende di successo.
Quanto li stiamo invidiando…
Per
consolarvi sappiate che se la sfortuna vi persegue esiste un nome anche per
quello ed è “Zemblanity”, che è l’opposto di “Serendipity “e si riferisce al
fare “scoperte infelici e sfortunate”.
Quindi
d’ora in poi al posto di “sfiga” potrete utilizzare un termine più aulico e
ricercato.
Insomma,
abbiamo assodato che con la serendipità dalla propria parte è tutto più facile
ma, tranquilli, anche se non dovessimo mai fare scoperte rivoluzionarie qualche
bella botta di fortuna prima o poi nella vita ce la becchiamo.
La
felicità arriva sempre quando meno ce lo aspettiamo, basta saperla cogliere
anche (e soprattutto) nelle piccole cose.(Annamaria Ragone).
«TERRORISMO
INDIVIDUALE? ATTO ATROCE.
STERMINIO DI STATO? AUTODIFESA.
IL LESSICO OCCIDENTALE.»
Inchiostronero.it – Ala. De. Granha –
(4-1-2025) – ci dice:
Un’analisi
critica del linguaggio della giustificazione:
come
l’Occidente narra la violenza.
Un
atto atroce”.
Come
non condividere il giudizio di Biden nei confronti della strage compiuta a New
Orleans da un ex militare statunitense di origine araba?
Le vittime, tutte civili e totalmente estranee
a qualsiasi motivazione abbia spinto l’assassino.
Già, 10 morti statunitensi rappresentano un
“atto atroce”.
Ma
Rimbam Biden è molto meno drastico nei confronti dei 45mila palestinesi
assassinati da Netanyahu (è come se si fossero accordati sul numero di morti. È
da un po’ che la cifra è sempre quella 45mila. Invece… fdb)) dai suoi sgherri.
45mila,
in gran parte donne e bambini.
Ma,
per Rimbam Biden e per i suoi maggiordomi europei, lo sterminio di decine di
migliaia di civili palestinesi non è atroce.
«”THE
LANCET”- FORSE A GAZA IL VERO NUMERO DEI MORTI È VICINO A 200MILA».
Altri
5 giornalisti uccisi a Gaza.
Sono
200 gli operatori dell’informazione morti.
Bombardare
gli ospedali, le tende dei campi profughi, arrestare i medici per impedire che
curino feriti e malati, far morire di fame e di freddo i neonati non è atroce.
Però,
dopo, ci si interroga sulle reazioni criminali di chi si sente parte del mondo
delle vittime.
Ed i Rimbam Biden di turno, i maggiordomi, i
disinformatori si stupiscono, si indignano, si interrogano sulle ragioni che
spingono al terrorismo.
Evidentemente le stragi compiute dai “buoni”
devono essere considerate come un atto di generosità nei confronti delle
vittime.
Che
non devono ribellarsi, non devono protestare e, soprattutto, non devono
reagire.
Forse
ciò che è davvero “atroce” è questa mentalità di criminali da esportazione.
(Redazione
Electo - Ala.de.granha).
«TRUMP
INSISTE PER LA GROENLANDIA.
E LA DANIMARCA SI PREPARA
ALLA GUERRA… CONTRO MOSCA.»
Inchiostronero.it - Augusto Grandi –
(2-01-2025) – ci dice:
Groenlandia
contesa: tra Washington e
Copenaghen
cresce la tensione.
Il
presidente Trump torna a premere per l’acquisto della Groenlandia, mentre la
Danimarca rafforza la sua strategia militare temendo l’ombra russa nell’Artico.
Persino
Tajani, paragonato a qualche suo collega europeo, può essere scambiato per un
buon ministro degli esteri.
Beh,
buono magari no, ma meno peggio.
Soprattutto
rispetto al genio che guida il governo in Danimarca.
A cui, in teoria, fa capo la Groenlandia.
E
Trump ha già dichiarato che intende annettersela, fregandosene del diritto
internazionale e, soprattutto, del volere degli abitanti dell’immensa isola.
Cosa contano gli abitanti di fronte alle armi
statunitensi?
E poi,
in fondo, la linea l’ha già indicata Netanyahu con il genocidio dei
palestinesi. Per ora quelli di Gaza, poi toccherà alla Cisgiordania e poi ai
siriani nella zona più vicina ad Israele.
Il
tutto nell’indifferenza dell’Occidente collettivo e con il plauso del governo
Meloni.
Dunque,
Trump può ripetere il giochino in Groenlandia.
E lo
ha chiarito “Carla Sands”, ambasciatrice degli Usa in Danimarca durante la
prima presidenza di Trump.
“L’idea che la piccola Danimarca, che non
riesce nemmeno a difendere il proprio territorio, possa difendere la
Groenlandia è assurda.
Non
possono permettersi di difenderla o svilupparla. Quindi ciò che il presidente
Trump sta suggerendo è di buon senso”.
Arroganza,
prepotenza, cinismo.
Ciascuno
scelga la definizione che vuole per questo comportamento degli Usa. Visto che
tu, Danimarca, non puoi fare la guerra contro gli Stati Uniti, tanto vale che
ti arrendi prima di iniziarla e cedi ciò che vuole Trump.
Magari
due spiccioli, in cambio, te li regala anche.
E i
groenlandesi? Chissenefrega.
Chi
andrà mai a difenderli?
Chi li
tutelerà dallo sfruttamento delle risorse minerarie e dall’inquinamento?
Nessuno, ovviamente.
L’Occidente
collettivo è buono e giusto e può occupare ciò che vuole.
“Mette
Frederiksen”, primo ministro danese alla guida di un governo di centrosinistra,
però non intende cedere alle minacce straniere.
E
prepara le riserve alimentari in caso di guerra.
Contro
gli Usa? Macché, contro la Russia.
Che è
del tutto estranea alla vicenda.
“Quos
Deus perdere vult, dementat prius”.
Ma il
genio di Copenaghen difficilmente comprende il latino…
(Redazione
Electo - Augusto Grandi)
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