La strategia del terrore globale.

 

La strategia del terrore globale.

 

 

 

2025: la strategia del terrore globale,

 il crollo dell’anglosfera e della

repubblica di Cassibile.

Lacrunadellago.net – (03/01/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Il 2025 è iniziato sulla stessa falsariga della fine del 2024, ovvero all’insegna degli attentati esplosivi e dei soliti “accoltellatori solitari” che ormai sono diventati un appuntamento fisso dopo l’operazione di Charlie Hebdo in Francia.

In Germania e in Italia, lo stesso identico giorno, la notte di San Silvestro, si sono attivati improvvisamente due uomini, un siriano e un egiziano, che hanno iniziato ad accoltellare casualmente le persone per strada fino a quando le forze dell’ordine non sono intervenute, e nel primo caso, quello del siriano a Solingen, hanno arrestato l’uomo, mentre nel secondo, quello dell’Italia, l’immigrato non è nemmeno stato preso vivo ed è stato ucciso da un carabiniere di Rimini.

La sceneggiatura è quasi sempre la stessa, e a volte sorprende che si devi da questa quando un attentatore viene preso vivo, anche se mai le autorità cercano di capire se questi terroristi siano veramente tali oppure se siano i classici candidati manciuriani che vengono addestrati e programmati dai servizi per le classiche operazioni note nel mondo della intelligence come “false bandiere”.

Attraverso tale espressione si intendono quegli attentati che vengono messi in atto dai servizi che utilizzano questi agenti controllati tramite varie tecniche del pensiero, su tutte il famigerato programma della CIA, MK Ultra, per inscenare atti terroristici da attribuire a sigle quali l’ISIS o Al Qaeda, che in realtà non sono altro che dei marchi creati appositamente dai servizi segreti per realizzare appunto questi attentati.

Se ancora si pensa che il terrorismo sia in larga parte una sorta di fenomeno spontaneo e sporadico si è in errore, e si ignorano evidentemente i principi della strategia della tensione del secolo scorso che seminò in Italia una lunga scia di sangue.

Le evoluzioni della strategia della tensione.

 

La strategia della tensione nasce per delle logiche puramente contenitive quali le esigenze da parte dell’apparato Euro-Atlantico di utilizzare una minaccia terroristica artificiale, nel secolo passato prevalentemente di impronta comunista e marxista o “neofascista ”,  per agitare davanti agli occhi dell’opinione pubblica lo spauracchio di una minaccia che incombe sul Paese e respingere qualsiasi tentativo di uscire dal perimetro tracciato dalla NATO.

 

Negli attentati quali quello di piazza Fontana, dell’Italicus, della strage di Bologna è stata riscontrata più volte la presenza di quegli elementi dei servizi angloamericani che volevano insanguinare l’Italia per impedire a questa non tanto di entrare nel blocco sovietico, ma piuttosto di lasciare la NATO e riconquistare quello spazio di sovranità che è andato perduto dopo l’infame armistizio di Cassibile del 1943.

Nel secolo attuale invece il nemico non assume più le sembianze del comunismo ma piuttosto quelle del terrorismo islamico che è stato utilizzato come pretesto per scatenare le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, nonostante negli attentati dell’11 settembre si rilevasse più volte la presenza della partecipazione dei servizi angloamericani e soprattutto del Mossad.

Non passarono difatti nemmeno 3 giorni dopo da quegli attacchi che l’FBI, così poco efficiente nel prevenirli e così invece “efficiente” nell’individuare i presunti responsabili, pubblicava una lista dei 19 presunti dirottatori anche se 8 di questi erano vivi e vegeti, e nessuno degli accusati sapeva nemmeno pilotare un aereo.

I 19 presunti responsabili degli attentati dell’11 settembre. Nessuno di loro risulta nelle liste dei voli di quel giorno.

Già allora era chiaro che le autorità stavano semplicemente rubando le identità di persone che nulla  avevano a che fare con gli attentati perché il loro compito non era quello di risalire alla verità, ma quello di nasconderla e di sostenere la narrazione voluta da Washington e dal movimento sionista mondiale che aveva bisogno di imputare la responsabilità degli attacchi all’islamismo per perseguire il progetto di espansione dello stato ebraico.

 

Se si fosse veramente voluta cercare la verità, si sarebbe dovuto chiedere qualcosa di più, ad esempio, ai famigerati 5 israeliani del Mossad che danzavano felici davanti al crollo delle Torri oppure agli investitori della finanza ebraica di New York che prima dell’11 settembre scommettevano al ribasso contro le compagnie aeree coinvolte negli attentati e accumulavano così una fortuna su una tragedia di cui evidentemente già erano a conoscenza in anticipo.

Anche Larry Silverstein, il proprietario di origini ebraiche delle due Torri, bisognerebbe chiedere qualcosa considerato che il ricco proprietario immobiliare aveva, casualmente, stipulato una polizza di assicurazione che prevedeva l’esborso di un enorme premio, più di 4 miliardi di dollari, in caso di attacco terroristico eseguito con degli aerei contro gli edifici.

La preveggenza sembra essere un dono dalle parti di quegli ambienti sionisti ed ebraici che mai ovviamente sono stati chiamati in causa per gli attentati di quel giorno.

Stavolta, nella fase presente, ci si trova di fronte ad una evoluzione, per così dire, della strategia della tensione.

Se in passato determinati attentati servivano a lasciare immutato un certo status quo, la presenza dell’Italia nel blocco atlantico, o il progetto espansivo della Grande Israele, stavolta pare di essere più di fronte ad una logica del mero sabotaggio che vuole cercare di avvelenare i pozzi prima della inevitabile fine dell’ordine Euro-Atlantico costruito da Roosevelt e Churchill a Yalta e che ormai sta venendo definitivamente meno.

Gli Stati Uniti sono ad un passo dal consumare il definitivo divorzio con l’anglosfera e sono vicini a riappropriarsi interamente della loro sovranità delegata in passato al governo segreto di Washington, composto ovviamente dai soliti Bilderberg, Council On Foreign Relations e Bohemian Grove, ma soprattutto da pericolose sette sioniste quali Chabad Lubavitch che esercitava una enorme influenza presso le istituzioni politiche americane.

 

Trump sta per portare a termine il piano che era iniziato già 8 anni orsono quando decise di mettere fine alla globalizzazione e di portare via gli Stati Uniti dalla NATO, l’organizzazione atlantica che è stata per tutto il secolo scorso e parte di quello attuale, il vero braccio armato di quei poteri che aspirano alla costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale.

Gli attentati multipli in serie, senza precedenti, al presidente americano non sono altro che l’espressione di quella furia assassina di quegli ambienti mondialisti e sionisti che hanno cercato in ogni modo di riappropriarsi degli Stati Uniti, senza riuscirci.

Adesso si ha di fronte una reazione ancor più rabbiosa e scomposta di questi architetti del caos che stanno lasciando ormai le loro tracce ovunque.

Il ruolo dei militari nelle stragi in America.

A Las Vegas, ad esempio, il guidatore che ha fatto esplodere davanti alla Trump Tower di Las Vegas il suo furgone Tesla, Matt Livelsberger, era un ex membro delle forze speciali americane, i berretti verdi, che è stato utilizzato come una sorta di candidato manciuriano e mandato a morire in una missione suicida pur di mandare un chiaro messaggio sia ovviamente a Trump che ad Elon Musk.

Il profilo Linkedin di Matt Liverlsberger.

 

Sono avvertimenti mafiosi, o ancora più precisamente, di chiaro stampo massonico da parte di un potere morente che ormai pur di lasciare la scena sembra deciso a fare tutto il possibile per causare il più alto numero di vittime civili prima di lasciare la scena.

Anche a New Orleans sembra essersi messa in moto la macchina delle false bandiere tanto che sul furgone che ha causato la strage investendo e sparando contro diversi passanti, è stata trovata una bandiera dell’ISIS, ed è sembrato ancora una volta di tornare indietro ai tempi dell’11 settembre, quando gli agenti dell’FBI, “miracolosamente”, riuscirono a rinvenire i passaporti dei terroristi che si erano scagliati con gli aerei sulle Torri sul marciapiede dopo il crollo degli edifici, mentre delle scatole nere che avrebbero potuto far vedere cosa è veramente accaduto non ci fu traccia.

A rendere ancora più evidente che la sparatoria di New Orleans sia stata probabilmente eseguita da apparati dell’intelligence e dello stato profondo militare è il fatto che lo sparatore della Louisiana, tale Shamsud-Din Bahar Jabbar, ha prestato servizio per 8 anni nell’esercito americano presso la base di Fort Bragg, la stessa nella quale era operativo il citato attentatore di Las Vegas, Matt Livelsberger.

A Fort Bragg poi era di casa un altro personaggio come Ryan Routh, il secondo aspirante assassino di Trump che lo scorso settembre si era appostato tra i cespugli del club del golf del presidente per provare a sparagli con un AK-47.

Ryan Routh, il secondo aspirante assassino di Trump.

L’ISIS, come si vede, è soltanto il travisamento di quegli ambienti dello stato profondo militare che si servono di questo marchio per mettere in scena le famigerate false bandiere.

Non si è fatto nemmeno in tempo a commentare quanto accaduto a New Orleans che la macchina della paura globale ha messo in atto altre due sparatorie, una a New York e un’altra in Montenegro, e anche in tali occasioni il copione è sempre lo stesso.

Si attiva un “folle” solitario che per ragioni sconosciute inizia a sparare contro le persone e non si può non vedere che dietro tale modus operandi si cela costantemente una collaudata logica degli apparati dei servizi che utilizzano da decenni ormai questi candidati manciuriani per realizzare stragi di vario tipo e attuare così agende politiche prestabilite.

Come si diceva in precedenza però questi attentati non sembrano concepiti in questa fase tanto per raggiungere obiettivi che ormai sono sfumati, quanto per inseguire la logica del sabotaggio e seminare il caos in una logica ormai chiaramente ritorsiva.

Trump sembra già deciso a lasciare la NATO e attende soltanto che le sue richieste di aumentare le spese contributive degli Stati membri al 5% del PIL vengano rifiutare per farlo.

La fine della NATO e della Repubblica di Cassibile.

La trasformazione che avverrà sarà radicale. Verrà messo fine sia al ruolo della NATO stessa e alla sua funzione di salvaguardia della aspirata governance globale, ma verrà anche meno il ruolo di quelle impalcature sovranazionali che si sono sostituite agli Stati nazionali dopo la seconda guerra mondiale.

La sovranità non sarà più affare di quei ristretti circoli del potere finanziario e massonico che si radunano a Londra e Washington per poi diramare le loro istruzioni ai vari governi internazionali.

Il potere tornerà nelle mani degli Stati tornati finalmente reali entità politiche e giuridiche e non più soltanto simulacri nelle mani di finanza e massoneria.

Nel caso dell’Italia si arriverà alla inevitabile fine di Cassibile ed è questo che sconcerta di più le comparse della politica italiana che nel corso degli ultimi 35 anni, dopo il golpe di Mani Pulite, hanno agito per trasferire la residua sovranità del Paese verso i centri del potere internazionale senza preoccuparsi della devastazione sociale da loro procurata attraverso la fine della sovranità monetaria ed economica prima, e della crisi sanitaria attraverso la distribuzione dei letali sieri poi.

I traditori della patria si annidano ai piani più alti della repubblica di Cassibile ma le notti di costoro sono sempre più tormentate e incerte.

Sanno che non potranno superare indenni questa fase storica e allora non possono fare altro che subirla oppure continuare a scannarsi in una guerra tra bande nella speranza che la morte del vecchio sodale possa aiutare l’altro a mettersi in salvo.

La sensazione generale resta però immutata. Più si guarda da vicino questa crisi strutturale della repubblica fantoccio concepita a Cassibile, più ci si convince che questo sembra essere davvero l’ultimo atto di questa marcia democrazia liberale che ormai è totalmente separata dalle istanze del popolo e non ha pensato altro che ad arricchirsi a discapito di milioni di italiani.

Gli argini sono stati rotti. È stato superato il punto di non ritorno dopo il quale il popolo rifiuta la liberal democrazia in quanto il primo ha ormai compreso che la seconda è fatta per la felicità di pochi e per l’infelicità invece di molti.

Non c’è modo di arrestare tale crisi che con il passare delle settimane e dei mesi potrà soltanto che aggravarsi anche perché non c’è modo per gli attori che occupano le istituzioni di poter invertire la rotta.

Si va avanti a vista, e si subisce, come si diceva in precedenza, gli eventi senza poter fare nulla.

L’ultimo che ancora prova invano a riaffermare il vecchio status quo non è nemmeno il governo Meloni, disinteressato e latitante, ma il presidente Mattarella, sul quale negli ultimi giorni sono circolate indiscrezioni sul suo presunto precario stato di salute.

Nessuno tra i media mainstream, né tantomeno tra quelli della falsa controinformazione, si è soffermato a far notare come il capo dello Stato abbia saltato l’inaugurazione del Giubileo lo scorso 24 dicembre, e questo pare essere la conseguenza di un segnale preciso dall’alto di non accennare neanche di sfuggita alla scottante questione.

Non ha comunque molto importanza. Se davvero Mattarella non sta bene come sostengono alcuni, non sarà l’arte del far finta di nulla a risolvere i problemi del decadente establishment italiano.

Il nodo verrà al pettine così come stanno già venendo al pettine quelli di un sistema politico sempre più avvitato su sé stesso e sempre più lontano dal popolo italiano.

L’analisi politica, sociale ed economica porta inevitabilmente a concludere che questo possa essere veramente l’epilogo dell’anglosfera e della sua creatura, la repubblica di Cassibile.

Sembra davvero che le profezie dei grandi santi italiani quali padre Pio sul futuro ritorno della monarchia siano veramente alle porte.

Sono questi tempi straordinari perché si è testimoni diretti della fine di una vecchia epoca decadente e corrotta e dell’inizio di una nuova che sarà molto diversa da quella precedente.

Il 2025 sembra portare con sé queste premesse ma si tenga ben presente che gli architetti del caos faranno di tutto per seminare paura e more prima di esalare il loro ultimo fetido respiro.

 

 

 

 

Odio tutti gli indiani.

 Unz.com - Andrew Anglin – (3 gennaio 2025) – ci dice:

 

Per anni sono stato chiamato il capo dei neonazisti. È stato molto divertente all'epoca, perché non sapevo davvero cosa significasse.

Quello di cui sembravano parlare era una sorta di caricatura di un montanaro consanguineo che odia tutti senza motivo, ed era così drasticamente diverso dalla mia percezione di me stesso, e dalla percezione dei miei lettori, che era molto divertente.

Quello che i media stavano facendo era vedere una satira molto divertente sul mio sito, che era stato appositamente progettato per prendere in giro queste caricature mediatiche di "razzisti", e pensare che fosse una cosa seria.

Era un periodo selvaggio.

 

Le persone della "commedia shock" ora possono essere monetizzate e guadagnare milioni di dollari facendo una copia facsimile del mio pezzo. (Non sono risentito. Solo frustrato.)

 

Quando nel 2017 i "veri" neonazisti hanno iniziato a essere lanciati come parte di un programma dell'FBI per fomentare quel genere di cose in risposta a Trump, qualcosa che è stato lanciato da Richard Spencer e Matt Heimbach all'evento di Charlottesville, tutti non hanno fatto altro che attaccarmi perché non rientravo affatto in questo stereotipo.

 E il mio materiale si basava sulla presa in giro di quello stereotipo.

 

In primo luogo, ho vissuto una parte significativa della mia vita in paesi non bianchi, tra cui Asia, Africa, America Latina e mondo arabo.

 Questo è qualcosa che pochissime persone possono dire.

Non è certo il caso delle persone che mi ha definito hanno un neonazista, che come ha dimostrato Jared Taylor, quasi senza eccezioni vivono in quartieri che sono per oltre il 95% bianchi.

Inoltre, sono sempre stato un senofilo, sostenendo un'economia globale dominata dai cinesi.

Anche se non mi piacciono gli ebrei, gli “Steely Dan” sono la mia band preferita e non ho intenzione di scusarmi con qualche grasso ritardato in uno Stahlhelm di plastica per questo.

Anche se penso che sia importante che i gruppi siano giudicati come gruppi, sulla base delle statistiche, non ho mai giudicato gli individui che si incontrano in base a qualcosa di diverso dal loro comportamento (tranne ovviamente in casi come evitare i giovani neri di notte, cosa che tutti fanno indipendentemente dalla loro politica).

Ho sempre sostenuto i "musulmani non immigrati".

Mi sono opposto alla guerra e all'internazionalismo sia per motivi umanitari che nazionalisti.

E francamente, a volte mi sento un po' male per le persone di colore.

 

Sono cristiano e credo che tutte le persone hanno un'anima e siano uguali davanti a Dio, anche se non credo che questo abbia nulla a che fare con l'immigrazione o la percezione delle dinamiche razziali nelle società.

 I neonazisti mi chiedevano sempre di spiegare se preferivo vivere in un paese cristiano non bianco o in un paese ateo bianco.

 Ho spiegato che è una domanda ritardata perché gli atei bianchi sono ossessionati dall'inondare i loro stessi paesi di non bianchi, il che significa che non può esistere un "paese ateo bianco".

Ma in generale, preferisco vivere in un paese non bianco, perché a parte il Grande Slavistan e alcuni dei paesi circostanti, i paesi bianchi semplicemente non hanno alcuna libertà.

La vera domanda sarebbe: "Preferiresti vivere in un paese libero non bianco o in uno stato di polizia bianco gestito da ebrei brutali e donne sadiche?" e sceglierò sempre il primo.

Non sto cercando di dire "non sono razzista", perché penso di essere razzista nella misura in cui il "razzismo" è una cosa reale.

Vedo la razza come qualcosa che esiste ed è parte integrante della società.

Ma non sono una persona che "odia le persone per il colore della loro pelle", che non è una cosa reale, e penso che sia chiaro a chiunque mi legga che le mie opinioni sulla razza sono molto più ponderate che odiose.

Questo fino a quando Elon Musk non ha lanciato il suo programma per sostituire gli americani bianchi con persone provenienti dall'India, e ho iniziato a guardare i video che la gente pubblicava sugli indiani.

 

Quando ho guardato quel particolare video, mi sono reso conto che l'unica emozione che provo nei confronti di queste persone è l'odio crudo e ribollente.

In realtà sono stato in India e non ho sviluppato alcun tipo di odio. Sviluppai disgusto e descrivevo il paese come "pazzo", "pazzo" e "il più sporco buco di della terra", ma l'intera faccenda mi sembrò semplicemente scioccato.

Atterrare a Mumbai è come attraversare una versione odiosa, puzzolente e discarica di Toontown in Chi ha incastrato Roger Rabbit.

L'India è un cartone animato, non sembra la realtà e, francamente, mi è sembrata innocua.

Tutti sono stati gentili con me. Alcune persone mi hanno derubato, come ci si aspetterebbe, ma sono stati gentili.

Non so quanta differenza ci sia tra gli indiani in India e la diaspora, e quanto di ciò sia solo una mia percezione, ma a questo punto non mi interessa nemmeno.

Sono così indignato per queste persone che vengono nel mio paese, sono così disgustose, parlano con quella voce cantilenante idiota mentre affermano apertamente che stanno sfruttando la mia gente con l'obiettivo di infiltrarsi e dominare, che tutto ciò che riesco a provare è un odio generalizzato.

Sono diventato una caricatura dell'odio razzista. Ora credo che tutti gli indiani dovrebbero essere raggruppati insieme e odiati, universalmente.

Francamente, non so nemmeno più se riesco a masturbarmi guardando Vantage con Palki Sharma.

Sebbene abbia appena detto che Trump sta combattendo la volontà popolare del popolo americano spingendo questa agenda, che Trump ha cambiato idea solo perché le aziende tecnologiche lo hanno pagato, e persino che l'H-1B è fondamentalmente una truffa delle aziende tecnologiche per abbassare gli stipendi delle persone.

Non afferma che gli indiani siano superiori e afferma che aumentare il requisito salariale vanificherebbe completamente lo scopo del programma.

Aggiunge che siamo razzisti perché non vogliamo gli indiani, ma la conclusione generale è molto migliore di qualsiasi altra abbia visto sui media statunitensi.

 

Sospirare.

Potrei non avere la resistenza per odiare l'intera gara.

Lo farei se potessi.

 

Ma, guardate: dobbiamo deportare tutte queste persone, compreso e soprattutto Vivek. Non possiamo averli.

Non è perché "sono migliori di te". È perché sono organizzati, attraverso il nepotismo tribale, per sfruttarvi. Inoltre, queste società di reclutamento indiane stanno organizzando la parte più spietata della loro popolazione di 1,5 miliardi di persone per mandarle a fregarci.

 È un programma di conquista.

Non dover competere con queste persone. Dovremmo avere un mercato del lavoro protetto in cui tutta la ricchezza del nostro paese, che i nostri antenati hanno costruito, vada a noi, non agli estranei.

Per fortuna, questa debacle dell'H-1B ha portato alle masse idiote la domanda principale: "Che cos'è un americano?"

Questa domanda è stata spazzata via con successo dagli ebrei e dai loro tirapiedi nel GOP per molti anni, ma non sono più in grado di sopprimerla e devono rispondere.

"Un americano è chiunque viva in America e crede in alcuni 'valori' contorti" non è una risposta.

Non credere nei "nostri valori".

Non ho idea di cosa significa "i nostri valori", ma so che gli indiani hanno valori completamente diversi, quindi qualsiasi cosa si intende quando si dice "i nostri valori" non può essere qualcosa in cui gli indiani credono.

Inoltre, se si deve credere che "i nostri valori" siano americani, ciò significherebbe che i bianchi discendenti dai viaggiatori sulla Mayflower potrebbero potenzialmente smettere di essere americani in base ai loro valori, a quel punto, secondo questa teoria, sarebbe ragionevole privarli della loro cittadinanza.

 

"Un americano" deve essere una persona bianca o, suppongo, un africano occidentale.

 Capisco che alla gente non piacciano i neri, a nessuno piacciono i neri, ma cosa ci puoi fare?

In termini di conversazione sull'identità americana, devi includere i neri per evitare che le persone dall'altra parte della discussione confondano le cose.

Inoltre, non so cosa siano i neri se non americani.

Per quanto riguarda la questione dei neri: molti paesi hanno popolazioni minoritarie, e questi paesi non usano il fatto di avere popolazioni minoritarie per affermare che la loro nazione è "un'idea" e quindi chiunque può viverci.

Gli Stati Uniti esistevano da centinaia di anni prima che gli ebrei iniziassero a dire "beh, poiché ci sono neri qui, significa che i bianchi non esistono, il che significa che tutto il mondo può venire a vivere qui".

Prima di tutto, dobbiamo liberarci di questi indiani.

Sono una minaccia esistenziale primaria per l'America, seconda solo agli ebrei stessi.

Gli indiani stanno arrivando con una mentalità da conquistatori, stanno usando qualsiasi potere abbiano per far entrare più indiani, e poi in qualsiasi organizzazione in cui riescono a insinuarsi, usano la loro influenza per far entrare più indiani.

Dobbiamo far uscire queste persone e dobbiamo farlo in fretta.

Dimenticate i messicani. Sono una seccatura, ma la minaccia non è esistenziale.

Mentre l'amministrazione Trump ha fatto del suo problema numero uno quello di seppellirci tra gli indiani, noi dobbiamo creare l'ordine del giorno numero uno per rimuovere queste persone.

Ovviamente, questa è una democrazia, quindi non importa cosa vuole la gente. Non hanno la capacità di influenzare le decisioni del governo. Ma la gente di Trump dovrebbe essere costantemente protestata e condannata in ogni momento per questo complotto vizioso.

La buona notizia è che la sinistra non si preoccupa di difendere gli indiani.

 La maggior parte delle persone di sinistra che ho visto dicono che il programma H-1B riguarda lo spostamento dei lavoratori americani.

 La sinistra per lo più difende solo le persone che necessitano patetiche e inutili, come i neri e gli haitiani mangiatori di cani.

Abbiamo solo bisogno di mantenere l'energia qui.

Costringi Elon Musk a censurare tutti.

Continua a parlare di questo problema.

 

 

 

Lotta al Terrorismo.

Esteri.it – Governo Italiano – (13-2-2015) – ci dice:

 

Le misure e la lotta al terrorismo in Italia.

La cooperazione internazionale come chiave di volta della lotta al terrorismo.

La comunità internazionale ha sviluppato, fin dall’11 settembre 2001, iniziative volte alla prevenzione ed al contrasto della minaccia terroristica, utilizzando di volta in volta strumenti militari, di “law enforcement” o affrontando, sotto il profilo della prevenzione, anche quelle condizioni di natura sociale ed economica che possono favorire la diffusione della propaganda estremista e del reclutamento di terroristi.

L’Unione Europea sottolinea la necessità di un approccio integrato, in cui ogni componente (indagini investigative, attività di intelligence, dimensione politico – diplomatica, dialogo interculturale e interreligioso, lotta al finanziamento, sicurezza dei trasporti, strategia di contrasto al reclutamento e alla radicalizzazione) gioca un ruolo essenziale e sinergico.

Un principio irrinunciabile per l’Unione Europea – ma riconosciuto anche in atti pertinenti delle Nazioni Unite, come la Strategia Globale di contrasto al terrorismo adottata dall’Assemblea Generale nel settembre 2006 e rinnovata ogni biennio- è che la lotta al terrorismo deve svilupparsi nel rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani e diritto internazionale umanitario, nonché dello stato di diritto.

 

La risposta dell’Italia – L’adeguamento sul piano legislativo ed istituzionale.

 

L’Italia è attualmente dotata di una legislazione in linea con i più elevati standard internazionali in materia di contrasto al terrorismo ed all’estremismo violento. Il nostro ordinamento ha gradualmente abbandonato il quadro normativo approvato per fronteggiare la minaccia terroristica degli anni ’70 del secolo scorso per adeguarsi alle mutate sfide poste dalla minaccia terroristica dei decenni successivi, coniugando misure repressive con intenti di prevenzione del fenomeno.

 

Nel 2015, con l’adozione del Decreto Legge n. 7 del 18 febbraio 2015 avente ad oggetto “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale(…)”, poi convertito nella Legge n. 43 del 17 aprile 2015, il nostro Paese si è adeguato alla Risoluzione n. 2178 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2014, volta in particolare a colpire il fenomeno dei combattenti stranieri, i cosidetti “Foreign Terrorist Fighters” (FTF).

 

Con la Legge 43 il legislatore italiano ha ulteriormente potenziato i meccanismi di contrasto al terrorismo internazionale, con particolare riguardo al fenomeno dell’estremismo islamico-fondamentalista, a pochi mesi dagli attentati di Parigi del 7 gennaio 2015.

La Legge trae origine dall’esigenza di poter contare su strumenti giuridici più efficaci per il contrasto al fenomeno degli FTF e, fra questi, dei c.d. ‘lupi solitari’, ovvero di persone, spesso immigrati anche di seconda o terza generazione, che si sono convertite a titolo individuale alla causa del “Jihad” e che agiscono “motu proprio”.

Vale a dire un profilo di terrorista distinto da quello tradizionale, affiliato a un’organizzazione criminale, anche internazionale, come era descritto dall’Art. 270-bis e successivi del Codice Penale (Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale).

Le strategie di contrasto identificate dalla Legge 43/2015 si articolano attraverso la previsione di nuove norme incriminatrici o nell’allargamento delle maglie di quelle già esistenti (l’incriminazione dell’arruolato e non solo del reclutatore, l’auto- addestramento, l’organizzazione di trasferimenti all’estero per finalità di terrorismo) e tramite l’adozione di misure di prevenzione personali, regolate oggi organicamente dal codice antimafia (d.lgs. n. 159/2011)

. Su quest’ultimo versante, la Legge intende da un lato impedire a chi (italiano o straniero) sia sospettato di simpatie per la causa fondamentalista di uscire dal territorio nazionale, con lo scopo di andare a combattere a fianco delle milizie islamiste (e di tornare poi nel nostro paese con un carico di esperienze maturate sul campo) e, dall’altro, ad allontanare  dal territorio nazionale lo straniero non UE indiziato, ancora una volta, di connessioni con il terrorismo, o che abbia anche solo manifestato la volontà di combattere in conflitti all’estero.

 

L’espulsione amministrativa dello straniero per motivi di ordine e sicurezza pubblica, prevista dal D.L.vo 286/98, viene adottata dal Ministro dell’Interno (o dal Prefetto con delega del Ministro) con provvedimento che motivi la pericolosità dell’espulso in relazione alla “sicurezza dello Stato”, come nel caso di soggetti implicati in attività di spionaggio o di terrorismo.

Si tratta di uno strumento flessibile per un’opera preventiva del rischio terroristico nei confronti di quei cittadini, regolarmente presenti sul territorio nazionale, che pur non avendo compiuto reati riconducibili alle categorie citate al paragrafo precedente presentano un pericolo per lo Stato.

La Legge 43 ha inoltre affidato per la prima volta un ruolo di coordinamento delle indagini in materia di terrorismo alla Procura Nazionale Antimafia, ribattezzata ora “Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo”.

 

Il legislatore è tornato sulla materia del contrasto al terrorismo nel 2016, attraverso l’adozione della legge n. 153 dello scorso 28 luglio.

Essa adegua il nostro ordinamento ad una serie di impegni internazionali in materia, apportando altresì alcune modifiche al Codice Penale, aggiungendo ulteriori fattispecie incriminatrici quali:

a) i delitti di finanziamento di condotte con finalità di terrorismo,

b) la sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro,

c)  atti di terrorismo nucleare; prevedendo altresì una nuova ipotesi di confisca obbligatoria per tutti i reati commessi con finalità di terrorismo.

 

Il 19 giugno scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana il decreto legislativo n. 90 del 25 maggio 2017 attuativo della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo e recante modifica delle direttive 2005/60/CE e 2006/70/CE nonché attuazione del regolamento (UE) n. 2015/847.Con la Legge n.431/2001 era stato istituito nel nostro ordinamento il Comitato di Sicurezza Finanziaria (CSF) presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con compiti di coordinamento fra le Autorità e le Forze di Polizia competenti nell’azione di contrasto al terrorismo e di supervisione delle attività connesse all’attuazione delle sanzioni internazionali. Le funzioni del CSF sono state successivamente ampliate fino a includere la materia del riciclaggio.

 

Con la Legge n. 438/2001, approvata all’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, erano state adottate misure urgenti per la prevenzione ed il contrasto dei reati commessi per finalità di terrorismo internazionale. 

Fra queste la punibilità di chiunque “promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia” associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza compiuti con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento democratico.

In tale quadro normativo, il Decreto Legislativo n.109 del 2007, emanato in attuazione della Direttiva 60 del Consiglio Europeo del 2005, ha fra le altre cose istituito l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia, che ha sostituito il soppresso Ufficio Italiano Cambi nelle sue funzioni di in materia di prevenzione e contrasto del riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Gli adempimenti in capo ai soggetti destinatari della normativa antiriciclaggio prevedono l’adozione di misure di congelamento e di segnalazione di operazioni sospette (obblighi di segnalazione assorbiti dal D. Lgs. 231/2007).

In materia di risarcimento per le vittime degli atti terroristici sono previsti benefici anche di natura economica, ai sensi della Legge 3 agosto 2004, n.206.

Principali ambiti di cooperazione multilaterale contro il terrorismo.

Le Nazioni Unite.

 

Le Nazioni Unite costituiscono, in virtù del loro carattere universale, il foro principale per la cooperazione multilaterale nella lotta al terrorismo.

L’8 settembre 2006 l’Assemblea Generale ha adottato per consenso un importante documento, la Strategia Globale per la lotta al terrorismo, che individua quattro pilastri di attività:

1) affrontare le condizioni che conducono al terrorismo;

2) prevenire e combattere il terrorismo;

 3) costruire le capacità degli Stati e rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite;

4) assicurare il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.

 

La Strategia viene rivista ogni due anni per tenere conto dei mutati contesti internazionali.

Nel 2017 si è conclusa un’importante riforma volta a razionalizzare ed a sviluppare un miglior coordinamento delle attività delle Nazioni Unite di prevenzione e contrasto al terrorismo.

Con l’adozione della risoluzione 71/291 dell’Assemblea generale il 15 giugno 2017 è stato istituito l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’antiterrorismo (UNOCT) diretto da un Under-Secretary General dell’ONU.

 

L’UNOCT ha cinque funzioni principali:

1) fornire una guida ai mandati di antiterrorismo dell’Assemblea Generale affidati al Segretario Generale di tutto il sistema delle Nazioni Unite;

 2) migliorare il coordinamento e la coerenza tra le 38 entità che operano nel settore al fine di garantire l’attuazione equilibrata dei quattro pilastri della strategia globale antiterrorismo delle Nazioni Unite sopra citati;

3) rafforzare i meccanismi di assistenza antiterrorismo agli Stati membri;

 4) migliorare la visibilità, la difesa e la mobilitazione delle risorse per gli sforzi dell’antiterrorismo delle Nazioni Unite;

 5) assicurare che sia data la dovuta priorità all’antiterrorismo attraverso il sistema delle Nazioni Unite e che l’importante lavoro sulla prevenzione dell’estremismo violento sia saldamente radicato nella strategia.

 

La Coalizione internazionale anti-Daesh.

 

All’indomani della caduta di Mosul, nel giugno 2014, gli Stati Uniti hanno promosso la creazione di una coalizione di contrasto all’autoproclamato Stato islamico (Daesh).

 Fin dal principio la Coalizione, pur concentrandosi sull’emergenza militare, ha adottato un approccio multidimensionale strutturato lungo cinque linee d’azione: l’operazione militare; il contrasto al flusso di combattenti stranieri; il contrasto alle fonti di finanziamento di Daesh; la lotta alla sua propaganda; la stabilizzazione delle aree liberate.

 Attualmente la Coalizione si compone di 75 membri, di cui quattro organizzazioni internazionali (Unione Europea, NATO, Lega Araba e INTERPOL).

L’Italia è stata in questi anni attivamente impegnata in tutti gli ambiti di intervento della Coalizione.

In particolare, il nostro Paese ha schierato in Iraq il secondo principale contingente militare dopo quello degli Stati Uniti, con l’obiettivo di formare unità militari (inclusi i Peshmerga curdi) e della polizia irachena.

Queste ultime sono state addestrate da una Task Force multinazionale guidata dai Carabinieri.

Militari italiani sono impegnati nella protezione del cantiere della diga di Mosul. Assetti aerei schierati in Kuwait hanno svolto attività di intelligence, sorveglianza e di ricerca e soccorso.

L’Italia inoltre co-presiede, insieme a Stati Uniti e Arabia Saudita, il Gruppo di lavoro sul contrasto al finanziamento di Daesh (Counter-ISIS Finance Group – CIFG), che promuove una fattiva collaborazione e concrete misure degli Stati membri volte a eliminare le fonti di reddito di Daesh e dei suoi affiliati e a impedirne l’accesso al sistema finanziario internazionale.

 

G7.

 

Il G7 ha affrontato sistematicamente le tematiche relative del terrorismo che sono state affrontate con particolare attenzione nel corso dei lavori sotto la Presidenza italiana del Gruppo nel 2017.

 

I Leader del G7 riunitisi a Taormina il  26-27 maggio hanno adottato una Dichiarazione sulla prevenzione e contrasto al terrorismo ed all’estremismo violento che conferma l’impegno del Gruppo nelle attività di settore, con particolare riferimento al contrasto all’abuso di Internet da parte dei gruppi terroristi; alla gestione del flusso di rientro e rilocazione degli FTF; al contrasto al finanziamento del terrorismo; allo sviluppo di strumenti tecnici volti a rafforzare le frontiere; al superamento delle cause profonde che sono spesso alla base del fenomeno.

 

Si riunisce a livello di esperti il Gruppo Roma-Lione , risultato della fusione, deliberata dal Vertice di Kananaskis del 2002, del Gruppo di Lione – che si occupava di contrasto alla criminalità organizzata – e del Gruppo di Roma (istituito sotto Presidenza Italiana e così denominato a conferma dell’apprezzamento per l’impegno di tale Presidenza) istituito dopo l’11 settembre 2001 con uno specifico mandato nel campo della lotta al terrorismo.

Si tratta di un foro di scambio di informazioni, di esame e promozione di iniziative di concertazione e cooperazione nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, che si riunisce in due sessioni annuali ed elabora proposte per l’approvazione a livello politico, nonché “best practices” e “guidelines” per l’adozione di misure operative da parte di organismi multilaterali specializzati.

Unione Europea.

Le Conclusioni del Consiglio Europeo sull’azione esterna dell’Unione Europea di contrasto al terrorismo, approvate dal Consiglio il 19 giugno 2017 descrivono l’attività di ampio spettro portata avanti dall’Unione Europea nel settore della prevenzione e del contrasto del terrorismo e dell’estremismo violento.

 

I principi cui si ispira l’azione comunitaria rimangono quelli indicati nella European Union  Counter Terrorism Strategy del 2005, che tiene conto, con approccio coordinato, degli aspetti interni (intra-UE) ed esterni (extra-UE) del fenomeno, articolandosi su 4 obiettivi (prevenzione, protezione, perseguimento, risposta).

 

Di alto profilo è l’azione esterna dell’U.E.:

le istituzioni comunitarie hanno sviluppato percorsi di dialogo mirato in materia di sicurezza e antiterrorismo con i Paesi della regione MENA e con le principali Organizzazioni Internazionali e Regionali (Lega degli Stati Arabi, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica e il G5 Sahel). L’UE partecipa alla Coalizione Globale contro Da’esh (con un ruolo nei Gruppi di Lavoro su FTF, stabilizzazione, comunicazione strategica e finanziamento al terrorismo) e co-presiede un gruppo di lavoro del Global Counter Terrorism Forum dedicato al capacity building nell’Africa orientale.

 

Sul versante delle priorità geografiche, l’Unione Europea ha seguito con particolare attenzione l’avvio della transizione in Siria ed il processo di stabilizzazione dell’Iraq, che pone la questione – man mano che si susseguono le sconfitti militari del sedicente Stato Islamico – del ritorno degli FTF dai teatri siriano e iracheno in Europa.

L’Unione Europea favorisce un approccio ad ampio spettro che preveda non soltanto interventi repressivi ma anche di sostegno al reinserimento sociale di questi individui.

 

L’UE svolge anche un’azione di capacity building in diversi Paesi partner, ponendo in genere enfasi sull’accrescimento delle capacità di resilienza delle comunità locali alla lotta al terrorismo e all’estremismo violento ed alla formazione dei funzionari addetti all’anti-terrorisimo nei Paesi prioritari della regione dianzi citati.

L’UE favorisce anche l’introduzione di strumenti tecnici volti a presidiare più adeguatamente i confini europei quali l’”EES” (Entry Exit System); ed a tracciare gli ingressi e gli spostamenti nello spazio Schengen mediante il “PNR” (Passenger Name Record); anche di coloro i quali non hanno bisogno di visti, nell’ambito dell’ ”ETIAS” (European Travel Information and Authorization System).

Sul versante delle priorità tematiche, da segnalare l’impegno della Commissione Europea nel settore della sicurezza dell’aviazione, con particolare attenzione, dopo l’adozione della UNSCR 2309, al settore cargo.

 Nel settore dell’aviazione civile, la Commissione ha varato nel 2016 un programma di 6 milioni di Euro, volto a sostenere le iniziative degli Stati Membri a sostegno della sicurezza nel comparto.

Nel maggio 2016, la Commissione Europea e 4 società fornitrici di servizi Internet (Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft) hanno elaborato un codice di condotta per contrastare l’utilizzo di internet da parte dei gruppi terroristici.

Le predette società si sono impegnate a rimuovere entro 24 da una valida segnalazione i contenuti contestati.

Hanno cadenza annuale le riunioni dello “EU-Internet Forum” volte a favorire una migliore interazione dei settori pubblico-privato.

Nell’ambito delle iniziative volte a contrastare la radicalizzazione, l’UE ha istituito nel 2015 il “RAN” (Radicalisation Awareness Network), volto a consentire agli attori locali di condividere buone pratiche su cosa si è dimostrato efficace nel contrastare la radicalizzazione.

NATO.

Il contrasto al terrorismo non è tema nuovo per l’Alleanza. Proprio all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle trovò applicazione, per l’unica volta, l’art. 5 del Trattato di Washington sull’autodifesa collettiva; lo stesso Concetto Strategico dell’Alleanza contempla la risposta alla minaccia terroristica.

L’Alleanza ha gradualmente rafforzato il proprio ruolo in questo ambito, con particolare riferimento a sette aree d’azione:

1) intelligence ed analisi;

2) “preparedness” e “responsiveness”;

3) sviluppo di capacità;

4) capacity building e partenariati;

5) operazioni;

6) governance interna alla NATO e

7) comunicazione strategica.

 

La NATO ha aderito formalmente alla Coalizione anti Daesh, cui del resto l’Alleanza già contribuiva principalmente con scambio di intelligence e monitoraggio con velivoli AWACS.

Dal punto di vista italiano, l’impegno dell’Alleanza nel contrasto del terrorismo deve essere parte della più ampia attenzione verso le sfide di sicurezza emergenti e asimmetriche, provenienti da tutte le direzioni strategiche (inclusa quella meridionale) e con un’efficacia autenticamente a 360 gradi.

Linee di tendenza della cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo.

 

Appare al momento di grande attualità la tematica della gestione del flusso di rientro dei combattenti stranieri di ritorno nei territori d’origine o diretti altrove, che rileva sotto i profili securitario, politico, giuridico, sociale.

Al fenomeno, al quale l’Italia ha dedicato particolare attenzione nel corso della Presidenza in esercizio dell’OSCE nel 2018, è connesso anche il delicato tema dei familiari dei combattenti di ritorno e dei loro figli, che mette in evidenza l’opportunità di integrare attivamente anche i presidi scolastici, quelli sanitari e, ove possibile, le comunità locali nelle strategie volte ad evitare l’ulteriore diffusione della radicalizzazione e preparare il terreno per il loro reinserimento sociale

In termini generali è largamente condivisa l’opportunità di uno sviluppo ulteriore della collaborazione internazionale in chiave di prevenzione e contrasto al terrorismo, attraverso lo scambio di informazioni utili a perseguire, nel pieno rispetto dei diritti umani, i sospettati di terrorismo nonché a prevenire nuovi attentati.

La cooperazione internazionale continuerà a svilupparsi anche sotto il profilo del contrasto all’abuso di Internet da parte dei gruppi terroristici e del contrasto al finanziamento del terrorismo, contesti che non possono prescindere da una risposta concertata dell’intera comunità internazionale.

In tema di cooperazione internazionale contro il finanziamento del terrorismo, in sede GAFI (Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale, FATF – Financial Action Task Force) sono state elaborate 9 Raccomandazioni Speciali contro il finanziamento del terrorismo (che si sono aggiunte alle pre-esistenti  40 Raccomandazioni contro il riciclaggio di denaro sporco).

 Il modello di cooperazione del GAFI si è andato estendendo, negli ultimi anni, ad organismi regionali similari, anche con l’obiettivo di rendere di applicazione universale gli standard elaborati dal GAFI stesso ed armonizzare le legislazioni nazionali in questo senso.

Il nuovo programma operativo del GAFI in materia di contrasto al finanziamento al terrorismo, adottato nel febbraio del 2018, si focalizza sugli attuali rischi di finanziamento del terrorismo, caratterizzati da una continua evoluzione, al fine di assicurare che l’effettiva attuazione degli standard globali del Gruppo contribuisca a preservare l’integrità del sistema finanziario.

 

 

 

Corea del Nord: le minacce di Kim Jong-un

e il pericolo di una strategia del terrore

 in tempo di guerra globale.

Agensir.it – (18 Gennaio 2024) - M. Chiara Biagioni – ci dice:

Preoccupano le minacce militari e la retorica sempre più bellicosa del leader nordcoreano Kim Jong-un che ha annunciato una completa revisione dei rapporti con la Corea del Sud e l’abbattimento del monumento alla riunificazione costruito dal padre a Pyongyang.

“Francesco Sisci”: “La strategia del terrore, in tempo di pace, può essere controllata ma quando nel mondo tutto è per aria, è pericolosissima”.

 Quando ci sono due guerre aperte ed è alto il rischio di una escalation, "questa strategia può diventare incontrollabile”

Le diplomazie internazionali sono in stato di allerta e stanno seguendo con preoccupazione le ultime “mosse” e dichiarazioni del leader nordcoreano Kim Jong-un.

Non che il mondo non sia abituato alle esternazioni e alle minacce di Kim, ma è il contesto mondiale ad essere surriscaldato ed ogni fattore di rischio in questo momento è nefasto.

 “Francesco Sisci”, giornalista, osserva: “la strategia del terrore, in tempo di pace, può essere controllata ma quando nel mondo tutto è per aria, è pericolosa perché può diventare incontrollabile”.

Ma cosa sta scatenando tutta questa preoccupazione?

Lunedì scorso, 15 gennaio, in un discorso alla nazione il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato una completa revisione dei rapporti con la Corea del Sud.

Va in questa direzione l’intenzione di rimuovere un enorme monumento alla riunificazione della penisola coreana che ritrae l’abbraccio di due giovani donne e che suo padre aveva costruito a Pyongyang.

 Se ciò effettivamente avvenisse, sarebbe letta come forte atto simbolico di rottura totale.

 In effetti, Kim ha anche annunciato l’abolizione delle agenzie statali nordcoreane che si occupano delle comunicazioni e dei rapporti tra Nord e Sud, e dopo aver testualmente definito la Corea del Sud come “il principale avversario e il più grande nemico” della corea del Nord, ha detto:

“Non vogliamo la guerra, ma non abbiamo intenzione di evitarla”.

Il discorso di Kim Jong-un non è una sorpresa: arriva dopo un lungo periodo di forte deterioramento dei rapporti tra le due Coree, che sono probabilmente arrivati oggi ai minimi storici.

Nelle ultime settimane, la Corea del Nord ha sparato centinaia di colpi di artiglieria nelle acque vicino al confine conteso tra Nord e Sud ed ha testato missili balistici intercontinentali mobili che possono arrivare e colpire gli Stati Uniti.

Sta mettendo dei satelliti di geolocalizzazione e sperimentando una nuova tecnologia per la miniaturizzazione delle testate nucleari.

 C’è infine la Corea del Nord dietro la grande quantità di armi fornite alla Russia con l’invio di container pieni di munizioni e equipaggiamenti vari.

Ma c’è la Corea del Nord anche dietro i lanciarazzi e fucili automatici nelle mani di Hamas.

 Se a questo fronte militare si aggiunge “una retorica molto bellicosa”, allora la situazione è grave e chiede di essere seguita.

Le ragioni che portano il leader nord coreano ad alzare il livello di tensione sono sia interne sia esterne.

Sul fronte interno, Kim Yong-un si sente insicuro ed ha bisogno di riprendersi il consenso popolare.

Da questo punto di vista, è stato un duro colpo per l’immagine dell’intero establishment l’incidente di un treno passeggeri accaduto in Corea del Nord a fine dicembre ma reso noto solo in questi giorni in cui pare abbiano perso la vita addirittura 400 persone.

Sul fronte esterno, invece, preoccupano e generano nel leader nord coreano sentimenti di insicurezza anche gli esiti delle elezioni a Taiwan così come le primarie negli Stati Uniti.

 Da parte sua la Russia – impegnata in un conflitto con l’Ucraina in cui si sono impantanati – ha tutto il vantaggio a diversificare l’attenzione del mondo su un altro fronte aperto.

“Tutti questi elementi combinati alla miccia di questa nuova retorica bellicosa e alla propensione della Corea del Nord dimostrata nella sua storia di far seguire le parole ai fatti, rendono tutto molto preoccupante”, argomenta Sisci che aggiunge:

“Promuovere una strategia della tensione in questo momento è pericolosissimo. In tempo di pace, può essere gestita.

 Altra cosa è quando ci sono due guerre aperte, quando c’è la possibilità che una di queste guerre, quelle in Medio Oriente, si allarghi e quando ci sono tensioni anche in Asia.

 Se in un simile contesto, ti ci metti anche tu, cambia tutta la chimica e il pericolo aumenta in maniera esponenziale”.

 Le conseguenze sono immani.

Sisci avverte:

 “Un attacco nucleare o anche solo missilistico della Nord Corea contro gli Stati Uniti oppure contro la Corea del Sud o il Giappone creerebbe una situazione che le altre due guerre non hanno ancora creato, e cioè una crisi finanziaria globale, con il crollo delle Borse di Tokyo e di Seul e a catena crollerebbe tutto”.

 

 

 

 

La minaccia.

Terrorismo e web, un connubio in continua

 evoluzione: servono nuove strategie di difesa.

Agendadigitale.eu – (3-5-2024) - Marino D'Amore – ci dice:

Marino D’amore. Docente di Sociologia generale

 presso Università degli Studi Niccolò Cusano.

 

Sicurezza digitale.

Globalizzazione e avanzamento tecnologico hanno trasformato il terrorismo che utilizzando internet per pianificare attacchi, reclutare, e diffondere propaganda.

Al-Qaeda emerge come esempio di adattamento a queste nuove opportunità.

L’impatto di questi cambiamenti sulle strategie antiterrorismo e sulla necessità di un equilibrio tra sicurezza e libertà personale.

 

La globalizzazione e gli sviluppi dell’Information Technology hanno rivoluzionato il concetto di guerra e con esso quello di sicurezza.

I nuovi terroristi, come si evince dalla cronaca mediatica, si sono dimostrati estremamente alfabetizzati all’utilizzo di tecnologie avanzate come il Web, che grazie a una delle sue caratteristiche intrinseche come l’interattività si attualizza come postulato funzionale per la pianificazione di attentati e per le conseguenti azioni di propaganda, arruolamento e supporto logistico.

 Siamo difronte alla cosiddetta “Information Warfare”.

Indice degli argomenti:

Come internet è diventato strumento indispensabile per i terroristi.

Reclutamento e radicalizzazione online: l’esempio di Al-Qaeda.

Jihadismo e web.

Il ruolo di internet e social network.

La figura del terrorista moderno.

Le nuove modalità di socializzazione dei gruppi terroristici nell’ambito del cyberspazio.

Organizzazione dei gruppi.

Esempi di casistica cyber terroristica che hanno interessato direttamente Al-Qaeda.

L’equilibrio tra esigenze investigative e tutela della libertà personale.

Conclusioni.

Come internet è diventato strumento indispensabile per i terroristi.

Le grandi potenzialità di internet, tra cui l’estrema facilità di accesso, il deficit di monitoraggio, l’anomia legislativa, l’ampio pubblico raggiungibile e il grande flusso di informazione che quotidianamente lo abita lo rendono uno strumento indispensabile per i gruppi terroristici.

 

Internet rappresenta, almeno nelle intenzioni, l’archetipo mediatico dei valori democratici della libertà di parola e di espressione, fautore della neutralizzazione della dimensione spazio-temporale che unisce e si oppone a qualunque forma di frammentazione.

 I nuovi terroristi sono parcellizzati in piccole unità sparse nel mondo e coordinano le loro attività online, elidendo così la necessità di un comando centrale.

Il fenomeno della “net war” si basa su tali dinamiche attualizzando un conflitto caratterizzato e connotato dalle dottrine, dalle strategie e dalle tecnologie di Rete. Le comunità virtuali hanno un ciclo vitale rapido e aumentano secondo ritmi non controllabili;

tale processo ha acuito l’interesse verso l’analisi delle comunicazioni scambiate in tali agorà digitali.

 

Reclutamento e radicalizzazione online: l’esempio di Al-Qaeda.

Tale azione propagandistica e fidelizzante si pone come obiettivo il reclutamento, come detto, e la radicalizzazione, ossia il processo di adozione di un sistema di credenze estremiste comprendenti la decisione di utilizzare, supportare o facilitare la violenza come metodo per cambiare la società.

 Essa è divenuta la linfa vitale dei movimenti estremisti e globalizzati, mezzo irrinunciabile per diffondere il proprio messaggio ad un pubblico sempre più ampio e potenzialmente mondiale.

Contingenze che attivano una nuova socializzazione del terrore:

i social networks, le chat rooms, i blog e i forum si avviano a sostituire le moschee, i centri comunitari ed i bar come luoghi di contatto e arruolamento da parte di gruppi terroristici come Al-Qaeda.

Inizialmente i terroristi utilizzavano la Rete come supporto logistico per le loro operazioni, in seguito hanno compreso come il web poteva diventare un vettore ideologico per la propria visione del mondo.

Storicamente Al-Qaeda è stata l’organizzazione che ha saputo utilizzare meglio gli old e i new media, dalla televisione a internet, per convincere alla causa ed esteriorizzare i drammatici come risultato delle rivendicazioni di quest’ultima.

 

Il terrorismo ha perfettamente tradotto il principio secondo cui il messaggio è nell’atto in sé, nella paura cieca che esso genera, veicolata da una comunicazione sempre più veloce e intrusiva.

Tale meccanismo evidenzia e contiene diversi significati che si susseguono rispettando una sorta di diacronia del male:

l’esigenza di glorificare la violenza attraverso l’atto a cui segue la propaganda che loda la violenza stessa, e ne perpetua gli effetti, il reclutamento online, la ricerca di finanziamenti e infine l’addestramento digitale.

Al-Qaeda, inoltre, reitera le dinamiche del web anche a livello strutturale caratterizzandosi come un’organizzazione reticolare, in cui l’annientamento di una singola cellula non mina la sicurezza delle altre dal momento non esiste tra loro un rapporto gerarchico basato su una logica piramidale.

La sua strategia mediatica è pensata per assolvere a varie funzioni e perciò si dipana attraverso vari canali secondo logiche di transmedialità: dichiarazioni inviate via fax, post su internet, video, produzione di articoli e interviste, marketing e targettizzazione del pubblico.

 

La cadenza delle esternazioni corrisponde ai principali eventi internazionali ed è volta a fare propaganda, come detto, esacerbare la tensione, dimostrare che un leader dell’organizzazione dato per morto è in vita, aumentare sostenitori e lanciare attacchi e condanne.

Una comunicazione mirata per sensibilizzare le masse riguardo alla propria causa, guadagnare il sostegno dei simpatizzanti e generare paura i terroristi necessitano di pubblicità.

Dopo aver perso la propria base logistica in Afghanistan, Al-Qaeda si è frammentata in più piccole e sfuggenti fazioni micro attoriali.

Essa, in seguito a tali eventi, ha subito una drastica diminuzione di quella capacità comunicativa che ne aveva costituito la cifra identitaria.

Ciò che catalizza un’attenta riflessione nel settore è l’attività degli operatori che producono e postano materiale in Rete e il mezzo attraverso cui pubblicano questo materiale, utilizzando un Media Production and Distribution Entity (MPDE), cioè un’entità preposta a esteriorizzare tali contenuti.

 Essa con la sua attività massimizza le sinergie, gli sforzi dei gruppi e catalizza la visibilità del contenuto che s’intende diffondere;

poi crea un link collegato al contenuto che è garanzia di autenticità del materiale, una sorta di legittimo riconoscimento della notizia, solo per il fatto che avvenga per mezzo di un “MPDE” specifico, conosciuto e affidabile attribuibile all’area terrorista.

 

I terroristi utilizzano questi mezzi seguendo principalmente due scopi: attirare attenzione e generare paura.

Essi, solitamente, hackerano i server di rete per inviare messaggi irrintracciabili, manuali di istruzioni e tutorial su come, ad esempio, costruire una bomba sporca. Quando i terroristi vengono individuati e il server viene chiuso, ne hackerano un altro.

 Blog, chat, forum: luoghi digitali utilizzati per trattare una serie di argomenti e interagire direttamente con gli utenti.

Jihadismo e web.

I jihadisti stanno usando internet e il web per creare una tribù virtuale degli islamici radicali, una sorta di “umma online”, caratterizzata da affinità condivise di respiro globale.

Internet è usato soprattutto come strumento di ricerca delle informazioni pre-attacco, compresi schemi nucleari, mappe ferroviarie, reti idriche, orari di volo degli aeroporti.

Altro aspetto importante da considerare ai fini di tale percorso analitico è la creazione di una rete di formazione per tutti coloro che aderiscono alla causa del Jihad, caricando sul server video, manuali, materiali logistico-strategici, lezioni di combattimento corpo a corpo e tattiche di assalto.

 Inoltre, sono molto diffusi anche i quotidiani online scaricabili in PDF e redatti in lingua inglese.

In questo senso oggi possiamo annoverare come un ulteriore declinazione del terrorismo quello olografico che vede la figura dei suoi leader, si pensi a Bin Laden, quasi dematerializzata e cristallizzata per anni.

Egli, in questo modo, ha fortemente accentrato su di sé l’immagine pubblica di Al-Qaeda, quasi personalizzandola e creando, attraverso la sua figura sacralizzata in quel contesto, una fertile attività di propaganda e di proselitismo, indirizzandone la diretta funzionalità operativa.

 

L’obiettivo mediatico di Osama era ovviamente quello di influenzare fortemente l’opinione pubblica islamica, le cui caratteristiche socioculturali sono molto diverse da quelle dei paesi occidentali.

Si tratta infatti di un’audience i cui livelli di scolarizzazione sono ancora molto bassi e per la quale occorre utilizzare un linguaggio semplice, asciutto, chiaro, ma, al contempo, fortemente retorico ed evocativo.

Tali proprietà sono quelle che hanno caratterizzato anche il suo messaggio più importante, ossia la rivendicazione dell’evento assoluto, del più grande attacco terroristico di tutti i tempi: quello del World Trade Center.

I tragici eventi di quel drammatico 11 settembre, oltre a un’evidente scia complottista, hanno palesato l’impreparazione dell’intelligence statunitense, incapace di capire, analizzare il fenomeno e quindi agire in modo preventivo per sventarlo.

Alla luce di questo tragico assunto, tutte le strategie antiterroristiche sono state riviste.

Passato lo shock iniziale gli Stati Uniti hanno reagito in modo deciso, sia sul fronte politico sia su quello militare, facendo diventare la lotta al terrorismo una priorità assoluta e globale, una guerra per la libertà.

Anche il nostro Paese si è mosso in questa direzione, fornendo, sul piano internazionale, sostegno politico e militare, e sul piano interno, conducendo una efficace azione di polizia contro le presunte ramificazioni italiane di Al-Qaeda.

La sorprendente potenzialità aggregatrice e offensiva dell’organizzazione di Osama, si basava su una rocciosa fede religiosa dei militanti, acuita dal simbolismo ultraterreno del martirio, su una organizzazione attentamente compartimentata, sulla disponibilità di notevoli risorse finanziarie, su una vasta aerea di fiancheggiatori e meri simpatizzanti ed infine, come detto, sulla capacità di sfruttare le grandi opportunità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione.

 

É facilmente intuibile come l’avvento delle Rete abbia, di fatto, favorito Al-Qaeda, con tutte le organizzazioni terroristiche a essa connesse, e, in modo speculare, abbia reso più difficoltosa l’attività investigativa delle forze antiterrorismo. Infatti, grazie alle sue caratteristiche peculiari, l’elisione della dimensione spazio-temporale e la gratuità d’utilizzo, ha sostanzialmente neutralizzato la compresenza fisica e quindi la potenziale individuazione di soggetti implicati nelle azioni sopracitate.

 

Il ruolo di internet e social network.

Ciò rende evidente l’assunto secondo cui qualunque strategia di attacco al terrorismo deve tenere conto del ruolo fondamentale assunto da internet e dai social network:

 straordinari strumenti di potenziamento delle dinamiche eversive, condotte da tutte le formazioni terroristiche, le quali attraverso la Rete possono migliorare sia l’assetto organizzativo sia quello logistico, nonché le stesse strategie offensive. Infatti, l’universo terroristico progredisce e si sviluppa con gli stessi ritmi evolutivi della società che lo genera e lo contestualizza.

La presenza in Rete di numerosi siti contenenti documenti ideologici di sostegno alla Jihad islamica testimonia come internet sia utilizzato con grande maestria da Al-Qaeda, dall’Isis e dai loro sottogruppi.

Altro aspetto importante è quello economico:

la rete finanziaria di Al-Qaeda e dell’Isis è parcellizzata e articolata in società con sedi in molte città europee ed americane.

Esse sono perfettamente inserite nel sistema finanziario mondiale ed apparentemente agiscono osservando le leggi di mercato, evitando così i controlli delle autorità competenti.

 Internet, pertanto, diventa uno strumento fondamentale anche per operazioni finalizzate all’autofinanziamento.

Il nuovo scenario investigativo che si oppone al terrorismo tout court sembra quindi abbracciare, parallelamente ad organigrammi e basi militari, anche il nuovo ambito del cyberspazio.

Tale mutamento di scenario implica una preparazione e un’organizzazione caratterizzata da strumenti di contrasto innovativi e altrettanto immersi nella dimensione tecnologica digitale.

La figura del terrorista moderno.

La figura del terrorista del nuovo millennio sembra discostarsi da quella tradizionale:

un soggetto non più contraddistinto soltanto da qualità militari, ma supportato da notevoli competenze tecniche nel campo dell’informatica.

La capillare diffusione di internet ha da tempo messo in evidenza le problematiche legate all’integrità, alla riservatezza dei dati e alla legittima certezza della fonte informatica.

La società moderna ha raggiunto, attraverso l’informatica, dei livelli di organizzazione molto elevati, specie nell’ambito del settore terziario e della finanza, ma, al contempo, è diventata vulnerabile ad un nuovo genere di terrorismo, attuato non più con le armi da fuoco ma con le tastiere dei computer.

In questo scenario si comincia a delineare l’inizio di una nuova forma di antagonismo terrorista, sovversivo e aggressivo, in grado di minacciare le nazioni più avanzate tecnologicamente solo con un click.

Una modalità che non mira più all’eliminazione fisica degli avversari, attraverso operazioni meramente militari, ma che punta sulla guerra dell’informazione e individua nei sistemi suddetti criticità e punti deboli di tutte quelle società intese come possibili obiettivi di attacco.

Si tratta di una nuova generazione di terroristi, per certi versi molto più pericolosa di quelle del passato, in grado di sfruttare sapientemente tali nuove opportunità. Queste possibilità sembrano indurre anche delle modifiche strutturali ed organizzative soprattutto per quanto riguarda le modalità di compartimentazione, comunicazione e proselitismo come detto.

Da quanto sembra delinearsi nel panorama mondiale, e l’attentato alle torri gemelle corrobora questa tesi, per molte formazioni terroristiche le attività di supporto offerte dalla digitalizzazione assumono quindi un ruolo più importante di quello rivestito dalle attività di tipo offensivo connotate analogicamente.

Le nuove modalità di socializzazione dei gruppi terroristici nell’ambito del cyberspazio.

L’avvento e lo sviluppo delle reti telematiche, con la loro capacità di travalicare i limiti spaziali e temporali, ha infatti reso obsoleti i quadri teorici e metodologici relativi alla ricerca sulle modalità di organizzazione, di reclutamento e di comunicazione da parte di molti sodalizi del settore.

Un’altra dimensione interessante che si offre a tale valutazione analitica è rappresentata dalle nuove modalità di socializzazione dei gruppi terroristici nell’ambito del cyberspazio.

 

Si evidenziano, infatti, alcune dinamiche nuove, caratterizzate da interazioni virtuali inserite all’interno di un flusso informativo di dimensioni planetarie.

Tale flusso potrebbe essere in grado di coinvolgere elementi che in passato non avrebbero avuto mai l’opportunità di una connessione e di un’interazione diretta, a causa di elevate, e allora insormontabili, distanze geografiche, sociali, culturali e psicologiche.

In questo quadro, l’interazione di molti individui con comunità connotate da una cultura tendente all’odio, e all’eliminazione del diverso generalmente inteso, potrebbe costituire un contesto simbolico e fattuale in grado di favorire l’identificazione e di conseguenza l’inserimento nel sodalizio sopracitato.

La prima modifica nelle dinamiche organizzative del terrorismo, indotta dall’avvento dell’informatica, è rappresentata dalla riduzione generalizzata dei documenti cartacei.

Alla grande capacità di concentrazione dei dati offerta dai supporti digitali ai gruppi terroristici si affianca la duttile funzionalità di internet che costituisce, anche per tali realtà organizzative, una forma di comunicazione di straordinaria efficacia che rende più agevole lo scopo principale che perseguono: comunicare il terrore.

L’attentato è efficace quando si esteriorizza in tutta la sua cruenta drammaticità, si viralizza e lascia convivere il gesto materiale con quello simbolico in un connubio che ne amplifica gli effetti e la paura irrazionale che ne deriva.

Partendo da questo presupposto è facilmente intuibile come i terroristi si siano mantenuti al passo con i tempi sfruttando le grandi opportunità offerte dalla tecnologia.

L’uso della Rete consente la compressione della dimensione spazio-temporale.

Le opportunità comunicative intrinseche a essa hanno così offerto alle organizzazioni clandestine che le utilizzano una forte contrazione dei punti di vulnerabilità e un accesso a nuove aree di consenso politico, mediante un aumento contestuale delle possibilità d’incontro virtuale, secondo dinamiche meccanicistiche.

Tale scenario sembra esercitare una pressione organizzativa prepotente sulle scelte dei leader del terrore.

 Con le tecniche di comunicazione tattico-strategica, utilizzate dai terroristi fino ad un decennio fa, era infatti necessario recarsi fisicamente nei luoghi di incontro stabiliti magari telefonicamente o per posta e comunque conoscere personalmente un cospicuo numero di altri membri:

tale dinamica costituiva il vulnus del gruppo stesso.

Con l’avvento di internet questo luogo d’incontro è diventato volatile e dematerializzato.

Un’opportunità fondamentale offerta dalla tecnologia per le comunicazioni del male è poi rappresentata dalla crittografia.

Essa mette a disposizione tecniche di criptaggio talmente sofisticate da rendere estremamente difficile l’intercettazione dei messaggi, offrendo, inoltre, la completa garanzia dell’anonimato.

È noto come la possibilità di disporre di potenti algoritmi crittografici sia un elemento estremamente efficace di protezione delle informazioni;

possibilità alla portata di ogni gruppo cyber terroristico.

Una strategia di contrasto è stata proposta negli ambienti governativi statunitensi attraverso l’adozione di norme volte ad irrigidire la diffusione di algoritmi crittografici e l’implementazione di particolari sistemi che consentano la decrittazione.

Soluzioni, al di là della loro discutibile base tecnico–scientifica, che rischiano di essere estremamente dannose per la tutela delle libertà personali e dei dati sensibili.

 

Organizzazione dei gruppi.

Normalmente un gruppo terroristico è articolato su una leadership unanimemente riconosciuta e su un numero indeterminato di nuclei operativi che provvedono all’attuazione delle operazioni, alla conservazione della struttura, alla ricerca e all’ampliamento di una base di consenso popolare.

Un’organizzazione ha attualmente la possibilità concreta di gestire, con grande facilità, un numero indeterminato di sottogruppi, attraverso la costituzione di relazioni fiduciarie tra i componenti che ne perpetuano l’esistenza e con l’implementazione di meccanismi che ne prevedano la rottura in caso di compromissione investigativa da parte delle agenzie d’intelligence.

 Questa opportunità ci induce ad ipotizzare la nascita di nuove forme organizzative, più agili ed impermeabili, che affidano alla tecnologia telematica la funzione di monitoraggio della sicurezza della struttura stessa.

 

In passato, la complessità tecnica per la predisposizione di un sistema di comunicazione del tipo appena esposto ne assicurava la costruzione solo a leader molto abili, alfabetizzati ai new media e supportati da ingenti capitali. Attualmente le conoscenze tecniche e le risorse economiche hanno subito un’evidente ottimizzazione che ha neutralizzato l’esigenza di un expertise professionalizzato, aprendosi a una nuova massa di attori.

 Il nuovo leader terroristico deve però avere una buona padronanza dei flussi informativi che si articolano sulle reti per gestirli in modo da eludere le contromisure delle agenzie istituzionali.

 

Esempi di casistica cyber terroristica che hanno interessato direttamente Al-Qaeda.

Facciamo qualche esempio di casistica cyber terroristica che ha interessato direttamente Al-Qaeda:

 

L’organizzazione di Bin Laden realizzò nel 2001 una sorta di enciclopedia della Jihad articolata su 11 volumi e contenente informazioni e tecniche sull’utilizzo del gas nervino, degli esplosivi e sulla conduzione della guerriglia urbana. I documenti vennero immessi su internet per far sì che raggiungessero le varie cellule disseminate per il mondo.

Le indagini su alcune cellule di nordafricani ritenute in contatto con l’organizzazione di Osama evidenziarono l’esistenza di individui che si erano radicati nel territorio di varie nazioni europee, mimetizzandosi nelle loro comunità ed evitando accuratamente contatti telefonici o incontri con altri membri del sodalizio terroristico.

 I collegamenti venivano mantenuti soprattutto attraverso internet (con e-mail o pagine web segrete) sia con la struttura di comando sia con gli altri membri operanti.

 Molti dei messaggi venivano criptati utilizzando software specifici.

Nel 2001 le indagini della polizia francese condussero all’arresto di “Kamel Daoudi”, esperto di informatica che aveva ricevuto anche un addestramento militare in Afghanistan.

Daoudi che viveva in Francia, era il responsabile dei collegamenti criptati via internet tra la leadership terroristica afghana e varie cellule dormienti in Olanda, Belgio e Francia.

Dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, Osama Bin Laden e altri estremisti islamici, secondo alcuni esperti della difesa americana, si sarebbero dedicati all’uso delle tecnologie informatiche e avrebbero usato la Rete per trasmettere ordini ed indicazioni per altri attacchi verso gli Stati Uniti e i loro alleati.

 Foto e mappe degli obiettivi da colpire sarebbero inoltre stati criptati e nascosti all’interno di siti o veicolati attraverso le chat più frequentate. Tale attività venne definita negli ambienti militari come la “e-Jihad”, ovvero la guerra santa dell’era informatica.

La questione di un maggior controllo su internet come modalità di prevenzione al terrorismo internazionale è sempre stata oggetto di riflessione per tutte quelle realtà che combattono ogni forma di censura sulla Rete.

All’indomani della bomba alle Olimpiadi di Atlanta il G7 ha proposto una serie di restrizioni all’interno della Rete, come il divieto e la censura di fonti che potessero contenere informazioni pericolose, l’imposizione del deposito obbligatorio delle chiavi o altri strumenti che permettessero ai governi di violare la corrispondenza privata crittografata.

Tali misure erano state interpretate, più che come una strategia antiterroristica, come una violazione della privacy e come forma di restrizione della libertà di comunicazione.

 

L’equilibrio tra esigenze investigative e tutela della libertà personale.

Attualmente l’equilibrio tra esigenze investigative e tutela della libertà personale è oggetto di grande attenzione istituzionale.

Se da un verso la minaccia cyber terroristica impone delle iniziative energiche, appare indispensabile che risposte efficaci al problema non contemplino la censura di informazioni e la decurtazione della loro reperibilità.

 In questo caso si neutralizzerebbe ogni forma di democratizzazione comunicativa a favore di una selezione faziosa e semplificata delle informazioni sopracitate, che, a sua volta, intaccherebbe la stessa operatività preventiva degli attori dedicati al monitoraggio del fenomeno.

Tuttavia, il pericolo oggettivo che il mondo occidentale corre costantemente necessita, in periodi determinati e con responsabilità condivisa, della rinuncia di una parte ragionevole della privacy dell’utenza, consentendo alle agenzie istituzionali di svolgere delle operazioni di accesso e di ampio controllo, fondamentali per delle efficaci attività investigative.

 

Conclusioni.

L’evento assoluto, l’attentato al World Trade Center, ha rappresentato simbolicamente lo spartiacque tra una quotidianità sociale libera, sicura, e un futuro fluido, nel senso baumaniano, e quindi quanto mai incerto.

All’interno del dibattito politico, della narrazione mediatica e dell’opinione pubblica, si perpetua nel tempo una convinzione incontrovertibile:

 da quel giorno nulla è stato più come prima.

Tale attentato ha rappresentato il vettore di un mutamento che ha cambiato le abitudini e le dinamiche relazionali tra individui, tra culture e ha mutato la percezione del concetto stesso di sicurezza.

Nello scenario odierno, dominato, come detto, da un’incertezza totalizzante e omnicomprensiva, affiora un primo dato obiettivo:

il terrorismo rappresenta una realtà in costante evoluzione che persegue i propri obiettivi con strumenti e tecniche nuove, elidendo limiti tecnici, logistici ed economici nella consapevolezza di poter colpire i luoghi fisici e digitali che caratterizzano le società moderne.

La strategia del terrore, nella sua intima essenza proteiforme, si declina in diverse fattispecie: terrorismo interno, terrorismo islamico, bioterrorismo e cyberterrorismo.

Uno scenario dove la lotta si concretizza e avviene su un terreno nuovo, dove non bastano gruppi militari ben addestrati, ma diventano indispensabili conoscenze e strumenti mai utilizzati prima che abitano e connotano l’universo mediatico-comunicativo.

 

 

 

La strategia del caos e del terrore

di Putin è indirizzata al mondo intero.

Safetysecuritymagazine.com – Putin - Redazione – ci dice:

 

L’attacco militare di Putin nei confronti dell’Ucraina è stato uno shock per moltissimi analisti ed esperti, convinti che il Cremlino avrebbe preferito continuare ad agire nell’ombra, magari tramite attacchi cyber.

 Era opinione diffusa che Putin, valutando i pro e i contro, si sarebbe reso conto che le ripercussioni a seguito di un’eventuale invasione dell’Ucraina si sarebbero rivelate ben peggiori dei possibili guadagni.

Ad oggi, infatti, le conseguenze della sua scelta stanno causando alla Russia il default economico, con il rublo che continua a scendere vorticosamente in borsa, l’isolamento internazionale, e proteste tra i cittadini contrari alla guerra, coraggiosamente disposti a farsi arrestare pur di dar voce al proprio dissenso.

La sconsiderata decisione di attaccare l’Ucraina è stata definita “una sconfitta strategica” anche da Antony Blinken”, segretario di stato degli Stati Uniti d’America.

Effettivamente non sembra che la partita giocata da Putin stia volgendo secondo i suoi piani militari.

Come descritto da Christopher Bort in un articolo sul Foreign Affairs, Putin è un uomo a cui piace rischiare.

Questa convinzione non deriva, almeno non solamente, da manie di grandezza, ma da alcuni eventi recenti – Georgia nel 2008, Crimea nel 2014 e Syria nel 2015 – che lo hanno portato a credere che alla fine a vincere è chi rischia di più.

L’invasione della Georgia nel 2008 ha dimostrato che la NATO difficilmente entrerà in conflitto con le truppe russe, se ciò comporta l’eventualità di scatenare una guerra nucleare.

Sappiamo ormai bene che tra i motivi alla base dell’attacco di Putin nei confronti dell’Ucraina spicca proprio la NATO e la sua espansione negli anni nello spazio post sovietico.

Nucleare, Putin minaccia di usare armi nucleari.

Il Cremlino, anche questa volta, non sembra farsi problemi a mettere al centro del dibattito il tema del nucleare.

In una riunione con il ministro della difesa Sergey Shoigu e il capo dello stato maggiore generale Valery Gerasimov, il 27 Febbraio, Putin ha ordinato, in risposta alle dichiarazioni aggressive della NATO, di porre in essere le forze di deterrenza dell’esercito russo in “regime speciale di servizio da combattimento“.

 Le Forze strategiche di deterrenza si suddividono in Forze strategiche difensive e offensive di cui fanno parte le Forze nucleari.

A queste parole sono poi seguiti, i bombardamenti nei pressi della centrale nucleare a “Zaporizhzhia”, che hanno tenuto il mondo col fiato sospeso.

 La centrale, tra le più grandi al mondo, è stata conquistata dai russi, ma gli esperti rassicurano che il livello delle radiazioni è rimasto nella norma e che non esista attualmente il rischio di una seconda Chernobyl.

L’intento di Mosca nella conquista della centrale nucleare è duplice:

da una parte si vuole tenere sotto controllo le fonti principali dell’energia ucraina, dall’altra continuare a fare pressione psicologica sull’occidente.

 Putin continua costantemente a ricordare al mondo cosa rischia mettendosi contro la Russia, in una strategia del terrore che ci riporta al tempo della Guerra Fredda.

Errori strategici nel conflitto con l’Ucraina.

In ogni caso, l’azione militare in Ucraina non sta andando proprio secondo i piani e procede più lentamente del previsto.

In molti hanno ritenuto che l’idea di Putin fosse quella di una guerra lampo come in Crimea, ma questo non è accaduto.

 Non sappiamo se il blitz fosse davvero parte dei suoi piani, ma sicuramente Putin ha fatto alcuni errori strategici durante l’operazione militare di invasione dell’Ucraina.

Innanzitutto ha sottovalutato la forza e l’unità che si crea in un popolo nei confronti di un invasore esterno:

 i cittadini ucraini hanno cercato di organizzarsi come potevano per resistere all’attacco, addirittura preparando in casa cocktail molotov da lanciare sui carri armati russi.

Sul piano militare, guerra lampo o meno, sono stati proprio i primi attacchi, che solitamente risultano più d’impatto grazie all’effetto sorpresa, a non andare come sperato per la Russia.

 Uno dei fallimenti più evidenti è stato per Putin non essere riuscito ad ottenere la superiorità nei cieli.

Secondo il Ministero della Difesa Ucraina, la Russia ad oggi avrebbe perso 81 aerei e 95 elicotteri, perdite enormi se si considera che, prima dell’inizio del conflitto, si riteneva che la Russia avrebbe ottenuto il controllo dello spazio aereo nelle prime 72 ore del conflitto.

Il Cremlino, inoltre, non ha inserito tra le sue priorità l’eliminazione dei missili terra-aria ucraini, che stanno causando molte vittime tra i russi impedendogli la supremazia aerea.

(twitter.com/MFA_Ukraine/status/1503665845234552832)

Profughi utilizzati come armi.

Tra le tattiche più deprecabili messe in campo da Putin risalta certamente quella relativo alla strumentalizzazione dei rifugiati.

Il Cremlino mira evidentemente a creare più profughi possibili e ad utilizzarli come armi per scuotere l’occidente:

solamente nelle prime due settimane di conflitto, più di due milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case.

 

La Russia ha attaccato ospedali e fatto fuoco sui corridoi umanitari non per un errore di valutazione, anzi.

Putin sa bene che i profughi sono un mezzo potente per destabilizzare i paesi vicini, e non si farà scrupoli a creare più caos, terrore e paura possibili tra i civili.

Non va dimenticato inoltre che la guerra è stata lanciata durante l’emergenza Covid, un’epidemia con la quale il mondo intero fa i conti da oltre 2 anni e con la variante Omicron ancora molto attiva in tutta Europa e in Ucraina, realizzando così una combinazione letale dove le infrastrutture mediche prima paralizzate dalla pandemia ora vengono portate al collasso dalla guerra.

 

Le sanzioni dall’Europa verso la Russia.

L’Europa sta rispondendo all’escalation russa con forti misure punitive volte a minare la stabilità del paese attraverso 6 pacchetti di sanzioni ad oggi rilasciati. Numerose le restrizioni finanziarie e le sanzioni economiche, che vanno a colpire personalmente Putin oltre a 160 persone collegate all’invasione dell’Ucraina.

I beni della banca centrale russa sono stati congelati ed è attualmente vietato ad ogni persona o entità di seguire operazioni con essa, il sistema SWIFT è stato bloccato per sette banche russe e tre bielorusse.

Le sanzioni hanno compreso anche aspetti non puramente economici, come il divieto ai vettori russi di entrare nello spazio aereo dell’UE e la messa al bando in tutta Europa di Russia Today e Sputnik, principali canali di propaganda del Cremlino.

Attualmente, come riportato da Bloomberg, la Russia è il paese più sanzionato al mondo, superando l’Iran e la Corea del Nord.

 

Le grandi aziende lasciano la Russia.

A contribuire ulteriormente alla pressione sull’economia russa si aggiunge l’esodo di massa da parte di grandi multinazionali che operavano in Russia in diversi settori.

Il primo a volersi distaccare dalle scelte del Cremlino e a condannare le sue azioni belliche è stato il gigante petrolifero” British Petrolium”, seguito poi da “Equinor”, “Shell” e “Exon”.

Sul settore auto nomi del calibro di Ferrari, Volkswagen e Toyota hanno sospeso la produzione in solidarietà con l’Ucraina.

Anche Ikea, Nike, Apple, Mcdonald e moltissimi altri brand continuano ora dopo ora ad unirsi al boicottaggio.

Tuttavia, le sanzioni alla Russia hanno dei grossi effetti negativi anche sul resto del mondo, soprattutto su chi, come l’Italia, ne dipende fortemente.

Per l’economia globale, si prevede un aumento dei prezzi nel settore alimentare ed energetico.

 Russia e Ucraina costituiscono il 29% del mercato globale delle esportazioni di grano e in Italia si cercano alternative alla dipendenza dal gas russo:

nel 2020 ne copriva il 43% del fabbisogno nazionale.

 

L’aiuto militare all’Ucraina e la richiesta di No-Fly Zone di Zelensky.

Oltre alle sanzioni, molti paesi UE hanno deciso di inviare armi e mezzi militari all’Ucraina, per aiutarla a contrastare l’armata russa.

Il presidente Zelensky continua ad invocare l’istituzione di una No-Fly Zone, sulla quale l’occidente rimane cauto.

La No Fly Zone, che implica l’utilizzo di pattuglie aeree in modalità offensiva, sarebbe indubbiamente vista come un atto di guerra da parte di Putin e potrebbe tramutarsi nella scintilla in grado di far scoppiare la terza guerra mondiale.

La strada dei negoziati e della diplomazia rimane per adesso ancora in stallo, con entrambe le potenze in gioco non disposte ad arretrare sulle proprie condizioni.

 La situazione rimane in costante aggiornamento.

 

 

 

 

Il mostro dietro l'ingegneria

meteorologica?

Globalresearch.ca - Peter Koenig – (05 gennaio 2025) – ci dice:

"Instabilità climatica" è un termine morbido, per geoingegneria climatica, modificazione del clima, esteso alla militarizzazione del tempo.

 In altre parole, un crimine contro l'umanità.

Il professor “Michel Chossudovsky” fornisce i dettagli storici e tecnici riguardanti la guerra meteorologica che è emersa lentamente dalla seconda guerra mondiale, e probabilmente anche prima.

 

Di certo, ogni volta che si sentono "fake news" commenti e rapporti sulla geoingegneria e sull'uso delle armi meteorologiche, si può essere certi che le cosiddette fake news sono in realtà la verità.

 E questo è il caso della maggior parte delle altre cose chiamate "fake news".

Tuttavia, ciò che supera tutto, è la recente scoperta da parte di un ex dipendente della “South Pole Station” in Antartide.

Dice che quello che ha visto alla “South Pole Station” è "HAARP sotto steroidi".

È diventato un informatore, che ha testimoniato davanti al Senato degli Stati Uniti.

HAARP è l'acronimo di High-frequency Active Auroral Research Program. Dal 2015 è ufficialmente un “progetto Fairbanks” dell'Università dell'Alaska che studia la ionosfera, la parte ionizzata più alta dell'atmosfera terrestre.

 In realtà, ha una lunga storia di modificazione del tempo e di geoingegneria climatica.

Il ricercatore e informatore, Eric Hecker, lavorava per la” Raytheon Technologies Corporation”, un conglomerato multinazionale americano del settore aerospaziale e della difesa, alla “South Pole Station”.

 In un'intervista di 15 minuti di Redacted, rivela l'esistenza di un'enorme macchina meteorologica alla South Pole Station.

L'intervista, che descrive in dettaglio ciò che il signor Hecker ha vissuto alla South Pole Station, è strabiliante.

"Fa sembrare il progetto HAARP un progetto per bambini".

 

Le macchine meteorologiche della Stazione del Polo Sud sono in grado di controllare i terremoti e il tempo, ovvero il clima.

 Possono fabbricare e dirigere terremoti, uragani, tifoni, cicloni praticamente ovunque nel mondo.

 Inoltre, c'è una gigantesca torre di controllo UFO, chiamata anche torre di controllo dei neutrini.

I neutrini sono minuscole particelle subatomiche, spesso chiamate "particelle fantasma" perché interagiscono a malapena con qualsiasi altra cosa.

 I neutrini possono essere utilizzati come trasmettitori di energia ad alta frequenza.

L'energia che forma terremoti o tempeste può essere irradiata letteralmente in qualsiasi parte del mondo.

Hecker parla di terremoti e tempeste mirati con precisione.

Guarda e ascolta questa sconvolgente intervista di” Redacted” dell'”11 ottobre 2024”.

Con questo preludio, i recenti uragani devastanti di categoria da 3 a 5 che hanno colpito la Carolina del Nord e la Florida, così come i tifoni Bebinca e Yagi, che hanno colpito la Cina e altri paesi asiatici, sono facilmente spiegabili.

Alla fine di settembre, l'”uragano Helene”, un uragano di categoria 5, ha colpito cinque stati degli Stati Uniti, Florida, Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord, Tennessee e Virginia, uccidendo oltre 300 persone.

L'uragano Helene è stata una tempesta quasi da record.

I venti e le piogge insieme hanno trasformato il tornado in un disastro quasi inimmaginabile che si è esteso per più di 800 chilometri nell'entroterra dalla costa della Florida.

"Helene" devastò e allagò Asheville, nella Carolina del Nord. Stranamente, Asheville si trova su miliardi di litio.

Asheville conta circa 100.000 abitanti e si trova a circa 700 metri di altitudine - è insolito che tali altitudini siano allagate nella misura in cui Asheville è stata inondata (vedi foto di Asheville Free Press).

Due società, Piedmont Lithium e Albemarle Corp., prevedono di aprire miniere di litio nello Stato della Carolina del Nord nei prossimi anni.

 Il litio è un metallo utilizzato per alimentare le batterie dei veicoli elettrici, degli smartphone e dei computer portatili e, naturalmente, per l'"elettronica di guerra".

Indovina chi controlla entrambe queste società?

A destra – BlackRock e Vanguard.

Guarda l'incisiva analisi e il video di Greg Reese.

 

Lo scorso mercoledì notte, 9 ottobre, un altro strano uragano record "Milton" ha colpito la costa della Florida, vicino a Siesta Key vicino a Tampa, spostandosi verso l'interno verso il Messico, devastando Tampa, in Florida, uccidendo almeno 23 persone.

 L'uragano è stato declassato da una categoria di forza massima originale 5 a un livello 3 quando ha toccato terra, e successivamente a una tempesta di categoria 1.

Secondo il tracker di utilità "Find Energy", circa 1,3 milioni di clienti erano ancora senza elettricità sabato in tutta la Florida.

Non c'è da sorprendersi, “Bill Gates” possiede gran parte del progetto da 3,5 miliardi di dollari Water Street Tampa.

Il co-investitore è Jeffrey Vinik (proprietario della squadra di hockey professionistica della città, i Tampa Bay Lightning).

 Il progetto di sviluppo a uso misto di 55 acri nel cuore del corridoio del centro della città ha recentemente ricevuto il titolo di primo WELL del Nord America:

Comunità certificata, grazie ai suoi standard di sostenibilità e vivibilità. Questo sembra adattarsi perfettamente all'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Il progetto Water Street Tampa ridefinisce un'area del centro in forte espansione, sfruttando la posizione privilegiata sul lungomare della città.

Si dice che Bill Gates intenda fare di Tampa una città dei 15 minuti.

Sebbene le prove siano scarse, quelle che sembrano tempeste mirate sollevano molte domande.

La geoingegneria e la manipolazione del tempo sono nella mente di sempre più persone.

Mantenere viva la narrativa della "teoria del complotto" è sempre più difficile. La gente si sta svegliando.

Stanno collegando i puntini tra i cieli delle scie chimiche incrociate, gli uragani estremi e le imprevedibili variazioni meteorologiche avverse, dal freddo al caldo, alla pioggia, al sole, alla nebbia, alla grandine – un mix insolito e malsano.

 E ora, con l'intervista di Redacted a Eric Hecker, anche i distruttivi terremoti assassini non sono più misteri.

Ecco cosa si dice dell'uragano Helene, con il potenziale multimiliardario di estrazione del litio nella regione di Asheville, Carolina del Nord.

Per quanto riguarda l'uragano "Milton", Paul Craig Roberts nota che si è evoluto in un modo così insolito da non sembrare reale.

Il seguente video di 14 minuti fornisce una storia della straordinaria capacità di intensificare e cambiare radicalmente il percorso degli uragani.

In conclusione, l'uso del tempo e del clima come arma, rende superflua la guerra nucleare.

Il "tempo" e i terremoti possono essere mirati a zone specifiche, come in guerra.

Inoltre, evitare le guerre nucleari evita le radiazioni nucleari e le ricadute nucleari che possono durare da pochi decenni a migliaia di anni, e possono colpire l'élite che li comanda, tanto quanto la plebe comune.

Ciò che Noi, il Popolo, vogliamo evitare è la guerra nucleare e il tempo e/o il clima armati.

Non vogliamo guerre di alcun tipo.

Cerchiamo la Pace e la Luce che porterà la Pace.

 

 

 

 

Colonialismo 2.0: l'incessante ricerca

dell'Occidente per il dominio globale.

Globalresearch.ca – (04 gennaio 2025) - Vijaya Dissanayake – ci dice:

 

L'istituzione del cosiddetto "Occidente politico" è stata a lungo focalizzata su un unico, innegabile obiettivo: il dominio globale.

Mentre il mondo, con le sue diverse culture, storie e oltre 8 miliardi di abitanti, è un'entità vasta e complessa, coloro che sono al timone del potere occidentale lo trattano come poco più di una mappa o di un globo sulla loro scrivania, che deve essere controllato, manipolato e soggiogato.

Questa visione per il dominio del mondo non è uno sviluppo recente; risale a oltre un secolo fa.

 I semi sono stati gettati già nell'attacco alla Russia nel 1917, un momento cruciale nella geopolitica globale.

La domanda, come sempre, rimane: dove risiede veramente il potere?

Nel sistema dello stato-nazione della Westfalia, la misura del potere è stata tradizionalmente determinata dalle dimensioni territoriali di un paese, dalle risorse naturali, dalla ricchezza finanziaria e dall'abilità tecnologica.

Secondo questo standard, due nazioni si trovano in cima alla gerarchia globale: gli Stati Uniti e la Russia, con la Cina che emerge come un potente contendente economico.

Gli Stati Uniti vedono la Russia, con le sue vaste risorse e l'influenza geopolitica, come l'ostacolo più significativo al suo dominio, e Washington ha mostrato un desiderio implacabile di indebolire la Russia con ogni mezzo necessario.

Una volta neutralizzata la Russia, è molto probabile che l'attenzione si sposterà sulla Cina e potenzialmente anche sull'India.

 In questa ricerca, altre nazioni strategiche, tra cui l'Arabia Saudita, la Turchia e l'Indonesia, potrebbero affrontare l'instabilità, con l'Occidente che cerca di destabilizzare questi attori chiave al fine di espandere la propria influenza.

Molti sperano in una soluzione pacifica della crisi ucraina in corso, ma io sono fortemente in disaccordo con questa visione ottimistica.

L'Occidente politico ha deliberatamente architettato questa crisi, non con l'obiettivo di promuovere la pace, ma piuttosto per far avanzare l'espansione della NATO fino alle porte della Russia.

Per l'Occidente, non c'è prezzo troppo alto per il raggiungimento dell'egemonia occidentale unipolare.

La recente decisione di fornire all'Ucraina missili a lungo raggio è una chiara indicazione delle vere intenzioni dell'Occidente.

Questi missili non hanno lo scopo di garantire la pace o proteggere gli ucraini; sono progettati per provocare la Russia, spingendola in un ulteriore conflitto.

Ancora più preoccupante, i generali russi sono stati presi di mira e uccisi in pieno giorno all'interno della stessa Mosca, uno sviluppo senza precedenti che segnala la crescente intensità di questa lotta geopolitica.

Al di là dell'Ucraina, la mappa geopolitica continua a spostarsi a favore dell'Occidente.

La presenza russa a Tartus, in Siria, una base chiave nel Mediterraneo, è stata ora minata, lasciando la regione vulnerabile ai terroristi sostenuti dall'Occidente, compresi i gruppi con legami con Al-Qaeda.

In Siria, la manipolazione dell'Occidente ha permesso a questi gruppi terroristici di controllare vaste aree di territorio.

Il prossimo bersaglio nel mirino dell'Occidente sarà probabilmente l'Iran, una nazione che ha resistito a lungo all'influenza occidentale.

L'idea di un "secolo asiatico", l'ascesa del Sud del mondo, o l'ascesa della Cina come superpotenza globale, non è altro che una distrazione.

Queste narrazioni sono solo fumo negli occhi, progettate per distogliere l'attenzione dalle vere dinamiche in gioco.

 

Nel frattempo, Israele, uno stato cliente di lunga data degli Stati Uniti, continua ad espandere la sua influenza, invadendo ora la cosiddetta "Grande Siria".

Il Medio Oriente allargato, un tempo una regione di importanza strategica per molte potenze globali, è diventato compiacente, non riuscendo a resistere a questa nuova ondata di colonizzazione.

 Quello a cui stiamo assistendo ora è la rinascita di un imperialismo moderno – un "colonialismo 2.0" – in cui l'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, cerca di rifare il mondo a sua immagine, subordinando tutte le nazioni che si rifiutano di allinearsi.

In conclusione, la grande strategia dell'Occidente politico è chiara: controllare, dominare e soggiogare ogni angolo del globo, usando tutti i mezzi per raggiungere i suoi fini.

Che si tratti di un'azione militare diretta, di guerre per procura o di manipolazione economica, l'Occidente non si fermerà davanti a nulla per rimodellare il mondo a sua immagine.

 Il Sud del mondo, l'ascesa delle potenze emergenti e le speranze di pace sono tutti secondari rispetto a questo obiettivo generale dell'egemonia occidentale.

Quella a cui stiamo assistendo non è solo una lotta geopolitica, ma la continuazione di un progetto coloniale secolare.

(Vijaya Dissanayake è un giornalista della “Sri Lanka Rupavahini Corporation” -SLRC).

 

 

 

 

 

 

Bill Gates lancia un piano per

vaccinare le persone

senza il loro consenso.

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (5 Gennaio 2025) – ci dice:

(Frank Bergman, slaynews.com).

 

Il co-fondatore di Microsoft Bill Gates ha investito milioni di dollari nel suo piano di utilizzare un “esercito di zanzare” come “vaccinatori volanti” per vaccinare in massa intere popolazioni senza il consenso dei singoli.

Negli ultimi due anni, il miliardario Gates ha intensificato gli sforzi per promuovere l’uso delle zanzare per vaccinare una popolazione riluttante.

A novembre, uno studio del “Leiden University Medical Center” (LUMC) è stato pubblicato sul “New England Journal of Medicine”.

Lo studio ha concluso che le zanzare potrebbero essere utilizzate come “vaccinatori volanti”.

Tuttavia, la Fondazione Bill & Melinda Gates ha finanziato la ricerca del LUMC per anni.

La Fondazione Gates ha erogato al LUMC 1.578.317 dollari nel settembre 2023 e altri 2.287.871 dollari nel novembre 2024 per condurre una ricerca sulla vaccinazione delle persone con le zanzare.

Nello studio della LUMC, 43 adulti di età compresa tra i 19 e i 35 anni, senza precedenti di malaria, sono stati divisi in tre gruppi.

Ogni gruppo ha ricevuto delle punture di zanzare portatrici del parassita GA2, del parassita GA1 o di nessun parassita (placebo).

I partecipanti sono stati sottoposti a tre cicli di vaccinazione tramite zanzara, distanziati di 28 giorni.

Tre settimane dopo l’ultimo ciclo, tutti i partecipanti sono stati esposti alla malaria attraverso le punture di zanzare infette.

I risultati hanno mostrato che otto partecipanti su nove del gruppo GA2 sono stati protetti con successo dalla malaria.

Rispetto a solo uno su otto del gruppo GA1 e a nessuno del gruppo placebo.

I ricercatori olandesi cercano ora di replicare i loro risultati in una sperimentazione sull’uomo più vasta.

Tuttavia, la spinta ad andare avanti con il piano ha sollevato preoccupazioni etiche riguardo al consenso informato e alla sicurezza medica.

I critici sostengono che aggirare i metodi di vaccinazione tradizionali e le procedure di consenso potrebbe essere eticamente inaccettabile e creare un pericoloso precedente.

Il concetto di utilizzare le zanzare come “vaccinatori volanti” non è tuttavia nuovo.

Nel 2010, il ricercatore giapponese Shigeto Yoshida aveva modificato la saliva delle zanzare per somministrare vaccini contro la leishmania ai topi.

Yoshida aveva sostenuto che la vaccinazione tramite insetti potrebbe essere indolore e conveniente.

Tuttavia, Yoshida aveva anche riconosciuto che i problemi di sicurezza medica e le preoccupazioni sul consenso informato attenuano l’uso di questo metodo per la somministrazione di vaccini.

Il famoso cardiologo “Dr. Peter McCullough” si è incontrato con “Grant Stinchfield” per discutere il piano di Bill Gates di utilizzare le zanzare per vaccinare forzatamente le persone e i risultati dello studio della LUMC.

(Bill Gates Advances Plan to Vaccinate Public Without Consent).

La spinta di Gates arriva mentre i principali esperti hanno sollevato preoccupazioni sui piani di vaccinazione a tappeto di intere popolazioni senza consenso.

Come ha riferito Slay News, il Dr. Robert Malone, il biochimico di fama mondiale accreditato come l’inventore della tecnologia mRNA, ha denunciato i piani agghiaccianti per vaccinare i membri del pubblico senza il loro consenso.

In una nuova intervista bomba con” Infowars”, Malone ha rivelato che l’industria farmaceutica ha lavorato a piani per sviluppare vaccini che possono aggirare il consenso.

Malone ha rivelato che i produttori di vaccini hanno lavorato su metodi per vaccinare la popolazione tramite l’approvvigionamento alimentare.

Tuttavia, ha osservato che gli scienziati non sono riusciti a sviluppare materiale in grado di sopravvivere al sistema digestivo umano.

Per combattere questo problema, Malone ha rivelato che le aziende farmaceutiche hanno sviluppato dei “vaccini infettivi”.

 

Malone spiega che questi possono essere “trasmessi” da una persona all’altra come un virus.

(mRNA Inventor Blows Whistle on Plans for 'Infectious Vaccines').

Questa trasmissione consente ai governi e alle aziende farmaceutiche di aggirare la necessità di ottenere il consenso dei singoli individui che scelgono di non vaccinarsi.

Nel frattempo, Gates ha chiesto che i cittadini vengano censurati dall’intelligenza artificiale (AI) se mettono in discussione le narrazioni ufficiali sui “vaccini”.

Come riporta “Slay News”, Gates, il cofondatore di Microsoft legato a Jeffrey Epstein, ha fatto questa richiesta durante una recente intervista con la CNBC.

Stava parlando della “minaccia” dei “No vax” e promuovendo piani per gestire l’“esitazione da vaccino” utilizzando la censura “in tempo reale” imposta dall’AI.

Gates sostiene che coloro che esortano le persone a evitare i vaccini stanno “incitando alla violenza”.

Pertanto, insiste sul fatto che i “No Vax” sono una “minaccia” per la salute pubblica.

Come risposta, Gates propone un approccio totalitario, invocando la necessità di imporre dei “ limiti” al discorso.

Sostiene che i sistemi informatici basati sull’AI possono eliminare la “disinformazione sui vaccini” in tempo reale.

(Bill Gates Calls for 'Anti-Vaxxers' to Be Censored by AI: Questioning 'Vaccines' Is 'Violence').

(slaynews.com/news/bill-gates-advances-plan-vaccinate-public-without-consent/).

 

 

 

La democrazia degli Stati Uniti

è una farsa? Biden ci ha dato

la risposta. Stavi ascoltando?

Unz.com - Jonathan Cook – (30 dicembre 2024) – ci dice:

 

Solo in un mondo di finzione politica il resoconto del “Wall Street Journal” sul declino cognitivo di Biden, durato anni, e sul suo occultamento da parte dei suoi funzionari, conterebbe come uno scoop.

Solo nel mondo della finzione politica che abitiamo in Occidente il resoconto del Wall Street Journal sul declino cognitivo di Biden, durato anni, e sul suo occultamento da parte dei suoi funzionari, conterebbe come uno scoop.

E solo in un mondo in cui i media di proprietà dei miliardari costruiscono e controllano da soli ciò che conta come realtà, il WSJ sarebbe in grado di pubblicare questa storia senza che ci si aspettasse che considerasse anche ciò che significa per la democrazia professata in America.

L'imperatore, ci viene ora detto, era nudo per tutto il tempo.

Come hanno fatto a volerci più di quattro anni perché gli impavidi e tenaci media di proprietà dei miliardari se ne accorgessero?

Il WSJ riferisce che già nel 2021 Biden ha avuto quelle che i suoi funzionari hanno descritto come "brutte giornate" in cui la sua mente lavorava così male che doveva essere tenuta lontana dai membri del Congresso e dai suoi stessi colleghi di gabinetto.

Era così isolato che raramente incontrava anche figure chiave che dirigevano la politica della Casa Bianca, come i Segretari di Stato, della Difesa e del Tesoro.

È stato in grado di tenere solo due o tre riunioni di gabinetto all'anno durante il suo mandato di quattro anni – un totale di nove, rispetto alle 19 di Barack Obama e alle 25 di Donald Trump.

I suoi assistenti si allontanavano a malapena dal suo fianco perché avevano bisogno di sussurrargli istruzioni per svolgere i compiti pubblici più semplici, come ad esempio dove entrare e uscire da una stanza.

La preoccupazione è diventata mainstream solo quando si è comportato in modo catastrofico in un dibattito televisivo senza copione contro Trump a giugno, dovendo infine ritirarsi dalla sua rielezione e lasciare che la sua vicepresidente, Kamala Harris, prendesse il sopravvento.

 

Poco dopo, è emerso che aveva ricevuto visite regolari alla Casa Bianca da un importante neurologo ed esperto di Parkinson.

Molti osservatori – me compreso – hanno sottolineato l'infermità mentale di Biden fin dall'inizio.

“Matt Orfalea” ha compilato per anni video delle sbalorditive gaffe e delle confusioni verbali del presidente.

 Nessuno di noi era genuino. Non abbiamo avuto bisogno di accedere ai 50 addetti ai lavori della Casa Bianca intervistati dal WSJ. Era ovvio in modo accecante.

Bisognava mentire, o ipnotizzare, per negare ciò che era così visibile.

Eppure, ogni volta che abbiamo sottolineato il chiaro deterioramento cognitivo di Biden, siamo stati accusati di promuovere teorie del complotto, di commettere abusi sugli anziani o di sostenere Trump.

L'imperatore, così ci è stato detto, era completamente vestito.

La verità su Biden non è trapelata all'improvviso dai suoi funzionari.

 I politici di alto livello di entrambi gli schieramenti lo sapevano.

 I corrispondenti della Casa Bianca lo sapevano.

Gli editori lo sapevano.

E tutti hanno mentito per proteggere il sistema di potere a cui appartengono, il sistema che li mantiene occupati in modo retribuito, il sistema che mantiene il loro status.

 Nessuno avrebbe scosso la barca.

Il WSJ non ha improvvisamente scoperto cose che prima non sapeva.

Il motivo per cui ora sta venendo fuori – così come lo sono i membri dello staff della Casa Bianca – è che il presidente Biden è quasi fuori dalla porta.

 La verità non è più una seria minaccia per il sistema di potere di Washington.

Ci saranno altre rivelazioni sull'incapacità di Biden – forse contenute in un futuro libro di “Bob Woodward” – dopo che la sua presidenza sarà diventata un lontano ricordo.

Quando è sicuro che venga raccontata l'intera storia.

Quando le bugie non sono più importanti.

Ma più significativo degli inganni dei media è il fatto che gran parte del pubblico ci è cascato, non una volta, ma più e più volte: giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno.

Perché?

Perché troppi di noi sono nella morsa del sistema di propaganda dell'Occidente.

Crediamo che ci si debba fidare dei media di proprietà dei miliardari, che servano il bene pubblico, non la ricchezza privata.

Se una grossa fetta dell'opinione pubblica può essere persuasa che un uomo che non è in grado di trovare la porta attraverso la quale dovrebbe uscire è "affilato come un chiodo", allora perché non dovrebbero anche credere che gli Stati Uniti stiano promuovendo la democrazia come hanno devastato il Medio Oriente negli ultimi due decenni per controllare il petrolio della regione?

O che Washington stia cercando la pace per il mondo e per l'Ucraina armandola con armi sempre più offensive contro una Russia dotata di armi nucleari in modo che gli Stati Uniti possano piazzare missili balistici alle porte di Mosca?

O che gli Stati Uniti vogliano un cessate il fuoco a Gaza anche se forniscono munizioni, intelligence e copertura diplomatica a Israele per compiere un genocidio lì?

Il problema è che, sottoposti a una vita di propaganda d'élite, molti sono più pronti a credere a quella stessa propaganda che all'evidenza dei propri occhi.

 Sono veramente ipnotizzati.

Anche ora, molti stanno ascoltando le "rivelazioni" del lungo declino di Biden e, proprio come il WSJ, non si chiedono come abbiano funzionato gli Stati Uniti negli ultimi quattro anni con un presidente a malapena in grado di leggere un gobbo, uno la cui mente è così vuota da poter vagare nel bel mezzo di una conversazione.

Gli Stati Uniti funzionano da soli?

 Ha bisogno di un presidente?

 O il presidente non è altro che una figura di spicco di una burocrazia permanente che si aspetta di esercitare il potere nell'ombra, inosservata dagli elettori e non deve rendere conto a loro?

 Gli Stati Uniti sono una democrazia, o la democrazia è solo una facciata dietro la quale un'élite ricca mantiene il suo potere?

Biden ci ha dato la risposta.

Stavi ascoltando?

 

 

 

 

«GLI IPOPENSANTI.»

Inchiostronero.it - Roberto Pecchioli – (5-gennaio – 2025) – ci dice:

 

Se gli intellettuali italiani esistessero davvero userebbero l’intelletto per cose infinitamente più importanti.

Il denaro digitale realizza l’asservimento totale alla tecnica e allo stato, rende l’individuo spegnibile con un clic.

In un mondo senza contanti l’uomo con la carta bloccata, o non funzionante per guasti, è un cadavere sociale.

Non c’è pace neppure al bar.

A una cliente dubbiosa su un vino, il titolare ha risposto piccato che “la marca è la migliore di tutte, lo ha detto l’Intelligenza Artificiale”.

Non conoscevamo – maledetta ignoranza – le doti di sommelier della scatola magica, ma ci ha colpito la fede cieca nel giudizio di un apparato tecnologico.

Viene in mente un’espressione attribuita ad Agostino di Ippona: Roma locata, causa finita.

 La questione (del Prosecco…) è risolta da un’autorità assoluta, inappellabile.

Una macchina oggetto di culto, anzi di fede.

L’Intelligenza Artificiale dirime ogni dibattito dall’alto di una potenza, di un’aura di infallibilità superiore a ogni oracolo o divinità. 

La tecnica si divinizza e intanto esenta dal pensiero, dal giudizio, dall’onere di ragionare o risolvere autonomamente problemi.

Siamo diventati ipo-pensanti.

O de-pensanti liberati da un affanno insostenibile, la riflessione che dà il mal di capo e obbliga a prendere in considerazione punti di vista, idee, prospettive diverse.

Impresa faticosa, noiosa, soggetta a sbagli.

Meglio la rassicurante opinione comune, specie se indiscutibile perché prodotta (il verbo dovrebbe indurre alla riflessione) da una macchina.

Scrive lo psicologo “Roberto Marchesini” che “perdere la capacità di compiere alcune azioni, compreso il pensiero, significa che la tecnologia ci sta facendo precipitare all’età della pietra”.

Dell’intelligenza, della libertà.

 Troppo difficile da capire: meglio la soluzione pronta, a portata di clic sullo smartphone o sulla Chat GPT alimentata dall’I.A.

 La generazione ipo-pensante è fatta di recettori passivi il cui motto è credere, obbedire, consumare.

 Esente da dubbi, poiché solo chi riflette mette in discussione l’esistente.

Il resto lo fa la macchina, con le sue risposte confezionate ammantate di indiscutibilità tecnoscientifica e di onnipotenza.

 È il soluzionismo: a tutto esiste una soluzione, offerta dalla tecnica.

Per risolvere tutto, cliccate qui.

Perché dovremmo appoggiarci a leggi, Stati, istituzioni, idee, ragionamenti complessi, tentativi, quando abbiamo a disposizione dei sensori e dei circuiti di retroazione? 

La tecnologia è lì con un unico scopo, aiutarci, affermano color che sanno.

 È un modello di governo e un programma politico.

Unico difetto:

è concepito ed utilizzato contro la persona umana e le libertà.

Anziché governare le cause dei problemi, operazione che richiede coraggio, immaginazione, flessibilità mentale per padroneggiare la complessità, si limita a controllare gli effetti per offrire la soluzione a uso della massa.

Una dolce droga per schiavi soddisfatti.

La tecnologia non ha altro scopo che funzionare. I fini sono di chi la alimenta, controlla, impone.

 

Non si tratta, se non marginalmente, dell’arricchimento. Lo ripetiamo sino all’estenuazione. L’obiettivo è il controllo prima, il dominio poi, su un’umanità di ipo-pensanti, una mutazione antropologica in cui ci affidiamo – o ci consegnammo- senza anticorpi alla tecnica.

La via dell’istupidimento per automatismo dei processi mentali, fideismo cieco nei processi meccanici è tracciata.

Quando serve (altro verbo che dà i brividi a chi ragiona) basta cliccare sulla tastiera, curvi sull’apparato, digitare la domanda appropriata e in tempo reale (la tirannia del presente diretta dal Ministero del Progresso) appare la risposta. Facile, suadente, indiscutibile, unica, adatta per lessico e linguaggio assertivo al pubblico medio, ossia minimo.

La postmodernità è un gigantesco “strip tease” di massa, lo spogliarello di pensieri, conoscenza, libertà.

 Come negli spettacoli del genere, ci si libera di tutto;

gli abiti vengono sfilati uno alla volta sino alla caduta dell’ultimo velo tra gli applausi del pubblico.

Nudità cerebrale nella forma del conformismo.

 Verità perché l’ha detto l’Intelligenza Artificiale, o la televisione, o la scienza.

 Le nuove religioni senza Dio, bisognose di fedeli ipo-pensanti.

 Nei mercati di una volta, si richiamava l’attenzione gridando le lodi delle merci. Una fruttivendola del mio quartiere usava rivolgersi agli acquirenti ripetendo: chi ci pensa resta senza.

Una perfetta psicologa del linguaggio applicato al marketing, una maestra inconsapevole dei meccanismi mentali di massa.

Non dobbiamo pensare, ma acquistare:

prodotti, idee, opinioni.

In fretta, di getto, senza riflettere. Se ci fermiamo a pensare crolla l’artificio degli imbonitori.

Teneva soldi nella cuccia del cane. La senatrice Pd Cirinnà.

In fondo si sono limitati a sostituire i principi di ieri – Dio, patria, famiglia, lotta di classe, giustizia sociale- con credenze nuove, funzionali al mondo ipo-pensante. 

Chi pensa valuta, giudica, rifiuta, sceglie.

Proprio quello che è vietato dal canone inverso della contemporaneità.

Se pensi lo fai in base a un sistema di valori rielaborati, una catena di trasmissione che la modernità ha deciso di interrompere.

Tutto ciò che abbiamo ricevuto è falso, vero è ciò che afferma la macchina, a cui vengono attribuite virtù di oggettività che non possiede.

La tecnologia non è mai neutra, ma l’umanità ipo-pensante non lo sa più, perché se ci pensa resta senza, come vuole la megamacchina della pubblicità, della propaganda, dell’indottrinamento.

Abbiamo molti diritti inutili, tra i quali quello di dividerci su questioni secondarie, le liti montate ad arte da talk show televisivo, le contese in cui siamo come i capponi di Renzo che si beccavano ma erano destinati alla tavola dell’avvocato Azzeccagarbugli.

 Ci ha sempre colpito una riflessione di cui non ricordiamo l’autore:

le pecore temono il lupo, ma è il pastore che le uccide.

Certo, dopo averle nutrite e ingrassate, poiché quello è il suo interesse.

 Crediamo alle mode, cioè alle scelte altrui, siamo infastiditi dalla lettura e da qualsiasi cosa abbia bisogno di attenzione, studio, elaborazione personale.

È il tempo del selfie in cui riproduciamo noi stessi e il mondo diventa sfondo, anzi location.

Le cattedrali non furono fatte per l’ente del turismo, tuonò inascoltato “Nicolàs Gòmez Dàvila”.

“La civiltà dell’immagine è per natura immediata, nemica dell’onere di pensare: le cattedrali sono state erette per essere fotografate con al centro “io”. 

Lo spogliarello dei pensieri - dunque della civiltà – produce un voyeurismo di massa in cui vale ciò che appare.

Non conta ciò che sono, conta che abbia un marchio, sostituto a pagamento dell’identità perduta, ciò che indosso, uso, consumo.

Identità significa consapevolezza di ciò che si è, ma consapevole è solo chi ragiona. L’Io non è il Sé.

Perfino la musica non è più tale, rumorosa colonna sonora di una terra desolata esistenziale affogata nel ritmo ripetitivo del rap e del trap, con testi a cavallo tra stupidità, sballo metropolitano e glorificazione del modello amorale del successo, delle esperienze mordi e fuggi.

L’attimo di chi, se ci pensa resta senza.

 La psicologia sociale ha scoperto una nuova sindrome, tipica dell’assenza di pensiero:

 si chiama “FOMO” (fear of missing out), il timore di essere tagliati fuori, di perdersi qualcosa nel circo degli avvenimenti, una malattia del conformismo spensierato, cioè privo di pensiero.

Nessuno vuole essere fuori dal gregge pur nella convinzione di essere unico, speciale.

 Viaggiatori dell’identico che trovano dappertutto l’Uguale, rassicurante, esente da giudizio, il copia e incolla senza occhi per vedere, cervello per giudicare oltre il “mi piace- non mi piace” delle reti sociali, immediato, definitivo, senza un perché. Fotografano luoghi per attestare che ci sono stati.

Pollice alzato o abbassato alle piramidi, alla Gioconda, alle cascate del Niagara, secondo umore. Non luoghi per non-persone.

Proust affermava di attribuire poco valore all’intelligenza.

Presagiva forse l’atrofia della tecnicità, l’incapacità – lui cercatore, rabdomante del tempo perduto – di uscire dalla prigione dell’attimo.

 Chi ci pensa resta senza.

Senza che cosa, se non il grande ospizio occidentale, l’indifferenza nichilista ostentatamente gaia per coprire il nulla, la morte della metafisica e dell’arte, derubricata a creatività soggettiva, per quanto malsana, oppure bizzarria, eccentricità, ossia perdita del centro?

 L’individualismo sfocia nel materialismo, cioè, secondo Giovanni Gentile, nel crollo di ogni moralità.

 L’ipo-pensante è centrato su sé stesso, incapace di atti generosi o proiettati nel futuro.

Non pianta alberi per un’altra generazione come il contadino;

preferisce il moto senza direzione, la corsa del criceto estranea al pensiero meditante (Heidegger) o alla calma interiorità di chi sa fermarsi, contemplare, osservare, che “Franco Cassano” chiamava pensiero meridiano, capace di oltrepassare il tempo lineare, contrastare il predominio febbrile del momento, vincere l’estensione in nome della profondità.

 

Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”.

L’ipo-pensante non è erede;

divora quel che ha e non trasmette lasciti.

Anche quando ama, lo fa per un attimo, una fiammata presto dispersa in cenere. Nessuno ascolta più il monito di Ezra Pound:

“quel che veramente ami non ti verrà strappato.

 Quello che veramente ami è la tua eredità.”

L’ipo-pensante non vuole eredi in quanto non ama.

Tutt’al più brucia emozioni.

Nel mondo in cui è tutto permesso, il nuovo – unico alimento del cervello che non pensa – è l’oppio dei popoli.

 Poteva dirlo solo Pasolini, un reazionario difeso dal suo conclamato filocomunismo e dalla corazza della trasgressione vissuta sulla pelle, non come stanca ripetizione di gesti altrui.

Tuttavia, hanno ragione gli ipo-pensanti, che vivono assai meglio degli altri.

 Si lasciano trasportare dalla corrente convinti di averla scelta, non pochi arrivano a considerarsi riflessivi perché comprano certi giornali o seguono certi personaggi.

Amano il loro destino di followers – di seguaci- non guardano indietro, avanti e neppure di lato, come i cavalli alla briglia con il paraocchi.

Fortunati loro, che non conoscono la migrazione interiore, l’esilio dal proprio tempo, ignorano l’ascesa dell’ignoranza, l’espansione della bruttezza, non riconoscono il disprezzo dei gruppi dirigenti, domatori con bastone, carota e tecnologia, non si accorgono del narcisismo che praticano e dell’adesione a valori mercantili.

Parlano la lingua dei dominanti senza battere ciglio.

Chi non pensa non sospetta la possibilità di essere altrimenti.

L’antica caverna di Platone, le ombre sui muri scambiate per luce.

Beati ipo-pensanti, che neppure possono intuire il dolore di una frase come questa, di “Alain De Benoist”:

“appartengo a una generazione che nell’arco di una vita ha visto quasi scomparire una religione, una cultura e un Paese.”

 Che cosa metteranno nella loro epigrafe, se a qualcuno verrà in mente – oh, un pensiero! – di scriverne una?

 Domanda stupida: il nulla non ha storia.

(Roberto PECCHIOLI).

 

 

 

 

 

 

COME PUÒ LA FILOSOFIA CONTRIBUIRE

A GARANTIRE IL FUTURO DELL’UMANITÀ?

 

 Inchiostronero.it - Riccardo Alberto Quattrini – Redazione – (5 - 01 – 2025) – ci dice:

La filosofia offre strumenti indispensabili per affrontare le sfide globali.

La filosofia, spesso percepita come una disciplina astratta e lontana dalla realtà quotidiana, si rivela invece uno strumento essenziale per affrontare le grandi sfide globali.

Attraverso il pensiero critico, la riflessione etica e la capacità di immaginare nuovi scenari, la filosofia può aiutarci a ripensare i modelli sociali, economici e culturali su cui si basa il nostro presente.

 In un’epoca segnata da crisi climatiche, disuguaglianze e rapide trasformazioni tecnologiche, il ruolo del pensiero filosofico è più che mai cruciale per costruire una visione sostenibile e inclusiva del futuro.

La filosofia, nella sua essenza più profonda, non è semplicemente un insieme di teorie astratte, ma un linguaggio e uno strumento per affrontare i dilemmi esistenziali, etici e sociali che l’umanità si trova ad affrontare.

Mentre il mondo si confronta con sfide senza precedenti, dalla crisi climatica alla crescente disuguaglianza sociale, passando per le tensioni geopolitiche e le nuove tecnologie, la filosofia offre svariate prospettive e strumenti che possono contribuire a garantire il futuro dell’umanità.

 In questo contesto, è importante esaminare come le discipline filosofiche, come l’etica, la politica, e la filosofia della scienza, possano indirizzare il nostro pensiero verso soluzioni pratiche e sostenibili.

 

Etica e responsabilità.

 

L’etica, in particolare, gioca un ruolo cruciale nel guidare le nostre decisioni e le nostre azioni.

Di fronte a problemi globali, come il cambiamento climatico, la questione dei diritti umani e la tecnologia emergente, le domande etiche diventano fondamentali.

La filosofia morale ci offre gli strumenti per riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni e sull’impatto che esse hanno sugli altri e sul mondo.

 Come sintetizza il filosofo “Peter Singer”:

“La vera misura del nostro comportamento etico non è solo cosa facciamo, ma anche cosa non facciamo”.

 Questo implica che ogni scelta comporta una responsabilità, e il rifiuto di affrontare i problemi attuali ci rende complici.

La crisi climatica, ad esempio, richiede non solo un’analisi scientifica, ma anche un’analisi etica.

 La capacità di pensare in modo critico alle implicazioni delle nostre azioni quotidiane e delle politiche pubbliche è fondamentale per promuovere un futuro sostenibile.

La filosofia ambientale si occupa di questi interrogativi, proponendo visioni che promuovono un rapporto più rispettoso e responsabile con la natura.

Come afferma il filosofo della natura “Aldo Leopold”: “Un buon uomo è colui che fa bene per gli altri e per il mondo in cui vive”.

“David Charles”, noto filosofo contemporaneo, ha proposto una visione della filosofia come promotrice di un’etica radicata nell’empatia, sottolineando che questa qualità umana rappresenta uno strumento essenziale per affrontare le sfide globali del nostro tempo.

 La sua idea si basa sulla premessa che l’empatia, intesa come capacità di comprendere e condividere i sentimenti e le prospettive degli altri, possa fungere da base per una società più giusta e coesa.

 

L’empatia come fondamento etico.

 

Charles sostiene che l’empatia non debba essere vista come una semplice emozione o inclinazione personale, ma come una capacità etica che può e deve essere coltivata.

 “Senza empatia, ogni tentativo di costruire un’etica universale rischia di essere sterile o astratto,” afferma Charles.

Secondo questa prospettiva, la filosofia deve impegnarsi a elaborare sistemi di pensiero che valorizzino la capacità umana di mettersi nei panni degli altri, superando barriere culturali, sociali e persino biologiche.

Un’etica basata sull’empatia, nelle parole di Charles, richiede che si riconosca l’interconnessione fondamentale tra gli esseri umani.

Egli si ispira a tradizioni filosofiche che spaziano dall’etica kantiana alla fenomenologia, cercando di conciliare la razionalità con l’esperienza soggettiva dell’altro.

 “L’empatia è il ponte tra l’universalità dei principi morali e la particolarità delle esperienze individuali,” sostiene.

 

Applicazioni pratiche dell’etica empatica.

 

Secondo Charles, un’etica basata sull’empatia ha implicazioni dirette per alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo, tra cui:

Conflitti sociali e culturali:

L’empatia permette di superare pregiudizi e incomprensioni tra individui e gruppi diversi.

Nelle parole di Charles, “solo riconoscendo l’umanità dell’altro possiamo porre fine al ciclo perpetuo di divisioni e violenze”.

Disuguaglianze globali:

L’etica empatica invita a guardare oltre i confini nazionali e a riconoscere le sofferenze delle popolazioni meno privilegiate.

 Charles sottolinea che “la globalizzazione non deve limitarsi agli scambi economici, ma deve includere una globalizzazione dell’empatia”.

Crisi ambientali:

Anche nei confronti dell’ambiente, l’empatia può giocare un ruolo chiave, aiutandoci a percepire le conseguenze delle nostre azioni non solo sugli altri esseri umani, ma anche sulle generazioni future e sulle specie non umane.

Charles descrive questa prospettiva come “un’estensione dell’empatia oltre l’umano”.

Tecnologie e intelligenza artificiale:

L’empatia diventa un principio guida per garantire che i progressi tecnologici siano utilizzati per migliorare la condizione umana, anziché creare nuove forme di alienazione o ingiustizia.

“Le macchine non possono essere empatiche, ma gli esseri umani che le progettano e le utilizzano devono esserlo,” argomenta Charles.

Filosofia ed educazione empatica.

 

Un elemento centrale della proposta di Charles è il ruolo dell’educazione nel promuovere l’empatia.

Egli ritiene che la filosofia, insegnata sin dalla giovane età, possa fornire strumenti per allenare questa capacità in modo sistematico.

Attraverso il dialogo socratico, lo studio di casi morali e l’approfondimento di esperienze storiche e culturali diverse, la filosofia può aiutare a sviluppare una comprensione più profonda dell’altro.

“L’empatia non è innata, ma può essere appresa e rafforzata attraverso l’educazione filosofica,” afferma Charles.

Questo approccio implica anche un cambiamento nell’obiettivo della filosofia stessa, che dovrebbe concentrarsi meno sull’elaborazione di sistemi teorici astratti e più sull’applicazione pratica delle sue idee nella vita quotidiana.

Critiche e risposte.

Alcuni critici potrebbero obiettare che un’etica basata sull’empatia rischia di essere troppo soggettiva o parziale, favorendo coloro con cui ci sentiamo naturalmente più vicini.

Charles risponde a tali critiche sottolineando che l’empatia, per diventare un principio etico efficace, deve essere integrata con la riflessione razionale e i principi di giustizia.

“L’empatia deve essere coltivata come una virtù universale, non come una preferenza selettiva,” chiarisce.

 

Inoltre, egli riconosce che l’empatia da sola non è sufficiente per risolvere i problemi globali, ma insiste che essa rappresenta una condizione necessaria per qualsiasi progresso significativo.

Senza empatia, le soluzioni tecniche o politiche rischiano di essere prive di umanità e, di conseguenza, inefficaci nel lungo termine.

La proposta di David Charles di promuovere un’etica basata sull’empatia rappresenta un appello potente per ripensare il ruolo della filosofia nella società contemporanea.

 In un’epoca di crisi globali, polarizzazione e insicurezza, la capacità di mettersi nei panni degli altri non è solo un valore morale, ma una necessità pratica per garantire un futuro sostenibile e pacifico.

“L’empatia non è solo una virtù individuale,” conclude Charles, “ma la chiave per costruire un mondo in cui tutti possano prosperare.”

 

Politica e giustizia.

Accanto all’etica, la filosofia politica offre un’importante cornice di riferimento per comprendere e affrontare le ingiustizie del nostro tempo.

Le teorie politiche ci aiutano a pensare a come strutturare le nostre società in modo che siano più giuste e inclusive.

 Le idee di giustizia sociale, democrazia e partecipazione attiva sono fondamentali per costruire comunità più resilienti e coese. La giustizia, come proposta da” John Rawls”, richiede che “ogni individuo abbia diritto a un sistema di uguaglianza di opportunità”, suggerendo che la giustizia non è solo una questione di distribuzione, ma di accesso e opportunità.

L’ingiustizia economica e la crescente disparità tra ricchi e poveri sono aspetti critici da considerare.

 La filosofia economica, da Marx a Keynes fino a Amartya Sen, ha cercato di analizzare le strutture economiche e il loro impatto sulla vita delle persone.

Sen, in particolare, ha proposto l’idea di “capability approach” per misurare il benessere e lo sviluppo umano.

 La sua affermazione che “la povertà non è solo una mancanza di reddito, ma una mancanza di opportunità e libertà” offre una visione integrata della giustizia economica, che deve essere alla base di qualsiasi strategia per il futuro.

 

Tecnologia e filosofia della scienza.

In un mondo sempre più influenzato dalla tecnologia, il dibattito etico sulle nuove innovazioni è più urgente che mai.

La filosofia della scienza può aiutarci a comprendere le implicazioni delle scoperte scientifiche e delle tecnologie emergenti.

La bioetica, per esempio, è uno dei campi in cui la filosofia è chiamata a riflettere sulle questioni morali riguardanti la vita e la salute, dall’ingegneria genetica alla sperimentazione clinica.

Temi come la privacy, la sorveglianza e l’intelligenza artificiale sollevano interrogativi etici cruciali.

Come sottolinea il filosofo Nick Bostrom, “Il progresso tecnologico è come un’incudine: può forgiare, ma può anche distruggere”.

La questione dell’intelligenza artificiale (IA) è emblematicamente attuale.

 Mentre l’IA promette progressi significativi in vari settori, essa pone anche rischi relativi al lavoro, alla privacy e alla sicurezza.

Le decisioni su come sviluppare e implementare le tecnologie devono essere guidate da una riflessione etica profonda.

La responsabilità nelle decisioni tecnologiche è più che mai necessaria, poiché queste influiscono non solo su di noi, ma anche sulle generazioni future.

 Come afferma il filosofo Shannon Vallor:

“L’inventore di una tecnologia ha la responsabilità di averla progettata in modo che possa essere usata per il bene”.

 

Cultura e società.

 

La filosofia offre anche strumenti per comprendere e interpretare le dinamiche culturali e sociali.

 La critica filosofica delle ideologie predominanti, come il neoliberismo, può aprire la via verso nuovi paradigmi di sviluppo sociale ed economico.

 In un mondo caratterizzato dall’interconnessione, la riflessione sull’identità culturale e sull’alterità diventa fondamentale.

La filosofia interculturale ci invita a riconoscere e apprezzare le diverse tradizioni di pensiero, ampliando così la nostra comprensione della condizione umana.

Il filosofo Emmanuel Levinas ha sottolineato l’importanza dell’altro nel costruire relazioni significative.

Come afferma Levinas, “La responsabilità è la strada verso l’altro”.

Questa affermazione invita a considerare l’umanità come una rete di relazioni interconnesse, dove il benessere di uno dipende dal benessere di tutti.

Questa prospettiva è essenziale nel promuovere una cultura della solidarietà e della cooperazione, necessarie per affrontare le sfide globali.

 

Educazione filosofica e futuro.

 

Infine, l’educazione filosofica ha un ruolo chiave nel plasmare le mentalità del futuro.

Insegnare a pensare criticamente, a porre domande e a esaminare le proprie convinzioni è fondamentale in un’epoca in cui la disinformazione e la polarizzazione sono rampanti.

La filosofia incoraggia gli individui a essere cittadini attivi e impegnati, non solo consumatori passivi di informazioni.

Come affermato da Socrate, “Una vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta”.

Investire in un’educazione che incoraggi il pensiero critico e la riflessione etica è particolarmente importante nelle scuole, nelle università e nelle politiche pubbliche.

Preparare le nuove generazioni ad affrontare le sfide globali richiede un approccio olistico che integri conoscenze scientifiche, competenze umanistiche e sensibilità etiche.

Conclusioni.

 

In un mondo sempre più complesso e interconnesso, la filosofia offre gli strumenti necessari per affrontare le sfide che ci attendono.

 Dall’etica alla politica, dalla tecnologia alla cultura, la filosofia non solo ci aiuta a comprendere il presente, ma ci guida nel tracciare un futuro migliore.

Come ha detto il filosofo Ghandi, “La vera misura di una società si può trovare nel modo in cui tratta i suoi membri più vulnerabili”. Questa idea ci porta a riflettere sulla necessità di pensare non solo al nostro benessere, ma a quello dell’intera umanità.

Il contributo della filosofia, quindi, non è relegato a un ambito accademico, ma è essenziale nel parlare e nel plasmare il discorso pubblico.

 È imperativo che i filosofi, gli scienziati, i politici e i cittadini collaborino per costruire una società più giusta e sostenibile.

 Solo attraverso una riflessione etica profonda e un impegno collettivo possiamo sperare di garantire un futuro dignitoso per tutti.

In questo saggio, abbiamo visto come la filosofia possa e debba avere un ruolo attivo nel garantire e preservare il futuro dell’umanità.

La sfida del nostro tempo è quella di integrare il pensiero filosofico nei dibattiti e nelle decisioni quotidiane, per costruire un mondo più equo e responsabile.

(Riccardo Alberto Quattrini)

 

 

 

 

«CRONACHE DEL CAPITALISMO

 CLIMATICO»

 Inchiostronero.it – Redazione - Il Simplicissimus – (4-01-2025) – ci dice:

 

Quando la crisi climatica diventa un’opportunità di profitto.

Il racconto di un sistema che sfrutta la crisi ambientale per rinnovare sé stesso, tra promesse di sostenibilità e nuove disuguaglianze globali.

Forse i rigori meteorologici di questo periodo di feste potrebbero mettere in crisi la sindrome che regna sovrana in questo lento e tumultuoso inizio secolo che rassomiglia piuttosto a un fin de siècle:

 l’atarassica convinzione di sapere tutto senza in realtà sapere nulla.

Tra queste convinzioni emotive, lasciatemi passare questa definizione, distribuite al popolo a suon di miliardi concessi ai suonatori di organetti mediatici e accademici, c’è anche la convinzione che la Terra sia destinata a bollire se non verrà ridotto quel 4% dovuto all’azione antropica dello 0,04 per cento di CO2 presente in atmosfera.

 Si tratta di una vera e propria isteria che si è insediata nonostante l’enorme potenza di calcolo disponibile e che si nutre di leggende metropolitane date in pasto al pubblico come i ghiacci polari che si ritirano, mentre invece mediamente aumentano, di coralli che spariscono quando invece non sono mai stati così bene, di desertificazioni, mentre al contrario è cresciuto l’areale della vegetazione.

 Il ruolo della variazione naturale, dei cicli solari, dei moti orbitali del pianeta, della quantità di vapore acqueo che forma oltre il 90 per cento dell’effetto serra viene costantemente minimizzato o addirittura misconosciuto:

 gli scienziati che si allontanano dalla narrazione “consolidata” sono discriminati in favore della pseudoscienza dei comunicati stampa per convincere ad attribuire addirittura singoli eventi meteorologici agli esseri umani.

Adesso le temperature degli oceani si stanno abbassando anche mezzo grado in vaste aree del pianeta e pure le temperature terrestri stanno calando:

 i dati satellitari “UAH” mostrano alcuni significativi cali mensili.

 E poi dobbiamo trattare la maggior parte dei numeri sulla temperatura della superficie terrestre con cautela se non con aperto spirito critico, visto che molte stazioni meteo sono situate dentro il cuscino di calore delle aree urbane, la maggior parte sono inadeguate e altre ancora inventate:

si è scoperto che in Gran Bretagna vengono riportate le temperature di un centinaio di stazioni non più esistenti. 

A tutto questo occorre aggiungere gli aggiustamenti retrospettivi per esaltare artificialmente l’aumento delle temperature e il fatto che i modelli matematici su cui tutto questo si basa sono già stati popperianamente falsificati dal fatto che falliscono regolarmente nel descrivere il passato.

 

Ciononostante ci si dice che il riscaldamento può essere fermato solo riducendo le emissioni di CO2 (che al contrario favorisce il mondo vegetale cui dobbiamo la nostra stessa esistenza) e che Net Zeroè assolutamente necessario.

Questo grottesco sbandamento non ha radici nella scienza, ma su ideologismi che determinano il finanziamento di interi istituti di ricerca, posti di lavoro, carriere, filiere industriali e migliaia di miliardi di investimenti che passano dagli stati, ossia dai cittadini alle corporation che operano nel settore e che sono spesso emanazioni del milieu finanziario.

Una piccola parte di queste speculazioni viene investito per mantenere in vita la lucrosa narrazione.

 In realtà siamo di fronte ad una enorme devastazione dell’ambiente:

grandi superfici vengono coperte con moduli solari e sono costruite innumerevoli sottostazioni;

 le fondamenta in cemento armato di 1.300 turbine eoliche, che possono generare all’incirca la stessa quantità di energia di una normale centrale a gas, sigillano circa 2.600.000 m² di terreno e pesano 5.200.000 tonnellate;

si stanno costruendo sistemi di generazione in aree protette e le foreste vengono abbattute per costruire turbine eoliche.

In queste aree la biodiversità sta diminuendo drasticamente.

Tubi d’acciaio, i cosiddetti monopali con un diametro di 12 metri e un peso di 2.500 tonnellate ciascuno, vengono conficcati nei fondali come sostegno per enormi parchi eolici offshore così che l’ecosistema marino viene irrimediabilmente danneggiato e infine la domanda di terre rare, necessarie per tali realizzazioni, è in aumento e con essa la distruzione della natura che va di pari passo con la loro estrazione.

Questo per generare energia non sufficientemente immagazzinabile e così strutturalmente inaffidabile da aver comunque bisogno dello stesso numero di centrali di generazione elettrica tradizionali.

Cosa che poi si traduce in aumento dei prezzi.

Ma tutto questo è una manna per gli speculatori:

i gestori degli impianti in molti Paesi ricevono una tariffa incentivante garantita per kilowattora che è superiore ai loro costi di produzione e, per esempio in Germania e Gran Bretagna esistono anche imposte, come la tassa sulla rete offshore, che compensa i gestori dei parchi eolici in mare per il ritardo nella connessione alla rete terrestre.

Sempre in Germania una turbina eolica media da 6 megawatt (massima potenza raggiungibile solo raramente) viene sovvenzionata con circa un milione di euro all’anno per 20 anni con un diritto di compensazione di 0,1 centesimi/kWh.

 Questo supera di gran lunga il costo di costruzione.

Oltre agli investitori, anche i proprietari terrieri sono contenti perché riceveranno dai gestori dell’impianto fino a 460.000 euro di affitto all’anno per turbina eolica. Una situazione vantaggiosa per tutti.

 

L’elenco di questi benefici, Paese per Paese sarebbe molto lungo, ma una cosa è certa:

 si tratta di un grande affare che trae vantaggio dalla narrazione sul clima, dalle modellazioni computerizzate spacciate per previsioni, dalla diuturna battaglia contro i cosiddetti negazionisti.

Ma si tratta di obiettivi prescritti dall’alto e dunque non hanno nulla a che vedere con una crescita schumpeteriana, è un capitalismo climatico molto fragile, comporta un aumento dei prezzi che colpisce l’industria manifatturiera oltre che i ceti popolari.

Tanto più che la rapidità assurda con cui si sta realizzando questa “rivoluzione” costringe a importare quasi tutto dalla Cina o dall’Asia in generale, provocando semplicemente un trasferimento di emissioni di CO2 e anzi un aumento di esse dovuto alle realizzazioni degli impianti che oltretutto sottraggono terreno agricolo tendendo ad aumentare anche i prezzi degli alimentari.

 Insomma, l’idea di una catastrofe non basata sui dati reali, ma su mere ipotesi che regolarmente si sono rivelate sbagliate, sta provocando una vera catastrofe, empiricamente dimostrabile.

Tutti noi stiamo pagando i profitti di pochi, ma potremo emanciparci dal ruolo di vittime solo quando saremo in grado di mettere in discussione criticamente la narrazione sul clima.

Ed è proprio così che potremo salvare il pianeta.

 

 

 

«SERENDIPITÀ: SCOPERTE

SCIENTIFICHE E NON.»

Inchiostronero.it - Annamaria Ragone – (4 - 01 – 2025) – ci dice:

 

Il mondo della ricerca è un mondo fatto di curiosità e passione.

Benvenuti al secondo appuntamento con il fantastico mondo della “Serendipity”. Volete un breve riassunto dell’episodio precedente come in ogni serie che si rispetti?

Eccovi accontentati!

 

Ricapitolando un po’, la parola serendipità è stata coniata da Horace Walpole nel 11.754 EU (1754 d.C.) e trae origine dalla fiaba persiana I tre principi di Serendippo e significa “fare scoperte fortunate e inaspettate senza cercarle intenzionalmente”.

Il concetto di “serendipity” è abbastanza ricorrente anche in romanzi, film e serie TV. È infatti alla base di trame avvincenti in cui i protagonisti si innamorano e risolvono intrighi e misteri grazie a coincidenze fortuite.

Come abbiamo già visto, la serendipità ha giocato un ruolo essenziale anche in molte scoperte scientifiche rivoluzionarie.

 

Ma, a proposito di scoperte… siete pronti a conoscerne altre?

Se sì, ecco un’altra bella carrellata di scoperte scientifiche avvenute grazie all’incastro perfetto tra talento degli scienziati e un pizzico di fortuna!

Il lisozima.

Parliamo ora di un ricercatore che è stato fortunato non una ma ben due volte! Ma che cu… riosone che era!

 

In una giornata londinese particolarmente fredda e piovosa, il microbiologo inglese “Alexander Fleming” si beccò un bel raffreddore ma, giustamente, anziché andarsene a casa per rifugiarsi sotto le coperte al calduccio, decise di restare nel suo laboratorio.

Prelevò quindi un campione del suo stesso muco e lo mise su una capsula petri. Normale amministrazione insomma…

Qualche settimana dopo notò che si erano sviluppati microbi in tutto il recipiente, tranne in quelle zone dove c’era il suo muco.

Questo perché in numerose secrezioni quali lacrime, saliva, muco nasale, secrezioni spermatiche e vaginali e nel latte, è presente un enzima chiamato lisozima, dotato di attività battericida.

Insomma, tra uno starnuto e una soffiata di naso, “Fleming” aveva fatto una scoperta non indifferente! E questa è la prima botta di sedere.

 Veniamo alla seconda.

 

La Penicillina e la distrazione.

La penicillina è un antibiotico che ha salvato milioni di vite in tutto il mondo tant’è che la sua scoperta è valsa addirittura un bel premio Nobel al caro “Fleming” ed è avvenuta anch’essa per caso.

Lo scienziato stava facendo merenda quando si dimenticò un pezzo di ananas accanto a delle piastre contenenti colonie di stafilococchi su cui stava lavorando. Al suo ritorno in laboratorio notò che una muffa proveniente dall’ananas andato a male aveva contaminato una coltura.

E fin qui nulla di eccezionale, se non fosse per il fatto che questo “Terminator di muffa” era stato in grado di uccidere tutti i batteri circostanti.

Il ricercatore identificò la muffa come appartenente al genere “Penicillium notatum” e, attraverso ulteriori studi, notò che questa era in grado di agire come un killer di batteri grazie alla produzione di una sostanza che Fleming chiamò “penicillina”.

 

“Penicillium notatum”, muffa produttrice della penicillina.

Il suo effetto anti batterico non era cosa da poco considerando la sua capacità di annientare una vasta gamma di batteri patogeni, preservando però le cellule umane.

 

Isolamento e purificazione della Penicillina.                                                                                                                               

L’obiettivo successivo fu quello di isolare la penicillina in forma pura e produrla su larga scala per consentirne l’uso medico.

Inizialmente non fu facile, ma “Florey e Chain”, due scienziati dell’università di Oxford, riuscirono nell’intento.

 

Al di là della fortuna iniziale, “Flaming”, “Chain” e “Florey” il premio Nobel per la medicina nel 11.945 EU (1945 d.C.) se lo sono decisamente meritati.

Se Fleming non fosse stato uno scienziato così attento e dedito al suo lavoro, probabilmente il tutto sarebbe passato inosservato e tantissime infezioni sarebbero rimaste mortali per chissà quanto tempo ancora.

Fleming fu però anche molto autoironico e riconobbe lui stesso una parte di merito al caso, affermando addirittura che “Ci sono migliaia di muffe differenti e migliaia di batteri differenti e che la sorte abbia messo la muffa giusta nel punto giusto è stato come vincere alla Irish Sweep” (la lotteria irlandese abbinata alle corse dei cavalli).

 

Il pacemaker – una resistenza elettrica errata.

Un’altra storia molto curiosa è quella di “Wilson Greatbatch”, colui che ha inventato il pacemaker… per sbaglio!

Ve lo immaginate? “Opss, ho inventato il pacemaker…vabbè capita!”

L’ingegnere stava studiando le correlazioni tra cuore e sistema elettrico per ottenere un transistor che registrasse il battito cardiaco, in modo da poter identificare potenziali problemi di salute.

Un giorno, allungando la mano nella cassetta dei componenti per prendere un resistore, probabilmente lo fece con gli occhi bendati perché ne afferrò uno troppo grande, con una resistenza sbagliata.

 Così facendo ottenne erroneamente un apparecchio in grado di produrre pulsazioni identiche al normale battito cardiaco.

“Greatbatch” si rese subito conto di avere tra le mani un vero e proprio tesoro: aveva infatti creato un dispositivo che poteva fungere da pacemaker artificiale per sostituire il pacemaker naturale difettoso nelle persone affette da problemi cardiaci.

 

L’era dei pacemaker impiantabili.

A questo punto, “Greatbatch” cercò di placare il suo entusiasmo onde evitare un infarto e quindi la necessità di usare il pacemaker per se stesso.

Il passaggio successivo era aggiungere una batteria che garantisse il funzionamento del dispositivo a lungo termine ma, soprattutto, era essenziale riuscire a ottenerne uno che funzionasse in un ambiente totalmente diverso da un laboratorio, ovvero il corpo umano.

Per raggiungere questo scopo aveva bisogno di alleati che non potevano sicuramente essere altri ingegneri… nulla contro gli ingegneri eh, ma era ormai giunto il turno dei medici.

Insieme al suo assistente e a un medico chirurgo, “Greatbatch” collegò gli elettrodi al cuore esposto di un cane senza però impiantare l’apparecchio nell’animale, perché ancora la procedura chirurgica idonea non era nota.

Con grande gioia constatarono che il pacemaker artificiale, seppur non impiantato, stava funzionando come previso.

 

In realtà, all’epoca c’erano già in giro altri pacemaker che però non funzionavano ancora adeguatamente.

“Greatbatch” quindi non era il solo a lavorare su questi dispositivi e, se voleva sfruttare al meglio la botta di fondoschiena e fare la differenza, doveva darsi una mossa.

Fu nel ’60 che i suoi pacemaker vennero impiantati per la prima volta negli esseri umani e con grande successo!

Dopo anni di pacemaker esterni, era ufficialmente nata l’era dei pacemaker impiantabili.

Lo scienziato fece finalmente i salti di gioia, tirò un sospiro di sollievo e brevettò l’invenzione.

Insomma, sbagliando si impara ma a quanto pare ogni tanto si salvano anche delle vite…

 

Evoluzione del pacemaker dopo il primo modello inventato da “Wilson Greatbatch” nel 1960.

Il benzene: tra sogni e realtà.

In questo improbabile e bizzarro cast di persone di scienza alle prese con il caso rientrano anche coloro che poi si sono chiesti “ma questa scoperta l’ho fatta davvero o sto solo sognando?”.

Un esempio è “Friedrich August Kekulè”.

 

Nell’11.865 EU (1865 d.C.) il chimico pubblicò un articolo dove definì la struttura esagonale del benzene.

Ovviamente in molti gli chiesero come avesse ottenuto questo risultato e lui rispose che gli era apparso in sogno per ben due volte (chissà la faccia degli altri scienziati dopo questa risposta).

Struttura molecolare del benzene.

 La prima volta era seduto sul suo veicolo, quando a un tratto si assopì e vide gli atomi danzare vorticosamente e creare forme inusuali mai viste prima.

La seconda volta invece era seduto a scrivere il suo libro di testo quando si rese conto di non riuscire a proseguire oltre perché troppo assorto dai suoi pensieri. Girò quindi la sedia verso il fuoco del caminetto e, tanto per cambiare, si appisolò. Beato lui che riusciva ad addormentarsi ovunque!

A quel punto ebbe di nuovo una visione atomica, nel vero senso della parola:

 vide gli atomi unirsi in lunghe file, sinuose e ricurve che si attorcigliavano con un movimento simile a quello di un serpente.

Addirittura uno dei serpenti a un certo punto afferrò la sua stessa coda con la bocca… eppure “Kekulè” non aveva fatto uso di funghetti allucinogeni.

Insomma, c’è chi sogna i numeri da giocare a lotto, chi sogna di essere bocciato agli esami, chi di sposarsi e poi c’è “Kekulè” che ha avuto il “Kulè” (il suo cognome dice già tutto) di fare un sogno che ha lasciato il segno nella storia della chimica.

La nascita del dolcificante saccarina.

Non esisteva nulla di più dolce del miele e dello zucchero almeno fino al 1879, ovvero fino a quando il chimico “Constantin Fahlberg” non si mise a lavorare su composti derivati dal catrame.

Voi giustamente vi starete chiedendo: ma che caspita c’entra il catrame con lo zucchero?

 

Un’insolita dolcezza.

Un giorno il chimico si era trattenuto fino a tardi in laboratorio per completare degli esperimenti quando, a un certo punto, iniziò a sentire uno strano rumore: non aspettatevi nulla di avvincente, era solo la sua pancia che brontolava. Talmente non ci vedeva più dalla fame che, alla faccia dell’igiene e della sicurezza alimentare, non si lavò le mani prima di cenare.

Mentre assaporava finalmente un pezzo di pane, percepì un sapore insolitamente dolce.

 Capì che il problema non era l’impasto nel momento in cui si pulì la bocca con un tovagliolo e si accorse che era dolce persino quello.

La conferma però giunse quando bevve un bicchiere d’acqua posando le labbra proprio nel punto in cui le sue dita lo avevano toccato e l’acqua sapeva di sciroppo per quanto era dolce!

La dolcezza, quindi, era palesemente nelle sue dita. Si leccò il pollice (perché se non ti lecchi le dita godi solo a metà) e si rese conto di aver scoperto una sostanza più dolce dello zucchero stesso.

L’assaggiatore di provette.

Dopo questo pasto all’insegna della dolcezza, “Fahlberg” tornò al suo laboratorio per capire esattamente di cosa si trattasse e per questo assaggiò il contenuto di ogni provetta:

 “Fortunatamente per me nessuna conteneva acidi o sostanze velenose”.

Insomma, anche simpatico questo chimico!

Da questi assaggi da bravo sommelier venne fuori che una delle provette conteneva una soluzione impura di saccarina.

Da allora ci lavorò su per mesi fino a determinarne l’esatta composizione chimica e i modi migliori per produrla.

Superando lo scetticismo iniziale, il successo commerciale del dolcificante saccarina fu davvero notevole e “Fahlberg” poté fondare un’azienda di successo.

Come potremmo raggiungere la serendipità?

Dopo questo excursus di scoperte a dir poco esilaranti, sicuramente vi starete chiedendo se esiste un modo per raggiungere, o comunque favorire, la serendipità.

Una cosa è certa: l’essere curiosi può essere di grande aiuto. Se non sei curioso potresti non accorgerti che la strada verso la serendipità è proprio davanti a te.

È importante anche non essere troppo frettolosi, per poter prendere coscienza di ciò che ci circonda e notare dettagli che altrimenti potrebbero sfuggirci.

Ma anche essere dinamici e attivi, muoversi in qualche direzione per non restare immobili nella comfort zone, altrimenti non ci troveremo mai nel posto giusto al momento giusto e l’occasione non si presenterà mai.

Una persona con tanta serendipità è infatti in grado di trarre profitto dalle circostanze inaspettate: non si lascia di certo trasportare passivamente dal caso, ma, anzi, lo sa gestire e pure bene.

Conclusioni.

Quindi, ricapitolando un po’:

 le persone fanno sogni strani senza neanche fare uso di alcol e sostanze, si distraggono, si dimenticano di mangiare e di lavarsi le mani e quando mangiano lasciano il cibo sparso in laboratorio, assaggiano i loro stessi esperimenti e così fanno scoperte geniali e sbancano con aziende di successo.

 Quanto li stiamo invidiando…

Per consolarvi sappiate che se la sfortuna vi persegue esiste un nome anche per quello ed è “Zemblanity”, che è l’opposto di “Serendipity “e si riferisce al fare “scoperte infelici e sfortunate”.

Quindi d’ora in poi al posto di “sfiga” potrete utilizzare un termine più aulico e ricercato.

Insomma, abbiamo assodato che con la serendipità dalla propria parte è tutto più facile ma, tranquilli, anche se non dovessimo mai fare scoperte rivoluzionarie qualche bella botta di fortuna prima o poi nella vita ce la becchiamo.

La felicità arriva sempre quando meno ce lo aspettiamo, basta saperla cogliere anche (e soprattutto) nelle piccole cose.(Annamaria Ragone).

 

«TERRORISMO INDIVIDUALE? ATTO ATROCE.

 STERMINIO DI STATO? AUTODIFESA.

 IL LESSICO OCCIDENTALE.»

  Inchiostronero.it – Ala. De. Granha – (4-1-2025) – ci dice:

 

Un’analisi critica del linguaggio della giustificazione:

come l’Occidente narra la violenza.

 

Un atto atroce”.

Come non condividere il giudizio di Biden nei confronti della strage compiuta a New Orleans da un ex militare statunitense di origine araba?

 Le vittime, tutte civili e totalmente estranee a qualsiasi motivazione abbia spinto l’assassino.

 Già, 10 morti statunitensi rappresentano un “atto atroce”.

Ma Rimbam Biden è molto meno drastico nei confronti dei 45mila palestinesi assassinati da Netanyahu (è come se si fossero accordati sul numero di morti. È da un po’ che la cifra è sempre quella 45mila. Invece… fdb)) dai suoi sgherri.

45mila, in gran parte donne e bambini. 

Ma, per Rimbam Biden e per i suoi maggiordomi europei, lo sterminio di decine di migliaia di civili palestinesi non è atroce.

«”THE LANCET”- FORSE A GAZA IL VERO NUMERO DEI MORTI È VICINO A 200MILA».

 

Altri 5 giornalisti uccisi a Gaza.

Sono 200 gli operatori dell’informazione morti.

Bombardare gli ospedali, le tende dei campi profughi, arrestare i medici per impedire che curino feriti e malati, far morire di fame e di freddo i neonati non è atroce.

Però, dopo, ci si interroga sulle reazioni criminali di chi si sente parte del mondo delle vittime.

 Ed i Rimbam Biden di turno, i maggiordomi, i disinformatori si stupiscono, si indignano, si interrogano sulle ragioni che spingono al terrorismo.

 Evidentemente le stragi compiute dai “buoni” devono essere considerate come un atto di generosità nei confronti delle vittime.

Che non devono ribellarsi, non devono protestare e, soprattutto, non devono reagire.

Forse ciò che è davvero “atroce” è questa mentalità di criminali da esportazione.

(Redazione Electo - Ala.de.granha).

 

 

 

 

 

 

«TRUMP INSISTE PER LA GROENLANDIA.

 E LA DANIMARCA SI PREPARA

 ALLA GUERRA… CONTRO MOSCA.»

 Inchiostronero.it - Augusto Grandi – (2-01-2025) – ci dice:

 

Groenlandia contesa: tra Washington e

Copenaghen cresce la tensione.

Il presidente Trump torna a premere per l’acquisto della Groenlandia, mentre la Danimarca rafforza la sua strategia militare temendo l’ombra russa nell’Artico.

Persino Tajani, paragonato a qualche suo collega europeo, può essere scambiato per un buon ministro degli esteri.

Beh, buono magari no, ma meno peggio.

Soprattutto rispetto al genio che guida il governo in Danimarca.

 A cui, in teoria, fa capo la Groenlandia.

E Trump ha già dichiarato che intende annettersela, fregandosene del diritto internazionale e, soprattutto, del volere degli abitanti dell’immensa isola.

 Cosa contano gli abitanti di fronte alle armi statunitensi?

E poi, in fondo, la linea l’ha già indicata Netanyahu con il genocidio dei palestinesi. Per ora quelli di Gaza, poi toccherà alla Cisgiordania e poi ai siriani nella zona più vicina ad Israele.

Il tutto nell’indifferenza dell’Occidente collettivo e con il plauso del governo Meloni.

Dunque, Trump può ripetere il giochino in Groenlandia.

E lo ha chiarito “Carla Sands”, ambasciatrice degli Usa in Danimarca durante la prima presidenza di Trump.

 “L’idea che la piccola Danimarca, che non riesce nemmeno a difendere il proprio territorio, possa difendere la Groenlandia è assurda.

Non possono permettersi di difenderla o svilupparla. Quindi ciò che il presidente Trump sta suggerendo è di buon senso”.

Arroganza, prepotenza, cinismo.

Ciascuno scelga la definizione che vuole per questo comportamento degli Usa. Visto che tu, Danimarca, non puoi fare la guerra contro gli Stati Uniti, tanto vale che ti arrendi prima di iniziarla e cedi ciò che vuole Trump.

Magari due spiccioli, in cambio, te li regala anche.

E i groenlandesi? Chissenefrega.

Chi andrà mai a difenderli?

Chi li tutelerà dallo sfruttamento delle risorse minerarie e dall’inquinamento? Nessuno, ovviamente.

L’Occidente collettivo è buono e giusto e può occupare ciò che vuole.

“Mette Frederiksen”, primo ministro danese alla guida di un governo di centrosinistra, però non intende cedere alle minacce straniere.

E prepara le riserve alimentari in caso di guerra.

Contro gli Usa? Macché, contro la Russia.

Che è del tutto estranea alla vicenda.

“Quos Deus perdere vult, dementat prius”.

Ma il genio di Copenaghen difficilmente comprende il latino…

(Redazione Electo - Augusto Grandi)

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.